WEBGIORNALE  16-17  dicembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       17 dicembre Giornata Internazionale dei Migranti 1

2.       Immigrati, crescita continua, 4,8 milioni i nuovi italiani 1

3.       Adesso ci siamo. Trattato di Lisbona: maggiore stabilità per l'Ue  1

4.       Ma quale White Christmas, Natale deve essere a colori 2

5.       Clima, al mondo serve una rivoluzione energetica  2

6.       Editoriale. Contro la violenza per la libertà  3

7.       Superare la sindrome di Piazza Duomo  3

8.       "L'Italia a rischio violenza politica" i timori della stampa straniera  3

9.       Aggressione a Berlusconi. Deputati PD-estero: “Gravissimo atto di violenza che va condannato”  4

10.   Chiusura Consolati. Seduta congiunta dei Comites di Norimberga e Monaco di Baviera  4

11.   L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia  a Francoforte  4

12.   A Stoccarda operai piemontesi protestano contro i vertici dell’azienda Mahle  5

13.   Il film "Si può fare" vince il festival itinerante 2009 in Germania "Cinema! Italia!"  5

14.   Hannover. Criminalità e prevenzione in Germania e Italia  5

15.   Karlsfeld. Proiezione del film di Crialese "Nuovo Mondo" e dibattito sull’emigrazione  5

16.   In distribuzione in Baviera la Guida sul sistema scolastico bavarese  5

17.   Dal 25 novembre non e' piu' possibile iscrivere i minori sui passaporti dei genitori 6

18.   Camera. L‘intervento di F. Porta (Pd) per il recupero di 6 milioni di euro per l’assistenza agli italiani all’estero  6

19.   Le 1000 piazze del Partito Democratico in Italia e qualcuna anche in Svizzera. 6

20.   La metà dei rifugiati del mondo vive nelle città, appello ai sindaci 6

21.   Vertice sul clima. I Paesi africani tornano ai negoziati 7

22.   Cile, Piñera in vantaggio. Ma con Frei è partita aperta. La corsa alla presidenza si dovrebbe decidere al ballottaggio  7

23.   UE. Le conclusioni del Consiglio europeo del 10-11 dicembre a Bruxelles  8

24.   Bankitalia: il debito sale ancora; in Europa cresce la disoccupazione  8

25.   La sinistra a un bivio  8

26.   Quel valore che non possiamo permetterci di perdere  9

27.   Richiamo alla democrazia  9

28.   Fermarsi ora  10

29.   Mai più parole come pietre  10

30.   Gli indignati a senso unico  10

31.   La degenerazione violenta. Un clima avvelenato  11

32.   Interventi. Berlusconi ferito e la dignità in politica  11

33.   Tartaglia ora chiede scusa. «E’ stato un atto vigliacco». Da San Vittore ha mandato una lettera a Berlusconi 12

34.   Napolitano: Italia più coesa della politica  12

35.   La mobilitazione parte sul web "Giù le mani dalla Costituzione"  12

36.   Piazze e Web. Il governo prepara leggi speciali 13

37.   Post terremoto. Tempi e modi del rientro  13

38.   Finanziaria, fiducia alla Camera. Di nuovo scontro Fini-Tremonti 14

39.   Il Csm boccia il processo breve. "Uno tsunami per la Giustizia"  14

40.   Regionali, l’Udc si tiene le mani libere. Non decolla l’intesa generalizzata con il Pd  15

41.   Il web invaso da minacce e insulti. Il lato oscuro della rete  15

42.   Internet no alla censura basta un clic  15

43.   La Corte di Strasburgo condanna l'Italia "Izzo non doveva avere la semilibertà"  16

44.   Emergenza rifiuti, Palermo nel caos  16

45.   Pensioni, da gennaio più leggere in vigore i nuovi coefficienti 16

46.   Integrazione e riconoscimento dell’Islam   17

47.   Convegno su “Immigrazione. Identità e uso dei centri storici. Riflessioni ed esperienze a confronto”  17

48.   A Natale il brindisi è Made in Italy  17

49.   Svizzera. In morte di Dario Robbiani 18

 

 

1.       Ein neues Regime in Italien – und wir schauen weg?  Internetblog www.aussorgeumitalien.de  18

2.       WDR Funkhaus Europa. Absetzung der Sendungen "Al Dente" und "Café Alaturka"  18

3.       Konferenz in Kopenhagen. Das bisschen Klima  19

4.       Gipfel ohne Pause. Heiße Phase in Kopenhagen  19

5.       Italien will Politiker besser vor Angriffen schützen  19

6.       Italien. Angreifer verletzt Berlusconi im Gesicht 19

7.       Debatte in Italien. Berlusconi "verbittert" über Hass  20

8.       Attacke auf Italiens Premier. Angreifer bricht Berlusconi die Nase  20

9.       Mailand. Berlusconis Nase gebrochen  21

10.   Italien. Solidarität mit Berlusconi 21

11.   Italien. Lega Nord hält Berlusconi-Angriff für "terroristischen Akt"  21

12.   Italien. Attentäter entschuldigt sich bei Berlusconi 22

13.   Analyse. Die Saat der Gewalt 22

14.   Attacke auf Berlusconi. Stunde der Abrechnung  22

15.   Kundus-Affäre. Terrain der Lügen  23

16.   Kundus-Affäre. Guttenberg lehnt Rücktritt ab  23

17.   Chile. Rechtsruck bei Präsidentenwahl 24

18.   Türkei. Verbot der Kurdenpartei. Am Ende der Worte  25

19.   Analyse zum Verbot der Kurdenpartei. Parteienfriedhof Türkei 25

20.   Bundeswehr in Afghanistan. Einsatz mit Grenzen  26

21.   Leitartikel. Wahrheiten des Krieges  26

22.   Haushaltsentwurf. Abschwung im Etat 27

23.   Schwarz-gelber Haushalt. Teures neues Jahr 27

24.   Steuersenkungsgesetz. Kauft Merkel sich das Ja der Länder?  27

25.   Steuerstreit. Merkels Tauschgeschäfte  28

26.   Einigung auf Bachelor-Reform. Studium wird entrümpelt 28

27.   Bachelor-Reform. Kein Bedarf an Lernautomaten  29

28.   Zusatzbeiträge bei Krankenkassen. Versicherte sollen mehr bezahlen  29

29.   Landessozialgericht. Hartz-IV-Empfänger hat Recht auf eine Wohnung  29

30.   Sarrazin-Forderung. Neue Kopftuchdebatte lässt Schulen kalt 30

31.   Nach Kopftuch-Schelte. "Sarrazin gehört endlich gefeuert"  30

32.   Italien. Die Fassaden von L’Aquila  30

33.   Italien. Gestrandete Wale verlieren Todeskampf 31

 

 

 

 

17 dicembre Giornata Internazionale dei Migranti

 

Roma - L’Ilo/Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro), in collaborazione con Iom/Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), organizza la Conferenza “La tutela dei diritti dei lavoratori migranti, le misure dei governi e delle istituzioni internazionali” per celebrare la Giornata internazionale del migrante. L’iniziativa vuole essere un’occasione per comprendere meglio la valenza e la portata degli strumenti internazionali dell’ONU a tutela dei diritti dei lavoratori migranti e soprattutto il modo in cui gli Stati si adeguano a questi strumenti, tenendo conto dell'evoluzione e dei cambiamenti del fenomeno migratorio nel corso degli anni. Interverranno il Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, autorevoli rappresentanti delle parti sociali e delle istituzioni internazionali. (Migranti-press)

 

 

 

 

Immigrati, crescita continua, 4,8 milioni i nuovi italiani

 

Dal Rapporto Ismu 2009 il volto sempre più multietnico del Paese - 500mila presenze in più rispetto al 2008, diminuiscono gli irregolari - L'integrazione è maggiore tra le donne e nelle città di provincia - A scuola 200mila studenti di cittadinanza straniera ma nati qui - di VLADIMIRO POLCHI

 

ROMA - Cresce il popolo dei "nuovi italiani", diminuisce l'esercito degli irregolari. Al 1° gennaio 2009 gli immigrati in regola toccano quota 4,8 milioni: mezzo milione in più rispetto al 2008. Diminuiscono invece gli irregolari: dai 651mila del 2008 ai 422mila del 2009 (229mila in meno). Non solo. Nonostante la crisi economica, aumenta l'occupazione straniera: 222mila assunti in più quest'anno.

 

L'identikit del più integrato? E' donna, coniugata (specie se con un italiano), ha figli; è in Italia da molto tempo; vive con i suoi familiari e in autonomia abitativa; mantiene pochi legami con il Paese d'origine. La provincia più accogliente è Trento, seguita da Massa-Cararra, Chieti, Modena e Ravenna.

 

A scattare l'ultima fotografia del pianeta immigrazione è il XV "Rapporto nazionale sulle migrazioni 2009" della Fondazione Ismu. Al rapporto, si accompagna quest'anno il volume Indici di integrazione: un'indagine su 12mila immigrati residenti in 32 città, effettuata tra la fine del 2008 e i primi mesi del 2009.

 

Chi sono oggi i "nuovi italiani"? La nazionalità più numerosa resta quella romena con 968mila presenze (21% del totale), seguita dall'albanese e dalla marocchina (538mila e 497mila). I musulmani sono 1,2 milioni a fronte di 860mila cattolici. Sul lavoro, nonostante la crisi economica, si registra un aumento dell'occupazione immigrata pari a 222mila nuovi assunti. Cresce però contestualmente anche la disoccupazione, che si attesta al 10,5%.

 

Gli effetti della crisi si fanno sentire poi sulle rimesse: 1,48 miliardi sono gli euro spediti nel I trimestre 2009, il 4,7% in meno rispetto al I trimestre del 2008. Resta positivo il contributo dell'immigrazione sui conti pubblici italiani: il rapporto Ismu evidenzia infatti come al netto delle imposte pagate, un italiano riceve in media 1.800 euro in più l'anno (soprattutto grazie a benefici legati all'anzianità, cioè le pensioni) rispetto a un immigrato. E il futuro? Rivedendo le previsioni Istat, l'Ismu prevede per il 2030 un totale di 8,3 milioni di residenti stranieri (quasi un raddoppio rispetto a oggi).

 

Aumentano le seconde generazioni. Nell'anno scolastico 2007/2008 si contano 200mila studenti senza cittadinanza italiana, ma nati in Italia. Cresce, su un altro fronte, il numero degli immigrati in carcere: a metà 2009 su 63.981 detenuti 23.696 sono stranieri, mentre a fine dicembre 2008 gli stranieri erano 21.562 (su 58.127). Secondo l'Ismu, la criminalità aumenta nelle realtà territoriali dove gli immigrati hanno bassi redditi e vengono impiegati come manodopera non qualificata e irregolare.

 

Qual è il grado d'integrazione della popolazione straniera in Italia? Un'indagine ad hoc (coordinata dalla Fondazione Ismu), che ha coinvolto 12mila immigrati, rivela che le più integrate sono le donne; i coniugati (specie se con italiani) che hanno figli; coloro che hanno un'istruzione elevata e redditi abbastanza alti; quelli che sono in Italia da molto tempo (in buona parte da oltre 15 anni); gli stranieri che vivono con i loro familiari, in autonomia abitativa e che mantengono pochi legami di relazioni e di aiuto economico (rimesse) con il Paese d'origine.

 

Il gruppo maggiormente integrato è quello proveniente dall'America Latina, con un punteggio medio di 0,54 lungo una scala che varia da 0 (assenza d'integrazione) a 1 (livello massimo), seguito dall'Europa dell'Est (0,51). L'Asia è invece in ultima posizione (0,47). Per quanto riguarda le nazionalità, al primo posto della classifica dei più integrati troviamo i brasiliani (0,57), i dominicani (0,55) e gli albanesi (0,54). Infine la religione: il punteggio più elevato rispetto all'indice d'integrazione è raggiunto dai copti (0,55), seguiti dai cattolici (0,53) e da coloro che non praticano nessuna religione (0,53).

 

Dal punto di vista economico, la ricerca dimostra come i redditi degli immigrati aumentano col crescere degli anni di presenza in Italia. Inoltre quanto più è stabile lo status giuridico, tanto più agevole è il percorso d'integrazione economica: la maggior parte degli irregolari (31,8%) guadagna tra i 600 e gli 800 euro al mese, mentre chi ha un permesso di lunga durata guadagna tra i 1.000 e 1.200 euro.

 

Sul piano territoriale, nelle province della Lombardia, Emilia Romagna e Triveneto si registrano i livelli più elevati d'integrazione economica (i corrispondenti valori medi dell'indice sono 0,59 per Ravenna, 0,58 per Trento e Padova, 0,57 per Milano).

 

Il profilo del meno integrato è invece declinato al maschile. Si tratta di immigrati che hanno minori vincoli familiari, un reddito abbastanza contenuto, un livello d'istruzione relativamente modesto, un'anzianità migratoria bassa e condividono l'abitazione con altri soggetti (parenti o amici). LR 14

 

 

 

 

 

Adesso ci siamo. Trattato di Lisbona: maggiore stabilità per l'Ue

 

Adesso ci siamo. Il Trattato di Lisbona finalmente è entrato in vigore e con ciò si è concluso un contrasto durato 10 anni per la futura Costituzione dell'Unione europea. Ha avuto inizio un nuovo capitolo nella lunga storia dell'unificazione dell'Europa.

L'Unione europea, attraverso le disposizioni previste dal nuovo Trattato, viene posta formalmente e dal punto di vista del contenuto su una base rinnovata e duratura che da tempo si attendeva: l'Unione acquista personalità giuridica; viene regolata l'attribuzione delle competenze nei governi degli Stati membri e negli organi dell'Unione; viene rafforzata la capacità decisionale sia della Commissione che del Consiglio dei Ministri; nell'ambito dell'iter legislativo, in linea di principio, il Parlamento (organo di rappresentanza dei cittadini) viene equiparato al Consiglio dei Ministri (organo di rappresentanza degli Stati); viene introdotto il principio della doppia maggioranza, attraverso il quale durante le votazioni, ai fini della democrazia, il peso degli Stati membri viene misurato in base al numero degli abitanti; viene attestata la cittadinanza dell'Ue; un Ministro degli Esteri dell'Unione agirà in qualità di Vice-Presidente della Commissione e un servizio diplomatico viene posto al suo fianco; il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo mantiene un Presidente permanente che espleta tale funzione come attività principale con un mandato di due anni e mezzo (invece di un Presidente eletto a rotazione ogni 6 mesi nella persona di un Capo di Governo nazionale); viene regolata la perequazione finanziaria tra gli Stati membri ed infine entra in vigore anche la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, con la quale si rafforza la base dei valori dell'Unione.

Per la sua attività concreta ed il suo sviluppo futuro, l'Unione europea consegue quindi una stabilità istituzionale ed una prospettiva politica che si è resa urgentemente necessaria a seguito dell'allargamento verificatosi nel corso degli ultimi 15 anni passando da 12 a 27 Stati membri.

Anche la realtà della vita politica dell'Unione europea, che si esprime al di là dei Trattati, ha richiesto questa riforma: la dinamica del processo politico, l'interazione permanente degli organi e dei soggetti, la reale e progressiva correlazione tra i sistemi di potere dei diversi livelli di responsabilità (europei, nazionali, regionali, locali), il ruolo e l'influsso dei partiti europei e delle loro frazioni politiche sovranazionali, la graduale transnazionalizzazione della società civile, l'europeizzazione costante della popolazione e, non per ultima, anche l'Unione monetaria di successo, costituita federalmente. Queste linee di crescita imprimono sempre più il carattere dell'Unione europea come una comunità transnazionale. Per non arrivare ad una crescita incontrollabile, tutto ciò necessità di una solida struttura costituzionale.

Considerando l'attuale situazione dell'Unione europea, l'entrata in vigore del nuovo Trattato avrà l'effetto di un atto di liberazione. Dall'approvazione del Trattato di Nizza (2000), che non poteva soddisfare le esigenze dell'allargamento, allora ancora imminente, ai Paesi dell'Europa centro-orientale, sono in atto gli sforzi per ottenere una base solida e duratura del Trattato. La ricerca di un potere costituente (2003/04) attraverso la Convenzione europea, nella quale furono riposte grandi speranze, è naufragata con i referendum francesi ed olandesi (2005). Il Trattato di Lisbona, concordato sotto la guida della Cancelliera Angela Merkel durante il periodo di Presidenza tedesca (2007), ha dovuto superare ostacoli rilevanti nel procedimento di ratifica da parte dei molteplici Stati membri, Germania compresa. Questo percorso denso di incertezze ha gravato per troppo tempo sull'attività degli organi europei e sulla collaborazione tra gli Stati membri.

L'obiettivo consiste in una riforma che sia in grado di liberare forze nuove e sviluppare una dinamica che durante l'ultimo decennio è andata perduta nell'Unione europea. Non mancano compiti  e sfide. THOMAS JANSEN, GERMANIA

 

 

 

 

 

Ma quale White Christmas, Natale deve essere a colori

 

Il 14 Settembre 2008 è stato ucciso un ragazzo a Milano. Preso a sprangate per futili motivi. Quel ragazzo si chiamava Abba, era italiano e i suoi genitori venivano dal Burkina Faso. Chi lo ha ucciso lo ha considerato una persona con meno diritti per via della sua pelle nera, una persona che si poteva schiacciare come un insetto nocivo. All’indomani di quell’omicidio il deputato del PD Jean Leonard Touadi disse una frase significativa che molti ancora ricordano: «C’è un clima da Mississippi Burning, da far tremare i polsi».

 

L’APARTHEID ITALIANO  - Un clima fatto di razzismo, violenza, mancanza di dialogo. Da quell’omicidio ad oggi la situazione è anche peggiorata. Oggi sembra che il razzismo non crei più scandalo, si è creato di fatto un apartheid tutto italiano fatto di leggi che discriminano chi ha radici altrove. Gli esempi sono sotto i nostri occhi:  i richiedenti asilo vengono respinti, si fatica a considerare l’italianità dei figli di migranti, si schiacciaun tema vasto come le migrazioni solo sul problema sicurezza. Un apartheid che è lontano anni luce dalla bellezza della nostra Costituzione. Un apartheid che un paese bello e ricco di storia come il nostro proprio non si merita. Ma questa barbarie può essere contrastata certamente con gesti grandi, ma anche con tanti piccoli gesti quotidiani. Per questo ora vi faccio una proposta di un gesto piccolo, ma molto significativo.

 

IL NOSTRO NATALE  - Siete tutti a conoscenza dell’iniziativa di Coccaglio, comune in provincia di Brescia che ha proposto di cacciare gli immigrati irregolari nel segno di un “White Xmas” solo per bianchi. Non ne parlo perché è tra i momenti più tristi che l’Italia abbia mai vissuto. Siamo tutti al corrente, purtroppo. Io non sono cristiana. Ma il Natale so che è una festa di accoglienza, pace e amore. Maria e Giuseppe erano migranti perseguitati, Gesù era loro figlio. Fare un White Christmas è contro il Natale, contro tutto quello che questa festa significa. Questo 25 Dicembre 2009 sarebbe bello invece trasformare il Natale nella festa di tutti. Un 25 che lega cristiani, ebrei, islamici, induisti, atei, agnostici, uomini, donne, etero, gay, adulti, bambini, anziani. Ecco la proposta. Organizziamo in tutta Italia dei Natali a COLORI e poi mandiamo le nostre foto a unitaonline@unita.it per pubblicarle sul sito e sul quotidiano in edicola. Natali in famiglia, con gli amici, con i senza fissa dimora, con i migranti, con i richiedenti asilo, con gli anziani, in ospedale, nelle carceri, a casa, per strada. Natali gay, etero, comeci pare, come ci piace. Non solo foto, ma anche video, disegni, loghi e biglietti di auguri, riflessioni, ecc. Non solo del giorno di Natale, ma anche dei preparativi e, perché no, anche delle feste della fine dell’anno per un 2010 di speranza. Una festa della gente. Una festa A COLORI. La nostra festa, dell’Italia “a colori” che non solo verrà, ma che è già qui. Igiaba Sciego L’U 14

 

 

 

 

Clima, al mondo serve una rivoluzione energetica

 

Barbara K. Buchner della Fondazione Eni Mattei risponde all’intervento «Allarme clima, quei due gradi di illusione» firmato dal rettore dell’Università di Venezia Carlo Carraro (anche lui della Fondazione Mattei) pubblicato il 10 dicembre.

 

Se le politiche energetiche rimanessero quelle oggi adottate dalla maggioranza dei Paesi, la dipendenza dai combustibili fossili tenderebbe ad aumentare ulteriormente, con conseguenze allarmanti sul cambiamento climatico e sulla sicurezza energetica. Nonostante un recente calo delle emissioni di gas a effetto serra dovuto alla crisi economica, i trend di emissione a livello globale sono manifestamente insostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale. Per prevenire delle conseguenze catastrofiche e irreversibili sul clima, è necessario procedere a una significativa riduzione delle emissioni e una rapida decarbonizzazione delle fonti energetiche.

