WEBGIORNALE  11-13  dicembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       A Malta il nuovo Ufficio europeo di sostegno per l’asilo politico  1

2.       Discriminazione razziale, in Europa i più colpiti sono rom e africani 1

3.       «Made in Italy», primo sì alla legge  1

4.       Berlusconi a Bonn. Consulta, nuovo scontro con Fini. Napolitano: "Forte preoccupazione"  2

5.       Clima. Copenaghen, gli emergenti rifiutano il «piano dei ricchi»  2

6.       Legge Finanziaria 2010: intervento dell’on. Franco Narducci nel dibattito alla Camera dei Deputati 2

7.       Laura Garavini (PD) in aula sulla Finanziaria. “Vendere i beni confiscati: un colpo durissimo all’antimafia”  3

8.       L’associazionismo in emigrazione  3

9.       Dedicato all’integrazione il tradizionale convegno organizzato dal sindacato tedesco IG BCE  4

10.   Le Acli Germania del dopo Congresso. Il presidente Macaluso illustra le nuove scelte  5

11.   Sabato 12 dicembre a Francoforte un seminario sulla comunicazione interculturale d’impresa  5

12.   Berlino. Venerino Poletti al Convegno internazionale di pneumologia  5

13.   Stoccarda. La comunità e le sue iniziative  5

14.   Amburgo. Dedicato al viaggio l’ultimo numero della rivista “Ciao!”  6

15.   Ristrutturazione consolare. In aula le mozioni di Micheloni (PD) e Pedica (IdV) 6

16.   Il Senato approva le nozioni sugli Uffici consolari all’estero  7

17.   Toscana. Parte la sperimentazione del progetto "Migra-net", a sostegno degli imprenditori stranieri 7

18.   A Macerata presentati programma triennale e piano annuale per i marchigiani all’estero  8

19.   Minareti, che alimenta il populismo  8

20.   Clima, primi attriti. Bozza d'accordo favorisce solo i paesi ricchi 9

21.   Clima. I Paesi in via di sviluppo. "Kyoto non negoziabile"  9

22.   Nobel Pace, Obama: ''Il male esiste. Per fermare Hitler la guerra è stata necessaria'' 9

23.   Obama: "Il mio Nobel da comandante. La guerra necessaria per la pace"  10

24.   Per Obama un nobel alla salute  11

25.   La Commissione UR. «La situazione del debito greco è grave»  11

26.   Deficit e crisi globale. La lezione greca per l’Italia e l’Europa  11

27.   Bando ai catastrofismi. Ambientalismo del fare, l’urgenza di decidere  12

28.   Bce alla prova  12

29.   La principessa e il rospo da baciare  13

30.   Il Csm boccia il processo breve  14

31.   Cosentino, l'aula nega l'arresto del sottosegretario  14

32.   Interventi. I nuovi eroi 14

33.   Lo scontro tra Lega e Tettamanzi. Cattolici senza casa  15

34.   Il male inevitabile  15

35.   Dietro le divisioni politiche tra i leader. La realtà offuscata  16

36.   «Dalla Lega attacchi odiosi alla Chiesa e i lumbard dettano legge al governo»  16

37.   La fine dell’intervento pubblico nella crisi. Come scegliere il momento giusto  17

38.   Terremoto. Intervista al sindaco de L’Aquila Cialente: 'Grande tragedia italiana' 18

39.   La pizza diventa specialità gastronomica. L'Ue la proteggerà contro imitazioni e falsi 18

40.   Dichiarazione dei redditi. Sul modello 730/2010 ennesima esclusione degli italiani all’estero  18

41.   Volkswagen rileva il 20% di Suzuki. Le due case sono già al lavoro sullo sviluppo delle sinergie  19

42.   Cittadinanza, verso un rinvio. Il Pd: "Pdl in ostaggio della Lega"  19

43.   Solidarietà del Cgie-Svizzera all’occupazione dell’Agenzia Consolare italiana di Coira  19

44.   “Sicilia in Europa” sulla riforma di Comites e Cgie  20

45.   Sicilia Mondo: Il Natale siciliano 2009 attorno al presepe  20

 

 

1.       Kongress EVP in Bonn. Berlusconi und der Witz mit dem Fallschirm   20

2.       Mafia. Italiens Polizei läutet die Glocken  21

3.       Koalition gegen Fachkräftemangel. Mehr Anerkennung für Auslandsabschlüsse  21

4.       Kabinett billigt Eckpunkte. Leichtere Anerkennung ausländischer Abschlüsse  21

5.       Ausländische Berufsabschlüsse. Bürokratie zum Verzweifeln  22

6.       EU-Flüchtlingspolitik. "Verpasste Chancen"  22

7.       Amnesty: Berlin verantwortlich für falsche EU-Migrationspolitik  22

8.       EU-Studie. Ethnische Minderheiten oft Opfer von Straftaten  23

9.       Migrationstagung der IG BCE. Die Sorgen ernst nehmen  23

10.   Debatte über Minarett-Verbot. Übungen in Migration  23

11.   Architektur und Integration. Zu viel Istanbul, zu wenig Duisburg  24

12.   Obama bei Nobelpreisvergabe in Oslo. "Andere haben ihn mehr verdient"  25

13.   Nach Schweizer Minarettverbot. Selbstzweifel einer Grande Nation  25

14.   Milliardenzahlung. USA entschädigen Indianer 26

15.   Klima und frieden. In Not und Zeitnot 26

16.   Staatskrise in Griechenland. EU-Kommission fordert Sparkurs  26

17.   Geduldsprobe Klimagipfel. In Erwartung des großen Wurfs  27

18.   Klimawandel. Warum sollten maximal zwei Grad die Welt retten?  27

19.   Wetterkatastrophen treffen vor allem Entwicklungsländer 28

20.   Nato-Luftschlag bei Kundus. KSK-Elitesoldaten unterstützten Bombenangriff 29

21.   Kommentar. Jerusalem ist kein Alleinbesitz  29

22.   Rechnungshof gegen Steuersenkungen  29

23.   Millionenstrafe gegen FDP. Kein Rabatt für Spendensünder 30

24.   Italien. Amanda Knox – dem eiskalten Engel auf der Spur 30

25.   Köln. Mittwoch, 16. Dezember 2009, Weihnachtskonzert mit dem Trio Cascades  31

 

 

 

 

A Malta il nuovo Ufficio europeo di sostegno per l’asilo politico

 

Malta batte le offerte provenienti da Cipro e Bulgaria: La Valletta ospiterà il nascente Ufficio europeo incaricato di aiutare i paesi dell'Europa meridionale nell'esame delle domande di asilo degli immigrati che sbarcheranno sulle loro coste.

Lo hanno deciso a Bruxelles i ministri della giustizia e degli interni dell'Ue. La decisione è stata annunciata dal ministro francese, Brice Hortefeux, che ha sostenuto la candidatura di Malta, uno dei paesi più sotto pressione per i flussi migratori.

Secondo i dati dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, nel solo 2008 sono state più di 67 mila le persone che hanno attraversato il Mediterraneo per chiedere asilo in Europa. Più della metà di loro sono sbarcate in Italia e Malta.

Malta ha avuto il sostegno di 22 dei 27 Stati membri dell'UE. Anche Cipro e Bulgaria si erano offerte di ospitare l'ufficio, che dovrebbe avere un bilancio annuale di circa € 50 milioni di euro ed assumere 100 unità di personale.

La decisione dovrà essere formalizzata entro la fine dell'anno.

Secondo il Times di Malta, l'Ufficio sarà ospitata in un edificio nuovo governo di La Valletta, vicino le autorità marittime maltesi.

Il nuovo Ufficio, che dovrà avvalersi del sostegno di esperti in materia d’asilo,  si metterà a disposizione di tutti gli stati del territorio europeo, per fornire un aiuto operativo, soprattutto laddove si verifica una maggiore affluenza di profughi.

Dovrà inoltre prestare un supporto tecnico e scientifico per far progredire la politica e la legislazione in materia d’asilo dei vari stati membri. L'obiettivo è quello di eliminare le divergenze tra le diverse legislazioni, che provocano forti fenomeni di trasferimento dei richiedenti asilo dal un paese all'altro, all'interno dell'Ue, verso i paesi con la legislazione più favorevole.

L'Ufficio dovrà agire in stretta cooperazione con le autorità nazionali competenti, con la Commissione europea e con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Osservatorio Inca, dic

 

 

 

 

Discriminazione razziale, in Europa i più colpiti sono rom e africani

 

Vienna - Un'indagine fra i 27 stati Ue sulla discriminazione razziale, mostra una persistenza del fenomeno in Europa e individua nei rom e negli africani i gruppi etnici più colpiti. Lo studio, presentato alla stampa oggi a Stoccolma, e commissionato dall'Agenzia dell'Ue per i diritti fondamentali (Fra) con sede a Vienna, è il più significativo pubblicato finora dall'istituzione europea. E' la prima indagine a livello europeo (condotta da Gallup) su un campione di oltre 23.000 persone di minoranze etniche o gruppi di immigrati nei paesi Ue. Le persone vengono intervistate sulle loro esperienze di discriminazione in vari settori della vita quotidiana(lavoro, casa, scuola, sanità, ecc.) e su episodi criminalizzazione (furti, aggressioni, molestie, ecc.).

 

Emerge che il settore dove la discriminazione è maggiore è quello dell'occupazione (meno invece in quello abitativo), e che i danni peggiori per le vittime risultano nell'istruzione e occupazione. Prendendo in considerazione durante 12 mesi i dieci gruppi oggetto di maggiore discriminazione, risulta che al primo posto ci sono i rom nella Repubblica ceca (64%),seguiti dagli africani a Malta (63%), i rom in Ungheria (62%), i rom in Polonia (59%), i rom in Grecia (55%), gli africani sub-sahariani in Irlanda (54%), i nordafricani in Italia (52%), i somali in Finlandia (47%) e Danimarca (46%) e i brasiliani in Portogallo (44%).

 

Una persona su quattro è stata vittima di atti criminosi almeno una volta in 12 mesi, i gruppi più colpiti sono gli africani sub-sahariani (33%) seguiti dai rom (32%). Nell'insieme quasi una persona su cinque appartenente a gruppi rom o africani sub-sahariani è stata vittima di molestie gravi almeno una volta: il tasso di incidenza maggiore di molestie gravi è stato rilevato fra i rom in Grecia(174 episodi ogni 100 intervistati).

 

L'indagine mostra anche che un'ampia maggioranza delle vittime di discriminazione non denuncia gli episodi e che i gruppi vulnerabili non conoscono le misure legislative anti- discriminazione e hanno scarsa fiducia nelle forze dell'ordine. Il suggerimento alla politica per contrastare il fenomeno, è attuare la direttiva sulla parità razionale, investire in risorse di informazione rivolte ai soggetti a rischio e alle organizzazioni di assistenza, incoraggiare le vittime a denunciare gli episodi alle autorità garantendo la certezza che le denunce saranno prese in seria considerazione. IM 10

 

 

 

 

«Made in Italy», primo sì alla legge

 

Ora il testo passa al Senato per l#approvazione definitiva - Urso: «Legge bandiera per avere più forza negoziale in Europa». Reguzzoni: salva 1 milione di posti di lavoro

 

ROMA - La Camera ha approvato quasi all'unaminità (543 sì, un no e due astenuti) il disegno di legge che consente di usare l'etichetta «Made in Italy» solo per i prodotti tessili, calzaturieri e di pelletteria realizzati prevalentemente in Italia. Per l'approvazione definitiva il testo passa ora al Senato.

ETICHETTA - La legge istituisce un sistema di etichettatura obbligatoria nei settori dell'abbigliamento, arredo casa, pelletteria e scarpe. Viene evidenziato il luogo di origine di ciascuna fase di lavorazione e si assicura la tracciabilità dei prodotti. Il testo stabilisce che «nell’etichetta dei prodotti finiti e intermedi l’impresa produttrice deve fornire in modo chiaro e sintetico informazioni specifiche sulla conformità dei processi di lavorazione alle norme vigenti in materia di lavoro, sulla certificazione di igiene e di sicurezza dei prodotti, sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sul rispetto della normativa europea e sul rispetto degli accordi internazionali in materia ambientale. L’impiego della denominazione ’Made in Italy’ è permesso esclusivamente per prodotti finiti per i quali le fasi di lavorazione hanno avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale ed in particolare se almeno due delle fasi di lavorazione sono state eseguite nel territorio medesimo e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità». Le sanzioni arrivano fino a 50 mila euro, se si tratta di una impresa fino a 70 mila euro. Se le violazioni sono ripetute, c'è la reclusione da uno a 3 anni. Se le violazioni sono commesse attraverso attività organizzate, reclusione da tre a sette anni.

I COMMENTI - Adolfo Urso, vice ministro dello Sviluppo economico con delega al commercio che si è astenuto alla votazione ha chiarito che il testo approvato dalla Camera è «una bandiera, un'affermazione di principio. Questa legge ci darà più forza in sede europea per convincere i Paesi partner a varare il nuovo regolamento sull'etichettatura obbligatoria e, quindi, a tutela del made in Italy». Secondo Urso, quindi, «la soluzione del problema è solo in Europa e, in quella sede, porteremo la volontà comune del Parlamento italiano affinché siano tutelati i consumatori, le imprese e il lavoro italiano ed europeo». Il primo firmatario del provvedimento, il leghista Reguzzoni, aggiunge: «L'etichetta non dirá più dove è stata fatta l'ultima lavorazione, ma dove effettivamente è stato fatto il prodotto. Noi consumatori avremo maggiori informazioni sulla qualitá e sulla sicurezza dei prodotti acquistati. Potremo finalmente avere la possibilitá di selezionare e indirizzare le nostre scelte verso prodotti di qualitá, che rispettino la salute umana e l'ambiente. Dunque anzitutto una legge per tutelare i consumatori, ma che aiuta anche le nostre industrie in un momento di grave crisi. Salveremo un milione di posti di lavoro. L'etichettatura obbligatoria sui prodotti tessili, dell'abbigliamento, dell'arredo casa, delle calzature e della pelletteria non sará più semplicemente un obbligo doganale, ma dirá a chi acquista dove è stato fatto il prodotto». CdS 10

 

 

 

 

Berlusconi a Bonn. Consulta, nuovo scontro con Fini. Napolitano: "Forte preoccupazione"

 

Accuse e battute, show del premier: in Italia comanda partito dei giudici, ma io sono super forte e con le palle. Poi rilancia la riforma costituzionale.

 L'ex An: parole incondivisibili. Ira Idv

 

BONN - È di nuovo scontro politico duro tra i due co-fondatori del Popolo della libertà, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Il presidente del Consiglio, dal congresso del Ppe a Bonn, afferma: «La sovranità in Italia è passata dal Parlamento al partito dei giudici», ma è «una situazione transitoria, stiamo lavorando per cambiare la situazione anche attraverso la riforma della Costituzione». Duro il giudizio sulla Consulta: «11 componenti su 15 appartengono alla sinistra», anche perchè cinque «li nomina il Presidente della Repubblica e abbiamo avuto purtroppo tre Presidenti della Repubblica consecutivi tutti di sinistra. La Corte si è trasformata da organo di garanzia in organo politico e abroga le leggi fatte dal Parlamento».

 

Netta la presa di distanza del presidente della Camera: «È certamente vero che "la sovranità appartiene al popolo", ma il Presidente del Consiglio non può dimenticare che esso "la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art. 1). Ed è altresì incontestabile che gli articoli 134 e 136 indicano chiaramente il ruolo di garanzia esercitato dalla Corte costituzionale. È la ragione per la quale le parole di Silvio Berlusconi, secondo cui la Consulta sarebbe un organo politico, non possono essere condivise; mi auguro che il premier trovi modo di precisare meglio il suo pensiero ai delegati del congresso del Ppe per non ingenerare una pericolosa confusione su quanto accade in Italia e sulle reali intenzioni del Governo».

 

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, respinge però al mittente le richieste di chiarimento sulle sue frasi sulla Consulta che gli sono state fatte da Gianfranco Fini. Rispondendo ai giornalisti, infatti, il premier dice: «Non c’è nessun chiarimento. Non c’è niente da chiarire. Sono stanco delle ipocrisie, tutto qua».

 

A fianco del premier si schiera il leader del Carroccio, Umberto Bossi: Berlusconi «è l’unico che ha le palle ed è l’unico che non sia molto preoccupato dalla giustizia». Per il segretario Pd, Pier Luigi Bersani: «I popolari europei hanno avuto modo di constatare direttamente cos’è il rischio di populismo. Sono convinto che anche loro se ne preoccuperanno, perchè il centrodestra in Europa sa bene cos’è una Costituzione, cosa vuol dire picconare una Costituzione e a quali esiti può portare».

 

Il presidente Udc, Rocco Buttiglione rileva: «Non fa bene all’Italia il trasferire in ambito europeo le vicende della nostra politica e quelle personali del presidente del Consiglio. Conferma l’immagine dell’Italia come un paese di Pulcinella. Preoccupa l’annuncio di voler cambiare la Costituzione per colpire la magistratura. In questo modo il dialogo sulle riforme non va avanti». Secco il giudizio del leader Idv, Antonio Di Pietro: «Il presidente del Consiglio sta stracciando la Carta costituzionale, prima rendendo inutile il ruolo del Parlamento e ora volendo abrogare anche la Corte costituzionale. Se non è dittatura questa, cos’altro deve succedere in Italia per avere il ritorno del fascismo?».

 

Preoccupato anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «In relazione alle espressioni pronunciate dal presidente del Consiglio in una importante sede politica internazionale, di violento attacco contro fondamentali istituzioni di garanzia volute dalla costituzione italiana, il presidente della Repubblica esprime profondo rammarico e preoccupazione». Nel comunicato di Napolitano si precisa che «il capo dello Stato continua a ritenere che, specie per poter affrontare delicati problemi di carattere istituzionale, l’Italia abbia bisogno di quello «spirito di leale collaborazione» e di quell’impegno di condivisione che pochi giorni fa il Senato ha concordemente auspicato». LS 10

 

 

 

 

Clima. Copenaghen, gli emergenti rifiutano il «piano dei ricchi»

 

Tensione dopo che un giornale diffonde la bozza preparata dai danesi. Barroso pessimista: «Non sarà un trattato vincolante»

 

COPENAGHEN — Che alla Conferenza sul clima in corso a Copenaghen sarebbe stata lotta dura si immaginava. Ma l'inizio è stato peggio del previsto. Ieri, all'autorevole responsabile per l'Ambiente del quotidiano britannico Guardian, John Vidal, è stato passato un documento molto riservato, pare preparato come bozza finale dalla presidenza danese: ha fatto infuriare i Paesi in via di sviluppo. In sostanza, se fosse accettato ma ormai è difficile, darebbe ai Paesi ricchi e non all'Onu il controllo della lotta alle emissioni di gas serra. E stabilirebbe, al 2050, diritti d'inquinamento pro-capite per i Paesi industrializzati doppi rispetto a quelli dei Paesi in via di sviluppo. Sarebbe la rottura del paradigma che stava alla base del Protocollo di Kyoto, che cioè i Paesi ricchi, che hanno inquinato di più, devono assumersi la maggiore responsabilità nella lotta ai cambiamenti climatici. Inoltre, il controllo del fondo per aiutare il taglio delle emissioni dei Paesi poveri sarebbe affidato alla Banca mondiale e non alle Nazioni Unite e i denari verrebbero distribuiti solo a chi si impegna su certe politiche di riduzione.

«BOZZA INFORMALE» - Il responsabile del clima per l'Onu, Yvo de Boer, in serata ha fatto sapere che «questo era un paper informale precedente la conferenza distribuito a un numero di persone a scopo di consultazione» e non ha alcun valore formale. Fatto sta che le trattative sono diventate subito calde. Il Gruppo dei 77 (Terzo Mondo) ha detto che il documento mette a rischio la Conferenza stessa. Nonostante le buone volontà e i desideri di salvare il pianeta che tutti spendono con generosità, quella in corso a Copenaghen è infatti una trattativa dura e complicata. Ogni Paese negozia per fare avanzare quelli che ritiene i propri obiettivi: in una cornice di riduzione delle emissioni, ma con enormi interessi nazionali da difendere. L'Europa, per esempio, ha deciso di giocare duro da subito. Ieri il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha abbassato le aspettative e ha ricordato che un trattato vincolante non ci sarà: al massimo un accordo politico. E a questo proposito, ieri è circolata anche la bozza di lavoro approvata dalla Ue, nella quale si chiede tra l'altro di arrivare a un vero e proprio trattato vincolante per tutti possibilmente sei mesi dopo la fine della Conferenza di Copenaghen (se questa andrà bene).

BRACCIO DI FERRO - Ma, più in generale, i negoziatori europei guidati dal ministro dell'Ambiente Andreas Carlgren, hanno fin dall'inizio scelto la linea della durezza. Hanno per ora ritirato dal tavolo delle discussioni la possibilità molto ambiziosa che i Paesi Ue taglino le loro emissioni di gas a effetto serra del 30%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2020. Sono già impegnati formalmente a ridurle del 20% per quella data, ma finora si erano detti disposti a salire ulteriormente a patto che altri Paesi, primi tra tutti Stati Uniti, Cina e India, prendessero essi stessi impegni molto più ambiziosi in fatto di tagli. La Ue dice che ciò finora non è avvenuto in misura sufficiente e quindi non vuole più discutere l'ipotesi del 30%. Almeno fino a quando questa non avrà la possibilità di diventare una carta pesante da giocare per il successo della Conferenza. Inizio con i fuochi d'artificio, insomma. I grandi Paesi e i grandi blocchi continuano a dire di volere mostrare «leadership» nella lotta all'effetto serra. Ma poi hanno interessi da difendere e lobby a cui rispondere. Risultato: ieri il successo finale, entro il 18 dicembre, era un po' meno scontato.  Danilo Taino CdS 9

 

 

 

 

 

Legge Finanziaria 2010: intervento dell’on. Franco Narducci nel dibattito alla Camera dei Deputati

 

Il rapporto annuale del Censis quest’anno è arrivato proprio nel mezzo dell’esame della Finanziaria alla Camera; i dati avrebbero dovuto scuotere le coscienze e portare il governo ad optare per un maggiore dialogo con l’opposizione in vista di scelte adeguate ai tempi per la realizzazione del bene comune. Di fronte allo scenario che emerge anche dal rapporto del Censis, mi sarei aspettato un atteggiamento di collaborazione, di ascolto delle esigenze dei più deboli ed invece si procede, come ormai rischia di diventare prassi in Parlamento, a colpi di maggioranza e di fiducia. Ancora una volta, dopo che li avete spazzati via in Commissione riproponiamo i nostri emendamenti, fedeli al mandato di coloro che ci hanno eletti e che hanno il diritto di percepire il governo del proprio Paese come governo per il bene di tutti e non di una maggioranza.

Mi chiedo se siamo realmente capaci di metterci dalla parte di chi ha più bisogno, se riusciamo qui ad avere una visione prospettica dei problemi o se semplicemente ci apprestiamo a votare; o meglio ci costringete a votare contro una finanziaria dal respiro corto, delle micromisure, che non riesce ad afferrare la posta in gioco del cambiamento, che richiede la piena incarnazione della responsabilità sociale nell’economia e con essa la necessità che l’impresa sappia “creare valore economico facendo bene al sociale e all’ambiente”. Viene minata la tutela dei lavoratori reintroducendo lo staff leasing abolito dal governo Prodi e cancellando la gratuità del processo del lavoro, mentre la crisi colpisce proprio queste fasce più deboli anche con ingiusti licenziamenti. Inoltre si rileva una grave decurtazione al bilancio delle pari opportunità mettendo in crisi il funzionamento stesso del Dipartimento in un momento in cui le donne sono più a rischio di altri per la situazione economico finanziaria, come conferma il già citato rapporto del Censis.

