WEBGIORNALE 4-6 dicembre
2009
Immigrazione, gli italiani pensano che gli stranieri siano tre volte di più
Il rapporto di
"Transatlantic Trend": sì al diritto di voto per quelli regolari,
ma i clandestini
fanno sempre paura
ROMA - Se con gli
irregolari l’Italia invoca il pugno di ferro perchè l’immigrazione clandestina
fa paura, il 53% degli italiani è invece favorevole ad estendere il diritto di
voto amministrativo agli immigrati muniti di regolare permesso di soggiorno.
Come proposto, in più di un’occasione, da Gianfranco Fini, già ai tempi
dell’entrata in vigore della Bossi-Fini.
A fotografare gli
orientamenti dell’opinione pubblica in Stati Uniti, Canada, Francia, Italia,
Germania, Olanda e Spagna è il secondo rapporto "Transatlantic trend:
Immigration" realizzato dal German Marshall Fund of the United States e
dalla Compagnia di S. Paolo e presentato oggi nella sede dell’Istituto Affari
Internazionali (Iai). Dal rapporto emerge che tra gli intervistati gli italiani
sono risultati i più convinti sostenitori (53%) della necessità di concedere il
diritto di voto agli immigrati regolari.
Il 49% degli
italiani ritiene che l’immigrazione rappresenti un problema più che
un’opportunità, mentre il 28% ritiene che nel nostro Paese ci siano «troppi
immigrati». In generale, come lo scorso anno, anche nel 2009 in tutti Paesi si
continua a ritenere che l’immigrazione rappresenti un problema e non un’opportunità:
emerge in tal senso una crescente tendenza in Europa e negli Stati Uniti a
ritenere l’immigrazione un problema. In base ai risultati di Transatlantic
Trends, il 50% degli europei ritiene oggi che l’immigrazione rappresenti un
problema più che un’opportunità, mentre lo scorso anno negli stessi cinque
Paesi analizzati (Olanda, Italia, Regno Unito, Germania e Francia) questa
opinione era condivisa in media dal 43% degli intervistati.
È in Olanda che si
registra lo scarto maggiore, con un balzo in avanti di 9 punti percentuali (dal
36% nel 2008 al 45% nel 2009) di quanti ritengono che l’immigrazione sia un
problema. In generale, nel 2009 i britannici e gli spagnoli si dimostrano i più
scettici nei confronti del’immigrazione, con percentuali rispettivamente del
66% e del 58% che la giudicano un problema, mentre i canadesi sono i più
ottimisti: il 68% ritiene infatti che l’immigrazione rappresenti un’opportunità
per il proprio Paese. Negli Stati Uniti il 54% degli intervistati ritiene che
l’immigrazione sia un problema, con un leggero aumento rispetto al 50%
registrato lo scorso anno, mentre gli italiani che la ritengono un problema
sono passati dal 45% dello scorso anno al 49% del 2009. Dallo stesso rapporto,
emerge poi che gli intervistati ritengono in generale che ci siano «troppi»
immigrati nel proprio Paese, con una tendenza ad esagerare il numero effettivo
di immigrati presenti sul suolo nazionale. In Canada, dove la percentuale di
cittadini nati all’estero è la più alta tra i Paesi esaminati (quasi il 20%),
l’opinione pubblica ritiene che si tratti del 37% della popolazione.
In Italia, dove
l’Istituto Nazionale di Statistica stima che gli immigrati rappresentino il
6,5% della popolazione totale, gli intervistati sono convinti che il 23% della
popolazione sia nata al di fuori dei confini nazionali, con un errore di 17
punti percentuali. Tra gli italiani che ritengono che ci siano «troppi»
immigrati nel proprio Paese, tale dato sale in media al 28%. In generale, gli
americani sono convinti che più di un terzo (35%) della popolazione
statunitense sia rappresentata da immigrati, quando in realtà la cifra si
avvicina di più al 14%, in base ai dati statistici forniti. Se la situazione
economica delle famiglie ha solo un lieve impatto sui timori legati all’immigrazione
regolare, è l’orientamento politico degli intervistati a riflettersi in maniera
più marcata sulla percezione dell’immigrazione. Questo suggerisce che le
questioni legate all’immigrazione siano molto politicizzate.
Agli intervistati
europei è stato chiesto se si ritenessero politicamente di destra o di
sinistra: in tutti e sei i Paesi esaminati (Italia, Spagna, Olanda, Germania,
Regno Unito e Francia), gli intervistati di destra si sono dimostrati più
propensi a vedere l’immigrazione come un problema rispetto a quelli di
sinistra. Ancora, in tutti i Paesi esaminati nel 2009 i dati disponibili
indicano che prevalgono nella popolazione gli immigrati regolari rispetto ai
clandestini. Tuttavia, quando Transatlantic Trends: Immigrazione ha chiesto agli
intervistati se ritenessero più numerosi gli immigrati regolari o i
clandestini, gli americani (51%), gli spagnoli (55%) e gli italiani (66%) hanno
dichiarato che la maggior parte degli immigrati nei rispettivi Paesi è
clandestina. In Germania (80%), Canada (76%), Olanda (71%), Francia (69%) e
Regno Unito (69%) prevale invece l’opinione secondo la quale gli immigrati sono
per lo più regolari. Il rapporto sottolinea inoltre come sia peggiorata la
percezione verso gli immigrati clandestini rispetto agli immigrati regolari: il
41% degli interpellatiritiene che aumentino il rischio di un attacco
terroristico e il 60% ritiene che aumentino il tasso di criminalità nella
società. LS 3
L'Italia ha paura dei clandestini immigrati, più problemi che risorse
Gli orientamenti
dell'opinione pubblica nel rapporto "Transatlantic Trend:
Immigration" curato anche dal German Marshall Fund of the United States e
dalla Compagnia di S. Paolo - E pensano che i cittadini stranieri siano quasi
quattro volte di più - di VLADIMIRO POLCHI
ROMA -
L'immigrazione clandestina fa paura. Otto italiani su dieci la guardano con
preoccupazione: la percentuale più alta in occidente. Con i regolari, invece,
le cose cambiano: il 53% degli italiani è favorevole a estendere il diritto di
voto amministrativo agli immigrati col permesso di soggiorno. A misurare gli
orientamenti dell'opinione pubblica italiana è il secondo rapporto
"Transatlantic Trends: Immigration" curato, tra gli altri, dal German
Marshall Fund of the United States e dalla Compagnia di San Paolo di Torino.
L'indagine
fotografa (nel settembre 2009) le opinioni dei cittadini di Stati Uniti, Canada
e di alcuni Paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Spagna,
Olanda) sulla questione immigrazione. Cosa ne emerge?
Rispetto al 2008,
per effetto della crisi economica, cresce in tutti i Paesi il numero delle
persone che considera l'immigrazione più un problema che un'opportunità: il 50%
in Europa (rispetto al 43% dello scorso anno), il 54% negli Stati Uniti (nel 2008
era il 50%). La percentuale sale tra chi si dichiara politicamente di destra.
Non solo. In tutti gli Stati monitorati, i cittadini sovrastimano il numero dei
migranti residenti (gli americani credono che siano il 35% della popolazione, i
canadesi addirittura il 37%, gli europei il 24%).
Per quanto
riguarda più specificatamente il nostro Paese, il rapporto mette in evidenza le
molte contraddizioni del caso-Italia. L'81% degli intervistati si dice più
preoccupato dell'immigrazione illegale, che di quella legale: è la più alta
percentuale tra i Paesi monitorati. Gli italiani pensano che i cittadini
stranieri in Italia siano il 23% della popolazione complessiva (invece sono
circa il 6%). Non solo. Il 49% considera l'immigrazione più un problema che una
risorsa (4 punti percentuali in più rispetto all'anno scorso) e il 77% addossa
agli irregolari la colpa dell'aumento della criminalità. E ancora: solo il 36%
chiede di mettere in regola tutti gli immigrati privi di permesso di soggiorno.
Ciò detto,
stupisce che ben il 53% degli italiani (uno dei dati più alti tra i Paesi
monitorati) è a favore del diritto di voto amministrativo agli immigrati
regolari e il 74% non crede che i lavoratori stranieri tolgano il lavoro agli
italiani.
Insomma se con gli
irregolari si invoca il pugno duro, con l'immigrazione legale gli italiani si
dimostrano tra i più tolleranti. Un altro dato aiuta allora a spiegare la paura
per lo "straniero": il 66% degli italiani pensa che nel nostro Paese
ci siano più immigrati irregolari, che regolari (mentre è esattamente vero
l'opposto).
Un ultimo dato
emerge dal rapporto internazionale: solo il 43% degli italiani ritiene che il
governo stia facendo un buon lavoro sul fronte dell'immigrazione. LR 3
UE. L’AICCRE sull’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. L’Europa degli
Europei
ROMA - “Nell’Unione europea si apre una
nuova, storica fase che va nella direzione di un’Europa sempre più unita,
garante dei diritti dei cittadini e sicuramente più autorevole sullo scenario
internazionale”. Così Vincenzo Menna ed Emilio Verrengia,
segretario generale e segretario generale aggiunto dell’AICCRE, Sezione
Italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa, hanno
salutato l’entrata in vigore il 1 dicembre 2009, del Trattato di Lisbona.
“Ci sono delle riforme introdotte dal
Trattato che indicano un’impennata del Sistema Europa: l’istituzione del
presidente stabile dell’Unione e del ministro degli Esteri con poteri
rafforzati, il Parlamento europeo acquisterà più poteri. La Carta dei diritti
fondamentali, ora, avrà lo stesso valore giuridico dei Trattati e sarà
integrata nel diritto primario europeo”.
Con questo Trattato, hanno continuato i
dirigenti dell’AICCRE “vengono riconosciute le lunghe battaglie politiche della
nostra Associazione che, per esempio, sin dagli anni Cinquanta dello scorso
secolo aveva chiesto l’elezione di un Parlamento europeo con poteri
effettivi. Inoltre, si aprono ulteriori opportunità per gli enti locali e
regionali i quali, essendo quelli più vicini ai cittadini, potranno, in un
quadro europeo di trasparenza, democrazia ed efficienza, svolgere sempre più il
loro ruolo politico di garanti della democrazia da un lato ed enti proiettati
su uno scenario internazionale dall’altro. Gli enti locali, infine, potranno
beneficiare della più chiare divisioni, introdotte dal Trattato,
delle competenze a livello europeo, nazionale e locale”. (Inform)
“Minareti, dalla Svizzera un campanello di allarme per tutta l'Europa”
Basilea - La
sonora bocciatura dei minareti da parte dell'elettorato svizzero provoca
dibattiti e reazioni che comprensibilmente travalicano la dimensione locale e
specifica del voto. In modo drammatico il voto di domenica scorsa costringe la
politica, in Svizzera e in Europa, a confrontarsi con la questione del rapporto
con il mondo islamico, con il tema di nuovo attuale della libertà religiosa, e
più in generale con tutti i nodi dell'integrazione dei migranti. Attribuire
questo risultato alla cultura isolazionistica dell'elettorato elvetico è a nostro
avviso riduttivo. Crediamo infatti che il voto svizzero sia la manifestazione
di paure e chiusure diffuse in molti paesi europei e debba pertanto suonare
come un campanello di allarme per tutti. Come sinistra europea siamo chiamati
ad attrezzarci per un duro confronto politico e culturale con le varie
componenti xenofobe ed oscurantiste della destra: un confronto che dopo il voto
svizzero ci pare sia solo all'inizio.
Avendo vissuto da cittadini italiani in
Svizzera la campagna referendaria, ci sembra utile fornire qualche ulteriore
riflessione, partendo anche da qualche elemento di testimonianza e di analisi
più locale del voto sui minareti.
Incredulità, sgomento, preoccupazione: dopo
la vittoria clamorosa e netta del sì al divieto di costruzione dei minareti,
erano questi i sentimenti che si leggevano nei volti degli esponenti politici
svizzeri appartenenti all'ampio schieramento di centrosinistra che aveva
sostenuto le ragioni della libertà religiosa e del dialogo con le comunità
islamiche. Tra le righe delle varie dichiarazioni emergeva comunque anche
qualche autocritica per una campagna portata avanti senza determinazione ed
impegno, forse nell'illusione che il risultato dell'iniziativa referendaria
fosse scontato a favore del no, come ottimisticamente indicavano i sondaggi
fino a qualche giorno prima del voto. Del resto bastava guardarsi intorno: per
settimane le città svizzere sono state tappezzate di migliaia di manifesti
truci e minacciosi della destra xenofoba, mentre risultava praticamente
inesistente la propaganda delle forze democratiche e progressiste. In realtà in
questa campagna referendaria, un po' come avvenne alcuni anni fa in occasione
di un referendum sulla naturalizzazione dei figli dei migranti, vi è stato a
nostro avviso un sostanziale disimpegno di molte forze politiche, derivato in
qualche misura dalla paura di compromettere il rapporto con fette consistenti
del proprio elettorato: un elettorato spesso silenzioso, ma che nella sua
pancia è diventato ormai sensibile alle campagne anti-Islam e anti- stranieri.
E allora la prima riflessione riguarda il coraggio, la determinazione e la
chiarezza nell'affrontare temi che di primo acchito sono chiaramente impopolari
ma che implicano principi imprescindibili su cui si gioca il futuro della
convivenza e della democrazia.
La destra svizzera ha avuto praticamente
campo libero nell'impostare la sua campagna anti Islam, che ha preso spunto
dalla questione dei minareti, ma ha poi abilmente mescolato nella sua propaganda
temi che parlano anche a sensibilità anche più democratiche: in particolare la
questione del burka e della condizione della donna, sulla concezione
patriarcale della famiglia. Non sorprende che alcune analisi del voto svizzero
del 29 novembre evidenzino un significativo consenso dell'elettorato femminile
(persino femminista) alle campagne anti-Islam. E non è un caso che sin dalle
prime dichiarazioni degli esponenti svizzeri della sinistra sia stata espressa
l'esigenza di definire, nel dibattito sui rapporti con le comunità islamiche,
una posizione chiara sulla parità delle donne, sul rispetto dei programmi
scolastici locali, sul rapporto tra principio di laicità e libertà di culto.
Questioni complesse, che esigono una risposta e che vanno aperte con spirito di
dialogo anche con le rappresentanze del mondo islamico presenti e organizzate
in Svizzera come nel resto dell'Europa.
