WEBGIORNALE  18-20  dicembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il Presidente Napolitano: "Su immigrati e giustiza non si può delegare alla Ue"  1

2.       Aumentano i minori stranieri in Italia, sia con famiglia sia non accompagnati 1

3.       Accolto l’OdG sulle detrazioni fiscali per carichi famiglia ai residenti all’estero  1

4.       La riforma di Comites e Cgie all’esame della Commissione Esteri del Senato  2

5.       Riforma Comites-Cgie al Senato. Il dibattito in Commissione sul testo unificato del Comitato ristretto  3

6.       Claudio Micheloni (Pd) fa il punto sul testo unificato di riforma di Comites e Consiglio Generale  3

7.       Riforma Cgie. Dai deputati PD-Estero la proposta di una quota donna e una quota giovani 4

8.       Renania Palatinato. Primo Museo virtuale dell’immigrazione in Germania  5

9.       Dortmund. Nasce il primo calendario interculturale  5

10.   A Colonia concerto di Natale con il Trio Cascades, a Monaco il film "Pranzo di Ferragosto"  5

11.   Hannover. Prima conferenza regionale degli italiani residenti in Bassa Sassonia sulla Salute. 5

12.   Neuss. Pietro Casula (Sardi nel mondo): “Contro la violenza”  6

13.   Ricerca Uim. Gli italiani all’estero. Generazioni „perdute“ ma non sperdute  6

14.   Firmato accordo per borse di studio fra il Dipartimento e il MAE  6

15.   Finanziaria: approvato ordine del Giorno teso a migliorare il sistema di informazione per gli italiani all’estero. 7

16.   Pubblicato il Primo Rapporto dell’European Migration Network Italia. Oggi la presentazione  7

17.   Clima, rush finale per l'accordo. Usa: sì maxi-fondo da 100 mld  7

18.   Copenaghen. Focsiv: Meglio l’estensione del Protocollo di Kyoto che un nuovo accordo poco ambizioso e non equo  8

19.   Summit di Copenaghen, ore decisive. La Cina: «Non c'è possibilità di accordo»  8

20.   Il vertice sul clima. Aria calda e aria fritta  8

21.   Il Paese in conflitto. La fitta nebbia da diradare subito  9

22.   Come tornare a un clima civile. Libertà di critica e confronto leale  9

23.   Attentato alla Bocconi. Ma non siamo agli Anni Settanta  10

24.   L’intelligence: si sono riorganizzati e lanciano la loro “guerra sociale”  10

25.   Fini raduna gli ex An «O conme o con Arcore»  10

26.   Il Paese con due destre  e due sinistre  11

27.   La via d’uscita dall’estremismo  11

28.   Commento. L'assalto ai giornalisti 12

29.   Quel rifiuto di un PdL con la “bava alla bocca”  12

30.   Casini: "Contro i falchi del Pdl fronte della legalità Udc-Pd"  12

31.   Il premier stringe i tempi:  sente che la sua assenza comincia già a pesare  13

32.   L’analisi. Le leggi per la Rete  14

33.   Quei Giorni di Piazza Fontana  14

34.   Scudo fiscale, sì alla proroga fino ad aprile. Via libera della Camera alla finanziaria  15

35.   L'Istat rivela: «Mezzo milione di occupati in meno»  15

36.   “Babbo Natale è un cattivo esempio"  15

37.   La diffusione della cultura italiana nel mondo e le occasioni perdute  15

38.   Viaggi in treno, da un Regolamento europeo più garanzie per i cittadini 16

39.   A proposito delle detrazioni per carichi di famiglia per i residenti all’estero  16

40.   La Giunta regionale dell’Umbria approva il “Programma annuale di iniziative per l’immigrazione"  16

41.   “Politiche migratorie. Lavoratori qualificati. Settore sanitario”  17

 

 

1.       "Integrationspolitik auf europäischer Ebene wirksamer gestalten"  17

2.       Gründungsaufruf. Kirchen wollen Netzwerk gegen rechtsextrem   18

3.       "Der Dialog mit Migranten ist für das Gelingen von Integration unverzichtbar"  18

4.       Nach Angriff auf Berlusconi. Das Internet ist schuld  18

5.       Italien. Er wollte zu Berlusconi 19

6.       Rassismus gegen Fußballer. Ein Symbol für die Spaltung Italiens  19

7.       Erdbeben in Italien. Die Erde bebt 20

8.       Hochgeschwindigkeitsnetzwerk der Ferrovie dello Stato wächst 20

9.       Straßburg. Minarett-Verbot vor Menschenrechtsgerichtshof 20

10.   Merkel und der Klimagipfel. Klimakanzlerin kämpft um Kopenhagen  21

11.   Kopenhagen. Klimagipfel droht zu scheitern  21

12.   Klimagipfel Kopenhagen. "Ohne Lösung gibt es Gewalt"  22

13.   Eurobarometer Herbst 2009. EU-Bürger fürchten um ihre Arbeit 22

14.   Die nationale Identität in Frankreich. "Debatte weckt niedrigste Instinkte"  23

15.   Debatte um Burka-Verbot. Die vertrackte Schleierfrage der Franzosen  23

16.   Kundus-Affäre. Parlamentarisches Trommelfeuer 24

17.   Kundus-Affäre. Guttenberg - Minister der Inkonsequenz  24

18.   Verteidigungsministerium. Generalinspektion für Guttenberg  25

19.   "Kein Dauereinsatz". FDP distanziert sich von Afghanistan  25

20.   Allensbach-Analyse. Der Statusfatalismus der Unterschicht 26

21.   Bildungsgipfel. Analyse. Den Mangel schöngerechnet 27

22.   Bildungsgipfel. So unterschiedlich lernt man in Deutschland  27

23.   Haushalt. Mehr Geld für Bildung  27

24.   Kritik an SPD-Spitze. Ypsilanti beklagt Ideenlosigkeit 28

25.   Konjunktur. Trügerischer Aufschwung  29

26.   Leitartikel. Schlicht verfassungswidrig  29

27.   Fünf Jahre Hartz IV. Soziale Bilanz  30

28.   Nachtflugverbot. Hessen legt Revision ein  30

29.   Arbeitsmarkt. Immer weniger Vollzeitjobs  31

30.   Stiftung Vertreibung. Ein sichtbar schlechtes Zeichen  31

31.   Windows. EU legt Browserstreit mit Microsoft bei 31

32.   Neonazis bei der Bundeswehr. Braune Flecken auf der Uniform   32

33.   Sauerland-Gruppe. Islamisten in Deutschland radikalisiert 32

 

 

 

 

 

Il Presidente Napolitano: "Su immigrati e giustiza non si può delegare alla Ue"

 

Il presidente della Repubblica chiede di garantire il diritto d'asilo a chi ne ha diritto

E invita comunque a un coordinamento con Bruxelles, o con la Corte Europea di Strasburgo - Per il capo dello Stato tali questioni, "al centro di forti controversie"

vanno risolte in Italia, sia pure tenendo conto delle norme internazionali

 

FIRENZE - "Non bisogna cadere nell'errore che l'Ue debba fare tutto e risolvere i problemi che debbono essere affrontati qui, in Italia". Lo dice il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, riferendosi in particolare ai problemi legati agli immigrati e alla giustizia. Napolitano è intervenuto a un convegno per l'inaugurazione della nuova sede dell'archivio storico europeo a Villa Salviati, a Firenze.

 

Le politiche su questi temi in Italia, ha ricordato Napolitano, "sono oggi al centro di forti controversie, tensioni e molteplici spinte propositive, ma non si deve cadere nell'errore che la Ue debba fare tutto per risolvere i problemi che vanno affrontati qui".

 

Il che non significa certo sminuire l'importanza dell'Unione Europea: "L'Europa in quanto tale è destinata all'irrilevanza, al declino se non riesce ad operare come soggetto unitario nello scenario internazionale", secondo il presidente.

 

Nelle politiche per gli immigrati, sostiene Napolitano, "C'è una sovrapposizione impropria tra immigrazione e richiesta di asilo". "Penso piuttosto a standard comuni per i richiedenti asilo - ha detto il presidente riferendosi a politiche comunitarie sul tema - diritto garantito da convenzioni internazionali. Per l'immigrazione, nella Ue c'è una molteplicità di politiche che non è semplice ricondurre all'unità".

 

"Il confronto - ha poi aggiunto il Capo dello Stato- deve dar luogo a dei coordinamenti in sede europea, e può prevedere luoghi di coordinamento delle controversie o istanze di appello, come ad esempio la Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo". LR 17

 

 

 

 

Aumentano i minori stranieri in Italia, sia con famiglia sia non accompagnati

 

Primo Rapporto di Save the Children - Più di 800mila i minori, la maggior parte nati in Italia. Cresce il numero di afgani e di egiziani

 

ROMA – In aumento in Italia i minori stranieri, sia quelli con famiglia sia quelli non accompagnati: 6.587 nel corso del 2009 (segnalati al Comitato dei minori). Lo evidenzia il primo Rapporto “I minori stranieri in Italia” di Save the Children, presentato oggi a Roma, nella sede di CivicoZero. “E’ la prima pubblicazione interamente dedicata a loro, e intende diventare un appuntamento fisso”, sottolinea Valerio Neri, direttore generale dell’organizzazione in Italia, spiegando che “il lavoro è frutto del nostro impegno a sostegno di centinaia di minori stranieri nelle aree dove sono più presenti: a Roma, in alcune città portuali di Marche, Puglia e Sicilia e altri luoghi strategici come di recente Torino”.

  Al 1° gennaio 2009 nel nostro Paese i minori risultavano essere 862.453; nel gennaio 2004 erano 412.432. Costante aumento, dunque, negli ultimi 6 anni i minori stranieri nel nostro Paese. La maggior parte, circa 519 mila, sono nati in Italia, e l’incidenza dei nati stranieri sul totale dei nati in Italia è passata dal 2,5% del 1997 al 12,6% del 2008. Le province con il maggior numero di minori residenti sono Milano, Roma, Torino, Brescia e Bergamo.

  Tra i minori aumentano gli afgani e gli egiziani, che sono in sensibile crescita anche a Roma. Nella capitale molti gli egiziani “scomparsi” e scappati dalle comunità d’accoglienza della Sicilia dopo l’arrivo via mare. Più di 3.500 i minori stranieri non accompagnati contattati e seguiti da Save the Children in Italia, di cui più di 1.200 nell’ambito del progetto CivicoZero

  I minori entrano nel nostro Paese – spiega l’organizzazione - per lo più via mare ma anche dalle frontiere terrestri del nord est, spesso da soli, a volte al seguito di smugglers (trafficanti) o di sfruttatori, e con l’idea di migliorare la propria condizione economica anche per aiutare le famiglie d’origine, o in fuga da guerre e violenze, come molti minori afgani, il cui flusso è in evidente aumento. Per perseguire il loro disegno migratorio, spesso i ragazzi stranieri scappano immediatamente dalle comunità d’accoglienza e scompaiono, per poi riapparire a chilometri di distanza, come è il caso di molti minori egiziani agganciati da Save the Children a Roma.

  Il 77% (5.091) risulta essere non identificato (cioè senza documento di riconoscimento). I minori censiti provengono da 77 diversi Paesi, in prevalenza africani. I gruppi nazionali più numerosi sono quelli del Marocco (15% del totale), Egitto (14%), Albania (11%), Afghanistan (11%), Palestina (7%), Somalia (4%), Eritrea (4%), Nigeria (4%), Repubblica Serba (4%). I maschi sono il 90% del totale. Più della metà dei minori ha 17 anni. 691 hanno tra 7 e 14 anni, 49 tra 0 e 6 anni). Complessivamente i minori tra i 15 e i 17 anni ammontano a 5.847. Il 74% dei minori censiti è alloggiato presso una struttura di prima o seconda accoglienza, mentre il 16% si trova presso zii, cugini, fratelli, sorelle, connazionali, in affido extrafamiliare. 70 minori sono negli Istituti penali minorili. La maggior parte dei minori stranieri residenti è nata in Italia: circa 519mila. Il restante 343.753 è costituito da minori giunti attraverso il ricongiungimento familiare.

  Confrontando i dati riferiti all’anno scorso (fine settembre 2008-2009) si rileva che i minori egiziani e afgani sono aumentati, mentre sono diminuiti i minori marocchini, albanesi e palestinesi: i primi sono passati da 906 a 962, gli afgani da 614 a  743.

  Per quanto riguarda i punti di entrata di questi bambini e adolescenti, nel corso del 2008 risultano approdati sulle coste delle regioni meridionali 2.749 minori stranieri , di cui il 95% in Sicilia, nella provincia di Agrigento, e più esattamente a Lampedusa . Secondo la rilevazione effettuata dal Servizio di Polizia delle Frontiere e degli Stranieri , inoltre, nel 2008 sono giunti in Italia dalle frontiere di Ancona e Venezia circa 210 minori stranieri. Non si dispone, invece, dei dati relativi alle frontiere terresti. In generale, altri valichi di frontiera significativi sembrano essere: Fiumicino (Roma); Gorizia, Brindisi, Ancona e Malpensa (Milano) . In tutti questi casi la gran parte dei ragazzi in arrivo, è costituita da minori soli.

  “Dietro ogni minore, soprattutto non accompagnato, presente sul nostro territorio, c’è sempre una ragione e motivazione fortissime: di ricerca di protezione, di emancipazione economica e sociale, oppure di sfruttamento, come nel caso di molte nigeriane vittime di tratta arrivate via mare, o di tante ragazze dell’est-Europa coinvolte nello sfruttamento sessuale - spiega Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia – perciò consideriamo particolarmente  preoccupanti e gravi alcuni recenti provvedimenti, come i rinvii verso la Libia di decine di migranti in arrivo via mare, compresi sicuramente anche minori, e  valutiamo che essi rappresentino una forte rischio per la tutela dei diritti dei minori stranieri sia non accompagnati che con genitori irregolarmente presenti nel nostro paese, alcune norme contenutes nella legge sicurezza (94/2009), come quelle che introducono dei criteri molto restrittivi per la concessione del permesso di soggiorno al compimento del diciottesimo anno o, per esempio, quella che prevede l’ipotesi dirimpatrio dei minori comunitari coinvolti in prostituzione”. “E’ necessario piuttosto rafforzare e razionalizzare il sistema di accoglienza del nostro paese, prevedendo delle strutture di prima e seconda accoglienza, e individuare una soluzione di lungo termine per ogni minore - precisa Valerio Neri - Inoltre è essenziale adottare standard e procedure condivise in materia di identificazione, accertamento dell’età e verifica delle relazioni parentali dei minori in ingresso. Commettere degli errori durante anche uno di questi passaggi può tradursi nella violazione di alcuni diritti fondamentali dei quali i minori stranieri sono titolari, compresa l’adozione di provvedimenti altamente lesivi come la detenzione in centri per migranti adulti irregolarmente presenti, l’espulsione e la mancata protezione da violenza o tratta e sfruttamento”. (Per il Rapporto di Save the Children http://www.savethechildren.it/2003/download/pubblicazioni/rapporto_minori_migranti_2009.pdf)  (Inform)

 

 

 

Accolto l’OdG sulle detrazioni fiscali per carichi famiglia ai residenti all’estero

 

Roma - "Rendere definitiva l’estensione delle detrazioni fiscali per carichi di famiglia agli italiani all’estero che non godono, nel Paese nel quale risiedono, di benefici connessi ai carichi famigliari. È questo l’impegno che abbiamo posto all’attenzione del Governo con l’ordine del giorno presentato dopo il voto di fiducia sulla finanziaria 2010": così Marco Fedi, deputato del Pd e primo firmatario dell’ordine del giorno accolto dal Governo nella seduta di mercoledì pomeriggio alla Camera.

L’ordine del giorno, sottoscritto dai deputati del Partito Democratico eletti all’estero, Bucchino, Farina, Garavini, Narducci e Porta, chiede una definitiva risposta anziché un percorso a proroghe.

"Sul versante impositivo – ricorda Fedi – i cittadini italiani residenti all’estero, che producono un reddito assoggettabile ad IRPEF in Italia, sono in una condizione di sostanziale disparità nei confronti dei residenti nel territorio nazionale". Infatti, il 2010, a normativa vigente, sarà l’ultima annualità per godere di tali benefici fiscali, che invece sono appannaggio permanente dei residenti in Italia. "Chiediamo pertanto al Governo, con questo ordine del giorno, di "valutare l'opportunità di predisporre un'apposita norma tesa a superare il limite temporale 2010 e prevedere la definitiva estensione delle detrazioni fiscali per carichi di famiglia ai residenti all'estero".

Di seguito il testo integrale dell’odg.

"La Camera, la legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria 2007), ha esteso le detrazioni fiscali per carichi di famiglia, previste dall’articolo 1, comma 1324, ai lavoratori ed alle lavoratrici residenti all’estero limitatamente agli anni 2007, 2008 e 2009, a condizione che gli stessi dimostrino che le persone alle quali tali detrazioni si riferiscono non possiedano un reddito complessivo superiore, al lordo degli oneri deducibili, al limite previsto dall’articolo 12, comma 2, compresi i redditi prodotti fuori dal territorio dello Stato, e di non godere, nel Paese di residenza, di alcun beneficio fiscale connesso ai carichi familiari;

il Ministero dell’economia e delle finanze ha emanato, con decreto 2 agosto 2007, n. 149, recante regolamento concernente le detrazioni per i carichi di famiglia ai soggetti non residenti, di cui all’articolo 1, comma 1324, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, le norme applicative della legge;

il limite temporale 2007, 2008 e 2009, prorogato di 1 anno fino al 2010, ha posto e pone i residenti all’estero, che producono un reddito assoggettabile ad IRPEF in Italia, in una condizione di sostanziale disparità nei confronti dei residenti nel territorio nazionale, fissando un limite temporale ingiusto per coloro i quali non godono, nel Paese di residenza, di benefici connessi ai carichi famigliari,

impegna il Governo

a valutare l’opportunità di predisporre un’apposita norma tesa a superare il limite temporale 2010 e prevedere la definitiva estensione delle detrazioni fiscali per carichi di famiglia ai residenti all’estero". (aise)

 

 

 

 

La riforma di Comites e Cgie all’esame della Commissione Esteri del Senato

 

Adottata quale testo base la proposta di testo unificato illustrata dal relatore. Fissato al 28 gennaio 2010 il termine per la presentazione di emendamenti. Mantica: “Elezioni per il rinnovo di Comitati e Consiglio al più tardi nei primi mesi del 2011”

 

Roma - Nella seduta di ieri la Commissione Esteri del Senato ha ripreso l’esame - sospeso l’11 giugno scorso - dei vari disegni di legge presentati in Senato sulla riforma degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero (Comites e Cgie). Sei disegni di legge che portano le firme dei senatori Micheloni (Pd), Tofani e Bevilacqua (Pdl), Mirella Giai (Maie), Randazzo e Di Giovan Paolo (Pd), Randazzo e altri (Pd), Pedica (Idv).

  Nel frattempo il Comitato ristretto istituito in seno alla Commissione ha svolto una serie di audizioni mentre il relatore Oreste Tofani (Pdl) ha elaborato una proposta di testo unificato che ha illustrato alla Commissione e che affronta unitariamente tanto la disciplina dei Comitati degli italiani all'estero quanto del Consiglio generale degli italiani all'estero.

I contenuti della proposta illustrati dal relatore.

  L'articolo 1 concerne l'istituzione dei Comitati degli italiani all'estero e individua differenti soglie minime di consistenza delle collettività italiane nel mondo, necessarie per procedere alla formazione di detti organismi. All'articolo 2, mediante il sistema dei Comitati non elettivi, viene assicurata la rappresentanza anche delle comunità più piccole.

  L'articolo 4 ridefinisce le funzioni e i compiti dei Comitati. In particolare, il comma 8 indica i contenuti della relazione annuale che ciascun Comitato è chiamato a redigere, per dare conto degli interventi effettuati dalle autorità ed enti italiani a favore della collettività italiana nel proprio territorio di riferimento, nonché sullo stato della stessa collettività. Il comma 10, inoltre, stabilisce che le relazioni sono sottoposte al Capo della rappresentanza diplomatica locale, il quale deve rispondere agli eventuali quesiti in essa contenuti.

  L'articolo 5 stabilisce che in ciascun Paese in cui è formato più di un Comitato è istituito un Comitato dei Presidenti, detto "Intercomites".

  L'articolo 6 riguarda il bilancio preventivo dei Comitati e l'articolo 7 disciplina la composizione dei Comitati, la cui consistenza numerica varia da 9 a 18 membri, in relazione alla consistenza della comunità italiana di riferimento.

  L'articolo 9 stabilisce la durata in carica dei componenti del Comitato, pari a 5 anni, e la decadenza dalla carica in caso di mancata partecipazione non giustificata ai lavori del Comitato per tre sedute consecutive.

  L'articolo 10 riguarda la partecipazione ai Comitati, per cooptazione, di cittadini stranieri di origine italiana che hanno contribuito a conferire particolare prestigio alla comunità italiana.

  L'articolo 12 riguarda il sistema elettorale dei Comitati, mediante il voto di lista e individua al comma 8 le categorie di soggetti che non possono essere candidati.

  L'articolo 14 disciplina la stampa e l'invio del materiale elettorale. Il comma 6 specifica le modalità di reinvio delle schede elettorali da parte degli elettori, con modalità che tendono a impedire il verificarsi di abusi e disfunzioni.

  L'articolo 15 concerne l'espressione del voto: una materia rispetto alla quale il relatore manifesta ampia disponibilità ad accogliere suggerimenti ed ulteriori riflessioni.

  L'articolo 21 regola poteri e funzioni dell'esecutivo che ciascun Comitato elegge al proprio interno. In particolare, uno dei due vice presidenti è rappresentativo della minoranza del Comitato.

  L'articolo 22 riguarda le sedute del Comitato e la validità delle deliberazioni e stabilisce, al comma 5, che alle sedute possano partecipare, senza diritto di voto, i parlamentari italiani, e non solamente quelli eletti nella circoscrizione Estero o appartenenti alle Commissioni Affari Esteri o ai Comitati per le questioni degli italiani all'estero dei due rami del Parlamento.

  La seconda parte della proposta di testo unificato riguarda la disciplina del Consiglio degli italiani all'estero e tiene conto dell'introduzione del sistema di rappresentanza parlamentare degli italiani residenti nella circoscrizione Estero. L'obiettivo è anche quello di delineare un organismo che si ponga quale anello di congiunzione tra istanze centrali e prerogative delle regioni e degli enti locali in materia di raccordo con le comunità italiane nel mondo.

  L'articolo 24 modifica anzitutto la denominazione dell'attuale Consiglio generale degli italiani all'estero, che dovrebbe divenire Consiglio degli italiani all'estero.

  L'articolo 25 individua la composizione del Consiglio, che include 82 membri, del quale fanno parte di diritto i presidenti degli Intercomites, i presidenti o gli assessori con delega all'emigrazione delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano, nonché i presidenti dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani (ANCI) e dell'Unione delle Province d'Italia (UPI). Il comma 3 stabilisce che i rimanenti membri del Consiglio siano eletti dagli Intercomites.

  L'articolo 27 individua gli organi del Consiglio e l'articolo 32, al comma 2, prevede che possano essere invitate a partecipare ai lavori delle Assemblee plenarie del Consiglio, con solo diritto di parola, fino a 10 personalità competenti sui temi all'ordine del giorno.

 

Il dibattito in Commissione - Il senatore Stefano Pedica (IdV) ha ricordato che il disegno di legge da lui presentato si muove in senso nettamente differente in quanto prevede la soppressione del Consiglio generale degli italiani all'estero. Si riserva pertanto di elaborare proposte emendative al testo base.

  Il senatore Claudio Micheloni (Pd) ha espresso alcuni dubbi rispetto al testo, con particolare riferimento all'individuazione delle circoscrizioni elettorali, nonché agli effetti della riduzione del numero dei Comites. Va prestata attenzione anche alla prevista coincidenza della carica di presidente di Intercomites e di componente del Consiglio degli italiani all'estero; perplessità sulla presidenza del Consiglio degli italiani all'estero, che non verrebbe più affidata al ministro degli Affari Esteri. Così pure, le modalità di voto per l'elezione dei Comites andrebbero valutate alla luce dell'esperienza e delle ipotesi di riassetto del sistema previsto per le elezioni politiche nella circoscrizione Estero. Infatti, il voto per corrispondenza andrebbe accompagnato da cautele per evitare fenomeni di malfunzionamento o abuso.