 

A livello politico vi è un chiaro consenso sulla necessità di limitare l’aumento della temperatura media mondiale a circa 2 C. Per avere almeno il 50 per cento di probabilità di raggiungere questo obiettivo, le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera dovrebbero essere stabilizzate a un livello di circa 450 ppm CO2-eq (parti per milioni di anidride carbonica, ndr). Nonostante le difficoltà di raggiungere questo obiettivo stante il livello che le concentrazioni di emissioni hanno già raggiunto (430 ppm CO2-eq), è importante puntare sull’obiettivo 2 gradi nelle negoziazioni internazionali in materia di cambiamento climatico apertesi oggi a Copenhagen. Ciò per evitare che i governi inizino le trattative sul possibile obiettivo di riduzione di emissioni a un livello troppo poco ambizioso.

 

La trattativa sarà molto complicata, perché dovrà tenere conto delle diverse posizioni e interessi, soprattutto delle differenze tra i Paesi industrializzati e i Paesi in via di sviluppo. Il livello dell’obiettivo rappresenta un argomento chiave nelle trattative. Mentre è chiaramente importante che la ricerca sottolinei che certi obiettivi saranno difficili da raggiungere, dal punto di vista politico è fondamentale garantire che l’obiettivo finale delle negoziazioni sia in linea con uno scenario tale da evitare impatti catastrofici dei cambiamenti climatici. Questa strategia è importante anche perché c’è sempre il rischio che non si riesca a raggiungere pienamente l’obiettivo concordato. Se si punta a un obiettivo poco ambizioso, si rischia di arrivare a fine secolo con una concentrazione di emissioni di gas a effetto serra che provocherebbe un aumento rilevante della temperatura media mondiale.

 

Nonostante le opinioni siano diverse su quale potrebbe essere, a lungo termine, il livello sostenibile e realizzabile delle emissioni di gas a effetto serra, è fondamentale accettare che le trattative politiche seguano le loro regole. Come organizzazione internazionale, la International Energy Agency (Iea) analizza le possibili politiche per ridurre i gas a effetto serra, e dà consigli tecnici per orientare le negoziazioni in materia di cambiamento climatico. Per realizzare la rivoluzione energetica di cui il mondo ha bisogno, la Iea sostiene che è necessaria un’azione urgente e decisa per ridurre in modo significativo le emissioni di gas a effetto serra.

 

Indirizzare il mondo verso un futuro più sostenibile è alla portata di tutti i governi a Copenhagen, dove bisognerebbe riuscire a ottenere almeno un accordo politico generale, che metta insieme tutti i Paesi nell’intento di andare oltre il protocollo di Kyoto. A seguito dell’accordo politico, ci saranno poi altre difficili trattative tecniche, ma almeno una cornice comune di consenso sarà stata costruita. Nella ricerca di un accordo politico, perché non puntare in alto e appoggiare un obiettivo ambizioso di riduzione delle emissioni? In questo modo si riduce il rischio che la cosiddetta «window of opportunity» che abbiamo davanti a noi, grazie anche al temporaneo calo delle emissioni dovuto alla crisi economica, si chiuda, rendendo qualsiasi obiettivo irrealizzabile - inclusi quelli che secondo la scienza sono più ragionevoli dell’obiettivo 2 gradi. BARBARA K. BUCHNER LS 15

 

 

 

Editoriale. Contro la violenza per la libertà

 

Hanno colpito Berlusconi. L'immagine del volto del Premier trasformato in una maschera di sangue raggiunge tutti noi con la sua carica di violenza. Con la follia che trasforma un uomo in simbolo da abbattere ad ogni costo e con ogni mezzo, e la persona che diventa un bersaglio fisico. Il film drammatico di piazza Duomo farà il giro del mondo, testimoniando il degrado dello scontro politico in Italia. Ma per una volta, non è questo che conta. Conta l'effetto su ognuno di noi, sul Paese, sul sistema politico.

 

Amici e avversari, sostenitori e oppositori oggi devono essere solidali con il premier - come siamo noi - e senza alcun distinguo, nel momento in cui è un uomo colpito dalla violenza. E devono fare muro contro l'insania di questo gesto, prima di tutto perché è gravissimo in sé e poi perché può incubare una stagione tragica che abbiamo già sperimentato, negli anni peggiori della nostra vita.

 

Solo così la politica (che la violenza vuole ammutolire) può salvarsi, ritrovando il suo spazio e la sua autonomia, nella quale è compreso il confronto durissimo tra maggioranza e opposizione e anche lo scontro di opinioni, programmi e strategie. Ma distinguendo, sempre, tra le critiche e l'odio, tra il contrasto d'idee e la violenza, tra le funzioni e le persone.

Anche se il gesto di piazza Duomo è fortunatamente isolato e frutto di follia, in gioco c'è niente meno che la libertà. La libertà di Berlusconi di dispiegare le sue politiche e le sue idee coincide con la nostra stessa libertà di criticarlo. Questo spazio di libertà si chiama democrazia: difendiamola. EZIO MAURO LR 14

 

 

 

 

Superare la sindrome di Piazza Duomo

 

Più che uno spartiacque, rischia di diventare un muro divisorio: una barriera di odio che può accentuare, invece di ridurre la distanza fra ciò che è percepito come berlusconiano e tutto quello che gli si oppone. L’aggressione di domenica in Piazza Duomo al presidente del Consiglio non ha calmato gli animi. Per questo ieri Giorgio Napolitano ha deciso di ritornare sul ferimento di Berlusconi; e di restituirlo alle sue dimensioni gravi e allarmanti.

Il centrodestra sembra di colpo placato dopo le tensioni delle ultime settimane fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Ma la rabbia e la voglia di puntare il dito contro gli avversari è prepotente. E l’opposizione deve fare i conti con se stessa.

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, dice parole nette e coraggiose contro la violenza e va a trovare il premier in ospedale. Ma deve guardare in faccia la realtà di un pezzo del partito, che condanna il ferimento del premier fra mille distinguo; e di un’Idv, l’alleato-concorrente, che rivendica il proprio diritto ad un antiberlusconismo senza solidarietà né pentimenti. È come se la «sindrome di Piazza Duomo» continuasse a gravare su un Paese dominato dall’ipoteca delle minoranze; e rallentasse la capacità di reazione contro un episodio «folle» che si sta rivelando il sintomo di una normalità avvelenata. Sembra si faccia fatica a comprendere fino in fondo quanto è accaduto.

Le logiche conflittuali minacciano di raffreddare l’emozione e l’allarme per qualcosa che invece deve preoccupare. «È stato colpito e ferito il presidente del Consiglio », avverte Napolitano in un’intervista al Tg2. «E anche se verrà verificato che si è trattato del gesto di uno sconsiderato, dobbiamo essere tutti egualmente allarmati. E quando dico tutti, intendo tutti gli italiani che credono nella democrazia e hanno a cuore che venga garantita la pacifica convivenza civile». Sono parole che chiedono chiarezza e coerenza di comportamenti; ed invitano ad assumere un atteggiamento diverso dall’esasperazione pericolosa delle polemiche. È un’insistenza figlia di una grande preoccupazione.

Motivata, verrebbe da dire dopo la reazione di Antonio Di Pietro, che finge di non essere uno dei principali destinatari dell’appello; ed invita la maggioranza a seguire i consigli di Napolitano. In realtà, il capo dello Stato sembra indovinare le potenzialità ed insieme i pericoli che si presentano dopo l’aggressione a Berlusconi. Quando insiste sull’esigenza di non vedere «complotti », parla al governo. E quando avverte che c’è una maggioranza votata per guidare il Paese per cinque anni, e dunque non bisogna inseguire «scorciatoie», si rivolge all’opposizione. L’impressione è che sia un’esortazione simmetrica a non accarezzare l’idea di elezioni anticipate.

Segno che il pericolo di rotture è tutt’altro che scongiurato; e che per il momento è difficile calcolare i contraccolpi che l’aggressione in Piazza Duomo produrrà. L’idea di una manifestazione di solidarietà a Berlusconi organizzata dal Pdl a febbraio fa pensare ad un’onda lunga ed emotiva. E l’insistenza dell’Idv nell’attaccare il presidente del Consiglio evoca un progetto di esasperazione dei contrasti: un «tanto peggio, tanto meglio» che si salda con la voglia di vendetta di qualche minoranza esagitata del centrodestra. Napolitano addita dunque una ricomposizione difficile, eppure obbligata: l’unica in grado di esorcizzare il fantasma di violenze vecchie e nuove. Massimo Franco CdS 15

 

 

 

"L'Italia a rischio violenza politica" i timori della stampa straniera

 

Molti quotidiani britannici evidenziano come Berlusconi esca rafforzato dall'attacco di Milano e ipotizzano che possa "usare il Parlamento per introdurre leggi" a suo favore - Diversi giornali ipotizzano il ritorno a una situazione come quella degli anni di piombo - dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA - L'attacco a Silvio Berlusconi "divide l'Italia" e resuscita lo spettro di una nuova stagione di violenza politica. E' questo il giudizio della stampa internazionale, che anche stamane dedica grande rilievo all'aggressione al primo ministro italiano e alle conseguenze del folle gesto dell'assalitore. L'opinione dominante dei media stranieri è che l'episodio potrebbe finire per rafforzare Berlusconi facendolo risalire nei sondaggi e spingendolo a fare approvare nuove leggi per consolidare il suo potere o addirittura a convocare elezioni anticipate. Ma c'è anche il rischio, osservano vari quotidiani esteri, che l'aggressione inneschi un ritorno alla violenza diffusa e al terrorismo degli anni di piombo.

 

"L'assalto a Berlusconi accende le tensioni politiche in un'Italia sempre più convulsa e divisa nell'assegnare la responsabilità dell'odierno clima di odio", scrive il Financial Times. Le recriminazioni tra le due parti illustrano "la natura polarizzante" del terzo mandato del premier - continua il quotidiano finanziario - prevedendo che l'aggressione rafforzerà la determinazione del leader del centro destra a "usare il Parlamento per introdurre nuove leggi che lo proteggano dai processi dopo che la Corte Costituzionale gli ha tolto l'immunità". Data la capacità di Berlusconi di fare mosse inattese, conclude l'articolo, non ci sarebbe da sorprendersi se il premier, uscito d'ospedale, "perdonasse il suo assalitore".

 

Commento analogo sull'Herald Tribune, edizione internazionale del New York Times. "L'attacco potrebbe segnalare l'inizio di un nuovo ciclo di violenza politica marcato da azioni terroristiche come quelle che sconvolsero l'Italia negli anni '70 e nei primi anni '80", afferma il quotidiano americano, che cita in proposito le parole del presidente Napolitano sulla "pericolosa esasperazione del clima politico", che va fermata per "impedire lo sviluppo di forme di violenza che gli italiani hanno conosciuto in passato". Anche l'Herald Tribune registra una seconda possibilità: quella che comunque l'attacco aumenti la popolarità di Berlusconi e della sua coalizione.

 

Il Times di Londra, in un breve editoriale del corrispondente da Roma Richard Owen, traccia in proposito un parallelo storico: "Può essere che Berlusconi traduca l'episodio a suo vantaggio, un po' come fece Benito Mussolini quando una donna irlandese di nome Violet Gibson gli sparò nel 1926, ferendolo al naso. Lei fu dichiarata pazza e Mussolini conquistò poteri autoritari". L'articolo osserva che i sostenitori di Berlusconi potrebbero essere tentati di sfruttare la solidarietà generata dall'attacco per far passare una nuova legge che dia al premier immunità dai procedimenti giudiziari, "e potrebbe quindi indire elezioni anticipate per consolidare il suo controllo sul potere".

 

Anche un altro quotidiano inglese, il Daily Telegraph, scrive che "le immagini del premier con il viso insaguinato potrebbero essergli di aiuto nel momento in cui si difenderà dalle accuse rivoltegli dai suoi detrattori". E il Guardian di Londra si domanda se il presidente del Consiglio, "che ha una cura leggendaria della propria immagine, cercherà di mascherare i danni delle ferite al volto o ostenterà le sue cicatrici come esempio della presunta ferocia dei suoi oppositori". Il quotidiano laburista interpella il professor James Watson, docente di scienze politiche all'American University di Roma, che commenta: "Ora la difficoltà per l'opposizione sarà separare la simpatia personale per un leader a cui è stata spaccata la faccia dall'antipatia istituzionale verso ciò che Berlusconi rappresenta". Quanto al pericolo che l'Italia diventi preda di una nuova spirale di violenza, il professor Watson dice al Guardian: "Non penso che ci siamo vicini, a meno di un peggioramento della situazione sociale e in particolare di quella lavorativa, ma siamo più vicini (alla violenza) di quanto lo fossimo prima".

 

Il quotidiano Independent, in un editoriale, osserva invece che "in un paese normale, l'attenzione si sarebbe focalizzata sul fatto che decine di guardie del corpo non sono state capaci di proteggere" il primo ministro", mentre in Italia la questione non ha per il momento suscitato un intenso dibattito, sopravanzata dalle schermaglie politiche su resposanbilità e conseguenze dell'attacco.

 

Ampi servizi anche sui giornali degli altri Paesi. In Spagna, El Pais titola: "L'Italia teme di tornare alla violenza politica", evidenziando come le immagini del premier dopo l'aggressione "riflettano le tensioni e le divisioni vissute da tutto il paese". In un editoriale intitolato "Un'aggressione inaccettabile", il quotidiano spagnolo condanna "energicamente e senza riserve" l'attacco e osserva: "E' tanto miserabile e politicamente destabilizzante che l'opposizione abbia mostrato una qualche accondiscendenza per questo gesto, quanto il fatto che alcuni alleati del premier stanno utilizzando l'aggressione per mettere nell'angolo e zittire l'opposizione". L'articolo si conclude così: "Il degrado della politica italiana si sta traducendo in una grave delegittimazione delle istituzione e corre il rischio di provocare un profondo deterioramento del sistema democratico".

 

Oltre Atlantico, il New York Times scrive che l'attacco a Berlusconi "suggerisce un esame di coscienza" e il Wall Street Journal afferma che molti italiani imputano l'aggressione "al clima al vetriolo del mondo politico". LR 15

 

 

 

 

Aggressione a Berlusconi. Deputati PD-estero: “Gravissimo atto di violenza che va condannato”

 

Roma - “I deputati PD eletti all’estero ritengono di gravità inaudita l’aggressione al Presidente del Consiglio e condannano senza mezzi termini l’atto di violenza perpetrato nei suoi confronti. Nulla può giustificare un gesto di violenza ai danni di un qualsiasi cittadino, né lo scontro politico, i cui toni purtroppo sono da tempo troppo elevati, né tantomeno l’agire di una persona disagiata.

Esprimiamo la nostra solidarietà al Presidente Berlusconi e gli auguriamo una pronta guarigione”. Seguono le firme: Marco Fedi, Gino Bucchino, Franco Narducci, Fabio Porta, Gianni Farina, Laura Garavini.

 

“Italia dei Valori Olanda condanna qualsiasi forma di violenza ed esprime riprovazione per l’aggressione subita dal premier Berlusconi. Italia dei Valori Olanda si distanzia in ogni modo dall’utilizzo di qualsiasi forma di violenza, inaccettabile sempre a prescindere. Una legittima opposizione al berlusconismo come filosofia di vita e di governo, opposizione non violenta che noi intendiamo continuare a praticare in maniera assolutamente pacifica, deve essere attuata nel rispetto delle regole democratiche e costituzionali e nei luoghi di civile confronto democratico”.

 

Conferenza stampa per bilancio attività dei deputati Pd-Estero - Giovedì 17 dicembre, alle ore 11,30, presso la Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati, si terrà una conferenza stampa del gruppo PD e dei parlamentari del PD eletti nella Circoscrizione Estero per presentare il rendiconto del primo anno di attività parlamentare riguardante le comunità italiane all’estero.

Presiede il Vice Presidente del Gruppo, Alessandro Maran, e intervengono gli eletti nella Circoscrizione Estero, Gino Bucchino, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura Garavini, Franco Narducci, Fabio Porta.

Ai presenti saranno consegnati una guida stampata e un DVD contenenti la documentazione di tutti gli atti riguardanti gli italiani all’estero nel primo anno della corrente legislatura. (inform/de.it.press)

 

 

 

 

 

Chiusura Consolati. Seduta congiunta dei Comites di Norimberga e Monaco di Baviera

 

Il Comites di Monaco di Baviera e l'Esecutivo del Comites di Norimberga si sono riuniti in seduta congiunta per discutere le prospettive per gli italiani in Baviera alla luce della prospettata chiusura del Consolato di Norimberga, prevista per il prossimo anno.

 

Nel corso della seduta e' stato ribadito che tale decisione avra' delle pesanti ricadute sia per quanto riguarda i servizi ai connazionali che nei rapporti con le autorita' bavaresi e le realta' economiche e commerciali tedesche.

 

Infatti, se da una parte i connazionali residenti in Franconia si troveranno costretti a numerose ore di viaggio per collegarsi con la capitale bavarese, dall'altra pesa gravemente l'inadeguatezza delle strutture fisiche del Consolato Generale di Monaco di Baviera, già oggi non a norma secondo la legge sulla sicurezza e l'igiene dei luoghi di lavoro e bisognose di una ristrutturazione architettonica per accogliere uffici più grandi, sale di attesa adeguate ed archivi in grado di assorbire la documentazione relativa ai circa 30.000 connazionali oggi residenti nella circoscrizione di Norimberga.

 

Inoltre l'inadeguatezza della struttura organica del Consolato Generale di Monaco di Baviera (non compensata dal passaggio a Monaco di solo alcuni fra i dipendenti del Consolato di Norimberga) finirà per penalizzare i cittadini italiani in termini di qualità e celerità dei servizi erogati ed in termini di presenza esterna presso le realtà associative della nostra comunità e verso le autorità bavaresi e cittadine.

 

Se guardiamo con interesse all'introduzione del cosiddetto "consolato digitale", non possiamo tuttavia non notare come questi avra' bisogno di un periodo di tempo per entrare a regime, e come poi del tempo sara' necessario pure ai nostri connazionali meno giovani per prendere familiarita' con le nuove tecnologie.

Per questo riteniamo che l'ipotizzata riorganizzazione consolare debba avvenire soltanto dopo una piena verifica della funzionalita' dei nuovi servizi consolari informatici. Almeno fino ad allora la chiusura del Consolato di Norimberga dovrebbe essere "congelata". Se proprio necessario, un eventuale declassamento ad agenzia consolare sarebbe comunque preferibile all'eliminazione totale del servizio.

Claudio Cumani, Presidente del Comites di Monaco di Baviera

Stefano Palombo, Presidente del Comites di Norimberga (de.it.press)

 

 

 

 

 

L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia  a Francoforte

 

Francoforte - Gli eventi di musica all’Alte Oper di Francoforte sul Meno, tutti di livello internazionale ed elevato, hanno un fascino particolare anche per chi, come me, ha amato negli anni milanesi il teatro della Scala.

Mercoledí 9 dicembre, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, diretta dal Maestro Antonio Pappano, per noi italiani è stata una festa, una gioia, un feeling immediato che ha lasciato il segno per la capacità del coinvolgimento. Un nostro ritorno alle origini perché l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, rappresenta un pezzo di storia della musica italiana.

L’apertura è stata affidata alla musica di Beethoven “Imperatore” concerto per pianoforte nr. 5 e poi “ Vita d’eroe” di R.Strauss, l’artista giapponese Mitsuko Uchida che poi ha eseguito da solita la “Sarabanda” di S. Bach, lasciando incantato il pubblico per la maestria dell’esecuzione. Poi, protagonista assoluti, star della serata: lui il Maestro Antonio Pappano e l’ Orchestra che ci hanno regalato grandi emozioni interpretando la potenza musicale di Helgaz, la “Danza ungherese” di Brahms e il  Valzer di Strauss.

Ovazioni tante e calde. Tutti uniti nella magia della musica, arte senza frontiere. Marcella Continanza, de.it.press

 

 

 

 

A Stoccarda operai piemontesi protestano contro i vertici dell’azienda Mahle

 

Stoccarda - Una delegazione delle maestranze di Volvera/Torino ha manifestato a Stoccarda contro i vertici dell’azienda Mahle che ha deciso la chiusura dello stabilimento piemontese entro la fine dell’anno. La casa-madre sostiene che lo stabilimento costa troppo per la produzione di 3,5 milioni di valvole all’anno. E’ intenzione dell’azienda stoccardese di trasferire la produzione in Argentina. Sul lastrico 94 dipendenti.

 

Ormai la decisione è irrevocabile. Lo stabilimento di Volvera, una piccola cittadina di circa 8.000 abitanti alle porte di Torino, chiuderà i battenti entro la fine dell’anno.

I 94 dipendenti hanno tentato in tutti i modi di evitare il calvario della chiusura definitiva, ma non c’è stato verso.

I vertici dell’azienda stoccardese sostengono che lo stabilimento, che produce 3,5 milioni di valvole per motori all’anno, non rende abbastanza. Perciò la produzione sarà spostata presumibilmente in Argentina ove i costi di produzione sono molto bassi. E’ ormai la strategia di molte aziende europee dei più svariati settori produttivi. Tuttavia i vertici centrali della Mahle, grazie alla mediazione dell’IG-Metall (il sindacato tedesco dei metalmeccanici) e il consiglio generale di tutti gli stabilimenti Mahle in Germania e in Europa, hanno accolto la proposta di paracadutare la situazione assumendosi l’impegno di offrire un posto di lavoro a 40 dipendenti nei vicini stabilimenti di La Loggia e Saluzzo; mentre per gli altri 54 si pensa di contenere il male della disoccupazione col prepensionamento ed in parte con la cassa integrazione guadagni.