La terza riflessione riguarda lo strumento
del referendum, che costituisce un fondamento della democrazia diretta su cui
si incardina il sistema politico svizzero. Emerge con tutta evidenza come sia
limitativo e anche pericoloso ridurre ad un SI o ad un No la risposta su
questioni complesse, che si prestano spesso ad un dibattito fortemente
emozionale. Emergono, a questo proposito alcune domande di fondo che riguardano
la specificità dell'assetto costituzionale svizzero, ma si possono estendere
anche ad altri paesi europei: è ammissibile come si chiedono ora anche alcuni
costituzionalisti svizzeri il ricorso ad uno strumento di democrazia diretta,
come l'iniziativa popolare, per introdurre una norma che viola un diritto
costituzionalmente garantito come la libertà di religione? Di fronte ad un tema
che ha rilevanza europea, in che termini si possono considerare decisioni di
singoli paesi o persino di livello regionale? E che democrazia è quella che
esclude dal voto grandi minoranze di immigrati (compresi in Svizzera migliaia
di giovani di religione musulmana di seconda e terza generazione)?
La quarta riflessione concerne la sinistra,
di cui noi come Movimento per la Sinistra italiana in Svizzera siamo parte.
Anche in rappresentanza di una vecchia immigrazione in questo paese, ci siamo
espressi contro l'iniziativa popolare, sottolineando l'universalità dei
principi di libertà religiosa, l'esigenza del dialogo con le altre culture. Per
la verità a parte le ACLI, le altre associazioni e partiti politici italiani
organizzati nella Confederazione elvetica non hanno detto nulla sulla
questione. Riteniamo che ora più che mai la sinistra debba essere attiva e
presente su questo terreno: a difesa di alcuni principi universali di libertà e
per una linea di dialogo interculturale. Ma sopratutto essa deve tornare a
svolgere il suo ruolo di rappresentanza del mondo del lavoro, dei bisogni sociali
dei soggetti più deboli e quindi degli immigrati. Perché non v'è dubbio che le
tensioni confessionali e culturali si acuiscono in presenza di conflitti
sociali. Non a caso nelle ultime settimane la destra svizzera ha immesso
massicciamente nella campagna referendaria anche il tema più generale
dell'immigrazione, evocando i rischi che i lavoratori svizzeri corrono nel
contesto di una crisi che anche qui minaccia migliaia di posti di lavoro e
alcuni fondamentali diritti sociali.
Su questi temi si è cominciato a discutere in
Svizzera. Già dalla sera del 29 novembre quando nei principali centri della
Confederazione alcuni significativi gruppi di cittadini hanno voluto
manifestare il loro disagio di fronte ad un risultato inquietante e la loro
determinazione a battersi contro l'intolleranza per la libertà religiosa e il
dialogo tra le culture. C'eravamo anche alcuni di noi. Ma crediamo che siamo
solo all'inizio di una complicata battaglia.
Cesidio Celidonio
e Claudio Marsilii, Movimento per la Sinistra Italiana in Svizzera
La relazione di Governo apre l’Assemblea plenaria del Cgie
Rete consolare,
riforma degli organismi di rappresentanza e finanziaria 2010 i temi toccati
dalla relazione del sottosegretario Mantica
ROMA – Razionalizzazione della rete consolare,
riforma degli organismi di rappresentanza (Comites e Cgie) e finanziaria 2010 i
temi affrontati nella relazione di governo all’apertura dell’assemblea plenaria
del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) in corso a Roma, alla
Farnesina, da mercoledì ad oggi 4 dicembre.
L’intervento di Alfredo Mantica,
sottosegretario agli Affari Esteri con delega agli Italiani nel mondo, assente
per impegni istituzionali - illustrato dal direttore generale per gli Italiani
all’estero e le Politiche migratorie Carla Zuppetti, - ha riassunto prima i
caratteri salienti della strategia alla base dei provvedimenti di
razionalizzazione della rete consolare italiana all’estero: “declassamento e
chiusura di alcune sedi; progressiva informatizzazione dei consolati;
introduzione di procedure relative al passaporto biometrico, esteso entro il 30
giungo a tutte la rete; valutazione della qualità dei servizi erogati e dei
loro costi”.
“Tutti capisaldi strettamente correlati –
afferma Mantica riconfermando “l’attenzione prioritaria alla valutazione del
rapporto costi/benefici nell’erogazione dei servizi consolari da effettuarsi in
riferimento alla singole sedi, pur mantenendo margini di flessibilità sulle
scelte definitive, specie per quanto concerne la presenza all’estero di
sportelli consolari”. Ricordata inoltre la piattaforma informatica SIFC
(Sistema integrato delle funzioni consolari), piattaforma del Mae per la
gestione delle attività consolari e per lo svolgimento delle pratiche a
distanza, uno strumento che “consentirà un aumento dell’efficienza, della
qualità e della velocità dei servizi all’utenza”. Si potrà dunque attraverso un
pc e con un collegamento ad internet avere informazioni di carattere generale,
prendere un appuntamento prima di recarsi fisicamente alla sede, accedere,
infine, tramite autenticazione, ai servizi consolari veri e propri grazie al
dialogo tra uffici all’estero e banche dati della pubblica amministrazione.
“Per agevolare gli utenti a familiarizzare con questi servizi – prosegue Mantica
– verranno utilizzati appositi totem, ovvero pc volti a garantire l’acceso ai
servizi a distanza anche a coloro che ne sono sprovvisti, installati
all’interno degli sportelli consolari, ove sarà offerta assistenza di personale
specializzato”. Non sono previsti tagli sul personale impiegato dal Mae – si
legge nella relazione - che verrà invece redistribuito tra le sedi,
salvaguardando il rapporto di lavoro.
Illustrata quindi la riforma di Comites e
Cgie, così come prevista da un primo testo di legge elaborato in sede di
Comitato ristretto istituito sul tema presso la Commissione Affari esteri del
Senato. “La proposta raccoglie la riforma dei due organismi, abrogando le leggi
attualmente vigenti in materia – spiega Mantica. – I Comites subiscono un
profondo mutamento, perché è previsto che siano applicate soglie numeriche
differenziate per la loro istituzione con riferimento sia alla popolazione
residente che alla specificità dei diversi continenti, fatta salva la
rappresentanza della comunità italiana laddove non si presenti particolarmente
numerosa”. Ai Comites così intesi viene anche garantita una rappresentanza
diretta all’interno del Cgie, mentre sono previste quote nelle liste elettorali
in favore di donne e under 35.
“Maggiori innovazioni” per il Cgie che assume
la denominazione “Consiglio degli Italiani all’Estero” e “subisce – si legge
nella relazione – profonde modifiche sia sotto il profilo della sua
composizione che sotto il profilo della struttura interna: ne faranno parte di
diritto i presidenti degli Intercomites (o, in mancanza di quest’ultimo, il
presidente del Comitato di riferimento) e i presidenti o gli assessori con
delega all’emigrazione delle Regioni e delle provincie autonome di Trento e
Bolzano, più un numero variabile di membri eletti, per una maggiore
rappresentatività delle collettività in cui i connazionali sono più numerosi”.
Prevista anche l’elezione di un presidente – non più quindi il ministro degli
Affari Esteri – coadiuvato da un Ufficio di presidenza, che sostituisce l’attuale
Comitato, mente le Commissioni continentali saranno riorganizzate in base alle
ripartizioni elettorali facenti capo all’attuale circoscrizione Estero.
“Se in Commissione Esteri vi sarà il consenso
necessario, seppur con qualche aggiustamento – annuncia il
sottosegretario a proposito del testo unificato (che si proponeva cioè, in
origine, l’unificazione di proposte di legge in materia già depositate) – sarà
attivata la procedura per l’approvazione del disegno di legge in sede
deliberante, vale a dire senza che si renda necessario il passaggio in aula”.
Per Mantica tale soluzione sarebbe dunque “auspicabile” per il risparmio di
tempo che consentirebbe, prevedendo un proseguimento dell’iter della proposta
di riforma alla ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa natalizia,
cosicché si potrebbe giungere all’elezione degli organismi di rappresentanza
entro il previsto termine del 31 dicembre 2010.
Nel frattempo è attesa venerdì 4 dicembre
l’audizione del Cgie al Comitato ristretto incaricato della riforma e “il testo
la scorsa settimana è stato già trasmesso ai parlamentari eletti all’estero con
preghiera di formulare osservazioni in merito”, fa sapere Mantica.
In risposta alle sollecitazioni circa il
ruolo dell’associazionismo “ricevute da più parti – prosegue la relazione – è
doveroso da parte mia precisare che il governo segue con attenzione l’iter del
testo ma che quest’ultimo è frutto di un Comitato appositamente costituito per
esaminare tutti i disegni di legge, tutti d’iniziativa parlamentare, giacenti
in materia, e attraverso il contributo di diverse audizioni svolte sul tema.
Non è quindi possibile ricondurre il suo contenuto ad una esplicita volontà del
governo”. Mantica ribadisce che non si intende “sminuire il ruolo
dell’associazionismo, al quale riconosciamo piena dignità e che speriamo
continui ad essere un importante attore della vita delle nostre comunità
all’estero”.
In ultimo, sulla finanziaria 2010 – che
prevede fondi per le politiche verso i connazionali nel mondo inferiori a quelli
stanziati l’anno scorso comprendendo anche le risorse acquisite in sede di
assestamento – Mantica sottolinea “lo sforzo dell’amministrazione per ottenere
una congrua integrazione dei fondi al fine di avere almeno la stessa
disponibilità finanziaria del 2009”. Tale integrazione viene auspicata
attraverso l’approvazione di emendamenti presentati alla Camera – tenendo conto
delle indicazioni provenienti dalla stessa Conferenza Stato-Regioni-Cgie
riunita lunedì 30 novembre. (Viviana Pansa – Inform)
Presentato il sito dei giovani italiani nel mondo: www.giovanitaliani.it
È passato quasi un
anno dalla "Prima Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo" (www.giovanitaliani.it). L'evento, fortemente voluto dal Ministero degli Affari
Esteri, ha visto la partecipazione di oltre 400 giovani di età compresa tra i
18 e i 35 anni, provenienti da ogni parte del globo. Nel corso della conferenza
si sono messi all'opera per trovare valide proposte volte ad aiutare la rete
degli italiani residenti all'estero: è stata così avanzata la richiesta, di
costituire un social network interamente realizzato pensando alle loro e alle
vostre necessità.
Per questa ragione oggi, Giovedì 3 dicembre 2009, durante la seconda giornata
dell'Assemblea Plenaria del CGIE, abbiamo presentato ai giovani e a tutti i
presenti, www.giovanitaliani.it che già da domani sarà online e a vostra disposizione.
Abbiamo pensato a tutti voi inviandovi questa comunicazione, perché riteniamo
che sia importante far crescere e conoscere il social network anche grazie alla
vostra preziosissima collaborazione.
In attesa di un vostro gradito riscontro, vi inviamo i nostri migliori saluti,
augurandovi buon lavoro. La redazione www.giovanitaliani.it
La relazione del Comitato di presidenza all’Assemblea Plenaria del Cgie
L’intervento di
Carozza contrario alla bozza di riforma di Comites e Cgie che “adotta una
visione unilaterale che si propone la riduzione dei Comites e il superamento
storico del Cgie. Esclude l’associazionismo e allontana la rappresentanza di
base dal territorio”
ROMA – Il Comitato di presidenza del Cgie non
ci sta alla proposta di riforma di Comites e Consiglio generale avanzata dal
Comitato ristretto in Commissione Esteri al Senato e ribatte punto per punto,
nella relazione letta mercoledì in Assemblea plenaria dal segretario generale
Elio Carozza, al progetto di trasformazione illustrato nella relazione di
governo.
“Questa bozza di legge è stata formulata – ha
detto Carozza – tenendo conto di un solo versante politico e concettuale, tra i
due presenti in Parlamento: quello che con approssimazione possiamo dire si
propone la riduzione del numero dei Comites e il superamento del ruolo storico
del Cgie”. Per Carozza si tratterebbe dunque di una bozza che non tiene conto
di un secondo punto di vista: il mantenimento della rete di rappresentanza di
base con le attuali caratteristiche, pur con una riorganizzazione del Cgie,
salvaguardato nelle sue caratteristiche di organismo di rappresentanza
generale. Una proposta “agli antipodi delle linee di autoriforma che questa
assemblea plenaria ha approvato in una sessione del suo recente passato e
ribadito a più riprese” e che “stando ad alcune dichiarazioni fatte dallo
stesso sottosegretario Mantica avrebbe il consenso del governo – prosegue
Carozza - o almeno la personale condivisione del titolare della delega per gli
italiani nel mondo”.
In
primis, sottolinea il segretario generale entrando nel merito dell’impianto
complessivo della riforma, “la scelta di riorganizzare l’intera rappresentanza
con un solo provvedimento è una scelta che abbiamo contestato e continueremo a
contestare perché porta a sconvolgere il numero dei Comites per renderlo
funzionale a un determinato modello di Cgie e perché sacrifica completamente
l’autonomia del Consiglio, segnandone il definitivo superamento”.
Stando alla proposta di riorganizzazione, si
prevede un numero molto più alto di cittadini residenti all’estero necessari
alla costituzione di ciascun Comites: 20.000 per l’Europa, 15.000 per le
Americhe, 10.000 per l’Australia e 5.000 per l’Africa. Pur non conoscendo con
precisione il numero di Comites che così risulterebbero, rispetto a quello
attuale, “la conseguenza più immediata – fa notare Carozza – è quella di
allontanare la rappresentanza di base dal territorio e dal corpus pulsante di
ogni singola comunità”. Un obiettivo che a parole invece si sostiene di voler
perseguire e che il sottosegretario Mantica cita come valido e prioritario
nella sua stessa relazione.
“Il secondo punto qualificante, per così
dire, la bozza è l’eliminazione del mondo associativo nel circuito di
formazione del Comites – prosegue Carozza – e nell’elezione dei membri del
Cgie, nel quale invece ad oggi le associazioni integrano l’assemblea elettorale
per un terzo in Europa e fino al 45% nelle altre realtà”. “Un taglio drastico
alla rappresentanza sociale – chiosa il segretario generale – che viene
sostituita con una rappresentanza di matrice puramente elettorale, anzi
elettoralistica, realizzata intorno ad una legge di natura maggioritaria, che
prevede liste costruite intorno alla figura del candidato presidente del
Comites, che è anche candidato in pectore alla presidenza dell’Intercomites e
componente del Cgie”. Come se non bastasse “il maggioritario non prevede alcuna
soglia di consenso – afferma Carozza – sicché, nel caso di molte liste, quella
che raggiunge un livello anche ridotto può vedersi riconosciuta automaticamente
la maggioranza dei seggi”. “Nelle nostre collettività insomma la vita civile e
politica si organizzerà interamente intorno alla figure dei candidati
presidenti e dei candidati al Parlamento – fa notare il segretario generale. –
In veste moderna, tornano i prominenti. La riduzione del radicamento sociale
continua con l’assottigliamento della presenza delle persone di origine. Nei
Comites entrano solo le figure che danno lustro alla comunità, mentre nel Cgie
scompaiono del tutto”.
