WEBGIORNALE 11-13 dicembre
2009
A Malta il nuovo Ufficio europeo di sostegno per l’asilo politico
Malta batte le
offerte provenienti da Cipro e Bulgaria: La Valletta ospiterà il nascente
Ufficio europeo incaricato di aiutare i paesi dell'Europa meridionale
nell'esame delle domande di asilo degli immigrati che sbarcheranno sulle loro
coste.
Lo hanno deciso a
Bruxelles i ministri della giustizia e degli interni dell'Ue. La decisione è
stata annunciata dal ministro francese, Brice Hortefeux, che ha sostenuto la
candidatura di Malta, uno dei paesi più sotto pressione per i flussi migratori.
Secondo i dati
dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, nel solo 2008 sono
state più di 67 mila le persone che hanno attraversato il Mediterraneo per
chiedere asilo in Europa. Più della metà di loro sono sbarcate in Italia e
Malta.
Malta ha avuto il sostegno
di 22 dei 27 Stati membri dell'UE. Anche Cipro e Bulgaria si erano offerte di
ospitare l'ufficio, che dovrebbe avere un bilancio annuale di circa € 50
milioni di euro ed assumere 100 unità di personale.
La decisione dovrà
essere formalizzata entro la fine dell'anno.
Secondo il Times
di Malta, l'Ufficio sarà ospitata in un edificio nuovo governo di La Valletta,
vicino le autorità marittime maltesi.
Il nuovo Ufficio,
che dovrà avvalersi del sostegno di esperti in materia
d’asilo, si metterà a disposizione di tutti gli stati del territorio
europeo, per fornire un aiuto operativo, soprattutto laddove si verifica una
maggiore affluenza di profughi.
Dovrà inoltre
prestare un supporto tecnico e scientifico per far progredire la politica e la
legislazione in materia d’asilo dei vari stati membri. L'obiettivo è quello di
eliminare le divergenze tra le diverse legislazioni, che provocano forti
fenomeni di trasferimento dei richiedenti asilo dal un paese all'altro,
all'interno dell'Ue, verso i paesi con la legislazione più favorevole.
L'Ufficio dovrà
agire in stretta cooperazione con le autorità nazionali competenti, con la
Commissione europea e con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i
rifugiati. Osservatorio Inca, dic
Discriminazione razziale, in Europa i più colpiti sono rom e africani
Vienna -
Un'indagine fra i 27 stati Ue sulla discriminazione razziale, mostra una
persistenza del fenomeno in Europa e individua nei rom e negli africani i
gruppi etnici più colpiti. Lo studio, presentato alla stampa oggi a Stoccolma,
e commissionato dall'Agenzia dell'Ue per i diritti fondamentali (Fra) con sede
a Vienna, è il più significativo pubblicato finora dall'istituzione europea. E'
la prima indagine a livello europeo (condotta da Gallup) su un campione di
oltre 23.000 persone di minoranze etniche o gruppi di immigrati nei paesi Ue.
Le persone vengono intervistate sulle loro esperienze di discriminazione in
vari settori della vita quotidiana(lavoro, casa, scuola, sanità, ecc.) e su
episodi criminalizzazione (furti, aggressioni, molestie, ecc.).
Emerge che il
settore dove la discriminazione è maggiore è quello dell'occupazione (meno
invece in quello abitativo), e che i danni peggiori per le vittime risultano
nell'istruzione e occupazione. Prendendo in considerazione durante 12 mesi i
dieci gruppi oggetto di maggiore discriminazione, risulta che al primo posto ci
sono i rom nella Repubblica ceca (64%),seguiti dagli africani a Malta (63%), i
rom in Ungheria (62%), i rom in Polonia (59%), i rom in Grecia (55%), gli
africani sub-sahariani in Irlanda (54%), i nordafricani in Italia (52%), i
somali in Finlandia (47%) e Danimarca (46%) e i brasiliani in Portogallo (44%).
Una persona su
quattro è stata vittima di atti criminosi almeno una volta in 12 mesi, i gruppi
più colpiti sono gli africani sub-sahariani (33%) seguiti dai rom (32%).
Nell'insieme quasi una persona su cinque appartenente a gruppi rom o africani
sub-sahariani è stata vittima di molestie gravi almeno una volta: il tasso di
incidenza maggiore di molestie gravi è stato rilevato fra i rom in Grecia(174
episodi ogni 100 intervistati).
L'indagine mostra
anche che un'ampia maggioranza delle vittime di discriminazione non denuncia
gli episodi e che i gruppi vulnerabili non conoscono le misure legislative anti-
discriminazione e hanno scarsa fiducia nelle forze dell'ordine. Il suggerimento
alla politica per contrastare il fenomeno, è attuare la direttiva sulla parità
razionale, investire in risorse di informazione rivolte ai soggetti a rischio e
alle organizzazioni di assistenza, incoraggiare le vittime a denunciare gli
episodi alle autorità garantendo la certezza che le denunce saranno prese in
seria considerazione. IM 10
«Made in Italy», primo sì alla legge
Ora il testo passa
al Senato per l#approvazione definitiva - Urso: «Legge bandiera per avere più
forza negoziale in Europa». Reguzzoni: salva 1 milione di posti di lavoro
ROMA - La Camera
ha approvato quasi all'unaminità (543 sì, un no e due astenuti) il disegno di
legge che consente di usare l'etichetta «Made in Italy» solo per i prodotti
tessili, calzaturieri e di pelletteria realizzati prevalentemente in Italia.
Per l'approvazione definitiva il testo passa ora al Senato.
ETICHETTA - La
legge istituisce un sistema di etichettatura obbligatoria nei settori
dell'abbigliamento, arredo casa, pelletteria e scarpe. Viene evidenziato il
luogo di origine di ciascuna fase di lavorazione e si assicura la tracciabilità
dei prodotti. Il testo stabilisce che «nell’etichetta dei prodotti finiti e
intermedi l’impresa produttrice deve fornire in modo chiaro e sintetico
informazioni specifiche sulla conformità dei processi di lavorazione alle norme
vigenti in materia di lavoro, sulla certificazione di igiene e di sicurezza dei
prodotti, sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sul rispetto
della normativa europea e sul rispetto degli accordi internazionali in materia
ambientale. L’impiego della denominazione ’Made in Italy’ è permesso
esclusivamente per prodotti finiti per i quali le fasi di lavorazione hanno
avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale ed in particolare se
almeno due delle fasi di lavorazione sono state eseguite nel territorio
medesimo e se per le rimanenti fasi è verificabile la tracciabilità». Le
sanzioni arrivano fino a 50 mila euro, se si tratta di una impresa fino a 70
mila euro. Se le violazioni sono ripetute, c'è la reclusione da uno a 3 anni.
Se le violazioni sono commesse attraverso attività organizzate, reclusione da
tre a sette anni.
I COMMENTI -
Adolfo Urso, vice ministro dello Sviluppo economico con delega al commercio che
si è astenuto alla votazione ha chiarito che il testo approvato dalla Camera è
«una bandiera, un'affermazione di principio. Questa legge ci darà più forza in
sede europea per convincere i Paesi partner a varare il nuovo regolamento
sull'etichettatura obbligatoria e, quindi, a tutela del made in Italy». Secondo
Urso, quindi, «la soluzione del problema è solo in Europa e, in quella sede,
porteremo la volontà comune del Parlamento italiano affinché siano tutelati i
consumatori, le imprese e il lavoro italiano ed europeo». Il primo firmatario
del provvedimento, il leghista Reguzzoni, aggiunge: «L'etichetta non dirá più
dove è stata fatta l'ultima lavorazione, ma dove effettivamente è stato fatto
il prodotto. Noi consumatori avremo maggiori informazioni sulla qualitá e sulla
sicurezza dei prodotti acquistati. Potremo finalmente avere la possibilitá di
selezionare e indirizzare le nostre scelte verso prodotti di qualitá, che
rispettino la salute umana e l'ambiente. Dunque anzitutto una legge per
tutelare i consumatori, ma che aiuta anche le nostre industrie in un momento di
grave crisi. Salveremo un milione di posti di lavoro. L'etichettatura
obbligatoria sui prodotti tessili, dell'abbigliamento, dell'arredo casa, delle
calzature e della pelletteria non sará più semplicemente un obbligo doganale,
ma dirá a chi acquista dove è stato fatto il prodotto». CdS 10
Berlusconi a Bonn. Consulta, nuovo scontro con Fini. Napolitano:
"Forte preoccupazione"
Accuse e battute,
show del premier: in Italia comanda partito dei giudici, ma io sono super forte
e con le palle. Poi rilancia la riforma costituzionale.
L'ex An: parole incondivisibili. Ira Idv
BONN - È di nuovo
scontro politico duro tra i due co-fondatori del Popolo della libertà, Silvio
Berlusconi e Gianfranco Fini. Il presidente del Consiglio, dal congresso del
Ppe a Bonn, afferma: «La sovranità in Italia è passata dal Parlamento al
partito dei giudici», ma è «una situazione transitoria, stiamo lavorando per
cambiare la situazione anche attraverso la riforma della Costituzione». Duro il
giudizio sulla Consulta: «11 componenti su 15 appartengono alla sinistra»,
anche perchè cinque «li nomina il Presidente della Repubblica e abbiamo avuto
purtroppo tre Presidenti della Repubblica consecutivi tutti di sinistra. La
Corte si è trasformata da organo di garanzia in organo politico e abroga le
leggi fatte dal Parlamento».
Netta la presa di
distanza del presidente della Camera: «È certamente vero che "la sovranità
appartiene al popolo", ma il Presidente del Consiglio non può dimenticare
che esso "la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"
(art. 1). Ed è altresì incontestabile che gli articoli 134 e 136 indicano chiaramente
il ruolo di garanzia esercitato dalla Corte costituzionale. È la ragione per la
quale le parole di Silvio Berlusconi, secondo cui la Consulta sarebbe un organo
politico, non possono essere condivise; mi auguro che il premier trovi modo di
precisare meglio il suo pensiero ai delegati del congresso del Ppe per non
ingenerare una pericolosa confusione su quanto accade in Italia e sulle reali
intenzioni del Governo».
Il presidente del
Consiglio, Silvio Berlusconi, respinge però al mittente le richieste di
chiarimento sulle sue frasi sulla Consulta che gli sono state fatte da
Gianfranco Fini. Rispondendo ai giornalisti, infatti, il premier dice: «Non c’è
nessun chiarimento. Non c’è niente da chiarire. Sono stanco delle ipocrisie,
tutto qua».
A fianco del
premier si schiera il leader del Carroccio, Umberto Bossi: Berlusconi «è
l’unico che ha le palle ed è l’unico che non sia molto preoccupato dalla
giustizia». Per il segretario Pd, Pier Luigi Bersani: «I popolari europei hanno
avuto modo di constatare direttamente cos’è il rischio di populismo. Sono
convinto che anche loro se ne preoccuperanno, perchè il centrodestra in Europa
sa bene cos’è una Costituzione, cosa vuol dire picconare una Costituzione e a
quali esiti può portare».
Il presidente Udc,
Rocco Buttiglione rileva: «Non fa bene all’Italia il trasferire in ambito
europeo le vicende della nostra politica e quelle personali del presidente del
Consiglio. Conferma l’immagine dell’Italia come un paese di Pulcinella.
Preoccupa l’annuncio di voler cambiare la Costituzione per colpire la
magistratura. In questo modo il dialogo sulle riforme non va avanti». Secco il
giudizio del leader Idv, Antonio Di Pietro: «Il presidente del Consiglio sta
stracciando la Carta costituzionale, prima rendendo inutile il ruolo del
Parlamento e ora volendo abrogare anche la Corte costituzionale. Se non è
dittatura questa, cos’altro deve succedere in Italia per avere il ritorno del
fascismo?».
Preoccupato anche
il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «In relazione alle
espressioni pronunciate dal presidente del Consiglio in una importante sede
politica internazionale, di violento attacco contro fondamentali istituzioni di
garanzia volute dalla costituzione italiana, il presidente della Repubblica
esprime profondo rammarico e preoccupazione». Nel comunicato di Napolitano si
precisa che «il capo dello Stato continua a ritenere che, specie per poter
affrontare delicati problemi di carattere istituzionale, l’Italia abbia bisogno
di quello «spirito di leale collaborazione» e di quell’impegno di condivisione
che pochi giorni fa il Senato ha concordemente auspicato». LS 10
Clima. Copenaghen, gli emergenti rifiutano il «piano dei ricchi»
Tensione dopo che
un giornale diffonde la bozza preparata dai danesi. Barroso pessimista: «Non
sarà un trattato vincolante»
COPENAGHEN — Che
alla Conferenza sul clima in corso a Copenaghen sarebbe stata lotta dura si
immaginava. Ma l'inizio è stato peggio del previsto. Ieri, all'autorevole
responsabile per l'Ambiente del quotidiano britannico Guardian, John Vidal, è
stato passato un documento molto riservato, pare preparato come bozza finale
dalla presidenza danese: ha fatto infuriare i Paesi in via di sviluppo. In
sostanza, se fosse accettato ma ormai è difficile, darebbe ai Paesi ricchi e
non all'Onu il controllo della lotta alle emissioni di gas serra. E
stabilirebbe, al 2050, diritti d'inquinamento pro-capite per i Paesi
industrializzati doppi rispetto a quelli dei Paesi in via di sviluppo. Sarebbe
la rottura del paradigma che stava alla base del Protocollo di Kyoto, che cioè
i Paesi ricchi, che hanno inquinato di più, devono assumersi la maggiore
responsabilità nella lotta ai cambiamenti climatici. Inoltre, il controllo del
fondo per aiutare il taglio delle emissioni dei Paesi poveri sarebbe affidato
alla Banca mondiale e non alle Nazioni Unite e i denari verrebbero distribuiti
solo a chi si impegna su certe politiche di riduzione.
«BOZZA INFORMALE»
- Il responsabile del clima per l'Onu, Yvo de Boer, in serata ha fatto sapere
che «questo era un paper informale precedente la conferenza distribuito a un
numero di persone a scopo di consultazione» e non ha alcun valore formale.
Fatto sta che le trattative sono diventate subito calde. Il Gruppo dei 77
(Terzo Mondo) ha detto che il documento mette a rischio la Conferenza stessa.
Nonostante le buone volontà e i desideri di salvare il pianeta che tutti
spendono con generosità, quella in corso a Copenaghen è infatti una trattativa
dura e complicata. Ogni Paese negozia per fare avanzare quelli che ritiene i
propri obiettivi: in una cornice di riduzione delle emissioni, ma con enormi
interessi nazionali da difendere. L'Europa, per esempio, ha deciso di giocare
duro da subito. Ieri il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso
ha abbassato le aspettative e ha ricordato che un trattato vincolante non ci
sarà: al massimo un accordo politico. E a questo proposito, ieri è circolata
anche la bozza di lavoro approvata dalla Ue, nella quale si chiede tra l'altro
di arrivare a un vero e proprio trattato vincolante per tutti possibilmente sei
mesi dopo la fine della Conferenza di Copenaghen (se questa andrà bene).
BRACCIO DI FERRO -
Ma, più in generale, i negoziatori europei guidati dal ministro dell'Ambiente
Andreas Carlgren, hanno fin dall'inizio scelto la linea della durezza. Hanno
per ora ritirato dal tavolo delle discussioni la possibilità molto ambiziosa
che i Paesi Ue taglino le loro emissioni di gas a effetto serra del 30%,
rispetto ai livelli del 1990, entro il 2020. Sono già impegnati formalmente a
ridurle del 20% per quella data, ma finora si erano detti disposti a salire
ulteriormente a patto che altri Paesi, primi tra tutti Stati Uniti, Cina e
India, prendessero essi stessi impegni molto più ambiziosi in fatto di tagli. La
Ue dice che ciò finora non è avvenuto in misura sufficiente e quindi non vuole
più discutere l'ipotesi del 30%. Almeno fino a quando questa non avrà la
possibilità di diventare una carta pesante da giocare per il successo della
Conferenza. Inizio con i fuochi d'artificio, insomma. I grandi Paesi e i grandi
blocchi continuano a dire di volere mostrare «leadership» nella lotta
all'effetto serra. Ma poi hanno interessi da difendere e lobby a cui
rispondere. Risultato: ieri il successo finale, entro il 18 dicembre, era un
po' meno scontato. Danilo Taino CdS 9
Legge Finanziaria 2010: intervento dell’on. Franco Narducci nel dibattito
alla Camera dei Deputati
Il rapporto
annuale del Censis quest’anno è arrivato proprio nel mezzo dell’esame della
Finanziaria alla Camera; i dati avrebbero dovuto scuotere le coscienze e
portare il governo ad optare per un maggiore dialogo con l’opposizione in vista
di scelte adeguate ai tempi per la realizzazione del bene comune. Di fronte
allo scenario che emerge anche dal rapporto del Censis, mi sarei aspettato un
atteggiamento di collaborazione, di ascolto delle esigenze dei più deboli ed
invece si procede, come ormai rischia di diventare prassi in Parlamento, a
colpi di maggioranza e di fiducia. Ancora una volta, dopo che li avete spazzati
via in Commissione riproponiamo i nostri emendamenti, fedeli al mandato di
coloro che ci hanno eletti e che hanno il diritto di percepire il governo del
proprio Paese come governo per il bene di tutti e non di una maggioranza.
Mi chiedo se siamo
realmente capaci di metterci dalla parte di chi ha più bisogno, se riusciamo
qui ad avere una visione prospettica dei problemi o se semplicemente ci
apprestiamo a votare; o meglio ci costringete a votare contro una finanziaria
dal respiro corto, delle micromisure, che non riesce ad afferrare la posta in
gioco del cambiamento, che richiede la piena incarnazione della responsabilità
sociale nell’economia e con essa la necessità che l’impresa sappia “creare
valore economico facendo bene al sociale e all’ambiente”. Viene minata la
tutela dei lavoratori reintroducendo lo staff leasing abolito dal governo Prodi
e cancellando la gratuità del processo del lavoro, mentre la crisi colpisce
proprio queste fasce più deboli anche con ingiusti licenziamenti. Inoltre si
rileva una grave decurtazione al bilancio delle pari opportunità mettendo in
crisi il funzionamento stesso del Dipartimento in un momento in cui le donne
sono più a rischio di altri per la situazione economico finanziaria, come
conferma il già citato rapporto del Censis.
Stessa musica
anche per i cittadini italiani residenti all’estero. La Finanziaria non risolve
la questione scandalosa degli indebiti pensionistici che abbiamo sottoposto più
volte all’attenzione del Governo, perché non possiamo far finta di niente
quando si chiede a persone che in molti casi vivono al limite della
sopravvivenza la restituzione di alcune centinaia di euro a causa della prassi
amministrativa sconclusionata con cui l’INPS eroga le pensioni all’estero,
laddove occorrerebbero procedure atte a prevenire la genesi degli indebiti
pensionistici stessi.
La finanziaria non
si pone alcuni obiettivi fondamentali che si qualificano come elementi
abilitanti delle politiche di sviluppo e come veri e propri asset competitivi,
che il nostro Paese non può declinare se vuole mantenere il passo imposto dalla
globalizzazione. Basti pensare alla inadeguata considerazione per la promozione
e lo sviluppo delle attività di ricerca e sviluppo nei settori dell’innovazione
e delle nuove tecnologie. Dobbiamo allora assistere con nostra buona pace alla
fuga dei nostri giovani ricercatori che se ne vanno, ironia della sorta proprio
mentre l’Italia è scossa da continue polemiche sull’immigrazione; giovani che
non torneranno più nel Paese che ha offerto loro opportunità prossime allo
zero.
Eppure l’Italia
potrebbe avere una posizione sicuramente rilevante nell’economia globale se
utilizzasse compiutamente la risorsa degli italiani residenti all’estero,
troppo a lungo trascurata. Oltre ai tagli alle risorse finanziarie, pesanti e
controproducenti, non c’è stato il minimo segnale d’interesse verso le numerose
proposte di legge riguardanti riforme fondamentali per promuovere le nostre
comunità all’estero nell’ottica di un processo integrato per lo sviluppo di un
sistema Paese che non si esaurisce nei limiti dei confini nazionali. C’è una
comunità di italiani all’estero che ne ha fatta di strada e occupa posizioni
importanti e prestigiose, e c’è una mobilità transnazionale crescente che
spinge tanti giovani laureati a cercare altrove ciò che non trovano in Patria:
due mondi che meriterebbero spazio nella finanziaria per valorizzare le
eccellenze italiane all’estero sostenendo scambi di esperienze e progetti
tra Università italiane e straniere, con il coinvolgimento di professionalità
italiane operanti all’estero.
E invece questa
manovra, che non punta allo sviluppo, non porterà buoni frutti per le comunità
italiane all’estero: il progetto di riorganizzazione della rete
diplomatico-consolare anziché risolvere i problemi già esistenti li accentua
con la chiusura di una ventina di sedi, e non ci si può consolare con la
realizzazione della cosiddetta rete dei servizi consolari a distanza, resa
possibile dagli stanziamenti operati dal Governo Prodi, e che può migliorare la
qualità dei servizi ma certamente non potrà accorciare le distanze e sostituire
la presenza dello Stato. Una presenza fondamentale per le sfide che l’Italia
deve affrontare.
La finanziaria,
dopo la batosta del 2009, non ha investito un euro in più sulla promozione
della lingua e della cultura italiana nel mondo, una scelta riduttiva, quasi
liquidatoria, grave per tante ragioni. Ne vorrei citare almeno due: la
scarsa attenzione per la divulgazione della lingua e della cultura italiane nel
mondo minaccia gravemente la proiezione dell’Italia all’estero, nonché il
legame con le comunità emigrate, fondato sulla lingua quale strumento di
aggregazione identitario per i nostri concittadini residenti all’estero e per
discendenti italiani; in secondo luogo, le forti radici culturali, come ben
evidenzia il documento programmatico approvato dalla recente Conferenza
Stato-Regioni-CGIE, “sono una garanzia di solidità ed azione propulsiva per un
futuro che vedrà sempre più l’Italia, una grande potenza culturale oltre che
economica, al centro della scena politica internazionale, per offrire un
contributo di equilibrio, di esperienza, di conoscenze.
Certamente la
diffusione della lingua italiana nel mondo non è un solamente questione di
stanziamenti o di tecnici esterni strapagati per le loro consulenze, è anche un
problema squisitamente politico e spetta ai politici individuare priorità e
campi d’azione, e ai politici spetta anche un preciso dovere etico: porsi in
ascolto di una diaspora oggi quanto mai necessaria ad un Italia che vuole
giocare un ruolo in ambito internazionale. E allora io voglio ringraziare il
Consiglio generale degli italiani all’estero e i Comites che nonostante mille
difficoltà continuano a portare avanti un sogno e a lavorare con i nostri
italiani emigrati, mentre per tanta classe elitaria lavorare con gli italiani
all’estero comporta implicitamente un disprezzo per la cultura italiana,
succube di una ideologia mai morta che ritiene l’emigrato incapace di tanta
sublimità. Tanto che il Governo ha deciso di escluderlo anche dall’abolizione
dell’ICI sulla prima casa, mortificando in tal modo l’investimento che decine
di migliaia di nostri connazionali emigrati hanno fatto nei loro comuni di
origine.
