WEBGIORNALE  21-22  Dicembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       L’Oim: più sforzi per affrontare le migrazioni ambientali e originate dai cambiamenti climatici 1

2.       Dal 19 dicembre dai Balcani in Europa senza visto  1

3.       Le raccomandazioni dell’Unhr alla prossima Presidenza spagnola dell’UE  2

4.       Primo Rapporto European Migration Network. L’Italia e gli immigrati qualificati: un sentiero da percorrere  2

5.       I sei eputati del PD eletti all’estero fanno il punto sul primo anno e mezzo di lavoro in Parlamento  2

6.       Presentata alla Camera la guida sull’attività parlamentare dei deputati del Pd eletti all’estero  3

7.       Il vicecancelliere Westerwelle in Italia: incontri con Frattini, Napolitano ed i terremotati di Onna  4

8.       Il Com.It.Es. di Colonia promuove il voto per il consiglio degli stranieri (Integrationsrat) 4

9.       Le ACLI del BW sul Comites di Stoccarda: da luogo di rappresentanza a luogo di assoluto degrado  5

10.   L’on. Narducci da Hannover: rilanciare le politiche per l’integrazione  5

11.   Monaco di Baviera. L'Istituto italiano di filologia sarà integrato nel seminario di romanistica?  5

12.   Tenuta ad Hannover la prima conferenza regionale dei giovani italiani residenti in Bassa Sassonia  5

13.   Genco (Weinstadt) al nuovo Console di Stoccarda Dr. Alessandro  Giovine: „Benvenuto“  6

14.   Interrogativi della Cne ai deputati del Pd eletti all’estero  6

15.   Il centrodestra ha dimenticato gli italiani all’estero  6

16.   Dalla Commissione Esteri della Camera parere favorevole alle norme in materia di cittadinanza  7

17.   A colloquio con il nuovo direttore di Rai Italia Daniele Renzoni: “promuoveremo il sistema Italia nel Mondo”  7

18.   A Berna la prima festa di Natale del CASCI 8

19.   “C’è un’emergenza comunicazione per gli italiani nel mondo"  8

20.   Al via la VI edizione del Concorso per il recupero della storia dell’emigrazione italiana “Memorie migranti”  8

21.   L’Italia deve rispondere alla Corte di Strasburgo sul respingimento di 24 somali ed eritrei 8

22.   Clima, accordo dimezzato. Delusi i paesi europei 9

23.   Clima. Ma almeno il problema ora esiste  9

24.   Clima. Errori da non ripetere  10

25.   Rutelli: serve una svolta costituente  10

26.   Il primo confronto Nord-Sud  11

27.   Due o tre cose di buon senso  11

28.   Il Viminale sacrifica la legalità al "territorio"  12

29.   Cambiare mentalità. Ripartire accettndo il lavoro che c’è  12

30.   Generazione a rischio sconfitta  12

31.   Riforme e vita civile. Il salto di qualità che il paese esige  13

32.   In piazza contro il Ponte sullo Stretto. "Per questa terra sarebbe un disastro"  13

33.   Ponte sullo Stretto, il no del regista tedesco Wim Wenders. "E' un'idea stupida e capitalista"  14

34.   A Ciampi  il premio “Pasquale Villari” 2009 per la sensibilità nella tutela della lingua italiana  14

35.   Sondaggio tra i cittadini. "La classe dirigente del Sud è totalmente inadeguata"  14

36.   Rubata l'insegna all'entrata di Auschwitz  15

37.   I nemici della memoria  15

38.   Le nuove regole per l’immigrazione. L'integrazione degli islamici 15

39.   Torino multietnica. Mostafa e Corina i controllori Gtt parlano straniero  16

40.   Sui rom disobbedì alla Lega rimosso il prefetto di Venezia  16

41.   Il Trentino posto ai massimi livelli in Europa nell'ambito della ricerca e dell'innovazione  17

42.   “Lingua, intercultura, integrazione”, di Vittorio Gazerro  17

43.   “Speciale Natale” nel Messaggero di sant’Antonio di dicembre 2009  18

44.   Riuniti a Basilea i dirigenti del PD della Svizzera Nord-Ovest 18

45.   Gli studi sui veneti nel mondo  18

46.   La “Fisorchestra Gioacchino Rossini” conquista la Svizzera a Romanshorn ed a Basilea  19

 

 

1.       Berlusconi nach dem Anschlag. Nur ein kurzes Innehalten  19

2.       Schumacher wendet sich von Ferrari ab  19

3.       Westerwelle auf Antrittsbesuch in Rom   20

4.       Studie. Wie ist die Situation der Migranten?  20

5.       Rheinland-Pfalz. Virtuelles Migrationsmuseum geht online  21

6.       Immer mehr Deutsche leben im Ausland  21

7.       Integration und Wirtschaft. Deutsche, nehmt Euch Australien zum Vorbild! 21

8.       Berlin. Integrationsbeauftragte: "Hier fehlt eine Kultur der Akzeptanz"  22

9.       "Der demografische Wandel bringt auch Chancen für die Integration"  23

10.   Leitartikel. Marktplatz der Vorurteile  24

11.   Streik in Europa. Brüssels leere Flure  24

12.   Spitzenpolitiker verfehlen die Klimaziele. Schwacher Kompromiss in Kopenhagen  25

13.   Klimagipfel Enttäuschung in Kopenhagen  25

14.   Kommentar. Nachsitzen in Kopenhagen  26

15.   Klimagipfel Kopenhagen Notlösung in Kopenhagen  26

16.   Weltklimagipfel. Blockadefraktion  27

17.   Höhn zu Kopenhagen. ''Die Klimakanzlerin entzaubert sich selbst'' 27

18.   Afghanistan. Operation Vakuum   27

19.   Leitartikel. Absurdistan senkt die Steuern  28

20.   Widerstand gebrochen. Bundesrat billigt Steuerpaket 28

21.   Kolumne. Das Bologna-Debakel 29

22.   Deutschland zahlt Schadenersatz. Europarichter stärken Rechte von Straftätern  29

23.   Oh du nervige: Deutsche haben Weihnachts-Traditionen satt 30

24.   Erste islamische Bank Mit dem Segen Allahs im Ländle  30

25.   Abfallwirtschaf. Der Mindestlohn für Müllwerker kommt 30

26.   Vorurteile gegen den Islam. Kopftuchfrauen. "Angst vor Islamisierung"  31

27.   Einwanderung. Wahrheit und Gefühl 31

28.   Bundesgerichtshof. Fall Jalloh könnte neu aufgerollt werden  32

29.   Österreichs Rechte vereint. Gemeinsam gegen die Fremden  33

30.   KZ Auschwitz. "Es ist eine Entweihung"  33

31.   Tschetschenen drohen mit Selbstmord. Massenflucht nach Straßburg  34

32.   Rechte Szene. Drei Gewalttaten am Tag  34

33.   Formel 1. Maranello. Abschied des Lieblings  34

34.   Reisen in Europa. Mehr Visafreiheit auf dem Balkan  35

 

 

 

 

L’Oim: più sforzi per affrontare le migrazioni ambientali e originate dai cambiamenti climatici

 

Ginevra - È necessario, dopo Copenaghen, compiere più sforzi per affrontare il complesso problema delle migrazioni ambientali e originate dai cambiamenti climatici. È quanto dichiara l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che giovedì ha celebrato la Giornata Internazionale del Migrante.

Mentre i leader mondiali assistono nella capitale danese all’ultima giornata della Conferenza ONU sul cambiamento climatico, per discutere la firma di un accordo globale che potrebbe includere il riconoscimento dell’impatto del cambiamento climatico sulle migrazioni, il cambiamento climatico e il degrado ambientale stanno già originando movimenti migratori in tutto il mondo. Sono i Paesi più poveri ad essere i più duramente colpiti.

Esistono vaste lacune nelle conoscenze e nella comprensione sul come affrontare adeguatamente le numerose e complesse ripercussioni delle migrazioni ambientali. "Nessuno sa veramente quante persone siano già emigrate volontariamente o siano state costrette a farlo dal cambiamento climatico o dal degrado ambientale. Ciò che sappiamo è che queste migrazioni sono in larga misura interne o dirette verso paesi limitrofi, e che si tratta di un fenomeno in crescita", afferma William Lacy Swing, direttore generale dell’OIM.

L’esigenza di rispondere alle sfide connesse alla gestione delle migrazioni è resa più urgente dalla crescente pressione migratoria risultante dagli effetti del cambiamento climatico. "Una delle priorità fondamentali dell’OIM continuerà ad essere la protezione dei diritti umani di tutti i migranti, inclusi i migranti ambientali, così come un’adeguata assistenza alle persone vulnerabili che devono lasciare le proprie case", aggiunge Swing. "Insieme alle agenzie del Global Migration Group e agli altri nostri partner, continueremo inoltre a lavorare per ridurre per quanto possibile le migrazioni forzate, per assicurare che la decisione di emigrare sia effettivamente una scelta".

Un rapporto recentemente pubblicato dall’OIM afferma che la maggior parte delle migrazioni ambientali in atto sono interne. Numerosi paesi asiatici, ad esempio, stanno cercando di gestire le massicce migrazioni dalle aree rurali alle città, che si verificano in seguito alle ricorrenti inondazioni che distruggono i mezzi di sostentamento agricoli, forzando le persone a spostarsi verso aree urbane sovrappopolate, con gravi conseguenze a livello infrastrutturale, dei servizi pubblici e della salute.

Il lento processo di degrado ambientale attira meno attenzione rispetto ad eventi estremi quali le inondazioni e le tempeste: nondimeno 1,6 milioni di persone, specialmente in Africa, hanno subito le conseguenze di periodi di siccità tra il 1979 e il 2008, più del doppio di quanti sono stati colpiti dalle tempeste.

In questi contesti, le migrazioni svolgono già un ruolo significativo come meccanismo di adattamento. In Mali, ad esempio, si assiste alla migrazione interna dal nord al sud del Paese, e alla migrazione regionale verso le aree costiere dell’Africa occidentale. Questi spostamenti, che rispondono ad una strategia spontanea di adattamento alla siccità, alleviano la pressione esistente su di un ecosistema fragile, trasferendola però verso un altro.

Mentre alcuni Piani d’Azione Nazionali di Adattamento (NAPA), elaborati dai Paesi meno sviluppati per adattarsi al cambiamento climatico, includono riferimenti alle migrazioni, sforzi più ampi possono essere intrapresi per rafforzare il ruolo delle migrazioni a fini di adattamento.

"Sappiamo tutti che non esiste una soluzione unica alle sfide del cambiamento climatico", osserva il direttore generale dell’OIM. "Dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione e la migrazione è uno di questi. È stato riconosciuto come le migrazioni possano contribuire - ed effettivamente contribuiscano - allo sviluppo dei Paesi d’origine e di destinazione. I piani di adattamento devono includere il rafforzamento del legame tra migrazione e sviluppo e l’utilizzo dei benefici che le migrazioni temporanee e circolari possono apportare alle comunità vulnerabili".

La potenziale ampiezza delle migrazioni future renderà necessario il sostegno internazionale per i Paesi più toccati dalle migrazioni ambientali interne o da Paesi limitrofi, poiché quelli meno sviluppati non avranno le capacità o le risorse per rispondere a questi flussi.

Per Swing "il sostegno finanziario destinato alle conseguenze migratorie del degrado ambientale e del cambiamento climatico non dovrà andare a discapito dell’assistenza allo sviluppo, che ha già subito gli effetti della crisi economica, ma dovrà invece aggiungersi a questi aiuti, affinché i paesi in via di sviluppo possano adattarsi all’impatto umanitario".

Le migrazioni ambientali rivestiranno però un’importanza crescente anche per i paesi industrializzati, che non hanno ancora sviluppato alcuna politica per rispondere a questo problema. Citando zone sensibili in numerosi Paesi in Asia, Africa, America centrale e meridionale caratterizzati da alti tassi di emigrazione, considerabili difficoltà socio-economiche e disastri di origine climatica a lenta evoluzione che si ripercuotono anche sulla sicurezza alimentare, un rapporto recentemente pubblicato dall’OIM sostiene che l’assenza di politiche sulla migrazione ambientale metterà in difficoltà anche i Paesi industrializzati nel momento in cui affronteranno la questione.

Swing conclude quindi affermando che "i cambiamenti climatici, le tendenze demografiche e la globalizzazione indicano che in futuro le migrazioni aumenteranno. Ciò significa che il benessere di un maggior numero di persone e di comunità dipenderà dalla nostra abilità di gestire le migrazioni in modo da aumentarne benefici ed opportunità e ridurne le sofferenze. In questa equazione, gli effetti del cambiamento climatico costituiranno una variabile sempre più importante. Dobbiamo prevedere e pianificare il cambiamento; dobbiamo elaborare soluzioni integrate che colleghino le migrazioni e l’adattamento al cambiamento climatico; e dobbiamo essere preparati a rispondere alle sfide umanitarie che il cambiamento climatico ci sta presentando già oggi". (aise) 

 

 

 

 

Dal 19 dicembre dai Balcani in Europa senza visto

 

Dal 19 dicembre serbi, montenegrini e macedoni potranno entrare liberamente nei Paesi dell'Unione per vacanza o studio

 

Milano- La notizia ha fatto presto il giro dei Balcani: dal 19 dicembre serbi, montenegrini e macedoni non dovranno più chiedere il visto per entrare in Europa (eccetto in Gran Bretagna e in Irlanda). Potranno trascorrere una vacanza o un periodo di studi di non oltre tre mesi a Parigi, Roma, Madrid o Berlino. Forse per chi è abituato a passare i confini dell’Unione Europea esibendo una semplice carta d’identità la Storia non cambia. Ma per i giovani dell’ex-Iugoslavia significa aprire una gabbia e conquistare un po' di libertà.

FINE DELL’ASSEDIO? - Hanno aspettato 19 anni per ottenerlo. Per chi ha vissuto la propria infanzia sotto assedio durante la guerra degli anni '90 (i ventenni e i trentenni di oggi), poter respirare oltre confine, senza lo svilente e dispendioso iter burocratico del visto, significa molto. Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Una parte dei serbi guarda ancora all’Europa e alla Nato come agli aggressori che hanno bombardato Belgrado. Poi ci sono i giovani che non vedono l’ora di esplorare altri mondi. E gli attivisti che lottano ancora affinché questo lusso sia concesso anche a bosniaci, kosovari, albanesi e ad altri Paesi dell’Europa dell'Est, come Ucraina, Bielorussia, Turchia, Armenia e Moldavia.

LA VITA È TROPPO BREVE PER UN VISTO - L'organizzazione Lymec, che unisce 60 associazioni di 37 paesi europei e promuove la libertà di movimento in tutto il Vecchio Continente, in questi anni ha condotto varie campagne in favore dell’apertura dei confini e dell’allargamento della white list di Schengen. Una delle ultime, intitolata "La vita è troppo breve per attendere un visto", era diretta al presidente della Commissione Europea Josè Barroso. «Ho sempre considerato la politica del visto contro i Balcani cinica e sbagliata - commenta il segretario di Lymec Srd Kisevic, croato di 30 anni -. Poteva essere giustificata negli anni '90, ma ora come ora non previene crimini. Le persone comuni si sentono discriminate e maltrattate nei consolati. Abbiamo raccolto storie agghiaccianti e presentato una petizione firmata da 7mila persone contro questa politica». E se Serbia, Montenegro e Macedonia possono pensare finalmente a una vacanza in Europa, ci sono Paesi che non hanno speranza di viaggiare fuori dai loro confini. «Conosco molti giovani moldavi o ucraini - prosegue Kisevic - che si sentono frustrati e senza opportunità di crescere. Costruire muri è una pessima soluzione per la sicurezza dell’Europa».

TRA GIOIA E ASTIO - Ne sa qualcosa Ratko Guduric, trentenne serbo una laurea in Gran Bretagna, che negli anni più duri dell’isolamento ha sudato per ottenere il permesso di viaggiare e studiare all’estero: «È una grande notizia. Ho affrontato le peggiori code davanti ai consolati, con decine di documenti in mano, aspettato anche un mese intero per un visto e riuscivo solo perché ho uno zio austriaco. Sono felice per i miei amici, che potranno finalmente viaggiare e divertirsi come persone libere». Invece Irena Vitorovic, 28 anni, dà voce all’orgoglio serbo, pieno di astio dagli anni dell’intervento militare della Nato nella guerra dei Balcani: «Per me non significa niente di speciale. Ho una sorella in Francia e la potrò andare a trovare più facilmente, ma niente di più. Non abbiamo l’abitudine di viaggiare in Serbia. Abbiamo problemi più grandi, come gli stipendi bassi, il Kosovo, la gente del Kosovo. Se il passo successivo sarà entrare nell’Unione Europea non ci sto. Non dimentichiamo che la Nato ha ucciso molte persone in Serbia». Non è d’accordo Aleksandar Obradovic, 22 anni, che vorrebbe continuare i suoi studi di comunicazione politica in un Paese dell’Europa dell’ovest: «Il progetto di un'Europa unita è sinonimo di pace, sviluppo e economie stabili. Ne hanno giovato Slovenia e persino la Romania. Non ci può fare che bene». Aleksandar, Ratko e Irena concordano, però, sull’opinione errata che il mondo si è fatta dei serbi: «Siamo persone gentili e amichevoli. Abbiamo ottime università e ci piace vivere». Ketty AreddiaCdS 18

 

 

 

 

 

Le raccomandazioni dell’Unhr alla prossima Presidenza spagnola dell’UE

 

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha rivolto le sue raccomandazioni alla Spagna in vista della sua presidenza dell’UE, che inizierà il 1° gennaio 2010.

 

La Spagna si appresta ad iniziare il suo semestre di presidenza subito dopo l’adozione del Trattato di Lisbona e del Programma di Stoccolma. Dovrà quindi supervisionare la preparazione di un Piano Attuativo per l’agenda legislativa e politica dell’UE per i prossimi cinque anni. Il Piano comprende le questioni riguardanti asilo e gestione dei flussi migratori e delle frontiere.

L’UNHCR rivolge le sue raccomandazioni all’inizio di ogni semestre di presidenza. Questi suggerimenti vogliono essere uno stimolo costruttivo, in questo caso, non solo per quanto riguarda le attività di implementazione del Programma di Stoccolma, ma anche su altre questioni che verranno negoziate sotto la presidenza spagnola. Tra queste le discussioni sugli emendamenti proposti alla legislazione UE sulle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo, sul sistema di distribuzione delle responsabilità tra gli Stati membri per le richieste di asilo, sulle procedure di asilo dell’UE e sui criteri di protezione.

L’UNHCR chiede inoltre che l’Ufficio di Supporto Europeo in materia di Asilo (EASO), il cui primo direttore dovrebbe essere nominato durante il semestre di presidenza spagnola, si adoperi per migliorare la qualità del processo di riconoscimento dell’asilo nell’UE.

L’Alto Commissariato Onu evidenzia poi come la Spagna abbia manifestato l’intenzione di dare un ruolo chiave nella sua agenda alla gestione delle migrazioni ed auspica che venga posta l’attenzione necessaria alla salvaguardia delle persone in cerca di protezione.

Quanto alla cooperazione dell’UE con i Paesi terzi, l’UNHCR esorta la Spagna a promuovere il legame tra attività di sviluppo e soluzioni durature ai problemi dei movimenti forzati delle popolazione, inclusI quelli degli sfollati interni. (aise) 

 

 

 

 

 

Primo Rapporto European Migration Network. L’Italia e gli immigrati qualificati: un sentiero da percorrere

 

  ROMA – E’ dedicato ai lavoratori immigrati qualificati il primo Rapporto Emn Italia, iniziativa inserita in un programma europeo (European Migration Network) che in Italia fa capo al Ministero dell’Interno con il supporto tecnico del Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.

  Il rapporto tra mercato occupazionale e flussi qualificati presenta diversi aspetti problematici e anche con alcune prospettive promettenti. Le indagini dell’Istat sulla forza lavoro immigrata hanno sottolineato che, nel 2008, il 73,4% degli immigrati svolge una professione non qualificata contro il 32,9% degli italiani, con un loro sproporzionato sottoutilizzo professionale in lavori a bassa qualificazione, per i quali nella maggior parte dei casi basta la sola capacità di forza fisica e resistenza.

  Nel settore sanitario, invece, diventa sempre più ricorrente l’impiego di infermieri stranieri che, sempre nel 2008, sono 34.043 su 354.436, uno ogni dieci sul totale ma più di uno ogni quattro nuovi assunti (incidenza del 28,4%). Per l’86,5% si tratta di donne, mentre la ripartizione vede prevalere il Nord con il 56,4% delle presenze. I comunitari, in prevalenza romeni e polacchi, ammontano al 57,8%. Altri importanti Paesi di provenienza sono la Svizzera, il Perù, l’Albania e l’India. Attualmente in Italia, complessivamente, vi sono solo 6 infermieri ogni 1.000 abitanti, ma il rapporto ideale dovrebbe essere di un medico ogni cinque infermieri. Secondo l’Ipasvi per soddisfare il fabbisogno complessivo delle strutture servirebbero altri 71 mila infermieri, che le strutture formative italiane non sono in grado di assicurare per cui gli stranieri sono i benvenuti.

  L’Italia, invece, ha una sufficiente disponibilità di medici, peraltro non destinata a perdurare perché nel futuro si determinerà una forte carenza in diversi settori, come già avviene ora in anestesia e radiologia. Secondo l’Ordine dei medici, se le possibilità di iscrizioni annuali alla facoltà di medicina continueranno a esser di 6.200 unità l’anno, come è avvenuto nell’ultimo ventennio, nel 2029 i medici diminuiranno a 280.000 (74 mila in meno nel corso di due decenni) e la loro età media salirà a 54 anni e vedremo tra di noi molti più medici stranieri rispetto agli attuali 14. 548.

  Questi e altri dati nel volume EMN sono completati con 36 storie di immigrati qualificati, riguardanti molteplici settori oltre a quello sanitario, raccolte nei mesi di maggio-giugno 2009 dal Centro Studi Idos e dalla Fondazione Ethnoland. I protagonisti di questi percorsi sono insediati in 20 regioni differenti e provengono da 22 diversi paesi. Per tutti l’affermazione finale si è scontrata nelle fasi iniziali con numerose difficoltà, non solo burocratiche, segnatamente con la necessità di svolgere un lavoro qualsiasi per sopravvivere e mettere da parte i risparmi. Sono ricorrenti i casi di donne che hanno iniziato presso una famiglia (da colf, badanti o baby sitter) o un’impresa di pulizie, e di uomini che si sono adattati a fare gli operai, i camerieri e i portieri, molte volte con la laurea in tasca e la conoscenza di più lingue.  Spesso, ancora oggi, al lavoro “formale” di livello basso si unisce uno status più elevato acquisito a livello sociale come mediatori interculturali, sindacalisti, attivisti di partito, giornalisti, scrittori, responsabili di associazione o di cooperative, esperti di progetti, consiglieri aggiunti e anche assessori comunali (se nel frattempo è stata acquisita la cittadinanza italiana).