La bozza formulata comporterebbe dunque “un
superamento del Cgie così come oggi lo conosciamo, che cambia natura così come
cambia nome: la cancellazione dell’attribuzione generale non è lessicale –
rileva Carozza – ma di sostanza istituzionale; esso cessa di essere un
organismo di rappresentanza istituzionale per divenire semplicemente un luogo
di raccordo tra diverse istanze”. Nello stesso Cgie si esclude la presenza
associativa: “con l’eliminazione della quota di consiglieri di nomina
governativa – segnala la relazione del Comitato di presidenza – viene
cancellata anche la presenza delle associazioni, dei sindacati, dei patronati
etc., sostituita da una presenza di diritto dei rappresentanti delle Regioni”.
Tutte queste componenti presenti di diritto nel riformato Consiglio degli
Italiani all’estero ne svuoterebbero l’istanza rappresentativa – si avverte –
mentre per quanto riguarda la funzioni “il nuovo sistema è attraversato da un
trasversale attivismo redazionale”. Le relazioni svolte da Comites e
Intercomites verrebbero riprese dalle due redatte dal Cie: “una programmatica e
un’altra a consuntivo, da mettere nelle mani degli eletti nella circoscrizione
Estero”. “Non so se gli eletti all’estero siano consapevoli della trappola mortale
che si stanno preparando con le loro mani – avverte Carozza: - il rischio è che
essi, riservandosi i contatti finali con tutte le istituzioni dello Stato,
ammesso che ciò sia concretamente possibile, diventino non i difensori della
collettività, ma le controparti di essa”.
Per Carozza non ha senso prevedere una
componente di rappresentanti di Regioni, così come indicata nella bozza, nel
nuovo Cie, specie alla luce della riforma – ancora tutta da definire – delle
istituzioni statali, in particolare alla luce della annunciata costituzione di
un Senato federale. La proposta di riforma avanzata sarebbe in definitiva “un
grande pasticcio. Si sta distruggendo una cosa collaudata, che potrebbe
funzionare meglio con opportuni interventi di riorganizzazione, per imbarcarsi
in un’avventura confusa e con prospettive nebulose”.
Non si tiene conto poi del coordinamento con
le Regioni proposto dall’ultima Conferenza Stato-Regioni-Cgie: “abbiamo appena
approvato all’unanimità in questo contesto un documento nel quale abbiamo
deciso di rispondere all’esigenza di coordinamento collegandoci più
strettamente con la Conferenza e aprendo specifici tavoli di concertazione –
rileva Carozza, ricordando che alcuni parlamentari si apprestano già a dare una
più organica soluzione normativa a questa esigenza.
“Che senso ha togliere al Cgie il suo ruolo
di rappresentanza generale – si chiede il Comitato di presidenza – e la sua
autonomia per realizzare un’attività di coordinamento, che è qualcosa di meno,
quando questo coordinamento si può realizzare in una rinnovata Conferenza
Stato-Regioni-Cgie, incardinata presso la Conferenza Stato-Regioni e rafforzata
nelle sue prerogative?”
Toni duri anche rispetto alla
riorganizzazione della rete consolare e ai tagli alle risorse destinate agli
italiani all’estero dalla finanziaria 2010. “Mai nessuno ha veramente
quantificato questi famosi risparmi” che invece giustificherebbero la chiusura
delle diverse sedi consolari all’estero, afferma Carozza, che sottolinea
l’esistenza di soluzioni alternative alle chiusure “se solo ci fosse la
volontà” di metterle in pratica. “Sono convinto che con uno sforzo comune che
comprenda la capacità di ascolto, il coinvolgimento del Cgie, dei Comites e
degli stessi parlamentari eletti all’estero, sia possibile trovare soluzioni
alternative che possano coniugare le esigenze di bilancio con gli interessi dei
cittadini residenti all’estero – afferma il segretario generale -. Sforzo che
non è stato fatto se “l’esperienza degli ultimi mesi mi dice che manca da parte
del governo ogni volontà di discutere e trovare soluzioni condivise – avverte
Carozza.
“Ci era stato promesso che il governo
avrebbe, per gli anni futuri, cercato di mantenere gli standard di spesa, sia
pur ridimensionati dagli ultimi documenti finanziari dello Stato; invece nel
bilancio di previsione per il 2010 – afferma il segretario generale – mancano
altri 30 milioni di euro in dotazione alla direzione generale per gli Italiani
all’estero e le Politiche migratorie”. L’impegno del Cgie in queste settimane
sarà dunque di “informare le collettività all’estero nel modo più capillare
possibile che queste solo le scelte del governo nei loro confronti”. Necessità
immediata viene ribadita anche per la difesa dei fondi per l’assistenza
diretta, “che già quest’anno avevano subito un colpo durissimo. Anche in questo
caso – segnala la relazione del Cdp – alla prova dei fatti mancano 6 milioni di
euro. Quale la ragione di questa decurtazione?”
Unica nota di speranza, secondo il segretario
generale, sembra essere lo sguardo rivolto alle giovani generazioni,
chiamate a partecipare a questa plenaria e che domani offriranno un quadro di
ciò che è avvenuto dopo la Prima conferenza che li ha riuniti a Roma, un anno
fa. Tuttavia la scelta che investe le politiche per i connazionali all’estero
riguarda anche il rapporto che l’Italia ha intenzione di costruire e mantenere
con i giovani di origine italiana, i quali “chiedono principalmente a Comites e
consolati, quei Comites e consolati che con troppa facilità si vogliono invece
smantellare – segnala Carozza – di essere punto di contatto e riferimento per
loro, in un processo di comunicazione e coinvolgimento”. Coinvolgimento che
passa necessariamente attraverso l’investimento su lingua e cultura italiana,
ma anche attraverso gli organismi di rappresentanza di cui oggi si discute la
riforma. (Viviana Pansa – Inform)
A Francoforte dibattito sull'Integrationsentwurf della città. Sabato 5
dicembre "Open Space"
Francoforte. E’ in
corso a Francoforte il dibattito sull'Integrationsentwurf della città. A questo
dibattito è possibile la partecipazione diretta di tutti i cittadini sia
tramite il forum online, sia attraverso manifestazioni varie, tra cui quella di
sabato 5 dicembre "Open Space". “E' importante che anche noi italiane/i
partecipiamo al dibattito e soprattutto portiamo proposte concrete su che cosa
vorremmo per migliorare la situazione della nostra comunità - scrive Maurella
Carbone in una sua circolare via email -. Dato che l'Integrations-und
Diversitätskonzept è un concetto aperto ed è ancora in fase progettuale, è
possibile contribuire anche per Internet al suo sviluppo. Il concetto è
scaricabile dal sito: www.vielfalt-bewegt-frankfurt.de. Vi prego di diffondere
tale informazione“, conclude. Per maggiori e più dettagliate informazioni, si
può consultare l’articolo sullo stesso argomento nella sezione in tedesco.
(de.it.press)
Detenuti italiani nel Saarland lottano per il mantenimento del Consolato
I detenuti
italiani nel Saarland hanno spedito una lettera adirata al loro governo a Roma.
Il contenuto riguarda la protesta contro i piani di chiusura del Consolato a
Saarbrücken.
Saarbrücken. I
detenuti italiani del carcere di Saarbrücken
aspettano per il 10 dicembre per l’ultima volta la visita annuale della loro console Susanna Schlein poiché il
Consolato è destinato alla chiusura. In una lettera al sottosegretario Alfredo
Mantica 20 detenuti si dichiarano contrariati dalle intenzioni del governo Berlusconi,
secondo le quali un Terminal sarebbe sufficiente per il rilascio di passaporti.
In effetti, così scrivono detenuti, il
consolato sarebbe attivo nella
mediazione dei colloquio con i parenti, avrebbe creato all’interno del carcere
una piccola biblioteca, avrebbe fatto in modo che siano proiettati film
italiani ed avrebbe organizzato corsi per il conseguimento del diploma italiano di terza media. Nella loro
lettera i detenuti deridono il terminal definendolo un “palo del totem”,
chiedendosi a chi si dovranno rivolgere in futuro per ottenere conforto umano
ed assistenza davanti alle autorità tedesche e davanti ai tribunali. “Dovremmo
rivolgerci al suo Totem?” chiedono i detenuti nella loro lettera al
sottosegretario. L’esperto sociale del consolato Pasquale Marino si occupa da
ormai 26 anni dei detenuti. Un prolungato periodo di carcerazione nasconde,
secondo il suo parere, “il pericolo dell’isolamento culturale” proprio, quando
le conoscenze linguistiche sono scarse. Per questo è importante il Consolato.
Per il 10 dicembre è annunciato presso il carcere di Saarbrücken un concerto
con il gruppo folcloristico Trinacria. Sará il Console Schlein a distribuire
personalmente i doni di Natale con il parmigiano, la caciotta, i cantuccini ed
il panettone, il tradizionale dolce natalizio. (traduzione dal Saarbrücker
Zeitung del 2 dicembre, de.it.press)
Monaco di Baviera. Oggi la presentazione di “Le Marche Film Commission”
L’ICE (Istituto
Italiano per il Commercio Estero), oggi venerdì 4 dicembre presenterà con “Le
Marche Film Commission” la regione dell’Italia centrale, come luogo di ripresa
per produzioni cinematografiche a livello internazionale. Le Marche offrono
splendidi paesaggi ed anche una varietà di location.
Al workshop, presso
il Münchner Künstlerhaus, dove tra l’altro, è prevista la partecipazione di
numerosi produttori tedeschi importanti, Anna Olivucci, responsabile di
attività promozionali della Marche Film Commission relazionerà sulla Film
Commission, e sui suoi diversi servizi e sostegni in loco per le troupes
cinematografiche.
Grazie al nuovo
modello di tax credit e tax shelter si moltiplicano le possibilità di
cooperazione tra case produzione italiane e case produzione straniere sui set
cinematografici del nostro Paese.
La produttrice
Caroline Locardi riferirà infine sui lavori di ripresa, riguardante il film “Il
compleanno“ di Marco Filiberti, che per la prima volta, in assoluto, è stato
proiettato quest’anno alla Biennale di Venezia
“Un anno intenso e
proficuo nel quale la visibilità delle Marche e dei prodotti audiovisivi che vi
hanno trovato ambientazione è stata garantita dal lavoro di Marche Film
Commission e ICE sui principali mercati cinematografici europei”. Questa la
valutazione, a fine anno, dell'assessore alla cultura e al turismo Vittoriano
Solazzi, soddisfatto dei risultati raggiunti e propositivo per il futuro.
Mentre è in progettazione il nuovo film - una commedia brillante prodotta
da Rita Rusic che si inizierà a girare in primavera anche con l'assistenza di
MFC - ieri e oggi Marche Film Commission è a Monaco, per un Workshop con
produttori e distributori. Dopo Lisbona e Siviglia, MFC presenta, dunque, al
mercato tedesco - all'avanguardia tecnologica e molto promettente - la sua
attività per la promozione del territorio attraverso l'audiovisivo.
E’ stato anche
proiettato ieri sera 3 dicembre al
Cinema Münchener Forumkino al Museumsinsel, in anteprima per la Germania, il
film “Il compleanno” di Marco Filiberti, girato in parte a Jesi e realizzato
dalla Zen Zero Film con il sostegno di MFC. Un'iniziativa innovativa della
quale MFC si fa promotore per la prima volta della distribuzione di un prodotto
realizzato con il proprio contributo e per di piu` in un mercato estero,
amplificando e sostenendo le possibilita` di circuitazione dell' immagine
filmica della regione. Ancora una volta, una forma di partecipazione “audace e
consapevole” - com'e` stato originalmente definito il filmato promozionale
Marche: Imagine your film - della Regione Marche e della capacità di
essere presente sul mercato cinematografico. Ulteriori informazioni si possono
trovare al sito www.marchefilmcommission.info. (de.it.press)
A Francoforte incontro con il regista-attore Michele Placido lunedì 7
dicembre
Francoforte - L´Istituto
Italiano di Cultura è lieto di annunciare, nell´ambito del Convegno “L´auto
raccontata attraverso il cinema”, l´incontro con Michele Placido che parlerà
del cinema italiano contemporaneo e sarà lieto di rispondere alle domande del
pubblico. Durante la serata sarà proiettato un film documentario che
ricostruirà i momenti salienti della pluriennale carriera del celebre attore e
regista italiano.
L´evento, promosso
da FIAT Germania, con il Patrocinio della Provincia di Salerno, organizzato
dall’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con l’Università di
Salerno, Filmidea e MediaWork, si svolgerà presso il Museo di Arti Applicate
(Schaumainkai 17 il prossimo 7 dicembre alle ore 19.45.
Michele Placido
(Ascoli Satriano,1946) entra nel cinema nel 1974 interpretando accanto a Ugo
Tognazzi e Ornella Muti Romanzo popolare di Mario Monicelli, e accanto a Laura
Antonelli Mio Dio, come sono caduta in basso! di Luigi Comencini; due anni dopo
sarà protagonista di Marcia trionfale di Marco Bellocchio. Nel 1983 interpreta
il commissario di Polizia Corrado Cattani nel telefilm La Piovra di Damiano
Damiani. Questo personaggio, che ricopre fino al quarto capitolo,
lo rende famoso in
tutto il mondo.
Tra le sue ultime
prove d'attore, L'odore del sangue (2004) di Mario Martone, Le rose del deserto
di Mario Monicelli, Il caimano di Nanni Moretti (2006), il discusso Il sangue
dei vinti di Soavi (2008), Baarìa di Tornatore e Oggi sposi di Luca Lucini (2009).
Nel 1990 presenta
al Festival di Cannes la sua prima opera come regista, Pummarò, sul problema
degli extra-comunitari. Seguono tra gli altri Romanzo criminale (2005), storia
della banda della Magliana tratta dall'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo,
grande successo in Italia e ottimamente accolto anche alla Berlinale 2006, e Il
grande sogno (2009), film sul '68 presentato in concorso alla Mostra del Cinema
di Venezia, pochi giorni dopo essere stato premiato al Maratea Film Festival.
La manifestazione,
introduzione dalla Dr. Paola Cioni
e moderata Dr. Rodolfo Dolce, si
concluderà con ricevimento. Ingresso: regolare € 5-, gratuito per i possessori
di Carta Amicizia. Prenotazione: per Email iicfrancoforte@esteri.it, per
telefono 069 75 306 605 (IIC, de.it.press)
Gli eventi di Monaco di Baviera e dintorni nel mese di dicembre
Monaco di Baviera
- Di seguito riportiamo le iniziative segnalate ai connazionali nelle prossime
settimane dalle Pagine Italo-tedesche di Claudio Cumani, a Monaco di Baviera e
dintorni.
Dedicata al Muro di Berlino la mostra presso
la Wehrgang-Galerie della Internationale Jugendbibliothek (Schloss Blutenburg).
L’orario di visita è dalle ore 10 alle ore 16, dal lunedì al venerdì, e dalle
ore 14 alle ore 17 il sabato e la domenica (ingresso libero). L’allestimento,
in programma sino al 21 febbraio 2010, è organizzato dal Goethe-Institut Italia
e dalle case editrici “Orecchio acerbo” (Roma) e “Jacoby &
Stuart”(Berlino).