Signor Presidente,
concludo dicendo che l’andamento dell’economia mondiale negli ultimi anni ha
registrato un trend che si è manifestato in misura differente per i diversi
Paesi. Gli indicatori macroeconomici evidenziano che l’Italia ha accusato più
degli altri la contingenza anche con riferimento agli impegni derivanti dal
Patto di Stabilità. Allora io credo che si debba fare di più per collegare
meglio, anche a livello di legge finanziaria, le due Italia. on. Franco
Narducci (de.it.press)
“Non lasciamo che
per tappare buchi di bilancio vengano svenduti decenni di lotta antimafia”. Con
un appello ai parlamentari di tutti gli schieramenti, l’on. Laura Garavini (PD)
è intervenuta sulla legge Finanziaria, attualmente in discussione alla Camera
dei Deputati. “È preoccupante che il Governo, con il solo obiettivo di fare
cassa, abbia deciso di mettere all’asta i beni confiscati distruggendo, così,
uno dei principali strumenti della lotta contro la criminalità organizzata”, ha
affermato la capogruppo del PD in Commissione chiedendo di stralciare dalla
Finanziaria il provvedimento voluto dal Governo.
“L’utilizzo
sociale dei beni si è rivelato la prova concreta che si può colpire il potere
delle mafie e costruire un’altra vita, restituendo alla collettività ciò che il
crimine organizzato le ha rapinato, dando speranza e lavoro a giovani onesti in
quelle terre che un tempo erano simbolo della violenza e dell’intimidazione”,
ha spiegato la Garavini. La destinazione sociale dei beni è stata introdotta
nel 1996 con una legge di iniziativa popolare, sostenuta dalla raccolta di
oltre un milione di firme.
“La vendita dei
beni sarebbe un colpo durissimo all’antimafia”, ha avvertito la parlamentare,
“perché permetterebbe ai boss di riacquistare, attraverso prestanomi
incensurati, le loro proprietà, alla faccia del lavoro delle forze dell’ordine
e della magistratura”. Concludendo, la parlamentare ha lanciato un appello:
“non assistiamo alla demolizione della legalità in questo Paese, non regaliamo
alle mafie la consapevolezza di avere vinto”. De.it.press
L’associazionismo in emigrazione
L’intervento di
Rino Giuliani (Cne) al convegno di Treviso - “La radice associazionistica del
Cgie e dei Comites è la migliore garanzia del loro ruolo insostituibile nel
sistema delle rappresentanze democratiche degli italiani all’estero”
Sabato 5 dicembre
si è svolto a Treviso, presso la Casa dei Carraresi, il convegno, promosso da
UNAIE, Umanesimo Latino e Fondazione Cassamarca, dal titolo “Italiani nel
mondo: Associazionismo, Organismi di rappresentanza e Umanesimo Latino”.
Durante l’incontro è intervenuto Rino Giuliani, presidente della Consulta
Nazionale dell’Emigrazione (Cne) che ha sviluppato il tema “Associazionismo
italiano nel mondo, una risorsa inesauribile? Le sfide e le prospettive”.
Riportiamo qui la
sintesi della relazione del presidente della Cne
Il tema
dell’odierna discussione ha la fortuna di trovarsi oggi collocato
in un contesto non teorico ma concreto, dentro un confronto vero nel
quale si confrontano posizioni ed il cui esito non è scontato. Come
sempre l’esito dipenderà dalla correlazione fra le forze che si misurano in
campo e non solo dalla maggiore o minore bontà delle argomentazioni. I toni
gridati e gli interventi sopra le righe preannunciano un fine di 2009 nel
quale dovremo fare appello a tutta la nostra capacità di tenere la barra dritta
e di non farci trascinare in polemiche da cortile.
Lo esige la posta in gioco e cioè la
salvaguardia di una idea di partecipazione democratica , di un modus operandi
libero, lontano da scelte elitarie e populistiche, di partitizzazione degli
organismi di rappresentanza che sono all’opposto dell’idea di associazionismo
diffuso, pluralistico, rinnovato con il quale unire nuove e vecchie generazioni
per l’Italia di oggi, quella della madrepatria e quella delle comunità italiane
all’estero.
Ci sono senatori eletti dall’estero
espressione dell’associazionismo che vorrebbero farci scomparire ed altri che
ci vorrebbero ridurre a mera testimonianza.
Dal governo nel suo insieme non possiamo
dire che sia venuto, sin dalle prime dichiarazioni del sottosegretario
Mantica il giusto riconoscimento del ruolo delle associazioni o che ci
sia stata una chiara consapevolezza dell’importante ruolo di promozione
sociale ed umana delle associazioni né che siano state promosse
forme di sostegno finanziario.
Il sottosegretario con delega per gli
italiani all’estero ha più volte affermato che non crede a questo
associazionismo e che il suo pensiero va ad una emigrazione nuova di giovani
professionisti ed imprenditori, non meglio definita che si rivolge a paesi
nuovi e che , questa sì, sarebbe degna di tutela e di riconoscimento.
La domanda che ci facciamo è se oggi un
patrimonio esistente di migliaia di associazioni possa trovare un
effettivo, convinto, non strumentale riconoscimento dalle nostre istituzioni ,
Parlamento, governo ma anche realtà intermedie fondamentali quali i partiti
politici che riconoscano e rispettino il ruolo di rappresentanza sociale
delle associazioni e quindi la possibilità delle consulte dell’emigrazione e
della Cne di concertare e negoziare per gli italiani all’estero ?
Quali sono le ragioni alla base della palese
incongruenza che emerge dal confronto fra la riaffermazione in via di principio
del ruolo presente e futuro delle associazioni ed i contenuti del testo Tofani
nel quale sono state unificate le diverse proposte di legge di modifica
di Comites e Cgie presentate in Senato?
Ed ancora che rapporto c’è fra i documenti in
tema d’emigrazione assunti dal maggior partito di opposizione e quanto
viene attivamene sostenuto dal senatore Micheloni? L’attuale sistema non
piace ad alcuni che lo vogliono cambiare con qualcosa di totalmente diverso,
qualcosa di diverso da modificare subito senza confronti con nessuno, mettendo
insieme riforma del Cgie e riforma dei comites che non necessitano certo di un
unico procedimento di revisione.
Il finto processo riformatore è figlio di una
idea di società portata avanti in altri ambiti decisionali secondo la quale la
governabilità è più importante della partecipazione alle decisioni ed il ruolo
dei leaders deve avere più peso delle forze politiche che li esprimono. A ben
vedere ci sono nel paese almeno due linee che si confrontano sull’idea di
società e vi sono due linee che si contrappongono sul versante degli italiani
all’estero Noi come Cne siamo per il pluralismo delle associazioni
all’estero, a favore della loro disseminazione in modo estensivo dalle
parrocchie italiane ai centri culturali alle scuole ai patronati pensiamo che
le stesse debbano poter nascere e vivere in autonomia e nella piena libertà del
diritto di associazione. E’ per questo che respingiamo e combattiamo tutte
quelle proposte che mirano a ridurne il numero, a chiudere gli spazi ad
imporci il silenzio nei Comites e nel Cgie.
Noi siamo contrari alla riduzione dei Comites
che produrrebbe una frattura fra rappresentanza di base e territori, con
la riduzione della partecipazione e dell’esercizio dei diritti di
cittadinanza.
Respingiamo l’eliminazione del mondo
associativo dal circuito di formazione dei Comites e dall’elezione dei membri
del Cgie.
Il nostro dissenso, dovrebbe essere chiaro,
non è sulla opportunità di rivedere l’esistente sulla base di nuove, vere
esigenze o di riformare sensatamente quello che l’impegno trentennale di
diverse generazioni ci ha consegnato, senza recidere le radici della partecipazione
e l’ispirazione di servizio che finora ha animato questi organismi.,
La radice associazionistica del Cgie e dei
Comites è la migliore garanzia del loro ruolo insostituibile nel sistema delle
rappresentanze democratiche degli italiani all’estero.
Con la ridefinizione dei ruoli istituzionali
delle Regioni l’associazionismo ha potuto assumere un ruolo di mediazione
tra i migranti ed i rispettivi territori, di partenza, arrivo e ritorno,
facilitati in questo da normative regionali nuove.
In questa fase qualcuno errando ha voluto
contrapporre le associazioni nazionali a quelle regionali dando ad intendere
che queste ultime erano il nuovo che avanzava e le altre erano il passato da
far passare. Qualche normativa regionale ha voluto penalizzare le associazioni
nazionali. Noi come Cne abbiamo lavorato e siamo impegnati per l’unità
del mondo associativo e non per la sua sterile divisione. Oggi l’esigenza di
operare con una unità d’intenti è largamente sentita nel mondo associativo.
Molto meno è compresa dal mondo politico.
Nei rapporti con le Regioni, vanno evitati
atteggiamenti di tipo strumentale, vanno arginati, per mantenere un
orientamento e un indirizzo capace di generare legami più ampi e profondi di
carattere sociale e culturale, oltre che economico e commerciale.
Dobbiamo conciliare ed integrare un
protagonismo a dimensione nazionale con quello a dimensione regionale. Nelle
prossime settimane avanzeremo alcune proposte
La Cne si rende disponibile ad un lavoro
comune: La risorsa associazionismo è essenziale soprattutto se aderente alle
esigenze del presente.
Negli ultimi decenni è cambiata la fisionomia
dell’emigrazione italiana: a quella tradizionale, nazionale e regionale si sono
aggiunte le generazioni nuove,una nuova componente giovanile qualificata anche
con le sue forme organizzative.
Esiste inoltre il più ampio bacino dei
discendenti fonte anch’essi di momenti specifici di aggregazione e di
forte, crescente interesse verso l’italianità.. Le associazioni anche verso di
loro , rinnovandosi, sono in grado di offrire visibilità, di svolgere
ruoli di mediazione, di coprire una diversità di obiettivi: ricreativi,
sociali, culturali, professionali, religiosi.
Occuparci del futuro delle associazioni di
emigrazione equivale ad occuparsi del futuro delle nostre collettività. In
assenza della funzione aggregativa e organizzativa, di orientamento e confronto
assicurata dalle associazioni le nostre collettività ed i singoli soggetti non
esisterebbero in quanto tali ci sarebbe solo l’integrazione dei paesi
d’accoglienza. L’attività di promozione e mediazione sociale, che storicamente
ha svolto e svolge l’associazionismo costituisce la funzione fondamentale per
la riproduzione del senso di appartenenza e del legame con l’Italia anche e
soprattutto nelle mutate condizioni.
Le realtà italiana e di origine italiana nel
mondo, da tempo hanno avuto una loro autonoma evoluzione sul piano
dell’avanzata integrazione nei Paesi di residenza e con l’accresciuto numero di
generazioni d’origine, che non hanno un legame diretto con l’Italia, ma con la
quale vogliono comunque mantenere moderne forme di collegamento. Anziché farle
scomparire occorre invece sostenerle con politiche di
intervento plurisettoriali.
Noi pensiamo che non vadano fatti colpi di
mano ma che il riordino di Comites e Cgie vada discusso con tutti gli
interessati. Da tempo chiediamo che siano i partiti a fare un passo indietro
negli organismi di rappresentanza in modo da rafforzare proprio una più
visibile presenza delle associazioni regionali e nazionali.
Le politiche dei soli tagli verso gli
italiani all’estero adottate dal governo, prive di un progetto di riforma e
valorizzazione delle nostre comunità, le forzature della “bozza Tofani”
sono la pars destruens. Non le condividiamo . L’associazionismo può
subire colpi ma il suo ruolo, oggi come ieri seguiterà ad essere svolto. Molto
dipenderà dalla compattezza con la quale le associazioni, tutte le
associazioni sapranno insieme rispondere agli attacchi cui oggi
sono fatte oggetto. Rino Giuliani, Presidente della Cne, Consulta Nazionale
Emigrazione
Dedicato all’integrazione il tradizionale convegno organizzato dal
sindacato tedesco IG BCE
Giovanni Pollice,
direttore del dipartimento lavoratori stranieri del sindacato, chiede più
rispetto nei confronti degli immigrati
Recklinghausen -
Dedicato all’integrazione il convegno dell’IG BCE, sindacato tedesco che
rappresenta minatori e lavoratori nel settore energetico e chimico, svoltosi il
5 dicembre a Recklinghausen e organizzato da Giovanni Pollice, direttore del
dipartimento lavoratori stranieri della sigla sindacale.
I 350 delegati venuti da tutta la Germania si
sono incontrati per discutere gli sviluppi nelle politiche per l’integrazione e
l’immigrazione dopo le elezioni europee e il cambio di governo a livello
federale. Molti partecipanti hanno espresso disillusione verso le scelte del
governo CDU/FDP, mentre altri auspicano da parte dei cittadini di origine
straniera che vivono in Germania, una maggiore disponibilità ad integrarsi. Ma
il risultato del referendum in Svizzera e il conseguente divieto di costruire
minareti, hanno spostato l’attenzione verso la paura nei confronti dell’Islam.
Nel servizio dedicato all’evento da Radio
Colonia, Agnese Franceschini riporta l’appello di apertura per un maggior
rispetto nei confronti degli immigrati formulato da Pollice, che nel suo
intervento ha stigmatizzato la discussa operazione “White Chirstmas” annunciata
dal sindaco di Coccaglio (Brescia), Franco Claretti. Il presidente della
frazione dei deputati socialdemocratici tedeschi al Parlamento europeo, Martin
Schulz, ha risposto alle sollecitazioni in proposito garantendo la sua
intenzione di voler verificare la legittimità dell’operazione leghista.
Il dibattito ha dimostrato l’allarme presente
tra i delegati sindacali in merito all’assenza di una precisa politica
sull’integrazione da parte del governo tedesco in carica, a parte la proposta
di far firmare al cittadino straniero un contratto per l’integrazione. Una
proposta che “in linea di massima potrebbe andar bene – ha sottolineato Pollice
– se viene assicurata una contropartita”.
Diversi partecipanti al convegno hanno
rilevato, infine, come il processo di integrazione debba essere uno sforzo
reciproco anziché unilaterale. (Inform)
Le Acli Germania del dopo Congresso. Il presidente Macaluso illustra le
nuove scelte
Nuovi obiettivi e
nuove sfide per le Acli, presenti in Germania, da oltre cinquant’anni, per
tutelare i diritti dei lavoratori italiani emigrati. A spiegare cosa c’è di
nuovo all’orizzonte è il presidente uscente Carmine Macaluso, invitato, qui, a
fare il punto su attività, storia e nuovi compiti delle Acli nella Repubblica
federale tedesca.
Macaluso, lo
scorso 24 ottobre, a Francoforte è stato celebrato l’11esimo congresso
nazionale in quanti hanno aderito?
Il congresso ha
voluto coinvolgere tutte le strutture di base di tutte le regioni acliste in
Germania, con una presenza capillare soprattutto in Baviera, Baden Württemberg,
Renania, Bassa Sassonia e Assia. Con la presenza numericamente importante anche
dei delegati: oltre novanta eletti, con il compito di “abitare il presente e
servire il futuro per superare la crisi nello spirito di solidarietà”.
Tra i temi
centrali del vostro incontro, si è sentita anche la necessità di ribadire quali
siano i valori su cui si fonda l’attività delle Acli?
Le Acli in
Germania, come nel resto nel mondo, aspirano a essere nella società civile un
faro e un riferimento specifico per l’associazionismo cattolico, a strenua
difesa dei valori della democrazia e della libertà e della tutela dei diritti
dei lavoratori. Noi ci intendiamo come api laboriose della Dottrina sociale
della Chiesa.
Dai valori ai
servizi. Da anni le Acli hanno messo in campo risorse per dare sostegno e aiuto
ai lavoratori: in Germania com’è la situazione attuale dei servizi?
Il congresso, ha
rappresentato un momento di ampia riflessione anche sullo stato dei servizi
delle Acli che, con le sedi di patronato e gli oltre 30 operatori, coordinati
da Remigio Ciotti, e l’ente di formazione Enaip, rappresentano un servizio di
riferimento per le nostre collettività. Anche se nell’ultimo quadriennio le
difficoltà di carattere finanziario ed economico hanno posto questioni
rilevanti a cui il congresso ha voluto dare risposte forti, manifestando la
volontà che un sistema Acli è imprescindibile da un binomio movimento-servizi.
Al congresso si è
anche discusso su come ripensare la politica delle Acli?
La proposta all’unanimità
dei delegati di eleggere il nuovo Consiglio nazionale, composto da 20
consiglieri più i presidenti regionali e quelli emeriti, ha rappresentato una
grande compattezza di squadra. In un momento di particolare riflessione e
necessità di ricompattare le fila, l’elezione del nuovo Consiglio ritengo che
politicamente abbia superato gli attriti del passato e si proponga come momento
proficuo di lavoro per rilanciare il messaggio aclista.
Vogliamo essere
presenti alle elezioni Comites e Cgie previste nel 2010, nel rispetto di una
tradizione e a garanzia di forme di rappresentanza che le Acli hanno sempre
individuato. Spirito di squadra significa che ci deve essere l’equilibrio tra
tutte le realtà delle Acli. La partecipazione diretta dei presidenti regionali
deve essere in uno spirito di reciproco rispetto e collaborazione.
Importante è anche
il recupero con il movimento cattolico dei lavoratori tedeschi (Kab) e delle
Missioni. Importante è il richiamo alla moralità della vita pubblica. Viviamo
in un momento di forte degrado, le Acli devono essere sentinelle, di sprone per
un recupero di valori condivisi, della moralità, sia in Italia che in Germania.
E devono proporre un salto in avanti qualitativo della politica.
Dopo il congresso
nazionale in Assia, il seminario di Berlino ha fatto intravedere nuove sfide
per le Acli?
Il seminario di
Berlino, organizzato dalle Acli, insieme a Enaip, Eza e Eu, ha avuto due
momenti importanti. Nella prima fase ha affrontato il tema della qualità del e
nel lavoro. Con un’analisi ad ampio raggio sull’occupazione e la cittadinanza
nei tempi della crisi globale. Abbiamo affrontato le trasformazioni nel mondo
del lavoro e dell’economia nello sviluppo sociale e nella democrazia. In questo
confronto d’idee è stato di aiuto un approfondimento dell’ultima lettera di
papa Benedetto XVI – in Caritas Veritate. Il messaggio in favore di un’economia
rinnovata nello spirito cristiano è forte. Alfeo Quaranta, CdI
Sabato 12 dicembre a Francoforte un seminario sulla comunicazione
interculturale d’impresa
Francoforte - Il
Comites di Francoforte sul Meno ha in programma per il 2010 un convegno al
quale saranno invitati cittadini italiani o di provenienza italiana che hanno
avuto il massimo successo nella società tedesca; tema del convegno: se e come
la formazione culturale e la socializzazione di provenienza abbia condizionato
il successo, cioè se il “fattore italiano” abbia accelerato o frenato l’ascesa
in carriera in Germania.
In preparazione
del convegno, il Comites organizzerà il 12 dicembre prossimo a Francoforte,
presso l’Hotel Holiday Inn Sachsenhausen, un seminario in materia di
comunicazione interculturale d’impresa (interkulturelle
Wirtschaftskommunikation). Esperti delle università di Jena e di Como
incontreranno alcuni testimoni del fenomeno. Il seminario sarà utile per
acquisire le conoscenze in materia e aiuterà a pianificare il convegno del
2010.
Per partecipare al
seminario sono ancora disponibili pochi posti: chi è interessato può rivolgersi
alla segreteria del Comites: tel. 06103 699827 - fax 06103 604825 - e-mail
comites.frankfurt@t-online.de. (Inform)
Berlino. Venerino Poletti al Convegno internazionale di pneumologia
Berlino - Venerino
Poletti, direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia Interventistica
dell’ospedale di Forlì, parteciperà nei prossimi giorni come moderatore di una
sessione al Convegno internazionale che si svolgerà a Berlino dal titolo
"Evolving views the diagnosis of lung carcinoma".
Il corso,
organizzato dalla Menarini Diagnostics, vedrà la partecipazione di noti esperti
di livello internazionale, alcuni dei quali già ospiti all’ospedale di Forlì
come Thomas Colby della Mayo Clinic dell’Arizona che partecipò nell’ottobre
2008 a Forlì al 31° Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia
Toracica.
Anche Klaus Rabe,
relatore al Convegno di Berlino e direttore del Dipartimento di Medicina
Interna dell'Ospedale universitario di Leiden (Olanda), era stato ospite nel
gennaio 2009 dell'Unità Operativa di Pneumologia Interventistica di Forlì. In
tale occasione, l'Associazione Morgagni Malattie Polmonari e l'Associazione
italiana pneumologi ospedalieri, col patrocinio dell'Ausl di Forlì, avevano
consegnato al professor Klaus Rabe, il primo premio "Morgagni" per
Medici e Scienziati che abbiano contribuito in modo significativo allo studio
delle correlazioni anatomo-cliniche nella patologia polmonare. Al Convegno di
Berlino si tratterà di carcinoma del polmone, delle sue basi patologiche e di
biologia molecolare attraverso un approccio diagnostico mini-invasivo. (aise)
Stoccarda. La comunità e le sue iniziative
L'Istituto
italiano di cultura di Stoccarda propone un nuovo modo di promuovere la cultura
italiana. Il motto è: sviluppare meccanismi culturali. La promozione del teatro
italiano locale. Come?
Entrare in
collaborazione con strutture e istituzioni locali (tedesche) e sviluppare
meccanismi culturali che possano durare nel tempo. Quando sono arrivato qui a
Stoccarda, la Settimana della lingua italiana nel mondo presentava soltanto uno
o due appuntamenti. Io ho tentato di collegare tutti i soggetti che esprimono
cultura per celebrare tutte le forme culturali italiane già esistenti in
Baden-Württemberg.
Oggi possiamo
vantare ben 50 rappresentazioni e iniziative che si ripetono ogni anno. In più,
quest'anno di nostra iniziativa abbiamo chiamato e coinvolto i rappresentanti
degli Istituti culturali francese e ungherese per realizzare nel giugno scorso
l'Eunic, Associazione di enti culturali europei. All'Eunic possono partecipare
anche altri paesi quali la Spagna, ma solo come membri onorari in quanto privi
di un Istituto culturale di rappresentanza.
Oltre a tutto ciò,
in collaborazione con il prof. Maag dell'Università di Stoccarda cerchiamo di
introdurre l'Icon. Ho cercato di creare meccanismi culturali in cui si possa
cooptare e collaborare con interlocultori culturali tedeschi e non. In questo
ambito s'inserisce il progetto teatro. In penso che uno dei compiti dell'Iic è
quello di realizzare qualcosa con la comunità italiana locale. Abbiamo
individuato una comunità locale che esprime un ottimo livello culturale
nelmondo del teatro. Ben sette compagnie operano da alcuni anni nel
Baden-Württemberg.
Mi sono reso conto
che c'erano delle compagnie molto serie e ho pensato di collegarle nel progetto
teatro. Teatralia, Le Maschere, Compagnia Prestandrea sono le prime con cui
abbiamo iniziato da quest'anno. L'Iic offre la propria visibilità e publicizza
attraverso i suoi canali le manifestazioni e contribuisce a una parte delle
spese. Un tentativo di dire ai tedeschi che una parte della nostra comunità
locale esprime cultura ad ottimi livelli.
Persone che amano
la cultura e che la rappresentano dedicandoci del tempo e mettendo a disposizione
le loro abilità. Questo progetto sará istituzionalizzato e lasciato in eredità
quando avrò finito il mio mandato.
Quali sono i
criteri di scelta delle compagnie?
Le compagnie
debbono essere serie e qualitativamente apprezzabili. Quelle finora scelte sono
conosciute e hanno un loro pubblico, sono compagnie che si impegnano molto
soprattutto nello studio dei copioni. Cerchiamo di raggiungere tutto il
Baden-Württemberg.
