WEBGIORNALE 16-17 dicembre
2009
17 dicembre Giornata Internazionale dei Migranti
Roma - L’Ilo/Oil
(Organizzazione Internazionale del Lavoro), in collaborazione con Iom/Oim
(Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), organizza la Conferenza “La
tutela dei diritti dei lavoratori migranti, le misure dei governi e delle
istituzioni internazionali” per celebrare la Giornata internazionale del
migrante. L’iniziativa vuole essere un’occasione per comprendere meglio la
valenza e la portata degli strumenti internazionali dell’ONU a tutela dei
diritti dei lavoratori migranti e soprattutto il modo in cui gli Stati si
adeguano a questi strumenti, tenendo conto dell'evoluzione e dei cambiamenti
del fenomeno migratorio nel corso degli anni. Interverranno il Ministro del
Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, autorevoli
rappresentanti delle parti sociali e delle istituzioni internazionali. (Migranti-press)
Immigrati, crescita continua, 4,8 milioni i nuovi italiani
Dal Rapporto Ismu
2009 il volto sempre più multietnico del Paese - 500mila presenze in più
rispetto al 2008, diminuiscono gli irregolari - L'integrazione è maggiore tra
le donne e nelle città di provincia - A scuola 200mila studenti di cittadinanza
straniera ma nati qui - di VLADIMIRO POLCHI
ROMA - Cresce il
popolo dei "nuovi italiani", diminuisce l'esercito degli irregolari.
Al 1° gennaio 2009 gli immigrati in regola toccano quota 4,8 milioni: mezzo
milione in più rispetto al 2008. Diminuiscono invece gli irregolari: dai
651mila del 2008 ai 422mila del 2009 (229mila in meno). Non solo. Nonostante la
crisi economica, aumenta l'occupazione straniera: 222mila assunti in più
quest'anno.
L'identikit del
più integrato? E' donna, coniugata (specie se con un italiano), ha figli; è in
Italia da molto tempo; vive con i suoi familiari e in autonomia abitativa;
mantiene pochi legami con il Paese d'origine. La provincia più accogliente è
Trento, seguita da Massa-Cararra, Chieti, Modena e Ravenna.
A scattare
l'ultima fotografia del pianeta immigrazione è il XV "Rapporto nazionale
sulle migrazioni 2009" della Fondazione Ismu. Al rapporto, si accompagna
quest'anno il volume Indici di integrazione: un'indagine su 12mila immigrati
residenti in 32 città, effettuata tra la fine del 2008 e i primi mesi del 2009.
Chi sono oggi i
"nuovi italiani"? La nazionalità più numerosa resta quella romena con
968mila presenze (21% del totale), seguita dall'albanese e dalla marocchina
(538mila e 497mila). I musulmani sono 1,2 milioni a fronte di 860mila
cattolici. Sul lavoro, nonostante la crisi economica, si registra un aumento
dell'occupazione immigrata pari a 222mila nuovi assunti. Cresce però
contestualmente anche la disoccupazione, che si attesta al 10,5%.
Gli effetti della
crisi si fanno sentire poi sulle rimesse: 1,48 miliardi sono gli euro spediti
nel I trimestre 2009, il 4,7% in meno rispetto al I trimestre del 2008. Resta
positivo il contributo dell'immigrazione sui conti pubblici italiani: il
rapporto Ismu evidenzia infatti come al netto delle imposte pagate, un italiano
riceve in media 1.800 euro in più l'anno (soprattutto grazie a benefici legati
all'anzianità, cioè le pensioni) rispetto a un immigrato. E il futuro?
Rivedendo le previsioni Istat, l'Ismu prevede per il 2030 un totale di 8,3
milioni di residenti stranieri (quasi un raddoppio rispetto a oggi).
Aumentano le
seconde generazioni. Nell'anno scolastico 2007/2008 si contano 200mila studenti
senza cittadinanza italiana, ma nati in Italia. Cresce, su un altro fronte, il
numero degli immigrati in carcere: a metà 2009 su 63.981 detenuti 23.696 sono
stranieri, mentre a fine dicembre 2008 gli stranieri erano 21.562 (su 58.127).
Secondo l'Ismu, la criminalità aumenta nelle realtà territoriali dove gli
immigrati hanno bassi redditi e vengono impiegati come manodopera non
qualificata e irregolare.
Qual è il grado
d'integrazione della popolazione straniera in Italia? Un'indagine ad hoc
(coordinata dalla Fondazione Ismu), che ha coinvolto 12mila immigrati, rivela
che le più integrate sono le donne; i coniugati (specie se con italiani) che
hanno figli; coloro che hanno un'istruzione elevata e redditi abbastanza alti;
quelli che sono in Italia da molto tempo (in buona parte da oltre 15 anni); gli
stranieri che vivono con i loro familiari, in autonomia abitativa e che
mantengono pochi legami di relazioni e di aiuto economico (rimesse) con il
Paese d'origine.
Il gruppo
maggiormente integrato è quello proveniente dall'America Latina, con un
punteggio medio di 0,54 lungo una scala che varia da 0 (assenza d'integrazione)
a 1 (livello massimo), seguito dall'Europa dell'Est (0,51). L'Asia è invece in
ultima posizione (0,47). Per quanto riguarda le nazionalità, al primo posto
della classifica dei più integrati troviamo i brasiliani (0,57), i dominicani
(0,55) e gli albanesi (0,54). Infine la religione: il punteggio più elevato
rispetto all'indice d'integrazione è raggiunto dai copti (0,55), seguiti dai
cattolici (0,53) e da coloro che non praticano nessuna religione (0,53).
Dal punto di vista
economico, la ricerca dimostra come i redditi degli immigrati aumentano col
crescere degli anni di presenza in Italia. Inoltre quanto più è stabile lo
status giuridico, tanto più agevole è il percorso d'integrazione economica: la
maggior parte degli irregolari (31,8%) guadagna tra i 600 e gli 800 euro al
mese, mentre chi ha un permesso di lunga durata guadagna tra i 1.000 e 1.200
euro.
Sul piano
territoriale, nelle province della Lombardia, Emilia Romagna e Triveneto si
registrano i livelli più elevati d'integrazione economica (i corrispondenti
valori medi dell'indice sono 0,59 per Ravenna, 0,58 per Trento e Padova, 0,57
per Milano).
Il profilo del
meno integrato è invece declinato al maschile. Si tratta di immigrati che hanno
minori vincoli familiari, un reddito abbastanza contenuto, un livello
d'istruzione relativamente modesto, un'anzianità migratoria bassa e condividono
l'abitazione con altri soggetti (parenti o amici). LR 14
Adesso ci siamo. Trattato di Lisbona: maggiore stabilità per l'Ue
Adesso ci siamo.
Il Trattato di Lisbona finalmente è entrato in vigore e con ciò si è concluso
un contrasto durato 10 anni per la futura Costituzione dell'Unione europea. Ha
avuto inizio un nuovo capitolo nella lunga storia dell'unificazione
dell'Europa.
L'Unione europea,
attraverso le disposizioni previste dal nuovo Trattato, viene posta formalmente
e dal punto di vista del contenuto su una base rinnovata e duratura che da
tempo si attendeva: l'Unione acquista personalità giuridica; viene regolata
l'attribuzione delle competenze nei governi degli Stati membri e negli organi
dell'Unione; viene rafforzata la capacità decisionale sia della Commissione che
del Consiglio dei Ministri; nell'ambito dell'iter legislativo, in linea di
principio, il Parlamento (organo di rappresentanza dei cittadini) viene
equiparato al Consiglio dei Ministri (organo di rappresentanza degli Stati);
viene introdotto il principio della doppia maggioranza, attraverso il quale
durante le votazioni, ai fini della democrazia, il peso degli Stati membri
viene misurato in base al numero degli abitanti; viene attestata la
cittadinanza dell'Ue; un Ministro degli Esteri dell'Unione agirà in qualità di
Vice-Presidente della Commissione e un servizio diplomatico viene posto al suo
fianco; il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo mantiene un
Presidente permanente che espleta tale funzione come attività principale con un
mandato di due anni e mezzo (invece di un Presidente eletto a rotazione ogni 6
mesi nella persona di un Capo di Governo nazionale); viene regolata la
perequazione finanziaria tra gli Stati membri ed infine entra in vigore anche
la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, con la quale si rafforza la base dei
valori dell'Unione.
Per la sua
attività concreta ed il suo sviluppo futuro, l'Unione europea consegue quindi
una stabilità istituzionale ed una prospettiva politica che si è resa
urgentemente necessaria a seguito dell'allargamento verificatosi nel corso
degli ultimi 15 anni passando da 12 a 27 Stati membri.
Anche la realtà
della vita politica dell'Unione europea, che si esprime al di là dei Trattati,
ha richiesto questa riforma: la dinamica del processo politico, l'interazione
permanente degli organi e dei soggetti, la reale e progressiva correlazione tra
i sistemi di potere dei diversi livelli di responsabilità (europei, nazionali,
regionali, locali), il ruolo e l'influsso dei partiti europei e delle loro
frazioni politiche sovranazionali, la graduale transnazionalizzazione della
società civile, l'europeizzazione costante della popolazione e, non per ultima,
anche l'Unione monetaria di successo, costituita federalmente. Queste linee di
crescita imprimono sempre più il carattere dell'Unione europea come una
comunità transnazionale. Per non arrivare ad una crescita incontrollabile,
tutto ciò necessità di una solida struttura costituzionale.
Considerando
l'attuale situazione dell'Unione europea, l'entrata in vigore del nuovo
Trattato avrà l'effetto di un atto di liberazione. Dall'approvazione del
Trattato di Nizza (2000), che non poteva soddisfare le esigenze
dell'allargamento, allora ancora imminente, ai Paesi dell'Europa centro-orientale,
sono in atto gli sforzi per ottenere una base solida e duratura del Trattato.
La ricerca di un potere costituente (2003/04) attraverso la Convenzione
europea, nella quale furono riposte grandi speranze, è naufragata con i
referendum francesi ed olandesi (2005). Il Trattato di Lisbona, concordato
sotto la guida della Cancelliera Angela Merkel durante il periodo di Presidenza
tedesca (2007), ha dovuto superare ostacoli rilevanti nel procedimento di
ratifica da parte dei molteplici Stati membri, Germania compresa. Questo
percorso denso di incertezze ha gravato per troppo tempo sull'attività degli
organi europei e sulla collaborazione tra gli Stati membri.
L'obiettivo
consiste in una riforma che sia in grado di liberare forze nuove e sviluppare
una dinamica che durante l'ultimo decennio è andata perduta nell'Unione
europea. Non mancano compiti e sfide.
THOMAS JANSEN, GERMANIA
Ma quale White Christmas, Natale deve essere a colori
Il 14 Settembre
2008 è stato ucciso un ragazzo a Milano. Preso a sprangate per futili motivi.
Quel ragazzo si chiamava Abba, era italiano e i suoi genitori venivano dal
Burkina Faso. Chi lo ha ucciso lo ha considerato una persona con meno diritti
per via della sua pelle nera, una persona che si poteva schiacciare come un
insetto nocivo. All’indomani di quell’omicidio il deputato del PD Jean Leonard
Touadi disse una frase significativa che molti ancora ricordano: «C’è un clima
da Mississippi Burning, da far tremare i polsi».
L’APARTHEID
ITALIANO - Un clima fatto di razzismo,
violenza, mancanza di dialogo. Da quell’omicidio ad oggi la situazione è anche
peggiorata. Oggi sembra che il razzismo non crei più scandalo, si è creato di
fatto un apartheid tutto italiano fatto di leggi che discriminano chi ha radici
altrove. Gli esempi sono sotto i nostri occhi: i richiedenti asilo
vengono respinti, si fatica a considerare l’italianità dei figli di migranti,
si schiacciaun tema vasto come le migrazioni solo sul problema sicurezza. Un apartheid
che è lontano anni luce dalla bellezza della nostra Costituzione. Un apartheid
che un paese bello e ricco di storia come il nostro proprio non si merita. Ma
questa barbarie può essere contrastata certamente con gesti grandi, ma anche
con tanti piccoli gesti quotidiani. Per questo ora vi faccio una proposta di un
gesto piccolo, ma molto significativo.
IL NOSTRO
NATALE - Siete tutti a conoscenza
dell’iniziativa di Coccaglio, comune in provincia di Brescia che ha proposto di
cacciare gli immigrati irregolari nel segno di un “White Xmas” solo per
bianchi. Non ne parlo perché è tra i momenti più tristi che l’Italia abbia mai
vissuto. Siamo tutti al corrente, purtroppo. Io non sono cristiana. Ma il
Natale so che è una festa di accoglienza, pace e amore. Maria e Giuseppe erano
migranti perseguitati, Gesù era loro figlio. Fare un White Christmas è contro
il Natale, contro tutto quello che questa festa significa. Questo 25 Dicembre
2009 sarebbe bello invece trasformare il Natale nella festa di tutti. Un 25 che
lega cristiani, ebrei, islamici, induisti, atei, agnostici, uomini, donne,
etero, gay, adulti, bambini, anziani. Ecco la proposta. Organizziamo in tutta
Italia dei Natali a COLORI e poi mandiamo le nostre foto a unitaonline@unita.it
per pubblicarle sul sito e sul quotidiano in edicola. Natali in famiglia, con
gli amici, con i senza fissa dimora, con i migranti, con i richiedenti asilo,
con gli anziani, in ospedale, nelle carceri, a casa, per strada. Natali gay,
etero, comeci pare, come ci piace. Non solo foto, ma anche video, disegni,
loghi e biglietti di auguri, riflessioni, ecc. Non solo del giorno di Natale,
ma anche dei preparativi e, perché no, anche delle feste della fine dell’anno
per un 2010 di speranza. Una festa della gente. Una festa A COLORI. La nostra
festa, dell’Italia “a colori” che non solo verrà, ma che è già qui. Igiaba
Sciego L’U 14
Clima, al mondo serve una rivoluzione energetica
Barbara K. Buchner
della Fondazione Eni Mattei risponde all’intervento «Allarme clima, quei due
gradi di illusione» firmato dal rettore dell’Università di Venezia Carlo
Carraro (anche lui della Fondazione Mattei) pubblicato il 10 dicembre.
Se le politiche
energetiche rimanessero quelle oggi adottate dalla maggioranza dei Paesi, la
dipendenza dai combustibili fossili tenderebbe ad aumentare ulteriormente, con
conseguenze allarmanti sul cambiamento climatico e sulla sicurezza energetica.
Nonostante un recente calo delle emissioni di gas a effetto serra dovuto alla
crisi economica, i trend di emissione a livello globale sono manifestamente
insostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale. Per
prevenire delle conseguenze catastrofiche e irreversibili sul clima, è
necessario procedere a una significativa riduzione delle emissioni e una rapida
decarbonizzazione delle fonti energetiche.
A livello politico
vi è un chiaro consenso sulla necessità di limitare l’aumento della temperatura
media mondiale a circa 2 C. Per avere almeno il 50 per cento di probabilità di
raggiungere questo obiettivo, le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera
dovrebbero essere stabilizzate a un livello di circa 450 ppm CO2-eq (parti per
milioni di anidride carbonica, ndr). Nonostante le difficoltà di raggiungere
questo obiettivo stante il livello che le concentrazioni di emissioni hanno già
raggiunto (430 ppm CO2-eq), è importante puntare sull’obiettivo 2 gradi nelle
negoziazioni internazionali in materia di cambiamento climatico apertesi oggi a
Copenhagen. Ciò per evitare che i governi inizino le trattative sul possibile
obiettivo di riduzione di emissioni a un livello troppo poco ambizioso.
La trattativa sarà
molto complicata, perché dovrà tenere conto delle diverse posizioni e
interessi, soprattutto delle differenze tra i Paesi industrializzati e i Paesi
in via di sviluppo. Il livello dell’obiettivo rappresenta un argomento chiave
nelle trattative. Mentre è chiaramente importante che la ricerca sottolinei che
certi obiettivi saranno difficili da raggiungere, dal punto di vista politico è
fondamentale garantire che l’obiettivo finale delle negoziazioni sia in linea
con uno scenario tale da evitare impatti catastrofici dei cambiamenti
climatici. Questa strategia è importante anche perché c’è sempre il rischio che
non si riesca a raggiungere pienamente l’obiettivo concordato. Se si punta a un
obiettivo poco ambizioso, si rischia di arrivare a fine secolo con una
concentrazione di emissioni di gas a effetto serra che provocherebbe un aumento
rilevante della temperatura media mondiale.
Nonostante le
opinioni siano diverse su quale potrebbe essere, a lungo termine, il livello
sostenibile e realizzabile delle emissioni di gas a effetto serra, è
fondamentale accettare che le trattative politiche seguano le loro regole. Come
organizzazione internazionale, la International Energy Agency (Iea) analizza le
possibili politiche per ridurre i gas a effetto serra, e dà consigli tecnici
per orientare le negoziazioni in materia di cambiamento climatico. Per
realizzare la rivoluzione energetica di cui il mondo ha bisogno, la Iea sostiene
che è necessaria un’azione urgente e decisa per ridurre in modo significativo
le emissioni di gas a effetto serra.
Indirizzare il
mondo verso un futuro più sostenibile è alla portata di tutti i governi a
Copenhagen, dove bisognerebbe riuscire a ottenere almeno un accordo politico
generale, che metta insieme tutti i Paesi nell’intento di andare oltre il
protocollo di Kyoto. A seguito dell’accordo politico, ci saranno poi altre
difficili trattative tecniche, ma almeno una cornice comune di consenso sarà stata
costruita. Nella ricerca di un accordo politico, perché non puntare in alto e
appoggiare un obiettivo ambizioso di riduzione delle emissioni? In questo modo
si riduce il rischio che la cosiddetta «window of opportunity» che abbiamo
davanti a noi, grazie anche al temporaneo calo delle emissioni dovuto alla
crisi economica, si chiuda, rendendo qualsiasi obiettivo irrealizzabile -
inclusi quelli che secondo la scienza sono più ragionevoli dell’obiettivo 2
gradi. BARBARA K. BUCHNER LS 15
Editoriale. Contro la violenza per la libertà
Hanno colpito
Berlusconi. L'immagine del volto del Premier trasformato in una maschera di
sangue raggiunge tutti noi con la sua carica di violenza. Con la follia che
trasforma un uomo in simbolo da abbattere ad ogni costo e con ogni mezzo, e la
persona che diventa un bersaglio fisico. Il film drammatico di piazza Duomo
farà il giro del mondo, testimoniando il degrado dello scontro politico in
Italia. Ma per una volta, non è questo che conta. Conta l'effetto su ognuno di
noi, sul Paese, sul sistema politico.
Amici e avversari,
sostenitori e oppositori oggi devono essere solidali con il premier - come
siamo noi - e senza alcun distinguo, nel momento in cui è un uomo colpito dalla
violenza. E devono fare muro contro l'insania di questo gesto, prima di tutto
perché è gravissimo in sé e poi perché può incubare una stagione tragica che
abbiamo già sperimentato, negli anni peggiori della nostra vita.
Solo così la
politica (che la violenza vuole ammutolire) può salvarsi, ritrovando il suo
spazio e la sua autonomia, nella quale è compreso il confronto durissimo tra
maggioranza e opposizione e anche lo scontro di opinioni, programmi e
strategie. Ma distinguendo, sempre, tra le critiche e l'odio, tra il contrasto
d'idee e la violenza, tra le funzioni e le persone.
Anche se il gesto
di piazza Duomo è fortunatamente isolato e frutto di follia, in gioco c'è
niente meno che la libertà. La libertà di Berlusconi di dispiegare le sue
politiche e le sue idee coincide con la nostra stessa libertà di criticarlo.
Questo spazio di libertà si chiama democrazia: difendiamola. EZIO MAURO LR 14
Superare la sindrome di Piazza Duomo
Più che uno
spartiacque, rischia di diventare un muro divisorio: una barriera di odio che
può accentuare, invece di ridurre la distanza fra ciò che è percepito come
berlusconiano e tutto quello che gli si oppone. L’aggressione di domenica in
Piazza Duomo al presidente del Consiglio non ha calmato gli animi. Per questo
ieri Giorgio Napolitano ha deciso di ritornare sul ferimento di Berlusconi; e
di restituirlo alle sue dimensioni gravi e allarmanti.
Il centrodestra
sembra di colpo placato dopo le tensioni delle ultime settimane fra Silvio
Berlusconi e Gianfranco Fini. Ma la rabbia e la voglia di puntare il dito
contro gli avversari è prepotente. E l’opposizione deve fare i conti con se
stessa.