Prosegue la
rassegna “Sguardi sul giovane cinema italiano” presso l’Istituto Italiano di
Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8), con i seguenti appuntamenti: il film di Ferzan
Ozpetek “Un giorno perfetto” martedì 8 dicembre – sempre alle ore 19, - e
“Pranzo di ferragosto” di Gianni Di Gregorio martedì 15 dicembre.
Nella sede
dell’Inca- Cgil di Monaco (Häberlstr. 20) venerdì 4 dicembre, alle ore 19, in
programma una serata di fine anno 2009 organizzata dall’associazione Rinascita.
Sabato 5 dicembre alle ore 17 presso la
Biblioteca di Gasteig (Rosenheimerstr. 5) verranno presentati i documentari “In
un altro Paese” di Marco Turco, “Un Paese diverso” di Silvio Soldini e “Libera
terra” di Armando Ceste, in un’iniziativa organizzata da “Un’altra Italia” e il
“Circolo Cento Fiori” di Monaco.
Domenica segnalato il consueto appuntamento
per genitori e bambini presso il Familienzentrum Laim (Valpichlerstr. 36) con
un gruppo di gioco per famiglie multinazionali dalle ore 10.30 alle ore 12.30 –
con bambini sino ai 6 anni di età. Per informazioni e adesioni rivolgersi a
Sara Benedetti Baumans (sara_benedetti@web.de), Claudia Cella
(cella10@web.de) o Lucianna Filidoro (lucianna.filidoro@gmx.de). Nel pomeriggio
dalle ore 18 presso la sede dell’Spd di Monaco sud (Daiserstr.27) seguirà una
bicchierata di fine anno organizzata dal circolo locale del Pd.
Anche a Stanberg proseguono gli incontri
all’insegna dei cinema italiano, introdotto e commentato da Ambra Sorrentino,
mercoledì 9 dicembre alle ore 19.30 presso il cinema Breitwand
(Wittelsbacherstr.10) con “Profumo di donna” di Dino Risi.
A Monaco presso l’auditorium Ernst-Von-
Siemens della Pinakothek der Moderne (Barerstr. 40) giovedì 10 dicembre alle
ore 18.30 in programma una conferenza in inglese del grafico Armando Milani
(www.milanidesign.it), mentre l’11 dicembre presso l’IIC è atteso il politologo
Uwe G. Fabritzek con una conferenza sulla Repubblica di Venezia.
Ancora un incontro dedicato alla lotta alla
mafia sabato 12 dicembre – ore 17 - presso l’Anton Fingerle Bildungszentrum
(Schlierseestr. 47) con Rita Borsellino ed alcuni rappresentati di Addiopizzo,
Liberaterra etc. in italiano e tedesco, con video, musica, degustazione e
vendita di prodotti ricavati dalle proprietà confiscate alla criminalità
organizzata.
Una serie di appuntamenti sono previsti per
domenica 13 dicembre: presso il Bewohnertreff II (Elisabeth-Kohn-Str. 15) dalle
ore 10.30 “Il laboratorio dell’italiano” – per i bambini sino ai 5 anni e mezzo
fino alle 11.15 e fino ai 10 anni dalle 11.15 alle 12.30 (per informazioni
rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott: maviott@arcor.de); a Bamberg alle ore 16
presso il Neues Palais (Luitpoldstr. 40a) l’associazione Mosaico italiano
organizza una festa di Natale per i soci e le rispettive famiglie. Da domenica
sino a mercoledì 16 dicembre in programma, inoltre, presso il cinema Odeon
(Luitpoldstr. 25, Bamberg) il film “La terra” di Sergio Rubini, alle ore 18.30.
Segnalata il 19 dicembre a Monaco presso il
Cafe Kostbar (Barerstr. 87) alle ore 20 l’inaugurazione dell’esposizione
pittorica di Luciano Florio con opere surreali, accompagnato dalla
presentazione del libro “Notturno” e musica. La mostra sarà aperta sino al 15
gennaio. Per informazioni: lunatic-flower@gmx.de.
Domenica 20 dicembre alle ore 18 presso il
castello di Nymphenburg seguirà un concerto di Natale napoletano dell’ensemble
Tarallucce con Fiorentina Talamo (voce), Manuela Frescura (mandolino), Andrea
Huber (flauto), Laure Perrenoud (chitarra) e Christine Guggenbühl
(violoncello). (Inform)
Saarbrücken. "Diritti umani per tutti" nell’intervento di Rino Giuliani
presidente della Cne
Sintesi della
relazione "Diritti umani per tutti" di Rino Giuliani presidente della
CNE al Convegno del Santi a Saarbrucken il 19 novembre
Saarbrücken - Gli
uomini nascono e vivono liberi e uguali nei diritti. È il primo articolo della
dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino approvata
dalla Assemblea Nazionale Francese il 26 agosto 1789, subito dopo che erano
stati aboliti tutti i diritti feudali ed i privilegi assegnati al clero e
alla nobiltà. Tocqueville definì la Carta il frutto del giovanile entusiasmo,
della fierezza, delle passioni generose e sincere. Tra Ottocento e Novecento
l'uomo conoscerà altre distruttive negazioni della sua libertà . Scrive lo
studioso italiano Norberto Bobbio "…i princìpi del 1789 restano una
fondamentale linea di confine nella storia degli uomini, un punto di
riferimento obbligato per gli amici e i nemici della libertà". Questi
princìpi verranno richiamati ogni qualvolta i diritti dell'uomo, la sua
legittima aspirazione alla libertà e all' eguaglianza verranno rimessi in
discussione. E quei princìpi tornano alla mente non solo quando si vogliono
proteggere i diritti , ma quando li si vuole estendere, allargare, come si è
voluto fare a Nizza, nel dicembre del 2007 , mettendo mano alla Carta dei
diritti fondamentali dell'Unione Europea.
Dichiarare che gli
uomini nascono e vivono uguali nei diritti significa riconoscere che le
disuguaglianze e le assenze di libertà vengono formalmente abolite. I diritti
dell'uomo son diritti che non si possono eludere, perché appartengono all'uomo
in quanto nasce uomo. Quelli del cittadino invece variano secondo le
Costituzioni. Questo ancoraggio dei diritti alla natura umana, è un modo per
garantire l'inviolabilità dei diritti, anche se i diritti vengono prodotti e
resi efficaci dagli uomini attraverso la storia piuttosto che con la loro
attribuzione ad una mitica natura umana. E' pur vero anche che sottoporre
i diritti dell'uomo e del cittadino alle vicende storiche significa conferire loro
la caratteristica di fragilità, atteso che la natura umana è qualcosa di
plastico, di mobile per cui ciò nonostante noi abbiamo la responsabilità
di continuamente affermarli.
La Rivoluzione
Francese mette sullo stesso piano la libertà e l' eguaglianza ma tra
libertà e eguaglianza esiste un conflitto. Questo è il lascito della
Rivoluzione Francese. La soluzione sarebbe di contemperare un'esigenza di
libertà, quindi di espressione di sé stessi e un mantenimento dell' eguaglianza
che non sopprima la libertà. E purtuttavia dopo il loro riconoscimento, i
diritti umani talvolta vengono negati. Questo accade proprio perché i
diritti umani sono qualche cosa che deve essere non soltanto proclamato,
messo sulla carta delle Costituzioni, ma anche realizzato. Ce lo conferma
la nostra storia. Il secolo scorso abbiamo avuto nella nostra Europa i regimi
totalitari che hanno prodotto il rovesciamento proprio diametrale di quei
princìpi che hanno origine nella Rivoluzione Francese del 1789 e del 1848. Cioè
la libertà diventa oppressione, gerarchia;
L'uguaglianza
è spesso soltanto di facciata quando in realtà si producono disuguaglianze.
Come non ricordare G. Orwell che, durante la seconda guerra mondiale, nel 1945,
pubblica il suo libro più noto La fattoria degli animali, una satira contro il
comunismo dove gli animali di una fattoria si liberano dall'oppressione
dell'uomo instaurano un governo democratico che si trasforma in una ferrea
dittatura ad opera di un maiale che comanda perché è più uguale degli altri. Infine,
la fraternità è sostituita dall'odio, dall'odio di classe, dall'odio di razza.
Tutto ciò per far sì che gli uomini obbediscano e basta. Perché gli uomini
rinunciano alla loro libertà all'uguaglianza con gli altri. Forse perché
hanno paura? O forse per convenienza? Ebbene, tutto questo ci porta a
riflettere sulla fragilità della libertà e dell'uguaglianza. Proprio perché gli
uomini non nascono liberi, ma lo diventano grazie a determinate condizioni
storiche, devono necessariamente difendere e mantenere quelle condizioni nel
corso della propria esistenza. Noi lo sappiamo che il momento storico più buio
nel Ventesimo secolo è quello che ha visto nascere i campi di
concentramento nazionalsocialisti che hanno rappresentato la negazione più
assoluta di quelli che sono i diritti dell'uomo umani. Qui l'individuo è
completamente annullato, non solo nella sua libertà, ma anche nella sua
dignità. Ed ecco che ritorna il problema di fondo : come coniugare insieme
eguaglianza e libertà sapendo che ci vuole una uguaglianza che conservi le
differenze e una libertà che non perda di vista il problema dell'uguaglianza e
che quindi occorre introdurre garanzie per fare in modo che la società e
lo stato non schiaccino l'individuo. Ecco, nei momenti più bui nel Novecento
c'è stato questo annullamento dell'individuo in favore di un partito politico,
quello nazionalsocialista, che in nome della razza ha schiacciato completamente
gli uomini, fino ad annientarli, a farli uscire come fumo dal camino. Nel
Novecento poi sono stati affermati, anche attraverso le lotte del movimento
operaio, i diritti sociali. Li ritroviamo nella nostra Costituzione. Si tratta
di diritti per la cui esigibilità è lo stato che deve farsi parte attiva così
come non deve farsi parte attiva quando si sia in presenza dei diritti di
libertà. Oggi questi diritti si adattano alle nuove situazioni storiche, per
cui c'è il diritto all'integrità della persona, il diritto alla protezione
dell'ambiente, alla salute degli uomini. E c'è soprattutto il diritto di rapportarsi
alla cittadinanza, che prevede ad es. il diritto alla salute (art.32 della
nostra costituzione), o anche un salario di cittadinanza atto a garantire la
sopravvivenza agli individui per il solo fatto che sono cittadini. E'
proprio la tensione tra i diritti dell'uomo e i diritti del cittadino uno dei
problemi della continua variazione nel tempo dei diritti stessi, poiché la
condizione di milioni di senza patria che, per sfuggire alle guerre civili,
alla fame e alla morte, si muovono ogni anno nel mondo, impone l'urgenza di
tutelare questi uomini in quanto esseri umani prima ancora che cittadini. In
questa era della globalizzazione sarebbe auspicabile anche una globalizzazione
dei diritti. A mio avviso si deve creare un diritto internazionale che sia una
sorta di semplificazione dei diritti nazionali. Obbiettivo questo non facile da
raggiungere, almeno in tempi brevi. Bisogna arrivare gradualmente a un tipo di
cultura in cui vengano rispettate le differenze dei vari popoli. Esistono al
mondo innumerevoli culture e soltanto la conoscenza di esse può portare col
tempo all'affermazione di un diritto che sia un diritto su base planetaria, un
diritto internazionale, che salvaguardi questa base comune di umanità, ma che
nello stesso tempo tenga presenti le differenze. Altrimenti si assisterebbe ad
un'estensione di certe forme di diritto occidentale agli altri Paesi, dunque
una forma di imposizione. E le imposizioni non funzionano. Come è noto, come
l'esperienza ci insegna non è possibile esportare i diritti e le libertà.
Quello che sappiamo è che possiamo solo contare sulla conoscenza e comprensione
reciproca e sulla condivisione di principi e di regole tali da garantire una
convivenza pacifica fra tutti gli abitanti della terra. De.it.press
In Germania vince la Chiesa: la domenica negozi chiusi
Berlino - È uno
degli aspetti più misteriosi e anche bizzarri della Germania il fatto che a
decidere su di un regolamento apparentemente banale come quello degli orari
d’apertura dei negozi non sono solo le amministrazioni comunali o le
organizzazioni di categoria, bensì anche il governo centrale, i partiti, le
chiese e ora persino la corte costituzionale. In una sentenza resa pubblica
ieri i giudici dell’alta corte hanno sancito l’incostituzionalità dell’apertura
straordinaria degli esercizi commerciali nelle quattro domeniche d’avvento a
Berlino. L’apertura di shopping center, supermercati e grandi magazzini
lederebbe il sacro principio del riposo domenicale sancito dalla costituzione.
A rivolgersi alla corte erano state le stesse chiese cristiane tedesche che nel
regolamento molto liberale in vigore dal 2006 nella città stato di Berlino
vedevano una perversione del carattere religioso e spirituale del Natale e il
pericolo di una distrazione dei fedeli dagli uffizi religiosi legati a questo
periodo.
Fin qui la
motivazione che ha spinto i giudici dell’alta corte a dar ragione alle chiese e
ad obbligare in futuro gli esercenti della capitale a rispettare il giorno di
riposo settimanale.
Per comprendere
meglio la portata di questa decisione bisogna però sapere due cose. La prima è
che oggi a Berlino solo circa il 35% della popolazione appartiene ufficilmente
ad una delle due grandi confessioni cristiane, quella evagelica-luterana e
quella cattolica. La seconda che fino a pochi anni fa in Germania vigevano
ancora regolamenti di apertura dei negozi molto restrittivi che obbligavano gli
esercenti ad abbassare le saracinesche già alle 18 e 30 nei giorni feriali e
addirittura alle 14 il sabato.
Solo pochi anni fa
l’allora governo laico rosso-verde di Gerhard Schroeder “osò” liberalizzare in
parte gli orari permettendo un’apertura fino alle ore 21 dal lunedì al sabato.
Nel 2006 arrivò poi un’ulteriore liberalizzazione che permise alle singole
regioni di regolare autonomamente gli orari d’apertura. Una città cosmopolita e
laica come Berlino approvò immediatamente i regolamenti più elastici
dell’intero Paese estendendo gli orari dalle 8 alle 22 ed introducendo
l’apertura degli esercizi anche a 10 domeniche l’anno, comprese quelle dell’avvento.
Il regolamento “satanico” è stato ora abrogato dalla corte costituzionale per
tutta soddisfazione delle chiese che ora sperano che la domenica i discepoli
tornino in massa nelle parrocchie invece di andare al supermercato. WALTER
RAUHE IM 2
Daimler trasferisce parte della produzione Mercedes negli Usa. Sono a
rischio 3000 posti
Svolta per
sfruttare il dollaro debole - Protesta il sindacato metalmeccanico
La Daimler ha
annunciato che trasferirà parte della produzione della Mercedes-Benz Classe C
dalla Germania all’impianto Usa in Alabama, approfittando così della debolezza
del dollaro e anche al fine ridurre la propria dipendenza dalla fabbriche
tedesche. Lo riferisce Bloomberg.
