WEBGIORNALE 14-15 dicembre
2009
Dove ci porta lo stato d'eccezione
IERI è finita la
lunga transizione italiana. Siamo entrati nello stato d'eccezione: ed è la
prima volta, nella storia della nostra democrazia. Si apre una fase delicata e
inedita, che chiude la seconda Repubblica su una prova di forza che non ha
precedenti, e non riguarda i partiti ma direttamente le istituzioni.
Silvio Berlusconi
ha scelto una sede internazionale, il Congresso a Bonn del Partito Popolare
Europeo, per attaccare la Costituzione italiana (annunciando l'intenzione di
cambiarla) e per denunciare due organi supremi di garanzia come la Presidenza
della Repubblica e la Corte Costituzionale, accusandoli di essere strumenti
politici di parte, al servizio del "partito dei giudici della
sinistra" che avrebbe "scatenato la caccia" contro il premier.
Il Presidente
della Camera Fini ha voluto e saputo rispondere immediatamente a questo sfregio
del sistema istituzionale italiano, ricordando a Berlusconi che la Costituzione
fissa "forme e limiti" per l'esercizio della sovranità popolare, e lo
ha invitato a correggere una falsa rappresentazione di ciò che accade nel
nostro Paese. Poco dopo, lo stesso Capo dello Stato ha dovuto esprimere
"profondo rammarico e preoccupazione" per il "violento
attacco" del Presidente del Consiglio a fondamentali istituzioni repubblicane
volute dalla Costituzione. Siamo dunque giunti al punto. L'avventurismo
subalterno del concerto giornalistico italiano aveva cercato per settimane di
dissimulare la vera posta in gioco, nascondendo i mezzi e gli obiettivi del
Cavaliere, fingendo che la repubblica fosse di fronte ad un passaggio ordinario
e non straordinario, tentando addirittura di imprigionare il partito
democratico nella ragnatela di una complicità gregaria a cui Bersani non ha mai
nemmeno pensato.
Ora il progetto è
dichiarato. Da oggi siamo un Paese in cui il Capo del governo va
all'opposizione rispetto alle supreme magistrature repubblicane, nelle quali
non si riconosce, dichiarandole strumento di un complotto politico ai suoi
danni, concordato con la magistratura. È una denuncia di alto tradimento dei
doveri costituzionali, fatta dal Capo del governo in carica contro la Consulta
e contro il Presidente della Repubblica. Qualcosa che non avevamo mai visto, e
a cui non pensavamo di dover assistere, pur pronti a tutto in questo sciagurato
quindicennio.
Tutto ciò accade
per il sentimento da abusivo con cui il Primo Ministro italiano abita le
istituzioni, mentre le guida. Lo domina un senso di alterità rispetto allo
Stato, che pretende di comandare ma non sa rappresentare. Lo insegue il suo
passato che gli presenta il conto di troppe disinvolture, di molti abusi, di
qualche oscurità. Lo travolge la coscienza dell'avvitamento continuo della sua
leadership politica, della maggioranza e del governo nell'ansia di un
privilegio di salvaguardia da costruire comunque, con ogni mezzo e a qualsiasi
costo, trasformando il potere in abuso. La politica è cancellata: al suo posto
entra in campo la forza, annunciata ieri virilmente dal palco internazionale
dei popolari: "Dove si trova uno forte e duro, con le palle come Silvio
Berlusconi?".
La sfida è
lanciata. E si sostanzia in tre parole: stato d'eccezione. Carl Schmitt diceva
che "è sovrano chi decide nello stato d'eccezione", perché invece di
essere garante dell'ordinamento, lo crea proprio in quel passaggio supremo
realizzando il diritto, e ottenendo obbedienza. Qui stiamo: e non si può più
fingere di non vederlo. Berlusconi si chiama fuori dalla Costituzione
("abbiamo una grande maggioranza, stiamo lavorando per cambiare questa
situazione con la riforma costituzionale"), rende l'istituzione-governo
avversaria delle istituzioni di garanzia, soprattutto crea nella materialità
plateale del suo progetto un potere distinto e sovraordinato rispetto a tutti
gli altri poteri repubblicani, che si bilanciano tra di loro: la persona del
Capo del governo, leader del popolo che lo sceglie nel voto e lo adora nei
sondaggi, mentre gli trasferisce l'unzione suprema, permanente e inviolabile
della sua sovranità.
Siamo dunque alla
vigilia di una forzatura annunciata in cui lo stato d'eccezione deve sanzionare
il privilegio di un uomo, non più uguale agli altri cittadini perché in lui si
trasfigura la ragion di Stato della volontà generale, che lo scioglie dal
diritto comune. Si statuisca dunque per legge che il diritto non vale per
Silvio Berlusconi, che il principio costituzionale di legalità è sospeso
davanti al principio mistico di legittimità, che la giustizia si arresta
davanti al suo soglio. La teoria politica dà un nome alle cose: l'assolutismo è
il potere che scioglie se stesso dal bilanciamento di poteri concorrenti,
l'autoritarismo è il potere che non specifica e non riconosce i suoi limiti, il
bonapartismo è il potere che istituzionalizza il carisma, la dittatura è il
comando esercitato fuori da un quadro normativo.
Avevamo avvertito
da tempo che Berlusconi si preparava ad una soluzione definitiva del suo
disordine politico-giudiziario-istituzionale. Come se dicesse al sistema: la
mia anomalia è troppo grande per essere risolvibile, introiettala e costituzionalizzala;
ne uscirai sfigurato ma pacificato, perché tutto a quel punto troverà una sua
nuova, deforme coerenza. I grandi camaleonti sono invece corsi in soccorso del
premier, spiegando che non è così. Hanno ignorato l'ipotesi che pende davanti
ai tribunali, e cioè che il premier possa aver commesso gravi reati prima di
entrare in politica, e l'eventualità che come ogni cittadino debba renderne
conto alla legge. Hanno innalzato la governabilità a principio supremo della
democrazia, nella forma moderna della sovranità popolare da rispettare. Hanno
così dato per scontato che il diritto e la legalità dovessero sospendersi per
una sola persona: e sono passati ai suggerimenti affettuosi. Un nuovo lodo
esclusivo. E intanto, nell'attesa, il processo breve. E magari, o insieme, il
legittimo impedimento, possibilmente tombale. Qualsiasi misura va bene, purché
raggiunga l'unico scopo: il salvacondotto, concepito non nell'interesse
generale a cui i costituenti guardavano parlando di guarentigie e immunità, ma
nell'esclusivo interesse del singolo. L'eccezione, appunto.
Ma una democrazia
liberale si fonda sul voto e sul diritto, insieme. E il potere è legittimo,
nello Stato moderno, quando poggia certo sul consenso, ma anche su una legge
fondamentale che ne fissa natura, contorni, potestà e limiti. Il principio di
sovranità va rispettato quanto e insieme al principio di legalità. Perché
dovrebbe prevalere, arrestando il diritto davanti al potere, e non in virtù di
una norma generale ma nella furia di una legge ad personam, che deve correre
per arrivare allo scopo prima di una sentenza? Come non vedere in questo caso
l'abuso del potere esecutivo, che usa il legislativo come scudo dal
giudiziario? È interesse dello Stato, della comunità politica e dei cittadini
che il premier legittimo governi: ma gli stessi soggetti hanno un uguale
interesse all'accertamento della verità davanti ad un tribunale altrettanto
legittimo, che formula un'ipotesi di reato. Forse qualcuno pensa che il
Presidente del Consiglio non abbia i mezzi e i modi e la capacità per potersi
difendere e far valere le sue ragioni in giudizio? E allora perché non lasciare
che la giustizia faccia il suo corso, anche nel caso dell'uomo più potente
d'Italia, ricongiungendo sovranità e legalità?
L'eccezione a cui
siamo di fronte ha una posta in gioco molto alta, ormai. Qualcuno domani, messo
fuori gioco da Napolitano e Fini, condannerà le parole di Berlusconi, ma
ridurrà lo sfregio costituzionale del premier a una questione di toni, come se
fosse un problema di galateo. Invece è un problema di equilibrio
costituzionale, di forma stessa del sistema. Siamo davanti a un'istituzione che
sfida le altre, delegittimandole e additandole al popolo come eversive. Con un
ricatto politico evidente, perché Berlusconi di fatto minaccia
elezioni-referendum su un cambio costituzionale tagliato su misura non solo
sulla sua biografia, ma della sua anomalia.
Per questo, com'è
chiaro a chi ha a cuore la costituzione e la repubblica, bisogna dire no allo
stato d'eccezione. E bisogna aver fiducia nella forza della democrazia. Che non
si lascerà deformare, nemmeno nell'Italia di oggi. EZIO MAURO LR 11
Classifica dei premier europei: Berlusconi ultimo
La cosa positiva è
che potrebbe diventare un record, un primato assoluto. Per il secondo anno
consecutivo, infatti, Silvio Berlusconi si è aggiudicato l'ultimo posto nella
classifica dei capi di stato e di governo dell'Unione europea redatta da
Eurotribune.
La giuria, composta
da rappresentanti e inviati a Bruxelles delle maggiori agenzie di stampa e
testate europee, ha valutato i ventisette leader dando a loro un punteggio per
ognuno di questi sette criteri: capacità di leadership, capacità di lavorare in
squadra, atteggiamento nei confronti delle tematiche ambientali, politica
economica, rispetto del mercato interno, conformità alle linee guida del
trattato di Lisbona e impegno europeista.
Il presidente del
consiglio italiano riesce nell'impresa di accaparrarsi non solo l'ultimo posto
nella classifica generale, ma anche su cinque dei sette criteri presi in
considerazione dai giurati. Berlusconi riesce a staccarsi dal fondo classifica
soltanto per capacità di leadership, in cui risulta terzultimo, e politica
economica, nel quale riesce a raggiungere addirittura il quartultimo posto.
Il primo posto è
andato è andato al premier svedese Fredrik Reinfeldt, mentre al secondo posto
si è confermato il primo ministro lussemburghese, Jean Claude Juncker. Al terzo
posto Angela Merkel. Il primo classificato dell'anno scorso, il presidente
francese Nicolas Sarkozy, è retrocesso al nono posto, mentre il balzo più
grande all'indietro è certamente quello del primo ministro Gordon Brown,
precipitato dal terzo al ventunesimo posto. Berlusconi però può dormire sonni
tranquilli: se, come tutti prevedono, Brown il prossimo anno cederà a David
Cameron la poltrona di primo ministro, non si vede in giro nessun altro in
grado di insidiare il suo posticino a fondo classifica. Francesco Costa L’U 11
L’ultima frontiera del Cavaliere: l’immunità o elezioni anticipate
BONN -
«Allegria!». Il congedo alla Mike Bongiorno con il quale Silvio Berlusconi si
congeda dal palchetto-predellino messo a disposizione dal congresso del Ppe,
dopo aver picchiato contro i giudici e raccontato l’ennesima e stranota
barzelletta, è un’esortazione a se stesso più che ai leader presenti. Ormai
anche nell’austero consesso del partito Popolare europeo si vivono da tempo con
curiosità e attesa gli interventi del Cavaliere. Le signore abbassano gli
sguardi o parlano con il vicino come ha fatto all’inizio la Merkel. I signori
attendono la battuta finale o la barzelletta che toglie un po’ di noia al tema
del congresso. Di ”economia sociale di mercato” non c’è un accenno nel discorso
del Cavaliere. Nè un accenno alla crisi della Grecia o alla partita sul clima
che si giocherà tra qualche giorno a Copenaghen.
A Berlusconi
serviva solo un ”predellino” dove salire sopra e alzare ancor più il tono dello
scontro in atto con alleati e Quirinale che a suo giudizio non lo aiutano a
sufficienza nella battaglia contro quei «giudici di sinistra che vogliono
sovvertire il risultato elettorale». Ad una nuova immunità, sul modello del
”lodo-Alfano”, il premier non intende rinunciare e mal si adatta a quel ddl sul
”legittimo impedimento” che per ora sembra l’unica soluzione possibile, ma che
non lo mette a riparo dai processi ma solo dalle udienze. Quindi al
co-fondatore e presidente della Camera, Berlusconi dà più o meno indirettamente
dell’ipocrita quando lo sollecita ad un «chiarimento», mentre al Quirinale non
va da tempo e non ci andrà anche in occasione del vertice danese. «Al
processo-breve non rinunciamo - sibilava ieri uno stretto collaboratore del
presidente del Consiglio - e Fini se ne dovrà fare una ragione». Quella che non
riesce a farsi il ministro Matteoli quando è costretto ad ammettere che «sulla
giustizia Gianfranco e Silvio hanno posizioni diverse».
Con sempre
maggiore fatica ”l’allegria” evocata ieri a conclusione del suo intervento,
inonda le giornate del Cavaliere. Colpa di quell’«ottanta per cento di stampa
di sinistra» di cui parlava ieri il premier dimenticandosi di possedere una
casa editrice e di controllare gran parte dell’etere. Tra il discorso alla
nazione e quello al Parlamento, Berlusconi ha scelto quello all’Europa e non è
detto che presto, grazie anche ad un’agenda internazionale abbastanza fitta,
non colga altre occasioni per trasformare lo scontro tra esecutivo e
magistratura in un caso-italiano di cui la stampa estera finirà per occuparsi
con la stessa attenzione con la quale ha seguito le ultime vicende di mafia.
Alla vigilia dell’interrogatorio dei Graviano, Berlusconi attacca, da
presidente del Consiglio, l’intero sistema politico italiano per ottenere o le
elezioni anticipate o quelle riforme che, oltre a contenere una sorta di
personale salvacondotto giudiziario, gli permettano di fare di questa
legislatura, una legislatura costituente. MARCO CONTI IM 11
E’ inutile girarci
attorno: quello di Berlusconi ieri a Bonn, al congresso del Ppe, è stato un
discorso di rottura, di un leader che sta prendendo la rincorsa per andare ad
elezioni anticipate e che a questo punto conta solo sull’appoggio del popolo -
del «suo» popolo - per uscire dalle difficoltà. Un piano esposto in un tono che
il Presidente della Repubblica, anche lui nel mirino del premier, ha definito
«violento», e che ha lasciato stupiti parte dei delegati europei cattolici
moderati che erano lì ad ascoltarlo.
Ad evitare
equivoci e a neutralizzare l’efficacia - ormai scarsa - degli unguenti e dei
brodini che i più prudenti collaboratori del Cavaliere si affrettano a spargere
e a distribuire da mesi, per lenire i bruciori provocati dalle sue ultime
uscite, Berlusconi stesso, interrogato poco dopo il suo intervento, a proposito
delle reazioni durissime che aveva provocato a Roma, da Fini all’opposizione
fino al Quirinale, ha risposto che non aveva «niente da chiarire».
E aveva detto quel
che aveva detto perché «stanco delle ipocrisie. Tutto qui».
Non siamo insomma
di fronte all’ennesima «uscita di pancia» di un uomo che ci ha abituato da
sempre a un linguaggio fuori dalla politica, quando non antipolitico (ieri tra
l’altro ha parlato di sé come di uno «con le palle»). Semmai lo è stato, il
Cavaliere non è più uno sprovveduto: è in carriera da quindici anni e sa
benissimo quel che fa. Se ha scelto Bonn, e la platea del Ppe, per alzare la
mira contro la Corte Costituzionale, i magistrati e gli ultimi tre Presidenti della
Repubblica, è perché è consapevole che con questi argomenti e con questi
obiettivi, la legislatura già avvitata su se stessa andrà verso un precipizio,
e nessun accordo sarà possibile per salvarla. Né con la parte della sua
maggioranza più vicina al presidente della Camera, giustamente convinto che le
riforme, e soprattutto quella della giustizia, non debbano alterare
l’equilibrio costituzionale tra i diversi poteri. Né tanto meno con quella
parte dell’opposizione, che faticosamente, e d’intesa con Napolitano, stava
valutando proprio in questi giorni la possibilità di un’intesa, magari
provvisoria, per por fine alla guerra che s’è aperta dopo la cancellazione del
lodo Alfano da parte della Consulta.
Per chi ancora
nutriva qualche dubbio, ora è chiaro che di queste mediazioni, compromessi,
accordi ipotizzati e sudati a costo di buona volontà e reciproche rinunce dei
diversi interlocutori, a Berlusconi non importa niente. Non gli servono.
L’Italia com’è, e il suo sistema istituzionale che funziona normalmente, in cui
appunto chi vince le elezioni governa, porta in Parlamento per farle approvare
le leggi che fanno oggetto del suo programma, ma se poi sbaglia, o forza, o
comunque fa qualcosa che non è previsto dalla Costituzione, incappa nella rete
degli organi di garanzia, per Berlusconi non assomigliano per niente a ciò che
ha promesso ai suoi elettori. Dunque, sono da cambiare. Con le buone o con le
cattive, con chi ci sta e contro tutti quelli che non ci stanno. Tra i quali
ultimi, per inciso, il Cavaliere annovera i magistrati che da anni cercano
vanamente - anche se talvolta in maniera persecutoria - di processarlo, e che
per questo vanno assimilati a tutti gli altri suoi avversari «comunisti»,
presenti e nascosti, a suo giudizio, nelle pieghe dei poteri e
dell’establishment nazionali.
Dal discorso di
Bonn - pronunciato non a caso all’estero, per smentire il ritratto dell’Italia
che a dispetto del Cavaliere i media stranieri fanno circolare in tutto il
mondo - è lecito ricavare anche di che tenore sarà la prossima campagna
elettorale del premier. Con al fianco Bossi, l’unico alleato che considera
fidato e che ieri s’è affrettato, da solo, a schierarsi con lui, Berlusconi,
ottenuto lo scioglimento delle Camere anche grazie al sostegno della Lega, con
cui la trattativa preelettorale è molto avanti, si rivolgerà agli elettori con
uno schema molto semplice. Non starà neppure a perdere tempo per sminuire le
accuse che si porta sul collo o alleggerire il peso delle vicende personali che
hanno macchiato la sua immagine. Dirà più o meno così: come sono io lo sapete,
ma se non volete che tornino «quelli», votatemi anche stavolta.
Un giudizio di
Dio. Voglia il Cielo che un Paese ridotto com’è riesca a evitare anche questa
prova. O a sopportarla, con le ultime risorse, se davvero ci si arriverà. MARCELLO SORGI LS 11
Bonn. Il gelo della Merkel e Martens ricorda il consenso del Duce
BONN - Si capisce
subito che la sala, simile a quella del parlamento di Strasburgo dell’ormai
leggendario «kapò», lo ispira. Arredo moderno, sedie bluastre, palchetto
dell’oratore al centro del parlamentino del Ppe. Manca Scultz, ma se ne respira
l’aria portata dallo stesso Silvio Berlusconi che ormai da giorni parla solo di
giudici, avvocati e sinistra-comunista. L’appello al suo elettorato, «pronto a
scendere anche in piazza», come sostengono in via dell’Umiltà da tempo,
Berlusconi decide di lanciarlo dal podio del congresso del Ppe «per raccontare
ai miei amici stranieri come stanno realmente le cose in Italia». L’affondo è
duro e lascia basiti molti dei leader presenti. La Merkel aggiusta le cuffie
sulle orecchie, mentre Barroso ascolta il Cavaliere in diretta allungandosi
sulla sedia. Impassibile il neo vicepresidente del Ppe Antonio Tajani, mentre
Magdi Allam scuote più volte la testa e Buttiglione sgrana gli occhi. Un filo
di imbarazzo si coglie nella pattuglia ex An cooptata nel Ppe grazie al Pdl.
«Lo conosciamo e poi non ha detto cose nuove», chiosa la Angelilli. Sibillino
il commento del neo presidente del Ppe Martens che, senza citarlo, inserisce
nella sua personale statistisca anche Mussolini: «E’ il primo presidente del
Consiglio italiano, dopo la prima guerra mondiale, ad avere una maggioranza
così forte». La Merkel sguscia via e evita di salutare nuovamente il Cavaliere
anche se in cuffia gli interpreti hanno risparmiato a tutti, cancelliere
compreso, il passaggio sul “premier con le palle”. «Discorso da combattente»,
sostiene Peter Hintze, neo vicepresidente Ppe. Più cauto il capogruppo Ppe
Joseph Daul: «Bene su clima ed economia». Ma.Con. IM 11
Commissione UE. I ventisette volti. La squadra di Barroso in attesa del via
libera del Pe
Ventisette nomi,
provenienti da altrettanti Paesi membri dell'Unione europea. Ma chi sono i
commissari designati a far parte della nuova squadra-Barroso che resterà in
carica, una volta ricevuto il via libera da Europarlamento e Consiglio, fino al
2014?
Uscenti, entranti,
ex premier e deputati. I singoli commissari sosterranno le audizioni davanti
agli eurodeputati tra l'11 e il 19 gennaio. Poi, il 26 gennaio, l'Assemblea Ue
si riunirà in sessione straordinaria per il voto conclusivo. Se tutto procederà
al meglio e senza sorprese, dopo un successivo "placet" del
Consiglio, il collegio assumerà pienamente le proprie funzioni probabilmente a febbraio
2010. Finora si è ragionato soprattutto sul fatto che il presidente José Manuel
Barroso - portoghese, classe 1956, politico di centrodestra affiliato al
Partito popolare europeo, ex premier a Lisbona, al secondo mandato al timone
dell'Esecutivo -, ha provveduto a "spacchettare" alcuni dicasteri e a
distribuire diversamente i portafogli, con qualche innovazione generalmente
apprezzata (si pensi al commissario responsabile del "clima"). È
stato inoltre posto l'accento sui numeri: dell'équipe fanno parte 9 donne,
dunque un terzo del totale; i vicepresidenti sono 7; le persone confermate
rispetto alla Commissione uscente (che rimarrà in carica fino al passaggio
delle consegne) sono 14, Barroso compreso; 16 designati sono stati premier o
ministri a livello nazionale.
Due donne in
posti-chiave del collegio. Naturalmente il personaggio che, oltre a Barroso, ha
avuto maggiore visibilità sui media è Catherine Ashton, britannica, laburista,
nominata Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza comune e
vicepresidente di diritto dell'Esecutivo. Il ruolo che dovrà ricoprire,
detenuto per dieci anni dallo spagnolo Javier Solana, è in parte da
"inventare", essendo una figura istituita dal Trattato di Lisbona. La
Ashton, nata nel 1956, ha studiato sociologia; è stata presidente della Camera
dei Lord e commissaria europea al commercio nell'ultimo anno e mezzo. Molta più
esperienza a Bruxelles vanta Viviane Reding, lussemburghese, classe 1951, della
famiglia dei Popolari, che sarà vice presidente e incaricata del settore
giustizia, diritti fondamentali e cittadinanza, ossia uno dei nuovi
"ministeri" creati da Barroso. Al terzo mandato come commissaria, ha
ricoperto anche gli incarichi all'educazione e alla società dell'informazione.
Nomi noti e
personaggi nuovi. Altra figura "di peso" del collegio è certamente lo
spagnolo Joaquin Almunia, 61 anni, vicepresidente, responsabile del settore
concorrenza dopo aver guidato gli affari economici e monetari. Nel suo Paese è
stato tra i leader del Partito socialista e due volte ministro. Al francese
Michel Barnier, 58 anni, è stato affidato l'importante portafoglio del mercato
interno e dei servizi. In passato è stato commissario alla politica regionale,
più volte ministro a Parigi ed eletto all'Europarlamento; è esponente del Ppe.
Alla Germania è affidato, con Günther Oettinger, il campo dell'energia. Nato
nel 1953, economista, già presidente della regione del Baden-Württemberg, è
esponente in vista della Cdu, affiliata al Ppe.
Le telecomunicazioni
cambiano nome. Tra le conferme spicca Neelie Kroes, vicepresidente, incaricata
dell'"Agenda digitale", nuova dizione che dovrebbe comprendere il
ramo delle telecomunicazioni. L'esponente olandese è una "veterana",
avendo sinora ricoperto il ruolo di commissario alla Concorrenza. Nata nel
1941, un passato da ministro nei Paesi Bassi, fa parte di una formazione
politica affiliata al gruppo dei Liberaldemocratici (Alde). È invece lituano
Algirdas Semeta, matematico ed economista, della famiglia del Partito popolare
europeo, il futuro commissario alla tassazione e unione doganale, audit e
attività antifrode. Da alcuni mesi è arrivato al Berlaymont, sede
dell'Esecutivo, con l'incarico di seguire il bilancio Ue. Nel suo Paese è stato
due volte ministro.
