WEBGIORNALE  14-15  dicembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Dove ci porta lo stato d'eccezione  1

2.       Classifica dei premier europei: Berlusconi ultimo  1

3.       L’ultima frontiera del Cavaliere: l’immunità o elezioni anticipate  2

4.       Rincorsa pericolosa  2

5.       Bonn. Il gelo della Merkel e Martens ricorda il consenso del Duce  3

6.       Commissione UE. I ventisette volti. La squadra di Barroso in attesa del via libera del Pe  3

7.       I deputati del Pd eletti all’estero: gravi le dichiarazioni di Berlusconi a Bonn  3

8.       A Monaco di Baviera l’ultimo appuntamento 2009 di Un'Altra Italia  3

9.       Hannover. Concerto per favorire l’integrazione  4

10.   Colonia. Settimana di degustazione di vini italiani alla Galeria Kaufhof 4

11.   Bonn. Il segretario del Maie per l’Europa Giacomo Bezzi al Congresso Elettivo del PPE  4

12.   Marco Fedi (Pd): “Inadeguati i trattamenti economici del personale a contratto”  4

13.   Finanziaria. I deputati del Pd-Estero: le logiche di maggioranza annullano ogni miglioramento per l'estero  5

14.   Legge finanziaria. L’intervento dell’on. Aldo Di Biaio  5

15.   Si è conclusa a Houston la V Conferenza dei ricercatori italiani nel mondo  6

16.   L'ambiente nuova risorsa per tutti 6

17.   L’Unhcr alla Ue: rinforzare i diritti dei rifugiati 7

18.   Il caso Grecia e l’Europa. Debito, nessuno si chiami fuori 7

19.   Premio Nobel a Obama. Il legno storto dell'umanità  8

20.   Il Nobel a Obama. Il soldato riluttante  8

21.   Copenaghen. Dalla Ue oltre sette miliardi ai Paesi in via di sviluppo  9

22.   Iran. Khamenei: « Eliminare l'opposizione»  9

23.   Napolitano/Köhler. L'Europa può riaffermare il suo ruolo storico solo rafforzando la sua unità  9

24.   Berlusconi, imbarazzo a Bruxelles al vertice disegna mutande da donna  10

25.   Morale civile. Il valore religioso della laicità  10

26.   Le istituzioni più forti degli uomini 11

27.   Di Pietro: «Clima da scontro di piazza. C'è il rischio di un'azione violenta»  11

28.   Crisi e urne i due enigmi del Cavaliere  12

29.   Premier colpito al viso dopo il comizio  12

30.   Mappe. Se il Carroccio diventa una Lega nazionale  13

31.   Autolesionismo e quei valori non negoziabili 13

32.   Pentiti, processi e immagine del Paese. Una commedia all'italiana  13

33.   Casini: «Un fronte anti Berlusconi. Fini? Ci saranno sorprese». E il Pd apprezza  14

34.   Museruola ai diritti dei garanti 14

35.   L'abisso della Repubblica  14

36.   Il ministro Fitto rinviato a giudizio  15

37.   «Il Cavaliere va mandato a casa». 15

38.   Il racconto. Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli 16

39.   Frontalieri. La dichiarazione dei conti esteri proprogata al 30 aprile 2010  17

40.   Khouma, l'ira del ministro "Il razzismo va denunciato"  17

41.   A proposito dei “Totem”. Perchè i Patronati sono esclusi?  17

42.   Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil sulla Giornata di mobilitazione del 10 dicembre  18

43.   Micheloni e Randazzo (Pd) sull’approvazione in Senato della mozione condivisa sugli uffici consolari all’estero  18

44.   Il Natale siciliano 2009 attorno al presepe: mandare le foto a Sicilia Mondo entro il 15 dicembre  18

45.   Losanna. I Patronati  consegnano al console Barattolo un documento sui diritti dei pensionati all’estero  19

46.   L’Italia del Risorgimento: dall’italiano dello Stato preunitario alla lingua dei migranti 19

 

 

1.       Staatsministerin Maria Böhmer: "Die Charta der Vielfalt ist ein Erfolgsmodell“  19

2.       Integrationsdebatte. Sarrazin fordert Kopftuchverbot für Schülerinnen  20

3.       Italiens Ministerpräsident Berlusconi bei Angriff verletzt 20

4.       Italien. "Asbest-Massaker" vor Gericht 20

5.       Prozess in Italien. Tausendfacher Asbesttod vor Gericht 21

6.       Berlusconi entlastet. Die Helden der Mafia  21

7.       EU-Experte Buhigas Schubert im Interview: "Ungenaue" Agenda der spanischen Ratspräsidentschaft 22

8.       Klimaschutz. EU sagt 7,2 Milliarden für Entwicklungsländer zu  23

9.       Klimawandel. Warum Europa den Entwicklungsländern hilft 23

10.   Halbzeit in Kopenhagen. Dänische Polizei nimmt fast 1000 Aktivisten fest 24

11.   Ein Recht auf Minarette? Gerhard Schröders fauler Friede  25

12.   Minarettverbot in der Schweiz. Angriff auf Europa. Europarat wird Minarettverbot nicht akzeptieren  25

13.   Afghanistan. Talibanjagen gehört zum Geschäft der KSK  26

14.   Umdenken bei Minister Niebel. Klimaschutz plus Entwicklungshilfe  27

15.   Nobelpreis für Barack Obama. Mehr Krieg für den Frieden  28

16.   Obamas Osloer Rede. Der Preis des Friedens  28

17.   Interview zur Afghanistan-Strategie. "Die USA wiederholen unsere Fehler"  28

18.   Religionsfreiheit. Drei von vier Deutschen haben Angst vor dem Islam   29

19.   Kolumne. Liebe Türken! 29

20.   Unsere Senioren sind längst Kosmopoliten  30

21.   Sozialverband warnt vor neuer Armut 30

22.   Neues Jahr bringt neue Regeln für Autofahrer 30

 

 

 

 

 

Dove ci porta lo stato d'eccezione

 

IERI è finita la lunga transizione italiana. Siamo entrati nello stato d'eccezione: ed è la prima volta, nella storia della nostra democrazia. Si apre una fase delicata e inedita, che chiude la seconda Repubblica su una prova di forza che non ha precedenti, e non riguarda i partiti ma direttamente le istituzioni.

Silvio Berlusconi ha scelto una sede internazionale, il Congresso a Bonn del Partito Popolare Europeo, per attaccare la Costituzione italiana (annunciando l'intenzione di cambiarla) e per denunciare due organi supremi di garanzia come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale, accusandoli di essere strumenti politici di parte, al servizio del "partito dei giudici della sinistra" che avrebbe "scatenato la caccia" contro il premier.

 

Il Presidente della Camera Fini ha voluto e saputo rispondere immediatamente a questo sfregio del sistema istituzionale italiano, ricordando a Berlusconi che la Costituzione fissa "forme e limiti" per l'esercizio della sovranità popolare, e lo ha invitato a correggere una falsa rappresentazione di ciò che accade nel nostro Paese. Poco dopo, lo stesso Capo dello Stato ha dovuto esprimere "profondo rammarico e preoccupazione" per il "violento attacco" del Presidente del Consiglio a fondamentali istituzioni repubblicane volute dalla Costituzione. Siamo dunque giunti al punto. L'avventurismo subalterno del concerto giornalistico italiano aveva cercato per settimane di dissimulare la vera posta in gioco, nascondendo i mezzi e gli obiettivi del Cavaliere, fingendo che la repubblica fosse di fronte ad un passaggio ordinario e non straordinario, tentando addirittura di imprigionare il partito democratico nella ragnatela di una complicità gregaria a cui Bersani non ha mai nemmeno pensato.

 

Ora il progetto è dichiarato. Da oggi siamo un Paese in cui il Capo del governo va all'opposizione rispetto alle supreme magistrature repubblicane, nelle quali non si riconosce, dichiarandole strumento di un complotto politico ai suoi danni, concordato con la magistratura. È una denuncia di alto tradimento dei doveri costituzionali, fatta dal Capo del governo in carica contro la Consulta e contro il Presidente della Repubblica. Qualcosa che non avevamo mai visto, e a cui non pensavamo di dover assistere, pur pronti a tutto in questo sciagurato quindicennio.

 

Tutto ciò accade per il sentimento da abusivo con cui il Primo Ministro italiano abita le istituzioni, mentre le guida. Lo domina un senso di alterità rispetto allo Stato, che pretende di comandare ma non sa rappresentare. Lo insegue il suo passato che gli presenta il conto di troppe disinvolture, di molti abusi, di qualche oscurità. Lo travolge la coscienza dell'avvitamento continuo della sua leadership politica, della maggioranza e del governo nell'ansia di un privilegio di salvaguardia da costruire comunque, con ogni mezzo e a qualsiasi costo, trasformando il potere in abuso. La politica è cancellata: al suo posto entra in campo la forza, annunciata ieri virilmente dal palco internazionale dei popolari: "Dove si trova uno forte e duro, con le palle come Silvio Berlusconi?".

 

La sfida è lanciata. E si sostanzia in tre parole: stato d'eccezione. Carl Schmitt diceva che "è sovrano chi decide nello stato d'eccezione", perché invece di essere garante dell'ordinamento, lo crea proprio in quel passaggio supremo realizzando il diritto, e ottenendo obbedienza. Qui stiamo: e non si può più fingere di non vederlo. Berlusconi si chiama fuori dalla Costituzione ("abbiamo una grande maggioranza, stiamo lavorando per cambiare questa situazione con la riforma costituzionale"), rende l'istituzione-governo avversaria delle istituzioni di garanzia, soprattutto crea nella materialità plateale del suo progetto un potere distinto e sovraordinato rispetto a tutti gli altri poteri repubblicani, che si bilanciano tra di loro: la persona del Capo del governo, leader del popolo che lo sceglie nel voto e lo adora nei sondaggi, mentre gli trasferisce l'unzione suprema, permanente e inviolabile della sua sovranità.

 

Siamo dunque alla vigilia di una forzatura annunciata in cui lo stato d'eccezione deve sanzionare il privilegio di un uomo, non più uguale agli altri cittadini perché in lui si trasfigura la ragion di Stato della volontà generale, che lo scioglie dal diritto comune. Si statuisca dunque per legge che il diritto non vale per Silvio Berlusconi, che il principio costituzionale di legalità è sospeso davanti al principio mistico di legittimità, che la giustizia si arresta davanti al suo soglio. La teoria politica dà un nome alle cose: l'assolutismo è il potere che scioglie se stesso dal bilanciamento di poteri concorrenti, l'autoritarismo è il potere che non specifica e non riconosce i suoi limiti, il bonapartismo è il potere che istituzionalizza il carisma, la dittatura è il comando esercitato fuori da un quadro normativo.

 

Avevamo avvertito da tempo che Berlusconi si preparava ad una soluzione definitiva del suo disordine politico-giudiziario-istituzionale. Come se dicesse al sistema: la mia anomalia è troppo grande per essere risolvibile, introiettala e costituzionalizzala; ne uscirai sfigurato ma pacificato, perché tutto a quel punto troverà una sua nuova, deforme coerenza. I grandi camaleonti sono invece corsi in soccorso del premier, spiegando che non è così. Hanno ignorato l'ipotesi che pende davanti ai tribunali, e cioè che il premier possa aver commesso gravi reati prima di entrare in politica, e l'eventualità che come ogni cittadino debba renderne conto alla legge. Hanno innalzato la governabilità a principio supremo della democrazia, nella forma moderna della sovranità popolare da rispettare. Hanno così dato per scontato che il diritto e la legalità dovessero sospendersi per una sola persona: e sono passati ai suggerimenti affettuosi. Un nuovo lodo esclusivo. E intanto, nell'attesa, il processo breve. E magari, o insieme, il legittimo impedimento, possibilmente tombale. Qualsiasi misura va bene, purché raggiunga l'unico scopo: il salvacondotto, concepito non nell'interesse generale a cui i costituenti guardavano parlando di guarentigie e immunità, ma nell'esclusivo interesse del singolo. L'eccezione, appunto.

 

Ma una democrazia liberale si fonda sul voto e sul diritto, insieme. E il potere è legittimo, nello Stato moderno, quando poggia certo sul consenso, ma anche su una legge fondamentale che ne fissa natura, contorni, potestà e limiti. Il principio di sovranità va rispettato quanto e insieme al principio di legalità. Perché dovrebbe prevalere, arrestando il diritto davanti al potere, e non in virtù di una norma generale ma nella furia di una legge ad personam, che deve correre per arrivare allo scopo prima di una sentenza? Come non vedere in questo caso l'abuso del potere esecutivo, che usa il legislativo come scudo dal giudiziario? È interesse dello Stato, della comunità politica e dei cittadini che il premier legittimo governi: ma gli stessi soggetti hanno un uguale interesse all'accertamento della verità davanti ad un tribunale altrettanto legittimo, che formula un'ipotesi di reato. Forse qualcuno pensa che il Presidente del Consiglio non abbia i mezzi e i modi e la capacità per potersi difendere e far valere le sue ragioni in giudizio? E allora perché non lasciare che la giustizia faccia il suo corso, anche nel caso dell'uomo più potente d'Italia, ricongiungendo sovranità e legalità?

 

L'eccezione a cui siamo di fronte ha una posta in gioco molto alta, ormai. Qualcuno domani, messo fuori gioco da Napolitano e Fini, condannerà le parole di Berlusconi, ma ridurrà lo sfregio costituzionale del premier a una questione di toni, come se fosse un problema di galateo. Invece è un problema di equilibrio costituzionale, di forma stessa del sistema. Siamo davanti a un'istituzione che sfida le altre, delegittimandole e additandole al popolo come eversive. Con un ricatto politico evidente, perché Berlusconi di fatto minaccia elezioni-referendum su un cambio costituzionale tagliato su misura non solo sulla sua biografia, ma della sua anomalia.

 

Per questo, com'è chiaro a chi ha a cuore la costituzione e la repubblica, bisogna dire no allo stato d'eccezione. E bisogna aver fiducia nella forza della democrazia. Che non si lascerà deformare, nemmeno nell'Italia di oggi. EZIO MAURO  LR 11

 

 

 

 

Classifica dei premier europei: Berlusconi ultimo

 

La cosa positiva è che potrebbe diventare un record, un primato assoluto. Per il secondo anno consecutivo, infatti, Silvio Berlusconi si è aggiudicato l'ultimo posto nella classifica dei capi di stato e di governo dell'Unione europea redatta da Eurotribune.

 

La giuria, composta da rappresentanti e inviati a Bruxelles delle maggiori agenzie di stampa e testate europee, ha valutato i ventisette leader dando a loro un punteggio per ognuno di questi sette criteri: capacità di leadership, capacità di lavorare in squadra, atteggiamento nei confronti delle tematiche ambientali, politica economica, rispetto del mercato interno, conformità alle linee guida del trattato di Lisbona e impegno europeista.

 

Il presidente del consiglio italiano riesce nell'impresa di accaparrarsi non solo l'ultimo posto nella classifica generale, ma anche su cinque dei sette criteri presi in considerazione dai giurati. Berlusconi riesce a staccarsi dal fondo classifica soltanto per capacità di leadership, in cui risulta terzultimo, e politica economica, nel quale riesce a raggiungere addirittura il quartultimo posto.

 

Il primo posto è andato è andato al premier svedese Fredrik Reinfeldt, mentre al secondo posto si è confermato il primo ministro lussemburghese, Jean Claude Juncker. Al terzo posto Angela Merkel. Il primo classificato dell'anno scorso, il presidente francese Nicolas Sarkozy, è retrocesso al nono posto, mentre il balzo più grande all'indietro è certamente quello del primo ministro Gordon Brown, precipitato dal terzo al ventunesimo posto. Berlusconi però può dormire sonni tranquilli: se, come tutti prevedono, Brown il prossimo anno cederà a David Cameron la poltrona di primo ministro, non si vede in giro nessun altro in grado di insidiare il suo posticino a fondo classifica. Francesco Costa L’U 11

 

 

 

 

 

L’ultima frontiera del Cavaliere: l’immunità o elezioni anticipate

 

BONN - «Allegria!». Il congedo alla Mike Bongiorno con il quale Silvio Berlusconi si congeda dal palchetto-predellino messo a disposizione dal congresso del Ppe, dopo aver picchiato contro i giudici e raccontato l’ennesima e stranota barzelletta, è un’esortazione a se stesso più che ai leader presenti. Ormai anche nell’austero consesso del partito Popolare europeo si vivono da tempo con curiosità e attesa gli interventi del Cavaliere. Le signore abbassano gli sguardi o parlano con il vicino come ha fatto all’inizio la Merkel. I signori attendono la battuta finale o la barzelletta che toglie un po’ di noia al tema del congresso. Di ”economia sociale di mercato” non c’è un accenno nel discorso del Cavaliere. Nè un accenno alla crisi della Grecia o alla partita sul clima che si giocherà tra qualche giorno a Copenaghen.

A Berlusconi serviva solo un ”predellino” dove salire sopra e alzare ancor più il tono dello scontro in atto con alleati e Quirinale che a suo giudizio non lo aiutano a sufficienza nella battaglia contro quei «giudici di sinistra che vogliono sovvertire il risultato elettorale». Ad una nuova immunità, sul modello del ”lodo-Alfano”, il premier non intende rinunciare e mal si adatta a quel ddl sul ”legittimo impedimento” che per ora sembra l’unica soluzione possibile, ma che non lo mette a riparo dai processi ma solo dalle udienze. Quindi al co-fondatore e presidente della Camera, Berlusconi dà più o meno indirettamente dell’ipocrita quando lo sollecita ad un «chiarimento», mentre al Quirinale non va da tempo e non ci andrà anche in occasione del vertice danese. «Al processo-breve non rinunciamo - sibilava ieri uno stretto collaboratore del presidente del Consiglio - e Fini se ne dovrà fare una ragione». Quella che non riesce a farsi il ministro Matteoli quando è costretto ad ammettere che «sulla giustizia Gianfranco e Silvio hanno posizioni diverse».

Con sempre maggiore fatica ”l’allegria” evocata ieri a conclusione del suo intervento, inonda le giornate del Cavaliere. Colpa di quell’«ottanta per cento di stampa di sinistra» di cui parlava ieri il premier dimenticandosi di possedere una casa editrice e di controllare gran parte dell’etere. Tra il discorso alla nazione e quello al Parlamento, Berlusconi ha scelto quello all’Europa e non è detto che presto, grazie anche ad un’agenda internazionale abbastanza fitta, non colga altre occasioni per trasformare lo scontro tra esecutivo e magistratura in un caso-italiano di cui la stampa estera finirà per occuparsi con la stessa attenzione con la quale ha seguito le ultime vicende di mafia. Alla vigilia dell’interrogatorio dei Graviano, Berlusconi attacca, da presidente del Consiglio, l’intero sistema politico italiano per ottenere o le elezioni anticipate o quelle riforme che, oltre a contenere una sorta di personale salvacondotto giudiziario, gli permettano di fare di questa legislatura, una legislatura costituente. MARCO CONTI IM 11

 

 

 

 

Rincorsa pericolosa

 

E’ inutile girarci attorno: quello di Berlusconi ieri a Bonn, al congresso del Ppe, è stato un discorso di rottura, di un leader che sta prendendo la rincorsa per andare ad elezioni anticipate e che a questo punto conta solo sull’appoggio del popolo - del «suo» popolo - per uscire dalle difficoltà. Un piano esposto in un tono che il Presidente della Repubblica, anche lui nel mirino del premier, ha definito «violento», e che ha lasciato stupiti parte dei delegati europei cattolici moderati che erano lì ad ascoltarlo.

 

Ad evitare equivoci e a neutralizzare l’efficacia - ormai scarsa - degli unguenti e dei brodini che i più prudenti collaboratori del Cavaliere si affrettano a spargere e a distribuire da mesi, per lenire i bruciori provocati dalle sue ultime uscite, Berlusconi stesso, interrogato poco dopo il suo intervento, a proposito delle reazioni durissime che aveva provocato a Roma, da Fini all’opposizione fino al Quirinale, ha risposto che non aveva «niente da chiarire».

 

E aveva detto quel che aveva detto perché «stanco delle ipocrisie. Tutto qui».

 

Non siamo insomma di fronte all’ennesima «uscita di pancia» di un uomo che ci ha abituato da sempre a un linguaggio fuori dalla politica, quando non antipolitico (ieri tra l’altro ha parlato di sé come di uno «con le palle»). Semmai lo è stato, il Cavaliere non è più uno sprovveduto: è in carriera da quindici anni e sa benissimo quel che fa. Se ha scelto Bonn, e la platea del Ppe, per alzare la mira contro la Corte Costituzionale, i magistrati e gli ultimi tre Presidenti della Repubblica, è perché è consapevole che con questi argomenti e con questi obiettivi, la legislatura già avvitata su se stessa andrà verso un precipizio, e nessun accordo sarà possibile per salvarla. Né con la parte della sua maggioranza più vicina al presidente della Camera, giustamente convinto che le riforme, e soprattutto quella della giustizia, non debbano alterare l’equilibrio costituzionale tra i diversi poteri. Né tanto meno con quella parte dell’opposizione, che faticosamente, e d’intesa con Napolitano, stava valutando proprio in questi giorni la possibilità di un’intesa, magari provvisoria, per por fine alla guerra che s’è aperta dopo la cancellazione del lodo Alfano da parte della Consulta.

 

Per chi ancora nutriva qualche dubbio, ora è chiaro che di queste mediazioni, compromessi, accordi ipotizzati e sudati a costo di buona volontà e reciproche rinunce dei diversi interlocutori, a Berlusconi non importa niente. Non gli servono. L’Italia com’è, e il suo sistema istituzionale che funziona normalmente, in cui appunto chi vince le elezioni governa, porta in Parlamento per farle approvare le leggi che fanno oggetto del suo programma, ma se poi sbaglia, o forza, o comunque fa qualcosa che non è previsto dalla Costituzione, incappa nella rete degli organi di garanzia, per Berlusconi non assomigliano per niente a ciò che ha promesso ai suoi elettori. Dunque, sono da cambiare. Con le buone o con le cattive, con chi ci sta e contro tutti quelli che non ci stanno. Tra i quali ultimi, per inciso, il Cavaliere annovera i magistrati che da anni cercano vanamente - anche se talvolta in maniera persecutoria - di processarlo, e che per questo vanno assimilati a tutti gli altri suoi avversari «comunisti», presenti e nascosti, a suo giudizio, nelle pieghe dei poteri e dell’establishment nazionali.

 

Dal discorso di Bonn - pronunciato non a caso all’estero, per smentire il ritratto dell’Italia che a dispetto del Cavaliere i media stranieri fanno circolare in tutto il mondo - è lecito ricavare anche di che tenore sarà la prossima campagna elettorale del premier. Con al fianco Bossi, l’unico alleato che considera fidato e che ieri s’è affrettato, da solo, a schierarsi con lui, Berlusconi, ottenuto lo scioglimento delle Camere anche grazie al sostegno della Lega, con cui la trattativa preelettorale è molto avanti, si rivolgerà agli elettori con uno schema molto semplice. Non starà neppure a perdere tempo per sminuire le accuse che si porta sul collo o alleggerire il peso delle vicende personali che hanno macchiato la sua immagine. Dirà più o meno così: come sono io lo sapete, ma se non volete che tornino «quelli», votatemi anche stavolta.

 

Un giudizio di Dio. Voglia il Cielo che un Paese ridotto com’è riesca a evitare anche questa prova. O a sopportarla, con le ultime risorse, se davvero ci si arriverà.  MARCELLO SORGI  LS 11

 

 

 

 

Bonn. Il gelo della Merkel e Martens ricorda il consenso del Duce

 

BONN - Si capisce subito che la sala, simile a quella del parlamento di Strasburgo dell’ormai leggendario «kapò», lo ispira. Arredo moderno, sedie bluastre, palchetto dell’oratore al centro del parlamentino del Ppe. Manca Scultz, ma se ne respira l’aria portata dallo stesso Silvio Berlusconi che ormai da giorni parla solo di giudici, avvocati e sinistra-comunista. L’appello al suo elettorato, «pronto a scendere anche in piazza», come sostengono in via dell’Umiltà da tempo, Berlusconi decide di lanciarlo dal podio del congresso del Ppe «per raccontare ai miei amici stranieri come stanno realmente le cose in Italia». L’affondo è duro e lascia basiti molti dei leader presenti. La Merkel aggiusta le cuffie sulle orecchie, mentre Barroso ascolta il Cavaliere in diretta allungandosi sulla sedia. Impassibile il neo vicepresidente del Ppe Antonio Tajani, mentre Magdi Allam scuote più volte la testa e Buttiglione sgrana gli occhi. Un filo di imbarazzo si coglie nella pattuglia ex An cooptata nel Ppe grazie al Pdl. «Lo conosciamo e poi non ha detto cose nuove», chiosa la Angelilli. Sibillino il commento del neo presidente del Ppe Martens che, senza citarlo, inserisce nella sua personale statistisca anche Mussolini: «E’ il primo presidente del Consiglio italiano, dopo la prima guerra mondiale, ad avere una maggioranza così forte». La Merkel sguscia via e evita di salutare nuovamente il Cavaliere anche se in cuffia gli interpreti hanno risparmiato a tutti, cancelliere compreso, il passaggio sul “premier con le palle”. «Discorso da combattente», sostiene Peter Hintze, neo vicepresidente Ppe. Più cauto il capogruppo Ppe Joseph Daul: «Bene su clima ed economia». Ma.Con. IM 11

 

 

 

 

Commissione UE. I ventisette volti. La squadra di Barroso in attesa del via libera del Pe

 

Ventisette nomi, provenienti da altrettanti Paesi membri dell'Unione europea. Ma chi sono i commissari designati a far parte della nuova squadra-Barroso che resterà in carica, una volta ricevuto il via libera da Europarlamento e Consiglio, fino al 2014?