Stessa musica anche per i cittadini italiani residenti all’estero. La Finanziaria non risolve la questione scandalosa degli indebiti pensionistici che abbiamo sottoposto più volte all’attenzione del Governo, perché non possiamo far finta di niente quando si chiede a persone che in molti casi vivono al limite della sopravvivenza la restituzione di alcune centinaia di euro a causa della prassi amministrativa sconclusionata con cui l’INPS eroga le pensioni all’estero, laddove occorrerebbero procedure atte a prevenire la genesi degli indebiti pensionistici stessi.

La finanziaria non si pone alcuni obiettivi fondamentali che si qualificano come elementi abilitanti delle politiche di sviluppo e come veri e propri asset competitivi, che il nostro Paese non può declinare se vuole mantenere il passo imposto dalla globalizzazione. Basti pensare alla inadeguata considerazione per la promozione e lo sviluppo delle attività di ricerca e sviluppo nei settori dell’innovazione e delle nuove tecnologie. Dobbiamo allora assistere con nostra buona pace alla fuga dei nostri giovani ricercatori che se ne vanno, ironia della sorta proprio mentre l’Italia è scossa da continue polemiche sull’immigrazione; giovani che non torneranno più nel Paese che ha offerto loro opportunità prossime allo zero.

Eppure l’Italia potrebbe avere una posizione sicuramente rilevante nell’economia globale se utilizzasse compiutamente la risorsa degli italiani residenti all’estero, troppo a lungo trascurata. Oltre ai tagli alle risorse finanziarie, pesanti e controproducenti, non c’è stato il minimo segnale d’interesse verso le numerose proposte di legge riguardanti riforme fondamentali per promuovere le nostre comunità all’estero nell’ottica di un processo integrato per lo sviluppo di un sistema Paese che non si esaurisce nei limiti dei confini nazionali. C’è una comunità di italiani all’estero che ne ha fatta di strada e occupa posizioni importanti e prestigiose, e c’è una mobilità transnazionale crescente che spinge tanti giovani laureati a cercare altrove ciò che non trovano in Patria: due mondi che meriterebbero spazio nella finanziaria per valorizzare le eccellenze  italiane all’estero sostenendo scambi di esperienze e progetti tra Università italiane e straniere, con il coinvolgimento di professionalità italiane operanti all’estero.

E invece questa manovra, che non punta allo sviluppo, non porterà buoni frutti per le comunità italiane all’estero: il progetto di riorganizzazione della rete diplomatico-consolare anziché risolvere i problemi già esistenti li accentua con la chiusura di una ventina di sedi, e non ci si può consolare con la realizzazione della cosiddetta rete dei servizi consolari a distanza, resa possibile dagli stanziamenti operati dal Governo Prodi, e che può migliorare la qualità dei servizi ma certamente non potrà accorciare le distanze e sostituire la presenza dello Stato. Una presenza fondamentale per le sfide che l’Italia deve affrontare.

La finanziaria, dopo la batosta del 2009, non ha investito un euro in più sulla promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, una scelta riduttiva, quasi liquidatoria,  grave per tante ragioni. Ne vorrei citare almeno due: la scarsa attenzione per la divulgazione della lingua e della cultura italiane nel mondo minaccia gravemente la proiezione dell’Italia all’estero, nonché il legame con le comunità emigrate, fondato sulla lingua quale strumento di aggregazione identitario per i nostri concittadini residenti all’estero e per discendenti italiani; in secondo luogo, le forti radici culturali, come ben evidenzia il documento programmatico approvato dalla recente Conferenza Stato-Regioni-CGIE, “sono una garanzia di solidità ed azione propulsiva per un futuro che vedrà sempre più l’Italia, una grande potenza culturale oltre che economica, al centro della scena politica internazionale, per offrire un contributo di equilibrio, di esperienza, di conoscenze.

Certamente la diffusione della lingua italiana nel mondo non è un solamente questione di stanziamenti o di tecnici esterni strapagati per le loro consulenze, è anche un problema squisitamente politico e spetta ai politici individuare priorità e campi d’azione, e ai politici spetta anche un preciso dovere etico: porsi in ascolto di una diaspora oggi quanto mai necessaria ad un Italia che vuole giocare un ruolo in ambito internazionale. E allora io voglio ringraziare il Consiglio generale degli italiani all’estero e i Comites che nonostante mille difficoltà continuano a portare avanti un sogno e a lavorare con i nostri italiani emigrati, mentre per tanta classe elitaria lavorare con gli italiani all’estero comporta implicitamente un disprezzo per la cultura italiana, succube di una ideologia mai morta che ritiene l’emigrato incapace di tanta sublimità. Tanto che il Governo ha deciso di escluderlo anche dall’abolizione dell’ICI sulla prima casa, mortificando in tal modo l’investimento che decine di migliaia di nostri connazionali emigrati hanno fatto nei loro comuni di origine.

Signor Presidente, concludo dicendo che l’andamento dell’economia mondiale negli ultimi anni ha registrato un trend che si è manifestato in misura differente per i diversi Paesi. Gli indicatori macroeconomici evidenziano che l’Italia ha accusato più degli altri la contingenza anche con riferimento agli impegni derivanti dal Patto di Stabilità. Allora io credo che si debba fare di più per collegare meglio, anche a livello di legge finanziaria, le due Italia. on. Franco Narducci (de.it.press)

 

 

 

 

 

Laura Garavini (PD) in aula sulla Finanziaria. “Vendere i beni confiscati: un colpo durissimo all’antimafia”

 

“Non lasciamo che per tappare buchi di bilancio vengano svenduti decenni di lotta antimafia”. Con un appello ai parlamentari di tutti gli schieramenti, l’on. Laura Garavini (PD) è intervenuta sulla legge Finanziaria, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati. “È preoccupante che il Governo, con il solo obiettivo di fare cassa, abbia deciso di mettere all’asta i beni confiscati distruggendo, così, uno dei principali strumenti della lotta contro la criminalità organizzata”, ha affermato la capogruppo del PD in Commissione chiedendo di stralciare dalla Finanziaria il provvedimento voluto dal Governo.

 

“L’utilizzo sociale dei beni si è rivelato la prova concreta che si può colpire il potere delle mafie e costruire un’altra vita, restituendo alla collettività ciò che il crimine organizzato le ha rapinato, dando speranza e lavoro a giovani onesti in quelle terre che un tempo erano simbolo della violenza e dell’intimidazione”, ha spiegato la Garavini. La destinazione sociale dei beni è stata introdotta nel 1996 con una legge di iniziativa popolare, sostenuta dalla raccolta di oltre un milione di firme.

 

“La vendita dei beni sarebbe un colpo durissimo all’antimafia”, ha avvertito la parlamentare, “perché permetterebbe ai boss di riacquistare, attraverso prestanomi incensurati, le loro proprietà, alla faccia del lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura”. Concludendo, la parlamentare ha lanciato un appello: “non assistiamo alla demolizione della legalità in questo Paese, non regaliamo alle mafie la consapevolezza di avere vinto”. De.it.press

 

 

 

 

 

L’associazionismo in emigrazione

 

L’intervento di Rino Giuliani (Cne) al convegno di Treviso - “La radice associazionistica del Cgie e dei Comites è la migliore garanzia del loro ruolo insostituibile nel sistema delle rappresentanze democratiche degli italiani all’estero”

 

Sabato 5 dicembre si è svolto a Treviso, presso la Casa dei Carraresi, il convegno, promosso da UNAIE, Umanesimo Latino e Fondazione Cassamarca, dal titolo “Italiani nel mondo: Associazionismo, Organismi di rappresentanza e Umanesimo Latino”. Durante l’incontro è intervenuto Rino Giuliani, presidente della Consulta Nazionale dell’Emigrazione (Cne) che ha sviluppato il tema “Associazionismo italiano nel mondo, una risorsa inesauribile? Le sfide e le prospettive”.

Riportiamo qui la sintesi della relazione del presidente della Cne

 

Il tema dell’odierna discussione ha la fortuna di  trovarsi  oggi collocato in un contesto  non teorico ma concreto, dentro un confronto vero nel quale si confrontano posizioni  ed il cui esito  non è scontato. Come sempre l’esito dipenderà dalla correlazione fra le forze che si misurano in campo e non solo dalla maggiore o minore bontà delle argomentazioni. I toni gridati e gli interventi sopra le righe  preannunciano un fine di 2009 nel quale dovremo fare appello a tutta la nostra capacità di tenere la barra dritta e di non farci trascinare in polemiche da cortile.

  Lo esige la posta in gioco e cioè la salvaguardia di una idea di partecipazione democratica , di un modus operandi libero, lontano da scelte elitarie e populistiche, di partitizzazione degli organismi di rappresentanza che sono all’opposto dell’idea di associazionismo diffuso, pluralistico, rinnovato con il quale unire nuove e vecchie generazioni per l’Italia di oggi, quella della madrepatria e quella delle comunità italiane all’estero.

  Ci sono senatori  eletti dall’estero espressione dell’associazionismo che vorrebbero farci scomparire ed altri che ci vorrebbero ridurre a mera testimonianza.

  Dal governo nel suo insieme non possiamo dire  che sia venuto, sin dalle prime dichiarazioni del sottosegretario Mantica il giusto riconoscimento del ruolo delle associazioni o che  ci sia stata una chiara  consapevolezza dell’importante ruolo di promozione sociale  ed umana delle associazioni né che siano  state promosse forme di sostegno finanziario.

  Il sottosegretario con delega per gli italiani all’estero ha più volte  affermato che non crede a questo associazionismo e che il suo pensiero va ad una emigrazione nuova di giovani professionisti ed imprenditori, non meglio definita che si rivolge a paesi nuovi e che , questa sì, sarebbe degna di tutela  e di riconoscimento.

  La domanda che ci facciamo è se oggi un patrimonio esistente  di migliaia di associazioni possa trovare un effettivo, convinto, non strumentale riconoscimento dalle nostre istituzioni , Parlamento, governo ma anche realtà intermedie fondamentali quali i partiti politici che riconoscano  e rispettino il ruolo di rappresentanza sociale delle associazioni e quindi la possibilità delle consulte dell’emigrazione e della Cne di concertare e negoziare per gli italiani all’estero ?

  Quali sono le ragioni alla base della palese incongruenza che emerge dal confronto fra la riaffermazione in via di principio del ruolo presente e futuro delle associazioni ed i contenuti del testo Tofani nel quale sono state unificate le  diverse proposte di legge di modifica di Comites e Cgie presentate in Senato?

  Ed ancora che rapporto c’è fra i documenti in tema d’emigrazione  assunti dal maggior partito di opposizione e quanto viene attivamene sostenuto dal senatore Micheloni? L’attuale  sistema non piace ad alcuni che lo vogliono cambiare con qualcosa di totalmente diverso, qualcosa di diverso da modificare subito senza confronti con nessuno, mettendo insieme riforma del Cgie e riforma dei comites che non necessitano certo di un unico procedimento di revisione.

  Il finto processo riformatore è figlio di una idea di società portata avanti in altri ambiti decisionali secondo la quale la governabilità è più importante della partecipazione alle decisioni ed il ruolo dei leaders deve avere più peso delle forze politiche che li esprimono. A ben vedere ci sono nel paese almeno due linee che si confrontano sull’idea di società e vi sono due linee che si contrappongono sul versante degli italiani all’estero Noi come Cne siamo per  il pluralismo delle associazioni all’estero,  a favore della loro disseminazione in modo estensivo dalle parrocchie italiane ai centri culturali alle scuole ai patronati pensiamo che le stesse debbano poter nascere e vivere in autonomia e nella piena libertà del diritto di associazione. E’ per questo che respingiamo e combattiamo tutte quelle proposte che mirano a ridurne il  numero, a chiudere gli spazi ad imporci il silenzio nei Comites e nel Cgie.

  Noi siamo contrari alla riduzione dei Comites che produrrebbe una frattura fra  rappresentanza di base e territori, con la riduzione della  partecipazione e dell’esercizio dei diritti di cittadinanza.

  Respingiamo l’eliminazione del mondo associativo dal circuito di formazione dei Comites e dall’elezione dei membri del Cgie.

  Il nostro dissenso, dovrebbe essere chiaro, non è sulla opportunità di rivedere l’esistente sulla base di nuove, vere esigenze o di riformare sensatamente quello che l’impegno trentennale di diverse generazioni ci ha consegnato, senza recidere le radici della partecipazione e l’ispirazione di servizio che finora ha animato questi organismi.,

  La radice associazionistica del Cgie e dei Comites è la migliore garanzia del loro ruolo insostituibile nel sistema delle rappresentanze democratiche degli italiani all’estero.

 

  Con la ridefinizione dei ruoli istituzionali delle Regioni l’associazionismo ha potuto  assumere un ruolo di mediazione tra i migranti ed i rispettivi territori, di partenza, arrivo e ritorno, facilitati in questo da normative regionali nuove.

  In questa fase qualcuno errando ha voluto contrapporre le associazioni nazionali a quelle regionali dando ad intendere che queste ultime erano il nuovo che avanzava e le altre erano il passato da far passare. Qualche normativa regionale ha voluto penalizzare le associazioni nazionali. Noi come Cne abbiamo lavorato  e siamo impegnati per l’unità del mondo associativo e non per la sua sterile divisione. Oggi l’esigenza di operare con una unità d’intenti è largamente sentita nel mondo associativo. Molto meno è compresa dal mondo politico.

  Nei rapporti con le Regioni, vanno evitati atteggiamenti di tipo strumentale, vanno arginati, per mantenere un orientamento e un indirizzo capace di generare legami più ampi e profondi di carattere sociale e culturale, oltre che economico e commerciale.

  Dobbiamo conciliare ed integrare un protagonismo a dimensione nazionale con quello a dimensione regionale. Nelle prossime settimane avanzeremo alcune proposte

  La Cne si rende disponibile ad un lavoro comune: La risorsa associazionismo è essenziale soprattutto se aderente alle esigenze del presente.

  Negli ultimi decenni è cambiata la fisionomia dell’emigrazione italiana: a quella tradizionale, nazionale e regionale si sono aggiunte le generazioni nuove,una nuova componente giovanile qualificata anche con le sue forme organizzative.

  Esiste inoltre  il più ampio bacino dei discendenti fonte anch’essi di momenti specifici di aggregazione e di  forte, crescente interesse verso l’italianità.. Le associazioni anche verso di loro , rinnovandosi, sono in grado di  offrire visibilità, di svolgere ruoli di mediazione,  di coprire una diversità di obiettivi: ricreativi, sociali, culturali, professionali, religiosi.

  Occuparci del futuro delle associazioni di emigrazione equivale ad occuparsi del futuro delle nostre collettività. In assenza della funzione aggregativa e organizzativa, di orientamento e confronto assicurata dalle associazioni le nostre collettività ed i singoli soggetti non esisterebbero in quanto tali ci sarebbe solo l’integrazione dei paesi d’accoglienza. L’attività di promozione e mediazione sociale, che storicamente ha svolto e svolge l’associazionismo costituisce la funzione fondamentale per la riproduzione del senso di appartenenza e del legame con l’Italia anche e soprattutto nelle mutate condizioni.

  Le realtà italiana e di origine italiana nel mondo, da tempo hanno avuto una loro autonoma evoluzione sul piano dell’avanzata integrazione nei Paesi di residenza e con l’accresciuto numero di generazioni d’origine, che non hanno un legame diretto con l’Italia, ma con la quale vogliono comunque mantenere moderne forme di collegamento. Anziché farle scomparire occorre  invece  sostenerle con  politiche di intervento plurisettoriali.

  Noi pensiamo che non vadano fatti colpi di mano ma che il riordino di Comites e Cgie vada discusso con tutti gli interessati. Da tempo chiediamo che siano i partiti a fare un passo indietro negli organismi di rappresentanza in modo da rafforzare proprio una più visibile presenza delle associazioni regionali e nazionali.

  Le politiche dei soli tagli verso gli italiani all’estero adottate dal governo, prive di un progetto di riforma e valorizzazione delle nostre comunità, le forzature della “bozza Tofani”  sono la pars destruens. Non le condividiamo . L’associazionismo  può subire colpi ma il suo ruolo, oggi come ieri seguiterà ad essere svolto. Molto dipenderà dalla compattezza con la quale  le associazioni, tutte le associazioni  sapranno insieme  rispondere agli attacchi cui oggi sono fatte oggetto. Rino Giuliani, Presidente della Cne, Consulta Nazionale Emigrazione

 

 

 

 

Dedicato all’integrazione il tradizionale convegno organizzato dal sindacato tedesco IG BCE

 

Giovanni Pollice, direttore del dipartimento lavoratori stranieri del sindacato, chiede più rispetto nei confronti degli immigrati

 

Recklinghausen - Dedicato all’integrazione il convegno dell’IG BCE, sindacato tedesco che rappresenta minatori e lavoratori nel settore energetico e chimico, svoltosi il 5 dicembre a Recklinghausen e organizzato da Giovanni Pollice, direttore del dipartimento lavoratori stranieri della sigla sindacale.

  I 350 delegati venuti da tutta la Germania si sono incontrati per discutere gli sviluppi nelle politiche per l’integrazione e l’immigrazione dopo le elezioni europee e il cambio di governo a livello federale. Molti partecipanti hanno espresso disillusione verso le scelte del governo CDU/FDP, mentre altri auspicano da parte dei cittadini di origine straniera che vivono in Germania, una maggiore disponibilità ad integrarsi. Ma il risultato del referendum in Svizzera e il conseguente divieto di costruire minareti, hanno spostato l’attenzione verso la paura nei confronti dell’Islam.

  Nel servizio dedicato all’evento da Radio Colonia, Agnese Franceschini riporta l’appello di apertura per un maggior rispetto nei confronti degli immigrati formulato da Pollice, che nel suo intervento ha stigmatizzato la discussa operazione “White Chirstmas” annunciata dal sindaco di Coccaglio (Brescia), Franco Claretti. Il presidente della frazione dei deputati socialdemocratici tedeschi al Parlamento europeo, Martin Schulz, ha risposto alle sollecitazioni in proposito garantendo la sua intenzione di voler verificare la legittimità dell’operazione leghista.

  Il dibattito ha dimostrato l’allarme presente tra i delegati sindacali in merito all’assenza di una precisa politica sull’integrazione da parte del governo tedesco in carica, a parte la proposta di far firmare al cittadino straniero un contratto per l’integrazione. Una proposta che “in linea di massima potrebbe andar bene – ha sottolineato Pollice – se viene assicurata una contropartita”.

  Diversi partecipanti al convegno hanno rilevato, infine, come il processo di integrazione debba essere uno sforzo reciproco anziché unilaterale. (Inform)

 

 

 

 

Le Acli Germania del dopo Congresso. Il presidente Macaluso illustra le nuove scelte

 

Nuovi obiettivi e nuove sfide per le Acli, presenti in Germania, da oltre cinquant’anni, per tutelare i diritti dei lavoratori italiani emigrati. A spiegare cosa c’è di nuovo all’orizzonte è il presidente uscente Carmine Macaluso, invitato, qui, a fare il punto su attività, storia e nuovi compiti delle Acli nella Repubblica federale tedesca.

 

Macaluso, lo scorso 24 ottobre, a Francoforte è stato celebrato l’11esimo congresso nazionale in quanti hanno aderito?

Il congresso ha voluto coinvolgere tutte le strutture di base di tutte le regioni acliste in Germania, con una presenza capillare soprattutto in Baviera, Baden Württemberg, Renania, Bassa Sassonia e Assia. Con la presenza numericamente importante anche dei delegati: oltre novanta eletti, con il compito di “abitare il presente e servire il futuro per superare la crisi nello spirito di solidarietà”.

 

Tra i temi centrali del vostro incontro, si è sentita anche la necessità di ribadire quali siano i valori su cui si fonda l’attività delle Acli?

Le Acli in Germania, come nel resto nel mondo, aspirano a essere nella società civile un faro e un riferimento specifico per l’associazionismo cattolico, a strenua difesa dei valori della democrazia e della libertà e della tutela dei diritti dei lavoratori. Noi ci intendiamo come api laboriose della Dottrina sociale della Chiesa.

 

Dai valori ai servizi. Da anni le Acli hanno messo in campo risorse per dare sostegno e aiuto ai lavoratori: in Germania com’è la situazione attuale dei servizi?

Il congresso, ha rappresentato un momento di ampia riflessione anche sullo stato dei servizi delle Acli che, con le sedi di patronato e gli oltre 30 operatori, coordinati da Remigio Ciotti, e l’ente di formazione Enaip, rappresentano un servizio di riferimento per le nostre collettività. Anche se nell’ultimo quadriennio le difficoltà di carattere finanziario ed economico hanno posto questioni rilevanti a cui il congresso ha voluto dare risposte forti, manifestando la volontà che un sistema Acli è imprescindibile da un binomio movimento-servizi.

 

Al congresso si è anche discusso su come ripensare la politica delle Acli?

La proposta all’unanimità dei delegati di eleggere il nuovo Consiglio nazionale, composto da 20 consiglieri più i presidenti regionali e quelli emeriti, ha rappresentato una grande compattezza di squadra. In un momento di particolare riflessione e necessità di ricompattare le fila, l’elezione del nuovo Consiglio ritengo che politicamente abbia superato gli attriti del passato e si proponga come momento proficuo di lavoro per rilanciare il messaggio aclista.

Vogliamo essere presenti alle elezioni Comites e Cgie previste nel 2010, nel rispetto di una tradizione e a garanzia di forme di rappresentanza che le Acli hanno sempre individuato. Spirito di squadra significa che ci deve essere l’equilibrio tra tutte le realtà delle Acli. La partecipazione diretta dei presidenti regionali deve essere in uno spirito di reciproco rispetto e collaborazione.

Importante è anche il recupero con il movimento cattolico dei lavoratori tedeschi (Kab) e delle Missioni. Importante è il richiamo alla moralità della vita pubblica. Viviamo in un momento di forte degrado, le Acli devono essere sentinelle, di sprone per un recupero di valori condivisi, della moralità, sia in Italia che in Germania. E devono proporre un salto in avanti qualitativo della politica.

 

Dopo il congresso nazionale in Assia, il seminario di Berlino ha fatto intravedere nuove sfide per le Acli?

Il seminario di Berlino, organizzato dalle Acli, insieme a Enaip, Eza e Eu, ha avuto due momenti importanti. Nella prima fase ha affrontato il tema della qualità del e nel lavoro. Con un’analisi ad ampio raggio sull’occupazione e la cittadinanza nei tempi della crisi globale. Abbiamo affrontato le trasformazioni nel mondo del lavoro e dell’economia nello sviluppo sociale e nella democrazia. In questo confronto d’idee è stato di aiuto un approfondimento dell’ultima lettera di papa Benedetto XVI – in Caritas Veritate. Il messaggio in favore di un’economia rinnovata nello spirito cristiano è forte. Alfeo Quaranta, CdI

 

 

 

 

 

Sabato 12 dicembre a Francoforte un seminario sulla comunicazione interculturale d’impresa

 

Francoforte - Il Comites di Francoforte sul Meno ha in programma per il 2010 un convegno al quale saranno invitati cittadini italiani o di provenienza italiana che hanno avuto il massimo successo nella società tedesca; tema del convegno: se e come la formazione culturale e la socializzazione di provenienza abbia condizionato il successo, cioè se il “fattore italiano” abbia accelerato o frenato l’ascesa in carriera in Germania.

In preparazione del convegno, il Comites organizzerà il 12 dicembre prossimo a Francoforte, presso l’Hotel Holiday Inn Sachsenhausen, un seminario in materia di comunicazione interculturale d’impresa (interkulturelle Wirtschaftskommunikation). Esperti delle università di Jena e di Como incontreranno alcuni testimoni del fenomeno. Il seminario sarà utile per acquisire le conoscenze in materia e aiuterà a pianificare il convegno del 2010.  