Per Finlandia e
Svezia compiti decisivi. Incarichi di rilievo sono stati affidati ai
rappresentanti di Paesi nordici. Olli Rehn, finlandese di 62 anni, è indicato a
reggere gli affari economici e monetari. Finora è stato alla guida delle
politiche per l'allargamento; in passato è stato eurodeputato del gruppo
liberaldemocratico. Alla Svezia, con Cecilia Malmström, spetterà la delega agli
affari interni: nata nel 1968, liberale, già eurodeputata (1999-2006), ha dato
prova di sé nel semestre di presidenza di turno con la qualifica di ministro
per le Politiche comunitarie. Il portafoglio che le è assegnato si occuperà di
questioni delicate e di attualità: ad esempio si sta definendo, a livello Ue,
il Programma di Stoccolma centrato sui temi della giustizia e della
cittadinanza. (1 - continua) sir eu
I deputati del Pd eletti all’estero: gravi le dichiarazioni di Berlusconi a
Bonn
Roma - Con una
nota congiunta, i deputati del PD eletti all’estero Gino Bucchino, Gianni
Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Franco Narducci e Fabio Porta stigmatizzano
come "particolarmente gravi ed offensive" le dichiarazioni del
presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sul nostro assetto istituzionale.
Il riferimento è
alle parole pronunciate dal capo del governo prima a Bonn contro la Consulta e
il "partito dei giudici" e poi di nuovo a Bruxelles, dopo il
rammarico espresso dal Quirinale per quello che è stato giudicato come "un
violento attacco contro le fondamentali istituzioni di garanzia in una
importante sede politica internazionale". Immediata la replica di
Berlusconi che ha invitato il presidente Napolitano a preoccuparsi "per
l'uso politico della giustizia contrario alla democrazia e alla libertà".
Quindi il premier ha rivendicato di essere lui la vittima di "attacchi violenti"
ed ha aggiunto: "c'è una situazione di violenza solo nei miei
confronti".
"Siamo fermi
nel difendere le Istituzioni della Repubblica italiana così come siamo pronti a
migliorarne il funzionamento con opportune modifiche", replicano i
deputati del Pd, per i quali "difendere l’immagine dell’Italia all’estero
significa anche tutelare e valorizzare il ruolo delle nostre istituzioni".
"Forti delle
nostre esperienze all’estero", concludono infine i sei parlamentari
dell'opposizione, "riteniamo sempre sbagliato mettere in contrapposizione
i poteri dello Stato e quindi ci riconosciamo nel responsabile richiamo del
capo dello Stato ad attenuare le tensioni e a riportare nelle aule parlamentari
la discussione sulla riforma dello Stato". (aise)
A Monaco di Baviera l’ultimo appuntamento 2009 di Un'Altra Italia
Monaco di Baviera
- L'iniziativa "Un'altra Italia" nata dalla cooperazione di alcune
associazioni Italiane e singoli cittadini Italiani e Tedeschi di Monaco di
Baviera ha concluso il suo primo ciclo dedicato alla cultura della legalità.
Un'altra Italia si
prefigge l'obiettivo di far conoscere il vero volto dell'Italia al di la di
facili stereotipi e luoghi comuni, quel volto fatto di persone che si impegnano
quotidianamente e costruttivamente per la politica pulita, per la legalità, per
la trasparenza, per il bene di tutta la società. Si tratta spesso di giovani
riuniti in associazioni e cooperative che non si arrendono di fronte ai
continui soprusi al buon senso ed alla morale comune, come l'ultimo episodio
che ha visto proprio questa settimana l'approvazione da parte del
Parlamento Italiano di un emendamento della finanziaria che dà il via libera
alla vendita dei beni confiscati.
Sabato 12 Dicembre
alle ore 17 Un'altra Italia ha
aperto ancora una volta il proprio sipario presso il
Anton-Fingerle-Bildungszentrum di Monaco di Baviera - Giesing, con una
manifestazione dal titolo Ecco l'altra Italia. La Manifestazione ha voluto
assumere i connotati di una festa i cui ospiti sono stati proprio alcuni rappresentanti
dell'Italia libera da illegalità e malcostume che sappiamo esistere. Si tratta
dei rappresentanti di Avviso Pubblico, Addiopizzo, Liberaterra, Flare. Ma anche
di artisti di spicco come Etta Scollo, che ha partecipato alla manifestazione
in segno di solidarietà e ha regalato alla serata la magia della propria voce.
Così come il gruppo Cantacronache ha accompagnato la serata con le
proprie musiche. Gli odori ed i sapori dei prodotti di Libera Terra hanno datoo
alla festa il tocco finale. Potevano anche essere acquistati sul posto.
Un'altra Italia
chiude così un lungo ciclo fatto di diversi incontri, seminari, spettacoli,
concerti, proiezioni cinematografiche, feste. Nel suo primo anno di vita
Un'Altra Italia non ha mobilitato solo i "volontari della legalità",
ma ha anche raccolto il sostegno morale di personaggi di spicco della cultura e
dello spettacolo, come Etta Scollo, Jutta Speidel e Bruno Maccallini.
“Siamo convinti – sottolinenao fli esponenti dell’iniziativa - che la cultura,
l'arte e l'estetica siano strumenti efficaci contro la non cultura e la
bruttura di mondi senza morale”. De.it.press
Hannover. Concerto per favorire l’integrazione
IL Comites di
Hannover ha organizzato un concerto nella chiesa Santa Maria in collaborazione
con il Consolato Generale, la Missione Cattolica Italiana ed il centro
cattolico internazionale
“Scoprire le
nostre radici per poterci meglio integrare” è stato il motto sotto il quale si
è tenuto un concerto, sabato 5 dicembre ad Hannover, nella chiesa
cattolica Santa Maria (la chiesa frequentata dagli italiani). Uno spettacolo
unico perché gli artisti sono stati bravissimi.
Da un lato un coro di circa 50 persone diretto con
maestria da Tabea Fischler, dall’altro un organo suonato con passione da Okka
Mallek.
Lo scopo di tale
evento è stato quello di presentare, attraverso la musica, elementi della cultura italiana e tedesca.
La manifestazione è stata organizzata dal
Comites di Hannover, in collaborazione con il Consolato Generale, la Missione
Cattolica Italiana ed il centro cattolico internazionale. Giuseppe Scigliano
(de.it.press)
Colonia. Settimana di degustazione di vini italiani alla Galeria Kaufhof
Dal 14 al 19
dicembre, degustazione di vini italiani presso la filiale della Galeria
Kaufhof, organizzata dalla Camera di Commercio Italiana per la Germania
Grazie al suo
clima mediterraneo e alla sua tradizione vitivinicola che risale agli antichi
Greci, l’Italia è il più gran produttore di vino al mondo. I vini italiani sono
così vari come i territori dai quali provengono: rossi e bianchi, secchi e
dolci, vini fermi e frizzanti vengono prodotti dai viticoltori italiani dei
quali non si conosce il numero esatto.
Nell’obiettivo di
promuovere le varietà e le caratteristiche di pregiati e rinomati vini
italiani, la Camera di Commercio Italiana per la Germania, in collaborazione
con Comitel & Partners, invita ad una degustazione dal 14 al 19 dicembre
presso la filiale della Galeria Kaufhof ubicata nella Hohe Straße a Colonia.
Nel corso dei giorni di realizzazione dell’iniziativa potranno essere degustati
quattro vini e un prosecco al banco dell’Enoteca Italiana, istituzione pubblica
che promuove i vini di circa 600 viticoltori italiani all’estero. I vini
selezionati in vista dell’evento di Colonia provengono dalle regioni Toscana,
Piemonte e Veneto, e sono tutti vini certificati DOCG, DOC o IGT.
Per ulteriori
informazioni, è possibile contattare la Camera, nella persona di Maria Ciancio,
telefonicamente allo 0049.69.97145242, oppure via e-mail all’indirizzo
mciancio@itkam.org . (ItalPlanet News)
Bonn. Il segretario del Maie per l’Europa Giacomo Bezzi al Congresso
Elettivo del PPE
Bonn - Si è
concluso il 10 dicembre, a Bonn il Congresso Elettivo del PPE, primo partito in
Europa e di cui fanno parte 14 tra Capi di Stato e di Governo. Ai lavori,
iniziati il 9 dicembre, ha partecipato anche il Maie, Movimento Associativo
Italiani all’Estero fondato dall’on. Ricardo Merlo, che, iscritto come
osservatore, è stato rappresentato dal Segretario per l’Europa Giacomo Bezzi,
accompagnato dal rappresentante Maie per la Svizzera, Gaetano Cavalieri.
"La presenza
di un soggetto politico che rappresenta gli italiani all’estero, in particolare
in Europa, che con il 55,8% si pone al primo posto tra i continenti, è oggi una
risorsa quanto mai necessaria", argomenta Bezzi. "L’Italia infatti,
paese che ha visto e vede tutt’oggi una grande emigrazione, nel momento dell’attuale
crisi globale, può infatti contare su una forza quantitativamente equivalente a
quella che vive nel territorio nazionale, e qualitativamente arricchita
dall’esperienza nelle più varie culture ed aree geografiche. La collocazione
del Congresso del PPE a Bonn è stata quanto mai significativa per la prima
partecipazione del Maie visto che proprio la Germania rappresenta la Nazione a
livello mondiale con la più numerosa presenza di Italiani all’estero, seguita
dall’Argentina e dalla Svizzera".
Gli oltre 800
delegati giunti a Bonn hanno riconfermato alla Presidenza Wilfried Martens. Ai
lavori hanno partecipato anche altri 700 tra rappresentanti di partiti
osservatori e componenti di delegazioni ospiti, dalla Cina, all’Africa, agli
Stati Uniti.
"Oggi –
riflette Bezzi – il 57% degli italiani all’estero sono emigrati, mentre il 39%
sono cittadini italiani nati all’estero. Il Maie, che al Senato ed alla Camera
in Italia rappresenta questa realtà, si propone di rafforzare sempre più il
contributo che questa straordinaria realtà costituisce come patrimonio di
culture, capacità e talenti".
Un patrimonio, ha
detto Bezzi nel suo intervento ai lavori, che "gli italiani che vivono nei
27 Stati membri dell’Unione Europea possono mettere a frutto per sostenere il
Paese. Per questo è necessario rafforzare l’azione di collegamento tra gli
Italiani in Europa e l’Italia", ha ribadito il rappresentante del Maie che
a Bonn ha presentato l’azione programmata del Movimento che, ha annunciato,
"nei prossimi mesi sbarcherà nei principali stati che vedono numerosa la
presenza di italiani all’estero: Germania, Svizzera, Francia, Belgio e Regno
Unito".
"Secondo il
Rapporto Italiani nel Mondo 2009 – ha ricordato Bezzi – oggi la realtà intesa
come collettività di origine italiana all’estero ha superato i 60 milioni nella
stima del Ministero degli Affari Esteri. Con la presenza al Congresso del PPE,
che rappresenta la principale forza di governo in Europa, dove vivono la
maggioranza degli Italiani all’estero, il MAIE intende porsi al servizio di
questa importantissima realtà, oggi quanto mai necessaria per il supporto del
Paese. La mia presenza a Bonn – ha concluso – rappresenta un ulteriore passo in
avanti, che contribuisce a inserire meglio l’Italia nel mondo globalizzato e a legare
di più alla società italiana gli italiani che vivono all’estero". (aise)
Marco Fedi (Pd): “Inadeguati i trattamenti economici del personale a
contratto”
ROMA - “Credo
utile ricordare, – alla vigilia dell’approvazione di una pessima legge finanziaria,
che abbiamo ancora davanti a noi la prospettata chiusura di Consolati, i tagli
a tanti capitoli di spesa degli italiani all’estero contenuti nella proposta di
legge finanziaria di Governo e maggioranza ed il permanere dell’inadeguatezza
complessiva delle risorse per il ministero degli Affari Esteri”. E’ quanto ha
dichiarato Marco Fedi - deputato del Pd eletto nella ripartizione
Africa-Asia-Oceania-Antartide - che ha presentato, sul tema dei trattamenti
economici del personale a contratto, una interrogazione rivolta al ministro
degli Affari Esteri.
“L’adeguamento delle retribuzioni del
personale a contratto rappresenta un impegno per garantire dignità e decoro
alla nostra rete diplomatico-consolare - ha aggiunto Fedi -. Riguarda purtroppo
molte realtà, anche se nel testo dell’interrogazione cito in particolare la
nostra Ambasciata di Harare in Zimbabwe a causa del grave aumento dei prezzi di
beni e servizi dovuto alla dollarizzazione dell’economia”.
“Il Governo non può e non deve sottrarsi a questo
impegno”, ha concluso Fedi.
Qui di seguito il testo dell’interrogazione-
Al ministro degli Affari Esteri, al ministro
dell'Economia e delle Finanze
“Per sapere, premesso che:
l'adeguamento dei trattamenti economici per
il personale a contratto del Ministero degli Affari Esteri dipende, ai sensi
dell'articolo 157 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967,
dalle proposte e dai dati raccolti dalla rete diplomatica e dalla relativa
compilazione delle cosiddette schede retributive riportanti i dati delle altre
rappresentanze diplomatiche accreditate localmente;
i dati vengono esaminati dall'amministrazione
degli affari esteri per venire successivamente sottoposti al vaglio degli
organi di controllo (UCB);
il procrastinarsi degli attuali livelli di
remunerazione, a fronte dei consistenti aumenti del costo della vita, in
numerose realtà all’estero, rischia di compromettere la funzionalità e il
decoro delle nostre sedi diplomatico-consolari nel mondo;
in alcuni Paesi, come lo Zimbabwe, la recente
dollarizzazione dell'economia ha comportato l’aumento incontrollato dei prezzi
al consumo sia dei generi di prima necessità che dei servizi di base;
tale condizione compromette il tenore di vita
del personale a contratto e pone a rischio anche la funzionalità della
Ambasciata d’Italia di Harare;
quali iniziative si riterrà opportuno
adottare per rivalutare i trattamenti economici del personale a contratto
basato in Zimbabwe,
quali iniziative si riterrà opportuno adottare
per rivalutare i trattamenti economici del personale a contratto della nostra
rete diplomatico-consolare in modo tale da garantire l’adeguamento ai
trattamenti economici di Ambasciate di Paesi affini all'Italia per prestigio,
proiezione e presenza internazionale”. (Inform)
Roma - "Gli
italiani all’estero sono stati finalmente oggetto di viva attenzione e di
intenso confronto politico in occasione della discussione sulla Finanziaria
2010 che si sta svolgendo in queste ore alla Camera dei deputati". Così i
deputati del Pd eletti all’estero, Gino Bucchino, Gianni Farina, Marco Fedi,
Laura Garavini, Franco Narducci e Fabio Porta, in merito all’ampio dibattito
svolto quest’oggi in Aula nato dalla presentazione dell’emendamento dell’on.
Fedi mirante ad integrare con sei milioni di euro l’assistenza diretta a
sostegno dei connazionali, soprattutto anziani, che versano in condizioni di
indigenza.
La discussione,
rilevano i deputati, "ha fatto da detonatore di un dibattito che si è ben
presto allargato a molti deputati, tra i quali lo stesso responsabile Esteri
del PD on. Piero Fassino, e a quasi tutti i gruppi parlamentari. La proposta è
stata fatta propria, oltre che da esponenti del PD, da quelli dell’Unione di
Centro e dell’Italia dei Valori e ha creato un evidente imbarazzo in alcuni
settori della stessa maggioranza, tant’è che l’on. Gennaro Malgieri ha aggiunto
la sua adesione e il responsabile per gli italiani nel mondo del PDL, on. Aldo
Di Biagio, assieme al presidente del Comitato degli italiani all’estero, on.
Zacchera, si è distinto con un voto di astensione dal suo gruppo. Nel tentativo
di evitare il moltiplicarsi delle posizioni a favore dell’emendamento –
commentano – il relatore di maggioranza, on. Corsaro, con uno sgangherato
intervento ha tacciato di strumentalità una proposta della cui necessità e
urgenza tutti sono convinti, eccetto i cani da guardia della politica finanziaria
del governo Berlusconi. L’imbarazzo per una posizione obiettivamente
insostenibile ha indotto diversi esponenti del centrodestra a rivendicare
vecchi titoli e appartenenze, per eludere una scelta che invece è di oggi ed è
netta: o a favore o contro gli interessi più diretti degli italiani
estero".
"Alla prova
dei fatti – si legge nella nota congiunta dei deputati Pd – anche se la
maggioranza ha perduto per strada alcuni consensi, l’emendamento è stato
respinto dalla maggioranza, anche col voto di qualche eletto all’estero come
l’on. Amato Berardi, che deve ora spiegare a chi aspetta, soprattutto in
America Latina, un atto di solidarietà quale rischio di destabilizzazione delle
finanze dello Stato comportasse il recupero di sei milioni di euro. Ciò che
resta è la passione civile che nell’aula parlamentare si è accesa intorno agli
italiani all’estero e il palpabile disagio di continuare sulla strada di una
politica di tagli e di disattenzione verso le nostre comunità".
"Per quanto
ci riguarda – assicurano – continueremo a cogliere ogni occasione per
richiamare l’attenzione del Governo e del Parlamento sulle tematiche della
grande comunità italiana nel mondo, con la speranza che le logiche di
maggioranza cedano prima possibile il campo alle necessità obiettive dei
cittadini e che la classe dirigente italiana riconosca quanto sia importante
per il nostro Paese avere un rapporto positivo con chi guarda ancora a noi con
interesse e speranza". (aise)
Legge finanziaria. L’intervento dell’on. Aldo Di Biaio
Oggi viene
celebrata la Giornata dei diritti e della dignità dei pensionati all’estero
indetta da molte sigle sindacali.
A mio avviso
ritengo che questa sia una ottima occasione per riflettere su quella che è la
condizione sociale ed economica di molti nostri connazionali ormai anziani, in
particolar modo quelli che vivono in America Latina ma anche e soprattutto per riflettere insieme ai
rappresentanti di governo, sulle criticità del mondo dell’emigrazione italiana,
che purtroppo sembra essere sempre messo a latere delle iniziative e dei
provvedimenti legislativi.
Il mio è un
sentito e sincero invito ad una riflessione politica e condivisa che coinvolga
i nostri rappresentanti di Governo presenti in aula sull’esigenza di dare delle
risposte serie alle nostre comunità all’estero, che purtroppo continuano ad
essere destinatarie di tagli e di ridimensionamento, ognuno dei quali
corrisponde anche ad un colpo rivolto al nostro Paese e alle nostro bagaglio
economico, politico e sociale. Si sta materializzando una vera e propria
disattenzione politica nei confronti dell’emigrazione che però rischia
seriamente di intaccare la fiducia delle nostre comunità verso questo Governo
con il rischio di una deludente risposta politica. Non dimentichiamo – inoltre
– che anche i nostri connazionali all’estero si configurano come il motore del
mercato del made in Italy, coloro che danno impulso ai settori strategici
dell’economia italiana all’estero e contribuiscono in maniera puntuale e
lodevole alla crescita del prodotto interno lordo italiano. Sfido chiunque dei
presenti a mettere in discussione questa evidenza oggettiva, legittimata da
statistiche e da report economici.
Ragion per cui
questa disattenzione politica e finanziaria assume dei tratti di maggiore
amarezza.
Infatti i tagli
che le precedenti battute delle leggi finanziarie hanno operato verso
determinati capitoli di previsione del Mae, spesso riflettono irrimediabilmente
sui servizi e le progettualità destinate ai nostri connazionali: paliamo di
servizi previdenziali ed assistenziali, progetti di promozione culturale e
scolastici nonché imprescindibili servizi amministrativi. Dobbiamo essere tutti
consapevoli che queste risorse – decurtate su capitoli di spesa così
indispensabili – rischiano di creare una crescente incomprensione tra l’Italia
e l’altra Italia, quella che si trova all’estero.
Sono ben
consapevole e condivido in pieno l’esigenza di razionalizzazione che il nostro
Governo sta portando avanti dall’inizio della legislatura, mirata ad uno
snellimento della macchina amministrativa e ad un riassorbimento delle sacche
di spreco che purtroppo hanno condizionato anche la rete organizzativa
all’estero delle nostre comunità e ancora sopravvivono in taluni settori
pubblici. Ma allo stesso tempo ritengo sia deleterio e soprattutto poco
lungimirante per il Paese, andare ad intaccare i servizi essenziali dei nostri
connazionali oltre confine, tutte garanzie che non possono essere considerate
un optional ma sono la base stessa del dovere di uno Stato nei confronti della
società civile.
Ci dobbiamo
realmente rendere conto che questo snellimento diretto alle risorse destinate
alle nostre comunità crea un reale e drammatico danno alla nostra immagine e
alle nostre potenzialità all’estero.
Il governo non può
fare cassa, incidendo sui riconoscimenti che spetterebbero a tutti i cittadini
italiani indipendentemente dalla loro residenza: parlo dell’esenzione al
pagamento dell’ici non riconosciuta ai nostri connazionali dal dl 112, che
tanta amarezza ha portato tra le nostre comunità.
Non dimentichiamo
inoltre il riassorbimento dei fondi per l’assistenza previdenziale degli
indigenti italiani all’estero, che ha quasi il sapore di una mancanza di
rispetto e di attenzione verso che è dovuto emigrare in tempi anche lontani.
A questa
escalation di snellimenti, se ne aggiunge un ulteriore ancora più amaro che
coinvolge – anche in questo caso – le fasce più deboli delle nostre comunità
italiane oltre confine.
Infatti la legge
finanziaria così come integrata in Commissione bilancio introduce una serie di
disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, che
fanno saltare l’esenzione dal pagamento delle spese giudiziarie per alcuni
processi e controversie. Con questa nuova disposizione, anche per queste
controversie sarà dovuto il “contributo unificato per i processi”. Questa
manovra che sembrerebbe posta in essere per evitare contenziosi, in materia
previdenziale ed assistenziale, capaci di creare difficoltà agli enti
direttamente coinvolti, comporta il rischio però di andare a ledere diritti ed
assistenze legittime che dovrebbero essere riconosciute proprio ai nostri
cittadini in condizioni economiche non semplici. Invito a riflettere sulle
preoccupanti d disposizioni di questo provvedimento e mi auguro che questi aspetti
possano creare le condizioni per un’analisi concreta e proficua che porti noi
tutti a riflettere al fine di trovare la soluzione migliore per evitare di
arrecare difficoltà alle nostre comunità e al nostro Paese.
Mi preme allo
stesso tempo veicolare la vostra attenzione su alcuni ulteriori aspetti emersi
nelle ultime battute di questa finanziaria, in particolare in merito alle
misure di sostegno per le nostre comunità soprattutto in Croazia e Slovenia.
Ho avuto modo di
apprezzare l’impegno del Governo nella finanziaria - nell’ambito degli interventi finalizzati a
misure di particolare valenza sociale e di riequilibrio socio-economico, - a
favore delle comunità degli Esuli di Istria, Dalmazia e Fiume, le cui disposizioni
sono sancite dalla legge 72/2001. Ritengo però doveroso per equilibrio
procedurale e politico oltre che storico garantire nell’ambito di tali
disposizioni, misure in favore della minoranza italiana in Slovenia e in
Croazia, sancite dalla legge 73/2001strettamente legata alla prima legge
citata.
Mi auguro che
questo correttivo normativo, doveroso per i nostri connazionali residenti in
queste terre, possa essere apportato in questa sede.
Aldo Di Biagio
(de.it.press)
Si è conclusa a Houston la V Conferenza dei ricercatori italiani nel mondo
Rinnovata in Nord
America una delle iniziative avviate nel 2003 dall’allora ministro per gli
italiani nel mondo Mirko Tremaglia
HOUSTON – Si è svolta il 5 dicembre a Houston
la V Conferenza dei ricercatori italiani nel mondo, organizzata dal Comites
della circoscrizione consolare (che include, oltre al Texas, gli Stati di
Arkansas, Louisiana, Oklahoma) in collaborazione con il Consolato generale
d’Italia in loco.
Si tratta della quinta edizione
dell’appuntamento annuale che permette a molti studiosi attivi in Stati Uniti e
Canada di incontrarsi tra loro e presentare i risultati delle loro ricerche
alla collettività italo-americana.
L’iniziativa si è aperta presso l’auditorium
del Consolato di Houston con gli inni nazionali e il saluto del reggente
consolare Daniele Ansaldo, che ha letto ai presenti i messaggi di benvenuto
giunti dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dai presidenti di
Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini – titolari di istituzioni
che, insieme alla presidenza del Consiglio dei ministri e al Mae, hanno
patrocinato l’evento.
Alla prima sessione di lavori su “medicina e
bioscienza” sono intervenuti Stefano Sdringola, studioso di cardiologia, Paolo
Fanti (nefrologia), Andrea Ballabio (genetica), Hervè Gentile (chirurgia
plastica), Luisa Franzini (epidemiologia), Davide Cattano (anestesiologia),
Raffaele Ferrari (neuro genetica) e Anna Fernandez (psicoterapia). Per la
sessione su “tecnologia e umanistica” sono invece intervenuti Alessandro
Piovaccari, Fabio Urbani e Raffaella Righetti (ingegneria elettronica),
Angelo Camillo (business), Dario Crosetto (diagnostica) e Francesca
D’Alessandro Behr (letteratura).
