WEBGIORNALE 18-20 dicembre
2009
Il Presidente Napolitano: "Su immigrati e giustiza non si può delegare
alla Ue"
Il presidente
della Repubblica chiede di garantire il diritto d'asilo a chi ne ha diritto
E invita comunque
a un coordinamento con Bruxelles, o con la Corte Europea di Strasburgo - Per il
capo dello Stato tali questioni, "al centro di forti controversie"
vanno risolte in
Italia, sia pure tenendo conto delle norme internazionali
FIRENZE -
"Non bisogna cadere nell'errore che l'Ue debba fare tutto e risolvere i
problemi che debbono essere affrontati qui, in Italia". Lo dice il
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, riferendosi in particolare ai
problemi legati agli immigrati e alla giustizia. Napolitano è intervenuto a un
convegno per l'inaugurazione della nuova sede dell'archivio storico europeo a
Villa Salviati, a Firenze.
Le politiche su
questi temi in Italia, ha ricordato Napolitano, "sono oggi al centro di
forti controversie, tensioni e molteplici spinte propositive, ma non si deve
cadere nell'errore che la Ue debba fare tutto per risolvere i problemi che
vanno affrontati qui".
Il che non significa
certo sminuire l'importanza dell'Unione Europea: "L'Europa in quanto tale
è destinata all'irrilevanza, al declino se non riesce ad operare come soggetto
unitario nello scenario internazionale", secondo il presidente.
Nelle politiche
per gli immigrati, sostiene Napolitano, "C'è una sovrapposizione impropria
tra immigrazione e richiesta di asilo". "Penso piuttosto a standard
comuni per i richiedenti asilo - ha detto il presidente riferendosi a politiche
comunitarie sul tema - diritto garantito da convenzioni internazionali. Per
l'immigrazione, nella Ue c'è una molteplicità di politiche che non è semplice
ricondurre all'unità".
"Il confronto
- ha poi aggiunto il Capo dello Stato- deve dar luogo a dei coordinamenti in
sede europea, e può prevedere luoghi di coordinamento delle controversie o
istanze di appello, come ad esempio la Corte Europea dei diritti dell'uomo di
Strasburgo". LR 17
Aumentano i minori stranieri in Italia, sia con famiglia sia non
accompagnati
Primo Rapporto di
Save the Children - Più di 800mila i minori, la maggior parte nati in Italia.
Cresce il numero di afgani e di egiziani
ROMA – In aumento
in Italia i minori stranieri, sia quelli con famiglia sia quelli non
accompagnati: 6.587 nel corso del 2009 (segnalati al Comitato dei minori). Lo
evidenzia il primo Rapporto “I minori stranieri in Italia” di Save the
Children, presentato oggi a Roma, nella sede di CivicoZero. “E’ la prima
pubblicazione interamente dedicata a loro, e intende diventare un appuntamento
fisso”, sottolinea Valerio Neri, direttore generale dell’organizzazione in
Italia, spiegando che “il lavoro è frutto del nostro impegno a sostegno di
centinaia di minori stranieri nelle aree dove sono più presenti: a Roma, in
alcune città portuali di Marche, Puglia e Sicilia e altri luoghi strategici
come di recente Torino”.
Al 1° gennaio 2009 nel nostro Paese i minori
risultavano essere 862.453; nel gennaio 2004 erano 412.432. Costante aumento,
dunque, negli ultimi 6 anni i minori stranieri nel nostro Paese. La maggior
parte, circa 519 mila, sono nati in Italia, e l’incidenza dei nati stranieri
sul totale dei nati in Italia è passata dal 2,5% del 1997 al 12,6% del 2008. Le
province con il maggior numero di minori residenti sono Milano, Roma, Torino,
Brescia e Bergamo.
Tra i minori aumentano gli afgani e gli
egiziani, che sono in sensibile crescita anche a Roma. Nella capitale molti gli
egiziani “scomparsi” e scappati dalle comunità d’accoglienza della Sicilia dopo
l’arrivo via mare. Più di 3.500 i minori stranieri non accompagnati contattati
e seguiti da Save the Children in Italia, di cui più di 1.200 nell’ambito del
progetto CivicoZero
I minori entrano nel nostro Paese – spiega
l’organizzazione - per lo più via mare ma anche dalle frontiere terrestri del
nord est, spesso da soli, a volte al seguito di smugglers (trafficanti) o di
sfruttatori, e con l’idea di migliorare la propria condizione economica anche
per aiutare le famiglie d’origine, o in fuga da guerre e violenze, come molti
minori afgani, il cui flusso è in evidente aumento. Per perseguire il loro
disegno migratorio, spesso i ragazzi stranieri scappano immediatamente dalle
comunità d’accoglienza e scompaiono, per poi riapparire a chilometri di
distanza, come è il caso di molti minori egiziani agganciati da Save the
Children a Roma.
Il 77% (5.091) risulta essere non
identificato (cioè senza documento di riconoscimento). I minori censiti
provengono da 77 diversi Paesi, in prevalenza africani. I gruppi nazionali più
numerosi sono quelli del Marocco (15% del totale), Egitto (14%), Albania (11%),
Afghanistan (11%), Palestina (7%), Somalia (4%), Eritrea (4%), Nigeria (4%),
Repubblica Serba (4%). I maschi sono il 90% del totale. Più della metà dei
minori ha 17 anni. 691 hanno tra 7 e 14 anni, 49 tra 0 e 6 anni). Complessivamente
i minori tra i 15 e i 17 anni ammontano a 5.847. Il 74% dei minori censiti è
alloggiato presso una struttura di prima o seconda accoglienza, mentre il 16%
si trova presso zii, cugini, fratelli, sorelle, connazionali, in affido
extrafamiliare. 70 minori sono negli Istituti penali minorili. La maggior parte
dei minori stranieri residenti è nata in Italia: circa 519mila. Il restante
343.753 è costituito da minori giunti attraverso il ricongiungimento familiare.
Confrontando i dati riferiti all’anno scorso
(fine settembre 2008-2009) si rileva che i minori egiziani e afgani sono aumentati,
mentre sono diminuiti i minori marocchini, albanesi e palestinesi: i primi sono
passati da 906 a 962, gli afgani da 614 a 743.
Per quanto riguarda i punti di entrata di
questi bambini e adolescenti, nel corso del 2008 risultano approdati sulle
coste delle regioni meridionali 2.749 minori stranieri , di cui il 95% in
Sicilia, nella provincia di Agrigento, e più esattamente a Lampedusa . Secondo
la rilevazione effettuata dal Servizio di Polizia delle Frontiere e degli
Stranieri , inoltre, nel 2008 sono giunti in Italia dalle frontiere di Ancona e
Venezia circa 210 minori stranieri. Non si dispone, invece, dei dati relativi
alle frontiere terresti. In generale, altri valichi di frontiera significativi
sembrano essere: Fiumicino (Roma); Gorizia, Brindisi, Ancona e Malpensa
(Milano) . In tutti questi casi la gran parte dei ragazzi in arrivo, è
costituita da minori soli.
“Dietro ogni minore, soprattutto non
accompagnato, presente sul nostro territorio, c’è sempre una ragione e
motivazione fortissime: di ricerca di protezione, di emancipazione economica e
sociale, oppure di sfruttamento, come nel caso di molte nigeriane vittime di
tratta arrivate via mare, o di tante ragazze dell’est-Europa coinvolte nello
sfruttamento sessuale - spiega Valerio Neri, direttore generale di Save the
Children Italia – perciò consideriamo particolarmente preoccupanti e
gravi alcuni recenti provvedimenti, come i rinvii verso la Libia di decine di
migranti in arrivo via mare, compresi sicuramente anche minori, e
valutiamo che essi rappresentino una forte rischio per la tutela dei diritti
dei minori stranieri sia non accompagnati che con genitori irregolarmente
presenti nel nostro paese, alcune norme contenutes nella legge sicurezza
(94/2009), come quelle che introducono dei criteri molto restrittivi per la
concessione del permesso di soggiorno al compimento del diciottesimo anno o,
per esempio, quella che prevede l’ipotesi dirimpatrio dei minori comunitari
coinvolti in prostituzione”. “E’ necessario piuttosto rafforzare e razionalizzare
il sistema di accoglienza del nostro paese, prevedendo delle strutture di prima
e seconda accoglienza, e individuare una soluzione di lungo termine per ogni
minore - precisa Valerio Neri - Inoltre è essenziale adottare standard e
procedure condivise in materia di identificazione, accertamento dell’età e
verifica delle relazioni parentali dei minori in ingresso. Commettere degli
errori durante anche uno di questi passaggi può tradursi nella violazione di
alcuni diritti fondamentali dei quali i minori stranieri sono titolari,
compresa l’adozione di provvedimenti altamente lesivi come la detenzione in
centri per migranti adulti irregolarmente presenti, l’espulsione e la mancata protezione
da violenza o tratta e sfruttamento”. (Per il Rapporto di Save the Children http://www.savethechildren.it/2003/download/pubblicazioni/rapporto_minori_migranti_2009.pdf) (Inform)
Accolto l’OdG sulle detrazioni fiscali per carichi famiglia ai residenti
all’estero
Roma -
"Rendere definitiva l’estensione delle detrazioni fiscali per carichi di
famiglia agli italiani all’estero che non godono, nel Paese nel quale
risiedono, di benefici connessi ai carichi famigliari. È questo l’impegno che
abbiamo posto all’attenzione del Governo con l’ordine del giorno presentato
dopo il voto di fiducia sulla finanziaria 2010": così Marco Fedi, deputato
del Pd e primo firmatario dell’ordine del giorno accolto dal Governo nella
seduta di mercoledì pomeriggio alla Camera.
L’ordine del
giorno, sottoscritto dai deputati del Partito Democratico eletti all’estero,
Bucchino, Farina, Garavini, Narducci e Porta, chiede una definitiva risposta
anziché un percorso a proroghe.
"Sul versante
impositivo – ricorda Fedi – i cittadini italiani residenti all’estero, che
producono un reddito assoggettabile ad IRPEF in Italia, sono in una condizione
di sostanziale disparità nei confronti dei residenti nel territorio
nazionale". Infatti, il 2010, a normativa vigente, sarà l’ultima annualità
per godere di tali benefici fiscali, che invece sono appannaggio permanente dei
residenti in Italia. "Chiediamo pertanto al Governo, con questo ordine del
giorno, di "valutare l'opportunità di predisporre un'apposita norma tesa a
superare il limite temporale 2010 e prevedere la definitiva estensione delle
detrazioni fiscali per carichi di famiglia ai residenti all'estero".
Di seguito il
testo integrale dell’odg.
"La Camera,
la legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria 2007), ha esteso le
detrazioni fiscali per carichi di famiglia, previste dall’articolo 1, comma
1324, ai lavoratori ed alle lavoratrici residenti all’estero limitatamente agli
anni 2007, 2008 e 2009, a condizione che gli stessi dimostrino che le persone
alle quali tali detrazioni si riferiscono non possiedano un reddito complessivo
superiore, al lordo degli oneri deducibili, al limite previsto dall’articolo
12, comma 2, compresi i redditi prodotti fuori dal territorio dello Stato, e di
non godere, nel Paese di residenza, di alcun beneficio fiscale connesso ai
carichi familiari;
il Ministero
dell’economia e delle finanze ha emanato, con decreto 2 agosto 2007, n. 149,
recante regolamento concernente le detrazioni per i carichi di famiglia ai soggetti
non residenti, di cui all’articolo 1, comma 1324, della legge 27 dicembre 2006,
n. 296, le norme applicative della legge;
il limite
temporale 2007, 2008 e 2009, prorogato di 1 anno fino al 2010, ha posto e pone
i residenti all’estero, che producono un reddito assoggettabile ad IRPEF in
Italia, in una condizione di sostanziale disparità nei confronti dei residenti
nel territorio nazionale, fissando un limite temporale ingiusto per coloro i
quali non godono, nel Paese di residenza, di benefici connessi ai carichi
famigliari,
impegna il Governo
a valutare
l’opportunità di predisporre un’apposita norma tesa a superare il limite
temporale 2010 e prevedere la definitiva estensione delle detrazioni fiscali
per carichi di famiglia ai residenti all’estero". (aise)
La riforma di Comites e Cgie all’esame della Commissione Esteri del Senato
Adottata quale
testo base la proposta di testo unificato illustrata dal relatore. Fissato al
28 gennaio 2010 il termine per la presentazione di emendamenti. Mantica: “Elezioni
per il rinnovo di Comitati e Consiglio al più tardi nei primi mesi del 2011”
Roma - Nella
seduta di ieri la Commissione Esteri del Senato ha ripreso l’esame - sospeso l’11
giugno scorso - dei vari disegni di legge presentati in Senato sulla riforma
degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero (Comites e Cgie).
Sei disegni di legge che portano le firme dei senatori Micheloni (Pd), Tofani e
Bevilacqua (Pdl), Mirella Giai (Maie), Randazzo e Di Giovan Paolo (Pd),
Randazzo e altri (Pd), Pedica (Idv).
Nel frattempo il Comitato ristretto istituito
in seno alla Commissione ha svolto una serie di audizioni mentre il relatore
Oreste Tofani (Pdl) ha elaborato una proposta di testo unificato che ha
illustrato alla Commissione e che affronta unitariamente tanto la disciplina
dei Comitati degli italiani all'estero quanto del Consiglio generale degli
italiani all'estero.
I contenuti della
proposta illustrati dal relatore.
L'articolo 1 concerne l'istituzione dei
Comitati degli italiani all'estero e individua differenti soglie minime di
consistenza delle collettività italiane nel mondo, necessarie per procedere
alla formazione di detti organismi. All'articolo 2, mediante il sistema dei
Comitati non elettivi, viene assicurata la rappresentanza anche delle comunità
più piccole.
L'articolo 4 ridefinisce le funzioni e i
compiti dei Comitati. In particolare, il comma 8 indica i contenuti della
relazione annuale che ciascun Comitato è chiamato a redigere, per dare conto
degli interventi effettuati dalle autorità ed enti italiani a favore della
collettività italiana nel proprio territorio di riferimento, nonché sullo stato
della stessa collettività. Il comma 10, inoltre, stabilisce che le relazioni
sono sottoposte al Capo della rappresentanza diplomatica locale, il quale deve
rispondere agli eventuali quesiti in essa contenuti.
L'articolo 5 stabilisce che in ciascun Paese
in cui è formato più di un Comitato è istituito un Comitato dei Presidenti,
detto "Intercomites".
L'articolo 6 riguarda il bilancio preventivo
dei Comitati e l'articolo 7 disciplina la composizione dei Comitati, la cui
consistenza numerica varia da 9 a 18 membri, in relazione alla consistenza
della comunità italiana di riferimento.
L'articolo 9 stabilisce la durata in carica
dei componenti del Comitato, pari a 5 anni, e la decadenza dalla carica in caso
di mancata partecipazione non giustificata ai lavori del Comitato per tre
sedute consecutive.
L'articolo 10 riguarda la partecipazione ai
Comitati, per cooptazione, di cittadini stranieri di origine italiana che hanno
contribuito a conferire particolare prestigio alla comunità italiana.
L'articolo 12 riguarda il sistema elettorale
dei Comitati, mediante il voto di lista e individua al comma 8 le categorie di
soggetti che non possono essere candidati.
L'articolo 14 disciplina la stampa e l'invio
del materiale elettorale. Il comma 6 specifica le modalità di reinvio delle
schede elettorali da parte degli elettori, con modalità che tendono a impedire
il verificarsi di abusi e disfunzioni.
L'articolo 15 concerne l'espressione del
voto: una materia rispetto alla quale il relatore manifesta ampia disponibilità
ad accogliere suggerimenti ed ulteriori riflessioni.
L'articolo 21 regola poteri e funzioni
dell'esecutivo che ciascun Comitato elegge al proprio interno. In particolare,
uno dei due vice presidenti è rappresentativo della minoranza del Comitato.
L'articolo 22 riguarda le sedute del Comitato
e la validità delle deliberazioni e stabilisce, al comma 5, che alle sedute
possano partecipare, senza diritto di voto, i parlamentari italiani, e non
solamente quelli eletti nella circoscrizione Estero o appartenenti alle
Commissioni Affari Esteri o ai Comitati per le questioni degli italiani
all'estero dei due rami del Parlamento.
La seconda parte della proposta di testo
unificato riguarda la disciplina del Consiglio degli italiani all'estero e
tiene conto dell'introduzione del sistema di rappresentanza parlamentare degli
italiani residenti nella circoscrizione Estero. L'obiettivo è anche quello di
delineare un organismo che si ponga quale anello di congiunzione tra istanze
centrali e prerogative delle regioni e degli enti locali in materia di raccordo
con le comunità italiane nel mondo.
L'articolo 24 modifica anzitutto la
denominazione dell'attuale Consiglio generale degli italiani all'estero, che
dovrebbe divenire Consiglio degli italiani all'estero.
L'articolo 25 individua la composizione del
Consiglio, che include 82 membri, del quale fanno parte di diritto i presidenti
degli Intercomites, i presidenti o gli assessori con delega all'emigrazione
delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano, nonché i
presidenti dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani (ANCI) e dell'Unione
delle Province d'Italia (UPI). Il comma 3 stabilisce che i rimanenti membri del
Consiglio siano eletti dagli Intercomites.
L'articolo 27 individua gli organi del
Consiglio e l'articolo 32, al comma 2, prevede che possano essere invitate a
partecipare ai lavori delle Assemblee plenarie del Consiglio, con solo diritto
di parola, fino a 10 personalità competenti sui temi all'ordine del giorno.
Il dibattito in
Commissione - Il senatore Stefano Pedica (IdV) ha ricordato che il disegno di
legge da lui presentato si muove in senso nettamente differente in quanto
prevede la soppressione del Consiglio generale degli italiani all'estero. Si
riserva pertanto di elaborare proposte emendative al testo base.
Il senatore Claudio Micheloni (Pd) ha
espresso alcuni dubbi rispetto al testo, con particolare riferimento
all'individuazione delle circoscrizioni elettorali, nonché agli effetti della
riduzione del numero dei Comites. Va prestata attenzione anche alla prevista
coincidenza della carica di presidente di Intercomites e di componente del
Consiglio degli italiani all'estero; perplessità sulla presidenza del Consiglio
degli italiani all'estero, che non verrebbe più affidata al ministro degli
Affari Esteri. Così pure, le modalità di voto per l'elezione dei Comites
andrebbero valutate alla luce dell'esperienza e delle ipotesi di riassetto del
sistema previsto per le elezioni politiche nella circoscrizione Estero.
Infatti, il voto per corrispondenza andrebbe accompagnato da cautele per evitare
fenomeni di malfunzionamento o abuso.
Il sottosegretario agli Esteri Alfredo
Mantica, intervenuto in rappresentanza del Governo, nell’esprimere
apprezzamento per il lavoro svolto ha richiamato l'attenzione sulla proposta di
un sistema elettorale per i Comitati che prevede la presentazione di liste con
una presenza minima di un terzo per genere e di un terzo per candidati di età
inferiore ai 35 anni. Nel preannunciare che il Governo si riserva di valutare
la presentazione di proposte emendative, ha fatto presente la necessità che il
Consiglio degli italiani all'estero possa svolgere una funzione di raccordo tra
politiche statali e politiche delle regioni e degli enti locali a favore delle
comunità italiane all'estero. L'obiettivo è di tenere le elezioni per il
rinnovo dei Comitati e del Consiglio entro la fine del prossimo anno, ovvero,
al più tardi, nei primi mesi del 2011, secondo un nuovo sistema elaborato dal
Parlamento.
La Commissione, con il voto contrario del
senatore Pedica, ha infine adottato la proposta di testo unificato illustrata
dal relatore quale testo base ed ha fissato il termine per la presentazione di
emendamenti per giovedì 28 gennaio 2010 alle ore 16. (Inform)
Roma - Nella
seduta di martedì pomeriggio è stato presentato in Commissione Affari Esteri
del Senato il testo unificato sulla riforma di Comites e Cgie elaborato dal
Comitato ristretto costituito nel giugno scorso, che ha avuto il compito di
sintetizzare nell’articolato i diversi disegni di legge presentati in merito
dai senatori Micheloni (Pd), Tofani e Bevilacqua (Pdl), Giai (Maie), due di Randazzo,
di cui una presentata con il collega Di Giovan Paolo (Pd), Pedica (Idv). Alla
presenza del sottosegretario agli esteri, Alfredo Mantica, il senatore Tofani,
relatore, ha illustrato la proposta del testo sottolineando che nella
elaborazione dello stesso il Comitato ha tenuto conto sia dei ddl, ma anche
delle audizioni svolte in questi mesi. Trentacinque gli articoli del testo,
diviso in due Parti: la prima (articoli 1-23) dedicata ai Comites; la seconda
(articoli 24-33) al Cgie. gli ultimi due articoli riguardano l’abrogazione
delle leggi 286/2003 e 198/1998, e la previsione del regolamento di attuazione,
che dovrebbe essere emanato entro 90 giorni dall’approvazione di questa nuova
legge.
"L'articolo 1
– ha spiegato Tofani – concerne l'istituzione dei Comitati degli italiani
all'estero e individua differenti soglie minime di consistenza delle
collettività italiane nel mondo, necessarie per procedere alla formazione di
detti organismi. Con l'articolo 2 – ha precisato – mediante il sistema dei
Comitati non elettivi, viene assicurata la rappresentanza anche delle comunità
più piccole. L'articolo 4 ridefinisce le funzioni e i compiti dei Comitati. In
particolare il comma 8 indica i contenuti della relazione annuale che ciascun
Comitato è chiamato a redigere, per dare conto degli interventi effettuati
dalle autorità ed enti italiani a favore della collettività italiana nel
proprio territorio di riferimento, nonché sullo stato della stessa
collettività. Il comma 10, inoltre, stabilisce che le relazioni sono sottoposte
al Capo della rappresentanza diplomatica locale, il quale deve rispondere agli
eventuali quesiti in essa contenuti".
L’articolo 5, ha
proseguito Tofani, "stabilisce che in ciascun Paese in cui è formato più
di un Comitato, è istituito un Comitato dei Presidenti, detto
"Intercomites", mentre l'articolo 6 riguarda il bilancio preventivo
dei Comitati e l'articolo 7 disciplina la composizione dei Comitati, la cui
consistenza numerica varia da 9 a 18 membri, in relazione alla consistenza della
comunità italiana di riferimento" e cioè da nove membri per le comunità
composte da un massimo di cinquantamila residenti, dodici membri per quelle
composte da più di cinquantamila e meno di centomila residenti; diciotto membri
per quelle composte da più di centomila residenti.
"L'articolo 9
– ha proseguito il senatore – stabilisce la durata in carica dei componenti del
Comitato, pari a 5 anni, e la decadenza dalla carica in caso di mancata
partecipazione non giustificata ai lavori del Comitato per tre sedute consecutive,
mentre il 10 riguarda la partecipazione ai Comitati, per cooptazione, di
cittadini stranieri di origine italiana che hanno contribuito a conferire
particolare prestigio alla comunità italiana. L'articolo 12 riguarda il sistema
elettorale dei Comitati, mediante il voto di lista e individua al comma 8 le
categorie di soggetti che non possono essere candidati". A questa
categoria appartengono i dipendenti dello Stato italiano che prestano servizio
all'estero, coloro che detengono cariche istituzionali e i loro collaboratori
salariati, i soggetti che rivestono cariche rappresentative presso gli Istituti
di Patronato e di assistenza sociale, nonché i funzionari di uffici consolari
di seconda categoria e i corrispondenti consolari. E ancora, sono ineleggibili
gli amministratori e i legali rappresentanti di enti gestori di attività
scolastiche che operano nel territorio del Comites, gli amministratori e i
legali rappresentanti dei comitati per l'assistenza che ricevono finanziamenti
pubblici e gli editori di testate di informazione quotidiana e periodica,
nonché i legali rappresentanti di emittenti radiofoniche e televisive che a
qualunque titolo ricevono finanziamenti o contributi da parte dello Stato
italiano.
