WEBGIORNALE 21-22 Dicembre
2009
L’Oim: più sforzi per affrontare le migrazioni ambientali e originate dai
cambiamenti climatici
Ginevra - È
necessario, dopo Copenaghen, compiere più sforzi per affrontare il complesso
problema delle migrazioni ambientali e originate dai cambiamenti climatici. È
quanto dichiara l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che
giovedì ha celebrato la Giornata Internazionale del Migrante.
Mentre i leader
mondiali assistono nella capitale danese all’ultima giornata della Conferenza
ONU sul cambiamento climatico, per discutere la firma di un accordo globale che
potrebbe includere il riconoscimento dell’impatto del cambiamento climatico
sulle migrazioni, il cambiamento climatico e il degrado ambientale stanno già
originando movimenti migratori in tutto il mondo. Sono i Paesi più poveri ad
essere i più duramente colpiti.
Esistono vaste
lacune nelle conoscenze e nella comprensione sul come affrontare adeguatamente
le numerose e complesse ripercussioni delle migrazioni ambientali.
"Nessuno sa veramente quante persone siano già emigrate volontariamente o
siano state costrette a farlo dal cambiamento climatico o dal degrado
ambientale. Ciò che sappiamo è che queste migrazioni sono in larga misura
interne o dirette verso paesi limitrofi, e che si tratta di un fenomeno in
crescita", afferma William Lacy Swing, direttore generale dell’OIM.
L’esigenza di
rispondere alle sfide connesse alla gestione delle migrazioni è resa più
urgente dalla crescente pressione migratoria risultante dagli effetti del
cambiamento climatico. "Una delle priorità fondamentali dell’OIM
continuerà ad essere la protezione dei diritti umani di tutti i migranti,
inclusi i migranti ambientali, così come un’adeguata assistenza alle persone
vulnerabili che devono lasciare le proprie case", aggiunge Swing.
"Insieme alle agenzie del Global Migration Group e agli altri nostri
partner, continueremo inoltre a lavorare per ridurre per quanto possibile le
migrazioni forzate, per assicurare che la decisione di emigrare sia
effettivamente una scelta".
Un rapporto
recentemente pubblicato dall’OIM afferma che la maggior parte delle migrazioni
ambientali in atto sono interne. Numerosi paesi asiatici, ad esempio, stanno
cercando di gestire le massicce migrazioni dalle aree rurali alle città, che si
verificano in seguito alle ricorrenti inondazioni che distruggono i mezzi di
sostentamento agricoli, forzando le persone a spostarsi verso aree urbane
sovrappopolate, con gravi conseguenze a livello infrastrutturale, dei servizi
pubblici e della salute.
Il lento processo
di degrado ambientale attira meno attenzione rispetto ad eventi estremi quali
le inondazioni e le tempeste: nondimeno 1,6 milioni di persone, specialmente in
Africa, hanno subito le conseguenze di periodi di siccità tra il 1979 e il
2008, più del doppio di quanti sono stati colpiti dalle tempeste.
In questi
contesti, le migrazioni svolgono già un ruolo significativo come meccanismo di
adattamento. In Mali, ad esempio, si assiste alla migrazione interna dal nord
al sud del Paese, e alla migrazione regionale verso le aree costiere
dell’Africa occidentale. Questi spostamenti, che rispondono ad una strategia spontanea
di adattamento alla siccità, alleviano la pressione esistente su di un
ecosistema fragile, trasferendola però verso un altro.
Mentre alcuni
Piani d’Azione Nazionali di Adattamento (NAPA), elaborati dai Paesi meno
sviluppati per adattarsi al cambiamento climatico, includono riferimenti alle
migrazioni, sforzi più ampi possono essere intrapresi per rafforzare il ruolo
delle migrazioni a fini di adattamento.
"Sappiamo
tutti che non esiste una soluzione unica alle sfide del cambiamento
climatico", osserva il direttore generale dell’OIM. "Dobbiamo
utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione e la migrazione è uno di
questi. È stato riconosciuto come le migrazioni possano contribuire - ed
effettivamente contribuiscano - allo sviluppo dei Paesi d’origine e di
destinazione. I piani di adattamento devono includere il rafforzamento del
legame tra migrazione e sviluppo e l’utilizzo dei benefici che le migrazioni
temporanee e circolari possono apportare alle comunità vulnerabili".
La potenziale
ampiezza delle migrazioni future renderà necessario il sostegno internazionale
per i Paesi più toccati dalle migrazioni ambientali interne o da Paesi
limitrofi, poiché quelli meno sviluppati non avranno le capacità o le risorse
per rispondere a questi flussi.
Per Swing "il
sostegno finanziario destinato alle conseguenze migratorie del degrado
ambientale e del cambiamento climatico non dovrà andare a discapito
dell’assistenza allo sviluppo, che ha già subito gli effetti della crisi
economica, ma dovrà invece aggiungersi a questi aiuti, affinché i paesi in via
di sviluppo possano adattarsi all’impatto umanitario".
Le migrazioni
ambientali rivestiranno però un’importanza crescente anche per i paesi
industrializzati, che non hanno ancora sviluppato alcuna politica per rispondere
a questo problema. Citando zone sensibili in numerosi Paesi in Asia, Africa,
America centrale e meridionale caratterizzati da alti tassi di emigrazione,
considerabili difficoltà socio-economiche e disastri di origine climatica a
lenta evoluzione che si ripercuotono anche sulla sicurezza alimentare, un
rapporto recentemente pubblicato dall’OIM sostiene che l’assenza di politiche
sulla migrazione ambientale metterà in difficoltà anche i Paesi
industrializzati nel momento in cui affronteranno la questione.
Swing conclude
quindi affermando che "i cambiamenti climatici, le tendenze demografiche e
la globalizzazione indicano che in futuro le migrazioni aumenteranno. Ciò
significa che il benessere di un maggior numero di persone e di comunità
dipenderà dalla nostra abilità di gestire le migrazioni in modo da aumentarne
benefici ed opportunità e ridurne le sofferenze. In questa equazione, gli
effetti del cambiamento climatico costituiranno una variabile sempre più
importante. Dobbiamo prevedere e pianificare il cambiamento; dobbiamo elaborare
soluzioni integrate che colleghino le migrazioni e l’adattamento al cambiamento
climatico; e dobbiamo essere preparati a rispondere alle sfide umanitarie che
il cambiamento climatico ci sta presentando già oggi". (aise)
Dal 19 dicembre dai Balcani in Europa senza visto
Dal 19 dicembre
serbi, montenegrini e macedoni potranno entrare liberamente nei Paesi
dell'Unione per vacanza o studio
Milano- La notizia
ha fatto presto il giro dei Balcani: dal 19 dicembre serbi, montenegrini e
macedoni non dovranno più chiedere il visto per entrare in Europa (eccetto in
Gran Bretagna e in Irlanda). Potranno trascorrere una vacanza o un periodo di
studi di non oltre tre mesi a Parigi, Roma, Madrid o Berlino. Forse per chi è
abituato a passare i confini dell’Unione Europea esibendo una semplice carta
d’identità la Storia non cambia. Ma per i giovani dell’ex-Iugoslavia significa
aprire una gabbia e conquistare un po' di libertà.
FINE DELL’ASSEDIO?
- Hanno aspettato 19 anni per ottenerlo. Per chi ha vissuto la propria infanzia
sotto assedio durante la guerra degli anni '90 (i ventenni e i trentenni di
oggi), poter respirare oltre confine, senza lo svilente e dispendioso iter
burocratico del visto, significa molto. Ma non tutti la pensano allo stesso
modo. Una parte dei serbi guarda ancora all’Europa e alla Nato come agli
aggressori che hanno bombardato Belgrado. Poi ci sono i giovani che non vedono
l’ora di esplorare altri mondi. E gli attivisti che lottano ancora affinché
questo lusso sia concesso anche a bosniaci, kosovari, albanesi e ad altri Paesi
dell’Europa dell'Est, come Ucraina, Bielorussia, Turchia, Armenia e Moldavia.
LA VITA È TROPPO
BREVE PER UN VISTO - L'organizzazione Lymec, che unisce 60 associazioni di 37
paesi europei e promuove la libertà di movimento in tutto il Vecchio
Continente, in questi anni ha condotto varie campagne in favore dell’apertura
dei confini e dell’allargamento della white list di Schengen. Una delle ultime,
intitolata "La vita è troppo breve per attendere un visto", era
diretta al presidente della Commissione Europea Josè Barroso. «Ho sempre
considerato la politica del visto contro i Balcani cinica e sbagliata -
commenta il segretario di Lymec Srd Kisevic, croato di 30 anni -. Poteva essere
giustificata negli anni '90, ma ora come ora non previene crimini. Le persone
comuni si sentono discriminate e maltrattate nei consolati. Abbiamo raccolto
storie agghiaccianti e presentato una petizione firmata da 7mila persone contro
questa politica». E se Serbia, Montenegro e Macedonia possono pensare
finalmente a una vacanza in Europa, ci sono Paesi che non hanno speranza di
viaggiare fuori dai loro confini. «Conosco molti giovani moldavi o ucraini -
prosegue Kisevic - che si sentono frustrati e senza opportunità di crescere.
Costruire muri è una pessima soluzione per la sicurezza dell’Europa».
TRA GIOIA E ASTIO
- Ne sa qualcosa Ratko Guduric, trentenne serbo una laurea in Gran Bretagna,
che negli anni più duri dell’isolamento ha sudato per ottenere il permesso di viaggiare
e studiare all’estero: «È una grande notizia. Ho affrontato le peggiori code
davanti ai consolati, con decine di documenti in mano, aspettato anche un mese
intero per un visto e riuscivo solo perché ho uno zio austriaco. Sono felice
per i miei amici, che potranno finalmente viaggiare e divertirsi come persone
libere». Invece Irena Vitorovic, 28 anni, dà voce all’orgoglio serbo, pieno di
astio dagli anni dell’intervento militare della Nato nella guerra dei Balcani:
«Per me non significa niente di speciale. Ho una sorella in Francia e la potrò
andare a trovare più facilmente, ma niente di più. Non abbiamo l’abitudine di
viaggiare in Serbia. Abbiamo problemi più grandi, come gli stipendi bassi, il
Kosovo, la gente del Kosovo. Se il passo successivo sarà entrare nell’Unione
Europea non ci sto. Non dimentichiamo che la Nato ha ucciso molte persone in
Serbia». Non è d’accordo Aleksandar Obradovic, 22 anni, che vorrebbe continuare
i suoi studi di comunicazione politica in un Paese dell’Europa dell’ovest: «Il
progetto di un'Europa unita è sinonimo di pace, sviluppo e economie stabili. Ne
hanno giovato Slovenia e persino la Romania. Non ci può fare che bene».
Aleksandar, Ratko e Irena concordano, però, sull’opinione errata che il mondo
si è fatta dei serbi: «Siamo persone gentili e amichevoli. Abbiamo ottime
università e ci piace vivere». Ketty AreddiaCdS 18
Le raccomandazioni dell’Unhr alla prossima Presidenza spagnola dell’UE
L’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha rivolto le sue
raccomandazioni alla Spagna in vista della sua presidenza dell’UE, che inizierà
il 1° gennaio 2010.
La Spagna si
appresta ad iniziare il suo semestre di presidenza subito dopo l’adozione del
Trattato di Lisbona e del Programma di Stoccolma. Dovrà quindi supervisionare
la preparazione di un Piano Attuativo per l’agenda legislativa e politica
dell’UE per i prossimi cinque anni. Il Piano comprende le questioni riguardanti
asilo e gestione dei flussi migratori e delle frontiere.
L’UNHCR rivolge le
sue raccomandazioni all’inizio di ogni semestre di presidenza. Questi
suggerimenti vogliono essere uno stimolo costruttivo, in questo caso, non solo
per quanto riguarda le attività di implementazione del Programma di Stoccolma,
ma anche su altre questioni che verranno negoziate sotto la presidenza
spagnola. Tra queste le discussioni sugli emendamenti proposti alla
legislazione UE sulle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo, sul
sistema di distribuzione delle responsabilità tra gli Stati membri per le richieste
di asilo, sulle procedure di asilo dell’UE e sui criteri di protezione.
L’UNHCR chiede
inoltre che l’Ufficio di Supporto Europeo in materia di Asilo (EASO), il cui
primo direttore dovrebbe essere nominato durante il semestre di presidenza
spagnola, si adoperi per migliorare la qualità del processo di riconoscimento
dell’asilo nell’UE.
L’Alto
Commissariato Onu evidenzia poi come la Spagna abbia manifestato l’intenzione
di dare un ruolo chiave nella sua agenda alla gestione delle migrazioni ed
auspica che venga posta l’attenzione necessaria alla salvaguardia delle persone
in cerca di protezione.
Quanto alla
cooperazione dell’UE con i Paesi terzi, l’UNHCR esorta la Spagna a promuovere
il legame tra attività di sviluppo e soluzioni durature ai problemi dei
movimenti forzati delle popolazione, inclusI quelli degli sfollati interni.
(aise)
ROMA – E’ dedicato ai lavoratori immigrati
qualificati il primo Rapporto Emn Italia, iniziativa inserita in un programma
europeo (European Migration Network) che in Italia fa capo al Ministero
dell’Interno con il supporto tecnico del Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier
Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.
Il rapporto tra mercato occupazionale e
flussi qualificati presenta diversi aspetti problematici e anche con alcune
prospettive promettenti. Le indagini dell’Istat sulla forza lavoro immigrata
hanno sottolineato che, nel 2008, il 73,4% degli immigrati svolge una
professione non qualificata contro il 32,9% degli italiani, con un loro
sproporzionato sottoutilizzo professionale in lavori a bassa qualificazione,
per i quali nella maggior parte dei casi basta la sola capacità di forza fisica
e resistenza.
Nel settore sanitario, invece, diventa sempre
più ricorrente l’impiego di infermieri stranieri che, sempre nel 2008, sono
34.043 su 354.436, uno ogni dieci sul totale ma più di uno ogni quattro nuovi
assunti (incidenza del 28,4%). Per l’86,5% si tratta di donne, mentre la
ripartizione vede prevalere il Nord con il 56,4% delle presenze. I comunitari,
in prevalenza romeni e polacchi, ammontano al 57,8%. Altri importanti Paesi di
provenienza sono la Svizzera, il Perù, l’Albania e l’India. Attualmente in
Italia, complessivamente, vi sono solo 6 infermieri ogni 1.000 abitanti, ma il
rapporto ideale dovrebbe essere di un medico ogni cinque infermieri. Secondo
l’Ipasvi per soddisfare il fabbisogno complessivo delle strutture servirebbero
altri 71 mila infermieri, che le strutture formative italiane non sono in grado
di assicurare per cui gli stranieri sono i benvenuti.
L’Italia, invece, ha una sufficiente
disponibilità di medici, peraltro non destinata a perdurare perché nel futuro
si determinerà una forte carenza in diversi settori, come già avviene ora in
anestesia e radiologia. Secondo l’Ordine dei medici, se le possibilità di
iscrizioni annuali alla facoltà di medicina continueranno a esser di 6.200
unità l’anno, come è avvenuto nell’ultimo ventennio, nel 2029 i medici
diminuiranno a 280.000 (74 mila in meno nel corso di due decenni) e la loro età
media salirà a 54 anni e vedremo tra di noi molti più medici stranieri rispetto
agli attuali 14. 548.
Questi e altri dati nel volume EMN sono
completati con 36 storie di immigrati qualificati, riguardanti molteplici
settori oltre a quello sanitario, raccolte nei mesi di maggio-giugno 2009 dal
Centro Studi Idos e dalla Fondazione Ethnoland. I protagonisti di questi
percorsi sono insediati in 20 regioni differenti e provengono da 22 diversi
paesi. Per tutti l’affermazione finale si è scontrata nelle fasi iniziali con
numerose difficoltà, non solo burocratiche, segnatamente con la necessità di
svolgere un lavoro qualsiasi per sopravvivere e mettere da parte i risparmi.
Sono ricorrenti i casi di donne che hanno iniziato presso una famiglia (da
colf, badanti o baby sitter) o un’impresa di pulizie, e di uomini che si sono
adattati a fare gli operai, i camerieri e i portieri, molte volte con la laurea
in tasca e la conoscenza di più lingue. Spesso, ancora oggi, al lavoro
“formale” di livello basso si unisce uno status più elevato acquisito a livello
sociale come mediatori interculturali, sindacalisti, attivisti di partito,
giornalisti, scrittori, responsabili di associazione o di cooperative, esperti
di progetti, consiglieri aggiunti e anche assessori comunali (se nel frattempo
è stata acquisita la cittadinanza italiana).
È fondamentale che sugli episodi di razzismo
prevalga la politica delle pari opportunità. Perciò, per il prefetto Angelo
Malandrino non bisogna confinare l’immigrato in condizioni di marginalità e
precarietà sociale e economica, generando esclusione e conflitti sociali. Anche
per Mario Sepi, presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo non vi altra
soluzione se non l’insistenza sull’integrazione. Il consigliere del Cnel Aldo
Amoretti, raccogliendo le sollecitazione dei diversi relatori, ha concluso che
la valorizzazione degli immigrati è non solo una questione di dignità ma anche
di convenienza: questa in sintesi, la tesi sviluppata nel volume e nel
dibattito, al quale hanno partecipato le delegazioni di cinque Stati membri.
(su www.emnitaly.it la scheda riassuntiva della ricerca).
(Inform)
I sei eputati del PD eletti all’estero fanno il punto sul primo anno e
mezzo di lavoro in Parlamento
Roma - "Porre
l'accento sulla presenza forte e qualificata dei parlamentari eletti all'estero
all'interno del nostro gruppo" e, allo stesso tempo, dimostrare come essi
rappresentino in Italia "un modello di integrazione riuscito". Questo
il duplice obiettivo che ha visto giovedì chiamati a raccolta nella Sala
Mappamondo della Camera, insieme ad Alessandro Maran, vicepresidente del Pd
alla Camera, i sei deputati eletti all'estero, la delegazione più numerosa e
rappresentativa del parlamento, in rappresentanza di ogni angolo del globo. Un
gruppo di colleghi che, grazie ad "un affiatamento e una coesione
esemplare", ha presentato in un anno e mezzo di legislatura numerose
interrogazioni, interpellanze e proposte di legge, che l'incontro odierno ha tenuto
a rendere pubbliche. A tale scopo è stata anche realizzatra una apposita guida
stampata, con i contributi del presidente del gruppo Antonello Soro e del
responsabile Esteri del Pd, Piero Fassino, ed un dvd contenenti tutti gli atti
sugli italiani all'estero presentati in questo primo periodo di legislatura.
I protagonisti
della giornata, i sei deputati, c'erano tutti: Gino Bucchino, Marco Fedi, Laura
Garavini, Gianni Farina, Franco Narducci e Fabio Porta, ognuno a testimoniare
quale sia stato il contributo politico e culturale degli eletti all'estero in
parlamento ed ognuno a lanciare le sfide future.
Il primo a
prendere la parola è stato l'on. Narducci che, ringraziando il gruppo del Pd
per il "sostegno" all'iniziativa odierna ed invocando altri incontri
simili in tutti i gruppi che abbiamo parlamentari eletti all'estero nelle
proprie fila, ha ammonito: "la nostra presenza in Parlamento deve avere un
significato strategico, altrimenti non avrebbe senso la battaglia che abbiamo
sin qui condotto per unire le due Italie". Certo, ha proseguito, "noi
rappresentiamo gli italiani all'estero" e la realtà da loro maturata nelle
nazioni in cui si sono integrati, ma la vera sfida è "ricollegare"
questa esperienza alla "nostra azione parlamentare". Ed è quello che
sinora è stato fatto, ha rivendicato Narducci, anche se con grandi difficoltà,
ha ammesso, facendo riferimento ad una "sconcertante" legge sulla
cittadinanza uscita dalla Commissione Affari Costituzionali, così come alla
riforma di Comites e Cgie, in difesa dei quali continua pure la ricerca del
"dialogo" con i colleghi di altre forze politiche. Perché quando c'è
il dialogo qualcosa si riesce a fare, come dimostra, ha ricordato il deputato
del Pd, la questione dello scudo fiscale e dei frontalieri: qui l'unione delle
forze tra gli eletti all'estero di maggioranza e opposizione ha portato i suoi
frutti. Restano molte "riforme ferme, che non avanzano", e per
queste, ha concluso Narducci, "oggi ribadiamo l'impegno del Pd".
Sulla stessa linea
Gino Bucchino, che si è detto allo stesso tempo "soddisfatto" e
"molto insoddisfatto". Soddisfatto "per il lavoro svolto in
ambito politico e legislativo, in una situazione pure difficilissima".
Molto insoddisfatto per gli "scarsi risultati, nonostante il sincero
impegno", che però si è scontrato con "l'ignoranza e l'indifferenza
dei nostri interlocutori", istituzionali e non solo, "nei confronti
dell'emigrazione". Ora, dopo più di un anno "qualche spiraglio inizia
ad aprirsi", come dimostra il vivo dibattito scaturito in aula durante la
discussione dell'emendamento Fedi alla Finanziaria, poi bocciato. In
quell'emendamento si chiedeva al governo di recuperare fondi per l'assistenza
ai connazionali indigenti, quegli stessi, ha tenuto a sottolineare Bucchino,
ancora vessati dalle "inadempienze del'Inps" e dalla
"rassegnazione delle associazioni che si occupano dei diritti
socio-assistenziali". Il riferimento è all'assegno aggiuntivo di 134 euro
sulla 13esima mensilità, che sarebbe non solo "sacrosanto", ma
"farebbe la differenze per molti connazionali", specie in Sud
America, per il quale "l'Inps è in arretrato da 9 anni", ha lamentato
Bucchino. "Dopo tante sollecitazioni ed interrogazioni", ha osservato
amareggiato il parlamentare del Pd, "non ne è uscito ancora niente, ma il
nostro impegno continuerà", ha garantito.
Di
"piattaforma storica" sui temi dell'assistenza ha parlato Marco Fedi,
il quale ha rivendicato "una grande apertura e disponibilità" del
proprio gruppo verso il governo e i colleghi della maggioranza, da parte dei
quali "ci aspettavamo più dialogo" su questioni così universali come
la salute e i diritti sociali dei connazionali all'estero. Ma Fedi è ottimista
ed è certo che "continueremo" con l'obiettivo di realizzare quelle
"riforme vere" che si possono "raggiungere solo insieme". Dalla
cultura alla ricerca all'internazionalizzazione e alle politiche
d'integrazione, quello degli italiani nel mondo è un patrimonio talmente ricco
da rappresentare un "vantaggio" e una occasione importante per il
Paese intero, anche se in troppi ancora sembrano non capirlo.