Ad aprire i lavori pomeridiani Roberto Genta,
con una presentazione di storia della medicina sulla soluzione del mito della
morte di Napoleone, seguito da Mauro Ferrari, direttore di Alliance for
Nanohealth (che ha base a Houston), il quale ha illustrato le attività svolte
nel laboratorio da lui diretto, anche in collaborazione con istituzioni
italiane e americane – nel 2009 gli investimenti nel settore hanno superato la
cifra dei 500 milioni di dollari. A seguire, Emilio Ghilardi, vice-presidente
della AMD, ha illustrato le ultime innovazioni nel campo
dell’informatica, mentre Alesssandro Carrera, letterato della University of
Houston ha presentato un’analisi sulla geometria del paradiso dantesco.
Presenti anche un gruppo di italiani operanti
alla Nasa, guidati da Orazio Chiarenza, che hanno illustrato la loro attività.
In particolare, l’astronauta Paolo Nespoli ha mostrato un video riassuntivo
della missione spaziale sullo shuttle da lui effettuata, segnalando i futuri
sviluppi dell’attività spaziale italiana che prevede un volo nel 2010
con permanenza di sei mesi sulla Stazione spaziale internazionale.
Nella parte conclusiva il presidente del
Comites Vincenzo Arcobelli ha ringraziato i partecipanti e gli organizzatori
della Conferenza: Andrea Duchini, responsabile dell’evento e i membri del
comitato organizzatore, insieme all’addetto scientifico dell’Ambasciata
d’Italia a Washington Alberto Devoto, ai moderatori, alla commissione giovani
del Comites, i volontari e i rappresentati del Consolato.
Nel corso del dibattito hanno risposto alle
domande dei partecipanti Elena Centemero, membro della VII commissione Cultura
e Istruzione della Camera dei Deputati, la quale ha portato anche il saluto del
ministro dell’Istruzione italiano Mariastella Gelmini, insieme a Devoto e ad
Alberto Pimpinelli, addetto scientifico dell’Ambasciata francese. Al
dibattito ha partecipato inoltre una delegazione della ISSNAF (Italian
Scientists and Scholars in North America Foundation) guidata da Giorgio
Einaudi (suo direttore) e Giorgio Bellettini (socio fondatore).
Quest’ultimo, esperto in Fisica riconosciuto a livello mondiale, ha spiegato ai
presenti il programma, i servizi e le opportunità che la Fondazione offre ai
giovani studenti ricercatori.
Arcobelli ha sottolineato l’importanza di
iniziative come questa Conferenza, specie in momenti di crisi economica come
quello attuale, per il loro carattere propositivo e ottimista e per la
possibilità che, coinvolgendo in esse aziende pubbliche e private, si possano
promuovere sinergie utili non solo ai ricercatori italiani ma al sistema Italia
in generale.
Nel documento finale, la proposta di
rinnovare questo evento insieme al progetto di un’anagrafe di ricercatori
italiani nel mondo, una cooperazione con l’ISSNAF per sviluppare la rete dei
ricercatori in Nord America e per istituire accordi bilaterali tra
l’Università del Texas e istituzioni accademiche italiane. Il documento
verrà consegnato al deputato Centemero e trasmesso alle autorità italiane
competenti. (Inform)
L'ambiente nuova risorsa per tutti
Sono passati
venticinque anni dalla carestia etiope degli Anni 80 e dalla manifestazione di
generosità e partecipazione senza precedenti che suscitò. La domanda che mi
fanno sempre è se sia servita a qualcosa. Che cosa è cambiato in Etiopia e in
generale in Africa? E’ cambiato moltissimo, rispondo, nel bene e nel male. La
settimana scorsa ero di nuovo lì, dove entrambi i cambiamenti sono ben
visibili. Di positivo c’è stata una crescita economica esplosiva; ci si aspetta
addirittura che l’anno prossimo l’Etiopia sia fra le cinque economie che più
crescono al mondo. Il numero degli iscritti nelle scuole è raddoppiato, le
morti per malaria dimezzate e l’Aids è in declino. I telefoni cellulari si
stanno diffondendo (e si diffonderebbero ancora di più se fossero privatizzati)
e nuove strade di campagna collegano comunità remote ai mercati, alle scuole,
agli ospedali. Soprattutto - e nonostante ancora troppe persone per vivere
facciano affidamento sugli aiuti alimentari - anche quest’anno, come negli
ultimi diciotto, si eviterà la carestia, dato che i sistemi di distribuzione e
di allarme sono migliorati. Certamente il governo potrebbe essere più
trasparente, ma nel complesso questo è un Paese che fa progressi, in un
continente che progredisce anch’esso. Poi c’è il cambiamento negativo - quello
climatico. Molti abitanti dei villaggi indicano nella metà degli Anni 80 il
momento in cui hanno cominciato a vedere che i loro modelli climatici stavano
cambiando. Da allora piogge sempre più irregolari li hanno costretti a cambiare
radicalmente organizzazione agricola. Comunità che abbiamo visitato nel Tigray
hanno dovuto dare nuovi nomi ai mesi perché erano basati sulle stagioni e quei
modelli stavano rapidamente cambiando. La gente ci ha detto che la riduzione
delle piogge ha tagliato il loro reddito agricolo. Questo a sua volta sta
deformando il tessuto sociale: i furti sono più frequenti e i bambini sono
costretti ad andarsene di casa per lavorare. Mentre viaggiavamo nel Nord
dell’Etiopia abbiamo visto in tv le immagini dell’alluvione a Cockermouth, in
Gran Bretagna - probabilmente parte della stessa trama.
Le popolazioni
danneggiate dal clima nel Nord dell’Etiopia e nel Nord dell’Inghilterra stanno
già vivendo in quello che sarà il nostro futuro, a metà del XXI secolo. A quell’epoca,
secondo cinquemila eminenti scienziati, vivremo sulla nostra pelle tutti i
drammatici cambiamenti. La disgregazione sociale che vediamo in Etiopia, se le
si consente di diffondersi e peggiorare fino alla sua logica conclusione,
potrebbe avere una traiettoria spaventosa. E’ sin troppo facile che povertà
estrema e cambiamenti climatici alimentino un circolo vizioso, rendendo le
comunità più vulnerabili agli estremismi politici. Una fascia di povertà
estrema e di instabilità lungo il Sahel e il Sahara - peggiorata dal
cambiamento climatico - sarebbe molto negativa per un’Europa che si trova poche
miglia a Nord. Questa ipotesi però non è affatto inevitabile. In Etiopia la
tensione fra i cambiamenti positivi e quelli negativi è palpabile. Quale
direzione vincerà dipende dalle scelte che gli etiopi faranno, e in qualche
misura anche da noi. Non ci aspettano solo sacrifici; ci sono anche nuove
opportunità. Crediate o no all’opinione generale degli scienziati sui
cambiamenti climatici, le nostre economie vi si stanno ineluttabilmente
adattando - e c’è una ragione logica per accettarli senza riserve.
L’inefficiente economia basata sugli idrocarburi sarà sostituita da energie
rinnovabili pulite e a buon mercato; il commercio dei diritti di emissioni dei
gas serra - la cosiddetta «carbon finance» - avrà un ruolo molto importante.
Secondo il Climate Group, entro il 2015 in Gran Bretagna ci saranno almeno 100
mila nuovi lavori «verdi» e nei prossimi dieci-vent’anni il commercio delle
quote di carbonio varrà 1,8 trilioni di sterline. La Cina sta investendo nelle
energie rinnovabili, come già la Germania, con una forte espansione dei lavori
verdi. Anziché negare questi inevitabili processi, dovremmo abbracciare le
opportunità che offrono, se non vogliamo restare indietro. Il sistema
finanziario relativo al commercio del carbonio e il mercato possono aiutare a
trovare soluzioni buone per la Gran Bretagna come per l’Africa. Per esempio,
piantare alberi per catturare anidride carbonica potrebbe diventare il nuovo
«cash crop» - le coltivazioni per l’esportazione - dei contadini africani.
Investire in agricoltura in Africa, sia attraverso gli aiuti governativi che i
fondi privati, è fondamentale. E può anche essere molto redditizio. Il primo
ministro etiope, Meles Zenawi, leader dei negoziatori africani a Copenhagen, mi
ha detto di essere scettico sulle offerte di denaro della comunità
internazionale e la sua doppia contabilità.
Abbiamo parlato
delle promesse di nuovi fondi per investimenti agricoli fatte al G8 dell’Aquila
la scorsa estate e dei possibili impegni che potrebbero venire da Copenhagen.
Ma Zenawi teme che si tratti di denaro già impegnato altrove. Venticinque anni
fa si parlava di Africa che moriva di fame. Ora, nonostante l’attuale scarsità
di cibo in alcune regioni, si racconta una storia diversa: quella di un’Africa
che, come mostrano le statistiche, si sta sollevando. L’ultimo continente a
svilupparsi, con una classe media rigogliosa e 900 milioni di produttori e
consumatori, è il posto dove nei prossimi decenni ci sarà un ritorno di
investimento tra i migliori al mondo. Dobbiamo accompagnare, come abbiamo
promesso, questi popoli, per la salvezza della nostra economia e del nostro
ambiente globale, perché fra altri 25 anni potremmo avere bisogno di loro più di
quanto loro non avranno bisogno di noi. BOB GELDOF LS 12
L’Unhcr alla Ue: rinforzare i diritti dei rifugiati
Soddisfazione
dell’Agenzia Onu per l’adozione del Programma di Stoccolma sull’asilo
BRUXELLES - L’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime “soddisfazione” per
l’adozione del programma di Stoccolma mirato a definire le priorità dell’Unione
Europea sull’asilo e sulle altre questioni riguardanti Giustizia e Affari
Interni per il periodo 2010-2014. Allo stesso tempo l’Unhcr esorta l’UE
“affinché si assicuri che gli obiettivi relativi alla gestione del fenomeno
migratorio non mettano in secondo piano i principi di protezione per i
rifugiati”.
L’Unhcr accoglie “con favore” il principio,
ribadito dall’UE, in base al quale il Sistema Comune di Asilo Europeo dovrà
affondare le sue fondamenta nella piena e comprensiva applicazione della
Convenzione di Ginevra sui Rifugiati del 1951 e sugli altri Trattati
pertinenti. Come ulteriore segnale di impegno per il rafforzamento dei diritti
dei rifugiati nella legislazione europea, il Programma di Stoccolma esprime
anche l’intenzione dell’UE di accedere alla Convenzione di Ginevra sui
Rifugiati del 1951, in seguito ad uno studio che sarà effettuato nel 2010 dalla
Commissione Europea.
“Le misure proposte nel Programma di
Stoccolma dovrebbero aiutare a porre fine alle disparità nelle pratiche di
asilo tra i vari stati membri dell’UE - afferma Judith Kumin, direttore
Unhcr per l’Europa - Come confermato oggi, gli obiettivi prioritari dovrebbero
permettere al Sistema Comune di Asilo Europeo di avvicinarsi al suo scopo di
assicurare un esito giusto ed efficiente per le richieste di asilo in tutta
l’Unione.”
A proposito della cooperazione sul piano
pratico, l’Unhcr incoraggia gli stati membri dell’UE a dare il loro
“incondizionato appoggio” all’Ufficio di Supporto Europeo in materia di Asilo
(European Asylum Support Office - EASO) “nell’ambito del suo compito di
migliorare la coerenza e la qualità delle procedure di asilo”. L’Unhcr ha dato
“la propria disponibilità” a collaborare con l’EASO e a “mettere a disposizione
le proprie competenze” anche nell’ambito dell’Office’s Management Board.
Tra i vari passi concreti da effettuare
nell’ambito del Programma, l’UE considererà la possibilità di creare una
struttura di “trasferimento di protezione” all’interno dell’UE. L’Unhcr si
augura che “un accordo in tale senso possa permettere ai rifugiati e alle altre
persone a cui sia riconosciuto il diritto alla protezione internazionale di godere
di maggiore libertà di movimento nell’UE, proprio come avviene per gli altri
individui non-europei presenti legalmente in Europa”. “Questo –
sottolinea l’Unhcr - sarebbe un importante obiettivo per assicurare un giusto
trattamento alle persone soggette alla protezione internazionale”.
L’Unhcr sostiene l’appello dell’UE “affinché
tra gli stati membri ci sia una maggiore ripartizione di responsabilità e una
più ampia solidarietà ed è pronto a contribuire agli sforzi in questo senso”,
ma chiede anche agli Stati di “mantenere l’attenzione su alti standard di
protezione”. “I sistemi di asilo di alcuni stati membri – rileva l’Unhcr - sono
sotto pressione più di altri a causa di un maggiore numero di arrivi” e “le
risposte a questa situazione dovrebbero contemplare l’introduzione di
emendamenti al Regolamento di Dublino, attualmente in discussione al
Consiglio”.
“In aggiunta alle molte sfide attualmente in
atto nell’UE per la protezione dei rifugiati, il Programma di Stoccolma
riafferma l’intenzione dell’Unione di cooperare con Paesi terzi, compresi
quelli che ospitano grandi comunità di rifugiati” rileva l’Unhcr. Che accoglie
“con favore” l’intenzione dell’Europa di continuare a promuovere l’accesso alla
Convenzione di Ginevra per i Rifugiati e al suo Protocollo e offre la sua
“collaborazione” a proposito delle strategie e delle azioni dell’UE al di fuori
dei propri confini, anche per quanto riguarda il reinsediamento di rifugiati
negli stati membri in base alla proposta di un Programma congiunto dell’UE.
Per quanto concerne i “nuovi approcci”
riguardanti l’accesso all’asilo nei paesi a maggior transito, tendenzialmente
quelli che si trovano lungo il confine meridionale e orientale dell’UE, l’Unhcr
vuole “riportare l’attenzione sul fatto che spesso in tali paesi di transito le
condizioni sono attualmente inadeguate ad assicurare il rispetto dei diritti
fondamentali dei richiedenti asilo e dei rifugiati”. “E’ necessario –
sottolinea l’Unhcr - ancora molto lavoro per arrivare a delle soluzioni
durature per i rifugiati e per tutti coloro che hanno diritto alla protezione
nei paesi vicini all’UE”. (Inform)
Il caso Grecia e l’Europa. Debito, nessuno si chiami fuori
SI MOLTIPLICANO
gli avvertimenti sui pericoli insiti nei modi in cui la crisi globale è stata
superata: la moneta immessa nell’economia è stata abbondante e la spesa
pubblica coperta esclusivamente da indebitamento degli Stati lo è stata
altrettanto. Troppa moneta induce alla speculazione, come testimonia la
vertiginosa crescita del prezzo dell’oro e il significativo aumento dei valori
di Borsa delle azioni ancor prima di una ripresa dei profitti; ai primi segni
di una domanda di beni più sostenuta, che tutti i Paesi ricercano, l’inflazione
potrebbe rifare capolino un po’ dappertutto. Troppa spesa non coperta da tasse
aumenta il debito pubblico, restringe il credito ai privati e aumenta i rischi
di una caduta del suo valore di mercato, se non proprio di non essere
rimborsato, come sta accadendo alla Grecia.
Tutto ciò è
senz’altro nel novero delle cose possibili. Non si capisce però perché siano le
autorità a insistere sui rischi della situazione che hanno creato per
fronteggiare con politiche “non convenzionali” la grave crisi iniziata nel 2007
con la “scoperta” delle insolvenze sui mutui accesi dagli americani per
acquistare abitazioni (noti come crediti subprime) che hanno intossicato una
fascia rilevante di titoli anche buoni, incorporati in titoli compositi noti
come “derivati”. Il quesito che sorge spontaneo è perché ce lo ripetano in
continuazione. La spiegazione può essere rinvenuta in un recente articolo del
Bollettino mensile della Banca centrale europea che sottolinea l’importanza
della comunicazione nella formazione delle aspettative di mercato. Già da tempo
gli economisti erano giunti a queste conclusioni ed è giusto che la nostra
banca centrale lo spieghi in linguaggio comune.Ciò che non si capisce è l’uso
della comunicazione preventiva in materia di ritorno alla normalità monetaria e
fiscale, nota come exit strategy, la quale concorre ad aumentare le già elevate
incertezze sul futuro. Ciò di cui abbiamo bisogno noi poveri mortali e, più
specificatamente, gli operatori di mercato non è che ci dicano che esiste un
rischio di inflazione o deflazione se non si provvede a tempo a riassorbire la
troppa moneta o la troppa spesa pubblica in disavanzo, ma come riusciranno a
risolvere il busillis.
Sempre nel
Bollettino citato, la Bce afferma che non ci sono rischi di inflazione, anche
perché la sua politica rimane “saldamente ancorata all’obiettivo del Consiglio
direttivo di mantenere i tassi di inflazione su livelli inferiori ma prossimi
al 2 per cento nel medio periodo”. Tuttavia “i governi di molti dei Paesi
dell’area dell’euro devono far fronte a squilibri di bilancio ampi e in netta
ascesa. In assenza di una strategia di uscita chiara e credibile delle misure
adottate, questa situazione potrebbe rischiare seriamente di compromettere la
fiducia dei cittadini nella sostenibilità delle finanze pubbliche e nella
ripresa economica.” Vi è quindi coincidenza tra le vedute qui espresse di una
comunicazione adeguata alle necessità di una exit strategy che non vada contro
le aspettative di ripresa e quelle avanzate dalla Bce nel suo Bollettino.
Riteniamo tuttavia che la lucida diagnosi sui bisogni della finanza pubblica
(che si spinge fino a ipotizzare un’influenza sull’inflazione degli “incrementi
dell’imposizione indiretta e dei prezzi amministrati... data la necessità di
risanare i conti pubblici” e suggerire che gli sgravi fiscali vengano
considerati solo per il medio periodo) non si accompagni con un’altrettanto
lucida analisi sui bisogni della politica monetaria, non solo se intende
fronteggiare le spinte inflazionistiche, ma anche se non intende innestare
spinte deflazionistiche che metterebbero in crisi definitiva le banche e il
mercato del credito.
Ci riferiamo in
particolare alla politica dei tassi dell’interesse ufficiali e del cambio.
Sempre nel Bollettino si sottolinea, senza commentarne gli effetti, che l’euro
si è rivalutato rispetto al dollaro e che ciò sia dovuto all’esistenza di un
differenziale tra il tasso dell’1% praticato sull’euro e lo 0,25% praticato sul
dollaro. Eppure la Bce continua a considerare adeguato il suo tasso. La
rivalutazione dell’euro agevola il controllo dell’inflazione perché le
importazioni costano meno; ma se la caduta delle esportazioni comporta un costo
maggiore in termini di sviluppo, causando un gettito tributario
inferiore,ostacola il necessario risanamento della finanza pubblica. Ne
consegue che la politica monetaria è parte del problema da risolvere e la Bce
non si può ergere a giudice delle altrui politiche, come costantemente
sostenuto su queste colonne. Né può trincerarsi dietro il mandato deciso a
Maastricht, perché i tassi dell’interesse e la creazione monetaria hanno
influenza sul valore esterno dell’euro e non può quindi affermare che il
controllo del cambio non sia anche di sua competenza.
È quindi
necessario un coordinamento tra politiche fiscali e monetarie da affidare alla
saggezza dei governanti, se non si è persa la traccia, più che ai Trattati. In
questo quadro, operazioni straordinarie sul debito pubblico si rendono
necessarie e devono essere fatte in modo coordinato tra i Paesi europei.
Lasciare la Grecia alle sue sorti implica che la metastasi del debito greco si
estenderà ai Paesi europei che hanno le stesse difficoltà sul fronte della
finanza pubblica. L’Unione Europea ha bisogno di crescita, e non solo
economica. Ben ha fatto la Merkel a ricordare che la moneta unica impone la
condivisione dei problemi e delle soluzioni da parte dei Paesi membri. PAOLO
SAVONA IM 12
Premio Nobel a Obama. Il legno storto dell'umanità
Barack Obama non
ha nascosto il padre spirituale di cui si sente figlio e erede, ieri a Oslo
ricevendo il premio Nobel della pace: se non ci fosse stato prima di lui Martin
Luther King, a battersi per i diritti dei neri e a ricevere nel 1964 lo stesso
premio, lui non sarebbe alla testa degli Usa.
Se sono qui è in
conseguenza diretta del lavoro che King svolse un’intera vita. Sono la viva
testimonianza della forza morale della non violenza». Il Presidente ha parlato
anche della purezza dell’indignazione che le guerre, sempre, suscitano
nell’animo umano: «Non c’è nulla di debole, nulla di passivo, nulla d’ingenuo,
nel credo e nell’esistenza di uomini come Gandhi e King».
Ma pace e guerra
sono immerse nella storia, e di quest’ultima lo statista deve tener conto. Deve
esser cosciente che la storia non è lineare e progressista, non conferma la
perfezione umana, non produce pace universale con mezzi sempre pacifici, non è
gravida di guerre che mettono fine a tutte le guerre. Non è neppure una storia
di rivoluzioni che cambiano la stoffa di cui è fatto l’essere umano, rendendolo
infine buono, mite, ed estromettendo con un gesto volitivo il male dalla terra.
Sogni simili furono alla base delle guerre sante quelle cristiane di ieri, quelle di chi
pretende oggi di combattere in nome dell’Islam
e sempre precipitarono in disastri, tanto più devastanti quanto più
predicavano l’amore: «Le crociate ci ricordano che nessuna Guerra santa può mai
essere guerra giusta».
Dopo anni di
visioni apocalittiche del mondo
l’umanità va piegata sotto il giogo di un’unica verità straboccante, va
condotta anche contro voglia verso nuove rive dell’essere l’America di Obama ripensa il passato,
riscopre il concetto di guerra giusta che il cristianesimo teorizzò nel IV
secolo, fa propria infine la visione, kantiana, di un mondo non perfetto ma
fallibile e perfettibile, che ha diritto a non esser piegato ma illuminato.
È di Kant l’idea
che nessuno sulla terra ha in mano la perfezione: «Da un legno storto come
quello di cui è fatto l’uomo, non si può costruire niente di perfettamente
dritto». Obama sembra pensare al legno storto di cui sono fatti uomini e
nazioni, quando invita a non illudersi («Il male esiste nel mondo»), e giunge
alla conclusione che neppure chi dirige gli uomini, quale che sia il regime in
cui si trova, possiede le chiavi appropriate del presente e futuro. Perché il
perfezionamento funzioni occorre che le istituzioni prendano il posto degli
uomini e dei politici, perché solo le istituzioni hanno continuità nel tempo,
edificano nel lungo periodo, non dipendono né dai sondaggi né dal voto. Creare
istituzioni internazionali che tengano a freno le guerre, che le prevengano,
che ne disciplinino le regole evitando straripamenti destinati a mietere più
vittime tra i civili che tra i guerrieri, fu la grande lezione appresa nelle
due ultime guerre mondiali.
Anche le guerre
giuste infatti degenerano, non rappresentano la soluzione del dramma. La guerra
fra nazioni, condotta nella persuasione che la forza fondi il diritto, fu
teorizzata da Thomas Hobbes nel XVII secolo ma era già invisa a Tucidide nella
Guerra del Peloponneso. Anche qui è Kant che prende il sopravvento, con la sua
Repubblica cosmopolita resa forte dal diritto, contro la seduzione che Hobbes
ha esercitato sulle menti americane per decenni.
Obama è immerso
ancor oggi in due guerre una che ha
deciso di finire in Iraq, l’altra che intende inasprire in Afghanistan ma
finendola nel 2011 e può apparire
singolare che riceva fin d’ora il premio della pace. Tuttavia i cambiamenti ci
sono, visibili. La sua non sembra essere la guerra della superpotenza che non
tollera concorrenti e agisce senza curarsi del parere altrui, come nelle
metafore marziane dei neo-conservatori statunitensi. Non è neppure la «guerra
infinita» contro il terrorismo annunciata da Bush figlio, e del tutto svanita è
l’idea che solo in tal modo con una
sorta di palingenetica Guerra Santa il
male sarà estirpato (un libro pubblicato nel 2004 da Richard Perle e David Frum
aveva precisamente questo titolo: La fine del male, in italiano Estirpare il
male. Come vincere la guerra contro il terrore). Evocando indirettamente quel
che dissero Agostino e Tommaso d’Aquino sulla guerra giusta, Obama fissa le
regole: l’offensiva deve essere l’ultima risorsa, deve esser proporzionata
all’aggressione, non deve far vittime civili esorbitanti. E promette fedeltà
alle istituzioni, alle convenzioni internazionali, alle norme etiche che Bush
jr aveva ignorato nel corso delle sue guerre.