  Il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, intervenuto in rappresentanza del Governo, nell’esprimere apprezzamento per il lavoro svolto ha richiamato l'attenzione sulla proposta di un sistema elettorale per i Comitati che prevede la presentazione di liste con una presenza minima di un terzo per genere e di un terzo per candidati di età inferiore ai 35 anni. Nel preannunciare che il Governo si riserva di valutare la presentazione di proposte emendative, ha fatto presente la necessità che il Consiglio degli italiani all'estero possa svolgere una funzione di raccordo tra politiche statali e politiche delle regioni e degli enti locali a favore delle comunità italiane all'estero. L'obiettivo è di tenere le elezioni per il rinnovo dei Comitati e del Consiglio entro la fine del prossimo anno, ovvero, al più tardi, nei primi mesi del 2011, secondo un nuovo sistema elaborato dal Parlamento.

  La Commissione, con il voto contrario del senatore Pedica, ha infine adottato la proposta di testo unificato illustrata dal relatore quale testo base ed ha fissato il termine per la presentazione di emendamenti per giovedì 28 gennaio 2010 alle ore 16. (Inform)

 

 

 

 

Riforma Comites-Cgie al Senato. Il dibattito in Commissione sul testo unificato del Comitato ristretto

 

Roma - Nella seduta di martedì pomeriggio è stato presentato in Commissione Affari Esteri del Senato il testo unificato sulla riforma di Comites e Cgie elaborato dal Comitato ristretto costituito nel giugno scorso, che ha avuto il compito di sintetizzare nell’articolato i diversi disegni di legge presentati in merito dai senatori Micheloni (Pd), Tofani e Bevilacqua (Pdl), Giai (Maie), due di Randazzo, di cui una presentata con il collega Di Giovan Paolo (Pd), Pedica (Idv). Alla presenza del sottosegretario agli esteri, Alfredo Mantica, il senatore Tofani, relatore, ha illustrato la proposta del testo sottolineando che nella elaborazione dello stesso il Comitato ha tenuto conto sia dei ddl, ma anche delle audizioni svolte in questi mesi. Trentacinque gli articoli del testo, diviso in due Parti: la prima (articoli 1-23) dedicata ai Comites; la seconda (articoli 24-33) al Cgie. gli ultimi due articoli riguardano l’abrogazione delle leggi 286/2003 e 198/1998, e la previsione del regolamento di attuazione, che dovrebbe essere emanato entro 90 giorni dall’approvazione di questa nuova legge.

"L'articolo 1 – ha spiegato Tofani – concerne l'istituzione dei Comitati degli italiani all'estero e individua differenti soglie minime di consistenza delle collettività italiane nel mondo, necessarie per procedere alla formazione di detti organismi. Con l'articolo 2 – ha precisato – mediante il sistema dei Comitati non elettivi, viene assicurata la rappresentanza anche delle comunità più piccole. L'articolo 4 ridefinisce le funzioni e i compiti dei Comitati. In particolare il comma 8 indica i contenuti della relazione annuale che ciascun Comitato è chiamato a redigere, per dare conto degli interventi effettuati dalle autorità ed enti italiani a favore della collettività italiana nel proprio territorio di riferimento, nonché sullo stato della stessa collettività. Il comma 10, inoltre, stabilisce che le relazioni sono sottoposte al Capo della rappresentanza diplomatica locale, il quale deve rispondere agli eventuali quesiti in essa contenuti".

L’articolo 5, ha proseguito Tofani, "stabilisce che in ciascun Paese in cui è formato più di un Comitato, è istituito un Comitato dei Presidenti, detto "Intercomites", mentre l'articolo 6 riguarda il bilancio preventivo dei Comitati e l'articolo 7 disciplina la composizione dei Comitati, la cui consistenza numerica varia da 9 a 18 membri, in relazione alla consistenza della comunità italiana di riferimento" e cioè da nove membri per le comunità composte da un massimo di cinquantamila residenti, dodici membri per quelle composte da più di cinquantamila e meno di centomila residenti; diciotto membri per quelle composte da più di centomila residenti.

"L'articolo 9 – ha proseguito il senatore – stabilisce la durata in carica dei componenti del Comitato, pari a 5 anni, e la decadenza dalla carica in caso di mancata partecipazione non giustificata ai lavori del Comitato per tre sedute consecutive, mentre il 10 riguarda la partecipazione ai Comitati, per cooptazione, di cittadini stranieri di origine italiana che hanno contribuito a conferire particolare prestigio alla comunità italiana. L'articolo 12 riguarda il sistema elettorale dei Comitati, mediante il voto di lista e individua al comma 8 le categorie di soggetti che non possono essere candidati". A questa categoria appartengono i dipendenti dello Stato italiano che prestano servizio all'estero, coloro che detengono cariche istituzionali e i loro collaboratori salariati, i soggetti che rivestono cariche rappresentative presso gli Istituti di Patronato e di assistenza sociale, nonché i funzionari di uffici consolari di seconda categoria e i corrispondenti consolari. E ancora, sono ineleggibili gli amministratori e i legali rappresentanti di enti gestori di attività scolastiche che operano nel territorio del Comites, gli amministratori e i legali rappresentanti dei comitati per l'assistenza che ricevono finanziamenti pubblici e gli editori di testate di informazione quotidiana e periodica, nonché i legali rappresentanti di emittenti radiofoniche e televisive che a qualunque titolo ricevono finanziamenti o contributi da parte dello Stato italiano.

"L'articolo 14 disciplina la stampa e l'invio del materiale elettorale, il comma 6 specifica le modalità di reinvio delle schede elettorali da parte degli elettori, con modalità che tendono a impedire il verificarsi di abusi e disfunzioni, mentre il 15 – ha spiegato ancora Tofani – concerne l'espressione del voto e costituisce una proposta su di una materia rispetto alla quale il relatore manifesta ampia disponibilità ad accogliere suggerimenti ed ulteriori riflessioni. L'articolo 21 regola poteri e funzioni dell'Esecutivo che ciascun Comitato elegge al proprio interno. In particolare, uno dei due Vice presidenti è rappresentativo della minoranza del Comitato. L'articolo 22 riguarda le sedute del Comitato e la validità delle deliberazioni e stabilisce, al comma 5, che alle sedute possano partecipare, senza diritto di voto, i parlamentari italiani, e non solamente quelli eletti nella circoscrizione Estero o appartenenti alle Commissioni affari esteri o ai Comitati per le questioni degli italiani all'estero dei due rami del Parlamento".

Passando alla seconda parte, dedicata al Cgie, Tofani ha sottolineato che essa "intende tenere conto dell'introduzione del sistema di rappresentanza parlamentare degli italiani residenti nella circoscrizione Estero. L'obiettivo della riforma è anche quello di delineare un organismo che si ponga quale anello di congiunzione tra istanze centrali e prerogative delle regioni e degli enti locali in materia di raccordo con le comunità italiane nel mondo".

All’articolo 24 si modifica il nome del Consiglio che da Cgie diventa Cie, cioè Consiglio degli italiani all'estero. Composto dal 82 consiglieri, del Cie farebbero parte di diritto "i presidenti degli Intercomites, i presidenti o gli assessori con delega all'emigrazione delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano, nonché i presidenti dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani (ANCI) e dell'Unione delle Province d'Italia (UPI). A questo proposito – ha sottolineato Tofani – è importate il coinvolgimento degli esponenti di rango politico espressivi delle istanze delle comunità locali". I rimanenti membri del Consiglio sarebbero eletti dagli Intercomites. "L'articolo 27 individua gli organi del Consiglio e l'articolo 32, al comma 2, prevede che possano essere invitate a partecipare ai lavori delle Assemblee plenarie del Consiglio, con solo diritto di parola, fino a 10 personalità competenti sui temi all'ordine del giorno".

Il presidente della Commissione Esteri, Dini, ha quindi proposto che il testo venisse adottato quale "testo base" per il prosieguo dei lavori della Commissione. Proposta rigettata dal senatore Pedica (idv) che nel suo intervento al dibattito ha detto di "apprezzare il lavoro del relatore", ricordando poi che il suo ddl "si muove in senso nettamente differente soprattutto per il Cgie, organo di cui ritengo opportuna la soppressione e non un semplice riassetto". Pedica ha quindi "preso distanza" dal testo unificato e anticipato che presenterà emendamenti.

Senatore del Pd eletto in Europa, Claudio Micheloni ha osservato come "la proposta del relatore sia frutto di una approfondita analisi ed opera di mediazione tra i diversi disegni di legge" e quindi fatto presente che alcune parti del testo siano "meritevoli di ulteriore riflessione", come ad esempio quelle sulla individuazione delle circoscrizioni elettorali e sugli effetti prodotti dalla prevista riduzione del numero dei Comites. "Credo – ha proseguito – che meriti particolare attenzione anche la prevista coincidenza della carica di presidente di Intercomites e di componente del Consiglio degli italiani all'estero per non accentrare eccessivi compiti e responsabilità in capo allo stesso soggetto, il quale, lo ricordo, svolge attività prettamente volontaristica". Micheloni si è quindi detto "perplesso" sulla presidenza del Cie, che non viene più affidata al Ministro degli affari esteri. "Anche le modalità di voto per l'elezione dei Comites – ha aggiunto – andrebbero valutate anche alla luce dell'esperienza e delle ipotesi di riassetto del sistema previsto per le elezioni politiche nella circoscrizione Estero" nel senso che "il voto per corrispondenza andrebbe accompagnato da cautele per evitare fenomeni di malfunzionamento o abuso". Concludendo, il senatore Pd ha auspicato che la Commissione "possa disporre di un adeguato termine per la formulazione di proposte emendative, onde dar modo a tutti i senatori, eletti in Italia e all'estero, di intervenire. Concludo sottolineando come la proposta di testo unificato predisposta da Tofani tenda ad esprimere in una sintesi unitaria le istanze di rappresentanza e di collegamento al territorio delle comunità italiane nel mondo".

Il sottosegretario Mantica ha invece richiamato l'attenzione sulla proposta di un sistema elettorale per i Comitati che prevede la presentazione di liste con una presenza minima di un terzo per genere e di un terzo per candidati di età inferiore ai 35 anni. "Il Governo – ha annunciato – si riserva di valutare la presentazione di proposte emendative, ma già da ora ribadisco che è necessario che il Consiglio generale degli italiani all'estero possa svolgere una funzione di raccordo tra politiche statali e politiche delle regioni e degli enti locali a favore delle comunità italiane all'estero". Quanto al rinnovo dei Comites – le cui elezioni sono state rinviate all’anno prossimo – Mantica ha confermato che le stesse dovrebbero tenersi "entro la fine del prossimo anno o, al più tardi, nei primi mesi del 2011, secondo un nuovo sistema elaborato dal Parlamento".

La Commissione ha infine deliberato – con il voto contrario del senatore Pedica - di adottare la proposta di testo unificato illustrata dal relatore (la cosiddetta bozza-Tofani) quale testo base per il prosieguo dei lavori e deciso di fissare il termine per la presentazione di emendamenti per giovedì 28 gennaio 2010. (aise)

 

 

 

 

 

Claudio Micheloni (Pd) fa il punto sul testo unificato di riforma di Comites e Consiglio Generale

 

“Il nuovo Cgie non cambierà ruolo ma sarà una rappresentanza organica e funzionale alla presenza dei parlamentari della circoscrizione Estero”

 

  ROMA – Il senatore Claudio Micheloni (Pd), vice presidente del Comitato per le questioni degli Italiani all’Estero ha incontrato i direttori delle agenzie specializzare per illustrare i contenuti e le ragioni del testo unificato di riforma dei Comites e del Cgie, redatto dal Comitato ristretto, che è stato presentato ieri alla Commissione Esteri della Camera.

  “A tutt’oggi – ha esordito Micheloni  entrando nel merito dell’iter dibattimentale della riforma - sono stati presentati circa 11 disegni di legge di riforma del sistema di rappresentanza dei Comites e del Cgie su cui per alcuni mesi ha lavorato il Comitato ristretto presieduto dal senatore Tofani. Abbiamo così elaborata una proposta di testo unificato che potrà essere emendata fino al 28 gennaio 2010. Dopo questa scadenza inizierà il lavoro sul testo della III Commissione e solo se esso sarà condiviso da parte di tutti i gruppi politici il presidente della Commissione potrà chiedere la sede deliberante. Su questo al momento non c’è quindi niente di deciso e sono stato abbastanza sorpreso del fatto che nella relazione del Governo al Cgie si sia parlato di discutere il disegno di legge in sede deliberante, una  scelta che è competenza del Parlamento e non dell’esecutivo”.

 

  Il senatore è poi entrato nel vivo del provvedimento illustrando le motivazioni del  disegno di legge. “La proposta del relatore – ha spiegato Micheloni - si prefigge la creazione di una rappresentanza organica e funzionale alla presenza dei parlamentari della circoscrizione Estero ed anche per questo si è scelto di realizzare un’unica legge per le elezioni dei Comites e del Cgie. Questa è stata una scelta naturale che non vuol dire sminuire un organismo rispetto ad un altro. Io credo comunque – ha proseguito il senatore del Pd - che oggi dobbiamo avere il coraggio di dire anche cose sgradevoli. Al momento nel mondo vi sono 126 Comites. Non vi è dubbio che alcuni di questi sono assolutamente determinanti  per la vita delle nostre comunità, ma è anche certo che molti Comites sono tenuti in vita solo dalla legge e dalle istituzioni ed hanno anche difficoltà a raggiungere il numero legale per riunirsi. A questa valutazione sui problemi dei Comites bisogna poi aggiungere il fatto che ormai da tempo una buona parte del mondo politico italiano considera superata e conclusa , alla luce della nascita della circoscrizione Estero, l’esperienza del Cgie. Una valutazione che non condivido. Preso atto di tutto ciò possiamo dire che questo disegno di legge punta in primo luogo a togliere falsi poteri ai Comites, come ad esempio i pareri sui finanziamenti, che dando l’illusione di una funzione decisionale hanno finito con il creare forte tensioni nei territori. Partendo da questo presupposto abbiamo deciso di prevedere per i Comites due azioni politicamente qualificanti. La prima è una relazione annuale sui bisogni della collettività a cui il governo, il Parlamento, le regioni e le province  dovrebbero dare delle risposte. Una relazione che sarà anche base di lavoro delle Commissioni continentali del Cgie”

  La seconda novità è la stesura di un rapporto annuale sugli interventi che lo Stato, inteso nella sua globalità, ha posto in essere sul territorio di competenza dei Comites, ad esempio per quanto riguarda la promozione della lingua e cultura italiana, l’assistenza agli indigenti e l’efficienza dei servizi consolari. Nella proposta di legge è inoltre prevista la risposta obbligatoria da parte dell’autorità diplomatica, ovvero dell’ambasciatore, agli eventuali quesiti proposti dal Comites nel rapporto annuale.

  “In questo modo - ha proseguito Micheloni - si cambia in modo radicale il rapporto fra consolato e Comites. Bisognerà poi fare in modo, e questo sarà uno dei punti del dibattito, che lo Stato metta a disposizione dei Comites le risorse necessarie che consentano di favorire il flusso informativo verso le comunità e al Comitato di informarsi nella realtà territoriale della circoscrizione di competenza. Questo non vuol dire che il Comites potrà gestire risorse verso terzi, ma che dovrà lavorare per creare le condizioni che permettano alla stampa d’informare le comunità e alle associazioni di operare”.

  Micheloni ha poi affrontato alcuni punti della proposta di riforma che, nel corso dell’ultimo Cgie, sono stati criticati da vari consiglieri. “Per quanto riguarda la quota minima di italiani residenti necessaria alla creazione dei Comites - ha precisato il senatore - voglio ricordare che questa è stata innalzata rispetto al passato e varierà da continente a continente. Si avrà dunque una riduzione del numero dei Comites che passeranno dagli attuali 126 a circa 85. Questa diminuzione dei Comitati è stata percepita dalla nostra comunità come un alleggerimento del peso dei Comites, ma in realtà non è così. Dal disegno di legge è infatti previsto che tutti i territori degli attuali 126 Comites diverranno collegi elettorali. Questo vuol dire che se oggi in una zona vi sono tre Comites, domani ve ne potrà essere uno solo in cui però le comunità che non avranno più un Comites autonomo potranno votare, nell’ambito di liste territoriali, i loro rappresentanti portandoli, sia pure in numero ridotto rispetto a prima, all’interno del nuovo Comitato. Quindi verrà garantita la rappresentanza territoriale di ogni comunità,  ma in un Comites che conta e ha più peso politico. Per garantire le piccole comunità nella proposta di legge si prevede inoltre la possibilità porre in essere Comites non elettivi  fino ad limite massimo pari al 10% dei Comitati eletti”.

  Il senatore Micheloni si è inoltre soffermato sui meccanismi elettorali adottati dal disegno di legge e sul ruolo dell’associazionismo. “Come meccanismo elettivo - ha puntualizzato -, al fine di dare stabilità ai Comites, abbiamo indicato il sistema adottato in Italia per la scelta dei sindaci che ha sempre ottenuto buoni risultati. In pratica si candida un presidente di Comites con una lista di consiglieri e chi vince le elezioni avrà un membro in più nel Comitato. Prevediamo inoltre la creazione di due vice presidenti di cui uno andrà alla minoranza. Un terzo dei candidati dovranno essere donne e un terzo giovani sotto i 35 anni. Io penso inoltre che, nonostante i timori diffusi in tal senso, la stragrande maggioranza degli eletti resteranno espressioni delle associazioni. Quindi le associazioni, se avranno una loro presenza sul territorio, continueranno a far parte dei Comites ed anzi trarranno giovamento dall’opera di rinnovamento conseguente all’introduzione delle quote”.

  “Una critica costruttiva che ho raccolto dal Cgie e che sarà sicuramente oggetto di emendamento nel corso del dibattito parlamentare, - ha proseguito il senatore - è il rischio che con la riforma su di una sola persona si possano accentrare gli incarichi di presidente di Comites, presidente dell’Intercomites e consigliere del Cgie. Questo non è pensabile, quindi vi saranno degli emendamenti in proposito, mantenendo fermo il punto che le nomine debbano avvenire fra gli eletti dei Comites.

  Una critica che Micheloni non condivide è invece quella che la proposta di riforma possa finire con il cancellare la rappresentanza di interi continenti e paesi. “In realtà la proposta di legge porterà ad un aumento delle nazioni rappresentate nel Cgie che saliranno a quota 39. Una rappresentanza più capillare che sarà ottenuta attraverso una ridistribuzione dei consiglieri dai paesi sovrarappresentati , rispetto alla consistenza numerica della comunità italiana, a quelli che fino ad oggi non hanno avuto adeguata visibilità nel Consiglio Generale. Diminuiranno ad esempio - ha precisato - i consiglieri degli Stati Uniti e della Francia, aumenteranno quelli della Germania, mentre l’Africa sarà rappresentata dall’Etiopia, dal Kenia, dal  Marocco e dal Sud Africa”.

  In  tutto vi saranno circa 60 consiglieri eletti, mentre gli attuali rappresentanti di nomina governativa, 29 in tutto, saranno sostituiti dai 22 assessori con delega all’emigrazione delle regioni e delle province autonome. A questi forse si aggiungeranno anche i rappresentanti dell’Anci e dell’Upi. In questo modo daremo vita ad una Conferenza permanente Stato Regioni- Province autonome Cgie. “ Un Consiglio Generale formato dai rappresentanti degli italiani all’estero, dalle regioni e dallo Stato, secondo il senatore del Pd,  avrà sicuramente un peso politico ed una visibilità che non ha mai avuta prima. “Si verrà infatti a creare un organismo vicino alla logica dello Stato federale dove si potranno  coordinare in maniera permanente le varie iniziative”

  “Voglio anche precisare – ha concluso Micheloni - che sono pronto a ricercare una soluzione che permetta alle associazioni nazionali, oggi presenti nei 29 consiglieri di nomina governativa, di essere presenti nel nuovo Consiglio degli italiani all’estero. Quindi in definitiva il nuovo Cgie non cambierà ruolo, si modificheranno invece gli strumenti e il suo peso politico, anche perché diverrà per gli eletti all’estero un costante punto di riferimento con il territorio. Io credo inoltre che una riforma della rappresentanza degli italiani all’estero, che tenti di qualificarla politicamente, possa diventare una cintura di protezione per il mantenimento del pieno esercizio di voto degli italiani nel mondo, in vista dell’apertura del più ampio cantiere delle riforme costituzionali. (Goffredo Morgia - Inform)

 

 

 

 

 

Riforma Cgie. Dai deputati PD-Estero la proposta di una quota donna e una quota giovani

 

Nella proposta che noi deputati del Pd abbiamo presentato per la riforma del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, abbiamo previsto, oltre che una quota donna, anche una quota giovani. Un’ulteriore prova del fatto che si tratta di un´idea valida l´abbiamo avuta nell’ultima Assemblea plenaria del Cgie. Sono stati i giovani con i loro interventi chiari e pungenti uno degli “highlight” dell’incontro. Tutti, indipendentemente dalla loro provenienza politica, hanno avuto parole dure per la politica del Governo verso gli italiani all’estero: una politica che vede i connazionali nel mondo come peso e non come ciò che sono – una risorsa preziosissima per sprovincializzare l’Italia. Approfittando della loro presenza nel corso dell’Assemblea ho presentato la proposta di legge PRIME per il ritorno dei cervelli italiani e la modernizzazione della ricerca italiana. Dopo Parigi e Londra in febbraio terrò una discussione su PRIME a Monaco di Baviera, dove risiedono Claudio Cumani e Augusto Giussani, due dei preziosi protagonisti che hanno elaborato la proposta di legge insieme a diversi altri ricercatori Pd in Europa.

Come deputati e senatori eletti all’estero abbiamo ricevuto al Parlamento una delegazione dei rappresentanti dei pensionati all’estero. I nostri anziani all’estero, che con il loro lavoro e le loro rimesse, hanno dato un contributo notevole alla crescita dell’economia italiana, continuano ad essere trattati a pesci in faccia da questo Governo. Sono fra coloro che soffrono di più per la politica dei tagli e del `menefreghismo´ verso gli italiani all’estero imposta dalla maggioranza. Diversi gli argomenti “caldi”: l’assegno di solidarietà per gli anziani in condizioni di povertà e il ripristino dell’ ‘assegno sociale’ per chi ritorna in Italia, senza l’obbligo dei dieci anni di residenza continuativa. In Parlamento come deputati Pd eletti all’estero abbiamo presentato in Finanziaria, con il collega Marco Fedi come primo firmatario, un emendamento per garantire aiuti diretti ai più poveri fra gli anziani italiani nel mondo. Il mio riconoscimento va ai colleghi Aldo Di Biagio e Marco Zacchera del Pdl che hanno dichiarato pubblicamente il loro sostegno al nostro emendamento. Ma, dopo una discussione animata, la maggioranza ha alzato un muro anche su questa nostra iniziativa, respingendola. Laura Garavini, Deputata del Pd eletta in Europa

 

 

 

 

Renania Palatinato. Primo Museo virtuale dell’immigrazione in Germania

 

Su iniziativa del governo della Renania Palatinato è stato inaugurato in Internet il primo Museo virtuale dell’emigrazione in Germania.

 

Con questo singolare sito il mondo politico del Land intende offrire in chiave moderna un posto dignitoso di storia sociale e demografica agli stranieri che negli ultimi cinquant’anni hanno cambiato la Germania.

L’offerta è rivolta particolarmente al mondo dei giovani, grandi fruitori di Internet.

“Lebenswege – Das Online Migrationsmuseum Rheinland-Pfalz” (le vie della vita – il museo online dell’immigrazione della Renania Palatinato) è un progetto comune dei ministeri locali degli affari sociali, pubblica istruzione e degli interni.