Non a caso, ha
sottolineato Fabio Porta prendendo la parola, durante il dibattito
dell'emendamento Fedi "io ero l'unico parlamentare presente in Aula in
rappresentanza del Sud America" e ciò nonostante tante parte avesse in
quell'occasione la condizione degli italiani indigenti nel continente
latinoamericano. Un esempio, per il deputato di San Paolo, di quanto occorra
far comprendere agli elettori che non sempre è una questione di "volontà
di lavorare: occorre anche la presenza". Insomma le condizioni di lavoro
in cui i parlamentari del Pd si sono ritrovati in questa legislatura sono state
"difficili", anche per via della fase di stabilizzazione dell'assetto
interno del partito. Eppure, ha reclamato Porta, "quasi tutte le nostre
proposte di legge e le interrogazioni sono state presentate a firma
congiunta", a dimostrazione del "lavoro comune che tentiamo di
portare avanti, coinvolgendo anche i parlamentari della maggioranza".
Purtroppo, ha osservato, "non sempre ci riusciamo". Ma c'è un
"clima positivo", come emerge dalla proposta di legge sulla
Conferenza Stato-Regioni-Cgie, "che ha avuto l'adesione dell'on. Di
Biagio" del PdL, e da quella sull'insegnamento della storia
dell'emigrazione nelle scuole italiane che, presentata dallo stesso Porta, ha
incontrato fra gli altri il plauso dell'on. Marco Zacchera, sempre del PdL.
Sulla sensibilità
degli eletti all'estero verso la promozione di una cultura delle migrazioni e
di una politica ad essa adeguata ha concentrato invece il suo intervento Gianni
Farina, che ha parlato di "straordinaria ricchezza" che gli italiani
hanno portato nel mondo e che oggi tanti immigrati possono portare nel nostro
Paese. Si tratta di costruire la "società del futuro" e per far ciò,
ha detto il parlamentare, non si piò non tener conto dei "valori"
espressi dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Ue. C'è però un'altra
questione cara a Farina ed è quella della promozione e diffusione della lingua
italiana. Il deputato del Pd si è detto oggi "disgustato dal disastro
culturale" in cui si trovano l'Italia e la nostra lingua all'estero, con
il conseguente "impoverimento" tanto per noi, qui in Italia, quanto
per i nostri connazionali all'estero, sempre più a corto di corsi, quanto per
gli altri popoli, ai quali viene negata la conoscenza di una cultura unica come
la nostra.
Infine è
intervenuta Laura Garavini, cui è spettato il compito di illustrare la guida
stampata de "Il Pd per gli italiani nel mondo. primo anno di legislatura
dei deputati eletti all'estero". Una pubblicazione, ha spiegato la
deputata eletta in Europa, che è una "esposizione sobria, raccolta ed
essenziale del lavoro che abbiamo realizzato in un anno e mezzo di attività
parlamentare, rimboccandoci le maniche" e soprattutto, ha evidenziato, "in
modo molto unitario", remando contro "tante difficltà". Quello
di Garavini e dei colleghi eletti all'estero è stato un "lavoro serio,
compatto e tenace, che", ha proseguito la parlamentare, si è dovuto
"scontrare" contro l'atteggiamento del governo, volto allo "smantellamento
delle politiche per gli italiani all'estero". Tuttavia, ha proseguito
Laura Garavini, il lavoro che il Pd ha portato avanti è valso ai deputati
eletti all'estero la "conquista del rispetto degli altri colleghi ed anche
dell'opinione pubblica italiana". Ciò vuol dire che "dobbiamo
continuare a portare avanti le nostre battaglie, con obiettivi comuni e",
se possibile, "insieme ai colleghi della maggioranza". Per un anno e
mezzo, ha aggiunto la parlamentare, "il Pd è stato la forza
trainante" nella difesa delle politiche degli italiani all'estero, così
come per la loro proiezione a favore dell'Italia, che si parlasse di assistenza
o dei ricercatori, come pure di modernizzazione ed integrazione del nostro
Paese. "Dobbiamo continuare e fare di più", ha invitato Laura
Garavini, concludendo l'incontro, "per aprire nuove e più ampie
brecce" nel muro della società e della politica italiana. (raffaella
aronica\aise)
Presentata alla Camera la guida sull’attività parlamentare dei deputati del
Pd eletti all’estero
Gli interventi di
Alessandro Maran, Franco Narducci, Gino Bucchino, Marco Fedi, Fabio Porta,
Gianni Farina e Laura Garavini
ROMA- Una guida e un dvd contenenti la
documentazione di tutti gli atti, interrogazioni, interpellanze e proposte, presentate
o illustrate in Aula dai sei deputati del Partito democratico eletti nella
circoscrizione Estero. Nella guida a stampa, curata da Norberto Lombardi e
coordinata da Stefania Pieri, i contributi del presidente del gruppo Pd alla
Camera Antonello Soro, del responsabile Esteri del Pd Piero Fassino e dei sei
eletti all’estero; e questi ultimi propongono e spiegano le loro idee
all’interno del dvd attraverso inserti filmati.
La presentazione della guida, nella sala
Mappamondo di Montecitorio, è stata aperta dal vice presidente del gruppo Pd
alla Camera dei Deputati, Alessandro Maran. L’iniziativa editoriale - ha detto
- si prefigge “di porre l’accento sulla presenza qualificata degli italiani
all’estero nel gruppo del Pd. Essi - ha proseguito - rappresentano un modello
d’integrazione, ci ricordano che siamo stati fino a non molti anni fa un paese
di emigranti e che ora ci troviamo a vivere un’altra sfida, dall’altra parte
della riva. Un esempio per l’oggi, per questa nostra Italia che non ha ancora
sviluppato un proprio modello d’integrazione e che considera l’immigrazione
quasi esclusivamente una minaccia”.
“Incontri come questo - ha spiegato Franco
Narducci, eletto nella ripartizione Europa - sono importanti perché c’è una
grossa incognita sulla nostra attività all’estero e bisogna comunicare le cose
che vengono fatte, in funzione delle esigenze dei bisogni e del mandato che gli
elettori hanno affidato ai parlamentari eletti all’estero, sia in termini di
proposte di legge, interrogazioni e mozioni, sia per quanto riguarda i momenti
in cui si discute con gli interventi in aula.”
“Lunedì – ha proseguito Narducci - debutta
nell’aula del Parlamento la proposta di legge sulla cittadinanza agli immigrati
e devo dire che siamo già sconcertati come parlamentari del Partito democratico
per quanto è stato elaborato dalla Commissione Affari Costituzionali. Credo che
questo non fosse l’obiettivo nemmeno del presidente della Camera Fini. Quindi
ci sarà molto da lavorare e credo che in Parlamento noi dobbiamo essere
protagonisti di questo dibattito, come persone che hanno vissuto i problemi e
le difficoltà del percorso d’integrazione in un paese straniero e soprattutto
il valore che ha la cittadinanza ai fini dell’integrazione e dei diritti. In
fin dei conti con questa proposta di legge si sta costruendo lo scenario
dell’Italia del futuro”.
Dopo aver sottolineato la necessità di
portare avanti le battaglie in favore degli italiani all’estero, come quella
sull’Ici, Narducci ha auspicato la ricerca di un dialogo con gli eletti
all’estero delle altre forze politiche per quanto riguarda la riforma di
Comites e Cgie. Ha infine ricordato la proposta di legge che prevede la
costituzione di un apposito Consiglio per la promozione della lingua italiana
nel nostro paese e all’estero.
“Mi sento soddisfatto per il lavoro che
abbiamo svolto come parlamentari del Pd in ambito politico e legislativo - ha
esordito Gino Bucchino, eletto nella ripartizione America Settentrionale e
Centrale;- sono però insoddisfatto degli scarsi risultati ottenuti a causa
dell’ignoranza e l’indifferenza nei confronti delle problematiche degli
italiani all’estero. In questo ambito devo comunque dire che qualche segnale
positivo e diverso lo abbiamo cominciato a vivere in occasione del dibattito in
Aula sull’emendamento, firmato da Fedi e dagli altri eletti all’estero, volto
al recupero in Finanziaria di qualche soldo per i nostri connazionali
indigenti. In quella sede abbiamo assistito ad un dibattito intenso che ci ha
dato, anche se l’emendamento è stato bocciato, la speranza di poter lavorare e
di superare il muro dell’indifferenza”.
Bucchino ha poi ricordato la mancata
assegnazione da parte dell’Inps, ai nostri connazionali residenti all’estero
che ricevono una pensione dall’Italia e si trovano in una determinata
situazione di reddito, dell’importo aggiuntivo di 154 euro sulla tredicesima
mensilità. “Un somma che, se si calcolano nove anni di arretrati, farebbe una
grande differenza per i nostri connazionali che vivono in America
Latina”.
“Il Pd - ha detto Marco Fedi, eletto nella
ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide - deve affermare al proprio
interno la nuova dimensione della nostra emigrazione, che oggi è formata anche
dalle nuove mobilità, come i ricercatori che lavorano all’estero.
Un’esperienza, quella degli italiani nel mondo, oggi molto più complessa
e ricca di esigenze che il Partito democratico deve trovare il modo di
rappresentare. C’è una piattaforma storica di rivendicazioni ancora aperta
– ha aggiunto Fedi - che riguarda la previdenza sociale, come i diritti di
cittadinanza. Rispetto a queste questioni noi abbiamo alcune volte cercato e
trovato il dialogo con i parlamentari eletti all’estero della maggioranza.
Siamo comunque pronti a mantenere aperto questo livello di discussione perché
crediamo che si possano raggiungere obiettivi veri di riforma solo lavorando in
sinergia”.
“La rappresentanza degli eletti all’estero in
questo Parlamento è utile all’Italia – ha concluso Fedi - perché porta in questa
dimensione, a volte così provinciale, aspetti culturali decisamente
nuovi”.
“La pattuglia degli eletti all’estero – ha
spiegato Fabio Porta, eletto nella ripartizione America Meridionale - ha
lavorato in condizioni difficili sia per la situazione politica generale, sia
perché questo anno e mezzo è stato anche per il Pd un periodo di transizione.
Speriamo che il nuovo assetto del partito ci consenta, come eletti all’estero,
di avere un’azione più incisiva e maggiormente coordinata con la nostra rappresentanza
al Senato”.
Porta si è anche soffermato sulla riforma dei
Comites e del Cgie: “Noi crediamo che sia giunto il momento di rivedere questo
sistema in maniera graduale, coinvolgendo le nostre comunità all’estero, senza
nessun colpo di mano e senza assecondare le intenzioni del sottosegretario
Mantica che vuole ridurre la rappresentanza ad un mero terminale di
trasmissione del potere esecutivo. Voglio inoltre ricordare - ha aggiunto Porta
- la proposta di legge, che ho seguito in maniera particolare e che è
stata firmata anche da rappresentanti della maggioranza, volta
all’introduzione nelle scuole italiane di un insegnamento specifico e
multidisciplinare sulla storia della nostra presenza all’estero”. Il deputato
ha infine sottolineato la necessità che il dibattito parlamentare sulla
cittadinanza registri un forte presenza della componente degli eletti
all’estero.
“L’iniziativa – ha affermato Gianni Farina,
eletto nella ripartizione Europa - vuole essere un riconoscimento a tutto
quello che noi eletti all’estero del Pd facciamo; perché siamo una grande
opportunità che non è ancora stata utilizzata per arricchire il nostro paese di
tematiche e di approcci nuovi anche al mondo dell’immigrazione”.
“Ormai – ha proseguito Farina - sono 5
milioni gli stranieri che vivono in Italia, uomini e donne indispensabili per
l’economia del nostro paese, e i cittadini che vivono sul territorio
metropolitano non sono ancora coscienti di questa straordinaria ricchezza:
quella portata dall’immigrazione, che naturalmente comporta anche dei problemi
che vanno affrontati, e quella che possiamo dare noi dall’estero”. Farina ha
poi sottolineato la necessità di una proposta innovativa sui corsi di lingua e
cultura italiana. “ Per il rilancio e la difesa della nostra lingua e cultura
nel mondo – ha puntualizzato - dobbiamo fare una grande battaglia unitaria fra
maggioranza ed opposizione. Una battaglia che riguarda tutti i parlamentari
eletti nel mondo, i Comites ed il Cgie. Un organismo di rappresentanza,
quest’ultimo, che ha bisogno di essere riformato ma in meglio e non in peggio,
bisogna dargli più forza in modo che sia all’altezza di collaborare
effettivamente con i parlamentari eletti all’estero”.
“Questa pubblicazione – ha spiegato Laura
Garavini, eletta nella ripartizione Europa - è un’esposizione sobria, seria ed
essenziale del lavoro che abbiamo fatto in modo unitario all’interno del gruppo
del Pd in questo anno e mezzo di attività parlamentare. Il nostro lavoro
compatto e tenace si è dovuto però scontare con l’approccio di smantellamento
adottato dalla maggioranza per le politiche degli italiani all’estero.
Dopo aver affermato che gli eletti all’estero
del Pd hanno conquistato la fiducia e il rispetto dei colleghi e dell’opinione
pubblica in quanto portatori e interpreti di esperienze di integrazione che
possono dare un importante contributo al nostro paese, la Garavini ha spiegato
che l’azione degli eletti all’estero è a 360 gradi. Da un lato vi è stata la
massima attenzione alle tematiche tradizionali delle nostre comunità
all’estero, come la scuola, l’assistenza, la previdenza, la rappresentanza e i
diritti civili, dall’altro si sono seguite da vicino le nuove manifestazioni
dell’essere italiani all’estero, come la fuga dei cervelli,
l’internazionalizzazione e la concessione dei diritti civili agli immigrati:
“un contributo che diamo alla modernizzazione del nostro paese”.
Fra gli altri interventi quello del
consigliere del Cgie Gian Luigi Ferretti - che ha citato l’opposizione “dai
toni giusti” portata avanti alla Camera dagli eletti all’estero del Pd e la
“dolce eutanasia”contenuta nella bozza di riforma degli organi di
rappresentanza degli italiani nel mondo depositata al Senato - e quello del
presidente della Cne Rino Giuliani che ha chiesto di conoscere la posizione
ufficiale del Pd sulla bozza Tofani, la proposta di riforma del Cgie e dei
Comites, e quali iniziative abbia assunto il Pd per togliere dallo stallo la
proposta di legge Narducci sul riconoscimento dell’associazionismo di
promozione sociale all’estero.
“Sulla questione della rappresentanza la
nostra posizione è molto chiara – ha replicato Fedi. – Noi non pensiamo che
questa riforma sia una priorità, in quanto riteniamo che andrebbe chiarita
innanzitutto, rispetto alle riforme istituzionali, quale sarà la collocazione
degli eletti all’estero nel nuovo Parlamento. La riforma è un’iniziativa
politica spinta del governo che è stata recepita dalla maggioranza al Senato
dove e stata illustrata da un relatore del Pdl. Quando il disegno di legge giungerà
alle Commissioni della Camera, noi appronteremo una serie di emendamenti che
tengano conto dei vari contributi”. (Goffredo Morgia - Inform)
Il vicecancelliere Westerwelle in Italia: incontri con Frattini, Napolitano
ed i terremotati di Onna
Roma - Ieri
domenica 20 e oggi lunedì 21 dicembre il ministro federale tedesco degli Affari
Esteri e vicecancelliere, Guido Westerwelle, è a Roma per la sua prima visita
in Italia.
Il programma
prevede una cena e un colloquio di lavoro con il ministro degli Affari Esteri
italiano, Franco Frattini, ed un incontro con il presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano. Un momento di incontro è riservato anche a 60 abitanti di
Onna, località abruzzese su cui la Germania ha deciso di concentrare gli aiuti
per la ricostruzione, provenienti da risorse governative, donazioni private e
contributi dell’industria privata. Ad Onna infatti a causa del terremoto hanno
perso la vita 40 dei 280 abitanti ed il borgo è distrutto per il 90%.
Ad Onna la
Germania è inoltre legata dalla triste storia e dalla successiva
riconciliazione. Il paesino è infatti stato lo scenario di uno dei più efferati
crimini compiuti in Italia dai nazisti: nel 1944 alcuni militari tedeschi
uccisero 17 civili e fecero saltare in aria diverse case. (aise, de.it.press)
Il Com.It.Es. di Colonia promuove il voto per il consiglio degli stranieri
(Integrationsrat)
Colonia - Il
prossimo 7 febbraio nei comuni del Nordreno-Vestfalia (in cui quasi un quarto
della popolazione ha uno sfondo migratorio) si voterà per il rinnovo dei
consigli degli stranieri, i cosiddetti “Integrationsräte o
Integrationsausschüsse”. Il Com.It.Es. di Colonia sta realizzando una campagna
per la promozione del voto e distribuisce un depliant informativo
sull’istituzione comunale che rappresenta gli interessi dei migranti (italiani
compresi) nella politica locale. La campagna viene sostenuta anche da Armin
Laschet, Ministro delle Generazioni, della Famiglia, delle Donne e
dell’Integrazione del Land Nordreno-Vestfalia.
„Queste elezioni
sono una delle occasioni per poter influenzare la vita politica nelle nostre
città. La realizzazione di questo obiettivo dipende dall’affluenza alle urne.
Pensiamoci: la democrazia si basa sul contributo di tutti”, dice Rosella
Benati, Presidente del Com.It.Es. di Colonia.
Il Ministro del
Land Laschet aggiunge: “Il governo regionale intende rafforzare ulteriormente
il buon lavoro svolto dagli organi d’integrazione. Il Nordreno-Vestfalia ha
bisogno di una forte rappresentanza politica di persone con un retroterra
migratorio.”
Nei consigli degli
stranieri vengono elette persone di provenienza diversa, che lavorano insieme
per la parità di diritti nella convivenza sociale di tutti. Esse fanno proposte
per migliorare la situazione negli asili, nelle scuole, nella formazione
professionale, come anche la situazione abitativa dei migranti nei comuni. I
membri del consiglio degli stranieri prendono parte alle riunioni comunali in
cui si decide sullo stanziamento dei mezzi finanziari e hanno la possibilità di
contribuire con il loro parere su come i mezzi dovranno essere distribuiti.
Possono
partecipare alla votazione del consiglio degli stranieri, tutti i cittadini
stranieri che hanno già compiuto 16 anni e che hanno la residenza nella città
in cui si vota. Possono anche votare i cittadini che hanno acquisito la
cittadinanza tedesca non più di cinque anni fa. I cittadini stranieri devono
inoltre risiedere stabilmente in Germania da almeno un anno. In questa
occasione sarà possibile votare anche per corrispondenza. Chi volesse votare
per lettera, dovrà farne espressamente richiesta, nel momento in cui riceverà
la comunicazione elettorale del comune.
Possono essere
eletti nell’”Integrationsrat” tutti i cittadini che hanno diritto di voto, che
hanno compiuto i 18 anni. Sono esclusi invece gli stranieri che hanno un
permesso di soggiorno provvisorio.
Il depliant
informativo della campagna del Com.It.Es. di Colonia può essere consultato o
scaricato dalla homepage www.comitescolonia.de. (de.it.press)
Le ACLI del BW sul Comites di Stoccarda: da luogo di rappresentanza a luogo
di assoluto degrado
Stoccarda - Le
ACLI Baden-Württemberg, alla luce degli ultimi avvenimenti accaduti nelle
ultime assembleee del 17 novembre e 10 dicembre u.s., denunciano lo stato di
degrado in cui si trova attualmente il Comites della circoscrizione consolare
di Stoccarda.
Il Comites di
Stoccarda, che si vanta di essere il più importante d'Europa perchè rappresenta
la comunità italiana più numerosa, nell'ultimo periodo è di fatto diventato più
luogo di scontro diretto tra fazioni e diversi componenti, che un organismo in
grado di rilevare, dibattere e di rappresentare gli interessi vitali della
nostra comunità. Una comunità che ha il diritto di avere un organismo di rappresentanza in grado di esprimere in modo appropriato, serio
e decoroso le necessità e le istanze attese di tutti.
Da diverso tempo,
invece, si assiste a ribaltamenti e a sostituzioni di Presidenti del Comites in
base agli umori e agli interessi personali di determinate „maggioranze“ che di
fatto hanno bloccato e bloccano l'operato concreto del Comitato.
Il modo
„particolare“ di operare di questo Comites ha avuto un riscontro, anche molto polemico, nella stampa
d'emigrazione.
L'ultimo
Presidente – la Dott. Ileana Werner – che nell`ultima assemblea ha comunicato
le sue dimissioni – abbandonando successivamente la seduta - ha ammesso sì di
aver fatto degli errori nella guida del Comitato, ma ha anche voluto
sottolineare che le sue dimissioni sono riconducibili non per ultimo ai volgari
attacchi personali da parte di membri del Comitato tra i quali anche di
componenti della „maggioranza „ che l'aveva eletta.
Le assemblee del
Comitato ormai si svolgono – o non si svolgono – in base a giochi di ripicca
tra i diversi „gruppi“ che, di volta in volta, assicurano o fanno mancare il
numero legale a seconda di umori o interessi dell’una o dell‘altra fazione.
E, durante le
assemblee, è indecoroso assistere a continue diatribe personali che, ribadiamo,
spesso scadono in volgari offese alle persone, qualunque sia il loro ruolo,
istituzionale o no.
Le assemblee sono
ridotte spesso a una vera e propria perdita di tempo in quanto incapaci di una
discussione sulle problematiche vive e inerenti la comunità, e di una programmazione seria
d'iniziative nel rispetto del mandato dettato
dalla legge.
Quello che si
avverte è soprattutto la mancanza di un senso etico che deve essere alla base
di ogni organismo di rappresentanza. Fino a quando, ci chiediamo, dobbiamo
assistere in silenzio al totale degrado di questo organo istituzionale?
C'è quasi da
chiedersi – per rispetto della comunità italiana della circoscrizione consolare
di Stoccarda – se sia necessario continuare a finanziare un Comitato che,
ribadiamo, è diventato puro palcoscenico per scontri personali e attacchi a
tutti e a tutto, o sia meglio destinare questi soldi pubblici per l'assistenza
alla nostra comunità.
Le ACLI
Baden-Württemberg non intendono ergersi a giudice del Comites di Stoccarda,
prendono atto però e riconoscono che i tanti tentativi fatti, anche nel
passato, per fare del Comitato una rappresentanza capace di superare le fazioni
“politiche” sono rimasti disattesi, ritengono pertanto che il Comites,
nell'attuale situazione, non adempia più a quelle premesse per continuare a
sussistere e a svolgere il suo ruolo istituzionale.
Le ACLI BW
chiedono alla competente autorità consolare d' intervenire per mettere fine a
questa incresciosa situazione, possibilmente con un atto di commissariamento.
Le ACLI BW
sottolineano che garantiranno la presenza dei propri rappresentanti nel momento
in cui si riavvierà il „risanamento“ del Comitato e si ricomincerà a riprendere
– attraverso un civile e democratico confronto di idee e proposte – quella
funzione di rappresentatività della comunità, prevista nella legge istitutiva
dei Comites. ACLI Baden-Württemberg, de.it.press
L’on. Narducci da Hannover: rilanciare le politiche per l’integrazione
Hannover - L’on.