  È fondamentale che sugli episodi di razzismo prevalga la politica delle pari opportunità. Perciò, per il prefetto Angelo Malandrino non bisogna confinare l’immigrato in condizioni di marginalità e precarietà sociale e economica, generando esclusione e conflitti sociali. Anche per Mario Sepi, presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo non vi altra soluzione se non l’insistenza sull’integrazione. Il consigliere del Cnel Aldo Amoretti, raccogliendo le sollecitazione dei diversi relatori, ha concluso che la valorizzazione degli immigrati è non solo una questione di dignità ma anche di convenienza: questa in sintesi, la tesi sviluppata nel volume e nel dibattito, al quale hanno partecipato le delegazioni di cinque Stati membri. (su www.emnitaly.it   la scheda riassuntiva della ricerca).  (Inform)

 

 

 

 

I sei eputati del PD eletti all’estero fanno il punto sul primo anno e mezzo di lavoro in Parlamento

 

Roma - "Porre l'accento sulla presenza forte e qualificata dei parlamentari eletti all'estero all'interno del nostro gruppo" e, allo stesso tempo, dimostrare come essi rappresentino in Italia "un modello di integrazione riuscito". Questo il duplice obiettivo che ha visto giovedì chiamati a raccolta nella Sala Mappamondo della Camera, insieme ad Alessandro Maran, vicepresidente del Pd alla Camera, i sei deputati eletti all'estero, la delegazione più numerosa e rappresentativa del parlamento, in rappresentanza di ogni angolo del globo. Un gruppo di colleghi che, grazie ad "un affiatamento e una coesione esemplare", ha presentato in un anno e mezzo di legislatura numerose interrogazioni, interpellanze e proposte di legge, che l'incontro odierno ha tenuto a rendere pubbliche. A tale scopo è stata anche realizzatra una apposita guida stampata, con i contributi del presidente del gruppo Antonello Soro e del responsabile Esteri del Pd, Piero Fassino, ed un dvd contenenti tutti gli atti sugli italiani all'estero presentati in questo primo periodo di legislatura.

I protagonisti della giornata, i sei deputati, c'erano tutti: Gino Bucchino, Marco Fedi, Laura Garavini, Gianni Farina, Franco Narducci e Fabio Porta, ognuno a testimoniare quale sia stato il contributo politico e culturale degli eletti all'estero in parlamento ed ognuno a lanciare le sfide future.

Il primo a prendere la parola è stato l'on. Narducci che, ringraziando il gruppo del Pd per il "sostegno" all'iniziativa odierna ed invocando altri incontri simili in tutti i gruppi che abbiamo parlamentari eletti all'estero nelle proprie fila, ha ammonito: "la nostra presenza in Parlamento deve avere un significato strategico, altrimenti non avrebbe senso la battaglia che abbiamo sin qui condotto per unire le due Italie". Certo, ha proseguito, "noi rappresentiamo gli italiani all'estero" e la realtà da loro maturata nelle nazioni in cui si sono integrati, ma la vera sfida è "ricollegare" questa esperienza alla "nostra azione parlamentare". Ed è quello che sinora è stato fatto, ha rivendicato Narducci, anche se con grandi difficoltà, ha ammesso, facendo riferimento ad una "sconcertante" legge sulla cittadinanza uscita dalla Commissione Affari Costituzionali, così come alla riforma di Comites e Cgie, in difesa dei quali continua pure la ricerca del "dialogo" con i colleghi di altre forze politiche. Perché quando c'è il dialogo qualcosa si riesce a fare, come dimostra, ha ricordato il deputato del Pd, la questione dello scudo fiscale e dei frontalieri: qui l'unione delle forze tra gli eletti all'estero di maggioranza e opposizione ha portato i suoi frutti. Restano molte "riforme ferme, che non avanzano", e per queste, ha concluso Narducci, "oggi ribadiamo l'impegno del Pd".

Sulla stessa linea Gino Bucchino, che si è detto allo stesso tempo "soddisfatto" e "molto insoddisfatto". Soddisfatto "per il lavoro svolto in ambito politico e legislativo, in una situazione pure difficilissima". Molto insoddisfatto per gli "scarsi risultati, nonostante il sincero impegno", che però si è scontrato con "l'ignoranza e l'indifferenza dei nostri interlocutori", istituzionali e non solo, "nei confronti dell'emigrazione". Ora, dopo più di un anno "qualche spiraglio inizia ad aprirsi", come dimostra il vivo dibattito scaturito in aula durante la discussione dell'emendamento Fedi alla Finanziaria, poi bocciato. In quell'emendamento si chiedeva al governo di recuperare fondi per l'assistenza ai connazionali indigenti, quegli stessi, ha tenuto a sottolineare Bucchino, ancora vessati dalle "inadempienze del'Inps" e dalla "rassegnazione delle associazioni che si occupano dei diritti socio-assistenziali". Il riferimento è all'assegno aggiuntivo di 134 euro sulla 13esima mensilità, che sarebbe non solo "sacrosanto", ma "farebbe la differenze per molti connazionali", specie in Sud America, per il quale "l'Inps è in arretrato da 9 anni", ha lamentato Bucchino. "Dopo tante sollecitazioni ed interrogazioni", ha osservato amareggiato il parlamentare del Pd, "non ne è uscito ancora niente, ma il nostro impegno continuerà", ha garantito.

Di "piattaforma storica" sui temi dell'assistenza ha parlato Marco Fedi, il quale ha rivendicato "una grande apertura e disponibilità" del proprio gruppo verso il governo e i colleghi della maggioranza, da parte dei quali "ci aspettavamo più dialogo" su questioni così universali come la salute e i diritti sociali dei connazionali all'estero. Ma Fedi è ottimista ed è certo che "continueremo" con l'obiettivo di realizzare quelle "riforme vere" che si possono "raggiungere solo insieme". Dalla cultura alla ricerca all'internazionalizzazione e alle politiche d'integrazione, quello degli italiani nel mondo è un patrimonio talmente ricco da rappresentare un "vantaggio" e una occasione importante per il Paese intero, anche se in troppi ancora sembrano non capirlo.

Non a caso, ha sottolineato Fabio Porta prendendo la parola, durante il dibattito dell'emendamento Fedi "io ero l'unico parlamentare presente in Aula in rappresentanza del Sud America" e ciò nonostante tante parte avesse in quell'occasione la condizione degli italiani indigenti nel continente latinoamericano. Un esempio, per il deputato di San Paolo, di quanto occorra far comprendere agli elettori che non sempre è una questione di "volontà di lavorare: occorre anche la presenza". Insomma le condizioni di lavoro in cui i parlamentari del Pd si sono ritrovati in questa legislatura sono state "difficili", anche per via della fase di stabilizzazione dell'assetto interno del partito. Eppure, ha reclamato Porta, "quasi tutte le nostre proposte di legge e le interrogazioni sono state presentate a firma congiunta", a dimostrazione del "lavoro comune che tentiamo di portare avanti, coinvolgendo anche i parlamentari della maggioranza". Purtroppo, ha osservato, "non sempre ci riusciamo". Ma c'è un "clima positivo", come emerge dalla proposta di legge sulla Conferenza Stato-Regioni-Cgie, "che ha avuto l'adesione dell'on. Di Biagio" del PdL, e da quella sull'insegnamento della storia dell'emigrazione nelle scuole italiane che, presentata dallo stesso Porta, ha incontrato fra gli altri il plauso dell'on. Marco Zacchera, sempre del PdL.

Sulla sensibilità degli eletti all'estero verso la promozione di una cultura delle migrazioni e di una politica ad essa adeguata ha concentrato invece il suo intervento Gianni Farina, che ha parlato di "straordinaria ricchezza" che gli italiani hanno portato nel mondo e che oggi tanti immigrati possono portare nel nostro Paese. Si tratta di costruire la "società del futuro" e per far ciò, ha detto il parlamentare, non si piò non tener conto dei "valori" espressi dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Ue. C'è però un'altra questione cara a Farina ed è quella della promozione e diffusione della lingua italiana. Il deputato del Pd si è detto oggi "disgustato dal disastro culturale" in cui si trovano l'Italia e la nostra lingua all'estero, con il conseguente "impoverimento" tanto per noi, qui in Italia, quanto per i nostri connazionali all'estero, sempre più a corto di corsi, quanto per gli altri popoli, ai quali viene negata la conoscenza di una cultura unica come la nostra.

Infine è intervenuta Laura Garavini, cui è spettato il compito di illustrare la guida stampata de "Il Pd per gli italiani nel mondo. primo anno di legislatura dei deputati eletti all'estero". Una pubblicazione, ha spiegato la deputata eletta in Europa, che è una "esposizione sobria, raccolta ed essenziale del lavoro che abbiamo realizzato in un anno e mezzo di attività parlamentare, rimboccandoci le maniche" e soprattutto, ha evidenziato, "in modo molto unitario", remando contro "tante difficltà". Quello di Garavini e dei colleghi eletti all'estero è stato un "lavoro serio, compatto e tenace, che", ha proseguito la parlamentare, si è dovuto "scontrare" contro l'atteggiamento del governo, volto allo "smantellamento delle politiche per gli italiani all'estero". Tuttavia, ha proseguito Laura Garavini, il lavoro che il Pd ha portato avanti è valso ai deputati eletti all'estero la "conquista del rispetto degli altri colleghi ed anche dell'opinione pubblica italiana". Ciò vuol dire che "dobbiamo continuare a portare avanti le nostre battaglie, con obiettivi comuni e", se possibile, "insieme ai colleghi della maggioranza". Per un anno e mezzo, ha aggiunto la parlamentare, "il Pd è stato la forza trainante" nella difesa delle politiche degli italiani all'estero, così come per la loro proiezione a favore dell'Italia, che si parlasse di assistenza o dei ricercatori, come pure di modernizzazione ed integrazione del nostro Paese. "Dobbiamo continuare e fare di più", ha invitato Laura Garavini, concludendo l'incontro, "per aprire nuove e più ampie brecce" nel muro della società e della politica italiana. (raffaella aronica\aise) 

 

 

 

 

Presentata alla Camera la guida sull’attività parlamentare dei deputati del Pd eletti all’estero

 

Gli interventi di Alessandro Maran, Franco Narducci, Gino Bucchino, Marco Fedi, Fabio Porta, Gianni Farina e Laura Garavini

 

  ROMA- Una guida e un dvd contenenti la documentazione di tutti gli atti, interrogazioni, interpellanze e proposte, presentate o illustrate in Aula dai sei deputati del Partito democratico eletti nella circoscrizione Estero. Nella guida a stampa, curata da Norberto Lombardi e coordinata da Stefania Pieri, i contributi del presidente del gruppo Pd alla Camera Antonello Soro, del responsabile Esteri del Pd Piero Fassino e dei sei eletti all’estero; e questi ultimi propongono e spiegano le loro idee all’interno del dvd attraverso inserti filmati.

  La presentazione della guida, nella sala Mappamondo di Montecitorio, è stata aperta dal vice presidente del gruppo Pd alla Camera dei Deputati, Alessandro Maran. L’iniziativa editoriale - ha detto - si prefigge “di porre l’accento sulla presenza qualificata degli italiani all’estero nel gruppo del Pd. Essi - ha proseguito - rappresentano un modello d’integrazione, ci ricordano che siamo stati fino a non molti anni fa un paese di emigranti e che ora ci troviamo a vivere un’altra sfida, dall’altra parte della riva. Un esempio per l’oggi, per questa nostra Italia che non ha ancora sviluppato un proprio modello d’integrazione e che considera l’immigrazione quasi esclusivamente una minaccia”.

  “Incontri come questo - ha spiegato Franco Narducci, eletto nella ripartizione Europa - sono importanti perché c’è una grossa incognita sulla nostra attività all’estero e bisogna comunicare le cose che vengono fatte, in funzione delle esigenze dei bisogni e del mandato che gli elettori hanno affidato ai parlamentari eletti all’estero, sia in termini di proposte di legge, interrogazioni e mozioni, sia per quanto riguarda i momenti in cui si discute con gli interventi in aula.”

  “Lunedì – ha proseguito Narducci - debutta nell’aula del Parlamento la proposta di legge sulla cittadinanza agli immigrati e devo dire che siamo già sconcertati come parlamentari del Partito democratico per quanto è stato elaborato dalla Commissione Affari Costituzionali. Credo che questo non fosse l’obiettivo nemmeno del presidente della Camera Fini. Quindi ci sarà molto da lavorare e credo che in Parlamento noi dobbiamo essere protagonisti di questo dibattito, come persone che hanno vissuto i problemi e le difficoltà del percorso d’integrazione in un paese straniero e soprattutto il valore che ha la cittadinanza ai fini dell’integrazione e dei diritti. In fin dei conti con questa proposta di legge si sta costruendo lo scenario dell’Italia del futuro”.

  Dopo aver sottolineato la necessità di portare avanti le battaglie in favore degli italiani all’estero, come quella sull’Ici, Narducci ha auspicato la ricerca di un dialogo con gli eletti all’estero delle altre forze politiche per quanto riguarda la riforma di Comites e Cgie. Ha infine ricordato la proposta di legge che prevede la costituzione di un apposito Consiglio per la promozione della lingua italiana nel nostro paese e all’estero.

  “Mi sento soddisfatto per il lavoro che abbiamo svolto come parlamentari del Pd in ambito politico e legislativo - ha esordito Gino Bucchino, eletto nella ripartizione America Settentrionale e Centrale;- sono però insoddisfatto degli scarsi risultati ottenuti a causa dell’ignoranza e l’indifferenza nei confronti delle problematiche degli italiani all’estero. In questo ambito devo comunque dire che qualche segnale positivo e diverso lo abbiamo cominciato a vivere in occasione del dibattito in Aula sull’emendamento, firmato da Fedi e dagli altri eletti all’estero, volto al recupero in Finanziaria di qualche soldo per i nostri connazionali indigenti. In quella sede abbiamo assistito ad un dibattito intenso che ci ha dato, anche se l’emendamento è stato bocciato, la speranza di poter lavorare e di superare il muro dell’indifferenza”.

  Bucchino ha poi ricordato la mancata assegnazione da parte dell’Inps, ai nostri connazionali residenti all’estero che ricevono una pensione dall’Italia e si trovano in una determinata situazione di reddito, dell’importo aggiuntivo di 154 euro sulla tredicesima mensilità. “Un somma che, se si calcolano nove anni di arretrati, farebbe una grande differenza per i nostri connazionali che vivono in America Latina”. 

  “Il Pd - ha detto Marco Fedi, eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide - deve affermare al proprio interno la nuova dimensione della nostra emigrazione, che oggi è formata anche dalle nuove mobilità, come i ricercatori che lavorano all’estero. Un’esperienza,  quella degli italiani nel mondo, oggi molto più complessa e ricca di esigenze che il Partito democratico deve trovare il modo di  rappresentare.  C’è una piattaforma storica di rivendicazioni ancora aperta – ha aggiunto Fedi - che riguarda la previdenza sociale, come i diritti di cittadinanza. Rispetto a queste questioni noi abbiamo alcune volte cercato e trovato il dialogo con i parlamentari eletti all’estero della maggioranza. Siamo comunque pronti a mantenere aperto questo livello di discussione perché crediamo che si possano raggiungere obiettivi veri di riforma solo lavorando in sinergia”.

  “La rappresentanza degli eletti all’estero in questo Parlamento è utile all’Italia – ha concluso Fedi - perché porta in questa dimensione, a volte così provinciale, aspetti culturali decisamente nuovi”.  

  “La pattuglia degli eletti all’estero – ha spiegato Fabio Porta, eletto nella ripartizione America Meridionale - ha lavorato in condizioni difficili sia per la situazione politica generale, sia perché questo anno e mezzo è stato anche per il Pd un periodo di transizione. Speriamo che il nuovo assetto del partito ci consenta, come eletti all’estero, di avere un’azione più incisiva e maggiormente coordinata con la nostra rappresentanza al Senato”.

  Porta si è anche soffermato sulla riforma dei Comites e del Cgie: “Noi crediamo che sia giunto il momento di rivedere questo sistema in maniera graduale, coinvolgendo le nostre comunità all’estero, senza nessun colpo di mano e senza assecondare le intenzioni del sottosegretario Mantica che vuole ridurre la rappresentanza ad un mero terminale di trasmissione del potere esecutivo. Voglio inoltre ricordare - ha aggiunto Porta - la proposta di legge, che ho seguito in maniera particolare e che è stata  firmata anche da rappresentanti della maggioranza, volta all’introduzione nelle scuole italiane di un insegnamento specifico e multidisciplinare sulla storia della nostra presenza all’estero”. Il deputato ha infine sottolineato la necessità che il dibattito parlamentare sulla cittadinanza registri un forte presenza della componente degli eletti all’estero.

  “L’iniziativa – ha affermato Gianni Farina, eletto nella ripartizione Europa - vuole essere un riconoscimento a tutto quello che noi eletti all’estero del Pd facciamo; perché siamo una grande opportunità che non è ancora stata utilizzata per arricchire il nostro paese di tematiche e di approcci nuovi anche al mondo dell’immigrazione”.

  “Ormai – ha proseguito Farina - sono 5 milioni gli stranieri che vivono in Italia, uomini e donne indispensabili per l’economia del nostro paese, e i cittadini che vivono sul territorio metropolitano non sono ancora coscienti di questa straordinaria ricchezza: quella portata dall’immigrazione, che naturalmente comporta anche dei problemi che vanno affrontati, e quella che possiamo dare noi dall’estero”. Farina ha poi sottolineato la necessità di una proposta innovativa sui corsi di lingua e cultura italiana. “ Per il rilancio e la difesa della nostra lingua e cultura nel mondo – ha puntualizzato - dobbiamo fare una grande battaglia unitaria fra maggioranza ed opposizione. Una battaglia che riguarda tutti i parlamentari eletti nel mondo, i Comites ed il Cgie. Un organismo di rappresentanza, quest’ultimo, che ha bisogno di essere riformato ma in meglio e non in peggio, bisogna dargli più forza in modo che sia all’altezza di collaborare effettivamente con i parlamentari eletti all’estero”.

  “Questa pubblicazione – ha spiegato Laura Garavini, eletta nella ripartizione Europa - è un’esposizione sobria, seria ed essenziale del lavoro che abbiamo fatto in modo unitario all’interno del gruppo del Pd in questo anno e mezzo di attività parlamentare. Il nostro lavoro compatto e tenace si è dovuto però scontare con l’approccio di smantellamento adottato dalla maggioranza per le politiche degli italiani all’estero.

  Dopo aver affermato che gli eletti all’estero del Pd hanno conquistato la fiducia e il rispetto dei colleghi e dell’opinione pubblica in quanto portatori e interpreti di esperienze di integrazione che possono dare un importante contributo al nostro paese, la Garavini ha spiegato che l’azione degli eletti all’estero è a 360 gradi. Da un lato vi è stata la massima attenzione alle tematiche tradizionali delle nostre comunità all’estero, come la scuola, l’assistenza, la previdenza, la rappresentanza e i diritti civili, dall’altro si sono seguite da vicino le nuove manifestazioni dell’essere italiani all’estero, come la fuga dei cervelli, l’internazionalizzazione e la concessione dei diritti civili agli immigrati: “un contributo che diamo alla modernizzazione del nostro paese”.

  Fra gli altri interventi quello del consigliere del Cgie Gian Luigi Ferretti - che ha citato l’opposizione “dai toni giusti” portata avanti alla Camera dagli eletti all’estero del Pd e la “dolce eutanasia”contenuta nella bozza di riforma degli organi di rappresentanza degli italiani nel mondo depositata al Senato - e quello del presidente della Cne Rino Giuliani che ha chiesto di conoscere la posizione ufficiale del Pd sulla bozza Tofani, la proposta di riforma del Cgie e dei Comites, e quali iniziative abbia assunto il Pd per togliere dallo stallo la proposta di legge Narducci sul riconoscimento dell’associazionismo di promozione sociale all’estero.

  “Sulla questione della rappresentanza la nostra posizione è molto chiara – ha replicato Fedi. – Noi non pensiamo che questa riforma sia una priorità, in quanto riteniamo che andrebbe chiarita innanzitutto, rispetto alle riforme istituzionali, quale sarà la collocazione degli eletti all’estero nel nuovo Parlamento. La riforma è un’iniziativa politica spinta del governo che è stata recepita dalla maggioranza al Senato dove e stata illustrata da un relatore del Pdl. Quando il disegno di legge giungerà alle Commissioni della Camera, noi appronteremo una serie di emendamenti che tengano conto dei vari contributi”. (Goffredo Morgia - Inform)

 

 

 

Il vicecancelliere Westerwelle in Italia: incontri con Frattini, Napolitano ed i terremotati di Onna

 

Roma - Ieri domenica 20 e oggi lunedì 21 dicembre il ministro federale tedesco degli Affari Esteri e vicecancelliere, Guido Westerwelle, è a Roma per la sua prima visita in Italia.

Il programma prevede una cena e un colloquio di lavoro con il ministro degli Affari Esteri italiano, Franco Frattini, ed un incontro con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Un momento di incontro è riservato anche a 60 abitanti di Onna, località abruzzese su cui la Germania ha deciso di concentrare gli aiuti per la ricostruzione, provenienti da risorse governative, donazioni private e contributi dell’industria privata. Ad Onna infatti a causa del terremoto hanno perso la vita 40 dei 280 abitanti ed il borgo è distrutto per il 90%.

Ad Onna la Germania è inoltre legata dalla triste storia e dalla successiva riconciliazione. Il paesino è infatti stato lo scenario di uno dei più efferati crimini compiuti in Italia dai nazisti: nel 1944 alcuni militari tedeschi uccisero 17 civili e fecero saltare in aria diverse case. (aise, de.it.press) 

 

 

 

 

Il Com.It.Es. di Colonia promuove il voto per il consiglio degli stranieri (Integrationsrat)

 

Colonia - Il prossimo 7 febbraio nei comuni del Nordreno-Vestfalia (in cui quasi un quarto della popolazione ha uno sfondo migratorio) si voterà per il rinnovo dei consigli degli stranieri, i cosiddetti “Integrationsräte o Integrationsausschüsse”. Il Com.It.Es. di Colonia sta realizzando una campagna per la promozione del voto e distribuisce un depliant informativo sull’istituzione comunale che rappresenta gli interessi dei migranti (italiani compresi) nella politica locale. La campagna viene sostenuta anche da Armin Laschet, Ministro delle Generazioni, della Famiglia, delle Donne e dell’Integrazione del Land Nordreno-Vestfalia.

 

„Queste elezioni sono una delle occasioni per poter influenzare la vita politica nelle nostre città. La realizzazione di questo obiettivo dipende dall’affluenza alle urne. Pensiamoci: la democrazia si basa sul contributo di tutti”, dice Rosella Benati, Presidente del Com.It.Es. di Colonia.

Il Ministro del Land Laschet aggiunge: “Il governo regionale intende rafforzare ulteriormente il buon lavoro svolto dagli organi d’integrazione. Il Nordreno-Vestfalia ha bisogno di una forte rappresentanza politica di persone con un retroterra migratorio.”

 

Nei consigli degli stranieri vengono elette persone di provenienza diversa, che lavorano insieme per la parità di diritti nella convivenza sociale di tutti. Esse fanno proposte per migliorare la situazione negli asili, nelle scuole, nella formazione professionale, come anche la situazione abitativa dei migranti nei comuni. I membri del consiglio degli stranieri prendono parte alle riunioni comunali in cui si decide sullo stanziamento dei mezzi finanziari e hanno la possibilità di contribuire con il loro parere su come i mezzi dovranno essere distribuiti.