"L'articolo
14 disciplina la stampa e l'invio del materiale elettorale, il comma 6
specifica le modalità di reinvio delle schede elettorali da parte degli
elettori, con modalità che tendono a impedire il verificarsi di abusi e
disfunzioni, mentre il 15 – ha spiegato ancora Tofani – concerne l'espressione
del voto e costituisce una proposta su di una materia rispetto alla quale il
relatore manifesta ampia disponibilità ad accogliere suggerimenti ed ulteriori
riflessioni. L'articolo 21 regola poteri e funzioni dell'Esecutivo che ciascun
Comitato elegge al proprio interno. In particolare, uno dei due Vice presidenti
è rappresentativo della minoranza del Comitato. L'articolo 22 riguarda le
sedute del Comitato e la validità delle deliberazioni e stabilisce, al comma 5,
che alle sedute possano partecipare, senza diritto di voto, i parlamentari
italiani, e non solamente quelli eletti nella circoscrizione Estero o
appartenenti alle Commissioni affari esteri o ai Comitati per le questioni
degli italiani all'estero dei due rami del Parlamento".
Passando alla seconda
parte, dedicata al Cgie, Tofani ha sottolineato che essa "intende tenere
conto dell'introduzione del sistema di rappresentanza parlamentare degli
italiani residenti nella circoscrizione Estero. L'obiettivo della riforma è
anche quello di delineare un organismo che si ponga quale anello di
congiunzione tra istanze centrali e prerogative delle regioni e degli enti
locali in materia di raccordo con le comunità italiane nel mondo".
All’articolo 24 si
modifica il nome del Consiglio che da Cgie diventa Cie, cioè Consiglio degli
italiani all'estero. Composto dal 82 consiglieri, del Cie farebbero parte di
diritto "i presidenti degli Intercomites, i presidenti o gli assessori con
delega all'emigrazione delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano,
nonché i presidenti dell'Associazione nazionale dei Comuni italiani (ANCI) e
dell'Unione delle Province d'Italia (UPI). A questo proposito – ha sottolineato
Tofani – è importate il coinvolgimento degli esponenti di rango politico
espressivi delle istanze delle comunità locali". I rimanenti membri del
Consiglio sarebbero eletti dagli Intercomites. "L'articolo 27 individua
gli organi del Consiglio e l'articolo 32, al comma 2, prevede che possano
essere invitate a partecipare ai lavori delle Assemblee plenarie del Consiglio,
con solo diritto di parola, fino a 10 personalità competenti sui temi
all'ordine del giorno".
Il presidente
della Commissione Esteri, Dini, ha quindi proposto che il testo venisse
adottato quale "testo base" per il prosieguo dei lavori della
Commissione. Proposta rigettata dal senatore Pedica (idv) che nel suo
intervento al dibattito ha detto di "apprezzare il lavoro del
relatore", ricordando poi che il suo ddl "si muove in senso
nettamente differente soprattutto per il Cgie, organo di cui ritengo opportuna
la soppressione e non un semplice riassetto". Pedica ha quindi "preso
distanza" dal testo unificato e anticipato che presenterà emendamenti.
Senatore del Pd
eletto in Europa, Claudio Micheloni ha osservato come "la proposta del
relatore sia frutto di una approfondita analisi ed opera di mediazione tra i
diversi disegni di legge" e quindi fatto presente che alcune parti del
testo siano "meritevoli di ulteriore riflessione", come ad esempio
quelle sulla individuazione delle circoscrizioni elettorali e sugli effetti
prodotti dalla prevista riduzione del numero dei Comites. "Credo – ha
proseguito – che meriti particolare attenzione anche la prevista coincidenza
della carica di presidente di Intercomites e di componente del Consiglio degli
italiani all'estero per non accentrare eccessivi compiti e responsabilità in
capo allo stesso soggetto, il quale, lo ricordo, svolge attività prettamente
volontaristica". Micheloni si è quindi detto "perplesso" sulla
presidenza del Cie, che non viene più affidata al Ministro degli affari esteri.
"Anche le modalità di voto per l'elezione dei Comites – ha aggiunto –
andrebbero valutate anche alla luce dell'esperienza e delle ipotesi di
riassetto del sistema previsto per le elezioni politiche nella circoscrizione
Estero" nel senso che "il voto per corrispondenza andrebbe
accompagnato da cautele per evitare fenomeni di malfunzionamento o abuso".
Concludendo, il senatore Pd ha auspicato che la Commissione "possa
disporre di un adeguato termine per la formulazione di proposte emendative,
onde dar modo a tutti i senatori, eletti in Italia e all'estero, di
intervenire. Concludo sottolineando come la proposta di testo unificato
predisposta da Tofani tenda ad esprimere in una sintesi unitaria le istanze di
rappresentanza e di collegamento al territorio delle comunità italiane nel
mondo".
Il sottosegretario
Mantica ha invece richiamato l'attenzione sulla proposta di un sistema
elettorale per i Comitati che prevede la presentazione di liste con una
presenza minima di un terzo per genere e di un terzo per candidati di età
inferiore ai 35 anni. "Il Governo – ha annunciato – si riserva di valutare
la presentazione di proposte emendative, ma già da ora ribadisco che è
necessario che il Consiglio generale degli italiani all'estero possa svolgere
una funzione di raccordo tra politiche statali e politiche delle regioni e
degli enti locali a favore delle comunità italiane all'estero". Quanto al
rinnovo dei Comites – le cui elezioni sono state rinviate all’anno prossimo –
Mantica ha confermato che le stesse dovrebbero tenersi "entro la fine del
prossimo anno o, al più tardi, nei primi mesi del 2011, secondo un nuovo
sistema elaborato dal Parlamento".
La Commissione ha
infine deliberato – con il voto contrario del senatore Pedica - di adottare la
proposta di testo unificato illustrata dal relatore (la cosiddetta
bozza-Tofani) quale testo base per il prosieguo dei lavori e deciso di fissare
il termine per la presentazione di emendamenti per giovedì 28 gennaio 2010.
(aise)
Claudio Micheloni (Pd) fa il punto sul testo unificato di riforma di
Comites e Consiglio Generale
“Il nuovo Cgie non
cambierà ruolo ma sarà una rappresentanza organica e funzionale alla presenza
dei parlamentari della circoscrizione Estero”
ROMA – Il senatore Claudio Micheloni (Pd),
vice presidente del Comitato per le questioni degli Italiani all’Estero ha
incontrato i direttori delle agenzie specializzare per illustrare i contenuti e
le ragioni del testo unificato di riforma dei Comites e del Cgie, redatto dal
Comitato ristretto, che è stato presentato ieri alla Commissione Esteri della
Camera.
“A tutt’oggi – ha esordito Micheloni
entrando nel merito dell’iter dibattimentale della riforma - sono stati
presentati circa 11 disegni di legge di riforma del sistema di rappresentanza
dei Comites e del Cgie su cui per alcuni mesi ha lavorato il Comitato ristretto
presieduto dal senatore Tofani. Abbiamo così elaborata una proposta di testo
unificato che potrà essere emendata fino al 28 gennaio 2010. Dopo questa
scadenza inizierà il lavoro sul testo della III Commissione e solo se esso sarà
condiviso da parte di tutti i gruppi politici il presidente della Commissione
potrà chiedere la sede deliberante. Su questo al momento non c’è quindi niente
di deciso e sono stato abbastanza sorpreso del fatto che nella relazione del
Governo al Cgie si sia parlato di discutere il disegno di legge in sede
deliberante, una scelta che è competenza del Parlamento e non
dell’esecutivo”.
Il senatore è poi entrato nel vivo del
provvedimento illustrando le motivazioni del disegno di legge. “La
proposta del relatore – ha spiegato Micheloni - si prefigge la creazione di una
rappresentanza organica e funzionale alla presenza dei parlamentari della
circoscrizione Estero ed anche per questo si è scelto di realizzare un’unica
legge per le elezioni dei Comites e del Cgie. Questa è stata una scelta
naturale che non vuol dire sminuire un organismo rispetto ad un altro. Io credo
comunque – ha proseguito il senatore del Pd - che oggi dobbiamo avere il coraggio
di dire anche cose sgradevoli. Al momento nel mondo vi sono 126 Comites. Non vi
è dubbio che alcuni di questi sono assolutamente determinanti per la vita
delle nostre comunità, ma è anche certo che molti Comites sono tenuti in vita
solo dalla legge e dalle istituzioni ed hanno anche difficoltà a raggiungere il
numero legale per riunirsi. A questa valutazione sui problemi dei Comites
bisogna poi aggiungere il fatto che ormai da tempo una buona parte del mondo
politico italiano considera superata e conclusa , alla luce della nascita della
circoscrizione Estero, l’esperienza del Cgie. Una valutazione che non
condivido. Preso atto di tutto ciò possiamo dire che questo disegno di legge
punta in primo luogo a togliere falsi poteri ai Comites, come ad esempio i
pareri sui finanziamenti, che dando l’illusione di una funzione decisionale
hanno finito con il creare forte tensioni nei territori. Partendo da questo
presupposto abbiamo deciso di prevedere per i Comites due azioni politicamente
qualificanti. La prima è una relazione annuale sui bisogni della collettività a
cui il governo, il Parlamento, le regioni e le province dovrebbero dare
delle risposte. Una relazione che sarà anche base di lavoro delle Commissioni
continentali del Cgie”
La seconda novità è la stesura di un rapporto
annuale sugli interventi che lo Stato, inteso nella sua globalità, ha posto in
essere sul territorio di competenza dei Comites, ad esempio per quanto riguarda
la promozione della lingua e cultura italiana, l’assistenza agli indigenti e
l’efficienza dei servizi consolari. Nella proposta di legge è inoltre prevista
la risposta obbligatoria da parte dell’autorità diplomatica, ovvero
dell’ambasciatore, agli eventuali quesiti proposti dal Comites nel rapporto
annuale.
“In questo modo - ha proseguito Micheloni -
si cambia in modo radicale il rapporto fra consolato e Comites. Bisognerà poi
fare in modo, e questo sarà uno dei punti del dibattito, che lo Stato metta a
disposizione dei Comites le risorse necessarie che consentano di favorire il
flusso informativo verso le comunità e al Comitato di informarsi nella realtà
territoriale della circoscrizione di competenza. Questo non vuol dire che il
Comites potrà gestire risorse verso terzi, ma che dovrà lavorare per creare le
condizioni che permettano alla stampa d’informare le comunità e alle
associazioni di operare”.
Micheloni ha poi affrontato alcuni punti
della proposta di riforma che, nel corso dell’ultimo Cgie, sono stati criticati
da vari consiglieri. “Per quanto riguarda la quota minima di italiani residenti
necessaria alla creazione dei Comites - ha precisato il senatore - voglio
ricordare che questa è stata innalzata rispetto al passato e varierà da
continente a continente. Si avrà dunque una riduzione del numero dei Comites che
passeranno dagli attuali 126 a circa 85. Questa diminuzione dei Comitati è
stata percepita dalla nostra comunità come un alleggerimento del peso dei
Comites, ma in realtà non è così. Dal disegno di legge è infatti previsto che
tutti i territori degli attuali 126 Comites diverranno collegi elettorali.
Questo vuol dire che se oggi in una zona vi sono tre Comites, domani ve ne
potrà essere uno solo in cui però le comunità che non avranno più un Comites
autonomo potranno votare, nell’ambito di liste territoriali, i loro
rappresentanti portandoli, sia pure in numero ridotto rispetto a prima,
all’interno del nuovo Comitato. Quindi verrà garantita la rappresentanza
territoriale di ogni comunità, ma in un Comites che conta e ha più peso
politico. Per garantire le piccole comunità nella proposta di legge si prevede
inoltre la possibilità porre in essere Comites non elettivi fino ad
limite massimo pari al 10% dei Comitati eletti”.
Il senatore Micheloni si è inoltre soffermato
sui meccanismi elettorali adottati dal disegno di legge e sul ruolo
dell’associazionismo. “Come meccanismo elettivo - ha puntualizzato -, al fine
di dare stabilità ai Comites, abbiamo indicato il sistema adottato in Italia
per la scelta dei sindaci che ha sempre ottenuto buoni risultati. In pratica si
candida un presidente di Comites con una lista di consiglieri e chi vince le
elezioni avrà un membro in più nel Comitato. Prevediamo inoltre la creazione di
due vice presidenti di cui uno andrà alla minoranza. Un terzo dei candidati
dovranno essere donne e un terzo giovani sotto i 35 anni. Io penso inoltre che,
nonostante i timori diffusi in tal senso, la stragrande maggioranza degli
eletti resteranno espressioni delle associazioni. Quindi le associazioni, se
avranno una loro presenza sul territorio, continueranno a far parte dei Comites
ed anzi trarranno giovamento dall’opera di rinnovamento conseguente
all’introduzione delle quote”.
“Una critica costruttiva che ho raccolto dal
Cgie e che sarà sicuramente oggetto di emendamento nel corso del dibattito
parlamentare, - ha proseguito il senatore - è il rischio che con la riforma su
di una sola persona si possano accentrare gli incarichi di presidente di
Comites, presidente dell’Intercomites e consigliere del Cgie. Questo non è
pensabile, quindi vi saranno degli emendamenti in proposito, mantenendo fermo
il punto che le nomine debbano avvenire fra gli eletti dei Comites.
Una critica che Micheloni non condivide è
invece quella che la proposta di riforma possa finire con il cancellare la
rappresentanza di interi continenti e paesi. “In realtà la proposta di legge
porterà ad un aumento delle nazioni rappresentate nel Cgie che saliranno a
quota 39. Una rappresentanza più capillare che sarà ottenuta attraverso una
ridistribuzione dei consiglieri dai paesi sovrarappresentati , rispetto alla
consistenza numerica della comunità italiana, a quelli che fino ad oggi non
hanno avuto adeguata visibilità nel Consiglio Generale. Diminuiranno ad esempio
- ha precisato - i consiglieri degli Stati Uniti e della Francia, aumenteranno
quelli della Germania, mentre l’Africa sarà rappresentata dall’Etiopia, dal
Kenia, dal Marocco e dal Sud Africa”.
In tutto vi saranno circa 60 consiglieri
eletti, mentre gli attuali rappresentanti di nomina governativa, 29 in tutto,
saranno sostituiti dai 22 assessori con delega all’emigrazione delle regioni e
delle province autonome. A questi forse si aggiungeranno anche i rappresentanti
dell’Anci e dell’Upi. In questo modo daremo vita ad una Conferenza permanente
Stato Regioni- Province autonome Cgie. “ Un Consiglio Generale formato dai
rappresentanti degli italiani all’estero, dalle regioni e dallo Stato, secondo
il senatore del Pd, avrà sicuramente un peso politico ed una visibilità
che non ha mai avuta prima. “Si verrà infatti a creare un organismo vicino alla
logica dello Stato federale dove si potranno coordinare in maniera
permanente le varie iniziative”
“Voglio anche precisare – ha concluso
Micheloni - che sono pronto a ricercare una soluzione che permetta alle
associazioni nazionali, oggi presenti nei 29 consiglieri di nomina governativa,
di essere presenti nel nuovo Consiglio degli italiani all’estero. Quindi in
definitiva il nuovo Cgie non cambierà ruolo, si modificheranno invece gli
strumenti e il suo peso politico, anche perché diverrà per gli eletti
all’estero un costante punto di riferimento con il territorio. Io credo inoltre
che una riforma della rappresentanza degli italiani all’estero, che tenti di
qualificarla politicamente, possa diventare una cintura di protezione per il
mantenimento del pieno esercizio di voto degli italiani nel mondo, in vista
dell’apertura del più ampio cantiere delle riforme costituzionali. (Goffredo
Morgia - Inform)
Riforma Cgie. Dai deputati PD-Estero la proposta di una quota donna e una
quota giovani
Nella proposta che
noi deputati del Pd abbiamo presentato per la riforma del Consiglio Generale
degli Italiani all’Estero, abbiamo previsto, oltre che una quota donna, anche
una quota giovani. Un’ulteriore prova del fatto che si tratta di un´idea valida
l´abbiamo avuta nell’ultima Assemblea plenaria del Cgie. Sono stati i giovani
con i loro interventi chiari e pungenti uno degli “highlight” dell’incontro.
Tutti, indipendentemente dalla loro provenienza politica, hanno avuto parole
dure per la politica del Governo verso gli italiani all’estero: una politica
che vede i connazionali nel mondo come peso e non come ciò che sono – una
risorsa preziosissima per sprovincializzare l’Italia. Approfittando della loro
presenza nel corso dell’Assemblea ho presentato la proposta di legge PRIME per
il ritorno dei cervelli italiani e la modernizzazione della ricerca italiana.
Dopo Parigi e Londra in febbraio terrò una discussione su PRIME a Monaco di
Baviera, dove risiedono Claudio Cumani e Augusto Giussani, due dei preziosi
protagonisti che hanno elaborato la proposta di legge insieme a diversi altri
ricercatori Pd in Europa.
Come deputati e
senatori eletti all’estero abbiamo ricevuto al Parlamento una delegazione dei
rappresentanti dei pensionati all’estero. I nostri anziani all’estero, che con
il loro lavoro e le loro rimesse, hanno dato un contributo notevole alla
crescita dell’economia italiana, continuano ad essere trattati a pesci in
faccia da questo Governo. Sono fra coloro che soffrono di più per la politica
dei tagli e del `menefreghismo´ verso gli italiani all’estero imposta dalla
maggioranza. Diversi gli argomenti “caldi”: l’assegno di solidarietà per gli
anziani in condizioni di povertà e il ripristino dell’ ‘assegno sociale’ per
chi ritorna in Italia, senza l’obbligo dei dieci anni di residenza
continuativa. In Parlamento come deputati Pd eletti all’estero abbiamo
presentato in Finanziaria, con il collega Marco Fedi come primo firmatario, un
emendamento per garantire aiuti diretti ai più poveri fra gli anziani italiani
nel mondo. Il mio riconoscimento va ai colleghi Aldo Di Biagio e Marco Zacchera
del Pdl che hanno dichiarato pubblicamente il loro sostegno al nostro
emendamento. Ma, dopo una discussione animata, la maggioranza ha alzato un muro
anche su questa nostra iniziativa, respingendola. Laura Garavini, Deputata del
Pd eletta in Europa
Renania Palatinato. Primo Museo virtuale dell’immigrazione in Germania
Su iniziativa del
governo della Renania Palatinato è stato inaugurato in Internet il primo Museo
virtuale dell’emigrazione in Germania.
Con questo singolare
sito il mondo politico del Land intende offrire in chiave moderna un posto
dignitoso di storia sociale e demografica agli stranieri che negli ultimi
cinquant’anni hanno cambiato la Germania.
L’offerta è
rivolta particolarmente al mondo dei giovani, grandi fruitori di Internet.
“Lebenswege – Das
Online Migrationsmuseum Rheinland-Pfalz” (le vie della vita – il museo online
dell’immigrazione della Renania Palatinato) è un progetto comune dei ministeri
locali degli affari sociali, pubblica istruzione e degli interni.
Attraverso
Internet il museo mira ad illustrare il fenomeno nei suoi più importanti
risvolti, a promuovere l’interscambio di esperienze e ad affrontare le
questioni legate al tema immigrazione.
Al contempo, il
museo vuole sottolineare l’importanza che le persone con origini migratorie
hanno nella società locale essendone parte integrante.
Lo start al Museo
virtuale è stato dato a Mainz (Magonza) il 16 dicembre dalla signora Malu
Dreyer, Ministro del lavoro e affari sociali, da Joachim Hofmann-Göttig,
Sottosegretario alla pubblica istruzione e da Maria Weber, Delegata governativa
per immigrazione e integrazione.
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Dortmund. Nasce il primo calendario interculturale
Dortmund - Viene
presentato in questi giorni il primo calendario interculturale, nato da
un’iniziativa del Comites di Dortmund, realizzato con gli elaborati di
300 studenti di origine italiana della Vestfalia coinvolti nel progetto in
occasione della giornata internazionale della lingua madre.
Sono due la lingua
madre - Interculturale è chi vive due o più lingue. Esse sono interdipendenti e
indissolubili e formano un unico nucleo identitario: la lingua madre.
Alla base di ogni
lingua c’è un alfabeto, lettere che si combinano per dare origine a parole che
a loro volta si uniscono in un significato secondo regole precise. Nel caso
della lingua madre avviene molto di più e soprattutto avviene in un altro
luogo. Lo stesso alfabeto che accomuna due o più lingue sceglie di esprimersi
in un modo piuttosto che in un altro seguendo una combinazione in primis
emozionale, come se esistesse una grammatica dell’anima che seleziona frasi ed
espressioni passando prima dal cuore e poi dalla mente. Un filtro che a priori,
in base all’interlocutore o alla situazione, incanala il flusso di pensieri che
si fanno linguaggio trasformandoli in significati. Uno specchio dell’identità
nazionale e personale insieme. È bello far palare quella commistione di storia
e cultura che ci precede, dando alla quotidianità e al presente il sapore del
percorso che tutti noi stiamo facendo verso il futuro. Così hanno fatto i
ragazzi coinvolti nell’iniziativa “sono due la lingua madre”, promossa dal
Comites di Dortmund con il supporto del locale ufficio scolastico del Consolato
d’Italia. È stato chiesto ai giovani d’origine italiana della circoscrizione
consolare, in occasione della Giornata internazionale della lingua madre, di
mettere a fuoco l’importanza delle proprie radici, del parlare e comprendere
più lingue in un’Europa dalle molte culture. Alla proposta hanno partecipato
quasi 300 studenti d’origine italiana della Vestfalia inviando 165 elaborati:
dagli accurati disegni ricchi di simbologie e riferimenti, alle filastrocche e
ai giochi linguistici, da poesie e canzoni, fino ai componimenti e alla
presentazione in power point dove sonoro, immagini e testo presentano stati
d’animo e conquiste linguistiche e culturali non indifferenti.
Da qui nasce un
calendario, perché ogni giorno si possa ricordare che dall’unione di cuore e
cervello nasce il piacere della costruzione e della condivisione di un domani.
Il calendario
viene distribuito in questi giorni a tutti gli alunni dei corsi di lingua e
cultura, a patronati, missioni ed associazioni italiane della
Circoscrizione Consolare di Dortmund e può essere richiesto gratuitamente
al Comites. Presto sarà anche disponibile sul sito www.comites-dortmund.de
Marilena Rossi,
Presidente Com.It.Es Dortmund (de.it.press)
A Colonia concerto di Natale con il Trio Cascades, a Monaco il film
"Pranzo di Ferragosto"
E’ stata la sede
dell'Istituto Italiano di Cultura ad ospitare il concerto di Natale che il Trio
Cascades ha tenuto mercoledì 16 dicembre a Colonia, dove ha eseguito brani di
Beethoven e Mendelssohn. Il Trio Cascades si è formato nel 1994 a Colonia,
sostenuto inizialmente dalla fondazione "Kunst und Kultur des Landes
NRW". Master-class con Bartholdy-Quartett, Menahem Pressler, Pianisten des
Beaux Arts Trios sono stati determinanti per il trio, che ha tenuto concerti in
Germania, Olanda, Danimarca, Austria, Italia e Svizzera. Ha partecipato con
successo a diversi festival tra i quali "Rheinischen Musikfest",
"Endenicher Herbst", "Musikalischen Sommer in Ostfriesland"
e "Kaleidoskop der Nationen".