Franco Narducci intervenendo alla 1° Conferenza degli italiani della Bassa
Sassonia sul tema dell’immigrazione e salute, organizzata dal Comites di
Hannover venerdì 18 dicembre nell’ambito del “migration day”, ha affermato che
“la giornata di oggi, dedicata al migrante, deve essere occasione di una
riflessione delle coscienze e di rilancio di politiche alternative e per
l’integrazione”. Poi ringraziando il presidente del Comites di Hannover,
Giuseppe Scigliano, e i numerosi relatori presenti, tra cui il prof. Aldo
Morrone, ha ricordato il quadro preoccupante legato all’aumento dei problemi di
salute dei migranti dovuti alle condizioni di lavoro, oltre ad evidenziare il
fatto che, purtroppo, “ancora oggi si registra un numero troppo elevato di
vittime da incidenti sul lavoro”.
In seguito,
commentando la situazione italiana, l’on. Narducci, presidente dell’UNAIE, ha
detto che “occorre uno sforzo politico e culturale per valorizzare la
centralità relazionale dell’immigrazione nel nostro Paese, l’Italia che è
nazione storicamente di emigrazione deve ricentrare il suo approccio e
considerare il fenomeno migratorio nella sua complessa normalità”.
“I lavoratori
migranti contribuiscono ampiamente al PIL nazionale e sono sempre più le
imprese regolari gestite dai migranti. La buona politica deve accompagnare e
migliorare le condizioni di vita delle persone, la crisi e il cosiddetto
pacchetto sicurezza contribuiscono a rendere sempre più precaria la condizione
lavorativa e sociale dei cittadini immigrati in Italia e pertanto è necessario
invertire la rotta avviando politiche efficaci per l’integrazione”, ha concluso
Franco Narducci.
(de.it.press)
Monaco di Baviera. L'Istituto italiano di filologia sarà integrato nel
seminario di romanistica?
Roma - Senatrice
del Pd, Luciana Sbarbati ha presentato una interrogazione al Ministro
dell'istruzione, dell'università e della ricerca, Mariastella Gelmini per
richiamare l’attenzione del Governo sullo status dell'Istituto italiano di
filologia italiana di Monaco di Baviera che sta per essere integrato nel
seminario di romanistica e che, quindi, perderà la sua autonomia.
"Presso
l'Università di Monaco di Baviera – si legge nella premessa – è attivo
l'Istituto italiano di filologia italiana, che è noto per la sua autorevolezza
e per l'indubbio prestigio acquisito nel corso degli anni; questo Istituto è
conosciuto e apprezzato anche fuori dalla Germania; da organi di stampa si
apprende che tale Istituto verrà integrato nel seminario di romanistica
perdendo così la sua autonomia; la perdita dell'autonomia dell'Istituto
italiano di filologia di Monaco di Baviera – rileva Sbarbati – priverebbe la
cultura italiana stessa di un punto di riferimento fondamentale nel panorama
europeo".
La senatrice,
quindi, chiede di sapere se "il Ministro in indirizzo non ritenga di
dover, per quanto di competenza, rivedere tale possibile accorpamento per
conservare all'istituto italiano di filologia di Monaco di Baviera il prestigio
e l'autorevolezza che l'hanno sempre contraddistinto in Europa". (aise)
Tenuta ad Hannover la prima conferenza regionale dei giovani italiani
residenti in Bassa Sassonia
Hannover - Sabato
19 dicembre si è tenuto presso il congress Zentrum di Hannover la prima
conferenza regionale dei giovani italiani residenti in Bassa Sassonia. Con
questo evento il comites di Hannover ha voluto anche chiudere un anno di
intense attività.
Questo il
saluto-invito del Presidente del Comites Giuseppe Scigliano. “Cari giovani, il
Comites di Hannover ha organizzato per voi il primo convegno regionale per
darvi la possibilità di incontrarvi e prendere atto delle potenzialità che il
territorio offre. Tanti sono gli spunti e le offerte che qui troverete.
Esponenti dei maggiori partiti politici, operatori sociali, imprenditori e
tanti altri giovani, che sono impegnati nella
crescita della
nostra collettività, saranno presenti a questo evento.
Certamente anche
voi sarete attivi nel dare il vostro contributo alla riuscita di tale
manifestazione con le vostre esperienze. Capire quali sono i problemi che
affliggono la vostra generazione, significa anche e sopratutto prendere
coscienza di come poterli risolvere.
Uno degli
obiettivi di questo convegno e certamente quello di stimolare la crescita
all’interno della società in cui viviamo. Integrarsi non significa abbandonare
le proprie radici ma cercare di utilizzare le stesse possibilità dei coetanei
tedeschi nel processo socio - economico del Paese. In questo senso auguro a
tutti voi di trarre il massimo del profitto da questo convegno”. De.it.press
Genco (Weinstadt) al nuovo Console di Stoccarda Dr. Alessandro Giovine: „Benvenuto“
Egregio Sig.
Dr. Alessandro Giovine, come prima comunicazione,
colgo l´occasione per augurarLe un benvenuto e un proficuo lavoro nella
Circoscrizione Consolare di Stoccarda.
Io sono Genco
Michele, ci siamo visti nella sala Consigliare del Municipio della Cittá di
Stoccarda in occasione del concerto
organizzato dall´istituto italiano di cultura
di Stoccarda , dove abbiamo avuto
l`occasione di scambiarci qualche parola.
Vivo in Germania
da 36 anni, dallo stesso periodo, lavoro nel reparto assistenza tecnica clienti
presso la ABB addetto alla riparazione e
manutenzione di impianti di misura industriali, precisamente nel comparto
analizzatori di gas.
Inoltre, sono Consigliere
Comunale di Weinstadt, Presidente del Consiglio degli stranieri di Weinstadt. Queste
due cariche, mi aprono la strada per aiutare nell´ambito del possibile, tutti i
cittadini di Weinstadt, come bene può immaginare uno dei diversi temi a me a cuore è aiutare in
particolare modo i cittadini stranieri e fra questi anche i connazionali
italiani residenti in questa Cittá.
Nel passato, con
il Suo predecessore Dr. Faiti Salvadori, avevamo instaurato un buon rapporto
fra il Consolato Generale di cui Lei attualmente dirige e l´amministrazione
comunale di Weinstadt. Nell´insieme ha portato piccoli passi in avanti per la
nostra comunità italiana a Weinstadt. Spero che questo processo non venga
interrotto.
Ho provveduto a
segnalare il Suo nominativo all´ufficio del Sindaco di Weinstadt Herr
Jürgen Oßwald per eventuale futura
collaborazione fra il Consolato e l´amministrazione comunale di Weinstadt.
Nella speranza di un positivo riscontro, colgo
l´occasione per inviare a Lei e la Sua famiglia un augurio di buone feste
natalizie e un buon anno 2010. Cordiali
saluti
Michele Genco, Consigliere
Comunale di Weinstadt (de.it.press)
Interrogativi della Cne ai deputati del Pd eletti all’estero
Rino Giuliani:
Qual è la posizione del Pd sulla “bozza Tofani” di modifica di Comites e CGIE?
E quali le iniziative per far ripartire la proposta Narducci per il
riconoscimento di associazioni di promozione sociale alle associazioni degli
italiani all’estero?
ROMA - Qual è la
“posizione ufficiale” del Partito Democratico sulla cosiddetta Bozza
Tofani,testo unificato di modifica di Comites e CGIE “realizzato da un comitato
ad hoc, che ha operato a partire da una proposta di legge di un senatore Pd,
nei fatti struttura portante della bozza che si propone di azzerare la presenza
ed il ruolo delle associazioni nel CGIE e nei Comites”? E quali le iniziative
assunte dal Pd “per togliere dallo stallo la proposta di legge di
Narducci ed altri mirata a riconoscere alle associazioni degli italiani
all’estero la natura di associazioni di promozione sociale”?
Lo ha chiesto il presidente della CNE
Rino Giuliani intervenuto nel breve dibattito dopo la presentazione del
Rapporto d’attività dei deputati del Pd eletti all’estero (nella Sala del
mappamondo della Camera)
La prima domanda è stata motivata, precisa la
Cne in una nota, “anche alla luce delle ricorrenti prese di
distanza dei deputati Pd dell’estero che hanno anche presentato proposte
di taglio del tutto diverso”. Rino Giuliani ha chiesto anche di sapere “quali
iniziative abbia assunto e intenda assumere il presidente del gruppo
senatoriale del Pd in merito al procedimento di approvazione di un testo
che con una fretta inversamente proporzionale alla gerarchia delle
urgenze e priorità da affrontare in parlamento. si voleva limitare, escludendo
confronti veri e estesi, alla esclusiva sede della commissione deliberante”.
Riguardo alla seconda questione, Giuliani ha
ricordato che “la Cne ma anche moltissime associazioni regionali e locali
sollecitano una discussione rapida in commissione riconoscendosi nel testo
Narducci che risale ormai alla precedente legislatura”.
La nota della Cne sottolinea che il suo
presidente - presente insieme ai colleghi dell’Ufficio di presidenza
Bosio, Prencipe e Volpini – “ha dovuto prendere atto della assenza di una
risposta non potendosi considerare tale l’affermazione non veritiera di chi si
è incaricato di rispondere dichiarando che il testo Tofani sarebbe un
provvedimento governativo o della maggioranza governativa, emendabile in
commissione”. “Non pervenuta ,poi,– continua la Cne - la informazione sulla
esistenza o meno di una posizione del Pd sui contenuti delle singole
proposte e sul testo unificato in Senato e su quelle , diverse, presentate alla
Camera”.
La Cne esprime “dissenso e preoccupazione”
sul testo Tofani ed invita i parlamentari delle forze
politiche di maggioranza e di opposizione, specialmente “quelli
dell’estero”, a fare in modo che “le distinte utili modifiche di Comites e CGIE
avvengano con un confronto vero, rispettoso dei diversi ruoli, fra quanti vi
siano interessati”. “La sostanza dei provvedimenti rispetto ai quali, come è noto,
pareri e dispareri non trovano come spartiacque quello fra lo
schieramento di maggioranza e di minoranza in Parlamento, dovrebbe favorire
l’emersione, che si auspica, di una sostanziale pausa di riflessione”, conclude
la nota della Cne. (Inform)
Il centrodestra ha dimenticato gli italiani all’estero
Roma - "Dopo
aver fatto propaganda, anche sugli italiani all’estero, il centrodestra ha
dimostrato di averli dimenticati in questi 18 mesi di governo. Riduzione degli
investimenti e attacco alla rappresentanza sono i fatti dell’esecutivo
Berlusconi che i parlamentari del PD eletti nelle circoscrizioni estere hanno
cercato di contrastare appoggiati dai propri gruppi di Camera e Senato e
dall’intero partito". Lo ha detto il vicepresidente dei deputati PD,
Alessandro Maran, presentando giovedì mattina alla Camera un anno di attività
degli eletti nella Circoscrizione estero, insieme ai sei deputati colleghi di
partito.
"Abbiamo
cercato di coinvolgere anche il centrodestra", ha spiegato Maran, "ma
la collaborazione o il tentativo di intervento comune su diritti e
cittadinanza, rappresentanza, lingua e cultura, assistenza e previdenza,
informazione e comunicazione, servizi consolari, lavoro e formazione, non sono
stati possibili".
"La qualità
dei nostri parlamentari, la loro presenza forte e qualificata nei Paesi dove
stono stati eletti e nella loro attività alla Camera o al Senato con proposte
di legge e con atti di indirizzo e controllo come interrogazioni, risoluzioni e
mozioni sono un esempio riuscito di diversi modelli di integrazione", ha
aggiunto. "Ci ricordano che siamo stati fino a non molti anni fa un Paese
di emigranti e che ora ci troviamo a vivere un’altra sfida, dall’altra parte
della riva. Un esempio per l’oggi", ha concluso, "per questa nostra
Italia che non ha ancora sviluppato un proprio modello e che considera
l’immigrazione quasi esclusivamente una minaccia". (aise)
Dalla Commissione Esteri della Camera parere favorevole alle norme in
materia di cittadinanza
ROMA - La III Commissioni Affari Esteri della
Camera ha esaminato in sede consultiva, nella seduta di mercoledì 16 dicembre,
il testo unificato delle proposte di legge in materia di cittadinanza che è
stato predisposto dalla I Commissione Affari Costituzionali.
Alla commissione di merito la Commissione
Esteri ha dato parere favorevole, con osservazioni, dopo un dibattito nel
quale, dopo l’intervento del relatore Gianluca Pini (Lnp), sono interventi il
sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica e i deputati Paolo Corsini (Pd),
Marco Zacchera (Pdl), Franco Narducci (Pd) e Claudio D’Amico (Lnp).
Il testo restringe il campo all’acquisto
della cittadinanza italiana allo straniero nato in Italia, senza affrontare
questioni attinenti al tema della cittadinanza in riferimento agli italiani nel
mondo, come rilevato dal relatore e dai membri della Commissione intervenuti
nel dibattito
Dal canto suo il sottosegretario Mantica, nel
segnalare la limitata competenza del ministero degli Esteri rispetto alle
disposizioni del testo unificato oggetto di esame, ha preannunciato che le
questioni di interesse per gli italiani nel mondo esse saranno affrontate nelle
prossime settimane in relazione al cosiddetto decreto-legge “proroga termini”,
anche ai fini di garantire il rispetto della giurisprudenza della Corte di
Cassazione.
Corsini ha detto di ritenere che le modifiche
apportate alla normativa del 1992 rappresentino un arretramento, mentre secondo
Narducci sarebbe opportuno favorire la migliore integrazione degli stranieri destinati
ad acquisire la cittadinanza, e che occorra fronteggiare con serenità e
realismo la realtà che ci circonda e cogliere la sfida per il futuro
demografico e per l'economia del nostro Paese.
Zacchera, forse richiamandosi alla sua
esperienza di sindaco di Verbania, ha detto che sarebbe auspicabile
caratterizzare il procedimento per l'attribuzione della cittadinanza da
maggiore discrezionalità, soprattutto nei centri minori, al fine di una più
agile gestione dei singoli casi. Osservazione sulla quale si è registrato il
dissenso del relatore , in quanto si rischierebbe di creare condizioni di
disuguaglianza dei richiedenti di fronte alla legge.
Dal canto suo, D’Amico ha osservato che
l'ampliamento dei criteri per l'acquisto della cittadinanza non solo non figura
nel programma di Governo della coalizione di centrodestra ma non garantisce di
per sé una migliore integrazione degli stranieri.
La Commissione ha poi approvato la proposta
di parere favorevole con osservazioni del relatore, di cui riportiamo il testo.
La III Commissione (Affari Esteri e
Comunitari),
esaminato per i profili di competenza il
testo unificato delle proposte di legge C. 103 Angeli ed abb., recante norme in
materia di cittadinanza, adottato come testo base per il seguito dell'esame in
sede referente dalla I Commissione;
valutata la rilevanza della norma, di cui
all'articolo 1 del provvedimento in titolo, che subordina l'acquisto della
cittadinanza per lo straniero nato in Italia, tra l'altro, anche
all'assolvimento con profitto dell'obbligo scolastico;
considerato analogamente positivo
l'inserimento del nuovo articolo 9-bis alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, sulla
previsione di un percorso di cittadinanza incentrato sulla frequentazione di un
corso, della durata di un anno, finalizzato all'approfondimento della
conoscenza della storia e della cultura italiana ed europea, dell'educazione
civica e dei principi della Costituzione italiana, nonché sulla verifica
dell'effettivo grado di integrazione sociale ed al rispetto, anche in ambito
familiare, delle leggi dello Stato e dei principi fondamentali della
Costituzione;
richiamata la molteplicità di questioni
attinenti al tema della cittadinanza che la III Commissione ha in più occasioni
affrontato con riferimento agli italiani nel mondo e che attendono soluzione
sul piano legislativo;
esprime parere favorevole con le seguenti
osservazioni:
valuti la Commissione di merito l'opportunità
di introdurre un termine cronologico nel riconoscimento della cittadinanza
secondo lo jus sanguinis;
valuti altresì la Commissione di merito
l'opportunità di sanare le disparità di trattamento in materia di riacquisto
della cittadinanza con particolare riferimento ai casi in cui la perdita ovvero
la rinuncia sono state effetto del divieto di doppia cittadinanza.
valuti infine la Commissione di merito
l'opportunità di prevedere il rilascio di un attestato finale della frequenza
con esito positivo del corso di cui alla lettera b) dell'articolo 9-bis, come
introdotto dall'articolo 3 novellando la legge 5 febbraio 1992, n. 91”.
(Inform)
Roma-
"Promuovere il sistema Italia affinché i connazionali all’estero conoscano
sempre di più la realtà, in continua evoluzione, del paese di origine: questo è
l’impegno programmatico che mi prefiggo nell’affrontare il mio incarico".
Parte dal cinema la nuova Rai per i connazionali che ci guardano dall’estero. E
che, d’ora in poi, insieme alle trasmissioni vedranno anche un modello sociale
e culturale da esportare". Intervistato da Barbara Laurenzi per Italia
chiama Italia, portale diretto da Ricky Filosa, il nuovo direttore di Rai
Italia, Daniele Renzoni, spiega come e cosa cambierà nella rete che si rivolge
ai nostri connazionali all’estero.
"D.
Direttore, partiamo dal nuovo piano editoriale. Quando sarà presentato? Quali
sono le priorità?
R. Il piano sarà
presentato la prossima settimana (questa settimana, per chi legge, nda). Tra le
priorità c’è sicuramente la valorizzazione del cinema italiano.
D. Su Rai Italia
molto cinema vuol dire niente calcio?
R. Diciamolo
chiaro, una volta per tutte: in Europa il calcio non si può vedere. Per i
diritti si esigono costi enormi che non possiamo permetterci. Purtroppo, per
quanto riguarda la programmazione, bisogna fare i conti con alcuni programmi
che richiedono spese troppo elevate. Il cinema è un altro nodo insolubile,
anche se vogliamo partire proprio dalla valorizzazione delle pellicole italiane.
D. La
"valorizzazione del cinema italiano" come si tradurrà, concretamente,
nella programmazione di Rai Italia?
R. Da Natale
vorremmo programmare cinque film a settimana in maniera seriale, dividendoli
per generi. Cominceremo da quelli di Leonardo Pieraccioni, grazie all’accordo
siglato con Rai Trade. Certo, non potremo trasmettere film appena usciti nelle
sale per ovvi motivi economici ma, anche se non saranno pellicole di ieri,
posso garantire che, al massimo, saranno dell’altro ieri.
D. A proposito di
costi e diritti televisivi, il senatore Pd Claudio Micheloni è intervenuto nel
dibattito Cgie proponendo di replicare il modello svizzero o francese:
negoziare il pagamento dei diritti in base a chi usufruisce realmente del
servizio. In pratica, quando la Rai paga 60 milioni per gli italiani residenti
in patria, ne può pagare altri 4 per quelli residenti all’estero. Le sembra una
proposta realizzabile?
R. Questa è una
decisione che non dipende né da me né dal mio incarico. Raccoglierò l’invito
del senatore e mi renderò interprete di questa possibile soluzione.
D. Come si
articolerà il palinsesto?
R. Sarà basato,
fondamentalmente, sulla ripetizione di parte della programmazione Rai.
Proporremo un palinsesto generalista.
D. Quindi non ci
saranno criteri qualitativi nella scelta dei programmi da mandare in onda…
R. Non esprimiamo
giudizi qualitativi nella selezione dei programmi perché, proprio per
rispettare il pluralismo, manderemo in onda "di tutto un po’", con l’infotainment
al mattino e l’intrattenimento in prima serata, ad esempio. Nella fascia
mattiniera trasmetteremo Uno mattina oppure Cominciamo Bene.
D. Passando dal
palinsesto all’organizzazione di Rai Internazionale, in quale modo la sua
gestione si distanzierà da quella, tanto criticata, di Piero Badaloni?
R. Non voglio
mettermi a fare confronti con Badaloni, ognuno ha il suo metodo. Sarà il
pubblico, con il suo riscontro, a decidere.
D. Quale
situazione ha trovato al suo arrivo nel canale?
R. Molto positiva.
D. Lo dice per
diplomazia?
R. No, lo dico
seriamente. Ho trovato una buona redazione, composta da un gruppo di lavoro
veramente deciso a soddisfare l’utenza che vive lontano. Con queste persone è
possibile realizzare l’obiettivo della promozione dell’Italia.
D. Che cosa
intende per "promuovere l’Italia"?
R. Tra i primi
scopi del piano editoriale che presenterò c’è la promozione del "made in
Italy" inteso, però, non solo come modello industriale ma, prima di tutto,
culturale e sociale. Vogliamo raccontare l’Italia a chi, pur vivendo al di là
dei confini nazionali, ci guarda e ci ascolta. Tra le linee guida contenute nel
piano editoriale, che presenterò al più presto, sono incluse la valorizzazione
delle trasmissione radiofoniche e l’inaugurazione del sito web, dove sarà
possibile sia rivedere i programmi che scaricarli". (aise)
A Berna la prima festa di Natale del CASCI
Gli studenti dei
corsi di lingua e cultura italiana si sono esibiti in recite, canzoni e
riflessioni sotto l’albero durante il
primo evento natalizio dell’Ente
Berna - Si è
svolta a Berna, domenica 13 dicembre 2009, la prima festa di Natale del CASCI,
cui hanno partecipato circa 200 studenti con le loro famiglie.
Un evento voluto
fortemente dal neo Presidente del CASCI Gianni Burzi, che ha augurato Buon
Natale a tutti i presenti proponendo un pomeriggio speciale: protagonisti, gli
studenti dei corsi di lingua e cultura italiana del Cantone di Berna, che hanno
intrattenuto gli ospiti esibendosi sul palco del ristorante Don Camillo.
Alla presenza del
Capo della Cancelleria Consolare di Berna, dott. Nicandro Cascardi, della
Dirigente scolastica della Circoscrizione di Berna-Bienna, prof.ssa Magda Lodi,
del Presidente della Società Dante Alighieri – Comitato di Berna, dott. Antonio
Sutera, del Delegato del COMITES di Berna, Cav. Cosimo Anastasia, i bambini
delle scuole elementari e i ragazzi delle scuole medie hanno recitato poesie,
cantato canzoni, ballato e letto le loro riflessioni scritte in classe.
Accompagnati dai loro insegnanti, che li hanno preparati a questo grande
giorno, i ragazzi hanno trascorso un pomeriggio di festa dimostrando grande
impegno, bravura, ma soprattutto tanta voglia di divertirsi e di stare insieme.
De.it.press
“C’è un’emergenza comunicazione per gli italiani nel mondo"
Trieste -
"C’è un’emergenza comunicazione per gli italiani nel mondo": a
lanciare l’allarme è la giornalista e studiosa triestina Laura Capuzzo nel
prossimo numero di "Tigor", rivista on-line del Master in Analisi e
gestione della comunicazione, attivo presso la Facoltà di Scienze della
formazione dell’Università di Trieste.