 

Possono partecipare alla votazione del consiglio degli stranieri, tutti i cittadini stranieri che hanno già compiuto 16 anni e che hanno la residenza nella città in cui si vota. Possono anche votare i cittadini che hanno acquisito la cittadinanza tedesca non più di cinque anni fa. I cittadini stranieri devono inoltre risiedere stabilmente in Germania da almeno un anno. In questa occasione sarà possibile votare anche per corrispondenza. Chi volesse votare per lettera, dovrà farne espressamente richiesta, nel momento in cui riceverà la comunicazione elettorale del comune.

 

Possono essere eletti nell’”Integrationsrat” tutti i cittadini che hanno diritto di voto, che hanno compiuto i 18 anni. Sono esclusi invece gli stranieri che hanno un permesso di soggiorno provvisorio.

 

Il depliant informativo della campagna del Com.It.Es. di Colonia può essere consultato o scaricato dalla homepage www.comitescolonia.de.  (de.it.press)

 

 

 

 

 

 

Le ACLI del BW sul Comites di Stoccarda: da luogo di rappresentanza a luogo di assoluto degrado

 

Stoccarda - Le ACLI Baden-Württemberg, alla luce degli ultimi avvenimenti accaduti nelle ultime assembleee del 17 novembre e 10 dicembre u.s., denunciano lo stato di degrado in cui si trova attualmente il Comites della circoscrizione consolare di Stoccarda.

 

Il Comites di Stoccarda, che si vanta di essere il più importante d'Europa perchè rappresenta la comunità italiana più numerosa, nell'ultimo periodo è di fatto diventato più luogo di scontro diretto tra fazioni e diversi componenti, che un organismo in grado di rilevare, dibattere e di rappresentare gli interessi vitali della nostra comunità. Una comunità che ha il diritto di avere un organismo di  rappresentanza in  grado di esprimere in modo appropriato, serio e decoroso le necessità e le istanze attese di tutti.

 

Da diverso tempo, invece, si assiste a ribaltamenti e a sostituzioni di Presidenti del Comites in base agli umori e agli interessi personali di determinate „maggioranze“ che di fatto hanno bloccato e bloccano l'operato concreto del Comitato.

Il modo „particolare“ di operare di questo Comites ha avuto un  riscontro, anche molto polemico, nella stampa d'emigrazione.

L'ultimo Presidente – la Dott. Ileana Werner – che nell`ultima assemblea ha comunicato le sue dimissioni – abbandonando successivamente la seduta - ha ammesso sì di aver fatto degli errori nella guida del Comitato, ma ha anche voluto sottolineare che le sue dimissioni sono riconducibili non per ultimo ai volgari attacchi personali da parte di membri del Comitato tra i quali anche di componenti della „maggioranza „ che l'aveva eletta.

 

Le assemblee del Comitato ormai si svolgono – o non si svolgono – in base a giochi di ripicca tra i diversi „gruppi“ che, di volta in volta, assicurano o fanno mancare il numero legale a seconda di umori o interessi dell’una o dell‘altra fazione.

E, durante le assemblee, è indecoroso assistere a continue diatribe personali che, ribadiamo, spesso scadono in volgari offese alle persone, qualunque sia il loro ruolo, istituzionale o no.

Le assemblee sono ridotte spesso a una vera e propria perdita di tempo in quanto incapaci di una discussione sulle problematiche vive e inerenti la comunità,  e di una programmazione seria d'iniziative  nel rispetto del mandato dettato dalla legge.

Quello che si avverte è soprattutto la mancanza di un senso etico che deve essere alla base di ogni organismo di rappresentanza. Fino a quando, ci chiediamo, dobbiamo assistere in silenzio al totale degrado di questo organo istituzionale?

 

C'è quasi da chiedersi – per rispetto della comunità italiana della circoscrizione consolare di Stoccarda – se sia necessario continuare a finanziare un Comitato che, ribadiamo, è diventato puro palcoscenico per scontri personali e attacchi a tutti e a tutto, o sia meglio destinare questi soldi pubblici per l'assistenza alla nostra comunità.

 

Le ACLI Baden-Württemberg non intendono ergersi a giudice del Comites di Stoccarda, prendono atto però e riconoscono che i tanti tentativi fatti, anche nel passato, per fare del Comitato una rappresentanza capace di superare le fazioni “politiche” sono rimasti disattesi, ritengono pertanto che il Comites, nell'attuale situazione, non adempia più a quelle premesse per continuare a sussistere e a svolgere il suo ruolo istituzionale.

 

Le ACLI BW chiedono alla competente autorità consolare d' intervenire per mettere fine a questa incresciosa situazione, possibilmente con un atto di commissariamento.

 

Le ACLI BW sottolineano che garantiranno la presenza dei propri rappresentanti nel momento in cui si riavvierà il „risanamento“ del Comitato e si ricomincerà a riprendere – attraverso un civile e democratico confronto di idee e proposte – quella funzione di rappresentatività della comunità, prevista nella legge istitutiva dei Comites. ACLI Baden-Württemberg, de.it.press

 

 

 

 

 

L’on. Narducci da Hannover: rilanciare le politiche per l’integrazione

 

Hannover - L’on. Franco Narducci intervenendo alla 1° Conferenza degli italiani della Bassa Sassonia sul tema dell’immigrazione e salute, organizzata dal Comites di Hannover venerdì 18 dicembre nell’ambito del “migration day”, ha affermato che “la giornata di oggi, dedicata al migrante, deve essere occasione di una riflessione delle coscienze e di rilancio di politiche alternative e per l’integrazione”. Poi ringraziando il presidente del Comites di Hannover, Giuseppe Scigliano, e i numerosi relatori presenti, tra cui il prof. Aldo Morrone, ha ricordato il quadro preoccupante legato all’aumento dei problemi di salute dei migranti dovuti alle condizioni di lavoro, oltre ad evidenziare il fatto che, purtroppo, “ancora oggi si registra un numero troppo elevato di vittime da incidenti sul lavoro”.

In seguito, commentando la situazione italiana, l’on. Narducci, presidente dell’UNAIE, ha detto che “occorre uno sforzo politico e culturale per valorizzare la centralità relazionale dell’immigrazione nel nostro Paese, l’Italia che è nazione storicamente di emigrazione deve ricentrare il suo approccio e considerare il fenomeno migratorio nella sua complessa normalità”.

“I lavoratori migranti contribuiscono ampiamente al PIL nazionale e sono sempre più le imprese regolari gestite dai migranti. La buona politica deve accompagnare e migliorare le condizioni di vita delle persone, la crisi e il cosiddetto pacchetto sicurezza contribuiscono a rendere sempre più precaria la condizione lavorativa e sociale dei cittadini immigrati in Italia e pertanto è necessario invertire la rotta avviando politiche efficaci per l’integrazione”, ha concluso Franco Narducci.

(de.it.press)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. L'Istituto italiano di filologia sarà integrato nel seminario di romanistica?

 

Roma - Senatrice del Pd, Luciana Sbarbati ha presentato una interrogazione al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, Mariastella Gelmini per richiamare l’attenzione del Governo sullo status dell'Istituto italiano di filologia italiana di Monaco di Baviera che sta per essere integrato nel seminario di romanistica e che, quindi, perderà la sua autonomia.

"Presso l'Università di Monaco di Baviera – si legge nella premessa – è attivo l'Istituto italiano di filologia italiana, che è noto per la sua autorevolezza e per l'indubbio prestigio acquisito nel corso degli anni; questo Istituto è conosciuto e apprezzato anche fuori dalla Germania; da organi di stampa si apprende che tale Istituto verrà integrato nel seminario di romanistica perdendo così la sua autonomia; la perdita dell'autonomia dell'Istituto italiano di filologia di Monaco di Baviera – rileva Sbarbati – priverebbe la cultura italiana stessa di un punto di riferimento fondamentale nel panorama europeo".

La senatrice, quindi, chiede di sapere se "il Ministro in indirizzo non ritenga di dover, per quanto di competenza, rivedere tale possibile accorpamento per conservare all'istituto italiano di filologia di Monaco di Baviera il prestigio e l'autorevolezza che l'hanno sempre contraddistinto in Europa". (aise)

 

 

 

Tenuta ad Hannover la prima conferenza regionale dei giovani italiani residenti in Bassa Sassonia

 

Hannover - Sabato 19 dicembre si è tenuto presso il congress Zentrum di Hannover la prima conferenza regionale dei giovani italiani residenti in Bassa Sassonia. Con questo evento il comites di Hannover ha voluto anche chiudere un anno di intense attività.

Questo il saluto-invito del Presidente del Comites Giuseppe Scigliano. “Cari giovani, il Comites di Hannover ha organizzato per voi il primo convegno regionale per darvi la possibilità di incontrarvi e prendere atto delle potenzialità che il territorio offre. Tanti sono gli spunti e le offerte che qui troverete. Esponenti dei maggiori partiti politici, operatori sociali, imprenditori e tanti altri giovani, che sono impegnati nella

crescita della nostra collettività, saranno presenti a questo evento.

Certamente anche voi sarete attivi nel dare il vostro contributo alla riuscita di tale manifestazione con le vostre esperienze. Capire quali sono i problemi che affliggono la vostra generazione, significa anche e sopratutto prendere coscienza di come poterli risolvere.

Uno degli obiettivi di questo convegno e certamente quello di stimolare la crescita all’interno della società in cui viviamo. Integrarsi non significa abbandonare le proprie radici ma cercare di utilizzare le stesse possibilità dei coetanei tedeschi nel processo socio - economico del Paese. In questo senso auguro a tutti voi di trarre il massimo del profitto da questo convegno”. De.it.press

 

 

 

 

 

Genco (Weinstadt) al nuovo Console di Stoccarda Dr. Alessandro  Giovine: „Benvenuto“

 

Egregio Sig. Dr.  Alessandro Giovine, come prima comunicazione, colgo l´occasione per augurarLe un benvenuto e un proficuo lavoro nella Circoscrizione Consolare di Stoccarda.

 

Io sono Genco Michele, ci siamo visti nella sala Consigliare del Municipio della Cittá di Stoccarda in occasione del  concerto organizzato dall´istituto italiano di cultura  di Stoccarda , dove abbiamo avuto  l`occasione di scambiarci qualche parola.

 

Vivo in Germania da 36 anni, dallo stesso periodo, lavoro nel reparto assistenza tecnica clienti presso la ABB  addetto alla riparazione e manutenzione di impianti di misura industriali, precisamente nel comparto analizzatori di gas.

 

Inoltre, sono Consigliere Comunale di Weinstadt, Presidente del Consiglio degli stranieri di Weinstadt. Queste due cariche, mi aprono la strada per aiutare nell´ambito del possibile, tutti i cittadini di Weinstadt, come bene può immaginare uno dei  diversi temi a me a cuore è aiutare in particolare modo i cittadini stranieri e fra questi anche i connazionali italiani residenti in questa Cittá.

 

Nel passato, con il Suo predecessore Dr. Faiti Salvadori, avevamo instaurato un buon rapporto fra il Consolato Generale di cui Lei attualmente dirige e l´amministrazione comunale di Weinstadt. Nell´insieme ha portato piccoli passi in avanti per la nostra comunità italiana a Weinstadt. Spero che questo processo non venga interrotto.

Ho provveduto a segnalare il Suo nominativo all´ufficio del Sindaco di Weinstadt Herr Jürgen  Oßwald per eventuale futura collaborazione fra il Consolato e l´amministrazione comunale di Weinstadt.

 

Nella  speranza di un positivo riscontro, colgo l´occasione per inviare a Lei e la Sua famiglia un augurio di buone feste natalizie  e un buon anno 2010. Cordiali saluti

Michele Genco, Consigliere Comunale di Weinstadt (de.it.press)

 

 

 

 

Interrogativi della Cne ai deputati del Pd eletti all’estero

 

Rino Giuliani: Qual è la posizione del Pd sulla “bozza Tofani” di modifica di Comites e CGIE? E quali le iniziative per far ripartire la proposta Narducci per il riconoscimento di associazioni di promozione sociale alle associazioni degli italiani all’estero?

 

ROMA - Qual è la “posizione ufficiale” del Partito Democratico sulla cosiddetta Bozza Tofani,testo unificato di modifica di Comites e CGIE “realizzato da un comitato ad hoc, che ha operato a partire da una proposta di legge di un senatore Pd, nei fatti struttura portante della bozza che si propone di azzerare la presenza ed il ruolo delle associazioni nel CGIE e nei Comites”? E quali le iniziative assunte dal Pd “per  togliere dallo stallo la proposta di legge di Narducci ed altri mirata a riconoscere alle associazioni degli italiani all’estero la natura di associazioni di  promozione sociale”?

  Lo ha chiesto il presidente della CNE  Rino Giuliani intervenuto nel breve dibattito dopo la presentazione del Rapporto d’attività dei deputati del Pd eletti all’estero (nella Sala del mappamondo della Camera)

  La prima domanda è stata motivata, precisa la Cne in una nota, “anche  alla luce delle ricorrenti prese di distanza  dei deputati Pd dell’estero che hanno anche presentato proposte di taglio del tutto diverso”. Rino Giuliani ha chiesto anche di sapere “quali iniziative abbia assunto e  intenda assumere il presidente del gruppo senatoriale del Pd  in merito al procedimento di approvazione di un testo che con una fretta  inversamente proporzionale alla gerarchia delle urgenze e priorità da affrontare in parlamento. si voleva limitare, escludendo confronti veri e estesi, alla esclusiva sede della commissione deliberante”.

  Riguardo alla seconda questione, Giuliani ha ricordato che “la Cne ma anche moltissime  associazioni regionali e locali sollecitano una discussione rapida in commissione riconoscendosi nel testo Narducci che risale ormai alla precedente legislatura”. 

  La nota della Cne sottolinea che il suo presidente  - presente insieme ai colleghi dell’Ufficio di presidenza Bosio, Prencipe e Volpini – “ha dovuto prendere atto della assenza di una risposta non potendosi considerare tale l’affermazione non veritiera di chi si è incaricato di rispondere dichiarando che il testo Tofani sarebbe un provvedimento governativo o della maggioranza governativa, emendabile in commissione”. “Non pervenuta ,poi,– continua la Cne - la informazione sulla esistenza o meno di una posizione del Pd sui contenuti delle  singole proposte e sul testo unificato in Senato e su quelle , diverse, presentate alla Camera”.

  La Cne esprime “dissenso e preoccupazione” sul testo Tofani  ed  invita i parlamentari delle forze politiche  di maggioranza e di  opposizione, specialmente “quelli dell’estero”, a fare in modo che “le distinte utili modifiche di Comites e CGIE avvengano con un confronto vero, rispettoso dei diversi ruoli, fra quanti vi siano interessati”. “La sostanza dei provvedimenti rispetto ai quali, come è noto,  pareri e dispareri  non trovano come spartiacque quello fra lo schieramento di maggioranza e di minoranza in Parlamento, dovrebbe favorire l’emersione, che si auspica, di una sostanziale pausa di riflessione”, conclude la nota della Cne. (Inform) 

 

 

 

 

Il centrodestra ha dimenticato gli italiani all’estero

 

Roma - "Dopo aver fatto propaganda, anche sugli italiani all’estero, il centrodestra ha dimostrato di averli dimenticati in questi 18 mesi di governo. Riduzione degli investimenti e attacco alla rappresentanza sono i fatti dell’esecutivo Berlusconi che i parlamentari del PD eletti nelle circoscrizioni estere hanno cercato di contrastare appoggiati dai propri gruppi di Camera e Senato e dall’intero partito". Lo ha detto il vicepresidente dei deputati PD, Alessandro Maran, presentando giovedì mattina alla Camera un anno di attività degli eletti nella Circoscrizione estero, insieme ai sei deputati colleghi di partito.

"Abbiamo cercato di coinvolgere anche il centrodestra", ha spiegato Maran, "ma la collaborazione o il tentativo di intervento comune su diritti e cittadinanza, rappresentanza, lingua e cultura, assistenza e previdenza, informazione e comunicazione, servizi consolari, lavoro e formazione, non sono stati possibili".

"La qualità dei nostri parlamentari, la loro presenza forte e qualificata nei Paesi dove stono stati eletti e nella loro attività alla Camera o al Senato con proposte di legge e con atti di indirizzo e controllo come interrogazioni, risoluzioni e mozioni sono un esempio riuscito di diversi modelli di integrazione", ha aggiunto. "Ci ricordano che siamo stati fino a non molti anni fa un Paese di emigranti e che ora ci troviamo a vivere un’altra sfida, dall’altra parte della riva. Un esempio per l’oggi", ha concluso, "per questa nostra Italia che non ha ancora sviluppato un proprio modello e che considera l’immigrazione quasi esclusivamente una minaccia". (aise) 

 

 

 

 

Dalla Commissione Esteri della Camera parere favorevole alle norme in materia di cittadinanza

 

  ROMA - La III Commissioni Affari Esteri della Camera ha esaminato in sede consultiva, nella seduta di mercoledì 16 dicembre, il testo unificato delle proposte di legge in materia di cittadinanza che è stato predisposto dalla I Commissione Affari Costituzionali.

  Alla commissione di merito la Commissione Esteri ha dato parere favorevole, con osservazioni, dopo un dibattito nel quale, dopo l’intervento del relatore Gianluca Pini (Lnp), sono interventi il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica e i deputati Paolo Corsini (Pd), Marco Zacchera (Pdl), Franco Narducci (Pd) e Claudio D’Amico (Lnp).

  Il testo restringe il campo all’acquisto della cittadinanza italiana allo straniero nato in Italia, senza affrontare questioni attinenti al tema della cittadinanza in riferimento agli italiani nel mondo, come rilevato dal relatore e dai membri della Commissione intervenuti nel dibattito

  Dal canto suo il sottosegretario Mantica, nel segnalare la limitata competenza del ministero degli Esteri rispetto alle disposizioni del testo unificato oggetto di esame, ha preannunciato che le questioni di interesse per gli italiani nel mondo esse saranno affrontate nelle prossime settimane in relazione al cosiddetto decreto-legge “proroga termini”, anche ai fini di garantire il rispetto della giurisprudenza della Corte di Cassazione.

  Corsini ha detto di ritenere che le modifiche apportate alla normativa del 1992 rappresentino un arretramento, mentre secondo Narducci sarebbe opportuno favorire la migliore integrazione degli stranieri destinati ad acquisire la cittadinanza, e che occorra fronteggiare con serenità e realismo la realtà che ci circonda e cogliere la sfida per il futuro demografico e per l'economia del nostro Paese.

  Zacchera, forse richiamandosi alla sua esperienza di sindaco di Verbania, ha detto che sarebbe auspicabile caratterizzare il procedimento per l'attribuzione della cittadinanza da maggiore discrezionalità, soprattutto nei centri minori, al fine di una più agile gestione dei singoli casi. Osservazione sulla quale si è registrato il dissenso del relatore , in quanto si rischierebbe di creare condizioni di disuguaglianza dei richiedenti di fronte alla legge.

  Dal canto suo, D’Amico ha osservato che l'ampliamento dei criteri per l'acquisto della cittadinanza non solo non figura nel programma di Governo della coalizione di centrodestra ma non garantisce di per sé una migliore integrazione degli stranieri.

  La Commissione ha poi approvato la proposta di parere favorevole con osservazioni del relatore, di cui riportiamo il testo.

  La III Commissione (Affari Esteri e Comunitari),

  esaminato per i profili di competenza il testo unificato delle proposte di legge C. 103 Angeli ed abb., recante norme in materia di cittadinanza, adottato come testo base per il seguito dell'esame in sede referente dalla I Commissione;

  valutata la rilevanza della norma, di cui all'articolo 1 del provvedimento in titolo, che subordina l'acquisto della cittadinanza per lo straniero nato in Italia, tra l'altro, anche all'assolvimento con profitto dell'obbligo scolastico;

  considerato analogamente positivo l'inserimento del nuovo articolo 9-bis alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, sulla previsione di un percorso di cittadinanza incentrato sulla frequentazione di un corso, della durata di un anno, finalizzato all'approfondimento della conoscenza della storia e della cultura italiana ed europea, dell'educazione civica e dei principi della Costituzione italiana, nonché sulla verifica dell'effettivo grado di integrazione sociale ed al rispetto, anche in ambito familiare, delle leggi dello Stato e dei principi fondamentali della Costituzione;

  richiamata la molteplicità di questioni attinenti al tema della cittadinanza che la III Commissione ha in più occasioni affrontato con riferimento agli italiani nel mondo e che attendono soluzione sul piano legislativo;

  esprime parere favorevole con le seguenti osservazioni:

  valuti la Commissione di merito l'opportunità di introdurre un termine cronologico nel riconoscimento della cittadinanza secondo lo jus sanguinis;

  valuti altresì la Commissione di merito l'opportunità di sanare le disparità di trattamento in materia di riacquisto della cittadinanza con particolare riferimento ai casi in cui la perdita ovvero la rinuncia sono state effetto del divieto di doppia cittadinanza.

  valuti infine la Commissione di merito l'opportunità di prevedere il rilascio di un attestato finale della frequenza con esito positivo del corso di cui alla lettera b) dell'articolo 9-bis, come introdotto dall'articolo 3 novellando la legge 5 febbraio 1992, n. 91”. (Inform)

 

 

 

 

 

A colloquio con il nuovo direttore di Rai Italia Daniele Renzoni: “promuoveremo il sistema Italia nel Mondo”

 

Roma- "Promuovere il sistema Italia affinché i connazionali all’estero conoscano sempre di più la realtà, in continua evoluzione, del paese di origine: questo è l’impegno programmatico che mi prefiggo nell’affrontare il mio incarico". Parte dal cinema la nuova Rai per i connazionali che ci guardano dall’estero. E che, d’ora in poi, insieme alle trasmissioni vedranno anche un modello sociale e culturale da esportare". Intervistato da Barbara Laurenzi per Italia chiama Italia, portale diretto da Ricky Filosa, il nuovo direttore di Rai Italia, Daniele Renzoni, spiega come e cosa cambierà nella rete che si rivolge ai nostri connazionali all’estero.

"D. Direttore, partiamo dal nuovo piano editoriale. Quando sarà presentato? Quali sono le priorità?

R. Il piano sarà presentato la prossima settimana (questa settimana, per chi legge, nda). Tra le priorità c’è sicuramente la valorizzazione del cinema italiano.

D. Su Rai Italia molto cinema vuol dire niente calcio?

R. Diciamolo chiaro, una volta per tutte: in Europa il calcio non si può vedere. Per i diritti si esigono costi enormi che non possiamo permetterci. Purtroppo, per quanto riguarda la programmazione, bisogna fare i conti con alcuni programmi che richiedono spese troppo elevate. Il cinema è un altro nodo insolubile, anche se vogliamo partire proprio dalla valorizzazione delle pellicole italiane.

D. La "valorizzazione del cinema italiano" come si tradurrà, concretamente, nella programmazione di Rai Italia?

R. Da Natale vorremmo programmare cinque film a settimana in maniera seriale, dividendoli per generi. Cominceremo da quelli di Leonardo Pieraccioni, grazie all’accordo siglato con Rai Trade. Certo, non potremo trasmettere film appena usciti nelle sale per ovvi motivi economici ma, anche se non saranno pellicole di ieri, posso garantire che, al massimo, saranno dell’altro ieri.