Il segretario del
Pd, Pierluigi Bersani, dice parole nette e coraggiose contro la violenza e va a
trovare il premier in ospedale. Ma deve guardare in faccia la realtà di un
pezzo del partito, che condanna il ferimento del premier fra mille distinguo; e
di un’Idv, l’alleato-concorrente, che rivendica il proprio diritto ad un
antiberlusconismo senza solidarietà né pentimenti. È come se la «sindrome di
Piazza Duomo» continuasse a gravare su un Paese dominato dall’ipoteca delle
minoranze; e rallentasse la capacità di reazione contro un episodio «folle» che
si sta rivelando il sintomo di una normalità avvelenata. Sembra si faccia
fatica a comprendere fino in fondo quanto è accaduto.
Le logiche
conflittuali minacciano di raffreddare l’emozione e l’allarme per qualcosa che
invece deve preoccupare. «È stato colpito e ferito il presidente del Consiglio
», avverte Napolitano in un’intervista al Tg2. «E anche se verrà verificato che
si è trattato del gesto di uno sconsiderato, dobbiamo essere tutti egualmente
allarmati. E quando dico tutti, intendo tutti gli italiani che credono nella
democrazia e hanno a cuore che venga garantita la pacifica convivenza civile».
Sono parole che chiedono chiarezza e coerenza di comportamenti; ed invitano ad
assumere un atteggiamento diverso dall’esasperazione pericolosa delle
polemiche. È un’insistenza figlia di una grande preoccupazione.
Motivata, verrebbe
da dire dopo la reazione di Antonio Di Pietro, che finge di non essere uno dei
principali destinatari dell’appello; ed invita la maggioranza a seguire i
consigli di Napolitano. In realtà, il capo dello Stato sembra indovinare le
potenzialità ed insieme i pericoli che si presentano dopo l’aggressione a
Berlusconi. Quando insiste sull’esigenza di non vedere «complotti », parla al
governo. E quando avverte che c’è una maggioranza votata per guidare il Paese
per cinque anni, e dunque non bisogna inseguire «scorciatoie», si rivolge
all’opposizione. L’impressione è che sia un’esortazione simmetrica a non
accarezzare l’idea di elezioni anticipate.
Segno che il
pericolo di rotture è tutt’altro che scongiurato; e che per il momento è
difficile calcolare i contraccolpi che l’aggressione in Piazza Duomo produrrà.
L’idea di una manifestazione di solidarietà a Berlusconi organizzata dal Pdl a
febbraio fa pensare ad un’onda lunga ed emotiva. E l’insistenza dell’Idv
nell’attaccare il presidente del Consiglio evoca un progetto di esasperazione
dei contrasti: un «tanto peggio, tanto meglio» che si salda con la voglia di
vendetta di qualche minoranza esagitata del centrodestra. Napolitano addita
dunque una ricomposizione difficile, eppure obbligata: l’unica in grado di
esorcizzare il fantasma di violenze vecchie e nuove. Massimo Franco CdS 15
"L'Italia a rischio violenza politica" i timori della stampa
straniera
Molti quotidiani
britannici evidenziano come Berlusconi esca rafforzato dall'attacco di Milano e
ipotizzano che possa "usare il Parlamento per introdurre leggi" a suo
favore - Diversi giornali ipotizzano il ritorno a una situazione come quella
degli anni di piombo - dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - L'attacco
a Silvio Berlusconi "divide l'Italia" e resuscita lo spettro di una
nuova stagione di violenza politica. E' questo il giudizio della stampa
internazionale, che anche stamane dedica grande rilievo all'aggressione al
primo ministro italiano e alle conseguenze del folle gesto dell'assalitore.
L'opinione dominante dei media stranieri è che l'episodio potrebbe finire per
rafforzare Berlusconi facendolo risalire nei sondaggi e spingendolo a fare
approvare nuove leggi per consolidare il suo potere o addirittura a convocare
elezioni anticipate. Ma c'è anche il rischio, osservano vari quotidiani esteri,
che l'aggressione inneschi un ritorno alla violenza diffusa e al terrorismo
degli anni di piombo.
"L'assalto a
Berlusconi accende le tensioni politiche in un'Italia sempre più convulsa e
divisa nell'assegnare la responsabilità dell'odierno clima di odio",
scrive il Financial Times. Le recriminazioni tra le due parti illustrano
"la natura polarizzante" del terzo mandato del premier - continua il
quotidiano finanziario - prevedendo che l'aggressione rafforzerà la
determinazione del leader del centro destra a "usare il Parlamento per
introdurre nuove leggi che lo proteggano dai processi dopo che la Corte
Costituzionale gli ha tolto l'immunità". Data la capacità di Berlusconi di
fare mosse inattese, conclude l'articolo, non ci sarebbe da sorprendersi se il
premier, uscito d'ospedale, "perdonasse il suo assalitore".
Commento analogo
sull'Herald Tribune, edizione internazionale del New York Times. "L'attacco
potrebbe segnalare l'inizio di un nuovo ciclo di violenza politica marcato da
azioni terroristiche come quelle che sconvolsero l'Italia negli anni '70 e nei
primi anni '80", afferma il quotidiano americano, che cita in proposito le
parole del presidente Napolitano sulla "pericolosa esasperazione del clima
politico", che va fermata per "impedire lo sviluppo di forme di
violenza che gli italiani hanno conosciuto in passato". Anche l'Herald
Tribune registra una seconda possibilità: quella che comunque l'attacco aumenti
la popolarità di Berlusconi e della sua coalizione.
Il Times di
Londra, in un breve editoriale del corrispondente da Roma Richard Owen, traccia
in proposito un parallelo storico: "Può essere che Berlusconi traduca
l'episodio a suo vantaggio, un po' come fece Benito Mussolini quando una donna
irlandese di nome Violet Gibson gli sparò nel 1926, ferendolo al naso. Lei fu
dichiarata pazza e Mussolini conquistò poteri autoritari". L'articolo
osserva che i sostenitori di Berlusconi potrebbero essere tentati di sfruttare
la solidarietà generata dall'attacco per far passare una nuova legge che dia al
premier immunità dai procedimenti giudiziari, "e potrebbe quindi indire
elezioni anticipate per consolidare il suo controllo sul potere".
Anche un altro
quotidiano inglese, il Daily Telegraph, scrive che "le immagini del
premier con il viso insaguinato potrebbero essergli di aiuto nel momento in cui
si difenderà dalle accuse rivoltegli dai suoi detrattori". E il Guardian
di Londra si domanda se il presidente del Consiglio, "che ha una cura
leggendaria della propria immagine, cercherà di mascherare i danni delle ferite
al volto o ostenterà le sue cicatrici come esempio della presunta ferocia dei
suoi oppositori". Il quotidiano laburista interpella il professor James
Watson, docente di scienze politiche all'American University di Roma, che
commenta: "Ora la difficoltà per l'opposizione sarà separare la simpatia
personale per un leader a cui è stata spaccata la faccia dall'antipatia
istituzionale verso ciò che Berlusconi rappresenta". Quanto al pericolo
che l'Italia diventi preda di una nuova spirale di violenza, il professor
Watson dice al Guardian: "Non penso che ci siamo vicini, a meno di un
peggioramento della situazione sociale e in particolare di quella lavorativa,
ma siamo più vicini (alla violenza) di quanto lo fossimo prima".
Il quotidiano
Independent, in un editoriale, osserva invece che "in un paese normale,
l'attenzione si sarebbe focalizzata sul fatto che decine di guardie del corpo
non sono state capaci di proteggere" il primo ministro", mentre in
Italia la questione non ha per il momento suscitato un intenso dibattito,
sopravanzata dalle schermaglie politiche su resposanbilità e conseguenze
dell'attacco.
Ampi servizi anche
sui giornali degli altri Paesi. In Spagna, El Pais titola: "L'Italia teme
di tornare alla violenza politica", evidenziando come le immagini del
premier dopo l'aggressione "riflettano le tensioni e le divisioni vissute
da tutto il paese". In un editoriale intitolato "Un'aggressione
inaccettabile", il quotidiano spagnolo condanna "energicamente e
senza riserve" l'attacco e osserva: "E' tanto miserabile e
politicamente destabilizzante che l'opposizione abbia mostrato una qualche
accondiscendenza per questo gesto, quanto il fatto che alcuni alleati del
premier stanno utilizzando l'aggressione per mettere nell'angolo e zittire
l'opposizione". L'articolo si conclude così: "Il degrado della
politica italiana si sta traducendo in una grave delegittimazione delle
istituzione e corre il rischio di provocare un profondo deterioramento del
sistema democratico".
Oltre Atlantico,
il New York Times scrive che l'attacco a Berlusconi "suggerisce un esame
di coscienza" e il Wall Street Journal afferma che molti italiani imputano
l'aggressione "al clima al vetriolo del mondo politico". LR 15
Aggressione a Berlusconi. Deputati PD-estero: “Gravissimo atto di violenza
che va condannato”
Roma - “I deputati
PD eletti all’estero ritengono di gravità inaudita l’aggressione al Presidente
del Consiglio e condannano senza mezzi termini l’atto di violenza perpetrato
nei suoi confronti. Nulla può giustificare un gesto di violenza ai danni di un
qualsiasi cittadino, né lo scontro politico, i cui toni purtroppo sono da tempo
troppo elevati, né tantomeno l’agire di una persona disagiata.
Esprimiamo la
nostra solidarietà al Presidente Berlusconi e gli auguriamo una pronta
guarigione”. Seguono le firme: Marco Fedi, Gino Bucchino, Franco Narducci,
Fabio Porta, Gianni Farina, Laura Garavini.
“Italia dei Valori
Olanda condanna qualsiasi forma di violenza ed esprime riprovazione per
l’aggressione subita dal premier Berlusconi. Italia dei Valori Olanda si
distanzia in ogni modo dall’utilizzo di qualsiasi forma di violenza,
inaccettabile sempre a prescindere. Una legittima opposizione al berlusconismo
come filosofia di vita e di governo, opposizione non violenta che noi
intendiamo continuare a praticare in maniera assolutamente pacifica, deve
essere attuata nel rispetto delle regole democratiche e costituzionali e nei
luoghi di civile confronto democratico”.
Conferenza stampa
per bilancio attività dei deputati Pd-Estero - Giovedì 17 dicembre, alle ore
11,30, presso la Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati, si terrà una
conferenza stampa del gruppo PD e dei parlamentari del PD eletti nella
Circoscrizione Estero per presentare il rendiconto del primo anno di attività
parlamentare riguardante le comunità italiane all’estero.
Presiede il Vice
Presidente del Gruppo, Alessandro Maran, e intervengono gli eletti nella
Circoscrizione Estero, Gino Bucchino, Gianni Farina, Marco Fedi, Laura
Garavini, Franco Narducci, Fabio Porta.
Ai presenti
saranno consegnati una guida stampata e un DVD contenenti la documentazione di
tutti gli atti riguardanti gli italiani all’estero nel primo anno della
corrente legislatura. (inform/de.it.press)
Chiusura Consolati. Seduta congiunta dei Comites di Norimberga e Monaco di
Baviera
Il Comites di
Monaco di Baviera e l'Esecutivo del Comites di Norimberga si sono riuniti in
seduta congiunta per discutere le prospettive per gli italiani in Baviera alla
luce della prospettata chiusura del Consolato di Norimberga, prevista per il
prossimo anno.
Nel corso della
seduta e' stato ribadito che tale decisione avra' delle pesanti ricadute sia
per quanto riguarda i servizi ai connazionali che nei rapporti con le autorita'
bavaresi e le realta' economiche e commerciali tedesche.
Infatti, se da una
parte i connazionali residenti in Franconia si troveranno costretti a numerose
ore di viaggio per collegarsi con la capitale bavarese, dall'altra pesa gravemente
l'inadeguatezza delle strutture fisiche del Consolato Generale di Monaco di
Baviera, già oggi non a norma secondo la legge sulla sicurezza e l'igiene dei
luoghi di lavoro e bisognose di una ristrutturazione architettonica per
accogliere uffici più grandi, sale di attesa adeguate ed archivi in grado di
assorbire la documentazione relativa ai circa 30.000 connazionali oggi
residenti nella circoscrizione di Norimberga.
Inoltre
l'inadeguatezza della struttura organica del Consolato Generale di Monaco di
Baviera (non compensata dal passaggio a Monaco di solo alcuni fra i dipendenti
del Consolato di Norimberga) finirà per penalizzare i cittadini italiani in
termini di qualità e celerità dei servizi erogati ed in termini di presenza
esterna presso le realtà associative della nostra comunità e verso le autorità
bavaresi e cittadine.
Se guardiamo con
interesse all'introduzione del cosiddetto "consolato digitale", non
possiamo tuttavia non notare come questi avra' bisogno di un periodo di tempo
per entrare a regime, e come poi del tempo sara' necessario pure ai nostri
connazionali meno giovani per prendere familiarita' con le nuove tecnologie.
Per questo
riteniamo che l'ipotizzata riorganizzazione consolare debba avvenire soltanto
dopo una piena verifica della funzionalita' dei nuovi servizi consolari
informatici. Almeno fino ad allora la chiusura del Consolato di Norimberga
dovrebbe essere "congelata". Se proprio necessario, un eventuale
declassamento ad agenzia consolare sarebbe comunque preferibile all'eliminazione
totale del servizio.
Claudio Cumani,
Presidente del Comites di Monaco di Baviera
Stefano Palombo,
Presidente del Comites di Norimberga (de.it.press)
L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Francoforte
Francoforte - Gli
eventi di musica all’Alte Oper di Francoforte sul Meno, tutti di livello
internazionale ed elevato, hanno un fascino particolare anche per chi, come me,
ha amato negli anni milanesi il teatro della Scala.
Mercoledí 9
dicembre, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma,
diretta dal Maestro Antonio Pappano, per noi italiani è stata una festa, una
gioia, un feeling immediato che ha lasciato il segno per la capacità del
coinvolgimento. Un nostro ritorno alle origini perché l’Accademia Nazionale di
Santa Cecilia di Roma, rappresenta un pezzo di storia della musica italiana.
L’apertura è stata
affidata alla musica di Beethoven “Imperatore” concerto per pianoforte nr. 5 e
poi “ Vita d’eroe” di R.Strauss, l’artista giapponese Mitsuko Uchida che poi ha
eseguito da solita la “Sarabanda” di S. Bach, lasciando incantato il pubblico
per la maestria dell’esecuzione. Poi, protagonista assoluti, star della serata:
lui il Maestro Antonio Pappano e l’ Orchestra che ci hanno regalato grandi
emozioni interpretando la potenza musicale di Helgaz, la “Danza ungherese” di
Brahms e il Valzer di Strauss.
Ovazioni tante e
calde. Tutti uniti nella magia della musica, arte senza frontiere. Marcella
Continanza, de.it.press
A Stoccarda operai piemontesi protestano contro i vertici dell’azienda
Mahle
Stoccarda - Una
delegazione delle maestranze di Volvera/Torino ha manifestato a Stoccarda
contro i vertici dell’azienda Mahle che ha deciso la chiusura dello
stabilimento piemontese entro la fine dell’anno. La casa-madre sostiene che lo
stabilimento costa troppo per la produzione di 3,5 milioni di valvole all’anno.
E’ intenzione dell’azienda stoccardese di trasferire la produzione in
Argentina. Sul lastrico 94 dipendenti.
Ormai la decisione
è irrevocabile. Lo stabilimento di Volvera, una piccola cittadina di circa
8.000 abitanti alle porte di Torino, chiuderà i battenti entro la fine
dell’anno.
I 94 dipendenti
hanno tentato in tutti i modi di evitare il calvario della chiusura definitiva,
ma non c’è stato verso.
I vertici
dell’azienda stoccardese sostengono che lo stabilimento, che produce 3,5
milioni di valvole per motori all’anno, non rende abbastanza. Perciò la
produzione sarà spostata presumibilmente in Argentina ove i costi di produzione
sono molto bassi. E’ ormai la strategia di molte aziende europee dei più
svariati settori produttivi. Tuttavia i vertici centrali della Mahle, grazie
alla mediazione dell’IG-Metall (il sindacato tedesco dei metalmeccanici) e il
consiglio generale di tutti gli stabilimenti Mahle in Germania e in Europa,
hanno accolto la proposta di paracadutare la situazione assumendosi l’impegno
di offrire un posto di lavoro a 40 dipendenti nei vicini stabilimenti di La
Loggia e Saluzzo; mentre per gli altri 54 si pensa di contenere il male della
disoccupazione col prepensionamento ed in parte con la cassa integrazione
guadagni.
Altri particolari
sono nel servizio audio:
http://www.swr.de/international/de/-/id=233334/did=5724980/pv=mplayer/vv=popup/nid=233334/1nj8cp4/index.html
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Il film "Si può fare" vince il festival itinerante 2009 in
Germania "Cinema! Italia!"
Il pubblico di
"Cinema! Italia!" ha scelto "Si può fare" come film
vincitore del festival itinerante 2009. La commedia amara di Giulio Manfredonia
indaga la pazzia prendendo spunto dalla chiusura dei manicomi in Italia negli
anni '80 e dalla nascita delle cooperative sociali per impiegare i malati.
Milano, primi anni
'80. Nello, Claudio Bisio, è un sindacalista dalle idee troppo avanzate per il
suo tempo. Ritenuto scomodo all'interno del sindacato viene allontanato e
nominato direttore della Cooperativa 180, un'associazione di malati di mente
usciti dai manicomi e impegnati in attività di assistenza. Nello vede nei suoi
dipendenti potenzialità nascoste e decide di coinvolgerli in un lavoro vero tra
tante difficoltà. "Si può fare" è un film ispirato all'esperienza
vera delle cooperative sociali degli anni '80 nate per dare una occupazione ai
pazienti usciti dai manicomi grazie alla Legge Basaglia che ne dispose la
chiusura.
"La maggiore
difficoltà - spiega il regista Giulio Manfredonia - era riuscire a rendere la
pazzia nel modo più reale possibile. Per questo sono stati scelti attori non
famosi e - continua Manfredonia - abbiamo frequentato l'ex manicomio di Roma
per entrare meglio nell'atmosfera di allora". Il film ha un impianto
ironico anche se le risate che strappa allo spettatore non sono vuote, ma
sorrisi amari che fanno riflettere su un tema importante come quello della
malattia mentale e dell'integrazione. Per questo, anche se ambientato negli
anni '80, il messaggio che lascia è estremamente attuale e finisce per andare
oltre i confini della pazzia, abbracciando tutte le diversità, di qualsiasi tipo.
Ulteriori dettagli
sono nel servizio audio di Elisa Esposito (Radio Colonia del 13.12.)
http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/showbiz/2009/CinemaItalia/index_cinema_italia.phtml. I film di
"Cinema! Italia!" visti da Radio Colonia a
http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/showbiz/2009/CinemaItalia/index_cinema_italia.phtml. Il sito di
"Cinema! Italia": http://www.cinema-italia.net
(RC, de.it.press)
Hannover. Criminalità e prevenzione in Germania e Italia
Hannover. Lunedì
14 dicembre ha avuto luogo presso l'Università di
Leibniz -
Hannover, nella sala B 302 dell'edificio principale, il seminario
informativo
"Criminalità e prevenzione: in Germania e Italia" organizzato
dal Comites
Hannover in collaborazione con la Società Culturale
Italo-Tedesca
Hannover ed il seminario di filosofia dell'università di Hannover.
Relatori sono
stati: il capo della polizia criminale della Bassa Sassonia Thomas Rochell
e l'etnologo Daniel Ganzert, BA (Università Heidelberg).
Hanno porto i
saluti il Prof. Dr. Peter Nickl (Philosophisches Seminar della
Leibniz Universität Hannover), la Dott.ssa Chiara Santucci (Società
Culturale Italo-Tedesca Hannover) ed il Presidente Dott. Giuseppe Scigliano
(Presidente del Comites Hannover),
Il Presidente del
Comites ha fatto notare che in Bassa Sassonia solo 32 italiani sono
in carcere. “Se si considera che in questa regione vivono circa 23.000
italiani, si capisce che non è un problema che assilla la nostra comunità che
rimane onesta e laboriosa come sempre”, commenta Scigliano. La
conferenza ha quindi messo principalmente in evidenza la criminalità
tedesca. Per ulteriori e dettagliate informazioni: SciglianoPeppe@aol.com
(de.it.press)
Karlsfeld. Proiezione del film di Crialese "Nuovo Mondo" e
dibattito sull’emigrazione
Karlsfeld - Promosso dal circolo Acli di Karlsfeld, in
collaborazione con Acli Germania, Acli provinciali di Palermo e Regione
Sicilia, il prossimo 20 dicembre verrà proiettato a Karlsfeld il film del 2006
di Emanuele Crialese "Nuovo Mondo". Appuntamento alle 16.30 nella
Sala della parrocchia St. Anna della città. Interverranno Antonino Costumati,
Presidente Provinciale Acli Palermo, Carmine Macaluso, Presidente Nazionale
Acli Germania, Antonino Tranchina, membro di Presidenza Regionale Acli Sicilia,
e Salvatore Ferlita, giornalista della redazione palermitana de "La
Repubblica". Presente alla proiezione anche Paride Benassai, regista ed
attore italiano.