Capuzzo, che da
anni si occupa di informazione italiana all’estero ed ha promosso importanti
iniziative sul tema a livello nazionale e internazionale, parte da una disamina
dell’attuale situazione, caratterizzata dalla presenza di centinaia di testate
sparse in tutti i continenti. Si tratta perlopiù di giornali, sorti in genere
per rispondere al bisogno degli emigranti di mantener vivo un legame con il
Paese d’origine, cui nel tempo si sono aggiunti programmi radio, televisioni,
agenzie e, più recentemente, forme nuove di comunicazione realizzate attraverso
Internet.
I cambiamenti
sociali ed economici intervenuti negli ultimi decenni e l’affermarsi, per
quanto lento, di una nuova visione della presenza italiana nel mondo,
considerata non più come un problema, ma come una risorsa per il "sistema
Italia", impongono però nuovi compiti ai media italiani all’estero
rispetto al passato.
"Se vogliono
sperimentare il futuro, essi", sostiene Capuzzo, "devono riuscire a
farsi interpreti di un’alternativa culturale e porsi come strumento di rilancio
economico. Ne deriva, in questo momento, un’emergenza comunicazione per gli
italiani nel mondo, che implica da un lato una rivisitazione della stampa di
settore e un potenziamento delle radio e tv "etniche" e, dall’altro,
una loro collaborazione per favorire la conoscenza, in Italia, dell’attività
dei connazionali nel mondo. Tutto ciò", secondo Capuzzo, "è urgente
che avvenga. Altrimenti, in un’epoca che tende sempre più all’omogeneizzazione,
c’è il rischio di una perdita di identità, se non di morire poco a poco".
A supporto di
questa nuova strategia della comunicazione, servono interventi mirati, a cominciare
da un progetto politico organico in questo senso e da una revisione della
normativa statale riguardante l’assegnazione dei contributi. Ma non solo.
"In primo
luogo", suggerisce Capuzzo, "va incentivato l’uso della tecnologia
che, annullando le dimensioni di tempo e spazio, ha dischiuso per gli italiani
nel mondo opportunità insperate. E poi va ulteriormente valorizzata la
dimensione regionale dell’informazione, soprattutto per introdurre nei giornali
locali che escono in Italia, la cosiddetta "informazione di ritorno",
un’informazione regolare, costante, non episodica circa l’attività dei
corregionali che stanno al di là del confine".
Altri settori da
coltivare sono quello dell’informazione di carattere economico e tutto quanto
ruota attorno alla promozione della lingua e della cultura italiana. Ma
soprattutto non vanno trascurate, secondo la studiosa, le tendenze, le scelte
delle giovani generazioni, che guardano all’Italia con occhi diversi dai padri
o dai nonni e che chiedono di poter interagire con i loro coetanei residenti.
"La
formazione dei giovani comunicatori", sostiene la studiosa triestina,
"si rivela quindi estremamente importante al fine di delineare un nuovo
ruolo per l’informazione italiana nel mondo ed anche al fine di
sprovincializzare l’informazione di casa nostra. Formare gli operatori della
comunicazione nell’ottica di un nuovo rapporto con gli italiani nel mondo,
significa poter disporre di professionisti da un lato (quelli in Italia)
sensibili alle tematiche internazionali ed in grado di valorizzare la presenza
italiana nel mondo, e dall’altro (quelli all’estero) capaci di trasformarsi in
canali di accesso privilegiato alla realtà dei Paesi d’accoglienza. È sulla
capacità delle Università e delle Scuole di giornalismo di saper trasferire su
un piano operativo queste esigenze", conclude Capuzzo, "che si gioca
il futuro". La versione integrale dell’articolo è disponibile
all’indirizzo www.rivistatigor.scfor.units.it/index_file/copertinaii2009.htm.
(aise)
I video devono
giungere al Museo “Pietro Conti” di Gualdo Tadino entro il 27 febbraio 2010
GUALDO TADINO – Il
Museo regionale dell’emigrazione di Gualdo Tadino “Pietro Conti” bandisce un
Concorso per la miglior testimonianza video sul tema dell’emigrazione italiana
all’estero intitolato “Memorie migranti”.
Si tratta della VI edizione del Concorso
organizzato dal Museo in collaborazione con l’Istituto per la Storia dell’Umbria
contemporanea. I premi previsti per le tre sezioni – categoria Scuole, Master e
Andati in onda – e quello del vincitore assoluto del bando sono di 500 euro
ciascuno. Prevista per i vincitori anche la pubblicazione dei video all’interno
della VI edizione del cofanetto Dvd “Memorie migranti”.
Per la categoria “Scuole” possono partecipare
gli istituti secondari di primo e secondo grado di tutta Italia;
dall’Italia e dall’estero invece possono partecipare per la categoria “Master”
tutti gli studenti di Istituti universitari, Scuole di cinema, giornalismo,
televisione e video, Master post laurea e tutti coloro che sono interessati
all’argomento, sia professionisti che amatori – i lavori provenienti
dall’estero devono avere i sottotitoli in italiano; i servizi già andati in
onda nel periodo di tempo compreso tra il 2000 ed il 2009 su circuiti
televisivi pubblici e privati, sia locali, nazionali che esteri, - anche qui
purché sottotitolati in lingua italiana – possono concorrere per gli “Andati in
onda”.
I lavori dovranno pervenire al Museo di
Gualdo Tadino entro il 27 febbraio 2010.
Il concorso, di cui saranno testimonial
quest’anno i giornalisti Piero Angela e Antonio Capranica insieme al regista
Pasquale Squitieri, ha ottenuto l’Alto Patronato del Presidente della
Repubblica e il Patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, di Rai Teche,
della Presidenza della Giunta Regionale dell’Umbria e del Consiglio Regionale
dell’Emigrazione.
La premiazione
ufficiale è in programma venerdì 23 aprile 2010 presso il Cinema Teatro Don
Bosco di Gualdo Tadino. Il bando integrale è disponibile sul sito internet
www.emigrazione.it, seguendo il link “Concorso video”. (Inform)
L’Italia deve rispondere alla Corte di Strasburgo sul respingimento di 24
somali ed eritrei
Il Governo
italiano dovrà rispondere davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo sui
respingimenti in Libia. La Corte di Strasburgo ha formalmente comunicato al
Governo l’ammissione del ricorso di 13 rifugiati somali e 11 eritrei, (respinti
in Libia il 6 maggio scorso), depositato a luglio dagli avvocati Anton Giulio
Lana e Andrea Saccucci, dell’Unione forense per la tutela dei diritti
dell’uomo. Le autorità italiane avranno adesso tre mesi di tempo per rispondere
alle richieste di informazioni avanzate dalla Corte. Prima di una sentenza
passeranno alcuni anni, tuttavia l’avvocato Lana definisce “un passaggio
decisivo” la dichiarazione di ammissibilità del ricorso, anche alla luce del
fatto che il 95% dei ricorsi presentati alla Cedu non supera questa prima fase
(dell’ammissione del ricorso). I ricorrenti difesi da lana e Saccucci, fanno
parte del gruppo di circa 200 persone respinte dalle autorità italiane lo scorso
6 maggio 2009. Il ricorso fa appello all’articolo 3 della Convenzione per la
salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che vieta la
tortura e trattamenti inumani e degradanti, oltre che la riammissione in paesi
terzi dove esista il richiuso di tortura; all’articolo 13, che stabilisce il
diritto a un ricorso effettivo; e all’articolo 4 del quarto protocollo, che
vieta espressamente le deportazioni collettive. Tutti articoli che secondo
l’avvocato lana sarebbero stati violati, dal momento che le persone sono sette
respinte senza nessuna identificazione, in modo collettivo, senza permettere di
presentare richiesta d’asilo politico e tantomeno di poter fare ricorso presso
un giudice. E se è vero che i fatti sono occorsi in acque internazionali, è
altrettanto vero che gli emigranti respinti sono stati fatti salire a bordo di
unità marittime italiane, che in base all’articolo 4 del codice di navigazione
sono sotto giurisdizione dello Stato italiano. E inoltre sono state respinte in
Libia, dove è documentata la pratica di torture e trattamenti inumani e
degradanti nei campi di detenzione. Adesso si dovranno aspettare i tempi della
Corte europea. Il governo ha tempo fino a marzo per rispondere. Poi sarà la
volta della contro risposta degli avvocati dei respinti. Per la sentenza
tuttavia, potrebbero passare anni. Basti pensare che ancora non è stata
pronunciata la sentenza del processo contro l’Italia per i respingimenti da
Lampedusa in Libia del 2005. Migranti-press
Clima, accordo dimezzato. Delusi i paesi europei
Chiude i battenti
il summit di Copenaghen ma lascia l'amaro in bocca, tutti insoddisfatti tranne
Cina e India, i paesi maggiori inquinatori e meno disponibili a trattare.
Lo stesso
presidente americano Barack Obama, nei panni di grande mediatore, nel suo
intervento ha ribadito ieri le proposte degli Usa al ribasso, «prendere o
lasciare».
L'accordo, un
documento di tre pagine, fissa come obiettivo un tetto a due gradi del
riscaldamento globale rispetto all'era pre-industriale. vengono poi stanziati
30 miliardi di dollari dal 1010 al 2012 e 100 miliardi al 2020, destinati
principalmente ai paesi più vulnerabili per sostenerli a contenere l'impatto
dei cambiamenti climatici.
Questa mattina, la
conferenza Onu sul clima ha comunicato di aver «preso nota» dell'intesa nella
conferenza finale cui hanno partecipato 193 paesi.
Durissima la
reazione degli ambientalisti, Greenpeace in primo luogo, a sottolineare che
«spariscono gli impegni vincolanti e collettivi, al loro posto un elenco delle
disponibilità di ogni singolo stato». «non c'è un solo punto - ha detto il
responsabile di Greenpeace, il francese Pascal Husting - in cui si parla di
obbligatorietà degli accordi. il protocollo di Kyoto era insufficiente, ma
almeno era vincolante. questo testo è la prova che gli egoismi nazionali
prevalgono ed è anche la versione più debole tra quelle circolate».
Critiche severe
giungono da tutto il mondo ambientalista, a cominciare daWwf e Legambiente che
fino all'ultimno avevano sperato in un cambio di rotta. «L'accordo di oggi
sancisce il trionfo delle parole sui fatti, dell'apparenza sulla sostanza»: per
Oxfam international e Ucodep, i leader presenti al vertice di Copenaghen hanno
trasformato un momento storico in un fallimento storico: le due organizzazioni
chiedono che l'accordo non sia un punto di arrivo, ma solo la base di partenza
dei colloqui sul clima nel 2010.
Non è chiaro se
ciò sarà possibile, perchè la conferenza delle parti, con un'acrobazia
linguistica, non ha «adottato» il testo ma si è limitata «a prenderne nota».
«L'accordo
proposto da Stati Uniti, India e Cina, ma giudicato da tutti insoddisfacente,
non riesce a celare le differenze tra i paesi che hanno negoziato per due
anni», dichiara Jeremy Hobbs, direttore di Oxfam international, «è un trionfo
della retorica sulla sostanza. Riconosce il bisogno di mantenere il
riscaldamento globale sotto i due gradi, ma non si impegna a farlo. rimanda le
decisioni sul taglio delle emissioni, indorando la pillola con la promessa di
maggiori fondi».
La rinuncia a
siglare un trattato legalmente vincolante entro il 2010 è una duro colpo,
soprattutto per le popolazioni più vulnerabili. L'organizzazione mondiale della
sanità stima che 150mila persone muoiono ogni giorno a causa dei cambiamenti
climatici. Ogni minuto di ritardo costa nuove vite umane.
«Dopo due anni di
intensi negoziati, questa bozza di accordo non ci dà la sicurezza che gli
effetti catastrofici del cambiamento climatico saranno evitati e che i paesi
più poveri avranno le risorse di necessarie per contrastarne gli effetti ed
adattarsi», denuncia Elisa Bacciotti, portavoce di Oxfam e Ucodep: «milioni di
persone in tutto il mondo non vogliono veder morire a Copenaghen le loro
speranze per un accodo ambizioso, vincolante ed equo. i leader devono tornare
quanto prima attorno a un tavolo nel 2010 e prendere le decisioni necessarie».
l
La proposta
contiene l'annuncio di 100 miliardi di dollari l'anno per aiutare i paesi
poveri a fronteggiare i cambiamenti climatici. In realtà, avvertono gli
ambientalisti, «si tratta di un obiettivo e non di un risultato già assicurato:
i paesi poveri non hanno infatti alcuna certezza di ricevere i fondi necessari
per adattarsi ai cambiamenti climatici e ridurre le emissioni. la somma di 100 miliardi
di dollari, inoltre, è solo metà di quella necessaria. questa differenza può
avere conseguenze drammatiche: solo nell'Asia del sud e nell'africana
subsahariana, per esempio, c'è bisogno di un miliardo e mezzo di dollari per
impedire nuove morti per malaria e diarrea causate dal clima. Non c'è poi
certezza che i 100 miliardi saranno aggiuntivi rispetto agli impegni presi
sull'aiuto pubblico allo sviluppo. ciò significa che, nei paesi in via di
sviluppo, i fondi potrebbero essere sottratti all'istruzione e all'assistenza
sanitaria per finanziarie difese contro le inondazioni o sostenere gli
agricoltori più poveri. I 100 miliardi di dollari potrebbero infine non essere
fondi pubblici, ed essere quindi erogati secondo l'agenda dei donatori privati
più che sulla base delle reali emergenze.
Preoccupante anche
l'assenza, nella bozza di accordo, di obiettivi specifici di riduzione delle
emissioni entro il 2020, essenziali secondo gli scienziati per garantire che il
riscaldamento globale non superi i due gradi.
L’U 19
Clima. Ma almeno il problema ora esiste
Forse avevamo
caricato la Conferenza di Copenhagen di troppe aspettative. In fondo si tratta
pur sempre del più complesso negoziato internazionale mai intrapreso nella
storia dell’umanità.
Mettere d’accordo
193 Paesi, praticamente tutto l’orbe terracqueo, è ovvio che non è impresa
semplice. E allora guardiamo non a ciò che Copenhagen non ha partorito - un
accordo condiviso legalmente vincolante sulla riduzione delle emissioni
climalteranti - bensì a ciò che ha invece raggiunto. Il primo risultato è che i
governi di tutto il mondo non mettono in dubbio il problema climatico, la sua
importanza e la sua urgenza, anzi aprono così il comunicato ufficiale: «Noi
sottolineiamo che il cambiamento climatico è una delle più grandi sfide del
nostro tempo».
La consapevolezza
c’è e la volontà di agire pure. Il fatto stesso che l’accordo politico plenario
sia stato inficiato proprio dall’opposizione di uno stato minuscolo come le
isole pacifiche di Tuvalu, è sintomatico: non era l’Arabia che difendeva il suo
petrolio, ma la quarta più piccola nazione del mondo, ventisei chilometri
quadrati e 11.500 abitanti, minacciata dall’aumento del livello marino causato
dalla fusione dei ghiacciai e dall’espansione termica delle acque.
Un’opposizione affinché il nuovo trattato fosse più incisivo di quanto l’asse
Usa-Cina avrebbe voluto. Gli obiettivi sono però ormai accettati da tutti:
contenere l’aumento della temperatura mondiale entro un paio di gradi, ridurre
significativamente le emissioni di gas serra e ad aumentare i finanziamenti a
favore dei paesi in via di sviluppo.
A questo punto
l’Accordo di Copenhagen, come ha detto Yvo de Boer, segretario esecutivo della
Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici «pur non essendo tutto quello in
cui si era sperato, è un primo passo importante; ora la sfida è arrivare ad uno
strumento legalmente vincolante tra un anno in Messico». Non si discute dunque
sui fini, ma solo sulle modalità. L’importante è che il processo di perfezionamento
del trattato prosegua senza sosta, e non ci sono motivi di pensare il
contrario. Semmai questa pausa di riflessione può servire a correggere il tiro,
anche da parte dell’informazione di massa. Uno dei luoghi comuni che più
ostacolano la presa di coscienza collettiva è la questione dei costi. A
Copenhagen i paesi sviluppati si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo di
trasferire cento miliardi di dollari all’anno entro il 2020 verso i paesi in
via di sviluppo, per favorire la riduzione delle emissioni.
C’è la diffusa
convinzione che questa voce rappresenti solo un costo, uno spreco, soldi
buttati. Ma è vero? Dove vanno questi denari? Non sono forse investimenti per
la ricerca scientifica, il trasferimento tecnologico, la difesa delle foreste
tropicali e della biodiversità, l’adozione di nuovi cicli produttivi più
rispettosi dell’ambiente nel suo complesso e non solo del clima, la riduzione
dei rifiuti, l’ottimizzazione dei trasporti? Certo, è vero che per fare
investimenti di tale portata bisognerà spostare dei fondi da alcuni settori
dell’economia ad altri che stanno emergendo, è vero che toccherà introdurre
nuovi meccanismi di tassazione, di incentivi e di sanzioni. Ma alla fine il
gioco vale la candela. Chi perderà un po’ dei suoi margini di guadagno attuali,
godrà comunque di vantaggi collettivi e avrà pure tutto il tempo per
riconvertirsi a una nuova economia più sobria e meno impattante sull’ambiente.
E se queste somme, ci auguriamo in crescita, verranno spese bene, forse tra
qualche anno avremo case che consumano un decimo dell’energia che usiamo oggi,
avremo automobili forse più piccole ma molto più efficienti, avremo prodotti
più riciclabili e meno tossici per la salute nostra e della biosfera.
Lo sviluppo delle
energie rinnovabili è poi un passaggio cruciale per l’umanità, anche se non ci
fosse la grana climatica. Perfino l’International Energy Agency ha riconosciuto
che siamo in prossimità del picco di estrazione petrolifera. Se non ci muoviamo
ora a progettare un futuro meno dipendente dall’energia fossile, quando
dovremmo farlo? Quando saremo in guerra per spartirci l’ultimo barile di
petrolio? I soldi di Copenhagen sono ben altro che buttati via. LUCA MERCALLI LS 20
Il vertice di
Copenaghen non poteva fallire e trascinare così nel discredito i suoi
prestigiosi protagonisti. E' purtroppo per questo, e non per salvare il nostro
pianeta minacciato dal riscaldamento atmosferico, che molti capi di stato e di
governo si sono accontentati ieri notte di una formula che salva loro la
faccia, esalta i pochi progressi della conferenza danese e ne maschera a fatica
i molti fallimenti.
L'aria che tirava
a Copenaghen, del resto, la si è vista sin dal mattino. Obama è finalmente
arrivato, ma senza doni natalizi. Invece il presidente Usa si è dedicato a una
serie incontri- scontri con il premier cinese Wen Jiabao, e alla fine i due
sono riusciti a sbloccare un modesto compromesso con l'apporto anche
dell'India, del Brasile e del Sudafrica. Ha così preso corpo una intesa
politica che agli impegni vincolanti sostituisce le buone intenzioni, che
aggira gli ostacoli più ostici, che sottolinea le responsabilità dei «ricchi »
rispetto ai Paesi in via di sviluppo ma lo fa nel modo meno credibile, evitando
persino di citare il sempre ripetuto obbiettivo di dimezzare le emissioni di
CO2 entro il 2050. Tra gli industrializzati ognuno farà quel che vorrà su base
nazionale o di gruppo (come l'Europa, che parlerà a gennaio). E si capisce
allora che il consenso di alcuni Paesi in via di sviluppo non sia ancora
sicuro, tanto più che è sparito ogni impegno a concludere nel 2010 un trattato
cogente per tutti. L'intento fondamentale, quello di contenere entro 2 gradi
l'aumento della temperatura rispetto all'era pre-industriale, sopravvive a
fatica. Ma forse soltanto per evitare che Copenaghen faccia meno del G8
dell'Aquila.
La rissa continua
del Bella Center e i suoi insoddisfacenti risultati offrono alcune indicazioni.
La prima è che il fondamentalismo ambientalista, per quanto giusto e sostenuto
dalle indicazioni scientifiche, diventa controproducente quando deve calarsi
nella realtà degli interessi economici e politici. Non si tratta certo di
sospendere la battaglia, ma è necessario, se si vuole progredire sul serio,
individuare metodi negoziali diversi e non arrivare, come è colpevolmente
accaduto a Copenaghen, con tutti i dossier tecnici in alto mare e le
sensibilità nazionali al culmine dell'esaltazione.
Poi c'è il tanto
temuto G2 cino-americano. Un Obama vincolato dal Congresso ha fatto a braccio
di ferro con il premier cinese ma alla fine è con lui che ha trovato l'intesa,
mentre il presidente Hu Jintao se ne rimaneva prudentemente a Pechino.
Copenaghen ha confermato che Usa e Cina non sono più insensibili al tema del
clima. Ma si può star certi che la genericità degli accordi sui tagli delle
emissioni e ancor più l'assenza di vincoli legali rappresentino per loro, che
sono i più grandi inquinatori del mondo, due ottime notizie. Gli Usa hanno le
elezioni permanenti, la Cina deve continuare a crescere.
I veri arbitri
nella partita per salvare la terra dai suoi gas continueranno a essere loro,
Usa e Cina. C'è da augurarsi che ne abbiano ancora il tempo, quando si
sentiranno pronti ad agire sul serio. Franco Venturini CdS 19
Rutelli: serve una svolta costituente
«Sanità, rifiuti,
occupazione, per risolvere i problemi i due poli non bastano»
di CARLO FUSI
ROMA «C’è bisogno
dei fondamentali», dice Francesco Rutelli. Sbagliato se il pensiero corre al
calcio. C’entrano le regionali, c’entra il Lazio. «C’è bisogno di una svolta. E
io la propongo».
Svolta per fare
cosa?
«Per risolvere i
problemi. Vede, a differenza del Comune, organismo amministrativo per
eccellenza, la Regione è l’agenzia di sviluppo del territorio. E’ la forza
della programmazione e dello sviluppo di un territorio di quasi sei milioni di
abitanti. Che certamente ha il suo perno in Roma capitale d’Italia ma che ha
anche una sua realtà più complessa, molto più ricca. Chi governa la Regione
deve dunque predisporre una strategia di sviluppo: esigenza che in questi
ultimi dieci anni, inutile nascondercelo, ha vissuto una grande difficoltà. La
giunta Marrazzo, al di là della sua drammatica e per me davvero traumatica e
triste conclusione, ha certamente portato dei miglioramenti su tanti importanti
capitoli. Ma i fondamentali, a mio avviso, le due mezze mele così come oggi
sono, ossia i due schieramenti di centro-destra e centro-sinistra, temo non
siano di grado di affrontarli e risolverli».
Ma questi
”fondamentali” cosa sarebbero?