Tuttavia Obama non
si accontenta di questi limiti, che sono stati fissati alle condotte belliche.
Forse è l’umiltà che lo anima, forse il cammino ancora aleatorio che sta
percorrendo: fatto sta che non è una certezza univoca che lo guida, ma la
consapevolezza del dilemma tra pace e guerra.
Obama non sceglie
la guerra giusta contro il sogno che mette fine alle guerre e le rifiuta. Vive
dentro la contraddizione, considera egualmente valide ambedue le verità,
accetta l’esistenza di un conflitto fra verità che non è sanabile. È vero, le
guerre a volte sono non solo necessarie ma moralmente giustificate: non si
poteva abbattere Hitler o il Giappone imperiale senza le armi. Non si può
abbattere Al Qaeda senza le armi, probabilmente. Ma non meno vero è quello che
dicevano King e Gandhi. «La guerra in sé non è mai gloriosa conclude Obama e mai dobbiamo strombazzarla come tale. (...)
Per quanto giustificata, la guerra è garanzia sicura di umana tragedia».
La via di uscita
dal dilemma è il paradosso: bisogna sapersi riconciliare col nemico, lasciargli
fino all’ultimo una porta aperta, anche se può venire il momento in cui occorre
la resa dei conti militare. Non bisogna respingere guerre che si ritengono
giuste, anche se esse spargono comunque sofferenza. Pensare per paradossi la
guerra e la pace comporta, secondo il Presidente, una «continua espansione
della nostra immaginazione morale».
Non mancano le
trappole, per chi vive sì vasti dilemmi nelle vesti di Presidente e comandante
in capo della potenza americana. Se si affronta l’Iran e la sua aspirazione
all’atomica, non si può continuare nell’attuale finzione, e nascondere a se
stessi come fa Obama che all’origine di tanti terremoti medio
orientali c’è un non detto, che nessuno osa scoperchiare: l’esistenza in quella
parte del mondo di una potenza atomica lo
Stato d’Israele che non si dichiara tale
e però incita un’intera regione al risentimento costante e al riarmo. L’altra
trappola è racchiusa nella stessa umanizzazione delle guerre. La storia degli
ultimi decenni ha visto molti conflitti seminare devastazioni del tutto
sproporzionate fra i civili, proprio perché a puntellarli c’era una vasta rete
di soccorso umanitario. Una guerra che avviene in simultanea con l’attivarsi
degli organismi umanitari è la tesi del
filosofo Slavoj Zizek, o dell’architetto israeliano Eyal Weizman rischia di separare ogni distinzione fra
guerriero e soccorritore-infermiere: prolungando indefinitamente le attività
belliche, rendendole più efficienti.
Sono trappole che
possono divenire perverse, e rendere ingiusto quel che inizialmente era o
appariva giusto. Se non sono riconosciute come insidie reali rischiano di dar
ragione alle parole, citate ieri da Obama, di Luther King: «La violenza non
genera una pace permanente. Non risolve nessun problema sociale: ne crea solo
di nuovi e più complicati». BARBARA SPINELLI LS 11
Il Nobel a Obama. Il soldato riluttante
Sta nell'equivoco
insidioso tra "pacifico" e "pacifista" la chiave per capire
le perplessità e i sarcasmi che hanno accompagnato, in America come nel resto
del mondo, la consegna del Nobel per la pace a Barack Obama.
Se il Presidente
americano sembra avere tradito le speranze che lui stesso aveva suscitato e
avere accettato un riconoscimento che stride con la escalation della guerra in
Afghanistan, è perché si vuole ignorare la differenza fondamentale che esiste
fra coloro che combattono guerre "per scelta" e coloro che le
combattono "per necessità".
È la abissale
distanza morale che separa le guerre di Roosevelt in Europa e nel Pacifico,
dalle guerre di Johnson e Nixon in Asia, le divisioni di Wilson sacrificate sul
fronte francese dalla aggressione nipponica a Pearl Harbor, e che Obama ha
riassunto, nell'accettare il premio con modestia ai limiti dell'imbarazzo, in
un altro aggettivo chiave: "giusta". Per la nobile sensibilità del
pacifista, quella fra "giusta" e "ingiusta" è una
distinzione senza una differenza, essendo ogni guerra per definizione il Male
assoluto da respingere. Per la responsabilità dell'uomo pacifico e del
guerriero riluttante, le armi sono invece l'ultimo ricorso, quando ogni altro
tentativo, se fatto seriamente e non soltanto per predisporsi un alibi
propagandistico, è fallito.
Nel confondere
Obama con Bush, nel mescolare la tragica ideologia della "democrazia da
esportare" laddove aggradi al più forte con la amarissima, sofferta scelta
di insistere nell'operazione afghana, troppi osservatori dimenticano, forse in
malafede, che l'invasione, l'occupazione e le operazioni di controguerriglia in
Afghanistan ebbero, e ancora hanno, la piena e formale sanzione dell'Onu, che
riconobbe nel regime Talebano e nella metastasi terroristica da esso ospitata,
una minaccia per l'umanità, manifestata nell'ignominia delle Due Torri. Fu invece
soltanto a cose fatte e decise, dopo la stravagante e inedita formula della
"coalizione di chi era disposto a starci", costruita su un cumulo di
false prove e di dottrine tagliate su misura, che l'Onu diede a malincuore una
copertura agli Stati Uniti, quando invasero e occuparono una nazione governata
da un regime abominevole, ma estraneo alle trame del fondamentalismo globale.
Qui si spalanca
l'equivoco fra "pacifista" e "pacifico". Se la ideologia
del pacifismo fosse accettabile, sarebbe Neville Chamberlain, il premier
britannico che non osò fermare Hitler per non spezzare la pace formale in
Europa, a meritare il Nobel, e sarebbe invece Winston Churchill, colui che
utilizzando ogni arma in proprio possesso, rispose ferocemente all'aggressione
tedesca, garantendo così due generazioni di pace e di libertà all'Europa
occidentale. Il pacifismo, ben oltre il valore sempre assai discutibile di un
premio come questo Nobel che ha coronato discutibili campioni della mitezza
come Kissinger, il nordvietnamita Le Duc-Tho o Yasser Arafat, è un lusso che il
primo responsabile di una nazione come gli Stati Uniti non si può concedere.
Non quando dal sistema di sicurezza collettiva instaurato dopo il 1945, non per
volontà americana ma per il risucchio del suicidio europeo, dipende, ieri nella
Guerra Fredda, oggi nella guerra subdola e asimmetrica contro il fanatismo
armato, la sopravvivenza di chi agli Usa si è affidato. Scoprendosi, come disse
un incontestabile leader della sinistra mondiale, Enrico Berlinguer, "più
sicuri" da questa parte.
La scelta di
accrescere, e non di smobilitare, l'occupazione dell'Afghanistan, lo scontro
contro i neo-Taleban risorti grazie al fallimento della strategia adottata da
Bush che aveva sprecato consenso e uomini per abbattere Saddam mentre si
ricostituiva al Qaeda, l'estensione delle missioni in territorio pakistano -
come Obama aveva sempre annunciato di voler fare - potrà rivelarsi catastrofica
o vincente, un nuovo Vietnam o almeno una Corea stabilizzata nella sua
suddivisione. Ma Obama è sicuramente dentro la storia e la tradizione e la
cultura americana, anche se i sondaggi per il momento lo castigano,
nell'accettare la tragica necessità della guerra e nello sfuggire, come fecero
Wilson, come Roosevelt, come Truman, alla tentazione dell'isolazionismo e
dell'autoesclusione da un mondo che non è più separato da comodi oceani.
Obama è l'uomo
tranquillo che non vorrebbe battersi, ma non può accettare la violenza, il
sopruso e la minaccia alla nazione che gli si è affidata. È il leggendario
"Sergente York" interpretato nel 1941 da Gary Cooper, strenuo
obbiettore di coscienza e pacifista che, costretto in trincea, impara a
uccidere e a sconfiggere il nemico. E sa che la strada per ogni pace, pur
effimera, è sempre, nel calvario della storia umana, lastricata dalla guerra.
Se quello sarà il risultato, questo Nobel sarà stato ben meritato. VITTORIO
ZUCCONI LR 11
Copenaghen. Dalla Ue oltre sette miliardi ai Paesi in via di sviluppo
L'annuncio della
Ue: "Riduzione del 30% delle emissioni nocive entro il 2020". Bozza
alla conferenza Onu sul clima: 1,5-2 gradi Celsius l'innalzamento massimo
consentito
BRUXELLES - Più di
sette miliardi dal 2010 al 2012 per i Paesi più vulnerabili al clima. E' questa
la scelta del vertice Ue per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad avviare la
riduzione delle emissioni nocive. Si tratta di un contributo annuo di 2,2
miliardi di euro per il 2010, il 2011 e il 2012. In questo modo, la Ue si farà
carico di un terzo del fondo di avvio rapido destinato ai aiutare i Paesi più
poveri, il cui bisogno è stimato in sette miliardi di euro l'anno, pari a 21
miliardi di euro per i tre anni. E sempre a Bruxelles i Paesi della Ue si sono
accordati per una riduzione del 30% delle emissioni nocive entro il 2020
rispetto ai livelli del 1990.
Quasi
contemporaneamente da Copenaghen sono arrivate le indiscrezioni sulla prima
bozza ufficiale della conferenza dell'Onu sui mutamenti climatici: il testo
fissa a 1,5-2 gradi Celsius l'innalzamento massimo consentito sul pianeta. La bozza
costituisce un punto di partenza per i prossimi negoziati a cui parteciperanno,
nei giorni avvenire, tutti i "grandi" del pianeta, a cominciare dal
presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Secondo quanto indicato sul
progetto, il raggiungimento di una temperatura piu' bassa sara' l'obiettivo dei
piccoli stati insulari e di molte nazioni africane, mentre la temperatura piu'
alta sara' la finalita' dei paesi piu' ricchi e industrializzati. Il progetto,
che ha l'obiettivo di essere appovato al vertice del 18 dicembre, dovra' essere
presentato ai ministri dell'Ambiente di tutto il mondo.
In quell'occasione
le parti dovranno discutere sulla riduzione globale di emissioni da un minimo
del 50 per cento ad un massimo del 95 per cento al 2050 rispetto ai livelli del
1990. Molti capitoli sono comunque ancora tutti da scrivere e le posizioni dei
diversi blocchi negoziali appaiono ancora molto distanti. In particolare India
e Cina, infatti, stanno lavorando ad un testo alternativo a quello danese che
obblighi i Paesi sviluppati a tagliare le proprie emissioni del 40% rispetto ai
livelli del 1990. Una posizione che sta irritando fortemente i Paesi piu'
piccoli e vulnerabili.
Il patto globale
avra' effetto a partire dal 2013, dopo che gli impegni attuali nell'ambito
della Convenzione quadro del protocollo di Kyoto saranno scaduti. La Russia
però avverte: "Non vogliamo limitare la nostra crescita economica, per
ridurre le emissioni di gas a effetto serra" taglia corto il consigliere
sul clima Aleksandr Bedritsky. LR 11
Iran. Khamenei: « Eliminare l'opposizione»
La questione delle
elezioni «è finita: sono state legali. I dissidenti non hanno potuto dimostrare
nulla»
TEHERAN - Una
frase che non ammette repliche: «l'opposizione sarà eliminata». L'ha
pronunciata la Guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, in un discorso
ritrasmesso dalla televisione di Stato.
VOCI SULL'ARRESTO
DI MUSSAVI - Khamenei ha parlato mentre, dalla notte scorsa, circolano
insistenti sui siti dell'opposizione le voci del possibile arresto di Mir
Hossein Mussavi e altri capi della protesta per cercare di mettere fine
definitivamente alle manifestazioni nelle piazze e nelle università. Pur senza
nominarli, l'ayatollah ha accusato questi leader di avere «violato la legge,
organizzato rivolte e incoraggiato la gente a resistere al sistema» della
Repubblica islamica. «Non si tratta di cose da poco - ha aggiunto la Guida
suprema - e tutto questo ha dato coraggio ai nemici». «Ma essi - ha affermato
ancora Khamenei - sono come la schiuma sull'acqua e quello che rimane è il
sistema. L'opposizione verrà eliminata agli occhi della nazione».
CHIUSA LA
QUESTIONE DELLE ELEZIONI - La questione delle elezioni «è finita» e non ci
devono essere più proteste. Lo ha affermato la Guida suprema iraiana, ayatollah
Ali Khamenei, in merito alla contestata rielezione nel giugno scorso del
presidente Mahmud Ahmadinejad che ha portato alla più grave ondata di
manifestazioni e disordini nella storia della Repubblica islamica. «Le elezioni
sono finite, sono state legali e non hanno potuto dimostrare le loro
affermazioni», ha detto Khamenei, in un discorso ritrasmesso dalla televisione
di Stato, facendo riferimento alle denunce di brogli da parte dell'opposizione.
CdS 13
Napolitano/Köhler. L'Europa può riaffermare il suo ruolo storico solo
rafforzando la sua unità
Il Presidente
Napolitano ha incontrato al Quirinale il Presidente della Repubblica Federale
di Germania, Horst Köhler. "L'Europa impieghi le nuove possibilità del
Trattato di Lisbona con lo sviluppo del metodo comunitario"
Concluso, con
l'entrata in vigore, il lungo e faticoso processo di ratifica del Trattato di
Lisbona, "si è dunque aperta una fase nuova nella vita dell'Unione
Europea, in un contesto mondiale profondamente cambiato e in piena
evoluzione". È questo il punto di partenza della dichiarazione congiunta
resa dal Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, e dal
Presidente della Repubblica Federale di Germania, Horst Köhler, al termine
dell'incontro svoltosi al Quirinale.
"L'Europa -
hanno aggiunto i due Capi di Stato - può riaffermare il suo ruolo storico solo
rafforzando la sua unità, la sua capacità di decisione e di azione, rinnovando
e rendendo ancor più efficace il suo modello di crescita sostenibile, di
progresso sociale, di democrazia della partecipazione e dei diritti. L'Europa
può assumere il ruolo di attore globale sulla scena mondiale solo parlando con
una voce unica, solo esprimendo una politica estera e di sicurezza comune. Il
primo imperativo consiste nell'impiegare pienamente, concretamente e con
coerenza, le nuove possibilità che il Trattato di Lisbona mette a disposizione
dell'Unione per fare fronte alle sfide del nostro tempo".
Per i Presidenti
Napolitano e Köhler, "ancora una volta lo sviluppo del processo di
integrazione richiede un esplicito ricorso al metodo comunitario, piuttosto che
una prassi di accordi intergovernativi".
"L'effettivo
rilancio dell'integrazione europea, la stessa attuazione di politiche comuni
già delineate, richiedono - si afferma nella dichiarazione congiunta - più che
mai forme di sovranità condivisa, decisioni a maggioranza secondo quel che
prevedono e consentono i Trattati vigenti, da ultimo quello di Lisbona, e
cooperazioni rafforzate. L'alternativa a questo coraggioso rilancio è un grave
rischio di declino, di irrilevanza dell'Europa nel mondo d'oggi".
"L'impegno
della Germania e dell'Italia su queste linee - hanno concluso i due Capi di
Stato nella dichiarazione - affonda le sue radici nella loro storia di paesi
fondatori dell'Europa comunitaria, può contare sull'ininterrotto sostegno che
entrambi hanno assicurato per decenni allo sviluppo della costruzione europea,
e su una rinnovata collaborazione di idee e di volontà che in quanto Presidenti
della Repubblica tedesca e della Repubblica italiana siamo convinti di poter
riaffermare facendo affidamento sui nostri governi e sui nostri
Parlamenti". (ItalPlanet News 9)
Berlusconi, imbarazzo a Bruxelles al vertice disegna mutande da donna
Durante un recente
incontro di capi di governo Ue ha fatto disegnini di biancheria intima poi ha
passato i bozzetti agli altri premier perché potessero apprezzarli
Fra i presenti
c'erano Gordon Brown, Angela Merkel, Nicolas Sarkozy
Sul Mail on Sunday
i commenti dei lettori: "Che buffone di leader hanno gli italiani"
dal nostro
corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Silvio
Berlusconi ne avrebbe combinata un'altra delle sue, una nuova gaffe
internazionale in grado di suscitare ilarità o indignazione, a seconda dei
punti divista, da parte dei leader mondiali. Il primo ministro italiano,
secondo quanto rivela il Mail on Sunday, ha scarabocchiato disegnini di
"mutande femminili nel corso della storia" durante un recente vertice
di capi di governo dell'Unione Europa a Bruxelles e poi ha passato i suoi
bozzetti agli altri premier affinché potessero apprezzarli.
I leader della Ue
stavano discutendo le questioni relative al cambiamento climatico in vista del
summit di Copenhagen, in particolare la possibilità di dare maggiori aiuti in
denaro alle nazioni povere del Terzo Mondo per combattere gli effetti del
surriscaldamento globale, quando hanno notato che Berlusconi era intento a
vergare qualcosa con impegno su dei fogli di carta. In un primo momento, scrive
il giornale domenicale britannico, pensavano che facesse dei calcoli per dare
il suo contributo al dibattito sulla complessa trattativa. Ma poi si sono resi
conto che il premier italiano stava invece disegnando mutandine femminili.
Una fonte avrebbe
detto al Mail che i disegnini, fatti passare di mano in mano agli altri leader
presenti, includevano biancheria intima femminile usata da "donne
egiziane, mutandoni dell'era vittoriana britannica, slip di seta di stile
francese, tanga e g-string", sotto il titolo "Mutandine da donna
attraverso i secoli". Riporta una fonte interpellata dal Mail:
"Nessuno poteva crederci. Lui stava scarabocchiando rapidamente e poi ha
messo in giro i suoi disegnini di mutandine femminili. Alcuni erano divertiti.
Altri no".
Tra i leader che
partecipavano alla discussione, svoltasi venerdì a Bruxelles, afferma il Mail
on Sunday, c'erano il premier britannico Gordon Brown, il cancelliere tedesco
Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy, il premier irlandese
Brian Cowen e la baronessa Cathy Ashton, nuovo ministro degli Esteri della Ue.
Secondo il Mail i disegnini sono arrivati anche sul tavolo di Brown, che sembra
averli tuttavia ignorati.
L'articolo sul
sito del giornale conservatore britannico ha provocato decine di commenti da
parte dei lettori. "Che buffone di leader hanno gli italiani!", è
uno. "E' ora di constringerlo a fargli fare delle docce fredde",
commenta un secondo. "Ricordiamoci di queste cose quando ci lamentiamo di
Gordon Brown", osserva un terzo. "Ci vuole un italiano per ravvivare
gli incontri della Ue", scrive un altro. "Poveri italiani, che leader
imbarazzante" è ancora un dei commenti pervenuti al Mail. LR 13
Morale civile. Il valore religioso della laicità
DA QUALCHE tempo
in qua si stanno verificando eventi che pongono in questione il tema della
laicità. La sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha
considerato la ostensione del Crocifisso nelle aule scolastiche come lesiva
della sensibilità e della libertà di un non credente; i cittadini svizzeri
chiamati ad un referendum consultivo si sono in maggioranza pronunciati contro
la edificazione di minareti; in Italia, qua e là, dirigenti scolastici si
imbarazzano per la costruzione del presepe, e qualcuno suggerisce di chiamare
il Natale festa delle luci.
Insomma si oscilla
tra la negazione di qualsivoglia simbolo religioso e l’affermazione di quello
di una sola religione contro le altre, in particolare del Cristianesimo contro
l’Islam. Gli eventi, sommariamente citati ad esempio, investono giudici e
giuristi, così come uomini politici, specie con responsabilità locali, comunità
più o meno estese, insegnanti, studenti e famiglie. L’occasione è data dal
mutamento di società un tempo omogenee, in Europa di società cristiane per
religione e cultura, in società eterogenee, ove convivono gruppi provenienti da
diverse culture e civiltà e professanti diverse fedi religiose, quando si
tratta di immigrati, e gruppi che i processi di secolarizzazione hanno condotto
all’agnosticismo, vale a dire alla pura e semplice incredulità o indifferenza,
oppure all’ateismo militante, all’anticlericalismo, al materialismo scientista.
Le grandi
maggioranze delle popolazioni ospitanti i gruppi immigrati possono essere
tentate di usare la religione loro propria, della civilizzazione cristiana,
come segno identitario culturale e politico contro gli estranei. A questo punto
la religione può innervare la xenofobia e finanche il razzismo. Le minoranze
agnostiche o atee hanno buon gioco nell’accusare la religione, qualsiasi
religione, di essere strumento di divisione.
I gruppi immigrati
si sentono discriminati e assumono comportamenti di autodifesa dei propri
costumi e tradizioni giuridico-religiose, che ostacolano processi di
integrazione culturale e civile, quando non favoriscono ostilità verso la
morale occidentale, fino ad aggressioni terroristiche.
Di fronte al
rischio di vedere deflagrare quello scontro di civiltà, come lo ha chiamato
Samuel Huntington, non soltanto tra Potenze distinte per appartenenze
religiose, ma in casa propria, tra i cittadini o aspiranti alla cittadinanza,
lo Stato costituzionale contemporaneo assume la libertà religiosa come
fondamentale diritto umano. La tutela di questa libertà si dirige verso le
manifestazioni pubbliche di ogni religione, come le chiese, le moschee e i
minareti, gli atti di culto, e verso i comportamenti privati e di coscienza,
che non devono essere in alcun modo coartati. Questa garanzia, imparziale e
positiva, postula che lo Stato non professi alcuna propria religione, cioè non
sia un Stato confessionale. Questa è la laicità, forma di Stato della
Repubblica italiana. In Europa, la Francia ha adottato una diversa laicità, che
si definisce de combat, vale a dire di opposizione a qualsiasi ingresso delle
religioni nello spazio pubblico. È un esito dei processi ideologici di quella
vicina Repubblica, di cui oggi si misura, come in una somma algebrica, più il
negativo che il positivo. In Italia, la laicità repubblicana tutela tutte le
comunità e le coscienze religiose, ed anche quelle dei non credenti. Il
cristianesimo, alla cui civilizzazione apparteniamo, proponendo una fede
liberamente accettata, agevola il dialogo tra le diverse religioni e il
rispetto reciproco. Non c’è dunque motivo di stupirsi se la Chiesa cattolica
riveli accoglienza per i luoghi di culto islamici, moschee e minareti inclusi.
La fede cristiana è aperta all’intera famiglia umana, non è una religione
nazionale o di un continente o civiltà o razza. Smentirebbe se stessa, la
propria missione se regredisse alla spirito delle crociate. Quanto al
Crocifisso, chi lo leverebbe dai luoghi pubblici, per non profanarlo essendo
segno intimo ed interiore di adesione della coscienza personale, annaspa in un
sofisma, perché dimentica che quel legno è memoria della più grande rivoluzione
della libertà umana, che sta dentro e fuori dello spazio delle coscienze
individuali. Chi ne ricava invece turbamento, anziché apprendimento anche
critico, non può difendersene abolendolo per tutti. Questa sarebbe
prevaricazione, non rivendicazione di libertà. Quanto al presepe, o al cambio
di nome del Natale, via! Un po’ di buon senso. Si può non essere credenti, ma
la poesia della Natività, va oltre la teologia, tocca le corde più profonde
della natura e della cultura umana. In verità quelli che si proclamano laici
hanno poca dimestichezza con la storia della laicità. E il ridefinirli
polemicamente laicisti è concedere loro di sapere quello che ignorano. Francesco
Paolo Casavola Im 13
Le istituzioni più forti degli uomini
Non è escluso che
dal grande chiasso che regna ai vertici del governo nasca, taciturno ma
testardo, un attaccamento più intenso degli italiani alle istituzioni e alla
carta costituzionale su cui poggiano le istituzioni. Il politico che se ne
sente ingabbiato e vuole liberarsene continuerà magari a esser applaudito, per
la spavalderia che esibisce e per il ruolo di vittima che recita. Ma in
parallelo con questo consenso, fatto di adorazione e indolenza, è probabile che
si rafforzi proprio la pianta che il leader vorrebbe disseccare: la pianta,
rara in Italia, che quando attecchisce dà come frutto il senso delle leggi e
dello Stato. C’è qualcosa nel chiasso della presente legislatura che ricorda i
dipinti dell’espressionismo tedesco, durante la Repubblica di Weimar: volti
stravolti da eccitazioni, maschere che sogghignano, città sghembe che urlano
senza più ordine. Kurt Tucholsky scrisse che il precipizio «spettrale»
cominciava con l’uomo che mette l’Io in primo piano (politico o scrittore,
giornalista o imprenditore).