Per partecipare al seminario sono ancora disponibili pochi posti: chi è interessato può rivolgersi alla segreteria del Comites: tel. 06103 699827 - fax 06103 604825 - e-mail comites.frankfurt@t-online.de. (Inform)

 

 

 

Berlino. Venerino Poletti al Convegno internazionale di pneumologia

 

Berlino - Venerino Poletti, direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia Interventistica dell’ospedale di Forlì, parteciperà nei prossimi giorni come moderatore di una sessione al Convegno internazionale che si svolgerà a Berlino dal titolo "Evolving views the diagnosis of lung carcinoma".

Il corso, organizzato dalla Menarini Diagnostics, vedrà la partecipazione di noti esperti di livello internazionale, alcuni dei quali già ospiti all’ospedale di Forlì come Thomas Colby della Mayo Clinic dell’Arizona che partecipò nell’ottobre 2008 a Forlì al 31° Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia Toracica.

Anche Klaus Rabe, relatore al Convegno di Berlino e direttore del Dipartimento di Medicina Interna dell'Ospedale universitario di Leiden (Olanda), era stato ospite nel gennaio 2009 dell'Unità Operativa di Pneumologia Interventistica di Forlì. In tale occasione, l'Associazione Morgagni Malattie Polmonari e l'Associazione italiana pneumologi ospedalieri, col patrocinio dell'Ausl di Forlì, avevano consegnato al professor Klaus Rabe, il primo premio "Morgagni" per Medici e Scienziati che abbiano contribuito in modo significativo allo studio delle correlazioni anatomo-cliniche nella patologia polmonare. Al Convegno di Berlino si tratterà di carcinoma del polmone, delle sue basi patologiche e di biologia molecolare attraverso un approccio diagnostico mini-invasivo. (aise)

 

 

 

Stoccarda. La comunità e le sue iniziative

 

L'Istituto italiano di cultura di Stoccarda propone un nuovo modo di promuovere la cultura italiana. Il motto è: sviluppare meccanismi culturali. La promozione del teatro italiano locale. Come?

Entrare in collaborazione con strutture e istituzioni locali (tedesche) e sviluppare meccanismi culturali che possano durare nel tempo. Quando sono arrivato qui a Stoccarda, la Settimana della lingua italiana nel mondo presentava soltanto uno o due appuntamenti. Io ho tentato di collegare tutti i soggetti che esprimono cultura per celebrare tutte le forme culturali italiane già esistenti in Baden-Württemberg.

Oggi possiamo vantare ben 50 rappresentazioni e iniziative che si ripetono ogni anno. In più, quest'anno di nostra iniziativa abbiamo chiamato e coinvolto i rappresentanti degli Istituti culturali francese e ungherese per realizzare nel giugno scorso l'Eunic, Associazione di enti culturali europei. All'Eunic possono partecipare anche altri paesi quali la Spagna, ma solo come membri onorari in quanto privi di un Istituto culturale di rappresentanza.

Oltre a tutto ciò, in collaborazione con il prof. Maag dell'Università di Stoccarda cerchiamo di introdurre l'Icon. Ho cercato di creare meccanismi culturali in cui si possa cooptare e collaborare con interlocultori culturali tedeschi e non. In questo ambito s'inserisce il progetto teatro. In penso che uno dei compiti dell'Iic è quello di realizzare qualcosa con la comunità italiana locale. Abbiamo individuato una comunità locale che esprime un ottimo livello culturale nelmondo del teatro. Ben sette compagnie operano da alcuni anni nel Baden-Württemberg.

Mi sono reso conto che c'erano delle compagnie molto serie e ho pensato di collegarle nel progetto teatro. Teatralia, Le Maschere, Compagnia Prestandrea sono le prime con cui abbiamo iniziato da quest'anno. L'Iic offre la propria visibilità e publicizza attraverso i suoi canali le manifestazioni e contribuisce a una parte delle spese. Un tentativo di dire ai tedeschi che una parte della nostra comunità locale esprime cultura ad ottimi livelli.

Persone che amano la cultura e che la rappresentano dedicandoci del tempo e mettendo a disposizione le loro abilità. Questo progetto sará istituzionalizzato e lasciato in eredità quando avrò finito il mio mandato.

 

Quali sono i criteri di scelta delle compagnie?

Le compagnie debbono essere serie e qualitativamente apprezzabili. Quelle finora scelte sono conosciute e hanno un loro pubblico, sono compagnie che si impegnano molto soprattutto nello studio dei copioni. Cerchiamo di raggiungere tutto il Baden-Württemberg.

Lo facciamo attraverso le università di eccellenza del territorio. Heidelberg, Tübingen, Freiburg. Scopo è sempre quello di fare da trait d'union tra le due culture, quella italiana e quella tedesca. Noi non vogliamo insegnare, ma rendere un servizio, promuovere la collaborazione, la conoscenza. Mettere in evidenza che la nostra comunità locale è produttrice di iniziative. Volgiamo promuovere l'iniziativa del bottom up.

 

Perché il teatro e non altro?

Il teatro era una realtà già pronta e avviata. Siamo aperti a qualsiasi iniziativa anche di altro genere culturale, purché di qualità e fatta con impegno.

www.iicstoccarda.esteri.it  Barbara Golini, CdI

 

 

 

 

Amburgo. Dedicato al viaggio l’ultimo numero della rivista “Ciao!”

 

Fuga dei cervelli ma anche storie di immigrazione in Italia nella rivista bilingue edita ad Amburgo

 

Amburgo – Dedicato al tema della migrazione e del viaggio il secondo numero della rivista bilingue (in italiano e tedesco) “Ciao!”, rivolta agli amanti dell’Italia e pubblicata ad Amburgo.

Si intitola infatti “Terra Promessa” questa seconda uscita e comprende uno speciale, firmato dal direttore Paolo Ferrone, sulla questione che da tempo infiamma anche il dibattito in Italia: se l’Italia sia o meno un Paese capace di valorizzare e dare una possibilità ai giovani. Una questione riaperta di recente anche per via di una lettera del direttore generale dell’Università Luiss Pier Luigi Celli in cui egli rivolge al figlio l’invito a lasciare l’Italia, specie per il poco spazio che qui viene dato al merito.

Ma si parla anche di immigrazione in Italia dalle terre colpite dal terrorismo e dalla guerra, come nella storia di Zaher, ragazzo in fuga dall’Afghanistan o dell’incrocio etnico rappresentato dall’orchestra di Piazza Vittorio, a Roma, su cui ha incentrato un documentario Agostino Ferrente, in un interessante rassegna dei recenti film che il nostro Paese ha dedicato all’immigrazione.

La rivista può essere scaricata gratuitamente dal link: ciao-magazin.de. (Inform)

 

 

 

 

Ristrutturazione consolare. In aula le mozioni di Micheloni (PD) e Pedica (IdV)

 

Roma - Nel tardo pomeriggio di mercoledì sono state illustrate in Senato le mozioni sulla ristrutturazione consolare presentate dai senatori Claudio Micheloni (Pd) e Stefano Pedica (Idv). Alla seduta di oggi il governo era rappresentato dal sottosegretario agli esteri, Alfredo Mantica. La posposizione dell’ordine del giorno, con l’anticipo della trattazione delle mozioni sui cristiani perseguitati nel mondo, ha di fatto ridotto il tempo per la discussione delle due mozioni che quindi sono state verranno dibattute nella seduta del 10 dicembre.

Senatore del Pd eletto in Europa, Micheloni è il primo firmatario di una mozione bipartisan, firmata da altri 24 senatori di quasi tutti gli schieramenti, in cui si chiede un maggior coinvolgimento del Parlamento nelle decisioni che riguardano la rete consolare.

"Ci aspettiamo – ha detto Micheloni presentando il testo ai colleghi – un’apertura del Governo a un dialogo che vada oltre la disponibilità a venire in Commissione a spiegare decisioni già prese". Il senatore ha quindi osservato che "il nostro Ministero degli Esteri ha una missione in più rispetto ai Ministeri degli altri Paesi: come questi ultimi ha il compito di promuovere il proprio Paese nel mondo", con ciò che ne consegue in termini di "proiezione economica e politica"; ma in più, la Farnesina "deve fornire servizi a più di 4 milioni di italiani che risiedono e lavorano fuori dai confini. Servizi – ha precisato Micheloni – che gli italiani all’estero ripagano largamente".

Dopo aver ricordato che "da 7 Paesi europei gli ex emigrati ora pensionati rientrati in Italia fanno arrivare 3 miliardi e 300 milioni di euro, pari ad uno scudo fiscale solo che questi sono soldi puliti", il senatore del Pd ha di nuovo sottolineato "l’esigenza di avere servizi".

"Non è possibile – ha proseguito - che il Mae si autoriformi senza criteri oggettivi. La stessa diplomazia in loco è in difficoltà a spiegare il perché di questo piano che non ha riscontri economici, ma che sembra rispondere più ad interessi interni all’amministrazione che e non ai bisogni della collettività".

"Non voglio credere, così come si dice che si chiuderebbe un Consolato a Saarbrucken per mantenere un’agenzia a Norimberga per via dell’appartenenza politica del presidente del Comites locale e non per la consistenza della collettività italiana. Non credo neanche che dovremmo discuterne", ha detto Micheloni richiamando invece la "razionalità" di interventi condivisi, portando ad esempio il caso di Berna.

Dunque, ha argomentato, serve un "confronto tra Governo e Parlamento" per rimodulare questo piano di razionalizzazione, perché "servono più servizi agli italiani all’estero e meno diplomazia; più uffici che distribuiscono servizi tipo le agenzie consolari o un nuovo modello ancora da inventare; più personale assunto in loco. Serve – ha aggiunto – che in ambito Ue vengano sviluppati accordi con le amministrazioni locali per ottimizzare le opportunità che il consolato digitale fa intravedere. E serve una riflessione politica su come e se coinvolgere i patronati".

Il piano presentato a giugno da Mantica non ha provocato reazioni solo nelle collettività, ma anche presso le autorità locali, "visto che – ha ricordato Micheloni - gli uffici consolari, anche se piccoli, sempre l’Italia rappresentano".

Dunque, ciò che si chiede al Governo è "di fermare per alcuni mesi le chiusure, prendere tempo per verificare il funzionamento dello Sifc (consolato digitale), dialogare con il Parlamento per progettare insieme la presenza di una rete in grado di fornire servizi. I diritti dell’Amministrazione sono sacrosanti ma gli interessi particolari non possono prevalere su quelli generali". Il senatore ha quindi consegnato a Mantica le mille firme giuntegli da Mannheim contro la chiusura della sede, ha ricordato la "pacifica manifestazione" di sabato a Coria e l’altrettanto "pacifica occupazione" di oggi.

"Chiedo al Governo di accogliere mozione così com’è", ha quindi detto il senatore. "Questa è la seconda volta che l’Aula discute una mozione sugli italiani all’estero e, al di là degli esiti, ringrazio i colleghi, ma non posso fare a meno di esprimere il mio disappunto sul nostro funzionamento interno: i tempi di discussione tempi delle mozioni sono stati contingentati senza motivo. Giusto ieri il presidente Pisanu ha definito questo Senato come "il Senato più sottoccupato della storia della repubblica". Considerando poi che i nostri lavori sono seguiti anche attraverso il satellite e la webtv, seguire l’odg così come stabilito è una questione di rispetto".

Il senatore di Pedica ha presentato la sua mozione precisando che il suo partito ha deciso di presentarne una "autonoma" perché in quella di Micheloni ci si riferisce al Cgie come alla "massima istanza di rappresentanza" degli italiani all’estero da coinvolgere, quando invece, a suo dire, "il Cgie non serve più, così come sostengo nel mio disegno di legge". Detto questo, però, tra le due mozioni "c’è grande aderenza" così come "concordi sono gli impegni chiesti al Governo".

Per Pedica non si può parlare di ristrutturare la rete consolare prescindendo da tutto il sistema di rappresentanza, "ampiamente penalizzato dalle ultime due Finanziarie". Manovre, ha ricordato, che hanno "ridotto la dotazione di personale per i Consolati la cui attività risente di molti ritardi". Tagli anche al sistema culturale, "che invece è il nostro biglietto da visita oltre che "volano" per la promozione del turismo. Anche per questo serve una rete consolare che funziona", visto poi che "anche agli IIC sono state tagliate risorse", così come sono "state indebolite le scuole italiane all’estero".

In questo quadro, per Pedica "procedere alla riduzione dei Consolati potrebbe essere un suicidio per l’Italia, un ritorno all’autarchia che appare anacronistico" soprattutto in piena globalizzazione, in un mondo "in cui l’emigrazione cresce e le relazioni estere hanno bisogno di supporto istituzionale".

Italia dei Valori conviene con il Governo sulla esigenza di "adeguare i consolati alle sfide del futuro ma anche alle esigenze economiche, ma proprio per questo – ha precisato Pedica – non si può chiudere e basta: questa è soppressione non razionalizzazione". La ricetta-Idv prevede "più strutture locali" anche più "leggere" che sappiano rispondere anche ai bisogni dei nuovi italiani all’estero, "che spesso emigrano per un tempo determinato".

"Ecco perché – ha ribadito – con il mio ddl privilegio i Comites rispetto al Cgie: i primi sono sul territorio ed eletti, il secondo è centralizzato, si riunisce solo 2 volte l’anno ed è lontano dai bisogni degli italiani all’estero".

Tornando alla rete, per Pedica "accentrare le competenze su pochi consolati sarebbe un duro colpo per i più di 4 milioni di italiani all’estero, di cui 2.169.000 residenti in Europa. E proprio all’interno dell’Ue, procedere con 13 chiusure su 18 non mi sembra una strategia vincente né razionale per il nostro paese". Dopo essersi detto "scettico sull’informatizzazione che supplisce alle strutture", per Pedica "la fiducia sul Sifc è troppo ottimistica. Ci vorranno anni perché sia a regime".

Nella mozione si propongono dunque lo snellimento organici, delle procedure e delle strutture, ma sempre con un occhio "agli interessi strategici dell’Italia", per esempio in Africa, dove per il senatore di Idv l’Italia deve "aumentare la propria presenza sia per la cooperazione decentrata, ma anche per controbilanciare gli investimenti cinesi".

"Idv – ha concluso Pedica – vuole impegnare il governo ad affrontare una riforma che consenta ad ogni italiano all’estero di sentirsi orgoglioso e partecipe di una nazione che sa perseguire il bene di tutti, ovunque essi risiedano".

La discussione e la votazione delle mozioni, come accennato, sono state rinviate a giovedì. (m.c.\aise)

 

 

 

 

Il Senato approva le nozioni sugli Uffici consolari all’estero

 

ROMA - Nella seduta antimeridiana del  10 dicembre il Senato della Repubblica ha ripreso l'esame delle mozioni sugli uffici consolari all'estero, che  erano state illustrate nella seduta del giorno prededente dai senatori  Micheloni (Pd) e Pedica (Idv). Le mozioni sono state accolte, con alcune modifiche, dal Governo e approvate dall'Assemblea.

  Nella discussione generale sono intervenuti i senatori Pegorer (Pd), Giai (Maie), Pedica (Idv) e Bertuzzi (Pd) Quindi ha preso la parola il sottosegretario agli Esteri Mantica.

  Il piano di razionalizzazione degli uffici consolari - ha detto Mantica (v. testo integrale dell’intervento in questo numero di Inform). - è un atto formalmente e meramente amministrativo, ma il Governo, consapevole della sua rilevanza politica, ribadisce la propria disponibilità ad approfondire il confronto parlamentare nelle Commissioni competenti.

  Occorre comunque avere consapevolezza che solo strumentalmente si può ridurre il piano ad una mera riduzione di sedi e di spese. La proposta di chiudere alcune sedi non dipende, infatti, da scelte di bilancio e i risparmi conseguiti saranno reinvestiti nella sperimentazione delle tecnologie necessarie ad implementare i servizi consolari a distanza.

  Entro l'anno prossimo, dovranno essere assunte decisioni organizzative che tengano conto delle mutate esigenze dei connazionali all'estero e della funzione propria della rete consolare, che non ha solo compiti di assistenza ai cittadini, ma anche e soprattutto di rappresentanza e di promozione dell'immagine dell'Italia nel mondo. In tale contesto, occorrerà meglio coordinare il rilevante ruolo assunto dalle Regioni, con le loro sedi di rappresentanza all'estero. Il progetto di razionalizzazione, peraltro, prevede anche l'apertura di sedi diplomatiche in relazione, ad esempio, al nuovo ruolo assunto dal Ministro degli esteri europeo, e tiene conto dell'introduzione di novità tecnologiche come il passaporto digitale, dell'home banking per coloro che utilizzeranno i servizi consolari a distanza, di procedure informatiche estremamente semplici per lo svolgimento di pratiche burocratiche direttamente da casa. Nel condividere lo spirito delle due mozioni, Mantica ha concluso chiedendone la riformulazione in alcune parti.

  Per quanto riguarda la mozione del senatore Pedica, il Governo chiede la seguente riformulazione: «impegna il Governo: ad approfondire il progetto di riordino della rete degli uffici all'estero non tralasciando l'altrettanto necessaria rivisitazione dei compiti e delle funzioni delle numerose istituzioni che oggi rappresentano ed operano in favore dei cittadini italiani all'estero; a ripensare al progetto di riordino delle istituzioni sopracitate tenendo presente: a) l'importanza strategica di taluni uffici di rappresentanza dell'Italia all'estero; b) l'imprescindibile ruolo delle nuove tecnologie nel processo di ammodernamento delle procedure amministrative; c) il necessario e costruttivo confronto con il Parlamento».

  Circa la mozione presentata dal senatore Micheloni, il Governo suggerisce la seguente ristesura: «impegna il Governo a mantenere una costante consultazione con il Parlamento attraverso la sede competente delle Commissioni Esteri».

  In sostanza, si impegna il Governo a mantenere una costante consultazione del Parlamento attraverso la sede competente delle Commissioni esteri per contribuire all'analisi delle iniziative di razionalizzazione degli uffici diplomatici e consolari e ad avviare quanto prima un confronto con le Commissioni parlamentari competenti per una valutazione strategica del ruolo della rete degli uffici all'estero.

  Prima del voto hanno preso nuovamente la parola i senatori Pedica e Micheloni, che hanno accolto le proposte di modifica delle mozioni avanzate dal rappresentante del Governo. I senatori Cagnin  e Bettamio hanno annunciato il voto favorevole dei gruppi, rispettivamente, Lega Nord Padania e Popolo della Libertà. Lo stesso ha fatto il sen. Randazzo per il Partito democratico, non senza aver prima espresso rammarico per la scarsa presenza in aula di senatori della maggioranza. Per quest’ultimo motivo i senatori Perduca e Livi Bacci del Pd hanno rinunciato a partecipare alle votazioni che si sono concluse - ripetiamo - con l’approvazione delle due mozioni (Inform)

 

 

 

 

Toscana. Parte la sperimentazione del progetto "Migra-net", a sostegno degli imprenditori stranieri

 

Firenze - Una rete di sportelli ed un sito internet per aiutare gli extracomunitari a fare impresa in Toscana.

Parte la sperimentazione di "Migra-net", progetto Regione – Cna Toscana presentato il 4 dicembre a Firenze: il progetto opera attraverso il sito www.migranet.it ed una rete di 45 sportelli Cna nelle province di Arezzo, Firenze, Pistoia e Prato.

"Migra-net" è un punto centrale nella rete toscana degli operatori e dei servizi rivolti alla popolazione immigrata che vuole avviare un’attività in proprio.

L'obiettivo è favorire l’integrazione sociale dei cittadini stranieri attraverso la creazione d’impresa nel rispetto delle regole e normative e la collaborazione e partnership tra imprese italiane e straniere.

"Uno dei punti contenuti nella legge regionale sull'immigrazione – ha detto l'assessore alle politiche sociali Gianni Salvadori - prevede espressamente la creazione di strumenti come Migra-net, che si propongono di assistere gli stranieri regolari che hanno intenzione di avviare un'attività in proprio. La Toscana, secondo l'ultimo rapporto Caritas Migrantes, è una delle 6 regioni italiane dove si concentra circa l'80% delle imprese condotte da stranieri. Malgrado il momento di crisi queste persone continuano a stabilirsi in Toscana e ad avviare progetti imprenditoriali. Ennesima conferma – conclude - che queste persone hanno sempre più voglia di inserirsi nel nostro tessuto sociale e produttivo, di uscire dai margini delle nostre comunità. Migra-net rappresenta un altro passo sul cammino dell'inclusione e della partecipazione dei migranti".

"In Toscana, e in particolare nella province di Arezzo, Firenze, Pistoia e Prato, - spiega il direttore Cna Toscana, Armando Prunecchi - Cna ha una rete di sportelli denominata "Cna World", espressamente dedicati alla consulenza e alla tutela dei cittadini stranieri che intendono avviare e/o consolidare un’attività economica autonoma. L’esperienza maturata da Cna World ha formato operatori che, con grande professionalità, sono oggi in prima linea per facilitare e promuovere processi di integrazione di cittadini stranieri attraverso il lavoro autonomo. Le quattro province selezionate per la sperimentazione del progetto Migra-net rappresentano l’eccellenza di queste professionalità e sono in grado di garantire una presenza diffusa e capillare sul territorio, attraverso 45 uffici Cna: 15 ad Arezzo, 18 a Firenze, 5 a Pistoia, 7 a Prato".

"Migra-net" è anche un sito internet interattivo che con l’assistenza di personale specializzato CNA assicura al cittadino straniero e agli operatori degli sportelli informativi un accesso capillare e diffuso alle novità e alla consulenza in materia di immigrazione e di creazione d’impresa socialmente responsabile e al femminile. Il progetto si basa su un principio di "Open-source delle conoscenze": Cna Toscana ha infatti realizzato una apposita piattaforma informatica con livelli di accesso differenziati per gli operatori accreditati ed i cittadini stranieri.

Il portale www.migranet.it è uno strumento di promozione della integrazione sociale attraverso la creazione d’impresa e, contemporaneamente, un repertorio di informazioni utili per la creazione d’impresa straniera, al femminile e socialmente responsabile, un punto di riferimento per cittadini ed operatori, una raccolta di esperienze, servizi ed informazioni. (f.t.\aise) 

 

 

 

A Macerata presentati programma triennale e piano annuale per i marchigiani all’estero

 

  MACERATA – In occasione della quinta edizione della Giornata delle Marche Macerata ha  ospitato il Consiglio dei marchigiani all'estero, la VI Conferenza regionale dell’emigrazione e la II Conferenza dei giovani marchigiani nel mondo.

  L’8 dicembre, nell’Auditorium S. Paolo è stato presentato ufficialmente il Programma triennale degli interventi regionali a favore degli emigrati marchigiani per gli anni 2010/2012 e il Piano annuale dell'emigrazione 2010.

  Alla presenza del presidente del Consiglio regionale Raffaele Bucciarelli, del presidente della Provincia di Macerata Franco Capponi, del presidente e del vice presidente del Consiglio dei Marchigiani nel Mondo, rispettivamente Emilio Berionni e Franco Nicoletti, il dirigente del Servizio regionale Internazionalizzazione Raimondo Orsetti ha illustrato le linee guida del Programma che si pongono in continuità con il precedente e che poggeranno ancora una volta sull'associazionismo.

  “L'associazionismo - hanno rimarcato Berionni e Orsetti – è il grande patrimonio socio-culturale del mondo degli italiani all'estero e quindi di ogni singola Regione. Le associazioni rivestono un'importanza di rilievo sia per la loro capacità di aggregazione e di unione tra le comunità marchigiane sparse nei vari Paesi e la Regione, sia per la loro capacità di farsi portavoce delle istanze delle comunità di riferimento verso di noi e verso i Paesi ospiti. Costituiscono una grande opportunità per lo sviluppo locale e transnazionale, sia in rapporto all'Italia che ai Paesi esteri dal punto di vista culturale, sociale ed economico”.