La proiezione del
film sarà seguita da un dibattito sull’emigrazione che, come noto, è al centro
del lavoro di Crialese che attraverso la famiglia Mancuso racconta il viaggio
della speranza verso gli Usa che nel secolo scorso ha visto protagonisti
milioni di connazionali. L’ingresso è libero ma per motivi organizzativi si
richiede l'adesione entro il 16.12.
presso Mauro Sansone, 0179-2072349. Degustazione e buffut concluderanno
la manifestauione. (de.it.press)
In distribuzione in Baviera la Guida sul sistema scolastico bavarese
Monaco di Baviera
- In questi giorni è in distribuzione la guida "Il sistema scolastico
bavarese", curata dalla Commissione Scuola del Comites di Monaco di
Baviera.
La pubblicazione
raccoglie per la prima volta in lingua italiana informazioni, spiegazioni e
suggerimenti per i genitori dei ragazzi in eta' scolare per aiutarli ad
affrontare un sistema scolastico cosi' impegnativo come quello bavarese.
La guida viene
inviata in questi giorni a patronati, missioni ed associazioni italiane della
Circoscrizione Consolare di Monaco di Baviera, ma e' anche disponibile sul sito
del Comites in formato pdf (sotto "Comites documentazione") o puo'
essere
richiesta
gratuitamente al Comites stesso. (de.it.press)
Dal 25 novembre non e' piu' possibile iscrivere i minori sui passaporti dei
genitori
Il Ministero
Affari Esteri ha comunicato che dalla data del 25 novembre 2009 non e' piu'
possibile iscrivere i minori sui passaporti dei genitori in applicazione della
Legge di conversione del Decreto Legge n. 135/09.
Tutti i minori
dovranno quindi essere muniti di passaporto individuale e, onde poter
aggiornare la fotografia degli aventi diritto, la validita' temporale di tali
passaporti
sara'
differenziata in base all'eta' dei minori (tre anni di validita' per i minori
da zero a tre anni; cinque anni per i minori dal tre a diciotto anni).
I Consolati
informano che le iscrizioni di minori effettuate prima della nuova normativa
rimangono valide sino alla scadenza del passaporto sul quale sono riportate.
(de.it.press)
ROMA - La Camera
ha respinto l’emendamento presentato da Marco Fedi e da altri deputati del
Partito Democratico che mirava a recuperare 6 milioni di euro per l’assistenza
agli italiani all’estero.
Nel corso della discussione è intervenuto il
vice presidente del Comitato permanente della Camera dei Deputati, Fabio Porta,
unico parlamentare eletto in America Meridionale presente in aula.
Il deputato ha voluto ricordare ai colleghi
come “la maggioranza degli italiani che vive in condizioni di indigenza si
incontri nei Paesi dell'America latina, soprattutto in Argentina” e che “gli
italiani all’estero non hanno nessuna forma di assistenza anche quando hanno
piena cittadinanza, a differenza di chi è residente in Italia”. Appellandosi a
tutti i deputati presenti. Porta ha concluso chiedendo al Parlamento “di fare
arrivare, in maniera unitaria e democraticamente, ma anche con l’orgoglio e la
dignità che noi abbiamo, a tutti gli italiani all'estero un messaggio di unità
rispetto a persone, cittadini e lavoratori che portano alti ogni giorno la
bandiera, i colori e la dignità dell'essere italiani nel mondo".
La prossima settimana - ricorda Fabio Porta -
è prevista la votazione finale della Finanziaria: “Insisteremo ancora con i
nostri emendamenti per recuperare le somme necessarie a garantire un’assistenza
minima dignitosa ai nostri connazionali all’estero chiedendo ancora una volta a
tutti i deputati, e in primo luogo a quelli della maggioranza che sostiene il
governo, di votare secondo coscienza e coerentemente con i loro principi e non
secondo la disciplina di partito”. (Inform)
Le 1000 piazze del Partito Democratico in Italia e qualcuna anche in
Svizzera.
Far uscire il
Paese dall’abisso del Berlusconismo e riportarlo alla realtà
Nel suo
editoriale, di sabato 12 dicembre, Massimo Giannini parla di ”abisso della
Repubblica” per descrivere un Paese e le sue istituzioni bloccate dai problemi
giudiziari di Berlusconi. Un Paese che, mentre a Copenaghen i governi
affrontano problemi che riguardano la stessa sopravvivenza dell’uomo e del suo
ambiente naturale e vive la crisi economica peggiore del dopoguerra, la sua
guida politica passa il suo tempo ad insultare senza vergogna tutte le
istituzioni della democrazia italiana.
Un Presidente del
consiglio colpito da pesanti scandali, oggetto di accuse e pesantissimi indizi
giudiziari, che in qualsiasi altro Paese occidentale si sarebbe dimesso da
tempo, si dimostra incapace di affrontare in modo organico la crisi economica e
di occuparsi dei problemi del Paese che non coincidano con la difesa del suo
impero economico e di se stesso dai processi.
Le 1000 piazze per
l’alternativa è l’iniziativa politica messa in campo dal Pd, che tenta di
spezzare questo circolo vizioso in cui sembra precipitato il Paese: essere
presenti nel Paese e tra gli elettori
per rendere note le proposte dei Democratici per superare la
crisi.(vedi:www.partitodemocratico.it/1000piazze/ ).
Il pacchetto di
proposte verte attorno a 4 temi fondamentali attorno ai quali concentrare le
risorse disponibili per affrontare prima di tutto l’emergenza economica:
sostegno dei redditi bassi, liquidità alle Piccole e medie imprese, far partire
un piano di piccole opere ed incentivare la green economy.
Il Pd in che ha accolto con favore la protesta del 5
dicembre del movimento viola nelle piazze di Roma, sostiene con convinzione
questa iniziativa dei Democratici italiani per denunciare la deformazione della
democrazia e l’emergenza sociale e per proporre al Paese un’alternativa a
questo screditato governo.
Alle ragioni di
insoddisfazione dei cittadini italiani si aggiunge un ulteriore motivo di forte
frustrazione per gli italiani nel mondo, che si sono visti bocciare in
Parlamento, dall’attuale maggioranza, la possibilità di aggiungere 6 milioni di
euro nella prossima finanziaria a sostegno dei corsi di lingua e cultura
italiana e alle esigenze degli emigrati indigenti. L’emendamento proposto
dall’On Marco Fedi, eletto all’estero del PD, è stato bocciato dal
centro-destra anche con il contributo dell’On Amato Berardi, parlamentare
eletto negli Stati Uniti nelle file del PDL, che ora ne dovrà rendere conto ad
i suoi elettori. In Svizzera alcuni
circoli del Pd hanno aperto le proprie porte per incontrare i connazionali,
altri si sono impegnati a mettere in cantiere appuntamenti tematici per il
nuovo anno per promuovere l’alternativa degli italiani all’estero. Michele
Schiavone, PD-Svizzera
La metà dei rifugiati del mondo vive nelle città, appello ai sindaci
GINEVRA - Almeno
il 50 per cento dei 10 milioni e mezzo di rifugiati che rientrano nel mandato
dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) vive nelle
città di tutto il mondo. Gli sfollati e i rifugiati rimpatriati che vivono in
città sono almeno il doppio.
“Dobbiamo abbandonare l’immagine
superata secondo la quale la maggior parte dei rifugiati vive nei campi sotto
le tende dell’UNHCR - Sempre più rifugiati vivono nelle città.” ha dichiarato
António Guterres in vista dell’annuale ‘Dialogo dell’Alto Commissario’ che si
svolgerà a Ginevra il 9 e 10 dicembre 2009 e che quest’anno verterà sulle sfide
in materia di protezione nei contesti urbani. Il giorno precedente, 8 dicembre,
si svolgerà sempre a Ginevra una Tavola Rotonda con i sindaci di più di 20
città del mondo e alla quale parteciperà per l’Italia Sergio Chiamparino in
veste di sindaco di Torino e presidente dell’Anci.
Come gli altri 3 miliardi e 300 milioni di
persone nel mondo, anche i rifugiati si spostano continuamente verso le città,
principalmente nei paesi in via di sviluppo, una tendenza che è in costante
accelerazione dagli anni ‘50.
“I rifugiati hanno gli stessi diritti
dovunque siano costretti a fuggire,” ha detto Guterres, “e hanno diritto a
ricevere nelle città le stesse tutele e gli stessi servizi di cui hanno
tradizionalmente potuto beneficiare nei campi.”
Secondo stime recenti la capitale afghana
Kabul è cresciuta di sette volte dal 2001 e molti dei nuovi arrivati sono
rifugiati rientrati da Iran o Pakistan, o sfollati in fuga dalla violenza nelle
aree rurali del paese.
Bogotà in Colombia e Abidjan in Costa
d’Avorio hanno assorbito centinaia di migliaia di vittime dei conflitti armati
che abitano nei bassifondi delle città privi di servizi. In Medio Oriente,
Damasco in Siria e Amman in Giordania forniscono riparo a centinaia di migliaia
di iracheni costretti ad abbandonare il loro paese.
L’esperienza dell’UNHCR permette di avere un
quadro dei rifugiati che tentano di sopravvivere nei contesti urbani. Costretti
a vivere in quartieri poveri e bidonville sovraffollate, con uno accesso
limitato o inesistente ai servizi sociali e medici, la maggior parte di queste
persone sono costrette ad arrangiarsi nel settore informale dell’economia, dove
sono soggetti a sfruttamento. Molti individui preferendo rimanere “invisibili”
per paura di essere deportati e questo rende problematica la registrazione e
l’identificazione.
L’arrivo di numerosi sfollati nelle città
pone ulteriore pressione sulle risorse pubbliche già scarse come la salute e
l’istruzione e può portare ad un aumento dei prezzi per i beni di prima
necessità come il cibo e l’alloggio.
I rifugiati nelle città vivono a fianco dei
cittadini locali e dei migranti che si sono spostati nelle aree urbane in cerca
di migliori standard di vita. Si tratta di tre gruppi differenti di persone che
affrontano le difficili circostanze del vivere quotidiano in comunità prive
anche di forme minime di assistenza sociale di base. La maggior pressione sulle
infrastrutture, sull’ambiente, sul settore abitativo e sui servizi sociali in
comunità già in difficoltà rischiano di creare tensioni fra i rifugiati e le
popolazioni locali - e nel peggiore dei casi, possono generare xenofobia con
risultati catastrofici. In questo contesto fragile ed instabile l’UNHCR si
trova ad affrontare la più complessa delle sfide, quella di identificare ed
entrare in contatto con i rifugiati. “Sebbene si tratti di un problema
globale, le condizioni variano da regione a regione così come varia la risposta
delle autorità locali.
Ecco perché, oltre a collaborare con i
governi nazionali, vogliamo evidenziare il ruolo chiave dei sindaci e delle
autorità comunali. Ci rivolgiamo a loro in particolare per rafforzare un
sistema di inclusione che passi per la conoscenza reciproca fra rifugiati e
popolazione locale. Gli amministratori locali possono fare in questo una grande
differenza,” ha detto Guterres.
La nuova politica dell’UNHCR sulla
"protezione dei rifugiati nelle aree urbane e sulle relative soluzioni”
dell’UNHCR fa appello agli Stati, agli enti locali e ai sindaci, alle agenzie
umanitarie e alla società civile affinché prendano atto di questa nuova realtà
e uniscano le forze per affrontare insieme le sfide sollevate dal numero
crescente di rifugiati che vivono nelle città di tutto il mondo. (Inform)
Vertice sul clima. I Paesi africani tornano ai negoziati
Avevano
abbandonato i lavori lunedì mattina - Dopo aver avuto rassicurazione che sarà
data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto
Copenaghen - I
Paesi africani hanno deciso di riprendere la partecipazione ai negoziati alla
Conferenza Onu di Copenaghen sul clima, dopo aver avuto rassicurazione che sarà
data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto. Il
boicottaggio dei gruppi di lavoro era stato deciso lunedì mattina e alla
protesta si erano associati anche gli altri Paesi in via di sviluppo del G77.
La presidenza danese ha subito avviato contatti ed è riuscita a ricucire lo
strappo, consumatosi a cinque giorni dall'arrivo venerdì prossimo dei leader di
120 Paesi per la fase negoziale conclusiva.
CHE COSA CHIEDONO
- I Paesi in via di sviluppo chiedono di dare priorità a un secondo periodo di
impegno per i tagli delle emissioni di C02 previsti dal Protocollo di Kyoto
rispetto alla più ampia discussione sugli obiettivi di lungo termine per la
cooperazione nella lotta ai cambiamenti climatici. «L'Africa ha tirato il freno
d'emergenza per evitare che il treno deragli nel fine settimana», ha commentato
Jeremy Hobbs, direttore esecutivo di Oxfam International. Fonti occidentali
hanno riferito che gli animi si sono accesi dopo «le crescenti tensioni tra
americani e cinesi» emerse nella tavola rotonda di domenica con i ministri
dell'Ambiente di 50 Paesi. Il timore è che si ripeta il fallimento del 2000
all'Aja, quando si consumò la rottura nella conferenza che avrebbe dovuto
completare le regole di Kyoto.
DICIASSETTE FERMI
- Intanto sotto il profilo di cronaca si registra il fermo di altre diciassette
persone, avvenuto nel corso della manifestazione che si è tenuta davanti al
ministero della Difesa a Copenaghen. La maggior parte dei manifestanti -
secondo quanto si è appreso - è stata fermata per aver violato la legge che
stabilisce l'obbligo di obbedire alle indicazioni della polizia nel corso di manifestazioni,
mentre per due il "fermo" è scattato per aver coperto il volto. CdS
14
BUENOS AIRES - «Ci
sarà un ballottaggio», aveva detto ieri la “Presidenta” Michelle Bachelet
mentre lasciava il suo voto nell’urna di un “quartiere bene” di Santiago. A
giocarsi il palazzo della Moneda come da copione secondo le prime proiezioni
ufficiali (sul 12,6% dei seggi) saranno il candidato di destra Sebastian Piñera
che avrebbe ottenuto il 44,6% dei voti e l’ex presidente Eduardo Frei con il
32%. L’imprenditore che alla vigilia delle elezioni si è concesso una partita
di calcio, per i cileni rappresenta il volto nuovo dopo vent’anni di centro sinistra.
Di vedute larghe, Piñera, nonostante una laurea alla Cattolica, dice sì alla
pillola abortiva e si lascia fotografare con una coppia gay.
Subito dopo il
voto in un quartiere centrale della capitale ha scambiato un paio di battute
con i cronisti: «Arriveranno tempi migliori per il Cile» ha detto. Poi nel
pomeriggio si è rinchiuso, insieme ai suoi, in una suite dell’Hotel Crowne
Plaza in attesa dei risultati.
Dopo il voto fuori
Santiago, Frei ha raggiunto la capitale, ed è rimasto in attesa nell’hotel San
Francisco in piena Alameda. L’ex presidente “giurassico” - come l’ha definito
Marco Enriuque Ominami che avrebbe raggiunto insieme al candidato Jorge Arrata
di “Junto Podemos” il 23% - è figlio di un altro ex presidente: Eduardo Frei
Montalva leader democristiano avvelenato, secondo una recente sentenza, dalla
Dina, la polizia segreta del governo Pinochet.
Frei figlio è
considerato da molti il grande errore commesso dalla Concertacion in queste
elezioni. Forse per la poca spontaneità nel rilasciare dichiarazioni, da
politico di vecchio stampo incapace di lanciare messaggi di cambiamento
all’elettorato. Lui è certo del contrario e quando, durante un’intervista a
Santiago, gli abbiamo chiesto perché un uomo con la sua traiettoria politica
abbia deciso di ricandidarsi, ci ha risposto: «Non voglio che in Cile torni la
destra che governò con la dittaura». Secondo Frei non è pensabile che tutto
quanto ha ottenuto il Cile in 20 anni di “Concertacion” venga messo in
discussione per un salto nel buio. «In qualunque Paese europeo - ci ha detto
Frei - un governo con il 60-70% di appoggio sarebbe legittimato a governare di
nuovo». E se non ci sono dubbi sui risultati ottenuti dal centro sinistra in
vent’anni di governo (l’indice di povertà si è abbassato di ben trenta punti),
perplessità nascono proprio all’interno di quella classe diventata “media”
grazie al boom economico di questi anni. Un settore sociale che quei benefici
raggiunti adesso vuole mantenerli proprio guardando a destra.
Piñera con molta
probabilità sarà il nuovo presidente del Cile. Anche se molto dipenderà dalle
strategie di alleanza che stanno prendendo forma in questi giorni. Mentre si dà
per scontato che i voti di Arrate di “Juntos Podemos” andranno a Frei, c’è
incertezza su quelli dell’ex socialista Ominami che ha puntato tutto sul
cambiamento.
Ma il dato
interessante di queste prime elezioni dopo la morte di Augusto Pinochet sta
forse nell’unico elemento che accomuna i quattro candidati. Tutti, nell’88,
quando Pinochet tentò di rimanere al potere con un plebiscito, gli votarono
contro. La sensazione è che la destra cilena con la morte di Pinochet si sia in
qualche modo affrancata dalla figura ingombrante del dittatore. Il prossimo 17
gennaio, comunque andranno le cose, tutto indica che un’epoca è definitivamente
tramontata. ROSITA CAVALLARO IM 14
UE. Le conclusioni del Consiglio europeo del 10-11 dicembre a Bruxelles
ROMA - L’attuazione del Trattato di Lisbona,
la strategia per accompagnare l’uscita dalla crisi economica, un programma che
permetterà di sviluppare ulteriormente lo spazio di libertà, sicurezza e
giustizia, il contributo dell’Europa per i Paesi più vulnerabili al clima, la
situazione in Iran e in Afghanistan: questi i temi al centro delle conclusioni
del Consiglio europeo riunito il 10 e l’11 dicembre a Bruxelles. Presente per
l’Italia il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Crisi economica - Nel rilevare che la
situazione economica comincia a dare segnali di stabilizzazione, il Consiglio
europeo - riferisce in una nota la Farnesina - ha sottolineato l’importanza di
elaborare strategie credibili e coordinate su larga scala dopo che la ripresa
sarà pienamente assicurata. Il Consiglio ha proposto all’Fmi lo studio di una
“Tobin tax”, una tassa sulle transazioni finanziarie, per recuperare nuove
risorse soprattutto a favore dei Paesi in via di sviluppo.
Programma giustizia-sicurezza – Il Consiglio
ha dato il via libera al programma della presidenza di turno per i prossimi cinque
anni su giustizia, libertà e sicurezza. L’Italia ha dato “un importante
contributo – ha detto il presidente del Consiglio – alla definizione del
programma in base al quale l’Europa riconosce che la gestione dei flussi
migratori è un problema comune e che l’emergenza nel Mediterraneo va affrontata
con spirito di solidarietà’’.
Clima – La Ue si impegna per 7,2 miliardi di
aiuti immediati(‘’fast start’’) dal 2010 al 2012 per i Paesi in via di
sviluppo. L’Italia – ha detto Berlusconi - contribuirà con 200 milioni l’anno.
In questo modo l’Ue si farà carico di un terzo del fondo “Fast Start” destinato
ai Paesi in via di sviluppo, il cui bisogno è stimato in sette miliardi di euro
l’anno, pari a 21 miliardi di euro per i tre anni. Gli Usa dovrebbero metterci
un altro terzo e la quota restante dovrebbe essere a carico degli altri Paesi
sviluppati, dal Canada al Giappone. I contributi Ue sono tutti su base
volontaria. I leader della Ue hanno deciso, comunque, di riunirsi a Copenaghen
giovedì prossimo per un summit informale di “concertazione”. Si dovrà decidere,
infatti, sul passaggio dal 20 al 30% dell’obiettivo di riduzione di CO2, entro
il 2020. Per ora, la Ue ha deciso di procedere in modo unilaterale e vincolante
con il target del 20%, mentre per portare l'obiettivo al 30% aspetta “una mossa
da parte degli altri partner mondiali”. Il passaggio resta quindi
“condizionato”.
Iran – L'Unione europea è pronta a sostenere
tutte le azioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu se l’Iran continuerà a non
cooperare con la comunità internazionale sul dossier nucleare. I leader europei
auspicano di giungere ad una “soluzione negoziata con Teheran attraverso il
dialogo”, ma al momento rilevano che "l’Iran continua a non rispettare i
suoi obblighi internazionali e mostra disinteresse apparente per il
proseguimento dei negoziati’’.