 

Uscenti, entranti, ex premier e deputati. I singoli commissari sosterranno le audizioni davanti agli eurodeputati tra l'11 e il 19 gennaio. Poi, il 26 gennaio, l'Assemblea Ue si riunirà in sessione straordinaria per il voto conclusivo. Se tutto procederà al meglio e senza sorprese, dopo un successivo "placet" del Consiglio, il collegio assumerà pienamente le proprie funzioni probabilmente a febbraio 2010. Finora si è ragionato soprattutto sul fatto che il presidente José Manuel Barroso - portoghese, classe 1956, politico di centrodestra affiliato al Partito popolare europeo, ex premier a Lisbona, al secondo mandato al timone dell'Esecutivo -, ha provveduto a "spacchettare" alcuni dicasteri e a distribuire diversamente i portafogli, con qualche innovazione generalmente apprezzata (si pensi al commissario responsabile del "clima"). È stato inoltre posto l'accento sui numeri: dell'équipe fanno parte 9 donne, dunque un terzo del totale; i vicepresidenti sono 7; le persone confermate rispetto alla Commissione uscente (che rimarrà in carica fino al passaggio delle consegne) sono 14, Barroso compreso; 16 designati sono stati premier o ministri a livello nazionale.

 

Due donne in posti-chiave del collegio. Naturalmente il personaggio che, oltre a Barroso, ha avuto maggiore visibilità sui media è Catherine Ashton, britannica, laburista, nominata Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza comune e vicepresidente di diritto dell'Esecutivo. Il ruolo che dovrà ricoprire, detenuto per dieci anni dallo spagnolo Javier Solana, è in parte da "inventare", essendo una figura istituita dal Trattato di Lisbona. La Ashton, nata nel 1956, ha studiato sociologia; è stata presidente della Camera dei Lord e commissaria europea al commercio nell'ultimo anno e mezzo. Molta più esperienza a Bruxelles vanta Viviane Reding, lussemburghese, classe 1951, della famiglia dei Popolari, che sarà vice presidente e incaricata del settore giustizia, diritti fondamentali e cittadinanza, ossia uno dei nuovi "ministeri" creati da Barroso. Al terzo mandato come commissaria, ha ricoperto anche gli incarichi all'educazione e alla società dell'informazione.

 

Nomi noti e personaggi nuovi. Altra figura "di peso" del collegio è certamente lo spagnolo Joaquin Almunia, 61 anni, vicepresidente, responsabile del settore concorrenza dopo aver guidato gli affari economici e monetari. Nel suo Paese è stato tra i leader del Partito socialista e due volte ministro. Al francese Michel Barnier, 58 anni, è stato affidato l'importante portafoglio del mercato interno e dei servizi. In passato è stato commissario alla politica regionale, più volte ministro a Parigi ed eletto all'Europarlamento; è esponente del Ppe. Alla Germania è affidato, con Günther Oettinger, il campo dell'energia. Nato nel 1953, economista, già presidente della regione del Baden-Württemberg, è esponente in vista della Cdu, affiliata al Ppe.

 

Le telecomunicazioni cambiano nome. Tra le conferme spicca Neelie Kroes, vicepresidente, incaricata dell'"Agenda digitale", nuova dizione che dovrebbe comprendere il ramo delle telecomunicazioni. L'esponente olandese è una "veterana", avendo sinora ricoperto il ruolo di commissario alla Concorrenza. Nata nel 1941, un passato da ministro nei Paesi Bassi, fa parte di una formazione politica affiliata al gruppo dei Liberaldemocratici (Alde). È invece lituano Algirdas Semeta, matematico ed economista, della famiglia del Partito popolare europeo, il futuro commissario alla tassazione e unione doganale, audit e attività antifrode. Da alcuni mesi è arrivato al Berlaymont, sede dell'Esecutivo, con l'incarico di seguire il bilancio Ue. Nel suo Paese è stato due volte ministro.

 

Per Finlandia e Svezia compiti decisivi. Incarichi di rilievo sono stati affidati ai rappresentanti di Paesi nordici. Olli Rehn, finlandese di 62 anni, è indicato a reggere gli affari economici e monetari. Finora è stato alla guida delle politiche per l'allargamento; in passato è stato eurodeputato del gruppo liberaldemocratico. Alla Svezia, con Cecilia Malmström, spetterà la delega agli affari interni: nata nel 1968, liberale, già eurodeputata (1999-2006), ha dato prova di sé nel semestre di presidenza di turno con la qualifica di ministro per le Politiche comunitarie. Il portafoglio che le è assegnato si occuperà di questioni delicate e di attualità: ad esempio si sta definendo, a livello Ue, il Programma di Stoccolma centrato sui temi della giustizia e della cittadinanza. (1 - continua) sir eu

 

 

 

 

I deputati del Pd eletti all’estero: gravi le dichiarazioni di Berlusconi a Bonn

 

Roma - Con una nota congiunta, i deputati del PD eletti all’estero Gino Bucchino, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Franco Narducci e Fabio Porta stigmatizzano come "particolarmente gravi ed offensive" le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sul nostro assetto istituzionale.

Il riferimento è alle parole pronunciate dal capo del governo prima a Bonn contro la Consulta e il "partito dei giudici" e poi di nuovo a Bruxelles, dopo il rammarico espresso dal Quirinale per quello che è stato giudicato come "un violento attacco contro le fondamentali istituzioni di garanzia in una importante sede politica internazionale". Immediata la replica di Berlusconi che ha invitato il presidente Napolitano a preoccuparsi "per l'uso politico della giustizia contrario alla democrazia e alla libertà". Quindi il premier ha rivendicato di essere lui la vittima di "attacchi violenti" ed ha aggiunto: "c'è una situazione di violenza solo nei miei confronti".

"Siamo fermi nel difendere le Istituzioni della Repubblica italiana così come siamo pronti a migliorarne il funzionamento con opportune modifiche", replicano i deputati del Pd, per i quali "difendere l’immagine dell’Italia all’estero significa anche tutelare e valorizzare il ruolo delle nostre istituzioni".

"Forti delle nostre esperienze all’estero", concludono infine i sei parlamentari dell'opposizione, "riteniamo sempre sbagliato mettere in contrapposizione i poteri dello Stato e quindi ci riconosciamo nel responsabile richiamo del capo dello Stato ad attenuare le tensioni e a riportare nelle aule parlamentari la discussione sulla riforma dello Stato". (aise) 

 

 

 

A Monaco di Baviera l’ultimo appuntamento 2009 di Un'Altra Italia

 

Monaco di Baviera - L'iniziativa "Un'altra Italia" nata dalla cooperazione di alcune associazioni Italiane e singoli cittadini Italiani e Tedeschi di Monaco di Baviera ha concluso il suo primo ciclo dedicato alla cultura della legalità.

 

Un'altra Italia si prefigge l'obiettivo di far conoscere il vero volto dell'Italia al di la di facili stereotipi e luoghi comuni, quel volto fatto di persone che si impegnano quotidianamente e costruttivamente per la politica pulita, per la legalità, per la trasparenza, per il bene di tutta la società. Si tratta spesso di giovani riuniti in associazioni e cooperative che non si arrendono di fronte ai continui soprusi al buon senso ed alla morale comune, come l'ultimo episodio che ha visto proprio questa settimana l'approvazione da parte del  Parlamento Italiano di un emendamento della finanziaria che dà il via libera alla vendita dei beni confiscati.

 

Sabato 12 Dicembre alle ore 17 Un'altra Italia ha  aperto ancora una volta il proprio sipario presso il Anton-Fingerle-Bildungszentrum  di Monaco di Baviera - Giesing, con una manifestazione dal titolo Ecco l'altra Italia. La Manifestazione ha voluto assumere i connotati di una festa i cui ospiti sono stati proprio alcuni rappresentanti dell'Italia libera da illegalità e malcostume che sappiamo esistere. Si tratta dei rappresentanti di Avviso Pubblico, Addiopizzo, Liberaterra, Flare. Ma anche di artisti di spicco come Etta Scollo, che ha partecipato alla manifestazione in segno di solidarietà e ha regalato alla serata la magia della propria voce. Così come  il gruppo Cantacronache ha accompagnato la serata con le proprie musiche. Gli odori ed i sapori dei prodotti di Libera Terra hanno datoo alla festa il tocco finale. Potevano anche essere acquistati sul posto.

 

Un'altra Italia chiude così un lungo ciclo fatto di diversi incontri, seminari, spettacoli, concerti, proiezioni cinematografiche, feste. Nel suo primo anno di vita  Un'Altra Italia non ha mobilitato solo i "volontari della legalità", ma ha anche raccolto il sostegno morale di personaggi di spicco della cultura e dello spettacolo, come Etta Scollo, Jutta Speidel e  Bruno Maccallini. “Siamo convinti – sottolinenao fli esponenti dell’iniziativa - che la cultura, l'arte e l'estetica siano strumenti efficaci contro la non cultura e la bruttura di mondi senza  morale”. De.it.press

 

 

 

 

Hannover. Concerto per favorire l’integrazione

 

IL Comites di Hannover ha organizzato un concerto nella chiesa Santa Maria in collaborazione con il Consolato Generale, la Missione Cattolica Italiana ed il centro cattolico internazionale

“Scoprire le nostre radici per poterci meglio integrare” è stato il motto sotto il quale si è tenuto un  concerto, sabato 5 dicembre ad Hannover, nella chiesa cattolica Santa Maria (la chiesa frequentata dagli italiani). Uno spettacolo unico perché gli artisti sono stati bravissimi.

Da un  lato un coro di circa 50 persone diretto con maestria da Tabea Fischler, dall’altro un organo suonato con passione da Okka Mallek.

Lo scopo di tale evento è stato quello di presentare, attraverso la musica,  elementi della cultura italiana e tedesca.

La   manifestazione è stata organizzata dal Comites di Hannover, in collaborazione con il Consolato Generale, la Missione Cattolica Italiana ed il centro cattolico internazionale. Giuseppe Scigliano (de.it.press)

 

 

 

 

Colonia. Settimana di degustazione di vini italiani alla Galeria Kaufhof

 

Dal 14 al 19 dicembre, degustazione di vini italiani presso la filiale della Galeria Kaufhof, organizzata dalla Camera di Commercio Italiana per la Germania

 

Grazie al suo clima mediterraneo e alla sua tradizione vitivinicola che risale agli antichi Greci, l’Italia è il più gran produttore di vino al mondo. I vini italiani sono così vari come i territori dai quali provengono: rossi e bianchi, secchi e dolci, vini fermi e frizzanti vengono prodotti dai viticoltori italiani dei quali non si conosce il numero esatto.

 

Nell’obiettivo di promuovere le varietà e le caratteristiche di pregiati e rinomati vini italiani, la Camera di Commercio Italiana per la Germania, in collaborazione con Comitel & Partners, invita ad una degustazione dal 14 al 19 dicembre presso la filiale della Galeria Kaufhof ubicata nella Hohe Straße a Colonia. Nel corso dei giorni di realizzazione dell’iniziativa potranno essere degustati quattro vini e un prosecco al banco dell’Enoteca Italiana, istituzione pubblica che promuove i vini di circa 600 viticoltori italiani all’estero. I vini selezionati in vista dell’evento di Colonia provengono dalle regioni Toscana, Piemonte e Veneto, e sono tutti vini certificati DOCG, DOC o IGT.

Per ulteriori informazioni, è possibile contattare la Camera, nella persona di Maria Ciancio, telefonicamente allo 0049.69.97145242, oppure via e-mail all’indirizzo mciancio@itkam.org . (ItalPlanet News)

 

 

 

Bonn. Il segretario del Maie per l’Europa Giacomo Bezzi al Congresso Elettivo del PPE

 

Bonn - Si è concluso il 10 dicembre, a Bonn il Congresso Elettivo del PPE, primo partito in Europa e di cui fanno parte 14 tra Capi di Stato e di Governo. Ai lavori, iniziati il 9 dicembre, ha partecipato anche il Maie, Movimento Associativo Italiani all’Estero fondato dall’on. Ricardo Merlo, che, iscritto come osservatore, è stato rappresentato dal Segretario per l’Europa Giacomo Bezzi, accompagnato dal rappresentante Maie per la Svizzera, Gaetano Cavalieri.

"La presenza di un soggetto politico che rappresenta gli italiani all’estero, in particolare in Europa, che con il 55,8% si pone al primo posto tra i continenti, è oggi una risorsa quanto mai necessaria", argomenta Bezzi. "L’Italia infatti, paese che ha visto e vede tutt’oggi una grande emigrazione, nel momento dell’attuale crisi globale, può infatti contare su una forza quantitativamente equivalente a quella che vive nel territorio nazionale, e qualitativamente arricchita dall’esperienza nelle più varie culture ed aree geografiche. La collocazione del Congresso del PPE a Bonn è stata quanto mai significativa per la prima partecipazione del Maie visto che proprio la Germania rappresenta la Nazione a livello mondiale con la più numerosa presenza di Italiani all’estero, seguita dall’Argentina e dalla Svizzera".

Gli oltre 800 delegati giunti a Bonn hanno riconfermato alla Presidenza Wilfried Martens. Ai lavori hanno partecipato anche altri 700 tra rappresentanti di partiti osservatori e componenti di delegazioni ospiti, dalla Cina, all’Africa, agli Stati Uniti.

"Oggi – riflette Bezzi – il 57% degli italiani all’estero sono emigrati, mentre il 39% sono cittadini italiani nati all’estero. Il Maie, che al Senato ed alla Camera in Italia rappresenta questa realtà, si propone di rafforzare sempre più il contributo che questa straordinaria realtà costituisce come patrimonio di culture, capacità e talenti".

Un patrimonio, ha detto Bezzi nel suo intervento ai lavori, che "gli italiani che vivono nei 27 Stati membri dell’Unione Europea possono mettere a frutto per sostenere il Paese. Per questo è necessario rafforzare l’azione di collegamento tra gli Italiani in Europa e l’Italia", ha ribadito il rappresentante del Maie che a Bonn ha presentato l’azione programmata del Movimento che, ha annunciato, "nei prossimi mesi sbarcherà nei principali stati che vedono numerosa la presenza di italiani all’estero: Germania, Svizzera, Francia, Belgio e Regno Unito".

"Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2009 – ha ricordato Bezzi – oggi la realtà intesa come collettività di origine italiana all’estero ha superato i 60 milioni nella stima del Ministero degli Affari Esteri. Con la presenza al Congresso del PPE, che rappresenta la principale forza di governo in Europa, dove vivono la maggioranza degli Italiani all’estero, il MAIE intende porsi al servizio di questa importantissima realtà, oggi quanto mai necessaria per il supporto del Paese. La mia presenza a Bonn – ha concluso – rappresenta un ulteriore passo in avanti, che contribuisce a inserire meglio l’Italia nel mondo globalizzato e a legare di più alla società italiana gli italiani che vivono all’estero". (aise)

 

 

 

 

 

Marco Fedi (Pd): “Inadeguati i trattamenti economici del personale a contratto”

 

ROMA - “Credo utile ricordare, – alla vigilia dell’approvazione di una pessima legge finanziaria, che abbiamo ancora davanti a noi la prospettata chiusura di Consolati, i tagli a tanti capitoli di spesa degli italiani all’estero contenuti nella proposta di legge finanziaria di Governo e maggioranza ed il permanere dell’inadeguatezza complessiva delle risorse per il ministero degli Affari Esteri”. E’ quanto ha dichiarato Marco Fedi - deputato del Pd eletto nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide - che ha presentato, sul tema dei trattamenti economici del personale a contratto, una interrogazione rivolta al ministro degli Affari Esteri.

    “L’adeguamento delle retribuzioni del personale a contratto rappresenta un impegno per garantire dignità e decoro alla nostra rete diplomatico-consolare - ha aggiunto Fedi -. Riguarda purtroppo molte realtà, anche se nel testo dell’interrogazione cito in particolare la nostra Ambasciata di Harare in Zimbabwe a causa del grave aumento dei prezzi di beni e servizi dovuto alla dollarizzazione dell’economia”.

    “Il Governo non può e non deve sottrarsi a questo impegno”, ha concluso Fedi.

  Qui di seguito il testo dell’interrogazione-

  Al ministro degli Affari Esteri, al ministro dell'Economia e delle Finanze

  “Per sapere, premesso che:

  l'adeguamento dei trattamenti economici per il personale a contratto del Ministero degli Affari Esteri dipende, ai sensi dell'articolo 157 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, dalle proposte e dai dati raccolti dalla rete diplomatica e dalla relativa compilazione delle cosiddette schede retributive riportanti i dati delle altre rappresentanze diplomatiche accreditate localmente;

  i dati vengono esaminati dall'amministrazione degli affari esteri per venire successivamente sottoposti al vaglio degli organi di controllo (UCB);

  il procrastinarsi degli attuali livelli di remunerazione, a fronte dei consistenti aumenti del costo della vita, in numerose realtà all’estero, rischia di compromettere la funzionalità e il decoro delle nostre sedi diplomatico-consolari nel mondo;

  in alcuni Paesi, come lo Zimbabwe, la recente dollarizzazione dell'economia ha comportato l’aumento incontrollato dei prezzi al consumo sia dei generi di prima necessità che dei servizi di base;

  tale condizione compromette il tenore di vita del personale a contratto e pone a rischio anche la funzionalità della Ambasciata d’Italia di Harare;

  quali iniziative si riterrà opportuno adottare per rivalutare i trattamenti economici del personale a contratto basato in Zimbabwe,

 quali iniziative si riterrà opportuno adottare per rivalutare i trattamenti economici del personale a contratto della nostra rete diplomatico-consolare in modo tale da garantire l’adeguamento ai trattamenti economici di Ambasciate di Paesi affini all'Italia per prestigio, proiezione e presenza internazionale”. (Inform)

 

 

 

 

Finanziaria. I deputati del Pd-Estero: le logiche di maggioranza annullano ogni miglioramento per l'estero

 

Roma - "Gli italiani all’estero sono stati finalmente oggetto di viva attenzione e di intenso confronto politico in occasione della discussione sulla Finanziaria 2010 che si sta svolgendo in queste ore alla Camera dei deputati". Così i deputati del Pd eletti all’estero, Gino Bucchino, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Franco Narducci e Fabio Porta, in merito all’ampio dibattito svolto quest’oggi in Aula nato dalla presentazione dell’emendamento dell’on. Fedi mirante ad integrare con sei milioni di euro l’assistenza diretta a sostegno dei connazionali, soprattutto anziani, che versano in condizioni di indigenza.

La discussione, rilevano i deputati, "ha fatto da detonatore di un dibattito che si è ben presto allargato a molti deputati, tra i quali lo stesso responsabile Esteri del PD on. Piero Fassino, e a quasi tutti i gruppi parlamentari. La proposta è stata fatta propria, oltre che da esponenti del PD, da quelli dell’Unione di Centro e dell’Italia dei Valori e ha creato un evidente imbarazzo in alcuni settori della stessa maggioranza, tant’è che l’on. Gennaro Malgieri ha aggiunto la sua adesione e il responsabile per gli italiani nel mondo del PDL, on. Aldo Di Biagio, assieme al presidente del Comitato degli italiani all’estero, on. Zacchera, si è distinto con un voto di astensione dal suo gruppo. Nel tentativo di evitare il moltiplicarsi delle posizioni a favore dell’emendamento – commentano – il relatore di maggioranza, on. Corsaro, con uno sgangherato intervento ha tacciato di strumentalità una proposta della cui necessità e urgenza tutti sono convinti, eccetto i cani da guardia della politica finanziaria del governo Berlusconi. L’imbarazzo per una posizione obiettivamente insostenibile ha indotto diversi esponenti del centrodestra a rivendicare vecchi titoli e appartenenze, per eludere una scelta che invece è di oggi ed è netta: o a favore o contro gli interessi più diretti degli italiani estero".

"Alla prova dei fatti – si legge nella nota congiunta dei deputati Pd – anche se la maggioranza ha perduto per strada alcuni consensi, l’emendamento è stato respinto dalla maggioranza, anche col voto di qualche eletto all’estero come l’on. Amato Berardi, che deve ora spiegare a chi aspetta, soprattutto in America Latina, un atto di solidarietà quale rischio di destabilizzazione delle finanze dello Stato comportasse il recupero di sei milioni di euro. Ciò che resta è la passione civile che nell’aula parlamentare si è accesa intorno agli italiani all’estero e il palpabile disagio di continuare sulla strada di una politica di tagli e di disattenzione verso le nostre comunità".

"Per quanto ci riguarda – assicurano – continueremo a cogliere ogni occasione per richiamare l’attenzione del Governo e del Parlamento sulle tematiche della grande comunità italiana nel mondo, con la speranza che le logiche di maggioranza cedano prima possibile il campo alle necessità obiettive dei cittadini e che la classe dirigente italiana riconosca quanto sia importante per il nostro Paese avere un rapporto positivo con chi guarda ancora a noi con interesse e speranza". (aise) 

 

 

 

 

Legge finanziaria. L’intervento dell’on. Aldo Di Biaio

 

Oggi viene celebrata la Giornata dei diritti e della dignità dei pensionati all’estero indetta da molte sigle sindacali.

A mio avviso ritengo che questa sia una ottima occasione per riflettere su quella che è la condizione sociale ed economica di molti nostri connazionali ormai anziani, in particolar modo quelli che vivono in America Latina ma anche e  soprattutto per riflettere insieme ai rappresentanti di governo, sulle criticità del mondo dell’emigrazione italiana, che purtroppo sembra essere sempre messo a latere delle iniziative e dei provvedimenti legislativi.

Il mio è un sentito e sincero invito ad una riflessione politica e condivisa che coinvolga i nostri rappresentanti di Governo presenti in aula sull’esigenza di dare delle risposte serie alle nostre comunità all’estero, che purtroppo continuano ad essere destinatarie di tagli e di ridimensionamento, ognuno dei quali corrisponde anche ad un colpo rivolto al nostro Paese e alle nostro bagaglio economico, politico e sociale. Si sta materializzando una vera e propria disattenzione politica nei confronti dell’emigrazione che però rischia seriamente di intaccare la fiducia delle nostre comunità verso questo Governo con il rischio di una deludente risposta politica. Non dimentichiamo – inoltre – che anche i nostri connazionali all’estero si configurano come il motore del mercato del made in Italy, coloro che danno impulso ai settori strategici dell’economia italiana all’estero e contribuiscono in maniera puntuale e lodevole alla crescita del prodotto interno lordo italiano. Sfido chiunque dei presenti a mettere in discussione questa evidenza oggettiva, legittimata da statistiche e da report economici.

Ragion per cui questa disattenzione politica e finanziaria assume dei tratti di maggiore amarezza.

Infatti i tagli che le precedenti battute delle leggi finanziarie hanno operato verso determinati capitoli di previsione del Mae, spesso riflettono irrimediabilmente sui servizi e le progettualità destinate ai nostri connazionali: paliamo di servizi previdenziali ed assistenziali, progetti di promozione culturale e scolastici nonché imprescindibili servizi amministrativi. Dobbiamo essere tutti consapevoli che queste risorse – decurtate su capitoli di spesa così indispensabili – rischiano di creare una crescente incomprensione tra l’Italia e l’altra Italia, quella che si trova all’estero.