«Cominciamo dalla
sanità. Il 70 per cento del bilancio regionale è spesa sanitaria, e
l’amministrazione regionale è condizionata, ”comandata” di fatto dalla gestione
di questo comparto. La giunta Storace, come è noto, aveva lasciato in eredità
dieci miliardi di debiti. Per risanare avendo come priorità il miglioramento
del conto economico e soprattutto il servizio offerto ai cittadini, ci voleva
uno sforzo titanico che pure è stato perseguito non senza difficoltà: è saltato
l’assessore, ci si è dovuto impegnare Marrazzo in prima persona e così via. La
consapevolezza di avere un bilancio che per sette decimi è il rubinetto della
spesa sanitaria ha bisogno di una straordinaria operazione di risanamento e riorganizzazione
a tutela dei cittadini. Soprattutto ha bisogno di trasparenza, perché
l’intermediazione politica nella sanità resta insopportabile. E lì c’è una
parte di spesa ingiustificata. C’è una interferenza politica che non può essere
rimossa se non con interventi straordinari. La politica deve guidare la sanità
ma non la può gestire direttamente».
Va bene. E gli
altri?
«Indubbiamente al
primo posto c’è la questione rifiuti. Secondo Bertolaso serve un inceneritore
in più, altri dicono di no. Resta che il piano rifiuti deve essere adottato dal
Consiglio regionale. Molte cose sono state fatte ma la raccolta differenziata
deve arrivare al 50 per cento ed è sotto il 20. C’è una aura ingiustificata dei
termovalorizzatori, e quello di Albano è fermo. Poi le infrastrutture. C’erano
due grandi cose da fare nel Lazio, la prima verso il sud l’altra verso il nord.
Per il sud l’autostrada Roma-Latina e la trasversale Cisterna-Valmontone.
Purtroppo in dieci anni non è stata messa neanche la prima pietra: solo litigi,
consorzi che nascono e poi vengono rimossi, contenziosi infiniti eccetera. A
nord il nodo è il secondo aeroporto del Lazio. Si è deciso Viterbo, con la
nuova ferrovia; poi però è sorto un mezzo compromesso per farne un altro
regionale anche a Frosinone. Intanto Ciampino scoppia e rischiamo di perdere i
collegamenti low cost con la Capitale e con il resto del territorio».
Finito?
«No. C’è un quarto
grande tema: il turismo. Serve un piano d’urto, straordinario, che mobiliti
l’intera economia romana e regionale per il rilancio di questo settore. Un
piano che può portare ventimila nuovi posti di lavoro. Infine l’ultima
emergenza: utilizzare i risparmi ottenuti sulla sanità che dicevo prima per
rendere più sopportabili gli effetti della crisi economica. Crisi che non è
finita, ci sarà una fase di difficoltà dovuta alla chiusura di tante piccole
imprese, dal calo dei consumi, dal ristagno dell’edilizia e così via. C’è
dunque bisogno di investimenti specifico a tutela della occupazione e un
sistema di ammortizzatori sociali per Roma e la regione».
Messa così, sembra
che questi ”fondamentali” siano senza soluzione. Lei stesso dice che da dieci
anni stanno lì e fanno paura...
«Per affrontare e
risolvere quelli che ho definito i fondamentali serve una legislatura costituente.
Che sia eccezionale, di unità su un programma condiviso nella quale
centro-destra e centro-sinistra identifichino un candidato presidente;
definiscano un piano straordinario per allontanare il rischio di un fallimento
e di paralisi derivante dal macigno sanità. Nessuna delle due mezze mele è in
grado di farlo. Serve dunque una personalità in grado di unire per cinque anni,
con una convergenza programmatica credibile e con la capacità di dare risposte
efficaci».
Lei ce l’ha già il
nome?
«Sì: Linda
Lanzillotta. Una donna capace ed autorevole, con un curriculum di grandissimo
rispetto: è stata assessore al bilancio del Comune; capo di gabinetto di
Giuliano Amato; ministro della Funzione pubblica. Una donna stimata da tutti.
Insisto: nessuna delle due mezze mele, con il fardello dei conti che si ritrova
la regione, può pensare di risolvere problemi incancreniti».
Sia sincero:
quanto è credibile e perseguibile questa sua proposta?
«So di trovare
attenzione e riflessione da parte di Casini, penso che alcune delle riflessioni
fatte da Massimo D’Alema siano in linea con i nostri convincimenti».
Stiamo parlando di
centro-sinistra. Intanto però il Pdl ha già candidato la Polverini.
«Ho grande
rispetto per lei. Ma dico che per quanto si sia bravi, con le premesse che ho
illustrato, quello scenario di difficoltà e non soluzione dei fondamentali non
potrebbe che ripetersi nei prossimi cinque anni. Penso che nei momenti
difficili occorra volare alto. Alleanza per l’Italia, il movimento che abbiamo
costituito sta preparando la sua modalità di partecipazione alle elezioni
regionali, Lazio compreso. Noi valuteremo anche in base alle risposte la
collocazione e le alleanze. Nasciamo per superare una situazione bloccata a
livello nazionale. L’odio, l’indisponibilità, l’avversione, la conflittualità
quotidiana alla fine spingono entrambe le coalizioni a subire i ricatti delle
estreme, e a non essere in grado di trovale le soluzioni più in sintonia con le
necessità dei cittadini. Proviamo a voltare pagina». IM 18
Sebbene prive di
riferimenti numerici ai tagli delle emissioni e frutto di negoziati caotici, le
cinque pagine dattiloscritte dell’Accordo di Copenhagen costituiscono la prima
intesa sulla protezione del clima fra i Paesi più industrializzati e le
economie emergenti.
La timida
convergenza raggiunta riguarda l’adozione di misure nazionali, verificabili
dalla comunità internazionale, al fine di evitare un aumento della temperatura
globale di 2 gradi Celsius entro il 2050, rispetto ai livelli pre-industriali.
Se è vero che si tratta di un compromesso minimo sul piano scientifico, non
deve sfuggire il fatto che consente di superare sul piano politico il vulnus che
aveva affossato il Protocollo di Kyoto nel 1997 in quanto impegna anche Cina,
India e Brasile che allora non figuravano in alcuna maniera. È per questo che
Carl Pope, direttore del Sierra Club, parla di «primo importante passo» di una
nuova stagione di accordi ancora tutti da scrivere.
La difficoltà di
redigere il testo finale si spiega proprio con il fatto che si è trattato del
primo vero negoziato fra i leader delle maggiori economie del Nord e del Sud
del Pianeta.
Se il Forum del
G20 negli ultimi 12 mesi si è trasformato nel luogo dove i giganti dei due
emisferi si incontrano per sanare le ferite della recessione e pianificare
assieme la ripresa globale, la conferenza di Copenhagen li ha visti trattare
come mai avvenuto in precedenza perché erano in gioco interessi reciproci e
molto concreti: dal livello di emissioni dipendono le dimensioni della
produzione industriale ovvero delle quote nazionali di ricchezza globale.
Il dialogo fra
Paesi industrializzati ed economie emergenti a cui abbiamo assistito nei G20 di
Washington, Londra e Pittsburgh si è così trasformato a Copenhagen in battaglia
vera, dura, a tratti verbalmente infuocata, con Stati Uniti e Cina nelle vesti
dei leader dei rispettivi schieramenti, come evidenziato dai due incontri fra
il presidente Barack Obama e il premier Wen Jabao grazie ai quali si è arrivati
al compromesso che ha scongiurato il totale fallimento. In questa cornice, è
interessante osservare il metodo negoziale scelto da Obama nell’affrontare il
braccio di ferro finale con i Bric (Brasile, Russia, India e Cina): la premessa
è stata assicurarsi la forte convergenza con Unione Europea, Canada, Giappone e
Australia sulle cifre dei tagli alle emissioni, poi ha affidato al Segretario
di Stato Hillary Clinton il compito di assicurare ai Paesi poveri 100 miliardi
di aiuti per acquistare le tecnologie necessarie a difendere il clima, e infine
ha affrontato l’ultimo miglio della trattativa parlando di persona con i leader
di Cina, India e Brasile premunendosi di includere anche il Sud Africa e dopo
aver disinnescato la mina russa in un bilaterale con Dmitry Medvedev nel quale
si è parlato soprattutto di disarmo strategico. È stata una maratona su più
fronti che ha dimostrato come solo il presidente degli Stati Uniti può essere
l’interlocutore dei Bric sui nuovi equilibri planetari: gli altri leader
dell’Occidente riescono ad essere, nel migliore dei casi, dei buoni consiglieri
della Casa Bianca sulle mosse da compiere.
La turbolenza con
cui a Copenhagen è iniziata la stagione del negoziato diretto Usa-Bric lascia
intendere la complessità delle trattative e i rischi strategici che ci
attendono nel mondo multilaterale del XXI secolo, dove i partner di Washington
non sono più le ex nazioni nemiche divenute alleate ma gli ex Paesi poveri diventati
ricchi, e dove l’oggetto del contendere non è anzitutto la condivisione della
sicurezza militare bensì la suddivisione del benessere economico. MAURIZIO
MOLINARILS 20
Prima di stabilire
per il futuro nuove regole del gioco, di varare riforme costituzionali, di
inaugurare un clima di generale concordia, si può sperare che — non domani o
dopodomani ma oggi, subito— gli attori della scena politica italiana convengano
almeno su un paio di cose da evitare con la massima cura? Possiamo sperare in
un paio di misure d’emergenza da adottare immediatamente nella discussione
pubblica? Le più urgenti ci sembrano le seguenti.
Primo: evitare che
lo scontro si polarizzi ossessivamente intorno alle persone, ai nomi e ai
cognomi, alle facce. Non ci si venga a dire che la democrazia ormai è questa,
dunque non c’è nulla da fare, e che comunque sono «gli altri» che hanno
cominciato. Certo: è consegnato alle cronache che sulla figura del presidente
del Consiglio è stata montata nei mesi scorsi una campagna di ostilità politica
e di disprezzo antropologico dai toni violentissimi, così come è sotto gli
occhi di tutti la penosa incapacità della Rai, a dispetto del suo statuto
pubblico, di assicurare un’informazione sobria ed equilibrata, degna di un
Paese civile. Ma un discorso come quello dell’onorevole Cicchitto,
avventuratosi sulla sempre insidiosissima strada dei «mandanti morali», dei
«complici oggettivi» e della lista nominativa dei cattivi da additare alla
pubblica riprovazione è forse fatto per spezzare la spirale dell’aggressività,
dei pericoli di violenza, o viceversa per alimentarla? Che si possa pensare che
«senza Marco Travaglio ci sarebbe molto buio sulla storia italiana che si sta
facendo in questi anni» — come è arrivata a scrivere Barbara Spinelli sulle
colonne del Fatto — ci sembra solo ridicolo. Ma egualmente ridicolo — oltre che
lesivo della libertà di stampa, nel momento in cui lo si attacca dalla tribuna
parlamentare — considerare il suddetto Travaglio una sorta di Lucifero della
carta stampata capace di chissà quali devastazioni.
La seconda misura
d’emergenza: evitare la pigrizia intellettuale. La storia non si ripete mai due
volte: sarebbe bene che anche i giornali evitassero di scrivere il medesimo
articolo scritto qualche anno o qualche decennio fa. E invece proprio alla
tentazione di questa facile pigrizia hanno ceduto molti quotidiani commentando
ieri l’attentato alla Bocconi. La «bomba» ha subito scatenato l’attualizzazione
degli anni Settanta, la voluttà del già noto e del già detto. Ecco così
riaffacciarsi puntualmente da un lato la minaccia del terrorismo rosso, del
risveglio sovversivo, il fantasma dell’attacco alle istituzioni, e dall’altro
le insinuazioni sulle «strane coincidenze», la «sigla misteriosa», la «rivendicazione
ambigua» e chi più ne ha più ne metta. Il tutto naturalmente, in questo caso,
per richiamare in vita l’evergreen assoluto del retroscenismo nazionale:
l’immortale «strategia della tensione». Ma prima di fare appello alla
«maggioranza silenziosa» o di chiamare alla mobilitazione antifascista, non
sarebbe consigliabile fermarsi un attimo e cercare di farsi contagiare da un
minimo di ragionevolezza? Ernesto Galli
della Loggia CdS 18
Il Viminale sacrifica la legalità al "territorio"
Primo
comandamento: non disturbare il territorio. Anzi, assecondarlo, cioè inviare
prefetti graditi agli equilibri politici del luogo. Possibilmente, poi,
premiando non i funzionari già in servizio a Roma-Viminale ma pescandoli in
giro, nei vari uffici territoriali del governo anche se questo vuol dire
scavalcare le graduatorie. Anche questo è federalismo. Anzi, una sua forma
assai sottile e più evoluta. Era già successo con il prefetto di Roma Carlo
Mosca, rimosso a novembre 2008 perché si rifiutava di far prendere le impronte
digitali ai rom così come voleva il sindaco Alemanno. Succede, e si ripete, di
nuovo adesso con i casi di Venezia e Fondi dove sono stati rimossi-promossi due
prefetti - Michele Lepri Gallerano e Bruno Frattasi - entrati in rotta di collisione
con le autorità politiche e amministrative del luogo.
Vanno sempre letti
in controluce gli sterminati elenchi della Presidenza del Consiglio con cui
vengono comunicati i movimenti e le promozioni dei prefetti in giro per
l’Italia. «Rispetto al 1994, la prima volta di Maroni al Viminale come titolare
dell’Interno - viene fatto notare in ambiente prefettizio - c’è stato un netto
miglioramento nei rapporti tra il ministro e i prefetti. Allora, infatti, il
piano più o meno esplicito era quello svuotare la figura del responsabile
territoriale del governo ed era stata imboccata una strada che avrebbe portato,
nel giro di breve, all’abolizione della nostra figura. Ora invece il prefetto è
tornato ad essere centrale nell’organizzazione del territorio, e questo è
sicuramente positivo». Ad alcune condizioni, però: che sia compatibile e
omogeneo con le esigenze del territorio. Ecco che a Venezia non era più
sopportabile un prefetto - Michele Lepri Gallerano - arrivato lì quattro mesi
fa, prossimo alla pensione, che la notte tra il 25 e il 26 novembre ha avuto
l’ardire di trasferire in un villaggio con vere casette costruite dal comune la
comunità sinti di Venezia parcheggiata da sempre in modo indegno in una
baraccopoli. Il presidente della Provincia, la leghista Francesca Zaccariotto
ha chiesto da quel giorno, ogni giorno, la testa del prefetto. Anche Maroni,
tenuto rigorosamente all’oscuro di tutto, gliel’aveva giurata a quel suo
rappresentante. Rimosso, quindi, in nome della pax politica del posto.
Promosso al
Viminale, invece, Bruno Frattasi, ex prefetto di Latina, che dall’inizio del
2008 ha condotto quasi in solitario una battaglia durissima contro i clan di
camorra e ’ndrangheta che piano piano si sono impossessati del territorio di
Fondi e del basso Lazio. Frattasi ha “perso” quella battaglia perché il comune
di cui ha chiesto lo scioglimento per mafiosità non è stato sciolto -
nonostante due richieste dello stesso ministro Maroni - perché il sindaco
Parisella (pdl), uomo del senatore Fazzone, alla fine ha preferito il minore
dei mali: dimissioni, con la possibilità di ricandidarsi a marzo. La
normalizzazione è già in atto a Fondi. Nel silenzio generale. A marzo si vota.
Frattasi avrebbe potuto garantire elezioni più serene. E trasparenti. Colpisce,
anche, la nomina del nuovo prefetto di Frosinone, Paolino Maddaloni. Nel 2006 è
stato a un passo dal diventare sindaco di Caserta in quota Pdl. Tra i suoi
principali supporter c’era l’onorevole sottosegretario Nicola Cosentino. Adesso
lascia la Commissione per il diritto d’asilo e va a gestire un territorio ad
alto rischio di infiltrazioni mafiose. Claudia Fusani L’U 20
Cambiare mentalità. Ripartire accettndo il lavoro che c’è
I dati
sull’occupazione, diffusi ieri dall’Istat, devono essere riguardati con seria
attenzione. Gli occupati sono scesi in un anno di 508 mila unità e di 120 mila
rispetto al trimestre precedente. Fra i 15 e i 65 anni ormai lavorano in Italia
soltanto 57 persone su 100, con differenze territoriali eccezionalmente forti:
sono 69 in Trentino-Alto Adige e in Emilia-Romagna, ma solo 42-43 in Campania,
Calabria e Sicilia.
In queste ultime
regioni quindi lavorano ufficialmente ben 27 persone in meno che in quelle
forti; lavorano ben meno della metà delle persone in età lavorativa, tanto che
ci si deve chiedere se sia una così bassa occupazione ufficiale ad aumentare la
presenza e la diffusione della criminalità organizzata o viceversa. Si tratta
comunque di un circolo vizioso che questi ultimi dati dimostrano essersi
ulteriormente aggravato.
Ma anche altri
indicatori segnalano scricchiolii inquietanti del nostro mercato del lavoro,
come la circostanza che non solo è calata l’occupazione dei lavoratori meno
fortunati i dipendenti a termine, i collaboratori, gli autonomi ma anche di
quelli più forti, cioè dei dipendenti a tempo indeterminato. Questo è un colpo
molto duro, che dimostra come questa crisi non risparmi nemmeno quelli con un
contratto di lavoro che offre le maggiori garanzie; ma se l’azienda chiude o
fallisce, è evidente che trascina con sé in primo luogo i suoi lavoratori più
deboli, ma poi anche quelli più forti.
C’è da dire che i
dati si riferiscono al III trimestre del 2009, cioè al periodo più nero per la
crisi economica e per l’occupazione e che i segnali di ripresa economica
registrati negli ultimissimi tempi non hanno certo avuto modo di esplicare i
loro effetti positivi sull’occupazione, effetti che normalmente si registrano
con un certo ritardo. Non c’è dubbio quindi che occorra continuare a mettere in
atto ogni azione che possa sostenere la ripresa, che possa sostenere le
esportazioni, che possa attrarre investimenti stranieri, soprattutto nelle aree
deboli.
Che, ancora, possa
valorizzare il nostro patrimonio di beni naturali e di beni culturali per
attrarre un turismo che da qualche tempo non sembra più apprezzarli come una
volta.
Ma d’altra parte
perché mai, in un periodo di crisi generalizzata, dovrebbe aumentare l’afflusso
di stranieri in un Paese che, fra l’altro, non ha più una rete vasta e
strutturata di agenzie di viaggio (è scomparsa, del tutto smantellata, la Cit)
e non ha catene alberghiere degne di questo nome (e anzi una piccola catena
come era quella dei Jolly hotel è stata venduta agli spagnoli)?
Le ricette per
fronteggiare positivamente una congiuntura e una tendenza di questa natura sono
state tutte individuate e descritte ormai da tempo, ma poi avere successo nel
metterle in atto è questione ben diversa, anche perché gli altri Paesi che sono
nostri concorrenti nei mercati internazionali non stanno certo fermi, e anzi
ogni Paese, a partire dai più grandi della Unione europea, cerca disperatamente
la formula per sopravvivere al meglio, magari a scapito degli altri.
L’impatto sul
sistema sociale italiano è e sarà molto forte. Se saranno soprattutto i
cinquantenni a essere estromessi dal mercato del lavoro, allora le conseguenze
potranno essere particolarmente gravi, tendo conto che da un lato il loro
livello di istruzione non è particolarmente elevato (si tratta in massima parte
di persone con un titolo di studio di scuola media inferiore o anche solo di
scuola elementare) e che anche per questo non sempre riescono a trovare in se
stessi la forza morale e la forza creativa di “riinventarsi” e di rimettersi in
gioco sul mercato del lavoro in un’altra posizione o in un altro mestiere. E
nella loro possibile depressione possono trascinare con sé anche coniuge e
figli. Senza considerare che una gran massa di licenziati cinquantenni
aggraverebbe fortemente i conti previdenziali.
Bisognerà
ritrovare malgrado tutto fiducia, un po’ di ottimismo e quella grande forza
d’animo e impegno che nei decenni del miracolo economico ci spingevano ad
accettare il lavoro che c’era, qualunque fosse, a lavorare bene e sodo e a
farci sentire protagonisti del successo personale, del benessere della famiglia
e della crescita dell’intero Paese. Senza questa forza che ovviamente dovrà
essere sostenuta da azioni positive del Governo, degli imprenditori, del
sindacato sarà difficile uscire da una crisi che comunque imporrà una
riflessione profonda anche sulle strategie di lungo termine, tenendo conto che
nei prossimi anni e decenni l’offerta di lavoro dei Paesi in via di sviluppo
sarà smisurata centinaia e centinaia di milioni addizionali di lavoratori e che
contemporaneamente il lavoro diventerà, ben più che il petrolio o l’acqua, una
“materia prima” scarsa, assoggettata per di più alla concorrenza che verrà dai
robot che si preannunciano sempre più potenti e versatili. A meno che non siano
loro a fare tutto il lavoro, specie quello sgradito. ANTONIO GOLINI IM 18
Generazione a rischio sconfitta
Mentre i segnali
di ripresa per il 2010 fortunatamente si intensificano, dal lato
dell’occupazione l’onda lunga della recessione si sta abbattendo a piena forza
sul mercato del lavoro.
I dati sull’occupazione
del terzo trimestre sono davvero brutti e mostrano chiaramente che le categorie
più colpite dall’onda lunga della recessione sono i giovani e il resto dei
lavoratori precari. Il vero rischio è che in Italia si stia per perdere
un’intera generazione, come già avvenuto in Giappone durante la grande crisi
degli Anni 90. In questi anni i giovani lavoratori italiani sono entrati sul
mercato del lavoro con minori tutele, con più bassa probabilità di ricevere
formazione professionale e con salari, a parità di istruzione e altre
condizioni, più bassi. Ora che è arrivata la grande crisi, a pagarne le
conseguenze sono ancora loro.
A livello di
intero Paese, un calo di mezzo milione di posti di lavoro in un anno non si
vedeva dal 1992. In quel terribile anno l’Italia, nel mezzo di Tangentopoli e
di drammatiche stragi, registrò per la prima volta dal dopoguerra un calo dei
consumi aggregati. Il peggioramento rispetto a quel terribile anno è
spiegabile. All’inizio degli Anni Novanta per ridurre l’occupazione era
necessario licenziare, una pratica difficile e odiosa per tutti i datori di
lavoro. Oggi, viceversa, è sufficiente non rinnovare alla scadenza un contratto
a termine o a progetto. Non stupisce quindi che tra il mezzo milione di posti
di lavoro persi, 220 mila siano concentrati tra i lavori a termine e altri 150
mila tra i lavoratori autonomi, dove si ritrovano i contratti a progetto,
l’esempio più clamoroso di lavoratori precari. Tra l’altro, nelle inchieste
dell’Istat, 40 lavoratori su cento dichiarano che nella sostanza il loro
progetto non esiste e che svolgono semplicemente un lavoro subordinato. Non
credo che si debba tornare alle rigidità del 1992 e che sia stato un errore
introdurre varie forme di lavoro flessibile in Italia. L’incredibile crescita
di posti di lavoro che abbiamo registrato tra l’inizio del decennio in corso e
l’arrivo della recessione, è avvenuta proprio grazie a quella flessibilità e
all’opportunità delle imprese di inserire in azienda giovani lavoratori in via
sperimentale.