Altri particolari sono nel servizio audio: http://www.swr.de/international/de/-/id=233334/did=5724980/pv=mplayer/vv=popup/nid=233334/1nj8cp4/index.html

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Il film "Si può fare" vince il festival itinerante 2009 in Germania "Cinema! Italia!"

 

Il pubblico di "Cinema! Italia!" ha scelto "Si può fare" come film vincitore del festival itinerante 2009. La commedia amara di Giulio Manfredonia indaga la pazzia prendendo spunto dalla chiusura dei manicomi in Italia negli anni '80 e dalla nascita delle cooperative sociali per impiegare i malati.

Milano, primi anni '80. Nello, Claudio Bisio, è un sindacalista dalle idee troppo avanzate per il suo tempo. Ritenuto scomodo all'interno del sindacato viene allontanato e nominato direttore della Cooperativa 180, un'associazione di malati di mente usciti dai manicomi e impegnati in attività di assistenza. Nello vede nei suoi dipendenti potenzialità nascoste e decide di coinvolgerli in un lavoro vero tra tante difficoltà. "Si può fare" è un film ispirato all'esperienza vera delle cooperative sociali degli anni '80 nate per dare una occupazione ai pazienti usciti dai manicomi grazie alla Legge Basaglia che ne dispose la chiusura.

 

"La maggiore difficoltà - spiega il regista Giulio Manfredonia - era riuscire a rendere la pazzia nel modo più reale possibile. Per questo sono stati scelti attori non famosi e - continua Manfredonia - abbiamo frequentato l'ex manicomio di Roma per entrare meglio nell'atmosfera di allora". Il film ha un impianto ironico anche se le risate che strappa allo spettatore non sono vuote, ma sorrisi amari che fanno riflettere su un tema importante come quello della malattia mentale e dell'integrazione. Per questo, anche se ambientato negli anni '80, il messaggio che lascia è estremamente attuale e finisce per andare oltre i confini della pazzia, abbracciando tutte le diversità, di qualsiasi tipo.

Ulteriori dettagli sono nel servizio audio di Elisa Esposito (Radio Colonia del 13.12.)

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/showbiz/2009/CinemaItalia/index_cinema_italia.phtml.  I film di "Cinema! Italia!" visti da Radio Colonia a

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/showbiz/2009/CinemaItalia/index_cinema_italia.phtml.  Il sito di "Cinema! Italia": http://www.cinema-italia.net

(RC, de.it.press)

 

 

 

 

 

Hannover. Criminalità e prevenzione in Germania e Italia

 

Hannover. Lunedì 14 dicembre ha avuto luogo presso l'Università di

Leibniz - Hannover, nella sala B 302 dell'edificio principale, il seminario

informativo "Criminalità e prevenzione: in Germania e Italia" organizzato

dal Comites Hannover in collaborazione con la Società Culturale

Italo-Tedesca Hannover ed il seminario di filosofia dell'università di Hannover.

Relatori sono stati: il capo della polizia criminale della Bassa Sassonia Thomas Rochell e l'etnologo Daniel Ganzert, BA (Università Heidelberg).

Hanno porto i saluti il Prof. Dr. Peter Nickl (Philosophisches  Seminar della Leibniz Universität  Hannover), la Dott.ssa Chiara Santucci (Società Culturale Italo-Tedesca Hannover) ed il Presidente Dott. Giuseppe Scigliano (Presidente del Comites Hannover),

Il Presidente del Comites ha fatto notare che in Bassa Sassonia solo 32  italiani sono in carcere. “Se si considera che in questa regione vivono circa 23.000  italiani, si capisce che non è un problema che assilla la nostra comunità che rimane onesta e laboriosa come sempre”, commenta Scigliano. La conferenza ha quindi messo principalmente in evidenza la criminalità tedesca. Per ulteriori e dettagliate informazioni: SciglianoPeppe@aol.com (de.it.press)

 

 

 

 

 

Karlsfeld. Proiezione del film di Crialese "Nuovo Mondo" e dibattito sull’emigrazione

 

Karlsfeld  - Promosso dal circolo Acli di Karlsfeld, in collaborazione con Acli Germania, Acli provinciali di Palermo e Regione Sicilia, il prossimo 20 dicembre verrà proiettato a Karlsfeld il film del 2006 di Emanuele Crialese "Nuovo Mondo". Appuntamento alle 16.30 nella Sala della parrocchia St. Anna della città. Interverranno Antonino Costumati, Presidente Provinciale Acli Palermo, Carmine Macaluso, Presidente Nazionale Acli Germania, Antonino Tranchina, membro di Presidenza Regionale Acli Sicilia, e Salvatore Ferlita, giornalista della redazione palermitana de "La Repubblica". Presente alla proiezione anche Paride Benassai, regista ed attore italiano.

La proiezione del film sarà seguita da un dibattito sull’emigrazione che, come noto, è al centro del lavoro di Crialese che attraverso la famiglia Mancuso racconta il viaggio della speranza verso gli Usa che nel secolo scorso ha visto protagonisti milioni di connazionali. L’ingresso è libero ma per motivi organizzativi si richiede l'adesione entro il 16.12.  presso Mauro Sansone, 0179-2072349. Degustazione e buffut concluderanno la manifestauione. (de.it.press)

 

 

 

 

 

In distribuzione in Baviera la Guida sul sistema scolastico bavarese

 

Monaco di Baviera - In questi giorni è in distribuzione la guida "Il sistema scolastico bavarese", curata dalla Commissione Scuola del Comites di Monaco di Baviera.

 

La pubblicazione raccoglie per la prima volta in lingua italiana informazioni, spiegazioni e suggerimenti per i genitori dei ragazzi in eta' scolare per aiutarli ad affrontare un sistema scolastico cosi' impegnativo come quello bavarese.

 

La guida viene inviata in questi giorni a patronati, missioni ed associazioni italiane della Circoscrizione Consolare di Monaco di Baviera, ma e' anche disponibile sul sito del Comites in formato pdf (sotto "Comites documentazione") o puo' essere

richiesta gratuitamente al Comites stesso. (de.it.press)

 

 

 

 

 

Dal 25 novembre non e' piu' possibile iscrivere i minori sui passaporti dei genitori

 

Il Ministero Affari Esteri ha comunicato che dalla data del 25 novembre 2009 non e' piu' possibile iscrivere i minori sui passaporti dei genitori in applicazione della Legge di conversione del Decreto Legge n. 135/09.

 

Tutti i minori dovranno quindi essere muniti di passaporto individuale e, onde poter aggiornare la fotografia degli aventi diritto, la validita' temporale di tali passaporti

 

sara' differenziata in base all'eta' dei minori (tre anni di validita' per i minori da zero a tre anni; cinque anni per i minori dal tre a diciotto anni).

 

I Consolati informano che le iscrizioni di minori effettuate prima della nuova normativa rimangono valide sino alla scadenza del passaporto sul quale sono riportate. (de.it.press)

 

 

 

 

 

Camera. L‘intervento di F. Porta (Pd) per il recupero di 6 milioni di euro per l’assistenza agli italiani all’estero

 

ROMA - La Camera ha respinto l’emendamento presentato da Marco Fedi e da altri deputati del Partito Democratico che mirava a recuperare 6 milioni di euro per l’assistenza agli italiani all’estero.

  Nel corso della discussione è intervenuto il vice presidente del Comitato permanente della Camera dei Deputati, Fabio Porta, unico parlamentare eletto in America Meridionale presente in aula.

  Il deputato ha voluto ricordare ai colleghi come “la maggioranza degli italiani che vive in condizioni di indigenza si incontri nei Paesi dell'America latina, soprattutto in Argentina” e che “gli italiani all’estero non hanno nessuna forma di assistenza anche quando hanno piena cittadinanza, a differenza di chi è residente in Italia”. Appellandosi a tutti i deputati presenti. Porta ha concluso chiedendo al Parlamento “di fare arrivare, in maniera unitaria e democraticamente, ma anche con l’orgoglio e la dignità che noi abbiamo, a tutti gli italiani all'estero un messaggio di unità rispetto a persone, cittadini e lavoratori che portano alti ogni giorno la bandiera, i colori e la dignità dell'essere italiani nel mondo".

  La prossima settimana - ricorda Fabio Porta - è prevista la votazione finale della Finanziaria: “Insisteremo ancora con i nostri emendamenti per recuperare le somme necessarie a garantire un’assistenza minima dignitosa ai nostri connazionali all’estero chiedendo ancora una volta a tutti i deputati, e in primo luogo a quelli della maggioranza che sostiene il governo, di votare secondo coscienza e coerentemente con i loro principi e non secondo la disciplina di partito”. (Inform)

 

 

 

 

 

Le 1000 piazze del Partito Democratico in Italia e qualcuna anche in Svizzera.

 

Far uscire il Paese dall’abisso del Berlusconismo e riportarlo alla realtà

 

Nel suo editoriale, di sabato 12 dicembre, Massimo Giannini parla di ”abisso della Repubblica” per descrivere un Paese e le sue istituzioni bloccate dai problemi giudiziari di Berlusconi. Un Paese che, mentre a Copenaghen i governi affrontano problemi che riguardano la stessa sopravvivenza dell’uomo e del suo ambiente naturale e vive la crisi economica peggiore del dopoguerra, la sua guida politica passa il suo tempo ad insultare senza vergogna tutte le istituzioni della democrazia italiana.

 

Un Presidente del consiglio colpito da pesanti scandali, oggetto di accuse e pesantissimi indizi giudiziari, che in qualsiasi altro Paese occidentale si sarebbe dimesso da tempo, si dimostra incapace di affrontare in modo organico la crisi economica e di occuparsi dei problemi del Paese che non coincidano con la difesa del suo impero economico e di se stesso dai processi.

 

Le 1000 piazze per l’alternativa è l’iniziativa politica messa in campo dal Pd, che tenta di spezzare questo circolo vizioso in cui sembra precipitato il Paese: essere presenti nel Paese  e tra gli elettori per rendere note le proposte dei Democratici per superare la crisi.(vedi:www.partitodemocratico.it/1000piazze/ ).

Il pacchetto di proposte verte attorno a 4 temi fondamentali attorno ai quali concentrare le risorse disponibili per affrontare prima di tutto l’emergenza economica: sostegno dei redditi bassi, liquidità alle Piccole e medie imprese, far partire un piano di piccole opere ed incentivare la green economy.

Il Pd in  che ha accolto con favore la protesta del 5 dicembre del movimento viola nelle piazze di Roma, sostiene con convinzione questa iniziativa dei Democratici italiani per denunciare la deformazione della democrazia e l’emergenza sociale e per proporre al Paese un’alternativa a questo screditato governo.

 

Alle ragioni di insoddisfazione dei cittadini italiani si aggiunge un ulteriore motivo di forte frustrazione per gli italiani nel mondo, che si sono visti bocciare in Parlamento, dall’attuale maggioranza, la possibilità di aggiungere 6 milioni di euro nella prossima finanziaria a sostegno dei corsi di lingua e cultura italiana e alle esigenze degli emigrati indigenti. L’emendamento proposto dall’On Marco Fedi, eletto all’estero del PD, è stato bocciato dal centro-destra anche con il contributo dell’On Amato Berardi, parlamentare eletto negli Stati Uniti nelle file del PDL, che ora ne dovrà rendere conto ad i suoi elettori.  In Svizzera alcuni circoli del Pd hanno aperto le proprie porte per incontrare i connazionali, altri si sono impegnati a mettere in cantiere appuntamenti tematici per il nuovo anno per promuovere l’alternativa degli italiani all’estero. Michele Schiavone, PD-Svizzera

 

 

 

 

 

La metà dei rifugiati del mondo vive nelle città, appello ai sindaci

 

GINEVRA - Almeno il 50 per cento dei 10 milioni e mezzo di rifugiati che rientrano nel mandato dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) vive nelle città di tutto il mondo. Gli sfollati e i rifugiati rimpatriati che vivono in città sono almeno il doppio.

   “Dobbiamo abbandonare l’immagine superata secondo la quale la maggior parte dei rifugiati vive nei campi sotto le tende dell’UNHCR - Sempre più rifugiati vivono nelle città.” ha dichiarato António Guterres in vista dell’annuale ‘Dialogo dell’Alto Commissario’ che si svolgerà a Ginevra il 9 e 10 dicembre 2009 e che quest’anno verterà sulle sfide in materia di protezione nei contesti urbani. Il giorno precedente, 8 dicembre, si svolgerà sempre a Ginevra una Tavola Rotonda con i sindaci di più di 20 città del mondo e alla quale parteciperà per l’Italia Sergio Chiamparino in veste di sindaco di Torino e presidente dell’Anci.

  Come gli altri 3 miliardi e 300 milioni di persone nel mondo, anche i rifugiati si spostano continuamente verso le città, principalmente nei paesi in via di sviluppo, una tendenza che è in costante accelerazione dagli anni ‘50. 

   “I rifugiati hanno gli stessi diritti dovunque siano costretti a fuggire,” ha detto Guterres, “e hanno diritto a ricevere nelle città le stesse tutele e gli stessi servizi di cui hanno tradizionalmente potuto beneficiare nei campi.”

  Secondo stime recenti la capitale afghana Kabul è cresciuta di sette volte dal 2001 e molti dei nuovi arrivati sono rifugiati rientrati da Iran o Pakistan, o sfollati in fuga dalla violenza nelle aree rurali del paese.

  Bogotà in Colombia e Abidjan in Costa d’Avorio hanno assorbito centinaia di migliaia di vittime dei conflitti armati che abitano nei bassifondi delle città privi di servizi. In Medio Oriente, Damasco in Siria e Amman in Giordania forniscono riparo a centinaia di migliaia di iracheni costretti ad abbandonare il loro paese.

  L’esperienza dell’UNHCR permette di avere un quadro dei rifugiati che tentano di sopravvivere nei contesti urbani. Costretti a vivere in quartieri poveri e bidonville sovraffollate, con uno accesso limitato o inesistente ai servizi sociali e medici, la maggior parte di queste persone sono costrette ad arrangiarsi nel settore informale dell’economia, dove sono soggetti a sfruttamento. Molti individui preferendo rimanere “invisibili” per paura di essere deportati e questo rende problematica la registrazione e l’identificazione.

  L’arrivo di numerosi sfollati nelle città pone ulteriore pressione sulle risorse pubbliche già scarse come la salute e l’istruzione e può portare ad un aumento dei prezzi per i beni di prima necessità come il cibo e l’alloggio.

  I rifugiati nelle città vivono a fianco dei cittadini locali e dei migranti che si sono spostati nelle aree urbane in cerca di migliori standard di vita. Si tratta di tre gruppi differenti di persone che affrontano le difficili circostanze del vivere quotidiano in comunità prive anche di forme minime di assistenza sociale di base. La maggior pressione sulle infrastrutture, sull’ambiente, sul settore abitativo e sui servizi sociali in comunità già in difficoltà rischiano di creare tensioni fra i rifugiati e le popolazioni locali - e nel peggiore dei casi, possono generare xenofobia con risultati catastrofici. In questo contesto fragile ed instabile l’UNHCR si trova ad affrontare la più complessa delle sfide, quella di identificare ed entrare in contatto con i rifugiati.  “Sebbene si tratti di un problema globale, le condizioni variano da regione a regione così come varia la risposta delle autorità locali.

  Ecco perché, oltre a collaborare con i governi nazionali, vogliamo evidenziare il ruolo chiave dei sindaci e delle autorità comunali. Ci rivolgiamo a loro in particolare per rafforzare un sistema di inclusione che passi per la conoscenza reciproca fra rifugiati e popolazione locale. Gli amministratori locali possono fare in questo una grande differenza,” ha detto Guterres.

  La nuova politica dell’UNHCR sulla "protezione dei rifugiati nelle aree urbane e sulle relative soluzioni” dell’UNHCR fa appello agli Stati, agli enti locali e ai sindaci, alle agenzie umanitarie e alla società civile affinché prendano atto di questa nuova realtà e uniscano le forze per affrontare insieme le sfide sollevate dal numero crescente di rifugiati che vivono nelle città di tutto il mondo. (Inform)

 

 

 

 

 

Vertice sul clima. I Paesi africani tornano ai negoziati

 

Avevano abbandonato i lavori lunedì mattina - Dopo aver avuto rassicurazione che sarà data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto

 

Copenaghen - I Paesi africani hanno deciso di riprendere la partecipazione ai negoziati alla Conferenza Onu di Copenaghen sul clima, dopo aver avuto rassicurazione che sarà data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto. Il boicottaggio dei gruppi di lavoro era stato deciso lunedì mattina e alla protesta si erano associati anche gli altri Paesi in via di sviluppo del G77. La presidenza danese ha subito avviato contatti ed è riuscita a ricucire lo strappo, consumatosi a cinque giorni dall'arrivo venerdì prossimo dei leader di 120 Paesi per la fase negoziale conclusiva.

 

CHE COSA CHIEDONO - I Paesi in via di sviluppo chiedono di dare priorità a un secondo periodo di impegno per i tagli delle emissioni di C02 previsti dal Protocollo di Kyoto rispetto alla più ampia discussione sugli obiettivi di lungo termine per la cooperazione nella lotta ai cambiamenti climatici. «L'Africa ha tirato il freno d'emergenza per evitare che il treno deragli nel fine settimana», ha commentato Jeremy Hobbs, direttore esecutivo di Oxfam International. Fonti occidentali hanno riferito che gli animi si sono accesi dopo «le crescenti tensioni tra americani e cinesi» emerse nella tavola rotonda di domenica con i ministri dell'Ambiente di 50 Paesi. Il timore è che si ripeta il fallimento del 2000 all'Aja, quando si consumò la rottura nella conferenza che avrebbe dovuto completare le regole di Kyoto.

DICIASSETTE FERMI - Intanto sotto il profilo di cronaca si registra il fermo di altre diciassette persone, avvenuto nel corso della manifestazione che si è tenuta davanti al ministero della Difesa a Copenaghen. La maggior parte dei manifestanti - secondo quanto si è appreso - è stata fermata per aver violato la legge che stabilisce l'obbligo di obbedire alle indicazioni della polizia nel corso di manifestazioni, mentre per due il "fermo" è scattato per aver coperto il volto. CdS 14

 

 

 

 

 

Cile, Piñera in vantaggio. Ma con Frei è partita aperta. La corsa alla presidenza si dovrebbe decidere al ballottaggio

 

BUENOS AIRES - «Ci sarà un ballottaggio», aveva detto ieri la “Presidenta” Michelle Bachelet mentre lasciava il suo voto nell’urna di un “quartiere bene” di Santiago. A giocarsi il palazzo della Moneda come da copione secondo le prime proiezioni ufficiali (sul 12,6% dei seggi) saranno il candidato di destra Sebastian Piñera che avrebbe ottenuto il 44,6% dei voti e l’ex presidente Eduardo Frei con il 32%. L’imprenditore che alla vigilia delle elezioni si è concesso una partita di calcio, per i cileni rappresenta il volto nuovo dopo vent’anni di centro sinistra. Di vedute larghe, Piñera, nonostante una laurea alla Cattolica, dice sì alla pillola abortiva e si lascia fotografare con una coppia gay.

Subito dopo il voto in un quartiere centrale della capitale ha scambiato un paio di battute con i cronisti: «Arriveranno tempi migliori per il Cile» ha detto. Poi nel pomeriggio si è rinchiuso, insieme ai suoi, in una suite dell’Hotel Crowne Plaza in attesa dei risultati.

Dopo il voto fuori Santiago, Frei ha raggiunto la capitale, ed è rimasto in attesa nell’hotel San Francisco in piena Alameda. L’ex presidente “giurassico” - come l’ha definito Marco Enriuque Ominami che avrebbe raggiunto insieme al candidato Jorge Arrata di “Junto Podemos” il 23% - è figlio di un altro ex presidente: Eduardo Frei Montalva leader democristiano avvelenato, secondo una recente sentenza, dalla Dina, la polizia segreta del governo Pinochet.

Frei figlio è considerato da molti il grande errore commesso dalla Concertacion in queste elezioni. Forse per la poca spontaneità nel rilasciare dichiarazioni, da politico di vecchio stampo incapace di lanciare messaggi di cambiamento all’elettorato. Lui è certo del contrario e quando, durante un’intervista a Santiago, gli abbiamo chiesto perché un uomo con la sua traiettoria politica abbia deciso di ricandidarsi, ci ha risposto: «Non voglio che in Cile torni la destra che governò con la dittaura». Secondo Frei non è pensabile che tutto quanto ha ottenuto il Cile in 20 anni di “Concertacion” venga messo in discussione per un salto nel buio. «In qualunque Paese europeo - ci ha detto Frei - un governo con il 60-70% di appoggio sarebbe legittimato a governare di nuovo». E se non ci sono dubbi sui risultati ottenuti dal centro sinistra in vent’anni di governo (l’indice di povertà si è abbassato di ben trenta punti), perplessità nascono proprio all’interno di quella classe diventata “media” grazie al boom economico di questi anni. Un settore sociale che quei benefici raggiunti adesso vuole mantenerli proprio guardando a destra.