Afghanistan – Il Consiglio europeo ribadisce
“il forte impegno dell’Ue per promuovere la stabilità e lo sviluppo in
Afghanistan e Pakistan”. In questo contesto il Consiglio sottolinea la “disponibilità
ad appoggiare” il presidente Hamid Karzai nell’attuazione dei suoi impegni,
enumerati nei cinque settori chiave del suo programma di governo: sicurezza,
governance e lotta alla corruzione, sviluppo economico anche in agricoltura,
pace e riconciliazione, cooperazione regionale. Il Consiglio “si compiace per
la recente dichiarazione del presidente Obama su un maggiore coinvolgimento e
impegno degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan” mentre l’Unione europea “è
pronta a cooperare da vicino con l’Afghanistan, gli Stati Uniti i partner
regionali e altri della comunità internazionale per raccogliere le sfide che si
pongono in Afghanistan”. (Inform)
Bankitalia: il debito sale ancora; in Europa cresce la disoccupazione
A ottobre debito a
1.801,6, 15 miliardi in più di settembre - Entrate a 28,4 miliardi di euro
contro i 20,1 miliardi di settembre - Ue: nel terzo trimestre del 2009 persi
oltre un milione di posti di lavoro
ROMA - Ancora in
aumento il debito pubblico italiano e la disoccupazione nell'Unione europea. I
due dati arrivano rispettivamente da Bankitalia e da Eurostat. A ottobre il
debito pubblico si è attestato a 1.801,6 miliardi di euro contro i 1.786,8
miliardi di settembre. Secondo i dati di Bankitalia diffusi nel Supplemento al
bollettino statistico - Finanza pubblica, fabbisogno e debito, la tendenza al
rialzo del debito va avanti da dicembre 2008: in un mese, tra settembre e
ottobre, è cresciuto di 15 miliardi.
Da Bruxelles
arrivano intanto dati preoccupanti sull'occupazione: sono oltre un milione i
posti di lavoro persi in Europa nel terzo trimestre 2009 rispetto al trimestre
precedente, di cui 712 mila nella zona euro. Secondo i dati Eurostat in Italia
il calo dell'occupazione da luglio a settembre è stato dello 0,5 per cento, in
linea con la media Ue. Un po' meglio è andata in Francia (-0,2 per cento) e in
Germania (-0,1 per cento). Decisamente peggio in Spagna (-1,5 per cento).
Nell'area Ocse a
ottobre la disoccupazione si è attestata all'8,8 per cento, lo 0,1 per cento in
più rispetto al mese precedente e il 2,3 per cento in più su ottobre 2008.
Nell'area euro, secondo i dati forniti dall'organizzazione parigina, il tasso è
stato pari al 9,8 per cento, stesso livello di settembre, in crescita dell'1,9
per cento su ottobre 2008. In Italia il tasso è stato pari all'8%, in salita
dal 7,8% di settembre.
Da luglio a
settembre "tutti i settori dell'economia hanno fatto registrare una
diminuzione dell'occupazione" sottolinea Eurostat, spiegando come l'unica
eccezione sia rappresentata da alcune attività nel settore dei servizi,
principalmente nell'amministrazione pubblica, nella sanità e nell'istruzione
(+0,3 per cento). Nelle costruzioni il calo dei posti di lavoro è stato del 2
per cento nella zona euro e dell'1,9 per cento nell'Ue-27; nell'industria
manifatturiera dell'1,7 per cento e dell'1,6 per cento; nell'agricoltura
dell'1,1 per cento e dello 0,4 per cento; nel settore finanziario dello 0,5 per
cento e dello 0,4 per cento; nel commercio, trasporti e comunicazioni dello 0,1
per cento e dello 0,2 per cento.
Altro dato
comunicato da Bankitalia riguarda invece le entrate tributarie che a ottobre,
per la prima volta, tornano a salire rispetto al mese precedente: 28,4 miliardi
di euro rispetto ai 20,1 di settembre e comunque sempre in ribasso rispetto
allo stesso periodo dello scorso anno. Le entrate del mese di ottobre sono in
calo del 2,9 per cento rispetto ai 29,3 miliardi dello stesso mese del 2008.
Nei primi 10 mesi il dato complessivo è di 299,55 miliardi in flessione del 3,2
per cento rispetto ai primi dieci mesi dello scorso anno. LR 14
Il volto
insanguinato, sorpreso e spaventato del premier Silvio Berlusconi rimarrà
un’icona nella storia di questa Repubblica. Chiunque lo abbia colpito non ha
nessuna, e val la pena di ripetere, nessuna giustificazione. Né di quelle che
si sono immediatamente sentite: che è stato lui, il premier, ad aizzare la
folla, gridando pochi minuti prima «vergogna, vergogna» a chi lo fischiava - come
sostiene Di Pietro -, né di quelle che ci potrà offrire la cronaca sullo
squilibrio mentale dell’assalitore. Ieri sera a Piazza del Duomo è stata, in
ogni caso, passata una soglia.
E’ stato violato
il corpo del premier, e qualunque sia l’opinione sulla sua politica, questa
violazione costituisce un attacco diretto, fisico, materiale, alla sua carica.
In questo senso è un attacco alle istituzioni, e come tale va giudicato: un
nuovo strappo dei molti che stanno disfacendo il corpo della Repubblica. In questo
senso, è un passo senza ritorno - senza se e senza ma - che anticipa, fa
intravedere quanto facilmente l’attuale infiammata situazione possa piegare
verso lo scontro fisico.
Del resto è questa
la preoccupazione che sembra motivare l’immediato richiamo del Presidente della
Repubblica che ha fatto appello a «stroncare ogni impulso e spirale di
violenza», usando quelle parole «spirale di violenza» che tante volte abbiamo
già sentito negli anni più bui del Paese.
Lo schieramento
politico tutto, il governo e l’opposizione, hanno la responsabilità nelle
prossime ore di decidere che piega prenderanno ora gli eventi. Al di là della
solidarietà, che consideriamo obbligatoria, la vera questione che va ora posta
sul tavolo è se davvero la pratica dell’opposizione si sia tramutata in una
campagna di odio.
Il premier lo ha
sempre sostenuto in questi ultimi mesi e lo ha ripetuto proprio nel comizio
milanese. Ora, dopo l’attacco, tutto sembra dargli ragione. Si avvarrà di
questa prova per farsi forza nello scontro, per alzare di tono le polemiche, o
vi troverà, come lo spavento nei suoi occhi raccontava, una sorta di buona
ragione per rasserenare il clima prima che gli avvenimenti comincino a correre?
Questa è la scelta che ha di fronte Silvio Berlusconi.
Peggiore è invece
la posizione dell’opposizione. Comunque lo si guardi, anche se si dovesse
trattare di una persona squilibrata, l’attacco è figlio di un clima di
esasperazione dei conflitti? Il centrosinistra si sente in parte responsabile
dell’attuale clima, pensa di aver sbagliato qualcosa, o, al contrario,
scrollerà le spalle addossando anche questo episodio a Berlusconi, o
derubricando l’intero episodio a un dettaglio?
Per l’opposizione,
sono domande complicate perché sono già presenti, sia pur in altre forme, nel
suo dibattito interno, e già si sono rivelate molto laceranti. Basta ricordare
la tensione provocata la settimana scorsa dal semplice rifiuto di Bersani di
aderire in forma ufficiale all’anti-Berlusconi day.
Ora che il
pericolo di violenza si è materializzato, la discussione su come si combatte il
governo dovrebbe invece assumere dei contorni ben più precisi: cambiare molte
parole e moduli fin qui usati, rompere con ogni personalizzazione e
concentrarsi completamente sugli aspetti politici dello scontro. Saprà o potrà
farlo il Pd che già ora è incalzato da un settore politico come quello di Di
Pietro, che dell’antiberlusconismo ha fatto la sua unica piattaforma?
Questa è la scelta
di fronte a cui si trova il Partito democratico. E tuttavia non è una scelta
impossibile. Silvio Berlusconi è oggi un avversario meno forte di quel che lui
stesso sostiene. L’aggressore lo ha colpito proprio alla fine di un comizio che
tutto è stato meno che un «predellino 2», cioè un rilancio e un rinnovamento
della sua leadership. Anzi, il comizio di Milano è apparso soprattutto mirato a
rassicurare un elettorato probabilmente confuso dalle tensioni interne.
Il nuovo
segretario del Pd, proprio nel rifiuto di aggregarsi al No Berlusconi Day, ha
già dato una prima indicazione della identità tutta politica che vuole dare
all’organizzazione. Del resto, Bersani e buona parte dell’attuale gruppo
dirigente del Partito democratico vengono direttamente dalle file di quel Pci
che negli anni bui non temette di stare accanto al suo avversario storico, la
Dc, per fermare il terrorismo. Ora non siamo affatto nell’emergenza di allora.
Ma, oggi come allora, il perno della politica rimane il principio che la
governabilità di un Paese dipende dall’assumersi responsabilità. Anche da parte
di chi è all’opposizione. LUCIA
ANNUNZIATA
LS 14
Quel valore che non possiamo permetterci di perdere
Un Paese civile
non può abdicare ai propri doveri. Il primo è quello di rigettare la sindrome
della paura e del ripiegamento. Le manifestazioni politiche, i comizi e anche,
perché no, i bagni di folla che esaltano il timbro dell’entusiasmo popolare,
sono l’espressione della democrazia, ne rappresentano la configurazione viva e
palpabile. Sono in buona sostanza un valore irrinunciabile - e dunque in nessun
caso barattabile in nome di una presunta aurea di sicurezza - all’interno di un
sistema aperto alla partecipazione dei cittadini, e che da questa trae alimento
e legittimazione. Guai a dimenticarlo: sarebbe un passo indietro triste e
allarmante, che non va fatto e per così dire neanche pensato. Per intenderci:
un boomerang dalle conseguenze devastanti per tutti.
La condanna verso
l’aggressione e il gesto di violenza subiti da Silvio Berlusconi non può essere
formale. Si tratta di un episodio di considerevole gravità, che apre una ferita
nel tessuto politico dell’Italia e nel meccanismo stesso della convivenza
civile. Poco importa che sia stato il frutto di uno sconsiderato: la filiera
dell’imbarbarimento si nutre anche di gesti isolati che non per questo sono da
considerare meno inquietanti o pericolosi.
Alla stessa
stregua, e sempre in un Paese civile, quanto accaduto a Milano e ha riguardato,
è giusto non dimenticarlo, non un leader politico - cosa già di per sé
inaccettabile - bensì un’autorità istituzionale quale è il capo di un governo
costituzionalmente in carica, deve servire da lezione per una riflessione più
complessiva. Ancora una volta il presidente della Repubblica ha dato voce al
sentimento più consono che in casi come questo deve prevalere. Non solo
esprimendo la necessaria e netta condanna per un fatto gravido di ripercussioni
angosciose, quanto rinnovando l’appello affinché «ogni contrasto politico e
istituzionale sia ricondotto entro limiti di responsabile autocontrollo e
civile confronto». Per tutti ma proprio per tutti.
Infatti non c’è
pletoricità o peggio retorica nelle parole del capo dello Stato: al contrario
si coglie tutto intero l’allarme per la perniciosa china che l’Italia rischia
di imboccare.
Troppo e troppo a
lungo chi per la posizione che occupa e la visibilità che ne consegue dovrebbe
dare l’esempio di toni misurati e senso del limite indulge invece in
atteggiamenti di rissa permanente, delegittimazione e demonizzazione
dell’avversario.
Bene: il minimo
che si deve dire è che è arrivato il momento di fermarsi, di dire basta. La
speranza è che l’aggressione al presidente del Consiglio segni per così dire un
punto di svolta in positivo. A nessuno è lecito strumentalizzare una vicenda a
quanto pare riconducibile all’azione sciagurata di una personalità debole. Per
tutti, è doveroso vincolarsi, senza se e senza ma, a comportamenti che non
siano alimento per spettacoli dentro e fuori il Parlamento e più in generale in
tutto l’ambito sociale, che deprimono il senso di appartenenza e di coesione
nazionale. dCARLO FUSI
IM 14
QUANDO la violenza
fisica deflagra e corrompe la contesa politica, non c'è spazio per rimpallarsi
la responsabilità delle colpe e rinfacciarsi la contabilità degli errori. Di
fronte al dramma di Berlusconi sanguinante e sofferente in Piazza Duomo, viene
in mente la celebre frase che John Kennedy disse di fronte alla tragedia del
Muro di Berlino: siamo tutti italiani. A ricordarcelo, con le parole più semplici
ma più efficaci, è il capo dello Stato.
Ancora una volta,
a dispetto di chi lo ha descritto come uomo "di parte", Giorgio
Napolitano si conferma davvero il "presidente di tutti". Dobbiamo
alla sua saggezza un messaggio che politici e cittadini farebbero bene a
scolpire nella mente, in questi giorni difficili. Basta con l'esasperazione
della lotta politica, non si alimentino le tensioni, ognuno misuri le parole
dovunque si parli: nelle piazze, nei congressi di partito e in tv. Ciascuno
faccia la sua parte: non ha senso, adesso, che gli uni accusino gli altri per
il clima che si creato. Sembrano banalità. Lo sarebbero, in una democrazia
bipolare risolta e compiuta. Non lo sono in Italia, purtroppo, dove da anni
viviamo immersi nell'eterna transizione e sommersi dalla tenace
contrapposizione tra una metastorica "pregiudiziale anticomunista" e
una stoica "resistenza antiberlusconiana".
Alla prima
categoria appartengono tutti coloro che nella maggioranza, invece di apprezzare
il gesto di Bersani in visita al San Raffaele, si avventurano già nella caccia
rancorosa ai "mandanti morali" e nella ricerca livorosa dei
"cattivi maestri". Non solo a sinistra (da Di Pietro a Rosy Bindi) ma
persino a destra (da Fini a Casini). Come se qualcuno, per terrorismo involontario,
avesse "armato" con le sue parole o le sue critiche a Berlusconi la
mano impazzita di Massimo Tartaglia. Come se quella maledetta statuina del
Duomo scagliata sul volto del premier fosse la prosecuzione del dissenso
politico con altri mezzi. Non pare così, per fortuna. Quell'aggressione, per
quanto gravissima e ingiustificabile, resta fino a prova contraria il gesto
folle di un povero disgraziato. Questo non attenua l'allarme.
Per quanto
squilibrato, quell'uomo ha respirato il "clima d'odio" che opprime il
Paese. Per questo è prezioso l'appello bipartisan del presidente della
Repubblica ad abbassare i toni, per evitare che l'Italia ricada nella spirale
di violenza che ha già conosciuto e pagato negli anni di piombo. Ma mai come
oggi le reazioni vanno commisurate alle azioni.
Alla seconda
categoria appartengono tutti coloro che nell'opposizione, invece di limitarsi a
condannare senza appello e senza distinguo quel gesto di insopportabile
violenza contro il premier, si avventurano nell'esegesi psicologica del
"movente" ("Berlusconi istiga", dice il leader dell'Idv) o
peggio ancora si lanciano nell'apoteosi politica del "gesto". Questo
è senz'altro l'effetto più vergognoso e intollerabile dell'aggressione di
Piazza Duomo: la "comunità" che in rete condivide irresponsabilmente
lo slogan "13 dicembre festa nazionale", o che si riunisce
gioiosamente su Facebook nel gruppo "Tartaglia Santo subito", non
suscita soltanto l'inevitabile "sdegno". Fa letteralmente schifo. Non
consuma soltanto la strage delle idee: celebra la morte della politica. Fa da
amplificatore, stavolta non solo nel Palazzo ma nel Paese, di quell'aria
mefitica che intossica il discorso pubblico. E genera riflessi condizionati,
uguali e contrari. Con la stessa rapidità con la quale nascono i gruppi che
riecheggiano il sito "Uccidiamo Berlusconi", proliferano siti
contrapposti che vaneggiano "Uccidiamo a sprangate Antonio Di
Pietro". Questi non sono errori. Sono orrori. Qui non ci sono
"compagni" o "camerati" che sbagliano. Qui ci sono imbecilli
che scherzano col fuoco.
Le parole sono
pietre. A volte diventano persino pallottole. Per questo Napolitano dice
giustamente "dobbiamo essere tutti allarmati". E aggiunge
"quando dico tutti intendo tutti gli italiani che credono nella democrazia
e hanno a cuore che venga garantita la pacifica convivenza civile". Ma
proprio la ferma consapevolezza di questo allarme, e la ferrea nettezza con la
quale si denuncia e si rifiuta il germe criminogeno della violenza fisica e
verbale, non devono e non possono diventare un alibi per cancellare il dovere
della critica e il diritto al dissenso. La politica vive di questo. Si alimenta
di questa capacità di discernere tra la barbarie terroristica e la valutazione
politica. Ha ragione, una volta tanto, Fabrizio Cicchitto: a proposito dei siti
che inneggiano all'uccisione di Di Pietro, l'esponente del Pdl ha detto
"va condannato senza se e senza ma anche chi ha scritto quelle cose. Non
so chi è stato e con quali motivazioni, ma cose del genere non vanno ne scritte
né pensate. Ciò evidentemente non ha nulla a che vedere con il giudizio
politico che do di Di Pietro, che è totalmente negativo da ogni punto di
vista".
Ci sembra un
principio sacrosanto. Ma deve valere sempre, e deve valere per tutti. Non solo
per un leader dell'opposizione, ma anche e a maggior ragione per il capo del
governo. Proprio perché "siamo tutti italiani", oggi siamo solidali
con lui. Ma la solidarietà umana e istituzionale non coincide con la
sensibilità politica e culturale. Noi, come tutti gli italiani ricordati dal
Capo dello Stato "che credono nella democrazia", vorremmo poter
continuare ad esercitare il nostro spirito critico. Liberamente, nel rispetto
delle persone e dei ruoli. Ma senza essere accusati, per questo, di
"terrorismo". MASSIMO GIANNINI
LR 15
Follia. Un pazzo
ha colpito ieri al volto il presidente del consiglio al termine del comizio di
Milano. Imprevedibile, dunque: il gesto inconsulto di una persona disturbata,
da 10 anni in cura in un centro di Igiene mentale. Tuttavia le immagini del
sangue sul volto di Silvio Berlusconi sono destinate a segnare uno spartiacque
nella già disgraziatissima vicenda politica italiana. Non ci sono precedenti:
mai un premier in carica in questo paese era stato aggredito e ferito in
piazza. C'è da oggi un prima e un dopo. Non avremmo mai voluto vedere quel
fotogramma. Non dovremmo essere a questo. Facile immaginare, conoscendo gli
attori, lo sconcio coro di domani: è colpa vostra, no è vostra. Le accuse
reciproche, l'enfasi sul clima d'odio, le solidarietà dovute, i pensieri che è
già troppo aver pensato. Noi non vogliamo far parte di quel coro, non ci
troverete lì. Noi vogliamo, pretendiamo che il dibattito e persino lo scontro
politico, in Italia, si fermino alle soglie della civiltà. Dell'autocontrollo,
come dice con parola inconsueta per la politica, il presidente Napolitano. Non
c'è più spazio per le esagerazioni e le battute a effetto, per le
drammatizzazioni strumentali, i buoni e i cattivi, buonissimi e cattivissimi,
indiani contro cow boys, terroristi eversori guerra civile rivoluzione. Non si
possono più usare le parole come pietre quando le pietre, sebbene la mano sia di
un folle, cominciano a volare. C'è spesso un folle al principio delle tragedie.
Bisogna fermarsi subito, adesso. Tenere legati i falchi, sciogliere le colombe.
Proprio quelle colombe che, nelle metafore della politica, sono oggi in gabbia.
Bisogna che questa diventi l'occasione non di una esasperazione dello scontro
ma del suo contrario: bisogna che gli italiani - tutti, a destra al centro a
sinistra - esigano da stamattina come priorità assoluta il ripristino delle
regole fondamentali. I doveri, il rispetto reciproco dei poteri, i ruoli nel
copione che è loro assegnato. I diritti di chi governa e di chi si oppone, la
grammatica della democrazia fuori dal teatro ormai grottesco, dallo spettacolo
indecente che l'Italia offre di sé. La casa c'è, è la Costituzione. No, non c'è
da cambiarla adesso. C'è da usarla come riparo. Un grande solido riparo per
tutti. Abbassare la voce, pensare prima di parlare, agire secondo le regole.
Non barare, non truccarle, non violentarle a proprio beneficio. Non ce lo
possiamo permettere, davvero. Abbiamo una grande responsabilità, dal primo
cittadino fino all'ultimo. Esercitiamola adesso. Mettiamo a terra un seme di
civiltà: ci vorrà tempo perché fiorisca, non importa. Facciamolo per chi verrà
dopo di noi. ». Concita De Gregorio. L’U 14
La gravissima
aggressione al presidente del Consiglio ha colpito tutto il nostro Paese, non
solo la classe politica ma tutti noi. Ci ha colpito in modo profondo perché un
atto di simile violenza, da qualsiasi parte esso provenga, non solo è
un’inaccettabile offesa verso una persona che ricopre un’altissima
responsabilità politica, ma costituisce una lacerazione della nostra vita
democratica. La democrazia è stata infatti costruita per sostituire con il
dialogo e con la parola il modo di vita di una società che prima era regolata
solo dalla sopraffazione e dalla violenza.