Attraverso Internet il museo mira ad illustrare il fenomeno nei suoi più importanti risvolti, a promuovere l’interscambio di esperienze e ad affrontare le questioni legate al tema immigrazione.

Al contempo, il museo vuole sottolineare l’importanza che le persone con origini migratorie hanno nella società locale essendone parte integrante.

Lo start al Museo virtuale è stato dato a Mainz (Magonza) il 16 dicembre dalla signora Malu Dreyer, Ministro del lavoro e affari sociali, da Joachim Hofmann-Göttig, Sottosegretario alla pubblica istruzione e da Maria Weber, Delegata governativa per immigrazione e integrazione.

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

 

Dortmund. Nasce il primo calendario interculturale

 

Dortmund - Viene presentato in questi giorni il primo calendario interculturale, nato da un’iniziativa del Comites di Dortmund,  realizzato con gli elaborati di 300 studenti di origine italiana della Vestfalia coinvolti nel progetto in occasione della giornata internazionale della lingua madre.

 

Sono due la lingua madre - Interculturale è chi vive due o più lingue. Esse sono interdipendenti e indissolubili e formano un unico nucleo identitario: la lingua madre.

 

Alla base di ogni lingua c’è un alfabeto, lettere che si combinano per dare origine a parole che a loro volta si uniscono in un significato secondo regole precise. Nel caso della lingua madre avviene molto di più e soprattutto avviene in un altro luogo. Lo stesso alfabeto che accomuna due o più lingue sceglie di esprimersi in un modo piuttosto che in un altro seguendo una combinazione in primis emozionale, come se esistesse una grammatica dell’anima che seleziona frasi ed espressioni passando prima dal cuore e poi dalla mente. Un filtro che a priori, in base all’interlocutore o alla situazione, incanala il flusso di pensieri che si fanno linguaggio trasformandoli in significati. Uno specchio dell’identità nazionale e personale insieme. È bello far palare quella commistione di storia e cultura che ci precede, dando alla quotidianità e al presente il sapore del percorso che tutti noi stiamo facendo verso il futuro. Così hanno fatto i ragazzi coinvolti nell’iniziativa “sono due la lingua madre”, promossa dal Comites di Dortmund con il supporto del locale ufficio scolastico del Consolato d’Italia. È stato chiesto ai giovani d’origine italiana della circoscrizione consolare, in occasione della Giornata internazionale della lingua madre, di mettere a fuoco l’importanza delle proprie radici, del parlare e comprendere più lingue in un’Europa dalle molte culture. Alla proposta hanno partecipato quasi 300 studenti d’origine italiana della Vestfalia inviando 165 elaborati: dagli accurati disegni ricchi di simbologie e riferimenti, alle filastrocche e ai giochi linguistici, da poesie e canzoni, fino ai componimenti e alla presentazione in power point dove sonoro, immagini e testo presentano stati d’animo e conquiste linguistiche e culturali non indifferenti.

Da qui nasce un calendario, perché ogni giorno si possa ricordare che dall’unione di cuore e cervello nasce il piacere della costruzione e della condivisione di un domani.

 

Il calendario viene distribuito in questi giorni a tutti gli alunni dei corsi di lingua e cultura,  a patronati, missioni ed associazioni italiane della Circoscrizione Consolare di Dortmund e può  essere richiesto gratuitamente al Comites. Presto sarà anche disponibile sul sito www.comites-dortmund.de

Marilena Rossi, Presidente Com.It.Es Dortmund (de.it.press)

 

 

 

 

 

A Colonia concerto di Natale con il Trio Cascades, a Monaco il film "Pranzo di Ferragosto"  

 

E’ stata la sede dell'Istituto Italiano di Cultura ad ospitare il concerto di Natale che il Trio Cascades ha tenuto mercoledì 16 dicembre a Colonia, dove ha eseguito brani di Beethoven e Mendelssohn. Il Trio Cascades si è formato nel 1994 a Colonia, sostenuto inizialmente dalla fondazione "Kunst und Kultur des Landes NRW". Master-class con Bartholdy-Quartett, Menahem Pressler, Pianisten des Beaux Arts Trios sono stati determinanti per il trio, che ha tenuto concerti in Germania, Olanda, Danimarca, Austria, Italia e Svizzera. Ha partecipato con successo a diversi festival tra i quali "Rheinischen Musikfest", "Endenicher Herbst", "Musikalischen Sommer in Ostfriesland" e "Kaleidoskop der Nationen".

 

Ancora una proiezione all'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, dove martedì 15 dicembre è stato proiettato il film "Pranzo di Ferragosto" (2008) di Gianni di Gregorio. La proiezione, ad ingresso libero, era in versione originale con sottotitoli in italiano. Interpretata dallo stesso Di Gregorio, insieme a Valeria de Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Cali e Grazia Cesarini Sforza, la pellicola racconta la storia di un uomo non più giovanissimo che, tra mille difficoltà economiche, tira avanti insieme all’anziana madre. I due non se la cavano molto bene e Gianni, impersonato dal regista, accetta di ospitare la mamma del suo amministratore in cambio di uno sconto sulle rate arretrate. È agosto, Roma è deserta, anche il medico di famiglia deve partire per le vacanze, e pure lui affida a Gianni l’anziana madre.  In breve l’uomo si trova a gestire un piccolo ospizio di signore attempate, ognuna con le sue strane abitudini e con i suoi deliziosi vizi. dip 

 

 

 

 

 

Hannover. Prima conferenza regionale degli italiani residenti in Bassa Sassonia sulla Salute.

 

Oggi venerdì 18  dicembre dalle ore 14,00 alle ore 18,00 il Comites di Hannover organizza la Prima conferenza regionale degli italiani residenti in Bassa Sassonia sulla Salute. La manifestazione avrà luogo presso il Congress Zentrum Hannover. Molto ricco il programma, che può essere visto sul sito Internet del Comitato (www.comites-hannover.de). 

Con questo messaggio il Presidente G. Scigliano invita gli italiani della circoscrizione: “Cari connazionali, La salute è il capitale più pregiato che ognuno di noi ha e deve cercare di mantenere. Con questo convegno il Comites di Hannover vuole sottoporre all’attenzione, di tutti gli italiani residenti in Bassa Sassonia, la prevenzione di alcune malattie.

Porre al centro dell’attenzione la sanità, in un giorno dedicato all’emigrazione mondiale, significa anche cerare di capire il nostro stato di salute attraverso le malattie tipiche dei nostri tempi.

Analizzare e discutere questo tema, tenendo presente il fenomeno migratorio, significa altresì prendere coscienza delle possibilità che il territorio offre anche attraverso professionisti di lingua italiana che operano in Germania.

Infatti non pochi sono i rappresentanti italiani della medicina validamente inseriti in vari ambiti nel contesto professionale di questa nazione. Simbolo quindi di emigrazione ma nello stesso tempo di integrazione professionale in un sistema così

complesso quale quello delle strutture sanitarie tedesche”. (de.it.press)

 

 

 

Neuss. Pietro Casula (Sardi nel mondo): “Contro la violenza”

 

Neuss - Il volto di Berlusconi trasformato in una maschera di sangue. Questa drammatica immagine ci ha raggiunto con tutta la sua carica di violenza. La persona che è diventata bersaglio, la follia che trasforma il premier in simbolo da abbattere ad ogni costo. Il dramma di piazza Duomo, un fatto, un gesto molto grave e preoccupante che sta facendo il giro del mondo a testimoniare il degrado, la violenza dello scontro politico in Italia.

  "Prevedibile" ha detto qualcuno, "se l'è cercata" ha detto qualcun altro, "è il suo comportamento che istiga alla violenza" ha detto qualcun altro ancora. Dichiarazioni - a caldo - di alcuni rappresentanti politici assolutamente inaccettabili e che non possiamo assolutamente condividere.

  Nel momento in cui un uomo, il premier è colpito da violenza fisica, avversari e amici, oppositori e sostenitori, tutti devono essere solidali con il presidente del Consiglio e senza alcun distinguo. La violenza non si giustifica, mai! Fermiamo questa spirale di violenza!

  Adesso è compito della politica ritrovare un percorso in cui certamente è compreso il confronto - talvolta anche molto duro - tra maggioranza e opposizione e anche lo scontro di pareri, opinioni e programmi; Ma sempre attenta ad indicare, a distinguere tra funzioni e persone, tra critica e odio, tra diversità di idee e la violenza. Ogni violenza va fermamente condannata - senza alcuna incertezza - da tutte le parti politiche.

Al presidente Berlusconi la nostra solidarietà e gli auguri di pronta guarigione.

Pietro Casula, Presidente Movimento per la Sardegna - Sardi nel Mondo

 

 

 

 

Ricerca Uim. Gli italiani all’estero. Generazioni „perdute“ ma non sperdute

 

ROMA - I numeri molto spesso non danno il senso della portata di un fenomeno. Questo vale soprattutto quando dietro le cifre si celano le persone con le loro storie.

  Come quando cala la nebbia e non vediamo ciò che sappiamo essere lì, proprio ad un palmo dal nostro naso, così accade quando parliamo di giovani che per necessità lasciano l’Italia, noi non li vediamo ma sappiamo che esistono e che sono numerosi.

  Grazie ad un’iniziativa del giornale “la Repubblica” la nebbia si è diradata ed un’intera generazione perduta è ricomparsa all’improvviso e con asprezza e coraggio si è raccontata.

  Oltre 2400 racconti, 300 dei quali scritti da giovani che vivono all’estero e che lucidamente dicono di non voler più tornare, colpa l’assenza di prospettiva di vita, “la speranza di una futuro che in Italia non solo non hai ma che non potrai mai avere, schiacciato come sei dalla stanchezza, dalla corsa alla sopravvivenza e dalle frustrazioni quotidiane”.

 

  Opportunità che invece sono offerte nei Paesi dove si sono trasferiti e ora vivono, come ci spiega un messaggio proveniente dal Regno Unito “dopo un'invidiabile collezione di contratti a progetto, straordinari non retribuiti, professionalità non riconosciuta, e ingiustizie varie mi sono trasferita in Inghilterra dove attualmente risiedo e lavoro come project manager con un lavoro flessibile e ottime prospettive di carriera. Pari opportunità tra uomo e donna e meritocrazia non sono un'utopia. In Italia non torno.”

  Un’altro messaggio dal Regno di sua Maestà ammette onestamente che “ci sono gravi problemi raziali, si viene discriminati dalle altre minoranze maggiormente, ci sarebbe molto da dire, ma vorrei concentrarmi su un punto. Ho 35 anni ogni volta che vengo in Italia mi chiamano ragazza, anche se ho un figlio e comincio ad avere i primi capelli bianchi”, ma non è anche questa discriminazione?

  Ritornare in Italia è un’ipotesi molto remota “lasciata l'università italiana per gli Stati Uniti dopo aver assistito ed essere stato vittima di azioni che in un altro contesto verrebbero definite”mafiose”. Qui guadagno bene, la vita è  più  semplice e si lavora duro. Difficilmente tornerò  indietro.”.

  Più laconico Aldo che scrive “addio Italia per sempre! Mi spiace ma torno solo per vedere mio padre, mia sorella, non vi lascio nemmeno i soldi delle vacanze”. Dello stesso parere un giovane che ci scrive dall’Inghilterra “mi sono laureata con il massimo dei voti e sono andata via dall'Italia per studio. Ho fatto la specialistica qui a Edimburgo e ho appena cominciato il dottorato. L'ambiente accademico è fantastico, gli stimoli tantissimi. In breve, tornare in Italia è fuori discussione.”

  Molti inviti a trovare il coraggio di emigrare perché “là fuori c’è solo la vita ed una migliore nel più dei casi”, ovvio che è molta la nostalgia di casa e degli amici ma la delusione nei confronti dell’Italia è troppo forte, “vorrei tornare un giorno questo è certo ma come togliermi dalla mente lo squallore delle prime esperienze lavorative nell'università? Come dimenticare un sistema che “premia” il mediocre?”

  Ma c'è anche chi, pure al di là dei confini nazionali, ha incontrato difficoltà, un ragazzo napoletano racconta che all'estero le cose non vanno affatto bene. “Vivo in Inghilterra da più di cinque anni e ho sempre lavorato in ruoli da impiegato per grosse aziende. In cinque anni ho registrato tre redundacies, ovvero licenziamenti per motivi di trasferimento del business. L'ultima a marzo 2009. Adesso ho cominciato a lavorare con un rimborso di appena 100 sterline a settimana. Loro la chiamano probation (prova), io sfruttamento”.

  Sempre da Londra un ingegnere scrive che “nonostante anche qui le cose non vadano a gonfie vele, c'è a differenza che in Italia un diffuso rispetto per i lavoratori”.

  Ma i successi ottenuti nel mondo del lavoro non rendono a tutti più dolce la vita lontana dall’Italia: “So di essere fortunata, ho un lavoro che mi piace e che è ben retribuito ma a che prezzo? Vorrei tornare in Italia, farmi una casa e una famiglia nel mio Paese che nonostante tutto amo alla follia”.

(ricerca a cura di Gabriele Di Mascio, Uim)

 

 

 

 

Firmato accordo per borse di studio fra il Dipartimento e il MAE

 

Il Dipartimento politiche comunitarie rappresentato dal Capo del Dipartimento,  Prof. Roberto Adam e il Ministero degli Affari Esteri rappresentato dal Direttore Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale, Ministro Plen. Francesco Maria Greco, hanno recentemente concluso un accordo per finanziare delle borse di studio destinate a cittadini italiani selezionati per il programma di studi del prestigioso Collegio d'Europa.

Tale accordo, firmato dalle due parti il 10 dicembre 2009, rientra nel più vasto ambito delle attività di formazione e sviluppo dell'istruzione, volte a incentivare la cooperazione tra Stati membri nel totale rispetto delle diversità culturali e linguistiche e a migliorarare la formazione professionale, per agevolare l'inserimento professionale sul mercato del lavoro.

 

In tale ambito si colloca anche l'opera dell’Ufficio Cittadinanza europea del Dipartimento, che tra l'altro svolge e promuove attività di assistenza, informazione e formazione su temi europei: in questo specifico caso è stato individuato, di concerto con il Ministero degli Affari Esteri, il Collegio d'Europa, come destinatario di finanziamenti per borse di studio, avendo ritenuto opportuno effettuare un investimento in capitale umano per favorire l’accesso di giovani studenti italiani presso superiori istituzioni accademiche al fine di ottenere una crescente rappresentanza in termini di posizioni dirigenziali nell’ambito di enti europei ed internazionali.

 

Il Collegio d'Europa è una prestigiosa istituzione con formazione accademica post-universitaria che organizza master in studi europei della durata di un anno accademico nel campo delle relazioni internazionali e diplomatiche, giuridico europeo, economico europeo, politico/amministrativo europeo ed interdisciplinare europeo.

 

ll Dipartimento, nel primo anno di attuazione della presente convenzione, si impegna ad offrire: * cinque premi di studio del valore di € 1.500,00 ciascuno, per un totale di € 7.500,00, da assegnare a studenti italiani che si sono distinti nell’ambito dei corsi relativi all’anno accademico 2009 - 2010, riportando la migliore valutazione;

* cinque borse di studio del valore di € 5.100,00 ciascuna, a studenti laureati di nazionalità italiana selezionati nel 2009, per contribuire alle spese di soggiorno e di partecipazione al Programma relativo all’anno accademico 2010 - 2011 presso il Collegio d’Europa.

I predetti premi e le borse di studio destinate ai vincitori sono corrisposti dal Dipartimento al Collegio d’Europa per il tramite dell’Ambasciata italiana a Bruxelles, per la sede di Bruges, e dell’Ambasciata italiana a Varsavia, per la sede di Natolin.

 

Il Ministero degli Affari Esteri da parte sua ha offerto invece 44 borse di studio dell’importo di € 5.100,00 ciascuna per l’anno accademico 2009 - 2010; le borse di studio sono concesse a copertura parziale delle spese previste per la partecipazione al Programma e per il soggiorno al Collegio.

 

Gli studenti che intendono concorrere alle borse di studio saranno selezionati in base alla procedura di ammissione al Collegio d’Europa.

Per saperne di più: Ufficio per la cittadinanza europea - Servizio Partenariati e Formazione Dott.ssa Laura Cavallo  mail: l.cavallo@governo.it

sito del Ministero degli Affari Esteri - sezione dedicata alle borse di studio: http://www.esteri.it/MAE/Templates/GenericTemplate.aspx?NRMODE=Published&NRNODEGUID=%7b9F09189B-B85B-4E78-87BF-22BBED554C7F%7d&NRORIGINALURL=%2fMAE%2fIT%2fMinistero%2fServizi%2fItaliani%2fOpportunita%2fDi_studio%2fnella_UE%2fBorse_di_Studio%2ehtm&NRCACHEHINT=Guest#2;  sito del Collegio d'Europa [in inglese e francese] http://www.coleurop.be/;  testo integrale dell'accordo [pdf - 76 KByte]  http://www.politichecomunitarie.it/file_download/906  (de.it.press)

 

 

 

 

 

Finanziaria: approvato ordine del Giorno teso a migliorare il sistema di informazione per gli italiani all’estero.

 

L’on. Franco Narducci, ricordando che la finanziaria non può dirsi soddisfacente per nessuno e tanto meno per gli italiani all’estero, ha reso noto che l’Ordine del Giorno di cui è primo firmatario, teso a migliorare la trasparenza e l’adeguatezza dell’informazione italiana all’estero, è stato approvato con parere favorevole del governo. Nell’OdG in questione si impegna il Governo “ad integrare la composizione della Commissione di cui all'articolo 26, comma 3, della Legge 15 agosto 1981, n. 481 inserendovi i rappresentanti della Federazione Unitaria della Stampa Italiana all'Estero (FUSIE), della Commissione Informazione del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero (C.G.I.E.) e della Consulta nazionale dell’emigrazione (C.N.E.)”.

De.it.press

 

 

 

 

Pubblicato il Primo Rapporto dell’European Migration Network Italia. Oggi la presentazione

 

ROMA - L’European Migration Network è un programma comunitario che è stato avviato a titolo sperimentale nell’anno sociale 2003 e ora è diventato una iniziativa strutturale della quale fanno parte i 27 Paesi dell’Unione Europea. Questa Rete è stata creata per assicurare lo scambio e l’aggiornamento continuo sul fenomeno migratorio e sui richiedenti asilo, mettendo a disposizione dei decisori pubblici a livello nazionale e comunitario una documentazione affidabile.

  Tra gli obiettivi della Rete europea EMN, che avendo superato positivamente la fase di avvio ormai è stata istituzionalizzata, rientra anche il coinvolgimento dell’opinione pubblica attraverso la diffusione degli studi fatti.

  Il Primo Rapporto EMN Italia è stato curato dal Ministero dell’Interno con il supporto del Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier Statistico Immigrazione, in particolare con la collaborazione, in ambito sanitario, dell’Ordine dei Medici, della Federazione dei Collegi degli Infermieri e della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni.

  L’immigrazione qualificata, un tema al quale nel passato si era meno attenti a fronte di flussi prevalenti di manodopera generica, sta richiamando una crescente attenzione specialmente in ambito sanitario. Il Rapporto si sofferma sulle specifiche normative nell’ambito delle politiche migratorie, riporta i numeri aggiornati e ipotizza i possibili sviluppi. I 34 mila infermieri di origine straniera in alcuni contesti arrivano a essere un terzo del totale e gli stessi medici, che ora sono 14 mila, sono destinati ad aumentare.

  L’incontro di presentazione avverrà al Cnel, oggi venerdì 18 dicembre, alle ore 11. L’introduzione del prefetto Angelo Malandrino, direttore centrale politiche immigrazione e asilo presso il ministero dell’Interno, verrà completata dalle relazioni del presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo e dal referente del Punto nazionale di Contatto dell’EMN, cui seguiranno i commenti di rappresentanti di organizzazioni italiane e di altri referenti europei dell’EMN (saranno rappresentati sei Stati), mentre le conclusioni saranno affidate al prof. Alessandrini del CNEL.

  Il Rapporto, concepito come un sussidio di documentazione sull’immigrazione qualificata e perciò messo a disposizione dei partecipanti, a partire dalla sanità mostra che altri settori avranno bisogno dell’innesto di personale qualificato.

 www.emnitaly.it. (Inform)

 

 

 

 

Clima, rush finale per l'accordo. Usa: sì maxi-fondo da 100 mld

 

Il summit di Copenaghen entra nel vivo. In salita la strada per un accordo. L'incognita Cina. Gli Stati Uniti: se arriva una buona intesa aiuteremo i paesi in via di sviluppo - dal nostro inviato ANTONIO CIANCIULLO

 

COPENAGHEN - Cento miliardi di dollari sul tappeto. Con l'intervento di Hillary Clinton il clima della conferenza di Copenaghen è cambiato. Se ci sarà un accordo "operativo e trasparente" - ha detto il segretario di Stato Usa - si potrà arrivare alla creazione di un fondo per il trasferimento delle tecnologie pulite ai paesi in via di sviluppo che arriverà a 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020. E' la stessa posizione dell'Europa: la creazione di un sostegno finanziario in crescita da oggi al 2020 per agevolare il salto verso una crescita economica a basso impatto ambientale anche nei paesi meno industrializzati.

 

Basterà per chiudere con un accordo il summit mondiale sul clima? In realtà ci sono vent'anni di ritardo. Non è facile recuperare vent'anni di ritardo in poco più di venti ore. Ma è questa la strada che ha davanti il summit di Copenaghen. Ed è per questo che, nello scorrere concitato degli interventi di questa penultima mattina, le note di pessimismo si alternano alla speranza di trovare un'intesa per evitare il disastro climatico.

 

La delegazione cinese aveva mandato nella notte messaggi negativi: fonti anonime avevano dato l'accordo per impossibile anticipando un'intesa solo politica. Poi il premier cinese Wen Jiabao ha detto che "il governo e il popolo cinese attribuiscono una grande importanza al problema del cambiamento climatico" e, sul sito web del ministero degli esteri di Pechino, ha aggiunto che la sua presenza al vertice ha il significato di ribadire la "sincerità" dell'impegno della Cina nella lotta contro il surriscaldamento del pianeta. A fine mattina il capo negoziatore cinese Su Wei, ha sostenuto che Pechino continua "a credere che la conferenza di Copenaghen otterrà un buon risultato".

 

Anche l'India, ha detto il premier Manmohan Singh, è disposta a "fare di più" nel rush finale del vertice a patto che vi siano "credibili" garanzie su trasferimenti tecnologici e sostegni finanziari da parte dei paesi ricchi. Sui fondi però l'intesa non sembra lontana. Il problema semmai è le gestione: si tratta di creare un meccanismo che dia garanzie a tutti. Cioè eviti un doppio rischio: da una parte evitare un dirottamento delle risorse che trasformi il supporto alle nuovi fonti rinnovabili nel rinnovo di antiche pratiche belliche, dall'altra la creazione di un centro verticistico controllato da pochi.

 

Il passaggio verso un cambiamento reale del modello energetico, apparentemente sostenuto da tutti, si fa comunque sempre più stretto. Tanto che la cancelliera tedesca Angela Merkel appare preoccupata: "Le notizie che arrivano non sono buone. Al momento i negoziati non sembrano promettenti, ma spero ovviamente che la presenza di oltre 100 capi di Stato e di governo possa dare il necessario impeto all'evento". La Merkel ha anche osservato che "la promessa degli Stati Uniti di tagliare le emissioni di CO2 del 4 per cento rispetto ai livelli del 1990 non è ambiziosa". Gli Stati Uniti, con la legge sul taglio dei gas serra ancora in discussione al Senato, sono in grado di rilanciare? LR 17

 

 

 

 

Copenaghen. Focsiv: Meglio l’estensione del Protocollo di Kyoto che un nuovo accordo poco ambizioso e non equo

 

Copenaghen - “Il pianeta e i poveri sono scarsamente convinti della buona volontà dei paesi ricchi di affrontare con determinazione la questione dei cambiamenti climatici, dato che fino ad ora spesso questa non è stata supportata dai fatti, come nel caso della lotta alla povertà”,, afferma Sergio Marelli, segretario generale della Focsiv, federazione di 64 organizzazioni non governative cristiane di servizio internazionale volontario.