Sono ben consapevole e condivido in pieno l’esigenza di razionalizzazione che il nostro Governo sta portando avanti dall’inizio della legislatura, mirata ad uno snellimento della macchina amministrativa e ad un riassorbimento delle sacche di spreco che purtroppo hanno condizionato anche la rete organizzativa all’estero delle nostre comunità e ancora sopravvivono in taluni settori pubblici. Ma allo stesso tempo ritengo sia deleterio e soprattutto poco lungimirante per il Paese, andare ad intaccare i servizi essenziali dei nostri connazionali oltre confine, tutte garanzie che non possono essere considerate un optional ma sono la base stessa del dovere di uno Stato nei confronti della società civile.

Ci dobbiamo realmente rendere conto che questo snellimento diretto alle risorse destinate alle nostre comunità crea un reale e drammatico danno alla nostra immagine e alle nostre potenzialità all’estero.

Il governo non può fare cassa, incidendo sui riconoscimenti che spetterebbero a tutti i cittadini italiani indipendentemente dalla loro residenza: parlo dell’esenzione al pagamento dell’ici non riconosciuta ai nostri connazionali dal dl 112, che tanta amarezza ha portato tra le nostre comunità.

Non dimentichiamo inoltre il riassorbimento dei fondi per l’assistenza previdenziale degli indigenti italiani all’estero, che ha quasi il sapore di una mancanza di rispetto e di attenzione verso che è dovuto emigrare in tempi anche lontani.

A questa escalation di snellimenti, se ne aggiunge un ulteriore ancora più amaro che coinvolge – anche in questo caso – le fasce più deboli delle nostre comunità italiane oltre confine.

Infatti la legge finanziaria così come integrata in Commissione bilancio introduce una serie di disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, che fanno saltare l’esenzione dal pagamento delle spese giudiziarie per alcuni processi e controversie. Con questa nuova disposizione, anche per queste controversie sarà dovuto il “contributo unificato per i processi”. Questa manovra che sembrerebbe posta in essere per evitare contenziosi, in materia previdenziale ed assistenziale, capaci di creare difficoltà agli enti direttamente coinvolti, comporta il rischio però di andare a ledere diritti ed assistenze legittime che dovrebbero essere riconosciute proprio ai nostri cittadini in condizioni economiche non semplici. Invito a riflettere sulle preoccupanti d disposizioni di questo provvedimento e mi auguro che questi aspetti possano creare le condizioni per un’analisi concreta e proficua che porti noi tutti a riflettere al fine di trovare la soluzione migliore per evitare di arrecare difficoltà alle nostre comunità e al nostro Paese.

Mi preme allo stesso tempo veicolare la vostra attenzione su alcuni ulteriori aspetti emersi nelle ultime battute di questa finanziaria, in particolare in merito alle misure di sostegno per le nostre comunità soprattutto in Croazia e Slovenia.

Ho avuto modo di apprezzare l’impegno del Governo nella finanziaria  - nell’ambito degli interventi finalizzati a misure di particolare valenza sociale e di riequilibrio socio-economico, - a favore delle comunità degli Esuli di Istria, Dalmazia e Fiume, le cui disposizioni sono sancite dalla legge 72/2001. Ritengo però doveroso per equilibrio procedurale e politico oltre che storico garantire nell’ambito di tali disposizioni, misure in favore della minoranza italiana in Slovenia e in Croazia, sancite dalla legge 73/2001strettamente legata alla prima legge citata.

Mi auguro che questo correttivo normativo, doveroso per i nostri connazionali residenti in queste terre, possa essere apportato in questa sede.  

Aldo Di Biagio (de.it.press)

 

 

 

Si è conclusa a Houston la V Conferenza dei ricercatori italiani nel mondo

 

Rinnovata in Nord America una delle iniziative avviate nel 2003 dall’allora ministro per gli italiani nel mondo Mirko Tremaglia

 

  HOUSTON – Si è svolta il 5 dicembre a Houston la V Conferenza dei ricercatori italiani nel mondo, organizzata dal Comites della circoscrizione consolare (che include, oltre al Texas, gli Stati di Arkansas, Louisiana, Oklahoma) in collaborazione con il Consolato generale d’Italia in loco.

  Si tratta della quinta edizione dell’appuntamento annuale che permette a molti studiosi attivi in Stati Uniti e Canada di incontrarsi tra loro e presentare i risultati delle loro ricerche alla collettività italo-americana.

  L’iniziativa si è aperta presso l’auditorium del Consolato di Houston con gli inni nazionali e il saluto del reggente consolare Daniele Ansaldo, che ha letto ai presenti i messaggi di benvenuto giunti dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dai presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini – titolari di istituzioni che, insieme alla presidenza del Consiglio dei ministri e al Mae, hanno patrocinato l’evento.

  Alla prima sessione di lavori su “medicina e bioscienza” sono intervenuti Stefano Sdringola, studioso di cardiologia, Paolo Fanti (nefrologia), Andrea Ballabio (genetica), Hervè Gentile (chirurgia plastica), Luisa Franzini (epidemiologia), Davide Cattano (anestesiologia), Raffaele Ferrari (neuro genetica) e Anna Fernandez (psicoterapia). Per la sessione su “tecnologia e umanistica” sono invece intervenuti Alessandro Piovaccari, Fabio Urbani e Raffaella Righetti (ingegneria elettronica), Angelo Camillo (business), Dario Crosetto (diagnostica) e Francesca D’Alessandro Behr (letteratura).

  Ad aprire i lavori pomeridiani Roberto Genta, con una presentazione di storia della medicina sulla soluzione del mito della morte di Napoleone, seguito da Mauro Ferrari, direttore di Alliance for Nanohealth (che ha base a Houston), il quale ha illustrato le attività svolte nel laboratorio da lui diretto, anche in collaborazione con istituzioni italiane e americane – nel 2009 gli investimenti nel settore hanno superato la cifra dei 500 milioni di dollari. A seguire, Emilio Ghilardi, vice-presidente della AMD, ha illustrato le ultime innovazioni nel campo dell’informatica, mentre Alesssandro Carrera, letterato della University of Houston ha presentato un’analisi sulla geometria del paradiso dantesco.

  Presenti anche un gruppo di italiani operanti alla Nasa, guidati da Orazio Chiarenza, che hanno illustrato la loro attività. In particolare, l’astronauta Paolo Nespoli ha mostrato un video riassuntivo della missione spaziale sullo shuttle da lui effettuata, segnalando i futuri sviluppi dell’attività spaziale italiana che prevede un volo nel 2010  con permanenza di sei mesi sulla Stazione spaziale internazionale.

  Nella parte conclusiva il presidente del Comites Vincenzo Arcobelli ha ringraziato i partecipanti e gli organizzatori della Conferenza: Andrea Duchini, responsabile dell’evento e i membri del comitato organizzatore, insieme all’addetto scientifico dell’Ambasciata d’Italia a Washington Alberto Devoto, ai moderatori, alla commissione giovani del Comites, i volontari e i rappresentati del Consolato.

  Nel corso del dibattito hanno risposto alle domande dei partecipanti Elena Centemero, membro della VII commissione Cultura e Istruzione della Camera dei Deputati, la quale ha portato anche il saluto del ministro dell’Istruzione italiano Mariastella Gelmini, insieme a Devoto e ad Alberto Pimpinelli, addetto scientifico dell’Ambasciata francese. Al dibattito ha partecipato inoltre una delegazione della ISSNAF (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation) guidata da Giorgio Einaudi (suo direttore) e Giorgio Bellettini (socio fondatore). Quest’ultimo, esperto in Fisica riconosciuto a livello mondiale, ha spiegato ai presenti il programma, i servizi e le opportunità che la Fondazione offre ai giovani studenti ricercatori.

  Arcobelli ha sottolineato l’importanza di iniziative come questa Conferenza, specie in momenti di crisi economica come quello attuale, per il loro carattere propositivo e ottimista e per la possibilità che, coinvolgendo in esse aziende pubbliche e private, si possano promuovere sinergie utili non solo ai ricercatori italiani ma al sistema Italia in generale.

  Nel documento finale, la proposta di rinnovare questo evento insieme al progetto di un’anagrafe di ricercatori italiani nel mondo, una cooperazione con l’ISSNAF per sviluppare la rete dei ricercatori in Nord America e per istituire accordi bilaterali tra l’Università del Texas e istituzioni accademiche italiane. Il documento verrà consegnato al deputato Centemero e trasmesso alle autorità italiane competenti. (Inform)

 

 

 

 

 

L'ambiente nuova risorsa per tutti

 

Sono passati venticinque anni dalla carestia etiope degli Anni 80 e dalla manifestazione di generosità e partecipazione senza precedenti che suscitò. La domanda che mi fanno sempre è se sia servita a qualcosa. Che cosa è cambiato in Etiopia e in generale in Africa? E’ cambiato moltissimo, rispondo, nel bene e nel male. La settimana scorsa ero di nuovo lì, dove entrambi i cambiamenti sono ben visibili. Di positivo c’è stata una crescita economica esplosiva; ci si aspetta addirittura che l’anno prossimo l’Etiopia sia fra le cinque economie che più crescono al mondo. Il numero degli iscritti nelle scuole è raddoppiato, le morti per malaria dimezzate e l’Aids è in declino. I telefoni cellulari si stanno diffondendo (e si diffonderebbero ancora di più se fossero privatizzati) e nuove strade di campagna collegano comunità remote ai mercati, alle scuole, agli ospedali. Soprattutto - e nonostante ancora troppe persone per vivere facciano affidamento sugli aiuti alimentari - anche quest’anno, come negli ultimi diciotto, si eviterà la carestia, dato che i sistemi di distribuzione e di allarme sono migliorati. Certamente il governo potrebbe essere più trasparente, ma nel complesso questo è un Paese che fa progressi, in un continente che progredisce anch’esso. Poi c’è il cambiamento negativo - quello climatico. Molti abitanti dei villaggi indicano nella metà degli Anni 80 il momento in cui hanno cominciato a vedere che i loro modelli climatici stavano cambiando. Da allora piogge sempre più irregolari li hanno costretti a cambiare radicalmente organizzazione agricola. Comunità che abbiamo visitato nel Tigray hanno dovuto dare nuovi nomi ai mesi perché erano basati sulle stagioni e quei modelli stavano rapidamente cambiando. La gente ci ha detto che la riduzione delle piogge ha tagliato il loro reddito agricolo. Questo a sua volta sta deformando il tessuto sociale: i furti sono più frequenti e i bambini sono costretti ad andarsene di casa per lavorare. Mentre viaggiavamo nel Nord dell’Etiopia abbiamo visto in tv le immagini dell’alluvione a Cockermouth, in Gran Bretagna - probabilmente parte della stessa trama.

 

Le popolazioni danneggiate dal clima nel Nord dell’Etiopia e nel Nord dell’Inghilterra stanno già vivendo in quello che sarà il nostro futuro, a metà del XXI secolo. A quell’epoca, secondo cinquemila eminenti scienziati, vivremo sulla nostra pelle tutti i drammatici cambiamenti. La disgregazione sociale che vediamo in Etiopia, se le si consente di diffondersi e peggiorare fino alla sua logica conclusione, potrebbe avere una traiettoria spaventosa. E’ sin troppo facile che povertà estrema e cambiamenti climatici alimentino un circolo vizioso, rendendo le comunità più vulnerabili agli estremismi politici. Una fascia di povertà estrema e di instabilità lungo il Sahel e il Sahara - peggiorata dal cambiamento climatico - sarebbe molto negativa per un’Europa che si trova poche miglia a Nord. Questa ipotesi però non è affatto inevitabile. In Etiopia la tensione fra i cambiamenti positivi e quelli negativi è palpabile. Quale direzione vincerà dipende dalle scelte che gli etiopi faranno, e in qualche misura anche da noi. Non ci aspettano solo sacrifici; ci sono anche nuove opportunità. Crediate o no all’opinione generale degli scienziati sui cambiamenti climatici, le nostre economie vi si stanno ineluttabilmente adattando - e c’è una ragione logica per accettarli senza riserve. L’inefficiente economia basata sugli idrocarburi sarà sostituita da energie rinnovabili pulite e a buon mercato; il commercio dei diritti di emissioni dei gas serra - la cosiddetta «carbon finance» - avrà un ruolo molto importante. Secondo il Climate Group, entro il 2015 in Gran Bretagna ci saranno almeno 100 mila nuovi lavori «verdi» e nei prossimi dieci-vent’anni il commercio delle quote di carbonio varrà 1,8 trilioni di sterline. La Cina sta investendo nelle energie rinnovabili, come già la Germania, con una forte espansione dei lavori verdi. Anziché negare questi inevitabili processi, dovremmo abbracciare le opportunità che offrono, se non vogliamo restare indietro. Il sistema finanziario relativo al commercio del carbonio e il mercato possono aiutare a trovare soluzioni buone per la Gran Bretagna come per l’Africa. Per esempio, piantare alberi per catturare anidride carbonica potrebbe diventare il nuovo «cash crop» - le coltivazioni per l’esportazione - dei contadini africani. Investire in agricoltura in Africa, sia attraverso gli aiuti governativi che i fondi privati, è fondamentale. E può anche essere molto redditizio. Il primo ministro etiope, Meles Zenawi, leader dei negoziatori africani a Copenhagen, mi ha detto di essere scettico sulle offerte di denaro della comunità internazionale e la sua doppia contabilità.

 

Abbiamo parlato delle promesse di nuovi fondi per investimenti agricoli fatte al G8 dell’Aquila la scorsa estate e dei possibili impegni che potrebbero venire da Copenhagen. Ma Zenawi teme che si tratti di denaro già impegnato altrove. Venticinque anni fa si parlava di Africa che moriva di fame. Ora, nonostante l’attuale scarsità di cibo in alcune regioni, si racconta una storia diversa: quella di un’Africa che, come mostrano le statistiche, si sta sollevando. L’ultimo continente a svilupparsi, con una classe media rigogliosa e 900 milioni di produttori e consumatori, è il posto dove nei prossimi decenni ci sarà un ritorno di investimento tra i migliori al mondo. Dobbiamo accompagnare, come abbiamo promesso, questi popoli, per la salvezza della nostra economia e del nostro ambiente globale, perché fra altri 25 anni potremmo avere bisogno di loro più di quanto loro non avranno bisogno di noi. BOB GELDOF LS 12

 

 

 

 

 

L’Unhcr alla Ue: rinforzare i diritti dei rifugiati

 

Soddisfazione dell’Agenzia Onu per l’adozione del Programma di Stoccolma sull’asilo

 

BRUXELLES - L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime “soddisfazione” per l’adozione del programma di Stoccolma mirato a definire le priorità dell’Unione Europea sull’asilo e sulle altre questioni riguardanti Giustizia e Affari Interni per il periodo 2010-2014. Allo stesso tempo l’Unhcr esorta l’UE “affinché si assicuri che gli obiettivi relativi alla gestione del fenomeno migratorio non mettano in secondo piano i principi di protezione per i rifugiati”.

  L’Unhcr accoglie “con favore” il principio, ribadito dall’UE, in base al quale il Sistema Comune di Asilo Europeo dovrà affondare le sue fondamenta nella piena e comprensiva applicazione della Convenzione di Ginevra sui Rifugiati del 1951 e sugli altri Trattati pertinenti. Come ulteriore segnale di impegno per il rafforzamento dei diritti dei rifugiati nella legislazione europea, il Programma di Stoccolma esprime anche l’intenzione dell’UE di accedere alla Convenzione di Ginevra sui Rifugiati del 1951, in seguito ad uno studio che sarà effettuato nel 2010 dalla Commissione Europea.

  “Le misure proposte nel Programma di Stoccolma dovrebbero aiutare a porre fine alle disparità nelle pratiche di asilo tra i vari stati membri dell’UE -  afferma Judith Kumin, direttore Unhcr per l’Europa - Come confermato oggi, gli obiettivi prioritari dovrebbero permettere al Sistema Comune di Asilo Europeo di avvicinarsi al suo scopo di assicurare un esito giusto ed efficiente per le richieste di asilo in tutta l’Unione.”

  A proposito della cooperazione sul piano pratico, l’Unhcr incoraggia gli stati membri dell’UE a dare il loro “incondizionato appoggio” all’Ufficio di Supporto Europeo in materia di Asilo (European Asylum Support Office - EASO) “nell’ambito del suo compito di migliorare la coerenza e la qualità delle procedure di asilo”. L’Unhcr ha dato “la propria disponibilità” a collaborare con l’EASO e a “mettere a disposizione le proprie competenze” anche nell’ambito dell’Office’s Management Board.

  Tra i vari passi concreti da effettuare nell’ambito del Programma, l’UE considererà la possibilità di creare una struttura di “trasferimento di protezione” all’interno dell’UE. L’Unhcr si augura che “un accordo in tale senso possa permettere ai rifugiati e alle altre persone a cui sia riconosciuto il diritto alla protezione internazionale di godere di maggiore libertà di movimento nell’UE, proprio come avviene per gli altri individui  non-europei presenti legalmente in Europa”. “Questo – sottolinea l’Unhcr - sarebbe un importante obiettivo per assicurare un giusto trattamento alle persone soggette alla protezione internazionale”.

  L’Unhcr sostiene l’appello dell’UE “affinché tra gli stati membri ci sia una maggiore ripartizione di responsabilità e una più ampia solidarietà ed è pronto a contribuire agli sforzi in questo senso”, ma chiede anche agli Stati di “mantenere l’attenzione su alti standard di protezione”. “I sistemi di asilo di alcuni stati membri – rileva l’Unhcr - sono sotto pressione più di altri a causa di un maggiore numero di arrivi” e “le risposte a questa situazione dovrebbero contemplare l’introduzione di emendamenti al Regolamento di Dublino, attualmente in discussione al Consiglio”.

  “In aggiunta alle molte sfide attualmente in atto nell’UE per la protezione dei rifugiati, il Programma di Stoccolma riafferma l’intenzione dell’Unione di cooperare con Paesi terzi, compresi quelli che ospitano grandi comunità di rifugiati” rileva l’Unhcr. Che accoglie “con favore” l’intenzione dell’Europa di continuare a promuovere l’accesso alla Convenzione di Ginevra per i Rifugiati e al suo Protocollo e offre la sua “collaborazione” a proposito delle strategie e delle azioni dell’UE al di fuori dei propri confini, anche per quanto riguarda il reinsediamento di rifugiati negli stati membri in base alla proposta di un Programma congiunto dell’UE.

  Per quanto concerne i “nuovi approcci” riguardanti l’accesso all’asilo nei paesi a maggior transito, tendenzialmente quelli che si trovano lungo il confine meridionale e orientale dell’UE, l’Unhcr vuole “riportare l’attenzione sul fatto che spesso in tali paesi di transito le condizioni sono attualmente inadeguate ad assicurare il rispetto dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo e dei rifugiati”. “E’ necessario – sottolinea l’Unhcr - ancora molto lavoro per arrivare a delle soluzioni durature per i rifugiati e per tutti coloro che hanno diritto alla protezione nei paesi vicini all’UE”. (Inform)

 

 

 

 

Il caso Grecia e l’Europa. Debito, nessuno si chiami fuori

 

SI MOLTIPLICANO gli avvertimenti sui pericoli insiti nei modi in cui la crisi globale è stata superata: la moneta immessa nell’economia è stata abbondante e la spesa pubblica coperta esclusivamente da indebitamento degli Stati lo è stata altrettanto. Troppa moneta induce alla speculazione, come testimonia la vertiginosa crescita del prezzo dell’oro e il significativo aumento dei valori di Borsa delle azioni ancor prima di una ripresa dei profitti; ai primi segni di una domanda di beni più sostenuta, che tutti i Paesi ricercano, l’inflazione potrebbe rifare capolino un po’ dappertutto. Troppa spesa non coperta da tasse aumenta il debito pubblico, restringe il credito ai privati e aumenta i rischi di una caduta del suo valore di mercato, se non proprio di non essere rimborsato, come sta accadendo alla Grecia.

Tutto ciò è senz’altro nel novero delle cose possibili. Non si capisce però perché siano le autorità a insistere sui rischi della situazione che hanno creato per fronteggiare con politiche “non convenzionali” la grave crisi iniziata nel 2007 con la “scoperta” delle insolvenze sui mutui accesi dagli americani per acquistare abitazioni (noti come crediti subprime) che hanno intossicato una fascia rilevante di titoli anche buoni, incorporati in titoli compositi noti come “derivati”. Il quesito che sorge spontaneo è perché ce lo ripetano in continuazione. La spiegazione può essere rinvenuta in un recente articolo del Bollettino mensile della Banca centrale europea che sottolinea l’importanza della comunicazione nella formazione delle aspettative di mercato. Già da tempo gli economisti erano giunti a queste conclusioni ed è giusto che la nostra banca centrale lo spieghi in linguaggio comune.Ciò che non si capisce è l’uso della comunicazione preventiva in materia di ritorno alla normalità monetaria e fiscale, nota come exit strategy, la quale concorre ad aumentare le già elevate incertezze sul futuro. Ciò di cui abbiamo bisogno noi poveri mortali e, più specificatamente, gli operatori di mercato non è che ci dicano che esiste un rischio di inflazione o deflazione se non si provvede a tempo a riassorbire la troppa moneta o la troppa spesa pubblica in disavanzo, ma come riusciranno a risolvere il busillis.

Sempre nel Bollettino citato, la Bce afferma che non ci sono rischi di inflazione, anche perché la sua politica rimane “saldamente ancorata all’obiettivo del Consiglio direttivo di mantenere i tassi di inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2 per cento nel medio periodo”. Tuttavia “i governi di molti dei Paesi dell’area dell’euro devono far fronte a squilibri di bilancio ampi e in netta ascesa. In assenza di una strategia di uscita chiara e credibile delle misure adottate, questa situazione potrebbe rischiare seriamente di compromettere la fiducia dei cittadini nella sostenibilità delle finanze pubbliche e nella ripresa economica.” Vi è quindi coincidenza tra le vedute qui espresse di una comunicazione adeguata alle necessità di una exit strategy che non vada contro le aspettative di ripresa e quelle avanzate dalla Bce nel suo Bollettino. Riteniamo tuttavia che la lucida diagnosi sui bisogni della finanza pubblica (che si spinge fino a ipotizzare un’influenza sull’inflazione degli “incrementi dell’imposizione indiretta e dei prezzi amministrati... data la necessità di risanare i conti pubblici” e suggerire che gli sgravi fiscali vengano considerati solo per il medio periodo) non si accompagni con un’altrettanto lucida analisi sui bisogni della politica monetaria, non solo se intende fronteggiare le spinte inflazionistiche, ma anche se non intende innestare spinte deflazionistiche che metterebbero in crisi definitiva le banche e il mercato del credito.

Ci riferiamo in particolare alla politica dei tassi dell’interesse ufficiali e del cambio. Sempre nel Bollettino si sottolinea, senza commentarne gli effetti, che l’euro si è rivalutato rispetto al dollaro e che ciò sia dovuto all’esistenza di un differenziale tra il tasso dell’1% praticato sull’euro e lo 0,25% praticato sul dollaro. Eppure la Bce continua a considerare adeguato il suo tasso. La rivalutazione dell’euro agevola il controllo dell’inflazione perché le importazioni costano meno; ma se la caduta delle esportazioni comporta un costo maggiore in termini di sviluppo, causando un gettito tributario inferiore,ostacola il necessario risanamento della finanza pubblica. Ne consegue che la politica monetaria è parte del problema da risolvere e la Bce non si può ergere a giudice delle altrui politiche, come costantemente sostenuto su queste colonne. Né può trincerarsi dietro il mandato deciso a Maastricht, perché i tassi dell’interesse e la creazione monetaria hanno influenza sul valore esterno dell’euro e non può quindi affermare che il controllo del cambio non sia anche di sua competenza.

È quindi necessario un coordinamento tra politiche fiscali e monetarie da affidare alla saggezza dei governanti, se non si è persa la traccia, più che ai Trattati. In questo quadro, operazioni straordinarie sul debito pubblico si rendono necessarie e devono essere fatte in modo coordinato tra i Paesi europei. Lasciare la Grecia alle sue sorti implica che la metastasi del debito greco si estenderà ai Paesi europei che hanno le stesse difficoltà sul fronte della finanza pubblica. L’Unione Europea ha bisogno di crescita, e non solo economica. Ben ha fatto la Merkel a ricordare che la moneta unica impone la condivisione dei problemi e delle soluzioni da parte dei Paesi membri. PAOLO SAVONA  IM 12

 

 

 

Premio Nobel a Obama. Il legno storto dell'umanità

 

Barack Obama non ha nascosto il padre spirituale di cui si sente figlio e erede, ieri a Oslo ricevendo il premio Nobel della pace: se non ci fosse stato prima di lui Martin Luther King, a battersi per i diritti dei neri e a ricevere nel 1964 lo stesso premio, lui non sarebbe alla testa degli Usa.