Durante la grande
recessione stiamo però scoprendo l’altra faccia della medaglia della
flessibilità introdotta. Il vero problema è che a subire le conseguenze della
grande recessione sull’occupazione sono principalmente i giovani. Il tasso di
disoccupazione giovanile è passato dal 18 % del 2008 al 27 % degli ultimi mesi.
Non è vero, come spesso si sente dire, che la disoccupazione giovanile ha pochi
effetti sulla vita lavorativa. È invece vero che chi inizia male sul mercato
del lavoro avrà per tutta la vita salari più bassi e minori opportunità
occupazionali. Alcuni studi per diversi Paesi lo hanno chiaramente dimostrato.
Uno studio inglese ha addirittura dimostrato che una prolungata disoccupazione
giovanile può avere effetti sulle condizioni di salute di lungo periodo.
Il Paese non può
permettersi di perdere un’intera generazione. La risposta più strutturale al
problema del dualismo italiano sarebbe forse quella di introdurre un contratto
unico a tutele progressive e crescenti, in modo da dare ai giovani una
prospettiva di lungo periodo, mantenendo al tempo stesso alle imprese la
possibilità di sperimentare l’adeguatezza dei nuovi assunti. Sarebbe una
riforma senza alcun costo per le casse dello Stato. Introdurre un salario
minimo nazionale, che tra l’altro esiste nella maggior parte dei paesi
avanzati, sarebbe una seconda coraggiosa riforma per ridurre la precarietà.
Anche questa senza alcun impatto sulla spesa pubblica. Il sussidio di
disoccupazione per i giovani, viceversa, avrebbe un costo per le casse dello
Stato, ma sarebbe comunque una riforma doverosa. Di queste e altre idee di
riforma si è in realtà parlato in questi giorni in commissione lavoro al
Senato. Ma ai centinaia di migliaia di giovani che hanno perso il lavoro, e che
fanno fatica a trovarne uno nuovo, una seria discussione politica non è
sufficiente. Hanno diritto a risposte concrete. PIETRO GARIBALDI LS 18
Riforme e vita civile. Il salto di qualità che il paese esige
IL TEMA del giorno
è se si aprirà davvero la stagione del confronto sulle riforme. Se il clima
generale sia più o meno cambiato dopo l’aggressione fisica a Berlusconi è
materia su cui si discute e ci si accapiglia, ma la tendenza generale della
gran parte della pubblica opinione va nella direzione di chiedere che finalmente
si metta mano alla soluzione dei grandi problemi del Paese.
È convinzione
diffusa che una stagione davvero riformatrice richieda, come si sarebbe detto
una volta, “larghe intese”. Sommessamente ricordiamo che è almeno la terza
volta che la politica italiana si trova a fronteggiare in maniera solenne un
impegno di questo tipo (in maniera sfumata le volte sono state molte di più).
La prima fu all’epoca della cosiddetta “apertura a sinistra”, cioè il varo
dell’inclusione del Psi nell’area di governo; la seconda fu al tempo della
“solidarietà nazionale”, quando si trattò dell’inclusione del Pci in
quell’area. Nessuna delle due occasioni è purtroppo finita bene: la “grande
riforma” non si fece in nessuno dei due casi per un eccesso di diffidenze
reciproche che si traducevano in condizioni varie poste in premessa ad ogni
discorso di confronto fra parti diverse.
Non possiamo
nasconderci che anche ora, quando siamo, almeno in ipotesi, al terzo tentativo
sull’onda di una situazione comunemente giudicata ingestibile con le vecchie
logiche, quel vizietto della politica italiana di cercare di bloccarsi
reciprocamente con le condizioni preliminari torna ad emergere: sia che gli uni
dicano «niente leggi ad personam», sia che gli altri ribattano «prima di tutto
rompete coi vostri estremisti», la sostanza è che rischia di essere una scusa
per non avviare neppure il confronto.
In realtà il Paese
sa bene di quali riforme ci sarebbe bisogno. Forse che una giustizia lumaca e
imprevedibile come quella attuale può reggere ancora? Forse che un
bicameralismo vecchia maniera, e un parlamentarismo svilito dalla mancanza di
libertà nella scelta dei rappresentanti e sotto il ricatto del premio di
maggioranza consente governabilità e soprattutto legittimazione della classe
politica? Forse che la grave crisi del nostro sistema occupazionale, crisi che
colpisce molto i giovani cioè la speranza della nazione, può essere considerata
una bazzecola che si risolverà da sé? Potremmo naturalmente continuare e
ricordare i problemi di scuola e università, delle infrastrutture, della sanità
pubblica, e via elencando.
Sono tutte palle
al piede che il nostro sistema si trascina dietro e che costituiscono un
handicap non solo nella capacità dello Stato di soddisfare le legittime
richieste dei cittadini (quando non addirittura diritti tutelati sul piano
costituzionale), ma anche nella partecipazione italiana al sistema
internazionale, cioè in un settore sempre più delicato in tempi di
globalizzazione.
Per un po’ di
tempo si è distratta la gente sviando la sua attenzione su aspetti
folkloristici della politica, sulla ripetizione di stanche liturgie anti questo
e anti quello, promettendo che da qualche parte ci fosse la bacchetta magica
per raddrizzare la situazione solo che si fosse votato il partito “giusto”.
È da accogliere
con soddisfazione il fatto che in questi ultimi giorni si stia cominciando a
percepire una certa inversione di tendenza: non perché a Natale tutti diventano
buoni, ma perché le antenne sensibili della migliore politica intercettano un
fenomeno nuovo, che è un misto di pericolosa rabbia contro un “sistema” che
pare disinteressarsi dei problemi della gente e di montante noia per le
ritualità di “processi” che finiscono immancabilmente col concludere che la
colpa è sempre del diavolo (e ciascuno ha il suo diavolo di turno).
Naturalmente ci sono resistenze da parte di quelli che nella situazione
precedente si sono costruiti per sé stessi nidi più o meno comodi, ma questo
era scontato.
Se si metteranno
davvero sul tappeto le grandi questioni del momento, quelle che abbiamo
elencato ed altre, chiedendo a tutte le parti, tanto della politica quanto
della società, di dire non ciò che a loro giudizio sarebbe astrattamente
“giusto”, ma come si può rendere la situazione attuale meno precaria e compromessa,
avremo fatto un enorme passo avanti. È nella concreta ricerca di soluzioni ai
problemi che si misura la credibilità di una classe politica e che ogni sua
componente guadagna consensi e ne sottrae agli avversari, dimostrando di essere
davvero quella che sa “fare” piuttosto che “predicare”.
Una stagione di
reale confronto sulle riforme necessarie al Paese ci farebbe fare un salto di
qualità sia nella gestione della nostra vita civile, sia nella capacità di
stare sulla scena internazionale. La credibilità è in politica un bene prezioso
e quella vera deriva sempre da una capacità di impegno nel concreto
miglioramento del sistema di convivenza. La politica come spettacolo distrae e
rallegra un Paese che pensa di poterne in fondo fare a meno e di camminare per
conto suo, ma questo non è proprio il caso in tempi di sfide internazionali e
di crisi di vario genere. PAOLO POMBENI
IM 20
In piazza contro il Ponte sullo Stretto. "Per questa terra sarebbe un
disastro"
Alcune migliaia di
persone in piazza a Villa San Giovanni, in Calabria
"L'obiettivo
vero è iniziare a scavare e sbancare, scaricare cemento ovunque"
Annullati i
concerti per la morte di un delegato del "Comitato per la 106"
stroncato da un
infarto alla conclusione del suo intervento sul palco
di GIUSEPPE
BALDESSARRO
VILLA SAN GIOVANNI
(Reggio Calabria) - "Il Ponte non lo faranno mai, l'obiettivo vero è
quello di iniziare a scavare e sbancare sulle due coste, scaricare cemento
ovunque e rastrellare quanto più soldi possibile. La nostra paura è un'altra,
l'ennesima, eterna incompiuta". Sono tanti ad essere convinti che sia
questo il vero rischio che corrono Calabria e Sicilia. Se l'idea del Ponte
sullo Stretto andasse avanti "per questa terra sarebbe un disastro".
E anche oggi, ambientalisti e partiti, movimenti e associazioni, lo hanno
ribadito in piazza. Con una manifestazione che ha portato alcune migliaia di
persone a Villa San Giovanni. Una giornata di musica e
"controinformazione" - organizzata dalla "Rete No Ponte" -
a cui hanno aderito decine di realtà locali e nazionali. Una giornata che però
si è interrotta a metà pomeriggio col dramma di un delegato del "Comitato
per la 106", stroncato da un infarto proprio a conclusione del suo intervento
dal palco. E' finita così la festa dei "No Ponte", annullati i
concerti della serata e tutti gli altri appuntamenti. Resta tuttavia il senso
della contestazione a pochi giorni dalla posa dalla prima pietra, prevista
inizialmente per il 23 dicembre, ma poi rinviata "per consentire la
partecipazione di Berlusconi".
Era cominciata
bene la giornata "No Ponte". Prima il corteo cui hanno preso parte
circa settemila persone, poi le denunce "a microfono aperto" nel
quartiere Cannitello. Punto esatto in cui dovrebbero sorgere i due pilastri
calabresi di quella che viene annunciata come "la più grande opera
ingegneristica di tutti i tempi". Molti ambientalisti storici, ma anche
tanti che ambientalisti lo sono diventati dopo le parole del ministro Matteoli,
che nonostante il momento di crisi ha annunciato l'apertura dei cantieri di
Villa. Tutti accomunati dalla voglia di spiegare che "con i soldi del
Ponte si possono fare cose molte più utili".
Il corteo s'è
mosso dal centro città intorno a mezzogiorno, ingrossandosi via via che
continuavano ad arrivare manifestanti da entrambe le regioni. In apertura uno
striscione bianco con le parole d'ordine dell'iniziativa: "Fermiamo i
cantieri, lottiamo per le vere priorità". Dietro gli striscioni storici
della lotta contro il Ponte, quello del coordinamento calabrese e
immediatamente dopo dei comitati siciliani. Poi ancora quelli di Legambiente,
del Wwf nazionale, dei Verdi e dei partiti della sinistra Pdci e Rifondazione
oltre che della Sinistra europea". Un corteo colorato e pacifico cui hanno
aderito i collettivi studenteschi e centri sociali delle due sponde, ma anche
un gruppo di rappresentanti del "Popolo viola", protagonista del No
B-Day di Roma. Presente anche una folta rappresentanza della Cgil territoriale
e della Fiom Nazionale guidata da Giorgio Cremaschi: "Altro che la chimera
del Ponte, qui serve lavoro vero e duraturo". Non c'era il governatore
della Calabria, Agazio Loiero, che pure aveva annunciato l'adesione della
Regione all'iniziativa. C'erano però i quattro assessori di punta
dell'esecutivo: quelli all'Ambiente Silvio Greco, all'Urbanistica Michele
Tripodi, alla Cultura Damiano Guagliardi e al Bilancio Demetri Naccari.
Scarsa invece la
partecipazione della gente del posto. In molti sono rimasti a guardare.
Tantissimi, spiega Nino Morabito responsabile regionale di Legambiente,
"vedono la realizzazione del Ponte come una cosa impossibile, lontana
irreale. E' così, certo. Ma sappiamo che il rischio non è la costruzione del
Ponte quanto tutti gli interessi e le speculazioni che vi girano attorno".
Maurizio Marzolla
della "Rete No Ponte" non si dà pace: "E' davvero incredibile.
La Stretto di Messina ha annunciato la posa della prima pietra per la prossima
settimana. Quando, in questo momento non c'è ancora né un progetto definitivo,
né i finanziamenti per costruirlo". Secondo Raniero Maggini, vice
presidente di Wwf Italia c'è "il rischio di una febbre da apertura di
cantiere diffusa nel Paese, relativa perlopiù a piccole opere legate a grandi
interventi inutili e dannosi, dal ponte sullo Stretto di Messina nel sud,
all'autostrada tirrenica al centro ed al terzo valico dei Giovi al
nord". LR 19
Ponte sullo Stretto, il no del regista tedesco Wim Wenders. "E'
un'idea stupida e capitalista"
Il regista tedesco
Wim Wenders, in questi giorni a Riace per completare le riprese del
cortometraggio sui temi dell'accoglienza, ha aderito alla manifestazione
nazionale organizzata dalla Rete No Ponte che si terrà domani a Villa San
Giovanni. "Il Ponte - ha detto Wenders - è un'idea stupida e capitalista.
La vera utopia è in Calabria: il comune di Riace ne è un esempio".
"E' ora di
dire basta alle trovate pubblicitarie che, quando non sono vere e proprie prese
in giro, costituiscono comunque un modo per sfuggire alla responsabilità di
occuparsi seriamente dei problemi che affliggono i cittadini italiani". E'
quanto afferma Luigi de Magistris, europarlamentare dell'Italia dei valori,
che, pur non potendo essere fisicamente presente per via di impegni pregressi,
aderisce alla manifestazione nazionale per dire "no" alla costruzione
del Ponte sullo Stretto promossa dalla "Rete No Ponte", prevista per
domani a Villa San Giovanni (Reggio Calabria). "Trovo veramente assurdo -
ha aggiunto - che si possa pensare davvero di spendere una quantità
inimmaginabile di soldi, che con ogni probabilità finiranno per la maggior
parte nelle mani dei soliti prenditori collusi con la criminalità, per
realizzare un'opera come il ponte sullo Stretto, mentre ci sono vere e proprie
catastrofi in corso cui nessuno mette mano". "Se rifletto sulle reali
necessità del Paese - ha sostenuto de Magistris - ed in particolare della
Sicilia e della Calabria, quasi non saprei stabilire un ordine di priorità dal
momento che tutte sono problematiche assolutamente vitali. Penso alle
infrastrutture assolutamente inadeguate, penso al gravissimo rischio
idrogeologico e sismico che caratterizza queste regioni, penso allo stato
indegno dell'edilizia pubblica, penso all'ambiente che necessita di interventi
seri e determinati, penso alla necessità di investimenti che consentano lo
sviluppo delle attività che più sono consone a questi territori, penso al
bisogno di sostegno che hanno l'artigianato e la piccola e media impresa, e
potrei continuare davvero a lungo". "Ma mai - ha concluso de
Magistris - neppure per un istante, neppure se mi chiedessero di dire la balla
più grossa che mi viene in mente, penserei che sia necessario costruire
un'opera come il ponte sullo Stretto la quale, oltre che disastrosa sul piano
ambientale, non produrrà alcun serio beneficio sul piano occupazionale ed
economico per le due regioni che, da questo mostro, subiranno solo danni e
l'ennesimo stupro della natura". Ansa 18
A Ciampi il premio “Pasquale
Villari” 2009 per la sensibilità nella tutela della lingua italiana
L’Ambasciatore
Bruno Bottai, Presidente della Società Dante Alighieri, ha consegnato al
Presidente Emerito della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, l’Alta
Benemerenza “Pasquale Villari” 2009 per la straordinaria sensibilità nella
tutela e diffusione della lingua italiana durante gli anni dei suoi più alti
incarichi istituzionali.
Economista, uomo
politico di grande equilibrio e cultura, decimo Presidente della Repubblica
Italiana - mandato ricoperto dal 1999 al 2006 -, Ciampi ha sempre cercato di
trasmettere al popolo italiano quell’intenso sentimento patriottico nato dalle
imprese del Risorgimento e della Resistenza.
Testimonianze
della sua costante attività in difesa della lingua di Dante sono state in
particolare la sua autorevole presenza alla cerimonia inaugurale nel 2003 agli
Uffizi della prima grande mostra sulla storia della lingua italiana e nel 2004
la consegna dei diplomi PLIDA agli studenti stranieri della Società Dante
Alighieri avvenuta nelle sale del Palazzo del Quirinale.
In tutto il mondo
Ciampi ha saputo promuovere e far apprezzare gli ideali e i valori
caratteristici del nostro Paese, mantenendo in ogni circostanza un sincero
rispetto per le culture e le società locali, come avvenne in Argentina nel 2001
di fronte alle collettività sudamericane.
Un sentimento -
quello che lega Carlo Azeglio Ciampi all’identità nazionale - che lo ha portato
ad assumere la Presidenza del Comitato organizzatore delle manifestazioni per
il 150° anniversario dell’Unità d’Italia in programma nel 2011.
«Sono orgoglioso
di ricevere questo prestigioso riconoscimento dalla Società Dante Alighieri -
ha affermato il Presidente Ciampi durante il breve incontro svoltosi in Senato
- e spero vivamente che la tutela della lingua italiana sia sempre di più
considerata da tutti uno dei compiti fondamentali e imprescindibili da
assolvere con la consapevolezza di una grande identità culturale e storica».
De.it.press
Sondaggio tra i cittadini. "La classe dirigente del Sud è totalmente
inadeguata"
Reggio Calabria,
sondaggio per la presentazione di un laboratorio politico-sociale
I cittadini
meridionali danno fiducia alla Chiesa, alle Forze dell'Ordine e ai volontari
Bocciate anche le
Università: "Condizionale dai Baroni"
REGGIO CALABRIA -
I cittadini meridionali in un sondaggio bocciano senza appello la classe
dirigente e la ritengono "totalmente inadeguata": il 77,2% ritiene il
suo operato "poco o per nulla positivo". Fiducia invece alla Chiesa,
alle associazioni di volontariato e alle Forze dell'Ordine: rappresentano
ancora punti di riferimento importanti per il 57% del campione, dato che
schizza oltre il 70% per gli over 65. Bassa, attorno al 10%, la fiducia riposta
nelle Amministrazioni pubbliche; inesistente - addirittura pari a zero nella
fascia di età 18-24 - quella verso i partiti.
I dati sono stati
presentati a Reggio Calabria, nel giorno della nascita di Formula Sud,
laboratorio politico-sociale presieduto da Amedeo Canale. La rilevazione è a
cura della "Lorien Consulting".
Il risultato
dell'inadeguatezza della classe dirigente crea povertà e disoccupazione per il
54,3%, impedisce lo sviluppo e la crescita per il 20,6%, aumenta la criminalità
per il 19%.
Ecco chi dovrebbe
contare di più secondo gli intervistati, nella classe dirigente: imprenditori
(31,8%), professori, ricercatori e personaggi della cultura (28,2%) e
responsabili di associazioni con finalità sociali e di volontariato (18,4%).
Questo dato esce addirittura rafforzato dalle risposte della fascia di età più
giovane. Il 37,3% pensa che per sfondare bisogna conoscere persone influenti e
avere raccomandazioni.
Significativi
anche gli spunti emersi dal quadro relativo alle università: il 51,7% del
campione ritiene che gli Atenei meridionali siano condizionati dai
"baronati". LR 18
Rubata l'insegna all'entrata di Auschwitz
Portata via la
celebre iscrizione «Arbeit Macht Frei» («Il lavoro rende liberi»). Il governo:
«Atto ripugnante»
CRACOVIA (POLONIA)
- Un atto di vandalismo, ma dalla connotazione fortemente simbolica. Il
cartello recante l'iscrizione in tedesco «Arbeit Macht Frei» («Il lavoro rende
liberi») posto all'ingresso dell'ex campo di sterminio nazista di Auschwitz, in
Polonia, è stato rubato da ignoti. È la prima volta che la targa con
l'oltraggiosa scritta, realizzata dai prigionieri, viene sottratta dal posto in
cui fu messa nei primi anni '40. Nel campo di concentramento non lontano da
Cracovia morirono circa un milione di persone, il 90% dei quali ebrei.
SOSTITUITO DA UNA
COPIA - «L'iscrizione è stata rubata alle prime ore del mattino - ha detto
Jaroslaw Mensfeld, portavoce del museo che gestisce l'ex campo di sterminio -.
È una profanazione del luogo dove sono state uccise oltre un milione di
persone. Chiunque lo abbia fatto sapeva bene cosa stava rubando». Il quotidiano
Gazeta Wyborcza riferisce sul proprio sito che il cartello rubato è già stato
sostituito con una copia, realizzata tempo fa per consentire la riparazione
dell'originale. La polizia ha aperto una inchiesta, mentre la prefettura ha
garantito che verrà data la caccia agli autori del furto. L'ex campo di
sterminio è chiuso di notte e controllato dalla vigilanza. Gli inquirenti, che
hanno trovato tracce dei ladri (probabilmente fuggiti in auto), stanno ora
vagliando le registrazioni delle videocamere. Il vice ministro degli Esteri
polacco Andrzej Kremer ha espresso sdegno del ministero per «l'atto
ripugnante», augurandosi che il cancello venga presto ritrovato.
SIMBOLO
DELL'OLOCAUSTO - È il primo caso di furto di questo genere in quello che è
considerato il luogo simbolo dell'Olocausto. Sorto nell'aprile del 1940, dopo
l'occupazione della Polonia da parte di Adolf Hitler nel settembre 1939, il
campo di concentramento di Auschwitz (nome tedesco della cittadina polacca di
Oswiecim) divenne il simbolo dell'Olocausto. Nel campo trovarono la morte oltre
un milione di persone, in maggioranza ebrei. Il gerarca nazista Einrich Himmler
l'aveva anche scelto come sede di uno stabilimento dell'industria chimica
IG-Farben e di aziende agricole, per sfruttare la manodopera dei prigionieri.
Il lager fu liberato dai soldati dell'armata rossa il 27 gennaio 1945, e da
allora questo giorno è stato dichiarato giornata della memoria mondiale in
ricordo della Shoah.
COMMENTI - Il
direttore del museo dell'Olocausto a Gerusalemme ha definito una «dichiarazione
di guerra» il furto dell'insegna. «È un atto che equivale a una vera
dichiarazione di guerra», ha detto Avner Shalev. «Non sappiamo l'identità dei
responsabili, ma presumo si tratti di neonazisti». Shalev si è detto certo che
il governo polacco farà «tutto il possibile» per rintracciarli e assicurarli
alla giustizia«; e sottolineato la necessità che »il mondo illuminato lavori insieme
contro l'antisemitismo e il razzismo in tutte le sue forme«. L'insegna, in
metallo e forgiata dai prigionieri, era uno dei più sinistri esempi della
propaganda nazista. CdS 18
Chi è stato a
rubare l'insegna di Auschwitz, recando offesa alla memoria degli ebrei e a chi
è impegnato a tutelarla? Da dove vengono? Che intenzioni hanno, qual è il loro
progetto? Questo incidente criminale riverbera la sua immagine in tutto il
mondo e suscita stupore, shock e rabbia.