   “A fronte del rischio che Copenaghen si chiuda con un’intesa politica non vincolante, la Focsiv sostiene – spiega Marelli - la richiesta dei paesi poveri di non abbandonare il Protocollo di Kyoto e piuttosto prevedere una sua estensione temporale integrandolo con impegni vincolanti anche per gli Usa e per i paesi emergenti secondo il principio delle responsabilità comuni e differenziate”

  Allo stato attuale dei negoziati, infatti, “unica alternativa sul tavolo sembra essere un accordo poco ambizioso e non equo” dice Marelli. Poco ambizioso “in quanto gli impegni di riduzione delle emissioni non sono sufficienti per contenere l’aumento di temperatura sotto i 2°C”; non equo “visto che si allontana l’orizzonte di un finanziamento di lungo periodo per l’adattamento delle comunità vulnerabili che garantisca risorse addizionali rispetto a quelle destinate allo sviluppo”.

  “Non sarebbe questo il primo caso – ricorda Marelli - in cui i donatori ricorrono alla doppia contabilizzazione dei fondi. Il meccanismo dei Cdm - ossia l’acquisto dei crediti dei diritti di emissione, che i paesi ricchi possono acquistare dai paesi meno sviluppati per aumentare la possibilità di emettere nel proprio paese – offre l’occasione di riprodurre per l’ennesima volta questo bluff ovvero essere contabilizzato come parte degli impegni finanziari a favore dei paesi poveri. Con il Santo Padre, che afferma nel messaggio per la giornata mondiale per la pace 2010 “purtroppo si deve constatare che una moltitudine di persone, in diversi Paesi e regioni del pianeta, sperimenta crescenti difficoltà a causa della negligenza o del rifiuto, da parte di tanti, di esercitare un governo responsabile sull’ambiente” in questo momento, “invitiamo la politica a dimostrare la capacità di salvaguardare l’ambiente quale bene pubblico globale e a farsi carico delle responsabilità dirette nei confronti di miliardi di persone che subiranno – conclude Marelli - gli effetti delle scelte di Copenaghen”. (Inform) 16

 

 

 

 

Summit di Copenaghen, ore decisive. La Cina: «Non c'è possibilità di accordo»

 

Dozzine e dozzine di capi di Stato e di Governo sono in arrivo in queste ore a Copenaghen per dire l'ultima parola su un negoziato che dura ormai da oltre due anni. Tra oggi e domani, salvo proroghe dell'ultima ora, i leader del pianeta dovranno decidere come e quanto impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico. Saranno presidenti e primi ministri a dover riempire di contenuti - ma soprattutto di cifre - una bozza di accordo che a 48 ore dalla fine annunciata del vertice dell'Onu sul riscaldamento del pianeta ancora non c'è, logorata e riscritta dai veti incrociati e dagli interessi contrapposti. Il vertice delle divisioni, l'ha definito ieri la Chiesa cattolica: un summit che divide invece di unire, che contrappone Paesi ricchi a Paesi poveri.

 

La neve che cade copiosa a Copenaghen non ha scoraggiato ieri gli ambientalisti che protestano e che vorrebbero far giungere la loro voce - spesso un disperato appello all'azione - nei blindatissimi spazi del Bella center, il centro fieristico che ospita questo mega-vertice delle Nazioni Unite. E con tutta probabilità non li scoraggerà neanche oggi: amplificando così il caos organizzativo che sta ormai caratterizzando quest'appuntamento di Copenaghen. Misure ancora più ferree sono state infatti annunciate dalla polizia per oggi: giornata importante che vedrà la presenza di personaggi del calibro del segretario di Stato americano Hillary Clinton (precederà di un giorno il presidente Obama), del presidente iraniano Ahmadinejad, di quello brasiliano Lula, o del cinese Hu; senza contare la contemporanea presenza di tutti i leader europei. Non ci sarà solo il premier italiano che è convalescente a Milano. L'Italia sarà rappresentata dal ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo.

 

Ieri diverse manifestazioni e scontri nei pressi del Bella center: manganelli e lacrimogeni usati dalla polizia con un bilancio di oltre 250 fermi. Tra questi anche tre italiani. Oggi replica scontata davanti alla passerella dei leader del mondo. Intanto nella notte si è lavorato alla bozza dell'accordo da sottoporre ai capi di Stato e di Governo: la presidenza danese sta disperatamente cercando di semplificare e ridurre il testo (circa 60 pagine) nella consapevolezza che già in molti parlano di fallimento storico. L’U 17

 

 

 

 

Il vertice sul clima. Aria calda e aria fritta

 

Può darsi - anche se appare assai difficile - che, dopo le inaspettate dimissioni della presidente della Conferenza sul clima, i leader dei principali Paesi del mondo riescano ancora a stringersi la mano davanti alle telecamere di Copenhagen e a mettere la loro firma su un accordo di compromesso. Anche in questo caso ci troveremo di fronte a un risultato deludente: dopo i netti contrasti di questi giorni, un’eventuale intesa di facciata dell’ultima ora sarà poco più che «aria fritta», per usare una classica espressione italiana, o «aria calda», per usare l’analoga espressione inglese, del tutto appropriata a una conferenza sul clima.

 

Il messaggio che uscirà da Copenhagen pochi giorni prima del Natale sarà la fine, almeno temporanea, del «buonismo», o, se si preferisce, del buon senso, in materia climatica. E’ tramontata la speranza che l’evidenza dei dati scientifici e dei mutamenti facilmente verificabili si sarebbe imposta sugli egoismi e sulle miopie dei principali Paesi del pianeta; che i capi di questi Paesi, impauriti dall’arretramento dei ghiacci e dall’avanzamento dei deserti, si sarebbero solennemente impegnati a ridurre entrambi con l’adozione di misure adeguate. Al contrario, gli egoismi nazionali sono addirittura esplosi, e si è passati rapidamente dai discorsi sui principi e sul lungo periodo al litigio sui soldi (molto pochi in questo momento di crisi) disponibili nel breve periodo per arrestare questa minaccia planetaria.

 

Il clima sembra così essersi trasformato in un gioco a somma negativa in cui tutti escono con la faccia rossa. Primo fra tutti il governo danese, al quale la conferenza è scappata di mano, alimentando le accuse dei Paesi poveri di volerne «pilotare» le conclusioni in favore dei Paesi ricchi. I secondi a soffrirne sono indubbiamente i climatologi: grazie a uno sfortunato «incidente» sono state messe in rete le comunicazioni di posta elettronica di diversi scienziati, dai quali appare possibile che certi risultati siano stati «addomesticati» per dare maggior evidenza al fenomeno del riscaldamento globale, anche se questo non significa necessariamente che il riscaldamento stesso non esista. I non addetti ai lavori hanno così appreso che i dati «esatti» sulle temperature medie sono frutto di una «lavorazione statistica» e che i dati sulle temperature non sono, in definitiva, molto più precisi di quelli sui prezzi o sulla produzione. Se è vero che la crisi finanziaria dovrebbe insegnare un po’ di umiltà agli economisti, la crisi climatica che stiamo vivendo dovrebbe indurre gli addetti ai lavori a minori certezze e a una minore supponenza.

 

I peccati che si possono imputare ai meteorologi sono però, tutto sommato, ben più leggeri delle accuse che sono piovute sul capo dei politici dei Paesi ricchi. I Paesi emergenti li accusano di aver drammatizzato i dati sul clima per introdurre una sorta di «colonialismo climatico»: dopo avere allegramente inquinato il mondo per duecento anni, le grandi potenze dell’Occidente agiterebbero ora lo spettro del riscaldamento globale per frenare la gigantesca espansione produttiva della Cina, del Brasile e dell’India e bloccare così l’erosione del loro potere economico.

 

I Paesi ricchi avrebbero favorito il trasferimento nei Paesi poveri delle lavorazioni industriali più inquinanti e cercherebbero oggi di aiutare ancora una volta le proprie multinazionali, che hanno sviluppato le tecnologie del disinquinamento ambientale, a espandere la loro attività in tutto il mondo. Gli africani, poi, si sono espressi con particolare durezza denunciando di essere vittime di un nuovo tipo di sfruttamento in quanto i loro territori sono trattati troppo spesso prima come fonti di materiali da sfruttare senza alcun riguardo all’inquinamento e poi come pattumiere ecologiche in cui depositare i rifiuti di queste stesse materie prime lavorate altrove. Si tratta di accuse non infondate ma rivolte più al passato che al futuro. I Paesi emergenti dovrebbero rendersi conto che, indipendentemente dagli inquinamenti passati, il mondo non può permettersi di aumentare la quantità di materiali inquinanti immessi nell’ambiente. Agli africani occorrerebbe poi chiedere sommessamente perché, essendo indipendenti ormai da mezzo secolo, non usano meglio la loro indipendenza e continuano a peggiorare la situazione con guerre feroci tra di loro invece di svolgere azioni più coerenti per la difesa dei propri interessi comuni.

 

Mentre l’attenzione mediatica era concentrata su quanto stava accadendo nelle strade di Copenhagen, dove polizia e manifestanti si sono scontrati con particolare durezza, gli scontri più gravi avvenivano quindi nel chiuso delle stanze in cui si svolge la Conferenza. Quello che doveva essere un momento di unione e di solidarietà rischia di trasformarsi in momento di confusione, di polemiche, di ripicche. Da queste divisioni interne potrebbe derivare un altro ostacolo alla continuazione dell’attuale esperimento di globalizzazione: gli imprenditori europei, costretti a imponenti investimenti per rispettare i rigidi vincoli climatici decisi a Bruxelles hanno buon gioco a chiedere un «dazio ecologico» sulle importazioni provenienti da Paesi che non impongono simili vincoli e le relative spese. Per evitare di cadere in un baratro ad un tempo economico ed ecologico, tutti dovrebbero fare un passo indietro: si tratta di una splendida occasione per il presidente Obama, fresco di un (discusso) premio Nobel per la pace di dimostrare di avere veramente la statura di un leader mondiale. MARIO DEAGLIO LS 17

 

 

 

 

Il Paese in conflitto. La fitta nebbia da diradare subito

 

C’È davvero un clima pesante nel Paese, che il drammatico e folle attentato di Milano ha contribuito a rendere ancora più fosco. Il pacco bomba, parzialmente esploso alla “Bocconi” l’altra notte e rivendicato da un gruppo di anarchici, non aiuta certo a rasserenare il clima. Sono proprio questi fatti, però, ad obbligarci a riflessioni serie e profonde.

Si intuisce in quasi tutti cittadini ed istituzioni una sorta di attesa per un qualcosa non si sa cosa che dovrà prima o poi avvenire per sciogliere questa fitta nebbia che ci avvolge. È vero che la situazione interna ed anche internazionale è grave e complessa, ma si ha l’impressione che le forze politiche siano impegnate in una interminabile partita a scacchi tra di loro per trovare la soluzione migliore, ma in realtà aspettando il beckettiano “Godot”. Il Paese deve però andare avanti e soprattutto deve avere la consapevolezza che i problemi, pur gravi e difficili, saranno via via superati: questo lo chiedono, anzi lo pretendono soprattutto le giovani generazioni.

Ma qual è il “Godot” capace di risolvere questa situazione? È l’avvio concreto ed effettivo di una stagione delle riforme, che è da tempo promessa, ma, di volta in volta, sostanzialmente delusa. Ma perché le riforme? E soprattutto quali?

Il perché delle riforme si fonda sul necessario ed indispensabile adeguamento della nostra macchina burocratica, in parte arrugginita e soprattutto obsoleta, alle esigenze di una società civile, che, negli anni Duemila, chiede il soddisfacimento di esigenze sempre più innovative e in tempi sempre più celeri. Ma per fornire queste risposte, una classe politica all’altezza dei tempi dovrebbe scindere il processo riformatore in due fasi e su due piani distinti: quello che riguarda immediatamente i servizi ai cittadini e quello che riguarda i rapporti tra i Poteri dello Stato. Non si può cioè mirare ad una palingenetica revisione del nostro ordinamento statuale, perché i nodi da sciogliere sarebbero troppi e conseguentemente i rischi di impasse molto alti.

E dunque, in primo luogo, riforme che riguardino essenzialmente i servizi che le Amministrazioni debbono rendere ai cittadini: sanità, giustizia, scuola, mondo del lavoro, rapporti economici sono i settori nei quali più urgentemente degli altri lo Stato deve intervenire.

Si tratta di perfezionare gli attuali meccanismi operativi, così da rendere le loro prestazioni all’altezza delle esigenze della cittadinanza. E su questa operazione di necessario restyling della nostra macchina burocratica dovrebbe essere agevole l’intesa tra le forze politiche, perché non implica grosse questioni ideologiche e soprattutto non coinvolge posizioni di potere. Si dovrebbe realizzare effettivamente il modello dello Stato-amministrazione al servizio dei cittadini.

Molto più complesso lo sappiamo bene è il discorso sulle riforme che riguardano i “rami alti” dell’apparato statuale, cioè i rapporti tra i Poteri dello Stato. È dagli anni Settanta, che vanamente si attende in Italia il realizzarsi della “Grande Riforma”, ma sostanzialmente tutto è rimasto pressoché fermo, poiché troppo complessa appare la composizione delle reciproche convenienze di parte. E, d’altronde, il bipolarismo, introdotto in Italia all’inizio degli anni Novanta con grandi speranze di modernizzazione del Paese e di semplificazione del quadro politico, in realtà rende molto difficile, se non impossibile, nonostante i meritori sforzi del Capo dello Stato, un vero dialogo tra le parti politiche. Il bipolarismo “all’italiana” ha infatti dato vita a due grandi “cartelli elettorali”, assai poco coesi al loro interno, e sostanzialmente centrifughi e “blindati”, così da scoraggiare ogni forma di incontro, per avviare a soluzione i grandi problemi con misure condivise.

Occorre, d’altra parte, riflettere che se il disegno di riforma costituzionale si estende fino ad incidere sui profili essenziali della forma di Stato, della forma di governo e degli istituti di garanzia, è evidente che si è al di fuori dell’ambito di revisione costituzionale fissato dall’art. 138 della Costituzione, venendo inevitabilmente coinvolti quelli che si definiscono i “principi supremi”, cioè fondanti, della nostra Carta. In questa prospettiva, dunque tutto resta vago ed il clima di pesante attesa appare destinato a perseverare, con tutte le negative conseguenze per il Pese già prospettate.

Ma, come ci ricorda il Presidente Napolitano “sono gli eventi stessi, la complessità dei problemi e delle sfide che l’Italia ha di fronte a sé, l’evidente e pressante interesse generale, che esigono pacati dibattiti e disponibilità ben maggiori”.

PIERO ALBERTO CAPOTOSTI IM 17

 

 

 

 

Come tornare a un clima civile. Libertà di critica e confronto leale

 

Vi sono attentati, per quanto insani e feroci, che hanno un disegno e rispondono alla strategia di una forza politica. Così furono gli attentati anarchici contro re, regine e presidenti fra l’Ottocento e il Novecento, da quello di Sante Caserio contro il presidente francese Carnot nel 1894 a quelli di Luigi Lucheni e Gaetano Bresci contro l’imperatrice Elisabetta e Umberto I nel 1898 e nel 1900. Ma ve ne sono altri che sono soltanto opera di un folle, prigioniero delle proprie ossessioni. Anche questi, tuttavia, possono essere pericolosi quando, pur senza padri, hanno un gran numero di complici involontari. Il presidente della Repubblica ha ragione quando ci richiama all’ordine e ci ricorda che abbiamo tutti l’obbligo di essere in questo momento «allarmati». Nessuno ha guidato la mano dell’attentatore di piazza del Duomo, ma molti sono coloro che hanno concorso a creare il clima in cui la violenza è diventata possibile.

 

Occorre quindi che tutti facciano un esame di coscienza e controllino d’ora in poi le loro parole. Esistono maggiori responsabilità da una parte o dall’altra? Può darsi, ma il compito di accertarlo toccherà ad altri, più tardi. Oggi ciò che conta non è la puntigliosa rivendicazione delle proprie ragioni, ma la restaurazione di un clima civile. A giudicare da ciò che è accaduto ieri alla Camera, prevale invece, sia nell’opposizione che in certi settori della maggioranza, il desiderio di utilizzare politicamente l’attentato per dimostrare le colpe e le responsabilità del «nemico ». Assistiamo così a un nuovo paradosso. Tutte le forze politiche nazionali condannano il gesto di piazza del Duomo e si rallegrano del suo fallimento. Ma parecchi lo usano per continuare il pericoloso gioco delle accuse reciproche e rischiano di preparare in questo modo altri scoppi di violenza.

 

La tregua ha un senso naturalmente soltanto se costruita su un’intesa. Nessuno può chiedere alla maggioranza e all’opposizione di rinunciare ai loro rispettivi programmi sull’agenda politica del momento, dai modi per fronteggiare la crisi alle misure sull’immigrazione, dal testamento biologico alla riforma del sistema scolastico e universitario. Su questi temi è giusto che governo e opposizione si combattano e si contraddicano, anche duramente. Ma esistono altre questioni — il federalismo, il nuovo Senato, la riduzione dei parlamentari, i poteri del premier, la nomina e la revoca dei ministri, la riforma dell’ordine giudiziario — su cui devono lavorare insieme.

 

Il presidente del Consiglio sostiene che la Costituzione è invecchiata, e ha ragione, anche se dovrebbe evitare di attaccarne duramente gli organi. Ma esiste davvero qualcuno, nella maggioranza, che voglia ripetere l’esperienza del precedente governo Berlusconi, quando una riforma votata soltanto dalla coalizione di governo è stata bocciata dal Paese? Invocare la riforma della Costituzione senza creare le condizioni perché divenga possibile è un inutile esercizio retorico e, peggio, una pericolosa perdita di tempo. Berlusconi avrebbe detto a Fedele Confalonieri, dopo l’attentato, che vi sono situazioni in cui da un male può sortire un bene. Se da questa brutta storia potesse venire un accordo per la riforma delle istituzioni, tutti, per una volta, ne usciremmo vincenti.  Sergio Romano CdS 16

 

 

 

Attentato alla Bocconi. Ma non siamo agli Anni Settanta

 

L’attentato anarchico alla Bocconi, per quanto - fortunatamente - incruento, attraversa come una scossa l’atmosfera surriscaldata di Milano e dell’Italia. I teorici del ritorno agli Anni Settanta (che curiosamente abitano soprattutto a destra) aggiungeranno benzina ai loro surriscaldati argomenti. Ma non hanno ragione, ed è bene rifletterci un momento.

 

L’esercizio di voler leggere a tutti i costi il presente sfogliando il catalogo dei fatti passati appare comodo e semplicistico. A che serve evocare l’escalation che portò l’Italia di quarant’anni fa nel turbine delle stragi nere e nella spirale degli omicidi rossi? A leggere certi editorialisti sembra che più che analisi vendano oroscopi funesti. La Storia non si ripete sempre uguale. E allora, piuttosto dobbiamo chiederci quali sono i pericoli di oggi in una situazione di degrado economico e sociale evidente. Gli ammortizzatori sociali per fortuna funzionano, ma la fascia degli esclusi e di quelli che sentono minacciata la propria sicurezza, personale ed economica, è crescente. E tutto questo crea preoccupazione di tenuta sociale, ma è molto diverso dalla realtà degli Anni Settanta.

 

Allora c’era una società che viveva per idee forti e movimenti di massa, il Sessantotto aveva depositato fiori e fucili, il boom postbellico aveva esaurito la sua spinta propulsiva, la crisi incombente cominciava a mordere le fabbriche, il modello spensierato della società dei consumi si stava rivelando fragile. Il movimento operaio era forte e compatto, il sindacato - per la prima volta unitario nella storia del Paese - sembrava unire come non era mai accaduto gli operai del Nord con le masse del Sud. La rivoluzione sociale incompiuta dalla Resistenza sembrava possibile. L’utopia egualitaria si realizzava nelle fabbriche e nelle scuole innescando un diffuso riscatto sociale e promuovendo insieme l’esasperazione di quell’inclinazione anticompetitiva che è oggi uno dei nostri vizi nazionali.

 

La politica era forte, le idee anche, i partiti strutturati, la lotta politica dura, le grandi ideologie del Novecento con il loro carico di drammi e di ideali costituivano la rete su cui la società era organizzata. La profondità della ferocia che si espresse prima nelle stragi fasciste (a cominciare da piazza Fontana, naturalmente) poi nella serialità di omicidi e ferimenti realizzati dai terroristi rossi era pari alla dimensione storica di quelle divisioni. Dietro gli assassini di allora c’era una vera realtà politica e sociale.

 

E ora? Per quanto sciagurato il gesto di Massimo Tartaglia contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non è il sequestro Moro. Per quanto estremi gli slogan dei contestatori di oggi hanno un impatto infinitamente meno forte dei cortei operai di allora. Nella nostra società liquida e post-industriale gli unici movimenti di massa si possono trovare in quella dimensione virtuale che si chiama Internet, social network di uomini e donne sole che si cercano per condividere idee, conoscersi, lavorare, giocare, delirare, dire sciocchezze. È una dimensione importante di libertà, specie per i giovani, che vive di autoregolazione: i fan club di Tartaglia sono durati poche ore (esattamente come quelli di Berlusconi...). Immaginare di entrarci con le manette è velleitario e anche sbagliato.

 

La bomba di Milano non va certo archiviata come irrilevante. La scelta simbolica della Bocconi, scuola d’élite per una società che tende al meglio e vuole competere, è una scelta in linea con una logica terroristica. Dunque attenzione: qualcuno può sempre prendere una pistola e usarla. Il disagio sociale c’è ed è forte, le persone si sentono sole e non protette perché non esiste più un movimento sindacale né una cultura di rivendicazione collettiva. I poteri pubblici devono saper offrire una difesa a chi non si sente difeso. In questa realtà i gesti isolati sono possibili e ugualmente temibili. Ma i veri terroristi non si sono mai mossi per bisogno. Piuttosto per un’ideologia che oggi non si vede e che rende così diversi i nostri da quegli anni. Quello che si vede invece è un’insopportabile e autoreferenziale guerra civile a parole tra i politici e nel discorso pubblico italiano. Siamo convinti che la società civile nella gran maggioranza sia oggi meglio della società politica, più consensuale, meno isterica, più pragmatica. In una parola più seria. È dovere di tutti rappresentarla meglio.  CESARE MARTINETTI  LS 17

 

 

 

 

L’intelligence: si sono riorganizzati e lanciano la loro “guerra sociale”

 

Gli obiettivi potrebbero essere banche, carceri, tribunali e caserme - di MASSIMO MARTINELLI

 

ROMA - Non più di 500, quasi tutti noti, assicurano all’Antiterrorismo. E dicono che il Fai, cioè la sigla irriverente del Fronte Anarchico Informale è solo un contenitore in cui si riconoscono «la Brigata 20 luglio», la «Cooperativa Fuoco e Affini», la «sigla delle 5 C», (contro il Capitale, il carcere, il carceriere e le sue celle) e tutte le sigle minori che nascono e muoiono nell’arco di una notte, quella in cui si piazza la bomba. Hanno obbiettivi e modalità operative ricorrenti. La prima regola del manualetto dice che bisogna agire sempre nei momenti in cui può ottenere la massima visibilità. Quindi prima del G8 di Genova, sotto le feste di Natale, durante le crisi politiche. Una volta, idealmente, cercarono si andare persino a Sanremo: era il 2005 e dopo una raffica di pacchi bomba alle caserme dell’Arma di Genova, Roma e Milano, provarono a farne esplodere una al teatro Ariston, durante il Festival della canzone. O almeno così dissero in un lungo e delirante volantino di rivendicazione. La bomba, in realtà, fu solo mediatica; perchè tra le fioriere del teatro Ariston non c’era. Ma l’effetto fu centrato in pieno.