 

Se sono qui è in conseguenza diretta del lavoro che King svolse un’intera vita. Sono la viva testimonianza della forza morale della non violenza». Il Presidente ha parlato anche della purezza dell’indignazione che le guerre, sempre, suscitano nell’animo umano: «Non c’è nulla di debole, nulla di passivo, nulla d’ingenuo, nel credo e nell’esistenza di uomini come Gandhi e King».

 

Ma pace e guerra sono immerse nella storia, e di quest’ultima lo statista deve tener conto. Deve esser cosciente che la storia non è lineare e progressista, non conferma la perfezione umana, non produce pace universale con mezzi sempre pacifici, non è gravida di guerre che mettono fine a tutte le guerre. Non è neppure una storia di rivoluzioni che cambiano la stoffa di cui è fatto l’essere umano, rendendolo infine buono, mite, ed estromettendo con un gesto volitivo il male dalla terra. Sogni simili furono alla base delle guerre sante  quelle cristiane di ieri, quelle di chi pretende oggi di combattere in nome dell’Islam  e sempre precipitarono in disastri, tanto più devastanti quanto più predicavano l’amore: «Le crociate ci ricordano che nessuna Guerra santa può mai essere guerra giusta».

 

Dopo anni di visioni apocalittiche del mondo  l’umanità va piegata sotto il giogo di un’unica verità straboccante, va condotta anche contro voglia verso nuove rive dell’essere  l’America di Obama ripensa il passato, riscopre il concetto di guerra giusta che il cristianesimo teorizzò nel IV secolo, fa propria infine la visione, kantiana, di un mondo non perfetto ma fallibile e perfettibile, che ha diritto a non esser piegato ma illuminato.

 

È di Kant l’idea che nessuno sulla terra ha in mano la perfezione: «Da un legno storto come quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire niente di perfettamente dritto». Obama sembra pensare al legno storto di cui sono fatti uomini e nazioni, quando invita a non illudersi («Il male esiste nel mondo»), e giunge alla conclusione che neppure chi dirige gli uomini, quale che sia il regime in cui si trova, possiede le chiavi appropriate del presente e futuro. Perché il perfezionamento funzioni occorre che le istituzioni prendano il posto degli uomini e dei politici, perché solo le istituzioni hanno continuità nel tempo, edificano nel lungo periodo, non dipendono né dai sondaggi né dal voto. Creare istituzioni internazionali che tengano a freno le guerre, che le prevengano, che ne disciplinino le regole evitando straripamenti destinati a mietere più vittime tra i civili che tra i guerrieri, fu la grande lezione appresa nelle due ultime guerre mondiali.

 

Anche le guerre giuste infatti degenerano, non rappresentano la soluzione del dramma. La guerra fra nazioni, condotta nella persuasione che la forza fondi il diritto, fu teorizzata da Thomas Hobbes nel XVII secolo ma era già invisa a Tucidide nella Guerra del Peloponneso. Anche qui è Kant che prende il sopravvento, con la sua Repubblica cosmopolita resa forte dal diritto, contro la seduzione che Hobbes ha esercitato sulle menti americane per decenni.

 

Obama è immerso ancor oggi in due guerre  una che ha deciso di finire in Iraq, l’altra che intende inasprire in Afghanistan ma finendola nel 2011  e può apparire singolare che riceva fin d’ora il premio della pace. Tuttavia i cambiamenti ci sono, visibili. La sua non sembra essere la guerra della superpotenza che non tollera concorrenti e agisce senza curarsi del parere altrui, come nelle metafore marziane dei neo-conservatori statunitensi. Non è neppure la «guerra infinita» contro il terrorismo annunciata da Bush figlio, e del tutto svanita è l’idea che solo in tal modo  con una sorta di palingenetica Guerra Santa  il male sarà estirpato (un libro pubblicato nel 2004 da Richard Perle e David Frum aveva precisamente questo titolo: La fine del male, in italiano Estirpare il male. Come vincere la guerra contro il terrore). Evocando indirettamente quel che dissero Agostino e Tommaso d’Aquino sulla guerra giusta, Obama fissa le regole: l’offensiva deve essere l’ultima risorsa, deve esser proporzionata all’aggressione, non deve far vittime civili esorbitanti. E promette fedeltà alle istituzioni, alle convenzioni internazionali, alle norme etiche che Bush jr aveva ignorato nel corso delle sue guerre.

 

Tuttavia Obama non si accontenta di questi limiti, che sono stati fissati alle condotte belliche. Forse è l’umiltà che lo anima, forse il cammino ancora aleatorio che sta percorrendo: fatto sta che non è una certezza univoca che lo guida, ma la consapevolezza del dilemma tra pace e guerra.

 

Obama non sceglie la guerra giusta contro il sogno che mette fine alle guerre e le rifiuta. Vive dentro la contraddizione, considera egualmente valide ambedue le verità, accetta l’esistenza di un conflitto fra verità che non è sanabile. È vero, le guerre a volte sono non solo necessarie ma moralmente giustificate: non si poteva abbattere Hitler o il Giappone imperiale senza le armi. Non si può abbattere Al Qaeda senza le armi, probabilmente. Ma non meno vero è quello che dicevano King e Gandhi. «La guerra in sé non è mai gloriosa  conclude Obama  e mai dobbiamo strombazzarla come tale. (...) Per quanto giustificata, la guerra è garanzia sicura di umana tragedia».

 

La via di uscita dal dilemma è il paradosso: bisogna sapersi riconciliare col nemico, lasciargli fino all’ultimo una porta aperta, anche se può venire il momento in cui occorre la resa dei conti militare. Non bisogna respingere guerre che si ritengono giuste, anche se esse spargono comunque sofferenza. Pensare per paradossi la guerra e la pace comporta, secondo il Presidente, una «continua espansione della nostra immaginazione morale».

 

Non mancano le trappole, per chi vive sì vasti dilemmi nelle vesti di Presidente e comandante in capo della potenza americana. Se si affronta l’Iran e la sua aspirazione all’atomica, non si può continuare nell’attuale finzione, e nascondere a se stessi  come fa Obama  che all’origine di tanti terremoti medio orientali c’è un non detto, che nessuno osa scoperchiare: l’esistenza in quella parte del mondo di una potenza atomica  lo Stato d’Israele  che non si dichiara tale e però incita un’intera regione al risentimento costante e al riarmo. L’altra trappola è racchiusa nella stessa umanizzazione delle guerre. La storia degli ultimi decenni ha visto molti conflitti seminare devastazioni del tutto sproporzionate fra i civili, proprio perché a puntellarli c’era una vasta rete di soccorso umanitario. Una guerra che avviene in simultanea con l’attivarsi degli organismi umanitari  è la tesi del filosofo Slavoj Zizek, o dell’architetto israeliano Eyal Weizman  rischia di separare ogni distinzione fra guerriero e soccorritore-infermiere: prolungando indefinitamente le attività belliche, rendendole più efficienti.

 

Sono trappole che possono divenire perverse, e rendere ingiusto quel che inizialmente era o appariva giusto. Se non sono riconosciute come insidie reali rischiano di dar ragione alle parole, citate ieri da Obama, di Luther King: «La violenza non genera una pace permanente. Non risolve nessun problema sociale: ne crea solo di nuovi e più complicati». BARBARA SPINELLI LS 11

 

 

 

 

 

Il Nobel a Obama. Il soldato riluttante

 

Sta nell'equivoco insidioso tra "pacifico" e "pacifista" la chiave per capire le perplessità e i sarcasmi che hanno accompagnato, in America come nel resto del mondo, la consegna del Nobel per la pace a Barack Obama.

 

Se il Presidente americano sembra avere tradito le speranze che lui stesso aveva suscitato e avere accettato un riconoscimento che stride con la escalation della guerra in Afghanistan, è perché si vuole ignorare la differenza fondamentale che esiste fra coloro che combattono guerre "per scelta" e coloro che le combattono "per necessità".

 

È la abissale distanza morale che separa le guerre di Roosevelt in Europa e nel Pacifico, dalle guerre di Johnson e Nixon in Asia, le divisioni di Wilson sacrificate sul fronte francese dalla aggressione nipponica a Pearl Harbor, e che Obama ha riassunto, nell'accettare il premio con modestia ai limiti dell'imbarazzo, in un altro aggettivo chiave: "giusta". Per la nobile sensibilità del pacifista, quella fra "giusta" e "ingiusta" è una distinzione senza una differenza, essendo ogni guerra per definizione il Male assoluto da respingere. Per la responsabilità dell'uomo pacifico e del guerriero riluttante, le armi sono invece l'ultimo ricorso, quando ogni altro tentativo, se fatto seriamente e non soltanto per predisporsi un alibi propagandistico, è fallito.

 

Nel confondere Obama con Bush, nel mescolare la tragica ideologia della "democrazia da esportare" laddove aggradi al più forte con la amarissima, sofferta scelta di insistere nell'operazione afghana, troppi osservatori dimenticano, forse in malafede, che l'invasione, l'occupazione e le operazioni di controguerriglia in Afghanistan ebbero, e ancora hanno, la piena e formale sanzione dell'Onu, che riconobbe nel regime Talebano e nella metastasi terroristica da esso ospitata, una minaccia per l'umanità, manifestata nell'ignominia delle Due Torri. Fu invece soltanto a cose fatte e decise, dopo la stravagante e inedita formula della "coalizione di chi era disposto a starci", costruita su un cumulo di false prove e di dottrine tagliate su misura, che l'Onu diede a malincuore una copertura agli Stati Uniti, quando invasero e occuparono una nazione governata da un regime abominevole, ma estraneo alle trame del fondamentalismo globale.

 

Qui si spalanca l'equivoco fra "pacifista" e "pacifico". Se la ideologia del pacifismo fosse accettabile, sarebbe Neville Chamberlain, il premier britannico che non osò fermare Hitler per non spezzare la pace formale in Europa, a meritare il Nobel, e sarebbe invece Winston Churchill, colui che utilizzando ogni arma in proprio possesso, rispose ferocemente all'aggressione tedesca, garantendo così due generazioni di pace e di libertà all'Europa occidentale. Il pacifismo, ben oltre il valore sempre assai discutibile di un premio come questo Nobel che ha coronato discutibili campioni della mitezza come Kissinger, il nordvietnamita Le Duc-Tho o Yasser Arafat, è un lusso che il primo responsabile di una nazione come gli Stati Uniti non si può concedere. Non quando dal sistema di sicurezza collettiva instaurato dopo il 1945, non per volontà americana ma per il risucchio del suicidio europeo, dipende, ieri nella Guerra Fredda, oggi nella guerra subdola e asimmetrica contro il fanatismo armato, la sopravvivenza di chi agli Usa si è affidato. Scoprendosi, come disse un incontestabile leader della sinistra mondiale, Enrico Berlinguer, "più sicuri" da questa parte.

 

La scelta di accrescere, e non di smobilitare, l'occupazione dell'Afghanistan, lo scontro contro i neo-Taleban risorti grazie al fallimento della strategia adottata da Bush che aveva sprecato consenso e uomini per abbattere Saddam mentre si ricostituiva al Qaeda, l'estensione delle missioni in territorio pakistano - come Obama aveva sempre annunciato di voler fare - potrà rivelarsi catastrofica o vincente, un nuovo Vietnam o almeno una Corea stabilizzata nella sua suddivisione. Ma Obama è sicuramente dentro la storia e la tradizione e la cultura americana, anche se i sondaggi per il momento lo castigano, nell'accettare la tragica necessità della guerra e nello sfuggire, come fecero Wilson, come Roosevelt, come Truman, alla tentazione dell'isolazionismo e dell'autoesclusione da un mondo che non è più separato da comodi oceani.

 

Obama è l'uomo tranquillo che non vorrebbe battersi, ma non può accettare la violenza, il sopruso e la minaccia alla nazione che gli si è affidata. È il leggendario "Sergente York" interpretato nel 1941 da Gary Cooper, strenuo obbiettore di coscienza e pacifista che, costretto in trincea, impara a uccidere e a sconfiggere il nemico. E sa che la strada per ogni pace, pur effimera, è sempre, nel calvario della storia umana, lastricata dalla guerra. Se quello sarà il risultato, questo Nobel sarà stato ben meritato. VITTORIO ZUCCONI  LR 11

 

 

 

 

Copenaghen. Dalla Ue oltre sette miliardi ai Paesi in via di sviluppo

 

L'annuncio della Ue: "Riduzione del 30% delle emissioni nocive entro il 2020". Bozza alla conferenza Onu sul clima: 1,5-2 gradi Celsius l'innalzamento massimo consentito

 

BRUXELLES - Più di sette miliardi dal 2010 al 2012 per i Paesi più vulnerabili al clima. E' questa la scelta del vertice Ue per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad avviare la riduzione delle emissioni nocive. Si tratta di un contributo annuo di 2,2 miliardi di euro per il 2010, il 2011 e il 2012. In questo modo, la Ue si farà carico di un terzo del fondo di avvio rapido destinato ai aiutare i Paesi più poveri, il cui bisogno è stimato in sette miliardi di euro l'anno, pari a 21 miliardi di euro per i tre anni. E sempre a Bruxelles i Paesi della Ue si sono accordati per una riduzione del 30% delle emissioni nocive entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990.

 

Quasi contemporaneamente da Copenaghen sono arrivate le indiscrezioni sulla prima bozza ufficiale della conferenza dell'Onu sui mutamenti climatici: il testo fissa a 1,5-2 gradi Celsius l'innalzamento massimo consentito sul pianeta. La bozza costituisce un punto di partenza per i prossimi negoziati a cui parteciperanno, nei giorni avvenire, tutti i "grandi" del pianeta, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Secondo quanto indicato sul progetto, il raggiungimento di una temperatura piu' bassa sara' l'obiettivo dei piccoli stati insulari e di molte nazioni africane, mentre la temperatura piu' alta sara' la finalita' dei paesi piu' ricchi e industrializzati. Il progetto, che ha l'obiettivo di essere appovato al vertice del 18 dicembre, dovra' essere presentato ai ministri dell'Ambiente di tutto il mondo.

 

In quell'occasione le parti dovranno discutere sulla riduzione globale di emissioni da un minimo del 50 per cento ad un massimo del 95 per cento al 2050 rispetto ai livelli del 1990. Molti capitoli sono comunque ancora tutti da scrivere e le posizioni dei diversi blocchi negoziali appaiono ancora molto distanti. In particolare India e Cina, infatti, stanno lavorando ad un testo alternativo a quello danese che obblighi i Paesi sviluppati a tagliare le proprie emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990. Una posizione che sta irritando fortemente i Paesi piu' piccoli e vulnerabili.

Il patto globale avra' effetto a partire dal 2013, dopo che gli impegni attuali nell'ambito della Convenzione quadro del protocollo di Kyoto saranno scaduti. La Russia però avverte: "Non vogliamo limitare la nostra crescita economica, per ridurre le emissioni di gas a effetto serra" taglia corto il consigliere sul clima Aleksandr Bedritsky. LR 11

 

 

 

 

Iran. Khamenei: « Eliminare l'opposizione»

 

La questione delle elezioni «è finita: sono state legali. I dissidenti non hanno potuto dimostrare nulla»

 

TEHERAN - Una frase che non ammette repliche: «l'opposizione sarà eliminata». L'ha pronunciata la Guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, in un discorso ritrasmesso dalla televisione di Stato.

VOCI SULL'ARRESTO DI MUSSAVI - Khamenei ha parlato mentre, dalla notte scorsa, circolano insistenti sui siti dell'opposizione le voci del possibile arresto di Mir Hossein Mussavi e altri capi della protesta per cercare di mettere fine definitivamente alle manifestazioni nelle piazze e nelle università. Pur senza nominarli, l'ayatollah ha accusato questi leader di avere «violato la legge, organizzato rivolte e incoraggiato la gente a resistere al sistema» della Repubblica islamica. «Non si tratta di cose da poco - ha aggiunto la Guida suprema - e tutto questo ha dato coraggio ai nemici». «Ma essi - ha affermato ancora Khamenei - sono come la schiuma sull'acqua e quello che rimane è il sistema. L'opposizione verrà eliminata agli occhi della nazione».

CHIUSA LA QUESTIONE DELLE ELEZIONI - La questione delle elezioni «è finita» e non ci devono essere più proteste. Lo ha affermato la Guida suprema iraiana, ayatollah Ali Khamenei, in merito alla contestata rielezione nel giugno scorso del presidente Mahmud Ahmadinejad che ha portato alla più grave ondata di manifestazioni e disordini nella storia della Repubblica islamica. «Le elezioni sono finite, sono state legali e non hanno potuto dimostrare le loro affermazioni», ha detto Khamenei, in un discorso ritrasmesso dalla televisione di Stato, facendo riferimento alle denunce di brogli da parte dell'opposizione. CdS 13

 

 

 

 

Napolitano/Köhler. L'Europa può riaffermare il suo ruolo storico solo rafforzando la sua unità

 

Il Presidente Napolitano ha incontrato al Quirinale il Presidente della Repubblica Federale di Germania, Horst Köhler. "L'Europa impieghi le nuove possibilità del Trattato di Lisbona con lo sviluppo del metodo comunitario"

 

Concluso, con l'entrata in vigore, il lungo e faticoso processo di ratifica del Trattato di Lisbona, "si è dunque aperta una fase nuova nella vita dell'Unione Europea, in un contesto mondiale profondamente cambiato e in piena evoluzione". È questo il punto di partenza della dichiarazione congiunta resa dal Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, e dal Presidente della Repubblica Federale di Germania, Horst Köhler, al termine dell'incontro svoltosi al Quirinale.

 

"L'Europa - hanno aggiunto i due Capi di Stato - può riaffermare il suo ruolo storico solo rafforzando la sua unità, la sua capacità di decisione e di azione, rinnovando e rendendo ancor più efficace il suo modello di crescita sostenibile, di progresso sociale, di democrazia della partecipazione e dei diritti. L'Europa può assumere il ruolo di attore globale sulla scena mondiale solo parlando con una voce unica, solo esprimendo una politica estera e di sicurezza comune. Il primo imperativo consiste nell'impiegare pienamente, concretamente e con coerenza, le nuove possibilità che il Trattato di Lisbona mette a disposizione dell'Unione per fare fronte alle sfide del nostro tempo".

 

Per i Presidenti Napolitano e Köhler, "ancora una volta lo sviluppo del processo di integrazione richiede un esplicito ricorso al metodo comunitario, piuttosto che una prassi di accordi intergovernativi".

 

"L'effettivo rilancio dell'integrazione europea, la stessa attuazione di politiche comuni già delineate, richiedono - si afferma nella dichiarazione congiunta - più che mai forme di sovranità condivisa, decisioni a maggioranza secondo quel che prevedono e consentono i Trattati vigenti, da ultimo quello di Lisbona, e cooperazioni rafforzate. L'alternativa a questo coraggioso rilancio è un grave rischio di declino, di irrilevanza dell'Europa nel mondo d'oggi".

 

"L'impegno della Germania e dell'Italia su queste linee - hanno concluso i due Capi di Stato nella dichiarazione - affonda le sue radici nella loro storia di paesi fondatori dell'Europa comunitaria, può contare sull'ininterrotto sostegno che entrambi hanno assicurato per decenni allo sviluppo della costruzione europea, e su una rinnovata collaborazione di idee e di volontà che in quanto Presidenti della Repubblica tedesca e della Repubblica italiana siamo convinti di poter riaffermare facendo affidamento sui nostri governi e sui nostri Parlamenti". (ItalPlanet News 9)

 

 

 

 

Berlusconi, imbarazzo a Bruxelles al vertice disegna mutande da donna

 

Durante un recente incontro di capi di governo Ue ha fatto disegnini di biancheria intima poi ha passato i bozzetti agli altri premier perché potessero apprezzarli

Fra i presenti c'erano Gordon Brown, Angela Merkel, Nicolas Sarkozy

Sul Mail on Sunday i commenti dei lettori: "Che buffone di leader hanno gli italiani"

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA - Silvio Berlusconi ne avrebbe combinata un'altra delle sue, una nuova gaffe internazionale in grado di suscitare ilarità o indignazione, a seconda dei punti divista, da parte dei leader mondiali. Il primo ministro italiano, secondo quanto rivela il Mail on Sunday, ha scarabocchiato disegnini di "mutande femminili nel corso della storia" durante un recente vertice di capi di governo dell'Unione Europa a Bruxelles e poi ha passato i suoi bozzetti agli altri premier affinché potessero apprezzarli.

 

I leader della Ue stavano discutendo le questioni relative al cambiamento climatico in vista del summit di Copenhagen, in particolare la possibilità di dare maggiori aiuti in denaro alle nazioni povere del Terzo Mondo per combattere gli effetti del surriscaldamento globale, quando hanno notato che Berlusconi era intento a vergare qualcosa con impegno su dei fogli di carta. In un primo momento, scrive il giornale domenicale britannico, pensavano che facesse dei calcoli per dare il suo contributo al dibattito sulla complessa trattativa. Ma poi si sono resi conto che il premier italiano stava invece disegnando mutandine femminili.

 

Una fonte avrebbe detto al Mail che i disegnini, fatti passare di mano in mano agli altri leader presenti, includevano biancheria intima femminile usata da "donne egiziane, mutandoni dell'era vittoriana britannica, slip di seta di stile francese, tanga e g-string", sotto il titolo "Mutandine da donna attraverso i secoli". Riporta una fonte interpellata dal Mail: "Nessuno poteva crederci. Lui stava scarabocchiando rapidamente e poi ha messo in giro i suoi disegnini di mutandine femminili. Alcuni erano divertiti. Altri no".

 

Tra i leader che partecipavano alla discussione, svoltasi venerdì a Bruxelles, afferma il Mail on Sunday, c'erano il premier britannico Gordon Brown, il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy, il premier irlandese Brian Cowen e la baronessa Cathy Ashton, nuovo ministro degli Esteri della Ue. Secondo il Mail i disegnini sono arrivati anche sul tavolo di Brown, che sembra averli tuttavia ignorati.

 

L'articolo sul sito del giornale conservatore britannico ha provocato decine di commenti da parte dei lettori. "Che buffone di leader hanno gli italiani!", è uno. "E' ora di constringerlo a fargli fare delle docce fredde", commenta un secondo. "Ricordiamoci di queste cose quando ci lamentiamo di Gordon Brown", osserva un terzo. "Ci vuole un italiano per ravvivare gli incontri della Ue", scrive un altro. "Poveri italiani, che leader imbarazzante" è ancora un dei commenti pervenuti al Mail. LR 13

 

 

 

 

Morale civile. Il valore religioso della laicità

 

DA QUALCHE tempo in qua si stanno verificando eventi che pongono in questione il tema della laicità. La sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha considerato la ostensione del Crocifisso nelle aule scolastiche come lesiva della sensibilità e della libertà di un non credente; i cittadini svizzeri chiamati ad un referendum consultivo si sono in maggioranza pronunciati contro la edificazione di minareti; in Italia, qua e là, dirigenti scolastici si imbarazzano per la costruzione del presepe, e qualcuno suggerisce di chiamare il Natale festa delle luci.

Insomma si oscilla tra la negazione di qualsivoglia simbolo religioso e l’affermazione di quello di una sola religione contro le altre, in particolare del Cristianesimo contro l’Islam. Gli eventi, sommariamente citati ad esempio, investono giudici e giuristi, così come uomini politici, specie con responsabilità locali, comunità più o meno estese, insegnanti, studenti e famiglie. L’occasione è data dal mutamento di società un tempo omogenee, in Europa di società cristiane per religione e cultura, in società eterogenee, ove convivono gruppi provenienti da diverse culture e civiltà e professanti diverse fedi religiose, quando si tratta di immigrati, e gruppi che i processi di secolarizzazione hanno condotto all’agnosticismo, vale a dire alla pura e semplice incredulità o indifferenza, oppure all’ateismo militante, all’anticlericalismo, al materialismo scientista.

Le grandi maggioranze delle popolazioni ospitanti i gruppi immigrati possono essere tentate di usare la religione loro propria, della civilizzazione cristiana, come segno identitario culturale e politico contro gli estranei. A questo punto la religione può innervare la xenofobia e finanche il razzismo. Le minoranze agnostiche o atee hanno buon gioco nell’accusare la religione, qualsiasi religione, di essere strumento di divisione.

I gruppi immigrati si sentono discriminati e assumono comportamenti di autodifesa dei propri costumi e tradizioni giuridico-religiose, che ostacolano processi di integrazione culturale e civile, quando non favoriscono ostilità verso la morale occidentale, fino ad aggressioni terroristiche.