Secondo quanto
precisa un comunicato della casa automobilistica, la fabbrica di Tuscaloosa,
l’unica della Daimler in Nordamerica, produrrà la vettura a partire dal 2014,
quando una nuova versione della Classe C sarà introdotta sul mercato.
L’impianto di Sindelfingen, vicino al quartier generale della Daimler, taglierà
invece la produzione della vettura di media taglia per la prima volta dopo 25
anni e la fabbrica di Brema resterà dunque l’unico sito tedesco ad assemblare
la Classe C.
I lavoratori dello
stabilimento tedesco della Daimler a Sindelfingen appartenenti al sindacato Ig
Metall hanno immediatamente dato vita a forme di protesta per evitare .La
decisione, infatti, metterebbe a rischio 3000 posti di lavoro nello
stabilimento Secondo fonti interne all’azienda, la decisione finale della
Daimler ovrebbe essere presa entro gennaio, sulla base dell’andamento del
mercato automobilistico negli Usa. Attualmente la Classe C viene prodotta,
oltre che a Sindelfingen, anche in un altro stabilimento e in Sudafrica ad East
London. LS 2
Plenaria Cgie. Tra i temi: la razionalizzazione della rete consolare,
riforma Comites e Cgie
Richiesta al
Parlamento una discussione ampia per la modifica della bozza di legge di
riforma di Comites e Cgie
ROMA - La
razionalizzazione e l’informatizzazione della rete consolare e la riforma degli
organi di rappresentanza sono tra gli argomenti di discussione dell'assemblea
plenaria del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all'Estero), che si svolge
da martedì fino ad oggi venerdì alla Farnesina.
Mancano all'appello 30 milioni di euro per il
2010 per gli italiani all'estero e per le politiche migratorie, ha sottolineato
nel suo intervento il segretario generale del CGIE, Elio Carozza. C'e' poi il
nodo della rappresentanza, con la riforma in discussione in Senato che prevede
la riduzione del numero dei Comites (i comitati locali) ed un
"ridimensionamento" dello stesso CGIE. L'obiettivo dell'assemblea è
"organizzare una linea di difesa permanente delle nostre comunità"
per chiedere al Governo "di considerare il recupero delle risorse che
mancano come assoluta priorità", ha aggiunto Carozza.
Il sottosegretario Alfredo Mantica – in un
messaggio letto dal direttore generale per gli Italiani all’Estero e le
Politiche migratorie, Carla Zuppetti – ha spiegato che i tagli non incideranno
sulla qualità dei servizi, che saranno migliorati anche attraverso
l'informatizzazione della rete consolare e l'introduzione del passaporto
biometrico, entro il 30 giugno prossimo. E non saranno colpite nemmeno le
rappresentanze, che con la nuova legge assumeranno "una più forte
connotazione territoriale" con "strumenti di tutela delle
minoranze" come quote elettorali per donne e under 35.
Dopo la relazione
sulle attività svolte dal Comitato per le questioni degli italiani all’estero
in Senato, da parte del presidente Giuseppe Firrarello e una breve
illustrazione del Rapporto Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes da
parte del coordinatore Franco Pittau, si è aperto il dibattito in Assemblea
plenaria del Cgie. Tema al centro degli interventi la riforma degli organismi
di rappresentanza (Comites e Cgie), già presa in esame nella relazione di
Governo e del Comitato di presidenza del Cgie – quest’ultima accolta da un
applauso tributato in piedi dalla maggior parte dei consiglieri presenti.
Franco Narducci, dopo aver rimarcato
l’attenzione e le attività messe in campo a favore dei connazionali dalla
Commissione Affari Esteri della Camera di cui è vice presidente – tra esse
un’indagine conoscitiva sulla promozione del sistema Italia svolta dalla rete
consolare all’estero e le risoluzioni per coinvolgere i connazionali nelle
celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia e per la normalizzazione dei
rapporti tra Italia e Svizzera, sotto pressione a seguito dell’approvazione in Parlamento
della normativa sullo scudo fiscale, - ha dichiarato sconcerto di fronte alla
bozza relativa a Comites e Cgie emersa in sede di Comitato ristretto, al
Senato. “Credo che il testo unificato sia andato oltre le intenzioni originarie
degli stessi proponenti la riforma della rappresentanza – ha detto Narducci,
sottolineando la presenza alla Camera dei deputati di una posizione in materia
molto diversa. “Il Cgie deve restare un organismo democratico – ha aggiunto il
deputato eletto dai connazionali residenti in Europa – senza adottare forme di
presidenzialismo non ammesse ad altri livelli istituzionali. Quando si parla di
organismi di rappresentanza non dobbiamo dimenticare la storia che li ha
generati e le conquiste che devono essere mantenute anche attraverso una logica
riformatrice”. Narducci ha ricordato poi l’importanza dei giovani e della loro
partecipazione ai lavori del Cgie, annunciando la sua intenzione di presentare
una proposta di legge che preveda la costituzione di un ufficio di coordinamento
riservato ai giovani e affiancato al Cgie, capace di lavorare in autonomia.
Marco Fedi, deputato eletto nella
ripartizione Africa, Asia, Oceania, Antartide, ha insistito sulla necessità di
allargare il dibattito sulla riforma, cosa che risulterebbe esclusa nel caso di
approvazione del progetto in sede deliberante al Senato o legislativa alla
Camera. Fedi insiste sulla necessità di prevedere innovazioni relative alle
politiche per gli italiani all’estero, specie tenendo conto delle istanze
avanzate dalle giovani generazioni – è di sabato scorso il Forum dei giovani
italo-australiani svoltosi a Sydney e a cui lo stesso deputato ha assistito -.
Tuttavia “le riforme vanno fatte in momenti di forza propulsiva e non di
debolezza – aggiunge Fedi, ricordando l’estrema fragilità di una situazione
come quella attuale in cui l’assetto istituzionale dello Stato è destinato a
mutare, pur non essendoci ancora indicazioni precise in merito.
Mentre Gian Luigi Ferretti (CdP Italia) ha
rimarcato lo sconcerto per la bozza di riforma “che non piace a nessuno e che
nessuno vuole”, Carlo Consiglio (Canada) ha paventato l’ipotesi che la nuova
soglia di connazionali necessaria all’istituzione dei Comites possa far
divenire il Cgie sproporzionalmente eurocentrico, domandando infine al
segretario generale se non ritenesse opportuno inviare una lettera ai
capigruppo di Camera e Senato per sollecitare il dibattito in aula della bozza
di riforma.
Sulla ristrutturazione della rete consolare
si è concentrato l’intervento di Riccardo Pinna (Sud Africa) che ha espresso
perplessità sul risparmio derivato dalla chiusura di alcune sedi, mentre il
deputato Carlo D’Amico (Lega Nord) ha rilevato la necessità di far conoscere al
Parlamento le indicazioni di riforma della rappresentanza provenienti dal Cgie,
ricordando come gli interessi dei connazionali all’estero vadano difesi con un
fronte bipartisan. D’Amico ha anche affermato la necessità di tutelare i
capitoli di spesa destinati all’assistenza dei connazionali e si è dichiarato
contrario, in un momento così difficile per il nostro Paese, all’adozione dello
ius soli nella concessione della cittadinanza italiana.
E’ tornato sulla ristrutturazione della rete
consolare all’estero anche Michele Consiglio (Acli – Italia) ricordando come il
servizio necessario ai connazionali all’estero non debba essere considerato
solo dal punto di vista economico. Egli si è dichiarato fortemente contrario
alla bozza di riforma di Comites e Cgie perché generata da un concetto di
partecipazione e dei processi democratici che taglia la società civile e i suoi
strati intermedi dalla gestione della cosa pubblica: “una concezione di
democrazia molto lontana da quella in cui credono le Acli – ha concluso.
Sulla presenza dei rappresentati delle
Regioni, per legge, nel nuovo Cgie esprime perplessità anche Silvia Bartolini,
presidente della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo, che concorda
sulla necessità che la bozza sugli organismi di rappresentanza venga discussa
ampiamente e modificata in Parlamento. La Bartolini insiste anche sulla
necessità di calendarizzare un percorso che porti alla seconda Conferenza dei
giovani italiani nel mondo, prevedendo un’interazione anche con i Forum dei
giovani italiani o di origine italiana all’estero svolti dalle Regioni.
Silvia
Alciati, giovane presidente del Comites di Belo Horizonte, in Brasile, ha
spiegato i motivi di perplessità sulla riforma espressi dalle nuove
generazioni: il mancato riconoscimento di autorevolezza ai Comitati – a cui si
richiedono sempre pareri “non vincolanti”, - l’accentramento di potere nei
presidenti di Comites e Intercomites, che divengono anche membri del previsto
Cie, l’impossibilità, specialmente per i giovani, di avere tanto tempo a
disposizione per ricoprire questi molteplici ruoli, la necessità che le quote
riservate ai giovani e alle donne non siano sovrapponibili. Segnalato anche
disagio per la mancata istituzionalizzazione attuale della presenza giovanile
ai lavori del Cgie.
Tommaso Conte (Germania) suggerisce
un’analisi più accurata dell’incidenza nella composizione del Cgie dei
consiglieri legati all’associazionismo, ai patronati e ai sindacati. Egli
evidenzia inoltre disagio per la chiusura di sedi consolari in Germania,
chiedendo conferma e ragione al Mae del mantenimento di una sede a Norimberga,
mentre quella di Saarbrücken sarebbe destinata alla chiusura.
Si unisce alla richiesta di strategie e
motivazioni a monte della ristrutturazione della rete consolare e della bozza
di riforma di Comites e Cgie Alberto Bertali (Gran Bretagna), evidenziando la
necessità di riportare ai connazionali all’estero delle risposte per
provvedimenti che paiono a molti assolutamente ingiustificati. Per Claudio
Pozzetti (responsabile nazionale dei lavoratori frontalieri per la Cgil) la
relazione del Comitato di Presidenza ha colto nel segno tutte le problematiche
emerse nella bozza di riforma: “si adottano strumenti come maggioritario e
cooptazione anche per gli organismi di rappresentanza dei connazionali
all’estero, così come avviene nel sistema elettorale attualmente vigente nel
Paese”. Pozzetti appoggia la proposta di inviare una lettera ai capigruppo di
Camera e Senato per sollecitare la discussione e la modifica della bozza in
Parlamento, viste le critiche unanimi espresse in assemblea.
Ricorda la funzione di servizio, oltre che di
rappresentanza, dei patronati Gian Luca Lodetti (Inas-Cisl – Italia). “Nella
recente Conferenza Stato-Regioni-Cgie avremmo voluto sentire delle parole più
consapevoli sulla crisi in cui versa il nostro Paese da parte dei
rappresentanti del governo. Una maggiore consapevolezza ci avrebbe permesso
forse di scorgere anche l’avvedutezza di cogliere il ruolo che istituzioni ed
enti al servizio degli italiani all’estero ricoprono sul territorio, - ha
affermato Lodetti - per porre le basi di un’azione e di un impegno comune tanto
più indispensabile in un periodo di grandi difficoltà economiche”.
Pietro Simonetti, infine, presidente della
Commissione regionale del Lucani all’estero, chiede un maggiore impegno nella
difesa dei principi che informano l’attuale sistema di rappresentanza dei
connazionali emigrati, che dal basso e dalla società civile possa far sentire
la propria voce a un livello più ampio e istituzionale. (Viviana Pansa –
Inform)
Riforma Comites e Cgie. La cosiddetta bozza-Tofani non piace al Cgie, ma
Micheloni la difende
Roma - La
cosiddetta bozza-Tofani non piace al Cgie: il testo elaborato dal Comitato
ristretto della Commissione Esteri del Senato sulla riforma della
rappresentanza degli italiani all’estero è stato criticato in più parti e ha
monopolizzato il pomeriggio di questa prima giornata di lavori dell’assemblea
plenaria in corso alla Farnesina. A difendere il testo, sotto il fuoco
incrociato degli ex colleghi, il senatore Claudio Micheloni, che del consiglio
generale ha fatto parte fino alla elezione in Parlamento nel 2006, intervenuto
ai lavori per richiamare i consiglieri alla "correttezza nei rapporti
umani", a "dire le cose come stanno", ma soprattutto ad
elaborare proposte concrete che migliorino il testo.
"Sono
deluso", ha esordito, infatti, il senatore, "dalla mancanza di
dialogo sul testo. Il senatore Tofani ha accelerato i lavori del Comitato
ristretto per consegnare la bozza questa settimana e sottoporla quindi
all’attenzione del Consiglio generale per avere proposte. Inizieremo il
processo emendativo solo dopo la fine del Cgie, proprio per tenere in
considerazione le vostre proposte e invece qui abbiamo assistito al rigetto
totale della bozza ed alla deformazione del testo. Non è vero, ad esempio, che
"spariscono due continenti" come dice Santellocco, per l’Africa
aumenterà la rappresentanza! E Ferretti, che spara sentenze dal suo giornale,
dovrebbe avere l’onestà intellettuale di spiegare come mai in Senato ci sono
cinque eletti all’estero invece di sei e perché il suo nome è citato tre volte
negli atti processuali di Di Girolamo!".
Tolti i sassolini
dalle scarpe, Micheloni ha ribadito che ha voluto partecipare ai lavori della
plenaria per "confermare che siamo disposti ad ascoltarvi: sono qui perché
non abbiamo sentito né proposte né analisi concrete. Ciò conferma che qui c’è
qualcuno che vuole difendere l’esistente a tutti costi! Serve buon senso",
ha proseguito il senatore secondo cui "dire che si vuole affossare il Cgie
quando il Comitato ristretto ha invitato una delegazione alla seduta di venerdì
è assurdo".
Entrando nel
merito della sostanza, Micheloni ha spiegato che "il testo, la bozza
sintetizza non due "opzioni", ma quattro, senza contare che ci sono
tre disegni di legge che chiedono l’abolizione del Cgie. Il Comitato ristretto
deve tenerne conto nella elaborazione del testo condiviso che non piace né a me
né a Tofani, ma così è. Dobbiamo ricominciare a dialogare", ha ribadito.
"Sta a voi decidere se il testo è tutto da rigettare", ma tenendo
conto della "situazione generale".
Per descriverla,
Micheloni ha portato ad esempio l’audizione del Cgie svolta questa mattina di
fronte alle Commissioni riunite Affari Costituzionali ed Esteri cui è stata
affidata una indagine conoscitiva sulla riforma del voto all’estero.