  Le azioni saranno rivolte alla promozione permanente per estendere la base associativa. Un'attenzione particolare sarà data ai giovani e alla ricerca di strumenti e iniziative volti a sviluppare la loro partecipazione. Si punterà su un'ulteriore semplificazione delle procedure nei rapporti amministrativi e contabili con le associazioni, nella ricerca e sperimentazione di nuove formule di aggregazione, nello sviluppo di più adeguati strumenti di comunicazione virtuale, nella costituzione di una banca dati dell'emigrazione marchigiana.

  “Altro elemento fondamentale - ha spiegato Orsetti - sarà la diffusione della lingua italiana, vero elemento cardine della nostra identità, non solo nei confronti dei giovani, come è successo finora, ma anche verso chi e` meno giovane. Inoltre, si proseguirà con la raccolta documentale finalizzata all'avvio di un Museo dell'Emigrazione marchigiana che potrebbe sorgere proprio in territorio maceratese”.

  Con le Amministrazioni provinciali i principali assi di cooperazione saranno rivolti alla conoscenza e alla memoria dell'emigrazione, agli scambi giovanili, promuovendo ulteriori gemellaggi ed ampliando le attività degli educational tour. Con i Comuni si confermano gli interventi rivolti al sostegno sociale, al rientro definitivo degli emigrati e dei loro discendenti, al rientro temporaneo di anziani che dalla loro emigrazione non hanno più fatto ritorno nelle Marche e agli scambi giovanili con i Comuni gemellati in aree di forte emigrazione marchigiana. Un Protocollo definirà il processo di condivisione annuale degli interventi e le modalità organizzative per la sua attuazione. (Inform)

 

 

 

 

Minareti, che alimenta il populismo

 

Con un referendum il popolo svizzero si è pronunciato contro la costruzione di nuovi minareti sul suo territorio. Questa decisione può legittimamente suscitare degli interrogativi. Il referendum impone di rispondere alla domanda con un «sì» o un «no». Si può rispondere con un «sì» o un «no» a una domanda così complicata, che tocca questioni tanto profonde? Sono convinto che dando una risposta così netta a un problema che deve poter essere risolto caso per caso, nel rispetto delle convinzioni e delle credenze di ciascuno, non si possano che creare malintesi dolorosi.

 

Ma come non rimanere stupefatti dalla reazione che questa decisione ha suscitato in certi ambiti mediatici e politici del nostro Paese? Reazioni eccessive, a volte caricaturali, nei confronti del popolo svizzero la cui democrazia, più antica della nostra, ha le sue regole e le sue tradizioni, che sono quelle di una democrazia diretta in cui il popolo ha l’abitudine di prendere la parola e decidere in prima persona.

 

Dietro la violenza di queste prese di posizione si nasconde in realtà una diffidenza viscerale verso tutto ciò che viene dal popolo. Il riferimento al popolo è già, per alcuni, l’inizio del populismo. Ma è proprio diventando sordi alle grida del popolo, indifferenti alle sue difficoltà, ai suoi sentimenti, alle sue aspirazioni, che si nutre il populismo. Questo disprezzo del popolo, perché è una forma di disprezzo, finisce sempre male. Come stupirsi del successo degli estremisti, quando non si tiene conto della sofferenza degli elettori?

 

Quello che è appena accaduto mi ricorda come fu accolto il «no» alla Costituzione europea nel 2005. Mi ricordo di parole a volte dure pronunciate contro la maggioranza dei francesi che aveva scelto di dire no. Opporre la Francia del «sì» a quella del «no» significava aprire una frattura, che non avrebbe mai permesso alla Francia di riprendere il suo posto in Europa. Per riconciliare la Francia del «sì» e quella del «no» bisognava prima di tutto capire cosa avevano voluto esprimere i francesi. Bisognava ammettere che questa maggioranza non si era sbagliata ma che aveva, come la maggioranza degli irlandesi o degli olandesi, espresso quello che sentiva e detto «no» coscientemente a un’Europa che non voleva più, perché dava l’idea di essere sempre più indifferente alle aspirazioni dei popoli.

 

Non potendo cambiare i popoli, bisognava cambiare l’Europa. La Francia del «no» ha iniziato a riconciliarsi con quella del «sì» a partire dal momento in cui invece di giudicarla ha cercato di capirla. È allora che, superando le divisioni, la Francia ha potuto mettersi a capo del movimento per cambiare l’Europa. Dunque, invece di insultare gli svizzeri perché la loro risposta non ci piace, sarebbe meglio interrogarci su quello che rivela. Perché in Svizzera, Paese con una lunga tradizione di apertura, ospitalità, tolleranza, c’è stato un rigetto così forte? E cosa risponderebbe il popolo francese alla stessa domanda?

 

Invece di condannare senza appello il popolo svizzero, cerchiamo di capire cosa ha voluto esprimere e che cosa provano molti popoli europei, compreso quello francese. Niente sarebbe peggio della negazione. Niente sarebbe peggio del non guardare in faccia la realtà dei sentimenti, delle preoccupazioni, delle aspirazioni di tanti europei. Capiamo bene innanzitutto che quel che accade non ha nulla a che fare con la libertà di culto o di coscienza. Nessuno, nemmeno la Svizzera, si sogna di rimettere in discussione queste libertà fondamentali.

 

Gli europei sono accoglienti, sono tolleranti, è nella loro natura e nella loro cultura. Ma non vogliono che la loro vita, il loro modo di pensare e le loro relazioni sociali vengano snaturati. E il sentimento di perdere la propria identità può essere causa di profonda sofferenza. La mondializzazione contribuisce a ravvivare questo sentimento.

 

La globalizzazione rende l’identità problematica, perché tutto in lei contribuisce a smembrarla, ma nello stesso tempo ne acuisce il bisogno: perché più il mondo è aperto, più la circolazione delle idee delle persone dei capitali delle merci è intensa, più c’è bisogno di un’ancora, di un punto di riferimento, di sentire che non si è soli al mondo. A questo bisogno di appartenenza si può rispondere con la tribù o con la nazione, frantumando la società in comunità etniche o con l’unità della Repubblica. L’identità nazionale è l’antidoto al tribalismo e al comunitarismo. È per questo che ho sperato in un ampio dibattito sull’identità nazionale. Bisogna parlare tutti insieme di questa sorda minaccia che tante persone nelle nostre vecchie nazioni europee sentono pesare sulla loro identità, perché a forza di essere rinnegato questo sentimento non finisca per generare un terribile rancore.

 

Gli svizzeri come i francesi sanno che il cambiamento è necessario. La loro lunga storia ha insegnato loro che per restare se stessi bisogna accettare di cambiare. Come le generazioni che li hanno preceduti, sanno che aprirsi agli altri è un arricchimento. Nessun’altra civiltà europea ha tanto praticato il meticciato delle culture, che è il contrario del comunitarismo. Il meticciato è la volontà di vivere insieme, il comunitarismo è la scelta di vivere separati. Ma il meticciato non è la negazione delle identità, è la comprensione e il rispetto per tutti. Da parte di chi accoglie è il riconoscere cosa l’altro può portare. Da parte di chi arriva è il rispetto di cosa c’era prima di lui. Da parte di chi accoglie è, ancora, l’offerta di condividere la propria eredità, la propria storia, la propria civiltà e arte di vivere. Da parte di chi arriva è la volontà di inserirsi senza violenza ma naturalmente in questa società che si contribuirà a trasformare, in questa storia che si contribuirà a scrivere. La chiave di questo mutuo arricchimento che è il meticciato delle idee dei pensieri delle culture è un’assimilazione riuscita.

 

Rispettare chi arriva è anche permettere loro di pregare in luoghi di culto decenti. Non si rispettano le persone quando le si obbliga a pregare in un hangar. Accettando una situazione del genere non rispettiamo neanche i nostri valori. Ancora una volta, laicità non è il rifiuto della religione, ma il rispetto di tutte le religioni. È un principio di neutralità, non di indifferenza. Quando ero ministro dell’Interno ho creato il Consiglio francese del culto musulmano perché la religione musulmana fosse messa su un piede di uguaglianza delle altre grandi religioni.

 

Rispettare chi si accoglie è sforzarsi di non urtarli, di non choccarli, di rispettarne i valori, le convinzioni, le leggi, le tradizioni e farle, almeno in parte, proprie. È fare propria l’uguaglianza tra uomo e donna, la laicità, la separazione di potere temporale e spirituale.

 

Io mi rivolgo ai miei compatrioti musulmani per dire loro che farò di tutto perché si sentano cittadini come gli altri, abbiano gli stessi diritti degli altri a vivere la propria fede, a praticare la loro religione con la stessa libertà e dignità degli altri. Combatterò qualsiasi forma di discriminazione. Ma voglio anche dire loro che nel nostro Paese, dove la civiltà cristiana ha lasciato una traccia tanto profonda, dove i valori della Repubblica sono parte integrante della nostra identità nazionale, tutto quello che può sembrare una sfida a questa eredità e a questi valori condannerebbe alla sconfitta la creazione così necessaria di un Islam francese che si inserisca senza violenza nel nostro patto sociale e civico.

 

Cristiano, ebreo, musulmano, uomo di fede, qualunque sia la sua fede, credente, qualsiasi siano le sue convinzioni, ognuno deve saper evitare ogni ostentazione e provocazione e, cosciente della fortuna di vivere in una terra libera, deve praticare il suo culto con l’umile discrezione che testimonia non la debolezza delle sue convinzioni ma il rispetto fraterno che prova per chi non pensa come lui e con cui vuole vivere.  NICOLAS SARKOZY  LM LS 9

 

 

 

Clima, primi attriti. Bozza d'accordo favorisce solo i paesi ricchi

 

I negoziatori impegnati nel vertice sul clima di Copenaghen stanno cercando di riportare la calma dopo che i paesi in via di sviluppo hanno espresso la propria rabbia per una bozza di accordo, trapelata martedì sera, secondo cui verrebbero favoriti i paesi ricchi emarginando quelli più in difficoltà.

 

La bozza "informale", redatta dalla presidenza danese del vertice, stabilirebbe, al 2050, diritti di emissione pro-capite doppi per i paesi industrializzati rispetto a quelli in via di sviluppo. la gestione della lotta ai cambiamenti climatici, inoltre, passerebbe dalle mani dell'Onu ad un gruppo di paesi ricchi non ancora stabiliti. un vero e proprio cambio di direzione rispetto a quanto detto finora nelle trattative, che prevedevano che i paesi sviluppati, avendo inquinato di più, avrebbero dovuto offrire un maggiore impegno.

 

«Dobbiamo mantenere la rotta, abbiamo bisogno di un risultato giuridicamente vincolante dal contenuto forte che salvaguardi il pianeta e protegga le persone più vulnerabili», ha affermato Dessima Williams, che rappresenta l'associazione dei piccoli stati insulari (aosis) gravemente minacciati dal cambiamento climatico. «questo è il nostro ordine del giorno, il nostro mandato, tutto il resto è distrazione», ha sottolineato. un funzionario europeo, che ha chiesto di restare anonimo, ha affermato: «ha provocato turbamento (la bozza "segreta" emersa ieri), ma ci auguriamo che il polverone si stia abbassando e possiamo così metterci al lavoro».

 

La conferenza, che vedrà il suo culmine il 18 dicembre con più di 110 leader mondiali al tavolo dei negoziati, è arrivata oggi al terzo giorno dei lavori. Iil testo preliminare ha scatenato non solo la furia delle nazioni più povere, ma anche dei gruppi ambientalisti e degli attivisti che accusano i grandi di svolgere colloqui privati a favore delle economie più avanzate.

 

Il testo è una violazione grave «che minaccia il successo di Copenaghen», ha dichiarato Lumumba Stanislas Dia Ping, rappresentante sudanese che guida il gruppo dei 77. Dia Ping, però, ha sottolineato che le nazioni più povere non boicotteranno le trattative. «I membri del g77, non lasceranno le trattative. non possiamo permetterci un fallimento a Copenaghen», ha spiegato ai giornalisti. «Ma non firmeremo un accordo ingiusto. Non possiamo accettare un accordo che condanna l'80 per cento del mondo ad ulteriori sofferenze ed ingiustizie», ha affermato. Yvo De Boer, alto responsabile dell'Onu sulle questioni del riscaldamento climatico, e la Danimarca hanno cercato di gettare acqua sul fuoco spiegando che il testo - a quanto pare mostrato solo ad alcune nazioni - era informale e semplicemente mirato a sondare l'opinione delle parti. L’U 9

 

 

 

 

Clima. I Paesi in via di sviluppo. "Kyoto non negoziabile"

 

Posizione comune di Cina, India, Sudafrica, Brasile e Sudan. Alle nazioni industrializzate si chiede un nuovo impegno alla riduzione delle emissioni dei gas serra del 40% da qui al 2020

 

COPENAGHEN - Accordo tra i grandi Paesi in via di sviluppo che in un documento - pubblicato oggi dal sito internet di Le Monde - riaffermano la propria fedeltà al protocollo di Kyoto, che resta "lo strumento legale" con cui si chiede ai Paesi industrializzati la riduzione del 40% delle emissioni dei gas serra da qui al 2020 rispetto al 1990.

 

La posizione comune è stata messa a punto dopo un incontro tra i negoziatori di Cina, India, Sudafrica, Brasile e Sudan, Stato che presiede quest'anno il G77 (raggruppamento dei Paesi in via di sviluppo). Il documento è stato presentato come risposta alla bozza di accordo preparata dalla presidenza danese della Conferenza Onu di Copenaghen, giudicato "inaccettabile" dai Paesi più poveri, e consiste essenzialmente in una richiesta di estensione e di rafforzamento del Protocollo di Kyoto, che altrimenti è destinato a esaurire i suoi effetti entro il 2012.

 

Il testo, che si pone come obiettivo primario quello di limitare l'aumento della temperatura media del pianeta nei prossimi anni a due gradi, richiede un secondo periodo d'impegno alla riduzione delle emissioni dei Paesi industrializzati tra il 2013 e il 2020, un impegno corrispondente agli obblighi già assunti nella prima fase (2008-2012) moltiplicati però per otto.

 

Si richiede inoltre espressamente "ai Paesi industrializzati che non hanno sottoscritto il Protocollo" (e quindi in particolare agli Stati Uniti) di assumere i medesimi impegni, sottoscrivendo il trattato. Il Protocollo di Kyoto, stipulato nel dicembre 1997, prevedeva una riduzione mondiale delle emissioni inquinanti di almeno il 5 per cento nel 2012 in rapporto al 1990.

 

Dunque, moltiplicando quest'obiettivo per otto, il risultato è una riduzione del 40 per cento in rapporto al 1990. E quindi ci si colloca nel punto più alto della 'forchetta' suggerita dagli scienziati per limitare l'aumento della temperatura del pianeta a due gradi.

 

La bozza messa a punto dai Paesi in via di sviluppo prevede anche una forma di aiuto finanziario ai Paesi poveri, attraverso l'istituzione di un 'Fondo globale del clima', che dovrebbe essere amministrato dall'Onu, escludendo invece il ricorso alla Banca Mondiale, suggerito dagli Stati Uniti. Di conseguenza l'attuale 'Fondo per l'ambiente mondiale', una struttura già esistente da oltre dieci anni, dovrebbe diventare "il braccio operativo del 'Fondo globale'". LR 10

 

 

 

 

Nobel Pace, Obama: ''Il male esiste. Per fermare Hitler la guerra è stata necessaria''

 

Il presidente americano ha ricevuto il Premio a Oslo: la violenza non può essere debellata e a volte gli ''strumenti di guerra hanno un ruolo nel preservare la pace''. Poi elogia le operazioni di peacekeeping e cita l'Italia: ''L'America non può farcela da sola in Afghanistan come in Somalia''. Michelle ancora in giallo

         

Oslo - "Non bisogna farsi illusioni, il male esiste nel mondo, un movimento non violento non avrebbe fermato gli eserciti di Hitler, al Qaeda non può essere convinta dai negoziati a deporre le armi". Così Barack Obama (nella foto), nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per la Pace.

Spiegando che come capo di stato che ha giurato ''di proteggere e difendere la mia nazione" ed è costretto a combattere, il presidente americano ha affermato che a volte gli "strumenti di guerra hanno un ruolo nel preservare la pace".

"Dire che la forza è a volte necessaria non è cinismo ma è il riconoscimento della storia, delle imperfezioni dell'uomo e dei limiti della ragione", ha aggiunto il leader della Casa Bianca sottolineando che per quanto una guerra possa essere "necessaria, sarà sempre una tragedia. Non può essere gloriosa e non deve essere sbandierata".

"Non sono venuto qui a portarvi una soluzione per la guerra", ha scandito Obama, riconoscendo sin dall'apertura del discorso le critiche che ha ricevuto il comitato per aver premiato "il comandante il capo di un nazione impegnata in due guerre".

"Nessuna guerra santa può mai essere una guerra giusta", ha poi rimarcato il neo Premio Nobel per la Pace, facendo riferimento al modo in cui "la religione viene usata per giustificare l'uccisione di innocenti da parte di coloro che hanno distorto la grande religione dell'Islam e che hanno attaccato il mio paese dall'Afghanistan. Questi estremisti non sono i primi ad uccidere in nome di Dio: le crudeltà dei Crociati sono ampiamente documentate. Ma ci ricordano che nessuna guerra santa può mai essere una guerra giusta".

Dal palco di Oslo Obama, dopo aver ripetuto che molti altri "uomini e donne imprigionati, maltrattati" per il loro impegno per la giustizia nel mondo avrebbero meritato il premio prima di lui, non ha paura di mettere in luce "una dura verità" con cui fare i conti: la violenza non può essere debellata ed a volte le nazioni devono fare ricorso alla forza.

"Sono il comandante in capo di una nazione nel mezzo di due guerre, una che si sta concludendo ed un'altra che non abbiamo cercato che che conduciamo con altre 42 nazioni", ha detto presidente Usa parlando delle guerre in Iraq ed Afghanistan.

"Per quanti errori possiamo aver fatto, l'America ha garantito per sei decenni la sicurezza globale con il sangue dei suoi militari" ha detto Obama, ricordando l'idealismo che spinge ad agire "perché cerchiamo un futuro migliore per i nostri figli e nipoti e crediamo che lo potremo avere se anche i figli ed i nipoti degli altri Paesi l'avranno".

In questo senso, Obama ha lodato l'impegno di peacekeeping sia in seno all'Onu che alla Nato, definendo l'operato dell'Alleanza Atlantica "indispensabile". "Onoriamo chi ritorna da operazioni di peacekeeping ed addestramento all'estero ad Oslo ed a Roma, ad Ottawa e Sydney, a Dhaka e Kigali: li onoriamo non come portatori di guerra ma di pace".

"Io capisco perché la guerra è impopolare - ha detto - ma so anche che la pace richiede responsabilità e sacrificio. E' per questo che la Nato continua ad essere indispensabile. Ed è per questo che dobbiamo rafforzare le operazioni di peacekeeping dell'Onu e regionali e non lasciare il compito solo ad alcune nazioni".

Perché, ha sottolineato ancora il presidente degli Stati Uniti, in un mondo in cui le "minacce sono sempre più sparse le missioni sono più complesse, l'America non può agire da sola. Questo è vero in Afghanistan'', ha notato Obama, ed è "vero in stati collassati come la Somalia dove il terrorismo e la pirateria si uniscono alla fame ed alla sofferenza umana".

A dare inizio alla cerimonia gli squilli delle trombe. Sorridente e rilassato il presidente americano è entrato nella sala, tra gli applausi del pubblico. Ad accompagnarlo la moglie Michelle in un abito giallo dorato, colore prediletto che in questi mesi ha sempre scelto di indossare nei momenti più importanti dall'inaugurazione in poi.

Dopo la coppia presidenziale, sono entrati i Reali di Norvegia, re Harald V e la regina Sonja. C'era grande attesa per il suo discorso, uno dei più difficili della sua carriera, che giunge proprio a pochi giorni dalla decisione di inviare altri 30.000 soldati in Afghanistan.

Barack Obama "costruisce coalizioni invece che fare nemici", ha rimarcato Thorbjorn Jagland, presidente del Comitato Norvegese del Nobel, lodando l'opera e la visione del presidente americano prima di consegnargli - tra lunghissimi applausi - il premio Nobel per la Pace e la tradizionale medaglia.

Molti, ha ricordato Jagland, sono stati insigniti dello stesso riconoscimento per il loro coraggio, Martin Luther King per "il suo sogno". "Il mondo sosterrà l'impegno americano contro l'estremismo'', ha continuato Jagland, rilevando come Obama abbia "presentato solide proposte per la lotta contro il cambiamento climatico" e come con lui "la diplomazia multilaterale abbia riconquistato una posizione centrale".

Adnkronos 10

 

 

 

 

Obama: "Il mio Nobel da comandante. La guerra necessaria per la pace"

 

Il presidente ritira a Oslo il premio per la pace, sondaggi negativi - Un discorso di forte impatto: "Il male esiste, la forza va usata con regole certe" - Ai giornalisti: "So che altri avrebbero meritato questo onore più di me. Il mio obiettivo: stabilità e sicurezza globali durature" - E scherza su Michelle: "Sa che quel che scrive sul libro degli ospiti andrà ai posteri, avrà evitato di fare ironia"

 

OSLO - "Il male esiste, la promozione dei diritti umani non può essere solo un'esortazione. La dura verità è che non sradicheremo i conflitti violenti nel corso della nostra vita. Ci saranno momenti in cui le nazioni, da sole o di concerto, troveranno l'uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato". Barack Obama riceve con queste parole il premio Nobel per la pace a Oslo e non aggira la questione che ha accompagnato, tra le polemiche, la decisione dell'Accademia di assegnare a lui, giovane presidente da neanche un anno con la responsabilità di ben due guerre, un'onoreficenza andata in passato a leader non violenti del calibro di Mandela o ad associazioni che sul campo si sono battute per anni per la pace. "So che altri avrebbero meritato questo premio più di me", aveva del resto esordito con i giornalisti poche ore prima del discorso.

 

Ma Obama il premio lo accetta e spiega perché. Parla da "comandante in capo" di un paese impegnato in due guerre, l'Iraq e l'Afghanistan, e da oggi come campione dei valori di pace nel mondo. Un apparente conflitto che il presidente affronta in modo diretto e articolato.

 

Cita la seconda guerra mondiale - "difficile immaginare una guerra più giusta" in cui però "il numero totale dei civili che sono morti ha superato il numero delle vittime tra i soldati" - e gli sforzi compiuti nel mondo per impedire che un terzo, distruttivo (per le armi nucleari) conflitto mondiale scoppiasse. Ma le guerre sono continuate, sono divenute intestine e a carattere etnico, prosegue Obama. Che ammette: "Non ho con me la soluzione ai problemi della guerra", ma invoca per sé e per la comunità internazionale "capacità di visione, duro lavoro e persistenza come quella degli uomini e donne che agirono decenni fa. E dovremo pensare in modo diverso alle nozioni di guerra giusta e pace giusta". Innanzi tutto dando a questa guerra "inevitabile" una cornice di regole definite e condivise.

 

 

Cita un altro premio Nobel per la pace, americano e nero, Martin Luther King, il cui volto tappezza le strade di Oslo affiancato al suo: "La violenza non crea mai pace duratura. E io sono la testimonianza vivente della forza morale della non violenza. Non c'è nulla di ingenuo o passivo nel credo e nelle vite di King e Gandhi". Eppure, precisa il presidente-comandante, "non posso essere guidato solo dai loro esempi. Vedo il mondo per quello che è e non posso rimanere fermo di fronte alle minacce verso il popolo americano. Il male esiste nel mondo. Un movimento non violento non avrebbe fermato Hitler. I negoziati non possono convincere i leader di Al Qaeda a deporre le armi. Dire che la forza a volte è necessaria non è un incitamento al cinismo - è il riconoscimento della storia. Dell'imperfezione dell'uomo e dei limiti della ragione".