Piñera con molta probabilità sarà il nuovo presidente del Cile. Anche se molto dipenderà dalle strategie di alleanza che stanno prendendo forma in questi giorni. Mentre si dà per scontato che i voti di Arrate di “Juntos Podemos” andranno a Frei, c’è incertezza su quelli dell’ex socialista Ominami che ha puntato tutto sul cambiamento.

Ma il dato interessante di queste prime elezioni dopo la morte di Augusto Pinochet sta forse nell’unico elemento che accomuna i quattro candidati. Tutti, nell’88, quando Pinochet tentò di rimanere al potere con un plebiscito, gli votarono contro. La sensazione è che la destra cilena con la morte di Pinochet si sia in qualche modo affrancata dalla figura ingombrante del dittatore. Il prossimo 17 gennaio, comunque andranno le cose, tutto indica che un’epoca è definitivamente tramontata. ROSITA CAVALLARO IM 14

 

 

 

 

 

UE. Le conclusioni del Consiglio europeo del 10-11 dicembre a Bruxelles

 

  ROMA - L’attuazione del Trattato di Lisbona, la strategia per accompagnare l’uscita dalla crisi economica, un programma che permetterà di sviluppare ulteriormente lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, il contributo dell’Europa per i Paesi più vulnerabili al clima, la situazione in Iran e in Afghanistan: questi i temi al centro delle conclusioni del Consiglio europeo riunito il 10 e l’11 dicembre a Bruxelles. Presente per l’Italia il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

  Crisi economica - Nel rilevare che la situazione economica comincia a dare segnali di stabilizzazione, il Consiglio europeo - riferisce in una nota la Farnesina - ha sottolineato l’importanza di elaborare strategie credibili e coordinate su larga scala dopo che la ripresa sarà pienamente assicurata. Il Consiglio ha proposto all’Fmi lo studio di una “Tobin tax”, una tassa sulle transazioni finanziarie, per recuperare nuove risorse soprattutto a favore dei Paesi in via di sviluppo.

  Programma giustizia-sicurezza – Il Consiglio ha dato il via libera al programma della presidenza di turno per i prossimi cinque anni su giustizia, libertà e sicurezza. L’Italia ha dato “un importante contributo – ha detto il presidente del Consiglio – alla definizione del programma in base al quale l’Europa riconosce che la gestione dei flussi migratori è un problema comune e che l’emergenza nel Mediterraneo va affrontata con spirito di solidarietà’’.

 

  Clima – La Ue si impegna per 7,2 miliardi di aiuti immediati(‘’fast start’’) dal 2010 al 2012 per i Paesi in via di sviluppo. L’Italia – ha detto Berlusconi - contribuirà con 200 milioni l’anno. In questo modo l’Ue si farà carico di un terzo del fondo “Fast Start” destinato ai Paesi in via di sviluppo, il cui bisogno è stimato in sette miliardi di euro l’anno, pari a 21 miliardi di euro per i tre anni. Gli Usa dovrebbero metterci un altro terzo e la quota restante dovrebbe essere a carico degli altri Paesi sviluppati, dal Canada al Giappone. I contributi Ue sono tutti su base volontaria. I leader della Ue hanno deciso, comunque, di riunirsi a Copenaghen giovedì prossimo per un summit informale di “concertazione”. Si dovrà decidere, infatti, sul passaggio dal 20 al 30% dell’obiettivo di riduzione di CO2, entro il 2020. Per ora, la Ue ha deciso di procedere in modo unilaterale e vincolante con il target del 20%, mentre per portare l'obiettivo al 30% aspetta “una mossa da parte degli altri partner mondiali”. Il passaggio resta quindi “condizionato”.

  Iran – L'Unione europea è pronta a sostenere tutte le azioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu se l’Iran continuerà a non cooperare con la comunità internazionale sul dossier nucleare. I leader europei auspicano di giungere ad una “soluzione negoziata con Teheran attraverso il dialogo”, ma al momento rilevano che "l’Iran continua a non rispettare i suoi obblighi internazionali e mostra disinteresse apparente per il proseguimento dei negoziati’’.

  Afghanistan – Il Consiglio europeo ribadisce “il forte impegno dell’Ue per promuovere la stabilità e lo sviluppo in Afghanistan e Pakistan”. In questo contesto il Consiglio sottolinea la “disponibilità ad appoggiare” il presidente Hamid Karzai nell’attuazione dei suoi impegni, enumerati nei cinque settori chiave del suo programma di governo: sicurezza, governance e lotta alla corruzione, sviluppo economico anche in agricoltura, pace e riconciliazione, cooperazione regionale. Il Consiglio “si compiace per la recente dichiarazione del presidente Obama su un maggiore coinvolgimento e impegno degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan” mentre l’Unione europea “è pronta a cooperare da vicino con l’Afghanistan, gli Stati Uniti i partner regionali e altri della comunità internazionale per raccogliere le sfide che si pongono in Afghanistan”. (Inform)

 

 

 

 

Bankitalia: il debito sale ancora; in Europa cresce la disoccupazione

 

A ottobre debito a 1.801,6, 15 miliardi in più di settembre - Entrate a 28,4 miliardi di euro contro i 20,1 miliardi di settembre - Ue: nel terzo trimestre del 2009 persi oltre un milione di posti di lavoro

 

ROMA - Ancora in aumento il debito pubblico italiano e la disoccupazione nell'Unione europea. I due dati arrivano rispettivamente da Bankitalia e da Eurostat. A ottobre il debito pubblico si è attestato a 1.801,6 miliardi di euro contro i 1.786,8 miliardi di settembre. Secondo i dati di Bankitalia diffusi nel Supplemento al bollettino statistico - Finanza pubblica, fabbisogno e debito, la tendenza al rialzo del debito va avanti da dicembre 2008: in un mese, tra settembre e ottobre, è cresciuto di 15 miliardi.

 

Da Bruxelles arrivano intanto dati preoccupanti sull'occupazione: sono oltre un milione i posti di lavoro persi in Europa nel terzo trimestre 2009 rispetto al trimestre precedente, di cui 712 mila nella zona euro. Secondo i dati Eurostat in Italia il calo dell'occupazione da luglio a settembre è stato dello 0,5 per cento, in linea con la media Ue. Un po' meglio è andata in Francia (-0,2 per cento) e in Germania (-0,1 per cento). Decisamente peggio in Spagna (-1,5 per cento).

 

Nell'area Ocse a ottobre la disoccupazione si è attestata all'8,8 per cento, lo 0,1 per cento in più rispetto al mese precedente e il 2,3 per cento in più su ottobre 2008. Nell'area euro, secondo i dati forniti dall'organizzazione parigina, il tasso è stato pari al 9,8 per cento, stesso livello di settembre, in crescita dell'1,9 per cento su ottobre 2008. In Italia il tasso è stato pari all'8%, in salita dal 7,8% di settembre.

 

Da luglio a settembre "tutti i settori dell'economia hanno fatto registrare una diminuzione dell'occupazione" sottolinea Eurostat, spiegando come l'unica eccezione sia rappresentata da alcune attività nel settore dei servizi, principalmente nell'amministrazione pubblica, nella sanità e nell'istruzione (+0,3 per cento). Nelle costruzioni il calo dei posti di lavoro è stato del 2 per cento nella zona euro e dell'1,9 per cento nell'Ue-27; nell'industria manifatturiera dell'1,7 per cento e dell'1,6 per cento; nell'agricoltura dell'1,1 per cento e dello 0,4 per cento; nel settore finanziario dello 0,5 per cento e dello 0,4 per cento; nel commercio, trasporti e comunicazioni dello 0,1 per cento e dello 0,2 per cento.

 

Altro dato comunicato da Bankitalia riguarda invece le entrate tributarie che a ottobre, per la prima volta, tornano a salire rispetto al mese precedente: 28,4 miliardi di euro rispetto ai 20,1 di settembre e comunque sempre in ribasso rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le entrate del mese di ottobre sono in calo del 2,9 per cento rispetto ai 29,3 miliardi dello stesso mese del 2008. Nei primi 10 mesi il dato complessivo è di 299,55 miliardi in flessione del 3,2 per cento rispetto ai primi dieci mesi dello scorso anno. LR 14

 

 

 

 

La sinistra a un bivio

 

Il volto insanguinato, sorpreso e spaventato del premier Silvio Berlusconi rimarrà un’icona nella storia di questa Repubblica. Chiunque lo abbia colpito non ha nessuna, e val la pena di ripetere, nessuna giustificazione. Né di quelle che si sono immediatamente sentite: che è stato lui, il premier, ad aizzare la folla, gridando pochi minuti prima «vergogna, vergogna» a chi lo fischiava - come sostiene Di Pietro -, né di quelle che ci potrà offrire la cronaca sullo squilibrio mentale dell’assalitore. Ieri sera a Piazza del Duomo è stata, in ogni caso, passata una soglia.

 

E’ stato violato il corpo del premier, e qualunque sia l’opinione sulla sua politica, questa violazione costituisce un attacco diretto, fisico, materiale, alla sua carica. In questo senso è un attacco alle istituzioni, e come tale va giudicato: un nuovo strappo dei molti che stanno disfacendo il corpo della Repubblica. In questo senso, è un passo senza ritorno - senza se e senza ma - che anticipa, fa intravedere quanto facilmente l’attuale infiammata situazione possa piegare verso lo scontro fisico.

 

Del resto è questa la preoccupazione che sembra motivare l’immediato richiamo del Presidente della Repubblica che ha fatto appello a «stroncare ogni impulso e spirale di violenza», usando quelle parole «spirale di violenza» che tante volte abbiamo già sentito negli anni più bui del Paese.

 

Lo schieramento politico tutto, il governo e l’opposizione, hanno la responsabilità nelle prossime ore di decidere che piega prenderanno ora gli eventi. Al di là della solidarietà, che consideriamo obbligatoria, la vera questione che va ora posta sul tavolo è se davvero la pratica dell’opposizione si sia tramutata in una campagna di odio.

 

Il premier lo ha sempre sostenuto in questi ultimi mesi e lo ha ripetuto proprio nel comizio milanese. Ora, dopo l’attacco, tutto sembra dargli ragione. Si avvarrà di questa prova per farsi forza nello scontro, per alzare di tono le polemiche, o vi troverà, come lo spavento nei suoi occhi raccontava, una sorta di buona ragione per rasserenare il clima prima che gli avvenimenti comincino a correre? Questa è la scelta che ha di fronte Silvio Berlusconi.

 

Peggiore è invece la posizione dell’opposizione. Comunque lo si guardi, anche se si dovesse trattare di una persona squilibrata, l’attacco è figlio di un clima di esasperazione dei conflitti? Il centrosinistra si sente in parte responsabile dell’attuale clima, pensa di aver sbagliato qualcosa, o, al contrario, scrollerà le spalle addossando anche questo episodio a Berlusconi, o derubricando l’intero episodio a un dettaglio?

 

Per l’opposizione, sono domande complicate perché sono già presenti, sia pur in altre forme, nel suo dibattito interno, e già si sono rivelate molto laceranti. Basta ricordare la tensione provocata la settimana scorsa dal semplice rifiuto di Bersani di aderire in forma ufficiale all’anti-Berlusconi day.

 

Ora che il pericolo di violenza si è materializzato, la discussione su come si combatte il governo dovrebbe invece assumere dei contorni ben più precisi: cambiare molte parole e moduli fin qui usati, rompere con ogni personalizzazione e concentrarsi completamente sugli aspetti politici dello scontro. Saprà o potrà farlo il Pd che già ora è incalzato da un settore politico come quello di Di Pietro, che dell’antiberlusconismo ha fatto la sua unica piattaforma?

 

Questa è la scelta di fronte a cui si trova il Partito democratico. E tuttavia non è una scelta impossibile. Silvio Berlusconi è oggi un avversario meno forte di quel che lui stesso sostiene. L’aggressore lo ha colpito proprio alla fine di un comizio che tutto è stato meno che un «predellino 2», cioè un rilancio e un rinnovamento della sua leadership. Anzi, il comizio di Milano è apparso soprattutto mirato a rassicurare un elettorato probabilmente confuso dalle tensioni interne.

 

Il nuovo segretario del Pd, proprio nel rifiuto di aggregarsi al No Berlusconi Day, ha già dato una prima indicazione della identità tutta politica che vuole dare all’organizzazione. Del resto, Bersani e buona parte dell’attuale gruppo dirigente del Partito democratico vengono direttamente dalle file di quel Pci che negli anni bui non temette di stare accanto al suo avversario storico, la Dc, per fermare il terrorismo. Ora non siamo affatto nell’emergenza di allora. Ma, oggi come allora, il perno della politica rimane il principio che la governabilità di un Paese dipende dall’assumersi responsabilità. Anche da parte di chi è all’opposizione.  LUCIA ANNUNZIATA

LS 14

 

 

 

 

Quel valore che non possiamo permetterci di perdere

 

Un Paese civile non può abdicare ai propri doveri. Il primo è quello di rigettare la sindrome della paura e del ripiegamento. Le manifestazioni politiche, i comizi e anche, perché no, i bagni di folla che esaltano il timbro dell’entusiasmo popolare, sono l’espressione della democrazia, ne rappresentano la configurazione viva e palpabile. Sono in buona sostanza un valore irrinunciabile - e dunque in nessun caso barattabile in nome di una presunta aurea di sicurezza - all’interno di un sistema aperto alla partecipazione dei cittadini, e che da questa trae alimento e legittimazione. Guai a dimenticarlo: sarebbe un passo indietro triste e allarmante, che non va fatto e per così dire neanche pensato. Per intenderci: un boomerang dalle conseguenze devastanti per tutti.

La condanna verso l’aggressione e il gesto di violenza subiti da Silvio Berlusconi non può essere formale. Si tratta di un episodio di considerevole gravità, che apre una ferita nel tessuto politico dell’Italia e nel meccanismo stesso della convivenza civile. Poco importa che sia stato il frutto di uno sconsiderato: la filiera dell’imbarbarimento si nutre anche di gesti isolati che non per questo sono da considerare meno inquietanti o pericolosi.

Alla stessa stregua, e sempre in un Paese civile, quanto accaduto a Milano e ha riguardato, è giusto non dimenticarlo, non un leader politico - cosa già di per sé inaccettabile - bensì un’autorità istituzionale quale è il capo di un governo costituzionalmente in carica, deve servire da lezione per una riflessione più complessiva. Ancora una volta il presidente della Repubblica ha dato voce al sentimento più consono che in casi come questo deve prevalere. Non solo esprimendo la necessaria e netta condanna per un fatto gravido di ripercussioni angosciose, quanto rinnovando l’appello affinché «ogni contrasto politico e istituzionale sia ricondotto entro limiti di responsabile autocontrollo e civile confronto». Per tutti ma proprio per tutti.

Infatti non c’è pletoricità o peggio retorica nelle parole del capo dello Stato: al contrario si coglie tutto intero l’allarme per la perniciosa china che l’Italia rischia di imboccare.

Troppo e troppo a lungo chi per la posizione che occupa e la visibilità che ne consegue dovrebbe dare l’esempio di toni misurati e senso del limite indulge invece in atteggiamenti di rissa permanente, delegittimazione e demonizzazione dell’avversario.

Bene: il minimo che si deve dire è che è arrivato il momento di fermarsi, di dire basta. La speranza è che l’aggressione al presidente del Consiglio segni per così dire un punto di svolta in positivo. A nessuno è lecito strumentalizzare una vicenda a quanto pare riconducibile all’azione sciagurata di una personalità debole. Per tutti, è doveroso vincolarsi, senza se e senza ma, a comportamenti che non siano alimento per spettacoli dentro e fuori il Parlamento e più in generale in tutto l’ambito sociale, che deprimono il senso di appartenenza e di coesione nazionale. dCARLO FUSI

 IM 14

 

 

 

 

Richiamo alla democrazia

 

QUANDO la violenza fisica deflagra e corrompe la contesa politica, non c'è spazio per rimpallarsi la responsabilità delle colpe e rinfacciarsi la contabilità degli errori. Di fronte al dramma di Berlusconi sanguinante e sofferente in Piazza Duomo, viene in mente la celebre frase che John Kennedy disse di fronte alla tragedia del Muro di Berlino: siamo tutti italiani. A ricordarcelo, con le parole più semplici ma più efficaci, è il capo dello Stato.

 

Ancora una volta, a dispetto di chi lo ha descritto come uomo "di parte", Giorgio Napolitano si conferma davvero il "presidente di tutti". Dobbiamo alla sua saggezza un messaggio che politici e cittadini farebbero bene a scolpire nella mente, in questi giorni difficili. Basta con l'esasperazione della lotta politica, non si alimentino le tensioni, ognuno misuri le parole dovunque si parli: nelle piazze, nei congressi di partito e in tv. Ciascuno faccia la sua parte: non ha senso, adesso, che gli uni accusino gli altri per il clima che si creato. Sembrano banalità. Lo sarebbero, in una democrazia bipolare risolta e compiuta. Non lo sono in Italia, purtroppo, dove da anni viviamo immersi nell'eterna transizione e sommersi dalla tenace contrapposizione tra una metastorica "pregiudiziale anticomunista" e una stoica "resistenza antiberlusconiana".

 

Alla prima categoria appartengono tutti coloro che nella maggioranza, invece di apprezzare il gesto di Bersani in visita al San Raffaele, si avventurano già nella caccia rancorosa ai "mandanti morali" e nella ricerca livorosa dei "cattivi maestri". Non solo a sinistra (da Di Pietro a Rosy Bindi) ma persino a destra (da Fini a Casini). Come se qualcuno, per terrorismo involontario, avesse "armato" con le sue parole o le sue critiche a Berlusconi la mano impazzita di Massimo Tartaglia. Come se quella maledetta statuina del Duomo scagliata sul volto del premier fosse la prosecuzione del dissenso politico con altri mezzi. Non pare così, per fortuna. Quell'aggressione, per quanto gravissima e ingiustificabile, resta fino a prova contraria il gesto folle di un povero disgraziato. Questo non attenua l'allarme.

 

Per quanto squilibrato, quell'uomo ha respirato il "clima d'odio" che opprime il Paese. Per questo è prezioso l'appello bipartisan del presidente della Repubblica ad abbassare i toni, per evitare che l'Italia ricada nella spirale di violenza che ha già conosciuto e pagato negli anni di piombo. Ma mai come oggi le reazioni vanno commisurate alle azioni.

 

Alla seconda categoria appartengono tutti coloro che nell'opposizione, invece di limitarsi a condannare senza appello e senza distinguo quel gesto di insopportabile violenza contro il premier, si avventurano nell'esegesi psicologica del "movente" ("Berlusconi istiga", dice il leader dell'Idv) o peggio ancora si lanciano nell'apoteosi politica del "gesto". Questo è senz'altro l'effetto più vergognoso e intollerabile dell'aggressione di Piazza Duomo: la "comunità" che in rete condivide irresponsabilmente lo slogan "13 dicembre festa nazionale", o che si riunisce gioiosamente su Facebook nel gruppo "Tartaglia Santo subito", non suscita soltanto l'inevitabile "sdegno". Fa letteralmente schifo. Non consuma soltanto la strage delle idee: celebra la morte della politica. Fa da amplificatore, stavolta non solo nel Palazzo ma nel Paese, di quell'aria mefitica che intossica il discorso pubblico. E genera riflessi condizionati, uguali e contrari. Con la stessa rapidità con la quale nascono i gruppi che riecheggiano il sito "Uccidiamo Berlusconi", proliferano siti contrapposti che vaneggiano "Uccidiamo a sprangate Antonio Di Pietro". Questi non sono errori. Sono orrori. Qui non ci sono "compagni" o "camerati" che sbagliano. Qui ci sono imbecilli che scherzano col fuoco.

 

Le parole sono pietre. A volte diventano persino pallottole. Per questo Napolitano dice giustamente "dobbiamo essere tutti allarmati". E aggiunge "quando dico tutti intendo tutti gli italiani che credono nella democrazia e hanno a cuore che venga garantita la pacifica convivenza civile". Ma proprio la ferma consapevolezza di questo allarme, e la ferrea nettezza con la quale si denuncia e si rifiuta il germe criminogeno della violenza fisica e verbale, non devono e non possono diventare un alibi per cancellare il dovere della critica e il diritto al dissenso. La politica vive di questo. Si alimenta di questa capacità di discernere tra la barbarie terroristica e la valutazione politica. Ha ragione, una volta tanto, Fabrizio Cicchitto: a proposito dei siti che inneggiano all'uccisione di Di Pietro, l'esponente del Pdl ha detto "va condannato senza se e senza ma anche chi ha scritto quelle cose. Non so chi è stato e con quali motivazioni, ma cose del genere non vanno ne scritte né pensate. Ciò evidentemente non ha nulla a che vedere con il giudizio politico che do di Di Pietro, che è totalmente negativo da ogni punto di vista".