"C’erano anche alcuni di voi: ci sono senatori che mettono in dubbio la
stessa esistenza del voto; ci sono senatori come Firrarello che è pure
presidente del Cqie che ha detto che tanto vale che gli italiani all’estero
votino per corrispondenza per i candidati italiani". E ancora:
"pensare alla riforma del Cgie solo dopo la riforma federalista" che
dovrebbe portare al Senato delle Regioni, così come ipotizzato lunedì alla
Conferenza Stato regioni Cgie, per Micheloni "è temerario. Non possiamo
restare fermi". Quindi, citando la mozione depositata ieri per impegnare
il governo a coinvolgere il Parlamento nella ristrutturazione dei consolati
(vedi Aise di oggi h.11.48), sottoscritta da altri senatori di quasi tutti gli
schieramenti, Micheloni ha commentato: "ci sono volute due settimane, a me
e al senatore Bettamio che già eravamo d’accordo, per presentarla insieme e non
è stata sottoscritta da tutti i partiti. Questo è il clima che si respira fuori
di qui. E la riforma si inquadra in questa situazione".
Quindi,
concludendo, il senatore ha rinnovato l’invito alla elaborazione di proposte
concrete: "leggerò tutto quello che mi consegnerete venerdì – ha
assicurato - e sapete che ne terrò conto. Se ho un difetto è che dico sempre le
cose come stanno".
A replicare a
Micheloni è stato il segretario generale del Cgie, Carozza, che rispondendo
all’invito alla concretezza ha ricordato il documento elaborato dal Consiglio
generale nel 2007 dopo sei mesi di consultazioni con Comites e associazioni.
"Un documento in nove punti – ha ricordato – che contiene riflessioni e
proposte concrete del Cgie sul Cgie". Quanto alla bozza Tofani,
"l’abbiamo ricevuta 15 giorni fa. La esamineremo più a fondo; siamo pronti
ad affrontare qualsiasi situazione, ma ho paura che qui giochiamo al ribasso,
che cioè siamo chiamati a dire la nostra su soluzioni di compromesso".
"Siamo
consapevoli – ha aggiunto – che in Senato c’è chi mette in discussione il voto
all’estero come Pastore (Pdl) e chi come Firrarello vuole farci votare per i
candidati italiani, ma siete voi in Parlamento che dovete difendere il voto
così come il Cgie. Serve coraggio: chi vuole l’abolizione del Consiglio
generale abbia il coraggio di andare fino in fondo, così come dovrà fare chi
vuole "salvarlo", non vogliamo soluzioni di mezzo. Non c’è stato
dialogo perché non c’è un punto su cui confrontarci: nel nostro documento ci
sono nove punti da cui si comprende perché la bozza-Tofani non ci piace",
ha detto ancora Carozza che concludendo ha comunque assicurato "l’amico
Micheloni" che "il Cgie farà la sua parte per il bene degli italiani
all’estero".
Tirato in ballo
dal senatore sul caso-Di Girolamo, Gian Luigi Ferretti ha preso la parola
contro lo "sgangherato attacco di Micheloni. Io – ha tenuto a sottolineare
– sono incensurato, non c’è nessun procedimento aperto a mio carico e sono
stato ascoltato come testimone una sola volta su questioni per altro marginali.
Esigo rispetto". (m.cipollone\aise)
Plenaria Cgie. Il dibattito pomeridiano sulla relazione del Governo e del
Comitato di presidenza
ROMA - La prima parte della sessione
pomeridiana del Cgie di martedì è stata dedicata al proseguo del dibattito
sulle relazioni del Governo e del Comitato di Presidenza. Ha aperto la
discussione il consigliere Walter Della Nebbia (Usa) che ha ricordato come
un’eventuale riforma dei Comites e del Cgie si porrebbe, tenuto conto della
prevista creazione del Senato delle Regioni, come una legge puramente transitoria.
Della Nebbia ha anche auspicato l’istituzione di tavolo di lavoro comune, con
rappresentanti del ministero degli Esteri, degli italiani all’estero e dei
sindacati di categoria, che ricerchi una soluzione equa per la ristrutturazione
della rete consolare.
Un problema, quello degli uffici consolari,
che è stato segnalato anche da Paolo Castellani (Cile) che su questo tema ha
auspicato l’utilizzo degli introiti percepiti dai consolati per migliorare la
situazione della stessa rete. “La bozza di riforma del Comites e del Cgie – ha
poi aggiunto Castellani – va riscritta perché è un passo indietro nella storia
della nostra rappresentanza. Dobbiamo essere uniti e far capire al
Parlamento che non può portare avanti questa riforma”. La richiesta di un’azione
comune è venuta anche dal consigliere Giacomo Canepa (Perù) che ha
precisato come a tutt’oggi la politica del governo non sembri andare incontro
alle reali esigenze delle nostre comunità nel mondo.
“Come può non tenere conto e sottacere il
ruolo dell’associazionismo? - si è invece domandato Domenico Azzia (Unaie)
sempre in riferimento alla riforma degli organi di rappresentanza degli
italiani all’estero – Un associazionismo che ha mantenuto il rapporto fra
l’Italia e le comunità nel mondo impedendone la separazione. Non si può ledere
un diritto di rappresentanza spezzando con una riforma la domanda di
partecipazione”.
Dal canto suo Dino Nardi, componente del
Comitato di Presidenza per l’Europa e il Nord Africa, ha ricordato la gravità
dei tagli apportati nella finanziaria 2010 ai capitoli di spesa per gli
italiani all’estero, riguardanti i corsi di lingua e cultura e l’assistenza.
Sulla riforma degli organi di rappresentanza Nardi si detto preoccupato per il
rischio che si vada a “sgretolare” tutto quello che è stato costruito con
fatica nel corso di decenni.
Bruno Capaldi (Francia) si è soffermato sulle
problematiche pensionistiche dei nostri connazionali all’estero legate alla
richiesta di indebiti previdenziali da parte dell’Inps. Una questione che, per
il consigliere, andrebbe risolta attraverso il varo di una specifica sanatoria.
“Sarebbe opportuno concludere - ha poi ipotizzato Capaldi - con i paesi che noi
aiutiamo con le polizze assicurative, delle convenzioni bilaterali di sicurezza
sociale, puntate unicamente sull’assistenza sanitaria per i nostri
connazionali”.
Michele Schiavone, componente del CdP per
l’Europa ha sottolineato l’esigenza di portare avanti le proposte di riforma
del Cgie, avanzate dallo stesso Consiglio Generale, nel contesto di
riorganizzazione delle istituzioni nazionali e senza perdere di vista la
“stella polare” della legislazione europea. “Le esperienze delle nostre
comunità – ha proseguito Schiavone – potrebbero aiutare l’Italia a superare la
situazione di stallo in cui si trova da oltre un anno e mezzo. La nostra forza
sta nel fatto di essere cittadini a modo nostro. Italiani all’estero in un
mondo sempre più piccolo, che potrebbero dare al nostro paese delle prospettive
di un futuro migliore”.
Il dibattito sulla relazione di governo si è
concluso con l’intervento del consigliere Vincenzo Centofanti (Usa) che, dopo
aver ricordato il lungo lavoro svolto da Mirko Tremaglia per l’affermazione dei
diritti degli italiani all’estero, ha espresso la sua contrarietà alla chiusura
del consolato di Filadelfia. Una città dove il 10% della popolazione è italo
americana. Centofanti ha inoltre paventato il rischio che la riforma degli
organi di rappresentanza possa portare alla chiusura di numerosi Comites negli
Stati Uniti. (G.M.- Inform)
Il futuro dell’informazione all’estero: il nuovo direttore di Rai Italia
alla plenaria del Cgie
Roma - Debutto in
plenaria per il nuovo direttore di Rai Italia, Daniele Renzoni, che dopo aver
incontrato la Commissione Informazione a Villa Carpegna, ha esposto per sommi
capi quello che ha in mente per la rete Rai dedicata all’estero nel suo
intervento di mercoledì pomeriggio alla assemblea plenaria in corso alla
Farnesina. A dargli il benvenuto il segretario generale, Elio Carozza, che ha
invitato Siddi, presidente della I Commissione, a fare un piccolo riassunto dei
lavori del giorno precedente a mo’ di introduzione per l’intervento del nuovo
direttore.
Tanti, ha esordito
Siddi, i problemi dell’informazione italiana all’estero ancora irrisolti;
problemi, ha aggiunto, "che francamente non credo siano risolvibili ora,
con l’editoria in crisi e scarsità di risorse". Se il quadro è fosco, è
pure vero che "occorre garantire sempre il pluralismo dell’informazione e
gli strumenti disponibili per la circolazione della stessa. E qui il servizio
pubblico gioca un ruolo centrale, gioco che, per l’estero, è affidato a Rai
Italia", ma che, ha precisato, "dovrebbe coinvolgere tutta
l’azienda".
Questioni aperte,
tante. Prima tra tutte quella dei diritti per la trasmissione dei programmi
all’estero per il cui acquisto, tra l’altro, Rai Italia investe il 60% del suo
bilancio. Un’operazione costosa che comunque non garantisce la visibilità di
tutti i programmi, soprattutto in Europa dove i criptaggi sono all’ordine del
giorno. Nel futuro, il digitale che, ha detto Siddi, "consente di vedere
più canali all’estero, ma si deve considerare anche che nel frattempo la Rai ha
deciso di uscire dalla piattaforma Sky". Insomma, Cgie e Rai, per Siddi,
dovrebbero sedersi intorno ad un tavolo per trovare soluzioni specifiche per
l’estero. Così come occorre pensare ad una programmazione "pluralista e
con più informazione attualizzata, intrattenimento aggiornato e informazione di
ritorno grazie alla valorizzazione dei giornalisti italiani all’estero"
che, però, "hanno bisogno di più formazione".
"Tra pochi
giorni scade la Convenzione Presidenza del Consiglio – Rai Italia e già sono
stati annunciati tagli per il 20-25%, un’operazione ragionieristica e
penalizzante" ha detto Siddi che ha poi annunciato che "il
sottosegretario Bonaiuti, rappresentato ieri dal consigliere Mancinelli, si è
detto disponibile a incontrare il Cgie per un tavolo di riforma del regolamento
e delle modalità di erogazione dei contributi all’editoria periodica". Dal
canto suo, la Commissione ha ribadito la necessità di "riformare la
Commissione che si occupa dei contributi, integrandola con rappresentanti della
Fusie, del Cgie e della Cne".
Quanto ai
contributi riconosciuti ai quotidiani italiani all’estero (La voce di Caracas,
Il corriere canadese, Gente d’Italia solo per il Sud America, America Oggi, La
voce del Popolo di Fiume), ma non ancora erogati quest’anno, sono quelli per
copie stampate e distribuite nel 2008. Per tutti i quotidiani (editi sia in
Italia che all’estero) le risorse verranno diminuite di 6 milioni di euro. Per
quelli destinati ai periodici, sempre per il 2008, la commissione si riunirà il
prossimo 16 dicembre, ma, secondo Siddi, "va rivista la metodologia della
distribuzione, privilegiando testate diffuse oggettivamente e che si avvalgano
di professionisti".
La parola è quindi
passata a Daniele Renzoni, apparso sereno a suo agio in plenaria, mai sulla
difensiva come alcuni dei suoi predecessori. "Ho assunto l’incarico da un
mese e mezzo e sto ancora "studiando"; so che ci sono situazioni di
disagio, che riguardano in primis la ricezione del segnale. Al riguardo, nelle
ultime due domeniche sono state fatte prove tecniche con un nuovo sistema di
trasmissione per far arrivare il segnale più "pulito". D’altro canto,
verificheremo anche le competenze di chi lo riceve, cioè dei distributori
all’estero del segnale Rai, per scoprire chi non ha tecnologia
all’altezza".
Sul digitale, la
rivoluzione è "epocale" quindi"ci vorrà tempo per adeguare i
nostri mezzi", ha aggiunto Renzoni che tra le "questioni
irrisolvibili" ha incluso i criptaggi in Europa. "Non ve lo nascondo:
la questione per l’Europa rimane aperta. I diritti costano molto e non ci
possiamo permettere di pagarli: questo vale per lo sport, per il cinema, ma
anche per la tv dei ragazzi, per la quale le major chiedono cifre
altissime".
Tra le novità del
palinsesto, un ciclo di film per promuovere il nuovo cinema italiano nel mondo.
"Procederemo per generi – ha spiegato Renzoni – a cominciare dai comici.
Il primo ciclo di 5 film sarà dedicato a Pieraccioni: trasmetteremo i suoi
lavori più recenti una volta a settimana".
Quanto alla
informazione di ritorno, la rete sta lavorando ad una sorta di
"contenitore dedicato" cui collaboreranno giornalisti italiani
dall’estero per avviare un "dialogo tra tutti i continenti".
Il nuovo direttore
ha quindi confermato che tra le questioni che gli stanno più a cuore c’è la
visione di Rai Italia in Sud Africa - Paese "davvero penalizzato per il
fuso orario perché abbinato con l’Asia. Pensiamo ad un quarto canale, ma non
sarà facile" – e annunciato che nel futuro Rai Italia tornerà a puntare
sulle trasmissioni radiofoniche. "La radio – ha osservato – è un mezzo più
immediato della tv, che costa meno, che si trasmette via satellite e
ascoltabile anche online". Sempre sul web, l’altra novità è il nuovo sito
della rete: "ci sono tutte le informazioni sul palinsesto ed è possibile
vedere e scaricare tutti i programmi già trasmessi".
Renzoni presenterà
il suo piano editoriale la prossima settimana: "conterrà le linee su cui
lavoreremo. Lo invierò al Cgie per informare tutti. ce la metteremo tutta anche
con poche risorse", ha concluso, dando a tutti "appuntamento in
tv".
Sul tema dei
diritti, il senatore Claudio Micheloni (Pd), presente alla prima parte dei
lavori di questo pomeriggio, ha ricordato a Renzoni che già nella scorsa
Legislatura era stato chiesto a Rai Italia di confrontarsi con quanto attuato
dagli altri Paesi, come la Spagna. In sostanza, ha spiegato, "si tratta di
negoziare i diritti in base alle persone cui gli stessi sono indirizzati: nel
caso dell’Italia 64 milioni di persone invece di 60". La questione, per
Micheloni, è ancora aperta "perché alcuni direttori di Rai Italia sono
stati "distratti". In Europa sono state oscurate anche trasmissioni
prodotte dalla stessa Rai, come quella su Pavarotti. Invito il nuovo direttore
– ha concluso – a sollecitare una risposta dell’azienda sul
negoziato-diritti". (ma.cip.\aise)
Vigilanza finanziaria, accordo nella Ue
Intesa raggiunta a
fatica a Bruxelles. La Gran Bretagna ha ottenuto alcune garanzie sui poteri
delle Authority - Dal 2011 tre Autorità europee per banche, assicurazioni e
mercati
BRUXELLES - Un
accordo raggiunto a fatica, in grado di dare all’Unione europea la riforma del
sistema di supervisione finanziaria di cui ha bisogno e alla Gran Bretagna
delle garanzie, anche se non eccessive, sul fatto che non sarà facile imporre
agli istituti della City delle decisioni vincolanti. Lo hanno raggiunto ieri i
ministri economici e finanziari dell’Ue nel corso di un lungo consiglio Ecofin
nel quale è stato dato il via libera alla creazione delle tre autorità di
vigilanza – una sulle banche, una sulle assicurazioni e una sui mercati – previste
da Jacques de Larosière nella proposta presentata nel febbraio scorso. La Gran
Bretagna si è dichiarata felice di un compromesso che “tutela gli interessi di
Londra ed è al tempo stesso buono per l’Ue” e soddisfazione è stata espressa
anche dalla Francia e dall’Italia, secondo cui l’accordo, seppur frutto di un
compromesso, rappresenta un passo avanti notevole e assolutamente necessario.