Hitler era un uomo
così, e l’Io che accampava era la sua persona e qualcosa di più nascosto,
torbido: l’Io della nazione, del Popolo illimitatamente sovrano. «L’Io di per
sé non esiste», scrive Tucholsky fin dal 1931: «Quest’uomo non esiste; in
realtà egli è solo il chiasso, che produce». Il frastuono coesiste da tempo con
il rispetto italiano delle istituzioni, a ben vedere. La seduzione e il carisma
di Berlusconi hanno alcune qualità inossidabili, ma non meno incorruttibili
sono stati, lungo gli anni, l’ammirativa affezione per i garanti della
Costituzione e l’adesione dei cittadini all’equilibrio fra i poteri. Sono stati
molto popolari Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi. Lo è Giorgio
Napolitano. Anche l’adesione agli organismi di garanzia non scema, come
dimostrano i sondaggi favorevoli al Csm e alla Consulta. La lezione sulla
Costituzione che Scalfaro tenne nel 2008 all’Auditorium di Roma riscosse un
successo vasto.
È una conferenza
che andrebbe riascoltata: la maniera in cui l’ex Presidente racconta la
scrittura intellettualmente elettrizzante della Carta, le visioni profetiche
che essa contiene, fa rivivere un testo che non è affatto vecchio e che in pieno
frastuono non andrebbe modificato. Ricordo in particolare il passaggio sui
diritti della persona: per la prima volta in Italia, dice Scalfaro, lo Stato
non li concede né si limita a garantirli, ma li riconosce. I diritti precedono
i governi e le Carte, e davanti a essi gli uni e le altre «si inchinano».
Ricordo anche quel che disse a proposito del referendum del 2006 sulla riforma
costituzionale del governo Berlusconi. Gli italiani dissero no non solo alla
devoluzione ma anche, con forte maggioranza (più del 60 per cento), a un
Premier dotato di poteri esorbitanti, compreso quello che scioglie le Camere e
che la Carta affida al Capo dello Stato. Istituzioni e carte costituzionali
hanno questo, di specialmente prezioso: durano più degli uomini, dei governi,
delle campagne elettorali, dei sondaggi.
Sono lì come una
tavola fatta di pietra, conferiscono stabilità a quel che nell’alternarsi
democratico delle maggioranze necessariamente è votato all’instabilità. È
significativo che non solo le nazioni uscite dalla dittatura si siano messe
come prima cosa a riscrivere le Carte, ma che anche l’edificio europeo abbia
anteposto la permanenza delle istituzioni all’impermanenza degli uomini, dopo
le guerre del ’900. Jean Monnet, che dell’Europa fu uno degli artefici,
venerava in particolar modo le istituzioni. Citando il filosofo svizzero Henri
Frédéric Amiel scrive nelle Memorie: «L’esperienza di ciascun uomo è qualcosa
che sempre ricomincia da capo. Solo le istituzioni son capaci di divenire più
sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e da questa esperienza, da
questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non
già come la propria natura cambi, ma come il proprio comportamento si trasformi
gradualmente» (Cittadino d’Europa, Guida 2007, i corsivi sono miei).
Questo vuol dire
che grazie alle istituzioni non cambia la natura dell’uomo (missione
impossibile e, se tentata, deleteria) ma il suo comportamento: il progresso di
cui è capace l’uomo vive e si trasmette solo attraverso le istituzioni che egli
sa darsi. Per alcuni, le istituzioni e le costituzioni hanno una forza così
potente - la forza del Decalogo - da sostituire identità controverse come la
nazione o l’identità etnica. Non sono Habermas e le sinistre ad aver inventato
il concetto, non a caso tedesco, di patriottismo costituzionale. Lo coniò negli
Anni 70 un conservatore, Dolf Sternberger: per l’allievo di Hannah Arendt, il
patriottismo costituzionale era «una sorta di amicizia per lo Stato»
(Staatsfreundschaft): amicizia che Weimar non aveva posseduto a sufficienza.
L’adesione italiana alle istituzioni e alla Costituzione ha radici più forti
che ai tempi di Weimar. Ha una resilienza a quell’epoca sconosciuta. Uomini
come Scalfaro e Ciampi, nella Germania di allora, non avrebbero avuto la
popolarità che hanno oggi in Italia.
Per Sternberger,
il patriottismo costituzionale era l’unica identità possibile per un paese
ridotto a mezza nazione dal nazionalismo etnico, la dittatura e la guerra. Una
condizione che si diffonde, con la mondializzazione: tutte le nazioni hanno,
nel globo, sovranità dimezzate. L’altro concetto formulato da Sternberger è
quello di democrazia agguerrita. Alle violazioni delle leggi e agli abusi d’un
singolo potere, la democrazia deve rispondere anche con la forza. In guerra si
difende con le armi; in pace con le istituzioni, le leggi, le corti, perché
queste si decompongono meno rapidamente e facilmente di un uomo o una
maggioranza. Le istituzioni nascono quando l’uomo scopre il male, fuori e
dentro di sé. Quando il politico, spinto esclusivamente da volontà di potenza,
mostra di non tollerare confini e non riconosce, sopra di sé o al proprio
fianco, poteri che frenino i suoi abusi. Quando smette, dice Ciampi, di essere
compos sui: pienamente padrone di sé (intervista al Corriere della Sera,
11-12-09).
Limiti e
contrappesi sono necessari anche quando l’espansione della volontà di potenza
s’incarna nel popolo e nelle sue maggioranze: il popolo non ha innocenza e
anch’esso può divenire despota, insofferente ai limiti. La democrazia che gli
attribuisce sovranità assoluta non è già più democrazia. Anche questa è una
lezione del Novecento: comunismo, fascismo e nazismo sono state escrescenze
della democrazia, e tutte son partite dall’idea che il popolo-sovrano sia compos
sui per natura. L’idea che l’uomo sia naturalmente buono è di Rousseau, e tende
a squalificare sia il controllo esterno delle istituzioni sia il controllo
interiore della coscienza, scriveva nel 1924 un altro filosofo conservatore,
Irving Babbitt: «Con la scomparsa di questo controllo, la volontà popolare
diventa solo un altro nome dell’impulso popolare» (Babbitt, Democracy and
Leadership, 1924). Quel che avvince gli italiani, negli ultimi capi di Stato, è
l’attitudine o comunque l’aspirazione a fissare uno standard, a farsi custodi
non notarili ma perfezionisti della Costituzione.
Nel dizionario
Battaglia, lo standard è «la norma riconosciuta o il criterio o l’insieme di
norme o di criteri a cui devono fare riferimento o a cui si devono uniformare attività,
servizi, comportamenti, metodi operativi o di lavorazione, e in base ai quali
sono valutati». Quando vengono meno gli standard i popoli tendono a guardare
non verso l’alto ma verso il basso, e il chiasso che ne esce si fa spettrale
come nelle parole di Tucholsky. BARBARA SPINELLI LS 13
Di Pietro: «Clima da scontro di piazza. C'è il rischio di un'azione
violenta»
Il leader Idv:
«Berlusconi non può fare come gli pare». Bersani: «Se premier strappa, avrà
reazione dura»
ROMA - «Berlusconi
pensa che dopo aver vinto le elezioni tutto sia cosa sua e pensa di poter fare
come gli pare. È bene che vada a casa». Antonio Di Pietro torna a chiedere le
dimissioni del presidente del Consiglio. E dopo l'intervento del premier a Bonn
contro la Consulta e «il partito dei giudici», il leader dell'Italia dei Valori
afferma che «c'è un clima da scontro di piazza. Il Governo è sordo alle
richieste dei cittadini e se non si assume responsabilità ci potrebbe scappare
l'azione violenta».
LA POLEMICA -
Immediata la reazione del Pdl. «Tutti quelli che si scandalizzano per le
affermazioni del centrodestra, cosa diranno ora di fronte alle parole criminali
e irresponsabili di Di Pietro che evoca azioni violente contro il governo
andando in giro nelle piazze? - chiede il presidente dei senatori del Pdl,
Maurizio Gasparri - Ci scapperà l'azione violenta, dice Di Pietro. Lo teme o lo
augura? Il suo modo di agire, le manifestazioni che promuove, l'atteggiamento
suo e dei suoi sodali è propedeutico alla violenza o la vuole condannare?». «Di
Pietro - continua - è un irresponsabile da sempre. Ha avuto comportamenti
disonesti e sarebbe bene che tutte le istituzioni, dico tutte le istituzioni,
denunciassero e stroncassero con immediatezza questo linguaggio irresponsabile
di una persona che è fuori da una condizione di lucidità mentale». Non si fa
attendere la controreplica dell'ex pm: «I soloni del centro-destra la smettano
di far finta di non capire! Accusano me di sobillare la piazza quando io ho
solo lanciato l'allarme del rischio concreto che milioni di cittadini
esasperati facciano saltare il banco».
BERSANI - Le frasi
di Berlusconi pronunciate durante il congresso del Ppe restano comunque al
centro della polemica politica. «È passato appena un anno e mezzo di legislatura
e siamo già nel tumulto - afferma il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. -
Berlusconi cerca di portarci sul terreno del plebiscitarismo, su un terreno da
giudizio di Dio su di lui. Questo è un danno enorme per il Paese. Se fosse uno
statista, come sostiene di essere, penserebbe al Paese e non a sé stesso». E se
Berlusconi ricorresse alle elezioni anticipate: «Non so che farà il premier, ma
di certo se Berlusconi strappa, credo si troverà di fronte ad una reazione
molto dura». Una reazione che potrebbe attraversare la stessa maggioranza: «La
maggioranza dovrebbe riflettere perché anche se Berlusconi ha il consenso, non
vuol dire che sia il padrone. Sono convinto che anche fra coloro che hanno
sostenuto Berlusconi, siano molti quelli che non lo seguiranno nella curvatura
populista che sta mettendo in campo». «Il premier - prosegue il leader Pd - non
si azzardi a dire che è uno statista, perché uno statista si preoccupa del suo
Paese e non solo e unicamente dei problemi suoi. Il governo, oltre ai guai che
sta facendo in Italia, credo stia creando un caso-Italia nel mondo. Ritengo che
un'impostazione di questo genere - continua - stia facendo un danno
rilevantissimo al Paese e rischi di scatenare l'allarme sulla situazione
italiana, che è già di per sé molto complicata. In Europa conoscono bene il
concetto di 'principio costituzionale'. A destra e a sinistra in Europa sanno
bene che chi vince le elezioni non diventa il padrone del Paese ma deve mettere
il proprio potere in equilibrio con gli altri poteri dello Stato che vanno
rispettati». Bersani evita di addentrarsi nelle considerazioni espresse da
Carlo Azeglio Ciampi, che si è domandato se il premier sia perfettamente
padrone delle sue facoltà. «Ho già tanti mestieri da fare - ribatte Bersani- e
quindi non vorrei mettermi a fare il dottore. Resterei alla politica e
sottolineo le nostre preoccupazioni. Le giornate di ieri e di oggi ci
testimoniano la gravità dei problemi che abbiamo di fonte, problemi economici e
sociali. Noi tutti, invece, siamo sempre costretti a guardare ai problemi di
Berlusconi. Queste picconate stanno distruggendo la casa comune». CdS 11
Crisi e urne i due enigmi del Cavaliere
Berlusconi ieri ha
negato di volere le elezioni, non perché non le voglia, ma perché non sa come arrivarci.
Una delle cose più complicate, in Italia, infatti è ottenere lo scioglimento
anticipato delle Camere. Nella Prima Repubblica c’era una sorta di regola non
scritta: premesso che le elezioni anticipate dovevano essere considerate
ufficialmente come un trauma assoluto, da accompagnare con lamenti, rimorsi e
giuramenti di non farvi più ricorso, quando Dc e Pci, vale a dire i maggiori
partiti di governo e opposizione, si mettevano d’accordo, lo scioglimento era
fatto. Il Capo dello Stato, cui formalmente competeva la decisione, si limitava
a registrarlo come un notaio. Anche questa regola, che aveva funzionato nel
1972, ’76, ’79 e ’83, come tutto, a un certo punto andò in tilt. Nel 1987, per
ottenere le elezioni, la Dc dovette addirittura votare contro un suo governo.
Nel ’94 le elezioni le decise praticamente Occhetto da solo, gli altri leader
erano impicciati con Tangentopoli. Fu uno dei suoi più tragici errori, che aprì
la strada a Berlusconi. Il quale, dopo il ribaltone, le avrebbe rivolute subito.
Scalfaro riuscì a temporeggiare per un anno ancora, e si andò al voto nel ’96.
Per dieci anni, fino al 2006, l’andamento delle legislature, malgrado la
confusione politica imperante, tornò a essere, diciamo così, regolare.
Ma nel 2008 la
caduta del cagionevole governo Prodi rese di nuovo necessario lo scioglimento
anticipato. Non che il Capo dello Stato non avesse tentato di evitarlo: ma si
trattò, più che altro, di una formalità: il presidente del Senato Marini,
formalmente incaricato, fece un giro di consultazioni e tornò sconfortato al
Quirinale per dimettersi. Ora i bookmakers di Montecitorio, malgrado le
smentite berlusconiane, e in mancanza di regole e precedenti validi, si pongono
qualche domanda. Pur essendoci un asse di ferro tra Berlusconi e Bossi, se la
sentono, i due, di questi tempi, di aprire una «crisi pilotata»? E se gli
scappa di mano? E se invece la aprono, Napolitano che fa? Chiama Schifani, il
quale sarebbe anche più rapido di Marini a gettare la spugna? O chiama Fini e
provoca una mezza rivoluzione nel Pdl? O chiama Letta, l’unico che godrebbe del
necessario appoggio bipartisan per portare la nave fuori dalle secche? E Letta,
in questo caso, come si comporterebbe? Sono questioni alle quali non è facile
dare una risposta. Il guaio è che in queste ore le stesse domande se le sta
facendo anche Berlusconi. MARCELLO SORGI
LS 12
Premier colpito al viso dopo il comizio
Raggiunto da un
contestatore mentre firma autografi. Raggiunto da un pugno al labbro, ora è in
ospedale
MILANO - Silvio Berlusconi
è stato colpito al viso da un manifestante subito dopo il suo comizio in piazza
Duomo, a Milano. Il premier è stato centrato al volto da un pugno mentre si
attardava nel salutare i fan che lo avevano raggiunto alla base del palco. Tra
questi si era però infiltrato anche un uomo che, arrivato fino a ridosso del
luogo in cui era parcheggiata l'auto del presidente del consiglio, è riuscito a
eludere la sorveglianza e a colpire il premier.
FERMATO
L'AGGRESSORE - Berlusconi in un primo tempo si è accasciato con il labbro
sangunan te ed è stato fatto sedere all'interno dell'automobile dagli uomini
della sua scorta, mentre altri agenti di polizia riuscivano a fermare l'autore
dell'aggressione e a sottrarlo alla folla che, avrebbe voluto linciarlo. In un primo
tempo si era parlato anche del lancio di un oggetto, ipotizzando addirittura
che ad essere scagliato sia stata una riproduzione in miniatura del Duomo, di
quelle vendute in tutti i botteghini della piazza. Di una statuetta, poi caduta
e finita in mille pezzi, ha parlato anche Doriano Riparbelli, , responsabile
organizzativo del coordinamento regionale del Pdl: «Un simpatizzante ha chiesto
a Berlusconi di poterlo fotografare, poi ha tirato fuori il portafogli per
dargli il biglietto da visita - ha riferito Riparbelli -. Berlusconi si è
spostato per stringere la mano di altri simpatizzanti e a quel punto il
contestatore lo ha colpito con una statuetta». A quel punto, secondo il
coordinatore regionale del partito, «Berlusconi ha fatto come se stesse per svenire,
poi si è tirato su, lo ha guardato negli occhi, è risalito in macchina, ha
cercato di uscire dall'auto per parlare al contestatore e chiedergli la ragione
del gesto. A quel punto la scorta ha trattenuto Berlusconi dall'uscire, è stato
soccorso subito dal suo medico personale ed è stato portato al San Raffaele».
«SALVATO DAL
LINCIAGGIO» - Un testimone, interpellato da SkyTg24, ha parlato della
possibilità che l'uomo che ha sferrato il colpo indossasse un tirapugni e un
altro ha precisato che quell'individuo «non sembrava normale». «L'aggressore -
ha poi spiegato Ignazio La Russa che si trovava vicino a Berlusconi - l'abbiamo
preso immediatamente, grazie alla polizia che l'ha letteralmente sottratto al
linciaggio della folla. Se non ci fossero stati loro ne sarebbero rimasti
soltanto pezzetti». L'uomo si chiama Massimo Tartaglia, classe 1967, di Milano,
e non risulta avere precedenti penali. Però da tempo gli sarebbe stata ritirata
la patente.
IN OSPEDALE -
Berlusconi ha iniziato a sanguinare copiosamente dal labbro. E' stato
trasportato all'ospedale San Raffaele per essere visitato e medicato da un
medico di fiducia, ma prima di ripartire dalla piazza si è mostrato nuovamente
ai suoi sostenitori nel tentativo di rassicurarli sulle sue condizioni. Al. S. CdS 13
Mappe. Se il Carroccio diventa una Lega nazionale
In questi giorni
concitati sembra che, in Italia, esista solo Berlusconi. Impegnato nella sua
lotta quotidiana con quanti ce l'hanno con lui. Più o meno tutti, cioè. Persone
e istituzioni. Magistrati e alte cariche dello Stato. E alleati che occupano
alte cariche dello Stato, come il presidente della Camera Gianfranco Fini. Capo
dell'opposizione di centrodestra. Anzi, dell'opposizione.
Eppure, oggi più
che mai, l'attore politico più importante della maggioranza è la Lega. Le
guerre personali e di fazione che agitano il Pdl e Berlusconi la rafforzano. D'altronde,
il suo peso politico, negli ultimi anni, non ha smesso di crescere. Anzitutto,
per motivi elettorali. Ha superato l'8% dei voti validi alle politiche del 2008
e il 10% alle europee del 2009. Tuttavia, nel 1996 - e anche nel 1992 - aveva
ottenuto un risultato migliore. Ma allora correva da sola contro tutti. Oggi è
al governo. I suoi elettori occupano circa un quarto dell'area di centrodestra,
in Italia. Ma oltre il 40% nelle regioni del Nord (al di sopra del Po). Dove,
alle elezioni politiche del 2008, si è imposta come primo partito in 800 comuni
su circa 4000. Ma il suo peso politico è molto superiore a quello elettorale
(come ha lamentato di recente Piero Ignazi sull'Espresso). Perché, senza la
Lega, per Berlusconi, le elezioni diventano un azzardo. Lo ha sperimentato nel
1996. Non ci proverà più. E per evitare tensioni, alle prossime elezioni cederà
la presidenza di - almeno - una grande regione del Nord.
La forza della
Lega riflette, in modo simmetrico, le debolezze del principale partito di
maggioranza. Il Pdl. E i tormenti del suo leader, Silvio Berlusconi. Il Pdl non
è ancora un partito. Appare, invece, una somma di elettorati e di gruppi
dirigenti, senza un'effettiva identità condivisa. Fin qui, alle elezioni ha
raccolto fra 35 e il 37% dei voti validi. Più o meno la somma dei risultati
ottenuti dai partiti da cui origina. I quali, tuttavia, continuano a operare
divisi, a livello locale. C'è poi il problema della leadership. Certo:
Berlusconi è indiscutibile, ma Fini lo discute. Quasi ogni giorno. In fondo:
logora il carisma del "capo assoluto". Così Berlusconi è costretto a
legarsi sempre di più alla Lega. Compatta: in Parlamento e sul territorio,
guida una maggioranza spesso incerta e divisa. Ne costituisce la bussola.
Orientata a Nord. Come i ministri-chiave del governo. Leghisti e no. Tremonti e
Maroni, anzitutto. Poi Brunetta, Sacconi, Gelmini, Zaia. Scajola. Lo stesso La
Russa, politicamente, è milanese. Il Sud. La Sicilia, un tempo bacino
elettorale di FI, oggi contesa da altri soggetti regionalisti, è rappresentata
- soprattutto e anzitutto - dal ministro Alfano. Impegnato a tempo pieno nella
"guerra" contro i magistrati. Accanto al suo leader.
La Lega, dunque,
garantisce un consenso essenziale al governo e al premier - in ogni occasione e
in ogni materia. In cambio del sostegno alle politiche che le interessano
maggiormente. A favore del Nord e in tema di sicurezza. Nel frattempo, sta
ridimensionando la sua "eccezione", sul piano territoriale e sociale.
Alle europee, ha colorato di verde le regioni rosse dell'Italia centrale. Dal
punto di vista socio - anagrafico, continua ad attirare i piccoli imprenditori
e i lavoratori dipendenti della piccola impresa privata. Ma, fra i suoi
elettori, è cresciuta la presenza dei giovani. E, soprattutto, quella delle
donne. Fino a 10 anni fa, era un partito maschio e maschilista. Oggi quasi metà
del suo elettorato è composto da donne. Insomma, il suo elettore
"medio" si è avvicinato alla "media sociale". Da cui si
distingue per gli atteggiamenti: perché riassume - enfatizzate - le fobie del
nostro tempo. Su queste paure - oltre che sulla radice territoriale - la Lega
ha fondato la propria offerta politica, negli ultimi anni. E, al contempo, ha
costruito l'identità politica della maggioranza di centrodestra. Più di quanto
non abbia fatto lo stesso Berlusconi. Imprigionato in una sorta di autismo, che
lo spinge a riproporre se stesso come mito ed esempio. Mito esemplare.
L'italiano tipo. La Lega, invece, agita la società, ne ascolta il rumore. E lo
amplifica con argomenti espliciti e un linguaggio violento. Con iniziative
polemiche dall'intento simbolico ed educativo.
È la Lega degli
uomini spaventati, che raccoglie le paure e le moltiplica. Capta la xenofobia e
la riproduce.
È la Lega dei
localismi, che intercetta lo spaesamento prodotto dalla globalizzazione. Dalla
caduta del Muro e dei muri. Intercetta il distacco dallo Stato, dalle
istituzioni, dalla Ue. E lo amplifica. È la Lega dei cattolici senza fede.
Sorta nel vuoto prodotto dall'eclissi del sacro - per citare Sabino Acquaviva -
e dalla secolarizzazione. Propone una nuova religione. Naturalmente secolarizzata.
Senza Dio e senza chiesa. Sovente, contro la Chiesa. D'altra parte, nella sua
base elettorale è maggioritaria la presenza dei cattolici non praticanti. Molti
dei quali riducono la religione a una cornice del senso comune. Un sistema di
valori e di credenze che usa la tradizione per "difendersi" dalla
(post) modernità.
Il paradosso è che
la Lega, in questo modo, si distacca dal suo specifico territoriale. Non
ambisce (solo) alla "corona longobarda", come ha suggerito Gad Lerner
su Repubblica. Sta, invece, mutando in "Lega Nazionale". Non solo
perché il suo elettorato ha superato i confini del Po. Non solo perché è il
perno del governo nazionale. Ma perché, con le sue polemiche, le sue politiche,
le sue parole sta affermando un'idea di "nazione" piuttosto precisa a
un paese dall'identià incerta. Attraverso l'opposizione agli stranieri, agli
immigrati, all'Islam. Il distacco fra noi e gli altri. La Lega: rivendica il
tricolore e la croce, uniti per dividere. Dagli stranieri. Fa riferimento
esplicito al nostro "carattere nazionale". Evoca una
"nazione" di individui e di localismi, che chiedono protezione allo
Stato, ma ne diffidano. Invocano la tradizione e i suoi principi. Ma vogliono
essere liberi da ogni regola. Da ogni limite. Correre felici a 150 all'ora. E
oltre. Una Lega veloce. Nazionale. Mentre Berlusconi corre dovunque. Ma, alla
fine, è sempre lì. Gira intorno a se stesso.
ILVO DIAMANTI LR
13
Autolesionismo e quei valori non negoziabili
Fragile.
Maneggiare con cura. Questo andrebbe scritto in testa alla nostra Carta
costituzionale, non solo per il testo che contiene, ma per il sistema politico
che rappresenta, cioè un equilibrio trovato sessanta anni fa tra tutte le
grandi tradizioni del Paese, un equilibrio che ci ha garantito in anni difficili,
talora davvero drammatici, non solo il progresso sociale ed economico ma anche
il rispetto fra le Nazioni.