D. A proposito di costi e diritti televisivi, il senatore Pd Claudio Micheloni è intervenuto nel dibattito Cgie proponendo di replicare il modello svizzero o francese: negoziare il pagamento dei diritti in base a chi usufruisce realmente del servizio. In pratica, quando la Rai paga 60 milioni per gli italiani residenti in patria, ne può pagare altri 4 per quelli residenti all’estero. Le sembra una proposta realizzabile?

R. Questa è una decisione che non dipende né da me né dal mio incarico. Raccoglierò l’invito del senatore e mi renderò interprete di questa possibile soluzione.

D. Come si articolerà il palinsesto?

R. Sarà basato, fondamentalmente, sulla ripetizione di parte della programmazione Rai. Proporremo un palinsesto generalista.

D. Quindi non ci saranno criteri qualitativi nella scelta dei programmi da mandare in onda…

R. Non esprimiamo giudizi qualitativi nella selezione dei programmi perché, proprio per rispettare il pluralismo, manderemo in onda "di tutto un po’", con l’infotainment al mattino e l’intrattenimento in prima serata, ad esempio. Nella fascia mattiniera trasmetteremo Uno mattina oppure Cominciamo Bene.

D. Passando dal palinsesto all’organizzazione di Rai Internazionale, in quale modo la sua gestione si distanzierà da quella, tanto criticata, di Piero Badaloni?

R. Non voglio mettermi a fare confronti con Badaloni, ognuno ha il suo metodo. Sarà il pubblico, con il suo riscontro, a decidere.

D. Quale situazione ha trovato al suo arrivo nel canale?

R. Molto positiva.

D. Lo dice per diplomazia?

R. No, lo dico seriamente. Ho trovato una buona redazione, composta da un gruppo di lavoro veramente deciso a soddisfare l’utenza che vive lontano. Con queste persone è possibile realizzare l’obiettivo della promozione dell’Italia.

D. Che cosa intende per "promuovere l’Italia"?

R. Tra i primi scopi del piano editoriale che presenterò c’è la promozione del "made in Italy" inteso, però, non solo come modello industriale ma, prima di tutto, culturale e sociale. Vogliamo raccontare l’Italia a chi, pur vivendo al di là dei confini nazionali, ci guarda e ci ascolta. Tra le linee guida contenute nel piano editoriale, che presenterò al più presto, sono incluse la valorizzazione delle trasmissione radiofoniche e l’inaugurazione del sito web, dove sarà possibile sia rivedere i programmi che scaricarli". (aise)

 

 

 

 

A Berna la prima festa di Natale del CASCI

 

Gli studenti dei corsi di lingua e cultura italiana si sono esibiti in recite, canzoni e riflessioni sotto l’albero  durante il primo evento natalizio dell’Ente

 

Berna - Si è svolta a Berna, domenica 13 dicembre 2009, la prima festa di Natale del CASCI, cui hanno partecipato circa 200 studenti con le loro famiglie.

Un evento voluto fortemente dal neo Presidente del CASCI Gianni Burzi, che ha augurato Buon Natale a tutti i presenti proponendo un pomeriggio speciale: protagonisti, gli studenti dei corsi di lingua e cultura italiana del Cantone di Berna, che hanno intrattenuto gli ospiti esibendosi sul palco del ristorante Don Camillo.

Alla presenza del Capo della Cancelleria Consolare di Berna, dott. Nicandro Cascardi, della Dirigente scolastica della Circoscrizione di Berna-Bienna, prof.ssa Magda Lodi, del Presidente della Società Dante Alighieri – Comitato di Berna, dott. Antonio Sutera, del Delegato del COMITES di Berna, Cav. Cosimo Anastasia, i bambini delle scuole elementari e i ragazzi delle scuole medie hanno recitato poesie, cantato canzoni, ballato e letto le loro riflessioni scritte in classe. Accompagnati dai loro insegnanti, che li hanno preparati a questo grande giorno, i ragazzi hanno trascorso un pomeriggio di festa dimostrando grande impegno, bravura, ma soprattutto tanta voglia di divertirsi e di stare insieme. De.it.press

 

 

 

 

“C’è un’emergenza comunicazione per gli italiani nel mondo"

 

Trieste - "C’è un’emergenza comunicazione per gli italiani nel mondo": a lanciare l’allarme è la giornalista e studiosa triestina Laura Capuzzo nel prossimo numero di "Tigor", rivista on-line del Master in Analisi e gestione della comunicazione, attivo presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Trieste.

Capuzzo, che da anni si occupa di informazione italiana all’estero ed ha promosso importanti iniziative sul tema a livello nazionale e internazionale, parte da una disamina dell’attuale situazione, caratterizzata dalla presenza di centinaia di testate sparse in tutti i continenti. Si tratta perlopiù di giornali, sorti in genere per rispondere al bisogno degli emigranti di mantener vivo un legame con il Paese d’origine, cui nel tempo si sono aggiunti programmi radio, televisioni, agenzie e, più recentemente, forme nuove di comunicazione realizzate attraverso Internet.

I cambiamenti sociali ed economici intervenuti negli ultimi decenni e l’affermarsi, per quanto lento, di una nuova visione della presenza italiana nel mondo, considerata non più come un problema, ma come una risorsa per il "sistema Italia", impongono però nuovi compiti ai media italiani all’estero rispetto al passato.

"Se vogliono sperimentare il futuro, essi", sostiene Capuzzo, "devono riuscire a farsi interpreti di un’alternativa culturale e porsi come strumento di rilancio economico. Ne deriva, in questo momento, un’emergenza comunicazione per gli italiani nel mondo, che implica da un lato una rivisitazione della stampa di settore e un potenziamento delle radio e tv "etniche" e, dall’altro, una loro collaborazione per favorire la conoscenza, in Italia, dell’attività dei connazionali nel mondo. Tutto ciò", secondo Capuzzo, "è urgente che avvenga. Altrimenti, in un’epoca che tende sempre più all’omogeneizzazione, c’è il rischio di una perdita di identità, se non di morire poco a poco".

A supporto di questa nuova strategia della comunicazione, servono interventi mirati, a cominciare da un progetto politico organico in questo senso e da una revisione della normativa statale riguardante l’assegnazione dei contributi. Ma non solo.

"In primo luogo", suggerisce Capuzzo, "va incentivato l’uso della tecnologia che, annullando le dimensioni di tempo e spazio, ha dischiuso per gli italiani nel mondo opportunità insperate. E poi va ulteriormente valorizzata la dimensione regionale dell’informazione, soprattutto per introdurre nei giornali locali che escono in Italia, la cosiddetta "informazione di ritorno", un’informazione regolare, costante, non episodica circa l’attività dei corregionali che stanno al di là del confine".

Altri settori da coltivare sono quello dell’informazione di carattere economico e tutto quanto ruota attorno alla promozione della lingua e della cultura italiana. Ma soprattutto non vanno trascurate, secondo la studiosa, le tendenze, le scelte delle giovani generazioni, che guardano all’Italia con occhi diversi dai padri o dai nonni e che chiedono di poter interagire con i loro coetanei residenti.

"La formazione dei giovani comunicatori", sostiene la studiosa triestina, "si rivela quindi estremamente importante al fine di delineare un nuovo ruolo per l’informazione italiana nel mondo ed anche al fine di sprovincializzare l’informazione di casa nostra. Formare gli operatori della comunicazione nell’ottica di un nuovo rapporto con gli italiani nel mondo, significa poter disporre di professionisti da un lato (quelli in Italia) sensibili alle tematiche internazionali ed in grado di valorizzare la presenza italiana nel mondo, e dall’altro (quelli all’estero) capaci di trasformarsi in canali di accesso privilegiato alla realtà dei Paesi d’accoglienza. È sulla capacità delle Università e delle Scuole di giornalismo di saper trasferire su un piano operativo queste esigenze", conclude Capuzzo, "che si gioca il futuro". La versione integrale dell’articolo è disponibile all’indirizzo www.rivistatigor.scfor.units.it/index_file/copertinaii2009.htm. (aise)

 

 

 

 

Al via la VI edizione del Concorso per il recupero della storia dell’emigrazione italiana “Memorie migranti”

 

I video devono giungere al Museo “Pietro Conti” di Gualdo Tadino entro il 27 febbraio 2010

 

GUALDO TADINO – Il Museo regionale dell’emigrazione di Gualdo Tadino “Pietro Conti” bandisce un Concorso per la miglior testimonianza video sul tema dell’emigrazione italiana all’estero intitolato “Memorie migranti”.

  Si tratta della VI edizione del Concorso organizzato dal Museo in collaborazione con l’Istituto per la Storia dell’Umbria contemporanea. I premi previsti per le tre sezioni – categoria Scuole, Master e Andati in onda – e quello del vincitore assoluto del bando sono di 500 euro ciascuno. Prevista per i vincitori anche la pubblicazione dei video all’interno della VI edizione del cofanetto Dvd “Memorie migranti”.

  Per la categoria “Scuole” possono partecipare gli istituti secondari di primo e secondo grado di tutta Italia;  dall’Italia e dall’estero invece possono partecipare per la categoria “Master” tutti gli studenti di Istituti universitari, Scuole di cinema, giornalismo, televisione e video, Master post laurea e tutti coloro che sono interessati all’argomento, sia professionisti che amatori – i lavori provenienti dall’estero devono avere i sottotitoli in italiano; i servizi già andati in onda nel periodo di tempo compreso tra il 2000 ed il 2009 su circuiti televisivi pubblici e privati, sia locali, nazionali che esteri, - anche qui purché sottotitolati in lingua italiana – possono concorrere per gli “Andati in onda”.

  I lavori dovranno pervenire al Museo di Gualdo Tadino entro il 27 febbraio 2010.

  Il concorso, di cui saranno testimonial quest’anno i giornalisti Piero Angela e Antonio Capranica insieme al regista Pasquale Squitieri, ha ottenuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e il Patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, di Rai Teche, della Presidenza della Giunta Regionale dell’Umbria e del Consiglio Regionale dell’Emigrazione.

La premiazione ufficiale è in programma venerdì 23 aprile 2010 presso il Cinema Teatro Don Bosco di Gualdo Tadino. Il bando integrale è disponibile sul sito internet www.emigrazione.it, seguendo il link “Concorso video”. (Inform)

 

 

 

 

L’Italia deve rispondere alla Corte di Strasburgo sul respingimento di 24 somali ed eritrei

 

Il Governo italiano dovrà rispondere davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo sui respingimenti in Libia. La Corte di Strasburgo ha formalmente comunicato al Governo l’ammissione del ricorso di 13 rifugiati somali e 11 eritrei, (respinti in Libia il 6 maggio scorso), depositato a luglio dagli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, dell’Unione forense per la tutela dei diritti dell’uomo. Le autorità italiane avranno adesso tre mesi di tempo per rispondere alle richieste di informazioni avanzate dalla Corte. Prima di una sentenza passeranno alcuni anni, tuttavia l’avvocato Lana definisce “un passaggio decisivo” la dichiarazione di ammissibilità del ricorso, anche alla luce del fatto che il 95% dei ricorsi presentati alla Cedu non supera questa prima fase (dell’ammissione del ricorso). I ricorrenti difesi da lana e Saccucci, fanno parte del gruppo di circa 200 persone respinte dalle autorità italiane lo scorso 6 maggio 2009. Il ricorso fa appello all’articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che vieta la tortura e trattamenti inumani e degradanti, oltre che la riammissione in paesi terzi dove esista il richiuso di tortura; all’articolo 13, che stabilisce il diritto a un ricorso effettivo; e all’articolo 4 del quarto protocollo, che vieta espressamente le deportazioni collettive. Tutti articoli che secondo l’avvocato lana sarebbero stati violati, dal momento che le persone sono sette respinte senza nessuna identificazione, in modo collettivo, senza permettere di presentare richiesta d’asilo politico e tantomeno di poter fare ricorso presso un giudice. E se è vero che i fatti sono occorsi in acque internazionali, è altrettanto vero che gli emigranti respinti sono stati fatti salire a bordo di unità marittime italiane, che in base all’articolo 4 del codice di navigazione sono sotto giurisdizione dello Stato italiano. E inoltre sono state respinte in Libia, dove è documentata la pratica di torture e trattamenti inumani e degradanti nei campi di detenzione. Adesso si dovranno aspettare i tempi della Corte europea. Il governo ha tempo fino a marzo per rispondere. Poi sarà la volta della contro risposta degli avvocati dei respinti. Per la sentenza tuttavia, potrebbero passare anni. Basti pensare che ancora non è stata pronunciata la sentenza del processo contro l’Italia per i respingimenti da Lampedusa in Libia del 2005. Migranti-press

 

 

 

 

Clima, accordo dimezzato. Delusi i paesi europei

 

Chiude i battenti il summit di Copenaghen ma lascia l'amaro in bocca, tutti insoddisfatti tranne Cina e India, i paesi maggiori inquinatori e meno disponibili a trattare.

 

Lo stesso presidente americano Barack Obama, nei panni di grande mediatore, nel suo intervento ha ribadito ieri le proposte degli Usa al ribasso, «prendere o lasciare».

 

L'accordo, un documento di tre pagine, fissa come obiettivo un tetto a due gradi del riscaldamento globale rispetto all'era pre-industriale. vengono poi stanziati 30 miliardi di dollari dal 1010 al 2012 e 100 miliardi al 2020, destinati principalmente ai paesi più vulnerabili per sostenerli a contenere l'impatto dei cambiamenti climatici.

 

Questa mattina, la conferenza Onu sul clima ha comunicato di aver «preso nota» dell'intesa nella conferenza finale cui hanno partecipato 193 paesi.

 

Durissima la reazione degli ambientalisti, Greenpeace in primo luogo, a sottolineare che «spariscono gli impegni vincolanti e collettivi, al loro posto un elenco delle disponibilità di ogni singolo stato». «non c'è un solo punto - ha detto il responsabile di Greenpeace, il francese Pascal Husting - in cui si parla di obbligatorietà degli accordi. il protocollo di Kyoto era insufficiente, ma almeno era vincolante. questo testo è la prova che gli egoismi nazionali prevalgono ed è anche la versione più debole tra quelle circolate».

 

Critiche severe giungono da tutto il mondo ambientalista, a cominciare daWwf e Legambiente che fino all'ultimno avevano sperato in un cambio di rotta. «L'accordo di oggi sancisce il trionfo delle parole sui fatti, dell'apparenza sulla sostanza»: per Oxfam international e Ucodep, i leader presenti al vertice di Copenaghen hanno trasformato un momento storico in un fallimento storico: le due organizzazioni chiedono che l'accordo non sia un punto di arrivo, ma solo la base di partenza dei colloqui sul clima nel 2010.

 

Non è chiaro se ciò sarà possibile, perchè la conferenza delle parti, con un'acrobazia linguistica, non ha «adottato» il testo ma si è limitata «a prenderne nota».

 

«L'accordo proposto da Stati Uniti, India e Cina, ma giudicato da tutti insoddisfacente, non riesce a celare le differenze tra i paesi che hanno negoziato per due anni», dichiara Jeremy Hobbs, direttore di Oxfam international, «è un trionfo della retorica sulla sostanza. Riconosce il bisogno di mantenere il riscaldamento globale sotto i due gradi, ma non si impegna a farlo. rimanda le decisioni sul taglio delle emissioni, indorando la pillola con la promessa di maggiori fondi».

 

La rinuncia a siglare un trattato legalmente vincolante entro il 2010 è una duro colpo, soprattutto per le popolazioni più vulnerabili. L'organizzazione mondiale della sanità stima che 150mila persone muoiono ogni giorno a causa dei cambiamenti climatici. Ogni minuto di ritardo costa nuove vite umane.

 

«Dopo due anni di intensi negoziati, questa bozza di accordo non ci dà la sicurezza che gli effetti catastrofici del cambiamento climatico saranno evitati e che i paesi più poveri avranno le risorse di necessarie per contrastarne gli effetti ed adattarsi», denuncia Elisa Bacciotti, portavoce di Oxfam e Ucodep: «milioni di persone in tutto il mondo non vogliono veder morire a Copenaghen le loro speranze per un accodo ambizioso, vincolante ed equo. i leader devono tornare quanto prima attorno a un tavolo nel 2010 e prendere le decisioni necessarie». l

 

La proposta contiene l'annuncio di 100 miliardi di dollari l'anno per aiutare i paesi poveri a fronteggiare i cambiamenti climatici. In realtà, avvertono gli ambientalisti, «si tratta di un obiettivo e non di un risultato già assicurato: i paesi poveri non hanno infatti alcuna certezza di ricevere i fondi necessari per adattarsi ai cambiamenti climatici e ridurre le emissioni. la somma di 100 miliardi di dollari, inoltre, è solo metà di quella necessaria. questa differenza può avere conseguenze drammatiche: solo nell'Asia del sud e nell'africana subsahariana, per esempio, c'è bisogno di un miliardo e mezzo di dollari per impedire nuove morti per malaria e diarrea causate dal clima. Non c'è poi certezza che i 100 miliardi saranno aggiuntivi rispetto agli impegni presi sull'aiuto pubblico allo sviluppo. ciò significa che, nei paesi in via di sviluppo, i fondi potrebbero essere sottratti all'istruzione e all'assistenza sanitaria per finanziarie difese contro le inondazioni o sostenere gli agricoltori più poveri. I 100 miliardi di dollari potrebbero infine non essere fondi pubblici, ed essere quindi erogati secondo l'agenda dei donatori privati più che sulla base delle reali emergenze.

 

Preoccupante anche l'assenza, nella bozza di accordo, di obiettivi specifici di riduzione delle emissioni entro il 2020, essenziali secondo gli scienziati per garantire che il riscaldamento globale non superi i due gradi.  L’U 19

 

 

 

 

 

Clima. Ma almeno il problema ora esiste

 

Forse avevamo caricato la Conferenza di Copenhagen di troppe aspettative. In fondo si tratta pur sempre del più complesso negoziato internazionale mai intrapreso nella storia dell’umanità.

 

Mettere d’accordo 193 Paesi, praticamente tutto l’orbe terracqueo, è ovvio che non è impresa semplice. E allora guardiamo non a ciò che Copenhagen non ha partorito - un accordo condiviso legalmente vincolante sulla riduzione delle emissioni climalteranti - bensì a ciò che ha invece raggiunto. Il primo risultato è che i governi di tutto il mondo non mettono in dubbio il problema climatico, la sua importanza e la sua urgenza, anzi aprono così il comunicato ufficiale: «Noi sottolineiamo che il cambiamento climatico è una delle più grandi sfide del nostro tempo».

 

La consapevolezza c’è e la volontà di agire pure. Il fatto stesso che l’accordo politico plenario sia stato inficiato proprio dall’opposizione di uno stato minuscolo come le isole pacifiche di Tuvalu, è sintomatico: non era l’Arabia che difendeva il suo petrolio, ma la quarta più piccola nazione del mondo, ventisei chilometri quadrati e 11.500 abitanti, minacciata dall’aumento del livello marino causato dalla fusione dei ghiacciai e dall’espansione termica delle acque. Un’opposizione affinché il nuovo trattato fosse più incisivo di quanto l’asse Usa-Cina avrebbe voluto. Gli obiettivi sono però ormai accettati da tutti: contenere l’aumento della temperatura mondiale entro un paio di gradi, ridurre significativamente le emissioni di gas serra e ad aumentare i finanziamenti a favore dei paesi in via di sviluppo.

 

A questo punto l’Accordo di Copenhagen, come ha detto Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici «pur non essendo tutto quello in cui si era sperato, è un primo passo importante; ora la sfida è arrivare ad uno strumento legalmente vincolante tra un anno in Messico». Non si discute dunque sui fini, ma solo sulle modalità. L’importante è che il processo di perfezionamento del trattato prosegua senza sosta, e non ci sono motivi di pensare il contrario. Semmai questa pausa di riflessione può servire a correggere il tiro, anche da parte dell’informazione di massa. Uno dei luoghi comuni che più ostacolano la presa di coscienza collettiva è la questione dei costi. A Copenhagen i paesi sviluppati si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo di trasferire cento miliardi di dollari all’anno entro il 2020 verso i paesi in via di sviluppo, per favorire la riduzione delle emissioni.

 

C’è la diffusa convinzione che questa voce rappresenti solo un costo, uno spreco, soldi buttati. Ma è vero? Dove vanno questi denari? Non sono forse investimenti per la ricerca scientifica, il trasferimento tecnologico, la difesa delle foreste tropicali e della biodiversità, l’adozione di nuovi cicli produttivi più rispettosi dell’ambiente nel suo complesso e non solo del clima, la riduzione dei rifiuti, l’ottimizzazione dei trasporti? Certo, è vero che per fare investimenti di tale portata bisognerà spostare dei fondi da alcuni settori dell’economia ad altri che stanno emergendo, è vero che toccherà introdurre nuovi meccanismi di tassazione, di incentivi e di sanzioni. Ma alla fine il gioco vale la candela. Chi perderà un po’ dei suoi margini di guadagno attuali, godrà comunque di vantaggi collettivi e avrà pure tutto il tempo per riconvertirsi a una nuova economia più sobria e meno impattante sull’ambiente. E se queste somme, ci auguriamo in crescita, verranno spese bene, forse tra qualche anno avremo case che consumano un decimo dell’energia che usiamo oggi, avremo automobili forse più piccole ma molto più efficienti, avremo prodotti più riciclabili e meno tossici per la salute nostra e della biosfera.

 

Lo sviluppo delle energie rinnovabili è poi un passaggio cruciale per l’umanità, anche se non ci fosse la grana climatica. Perfino l’International Energy Agency ha riconosciuto che siamo in prossimità del picco di estrazione petrolifera. Se non ci muoviamo ora a progettare un futuro meno dipendente dall’energia fossile, quando dovremmo farlo? Quando saremo in guerra per spartirci l’ultimo barile di petrolio? I soldi di Copenhagen sono ben altro che buttati via. LUCA MERCALLI  LS 20

 

 

 

 

 

Clima. Errori da non ripetere

 

Il vertice di Copenaghen non poteva fallire e trascinare così nel discredito i suoi prestigiosi protagonisti. E' purtroppo per questo, e non per salvare il nostro pianeta minacciato dal riscaldamento atmosferico, che molti capi di stato e di governo si sono accontentati ieri notte di una formula che salva loro la faccia, esalta i pochi progressi della conferenza danese e ne maschera a fatica i molti fallimenti.

L'aria che tirava a Copenaghen, del resto, la si è vista sin dal mattino. Obama è finalmente arrivato, ma senza doni natalizi. Invece il presidente Usa si è dedicato a una serie incontri- scontri con il premier cinese Wen Jiabao, e alla fine i due sono riusciti a sbloccare un modesto compromesso con l'apporto anche dell'India, del Brasile e del Sudafrica. Ha così preso corpo una intesa politica che agli impegni vincolanti sostituisce le buone intenzioni, che aggira gli ostacoli più ostici, che sottolinea le responsabilità dei «ricchi » rispetto ai Paesi in via di sviluppo ma lo fa nel modo meno credibile, evitando persino di citare il sempre ripetuto obbiettivo di dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2050. Tra gli industrializzati ognuno farà quel che vorrà su base nazionale o di gruppo (come l'Europa, che parlerà a gennaio). E si capisce allora che il consenso di alcuni Paesi in via di sviluppo non sia ancora sicuro, tanto più che è sparito ogni impegno a concludere nel 2010 un trattato cogente per tutti. L'intento fondamentale, quello di contenere entro 2 gradi l'aumento della temperatura rispetto all'era pre-industriale, sopravvive a fatica. Ma forse soltanto per evitare che Copenaghen faccia meno del G8 dell'Aquila.