Un atto di questo
tipo, anche se proviene da un uomo debole, non è solo un’aggressione verso una
persona ma un passo indietro per tutta la nostra comunità. In queste difficili
ore che seguono questa azione sciagurata è iniziata una doverosa riflessione se
questo sia un episodio isolato o se segni l’inizio della diffusa violenza
politica che già in passato ha insanguinato l’Italia. Vorrei che evitassimo di
dividerci anche su questa previsione perché l’uno o l’altro esito dipendono
solo da noi, dalla nostra moderazione e dalla nostra capacità di regolare i
nostri comportamenti e di misurare le nostre parole.
Nei sistemi
democratici le parole possono davvero essere più terribili e pericolose delle
armi offensive. E dietro a noi abbiamo ormai troppi anni in cui, dentro e fuori
dal Parlamento, la parola ha cessato di essere strumento di convincimento per
divenire un’arma di offesa. Un’arma che scava solchi fra le persone, fra i
gruppi e fra i partiti, un’arma che dovremo, soprattutto nelle prossime
settimane, usare con prudenza e con saggezza.
Mentre auguro al
presidente del Consiglio una pronta e completa guarigione, voglio insistere
perché la parola ritorni ad essere strumento di dialogo e convincimento e
diventi quindi il primo baluardo della nostra democrazia. In tale modo questo
triste episodio rimarrà un tragico episodio ma non sarà l’inizio di tragedie ancora
più grandi per l’Italia. ROMANO PRODI IM 15
Ci sono momenti in
cui bisognerebbe abolire due parole: ma e però. L’aggressione di un uomo, in
questo caso di un primo ministro, è uno di quelli. Di fronte alla violenza non
possono essere accettate subordinate, ammiccamenti o tantomeno giustificazioni.
Il giorno che la politica italiana tutta lo avrà compreso fino in fondo, allora
sarà davvero matura.
Il volto ferito e
pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco
ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che
possa avere una reazione diversa.
Se invece la prima
cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora
siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata.
Abbiamo ricevuto
numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come
reazione ad un governo che definiscono «xenofobo», «antidemocratico» o
«razzista». Sono persone che mostrano di essere solidali con gli immigrati e i
più deboli, sconvolte per gli attacchi di Berlusconi ai magistrati e
preoccupate per la democrazia, ma non toccate da ciò che è accaduto ieri sera.
Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a
senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione,
essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto
di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad
oscurare le menti.
Si può pensare che
il presidente del Consiglio sia inadatto a governare, essere convinti che le
sue esternazioni contro gli altri poteri dello Stato così come contro gli
organi di garanzia siano allarmanti e sbagliate, essere preoccupati per quelle
leggi «ad personam» che rischiano di peggiorare lo stato della giustizia
italiana, ma niente di tutto ciò può giustificare la violenza. C’è una linea
che in democrazia non si può passare, un discrimine tra ciò che è lecito e ciò
che non lo è a cui non si può derogare. E dire che sembrerebbe essere chiaro a
tutti: tanto che anche a sinistra si invita alla mobilitazione democratica in
seguito ad ogni aggressione o violenza. Questo deve valere anche per il leader
di un governo di centrodestra, anche per Silvio Berlusconi.
Da ieri sera i
blog e Internet sono invasi da battute, ironia, festeggiamenti e dai deliri di
chi ci spiega che se l’è cercata. Su Facebook sono già nati decine di gruppi di
fans dell’aggressore, Massimo Tartaglia, che in poche ore hanno raccolto
migliaia di sostenitori. La rete, purtroppo, mostra ancora una volta di
raccogliere il peggio di noi, ma politici e giornali hanno il dovere di non
dare sponde, di essere seri e di capire che le giustificazioni ci portano su
strade senza ritorno e che non si può continuare ad alzare il livello dello scontro.
E questo riguarda
non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che
gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla
tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia
sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano
mentre incendiano le curve. In questo scontro continuo, in cui si parla
soltanto dei destini del premier, si è persa di vista qualunque considerazione
sullo stato del Paese e sui suoi bisogni.
Il presidente del
Consiglio, a cui va la nostra solidarietà sincera, speriamo sia così saggio da
capire che proprio lui - l’aggredito - ora può fare la differenza: può
abbassare i toni e aprire la strada per un confronto più civile e rispettoso.
C’è da augurarsi che anche tutta l’opposizione lo capisca e sia capace di
isolare chi delira. MARIO CALABRESI LS 14
La degenerazione violenta. Un clima avvelenato
L’odio politico è
un mostro che, scatenato, risulta molto difficile da domare. Anche se non è
armato da un’ideologia sistematica (come accade con il terrorismo vero e
proprio), anche se incendia una mente isolata (e, a quanto sembra, malata) come
è accaduto con l’aggressione a Berlusconi ieri sera dietro il Duomo a Milano,
l’odio politico si deposita come un veleno che intossica la discussione
pubblica. Riduce l’avversario a un bersaglio da annichilire. Da distruggere: in
effigie, ma anche fisicamente.
Non è solo una
questione di toni esasperati. È l’idea che la lotta politica non contempli
confini e contrappesi all’aggressività verbale. È la degradazione
dell’avversario a nemico da abbattere. Non la lotta politica, anche accesa, che
assume le forme di una competizione leale tra schieramenti che si riconoscono
reciprocamente legittimità. Ma la versione primitiva della politica come
simulacro della guerra civile. Questa versione sta dominando la politica
italiana con un crescendo di ostilità che sfiora la guerra antropologica tra
due Italie che si odiano, incapaci di parlarsi.
L’aggressione
cruenta di ieri al premier è un frutto di questa degenerazione. Dovranno
capirlo tutti: anche chi ha irriso agli appelli contro la militarizzazione
della politica come a una faccenda di bon ton, di galateo verbale. O
addirittura di diserzione. No: si poteva capire benissimo dove andasse a parare
la politica come scontro totale che equipara ogni moderazione a immorale
cedimento, o a spirito compromissorio. Bastava ragionare. Le parole con cui il
Capo dello Stato ha commentato l’aggressione al presidente del Consiglio sono
perciò rivolte contro chi volesse sposare un imbarazzato giustificazionismo (se
n’è avuta eco nei primi commenti a caldo, decisamente infelici, di Di Pietro).
Ma anche contro la minimizzazione dell’agguato a Berlusconi come la manifestazione
patologica di uno squilibrato solitario: «all’americana» più che in sintonia
con una tradizione italiana di violenza organizzata. In parte, beninteso, è
anche così. Chi, come chi scrive, ieri era nella piazza del comizio e
dell’agguato ha potuto intuire subito (considerato anche il profilo
caratteriale dell’aggressore) che non esiste un legame esplicito tra chi ha
scagliato sulla faccia di Berlusconi un pericoloso oggetto contundente e il
gruppo di fischiatori professionali che ha contestato l’intero intervento del
leader del Pdl.
Ma chi era
presente al comizio di Berlusconi ha avuto nettissima la sensazione che chi lo
contestava era animato da un’ostilità irriducibile, esasperata e assoluta nei
confronti di un Nemico cui non si riconosceva nemmeno il diritto di parola.
Inveivano contro la personificazione del Male più che contro il capo di un
governo avversario. Si sentivano, anche loro, i portabandiera di una causa
giusta quanto può esserlo la cacciata di un tiranno, non di un vincitore di
libere elezioni democratiche. È questo il legame, psicologico e politico, che
unisce e salda la violenza verbale e quella materiale. È la condivisione di una
stessa atmosfera. E non è così pazzesco che ieri Internet sembrava un’arena
scatenata e su Facebook un gruppo intitolato «Fanclub di Massimo Tartaglia» ha
raggiunto in poche ore migliaia di adesioni.
Il confine tra la
violenza verbale e quella materiale è sempre sottile, vulnerabilissimo. Ed è
sconfortante che in un Paese che della violenza politica ha conosciuto i frutti
più tragici faccia fatica a imporsi la consapevolezza che il linguaggio
pubblico improntato all’odio, all’attacco forsennato contro la persona e non
contro le idee, può sfociare in gesti sconsiderati sì, ma non privi di un
retroterra, di un clima che ne alimenta la follia aggressiva e fa
dell’aggressione fisica il culmine di una sfida che non prevede limiti e freni
etico-politici. La violenza verbale non arma banalmente il violento che pensa
di farsi giustizia da solo: il nesso non è così semplice e meccanico. Ma
l’abitudine a trattare chi è contrario alle tue idee come un barbaro da
eliminare con ogni mezzo fa del potenziale attentatore qualcuno che si sente
nel flusso della storia, che si ammanta delle vesti nobili del vendicatore
talmente audace da non fermarsi nemmeno di fronte alla prospettiva di
avventarsi contro il nemico che personifica il Male.
Ora questo clima,
raggiunto l’apice con i fatti di Milano, deve essere raffreddato e superato.
Non per abolire la lotta politica, ci mancherebbe altro, ma per fermarne la
degenerazione rissosa, violenta, brutale, profondamente antidemocratica e
illiberale. Il che richiede lo sforzo congiunto di tutti: di tutti, nessuno
escluso. E l’impegno, oramai da mesi reclamato dal «Corriere», al rispetto
reciproco e in primis al rispetto delle istituzioni e degli uomini che le
rappresentano. In un passaggio difficile e inedito della nostra vita nazionale.
Per superare il quale, l’Italia dovrà mostrarsi molto più matura di quanto non
sia apparso fino a ieri. Pierluigi
Battista CdS 14
Interventi. Berlusconi ferito e la dignità in politica
Le drammatiche
immagini del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ferito a sangue da un
forsennato, hanno fatto il giro del mondo e i media Francesi radiofonici e
televisivi hanno immediatamente trasmesso l'informazione dell'accaduto.
E' chiaro che
l'aggressione, di cui il Premier é stato vittima, é un'informazione primordiale
sul piano umano, ma anche un fatto politico nazionale e internazionale di
grande importanza, che ha generato numerosi commenti in Italia e all'estero.
L'opposizione
italiana ha immediatamente considerato che l'atto, pur essendo
stato commesso da un forsennato, é un rivelatore della gravità della
situazione sociale italiana, come affermato segnatamente
dalla Signora Rosi Bindi nell'intervista data immediatamente dopo
l'annuncio dell'aggessione.
La frase di Di
Pietro é ancor più sconvolgente, poiché detta da un ex-magistrato :
"Deploro l'aggessione, ma sul piano politrico c' é un clima di
esasperazione e odio creato da chi ha nelle mani le redini del Paese e ne
approfitta soltanto per fare i fatti suoi".
Il commento di Di
Pietro sembra voler giustificare politicamente, con l'avversativa, il
comportamento dell'attentatore, poiché l'aggredito é Berlusconi e quindi il
fatto é comprensibile !!!
Cio' é
innammissibile, la politica é dialettica e contraddittorio, non é
mai aggressione fisica limite invalicabile in un Paese civile come
l'Italia e simbolo di cultura e progresso nel mondo.
Noi, italiani in
Francia siamo stati profondamente stupiti nel constatare che l'opposizione ha
potuto esprimere tali posizioni, che secondo noi dovrebbero
essere evitate da parte di un esponente politico, quando si parla di
una persona nel dramma e nella sofferenza come Silvio Berlusconi......
Con queste mie
brevi parole non si tratta di difendere il bilancio politico di Berlusconi o
utilizzare la sua situazione di vittima per far dimenticare tutti gli errori
commessi da questo governo, si tratta semplicemente di ricordare che di fronte
ad una persona ferita nel suo corpo e nella sofferenza ci vuole dignità e
rispetto e molta prudenza nelle parole.
Le frasi di certi
politici nel contesto attuale possono ancor più incitare degli scellerati alla
violenza, quando questa non é condannata senza mezze miusure e senza scuse.
Basti vedere cio'
che é stato scritto su diversi siti internet : se tanti sono i messaggi
di rispetto e cordialità nei confronti di Berlusconi e provenienti da ogni
schieramento politco, tanti sono coloro che si esprimono con una violenza
verbale inaudita e nell'impunità.
Noi tutti speriamo
oggi che si ritrovi in Italia la giusta misura e la dignità verbale di
ogni uomo politico che si esprimerà sul soggetto, affinché il nostro Paese
ferito fisicamente nelle sue istituzioni ritrovi immediatamente la pace
sociale.
E auguri al Premier di
pronta guarigione, da tutti noi dalla Francia di ogni bordo politico, poiché
questo é il sentimento unanime che ho riscontrato tra tutti gli
italiani che risiedono nel Paese dei Diritti dell'Uomo e con i quali ho avuto
l'occasione di intrattenermi sull'accaduto.
E chi non ha
peccati scagli la prima pietra.......
Carlo Alberto
Brusa, Avvocato al Foro di Parigi, Ex candidato alla Camera dei Deputati
Circoscrizione Europa, Presidente dell'Associazione Diritti, Libertà e
Giustizia (Droits, Libertés et Justice), de.it.press
MILANO - Centro
clinico di San Vittore, primo raggio. Una rampa di scale ed ecco il Conp,
Centro di Osservazione Neuropsichiatrica. Otto celle tutte uguali: un letto, un
armadio, il bagno alla turca. Nient’altro. Davanti alla cella di Massimo
Tartaglia sta seduto un agente, deve ”controllare a vista” il detenuto. Che,
per lo più, sta disteso nel letto, come in catalessi, le mani incrociate dietro
la nuca, lo sguardo al soffitto. Ma a un certo punto del pomeriggio si alza,
chiede carta e penna: «Devo scrivere una lettera». E scrive: ”Egregio
presidente Berlusconi...”. E’ una lettera di scuse indirizzata al premier per
dirgli tutto il suo dispiacere ”per un atto superficiale, vigliacco,
inconsulto”. Ancora: ”Non sono un militante politico, non appartengo a nessun
partito”.
La psichiatra del
carcere che gli ha fatto il colloquio in mattinata teme gesti di
autolesionismo: per questo dal sesto raggio, dove era stato rinchiuso, lo hanno
portato al Conp. Dicono che mentre lo stavano trasferendo da un reparto all’altro,
sia passato accanto a una cella con la tv accesa. Un tg parlava di lui
insinuando la possibilità che possa essere stato manovrato da qualcuno.
Tartaglia ha fatto un mezzo sorriso: «Non sono un sicario, ho fatto tutto da
solo». E lo ha ripetuto nella lettera al premier.
Impresa ardua
quella di scovare aneddoti sul suo conto che possano riempire una biografia
così scarna da apparire perfino inverosimile. Non c’è una fidanzata, non c’è un
amico che possa dire ”io sono suo amico”, non un vicino che sappia qualcosa di
lui. Come se per 42 anni fosse stato un fantasma, invisibile agli altri, se non
agli psichiatri che lo hanno avuto in cura da quando ne aveva 18, o agli
infermieri dei day-hospital dove per sei volte negli ultimi anni è stato
ricoverato dopo qualche ”mattana” eccessiva. O il farmacista da cui andava a
rifornirsi di Entact, un antidepressivo. Una pasticca al giorno insieme col
caffè del mattino, prima di andare a Corsico nel garage trasformato in sede
della ditta di famiglia, la Altatek: Massimo a fare il contabile; il padre e un
socio a smanettare su macchinette obliteratrici da riparare.
«Io non sono
nessuno» urlava domenica sera in piazza Duomo mentre lo portavano in Questura.
Ed è francamente difficile capire, adesso, chi possa colmare la distanza
siderale che separa un ”signor nessuno” e un’aggressione così eclatante da far
parlare il mondo intero. Anche perché la politica per Tartaglia è qualcosa di
cui occuparsi sporadicamente. Eppure: «Quando ho visto Berlusconi così vicino»
ha detto ai magistrati «mi è montato il sangue alla testa: non lo sopporto».
Un’odio incendiato da un clima rovente? O il raptus di un malato, magari
smanioso di diventare, almeno per una volta, visibile al mondo? RENATO PEZZINI IM 15
Napolitano: Italia più coesa della politica
«Conflitto
esasperato, ma sport, ricerca e volontariato testimoniano la ricchezza e i
valori della nostra società»
ROMA - Il Paese è
più coeso di quanto lo sia la sua politica, ormai giunta all'esasperazione. Il
presidente Napolitano ha colto l'occasione di un incontro con il mondo dello
sport al Quirinale per parlare dello scontro in atto tra maggioranza e
opposizione dopo l'aggressione contro Silvio Berlusconi. «Il mondo dello sport,
ma anche altri mondi che amo citare come quello della ricerca e del
volontariato, testimoniano la ricchezza e i valori della società italiana che
si mostra ancora una volta più forte e coesa dell’immagine che ne dà la
politica, così segnata da esasperato conflitto» ha sottolineato ricevendo i
dirigenti del Coni e una rappresentanza di atleti olimpici e paralimpici.
RICERCA E SPORT -
Napolitano ha citato l'esempio dei ricercatori italiani, «i giovani più
motivati che io conosca, molto più di quanto non si potrebbe pensare quando si
leggono le loro buste paga. Veramente si accontentano di poco e ci mettono una
enorme passione». Quindi i volontari: «Penso a tutti coloro che lottano contro
il cancro e le malattie più gravi. In loro c'è uno slancio di solidarietà che
si manifesta attraverso la partecipazione ai comitati provinciali. È tutta
gente che lavora insieme, comunque la pensi in politica. È molto unita e molto
convinta». Infine gli atleti, «una grande fonte di freschezza nazionale. Lì si
guarda e si legge un futuro migliore per l'Italia». Napolitano ha auspicato che
l'Italia ospiti una futura Olimpiade: «Sarebbe bello che succedesse, come
cinquant'anni fa a Roma. A volte anche al presidente della Repubblica è lecito
fare dei sogni».
COSTITUZIONE - In
una diversa occasione Napolitano ha parlato della vitalità della Costituzione.
Lo ha fatto in un messaggio inviato al ministro della Gioventù Giorgia Meloni
in occasione del convegno «Una giovane Costituzione. Eleggibilità e
partecipazione giovanile dal 1948 ad oggi», promosso dalla presidenza del
Consiglio. «La vitalità della Carta dipende anche dalla capacità di attuarne
concretamente e costantemente i valori che ne rappresentano i pilastri
fondanti, senza che ciò precluda la possibilità di modificare norme della sua
seconda parte, al fine di adeguarne indirizzi e istituti ai cambiamenti della
società, in un percorso condiviso e attento ai complessivi equilibri
istituzionali» scrive il capo dello Stato. CdS 15
La mobilitazione parte sul web "Giù le mani dalla Costituzione"
Migliaia di utenti
su un gruppo nato dopo gli ultimi attacchi di Berlusconi
alla carta
costituzionale. "In un Paese civile ci sarebbe bisogno di urlarlo su
Facebook?"
ROMA - "Ma in
un Paese civile ci sarebbe bisogno di urlarlo in Facebook?". Carlo Sulis
butta lì la domanda nel gruppo "Giù le mani dalla Costituzione" il
più numeroso della trentina di gruppi creati su Facebook per rispondere al
premier che vuole cambiare la carta fondamentale ritenuta "vecchia",
con troppi lacci e lacciuoli, quelli che i giuristi chiamano organi di
garanzia. E così sull'ultimo nato dei mezzi di mobilitazione politica nasce un
tam tam per difendere la prima delle leggi della Repubblica.
E insieme a Sulis
sono circa 2000 persone che vogliono far sentire forte la propria voce per
difendere l'opera dei costituenti, per dire a Silvio Berlusconi che non
"tutti gli italiani", come sostiene il premier, sono con lui per
modificare quell'insieme di norme che stanno alla base della Repubblica. Ognuno
lo dice secondo la propria cultura, il proprio carattere e le proprie esperienze
di vita. Donatella Rizzà è stentorea: "Non si tocca", Valentino
Domenico quasi poetico: "La Costituzione è il sale della democrazia",
Rosa Vita affezionata: "Non facciamoci scippare la Costituzione più bella
del mondo", Silvia De Angelis, irridente, posta una vignetta in cui si
vede Berlusconi che, riferendosi alla carte fondamentale, dice: "E'
vecchia". E Napolitano che risponde: "Comunque è più giovane di
te".
I più pragmatici
propongono metodi di contrasto all'attacco del premier. Chiara Lunotti propone
"una grande manifestazione" (forse sull'Onda del No B Day nato sempre
su Facebook), e chiede di sollevare "formalmente il problema davanti al
Parlamento di Strasburgo". Invece Roberto Li Castri ricorda i banchetti
per il no alle modifiche costituzionali volute da un precedente governo
Berlusconi. Come a dire: 2Siamo pronti a rifarli". Ignazio Sitza è più
tranchant e non va tanto per il sottile: "La difenderemo anche a costo di
fare la rivoluzione".
E mentre molti
mettono in rete le loro foto con in bella vista una copia della carta
fondamentale Antonella Bruno espone l'emblema della Repubblica: la stella, la
ruota dentata circondati dal ramo di quercia e quello d'ulivo, e un commento da
innamorata: "Come è bello!".