Lo facciamo
attraverso le università di eccellenza del territorio. Heidelberg, Tübingen,
Freiburg. Scopo è sempre quello di fare da trait d'union tra le due culture,
quella italiana e quella tedesca. Noi non vogliamo insegnare, ma rendere un
servizio, promuovere la collaborazione, la conoscenza. Mettere in evidenza che
la nostra comunità locale è produttrice di iniziative. Volgiamo promuovere
l'iniziativa del bottom up.
Perché il teatro e
non altro?
Il teatro era una
realtà già pronta e avviata. Siamo aperti a qualsiasi iniziativa anche di altro
genere culturale, purché di qualità e fatta con impegno.
www.iicstoccarda.esteri.it Barbara Golini, CdI
Amburgo. Dedicato al viaggio l’ultimo numero della rivista “Ciao!”
Fuga dei cervelli
ma anche storie di immigrazione in Italia nella rivista bilingue edita ad
Amburgo
Amburgo – Dedicato
al tema della migrazione e del viaggio il secondo numero della rivista bilingue
(in italiano e tedesco) “Ciao!”, rivolta agli amanti dell’Italia e pubblicata
ad Amburgo.
Si intitola
infatti “Terra Promessa” questa seconda uscita e comprende uno speciale,
firmato dal direttore Paolo Ferrone, sulla questione che da tempo infiamma
anche il dibattito in Italia: se l’Italia sia o meno un Paese capace di
valorizzare e dare una possibilità ai giovani. Una questione riaperta di
recente anche per via di una lettera del direttore generale dell’Università
Luiss Pier Luigi Celli in cui egli rivolge al figlio l’invito a lasciare
l’Italia, specie per il poco spazio che qui viene dato al merito.
Ma si parla anche
di immigrazione in Italia dalle terre colpite dal terrorismo e dalla guerra,
come nella storia di Zaher, ragazzo in fuga dall’Afghanistan o dell’incrocio
etnico rappresentato dall’orchestra di Piazza Vittorio, a Roma, su cui ha
incentrato un documentario Agostino Ferrente, in un interessante rassegna dei
recenti film che il nostro Paese ha dedicato all’immigrazione.
La rivista può
essere scaricata gratuitamente dal link: ciao-magazin.de. (Inform)
Ristrutturazione consolare. In aula le mozioni di Micheloni (PD) e Pedica
(IdV)
Roma - Nel tardo
pomeriggio di mercoledì sono state illustrate in Senato le mozioni sulla
ristrutturazione consolare presentate dai senatori Claudio Micheloni (Pd) e
Stefano Pedica (Idv). Alla seduta di oggi il governo era rappresentato dal
sottosegretario agli esteri, Alfredo Mantica. La posposizione dell’ordine del
giorno, con l’anticipo della trattazione delle mozioni sui cristiani
perseguitati nel mondo, ha di fatto ridotto il tempo per la discussione delle
due mozioni che quindi sono state verranno dibattute nella seduta del 10
dicembre.
Senatore del Pd
eletto in Europa, Micheloni è il primo firmatario di una mozione bipartisan,
firmata da altri 24 senatori di quasi tutti gli schieramenti, in cui si chiede
un maggior coinvolgimento del Parlamento nelle decisioni che riguardano la rete
consolare.
"Ci
aspettiamo – ha detto Micheloni presentando il testo ai colleghi – un’apertura
del Governo a un dialogo che vada oltre la disponibilità a venire in Commissione
a spiegare decisioni già prese". Il senatore ha quindi osservato che
"il nostro Ministero degli Esteri ha una missione in più rispetto ai
Ministeri degli altri Paesi: come questi ultimi ha il compito di promuovere il
proprio Paese nel mondo", con ciò che ne consegue in termini di
"proiezione economica e politica"; ma in più, la Farnesina "deve
fornire servizi a più di 4 milioni di italiani che risiedono e lavorano fuori
dai confini. Servizi – ha precisato Micheloni – che gli italiani all’estero
ripagano largamente".
Dopo aver
ricordato che "da 7 Paesi europei gli ex emigrati ora pensionati rientrati
in Italia fanno arrivare 3 miliardi e 300 milioni di euro, pari ad uno scudo
fiscale solo che questi sono soldi puliti", il senatore del Pd ha di nuovo
sottolineato "l’esigenza di avere servizi".
"Non è
possibile – ha proseguito - che il Mae si autoriformi senza criteri oggettivi.
La stessa diplomazia in loco è in difficoltà a spiegare il perché di questo
piano che non ha riscontri economici, ma che sembra rispondere più ad interessi
interni all’amministrazione che e non ai bisogni della collettività".
"Non voglio
credere, così come si dice che si chiuderebbe un Consolato a Saarbrucken per
mantenere un’agenzia a Norimberga per via dell’appartenenza politica del
presidente del Comites locale e non per la consistenza della collettività
italiana. Non credo neanche che dovremmo discuterne", ha detto Micheloni
richiamando invece la "razionalità" di interventi condivisi, portando
ad esempio il caso di Berna.
Dunque, ha
argomentato, serve un "confronto tra Governo e Parlamento" per
rimodulare questo piano di razionalizzazione, perché "servono più servizi
agli italiani all’estero e meno diplomazia; più uffici che distribuiscono
servizi tipo le agenzie consolari o un nuovo modello ancora da inventare; più
personale assunto in loco. Serve – ha aggiunto – che in ambito Ue vengano
sviluppati accordi con le amministrazioni locali per ottimizzare le opportunità
che il consolato digitale fa intravedere. E serve una riflessione politica su
come e se coinvolgere i patronati".
Il piano
presentato a giugno da Mantica non ha provocato reazioni solo nelle
collettività, ma anche presso le autorità locali, "visto che – ha
ricordato Micheloni - gli uffici consolari, anche se piccoli, sempre l’Italia
rappresentano".
Dunque, ciò che si
chiede al Governo è "di fermare per alcuni mesi le chiusure, prendere
tempo per verificare il funzionamento dello Sifc (consolato digitale),
dialogare con il Parlamento per progettare insieme la presenza di una rete in
grado di fornire servizi. I diritti dell’Amministrazione sono sacrosanti ma gli
interessi particolari non possono prevalere su quelli generali". Il
senatore ha quindi consegnato a Mantica le mille firme giuntegli da Mannheim
contro la chiusura della sede, ha ricordato la "pacifica
manifestazione" di sabato a Coria e l’altrettanto "pacifica
occupazione" di oggi.
"Chiedo al
Governo di accogliere mozione così com’è", ha quindi detto il senatore.
"Questa è la seconda volta che l’Aula discute una mozione sugli italiani
all’estero e, al di là degli esiti, ringrazio i colleghi, ma non posso fare a
meno di esprimere il mio disappunto sul nostro funzionamento interno: i tempi
di discussione tempi delle mozioni sono stati contingentati senza motivo.
Giusto ieri il presidente Pisanu ha definito questo Senato come "il Senato
più sottoccupato della storia della repubblica". Considerando poi che i
nostri lavori sono seguiti anche attraverso il satellite e la webtv, seguire l’odg
così come stabilito è una questione di rispetto".
Il senatore di
Pedica ha presentato la sua mozione precisando che il suo partito ha deciso di
presentarne una "autonoma" perché in quella di Micheloni ci si
riferisce al Cgie come alla "massima istanza di rappresentanza" degli
italiani all’estero da coinvolgere, quando invece, a suo dire, "il Cgie
non serve più, così come sostengo nel mio disegno di legge". Detto questo,
però, tra le due mozioni "c’è grande aderenza" così come "concordi
sono gli impegni chiesti al Governo".
Per Pedica non si
può parlare di ristrutturare la rete consolare prescindendo da tutto il sistema
di rappresentanza, "ampiamente penalizzato dalle ultime due
Finanziarie". Manovre, ha ricordato, che hanno "ridotto la dotazione
di personale per i Consolati la cui attività risente di molti ritardi".
Tagli anche al sistema culturale, "che invece è il nostro biglietto da
visita oltre che "volano" per la promozione del turismo. Anche per
questo serve una rete consolare che funziona", visto poi che "anche
agli IIC sono state tagliate risorse", così come sono "state
indebolite le scuole italiane all’estero".
In questo quadro,
per Pedica "procedere alla riduzione dei Consolati potrebbe essere un
suicidio per l’Italia, un ritorno all’autarchia che appare anacronistico"
soprattutto in piena globalizzazione, in un mondo "in cui l’emigrazione
cresce e le relazioni estere hanno bisogno di supporto istituzionale".
Italia dei Valori
conviene con il Governo sulla esigenza di "adeguare i consolati alle sfide
del futuro ma anche alle esigenze economiche, ma proprio per questo – ha
precisato Pedica – non si può chiudere e basta: questa è soppressione non
razionalizzazione". La ricetta-Idv prevede "più strutture
locali" anche più "leggere" che sappiano rispondere anche ai
bisogni dei nuovi italiani all’estero, "che spesso emigrano per un tempo
determinato".
"Ecco perché
– ha ribadito – con il mio ddl privilegio i Comites rispetto al Cgie: i primi
sono sul territorio ed eletti, il secondo è centralizzato, si riunisce solo 2
volte l’anno ed è lontano dai bisogni degli italiani all’estero".
Tornando alla
rete, per Pedica "accentrare le competenze su pochi consolati sarebbe un
duro colpo per i più di 4 milioni di italiani all’estero, di cui 2.169.000
residenti in Europa. E proprio all’interno dell’Ue, procedere con 13 chiusure
su 18 non mi sembra una strategia vincente né razionale per il nostro
paese". Dopo essersi detto "scettico sull’informatizzazione che
supplisce alle strutture", per Pedica "la fiducia sul Sifc è troppo
ottimistica. Ci vorranno anni perché sia a regime".
Nella mozione si
propongono dunque lo snellimento organici, delle procedure e delle strutture,
ma sempre con un occhio "agli interessi strategici dell’Italia", per
esempio in Africa, dove per il senatore di Idv l’Italia deve "aumentare la
propria presenza sia per la cooperazione decentrata, ma anche per
controbilanciare gli investimenti cinesi".
"Idv – ha
concluso Pedica – vuole impegnare il governo ad affrontare una riforma che
consenta ad ogni italiano all’estero di sentirsi orgoglioso e partecipe di una
nazione che sa perseguire il bene di tutti, ovunque essi risiedano".
La discussione e
la votazione delle mozioni, come accennato, sono state rinviate a giovedì.
(m.c.\aise)
Il Senato approva le nozioni sugli Uffici consolari all’estero
ROMA - Nella
seduta antimeridiana del 10 dicembre il
Senato della Repubblica ha ripreso l'esame delle mozioni sugli uffici consolari
all'estero, che erano state illustrate nella seduta del giorno prededente
dai senatori Micheloni (Pd) e Pedica (Idv). Le mozioni sono state
accolte, con alcune modifiche, dal Governo e approvate dall'Assemblea.
Nella discussione generale sono intervenuti i
senatori Pegorer (Pd), Giai (Maie), Pedica (Idv) e Bertuzzi (Pd) Quindi ha
preso la parola il sottosegretario agli Esteri Mantica.
Il piano di razionalizzazione degli uffici
consolari - ha detto Mantica (v. testo integrale dell’intervento in questo
numero di Inform). - è un atto formalmente e meramente amministrativo, ma il Governo,
consapevole della sua rilevanza politica, ribadisce la propria disponibilità ad
approfondire il confronto parlamentare nelle Commissioni competenti.
Occorre comunque avere consapevolezza che
solo strumentalmente si può ridurre il piano ad una mera riduzione di sedi e di
spese. La proposta di chiudere alcune sedi non dipende, infatti, da scelte di
bilancio e i risparmi conseguiti saranno reinvestiti nella sperimentazione
delle tecnologie necessarie ad implementare i servizi consolari a distanza.
Entro l'anno prossimo, dovranno essere
assunte decisioni organizzative che tengano conto delle mutate esigenze dei
connazionali all'estero e della funzione propria della rete consolare, che non
ha solo compiti di assistenza ai cittadini, ma anche e soprattutto di
rappresentanza e di promozione dell'immagine dell'Italia nel mondo. In tale
contesto, occorrerà meglio coordinare il rilevante ruolo assunto dalle Regioni,
con le loro sedi di rappresentanza all'estero. Il progetto di
razionalizzazione, peraltro, prevede anche l'apertura di sedi diplomatiche in
relazione, ad esempio, al nuovo ruolo assunto dal Ministro degli esteri
europeo, e tiene conto dell'introduzione di novità tecnologiche come il
passaporto digitale, dell'home banking per coloro che utilizzeranno i servizi
consolari a distanza, di procedure informatiche estremamente semplici per lo
svolgimento di pratiche burocratiche direttamente da casa. Nel condividere lo
spirito delle due mozioni, Mantica ha concluso chiedendone la riformulazione in
alcune parti.
Per quanto riguarda la mozione del senatore
Pedica, il Governo chiede la seguente riformulazione: «impegna il Governo: ad
approfondire il progetto di riordino della rete degli uffici all'estero non
tralasciando l'altrettanto necessaria rivisitazione dei compiti e delle
funzioni delle numerose istituzioni che oggi rappresentano ed operano in favore
dei cittadini italiani all'estero; a ripensare al progetto di riordino delle
istituzioni sopracitate tenendo presente: a) l'importanza strategica di taluni
uffici di rappresentanza dell'Italia all'estero; b) l'imprescindibile ruolo
delle nuove tecnologie nel processo di ammodernamento delle procedure
amministrative; c) il necessario e costruttivo confronto con il Parlamento».
Circa la mozione presentata dal senatore
Micheloni, il Governo suggerisce la seguente ristesura: «impegna il Governo a
mantenere una costante consultazione con il Parlamento attraverso la sede
competente delle Commissioni Esteri».
In sostanza, si impegna il Governo a
mantenere una costante consultazione del Parlamento attraverso la sede
competente delle Commissioni esteri per contribuire all'analisi delle
iniziative di razionalizzazione degli uffici diplomatici e consolari e ad
avviare quanto prima un confronto con le Commissioni parlamentari competenti
per una valutazione strategica del ruolo della rete degli uffici all'estero.
Prima del voto hanno preso nuovamente la
parola i senatori Pedica e Micheloni, che hanno accolto le proposte di modifica
delle mozioni avanzate dal rappresentante del Governo. I senatori Cagnin
e Bettamio hanno annunciato il voto favorevole dei gruppi,
rispettivamente, Lega Nord Padania e Popolo della Libertà. Lo stesso ha fatto
il sen. Randazzo per il Partito democratico, non senza aver prima espresso
rammarico per la scarsa presenza in aula di senatori della maggioranza. Per
quest’ultimo motivo i senatori Perduca e Livi Bacci del Pd hanno rinunciato a
partecipare alle votazioni che si sono concluse - ripetiamo - con
l’approvazione delle due mozioni (Inform)
Toscana. Parte la sperimentazione del progetto "Migra-net", a
sostegno degli imprenditori stranieri
Firenze - Una rete
di sportelli ed un sito internet per aiutare gli extracomunitari a fare impresa
in Toscana.
Parte la
sperimentazione di "Migra-net", progetto Regione – Cna Toscana
presentato il 4 dicembre a Firenze: il progetto opera attraverso il sito
www.migranet.it ed una rete di 45 sportelli Cna nelle province di Arezzo,
Firenze, Pistoia e Prato.
"Migra-net"
è un punto centrale nella rete toscana degli operatori e dei servizi rivolti
alla popolazione immigrata che vuole avviare un’attività in proprio.
L'obiettivo è
favorire l’integrazione sociale dei cittadini stranieri attraverso la creazione
d’impresa nel rispetto delle regole e normative e la collaborazione e
partnership tra imprese italiane e straniere.
"Uno dei
punti contenuti nella legge regionale sull'immigrazione – ha detto l'assessore
alle politiche sociali Gianni Salvadori - prevede espressamente la creazione di
strumenti come Migra-net, che si propongono di assistere gli stranieri regolari
che hanno intenzione di avviare un'attività in proprio. La Toscana, secondo
l'ultimo rapporto Caritas Migrantes, è una delle 6 regioni italiane dove si
concentra circa l'80% delle imprese condotte da stranieri. Malgrado il momento
di crisi queste persone continuano a stabilirsi in Toscana e ad avviare
progetti imprenditoriali. Ennesima conferma – conclude - che queste persone
hanno sempre più voglia di inserirsi nel nostro tessuto sociale e produttivo,
di uscire dai margini delle nostre comunità. Migra-net rappresenta un altro
passo sul cammino dell'inclusione e della partecipazione dei migranti".
"In Toscana,
e in particolare nella province di Arezzo, Firenze, Pistoia e Prato, - spiega
il direttore Cna Toscana, Armando Prunecchi - Cna ha una rete di sportelli
denominata "Cna World", espressamente dedicati alla consulenza e alla
tutela dei cittadini stranieri che intendono avviare e/o consolidare un’attività
economica autonoma. L’esperienza maturata da Cna World ha formato operatori
che, con grande professionalità, sono oggi in prima linea per facilitare e
promuovere processi di integrazione di cittadini stranieri attraverso il lavoro
autonomo. Le quattro province selezionate per la sperimentazione del progetto
Migra-net rappresentano l’eccellenza di queste professionalità e sono in grado
di garantire una presenza diffusa e capillare sul territorio, attraverso 45
uffici Cna: 15 ad Arezzo, 18 a Firenze, 5 a Pistoia, 7 a Prato".
"Migra-net"
è anche un sito internet interattivo che con l’assistenza di personale
specializzato CNA assicura al cittadino straniero e agli operatori degli
sportelli informativi un accesso capillare e diffuso alle novità e alla
consulenza in materia di immigrazione e di creazione d’impresa socialmente
responsabile e al femminile. Il progetto si basa su un principio di
"Open-source delle conoscenze": Cna Toscana ha infatti realizzato una
apposita piattaforma informatica con livelli di accesso differenziati per gli
operatori accreditati ed i cittadini stranieri.
Il portale
www.migranet.it è uno strumento di promozione della integrazione sociale
attraverso la creazione d’impresa e, contemporaneamente, un repertorio di
informazioni utili per la creazione d’impresa straniera, al femminile e
socialmente responsabile, un punto di riferimento per cittadini ed operatori,
una raccolta di esperienze, servizi ed informazioni. (f.t.\aise)
A Macerata presentati programma triennale e piano annuale per i marchigiani
all’estero
MACERATA – In occasione della quinta edizione
della Giornata delle Marche Macerata ha ospitato il Consiglio dei
marchigiani all'estero, la VI Conferenza regionale dell’emigrazione e la II
Conferenza dei giovani marchigiani nel mondo.
L’8 dicembre, nell’Auditorium S. Paolo è
stato presentato ufficialmente il Programma triennale degli interventi
regionali a favore degli emigrati marchigiani per gli anni 2010/2012 e il Piano
annuale dell'emigrazione 2010.
Alla presenza del presidente del Consiglio
regionale Raffaele Bucciarelli, del presidente della Provincia di Macerata
Franco Capponi, del presidente e del vice presidente del Consiglio dei
Marchigiani nel Mondo, rispettivamente Emilio Berionni e Franco Nicoletti, il
dirigente del Servizio regionale Internazionalizzazione Raimondo Orsetti ha
illustrato le linee guida del Programma che si pongono in continuità con il
precedente e che poggeranno ancora una volta sull'associazionismo.
“L'associazionismo - hanno rimarcato Berionni
e Orsetti – è il grande patrimonio socio-culturale del mondo degli italiani
all'estero e quindi di ogni singola Regione. Le associazioni rivestono
un'importanza di rilievo sia per la loro capacità di aggregazione e di unione
tra le comunità marchigiane sparse nei vari Paesi e la Regione, sia per la loro
capacità di farsi portavoce delle istanze delle comunità di riferimento verso
di noi e verso i Paesi ospiti. Costituiscono una grande opportunità per lo
sviluppo locale e transnazionale, sia in rapporto all'Italia che ai Paesi
esteri dal punto di vista culturale, sociale ed economico”.
Le azioni saranno rivolte alla promozione
permanente per estendere la base associativa. Un'attenzione particolare sarà
data ai giovani e alla ricerca di strumenti e iniziative volti a sviluppare la
loro partecipazione. Si punterà su un'ulteriore semplificazione delle procedure
nei rapporti amministrativi e contabili con le associazioni, nella ricerca e
sperimentazione di nuove formule di aggregazione, nello sviluppo di più adeguati
strumenti di comunicazione virtuale, nella costituzione di una banca dati
dell'emigrazione marchigiana.
“Altro elemento fondamentale - ha spiegato
Orsetti - sarà la diffusione della lingua italiana, vero elemento cardine della
nostra identità, non solo nei confronti dei giovani, come è successo finora, ma
anche verso chi e` meno giovane. Inoltre, si proseguirà con la raccolta
documentale finalizzata all'avvio di un Museo dell'Emigrazione marchigiana che
potrebbe sorgere proprio in territorio maceratese”.
Con le Amministrazioni provinciali i
principali assi di cooperazione saranno rivolti alla conoscenza e alla memoria
dell'emigrazione, agli scambi giovanili, promuovendo ulteriori gemellaggi ed
ampliando le attività degli educational tour. Con i Comuni si confermano gli
interventi rivolti al sostegno sociale, al rientro definitivo degli emigrati e
dei loro discendenti, al rientro temporaneo di anziani che dalla loro
emigrazione non hanno più fatto ritorno nelle Marche e agli scambi giovanili
con i Comuni gemellati in aree di forte emigrazione marchigiana. Un Protocollo
definirà il processo di condivisione annuale degli interventi e le modalità
organizzative per la sua attuazione. (Inform)
Minareti, che alimenta il populismo
Con un referendum
il popolo svizzero si è pronunciato contro la costruzione di nuovi minareti sul
suo territorio. Questa decisione può legittimamente suscitare degli
interrogativi. Il referendum impone di rispondere alla domanda con un «sì» o un
«no». Si può rispondere con un «sì» o un «no» a una domanda così complicata,
che tocca questioni tanto profonde? Sono convinto che dando una risposta così
netta a un problema che deve poter essere risolto caso per caso, nel rispetto
delle convinzioni e delle credenze di ciascuno, non si possano che creare
malintesi dolorosi.
Ma come non
rimanere stupefatti dalla reazione che questa decisione ha suscitato in certi
ambiti mediatici e politici del nostro Paese? Reazioni eccessive, a volte
caricaturali, nei confronti del popolo svizzero la cui democrazia, più antica
della nostra, ha le sue regole e le sue tradizioni, che sono quelle di una
democrazia diretta in cui il popolo ha l’abitudine di prendere la parola e
decidere in prima persona.
Dietro la violenza
di queste prese di posizione si nasconde in realtà una diffidenza viscerale
verso tutto ciò che viene dal popolo. Il riferimento al popolo è già, per
alcuni, l’inizio del populismo. Ma è proprio diventando sordi alle grida del
popolo, indifferenti alle sue difficoltà, ai suoi sentimenti, alle sue
aspirazioni, che si nutre il populismo. Questo disprezzo del popolo, perché è
una forma di disprezzo, finisce sempre male. Come stupirsi del successo degli
estremisti, quando non si tiene conto della sofferenza degli elettori?