Chi ha coscienza
di questo capisce molto bene l’amarezza e la preoccupazione del presidente
Napolitano di fronte alle impetuose affermazioni del premier Berlusconi. Il
Capo dello Stato ha ripetuto quasi infinite volte nel corso dei suoi interventi
in questa prima metà del suo settennato che la salvaguardia di quei valori di
equilibrio istituzionale e di unità del Paese al di sopra delle pur legittime
divisioni politiche era essenziale per il bene della Nazione. L’ha fatto con la
misura che gli è consueta, cioè dichiarando apertamente che questo non
significava difendere acriticamente ogni espressione scritta nella Carta, ma
che le opportune modificazioni, dovevano essere trovate con un accordo molto
largo e senza stravolgere i valori di ogni equilibrio costituzionale, valori
che stanno nella divisione dei poteri reciprocamente responsabili gli uni verso
gli altri della salute e della serenità della Nazione.
Berlusconi con il
suo attacco a tutto campo proprio al sistema degli equilibri (neppure più solo
a singoli interpreti di quelli) ha in realtà dato prova di un formidabile
autolesionismo sotto due punti di vista: come vertice del governo del Paese, esponendolo
ad una ulteriore diminuzione di prestigio in campo internazionale; come uomo
politico, mostrando di non avere altre armi per una difesa che per altri versi
è legittima della sua persona se non la drammatizzazione del tutto al di sopra
delle righe.
Ci si chiede a
cosa punti il premier con uscite di questo tipo. Non possiamo immaginare che
sia tanto sprovveduto da pensare davvero di poter modificare a fondo la Carta
costituzionale senza esporsi all’apertura di uno scontro quasi apocalittico. I
tempi parlamentari previsti dall’articolo 38 della Costituzione per una
riforma, che peraltro dovrebbe riguardare solo alcuni articoli e non l’impianto
generale della Carta, sono lunghi (tre letture). Seguirebbe sicuramente un
referendum confermativo dall’esito quanto mai incerto, e comunque combattuto in
un clima tale da squassare il Paese. Difficile che Berlusconi pensi in
quest’ottica a meno di non accreditare la lettura di un suo serio declino
politico.
L’interpretazione
più probabile è dunque che punti semplicemente ad alzare la temperatura dello
scontro ad un livello tale da costringere tutti, i perplessi dentro la sua
maggioranza e la parte responsabile dell’opposizione, ad accettare in fretta
qualche legge che lo liberi dal ricatto dei processi. Magari anche a
drammatizzare le prossime elezioni regionali.
Il gioco è
estremamente pericoloso perché coinvolgere per questo fine gli equilibri
istituzionali è semplicemente sproporzionato. Ci sono regole della convivenza
politica che non vanno violate per nessuna ragione e ci sono linguaggi che un
presidente del Consiglio non può permettersi neppure in una sede di partito.
Detto questo, si
deve aggiungere, perché è giusto, che hanno giocato pesante anche varie
componenti dell’opposizione, accumulando legna per un rogo che finisce per
essere non quello del loro odiato bersaglio, ma quello del Paese.
L’amarezza e la
preoccupazione del Capo dello Stato non sono solo comprensibili: sono quelle di
tutti noi. PAOLO POMBENI IM 11
Pentiti, processi e immagine del Paese. Una commedia all'italiana
Dopo la commedia
dell’arte e il melodramma l’Italia sembra avere inventato, per la gioia dei
suoi osservatori più malevoli, un terzo genere teatrale: quello tragico e
farsesco del processo all’italiana. I due ultimi spettacoli sono andati in
scena a Perugia e a Torino con grande successo e ci hanno garantito per alcuni
giorni un posto fisso sulle prime pagine della stampa internazionale. Il primo
ha suscitato l’indignazione di molti americani, ma ha soddisfatto gli inglesi e
ha esteso a molti altri Paesi il gioco della contrapposizione morbosa fra
innocentisti e colpevolisti. Il secondo è stato visto e letto come il copione
d’uno straordinario dramma sui rapporti fra mafia e politica.
Non tutti gli
osservatori stranieri conoscono i meccanismi delle nostre procedure
giudiziarie, e gli americani, in particolare, si sono accorti con sorpresa che
il nostro processo, guarda caso, è molto diverso dal loro. Poiché nulla è tanto
assurdo quanto ciò che non si riesce a capire, Perugia e Torino hanno
contribuito a diffondere nel mondo l’immagine di una giustizia confusa e
pasticciona. Nel caso del secondo, in particolare, il coro stonato delle
reazioni politiche, a cominciare da quelle del presidente del Consiglio, ha
dato a molti spettatori la sensazione di un Paese litigioso, pieno di pagine
oscure e incapace di fare giustizia.
Esistono tuttavia
voci più equilibrate. In un’intervista al New York Times sul processo di
Perugia, un noto avvocato e professore americano, Alan Dershowitz, ha osservato
che Amanda Knox potrebbe essere favorita in ultima analisi dall’esistenza in
Italia di un processo di seconda istanza alquanto diverso dall’appello
americano. E’ un processo ex novo in cui ogni prova viene nuovamente scrutata e
pesata con esami più approfonditi. Ne abbiamo avuto la dimostrazione ieri a
Palermo quando abbiamo constatato che la testimonianza di Gaspare Spatuzza era
soltanto il passaggio necessario di una procedura soggetta a confronti e
verifiche. E’ probabile che le discordanti testimonianze di Spatuzza e Filippo
Graviano scatenino il gioco delle ipotesi sulle strategie della mafia. Ma ciò
che conta, dal punto di vista processuale, è che il primo è stato smentito dal
secondo. A questo punto tutti, incluso il presidente del Consiglio, farebbero
bene a ricordare che i processi non sono partite di calcio in cui ogni gol
suscita speranze di vittoria o timori di sconfitta. Sono percorsi logici in cui
ogni ipotesi viene sottoposta a un esame della verità. Pensare che una
testimonianza basti da sola a pregiudicarne l’esito e che da essa si possano
trarre analisi politiche è sbagliato. Ai giudici non serve in queste occasioni
una tumultuante giuria popolare. Serve soprattutto un po’ di silenzio. E poiché
i migliori esempi vengono dall’alto, un Berlusconi più distaccato e paziente
potrebbe aiutarci a convincere il mondo che l’Italia è meglio della sua attuale
immagine.
Sergio Romano CdS 12
Casini: «Un fronte anti Berlusconi. Fini? Ci saranno sorprese». E il Pd
apprezza
Pier Ferdinando
Casini lancia il guanto di sfida a Silvio Berlusconi: se il premier scegliesse
di andare al voto anticipato, potrebbe trovarsi davanti uno schieramento unico
dell'opposizione in difesa della democrazia.
«Se Berlusconi
pensa di trasformare la democrazia italiana in una una monarchia, attaccando
Napolitano e la Consulta, avrà risposte dure, nette, univoche e ci saranno
sorprese», ha detto il leader dell'Udc a margine dell'assemblea del Movimento
cristiano dei lavoratori, in corso a Roma.
Ufficialmente
l'appello a unire le forze è rivolto a Pd e Idv, ma inevitabile che il pensiero
corra anche a Gianfranco Fini dopo la durissima polemica degli ultimi tempi con
il presidente del Consiglio. «Io mi auguro che questa partita non si giochi e
che Berlusconi risolva i problemi del Paese, ma se pensa di utilizzare la
questione giudiziaria per trasformare la nostra democrazia, avrà delle
sorprese», ha risposto sibillino Casini a una domanda sul possIbile
coinvolgimento di Fini nello schieramento.
Dal canto suo, il
presidente della Camera non è voluto entrare nella questione, ma non ha
rinunciato a una nuova frecciata polemica a Berlusconi. «Credo che sia giusto,
quando si rappresenta l'Italia all'estero o comunque in un consesso internazionale,
astenersi da qualsiasi commento che riguarda la politica italiana», ha detto da
Stoccolma.
Molti i commenti
sul ballon d'essai lanciato da Casini. «Io non ci credo, non credo che Casini
ceda all'antiberlusconismo di maniera», ha detto il ministro della Difesa,
Ignazio La Russa. Per Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, quella dell'ex
presidente della Camera è «una sortita sconcertante e grave». Non vede spazi di
manovra Claudio Scajola: «C'è un governo solido che va avanti e che ha la
maggioranza degli italiani», ha assicurato il ministro per lo Sviluppo
economico.
E dal fronte della
sinistra arrivano le prime aperture. «Siamo d'accordo per uno schieramento che
metta insieme tutte le forze anti Berlusconi ma a patto che si faccia una legge
elettorale che riporti il Paese al proporzionale», ha detto Paolo Ferrero.
Nel pomeriggio
Bersani e Franceschini hanno commentato positivamente le parole di Casini. L’U
12
Museruola ai diritti dei garanti
Nella crociata
bandita dal presidente del Consiglio contro i due garanti della Costituzione -
il Capo dello Stato e la Consulta - ogni giorno è giorno di battaglia. Ieri
Berlusconi ha invitato seccamente il primo a interessarsi dell’uso politico
della giustizia, invece di pensare ad altro. L’altro ieri ha accusato la
seconda di congiurare con le toghe rosse contro i provvedimenti normativi del
governo. Ma con quali munizioni spara il presidente Berlusconi? Non leggi, non
decreti, non atti provvisti del gran sigillo dello Stato. No, si tratta semplicemente
di parole. E sulle parole viaggiano umori e malumori, che a propria volta
determinano il clima complessivo delle nostre istituzioni. Per misurarlo, più
che un costituzionalista servirebbe un meteorologo. Anche la Costituzione,
però, è intessuta di parole. Anche le sentenze della Corte. La loro colpa?
Quella di consentire ai giudici di demolire ogni riforma, appellandosi a «un
organo di garanzia trasformato in organo politico» - Berlusconi dixit - «che
abroga le leggi fatte dal Parlamento». Non è così: la Corte non abroga le
leggi, le annulla. Due parole, due significati, benché in entrambi i casi vi si
rifletta una valutazione negativa sulla legge. Tuttavia l’abrogazione esprime
un giudizio politico, che infatti spetta alle due Camere; l’annullamento un
giudizio giuridico, in termini di validità costituzionale, e a pronunziarlo è
per l’appunto la Consulta. Sennonché quest’ultima - secondo la dottrina
Berlusconi - si comporta in realtà come un partito, nel senso che impone la sua
agenda alla politica. Secondo errore. Ogni sentenza incide sul governo della
polis, anche quella scritta da un giudice di pace. A maggior ragione quando la
sentenza abbia una legge per oggetto, come succede alla Consulta. Non
foss’altro perché le leggi rappresentano il veicolo della decisione politica,
la sua forma specifica. Per evitare d’immischiarsene, i giudici costituzionali
dovrebbero mettersi in pensione.
E tuttavia -
aggiunge Berlusconi - come si spiega che la Consulta accenda sempre il rosso
del semaforo sulle scelte del governo? Terzo errore. Nell’ultimo deposito di
pronunzie costituzionali (il 30 novembre) quelle d’annullamento sono state 4 su
14, e in quelle 4 alcune altre questioni venivano respinte. La volta precedente
(il 16 novembre) 2 su 17: l’11%. Significa che la Corte usa il farmaco
dell’incostituzionalità con il contagocce, e dunque assolve quasi sempre il
Parlamento. Lo fa questa Corte di comunisti col colbacco, lo hanno fatto tutte
le altre Corti che l’hanno preceduta. Perché l’annullamento d’una legge è un
fatto traumatico per la vita delle istituzioni, e perché almeno in quel palazzo
prendono sul serio la «leale collaborazione» invocata da Napolitano. Che cosa
rimane, allora, delle parole pronunziate dal presidente Berlusconi? Per
l’appunto un clima, un’atmosfera di sospetti e di veleni. E questo clima serve
a preparare una riforma costituzionale che metta la museruola ai due garanti.
Sul metodo, nulla da eccepire: è la via più democratica per regolare i conti
fra politica e giustizia, giacché l’ultima parola l’avremo noi elettori,
attraverso un referendum. Sul merito, c’è una lezione che faremmo bene a
ricordare, quando verrà il momento. È incisa nella Déclaration che scrissero i
rivoluzionari francesi del 1789: «Ogni società nella quale la garanzia dei
diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha
Costituzione». michele.ainis@uniroma3.it
MICHELE AINIS LS 12
Trenta metri, per
coprire la distanza che separa la Sala della Protomoteca dalla Lancia blindata
che aspetta il capo dello Stato per riportarlo al Quirinale. Ma in quei trenta
metri, che Giorgio Napolitano e Gianni Letta percorrono insieme parlando del
berlusconiano "editto di Bonn", si apre l'abisso della Repubblica.
Dottor Letta, come
mai? Cosa sta succedendo?", chiede il Capo dello Stato, commentando il
violento attacco alle istituzioni pronunciato dal premier al congresso del Ppe.
"Presidente, da parte di Berlusconi non c'è nessun attacco nei suoi
confronti, ci mancherebbe. Il suo è stato uno sfogo, e si può capire: si sente
accerchiato, assediato dalle inchieste giudiziarie, braccato dagli avversari
politici e dai giornali. Ha reagito, in modo duro. Ma non c'è nessuna
intenzione di sfasciare le istituzioni...". E questo è tutto. Di più il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio non sa e non può dire.
Dunque neanche il
"dottor Letta", l'uomo del dialogo, è in grado di spiegare a
Napolitano qual è il demone che agita il Cavaliere, e fino a che punto voglia
spingersi in questo suo dissennato "conflitto istituzionale
permanente". Neanche il tenace tessitore di mille accordi riusciti o
falliti (vedi patto della crostata) riesce a rispondere alla domanda cruciale
che il Capo dello Stato gli ha rivolto, e continua a rivolgersi in queste ore
di preoccupata, amareggiata riflessione sul Colle: cos'ha in testa, Berlusconi?
Cosa spera di ottenere, da questo scontro sistematico con il Quirinale, la
Consulta, la magistratura, il Parlamento, l'opposizione, la carta stampata?
Qual è lo sbocco di questa guerra "eversiva", condotta nel cuore
delle istituzioni e combattuta dall'esecutivo, contro il giudiziario e il
legislativo? Letta non ha una risposta. E per questo Napolitano, oggi, non da
altro fuoco alle polveri. Dopo la durissima "censura" dell'altro
ieri, il presidente non raccoglie l'ennesima provocazione di Berlusconi, che da
Bruxelles lo invita espressamente a preoccuparsi non delle sue mattane, ma
piuttosto "dell'uso politico della giustizia", che è "il
contrario della democrazia".
Il Capo dello
Stato si limita a ribadire un appello, già troppe volte respinto: "Basta
con le contrapposizioni esasperate".
Un esorcismo, o
poco più. Napolitano è il primo a sapere che questa linea, che i
costituzionalisti classici chiamerebbero da "magistratura
d'influenza", con il Cavaliere non serve più. E probabilmente è il primo a
sapere che anche la "moral suasion", che ha operato dai tempi di
Einaudi, è ormai inutilizzabile: può funzionare quando c'è "leale
collaborazione" tra le istituzioni, e quando c'è "piena
condivisione" dei valori costituzionali. Ma tutto questo, nel turbine del
"berlusconismo da combattimento", non esiste più. Il circuito
repubblicano, se mai ha funzionato in questa legislatura, è andato
irrimediabilmente in "corto".
A farlo saltare
per sempre è stata la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte
costituzionale. Quella sì, una "bomba atomica", per usare una
metafora cara al presidente della Camera. Da quel momento, il premier ha
ritirato fuori il suo peggiore armamentario culturale e temperamentale,
rafforzato dalla solita visione plebiscitaria e populista del potere: spallate
al sistema e frustate alle elite, teorema dell'anticomunismo e teoria del
complotto.
"Bisogna
capirlo...", è il mantra di Letta. E Napolitano l'ha capito allora, anche
se non l'ha giustificato: quella pronuncia della Consulta, a caldo, poteva
anche spiegare la "reazione violenta" che in effetti ci fu. Fu dopo
quel terribile 7 ottobre che il premier sparò per la prima volta ad alzo zero sul
presidente della Repubblica, "che si sa da che parte sta", e sui
giudici della Corte "tutti in mano alla sinistra". Ma il dubbio che
rimbalza sul Colle, adesso, è il seguente: che senso ha riportare l'orologio
della politica indietro di due mesi e mezzo, e riaprire il fuoco con la stessa
violenza, tanto più in un alto consesso internazionale come il Partito popolare
europeo, e al cospetto di capi di governo del prestigio di Angela Merkel. Anche
questo dubbio è tornato in ballo, nel breve colloquio con Letta. Condito da una
postilla: possibile che il premier, in questi due mesi e mezzo, sulla giustizia
non sia stato in grado di elaborare una "strategia minima", diversa
da quella dello scontro frontale? Una riforma del sistema giudiziario è cosa
buona e giusta, nell'interesse dei cittadini e dello Stato. Ma qui, di riforma,
non c'è traccia. A meno che non si voglia considerare tale, e Napolitano non lo
fa, l'inaccettabile "processo breve" o l'ingestibile "legittimo
impedimento allargato".
"Chi svolge
attività politica non solo ha il diritto di difendersi e di esigere garanzie
quando sia chiamato personalmente in causa... Ha però il dovere di non
abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata dell'operato
della magistratura, e deve liberarsi dalla tendenza a considerare la politica
in quanto tale, o la politica di una parte, bersaglio di un complotto della
magistratura". In queste ore difficili, il presidente della Repubblica
invita a rileggere l'intervento che pronunciò il 14 febbraio 2008, nella seduta
plenaria del Consiglio superiore della magistratura, quando parlò
dell'opportunità di una riforma della giustizia, ma fissò paletti molto precisi
alla politica, chiamata a costruire il terreno propizio al cambiamento, senza
logiche punitive o, peggio ancora, ritorsive. "Prediche inutili",
purtroppo, se ascoltate in questi giorni di straordinaria "macelleria
costituzionale".
Ma Napolitano,
anche se il Cavaliere ha ricominciato a "sparare sul quartier
generale", non intende arretrare dalla sua trincea del Piave. Per fortuna,
con lui regge l'urto anche Gianfranco Fini che da terza carica dello Stato (più
che da co-fondatore del Pdl) continua a fronteggiare l'offensiva scomposta del
Cavaliere. Anche di fronte all'omertoso silenzio di Renato Schifani, che ha
svilito il Senato a banale propaggine di Palazzo Grazioli. Anche di fronte allo
scandaloso editoriale di Augusto Minzolini, che ha ridotto il Tg1 a volgare
Agenzia Stefani di Palazzo Chigi.
Resta la domanda,
sospesa e irrisolta: cos'ha in mente Berlusconi? Se davvero punta a far saltare
il tavolo, e a portare il Paese alle elezioni anticipate, deve sapere che al
Quirinale non c'è un "notaio" pronto ad eseguire i suoi lasciti.
Intanto dovrebbe spiegare agli italiani perché si dovrebbe tornare a votare,
compito tutt'altro che agevole anche per un "venditore" come lui. E
poi Napolitano rimanda alle sue parole del 27 novembre: "Nulla può
abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in
quanto poggi sulla coesione della coalizione che ha ottenuto il consenso dei
cittadini-elettori". Tocca al Capo dello Stato verificare se quella
fiducia è venuta meno, se esistono maggioranze alternative o se non resta altra
via che lo scioglimento delle Camere. Questo prevede la nostra Costituzione,
l'unica "bibbia civile" riconosciuta dalla Repubblica italiana.
Almeno fino a quando Berlusconi non sarà riuscito a sfasciare anche quella.
MASSIMO GIANNINI LR 12
Il ministro Fitto rinviato a giudizio
Il ministro per i
Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, è stato rinviato a giudizio per i
reati di corruzione e illecito finanziamento ai partiti in concorso con
l'imprenditore ed editore romano (di Libero e del Riformista) Giampaolo
Angelucci, anch'egli rinviato oggi a giudizio. È stato prosciolto da vari altri
reati tra i quali associazione per delinquere e concussione. Lo ha deciso poco
fa il gup del tribunale di Bari Rosa Calia Di Pinto. I fatti si riferiscono al
periodo in cui Fitto era presidente della Regione Puglia.
I reati di
corruzione e di illecito finanziamento ai partiti contestati al ministro fanno
riferimento a una presunta tangente di 500.000 euro che l'editore Angelucci
avrebbe versato al partito di Fitto 'La Puglia prima di tutto' per ottenere -
secondo l'accusa - nel 2004 l'aggiudicazione dell'appalto settennale da 198
milioni di euro per la gestione di undici Residenze sanitarie assistite (Rsa).
Oltre che per i reati di corruzione e illecito finanziamento, Fitto è stato
rinviato a giudizio per due contestazioni di abuso d'ufficio e per un peculato
che avrebbe riguardato fondi riservati alla presidenza della Regione, tutti
episodi minori nell'ambito dell'inchiesta. È stato prosciolto, oltre che dalle
accuse di associazione per delinquere e concussione, da tre contestazioni di falso.
«L'impostazione
accusatoria risulta demolita dalla sentenza del gup. Eliminata l'associazione
per delinquere con 'copertura politica', eliminata la concussione, eliminati i
falsi, ridimensionata fortemente l'ipotesi di corruzione alla sola fase finale
(che è facile dimostrare essere inconsistente), il processo nei confronti di
Raffaele Fitto può ritenersi polverizzato». Lo ha detto uno dei difensori di
Fitto, Francesco Paolo Sisto, dopo la lettura del provvedimento del giudice di
Bari. «Finalmente - ha sottolineato il legale - la presenza di un giudice terzo
è servita a fare luce dopo il buio pesto della fase delle indagini». L’U 11
«Il Cavaliere va mandato a casa».
Bersani: in piazza
per fermarlo. Casini: premier incendiario, non è il re
ROMA - Dopo il
discorso di Bonn del Cavaliere, lo scontro è al calor bianco e le parole dei
contendenti si adeguano all’escalation. Così Pier Luigi Bersani non esita a
usare un lessico che finora era delle anime più dure dell’opposizione:
«Berlusconi va mandato a casa sul serio perché non si sa più cosa abbia in
testa con queste frasi violentissime e sconsiderate per di più pronunciate
all’estero. Il Pd - dice il segretario nel corso della prima delle mille
iniziative che mobiliteranno il partito nelle piazze tra oggi e domani - si
impegnerà a costruire un’alternativa per fermare la curva plebiscitaria del
premier. Oggi abbiamo un motivo in più per andare in piazza. Evidentemente il
Cavaliere allude a un sistema che non è il nostro, ad una Repubblica non costituzionale.
Lo dica, ma noi gli impediremo di portarci dove vuole lui». Il leader dei
democratici afferma inoltre di «non escludere di poter assistere nei prossimi
mesi ad un tentativo di Berlusconi di forzare la mano, andando magari ad
elezioni anticipate».
Durissimo con il
premier anche Pier Ferdinando Casini: «Sono rimasto allucinato dal discorso di
Berlusconi al congresso del Ppe. Il primo errore è quello della sede: non si va
all’estero per dare un’immagine del nostro Paese così autolesionista. Il premier
deve avere la consapevolezza democratica che chi vince le elezioni non è il
padrone o il re del Paese. Deve capire che esiste un capo dello Stato, una
Corte costituzionale, un Parlamento». Il leader dell’Udc che - al pari di
numerosissimi esponenti del Pd - si schiera tutto dalla parte di Napolitano,
osserva inoltre che Berlusconi dovrebbe capire di «non potersene uscire con un
discorso incendiario e pieno di contraddizioni proprio mentre si sta avviando
un clima migliore sulle riforme. Ma purtroppo - conclude Casini - il suo
difettuccio è di essere allergico a chi non la pensa come lui, chiunque lo
contraddice diventa complice della sinistra».
Ad insorgere
contro le parole del presidente del Consiglio è naturalmente anche
l’Associazione nazionale dei magistrati, parte dei quali accusati dal Cavaliere
di essere «comunisti». In una nota dell’Anm, il presidente Palamara, il
segretario Cascini e il vicepresidente Natoli affermano che «la magistratura
italiana non accetta classificazioni e inquadramenti forzati, che di volta in
volta la colorerebbero di rosso o di nero». Premesso che «per fortuna di tutti
c’è la Costituzione a prevedere organi di garanzia e di controllo all’operato
di qualsiasi potere e ordine, magistratura compresa», il vertice dell’Anm si
chiede polemicamente «se l’immagine del Paese all’estero, e la corretta
conoscenza del sistema giudiziario italiano e dei suoi organi di garanzia siano
messi a repentaglio più dalle sentenze delle Corti d’assise, dalle indagini e
dai libri sulla mafia, o piuttosto da interventi pronunciati da tribune europee
che, in un colpo solo mettono in dubbio la legittimazione e l’indipendenza del
presidente della repubblica, della Corte costituzionale e dell’intero ordine
giudiziario».