Anche gli obbiettivi sono ricorrenti: le carceri, la battaglia ecologista, il sostegno agli immigrati. Il carcerario da sempre è nel mirino degli anarchici, come predicato dal padre spirituale Alfredo Maria Bonanno, il più noto degli anarco-ideologi, anche perché alla fine degli anni Novanta è stato protagonista del maxiprocesso che lo ha visto alla sbarra con una cinquantina di militanti di Azione rivoluzionaria. Gli obiettivi più colpiti da Ar in quel periodo erano i tralicci, «simbolo del progresso capitalista». Nel 1988 in Lombardia ne saltarono tre e i circoli anarchici moderati insorsero. Anche il «Ponte della Ghisolfa», di Milano, un tempo frequentato da Pinelli. Al pm Antonio Marini che gli contestava di essere il capo di Azione rivoluzionaria, Bonanno rispose con sdegno: «L’azione rivoluzionaria è una finalità tesa a sconvolgere l’esistente, non una miserabile banda armata». Ma con il passare degli anni e la fine delle ideologie anche gli anarchici sembrano più disponibili ad uscire dal guscio dell’individualismo. Nel maggio scorso, a Torino, erano vicini ai “Nuovi antagonisti”, la sigla che tiene insieme ex esponenti dell’autonomia operaia e soggetti vicini ai Carc (Comitati di appoggio alla resistenza comunista), ed estremisti legati agli attentati all’Alta velocità in Val di Susa. L’intellingence non li ha mai sottovalutati: in ogni relazione annuale si parla di loro, come anche nella lista delle organizzazioni terroristiche più pericolose d’Europa. Le ultime azioni li davano impegnati a bloccare i treni ad alta velocità con rudimentali ganci ferrosi; non ci sono mai riusciti; li hanno sempre stati arrestati prima. E anche sui bombaroli della Bocconi, la Digos milanese e l’Ucigos sembrano avere alcuni indizi importanti.

IM 17

 

 

 

 

Fini raduna gli ex An «O conme o con Arcore»

 

«A breve vedrò Berlusconi. Parleremo, chiariremo. State con me? Vi considerate parte di quel trenta per cento del Pdl che è l’ex An, o preferite passare a stare col settanta per cento di ex forzisti?». Così, forte di un mezzo dialogo recuperato via extrapolitica con il Cavaliere convalescente, stanco del filoberlusconismo vistosamente serpeggiante tra gli ex colonnelli e consapevole della necessità di recuperare peso in vista della trattativa o quantomeno di fare chiarezza, ieri Gianfranco Fini - prima di ribadire che sul fronte del clima politico «le parole di Napolitano sono una stella polare» - ha fatto quel che i suoi consiglieri più fidati gli suggerivano da tempo. Una cosa semplicissima, a dire la verità. Ha messo momentaneamente da parte i propositi pur circolanti di costruire un gruppo a parte di finiani (dentro il Pdl come “Pdl futuro” o addirittura fuori, stile Mpa di Lombardo). E ha resuscitato, solo per un momento s’intende, il gruppo dirigente di Alleanza Nazionale. La Russa, Gasparri e Bocchino, Urso e Matteoli, Alemanno, Augello e La Morte. Li ha invitati a pranzo, e ha ricordato a tutti chi fosse il loro leader di riferimento. Chi garantisse per loro nel Pdl. A chi dovessero, in definitiva, compattamente rispondere: altrimenti, ognuno per la propria strada.

 

RICOMPATTARE PER TRATTARE  - Una mossa semplice, ma inedita. Nonostante Ignazio La Russa, uscendo, abbia tenuto a sottolineare come non ci fosse «niente di strano» nel fatto che gli ex aennini si riunissero prima di Natale, di strano c’era in realtà quasi tutto. Era da prima dello scioglimento del partito, infatti, che Fini non faceva una riunione al gran completo di tal fatta. Una mossa, quindi, tardiva, al limite. Ma vincente, almeno a parole e almeno nell’immediato. Almeno per dare a Fini più forza nella trattativa con Berlusconi. Infatti, una volta riuniti a pranzo, tra l’ex leader e i suoi ex colonnelli si è ristabilito il clima di un tempo: lui che parla, loro che volenti o nolenti annuiscono. Fini ha dunque voluto «fare il punto » sui «tanti problemi» interni al Pdl, dai rapporti con la Lega alla necessità di evitare un partito monarchico: e ha chiesto soprattutto di affrontare le varie questioni «in modo unitario» come ex An, perché «se marciamo divisi può guadagnarci il singolo», ma si perde l’opportunità di «tenere insieme un mondo», all’interno del Pdl. Bene, gli hanno risposto tutti: purché si distingua fra i temi che possiamo condividere e quelli di tipo neofiniano, come immigrazione e biotestamento, nei quali «non ci riconosciamo ». «È ragionevole», ha convenuto Fini.

 

FINIANI COME I COCCODRILLI  - L’aut aut, deciso ma costruttivo, ha scosso non poco gli ex colonnelli, che infatti sono usciti alla spicciolata dopo quasi due ore di colloquio con la faccia variamente stravolta e la stessa confezione bordeaux contentente una cravatta, regalo di Bocchino. Del resto, solo poche ore prima, la tensione era tale che La Russa era arrivato a offrire a Fini, sia pur provocatoriamente, le proprie dimissioni da coordinatore del Pdl. Quanto poi il richiamoalla compattezza sarà efficace, restada capire. Pare a molti unaconcordia di parole, più che di fatti.Nemmeno Fini, del resto, si fa illusioni: «Sarà il tempo a rispondere. Io non sono pessimista, né ottimista. Sono realista ». Una conseguenza immediata, però, arriva: finiscono nel capitolo «leggende metropolitane,come i coccodrilli nelle fogne diRoma» le ipotesi di scissioni o di gruppi di finiani più o meno indipendenti dal Pdl. Ipotesi che nei giorni scorsi erano circolate eccome. E che, numeri alla mano, qualche fastidio potrebbeo anchedarlo. Ma che Fini si tiene nel cassetto, come fosse un’ultima ratio. Per adesso, a chi glielo chiede, sorride: «Leggende metropolitane, sì, certo: proprio come ha detto La Russa». Susanna Turco   L’U 17

 

 

 

 

Il Paese con due destre  e due sinistre

 

Il luogo comune è talmente diffuso da essere ripetuto come un dogma indiscutibile: l’Italia, sia nella sua classe politica sia nella sua società civile, è un Paese spaccato in due, esasperato in un conflitto profondo. L’aggressione al presidente del Consiglio e le reazioni successive, sui siti Internet, sui muri delle università e in Parlamento dimostrano che questo scontro non solo è diventato, nel volto emblematico di Berlusconi, perfino sanguinoso, ma talmente irriducibile da rendere inutili e ipocriti gli appelli alla moderazione.

 

Può sembrare persino provocatorio, in questi giorni, sostenere una tesi opposta e affermare che, nonostante le apparenze, questa rappresentazione è falsa. Davanti ai problemi di come affrontare e, poi, uscire al più presto dalla crisi economica, di come riformare le istituzioni per ottenere una giustizia più affidabile, un fisco più giusto e di come garantire ai giovani un futuro meno incerto, la grande maggioranza dei cittadini sa benissimo quali riforme andrebbero varate.

 

Ma, cosa che potrebbe sorprendere di più, anche la grande maggioranza dei nostri parlamentari lo sa benissimo e le differenze di opinione non sono così gravi da impedire che le Camere possano trovare un’intesa.

 

In Italia, infatti, non è vero che ci siano due schieramenti in una lotta all’ultimo sangue tra di loro. Questo scontro binario, sia nel Paese sia in Parlamento, riguarda solo il giudizio su Berlusconi. Il vero confronto politico è tra due destre e due sinistre e la sorte della nostra nazione sarà affidata all’esito di questa partita a quattro. Al di là delle questioni personali e delle dispute giornalistiche, nel centrodestra, tra la concezione di Fini e quella dei pasdaran di Berlusconi non sono possibili mediazioni. Così, si va acuendo l’impossibilità di una alleanza, nell’opposizione, tra il gruppo egemonizzato da Di Pietro, con l’appoggio dell’estremismo antiberlusconiano movimentista, e l’asse Bersani-Casini-Rutelli. Ecco perché sul merito delle questioni che davvero interessano gli italiani, quelle che non riguardano le fortune politico-aziendal-processuali del premier, alle Camere esiste una maggioranza trasversale di posizioni che sostanzialmente condivide l’analisi sui difetti del nostro sistema politico, economico e sociale. Ma condivide anche le terapie per cominciare a modificarlo, anche perché quasi tutti gli esperti internazionali che guardano ai problemi italiani suggeriscono le stesse fondamentali ricette.

 

Nei giorni scorsi, proprio a Torino, promossa dall’Ispi e dal centro Einaudi, si è svolta una riunione tra i più autorevoli studiosi continentali che è ha tracciato un quadro significativo e allarmante della posizione europea e italiana nel contesto della crisi internazionale. Le relazioni sulle tendenze dell’economia, della demografia, dei movimenti immigratori e sociali, e sulla forza delle istituzioni per guidare tali processi, hanno convenuto sul timore che il «sistema Europa» non sia in grado di reggere il confronto con il resto del mondo nei prossimi 20-40 anni. All’interno del nostro continente, poi, se si guardano i dati su un lungo periodo, quello che va dagli inizi degli Anni 90, la posizione dell’Italia registra un costante declino. In competitività delle nostre industrie sui mercati mondiali, in investimenti sulla ricerca e sull’innovazione, in infrastrutture, in mobilità sociale.

 

La maggioranza dei cittadini italiani, quella che non agita bandiere e bastoni nelle piazze, che non urla slogan pro o contro Berlusconi via Internet, che fatica a vivere con lo stipendio o con la cassa integrazione, che si batte per tenere aperto un negozio, un ufficio, una piccola o media azienda è tutt’altro che spaccata nel giudizio sulle vere riforme da approvare. Anche il Parlamento sarebbe sostanzialmente d’accordo a vararle, ma sia il paese sia la nostra classe politica sono prigionieri. In ostaggio di due minoranze fanatiche ed estremiste che costringono l’Italia all’impotenza.

LUIGI LA SPINA LS 17

 

 

 

 

La via d’uscita dall’estremismo

 

L’intervento di Fabrizio Cicchitto alla Camera due giorni fa, dedicato all'identificazione, nomi e cognomi, di quelli che egli considera i «mandanti morali» dell'aggressione fisica al premier, è stato del tutto sbagliato e inopportuno. Non aiuta il clima politico. Soprattutto, non aiuta il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a sciogliere i nodi che egli sa di dover sciogliere. Sarebbe anche nell'interesse del centrodestra, e del Paese, che questo avvenisse.

Possiamo mettere in questi termini il problema dell’opposizione. La sua componente estremista ha un capo riconosciuto, con un profilo netto, Antonio Di Pietro. Bersani, invece, deve ancora dimostrare di saper essere, al di là della carica politica, il capo riconosciuto, con un profilo altrettanto netto, della componente democratica dell'opposizione. Quando si dice che il Pd dovrebbe rompere l'alleanza con Di Pietro si dice una cosa giusta ma banale. Si perde di vista che «rompere con Di Pietro» sottintende una complessa operazione politica che, per essere attuata, ha bisogno di una leadership coi fiocchi. Si tratta di un'operazione che implica sia la resa dei conti con il «dipietrismo interno» al Partito democratico sia una ricalibrazione dei rapporti con le forze esterne (certi magistrati, certi giornali, eccetera), che sul dipietrismo interno al Pd hanno sempre fatto leva per condizionarne la politica.

Opporsi alla persona di Berlusconi o opporsi alle politiche del governo? La risposta rivela la concezione della lotta politica, nonché il giudizio sullo stato della nostra democrazia, di ciascun singolo oppositore. Da quando c’è Berlusconi le due anime hanno convissuto e, quasi sempre, quella antiberlusconiana pura ha prevalso, essendo stato fin qui l'antiberlusconismo il vero ancoraggio identitario della sinistra.

E’ evidente che Bersani, per la sua storia personale, ambirebbe a portare il Pd fuori dall'orbita del massimalismo antiberlusconiano, dare a quel partito ciò che esso non ha: un chiaro profilo riformista. E’ anche evidente che egli (legittimamente) si preoccupa di non perdere consensi. Poiché il massimalismo antiberlusconiano è ben presente nell'elettorato e fra i militanti del Pd un’operazione che separi nettamente i destini politici degli estremisti da quelli dei riformisti appare, sulla carta, assai rischiosa.

Ma qui entra in gioco la questione della leadership. Immaginiamo che Bersani batta il pugno sul tavolo e dica: «Di Pietro non è un alleato ma un avversario da isolare e i dipietristi interni al partito sappiano che non sarà più tollerato chi tiene il piede in due staffe. A loro volta, le forze esterne che pretendono di condizionarmi sappiano che la linea politica del Pd la detto solo io a nome della maggioranza congressuale che mi ha espresso. Se vogliono opporsi a me e logorarmi si accomodino ma sia chiaro che, così facendo, favoriranno il centrodestra ». Gli antiberlusconiani duri e puri (anche quelli del Pd) griderebbero al tradimento ma ciò potrebbe essere compensato dalla scoperta, da parte degli elettori di sinistra, del fatto che c'è ora in circolazione un leader riformista forte e vero, dal profilo netto, che potrebbe domani anche portarli alla vittoria.

La politica, si dice, è ormai troppo debole per non essere condizionata da forze esterne. Tramontata l’epoca dei partiti di massa, è solo la leadership che può ridare forza alla politica.  Angelo Panebianco CdS 17

 

 

 

 

Commento. L'assalto ai giornalisti

 

NEMMENO il più ostinato pessimismo poteva attendersi che sarebbe durato un sol giorno lo sbigottimento e il dolore per il volto insanguinato di Silvio Berlusconi. Poche ore per sbarazzarsi, come di un ostacolo ingombrante, di ogni solidarietà umana, pensiero autocritico, reciproco invito a evitare il dissolversi di ogni legame comunitario, ad accettare una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune.

 

Il volto di Berlusconi, contorto dalla sofferenza inflittagli dalla violenza di un matto, avrebbe potuto (e dovuto) sollecitare ciascuno di noi a sentirsi communis, "colui che condivide un carico", e tutti noi communitas allegata da un dovere, da un debito, dalla promessa di un reciproco dono (munus) che nessuno può tenere per sé. Quando è durato quest'incanto? Dieci ore, quindici? Appena i luoghi pubblici (il Parlamento, i talk-show televisivi) si sono riaperti, è ritornata la notte abitata dallo spirito di intolleranza, esclusione, violenza che appaiono il segno distintivo di questa cultura di governo. Chi ha armato la mano del matto? Chi è il mandante? Di chi è la colpa? E quindi chi deve essere sorvegliato, punito, imbavagliato, espulso? Quali sono i giornali, i giornalisti, i social network che devono ammutolirsi? Quali regole e controlli dare alle manifestazioni pubbliche? Quali sono i "padri" di quella "cultura responsabile del clima d'odio" da mettere all'indice (e c'è chi già elenca, incauto: Gobetti, Bobbio, Gramsci, Dossetti)?

 

Sono domande che ripropongono con un'eco funesta "una lotta politica recitata come una parodia dell'eterna guerra civile". Esaltato da un rancore cieco, da un'inimicizia assoluta e irreparabile, il coro berlusconiano - animato in Parlamento da Fabrizio Cicchitto e, in Rai, da Bruno Vespa - elimina ogni differenza tra la critica legittima e l'aggressione violenta, tra il disaccordo ragionato e la destabilizzazione. Trasforma l'avversario politico in un criminale, il dissenziente in un terrorista. Il mestiere d'informare di Repubblica diventa "disegno eversivo", minaccia per il legittimo governo del Paese, un intero gruppo editoriale - il nostro - agenzia ostile all'interesse nazionale, più o meno un'association politico-criminelle.

 

 

I toni, gli argomenti che si ascoltano hanno molto in comune a una caccia alle streghe. Chiunque in questi mesi si è sottratto alla nobilitazione dell'esistente, al racconto unidimensionale e autocelebrativo del soggetto centrale unico, detentore della verità e del potere, viene iscritto in una black list. Accade al Gruppo Espresso, al Fatto, a Santoro e ad Annozero, ai pubblici ministeri che hanno avuto la sventura di incontrare sulla loro strada il capo del governo o qualche suo amico. Per tutti si annunciano adeguati castighi.

 

Si distingue in questo lavoro prepotente Bruno Vespa, dimentico di quanta solidarietà e comprensione abbia circondato il premier. Estrapola, da un lungo ragionamento, una frase di Marco Travaglio e lo indica all'opinione pubblica come il mandante morale della violenza subita da Berlusconi. Con un'ipocrita sfrontatezza lo chiama al telefono, durante la trasmissione, per chiedergli se ha qualcosa da dire in quel processo ingiusto, improvvisato alle spalle di un imputato ignaro e assente, non sostenuto da alcuno dei presenti. È la mossa più barbarica cui si è assistito in queste ore. Il metodo e il giornalismo di Marco Travaglio sono discutibili come quelli di chiunque altro - e qui sono stati discussi con severità - , ma egli è soltanto un giornalista. Non ha alle spalle un partito o un'organizzazione qualsiasi. Non è protetto da una scorta. Può contare soltanto sulla credibilità del suo lavoro, sul consenso che ne ricava tra chi lo legge e lo ascolta. Abbandonarlo così indifeso e solitario al conflitto che divide il Paese, è un'irresponsabilità tanto più grave perché matura da una tribuna che dovrebbe mostrare equilibrio e moderazione, essere l'interprete migliore del monito pacificatorio del presidente della Repubblica.

 

La violenza e l'intolleranza di queste ore smascherano l'insincerità dei falsi pacificatori e ripropongono il paradigma di una politica che si alimenta non di unità, ma di divisione; non di ordine, ma di disordine. È un dispositivo di governo che giustifica e potenzia se stesso nell'eccitare i conflitti più aggressivi che circolano nella società, tra la società e lo Stato, nello Stato. Lungo queste continue "linee di frattura" che di volta in volta individuano un "nemico" (quanti ne possiamo contare dall'inizio della legislatura, dai "negri", ai "froci", ai "fannulloni"?), si potenzia un progetto politico che pretende di esercitare la sovranità senza limiti, in nome del "potere costituente del popolo", con una "decisione" che lascia indistinto il diritto e l'arbitrio, l'eccezione e la regola. Il pazzo gesto di Massimo Tartaglia, rafforzato dalle emozioni che hanno smosso, appare al coro berlusconiano un'eccellente occasione per rilanciare l'obiettivo di ridurre i poteri plurali e diffusi a vantaggio di una forma politico-istituzionale accentrata nella figura di un premier che può fare a meno di ogni contrappeso, di ogni controllo di garanzia, di ogni soggezione alla legge. La follia di un uomo diventa addirittura l'opportunità per riscrivere il pactum societatis che definisce le condizioni del nostro stare insieme. Non si comprende che cosa c'entri il gesto di un matto con la necessità di una riforma costituzionale. Si comprende benissimo come, in questa metamorfosi della nostra democrazia, l'informazione possa essere un inciampo da rimuovere, un attore da minacciare, un "nemico" da indicare con nome, cognome e società di appartenenza alla vendetta del "popolo sovrano". Già lo si è letto, purtroppo: "In una democrazia non spetta ai giornali giudicare chi governa". Al contrario, noi crediamo che, quale che sia l'idea di democrazia che si ha in testa, tutti i modelli prevedono l'esistenza di uno spazio al quale i cittadini accedono attraverso lo scambio di informazioni e il confronto degli argomenti, per farsi un'opinione delle questioni di interesse generale.

Alimentare di informazioni la sfera pubblica, arricchirla di notizie, ragioni e argomenti è il nostro lavoro. Piaccia o non piaccia al piduista Cicchitto, al servizievole Vespa, al coro che si dice "della libertà", continueremo a farlo.

GIUSEPPE D'AVANZO LR 17

 

 

 

 

Quel rifiuto di un PdL con la “bava alla bocca”

 

L’avvertimento di Gianfranco Fini va oltre gli allarmismi e la condanna degli incendiari, magari travestiti da pompieri come dice il leader pd, Bersani. Sottolineando che si è superato il limite nello scontro tra schieramenti e nella rincorsa alla delegittimazione e demonizzazione reciproca, il presidente della Camera mostra un pericolo non semplicemente evocabile o fantasmatico bensì reale, ancor più dopo l’aggressione subita da Berlusconi: che la spirale dello scontro continuo possa produrre conseguenze esiziali nel Paese. L’invito a tenere come bussola i moniti di Napolitano suona come una conferma: è il modo che il numero uno di Montecitorio sceglie per affermare l’anello di congiunzione con il Quirinale. Di più: se il capo dello Stato si adopera usando la moral suasion, il presidente della Camera se fa interprete politico. Si spiega anche così l’irritazione per i toni usati da Fabrizio Cicchitto martedì alla Camera e per la decisione di Giulio Tremonti di usare il voto di fiducia per far approvare la Finanziaria. La terza carica dello Stato e il Colle si muovono all’unisono e per certi versi si fanno sponda: si tratta di un segnale molto chiaro che nessuno, premier compreso, possono ignorare.

Tuttavia nelle mosse di Fini si indovina anche qualcosa di diverso. Aver voluto riunire lo stato maggiore dell’ex An, più che marcare una presunta volontà correntizia nel Pdl (eventualità derubricata a ”fantapolitica”), sta a testimoniare la volontà di dare corpo nel partito di maggioranza relativa proprio a questa linea, diciamo così, di dialogo, rigettando l’abito oltranzista che i falchi - veri o presunti, interni o esterni: stampa considerata vicina al Cavaliere compresa - vorrebbero cucirgli addosso con inesorabilità. Ci può stare anche il ridisegno dei rapporti di forza interni, anche se è difficile pensare che un politico di lungo corso come Fini possa immaginare di modificarli a suo vantaggio. Piuttosto prevale la voglia di cancellare l’immagine di un centro-destra «con la bava alla bocca». E contemporaneamente far capire alla Lega - elemento tutt’altro che secondario nello schema finiano - che le golden share assegnate unilateralmente da Berlusconi non valgono più.Carlo Fusi, IM 17

 

 

 

 

Casini: "Contro i falchi del Pdl fronte della legalità Udc-Pd"

 

Casini: "Per le riforme serve un fronte comune". "Io leader del centrosinistra? Se continua l'attacco alla Costituzione, sono pronto" - L'Udc dice no al processo breve, ma è pronta a discutere di Lodo e legittimo impedimento - di GOFFREDO DE MARCHIS

 

ROMA - Si fida ma continua a mettere le mani avanti: "Se Berlusconi coltivasse, o avesse coltivato vista la smentita, l'insano proposito del voto anticipato avrebbe una risposta repubblicana". Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini pensa che questo sia il momento di un percorso costituente, non delle urne. Ma a Bondi che lo accusa di mirare alla guida del centrosinistra risponde: "In condizioni normali non mi preparo a niente. Se il Pdl invece punta a travolgere i poteri costituzionali, allora mi preparo a tutto". La speranza resta un'altra, "che Berlusconi prenda spunto da quello che gli è capitato per cambiare passo e toni, quando tornerà sulla scena".

 

Cambiare toni rispetto a Cicchitto, presidente Casini?

"Quello è il minimo. Sono amico di Cicchitto e gli dico chiaro e tondo che ha sbagliato. Si lamenta degli insulti alla maggioranza e poi usa lo stesso linguaggio. Mi auguro che le sue parole siano il frutto di un surriscaldamento temporaneo".

 

E se rispondessero a un percorso logico che arriva fino alle elezioni anticipate?

"Questo disegno francamente non lo vedo. Sono contento che Berlusconi, prima dell'incidente, l'abbia smentito. Ma in questi mesi abbiamo visto due Berlusconi. Il primo è quello del discorso di insediamento alla Camera, dell'emergenza Abruzzo, dell'intervento sul 25 aprile. Un Berlusconi pallido, purtroppo, perché è sparito subito. Sostituito dalla seconda versione: un premier arrembante, che attacca ferocemente gli organi dello Stato al quale non si può che rispondere con il linguaggio della fermezza".

 

 

O proponendo un fronte tra Pd, Udc e Idv, come ha fatto lei. I giornali di destra, per questo, l'hanno inserita tra i mandanti morali di Tartaglia.