Il cancelliere
dello Scacchiere Alistair Darling, che già a giugno aveva annunciato di aver
ottenuto la garanzia che nessun governo avrebbe potuto essere costretto a
salvare una banca in difficoltà, ha ammesso che “se c’è una crisi, il nuovo
sistema consentirà ai regolatori, se necessario, di chiedere alle autorità
nazionali di agire”. L’accordo, che dovrà superare un delicato passaggio al
Parlamento Ue per entrare in vigore nel 2011, punta a sostituire l’attuale
confuso patchwork di regole, che rende difficile dirimere i casi che vedono
coinvolto uno dei numerosi istituti transfrontalieri che operano nell’Ue. Le principali
novità per venire incontro ai timori di Londra sono che sarà il consiglio
Ecofin, e non la Commissione Ue, a dichiarare un eventuale stato di crisi.
Inoltre, se le misure imposte dalle autorità sono tali da avere un impatto
sulla spesa, la decisione può essere discussa al Consiglio e revocata con una
maggioranza semplice, di 14 voci su 27. Infine, come extrema ratio, la
decisione si potrà portare al vertice dei capi di Stato.
Inoltre, nel caso
in cui non ci sia una crisi in ballo, ma solo un problema di interpretazione
tra le decisioni di due autorità, l’onere della prova spetta a chi decide di
portare avanti il caso.
L’altro tema che
ha tenuto banco tra i ministri dell’Ecofin è stato l’avvio formale delle
procedure per deficit eccessivo nei confronti di nove paesi, con particolare
attenzione al caso della Grecia, oggetto di una lunga discussione in sede di
Eurogruppo. Il ministro dell’Economia di Atene George Papaconstantinou ha
garantito che “nessuna banca italiana né di altri paesi ha ragione di preoccuparsi
dei titoli di Stato greci” e, questa, secondo quanto si apprende, sarebbe anche
la valutazione di via XX Settembre. Il ministro greco ha dichiarato di lavorare
per ripristinare a credibilità del paese dopo l’annuncio a sorpresa di un
deficit previsto al 12,7% del pil per quest’anno, ben al di sopra del 3%
previsto dal Patto di stabilità e di crescita. Gli spread sui bond greci hanno
preso il posto di quelli irlandesi nella triste classifica dei più alti della
zona euro un mese fa, ancor prima che Dubai annunciasse di voler ritardare i
pagamenti del propri debiti. “La battaglia con i mercati si vince giorno per
giorno controllando la credibilità della propria politica ed è questo che
stiamo cercando di fare”, ha spiegato. C.
Mar. IM 3
Obama e l’Afghanistan. Le vie di fuga non esistono più
La decisione di
Obama sull’invio di rinforzi in Afghanistan è arrivata tre mesi dopo che il
comandante dell’Isaf Stanley McChrystal ha sottoposto il suo rapporto al
ministro delle Difesa Gates.
Il mercanteggiamento
che ne è seguito da allora, e adesso l’annuncio finale del Presidente, dicono
molto sul conflitto, e sui cambiamenti nella politica americana da quando Obama
è salito in carica. La prima, inevitabile, osservazione è che la politica di
sostegno all’impegno americano in Afghanistan è diventata molto più difficile
da sostenere. Mentre i governi degli alleati europei sono stati contrastati per
anni da un’opinione pubblica contraria, per gli Stati Uniti era semplice, visto
l’ampio consenso degli americani nei confronti di questo intervento, spesso
visto come un contrappeso all’impopolare guerra in Iraq.
Ora le cose sono
cambiate. Esponenti della maggioranza democratica al Congresso, che devono
conquistarsi la rielezione nel 2010, si oppongono: la disoccupazione ha
superato il 10 per cento, la ripresa è fiacca, il deficit pubblico sta
esplodendo, la riforma della Sanità è da portare a termine, nell’opinione
pubblica cresce l’opposizione alla guerra (e ai suoi costi), nelle elezioni in
New Jersey e in Georgia i repubblicani hanno strappato i governatori ai
democratici. Sono tutti elementi che pesano, e Obama certamente vuole mantenere
il controllo del Congresso. Perciò chiedere a un membro del Congresso di
appoggiare un forte aumento di truppe in Afghanistan è ora davvero difficile.
Ma nonostante tutto ciò, l'Afghanistan è ancora importante. Non ci sono vie di
fuga. Per quanto impopolare la guerra possa divenire, la diretta connessione
con gli attentati dell’11 settembre significa che nessun Presidente americano
potrà mai permettersi di essere etichettato come «il Presidente che ha perso in
Afghanistan». Le conseguenze all’estero e in patria sarebbero enormi. E questo,
alla fine, è il motivo per cui Obama sta rinnovando, giustamente, l’impegno
americano.
Le conseguenze
internazionali di un fallimento in Afghanistan sarebbero deleterie. La
sconfitta aprirebbe la porta a un disastro umanitario per il popolo afghano.
Con gli estremisti in grado di usare il territorio afghano, aumenterebbe
direttamente la minaccia sul Pakistan, proprio nel momento in cui le forze
pachistane stanno facendo passi da gigante nella lotta agli insorti nel
Nordovest del Paese. E darebbe una forte spinta agli islamisti violenti in
tutte le parti del globo, mettendo in pericolo la sicurezza di ogni alleato
della Nato, e dei Paesi dell’arco che va dal Marocco alle Filippine.
Un fallimento in
Afghanistan metterebbe anche in moto il declino della Nato. Per quanto ingiusto
possa suonare alle orecchie degli europei, un fallimento in Afghanistan sarebbe
visto come un fallimento della Nato, e segnalerebbe al Congresso e alla
pubblica opinione americana che gli alleati europei non sono pronti a fare
quello che bisogna fare per vincere conflitti lontani dall’Europa. Ma se la
Nato è relegata a una difesa territoriale degli alleati europei - piuttosto che
essere un mezzo per unire tutti gli alleati della Nato nell’affrontare le sfide
globali - gli americani perderebbero presto ogni interesse. Concluderebbero, a
ragione, che gli europei sarebbero capaci di difendere l’Europa da soli, se
solo investissero di più nella difesa. E ciò sarebbe una tranquilla e tragica
fine di 60 anni di relazioni transatlantiche che hanno posto le basi alla
sicurezza globale.
Resta il fatto
che, nonostante il governo corrotto e inefficace dell’Afghanistan generi
profonda frustrazione, non c’è un’alternativa credibile al far funzionare il
meglio possibile le strutture e le istituzioni esistenti. È vero che le
elezioni pasticciate di agosto hanno danneggiato la credibilità del presidente
Karzai agli occhi della comunità internazionale e a quelli del suo stesso
popolo. Ma è altrettanto vero che non c’è alcun altro leader in grado di avere
maggior credibilità. Nella collaborazione con le istituzione esistenti, un
ruolo decisivo ha l’addestramento delle forze di sicurezza afghane. Lo sforzo
per formare poliziotti e soldati inciderà anche nel dispiegamento delle forze
americane, perché lasciarsi dietro forze afghane più capaci è l’unica via per
un eventuale ritiro.
In questo senso il
contributo di alleati come l’Italia è importante. Gli Stati Uniti non hanno una
polizia militare, così istruttori come i carabinieri italiani o della
Gendarmerie francese riempiono un vuoto critico. Ma la dimensione psicologica è
altrettanto importante di quella politica. Per gli americani è decisivo sapere
che non stanno agendo da soli. È per questo che, pur conoscendo i limiti degli
alleati europei, la strategia di Obama lascia spazio deliberatamente a un più
ampio contributo dell’Europa.
Un contributo
decisivo anche per il resto del mondo. Se lo sforzo in Afghanistan è visto come
una «guerra americana» perderà l’appoggio dell’opinione pubblica in Afghanistan
e nell’Asia meridionale, e poi fino al Medio Oriente e all’Europa. Ma se anche
l’Europa rinnova il suo impegno, sottolineerà che lo scontro è davvero tra la
«comunità internazionale» e gli estremisti violenti che cercano di imporre il
loro brutale volere su una popolazione inerme, e vogliono destabilizzare
l’intera regione.
La chiave è la
fiducia. Gli afghani sanno che alla fine dovranno vivere con chi vince. Per
avere il coraggio di opporsi ai taleban, di mandare le figlie a scuola, e di
investire nell’economia invece di trarre facile profitto dai papaveri da oppio,
il popolo afghano deve avere fiducia che noi finiremo il lavoro. Allo stesso
modo i taleban debbono alla fine concludere che non vinceranno mai. Gli ultimi
mesi hanno imposto il loro crudele pedaggio: la violenza è a livelli record e
la nostra determinazione è stata posta in discussione. Ora vedremo un nuovo
impegno dell’America, forse affiancato da un impegno dell’Europa. Sarà
sufficiente per instillare un senso di fiducia - in Afghanistan e nelle nostre
opinioni pubbliche - che stiamo finalmente facendo le cose nel giusto modo, e che
alla fine vinceremo? KURT VOLKER LS 2
Il commento. Il buco nero di Kabul
CON l'amara
certezza di avere scontentato tutti, falchi e colombe, destra e sinistra,
generali e ambasciatori, Obama ha preso la sola decisione che il pasticcio
afgano ereditato da Bush gli consentiva.
E cioè affondare
ancora di più la mano nel vespaio afgano. In un classico caso del "damned
if you do, damned if you don't", del sarai maledetto se lo farai e sarai
maledetto se non lo farai, Obama sapeva, mentre parlava ieri sera davanti ai
futuri ufficiali che dovranno guidare i soldati in una terra dove sprofondano
gli imperi dai tempi di Alessandro il Macedone, che qualunque decisione avesse
annunciato sarebbe stata criticata e controversa e che questo potrà diventare
il suo Vietnam. Il pantano nel quale la sua presidenza, insieme con la vita di
centinaia di soldati americani ed europei e quella di migliaia di afgani,
potrebbe essere inghiottita, come fu la presidenza di Lyndon Johnson negli anni
'60.
Tra le accuse di
"tentennamenti" lanciate dai repubblicani, che lo avrebbero accusato
di superficialità se avesse deciso in fretta o di disfattismo se avesse ridotto
le forze, e quelle di "tradimento" scagliate dalla base democratica
che da lui sognava la fine delle guerre bushiste e non l'escalation militare,
di fatto Obama non aveva scelta. Alzare le tende e abbandonare al suo destino e
alla divorante corruzione "il sindaco di Kabul", come sarcasticamente
è soprannominato quell'Amid Karzai che sa benissimo come vincere le elezioni,
ma non come governare, avrebbe comportato l'immediata etichetta di "nuovo
Carter", di colui che non possiede la pancia per combattere le minacce.
Aumentare la
presenza militare, che sotto la sua presidenza sarà più che raddoppiata da
48mila a 100mila, più 40mila militari della Nato, avrebbe - e infatti ha -
aggiunto un'altra delusione a chi lo aveva eletto per ribaltare il carretto
ereditato da Bush, non per trascinarlo.
In altre nazioni,
e in altre culture politiche, la giustificazione di Barack Obama per questa
nuova escalation militare sarebbe ovvia. Basterebbe scaricare sul predecessore
la responsabilità oggettiva di avere sbagliato due volte, puntando il massimo
sforzo sull'Iraq, che non minacciava la sicurezza americana e trascurando l'Afghanistan
della cancrena talebana e del terrorismo arabo raggrumato attorno ad al Quaeda
e protetto dal vicino Pakistan. Ma negli Stati Uniti, il rinvio delle colpe ai
predecessori funziona per vincere le elezioni, non per governare o per coprirsi
le spalle. Chi sta sulla plancia di comando ha voluto, e dunque si deve
assumere, la piena responsabilità della rotta, anche se il mezzo che ha
ricevuto era sgangherato.
Ciò che dispiace
ai sostenitori di Obama e a coloro che lo votarono entusiasticamente è constatare
che la eccezionalità storica di quest'uomo si sta, questa sì, impantanando
nella implacabile normalità della cronaca e la brillantezza delle promesse si
sta opacizzando nella difficoltà delle decisioni. Il presidente ne è così
conscio che egli ha posto, e si è posto, un traguardo temporale di tre anni per
la conclusione della campagna in Afghanistan, dunque il tempo che lo separa,
esattamente, dal novembre del 2012, quando si terranno le prossime elezioni
presidenziali. Sa che l'avvitamento di questa guerra in un ingranaggio
infernale di nuove escalation senza un chiaro obbiettivo di vittoria e senza
una strategia di uscita, secondo lo schema Johnson che di brigata in brigata
passò da 10mila a mezzo milione di soldati in Vietnam, sarebbe la sua condanna a
essere, appunto come Johnson, o come Carter, il presidente di un solo mandato. Da
ieri sera, le guerre di Bush sono divenute le guerre di Obama.
VITTORIO ZUCCONI
LR 2
Afghanistan. Obbligati a finire l'opera
Per capire la
decisione di Obama sull’Afghanistan val la pena di ripassare alcuni numeri. Nel
2000 i paesi occidentali producevano da soli il 55% della ricchezza mondiale -
nel 2025 produrranno il 40%. In quella data, l’Asia ne produrrà il 38%,
rispetto all’attuale 24. Un sostanziale pareggio. Demograficamente il rapporto
fra Ovest ed Est si può raccontare in maniera ancora più spettacolare: nel 2025
la popolazione di America ed Europa insieme costituirà il 9% di quella mondiale
(nel 19° secolo, all’apice della sua influenza, l’Europa da sola rappresentava
il 22%, cioè quanto la Cina oggi), mentre l’Asia ospiterà il 50% dei cittadini
del mondo. Come dire: in quindici anni una persona su due al mondo sarà
asiatica.
Leggendo questi
numeri, tratti da uno studio della influente Fondazione Notre Europe, di cui è
oggi presidente l’ex ministro del Tesoro Tommaso Padoa-Schioppa, c’è una sola
domanda cui rispondere: possono davvero Usa ed Europa non impegnarsi a fondo
nella guerra in Afghanistan?
Il legame fra quel
conflitto e la velocissima ridefinizione in corso dei rapporti di forza
internazionali è forse poco apparente, ma fondamentale.