Ancora una
proiezione all'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, dove martedì
15 dicembre è stato proiettato il film "Pranzo di Ferragosto" (2008)
di Gianni di Gregorio. La proiezione, ad ingresso libero, era in versione
originale con sottotitoli in italiano. Interpretata dallo stesso Di Gregorio,
insieme a Valeria de Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Cali e Grazia Cesarini
Sforza, la pellicola racconta la storia di un uomo non più giovanissimo che,
tra mille difficoltà economiche, tira avanti insieme all’anziana madre. I due
non se la cavano molto bene e Gianni, impersonato dal regista, accetta di
ospitare la mamma del suo amministratore in cambio di uno sconto sulle rate
arretrate. È agosto, Roma è deserta, anche il medico di famiglia deve partire
per le vacanze, e pure lui affida a Gianni l’anziana madre. In breve l’uomo si trova a gestire un piccolo
ospizio di signore attempate, ognuna con le sue strane abitudini e con i suoi
deliziosi vizi. dip
Hannover. Prima conferenza regionale degli italiani residenti in Bassa
Sassonia sulla Salute.
Oggi venerdì
18 dicembre dalle ore 14,00 alle ore 18,00 il Comites di Hannover
organizza la Prima conferenza regionale degli italiani residenti in
Bassa Sassonia sulla Salute. La manifestazione avrà luogo presso il Congress
Zentrum Hannover. Molto ricco il programma, che può essere visto sul sito
Internet del Comitato (www.comites-hannover.de).
Con questo
messaggio il Presidente G. Scigliano invita gli italiani della circoscrizione: “Cari
connazionali, La salute è il capitale più pregiato che ognuno di noi ha e deve cercare
di mantenere. Con questo convegno il Comites di Hannover vuole sottoporre
all’attenzione, di tutti gli italiani residenti in Bassa Sassonia, la
prevenzione di alcune malattie.
Porre al centro
dell’attenzione la sanità, in un giorno dedicato all’emigrazione mondiale,
significa anche cerare di capire il nostro stato di salute attraverso le
malattie tipiche dei nostri tempi.
Analizzare e
discutere questo tema, tenendo presente il fenomeno migratorio, significa
altresì prendere coscienza delle possibilità che il territorio offre anche
attraverso professionisti di lingua italiana che operano in Germania.
Infatti non pochi
sono i rappresentanti italiani della medicina validamente inseriti in vari
ambiti nel contesto professionale di questa nazione. Simbolo quindi di
emigrazione ma nello stesso tempo di integrazione professionale in un sistema
così
complesso quale
quello delle strutture sanitarie tedesche”. (de.it.press)
Neuss. Pietro Casula (Sardi nel mondo): “Contro la violenza”
Neuss - Il volto
di Berlusconi trasformato in una maschera di sangue. Questa drammatica immagine
ci ha raggiunto con tutta la sua carica di violenza. La persona che è diventata
bersaglio, la follia che trasforma il premier in simbolo da abbattere ad ogni
costo. Il dramma di piazza Duomo, un fatto, un gesto molto grave e preoccupante
che sta facendo il giro del mondo a testimoniare il degrado, la violenza dello
scontro politico in Italia.
"Prevedibile" ha detto qualcuno,
"se l'è cercata" ha detto qualcun altro, "è il suo comportamento
che istiga alla violenza" ha detto qualcun altro ancora. Dichiarazioni - a
caldo - di alcuni rappresentanti politici assolutamente inaccettabili e che non
possiamo assolutamente condividere.
Nel momento in cui un uomo, il premier è
colpito da violenza fisica, avversari e amici, oppositori e sostenitori, tutti
devono essere solidali con il presidente del Consiglio e senza alcun distinguo.
La violenza non si giustifica, mai! Fermiamo questa spirale di violenza!
Adesso è compito della politica ritrovare un
percorso in cui certamente è compreso il confronto - talvolta anche molto duro
- tra maggioranza e opposizione e anche lo scontro di pareri, opinioni e
programmi; Ma sempre attenta ad indicare, a distinguere tra funzioni e persone,
tra critica e odio, tra diversità di idee e la violenza. Ogni violenza va
fermamente condannata - senza alcuna incertezza - da tutte le parti politiche.
Al presidente
Berlusconi la nostra solidarietà e gli auguri di pronta guarigione.
Pietro Casula,
Presidente Movimento per la Sardegna - Sardi nel Mondo
Ricerca Uim. Gli italiani all’estero. Generazioni „perdute“ ma non sperdute
ROMA - I numeri
molto spesso non danno il senso della portata di un fenomeno. Questo vale
soprattutto quando dietro le cifre si celano le persone con le loro storie.
Come quando cala la nebbia e non vediamo ciò
che sappiamo essere lì, proprio ad un palmo dal nostro naso, così accade quando
parliamo di giovani che per necessità lasciano l’Italia, noi non li vediamo ma
sappiamo che esistono e che sono numerosi.
Grazie ad un’iniziativa del giornale “la
Repubblica” la nebbia si è diradata ed un’intera generazione perduta è
ricomparsa all’improvviso e con asprezza e coraggio si è raccontata.
Oltre 2400 racconti, 300 dei quali scritti da
giovani che vivono all’estero e che lucidamente dicono di non voler più
tornare, colpa l’assenza di prospettiva di vita, “la speranza di una futuro che
in Italia non solo non hai ma che non potrai mai avere, schiacciato come sei
dalla stanchezza, dalla corsa alla sopravvivenza e dalle frustrazioni
quotidiane”.
Opportunità che invece sono offerte nei Paesi
dove si sono trasferiti e ora vivono, come ci spiega un messaggio proveniente
dal Regno Unito “dopo un'invidiabile collezione di contratti a progetto,
straordinari non retribuiti, professionalità non riconosciuta, e ingiustizie
varie mi sono trasferita in Inghilterra dove attualmente risiedo e lavoro come
project manager con un lavoro flessibile e ottime prospettive di carriera. Pari
opportunità tra uomo e donna e meritocrazia non sono un'utopia. In Italia non
torno.”
Un’altro messaggio dal Regno di sua Maestà
ammette onestamente che “ci sono gravi problemi raziali, si viene discriminati
dalle altre minoranze maggiormente, ci sarebbe molto da dire, ma vorrei
concentrarmi su un punto. Ho 35 anni ogni volta che vengo in Italia mi chiamano
ragazza, anche se ho un figlio e comincio ad avere i primi capelli bianchi”, ma
non è anche questa discriminazione?
Ritornare in Italia è un’ipotesi molto remota
“lasciata l'università italiana per gli Stati Uniti dopo aver assistito ed
essere stato vittima di azioni che in un altro contesto verrebbero
definite”mafiose”. Qui guadagno bene, la vita è più semplice e si
lavora duro. Difficilmente tornerò indietro.”.
Più laconico Aldo che scrive “addio Italia
per sempre! Mi spiace ma torno solo per vedere mio padre, mia sorella, non vi
lascio nemmeno i soldi delle vacanze”. Dello stesso parere un giovane che ci
scrive dall’Inghilterra “mi sono laureata con il massimo dei voti e sono andata
via dall'Italia per studio. Ho fatto la specialistica qui a Edimburgo e ho
appena cominciato il dottorato. L'ambiente accademico è fantastico, gli stimoli
tantissimi. In breve, tornare in Italia è fuori discussione.”
Molti inviti a trovare il coraggio di
emigrare perché “là fuori c’è solo la vita ed una migliore nel più dei casi”,
ovvio che è molta la nostalgia di casa e degli amici ma la delusione nei
confronti dell’Italia è troppo forte, “vorrei tornare un giorno questo è certo
ma come togliermi dalla mente lo squallore delle prime esperienze lavorative
nell'università? Come dimenticare un sistema che “premia” il mediocre?”
Ma c'è anche chi, pure al di là dei confini
nazionali, ha incontrato difficoltà, un ragazzo napoletano racconta che
all'estero le cose non vanno affatto bene. “Vivo in Inghilterra da più di
cinque anni e ho sempre lavorato in ruoli da impiegato per grosse aziende. In
cinque anni ho registrato tre redundacies, ovvero licenziamenti per motivi di
trasferimento del business. L'ultima a marzo 2009. Adesso ho cominciato a
lavorare con un rimborso di appena 100 sterline a settimana. Loro la chiamano
probation (prova), io sfruttamento”.
Sempre da Londra un ingegnere scrive che
“nonostante anche qui le cose non vadano a gonfie vele, c'è a differenza che in
Italia un diffuso rispetto per i lavoratori”.
Ma i successi ottenuti nel mondo del lavoro
non rendono a tutti più dolce la vita lontana dall’Italia: “So di essere
fortunata, ho un lavoro che mi piace e che è ben retribuito ma a che prezzo?
Vorrei tornare in Italia, farmi una casa e una famiglia nel mio Paese che
nonostante tutto amo alla follia”.
(ricerca a cura di
Gabriele Di Mascio, Uim)
Firmato accordo per borse di studio fra il Dipartimento e il MAE
Il Dipartimento
politiche comunitarie rappresentato dal Capo del Dipartimento, Prof.
Roberto Adam e il Ministero degli Affari Esteri rappresentato dal
Direttore Generale per la Promozione e la Cooperazione Culturale, Ministro
Plen. Francesco Maria Greco, hanno recentemente concluso un accordo
per finanziare delle borse di studio destinate a cittadini italiani selezionati
per il programma di studi del prestigioso Collegio d'Europa.
Tale
accordo, firmato dalle due parti il 10 dicembre 2009, rientra
nel più vasto ambito delle attività di formazione e sviluppo dell'istruzione,
volte a incentivare la cooperazione tra Stati membri nel totale rispetto delle
diversità culturali e linguistiche e a migliorarare la formazione
professionale, per agevolare l'inserimento professionale sul mercato del
lavoro.
In tale
ambito si colloca anche l'opera dell’Ufficio Cittadinanza europea del
Dipartimento, che tra l'altro svolge e promuove attività di assistenza,
informazione e formazione su temi europei: in questo specifico caso è stato
individuato, di concerto con il Ministero degli Affari Esteri, il Collegio
d'Europa, come destinatario di finanziamenti per borse di studio, avendo
ritenuto opportuno effettuare un investimento in capitale umano per favorire
l’accesso di giovani studenti italiani presso superiori istituzioni
accademiche al fine di ottenere una crescente rappresentanza in termini di
posizioni dirigenziali nell’ambito di enti europei ed internazionali.
Il Collegio d'Europa
è una prestigiosa istituzione con formazione accademica post-universitaria che
organizza master in studi europei della durata di un anno accademico nel campo
delle relazioni internazionali e diplomatiche, giuridico europeo, economico
europeo, politico/amministrativo europeo ed interdisciplinare europeo.
ll Dipartimento,
nel primo anno di attuazione della presente convenzione, si impegna ad offrire:
* cinque premi di studio del valore di € 1.500,00 ciascuno, per un totale
di € 7.500,00, da assegnare a studenti italiani che si sono distinti
nell’ambito dei corsi relativi all’anno accademico 2009 - 2010, riportando la
migliore valutazione;
* cinque borse di
studio del valore di € 5.100,00 ciascuna, a studenti laureati di
nazionalità italiana selezionati nel 2009, per contribuire alle spese di
soggiorno e di partecipazione al Programma relativo all’anno accademico 2010 -
2011 presso il Collegio d’Europa.
I predetti premi e
le borse di studio destinate ai vincitori sono corrisposti dal Dipartimento al
Collegio d’Europa per il tramite dell’Ambasciata italiana a Bruxelles, per la
sede di Bruges, e dell’Ambasciata italiana a Varsavia, per la sede di Natolin.
Il Ministero degli
Affari Esteri da parte sua ha offerto invece 44 borse di studio
dell’importo di € 5.100,00 ciascuna per l’anno accademico 2009 - 2010; le
borse di studio sono concesse a copertura parziale delle spese previste per la
partecipazione al Programma e per il soggiorno al Collegio.
Gli studenti che
intendono concorrere alle borse di studio saranno selezionati in base alla
procedura di ammissione al Collegio d’Europa.
Per saperne di
più: Ufficio per la cittadinanza europea - Servizio Partenariati e Formazione
Dott.ssa Laura Cavallo mail: l.cavallo@governo.it
sito del Ministero
degli Affari Esteri - sezione dedicata alle borse di studio: http://www.esteri.it/MAE/Templates/GenericTemplate.aspx?NRMODE=Published&NRNODEGUID=%7b9F09189B-B85B-4E78-87BF-22BBED554C7F%7d&NRORIGINALURL=%2fMAE%2fIT%2fMinistero%2fServizi%2fItaliani%2fOpportunita%2fDi_studio%2fnella_UE%2fBorse_di_Studio%2ehtm&NRCACHEHINT=Guest#2; sito del
Collegio d'Europa [in inglese e francese] http://www.coleurop.be/;
testo integrale dell'accordo [pdf - 76 KByte] http://www.politichecomunitarie.it/file_download/906 (de.it.press)
L’on. Franco
Narducci, ricordando che la finanziaria non può dirsi soddisfacente per nessuno
e tanto meno per gli italiani all’estero, ha reso noto che l’Ordine del Giorno
di cui è primo firmatario, teso a migliorare la trasparenza e l’adeguatezza
dell’informazione italiana all’estero, è stato approvato con parere favorevole
del governo. Nell’OdG in questione si impegna il Governo “ad integrare la
composizione della Commissione di cui all'articolo 26, comma 3, della Legge 15
agosto 1981, n. 481 inserendovi i rappresentanti della Federazione Unitaria
della Stampa Italiana all'Estero (FUSIE), della Commissione Informazione del
Consiglio Generale degli Italiani all'Estero (C.G.I.E.) e della Consulta
nazionale dell’emigrazione (C.N.E.)”.
De.it.press
Pubblicato il Primo Rapporto dell’European Migration Network Italia. Oggi
la presentazione
ROMA - L’European
Migration Network è un programma comunitario che è stato avviato a titolo
sperimentale nell’anno sociale 2003 e ora è diventato una iniziativa
strutturale della quale fanno parte i 27 Paesi dell’Unione Europea. Questa Rete
è stata creata per assicurare lo scambio e l’aggiornamento continuo sul
fenomeno migratorio e sui richiedenti asilo, mettendo a disposizione dei
decisori pubblici a livello nazionale e comunitario una documentazione
affidabile.
Tra gli
obiettivi della Rete europea EMN, che avendo superato positivamente la fase di
avvio ormai è stata istituzionalizzata, rientra anche il coinvolgimento
dell’opinione pubblica attraverso la diffusione degli studi fatti.
Il Primo Rapporto EMN Italia è stato curato
dal Ministero dell’Interno con il supporto del Centro Studi e Ricerche
Idos/Dossier Statistico Immigrazione, in particolare con la collaborazione, in
ambito sanitario, dell’Ordine dei Medici, della Federazione dei Collegi degli
Infermieri e della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni.
L’immigrazione qualificata, un tema al quale
nel passato si era meno attenti a fronte di flussi prevalenti di manodopera
generica, sta richiamando una crescente attenzione specialmente in ambito sanitario.
Il Rapporto si sofferma sulle specifiche normative nell’ambito delle politiche
migratorie, riporta i numeri aggiornati e ipotizza i possibili sviluppi. I 34
mila infermieri di origine straniera in alcuni contesti arrivano a essere un
terzo del totale e gli stessi medici, che ora sono 14 mila, sono destinati ad
aumentare.
L’incontro di presentazione avverrà al Cnel, oggi
venerdì 18 dicembre, alle ore 11. L’introduzione del prefetto Angelo
Malandrino, direttore centrale politiche immigrazione e asilo presso il
ministero dell’Interno, verrà completata dalle relazioni del presidente del
Comitato Economico e Sociale Europeo e dal referente del Punto nazionale di
Contatto dell’EMN, cui seguiranno i commenti di rappresentanti di
organizzazioni italiane e di altri referenti europei dell’EMN (saranno
rappresentati sei Stati), mentre le conclusioni saranno affidate al prof.
Alessandrini del CNEL.
Il Rapporto, concepito come un sussidio di
documentazione sull’immigrazione qualificata e perciò messo a disposizione dei
partecipanti, a partire dalla sanità mostra che altri settori avranno bisogno
dell’innesto di personale qualificato.
www.emnitaly.it.
(Inform)
Clima, rush finale per l'accordo. Usa: sì maxi-fondo da 100 mld
Il summit di
Copenaghen entra nel vivo. In salita la strada per un accordo. L'incognita
Cina. Gli Stati Uniti: se arriva una buona intesa aiuteremo i paesi in via di
sviluppo - dal nostro inviato ANTONIO CIANCIULLO
COPENAGHEN - Cento
miliardi di dollari sul tappeto. Con l'intervento di Hillary Clinton il clima
della conferenza di Copenaghen è cambiato. Se ci sarà un accordo
"operativo e trasparente" - ha detto il segretario di Stato Usa - si
potrà arrivare alla creazione di un fondo per il trasferimento delle tecnologie
pulite ai paesi in via di sviluppo che arriverà a 100 miliardi di dollari
l'anno entro il 2020. E' la stessa posizione dell'Europa: la creazione di un
sostegno finanziario in crescita da oggi al 2020 per agevolare il salto verso
una crescita economica a basso impatto ambientale anche nei paesi meno
industrializzati.
Basterà per
chiudere con un accordo il summit mondiale sul clima? In realtà ci sono
vent'anni di ritardo. Non è facile recuperare vent'anni di ritardo in poco più
di venti ore. Ma è questa la strada che ha davanti il summit di Copenaghen. Ed
è per questo che, nello scorrere concitato degli interventi di questa penultima
mattina, le note di pessimismo si alternano alla speranza di trovare un'intesa
per evitare il disastro climatico.
La delegazione
cinese aveva mandato nella notte messaggi negativi: fonti anonime avevano dato
l'accordo per impossibile anticipando un'intesa solo politica. Poi il premier
cinese Wen Jiabao ha detto che "il governo e il popolo cinese
attribuiscono una grande importanza al problema del cambiamento climatico"
e, sul sito web del ministero degli esteri di Pechino, ha aggiunto che la sua
presenza al vertice ha il significato di ribadire la "sincerità"
dell'impegno della Cina nella lotta contro il surriscaldamento del pianeta. A
fine mattina il capo negoziatore cinese Su Wei, ha sostenuto che Pechino
continua "a credere che la conferenza di Copenaghen otterrà un buon
risultato".
Anche l'India, ha
detto il premier Manmohan Singh, è disposta a "fare di più" nel rush
finale del vertice a patto che vi siano "credibili" garanzie su
trasferimenti tecnologici e sostegni finanziari da parte dei paesi ricchi. Sui
fondi però l'intesa non sembra lontana. Il problema semmai è le gestione: si
tratta di creare un meccanismo che dia garanzie a tutti. Cioè eviti un doppio
rischio: da una parte evitare un dirottamento delle risorse che trasformi il
supporto alle nuovi fonti rinnovabili nel rinnovo di antiche pratiche belliche,
dall'altra la creazione di un centro verticistico controllato da pochi.
Il passaggio verso
un cambiamento reale del modello energetico, apparentemente sostenuto da tutti,
si fa comunque sempre più stretto. Tanto che la cancelliera tedesca Angela
Merkel appare preoccupata: "Le notizie che arrivano non sono buone. Al
momento i negoziati non sembrano promettenti, ma spero ovviamente che la
presenza di oltre 100 capi di Stato e di governo possa dare il necessario
impeto all'evento". La Merkel ha anche osservato che "la promessa
degli Stati Uniti di tagliare le emissioni di CO2 del 4 per cento rispetto ai
livelli del 1990 non è ambiziosa". Gli Stati Uniti, con la legge sul
taglio dei gas serra ancora in discussione al Senato, sono in grado di
rilanciare? LR 17
Copenaghen - “Il
pianeta e i poveri sono scarsamente convinti della buona volontà dei paesi
ricchi di affrontare con determinazione la questione dei cambiamenti climatici,
dato che fino ad ora spesso questa non è stata supportata dai fatti, come nel
caso della lotta alla povertà”,, afferma Sergio Marelli, segretario generale
della Focsiv, federazione di 64 organizzazioni non governative cristiane di
servizio internazionale volontario.
“A fronte del rischio che Copenaghen si
chiuda con un’intesa politica non vincolante, la Focsiv sostiene – spiega
Marelli - la richiesta dei paesi poveri di non abbandonare il Protocollo di
Kyoto e piuttosto prevedere una sua estensione temporale integrandolo con
impegni vincolanti anche per gli Usa e per i paesi emergenti secondo il
principio delle responsabilità comuni e differenziate”
Allo stato attuale dei negoziati, infatti,
“unica alternativa sul tavolo sembra essere un accordo poco ambizioso e non equo”
dice Marelli. Poco ambizioso “in quanto gli impegni di riduzione delle
emissioni non sono sufficienti per contenere l’aumento di temperatura sotto i
2°C”; non equo “visto che si allontana l’orizzonte di un finanziamento di lungo
periodo per l’adattamento delle comunità vulnerabili che garantisca risorse
addizionali rispetto a quelle destinate allo sviluppo”.
“Non sarebbe questo il primo caso – ricorda
Marelli - in cui i donatori ricorrono alla doppia contabilizzazione dei fondi.
Il meccanismo dei Cdm - ossia l’acquisto dei crediti dei diritti di emissione,
che i paesi ricchi possono acquistare dai paesi meno sviluppati per aumentare
la possibilità di emettere nel proprio paese – offre l’occasione di riprodurre
per l’ennesima volta questo bluff ovvero essere contabilizzato come parte degli
impegni finanziari a favore dei paesi poveri. Con il Santo Padre, che afferma
nel messaggio per la giornata mondiale per la pace 2010 “purtroppo si deve
constatare che una moltitudine di persone, in diversi Paesi e regioni del
pianeta, sperimenta crescenti difficoltà a causa della negligenza o del
rifiuto, da parte di tanti, di esercitare un governo responsabile
sull’ambiente” in questo momento, “invitiamo la politica a dimostrare la
capacità di salvaguardare l’ambiente quale bene pubblico globale e a farsi
carico delle responsabilità dirette nei confronti di miliardi di persone che
subiranno – conclude Marelli - gli effetti delle scelte di Copenaghen”.
(Inform) 16
Summit di Copenaghen, ore decisive. La Cina: «Non c'è possibilità di
accordo»
Dozzine e dozzine
di capi di Stato e di Governo sono in arrivo in queste ore a Copenaghen per
dire l'ultima parola su un negoziato che dura ormai da oltre due anni. Tra oggi
e domani, salvo proroghe dell'ultima ora, i leader del pianeta dovranno
decidere come e quanto impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico. Saranno
presidenti e primi ministri a dover riempire di contenuti - ma soprattutto di
cifre - una bozza di accordo che a 48 ore dalla fine annunciata del vertice
dell'Onu sul riscaldamento del pianeta ancora non c'è, logorata e riscritta dai
veti incrociati e dagli interessi contrapposti. Il vertice delle divisioni,
l'ha definito ieri la Chiesa cattolica: un summit che divide invece di unire,
che contrappone Paesi ricchi a Paesi poveri.
La neve che cade
copiosa a Copenaghen non ha scoraggiato ieri gli ambientalisti che protestano e
che vorrebbero far giungere la loro voce - spesso un disperato appello
all'azione - nei blindatissimi spazi del Bella center, il centro fieristico che
ospita questo mega-vertice delle Nazioni Unite. E con tutta probabilità non li
scoraggerà neanche oggi: amplificando così il caos organizzativo che sta ormai
caratterizzando quest'appuntamento di Copenaghen. Misure ancora più ferree sono
state infatti annunciate dalla polizia per oggi: giornata importante che vedrà
la presenza di personaggi del calibro del segretario di Stato americano Hillary
Clinton (precederà di un giorno il presidente Obama), del presidente iraniano
Ahmadinejad, di quello brasiliano Lula, o del cinese Hu; senza contare la
contemporanea presenza di tutti i leader europei. Non ci sarà solo il premier
italiano che è convalescente a Milano. L'Italia sarà rappresentata dal ministro
dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo.