La rissa continua del Bella Center e i suoi insoddisfacenti risultati offrono alcune indicazioni. La prima è che il fondamentalismo ambientalista, per quanto giusto e sostenuto dalle indicazioni scientifiche, diventa controproducente quando deve calarsi nella realtà degli interessi economici e politici. Non si tratta certo di sospendere la battaglia, ma è necessario, se si vuole progredire sul serio, individuare metodi negoziali diversi e non arrivare, come è colpevolmente accaduto a Copenaghen, con tutti i dossier tecnici in alto mare e le sensibilità nazionali al culmine dell'esaltazione.

Poi c'è il tanto temuto G2 cino-americano. Un Obama vincolato dal Congresso ha fatto a braccio di ferro con il premier cinese ma alla fine è con lui che ha trovato l'intesa, mentre il presidente Hu Jintao se ne rimaneva prudentemente a Pechino. Copenaghen ha confermato che Usa e Cina non sono più insensibili al tema del clima. Ma si può star certi che la genericità degli accordi sui tagli delle emissioni e ancor più l'assenza di vincoli legali rappresentino per loro, che sono i più grandi inquinatori del mondo, due ottime notizie. Gli Usa hanno le elezioni permanenti, la Cina deve continuare a crescere.

I veri arbitri nella partita per salvare la terra dai suoi gas continueranno a essere loro, Usa e Cina. C'è da augurarsi che ne abbiano ancora il tempo, quando si sentiranno pronti ad agire sul serio. Franco Venturini CdS 19

 

 

 

 

 

Rutelli: serve una svolta costituente

 

«Sanità, rifiuti, occupazione, per risolvere i problemi i due poli non bastano»

di CARLO FUSI

 

ROMA «C’è bisogno dei fondamentali», dice Francesco Rutelli. Sbagliato se il pensiero corre al calcio. C’entrano le regionali, c’entra il Lazio. «C’è bisogno di una svolta. E io la propongo».

Svolta per fare cosa?

«Per risolvere i problemi. Vede, a differenza del Comune, organismo amministrativo per eccellenza, la Regione è l’agenzia di sviluppo del territorio. E’ la forza della programmazione e dello sviluppo di un territorio di quasi sei milioni di abitanti. Che certamente ha il suo perno in Roma capitale d’Italia ma che ha anche una sua realtà più complessa, molto più ricca. Chi governa la Regione deve dunque predisporre una strategia di sviluppo: esigenza che in questi ultimi dieci anni, inutile nascondercelo, ha vissuto una grande difficoltà. La giunta Marrazzo, al di là della sua drammatica e per me davvero traumatica e triste conclusione, ha certamente portato dei miglioramenti su tanti importanti capitoli. Ma i fondamentali, a mio avviso, le due mezze mele così come oggi sono, ossia i due schieramenti di centro-destra e centro-sinistra, temo non siano di grado di affrontarli e risolverli».

Ma questi ”fondamentali” cosa sarebbero?

«Cominciamo dalla sanità. Il 70 per cento del bilancio regionale è spesa sanitaria, e l’amministrazione regionale è condizionata, ”comandata” di fatto dalla gestione di questo comparto. La giunta Storace, come è noto, aveva lasciato in eredità dieci miliardi di debiti. Per risanare avendo come priorità il miglioramento del conto economico e soprattutto il servizio offerto ai cittadini, ci voleva uno sforzo titanico che pure è stato perseguito non senza difficoltà: è saltato l’assessore, ci si è dovuto impegnare Marrazzo in prima persona e così via. La consapevolezza di avere un bilancio che per sette decimi è il rubinetto della spesa sanitaria ha bisogno di una straordinaria operazione di risanamento e riorganizzazione a tutela dei cittadini. Soprattutto ha bisogno di trasparenza, perché l’intermediazione politica nella sanità resta insopportabile. E lì c’è una parte di spesa ingiustificata. C’è una interferenza politica che non può essere rimossa se non con interventi straordinari. La politica deve guidare la sanità ma non la può gestire direttamente».

Va bene. E gli altri?

«Indubbiamente al primo posto c’è la questione rifiuti. Secondo Bertolaso serve un inceneritore in più, altri dicono di no. Resta che il piano rifiuti deve essere adottato dal Consiglio regionale. Molte cose sono state fatte ma la raccolta differenziata deve arrivare al 50 per cento ed è sotto il 20. C’è una aura ingiustificata dei termovalorizzatori, e quello di Albano è fermo. Poi le infrastrutture. C’erano due grandi cose da fare nel Lazio, la prima verso il sud l’altra verso il nord. Per il sud l’autostrada Roma-Latina e la trasversale Cisterna-Valmontone. Purtroppo in dieci anni non è stata messa neanche la prima pietra: solo litigi, consorzi che nascono e poi vengono rimossi, contenziosi infiniti eccetera. A nord il nodo è il secondo aeroporto del Lazio. Si è deciso Viterbo, con la nuova ferrovia; poi però è sorto un mezzo compromesso per farne un altro regionale anche a Frosinone. Intanto Ciampino scoppia e rischiamo di perdere i collegamenti low cost con la Capitale e con il resto del territorio».

Finito?

«No. C’è un quarto grande tema: il turismo. Serve un piano d’urto, straordinario, che mobiliti l’intera economia romana e regionale per il rilancio di questo settore. Un piano che può portare ventimila nuovi posti di lavoro. Infine l’ultima emergenza: utilizzare i risparmi ottenuti sulla sanità che dicevo prima per rendere più sopportabili gli effetti della crisi economica. Crisi che non è finita, ci sarà una fase di difficoltà dovuta alla chiusura di tante piccole imprese, dal calo dei consumi, dal ristagno dell’edilizia e così via. C’è dunque bisogno di investimenti specifico a tutela della occupazione e un sistema di ammortizzatori sociali per Roma e la regione».

Messa così, sembra che questi ”fondamentali” siano senza soluzione. Lei stesso dice che da dieci anni stanno lì e fanno paura...

«Per affrontare e risolvere quelli che ho definito i fondamentali serve una legislatura costituente. Che sia eccezionale, di unità su un programma condiviso nella quale centro-destra e centro-sinistra identifichino un candidato presidente; definiscano un piano straordinario per allontanare il rischio di un fallimento e di paralisi derivante dal macigno sanità. Nessuna delle due mezze mele è in grado di farlo. Serve dunque una personalità in grado di unire per cinque anni, con una convergenza programmatica credibile e con la capacità di dare risposte efficaci».

Lei ce l’ha già il nome?

«Sì: Linda Lanzillotta. Una donna capace ed autorevole, con un curriculum di grandissimo rispetto: è stata assessore al bilancio del Comune; capo di gabinetto di Giuliano Amato; ministro della Funzione pubblica. Una donna stimata da tutti. Insisto: nessuna delle due mezze mele, con il fardello dei conti che si ritrova la regione, può pensare di risolvere problemi incancreniti».

Sia sincero: quanto è credibile e perseguibile questa sua proposta?

«So di trovare attenzione e riflessione da parte di Casini, penso che alcune delle riflessioni fatte da Massimo D’Alema siano in linea con i nostri convincimenti».

Stiamo parlando di centro-sinistra. Intanto però il Pdl ha già candidato la Polverini.

«Ho grande rispetto per lei. Ma dico che per quanto si sia bravi, con le premesse che ho illustrato, quello scenario di difficoltà e non soluzione dei fondamentali non potrebbe che ripetersi nei prossimi cinque anni. Penso che nei momenti difficili occorra volare alto. Alleanza per l’Italia, il movimento che abbiamo costituito sta preparando la sua modalità di partecipazione alle elezioni regionali, Lazio compreso. Noi valuteremo anche in base alle risposte la collocazione e le alleanze. Nasciamo per superare una situazione bloccata a livello nazionale. L’odio, l’indisponibilità, l’avversione, la conflittualità quotidiana alla fine spingono entrambe le coalizioni a subire i ricatti delle estreme, e a non essere in grado di trovale le soluzioni più in sintonia con le necessità dei cittadini. Proviamo a voltare pagina». IM 18

 

 

 

 

Il primo confronto Nord-Sud

 

Sebbene prive di riferimenti numerici ai tagli delle emissioni e frutto di negoziati caotici, le cinque pagine dattiloscritte dell’Accordo di Copenhagen costituiscono la prima intesa sulla protezione del clima fra i Paesi più industrializzati e le economie emergenti.

 

La timida convergenza raggiunta riguarda l’adozione di misure nazionali, verificabili dalla comunità internazionale, al fine di evitare un aumento della temperatura globale di 2 gradi Celsius entro il 2050, rispetto ai livelli pre-industriali. Se è vero che si tratta di un compromesso minimo sul piano scientifico, non deve sfuggire il fatto che consente di superare sul piano politico il vulnus che aveva affossato il Protocollo di Kyoto nel 1997 in quanto impegna anche Cina, India e Brasile che allora non figuravano in alcuna maniera. È per questo che Carl Pope, direttore del Sierra Club, parla di «primo importante passo» di una nuova stagione di accordi ancora tutti da scrivere.

La difficoltà di redigere il testo finale si spiega proprio con il fatto che si è trattato del primo vero negoziato fra i leader delle maggiori economie del Nord e del Sud del Pianeta.

 

Se il Forum del G20 negli ultimi 12 mesi si è trasformato nel luogo dove i giganti dei due emisferi si incontrano per sanare le ferite della recessione e pianificare assieme la ripresa globale, la conferenza di Copenhagen li ha visti trattare come mai avvenuto in precedenza perché erano in gioco interessi reciproci e molto concreti: dal livello di emissioni dipendono le dimensioni della produzione industriale ovvero delle quote nazionali di ricchezza globale.

 

Il dialogo fra Paesi industrializzati ed economie emergenti a cui abbiamo assistito nei G20 di Washington, Londra e Pittsburgh si è così trasformato a Copenhagen in battaglia vera, dura, a tratti verbalmente infuocata, con Stati Uniti e Cina nelle vesti dei leader dei rispettivi schieramenti, come evidenziato dai due incontri fra il presidente Barack Obama e il premier Wen Jabao grazie ai quali si è arrivati al compromesso che ha scongiurato il totale fallimento. In questa cornice, è interessante osservare il metodo negoziale scelto da Obama nell’affrontare il braccio di ferro finale con i Bric (Brasile, Russia, India e Cina): la premessa è stata assicurarsi la forte convergenza con Unione Europea, Canada, Giappone e Australia sulle cifre dei tagli alle emissioni, poi ha affidato al Segretario di Stato Hillary Clinton il compito di assicurare ai Paesi poveri 100 miliardi di aiuti per acquistare le tecnologie necessarie a difendere il clima, e infine ha affrontato l’ultimo miglio della trattativa parlando di persona con i leader di Cina, India e Brasile premunendosi di includere anche il Sud Africa e dopo aver disinnescato la mina russa in un bilaterale con Dmitry Medvedev nel quale si è parlato soprattutto di disarmo strategico. È stata una maratona su più fronti che ha dimostrato come solo il presidente degli Stati Uniti può essere l’interlocutore dei Bric sui nuovi equilibri planetari: gli altri leader dell’Occidente riescono ad essere, nel migliore dei casi, dei buoni consiglieri della Casa Bianca sulle mosse da compiere.

 

La turbolenza con cui a Copenhagen è iniziata la stagione del negoziato diretto Usa-Bric lascia intendere la complessità delle trattative e i rischi strategici che ci attendono nel mondo multilaterale del XXI secolo, dove i partner di Washington non sono più le ex nazioni nemiche divenute alleate ma gli ex Paesi poveri diventati ricchi, e dove l’oggetto del contendere non è anzitutto la condivisione della sicurezza militare bensì la suddivisione del benessere economico. MAURIZIO MOLINARILS 20

 

 

 

 

 

Due o tre cose di buon senso

 

Prima di stabilire per il futuro nuove regole del gioco, di varare riforme costituzionali, di inaugurare un clima di generale concordia, si può sperare che — non domani o dopodomani ma oggi, subito— gli attori della scena politica italiana convengano almeno su un paio di cose da evitare con la massima cura? Possiamo sperare in un paio di misure d’emergenza da adottare immediatamente nella discussione pubblica? Le più urgenti ci sembrano le seguenti.

Primo: evitare che lo scontro si polarizzi ossessivamente intorno alle persone, ai nomi e ai cognomi, alle facce. Non ci si venga a dire che la democrazia ormai è questa, dunque non c’è nulla da fare, e che comunque sono «gli altri» che hanno cominciato. Certo: è consegnato alle cronache che sulla figura del presidente del Consiglio è stata montata nei mesi scorsi una campagna di ostilità politica e di disprezzo antropologico dai toni violentissimi, così come è sotto gli occhi di tutti la penosa incapacità della Rai, a dispetto del suo statuto pubblico, di assicurare un’informazione sobria ed equilibrata, degna di un Paese civile. Ma un discorso come quello dell’onorevole Cicchitto, avventuratosi sulla sempre insidiosissima strada dei «mandanti morali», dei «complici oggettivi» e della lista nominativa dei cattivi da additare alla pubblica riprovazione è forse fatto per spezzare la spirale dell’aggressività, dei pericoli di violenza, o viceversa per alimentarla? Che si possa pensare che «senza Marco Travaglio ci sarebbe molto buio sulla storia italiana che si sta facendo in questi anni» — come è arrivata a scrivere Barbara Spinelli sulle colonne del Fatto — ci sembra solo ridicolo. Ma egualmente ridicolo — oltre che lesivo della libertà di stampa, nel momento in cui lo si attacca dalla tribuna parlamentare — considerare il suddetto Travaglio una sorta di Lucifero della carta stampata capace di chissà quali devastazioni.

La seconda misura d’emergenza: evitare la pigrizia intellettuale. La storia non si ripete mai due volte: sarebbe bene che anche i giornali evitassero di scrivere il medesimo articolo scritto qualche anno o qualche decennio fa. E invece proprio alla tentazione di questa facile pigrizia hanno ceduto molti quotidiani commentando ieri l’attentato alla Bocconi. La «bomba» ha subito scatenato l’attualizzazione degli anni Settanta, la voluttà del già noto e del già detto. Ecco così riaffacciarsi puntualmente da un lato la minaccia del terrorismo rosso, del risveglio sovversivo, il fantasma dell’attacco alle istituzioni, e dall’altro le insinuazioni sulle «strane coincidenze», la «sigla misteriosa», la «rivendicazione ambigua» e chi più ne ha più ne metta. Il tutto naturalmente, in questo caso, per richiamare in vita l’evergreen assoluto del retroscenismo nazionale: l’immortale «strategia della tensione». Ma prima di fare appello alla «maggioranza silenziosa» o di chiamare alla mobilitazione antifascista, non sarebbe consigliabile fermarsi un attimo e cercare di farsi contagiare da un minimo di ragionevolezza?  Ernesto Galli della Loggia CdS 18

 

 

 

 

Il Viminale sacrifica la legalità al "territorio"

 

Primo comandamento: non disturbare il territorio. Anzi, assecondarlo, cioè inviare prefetti graditi agli equilibri politici del luogo. Possibilmente, poi, premiando non i funzionari già in servizio a Roma-Viminale ma pescandoli in giro, nei vari uffici territoriali del governo anche se questo vuol dire scavalcare le graduatorie. Anche questo è federalismo. Anzi, una sua forma assai sottile e più evoluta. Era già successo con il prefetto di Roma Carlo Mosca, rimosso a novembre 2008 perché si rifiutava di far prendere le impronte digitali ai rom così come voleva il sindaco Alemanno. Succede, e si ripete, di nuovo adesso con i casi di Venezia e Fondi dove sono stati rimossi-promossi due prefetti - Michele Lepri Gallerano e Bruno Frattasi - entrati in rotta di collisione con le autorità politiche e amministrative del luogo.

 

Vanno sempre letti in controluce gli sterminati elenchi della Presidenza del Consiglio con cui vengono comunicati i movimenti e le promozioni dei prefetti in giro per l’Italia. «Rispetto al 1994, la prima volta di Maroni al Viminale come titolare dell’Interno - viene fatto notare in ambiente prefettizio - c’è stato un netto miglioramento nei rapporti tra il ministro e i prefetti. Allora, infatti, il piano più o meno esplicito era quello svuotare la figura del responsabile territoriale del governo ed era stata imboccata una strada che avrebbe portato, nel giro di breve, all’abolizione della nostra figura. Ora invece il prefetto è tornato ad essere centrale nell’organizzazione del territorio, e questo è sicuramente positivo». Ad alcune condizioni, però: che sia compatibile e omogeneo con le esigenze del territorio. Ecco che a Venezia non era più sopportabile un prefetto - Michele Lepri Gallerano - arrivato lì quattro mesi fa, prossimo alla pensione, che la notte tra il 25 e il 26 novembre ha avuto l’ardire di trasferire in un villaggio con vere casette costruite dal comune la comunità sinti di Venezia parcheggiata da sempre in modo indegno in una baraccopoli. Il presidente della Provincia, la leghista Francesca Zaccariotto ha chiesto da quel giorno, ogni giorno, la testa del prefetto. Anche Maroni, tenuto rigorosamente all’oscuro di tutto, gliel’aveva giurata a quel suo rappresentante. Rimosso, quindi, in nome della pax politica del posto.

 

Promosso al Viminale, invece, Bruno Frattasi, ex prefetto di Latina, che dall’inizio del 2008 ha condotto quasi in solitario una battaglia durissima contro i clan di camorra e ’ndrangheta che piano piano si sono impossessati del territorio di Fondi e del basso Lazio. Frattasi ha “perso” quella battaglia perché il comune di cui ha chiesto lo scioglimento per mafiosità non è stato sciolto - nonostante due richieste dello stesso ministro Maroni - perché il sindaco Parisella (pdl), uomo del senatore Fazzone, alla fine ha preferito il minore dei mali: dimissioni, con la possibilità di ricandidarsi a marzo. La normalizzazione è già in atto a Fondi. Nel silenzio generale. A marzo si vota. Frattasi avrebbe potuto garantire elezioni più serene. E trasparenti. Colpisce, anche, la nomina del nuovo prefetto di Frosinone, Paolino Maddaloni. Nel 2006 è stato a un passo dal diventare sindaco di Caserta in quota Pdl. Tra i suoi principali supporter c’era l’onorevole sottosegretario Nicola Cosentino. Adesso lascia la Commissione per il diritto d’asilo e va a gestire un territorio ad alto rischio di infiltrazioni mafiose. Claudia Fusani L’U 20

 

 

 

Cambiare mentalità. Ripartire accettndo il lavoro che c’è

 

I dati sull’occupazione, diffusi ieri dall’Istat, devono essere riguardati con seria attenzione. Gli occupati sono scesi in un anno di 508 mila unità e di 120 mila rispetto al trimestre precedente. Fra i 15 e i 65 anni ormai lavorano in Italia soltanto 57 persone su 100, con differenze territoriali eccezionalmente forti: sono 69 in Trentino-Alto Adige e in Emilia-Romagna, ma solo 42-43 in Campania, Calabria e Sicilia.

In queste ultime regioni quindi lavorano ufficialmente ben 27 persone in meno che in quelle forti; lavorano ben meno della metà delle persone in età lavorativa, tanto che ci si deve chiedere se sia una così bassa occupazione ufficiale ad aumentare la presenza e la diffusione della criminalità organizzata o viceversa. Si tratta comunque di un circolo vizioso che questi ultimi dati dimostrano essersi ulteriormente aggravato.

Ma anche altri indicatori segnalano scricchiolii inquietanti del nostro mercato del lavoro, come la circostanza che non solo è calata l’occupazione dei lavoratori meno fortunati i dipendenti a termine, i collaboratori, gli autonomi ma anche di quelli più forti, cioè dei dipendenti a tempo indeterminato. Questo è un colpo molto duro, che dimostra come questa crisi non risparmi nemmeno quelli con un contratto di lavoro che offre le maggiori garanzie; ma se l’azienda chiude o fallisce, è evidente che trascina con sé in primo luogo i suoi lavoratori più deboli, ma poi anche quelli più forti.

C’è da dire che i dati si riferiscono al III trimestre del 2009, cioè al periodo più nero per la crisi economica e per l’occupazione e che i segnali di ripresa economica registrati negli ultimissimi tempi non hanno certo avuto modo di esplicare i loro effetti positivi sull’occupazione, effetti che normalmente si registrano con un certo ritardo. Non c’è dubbio quindi che occorra continuare a mettere in atto ogni azione che possa sostenere la ripresa, che possa sostenere le esportazioni, che possa attrarre investimenti stranieri, soprattutto nelle aree deboli.

Che, ancora, possa valorizzare il nostro patrimonio di beni naturali e di beni culturali per attrarre un turismo che da qualche tempo non sembra più apprezzarli come una volta.

Ma d’altra parte perché mai, in un periodo di crisi generalizzata, dovrebbe aumentare l’afflusso di stranieri in un Paese che, fra l’altro, non ha più una rete vasta e strutturata di agenzie di viaggio (è scomparsa, del tutto smantellata, la Cit) e non ha catene alberghiere degne di questo nome (e anzi una piccola catena come era quella dei Jolly hotel è stata venduta agli spagnoli)?

Le ricette per fronteggiare positivamente una congiuntura e una tendenza di questa natura sono state tutte individuate e descritte ormai da tempo, ma poi avere successo nel metterle in atto è questione ben diversa, anche perché gli altri Paesi che sono nostri concorrenti nei mercati internazionali non stanno certo fermi, e anzi ogni Paese, a partire dai più grandi della Unione europea, cerca disperatamente la formula per sopravvivere al meglio, magari a scapito degli altri.

L’impatto sul sistema sociale italiano è e sarà molto forte. Se saranno soprattutto i cinquantenni a essere estromessi dal mercato del lavoro, allora le conseguenze potranno essere particolarmente gravi, tendo conto che da un lato il loro livello di istruzione non è particolarmente elevato (si tratta in massima parte di persone con un titolo di studio di scuola media inferiore o anche solo di scuola elementare) e che anche per questo non sempre riescono a trovare in se stessi la forza morale e la forza creativa di “riinventarsi” e di rimettersi in gioco sul mercato del lavoro in un’altra posizione o in un altro mestiere. E nella loro possibile depressione possono trascinare con sé anche coniuge e figli. Senza considerare che una gran massa di licenziati cinquantenni aggraverebbe fortemente i conti previdenziali.