Anche l’Anpi,
l’associazione nazionale dei partigiani, lamenta il «momento difficile per la
democrazia italiana», chiamando alla «più ampia unità degli antifascisti e dei
democratici». Mentre di «ennesimo, indecente show del presidente del Consiglio»
parla la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, osservando che
«l’ossessione per i suoi problemi giudiziari impedisce addirittura al premier
di parlare d’altro anche in consessi internazionali». Molto preoccupato anche
l’ex presidente della Camera Luciano Violante: «Quando un capo del governo fa
dichiarazioni simili lo Stato viene distrutto: sono parole incommentabili, non
degne di un Paese civile». Ad andare per le spicce è Antonio Di Pietro:
«Berlusconi sta stracciando la Costituzione: prima riduce il Parlamento a un
suo servizio privato, ora vuole eliminare la Consulta. Se non è fascismo
questo, che cosa ci vuole, l’olio di ricino?», si chiede il leader dell’Italia
dei valori, mentre un suo seguace Felice Belisario, capogruppo dei dipietristi
al Senato, in riferimento al passaggio più osé del Cavaliere a Bonn, chiosa:
”Anche gli alberi di Natale hanno le palle, ma non pretendono di fare il
presidente del Consiglio». MARIO STANGANELLI IM 11
Il racconto. Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli
Sono italiano e ho
la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei
passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla
sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle
nera proprio nell'Italia del 2009?
Mi capita, quando
vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio
passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure
dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga
comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano
possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di
Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta
d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero
lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più
o meno così.
"Mi ha dato
la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno.
Come è possibile?".
"Come hai
fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci
capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non
ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere.
Sul documento
rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato
"cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla
mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.
Perché non leggete
cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma....
finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha
detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...".
L'obiezione
sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo
subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere:
"Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con
un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la
cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".
Quando abitavo
vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera
stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è
avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto.
D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i
carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.
In un'altra
occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia
compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul
motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho
preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di
punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è
corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto:
"Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la
macchina". "Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita
rispondere.
Tutte le volte che
ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio.
All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio:
"Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila
liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle
finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma
rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere:
"Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?".
Nel settembre di
quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo
della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l'altoparlante
esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano
signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la
linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla...
maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla
linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in
questo paese. Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima
o poi".
Qualche settimana
fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale.
C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e
mi ha indicato un'altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso
l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera:
"Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto
urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico:
"Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre
pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi
guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di
intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì, sono un razzista.
Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato.
Chi vive queste
situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di
niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso,
arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col
rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le
parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il
suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta
utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate,
sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete
tutti testimoni...".
Ho assistito per
caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino.
Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una
bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben
guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe
reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un
paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi
insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.
Ho invece
infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della
metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in
ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare
alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa
che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al
poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti
al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario
si comporta da prepotente!".
Per fortuna le mie
spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti
verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro
giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche
dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.
Dopotutto, ho
l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non
sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera
o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e
ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni
che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei
figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università
italiane.
Un fatto
sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm
a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma
con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora
fiducia nella giustizia italiana. Pap Khouma LR 12
Frontalieri. La dichiarazione dei conti esteri proprogata al 30 aprile 2010
Roma, 11.12.09 –
“Con il riconoscimento della proroga il Ministro Tremonti ha dato un’attenzione
crescente e concreta al problema dei lavoratori frontalieri delle provincie
lombarde evidenziato in una molteplicità di tavoli tecnici che ci hanno visti
impegnati in prima linea insieme ai tecnici del Dicastero delle Finanze, nonché
ai referenti dell’Agenzia delle Entrate, in ultimo lo scorso 30 novembre”. E’
quanto dichiarano Franco Narducci (Pd) e Aldo Di Biagio (PdL), deputati eletti
nella Ripartizione Europa, in una nota congiunta commentando l’importante
risultato ottenuto sul versante delle tutele dei lavoratori frontalieri il cui obbligo di dichiarazione dei conti
esteri definito dalle circolari dell'agenzia delle entrate 48/E e 49/E, e
fissato originariamente entro il 29 dicembre,
è stata prorogato al 30 aprile 2010, così come notificato da un
comunicato dell’agenzia dell’Entrate.
“In queste
settimane abbiamo inteso evidenziare con forza al ministro dell’Economia –
hanno sottolineato i due deputati eletti all’estero – le difficoltà che la
circolari 48/E e 49/E dell’Agenzia dell’Entrate avrebbero comportato ai tanti
lavoratori italiani frontalieri che non avrebbero potuto ottemperare alle
disposizioni da queste indicate, sia per i tempi ristretti sia in virtù del
numero consistente dei lavoratori interessati che ammontano a circa 55.000”.
“Accogliamo con
sincera soddisfazione questa proroga, - concludono - che si configura come un
lieto riscontro al lavoro che abbiamo svolto in sinergia finora nel pieno
rispetto dei nostri connazionali che con il loro lavoro contribuiscono alla
crescita dei comuni in cui vivono, e dell’intero Paese”. De.it.press
Khouma, l'ira del ministro "Il razzismo va denunciato"
La Carfagna: shock
per il racconto-verità dello scrittore - "Fatti così sono gravi,
soprattutto negli enti pubblici. Siamo pronti a sanzionarli" - di CARLO
BRAMBILLA
MILANO -
"Ogni forma di discriminazione è assolutamente inaccettabile ed è tanto
più grave se viene commessa da un dipendente pubblico. Il primo modo per cancellare
questi episodi di razzismo, o più spesso di semplice ignoranza, è denunciarli,
segnalandoli alle autorità competenti". La reazione del ministro per le
Pari Opportunità, Mara Carfagna, arriva immediata dopo la lettura del racconto
fatto ieri dallo scrittore italiano di colore, Pap Khouma, sulla prima pagina
di Repubblica.
Khouma, aveva
descritto la difficile vita a ostacoli di un cittadino regolare, con passaporto
italiano, ma con la pelle nera. Dall'ufficio anagrafe del Comune di Milano,
dove gli chiedono il permesso di soggiorno, alle piccole discriminazioni nella
quotidianità della strada, del condominio, in metropolitana e sui mezzi di
trasporto. Un racconto che, in modo più o meno drammatico, è noto a tutti i
cittadini di colore italiani.
Il ministro
ricorda la creazione di uno strumento, appena potenziato, l'Unar, l'Ufficio
nazionale contro le discriminazioni razziali del Dipartimento per le Pari
Opportunità (numero verde per le segnalazioni 800901010): "Questo ufficio
approfondisce tutti gli episodi segnalati, ha potere ispettivo e sanzionatorio.
E può essere attivato con una semplice telefonata. Ci vorrà forse ancora un po'
di tempo, ma sono certa che presto tutti troveranno naturale vedere che, a
differenza di quanto purtroppo si sente dire in qualche stadio, "esistono
italiani di colore"".
Conferma molte
delle situazioni raccontate da Pap Kholuma, anche il giovane attore romano Said
Sabrie, di origine somala, protagonista del film Good Morning Aman, del regista
Claudio Noce. Nato vent'anni fa a El Paso, in Texas, ma cresciuto in Italia,
dove ha frequentato l'asilo, le elementari e le superiori, Said Sabrie non
racconta, per fortuna, gravi atti di razzismo nei suoi confronti, ma una serie
infinita di piccole intolleranze.
"Vivo da quando
sono nato nel quartiere Ostiense-Garbatella, dove tutti mi conoscono. Ma se
vado, per esempio alla stazione, con Claudio, che ha la pelle bianca, spesso
fermano me e mai lui. Vogliono vedere il mio biglietto, mi controllano. E solo
quando Claudio dice che sono con lui mi fanno andare". Non solo.
"Quando avevo, fino a poco tempo fa una fidanzata bianca, mi sentivo
sempre addosso gli occhi della gente. Occhiate insistenti che non dimenticherò
mai. Quando mi capita di prendere la mia bicicletta, in strada, spesso mi
chiedono se la sto rubando. E se mi siedo in metropolitana qualcuno allontana
la borsa".
Sensazioni che ha
provato in vita sua anche il calciatore nigeriano Hugo Enyinnaya, oggi nel Meda
Calcio, che ha giocato in passato nel Bari con Cassano. Anche se per lui in
Italia si sta molto meglio che in altri paesi europei: "Ho giocato dal
2004 al 2009 in Polonia. Là sì che il razzismo è palpabile. Mi chiamavano
"scimmia", mi lanciavano le banane e cinque volte mi hanno aggredito.
Qua per fortuna non mi è mai successo". LR 13
A proposito dei “Totem”. Perchè i Patronati sono esclusi?
Mario Castellengo
(Cgie/Ital-Uil): “Chi e perché non vuole avvalersi del supporto gratuito dei
patronati per far funzionare meglio la rete consolare?”
ROMA - Da qualche
mese ogni circostanza è buona per i dirigenti del MAE, per il Sottosegretario
sen. Alfredo Mantica e per il governo italiano, per tranquillizzare gli utenti
della rete consolare che la chiusura di 12 Uffici in Europa, 2 negli Stati
Uniti, 2 in Australia ed il declassamento di 4 Consolati Generali, non
comporteranno problemi nei servizi erogati, grazie al Consolato digitale
utilizzabile tramite internet. Inoltre, come afferma il governo, “(..) per
agevolare gli utenti e familiarizzare con questi servizi verranno utilizzati
appositi totem, computer volti a rendere possibile l’accesso ai servizi
consolari a distanza anche a coloro che non ne sono provvisti (computer) o non
sono in grado di utilizzarlo. I totem saranno installati all’interno di
sportelli consolari (ove sarà offerta l’assistenza di personale specializzato)
ed eventualmente anche in altre strutture facenti capo al Ministero degli
Esteri”.
Premesso che ben un quarto (un milione) degli
iscritti all’AIRE sono emigrati ultrasessantacinquenni tradizionali utenti dei
patronati che, dubitiamo, possano aver dimestichezza con un computer e quindi
con internet, abbiamo già posto sia al MAE che al governo (purtroppo senza
ricevere una risposta!) la domanda del perché non si sia incluso anche gli
uffici dei patronati tra i luoghi dove collocare questi totem. Una domanda che
non ci stancheremo mai di porre agli interessati tenendo conto del servizio che
da sempre svolgono i patronati a favore delle comunità italiane nel mondo,
anche in stretta collaborazione con la rete diplomatico-consolare. Ma perché i
soli patronati del CE.PA. (Acli-Inas-Inca-Ital) dispongono all’estero di una
rete capillare di ben oltre 600 sedi e quindi molto più diffusa sul territorio
della stessa rete consolare. Con un’organizzazione che ha permesso loro, per
esempio, anche quest’anno, di assistere ben 170.000 pensionati nel
compilare e restituire all’INPS i consueti modelli RED che invia
annualmente l’Istituto previdenziale italiano.
Chi e perché, a livello di Ministero degli
Affari Esteri e di governo, non vuole avvalersi del supporto gratuito dei
patronati per far funzionare meglio la rete consolare? Una domanda che è stata
posta anche ai responsabili degli Uffici consolari italiani nel corso della
Seconda Giornata di mobilitazione mondiale organizzata il 10 dicembre dai
sindacati dei pensionati Spi/CGIL-Fnp/CISL-UILP per presentare le
rivendicazioni dei pensionati e degli anziani italiani residenti all’estero.
Mario Castellengo,
membro CGIE in rappresentanza dell’ITAL UIL
Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil sulla Giornata di mobilitazione del 10
dicembre
La voce dei
pensionati italiani negli incontri in decine di sedi consolari
ROMA - La “Giornata di mobilitazione
internazionale per i diritti e la dignità dei pensionati italiani all’estero”,
che i Sindacati dei pensionati Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil hanno promosso per
il secondo anno consecutivo, si è tenuta il 10 dicembre. Centinaia di
pensionate e pensionati italiani, con i loro patronati, si sono recati in
decine di ambasciate e sedi consolari nei Paesi della nostra emigrazione per
illustrare i loro problemi e chiedere un intervento di Ambasciatori e Consoli
sul Governo italiano perché venga data positiva soluzione ai loro problemi più
urgenti.
Dall’Australia al Canada, dall’Europa alle
Americhe, la voce dei pensionati - è detto in una nota sindacale - si è
espressa anche con la consegna a Consoli e Ambasciatori di una lettera dei
segretari generali dei Sindacati dei pensionati e dei presidenti dei Patronati.
A Londra come a Berna, a Sidney come a Melbourne; a Sarajevo, a Lima, a
Montreal, a Buenos Aires, a Basilea, a Cordoba, a Montevideo, a Mendoza; a
Zurigo, a Losanna, a Ginevra, a Lugano; ad Amsterdam; a Lilla e a Mulhouse, in
Francia, e in altre decine di sedi consolari, la risposta di ambasciatori e
consoli è stata improntata ovunque alla massima attenzione verso i problemi
posti, del resto ampiamente conosciuti e condivisi, così come unanime è stata
la loro disponibilità a segnalare al Governo italiano l’avvenuto incontro e i
problemi affrontati.
Le difficoltà della nostra emigrazione sono
del resto così evidenti e così preoccupante il loro continuo aggravarsi che in
Argentina si è reso necessario integrare le richieste comuni presentate nel
resto del mondo, con una richiesta specifica sulla situazione dell’assistenza
sanitaria che dal primo gennaio non sarà più garantita a più di tremila anziani
in povertà emigrati nel grande paese del Sud America. A causa dei tagli alle
risorse per gli italiani all’estero dal 1° gennaio infatti il 40% degli oltre
ottomila anziani assistiti da una convenzione del Governo italiano con la Swiss
Medical perderanno il diritto all’assicurazione sanitaria, mentre i cinquemila
che continueranno ad usufruirne si vedranno ridotte le prestazioni fin qui
erogate.
Una situazione di insostenibilità che si
affianca a quelle per le quali già i sindacati dei pensionati avevano chiesto
al Governo precise risposte che continuano a mancare, così che oggi gli anziani
emigrati sono colpiti due volte: dalla crisi internazionale che non risparmia i
paesi dove vivono e dai tagli che tolgono risorse all’assistenza che Consolati
e convenzioni garantivano.
La voce che il 10 dicembre si è unanimemente
levata in tutto il mondo è quindi un forte monito al nostro Governo e
all’intero Parlamento, perché un Paese che ha conosciuto il suo sviluppo anche
grazie alle rimesse dei nostri emigranti oggi non può ripagare in questo modo
proprio coloro che a quello sviluppo contribuirono in prima persona.
Contiamo che, come già si è espresso
unanimemente il Comitato permanente sugli Italiani all’estero della Camera dei
Deputati, così anche il Governo e l’intero Parlamento - così termina la
nota sindacale - sappiano trovare condivise, positive e urgenti risposte alle
richieste presentate da Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil, perché nessuno può più
fingere di non aver sentito la voce dei pensionati levatasi il 10 dicembre in
tutto il mondo. (Inform)
ROMA - Sull’approvazione da parte del Senato
della mozione sugli Uffici consolari all’estero - condivisa dal Pd (con
l’adesione anche della senatrice Mirella Giai del Maie) e dalla maggioranza
Pdl-Lnp - intervengono con una nota i senatori del Pd eletti all’estero Claudio
Micheloni e Nino Randazzo, osservando innanzitutto che “all’ampio dibattito
hanno partecipato rappresentanti di tutti gli schieramenti politici, in assenza
dei parlamentari del Pdl eletti all’estero”.
Il 10 giugno scorso, il Governo aveva
comunicato alle commissioni Affari Esteri di ambedue le Camere le linee
portanti del processo di razionalizzazione della rete degli uffici consolari
all’estero da attuarsi tra la fine del 2009 e il 2011. Tale processo prevede
attualmente la chiusura di 18 sedi consolari (13 in Europa, 2 negli Stati
Uniti, 2 in Australia, 1 in Sud Africa), la chiusura dell’Ambasciata di Lusaka
in Zambia e il declassamento di 4 consolati generali a consolati.
Con la mozione si chiede al Governo: di
mantenere un costante confronto con il Parlamento per definire le modalità del
piano di razionalizzazione degli uffici diplomatici; di avviare un confronto
con le Commissioni parlamentari competenti per una valutazione strategica del
ruolo della rete degli uffici all’estero; di intraprendere, contestualmente, la
realizzazione del processo di riorganizzazione dell’amministrazione centrale
del ministero degli Affari Esteri.
Il Governo, rappresentato dal sottosegretario
Mantica, ha accolto la mozione, sollecitandone una riformulazione, riaffermando
la posizione del Governo che ribadisce la necessità di una riforma della rete
consolare. Ha dichiarato altresì la disponibilità ad aprire quanto prima e
nelle appropriate sedi parlamentari, un confronto da tenere nello spirito della
mozione.
Soddisfatti, i senatori Micheloni, Randazzo e
gli altri firmatari della mozione (Bettamio, Amoruso, Musi, Marcenaro,
Palmizio, Filippi A., Carrara, Perduca, Pinotti, Marinaro, Pegorer, Livi Bacci,
Tonini, Compagna, Gasbarri, Bertuzzi, Divina, Monti, Cagnin, Zanetta, De Sena,
Bonino, Giai) auspicano che il piano attuale di riassetto della rete degli
uffici consolari e diplomatici all’estero, venga sospeso e che, con l’inizio
dell’anno nuovo, possa essere intrapreso un rapido percorso di confronto con il
Governo, al fine di formulare principi condivisi che permettano al Governo la
realizzazione di un progetto di riforma che rispecchia i contenuti e lo spirito
della mozione votata all’unanimità. (Inform)
Il Natale siciliano 2009 attorno al presepe: mandare le foto a Sicilia
Mondo entro il 15 dicembre
Caro Presidente e
collaboratori, tutti, in seguito alla richiesta di numerosi collaboratori,
anche quest’anno ospiteremo nel numero di Novembre/Dicembre della rivista il
messaggio natalizio, uno spazio di 4 righe lineari – che vorrai mandare a
“Sicilia Mondo” e agli altri siciliani
che vivono in Sicilia e nelle altre parti del mondo.
Leggere i vostri
messaggi, l’uno dopo l’altro, su Sicilia
Mondo, significa vedere scorrere davanti agli occhi la nostra immagine e quella
di tantissimi Presidenti ed amici, significa provare l’emozione di sentirsi più
vicini, più uniti, più famiglia tra di Noi. Significa soprattutto rivivere la
magia del Santo Natale sognando per un momento di stare insieme.
Un messaggio
circolare, con la voce di tutti Noi, che dice: Ti voglio bene , Buon Natale a
Te e famiglia. Il messaggio dovrà pervenire
entro il 15 dicembre per consentire di stampare Sicilia Mondo in pieno
Natale. Anche quest’anno, per vivere meglio ed in pieno il Nostro natale,
vogliamo riproporre “Il Natale siciliano
2009 attorno al presepe” da allestire nelle nostre case.
Il presepe vuole essere il messaggio aggregante per dire
ai siciliani tutti: viviamo questo Natale insieme per sentirci tutti figli di
una grande Sicilia, la nostra Sicilia. Mandami le foto del Tuo presepe, con
attorno la tua famiglia. Pubblicheremo nel prossimo numero le foto prime
classificate.
Al vincitore del
presepe più bello, Sicilia Mondo offrirà ad un componente della famiglia un
soggiorno di 7 giorni in Sicilia, comprese le spese di viaggio.
Aspetto di
leggerTi. Ti voglio bene e Ti saluto
affettuosamente.
Azzia – Presidente
“Sicilia Mondo”
Fra le richieste
il riconoscimento dell’assegno di solidarietà per gli anziani indigenti e
dell’esenzione Ici sulla prima casa anche ai connazionali nel mondo
Losanna – Una
rappresentanza dei patronati Inca - Cgil, Inas-Cisl Acli e Ital - Uil,
su invito del CEPA Svizzero, hanno incontrato il console generale
d’Italia a Losanna Adolfo Barattolo per illustrare i punti salienti della
piattaforma unitaria sui diritti dei pensionati all’estero. Lo rende noto
Grazia Tredanari, presidente del Comites Vaud-Friburgo, che, oltre ad una breve
cronaca dell’evento, propone anche alcune riflessioni.
Nel documento unitario, che è stato
presentato al console generale, viene chiesto il riconoscimento dell’assegno di
solidarietà per gli anziani nati in Italia a residenti all’estero in condizioni
di povertà; il ripristino del diritto all’assegno sociale per gli anziani che
rientrano in Italia, senza l’obbligo dei dieci anni di residenza continuativa;
la soluzione dei problemi ancora presenti nel pagamento delle pensioni italiane
all’estero; l’esenzione dell’Ici sulla prima casa in Italia, se non affittata,
anche per gli italiani all’estero; la soluzione del problema degli indebiti
pensionistici maturati senza dolo e la ratifica degli accordi bilaterali, con
la stipula di nuove Convenzioni internazionali e l’aggiornamento di quelle non
più attuali.
La delegazione si è soffermata sulla
necessità di eliminare ogni discriminazione nei confronti dei nostri
connazionali all’estero, come ad esempio quella della mancata esenzione
dall’Ici,sulla prima casa, e di rendere più sistematici i controlli sui redditi
dei pensionati nel mondo, in modo da evitare inutili indebiti. Durante
l’incontro si è anche parlato della ristrutturazione della rete consolare. Su
questo punto Grazia Tredanari sottolinea come la riduzione delle sedi
consolari, nonostante l’introduzione di nuovi supporti tecnologici dalla dubbia
riuscita, rischi di tagliare servizi essenziali per i nostri connazionali.
“Perché allora, se si chiudono i Consolati e non si intendono mantenere le
agenzie, - si chiede il presidente del Comites proponendo una soluzione
alternativa - non si provvede ad ampliare i servizi dei patronati? Questioni
politiche, di opportunità, di competenze, pare! In realtà - prosegue la
Tredanari - i patronati sono istituzioni che da anni danno prova della loro
funzionalità e che vedono le loro mansioni aumentare, anche se non sono del
tutte riconosciute dal punteggio che testimonia il riconoscimento lavorativo.
Sono già sottoposti a controlli da parte di istituzioni italiane ed hanno dato
prova di affidabilità e serietà, essendo anche soggetti alla normativa locale”.
(Inform)
L’Italia del Risorgimento: dall’italiano dello Stato preunitario alla
lingua dei migranti
Nell’ambito delle
celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la Società Dante
Alighieri, la Fondazione Bellonci e l’Istituto per la Storia del Risorgimento
Italiano organizzano tre giorni dedicati al cammino linguistico e culturale del
nostro Paese, dallo Stato preunitario e risorgimentale ai flussi migratori che
hanno trasformato la lingua e la cultura in importanti strumenti di
integrazione
Quale italiano
abbiamo parlato dopo il 1860? È cambiato il ruolo della nostra lingua dopo
l’Unità d’Italia? Quanto ha influito il Risorgimento nella nostra cultura?
Questi e altri saranno i temi che verranno trattati nelle giornate di studio
promosse dalla Società Dante Alighieri in collaborazione con la Fondazione
Bellonci e con l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, in programma
a Roma nei giorni 16, 17 e 18 dicembre prossimi dal titolo “Bella e perduta.
L’Italia del Risorgimento: dall’italiano dello Stato preunitario alla lingua
dei migranti”. Per l’occasione sarà conferita l’Alta Benemerenza “Pasquale
Villari” al Presidente Emerito della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi,
per la sua straordinaria sensibilità nella tutela e diffusione della lingua
italiana durante gli anni dei suoi più alti incarichi istituzionali.
L’iniziativa
prenderà il via ufficialmente mercoledì 16 dicembre alle ore 17 presso la sede
della Società Dante Alighieri (Piazza Firenze 27, Roma) con la presentazione
del volume di Lucio Villari, Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento
(Edizioni Laterza), alla quale interverranno, oltre all’autore: l’Ambasciatore
Bruno Bottai, Presidente della “Dante”; Giorgio La Malfa, Presidente della
Fondazione Ugo La Malfa; Giuseppe Parlato, Presidente della Fondazione Ugo
Spirito; e Paolo Peluffo, Vicepresidente della “Dante”.