 

Ma difendendo il diritto alla difesa dei valori comuni anche con l'uso della forza, Obama non cade nella trappola di essere associato alle controverse dottrine del suo predecessore George W. Bush. "Tutti i paesi, forti o deboli, devono aderire a standard precisi che governano l'uso della forza. E l'America non può chiedere agli altri di seguire le regole se non le seguiamo noi stessi. Altrimenti le nostre azioni risulteranno arbitrarie e in futuro non più giustificabili".

 

Obama impegna la sua America a diventare "faro" negli standard di queste operazioni: "E' quello che ci distingue da coloro a cui facciamo la guerra, la fonte della nostra forza. Per questo ho proibito la tortura e chiesto la chiusura del carcere di Guantanamo", dice tra gli applausi. E declina in tutt'altro tono la retorica bellica di Bush post-11 settembre: "La guerra non è mai gloriosa".

 

Barack Obama firma il discorso di accettazione del Nobel per la pace a Oslo

Ma la pace, dice il presidente, è messa in pericolo anche in assenza di conflitti. La difesa dei diritti e della dignità degli esseri umani è un altro cardine dell'azione promessa da Obama, che rende omaggio in più fasi del discorso alla resistenza civile in paesi come la Birmania, lo Zimbabwe o l'Iran. Anche se non rinuncia a ricordare che anche le trattative più serrate, accompagnate da minacce e sanzioni, devono "lasciare una porta aperta" per essere effettive. E infine, pace e giustizia sociale come cammini paralleli e imprescindibili, ricorda il presidente venuto dall'Africa: "L'assenza della speranza può erodere una società dall'interno", ammonisce e di nuovo ricorda il reverendo King: "Rifiuto di accettare la disperazione come risposta finale alle ambiguità della storia".

 

Poche ore prima di pronunciare il discorso, Obama ne aveva firmato il copyright in doppia copia, una per sé e una per l'Accademia del Nobel che avrà diritto a riprodurre il messaggio. Poi ha firmato il libro dei Nobel per la pace, aggiungendo di suo pugno un messaggio personale. "Ho scritto grazie", ha scherzato poi con i giornalisti. Poi ha aggiunto: "Con Michelle guardando quei nomi abbiamo commentato che quando Martin Luther King ricevette questo onore vi fu un effetto galvanizzante nel mondo e la sua statura negli Stati Uniti aumentò al punto che gli consentì di essere più efficace nel suo operato". E infine ha scherzato su quel che Michelle avrebbe scritto sul libro degli ospiti: "Sa che le sue parole andranno ai posteri. Avrà evitato di fare dell'ironia", riferendosi forse al fatto che neanche lei pensa che lui abbia meritato il premio. LR 10

 

 

 

 

 

 

Per Obama un nobel alla salute

 

*La consegna del Nobel per la Pace al presidente Obama, impegnato in una riforma sanitaria che possa garantire pari accesso alle cure a tutti i suoi concittadini, è un’occasione per riflettere sul tema del diritto alla salute nel mondo. Il Nobel è un riconoscimento politico. Il suo valore nel tempo dipende da come, chi lo ha ricevuto, accetti di indossarlo. Si può uscire dal grande salone di Oslo col passo di chi si sente ammesso nel «salotto buono» di una leadership morale globale. Oppure si può decidere di investire la notorietà e la forza che da esso deriva per orientare i riflettori su un tema privilegiato della propria missione politica e sociale.

 

Nel 1999 Medici Senza Frontiere utilizzò visibilità e contributo economico del Nobel per la Pace per lanciare la «Campagna per l’accesso ai farmaci essenziali», concentrando gli sforzi su uno dei fattori, il più misurabile in termini economici e medici, che condizionano l’accesso alle cure: i farmaci. Non è mai stata una campagna contro qualcuno, ma quando su questa strada qualche meccanismo - organismi e regolamentazioni internazionali, interessi economici delle case farmaceutiche, politiche dei Paesi più sviluppati - si frapponeva come ostacolo, MSF non ha esitato a evidenziarlo e a proporre un’alternativa. Faceva uno strano effetto pochi giorni fa, durante il convegno a Milano «Diritto alla Salute. Modelli organizzativi e accesso alle cure», ascoltare alcuni di quegli stessi attori (rappresentanti di organismi internazionali, accademie, case farmaceutiche) mentre illustravano il loro contributo alla causa del diritto fondamentale alla salute sostenendo argomenti che anni prima avevano combattuto. In particolare, l’adattamento ai diversi contesti socio-economici delle linee guida terapeutiche e dei protocolli di trattamento, la differenziazione dei prezzi delle prestazioni mediche e delle medicine, la critica ai programmi di ristrutturazione della spesa sanitaria nei Paesi in via di sviluppo.

 

Quando nei Paesi più ricchi venivano conseguiti considerevoli progressi in tutti i settori della salute, nei nostri terreni di intervento nel Sud del mondo, invece, si faticava a rispondere efficacemente alle epidemie. La produzione di certi farmaci era abbandonata perché non veniva ritenuta redditizia, come nel caso della malattia del sonno. Altri prodotti avevano perduto il loro potere terapeutico a causa delle resistenze sviluppate dai parassiti, fu il caso della malaria. Per la tubercolosi, protocolli di cura troppo vincolanti hanno favorito la comparsa di forme di resistenza della malattia. Ricerca e sviluppo per individuare nuovi trattamenti sono inadeguati su tutti questi fronti. Il ricordo del «nostro» Nobel fregia il logo di MSF, e la campagna che ne ha beneficiato è più attuale che mai. Perché molte barriere sono ancora da superare per giungere a un reale accesso alle cure per tutta la popolazione mondiale. E’ ancora aperto il capitolo dei nuovi antibiotici e degli antivirali contro l’Aids, finanziariamente inaccessibili per le popolazioni più colpite. Sei milioni di persone sieropositive non sono ancora in terapia antiretrovirale e sono a rischio la possibilità di accesso ai farmaci di seconda linea e le formulazioni pediatriche.

 

Chissà che il Nobel a Obama possa porre l’attenzione sul diritto alla salute, non solo per i suoi concittadini, ma anche per quei milioni di persone per cui tale diritto è ancora un miraggio. Ciò non sarebbe lontano dalla nostra battaglia decennale per l’accesso universale alle cure mediche. Perché il diritto a essere curati non resti un diritto negato per i più vulnerabili. Ovunque.

GIANFRANCO DE MAIO, Responsabile medico di Medici Senza Frontiere Italia LS 10

 

 

 

 

 

La Commissione UR. «La situazione del debito greco è grave»

 

Parla il ministro degli Esteri della Svezia, Paese che ha la presidenza di turno dell'Unione europea

 

MILANO - La situazione del debito in Grecia è «molto grave». Lo ha affermato il ministro degli Esteri svedese Cecilia Malmstrom. La Svezia è il Paese che ha la presidenza di turno dell'Ue. «È una situazione difficile, che richiede tempo, coraggio politico e riforme», ha indicato il ministro svedese, sottolineando che i greci «sanno quello che devono fare, ma sono in difficoltà». «Noi siamo una famiglia e cerchiamo di sostenerci gli uni con gli altri», ha osservato Malmstrom, confermando che la crisi greca non è ufficialmente all'ordine del giorno dei lavori del consiglio Ue, che si apre nel pomeriggio, ma che i leader europei ne parleranno informalmente.

MERKEL - Il futuro della Grecia interessa tutta l'Europa e se ne discuterà nelle prossime ore al vertice dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea ha successivamente confermato il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, durante una conferenza stampa a Bonn, spiegando che «Ciò che accade a uno Stato membro dell'Ue riguarda anche tutti gli altri perché abbiamo una moneta unica, il che vuol dire una responsabilità comune». «Sono certa - ha aggiunto la Merkel - che discuteremo della Grecia nel nostro prossimo incontro. Ho parlato del Patto di stabilità e di crescita nel mio intervento e questo costituirà la base che utilizzeremo per parlare della crisi».

COMMISSIONE - Sulla questione greca è intervenuta anche la Commissione Ue che ha spiegato che indicherà entro i primi di febbraio la nuova scadenza entro la quale la Grecia dovrà risanare propri conti, riportando il livello di deficit proprio entro i parametri del Patto Ue di stabilità e di crescita. Lo ha ribadito Amelia Torres, portavoce del commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia. Torres ha ricordato come Almunia abbia già assicurato come la Commissione Ue stia vigilando da vicino la situazione greca, in stretto contatto con il presidente dell'Eurogruppo, e sia pronta ad assistere la Grecia secondo ciò che prevede il trattato della Ue. «Di recente - ha quindi spiegato la Torres - abbiamo dato la nostra valutazione sulle finanze pubbliche greche e sulle azioni intraprese dal governo di Atene, sottoponendole al consiglio Ecofin che le ha approvate». «Ora - ha ricordato la portavoce - entro due mesi dovremo mettere a punto delle nuove raccomandazioni per la Grecia, raccomandazioni che indicheranno per la Grecia una nuova deadline».

DEBITO - Poco dopo il vice ministro delle Finanze Philippos Sahinidis spiegava che il debito pubblico della Grecia ha raggiunto l’ammontare complessivo di «300 miliardi di euro», il livello «più rilevante della storia della Grecia moderna».

PROBLEMA ECONOMICO - Intanto Ewald Nowotny, Governatore della Banca nazionale austriaca ha dichiarato che gli «alti» livelli di deficit raggiunti da Paesi come Grecia, Irlanda e Spagna «sono motivo di preoccupazione per la Bce» che «sta seguendo con molta attenzione l'andamento delle finanze pubbliche» nei Paesi membri in un contesto di generale peggioramento per effetto della crisi finanziaria e della recessione. Nowotny ha aggiunto che «Non è compito della Bce contribuire a disinnescare questo tipo di situazioni. Non fa parte del nostro mandato. L'adesione all'Eurozona non deve essere considerata come una soluzione a problemi strutturazioni nazionali. Ogni singolo Paese membro deve continuare a fare i propri "compiti a casa"». Nowotny ha poi spiegato che nessuno degli Stati a rischio deficit «sarà salvato» dalla Bce. CdS 10

 

 

 

 

Deficit e crisi globale. La lezione greca per l’Italia e l’Europa

 

QUEL che in questi giorni sta avvenendo alla Grecia non riguarda solo Atene. Tocca noi per primi, come italiani, smentendo i pessimisti a oltranza. Ma investe soprattutto l’intera Europa, richiamandola a decisioni che finora non ha assunto. Il fallimento di Lehman ricordò improvvisamente a tutti che non c’è stabilità senza solvibilità dei debiti privati. La crisi greca ammonisce che non c’è crescita senza solvibilità dei debiti pubblici. In un mondo che vede quest’anno i debiti pubblici di moltissimi Paesi avanzati schizzare verso l’alto a doppia cifra, ricorda a governi e autorità monetarie che non c’è uscita dalla crisi dell’economia reale, della produzione e dell’occupazione, senza una seria disciplina dei bilanci pubblici.

In due giorni, la Borsa greca è scesa del 10%. L’abbassamento del rating del debito pubblico della Grecia a BBB+ da parte di Fitch con outloook ulteriormente negativo, e l’annuncio da parte di Standard&Poor’s di un’analoga possibilità, ha spinto il premio al rischio pagato dal mercato sul titolo decennale pubblico di Atene, rispetto al Bund tedesco, in sole 48 ore da meno di 200 a oltre 250 punti base. Coi dimostranti per strada, il governo greco dovrebbe assumere misure straordinarie, visto che il deficit pubblico quest’anno si avvia a sfiorare il 13% del Pil, con un debito pubblico che toccherebbe il 135%, e un deficit 2010 che la Commissione europea stima di altri 12 punti aggiuntivi. Se Atene non taglia il deficit pubblico di 5 o 6 punti con misure eccezionali, il rischio a breve è di ulteriori declassamenti del debito pubblico, da parte delle agenzie di rating. Se si scende sotto il cosiddetto investment grade, la soglia del BBB-, la Bce attualmente non potrebbe più accettare i titoli del debito pubblico ellenico come collaterale per le operazioni di rifinanziamento alle banche dell’euroarea. Cosa che preoccupa moltissimo le grandi banche tedesche e francesi, che grazie al quasi 7% di interessi pagati dai rischiosi titoli greci ne avevano in portafoglio per quasi 200 miliardi (rispetto ai 6 delle prudenti banche italiane). In altre parole, in quel caso la Grecia entrerebbe in una condizione prefallimentare. Sarebbe come smentire che l’appartenenza all’euro costituisca di per sé un ombrello collettivo di sicurezza antifallimento.

La prima lezione da questa vicenda è che l’Italia ne trae motivo di conforto. Mentre in tanti chiedevano ancora più deficit pubblico per uscire dalla crisi, in Italia si è fatto bene a stare col freno tirato. Insieme alla Grecia, a schizzare pericolosamente verso l’alto in questi giorni sono i premi al rischio sui debiti pubblici di Irlanda e Spagna, che quest’anno chiudono i bilanci con un deficit aggiuntivo del 15 e del 10% del proprio Pil. L’Italia si è tenuta fuori dalla zona rischio, grazie al suo deficit contenuto in soli 2 punti di Pil aggiuntivi per la crisi, al 3% che rispettiamo per Maastricht. Ed è bene che lo ricordino, i parlamentari dell’opposizione e della maggioranza che ancora in queste ore protestano sulla finanziaria, perché vorrebbero spendere di più in deficit.

Diverso è il discorso che riguarda l’intera Europa. Per impedire che la crisi greca rischi l’implosione dell’unione monetaria europea, occorre seriamente riesaminare la linea sin qui seguita. È la linea fortemente voluta sin dall’inizio dalla Germania, per la quale la moneta era unica, ma senza per questo pensare a strumenti condivisi per arginare la crisi. Ognuno avrebbe dovuto fare da sé, continuando a rispondere del proprio debito pubblico. Per un anno, ha significato che i Paesi più indebitati ma responsabili, come l’Italia, hanno potuto spendere assai meno degli altri. Dunque la loro ripresa dipende più dal successo dei programmi pubblici di sostegno degli altri partner, perché se riparte il consumo da loro, noi esporteremo di più. Ma esistono Paesi indebitati ma meno responsabili, come la Grecia. E una loro crisi sarebbe un colpo all’euro che si ripercuoterebbe su tutti i membri.

Per evitarlo, occorrono procedure di sostegno e salvataggio comuni che oggi mancano affidate non solo alla Bce ma anche al Consiglio europeo e ai maggiori partner comunitari, a cominciare dai tedeschi che continuano a nicchiare. Occorre cioè un sia pur minimo ma vero bilancio europeo comune, cioè un governo condiviso. In assenza del quale, come avevano predetto Milton Friedman e Martin Feldstein 15 anni fa, la prima vera grande crisi avrebbe dimostrato che l’euro comune senza politica condivisa era una scommessa molto rischiosa. Che l’Italia non sia oggi la fonte della crisi in atto, non deve solo rallegrare. Ci mette in condizione di esercitare, insieme ad altri, proprio quel ruolo propulsivo senza il quale la crisi, come si vede, riserva ancora altre sorprese negative. OSCAR GIANNINO IM 10

 

 

 

 

Bando ai catastrofismi. Ambientalismo del fare, l’urgenza di decidere

 

IL TEMPO si è fatto breve. Viviamo in un’economia globalizzata e attraversata, per di più, dai postumi pesanti e duraturi di una malattia grave e contagiosa qual è la crisi finanziaria di questi anni. Ciò che conta, oggi più che mai, è la capacità di decidere e di fare. È stato il mio rovello per una vita. In questa stagione segnata da una grande confusione, non solo di idee ma anche di numeri e comportamenti, credo sia giusto sottolineare la priorità strategica e irrisolta di questo Paese, e non solo, che si chiama ambientalismo del fare: l’urgenza, cioè, di decidere e di realizzare infrastrutture materiali e immateriali, di recuperare il ritardo accumulato con gli errori del passato e di evitare polemiche sterili e demagogie paralizzanti.

Mi spiego: piuttosto che terrorizzare il mondo con toni catastrofisti, è bene acquisire la consapevolezza del problema climatico e, per questo, fare proprio in profondità il credo dell’ambientalismo del fare. I cittadini devono essere coinvolti nel prendere coscienza della rilevanza del problema ma nei limiti della sua forte rilevanza e non di presunte drammatizzazioni o ineluttabilità che hanno il solo effetto di autolimitarci o, peggio ancora, di bloccarci.

Proprio il contrario di quello che serve, e cioè decidere e fare le cose necessarie. Agire con investimenti in tecnologia ed energia. Rompere vecchi tabù come quelli del nucleare ma, soprattutto, come i tanti, troppi incroci interdittivi centrali e locali in cui questo Paese smarrisce la sua capacità realizzativa. Non esiste altra via per mettere insieme le giuste esigenze di un ambiente sano e pulito con quelle, altrettanto fondamentali particolarmente in questo momento, di un’economia che deve poter tornare a crescere stabilmente e ad assicurare reddito e occupazione in modo continuativo.

L’Italia decide è un’associazione bipartisan ideata e presieduta da Luciano Violante che raccoglie cervelli e competenze prestigiose dello Stato e di ogni schieramento politico. Ha scelto questo nome e si è costituita nel mio studio al Senato. Non è un caso che il suo primo rapporto 2009 è stato dedicato al tema infrastrutture e territorio. Passa attraverso questo snodo, e non altri, la via italiana per affrontare davvero la questione ecologica e competitiva del Paese. Se penso a ciò che a accadde a uno scienziato, ormai scomparso, del valore di Felice Ippolito che si ritrovò in carcere agli inizi degli anni Sessanta solo perché si voleva stroncare con il suo arresto la nascente industria nucleare italiana, ipotesi puntualmente verificatasi, un brivido mi percorre la schiena. L’Italia, nel suo piccolo, e il mondo, nel suo grande, hanno bisogno di azioni, non di allarmismi. Il tempo si è fatto breve, ci ammonisce San Paolo, per passare dalle parole ai fatti. CARLO AZEGLIO CIAMPI Im 9

 

 

 

 

Bce alla prova

 

La Grecia ha un disavanzo pubblico insostenibile al punto da mettere in dubbio la capacità del suo governo di procedere con regolarità a pagare gli interessi e rimborsare i titoli di Stato. La causa è una spesa pubblica fuori controllo e un gettito delle imposte diminuito dalla crisi economica. La crisi spiega anche in parte l’aumento eccessivo e improduttivo della spesa pubblica con cui si è cercato di attutire l’impatto della congiuntura sui redditi e l’occupazione. La credibilità del Paese sui mercati internazionali è poi ridotta dalle ripetute scorrettezze statistiche con cui è stata rappresentata la sua situazione macroeconomica.

 

Il problema ha radici lontane e una dimensione tale che non si può ripararlo d’un colpo. Servono anni di disciplina di bilancio e riforme strutturali. Se la Bce cominciasse a far risalire i tassi di interesse l’aggiustamento sarà ancor più difficile perché l’onere del debito greco aumenterà. D’altra parte, se il governo fosse in grado di fare un piano di riforme e di ripresa di controllo del bilancio graduale ma credibile, il miglioramento delle aspettative faciliterebbe subito le cose perché i mercati darebbero alla Grecia, a tassi meno punitivi, il credito necessario a superare il periodo di riordino.

 

La dimensione dell’economia greca, meno di un quinto dell’Italia, rende il suo problema gestibile nell’ambito dell’Ue. Ci sono però due difficoltà che, oltre a complicare la questione greca, la rendono più dannosa per l’area dell’euro nel suo insieme.

 

La prima è che, per ragioni e in misure solo in parte diverse, la situazione della finanza pubblica è difficile anche altrove nell’Ue, all’interno e appena fuori dall’area dell’euro. E’ inutile fare tanti esempi quando è ben noto che la crisi globale ha accresciuto l’indebitamento pubblico anche nei Paesi tradizionalmente più disciplinati e avendo sott’occhio il caso italiano dove, nonostante gli sforzi per contenere il disavanzo, il debito pubblico è, in rapporto al Pil, dell’ordine di grandezza di quello greco e, in assoluto, molto più grande e diffuso nel mondo.

 

Il punto cruciale è che nessun Paese europeo può «stampare» euro, cioè creare la moneta che, pur minacciando l’inflazione nel medio periodo, aiuterebbe subito a onorare il debito. Lo può fare solo la Bce che è indipendente dai governi ed è tenuta a regolare la quantità di moneta in modo da garantire la stabilità dei prezzi. Il fatto che molti governi abbiano contemporaneamente seri problemi di indebitamento mette però a dura prova l’indipendenza della Bce, soprattutto se le case di rating, che hanno già cominciato a declassare la Grecia, diffondono paure riconoscendo ufficialmente la minor qualità dei titoli di Stato di altri Paesi. La pressione a creare euro per aiutare la Grecia, e non solo la Grecia, diventa più forte e rende meno credibile la capacità della Bce di regolare la liquidità e i tassi di interesse in modo da non svalutare il potere d’acquisto interno dell’euro e il suo cambio con le altre valute. Le banche europee hanno già ricevuto dalla Bce finanziamenti abbondanti a tassi bassissimi che facilitano il loro acquisto di titoli governativi. La stessa Bce ha accettato come garanzia dei suoi finanziamenti titoli gradualmente più rischiosi. Se smarrissimo la disciplina monetaria su scala europea, aumenterebbe anche la fragilità delle banche e delle Borse e i primi a subire danni gravi sarebbero proprio i Paesi più deboli come la Grecia.

 

Meglio dunque mantenere la fiducia nell’indipendenza e nella capacità della Bce e sperare che i governi indebitati non vengano aiutati creando moneta la quale, fra l’altro, attenua il loro incentivo a correggere la finanza pubblica in modi più opportuni. Ma i modi opportuni sono le riforme strutturali necessarie per contrarre durevolmente i disavanzi. Riforme politicamente costose che, per un certo periodo, richiedono sacrifici senza risparmiare i gruppi sociali meno forti e fortunati. In Europa si è voluto finora difendere gelosamente l’autonomia dei governi nazionali nel decidere le politiche di bilancio. Ecco la seconda difficoltà, per la Grecia ma anche per noi: tagliare i disavanzi con misure decise a livello nazionale rende l’operazione più ardua. Più difficile da decidere in modo tempestivo e credibile, da coordinare e da sopportare.

 

Quando fu creato l’euro, togliendo il controllo della moneta ai singoli governi, si comprese che si sarebbero potute creare queste situazioni di debiti pubblici difficili da sopportare. E’ per questo che fu inventato il Patto di Stabilità: per aiutarsi vicendevolmente a controllare la quantità e la qualità dei disavanzi ma anche come primo passo verso un governo più condiviso e accentrato delle finanze pubbliche. Purtroppo il Patto ha avuto un’interpretazione limitativa e sembra aver perso credibilità e capacità di incidere sulla qualità delle politiche di bilancio dei Paesi europei. Eppure è nel funzionamento del Patto che anche la Grecia deve sperare: è all’interno di un risveglio orgoglioso del Patto che la Commissione e il Consiglio europei possono e debbono aiutare la Grecia a formulare, realizzare, garantire il progetto di aggiustamento che le serve.  FRANCO BRUNI LS 10

 

 

 

 

La principessa e il rospo da baciare

 

TRA domenica e lunedì scorso nel circuito mediatico è accaduto un fatto strano: i principali giornali stranieri, televisivi e stampati, hanno dato notevole rilievo alla deposizione del pentito mafioso Spatuzza che chiamava in correità Berlusconi e Dell'Utri; i principali giornali e "talk show" televisivi italiani titolavano la cronaca di quell'argomento ma avevano come obiettivo politico Pier Luigi Bersani, accusato di irresolutezza e d'incapacità a risolvere i tanti guai che affliggono il nostro paese. Sembrava si fossero dati un vero e proprio appuntamento Giuliano Ferrara sul "Foglio", Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della Sera", Luca Ricolfi sulla "Stampa", per non parlare che dei maggiori.