Ieri diverse
manifestazioni e scontri nei pressi del Bella center: manganelli e lacrimogeni
usati dalla polizia con un bilancio di oltre 250 fermi. Tra questi anche tre
italiani. Oggi replica scontata davanti alla passerella dei leader del mondo.
Intanto nella notte si è lavorato alla bozza dell'accordo da sottoporre ai capi
di Stato e di Governo: la presidenza danese sta disperatamente cercando di
semplificare e ridurre il testo (circa 60 pagine) nella consapevolezza che già
in molti parlano di fallimento storico. L’U 17
Il vertice sul clima. Aria calda e aria fritta
Può darsi - anche
se appare assai difficile - che, dopo le inaspettate dimissioni della
presidente della Conferenza sul clima, i leader dei principali Paesi del mondo
riescano ancora a stringersi la mano davanti alle telecamere di Copenhagen e a
mettere la loro firma su un accordo di compromesso. Anche in questo caso ci
troveremo di fronte a un risultato deludente: dopo i netti contrasti di questi
giorni, un’eventuale intesa di facciata dell’ultima ora sarà poco più che «aria
fritta», per usare una classica espressione italiana, o «aria calda», per usare
l’analoga espressione inglese, del tutto appropriata a una conferenza sul
clima.
Il messaggio che
uscirà da Copenhagen pochi giorni prima del Natale sarà la fine, almeno temporanea,
del «buonismo», o, se si preferisce, del buon senso, in materia climatica. E’
tramontata la speranza che l’evidenza dei dati scientifici e dei mutamenti
facilmente verificabili si sarebbe imposta sugli egoismi e sulle miopie dei
principali Paesi del pianeta; che i capi di questi Paesi, impauriti
dall’arretramento dei ghiacci e dall’avanzamento dei deserti, si sarebbero
solennemente impegnati a ridurre entrambi con l’adozione di misure adeguate. Al
contrario, gli egoismi nazionali sono addirittura esplosi, e si è passati
rapidamente dai discorsi sui principi e sul lungo periodo al litigio sui soldi
(molto pochi in questo momento di crisi) disponibili nel breve periodo per
arrestare questa minaccia planetaria.
Il clima sembra
così essersi trasformato in un gioco a somma negativa in cui tutti escono con
la faccia rossa. Primo fra tutti il governo danese, al quale la conferenza è
scappata di mano, alimentando le accuse dei Paesi poveri di volerne «pilotare»
le conclusioni in favore dei Paesi ricchi. I secondi a soffrirne sono
indubbiamente i climatologi: grazie a uno sfortunato «incidente» sono state
messe in rete le comunicazioni di posta elettronica di diversi scienziati, dai
quali appare possibile che certi risultati siano stati «addomesticati» per dare
maggior evidenza al fenomeno del riscaldamento globale, anche se questo non
significa necessariamente che il riscaldamento stesso non esista. I non addetti
ai lavori hanno così appreso che i dati «esatti» sulle temperature medie sono
frutto di una «lavorazione statistica» e che i dati sulle temperature non sono,
in definitiva, molto più precisi di quelli sui prezzi o sulla produzione. Se è
vero che la crisi finanziaria dovrebbe insegnare un po’ di umiltà agli
economisti, la crisi climatica che stiamo vivendo dovrebbe indurre gli addetti
ai lavori a minori certezze e a una minore supponenza.
I peccati che si
possono imputare ai meteorologi sono però, tutto sommato, ben più leggeri delle
accuse che sono piovute sul capo dei politici dei Paesi ricchi. I Paesi
emergenti li accusano di aver drammatizzato i dati sul clima per introdurre una
sorta di «colonialismo climatico»: dopo avere allegramente inquinato il mondo
per duecento anni, le grandi potenze dell’Occidente agiterebbero ora lo spettro
del riscaldamento globale per frenare la gigantesca espansione produttiva della
Cina, del Brasile e dell’India e bloccare così l’erosione del loro potere
economico.
I Paesi ricchi
avrebbero favorito il trasferimento nei Paesi poveri delle lavorazioni
industriali più inquinanti e cercherebbero oggi di aiutare ancora una volta le
proprie multinazionali, che hanno sviluppato le tecnologie del disinquinamento
ambientale, a espandere la loro attività in tutto il mondo. Gli africani, poi,
si sono espressi con particolare durezza denunciando di essere vittime di un
nuovo tipo di sfruttamento in quanto i loro territori sono trattati troppo
spesso prima come fonti di materiali da sfruttare senza alcun riguardo
all’inquinamento e poi come pattumiere ecologiche in cui depositare i rifiuti
di queste stesse materie prime lavorate altrove. Si tratta di accuse non
infondate ma rivolte più al passato che al futuro. I Paesi emergenti dovrebbero
rendersi conto che, indipendentemente dagli inquinamenti passati, il mondo non
può permettersi di aumentare la quantità di materiali inquinanti immessi
nell’ambiente. Agli africani occorrerebbe poi chiedere sommessamente perché,
essendo indipendenti ormai da mezzo secolo, non usano meglio la loro
indipendenza e continuano a peggiorare la situazione con guerre feroci tra di
loro invece di svolgere azioni più coerenti per la difesa dei propri interessi
comuni.
Mentre
l’attenzione mediatica era concentrata su quanto stava accadendo nelle strade
di Copenhagen, dove polizia e manifestanti si sono scontrati con particolare
durezza, gli scontri più gravi avvenivano quindi nel chiuso delle stanze in cui
si svolge la Conferenza. Quello che doveva essere un momento di unione e di
solidarietà rischia di trasformarsi in momento di confusione, di polemiche, di
ripicche. Da queste divisioni interne potrebbe derivare un altro ostacolo alla
continuazione dell’attuale esperimento di globalizzazione: gli imprenditori
europei, costretti a imponenti investimenti per rispettare i rigidi vincoli
climatici decisi a Bruxelles hanno buon gioco a chiedere un «dazio ecologico»
sulle importazioni provenienti da Paesi che non impongono simili vincoli e le
relative spese. Per evitare di cadere in un baratro ad un tempo economico ed
ecologico, tutti dovrebbero fare un passo indietro: si tratta di una splendida
occasione per il presidente Obama, fresco di un (discusso) premio Nobel per la
pace di dimostrare di avere veramente la statura di un leader mondiale. MARIO
DEAGLIO LS 17
Il Paese in conflitto. La fitta nebbia da diradare subito
C’È davvero un
clima pesante nel Paese, che il drammatico e folle attentato di Milano ha
contribuito a rendere ancora più fosco. Il pacco bomba, parzialmente esploso
alla “Bocconi” l’altra notte e rivendicato da un gruppo di anarchici, non aiuta
certo a rasserenare il clima. Sono proprio questi fatti, però, ad obbligarci a
riflessioni serie e profonde.
Si intuisce in
quasi tutti cittadini ed istituzioni una sorta di attesa per un qualcosa non si
sa cosa che dovrà prima o poi avvenire per sciogliere questa fitta nebbia che
ci avvolge. È vero che la situazione interna ed anche internazionale è grave e
complessa, ma si ha l’impressione che le forze politiche siano impegnate in una
interminabile partita a scacchi tra di loro per trovare la soluzione migliore,
ma in realtà aspettando il beckettiano “Godot”. Il Paese deve però andare
avanti e soprattutto deve avere la consapevolezza che i problemi, pur gravi e
difficili, saranno via via superati: questo lo chiedono, anzi lo pretendono
soprattutto le giovani generazioni.
Ma qual è il
“Godot” capace di risolvere questa situazione? È l’avvio concreto ed effettivo
di una stagione delle riforme, che è da tempo promessa, ma, di volta in volta,
sostanzialmente delusa. Ma perché le riforme? E soprattutto quali?
Il perché delle
riforme si fonda sul necessario ed indispensabile adeguamento della nostra
macchina burocratica, in parte arrugginita e soprattutto obsoleta, alle
esigenze di una società civile, che, negli anni Duemila, chiede il
soddisfacimento di esigenze sempre più innovative e in tempi sempre più celeri.
Ma per fornire queste risposte, una classe politica all’altezza dei tempi
dovrebbe scindere il processo riformatore in due fasi e su due piani distinti:
quello che riguarda immediatamente i servizi ai cittadini e quello che riguarda
i rapporti tra i Poteri dello Stato. Non si può cioè mirare ad una
palingenetica revisione del nostro ordinamento statuale, perché i nodi da
sciogliere sarebbero troppi e conseguentemente i rischi di impasse molto alti.
E dunque, in primo
luogo, riforme che riguardino essenzialmente i servizi che le Amministrazioni
debbono rendere ai cittadini: sanità, giustizia, scuola, mondo del lavoro,
rapporti economici sono i settori nei quali più urgentemente degli altri lo
Stato deve intervenire.
Si tratta di
perfezionare gli attuali meccanismi operativi, così da rendere le loro
prestazioni all’altezza delle esigenze della cittadinanza. E su questa
operazione di necessario restyling della nostra macchina burocratica dovrebbe
essere agevole l’intesa tra le forze politiche, perché non implica grosse
questioni ideologiche e soprattutto non coinvolge posizioni di potere. Si
dovrebbe realizzare effettivamente il modello dello Stato-amministrazione al
servizio dei cittadini.
Molto più
complesso lo sappiamo bene è il discorso sulle riforme che riguardano i “rami
alti” dell’apparato statuale, cioè i rapporti tra i Poteri dello Stato. È dagli
anni Settanta, che vanamente si attende in Italia il realizzarsi della “Grande
Riforma”, ma sostanzialmente tutto è rimasto pressoché fermo, poiché troppo
complessa appare la composizione delle reciproche convenienze di parte. E,
d’altronde, il bipolarismo, introdotto in Italia all’inizio degli anni Novanta
con grandi speranze di modernizzazione del Paese e di semplificazione del
quadro politico, in realtà rende molto difficile, se non impossibile,
nonostante i meritori sforzi del Capo dello Stato, un vero dialogo tra le parti
politiche. Il bipolarismo “all’italiana” ha infatti dato vita a due grandi
“cartelli elettorali”, assai poco coesi al loro interno, e sostanzialmente
centrifughi e “blindati”, così da scoraggiare ogni forma di incontro, per
avviare a soluzione i grandi problemi con misure condivise.
Occorre, d’altra
parte, riflettere che se il disegno di riforma costituzionale si estende fino
ad incidere sui profili essenziali della forma di Stato, della forma di governo
e degli istituti di garanzia, è evidente che si è al di fuori dell’ambito di
revisione costituzionale fissato dall’art. 138 della Costituzione, venendo
inevitabilmente coinvolti quelli che si definiscono i “principi supremi”, cioè
fondanti, della nostra Carta. In questa prospettiva, dunque tutto resta vago ed
il clima di pesante attesa appare destinato a perseverare, con tutte le
negative conseguenze per il Pese già prospettate.
Ma, come ci
ricorda il Presidente Napolitano “sono gli eventi stessi, la complessità dei
problemi e delle sfide che l’Italia ha di fronte a sé, l’evidente e pressante
interesse generale, che esigono pacati dibattiti e disponibilità ben maggiori”.
PIERO ALBERTO
CAPOTOSTI IM 17
Come tornare a un clima civile. Libertà di critica e confronto leale
Vi sono attentati,
per quanto insani e feroci, che hanno un disegno e rispondono alla strategia di
una forza politica. Così furono gli attentati anarchici contro re, regine e
presidenti fra l’Ottocento e il Novecento, da quello di Sante Caserio contro il
presidente francese Carnot nel 1894 a quelli di Luigi Lucheni e Gaetano Bresci
contro l’imperatrice Elisabetta e Umberto I nel 1898 e nel 1900. Ma ve ne sono
altri che sono soltanto opera di un folle, prigioniero delle proprie
ossessioni. Anche questi, tuttavia, possono essere pericolosi quando, pur senza
padri, hanno un gran numero di complici involontari. Il presidente della
Repubblica ha ragione quando ci richiama all’ordine e ci ricorda che abbiamo
tutti l’obbligo di essere in questo momento «allarmati». Nessuno ha guidato la
mano dell’attentatore di piazza del Duomo, ma molti sono coloro che hanno
concorso a creare il clima in cui la violenza è diventata possibile.
Occorre quindi che
tutti facciano un esame di coscienza e controllino d’ora in poi le loro parole.
Esistono maggiori responsabilità da una parte o dall’altra? Può darsi, ma il compito
di accertarlo toccherà ad altri, più tardi. Oggi ciò che conta non è la
puntigliosa rivendicazione delle proprie ragioni, ma la restaurazione di un
clima civile. A giudicare da ciò che è accaduto ieri alla Camera, prevale
invece, sia nell’opposizione che in certi settori della maggioranza, il
desiderio di utilizzare politicamente l’attentato per dimostrare le colpe e le
responsabilità del «nemico ». Assistiamo così a un nuovo paradosso. Tutte le
forze politiche nazionali condannano il gesto di piazza del Duomo e si
rallegrano del suo fallimento. Ma parecchi lo usano per continuare il
pericoloso gioco delle accuse reciproche e rischiano di preparare in questo
modo altri scoppi di violenza.
La tregua ha un
senso naturalmente soltanto se costruita su un’intesa. Nessuno può chiedere
alla maggioranza e all’opposizione di rinunciare ai loro rispettivi programmi
sull’agenda politica del momento, dai modi per fronteggiare la crisi alle
misure sull’immigrazione, dal testamento biologico alla riforma del sistema
scolastico e universitario. Su questi temi è giusto che governo e opposizione
si combattano e si contraddicano, anche duramente. Ma esistono altre questioni
— il federalismo, il nuovo Senato, la riduzione dei parlamentari, i poteri del
premier, la nomina e la revoca dei ministri, la riforma dell’ordine giudiziario
— su cui devono lavorare insieme.
Il presidente del
Consiglio sostiene che la Costituzione è invecchiata, e ha ragione, anche se
dovrebbe evitare di attaccarne duramente gli organi. Ma esiste davvero
qualcuno, nella maggioranza, che voglia ripetere l’esperienza del precedente
governo Berlusconi, quando una riforma votata soltanto dalla coalizione di
governo è stata bocciata dal Paese? Invocare la riforma della Costituzione
senza creare le condizioni perché divenga possibile è un inutile esercizio
retorico e, peggio, una pericolosa perdita di tempo. Berlusconi avrebbe detto a
Fedele Confalonieri, dopo l’attentato, che vi sono situazioni in cui da un male
può sortire un bene. Se da questa brutta storia potesse venire un accordo per
la riforma delle istituzioni, tutti, per una volta, ne usciremmo vincenti. Sergio Romano CdS 16
Attentato alla Bocconi. Ma non siamo agli Anni Settanta
L’attentato
anarchico alla Bocconi, per quanto - fortunatamente - incruento, attraversa
come una scossa l’atmosfera surriscaldata di Milano e dell’Italia. I teorici
del ritorno agli Anni Settanta (che curiosamente abitano soprattutto a destra)
aggiungeranno benzina ai loro surriscaldati argomenti. Ma non hanno ragione, ed
è bene rifletterci un momento.
L’esercizio di
voler leggere a tutti i costi il presente sfogliando il catalogo dei fatti
passati appare comodo e semplicistico. A che serve evocare l’escalation che
portò l’Italia di quarant’anni fa nel turbine delle stragi nere e nella spirale
degli omicidi rossi? A leggere certi editorialisti sembra che più che analisi
vendano oroscopi funesti. La Storia non si ripete sempre uguale. E allora,
piuttosto dobbiamo chiederci quali sono i pericoli di oggi in una situazione di
degrado economico e sociale evidente. Gli ammortizzatori sociali per fortuna
funzionano, ma la fascia degli esclusi e di quelli che sentono minacciata la
propria sicurezza, personale ed economica, è crescente. E tutto questo crea
preoccupazione di tenuta sociale, ma è molto diverso dalla realtà degli Anni
Settanta.
Allora c’era una
società che viveva per idee forti e movimenti di massa, il Sessantotto aveva
depositato fiori e fucili, il boom postbellico aveva esaurito la sua spinta
propulsiva, la crisi incombente cominciava a mordere le fabbriche, il modello
spensierato della società dei consumi si stava rivelando fragile. Il movimento
operaio era forte e compatto, il sindacato - per la prima volta unitario nella
storia del Paese - sembrava unire come non era mai accaduto gli operai del Nord
con le masse del Sud. La rivoluzione sociale incompiuta dalla Resistenza
sembrava possibile. L’utopia egualitaria si realizzava nelle fabbriche e nelle
scuole innescando un diffuso riscatto sociale e promuovendo insieme
l’esasperazione di quell’inclinazione anticompetitiva che è oggi uno dei nostri
vizi nazionali.
La politica era
forte, le idee anche, i partiti strutturati, la lotta politica dura, le grandi
ideologie del Novecento con il loro carico di drammi e di ideali costituivano
la rete su cui la società era organizzata. La profondità della ferocia che si
espresse prima nelle stragi fasciste (a cominciare da piazza Fontana,
naturalmente) poi nella serialità di omicidi e ferimenti realizzati dai
terroristi rossi era pari alla dimensione storica di quelle divisioni. Dietro
gli assassini di allora c’era una vera realtà politica e sociale.
E ora? Per quanto
sciagurato il gesto di Massimo Tartaglia contro il presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi non è il sequestro Moro. Per quanto estremi gli slogan dei
contestatori di oggi hanno un impatto infinitamente meno forte dei cortei
operai di allora. Nella nostra società liquida e post-industriale gli unici
movimenti di massa si possono trovare in quella dimensione virtuale che si
chiama Internet, social network di uomini e donne sole che si cercano per
condividere idee, conoscersi, lavorare, giocare, delirare, dire sciocchezze. È
una dimensione importante di libertà, specie per i giovani, che vive di
autoregolazione: i fan club di Tartaglia sono durati poche ore (esattamente
come quelli di Berlusconi...). Immaginare di entrarci con le manette è
velleitario e anche sbagliato.
La bomba di Milano
non va certo archiviata come irrilevante. La scelta simbolica della Bocconi,
scuola d’élite per una società che tende al meglio e vuole competere, è una
scelta in linea con una logica terroristica. Dunque attenzione: qualcuno può
sempre prendere una pistola e usarla. Il disagio sociale c’è ed è forte, le persone
si sentono sole e non protette perché non esiste più un movimento sindacale né
una cultura di rivendicazione collettiva. I poteri pubblici devono saper
offrire una difesa a chi non si sente difeso. In questa realtà i gesti isolati
sono possibili e ugualmente temibili. Ma i veri terroristi non si sono mai
mossi per bisogno. Piuttosto per un’ideologia che oggi non si vede e che rende
così diversi i nostri da quegli anni. Quello che si vede invece è
un’insopportabile e autoreferenziale guerra civile a parole tra i politici e
nel discorso pubblico italiano. Siamo convinti che la società civile nella gran
maggioranza sia oggi meglio della società politica, più consensuale, meno
isterica, più pragmatica. In una parola più seria. È dovere di tutti rappresentarla
meglio. CESARE MARTINETTI LS 17
L’intelligence: si sono riorganizzati e lanciano la loro “guerra sociale”
Gli obiettivi
potrebbero essere banche, carceri, tribunali e caserme - di MASSIMO MARTINELLI
ROMA - Non più di
500, quasi tutti noti, assicurano all’Antiterrorismo. E dicono che il Fai, cioè
la sigla irriverente del Fronte Anarchico Informale è solo un contenitore in
cui si riconoscono «la Brigata 20 luglio», la «Cooperativa Fuoco e Affini», la
«sigla delle 5 C», (contro il Capitale, il carcere, il carceriere e le sue
celle) e tutte le sigle minori che nascono e muoiono nell’arco di una notte,
quella in cui si piazza la bomba. Hanno obbiettivi e modalità operative
ricorrenti. La prima regola del manualetto dice che bisogna agire sempre nei momenti
in cui può ottenere la massima visibilità. Quindi prima del G8 di Genova, sotto
le feste di Natale, durante le crisi politiche. Una volta, idealmente,
cercarono si andare persino a Sanremo: era il 2005 e dopo una raffica di pacchi
bomba alle caserme dell’Arma di Genova, Roma e Milano, provarono a farne
esplodere una al teatro Ariston, durante il Festival della canzone. O almeno
così dissero in un lungo e delirante volantino di rivendicazione. La bomba, in
realtà, fu solo mediatica; perchè tra le fioriere del teatro Ariston non c’era.
Ma l’effetto fu centrato in pieno.
Anche gli
obbiettivi sono ricorrenti: le carceri, la battaglia ecologista, il sostegno
agli immigrati. Il carcerario da sempre è nel mirino degli anarchici, come
predicato dal padre spirituale Alfredo Maria Bonanno, il più noto degli
anarco-ideologi, anche perché alla fine degli anni Novanta è stato protagonista
del maxiprocesso che lo ha visto alla sbarra con una cinquantina di militanti
di Azione rivoluzionaria. Gli obiettivi più colpiti da Ar in quel periodo erano
i tralicci, «simbolo del progresso capitalista». Nel 1988 in Lombardia ne
saltarono tre e i circoli anarchici moderati insorsero. Anche il «Ponte della
Ghisolfa», di Milano, un tempo frequentato da Pinelli. Al pm Antonio Marini che
gli contestava di essere il capo di Azione rivoluzionaria, Bonanno rispose con
sdegno: «L’azione rivoluzionaria è una finalità tesa a sconvolgere l’esistente,
non una miserabile banda armata». Ma con il passare degli anni e la fine delle
ideologie anche gli anarchici sembrano più disponibili ad uscire dal guscio
dell’individualismo. Nel maggio scorso, a Torino, erano vicini ai “Nuovi
antagonisti”, la sigla che tiene insieme ex esponenti dell’autonomia operaia e
soggetti vicini ai Carc (Comitati di appoggio alla resistenza comunista), ed
estremisti legati agli attentati all’Alta velocità in Val di Susa.
L’intellingence non li ha mai sottovalutati: in ogni relazione annuale si parla
di loro, come anche nella lista delle organizzazioni terroristiche più pericolose
d’Europa. Le ultime azioni li davano impegnati a bloccare i treni ad alta
velocità con rudimentali ganci ferrosi; non ci sono mai riusciti; li hanno
sempre stati arrestati prima. E anche sui bombaroli della Bocconi, la Digos
milanese e l’Ucigos sembrano avere alcuni indizi importanti.
IM 17
Fini raduna gli ex An «O conme o con Arcore»
«A breve vedrò
Berlusconi. Parleremo, chiariremo. State con me? Vi considerate parte di quel
trenta per cento del Pdl che è l’ex An, o preferite passare a stare col
settanta per cento di ex forzisti?». Così, forte di un mezzo dialogo recuperato
via extrapolitica con il Cavaliere convalescente, stanco del filoberlusconismo
vistosamente serpeggiante tra gli ex colonnelli e consapevole della necessità
di recuperare peso in vista della trattativa o quantomeno di fare chiarezza,
ieri Gianfranco Fini - prima di ribadire che sul fronte del clima politico «le
parole di Napolitano sono una stella polare» - ha fatto quel che i suoi
consiglieri più fidati gli suggerivano da tempo. Una cosa semplicissima, a dire
la verità. Ha messo momentaneamente da parte i propositi pur circolanti di
costruire un gruppo a parte di finiani (dentro il Pdl come “Pdl futuro” o
addirittura fuori, stile Mpa di Lombardo). E ha resuscitato, solo per un
momento s’intende, il gruppo dirigente di Alleanza Nazionale. La Russa,
Gasparri e Bocchino, Urso e Matteoli, Alemanno, Augello e La Morte. Li ha
invitati a pranzo, e ha ricordato a tutti chi fosse il loro leader di
riferimento. Chi garantisse per loro nel Pdl. A chi dovessero, in definitiva,
compattamente rispondere: altrimenti, ognuno per la propria strada.