Di fronte al rischio di vedere deflagrare quello scontro di civiltà, come lo ha chiamato Samuel Huntington, non soltanto tra Potenze distinte per appartenenze religiose, ma in casa propria, tra i cittadini o aspiranti alla cittadinanza, lo Stato costituzionale contemporaneo assume la libertà religiosa come fondamentale diritto umano. La tutela di questa libertà si dirige verso le manifestazioni pubbliche di ogni religione, come le chiese, le moschee e i minareti, gli atti di culto, e verso i comportamenti privati e di coscienza, che non devono essere in alcun modo coartati. Questa garanzia, imparziale e positiva, postula che lo Stato non professi alcuna propria religione, cioè non sia un Stato confessionale. Questa è la laicità, forma di Stato della Repubblica italiana. In Europa, la Francia ha adottato una diversa laicità, che si definisce de combat, vale a dire di opposizione a qualsiasi ingresso delle religioni nello spazio pubblico. È un esito dei processi ideologici di quella vicina Repubblica, di cui oggi si misura, come in una somma algebrica, più il negativo che il positivo. In Italia, la laicità repubblicana tutela tutte le comunità e le coscienze religiose, ed anche quelle dei non credenti. Il cristianesimo, alla cui civilizzazione apparteniamo, proponendo una fede liberamente accettata, agevola il dialogo tra le diverse religioni e il rispetto reciproco. Non c’è dunque motivo di stupirsi se la Chiesa cattolica riveli accoglienza per i luoghi di culto islamici, moschee e minareti inclusi. La fede cristiana è aperta all’intera famiglia umana, non è una religione nazionale o di un continente o civiltà o razza. Smentirebbe se stessa, la propria missione se regredisse alla spirito delle crociate. Quanto al Crocifisso, chi lo leverebbe dai luoghi pubblici, per non profanarlo essendo segno intimo ed interiore di adesione della coscienza personale, annaspa in un sofisma, perché dimentica che quel legno è memoria della più grande rivoluzione della libertà umana, che sta dentro e fuori dello spazio delle coscienze individuali. Chi ne ricava invece turbamento, anziché apprendimento anche critico, non può difendersene abolendolo per tutti. Questa sarebbe prevaricazione, non rivendicazione di libertà. Quanto al presepe, o al cambio di nome del Natale, via! Un po’ di buon senso. Si può non essere credenti, ma la poesia della Natività, va oltre la teologia, tocca le corde più profonde della natura e della cultura umana. In verità quelli che si proclamano laici hanno poca dimestichezza con la storia della laicità. E il ridefinirli polemicamente laicisti è concedere loro di sapere quello che ignorano. Francesco Paolo Casavola Im 13

 

 

 

 

Le istituzioni più forti degli uomini

Non è escluso che dal grande chiasso che regna ai vertici del governo nasca, taciturno ma testardo, un attaccamento più intenso degli italiani alle istituzioni e alla carta costituzionale su cui poggiano le istituzioni. Il politico che se ne sente ingabbiato e vuole liberarsene continuerà magari a esser applaudito, per la spavalderia che esibisce e per il ruolo di vittima che recita. Ma in parallelo con questo consenso, fatto di adorazione e indolenza, è probabile che si rafforzi proprio la pianta che il leader vorrebbe disseccare: la pianta, rara in Italia, che quando attecchisce dà come frutto il senso delle leggi e dello Stato. C’è qualcosa nel chiasso della presente legislatura che ricorda i dipinti dell’espressionismo tedesco, durante la Repubblica di Weimar: volti stravolti da eccitazioni, maschere che sogghignano, città sghembe che urlano senza più ordine. Kurt Tucholsky scrisse che il precipizio «spettrale» cominciava con l’uomo che mette l’Io in primo piano (politico o scrittore, giornalista o imprenditore).

 

Hitler era un uomo così, e l’Io che accampava era la sua persona e qualcosa di più nascosto, torbido: l’Io della nazione, del Popolo illimitatamente sovrano. «L’Io di per sé non esiste», scrive Tucholsky fin dal 1931: «Quest’uomo non esiste; in realtà egli è solo il chiasso, che produce». Il frastuono coesiste da tempo con il rispetto italiano delle istituzioni, a ben vedere. La seduzione e il carisma di Berlusconi hanno alcune qualità inossidabili, ma non meno incorruttibili sono stati, lungo gli anni, l’ammirativa affezione per i garanti della Costituzione e l’adesione dei cittadini all’equilibrio fra i poteri. Sono stati molto popolari Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi. Lo è Giorgio Napolitano. Anche l’adesione agli organismi di garanzia non scema, come dimostrano i sondaggi favorevoli al Csm e alla Consulta. La lezione sulla Costituzione che Scalfaro tenne nel 2008 all’Auditorium di Roma riscosse un successo vasto.

 

È una conferenza che andrebbe riascoltata: la maniera in cui l’ex Presidente racconta la scrittura intellettualmente elettrizzante della Carta, le visioni profetiche che essa contiene, fa rivivere un testo che non è affatto vecchio e che in pieno frastuono non andrebbe modificato. Ricordo in particolare il passaggio sui diritti della persona: per la prima volta in Italia, dice Scalfaro, lo Stato non li concede né si limita a garantirli, ma li riconosce. I diritti precedono i governi e le Carte, e davanti a essi gli uni e le altre «si inchinano». Ricordo anche quel che disse a proposito del referendum del 2006 sulla riforma costituzionale del governo Berlusconi. Gli italiani dissero no non solo alla devoluzione ma anche, con forte maggioranza (più del 60 per cento), a un Premier dotato di poteri esorbitanti, compreso quello che scioglie le Camere e che la Carta affida al Capo dello Stato. Istituzioni e carte costituzionali hanno questo, di specialmente prezioso: durano più degli uomini, dei governi, delle campagne elettorali, dei sondaggi.

 

Sono lì come una tavola fatta di pietra, conferiscono stabilità a quel che nell’alternarsi democratico delle maggioranze necessariamente è votato all’instabilità. È significativo che non solo le nazioni uscite dalla dittatura si siano messe come prima cosa a riscrivere le Carte, ma che anche l’edificio europeo abbia anteposto la permanenza delle istituzioni all’impermanenza degli uomini, dopo le guerre del ’900. Jean Monnet, che dell’Europa fu uno degli artefici, venerava in particolar modo le istituzioni. Citando il filosofo svizzero Henri Frédéric Amiel scrive nelle Memorie: «L’esperienza di ciascun uomo è qualcosa che sempre ricomincia da capo. Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già come la propria natura cambi, ma come il proprio comportamento si trasformi gradualmente» (Cittadino d’Europa, Guida 2007, i corsivi sono miei).

 

Questo vuol dire che grazie alle istituzioni non cambia la natura dell’uomo (missione impossibile e, se tentata, deleteria) ma il suo comportamento: il progresso di cui è capace l’uomo vive e si trasmette solo attraverso le istituzioni che egli sa darsi. Per alcuni, le istituzioni e le costituzioni hanno una forza così potente - la forza del Decalogo - da sostituire identità controverse come la nazione o l’identità etnica. Non sono Habermas e le sinistre ad aver inventato il concetto, non a caso tedesco, di patriottismo costituzionale. Lo coniò negli Anni 70 un conservatore, Dolf Sternberger: per l’allievo di Hannah Arendt, il patriottismo costituzionale era «una sorta di amicizia per lo Stato» (Staatsfreundschaft): amicizia che Weimar non aveva posseduto a sufficienza. L’adesione italiana alle istituzioni e alla Costituzione ha radici più forti che ai tempi di Weimar. Ha una resilienza a quell’epoca sconosciuta. Uomini come Scalfaro e Ciampi, nella Germania di allora, non avrebbero avuto la popolarità che hanno oggi in Italia.

 

Per Sternberger, il patriottismo costituzionale era l’unica identità possibile per un paese ridotto a mezza nazione dal nazionalismo etnico, la dittatura e la guerra. Una condizione che si diffonde, con la mondializzazione: tutte le nazioni hanno, nel globo, sovranità dimezzate. L’altro concetto formulato da Sternberger è quello di democrazia agguerrita. Alle violazioni delle leggi e agli abusi d’un singolo potere, la democrazia deve rispondere anche con la forza. In guerra si difende con le armi; in pace con le istituzioni, le leggi, le corti, perché queste si decompongono meno rapidamente e facilmente di un uomo o una maggioranza. Le istituzioni nascono quando l’uomo scopre il male, fuori e dentro di sé. Quando il politico, spinto esclusivamente da volontà di potenza, mostra di non tollerare confini e non riconosce, sopra di sé o al proprio fianco, poteri che frenino i suoi abusi. Quando smette, dice Ciampi, di essere compos sui: pienamente padrone di sé (intervista al Corriere della Sera, 11-12-09).

 

Limiti e contrappesi sono necessari anche quando l’espansione della volontà di potenza s’incarna nel popolo e nelle sue maggioranze: il popolo non ha innocenza e anch’esso può divenire despota, insofferente ai limiti. La democrazia che gli attribuisce sovranità assoluta non è già più democrazia. Anche questa è una lezione del Novecento: comunismo, fascismo e nazismo sono state escrescenze della democrazia, e tutte son partite dall’idea che il popolo-sovrano sia compos sui per natura. L’idea che l’uomo sia naturalmente buono è di Rousseau, e tende a squalificare sia il controllo esterno delle istituzioni sia il controllo interiore della coscienza, scriveva nel 1924 un altro filosofo conservatore, Irving Babbitt: «Con la scomparsa di questo controllo, la volontà popolare diventa solo un altro nome dell’impulso popolare» (Babbitt, Democracy and Leadership, 1924). Quel che avvince gli italiani, negli ultimi capi di Stato, è l’attitudine o comunque l’aspirazione a fissare uno standard, a farsi custodi non notarili ma perfezionisti della Costituzione.

 

Nel dizionario Battaglia, lo standard è «la norma riconosciuta o il criterio o l’insieme di norme o di criteri a cui devono fare riferimento o a cui si devono uniformare attività, servizi, comportamenti, metodi operativi o di lavorazione, e in base ai quali sono valutati». Quando vengono meno gli standard i popoli tendono a guardare non verso l’alto ma verso il basso, e il chiasso che ne esce si fa spettrale come nelle parole di Tucholsky. BARBARA SPINELLI LS 13

 

 

 

 

Di Pietro: «Clima da scontro di piazza. C'è il rischio di un'azione violenta»

 

Il leader Idv: «Berlusconi non può fare come gli pare». Bersani: «Se premier strappa, avrà reazione dura»

 

ROMA - «Berlusconi pensa che dopo aver vinto le elezioni tutto sia cosa sua e pensa di poter fare come gli pare. È bene che vada a casa». Antonio Di Pietro torna a chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio. E dopo l'intervento del premier a Bonn contro la Consulta e «il partito dei giudici», il leader dell'Italia dei Valori afferma che «c'è un clima da scontro di piazza. Il Governo è sordo alle richieste dei cittadini e se non si assume responsabilità ci potrebbe scappare l'azione violenta».

 

LA POLEMICA - Immediata la reazione del Pdl. «Tutti quelli che si scandalizzano per le affermazioni del centrodestra, cosa diranno ora di fronte alle parole criminali e irresponsabili di Di Pietro che evoca azioni violente contro il governo andando in giro nelle piazze? - chiede il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri - Ci scapperà l'azione violenta, dice Di Pietro. Lo teme o lo augura? Il suo modo di agire, le manifestazioni che promuove, l'atteggiamento suo e dei suoi sodali è propedeutico alla violenza o la vuole condannare?». «Di Pietro - continua - è un irresponsabile da sempre. Ha avuto comportamenti disonesti e sarebbe bene che tutte le istituzioni, dico tutte le istituzioni, denunciassero e stroncassero con immediatezza questo linguaggio irresponsabile di una persona che è fuori da una condizione di lucidità mentale». Non si fa attendere la controreplica dell'ex pm: «I soloni del centro-destra la smettano di far finta di non capire! Accusano me di sobillare la piazza quando io ho solo lanciato l'allarme del rischio concreto che milioni di cittadini esasperati facciano saltare il banco».

 

BERSANI - Le frasi di Berlusconi pronunciate durante il congresso del Ppe restano comunque al centro della polemica politica. «È passato appena un anno e mezzo di legislatura e siamo già nel tumulto - afferma il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. - Berlusconi cerca di portarci sul terreno del plebiscitarismo, su un terreno da giudizio di Dio su di lui. Questo è un danno enorme per il Paese. Se fosse uno statista, come sostiene di essere, penserebbe al Paese e non a sé stesso». E se Berlusconi ricorresse alle elezioni anticipate: «Non so che farà il premier, ma di certo se Berlusconi strappa, credo si troverà di fronte ad una reazione molto dura». Una reazione che potrebbe attraversare la stessa maggioranza: «La maggioranza dovrebbe riflettere perché anche se Berlusconi ha il consenso, non vuol dire che sia il padrone. Sono convinto che anche fra coloro che hanno sostenuto Berlusconi, siano molti quelli che non lo seguiranno nella curvatura populista che sta mettendo in campo». «Il premier - prosegue il leader Pd - non si azzardi a dire che è uno statista, perché uno statista si preoccupa del suo Paese e non solo e unicamente dei problemi suoi. Il governo, oltre ai guai che sta facendo in Italia, credo stia creando un caso-Italia nel mondo. Ritengo che un'impostazione di questo genere - continua - stia facendo un danno rilevantissimo al Paese e rischi di scatenare l'allarme sulla situazione italiana, che è già di per sé molto complicata. In Europa conoscono bene il concetto di 'principio costituzionale'. A destra e a sinistra in Europa sanno bene che chi vince le elezioni non diventa il padrone del Paese ma deve mettere il proprio potere in equilibrio con gli altri poteri dello Stato che vanno rispettati». Bersani evita di addentrarsi nelle considerazioni espresse da Carlo Azeglio Ciampi, che si è domandato se il premier sia perfettamente padrone delle sue facoltà. «Ho già tanti mestieri da fare - ribatte Bersani- e quindi non vorrei mettermi a fare il dottore. Resterei alla politica e sottolineo le nostre preoccupazioni. Le giornate di ieri e di oggi ci testimoniano la gravità dei problemi che abbiamo di fonte, problemi economici e sociali. Noi tutti, invece, siamo sempre costretti a guardare ai problemi di Berlusconi. Queste picconate stanno distruggendo la casa comune».  CdS 11

 

 

 

 

Crisi e urne i due enigmi del Cavaliere

 

Berlusconi ieri ha negato di volere le elezioni, non perché non le voglia, ma perché non sa come arrivarci. Una delle cose più complicate, in Italia, infatti è ottenere lo scioglimento anticipato delle Camere. Nella Prima Repubblica c’era una sorta di regola non scritta: premesso che le elezioni anticipate dovevano essere considerate ufficialmente come un trauma assoluto, da accompagnare con lamenti, rimorsi e giuramenti di non farvi più ricorso, quando Dc e Pci, vale a dire i maggiori partiti di governo e opposizione, si mettevano d’accordo, lo scioglimento era fatto. Il Capo dello Stato, cui formalmente competeva la decisione, si limitava a registrarlo come un notaio. Anche questa regola, che aveva funzionato nel 1972, ’76, ’79 e ’83, come tutto, a un certo punto andò in tilt. Nel 1987, per ottenere le elezioni, la Dc dovette addirittura votare contro un suo governo. Nel ’94 le elezioni le decise praticamente Occhetto da solo, gli altri leader erano impicciati con Tangentopoli. Fu uno dei suoi più tragici errori, che aprì la strada a Berlusconi. Il quale, dopo il ribaltone, le avrebbe rivolute subito. Scalfaro riuscì a temporeggiare per un anno ancora, e si andò al voto nel ’96. Per dieci anni, fino al 2006, l’andamento delle legislature, malgrado la confusione politica imperante, tornò a essere, diciamo così, regolare.

 

Ma nel 2008 la caduta del cagionevole governo Prodi rese di nuovo necessario lo scioglimento anticipato. Non che il Capo dello Stato non avesse tentato di evitarlo: ma si trattò, più che altro, di una formalità: il presidente del Senato Marini, formalmente incaricato, fece un giro di consultazioni e tornò sconfortato al Quirinale per dimettersi. Ora i bookmakers di Montecitorio, malgrado le smentite berlusconiane, e in mancanza di regole e precedenti validi, si pongono qualche domanda. Pur essendoci un asse di ferro tra Berlusconi e Bossi, se la sentono, i due, di questi tempi, di aprire una «crisi pilotata»? E se gli scappa di mano? E se invece la aprono, Napolitano che fa? Chiama Schifani, il quale sarebbe anche più rapido di Marini a gettare la spugna? O chiama Fini e provoca una mezza rivoluzione nel Pdl? O chiama Letta, l’unico che godrebbe del necessario appoggio bipartisan per portare la nave fuori dalle secche? E Letta, in questo caso, come si comporterebbe? Sono questioni alle quali non è facile dare una risposta. Il guaio è che in queste ore le stesse domande se le sta facendo anche Berlusconi. MARCELLO SORGI

 LS 12

 

 

 

 

Premier colpito al viso dopo il comizio

 

Raggiunto da un contestatore mentre firma autografi. Raggiunto da un pugno al labbro, ora è in ospedale

 

MILANO - Silvio Berlusconi è stato colpito al viso da un manifestante subito dopo il suo comizio in piazza Duomo, a Milano. Il premier è stato centrato al volto da un pugno mentre si attardava nel salutare i fan che lo avevano raggiunto alla base del palco. Tra questi si era però infiltrato anche un uomo che, arrivato fino a ridosso del luogo in cui era parcheggiata l'auto del presidente del consiglio, è riuscito a eludere la sorveglianza e a colpire il premier.

FERMATO L'AGGRESSORE - Berlusconi in un primo tempo si è accasciato con il labbro sangunan te ed è stato fatto sedere all'interno dell'automobile dagli uomini della sua scorta, mentre altri agenti di polizia riuscivano a fermare l'autore dell'aggressione e a sottrarlo alla folla che, avrebbe voluto linciarlo. In un primo tempo si era parlato anche del lancio di un oggetto, ipotizzando addirittura che ad essere scagliato sia stata una riproduzione in miniatura del Duomo, di quelle vendute in tutti i botteghini della piazza. Di una statuetta, poi caduta e finita in mille pezzi, ha parlato anche Doriano Riparbelli, , responsabile organizzativo del coordinamento regionale del Pdl: «Un simpatizzante ha chiesto a Berlusconi di poterlo fotografare, poi ha tirato fuori il portafogli per dargli il biglietto da visita - ha riferito Riparbelli -. Berlusconi si è spostato per stringere la mano di altri simpatizzanti e a quel punto il contestatore lo ha colpito con una statuetta». A quel punto, secondo il coordinatore regionale del partito, «Berlusconi ha fatto come se stesse per svenire, poi si è tirato su, lo ha guardato negli occhi, è risalito in macchina, ha cercato di uscire dall'auto per parlare al contestatore e chiedergli la ragione del gesto. A quel punto la scorta ha trattenuto Berlusconi dall'uscire, è stato soccorso subito dal suo medico personale ed è stato portato al San Raffaele».

«SALVATO DAL LINCIAGGIO» - Un testimone, interpellato da SkyTg24, ha parlato della possibilità che l'uomo che ha sferrato il colpo indossasse un tirapugni e un altro ha precisato che quell'individuo «non sembrava normale». «L'aggressore - ha poi spiegato Ignazio La Russa che si trovava vicino a Berlusconi - l'abbiamo preso immediatamente, grazie alla polizia che l'ha letteralmente sottratto al linciaggio della folla. Se non ci fossero stati loro ne sarebbero rimasti soltanto pezzetti». L'uomo si chiama Massimo Tartaglia, classe 1967, di Milano, e non risulta avere precedenti penali. Però da tempo gli sarebbe stata ritirata la patente.

IN OSPEDALE - Berlusconi ha iniziato a sanguinare copiosamente dal labbro. E' stato trasportato all'ospedale San Raffaele per essere visitato e medicato da un medico di fiducia, ma prima di ripartire dalla piazza si è mostrato nuovamente ai suoi sostenitori nel tentativo di rassicurarli sulle sue condizioni.   Al. S. CdS 13

 

 

 

Mappe. Se il Carroccio diventa una Lega nazionale

 

In questi giorni concitati sembra che, in Italia, esista solo Berlusconi. Impegnato nella sua lotta quotidiana con quanti ce l'hanno con lui. Più o meno tutti, cioè. Persone e istituzioni. Magistrati e alte cariche dello Stato. E alleati che occupano alte cariche dello Stato, come il presidente della Camera Gianfranco Fini. Capo dell'opposizione di centrodestra. Anzi, dell'opposizione.

 

Eppure, oggi più che mai, l'attore politico più importante della maggioranza è la Lega. Le guerre personali e di fazione che agitano il Pdl e Berlusconi la rafforzano. D'altronde, il suo peso politico, negli ultimi anni, non ha smesso di crescere. Anzitutto, per motivi elettorali. Ha superato l'8% dei voti validi alle politiche del 2008 e il 10% alle europee del 2009. Tuttavia, nel 1996 - e anche nel 1992 - aveva ottenuto un risultato migliore. Ma allora correva da sola contro tutti. Oggi è al governo. I suoi elettori occupano circa un quarto dell'area di centrodestra, in Italia. Ma oltre il 40% nelle regioni del Nord (al di sopra del Po). Dove, alle elezioni politiche del 2008, si è imposta come primo partito in 800 comuni su circa 4000. Ma il suo peso politico è molto superiore a quello elettorale (come ha lamentato di recente Piero Ignazi sull'Espresso). Perché, senza la Lega, per Berlusconi, le elezioni diventano un azzardo. Lo ha sperimentato nel 1996. Non ci proverà più. E per evitare tensioni, alle prossime elezioni cederà la presidenza di - almeno - una grande regione del Nord.

 

La forza della Lega riflette, in modo simmetrico, le debolezze del principale partito di maggioranza. Il Pdl. E i tormenti del suo leader, Silvio Berlusconi. Il Pdl non è ancora un partito. Appare, invece, una somma di elettorati e di gruppi dirigenti, senza un'effettiva identità condivisa. Fin qui, alle elezioni ha raccolto fra 35 e il 37% dei voti validi. Più o meno la somma dei risultati ottenuti dai partiti da cui origina. I quali, tuttavia, continuano a operare divisi, a livello locale. C'è poi il problema della leadership. Certo: Berlusconi è indiscutibile, ma Fini lo discute. Quasi ogni giorno. In fondo: logora il carisma del "capo assoluto". Così Berlusconi è costretto a legarsi sempre di più alla Lega. Compatta: in Parlamento e sul territorio, guida una maggioranza spesso incerta e divisa. Ne costituisce la bussola. Orientata a Nord. Come i ministri-chiave del governo. Leghisti e no. Tremonti e Maroni, anzitutto. Poi Brunetta, Sacconi, Gelmini, Zaia. Scajola. Lo stesso La Russa, politicamente, è milanese. Il Sud. La Sicilia, un tempo bacino elettorale di FI, oggi contesa da altri soggetti regionalisti, è rappresentata - soprattutto e anzitutto - dal ministro Alfano. Impegnato a tempo pieno nella "guerra" contro i magistrati. Accanto al suo leader.

 

La Lega, dunque, garantisce un consenso essenziale al governo e al premier - in ogni occasione e in ogni materia. In cambio del sostegno alle politiche che le interessano maggiormente. A favore del Nord e in tema di sicurezza. Nel frattempo, sta ridimensionando la sua "eccezione", sul piano territoriale e sociale. Alle europee, ha colorato di verde le regioni rosse dell'Italia centrale. Dal punto di vista socio - anagrafico, continua ad attirare i piccoli imprenditori e i lavoratori dipendenti della piccola impresa privata. Ma, fra i suoi elettori, è cresciuta la presenza dei giovani. E, soprattutto, quella delle donne. Fino a 10 anni fa, era un partito maschio e maschilista. Oggi quasi metà del suo elettorato è composto da donne. Insomma, il suo elettore "medio" si è avvicinato alla "media sociale". Da cui si distingue per gli atteggiamenti: perché riassume - enfatizzate - le fobie del nostro tempo. Su queste paure - oltre che sulla radice territoriale - la Lega ha fondato la propria offerta politica, negli ultimi anni. E, al contempo, ha costruito l'identità politica della maggioranza di centrodestra. Più di quanto non abbia fatto lo stesso Berlusconi. Imprigionato in una sorta di autismo, che lo spinge a riproporre se stesso come mito ed esempio. Mito esemplare. L'italiano tipo. La Lega, invece, agita la società, ne ascolta il rumore. E lo amplifica con argomenti espliciti e un linguaggio violento. Con iniziative polemiche dall'intento simbolico ed educativo.