 

Stonava soltanto l'"Avvenire", il giornale dei vescovi italiani, che titolava insolitamente a tutte colonne sulla tardiva e insufficiente retromarcia di Vittorio Feltri sul caso Boffo: dopo averlo linciato fino a provocarne le dimissioni, Feltri ammetteva che i documenti da lui portati come prova di omosessualità del direttore del giornale cattolico erano falsi. Se ne dispiaceva. Del resto il risultato ormai era stato ottenuto e Boffo era stato sbalzato di sella.

 

Segnalo questa difformità dell'"Avvenire", contemporanea alla campagna virulenta della "Padania" contro l'arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, reo agli occhi dei leghisti d'aver rimarcato che a Milano c'è poca carità cristiana e d'avere ancora una volta raccomandato umanità nei confronti degli immigrati.

 

Ma torniamo al tema più propriamente politico che ha avuto le sue premesse nella deposizione di Spatuzza e nel corteo dei giovani "viola" di sabato scorso. Di qui il "pressing" sul segretario del Pd: si decidesse a dialogare con la maggioranza sulle riforme, a cominciare dalla giustizia, e i problemi italiani sparirebbero d'incanto. Ma lui non si decide. Forse vorrebbe ma non può. Perché non può?

 

È evidente: non può perché una minoranza di arrabbiati glielo impedisce. Gli arrabbiati sono vecchi comunisti impenitenti, abituati a dir sempre no, a vedere tutto il male solo da una parte, a ritenersi moralmente superiori; ma non solo comunisti, anche vecchi azionisti, anticlericali incalliti, antiamericani, antifascisti a 24 carati. Gente che conta niente, complottardi, moralisti. Perennemente indignati.

Naturalmente c'è chi mantiene alto il livello di indignazione per professione: giornali faziosi che utilizzano la faziosità per guadagnare copie, giornali che hanno in testa soltanto Berlusconi, giornalisti per i quali Berlusconi è una droga eccitante, un elemento allucinogeno che essi assumono e diffondono a getto continuo tra i loro lettori. Dal caso di Noemi Letizia in poi, passando per Patrizia D'Addario e approdando infine a Spatuzza e alla marcia dei "viola". Antitaliani. Giustizialisti. Raccontano ogni giorno un paese che non c'è. Bloccano l'opinione pubblica - nazionale e internazionale - sul "gossip" d'un leader che ha il solo difetto d'essere esuberante e innumerevoli pregi al servizio del paese. Purtroppo non lo fanno lavorare. Dunque sono loro i veri, gli unici colpevoli. Bisogna isolarli.

 

Il ragionamento, come si vede, ha un suo sviluppo: giornali faziosi eccitano una minoranza di arrabbiati; questa minoranza è in grado di frenare il leader del Pd; questi vorrebbe dialogare ma ne è impedito; in mancanza di quel dialogo il premier non può governare perché un gruppo di magistrati faziosi glielo impedisce; per conseguenza il governo è bloccato. In sostanza un granello di sabbia ha immobilizzato la macchina della politica.

 

Questo racconto della situazione italiana è affascinante. Sembra una favola, ce ne sono tutti gli elementi: un principe operoso, il filtro d'un folletto o d'una strega che lo trasforma in un rospo, un lupo cattivo che vuole mangiare la nonna. La parte assegnata a Bersani è quella d'una bella fanciulla che dovrebbe baciare il rospo per dissipare il sortilegio.

Caro Pier Luigi, mi spiace per te ma la tua parte nella favola è proprio quella, la bella fanciulla che bacia il rospo. Certo ci vuole stomaco per baciare un rospo schifoso, ma tu lo stomaco ce l'hai e dunque fallo, per il bene di questo paese che il principe operoso e capace di governarlo l'ha trovato. Tu solo puoi interrompere il sortilegio e assicurare il lieto fine.

 

Ho la vaga sensazione che a noi di "Repubblica" sia assegnata la parte del lupo cattivo. Giuliano Ferrara mi tira in ballo personalmente e mi domanda come sia stato possibile che, dopo aver organizzato cinquant'anni fa i convegni degli "Amici del Mondo" insieme a Mario Pannunzio e a Ernesto Rossi, sia finito nella compagnia del bordello.

 

Di solito Ferrara con me è gentile, questa volta è stato ruvido, segno che il richiamo all'ordine è stato perentorio. Rispondo così: il bordello non è a "Repubblica" ma a Palazzo Grazioli. "Repubblica" non si è occupata del bordello ma delle bugie del premier. La denuncia del bordello è stata fatta dalla Fondazione "Farefuturo" (patrocinata da Gianfranco Fini) e dalla signora Veronica Lario, comproprietaria del giornale diretto da Ferrara.

 

Può mentire spudoratamente un presidente del Consiglio che si rivolge al paese dalla televisione pubblica? Può reiterare le menzogne? Può indicare alla gogna i giornali che gli pongono domande più che legittime? Può insultare e incitare a non leggere quei giornali e a boicottarli pubblicitariamente? Può denunciarli al magistrato per aver fatto quelle domande?

 

Quanto ai "pedigree", per quanto mi riguarda io sono appunto partito dal "Mondo" e arrivato a "Repubblica" passando dall'"Espresso"; come percorso non mi sembra male. Ferrara è partito da Giorgio Amendola ed è arrivato a Berlusconi passando per Craxi. Non giudico, non ne ho alcun titolo. Dico soltanto "Unicuique suum", che vale per lui quanto per me.

 

Il ragionamento di Galli della Loggia è diverso ma in sintonia. C'è sempre di mezzo il lupo cattivo, che certo dev'essere un diavolaccio di lupo se riesce da solo a combinare tanti guai. Ma il problema da risolvere è Bersani. "Il rinnegato Bersani". Rinnegato dal milione di giovani vestiti di viola che si domandavano: perché Bersani non è qui? A loro quell'assenza dispiaceva. A della Loggia invece ha fatto molto piacere. Perché? Risposta: perché lo slogan del corteo era: "Berlusconi dimettiti". Bersani non è andato per non marciare sotto quello striscione. Bravo Bersani. Berlusconi infatti deve governare.

 

Bene. Penso anch'io che debba governare. Il guaio è che non governa. Non governa da quando si è insediato a Palazzo Chigi nel maggio 2008. Ma non aveva governato neppure nei cinque anni 2001-2006. Infatti i problemi stanno ancora tutti lì, anzi sono peggiorati. Dobbiamo rifarne l'elenco? Rifacciamolo: il debito pubblico non solo non è diminuito ma è aumentato; la pressione fiscale idem; l'entità della spesa corrente idem; il deficit idem; le infrastrutture sono sempre al palo, parliamo ancora di quelle del famoso contratto con gli italiani stipulato a "Porta a Porta" nella campagna elettorale del 2001. Sono ancora tutti lì, inaugurazioni e tagli di nastri a bizzeffe, opere compiute neanche mezza.

 

Poi c'è il bordello della Sanità, il bordello della Scuola, il bordello dei Beni culturali. Quanti bordelli, caro Ferrara, e tutti dalle vostre parti. E questa sarebbe la politica del fare? Infine le riforme istituzionali e quella della giustizia.

 

Io sono amico di Bersani. Ha molte qualità. Tra le quali ci metto anche quella di non essere gladiatorio. E non ha la lingua biforcuta, che adesso va invece molto di moda. Ci sono fior di politici che cambiano versione a seconda del giornale che li intervista, anche a distanza di ventiquattr'ore. Ma lui no.

 

Sulla giustizia ha detto questo: pronto a discutere tutti i miglioramenti necessari affinché il servizio pubblico migliori, a cominciare dalla lunghezza intollerabile dei processi. Ma niente leggi "ad personam", niente "processo breve", niente Lodo Alfano, insomma niente salvacondotti.

 

Tra i pregi e i difetti del rinnegato Bersani c'è anche la testardaggine. Per me è un pregio. Salvacondotti non ne darà. Quanto al dialogo, ha più volte chiarito che si fa in Parlamento. E dove dovrebbe farsi? Il guaio è che Berlusconi non ci sta. A tutti gli emendamenti dell'opposizione il governo ha sempre detto no. Quanto alle riforme istituzionali, ha detto "nì" alla famosa bozza Violante (diminuzione dei parlamentari, creazione del Senato federale). Ha detto "nì" ma con un'aggiunta: vuole passare dalla Repubblica parlamentare a quella autoritaria.

 

Il testardo Bersani non ci sta, ma il fatto è che quel cambiamento non è previsto nella Costituzione. Proprio così: non è previsto, cioè non si può fare. Della Loggia dovrebbe saperlo. Per cui baciare il rospo non servirebbe a niente, resterebbe rospo.

Ricolfi sulla "Stampa" sostiene invece una bizzarra tesi. Secondo lui l'errore lo fece Veltroni quando disse che bisognava trattare sulle regole istituzionali e combattere invece sulla politica del giorno per giorno. Secondo Ricolfi bisognava invece fare l'opposto.

Bizzarro. Le regole vanno condivise, infatti proprio per questo sono previste maggioranze qualificate per approvarle. La politica invece non va necessariamente condivisa e l'opposizione esiste proprio per questo. Così la pensa anche il presidente Napolitano. Sbaglia anche lui?

 

Due righe di chiusura. All'epoca del governo Prodi i giornali sapienti che giocano alle buone fatine e non al lupo cattivo, se la prendevano col governo e lo invitavano a venire incontro all'opposizione (cioè a Berlusconi) che nel frattempo trafficava per comprarsi quei pochi voti che sostenevano il governo. Adesso le buone fatine se la prendono con l'opposizione di centrosinistra. Terzisti? Non sembra proprio, stanno sempre dalla stessa parte. EUGENIO SCALFARI  LR 9

 

 

 

 

 

Il Csm boccia il processo breve

 

Alfano: toghe in tv e uffici vuoti. L’Anm: accuse infondate - di MARIO STANGANELLI

 

ROMA - Tra governo - in particolare il ministro della Giustizia - e magistrati è scontro totale. Corposo l’elenco delle doglianze che Angelino Alfano rinnova contro i giudici, i quali replicano a tamburo battente indicendo per gennaio una mobilitazione nelle procure contro il processo a breve, mentre dalla commissione del Csm che ha esaminato preliminarmente, in vista del plenum di lunedì prossimo, il ddl che riduce la durata dei processi esce un verdetto drastico: «Incostituzionale».

La giornata inizia con l’invito del Guardasigilli ai magistrati ad «andare meno in tv in modo da arrestare qualche latitante in più». Altro terreno di polemica aperto da Alfano quello della difficoltà a ricoprire le sedi giudiziarie ”disagiate“: il governo - ha affermato il ministro - è stato lasciato dall’Anm in una «condizione di assoluta solitudine». Altra frizione tra toghe ed esecutivo dopo le parole del sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, il quale accusa la procura di Siracusa che ha messo sotto inchiesta i militari che hanno respinto i barconi degli immigrati di «un’azione coordinata su basi ideologiche per boicottare le leggi sull’immigrazione». Al primo risponde il vertice dell’Anm definendo «non corrispondente al vero la ricostruzione del ministro». A Mantovano risponde il procuratore di Siracusa, Ugo Rossi, rilevando che i suoi uffici si limitano «a rispettare le leggi e la Costituzione».

Intanto, ancor prima che la sesta commissione del Csm rilevasse elementi di incostituzionalità nel ddl sul processo breve («una sostanziale amnistia», con la cancellazione tra il 10 e il 40 per cento dei procedimenti penali, assieme alla «violazione di principi costituzionali come l’obbligatorietà dell’azione penale e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge»), l’Anm aveva lanciato una settimana di mobilitazione per il 20-27 gennaio in tutti i tribunali. Il ddl, tuttavia, sta proseguendo il suo iter in commissione al Senato dove il dibattito sul testo dovrebbe concludersi mercoledì 16 ed andare in Aula alla riapertura dopo le ferie di fine anno. Ma sembra essere un altro provvedimento quello su cui la maggioranza spera di risolvere il conflitto tra giustizia e politica, in particolare per quanto riguarda i procedimenti che coinvolgono Berlusconi, e cioè quello sul ”legittimo impedimento“. Sei sono i progetti di legge presentati in materia, da maggioranza e opposizione, alla Camera. La presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, annuncia che da oggi la sua commissione avvierà il non facile tentativo di «arrivare a una sintesi» tra i vari testi. Ma anche se su questo provvedimento i contrasti sembrano meno aspri che sul processo breve, un via libera della Camera non potrà arrivare prima di gennaio. IM 10

 

 

 

 

Cosentino, l'aula nega l'arresto del sottosegretario

 

L'Aula della Camera ha negato l'autorizzazione all'arresto del sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino (Pdl), confermando la decisione assunta nei giorni scorsi dalla Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio.

 

I voti a favore sul diniego dell'arresto sono stati 360, 226 quelli contrari. La votazione è stata a scrutinio segreto. I gruppi di maggioranza hanno dichiarato di votare no, mentre il Pd e l'Idv si sono espressi per

l'autorizzazione all'arresto. L'Udc ha lasciato libertà di voto.

 

Il sottosegretario all'Economia era seduto nell'ultima fila dei banchi di Montecitorio, a pochi posti di distanza dal legale del premier Niccolò Ghedini e dal presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno. Subito dopo il voto che l'ha salvato dall'arresto, gli abbracci e i baci a Cosentino dai colleghi della maggioranza. Poi la telefonata alla moglie: "Mi devi sopportare ancora".

 

«Il voto di oggi non era scontato. Non si è mai contenti di difendersi da accuse infamanti- ha detto Cosentino -. Comunque, prendo atto che c'è stato un voto che ha attraversato un pò tutti gli schieramenti ed è andato molto al di là di quella che è la stessa maggioranza». L’U 10

 

 

 

 

Interventi. I nuovi eroi

 

Il termine eroi ci fa pensare alla mitologia greca o a quella romana , agli antichi germani., a chi in guerra si sacrifica per il bene comune, a chi salva la vita di qualcuno rischiando la propria..

Che dire degli eroi di oggi?

Gli italiani  che vivono in patria,non sono forse figure eroiche?

Non pensiamo a tutti coloro che vivono in Italia,non ai privilegiati o  ai figli di questo o di quello….

Parliamo  della gente comune, di  quelli che sono in reali difficoltà di tipo economico e /o lavorativo , che avvertono un clima di prevaricazione e di intimidazione e che  riescono a resistere.

Chi oggi vive in Italia deve affrontare come comune cittadino tutta una serie di problemi.

Se è disoccupato  deve  vedere come fare per  trovare un lavoro, cosa di non facile soluzione.

Spesso  pur di lavorare deve svolgere mansioni di molto inferiori alle sue capacità e formazione in cambio  di  un basso stipendio.

Se ha un lavoro deve  comunque cercare di arrivare alla fine del mese riuscendo a pagare tutta una serie di bollette (luce, gas, telefono, condominio, riscaldamento, affitto, …) oltre naturalmente   a sostenere le spese per il cibo, il vestiario, la scuola dei figli o il nido per i più piccoli.

In effetti ad eccezione di pochi fortunati gli stipendi in Italia sono molto bassi rispetto al costo della vita.

Certamente ci sono  anche persone che guadagnano molto, ma questo succede solo a pochi eletti che, grazie alle loro” conoscenze” e relazioni, hanno tutta una serie di privilegi e fanno subito una carriera velocissima.

Che dire poi di quanti pur facendo parte del Parlamento possono svolgere anche il loro  lavoro privatamente e continuano  contemporaneamente ad esercitare la professione di avvocato,commercialista, attore…? Questo è consentito dalle leggi vigenti?

Non dovrebbe essere il loro primo ed esclusivo pensiero la ricerca del bene comune?

In effetti molti  giovani lasciano l’Italia per lavorare all’estero, realizzando la cosidetta” fuga dei cervelli”.

Sono in realtà dei fortunati perché vengono pagati  in modo adeguato alle loro competenze, svolgono un lavoro interessante, conoscono  altre nazioni ed altre realtà, stanno lontani dall’Italia  in un periodo veramente “ nero”.Resta però  in loro la nostalgia di quello che hanno dovuto lasciare  e di  tutto un mondo di affetti e di relazioni.

Se tutti faranno così la nostra nazione avrà grandissimi danni.

Quando serviranno “i cervelli” che si farà? Forse pensate che se ne possa fare a meno?

Perchè invece non creare occasioni di sviluppo e possibilità di lavoro per i nostri giovani qui in Italia?

Perchè non smettere con il sistema delle “conoscenze” e fare spazio a chi effettivamente è capace ed ha tutte le qualità e l’onestà per ottenere ottimi risultati?

Le parole del Presidente Napolitano  su questo tema sono state molto incoraggianti, un messaggio di speranza per molti.

Si è parlato tanto del valore del merito e  di trasparenza, ma quando si inizierà veramente questa rivoluzione?

Ci vogliono fatti non solo parole. Si devono creare reali occasioni di lavoro e condizioni di crescita e  si deve dare un  effettivo riconoscimento al merito.

In realtà non è solo questo , si tratta di molto altro : è  proprio l’aria che  sembra a volte irrespirabile in Italia:  i continui conflitti  tra  politici , gli scandali  riguardanti coloro che dovrebbero  essere invece modelli di integrità e pensare all’interesse dei cittadini, le rivelazioni  dei pentiti sulla mafia, le proposte di processo breve , la disattenzione ai problemi reali, il continuo cicaleccio televisivo di conduttori ed esperti  tuttologi,  ecc eccc…. .

Devono cambiare tante cose!

Chi parte lasciando  l’Italia  probabilmente ha perduto la speranza che qualcosa possa cambiare.

La maggior parte resta, ma è un esercito di invisibili, senza voce né volto.

Non hanno voce – nessun membro del Parlamento è stato eletto direttamente dal popolo, come ha ricordato di recente l’onorevole Scalfaro e quindi quando darà voce al popolo?.

Chi li rappresenta? Chi assume le loro difese?

Non hanno volto – quando  mai appaiono in televisione o sui giornali?

Chi  gli chiede mai un parere o un’opinione? Chi scrive della loro vita? Chi si interessa di loro?

Eppure è per loro merito se l’Italia ancora non affonda, del loro lavoro, della loro onestà, del loro impegno.

Quelli  che restano  continuano  a sperare contro ogni speranza che finisca  in ogni campo l’era del privilegio e della prevaricazione  e che valgano di nuovo il merito, l’onestà e l’impegno.

Giorno dopo giorno lavorano con onestà, tra molte difficoltà e limitazioni, ma non abbassano la testa.

Loro sono gli  eroi del nostro tempo

Antonia Pichi, segretario del Partito democratico di Zurigo (de.it.press)

 

 

 

 

 

Lo scontro tra Lega e Tettamanzi. Cattolici senza casa

 

Le tensioni fra partiti e mondo cattolico segnalano una novità che travalica i singoli episodi. Non si tratta della diaspora politica. Quella è cominciata da anni, ormai: da prima ancora che finisse la Dc. La cesura è rappresentata dall’irrilevanza crescente dei politici che si presentano come «cristiani» nelle file della maggioranza e dell’opposizione; ma anche dalla difficoltà dei vescovi italiani e del Vaticano a pesare sulle scelte del governo e sugli equilibri di potere. È il risultato della parabola iniziatasi con la Seconda Repubblica; passata attraverso tentativi tormentati di equidistanza fra gli schieramenti; e conclusasi con una situazione nella quale il ceto politico cattolico in quanto tale, dovunque stia, tende ad essere sempre meno rappresentativo e a non sentirsi rappresentato: quasi sfrattato e senza casa. Si tratta di un’evoluzione che ha vissuto momenti traumatici e non sempre limpidi; ma che per paradosso può costituire un elemento di chiarezza.

Nel centrodestra, questa caduta di influenza è avvalorata da due fatti recenti. Il primo è stato l’aggressione a Dino Boffo, direttore di «Avvenire», che alla fine si è confermata solo un’operazione per intimidire la Chiesa. Il secondo è la polemica ruvida della Lega contro l’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, accusato di «clericalismo di sinistra». Al di là delle differenze, i due episodi rivelano un centrodestra che si sente abbastanza forte da sostenere un braccio di ferro con il Vaticano ed i vescovi italiani. Pensa di poterlo fare in base ad un’analisi fredda dei rapporti di forza. Sa infatti che la Chiesa è divisa, e soprattutto che non orienta più come prima l’elettorato. Silvio Berlusconi e Umberto Bossi hanno identità e consensi in proprio: dal 1994 hanno vinto da soli. Un asse con le gerarchie cattoliche, se esiste, funziona soltanto fino a che non confligge con l’agenda non solo vaticana, ma governativa. E infatti, nel momento dello scontro Pdl e Lega non hanno esitato a far prevalere le loro priorità.

Nel centrosinistra, si chiude il cerchio di un allontanamento progressivo. La mini-scissione di Francesco Rutelli e l’uscita di singoli «cattolici a disagio » dilatano la sensazione di un Pd inospitale. In realtà, l’elezione del segretario Pierluigi Bersani non è la causa dell’irrilevanza degli ex popolari: sembra piuttosto la presa d’atto della loro scarsa incidenza. Si stanno dunque esaurendo un filone ed una presenza. E l’Udc, sulla quale il mondo cattolico nutre qualche dubbio, appare in grado magari di arginare, ma certo non di invertire il processo.

Questo, però, dovrebbe permettere alla Chiesa di riprendere possesso di spazi che le sono propri, senza essere frenata da malintesi collateralismi. Gli indizi di un ruolo ritrovato si intravedono in materia di immigrazione, politica della famiglia, rapporti fra etica e informazione, coesione nazionale. Anticipano una fase più appartata sul piano politico e meno ipotecata dal timore di turbare equilibri di governo sui quali Santa Sede e Cei possono influire meno del passato: sebbene forse se ne rendano conto solo ora.  Massimo Franco  CdS 9

 

 

 

Il male inevitabile

 

E’ il rimprovero che più spesso ci viene rivolto, la critica, o l’esortazione, che ci accompagna da sempre. «Voi giornalisti sapete solo vedere e raccontare il male». Se queste parole arrivano però da Sua Santità in persona, occorre ancora una volta - e non sarà l’ultima - spiegarsi. Forse.

 

Confesso, intanto, di non trovare per nulla assurda o esagerata la reazione contro il male che ogni giorno gronda su di noi dai media.

 

Per un giornalista, aprire gli occhi al mattino e accendere la tv, e scartare il pacco dei giornali, è il primo gesto, una preparazione rituale della professione, la nostra preghiera laica del mattino, secondo Hegel, che da anni ormai io stessa anticipo con una stretta allo stomaco. Qualcuno, nelle ore che abbiamo rubato al generoso oblio del sonno, è morto, qualcun altro ha provocato danni, qualche maggior pericolo - psicologico, politico, pratico - sta scavando nella nostra vita. La tentazione c’è, di prendere la direzione che sembra indicare il Santo Padre: richiudere gli occhi, mettere da parte giornali, tv e avviarsi a un giorno normale, in cui le cose e i rapporti - senza il rumore di fondo dei media - spiccano come gioielli nelle loro scatole di velluto. Nei rari giorni in cui i media, per feste o per scioperi, non ci sono, la vita appare più tersa, e più vivibile. Per questo, quando tanti ci dicono che il nostro mestiere sta avvelenando il mondo e che noi siamo una banda di cinici, ascolto sempre. Nel mio cuore gli do ragione.