RICOMPATTARE PER
TRATTARE - Una mossa semplice, ma
inedita. Nonostante Ignazio La Russa, uscendo, abbia tenuto a sottolineare come
non ci fosse «niente di strano» nel fatto che gli ex aennini si riunissero
prima di Natale, di strano c’era in realtà quasi tutto. Era da prima dello
scioglimento del partito, infatti, che Fini non faceva una riunione al gran
completo di tal fatta. Una mossa, quindi, tardiva, al limite. Ma vincente,
almeno a parole e almeno nell’immediato. Almeno per dare a Fini più forza nella
trattativa con Berlusconi. Infatti, una volta riuniti a pranzo, tra l’ex leader
e i suoi ex colonnelli si è ristabilito il clima di un tempo: lui che parla,
loro che volenti o nolenti annuiscono. Fini ha dunque voluto «fare il punto »
sui «tanti problemi» interni al Pdl, dai rapporti con la Lega alla necessità di
evitare un partito monarchico: e ha chiesto soprattutto di affrontare le varie
questioni «in modo unitario» come ex An, perché «se marciamo divisi può
guadagnarci il singolo», ma si perde l’opportunità di «tenere insieme un
mondo», all’interno del Pdl. Bene, gli hanno risposto tutti: purché si
distingua fra i temi che possiamo condividere e quelli di tipo neofiniano, come
immigrazione e biotestamento, nei quali «non ci riconosciamo ». «È
ragionevole», ha convenuto Fini.
FINIANI COME I
COCCODRILLI - L’aut aut, deciso ma
costruttivo, ha scosso non poco gli ex colonnelli, che infatti sono usciti alla
spicciolata dopo quasi due ore di colloquio con la faccia variamente stravolta
e la stessa confezione bordeaux contentente una cravatta, regalo di Bocchino. Del
resto, solo poche ore prima, la tensione era tale che La Russa era arrivato a
offrire a Fini, sia pur provocatoriamente, le proprie dimissioni da
coordinatore del Pdl. Quanto poi il richiamoalla compattezza sarà efficace,
restada capire. Pare a molti unaconcordia di parole, più che di fatti.Nemmeno
Fini, del resto, si fa illusioni: «Sarà il tempo a rispondere. Io non sono
pessimista, né ottimista. Sono realista ». Una conseguenza immediata, però,
arriva: finiscono nel capitolo «leggende metropolitane,come i coccodrilli nelle
fogne diRoma» le ipotesi di scissioni o di gruppi di finiani più o meno
indipendenti dal Pdl. Ipotesi che nei giorni scorsi erano circolate eccome. E
che, numeri alla mano, qualche fastidio potrebbeo anchedarlo. Ma che Fini si
tiene nel cassetto, come fosse un’ultima ratio. Per adesso, a chi glielo
chiede, sorride: «Leggende metropolitane, sì, certo: proprio come ha detto La
Russa». Susanna Turco L’U 17
Il Paese con due destre e due
sinistre
Il luogo comune è
talmente diffuso da essere ripetuto come un dogma indiscutibile: l’Italia, sia
nella sua classe politica sia nella sua società civile, è un Paese spaccato in
due, esasperato in un conflitto profondo. L’aggressione al presidente del
Consiglio e le reazioni successive, sui siti Internet, sui muri delle
università e in Parlamento dimostrano che questo scontro non solo è diventato,
nel volto emblematico di Berlusconi, perfino sanguinoso, ma talmente
irriducibile da rendere inutili e ipocriti gli appelli alla moderazione.
Può sembrare
persino provocatorio, in questi giorni, sostenere una tesi opposta e affermare
che, nonostante le apparenze, questa rappresentazione è falsa. Davanti ai
problemi di come affrontare e, poi, uscire al più presto dalla crisi economica,
di come riformare le istituzioni per ottenere una giustizia più affidabile, un
fisco più giusto e di come garantire ai giovani un futuro meno incerto, la
grande maggioranza dei cittadini sa benissimo quali riforme andrebbero varate.
Ma, cosa che
potrebbe sorprendere di più, anche la grande maggioranza dei nostri
parlamentari lo sa benissimo e le differenze di opinione non sono così gravi da
impedire che le Camere possano trovare un’intesa.
In Italia,
infatti, non è vero che ci siano due schieramenti in una lotta all’ultimo
sangue tra di loro. Questo scontro binario, sia nel Paese sia in Parlamento,
riguarda solo il giudizio su Berlusconi. Il vero confronto politico è tra due
destre e due sinistre e la sorte della nostra nazione sarà affidata all’esito
di questa partita a quattro. Al di là delle questioni personali e delle dispute
giornalistiche, nel centrodestra, tra la concezione di Fini e quella dei
pasdaran di Berlusconi non sono possibili mediazioni. Così, si va acuendo
l’impossibilità di una alleanza, nell’opposizione, tra il gruppo egemonizzato
da Di Pietro, con l’appoggio dell’estremismo antiberlusconiano movimentista, e
l’asse Bersani-Casini-Rutelli. Ecco perché sul merito delle questioni che
davvero interessano gli italiani, quelle che non riguardano le fortune politico-aziendal-processuali
del premier, alle Camere esiste una maggioranza trasversale di posizioni che
sostanzialmente condivide l’analisi sui difetti del nostro sistema politico,
economico e sociale. Ma condivide anche le terapie per cominciare a modificarlo,
anche perché quasi tutti gli esperti internazionali che guardano ai problemi
italiani suggeriscono le stesse fondamentali ricette.
Nei giorni scorsi,
proprio a Torino, promossa dall’Ispi e dal centro Einaudi, si è svolta una
riunione tra i più autorevoli studiosi continentali che è ha tracciato un
quadro significativo e allarmante della posizione europea e italiana nel
contesto della crisi internazionale. Le relazioni sulle tendenze dell’economia,
della demografia, dei movimenti immigratori e sociali, e sulla forza delle
istituzioni per guidare tali processi, hanno convenuto sul timore che il
«sistema Europa» non sia in grado di reggere il confronto con il resto del
mondo nei prossimi 20-40 anni. All’interno del nostro continente, poi, se si
guardano i dati su un lungo periodo, quello che va dagli inizi degli Anni 90,
la posizione dell’Italia registra un costante declino. In competitività delle
nostre industrie sui mercati mondiali, in investimenti sulla ricerca e
sull’innovazione, in infrastrutture, in mobilità sociale.
La maggioranza dei
cittadini italiani, quella che non agita bandiere e bastoni nelle piazze, che
non urla slogan pro o contro Berlusconi via Internet, che fatica a vivere con
lo stipendio o con la cassa integrazione, che si batte per tenere aperto un
negozio, un ufficio, una piccola o media azienda è tutt’altro che spaccata nel
giudizio sulle vere riforme da approvare. Anche il Parlamento sarebbe
sostanzialmente d’accordo a vararle, ma sia il paese sia la nostra classe
politica sono prigionieri. In ostaggio di due minoranze fanatiche ed estremiste
che costringono l’Italia all’impotenza.
LUIGI LA SPINA LS
17
La via d’uscita dall’estremismo
L’intervento di
Fabrizio Cicchitto alla Camera due giorni fa, dedicato all'identificazione,
nomi e cognomi, di quelli che egli considera i «mandanti morali»
dell'aggressione fisica al premier, è stato del tutto sbagliato e inopportuno.
Non aiuta il clima politico. Soprattutto, non aiuta il segretario del Pd, Pier
Luigi Bersani, a sciogliere i nodi che egli sa di dover sciogliere. Sarebbe
anche nell'interesse del centrodestra, e del Paese, che questo avvenisse.
Possiamo mettere
in questi termini il problema dell’opposizione. La sua componente estremista ha
un capo riconosciuto, con un profilo netto, Antonio Di Pietro. Bersani, invece,
deve ancora dimostrare di saper essere, al di là della carica politica, il capo
riconosciuto, con un profilo altrettanto netto, della componente democratica
dell'opposizione. Quando si dice che il Pd dovrebbe rompere l'alleanza con Di
Pietro si dice una cosa giusta ma banale. Si perde di vista che «rompere con Di
Pietro» sottintende una complessa operazione politica che, per essere attuata,
ha bisogno di una leadership coi fiocchi. Si tratta di un'operazione che
implica sia la resa dei conti con il «dipietrismo interno» al Partito
democratico sia una ricalibrazione dei rapporti con le forze esterne (certi
magistrati, certi giornali, eccetera), che sul dipietrismo interno al Pd hanno
sempre fatto leva per condizionarne la politica.
Opporsi alla
persona di Berlusconi o opporsi alle politiche del governo? La risposta rivela
la concezione della lotta politica, nonché il giudizio sullo stato della nostra
democrazia, di ciascun singolo oppositore. Da quando c’è Berlusconi le due
anime hanno convissuto e, quasi sempre, quella antiberlusconiana pura ha
prevalso, essendo stato fin qui l'antiberlusconismo il vero ancoraggio
identitario della sinistra.
E’ evidente che
Bersani, per la sua storia personale, ambirebbe a portare il Pd fuori
dall'orbita del massimalismo antiberlusconiano, dare a quel partito ciò che
esso non ha: un chiaro profilo riformista. E’ anche evidente che egli
(legittimamente) si preoccupa di non perdere consensi. Poiché il massimalismo
antiberlusconiano è ben presente nell'elettorato e fra i militanti del Pd
un’operazione che separi nettamente i destini politici degli estremisti da quelli
dei riformisti appare, sulla carta, assai rischiosa.
Ma qui entra in
gioco la questione della leadership. Immaginiamo che Bersani batta il pugno sul
tavolo e dica: «Di Pietro non è un alleato ma un avversario da isolare e i
dipietristi interni al partito sappiano che non sarà più tollerato chi tiene il
piede in due staffe. A loro volta, le forze esterne che pretendono di
condizionarmi sappiano che la linea politica del Pd la detto solo io a nome
della maggioranza congressuale che mi ha espresso. Se vogliono opporsi a me e
logorarmi si accomodino ma sia chiaro che, così facendo, favoriranno il
centrodestra ». Gli antiberlusconiani duri e puri (anche quelli del Pd)
griderebbero al tradimento ma ciò potrebbe essere compensato dalla scoperta, da
parte degli elettori di sinistra, del fatto che c'è ora in circolazione un
leader riformista forte e vero, dal profilo netto, che potrebbe domani anche
portarli alla vittoria.
La politica, si
dice, è ormai troppo debole per non essere condizionata da forze esterne. Tramontata
l’epoca dei partiti di massa, è solo la leadership che può ridare forza alla
politica. Angelo Panebianco CdS 17
Commento. L'assalto ai giornalisti
NEMMENO il più
ostinato pessimismo poteva attendersi che sarebbe durato un sol giorno lo
sbigottimento e il dolore per il volto insanguinato di Silvio Berlusconi. Poche
ore per sbarazzarsi, come di un ostacolo ingombrante, di ogni solidarietà
umana, pensiero autocritico, reciproco invito a evitare il dissolversi di ogni
legame comunitario, ad accettare una responsabilità collettiva in ordine alla
promozione del bene comune.
Il volto di
Berlusconi, contorto dalla sofferenza inflittagli dalla violenza di un matto,
avrebbe potuto (e dovuto) sollecitare ciascuno di noi a sentirsi communis,
"colui che condivide un carico", e tutti noi communitas allegata da
un dovere, da un debito, dalla promessa di un reciproco dono (munus) che
nessuno può tenere per sé. Quando è durato quest'incanto? Dieci ore, quindici?
Appena i luoghi pubblici (il Parlamento, i talk-show televisivi) si sono
riaperti, è ritornata la notte abitata dallo spirito di intolleranza,
esclusione, violenza che appaiono il segno distintivo di questa cultura di
governo. Chi ha armato la mano del matto? Chi è il mandante? Di chi è la colpa?
E quindi chi deve essere sorvegliato, punito, imbavagliato, espulso? Quali sono
i giornali, i giornalisti, i social network che devono ammutolirsi? Quali
regole e controlli dare alle manifestazioni pubbliche? Quali sono i
"padri" di quella "cultura responsabile del clima d'odio"
da mettere all'indice (e c'è chi già elenca, incauto: Gobetti, Bobbio, Gramsci,
Dossetti)?
Sono domande che
ripropongono con un'eco funesta "una lotta politica recitata come una
parodia dell'eterna guerra civile". Esaltato da un rancore cieco, da
un'inimicizia assoluta e irreparabile, il coro berlusconiano - animato in
Parlamento da Fabrizio Cicchitto e, in Rai, da Bruno Vespa - elimina ogni
differenza tra la critica legittima e l'aggressione violenta, tra il disaccordo
ragionato e la destabilizzazione. Trasforma l'avversario politico in un
criminale, il dissenziente in un terrorista. Il mestiere d'informare di
Repubblica diventa "disegno eversivo", minaccia per il legittimo
governo del Paese, un intero gruppo editoriale - il nostro - agenzia ostile
all'interesse nazionale, più o meno un'association politico-criminelle.
I toni, gli
argomenti che si ascoltano hanno molto in comune a una caccia alle streghe.
Chiunque in questi mesi si è sottratto alla nobilitazione dell'esistente, al
racconto unidimensionale e autocelebrativo del soggetto centrale unico,
detentore della verità e del potere, viene iscritto in una black list. Accade
al Gruppo Espresso, al Fatto, a Santoro e ad Annozero, ai pubblici ministeri
che hanno avuto la sventura di incontrare sulla loro strada il capo del governo
o qualche suo amico. Per tutti si annunciano adeguati castighi.
Si distingue in
questo lavoro prepotente Bruno Vespa, dimentico di quanta solidarietà e
comprensione abbia circondato il premier. Estrapola, da un lungo ragionamento,
una frase di Marco Travaglio e lo indica all'opinione pubblica come il mandante
morale della violenza subita da Berlusconi. Con un'ipocrita sfrontatezza lo
chiama al telefono, durante la trasmissione, per chiedergli se ha qualcosa da
dire in quel processo ingiusto, improvvisato alle spalle di un imputato ignaro
e assente, non sostenuto da alcuno dei presenti. È la mossa più barbarica cui
si è assistito in queste ore. Il metodo e il giornalismo di Marco Travaglio
sono discutibili come quelli di chiunque altro - e qui sono stati discussi con
severità - , ma egli è soltanto un giornalista. Non ha alle spalle un partito o
un'organizzazione qualsiasi. Non è protetto da una scorta. Può contare soltanto
sulla credibilità del suo lavoro, sul consenso che ne ricava tra chi lo legge e
lo ascolta. Abbandonarlo così indifeso e solitario al conflitto che divide il
Paese, è un'irresponsabilità tanto più grave perché matura da una tribuna che
dovrebbe mostrare equilibrio e moderazione, essere l'interprete migliore del
monito pacificatorio del presidente della Repubblica.
La violenza e
l'intolleranza di queste ore smascherano l'insincerità dei falsi pacificatori e
ripropongono il paradigma di una politica che si alimenta non di unità, ma di
divisione; non di ordine, ma di disordine. È un dispositivo di governo che
giustifica e potenzia se stesso nell'eccitare i conflitti più aggressivi che
circolano nella società, tra la società e lo Stato, nello Stato. Lungo queste
continue "linee di frattura" che di volta in volta individuano un
"nemico" (quanti ne possiamo contare dall'inizio della legislatura,
dai "negri", ai "froci", ai "fannulloni"?), si
potenzia un progetto politico che pretende di esercitare la sovranità senza
limiti, in nome del "potere costituente del popolo", con una
"decisione" che lascia indistinto il diritto e l'arbitrio,
l'eccezione e la regola. Il pazzo gesto di Massimo Tartaglia, rafforzato dalle
emozioni che hanno smosso, appare al coro berlusconiano un'eccellente occasione
per rilanciare l'obiettivo di ridurre i poteri plurali e diffusi a vantaggio di
una forma politico-istituzionale accentrata nella figura di un premier che può
fare a meno di ogni contrappeso, di ogni controllo di garanzia, di ogni
soggezione alla legge. La follia di un uomo diventa addirittura l'opportunità
per riscrivere il pactum societatis che definisce le condizioni del nostro
stare insieme. Non si comprende che cosa c'entri il gesto di un matto con la
necessità di una riforma costituzionale. Si comprende benissimo come, in questa
metamorfosi della nostra democrazia, l'informazione possa essere un inciampo da
rimuovere, un attore da minacciare, un "nemico" da indicare con nome,
cognome e società di appartenenza alla vendetta del "popolo sovrano".
Già lo si è letto, purtroppo: "In una democrazia non spetta ai giornali
giudicare chi governa". Al contrario, noi crediamo che, quale che sia
l'idea di democrazia che si ha in testa, tutti i modelli prevedono l'esistenza
di uno spazio al quale i cittadini accedono attraverso lo scambio di
informazioni e il confronto degli argomenti, per farsi un'opinione delle
questioni di interesse generale.
Alimentare di
informazioni la sfera pubblica, arricchirla di notizie, ragioni e argomenti è
il nostro lavoro. Piaccia o non piaccia al piduista Cicchitto, al servizievole
Vespa, al coro che si dice "della libertà", continueremo a farlo.
GIUSEPPE D'AVANZO LR
17
Quel rifiuto di un PdL con la “bava alla bocca”
L’avvertimento di
Gianfranco Fini va oltre gli allarmismi e la condanna degli incendiari, magari
travestiti da pompieri come dice il leader pd, Bersani. Sottolineando che si è
superato il limite nello scontro tra schieramenti e nella rincorsa alla
delegittimazione e demonizzazione reciproca, il presidente della Camera mostra
un pericolo non semplicemente evocabile o fantasmatico bensì reale, ancor più
dopo l’aggressione subita da Berlusconi: che la spirale dello scontro continuo
possa produrre conseguenze esiziali nel Paese. L’invito a tenere come bussola i
moniti di Napolitano suona come una conferma: è il modo che il numero uno di
Montecitorio sceglie per affermare l’anello di congiunzione con il Quirinale.
Di più: se il capo dello Stato si adopera usando la moral suasion, il
presidente della Camera se fa interprete politico. Si spiega anche così
l’irritazione per i toni usati da Fabrizio Cicchitto martedì alla Camera e per
la decisione di Giulio Tremonti di usare il voto di fiducia per far approvare
la Finanziaria. La terza carica dello Stato e il Colle si muovono all’unisono e
per certi versi si fanno sponda: si tratta di un segnale molto chiaro che
nessuno, premier compreso, possono ignorare.
Tuttavia nelle
mosse di Fini si indovina anche qualcosa di diverso. Aver voluto riunire lo
stato maggiore dell’ex An, più che marcare una presunta volontà correntizia nel
Pdl (eventualità derubricata a ”fantapolitica”), sta a testimoniare la volontà
di dare corpo nel partito di maggioranza relativa proprio a questa linea,
diciamo così, di dialogo, rigettando l’abito oltranzista che i falchi - veri o
presunti, interni o esterni: stampa considerata vicina al Cavaliere compresa -
vorrebbero cucirgli addosso con inesorabilità. Ci può stare anche il ridisegno
dei rapporti di forza interni, anche se è difficile pensare che un politico di
lungo corso come Fini possa immaginare di modificarli a suo vantaggio.
Piuttosto prevale la voglia di cancellare l’immagine di un centro-destra «con
la bava alla bocca». E contemporaneamente far capire alla Lega - elemento
tutt’altro che secondario nello schema finiano - che le golden share assegnate
unilateralmente da Berlusconi non valgono più.Carlo Fusi, IM 17
Casini: "Contro i falchi del Pdl fronte della legalità Udc-Pd"
Casini: "Per
le riforme serve un fronte comune". "Io leader del centrosinistra? Se
continua l'attacco alla Costituzione, sono pronto" - L'Udc dice no al
processo breve, ma è pronta a discutere di Lodo e legittimo impedimento - di
GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - Si fida ma
continua a mettere le mani avanti: "Se Berlusconi coltivasse, o avesse
coltivato vista la smentita, l'insano proposito del voto anticipato avrebbe una
risposta repubblicana". Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini pensa
che questo sia il momento di un percorso costituente, non delle urne. Ma a
Bondi che lo accusa di mirare alla guida del centrosinistra risponde: "In
condizioni normali non mi preparo a niente. Se il Pdl invece punta a travolgere
i poteri costituzionali, allora mi preparo a tutto". La speranza resta
un'altra, "che Berlusconi prenda spunto da quello che gli è capitato per
cambiare passo e toni, quando tornerà sulla scena".
Cambiare toni
rispetto a Cicchitto, presidente Casini?
"Quello è il
minimo. Sono amico di Cicchitto e gli dico chiaro e tondo che ha sbagliato. Si
lamenta degli insulti alla maggioranza e poi usa lo stesso linguaggio. Mi
auguro che le sue parole siano il frutto di un surriscaldamento
temporaneo".
E se rispondessero
a un percorso logico che arriva fino alle elezioni anticipate?
"Questo
disegno francamente non lo vedo. Sono contento che Berlusconi, prima
dell'incidente, l'abbia smentito. Ma in questi mesi abbiamo visto due
Berlusconi. Il primo è quello del discorso di insediamento alla Camera,
dell'emergenza Abruzzo, dell'intervento sul 25 aprile. Un Berlusconi pallido,
purtroppo, perché è sparito subito. Sostituito dalla seconda versione: un
premier arrembante, che attacca ferocemente gli organi dello Stato al quale non
si può che rispondere con il linguaggio della fermezza".
O proponendo un
fronte tra Pd, Udc e Idv, come ha fatto lei. I giornali di destra, per questo,
l'hanno inserita tra i mandanti morali di Tartaglia.
"Se abbiamo
voglia di ridere ridiamo pure. Se invece facciamo le persone serie, allora
queste accuse rientrano nella categoria della miseria umana. Solo chi è in
malafede fa finta di non capire la differenza tra la politica e l'odio. La
politica contempla la presenza di valori diversi, l'odio prevede solo un mondo
di nemici".
Ma il Cln contro
Berlusconi implica la lotta contro un dittatore, no?
"Rispondo
solo di quello che ho detto io. E che confermo. Se Berlusconi coltivasse, o
avesse coltivato vista la smentita, l'insano proposito del voto anticipato
avrebbe una risposta, come dire, repubblicana e nazionale".
Con voi ci sarebbe
anche Fini?
"Questa
risposta secondo me troverebbe dalla stessa parte anche molti esponenti del
Pdl, non solo Fini".
Cosa significa
cambiare passo?
"Non fare
cadere l'appello del capo dello Stato al quale un po' tutti abbiamo risposto
con un eccesso di strumentalità. Invece dobbiamo ripartire dal voto del Senato
sulle riforme. L'ho detto l'altra sera, incontrandoli di persona, a Bersani e
D'Alema. L'ho ripetuto al telefono a Berlusconi e a Gianni Letta. Questo è il
momento di chiudere i falchi in gabbia e far volare le colombe. Di solito un
partito intermedio come il mio si mette sulla riva del fiume e aspetta che
implodano i grandi partiti per trarne un vantaggio elettorale. Noi al contrario
vogliamo sederci al tavolo con Pd e Pdl per trovare una via d'uscita all'eterna
transizione italiana".
Come?
"Con la
riforma dello Stato a partire dal superamento del bicameralismo perfetto, dalla
precisazione dei poteri del capo del governo, dalla rivisitazione critica del
federalismo voluto dalla Lega che è affidato più ai decreti attuativi che alla
legge".
Per arrivare a
questo risultato, però, bisogna passare dal processo breve.
"Beh, se il
Pdl vuole strumentalizzare l'aggressione a Berlusconi per far ingoiare il
processo breve al Parlamento, si sbaglia di grosso. Troverà un fronte legalista
nell'Udc e nel Pd. Ma sbaglierebbe anche il Pd a confinare i problemi
giudiziari nel recinto privato del Cavaliere. Quei problemi riguardano tutti,
anche noi. La strada, l'Udc l'ha indicata. Si è astenuta sul lodo Alfano ed è
pronta a discutere del legittimo impedimento. A patto che sia soltanto una
misura per il premier, come l'ha scritta Vietti".