La seconda
giornata sarà aperta - giovedì 17 dicembre alle ore 10 a Roma presso la Sala
Conferenze del Complesso del Vittoriano (lato Ara Coeli) - dai saluti del
Sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri, Alfredo Mantica, del Presidente
dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Giuseppe Talamo, e
dell’Ambasciatore Bottai, e sarà caratterizzata dalla Tavola Rotonda sul tema
“Dall’italiano dello Stato preunitario all’italiano dei migranti”, con gli
interventi di Marina Formica (Università di Roma “Tor Vergata”), Aldo Ricci
(Sovrintendente dell’Archivio Centrale dello Stato) e Franco Salvatori
(Presidente della Società Geografica Italiana). Seguiranno la firma della Convenzione
tra la Società Dante Alighieri e l’Istituto per la Storia del Risorgimento
Italiano, e la visita guidata al Museo dell’Emigrazione Italiana. Nel corso
della mattinata saranno consegnate le Benemerenze per l’Arte e la Cultura a
personalità che si sono distinte nei vari settori per la promozione della
nostra cultura in Patria e all’estero: Maria Giulia Aurigemma, Bruno Caruso,
Giuliano Compagno, Paolo Conti, Isabella Donfrancesco, Piero Dorfles, Antonio
Galdo, Enzo Golino, Fabio Isman, Amara Lakhous, Federico Masini, Neri Marcorè,
Manfredi Nicoletti, Vittorio Nocenzi, Aldo Onorati, Andrea Pontarelli, Tommaso
Ricci, Nicola Todaro Marescotti, Pier Luigi Vercesi e Vincenzo Zingaro. Nel
pomeriggio - a partire dalle ore 17 in Palazzo Firenze (Piazza Firenze 27,
Roma) - sul tema “L’Unità d’Italia, unità linguistica” dibatteranno il
musicista Alessio Vlad, Pasquale Chessa (Università di Roma “La Sapienza”),
Andrea Ciampani (Università LUMSA di Roma), Lucilla Pizzoli (Libera Università
degli Studi “San Pio V”), Giuseppe Parlato (Presidente della Fondazione Ugo
Spirito) e Marco Pizzo (Museo Centrale del Risorgimento).
La “tre giorni” si
concluderà venerdì 18 dicembre con il conferimento del Premio “Pasquale
Villari” 2009 al Presidente Emerito della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio
Ciampi, e, nel pomeriggio - a partire dalle ore 18 in Palazzo Firenze (Piazza
Firenze 27, Roma) -, con la presentazione del progetto “La Dante al Premio
Strega 2010”, curata dal Comitato di Roma: nel quadro di una collaborazione
finalizzata all’ideazione di nuovi progetti di invito alla lettura, la Società
Dante Alighieri è entrata nel 2009 a far parte della giuria ed esprimerà anche
nel prossimo anno un voto collettivo per uno dei candidati al riconoscimento
letterario più prestigioso del nostro Paese. L’incontro si svolgerà alla
presenza dei vertici delle due Istituzioni: Ambasciatore Bruno Bottai e
Alessandro Masi, rispettivamente Presidente e Segretario Generale della Società
Dante Alighieri; Antonio Maccanico e Tullio De Mauro, Presidente e Direttore
della Fondazione Bellonci. Seguirà il dibattito con gli autori Andrej Longo
(Chi ha ucciso Sarah?, ed. Adelphi) e Giovanni Montanaro (Le conseguenze, ed.
Marsilio), introdotto dal critico letterario Walter Mauro, moderato da Stefano
Petrocchi, Responsabile Progetti della Fondazione Bellonci, e coordinato da
Giovanni Di Peio, Vicepresidente Vicario del Comitato romano della “Dante”.
Per informazioni e
accrediti: Ufficio Stampa Società Dante Alighieri, Pierpaolo Conti, cell.3346755306,
tel. 066873694, p.conti@ladante.it; Ufficio Stampa Istituto per la Storia del
Risorgimento Italiano, Emanuele Martinez, cell.3398408805,
e.martinez@tiscalinet.it (Dante Alighieri,de.it.press)
Staatsministerin Maria Böhmer: "Die Charta der Vielfalt ist ein Erfolgsmodell“
„2010 erwarten wir die Gesamtzahl von
1000 Unterzeichnern" - Staatsministerin Maria Böhmer will verstärkt
weitere Unternehmen und Institutionen für die "Charta der Vielfalt"
gewinnen.
"Die Charta ist mittlerweile eines
der größten Unternehmensnetzwerke
Deutschlands. Bundesweit sind ihr
bereits über 700 Unternehmen und öffentliche
Einrichtungen beigetreten - allein mehr
als 200 in diesem Jahr. Das zeigt: Die
"Charta der Vielfalt" ist ein
Erfolgsmodell. Für 2010 streben wir die Gesamtzahl
von 1000 Unterzeichnern an",
erklärte Staatsministerin Böhmer zum dreijährigen
Bestehen der "Charta der
Vielfalt".
"Die große Resonanz ist ein
wichtiges Signal für die Integration in Deutschland:
Vielfalt wird verstärkt als Chance
gesehen. Ich freue mich darüber, dass sich
bereits so viele Unternehmen,
Hochschulen, Verbände und Behörden der Charta
angeschlossen haben. Sie nutzen die
Potenziale der Menschen aus
Zuwandererfamilien, wie
Sprachkenntnisse und kulturelle Kompetenzen. Vielfalt ist
für viele Unternehmen und Institutionen
in der Globalisierung ein handfester
Wettbewerbsvorteil. Zugleich geben sie
Zuwanderern die Chance, ihr Können zu
zeigen. Dadurch ist die Charta für
beide Seiten ein Gewinn", betonte die
Integrationsbeauftragte der
Bundesregierung.
"Ich bin davon überzeugt: Gerade
der gekonnte Umgang mit kultureller Vielfalt
wird im globalen Wettbewerb ein immer
wichtigerer Schlüssel zum Erfolg. Deshalb
appelliere ich an die Unternehmen und
Institutionen in Deutschland, der Charta
beizutreten. Setzen Sie ein Signal und
nutzen Sie die Vorteile der Vielfalt", so
Böhmer.
Die "Charta der Vielfalt"
wurde am 13. Dezember 2006 auf Initiative der Deutschen
BP, von Daimler, der Deutschen Bank,
und der Deutschen Telekom im
Bundeskanzleramt ins Leben gerufen. Die
"Charta der Vielfalt" ist ein
grundlegendes Bekenntnis zu Vielfalt,
Toleranz, Fairness und Wertschätzung in der
Arbeitswelt. Durch die Unterzeichnung
verpflichten sich Unternehmen und
Institutionen, ein Arbeitsumfeld zu
schaffen, das frei von Vorurteilen ist.
Bundeskanzlerin Angela Merkel ist
Schirmherrin der Initiative. Die
Integrationsbeauftragte der
Bundesregierung, Staatsministerin Maria Böhmer,
koordiniert die Charta.
Nähere Informationen zur "Charta
der Vielfalt" unter www.vielfalt-als-chance.de
Pib, de.it.press
Integrationsdebatte. Sarrazin fordert Kopftuchverbot für Schülerinnen
Bundesbank-Vorstand Thilo Sarrazin hat
sich auf einer Podiumsdiskussion in Berlin erneut zum Thema Integration
geäußert. Er würde Kopftücher im Schulunterricht verbieten, weil sie kein
religiöses, sondern ein politisches Symbol seien. "In Europa haben wir
steigende Zahlen von Muslimen, was in allen Ländern Probleme macht", sagte
Sarrazin.
Der frühere Berliner Finanzsenator
Thilo Sarrazin (SPD), der im Oktober in einem aufsehenerregenden Interview
Türken und Arabern in Berlin Integrationswillen absprach, hat sich erneut zum
Thema Integration geäußert.
Laut "Bild"-Zeitung forderte
Sarrazin, der jetzt Vorstandsmitglied der Deutschen Bundesbank ist, auf einer
Podiumsdiskussion in Berlin ein Kopftuch-Verbot für muslimische Schülerinnen.
Sarrazin sagte wörtlich: "Ich würde Kopftücher im Unterricht untersagen.
Sie sind kein religiöses Symbol, sondern ein politisches. Ein Symbol des
Machtanspruches des Mannes über die Frau."
Zur Begründung sagte Sarrazin: "In
Europa haben wir steigende Zahlen von Muslimen, was in allen Ländern Probleme
macht.“ Zur besseren Integration forderte Sarrazin laut Zeitung: „Erstens den
Zuzug begrenzen. Zweitens diejenigen, die da sind, unter Integrationsdruck
setzen. Politik und Gesellschaft müssen eine Erwartungshaltung herstellen.“
Zudem würde er "darauf bestehen, dass man Deutsch redet.“
Bislang steht es Schülerinnen an
öffentlichen Schulen frei, Kopftücher zu tragen. In Berlin gilt seit 2005 ein
"Neutralitätsgesetz“, nach dem weder Lehrkräfte, noch Richter und
Polizisten im Dienst Kopftuch, Kreuz oder jüdische Kippa tragen dürfen. DW 12
Italiens Ministerpräsident Berlusconi bei Angriff verletzt
Silvio Berlusconi wurde bei einer
Veranstaltung in Mailand von einem Unbekannten attackiert. Italiens
Ministerpräsident zog sich Verletzungen im Gesicht zu, TV-Bilder zeigen ihn mit
blutender Lippe. Über Art und Weise des Angriffs gibt es unterschiedliche
Aussagen.
Rom - Italiens Ministerpräsident Silvio
Berlusconi ist in Mailand von einem Mann angegriffen und im Gesicht verletzt
worden. Berlusconi sei mit einer blutenden Lippe zur Behandlung in ein
Krankenhaus gebracht worden, sagte ein Mitglied seines Stabes.
Der Polizei zufolge ist noch unklar, ob
der Mann selbst zugeschlagen oder mit einem Gegenstand nach dem Politiker
geworfen habe. Der Angreifer habe dem Politiker mit der Faust ins Gesicht
geschlagen, berichten die Nachrichtenagenturen AP und Reuters. Ein Augenzeuge
sagte dem Nachrichtensender "Sky TG-24", der Angreifer habe
Berlusconi von der Seite attackiert und auf die Wangen getroffen. Die Lippe des
Regierungschefs habe geblutet. Nach einem Bericht der dpa wurde Berlusconi
hingegen mit einem harten Gegenstand beworfen und niedergestreckt.
Der Täter soll festgenommen worden
sein, berichten die Agenturen. Er soll psychische Probleme haben und deswegen
seit zehn Jahren in Behandlung gewesen sein, berichtet die AFP weiter.
Der Regierungschef fiel laut AP zu
Boden. Bilder des italienischen Fernsehens RAI zeigen den Ministerpräsidenten
mit Verletzungen im Gesicht. Verteidigungsminister Ignazio La Russa, der den
Vorfall aus der Nähe miterlebte, berichtete, Berlusconi habe am Mund und aus
der Nase geblutet.
Ausgebuht und ausgepfiffen
Einsatzkräfte halfen dem
zusammengesackten 73-Jährigen wieder auf die Beine und brachten ihn rasch in
seine nahe Limousine. Wie die Nachrichtenagentur Ansa unter Berufung auf
Krankenhauskreise meldete, soll er zur Beobachtung 24 Stunden im Krankenhaus
bleiben, auch wenn er zu keinem Zeitpunkt das Bewusstsein verloren habe. Ein
Sprecher des Ministerpräsidenten erklärte auf Anfrage zunächst, ihm lägen keine
Informationen zu dem Zwischenfall vor.
Berlusconi war in Mailand, um eine
Mobilisierungskampagne für die Regionalwahlen im März anzuführen. Zu Beginn des
Treffens war der Ministerpräsident von rund einem Dutzend Menschen ausgebuht
und ausgepfiffen sowie als "Clown" beschimpft worden. Berlusconi rief
ihnen daraufhin mehrfach zu, sie sollten sich schämen. Daraufhin gerieten die
Demonstranten und junge Ordnungskräfte der Veranstaltung aneinander, woraufhin
die Polizei eingriff. Es ist allerdings bisher unklar, ob der Angreifer aus den
Reihen der Demonstranten kam. 2004 war Berlusconi bei einem ähnlichen Vorfall
verletzt worden. Ein junger Mann hatte sein Kamerastativ nach ihm geworfen und
ihn am Kopf verletzt.
Vertreter des regierenden rechten
Lagers machten ein "Klima der Konfrontation" gegen Berlusconi für den
aktuellen Vorfall verantwortlich. Umberto Bossi von der Lega Nord, Berlusconis
Koalitionspartner, sprach gar von einem "terroristischen Akt". Auch
die linke Opposition verurteilte die Gewalt gegen den Regierungschef.
AP/Reuters/dpa 13
Italien. "Asbest-Massaker" vor Gericht
Turin. "Wenn du etwas spürst in
der Brust, und im Krankenhaus bekommst du die Diagnose Pleuramesotheliom, dann
weißt du, dass es vorbei ist", sagt ein 62-jähriger ehemaliger Arbeiter
der Eternit-Fabrik im piemontesischen Casale Monferrato. Er hat schon viele
ehemalige Arbeitskollegen an dieser schweren Krebserkrankung sterben sehen,
etwa 1350 Asbest-Tote sind es in der 36.000-Einwohner-Stadt bisher. Jedes Jahr
kommen 40 bis 50 Tote hinzu. "Wir begannen um 1975 herum zu merken, dass
der Asbest schädlich war. Aber die Eigentümer taten so, als wäre nichts, und
jetzt werden alle krank", sagt der Arbeiter.
"Ein Massaker", schreiben die
italienischen Medien, das nun vor Gericht komme.Wegen der Toten in Casale
Monferrato und an drei weiteren Fabrikstandorten in Italien müssen sich im
Justizpalast von Turin seit gestern der Schweizer Industrielle und Milliardär
Stephan Schmidheiny und der belgische Baron Jean-Louis de Cartier verantworten.
Den ehemaligen Besitzern von Eternit Italia wird vorgeworfen, durch mangelnde
Sicherheitsvorkehrungen für den Tod von 2056 Menschen und die Erkrankung von
weiteren 833 in den italienischen Eternit-Fabriken verantwortlich zu sein.
Die Anklage bezieht sich auf Fälle von
Arbeitern, die zwischen 1966 und 1986 bei Eternit Italia beschäftigt gewesen
waren. Den Angeschuldigten drohen nicht nur langjährige Gefängnisstrafen,
sondern auch hohe Schadenersatzzahlungen.
Zum Prozessauftakt, der ausschließlich
formalen Fragen gewidmet war, sind zahlreiche Asbestopfer-Vereinigungen aus
Italien, Frankreich, Belgien und der Schweiz nach Turin gereist. Es wird ein
Mammutprozess: Hunderte von Zivilklägern haben sich eingeschrieben. Als
Parteien treten unter anderem auch die größte italienische Gewerkschaft sowie
die staatliche Versicherung für Arbeitsunfälle Inail auf. Allein die Inail
fordert die Rückerstattung von 246 Millionen Euro für bereits ausbezahlte Versicherungsleistungen.
Staat hat die Asbestverarbeitung erst
1992 verboten - Eine Klage richtet sich auch gegen den italienischen Staat, der
seine Aufsichtspflicht nicht genügend wahrgenommen habe. "Wenn es
Kontrollen gegeben hätte, wäre es nicht zu einer solchen Katastrophe
gekommen", betont Opferanwalt Ezio Bonanni.
Unter Experten gelten die Folgeschäden
der Asbestverarbeitung als die größte gesundheitliche und soziale Katastrophe
der Industriegeschichte: Laut Schätzungen sterben weltweit jedes Jahr 90.000
Menschen an Krankheiten, die von Asbest ausgelöst werden. Schmidheiny hatte
relativ frühzeitig auf die sich immer deutlicher abzeichnende
Gesundheitsgefährdung reagiert und bereits ab 1975 in seinen Fabriken auf die
nasse Verarbeitung der Asbestfasern umstellen lassen, um die gefährliche
Staubentwicklung zu vermindern. Ein Jahr später beschloss er als erster
Industrieller, schrittweise ganz aus dem Asbest auszusteigen.
Der italienische Staat hatte die
Asbestverarbeitung erst 1992 verboten. In der gesamten EU darf Asbest seitdem
nicht mehr verwendet werden. Doch noch heute gibt es weltweit mehr Länder, die
Asbest verarbeiten, als solche, die ihn verboten haben. DOMINIK STRAUB FR 11
Prozess in Italien. Tausendfacher Asbesttod vor Gericht
In Turin hat der Strafprozess gegen
Manager der Eternit AG begonnen. Betroffene sprechen von 2.000 Toten und 800
Erkrankten durch mangelnde Sicherheitsvorkehrungen. VON MICHAEL BRAUN
ROM - Etwa 2.000 Tote, dazu weitere
etwa 800 Erkrankte sollen die beiden Angeklagten im Asbest-Prozess von Turin
auf dem Gewissen haben: Menschen, die an den vier italienischen Standorten der
Eternit AG Opfer der Kontaminierung mit Asbest wurden. Am Donnerstag begann in
gleich drei großen Gerichtssälen die Verhandlung gegen den Schweizer Milliardär
Stephan Schmidheiny und den belgischen Manager Jean-Louis de Cartier.
Die beiden tragen nach Auffassung des
Staatsanwalts Raffaele Guariniello die Verantwortung "für eine vorsätzlich
herbeigeführte Umweltkatastrophe und für die Umgehung der
Sicherheitsvorschriften". Ihnen drohen bei einer Verurteilung bis zu zwölf
Jahre Haft, dazu Entschädigungszahlungen von hunderten Millionen Euro.
Schmidheiny war als Mitglied der
Eternit-Eigentümerfamilie auch für die italienischen Standorte des Schweizer
Asbestmultis verantwortlich. Ebenso wie de Cartier soll er in den Jahren 1973
bis 1986 - damals wurde die Produktion in Italien eingestellt - wissentlich die
Schädigung der Arbeiter, aber auch der Anwohner in Kauf genommen haben.
Als tragischstes Beispiel gilt Casale
Monferrato. In dem piemontesischen 36.000-Einwohner-Städtchen sind schon etwa
1.800 Menschen an den Folgen von Asbestose und Lungenfellkrebs gestorben. Jedes
Jahr werden etwa 50 Neuerkrankungen und etwa 40 weitere Tote gezählt.
Ein Arbeiter berichtete am Rande des
Prozesses, aus seiner Abteilung mit 30 Leuten hätte schon 28 der Asbesttod
ereilt. Doch nicht bloß die in der Fabrik Beschäftigten sind betroffen; auch
zahlreiche Einwohner, die nie den Fuß in das Werk gesetzt hatten, erkrankten,
offenbar weil die todbringenden Mikrofasern überall in der Stadt durch die Luft
schwirrten.
Mehr als 700 Angehörige von Asbesttoten
oder noch lebende Opfer hatten sich deshalb schon vor Prozessauftakt als
Nebenkläger registrieren lassen; weitere Hunderte standen in einem der drei
Säle Schlange. Der gesamte erste Prozesstag wurde deshalb von
verfahrenstechnischen Prozeduren in Beschlag genommen; am 25. Januar wird die
Verhandlung fortgesetzt.
Nicht gekommen waren Schmidheiny und de
Cartier, die sich von einem 26 Köpfe starken internationalen Anwaltsteam
verteidigen lassen. Schmidheiny ließ schon im Vorfeld erkennen, dass er
eigentlich gar nicht weiß, wieso er vor Gericht steht. In Italien habe er nie
operative Verantwortung für die Asbestproduktion in den Eternitwerken getragen,
sondern sei "bloß der größte Einzelaktionär" gewesen, teilte er mit.
Seine Verteidiger werden zudem argumentieren, dass der Prozess wegen Verjährung
der Straftaten eingestellt werden müsse. Wie wenig Schmidheiny selbst dieser Verteidigungslinie
traut, zeigt sich daran, dass er zugleich den Geschädigten und den Angehörigen
der Toten Zahlungen von bis zu 40.000 Euro bieten ließ, wenn sie darauf
verzichteten, als Nebenkläger aufzutreten. Taz 11
Berlusconi entlastet. Die Helden der Mafia
Rom. Der Mafiaboss Filippo Graviano hat
am Freitag die Behauptungen eines Cosa-Nostra-Aussteigers dementiert, wonach
Silvio Berlusconi seit Anfang der 90er Jahre politischer Referent der
Mafia-Gruppierung war. Er habe den Senator nie getroffen, und es habe auch
keine Verhandlungen zwischen der Cosa Nostra und der Politik gegeben, erklärte
der Mafiaboss Filippo Graviano im Berufungsprozess gegen den
Berlusconi-Vertrauten und Senator Marcello Dell´Utri.
Vor einer Woche hatte der reuige
Mafioso ("pentito") Gaspare Spatuzza das Gegenteil ausgesagt. Die
Gebrüder Graviano hätten ihm gegenüber durchblicken lassen, Berlusconi sei kurz
vor seinem Einstieg in die Politik im Jahr 1994 als neuer politischer
Vertrauensmann der Cosa Nostra aufgebaut worden. Auch ein anderer Mafioso,
Cosimo Lo Nigro, bestritt das am Freitag.
"Was habt ihr denn erwartet? Das
war doch alles Geschwätz, alles falsch", sagte Berlusconi. Dem
Regierungschef dürfte ein tonnenschwerer Stein vom Herzen gefallen sein: In Rom
war es ein offenes Geheimnis, dass den Cavaliere die neuen Ermittlungen in
Palermo über mögliche politische Hintergründe der Mafia-Morde Anfang der 90er
Jahre weit mehr beunruhigten als die beiden gegen ihn laufenden Strafprozesse
wegen Zeugenbestechung und Steuerbetrug in Mailand. Die Gefahr eines
kompromittierenden Mafia-Ermittlungsverfahrens gegen den Ministerpräsidenten
scheint mit den Dementis der Mafiosi vorerst gebannt.
Auch der von Graviano ebenfalls
entlastete Dell´Utri, in erster Instanz wegen Unterstützung der Mafia zu neun
Jahren Zuchthaus verurteilt, hofft nun in der Berufung auf einen Freispruch.
Dell´Utri bezeichnet Graviano gestern als "Mann von glaubwürdiger Reue und
Würde". Der "pentito" Spatuzza, der ihn belastet hatte, war in Dell´Utris
Augen dagegen noch ein "ordinärer Mörder" ohne jede Glaubwürdigkeit.
Ein mehrfacher Mörder ist freilich auch Graviano; beide sitzen lebenslange
Gefängnisstrafen ab.
Dell´Utri, seit mehr als 30 Jahren
enger Vertrauter Berlusconis und Senator für dessen PDL, hatte schon den später
wegen zweifachen Mordes verurteilten Vittorio Mangano als "eine Art
Held" bezeichnet, der in den 70ern als "Stallmeister" in
Berlusconis Villa gearbeitet hatte. Manganos Heldenmut bestand darin, trotz des
Versprechens von Hafterleichterungen nicht gegen Dell´Utri und Berlusconi
auszusagen. DOMINIK STRAUB FR 12
EU-Experte Buhigas Schubert im Interview: "Ungenaue" Agenda der spanischen Ratspräsidentschaft
Der spanische EU-Experte Carlos Buhigas
Schubert erläutert im Interview mit EurActiv.de die ehrgeizigen, aber ungenauen
Ziele der spanischen Ratspräsidentschaft für das erste Halbjahr 2010. Außerdem
ärgert sich der Politik-Berater über die "irrsinnigen" Hierarchien
und das "institutionelle Chaos" der EU und darüber, dass "einer
der dringlichsten Debatten für die Europäer" bisher ausgewichen wird.
EurActiv.de: Der Lissabon-Vertrag ist
da. Haben die Europäer einen Grund zu feiern?
Buhigas Schubert: Der Lissabon-Vertrag
ist eine große Erleichterung. Eine sehr große sogar. Wir dürfen nicht
vergessen, dass der gesamte Prozess acht Jahre gedauert hat. Alles begann 2001
mit dem Gipfel von Laeken. Wenn das Projekt (wieder) gescheitert wäre, hätten
wir die Situation sehr schlecht verdauen können.
Also erstens, der Vertrag ist in Kraft;
er muss jetzt aber noch umgesetzt werden. Es wird in vielen Bereichen
Änderungen geben müssen, auch die nationalen Institutionen sind davon in vielen
Fällen betroffen. Es geht dabei auch um die endlose Debatte, wie eine stärkere
und kohärentere Gemeinsame Außenpolitik aufgebaut werden kann. In den nächsten
Jahren werden wir miterleben, wie das umgesetzt wird.
Zweitens ist es wichtig zu betonen,
dass Europa vor sehr vielen Problemen steht, deren Lösung aber über die
Möglichkeiten des Vertrags und die Kompetenzen der EU hinausgeht. Ein
Hauptaspekt ist dabei die Reform der verschiedenen Wohlfahrtssysteme, was also
fast alle Alltagsbereiche, Sorgen und Interessen der Europäer betrifft: ihre
Arbeit, die Qualität der Bildungs- und Gesundheitssysteme, die Tragfähigkeit
der verschiedenen Rentensysteme, usw. Das heißt nicht, dass es dazu keine
europäische Strategie oder Debatte geben würde, aber letztlich liegt die
Verantwortung für die Lösung der Probleme bei den Nationalstaaten.
EurActiv.de: Die Wirtschafts- und
Finanzkrise ist eine der wichtigsten Herausforderungen. Hat die EU eine
angemessene Strategie, um Europa aus der Krise zu führen?
Buhigas Schubert: Es ist wichtig zwischen der Krise und einer möglichen Wohlstandssteigerungs-Strategie zu