 

Ci sembra un principio sacrosanto. Ma deve valere sempre, e deve valere per tutti. Non solo per un leader dell'opposizione, ma anche e a maggior ragione per il capo del governo. Proprio perché "siamo tutti italiani", oggi siamo solidali con lui. Ma la solidarietà umana e istituzionale non coincide con la sensibilità politica e culturale. Noi, come tutti gli italiani ricordati dal Capo dello Stato "che credono nella democrazia", vorremmo poter continuare ad esercitare il nostro spirito critico. Liberamente, nel rispetto delle persone e dei ruoli. Ma senza essere accusati, per questo, di "terrorismo".  MASSIMO GIANNINI LR 15

 

 

 

 

Fermarsi ora

 

Follia. Un pazzo ha colpito ieri al volto il presidente del consiglio al termine del comizio di Milano. Imprevedibile, dunque: il gesto inconsulto di una persona disturbata, da 10 anni in cura in un centro di Igiene mentale. Tuttavia le immagini del sangue sul volto di Silvio Berlusconi sono destinate a segnare uno spartiacque nella già disgraziatissima vicenda politica italiana. Non ci sono precedenti: mai un premier in carica in questo paese era stato aggredito e ferito in piazza. C'è da oggi un prima e un dopo. Non avremmo mai voluto vedere quel fotogramma. Non dovremmo essere a questo. Facile immaginare, conoscendo gli attori, lo sconcio coro di domani: è colpa vostra, no è vostra. Le accuse reciproche, l'enfasi sul clima d'odio, le solidarietà dovute, i pensieri che è già troppo aver pensato. Noi non vogliamo far parte di quel coro, non ci troverete lì. Noi vogliamo, pretendiamo che il dibattito e persino lo scontro politico, in Italia, si fermino alle soglie della civiltà. Dell'autocontrollo, come dice con parola inconsueta per la politica, il presidente Napolitano. Non c'è più spazio per le esagerazioni e le battute a effetto, per le drammatizzazioni strumentali, i buoni e i cattivi, buonissimi e cattivissimi, indiani contro cow boys, terroristi eversori guerra civile rivoluzione. Non si possono più usare le parole come pietre quando le pietre, sebbene la mano sia di un folle, cominciano a volare. C'è spesso un folle al principio delle tragedie. Bisogna fermarsi subito, adesso. Tenere legati i falchi, sciogliere le colombe. Proprio quelle colombe che, nelle metafore della politica, sono oggi in gabbia. Bisogna che questa diventi l'occasione non di una esasperazione dello scontro ma del suo contrario: bisogna che gli italiani - tutti, a destra al centro a sinistra - esigano da stamattina come priorità assoluta il ripristino delle regole fondamentali. I doveri, il rispetto reciproco dei poteri, i ruoli nel copione che è loro assegnato. I diritti di chi governa e di chi si oppone, la grammatica della democrazia fuori dal teatro ormai grottesco, dallo spettacolo indecente che l'Italia offre di sé. La casa c'è, è la Costituzione. No, non c'è da cambiarla adesso. C'è da usarla come riparo. Un grande solido riparo per tutti. Abbassare la voce, pensare prima di parlare, agire secondo le regole. Non barare, non truccarle, non violentarle a proprio beneficio. Non ce lo possiamo permettere, davvero. Abbiamo una grande responsabilità, dal primo cittadino fino all'ultimo. Esercitiamola adesso. Mettiamo a terra un seme di civiltà: ci vorrà tempo perché fiorisca, non importa. Facciamolo per chi verrà dopo di noi. ». Concita De Gregorio. L’U 14

 

 

 

 

Mai più parole come pietre

 

La gravissima aggressione al presidente del Consiglio ha colpito tutto il nostro Paese, non solo la classe politica ma tutti noi. Ci ha colpito in modo profondo perché un atto di simile violenza, da qualsiasi parte esso provenga, non solo è un’inaccettabile offesa verso una persona che ricopre un’altissima responsabilità politica, ma costituisce una lacerazione della nostra vita democratica. La democrazia è stata infatti costruita per sostituire con il dialogo e con la parola il modo di vita di una società che prima era regolata solo dalla sopraffazione e dalla violenza.

Un atto di questo tipo, anche se proviene da un uomo debole, non è solo un’aggressione verso una persona ma un passo indietro per tutta la nostra comunità. In queste difficili ore che seguono questa azione sciagurata è iniziata una doverosa riflessione se questo sia un episodio isolato o se segni l’inizio della diffusa violenza politica che già in passato ha insanguinato l’Italia. Vorrei che evitassimo di dividerci anche su questa previsione perché l’uno o l’altro esito dipendono solo da noi, dalla nostra moderazione e dalla nostra capacità di regolare i nostri comportamenti e di misurare le nostre parole.

Nei sistemi democratici le parole possono davvero essere più terribili e pericolose delle armi offensive. E dietro a noi abbiamo ormai troppi anni in cui, dentro e fuori dal Parlamento, la parola ha cessato di essere strumento di convincimento per divenire un’arma di offesa. Un’arma che scava solchi fra le persone, fra i gruppi e fra i partiti, un’arma che dovremo, soprattutto nelle prossime settimane, usare con prudenza e con saggezza.

Mentre auguro al presidente del Consiglio una pronta e completa guarigione, voglio insistere perché la parola ritorni ad essere strumento di dialogo e convincimento e diventi quindi il primo baluardo della nostra democrazia. In tale modo questo triste episodio rimarrà un tragico episodio ma non sarà l’inizio di tragedie ancora più grandi per l’Italia. ROMANO PRODI IM 15

 

 

 

 

Gli indignati a senso unico

 

Ci sono momenti in cui bisognerebbe abolire due parole: ma e però. L’aggressione di un uomo, in questo caso di un primo ministro, è uno di quelli. Di fronte alla violenza non possono essere accettate subordinate, ammiccamenti o tantomeno giustificazioni. Il giorno che la politica italiana tutta lo avrà compreso fino in fondo, allora sarà davvero matura.

 

Il volto ferito e pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che possa avere una reazione diversa.

 

Se invece la prima cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata.

 

Abbiamo ricevuto numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come reazione ad un governo che definiscono «xenofobo», «antidemocratico» o «razzista». Sono persone che mostrano di essere solidali con gli immigrati e i più deboli, sconvolte per gli attacchi di Berlusconi ai magistrati e preoccupate per la democrazia, ma non toccate da ciò che è accaduto ieri sera. Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione, essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad oscurare le menti.

 

Si può pensare che il presidente del Consiglio sia inadatto a governare, essere convinti che le sue esternazioni contro gli altri poteri dello Stato così come contro gli organi di garanzia siano allarmanti e sbagliate, essere preoccupati per quelle leggi «ad personam» che rischiano di peggiorare lo stato della giustizia italiana, ma niente di tutto ciò può giustificare la violenza. C’è una linea che in democrazia non si può passare, un discrimine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è a cui non si può derogare. E dire che sembrerebbe essere chiaro a tutti: tanto che anche a sinistra si invita alla mobilitazione democratica in seguito ad ogni aggressione o violenza. Questo deve valere anche per il leader di un governo di centrodestra, anche per Silvio Berlusconi.

 

Da ieri sera i blog e Internet sono invasi da battute, ironia, festeggiamenti e dai deliri di chi ci spiega che se l’è cercata. Su Facebook sono già nati decine di gruppi di fans dell’aggressore, Massimo Tartaglia, che in poche ore hanno raccolto migliaia di sostenitori. La rete, purtroppo, mostra ancora una volta di raccogliere il peggio di noi, ma politici e giornali hanno il dovere di non dare sponde, di essere seri e di capire che le giustificazioni ci portano su strade senza ritorno e che non si può continuare ad alzare il livello dello scontro.

 

E questo riguarda non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano mentre incendiano le curve. In questo scontro continuo, in cui si parla soltanto dei destini del premier, si è persa di vista qualunque considerazione sullo stato del Paese e sui suoi bisogni.

 

Il presidente del Consiglio, a cui va la nostra solidarietà sincera, speriamo sia così saggio da capire che proprio lui - l’aggredito - ora può fare la differenza: può abbassare i toni e aprire la strada per un confronto più civile e rispettoso. C’è da augurarsi che anche tutta l’opposizione lo capisca e sia capace di isolare chi delira.  MARIO CALABRESI  LS 14

 

 

 

 

 

La degenerazione violenta. Un clima avvelenato

 

L’odio politico è un mostro che, scatenato, risulta molto difficile da domare. Anche se non è armato da un’ideologia sistematica (come accade con il terrorismo vero e proprio), anche se incendia una mente isolata (e, a quanto sembra, malata) come è accaduto con l’aggressione a Berlusconi ieri sera dietro il Duomo a Milano, l’odio politico si deposita come un veleno che intossica la discussione pubblica. Riduce l’avversario a un bersaglio da annichilire. Da distruggere: in effigie, ma anche fisicamente.

Non è solo una questione di toni esasperati. È l’idea che la lotta politica non contempli confini e contrappesi all’aggressività verbale. È la degradazione dell’avversario a nemico da abbattere. Non la lotta politica, anche accesa, che assume le forme di una competizione leale tra schieramenti che si riconoscono reciprocamente legittimità. Ma la versione primitiva della politica come simulacro della guerra civile. Questa versione sta dominando la politica italiana con un crescendo di ostilità che sfiora la guerra antropologica tra due Italie che si odiano, incapaci di parlarsi.

L’aggressione cruenta di ieri al premier è un frutto di questa degenerazione. Dovranno capirlo tutti: anche chi ha irriso agli appelli contro la militarizzazione della politica come a una faccenda di bon ton, di galateo verbale. O addirittura di diserzione. No: si poteva capire benissimo dove andasse a parare la politica come scontro totale che equipara ogni moderazione a immorale cedimento, o a spirito compromissorio. Bastava ragionare. Le parole con cui il Capo dello Stato ha commentato l’aggressione al presidente del Consiglio sono perciò rivolte contro chi volesse sposare un imbarazzato giustificazionismo (se n’è avuta eco nei primi commenti a caldo, decisamente infelici, di Di Pietro). Ma anche contro la minimizzazione dell’agguato a Berlusconi come la manifestazione patologica di uno squilibrato solitario: «all’americana» più che in sintonia con una tradizione italiana di violenza organizzata. In parte, beninteso, è anche così. Chi, come chi scrive, ieri era nella piazza del comizio e dell’agguato ha potuto intuire subito (considerato anche il profilo caratteriale dell’aggressore) che non esiste un legame esplicito tra chi ha scagliato sulla faccia di Berlusconi un pericoloso oggetto contundente e il gruppo di fischiatori professionali che ha contestato l’intero intervento del leader del Pdl.

Ma chi era presente al comizio di Berlusconi ha avuto nettissima la sensazione che chi lo contestava era animato da un’ostilità irriducibile, esasperata e assoluta nei confronti di un Nemico cui non si riconosceva nemmeno il diritto di parola. Inveivano contro la personificazione del Male più che contro il capo di un governo avversario. Si sentivano, anche loro, i portabandiera di una causa giusta quanto può esserlo la cacciata di un tiranno, non di un vincitore di libere elezioni democratiche. È questo il legame, psicologico e politico, che unisce e salda la violenza verbale e quella materiale. È la condivisione di una stessa atmosfera. E non è così pazzesco che ieri Internet sembrava un’arena scatenata e su Facebook un gruppo intitolato «Fanclub di Massimo Tartaglia» ha raggiunto in poche ore migliaia di adesioni.

Il confine tra la violenza verbale e quella materiale è sempre sottile, vulnerabilissimo. Ed è sconfortante che in un Paese che della violenza politica ha conosciuto i frutti più tragici faccia fatica a imporsi la consapevolezza che il linguaggio pubblico improntato all’odio, all’attacco forsennato contro la persona e non contro le idee, può sfociare in gesti sconsiderati sì, ma non privi di un retroterra, di un clima che ne alimenta la follia aggressiva e fa dell’aggressione fisica il culmine di una sfida che non prevede limiti e freni etico-politici. La violenza verbale non arma banalmente il violento che pensa di farsi giustizia da solo: il nesso non è così semplice e meccanico. Ma l’abitudine a trattare chi è contrario alle tue idee come un barbaro da eliminare con ogni mezzo fa del potenziale attentatore qualcuno che si sente nel flusso della storia, che si ammanta delle vesti nobili del vendicatore talmente audace da non fermarsi nemmeno di fronte alla prospettiva di avventarsi contro il nemico che personifica il Male.

Ora questo clima, raggiunto l’apice con i fatti di Milano, deve essere raffreddato e superato. Non per abolire la lotta politica, ci mancherebbe altro, ma per fermarne la degenerazione rissosa, violenta, brutale, profondamente antidemocratica e illiberale. Il che richiede lo sforzo congiunto di tutti: di tutti, nessuno escluso. E l’impegno, oramai da mesi reclamato dal «Corriere», al rispetto reciproco e in primis al rispetto delle istituzioni e degli uomini che le rappresentano. In un passaggio difficile e inedito della nostra vita nazionale. Per superare il quale, l’Italia dovrà mostrarsi molto più matura di quanto non sia apparso fino a ieri.  Pierluigi Battista CdS 14

 

                                                                                                              

 

Interventi. Berlusconi ferito e la dignità in politica

 

Le drammatiche immagini del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ferito a sangue da un forsennato, hanno fatto il giro del mondo e i media Francesi radiofonici e televisivi hanno immediatamente trasmesso l'informazione dell'accaduto.

 

E' chiaro che l'aggressione, di cui il Premier é stato vittima, é un'informazione primordiale sul piano umano, ma anche un fatto politico nazionale e internazionale di grande importanza, che ha generato numerosi commenti in Italia e all'estero.

 

L'opposizione italiana ha immediatamente considerato che l'atto, pur essendo stato commesso da un forsennato, é un rivelatore della gravità della situazione sociale italiana, come affermato segnatamente dalla Signora Rosi Bindi nell'intervista data immediatamente dopo l'annuncio dell'aggessione.

 

La frase di Di Pietro é ancor più sconvolgente, poiché detta da un ex-magistrato : "Deploro l'aggessione, ma sul piano politrico c' é un clima di esasperazione e odio creato da chi ha nelle mani le redini del Paese e ne approfitta soltanto per fare i fatti suoi".

 

Il commento di Di Pietro sembra voler giustificare politicamente, con l'avversativa, il comportamento dell'attentatore, poiché l'aggredito é Berlusconi e quindi il fatto é comprensibile !!!

 

Cio' é innammissibile, la politica é dialettica e contraddittorio, non é mai aggressione fisica limite invalicabile in un Paese civile come l'Italia e simbolo di cultura e progresso nel mondo. 

 

Noi, italiani in Francia siamo stati profondamente stupiti nel constatare che l'opposizione ha potuto esprimere tali posizioni, che secondo noi dovrebbero essere evitate da parte di un esponente politico, quando si parla di una persona nel dramma e nella sofferenza come Silvio Berlusconi......

 

Con queste mie brevi parole non si tratta di difendere il bilancio politico di Berlusconi o utilizzare la sua situazione di vittima per far dimenticare tutti gli errori commessi da questo governo, si tratta semplicemente di ricordare che di fronte ad una persona ferita nel suo corpo e nella sofferenza ci vuole dignità e rispetto e molta prudenza nelle parole.

 

Le frasi di certi politici nel contesto attuale possono ancor più incitare degli scellerati alla violenza, quando questa non é condannata senza mezze miusure e senza scuse.

 

Basti vedere cio' che é stato scritto su diversi siti internet :  se tanti sono i messaggi di rispetto e cordialità nei confronti di Berlusconi e provenienti da ogni schieramento politco, tanti sono coloro che si esprimono con una violenza verbale inaudita e nell'impunità.

 

Noi tutti speriamo oggi che si ritrovi in Italia la giusta misura e la dignità verbale di ogni uomo politico che si esprimerà sul soggetto, affinché il nostro Paese ferito fisicamente nelle sue istituzioni ritrovi immediatamente la pace sociale.

 

E auguri al Premier di pronta guarigione, da tutti noi dalla Francia di ogni bordo politico, poiché questo é il sentimento unanime che ho riscontrato tra tutti gli italiani che risiedono nel Paese dei Diritti dell'Uomo e con i quali ho avuto l'occasione di intrattenermi sull'accaduto.

E chi non ha peccati scagli la prima pietra.......

Carlo Alberto Brusa, Avvocato al Foro di Parigi, Ex candidato alla Camera dei Deputati Circoscrizione Europa, Presidente dell'Associazione Diritti, Libertà e Giustizia (Droits, Libertés et Justice), de.it.press 

 

 

 

Tartaglia ora chiede scusa. «E’ stato un atto vigliacco». Da San Vittore ha mandato una lettera a Berlusconi

 

MILANO - Centro clinico di San Vittore, primo raggio. Una rampa di scale ed ecco il Conp, Centro di Osservazione Neuropsichiatrica. Otto celle tutte uguali: un letto, un armadio, il bagno alla turca. Nient’altro. Davanti alla cella di Massimo Tartaglia sta seduto un agente, deve ”controllare a vista” il detenuto. Che, per lo più, sta disteso nel letto, come in catalessi, le mani incrociate dietro la nuca, lo sguardo al soffitto. Ma a un certo punto del pomeriggio si alza, chiede carta e penna: «Devo scrivere una lettera». E scrive: ”Egregio presidente Berlusconi...”. E’ una lettera di scuse indirizzata al premier per dirgli tutto il suo dispiacere ”per un atto superficiale, vigliacco, inconsulto”. Ancora: ”Non sono un militante politico, non appartengo a nessun partito”.

La psichiatra del carcere che gli ha fatto il colloquio in mattinata teme gesti di autolesionismo: per questo dal sesto raggio, dove era stato rinchiuso, lo hanno portato al Conp. Dicono che mentre lo stavano trasferendo da un reparto all’altro, sia passato accanto a una cella con la tv accesa. Un tg parlava di lui insinuando la possibilità che possa essere stato manovrato da qualcuno. Tartaglia ha fatto un mezzo sorriso: «Non sono un sicario, ho fatto tutto da solo». E lo ha ripetuto nella lettera al premier.

Impresa ardua quella di scovare aneddoti sul suo conto che possano riempire una biografia così scarna da apparire perfino inverosimile. Non c’è una fidanzata, non c’è un amico che possa dire ”io sono suo amico”, non un vicino che sappia qualcosa di lui. Come se per 42 anni fosse stato un fantasma, invisibile agli altri, se non agli psichiatri che lo hanno avuto in cura da quando ne aveva 18, o agli infermieri dei day-hospital dove per sei volte negli ultimi anni è stato ricoverato dopo qualche ”mattana” eccessiva. O il farmacista da cui andava a rifornirsi di Entact, un antidepressivo. Una pasticca al giorno insieme col caffè del mattino, prima di andare a Corsico nel garage trasformato in sede della ditta di famiglia, la Altatek: Massimo a fare il contabile; il padre e un socio a smanettare su macchinette obliteratrici da riparare.

«Io non sono nessuno» urlava domenica sera in piazza Duomo mentre lo portavano in Questura. Ed è francamente difficile capire, adesso, chi possa colmare la distanza siderale che separa un ”signor nessuno” e un’aggressione così eclatante da far parlare il mondo intero. Anche perché la politica per Tartaglia è qualcosa di cui occuparsi sporadicamente. Eppure: «Quando ho visto Berlusconi così vicino» ha detto ai magistrati «mi è montato il sangue alla testa: non lo sopporto». Un’odio incendiato da un clima rovente? O il raptus di un malato, magari smanioso di diventare, almeno per una volta, visibile al mondo?  RENATO PEZZINI  IM 15

 

 

 

 

Napolitano: Italia più coesa della politica

 

«Conflitto esasperato, ma sport, ricerca e volontariato testimoniano la ricchezza e i valori della nostra società»

 

ROMA - Il Paese è più coeso di quanto lo sia la sua politica, ormai giunta all'esasperazione. Il presidente Napolitano ha colto l'occasione di un incontro con il mondo dello sport al Quirinale per parlare dello scontro in atto tra maggioranza e opposizione dopo l'aggressione contro Silvio Berlusconi. «Il mondo dello sport, ma anche altri mondi che amo citare come quello della ricerca e del volontariato, testimoniano la ricchezza e i valori della società italiana che si mostra ancora una volta più forte e coesa dell’immagine che ne dà la politica, così segnata da esasperato conflitto» ha sottolineato ricevendo i dirigenti del Coni e una rappresentanza di atleti olimpici e paralimpici.

RICERCA E SPORT - Napolitano ha citato l'esempio dei ricercatori italiani, «i giovani più motivati che io conosca, molto più di quanto non si potrebbe pensare quando si leggono le loro buste paga. Veramente si accontentano di poco e ci mettono una enorme passione». Quindi i volontari: «Penso a tutti coloro che lottano contro il cancro e le malattie più gravi. In loro c'è uno slancio di solidarietà che si manifesta attraverso la partecipazione ai comitati provinciali. È tutta gente che lavora insieme, comunque la pensi in politica. È molto unita e molto convinta». Infine gli atleti, «una grande fonte di freschezza nazionale. Lì si guarda e si legge un futuro migliore per l'Italia». Napolitano ha auspicato che l'Italia ospiti una futura Olimpiade: «Sarebbe bello che succedesse, come cinquant'anni fa a Roma. A volte anche al presidente della Repubblica è lecito fare dei sogni».