Deve cambiare
passo solo Berlusconi?
"No, tutti
dobbiamo farlo. Ma ognuno rimane con le proprie convinzioni. A me non piace il
trasformismo o l'arlecchinismo nazionale per cui adesso, dopo Milano, dovremmo
abolire le critiche. Così come non mi piace l'idea di mettere a tacere le voci
di Internet o della piazza con leggi speciali. Esistono già delle norme
precise, basta applicarle".
Difficile che il
Pdl si fidi di voi. Secondo Bondi, lei si prepara a fare il leader e candidato
premier del nuovo centrosinistra.
"Non mi
preparo a niente. In condizioni di normalità. In casi eccezionali mi preparo a
tutto. Sono colomba ma fino a un certo punto. Se il Popolo delle libertà pensa
di travolgere i poteri costituzionali, allora anche il mio ordine del giorno
cambia".
Per le regionali
le sue trattative sembrano più avviate con il Pd che con il Pdl. Sta per fare
una scelta di campo?
"Non faremo
un'alleanza nazionale né con il Pd né con il Pdl. Il turno di marzo per noi non
sarà uno spartiacque perché continuiamo a voler cancellare questo bipolarismo.
Io li capisco, però. La destra vorrebbe trascinarci in quella che Berlusconi
pensa di trasformare in una sua campagna di santificazione. Il Pd in un
centrosinistra non ci appartiene. E che non ci spaccino per buongoverno alcune
amministrazioni di sinistra dove il buongoverno nessuno l'ha visto. Andremo con
i candidati e i programmi più compatibili con noi".
Come digeriranno
l'alleanza con Di Pietro i suoi elettori?
"Diciamo
così: in condizioni di normalità io e Di Pietro siamo su due pianeti diversi. E
io lavoro per una politica normale". LR 17
Il premier stringe i tempi: sente
che la sua assenza comincia già a pesare
Ha voglia il
professor Zangrillo, che ha in cura il premier dopo l'aggressione di domenica e
ieri ne ha rinviato a oggi l'uscita dall'ospedale, a dire che Berlusconi dovrà
osservare un periodo di convalescenza, stando lontano da impegni pubblici e
rallentando i ritmi frenetici della sua vita lavorativa. Aveva appena finito di
spiegare al suo illustre infermo che non potrà presenziare al prossimo
Consiglio dei ministri, che dovrà rinunciare alla tradizionale conferenza di
fine anno e alla notte di Natale con i terremotati dell'Aquila, e quello, che
non sa stare fermo, eludendo la sorveglianza, ha telefonato all'ufficio di
presidenza del Pdl per dire la sua sulle candidature alle regionali in via di
definizione.
Sia i medici che
lo stanno seguendo, sia i collaboratori che si tengono in contatto con lui, a
cominciare dal sottosegretario Bonaiuti, fisso a Milano al San Raffaele, e da
Gianni Letta, che coordina a Roma in prima persona l'attività del governo,
sanno che Berlusconi scalpita, che vorrebbe a qualsiasi costo accorciare i
tempi per il ritorno in campo, che si preoccupa di apparire in forma al più
presto, anche se ha ancora la faccia gonfia e dovrà sopportare un piccolo
intervento per rimettere a posto i denti che la statuetta lanciata dal suo
aggressore gli ha fratturato.
Tutta questa
impazienza, a parte l'irrequietezza, come dire, costituzionale di Berlusconi,
nasce dalla consapevolezza che se l'attacco che ha subito, con l'ondata di
solidarietà che è seguita, s'è alla fine trasformato in un vantaggio politico,
in un momento in cui il suo isolamento personale e le difficoltà del governo
erano evidenti, l'idea di un premier acciaccato, che fatica a riprendersi, si
risolverebbe in un danno d'immagine per uno come lui, che, nel bene e nel male,
è abituato a scandire con le sue iniziative la vita politica del Paese.
Già ieri, al terzo
giorno di assenza del Cavaliere dalla vita pubblica, s'era avvertito un certo
rallentamento. La fiducia sulla finanziaria era passata, ma non con una
votazione non brillantissima. Lo strascico di polemiche determinate dalla
reazione di Fini a questa decisione del governo aveva avuto una coda polemica,
legata all'ipotesi, rinviata e sostituita con l'annuncio di un disegno di
legge, di un decreto per bloccare i siti Internet che inneggiano alla violenza.
Di qui
l'intervento telefonico di Berlusconi al vertice del Pdl. Con due obiettivi:
dimostrare che il partito è unito e in grado di risolvere anche problemi
delicati come quello delle candidature. Ma soprattutto, che per decidere ha
bisogno del capo, anche se malconcio.
MARCELLO SORGI LS 17
L’analisi. Le leggi per la Rete
L'ITALIA ha
scoperto la Rete. Appena ieri era divenuta evidente per tutti la forza di
Internet quando proprio da lì era partita l'iniziativa che era riuscita a
portare in piazza un milione di persone per il "No B Day".
Si materializzava
così una dimensione della democrazia inedita per il nostro paese. Pochi giorni
dopo quell'immagine appare rovesciata. Internet diventa il luogo che genera
odio, secerne umori perversi. E questa sua nuova interpretazione travolge
quella precedente: il "No B Day" è presentato come un momento
d'incubazione dei virus che avrebbero reso possibile l'aggressione a
Berlusconi, Internet come lo strumento in mano a chi incita alla violenza.
Conclusione: la
proposta di un immediato giro di vite per controllare la Rete, secondo un
abusato copione che trasforma ogni fatto drammatico non in un imperativo a
riflettere più seriamente, ma in un pretesto per ridurre ogni questione
politica e sociale a fatto d'ordine pubblico, limitando libertà e diritti.
Per fortuna,
all'interno dello stesso mondo politico è stata subito colta la pericolosità di
questa impostazione. Intervenendo alla Camera dei deputati, Pier Ferdinando
Casini ha detto parole sagge: "Guai a promuovere provvedimenti illiberali.
Le leggi già consentono di punire le violazioni. Negli Usa Obama riceve
intimidazioni continue su Internet, ma a nessuno viene in mente di censurare la
Rete". E la finiana fondazione FareFuturo evoca la "sindrome
cinese", la deliberata volontà di impedire che Internet possa
rappresentare uno strumento di democrazia. Questi moniti, insieme a molti
altri, sembrano aver trovato qualche ascolto, a giudicare almeno dalle
dichiarazioni più prudenti del ministro Maroni.
Il tema della
violenza è vero, e grave. Ma altrettanto ineludibile è la questione della
democrazia. È istruttivo leggere la lista dei paesi che sottopongono a
controlli Internet: tutti Stati autoritari o totalitari (con una particolare
eccezione per l'India). Questo vuol forse dire che i paesi democratici sono
distratti, che si sono arresi di fronte all'hate speech, al linguaggio
dell'odio? O è vero il contrario, che è maturata la consapevolezza che la
democrazia vive solo se rimane piena la libertà di manifestare opinioni, per
quanto sgradevoli possano essere, e che già disponiamo di strumenti adeguati
per intervenire quando la libertà d'espressione si fa reato nel nuovo mondo
digitale?
Vi è una vecchia
formula che ben conoscono coloro i quali si occupano seriamente di Internet:
quel che è illegale offline, è illegale anche online. Tradotto nel linguaggio
corrente, questo vuol dire che Internet non è uno spazio privo di regole, un
far west dove tutto è possibile, ma che ad esso si applicano le norme che
regolano la libertà di espressione e che già escludono che essa possa essere
considerata ammissibile quando diventa apologia di reato, istigazione a
delinquere, ingiuria, minacce, diffamazione. Questo è il solo terreno dove sia
costituzionalmente legittimo muoversi, e le particolarità di Internet non hanno
impedito alla polizia postale e alla magistratura di intervenire per reprimere
comportamenti illegali. Le conseguenze di questa impostazione sono chiare: no
alla censura preventiva, comunque incompatibile con i nostri principi
costituzionali; no a forme di repressione affidate ad autorità amministrative o
riferite a comportamenti non qualificabili come reati; no ad accertamenti e
sanzioni non affidati alla competenza dell'autorità giudiziaria.
Considerando più
da vicino le peculiarità di Internet, bisogna essere ben consapevoli del fatto
che le proposte di introdurre "filtri" all'accesso a determinati siti
sollevano un radicale problema di democrazia. Chi stabilisce quali siano i siti
"consentiti"? Qual è il confine che separa i contenuti liberamente
accessibili e quelli illeciti? Il più grande spazio pubblico mai conosciuto
dall'umanità rischia di essere affidato, all'arbitrio politico, che
inevitabilmente attrarrebbe nell'area dei comportamenti vietati tutto quel che
si configura come dissenso, pensiero minoritario, opinione non ortodossa. E la
proposta di vietare l'anonimato in rete trascura il fatto che proprio
l'anonimato (peraltro ostacolo non del tutto insuperabile nel caso di veri
comportamenti illeciti) è la condizione che permette la manifestazione del
dissenso politico. Quale oppositore di regime totalitario potrebbe condurre su
Internet la sua battaglia politica, dentro o fuori del suo paese, se fosse
obbligato a rivelare la propria identità, così esponendo se stesso, i suoi
familiari, i suoi amici a ogni possibili rappresaglia? Non si può inneggiare al
coraggio dei bloggers iraniani o cubani, e denunciare le persecuzioni che li
colpiscono, e poi eliminare lo scudo che, ovunque, può essere necessario per il
dissenziente politico. Anche nei paesi democratici. È di questi giorni la
denuncia di associazioni americane per la tutela dei diritti civili che
accusano le agenzia per la sicurezza di controllare reti sociali come Facebook
e Twitter proprio per individuare chi anima iniziative di opposizione. Non è la
privacy di chi è in Rete ad essere in pericolo: è la sua stessa libertà, e
dunque il carattere democratico del sistema in cui vive.
Certo, i gruppi
che su Facebook inneggiano a Massimo Tartaglia turbano molto. Ma bisogna
conoscere le dinamiche che generano queste reazioni, certamente inaccettabili,
ma rivelatrici del modo in cui si sta strutturando la società, che richiede
attenzione e strategie diverse dalla scorciatoia repressiva, pericolosa e
inutile. Inutile, perché la Rete è piena di risorse che consentono di aggirare
questi divieti. Pericolosa, non solo perché può colpire diritti fondamentali,
ma perché spinge le persone colpite dal divieto a riorganizzarsi, dando così
permanenza a fenomeni che potrebbero altrimenti ridimensionarsi via via che si
allontana l'occasione che li ha generati.
Solo una buona
cultura di Internet può offrirci gli strumenti culturali adatti per garantire
alla Rete le potenzialità democratiche continuamente insidiate al suo stesso
interno da nuove forme di populismo, dalla possibilità di creare luoghi chiusi,
a misura proprie e dei propri simili, negandosi al confronto e alla stessa
conoscenza degli altri. Più che misure repressive serve fantasia, quella che
induce gruppi in tutto il mondo a chiedere un Internet Bill of Rights o che ha
spinto uno studioso americano oggi collaboratore di Obama, Cass Sunstein, a
proporre che i siti particolarmente influenti per dimensioni o contenuti
debbano prevedere un link, una indicazione che segnali l'esistenza di siti con
contenuti diversi o opposti e che permetta di collegarsi a questi
immediatamente. STEFANO RODOTÀ LR 17
Una nota di Carlo
Di Stanislao a quarant'anni dalla strage di Piazza Fontana
Il 12 dicembre
1969 una bomba scoppiò alla Banca dell'Agricoltura di Milano facendo
diciassette vittime. La diciottesima fu l'anarchico Giuseppe Pinelli, morto
cadendo da una finestra del quarto piano della questura di via Fatebenefratelli
la notte fra il 15 e il 16 dicembre, dopo tre giorni di interrogatori. Da quel
giorno nella vita della famiglia Pinelli qualcosa è cambiato in maniera
definitiva, come ricorda la moglie Licia, 81 anni molto ben portati, che ha
accettato, dopo molti rifiuti, l’invito del Quirinale perché ha sempre stimato
Giorgio Napolitano, dal quale ha ricevuto, con le figlie Silvia e
Claudia, un doppio riconoscimento, suggellato nell’affermazione che Giuseppe
era stata vittima due volte, sia per la tragica morte, sia per le calunnie sul
suo conto. Ora, dopo 40 anni, affida i suoi ricordi, le amarezze, le difficoltà
ad un libro: “Una storia quasi soltanto mia”, scritto con il giornalista Piero
Scaramucci, concepito come una lunga intervista ed edito da Feltrinelli. Era
rimasta appartata, quasi silenziosa per una decina d'anni, da quell'inverno del
1969, quando la bomba fece strage alla Banca dell'Agricoltura di piazza Fontana
a Milano e suo marito Pino, ferroviere anarchico, precipitò da una finestra
della questura, con l'Italia che scopriva che la democrazia era sotto attacco.
Licia si era tenuta lontana dai riflettori concentrandosi in una tenace
battaglia per ottenere giustizia dalla Giustizia, senza ottenerla. Poi,
all’inizio degli anni ’80, chiamò Piero Scaramucci e gli raccontò la sua verità
e la sua versione. Non fu un percorso facile, fu come reimparare a parlare e a
guardare dentro se stessa dopo anni di silenzio e autocensura. E, dopo la lunga
tirata dei ricordi e lo sfogo di una donna a cui hanno ammazzato il marito
innocente, si decise di non pubblicare nulla. Ma oggi, a distanza di tanto
tempo, questo racconto appare come un documento di rara verità, sia per chi
vorrà scrivere la storia di quegli anni durissimi, sia per chi intende capire
come non ricadere in tanta barbarica, disumana ferocia. “Morte accidentale di
un anarchico”, scrisse Dario Fo, mentre il telegiornale comunicò:
“Giuseppe Pinelli stanotte veniva interrogato in una stanza al quarto piano
della Questura. Durante una breve sosta dell’interrogatorio si è gettato nel
vuoto da una finestra rimasta socchiusa, nonostante il tentativo di trattenerlo
da parte del personale di polizia presente in quel momento… è caduto in questa
aiuola…”. La telecamera inquadrò il selciato e alcune pianticelle spezzate.
Niente altro. Ci sono voluti quaranta anni allo Stato per riconoscere il suo
errore ed altrettanti a Licia per sciogliersi in un pianto consolatorio. Molti
libri sono stati scritti su quei tragici fatti, sul terribile attentato in una
piazza con già l’albero di Natale e sui mille interpreti di una tragedia ancora
difficile da capire: generali e colonnelli, da Miceli a Maletti, capi del Sid,
il capitano Labruna, che aveva favorito la fuga di Giannettini, e tanti
ministri, da Andreotti a Rumor a Mario Tanassi e ancora la Cia, il modello
Greco ed uno Stato che occultava, copriva, tollerava, aiutava e ritardava
disperatamente il raggiungimento della verità storica: che l’officina delle
bombe era d’estrema destra, la destra dei fascisti d’Ordine nuovo, quello
fondato da Pino Rauti, ritenuto però estraneo, e di Freda e Ventura, invece
colpevoli. Molti libri sono stati scritti su quei diabolici fatti: Piazza
Fontana (Einaudi), con allegato un dvd con l’intera ricostruzione televisiva di
quegli eventi e tante immagini del “giallista” Carlo Lucarelli; la mastodontica
inchiesta di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana (Ed. Ponte alle
Grazie), con la tesi è che tutti gli attentati fossero stati “raddoppiati”;
fino alla ricostruzione a fumetti di Francesco Barilli e Matteo Fenoglio (Ed.
Il Becco Giallo). C’è stato anche un libro da cui è stata tratta una riduzione
teatrale: Nessuno è Stato, di Fortunato Zinni (Ed. Maingraf), attuale sindaco
di Bresso, ad un passo da Milano; ma è il libro-intervista di Pinelli e
Scaramucci il più autentico, intimo, toccante e proprio per questo più
vero. Carlo Di Stanislao (de.it.press)
Scudo fiscale, sì alla proroga fino ad aprile. Via libera della Camera alla
finanziaria
La manovra
approvata con 307 sì e 267 no. L'Mpa non partecipa al voto. Il testo passa ora
al Senato
ROMA - Via libera
della Camera alla Finanziaria. Il testo è stato approvato in seconda lettura
con 307 voti favorevoli, 267 voti contrari e 2 astenuti. Hanno votato a favore
Pdl e Lega, contro Pd, Idv e Udc. L'Mpa, in segno di protesta, non ha
partecipato al voto, ritenendo che le misure per il Sud siano insufficienti. Il
testo, che mercoledì aveva incassato la fiducia al governo, torna in terza
lettura al Senato per l'approvazione definitiva. Il ministro dell'Economia,
Giulio Tremonti, era in aula al momento del voto.
L'ULTIMA - Si
avvicina dunque al varo definitivo, previsto a Palazzo Madama il 22 dicembre,
l'ultima «Finanziaria» così denominata. Dal prossimo anno si parlerà di «legge
di stabilità».
SCUDO - Il
Consiglio dei Ministri ha intanto deciso la proroga dei termini per lo scudo
fiscale, che slittano così al 30 aprile 2010. Il provvedimento rientra nel
decreto "milleproroghe". La riapertura dello scudo fiscale, spiega
Tremonti, prevede «due scadenze e due aliquote». Dall'entrata in vigore del
decreto "milleproroghe" fino a fine febbraio si pagherà il 6%,
dall'inizio di marzo fino alla fine di aprile il 7%. Nessuna previsione sui
possibili nuovi capitali sanabili e relativo gettito: la riapertura «è cifrata
un euro», ha aggiunto Tremonti sorridendo e confermando che non c'è una stima
ufficiale del governo. CdS 17
L'Istat rivela: «Mezzo milione di occupati in meno»
In rialzo il tasso
di disoccupazione che a ottobre ha segnato l'8,2%. Lo rileva l'Istat che ha
rivisto al rialzo il dato diffuso nelle scorse settimane (8%). I disoccupati
nel mese di ottobre erano appunto 2.039.000 unità. Nella media del periodo
luglio-settembre il tasso di disoccupazione è pari al 7,3 per cento in termini
grezzi (era 6,1 per cento nel terzo trimestre 2008) e 7,8 per cento in quelli
destagionalizzati (+0,3 punti percentuali rispetto al secondo trimestre). Nel
terzo trimestre, il tasso di disoccupazione maschile sale dal 4,9 per cento del
terzo trimestre 2008 al 6,4 per cento; quello femminile passa dal 7,9 per cento
all'8,6 per cen-to. Nel Nord l'innalzamento dell'indicatore (dal 3,4 al 5,1 per
cento) riguarda sia gli uomini sia le donne; nel Centro il tasso di
disoccupazione si porta al 6,5 per cento (dal 5,7 per cento di un anno prima),
con una crescita più sostenuta per la componente maschile. Nel Mezzogiorno il
tasso di disoccupazione è pari all'11,7 per cento, sei decimi di punto in più
rispetto al terzo trimestre 2008. La crescita riguarda esclusivamente gli
uomini. Il tasso di disoccupazione de-gli stranieri aumenta per la terza volta
consecutiva, portandosi dal 6,9 per cento del terzo trimestre 2008 al 10,6 per
cento.
Secondo l'Istat,
si tratta del dato peggiore dal 1992 anno in cui sono iniziate le serie
storiche. La caduta tendenziale dell'occupazione sintetizza il sensibile calo
della componente maschile (-2,5 per cento, pari a -350.000 unità) e la
consistente flessione di quella femminile (-1,7 per cento, pari a -158.000
unità). Per entrambe le componenti di genere, e soprattutto per quella
maschile, si rileva una marcata riduzione dell'occupazione degli italiani
(-373.000 e -216.000 unità, rispettivamente per gli uomini e le donne). Con un
ritmo sempre più blando prosegue, invece, la crescita dell'occupazione degli
stranieri (+22.000 e +58.000 unità rispettivamente). A livello territoriale, si
accentua il restringimento della base occupazionale nel Nord (-2,3 per cento,
pari a -274.000 unità in confronto al terzo trimestre 2008), prosegue il calo
nel Mezzogiorno (-3,0 per cento, pari a -196.000 unità), mentre nel Centro la
riduzione del numero degli occupati è più contenuta (-0,8 per cento, pari a
-38.000 unità).
Il risultato trova
ragione sia nella relativa maggiore crescita tendenziale degli occupati
stranieri in questa ripartizione, sia nel sostegno fornito dal settore
terziario, in particolare dai servizi alle famiglie e da taluni comparti a
elevata intensità di lavoro (alberghi e ristoranti, servizi di pulizia, di
viglilanza e attività professionali autonome). La notevole riduzione
tendenziale dell'occupazione nell'industria in senso stretto (-6,1 per cento,
pari a -307.000 unità) riguarda sia i dipendenti sia gli autonomi, soprattutto
nelle regioni settentrionali. Le costruzioni accentuano la tendenza discendente
emersa lo scorso trimestre, con un calo degli occupati del 4,0 per cento (pari
a -79.000 unità), diffuso nell'insieme del territorio nazionale. Il terziario
segnala una nuova riduzione tendenziale dell'occupazione (-0,6 per cento, pari
a -97.000 unità), a sintesi del continuo calo degli autonomi e della
sostanziale stabilità dei dipendenti. Infine, l'Istat segnala che il calo
riguarda in particolare i dipendenti a termini (-220.000 unità) ma anche i
collaboratori coordinati e continuativi e occasionali (-42.000 unità), gli autonomi
(-136.000 unità), soprattutto quelli con un'attività artigianale o commerciale;
dall'altro, una riduzione dei dipendenti a tempo indeterminato (-110.000
unità), concentrata nelle imprese di più ridotta dimensione. In base alla
tipologia di orario, il calo dell'occupazione riflette l'accentuata riduzione
degli occupati a tempo pieno (-449.000 unità) e, in misura più ridotta, la
flessione di quelli a tempo parziale (-59.000 unità). L’U 17
“Babbo Natale è un cattivo esempio"
«Beve e sta sempre
sulla slitta». Gli studiosi: promuove uno stile di vita non salutare. Deve
camminare di più
LONDRA - Babbo
Natale dà il cattivo esempio con la sua pancia rotonda e i suoi viaggi in
slitta. Obeso, troppo dedito all’alcol, irrispettoso del codice della strada,
rischia - con il suo stile di vita irregolare - di rappresentare un cattivo
modello per i bambini. A sostenerlo sono il professor Nathan Grills della
Monash University di Melbourne in Australia e l’illustratore Brendan Halyday,
autori di un articolo apparso sul British medical Journal in cui si elencano
tutti i comportamenti poco raccomandabili di cui Babbo Natale sarebbe
responsabile. L’immagine che viene fuori dal quadro stilato dai due autori è
quella di un vecchio signore che, girando casa per casa, approfitta del brandy
che ogni famiglia gli lascia. E, dopo aver bevuto troppo, sale semi ubriaco in
sella alla sua slitta, senza mai indossare la cintura di sicurezza o il casco.
L’indagine ha
rivelato il "peso" del personaggio fra i bambini di tutto il mondo.
Addirittura, fra i piccoli americani, Santa Claus è più conosciuto del
pagliaccio Ronald McDonald. Non solo, secondo il medico «a volte Babbo Natale è
usato per vendere prodotti pericolosi o dannosi», come ad esempio bibite dolci e
gassate. E spesso viene ritratto mentre fa cose poco salutari. Il tutto su
scala mondiale. Anche la consuetudine diffusa in alcuni Paesi di lasciare un
"cicchetto" di ringraziamento a Papà Natale passato per consegnare i
regali può avere un impatto negativo, avverte il medico. Secondo il quale,
addirittura, nei suoi giri di casa in casa il buon vecchio potrebbe essere un
inconsapevole veicolo di trasmissione dell’influenza A. Insomma, se pure «sono
necessarie ulteriori ricerche prima di chiedere alle autorità di regolare
l’attività di Babbo Natale», Grills propone una nuova immagine per il vecchio
in rosso: più magra e attiva, magari una versione su tapis-roulant.