Quello che è
appena accaduto mi ricorda come fu accolto il «no» alla Costituzione europea
nel 2005. Mi ricordo di parole a volte dure pronunciate contro la maggioranza
dei francesi che aveva scelto di dire no. Opporre la Francia del «sì» a quella
del «no» significava aprire una frattura, che non avrebbe mai permesso alla
Francia di riprendere il suo posto in Europa. Per riconciliare la Francia del
«sì» e quella del «no» bisognava prima di tutto capire cosa avevano voluto
esprimere i francesi. Bisognava ammettere che questa maggioranza non si era
sbagliata ma che aveva, come la maggioranza degli irlandesi o degli olandesi,
espresso quello che sentiva e detto «no» coscientemente a un’Europa che non
voleva più, perché dava l’idea di essere sempre più indifferente alle
aspirazioni dei popoli.
Non potendo
cambiare i popoli, bisognava cambiare l’Europa. La Francia del «no» ha iniziato
a riconciliarsi con quella del «sì» a partire dal momento in cui invece di
giudicarla ha cercato di capirla. È allora che, superando le divisioni, la
Francia ha potuto mettersi a capo del movimento per cambiare l’Europa. Dunque,
invece di insultare gli svizzeri perché la loro risposta non ci piace, sarebbe
meglio interrogarci su quello che rivela. Perché in Svizzera, Paese con una lunga
tradizione di apertura, ospitalità, tolleranza, c’è stato un rigetto così
forte? E cosa risponderebbe il popolo francese alla stessa domanda?
Invece di
condannare senza appello il popolo svizzero, cerchiamo di capire cosa ha voluto
esprimere e che cosa provano molti popoli europei, compreso quello francese.
Niente sarebbe peggio della negazione. Niente sarebbe peggio del non guardare
in faccia la realtà dei sentimenti, delle preoccupazioni, delle aspirazioni di
tanti europei. Capiamo bene innanzitutto che quel che accade non ha nulla a che
fare con la libertà di culto o di coscienza. Nessuno, nemmeno la Svizzera, si
sogna di rimettere in discussione queste libertà fondamentali.
Gli europei sono
accoglienti, sono tolleranti, è nella loro natura e nella loro cultura. Ma non
vogliono che la loro vita, il loro modo di pensare e le loro relazioni sociali
vengano snaturati. E il sentimento di perdere la propria identità può essere
causa di profonda sofferenza. La mondializzazione contribuisce a ravvivare questo
sentimento.
La globalizzazione
rende l’identità problematica, perché tutto in lei contribuisce a smembrarla,
ma nello stesso tempo ne acuisce il bisogno: perché più il mondo è aperto, più
la circolazione delle idee delle persone dei capitali delle merci è intensa,
più c’è bisogno di un’ancora, di un punto di riferimento, di sentire che non si
è soli al mondo. A questo bisogno di appartenenza si può rispondere con la
tribù o con la nazione, frantumando la società in comunità etniche o con
l’unità della Repubblica. L’identità nazionale è l’antidoto al tribalismo e al
comunitarismo. È per questo che ho sperato in un ampio dibattito sull’identità
nazionale. Bisogna parlare tutti insieme di questa sorda minaccia che tante
persone nelle nostre vecchie nazioni europee sentono pesare sulla loro
identità, perché a forza di essere rinnegato questo sentimento non finisca per
generare un terribile rancore.
Gli svizzeri come
i francesi sanno che il cambiamento è necessario. La loro lunga storia ha
insegnato loro che per restare se stessi bisogna accettare di cambiare. Come le
generazioni che li hanno preceduti, sanno che aprirsi agli altri è un
arricchimento. Nessun’altra civiltà europea ha tanto praticato il meticciato
delle culture, che è il contrario del comunitarismo. Il meticciato è la volontà
di vivere insieme, il comunitarismo è la scelta di vivere separati. Ma il
meticciato non è la negazione delle identità, è la comprensione e il rispetto
per tutti. Da parte di chi accoglie è il riconoscere cosa l’altro può portare.
Da parte di chi arriva è il rispetto di cosa c’era prima di lui. Da parte di
chi accoglie è, ancora, l’offerta di condividere la propria eredità, la propria
storia, la propria civiltà e arte di vivere. Da parte di chi arriva è la
volontà di inserirsi senza violenza ma naturalmente in questa società che si
contribuirà a trasformare, in questa storia che si contribuirà a scrivere. La
chiave di questo mutuo arricchimento che è il meticciato delle idee dei
pensieri delle culture è un’assimilazione riuscita.
Rispettare chi
arriva è anche permettere loro di pregare in luoghi di culto decenti. Non si
rispettano le persone quando le si obbliga a pregare in un hangar. Accettando
una situazione del genere non rispettiamo neanche i nostri valori. Ancora una volta,
laicità non è il rifiuto della religione, ma il rispetto di tutte le religioni.
È un principio di neutralità, non di indifferenza. Quando ero ministro
dell’Interno ho creato il Consiglio francese del culto musulmano perché la
religione musulmana fosse messa su un piede di uguaglianza delle altre grandi
religioni.
Rispettare chi si
accoglie è sforzarsi di non urtarli, di non choccarli, di rispettarne i valori,
le convinzioni, le leggi, le tradizioni e farle, almeno in parte, proprie. È
fare propria l’uguaglianza tra uomo e donna, la laicità, la separazione di
potere temporale e spirituale.
Io mi rivolgo ai
miei compatrioti musulmani per dire loro che farò di tutto perché si sentano
cittadini come gli altri, abbiano gli stessi diritti degli altri a vivere la
propria fede, a praticare la loro religione con la stessa libertà e dignità
degli altri. Combatterò qualsiasi forma di discriminazione. Ma voglio anche
dire loro che nel nostro Paese, dove la civiltà cristiana ha lasciato una
traccia tanto profonda, dove i valori della Repubblica sono parte integrante
della nostra identità nazionale, tutto quello che può sembrare una sfida a
questa eredità e a questi valori condannerebbe alla sconfitta la creazione così
necessaria di un Islam francese che si inserisca senza violenza nel nostro
patto sociale e civico.
Cristiano, ebreo,
musulmano, uomo di fede, qualunque sia la sua fede, credente, qualsiasi siano
le sue convinzioni, ognuno deve saper evitare ogni ostentazione e provocazione
e, cosciente della fortuna di vivere in una terra libera, deve praticare il suo
culto con l’umile discrezione che testimonia non la debolezza delle sue
convinzioni ma il rispetto fraterno che prova per chi non pensa come lui e con
cui vuole vivere. NICOLAS SARKOZY LM LS 9
Clima, primi attriti. Bozza d'accordo favorisce solo i paesi ricchi
I negoziatori
impegnati nel vertice sul clima di Copenaghen stanno cercando di riportare la
calma dopo che i paesi in via di sviluppo hanno espresso la propria rabbia per
una bozza di accordo, trapelata martedì sera, secondo cui verrebbero favoriti i
paesi ricchi emarginando quelli più in difficoltà.
La bozza
"informale", redatta dalla presidenza danese del vertice,
stabilirebbe, al 2050, diritti di emissione pro-capite doppi per i paesi industrializzati
rispetto a quelli in via di sviluppo. la gestione della lotta ai cambiamenti
climatici, inoltre, passerebbe dalle mani dell'Onu ad un gruppo di paesi ricchi
non ancora stabiliti. un vero e proprio cambio di direzione rispetto a quanto
detto finora nelle trattative, che prevedevano che i paesi sviluppati, avendo
inquinato di più, avrebbero dovuto offrire un maggiore impegno.
«Dobbiamo
mantenere la rotta, abbiamo bisogno di un risultato giuridicamente vincolante
dal contenuto forte che salvaguardi il pianeta e protegga le persone più
vulnerabili», ha affermato Dessima Williams, che rappresenta l'associazione dei
piccoli stati insulari (aosis) gravemente minacciati dal cambiamento climatico.
«questo è il nostro ordine del giorno, il nostro mandato, tutto il resto è
distrazione», ha sottolineato. un funzionario europeo, che ha chiesto di
restare anonimo, ha affermato: «ha provocato turbamento (la bozza
"segreta" emersa ieri), ma ci auguriamo che il polverone si stia
abbassando e possiamo così metterci al lavoro».
La conferenza, che
vedrà il suo culmine il 18 dicembre con più di 110 leader mondiali al tavolo
dei negoziati, è arrivata oggi al terzo giorno dei lavori. Iil testo
preliminare ha scatenato non solo la furia delle nazioni più povere, ma anche
dei gruppi ambientalisti e degli attivisti che accusano i grandi di svolgere
colloqui privati a favore delle economie più avanzate.
Il testo è una
violazione grave «che minaccia il successo di Copenaghen», ha dichiarato
Lumumba Stanislas Dia Ping, rappresentante sudanese che guida il gruppo dei 77.
Dia Ping, però, ha sottolineato che le nazioni più povere non boicotteranno le
trattative. «I membri del g77, non lasceranno le trattative. non possiamo
permetterci un fallimento a Copenaghen», ha spiegato ai giornalisti. «Ma non
firmeremo un accordo ingiusto. Non possiamo accettare un accordo che condanna
l'80 per cento del mondo ad ulteriori sofferenze ed ingiustizie», ha affermato.
Yvo De Boer, alto responsabile dell'Onu sulle questioni del riscaldamento
climatico, e la Danimarca hanno cercato di gettare acqua sul fuoco spiegando
che il testo - a quanto pare mostrato solo ad alcune nazioni - era informale e
semplicemente mirato a sondare l'opinione delle parti. L’U 9
Clima. I Paesi in via di sviluppo. "Kyoto non negoziabile"
Posizione comune
di Cina, India, Sudafrica, Brasile e Sudan. Alle nazioni industrializzate si
chiede un nuovo impegno alla riduzione delle emissioni dei gas serra del 40% da
qui al 2020
COPENAGHEN -
Accordo tra i grandi Paesi in via di sviluppo che in un documento - pubblicato
oggi dal sito internet di Le Monde - riaffermano la propria fedeltà al
protocollo di Kyoto, che resta "lo strumento legale" con cui si
chiede ai Paesi industrializzati la riduzione del 40% delle emissioni dei gas
serra da qui al 2020 rispetto al 1990.
La posizione
comune è stata messa a punto dopo un incontro tra i negoziatori di Cina, India,
Sudafrica, Brasile e Sudan, Stato che presiede quest'anno il G77
(raggruppamento dei Paesi in via di sviluppo). Il documento è stato presentato
come risposta alla bozza di accordo preparata dalla presidenza danese della
Conferenza Onu di Copenaghen, giudicato "inaccettabile" dai Paesi più
poveri, e consiste essenzialmente in una richiesta di estensione e di rafforzamento
del Protocollo di Kyoto, che altrimenti è destinato a esaurire i suoi effetti
entro il 2012.
Il testo, che si
pone come obiettivo primario quello di limitare l'aumento della temperatura
media del pianeta nei prossimi anni a due gradi, richiede un secondo periodo
d'impegno alla riduzione delle emissioni dei Paesi industrializzati tra il 2013
e il 2020, un impegno corrispondente agli obblighi già assunti nella prima fase
(2008-2012) moltiplicati però per otto.
Si richiede
inoltre espressamente "ai Paesi industrializzati che non hanno
sottoscritto il Protocollo" (e quindi in particolare agli Stati Uniti) di
assumere i medesimi impegni, sottoscrivendo il trattato. Il Protocollo di
Kyoto, stipulato nel dicembre 1997, prevedeva una riduzione mondiale delle
emissioni inquinanti di almeno il 5 per cento nel 2012 in rapporto al 1990.
Dunque,
moltiplicando quest'obiettivo per otto, il risultato è una riduzione del 40 per
cento in rapporto al 1990. E quindi ci si colloca nel punto più alto della
'forchetta' suggerita dagli scienziati per limitare l'aumento della temperatura
del pianeta a due gradi.
La bozza messa a
punto dai Paesi in via di sviluppo prevede anche una forma di aiuto finanziario
ai Paesi poveri, attraverso l'istituzione di un 'Fondo globale del clima', che
dovrebbe essere amministrato dall'Onu, escludendo invece il ricorso alla Banca
Mondiale, suggerito dagli Stati Uniti. Di conseguenza l'attuale 'Fondo per
l'ambiente mondiale', una struttura già esistente da oltre dieci anni, dovrebbe
diventare "il braccio operativo del 'Fondo globale'". LR 10
Nobel Pace, Obama: ''Il male esiste. Per fermare Hitler la guerra è stata
necessaria''
Il presidente
americano ha ricevuto il Premio a Oslo: la violenza non può essere debellata e
a volte gli ''strumenti di guerra hanno un ruolo nel preservare la pace''. Poi
elogia le operazioni di peacekeeping e cita l'Italia: ''L'America non può
farcela da sola in Afghanistan come in Somalia''. Michelle ancora in giallo
Oslo - "Non
bisogna farsi illusioni, il male esiste nel mondo, un movimento non violento
non avrebbe fermato gli eserciti di Hitler, al Qaeda non può essere convinta
dai negoziati a deporre le armi". Così Barack Obama (nella foto), nel suo
discorso di accettazione del premio Nobel per la Pace.
Spiegando che come
capo di stato che ha giurato ''di proteggere e difendere la mia nazione"
ed è costretto a combattere, il presidente americano ha affermato che a volte
gli "strumenti di guerra hanno un ruolo nel preservare la pace".
"Dire che la
forza è a volte necessaria non è cinismo ma è il riconoscimento della storia,
delle imperfezioni dell'uomo e dei limiti della ragione", ha aggiunto il
leader della Casa Bianca sottolineando che per quanto una guerra possa essere
"necessaria, sarà sempre una tragedia. Non può essere gloriosa e non deve
essere sbandierata".
"Non sono
venuto qui a portarvi una soluzione per la guerra", ha scandito Obama,
riconoscendo sin dall'apertura del discorso le critiche che ha ricevuto il comitato
per aver premiato "il comandante il capo di un nazione impegnata in due
guerre".
"Nessuna
guerra santa può mai essere una guerra giusta", ha poi rimarcato il neo
Premio Nobel per la Pace, facendo riferimento al modo in cui "la religione
viene usata per giustificare l'uccisione di innocenti da parte di coloro che
hanno distorto la grande religione dell'Islam e che hanno attaccato il mio
paese dall'Afghanistan. Questi estremisti non sono i primi ad uccidere in nome
di Dio: le crudeltà dei Crociati sono ampiamente documentate. Ma ci ricordano
che nessuna guerra santa può mai essere una guerra giusta".
Dal palco di Oslo
Obama, dopo aver ripetuto che molti altri "uomini e donne imprigionati,
maltrattati" per il loro impegno per la giustizia nel mondo avrebbero
meritato il premio prima di lui, non ha paura di mettere in luce "una dura
verità" con cui fare i conti: la violenza non può essere debellata ed a
volte le nazioni devono fare ricorso alla forza.
"Sono il
comandante in capo di una nazione nel mezzo di due guerre, una che si sta
concludendo ed un'altra che non abbiamo cercato che che conduciamo con altre 42
nazioni", ha detto presidente Usa parlando delle guerre in Iraq ed
Afghanistan.
"Per quanti
errori possiamo aver fatto, l'America ha garantito per sei decenni la sicurezza
globale con il sangue dei suoi militari" ha detto Obama, ricordando
l'idealismo che spinge ad agire "perché cerchiamo un futuro migliore per i
nostri figli e nipoti e crediamo che lo potremo avere se anche i figli ed i
nipoti degli altri Paesi l'avranno".
In questo senso,
Obama ha lodato l'impegno di peacekeeping sia in seno all'Onu che alla Nato,
definendo l'operato dell'Alleanza Atlantica "indispensabile".
"Onoriamo chi ritorna da operazioni di peacekeeping ed addestramento all'estero
ad Oslo ed a Roma, ad Ottawa e Sydney, a Dhaka e Kigali: li onoriamo non come
portatori di guerra ma di pace".
"Io capisco
perché la guerra è impopolare - ha detto - ma so anche che la pace richiede
responsabilità e sacrificio. E' per questo che la Nato continua ad essere
indispensabile. Ed è per questo che dobbiamo rafforzare le operazioni di
peacekeeping dell'Onu e regionali e non lasciare il compito solo ad alcune
nazioni".
Perché, ha
sottolineato ancora il presidente degli Stati Uniti, in un mondo in cui le
"minacce sono sempre più sparse le missioni sono più complesse, l'America
non può agire da sola. Questo è vero in Afghanistan'', ha notato Obama, ed è
"vero in stati collassati come la Somalia dove il terrorismo e la
pirateria si uniscono alla fame ed alla sofferenza umana".
A dare inizio alla
cerimonia gli squilli delle trombe. Sorridente e rilassato il presidente
americano è entrato nella sala, tra gli applausi del pubblico. Ad accompagnarlo
la moglie Michelle in un abito giallo dorato, colore prediletto che in questi
mesi ha sempre scelto di indossare nei momenti più importanti
dall'inaugurazione in poi.
Dopo la coppia
presidenziale, sono entrati i Reali di Norvegia, re Harald V e la regina Sonja.
C'era grande attesa per il suo discorso, uno dei più difficili della sua
carriera, che giunge proprio a pochi giorni dalla decisione di inviare altri
30.000 soldati in Afghanistan.
Barack Obama
"costruisce coalizioni invece che fare nemici", ha rimarcato
Thorbjorn Jagland, presidente del Comitato Norvegese del Nobel, lodando l'opera
e la visione del presidente americano prima di consegnargli - tra lunghissimi
applausi - il premio Nobel per la Pace e la tradizionale medaglia.
Molti, ha
ricordato Jagland, sono stati insigniti dello stesso riconoscimento per il loro
coraggio, Martin Luther King per "il suo sogno". "Il mondo
sosterrà l'impegno americano contro l'estremismo'', ha continuato Jagland,
rilevando come Obama abbia "presentato solide proposte per la lotta contro
il cambiamento climatico" e come con lui "la diplomazia multilaterale
abbia riconquistato una posizione centrale".
Adnkronos 10
Obama: "Il mio Nobel da comandante. La guerra necessaria per la
pace"
Il presidente
ritira a Oslo il premio per la pace, sondaggi negativi - Un discorso di forte
impatto: "Il male esiste, la forza va usata con regole certe" - Ai
giornalisti: "So che altri avrebbero meritato questo onore più di me. Il
mio obiettivo: stabilità e sicurezza globali durature" - E scherza su
Michelle: "Sa che quel che scrive sul libro degli ospiti andrà ai posteri,
avrà evitato di fare ironia"
OSLO - "Il
male esiste, la promozione dei diritti umani non può essere solo
un'esortazione. La dura verità è che non sradicheremo i conflitti violenti nel
corso della nostra vita. Ci saranno momenti in cui le nazioni, da sole o di
concerto, troveranno l'uso della forza non solo necessario ma moralmente
giustificato". Barack Obama riceve con queste parole il premio Nobel per
la pace a Oslo e non aggira la questione che ha accompagnato, tra le polemiche,
la decisione dell'Accademia di assegnare a lui, giovane presidente da neanche
un anno con la responsabilità di ben due guerre, un'onoreficenza andata in
passato a leader non violenti del calibro di Mandela o ad associazioni che sul
campo si sono battute per anni per la pace. "So che altri avrebbero
meritato questo premio più di me", aveva del resto esordito con i
giornalisti poche ore prima del discorso.
Ma Obama il premio
lo accetta e spiega perché. Parla da "comandante in capo" di un paese
impegnato in due guerre, l'Iraq e l'Afghanistan, e da oggi come campione dei
valori di pace nel mondo. Un apparente conflitto che il presidente affronta in
modo diretto e articolato.
Cita la seconda
guerra mondiale - "difficile immaginare una guerra più giusta" in cui
però "il numero totale dei civili che sono morti ha superato il numero
delle vittime tra i soldati" - e gli sforzi compiuti nel mondo per
impedire che un terzo, distruttivo (per le armi nucleari) conflitto mondiale
scoppiasse. Ma le guerre sono continuate, sono divenute intestine e a carattere
etnico, prosegue Obama. Che ammette: "Non ho con me la soluzione ai
problemi della guerra", ma invoca per sé e per la comunità internazionale
"capacità di visione, duro lavoro e persistenza come quella degli uomini e
donne che agirono decenni fa. E dovremo pensare in modo diverso alle nozioni di
guerra giusta e pace giusta". Innanzi tutto dando a questa guerra "inevitabile"
una cornice di regole definite e condivise.
Cita un altro
premio Nobel per la pace, americano e nero, Martin Luther King, il cui volto
tappezza le strade di Oslo affiancato al suo: "La violenza non crea mai
pace duratura. E io sono la testimonianza vivente della forza morale della non
violenza. Non c'è nulla di ingenuo o passivo nel credo e nelle vite di King e
Gandhi". Eppure, precisa il presidente-comandante, "non posso essere
guidato solo dai loro esempi. Vedo il mondo per quello che è e non posso rimanere
fermo di fronte alle minacce verso il popolo americano. Il male esiste nel
mondo. Un movimento non violento non avrebbe fermato Hitler. I negoziati non
possono convincere i leader di Al Qaeda a deporre le armi. Dire che la forza a
volte è necessaria non è un incitamento al cinismo - è il riconoscimento della
storia. Dell'imperfezione dell'uomo e dei limiti della ragione".
Ma difendendo il
diritto alla difesa dei valori comuni anche con l'uso della forza, Obama non
cade nella trappola di essere associato alle controverse dottrine del suo
predecessore George W. Bush. "Tutti i paesi, forti o deboli, devono
aderire a standard precisi che governano l'uso della forza. E l'America non può
chiedere agli altri di seguire le regole se non le seguiamo noi stessi.
Altrimenti le nostre azioni risulteranno arbitrarie e in futuro non più
giustificabili".
Obama impegna la
sua America a diventare "faro" negli standard di queste operazioni:
"E' quello che ci distingue da coloro a cui facciamo la guerra, la fonte
della nostra forza. Per questo ho proibito la tortura e chiesto la chiusura del
carcere di Guantanamo", dice tra gli applausi. E declina in tutt'altro
tono la retorica bellica di Bush post-11 settembre: "La guerra non è mai
gloriosa".
Barack Obama firma
il discorso di accettazione del Nobel per la pace a Oslo
Ma la pace, dice
il presidente, è messa in pericolo anche in assenza di conflitti. La difesa dei
diritti e della dignità degli esseri umani è un altro cardine dell'azione
promessa da Obama, che rende omaggio in più fasi del discorso alla resistenza
civile in paesi come la Birmania, lo Zimbabwe o l'Iran. Anche se non rinuncia a
ricordare che anche le trattative più serrate, accompagnate da minacce e
sanzioni, devono "lasciare una porta aperta" per essere effettive. E
infine, pace e giustizia sociale come cammini paralleli e imprescindibili,
ricorda il presidente venuto dall'Africa: "L'assenza della speranza può
erodere una società dall'interno", ammonisce e di nuovo ricorda il
reverendo King: "Rifiuto di accettare la disperazione come risposta finale
alle ambiguità della storia".
Poche ore prima di
pronunciare il discorso, Obama ne aveva firmato il copyright in doppia copia,
una per sé e una per l'Accademia del Nobel che avrà diritto a riprodurre il
messaggio. Poi ha firmato il libro dei Nobel per la pace, aggiungendo di suo
pugno un messaggio personale. "Ho scritto grazie", ha scherzato poi
con i giornalisti. Poi ha aggiunto: "Con Michelle guardando quei nomi
abbiamo commentato che quando Martin Luther King ricevette questo onore vi fu
un effetto galvanizzante nel mondo e la sua statura negli Stati Uniti aumentò
al punto che gli consentì di essere più efficace nel suo operato". E
infine ha scherzato su quel che Michelle avrebbe scritto sul libro degli ospiti:
"Sa che le sue parole andranno ai posteri. Avrà evitato di fare
dell'ironia", riferendosi forse al fatto che neanche lei pensa che lui
abbia meritato il premio. LR 10
Per Obama un nobel alla salute
*La consegna del
Nobel per la Pace al presidente Obama, impegnato in una riforma sanitaria che
possa garantire pari accesso alle cure a tutti i suoi concittadini, è
un’occasione per riflettere sul tema del diritto alla salute nel mondo. Il
Nobel è un riconoscimento politico. Il suo valore nel tempo dipende da come,
chi lo ha ricevuto, accetti di indossarlo. Si può uscire dal grande salone di
Oslo col passo di chi si sente ammesso nel «salotto buono» di una leadership
morale globale. Oppure si può decidere di investire la notorietà e la forza che
da esso deriva per orientare i riflettori su un tema privilegiato della propria
missione politica e sociale.