Bisognerà ritrovare malgrado tutto fiducia, un po’ di ottimismo e quella grande forza d’animo e impegno che nei decenni del miracolo economico ci spingevano ad accettare il lavoro che c’era, qualunque fosse, a lavorare bene e sodo e a farci sentire protagonisti del successo personale, del benessere della famiglia e della crescita dell’intero Paese. Senza questa forza che ovviamente dovrà essere sostenuta da azioni positive del Governo, degli imprenditori, del sindacato sarà difficile uscire da una crisi che comunque imporrà una riflessione profonda anche sulle strategie di lungo termine, tenendo conto che nei prossimi anni e decenni l’offerta di lavoro dei Paesi in via di sviluppo sarà smisurata centinaia e centinaia di milioni addizionali di lavoratori e che contemporaneamente il lavoro diventerà, ben più che il petrolio o l’acqua, una “materia prima” scarsa, assoggettata per di più alla concorrenza che verrà dai robot che si preannunciano sempre più potenti e versatili. A meno che non siano loro a fare tutto il lavoro, specie quello sgradito. ANTONIO GOLINI IM 18

 

 

 

 

 

Generazione a rischio sconfitta

 

Mentre i segnali di ripresa per il 2010 fortunatamente si intensificano, dal lato dell’occupazione l’onda lunga della recessione si sta abbattendo a piena forza sul mercato del lavoro.

 

I dati sull’occupazione del terzo trimestre sono davvero brutti e mostrano chiaramente che le categorie più colpite dall’onda lunga della recessione sono i giovani e il resto dei lavoratori precari. Il vero rischio è che in Italia si stia per perdere un’intera generazione, come già avvenuto in Giappone durante la grande crisi degli Anni 90. In questi anni i giovani lavoratori italiani sono entrati sul mercato del lavoro con minori tutele, con più bassa probabilità di ricevere formazione professionale e con salari, a parità di istruzione e altre condizioni, più bassi. Ora che è arrivata la grande crisi, a pagarne le conseguenze sono ancora loro.

 

A livello di intero Paese, un calo di mezzo milione di posti di lavoro in un anno non si vedeva dal 1992. In quel terribile anno l’Italia, nel mezzo di Tangentopoli e di drammatiche stragi, registrò per la prima volta dal dopoguerra un calo dei consumi aggregati. Il peggioramento rispetto a quel terribile anno è spiegabile. All’inizio degli Anni Novanta per ridurre l’occupazione era necessario licenziare, una pratica difficile e odiosa per tutti i datori di lavoro. Oggi, viceversa, è sufficiente non rinnovare alla scadenza un contratto a termine o a progetto. Non stupisce quindi che tra il mezzo milione di posti di lavoro persi, 220 mila siano concentrati tra i lavori a termine e altri 150 mila tra i lavoratori autonomi, dove si ritrovano i contratti a progetto, l’esempio più clamoroso di lavoratori precari. Tra l’altro, nelle inchieste dell’Istat, 40 lavoratori su cento dichiarano che nella sostanza il loro progetto non esiste e che svolgono semplicemente un lavoro subordinato. Non credo che si debba tornare alle rigidità del 1992 e che sia stato un errore introdurre varie forme di lavoro flessibile in Italia. L’incredibile crescita di posti di lavoro che abbiamo registrato tra l’inizio del decennio in corso e l’arrivo della recessione, è avvenuta proprio grazie a quella flessibilità e all’opportunità delle imprese di inserire in azienda giovani lavoratori in via sperimentale.

 

Durante la grande recessione stiamo però scoprendo l’altra faccia della medaglia della flessibilità introdotta. Il vero problema è che a subire le conseguenze della grande recessione sull’occupazione sono principalmente i giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile è passato dal 18 % del 2008 al 27 % degli ultimi mesi. Non è vero, come spesso si sente dire, che la disoccupazione giovanile ha pochi effetti sulla vita lavorativa. È invece vero che chi inizia male sul mercato del lavoro avrà per tutta la vita salari più bassi e minori opportunità occupazionali. Alcuni studi per diversi Paesi lo hanno chiaramente dimostrato. Uno studio inglese ha addirittura dimostrato che una prolungata disoccupazione giovanile può avere effetti sulle condizioni di salute di lungo periodo.

 

Il Paese non può permettersi di perdere un’intera generazione. La risposta più strutturale al problema del dualismo italiano sarebbe forse quella di introdurre un contratto unico a tutele progressive e crescenti, in modo da dare ai giovani una prospettiva di lungo periodo, mantenendo al tempo stesso alle imprese la possibilità di sperimentare l’adeguatezza dei nuovi assunti. Sarebbe una riforma senza alcun costo per le casse dello Stato. Introdurre un salario minimo nazionale, che tra l’altro esiste nella maggior parte dei paesi avanzati, sarebbe una seconda coraggiosa riforma per ridurre la precarietà. Anche questa senza alcun impatto sulla spesa pubblica. Il sussidio di disoccupazione per i giovani, viceversa, avrebbe un costo per le casse dello Stato, ma sarebbe comunque una riforma doverosa. Di queste e altre idee di riforma si è in realtà parlato in questi giorni in commissione lavoro al Senato. Ma ai centinaia di migliaia di giovani che hanno perso il lavoro, e che fanno fatica a trovarne uno nuovo, una seria discussione politica non è sufficiente. Hanno diritto a risposte concrete. PIETRO GARIBALDI  LS 18

 

 

 

 

Riforme e vita civile. Il salto di qualità che il paese esige

 

IL TEMA del giorno è se si aprirà davvero la stagione del confronto sulle riforme. Se il clima generale sia più o meno cambiato dopo l’aggressione fisica a Berlusconi è materia su cui si discute e ci si accapiglia, ma la tendenza generale della gran parte della pubblica opinione va nella direzione di chiedere che finalmente si metta mano alla soluzione dei grandi problemi del Paese.

È convinzione diffusa che una stagione davvero riformatrice richieda, come si sarebbe detto una volta, “larghe intese”. Sommessamente ricordiamo che è almeno la terza volta che la politica italiana si trova a fronteggiare in maniera solenne un impegno di questo tipo (in maniera sfumata le volte sono state molte di più). La prima fu all’epoca della cosiddetta “apertura a sinistra”, cioè il varo dell’inclusione del Psi nell’area di governo; la seconda fu al tempo della “solidarietà nazionale”, quando si trattò dell’inclusione del Pci in quell’area. Nessuna delle due occasioni è purtroppo finita bene: la “grande riforma” non si fece in nessuno dei due casi per un eccesso di diffidenze reciproche che si traducevano in condizioni varie poste in premessa ad ogni discorso di confronto fra parti diverse.

Non possiamo nasconderci che anche ora, quando siamo, almeno in ipotesi, al terzo tentativo sull’onda di una situazione comunemente giudicata ingestibile con le vecchie logiche, quel vizietto della politica italiana di cercare di bloccarsi reciprocamente con le condizioni preliminari torna ad emergere: sia che gli uni dicano «niente leggi ad personam», sia che gli altri ribattano «prima di tutto rompete coi vostri estremisti», la sostanza è che rischia di essere una scusa per non avviare neppure il confronto.

In realtà il Paese sa bene di quali riforme ci sarebbe bisogno. Forse che una giustizia lumaca e imprevedibile come quella attuale può reggere ancora? Forse che un bicameralismo vecchia maniera, e un parlamentarismo svilito dalla mancanza di libertà nella scelta dei rappresentanti e sotto il ricatto del premio di maggioranza consente governabilità e soprattutto legittimazione della classe politica? Forse che la grave crisi del nostro sistema occupazionale, crisi che colpisce molto i giovani cioè la speranza della nazione, può essere considerata una bazzecola che si risolverà da sé? Potremmo naturalmente continuare e ricordare i problemi di scuola e università, delle infrastrutture, della sanità pubblica, e via elencando.

Sono tutte palle al piede che il nostro sistema si trascina dietro e che costituiscono un handicap non solo nella capacità dello Stato di soddisfare le legittime richieste dei cittadini (quando non addirittura diritti tutelati sul piano costituzionale), ma anche nella partecipazione italiana al sistema internazionale, cioè in un settore sempre più delicato in tempi di globalizzazione.

Per un po’ di tempo si è distratta la gente sviando la sua attenzione su aspetti folkloristici della politica, sulla ripetizione di stanche liturgie anti questo e anti quello, promettendo che da qualche parte ci fosse la bacchetta magica per raddrizzare la situazione solo che si fosse votato il partito “giusto”.

È da accogliere con soddisfazione il fatto che in questi ultimi giorni si stia cominciando a percepire una certa inversione di tendenza: non perché a Natale tutti diventano buoni, ma perché le antenne sensibili della migliore politica intercettano un fenomeno nuovo, che è un misto di pericolosa rabbia contro un “sistema” che pare disinteressarsi dei problemi della gente e di montante noia per le ritualità di “processi” che finiscono immancabilmente col concludere che la colpa è sempre del diavolo (e ciascuno ha il suo diavolo di turno). Naturalmente ci sono resistenze da parte di quelli che nella situazione precedente si sono costruiti per sé stessi nidi più o meno comodi, ma questo era scontato.

Se si metteranno davvero sul tappeto le grandi questioni del momento, quelle che abbiamo elencato ed altre, chiedendo a tutte le parti, tanto della politica quanto della società, di dire non ciò che a loro giudizio sarebbe astrattamente “giusto”, ma come si può rendere la situazione attuale meno precaria e compromessa, avremo fatto un enorme passo avanti. È nella concreta ricerca di soluzioni ai problemi che si misura la credibilità di una classe politica e che ogni sua componente guadagna consensi e ne sottrae agli avversari, dimostrando di essere davvero quella che sa “fare” piuttosto che “predicare”.

Una stagione di reale confronto sulle riforme necessarie al Paese ci farebbe fare un salto di qualità sia nella gestione della nostra vita civile, sia nella capacità di stare sulla scena internazionale. La credibilità è in politica un bene prezioso e quella vera deriva sempre da una capacità di impegno nel concreto miglioramento del sistema di convivenza. La politica come spettacolo distrae e rallegra un Paese che pensa di poterne in fondo fare a meno e di camminare per conto suo, ma questo non è proprio il caso in tempi di sfide internazionali e di crisi di vario genere. PAOLO POMBENI

IM 20

 

 

 

 

In piazza contro il Ponte sullo Stretto. "Per questa terra sarebbe un disastro"

 

Alcune migliaia di persone in piazza a Villa San Giovanni, in Calabria

"L'obiettivo vero è iniziare a scavare e sbancare, scaricare cemento ovunque"

Annullati i concerti per la morte di un delegato del "Comitato per la 106"

stroncato da un infarto alla conclusione del suo intervento sul palco

di GIUSEPPE BALDESSARRO

 

VILLA SAN GIOVANNI (Reggio Calabria) - "Il Ponte non lo faranno mai, l'obiettivo vero è quello di iniziare a scavare e sbancare sulle due coste, scaricare cemento ovunque e rastrellare quanto più soldi possibile. La nostra paura è un'altra, l'ennesima, eterna incompiuta". Sono tanti ad essere convinti che sia questo il vero rischio che corrono Calabria e Sicilia. Se l'idea del Ponte sullo Stretto andasse avanti "per questa terra sarebbe un disastro". E anche oggi, ambientalisti e partiti, movimenti e associazioni, lo hanno ribadito in piazza. Con una manifestazione che ha portato alcune migliaia di persone a Villa San Giovanni. Una giornata di musica e "controinformazione" - organizzata dalla "Rete No Ponte" - a cui hanno aderito decine di realtà locali e nazionali. Una giornata che però si è interrotta a metà pomeriggio col dramma di un delegato del "Comitato per la 106", stroncato da un infarto proprio a conclusione del suo intervento dal palco. E' finita così la festa dei "No Ponte", annullati i concerti della serata e tutti gli altri appuntamenti. Resta tuttavia il senso della contestazione a pochi giorni dalla posa dalla prima pietra, prevista inizialmente per il 23 dicembre, ma poi rinviata "per consentire la partecipazione di Berlusconi".

 

Era cominciata bene la giornata "No Ponte". Prima il corteo cui hanno preso parte circa settemila persone, poi le denunce "a microfono aperto" nel quartiere Cannitello. Punto esatto in cui dovrebbero sorgere i due pilastri calabresi di quella che viene annunciata come "la più grande opera ingegneristica di tutti i tempi". Molti ambientalisti storici, ma anche tanti che ambientalisti lo sono diventati dopo le parole del ministro Matteoli, che nonostante il momento di crisi ha annunciato l'apertura dei cantieri di Villa. Tutti accomunati dalla voglia di spiegare che "con i soldi del Ponte si possono fare cose molte più utili".

 

Il corteo s'è mosso dal centro città intorno a mezzogiorno, ingrossandosi via via che continuavano ad arrivare manifestanti da entrambe le regioni. In apertura uno striscione bianco con le parole d'ordine dell'iniziativa: "Fermiamo i cantieri, lottiamo per le vere priorità". Dietro gli striscioni storici della lotta contro il Ponte, quello del coordinamento calabrese e immediatamente dopo dei comitati siciliani. Poi ancora quelli di Legambiente, del Wwf nazionale, dei Verdi e dei partiti della sinistra Pdci e Rifondazione oltre che della Sinistra europea". Un corteo colorato e pacifico cui hanno aderito i collettivi studenteschi e centri sociali delle due sponde, ma anche un gruppo di rappresentanti del "Popolo viola", protagonista del No B-Day di Roma. Presente anche una folta rappresentanza della Cgil territoriale e della Fiom Nazionale guidata da Giorgio Cremaschi: "Altro che la chimera del Ponte, qui serve lavoro vero e duraturo". Non c'era il governatore della Calabria, Agazio Loiero, che pure aveva annunciato l'adesione della Regione all'iniziativa. C'erano però i quattro assessori di punta dell'esecutivo: quelli all'Ambiente Silvio Greco, all'Urbanistica Michele Tripodi, alla Cultura Damiano Guagliardi e al Bilancio Demetri Naccari.

 

Scarsa invece la partecipazione della gente del posto. In molti sono rimasti a guardare. Tantissimi, spiega Nino Morabito responsabile regionale di Legambiente, "vedono la realizzazione del Ponte come una cosa impossibile, lontana irreale. E' così, certo. Ma sappiamo che il rischio non è la costruzione del Ponte quanto tutti gli interessi e le speculazioni che vi girano attorno".

 

Maurizio Marzolla della "Rete No Ponte" non si dà pace: "E' davvero incredibile. La Stretto di Messina ha annunciato la posa della prima pietra per la prossima settimana. Quando, in questo momento non c'è ancora né un progetto definitivo, né i finanziamenti per costruirlo". Secondo Raniero Maggini, vice presidente di Wwf Italia c'è "il rischio di una febbre da apertura di cantiere diffusa nel Paese, relativa perlopiù a piccole opere legate a grandi interventi inutili e dannosi, dal ponte sullo Stretto di Messina nel sud, all'autostrada tirrenica al centro ed al terzo valico dei Giovi al nord".  LR 19

 

 

 

 

 

Ponte sullo Stretto, il no del regista tedesco Wim Wenders. "E' un'idea stupida e capitalista"

 

Il regista tedesco Wim Wenders, in questi giorni a Riace per completare le riprese del cortometraggio sui temi dell'accoglienza, ha aderito alla manifestazione nazionale organizzata dalla Rete No Ponte che si terrà domani a Villa San Giovanni. "Il Ponte - ha detto Wenders - è un'idea stupida e capitalista. La vera utopia è in Calabria: il comune di Riace ne è un esempio".

 

"E' ora di dire basta alle trovate pubblicitarie che, quando non sono vere e proprie prese in giro, costituiscono comunque un modo per sfuggire alla responsabilità di occuparsi seriamente dei problemi che affliggono i cittadini italiani". E' quanto afferma Luigi de Magistris, europarlamentare dell'Italia dei valori, che, pur non potendo essere fisicamente presente per via di impegni pregressi, aderisce alla manifestazione nazionale per dire "no" alla costruzione del Ponte sullo Stretto promossa dalla "Rete No Ponte", prevista per domani a Villa San Giovanni (Reggio Calabria). "Trovo veramente assurdo - ha aggiunto - che si possa pensare davvero di spendere una quantità inimmaginabile di soldi, che con ogni probabilità finiranno per la maggior parte nelle mani dei soliti prenditori collusi con la criminalità, per realizzare un'opera come il ponte sullo Stretto, mentre ci sono vere e proprie catastrofi in corso cui nessuno mette mano". "Se rifletto sulle reali necessità del Paese - ha sostenuto de Magistris - ed in particolare della Sicilia e della Calabria, quasi non saprei stabilire un ordine di priorità dal momento che tutte sono problematiche assolutamente vitali. Penso alle infrastrutture assolutamente inadeguate, penso al gravissimo rischio idrogeologico e sismico che caratterizza queste regioni, penso allo stato indegno dell'edilizia pubblica, penso all'ambiente che necessita di interventi seri e determinati, penso alla necessità di investimenti che consentano lo sviluppo delle attività che più sono consone a questi territori, penso al bisogno di sostegno che hanno l'artigianato e la piccola e media impresa, e potrei continuare davvero a lungo". "Ma mai - ha concluso de Magistris - neppure per un istante, neppure se mi chiedessero di dire la balla più grossa che mi viene in mente, penserei che sia necessario costruire un'opera come il ponte sullo Stretto la quale, oltre che disastrosa sul piano ambientale, non produrrà alcun serio beneficio sul piano occupazionale ed economico per le due regioni che, da questo mostro, subiranno solo danni e l'ennesimo stupro della natura". Ansa 18

 

 

 

 

A Ciampi  il premio “Pasquale Villari” 2009 per la sensibilità nella tutela della lingua italiana

                     

L’Ambasciatore Bruno Bottai, Presidente della Società Dante Alighieri, ha consegnato al Presidente Emerito della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, l’Alta Benemerenza “Pasquale Villari” 2009 per la straordinaria sensibilità nella tutela e diffusione della lingua italiana durante gli anni dei suoi più alti incarichi istituzionali.

Economista, uomo politico di grande equilibrio e cultura, decimo Presidente della Repubblica Italiana - mandato ricoperto dal 1999 al 2006 -, Ciampi ha sempre cercato di trasmettere al popolo italiano quell’intenso sentimento patriottico nato dalle imprese del Risorgimento e della Resistenza.

Testimonianze della sua costante attività in difesa della lingua di Dante sono state in particolare la sua autorevole presenza alla cerimonia inaugurale nel 2003 agli Uffizi della prima grande mostra sulla storia della lingua italiana e nel 2004 la consegna dei diplomi PLIDA agli studenti stranieri della Società Dante Alighieri avvenuta nelle sale del Palazzo del Quirinale.

In tutto il mondo Ciampi ha saputo promuovere e far apprezzare gli ideali e i valori caratteristici del nostro Paese, mantenendo in ogni circostanza un sincero rispetto per le culture e le società locali, come avvenne in Argentina nel 2001 di fronte alle collettività sudamericane.

Un sentimento - quello che lega Carlo Azeglio Ciampi all’identità nazionale - che lo ha portato ad assumere la Presidenza del Comitato organizzatore delle manifestazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia in programma nel 2011.

«Sono orgoglioso di ricevere questo prestigioso riconoscimento dalla Società Dante Alighieri - ha affermato il Presidente Ciampi durante il breve incontro svoltosi in Senato - e spero vivamente che la tutela della lingua italiana sia sempre di più considerata da tutti uno dei compiti fondamentali e imprescindibili da assolvere con la consapevolezza di una grande identità culturale e storica». De.it.press

 

 

 

 

Sondaggio tra i cittadini. "La classe dirigente del Sud è totalmente inadeguata"

 

Reggio Calabria, sondaggio per la presentazione di un laboratorio politico-sociale

I cittadini meridionali danno fiducia alla Chiesa, alle Forze dell'Ordine e ai volontari

Bocciate anche le Università: "Condizionale dai Baroni"

 

REGGIO CALABRIA - I cittadini meridionali in un sondaggio bocciano senza appello la classe dirigente e la ritengono "totalmente inadeguata": il 77,2% ritiene il suo operato "poco o per nulla positivo". Fiducia invece alla Chiesa, alle associazioni di volontariato e alle Forze dell'Ordine: rappresentano ancora punti di riferimento importanti per il 57% del campione, dato che schizza oltre il 70% per gli over 65. Bassa, attorno al 10%, la fiducia riposta nelle Amministrazioni pubbliche; inesistente - addirittura pari a zero nella fascia di età 18-24 - quella verso i partiti.

 

I dati sono stati presentati a Reggio Calabria, nel giorno della nascita di Formula Sud, laboratorio politico-sociale presieduto da Amedeo Canale. La rilevazione è a cura della "Lorien Consulting".

 

Il risultato dell'inadeguatezza della classe dirigente crea povertà e disoccupazione per il 54,3%, impedisce lo sviluppo e la crescita per il 20,6%, aumenta la criminalità per il 19%.

 

Ecco chi dovrebbe contare di più secondo gli intervistati, nella classe dirigente: imprenditori (31,8%), professori, ricercatori e personaggi della cultura (28,2%) e responsabili di associazioni con finalità sociali e di volontariato (18,4%). Questo dato esce addirittura rafforzato dalle risposte della fascia di età più giovane. Il 37,3% pensa che per sfondare bisogna conoscere persone influenti e avere raccomandazioni.

 

Significativi anche gli spunti emersi dal quadro relativo alle università: il 51,7% del campione ritiene che gli Atenei meridionali siano condizionati dai "baronati". LR 18

 

 

 

 

Rubata l'insegna all'entrata di Auschwitz

 

Portata via la celebre iscrizione «Arbeit Macht Frei» («Il lavoro rende liberi»). Il governo: «Atto ripugnante»

 

CRACOVIA (POLONIA) - Un atto di vandalismo, ma dalla connotazione fortemente simbolica. Il cartello recante l'iscrizione in tedesco «Arbeit Macht Frei» («Il lavoro rende liberi») posto all'ingresso dell'ex campo di sterminio nazista di Auschwitz, in Polonia, è stato rubato da ignoti. È la prima volta che la targa con l'oltraggiosa scritta, realizzata dai prigionieri, viene sottratta dal posto in cui fu messa nei primi anni '40. Nel campo di concentramento non lontano da Cracovia morirono circa un milione di persone, il 90% dei quali ebrei.

SOSTITUITO DA UNA COPIA - «L'iscrizione è stata rubata alle prime ore del mattino - ha detto Jaroslaw Mensfeld, portavoce del museo che gestisce l'ex campo di sterminio -. È una profanazione del luogo dove sono state uccise oltre un milione di persone. Chiunque lo abbia fatto sapeva bene cosa stava rubando». Il quotidiano Gazeta Wyborcza riferisce sul proprio sito che il cartello rubato è già stato sostituito con una copia, realizzata tempo fa per consentire la riparazione dell'originale. La polizia ha aperto una inchiesta, mentre la prefettura ha garantito che verrà data la caccia agli autori del furto. L'ex campo di sterminio è chiuso di notte e controllato dalla vigilanza. Gli inquirenti, che hanno trovato tracce dei ladri (probabilmente fuggiti in auto), stanno ora vagliando le registrazioni delle videocamere. Il vice ministro degli Esteri polacco Andrzej Kremer ha espresso sdegno del ministero per «l'atto ripugnante», augurandosi che il cancello venga presto ritrovato.