"Se abbiamo voglia di ridere ridiamo pure. Se invece facciamo le persone serie, allora queste accuse rientrano nella categoria della miseria umana. Solo chi è in malafede fa finta di non capire la differenza tra la politica e l'odio. La politica contempla la presenza di valori diversi, l'odio prevede solo un mondo di nemici".

 

Ma il Cln contro Berlusconi implica la lotta contro un dittatore, no?

"Rispondo solo di quello che ho detto io. E che confermo. Se Berlusconi coltivasse, o avesse coltivato vista la smentita, l'insano proposito del voto anticipato avrebbe una risposta, come dire, repubblicana e nazionale".

 

Con voi ci sarebbe anche Fini?

"Questa risposta secondo me troverebbe dalla stessa parte anche molti esponenti del Pdl, non solo Fini".

 

Cosa significa cambiare passo?

"Non fare cadere l'appello del capo dello Stato al quale un po' tutti abbiamo risposto con un eccesso di strumentalità. Invece dobbiamo ripartire dal voto del Senato sulle riforme. L'ho detto l'altra sera, incontrandoli di persona, a Bersani e D'Alema. L'ho ripetuto al telefono a Berlusconi e a Gianni Letta. Questo è il momento di chiudere i falchi in gabbia e far volare le colombe. Di solito un partito intermedio come il mio si mette sulla riva del fiume e aspetta che implodano i grandi partiti per trarne un vantaggio elettorale. Noi al contrario vogliamo sederci al tavolo con Pd e Pdl per trovare una via d'uscita all'eterna transizione italiana".

 

Come?

"Con la riforma dello Stato a partire dal superamento del bicameralismo perfetto, dalla precisazione dei poteri del capo del governo, dalla rivisitazione critica del federalismo voluto dalla Lega che è affidato più ai decreti attuativi che alla legge".

 

Per arrivare a questo risultato, però, bisogna passare dal processo breve.

"Beh, se il Pdl vuole strumentalizzare l'aggressione a Berlusconi per far ingoiare il processo breve al Parlamento, si sbaglia di grosso. Troverà un fronte legalista nell'Udc e nel Pd. Ma sbaglierebbe anche il Pd a confinare i problemi giudiziari nel recinto privato del Cavaliere. Quei problemi riguardano tutti, anche noi. La strada, l'Udc l'ha indicata. Si è astenuta sul lodo Alfano ed è pronta a discutere del legittimo impedimento. A patto che sia soltanto una misura per il premier, come l'ha scritta Vietti".

 

Deve cambiare passo solo Berlusconi?

"No, tutti dobbiamo farlo. Ma ognuno rimane con le proprie convinzioni. A me non piace il trasformismo o l'arlecchinismo nazionale per cui adesso, dopo Milano, dovremmo abolire le critiche. Così come non mi piace l'idea di mettere a tacere le voci di Internet o della piazza con leggi speciali. Esistono già delle norme precise, basta applicarle".

 

Difficile che il Pdl si fidi di voi. Secondo Bondi, lei si prepara a fare il leader e candidato premier del nuovo centrosinistra.

"Non mi preparo a niente. In condizioni di normalità. In casi eccezionali mi preparo a tutto. Sono colomba ma fino a un certo punto. Se il Popolo delle libertà pensa di travolgere i poteri costituzionali, allora anche il mio ordine del giorno cambia".

 

Per le regionali le sue trattative sembrano più avviate con il Pd che con il Pdl. Sta per fare una scelta di campo?

"Non faremo un'alleanza nazionale né con il Pd né con il Pdl. Il turno di marzo per noi non sarà uno spartiacque perché continuiamo a voler cancellare questo bipolarismo. Io li capisco, però. La destra vorrebbe trascinarci in quella che Berlusconi pensa di trasformare in una sua campagna di santificazione. Il Pd in un centrosinistra non ci appartiene. E che non ci spaccino per buongoverno alcune amministrazioni di sinistra dove il buongoverno nessuno l'ha visto. Andremo con i candidati e i programmi più compatibili con noi".

 

Come digeriranno l'alleanza con Di Pietro i suoi elettori?

"Diciamo così: in condizioni di normalità io e Di Pietro siamo su due pianeti diversi. E io lavoro per una politica normale". LR 17

 

 

 

 

Il premier stringe i tempi:  sente che la sua assenza comincia già a pesare

 

Ha voglia il professor Zangrillo, che ha in cura il premier dopo l'aggressione di domenica e ieri ne ha rinviato a oggi l'uscita dall'ospedale, a dire che Berlusconi dovrà osservare un periodo di convalescenza, stando lontano da impegni pubblici e rallentando i ritmi frenetici della sua vita lavorativa. Aveva appena finito di spiegare al suo illustre infermo che non potrà presenziare al prossimo Consiglio dei ministri, che dovrà rinunciare alla tradizionale conferenza di fine anno e alla notte di Natale con i terremotati dell'Aquila, e quello, che non sa stare fermo, eludendo la sorveglianza, ha telefonato all'ufficio di presidenza del Pdl per dire la sua sulle candidature alle regionali in via di definizione.

 

Sia i medici che lo stanno seguendo, sia i collaboratori che si tengono in contatto con lui, a cominciare dal sottosegretario Bonaiuti, fisso a Milano al San Raffaele, e da Gianni Letta, che coordina a Roma in prima persona l'attività del governo, sanno che Berlusconi scalpita, che vorrebbe a qualsiasi costo accorciare i tempi per il ritorno in campo, che si preoccupa di apparire in forma al più presto, anche se ha ancora la faccia gonfia e dovrà sopportare un piccolo intervento per rimettere a posto i denti che la statuetta lanciata dal suo aggressore gli ha fratturato.

 

Tutta questa impazienza, a parte l'irrequietezza, come dire, costituzionale di Berlusconi, nasce dalla consapevolezza che se l'attacco che ha subito, con l'ondata di solidarietà che è seguita, s'è alla fine trasformato in un vantaggio politico, in un momento in cui il suo isolamento personale e le difficoltà del governo erano evidenti, l'idea di un premier acciaccato, che fatica a riprendersi, si risolverebbe in un danno d'immagine per uno come lui, che, nel bene e nel male, è abituato a scandire con le sue iniziative la vita politica del Paese.

 

Già ieri, al terzo giorno di assenza del Cavaliere dalla vita pubblica, s'era avvertito un certo rallentamento. La fiducia sulla finanziaria era passata, ma non con una votazione non brillantissima. Lo strascico di polemiche determinate dalla reazione di Fini a questa decisione del governo aveva avuto una coda polemica, legata all'ipotesi, rinviata e sostituita con l'annuncio di un disegno di legge, di un decreto per bloccare i siti Internet che inneggiano alla violenza.

 

Di qui l'intervento telefonico di Berlusconi al vertice del Pdl. Con due obiettivi: dimostrare che il partito è unito e in grado di risolvere anche problemi delicati come quello delle candidature. Ma soprattutto, che per decidere ha bisogno del capo, anche se malconcio.  MARCELLO SORGI LS 17

 

 

 

 

 

L’analisi. Le leggi per la Rete

 

L'ITALIA ha scoperto la Rete. Appena ieri era divenuta evidente per tutti la forza di Internet quando proprio da lì era partita l'iniziativa che era riuscita a portare in piazza un milione di persone per il "No B Day".

 

Si materializzava così una dimensione della democrazia inedita per il nostro paese. Pochi giorni dopo quell'immagine appare rovesciata. Internet diventa il luogo che genera odio, secerne umori perversi. E questa sua nuova interpretazione travolge quella precedente: il "No B Day" è presentato come un momento d'incubazione dei virus che avrebbero reso possibile l'aggressione a Berlusconi, Internet come lo strumento in mano a chi incita alla violenza.

 

Conclusione: la proposta di un immediato giro di vite per controllare la Rete, secondo un abusato copione che trasforma ogni fatto drammatico non in un imperativo a riflettere più seriamente, ma in un pretesto per ridurre ogni questione politica e sociale a fatto d'ordine pubblico, limitando libertà e diritti.

Per fortuna, all'interno dello stesso mondo politico è stata subito colta la pericolosità di questa impostazione. Intervenendo alla Camera dei deputati, Pier Ferdinando Casini ha detto parole sagge: "Guai a promuovere provvedimenti illiberali. Le leggi già consentono di punire le violazioni. Negli Usa Obama riceve intimidazioni continue su Internet, ma a nessuno viene in mente di censurare la Rete". E la finiana fondazione FareFuturo evoca la "sindrome cinese", la deliberata volontà di impedire che Internet possa rappresentare uno strumento di democrazia. Questi moniti, insieme a molti altri, sembrano aver trovato qualche ascolto, a giudicare almeno dalle dichiarazioni più prudenti del ministro Maroni.

Il tema della violenza è vero, e grave. Ma altrettanto ineludibile è la questione della democrazia. È istruttivo leggere la lista dei paesi che sottopongono a controlli Internet: tutti Stati autoritari o totalitari (con una particolare eccezione per l'India). Questo vuol forse dire che i paesi democratici sono distratti, che si sono arresi di fronte all'hate speech, al linguaggio dell'odio? O è vero il contrario, che è maturata la consapevolezza che la democrazia vive solo se rimane piena la libertà di manifestare opinioni, per quanto sgradevoli possano essere, e che già disponiamo di strumenti adeguati per intervenire quando la libertà d'espressione si fa reato nel nuovo mondo digitale?

Vi è una vecchia formula che ben conoscono coloro i quali si occupano seriamente di Internet: quel che è illegale offline, è illegale anche online. Tradotto nel linguaggio corrente, questo vuol dire che Internet non è uno spazio privo di regole, un far west dove tutto è possibile, ma che ad esso si applicano le norme che regolano la libertà di espressione e che già escludono che essa possa essere considerata ammissibile quando diventa apologia di reato, istigazione a delinquere, ingiuria, minacce, diffamazione. Questo è il solo terreno dove sia costituzionalmente legittimo muoversi, e le particolarità di Internet non hanno impedito alla polizia postale e alla magistratura di intervenire per reprimere comportamenti illegali. Le conseguenze di questa impostazione sono chiare: no alla censura preventiva, comunque incompatibile con i nostri principi costituzionali; no a forme di repressione affidate ad autorità amministrative o riferite a comportamenti non qualificabili come reati; no ad accertamenti e sanzioni non affidati alla competenza dell'autorità giudiziaria.

 

Considerando più da vicino le peculiarità di Internet, bisogna essere ben consapevoli del fatto che le proposte di introdurre "filtri" all'accesso a determinati siti sollevano un radicale problema di democrazia. Chi stabilisce quali siano i siti "consentiti"? Qual è il confine che separa i contenuti liberamente accessibili e quelli illeciti? Il più grande spazio pubblico mai conosciuto dall'umanità rischia di essere affidato, all'arbitrio politico, che inevitabilmente attrarrebbe nell'area dei comportamenti vietati tutto quel che si configura come dissenso, pensiero minoritario, opinione non ortodossa. E la proposta di vietare l'anonimato in rete trascura il fatto che proprio l'anonimato (peraltro ostacolo non del tutto insuperabile nel caso di veri comportamenti illeciti) è la condizione che permette la manifestazione del dissenso politico. Quale oppositore di regime totalitario potrebbe condurre su Internet la sua battaglia politica, dentro o fuori del suo paese, se fosse obbligato a rivelare la propria identità, così esponendo se stesso, i suoi familiari, i suoi amici a ogni possibili rappresaglia? Non si può inneggiare al coraggio dei bloggers iraniani o cubani, e denunciare le persecuzioni che li colpiscono, e poi eliminare lo scudo che, ovunque, può essere necessario per il dissenziente politico. Anche nei paesi democratici. È di questi giorni la denuncia di associazioni americane per la tutela dei diritti civili che accusano le agenzia per la sicurezza di controllare reti sociali come Facebook e Twitter proprio per individuare chi anima iniziative di opposizione. Non è la privacy di chi è in Rete ad essere in pericolo: è la sua stessa libertà, e dunque il carattere democratico del sistema in cui vive.

 

Certo, i gruppi che su Facebook inneggiano a Massimo Tartaglia turbano molto. Ma bisogna conoscere le dinamiche che generano queste reazioni, certamente inaccettabili, ma rivelatrici del modo in cui si sta strutturando la società, che richiede attenzione e strategie diverse dalla scorciatoia repressiva, pericolosa e inutile. Inutile, perché la Rete è piena di risorse che consentono di aggirare questi divieti. Pericolosa, non solo perché può colpire diritti fondamentali, ma perché spinge le persone colpite dal divieto a riorganizzarsi, dando così permanenza a fenomeni che potrebbero altrimenti ridimensionarsi via via che si allontana l'occasione che li ha generati.

Solo una buona cultura di Internet può offrirci gli strumenti culturali adatti per garantire alla Rete le potenzialità democratiche continuamente insidiate al suo stesso interno da nuove forme di populismo, dalla possibilità di creare luoghi chiusi, a misura proprie e dei propri simili, negandosi al confronto e alla stessa conoscenza degli altri. Più che misure repressive serve fantasia, quella che induce gruppi in tutto il mondo a chiedere un Internet Bill of Rights o che ha spinto uno studioso americano oggi collaboratore di Obama, Cass Sunstein, a proporre che i siti particolarmente influenti per dimensioni o contenuti debbano prevedere un link, una indicazione che segnali l'esistenza di siti con contenuti diversi o opposti e che permetta di collegarsi a questi immediatamente. STEFANO RODOTÀ LR 17

 

 

 

 

Quei Giorni di Piazza Fontana

 

Una nota di Carlo Di Stanislao a quarant'anni dalla strage di Piazza Fontana

 

Il 12 dicembre 1969 una bomba scoppiò alla Banca dell'Agricoltura di Milano facendo diciassette vittime. La diciottesima fu l'anarchico Giuseppe Pinelli, morto cadendo da una finestra del quarto piano della questura di via Fatebenefratelli la notte fra il 15 e il 16 dicembre, dopo tre giorni di interrogatori. Da quel giorno nella vita della famiglia Pinelli qualcosa è cambiato in maniera definitiva, come ricorda la moglie Licia, 81 anni molto ben portati, che ha accettato, dopo molti rifiuti, l’invito del Quirinale perché ha sempre stimato  Giorgio Napolitano, dal quale ha ricevuto, con le figlie Silvia e Claudia, un doppio riconoscimento, suggellato nell’affermazione che Giuseppe era stata vittima due volte, sia per la tragica morte, sia per le calunnie sul suo conto. Ora, dopo 40 anni, affida i suoi ricordi, le amarezze, le difficoltà ad un libro: “Una storia quasi soltanto mia”, scritto con il giornalista Piero Scaramucci, concepito come una lunga intervista ed edito da Feltrinelli. Era rimasta appartata, quasi silenziosa per una decina d'anni, da quell'inverno del 1969, quando la bomba fece strage alla Banca dell'Agricoltura di piazza Fontana a Milano e suo marito Pino, ferroviere anarchico, precipitò da una finestra della questura, con l'Italia che scopriva che la democrazia era sotto attacco. Licia si era tenuta lontana dai riflettori concentrandosi in una tenace battaglia per ottenere giustizia dalla Giustizia, senza ottenerla. Poi, all’inizio degli anni ’80, chiamò Piero Scaramucci e gli raccontò la sua verità e la sua versione. Non fu un percorso facile, fu come reimparare a parlare e a guardare dentro se stessa dopo anni di silenzio e autocensura. E, dopo la lunga tirata dei ricordi e lo sfogo di una donna a cui hanno ammazzato il marito innocente, si decise di non pubblicare nulla. Ma oggi, a distanza di tanto tempo, questo racconto appare come un documento di rara verità, sia per chi vorrà scrivere la storia di quegli anni durissimi, sia per chi intende capire come non ricadere in tanta barbarica, disumana ferocia. “Morte accidentale di un anarchico”, scrisse Dario Fo, mentre il  telegiornale comunicò: “Giuseppe Pinelli stanotte veniva interrogato in una stanza al quarto piano della Questura. Durante una breve sosta dell’interrogatorio si è gettato nel vuoto da una finestra rimasta socchiusa, nonostante il tentativo di trattenerlo da parte del personale di polizia presente in quel momento… è caduto in questa aiuola…”. La telecamera inquadrò il selciato e alcune pianticelle spezzate. Niente altro. Ci sono voluti quaranta anni allo Stato per riconoscere il suo errore ed altrettanti a Licia per sciogliersi in un pianto consolatorio. Molti libri sono stati scritti su quei tragici fatti, sul terribile attentato in una piazza con già l’albero di Natale e sui mille interpreti di una tragedia ancora difficile da capire: generali e colonnelli, da Miceli a Maletti, capi del Sid, il capitano Labruna, che aveva favorito la fuga di Giannettini, e tanti ministri, da Andreotti a Rumor a Mario Tanassi e ancora la Cia, il modello Greco ed uno Stato che occultava, copriva, tollerava, aiutava e ritardava disperatamente il raggiungimento della verità storica: che l’officina delle bombe era d’estrema destra, la destra dei fascisti d’Ordine nuovo, quello fondato da Pino Rauti, ritenuto però estraneo, e di Freda e Ventura, invece colpevoli. Molti libri sono stati scritti su quei diabolici fatti: Piazza Fontana (Einaudi), con allegato un dvd con l’intera ricostruzione televisiva di quegli eventi e tante immagini del “giallista” Carlo Lucarelli; la mastodontica inchiesta di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana (Ed. Ponte alle Grazie), con la tesi è che tutti gli attentati fossero stati “raddoppiati”; fino alla ricostruzione a fumetti di Francesco Barilli e Matteo Fenoglio (Ed. Il Becco Giallo). C’è stato anche un libro da cui è stata tratta una riduzione teatrale: Nessuno è Stato, di Fortunato Zinni (Ed. Maingraf), attuale sindaco di Bresso, ad un passo da Milano; ma è il libro-intervista di Pinelli e Scaramucci il più autentico, intimo, toccante e proprio per questo più vero.  Carlo Di Stanislao (de.it.press)

 

 

 

Scudo fiscale, sì alla proroga fino ad aprile. Via libera della Camera alla finanziaria

 

La manovra approvata con 307 sì e 267 no. L'Mpa non partecipa al voto. Il testo passa ora al Senato

 

ROMA - Via libera della Camera alla Finanziaria. Il testo è stato approvato in seconda lettura con 307 voti favorevoli, 267 voti contrari e 2 astenuti. Hanno votato a favore Pdl e Lega, contro Pd, Idv e Udc. L'Mpa, in segno di protesta, non ha partecipato al voto, ritenendo che le misure per il Sud siano insufficienti. Il testo, che mercoledì aveva incassato la fiducia al governo, torna in terza lettura al Senato per l'approvazione definitiva. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, era in aula al momento del voto.

L'ULTIMA - Si avvicina dunque al varo definitivo, previsto a Palazzo Madama il 22 dicembre, l'ultima «Finanziaria» così denominata. Dal prossimo anno si parlerà di «legge di stabilità».

SCUDO - Il Consiglio dei Ministri ha intanto deciso la proroga dei termini per lo scudo fiscale, che slittano così al 30 aprile 2010. Il provvedimento rientra nel decreto "milleproroghe". La riapertura dello scudo fiscale, spiega Tremonti, prevede «due scadenze e due aliquote». Dall'entrata in vigore del decreto "milleproroghe" fino a fine febbraio si pagherà il 6%, dall'inizio di marzo fino alla fine di aprile il 7%. Nessuna previsione sui possibili nuovi capitali sanabili e relativo gettito: la riapertura «è cifrata un euro», ha aggiunto Tremonti sorridendo e confermando che non c'è una stima ufficiale del governo. CdS 17

 

 

 

 

L'Istat rivela: «Mezzo milione di occupati in meno»

 

In rialzo il tasso di disoccupazione che a ottobre ha segnato l'8,2%. Lo rileva l'Istat che ha rivisto al rialzo il dato diffuso nelle scorse settimane (8%). I disoccupati nel mese di ottobre erano appunto 2.039.000 unità. Nella media del periodo luglio-settembre il tasso di disoccupazione è pari al 7,3 per cento in termini grezzi (era 6,1 per cento nel terzo trimestre 2008) e 7,8 per cento in quelli destagionalizzati (+0,3 punti percentuali rispetto al secondo trimestre). Nel terzo trimestre, il tasso di disoccupazione maschile sale dal 4,9 per cento del terzo trimestre 2008 al 6,4 per cento; quello femminile passa dal 7,9 per cento all'8,6 per cen-to. Nel Nord l'innalzamento dell'indicatore (dal 3,4 al 5,1 per cento) riguarda sia gli uomini sia le donne; nel Centro il tasso di disoccupazione si porta al 6,5 per cento (dal 5,7 per cento di un anno prima), con una crescita più sostenuta per la componente maschile. Nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione è pari all'11,7 per cento, sei decimi di punto in più rispetto al terzo trimestre 2008. La crescita riguarda esclusivamente gli uomini. Il tasso di disoccupazione de-gli stranieri aumenta per la terza volta consecutiva, portandosi dal 6,9 per cento del terzo trimestre 2008 al 10,6 per cento.

 

Secondo l'Istat, si tratta del dato peggiore dal 1992 anno in cui sono iniziate le serie storiche. La caduta tendenziale dell'occupazione sintetizza il sensibile calo della componente maschile (-2,5 per cento, pari a -350.000 unità) e la consistente flessione di quella femminile (-1,7 per cento, pari a -158.000 unità). Per entrambe le componenti di genere, e soprattutto per quella maschile, si rileva una marcata riduzione dell'occupazione degli italiani (-373.000 e -216.000 unità, rispettivamente per gli uomini e le donne). Con un ritmo sempre più blando prosegue, invece, la crescita dell'occupazione degli stranieri (+22.000 e +58.000 unità rispettivamente). A livello territoriale, si accentua il restringimento della base occupazionale nel Nord (-2,3 per cento, pari a -274.000 unità in confronto al terzo trimestre 2008), prosegue il calo nel Mezzogiorno (-3,0 per cento, pari a -196.000 unità), mentre nel Centro la riduzione del numero degli occupati è più contenuta (-0,8 per cento, pari a -38.000 unità).

 

Il risultato trova ragione sia nella relativa maggiore crescita tendenziale degli occupati stranieri in questa ripartizione, sia nel sostegno fornito dal settore terziario, in particolare dai servizi alle famiglie e da taluni comparti a elevata intensità di lavoro (alberghi e ristoranti, servizi di pulizia, di viglilanza e attività professionali autonome). La notevole riduzione tendenziale dell'occupazione nell'industria in senso stretto (-6,1 per cento, pari a -307.000 unità) riguarda sia i dipendenti sia gli autonomi, soprattutto nelle regioni settentrionali. Le costruzioni accentuano la tendenza discendente emersa lo scorso trimestre, con un calo degli occupati del 4,0 per cento (pari a -79.000 unità), diffuso nell'insieme del territorio nazionale. Il terziario segnala una nuova riduzione tendenziale dell'occupazione (-0,6 per cento, pari a -97.000 unità), a sintesi del continuo calo degli autonomi e della sostanziale stabilità dei dipendenti. Infine, l'Istat segnala che il calo riguarda in particolare i dipendenti a termini (-220.000 unità) ma anche i collaboratori coordinati e continuativi e occasionali (-42.000 unità), gli autonomi (-136.000 unità), soprattutto quelli con un'attività artigianale o commerciale; dall'altro, una riduzione dei dipendenti a tempo indeterminato (-110.000 unità), concentrata nelle imprese di più ridotta dimensione. In base alla tipologia di orario, il calo dell'occupazione riflette l'accentuata riduzione degli occupati a tempo pieno (-449.000 unità) e, in misura più ridotta, la flessione di quelli a tempo parziale (-59.000 unità). L’U 17

 

 

 

 

“Babbo Natale è un cattivo esempio"

 

«Beve e sta sempre sulla slitta». Gli studiosi: promuove uno stile di vita non salutare. Deve camminare di più

 

LONDRA - Babbo Natale dà il cattivo esempio con la sua pancia rotonda e i suoi viaggi in slitta. Obeso, troppo dedito all’alcol, irrispettoso del codice della strada, rischia - con il suo stile di vita irregolare - di rappresentare un cattivo modello per i bambini. A sostenerlo sono il professor Nathan Grills della Monash University di Melbourne in Australia e l’illustratore Brendan Halyday, autori di un articolo apparso sul British medical Journal in cui si elencano tutti i comportamenti poco raccomandabili di cui Babbo Natale sarebbe responsabile. L’immagine che viene fuori dal quadro stilato dai due autori è quella di un vecchio signore che, girando casa per casa, approfitta del brandy che ogni famiglia gli lascia. E, dopo aver bevuto troppo, sale semi ubriaco in sella alla sua slitta, senza mai indossare la cintura di sicurezza o il casco.