Nel 1999 Medici
Senza Frontiere utilizzò visibilità e contributo economico del Nobel per la
Pace per lanciare la «Campagna per l’accesso ai farmaci essenziali»,
concentrando gli sforzi su uno dei fattori, il più misurabile in termini
economici e medici, che condizionano l’accesso alle cure: i farmaci. Non è mai
stata una campagna contro qualcuno, ma quando su questa strada qualche
meccanismo - organismi e regolamentazioni internazionali, interessi economici
delle case farmaceutiche, politiche dei Paesi più sviluppati - si frapponeva
come ostacolo, MSF non ha esitato a evidenziarlo e a proporre un’alternativa. Faceva
uno strano effetto pochi giorni fa, durante il convegno a Milano «Diritto alla
Salute. Modelli organizzativi e accesso alle cure», ascoltare alcuni di quegli
stessi attori (rappresentanti di organismi internazionali, accademie, case
farmaceutiche) mentre illustravano il loro contributo alla causa del diritto
fondamentale alla salute sostenendo argomenti che anni prima avevano
combattuto. In particolare, l’adattamento ai diversi contesti socio-economici
delle linee guida terapeutiche e dei protocolli di trattamento, la
differenziazione dei prezzi delle prestazioni mediche e delle medicine, la
critica ai programmi di ristrutturazione della spesa sanitaria nei Paesi in via
di sviluppo.
Quando nei Paesi
più ricchi venivano conseguiti considerevoli progressi in tutti i settori della
salute, nei nostri terreni di intervento nel Sud del mondo, invece, si faticava
a rispondere efficacemente alle epidemie. La produzione di certi farmaci era
abbandonata perché non veniva ritenuta redditizia, come nel caso della malattia
del sonno. Altri prodotti avevano perduto il loro potere terapeutico a causa
delle resistenze sviluppate dai parassiti, fu il caso della malaria. Per la
tubercolosi, protocolli di cura troppo vincolanti hanno favorito la comparsa di
forme di resistenza della malattia. Ricerca e sviluppo per individuare nuovi
trattamenti sono inadeguati su tutti questi fronti. Il ricordo del «nostro»
Nobel fregia il logo di MSF, e la campagna che ne ha beneficiato è più attuale
che mai. Perché molte barriere sono ancora da superare per giungere a un reale
accesso alle cure per tutta la popolazione mondiale. E’ ancora aperto il
capitolo dei nuovi antibiotici e degli antivirali contro l’Aids,
finanziariamente inaccessibili per le popolazioni più colpite. Sei milioni di
persone sieropositive non sono ancora in terapia antiretrovirale e sono a
rischio la possibilità di accesso ai farmaci di seconda linea e le formulazioni
pediatriche.
Chissà che il
Nobel a Obama possa porre l’attenzione sul diritto alla salute, non solo per i
suoi concittadini, ma anche per quei milioni di persone per cui tale diritto è
ancora un miraggio. Ciò non sarebbe lontano dalla nostra battaglia decennale
per l’accesso universale alle cure mediche. Perché il diritto a essere curati
non resti un diritto negato per i più vulnerabili. Ovunque.
GIANFRANCO DE
MAIO, Responsabile medico di Medici Senza Frontiere Italia LS 10
La Commissione UR. «La situazione del debito greco è grave»
Parla il ministro
degli Esteri della Svezia, Paese che ha la presidenza di turno dell'Unione
europea
MILANO - La
situazione del debito in Grecia è «molto grave». Lo ha affermato il ministro
degli Esteri svedese Cecilia Malmstrom. La Svezia è il Paese che ha la
presidenza di turno dell'Ue. «È una situazione difficile, che richiede tempo,
coraggio politico e riforme», ha indicato il ministro svedese, sottolineando
che i greci «sanno quello che devono fare, ma sono in difficoltà». «Noi siamo
una famiglia e cerchiamo di sostenerci gli uni con gli altri», ha osservato Malmstrom,
confermando che la crisi greca non è ufficialmente all'ordine del giorno dei
lavori del consiglio Ue, che si apre nel pomeriggio, ma che i leader europei ne
parleranno informalmente.
MERKEL - Il futuro
della Grecia interessa tutta l'Europa e se ne discuterà nelle prossime ore al
vertice dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea ha successivamente
confermato il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, durante una conferenza stampa
a Bonn, spiegando che «Ciò che accade a uno Stato membro dell'Ue riguarda anche
tutti gli altri perché abbiamo una moneta unica, il che vuol dire una
responsabilità comune». «Sono certa - ha aggiunto la Merkel - che discuteremo
della Grecia nel nostro prossimo incontro. Ho parlato del Patto di stabilità e
di crescita nel mio intervento e questo costituirà la base che utilizzeremo per
parlare della crisi».
COMMISSIONE -
Sulla questione greca è intervenuta anche la Commissione Ue che ha spiegato che
indicherà entro i primi di febbraio la nuova scadenza entro la quale la Grecia
dovrà risanare propri conti, riportando il livello di deficit proprio entro i
parametri del Patto Ue di stabilità e di crescita. Lo ha ribadito Amelia
Torres, portavoce del commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin
Almunia. Torres ha ricordato come Almunia abbia già assicurato come la
Commissione Ue stia vigilando da vicino la situazione greca, in stretto
contatto con il presidente dell'Eurogruppo, e sia pronta ad assistere la Grecia
secondo ciò che prevede il trattato della Ue. «Di recente - ha quindi spiegato
la Torres - abbiamo dato la nostra valutazione sulle finanze pubbliche greche e
sulle azioni intraprese dal governo di Atene, sottoponendole al consiglio
Ecofin che le ha approvate». «Ora - ha ricordato la portavoce - entro due mesi dovremo
mettere a punto delle nuove raccomandazioni per la Grecia, raccomandazioni che
indicheranno per la Grecia una nuova deadline».
DEBITO - Poco dopo
il vice ministro delle Finanze Philippos Sahinidis spiegava che il debito
pubblico della Grecia ha raggiunto l’ammontare complessivo di «300 miliardi di
euro», il livello «più rilevante della storia della Grecia moderna».
PROBLEMA ECONOMICO
- Intanto Ewald Nowotny, Governatore della Banca nazionale austriaca ha
dichiarato che gli «alti» livelli di deficit raggiunti da Paesi come Grecia,
Irlanda e Spagna «sono motivo di preoccupazione per la Bce» che «sta seguendo
con molta attenzione l'andamento delle finanze pubbliche» nei Paesi membri in
un contesto di generale peggioramento per effetto della crisi finanziaria e
della recessione. Nowotny ha aggiunto che «Non è compito della Bce contribuire
a disinnescare questo tipo di situazioni. Non fa parte del nostro mandato.
L'adesione all'Eurozona non deve essere considerata come una soluzione a
problemi strutturazioni nazionali. Ogni singolo Paese membro deve continuare a
fare i propri "compiti a casa"». Nowotny ha poi spiegato che nessuno
degli Stati a rischio deficit «sarà salvato» dalla Bce. CdS 10
Deficit e crisi globale. La lezione greca per l’Italia e l’Europa
QUEL che in questi
giorni sta avvenendo alla Grecia non riguarda solo Atene. Tocca noi per primi,
come italiani, smentendo i pessimisti a oltranza. Ma investe soprattutto
l’intera Europa, richiamandola a decisioni che finora non ha assunto. Il fallimento
di Lehman ricordò improvvisamente a tutti che non c’è stabilità senza
solvibilità dei debiti privati. La crisi greca ammonisce che non c’è crescita
senza solvibilità dei debiti pubblici. In un mondo che vede quest’anno i debiti
pubblici di moltissimi Paesi avanzati schizzare verso l’alto a doppia cifra,
ricorda a governi e autorità monetarie che non c’è uscita dalla crisi
dell’economia reale, della produzione e dell’occupazione, senza una seria
disciplina dei bilanci pubblici.
In due giorni, la
Borsa greca è scesa del 10%. L’abbassamento del rating del debito pubblico
della Grecia a BBB+ da parte di Fitch con outloook ulteriormente negativo, e
l’annuncio da parte di Standard&Poor’s di un’analoga possibilità, ha spinto
il premio al rischio pagato dal mercato sul titolo decennale pubblico di Atene,
rispetto al Bund tedesco, in sole 48 ore da meno di 200 a oltre 250 punti base.
Coi dimostranti per strada, il governo greco dovrebbe assumere misure
straordinarie, visto che il deficit pubblico quest’anno si avvia a sfiorare il
13% del Pil, con un debito pubblico che toccherebbe il 135%, e un deficit 2010
che la Commissione europea stima di altri 12 punti aggiuntivi. Se Atene non
taglia il deficit pubblico di 5 o 6 punti con misure eccezionali, il rischio a breve
è di ulteriori declassamenti del debito pubblico, da parte delle agenzie di
rating. Se si scende sotto il cosiddetto investment grade, la soglia del BBB-,
la Bce attualmente non potrebbe più accettare i titoli del debito pubblico
ellenico come collaterale per le operazioni di rifinanziamento alle banche
dell’euroarea. Cosa che preoccupa moltissimo le grandi banche tedesche e
francesi, che grazie al quasi 7% di interessi pagati dai rischiosi titoli greci
ne avevano in portafoglio per quasi 200 miliardi (rispetto ai 6 delle prudenti
banche italiane). In altre parole, in quel caso la Grecia entrerebbe in una
condizione prefallimentare. Sarebbe come smentire che l’appartenenza all’euro
costituisca di per sé un ombrello collettivo di sicurezza antifallimento.
La prima lezione
da questa vicenda è che l’Italia ne trae motivo di conforto. Mentre in tanti
chiedevano ancora più deficit pubblico per uscire dalla crisi, in Italia si è
fatto bene a stare col freno tirato. Insieme alla Grecia, a schizzare
pericolosamente verso l’alto in questi giorni sono i premi al rischio sui
debiti pubblici di Irlanda e Spagna, che quest’anno chiudono i bilanci con un
deficit aggiuntivo del 15 e del 10% del proprio Pil. L’Italia si è tenuta fuori
dalla zona rischio, grazie al suo deficit contenuto in soli 2 punti di Pil
aggiuntivi per la crisi, al 3% che rispettiamo per Maastricht. Ed è bene che lo
ricordino, i parlamentari dell’opposizione e della maggioranza che ancora in
queste ore protestano sulla finanziaria, perché vorrebbero spendere di più in
deficit.
Diverso è il
discorso che riguarda l’intera Europa. Per impedire che la crisi greca rischi
l’implosione dell’unione monetaria europea, occorre seriamente riesaminare la
linea sin qui seguita. È la linea fortemente voluta sin dall’inizio dalla
Germania, per la quale la moneta era unica, ma senza per questo pensare a
strumenti condivisi per arginare la crisi. Ognuno avrebbe dovuto fare da sé,
continuando a rispondere del proprio debito pubblico. Per un anno, ha
significato che i Paesi più indebitati ma responsabili, come l’Italia, hanno
potuto spendere assai meno degli altri. Dunque la loro ripresa dipende più dal
successo dei programmi pubblici di sostegno degli altri partner, perché se
riparte il consumo da loro, noi esporteremo di più. Ma esistono Paesi
indebitati ma meno responsabili, come la Grecia. E una loro crisi sarebbe un
colpo all’euro che si ripercuoterebbe su tutti i membri.
Per evitarlo,
occorrono procedure di sostegno e salvataggio comuni che oggi mancano affidate
non solo alla Bce ma anche al Consiglio europeo e ai maggiori partner
comunitari, a cominciare dai tedeschi che continuano a nicchiare. Occorre cioè
un sia pur minimo ma vero bilancio europeo comune, cioè un governo condiviso.
In assenza del quale, come avevano predetto Milton Friedman e Martin Feldstein
15 anni fa, la prima vera grande crisi avrebbe dimostrato che l’euro comune
senza politica condivisa era una scommessa molto rischiosa. Che l’Italia non
sia oggi la fonte della crisi in atto, non deve solo rallegrare. Ci mette in
condizione di esercitare, insieme ad altri, proprio quel ruolo propulsivo senza
il quale la crisi, come si vede, riserva ancora altre sorprese negative. OSCAR
GIANNINO IM 10
Bando ai catastrofismi. Ambientalismo del fare, l’urgenza di decidere
IL TEMPO si è
fatto breve. Viviamo in un’economia globalizzata e attraversata, per di più,
dai postumi pesanti e duraturi di una malattia grave e contagiosa qual è la
crisi finanziaria di questi anni. Ciò che conta, oggi più che mai, è la capacità
di decidere e di fare. È stato il mio rovello per una vita. In questa stagione
segnata da una grande confusione, non solo di idee ma anche di numeri e
comportamenti, credo sia giusto sottolineare la priorità strategica e irrisolta
di questo Paese, e non solo, che si chiama ambientalismo del fare: l’urgenza,
cioè, di decidere e di realizzare infrastrutture materiali e immateriali, di
recuperare il ritardo accumulato con gli errori del passato e di evitare
polemiche sterili e demagogie paralizzanti.
Mi spiego:
piuttosto che terrorizzare il mondo con toni catastrofisti, è bene acquisire la
consapevolezza del problema climatico e, per questo, fare proprio in profondità
il credo dell’ambientalismo del fare. I cittadini devono essere coinvolti nel
prendere coscienza della rilevanza del problema ma nei limiti della sua forte
rilevanza e non di presunte drammatizzazioni o ineluttabilità che hanno il solo
effetto di autolimitarci o, peggio ancora, di bloccarci.
Proprio il
contrario di quello che serve, e cioè decidere e fare le cose necessarie. Agire
con investimenti in tecnologia ed energia. Rompere vecchi tabù come quelli del
nucleare ma, soprattutto, come i tanti, troppi incroci interdittivi centrali e
locali in cui questo Paese smarrisce la sua capacità realizzativa. Non esiste
altra via per mettere insieme le giuste esigenze di un ambiente sano e pulito
con quelle, altrettanto fondamentali particolarmente in questo momento, di
un’economia che deve poter tornare a crescere stabilmente e ad assicurare
reddito e occupazione in modo continuativo.
L’Italia decide è
un’associazione bipartisan ideata e presieduta da Luciano Violante che
raccoglie cervelli e competenze prestigiose dello Stato e di ogni schieramento
politico. Ha scelto questo nome e si è costituita nel mio studio al Senato. Non
è un caso che il suo primo rapporto 2009 è stato dedicato al tema
infrastrutture e territorio. Passa attraverso questo snodo, e non altri, la via
italiana per affrontare davvero la questione ecologica e competitiva del Paese.
Se penso a ciò che a accadde a uno scienziato, ormai scomparso, del valore di
Felice Ippolito che si ritrovò in carcere agli inizi degli anni Sessanta solo
perché si voleva stroncare con il suo arresto la nascente industria nucleare
italiana, ipotesi puntualmente verificatasi, un brivido mi percorre la schiena.
L’Italia, nel suo piccolo, e il mondo, nel suo grande, hanno bisogno di azioni,
non di allarmismi. Il tempo si è fatto breve, ci ammonisce San Paolo, per
passare dalle parole ai fatti. CARLO AZEGLIO CIAMPI Im 9
La Grecia ha un
disavanzo pubblico insostenibile al punto da mettere in dubbio la capacità del
suo governo di procedere con regolarità a pagare gli interessi e rimborsare i
titoli di Stato. La causa è una spesa pubblica fuori controllo e un gettito
delle imposte diminuito dalla crisi economica. La crisi spiega anche in parte
l’aumento eccessivo e improduttivo della spesa pubblica con cui si è cercato di
attutire l’impatto della congiuntura sui redditi e l’occupazione. La credibilità
del Paese sui mercati internazionali è poi ridotta dalle ripetute scorrettezze
statistiche con cui è stata rappresentata la sua situazione macroeconomica.
Il problema ha
radici lontane e una dimensione tale che non si può ripararlo d’un colpo.
Servono anni di disciplina di bilancio e riforme strutturali. Se la Bce
cominciasse a far risalire i tassi di interesse l’aggiustamento sarà ancor più
difficile perché l’onere del debito greco aumenterà. D’altra parte, se il
governo fosse in grado di fare un piano di riforme e di ripresa di controllo
del bilancio graduale ma credibile, il miglioramento delle aspettative
faciliterebbe subito le cose perché i mercati darebbero alla Grecia, a tassi
meno punitivi, il credito necessario a superare il periodo di riordino.
La dimensione
dell’economia greca, meno di un quinto dell’Italia, rende il suo problema
gestibile nell’ambito dell’Ue. Ci sono però due difficoltà che, oltre a
complicare la questione greca, la rendono più dannosa per l’area dell’euro nel
suo insieme.
La prima è che,
per ragioni e in misure solo in parte diverse, la situazione della finanza
pubblica è difficile anche altrove nell’Ue, all’interno e appena fuori
dall’area dell’euro. E’ inutile fare tanti esempi quando è ben noto che la
crisi globale ha accresciuto l’indebitamento pubblico anche nei Paesi
tradizionalmente più disciplinati e avendo sott’occhio il caso italiano dove,
nonostante gli sforzi per contenere il disavanzo, il debito pubblico è, in
rapporto al Pil, dell’ordine di grandezza di quello greco e, in assoluto, molto
più grande e diffuso nel mondo.
Il punto cruciale
è che nessun Paese europeo può «stampare» euro, cioè creare la moneta che, pur
minacciando l’inflazione nel medio periodo, aiuterebbe subito a onorare il
debito. Lo può fare solo la Bce che è indipendente dai governi ed è tenuta a
regolare la quantità di moneta in modo da garantire la stabilità dei prezzi. Il
fatto che molti governi abbiano contemporaneamente seri problemi di
indebitamento mette però a dura prova l’indipendenza della Bce, soprattutto se
le case di rating, che hanno già cominciato a declassare la Grecia, diffondono
paure riconoscendo ufficialmente la minor qualità dei titoli di Stato di altri
Paesi. La pressione a creare euro per aiutare la Grecia, e non solo la Grecia,
diventa più forte e rende meno credibile la capacità della Bce di regolare la
liquidità e i tassi di interesse in modo da non svalutare il potere d’acquisto
interno dell’euro e il suo cambio con le altre valute. Le banche europee hanno
già ricevuto dalla Bce finanziamenti abbondanti a tassi bassissimi che
facilitano il loro acquisto di titoli governativi. La stessa Bce ha accettato
come garanzia dei suoi finanziamenti titoli gradualmente più rischiosi. Se
smarrissimo la disciplina monetaria su scala europea, aumenterebbe anche la
fragilità delle banche e delle Borse e i primi a subire danni gravi sarebbero
proprio i Paesi più deboli come la Grecia.
Meglio dunque
mantenere la fiducia nell’indipendenza e nella capacità della Bce e sperare che
i governi indebitati non vengano aiutati creando moneta la quale, fra l’altro,
attenua il loro incentivo a correggere la finanza pubblica in modi più
opportuni. Ma i modi opportuni sono le riforme strutturali necessarie per
contrarre durevolmente i disavanzi. Riforme politicamente costose che, per un
certo periodo, richiedono sacrifici senza risparmiare i gruppi sociali meno
forti e fortunati. In Europa si è voluto finora difendere gelosamente
l’autonomia dei governi nazionali nel decidere le politiche di bilancio. Ecco
la seconda difficoltà, per la Grecia ma anche per noi: tagliare i disavanzi con
misure decise a livello nazionale rende l’operazione più ardua. Più difficile
da decidere in modo tempestivo e credibile, da coordinare e da sopportare.
Quando fu creato
l’euro, togliendo il controllo della moneta ai singoli governi, si comprese che
si sarebbero potute creare queste situazioni di debiti pubblici difficili da
sopportare. E’ per questo che fu inventato il Patto di Stabilità: per aiutarsi
vicendevolmente a controllare la quantità e la qualità dei disavanzi ma anche
come primo passo verso un governo più condiviso e accentrato delle finanze
pubbliche. Purtroppo il Patto ha avuto un’interpretazione limitativa e sembra
aver perso credibilità e capacità di incidere sulla qualità delle politiche di
bilancio dei Paesi europei. Eppure è nel funzionamento del Patto che anche la
Grecia deve sperare: è all’interno di un risveglio orgoglioso del Patto che la
Commissione e il Consiglio europei possono e debbono aiutare la Grecia a
formulare, realizzare, garantire il progetto di aggiustamento che le
serve. FRANCO BRUNI LS 10
La principessa e il rospo da baciare
TRA domenica e
lunedì scorso nel circuito mediatico è accaduto un fatto strano: i principali
giornali stranieri, televisivi e stampati, hanno dato notevole rilievo alla
deposizione del pentito mafioso Spatuzza che chiamava in correità Berlusconi e
Dell'Utri; i principali giornali e "talk show" televisivi italiani
titolavano la cronaca di quell'argomento ma avevano come obiettivo politico
Pier Luigi Bersani, accusato di irresolutezza e d'incapacità a risolvere i
tanti guai che affliggono il nostro paese. Sembrava si fossero dati un vero e
proprio appuntamento Giuliano Ferrara sul "Foglio", Ernesto Galli
della Loggia sul "Corriere della Sera", Luca Ricolfi sulla
"Stampa", per non parlare che dei maggiori.
Stonava soltanto
l'"Avvenire", il giornale dei vescovi italiani, che titolava
insolitamente a tutte colonne sulla tardiva e insufficiente retromarcia di
Vittorio Feltri sul caso Boffo: dopo averlo linciato fino a provocarne le
dimissioni, Feltri ammetteva che i documenti da lui portati come prova di
omosessualità del direttore del giornale cattolico erano falsi. Se ne
dispiaceva. Del resto il risultato ormai era stato ottenuto e Boffo era stato
sbalzato di sella.
Segnalo questa
difformità dell'"Avvenire", contemporanea alla campagna virulenta
della "Padania" contro l'arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi,
reo agli occhi dei leghisti d'aver rimarcato che a Milano c'è poca carità
cristiana e d'avere ancora una volta raccomandato umanità nei confronti degli
immigrati.
Ma torniamo al
tema più propriamente politico che ha avuto le sue premesse nella deposizione
di Spatuzza e nel corteo dei giovani "viola" di sabato scorso. Di qui
il "pressing" sul segretario del Pd: si decidesse a dialogare con la
maggioranza sulle riforme, a cominciare dalla giustizia, e i problemi italiani
sparirebbero d'incanto. Ma lui non si decide. Forse vorrebbe ma non può. Perché
non può?
È evidente: non
può perché una minoranza di arrabbiati glielo impedisce. Gli arrabbiati sono
vecchi comunisti impenitenti, abituati a dir sempre no, a vedere tutto il male
solo da una parte, a ritenersi moralmente superiori; ma non solo comunisti,
anche vecchi azionisti, anticlericali incalliti, antiamericani, antifascisti a
24 carati. Gente che conta niente, complottardi, moralisti. Perennemente
indignati.