 

È la Lega degli uomini spaventati, che raccoglie le paure e le moltiplica. Capta la xenofobia e la riproduce.

È la Lega dei localismi, che intercetta lo spaesamento prodotto dalla globalizzazione. Dalla caduta del Muro e dei muri. Intercetta il distacco dallo Stato, dalle istituzioni, dalla Ue. E lo amplifica. È la Lega dei cattolici senza fede. Sorta nel vuoto prodotto dall'eclissi del sacro - per citare Sabino Acquaviva - e dalla secolarizzazione. Propone una nuova religione. Naturalmente secolarizzata. Senza Dio e senza chiesa. Sovente, contro la Chiesa. D'altra parte, nella sua base elettorale è maggioritaria la presenza dei cattolici non praticanti. Molti dei quali riducono la religione a una cornice del senso comune. Un sistema di valori e di credenze che usa la tradizione per "difendersi" dalla (post) modernità.

 

Il paradosso è che la Lega, in questo modo, si distacca dal suo specifico territoriale. Non ambisce (solo) alla "corona longobarda", come ha suggerito Gad Lerner su Repubblica. Sta, invece, mutando in "Lega Nazionale". Non solo perché il suo elettorato ha superato i confini del Po. Non solo perché è il perno del governo nazionale. Ma perché, con le sue polemiche, le sue politiche, le sue parole sta affermando un'idea di "nazione" piuttosto precisa a un paese dall'identià incerta. Attraverso l'opposizione agli stranieri, agli immigrati, all'Islam. Il distacco fra noi e gli altri. La Lega: rivendica il tricolore e la croce, uniti per dividere. Dagli stranieri. Fa riferimento esplicito al nostro "carattere nazionale". Evoca una "nazione" di individui e di localismi, che chiedono protezione allo Stato, ma ne diffidano. Invocano la tradizione e i suoi principi. Ma vogliono essere liberi da ogni regola. Da ogni limite. Correre felici a 150 all'ora. E oltre. Una Lega veloce. Nazionale. Mentre Berlusconi corre dovunque. Ma, alla fine, è sempre lì. Gira intorno a se stesso.

ILVO DIAMANTI LR 13

 

 

 

 

Autolesionismo e quei valori non negoziabili

 

Fragile. Maneggiare con cura. Questo andrebbe scritto in testa alla nostra Carta costituzionale, non solo per il testo che contiene, ma per il sistema politico che rappresenta, cioè un equilibrio trovato sessanta anni fa tra tutte le grandi tradizioni del Paese, un equilibrio che ci ha garantito in anni difficili, talora davvero drammatici, non solo il progresso sociale ed economico ma anche il rispetto fra le Nazioni.

Chi ha coscienza di questo capisce molto bene l’amarezza e la preoccupazione del presidente Napolitano di fronte alle impetuose affermazioni del premier Berlusconi. Il Capo dello Stato ha ripetuto quasi infinite volte nel corso dei suoi interventi in questa prima metà del suo settennato che la salvaguardia di quei valori di equilibrio istituzionale e di unità del Paese al di sopra delle pur legittime divisioni politiche era essenziale per il bene della Nazione. L’ha fatto con la misura che gli è consueta, cioè dichiarando apertamente che questo non significava difendere acriticamente ogni espressione scritta nella Carta, ma che le opportune modificazioni, dovevano essere trovate con un accordo molto largo e senza stravolgere i valori di ogni equilibrio costituzionale, valori che stanno nella divisione dei poteri reciprocamente responsabili gli uni verso gli altri della salute e della serenità della Nazione.

Berlusconi con il suo attacco a tutto campo proprio al sistema degli equilibri (neppure più solo a singoli interpreti di quelli) ha in realtà dato prova di un formidabile autolesionismo sotto due punti di vista: come vertice del governo del Paese, esponendolo ad una ulteriore diminuzione di prestigio in campo internazionale; come uomo politico, mostrando di non avere altre armi per una difesa che per altri versi è legittima della sua persona se non la drammatizzazione del tutto al di sopra delle righe.

Ci si chiede a cosa punti il premier con uscite di questo tipo. Non possiamo immaginare che sia tanto sprovveduto da pensare davvero di poter modificare a fondo la Carta costituzionale senza esporsi all’apertura di uno scontro quasi apocalittico. I tempi parlamentari previsti dall’articolo 38 della Costituzione per una riforma, che peraltro dovrebbe riguardare solo alcuni articoli e non l’impianto generale della Carta, sono lunghi (tre letture). Seguirebbe sicuramente un referendum confermativo dall’esito quanto mai incerto, e comunque combattuto in un clima tale da squassare il Paese. Difficile che Berlusconi pensi in quest’ottica a meno di non accreditare la lettura di un suo serio declino politico.

L’interpretazione più probabile è dunque che punti semplicemente ad alzare la temperatura dello scontro ad un livello tale da costringere tutti, i perplessi dentro la sua maggioranza e la parte responsabile dell’opposizione, ad accettare in fretta qualche legge che lo liberi dal ricatto dei processi. Magari anche a drammatizzare le prossime elezioni regionali.

Il gioco è estremamente pericoloso perché coinvolgere per questo fine gli equilibri istituzionali è semplicemente sproporzionato. Ci sono regole della convivenza politica che non vanno violate per nessuna ragione e ci sono linguaggi che un presidente del Consiglio non può permettersi neppure in una sede di partito.

Detto questo, si deve aggiungere, perché è giusto, che hanno giocato pesante anche varie componenti dell’opposizione, accumulando legna per un rogo che finisce per essere non quello del loro odiato bersaglio, ma quello del Paese.

L’amarezza e la preoccupazione del Capo dello Stato non sono solo comprensibili: sono quelle di tutti noi. PAOLO POMBENI IM 11

 

 

 

 

 

Pentiti, processi e immagine del Paese. Una commedia all'italiana

 

Dopo la commedia dell’arte e il melodramma l’Italia sembra avere inventato, per la gioia dei suoi osservatori più malevoli, un terzo genere teatrale: quello tragico e farsesco del processo all’italiana. I due ultimi spettacoli sono andati in scena a Perugia e a Torino con grande successo e ci hanno garantito per alcuni giorni un posto fisso sulle prime pagine della stampa internazionale. Il primo ha suscitato l’indignazione di molti americani, ma ha soddisfatto gli inglesi e ha esteso a molti altri Paesi il gioco della contrapposizione morbosa fra innocentisti e colpevolisti. Il secondo è stato visto e letto come il copione d’uno straordinario dramma sui rapporti fra mafia e politica.

Non tutti gli osservatori stranieri conoscono i meccanismi delle nostre procedure giudiziarie, e gli americani, in particolare, si sono accorti con sorpresa che il nostro processo, guarda caso, è molto diverso dal loro. Poiché nulla è tanto assurdo quanto ciò che non si riesce a capire, Perugia e Torino hanno contribuito a diffondere nel mondo l’immagine di una giustizia confusa e pasticciona. Nel caso del secondo, in particolare, il coro stonato delle reazioni politiche, a cominciare da quelle del presidente del Consiglio, ha dato a molti spettatori la sensazione di un Paese litigioso, pieno di pagine oscure e incapace di fare giustizia.

Esistono tuttavia voci più equilibrate. In un’intervista al New York Times sul processo di Perugia, un noto avvocato e professore americano, Alan Dershowitz, ha osservato che Amanda Knox potrebbe essere favorita in ultima analisi dall’esistenza in Italia di un processo di seconda istanza alquanto diverso dall’appello americano. E’ un processo ex novo in cui ogni prova viene nuovamente scrutata e pesata con esami più approfonditi. Ne abbiamo avuto la dimostrazione ieri a Palermo quando abbiamo constatato che la testimonianza di Gaspare Spatuzza era soltanto il passaggio necessario di una procedura soggetta a confronti e verifiche. E’ probabile che le discordanti testimonianze di Spatuzza e Filippo Graviano scatenino il gioco delle ipotesi sulle strategie della mafia. Ma ciò che conta, dal punto di vista processuale, è che il primo è stato smentito dal secondo. A questo punto tutti, incluso il presidente del Consiglio, farebbero bene a ricordare che i processi non sono partite di calcio in cui ogni gol suscita speranze di vittoria o timori di sconfitta. Sono percorsi logici in cui ogni ipotesi viene sottoposta a un esame della verità. Pensare che una testimonianza basti da sola a pregiudicarne l’esito e che da essa si possano trarre analisi politiche è sbagliato. Ai giudici non serve in queste occasioni una tumultuante giuria popolare. Serve soprattutto un po’ di silenzio. E poiché i migliori esempi vengono dall’alto, un Berlusconi più distaccato e paziente potrebbe aiutarci a convincere il mondo che l’Italia è meglio della sua attuale immagine.

Sergio Romano  CdS 12

 

 

 

Casini: «Un fronte anti Berlusconi. Fini? Ci saranno sorprese». E il Pd apprezza

 

Pier Ferdinando Casini lancia il guanto di sfida a Silvio Berlusconi: se il premier scegliesse di andare al voto anticipato, potrebbe trovarsi davanti uno schieramento unico dell'opposizione in difesa della democrazia.

 

«Se Berlusconi pensa di trasformare la democrazia italiana in una una monarchia, attaccando Napolitano e la Consulta, avrà risposte dure, nette, univoche e ci saranno sorprese», ha detto il leader dell'Udc a margine dell'assemblea del Movimento cristiano dei lavoratori, in corso a Roma.

 

Ufficialmente l'appello a unire le forze è rivolto a Pd e Idv, ma inevitabile che il pensiero corra anche a Gianfranco Fini dopo la durissima polemica degli ultimi tempi con il presidente del Consiglio. «Io mi auguro che questa partita non si giochi e che Berlusconi risolva i problemi del Paese, ma se pensa di utilizzare la questione giudiziaria per trasformare la nostra democrazia, avrà delle sorprese», ha risposto sibillino Casini a una domanda sul possIbile coinvolgimento di Fini nello schieramento.

 

Dal canto suo, il presidente della Camera non è voluto entrare nella questione, ma non ha rinunciato a una nuova frecciata polemica a Berlusconi. «Credo che sia giusto, quando si rappresenta l'Italia all'estero o comunque in un consesso internazionale, astenersi da qualsiasi commento che riguarda la politica italiana», ha detto da Stoccolma.

 

Molti i commenti sul ballon d'essai lanciato da Casini. «Io non ci credo, non credo che Casini ceda all'antiberlusconismo di maniera», ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Per Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, quella dell'ex presidente della Camera è «una sortita sconcertante e grave». Non vede spazi di manovra Claudio Scajola: «C'è un governo solido che va avanti e che ha la maggioranza degli italiani», ha assicurato il ministro per lo Sviluppo economico.

 

E dal fronte della sinistra arrivano le prime aperture. «Siamo d'accordo per uno schieramento che metta insieme tutte le forze anti Berlusconi ma a patto che si faccia una legge elettorale che riporti il Paese al proporzionale», ha detto Paolo Ferrero.

 

Nel pomeriggio Bersani e Franceschini hanno commentato positivamente le parole di Casini. L’U 12

 

 

 

Museruola ai diritti dei garanti

 

Nella crociata bandita dal presidente del Consiglio contro i due garanti della Costituzione - il Capo dello Stato e la Consulta - ogni giorno è giorno di battaglia. Ieri Berlusconi ha invitato seccamente il primo a interessarsi dell’uso politico della giustizia, invece di pensare ad altro. L’altro ieri ha accusato la seconda di congiurare con le toghe rosse contro i provvedimenti normativi del governo. Ma con quali munizioni spara il presidente Berlusconi? Non leggi, non decreti, non atti provvisti del gran sigillo dello Stato. No, si tratta semplicemente di parole. E sulle parole viaggiano umori e malumori, che a propria volta determinano il clima complessivo delle nostre istituzioni. Per misurarlo, più che un costituzionalista servirebbe un meteorologo. Anche la Costituzione, però, è intessuta di parole. Anche le sentenze della Corte. La loro colpa? Quella di consentire ai giudici di demolire ogni riforma, appellandosi a «un organo di garanzia trasformato in organo politico» - Berlusconi dixit - «che abroga le leggi fatte dal Parlamento». Non è così: la Corte non abroga le leggi, le annulla. Due parole, due significati, benché in entrambi i casi vi si rifletta una valutazione negativa sulla legge. Tuttavia l’abrogazione esprime un giudizio politico, che infatti spetta alle due Camere; l’annullamento un giudizio giuridico, in termini di validità costituzionale, e a pronunziarlo è per l’appunto la Consulta. Sennonché quest’ultima - secondo la dottrina Berlusconi - si comporta in realtà come un partito, nel senso che impone la sua agenda alla politica. Secondo errore. Ogni sentenza incide sul governo della polis, anche quella scritta da un giudice di pace. A maggior ragione quando la sentenza abbia una legge per oggetto, come succede alla Consulta. Non foss’altro perché le leggi rappresentano il veicolo della decisione politica, la sua forma specifica. Per evitare d’immischiarsene, i giudici costituzionali dovrebbero mettersi in pensione.

 

E tuttavia - aggiunge Berlusconi - come si spiega che la Consulta accenda sempre il rosso del semaforo sulle scelte del governo? Terzo errore. Nell’ultimo deposito di pronunzie costituzionali (il 30 novembre) quelle d’annullamento sono state 4 su 14, e in quelle 4 alcune altre questioni venivano respinte. La volta precedente (il 16 novembre) 2 su 17: l’11%. Significa che la Corte usa il farmaco dell’incostituzionalità con il contagocce, e dunque assolve quasi sempre il Parlamento. Lo fa questa Corte di comunisti col colbacco, lo hanno fatto tutte le altre Corti che l’hanno preceduta. Perché l’annullamento d’una legge è un fatto traumatico per la vita delle istituzioni, e perché almeno in quel palazzo prendono sul serio la «leale collaborazione» invocata da Napolitano. Che cosa rimane, allora, delle parole pronunziate dal presidente Berlusconi? Per l’appunto un clima, un’atmosfera di sospetti e di veleni. E questo clima serve a preparare una riforma costituzionale che metta la museruola ai due garanti. Sul metodo, nulla da eccepire: è la via più democratica per regolare i conti fra politica e giustizia, giacché l’ultima parola l’avremo noi elettori, attraverso un referendum. Sul merito, c’è una lezione che faremmo bene a ricordare, quando verrà il momento. È incisa nella Déclaration che scrissero i rivoluzionari francesi del 1789: «Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha Costituzione». michele.ainis@uniroma3.it   MICHELE AINIS  LS 12

 

 

 

 

 

L'abisso della Repubblica

 

Trenta metri, per coprire la distanza che separa la Sala della Protomoteca dalla Lancia blindata che aspetta il capo dello Stato per riportarlo al Quirinale. Ma in quei trenta metri, che Giorgio Napolitano e Gianni Letta percorrono insieme parlando del berlusconiano "editto di Bonn", si apre l'abisso della Repubblica.

 

Dottor Letta, come mai? Cosa sta succedendo?", chiede il Capo dello Stato, commentando il violento attacco alle istituzioni pronunciato dal premier al congresso del Ppe. "Presidente, da parte di Berlusconi non c'è nessun attacco nei suoi confronti, ci mancherebbe. Il suo è stato uno sfogo, e si può capire: si sente accerchiato, assediato dalle inchieste giudiziarie, braccato dagli avversari politici e dai giornali. Ha reagito, in modo duro. Ma non c'è nessuna intenzione di sfasciare le istituzioni...". E questo è tutto. Di più il sottosegretario alla presidenza del Consiglio non sa e non può dire.

 

Dunque neanche il "dottor Letta", l'uomo del dialogo, è in grado di spiegare a Napolitano qual è il demone che agita il Cavaliere, e fino a che punto voglia spingersi in questo suo dissennato "conflitto istituzionale permanente". Neanche il tenace tessitore di mille accordi riusciti o falliti (vedi patto della crostata) riesce a rispondere alla domanda cruciale che il Capo dello Stato gli ha rivolto, e continua a rivolgersi in queste ore di preoccupata, amareggiata riflessione sul Colle: cos'ha in testa, Berlusconi? Cosa spera di ottenere, da questo scontro sistematico con il Quirinale, la Consulta, la magistratura, il Parlamento, l'opposizione, la carta stampata? Qual è lo sbocco di questa guerra "eversiva", condotta nel cuore delle istituzioni e combattuta dall'esecutivo, contro il giudiziario e il legislativo? Letta non ha una risposta. E per questo Napolitano, oggi, non da altro fuoco alle polveri. Dopo la durissima "censura" dell'altro ieri, il presidente non raccoglie l'ennesima provocazione di Berlusconi, che da Bruxelles lo invita espressamente a preoccuparsi non delle sue mattane, ma piuttosto "dell'uso politico della giustizia", che è "il contrario della democrazia".

 

Il Capo dello Stato si limita a ribadire un appello, già troppe volte respinto: "Basta con le contrapposizioni esasperate".

 

Un esorcismo, o poco più. Napolitano è il primo a sapere che questa linea, che i costituzionalisti classici chiamerebbero da "magistratura d'influenza", con il Cavaliere non serve più. E probabilmente è il primo a sapere che anche la "moral suasion", che ha operato dai tempi di Einaudi, è ormai inutilizzabile: può funzionare quando c'è "leale collaborazione" tra le istituzioni, e quando c'è "piena condivisione" dei valori costituzionali. Ma tutto questo, nel turbine del "berlusconismo da combattimento", non esiste più. Il circuito repubblicano, se mai ha funzionato in questa legislatura, è andato irrimediabilmente in "corto".

 

A farlo saltare per sempre è stata la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte costituzionale. Quella sì, una "bomba atomica", per usare una metafora cara al presidente della Camera. Da quel momento, il premier ha ritirato fuori il suo peggiore armamentario culturale e temperamentale, rafforzato dalla solita visione plebiscitaria e populista del potere: spallate al sistema e frustate alle elite, teorema dell'anticomunismo e teoria del complotto.

 

"Bisogna capirlo...", è il mantra di Letta. E Napolitano l'ha capito allora, anche se non l'ha giustificato: quella pronuncia della Consulta, a caldo, poteva anche spiegare la "reazione violenta" che in effetti ci fu. Fu dopo quel terribile 7 ottobre che il premier sparò per la prima volta ad alzo zero sul presidente della Repubblica, "che si sa da che parte sta", e sui giudici della Corte "tutti in mano alla sinistra". Ma il dubbio che rimbalza sul Colle, adesso, è il seguente: che senso ha riportare l'orologio della politica indietro di due mesi e mezzo, e riaprire il fuoco con la stessa violenza, tanto più in un alto consesso internazionale come il Partito popolare europeo, e al cospetto di capi di governo del prestigio di Angela Merkel. Anche questo dubbio è tornato in ballo, nel breve colloquio con Letta. Condito da una postilla: possibile che il premier, in questi due mesi e mezzo, sulla giustizia non sia stato in grado di elaborare una "strategia minima", diversa da quella dello scontro frontale? Una riforma del sistema giudiziario è cosa buona e giusta, nell'interesse dei cittadini e dello Stato. Ma qui, di riforma, non c'è traccia. A meno che non si voglia considerare tale, e Napolitano non lo fa, l'inaccettabile "processo breve" o l'ingestibile "legittimo impedimento allargato".

 

"Chi svolge attività politica non solo ha il diritto di difendersi e di esigere garanzie quando sia chiamato personalmente in causa... Ha però il dovere di non abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata dell'operato della magistratura, e deve liberarsi dalla tendenza a considerare la politica in quanto tale, o la politica di una parte, bersaglio di un complotto della magistratura". In queste ore difficili, il presidente della Repubblica invita a rileggere l'intervento che pronunciò il 14 febbraio 2008, nella seduta plenaria del Consiglio superiore della magistratura, quando parlò dell'opportunità di una riforma della giustizia, ma fissò paletti molto precisi alla politica, chiamata a costruire il terreno propizio al cambiamento, senza logiche punitive o, peggio ancora, ritorsive. "Prediche inutili", purtroppo, se ascoltate in questi giorni di straordinaria "macelleria costituzionale".

 

Ma Napolitano, anche se il Cavaliere ha ricominciato a "sparare sul quartier generale", non intende arretrare dalla sua trincea del Piave. Per fortuna, con lui regge l'urto anche Gianfranco Fini che da terza carica dello Stato (più che da co-fondatore del Pdl) continua a fronteggiare l'offensiva scomposta del Cavaliere. Anche di fronte all'omertoso silenzio di Renato Schifani, che ha svilito il Senato a banale propaggine di Palazzo Grazioli. Anche di fronte allo scandaloso editoriale di Augusto Minzolini, che ha ridotto il Tg1 a volgare Agenzia Stefani di Palazzo Chigi.

 

Resta la domanda, sospesa e irrisolta: cos'ha in mente Berlusconi? Se davvero punta a far saltare il tavolo, e a portare il Paese alle elezioni anticipate, deve sapere che al Quirinale non c'è un "notaio" pronto ad eseguire i suoi lasciti. Intanto dovrebbe spiegare agli italiani perché si dovrebbe tornare a votare, compito tutt'altro che agevole anche per un "venditore" come lui. E poi Napolitano rimanda alle sue parole del 27 novembre: "Nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto il consenso dei cittadini-elettori". Tocca al Capo dello Stato verificare se quella fiducia è venuta meno, se esistono maggioranze alternative o se non resta altra via che lo scioglimento delle Camere. Questo prevede la nostra Costituzione, l'unica "bibbia civile" riconosciuta dalla Repubblica italiana. Almeno fino a quando Berlusconi non sarà riuscito a sfasciare anche quella. MASSIMO GIANNINI  LR 12

 

 

 

 

Il ministro Fitto rinviato a giudizio

 

Il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, è stato rinviato a giudizio per i reati di corruzione e illecito finanziamento ai partiti in concorso con l'imprenditore ed editore romano (di Libero e del Riformista) Giampaolo Angelucci, anch'egli rinviato oggi a giudizio. È stato prosciolto da vari altri reati tra i quali associazione per delinquere e concussione. Lo ha deciso poco fa il gup del tribunale di Bari Rosa Calia Di Pinto. I fatti si riferiscono al periodo in cui Fitto era presidente della Regione Puglia.

 

I reati di corruzione e di illecito finanziamento ai partiti contestati al ministro fanno riferimento a una presunta tangente di 500.000 euro che l'editore Angelucci avrebbe versato al partito di Fitto 'La Puglia prima di tutto' per ottenere - secondo l'accusa - nel 2004 l'aggiudicazione dell'appalto settennale da 198 milioni di euro per la gestione di undici Residenze sanitarie assistite (Rsa). Oltre che per i reati di corruzione e illecito finanziamento, Fitto è stato rinviato a giudizio per due contestazioni di abuso d'ufficio e per un peculato che avrebbe riguardato fondi riservati alla presidenza della Regione, tutti episodi minori nell'ambito dell'inchiesta. È stato prosciolto, oltre che dalle accuse di associazione per delinquere e concussione, da tre contestazioni di falso.

 

«L'impostazione accusatoria risulta demolita dalla sentenza del gup. Eliminata l'associazione per delinquere con 'copertura politica', eliminata la concussione, eliminati i falsi, ridimensionata fortemente l'ipotesi di corruzione alla sola fase finale (che è facile dimostrare essere inconsistente), il processo nei confronti di Raffaele Fitto può ritenersi polverizzato». Lo ha detto uno dei difensori di Fitto, Francesco Paolo Sisto, dopo la lettura del provvedimento del giudice di Bari. «Finalmente - ha sottolineato il legale - la presenza di un giudice terzo è servita a fare luce dopo il buio pesto della fase delle indagini». L’U 11

 

 

 

 

«Il Cavaliere va mandato a casa».

 

Bersani: in piazza per fermarlo. Casini: premier incendiario, non è il re

 

ROMA - Dopo il discorso di Bonn del Cavaliere, lo scontro è al calor bianco e le parole dei contendenti si adeguano all’escalation. Così Pier Luigi Bersani non esita a usare un lessico che finora era delle anime più dure dell’opposizione: «Berlusconi va mandato a casa sul serio perché non si sa più cosa abbia in testa con queste frasi violentissime e sconsiderate per di più pronunciate all’estero. Il Pd - dice il segretario nel corso della prima delle mille iniziative che mobiliteranno il partito nelle piazze tra oggi e domani - si impegnerà a costruire un’alternativa per fermare la curva plebiscitaria del premier. Oggi abbiamo un motivo in più per andare in piazza. Evidentemente il Cavaliere allude a un sistema che non è il nostro, ad una Repubblica non costituzionale. Lo dica, ma noi gli impediremo di portarci dove vuole lui». Il leader dei democratici afferma inoltre di «non escludere di poter assistere nei prossimi mesi ad un tentativo di Berlusconi di forzare la mano, andando magari ad elezioni anticipate».