 

L’indagine ha rivelato il "peso" del personaggio fra i bambini di tutto il mondo. Addirittura, fra i piccoli americani, Santa Claus è più conosciuto del pagliaccio Ronald McDonald. Non solo, secondo il medico «a volte Babbo Natale è usato per vendere prodotti pericolosi o dannosi», come ad esempio bibite dolci e gassate. E spesso viene ritratto mentre fa cose poco salutari. Il tutto su scala mondiale. Anche la consuetudine diffusa in alcuni Paesi di lasciare un "cicchetto" di ringraziamento a Papà Natale passato per consegnare i regali può avere un impatto negativo, avverte il medico. Secondo il quale, addirittura, nei suoi giri di casa in casa il buon vecchio potrebbe essere un inconsapevole veicolo di trasmissione dell’influenza A. Insomma, se pure «sono necessarie ulteriori ricerche prima di chiedere alle autorità di regolare l’attività di Babbo Natale», Grills propone una nuova immagine per il vecchio in rosso: più magra e attiva, magari una versione su tapis-roulant.

 

«Sul piano epidemiologico, c’è una correlazione tra i paesi che venerano Babbo Natale e quelli dove il tasso di obesità dei bambini è elevato» rileva il ricercatore australiano. Grills giudica tuttavia «prematuro» stabilire una causalità, anche se l’immagine di Babbo Natale promuove il messaggio, secondo lui, che «obesità è sinonimo di buon umore e di giovialità».«Dobbiamo essere consapevoli della capacità di Babbo Natale di influenzare la gente - concludono gli autori - soprattutto i bambini. Per questo proponiamo una nuova immagine di Santa Claus che assicuri che la sua influenza sulla salute pubblica sia positiva».  LS 17

 

 

 

 

La diffusione della cultura italiana nel mondo e le occasioni perdute

 

Zurigo - Da tempo il sindacato della UIL Scuola dedica una particolare attenzione alla diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo ed organizza convegni e tavole rotonde sulle riforme delle istituzioni scolastiche e culturali italiane all’estero. Ultima, in ordine cronologico, è stata la tavola rotonda organizzata recentemente a Madrid per fare il punto sul dibattito parlamentare rispetto ai disegni di legge presentati su tale materia da vari deputati e tuttora pendenti. Per il sottoscritto, invitato a partecipare al dibattito non da tecnico o esperto della materia ma da emigrato impegnato nel mondo dell’emigrazione italiana e nelle istituzioni rappresentative degli italiani all’estero, è stata l’occasione per ricordare quanto è accaduto in Svizzera con la lingua italiana e fare una similitudine con quanto sta facendo l’Italia.

La Svizzera, come noto, è l’unico Paese al di fuori dell’Italia e, ovviamente, di San Marino e della Città del Vaticano, in cui l’italiano è una lingua ufficiale, cioè una della quattro lingue ufficiali. Poi, in effetti, il tedesco la fa da padrone, il francese resiste per il numero proporzionalmente elevato di coloro che lo parlano. Il romancio, da parte sua, è praticamente presente come testimonianza linguistica solo in alcune valli della Svizzera orientale. Infine abbiamo, appunto, l’italiano che è una lingua minoritaria essendo parlata da meno di trecentomila persone del Cantone Ticino e in quello dei Grigioni in due sue valli a sud delle Alpi, mentre sta scomparendo oltre San Gottardo e, soprattutto, nelle istituzioni pubbliche della Confederazione.

Se oggi è questa la situazione della lingua di Dante in Svizzera la causa è da ricercarsi nel fatto che la componente “italiana” di questo Paese (il Cantone Ticino e, in parte, il Cantone Grigioni) non ha saputo (voluto?) avvalersi della grande opportunità che ha avuto di potersi espandere e rafforzare linguisticamente oltre Gottardo, nel resto della Confederazione, valorizzando la lingua italiana, quando dall’immediato Dopoguerra sino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, nelle due regioni romanda e germanofona vivevano centinaia di migliaia di emigrati italiani.

Un’occasione purtroppo perduta e recriminata tardivamente dalla stessa componente elvetica “italiana”, poiché oggi la comunità di origine italiana che vive ancora oltre Gottardo con le sue seconde e terze generazioni, essendosi integrata nelle società locali, è divenuta linguisticamente francofona o germanofona perdendo gradualmente ma inesorabilmente la conoscenza dell’italiano.

Ebbene, con quanto è accaduto in Svizzera a danno dell’italiano per miopia della componente linguistica “italiana” si può fare una similitudine con quanto sta ormai accadendo nel mondo con la promozione e la diffusione della lingua italiana a causa della miopia, in questo caso, dell’Italia. Infatti anche l’Italia, come è avvenuto con il Ticino in Svizzera, non sembra rendersi conto dell’immensa ricchezza di cui dispone avendo nel mondo quattro milioni di cittadini italiani e circa sessanta milioni di italofoni per promuovere e far conoscere la lingua di Dante. Altrimenti non si spiega, innanzitutto, perché in questo settore operino nel mondo diversi soggetti e strutture (Istituti Italiani di Cultura, Scuole italiane, Sezioni italiane presso Scuole straniere, Corsi di lingua e cultura, Società Dante Alighieri, Associazioni regionali) con un dispendio notevole di risorse ed energie, senza una regia unica dello Stato così che nel mondo vi sono dei Paesi e delle regioni in cui l’insegnamento della lingua italiana è carente o del tutto assente ed altre in cui, invece, l’offerta dei corsi è anche troppo ampia.

In secondo luogo i tagli, ormai ricorrenti, dello Stato italiano al finanziamento delle politiche rivolte agli italiani all’estero colpiscono, di anno in anno (accadrà pure nel 2010), anche la promozione e la diffusione della lingua e della cultura italiana causando danni incalcolabili che difficilmente si riuscirà poi a sanare anche se avremo in futuro, auspicabilmente, una inversione di tendenza.

Che dire, infine, del fatto di non aver inserito, da parte del legislatore italiano, la conoscenza sia pur minima della lingua italiana tra i requisiti per il recupero e/o l’ottenimento della cittadinanza italiana come, peraltro, richiedono molte altre nazioni. Se ciò fosse stato previsto, oggi non ci ritroveremmo con l’assurdità di avere centinaia di migliaia di cittadini italiani in giro per il mondo che, però, non conoscono l’italiano. Un esempio di questa assurdità l’abbiamo proprio in Spagna dove oltre la metà della comunità italiana che vi risiede è italo-latinoamericana che parla solo lo spagnolo, tanto da aver obbligato gli Uffici consolari italiani ad organizzare dei giorni di apertura al pubblico unicamente per loro.

Per ritornare alla similitudine accennata all’inizio, non vorremmo che un giorno anche in Italia, come oggi nel Cantone Ticino per quanto riguarda la penalizzazione dell’italiano nella Confederazione, ci si dovesse rendere conto della miopia e del grande errore che è stato fatto in passato nel non aver saputo valorizzare la presenza di milioni di italiani nel mondo per diffondere e far conoscere la lingua di Dante oltre i confini dell’Italia!

Dino Nardi, coordinatore Uim in Europa e consigliere Cgie

 

 

 

Viaggi in treno, da un Regolamento europeo più garanzie per i cittadini

 

I viaggiatori che utilizzano il treno per i loro spostamenti all’interno dell’Unione europea sono oggi più tutelati: è, infatti, entrato in vigore, il 3 dicembre 2009, il Regolamento CE 1371/2007 che stabilisce i diritti fondamentali delle persone che viaggiano e impone una serie di obblighi alle società ferroviarie in materia di responsabilità verso i loro clienti.

Per migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi di trasporto ferroviario e garantire ai cittadini la possibilità di viaggiare in condizioni di sicurezza e comodità, il Regolamento stabilisce che:

* le persone disabili o con mobilità ridotta devono vedersi garantire il loro diritto al trasporto, perciò le imprese ferroviarie e i gestori delle stazioni devono predisporre un’adeguata assistenza e un accesso non discriminatorio ai treni;

* venga rafforzato il diritto dei passeggeri a ottenere un risarcimento quando i loro bagagli vengono smarriti o danneggiati , o nel caso in cui il loro viaggio venga cancellato o subisca un ritardo. Il risarcimento minimo ammonta al 25% del prezzo del biglietto per ritardi da una a due ore e al 50% del prezzo del biglietto per ritardi superiori alle due ore;

* i passeggeri delle ferrovie devono essere informati in maniera esauriente prima e durante il loro viaggio, ad esempio in merito ad eventuali ritardi;

* deve essere reso più agevole l’acquisto dei biglietti ferroviari;

* le società ferroviarie e i gestori delle stazioni devono garantire la sicurezza personale dei passeggeri nelle stazioni ferroviarie e sui treni;

* gli Stati membri devono garantire ai passeggeri la possibilità di presentare una denuncia ad un organo indipendente, quando questi ultimi ritengano che i loro diritti non siano stati correttamente applicati.

Imprese ferroviarie, gestori delle stazioni e tour operator devono informare i passeggeri in merito ai diritti e agli obblighi previsti dal Regolamento. De.it.press

 

 

 

 

A proposito delle detrazioni per carichi di famiglia per i residenti all’estero

 

Roma  – “L’impellenza di dare garanzie fiscali anche a quegli italiani che lavorano per il nostro Paese ma vivono oltre confine e che al momento sono limitate all’anno 2010 ha preso forma in un impegno assunto dal Governo nelle battute conclusive dell’esame della legge finanziaria alla camera accogliendo un ordine del giorno preciso e puntuale”. Lo ha dichiarato Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL firmatario di un ordine del giorno.

Di Biagio ha sottolineato che “Il Governo si è impegnato ad estendere nell’ambito del prossimo provvedimento recante proroga di termini previsti da disposizioni legislative il diritto alla fruizione delle detrazioni fiscali per carichi di famiglia ai residenti all'estero oltre l’anno 2010. Un impegno importante che prevede il puntuale collocamento del riconoscimento delle detrazioni per carichi di famiglia nel provvedimento mille proroghe che sarà discusso nei primi mesi del 2010”.

“Durante le battute della finanziaria – ha precisato - in più occasioni con i colleghi ci siamo interfacciati con i Governo a proposito delle detrazioni per carichi di famiglia e dell’esigenza di ridefinirne i termini per dare una forma ulteriore di sostegno alle famiglie. Da questo presupposto, emerge ancora con forza l’urgenza di venire incontro a quei cittadini che addirittura rischiano di non vedere riconosciuto dal 2011 questo diritto fondamentale. Per questo ho rivolto un impegno preciso e concreto al Governo affinché rinnovi ancora una volta questo diritto fiscale ai lavoratori italiani che all’estero non godono di benefici connessi ai carichi famigliari”.

“Ricordo – ha concluso Di Biagio - che al momento il suddetto diritto è riconosciuto in maniera limitata a quei cittadini italiani residenti all’estero che producono un reddito assoggettabile ad IRPEF in Italia, collocando questa categoria di lavoratori in una condizione di sostanziale disparità nei confronti dei residenti nel territorio nazionale”. De.it.press

 

 

 

 

La Giunta regionale dell’Umbria approva il “Programma annuale di iniziative per l’immigrazione"

 

Perugia - Integrazione dei singoli e delle famiglie stabilmente residenti, servizi per la prevenzione e il contrasto di marginalità e delinquenza, servizi per l’interazione con le comunità residenti: poggia su questi assi portanti l’undicesimo "Programma annuale di iniziative per l’immigrazione" approvato dalla Giunta regionale dell’Umbria, su proposta dell’assessore alle politiche sociali, Damiano Stufara.

La vasta gamma di interventi previsti dal Programma può contare su un finanziamento complessivo di 500mila euro, di cui 400 mila euro destinati agli Ambiti territoriali integrati per finanziare i piani territoriali di intervento in materia di immigrazione dei 12 Comuni capofila e la rimanente quota per "progetti sovra ambito".

"Il programma – ha detto l’assessore Stufara – prevede un pacchetto di interventi strutturali e flessibili che tiene conto della complessità del fenomeno migratorio e della necessità di far emergere una risorsa dalla quale i paesi sviluppati non possono prescindere, ma che va collocata in una cultura dei diritti e di doveri, fondamento di ogni convivenza civile e sicura. I migranti – ha aggiunto l’assessore – non vivono più l’Umbria come terra di passaggio verso nuovi spostamenti, ma vi stabiliscono la propria abitazione, lavorano e vi crescono i figli. L’obiettivo che come Giunta regionale ci siamo posti, anche tenendo conto di questa crescente stabilizzazione di singoli e famiglie, è quindi di realizzare, con il concorso di tutti i soggetti coinvolti nella progettazione ed attuazione degli interventi, un percorso che permetta di superare le disparità ancora esistenti per l’affermazione di una piena cittadinanza e di una concreta integrazione degli stranieri, pur tutelando le diversità di cui ciascuna comunità è portatrice".

Fra i settori di intervento previsti dal Piano, i corsi per l’apprendimento della lingua italiana, azioni di sostegno per l’inserimento scolastico dei ragazzi e misure per favorire l’accesso al credito e l’imprenditorialità degli immigrati, iniziative di tutela delle culture di origine caratterizzano il primo asse strategico.

Sono inoltre in programma attività di prevenzione degli infortuni sul lavoro e di assistenza sanitaria, mentre nel campo cruciale della "sicurezza" sono presenti progetti per a contrastare la marginalità, prevenire il disagio e la devianza, il consumo e lo spaccio di alcool e sostanze stupefacenti, "recuperare" e reinserire i detenuti con l’istituzione di sostegni extracarcerari, tra i quali un "Segretariato sociale" per detenuti stranieri.

Previsti anche l’utilizzo di mediatori culturali tra comunità straniere e italiane, attività di informazione e formazione interculturali, iniziative culturali finalizzate alla comprensione reciproca. (aise) 

 

 

 

“Politiche migratorie. Lavoratori qualificati. Settore sanitario”

 

Il 18 dicembre presentazione del Primo Rapporto European Migration Network-Italia

 

ROMA – “Politiche migratorie. Lavoratori qualificati . Settore sanitario”: il Primo Rapporto European Migration Network – Italia sarà presentato a Roma, in un convegno, il 18 dicembre presso la Biblioteca del Cnel (via Lubin 1)

  L’incontro, coordinato da Franco Pittau (Idos Caritas Migrantes/EMN Ncp Italia), è organizzato in collaborazione con Ministero dell’Interno e Cnel,  ed è fissato per le ore 11 .

  Porterà il suo saluto il prefetto Angelo Malandrino, direttore centrale Immigrazione e Asilo del Ministero dell’Interno).

  Seguiranno le Relazioni di Mario Sepi, presidente Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE); Antonio Ricci - Punto di Contatto Nazionale EMN (Idos Caritas/Migrantes); Christopher Layden, Ambasciata Regno Unito; un rappresentante dei Punti di Contatto Nazionali EMN degli Stati membri invitati (Austria, Belgio, Estonia, Lettonia, Malta, Portogallo e Svezia).

  Interverranno Foad Aodi – Associazione Medici di origine Stranieri in Italia (AMSI), Consigliere Ordine dei Medici di Roma; Ymelda Tolentino Diaz – Collegio Infermieri di Roma (IPASVI); Jamil Awan Ahamede – Interpreti e traduttori Consorziati (ITC); rappresentanti Rete Nazionale EMN; Paolo Attanasio –redattore Dossier Statistico Immigrazione (Caritas/Migrantes).

  Concluderà il convegno Giorgio Alessandrini, presidente vicario dell’ONC (Organismo Nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale dei cittadini stranieri del Cnel).

  Il volume, in italiano e in inglese, verrà distribuito ai partecipanti.

  Seguirà nel pomeriggio un meeting di scambio tra i Punti di Contatto Nazionali presenti presso i locali del Consiglio Nazionale Economia e Lavoro. Per ulteriori informazioni. (Inform)

 

 

 

 

 

"Integrationspolitik auf europäischer Ebene wirksamer gestalten"

 

Staatsministerin Maria Böhmer hat auf die hohe Bedeutung einer wirksamen

Integrationspolitik auf europäischer Ebene hingewiesen.

 

"Die Integration von Zuwanderern in den Mitgliedsstaaten entscheidet über die

Zukunftsfähigkeit Europas", erklärte Staatsministerin Böhmer heute auf einer

Europäischen Konferenz zum Thema "Integration" im schwedischen Malmö. Ein

Schwerpunkt der Tagung ist der Aufbau von Monitoringsystemen und die Entwicklung von Integrationsindikatoren. "Wir benötigen Indikatoren, um Integrationspolitik besser steuern und auf ihre Wirksamkeit hin überprüfen zu können. Deshalb danke ich der schwedischen EU-Ratspräsidentschaft, dass sie mit dieser Konferenz die wichtige Debatte darüber in den Mitgliedsstaaten fortsetzt. Es geht darum, in der Integrationspolitik auf europäischer Ebene die notwendigen Steuerungsmechanismen und Instrumente zu verankern", betonte Böhmer in ihrer Rede.

 

Die Tagung in Malmö knüpft an die Berliner Konferenz vom vergangenen Juni an.

Damals hatte Deutschland gemeinsam mit der Tschechischen Republik, Frankreich,

Schweden und Spanien eine Berliner Erklärung verabschiedet. Diese formuliert

Empfehlungen für die Ermittlung zentraler Indikatoren. "Mit der Berliner

Konferenz haben wir die Initiative zur Indikatorenentwicklung ergriffen.

Deutschland wird den Prozess auf europäischer Ebene auch weiter begleiten und

vorantreiben. Dies ist mir ein persönliches Anliegen", so Böhmer. In dem

Zusammenhang verwies sie auf das Integrationsmonitoring der Bundesregierung. Das Bundeskabinett hatte sich auf 100 Indikatoren zu 14 Themenfeldern verständigt,

u.a. Bildung, Ausbildung, Arbeitsmarkt, Sprache, Wohnen und Einkommen. Im

vergangenen Juni hatte Staatsministerin Böhmer den bundesweit "Ersten

Integrations-Indikatorenbericht" vorgestellt. Dabei waren erste Erfolge der

Integrationspolitik der Bundesregierung sichtbar geworden. Vor allem die

Situation der in Deutschland geborenen Migranten der 2. Generation hat sich in

vielen Bereichen verbessert. So konnte beispielsweise die Zahl der ausländischen

Schulabbrecher von 17,5 Prozent im Jahr 2005 auf 16,0 Prozent im Jahr 2007

gesenkt werden.

 

"Durch das Monitoring werden Fortschritte bei der Integration messbar. Dadurch

können wir unsere Integrationspolitik wirksamer gestalten. Auch auf der

europäischen Ebene müssen wir bei der Entwicklung von Indikatoren vorankommen.

Dabei ist der gemeinsame Austausch über Erfahrungen in dem Bereich besonders

wichtig. Denn die Mitgliedsstaaten können ihre Integrationspolitik dann am

besten gestalten, wenn sie voneinander lernen", so Staatsministerin Böhmer. Pib, de.it.press

 

 

 

 

 

Gründungsaufruf. Kirchen wollen Netzwerk gegen rechtsextrem

 

Die Kirchen in Deutschland wollen sich in Zukunft stärker gegen Rechtsextremismus engagieren. Bestehende Initiativen sollen besser vernetzt weren. Johannes Radke

 

Berlin -  Die Aktion Sühnezeichen ruft gemeinsam mit Vertretern von Kirchen und zivilgesellschaftlichen Initiativen zur Gründung einer bundesweiten „Arbeitsgemeinschaft Kirche für Demokratie – gegen Rechtsextremismus“ auf. Ziel sei es, bestehende kirchliche Initiativen gegen rechts besser zu vernetzen und neue Projekte anzustoßen. Rassistische und demokratiefeindliche Einstellungen seien mit dem christlichen Glauben unvereinbar, heißt es in dem Aufruf.

 

„Wir wollen ein klares Zeichen setzen, dass die Kirchen sich verlässlich und langfristig engagieren und konsequent gegen die menschenverachtende Ideologie der Rechtsextremisten einsetzen“, sagte Heike Kleffner von Aktion Sühnezeichen am Montag bei einer Podiumsdiskussion mit rund 100 Teilnehmern in Berlin. „Immer öfter melden sich kirchliche Einrichtungen aufgrund rechtsextremer Vorfälle bei den mobilen Beratungsstellen.“ Dadurch werde deutlich, dass es einen großen Bedarf gebe, sich mit dem Thema auseinanderzusetzen.

 

Unterzeichnet wurde der Aufruf unter anderem vom Landesbischof der Evangelisch-Lutherischen Landeskirche Sachsen, Jochen Bohl, dem sächsischen SPD-Landesvorsitzenden Martin Dulig und dem CDU-Bundestagsabgeordneten Thomas Feist. Das Gründungstreffen soll am 12. Februar 2010 in Dresden stattfinden. Für den nächsten Tag ist der jährliche europaweite Großaufmarsch der Neonaziszene angekündigt, zu dem wieder mehrere tausend Rechtsextremisten erwartet werden. Laut Kleffner haben sich schon viele Kirchengemeinden und christliche Initiativen für das Gründungstreffen in Sachsen angemeldet.

 

Am 13. Februar will sich das Bündnis den Protesten gegen das Nazitreffen anschließen. „Die Zivilgesellschaft ist aufgerufen auf diesen Aufmarsch angemessen zu reagieren“, so Kleffner. Erstmals rufen daher die sächsische Arbeitsgemeinschaft Kirche für Demokratie – gegen Rechtsextremismus, Aktion Sühnezeichen sowie das Kulturbüro Sachsen und die Amadeu-Antonio-Stiftung unter dem Motto „Gehen-Denken-Handeln“ zu einem interreligiösen Friedensgebet gegen die Naziveranstaltung auf. In diesem Jahr beteiligten sich tausende Menschen an den Protesten gegen die Neonazis.  Tsp 16

 

 

 

 

 

 

"Der Dialog mit Migranten ist für das Gelingen von Integration unverzichtbar"

 

Staatsministerin Maria Böhmer will die Migranten bei der Gestaltung der

Integrationspolitik weiterhin eng einbeziehen.

 

"Ich halte es für außerordentlich wichtig, dass sich die Migrantenorganisationen

mit ihrem Sachverstand einbringen. Mit ihren Ideen und Erfahrungen haben sie

bereits zum Erfolg des Nationalen Integrationsplans beigetragen. Daran wollen wir

 

anknüpfen", erklärte Staatsministerin Böhmer bei einem Gespräch mit Vertretern

von Migrantenorganisationen im Bundeskanzleramt. Bei diesem ersten

Zusammentreffen nach der Bundestagswahl erläuterte die Integrationsbeauftragte

 

wichtige Vorhaben aus dem Koalitionsvertrag. Im Zentrum der Diskussion standen

die Anerkennung ausländischer Bildungs- und Berufsabschlüsse, die Schaffung von

Integrationsverträgen sowie die Einrichtung eines Beirates.

 

"Bei dem Gespräch mit den Migrantenvertretern ist deutlich geworden, dass wir in

vielen Punkten an einem Strang ziehen. Das ist eine wichtige Voraussetzung für

eine erfolgreiche Integrationspolitik", betonte Böhmer. Die Staatsministerin

kündigte an, weiterhin einen intensiven Dialog mit den Migranten führen zu

wollen. "Der enge Austausch liegt mir sehr am Herzen. Unser Dialogprinzip hat

sich bewährt: Wir reden nicht über, sondern miteinander", so Böhmer. PIB, de.it.press

 

 

 

 

 

Nach Angriff auf Berlusconi. Das Internet ist schuld

 

Nach der Attacke auf Silvio Berlusconi feiern Facebook-Nutzer den Angreifer. Das könnte der italienischen Regierung einen Vorwand liefern, der freien Rede im Netz deutliche Grenzen zu setzen. Von Johannes Kuhn

 

Nichts reist im Web so schnell wie die Schadenfreude. Während die Medien noch aufgeregt die Attacke auf Silvio Berlusconi vermeldeten, bildete sich auf dem sozialen Netzwerk Facebook bereits eine Bewegung, die alles andere als Betroffenheit über den Angriff auf Italiens Ministerpräsidenten verlauten ließ: Facebook-Nutzer richteten Massimo Tartaglia, der Berlusconi eine Souvenir-Nachbildung des Mailänder Doms ins Gesicht geworfen hatte, eine eigene Fanseite ein.