Naturalmente c'è
chi mantiene alto il livello di indignazione per professione: giornali faziosi
che utilizzano la faziosità per guadagnare copie, giornali che hanno in testa
soltanto Berlusconi, giornalisti per i quali Berlusconi è una droga eccitante,
un elemento allucinogeno che essi assumono e diffondono a getto continuo tra i
loro lettori. Dal caso di Noemi Letizia in poi, passando per Patrizia D'Addario
e approdando infine a Spatuzza e alla marcia dei "viola".
Antitaliani. Giustizialisti. Raccontano ogni giorno un paese che non c'è.
Bloccano l'opinione pubblica - nazionale e internazionale - sul "gossip"
d'un leader che ha il solo difetto d'essere esuberante e innumerevoli pregi al
servizio del paese. Purtroppo non lo fanno lavorare. Dunque sono loro i veri,
gli unici colpevoli. Bisogna isolarli.
Il ragionamento,
come si vede, ha un suo sviluppo: giornali faziosi eccitano una minoranza di
arrabbiati; questa minoranza è in grado di frenare il leader del Pd; questi
vorrebbe dialogare ma ne è impedito; in mancanza di quel dialogo il premier non
può governare perché un gruppo di magistrati faziosi glielo impedisce; per
conseguenza il governo è bloccato. In sostanza un granello di sabbia ha
immobilizzato la macchina della politica.
Questo racconto
della situazione italiana è affascinante. Sembra una favola, ce ne sono tutti
gli elementi: un principe operoso, il filtro d'un folletto o d'una strega che
lo trasforma in un rospo, un lupo cattivo che vuole mangiare la nonna. La parte
assegnata a Bersani è quella d'una bella fanciulla che dovrebbe baciare il
rospo per dissipare il sortilegio.
Caro Pier Luigi,
mi spiace per te ma la tua parte nella favola è proprio quella, la bella
fanciulla che bacia il rospo. Certo ci vuole stomaco per baciare un rospo
schifoso, ma tu lo stomaco ce l'hai e dunque fallo, per il bene di questo paese
che il principe operoso e capace di governarlo l'ha trovato. Tu solo puoi
interrompere il sortilegio e assicurare il lieto fine.
Ho la vaga
sensazione che a noi di "Repubblica" sia assegnata la parte del lupo
cattivo. Giuliano Ferrara mi tira in ballo personalmente e mi domanda come sia
stato possibile che, dopo aver organizzato cinquant'anni fa i convegni degli
"Amici del Mondo" insieme a Mario Pannunzio e a Ernesto Rossi, sia
finito nella compagnia del bordello.
Di solito Ferrara
con me è gentile, questa volta è stato ruvido, segno che il richiamo all'ordine
è stato perentorio. Rispondo così: il bordello non è a "Repubblica"
ma a Palazzo Grazioli. "Repubblica" non si è occupata del bordello ma
delle bugie del premier. La denuncia del bordello è stata fatta dalla
Fondazione "Farefuturo" (patrocinata da Gianfranco Fini) e dalla
signora Veronica Lario, comproprietaria del giornale diretto da Ferrara.
Può mentire
spudoratamente un presidente del Consiglio che si rivolge al paese dalla
televisione pubblica? Può reiterare le menzogne? Può indicare alla gogna i
giornali che gli pongono domande più che legittime? Può insultare e incitare a
non leggere quei giornali e a boicottarli pubblicitariamente? Può denunciarli
al magistrato per aver fatto quelle domande?
Quanto ai
"pedigree", per quanto mi riguarda io sono appunto partito dal
"Mondo" e arrivato a "Repubblica" passando
dall'"Espresso"; come percorso non mi sembra male. Ferrara è partito
da Giorgio Amendola ed è arrivato a Berlusconi passando per Craxi. Non giudico,
non ne ho alcun titolo. Dico soltanto "Unicuique suum", che vale per
lui quanto per me.
Il ragionamento di
Galli della Loggia è diverso ma in sintonia. C'è sempre di mezzo il lupo
cattivo, che certo dev'essere un diavolaccio di lupo se riesce da solo a
combinare tanti guai. Ma il problema da risolvere è Bersani. "Il rinnegato
Bersani". Rinnegato dal milione di giovani vestiti di viola che si
domandavano: perché Bersani non è qui? A loro quell'assenza dispiaceva. A della
Loggia invece ha fatto molto piacere. Perché? Risposta: perché lo slogan del
corteo era: "Berlusconi dimettiti". Bersani non è andato per non
marciare sotto quello striscione. Bravo Bersani. Berlusconi infatti deve
governare.
Bene. Penso
anch'io che debba governare. Il guaio è che non governa. Non governa da quando
si è insediato a Palazzo Chigi nel maggio 2008. Ma non aveva governato neppure
nei cinque anni 2001-2006. Infatti i problemi stanno ancora tutti lì, anzi sono
peggiorati. Dobbiamo rifarne l'elenco? Rifacciamolo: il debito pubblico non
solo non è diminuito ma è aumentato; la pressione fiscale idem; l'entità della
spesa corrente idem; il deficit idem; le infrastrutture sono sempre al palo,
parliamo ancora di quelle del famoso contratto con gli italiani stipulato a "Porta
a Porta" nella campagna elettorale del 2001. Sono ancora tutti lì,
inaugurazioni e tagli di nastri a bizzeffe, opere compiute neanche mezza.
Poi c'è il
bordello della Sanità, il bordello della Scuola, il bordello dei Beni
culturali. Quanti bordelli, caro Ferrara, e tutti dalle vostre parti. E questa
sarebbe la politica del fare? Infine le riforme istituzionali e quella della
giustizia.
Io sono amico di
Bersani. Ha molte qualità. Tra le quali ci metto anche quella di non essere
gladiatorio. E non ha la lingua biforcuta, che adesso va invece molto di moda.
Ci sono fior di politici che cambiano versione a seconda del giornale che li
intervista, anche a distanza di ventiquattr'ore. Ma lui no.
Sulla giustizia ha
detto questo: pronto a discutere tutti i miglioramenti necessari affinché il
servizio pubblico migliori, a cominciare dalla lunghezza intollerabile dei
processi. Ma niente leggi "ad personam", niente "processo
breve", niente Lodo Alfano, insomma niente salvacondotti.
Tra i pregi e i
difetti del rinnegato Bersani c'è anche la testardaggine. Per me è un pregio.
Salvacondotti non ne darà. Quanto al dialogo, ha più volte chiarito che si fa
in Parlamento. E dove dovrebbe farsi? Il guaio è che Berlusconi non ci sta. A
tutti gli emendamenti dell'opposizione il governo ha sempre detto no. Quanto
alle riforme istituzionali, ha detto "nì" alla famosa bozza Violante
(diminuzione dei parlamentari, creazione del Senato federale). Ha detto
"nì" ma con un'aggiunta: vuole passare dalla Repubblica parlamentare
a quella autoritaria.
Il testardo
Bersani non ci sta, ma il fatto è che quel cambiamento non è previsto nella
Costituzione. Proprio così: non è previsto, cioè non si può fare. Della Loggia
dovrebbe saperlo. Per cui baciare il rospo non servirebbe a niente, resterebbe
rospo.
Ricolfi sulla
"Stampa" sostiene invece una bizzarra tesi. Secondo lui l'errore lo
fece Veltroni quando disse che bisognava trattare sulle regole istituzionali e
combattere invece sulla politica del giorno per giorno. Secondo Ricolfi bisognava
invece fare l'opposto.
Bizzarro. Le
regole vanno condivise, infatti proprio per questo sono previste maggioranze
qualificate per approvarle. La politica invece non va necessariamente condivisa
e l'opposizione esiste proprio per questo. Così la pensa anche il presidente
Napolitano. Sbaglia anche lui?
Due righe di
chiusura. All'epoca del governo Prodi i giornali sapienti che giocano alle
buone fatine e non al lupo cattivo, se la prendevano col governo e lo
invitavano a venire incontro all'opposizione (cioè a Berlusconi) che nel
frattempo trafficava per comprarsi quei pochi voti che sostenevano il governo.
Adesso le buone fatine se la prendono con l'opposizione di centrosinistra.
Terzisti? Non sembra proprio, stanno sempre dalla stessa parte. EUGENIO SCALFARI LR 9
Il Csm boccia il processo breve
Alfano: toghe in
tv e uffici vuoti. L’Anm: accuse infondate - di MARIO STANGANELLI
ROMA - Tra governo
- in particolare il ministro della Giustizia - e magistrati è scontro totale.
Corposo l’elenco delle doglianze che Angelino Alfano rinnova contro i giudici,
i quali replicano a tamburo battente indicendo per gennaio una mobilitazione
nelle procure contro il processo a breve, mentre dalla commissione del Csm che
ha esaminato preliminarmente, in vista del plenum di lunedì prossimo, il ddl
che riduce la durata dei processi esce un verdetto drastico:
«Incostituzionale».
La giornata inizia
con l’invito del Guardasigilli ai magistrati ad «andare meno in tv in modo da
arrestare qualche latitante in più». Altro terreno di polemica aperto da Alfano
quello della difficoltà a ricoprire le sedi giudiziarie ”disagiate“: il governo
- ha affermato il ministro - è stato lasciato dall’Anm in una «condizione di
assoluta solitudine». Altra frizione tra toghe ed esecutivo dopo le parole del
sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, il quale accusa la procura di
Siracusa che ha messo sotto inchiesta i militari che hanno respinto i barconi
degli immigrati di «un’azione coordinata su basi ideologiche per boicottare le
leggi sull’immigrazione». Al primo risponde il vertice dell’Anm definendo «non
corrispondente al vero la ricostruzione del ministro». A Mantovano risponde il
procuratore di Siracusa, Ugo Rossi, rilevando che i suoi uffici si limitano «a
rispettare le leggi e la Costituzione».
Intanto, ancor
prima che la sesta commissione del Csm rilevasse elementi di incostituzionalità
nel ddl sul processo breve («una sostanziale amnistia», con la cancellazione
tra il 10 e il 40 per cento dei procedimenti penali, assieme alla «violazione
di principi costituzionali come l’obbligatorietà dell’azione penale e
l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge»), l’Anm aveva lanciato una
settimana di mobilitazione per il 20-27 gennaio in tutti i tribunali. Il ddl,
tuttavia, sta proseguendo il suo iter in commissione al Senato dove il
dibattito sul testo dovrebbe concludersi mercoledì 16 ed andare in Aula alla
riapertura dopo le ferie di fine anno. Ma sembra essere un altro provvedimento
quello su cui la maggioranza spera di risolvere il conflitto tra giustizia e
politica, in particolare per quanto riguarda i procedimenti che coinvolgono
Berlusconi, e cioè quello sul ”legittimo impedimento“. Sei sono i progetti di
legge presentati in materia, da maggioranza e opposizione, alla Camera. La
presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, annuncia che da oggi
la sua commissione avvierà il non facile tentativo di «arrivare a una sintesi»
tra i vari testi. Ma anche se su questo provvedimento i contrasti sembrano meno
aspri che sul processo breve, un via libera della Camera non potrà arrivare
prima di gennaio. IM 10
Cosentino, l'aula nega l'arresto del sottosegretario
L'Aula della
Camera ha negato l'autorizzazione all'arresto del sottosegretario all'Economia
Nicola Cosentino (Pdl), confermando la decisione assunta nei giorni scorsi
dalla Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio.
I voti a favore
sul diniego dell'arresto sono stati 360, 226 quelli contrari. La votazione è
stata a scrutinio segreto. I gruppi di maggioranza hanno dichiarato di votare
no, mentre il Pd e l'Idv si sono espressi per
l'autorizzazione
all'arresto. L'Udc ha lasciato libertà di voto.
Il sottosegretario
all'Economia era seduto nell'ultima fila dei banchi di Montecitorio, a pochi
posti di distanza dal legale del premier Niccolò Ghedini e dal presidente della
commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno. Subito dopo il voto che
l'ha salvato dall'arresto, gli abbracci e i baci a Cosentino dai colleghi della
maggioranza. Poi la telefonata alla moglie: "Mi devi sopportare
ancora".
«Il voto di oggi
non era scontato. Non si è mai contenti di difendersi da accuse infamanti- ha
detto Cosentino -. Comunque, prendo atto che c'è stato un voto che ha
attraversato un pò tutti gli schieramenti ed è andato molto al di là di quella
che è la stessa maggioranza». L’U 10
Il termine eroi ci
fa pensare alla mitologia greca o a quella romana , agli antichi germani., a
chi in guerra si sacrifica per il bene comune, a chi salva la vita di qualcuno
rischiando la propria..
Che dire degli
eroi di oggi?
Gli italiani che vivono in patria,non sono forse figure
eroiche?
Non pensiamo a
tutti coloro che vivono in Italia,non ai privilegiati o ai figli di questo o di quello….
Parliamo della gente comune, di quelli che sono in reali difficoltà di tipo
economico e /o lavorativo , che avvertono un clima di prevaricazione e di
intimidazione e che riescono a
resistere.
Chi oggi vive in
Italia deve affrontare come comune cittadino tutta una serie di problemi.
Se è
disoccupato deve vedere come fare per trovare un lavoro, cosa di non facile
soluzione.
Spesso pur di lavorare deve svolgere mansioni di
molto inferiori alle sue capacità e formazione in cambio di un
basso stipendio.
Se ha un lavoro
deve comunque cercare di arrivare alla
fine del mese riuscendo a pagare tutta una serie di bollette (luce, gas,
telefono, condominio, riscaldamento, affitto, …) oltre naturalmente a sostenere le spese per il cibo, il
vestiario, la scuola dei figli o il nido per i più piccoli.
In effetti ad
eccezione di pochi fortunati gli stipendi in Italia sono molto bassi rispetto
al costo della vita.
Certamente ci
sono anche persone che guadagnano molto,
ma questo succede solo a pochi eletti che, grazie alle loro” conoscenze” e
relazioni, hanno tutta una serie di privilegi e fanno subito una carriera
velocissima.
Che dire poi di
quanti pur facendo parte del Parlamento possono svolgere anche il loro lavoro privatamente e continuano contemporaneamente ad esercitare la
professione di avvocato,commercialista, attore…? Questo è consentito dalle
leggi vigenti?
Non dovrebbe
essere il loro primo ed esclusivo pensiero la ricerca del bene comune?
In effetti
molti giovani lasciano l’Italia per
lavorare all’estero, realizzando la cosidetta” fuga dei cervelli”.
Sono in realtà dei
fortunati perché vengono pagati in modo
adeguato alle loro competenze, svolgono un lavoro interessante, conoscono altre nazioni ed altre realtà, stanno lontani
dall’Italia in un periodo veramente “
nero”.Resta però in loro la nostalgia di
quello che hanno dovuto lasciare e
di tutto un mondo di affetti e di
relazioni.
Se tutti faranno
così la nostra nazione avrà grandissimi danni.
Quando serviranno
“i cervelli” che si farà? Forse pensate che se ne possa fare a meno?
Perchè invece non
creare occasioni di sviluppo e possibilità di lavoro per i nostri giovani qui
in Italia?
Perchè non
smettere con il sistema delle “conoscenze” e fare spazio a chi effettivamente è
capace ed ha tutte le qualità e l’onestà per ottenere ottimi risultati?
Le parole del
Presidente Napolitano su questo tema
sono state molto incoraggianti, un messaggio di speranza per molti.
Si è parlato tanto
del valore del merito e di trasparenza,
ma quando si inizierà veramente questa rivoluzione?
Ci vogliono fatti
non solo parole. Si devono creare reali occasioni di lavoro e condizioni di
crescita e si deve dare un effettivo riconoscimento al merito.
In realtà non è
solo questo , si tratta di molto altro : è
proprio l’aria che sembra a volte
irrespirabile in Italia: i continui
conflitti tra politici , gli scandali riguardanti coloro che dovrebbero essere invece modelli di integrità e pensare
all’interesse dei cittadini, le rivelazioni
dei pentiti sulla mafia, le proposte di processo breve , la disattenzione
ai problemi reali, il continuo cicaleccio televisivo di conduttori ed esperti tuttologi,
ecc eccc…. .
Devono cambiare
tante cose!
Chi parte
lasciando l’Italia probabilmente ha perduto la speranza che
qualcosa possa cambiare.
La maggior parte
resta, ma è un esercito di invisibili, senza voce né volto.
Non hanno voce –
nessun membro del Parlamento è stato eletto direttamente dal popolo, come ha
ricordato di recente l’onorevole Scalfaro e quindi quando darà voce al popolo?.
Chi li
rappresenta? Chi assume le loro difese?
Non hanno volto –
quando mai appaiono in televisione o sui
giornali?
Chi gli chiede mai un parere o un’opinione? Chi
scrive della loro vita? Chi si interessa di loro?
Eppure è per loro
merito se l’Italia ancora non affonda, del loro lavoro, della loro onestà, del
loro impegno.
Quelli che restano
continuano a sperare contro ogni
speranza che finisca in ogni campo l’era
del privilegio e della prevaricazione e
che valgano di nuovo il merito, l’onestà e l’impegno.
Giorno dopo giorno
lavorano con onestà, tra molte difficoltà e limitazioni, ma non abbassano la
testa.
Loro sono gli eroi del nostro tempo
Antonia Pichi,
segretario del Partito democratico di Zurigo (de.it.press)
Lo scontro tra Lega e Tettamanzi. Cattolici senza casa
Le tensioni fra
partiti e mondo cattolico segnalano una novità che travalica i singoli episodi.
Non si tratta della diaspora politica. Quella è cominciata da anni, ormai: da
prima ancora che finisse la Dc. La cesura è rappresentata dall’irrilevanza
crescente dei politici che si presentano come «cristiani» nelle file della
maggioranza e dell’opposizione; ma anche dalla difficoltà dei vescovi italiani
e del Vaticano a pesare sulle scelte del governo e sugli equilibri di potere. È
il risultato della parabola iniziatasi con la Seconda Repubblica; passata
attraverso tentativi tormentati di equidistanza fra gli schieramenti; e
conclusasi con una situazione nella quale il ceto politico cattolico in quanto
tale, dovunque stia, tende ad essere sempre meno rappresentativo e a non
sentirsi rappresentato: quasi sfrattato e senza casa. Si tratta di
un’evoluzione che ha vissuto momenti traumatici e non sempre limpidi; ma che
per paradosso può costituire un elemento di chiarezza.
Nel centrodestra,
questa caduta di influenza è avvalorata da due fatti recenti. Il primo è stato
l’aggressione a Dino Boffo, direttore di «Avvenire», che alla fine si è
confermata solo un’operazione per intimidire la Chiesa. Il secondo è la
polemica ruvida della Lega contro l’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi,
accusato di «clericalismo di sinistra». Al di là delle differenze, i due
episodi rivelano un centrodestra che si sente abbastanza forte da sostenere un
braccio di ferro con il Vaticano ed i vescovi italiani. Pensa di poterlo fare
in base ad un’analisi fredda dei rapporti di forza. Sa infatti che la Chiesa è
divisa, e soprattutto che non orienta più come prima l’elettorato. Silvio
Berlusconi e Umberto Bossi hanno identità e consensi in proprio: dal 1994 hanno
vinto da soli. Un asse con le gerarchie cattoliche, se esiste, funziona
soltanto fino a che non confligge con l’agenda non solo vaticana, ma
governativa. E infatti, nel momento dello scontro Pdl e Lega non hanno esitato
a far prevalere le loro priorità.
Nel
centrosinistra, si chiude il cerchio di un allontanamento progressivo. La
mini-scissione di Francesco Rutelli e l’uscita di singoli «cattolici a disagio
» dilatano la sensazione di un Pd inospitale. In realtà, l’elezione del
segretario Pierluigi Bersani non è la causa dell’irrilevanza degli ex popolari:
sembra piuttosto la presa d’atto della loro scarsa incidenza. Si stanno dunque
esaurendo un filone ed una presenza. E l’Udc, sulla quale il mondo cattolico
nutre qualche dubbio, appare in grado magari di arginare, ma certo non di invertire
il processo.
Questo, però,
dovrebbe permettere alla Chiesa di riprendere possesso di spazi che le sono
propri, senza essere frenata da malintesi collateralismi. Gli indizi di un
ruolo ritrovato si intravedono in materia di immigrazione, politica della
famiglia, rapporti fra etica e informazione, coesione nazionale. Anticipano una
fase più appartata sul piano politico e meno ipotecata dal timore di turbare
equilibri di governo sui quali Santa Sede e Cei possono influire meno del
passato: sebbene forse se ne rendano conto solo ora. Massimo Franco CdS 9
E’ il rimprovero
che più spesso ci viene rivolto, la critica, o l’esortazione, che ci accompagna
da sempre. «Voi giornalisti sapete solo vedere e raccontare il male». Se queste
parole arrivano però da Sua Santità in persona, occorre ancora una volta - e
non sarà l’ultima - spiegarsi. Forse.
Confesso, intanto,
di non trovare per nulla assurda o esagerata la reazione contro il male che
ogni giorno gronda su di noi dai media.
Per un
giornalista, aprire gli occhi al mattino e accendere la tv, e scartare il pacco
dei giornali, è il primo gesto, una preparazione rituale della professione, la
nostra preghiera laica del mattino, secondo Hegel, che da anni ormai io stessa
anticipo con una stretta allo stomaco. Qualcuno, nelle ore che abbiamo rubato
al generoso oblio del sonno, è morto, qualcun altro ha provocato danni, qualche
maggior pericolo - psicologico, politico, pratico - sta scavando nella nostra
vita. La tentazione c’è, di prendere la direzione che sembra indicare il Santo
Padre: richiudere gli occhi, mettere da parte giornali, tv e avviarsi a un
giorno normale, in cui le cose e i rapporti - senza il rumore di fondo dei
media - spiccano come gioielli nelle loro scatole di velluto. Nei rari giorni
in cui i media, per feste o per scioperi, non ci sono, la vita appare più
tersa, e più vivibile. Per questo, quando tanti ci dicono che il nostro
mestiere sta avvelenando il mondo e che noi siamo una banda di cinici, ascolto
sempre. Nel mio cuore gli do ragione.
Potremmo dunque
assumere questa lezione. E potremmo limitarci a voler sapere e raccontare solo
di quel che ci rasserena e di quel che ci lega agli altri uomini, piuttosto che
quel che ce ne divide. Potremmo ridurre il male a una breve, accennarne e
pudicamente subito ammantarlo di veli. Potremmo invocare per questa pudicizia
la preservazione dell’innocenza e della fiducia negli altri. Avremmo, ripeto,
ragione e, forse, vivremmo meglio.
Ma sarebbe questa
una vita piena? Sarebbe questa una scelta davvero positiva? Su queste domande
si inciampa.
Che il male esista
non credo ci siano dubbi, neppure dal punto di vista religioso. Non è nei
media, non è creato dai media, ma è nella costruzione stessa della realtà.
Accantonarlo, non guardarlo negli occhi, non dargli nome e cognome, non è segno
di maggiore sensibilità e civiltà. E, purtroppo, ignorarlo non ci restituisce
nemmeno un nuovo senso di sicurezza.
I media non sempre
hanno funzionato come oggi, con la crudeltà quasi da bisturi di penetrare le
cose che oggi hanno acquisito.