Cosa avevano in
mente i ladri quando hanno rimosso l'iscrizione che centinaia di migliaia di
vittime, arrivate nel campo, vedevano ogni giorno, ogni sera? Cosa immaginavano
di poter fare? Di venderla in televisione per enormi somme di denaro? Di
tenerla incorniciata a casa loro? Quale idea perversa può aver motivato un
simile abominio?
In questa nostra
era di confusione e sfiducia, la Verità è sempre in prima linea, al fronte, e i
suoi nemici sono i nemici della Memoria. Dunque, quel Luogo è d'importanza e
significato speciale, perché si basa su entrambi quei valori costitutivi,
Verità e Memoria. Chiunque voglia cancellare il passato ha naturalmente
interesse a rimuovere quella scritta, che è parte così visibile del Passato
della Memoria.
In un certo senso,
si può esprimere sorpresa per il fatto che non si sia mai tentato prima di
compiere quanto è accaduto oggi. È così facile distruggere, è così facile
rubare, eppure, grazie al cielo, persino quelli che sono i nostro nemici non
avevano osato, fino ad oggi, di intraprendere un simile furto.
In virtù di ciò
che è avvenuto all'interno di quell'incommensurabile cimitero di cenere,
Auschwitz deve restare un monumento intoccabile al dolore, allo strazio e alla
morte di più di un milione di ebrei e altre minoranze. Benché protetto a
livello internazionale dalla rabbia e dalla pietà che suscita in centinaia di
migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo, il campo necessita
ovviamente di maggior sicurezza.
Devono provvedervi
le autorità polacche ai massimi livelli. Tutto ciò che si trova entro le
recinzioni di filo spinato deve restare immutabile e intatto per generazioni e
generazioni. Quanto ai ladri, verranno senza dubbio interrogati a lungo da
personale specializzato, psichiatri inclusi. Siamo tutti ansiosi di conoscere
ogni aspetto della loro personalità, del loro carattere, del loro passato. E di
conoscerne l'appartenenza ideologica.
Hanno agito da
soli? Appartengono a gruppi neonazisti? Volevano dimostrare qualcosa entrando
in possesso dell'insegna, e se sì, che cosa? "Arbeit macht frei" era,
ed è ancora, massima espressione di cinismo, inganno e brutalità. Dietro quel
cancello il lavoro non portava libertà. Agli ebrei e agli altri portava fatica,
umiliazione, fame e morte. Dentro tutto equivaleva alla morte. È questo che il
ladro voleva cancellare? ELIE
WIESEL LR 19
Le nuove regole per l’immigrazione. L'integrazione degli islamici
In tempi brevi la
Camera dovrà pronunciarsi sulla cittadinanza e quindi, anche, sull’«italianizzazione
» di chi, bene o male, si è accasato in casa nostra. Il problema viene
combattuto, di regola, a colpi di ingiurie, in chiave di «razzismo». Io dirò,
più pacatamente, che chi non gradisce lo straniero che sente estraneo è uno
«xenofobo», mentre chi lo gradisce è uno «xenofilo ». E che non c’è
intrinsecamente niente di male in nessuna delle due reazioni.
Chi più avversa
l’immigrazione è da sempre la Lega; ma a suo tempo, nel 2002, anche Fini firmò,
con Bossi, una legge molto restrittiva. Ora, invece, Fini si è trasformato in
un acceso sostenitore dell’italianizzazione rapida. Chissà perché. Fini è un
tattico e il suo dire è «asciutto»: troppo asciutto per chi vorrebbe capire. Ma
a parte questa giravolta, il fronte è da tempo lo stesso. Berlusconi appoggia
Bossi (per esserne appoggiato in contraccambio nelle cose che lo interessano).
Invece il fronte «accogliente» è costituito dalla Chiesa e dalla sinistra. La
Chiesa deve essere, si sa, misericordiosa, mentre la xenofilia della sinistra è
soltanto un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e
spiegato.
Due premesse.
Primo, che la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore
della pelle, ma invece sulla «integrabilità » dell’islamico. Secondo, che a
fini pratici (il da fare ora e qui) non serve leggere il Corano ma imparare
dall'esperienza. La domanda è allora se la storia ci racconti di casi, dal 630
d.C. in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita
incorporazione etico-politica (nei valori del sistema politico), in società non
islamiche. La risposta è sconfortante: no.
Il caso esemplare
è l’India, dove le armate di Allah si affacciarono agli inizi del 1500,
insediarono l’impero dei Moghul, e per due secoli dominarono l’intero Paese. Si
avverta: gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi paciosi, pacifici; e la
maggioranza è indù, e cioè politeista capace di accogliere nel suo pantheon di
divinità persino un Maometto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India
dovettero inventare il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesistenza
in cagnesco finissero in un mare di sangue. Conosco, s’intende, anche altri
casi e varianti: dalla Indonesia alla Turchia. Tutti casi che rivelano un
ritorno a una maggiore islamizzazione, e non (come si sperava almeno per la
Turchia) l’avvento di una popolazione musulmana che accetta lo Stato laico.
Veniamo
all’Europa. Inghilterra e Francia si sono impegnate a fondo nel problema,
eppure si ritrovano con una terza generazione di giovani islamici più
infervorati e incattiviti che mai. Il fatto sorprende perché cinesi,
giapponesi, indiani, si accasano senza problemi nell’Occidente pur mantenendo
le loro rispettive identità culturali e religiose. Ma — ecco la differenza —
l’Islam non è una religione domestica; è invece un invasivo monoteismo
teocratico che dopo un lungo ristagno si è risvegliato e si sta vieppiù
infiammando. Illudersi di integrarlo «italianizzandolo » è un rischio da
giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare. Giovanni Sartori CdS 20
Torino multietnica. Mostafa e Corina i controllori Gtt parlano straniero
Di origine
marocchina, romena e albanese. Dieci multe al loro esordio su bus e tram
Torino - Il primo
ad accorgersi della «differenza» è stato Saad, un bambino di 10 anni, sulla
linea 13. Mostafa Ed Daoudi, uno dei 5 nuovi controllori Gtt di origine
straniera, era al secondo suo viaggio «operativo», ieri alle 15. Mentre il bus
svoltava in piazza Castello è arrivato alla fila dove Saad era seduto con
Letizia, l’educatrice che lo accompagnava. Il controllore ha chiesto i
biglietti e il bambino ha mostrato l’abbonamento studenti. Poi ha guardato
meglio il volto sotto il cappello blu e oro e ha detto «Mi sembri
marocchino...». Mostafa ha sorriso e Saad: «Sono marocchino anch’io...».
Tra i suoi
colleghi, Mostafa Ed Daoudi è il più riconoscibile come di origine non
italiana. Come altri tre negli anni scorsi è diventato cittadino italiano. E la
cittadinanza italiana o europea è requisito indispensabile per essere assunti a
tempo indeterminato in un’azienda a controllo pubblico. Ma Gtt - prima azienda
di trasporti a fare una scelta del genere in Italia - questi «assistenti alla
clientela» li ha cercati e fortemente voluti proprio per la caratteristica di
essere «ponte» tra lingue e culture. Persone in Italia da anni, con curricula
di tutto rispetto, dove gli inizi «irregolari» di alcuni sono sepolti sotto una
vita di lavoro.
Per il presidente
di Gtt Giancarlo Guiati i neoassunti (che lavoreranno in divisa) «senza essere
poliziotti, serviranno a ridurre l’evasione che crea problemi economici pesanti
all’azienda». «In Gtt ci sono già autisti di origine straniera, ma volevamo
anche controllori che potessero comunicare nelle lingue delle maggiori comunità
immigrate presenti a Torino», ha spiegato Tommaso Panero, ad di Gtt, che ieri
mattina ha presentato i neo assunti con gli assessori comunali Maria Grazia
Sestero (Trasporti) e Ilda Curti (Integrazione) e il presidente dell’Agenzia
Mobilità Metropolitana Giovanni Nigro.
Dopo la
presentazione, accompagnati da colleghi-tutor e con la supervisione di Giovanni
Savarino, responsabile degli 85 assistenti alla clientela, Youssef, Corina e
gli altri hanno fatto i primi controlli smascherando parecchi «passeggeri
illegali». Il bilancio di un’ora trascorsa sul tranquillo 13 e l’agitato 4 è
tutto da interpretare. Aldo Bardeli, albanese, è stato il primo a estrarre il
blocchetto dei verbali, sul 13, per multare una donna colombiana di 55 anni,
biglietto in mano non timbrato. «Ha detto di aver dimenticato l’abbonamento e
di aver sperato di non dover pagare un’altra volta».
Mostafa, la prima
multa l’ha fatta sul 4 a un algerino e alla moglie, in un clima piuttosto teso,
tra tossicodipendenti che tentavano di salire sul tram e poi desistevano
vedendo lo schieramento di berretti blu-oro. Il romeno Claudiu Pruteanu, sul
13, alla fermata di Palazzo Nuovo ha multato una studentessa inglese. Il
«battesimo» di Youssef Ennafi è stato invece una ragazza marocchina nata a
Torino. Sul 4 Corina Florea ha intercettato, tra gli altri, un italiano habitué
della sanzione. Già. Un conto è accumulare multe e un altro è l’«incidente» che
può capitare. Anche a Mostafa, qualche anno fa, era successo...
La gente? A parte
gli sguardi stralunati di certi marocchini alla comparsa di Mostafa, tutti gli
altri passeggeri della linea 4 muniti di biglietto hanno accolto con entusiasmo
le divise in quanto divise. «Non importa chi controlla, l’importante è che i
controlli ci siano», ha detto Angelo Frola, vedi caso tecnico Gtt in pensione.
Ana e Maria, romene, munite di abbonamento: «Ci fossero tutti i giorni! A volte
questo tram fa schifo...». Ma i neocontrollori dovranno essere davvero in
equilibrio tra gentilezza e rigore. Già ieri qualcuno ha dimostrato di osservarli
con molta attenzione: due arabi sono scesi dopo una sola fermata, una volta
notati i berretti blu/oro. E subito una donna, visto Mostafa, ha detto: «Li ha
lasciati scendere!». LS 18
Sui rom disobbedì alla Lega rimosso il prefetto di Venezia
Al centro del caso
il trasferimento di un gruppo di sinti in case del Comune
Cacciari:
"Una vendetta politica". Anche Galan critica Maroni
dal nostro inviato
ROBERTO BIANCHIN
VENEZIA - Per uno
"sgarbo" al ministro dell'interno, il prefetto perde il posto. Ha commesso
l'"errore" di non opporsi all'insediamento di trentotto famiglie di
nomadi in un villaggio di Mestre costruito appositamente dal Comune con una
spesa di 2,8 milioni e duramente contestato dalla Lega. Per questo Michele
Lepri Gallerano, 64 anni, napoletano, prefetto di Venezia da appena quattro
mesi, è stato rimosso da Roberto Maroni. Per ora verrà collocato "fuori
ruolo" presso la Presidenza del Consiglio. Poi, annuncia il Consiglio dei
ministri, diventerà commissario dello Stato per la Regione Sicilia.
La motivazione
ufficiale, all'interno di un vasto movimento di prefetti in tutta Italia, non
parla del campo nomadi. Ma per il sindaco Massimo Cacciari, che giudica la
rimozione "di una gravità eccezionale", è proprio questo che viene
imputato al prefetto. "È stato rimosso per ragioni esclusivamente
politiche, per una vendetta politica" dice. D'accordo anche il governatore
veneto del Pdl Giancarlo Galan: "Mala tempora currunt. Mi colpisce assai
negativamente la notizia che un bravo servitore dello Stato sia stato
"burocraticamente" rimosso. Qualche volta è capitato anche a me di
criticare qualche prefetto, ma non è mai accaduto che alle mie critiche facesse
seguito un trasferimento". Dello stesso avviso un altro esponente del Pdl,
il senatore Maurizio Saia, che parla di "sconcerto e preoccupazione",
e di "motivazioni del tutto incomprensibili".
Tra l'altro,
spiega Cacciari, il prefetto non avrebbe comunque potuto impedire
l'insediamento dei nomadi, che era stato legittimamente deciso dal Comune
specie dopo che il vecchio campo era stato dichiarato del tutto inagibile
dall'Asl per "gravissime carenze igieniche e sanitarie". Il nuovo
villaggio era stato autorizzato anche da sentenze del Tar e dal Consiglio di
Stato in seguito ai ricorsi di alcuni comitati di cittadini contrari
all'insediamento. Per questo il sindaco parla di "decisione
indecente" da parte di una politica "rozza, intollerante e
stupida", e di una "volgare vendetta politica che vuole colpire un
funzionario dello Stato di provata lealtà, che non ha colpa alcuna".
Contro il nuovo
villaggio, una serie di casette prefabbricate con la piazzola per le roulotte,
in cui la scorsa estate erano stati trasferiti gli zingari di etnia sinti di un
vecchio e fatiscente campo nomadi alla periferia di Mestre, si erano levati gli
strali del Carroccio, che aveva inscenato diverse manifestazioni. E la
presidente leghista della Provincia di Venezia, Francesca Zaccariotto, aveva
chiesto l'intervento del prefetto. "Mi ero fatta portavoce del ministro
Maroni nella richiesta di un'ispezione per verificare le modalità di passaggio
dalla vecchia alla nuova struttura, ma la mia richiesta era rimasta
inevasa", spiega la Zaccariotto, che ora non piange certo per la rimozione
del prefetto: "Evidentemente sono state fatte tutte le valutazioni e le
verifiche del caso".
Insorge invece il
centrosinistra. Per il Pd è una "decisione che sgomenta, volgare nelle
forme e violenta nella sostanza politica". Iginio Michieletto, consigliere
regionale del Pd, parla di "uso leghista del potere" che trasforma le
istituzioni nel "braccio armato dei settori più xenofobi di un governo
impegnato nella guerra a ogni pratica di umanità". Per l'esponente dei
verdi Gianfranco Bettin, uno dei tre esponenti del centrosinistra candidati a
succedere a Cacciari, è "la nuova intollerante casta padana che vuole dei
podestà: al posto del federalismo preferiscono i federali". Per il Prc è
"un ennesimo atto di prepotenza". E l'Idv annuncia che porterà il
caso in Parlamento. LR 18
Il Trentino posto ai massimi livelli in Europa nell'ambito della ricerca e
dell'innovazione
Trento- Il Sistema
Trentino dell’Alta formazione e Ricerca è il partner italiano del nuovo
prestigioso Istituto Europeo della Tecnologia e dell’Innovazione (EIT – European
Istitute of Innovation and Technology). "Oggi è un giorno molto positivo
che vede il Trentino posto ai massimi livelli in Europa nell'ambito della
ricerca e dell'innovazione": così il presidente della Provincia autonoma
di Trento, Lorenzo Dellai, ha commentato la notizia, ufficializzata e
presentata alla stampa il 17 dicembre.
Il fatto è il
risultato di una selezione, che ha coinvolto tutte le più importanti realtà
scientifiche e industriali europee. La competizione si è svolta su tre
tematiche strategiche: tecnologie dell'informazione e della comunicazione,
cambiamenti climatici e energia sostenibile.
L’unico attore
italiano del consorzio che si è aggiudicato un ruolo all'interno dell'Istituto
Europeo della Tecnologia e dell’Innovazione per le ICT è, come detto, il
Sistema Trentino dell’Alta Formazione e Ricerca. La partecipazione trentina
coinvolge le più importanti realtà locali della ricerca e dell’alta formazione
nelle ICT: FBK-IRST (presentatore del progetto), Università di Trento,
Create-Net, GraphiTech, CNR ISTC-LOA e CELCT.
Il Trentino figura
quindi ora come partner associato delle più importanti realtà accademiche
europee, quali la TU di Berlino, il DFKI ed il Max-Plank (Germania), l’INRIA
(Francia), il KTH (Svezia), il TKK (Finlandia), ed il Consorzio dei Politecnici
olandesi. Aderiscono al consorzio aziende del calibro di Nokia, Ericsson,
Philips, Alcatel-Lucent, SAP e British, Deutche e France Telecom.
Ieri, i vertici
del Sistema Trentino dell’Alta formazione e Ricerca, assieme al presidente
Dellai, hanno presentato questo traguardo. "Questo risultato - ha
affermato Dellai - è frutto della capacità di cooperazione dei nostri centri di
ricerca, dell'università, del mondo economico e industriale e contribuisce a
rafforzare la vocazione del Trentino come terra di straordinarie possibilità
per fare impresa e innovazione e dove guardare al futuro con sempre maggiore
ottimismo e voglia di fare".
Essere parte del
consorzio vincente rappresenta per il Trentino uno successo notevole, anche
perché, è stato evidenziato, molti consorzi di ricerca avrebbero gradito la
presenza del Sistema Trentino tra le loro fila, e anche l'opportunità di
contribuire a far avanzare l’Europa al rango di attore principale
dell’innovazione nelle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione a
livello mondiale.
La missione
affidata dalla Commissione Europea all'Istituto Europeo della Tecnologia e
dell’Innovazione, contraltare al famoso MIT ( Massachusetts Institute of
Technology) di Boston, è aumentare la competitività europea a livello globale,
valorizzando e mettendo in rete i suoi nodi più importanti e con maggiore
capacità di integrare alta formazione, ricerca e innovazione.
"Sono lieto –
ha commentato del Presidente della Fondazione Bruno Kessler, Andrea Zanotti – dell'esito
positivo della gara relativa alle tecnologie informatiche, alla quale la
Fondazione ha partecipato. Già il fatto di essere stati coinvolti in una
proposta che annovera alcuni tra i maggiori partner europei, sia per quel che
riguarda la ricerca che la realtà industriale, era motivo di soddisfazione: la
vittoria finale, poi, si qualifica come uno dei maggiori risultati raggiunti
nella storia della nostra istituzione. La consolidata convinzione di potersi
ormai confrontare su sfide così difficili con gli ambiti più avanzati della
ricerca, dà il segno di una maturità che deve stare alla base del nostro lavoro
futuro".
"Si tratta –
ha aggiunto il rettore Davide Bassi – di un risultato di grandissima rilevanza
che conferma il livello di qualità raggiunto dalla ricerca trentina nel settore
delle ICT. È importante sottolineare lo spirito di squadra che ha animato
Università, FBK e Provincia. Ciascuno ha fatto la sua parte, impegnandosi a
costruire le condizioni che ci hanno permesso di competere con successo
rispetto ai colossi del settore ICT presenti in Europa. La soddisfazione per
questo risultato è tuttavia accompagnata dall'amarezza per la performance
complessivamente deludente fatta registrare a livello nazionale. Commentando
tale situazione a margine dei lavori CRUI attualmente in corso a Roma, è emerso
come questo risultato confermi l'esigenza di sottoporre il sistema nazionale
dell'alta formazione e della ricerca ad un profondo processo di
modernizzazione. In questa prospettiva, l'opportunità offerta all'Università di
Trento di sviluppare un modello nuovo sganciato dalle pastoie nazionali viene
vista con grande interesse e viene considerata – ha concluso - come una
concreta speranza per tutto il sistema italiano". (aise)
“Lingua, intercultura, integrazione”, di Vittorio Gazerro
L’autore è un
esperto del dialogo interculturale nelle scuole
ST. GALLO -
L’apprezzabile lavoro di Vittorio Gazerro prende l’avvio dalle iniziative e dai
progetti sviluppati nei Paesi dell’EU per l’ Anno Europeo del dialogo
interculturale. La ricerca sull’Europa
dell’istruzione apre scenari molto più ampi che interessano tutti coloro che si
occupano della promozione del plurilinguismo nelle istituzioni scolastiche ed
in concreto di lingua, intercultura e integrazione, le tre tematiche/focus a
cui da anni l’Autore dedica i suoi studi linguistici rintracciabili nel suo
molto diffuso sito internet ed in numerosi altri blog di approfondimento
didattico ed interculturale sui sistemi di istruzione e formazione nell’EU.
L’autore, come afferma nella sua introduzione G. Graziano Tassello (Presidente
della IV Commissione “Lingua e cultura” del C.G.I.E Direttore del CSERPE di
Basilea), da quasi venticinque anni si dedica alla promozione e diffusione
della lingua italiana in Europa ed è uno dei pochi esperti in ambito migratorio
e interculturale. Le tre tematiche vengono in questo lavoro analizzate nell’
ambito del sistema scolastico svizzero delineando la loro attuale evoluzione
sempre riconducibile al soggetto apprendente più lingue (L/1 , L/2 o L/3 ) e
riferita all’ambiente migratorio e interculturale, in cui emergono le esigenze
linguistiche e formative dei giovani migranti italiani ormai di terza e quarta
generazione. In questo contesto assume rilevanza non trascurabile l’intervento
di Gianni Ghisla sulla politica linguistica in Svizzera, sulla situazione
dell’italiano e la scarsa applicazione del Gesamtsprachenkonzept in campo
scolastico. Il lavoro di Gazerro (Lingua intercultura integrazione, ed. DZI,
St.Gallen,2009, p.238) è diviso in cinque parti e fornisce un’ampia e specifica
sitografia citata durante lo sviluppo di temi e concetti che permettono al lettore ed allo studioso
di poter approfondire altra
documentazione ed effettuare confronti su tanti aspetti dell’integrazione e
dell’ intercultura.
La prima parte,
dedicata a “Lingue nazionali in Svizzera”, introduce una visione d’insieme del
plurilinguismo elvetico, dalla storica legge federale sulle lingue del 2007 ai
corsi di lingua e cultura italiana che, pur avendo in questi ultimi tempi
subìto drastici tagli e ristrutturazioni da parte del MAE - Ministero degli
Affari Esteri- rimangono per le giovani generazioni di italiani all’estero
l‘unico veicolo di comunicazione e di conoscenza del nostro Paese.
Nella parte
successiva, “Lingua italiana,bilinguismo e plurilinguismo”, Gazerro presenta
aspetti poco noti del plurilinguismo elvetico, da quello riscontrato nel
Cantone Grigioni a quello affermato nelle Raccomandazione dell’ E.D.K.
(Conferenza svizzera dei Direttori cantonali della pubblica educazione sulla
lingua d’origine) fino alle Dodici Tesi per il plurilinguismo che
contribuiscono ad affermare in Svizzera un modello di plurilinguismo e
multiculturalità riconosciuto anche dai competenti organismi dell’Unione
Europea.
Nella terza parte,
“ Scuola e politiche scolastiche” l’Autore, forte della sua esperienza di
dirigente nelle scuole dell’Ostschweiz e di Zurigo, presenta i progetti di
integrazione e di interculturalità realizzati nella Confederazione, facendo
costante riferimento al Programma di lavoro dell’E.D.K. 2008-2012 ed ai
principi affermati nel Concordato HARMOS tra le scuole dei 26 Cantoni svizzeri.
Molto rilievo viene dato alle sfide poste alla politica migratoria e alla
recente “Carta dell’integrazione del FIMM Svizzera” (Forum per l ‘integrazione
delle migranti e dei migranti in
Svizzera) ed alle iniziative promosse dal C.G.I. E (Consiglio Generale degli
Italiani all’Estero).