«Sul piano
epidemiologico, c’è una correlazione tra i paesi che venerano Babbo Natale e
quelli dove il tasso di obesità dei bambini è elevato» rileva il ricercatore
australiano. Grills giudica tuttavia «prematuro» stabilire una causalità, anche
se l’immagine di Babbo Natale promuove il messaggio, secondo lui, che «obesità
è sinonimo di buon umore e di giovialità».«Dobbiamo essere consapevoli della
capacità di Babbo Natale di influenzare la gente - concludono gli autori -
soprattutto i bambini. Per questo proponiamo una nuova immagine di Santa Claus
che assicuri che la sua influenza sulla salute pubblica sia positiva». LS 17
La diffusione della cultura italiana nel mondo e le occasioni perdute
Zurigo - Da tempo
il sindacato della UIL Scuola dedica una particolare attenzione alla diffusione
della lingua e della cultura italiana nel mondo ed organizza convegni e tavole
rotonde sulle riforme delle istituzioni scolastiche e culturali italiane
all’estero. Ultima, in ordine cronologico, è stata la tavola rotonda
organizzata recentemente a Madrid per fare il punto sul dibattito parlamentare
rispetto ai disegni di legge presentati su tale materia da vari deputati e
tuttora pendenti. Per il sottoscritto, invitato a partecipare al dibattito non
da tecnico o esperto della materia ma da emigrato impegnato nel mondo
dell’emigrazione italiana e nelle istituzioni rappresentative degli italiani
all’estero, è stata l’occasione per ricordare quanto è accaduto in Svizzera con
la lingua italiana e fare una similitudine con quanto sta facendo l’Italia.
La Svizzera, come
noto, è l’unico Paese al di fuori dell’Italia e, ovviamente, di San Marino e
della Città del Vaticano, in cui l’italiano è una lingua ufficiale, cioè una
della quattro lingue ufficiali. Poi, in effetti, il tedesco la fa da padrone,
il francese resiste per il numero proporzionalmente elevato di coloro che lo
parlano. Il romancio, da parte sua, è praticamente presente come testimonianza
linguistica solo in alcune valli della Svizzera orientale. Infine abbiamo,
appunto, l’italiano che è una lingua minoritaria essendo parlata da meno di
trecentomila persone del Cantone Ticino e in quello dei Grigioni in due sue
valli a sud delle Alpi, mentre sta scomparendo oltre San Gottardo e,
soprattutto, nelle istituzioni pubbliche della Confederazione.
Se oggi è questa
la situazione della lingua di Dante in Svizzera la causa è da ricercarsi nel
fatto che la componente “italiana” di questo Paese (il Cantone Ticino e, in
parte, il Cantone Grigioni) non ha saputo (voluto?) avvalersi della grande
opportunità che ha avuto di potersi espandere e rafforzare linguisticamente oltre
Gottardo, nel resto della Confederazione, valorizzando la lingua italiana,
quando dall’immediato Dopoguerra sino alla fine degli anni Settanta del secolo
scorso, nelle due regioni romanda e germanofona vivevano centinaia di migliaia
di emigrati italiani.
Un’occasione
purtroppo perduta e recriminata tardivamente dalla stessa componente elvetica
“italiana”, poiché oggi la comunità di origine italiana che vive ancora oltre
Gottardo con le sue seconde e terze generazioni, essendosi integrata nelle
società locali, è divenuta linguisticamente francofona o germanofona perdendo
gradualmente ma inesorabilmente la conoscenza dell’italiano.
Ebbene, con quanto
è accaduto in Svizzera a danno dell’italiano per miopia della componente
linguistica “italiana” si può fare una similitudine con quanto sta ormai
accadendo nel mondo con la promozione e la diffusione della lingua italiana a
causa della miopia, in questo caso, dell’Italia. Infatti anche l’Italia, come è
avvenuto con il Ticino in Svizzera, non sembra rendersi conto dell’immensa
ricchezza di cui dispone avendo nel mondo quattro milioni di cittadini italiani
e circa sessanta milioni di italofoni per promuovere e far conoscere la lingua
di Dante. Altrimenti non si spiega, innanzitutto, perché in questo settore operino
nel mondo diversi soggetti e strutture (Istituti Italiani di Cultura, Scuole
italiane, Sezioni italiane presso Scuole straniere, Corsi di lingua e cultura,
Società Dante Alighieri, Associazioni regionali) con un dispendio notevole di
risorse ed energie, senza una regia unica dello Stato così che nel mondo vi
sono dei Paesi e delle regioni in cui l’insegnamento della lingua italiana è
carente o del tutto assente ed altre in cui, invece, l’offerta dei corsi è
anche troppo ampia.
In secondo luogo i
tagli, ormai ricorrenti, dello Stato italiano al finanziamento delle politiche
rivolte agli italiani all’estero colpiscono, di anno in anno (accadrà pure nel
2010), anche la promozione e la diffusione della lingua e della cultura
italiana causando danni incalcolabili che difficilmente si riuscirà poi a
sanare anche se avremo in futuro, auspicabilmente, una inversione di tendenza.
Che dire, infine,
del fatto di non aver inserito, da parte del legislatore italiano, la
conoscenza sia pur minima della lingua italiana tra i requisiti per il recupero
e/o l’ottenimento della cittadinanza italiana come, peraltro, richiedono molte
altre nazioni. Se ciò fosse stato previsto, oggi non ci ritroveremmo con
l’assurdità di avere centinaia di migliaia di cittadini italiani in giro per il
mondo che, però, non conoscono l’italiano. Un esempio di questa assurdità
l’abbiamo proprio in Spagna dove oltre la metà della comunità italiana che vi
risiede è italo-latinoamericana che parla solo lo spagnolo, tanto da aver
obbligato gli Uffici consolari italiani ad organizzare dei giorni di apertura
al pubblico unicamente per loro.
Per ritornare alla
similitudine accennata all’inizio, non vorremmo che un giorno anche in Italia,
come oggi nel Cantone Ticino per quanto riguarda la penalizzazione dell’italiano
nella Confederazione, ci si dovesse rendere conto della miopia e del grande
errore che è stato fatto in passato nel non aver saputo valorizzare la presenza
di milioni di italiani nel mondo per diffondere e far conoscere la lingua di
Dante oltre i confini dell’Italia!
Dino Nardi,
coordinatore Uim in Europa e consigliere Cgie
Viaggi in treno, da un Regolamento europeo più garanzie per i cittadini
I viaggiatori che
utilizzano il treno per i loro spostamenti all’interno dell’Unione europea sono
oggi più tutelati: è, infatti, entrato in vigore, il 3 dicembre 2009, il
Regolamento CE 1371/2007 che stabilisce i diritti fondamentali delle persone
che viaggiano e impone una serie di obblighi alle società ferroviarie in
materia di responsabilità verso i loro clienti.
Per migliorare la
qualità e l’efficienza dei servizi di trasporto ferroviario e garantire ai
cittadini la possibilità di viaggiare in condizioni di sicurezza e comodità, il
Regolamento stabilisce che:
* le persone
disabili o con mobilità ridotta devono vedersi garantire il loro diritto al
trasporto, perciò le imprese ferroviarie e i gestori delle stazioni devono
predisporre un’adeguata assistenza e un accesso non discriminatorio ai treni;
* venga rafforzato
il diritto dei passeggeri a ottenere un risarcimento quando i loro bagagli
vengono smarriti o danneggiati , o nel caso in cui il loro viaggio venga
cancellato o subisca un ritardo. Il risarcimento minimo ammonta al 25% del
prezzo del biglietto per ritardi da una a due ore e al 50% del prezzo del
biglietto per ritardi superiori alle due ore;
* i passeggeri
delle ferrovie devono essere informati in maniera esauriente prima e durante il
loro viaggio, ad esempio in merito ad eventuali ritardi;
* deve essere reso
più agevole l’acquisto dei biglietti ferroviari;
* le società
ferroviarie e i gestori delle stazioni devono garantire la sicurezza personale
dei passeggeri nelle stazioni ferroviarie e sui treni;
* gli Stati membri
devono garantire ai passeggeri la possibilità di presentare una denuncia ad un
organo indipendente, quando questi ultimi ritengano che i loro diritti non
siano stati correttamente applicati.
Imprese
ferroviarie, gestori delle stazioni e tour operator devono informare i
passeggeri in merito ai diritti e agli obblighi previsti dal Regolamento.
De.it.press
A proposito delle detrazioni per carichi di famiglia per i residenti
all’estero
Roma – “L’impellenza di dare garanzie fiscali
anche a quegli italiani che lavorano per il nostro Paese ma vivono oltre confine
e che al momento sono limitate all’anno 2010 ha preso forma in un impegno
assunto dal Governo nelle battute conclusive dell’esame della legge finanziaria
alla camera accogliendo un ordine del giorno preciso e puntuale”. Lo ha
dichiarato Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL firmatario
di un ordine del giorno.
Di Biagio ha
sottolineato che “Il Governo si è impegnato ad estendere nell’ambito del
prossimo provvedimento recante proroga di termini previsti da disposizioni
legislative il diritto alla fruizione delle detrazioni fiscali per carichi di
famiglia ai residenti all'estero oltre l’anno 2010. Un impegno importante che
prevede il puntuale collocamento del riconoscimento delle detrazioni per
carichi di famiglia nel provvedimento mille proroghe che sarà discusso nei
primi mesi del 2010”.
“Durante le
battute della finanziaria – ha precisato - in più occasioni con i colleghi ci
siamo interfacciati con i Governo a proposito delle detrazioni per carichi di
famiglia e dell’esigenza di ridefinirne i termini per dare una forma ulteriore
di sostegno alle famiglie. Da questo presupposto, emerge ancora con forza
l’urgenza di venire incontro a quei cittadini che addirittura rischiano di non
vedere riconosciuto dal 2011 questo diritto fondamentale. Per questo ho rivolto
un impegno preciso e concreto al Governo affinché rinnovi ancora una volta
questo diritto fiscale ai lavoratori italiani che all’estero non godono di
benefici connessi ai carichi famigliari”.
“Ricordo – ha
concluso Di Biagio - che al momento il suddetto diritto è riconosciuto in
maniera limitata a quei cittadini italiani residenti all’estero che producono
un reddito assoggettabile ad IRPEF in Italia, collocando questa categoria di
lavoratori in una condizione di sostanziale disparità nei confronti dei
residenti nel territorio nazionale”. De.it.press
La Giunta regionale dell’Umbria approva il “Programma annuale di iniziative
per l’immigrazione"
Perugia -
Integrazione dei singoli e delle famiglie stabilmente residenti, servizi per la
prevenzione e il contrasto di marginalità e delinquenza, servizi per
l’interazione con le comunità residenti: poggia su questi assi portanti
l’undicesimo "Programma annuale di iniziative per l’immigrazione"
approvato dalla Giunta regionale dell’Umbria, su proposta dell’assessore alle
politiche sociali, Damiano Stufara.
La vasta gamma di
interventi previsti dal Programma può contare su un finanziamento complessivo
di 500mila euro, di cui 400 mila euro destinati agli Ambiti territoriali
integrati per finanziare i piani territoriali di intervento in materia di
immigrazione dei 12 Comuni capofila e la rimanente quota per "progetti
sovra ambito".
"Il programma
– ha detto l’assessore Stufara – prevede un pacchetto di interventi strutturali
e flessibili che tiene conto della complessità del fenomeno migratorio e della
necessità di far emergere una risorsa dalla quale i paesi sviluppati non
possono prescindere, ma che va collocata in una cultura dei diritti e di
doveri, fondamento di ogni convivenza civile e sicura. I migranti – ha aggiunto
l’assessore – non vivono più l’Umbria come terra di passaggio verso nuovi
spostamenti, ma vi stabiliscono la propria abitazione, lavorano e vi crescono i
figli. L’obiettivo che come Giunta regionale ci siamo posti, anche tenendo conto
di questa crescente stabilizzazione di singoli e famiglie, è quindi di
realizzare, con il concorso di tutti i soggetti coinvolti nella progettazione
ed attuazione degli interventi, un percorso che permetta di superare le
disparità ancora esistenti per l’affermazione di una piena cittadinanza e di
una concreta integrazione degli stranieri, pur tutelando le diversità di cui
ciascuna comunità è portatrice".
Fra i settori di
intervento previsti dal Piano, i corsi per l’apprendimento della lingua
italiana, azioni di sostegno per l’inserimento scolastico dei ragazzi e misure
per favorire l’accesso al credito e l’imprenditorialità degli immigrati,
iniziative di tutela delle culture di origine caratterizzano il primo asse strategico.
Sono inoltre in
programma attività di prevenzione degli infortuni sul lavoro e di assistenza
sanitaria, mentre nel campo cruciale della "sicurezza" sono presenti
progetti per a contrastare la marginalità, prevenire il disagio e la devianza,
il consumo e lo spaccio di alcool e sostanze stupefacenti,
"recuperare" e reinserire i detenuti con l’istituzione di sostegni
extracarcerari, tra i quali un "Segretariato sociale" per detenuti
stranieri.
Previsti anche
l’utilizzo di mediatori culturali tra comunità straniere e italiane, attività
di informazione e formazione interculturali, iniziative culturali finalizzate
alla comprensione reciproca. (aise)
“Politiche migratorie. Lavoratori qualificati. Settore sanitario”
Il 18 dicembre
presentazione del Primo Rapporto European Migration Network-Italia
ROMA – “Politiche
migratorie. Lavoratori qualificati . Settore sanitario”: il Primo Rapporto
European Migration Network – Italia sarà presentato a Roma, in un convegno, il
18 dicembre presso la Biblioteca del Cnel (via Lubin 1)
L’incontro, coordinato da Franco Pittau (Idos
Caritas Migrantes/EMN Ncp Italia), è organizzato in collaborazione con
Ministero dell’Interno e Cnel, ed è fissato per le ore 11 .
Porterà il suo saluto il prefetto Angelo
Malandrino, direttore centrale Immigrazione e Asilo del Ministero
dell’Interno).
Seguiranno le Relazioni di Mario Sepi,
presidente Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE); Antonio Ricci - Punto
di Contatto Nazionale EMN (Idos Caritas/Migrantes); Christopher Layden,
Ambasciata Regno Unito; un rappresentante dei Punti di Contatto Nazionali EMN
degli Stati membri invitati (Austria, Belgio, Estonia, Lettonia, Malta,
Portogallo e Svezia).
Interverranno Foad Aodi – Associazione Medici
di origine Stranieri in Italia (AMSI), Consigliere Ordine dei Medici di Roma;
Ymelda Tolentino Diaz – Collegio Infermieri di Roma (IPASVI); Jamil Awan
Ahamede – Interpreti e traduttori Consorziati (ITC); rappresentanti Rete
Nazionale EMN; Paolo Attanasio –redattore Dossier Statistico Immigrazione
(Caritas/Migrantes).
Concluderà il convegno Giorgio Alessandrini,
presidente vicario dell’ONC (Organismo Nazionale di Coordinamento per le
politiche di integrazione sociale dei cittadini stranieri del Cnel).
Il volume, in italiano e in inglese, verrà
distribuito ai partecipanti.
Seguirà nel pomeriggio un meeting di scambio
tra i Punti di Contatto Nazionali presenti presso i locali del Consiglio
Nazionale Economia e Lavoro. Per ulteriori informazioni. (Inform)
"Integrationspolitik auf europäischer Ebene wirksamer gestalten"
Staatsministerin Maria Böhmer hat auf
die hohe Bedeutung einer wirksamen
Integrationspolitik auf europäischer
Ebene hingewiesen.
"Die Integration von Zuwanderern
in den Mitgliedsstaaten entscheidet über die
Zukunftsfähigkeit Europas",
erklärte Staatsministerin Böhmer heute auf einer
Europäischen Konferenz zum Thema
"Integration" im schwedischen Malmö. Ein
Schwerpunkt der Tagung ist der Aufbau
von Monitoringsystemen und die Entwicklung von Integrationsindikatoren.
"Wir benötigen Indikatoren, um Integrationspolitik besser steuern und auf
ihre Wirksamkeit hin überprüfen zu können. Deshalb danke ich der schwedischen
EU-Ratspräsidentschaft, dass sie mit dieser Konferenz die wichtige Debatte
darüber in den Mitgliedsstaaten fortsetzt. Es geht darum, in der
Integrationspolitik auf europäischer Ebene die notwendigen
Steuerungsmechanismen und Instrumente zu verankern", betonte Böhmer in ihrer
Rede.
Die Tagung in Malmö knüpft an die
Berliner Konferenz vom vergangenen Juni an.
Damals hatte Deutschland gemeinsam mit
der Tschechischen Republik, Frankreich,
Schweden und Spanien eine Berliner
Erklärung verabschiedet. Diese formuliert
Empfehlungen für die Ermittlung
zentraler Indikatoren. "Mit der Berliner
Konferenz haben wir die Initiative zur
Indikatorenentwicklung ergriffen.
Deutschland wird den Prozess auf
europäischer Ebene auch weiter begleiten und
vorantreiben. Dies ist mir ein
persönliches Anliegen", so Böhmer. In dem
Zusammenhang verwies sie auf das
Integrationsmonitoring der Bundesregierung. Das Bundeskabinett hatte sich auf
100 Indikatoren zu 14 Themenfeldern verständigt,
u.a. Bildung, Ausbildung, Arbeitsmarkt,
Sprache, Wohnen und Einkommen. Im
vergangenen Juni hatte Staatsministerin
Böhmer den bundesweit "Ersten
Integrations-Indikatorenbericht"
vorgestellt. Dabei waren erste Erfolge der
Integrationspolitik der Bundesregierung
sichtbar geworden. Vor allem die
Situation der in Deutschland geborenen
Migranten der 2. Generation hat sich in
vielen Bereichen verbessert. So konnte
beispielsweise die Zahl der ausländischen
Schulabbrecher von 17,5 Prozent im Jahr
2005 auf 16,0 Prozent im Jahr 2007
gesenkt werden.
"Durch das Monitoring werden
Fortschritte bei der Integration messbar. Dadurch
können wir unsere Integrationspolitik
wirksamer gestalten. Auch auf der
europäischen Ebene müssen wir bei der
Entwicklung von Indikatoren vorankommen.
Dabei ist der gemeinsame Austausch über
Erfahrungen in dem Bereich besonders
wichtig. Denn die Mitgliedsstaaten
können ihre Integrationspolitik dann am
besten gestalten, wenn sie voneinander
lernen", so Staatsministerin Böhmer. Pib, de.it.press
Gründungsaufruf. Kirchen wollen Netzwerk gegen rechtsextrem
Die Kirchen in Deutschland wollen sich
in Zukunft stärker gegen Rechtsextremismus engagieren. Bestehende Initiativen
sollen besser vernetzt weren. Johannes Radke
Berlin - Die Aktion Sühnezeichen
ruft gemeinsam mit Vertretern von Kirchen und zivilgesellschaftlichen
Initiativen zur Gründung einer bundesweiten „Arbeitsgemeinschaft Kirche für
Demokratie – gegen Rechtsextremismus“ auf. Ziel sei es, bestehende kirchliche
Initiativen gegen rechts besser zu vernetzen und neue Projekte anzustoßen.
Rassistische und demokratiefeindliche Einstellungen seien mit dem christlichen
Glauben unvereinbar, heißt es in dem Aufruf.
„Wir wollen ein klares Zeichen setzen,
dass die Kirchen sich verlässlich und langfristig engagieren und konsequent
gegen die menschenverachtende Ideologie der Rechtsextremisten einsetzen“, sagte
Heike Kleffner von Aktion Sühnezeichen am Montag bei einer Podiumsdiskussion
mit rund 100 Teilnehmern in Berlin. „Immer öfter melden sich kirchliche
Einrichtungen aufgrund rechtsextremer Vorfälle bei den mobilen
Beratungsstellen.“ Dadurch werde deutlich, dass es einen großen Bedarf gebe,
sich mit dem Thema auseinanderzusetzen.
Unterzeichnet wurde der Aufruf unter
anderem vom Landesbischof der Evangelisch-Lutherischen Landeskirche Sachsen,
Jochen Bohl, dem sächsischen SPD-Landesvorsitzenden Martin Dulig und dem
CDU-Bundestagsabgeordneten Thomas Feist. Das Gründungstreffen soll am 12.
Februar 2010 in Dresden stattfinden. Für den nächsten Tag ist der jährliche
europaweite Großaufmarsch der Neonaziszene angekündigt, zu dem wieder mehrere
tausend Rechtsextremisten erwartet werden. Laut Kleffner haben sich schon viele
Kirchengemeinden und christliche Initiativen für das Gründungstreffen in
Sachsen angemeldet.
Am 13. Februar will sich das Bündnis
den Protesten gegen das Nazitreffen anschließen. „Die Zivilgesellschaft ist
aufgerufen auf diesen Aufmarsch angemessen zu reagieren“, so Kleffner. Erstmals
rufen daher die sächsische Arbeitsgemeinschaft Kirche für Demokratie – gegen
Rechtsextremismus, Aktion Sühnezeichen sowie das Kulturbüro Sachsen und die
Amadeu-Antonio-Stiftung unter dem Motto „Gehen-Denken-Handeln“ zu einem
interreligiösen Friedensgebet gegen die Naziveranstaltung auf. In diesem Jahr
beteiligten sich tausende Menschen an den Protesten gegen die Neonazis.
Tsp 16
"Der Dialog mit Migranten ist für das Gelingen von Integration unverzichtbar"
Staatsministerin Maria Böhmer will die
Migranten bei der Gestaltung der
Integrationspolitik weiterhin eng
einbeziehen.
"Ich halte es für außerordentlich
wichtig, dass sich die Migrantenorganisationen
mit ihrem Sachverstand einbringen. Mit
ihren Ideen und Erfahrungen haben sie
bereits zum Erfolg des Nationalen
Integrationsplans beigetragen. Daran wollen wir
anknüpfen", erklärte
Staatsministerin Böhmer bei einem Gespräch mit Vertretern
von Migrantenorganisationen im
Bundeskanzleramt. Bei diesem ersten
Zusammentreffen nach der Bundestagswahl
erläuterte die Integrationsbeauftragte
wichtige Vorhaben aus dem
Koalitionsvertrag. Im Zentrum der Diskussion standen
die Anerkennung ausländischer Bildungs-
und Berufsabschlüsse, die Schaffung von
Integrationsverträgen sowie die
Einrichtung eines Beirates.
"Bei dem Gespräch mit den
Migrantenvertretern ist deutlich geworden, dass wir in
vielen Punkten an einem Strang ziehen.
Das ist eine wichtige Voraussetzung für
eine erfolgreiche
Integrationspolitik", betonte Böhmer. Die Staatsministerin
kündigte an, weiterhin einen intensiven
Dialog mit den Migranten führen zu
wollen. "Der enge Austausch liegt
mir sehr am Herzen. Unser Dialogprinzip hat
sich bewährt: Wir reden nicht über,
sondern miteinander", so Böhmer. PIB, de.it.press
Nach Angriff auf Berlusconi. Das Internet ist schuld
Nach der Attacke auf Silvio Berlusconi
feiern Facebook-Nutzer den Angreifer. Das könnte der italienischen Regierung
einen Vorwand liefern, der freien Rede im Netz deutliche Grenzen zu setzen. Von
Johannes Kuhn
Nichts reist im Web so schnell wie die
Schadenfreude. Während die Medien noch aufgeregt die Attacke auf Silvio
Berlusconi vermeldeten, bildete sich auf dem sozialen Netzwerk Facebook bereits
eine Bewegung, die alles andere als Betroffenheit über den Angriff auf Italiens
Ministerpräsidenten verlauten ließ: Facebook-Nutzer richteten Massimo
Tartaglia, der Berlusconi eine Souvenir-Nachbildung des Mailänder Doms ins
Gesicht geworfen hatte, eine eigene Fanseite ein.