COSTITUZIONE - In una diversa occasione Napolitano ha parlato della vitalità della Costituzione. Lo ha fatto in un messaggio inviato al ministro della Gioventù Giorgia Meloni in occasione del convegno «Una giovane Costituzione. Eleggibilità e partecipazione giovanile dal 1948 ad oggi», promosso dalla presidenza del Consiglio. «La vitalità della Carta dipende anche dalla capacità di attuarne concretamente e costantemente i valori che ne rappresentano i pilastri fondanti, senza che ciò precluda la possibilità di modificare norme della sua seconda parte, al fine di adeguarne indirizzi e istituti ai cambiamenti della società, in un percorso condiviso e attento ai complessivi equilibri istituzionali» scrive il capo dello Stato. CdS 15

 

 

 

 

La mobilitazione parte sul web "Giù le mani dalla Costituzione"

 

Migliaia di utenti su un gruppo nato dopo gli ultimi attacchi di Berlusconi

alla carta costituzionale. "In un Paese civile ci sarebbe bisogno di urlarlo su Facebook?"

 

ROMA - "Ma in un Paese civile ci sarebbe bisogno di urlarlo in Facebook?". Carlo Sulis butta lì la domanda nel gruppo "Giù le mani dalla Costituzione" il più numeroso della trentina di gruppi creati su Facebook per rispondere al premier che vuole cambiare la carta fondamentale ritenuta "vecchia", con troppi lacci e lacciuoli, quelli che i giuristi chiamano organi di garanzia. E così sull'ultimo nato dei mezzi di mobilitazione politica nasce un tam tam per difendere la prima delle leggi della Repubblica.

 

E insieme a Sulis sono circa 2000 persone che vogliono far sentire forte la propria voce per difendere l'opera dei costituenti, per dire a Silvio Berlusconi che non "tutti gli italiani", come sostiene il premier, sono con lui per modificare quell'insieme di norme che stanno alla base della Repubblica. Ognuno lo dice secondo la propria cultura, il proprio carattere e le proprie esperienze di vita. Donatella Rizzà è stentorea: "Non si tocca", Valentino Domenico quasi poetico: "La Costituzione è il sale della democrazia", Rosa Vita affezionata: "Non facciamoci scippare la Costituzione più bella del mondo", Silvia De Angelis, irridente, posta una vignetta in cui si vede Berlusconi che, riferendosi alla carte fondamentale, dice: "E' vecchia". E Napolitano che risponde: "Comunque è più giovane di te".

 

I più pragmatici propongono metodi di contrasto all'attacco del premier. Chiara Lunotti propone "una grande manifestazione" (forse sull'Onda del No B Day nato sempre su Facebook), e chiede di sollevare "formalmente il problema davanti al Parlamento di Strasburgo". Invece Roberto Li Castri ricorda i banchetti per il no alle modifiche costituzionali volute da un precedente governo Berlusconi. Come a dire: 2Siamo pronti a rifarli". Ignazio Sitza è più tranchant e non va tanto per il sottile: "La difenderemo anche a costo di fare la rivoluzione".

 

E mentre molti mettono in rete le loro foto con in bella vista una copia della carta fondamentale Antonella Bruno espone l'emblema della Repubblica: la stella, la ruota dentata circondati dal ramo di quercia e quello d'ulivo, e un commento da innamorata: "Come è bello!".

 

E se Maria Antonietta Fullone propone di "insegnare ad amarla e rispettarla", una professoressa, Tiziana Cavaliere, spiega: "Quando la leggo e commento con i miei studenti parti del testo della nostra Costituzione, mi sento fiera del fatto che i nostri 'padri costituenti' abbiano avuto idee così brillanti e democratiche, alcune ancora lontane dalla piena realizzazione. E mi piace alimentare nei giovani il sogno di una società migliore!".

 

E in effetti i pensieri di molti iscritti al gruppo vanno ai giovani. Arianna Ciccone dall'alto della sua esperienza di vita ricorda il fascismo e scrive: "La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso d'asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso d'angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso d'angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica".

 

Un richiamo forte a quello che diceva, Piero Calamandrei, uno dei padri della Repubblica, 45 anni fa parlando ai più giovani: "In questa Costituzione c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie; essi sono tutti sfociati qui in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli si sentono delle voci lontane". E le migliaia di Facebook vogliono continuare a sentirle. LR 14

 

 

 

 

Piazze e Web. Il governo prepara leggi speciali

 

Leggi speciali per le manifestazioni, divieti di orario, limitazioni di itinerari, pene più dure per chi «interrompe» e mostra «atteggiamenti di dissenso», come se uno a un corteo andasse solo in nome del pensiero unico. Alle manifestazioni e ai comizi come allo stadio: chi sgarra entra nella black list degli indesiderati. Dopo quello per i tifosi, anche un Daspo per la politica. E una volta blindate le piazze vere, il governo provvederà a blindare anche quelle virtuali con leggi speciali per chi usa il web per, dice il ministro Maroni, «istigare alla violenza».

 

Un bavaglio reale per i gruppi che sui vari social network in queste ore si stanno organizzando a favore di Tartaglia e contro Berlusconi dietro lo slogan: «A Natale possiamo fare di più». Pessimo gusto, non c’è dubbio. Ma da qui all’istigazione a delinquere ce ne corre. Invece di smussare e ridimensionare e trattare l’aggressione al premier per quello che è - il gesto terribile, da condannare ora e sempre, e però di uno squilibrato - c’è un gran da fare nel centro destra per agitare il rischio di un ritorno al terrorismo, agli anni settanta, a quel clima e anche, in conseguenza alla necessità di leggi speciali.

 

«Guai a sottovalutare, c’è una brutta aria» dice il ministro Alfano. Berlusconi «poteva essere ucciso» dichiara il ministro dell’Interno Roberto Maroni. «Anche nel ‘68 qualcuno diceva che erano solo squilibrati isolati» aggiunge il ministro Matteoli. Leggi speciali, quindi. La scelta più sbagliata che potrebbe fare adesso il governo sarebbe proprio quella di cambiare il modello di ordine pubblico nelle piazze, di blindarle in nome della sicurezza. Quando è stato fatto - luglio 2001 - è andato in scena l’orrore del G8 di Genova, campionario infinito di errori da parte di tutti. Adesso agitare la paura e il pericolo potrebbe suonare come una sfida e una provocazione.

 

Il primo a parlarne ieri è stato il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Esiste già una norma che vieta le contestazioni durante i comizi nei trenta giorni di campagna elettorale con pene da 1 a 3 anni. L’idea di La Russa è di «far mandare a regime la norma e di alzare la pena da 2 a 4 anni». L’obiettivo è evitare, d’ora in poi, che «duecento persone possano intrufolarsi in una piazza e disturbare il comizio altrui». Più o meno quello che sarebbe successo domenica in piazza del Duomo a Milano. E sarebbe stato proprio quel gruppetto, quel clima che si era creato, ad aizzare Tartaglia armando il lsuo braccio. A ruota di la Russa si sono fatti sentire il governatore Formigoni e, ovviamente il ministro Maroni, che ieri sera si è chiuso nel suo ufficio al Viminale per studiare un pacchetto di norme.

 

Con buona probabilità al prossimo Consiglio dei ministri sarà già pronto il giro di vite sui siti web. In realtà il tentativo di stringere sulle piazze è in corso da tempo. I primi segnali risalgono a più di un anno fa. I primi ad essere limitati furono i cittadini islamici. A Roma, ad esempio, è diventato sempre più difficile per gli organizzatori avere l’ok della questura per un vero e proprio corteo. La tendenza è di rilasciare permessi per presidi e sit in piazza. In un posto solo le persone vengono controllate meglio.

 

«Inaccettabile e antidemocratica la proposta del ministro Maroni di procedere all'oscuramento dei siti internet che diffondono messaggi di istigazione a delinquere». Lo ha affermato il parlamentare del Pd Sandro Gozi, commentando il proposito manifestato dal ministro dell'Interno nelle sue comunicazioni all'Aula di Montecitorio, relative all'aggressione del presidente del consiglio.

 

«Ritengo -spiega Gozi- che i tentativi della maggioranza di controllare e di dare una normativa dura ed inflessibile alla rete siano ingiustificati e dannosi per le potenzialità del web e per la società più in generale: si tratta di tentativi mirati esclusivamente a mantenere lo status quo delle cose e, elemento ancora più grave, ad imbavagliare la libertà di manifestazione del pensiero sancita dalla nostra Costituzione».

 

«Il confronto democratico, proprio in quanto tale, deve prevedere un utilizzo libero della rete e svincolato da ogni forma di controllo esasperato: ogni affermazione che circola sulla rete - conclude il deputato del Pd - può essere condannabile o non condivisibile ma non per questo deve essere censurata, semmai si dovrebbe fare leva sulle responsabilità personali». L’U 15

 

 

 

 

Post terremoto. Tempi e modi del rientro

 

La settimana prossima ha termine il mio esilio sulla costa, posso rientrare a casa mia, un appartamentino in un fabbricato situato nelle immediate vicinanze del Torrione. Questo è  il simbolo dell'intero quartiere sorto dagli anni sessanta in poi oltre la Fontana Luminosa e  la zona verde che circonda il Forte Spagnolo,  purtroppo ha perso un pezzo in alto i cui resti giacciono tristemente alla sua base, ma resta ancora lì, in piedi, a segnare lo spazio con il ricordo di un acquedotto oggi sparito. E' un quartiere fortunato, non ci sono stati morti o crolli, solo danni. Non gravi.

Eppure tantissime case stanno ancora come erano il giorno del terremoto, danneggiate ed abbandonate. Che tristezza! Quando arrivai sulla costa ad aprile, credevo veramente che per settembre sarei tornata a casa, e non avrei mai pensato di dover vedere alberi di Natale messi su negli alberghi della costa. Chi lo avrebbe pensato allora, che gente abitante nel quartiere più fortunato di Aquila dovesse passare il Natale fuori casa? Quale negativo intreccio di fatti tiene tanta gente ancora lontana da casa?

La risposta è semplicissima, per ora non ci sono soldi per pagare i lavori di recupero, neppure per quelli  chiamati ricostruzione leggera. Inoltre la procedura per poter solo fare la domanda per accedere ai fondi  è complicatissima, ed ha generato lunghissime discussioni nelle riunioni condominiali. Il  termine di scadenza per la presentazione delle domande viene spostato sempre più in  avanti, e qualcuno ha incominciato a dire che non ci deve essere alcuna scadenza, visto come vanno le cose. Il mio condominio è stato efficientissimo nel presentare la domanda, riuscimmo a farlo  ai primi di settembre, all'inizio di ottobre ricevemmo un'autorizzazione ad incominciare i lavori. Questi incominciarono a metà ottobre, sono andati avanti, e le prime famiglie sono già rientrate.

Come è stato possibile? Il miracolo questa volta non lo ha fatto il Grande Capo al governo, e neppure Padre Pio. Semplicemente lo ha fatto l'impresario dei lavori, che ha voluto portare  avanti i lavori senza avere neppure un centesimo della cifra richiesta, ristrettissima, proprio il necessario, e sulla quale pure ci sono state obiezioni. Sebbene la nostra domanda stia  nel gruppo delle prime  su 12.000, non ancora è arrivato nulla. Insomma ancora una volta la buona volontà, l'arte di arrangiarsi, il fai da te,  ha fatto miracoli.

Sarebbe questo un esempio pratico della frase fatta che ho sentito esclamare con sicurezza ed a gran voce decine di volte, come risposta universale e definitiva ad ogni obiezione sull'andazzo poco rassicurante delle cose:  “Rimboccati le maniche e datti da fare”  Ma che significa? Da soli non possiamo fare niente, parecchie persone messe insieme  possono fare qualcosa. Manca per ora il collante che tiene insieme la comune volontà di fare e la fiducia  nella ripresa di una vita per quanto possibile normale, disperse da una normativa sospettosa e contorta che di fatto rende impossibile persino la ricostruzione leggera, deluse da tante promesse ripetute e sbandierate ai quattro venti, tutti i giorni e mai mantenute, svanite in un oceano di parole.

L'impressione generale per ora è proprio triste. La riapertura di due locali pubblici in pieno centro, la cantina, meglio l'enoteca, de Ju boss a Piazza Regina Margherita ed il bar Nurzia in piazza Duomo, sono state occasioni d'incontro per migliaia di persone, la voglia di rientrare in città è grande, ma quanti passata la festa sono andati a dormire chissà dove!

Troppo stridente il contrasto fra la rapida ed efficiente costruzione del nuovo resa possibile da mezzi ingenti e tecnologie nuovissime  in zone verdi espropriate alla svelta, e la  assenza,  il vuoto  nella ricostruzione delle abitazioni esistenti nel centro storico e zone limitrofe. Per non parlare delle opere d'arte  e delle chiese, per cui il  discorso complesso e veramente difficile è appena agli inizi. Emanuela Medoro

De.it.press  

 

 

 

 

Finanziaria, fiducia alla Camera. Di nuovo scontro Fini-Tremonti

 

Il governo "blinda" la manovra, il presidente dei deputati attacca - "Scelta tutta politica che impedisce all'Aula di esprimersi sulla Manovra" - Calderoli: "Pensi ad applicare il regolamento"; Bondi: "Così non aiuta la distensione" - E la terza carica dello stato ripete il suo giudizio al telefono con il Cavaliere

 

ROMA - Il governo ha posto la questione di fiducia sulla Finanziaria. Ed è di nuovi scontro tra Fini e l'esecutivo. Ad annunciare la decisione in aula è stato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito. La fiducia, ha spiegato, "è sull'articolo 2 del testo approvato in commissione". In precedenza i deputati avevano approvato l'articolo 1.

 

A stretto giro arriva il duro commento del presidente della Camera, Gianfranco Fini: "La decisione di porre la fiducia sulla legge Finanziaria è legittima", ma "deprecabile perché di fatto impedisce all'Aula di esaminare gli emendamenti". Fini ha ricordato di aver prolungato i termini per consentire un dibattito approfondito e dare alla commissione il tempo di approvare un testo per l'Aula, aggiungendo che "non vi era stato da parte dell'opposizione nessun atteggiamento ostruzionistico".

 

Spiegando che gli emendamenti da votare oggi erano in tutto 64, di cui 55 dell'opposizione, Fini ha aggiunto gli interventi contingentati avrebbero consentito di approvare la legge, anche senza fiducia, nei tempi previsti e compatibili con l'esame del Senato.

 

''La scelta di porre la questione di fiducia - ha detto ancora Fini- è costituzionalmente legittima e rientra nelle prerogative dell'esecutivo"; non può, però, ha aggiunto Fini, che "essere considerata come una decisione attinente esclusivamente a ragioni di carattere politico, rientranti non già nel rapporto tra governo e opposizioni ma unicamente all'interno del rapporto tra la maggioranza e il governo ed è la ragione per la quale la Presidenza della Camera considera deprecabile la decisione" del governo "perché di fatto impedisce all'aula di pronunciarsi sugli emendamenti''.

 

Le sue parole sono state accolte da molti applausi, non solo dai banchi dell'opposizione e i relatori di Pdl e Lega hanno rinunciato a intervenire. Le critiche a Fini sono arrivate a seduta sospesa e dai banchi della maggioranza. Il ministro Roberto Calderoli: "Dalla

presidenza della Camera ci si attende l'applicazione dei regolamenti, non certo valutazioni sul fatto se sia deprecabile o meno una richiesta di fiducia, la cui valutazione di merito spetta all'esecutivo". E poi Sandro Bondi, ministro e coordindatore nazionale del Pdl:"La decisione e la valutazione espressa" da Fini "sono destinate a non aiutare l'apertura di un clima politico nuovo di cui l'Italia ha bisogno, anzi rischiano di rinfocolare immediatamente le polemiche".

 

Inseguito arriverà anche una nota del capogruppo Pdl Cicchitto e di quello leghista Cota, che a Fini dicono che "la questione di fiducia è sempre stata una decisione politica e come tale appartiene alla competenza e alle valutazioni del governo e della maggioranza". "Il confronto di merito - continuano Cicchitto e Cota - è avvenuto in Commissione, con un iter intenso e proficuo. La scelta della fiducia è un segnale politico di conferma della forte condivisione da parte del governo e della maggioranza sul merito del testo licenziato dalla Commissione Bilancio". Una nota che il ministro Tremonti dice di condividere "pienamente".

 

La telefonata Fini-Berlusconi. In serata la terza carica dello Stato avrebbe ripetuto il suo giudizio sulla scelta di Tremonti e del governo anche al Cavaliere. Al quale, inoltre, avrebbe espresso tutta la sua perplessità anche sui toni usati da Fabrizio Cicchitto durante il dibattito sull'aggressione al premier: "Parole incendiarie".  LR 15

 

 

 

 

Il Csm boccia il processo breve. "Uno tsunami per la Giustizia"

 

Arriva il parere negativo del plenum «Contrasta i principi costituzionali  ed è una amnistia per i reati gravi»

 

ROMA  - Il plenum del Csm ha approvato a larga maggioranza il parere della sesta Commissione che giudica il ddl sul processo breve in contrasto con più principi costituzionali e un’ «amnistia» per reati «di considerevole gravità», a cominciare dalla corruzione.

 

L’approvazione è avvenuta nel corso di una seduta straordinaria. Contrari i laici del Pdl; a favore hanno votato invece i togati di tutte le correnti, i laici del centro-sinistra, il vice presidente Nicola Mancino. Il Csm ha bollato le misure contenute nella proposta del governo come «dannosissime» e ha spiegato che rischiano di avere l’effetto di uno «tsunami» per la giustizia.

 

«Il nostro - ha detto il vicepresidente Nicola Mancino a fine seduta - non è un parere politico, ma è dato nell’interesse del buon funzionamento della macchina della giustizia». Mancino è intervenuto anche sull’aggressione subita dal premier, e ha risposto alle accuse di Gianfranco Anedda, il consigliere che ha parlato di un clima avvelenato dalle toghe. Anedda, anche a nome dell’altro laico del Pdl Michele Saponara aveva ricordato le parole di Armando Spataro e Antonio Ingroia. Magistrati che per Anedda «hanno ampiamente contribuito a fomentare la violenza». Uno scenario che Mancino smentisce duramente: «Non capisco perchè bisogna ritenere che qualche magistrato, perchè partecipa a qualche riunione o dice frasi che qualcuno non condivide, debba essere ritenuto responsabile del clima di tensione che c’è. Le tensioni hanno origini molteplici»

 

Per il ddl sul processo breve, ora all’esame della commissione Giustizia del Senato, il termine per la presentazione degli emendamenti scadrà questa sera alle 20 e la maggioranza ha già annunciato di voler presentare degli emendamenti «per ridurre al massimo le critiche di incostituzionalità». Sul legittimo impedimento, invece, molto probabilmente questa settimana, la commissione giustizia della Camera metterà a punto un testo base e darà il via alla discussione generale con tanto di audizioni, come richiesto dal capogruppo del Pd in commissione Donatella Ferranti.  LS 14

 

 

 

 

Regionali, l’Udc si tiene le mani libere. Non decolla l’intesa generalizzata con il Pd

 

ROMA Alla presentazione di un libro a Terni l’altro giorno, Beppe Vacca che è stato segretario diessino in Puglia, da buon filosofo della politica spiegava il senso di quanto sta avvenendo a Bari e altrove in vista delle regionali: «A Vendola abbiamo cercato di farlo capire in tutte le salse, in discussione non è la sua ricandidatura o meno, in ballo c’è qualcosa di più alto e profondo, c’è la possibilità di accelerare la crisi del berlusconismo attraverso alleanze nuove, mirate e di respiro, in grado di dare un ulteriore colpo politico al centrodestra. L’intesa con l’Udc ovunque è possibile, la più estesa possibile, va vista in questa chiave, e Nicki deve dire se vuole favorire questa partita e farne parte o invece puntare i piedi e mettersi di traverso». Il caso pugliese è a suo modo emblematico: l’Udc si è detta disposta a un’intesa con il Pd a patto che Vendola passi la mano («Non possiamo certo appoggiare un esponente che viene dalla sinistra estrema», ha tagliato corto Angelo Sanza plenipotenziario udicino a Bari), ma l’interessato non solo non ne vuole neanche sentir parlare, ma ha bruciato tutti sul tempo annunciando la propria ricandidatura comunque e a prescindere, «e se il Pd o altri non mi vorranno, correrò ugualmente».

Ma non è solo in Puglia che la vigilia delle regionali porta fibrillazioni. L’Udc per quanto corteggiata vezzeggiata blandita dal Pd, si guarda bene dal dare disco verde a intese generalizzate. Anzi, l’appello di Pier Ferdinando Casini a una grande alleanza di tutti contro un Berlusconi che voglia calpestare la Costituzione, non ha portato un’estensione di accordi in vista delle regionali. Se in Liguria, Marche e Basilicata l’intesa con il centrosinistra è più o meno chiusa, in Piemonte, Puglia e Lazio è di là da venire, tende più verso il no che il sì, mentre in Lombardia e Veneto l’Udc deve decidere a breve, forse aiutata in questo da Silvio Berlusconi che al comizio milanese, prima dell’aggressione, aveva fatto calare sull’ex alleato udicino una sorta di pietra tombale: «Se l’Udc alla fine va di là, qua non piangiamo». Nel Lazio bisognerà attendere ancora, visto che l’Udc avrebbe posto due condizioni: che non scenda in campo la Polverini per il centrodestra («non potremmo dirle di no») e che il centrosinistra presenti un candidato digeribile tipo il cattolico Enrico Gasbarra, che però finora si è sbracciato a dire e ripetere che non ha alcuna voglia di scendere in lizza.