SIMBOLO DELL'OLOCAUSTO - È il primo caso di furto di questo genere in quello che è considerato il luogo simbolo dell'Olocausto. Sorto nell'aprile del 1940, dopo l'occupazione della Polonia da parte di Adolf Hitler nel settembre 1939, il campo di concentramento di Auschwitz (nome tedesco della cittadina polacca di Oswiecim) divenne il simbolo dell'Olocausto. Nel campo trovarono la morte oltre un milione di persone, in maggioranza ebrei. Il gerarca nazista Einrich Himmler l'aveva anche scelto come sede di uno stabilimento dell'industria chimica IG-Farben e di aziende agricole, per sfruttare la manodopera dei prigionieri. Il lager fu liberato dai soldati dell'armata rossa il 27 gennaio 1945, e da allora questo giorno è stato dichiarato giornata della memoria mondiale in ricordo della Shoah.

COMMENTI - Il direttore del museo dell'Olocausto a Gerusalemme ha definito una «dichiarazione di guerra» il furto dell'insegna. «È un atto che equivale a una vera dichiarazione di guerra», ha detto Avner Shalev. «Non sappiamo l'identità dei responsabili, ma presumo si tratti di neonazisti». Shalev si è detto certo che il governo polacco farà «tutto il possibile» per rintracciarli e assicurarli alla giustizia«; e sottolineato la necessità che »il mondo illuminato lavori insieme contro l'antisemitismo e il razzismo in tutte le sue forme«. L'insegna, in metallo e forgiata dai prigionieri, era uno dei più sinistri esempi della propaganda nazista.  CdS 18

 

 

 

 

I nemici della memoria

 

Chi è stato a rubare l'insegna di Auschwitz, recando offesa alla memoria degli ebrei e a chi è impegnato a tutelarla? Da dove vengono? Che intenzioni hanno, qual è il loro progetto? Questo incidente criminale riverbera la sua immagine in tutto il mondo e suscita stupore, shock e rabbia.

 

Cosa avevano in mente i ladri quando hanno rimosso l'iscrizione che centinaia di migliaia di vittime, arrivate nel campo, vedevano ogni giorno, ogni sera? Cosa immaginavano di poter fare? Di venderla in televisione per enormi somme di denaro? Di tenerla incorniciata a casa loro? Quale idea perversa può aver motivato un simile abominio?

 

In questa nostra era di confusione e sfiducia, la Verità è sempre in prima linea, al fronte, e i suoi nemici sono i nemici della Memoria. Dunque, quel Luogo è d'importanza e significato speciale, perché si basa su entrambi quei valori costitutivi, Verità e Memoria. Chiunque voglia cancellare il passato ha naturalmente interesse a rimuovere quella scritta, che è parte così visibile del Passato della Memoria.

 

In un certo senso, si può esprimere sorpresa per il fatto che non si sia mai tentato prima di compiere quanto è accaduto oggi. È così facile distruggere, è così facile rubare, eppure, grazie al cielo, persino quelli che sono i nostro nemici non avevano osato, fino ad oggi, di intraprendere un simile furto.

 

In virtù di ciò che è avvenuto all'interno di quell'incommensurabile cimitero di cenere, Auschwitz deve restare un monumento intoccabile al dolore, allo strazio e alla morte di più di un milione di ebrei e altre minoranze. Benché protetto a livello internazionale dalla rabbia e dalla pietà che suscita in centinaia di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo, il campo necessita ovviamente di maggior sicurezza.

 

Devono provvedervi le autorità polacche ai massimi livelli. Tutto ciò che si trova entro le recinzioni di filo spinato deve restare immutabile e intatto per generazioni e generazioni. Quanto ai ladri, verranno senza dubbio interrogati a lungo da personale specializzato, psichiatri inclusi. Siamo tutti ansiosi di conoscere ogni aspetto della loro personalità, del loro carattere, del loro passato. E di conoscerne l'appartenenza ideologica.

 

Hanno agito da soli? Appartengono a gruppi neonazisti? Volevano dimostrare qualcosa entrando in possesso dell'insegna, e se sì, che cosa? "Arbeit macht frei" era, ed è ancora, massima espressione di cinismo, inganno e brutalità. Dietro quel cancello il lavoro non portava libertà. Agli ebrei e agli altri portava fatica, umiliazione, fame e morte. Dentro tutto equivaleva alla morte. È questo che il ladro voleva cancellare?  ELIE WIESEL  LR 19

 

 

 

 

Le nuove regole per l’immigrazione. L'integrazione degli islamici

 

In tempi brevi la Camera dovrà pronunciarsi sulla cittadinanza e quindi, anche, sull’«italianizzazione » di chi, bene o male, si è accasato in casa nostra. Il problema viene combattuto, di regola, a colpi di ingiurie, in chiave di «razzismo». Io dirò, più pacatamente, che chi non gradisce lo straniero che sente estraneo è uno «xenofobo», mentre chi lo gradisce è uno «xenofilo ». E che non c’è intrinsecamente niente di male in nessuna delle due reazioni.

Chi più avversa l’immigrazione è da sempre la Lega; ma a suo tempo, nel 2002, anche Fini firmò, con Bossi, una legge molto restrittiva. Ora, invece, Fini si è trasformato in un acceso sostenitore dell’italianizzazione rapida. Chissà perché. Fini è un tattico e il suo dire è «asciutto»: troppo asciutto per chi vorrebbe capire. Ma a parte questa giravolta, il fronte è da tempo lo stesso. Berlusconi appoggia Bossi (per esserne appoggiato in contraccambio nelle cose che lo interessano). Invece il fronte «accogliente» è costituito dalla Chiesa e dalla sinistra. La Chiesa deve essere, si sa, misericordiosa, mentre la xenofilia della sinistra è soltanto un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e spiegato.

Due premesse. Primo, che la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integrabilità » dell’islamico. Secondo, che a fini pratici (il da fare ora e qui) non serve leggere il Corano ma imparare dall'esperienza. La domanda è allora se la storia ci racconti di casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorporazione etico-politica (nei valori del sistema politico), in società non islamiche. La risposta è sconfortante: no.

Il caso esemplare è l’India, dove le armate di Allah si affacciarono agli inizi del 1500, insediarono l’impero dei Moghul, e per due secoli dominarono l’intero Paese. Si avverta: gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi paciosi, pacifici; e la maggioranza è indù, e cioè politeista capace di accogliere nel suo pantheon di divinità persino un Maometto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventare il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesistenza in cagnesco finissero in un mare di sangue. Conosco, s’intende, anche altri casi e varianti: dalla Indonesia alla Turchia. Tutti casi che rivelano un ritorno a una maggiore islamizzazione, e non (come si sperava almeno per la Turchia) l’avvento di una popolazione musulmana che accetta lo Stato laico.

Veniamo all’Europa. Inghilterra e Francia si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritrovano con una terza generazione di giovani islamici più infervorati e incattiviti che mai. Il fatto sorprende perché cinesi, giapponesi, indiani, si accasano senza problemi nell’Occidente pur mantenendo le loro rispettive identità culturali e religiose. Ma — ecco la differenza — l’Islam non è una religione domestica; è invece un invasivo monoteismo teocratico che dopo un lungo ristagno si è risvegliato e si sta vieppiù infiammando. Illudersi di integrarlo «italianizzandolo » è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare.  Giovanni Sartori CdS 20

 

 

 

 

 

Torino multietnica. Mostafa e Corina i controllori Gtt parlano straniero

 

Di origine marocchina, romena e albanese. Dieci multe al loro esordio su bus e tram

 

Torino - Il primo ad accorgersi della «differenza» è stato Saad, un bambino di 10 anni, sulla linea 13. Mostafa Ed Daoudi, uno dei 5 nuovi controllori Gtt di origine straniera, era al secondo suo viaggio «operativo», ieri alle 15. Mentre il bus svoltava in piazza Castello è arrivato alla fila dove Saad era seduto con Letizia, l’educatrice che lo accompagnava. Il controllore ha chiesto i biglietti e il bambino ha mostrato l’abbonamento studenti. Poi ha guardato meglio il volto sotto il cappello blu e oro e ha detto «Mi sembri marocchino...». Mostafa ha sorriso e Saad: «Sono marocchino anch’io...».

 

Tra i suoi colleghi, Mostafa Ed Daoudi è il più riconoscibile come di origine non italiana. Come altri tre negli anni scorsi è diventato cittadino italiano. E la cittadinanza italiana o europea è requisito indispensabile per essere assunti a tempo indeterminato in un’azienda a controllo pubblico. Ma Gtt - prima azienda di trasporti a fare una scelta del genere in Italia - questi «assistenti alla clientela» li ha cercati e fortemente voluti proprio per la caratteristica di essere «ponte» tra lingue e culture. Persone in Italia da anni, con curricula di tutto rispetto, dove gli inizi «irregolari» di alcuni sono sepolti sotto una vita di lavoro.

 

Per il presidente di Gtt Giancarlo Guiati i neoassunti (che lavoreranno in divisa) «senza essere poliziotti, serviranno a ridurre l’evasione che crea problemi economici pesanti all’azienda». «In Gtt ci sono già autisti di origine straniera, ma volevamo anche controllori che potessero comunicare nelle lingue delle maggiori comunità immigrate presenti a Torino», ha spiegato Tommaso Panero, ad di Gtt, che ieri mattina ha presentato i neo assunti con gli assessori comunali Maria Grazia Sestero (Trasporti) e Ilda Curti (Integrazione) e il presidente dell’Agenzia Mobilità Metropolitana Giovanni Nigro.

 

Dopo la presentazione, accompagnati da colleghi-tutor e con la supervisione di Giovanni Savarino, responsabile degli 85 assistenti alla clientela, Youssef, Corina e gli altri hanno fatto i primi controlli smascherando parecchi «passeggeri illegali». Il bilancio di un’ora trascorsa sul tranquillo 13 e l’agitato 4 è tutto da interpretare. Aldo Bardeli, albanese, è stato il primo a estrarre il blocchetto dei verbali, sul 13, per multare una donna colombiana di 55 anni, biglietto in mano non timbrato. «Ha detto di aver dimenticato l’abbonamento e di aver sperato di non dover pagare un’altra volta».

 

Mostafa, la prima multa l’ha fatta sul 4 a un algerino e alla moglie, in un clima piuttosto teso, tra tossicodipendenti che tentavano di salire sul tram e poi desistevano vedendo lo schieramento di berretti blu-oro. Il romeno Claudiu Pruteanu, sul 13, alla fermata di Palazzo Nuovo ha multato una studentessa inglese. Il «battesimo» di Youssef Ennafi è stato invece una ragazza marocchina nata a Torino. Sul 4 Corina Florea ha intercettato, tra gli altri, un italiano habitué della sanzione. Già. Un conto è accumulare multe e un altro è l’«incidente» che può capitare. Anche a Mostafa, qualche anno fa, era successo...

 

La gente? A parte gli sguardi stralunati di certi marocchini alla comparsa di Mostafa, tutti gli altri passeggeri della linea 4 muniti di biglietto hanno accolto con entusiasmo le divise in quanto divise. «Non importa chi controlla, l’importante è che i controlli ci siano», ha detto Angelo Frola, vedi caso tecnico Gtt in pensione. Ana e Maria, romene, munite di abbonamento: «Ci fossero tutti i giorni! A volte questo tram fa schifo...». Ma i neocontrollori dovranno essere davvero in equilibrio tra gentilezza e rigore. Già ieri qualcuno ha dimostrato di osservarli con molta attenzione: due arabi sono scesi dopo una sola fermata, una volta notati i berretti blu/oro. E subito una donna, visto Mostafa, ha detto: «Li ha lasciati scendere!». LS 18

 

 

 

 

Sui rom disobbedì alla Lega rimosso il prefetto di Venezia

 

Al centro del caso il trasferimento di un gruppo di sinti in case del Comune

Cacciari: "Una vendetta politica". Anche Galan critica Maroni

dal nostro inviato ROBERTO BIANCHIN

 

VENEZIA - Per uno "sgarbo" al ministro dell'interno, il prefetto perde il posto. Ha commesso l'"errore" di non opporsi all'insediamento di trentotto famiglie di nomadi in un villaggio di Mestre costruito appositamente dal Comune con una spesa di 2,8 milioni e duramente contestato dalla Lega. Per questo Michele Lepri Gallerano, 64 anni, napoletano, prefetto di Venezia da appena quattro mesi, è stato rimosso da Roberto Maroni. Per ora verrà collocato "fuori ruolo" presso la Presidenza del Consiglio. Poi, annuncia il Consiglio dei ministri, diventerà commissario dello Stato per la Regione Sicilia.

 

La motivazione ufficiale, all'interno di un vasto movimento di prefetti in tutta Italia, non parla del campo nomadi. Ma per il sindaco Massimo Cacciari, che giudica la rimozione "di una gravità eccezionale", è proprio questo che viene imputato al prefetto. "È stato rimosso per ragioni esclusivamente politiche, per una vendetta politica" dice. D'accordo anche il governatore veneto del Pdl Giancarlo Galan: "Mala tempora currunt. Mi colpisce assai negativamente la notizia che un bravo servitore dello Stato sia stato "burocraticamente" rimosso. Qualche volta è capitato anche a me di criticare qualche prefetto, ma non è mai accaduto che alle mie critiche facesse seguito un trasferimento". Dello stesso avviso un altro esponente del Pdl, il senatore Maurizio Saia, che parla di "sconcerto e preoccupazione", e di "motivazioni del tutto incomprensibili".

 

Tra l'altro, spiega Cacciari, il prefetto non avrebbe comunque potuto impedire l'insediamento dei nomadi, che era stato legittimamente deciso dal Comune specie dopo che il vecchio campo era stato dichiarato del tutto inagibile dall'Asl per "gravissime carenze igieniche e sanitarie". Il nuovo villaggio era stato autorizzato anche da sentenze del Tar e dal Consiglio di Stato in seguito ai ricorsi di alcuni comitati di cittadini contrari all'insediamento. Per questo il sindaco parla di "decisione indecente" da parte di una politica "rozza, intollerante e stupida", e di una "volgare vendetta politica che vuole colpire un funzionario dello Stato di provata lealtà, che non ha colpa alcuna".

 

Contro il nuovo villaggio, una serie di casette prefabbricate con la piazzola per le roulotte, in cui la scorsa estate erano stati trasferiti gli zingari di etnia sinti di un vecchio e fatiscente campo nomadi alla periferia di Mestre, si erano levati gli strali del Carroccio, che aveva inscenato diverse manifestazioni. E la presidente leghista della Provincia di Venezia, Francesca Zaccariotto, aveva chiesto l'intervento del prefetto. "Mi ero fatta portavoce del ministro Maroni nella richiesta di un'ispezione per verificare le modalità di passaggio dalla vecchia alla nuova struttura, ma la mia richiesta era rimasta inevasa", spiega la Zaccariotto, che ora non piange certo per la rimozione del prefetto: "Evidentemente sono state fatte tutte le valutazioni e le verifiche del caso".

 

Insorge invece il centrosinistra. Per il Pd è una "decisione che sgomenta, volgare nelle forme e violenta nella sostanza politica". Iginio Michieletto, consigliere regionale del Pd, parla di "uso leghista del potere" che trasforma le istituzioni nel "braccio armato dei settori più xenofobi di un governo impegnato nella guerra a ogni pratica di umanità". Per l'esponente dei verdi Gianfranco Bettin, uno dei tre esponenti del centrosinistra candidati a succedere a Cacciari, è "la nuova intollerante casta padana che vuole dei podestà: al posto del federalismo preferiscono i federali". Per il Prc è "un ennesimo atto di prepotenza". E l'Idv annuncia che porterà il caso in Parlamento. LR 18

 

 

 

 

Il Trentino posto ai massimi livelli in Europa nell'ambito della ricerca e dell'innovazione

 

Trento- Il Sistema Trentino dell’Alta formazione e Ricerca è il partner italiano del nuovo prestigioso Istituto Europeo della Tecnologia e dell’Innovazione (EIT – European Istitute of Innovation and Technology). "Oggi è un giorno molto positivo che vede il Trentino posto ai massimi livelli in Europa nell'ambito della ricerca e dell'innovazione": così il presidente della Provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, ha commentato la notizia, ufficializzata e presentata alla stampa il 17 dicembre.

Il fatto è il risultato di una selezione, che ha coinvolto tutte le più importanti realtà scientifiche e industriali europee. La competizione si è svolta su tre tematiche strategiche: tecnologie dell'informazione e della comunicazione, cambiamenti climatici e energia sostenibile.

L’unico attore italiano del consorzio che si è aggiudicato un ruolo all'interno dell'Istituto Europeo della Tecnologia e dell’Innovazione per le ICT è, come detto, il Sistema Trentino dell’Alta Formazione e Ricerca. La partecipazione trentina coinvolge le più importanti realtà locali della ricerca e dell’alta formazione nelle ICT: FBK-IRST (presentatore del progetto), Università di Trento, Create-Net, GraphiTech, CNR ISTC-LOA e CELCT.

Il Trentino figura quindi ora come partner associato delle più importanti realtà accademiche europee, quali la TU di Berlino, il DFKI ed il Max-Plank (Germania), l’INRIA (Francia), il KTH (Svezia), il TKK (Finlandia), ed il Consorzio dei Politecnici olandesi. Aderiscono al consorzio aziende del calibro di Nokia, Ericsson, Philips, Alcatel-Lucent, SAP e British, Deutche e France Telecom.

Ieri, i vertici del Sistema Trentino dell’Alta formazione e Ricerca, assieme al presidente Dellai, hanno presentato questo traguardo. "Questo risultato - ha affermato Dellai - è frutto della capacità di cooperazione dei nostri centri di ricerca, dell'università, del mondo economico e industriale e contribuisce a rafforzare la vocazione del Trentino come terra di straordinarie possibilità per fare impresa e innovazione e dove guardare al futuro con sempre maggiore ottimismo e voglia di fare".

Essere parte del consorzio vincente rappresenta per il Trentino uno successo notevole, anche perché, è stato evidenziato, molti consorzi di ricerca avrebbero gradito la presenza del Sistema Trentino tra le loro fila, e anche l'opportunità di contribuire a far avanzare l’Europa al rango di attore principale dell’innovazione nelle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione a livello mondiale.

La missione affidata dalla Commissione Europea all'Istituto Europeo della Tecnologia e dell’Innovazione, contraltare al famoso MIT ( Massachusetts Institute of Technology) di Boston, è aumentare la competitività europea a livello globale, valorizzando e mettendo in rete i suoi nodi più importanti e con maggiore capacità di integrare alta formazione, ricerca e innovazione.

"Sono lieto – ha commentato del Presidente della Fondazione Bruno Kessler, Andrea Zanotti – dell'esito positivo della gara relativa alle tecnologie informatiche, alla quale la Fondazione ha partecipato. Già il fatto di essere stati coinvolti in una proposta che annovera alcuni tra i maggiori partner europei, sia per quel che riguarda la ricerca che la realtà industriale, era motivo di soddisfazione: la vittoria finale, poi, si qualifica come uno dei maggiori risultati raggiunti nella storia della nostra istituzione. La consolidata convinzione di potersi ormai confrontare su sfide così difficili con gli ambiti più avanzati della ricerca, dà il segno di una maturità che deve stare alla base del nostro lavoro futuro".

"Si tratta – ha aggiunto il rettore Davide Bassi – di un risultato di grandissima rilevanza che conferma il livello di qualità raggiunto dalla ricerca trentina nel settore delle ICT. È importante sottolineare lo spirito di squadra che ha animato Università, FBK e Provincia. Ciascuno ha fatto la sua parte, impegnandosi a costruire le condizioni che ci hanno permesso di competere con successo rispetto ai colossi del settore ICT presenti in Europa. La soddisfazione per questo risultato è tuttavia accompagnata dall'amarezza per la performance complessivamente deludente fatta registrare a livello nazionale. Commentando tale situazione a margine dei lavori CRUI attualmente in corso a Roma, è emerso come questo risultato confermi l'esigenza di sottoporre il sistema nazionale dell'alta formazione e della ricerca ad un profondo processo di modernizzazione. In questa prospettiva, l'opportunità offerta all'Università di Trento di sviluppare un modello nuovo sganciato dalle pastoie nazionali viene vista con grande interesse e viene considerata – ha concluso - come una concreta speranza per tutto il sistema italiano". (aise) 

 

 

 

 

“Lingua, intercultura, integrazione”, di Vittorio Gazerro

 

L’autore è un esperto del dialogo interculturale nelle scuole

 

ST. GALLO - L’apprezzabile lavoro di Vittorio Gazerro prende l’avvio dalle iniziative e dai progetti sviluppati nei Paesi dell’EU per l’ Anno Europeo del dialogo interculturale. La ricerca  sull’Europa dell’istruzione apre scenari molto più ampi che interessano tutti coloro che si occupano della promozione del plurilinguismo nelle istituzioni scolastiche ed in concreto di lingua, intercultura e integrazione, le tre tematiche/focus a cui da anni l’Autore dedica i suoi studi linguistici rintracciabili nel suo molto diffuso sito internet ed in numerosi altri blog di approfondimento didattico ed interculturale sui sistemi di istruzione e formazione nell’EU. L’autore, come afferma nella sua introduzione G. Graziano Tassello (Presidente della IV Commissione “Lingua e cultura” del C.G.I.E Direttore del CSERPE di Basilea), da quasi venticinque anni si dedica alla promozione e diffusione della lingua italiana in Europa ed è uno dei pochi esperti in ambito migratorio e interculturale. Le tre tematiche vengono in questo lavoro analizzate nell’ ambito del sistema scolastico svizzero delineando la loro attuale evoluzione sempre riconducibile al soggetto apprendente più lingue (L/1 , L/2 o L/3 ) e riferita all’ambiente migratorio e interculturale, in cui emergono le esigenze linguistiche e formative dei giovani migranti italiani ormai di terza e quarta generazione. In questo contesto assume rilevanza non trascurabile l’intervento di Gianni Ghisla sulla politica linguistica in Svizzera, sulla situazione dell’italiano e la scarsa applicazione del Gesamtsprachenkonzept in campo scolastico. Il lavoro di Gazerro (Lingua intercultura integrazione, ed. DZI, St.Gallen,2009, p.238) è diviso in cinque parti e fornisce un’ampia e specifica sitografia citata durante lo sviluppo di temi e concetti  che permettono al lettore ed allo studioso di  poter approfondire altra documentazione ed effettuare confronti su tanti aspetti dell’integrazione e dell’ intercultura.

 

La prima parte, dedicata a “Lingue nazionali in Svizzera”, introduce una visione d’insieme del plurilinguismo elvetico, dalla storica legge federale sulle lingue del 2007 ai corsi di lingua e cultura italiana che, pur avendo in questi ultimi tempi subìto drastici tagli e ristrutturazioni da parte del MAE - Ministero degli Affari Esteri- rimangono per le giovani generazioni di italiani all’estero l‘unico veicolo di comunicazione e di conoscenza del nostro Paese.

 

Nella parte successiva, “Lingua italiana,bilinguismo e plurilinguismo”, Gazerro presenta aspetti poco noti del plurilinguismo elvetico, da quello riscontrato nel Cantone Grigioni a quello affermato nelle Raccomandazione dell’ E.D.K. (Conferenza svizzera dei Direttori cantonali della pubblica educazione sulla lingua d’origine) fino alle Dodici Tesi per il plurilinguismo che contribuiscono ad affermare in Svizzera un modello di plurilinguismo e multiculturalità riconosciuto anche dai competenti organismi dell’Unione Europea.