Durissimo con il premier anche Pier Ferdinando Casini: «Sono rimasto allucinato dal discorso di Berlusconi al congresso del Ppe. Il primo errore è quello della sede: non si va all’estero per dare un’immagine del nostro Paese così autolesionista. Il premier deve avere la consapevolezza democratica che chi vince le elezioni non è il padrone o il re del Paese. Deve capire che esiste un capo dello Stato, una Corte costituzionale, un Parlamento». Il leader dell’Udc che - al pari di numerosissimi esponenti del Pd - si schiera tutto dalla parte di Napolitano, osserva inoltre che Berlusconi dovrebbe capire di «non potersene uscire con un discorso incendiario e pieno di contraddizioni proprio mentre si sta avviando un clima migliore sulle riforme. Ma purtroppo - conclude Casini - il suo difettuccio è di essere allergico a chi non la pensa come lui, chiunque lo contraddice diventa complice della sinistra».

Ad insorgere contro le parole del presidente del Consiglio è naturalmente anche l’Associazione nazionale dei magistrati, parte dei quali accusati dal Cavaliere di essere «comunisti». In una nota dell’Anm, il presidente Palamara, il segretario Cascini e il vicepresidente Natoli affermano che «la magistratura italiana non accetta classificazioni e inquadramenti forzati, che di volta in volta la colorerebbero di rosso o di nero». Premesso che «per fortuna di tutti c’è la Costituzione a prevedere organi di garanzia e di controllo all’operato di qualsiasi potere e ordine, magistratura compresa», il vertice dell’Anm si chiede polemicamente «se l’immagine del Paese all’estero, e la corretta conoscenza del sistema giudiziario italiano e dei suoi organi di garanzia siano messi a repentaglio più dalle sentenze delle Corti d’assise, dalle indagini e dai libri sulla mafia, o piuttosto da interventi pronunciati da tribune europee che, in un colpo solo mettono in dubbio la legittimazione e l’indipendenza del presidente della repubblica, della Corte costituzionale e dell’intero ordine giudiziario».

Anche l’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani, lamenta il «momento difficile per la democrazia italiana», chiamando alla «più ampia unità degli antifascisti e dei democratici». Mentre di «ennesimo, indecente show del presidente del Consiglio» parla la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, osservando che «l’ossessione per i suoi problemi giudiziari impedisce addirittura al premier di parlare d’altro anche in consessi internazionali». Molto preoccupato anche l’ex presidente della Camera Luciano Violante: «Quando un capo del governo fa dichiarazioni simili lo Stato viene distrutto: sono parole incommentabili, non degne di un Paese civile». Ad andare per le spicce è Antonio Di Pietro: «Berlusconi sta stracciando la Costituzione: prima riduce il Parlamento a un suo servizio privato, ora vuole eliminare la Consulta. Se non è fascismo questo, che cosa ci vuole, l’olio di ricino?», si chiede il leader dell’Italia dei valori, mentre un suo seguace Felice Belisario, capogruppo dei dipietristi al Senato, in riferimento al passaggio più osé del Cavaliere a Bonn, chiosa: ”Anche gli alberi di Natale hanno le palle, ma non pretendono di fare il presidente del Consiglio». MARIO STANGANELLI IM 11

 

 

 

Il racconto. Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli

 

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009?

 

Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.

"Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?".

"Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere.

Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.

 

Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...".

 

L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".

 

Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.

 

In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina". "Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere.

 

Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?".

 

Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi".

 

Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì, sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato.

 

Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...".

 

Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.

 

Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!".

 

Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.

 

Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.

 

Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana. Pap Khouma LR 12

 

 

 

 

Frontalieri. La dichiarazione dei conti esteri proprogata al 30 aprile 2010

 

Roma, 11.12.09 – “Con il riconoscimento della proroga il Ministro Tremonti ha dato un’attenzione crescente e concreta al problema dei lavoratori frontalieri delle provincie lombarde evidenziato in una molteplicità di tavoli tecnici che ci hanno visti impegnati in prima linea insieme ai tecnici del Dicastero delle Finanze, nonché ai referenti dell’Agenzia delle Entrate, in ultimo lo scorso 30 novembre”. E’ quanto dichiarano Franco Narducci (Pd) e Aldo Di Biagio (PdL), deputati eletti nella Ripartizione Europa, in una nota congiunta commentando l’importante risultato ottenuto sul versante delle tutele dei lavoratori frontalieri  il cui obbligo di dichiarazione dei conti esteri definito dalle circolari dell'agenzia delle entrate 48/E e 49/E, e fissato originariamente entro il 29 dicembre,  è stata prorogato al 30 aprile 2010, così come notificato da un comunicato dell’agenzia dell’Entrate.

“In queste settimane abbiamo inteso evidenziare con forza al ministro dell’Economia – hanno sottolineato i due deputati eletti all’estero – le difficoltà che la circolari 48/E e 49/E dell’Agenzia dell’Entrate avrebbero comportato ai tanti lavoratori italiani frontalieri che non avrebbero potuto ottemperare alle disposizioni da queste indicate, sia per i tempi ristretti sia in virtù del numero consistente dei lavoratori interessati che ammontano a circa 55.000”.

“Accogliamo con sincera soddisfazione questa proroga, - concludono - che si configura come un lieto riscontro al lavoro che abbiamo svolto in sinergia finora nel pieno rispetto dei nostri connazionali che con il loro lavoro contribuiscono alla crescita dei comuni in cui vivono, e dell’intero Paese”. De.it.press

 

 

 

 

Khouma, l'ira del ministro "Il razzismo va denunciato"

 

La Carfagna: shock per il racconto-verità dello scrittore - "Fatti così sono gravi, soprattutto negli enti pubblici. Siamo pronti a sanzionarli" - di CARLO BRAMBILLA

 

MILANO - "Ogni forma di discriminazione è assolutamente inaccettabile ed è tanto più grave se viene commessa da un dipendente pubblico. Il primo modo per cancellare questi episodi di razzismo, o più spesso di semplice ignoranza, è denunciarli, segnalandoli alle autorità competenti". La reazione del ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, arriva immediata dopo la lettura del racconto fatto ieri dallo scrittore italiano di colore, Pap Khouma, sulla prima pagina di Repubblica.

 

Khouma, aveva descritto la difficile vita a ostacoli di un cittadino regolare, con passaporto italiano, ma con la pelle nera. Dall'ufficio anagrafe del Comune di Milano, dove gli chiedono il permesso di soggiorno, alle piccole discriminazioni nella quotidianità della strada, del condominio, in metropolitana e sui mezzi di trasporto. Un racconto che, in modo più o meno drammatico, è noto a tutti i cittadini di colore italiani.

 

Il ministro ricorda la creazione di uno strumento, appena potenziato, l'Unar, l'Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità (numero verde per le segnalazioni 800901010): "Questo ufficio approfondisce tutti gli episodi segnalati, ha potere ispettivo e sanzionatorio. E può essere attivato con una semplice telefonata. Ci vorrà forse ancora un po' di tempo, ma sono certa che presto tutti troveranno naturale vedere che, a differenza di quanto purtroppo si sente dire in qualche stadio, "esistono italiani di colore"".

 

Conferma molte delle situazioni raccontate da Pap Kholuma, anche il giovane attore romano Said Sabrie, di origine somala, protagonista del film Good Morning Aman, del regista Claudio Noce. Nato vent'anni fa a El Paso, in Texas, ma cresciuto in Italia, dove ha frequentato l'asilo, le elementari e le superiori, Said Sabrie non racconta, per fortuna, gravi atti di razzismo nei suoi confronti, ma una serie infinita di piccole intolleranze.

 

"Vivo da quando sono nato nel quartiere Ostiense-Garbatella, dove tutti mi conoscono. Ma se vado, per esempio alla stazione, con Claudio, che ha la pelle bianca, spesso fermano me e mai lui. Vogliono vedere il mio biglietto, mi controllano. E solo quando Claudio dice che sono con lui mi fanno andare". Non solo. "Quando avevo, fino a poco tempo fa una fidanzata bianca, mi sentivo sempre addosso gli occhi della gente. Occhiate insistenti che non dimenticherò mai. Quando mi capita di prendere la mia bicicletta, in strada, spesso mi chiedono se la sto rubando. E se mi siedo in metropolitana qualcuno allontana la borsa".

 

Sensazioni che ha provato in vita sua anche il calciatore nigeriano Hugo Enyinnaya, oggi nel Meda Calcio, che ha giocato in passato nel Bari con Cassano. Anche se per lui in Italia si sta molto meglio che in altri paesi europei: "Ho giocato dal 2004 al 2009 in Polonia. Là sì che il razzismo è palpabile. Mi chiamavano "scimmia", mi lanciavano le banane e cinque volte mi hanno aggredito. Qua per fortuna non mi è mai successo". LR 13

 

 

 

 

A proposito dei “Totem”. Perchè i Patronati sono esclusi?

 

Mario Castellengo (Cgie/Ital-Uil): “Chi e perché non vuole avvalersi del supporto gratuito dei patronati per far funzionare meglio la rete consolare?”

 

ROMA - Da qualche mese ogni circostanza è buona per i dirigenti del MAE, per il Sottosegretario sen. Alfredo Mantica e per il governo italiano, per tranquillizzare gli utenti della rete consolare che la chiusura di 12 Uffici in Europa, 2 negli Stati Uniti, 2 in Australia ed il declassamento di 4 Consolati Generali, non comporteranno problemi nei servizi erogati, grazie al Consolato digitale utilizzabile tramite internet. Inoltre, come afferma il governo, “(..) per agevolare gli utenti e familiarizzare con questi servizi verranno utilizzati appositi totem,  computer volti a rendere possibile l’accesso ai servizi consolari a distanza anche a coloro che non ne sono provvisti (computer) o non sono in grado di utilizzarlo. I totem saranno installati all’interno di sportelli consolari (ove sarà offerta l’assistenza di personale specializzato) ed eventualmente anche in altre strutture facenti capo al Ministero degli Esteri”.

  Premesso che ben un quarto (un milione) degli iscritti all’AIRE sono emigrati ultrasessantacinquenni tradizionali utenti dei patronati che, dubitiamo, possano aver dimestichezza con un computer e quindi con internet, abbiamo già posto sia al MAE che al governo (purtroppo senza ricevere una risposta!) la domanda del perché non si sia incluso anche gli uffici dei patronati tra i luoghi dove collocare questi totem. Una domanda che non ci stancheremo mai di porre agli interessati tenendo conto del servizio che da sempre svolgono i patronati a favore delle comunità italiane nel mondo, anche in stretta collaborazione con la rete diplomatico-consolare. Ma perché i soli patronati del CE.PA. (Acli-Inas-Inca-Ital) dispongono all’estero di una rete capillare di ben oltre 600 sedi e quindi molto più diffusa sul territorio della stessa rete consolare. Con un’organizzazione che ha permesso loro, per esempio, anche quest’anno, di assistere ben 170.000 pensionati nel compilare  e restituire all’INPS i consueti modelli RED che invia annualmente l’Istituto previdenziale italiano.

  Chi e perché, a livello di Ministero degli Affari Esteri e di governo, non vuole avvalersi del supporto gratuito dei patronati per far funzionare meglio la rete consolare? Una domanda che è stata posta anche ai responsabili degli Uffici consolari italiani nel corso della Seconda Giornata di mobilitazione mondiale organizzata il 10 dicembre dai sindacati dei pensionati Spi/CGIL-Fnp/CISL-UILP per presentare le rivendicazioni dei pensionati e degli anziani italiani residenti all’estero.

Mario Castellengo, membro CGIE in rappresentanza dell’ITAL UIL

 

 

 

Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil sulla Giornata di mobilitazione del 10 dicembre

 

La voce dei pensionati italiani negli incontri in decine di sedi consolari

 

  ROMA - La “Giornata di mobilitazione internazionale per i diritti e la dignità dei pensionati italiani all’estero”, che i Sindacati dei pensionati Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil hanno promosso per il secondo anno consecutivo, si è tenuta il  10 dicembre. Centinaia di pensionate e pensionati italiani, con i loro patronati, si sono recati in decine di ambasciate e sedi consolari nei Paesi della nostra emigrazione per illustrare i loro problemi e chiedere un intervento di Ambasciatori e Consoli sul Governo italiano perché venga data positiva soluzione ai loro problemi più urgenti.

  Dall’Australia al Canada, dall’Europa alle Americhe, la voce dei pensionati  - è detto in una nota sindacale - si è espressa anche con la consegna a Consoli e Ambasciatori di una lettera dei segretari generali dei Sindacati dei pensionati e dei presidenti dei Patronati. A Londra come a Berna, a Sidney come a Melbourne; a Sarajevo, a Lima, a Montreal, a Buenos Aires, a Basilea, a Cordoba, a Montevideo, a Mendoza; a Zurigo, a Losanna, a Ginevra, a Lugano; ad Amsterdam; a Lilla e a Mulhouse, in Francia, e in altre decine di sedi consolari, la risposta di ambasciatori e consoli è stata improntata ovunque alla massima attenzione verso i problemi posti, del resto ampiamente conosciuti e condivisi, così come unanime è stata la loro disponibilità a segnalare al Governo italiano l’avvenuto incontro e i problemi affrontati.

  Le difficoltà della nostra emigrazione sono del resto così evidenti e così preoccupante il loro continuo aggravarsi che in Argentina si è reso necessario integrare le richieste comuni presentate nel resto del mondo, con una richiesta specifica sulla situazione dell’assistenza sanitaria che dal primo gennaio non sarà più garantita a più di tremila anziani in povertà emigrati nel grande paese del Sud America. A causa dei tagli alle risorse per gli italiani all’estero dal 1° gennaio infatti il 40% degli oltre ottomila anziani assistiti da una convenzione del Governo italiano con la Swiss Medical perderanno il diritto all’assicurazione sanitaria, mentre i cinquemila che continueranno ad usufruirne si vedranno ridotte le prestazioni fin qui erogate.

  Una situazione di insostenibilità che si affianca a quelle per le quali già i sindacati dei pensionati avevano chiesto al Governo precise risposte che continuano a mancare, così che oggi gli anziani emigrati sono colpiti due volte: dalla crisi internazionale che non risparmia i paesi dove vivono e dai tagli che tolgono risorse all’assistenza che Consolati e convenzioni garantivano.

  La voce che il 10 dicembre si è unanimemente levata in tutto il mondo è quindi un forte monito al nostro Governo e all’intero Parlamento, perché un Paese che ha conosciuto il suo sviluppo anche grazie alle rimesse dei nostri emigranti oggi non può ripagare in questo modo proprio coloro che a quello sviluppo contribuirono in prima persona.

  Contiamo che, come già si è espresso unanimemente il Comitato permanente sugli Italiani all’estero della Camera dei Deputati, così anche il Governo e l’intero Parlamento  - così termina la nota sindacale - sappiano trovare condivise, positive e urgenti risposte alle richieste presentate da Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil, perché nessuno può più fingere di non aver sentito la voce dei pensionati levatasi il 10 dicembre in tutto il mondo. (Inform)

 

 

 

 

Micheloni e Randazzo (Pd) sull’approvazione in Senato della mozione condivisa sugli uffici consolari all’estero

 

  ROMA - Sull’approvazione da parte del Senato della mozione sugli Uffici consolari all’estero - condivisa dal Pd (con l’adesione anche della senatrice Mirella Giai del Maie) e dalla maggioranza Pdl-Lnp - intervengono con una nota i senatori del Pd eletti all’estero Claudio Micheloni e Nino Randazzo, osservando innanzitutto che “all’ampio dibattito hanno partecipato rappresentanti di tutti gli schieramenti politici, in assenza dei parlamentari del Pdl eletti all’estero”.

  Il 10 giugno scorso, il Governo aveva comunicato alle commissioni Affari Esteri di ambedue le Camere le linee portanti del processo di razionalizzazione della rete degli uffici consolari all’estero da attuarsi tra la fine del 2009 e il 2011. Tale processo prevede attualmente la chiusura di 18 sedi consolari (13 in Europa, 2 negli Stati Uniti, 2 in Australia, 1 in Sud Africa), la chiusura dell’Ambasciata di Lusaka in Zambia e il declassamento di 4 consolati generali a consolati.

  Con la mozione si chiede al Governo: di mantenere un costante confronto con il Parlamento per definire le modalità del piano di razionalizzazione degli uffici diplomatici; di avviare un confronto con le Commissioni parlamentari competenti per una valutazione strategica del ruolo della rete degli uffici all’estero; di intraprendere, contestualmente, la realizzazione del processo di riorganizzazione dell’amministrazione centrale del ministero degli Affari Esteri.

  Il Governo, rappresentato dal sottosegretario Mantica, ha accolto la mozione, sollecitandone una riformulazione, riaffermando la posizione del Governo che ribadisce la necessità di una riforma della rete consolare. Ha dichiarato altresì la disponibilità ad aprire quanto prima e nelle appropriate sedi parlamentari, un confronto da tenere nello spirito della mozione.

  Soddisfatti, i senatori Micheloni, Randazzo e gli altri firmatari della mozione (Bettamio, Amoruso, Musi, Marcenaro, Palmizio, Filippi A., Carrara, Perduca, Pinotti, Marinaro, Pegorer, Livi Bacci, Tonini, Compagna, Gasbarri, Bertuzzi, Divina, Monti, Cagnin, Zanetta, De Sena, Bonino, Giai) auspicano che il piano attuale di riassetto della rete degli uffici consolari e diplomatici all’estero, venga sospeso e che, con l’inizio dell’anno nuovo, possa essere intrapreso un rapido percorso di confronto con il Governo, al fine di formulare principi condivisi che permettano al Governo la realizzazione di un progetto di riforma che rispecchia i contenuti e lo spirito della mozione votata all’unanimità. (Inform)

 

 

 

Il Natale siciliano 2009 attorno al presepe: mandare le foto a Sicilia Mondo entro il 15 dicembre

 

Caro Presidente e collaboratori, tutti, in seguito alla richiesta di numerosi collaboratori, anche quest’anno ospiteremo nel numero di Novembre/Dicembre della rivista il messaggio natalizio, uno spazio di 4 righe lineari – che vorrai mandare a “Sicilia Mondo” e  agli altri siciliani che vivono in Sicilia e nelle altre parti del mondo. 

Leggere i vostri messaggi, l’uno dopo l’altro,  su Sicilia Mondo, significa vedere scorrere davanti agli occhi la nostra immagine e quella di tantissimi Presidenti ed amici, significa provare l’emozione di sentirsi più vicini, più uniti, più famiglia tra di Noi. Significa soprattutto rivivere la magia del Santo Natale sognando per un momento di stare insieme.

Un messaggio circolare, con la voce di tutti Noi, che dice: Ti voglio bene , Buon Natale a Te e famiglia. Il messaggio dovrà pervenire  entro il 15 dicembre per consentire di stampare Sicilia Mondo in pieno Natale. Anche quest’anno, per vivere meglio ed in pieno il Nostro natale, vogliamo riproporre  “Il Natale siciliano 2009 attorno al presepe” da allestire nelle nostre case.

Il presepe  vuole essere il messaggio aggregante per dire ai siciliani tutti: viviamo questo Natale insieme per sentirci tutti figli di una grande Sicilia, la nostra Sicilia. Mandami le foto del Tuo presepe, con attorno la tua famiglia. Pubblicheremo nel prossimo numero le foto prime classificate.

Al vincitore del presepe più bello, Sicilia Mondo offrirà ad un componente della famiglia un soggiorno di 7 giorni in Sicilia, comprese le spese di viaggio.

Aspetto di leggerTi.  Ti voglio bene e Ti saluto affettuosamente.

Azzia – Presidente “Sicilia Mondo”

 

 

 

 

Losanna. I Patronati  consegnano al console Barattolo un documento sui diritti dei pensionati all’estero

 

Fra le richieste il riconoscimento dell’assegno di solidarietà per gli anziani indigenti e dell’esenzione Ici sulla prima casa anche ai connazionali nel mondo

 

Losanna – Una rappresentanza dei patronati Inca - Cgil, Inas-Cisl  Acli e Ital - Uil,  su invito del CEPA Svizzero, hanno incontrato il console generale d’Italia a Losanna Adolfo Barattolo per illustrare i punti salienti della piattaforma unitaria sui diritti dei pensionati all’estero. Lo rende noto Grazia Tredanari, presidente del Comites Vaud-Friburgo, che, oltre ad una breve cronaca dell’evento, propone anche alcune riflessioni.  

  Nel documento unitario, che è stato presentato al console generale, viene chiesto il riconoscimento dell’assegno di solidarietà per gli anziani nati in Italia a residenti all’estero in condizioni di povertà; il ripristino del diritto all’assegno sociale per gli anziani che rientrano in Italia, senza l’obbligo dei dieci anni di residenza continuativa; la soluzione dei problemi ancora presenti nel pagamento delle pensioni italiane all’estero; l’esenzione dell’Ici sulla prima casa in Italia, se non affittata, anche per gli italiani all’estero; la soluzione del problema degli indebiti pensionistici maturati senza dolo e la ratifica degli accordi bilaterali, con la stipula di nuove Convenzioni internazionali e l’aggiornamento di quelle non più attuali.

  La delegazione si è soffermata sulla necessità di eliminare ogni discriminazione nei confronti dei nostri connazionali all’estero, come ad esempio quella della mancata esenzione dall’Ici,sulla prima casa, e di rendere più sistematici i controlli sui redditi dei pensionati nel mondo, in modo da evitare inutili indebiti. Durante l’incontro si è anche parlato della ristrutturazione della rete consolare. Su questo punto Grazia Tredanari sottolinea come la riduzione delle sedi consolari, nonostante l’introduzione di nuovi supporti tecnologici dalla dubbia riuscita, rischi di tagliare servizi essenziali per i nostri connazionali. “Perché allora, se si chiudono i Consolati e non si intendono mantenere le agenzie, - si chiede il presidente del Comites proponendo una soluzione alternativa - non si provvede ad ampliare i servizi dei patronati? Questioni politiche, di opportunità, di competenze, pare! In realtà - prosegue la Tredanari - i patronati sono istituzioni che da anni danno prova della loro funzionalità e che vedono le loro mansioni aumentare, anche se non sono del tutte riconosciute dal punteggio che testimonia il riconoscimento lavorativo. Sono già sottoposti a controlli da parte di istituzioni italiane ed hanno dato prova di affidabilità e serietà, essendo anche soggetti alla normativa locale”. (Inform)

 

 

 

 

L’Italia del Risorgimento: dall’italiano dello Stato preunitario alla lingua dei migranti

 

Nell’ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la Società Dante Alighieri, la Fondazione Bellonci e l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano organizzano tre giorni dedicati al cammino linguistico e culturale del nostro Paese, dallo Stato preunitario e risorgimentale ai flussi migratori che hanno trasformato la lingua e la cultura in importanti strumenti di integrazione

 

Quale italiano abbiamo parlato dopo il 1860? È cambiato il ruolo della nostra lingua dopo l’Unità d’Italia? Quanto ha influito il Risorgimento nella nostra cultura? Questi e altri saranno i temi che verranno trattati nelle giornate di studio promosse dalla Società Dante Alighieri in collaborazione con la Fondazione Bellonci e con l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, in programma a Roma nei giorni 16, 17 e 18 dicembre prossimi dal titolo “Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento: dall’italiano dello Stato preunitario alla lingua dei migranti”. Per l’occasione sarà conferita l’Alta Benemerenza “Pasquale Villari” al Presidente Emerito della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, per la sua straordinaria sensibilità nella tutela e diffusione della lingua italiana durante gli anni dei suoi più alti incarichi istituzionali.

L’iniziativa prenderà il via ufficialmente mercoledì 16 dicembre alle ore 17 presso la sede della Società Dante Alighieri (Piazza Firenze 27, Roma) con la presentazione del volume di Lucio Villari, Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento (Edizioni Laterza), alla quale interverranno, oltre all’autore: l’Ambasciatore Bruno Bottai, Presidente della “Dante”; Giorgio La Malfa, Presidente della Fondazione Ugo La Malfa; Giuseppe Parlato, Presidente della Fondazione Ugo Spirito; e Paolo Peluffo, Vicepresidente della “Dante”.