Nell’Ottocento i
grandi giornali del mondo anglosassone, dove di fatto i media si sono
sviluppati seguendo l’onda delle espansioni imperiali, erano ispirati dal cristiano
senso del pudore e dalla missione di sostenere l’orgoglio della Nazione. Fu
grazie a questa ispirazione che il mondo vittoriano poté a lungo non capire i
suoi crimini imperiali. Ma fu sempre grazie alla rottura di quel pudore che
quello stesso mondo riuscì a capire e correggere vari errori. Fra questi, le
incompetenze di generali che il 25 ottobre del 1854 ordinarono la carica di
Balaclava, in Crimea. I dispacci dei comandanti britannici dal fronte, che
avevano mandato al massacro inutile una forza di eccellenza, e che si volevano
tenere riservati, vennero pubblicati in un’edizione straordinaria della London
Gazette il 12 novembre dello stesso 1854. Avremmo potuto dunque sorvolare, o
seguire differentemente l’Iraq, l’Afghanistan, i Balcani, l’Iran, o la Cina, o
l’Africa?
Ma forse il Santo
Padre dice altro. Parla probabilmente del modo con cui parliamo di noi, delle
società in cui viviamo. Queste società democratiche, che a volte nei media
appaiono troppo aperte, troppo democratiche. Indugiamo troppo sui difetti di
chi ci governa, seguiamo troppo la violenza sociale, le volgarità, si dice. Al
punto da finire con il non farci credere più a nulla. Ripeto, può essere. E la
goduria del lerciume è sicuramente il rischio.
Ma, nella
sostanza, non guardare al male significa anche dare mano libera a tutti coloro
che esercitano il proprio interesse, coloro che perseguono solo la propria
individualità. E cosa è meglio, per tutti noi, sapere o no come si usano i
nostri soldi, che rischi corriamo, come vengono educati i nostri figli, come
vengono scritte o infrante le regole?
E’ vero, fa male
vivere così. Ma girare gli occhi non significa vivere meglio, ma solo diventare
delle vittime inconsapevoli. La migliore regola del giornalismo, che alla fine
credo vale per tutti, è che una notizia buona per uno è una cattiva per un
altro. LUCIA ANNUNZIATA LS 9
Dietro le divisioni politiche tra i leader. La realtà offuscata
Dice il Papa:
«Ogni giorno, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene
raccontato, ripetuto, amplificato ». Ma se è la notizia che crea l’evento (non
viceversa); se le percezioni prevalgono sui fatti; se gli stereotipi
semplicistici e sentimentalmente colorati su avversari e alleati offuscano la
vera natura dei rapporti, il mondo si polarizza e la politica si militarizza.
Questa è l’Italia della «guerra civile » fra centrodestra e centrosinistra, del
«conflitto» fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi nella maggioranza, della
«distanza» fra Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro nell’opposizione.
Per sostenere che
Fini ha «una certa idea della destra» opposta a quella di Berlusconi, sarebbe
necessario accertare se quello che dice sia un pensiero organico o non siano
invece giudizi contingenti, per quanto fuori linea, su singoli eventi. Per
sostenere che Berlusconi ha «una certa idea della destra», diversa da Fini,
sarebbe necessario accertare se ne abbia (almeno) una. Forse, una «certa idea
della destra» non l’hanno né l’uno né l’altro. Un discorso analogo si può fare
per Bersani e Di Pietro e sull’idea che entrambi hanno sul ruolo
dell’opposizione. E altrettanto si può dire della «guerra civile» fra
centrodestra e centrosinistra, privi entrambi di «una certa idea dell’Italia»,
ma ugualmente bisognosi di legittimazione etico-politica, non fosse che per
contrapposizione.
Che Fini sopporti
male come Berlusconi governa il Pdl è un fatto. Lo vorrebbe una «monarchia
costituzionale » mentre ha la sensazione, e non la nasconde, che sia una
«monarchia assoluta ». Come lui la pensano altri nel Pdl. Ma non lo dicono o lo
dicono flebilmente. Berlusconi, del resto, sembra avere una singolare
difficoltà ad ascoltare persino chi gli è vicino, figuriamoci gli avversari;
dopo pochi istanti, attacca lui e all’interlocutore non resta spesso che
«prendere o lasciare». Nel mondo delle aziende, da cui viene il premier, può
essere utile o addirittura necessario che «il titolare» abbia — con l’ultima
parola — anche la prima. In politica, non sempre lo è. Che Bersani sopporti
male come Di Pietro interpreta il ruolo dell’opposizione, è un altro fatto.
Egli — che ha militato nel Pci, che aveva una ben definita, ancorché
discutibile, cultura politica, laddove Di Pietro non ne ha alcuna — vorrebbe
che l’opposizione facesse politica, mentre il suo compagno di strada fa solo
cagnara.
Ma in tutti questi
esempi, ci troviamo, a ben vedere, sul terreno della psicanalisi. Se, invece,
ci si addentra su quello della politica si scopre che le differenze sono
minori. La percezione che, dentro e fuori il Pdl, si accredita della fronda di
Fini offusca il fatto che egli appoggia ciò che più conta per Berlusconi: le
iniziative parlamentari in materia di giustizia per metterlo al riparo dei suoi
processi. La percezione che, dentro e fuori il Pd, si ha di Bersani, rispetto a
Di Pietro, offusca il fatto che Pd e Idv raccolgono ancora consensi sull’onda
di Tangentopoli e che il Pd non manifesta alcuna intenzione di rivedere il
proprio pensiero su Mani pulite. Il severo giudizio del Papa sui media insomma
è giusto. Per conoscere il mondo, occorre chiedersi «come è», non come «ci
immaginiamo che sia». E se incominciassimo proprio noi giornalisti? Piero
Ostellino CdS 10
«Dalla Lega attacchi odiosi alla Chiesa e i lumbard dettano legge al
governo»
Casini: pronti al
confronto sul legittimo impedimento, ma rinuncino al processo breve
ROMA - «L’attacco
della Lega al cardinale Tettamanzi è doppiamente odioso. Per le inaccettabili
volgarità rivolte ad un pastore che tanto bene ha fatto alla sua diocesi e alla
Chiesa italiana. E per quel malizioso tentativo di dividere la Cei tra buoni e
cattivi: la politica non deve permetterselo, figuriamoci se può farlo un
partito esperto del rito delle ampolle». Pier Ferdinando Casini comincia dalla
Lega. Anche perché è convinto del ruolo ormai dominante nel governo. E vede
Berlusconi sia sempre più debole nei confronti di Bossi. Per questo il leader
Udc avverte: «Alle regionali non potremo fare alleanze laddove le coalizioni
sono imperniate sulla Lega e sulla sua cultura».
Non siete stati
anche voi in passato alleati della Lega?
«Ho sempre
sostenuto che l’integrazione della Lega nell’area di governo avesse aspetti
positivi e non ho cambiato idea. Berlusconi è riuscito a depotenziare alcune
spinte separatiste. Ma ora è cambiato il segno del suo rapporto con Bossi. Oggi
il peso della Lega è preponderante. Quando l’Udc era nella coalizione di
governo, eravamo noi il bilanciamento. Adesso Bossi ha le chiavi del governo e
il Pdl è costretto a pagarla concedendole l’appalto esclusivo del Nord».
Insomma, è una
questione di potere di coalizione.
«Non solo. È una
grande questione politico-culturale. La Lega sta sviluppando con coerenza la
propria strategia. Attacca il cardinale di Milano, propone la Cassa
integrazione dimezzata per gli immigrati, si fa portabandiera delle ronde,
tenta persino di strumentalizzare il crocifisso in una campagna semi-razzista:
ma in realtà il suo scopo non è ottenere risultati concreti. La Lega vuole
distillare paura nella società. Paura e divisioni viscerali. Per proporsi poi
come demiurgo, come soluzione finale».
Ha descritto il
paradigma del populismo. Ma qual è la risposta? Lei, Fini e Pisanu siete
d’accordo, ad esempio, su nuove regole per la cittadinanza. La maggioranza di
governo però mi pare chiusa ad ipotesi di riforma.
«La verità è che
ormai parole come destra, centro, sinistra sono casacche logore. Siamo davanti
ad un bivio di portata storica: la nostra società può rinascere oppure
disgregarsi. La politica seria dovrebbe cambiare agenda. L’immigrazione è un
fenomeno epocale. Se non costruiremo insieme un nuovo modello di cittadinanza,
se non emergerà un senso di Patria condivisa, l’Italia avrà meno sicurezza e
meno ricchezza. Non è una questione ideologica: è in gioco il bene comune. Si
discutano senza pregiudizi le idee migliori: per quanto mi riguarda, l’idea
della cittadinanza a punti del ministro Sacconi mi pare interessante».
Rutelli ha
proposto a Fini di rompere con il Pdl e partecipare alla costruzione del nuovo
Centro.
«Non bisogna bruciare
i tempi. Sono convinto che ognuno debba tessere la propria tela, poi chi avrà
più filo prevarrà. Il nostro compito non è approfondire le contraddizioni tra
Berlusconi e Fini, ma proporre con forza ed equilibrio i temi di un’Italia più
moderna, più unita, più solidale, più efficiente. Coltivare l’illusione della
caduta del governo per un colpo di mano è un’idiozia. Così come è stupido
rifugiarsi nell’antiberlusconismo: dopo la piazza viola di sabato scorso e la
deposizione di Spatuzza credo che Berlusconi sia più forte, non più debole».
Sembra un
paradosso il suo.«Ma non lo è. La spallata è solo una fuga dalla realtà. Mentre
invece la crisi di Berlusconi si manifesta quotidianamente nell’incapacità di
governare i processi reali. Guardiamo la legge finanziaria: non c’è nulla per
le piccole e medie imprese (salvo la conferma degli ammortizzatori sociali),
non c’è nulla di quanto promesso alle famiglie. Tutti i Paesi aggrediscono la
crisi. Noi tiriamo a campare sperando che la tempesti passi da sola. Compito di
un’opposizione responsabile ed efficace è mostrare al Paese queste
contraddizioni e indicare vie diverse. È l’opposizione che fa più male al
governo».
Ma qual è il
destino dell’Udc? Una formazione inedita, con personalità di provenienza
diversa, sul modello del Kadima israeliano oppure un Centro di ispirazione
cristiana?
«L’ho già detto:
non vorrei più usare la parola Centro... È il momento per ciascuno di noi di
liberarci del retaggio ideologico del ventesimo secolo. E di sfidarci sui
contenuti nuovi, senza nostalgie. Per questo ho parlato del nostro progetto
come di un Partito della Nazione».
Si chiamerà così?
«Forse il nome
sarà diverso. Ma spero di aver chiarito il senso: politica per noi oggi è
ridare slancio un Paese in difficoltà, suscitare un nuovo orgoglio di essere
italiani, premiare merito, giovani, innovazione, ricerca, declinare in chiave
di modernità l’interesse nazionale. Si può fare questo solo dando una nuova
rappresentanza all’Italia moderna e moderata. Fermo restando che alcuni valori
di riferimento della nostra identità cristiana restano pilastri sui quali
possono riconoscersi credenti e non credenti».
Che giudizio si è
fatto della deposizione di Gaspare Spatuzza?
«Da cittadino non
mi ha convinto. Da politico, ovviamente, penso che i magistrati debbano
valutare con serietà e rigore. I pentiti sono delinquenti, non monaci. Ma le
loro deposizioni hanno dato frutti importanti nella lotta alle mafie: dunque,
toglierei la legge sui pentiti dall’elenco delle riforme prioritarie».
Fin dove arriva la
disponibilità dell’Udc sulle recenti proposte di Berlusconi in tema di
giustizia?
«Prima la
giustizia smetterà di essere terreno di scontro, meglio sarà per il Paese. Noi
con coraggio, visto che siamo all’opposizione, abbiamo cercato di dare una mano
per evitare che nello scontro si sfasci anche l’intero sistema».
Avete proposto una
mediazione sul legittimo impedimento, che Berlusconi ha in buona parte
modificato. E nel frattempo ha tenuto in campo il suo progetto sul processo
breve.
«Dopo il ddl sul processo
breve, un progetto che produrrebbe disastri per il nostro ordinamento, abbiamo
fatte proposte per ridurre il danno. In politica a volte il meglio è nemico del
bene. Resta la nostra contrarietà ad applicare ai processi in corso le
norme-tagliola che vuole Berlusconi. Tuttavia siamo disposti ad affrontare il
tema della tutela del premier nello svolgimento del suo mandato: ovviamente non
nella nuova formulazione, ma in quella proposta da Vietti. Naturalmente, la
disponibilità dell’Udc vale solo se la legge sul processo breve viene
abbandonata dalla maggioranza».
Sta dicendo che se
Berlusconi continuasse nel doppio binario, si interromperebbe il dialogo con
l’Udc?
«Chi sta in
Parlamento non smette di dialogare. Ma, se Berlusconi insisterà sul processo breve,
vorrà dire che farà tutto da solo. Noi ci opporremo. E, secondo me, finirà di
nuovo in un vicolo cieco».
Cosa farete invece
sul lodo Alfano in versione legge costituzionale?
«Ci astenemmo già
sul lodo Alfano. Di fronte ad un ddl costituzionale sulla temporanea tutela
delle alte cariche dello Stato non potremmo che discuterne».
Lei crede che il
confronto bipartisan sulle riforme, avviato in questi giorni in Senato, darà
finalmente quei frutti che sono mancati nei quindici anni passati?
«In Senato speravo
che si arrivasse ad una vera convergenza, sia pure su documenti di indirizzo.
Invece la montagna ha partorito di nuovo un topolino. Per noi dare una mano
alle riforme resta un imperativo morale. E non verremo meno all’impegno,
sempreché non torni nel Pdl e nel Pd la tentazione di costruire un sistema che
tagli fuori gli altri competitori».
Onorevole Casini,
cosa pensa delle prime settimane di Bersani come segretario del Pd?
«Bersani è una
persona seria e per bene. Se fossero tutti Bersani, sarebbe facile un accordo
con il Pd. Invece quel partito ha nel suo codice genetico un assemblaggio di
idee e di umori così diversi da paralizzarne spesso l’azione. Per questo il Pd
si trova ora in balia di Di Pietro, ora della piazza viola, ora delle spinte
massimaliste della sinistra. E non sempre riesce ad esprimersi in autonomia».
Intanto, dopo
l’iniziativa di Rutelli, avete accolto nelle vostre file anche Dorina Bianchi,
proveniente dal Pd.«Rispetto il travaglio dei partiti. Ma non posso certo
fermare chi in questi giorni sceglie di venire da noi. Non c’è nulla di ostile:
è il bipartitismo che sta andando definitivamente in crisi».
Sono ancora
possibili alleanze Pd-Udc in qualche Regione?
«Da forza di
opposizione quale siamo, abbiamo dato disponibilità ad alleanze periferiche con
la sinistra. Ma siccome non siamo un partito trasformista chiediamo alcune
discontinuità, sui programmi e sugli uomini. L’alleanza con l’Udc è possibile a
fronte di chiare innovazioni. Vedo che Bersani ha difficoltà, che ci sono
personalismi che bloccano il Pd. A noi però nessuno può chiederci di fare
numero per battere Berlusconi. Peraltro è lo stesso argomento che Berlusconi
usa con noi: venite con noi per battere la sinistra. La nostra politica invece
è uscire dallo schema duale Berlusconi-antiBerlusconi».
Sulla finanziaria
però la vostra opposizione al governo è piena.
«E ci mancherebbe
altro. Il governo ha persino impedito il confronto sugli emendamenti in
commissione perché ha paura dei contrasti in seno alla maggioranza. Al Pd però
chiedo ora di ridurre gli emendamenti in aula all’essenziale per non dare alibi
al governo sulla fiducia e sfidarli in votazioni che Pdl e Lega mostrano di
temere». CLAUDIO SARDO IM 9
La fine dell’intervento pubblico nella crisi. Come scegliere il momento
giusto
Exit strategy è il
nome anglo- latino della questione oggi più discussa e più ardua nel dibattito
cosmopolita sulla crisi. Si tratta di scegliere il momento giusto per qualcosa
che deve avvenire. Ma da che cosa si deve uscire, e perché la questione è tanto
ardua?
Da oltre un anno
governi e banche centrali pompano la spesa pubblica e privata per arrestare la
caduta della produzione: dilatazioni smisurate dei deficit di bilancio e della
moneta e azzeramento dei tassi d'interesse. Poiché la caduta sembra cessata,
ora ci si interroga se sia il momento di «uscire» da quelle misure per
riportare sotto controllo bilanci pubblici e moneta. Nell’acme della crisi,
infatti, l’economia è stata curata con gli stessi veleni che l'avevano
intossicata, mentre è chiaro che può guarire solo liberandosene.
Ogni errore nella
scelta dei tempi può essere fatale, come per i trapezisti che devono afferrarsi
al volo nel circo. Un’uscita prematura può precipitarci in una nuova caduta,
come fu per l'errore che negli anni Trenta trasformò la recessione in
depressione. Ma continuare nell'espansione monetaria provoca (anzi, forse ha
già provocato) nuove euforie speculative e pericoli d'inflazione; mentre appesantire
ancor più il debito inquieta il mercato e può accelerare la caduta del dollaro.
Cogliere l'attimo
fuggente dell' exit significa, se non evitare anni difficili, almeno sottrarsi
al dilemma se prolungare questa crisi o generare la prossima.
La scelta del
momento è ancor più ardua per il fatto che diversi trapezisti devono coordinare
(coordinare, non sincronizzare) le loro uscite dalla scena. Devono farlo i
Paesi : Europa, Asia, Stati Uniti possono sospendere contemporaneamente gli
stimoli alla crescita o devono farlo in tempi diversi? L'azione di uno ha
effetti sugli altri e ognuno vorrebbe che gli altri continuassero a espandere
mentre lui inizia a frenare. E devono coordinarsi le politiche : la moneta e il
bilancio vanno normalizzati contemporaneamente o disgiuntamente e, in tal caso,
secondo quale ordine?
Non solo:
coordinare le mosse sarebbe già difficile per un onnipotente regista che desse
i comandi da dietro le quinte. Lo è ancor di più perché il regista non c'è e i
trapezisti (i Paesi e le banche centrali) hanno un tale concetto della propria
indipendenza da ritenersi minacciati dal concordare alcunché con alcuno: ognuno
crede di sapere che cosa dovrebbe fare l'altro e dall'altro non vuole sentire
consigli.
Infine: è
difficile coordinare le mosse perché a dettare il momento giusto dell'azione
non è più il metronomo di una crisi in atto (il panico, la caduta produttiva)
ma solo l'idea chiara di un approdo sicuro e l'accettazione del costo per
arrivarci.
Purtroppo oggi
esponiamo soprattutto dubbi e pericoli, mentre al lettore vorremmo comunicare
qualche certezza e qualche rimedio. Ma possiamo almeno enunciare un criterio.
Il criterio è
questo: nessun approdo è sicuro se riguarda solo le economie singolarmente
prese ignorando le interdipendenze tra esse, se trascura il fatto che di fronte
alle sfide di oggi il mondo è uno. Nulla ce lo ricorda con tanta forza quanto
il tema del clima che occupa la riunione in corso a Copenaghen. Ma lo stesso
vale per la moneta, per il commercio, per le migrazioni, per la stabilità
finanziaria, per la sicurezza. Tommaso
Padoa Schioppa CdS 9
Terremoto. Intervista al sindaco de L’Aquila Cialente: 'Grande tragedia
italiana'
Intervista
esclusiva de 'La Voce d'Italia' al primo cittadino abruzzese
Il sindaco:
"La gente e' alla disperazione, voglio le case per chi non le ha"
Milano - Il
sindaco de L’Aquila, Massimo Cialente, parla della difficile situazione del
capoluogo abruzzese ai microfoni de La Voce d’Italia, a distanza di mesi dal
devastante terremoto che ha cambiato la vita di molti.
In merito alle sue
dichiarazioni odierne in cui critica le parole del capo della Protezione
Civile, Guido Bertolaso, che cosa ci può dire?
Credo in
Bertolaso, ma non sono sicuro che affermi il vero. Non lo voglio offendere
perché sta combattendo una vera battaglia perché i problemi ci sono. Le mie
paure nascono dal fatto che il dibattito in Governo non è ancora concluso. C’è
un’ala che ci vuole aiutare, guidata proprio da Bertolaso, e poi c’è la
risposta di Tremonti. Aspettiamo una copertura di 516 milioni di euro tra il
decreto ‘L’Aquila’ e quello ‘Mille proroghe’. In dieci giorni dovremmo avere
una risposta.
Quali sono le
condizioni de L’Aquila?
Il Censis ci ha
definito coi termini più appropriati. L’Aquila è una ‘città fantasma’. Io non
so più come trasmettere questo messaggio, anzi a volte sento di non essere
creduto. Rendiamoci conto che sono cascate le fabbriche e tutto il centro
storico. Una città è fatta di case ma anche di attività. Ci sono miei concittadini
che, per tornare al lavoro, hanno allestito delle attività di fortuna
all’interno dei container. Dopo Messina è una delle più grandi tragedie
italiane degli ultimi cento anni. Il problema principale è che stiamo
intervenendo come se ciò non fosse.
Quali le
condizioni della popolazione?
Oltre un terzo
della città vive ‘in esilio’ da ben otto mesi e la situazione non sembra
destinata a migliorare in tempi brevi. La zona rossa, coperta dagli alpini,
ospitava oltre mille attività commerciali. Una città paralizzata, come si può
ben immaginare. E’come chiudere il centro storico dietro il controllo militare,
mentre la periferia è tutta da rifare. L’Aquila è una città temporanea,
incapace di mantenere i propri ritmi economici.
Rispetto alle
dichiarazioni di Bertolaso che afferma di voler “stracciare i contratti delle
ditte edilizie che non rispettano i tempi” che cosa pensa?
Bravissimo! Io
stesso sto adottando una linea molto dura verso cui i costruttori che non
rispettano i tempi. Noi siamo costretti a vivere qui, ma loro non sono
costretti a lavorarci. O vengono ad aiutarci seriamente, o restino a casa. Non
ci servono gli avvoltoi.
Nel momento in cui
si è affievolito il clamore mediatico, quindi, ci si è dimenticati de L’Aquila?
Non solo. E’ stato
persino affermato da alcuni che abbiamo ricevuto troppo. Questa cosa è
inconcepibile.
Quali sono le sue
speranze per il futuro?
Io ho bisogno di
trovare case per chi non le ha. Ci sono circa 1500 famiglie sfollate al
momento. Poi c’è il problema drammatico del lavoro. Per metà gennaio prevedo un
vero disastro. Sto chiamando le più alte cariche dello Stato per sensibilizzare
su questo problema. Spero anche per questo che vengano sospese le tasse per gli
aquilani nel 2010. E poi spero in un finanziamento pubblico per la ripartenza
economica, i soldi previsti nella legge 77 qui non sono mai arrivati. Doveva
essere la prima operazione da fare, invece non è ancora arrivata una lira!
L’Aquila conta 18 mila cassaintegrati che, a breve, inizieranno a pagare di
nuovo le tasse. Per fare un esempio, qui ci sono degli avvocati che si sono
messi a fare i benzinai! La gente è alla disperazione! Non ci si rende conto
che qui si sta vivendo come nel dopo guerra!
Valeria Bollini ,
La Voce
La pizza diventa specialità gastronomica. L'Ue la proteggerà contro
imitazioni e falsi
La ''Pizza
napoletana prodotta seconda la tradizione napoletana'', ha ottenuto il
riconoscimento europeo di specialita' tradizionale garantita (Sgt) e verra'
protetta dall'Ue contro imitazioni e falsi. Il via libera e' giunto dal
Comitato europeo per le indicazioni geografiche, denominazioni d'origine
protette e specialita' alimentari, riunito oggi a Bruxelles. Per l'Italia
rappresenta una vittoria dall'alto valore simbolico.