Nella terza parte, “ Scuola e politiche scolastiche” l’Autore, forte della sua esperienza di dirigente nelle scuole dell’Ostschweiz e di Zurigo, presenta i progetti di integrazione e di interculturalità realizzati nella Confederazione, facendo costante riferimento al Programma di lavoro dell’E.D.K. 2008-2012 ed ai principi affermati nel Concordato HARMOS tra le scuole dei 26 Cantoni svizzeri. Molto rilievo viene dato alle sfide poste alla politica migratoria e alla recente “Carta dell’integrazione del FIMM Svizzera” (Forum per l ‘integrazione delle migranti e dei migranti  in Svizzera) ed alle iniziative promosse dal C.G.I. E (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero).

Nella quarta parte, “Europa dell’ istruzione” viene approfondito, in riferimento all’art. 140 del Trattato, gli aspetti della cosiddetta dimensione europea dell’istruzione, collegati agli obiettivi deliberati dal Consiglio Europeo di Lisbona per il 2010 al fine di costruire uno spazio educativo europeo che possa contribuire a rafforzare solidarietà e cooperazione tra gli Stati membri dell’EU.

In riferimento all’indagine dell’ OCSE/PISA sulla scuola italiana ed agli indicatori EU che stanno alla base della strategia “Istruzione e formazione 2010”, l’Autore sostiene che l’Italia deve investire più risorse e promuovere più progetti nel settore scolastico come avviene negli altri Paesi dell’EU e migliorare il suo sistema scolastico al quale vanno assicurate innovazione nei processi e qualità dei servizi erogati, come richiedono raccomandazioni e direttive dell’EU.

 

L’ultima parte, è dedicata al 2008 “Anno Europeo del Dialogo Interculturale” con una sintetica rassegna delle iniziative volte a sensibilizzare quanti vivono nell’UE, in particolare i giovani che, sostiene Gazerro, devono comprendere l’importanza di partecipare al dialogo interculturale nella vita quotidiana, devono adoperarsi per identificare, condividere e dare un riconoscimento europeo visibile alle migliori pratiche di promozione del dialogo interculturale in tutta la EU.

 

Per i giovani in Italia occorre rafforzare il ruolo dell’istruzione come mezzo importante per educare alla diversità, aumentare la comprensione delle altre culture e sviluppare competenze e migliori  prassi sociali. In questo quadro anche l’Italia, in base al Programma europeo integrato 2007-2013, deve riuscire a dare un nuovo impulso all’uso di buone prassi interculturali e all’apprendimento delle lingue nelle scuole e nelle istituzioni universitarie, rispettando gli obiettivi indicati per i Paesi  membri dell’ EU nel programma di Lisbona dalle autorità comunitarie per il 2010.

(Estratto da un servizio di Michele Massolo, Migranti-press)

 

 

 

“Speciale Natale” nel Messaggero di sant’Antonio di dicembre 2009

 

  PADOVA - L’edizione italiana per l’estero del “Messaggero di sant’Antonio” del mese di dicembre -  con l’editoriale e gli articoli dello “Speciale Natale” - offre al lettore riflessioni e contributi per rivivere con maggior consapevolezza il mistero della nascita del divin Bambino: un evento inserito nella storia e non distaccato dai valori dell’umanesimo, che continua a coinvolgere popoli di culture e razze diverse. La celebrazione del Natale non è infatti solo “memoria”, ma “presenza- mistero”. E’ questo il messaggio che già il profeta Isaia annunciava agli israeliti deportati nel 732 a.C. dal re d’Assiria: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse…perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» Is 9,1-6). L’Emmanuele, annunciato dal profeta, porterà sulla terra la pace. 

  Si comprende, allora, lo stupore di Francesco d’Assisi di fronte all’umanità e al mistero dell’evento del Natale, che egli volle rivivere nel 1223 a Greccio con una sacra rappresentazione che coinvolse la popolazione del contado; e l’intima gioia che troviamo espressa dai mistici e dai santi per la nascita di un Dio, “che venne ad abitare in mezzo a noi” Gv.1, 14).

  Oltre all’evento del Natale, nel numero di dicembre troviamo altre attuali riflessioni: sulle problematiche e sulle attese riguardanti i cambiamenti climatici, dibattute nella Conferenza di Copenaghen; sui progetti della Rai Corporation, presieduta da Massimo Magliaro; sugli stati d’animo e sulle speranze della popolazione de L’Aquila e dei paesi coinvolti dal recente scisma. Un popolo che sta rinascendo da situazioni di disagio e di prova, grazie alla sua tenacia e alla una fede intrepida.

  Le pagine dedicate alle nuove generazioni ci presentano esperienze d’italianità testimoniate da un gruppo di giovani residenti in Lussemburgo, mentre le “Pagine Regioni” ci parlano di un sodalizio lucano operante in Cile; delle richieste di una giovane sociologa sarda al governo della sua regione d’origine, per sostenere i circoli e promuovere scambi culturali; e della dinamica attività dell’avvocato Domenico Azzia, che nel recente incontro con i sodalizi siciliani del Nord America, ha annunciato la nascita del portale web: www.siciliamondo.net

  Renzo Arbore, ambasciatore della canzone napoletana nel mondo, e Andrea Barbaria, console italiano nel New Jersey, sono i protagonisti della pagine sulla cultura italiana nel mondo. Ma oltre a loro, la rivista ci fa conoscere altre “eccellenze italiane”: come l’astronauta Umberto Guidoni, il primo europeo a mettere piede sulla Stazione spaziale internazionale Iss: il magistrato Tony Pagone, catanese d’origine, giudice della Corte suprema del Victoria, in Australia; Gerardo Pinto, presidente dell’associazione di San Mel, a Flushing - New York; e infine, Maria Aparecida Borghetti, originaria di Trento, che nel parlamento del Paranà, Brasile, appartiene a quella nuova classe di politici che sta rendendo il Brasile uno dei protagonisti nel panorama internazionale. (Inform)

 

 

 

 

Riuniti a Basilea i dirigenti del PD della Svizzera Nord-Ovest

 

Mercoledì 16 dicembre si sono riuniti a Basilea gli iscritti ed i dirigenti del Partito democratico della Svizzera Nord-Ovest comprendente i circoli di Basilea, Breitenbach e Laufen, presente anche il segretario nazionale Michele Schiavone. All’ordine del giorno dell’assemblea sono stati dibattuti i temi seguenti: Retrospettiva delle attività politiche, programma per il primo trimestre dell’anno nuovo, organizzazione del circolo, presentazione del sito internet.

Dopo aver fatto il bilancio dell'attività politica svolta dai circoli nel corso del 2009, che è stato ritenuto soddisfacente, il direttivo ha messo a fuoco le priorità che caratterizzeranno la ripresa dei lavori che gli iscritti ed i simpatizzanti intendono realizzare a partire dal prossimo mese gennaio:

Intervenire sulle limitazioni e sulle ristrettezze causate dalla legge finanziaria 2010; rilanciare assieme al partito nazionale la questione dei Corsi di Lingua e Cultura; partecipare assieme ai soggetti politici e istituzionali delle aree di confine in Germania e in Francia alla soluzione della rete consolare; promuovere iniziative sui referendum svizzeri in votazione nel mese di marzo prossimo concernenti la previdenza professionale per la vecchiaia, i superstiti e l'invalidità; la ricerca sull'essere umano; il maltrattamento e una migliore protezione giuridica degli animali.

A seguito dell’aumento degli iscritti che mettono il Circolo in condizione di produrre maggiori attività politiche e recependo le indicazioni scaturite dall'ultima riunione del direttivo nazionale del Partito Democratico in Svizzera, il Segretario Marco Minoletti, ha proposto di allargare le responsabilità del direttivo del circolo di Basilea ad ulteriori iscritti.  All'unanimità sono stati eletti nel direttivo Antonio Arcuri e Federico Cherubini. Al termine della presentazione del sito del circolo PD di Basilea (www. partito-democratico-basilea.org) si è, infine, passati alla composizione delle commissioni di lavoro, che risultano composte nel modo seguente:

Commissione Pari opportunità: Nella Sempio (responsabile), Assunta Gasbarro, Maria Scarano, Tiziana Scarano;

Commissione Scuola e Formazione: Antonio Arcuri (responsabile), Gaetano Cadeddu, Angelo Serapiglia, Marco Minoletti, Giuseppe Martino;

Commissione Media e Informazione: Federico Cherubini (responsabile), Armando Bee, Marco Minoletti, Jo Varsalona;

Commissione Politiche Territoriali: Armando Bee (responsabile), Antonio Arcuri, Carlo Alberto Di Bisceglia, Nella Sempio, Jo Varsalona, Marco Minoletti, Santo Cardizzone. PD Svizzera Nord-Ovest, de.it.press

 

 

 

 

Gli studi sui veneti nel mondo

 

  PADOVA - Si può definirlo un piccolo convegno quello che si è tenuto nella sala Paladin del Comune di Padova per parlare di libri sull’emigrazione veneta…già esauriti, che fanno parte della collana “Civiltà veneta nel Mondo” diretta dal professor Gianpaolo Romanato dell’Università di Padova.

  Ha introdotto i diversi argomenti il professor Giovanni Luigi Fontana, direttore del Dipartimento di storia dell’Università, presenti gli autori delle tre ricerche: sull’emigrazione veneta in Romania, di Roberto Scagno, Paolo Tomasella e Corina Tucu, per ribadire che gran parte di quell’emigrazione nei paesi dell’Europa centro – orientale e in quelli danubiani – balcanici è tutta da approfondire; quindi “Veneti in Sud Africa” di Lorenzo Carlesso e Alessandra Berto, uno studio che parte da tempi lontani ma pure in buona parte da conoscere. Interessante, storicamente parlando, l’appendice “Centomila prigionieri italiani in Sud Africa. Il campo di Zonderwater” di Lorenzo Carlesso, che indaga sul maggior campo di prigionia creato dagli anglo-americani per i prigionieri di guerra italiani, dove i veneti erano ovviamente minoranza, ma che fu principio di una nuova emigrazione (e anche di permanenza).

  Tanta carne al fuoco, si potrebbe dire, su tutte queste sezioni dell’emigrazione veneta curate in ambito universitario. Per quanto riguarda il Sudafrica la ricerca è nata attraverso documenti ritrovati in loco, ma pochi sapevano che al rientro alcune navi sono state affondate. Le autorità italiane ne erano a conoscenza già alla fine del secondo conflitto. Questi libri, dell’editore Longo, sono andati a ruba per le loro novità. Testimonianze di notevole originalità li ha definiti il professor Fontana. Uno stereotipo, tra gli altri, da sfatare: la Romania era considerata “la sorella latina d’Oriente” (e la cosa può spiegare quello che avviene adesso a parti quasi invertite): verso l’Est d’Europa non si dirigevano solo  poveri e diseredati, ma maestranze specializzate, architetti, artigiani e impresari che lì hanno fatto fortuna (almeno fino alla seconda guerra mondiale), o che volevano tentare la loro avventura. Un’emigrazione variegata insomma quella nei paesi dell’Est.

  È intervenuto anche l’Assessore regionale ai Flussi migratori Oscar De Bona, che ci ha dichiarato a margine dell’incontro: “La prossima ricerca riguarderà l’emigrazione veneta in Canada. Questi studi hanno preso avvio dal grande archivio dell’onorevole Meo Zilico, che era molto interessato all’argomento. Dobbiamo andare in paesi dove le comunità venete sono numerose piuttosto che in quelle dove i veneti sono arrivati in ordine sparso. Sarebbe interessante elaborare testi anche sull’Istria, la Dalmazia, la Croazia e altri paesi dell’ex Jugoslavia. Ci sono paesi come Cutina, nella provincia Poporacia, dove sono quasi tutti bellunesi. In genere in tutta la Slavonia i veneti erano partiti già ai tempi di Francesco Giuseppe. Sono partiti con i loro carri, mucche e animali al seguito. Se ci sono studenti con tesi di laurea e ricercatori che lavorano su questi argomenti, lo facciano presente alla Regione, perché potrebbe essere uno stimolo per facilitare uno studio sistematico sull’emigrazione veneta. Nelle Università di Padova e Venezia si è lavorato bene ed è cosa incoraggiante. Il professor Ulderico Bernardi, per esempio, ha approfondito la presenza veneta negli Stati Uniti e altrove. Insomma le università venete si sono date da fare in questo senso. C’è stata un’emigrazione anche in luoghi di non facile accesso, e come nei casi trattati oggi, più difficili da approfondire. Per il Sudafrica abbiamo aggiunto la storia del campo di prigionia di Zonderwater, che presentava aspetti tutti suoi e inediti”. (Veneti nel Mondo, numero di dicembre)

 

 

 

La “Fisorchestra Gioacchino Rossini” conquista la Svizzera a Romanshorn ed a Basilea

 

Un fine settimana da record l’11–13 dicembre per la Fisorchestra “Gioacchino Rossini” diretta dal maestro Ernesto Bellus e figlia Katia e con la partecipazione del baritono Luca Pivetta. In Svizzera si è esibita con tre concerti di Natale eseguiti magistralmente a Romanshorn nella chiesa cattolica di St. Johannes der Täufer ed a Basilea presso la “Kirche St. Clara” e quella di S.S. Pietro e Paolo, organizzati dalle rispettive Famiglie Bellunesei di Frauenfeld e di Basilea in collaborazione con le Missioni Cattoliche Italiane.

  In entrambi i casi le chiese, molto grandi, si sono riempite e l’entusiasmo è stato oltre ogni previsione, in particolare per i tanti Bellunesi ed italiani che vivono in quelle zone, ma anche per gli Svizzeri che hanno apprezzato questo gesto d’amore della nostra terra verso i conterranei che risiedono lì.

  Al concerto di Romanshorn la “Fisorchestra è stata accolta anche dal Coro Alpino di Toggenburg, che con alcuni dei soci componenti di origine Bellunese, si è esibito nei nostri tipici canti di Natale, risvegliando emozioni e ricordi del passato.

  Dopo un secolo di arrivi in Svizzera dei nostri “bravi lavoratori”, ha affermato il direttore dell’Associazione Bellunesi nel Mondo Patrizio De Martin, arriva oggi la cultura, la solidarietà e l’affetto della terra d’origine che tanto deve a quanti per lavoro hanno dovuto lasciare i propri paesi e gli affetti più cari. (Inform)

 

 

 

 

Berlusconi nach dem Anschlag. Nur ein kurzes Innehalten

 

Die Miniatur des Mailänder Doms als Wurfgeschoss hätte Silvio Berlusconi töten können. Doch der Anschlag brachte die italienischen Politiker nur kurz zur Besinnung. Dann wurden die innenpolitischen Kriegshandlungen wiederaufgenommen. Als der 73 Jahre alte Ministerpräsident am Donnerstag die Klinik verließ, ließ er eine Erklärung verbreiten, in der es hieß, er werde von den vergangenen Tagen zweierlei in Erinnerung behalten: „den Hass einiger weniger und die Liebe vieler, vieler Italiener“.

Noch ist nicht völlig klar, ob der geistig verwirrte Mann wirklich allein und aus Geltungsdrang gehandelt hat. Ein Gefolgsmann Berlusconis will gesehen haben, dass dem Täter das Werkzeug des Anschlags kurz zuvor zugesteckt worden sei. Manche glauben nun, die Tat sei geplant gewesen. Andere sehen sogar ein Komplott des Opfers Berlusconi. Denn wäre der sonst – von Leibwächtern in seinen Wagen gedrängt – wieder ausgestiegen, an Wange und Lippe blutend, um sich den Leuten zu zeigen? Berlusconi, behaupten seine Gegner, habe sich als Märtyrer gerieren wollen, um die „Liebe des Volkes“ zu gewinnen.

 

Der Politiker als Unternehmer - Es sind weniger die – noch zu klärenden – Fakten, es ist die politische Stimmung, die zu solchen Mutmaßungen führt: Hass und Misstrauen wuchern aus der Politik auf die Straße. Der Täter gab zu, er habe aus Hass auf Berlusconi und seine Partei „Volk der Freiheit“ gehandelt. Anscheinend konnte er es nicht ertragen, dass Tausende Menschen auf dem Mailänder Domplatz dem Regierungschef zujubelten. Aber auch viele Millionen Italiener finden es unerträglich, dass Berlusconi immer wieder eine Mehrheit der Wähler hinter sich versammeln kann. Sie wollen ihm keine Chance geben und verstoßen damit letztlich gegen den demokratischen Konsens, Mehrheitsverhältnisse anzuerkennen.

Andererseits hat Berlusconi selbst dazu beigetragen, diesen Konsens aufzuweichen. Dabei geht es nicht (nur) um seine Frauengeschichten. Unbewiesen, zum Teil kürzlich widerlegt, sind Vorwürfe, er habe am Anfang seiner politischen Karriere mit der Mafia zusammengearbeitet oder tue das heute noch. Überdies ließen sich solche Vorwürfe auch gegen Politiker der Opposition erheben. Schwerer wiegt die Klage, Berlusconi beherrsche so viele Fernsehsender, seine privaten und zumindest einen staatlichen, dass er damit die Bürger in einen apolitischen Dauerschlaf versetzen könne und ihre Kritikfähigkeit einschläfere.

Gewiss schwächt Berlusconi den demokratischen Konsens, wenn er „wie ein König“ — so ein Kritiker in der eigenen Fraktion, Gianfranco Fini — das Parlament zu entmachten sucht und an ihm vorbeiregiert; wenn er bemüht ist, die Justiz so zu „reformieren“, dass er persönlich vor der Strafverfolgung in anhängigen Verfahren geschützt wird. Auch als Politiker agiert Berlusconi eben wie ein Unternehmer. Er sieht in Angehörigen der Exekutive, Legislative und Judikative nur seine Mitarbeiter. Die Wähler sind für ihn Kunden, die er mit seinen Fernsehprogrammen im goldenen Käfig des Konsums zufriedenstellt.

 

Wie wird Berlusconi reagieren? - Einen kurzen Moment des Innehaltens gab es wenigstens nach dem Anschlag. Einige Politiker erkennen, dass Gewalt allemal die Verfassung aushebelt. Erinnerungen an die siebziger Jahre werden wach, als Anschläge, die viele Opfer kosteten, offenbar auch von Mitgliedern der Regierung angezettelt wurden, um die „Linke“ zu desavouieren und sogar einen Staatsstreich vorzubereiten. So weit darf es nie wieder kommen. Auch deshalb erhielt der Ministerpräsident im Krankenhaus nicht nur Besuch von ihm gegenüber loyalen Politikern, sondern auch von Oppositionsführer Pier Luigi Bersani. Berlusconi wiederum gab sich verwundert, dass er so viel Hass hervorrufe. Er wolle doch „nur das Gute“. Selbst wenn diese Gesten und Worte ehrlich gemeint waren — schon zwei Tage nach dem Anschlag herrschte, eben, wieder Krieg.

Der Fraktionschef der Regierungspartei „Volk der Freiheit“, ein politisches Leichtgewicht namens Fabrizio Cicchitto, blies zum Auszug aus dem Plenum, als einer jener Oppositionspolitiker zu reden begann, die den Anschlag zwar verurteilt, aber auch Berlusconi wegen seines politischen Stils eine Mitschuld angelastet hatten. Außerdem sollen nun kritische Journalisten als angeblich Schuldige für das Attentat auf den Regierungschef bekämpft und das Internet wegen seiner Hass-Seiten gegen Berlusconi stärker als bisher kontrolliert werden.

Aber nicht einmal die Regierungsfraktion des „Volks der Freiheit“ hält in dieser Lage zusammen. Cicchittos Leute, die vorgeben, in Berlusconis Namen zu handeln, gehen nicht nur gegen die Opposition vor, sondern auch gegen den Mitgründer der eigenen Partei, Parlamentspräsident Fini. Es wird vermutet, diese Gruppe wolle Neuwahlen und Fini verdrängen. Oder hat Fini etwa schon längst ein Bündnis mit dem Christlichen Demokraten Casini geschlossen? Doch letztlich richten sich alle Augen auf Berlusconi. Wird er nach dem Anschlag nun mehr den Konsens suchen und bemüht sein, die Verfassung zu respektieren?  Jörg Bremer Faz 18

 

 

 

 

Schumacher wendet sich von Ferrari ab

 

Der Formel-1-Rekordsieger beendet nach 14 Jahren die Beziehung mit dem italienischen Team - am Telefon. Montezemolo bestätigt Mercedes-Gerüchte. Von René Hofmann

 

Luca di Montezemolo ist schon lange bei Ferrari. Inzwischen hat er Routine darin, schlechte Nachrichten geschickt zu verpacken. Das erste Formel-1-Rennen, das er für Ferrari besuchte, war 1973 der Große Preis von England. Die Autos, die die Firma nach Silverstone geschickt hatte, waren schlecht. Richtig, richtig schlecht.

Schon am ersten Trainingstag fuhren sie weit hinterher. Montezemolos Aufgabe war es, das Resultat dem Firmenpatriarchen Enzo Ferrari zu übermitteln. Der damals 25-Jährige rief also den presidente an, und der war maßlos enttäuscht. Ferrari verfügte: "Packt sofort ein und kommt heim!"

Der stolze Italiener wollte nicht, dass die britischen Gegner, die er abschätzig garagisti nannte, seine Autos in einer so jämmerlichen Form sahen. Für Montezemolo aber wäre eine vorzeitige Abreise beim Debüt eine kaum mehr gutzumachende Demütigung gewesen, und so redete er und redete, bis er den Impresario umgestimmt hatte.

 

Ausgerechnet zu Mercedes! - In dieser Woche muss Montezemolo, inzwischen selbst schon lange Ferrari-Präsident, erneut eine schlechte Nachricht verkünden. Michael Schumacher, der erfolgreichste Fahrer, den Ferrari und die Formel 1 hervorgebracht haben, der bekannteste und lange teuerste Sohn der Familie, wendet sich nach 14 Jahren ab. Schlimmer noch. Er läuft höchstwahrscheinlich zum direkten Rivalen Mercedes über.

"Er hat mir gesagt, dass es eine sehr, sehr große Möglichkeit gibt, dass es so kommt", sagt Montezemolo. Ausgerechnet zu Mercedes! Die Firma und ihre Autos strahlen Kühle aus, Perfektion. Größer könnte der Kontrast kaum sein. Ferrari - das steht für alles andere als Kühle und Perfektion, und hat Schumacher nicht immer gesagt, er fühle sich gerade deshalb in Maranello so wohl?

Auf der Ferrari-Homepage wird er bereits als Verräter beschimpft. In das Bild passt, dass beim neuen Mercedes-Grand-Prix-Team Ross Brawn das Zepter schwingt - noch ein Überläufer. Brawn wirkte bei Ferrari als Technik-Direktor und Chefstratege, als Schumacher von 2000 bis 2004 zu seinen fünf Titeln in Rot raste. Die besten Pferde stellen sich gegen den Stall, in dem sie groß wurden. Seit Dienstag weiß Montezemolo, dass es so kommen wird. Da rief Schumacher ihn an. Nein, es ist wirklich keine gute Nachricht, aber Montezemolo schafft es doch, sie nett zu verpacken. Er schimpft nicht über Schumacher. Stattdessen erzählt er eine Geschichte.

<