Nella quarta
parte, “Europa dell’ istruzione” viene approfondito, in riferimento all’art.
140 del Trattato, gli aspetti della cosiddetta dimensione europea
dell’istruzione, collegati agli obiettivi deliberati dal Consiglio Europeo di
Lisbona per il 2010 al fine di costruire uno spazio educativo europeo che possa
contribuire a rafforzare solidarietà e cooperazione tra gli Stati membri
dell’EU.
In riferimento
all’indagine dell’ OCSE/PISA sulla scuola italiana ed agli indicatori EU che
stanno alla base della strategia “Istruzione e formazione 2010”, l’Autore
sostiene che l’Italia deve investire più risorse e promuovere più progetti nel
settore scolastico come avviene negli altri Paesi dell’EU e migliorare il suo
sistema scolastico al quale vanno assicurate innovazione nei processi e qualità
dei servizi erogati, come richiedono raccomandazioni e direttive dell’EU.
L’ultima parte, è
dedicata al 2008 “Anno Europeo del Dialogo Interculturale” con una sintetica
rassegna delle iniziative volte a sensibilizzare quanti vivono nell’UE, in
particolare i giovani che, sostiene Gazerro, devono comprendere l’importanza di
partecipare al dialogo interculturale nella vita quotidiana, devono adoperarsi
per identificare, condividere e dare un riconoscimento europeo visibile alle
migliori pratiche di promozione del dialogo interculturale in tutta la EU.
Per i giovani in
Italia occorre rafforzare il ruolo dell’istruzione come mezzo importante per
educare alla diversità, aumentare la comprensione delle altre culture e
sviluppare competenze e migliori prassi
sociali. In questo quadro anche l’Italia, in base al Programma europeo
integrato 2007-2013, deve riuscire a dare un nuovo impulso all’uso di buone
prassi interculturali e all’apprendimento delle lingue nelle scuole e nelle
istituzioni universitarie, rispettando gli obiettivi indicati per i Paesi membri dell’ EU nel programma di Lisbona
dalle autorità comunitarie per il 2010.
(Estratto da un
servizio di Michele Massolo, Migranti-press)
“Speciale Natale” nel Messaggero di sant’Antonio di dicembre 2009
PADOVA - L’edizione italiana per l’estero del
“Messaggero di sant’Antonio” del mese di dicembre - con l’editoriale e
gli articoli dello “Speciale Natale” - offre al lettore riflessioni e
contributi per rivivere con maggior consapevolezza il mistero della nascita del
divin Bambino: un evento inserito nella storia e non distaccato dai valori
dell’umanesimo, che continua a coinvolgere popoli di culture e razze diverse.
La celebrazione del Natale non è infatti solo “memoria”, ma “presenza-
mistero”. E’ questo il messaggio che già il profeta Isaia annunciava agli israeliti
deportati nel 732 a.C. dal re d’Assiria: “Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce
rifulse…perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» Is 9,1-6).
L’Emmanuele, annunciato dal profeta, porterà sulla terra la pace.
Si comprende, allora, lo stupore di Francesco
d’Assisi di fronte all’umanità e al mistero dell’evento del Natale, che egli
volle rivivere nel 1223 a Greccio con una sacra rappresentazione che coinvolse
la popolazione del contado; e l’intima gioia che troviamo espressa dai mistici
e dai santi per la nascita di un Dio, “che venne ad abitare in mezzo a noi”
Gv.1, 14).
Oltre all’evento del Natale, nel numero di
dicembre troviamo altre attuali riflessioni: sulle problematiche e sulle attese
riguardanti i cambiamenti climatici, dibattute nella Conferenza di Copenaghen;
sui progetti della Rai Corporation, presieduta da Massimo Magliaro; sugli stati
d’animo e sulle speranze della popolazione de L’Aquila e dei paesi coinvolti
dal recente scisma. Un popolo che sta rinascendo da situazioni di disagio e di
prova, grazie alla sua tenacia e alla una fede intrepida.
Le pagine dedicate alle nuove generazioni ci
presentano esperienze d’italianità testimoniate da un gruppo di giovani
residenti in Lussemburgo, mentre le “Pagine Regioni” ci parlano di un sodalizio
lucano operante in Cile; delle richieste di una giovane sociologa sarda al
governo della sua regione d’origine, per sostenere i circoli e promuovere
scambi culturali; e della dinamica attività dell’avvocato Domenico Azzia, che
nel recente incontro con i sodalizi siciliani del Nord America, ha annunciato
la nascita del portale web: www.siciliamondo.net
Renzo Arbore, ambasciatore della canzone
napoletana nel mondo, e Andrea Barbaria, console italiano nel New Jersey, sono
i protagonisti della pagine sulla cultura italiana nel mondo. Ma oltre a loro,
la rivista ci fa conoscere altre “eccellenze italiane”: come l’astronauta
Umberto Guidoni, il primo europeo a mettere piede sulla Stazione spaziale
internazionale Iss: il magistrato Tony Pagone, catanese d’origine, giudice
della Corte suprema del Victoria, in Australia; Gerardo Pinto, presidente
dell’associazione di San Mel, a Flushing - New York; e infine, Maria Aparecida
Borghetti, originaria di Trento, che nel parlamento del Paranà, Brasile,
appartiene a quella nuova classe di politici che sta rendendo il Brasile uno
dei protagonisti nel panorama internazionale. (Inform)
Riuniti a Basilea i dirigenti del PD della Svizzera Nord-Ovest
Mercoledì 16
dicembre si sono riuniti a Basilea gli iscritti ed i dirigenti del Partito
democratico della Svizzera Nord-Ovest comprendente i circoli di Basilea,
Breitenbach e Laufen, presente anche il segretario nazionale Michele Schiavone.
All’ordine del giorno dell’assemblea sono stati dibattuti i temi seguenti:
Retrospettiva delle attività politiche, programma per il primo trimestre
dell’anno nuovo, organizzazione del circolo, presentazione del sito internet.
Dopo aver fatto il
bilancio dell'attività politica svolta dai circoli nel corso del 2009, che è
stato ritenuto soddisfacente, il direttivo ha messo a fuoco le priorità che
caratterizzeranno la ripresa dei lavori che gli iscritti ed i simpatizzanti
intendono realizzare a partire dal prossimo mese gennaio:
Intervenire sulle
limitazioni e sulle ristrettezze causate dalla legge finanziaria 2010;
rilanciare assieme al partito nazionale la questione dei Corsi di Lingua e
Cultura; partecipare assieme ai soggetti politici e istituzionali delle aree di
confine in Germania e in Francia alla soluzione della rete consolare;
promuovere iniziative sui referendum svizzeri in votazione nel mese di marzo
prossimo concernenti la previdenza professionale per la vecchiaia, i superstiti
e l'invalidità; la ricerca sull'essere umano; il maltrattamento e una migliore
protezione giuridica degli animali.
A seguito
dell’aumento degli iscritti che mettono il Circolo in condizione di produrre
maggiori attività politiche e recependo le indicazioni scaturite dall'ultima
riunione del direttivo nazionale del Partito Democratico in Svizzera, il
Segretario Marco Minoletti, ha proposto di allargare le responsabilità del
direttivo del circolo di Basilea ad ulteriori iscritti. All'unanimità sono stati eletti nel direttivo
Antonio Arcuri e Federico Cherubini. Al termine della presentazione del sito
del circolo PD di Basilea (www. partito-democratico-basilea.org) si è, infine,
passati alla composizione delle commissioni di lavoro, che risultano composte
nel modo seguente:
Commissione Pari
opportunità: Nella Sempio (responsabile), Assunta Gasbarro, Maria Scarano,
Tiziana Scarano;
Commissione Scuola
e Formazione: Antonio Arcuri (responsabile), Gaetano Cadeddu, Angelo
Serapiglia, Marco Minoletti, Giuseppe Martino;
Commissione Media
e Informazione: Federico Cherubini (responsabile), Armando Bee, Marco
Minoletti, Jo Varsalona;
Commissione
Politiche Territoriali: Armando Bee (responsabile), Antonio Arcuri, Carlo
Alberto Di Bisceglia, Nella Sempio, Jo Varsalona, Marco Minoletti, Santo
Cardizzone. PD Svizzera Nord-Ovest, de.it.press
Gli studi sui veneti nel mondo
PADOVA - Si può definirlo un piccolo convegno
quello che si è tenuto nella sala Paladin del Comune di Padova per parlare di
libri sull’emigrazione veneta…già esauriti, che fanno parte della collana
“Civiltà veneta nel Mondo” diretta dal professor Gianpaolo Romanato
dell’Università di Padova.
Ha introdotto i diversi argomenti il
professor Giovanni Luigi Fontana, direttore del Dipartimento di storia
dell’Università, presenti gli autori delle tre ricerche: sull’emigrazione
veneta in Romania, di Roberto Scagno, Paolo Tomasella e Corina Tucu, per
ribadire che gran parte di quell’emigrazione nei paesi dell’Europa centro –
orientale e in quelli danubiani – balcanici è tutta da approfondire; quindi
“Veneti in Sud Africa” di Lorenzo Carlesso e Alessandra Berto, uno studio che
parte da tempi lontani ma pure in buona parte da conoscere. Interessante,
storicamente parlando, l’appendice “Centomila prigionieri italiani in Sud
Africa. Il campo di Zonderwater” di Lorenzo Carlesso, che indaga sul maggior
campo di prigionia creato dagli anglo-americani per i prigionieri di guerra
italiani, dove i veneti erano ovviamente minoranza, ma che fu principio di una
nuova emigrazione (e anche di permanenza).
Tanta carne al fuoco, si potrebbe dire, su
tutte queste sezioni dell’emigrazione veneta curate in ambito universitario.
Per quanto riguarda il Sudafrica la ricerca è nata attraverso documenti
ritrovati in loco, ma pochi sapevano che al rientro alcune navi sono state
affondate. Le autorità italiane ne erano a conoscenza già alla fine del secondo
conflitto. Questi libri, dell’editore Longo, sono andati a ruba per le loro
novità. Testimonianze di notevole originalità li ha definiti il professor
Fontana. Uno stereotipo, tra gli altri, da sfatare: la Romania era considerata
“la sorella latina d’Oriente” (e la cosa può spiegare quello che avviene adesso
a parti quasi invertite): verso l’Est d’Europa non si dirigevano solo
poveri e diseredati, ma maestranze specializzate, architetti, artigiani e
impresari che lì hanno fatto fortuna (almeno fino alla seconda guerra
mondiale), o che volevano tentare la loro avventura. Un’emigrazione variegata
insomma quella nei paesi dell’Est.
È intervenuto anche l’Assessore regionale ai
Flussi migratori Oscar De Bona, che ci ha dichiarato a margine dell’incontro:
“La prossima ricerca riguarderà l’emigrazione veneta in Canada. Questi studi
hanno preso avvio dal grande archivio dell’onorevole Meo Zilico, che era molto
interessato all’argomento. Dobbiamo andare in paesi dove le comunità venete
sono numerose piuttosto che in quelle dove i veneti sono arrivati in ordine
sparso. Sarebbe interessante elaborare testi anche sull’Istria, la Dalmazia, la
Croazia e altri paesi dell’ex Jugoslavia. Ci sono paesi come Cutina, nella
provincia Poporacia, dove sono quasi tutti bellunesi. In genere in tutta la
Slavonia i veneti erano partiti già ai tempi di Francesco Giuseppe. Sono
partiti con i loro carri, mucche e animali al seguito. Se ci sono studenti con
tesi di laurea e ricercatori che lavorano su questi argomenti, lo facciano
presente alla Regione, perché potrebbe essere uno stimolo per facilitare uno
studio sistematico sull’emigrazione veneta. Nelle Università di Padova e
Venezia si è lavorato bene ed è cosa incoraggiante. Il professor Ulderico
Bernardi, per esempio, ha approfondito la presenza veneta negli Stati Uniti e
altrove. Insomma le università venete si sono date da fare in questo senso. C’è
stata un’emigrazione anche in luoghi di non facile accesso, e come nei casi
trattati oggi, più difficili da approfondire. Per il Sudafrica abbiamo aggiunto
la storia del campo di prigionia di Zonderwater, che presentava aspetti tutti
suoi e inediti”. (Veneti nel Mondo, numero di dicembre)
La “Fisorchestra Gioacchino Rossini” conquista la Svizzera a Romanshorn ed
a Basilea
Un fine settimana
da record l’11–13 dicembre per la Fisorchestra “Gioacchino Rossini” diretta dal
maestro Ernesto Bellus e figlia Katia e con la partecipazione del baritono Luca
Pivetta. In Svizzera si è esibita con tre concerti di Natale eseguiti
magistralmente a Romanshorn nella chiesa cattolica di St. Johannes der Täufer
ed a Basilea presso la “Kirche St. Clara” e quella di S.S. Pietro e Paolo,
organizzati dalle rispettive Famiglie Bellunesei di Frauenfeld e di Basilea in
collaborazione con le Missioni Cattoliche Italiane.
In entrambi i casi le chiese, molto grandi,
si sono riempite e l’entusiasmo è stato oltre ogni previsione, in particolare
per i tanti Bellunesi ed italiani che vivono in quelle zone, ma anche per gli
Svizzeri che hanno apprezzato questo gesto d’amore della nostra terra verso i
conterranei che risiedono lì.
Al concerto di Romanshorn la “Fisorchestra è
stata accolta anche dal Coro Alpino di Toggenburg, che con alcuni dei soci
componenti di origine Bellunese, si è esibito nei nostri tipici canti di
Natale, risvegliando emozioni e ricordi del passato.
Dopo un secolo di arrivi in Svizzera dei
nostri “bravi lavoratori”, ha affermato il direttore dell’Associazione
Bellunesi nel Mondo Patrizio De Martin, arriva oggi la cultura, la solidarietà
e l’affetto della terra d’origine che tanto deve a quanti per lavoro hanno
dovuto lasciare i propri paesi e gli affetti più cari. (Inform)
Berlusconi nach dem Anschlag. Nur ein kurzes Innehalten
Die Miniatur des Mailänder Doms als
Wurfgeschoss hätte Silvio Berlusconi töten können. Doch der Anschlag brachte
die italienischen Politiker nur kurz zur Besinnung. Dann wurden die
innenpolitischen Kriegshandlungen wiederaufgenommen. Als der 73 Jahre alte
Ministerpräsident am Donnerstag die Klinik verließ, ließ er eine Erklärung
verbreiten, in der es hieß, er werde von den vergangenen Tagen zweierlei in
Erinnerung behalten: „den Hass einiger weniger und die Liebe vieler, vieler
Italiener“.
Noch ist nicht völlig klar, ob der
geistig verwirrte Mann wirklich allein und aus Geltungsdrang gehandelt hat. Ein
Gefolgsmann Berlusconis will gesehen haben, dass dem Täter das Werkzeug des
Anschlags kurz zuvor zugesteckt worden sei. Manche glauben nun, die Tat sei
geplant gewesen. Andere sehen sogar ein Komplott des Opfers Berlusconi. Denn
wäre der sonst – von Leibwächtern in seinen Wagen gedrängt – wieder ausgestiegen,
an Wange und Lippe blutend, um sich den Leuten zu zeigen? Berlusconi, behaupten
seine Gegner, habe sich als Märtyrer gerieren wollen, um die „Liebe des Volkes“
zu gewinnen.
Der Politiker als Unternehmer - Es sind
weniger die – noch zu klärenden – Fakten, es ist die politische Stimmung, die
zu solchen Mutmaßungen führt: Hass und Misstrauen wuchern aus der Politik auf
die Straße. Der Täter gab zu, er habe aus Hass auf Berlusconi und seine Partei
„Volk der Freiheit“ gehandelt. Anscheinend konnte er es nicht ertragen, dass
Tausende Menschen auf dem Mailänder Domplatz dem Regierungschef zujubelten.
Aber auch viele Millionen Italiener finden es unerträglich, dass Berlusconi
immer wieder eine Mehrheit der Wähler hinter sich versammeln kann. Sie wollen
ihm keine Chance geben und verstoßen damit letztlich gegen den demokratischen
Konsens, Mehrheitsverhältnisse anzuerkennen.
Andererseits hat Berlusconi selbst dazu
beigetragen, diesen Konsens aufzuweichen. Dabei geht es nicht (nur) um seine
Frauengeschichten. Unbewiesen, zum Teil kürzlich widerlegt, sind Vorwürfe, er
habe am Anfang seiner politischen Karriere mit der Mafia zusammengearbeitet
oder tue das heute noch. Überdies ließen sich solche Vorwürfe auch gegen
Politiker der Opposition erheben. Schwerer wiegt die Klage, Berlusconi
beherrsche so viele Fernsehsender, seine privaten und zumindest einen
staatlichen, dass er damit die Bürger in einen apolitischen Dauerschlaf
versetzen könne und ihre Kritikfähigkeit einschläfere.
Gewiss schwächt Berlusconi den
demokratischen Konsens, wenn er „wie ein König“ — so ein Kritiker in der
eigenen Fraktion, Gianfranco Fini — das Parlament zu entmachten sucht und an
ihm vorbeiregiert; wenn er bemüht ist, die Justiz so zu „reformieren“, dass er
persönlich vor der Strafverfolgung in anhängigen Verfahren geschützt wird. Auch
als Politiker agiert Berlusconi eben wie ein Unternehmer. Er sieht in
Angehörigen der Exekutive, Legislative und Judikative nur seine Mitarbeiter.
Die Wähler sind für ihn Kunden, die er mit seinen Fernsehprogrammen im goldenen
Käfig des Konsums zufriedenstellt.
Wie wird Berlusconi reagieren? - Einen
kurzen Moment des Innehaltens gab es wenigstens nach dem Anschlag. Einige
Politiker erkennen, dass Gewalt allemal die Verfassung aushebelt. Erinnerungen
an die siebziger Jahre werden wach, als Anschläge, die viele Opfer kosteten,
offenbar auch von Mitgliedern der Regierung angezettelt wurden, um die „Linke“
zu desavouieren und sogar einen Staatsstreich vorzubereiten. So weit darf es
nie wieder kommen. Auch deshalb erhielt der Ministerpräsident im Krankenhaus
nicht nur Besuch von ihm gegenüber loyalen Politikern, sondern auch von
Oppositionsführer Pier Luigi Bersani. Berlusconi wiederum gab sich verwundert,
dass er so viel Hass hervorrufe. Er wolle doch „nur das Gute“. Selbst wenn
diese Gesten und Worte ehrlich gemeint waren — schon zwei Tage nach dem
Anschlag herrschte, eben, wieder Krieg.
Der Fraktionschef der Regierungspartei
„Volk der Freiheit“, ein politisches Leichtgewicht namens Fabrizio Cicchitto,
blies zum Auszug aus dem Plenum, als einer jener Oppositionspolitiker zu reden
begann, die den Anschlag zwar verurteilt, aber auch Berlusconi wegen seines
politischen Stils eine Mitschuld angelastet hatten. Außerdem sollen nun
kritische Journalisten als angeblich Schuldige für das Attentat auf den
Regierungschef bekämpft und das Internet wegen seiner Hass-Seiten gegen
Berlusconi stärker als bisher kontrolliert werden.
Aber nicht einmal die
Regierungsfraktion des „Volks der Freiheit“ hält in dieser Lage zusammen.
Cicchittos Leute, die vorgeben, in Berlusconis Namen zu handeln, gehen nicht
nur gegen die Opposition vor, sondern auch gegen den Mitgründer der eigenen
Partei, Parlamentspräsident Fini. Es wird vermutet, diese Gruppe wolle
Neuwahlen und Fini verdrängen. Oder hat Fini etwa schon längst ein Bündnis mit
dem Christlichen Demokraten Casini geschlossen? Doch letztlich richten sich
alle Augen auf Berlusconi. Wird er nach dem Anschlag nun mehr den Konsens
suchen und bemüht sein, die Verfassung zu respektieren? Jörg Bremer Faz 18
Schumacher wendet sich von Ferrari ab
Der Formel-1-Rekordsieger beendet nach
14 Jahren die Beziehung mit dem italienischen Team - am Telefon. Montezemolo
bestätigt Mercedes-Gerüchte. Von René Hofmann
Luca di Montezemolo ist schon lange bei
Ferrari. Inzwischen hat er Routine darin, schlechte Nachrichten geschickt zu
verpacken. Das erste Formel-1-Rennen, das er für Ferrari besuchte, war 1973 der
Große Preis von England. Die Autos, die die Firma nach Silverstone geschickt
hatte, waren schlecht. Richtig, richtig schlecht.
Schon am ersten Trainingstag fuhren sie
weit hinterher. Montezemolos Aufgabe war es, das Resultat dem Firmenpatriarchen
Enzo Ferrari zu übermitteln. Der damals 25-Jährige rief also den presidente an,
und der war maßlos enttäuscht. Ferrari verfügte: "Packt sofort ein und
kommt heim!"
Der stolze Italiener wollte nicht, dass
die britischen Gegner, die er abschätzig garagisti nannte, seine Autos in einer
so jämmerlichen Form sahen. Für Montezemolo aber wäre eine vorzeitige Abreise
beim Debüt eine kaum mehr gutzumachende Demütigung gewesen, und so redete er
und redete, bis er den Impresario umgestimmt hatte.
Ausgerechnet zu Mercedes! - In dieser
Woche muss Montezemolo, inzwischen selbst schon lange Ferrari-Präsident, erneut
eine schlechte Nachricht verkünden. Michael Schumacher, der erfolgreichste
Fahrer, den Ferrari und die Formel 1 hervorgebracht haben, der bekannteste und
lange teuerste Sohn der Familie, wendet sich nach 14 Jahren ab. Schlimmer noch.
Er läuft höchstwahrscheinlich zum direkten Rivalen Mercedes über.
"Er hat mir gesagt, dass es eine
sehr, sehr große Möglichkeit gibt, dass es so kommt", sagt Montezemolo.
Ausgerechnet zu Mercedes! Die Firma und ihre Autos strahlen Kühle aus,
Perfektion. Größer könnte der Kontrast kaum sein. Ferrari - das steht für alles
andere als Kühle und Perfektion, und hat Schumacher nicht immer gesagt, er
fühle sich gerade deshalb in Maranello so wohl?
Auf der Ferrari-Homepage wird er
bereits als Verräter beschimpft. In das Bild passt, dass beim neuen
Mercedes-Grand-Prix-Team Ross Brawn das Zepter schwingt - noch ein Überläufer.
Brawn wirkte bei Ferrari als Technik-Direktor und Chefstratege, als Schumacher
von 2000 bis 2004 zu seinen fünf Titeln in Rot raste. Die besten Pferde stellen
sich gegen den Stall, in dem sie groß wurden. Seit Dienstag weiß Montezemolo,
dass es so kommen wird. Da rief Schumacher ihn an. Nein, es ist wirklich keine
gute Nachricht, aber Montezemolo schafft es doch, sie nett zu verpacken. Er
schimpft nicht über Schumacher. Stattdessen erzählt er eine Geschichte.
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