ZAIA, STG PER
PIZZA NAPOLETANA E'VITTORIA ITALIA ''L'Europa ha premiato il lavoro e la
tenacia dei produttori napoletani che finalmente vedono raggiunto il traguardo
del marchio Stg a tutela di un prodotto simbolo della tradizione napoletana che
troppo spesso e da troppo tempo e' stato oggetto di pessime imitazioni''. Con
queste parole il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Luca
Zaia, ha commentato la decisione presa oggi a Bruxelles dal Comitato Permanente
delle Specialita' Tradizionali Garantite di registrare come Stg la Pizza
Napoletana. ''E' una grande battaglia vinta per l'Italia - ha proseguito Zaia
-, nonostante gli ostacoli posti da alcuni Paesi membri''. ''E' un passo
ulteriore nella direzione della tracciabilita' e della etichettatura per l'agroalimentare
- ha concluso il ministro- Questo Governo ne ha fatto una bandiera e questi
sono i risultati che dopo un anno e mezzo di attivita' governativa portiamo a
casa''. La pizza napoletana Stg - nota il Mipaaf - si caratterizzata per il
cornicione rialzato, di colore dorato; per la consistenza morbida, elastica,
facilmente piegabile; per il sapore particolare, sapido, derivante dal
cornicione, mescolato al sapore acido del pomodoro, all'aroma, rispettivamente,
dell'origano, dell'aglio o del basilico, e al sapore della mozzarella cotta; e
per l'odore caratteristico, profumato, fragrante. Gli elementi che definiscono
la specificita' della pizza napoletana Stg sono direttamente riconducibili ai
tempi ed alle modalita' delle operazioni, nonche' all'abilita' e all'esperienza
del pizzaiolo, figura centrale della tecnica napoletana di preparazione della
pizza. Il forno a legna, infine, e' un elemento di primaria importanza per la
cottura e la qualita' della pizza napoletana Stg.
COLDIRETTI, BENE
TUTELA VERA 'NAPOLI' Con la meta' delle pizze preparate nelle 25mila pizzerie
italiane che contengono ingredienti principali importati dall'estero, il
rispetto dell'originalita' degli ingredienti e del loro legame con il
territorio e' una condizione determinante per la tutela della vera pizza
napoletana tradizionale. E' quanto afferma la Coldiretti nel commentare il
riconoscimento del marchio Stg alla pizza napoletana da parte dell'Ue. La pizza
napoletana Stg avra' - sottolinea la Coldiretti - come caratteristica, oltre agli
imprescindibili pomodoro, mozzarella di bufala dop o mozzarella Stg, olio
extravergine d'oliva e origano, un diametro non superiore ai 35 cm, il bordo
rialzato (cornicione) tra 1 e 2 cm, e una consistenza insieme morbida, elastica
e facilmente piegabile ''a libretto''. Si tratta di una prima forma di tutela
di fronte al rischio concreto di trovarsi servito in pizzeria un prodotto
preparato - sottolinea la Coldiretti - con cagliate provenienti dall'est Europa
invece della tradizionale mozzarella, pomodoro cinese invece di quello
nostrano, olio di oliva tunisino e spagnolo e farina canadese o ucraina che
sostituisce quella ottenuta dal grano nazionale. Oggi pizza - conclude
Coldiretti - e' la parola italiana piu' conosciuta all'estero con l'8%, seguita
dal cappuccino (7%), dagli spaghetti (7%) e dall'espresso (6%). In Italia ci
sono 25mila pizzerie, con 120 mila posti di lavoro e un fatturato di 5 miliardi
di euro.
FIPE, STG E'ANCHE
MERITO ESERCENTI ''Il riconoscimento da parte dell'Unione europea del marchio
Stg (specialita' tradizionale garantita) per la pizza napoletana e' un'ottima
notizia. E' un premio alla capacita' degli esercenti che la servono tutti i
giorni a tavola. Il vero valore aggiunto nella pizza consiste infatti nella sua
preparazione e nel servizio al cliente''. E' questo il commento di Lino Enrico
Stoppani, presidente Fipe-Confcommercio Imprese per l'Italia, all'annuncio del
marchio di qualita' da parte dell'Unione europea. Il nuovo riconoscimento della
pizza - prosegue Fipe - interessera' ben 25.000 esercizi con servizio al
tavolo. Secondo i dati del centro studi Fipe, le pizzerie danno lavoro a
150.000 addetti e sono in grado di produrre un volume d'affari pari a 5,3
miliardi di euro l'anno per una media annua di 280 giornate di apertura con
circa 75 coperti al giorno. La pizza e' anche alimento economico, sottolinea
inoltre Fipe che stima in 10 euro lo scontrino medio per un pasto. ''Siamo
certi che la certificazione Stg della pizza - conclude Stoppani - serva da
incentivo per continuare a migliorare il servizio e a conservare la tradizione
di un piatto storico''. ansa
Dichiarazione dei redditi. Sul modello 730/2010 ennesima esclusione degli
italiani all’estero
ROMA - Con la
recente pubblicazione sul sito dell’Agenzia delle Entrate del modello di
dichiarazione 730 per il 2010 (redditi 2009) e le relative istruzioni, il
Fisco italiano ha definito la documentazione che i lavoratori dipendenti ed i
pensionati possono utilizzare per dichiarare i redditi conseguiti nel 2009.
Come era prevedibile - osserva Gino Bucchino,
deputato eletto per il Pd in Nord e Centro America - è stata nuovamente
ufficializzata l’esclusione dei connazionali residenti all’estero dalla
possibilità di utilizzare il Modello 730 per la Dichiarazione dei redditi 2010.
Gli italiani residenti all’estero dovranno quindi continuare ad usare il
modello Unico.
L’esclusione è indicata esplicitamente nella
versione “bozza” delle Istruzioni per la compilazione del Modello 730/2010
(Redditi 2009). È previsto infatti al Punto 1.5 delle Istruzioni Modello
730/2010 che “non possono, inoltre, utilizzare il Mod. 730 i contribuenti
che non sono residenti in Italia nel 2009 e/o nel 2010”.
Non sono serviti a nulla – ribadisce
Bucchino – i numerosi e pressanti interventi effettuati presso il Governo, il
Ministero delle Finanze, l’Agenzia delle Entrate, con lettere, interrogazioni,
interpellanze sia nella passata che nell’attuale legislatura. Sono comunque
ancora in attesa di una risposta del nuovo Direttore dell’Agenzia delle Entrate
a cui mi ero rivolto, insieme al mio collega Marco Fedi addirittura nel mese di
dicembre 2008 chiedendo l’approvazione di un provvedimento amministrativo per
consentire l’utilizzo del 730 anche da parte dei contribuenti residenti
all’estero.
Come è noto il modello 730 presenta numerosi
vantaggi: è semplice da compilare, non richiede calcoli e, soprattutto,
permette di ottenere gli eventuali rimborsi direttamente con la retribuzione o
con la pensione, in tempi rapidi.
E’ da tempo – denuncia l’on. Bucchino – che
cerco di far capire, insieme ad alcuni miei colleghi parlamentari, a Governo e
istituzioni competenti che non è giustificabile la disparità di trattamento tra
contribuenti che risiedono in Italia e quelli che risiedono all’estero e che
producono reddito esclusivamente in Italia (come ad esempio i contrattisti alle
dipendenze di amministrazioni pubbliche italiane). C’è tuttavia ancora tempo a
disposizione, fino alla data della presentazione della dichiarazione dei
redditi 2009 – afferma l’On. Bucchino - per cercare di convincere le autorità
competenti ad estendere con un provvedimento amministrativo (magari una
risoluzione della Agenzia delle Entrate) la possibilità di far utilizzare il
modello 730 anche ai contribuenti residenti all’estero. Vista però – conclude
Bucchino – la “disattenzione” che questo Governo sta riservando agli
italiani nel mondo, dubito sinceramente di ottenere risposte positive. (Inform)
Volkswagen rileva il 20% di Suzuki. Le due case sono già al lavoro sullo
sviluppo delle sinergie
MILANO -
Volkswagen si spinge fino in Giappone e trova in Suzuki il partner ideale per
crescere nel settore delle auto compatte ed ecologiche, puntando ai mercati
emergenti. Il colosso di Wolfsburg, numero tre al mondo, rilancia le sue
ambizioni di leadership globale: sigla l’alleanza «omnicomprensiva» con
l’acquisto del 19,9% del capitale della casa nipponica attraverso un
investimento di 222,5 miliardi di yen (circa 1,6 miliardi di euro). A sua
volta, Suzuki userà quasi la metà delle risorse ricevute (100 miliardi) per
rilevare azioni Volkswagen, con una prima tranche da 50 miliardi.
«La compagnia
proverà ad assicurarsi la sopravvivenza nel settore grazie a una partership paritaria»,
ha spiegato Osamu Suzuki, numero uno della società nonchè marito di una nipote
del fondatore (di cui ha preso il cognome), tornato in plancia di comando a
dicembre del 2008. Il gruppo tedesco non salirà nel capitale, almeno nel breve
termine: «Coopereremo - ha aggiunto - quando necessario, ma intendiamo andare
avanti in via indipendente». Parole che sembrerebbero tradire scarso
entusiasmo, ma che in realtà tengono conto del fallimento di una analoga
partnership globale con General Motors e che avviata nel 1981 - con l’acquisto
del 20% del capitale - si è dissolta progressivamente fino, da ultimo, al
recente scioglimento delle joint venture in Canada.
All’affollata
conferenza stampa di Tokyo, presso il quartier generale di Suzuki, c’era anche
Martin Winterkon, amministratore delegato di Volkswagen. «L’industria dell’auto
vive una fase di transizione delicata dopo la crisi, ma due delle principali
case costruttrici mondiali si mettono insieme e si preparano ad affrontare le
crescenti sfide. Insieme - ha osservato - possiamo massimizzare le nostre
opportunità». Sulla base dei risultati del 2008, la società nipponica ha
venduto 2,36 milioni di veicoli, poco meno di un terzo dei 6,25 milioni di
pezzi del gruppo tedesco, mentre in base ai dati maturati nel 2009 superano il
leader mondiale Toyota.
Le due case
costruttrici sono già al lavoro sullo sviluppo delle sinergie, mentre la
chiusura dell’operazione è attesa a gennaio del 2010 ed è destinata a dare vita
a «una partnership di lungo termine» e «un importante passo verso il futuro».
Alla fine della
conferenza stampa, al momento delle foto di rito, il più raggiante è Ferdinand
Piech, presidente del consiglio di sorveglianza Volkswagen e regista
dell’operazione Volkswagen-Porsche, appena completata. Infatti, considerando
distribuzione e capacità produttiva, le due società sono complementari potendo
tra l’altro puntare su mercati emergenti come Cina e India, dove Suzuki ha
posizioni molto solide.
Le due compagnie
ci riprovano, dopo l’insuccesso degli anni Novanta sulla costruzione congiunta
di una minicar per il mercato europe, mentre PSA Peugeot Citroen e Mitsubishi
trattano una possibile alleanza strategica nello sviluppo di eco-car e di
espansionsione nei mercati emergenti. LS 9
Cittadinanza, verso un rinvio. Il Pd: "Pdl in ostaggio della
Lega"
Alla Camera si
profila uno slittamento del testo a gennaio - I dubbi sulla reazione dei
finiani. Attesa per la decisione di Fini
ROMA - Si profila
uno slittamento dell'approdo in Aula alla Camera della proposta di legge sulla
cittadinanza. Un testo bipartisan che ha come primi firmatari Fabio Granata e
Andrea Sarubbi (il primo deputato del Pdl, il secondo del Pd) e che stabilisce
le norme che dovrebbero regolare il diritto di cittadinanza per gli immigrati.
Nonostante la
conferenza dei capigruppo, su richiesta del Pd, l'avesse calendarizzata in coda
alla Finanziaria, (che va in Aula oggi), Pdl e la Lega hanno fatto sapere di
voler predisporre delle proposte di legge che verranno presentate a gennaio.
Uno slittamento che chiama in causa Gianfranco Fini chiamato a dire la sua
sulla richiesta. Per il monento il presidente della Camera si è riservato di
valutare la questione sentendo anche il presidente della commissione Affari
Costituzionali.
Della questione si
dovrebbe riparlare alla prossima capigruppo prevista per giovedì 17 dicembre in
modo da predisporre il calendario da gennaio a marzo.
La questione,
però, non è limitata ai tempi. Ma si porta dietro una ricaduta politica sia
interna che esterna alla maggioranza. Stando alle indiscrezioni, infatti, il
gruppo dei parlamentari finiani avrebbe legato il via libera alla legge sul
legittimo impedimento alla discussione senza slittamenti della proposta di
legge sulla cittadinanza (calendarizzata per l'11 dicembre).
Nel frattempo
l'opposizione alza la voce. Con la vicepresidente del Pd, Marina Sereni, che
chiede al centrodestra di scegliere chiaramente di decidere le politiche in
materia di immigrazione: "Verificheremo subito, dunque, chi davvero nel
centro-destra rifiuta la demagogia e l'estremismo della Lega". Mentre per
il vicepresidente Pd della commissione Affari costituzionali della Camera
Roberto Zaccaria "il Pdl è ostaggio della politica di chiusura della Lega
senza il permesso della quale non può prendere nessuna iniziativa". LR 9
Solidarietà del Cgie-Svizzera all’occupazione dell’Agenzia Consolare
italiana di Coira
La delegazione del
CGIE in Svizzera, apprendendo dai media nazionali la notizia dell’occupazione
dell’Agenzia Consolare italiana di Coira da parte di cittadini italiani,
esprime solidarietà nei confronti della comunità italiana ivi residente. La
stessa delegazione prende atto con rammarico dell’indisponibilità del governo e
dell’Amministrazione del MAE a rivedere le proprie decisioni di questa ennesima
ristrutturazione della rete consolare anche a fronte di manifestazioni che,
come oggi a Coira, si susseguono nel mondo.
La delegazione
svizzera del CGIE ribadisce ancora la sua vibrata protesta contro la chiusura
di questa agenzia, ripetutamente manifestata nelle sedi deputate - non ultima nella recente Assemblea Plenaria
del CGIE tenutasi a Roma dal 2 al 4 dicembre us.. la delegazione svizzera del
CGIE stigmatizza il modo in cui il governo e l’amministrazione del MAE portano avanti il loro progetto incuranti
delle proteste dei Comites, del CGIE e dei parlamentari eletti nella
circoscrizione estero,
Pertanto i cinque
componenti la delegazione svizzera del CGIE ribadiscono la loro ferma
contrarietà alla chiusura di questa importante sede diplomatica-consolare che,
oltre ad erogare servizi indispensabili in una regione periferica alpina
caratterizzata da una difficile diversità morfologica del territorio,
costituisce un’avamposto di interessi economici e finanziari per il nostro
Paese, che ha solo da trarne vantaggi. Gazzola Gianfranco, Nardi Dino, Narducci
Franco, Ruedeberg-Pompei Anna
Schiavone Michelenardu (de.it.press)
“Sicilia in Europa” sulla riforma di Comites e Cgie
Un sondaggio sul
sito dell’associazione rileva la “scarsa capacità di comunicazione” ma anche la
mancata conoscenza degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero
MANCHESTER – La “scarsa capacità di
comunicazione” influisce su alcuni pareri negativi raccolti tra i connazionali
all’estero dall’associazione “Sicilia in Europa” a proposito della riforma
degli organismi di rappresentanza (Comites e Cgie) di cui si discute
assiduamente negli ultimi tempi.
Vincenzo Nicosia, presidente di Sicilia in
Europa, riferisce i risultati raccolti sul sito associativo a seguito di una
domanda rivolta ai connazionali in merito a Comites e Cgie correlata a 4
possibili risposte: 102 utenti hanno accordato parere favorevole alla risposta
“non servono a nulla” (pari al 50% dei votanti); 58 preferenze per “sono
importanti, ma hanno bisogno di più poteri” (28,4% dei votanti); 34 preferenze
a “non devono essere politicizzati (16,7%) e 10 preferenze per “cosa sono?”
(4,9%).
L’opinione negativa di molti connazionali,
secondo Nicosia, conferma la scarsa capacità di comunicazione imputata a
Comites e Cgie. “Spesse volte, molti Comites mostrano disinteresse verso le
collettività che dovrebbero rappresentare – prosegue Nicosia – ad eccezion
fatta che nei periodi elettorali. I Comitati invece che lavorano per i
connazionali sono costretti a fare i salti mortali per garantire una
rappresentanza soddisfacente, vista l’esiguità di risorse a loro disposizione”.
“Lo stesso discorso vale, di riflesso, per il
Cgie – segnala Nicosia, che rileva anche la mancata conoscenza dell’esistenza e
della funzione di questi organismi tra i connazionali con cui l’associazione è
più in contatto.
“Comites e Cgie sono utili se rispettano gli
scopi per cui sono stati creati – conclude Nicosia. – In caso contrario, non
c’è alcuna ragione per impegnarsi a favore della loro operatività”. (Inform)
Sicilia Mondo: Il Natale siciliano 2009 attorno al presepe
In seguito alla richiesta di numerosi
collaboratori, anche quest’anno ospiteremo nel numero di Novembre/Dicembre
della rivista il messaggio natalizio, uno spazio di 4 righe lineari – che
vorrai mandare a “Sicilia Mondo” e agli
altri siciliani che vivono in Sicilia e nelle altre parti del mondo.
Leggere i vostri messaggi, l’uno dopo
l’altro, su Sicilia Mondo, significa
vedere scorrere davanti agli occhi la nostra immagine e quella di tantissimi
Presidenti ed amici, significa provare l’emozione di sentirsi più vicini, più uniti,
più famiglia tra di Noi. Significa soprattutto rivivere la magia del Santo
Natale sognando per un momento di stare insieme.
Un messaggio circolare, con la voce di
tutti Noi, che dice: Ti voglio bene , Buon Natale a Te e famiglia.
Il messaggio dovrà pervenire entro il 15 dicembre per consentire di
stampare Sicilia Mondo in pieno Natale.
Anche quest’anno, per vivere meglio ed
in pieno il Nostro natale, vogliamo riproporre “Il Natale siciliano 2009
attorno al presepe” da allestire nelle nostre case.
Il presepe vuole essere il messaggio aggregante per dire
ai siciliani tutti: viviamo questo Natale insieme per sentirci tutti figli di
una grande Sicilia, la nostra Sicilia.
Mandami le foto
del Tuo presepe, con attorno la tua famiglia. Pubblicheremo nel prossimo numero
le foto prime classificate. Al vincitore del presepe più bello, Sicilia Mondo
offrirà ad un componente della famiglia un soggiorno di 7 giorni in Sicilia,
comprese le spese di viaggio. Aspetto di leggerTi..
Azzia – Presidente
“Sicilia Mondo” (de.it.press)
Kongress EVP in Bonn. Berlusconi und der Witz mit dem Fallschirm
Attacken gegen Richter, gegen die
Presse und ein Witz auf eigene Kosten: Wie Italiens Premier Berlusconi in Bonn
erst poltert - und dann einen Witz mit Bart erzählt.
Silvio Berlusconi liebt den großen
Auftritt, er gefällt sich als provozierender Polterer und sorgt regelmäßig -
freiwillig oder unfreiwillig - für Heiterkeit: Dass sich daran nichts geändert
hat, zeigte sich nun einmal mehr bei einem Besuch des italienischen Premiers in
Deutschland.
Auf dem Kongress der Europäischen
Volkspartei (EVP) in Bonn wurde ihm am Ende seiner Rede besondere
Aufmerksamkeit zuteil, als er das Auditorium mit einem humoristischen Einwurf
auf eigene Kosten unterhielt.
Der Witz, den er erzählte, geht so:
Berlusconi, US-Präsident Barack Obama, der Papst und ein junger Assistent des
Papstes sind an Bord eines abstürzenden Flugzeuges. Es sind nur drei
Fallschirme an Bord. Obama nimmt den ersten mit der Begründung: "Ich bin
der wichtigste Mann der Welt."
Berlusconi nimmt den zweiten und sagt
dazu: "Ich bin der intelligenteste Mann der Welt." Der Papst sagt zu
seinem Mitarbeiter, er solle den letzten Fallschirm nehmen, denn er sei noch
jung. Darauf entgegnet dieser: "Wir haben noch zwei Fallschirme, Heiliger
Vater. Berlusconi hat meinen Rucksack genommen."
"Ich bin stärker den je"
Der Rest der Rede des
Ministerpräsidenten war allerdings weniger von Selbstironie geprägt. Unter
anderem erklärte er mit Blick auf die gegen ihn laufenden Prozesse und
Ermittlungen in Italien: "Wir haben einen Super-Premier. Ich bin
verleumdet worden in der Presse. Aber ich bin stärker den je."
Ein Teil der Richter in Italien agiere
parteiisch und stehe für die Linke, wetterte Berlusconi. Das Verfassungsgericht
nehme dem Parlament Souveränität und habe sich zu einem politischen Organ
entwickelt. Italien befinde sich in einer "Übergangsphase", die er
aber in den Griff bekommen werde, betonte Berlusconi. Viele Zeitungen
berichteten zudem falsch über die Vorgänge in seiner Heimat und stellten die
Situation anders da, als sie sei.
Reform geplant - Berlusconi hatte
jüngst seine Immunität vor Strafverfolgung verloren. Er arbeitet nun an einer
radikalen Justizreform. Der Ministerpräsident tritt für eine zeitliche
Begrenzung von Verfahren ein. Er hat sich angesichts zahlreicher Prozesse gegen
ihn immer wieder als Opfer eines voreingenommenen Justizapparats bezeichnet.
Italiens Oberstes Gericht hatte Anfang
Oktober ein auf die Initiative des Regierungschefs zurückgehendes Gesetz für
verfassungswidrig erklärt, das ihn während seiner Amtszeit vor jeglicher
Strafverfolgung schützen sollte. Aufgrund des Urteils sollen zwei Prozesse
gegen Berlusconi wegen Steuerhinterziehung und Korruptionsvorwürfen
wiederaufgenommen werden. (AFP/Reuters 10)
Mafia. Italiens Polizei läutet die Glocken
Nur drei Wochen nach dem letzten Erfolg
ging wieder ein großer Mafiaboss ins Netz – Berlusconi weiß das für sich zu
nutzen. Von Paul Kreiner, Rom
Die Spezialkommandos der italienischen
Polizei haben es sich am Samstag Abend in Palermo nicht nehmen lassen, die
Verhaftung des – beinahe – letzten großen Mafiabosses zu feiern. Sie hatten den
vor drei Jahren untergetauchten, erst 28-jährigen Giovanni Nicchi mitten in der
sizilianischen Hauptstadt aufgespürt, in einer Wohnung nahe dem Justizpalast.
Und nun fuhren sie ihn im Triumph durch die Stadt, hin zu jenem Baum, der zum
Gedenken für den 1992 ermordeten Richter Giovanni Falcone und symbolisch für
alle Opfer der Cosa Nostra gepflanzt worden war. Und dann läuteten die
Polizisten im Hauptquartier auch noch ihre Glocke, mit der sie große Erfolge
bekannt zu machen pflegen – ein nahezu religiöses Ritual.
Vor drei Wochen erst hatten sie zum letzten Mal geläutet. Da war ihnen Domenico Raccuglia ins Netz gegangen. Der 45-Jährige, genannt „der Tierarzt“, galt als einer von jenen Mafiosi, die das Zeug dazu hatten, die unter dem Polizeidruck zerfallende „ehrenwerte Gesellschaft“ wieder aufzurichten – nachdem die Polizei 2006 den „Boss der Bosse“ verhaftet hat