E se Maria
Antonietta Fullone propone di "insegnare ad amarla e rispettarla",
una professoressa, Tiziana Cavaliere, spiega: "Quando la leggo e commento
con i miei studenti parti del testo della nostra Costituzione, mi sento fiera
del fatto che i nostri 'padri costituenti' abbiano avuto idee così brillanti e
democratiche, alcune ancora lontane dalla piena realizzazione. E mi piace
alimentare nei giovani il sogno di una società migliore!".
E in effetti i
pensieri di molti iscritti al gruppo vanno ai giovani. Arianna Ciccone
dall'alto della sua esperienza di vita ricorda il fascismo e scrive: "La
libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare,
quando si sente quel senso d'asfissia che gli uomini della mia generazione
hanno sentito per vent'anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E
vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso d'angoscia, in quanto vi
auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso d'angoscia
non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna
vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica".
Un richiamo forte
a quello che diceva, Piero Calamandrei, uno dei padri della Repubblica, 45 anni
fa parlando ai più giovani: "In questa Costituzione c'è dentro tutta la
nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre
sciagure, le nostre gioie; essi sono tutti sfociati qui in questi articoli. E a
sapere intendere, dietro questi articoli si sentono delle voci lontane". E
le migliaia di Facebook vogliono continuare a sentirle. LR 14
Piazze e Web. Il governo prepara leggi speciali
Leggi speciali per
le manifestazioni, divieti di orario, limitazioni di itinerari, pene più dure
per chi «interrompe» e mostra «atteggiamenti di dissenso», come se uno a un
corteo andasse solo in nome del pensiero unico. Alle manifestazioni e ai comizi
come allo stadio: chi sgarra entra nella black list degli indesiderati. Dopo
quello per i tifosi, anche un Daspo per la politica. E una volta blindate le
piazze vere, il governo provvederà a blindare anche quelle virtuali con leggi
speciali per chi usa il web per, dice il ministro Maroni, «istigare alla
violenza».
Un bavaglio reale
per i gruppi che sui vari social network in queste ore si stanno organizzando a
favore di Tartaglia e contro Berlusconi dietro lo slogan: «A Natale possiamo
fare di più». Pessimo gusto, non c’è dubbio. Ma da qui all’istigazione a
delinquere ce ne corre. Invece di smussare e ridimensionare e trattare
l’aggressione al premier per quello che è - il gesto terribile, da condannare
ora e sempre, e però di uno squilibrato - c’è un gran da fare nel centro destra
per agitare il rischio di un ritorno al terrorismo, agli anni settanta, a quel
clima e anche, in conseguenza alla necessità di leggi speciali.
«Guai a
sottovalutare, c’è una brutta aria» dice il ministro Alfano. Berlusconi «poteva
essere ucciso» dichiara il ministro dell’Interno Roberto Maroni. «Anche nel ‘68
qualcuno diceva che erano solo squilibrati isolati» aggiunge il ministro
Matteoli. Leggi speciali, quindi. La scelta più sbagliata che potrebbe fare
adesso il governo sarebbe proprio quella di cambiare il modello di ordine
pubblico nelle piazze, di blindarle in nome della sicurezza. Quando è stato
fatto - luglio 2001 - è andato in scena l’orrore del G8 di Genova, campionario
infinito di errori da parte di tutti. Adesso agitare la paura e il pericolo
potrebbe suonare come una sfida e una provocazione.
Il primo a
parlarne ieri è stato il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Esiste già una
norma che vieta le contestazioni durante i comizi nei trenta giorni di campagna
elettorale con pene da 1 a 3 anni. L’idea di La Russa è di «far mandare a
regime la norma e di alzare la pena da 2 a 4 anni». L’obiettivo è evitare,
d’ora in poi, che «duecento persone possano intrufolarsi in una piazza e
disturbare il comizio altrui». Più o meno quello che sarebbe successo domenica
in piazza del Duomo a Milano. E sarebbe stato proprio quel gruppetto, quel
clima che si era creato, ad aizzare Tartaglia armando il lsuo braccio. A ruota
di la Russa si sono fatti sentire il governatore Formigoni e, ovviamente il
ministro Maroni, che ieri sera si è chiuso nel suo ufficio al Viminale per
studiare un pacchetto di norme.
Con buona
probabilità al prossimo Consiglio dei ministri sarà già pronto il giro di vite
sui siti web. In realtà il tentativo di stringere sulle piazze è in corso da
tempo. I primi segnali risalgono a più di un anno fa. I primi ad essere
limitati furono i cittadini islamici. A Roma, ad esempio, è diventato sempre
più difficile per gli organizzatori avere l’ok della questura per un vero e
proprio corteo. La tendenza è di rilasciare permessi per presidi e sit in
piazza. In un posto solo le persone vengono controllate meglio.
«Inaccettabile e
antidemocratica la proposta del ministro Maroni di procedere all'oscuramento
dei siti internet che diffondono messaggi di istigazione a delinquere». Lo ha
affermato il parlamentare del Pd Sandro Gozi, commentando il proposito
manifestato dal ministro dell'Interno nelle sue comunicazioni all'Aula di
Montecitorio, relative all'aggressione del presidente del consiglio.
«Ritengo -spiega
Gozi- che i tentativi della maggioranza di controllare e di dare una normativa
dura ed inflessibile alla rete siano ingiustificati e dannosi per le
potenzialità del web e per la società più in generale: si tratta di tentativi
mirati esclusivamente a mantenere lo status quo delle cose e, elemento ancora
più grave, ad imbavagliare la libertà di manifestazione del pensiero sancita
dalla nostra Costituzione».
«Il confronto
democratico, proprio in quanto tale, deve prevedere un utilizzo libero della
rete e svincolato da ogni forma di controllo esasperato: ogni affermazione che
circola sulla rete - conclude il deputato del Pd - può essere condannabile o
non condivisibile ma non per questo deve essere censurata, semmai si dovrebbe
fare leva sulle responsabilità personali». L’U 15
Post terremoto. Tempi e modi del rientro
La settimana
prossima ha termine il mio esilio sulla costa, posso rientrare a casa mia, un appartamentino
in un fabbricato situato nelle immediate vicinanze del Torrione. Questo è il simbolo dell'intero quartiere sorto dagli
anni sessanta in poi oltre la Fontana Luminosa e la zona verde che circonda il Forte
Spagnolo, purtroppo ha perso un pezzo in
alto i cui resti giacciono tristemente alla sua base, ma resta ancora lì, in
piedi, a segnare lo spazio con il ricordo di un acquedotto oggi sparito. E' un
quartiere fortunato, non ci sono stati morti o crolli, solo danni. Non gravi.
Eppure tantissime
case stanno ancora come erano il giorno del terremoto, danneggiate ed
abbandonate. Che tristezza! Quando arrivai sulla costa ad aprile, credevo
veramente che per settembre sarei tornata a casa, e non avrei mai pensato di
dover vedere alberi di Natale messi su negli alberghi della costa. Chi lo
avrebbe pensato allora, che gente abitante nel quartiere più fortunato di
Aquila dovesse passare il Natale fuori casa? Quale negativo intreccio di fatti
tiene tanta gente ancora lontana da casa?
La risposta è semplicissima,
per ora non ci sono soldi per pagare i lavori di recupero, neppure per
quelli chiamati ricostruzione leggera.
Inoltre la procedura per poter solo fare la domanda per accedere ai fondi è complicatissima, ed ha generato lunghissime
discussioni nelle riunioni condominiali. Il
termine di scadenza per la presentazione delle domande viene spostato
sempre più in avanti, e qualcuno ha
incominciato a dire che non ci deve essere alcuna scadenza, visto come vanno le
cose. Il mio condominio è stato efficientissimo nel presentare la domanda,
riuscimmo a farlo ai primi di settembre,
all'inizio di ottobre ricevemmo un'autorizzazione ad incominciare i lavori.
Questi incominciarono a metà ottobre, sono andati avanti, e le prime famiglie
sono già rientrate.
Come è stato
possibile? Il miracolo questa volta non lo ha fatto il Grande Capo al governo,
e neppure Padre Pio. Semplicemente lo ha fatto l'impresario dei lavori, che ha
voluto portare avanti i lavori senza
avere neppure un centesimo della cifra richiesta, ristrettissima, proprio il
necessario, e sulla quale pure ci sono state obiezioni. Sebbene la nostra
domanda stia nel gruppo delle prime su 12.000, non ancora è arrivato nulla.
Insomma ancora una volta la buona volontà, l'arte di arrangiarsi, il fai da
te, ha fatto miracoli.
Sarebbe questo un
esempio pratico della frase fatta che ho sentito esclamare con sicurezza ed a
gran voce decine di volte, come risposta universale e definitiva ad ogni
obiezione sull'andazzo poco rassicurante delle cose: “Rimboccati le maniche e datti da fare” Ma che significa? Da soli non possiamo fare
niente, parecchie persone messe insieme
possono fare qualcosa. Manca per ora il collante che tiene insieme la
comune volontà di fare e la fiducia
nella ripresa di una vita per quanto possibile normale, disperse da una
normativa sospettosa e contorta che di fatto rende impossibile persino la
ricostruzione leggera, deluse da tante promesse ripetute e sbandierate ai
quattro venti, tutti i giorni e mai mantenute, svanite in un oceano di parole.
L'impressione
generale per ora è proprio triste. La riapertura di due locali pubblici in
pieno centro, la cantina, meglio l'enoteca, de Ju boss a Piazza Regina
Margherita ed il bar Nurzia in piazza Duomo, sono state occasioni d'incontro
per migliaia di persone, la voglia di rientrare in città è grande, ma quanti
passata la festa sono andati a dormire chissà dove!
Troppo stridente
il contrasto fra la rapida ed efficiente costruzione del nuovo resa possibile
da mezzi ingenti e tecnologie nuovissime
in zone verdi espropriate alla svelta, e la assenza,
il vuoto nella ricostruzione
delle abitazioni esistenti nel centro storico e zone limitrofe. Per non parlare
delle opere d'arte e delle chiese, per
cui il discorso complesso e veramente
difficile è appena agli inizi. Emanuela Medoro
De.it.press
Finanziaria, fiducia alla Camera. Di nuovo scontro Fini-Tremonti
Il governo
"blinda" la manovra, il presidente dei deputati attacca - "Scelta
tutta politica che impedisce all'Aula di esprimersi sulla Manovra" - Calderoli:
"Pensi ad applicare il regolamento"; Bondi: "Così non aiuta la
distensione" - E la terza carica dello stato ripete il suo giudizio al
telefono con il Cavaliere
ROMA - Il governo
ha posto la questione di fiducia sulla Finanziaria. Ed è di nuovi scontro tra
Fini e l'esecutivo. Ad annunciare la decisione in aula è stato il ministro per
i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito. La fiducia, ha spiegato, "è
sull'articolo 2 del testo approvato in commissione". In precedenza i
deputati avevano approvato l'articolo 1.
A stretto giro
arriva il duro commento del presidente della Camera, Gianfranco Fini: "La
decisione di porre la fiducia sulla legge Finanziaria è legittima", ma
"deprecabile perché di fatto impedisce all'Aula di esaminare gli
emendamenti". Fini ha ricordato di aver prolungato i termini per
consentire un dibattito approfondito e dare alla commissione il tempo di
approvare un testo per l'Aula, aggiungendo che "non vi era stato da parte
dell'opposizione nessun atteggiamento ostruzionistico".
Spiegando che gli
emendamenti da votare oggi erano in tutto 64, di cui 55 dell'opposizione, Fini
ha aggiunto gli interventi contingentati avrebbero consentito di approvare la
legge, anche senza fiducia, nei tempi previsti e compatibili con l'esame del
Senato.
''La scelta di
porre la questione di fiducia - ha detto ancora Fini- è costituzionalmente
legittima e rientra nelle prerogative dell'esecutivo"; non può, però, ha
aggiunto Fini, che "essere considerata come una decisione attinente
esclusivamente a ragioni di carattere politico, rientranti non già nel rapporto
tra governo e opposizioni ma unicamente all'interno del rapporto tra la
maggioranza e il governo ed è la ragione per la quale la Presidenza della
Camera considera deprecabile la decisione" del governo "perché di
fatto impedisce all'aula di pronunciarsi sugli emendamenti''.
Le sue parole sono
state accolte da molti applausi, non solo dai banchi dell'opposizione e i
relatori di Pdl e Lega hanno rinunciato a intervenire. Le critiche a Fini sono
arrivate a seduta sospesa e dai banchi della maggioranza. Il ministro Roberto
Calderoli: "Dalla
presidenza della
Camera ci si attende l'applicazione dei regolamenti, non certo valutazioni sul
fatto se sia deprecabile o meno una richiesta di fiducia, la cui valutazione di
merito spetta all'esecutivo". E poi Sandro Bondi, ministro e coordindatore
nazionale del Pdl:"La decisione e la valutazione espressa" da Fini
"sono destinate a non aiutare l'apertura di un clima politico nuovo di cui
l'Italia ha bisogno, anzi rischiano di rinfocolare immediatamente le
polemiche".
Inseguito arriverà
anche una nota del capogruppo Pdl Cicchitto e di quello leghista Cota, che a
Fini dicono che "la questione di fiducia è sempre stata una decisione
politica e come tale appartiene alla competenza e alle valutazioni del governo
e della maggioranza". "Il confronto di merito - continuano Cicchitto
e Cota - è avvenuto in Commissione, con un iter intenso e proficuo. La scelta
della fiducia è un segnale politico di conferma della forte condivisione da
parte del governo e della maggioranza sul merito del testo licenziato dalla
Commissione Bilancio". Una nota che il ministro Tremonti dice di condividere
"pienamente".
La telefonata
Fini-Berlusconi. In serata la terza carica dello Stato avrebbe ripetuto il suo
giudizio sulla scelta di Tremonti e del governo anche al Cavaliere. Al quale,
inoltre, avrebbe espresso tutta la sua perplessità anche sui toni usati da
Fabrizio Cicchitto durante il dibattito sull'aggressione al premier:
"Parole incendiarie". LR 15
Il Csm boccia il processo breve. "Uno tsunami per la Giustizia"
Arriva il parere
negativo del plenum «Contrasta i principi costituzionali ed è una amnistia per i reati gravi»
ROMA - Il plenum del Csm ha approvato a larga
maggioranza il parere della sesta Commissione che giudica il ddl sul processo
breve in contrasto con più principi costituzionali e un’ «amnistia» per reati
«di considerevole gravità», a cominciare dalla corruzione.
L’approvazione è
avvenuta nel corso di una seduta straordinaria. Contrari i laici del Pdl; a
favore hanno votato invece i togati di tutte le correnti, i laici del
centro-sinistra, il vice presidente Nicola Mancino. Il Csm ha bollato le misure
contenute nella proposta del governo come «dannosissime» e ha spiegato che
rischiano di avere l’effetto di uno «tsunami» per la giustizia.
«Il nostro - ha
detto il vicepresidente Nicola Mancino a fine seduta - non è un parere politico,
ma è dato nell’interesse del buon funzionamento della macchina della
giustizia». Mancino è intervenuto anche sull’aggressione subita dal premier, e
ha risposto alle accuse di Gianfranco Anedda, il consigliere che ha parlato di
un clima avvelenato dalle toghe. Anedda, anche a nome dell’altro laico del Pdl
Michele Saponara aveva ricordato le parole di Armando Spataro e Antonio
Ingroia. Magistrati che per Anedda «hanno ampiamente contribuito a fomentare la
violenza». Uno scenario che Mancino smentisce duramente: «Non capisco perchè
bisogna ritenere che qualche magistrato, perchè partecipa a qualche riunione o
dice frasi che qualcuno non condivide, debba essere ritenuto responsabile del
clima di tensione che c’è. Le tensioni hanno origini molteplici»
Per il ddl sul
processo breve, ora all’esame della commissione Giustizia del Senato, il
termine per la presentazione degli emendamenti scadrà questa sera alle 20 e la
maggioranza ha già annunciato di voler presentare degli emendamenti «per
ridurre al massimo le critiche di incostituzionalità». Sul legittimo
impedimento, invece, molto probabilmente questa settimana, la commissione
giustizia della Camera metterà a punto un testo base e darà il via alla
discussione generale con tanto di audizioni, come richiesto dal capogruppo del
Pd in commissione Donatella Ferranti. LS
14
Regionali, l’Udc si tiene le mani libere. Non decolla l’intesa
generalizzata con il Pd
ROMA Alla
presentazione di un libro a Terni l’altro giorno, Beppe Vacca che è stato
segretario diessino in Puglia, da buon filosofo della politica spiegava il
senso di quanto sta avvenendo a Bari e altrove in vista delle regionali: «A
Vendola abbiamo cercato di farlo capire in tutte le salse, in discussione non è
la sua ricandidatura o meno, in ballo c’è qualcosa di più alto e profondo, c’è
la possibilità di accelerare la crisi del berlusconismo attraverso alleanze
nuove, mirate e di respiro, in grado di dare un ulteriore colpo politico al
centrodestra. L’intesa con l’Udc ovunque è possibile, la più estesa possibile,
va vista in questa chiave, e Nicki deve dire se vuole favorire questa partita e
farne parte o invece puntare i piedi e mettersi di traverso». Il caso pugliese
è a suo modo emblematico: l’Udc si è detta disposta a un’intesa con il Pd a
patto che Vendola passi la mano («Non possiamo certo appoggiare un esponente
che viene dalla sinistra estrema», ha tagliato corto Angelo Sanza
plenipotenziario udicino a Bari), ma l’interessato non solo non ne vuole
neanche sentir parlare, ma ha bruciato tutti sul tempo annunciando la propria
ricandidatura comunque e a prescindere, «e se il Pd o altri non mi vorranno,
correrò ugualmente».
Ma non è solo in
Puglia che la vigilia delle regionali porta fibrillazioni. L’Udc per quanto
corteggiata vezzeggiata blandita dal Pd, si guarda bene dal dare disco verde a
intese generalizzate. Anzi, l’appello di Pier Ferdinando Casini a una grande
alleanza di tutti contro un Berlusconi che voglia calpestare la Costituzione,
non ha portato un’estensione di accordi in vista delle regionali. Se in
Liguria, Marche e Basilicata l’intesa con il centrosinistra è più o meno
chiusa, in Piemonte, Puglia e Lazio è di là da venire, tende più verso il no
che il sì, mentre in Lombardia e Veneto l’Udc deve decidere a breve, forse
aiutata in questo da Silvio Berlusconi che al comizio milanese, prima
dell’aggressione, aveva fatto calare sull’ex alleato udicino una sorta di
pietra tombale: «Se l’Udc alla fine va di là, qua non piangiamo». Nel Lazio
bisognerà attendere ancora, visto che l’Udc avrebbe posto due condizioni: che
non scenda in campo la Polverini per il centrodestra («non potremmo dirle di
no») e che il centrosinistra presenti un candidato digeribile tipo il cattolico
Enrico Gasbarra, che però finora si è sbracciato a dire e ripetere che non ha
alcuna voglia di scendere in lizza.
L’Udc con le mani
libere non trova entusiasta la parte cattolica del Pd. Se ne fa interprete
Beppe Fioroni, reduce da recenti abbandoni come quello di Dorina Bianchi
approdata dal Pd proprio in casa udicina: «Casini non vuole farsi imbrigliare?
D’accordo, ma noi non possiamo rischiare di rimanere con un pugno di mosche in
mano. Non si può da una parte teorizzare il ”tutti insieme” per fermare
Berlusconi, e poi alle regionali attuare la politica del carciofo, di qua
alleati, di là avversari, di là ancora da soli, così l’elettorato non capisce,
non si intravede un disegno politico».
NINO BERTOLONI
MELI IM 14
Il web invaso da minacce e insulti. Il lato oscuro della rete
Ma davvero «in
democrazia un cittadino deve avere il diritto di dire le sciocchezze più grandi
che crede», come teorizzò nel 2003 l’allora ministro della Giustizia Roberto
Castelli mettendosi di traverso alla legge europea che voleva ridefinire i
reati di razzismo e xenofobia? Roberto Maroni, vista l’immondizia che trabocca
online a sostegno dell’uomo che ha scaraventato una statuetta in faccia a
Silvio Berlusconi (c’è chi si è spinto a scrivere: «Gli doveva rompere il
cranio a quel testa d’asfalto!») pensa di no. E ha ragione. Se è vero che la
nostra libertà finisce là dove inizia la libertà degli altri, anche la libertà
di parola, cioè il bene più prezioso dell’oro in una democrazia, ha un limite.
Che non è solo il buon senso: è il codice penale.