La seconda giornata sarà aperta - giovedì 17 dicembre alle ore 10 a Roma presso la Sala Conferenze del Complesso del Vittoriano (lato Ara Coeli) - dai saluti del Sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri, Alfredo Mantica, del Presidente dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Giuseppe Talamo, e dell’Ambasciatore Bottai, e sarà caratterizzata dalla Tavola Rotonda sul tema “Dall’italiano dello Stato preunitario all’italiano dei migranti”, con gli interventi di Marina Formica (Università di Roma “Tor Vergata”), Aldo Ricci (Sovrintendente dell’Archivio Centrale dello Stato) e Franco Salvatori (Presidente della Società Geografica Italiana). Seguiranno la firma della Convenzione tra la Società Dante Alighieri e l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, e la visita guidata al Museo dell’Emigrazione Italiana. Nel corso della mattinata saranno consegnate le Benemerenze per l’Arte e la Cultura a personalità che si sono distinte nei vari settori per la promozione della nostra cultura in Patria e all’estero: Maria Giulia Aurigemma, Bruno Caruso, Giuliano Compagno, Paolo Conti, Isabella Donfrancesco, Piero Dorfles, Antonio Galdo, Enzo Golino, Fabio Isman, Amara Lakhous, Federico Masini, Neri Marcorè, Manfredi Nicoletti, Vittorio Nocenzi, Aldo Onorati, Andrea Pontarelli, Tommaso Ricci, Nicola Todaro Marescotti, Pier Luigi Vercesi e Vincenzo Zingaro. Nel pomeriggio - a partire dalle ore 17 in Palazzo Firenze (Piazza Firenze 27, Roma) - sul tema “L’Unità d’Italia, unità linguistica” dibatteranno il musicista Alessio Vlad, Pasquale Chessa (Università di Roma “La Sapienza”), Andrea Ciampani (Università LUMSA di Roma), Lucilla Pizzoli (Libera Università degli Studi “San Pio V”), Giuseppe Parlato (Presidente della Fondazione Ugo Spirito) e Marco Pizzo (Museo Centrale del Risorgimento).

La “tre giorni” si concluderà venerdì 18 dicembre con il conferimento del Premio “Pasquale Villari” 2009 al Presidente Emerito della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, e, nel pomeriggio - a partire dalle ore 18 in Palazzo Firenze (Piazza Firenze 27, Roma) -, con la presentazione del progetto “La Dante al Premio Strega 2010”, curata dal Comitato di Roma: nel quadro di una collaborazione finalizzata all’ideazione di nuovi progetti di invito alla lettura, la Società Dante Alighieri è entrata nel 2009 a far parte della giuria ed esprimerà anche nel prossimo anno un voto collettivo per uno dei candidati al riconoscimento letterario più prestigioso del nostro Paese. L’incontro si svolgerà alla presenza dei vertici delle due Istituzioni: Ambasciatore Bruno Bottai e Alessandro Masi, rispettivamente Presidente e Segretario Generale della Società Dante Alighieri; Antonio Maccanico e Tullio De Mauro, Presidente e Direttore della Fondazione Bellonci. Seguirà il dibattito con gli autori Andrej Longo (Chi ha ucciso Sarah?, ed. Adelphi) e Giovanni Montanaro (Le conseguenze, ed. Marsilio), introdotto dal critico letterario Walter Mauro, moderato da Stefano Petrocchi, Responsabile Progetti della Fondazione Bellonci, e coordinato da Giovanni Di Peio, Vicepresidente Vicario del Comitato romano della “Dante”.

                    

Per informazioni e accrediti: Ufficio Stampa Società Dante Alighieri, Pierpaolo Conti, cell.3346755306, tel. 066873694, p.conti@ladante.it; Ufficio Stampa Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Emanuele Martinez, cell.3398408805, e.martinez@tiscalinet.it (Dante Alighieri,de.it.press)

 

 

 

Staatsministerin Maria Böhmer: "Die Charta der Vielfalt ist ein Erfolgsmodell“

 

„2010 erwarten wir die Gesamtzahl von 1000 Unterzeichnern" - Staatsministerin Maria Böhmer will verstärkt weitere Unternehmen und Institutionen für die "Charta der Vielfalt" gewinnen.

 

"Die Charta ist mittlerweile eines der größten Unternehmensnetzwerke

Deutschlands. Bundesweit sind ihr bereits über 700 Unternehmen und öffentliche

Einrichtungen beigetreten - allein mehr als 200 in diesem Jahr. Das zeigt: Die

"Charta der Vielfalt" ist ein Erfolgsmodell. Für 2010 streben wir die Gesamtzahl

von 1000 Unterzeichnern an", erklärte Staatsministerin Böhmer zum dreijährigen

Bestehen der "Charta der Vielfalt".

 

"Die große Resonanz ist ein wichtiges Signal für die Integration in Deutschland:

Vielfalt wird verstärkt als Chance gesehen. Ich freue mich darüber, dass sich

bereits so viele Unternehmen, Hochschulen, Verbände und Behörden der Charta

angeschlossen haben. Sie nutzen die Potenziale der Menschen aus

Zuwandererfamilien, wie Sprachkenntnisse und kulturelle Kompetenzen. Vielfalt ist

für viele Unternehmen und Institutionen in der Globalisierung ein handfester

Wettbewerbsvorteil. Zugleich geben sie Zuwanderern die Chance, ihr Können zu

zeigen. Dadurch ist die Charta für beide Seiten ein Gewinn", betonte die

Integrationsbeauftragte der Bundesregierung.

 

"Ich bin davon überzeugt: Gerade der gekonnte Umgang mit kultureller Vielfalt

wird im globalen Wettbewerb ein immer wichtigerer Schlüssel zum Erfolg. Deshalb

appelliere ich an die Unternehmen und Institutionen in Deutschland, der Charta

beizutreten. Setzen Sie ein Signal und nutzen Sie die Vorteile der Vielfalt", so

Böhmer.

 

Die "Charta der Vielfalt" wurde am 13. Dezember 2006 auf Initiative der Deutschen

BP, von Daimler, der Deutschen Bank, und der Deutschen Telekom im

Bundeskanzleramt ins Leben gerufen. Die "Charta der Vielfalt" ist ein

grundlegendes Bekenntnis zu Vielfalt, Toleranz, Fairness und Wertschätzung in der

Arbeitswelt. Durch die Unterzeichnung verpflichten sich Unternehmen und

Institutionen, ein Arbeitsumfeld zu schaffen, das frei von Vorurteilen ist.

Bundeskanzlerin Angela Merkel ist Schirmherrin der Initiative. Die

Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Staatsministerin Maria Böhmer,

koordiniert die Charta.

Nähere Informationen zur "Charta der Vielfalt" unter www.vielfalt-als-chance.de

Pib, de.it.press

 

 

 

 

Integrationsdebatte. Sarrazin fordert Kopftuchverbot für Schülerinnen

 

Bundesbank-Vorstand Thilo Sarrazin hat sich auf einer Podiumsdiskussion in Berlin erneut zum Thema Integration geäußert. Er würde Kopftücher im Schulunterricht verbieten, weil sie kein religiöses, sondern ein politisches Symbol seien. "In Europa haben wir steigende Zahlen von Muslimen, was in allen Ländern Probleme macht", sagte Sarrazin.

 

Der frühere Berliner Finanzsenator Thilo Sarrazin (SPD), der im Oktober in einem aufsehenerregenden Interview Türken und Arabern in Berlin Integrationswillen absprach, hat sich erneut zum Thema Integration geäußert.

Laut "Bild"-Zeitung forderte Sarrazin, der jetzt Vorstandsmitglied der Deutschen Bundesbank ist, auf einer Podiumsdiskussion in Berlin ein Kopftuch-Verbot für muslimische Schülerinnen. Sarrazin sagte wörtlich: "Ich würde Kopftücher im Unterricht untersagen. Sie sind kein religiöses Symbol, sondern ein politisches. Ein Symbol des Machtanspruches des Mannes über die Frau."

Zur Begründung sagte Sarrazin: "In Europa haben wir steigende Zahlen von Muslimen, was in allen Ländern Probleme macht.“ Zur besseren Integration forderte Sarrazin laut Zeitung: „Erstens den Zuzug begrenzen. Zweitens diejenigen, die da sind, unter Integrationsdruck setzen. Politik und Gesellschaft müssen eine Erwartungshaltung herstellen.“ Zudem würde er "darauf bestehen, dass man Deutsch redet.“

Bislang steht es Schülerinnen an öffentlichen Schulen frei, Kopftücher zu tragen. In Berlin gilt seit 2005 ein "Neutralitätsgesetz“, nach dem weder Lehrkräfte, noch Richter und Polizisten im Dienst Kopftuch, Kreuz oder jüdische Kippa tragen dürfen. DW 12

 

 

 

Italiens Ministerpräsident Berlusconi bei Angriff verletzt

 

Silvio Berlusconi wurde bei einer Veranstaltung in Mailand von einem Unbekannten attackiert. Italiens Ministerpräsident zog sich Verletzungen im Gesicht zu, TV-Bilder zeigen ihn mit blutender Lippe. Über Art und Weise des Angriffs gibt es unterschiedliche Aussagen.

Rom - Italiens Ministerpräsident Silvio Berlusconi ist in Mailand von einem Mann angegriffen und im Gesicht verletzt worden. Berlusconi sei mit einer blutenden Lippe zur Behandlung in ein Krankenhaus gebracht worden, sagte ein Mitglied seines Stabes.

Der Polizei zufolge ist noch unklar, ob der Mann selbst zugeschlagen oder mit einem Gegenstand nach dem Politiker geworfen habe. Der Angreifer habe dem Politiker mit der Faust ins Gesicht geschlagen, berichten die Nachrichtenagenturen AP und Reuters. Ein Augenzeuge sagte dem Nachrichtensender "Sky TG-24", der Angreifer habe Berlusconi von der Seite attackiert und auf die Wangen getroffen. Die Lippe des Regierungschefs habe geblutet. Nach einem Bericht der dpa wurde Berlusconi hingegen mit einem harten Gegenstand beworfen und niedergestreckt.

Der Täter soll festgenommen worden sein, berichten die Agenturen. Er soll psychische Probleme haben und deswegen seit zehn Jahren in Behandlung gewesen sein, berichtet die AFP weiter.

Der Regierungschef fiel laut AP zu Boden. Bilder des italienischen Fernsehens RAI zeigen den Ministerpräsidenten mit Verletzungen im Gesicht. Verteidigungsminister Ignazio La Russa, der den Vorfall aus der Nähe miterlebte, berichtete, Berlusconi habe am Mund und aus der Nase geblutet.

Ausgebuht und ausgepfiffen

Einsatzkräfte halfen dem zusammengesackten 73-Jährigen wieder auf die Beine und brachten ihn rasch in seine nahe Limousine. Wie die Nachrichtenagentur Ansa unter Berufung auf Krankenhauskreise meldete, soll er zur Beobachtung 24 Stunden im Krankenhaus bleiben, auch wenn er zu keinem Zeitpunkt das Bewusstsein verloren habe. Ein Sprecher des Ministerpräsidenten erklärte auf Anfrage zunächst, ihm lägen keine Informationen zu dem Zwischenfall vor.

Berlusconi war in Mailand, um eine Mobilisierungskampagne für die Regionalwahlen im März anzuführen. Zu Beginn des Treffens war der Ministerpräsident von rund einem Dutzend Menschen ausgebuht und ausgepfiffen sowie als "Clown" beschimpft worden. Berlusconi rief ihnen daraufhin mehrfach zu, sie sollten sich schämen. Daraufhin gerieten die Demonstranten und junge Ordnungskräfte der Veranstaltung aneinander, woraufhin die Polizei eingriff. Es ist allerdings bisher unklar, ob der Angreifer aus den Reihen der Demonstranten kam. 2004 war Berlusconi bei einem ähnlichen Vorfall verletzt worden. Ein junger Mann hatte sein Kamerastativ nach ihm geworfen und ihn am Kopf verletzt.

Vertreter des regierenden rechten Lagers machten ein "Klima der Konfrontation" gegen Berlusconi für den aktuellen Vorfall verantwortlich. Umberto Bossi von der Lega Nord, Berlusconis Koalitionspartner, sprach gar von einem "terroristischen Akt". Auch die linke Opposition verurteilte die Gewalt gegen den Regierungschef.

AP/Reuters/dpa 13

 

 

 

Italien. "Asbest-Massaker" vor Gericht

 

Turin. "Wenn du etwas spürst in der Brust, und im Krankenhaus bekommst du die Diagnose Pleuramesotheliom, dann weißt du, dass es vorbei ist", sagt ein 62-jähriger ehemaliger Arbeiter der Eternit-Fabrik im piemontesischen Casale Monferrato. Er hat schon viele ehemalige Arbeitskollegen an dieser schweren Krebserkrankung sterben sehen, etwa 1350 Asbest-Tote sind es in der 36.000-Einwohner-Stadt bisher. Jedes Jahr kommen 40 bis 50 Tote hinzu. "Wir begannen um 1975 herum zu merken, dass der Asbest schädlich war. Aber die Eigentümer taten so, als wäre nichts, und jetzt werden alle krank", sagt der Arbeiter.

 

"Ein Massaker", schreiben die italienischen Medien, das nun vor Gericht komme.Wegen der Toten in Casale Monferrato und an drei weiteren Fabrikstandorten in Italien müssen sich im Justizpalast von Turin seit gestern der Schweizer Industrielle und Milliardär Stephan Schmidheiny und der belgische Baron Jean-Louis de Cartier verantworten. Den ehemaligen Besitzern von Eternit Italia wird vorgeworfen, durch mangelnde Sicherheitsvorkehrungen für den Tod von 2056 Menschen und die Erkrankung von weiteren 833 in den italienischen Eternit-Fabriken verantwortlich zu sein.

 

Die Anklage bezieht sich auf Fälle von Arbeitern, die zwischen 1966 und 1986 bei Eternit Italia beschäftigt gewesen waren. Den Angeschuldigten drohen nicht nur langjährige Gefängnisstrafen, sondern auch hohe Schadenersatzzahlungen.

 

Zum Prozessauftakt, der ausschließlich formalen Fragen gewidmet war, sind zahlreiche Asbestopfer-Vereinigungen aus Italien, Frankreich, Belgien und der Schweiz nach Turin gereist. Es wird ein Mammutprozess: Hunderte von Zivilklägern haben sich eingeschrieben. Als Parteien treten unter anderem auch die größte italienische Gewerkschaft sowie die staatliche Versicherung für Arbeitsunfälle Inail auf. Allein die Inail fordert die Rückerstattung von 246 Millionen Euro für bereits ausbezahlte Versicherungsleistungen.

 

Staat hat die Asbestverarbeitung erst 1992 verboten - Eine Klage richtet sich auch gegen den italienischen Staat, der seine Aufsichtspflicht nicht genügend wahrgenommen habe. "Wenn es Kontrollen gegeben hätte, wäre es nicht zu einer solchen Katastrophe gekommen", betont Opferanwalt Ezio Bonanni.

 

Unter Experten gelten die Folgeschäden der Asbestverarbeitung als die größte gesundheitliche und soziale Katastrophe der Industriegeschichte: Laut Schätzungen sterben weltweit jedes Jahr 90.000 Menschen an Krankheiten, die von Asbest ausgelöst werden. Schmidheiny hatte relativ frühzeitig auf die sich immer deutlicher abzeichnende Gesundheitsgefährdung reagiert und bereits ab 1975 in seinen Fabriken auf die nasse Verarbeitung der Asbestfasern umstellen lassen, um die gefährliche Staubentwicklung zu vermindern. Ein Jahr später beschloss er als erster Industrieller, schrittweise ganz aus dem Asbest auszusteigen.

 

Der italienische Staat hatte die Asbestverarbeitung erst 1992 verboten. In der gesamten EU darf Asbest seitdem nicht mehr verwendet werden. Doch noch heute gibt es weltweit mehr Länder, die Asbest verarbeiten, als solche, die ihn verboten haben. DOMINIK STRAUB  FR 11

 

 

 

 

Prozess in Italien. Tausendfacher Asbesttod vor Gericht

 

In Turin hat der Strafprozess gegen Manager der Eternit AG begonnen. Betroffene sprechen von 2.000 Toten und 800 Erkrankten durch mangelnde Sicherheitsvorkehrungen. VON MICHAEL BRAUN

 

ROM - Etwa 2.000 Tote, dazu weitere etwa 800 Erkrankte sollen die beiden Angeklagten im Asbest-Prozess von Turin auf dem Gewissen haben: Menschen, die an den vier italienischen Standorten der Eternit AG Opfer der Kontaminierung mit Asbest wurden. Am Donnerstag begann in gleich drei großen Gerichtssälen die Verhandlung gegen den Schweizer Milliardär Stephan Schmidheiny und den belgischen Manager Jean-Louis de Cartier.

Die beiden tragen nach Auffassung des Staatsanwalts Raffaele Guariniello die Verantwortung "für eine vorsätzlich herbeigeführte Umweltkatastrophe und für die Umgehung der Sicherheitsvorschriften". Ihnen drohen bei einer Verurteilung bis zu zwölf Jahre Haft, dazu Entschädigungszahlungen von hunderten Millionen Euro.

 Schmidheiny war als Mitglied der Eternit-Eigentümerfamilie auch für die italienischen Standorte des Schweizer Asbestmultis verantwortlich. Ebenso wie de Cartier soll er in den Jahren 1973 bis 1986 - damals wurde die Produktion in Italien eingestellt - wissentlich die Schädigung der Arbeiter, aber auch der Anwohner in Kauf genommen haben.

Als tragischstes Beispiel gilt Casale Monferrato. In dem piemontesischen 36.000-Einwohner-Städtchen sind schon etwa 1.800 Menschen an den Folgen von Asbestose und Lungenfellkrebs gestorben. Jedes Jahr werden etwa 50 Neuerkrankungen und etwa 40 weitere Tote gezählt.

Ein Arbeiter berichtete am Rande des Prozesses, aus seiner Abteilung mit 30 Leuten hätte schon 28 der Asbesttod ereilt. Doch nicht bloß die in der Fabrik Beschäftigten sind betroffen; auch zahlreiche Einwohner, die nie den Fuß in das Werk gesetzt hatten, erkrankten, offenbar weil die todbringenden Mikrofasern überall in der Stadt durch die Luft schwirrten.

Mehr als 700 Angehörige von Asbesttoten oder noch lebende Opfer hatten sich deshalb schon vor Prozessauftakt als Nebenkläger registrieren lassen; weitere Hunderte standen in einem der drei Säle Schlange. Der gesamte erste Prozesstag wurde deshalb von verfahrenstechnischen Prozeduren in Beschlag genommen; am 25. Januar wird die Verhandlung fortgesetzt.

Nicht gekommen waren Schmidheiny und de Cartier, die sich von einem 26 Köpfe starken internationalen Anwaltsteam verteidigen lassen. Schmidheiny ließ schon im Vorfeld erkennen, dass er eigentlich gar nicht weiß, wieso er vor Gericht steht. In Italien habe er nie operative Verantwortung für die Asbestproduktion in den Eternitwerken getragen, sondern sei "bloß der größte Einzelaktionär" gewesen, teilte er mit. Seine Verteidiger werden zudem argumentieren, dass der Prozess wegen Verjährung der Straftaten eingestellt werden müsse. Wie wenig Schmidheiny selbst dieser Verteidigungslinie traut, zeigt sich daran, dass er zugleich den Geschädigten und den Angehörigen der Toten Zahlungen von bis zu 40.000 Euro bieten ließ, wenn sie darauf verzichteten, als Nebenkläger aufzutreten. Taz 11

 

 

 

 

Berlusconi entlastet. Die Helden der Mafia

 

Rom. Der Mafiaboss Filippo Graviano hat am Freitag die Behauptungen eines Cosa-Nostra-Aussteigers dementiert, wonach Silvio Berlusconi seit Anfang der 90er Jahre politischer Referent der Mafia-Gruppierung war. Er habe den Senator nie getroffen, und es habe auch keine Verhandlungen zwischen der Cosa Nostra und der Politik gegeben, erklärte der Mafiaboss Filippo Graviano im Berufungsprozess gegen den Berlusconi-Vertrauten und Senator Marcello Dell´Utri.

 

Vor einer Woche hatte der reuige Mafioso ("pentito") Gaspare Spatuzza das Gegenteil ausgesagt. Die Gebrüder Graviano hätten ihm gegenüber durchblicken lassen, Berlusconi sei kurz vor seinem Einstieg in die Politik im Jahr 1994 als neuer politischer Vertrauensmann der Cosa Nostra aufgebaut worden. Auch ein anderer Mafioso, Cosimo Lo Nigro, bestritt das am Freitag.

 

"Was habt ihr denn erwartet? Das war doch alles Geschwätz, alles falsch", sagte Berlusconi. Dem Regierungschef dürfte ein tonnenschwerer Stein vom Herzen gefallen sein: In Rom war es ein offenes Geheimnis, dass den Cavaliere die neuen Ermittlungen in Palermo über mögliche politische Hintergründe der Mafia-Morde Anfang der 90er Jahre weit mehr beunruhigten als die beiden gegen ihn laufenden Strafprozesse wegen Zeugenbestechung und Steuerbetrug in Mailand. Die Gefahr eines kompromittierenden Mafia-Ermittlungsverfahrens gegen den Ministerpräsidenten scheint mit den Dementis der Mafiosi vorerst gebannt.

 

Auch der von Graviano ebenfalls entlastete Dell´Utri, in erster Instanz wegen Unterstützung der Mafia zu neun Jahren Zuchthaus verurteilt, hofft nun in der Berufung auf einen Freispruch. Dell´Utri bezeichnet Graviano gestern als "Mann von glaubwürdiger Reue und Würde". Der "pentito" Spatuzza, der ihn belastet hatte, war in Dell´Utris Augen dagegen noch ein "ordinärer Mörder" ohne jede Glaubwürdigkeit. Ein mehrfacher Mörder ist freilich auch Graviano; beide sitzen lebenslange Gefängnisstrafen ab.

 

Dell´Utri, seit mehr als 30 Jahren enger Vertrauter Berlusconis und Senator für dessen PDL, hatte schon den später wegen zweifachen Mordes verurteilten Vittorio Mangano als "eine Art Held" bezeichnet, der in den 70ern als "Stallmeister" in Berlusconis Villa gearbeitet hatte. Manganos Heldenmut bestand darin, trotz des Versprechens von Hafterleichterungen nicht gegen Dell´Utri und Berlusconi auszusagen. DOMINIK STRAUB FR 12

 

 

 

 

EU-Experte Buhigas Schubert im Interview: "Ungenaue" Agenda der spanischen Ratspräsidentschaft

 

Der spanische EU-Experte Carlos Buhigas Schubert erläutert im Interview mit EurActiv.de die ehrgeizigen, aber ungenauen Ziele der spanischen Ratspräsidentschaft für das erste Halbjahr 2010. Außerdem ärgert sich der Politik-Berater über die "irrsinnigen" Hierarchien und das "institutionelle Chaos" der EU und darüber, dass "einer der dringlichsten Debatten für die Europäer" bisher ausgewichen wird.

 

EurActiv.de: Der Lissabon-Vertrag ist da. Haben die Europäer einen Grund zu feiern?

 

Buhigas Schubert: Der Lissabon-Vertrag ist eine große Erleichterung. Eine sehr große sogar. Wir dürfen nicht vergessen, dass der gesamte Prozess acht Jahre gedauert hat. Alles begann 2001 mit dem Gipfel von Laeken. Wenn das Projekt (wieder) gescheitert wäre, hätten wir die Situation sehr schlecht verdauen können.

 

Also erstens, der Vertrag ist in Kraft; er muss jetzt aber noch umgesetzt werden. Es wird in vielen Bereichen Änderungen geben müssen, auch die nationalen Institutionen sind davon in vielen Fällen betroffen. Es geht dabei auch um die endlose Debatte, wie eine stärkere und kohärentere Gemeinsame Außenpolitik aufgebaut werden kann. In den nächsten Jahren werden wir miterleben, wie das umgesetzt wird.

 

Zweitens ist es wichtig zu betonen, dass Europa vor sehr vielen Problemen steht, deren Lösung aber über die Möglichkeiten des Vertrags und die Kompetenzen der EU hinausgeht. Ein Hauptaspekt ist dabei die Reform der verschiedenen Wohlfahrtssysteme, was also fast alle Alltagsbereiche, Sorgen und Interessen der Europäer betrifft: ihre Arbeit, die Qualität der Bildungs- und Gesundheitssysteme, die Tragfähigkeit der verschiedenen Rentensysteme, usw. Das heißt nicht, dass es dazu keine europäische Strategie oder Debatte geben würde, aber letztlich liegt die Verantwortung für die Lösung der Probleme bei den Nationalstaaten.

 

EurActiv.de: Die Wirtschafts- und Finanzkrise ist eine der wichtigsten Herausforderungen. Hat die EU eine angemessene Strategie, um Europa aus der Krise zu führen?

 

Buhigas Schubert: Es ist wichtig zwischen der Krise und einer möglichen Wohlstandssteigerungs-Strategie zu