L’Udc con le mani libere non trova entusiasta la parte cattolica del Pd. Se ne fa interprete Beppe Fioroni, reduce da recenti abbandoni come quello di Dorina Bianchi approdata dal Pd proprio in casa udicina: «Casini non vuole farsi imbrigliare? D’accordo, ma noi non possiamo rischiare di rimanere con un pugno di mosche in mano. Non si può da una parte teorizzare il ”tutti insieme” per fermare Berlusconi, e poi alle regionali attuare la politica del carciofo, di qua alleati, di là avversari, di là ancora da soli, così l’elettorato non capisce, non si intravede un disegno politico».

NINO BERTOLONI MELI  IM 14

 

 

 

 

Il web invaso da minacce e insulti. Il lato oscuro della rete

 

Ma davvero «in democrazia un cittadino deve avere il diritto di dire le sciocchezze più grandi che crede», come teorizzò nel 2003 l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli mettendosi di traverso alla legge europea che voleva ridefinire i reati di razzismo e xenofobia? Roberto Maroni, vista l’immondizia che trabocca online a sostegno dell’uomo che ha scaraventato una statuetta in faccia a Silvio Berlusconi (c’è chi si è spinto a scrivere: «Gli doveva rompere il cranio a quel testa d’asfalto!») pensa di no. E ha ragione. Se è vero che la nostra libertà finisce là dove inizia la libertà degli altri, anche la libertà di parola, cioè il bene più prezioso dell’oro in una democrazia, ha un limite. Che non è solo il buon senso: è il codice penale.

Ci sono delle leggi: l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato vanno puniti. Uno Stato serio non può tollerare che esista una zona franca dove divampa una guerra che quotidianamente si fa più aspra, volgare, violenta. Come ha spiegato Antonio Roversi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento ». Tomas Maldonado l’aveva già intuito anni fa: «In queste comunità elettroniche cessa il confronto, il dialogo, il dissenso e cresce il rischio del fanatismo. Web significa Rete ma anche ragnatela. Una ragnatela apparentemente senza ragno, dove la comunicazione, a differenza della tivù, sembra potersi esercitare senza controllo». Ma più libertà di odio è più democrazia? È una tesi dura da sostenere. E pericolosa. Perché, diceva Fulvio Tomizza, che aveva visto il suo piccolo paradiso istriano disintegrarsi in una faida etnica un tempo inimmaginabile, «devono ancora inventarlo un lievito che si gonfi come si gonfia l’odio».

Colpire Internet, dicono gli avvocati di Google denunciata per certi video infami su YouTube ( esempio: un disabile pestato e irriso dai compagni) «è come processare i postini per il contenuto delle lettere che portano». E lo stesso ministro degli Interni non si è nascosto la difficoltà di avventurarsi in battaglie internazionali contro un gigante immenso e impalpabile. Peggio, c’è il rischio di far la fine dello scoiattolino dell’«Era glaciale»: a ogni forellino che tappa, l’acqua irrompe da un’altra parte. Ancora più rischioso, però, sarebbe avviare una (giusta) campagna contro solo una parte dell’odio online. Trascurando tutti gli altri siti che tracimano di fiele come quelli che impunemente scrivono d’un «olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei», di «fottuti schifosi puzzoni stramaledetti sporchi negri mangiabanana », di «maledetti zingari immigrati razza inutile sporca da torturare», di respingimenti da abolire perché «la soluzione a questi problemi è il napalm, altro che rimpatri». Non puoi combattere l’odio se non lo combatti tutto. Andando a colpire sia i teppisti razzisti che sputano online su Umberto Bossi chiamandolo «paralitico di m.» sia quanti aprono gruppi di Facebook intitolati «Io odio Di Pietro» o «Uccidiamo Bassolino». Mai come stavolta, però, il buon esempio deve venire dall’alto. Occorre abbassare i toni. Tutti.

Gian Antonio Stella  CdS 15

 

 

 

 

Internet no alla censura basta un clic

 

Lo squilibrato che ha ferito Berlusconi raccoglie 50 mila fan tra i navigatori della Rete. Significa che la Rete è a sua volta squilibrata? Significa che ha urgente bisogno di una camicia di forza, o almeno d’una museruola? Calma e gesso, per favore. E per favore smettiamola d’invocare giri di vite e di manette sull’onda dell’ultimo episodio che la cronaca ci rovescia addosso.

 

Oggi succede per l’apologia di reato ai danni del presidente del Consiglio. Ieri per la pedofilia, o per le stragi del sabato sera. Ma non è così che ci procureremo buone leggi. Specie se la legge intenda regolare il più grande spazio pubblico mai sperimentato dall’umanità. Specie se aggredisca la prima libertà costituzionale, quella di parola.

 

Non che le parole siano altrettanti spifferi di vento. Proteggerle con un salvacondotto permanente equivarrebbe in conclusione a non prenderle sul serio, perché tanto contano i fatti, i gesti, le azioni materiali. Equivarrebbe perciò a deprimere la stessa libertà che si vuole tutelare. E d’altronde - come ha scritto il giudice Holmes nella sua più celebre sentenza, vecchia ormai di un secolo - la tutela più rigorosa della libertà d’espressione non proteggerebbe un uomo che gridasse senza motivo «al fuoco» in un teatro affollato, scatenando il panico. Insomma, dipende. Più precisamente, dipende dall’intreccio di tre fattori differenti, che a loro volta si riflettono poi sulle parole che fanno capolino in Rete.

 

In primo luogo, gioca la posizione del parlante. Altro è se racconto le mie ubbie agli amici raccolti attorno al tavolo di un bar, altro è se le declamo a lezione, soffiandole all’orecchio di fanciulli in soggezione davanti alla mia cattedra. In quest’ultimo caso ho una responsabilità più alta, e dunque incontro un limite maggiore. Non per nulla nei manuali di diritto si distingue tra «manifestazione» ed «esternazione» del pensiero. La prima è una libertà, riconosciuta a ogni cittadino; la seconda è un potere, vale per i cittadini investiti di pubbliche funzioni, e ovviamente copre uno spazio ben più circoscritto. Ma non c’è potere in Internet. C’è solo libertà.

 

In secondo luogo, dipende dal mezzo che uso per parlare. Il medesimo aggettivo si carica d'assonanze ora più forti ora più fioche se lo leggo su un giornale che ho scelto d’acquistare, oppure se mi rimbalza dentro casa quando accendo la tv. Ma è un’edicola la Rete? No, e non ha nemmeno l’autorità dei telegiornali. È piuttosto una piazza, sia pure virtuale. Un luogo in cui si chiacchiera, senza sapere bene con chi stiamo chiacchierando. Le chiacchiere, poi, hanno sempre un che d’aereo, di leggero. Anche quando le vedi scritte sul video del computer, sono sempre parole in libertà. Meglio: sono lo specchio dei nostri umori, dei nostri malumori. Sbaglieremmo a infrangere lo specchio, non foss’altro perché così non riusciremmo a modificare di un millimetro il nostro profilo collettivo.

 

E in terzo luogo, certo: dipende da che cosa dico. Se metto in palio mille dollari per chi procurerà lo scalpo di Michele Ainis, probabilmente offendo la legge sulla tutela degli scalpi, e in ogni caso lui avrebbe qualcosa da obiettare. Ecco infatti la soglia tra il lecito e l’illecito: quando la parola si fa azione, quando l’idea diventa evento. In quest’ipotesi è giusto pretendere un castigo, però a due condizioni, messe nero su bianco da decenni nella giurisprudenza americana: che vi sia una specifica intenzione delittuosa; che sussista un pericolo immediato.

 

È il caso di chi plaude alle gesta di Tartaglia? A occhio e croce no, benché ciascuno farà le sue valutazioni. Ma non facciamo ricadere su tutto il popolo dei navigatori le intemperanze di qualche marinaio. Anche perché sono molti di più quanti esecrano Tartaglia, rispetto ai suoi tifosi. Dopotutto l’antidoto agli abusi in Rete già viaggia sulla Rete, basta un clic. MICHELE AINIS LS 15

 

 

 

 

La Corte di Strasburgo condanna l'Italia "Izzo non doveva avere la semilibertà"

 

Previsto un risarcimento per la famiglia Maiorano. "Violato il diritto alla vita delle due vittime" - I giudici precisano: "Non è una critica al sistema di reinserimento dei detenuti" - Il legale che ha presentato il ricorso: "Siamo soddisfatti. E' la giusta conclusione di una vicenda dolorosissima"

 

STRASBURGO - La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato all'unanimità l'Italia per aver dato la semilibertà al mostro del Circeo, Angelo Izzo. Concedendogliela nel 2004, sottolinea la Corte di Strasburgo, le autorità italiane "hanno violato il diritto alla vita di Maria Carmela Linciano e Valentina Maiorano", uccise da Izzo il 28 aprile 2005 mentre godeva di questo beneficio. La Corte ha anche stabilito che le autorità italiane dovranno risarcire i familiari delle vittime con 45mila euro per danni morali.

 

Izzo, già condannato all'ergastolo nel 1975 per il massacro del Circeo, è stato nuovamente condannato al carcere a vita nel gennaio del 2007, per aver ucciso la compagna Maria Carmela Linciano e sua figlia Valentina, di soli 14 anni. All'epoca del delitto, il 28 aprile 2005, l'uomo era detenuto in regime di semilibertà nel carcere di Campobasso.

 

I familiari delle due vittime avevano presentato ricorso nel luglio del 2006 contro lo status concesso a Izzo. La tesi era che le autorità italiane, concedendogli la semilibertà, avevano violato il diritto alla vita delle due donne, sancito dall'articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Oggi i giudici di Stasburgo hanno dato loro ragione, confermando la "violazione del diritto alla vita". "L'articolo 2 della Convenzione - hanno ricordato - obbliga lo Stato non solo ad astenersi dal provocare la morte in modo volontario e irregolare, ma anche a prendere le misure necessarie alla protezione delle persone poste sotto la sua giurisdizione".

 

La Corte europea ha sottolineato che la sentenza "non rappresenta una critica al sistema di reinserimento dei detenuti", ma piuttosto una condanna al modo in cui questo è stato applicato al caso di Izzo. La decisione della Corte, resa pubblica oggi, diventerà definitiva tra tre mesi, se il governo italiano e i ricorrenti non chiederanno e otterranno un rinvio davanti alla Grande Camera di Strasburgo, ricorrendo all'ultimo grado di giudizio.

 

Soddisfazione è stata espressa dall'avvocato della famiglia Mariorano, Stefano Chiritti, che aveva presentato il ricorso. "A nome dei familiari delle due donne uccise - ha detto - esprimo massima soddisfazione sul piano professionale e umano per la giusta conclusione di una vicenda dolorosissima, che ora ha trovato definitivo sigillo anche in sede europea". LR 15

 

 

 

Emergenza rifiuti, Palermo nel caos

 

Sciopero dei netturbini. In alcune zone della città circolazione in tilt a causa dell'immondizia

 

MILANO - Il Natale è alle porte e Palermo è invasa dai rifiuti. Lo sciopero di un migliaio dei 1700 operai dell'Amia spa, la ex municipalizzata che gestisce la raccolta dell'immondizia, aggrava la già pesantissima situazione della raccolta del pattume nel capoluogo siciliano. Palermo è stracolma di rifiuti in tantissime parti della città a causa dell’arretrato dei giorni scorsi provocato dallo stato di agitazione degli operai. In alcuni incroci della città a causa della spazzatura per strada si registrano rallentamenti alla circolazione.                   

 

LO SCIOPERO - I lavoratori sono scesi in piazza per sollecitare la ricapitalizzazione dell'azienda che ha debiti per circa 180 milioni di euro e rischia di fallire. Al corteo che si è mosso da piazza Castelnuovo e ha raggiunto Palazzo delle Aquile, sede del Comune, hanno aderito la maggior parte dei lavoratori Amia sotto le sigle sindacali di Cisl, Uil e Confsal. Dopo la manifestazione i sindacati hanno avuto un incontro con il presidente del Consiglio comunale Alberto Campagna.

«APPROVARE LA RICAPITALIZZAZIONE» - «Adesso - ha detto il segretario generale della Cisl di Palermo Mimmo Milazzo al termine del corteo - ci appelliamo al senso di responsabilità dei gruppi consiliari e di tutte le forze politiche del Consiglio comunale affinchè il bene dell'Amia venga anteposto agli interessi di partito. La ricapitalizzazione dell'azienda che assicura l'igiene ambientale a Palermo è un primo passo verso il riordino delle società partecipate del Comune di Palermo per le quali auspichiamo che a gennaio venga aperto un tavolo di confronto». Lo sciopero ha riguardato il turno mattutino, la fascia che va dalle 4 a mezzogiorno, ed è stato organizzato da Cisl, Uil e sigle autonome, mentre non hanno aderito Cgil e Ugl. Domenica, dopo il turno straordinario di raccolta (quello notturno è andato però deserto), la situazione in alcune zone è migliorata, ma in altre no.

L'AMIA E I DEBITI - I debiti dell'azienda ammontano a 180 milioni di euro, di cui una settantina sono crediti da parte degli Ato che conferiscono i rifiuti nella discarica palermitana di Bellolampo. Ottocentomila euro è il deficit mensile dichiarato dall'Amia dopo il cambio dei propri vertici, mentre fino alla scorsa estate il rosso si aggirava intorno ai tre milioni mensili.  CdS 14

 

 

 

 

Pensioni, da gennaio più leggere in vigore i nuovi coefficienti

 

Dall’inizio dell’anno prossimo, per il calcolo della pensione, verranno applicati i nuovi parametri ribassati tra il 6,38 per cento e l'8,41 per cento. Legati alle migliori aspettative di vita. Per Cgil perdite almeno del 3-4%. Il sindacato chiede di modificare i criteri e non applicarli retroattivamente su tutti i contributi.

 

Mancano due settimane e poi le pensioni saranno più leggere. Dal primo gennaio 2010 entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione delle pensioni. Ovvero quegli elementi che vengono utilizzati per calcolare il valore della pensione. I nuovi parametri, che verranno applicati a partire dall'anno prossimo, rispetto a quelli impiegati fino ad ora sono ribassati, a seconda dell’età, di un valore compreso tra il 6,38 per cento e l’8,41 per cento.

Perdite del 3-4 per cento. Gli impatti saranno diversi a seconda del sistema con cui viene calcolata la propria pensione. La Cgil ha stimato che, con l'applicazione automatica dei nuovi coefficienti di calcolo del montante contributivo, chi va in pensione oggi con il sistema misto (contributivo-retributivo) perderà circa il 3-4 per cento della pensione. La perdita sarà ancora maggiore per chi va in pensione con il sistema retributivo. Per questo Cgil ha chiesto di modificare i criteri di calcolo dei coefficienti di trasformazione e di applicarli "pro quota" solo sul montante contributivo dal 2010 in poi e non retroattivamente su tutti i contributi.

Andare in pensione con le quote. A gennaio 2010, e per tutto il 2010, varrà pure il meccanismo delle quote per l’accesso al pensionamento di anzianità (introdotto dalla legge 247 del 24 dicembre del 2007) in vigore già da luglio 2009. Possono andare in pensione coloro che hanno compiuto almeno 59 anni e hanno 36 anni di contributi. Il meccanismo delle quote fa sì quindi che si può andare con 35 anni di contributi ma solo se si sono compiuti almeno i 60 anni d’età. Fino alla fine di giugno 2009, i requisiti minimi erano di 58 anni con 35 anni di contributi.

A partire dal gennaio 2011 invece, per andare in pensione di anzianità, si dovrà toccare quota “96”: ovvero potrà andarci chi avrà compiuto 60 anni di età e avrà 36 anni di contributi o 61 anni con 35 anni di contributi. Di seguito la tabella con la somma di età anagrafica e anzianità contributiva e l’età anagrafica minima secondo la legge 247.

Lo strumento interattivo. Per calcolare la data di pensionamento e l’importo della pensione netta annua (vedi dettaglio) è possibile utilizzare lo strumento del Calcola Pensione che dà la possibilità anche di scoprire quanto vale la pensione netta in termini percentuali rispetto all’ultimo stipendio netto.

Le istruzioni per l'uso. Per utilizzare il calcolatore si dovrà specificare la data di nascita, il sesso, il codice di avviamento postale, la data di inizio di iscrizione alla previdenza obbligatoria, la categoria, la professione, e il reddito annuo. E' utile precisare che, per una corretta lettura delle previsioni, l'importo del reddito da lavoro dell'anno in corso va imputato al netto di tasse e contributi. Sarà inoltre sempre l'utente a definire l'ipotesi del percorso di carriera - assestato, medio o brillante - da qui alla data di pensionamento. LR 14

 

 

 

 

Integrazione e riconoscimento dell’Islam

 

IL DIVIETO di costruire nuovi minareti sancito dal recente referendum svizzero ha aperto in Europa e nel mondo un acceso dibattito politico e culturale che richiama l’attenzione sul valore sacro dei simboli di ogni religione e offre l’occasione di una riflessione complessiva. Sembra infatti dilagare la tentazione di confondere la libertà di religione con la libertà dalla religione, come auspicavano le ideologie materialiste del secolo scorso e come impone l’approccio laicista che traspare dall’ultima sentenza della Corte Europea di Strasburgo sull’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici.

Si fa strada l’illusione superficiale secondo la quale la rimozione dei simboli sacri dallo spazio pubblico dovrebbe garantire la convivenza pacifica favorendo l’uguaglianza, concepita sulla base di criteri meramente quantitativi come tabula rasa delle identità spirituali. D’altra parte, non è nemmeno accettabile l’atteggiamento qualunquista di chi vorrebbe risolvere il problema sostituendo al laicismo il sincretismo e proponendo di istituire ovunque una sorta di artificioso pantheon della sacralità, dove dovrebbero trovare posto uno accanto all’altro i simboli sacri di tutte le confessioni religiose.

La libertà di religione, tuttavia, non può neppure diventare privilegio di una sola religione, sancendo giuridicamente e culturalmente la legittimazione di un miope esclusivismo confessionale. Nel contesto democratico e pluralista dell’Europa contemporanea, infatti, si profilano double standards fortemente discriminatori dell’identità delle minoranze religiose, sulla base dei quali alcuni simboli sarebbero più uguali di altri, che non avrebbero diritto di cittadinanza nel contesto storico, giuridico e culturale europeo come dimostra il caso del referendum svizzero. Quando il ministro Calderoli attribuisce all’Arcivescovo di Milano Tettamanzi l’epiteto di “Imam” con intento ingiurioso, il problema non è tanto valutare l’atteggiamento del Cardinale verso l’Islam, quanto la totale mancanza di rispetto verso una funzione sacerdotale sacra che si esprime nella forma confessionale islamica.

Se l’interpretazione ideologica di una religione diventa culto di Stato, super-religione civile, allora i simboli, le funzioni, i luoghi di culto, la dottrina stessa delle altre confessioni vengono delegittimati e rifiutati come estranei, e migliaia di italiani musulmani di prima e seconda generazione si trovano nella paradossale condizione di essere stranieri a casa propria. I simboli costituiscono un supporto di conoscenza sintetica che consente ai credenti di elevarsi spiritualmente e intellettualmente dalla molteplicità della creazione all’unità del Creatore. Occorre dunque riscoprire il significato più profondo e reale del simbolismo tradizionale ed essere allo stesso tempo capaci di interagire costruttivamente con il pluralismo delle religioni, delle idee e degli uomini. Si tratterebbe allora di riconoscere una comunità islamica formata anche da uomini e donne che sono già cittadini italiani e, come tali, si presentano come gli interlocutori più adatti alla realizzazione di un percorso di Intesa tra lo Stato nel quale sono nati e vivono e la religione alla quale si riferiscono, l’Islam. La libertà religiosa è una condizione imprescindibile per favorire una convivenza matura.

Dunque non demonizziamo i simboli sacri come il minareto né gli strumenti politici come il referendum, ma cerchiamo di evitare che i simboli sacri e gli strumenti politici siano strumentalizzati per demonizzare l’Islam e negare la libertà di culto ad una comunità religiosa. Sebbene infatti la presenza del minareto non sia essenziale per una pratica completa del culto islamico, tali segnali di chiusura rischiano di alimentare l’islamofobia, l’ignoranza e la confusione tra Islam e integralismo, favorendo la diffusione di un’immagine formalista e militante dell’Islam. La Coreis italiana fa appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al Governo e alle Istituzioni italiane affinché venga finalmente conferita completa dignità e piena cittadinanza agli italiani di religione islamica tramite il riconoscimento giuridico dell’Islam in Italia. In questo modo, anche nel nostro Paese, sarebbe sancito il diritto di una comunità di credenti ad avere luoghi di culto trasparenti e dignitosi, guide spirituali affidabili e qualificate, nella partecipazione attiva e responsabile allo sviluppo globale e al benessere diffuso della propria Patria.