Ci sono delle
leggi: l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato vanno puniti. Uno Stato
serio non può tollerare che esista una zona franca dove divampa una guerra che
quotidianamente si fa più aspra, volgare, violenta. Come ha spiegato Antonio
Roversi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da
individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati,
parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della
violenza, della sopraffazione, dell’annientamento ». Tomas Maldonado l’aveva
già intuito anni fa: «In queste comunità elettroniche cessa il confronto, il
dialogo, il dissenso e cresce il rischio del fanatismo. Web significa Rete ma
anche ragnatela. Una ragnatela apparentemente senza ragno, dove la
comunicazione, a differenza della tivù, sembra potersi esercitare senza
controllo». Ma più libertà di odio è più democrazia? È una tesi dura da
sostenere. E pericolosa. Perché, diceva Fulvio Tomizza, che aveva visto il suo
piccolo paradiso istriano disintegrarsi in una faida etnica un tempo
inimmaginabile, «devono ancora inventarlo un lievito che si gonfi come si
gonfia l’odio».
Colpire Internet,
dicono gli avvocati di Google denunciata per certi video infami su YouTube (
esempio: un disabile pestato e irriso dai compagni) «è come processare i
postini per il contenuto delle lettere che portano». E lo stesso ministro degli
Interni non si è nascosto la difficoltà di avventurarsi in battaglie
internazionali contro un gigante immenso e impalpabile. Peggio, c’è il rischio
di far la fine dello scoiattolino dell’«Era glaciale»: a ogni forellino che
tappa, l’acqua irrompe da un’altra parte. Ancora più rischioso, però, sarebbe
avviare una (giusta) campagna contro solo una parte dell’odio online.
Trascurando tutti gli altri siti che tracimano di fiele come quelli che
impunemente scrivono d’un «olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista
ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei», di «fottuti
schifosi puzzoni stramaledetti sporchi negri mangiabanana », di «maledetti
zingari immigrati razza inutile sporca da torturare», di respingimenti da
abolire perché «la soluzione a questi problemi è il napalm, altro che
rimpatri». Non puoi combattere l’odio se non lo combatti tutto. Andando a
colpire sia i teppisti razzisti che sputano online su Umberto Bossi chiamandolo
«paralitico di m.» sia quanti aprono gruppi di Facebook intitolati «Io odio Di
Pietro» o «Uccidiamo Bassolino». Mai come stavolta, però, il buon esempio deve
venire dall’alto. Occorre abbassare i toni. Tutti.
Gian Antonio
Stella CdS 15
Internet no alla censura basta un clic
Lo squilibrato che
ha ferito Berlusconi raccoglie 50 mila fan tra i navigatori della Rete.
Significa che la Rete è a sua volta squilibrata? Significa che ha urgente
bisogno di una camicia di forza, o almeno d’una museruola? Calma e gesso, per
favore. E per favore smettiamola d’invocare giri di vite e di manette sull’onda
dell’ultimo episodio che la cronaca ci rovescia addosso.
Oggi succede per
l’apologia di reato ai danni del presidente del Consiglio. Ieri per la
pedofilia, o per le stragi del sabato sera. Ma non è così che ci procureremo
buone leggi. Specie se la legge intenda regolare il più grande spazio pubblico mai
sperimentato dall’umanità. Specie se aggredisca la prima libertà
costituzionale, quella di parola.
Non che le parole
siano altrettanti spifferi di vento. Proteggerle con un salvacondotto
permanente equivarrebbe in conclusione a non prenderle sul serio, perché tanto
contano i fatti, i gesti, le azioni materiali. Equivarrebbe perciò a deprimere
la stessa libertà che si vuole tutelare. E d’altronde - come ha scritto il
giudice Holmes nella sua più celebre sentenza, vecchia ormai di un secolo - la
tutela più rigorosa della libertà d’espressione non proteggerebbe un uomo che
gridasse senza motivo «al fuoco» in un teatro affollato, scatenando il panico.
Insomma, dipende. Più precisamente, dipende dall’intreccio di tre fattori
differenti, che a loro volta si riflettono poi sulle parole che fanno capolino
in Rete.
In primo luogo,
gioca la posizione del parlante. Altro è se racconto le mie ubbie agli amici
raccolti attorno al tavolo di un bar, altro è se le declamo a lezione,
soffiandole all’orecchio di fanciulli in soggezione davanti alla mia cattedra.
In quest’ultimo caso ho una responsabilità più alta, e dunque incontro un
limite maggiore. Non per nulla nei manuali di diritto si distingue tra
«manifestazione» ed «esternazione» del pensiero. La prima è una libertà,
riconosciuta a ogni cittadino; la seconda è un potere, vale per i cittadini
investiti di pubbliche funzioni, e ovviamente copre uno spazio ben più
circoscritto. Ma non c’è potere in Internet. C’è solo libertà.
In secondo luogo,
dipende dal mezzo che uso per parlare. Il medesimo aggettivo si carica
d'assonanze ora più forti ora più fioche se lo leggo su un giornale che ho
scelto d’acquistare, oppure se mi rimbalza dentro casa quando accendo la tv. Ma
è un’edicola la Rete? No, e non ha nemmeno l’autorità dei telegiornali. È
piuttosto una piazza, sia pure virtuale. Un luogo in cui si chiacchiera, senza
sapere bene con chi stiamo chiacchierando. Le chiacchiere, poi, hanno sempre un
che d’aereo, di leggero. Anche quando le vedi scritte sul video del computer,
sono sempre parole in libertà. Meglio: sono lo specchio dei nostri umori, dei
nostri malumori. Sbaglieremmo a infrangere lo specchio, non foss’altro perché
così non riusciremmo a modificare di un millimetro il nostro profilo
collettivo.
E in terzo luogo,
certo: dipende da che cosa dico. Se metto in palio mille dollari per chi
procurerà lo scalpo di Michele Ainis, probabilmente offendo la legge sulla
tutela degli scalpi, e in ogni caso lui avrebbe qualcosa da obiettare. Ecco
infatti la soglia tra il lecito e l’illecito: quando la parola si fa azione,
quando l’idea diventa evento. In quest’ipotesi è giusto pretendere un castigo,
però a due condizioni, messe nero su bianco da decenni nella giurisprudenza
americana: che vi sia una specifica intenzione delittuosa; che sussista un
pericolo immediato.
È il caso di chi
plaude alle gesta di Tartaglia? A occhio e croce no, benché ciascuno farà le
sue valutazioni. Ma non facciamo ricadere su tutto il popolo dei navigatori le intemperanze
di qualche marinaio. Anche perché sono molti di più quanti esecrano Tartaglia,
rispetto ai suoi tifosi. Dopotutto l’antidoto agli abusi in Rete già viaggia
sulla Rete, basta un clic. MICHELE AINIS LS 15
La Corte di Strasburgo condanna l'Italia "Izzo non doveva avere la
semilibertà"
Previsto un
risarcimento per la famiglia Maiorano. "Violato il diritto alla vita delle
due vittime" - I giudici precisano: "Non è una critica al sistema di
reinserimento dei detenuti" - Il legale che ha presentato il ricorso:
"Siamo soddisfatti. E' la giusta conclusione di una vicenda
dolorosissima"
STRASBURGO - La
Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato all'unanimità
l'Italia per aver dato la semilibertà al mostro del Circeo, Angelo Izzo.
Concedendogliela nel 2004, sottolinea la Corte di Strasburgo, le autorità
italiane "hanno violato il diritto alla vita di Maria Carmela Linciano e
Valentina Maiorano", uccise da Izzo il 28 aprile 2005 mentre godeva di
questo beneficio. La Corte ha anche stabilito che le autorità italiane dovranno
risarcire i familiari delle vittime con 45mila euro per danni morali.
Izzo, già
condannato all'ergastolo nel 1975 per il massacro del Circeo, è stato
nuovamente condannato al carcere a vita nel gennaio del 2007, per aver ucciso
la compagna Maria Carmela Linciano e sua figlia Valentina, di soli 14 anni.
All'epoca del delitto, il 28 aprile 2005, l'uomo era detenuto in regime di
semilibertà nel carcere di Campobasso.
I familiari delle
due vittime avevano presentato ricorso nel luglio del 2006 contro lo status
concesso a Izzo. La tesi era che le autorità italiane, concedendogli la
semilibertà, avevano violato il diritto alla vita delle due donne, sancito
dall'articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Oggi i giudici
di Stasburgo hanno dato loro ragione, confermando la "violazione del
diritto alla vita". "L'articolo 2 della Convenzione - hanno ricordato
- obbliga lo Stato non solo ad astenersi dal provocare la morte in modo
volontario e irregolare, ma anche a prendere le misure necessarie alla
protezione delle persone poste sotto la sua giurisdizione".
La Corte europea
ha sottolineato che la sentenza "non rappresenta una critica al sistema di
reinserimento dei detenuti", ma piuttosto una condanna al modo in cui
questo è stato applicato al caso di Izzo. La decisione della Corte, resa
pubblica oggi, diventerà definitiva tra tre mesi, se il governo italiano e i
ricorrenti non chiederanno e otterranno un rinvio davanti alla Grande Camera di
Strasburgo, ricorrendo all'ultimo grado di giudizio.
Soddisfazione è
stata espressa dall'avvocato della famiglia Mariorano, Stefano Chiritti, che
aveva presentato il ricorso. "A nome dei familiari delle due donne uccise
- ha detto - esprimo massima soddisfazione sul piano professionale e umano per
la giusta conclusione di una vicenda dolorosissima, che ora ha trovato
definitivo sigillo anche in sede europea". LR 15
Emergenza rifiuti, Palermo nel caos
Sciopero dei
netturbini. In alcune zone della città circolazione in tilt a causa
dell'immondizia
MILANO - Il Natale
è alle porte e Palermo è invasa dai rifiuti. Lo sciopero di un migliaio dei
1700 operai dell'Amia spa, la ex municipalizzata che gestisce la raccolta
dell'immondizia, aggrava la già pesantissima situazione della raccolta del
pattume nel capoluogo siciliano. Palermo è stracolma di rifiuti in tantissime
parti della città a causa dell’arretrato dei giorni scorsi provocato dallo
stato di agitazione degli operai. In alcuni incroci della città a causa della
spazzatura per strada si registrano rallentamenti alla circolazione.
LO SCIOPERO - I
lavoratori sono scesi in piazza per sollecitare la ricapitalizzazione
dell'azienda che ha debiti per circa 180 milioni di euro e rischia di fallire.
Al corteo che si è mosso da piazza Castelnuovo e ha raggiunto Palazzo delle
Aquile, sede del Comune, hanno aderito la maggior parte dei lavoratori Amia
sotto le sigle sindacali di Cisl, Uil e Confsal. Dopo la manifestazione i
sindacati hanno avuto un incontro con il presidente del Consiglio comunale
Alberto Campagna.
«APPROVARE LA
RICAPITALIZZAZIONE» - «Adesso - ha detto il segretario generale della Cisl di
Palermo Mimmo Milazzo al termine del corteo - ci appelliamo al senso di
responsabilità dei gruppi consiliari e di tutte le forze politiche del
Consiglio comunale affinchè il bene dell'Amia venga anteposto agli interessi di
partito. La ricapitalizzazione dell'azienda che assicura l'igiene ambientale a
Palermo è un primo passo verso il riordino delle società partecipate del Comune
di Palermo per le quali auspichiamo che a gennaio venga aperto un tavolo di
confronto». Lo sciopero ha riguardato il turno mattutino, la fascia che va
dalle 4 a mezzogiorno, ed è stato organizzato da Cisl, Uil e sigle autonome,
mentre non hanno aderito Cgil e Ugl. Domenica, dopo il turno straordinario di
raccolta (quello notturno è andato però deserto), la situazione in alcune zone
è migliorata, ma in altre no.
L'AMIA E I DEBITI
- I debiti dell'azienda ammontano a 180 milioni di euro, di cui una settantina
sono crediti da parte degli Ato che conferiscono i rifiuti nella discarica
palermitana di Bellolampo. Ottocentomila euro è il deficit mensile dichiarato
dall'Amia dopo il cambio dei propri vertici, mentre fino alla scorsa estate il
rosso si aggirava intorno ai tre milioni mensili. CdS 14
Pensioni, da gennaio più leggere in vigore i nuovi coefficienti
Dall’inizio
dell’anno prossimo, per il calcolo della pensione, verranno applicati i nuovi
parametri ribassati tra il 6,38 per cento e l'8,41 per cento. Legati alle
migliori aspettative di vita. Per Cgil perdite almeno del 3-4%. Il sindacato
chiede di modificare i criteri e non applicarli retroattivamente su tutti i
contributi.
Mancano due
settimane e poi le pensioni saranno più leggere. Dal primo gennaio 2010
entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione delle pensioni.
Ovvero quegli elementi che vengono utilizzati per calcolare il valore della
pensione. I nuovi parametri, che verranno applicati a partire dall'anno
prossimo, rispetto a quelli impiegati fino ad ora sono ribassati, a seconda
dell’età, di un valore compreso tra il 6,38 per cento e l’8,41 per cento.
Perdite del 3-4
per cento. Gli impatti saranno diversi a seconda del sistema con cui viene
calcolata la propria pensione. La Cgil ha stimato che, con l'applicazione
automatica dei nuovi coefficienti di calcolo del montante contributivo, chi va
in pensione oggi con il sistema misto (contributivo-retributivo) perderà circa
il 3-4 per cento della pensione. La perdita sarà ancora maggiore per chi va in
pensione con il sistema retributivo. Per questo Cgil ha chiesto di modificare i
criteri di calcolo dei coefficienti di trasformazione e di applicarli "pro
quota" solo sul montante contributivo dal 2010 in poi e non
retroattivamente su tutti i contributi.
Andare in pensione
con le quote. A gennaio 2010, e per tutto il 2010, varrà pure il meccanismo
delle quote per l’accesso al pensionamento di anzianità (introdotto dalla legge
247 del 24 dicembre del 2007) in vigore già da luglio 2009. Possono andare in
pensione coloro che hanno compiuto almeno 59 anni e hanno 36 anni di
contributi. Il meccanismo delle quote fa sì quindi che si può andare con 35
anni di contributi ma solo se si sono compiuti almeno i 60 anni d’età. Fino
alla fine di giugno 2009, i requisiti minimi erano di 58 anni con 35 anni di
contributi.
A partire dal
gennaio 2011 invece, per andare in pensione di anzianità, si dovrà toccare
quota “96”: ovvero potrà andarci chi avrà compiuto 60 anni di età e avrà 36
anni di contributi o 61 anni con 35 anni di contributi. Di seguito la tabella
con la somma di età anagrafica e anzianità contributiva e l’età anagrafica
minima secondo la legge 247.
Lo strumento
interattivo. Per calcolare la data di pensionamento e l’importo della pensione
netta annua (vedi dettaglio) è possibile utilizzare lo strumento del Calcola
Pensione che dà la possibilità anche di scoprire quanto vale la pensione netta
in termini percentuali rispetto all’ultimo stipendio netto.
Le istruzioni per
l'uso. Per utilizzare il calcolatore si dovrà specificare la data di nascita,
il sesso, il codice di avviamento postale, la data di inizio di iscrizione alla
previdenza obbligatoria, la categoria, la professione, e il reddito annuo. E'
utile precisare che, per una corretta lettura delle previsioni, l'importo del
reddito da lavoro dell'anno in corso va imputato al netto di tasse e
contributi. Sarà inoltre sempre l'utente a definire l'ipotesi del percorso di
carriera - assestato, medio o brillante - da qui alla data di pensionamento. LR
14
Integrazione e riconoscimento dell’Islam
IL DIVIETO di
costruire nuovi minareti sancito dal recente referendum svizzero ha aperto in
Europa e nel mondo un acceso dibattito politico e culturale che richiama
l’attenzione sul valore sacro dei simboli di ogni religione e offre l’occasione
di una riflessione complessiva. Sembra infatti dilagare la tentazione di
confondere la libertà di religione con la libertà dalla religione, come
auspicavano le ideologie materialiste del secolo scorso e come impone
l’approccio laicista che traspare dall’ultima sentenza della Corte Europea di
Strasburgo sull’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici.
Si fa strada
l’illusione superficiale secondo la quale la rimozione dei simboli sacri dallo
spazio pubblico dovrebbe garantire la convivenza pacifica favorendo
l’uguaglianza, concepita sulla base di criteri meramente quantitativi come
tabula rasa delle identità spirituali. D’altra parte, non è nemmeno accettabile
l’atteggiamento qualunquista di chi vorrebbe risolvere il problema sostituendo
al laicismo il sincretismo e proponendo di istituire ovunque una sorta di
artificioso pantheon della sacralità, dove dovrebbero trovare posto uno accanto
all’altro i simboli sacri di tutte le confessioni religiose.
La libertà di
religione, tuttavia, non può neppure diventare privilegio di una sola
religione, sancendo giuridicamente e culturalmente la legittimazione di un
miope esclusivismo confessionale. Nel contesto democratico e pluralista
dell’Europa contemporanea, infatti, si profilano double standards fortemente
discriminatori dell’identità delle minoranze religiose, sulla base dei quali
alcuni simboli sarebbero più uguali di altri, che non avrebbero diritto di
cittadinanza nel contesto storico, giuridico e culturale europeo come dimostra
il caso del referendum svizzero. Quando il ministro Calderoli attribuisce
all’Arcivescovo di Milano Tettamanzi l’epiteto di “Imam” con intento
ingiurioso, il problema non è tanto valutare l’atteggiamento del Cardinale
verso l’Islam, quanto la totale mancanza di rispetto verso una funzione
sacerdotale sacra che si esprime nella forma confessionale islamica.
Se
l’interpretazione ideologica di una religione diventa culto di Stato,
super-religione civile, allora i simboli, le funzioni, i luoghi di culto, la
dottrina stessa delle altre confessioni vengono delegittimati e rifiutati come
estranei, e migliaia di italiani musulmani di prima e seconda generazione si
trovano nella paradossale condizione di essere stranieri a casa propria. I
simboli costituiscono un supporto di conoscenza sintetica che consente ai
credenti di elevarsi spiritualmente e intellettualmente dalla molteplicità
della creazione all’unità del Creatore. Occorre dunque riscoprire il significato
più profondo e reale del simbolismo tradizionale ed essere allo stesso tempo
capaci di interagire costruttivamente con il pluralismo delle religioni, delle
idee e degli uomini. Si tratterebbe allora di riconoscere una comunità islamica
formata anche da uomini e donne che sono già cittadini italiani e, come tali,
si presentano come gli interlocutori più adatti alla realizzazione di un
percorso di Intesa tra lo Stato nel quale sono nati e vivono e la religione
alla quale si riferiscono, l’Islam. La libertà religiosa è una condizione
imprescindibile per favorire una convivenza matura.
Dunque non
demonizziamo i simboli sacri come il minareto né gli strumenti politici come il
referendum, ma cerchiamo di evitare che i simboli sacri e gli strumenti
politici siano strumentalizzati per demonizzare l’Islam e negare la libertà di
culto ad una comunità religiosa. Sebbene infatti la presenza del minareto non
sia essenziale per una pratica completa del culto islamico, tali segnali di
chiusura rischiano di alimentare l’islamofobia, l’ignoranza e la confusione tra
Islam e integralismo, favorendo la diffusione di un’immagine formalista e
militante dell’Islam. La Coreis italiana fa appello al Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano, al Governo e alle Istituzioni italiane affinché
venga finalmente conferita completa dignità e piena cittadinanza agli italiani
di religione islamica tramite il riconoscimento giuridico dell’Islam in Italia.
In questo modo, anche nel nostro Paese, sarebbe sancito il diritto di una
comunità di credenti ad avere luoghi di culto trasparenti e dignitosi, guide
spirituali affidabili e qualificate, nella partecipazione attiva e responsabile
allo sviluppo globale e al benessere diffuso della propria Patria.
YAHYA PALLAVICINI,
Imam, vicepresidente Coreis (Comunità religiosa islamica) italiana IM 14
Convegno su “Immigrazione. Identità e uso dei centri storici. Riflessioni
ed esperienze a confronto”
È indetto dal
Ministero del Lavoro presso il CNEL il 17 dicembre, ore 9.15
Roma – In Italia i
flussi recenti di immigrazione si sono sviluppati con caratteristiche in parte
diverse da quelle di altri Paesi europei. Una delle differenze più evidenti
riguarda l’impatto della presenza di decine di migliaia di migranti nelle
realtà urbane, e in particolare nei centri storici. Il nostro Paese infatti
possiede un patrimonio abitativo caratterizzato dalla fitta presenza di centri
storici di grande valore architettonico, che hanno subito negli ultimi decenni
mutamenti di uso che ne hanno cambiato il volto, o a volte fenomeni di
abbandono e degrado. L’arrivo di nuovi abitanti, con abitudini e stili di vita
diversi, si è sovrapposto a una crisi già in atto, e ha prodotto nuovi
problemi, soprattutto nei quartieri in cui non c’è stata mescolanza di etnie e
culture, ma la presenza prevalente di un’unica nazionalità. La questione non
riguarda soltanto la tutela di un bene ambientale, ma la crisi di un modello
abitativo che costituisce una ricchezza antropologica e culturale, un tratto
fondamentale della storia e dell’identità italiana.