In weniger als 48 Stunden, so berichten
Medien wie die New York Times , hatten sich fast 100.000 Facebook-Nutzer als
Tartaglia-Fans registriert, Sprüche wie "Du bist ein Held",
"Massimo, bitte heirate mich" oder "Wir lehnen jegliche Form der
Gewalt ab, doch der Anblick von Berlusconis ramponiertem Gesicht ist
unbezahlbar" machten die Runde.
Das wiederum brachte Italiens
Innenminister auf die Palme: "Das ist eine Schande", schimpfte
Roberto Maroni am Dienstag im Parlament, "Wenige Minuten nach dem Angriff
haben sich über 300 Gruppen gebildet, die die Tat feierten. Verherrlichung der
Gewalt ist in Italien ein Verbrechen. Wir sind besorgt, weil das Internet viele
Menschen, vor allem Jugendliche, beeinflussen kann." Plattformen wie
Facebook dürften nicht für "Hass-Kampagnen" missbraucht werden, die
letztlich auch zu solchen Angriffen wie den auf Berlusconi führten.
Freunde und Feinde Berlusconis auf
Facebook - Bereits kurz darauf verschwand die Fanseite, offensichtlich hatte
Facebook eingelenkt. "Es ist bei Facebook nicht erlaubt, Gewalt zu fördern
oder Inhalte mit Drohungen einzustellen", ließ das Unternehmen verlauten.
Allerdings sind andere Gruppen mit ähnlichem Inhalt weiter dort zu finden - und
entstehen stündlich neu. Doch auch die Gegenseite ist wenig zimperlich - in
Dutzenden Gruppen wird der Angreifer Tartaglia als Bastard beschimpft. Zudem
beklagten sich zahlreiche Nutzer, ohne ihr Wissen in Pro-Berlusconi-Gruppen wie
"Danke, Silvio" aufzutauchen.
Es ist nicht die erste Kontroverse
dieser Art in Italien: Auf politischen Druck hatte Facebook im Oktober einige
Gruppen vom Netz genommen, in denen zum Mord an Berlusconi aufgerufen wurde.
Bürgerrechtler befürchten, dass der neuerliche Streit um den Umgang mit
Internet-Schmähungen gegen Politiker die Regierung dazu bringen könnte, die
Meinungsäußerung im Netz strenger zu reglementieren. "Wenn etwas Schlimmes
passiert, ist die erste Reaktion der Behörden, die Online-Zensur zu
verschärfen", sagt die Bürgerrechts-Anwältin Andrea Monti im Christian
Science Monitor.
Aufgrund der Medienmacht Berlusconis
werden unabhängige Blogs und soziale Netzwerke für die jüngere Generation
Italiens immer wichtiger. Anfang Dezember folgten Zehntausende Italiener dem
Aufruf oppositioneller Blogger, gegen Berlusconi zu protestieren.
Politiker misstrauen dem Netz - Doch
die Vielfalt des Internets scheint einigen Politikern ein Dorn im Auge: Bereits
im Februar hatte der christdemokratische Senator Gianpiero D'Alia ein Gesetz
ins Gespräch gebracht, wonach italienische Internetanbieter innerhalb von 24
Stunden allen Nutzern im Land den Zugang zu Seiten wie Facebook sperren
müssten, sollten dort kriminelle Aktivitäten verharmlost werden. Damals hatte
eine Facebook-Gruppe dem Mafiapaten Bernardo Provenzano gehuldigt. Vor einigen
Wochen verklagte der umstrittene Senator Totó Cuffaro 4600 YouTube-Nutzer, die
unter einem für ihn wenig schmeichelhaften YouTube-Video einen Kommentar
hinterlassen hatten.
Bereits jetzt hat Italien strenge
Internetgesetze. Im Jahre 2001 unterwarf man Blogs der Zeitungsgesetzgebung von
1948, die nach dem Krieg die Wiederauferstehung faschistischer Medien
verhindern sollte: Demnach müssen Blogger sich prinzipiell bei den örtlichen
Behörden registrieren. Das Gesetz wurde bislang allerdings nur in wenigen
Fällen angewendet. Als Folge des 11. September 2001 sind zudem die Betreiber
von Internetcafés verpflichtet, sich von ihren Kunden den Ausweis zeigen zu
lassen.
Italiens Innenminister Maroni hat
angekündigt, dem Kabinett am Donnerstag einen Gesetzentwurf zum Umgang mit
Schmähungen im Netz vorzustellen. Details verrät er nicht: "Es ist ein
empfindliches Thema, weil es die Meinungsfreiheit im Web und in der Öffentlichkeit
betrifft." Der Angriff auf Berlusconi könnte schnell ein zweites Opfer
fordern: Das Recht auf freie Meinungsäußerung im Internet. (sueddeutsche.de 16)
Italien. Er wollte zu Berlusconi
Die italienische Polizei hat in der
Nacht zum Mittwoch im San-Raffaele-Hospital in Rom einen möglicherweise geistig
verwirrten jungen Mann in der Nähe des Krankenzimmers des italienischen
Ministerpräsidenten festgenommen.
Rom - Der 26-jährige Mann habe es
geschafft, bis in den Flur zu kommen, in dem auch der italienische
Ministerpräsident Silvio Berlusconi liege, erklärte ein Polizeisprecher. Der
26-jährige Mann werde vernommen. Es habe sich offenbar um einen Anhänger
Berlusconis gehandelt. Er werde vermutlich wieder auf freien Fuß gesetzt. „Ich
will mit Berlusconi sprechen“, habe der Eindringling bei seiner Festnahme
gesagt. Der Mann war über eine Tiefgarage in das Gebäude gelangt. In seinem
Auto wurden den Angaben zufolge Hockeyschläger und zwei verrostete Messer
gefunden.
Der Regierungschef erholt sich in der
Mailänder Klinik von den Folgen eines Angriffs eines offenbar geistig
verwirrten Mannes am Sonntag. Berlusconi habe in der Nacht zwar wieder mehr
Schmerzen gehabt und auch ein altes Nackenleiden bereite ihm wieder Probleme,
sagte sein Sprecher Paolo Bonaiuti, er werde aber trotzdem am Mittwoch aus der
Klinik entlassen. Im Krankenhaus erhielt Berlusconi auch einen Anruf von
US-Präsident Barack Obama, der ihm gute Besserung gewünscht habe, erklärte
Bonaiuti.
Die Ärzte haben dem Regierungschef
empfohlen, sich mindestens zwei Wochen lang von allen öffentlichen
Veranstaltungen fernzuhalten. Der Angreifer Massimo Tartaglia, der laut Polizei
wegen psychischer Probleme aktenkundig ist, entschuldigte sich bei Berlusconi.
Der 42-Jährige hatte Berlusconi am Sonntagabend eine Miniaturnachbildung des
Mailänder Doms ins Gesicht geschleudert. Dabei erlitt der 73-Jährige einen
Bruch der Nasenscheidewand, außerdem brachen zwei Vorderzähne ab. Er brach
blutüberströmt zusammen und kam sofort ins Krankenhaus.
Berlusconis Sprecher sagte, wie immer
habe der Regierungschef morgens um sieben mit dem Zeitunglesen angefangen. „Er
ist ein Arbeitstier.“ Ob er die geplante Pressekonferenz zum Jahresende geben
könne, sei ungewiss. Eine für Mittwoch geplante Reise zum Weltklimagipfel hatte
Berlusconi nach dem Angriff bereits abgesagt. dpa/AFP 17
Rassismus gegen Fußballer. Ein Symbol für die Spaltung Italiens
Der 19-jährige Stürmer Mario Balotelli
wird wegen seiner Hautfarbe ständig beleidigt. Viele warten auf eine Geste von
Nationaltrainer Lippi. Von Birgit Schönau
Er ist gerade mal 19 Jahre alt und ein
italienisches Symbol. Ein Symbol der Rassisten und der Antirassisten, die einen
schmähen ihn in den Fankurven, die anderen benennen nach ihm eine Schule.
Selten hat es einen talentierten Fußballer gegeben, der das Land so spaltet wie
Mario Balotelli. Oder besser gesagt: An dem sich die Spaltung Italiens so klar
zeigt.
Denn Italien teilt sich in
Staatsdiener, die im Gericht zu Verona still eine Weihnachtskrippe mit
schwarzen Krippenfiguren aufstellen, einfach so, als kleine Geste. Und in
Politiker der Regierungspartei Lega Nord, die das lautstark verurteilen,
gleichzeitig aber die Aktion "White Christmas" in einem Kaff in der
Provinz Brescia begrüßen. Dort hat der Bürgermeister zur "Weißen
Weihnacht" aufgerufen: Alle Ausländer ohne Papiere sollen pünktlich zu
Heiligabend aus dem Ort getrieben werden.
Geboren in Palermo - In diesem Italien
also, das sich nicht darauf einigen mag, ob Weihnachten weiß sein muss oder
schwarz sein darf, sitzt Mario Balotelli zwischen allen Stühlen. Denn er ist
schwarz. Aber er ist Italiener. Bei seinem Klub Internazionale Mailand ist er
manchmal sogar der einzige Italiener im Aufgebot. So ist das im Fußball und in
Italien ja schon sehr lange, die ersten Ausländer spielten hier schon um die
vorletzte Jahrhundertwende als Profis.
"Wenn du Millionär bist und für
Milan spielst, bist du etwas weniger Neger", hat der dunkelhäutige
Niederländer Ruud Gullit einmal gesagt. Soll heißen: Wenn es darum geht, im Fußball
Punkte zu machen oder gar das Publikum zu verzaubern, ist jeder Fremde
willkommen. Keine Fankurve kommt beispielsweise auf die Idee, Balotellis
Teamkollegen Samuel Eto'o die Beleidigungen entgegenzugrölen, die sich an jedem
Spieltag über Balotelli ergießen. Auch Eto'o schießt Tore. Aber er kommt aus
Kamerun und spielt für Kameruns Nationalelf.
Balotelli spielt für Italiens U-21 und
möchte mit der Squadra Azzurra zur WM 2010 nach Südafrika. Das ist der
Unterschied. Er muss sich anhören: "Es gibt keine italienischen
Neger!" Die Ultras von Juventus Turin haben das sogar in Bordeaux
intoniert und zu Hause gegen Bayern München, als Balotelli gar nicht auf dem
Platz war. Dass die Juve nun aus der Champions League ausschied, entzog diesen
Dumpfbrüllern wenigstens den internationalen Resonanzkörper.
Balotelli wurde in Palermo geboren,
seine leiblichen Eltern stammen aus Ghana. Er wuchs bei Pflegeeltern in einem
Ort bei Brescia auf. Mitten im Stammland der Lega Nord also, deren Politiker
davor warnen, die Italiener riskierten angesichts der überbordenden Fremdenflut
ein ähnliches Eingeborenen-Schicksal wie die nordamerikanischen Indianer,
nämlich demnächst eingeschlossen zu werden in Reservaten.
Er ist 19 und ein Rowdy - Italien hat
zurzeit einen Ausländeranteil von knapp sieben Prozent. Die
Aufenthaltsgenehmigung ist an einen Arbeitsplatz gekoppelt. "Wir haben
nichts gegen Migranten, so lange sie unsichtbar bleiben", hat der
Journalist Gian Antonio Stella im Corriere della Sera geschrieben. "So lange
sie uns nicht stören und keine Rechte haben. Sie dürfen nicht wie wir werden.
Balotelli hat sich darüber hinweggesetzt."
Mario Balotelli hatte bei seinen
italienischen Eltern eine ganz normale italienische Kindheit. Mit fünf Jahren
fing er an, Fußball zu spielen, wie die meisten kleinen Italiener auf dem Platz
der Kirchengemeinde. Später kamen die Probleme, denn er hatte keinen Pass.
Einen Pass durfte er erst mit der Volljährigkeit beantragen. Seit dem 12.
August 2008 ist Mario Balotelli auch offiziell Italiener.
Er ist einer der besten Fußballer im
Land. Der FC Arsenal aus London will ihn, Ghana umwirbt ihn für die
Nationalelf, er ist 1,90 Meter groß, schnell und elegant, ebenso kopfballsicher
wie dribbelstark, ein Phänomen. Vergangene Woche besiegelte er für Inter die
Qualifikation fürs Achtelfinale der Champions League mit seinem Tor zum 2:0
gegen den russischen Meister Rubin Kasan - einem kraftvollen Freistoß aus 35
Metern.
Viele Stürmer, wenig Tore - Dass
Balotelli dennoch keinen Stammplatz hat, liegt an seinem Trainer José Mourinho.
Er sei undiszipliniert, er trainiere zu wenig, sagt Mourinho. Balotelli
entgegnet: "Ich habe nicht immer Lust, so viel zu trainieren." Also
wird er als undiszipliniert abgestempelt, von Leuten, die Disziplin auch im
Fußball für das Wichtigste halten. Neben Mourinho, dem kleinen Taktiker mit dem
großen Ego, gilt das für Nationaltrainer Marcello Lippi. Die Offensivschwäche
seiner Mannschaft ist ein Riesenproblem. Lippi hat eine Menge Stürmer, aber
keinen, der den Ball so selbstverständlich ins Tor bringt wie Balotelli.
Trotzdem weigert er sich, den Inter-Spieler zu berufen.
Stattdessen setzt Lippi auf den
Brasilianer Amauri, der bei Juventus eine ausgesprochen schwache Saison spielt.
Er soll demnächst einen italienischen Pass bekommen, weil seine Frau einen
Urahn vom Stiefel ihr Eigen nennt. Amauri will mit 30 zu seiner ersten WM. Die
Seleçao hat ihn nicht genommen. Und Lippi? Amauri ist weiß, Balotelli ist
schwarz. Amauri ist noch kein Italiener. Balotelli hat nur einen Pass, den
italienischen. Die Anzahl der Italiener, die Lippi dazu bewegen will, Balotelli
zu berufen, wächst ständig. Die Leute wollen ihn, weil er Italien bei der WM
Tore bringen kann. Und weil er ein Symbol wäre. Ein Symbol der Integration. Ein
Symbol für jenes andere Italien, das angesichts der Omnipräsenz der Schreihälse
in den Kurven und in der Politik zunehmend in Vergessenheit gerät.
"Ich habe einen Fehler", sagt
Balotelli: "Ich bin zu impulsiv." Auf dem Platz verhöhnt er seine
Gegner, er schreckt auch vor der blödesten Schwalbe nicht zurück, und wenn es
zu einer Rauferei kommt, ist er einer der Aktivsten. Nein, Balotelli ist nicht
unbedingt ein Symbol des Fairplay. Er ist 19 und ein Rowdy. Deshalb wird von
manchen seiner Kollegen geheuchelt, die Schmähungen gegen ihn zielten nicht auf
seine Hautfarbe, sondern auf sein Benehmen. Wie um zu sagen: Bei Wohlverhalten
verstummen auch die Rassisten. Wie um zu sagen: Eigentlich provoziert er es ja
selbst.
Lippi sollte Balotelli berufen. Es wäre
eine Geste, die dem Weltmeistertrainer vor seinem angekündigten Abgang im
Sommer noch einmal Grandezza verleihen würde, egal wie Italien bei der WM
abschneidet. Die Geste würde bedeuten: Die Hautfarbe ist egal, die Herkunft
sowieso. Wir brauchen keine Duckmäuser und keine Werbe-Ikonen, bei uns zählt
nur das Talent. Nach dieser Geste hungert nicht nur Balotelli.
SZ 16
Erdbeben in Italien. Die Erde bebt
Sie retten Kirchenschätze und suchen
Quartiere für die obdachlos gewordenen Menschen. Nach einem starken Erdbeben
nahe Perugia begrenzen Rettungskräfte den Schaden.
Es ist erst wenige Monate her, dass die
Menschen in der Toskana ihre Häuser fluchtartig verlassen mussten, weil die
Erde bebte und bebte. Nun ist es in Umbrien und der Toskana erneut zu massiven
Erschütterungen gekommen.
Bei dem Beben der Stärke 4,2 vom
Dienstag wurde niemand verletzt, allerdings sind noch etwa 600 Menschen ohne
Obdach. Über eine Rückkehr in ihre Wohnungen könne erst nach einer genauen
Inspektion der Gebäude entschieden werden, sagte ein Sprecher des italienischen
Zivilschutzes.
Die Erdstöße hatten am Vortag in der
Gegend von Perugia bis San Sepolcro Schornsteine einstürzen lassen, viele
Häuser beschädigt und die Bevölkerung in Panik versetzt. Wie italienische
Medien berichteten, wurden zwei Menschen leicht verletzt.
"In den betroffenen Gebieten sind
Einsatztruppen des regionalen Zivilschutzes unterwegs, um die beschädigten
Wohnhäuser zu untersuchen", sagte ein Behördensprecher. Nach Einschätzung
von Beobachtern könnte die Zahl der Obdachlosen noch ansteigen.
In der Provinz Perugia blieben die
Schulen geschlossen. Viele Wohnhäuser sowie öffentliche Einrichtungen wie
Krankenhäuser und Altersheime mussten evakuiert werden. Wegen möglicher
stärkerer Schäden wurden die Ortskerne von Spina bei Marsciano, Mercatello und
Castiglione della Valle zunächst vollständig gesperrt. Das Epizentrum des
Bebens lag zwischen Perugia, Deruta und Marsciano.
Das Erdbeben ist nach Aussagen von
Experten nicht mit dem zu vergleichen, das vor acht Monaten in den Abruzzen zu
massiven Verwüstungen und Hunderten von Toten geführt hatte. "Die hier
freigesetzte Energie ist tausendmal geringer als bei dem Beben in den Abbruzzen
im April", erklärte der Chef des Nationalen Instituts für Geophysik und
Vulkanologie (INGV), Enzo Boschi in einem Interview mit dem Corriere della
Sera. "Doch auch wenn die Situation nicht mit L’Aquila vergleichbar ist,
müssen wir dennoch wachsam bleiben." Auch seien Nachbeben über mehrere
Tage wahrscheinlich.
Am 6. April hatte ein Erdbeben der
Stärke 6,3 die Gegend in und um die abbruzzesische Regionalhauptstadt L’Aquila
zerstört. Etwa 300 Menschen starben, Zehntausende waren monatelang obdachlos.
(sueddeutsche.de 16)
Hochgeschwindigkeitsnetzwerk der Ferrovie dello Stato wächst
Am 13. Dezember wurden endlich die
Hochgeschwindigkeits-strecken Bologna – Florenz, Novara –Mailand und dem
Abschnitt von Gricignano nach Neapel Realität. Es verkehren nun täglich 72
„Frecciarossa“ - Züge zwischen Rom und Mailand: Diese bieten mehr als 48.000
Sitzplätze, um in zwei Stunden und 45 Minuten von Rom Tiburtina nach Mailand
Rogoredo und in nur zwei Stunden und 59 Minuten von Rom Termini nach Mailand
Centrale zu gelangen. Weitere Neuigkeiten gibt es für die Strecken Mailand und
Neapel sowie Rom und Turin in nur vier Stunden und 10 Minuten, Rom – Verona in
drei Stunden, Rom – Venedig Mestre in drei Stunden und 20 Minuten, Rom –
Neapel in 70 Minuten, Rom - Bari und Rom – Lamezia in drei Stunden und 59
Minuten.
Das Hochgeschwindigkeitsnetzwerk der
Ferrovie dello Stato wächst und expandiert immer weiter. Es vermehren sich
nicht nur die „Frecciarossa“-, sondern auch die „Frecciargento“-Züge, die dank
ihrer besonderen technischen Ausstattung nun auch die Städte anfahren können,
die vorher noch nicht von Hochgeschwindigkeitszügen erreicht wurden.
Dabei geht es um Städte wie Verona, Venedig, Bari und das gesamte Apulien,
Lamezia Terme und Reggio Calabria sowie das gesamte Kalabrien und Sizilien.
Die Eröffnung der neuen
Hochgeschwindigkeitsstrecken bringt jecoch auch für den Lokaltransport enorme
Vorteile: Sobald die „Frecciarossa“- und „Frecciargento“-Züge nicht mehr
auf den alten Strecken wie Bologna – Florenz und Mailand – Turin fahren müssen,
werden auch die Regionalzüge immer regelmäßiger und pünktlicher verkehren
können.
Die Einführung des neuen Fahrplans
bringt aber auch einige Neuigkeiten in Anbetracht der Tickets, der Preise und
der Sonderangebote mit sich. Es werden drei Arten von Tickets erhältlich sein:
Das Flexiticket, das Basisticket und das Promoticket. Letzteres erlaubt den
Kunden bei ihrer Reise bei rechtzeitiger Planung (7 oder 15 Tage vor Abreise)
15% bzw. 30% im Vergleich zum Basisticket zu sparen. Das Flexiticket, das etwas
teurer als das Basisticket ist, beinhaltet kostenlose und unbegrenzte
Umbuchungen und vollständige Rückerstattungen im Fall des Reiseverzichts.
Die Preise der neuen Serviceleistung
der Hochgeschwindigkeit werden der hohen Frequentierung und der Schnelligkeit
der Fahrten angeglichen werden.
Zum Launch der neuen Serviceleistungen
kann man bis zum 28. Februar pro Monat 100.000 Tickets der 2. Klasse für alle
Fahrten in Italien für nur 48 € erhalten und auf der Strecke Mailand – Turin
können zwei Personen zum Preis von einer reisen (15.000 Plätze pro Monat); die
Tickets der 1. Klasse werden bis dahin keinen Preiserhöhungen unterliegen.
Weitere Informationen telefonisch unter
089-23662193
Call-Center für
Ticketreservierung: 0180 501 3533 (Enit, de.it.press)
Straßburg. Minarett-Verbot vor Menschenrechtsgerichtshof
Das Minarett-Verbot in der Schweiß soll
vor dem Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte überprüft werden. Unsicher
ist, ob die Klage angenommen wird.
Das umstrittene Schweizer
Minarett-Bauverbot soll vom Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte
überprüft werden. Das verlangt der frühere Sprecher der Moschee in Genf, Hafid
Ouardiri.
Deswegen habe er am Dienstag eine
Beschwerde bei dem Straßburger Gericht eingereicht, sagte Quardiri im Schweizer
Fernsehen. Das Ende November bei einer Volksabstimmung mit überraschend großer
Mehrheit angenommene Verbot sei unvereinbar mit der Europäischen
Menschenrechtskonvention, hieß es zur Begründung. Experten äußerten Zweifel,
dass die Klage angenommen wird.
Regierung würde Entscheidung begrüssen
- Quardiri sagte, die Schweiz beschränke mit dem generellen und absoluten
Verbot des Baus von Minaretten die Religionsfreiheit der Moslems. Das Verbot
sei zudem diskriminierend, weil es nur für eine Religion gelte und nicht für
alle. Die Klage in Strassburg sei die "Antwort auf die Gewalt, welche die Initiative
ausgelöst hat", so Ouardiri.
Zwar hatte sich auch die Regierung
gegen ein Bauverbot ausgesprochen, sieht die Religionsfreiheit aber nicht
eingeschränkt. Jedoch würde sie wohl eine Entscheidung des Gerichtes begrüßen,
hieß es in Bern dazu. Rechtsexperten gehen davon aus, dass die Eingabe auch
deswegen keine Chance hat, weil Quardiri von dem Bauverbot nicht direkt
betroffen ist.
Bei der Ablehnung eines Baugesuches
müssten erst einmal alle Schweizer Justizinstanzen durchlaufen werden, bevor
eine Klage in Straßburg eingereicht werden könne. Auch dann sei es fraglich, ob
sie angenommen würde.
Direkter Weg nach Straßburg wäre
möglich
Nach Angaben von Gerichtspräsident
Jean-Paul Costa hat sich der Gerichtshof noch nie mit einem Fall wie der
Schweizer Minarett-Entscheidung befassen müssen oder über das Ergebnis einer
Volksabstimmung eines Landes geurteilt.
Costa schließt