 

Potremmo dunque assumere questa lezione. E potremmo limitarci a voler sapere e raccontare solo di quel che ci rasserena e di quel che ci lega agli altri uomini, piuttosto che quel che ce ne divide. Potremmo ridurre il male a una breve, accennarne e pudicamente subito ammantarlo di veli. Potremmo invocare per questa pudicizia la preservazione dell’innocenza e della fiducia negli altri. Avremmo, ripeto, ragione e, forse, vivremmo meglio.

 

Ma sarebbe questa una vita piena? Sarebbe questa una scelta davvero positiva? Su queste domande si inciampa.

 

Che il male esista non credo ci siano dubbi, neppure dal punto di vista religioso. Non è nei media, non è creato dai media, ma è nella costruzione stessa della realtà. Accantonarlo, non guardarlo negli occhi, non dargli nome e cognome, non è segno di maggiore sensibilità e civiltà. E, purtroppo, ignorarlo non ci restituisce nemmeno un nuovo senso di sicurezza.

 

I media non sempre hanno funzionato come oggi, con la crudeltà quasi da bisturi di penetrare le cose che oggi hanno acquisito.

 

Nell’Ottocento i grandi giornali del mondo anglosassone, dove di fatto i media si sono sviluppati seguendo l’onda delle espansioni imperiali, erano ispirati dal cristiano senso del pudore e dalla missione di sostenere l’orgoglio della Nazione. Fu grazie a questa ispirazione che il mondo vittoriano poté a lungo non capire i suoi crimini imperiali. Ma fu sempre grazie alla rottura di quel pudore che quello stesso mondo riuscì a capire e correggere vari errori. Fra questi, le incompetenze di generali che il 25 ottobre del 1854 ordinarono la carica di Balaclava, in Crimea. I dispacci dei comandanti britannici dal fronte, che avevano mandato al massacro inutile una forza di eccellenza, e che si volevano tenere riservati, vennero pubblicati in un’edizione straordinaria della London Gazette il 12 novembre dello stesso 1854. Avremmo potuto dunque sorvolare, o seguire differentemente l’Iraq, l’Afghanistan, i Balcani, l’Iran, o la Cina, o l’Africa?

 

Ma forse il Santo Padre dice altro. Parla probabilmente del modo con cui parliamo di noi, delle società in cui viviamo. Queste società democratiche, che a volte nei media appaiono troppo aperte, troppo democratiche. Indugiamo troppo sui difetti di chi ci governa, seguiamo troppo la violenza sociale, le volgarità, si dice. Al punto da finire con il non farci credere più a nulla. Ripeto, può essere. E la goduria del lerciume è sicuramente il rischio.

 

Ma, nella sostanza, non guardare al male significa anche dare mano libera a tutti coloro che esercitano il proprio interesse, coloro che perseguono solo la propria individualità. E cosa è meglio, per tutti noi, sapere o no come si usano i nostri soldi, che rischi corriamo, come vengono educati i nostri figli, come vengono scritte o infrante le regole?

 

E’ vero, fa male vivere così. Ma girare gli occhi non significa vivere meglio, ma solo diventare delle vittime inconsapevoli. La migliore regola del giornalismo, che alla fine credo vale per tutti, è che una notizia buona per uno è una cattiva per un altro. LUCIA ANNUNZIATA LS 9

 

 

 

 

Dietro le divisioni politiche tra i leader. La realtà offuscata

 

Dice il Papa: «Ogni giorno, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato ». Ma se è la notizia che crea l’evento (non viceversa); se le percezioni prevalgono sui fatti; se gli stereotipi semplicistici e sentimentalmente colorati su avversari e alleati offuscano la vera natura dei rapporti, il mondo si polarizza e la politica si militarizza. Questa è l’Italia della «guerra civile » fra centrodestra e centrosinistra, del «conflitto» fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nella maggioranza, della «distanza» fra Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro nell’opposizione.

Per sostenere che Fini ha «una certa idea della destra» opposta a quella di Berlusconi, sarebbe necessario accertare se quello che dice sia un pensiero organico o non siano invece giudizi contingenti, per quanto fuori linea, su singoli eventi. Per sostenere che Berlusconi ha «una certa idea della destra», diversa da Fini, sarebbe necessario accertare se ne abbia (almeno) una. Forse, una «certa idea della destra» non l’hanno né l’uno né l’altro. Un discorso analogo si può fare per Bersani e Di Pietro e sull’idea che entrambi hanno sul ruolo dell’opposizione. E altrettanto si può dire della «guerra civile» fra centrodestra e centrosinistra, privi entrambi di «una certa idea dell’Italia», ma ugualmente bisognosi di legittimazione etico-politica, non fosse che per contrapposizione.

Che Fini sopporti male come Berlusconi governa il Pdl è un fatto. Lo vorrebbe una «monarchia costituzionale » mentre ha la sensazione, e non la nasconde, che sia una «monarchia assoluta ». Come lui la pensano altri nel Pdl. Ma non lo dicono o lo dicono flebilmente. Berlusconi, del resto, sembra avere una singolare difficoltà ad ascoltare persino chi gli è vicino, figuriamoci gli avversari; dopo pochi istanti, attacca lui e all’interlocutore non resta spesso che «prendere o lasciare». Nel mondo delle aziende, da cui viene il premier, può essere utile o addirittura necessario che «il titolare» abbia — con l’ultima parola — anche la prima. In politica, non sempre lo è. Che Bersani sopporti male come Di Pietro interpreta il ruolo dell’opposizione, è un altro fatto. Egli — che ha militato nel Pci, che aveva una ben definita, ancorché discutibile, cultura politica, laddove Di Pietro non ne ha alcuna — vorrebbe che l’opposizione facesse politica, mentre il suo compagno di strada fa solo cagnara.

Ma in tutti questi esempi, ci troviamo, a ben vedere, sul terreno della psicanalisi. Se, invece, ci si addentra su quello della politica si scopre che le differenze sono minori. La percezione che, dentro e fuori il Pdl, si accredita della fronda di Fini offusca il fatto che egli appoggia ciò che più conta per Berlusconi: le iniziative parlamentari in materia di giustizia per metterlo al riparo dei suoi processi. La percezione che, dentro e fuori il Pd, si ha di Bersani, rispetto a Di Pietro, offusca il fatto che Pd e Idv raccolgono ancora consensi sull’onda di Tangentopoli e che il Pd non manifesta alcuna intenzione di rivedere il proprio pensiero su Mani pulite. Il severo giudizio del Papa sui media insomma è giusto. Per conoscere il mondo, occorre chiedersi «come è», non come «ci immaginiamo che sia». E se incominciassimo proprio noi giornalisti? Piero Ostellino CdS 10

 

 

 

«Dalla Lega attacchi odiosi alla Chiesa e i lumbard dettano legge al governo»

 

Casini: pronti al confronto sul legittimo impedimento, ma rinuncino al processo breve

 

ROMA - «L’attacco della Lega al cardinale Tettamanzi è doppiamente odioso. Per le inaccettabili volgarità rivolte ad un pastore che tanto bene ha fatto alla sua diocesi e alla Chiesa italiana. E per quel malizioso tentativo di dividere la Cei tra buoni e cattivi: la politica non deve permetterselo, figuriamoci se può farlo un partito esperto del rito delle ampolle». Pier Ferdinando Casini comincia dalla Lega. Anche perché è convinto del ruolo ormai dominante nel governo. E vede Berlusconi sia sempre più debole nei confronti di Bossi. Per questo il leader Udc avverte: «Alle regionali non potremo fare alleanze laddove le coalizioni sono imperniate sulla Lega e sulla sua cultura».

Non siete stati anche voi in passato alleati della Lega?

«Ho sempre sostenuto che l’integrazione della Lega nell’area di governo avesse aspetti positivi e non ho cambiato idea. Berlusconi è riuscito a depotenziare alcune spinte separatiste. Ma ora è cambiato il segno del suo rapporto con Bossi. Oggi il peso della Lega è preponderante. Quando l’Udc era nella coalizione di governo, eravamo noi il bilanciamento. Adesso Bossi ha le chiavi del governo e il Pdl è costretto a pagarla concedendole l’appalto esclusivo del Nord».

Insomma, è una questione di potere di coalizione.

«Non solo. È una grande questione politico-culturale. La Lega sta sviluppando con coerenza la propria strategia. Attacca il cardinale di Milano, propone la Cassa integrazione dimezzata per gli immigrati, si fa portabandiera delle ronde, tenta persino di strumentalizzare il crocifisso in una campagna semi-razzista: ma in realtà il suo scopo non è ottenere risultati concreti. La Lega vuole distillare paura nella società. Paura e divisioni viscerali. Per proporsi poi come demiurgo, come soluzione finale».

Ha descritto il paradigma del populismo. Ma qual è la risposta? Lei, Fini e Pisanu siete d’accordo, ad esempio, su nuove regole per la cittadinanza. La maggioranza di governo però mi pare chiusa ad ipotesi di riforma.

«La verità è che ormai parole come destra, centro, sinistra sono casacche logore. Siamo davanti ad un bivio di portata storica: la nostra società può rinascere oppure disgregarsi. La politica seria dovrebbe cambiare agenda. L’immigrazione è un fenomeno epocale. Se non costruiremo insieme un nuovo modello di cittadinanza, se non emergerà un senso di Patria condivisa, l’Italia avrà meno sicurezza e meno ricchezza. Non è una questione ideologica: è in gioco il bene comune. Si discutano senza pregiudizi le idee migliori: per quanto mi riguarda, l’idea della cittadinanza a punti del ministro Sacconi mi pare interessante».

Rutelli ha proposto a Fini di rompere con il Pdl e partecipare alla costruzione del nuovo Centro.

«Non bisogna bruciare i tempi. Sono convinto che ognuno debba tessere la propria tela, poi chi avrà più filo prevarrà. Il nostro compito non è approfondire le contraddizioni tra Berlusconi e Fini, ma proporre con forza ed equilibrio i temi di un’Italia più moderna, più unita, più solidale, più efficiente. Coltivare l’illusione della caduta del governo per un colpo di mano è un’idiozia. Così come è stupido rifugiarsi nell’antiberlusconismo: dopo la piazza viola di sabato scorso e la deposizione di Spatuzza credo che Berlusconi sia più forte, non più debole».

Sembra un paradosso il suo.«Ma non lo è. La spallata è solo una fuga dalla realtà. Mentre invece la crisi di Berlusconi si manifesta quotidianamente nell’incapacità di governare i processi reali. Guardiamo la legge finanziaria: non c’è nulla per le piccole e medie imprese (salvo la conferma degli ammortizzatori sociali), non c’è nulla di quanto promesso alle famiglie. Tutti i Paesi aggrediscono la crisi. Noi tiriamo a campare sperando che la tempesti passi da sola. Compito di un’opposizione responsabile ed efficace è mostrare al Paese queste contraddizioni e indicare vie diverse. È l’opposizione che fa più male al governo».

Ma qual è il destino dell’Udc? Una formazione inedita, con personalità di provenienza diversa, sul modello del Kadima israeliano oppure un Centro di ispirazione cristiana?

«L’ho già detto: non vorrei più usare la parola Centro... È il momento per ciascuno di noi di liberarci del retaggio ideologico del ventesimo secolo. E di sfidarci sui contenuti nuovi, senza nostalgie. Per questo ho parlato del nostro progetto come di un Partito della Nazione».

Si chiamerà così?

«Forse il nome sarà diverso. Ma spero di aver chiarito il senso: politica per noi oggi è ridare slancio un Paese in difficoltà, suscitare un nuovo orgoglio di essere italiani, premiare merito, giovani, innovazione, ricerca, declinare in chiave di modernità l’interesse nazionale. Si può fare questo solo dando una nuova rappresentanza all’Italia moderna e moderata. Fermo restando che alcuni valori di riferimento della nostra identità cristiana restano pilastri sui quali possono riconoscersi credenti e non credenti».

Che giudizio si è fatto della deposizione di Gaspare Spatuzza?

«Da cittadino non mi ha convinto. Da politico, ovviamente, penso che i magistrati debbano valutare con serietà e rigore. I pentiti sono delinquenti, non monaci. Ma le loro deposizioni hanno dato frutti importanti nella lotta alle mafie: dunque, toglierei la legge sui pentiti dall’elenco delle riforme prioritarie».

Fin dove arriva la disponibilità dell’Udc sulle recenti proposte di Berlusconi in tema di giustizia?

«Prima la giustizia smetterà di essere terreno di scontro, meglio sarà per il Paese. Noi con coraggio, visto che siamo all’opposizione, abbiamo cercato di dare una mano per evitare che nello scontro si sfasci anche l’intero sistema».

Avete proposto una mediazione sul legittimo impedimento, che Berlusconi ha in buona parte modificato. E nel frattempo ha tenuto in campo il suo progetto sul processo breve.

«Dopo il ddl sul processo breve, un progetto che produrrebbe disastri per il nostro ordinamento, abbiamo fatte proposte per ridurre il danno. In politica a volte il meglio è nemico del bene. Resta la nostra contrarietà ad applicare ai processi in corso le norme-tagliola che vuole Berlusconi. Tuttavia siamo disposti ad affrontare il tema della tutela del premier nello svolgimento del suo mandato: ovviamente non nella nuova formulazione, ma in quella proposta da Vietti. Naturalmente, la disponibilità dell’Udc vale solo se la legge sul processo breve viene abbandonata dalla maggioranza».

Sta dicendo che se Berlusconi continuasse nel doppio binario, si interromperebbe il dialogo con l’Udc?

«Chi sta in Parlamento non smette di dialogare. Ma, se Berlusconi insisterà sul processo breve, vorrà dire che farà tutto da solo. Noi ci opporremo. E, secondo me, finirà di nuovo in un vicolo cieco».

Cosa farete invece sul lodo Alfano in versione legge costituzionale?

«Ci astenemmo già sul lodo Alfano. Di fronte ad un ddl costituzionale sulla temporanea tutela delle alte cariche dello Stato non potremmo che discuterne».

Lei crede che il confronto bipartisan sulle riforme, avviato in questi giorni in Senato, darà finalmente quei frutti che sono mancati nei quindici anni passati?

«In Senato speravo che si arrivasse ad una vera convergenza, sia pure su documenti di indirizzo. Invece la montagna ha partorito di nuovo un topolino. Per noi dare una mano alle riforme resta un imperativo morale. E non verremo meno all’impegno, sempreché non torni nel Pdl e nel Pd la tentazione di costruire un sistema che tagli fuori gli altri competitori».

Onorevole Casini, cosa pensa delle prime settimane di Bersani come segretario del Pd?

«Bersani è una persona seria e per bene. Se fossero tutti Bersani, sarebbe facile un accordo con il Pd. Invece quel partito ha nel suo codice genetico un assemblaggio di idee e di umori così diversi da paralizzarne spesso l’azione. Per questo il Pd si trova ora in balia di Di Pietro, ora della piazza viola, ora delle spinte massimaliste della sinistra. E non sempre riesce ad esprimersi in autonomia».

Intanto, dopo l’iniziativa di Rutelli, avete accolto nelle vostre file anche Dorina Bianchi, proveniente dal Pd.«Rispetto il travaglio dei partiti. Ma non posso certo fermare chi in questi giorni sceglie di venire da noi. Non c’è nulla di ostile: è il bipartitismo che sta andando definitivamente in crisi».

Sono ancora possibili alleanze Pd-Udc in qualche Regione?

«Da forza di opposizione quale siamo, abbiamo dato disponibilità ad alleanze periferiche con la sinistra. Ma siccome non siamo un partito trasformista chiediamo alcune discontinuità, sui programmi e sugli uomini. L’alleanza con l’Udc è possibile a fronte di chiare innovazioni. Vedo che Bersani ha difficoltà, che ci sono personalismi che bloccano il Pd. A noi però nessuno può chiederci di fare numero per battere Berlusconi. Peraltro è lo stesso argomento che Berlusconi usa con noi: venite con noi per battere la sinistra. La nostra politica invece è uscire dallo schema duale Berlusconi-antiBerlusconi».

Sulla finanziaria però la vostra opposizione al governo è piena.

«E ci mancherebbe altro. Il governo ha persino impedito il confronto sugli emendamenti in commissione perché ha paura dei contrasti in seno alla maggioranza. Al Pd però chiedo ora di ridurre gli emendamenti in aula all’essenziale per non dare alibi al governo sulla fiducia e sfidarli in votazioni che Pdl e Lega mostrano di temere». CLAUDIO SARDO IM 9

 

 

 

 

La fine dell’intervento pubblico nella crisi. Come scegliere il momento giusto

 

Exit strategy è il nome anglo- latino della questione oggi più discussa e più ardua nel dibattito cosmopolita sulla crisi. Si tratta di scegliere il momento giusto per qualcosa che deve avvenire. Ma da che cosa si deve uscire, e perché la questione è tanto ardua?

 

Da oltre un anno governi e banche centrali pompano la spesa pubblica e privata per arrestare la caduta della produzione: dilatazioni smisurate dei deficit di bilancio e della moneta e azzeramento dei tassi d'interesse. Poiché la caduta sembra cessata, ora ci si interroga se sia il momento di «uscire» da quelle misure per riportare sotto controllo bilanci pubblici e moneta. Nell’acme della crisi, infatti, l’economia è stata curata con gli stessi veleni che l'avevano intossicata, mentre è chiaro che può guarire solo liberandosene.

 

Ogni errore nella scelta dei tempi può essere fatale, come per i trapezisti che devono afferrarsi al volo nel circo. Un’uscita prematura può precipitarci in una nuova caduta, come fu per l'errore che negli anni Trenta trasformò la recessione in depressione. Ma continuare nell'espansione monetaria provoca (anzi, forse ha già provocato) nuove euforie speculative e pericoli d'inflazione; mentre appesantire ancor più il debito inquieta il mercato e può accelerare la caduta del dollaro.

 

Cogliere l'attimo fuggente dell' exit significa, se non evitare anni difficili, almeno sottrarsi al dilemma se prolungare questa crisi o generare la prossima.

 

La scelta del momento è ancor più ardua per il fatto che diversi trapezisti devono coordinare (coordinare, non sincronizzare) le loro uscite dalla scena. Devono farlo i Paesi : Europa, Asia, Stati Uniti possono sospendere contemporaneamente gli stimoli alla crescita o devono farlo in tempi diversi? L'azione di uno ha effetti sugli altri e ognuno vorrebbe che gli altri continuassero a espandere mentre lui inizia a frenare. E devono coordinarsi le politiche : la moneta e il bilancio vanno normalizzati contemporaneamente o disgiuntamente e, in tal caso, secondo quale ordine?

 

Non solo: coordinare le mosse sarebbe già difficile per un onnipotente regista che desse i comandi da dietro le quinte. Lo è ancor di più perché il regista non c'è e i trapezisti (i Paesi e le banche centrali) hanno un tale concetto della propria indipendenza da ritenersi minacciati dal concordare alcunché con alcuno: ognuno crede di sapere che cosa dovrebbe fare l'altro e dall'altro non vuole sentire consigli.

 

Infine: è difficile coordinare le mosse perché a dettare il momento giusto dell'azione non è più il metronomo di una crisi in atto (il panico, la caduta produttiva) ma solo l'idea chiara di un approdo sicuro e l'accettazione del costo per arrivarci.

 

Purtroppo oggi esponiamo soprattutto dubbi e pericoli, mentre al lettore vorremmo comunicare qualche certezza e qualche rimedio. Ma possiamo almeno enunciare un criterio.

 

Il criterio è questo: nessun approdo è sicuro se riguarda solo le economie singolarmente prese ignorando le interdipendenze tra esse, se trascura il fatto che di fronte alle sfide di oggi il mondo è uno. Nulla ce lo ricorda con tanta forza quanto il tema del clima che occupa la riunione in corso a Copenaghen. Ma lo stesso vale per la moneta, per il commercio, per le migrazioni, per la stabilità finanziaria, per la sicurezza.  Tommaso Padoa Schioppa CdS 9

 

 

 

 

Terremoto. Intervista al sindaco de L’Aquila Cialente: 'Grande tragedia italiana'

 

Intervista esclusiva de 'La Voce d'Italia' al primo cittadino abruzzese

Il sindaco: "La gente e' alla disperazione, voglio le case per chi non le ha"

 

Milano - Il sindaco de L’Aquila, Massimo Cialente, parla della difficile situazione del capoluogo abruzzese ai microfoni de La Voce d’Italia, a distanza di mesi dal devastante terremoto che ha cambiato la vita di molti. 

 

In merito alle sue dichiarazioni odierne in cui critica le parole del capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, che cosa ci può dire?

Credo in Bertolaso, ma non sono sicuro che affermi il vero. Non lo voglio offendere perché sta combattendo una vera battaglia perché i problemi ci sono. Le mie paure nascono dal fatto che il dibattito in Governo non è ancora concluso. C’è un’ala che ci vuole aiutare, guidata proprio da Bertolaso, e poi c’è la risposta di Tremonti. Aspettiamo una copertura di 516 milioni di euro tra il decreto ‘L’Aquila’ e quello ‘Mille proroghe’. In dieci giorni dovremmo avere una risposta.

 

Quali sono le condizioni de L’Aquila?

Il Censis ci ha definito coi termini più appropriati. L’Aquila è una ‘città fantasma’. Io non so più come trasmettere questo messaggio, anzi a volte sento di non essere creduto. Rendiamoci conto che sono cascate le fabbriche e tutto il centro storico. Una città è fatta di case ma anche di attività. Ci sono miei concittadini che, per tornare al lavoro, hanno allestito delle attività di fortuna all’interno dei container. Dopo Messina è una delle più grandi tragedie italiane degli ultimi cento anni. Il problema principale è che stiamo intervenendo come se ciò non fosse.

 

Quali le condizioni della popolazione?

Oltre un terzo della città vive ‘in esilio’ da ben otto mesi e la situazione non sembra destinata a migliorare in tempi brevi. La zona rossa, coperta dagli alpini, ospitava oltre mille attività commerciali. Una città paralizzata, come si può ben immaginare. E’come chiudere il centro storico dietro il controllo militare, mentre la periferia è tutta da rifare. L’Aquila è una città temporanea, incapace di mantenere i propri ritmi economici.

 

Rispetto alle dichiarazioni di Bertolaso che afferma di voler “stracciare i contratti delle ditte edilizie che non rispettano i tempi” che cosa pensa?

Bravissimo! Io stesso sto adottando una linea molto dura verso cui i costruttori che non rispettano i tempi. Noi siamo costretti a vivere qui, ma loro non sono costretti a lavorarci. O vengono ad aiutarci seriamente, o restino a casa. Non ci servono gli avvoltoi.

 

Nel momento in cui si è affievolito il clamore mediatico, quindi, ci si è dimenticati de L’Aquila?

Non solo. E’ stato persino affermato da alcuni che abbiamo ricevuto troppo. Questa cosa è inconcepibile.

 

Quali sono le sue speranze per il futuro?

Io ho bisogno di trovare case per chi non le ha. Ci sono circa 1500 famiglie sfollate al momento. Poi c’è il problema drammatico del lavoro. Per metà gennaio prevedo un vero disastro. Sto chiamando le più alte cariche dello Stato per sensibilizzare su questo problema. Spero anche per questo che vengano sospese le tasse per gli aquilani nel 2010. E poi spero in un finanziamento pubblico per la ripartenza economica, i soldi previsti nella legge 77 qui non sono mai arrivati. Doveva essere la prima operazione da fare, invece non è ancora arrivata una lira! L’Aquila conta 18 mila cassaintegrati che, a breve, inizieranno a pagare di nuovo le tasse. Per fare un esempio, qui ci sono degli avvocati che si sono messi a fare i benzinai! La gente è alla disperazione! Non ci si rende conto che qui si sta vivendo come nel dopo guerra!