L’inclusione
sociale e l’integrazione non possono prescindere dai modelli di insediamento
abitativo, e gli insufficienti elementi di conoscenza dei fenomeni descritti
non consentono di indicare proposte di intervento adeguate sul territorio. Il
convegno “Immigrazione. Identità e uso dei centri storici. Riflessioni ed
esperienze a confronto” si pone l’obiettivo di avviare un percorso di
approfondimento su questi temi.
La prima sessione
dell’incontro intende avviare una ricognizione di esperienze concrete e buone
pratiche a partire da un quadro di conoscenze: la seconda, invece, si articola
in una tavola rotonda tra rappresentanti dei diversi livelli amministrativi per
individuare possibili soluzioni ai problemi emersi. (Migranti-press)
A Natale il brindisi è Made in Italy
Secondo le stime
di Coldiretti, lo spumante, con 140 milioni di bottiglie stappate, supererà per
la prima volta nel brindisi lo champagne francese. In Germania e negli USA i
principali consumatori di bollicine italiane
Per le festività
di fine anno saranno stappate in tutto il mondo 140 milioni di bottiglie di
spumante Made in Italy, che per la prima volta nella storia superano nei
brindisi quelle dello champagne francese, le cui esportazioni sono crollate del
41% nei primi sei mesi del 2009.
È quanto stima la
Coldiretti, in occasione dell'Assemblea dei Giovani imprenditori agricoli
dell'organizzazione, nel sottolineare che nel 2009 la produzione è di oltre 340
milioni di bottiglie per il prodotto nazionale che si colloca ben al di sopra
dei 260 milioni dei cugini d'oltralpe, in forte calo rispetto 322 milioni del
2008 e ai 339 milioni del 2007.
Una conferma del
successo che sta riscuotendo la produzione nazionale di spumante, che erode
quote importanti di mercato ai concorrenti francesi in molti Paesi. I
principali consumatori di spumanti italiani si trovano - precisa la Coldiretti
- in Germania e negli Stati Uniti, ma elevati tassi di crescita si registrano
per la Gran Bretagna e nei Paesi emergenti. Per effetto della crescita della
domanda straniera, che è aumentata nel mondo del 6% in quantità nei primi otto
mesi dell'anno, le esportazioni dello spumante italiano hanno addirittura
superato i consumi nazionali contribuendo a far realizzare un fatturato
complessivo annuale stimato in oltre 2,5 miliardi di euro.
Il 2009 - continua
la Coldiretti - è anche il primo anno di produzione del prosecco a denominazione
di origine (DOC) e delle denominazione di origine controllate e garantite
Conegliano Valdobbiadene Prosecco e Colli Asolani Prosecco (DOCG), che si
stanno dimostrando particolarmente dinamici nella conquista dei mercati esteri.
L'Asti docg è in testa nella produzione con poco più di 80 milioni di bottiglie
prodotte, seguito dal Prosecco Doc Conegliano Valdobbiadene con 50 milioni,
anche se sono ben 160 milioni le bottiglie di Prosecco (Doc e non Doc)
commercializzate. Il Veneto è la prima regione italiana per produzione davanti
al Piemonte.
Il successo fuori
casa conquistato dallo spumante italiano è accompagnato - conclude la
Coldiretti - dalla leadership incontrastata in Italia, dove il brindisi Made in
Italy stravince nel 98% dei casi con circa 80 milioni di bottiglie stappate
durante le festività. (ItalPlanet News)
Svizzera. In morte di Dario Robbiani
Ricordiamo con
grande vicinanza e gratitudine la figura straordinaria di Dario Robbiani, da
sempre impegnato in politica e nel mondo sociale e culturale a favore delle
lavoratrici e dei lavoratori. La sua attenzione e l’accentuata sensibilità alla
causa dei migranti, in modo particolare alle vicessitudini della comunità
italiana in un difficile periodo in cui in Svizzera questa categoria sociale
era espressamente identificata con i cittadini provenienti dal Bel Paese, negli
anni ha coinvolto lo spirito e le aspirazioni di un intero Paese nella ricerca
dell’ integrazione del diverso e del progresso civile e sociale.
Feconda è stata la
sua collaborazione con i movimenti associativi e con i partiti politici
italiani di sinistra presenti in Svizzera (il PCI e i suoi eredi, e la
Federazione socialista italiana,) che progressivamente hanno maturato l’impegno
politico e sociale nel campo progressista e riformista svizzero.
Il suo marcato
senso innovatore è ancora presente nelle nostre famiglie che l’hanno conosciuto
attraverso “un’ora per voi”, ed il suo insegnamento politico è vivo nelle
compagne e nei compagni che, ovunque, in numerosi incontri pubblici ne hanno
apprezzato la saggezza e la determinazione per sollevare le lavoratrici ed i
lavoratori dalle angherie del loro destino.
In questo momento
di lutto il nostro pensiero è vicino alla famiglia di Dario Robbiani. Michele
Schiavone, de.it.press
Ein neues Regime in Italien – und wir schauen weg? Internetblog www.aussorgeumitalien.de
Ist Berlusconi italienische Folklore,
wie noch immer einige deutsche Kommentatoren zu glauben scheinen? Leider nein,
denn Berlusconi versucht, mitten in Europa ein autoritäres Regime zu errichten,
in dem demokratische Prinzipien außer Kraft gesetzt werden. Es ist nicht
ausgeschlossen, dass er damit Erfolg hat – wenn man ihn gewähren lässt.
Sein Amt als Regierungschef verdankt er
vor allem dem Bündnis seiner Partei, des „Popolo della Libertà“, mit der Lega
Nord, deren fremdenfeindliche Demagogie hemmungslos ist. Seit dem Antritt der
neuen Regierung sind Übergriffe gegen Ausländer und Schwule an der
Tagesordnung. Das von der Verfassung garantierte Asylrecht wird faktisch außer
Kraft gesetzt.
Die immer schärfer werdenden Angriffe
Berlusconis gegen die italienische Justiz, das Verfassungsgericht und den
Staatspräsidenten und sein kürzlicher Auftritt auf dem Kongress der
Europäischen Volkspartei machen deutlich, in welcher Verantwortung hier auch
die Nachbarländer Italiens stehen.
Aus Sorge um die italienische Demokratie,
haben mehrere Bürgerinnen und Bürger sich zusammen getan und eine Initiative
gestartet, die in der Eröffnung eines Internetblogs www.aussorgeumitalien.de,
gemündet ist, der jetzt allgemein zugänglich ist. Ein Ziel unserer Initiative
ist es, auch die deutsche Politik so konkret wie möglich auf diese
Verantwortung hinzuweisen. Um es mit Nachdruck tun zu können, brauchen wir
breite Unterstützung.
Ich bitte Sie/Euch deshalb, in
Ihrem/Eurem Bekanntenkreis und dort, wo Sie/Ihr es für richtig halten, auf
unseren Blog hinzuweisen und andere zum Mitmachen und Weitersagen zu ermuntern,
damit der „Schneeball“ wirklich ins Rollen kommt.
Giovanni Pollice,
Leiter der Abt. Migration/Integration giovanni.pollice@igbce.de
(de.it.press)
WDR Funkhaus Europa. Absetzung der Sendungen "Al Dente" und "Café Alaturka"
Schreiben von Giovanni Pollice, Leiter
der Abt. Migration/Integration der Gewerkschaft IG BCE, an WDR Funkhaus Europa
Sehr geehrte Damen und Herren, wir von
der Gewerkschaft IG BCE, haben die Nachricht der Kürzung der Sendungen „Al
Dente“ sowie „Cafè Alaturka“ mit großen Bedauern aufgenommen.
Die Sendung „Al Dente“ wird nicht nur
von Italienern gehört, sondern auch von Hörerinnen und Hörern anderer
Nationalitäten. Hierbei sind besonders die deutschen Zuhörer hervorzuheben, die
mittlerweile mit den Italienern zu den treuesten Anhänger der Sendung gehören.
Die Sendung erreicht nicht nur Menschen, die in NRW leben, sondern weit darüber
hinaus. Ich, sowie viele Freunde und Bekannte von mir, die in Hannover leben,
gehören auch zu den Hörerinnen und Hörern, die diese sehr gute Sendung
regelmäßig hören.
Das gleiche gilt für die Sendung „Café
Alaturka“, die im besonderen Maße, die zweite Generation der Türken anspricht.
Wir sind der Auffassung, dass das
Funkhaus Europa ein gelungenes Projekt ist und die muttersprachlichen Sendungen
besonders in der jetzigen Integrationsdebatte, die in der ganzen Bundesrepublik
geführt wird, sinnvoll und notwendig sind. Einerseits, weil die Nichtdeutschen
Hörerinnen und Hörer als Gebührenzahler, diese Sendungen auch als Wertschätzung
ihnen gegenüber empfinden. Andererseits, widerspiegeln diese Sendungen die
Vielfalt unserer Gesellschaft und tragen dazu bei sich mit dieser Gesellschaft
zu identifizieren und somit leisten sie einen nicht zu unterschätzenden Beitrag
zur Integration. Migrantinnen und Migranten in diesem Land brauchen Programme,
die in Deutschland produziert werden und ihre Themen aufnehmen.
Deshalb wären jegliche Kürzungen an
diesen Programme kontraproduktiv und auch geradezu ein Schlag gegen die
Integrationsbemühungen in diesem Land.
Wir, von der IG BCE bitten die Gremien
des WDR sich dafür einzusetzen, diese Entscheidung noch mal zu überdenken.
Mit freundlichen Grüßen
Giovanni Pollice, Leiter der Abt.
Migration/Integration (de.it.press)
Konferenz in Kopenhagen. Das bisschen Klima
Bislang hat die größte aller
Klimakonferenzen nicht viel mehr ergeben als die größte Klimabelastung aller
Klimakonferenzen. Das zu beklagen, wie es die bei solchen Gelegenheiten
üblichen Demonstrationen tun, setzt voraus, dass es in Kopenhagen tatsächlich
um die Abwendung der Erderwärmung geht. CO2 ist allerdings längst zu einer
Abkürzung für Umverteilungskämpfe im Zeitalter der Globalisierung geworden.
Früher hießen die Abkürzungen "Hunger", "Atom" oder
"Kapitalismus". Die Stichworte für die Sehnsüchte nach einer
gerechteren Welt sind seit Jahrzehnten dieselben. Sie haben heute nur ein neues
Oberstichwort: Klima.
Deshalb geht es auch in Kopenhagen um
Gerechtigkeit, um Solidarität, um Gut und Böse, um Arm und Reich und ein
bisschen auch ums Klima. Das äußert sich immer dann, wenn ein Ausgleich
geschaffen werden soll für die Belastungen, die den Entwicklungsländern beim
Klimaschutz entstehen. Die zum Teil gigantischen Forderungen nach
Kompensationen erinnern sehr an die Ablasszahlungen, die von den
Industrienationen verlangt wurden, um deren Schuld am Kolonialismus abzutragen.
Auch jetzt ist es ja nicht der Klimawandel, den Extrazahlungen zur
Entwicklungshilfe beheben sollen, sondern es ist die alte Kluft zwischen
Wohlstand und Rückständigkeit, die überbrückt wird. Käme die sogenannte
Klimaschutzhilfe für die ärmeren Länder tatsächlich nur der Atmosphäre zugute,
wäre das ein Hohn gegenüber den Millionen Menschen, die an Hunger, Armut und
Korruption sterben.
Kohlendioxid-Emissionen aber sind zur Recheneinheit
für Zukunftsaussichten geworden. So lässt sich solche Hilfe nun auch dadurch
rechtfertigen, dass sie nicht nur den Empfängern, sondern auch den Gebern
zugutekommt. Schließlich geht es um das eine Weltklima, das in Kopenhagen in
ein Eine-Welt-Klima verwandelt werden soll. Gelingt das, könnte die größte
aller Klimakonferenzen zu einer jener Zusammenkünfte der Vereinten Nationen
werden, die mehr bewirken als alle Parlamente dieser Welt einzeln. Dass sie
dafür allenfalls eine Legitimation hat, wie sie sich die Aktivisten auf den
Straßen Kopenhagens wünschen, spielt dabei leider ebenso wenig eine Rolle wie
die Undurchsichtigkeit, mit der Wissenschaftler unsere Meeresspiegel mal mehr,
mal weniger hoch steigen lassen. Jasper von Altenbockum Faz 14
Gipfel ohne Pause. Heiße Phase in Kopenhagen
Kopenhagen. Offiziell machte der
Klimagipfel am Sonntag Pause. Doch tatsächlich wurde es in Kopenhagen spannend:
Die dänische Konferenzpräsidentin Connie Hedegaard traf sich zu informellen
Gesprächen mit den rund 50 Umweltministern wichtiger Staaten, um Druck zu
machen. Sie forderte sie auf, bei den CO2-Reduktionszielen nachzulegen und
höhere Finanzzusagen für den Klimaschutz in den Entwicklungsländern zu machen.
"Wir suchen keinen Minimalkonsens, sondern ein ambitioniertes neues
Klimaabkommen", sagte sie.
Dafür bleiben nun noch fünf
Verhandlungstage. Vom heutigen Montag an verhandeln die Minister der 194
Gipfel-Länder, am Mittwoch beginnt die heiße Phase, am Donnerstag und Freitag
reisen die Staats- und Regierungschefs an, um, wenn es gut geht, Nägel mit
Köpfen zu machen.
Besonders die USA und China, die für
rund 40 Prozent des globalen CO2-Ausstoßes verantwortlich sind, bekamen die
Unzufriedenheit mit dem bisher zähen Verlauf zu spüren. Hedegaard und Schwedens
Umweltminister Andreas Carlgren als Vertreter der EU-Ratspräsidentschaft
forderten die Länder auf, konstruktiver zu werden. Sie blockieren sich aber
gegenseitig, in dem sie neue Zusagen vom Vorangehen des jeweils anderen
abhängig machen. "Was bisher vorliegt, reicht nicht aus, um das
Zwei-Grad-Ziel zu erreichen", sagte Carlgren. Zwei Grad Erderwärmung
gelten als gerade noch beherrschbar.
Aber auch die EU steht auf der Bremse.
Sie will ihr CO2-Ziel für 2020 nur dann von minus 20 auf minus 30 Prozent erhöhen,
wenn Kopenhagen ein Erfolg wird. Jetzt schon so weit zu gehen, wäre "ein
billiger Ausverkauf", sagte Carlgren. Kanzlerin Angela Merkel hieb in
dieselbe Kerbe: Man werde nicht weit vorangehen, wenn "andere nichts tun
und dann Arbeitsplätze bei uns abwerben mit dem Argument weniger Kosten für den
Klimaschutz".
Ein Fortschritt ist, dass die seit
Freitag auf dem Gipfel vorliegenden Entwürfe für neue Klimaabkommen inzwischen
als Verhandlungsgrundlage akzeptiert sind. Sie benennen eine Erwärmungsgrenze
von 1,5 oder zwei Grad als Ziel, fordern von Industriestaaten bis 2020
CO2-Reduktionen zwischen 25 und 45 Prozent und bis 2050 eine globale Minderung
von 50, 85 oder aber 95 Prozent. Freilich sehen die Entwürfe wie
Multiple-Choice-Bögen aus. Welche Ziele fixiert werden, ist offen.
Zur Frage der Finanzhilfen für die
Entwicklungsländer, die Anpassung an den Klimawandel (etwa durch Deichbau oder
veränderte Landwirtschaft) und die Umstellung auf "grüne"
Technologien ermöglichen sollen, bleibt der Text vage. Es soll zwar
"zusätzliche" Mittel gegeben, und das "verlässlich". Aber
wie viel - Fehlanzeige. Hier ist Streit programmiert. Experten halten
mittelfristig Summen von rund 100 Milliarden Euro jährlich für notwendig.
Verbände wie WWF, Greenpeace und
Germanwatch forderten die Minister auf, die ambitioniertesten Ziele zu wählen.
Zudem komme es darauf an, mögliche "Schlupflöcher" zu schließen. Hohe
CO2-Ziele könnten danach etwa durch zu freizügige Anrechnung von
CO2-speichernden Wäldern oder Klimamaßnahmen im Ausland konterkariert
werden. JOACHIM WILLE FR 14
Italien will Politiker besser vor Angriffen schützen
Rom - Nach dem Angriff auf
Ministerpräsident Silvio Berlusconi will die italienische Regierung Politiker
besser schützen.
So sollen unter anderem Internetseiten
mit Hassparolen blockiert werden, wie Innenminister Roberto Maroni am Dienstag
mitteilte. Konservative Politiker haben entsetzt darauf reagiert, dass auf
bestimmten Internetseiten der Angriff auf den Regierungschef gutgeheißen wurde.
Maroni zufolge wird auch eine Verschärfung des Versammlungsrechts erwogen.
Angreifer Massimo Tartaglia
entschuldigte sich inzwischen bei Berlusconi. Er bedauere zutiefst seine
"feige und unüberlegte Tat", schrieb der als psychisch krank geltende
42-Jährige nach Angaben seiner Anwälte in einem Brief an den politisch höchst
umstrittenen Ministerpräsidenten. Tartaglia habe keine Erklärung für seine Tat.
Er habe alleine gehandelt - ohne politische und extremistische Motive, hieß es
am Montagabend weiter. Tartaglia soll sich seit Jahren wegen psychischer
Probleme in Behandlung befinden.
Er hatte Berlusconi am Sonntag auf dem
Mailänder Domplatz eine Miniaturausgabe der Kathedrale aus kurzer Distanz ins
Gesicht geschleudert, ihm die Nase gebrochen und zwei Zähne ausgeschlagen. Berlusconi
muss nach Angaben seines Arztes mindestens noch bis Mittwoch im Krankenhaus
bleiben. Seine Amtsgeschäfte wird der 73-Jährige frühestens in zwei Wochen
wieder aufnehmen können.
Politisch dürfte der Angriff Berlusconi
nach Einschätzung von Experten Pluspunkte eintragen, nachdem seine Zustimmung
in der Bevölkerung wegen mehrerer Sex-Skandale und gerichtlicher
Auseinandersetzungen gefallen waren. Ein Gefolgsmann des konservativen
Regierungschefs und Medien-Milliardärs äußerte zudem die Erwartung, dass der
Zwischenfall die Rivalität zwischen Berlusconi und Parlamentspräsident
Gianfranco Fini beenden könnte. Berlusconis Anhänger führen den Anschlag auf
ein Klima des Hasses zurück, das dem Regierungschef aus ihrer Sicht
entgegenschlägt. Konservative Abgeordnete verließen am Dienstag zu Beginn einer
Rede des linken Politikers Antonio di Pietro den Plenarsaal. Di Pietro hatte
Berlusconis Verhalten für den Angriff verantwortlich gemacht. Der
Ministerpräsident hat sich wiederholt als Opfer kommunistischer Richter, linker
Politiker und der Medien dargestellt. (Reuters 15)
Italien. Angreifer verletzt Berlusconi im Gesicht
Schwerer tätlicher Angriff auf Silvio
Berlusconi: Der italienische Regierungschef ist am Sonntag in Zentrum von
Mailand von einem Mann mit einem harten Gegenstand - offensichtlich eine
Souvenirausgabe des Mailänder Doms für Touristen - beworfen und damit
niedergestreckt worden. Der mitten im Gesicht getroffene und stark blutende
Ministerpräsident wurde sofort in sein Auto gebracht und in ein Hospital
gefahren, berichteten Augenzeugen. Sie zeigten sich schockiert von dem
Geschehen nach einem öffentlichen Auftritt Berlusconis auf dem Mailänder
Domplatz.
Als mutmaßlicher Täter festgenommen
wurde nach Medienberichten ein Mann, der den 73-Jährigen kurz nach einer
Wahlveranstaltung der Berlusconi-Partei Pdl (Volk der Freiheit) angegriffen
haben soll. Danach sei der im Gesicht getroffene Regierungschef
zusammengesackt.
„Mir geht es gut“ - Im Hospital angekommen,
versprühte Berlusconi bereits wieder seinen bekannten Optimismus: „Mir geht es
gut, mir geht es gut“, sagte er, als er von der Notaufnahme auf sein
Krankenhauszimmer gebracht wurde. Sein Sprecher Paolo Bonaiuti machte die
schmerzliche Bilanz auf: Das Nasenbein sei angeknackst, zwei Zahnplomben seien
herausgesprungen, eine Wunde an der Lippe habe viel Blut gekostet.
Der 42-jährige mutmaßliche Täter habe
Berlusconi den harten Gegenstand direkt ins Gesicht geschleudert, heißt es. Der
von der Polizei vernommene Mailänder war nach Behördenangaben bisher lediglich
durch Verkehrsvergehen aufgefallen. Er soll allerdings wegen psychologischer
Probleme seit zehn Jahren in der Mailänder Poliklinik in Behandlung gewesen
sein.
24 Stunden unter Beobachtung<