In weniger als 48 Stunden, so berichten Medien wie die New York Times , hatten sich fast 100.000 Facebook-Nutzer als Tartaglia-Fans registriert, Sprüche wie "Du bist ein Held", "Massimo, bitte heirate mich" oder "Wir lehnen jegliche Form der Gewalt ab, doch der Anblick von Berlusconis ramponiertem Gesicht ist unbezahlbar" machten die Runde.

Das wiederum brachte Italiens Innenminister auf die Palme: "Das ist eine Schande", schimpfte Roberto Maroni am Dienstag im Parlament, "Wenige Minuten nach dem Angriff haben sich über 300 Gruppen gebildet, die die Tat feierten. Verherrlichung der Gewalt ist in Italien ein Verbrechen. Wir sind besorgt, weil das Internet viele Menschen, vor allem Jugendliche, beeinflussen kann." Plattformen wie Facebook dürften nicht für "Hass-Kampagnen" missbraucht werden, die letztlich auch zu solchen Angriffen wie den auf Berlusconi führten.

 

Freunde und Feinde Berlusconis auf Facebook - Bereits kurz darauf verschwand die Fanseite, offensichtlich hatte Facebook eingelenkt. "Es ist bei Facebook nicht erlaubt, Gewalt zu fördern oder Inhalte mit Drohungen einzustellen", ließ das Unternehmen verlauten. Allerdings sind andere Gruppen mit ähnlichem Inhalt weiter dort zu finden - und entstehen stündlich neu. Doch auch die Gegenseite ist wenig zimperlich - in Dutzenden Gruppen wird der Angreifer Tartaglia als Bastard beschimpft. Zudem beklagten sich zahlreiche Nutzer, ohne ihr Wissen in Pro-Berlusconi-Gruppen wie "Danke, Silvio" aufzutauchen.

 

Es ist nicht die erste Kontroverse dieser Art in Italien: Auf politischen Druck hatte Facebook im Oktober einige Gruppen vom Netz genommen, in denen zum Mord an Berlusconi aufgerufen wurde. Bürgerrechtler befürchten, dass der neuerliche Streit um den Umgang mit Internet-Schmähungen gegen Politiker die Regierung dazu bringen könnte, die Meinungsäußerung im Netz strenger zu reglementieren. "Wenn etwas Schlimmes passiert, ist die erste Reaktion der Behörden, die Online-Zensur zu verschärfen", sagt die Bürgerrechts-Anwältin Andrea Monti im Christian Science Monitor.

Aufgrund der Medienmacht Berlusconis werden unabhängige Blogs und soziale Netzwerke für die jüngere Generation Italiens immer wichtiger. Anfang Dezember folgten Zehntausende Italiener dem Aufruf oppositioneller Blogger, gegen Berlusconi zu protestieren.

 

Politiker misstrauen dem Netz - Doch die Vielfalt des Internets scheint einigen Politikern ein Dorn im Auge: Bereits im Februar hatte der christdemokratische Senator Gianpiero D'Alia ein Gesetz ins Gespräch gebracht, wonach italienische Internetanbieter innerhalb von 24 Stunden allen Nutzern im Land den Zugang zu Seiten wie Facebook sperren müssten, sollten dort kriminelle Aktivitäten verharmlost werden. Damals hatte eine Facebook-Gruppe dem Mafiapaten Bernardo Provenzano gehuldigt. Vor einigen Wochen verklagte der umstrittene Senator Totó Cuffaro 4600 YouTube-Nutzer, die unter einem für ihn wenig schmeichelhaften YouTube-Video einen Kommentar hinterlassen hatten.

Bereits jetzt hat Italien strenge Internetgesetze. Im Jahre 2001 unterwarf man Blogs der Zeitungsgesetzgebung von 1948, die nach dem Krieg die Wiederauferstehung faschistischer Medien verhindern sollte: Demnach müssen Blogger sich prinzipiell bei den örtlichen Behörden registrieren. Das Gesetz wurde bislang allerdings nur in wenigen Fällen angewendet. Als Folge des 11. September 2001 sind zudem die Betreiber von Internetcafés verpflichtet, sich von ihren Kunden den Ausweis zeigen zu lassen.

Italiens Innenminister Maroni hat angekündigt, dem Kabinett am Donnerstag einen Gesetzentwurf zum Umgang mit Schmähungen im Netz vorzustellen. Details verrät er nicht: "Es ist ein empfindliches Thema, weil es die Meinungsfreiheit im Web und in der Öffentlichkeit betrifft." Der Angriff auf Berlusconi könnte schnell ein zweites Opfer fordern: Das Recht auf freie Meinungsäußerung im Internet.   (sueddeutsche.de 16)

 

 

 

 

 

Italien. Er wollte zu Berlusconi

 

Die italienische Polizei hat in der Nacht zum Mittwoch im San-Raffaele-Hospital in Rom einen möglicherweise geistig verwirrten jungen Mann in der Nähe des Krankenzimmers des italienischen Ministerpräsidenten festgenommen.

 

Rom - Der 26-jährige Mann habe es geschafft, bis in den Flur zu kommen, in dem auch der italienische Ministerpräsident Silvio Berlusconi liege, erklärte ein Polizeisprecher. Der 26-jährige Mann werde vernommen. Es habe sich offenbar um einen Anhänger Berlusconis gehandelt. Er werde vermutlich wieder auf freien Fuß gesetzt. „Ich will mit Berlusconi sprechen“, habe der Eindringling bei seiner Festnahme gesagt. Der Mann war über eine Tiefgarage in das Gebäude gelangt. In seinem Auto wurden den Angaben zufolge Hockeyschläger und zwei verrostete Messer gefunden.

 

Der Regierungschef erholt sich in der Mailänder Klinik von den Folgen eines Angriffs eines offenbar geistig verwirrten Mannes am Sonntag. Berlusconi habe in der Nacht zwar wieder mehr Schmerzen gehabt und auch ein altes Nackenleiden bereite ihm wieder Probleme, sagte sein Sprecher Paolo Bonaiuti, er werde aber trotzdem am Mittwoch aus der Klinik entlassen. Im Krankenhaus erhielt Berlusconi auch einen Anruf von US-Präsident Barack Obama, der ihm gute Besserung gewünscht habe, erklärte Bonaiuti.

 

Die Ärzte haben dem Regierungschef empfohlen, sich mindestens zwei Wochen lang von allen öffentlichen Veranstaltungen fernzuhalten. Der Angreifer Massimo Tartaglia, der laut Polizei wegen psychischer Probleme aktenkundig ist, entschuldigte sich bei Berlusconi. Der 42-Jährige hatte Berlusconi am Sonntagabend eine Miniaturnachbildung des Mailänder Doms ins Gesicht geschleudert. Dabei erlitt der 73-Jährige einen Bruch der Nasenscheidewand, außerdem brachen zwei Vorderzähne ab. Er brach blutüberströmt zusammen und kam sofort ins Krankenhaus.

 

Berlusconis Sprecher sagte, wie immer habe der Regierungschef morgens um sieben mit dem Zeitunglesen angefangen. „Er ist ein Arbeitstier.“ Ob er die geplante Pressekonferenz zum Jahresende geben könne, sei ungewiss. Eine für Mittwoch geplante Reise zum Weltklimagipfel hatte Berlusconi nach dem Angriff bereits abgesagt. dpa/AFP 17

 

 

 

 

Rassismus gegen Fußballer. Ein Symbol für die Spaltung Italiens

 

Der 19-jährige Stürmer Mario Balotelli wird wegen seiner Hautfarbe ständig beleidigt. Viele warten auf eine Geste von Nationaltrainer Lippi. Von Birgit Schönau

 

Er ist gerade mal 19 Jahre alt und ein italienisches Symbol. Ein Symbol der Rassisten und der Antirassisten, die einen schmähen ihn in den Fankurven, die anderen benennen nach ihm eine Schule. Selten hat es einen talentierten Fußballer gegeben, der das Land so spaltet wie Mario Balotelli. Oder besser gesagt: An dem sich die Spaltung Italiens so klar zeigt.

Denn Italien teilt sich in Staatsdiener, die im Gericht zu Verona still eine Weihnachtskrippe mit schwarzen Krippenfiguren aufstellen, einfach so, als kleine Geste. Und in Politiker der Regierungspartei Lega Nord, die das lautstark verurteilen, gleichzeitig aber die Aktion "White Christmas" in einem Kaff in der Provinz Brescia begrüßen. Dort hat der Bürgermeister zur "Weißen Weihnacht" aufgerufen: Alle Ausländer ohne Papiere sollen pünktlich zu Heiligabend aus dem Ort getrieben werden.

 

Geboren in Palermo - In diesem Italien also, das sich nicht darauf einigen mag, ob Weihnachten weiß sein muss oder schwarz sein darf, sitzt Mario Balotelli zwischen allen Stühlen. Denn er ist schwarz. Aber er ist Italiener. Bei seinem Klub Internazionale Mailand ist er manchmal sogar der einzige Italiener im Aufgebot. So ist das im Fußball und in Italien ja schon sehr lange, die ersten Ausländer spielten hier schon um die vorletzte Jahrhundertwende als Profis.

 

"Wenn du Millionär bist und für Milan spielst, bist du etwas weniger Neger", hat der dunkelhäutige Niederländer Ruud Gullit einmal gesagt. Soll heißen: Wenn es darum geht, im Fußball Punkte zu machen oder gar das Publikum zu verzaubern, ist jeder Fremde willkommen. Keine Fankurve kommt beispielsweise auf die Idee, Balotellis Teamkollegen Samuel Eto'o die Beleidigungen entgegenzugrölen, die sich an jedem Spieltag über Balotelli ergießen. Auch Eto'o schießt Tore. Aber er kommt aus Kamerun und spielt für Kameruns Nationalelf.

Balotelli spielt für Italiens U-21 und möchte mit der Squadra Azzurra zur WM 2010 nach Südafrika. Das ist der Unterschied. Er muss sich anhören: "Es gibt keine italienischen Neger!" Die Ultras von Juventus Turin haben das sogar in Bordeaux intoniert und zu Hause gegen Bayern München, als Balotelli gar nicht auf dem Platz war. Dass die Juve nun aus der Champions League ausschied, entzog diesen Dumpfbrüllern wenigstens den internationalen Resonanzkörper.

Balotelli wurde in Palermo geboren, seine leiblichen Eltern stammen aus Ghana. Er wuchs bei Pflegeeltern in einem Ort bei Brescia auf. Mitten im Stammland der Lega Nord also, deren Politiker davor warnen, die Italiener riskierten angesichts der überbordenden Fremdenflut ein ähnliches Eingeborenen-Schicksal wie die nordamerikanischen Indianer, nämlich demnächst eingeschlossen zu werden in Reservaten.

 

Er ist 19 und ein Rowdy - Italien hat zurzeit einen Ausländeranteil von knapp sieben Prozent. Die Aufenthaltsgenehmigung ist an einen Arbeitsplatz gekoppelt. "Wir haben nichts gegen Migranten, so lange sie unsichtbar bleiben", hat der Journalist Gian Antonio Stella im Corriere della Sera geschrieben. "So lange sie uns nicht stören und keine Rechte haben. Sie dürfen nicht wie wir werden. Balotelli hat sich darüber hinweggesetzt."

Mario Balotelli hatte bei seinen italienischen Eltern eine ganz normale italienische Kindheit. Mit fünf Jahren fing er an, Fußball zu spielen, wie die meisten kleinen Italiener auf dem Platz der Kirchengemeinde. Später kamen die Probleme, denn er hatte keinen Pass. Einen Pass durfte er erst mit der Volljährigkeit beantragen. Seit dem 12. August 2008 ist Mario Balotelli auch offiziell Italiener.

Er ist einer der besten Fußballer im Land. Der FC Arsenal aus London will ihn, Ghana umwirbt ihn für die Nationalelf, er ist 1,90 Meter groß, schnell und elegant, ebenso kopfballsicher wie dribbelstark, ein Phänomen. Vergangene Woche besiegelte er für Inter die Qualifikation fürs Achtelfinale der Champions League mit seinem Tor zum 2:0 gegen den russischen Meister Rubin Kasan - einem kraftvollen Freistoß aus 35 Metern.

 

Viele Stürmer, wenig Tore - Dass Balotelli dennoch keinen Stammplatz hat, liegt an seinem Trainer José Mourinho. Er sei undiszipliniert, er trainiere zu wenig, sagt Mourinho. Balotelli entgegnet: "Ich habe nicht immer Lust, so viel zu trainieren." Also wird er als undiszipliniert abgestempelt, von Leuten, die Disziplin auch im Fußball für das Wichtigste halten. Neben Mourinho, dem kleinen Taktiker mit dem großen Ego, gilt das für Nationaltrainer Marcello Lippi. Die Offensivschwäche seiner Mannschaft ist ein Riesenproblem. Lippi hat eine Menge Stürmer, aber keinen, der den Ball so selbstverständlich ins Tor bringt wie Balotelli. Trotzdem weigert er sich, den Inter-Spieler zu berufen.

Stattdessen setzt Lippi auf den Brasilianer Amauri, der bei Juventus eine ausgesprochen schwache Saison spielt. Er soll demnächst einen italienischen Pass bekommen, weil seine Frau einen Urahn vom Stiefel ihr Eigen nennt. Amauri will mit 30 zu seiner ersten WM. Die Seleçao hat ihn nicht genommen. Und Lippi? Amauri ist weiß, Balotelli ist schwarz. Amauri ist noch kein Italiener. Balotelli hat nur einen Pass, den italienischen. Die Anzahl der Italiener, die Lippi dazu bewegen will, Balotelli zu berufen, wächst ständig. Die Leute wollen ihn, weil er Italien bei der WM Tore bringen kann. Und weil er ein Symbol wäre. Ein Symbol der Integration. Ein Symbol für jenes andere Italien, das angesichts der Omnipräsenz der Schreihälse in den Kurven und in der Politik zunehmend in Vergessenheit gerät.

"Ich habe einen Fehler", sagt Balotelli: "Ich bin zu impulsiv." Auf dem Platz verhöhnt er seine Gegner, er schreckt auch vor der blödesten Schwalbe nicht zurück, und wenn es zu einer Rauferei kommt, ist er einer der Aktivsten. Nein, Balotelli ist nicht unbedingt ein Symbol des Fairplay. Er ist 19 und ein Rowdy. Deshalb wird von manchen seiner Kollegen geheuchelt, die Schmähungen gegen ihn zielten nicht auf seine Hautfarbe, sondern auf sein Benehmen. Wie um zu sagen: Bei Wohlverhalten verstummen auch die Rassisten. Wie um zu sagen: Eigentlich provoziert er es ja selbst.

Lippi sollte Balotelli berufen. Es wäre eine Geste, die dem Weltmeistertrainer vor seinem angekündigten Abgang im Sommer noch einmal Grandezza verleihen würde, egal wie Italien bei der WM abschneidet. Die Geste würde bedeuten: Die Hautfarbe ist egal, die Herkunft sowieso. Wir brauchen keine Duckmäuser und keine Werbe-Ikonen, bei uns zählt nur das Talent. Nach dieser Geste hungert nicht nur Balotelli.

SZ 16

 

 

 

 

Erdbeben in Italien. Die Erde bebt

 

Sie retten Kirchenschätze und suchen Quartiere für die obdachlos gewordenen Menschen. Nach einem starken Erdbeben nahe Perugia begrenzen Rettungskräfte den Schaden.

 

Es ist erst wenige Monate her, dass die Menschen in der Toskana ihre Häuser fluchtartig verlassen mussten, weil die Erde bebte und bebte. Nun ist es in Umbrien und der Toskana erneut zu massiven Erschütterungen gekommen.

Bei dem Beben der Stärke 4,2 vom Dienstag wurde niemand verletzt, allerdings sind noch etwa 600 Menschen ohne Obdach. Über eine Rückkehr in ihre Wohnungen könne erst nach einer genauen Inspektion der Gebäude entschieden werden, sagte ein Sprecher des italienischen Zivilschutzes.

Die Erdstöße hatten am Vortag in der Gegend von Perugia bis San Sepolcro Schornsteine einstürzen lassen, viele Häuser beschädigt und die Bevölkerung in Panik versetzt. Wie italienische Medien berichteten, wurden zwei Menschen leicht verletzt.

"In den betroffenen Gebieten sind Einsatztruppen des regionalen Zivilschutzes unterwegs, um die beschädigten Wohnhäuser zu untersuchen", sagte ein Behördensprecher. Nach Einschätzung von Beobachtern könnte die Zahl der Obdachlosen noch ansteigen.

In der Provinz Perugia blieben die Schulen geschlossen. Viele Wohnhäuser sowie öffentliche Einrichtungen wie Krankenhäuser und Altersheime mussten evakuiert werden. Wegen möglicher stärkerer Schäden wurden die Ortskerne von Spina bei Marsciano, Mercatello und Castiglione della Valle zunächst vollständig gesperrt. Das Epizentrum des Bebens lag zwischen Perugia, Deruta und Marsciano.

 

Das Erdbeben ist nach Aussagen von Experten nicht mit dem zu vergleichen, das vor acht Monaten in den Abruzzen zu massiven Verwüstungen und Hunderten von Toten geführt hatte. "Die hier freigesetzte Energie ist tausendmal geringer als bei dem Beben in den Abbruzzen im April", erklärte der Chef des Nationalen Instituts für Geophysik und Vulkanologie (INGV), Enzo Boschi in einem Interview mit dem Corriere della Sera. "Doch auch wenn die Situation nicht mit L’Aquila vergleichbar ist, müssen wir dennoch wachsam bleiben." Auch seien Nachbeben über mehrere Tage wahrscheinlich.

Am 6. April hatte ein Erdbeben der Stärke 6,3 die Gegend in und um die abbruzzesische Regionalhauptstadt L’Aquila zerstört. Etwa 300 Menschen starben, Zehntausende waren monatelang obdachlos. (sueddeutsche.de 16)

 

 

 

 

Hochgeschwindigkeitsnetzwerk der Ferrovie dello Stato wächst

 

Am 13. Dezember wurden endlich die Hochgeschwindigkeits-strecken Bologna – Florenz, Novara –Mailand und dem Abschnitt von Gricignano nach Neapel Realität. Es verkehren nun täglich 72 „Frecciarossa“ - Züge zwischen Rom und Mailand: Diese bieten mehr als 48.000 Sitzplätze, um in zwei Stunden und 45 Minuten von Rom Tiburtina nach Mailand Rogoredo und in nur zwei Stunden und 59 Minuten von Rom Termini nach Mailand Centrale zu gelangen. Weitere Neuigkeiten gibt es für die Strecken Mailand und Neapel sowie Rom und Turin in nur vier Stunden und 10 Minuten, Rom – Verona in drei Stunden, Rom – Venedig Mestre in drei Stunden  und 20 Minuten, Rom – Neapel in 70 Minuten, Rom  - Bari und Rom – Lamezia in drei Stunden und 59 Minuten.

Das Hochgeschwindigkeitsnetzwerk der Ferrovie dello Stato wächst und expandiert immer weiter. Es vermehren sich nicht nur die „Frecciarossa“-, sondern auch die „Frecciargento“-Züge, die dank ihrer besonderen technischen Ausstattung nun auch die Städte anfahren können, die  vorher noch nicht von Hochgeschwindigkeitszügen erreicht wurden. Dabei geht es um Städte wie Verona, Venedig, Bari und das gesamte Apulien, Lamezia Terme und Reggio Calabria sowie das gesamte Kalabrien und Sizilien.

Die Eröffnung der neuen Hochgeschwindigkeitsstrecken bringt jecoch auch für den Lokaltransport enorme Vorteile: Sobald die „Frecciarossa“- und „Frecciargento“-Züge  nicht mehr auf den alten Strecken wie Bologna – Florenz und Mailand – Turin fahren müssen, werden auch die Regionalzüge immer regelmäßiger und pünktlicher verkehren können.

Die Einführung des neuen Fahrplans bringt aber auch einige Neuigkeiten in Anbetracht der Tickets, der Preise und der Sonderangebote mit sich. Es werden drei Arten von Tickets erhältlich sein: Das Flexiticket, das Basisticket und das Promoticket. Letzteres erlaubt den Kunden bei ihrer Reise bei rechtzeitiger Planung (7 oder 15 Tage vor Abreise) 15% bzw. 30% im Vergleich zum Basisticket zu sparen. Das Flexiticket, das etwas teurer als das Basisticket ist, beinhaltet kostenlose und unbegrenzte Umbuchungen und vollständige Rückerstattungen im Fall des Reiseverzichts.

Die Preise der neuen Serviceleistung der Hochgeschwindigkeit werden der hohen Frequentierung und der Schnelligkeit der Fahrten angeglichen werden.

Zum Launch der neuen Serviceleistungen kann man bis zum 28. Februar pro Monat 100.000 Tickets der 2. Klasse für alle Fahrten in Italien für nur 48 € erhalten und auf der Strecke Mailand – Turin können zwei Personen zum Preis von einer reisen (15.000 Plätze pro Monat); die Tickets der 1. Klasse werden bis dahin keinen Preiserhöhungen unterliegen.

Weitere Informationen telefonisch unter 089-23662193

Call-Center für Ticketreservierung: 0180 501 3533 (Enit, de.it.press)

 

 

 

 

Straßburg. Minarett-Verbot vor Menschenrechtsgerichtshof

 

Das Minarett-Verbot in der Schweiß soll vor dem Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte überprüft werden. Unsicher ist, ob die Klage angenommen wird.

 

Das umstrittene Schweizer Minarett-Bauverbot soll vom Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte überprüft werden. Das verlangt der frühere Sprecher der Moschee in Genf, Hafid Ouardiri.

Deswegen habe er am Dienstag eine Beschwerde bei dem Straßburger Gericht eingereicht, sagte Quardiri im Schweizer Fernsehen. Das Ende November bei einer Volksabstimmung mit überraschend großer Mehrheit angenommene Verbot sei unvereinbar mit der Europäischen Menschenrechtskonvention, hieß es zur Begründung. Experten äußerten Zweifel, dass die Klage angenommen wird.

 

Regierung würde Entscheidung begrüssen - Quardiri sagte, die Schweiz beschränke mit dem generellen und absoluten Verbot des Baus von Minaretten die Religionsfreiheit der Moslems. Das Verbot sei zudem diskriminierend, weil es nur für eine Religion gelte und nicht für alle. Die Klage in Strassburg sei die "Antwort auf die Gewalt, welche die Initiative ausgelöst hat", so Ouardiri.

Zwar hatte sich auch die Regierung gegen ein Bauverbot ausgesprochen, sieht die Religionsfreiheit aber nicht eingeschränkt. Jedoch würde sie wohl eine Entscheidung des Gerichtes begrüßen, hieß es in Bern dazu. Rechtsexperten gehen davon aus, dass die Eingabe auch deswegen keine Chance hat, weil Quardiri von dem Bauverbot nicht direkt betroffen ist.

Bei der Ablehnung eines Baugesuches müssten erst einmal alle Schweizer Justizinstanzen durchlaufen werden, bevor eine Klage in Straßburg eingereicht werden könne. Auch dann sei es fraglich, ob sie angenommen würde.

Direkter Weg nach Straßburg wäre möglich

Nach Angaben von Gerichtspräsident Jean-Paul Costa hat sich der Gerichtshof noch nie mit einem Fall wie der Schweizer Minarett-Entscheidung befassen müssen oder über das Ergebnis einer Volksabstimmung eines Landes geurteilt.

Costa schließt