Valeria Bollini , La Voce

 

 

 

 

 

La pizza diventa specialità gastronomica. L'Ue la proteggerà contro imitazioni e falsi

 

La ''Pizza napoletana prodotta seconda la tradizione napoletana'', ha ottenuto il riconoscimento europeo di specialita' tradizionale garantita (Sgt) e verra' protetta dall'Ue contro imitazioni e falsi. Il via libera e' giunto dal Comitato europeo per le indicazioni geografiche, denominazioni d'origine protette e specialita' alimentari, riunito oggi a Bruxelles. Per l'Italia rappresenta una vittoria dall'alto valore simbolico.

 

ZAIA, STG PER PIZZA NAPOLETANA E'VITTORIA ITALIA ''L'Europa ha premiato il lavoro e la tenacia dei produttori napoletani che finalmente vedono raggiunto il traguardo del marchio Stg a tutela di un prodotto simbolo della tradizione napoletana che troppo spesso e da troppo tempo e' stato oggetto di pessime imitazioni''. Con queste parole il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Luca Zaia, ha commentato la decisione presa oggi a Bruxelles dal Comitato Permanente delle Specialita' Tradizionali Garantite di registrare come Stg la Pizza Napoletana. ''E' una grande battaglia vinta per l'Italia - ha proseguito Zaia -, nonostante gli ostacoli posti da alcuni Paesi membri''. ''E' un passo ulteriore nella direzione della tracciabilita' e della etichettatura per l'agroalimentare - ha concluso il ministro- Questo Governo ne ha fatto una bandiera e questi sono i risultati che dopo un anno e mezzo di attivita' governativa portiamo a casa''. La pizza napoletana Stg - nota il Mipaaf - si caratterizzata per il cornicione rialzato, di colore dorato; per la consistenza morbida, elastica, facilmente piegabile; per il sapore particolare, sapido, derivante dal cornicione, mescolato al sapore acido del pomodoro, all'aroma, rispettivamente, dell'origano, dell'aglio o del basilico, e al sapore della mozzarella cotta; e per l'odore caratteristico, profumato, fragrante. Gli elementi che definiscono la specificita' della pizza napoletana Stg sono direttamente riconducibili ai tempi ed alle modalita' delle operazioni, nonche' all'abilita' e all'esperienza del pizzaiolo, figura centrale della tecnica napoletana di preparazione della pizza. Il forno a legna, infine, e' un elemento di primaria importanza per la cottura e la qualita' della pizza napoletana Stg.

COLDIRETTI, BENE TUTELA VERA 'NAPOLI' Con la meta' delle pizze preparate nelle 25mila pizzerie italiane che contengono ingredienti principali importati dall'estero, il rispetto dell'originalita' degli ingredienti e del loro legame con il territorio e' una condizione determinante per la tutela della vera pizza napoletana tradizionale. E' quanto afferma la Coldiretti nel commentare il riconoscimento del marchio Stg alla pizza napoletana da parte dell'Ue. La pizza napoletana Stg avra' - sottolinea la Coldiretti - come caratteristica, oltre agli imprescindibili pomodoro, mozzarella di bufala dop o mozzarella Stg, olio extravergine d'oliva e origano, un diametro non superiore ai 35 cm, il bordo rialzato (cornicione) tra 1 e 2 cm, e una consistenza insieme morbida, elastica e facilmente piegabile ''a libretto''. Si tratta di una prima forma di tutela di fronte al rischio concreto di trovarsi servito in pizzeria un prodotto preparato - sottolinea la Coldiretti - con cagliate provenienti dall'est Europa invece della tradizionale mozzarella, pomodoro cinese invece di quello nostrano, olio di oliva tunisino e spagnolo e farina canadese o ucraina che sostituisce quella ottenuta dal grano nazionale. Oggi pizza - conclude Coldiretti - e' la parola italiana piu' conosciuta all'estero con l'8%, seguita dal cappuccino (7%), dagli spaghetti (7%) e dall'espresso (6%). In Italia ci sono 25mila pizzerie, con 120 mila posti di lavoro e un fatturato di 5 miliardi di euro.

FIPE, STG E'ANCHE MERITO ESERCENTI ''Il riconoscimento da parte dell'Unione europea del marchio Stg (specialita' tradizionale garantita) per la pizza napoletana e' un'ottima notizia. E' un premio alla capacita' degli esercenti che la servono tutti i giorni a tavola. Il vero valore aggiunto nella pizza consiste infatti nella sua preparazione e nel servizio al cliente''. E' questo il commento di Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe-Confcommercio Imprese per l'Italia, all'annuncio del marchio di qualita' da parte dell'Unione europea. Il nuovo riconoscimento della pizza - prosegue Fipe - interessera' ben 25.000 esercizi con servizio al tavolo. Secondo i dati del centro studi Fipe, le pizzerie danno lavoro a 150.000 addetti e sono in grado di produrre un volume d'affari pari a 5,3 miliardi di euro l'anno per una media annua di 280 giornate di apertura con circa 75 coperti al giorno. La pizza e' anche alimento economico, sottolinea inoltre Fipe che stima in 10 euro lo scontrino medio per un pasto. ''Siamo certi che la certificazione Stg della pizza - conclude Stoppani - serva da incentivo per continuare a migliorare il servizio e a conservare la tradizione di un piatto storico''.  ansa

 

 

 

Dichiarazione dei redditi. Sul modello 730/2010 ennesima esclusione degli italiani all’estero

 

ROMA - Con la recente pubblicazione  sul sito dell’Agenzia delle Entrate del modello di dichiarazione 730 per il 2010  (redditi 2009) e le relative istruzioni, il Fisco italiano ha definito la documentazione che i lavoratori dipendenti ed i pensionati possono utilizzare per dichiarare i redditi conseguiti nel 2009.

  Come era prevedibile - osserva Gino Bucchino, deputato eletto per il Pd in Nord e Centro America -  è stata nuovamente ufficializzata l’esclusione dei connazionali residenti all’estero dalla possibilità di utilizzare il Modello 730 per la Dichiarazione dei redditi 2010. Gli italiani residenti all’estero dovranno quindi continuare ad usare il modello Unico.

  L’esclusione è indicata esplicitamente nella versione “bozza” delle Istruzioni per la compilazione del Modello 730/2010 (Redditi 2009). È previsto infatti  al Punto 1.5 delle Istruzioni Modello 730/2010  che “non possono, inoltre, utilizzare il Mod. 730 i contribuenti che non sono residenti in Italia nel 2009 e/o nel 2010”.

  Non sono serviti a nulla  – ribadisce Bucchino – i numerosi e pressanti interventi effettuati presso il Governo, il Ministero delle Finanze, l’Agenzia delle Entrate, con lettere, interrogazioni, interpellanze sia nella passata che nell’attuale legislatura. Sono comunque ancora in attesa di una risposta del nuovo Direttore dell’Agenzia delle Entrate a cui mi ero rivolto, insieme al mio collega Marco Fedi addirittura nel mese di dicembre 2008 chiedendo l’approvazione di un provvedimento amministrativo per consentire l’utilizzo del 730 anche da parte dei contribuenti residenti all’estero.

  Come è noto il modello 730 presenta numerosi vantaggi: è semplice da compilare, non richiede calcoli e, soprattutto, permette di ottenere gli eventuali rimborsi direttamente con la retribuzione o con la pensione, in tempi rapidi.

  E’ da tempo – denuncia l’on. Bucchino – che cerco di far capire, insieme ad alcuni miei colleghi parlamentari, a Governo e istituzioni competenti che non è giustificabile la disparità di trattamento tra contribuenti che risiedono in Italia e quelli che risiedono all’estero e che producono reddito esclusivamente in Italia (come ad esempio i contrattisti alle dipendenze di amministrazioni pubbliche italiane). C’è tuttavia ancora tempo a disposizione, fino alla data della presentazione della dichiarazione dei redditi 2009 – afferma l’On. Bucchino - per cercare di convincere le autorità competenti ad estendere con un provvedimento amministrativo (magari una risoluzione della Agenzia delle Entrate) la possibilità di far utilizzare il modello 730 anche ai contribuenti residenti all’estero. Vista però – conclude Bucchino – la “disattenzione”  che questo Governo sta riservando agli italiani nel mondo, dubito sinceramente di ottenere risposte positive. (Inform)

 

 

 

 

Volkswagen rileva il 20% di Suzuki. Le due case sono già al lavoro sullo sviluppo delle sinergie

 

MILANO - Volkswagen si spinge fino in Giappone e trova in Suzuki il partner ideale per crescere nel settore delle auto compatte ed ecologiche, puntando ai mercati emergenti. Il colosso di Wolfsburg, numero tre al mondo, rilancia le sue ambizioni di leadership globale: sigla l’alleanza «omnicomprensiva» con l’acquisto del 19,9% del capitale della casa nipponica attraverso un investimento di 222,5 miliardi di yen (circa 1,6 miliardi di euro). A sua volta, Suzuki userà quasi la metà delle risorse ricevute (100 miliardi) per rilevare azioni Volkswagen, con una prima tranche da 50 miliardi.

 

«La compagnia proverà ad assicurarsi la sopravvivenza nel settore grazie a una partership paritaria», ha spiegato Osamu Suzuki, numero uno della società nonchè marito di una nipote del fondatore (di cui ha preso il cognome), tornato in plancia di comando a dicembre del 2008. Il gruppo tedesco non salirà nel capitale, almeno nel breve termine: «Coopereremo - ha aggiunto - quando necessario, ma intendiamo andare avanti in via indipendente». Parole che sembrerebbero tradire scarso entusiasmo, ma che in realtà tengono conto del fallimento di una analoga partnership globale con General Motors e che avviata nel 1981 - con l’acquisto del 20% del capitale - si è dissolta progressivamente fino, da ultimo, al recente scioglimento delle joint venture in Canada.

 

All’affollata conferenza stampa di Tokyo, presso il quartier generale di Suzuki, c’era anche Martin Winterkon, amministratore delegato di Volkswagen. «L’industria dell’auto vive una fase di transizione delicata dopo la crisi, ma due delle principali case costruttrici mondiali si mettono insieme e si preparano ad affrontare le crescenti sfide. Insieme - ha osservato - possiamo massimizzare le nostre opportunità». Sulla base dei risultati del 2008, la società nipponica ha venduto 2,36 milioni di veicoli, poco meno di un terzo dei 6,25 milioni di pezzi del gruppo tedesco, mentre in base ai dati maturati nel 2009 superano il leader mondiale Toyota.

 

Le due case costruttrici sono già al lavoro sullo sviluppo delle sinergie, mentre la chiusura dell’operazione è attesa a gennaio del 2010 ed è destinata a dare vita a «una partnership di lungo termine» e «un importante passo verso il futuro».

 

Alla fine della conferenza stampa, al momento delle foto di rito, il più raggiante è Ferdinand Piech, presidente del consiglio di sorveglianza Volkswagen e regista dell’operazione Volkswagen-Porsche, appena completata. Infatti, considerando distribuzione e capacità produttiva, le due società sono complementari potendo tra l’altro puntare su mercati emergenti come Cina e India, dove Suzuki ha posizioni molto solide.

 

Le due compagnie ci riprovano, dopo l’insuccesso degli anni Novanta sulla costruzione congiunta di una minicar per il mercato europe, mentre PSA Peugeot Citroen e Mitsubishi trattano una possibile alleanza strategica nello sviluppo di eco-car e di espansionsione nei mercati emergenti. LS 9

 

 

 

 

Cittadinanza, verso un rinvio. Il Pd: "Pdl in ostaggio della Lega"

 

Alla Camera si profila uno slittamento del testo a gennaio - I dubbi sulla reazione dei finiani. Attesa per la decisione di Fini

 

ROMA - Si profila uno slittamento dell'approdo in Aula alla Camera della proposta di legge sulla cittadinanza. Un testo bipartisan che ha come primi firmatari Fabio Granata e Andrea Sarubbi (il primo deputato del Pdl, il secondo del Pd) e che stabilisce le norme che dovrebbero regolare il diritto di cittadinanza per gli immigrati.

 

Nonostante la conferenza dei capigruppo, su richiesta del Pd, l'avesse calendarizzata in coda alla Finanziaria, (che va in Aula oggi), Pdl e la Lega hanno fatto sapere di voler predisporre delle proposte di legge che verranno presentate a gennaio. Uno slittamento che chiama in causa Gianfranco Fini chiamato a dire la sua sulla richiesta. Per il monento il presidente della Camera si è riservato di valutare la questione sentendo anche il presidente della commissione Affari Costituzionali.

 

Della questione si dovrebbe riparlare alla prossima capigruppo prevista per giovedì 17 dicembre in modo da predisporre il calendario da gennaio a marzo.

 

La questione, però, non è limitata ai tempi. Ma si porta dietro una ricaduta politica sia interna che esterna alla maggioranza. Stando alle indiscrezioni, infatti, il gruppo dei parlamentari finiani avrebbe legato il via libera alla legge sul legittimo impedimento alla discussione senza slittamenti della proposta di legge sulla cittadinanza (calendarizzata per l'11 dicembre).

 

Nel frattempo l'opposizione alza la voce. Con la vicepresidente del Pd, Marina Sereni, che chiede al centrodestra di scegliere chiaramente di decidere le politiche in materia di immigrazione: "Verificheremo subito, dunque, chi davvero nel centro-destra rifiuta la demagogia e l'estremismo della Lega". Mentre per il vicepresidente Pd della commissione Affari costituzionali della Camera Roberto Zaccaria "il Pdl è ostaggio della politica di chiusura della Lega senza il permesso della quale non può prendere nessuna iniziativa". LR 9

 

 

 

 

Solidarietà del Cgie-Svizzera all’occupazione dell’Agenzia Consolare italiana di Coira

 

La delegazione del CGIE in Svizzera, apprendendo dai media nazionali la notizia dell’occupazione dell’Agenzia Consolare italiana di Coira da parte di cittadini italiani, esprime solidarietà nei confronti della comunità italiana ivi residente. La stessa delegazione prende atto con rammarico dell’indisponibilità del governo e dell’Amministrazione del MAE a rivedere le proprie decisioni di questa ennesima ristrutturazione della rete consolare anche a fronte di manifestazioni che, come oggi a Coira, si susseguono nel mondo.

 

La delegazione svizzera del CGIE ribadisce ancora la sua vibrata protesta contro la chiusura di questa agenzia, ripetutamente manifestata nelle sedi deputate  - non ultima nella recente Assemblea Plenaria del CGIE tenutasi a Roma dal 2 al 4 dicembre us.. la delegazione svizzera del CGIE stigmatizza il modo in cui il governo e l’amministrazione del MAE  portano avanti il loro progetto incuranti delle proteste dei Comites, del CGIE e dei parlamentari eletti nella circoscrizione estero,

Pertanto i cinque componenti la delegazione svizzera del CGIE ribadiscono la loro ferma contrarietà alla chiusura di questa importante sede diplomatica-consolare che, oltre ad erogare servizi indispensabili in una regione periferica alpina caratterizzata da una difficile diversità morfologica del territorio, costituisce un’avamposto di interessi economici e finanziari per il nostro Paese, che ha solo da trarne vantaggi. Gazzola Gianfranco, Nardi Dino, Narducci Franco, Ruedeberg-Pompei Anna

Schiavone  Michelenardu (de.it.press)

 

 

 

 

“Sicilia in Europa” sulla riforma di Comites e Cgie

 

Un sondaggio sul sito dell’associazione rileva la “scarsa capacità di comunicazione” ma anche la mancata conoscenza degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero

 

  MANCHESTER – La “scarsa capacità di comunicazione” influisce su alcuni pareri negativi raccolti tra i connazionali all’estero dall’associazione “Sicilia in Europa” a proposito della riforma degli organismi di rappresentanza (Comites e Cgie) di cui si discute assiduamente negli ultimi tempi.

  Vincenzo Nicosia, presidente di Sicilia in Europa, riferisce i risultati raccolti sul sito associativo a seguito di una domanda rivolta ai connazionali in merito a Comites e Cgie correlata a 4 possibili risposte: 102 utenti hanno accordato parere favorevole alla risposta “non servono a nulla” (pari al 50% dei votanti); 58 preferenze per “sono importanti, ma hanno bisogno di più poteri” (28,4% dei votanti); 34 preferenze a “non devono essere politicizzati (16,7%) e 10 preferenze per “cosa sono?” (4,9%).

  L’opinione negativa di molti connazionali, secondo Nicosia, conferma la scarsa capacità di comunicazione imputata a Comites e Cgie. “Spesse volte, molti Comites mostrano disinteresse verso le collettività che dovrebbero rappresentare – prosegue Nicosia – ad eccezion fatta che nei periodi elettorali. I Comitati invece che lavorano per i connazionali sono costretti a fare i salti mortali per garantire una rappresentanza soddisfacente, vista l’esiguità di risorse a loro disposizione”.

  “Lo stesso discorso vale, di riflesso, per il Cgie – segnala Nicosia, che rileva anche la mancata conoscenza dell’esistenza e della funzione di questi organismi tra i connazionali con cui l’associazione è più in contatto.

  “Comites e Cgie sono utili se rispettano gli scopi per cui sono stati creati – conclude Nicosia. – In caso contrario, non c’è alcuna ragione per impegnarsi a favore della loro operatività”. (Inform)

 

 

 

 

 

Sicilia Mondo: Il Natale siciliano 2009 attorno al presepe

 

       In seguito alla richiesta di numerosi collaboratori, anche quest’anno ospiteremo nel numero di Novembre/Dicembre della rivista il messaggio natalizio, uno spazio di 4 righe lineari – che vorrai mandare a “Sicilia Mondo” e  agli altri siciliani che vivono in Sicilia e nelle altre parti del mondo. 

       Leggere i vostri messaggi, l’uno dopo l’altro,  su Sicilia Mondo, significa vedere scorrere davanti agli occhi la nostra immagine e quella di tantissimi Presidenti ed amici, significa provare l’emozione di sentirsi più vicini, più uniti, più famiglia tra di Noi. Significa soprattutto rivivere la magia del Santo Natale sognando per un momento di stare insieme.

       Un messaggio circolare, con la voce di tutti Noi, che dice: Ti voglio bene , Buon Natale a Te e famiglia.

       Il messaggio dovrà pervenire  entro il 15 dicembre per consentire di stampare Sicilia Mondo in pieno Natale.

       Anche quest’anno, per vivere meglio ed in pieno il Nostro natale, vogliamo riproporre “Il Natale siciliano 2009 attorno al presepe” da allestire nelle nostre case.

       Il presepe  vuole essere il messaggio aggregante per dire ai siciliani tutti: viviamo questo Natale insieme per sentirci tutti figli di una grande Sicilia, la nostra Sicilia.

Mandami le foto del Tuo presepe, con attorno la tua famiglia. Pubblicheremo nel prossimo numero le foto prime classificate. Al vincitore del presepe più bello, Sicilia Mondo offrirà ad un componente della famiglia un soggiorno di 7 giorni in Sicilia, comprese le spese di viaggio. Aspetto di leggerTi..

Azzia – Presidente “Sicilia Mondo” (de.it.press)

 

 

 

 

Kongress EVP in Bonn. Berlusconi und der Witz mit dem Fallschirm

 

Attacken gegen Richter, gegen die Presse und ein Witz auf eigene Kosten: Wie Italiens Premier Berlusconi in Bonn erst poltert - und dann einen Witz mit Bart erzählt.

 

Silvio Berlusconi liebt den großen Auftritt, er gefällt sich als provozierender Polterer und sorgt regelmäßig - freiwillig oder unfreiwillig - für Heiterkeit: Dass sich daran nichts geändert hat, zeigte sich nun einmal mehr bei einem Besuch des italienischen Premiers in Deutschland.

Auf dem Kongress der Europäischen Volkspartei (EVP) in Bonn wurde ihm am Ende seiner Rede besondere Aufmerksamkeit zuteil, als er das Auditorium mit einem humoristischen Einwurf auf eigene Kosten unterhielt.

Der Witz, den er erzählte, geht so: Berlusconi, US-Präsident Barack Obama, der Papst und ein junger Assistent des Papstes sind an Bord eines abstürzenden Flugzeuges. Es sind nur drei Fallschirme an Bord. Obama nimmt den ersten mit der Begründung: "Ich bin der wichtigste Mann der Welt."

Berlusconi nimmt den zweiten und sagt dazu: "Ich bin der intelligenteste Mann der Welt." Der Papst sagt zu seinem Mitarbeiter, er solle den letzten Fallschirm nehmen, denn er sei noch jung. Darauf entgegnet dieser: "Wir haben noch zwei Fallschirme, Heiliger Vater. Berlusconi hat meinen Rucksack genommen."

"Ich bin stärker den je"

Der Rest der Rede des Ministerpräsidenten war allerdings weniger von Selbstironie geprägt. Unter anderem erklärte er mit Blick auf die gegen ihn laufenden Prozesse und Ermittlungen in Italien: "Wir haben einen Super-Premier. Ich bin verleumdet worden in der Presse. Aber ich bin stärker den je."

 

Ein Teil der Richter in Italien agiere parteiisch und stehe für die Linke, wetterte Berlusconi. Das Verfassungsgericht nehme dem Parlament Souveränität und habe sich zu einem politischen Organ entwickelt. Italien befinde sich in einer "Übergangsphase", die er aber in den Griff bekommen werde, betonte Berlusconi. Viele Zeitungen berichteten zudem falsch über die Vorgänge in seiner Heimat und stellten die Situation anders da, als sie sei.

 

Reform geplant - Berlusconi hatte jüngst seine Immunität vor Strafverfolgung verloren. Er arbeitet nun an einer radikalen Justizreform. Der Ministerpräsident tritt für eine zeitliche Begrenzung von Verfahren ein. Er hat sich angesichts zahlreicher Prozesse gegen ihn immer wieder als Opfer eines voreingenommenen Justizapparats bezeichnet.

Italiens Oberstes Gericht hatte Anfang Oktober ein auf die Initiative des Regierungschefs zurückgehendes Gesetz für verfassungswidrig erklärt, das ihn während seiner Amtszeit vor jeglicher Strafverfolgung schützen sollte. Aufgrund des Urteils sollen zwei Prozesse gegen Berlusconi wegen Steuerhinterziehung und Korruptionsvorwürfen wiederaufgenommen werden. (AFP/Reuters 10)

 

 

 

 

Mafia. Italiens Polizei läutet die Glocken

 

Nur drei Wochen nach dem letzten Erfolg ging wieder ein großer Mafiaboss ins Netz – Berlusconi weiß das für sich zu nutzen. Von Paul Kreiner, Rom

 

Die Spezialkommandos der italienischen Polizei haben es sich am Samstag Abend in Palermo nicht nehmen lassen, die Verhaftung des – beinahe – letzten großen Mafiabosses zu feiern. Sie hatten den vor drei Jahren untergetauchten, erst 28-jährigen Giovanni Nicchi mitten in der sizilianischen Hauptstadt aufgespürt, in einer Wohnung nahe dem Justizpalast. Und nun fuhren sie ihn im Triumph durch die Stadt, hin zu jenem Baum, der zum Gedenken für den 1992 ermordeten Richter Giovanni Falcone und symbolisch für alle Opfer der Cosa Nostra gepflanzt worden war. Und dann läuteten die Polizisten im Hauptquartier auch noch ihre Glocke, mit der sie große Erfolge bekannt zu machen pflegen – ein nahezu religiöses Ritual.

 

Vor drei Wochen erst hatten sie zum letzten Mal geläutet. Da war ihnen Domenico Raccuglia ins Netz gegangen. Der 45-Jährige, genannt „der Tierarzt“, galt als einer von jenen Mafiosi, die das Zeug dazu hatten, die unter dem Polizeidruck zerfallende „ehrenwerte Gesellschaft“ wieder aufzurichten – nachdem die Polizei 2006 den „Boss der Bosse“ verhaftet hat