YAHYA PALLAVICINI, Imam, vicepresidente Coreis (Comunità religiosa islamica) italiana IM 14

 

 

 

 

Convegno su “Immigrazione. Identità e uso dei centri storici. Riflessioni ed esperienze a confronto”

 

È indetto dal Ministero del Lavoro presso il CNEL il 17 dicembre, ore 9.15

 

Roma – In Italia i flussi recenti di immigrazione si sono sviluppati con caratteristiche in parte diverse da quelle di altri Paesi europei. Una delle differenze più evidenti riguarda l’impatto della presenza di decine di migliaia di migranti nelle realtà urbane, e in particolare nei centri storici. Il nostro Paese infatti possiede un patrimonio abitativo caratterizzato dalla fitta presenza di centri storici di grande valore architettonico, che hanno subito negli ultimi decenni mutamenti di uso che ne hanno cambiato il volto, o a volte fenomeni di abbandono e degrado. L’arrivo di nuovi abitanti, con abitudini e stili di vita diversi, si è sovrapposto a una crisi già in atto, e ha prodotto nuovi problemi, soprattutto nei quartieri in cui non c’è stata mescolanza di etnie e culture, ma la presenza prevalente di un’unica nazionalità. La questione non riguarda soltanto la tutela di un bene ambientale, ma la crisi di un modello abitativo che costituisce una ricchezza antropologica e culturale, un tratto fondamentale della storia e dell’identità italiana.

L’inclusione sociale e l’integrazione non possono prescindere dai modelli di insediamento abitativo, e gli insufficienti elementi di conoscenza dei fenomeni descritti non consentono di indicare proposte di intervento adeguate sul territorio. Il convegno “Immigrazione. Identità e uso dei centri storici. Riflessioni ed esperienze a confronto” si pone l’obiettivo di avviare un percorso di approfondimento su questi temi.

La prima sessione dell’incontro intende avviare una ricognizione di esperienze concrete e buone pratiche a partire da un quadro di conoscenze: la seconda, invece, si articola in una tavola rotonda tra rappresentanti dei diversi livelli amministrativi per individuare possibili soluzioni ai problemi emersi. (Migranti-press)

 

 

 

 

 

A Natale il brindisi è Made in Italy

 

Secondo le stime di Coldiretti, lo spumante, con 140 milioni di bottiglie stappate, supererà per la prima volta nel brindisi lo champagne francese. In Germania e negli USA i principali consumatori di bollicine italiane

 

Per le festività di fine anno saranno stappate in tutto il mondo 140 milioni di bottiglie di spumante Made in Italy, che per la prima volta nella storia superano nei brindisi quelle dello champagne francese, le cui esportazioni sono crollate del 41% nei primi sei mesi del 2009.

È quanto stima la Coldiretti, in occasione dell'Assemblea dei Giovani imprenditori agricoli dell'organizzazione, nel sottolineare che nel 2009 la produzione è di oltre 340 milioni di bottiglie per il prodotto nazionale che si colloca ben al di sopra dei 260 milioni dei cugini d'oltralpe, in forte calo rispetto 322 milioni del 2008 e ai 339 milioni del 2007.

 

Una conferma del successo che sta riscuotendo la produzione nazionale di spumante, che erode quote importanti di mercato ai concorrenti francesi in molti Paesi. I principali consumatori di spumanti italiani si trovano - precisa la Coldiretti - in Germania e negli Stati Uniti, ma elevati tassi di crescita si registrano per la Gran Bretagna e nei Paesi emergenti. Per effetto della crescita della domanda straniera, che è aumentata nel mondo del 6% in quantità nei primi otto mesi dell'anno, le esportazioni dello spumante italiano hanno addirittura superato i consumi nazionali contribuendo a far realizzare un fatturato complessivo annuale stimato in oltre 2,5 miliardi di euro.

 

Il 2009 - continua la Coldiretti - è anche il primo anno di produzione del prosecco a denominazione di origine (DOC) e delle denominazione di origine controllate e garantite Conegliano Valdobbiadene Prosecco e Colli Asolani Prosecco (DOCG), che si stanno dimostrando particolarmente dinamici nella conquista dei mercati esteri. L'Asti docg è in testa nella produzione con poco più di 80 milioni di bottiglie prodotte, seguito dal Prosecco Doc Conegliano Valdobbiadene con 50 milioni, anche se sono ben 160 milioni le bottiglie di Prosecco (Doc e non Doc) commercializzate. Il Veneto è la prima regione italiana per produzione davanti al Piemonte.

 

Il successo fuori casa conquistato dallo spumante italiano è accompagnato - conclude la Coldiretti - dalla leadership incontrastata in Italia, dove il brindisi Made in Italy stravince nel 98% dei casi con circa 80 milioni di bottiglie stappate durante le festività. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Svizzera. In morte di Dario Robbiani

 

Ricordiamo con grande vicinanza e gratitudine la figura straordinaria di Dario Robbiani, da sempre impegnato in politica e nel mondo sociale e culturale a favore delle lavoratrici e dei lavoratori. La sua attenzione e l’accentuata sensibilità alla causa dei migranti, in modo particolare alle vicessitudini della comunità italiana in un difficile periodo in cui in Svizzera questa categoria sociale era espressamente identificata con i cittadini provenienti dal Bel Paese, negli anni ha coinvolto lo spirito e le aspirazioni di un intero Paese nella ricerca dell’ integrazione del diverso e del progresso civile e sociale.

 

Feconda è stata la sua collaborazione con i movimenti associativi e con i partiti politici italiani di sinistra presenti in Svizzera (il PCI e i suoi eredi, e la Federazione socialista italiana,) che progressivamente hanno maturato l’impegno politico e sociale nel campo progressista e riformista svizzero.

 

Il suo marcato senso innovatore è ancora presente nelle nostre famiglie che l’hanno conosciuto attraverso “un’ora per voi”, ed il suo insegnamento politico è vivo nelle compagne e nei compagni che, ovunque, in numerosi incontri pubblici ne hanno apprezzato la saggezza e la determinazione per sollevare le lavoratrici ed i lavoratori dalle angherie del loro destino.

In questo momento di lutto il nostro pensiero è vicino alla famiglia di Dario Robbiani. Michele Schiavone, de.it.press

 

 

 

 

 

Ein neues Regime in Italien – und wir schauen weg?  Internetblog www.aussorgeumitalien.de

 

Ist Berlusconi italienische Folklore, wie noch immer einige deutsche Kommentatoren zu glauben scheinen? Leider nein, denn Berlusconi versucht, mitten in Europa ein autoritäres Regime zu errichten, in dem demokratische Prinzipien außer Kraft gesetzt werden. Es ist nicht ausgeschlossen, dass er damit Erfolg hat – wenn man ihn gewähren lässt.

 

Sein Amt als Regierungschef verdankt er vor allem dem Bündnis seiner Partei, des „Popolo della Libertà“, mit der Lega Nord, deren fremdenfeindliche Demagogie hemmungslos ist. Seit dem Antritt der neuen Regierung sind Übergriffe gegen Ausländer und Schwule an der Tagesordnung. Das von der Verfassung garantierte Asylrecht wird faktisch außer Kraft gesetzt.

 

Die immer schärfer werdenden Angriffe Berlusconis gegen die italienische Justiz, das Verfassungsgericht und den Staatspräsidenten und sein kürzlicher Auftritt auf dem Kongress der Europäischen Volkspartei machen deutlich, in welcher Verantwortung hier auch die Nachbarländer Italiens stehen.

Aus Sorge um die italienische Demokratie, haben mehrere Bürgerinnen und Bürger sich zusammen getan und eine Initiative gestartet, die in der Eröffnung eines Internetblogs www.aussorgeumitalien.de, gemündet ist, der jetzt allgemein zugänglich ist. Ein Ziel unserer Initiative ist es, auch die deutsche Politik so konkret wie möglich auf diese Verantwortung hinzuweisen. Um es mit Nachdruck tun zu können, brauchen wir breite Unterstützung.

 

Ich bitte Sie/Euch deshalb, in Ihrem/Eurem Bekanntenkreis und dort, wo Sie/Ihr es für richtig halten, auf unseren Blog hinzuweisen und andere zum Mitmachen und Weitersagen zu ermuntern, damit der „Schneeball“ wirklich ins Rollen kommt.

Giovanni Pollice, Leiter der Abt. Migration/Integration giovanni.pollice@igbce.de

(de.it.press)

 

 

 

 

WDR Funkhaus Europa. Absetzung der Sendungen "Al Dente" und "Café Alaturka"

 

Schreiben von Giovanni Pollice, Leiter der Abt. Migration/Integration der Gewerkschaft IG BCE, an WDR Funkhaus Europa

 

Sehr geehrte Damen und Herren, wir von der Gewerkschaft IG BCE, haben die Nachricht der Kürzung der Sendungen „Al Dente“ sowie „Cafè Alaturka“ mit großen Bedauern aufgenommen.

Die Sendung „Al Dente“ wird nicht nur von Italienern gehört, sondern auch von Hörerinnen und Hörern anderer Nationalitäten. Hierbei sind besonders die deutschen Zuhörer hervorzuheben, die mittlerweile mit den Italienern zu den treuesten Anhänger der Sendung gehören. Die Sendung erreicht nicht nur Menschen, die in NRW leben, sondern weit darüber hinaus. Ich, sowie viele Freunde und Bekannte von mir, die in Hannover leben, gehören auch zu den Hörerinnen und Hörern, die diese sehr gute Sendung regelmäßig hören.

Das gleiche gilt für die Sendung „Café Alaturka“, die im besonderen Maße, die zweite Generation der Türken anspricht.

Wir sind der Auffassung, dass das Funkhaus Europa ein gelungenes Projekt ist und die muttersprachlichen Sendungen besonders in der jetzigen Integrationsdebatte, die in der ganzen Bundesrepublik geführt wird, sinnvoll und notwendig sind. Einerseits, weil die Nichtdeutschen Hörerinnen und Hörer als Gebührenzahler, diese Sendungen auch als Wertschätzung ihnen gegenüber empfinden. Andererseits, widerspiegeln diese Sendungen die Vielfalt unserer Gesellschaft und tragen dazu bei sich mit dieser Gesellschaft zu identifizieren und somit leisten sie einen nicht zu unterschätzenden Beitrag zur Integration. Migrantinnen und Migranten in diesem Land brauchen Programme, die in Deutschland produziert werden und ihre Themen aufnehmen.

Deshalb wären jegliche Kürzungen an diesen Programme kontraproduktiv und auch geradezu ein Schlag gegen die Integrationsbemühungen in diesem Land.

Wir, von der IG BCE bitten die Gremien des WDR sich dafür einzusetzen, diese Entscheidung noch mal zu überdenken.

Mit freundlichen Grüßen

Giovanni Pollice, Leiter der Abt. Migration/Integration (de.it.press)

 

 

 

 

Konferenz in Kopenhagen. Das bisschen Klima

 

Bislang hat die größte aller Klimakonferenzen nicht viel mehr ergeben als die größte Klimabelastung aller Klimakonferenzen. Das zu beklagen, wie es die bei solchen Gelegenheiten üblichen Demonstrationen tun, setzt voraus, dass es in Kopenhagen tatsächlich um die Abwendung der Erderwärmung geht. CO2 ist allerdings längst zu einer Abkürzung für Umverteilungskämpfe im Zeitalter der Globalisierung geworden. Früher hießen die Abkürzungen "Hunger", "Atom" oder "Kapitalismus". Die Stichworte für die Sehnsüchte nach einer gerechteren Welt sind seit Jahrzehnten dieselben. Sie haben heute nur ein neues Oberstichwort: Klima.

Deshalb geht es auch in Kopenhagen um Gerechtigkeit, um Solidarität, um Gut und Böse, um Arm und Reich und ein bisschen auch ums Klima. Das äußert sich immer dann, wenn ein Ausgleich geschaffen werden soll für die Belastungen, die den Entwicklungsländern beim Klimaschutz entstehen. Die zum Teil gigantischen Forderungen nach Kompensationen erinnern sehr an die Ablasszahlungen, die von den Industrienationen verlangt wurden, um deren Schuld am Kolonialismus abzutragen. Auch jetzt ist es ja nicht der Klimawandel, den Extrazahlungen zur Entwicklungshilfe beheben sollen, sondern es ist die alte Kluft zwischen Wohlstand und Rückständigkeit, die überbrückt wird. Käme die sogenannte Klimaschutzhilfe für die ärmeren Länder tatsächlich nur der Atmosphäre zugute, wäre das ein Hohn gegenüber den Millionen Menschen, die an Hunger, Armut und Korruption sterben.

Kohlendioxid-Emissionen aber sind zur Recheneinheit für Zukunftsaussichten geworden. So lässt sich solche Hilfe nun auch dadurch rechtfertigen, dass sie nicht nur den Empfängern, sondern auch den Gebern zugutekommt. Schließlich geht es um das eine Weltklima, das in Kopenhagen in ein Eine-Welt-Klima verwandelt werden soll. Gelingt das, könnte die größte aller Klimakonferenzen zu einer jener Zusammenkünfte der Vereinten Nationen werden, die mehr bewirken als alle Parlamente dieser Welt einzeln. Dass sie dafür allenfalls eine Legitimation hat, wie sie sich die Aktivisten auf den Straßen Kopenhagens wünschen, spielt dabei leider ebenso wenig eine Rolle wie die Undurchsichtigkeit, mit der Wissenschaftler unsere Meeresspiegel mal mehr, mal weniger hoch steigen lassen. Jasper von Altenbockum Faz 14

 

 

 

Gipfel ohne Pause. Heiße Phase in Kopenhagen

 

Kopenhagen. Offiziell machte der Klimagipfel am Sonntag Pause. Doch tatsächlich wurde es in Kopenhagen spannend: Die dänische Konferenzpräsidentin Connie Hedegaard traf sich zu informellen Gesprächen mit den rund 50 Umweltministern wichtiger Staaten, um Druck zu machen. Sie forderte sie auf, bei den CO2-Reduktionszielen nachzulegen und höhere Finanzzusagen für den Klimaschutz in den Entwicklungsländern zu machen. "Wir suchen keinen Minimalkonsens, sondern ein ambitioniertes neues Klimaabkommen", sagte sie.

 

Dafür bleiben nun noch fünf Verhandlungstage. Vom heutigen Montag an verhandeln die Minister der 194 Gipfel-Länder, am Mittwoch beginnt die heiße Phase, am Donnerstag und Freitag reisen die Staats- und Regierungschefs an, um, wenn es gut geht, Nägel mit Köpfen zu machen.

 

Besonders die USA und China, die für rund 40 Prozent des globalen CO2-Ausstoßes verantwortlich sind, bekamen die Unzufriedenheit mit dem bisher zähen Verlauf zu spüren. Hedegaard und Schwedens Umweltminister Andreas Carlgren als Vertreter der EU-Ratspräsidentschaft forderten die Länder auf, konstruktiver zu werden. Sie blockieren sich aber gegenseitig, in dem sie neue Zusagen vom Vorangehen des jeweils anderen abhängig machen. "Was bisher vorliegt, reicht nicht aus, um das Zwei-Grad-Ziel zu erreichen", sagte Carlgren. Zwei Grad Erderwärmung gelten als gerade noch beherrschbar.

 

Aber auch die EU steht auf der Bremse. Sie will ihr CO2-Ziel für 2020 nur dann von minus 20 auf minus 30 Prozent erhöhen, wenn Kopenhagen ein Erfolg wird. Jetzt schon so weit zu gehen, wäre "ein billiger Ausverkauf", sagte Carlgren. Kanzlerin Angela Merkel hieb in dieselbe Kerbe: Man werde nicht weit vorangehen, wenn "andere nichts tun und dann Arbeitsplätze bei uns abwerben mit dem Argument weniger Kosten für den Klimaschutz".

 

Ein Fortschritt ist, dass die seit Freitag auf dem Gipfel vorliegenden Entwürfe für neue Klimaabkommen inzwischen als Verhandlungsgrundlage akzeptiert sind. Sie benennen eine Erwärmungsgrenze von 1,5 oder zwei Grad als Ziel, fordern von Industriestaaten bis 2020 CO2-Reduktionen zwischen 25 und 45 Prozent und bis 2050 eine globale Minderung von 50, 85 oder aber 95 Prozent. Freilich sehen die Entwürfe wie Multiple-Choice-Bögen aus. Welche Ziele fixiert werden, ist offen.

 

Zur Frage der Finanzhilfen für die Entwicklungsländer, die Anpassung an den Klimawandel (etwa durch Deichbau oder veränderte Landwirtschaft) und die Umstellung auf "grüne" Technologien ermöglichen sollen, bleibt der Text vage. Es soll zwar "zusätzliche" Mittel gegeben, und das "verlässlich". Aber wie viel - Fehlanzeige. Hier ist Streit programmiert. Experten halten mittelfristig Summen von rund 100 Milliarden Euro jährlich für notwendig.

 

Verbände wie WWF, Greenpeace und Germanwatch forderten die Minister auf, die ambitioniertesten Ziele zu wählen. Zudem komme es darauf an, mögliche "Schlupflöcher" zu schließen. Hohe CO2-Ziele könnten danach etwa durch zu freizügige Anrechnung von CO2-speichernden Wäldern oder Klimamaßnahmen im Ausland konterkariert werden.  JOACHIM WILLE FR 14

 

 

 

 

Italien will Politiker besser vor Angriffen schützen

 

Rom - Nach dem Angriff auf Ministerpräsident Silvio Berlusconi will die italienische Regierung Politiker besser schützen.

So sollen unter anderem Internetseiten mit Hassparolen blockiert werden, wie Innenminister Roberto Maroni am Dienstag mitteilte. Konservative Politiker haben entsetzt darauf reagiert, dass auf bestimmten Internetseiten der Angriff auf den Regierungschef gutgeheißen wurde. Maroni zufolge wird auch eine Verschärfung des Versammlungsrechts erwogen.

Angreifer Massimo Tartaglia entschuldigte sich inzwischen bei Berlusconi. Er bedauere zutiefst seine "feige und unüberlegte Tat", schrieb der als psychisch krank geltende 42-Jährige nach Angaben seiner Anwälte in einem Brief an den politisch höchst umstrittenen Ministerpräsidenten. Tartaglia habe keine Erklärung für seine Tat. Er habe alleine gehandelt - ohne politische und extremistische Motive, hieß es am Montagabend weiter. Tartaglia soll sich seit Jahren wegen psychischer Probleme in Behandlung befinden.

Er hatte Berlusconi am Sonntag auf dem Mailänder Domplatz eine Miniaturausgabe der Kathedrale aus kurzer Distanz ins Gesicht geschleudert, ihm die Nase gebrochen und zwei Zähne ausgeschlagen. Berlusconi muss nach Angaben seines Arztes mindestens noch bis Mittwoch im Krankenhaus bleiben. Seine Amtsgeschäfte wird der 73-Jährige frühestens in zwei Wochen wieder aufnehmen können.

Politisch dürfte der Angriff Berlusconi nach Einschätzung von Experten Pluspunkte eintragen, nachdem seine Zustimmung in der Bevölkerung wegen mehrerer Sex-Skandale und gerichtlicher Auseinandersetzungen gefallen waren. Ein Gefolgsmann des konservativen Regierungschefs und Medien-Milliardärs äußerte zudem die Erwartung, dass der Zwischenfall die Rivalität zwischen Berlusconi und Parlamentspräsident Gianfranco Fini beenden könnte. Berlusconis Anhänger führen den Anschlag auf ein Klima des Hasses zurück, das dem Regierungschef aus ihrer Sicht entgegenschlägt. Konservative Abgeordnete verließen am Dienstag zu Beginn einer Rede des linken Politikers Antonio di Pietro den Plenarsaal. Di Pietro hatte Berlusconis Verhalten für den Angriff verantwortlich gemacht. Der Ministerpräsident hat sich wiederholt als Opfer kommunistischer Richter, linker Politiker und der Medien dargestellt. (Reuters 15)

 

 

 

 

Italien. Angreifer verletzt Berlusconi im Gesicht

 

Schwerer tätlicher Angriff auf Silvio Berlusconi: Der italienische Regierungschef ist am Sonntag in Zentrum von Mailand von einem Mann mit einem harten Gegenstand - offensichtlich eine Souvenirausgabe des Mailänder Doms für Touristen - beworfen und damit niedergestreckt worden. Der mitten im Gesicht getroffene und stark blutende Ministerpräsident wurde sofort in sein Auto gebracht und in ein Hospital gefahren, berichteten Augenzeugen. Sie zeigten sich schockiert von dem Geschehen nach einem öffentlichen Auftritt Berlusconis auf dem Mailänder Domplatz.

Als mutmaßlicher Täter festgenommen wurde nach Medienberichten ein Mann, der den 73-Jährigen kurz nach einer Wahlveranstaltung der Berlusconi-Partei Pdl (Volk der Freiheit) angegriffen haben soll. Danach sei der im Gesicht getroffene Regierungschef zusammengesackt.

 

 „Mir geht es gut“ - Im Hospital angekommen, versprühte Berlusconi bereits wieder seinen bekannten Optimismus: „Mir geht es gut, mir geht es gut“, sagte er, als er von der Notaufnahme auf sein Krankenhauszimmer gebracht wurde. Sein Sprecher Paolo Bonaiuti machte die schmerzliche Bilanz auf: Das Nasenbein sei angeknackst, zwei Zahnplomben seien herausgesprungen, eine Wunde an der Lippe habe viel Blut gekostet.

Der 42-jährige mutmaßliche Täter habe Berlusconi den harten Gegenstand direkt ins Gesicht geschleudert, heißt es. Der von der Polizei vernommene Mailänder war nach Behördenangaben bisher lediglich durch Verkehrsvergehen aufgefallen. Er soll allerdings wegen psychologischer Probleme seit zehn Jahren in der Mailänder Poliklinik in Behandlung gewesen sein.

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