La guerra afghana
non è stata iniziata dall’attuale Presidente americano e sicuramente quando è
stata avviata era stata immaginata dall’allora presidente Bush nel contesto
dell’attacco dell’11 settembre agli Usa. Ma fin da allora la discesa in campo
di Washington aveva sullo sfondo l’Asia, e la Cina in particolare. A fronte
della rapida crescita di quell’area del mondo, gli Stati Uniti si sono
ritrovati in effetti privi di efficaci strumenti di intervento, proprio nella
data che ha fatto da spartiacque fra un secolo e un altro.
La Nato,
principale struttura del governo occidentale per quasi mezzo secolo, è stata
costruita con in mente la minaccia sovietica della Guerra Fredda. Le alleanze
mediorientali, un cesto misto di Israele più un gruppetto di Paesi arabi
moderati, sono state tirate su con l’idea che Washington potesse agire, in
quella area, via controllo remoto. Cioè tirando i fili da lontano, grazie alle
molte leve di aiuti economici, interventi coperti, petrolio e lobbismo. Uno
schema di lavoro diplomatico-militare applicato d’altra parte dagli Usa in
molte altre aree del mondo, tutte quelle più o meno catalogate «in via di
sviluppo».
Strumenti vecchi,
dunque, per una visione vecchia del mondo. Mentre ancora in Occidente,
guardando ai resti del Muro, ci si gingillava con il concetto di Fine della
Storia, la Vecchia Talpa era in effetti già riemersa altrove. Senza farla
troppo lunga, dal momento che questa è ormai cronaca sotto gli occhi di tutti,
la globalizzazione ha espanso la ricchezza di paesi fino a poco prima «in via
di sviluppo», ed ha avviato un capovolgimento in poco più di venti anni del
rapporto di forze tra nazioni. La Cina, con il suo grande balzo verso il
capitalismo, è stata uno dei motori della globalizzazione, come sappiamo. Si è
trascinata dietro l’intera Asia, come sappiamo. Le domande poste da questa
crescita hanno direttamente alzato la pressione intorno alle fonti energetiche,
al potere di acquisto e alla supremazia produttiva dell’Occidente. In questo
senso l’attacco terroristico iniziato contro di noi nel 2001 non è l’inizio
delle guerre che oggi sono in corso, ma è il frutto e la rappresentazione del
potenziale tellurico che c’è in questo cambiamento di rapporti di forza. Anche
questo sappiamo.
Quello che meno
sappiamo, da occidentali, da almeno un decennio, è come confrontarci con queste
nuove richieste di questi nuovi poteri. Bush, dopo l’emergenza del 2001, ebbe
una idea. Discutibile, come è stata, ma sicuramente una idea. Avanzare il
fronte della presenza americana. Avanzarlo letteralmente - nel senso, cioè, di
creare attraverso le invasioni di alcuni paesi nuove roccaforti di presenza
Usa, piantate direttamente nel cuore dei nuovi equilibri. Il controllo
dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Pakistan, che direttamente o meno gli Usa si
ritrovano, aggiunto alla solida alleanza con l’India, forma, se guardiamo alle
carte geografiche, una lunga fascia di presidio diretto. Una sorta di cintura
Gibaud, che abbraccia i paesi del petrolio, amici e nemici; ma, anche, fa da
contenimento, sotto la pancia del Caucaso e della Cina.
Le guerre di Bush
sono state molto criticate, e si sono rivelate certo meno efficaci e veloci di
quel che il Presidente allora aveva promesso. Ma l’idea del «Contenimento»
dell’Asia e della Cina in particolare è di sicuro oggi il punto numero uno
dell’agenda mondiale. Contenimento nel senso di espansione di influenza, ma
anche, e per ora soprattutto, nel senso di accesso alle fonti di energia.
Questo è da dieci anni il nuovo potenziale conflitto nel mondo.
Obama non solo lo
ha ereditato, ma rischia addirittura di esserne schiacciato: il ruolo che la
Cina ha avuto e può avere nella crisi economica americana è oggi infatti il
vero tallone d’Achille del presidente Usa.
Certo, Obama non è
Bush. Non crede alla guerra come soluzione unica e finale. È arrivato al potere
promettendo rispetto e parità nelle relazioni fra nazioni. Si è impegnato a
farlo usando tutti gli strumenti che già conosciamo, e se possibile
inventandosene di nuovi. Rapporti bilaterali, allargamento delle organizzazioni
internazionali, dialogo fra culture. Ma la sua posizione di trattativa non può
che passare anche attraverso la riaffermazione del potere militare del suo
paese.
Per questo non può
abbandonare l’Afghanistan, per questo non può che impegnarsi in un braccio di
ferro con l’Iran, per questo non può che consolidare l’influenza Usa in Iraq -
insomma, non può che finire quello che Bush ha iniziato. Nel mondo, come
dicevamo, l’Occidente si avvia a essere minoranza. È importante - e questo vale
anche per l’Europa - che essere minoranza non significhi anche diventare
marginali. LUCIA ANNUNZIATA LS 3
Minsk, il viaggio dei dossier tra i misteri di Berlusconi
Lo strano viaggio
del Cavaliere col colbacco. Sconfessato dalla baronessa Ashton. «Silenziato»
dal sito di Palazzo Chigi. Accompagnato dalla versione, non smentita, sparata a
tutta pagina dai giornali di stretta osservanza berlusconiana: «Berlusconi
porta in Italia gli archivi del Kgb» (Il Giornale ): «Berlusconi fa lo 007. A
caccia di nemici negli archivi del Kgb» (Libero ). Lo strano viaggio del
Cavaliere assume così risvolti da giallo. Il giallo del «Viaggio dei dossier».
Destinazione Minsk.
IL MINISTRO
ORGOGLIOSO - «Siamo orgogliosi del
rapporto speciale» che abbiamo con la Bielorussia. Ad affermarlo è il ministro
degli Esteri Franco Frattini, all'indomani della visita a Minsk del presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi. «L'Italia è un Paese amato dalla Bielorussia -
ha detto il titolare della Farnesina, in un incontro con la stampa estera a
Roma - 35mila famiglie italiane si sono prese cura di centinaia di migliaia di
bambini vittime del disastro di Cernobyl». Ma il titolare della Farnesina non
frena il suo orgoglio. E rincara la dose: quella di Berlusconi a Minsk «è stata
la visita di un capo di governo europeo che apre la strada ad altri», e che
«segue ad una decisione dell'Unione Europea di includere la Bielorussia nel
partenariato strategico orientale», afferma Frattini. Non passa neanche un’ora
ed ecco che le agenzie stampa battono la clamorosa smentita.
LA BARONESSA
PUNTUALIZZA - La posizione dell'Unione
Europea riguardo alla Bielorussia non cambia e resta quella confermata, anche
di recente, dai ministri degli Esteri della Ue. A puntualizzarlo è il portavoce
della neo ministra degli Esteri dell’Ue, Catherine Ashton, interpellato sulla
visita del premier italiano a Minsk e sugli elogi fatti al presidente
bielorusso Aleksandr Lukashenko. «Non c'è nessun commento da parte nostra, come
al solito, alle attività di un premier», premette Ludz Gullner. «La nostra
posizione in proposito è piuttosto chiara, così come è stata chiarissima la posizione
assunta il 17 novembre scorso dai ministri degli Esteri della Ue. Niente da
allora è cambiato», aggiunge il portavoce. La Ue sostiene un approccio con la
Bielorussia flessibile e pragmatico - spiega il portavoce - i progressi tra la
Ue e la Bielorussia avverranno in risposta a positivi passi che saranno presi
da parte della Bielorussia». Il portavoce ha quindi ricordato le conclusioni
dei ministri degli Esteri del 17 novembre scorso in cui la Ue «si rammarica
della mancanza di progressi significativi nell'area della libertà e dei diritti
umani». Una valutazione che ha portato i ministri a prolungare fino all'ottobre
del 2010 la sospensione del congelamento delle sanzioni verso la Bielorussia.
Una decisione con la quale la Ue mantiene la minaccia delle misure restrittive
finché l'ex repubblica sovietica non colmerà le carenze nel processo di riforma
democratica.
SITO SILENTE - Lo schiaffo diplomatico è di quelli che
lasciano il segno. E che portano all’aspetto più inquietante del «Viaggio dei
dossier». Un viaggio che per il sito ufficiale di Palazzo Chigi non è esistito.
Non ne esiste traccia. Eppure si è trattato di una visita ufficiale. La prima
di un leader occidentale in Bielorussia da una quindicina di anni. Cerchiamo e
ricerchiamo. Niente da fare. Nessun annuncio, nessun comunicato ufficiale. Ma
allora, che cosa è andato a fare il Cavaliere a Minsk? Fonti bene informate
accreditano la versione «sparata» da Libero e dal Giornale . Il premier è
andato a caccia di dossier. Sui nostri soldati scomparsi nella Seconda guerra
mondiale, si aggiunge. Ma c’è chi dice che quei dossier conterrebbero anche
informazioni più recenti e spendibili politicamente. «La politica estera di
Berlusconi è un mistero di fronte al quale non possiamo arrenderci per il bene dell'Italia.
La notizia di oggi (ieri, ndr ) riguarda il dossier del Kgb che Lukashenko
avrebbe consegnato direttamente nelle mani del premier italiano. Il Parlamento
ha diritto di sapere di che si tratta, Berlusconi chiarisca immediatamente»,
chiede la senatrice del Pd Roberta Pinotti. E con lei l’Idv. Il «viaggio dei
dossier» è materia esplosiva. Umberto De
Giovannangeli L’U 2
Quando una
coalizione di governo dispone di una maggioranza fatta di decine e decine di
parlamentari tanto alla Camera quanto al Senato, è chiaro che qualunque
tentativo dell’opposizione di determinarne una crisi in Parlamento non può che
esser destinato al fallimento.
La richiesta di
voto segreto su questo o quel provvedimento (quando possibile) è solitamente
destinata a non riservare sorprese, e la presentazione di mozioni di sfiducia
può perfino sortire l’effetto paradossale di rafforzare l’esecutivo. Chi dunque
oggi è insoddisfatto dell’azione del governo e però contemporaneamente
rimprovera all’opposizione scarsa efficacia nel suo agire, non lo fa certo
immaginando che l’occasione della caduta dell’esecutivo sia lì a portata di
mano (e ciò nonostante non venga, colpevolmente, colta). Quel che si intende
piuttosto lamentare, è il perdurare di una certa afasia politica che rischia di
portare fuori dalla rotta annunciata durante le primarie anche la segreteria di
Pier Luigi Bersani.
Se infatti si
erano ben intesi i progetti dell’ex ministro allo Sviluppo economico e dei suoi
sostenitori, il «nuovo» Pd avrebbe dovuto caratterizzarsi per poche ma
notevolissime innovazioni. La prima: fine dell’antiberlusconismo urlato quasi a
prescindere; la seconda: ritessitura di una politica delle alleanze che
archiviasse la stimolante ma vana linea della cosiddetta «vocazione
maggioritaria»; la terza: costruzione e radicamento sul territorio di un
partito da definire - in conseguenza delle prime due novità elencate - più
ancora che di «opposizione», di «alternativa». Ora, pur tenendo naturalmente
conto che l’ascesa di Bersani alla guida del Pd risale ad appena un mese fa,
bisogna dire che le svolte annunciate fanno fatica non solo ad affermarsi, ma
in certi casi perfino ad essere percepibili. E tale ritardo - com’è inevitabile
- risalta ancor di più di fronte alla situazione in cui versa la maggioranza di
governo: che lo stesso Bersani, con sintesi efficace, ha definito di
«confusione micidiale».
Esempi se ne
potrebbero fare diversi. Qui basta limitarsi a due, tre episodi: capaci
comunque di dare il senso di quanta «micidiale confusione» alberghi ancora
anche nel quartier generale del Pd. I rapporti con Di Pietro e con «la piazza»:
sabato va in scena il no-Bday e tra i democratici, intorno al cosa fare, regna
la stessa «confusione» che segnò, in passato, la vigilia di iniziative simili;
le questioni che riguardano le vicende giudiziarie del premier: tema assai
delicato sul quale - però - si oscilla dai «no» a ogni iniziativa legislativa
proposta (dal lodo Alfano al «processo breve») fino alla presunta legittimità
del capo del governo a difendersi non solo «nel» ma anche «dal» processo;
infine, la scelta dei possibili candidati-presidenti in regioni chiave come la
Puglia, il Lazio e la stessa Campania: non solo le scelte restano nervosamente
in alto mare, ma su questo terreno il «nuovo», eredità del Pd veltroniano (le
primarie), e l’«antico», che si intende riportare in auge (trattative tra
partiti e politica delle alleanze), stanno determinando il più insidioso dei
cortocircuiti.
In fondo è per
questo che può sorprendere ma non scandalizzare il commento col quale, l’altra
sera a Ballarò, l’analista americano Edward Luttwak ha sintetizzato l’animo con
cui la diplomazia statunitense guarda allo scontro in atto tra il premier e
Gianfranco Fini: «Considerando che l’opposizione non lo è, almeno ora sappiamo
che c’è un’alternativa a Berlusconi: si chiama Fini». Sarà pure un osservatore
di chiare simpatie repubblicane, ma è difficile non intendere quel che Luttwak
ha voluto dire: un ricambio possibile - anzi: il ricambio forse oggi più
possibile - non è tra maggioranza e opposizione, ma all’interno della stessa
maggioranza. Non è certo un giudizio che possa rallegrare il nuovo gruppo
dirigente del Pd, ma sarebbe saggio tenerne conto. Non foss’altro che poiché
l’Italia - e la stessa opposizione in questo Paese - ha già conosciuto una
stagione nella quale ricambi e alternanza tra leader della stessa maggioranza
(anzi, dello stesso partito) erano la norma. Non andava bene il conservatore
Rumor? Ecco in campo Aldo Moro. Le élite non tolleravano più i modi spicci di
Fanfani? Nessuna paura, arrivava il duttile Andreotti. Sembravano ricambi, e
talvolta lo erano davvero. Solo che, seppellita la Prima Repubblica, nessuno
immaginava si potesse tornare a una situazione così. FEDERICO GEREMICCA LS 3
Fuorionda di Fini,
due segnali lasciano pensare che il Cavaliere propenda per un drammatico e
traumatico "redde rationem" - di MASSIMO GIANNINI
C'ERANO due modi
per disinnescare la bomba atomica del fuorionda in cui Gianfranco Fini dà del
monarca a Silvio Berlusconi, e marca la distanza irriducibile tra la sua idea
di destra e quella del Cavaliere. Il primo modo era usare il buonsenso:
prendere atto di quella distanza, che non è certo nuova ma risale addirittura
al congresso fondativo del Pdl, e colmarla con la valorizzazione delle
differenze, necessarie e vitali in un partito che si vuole pluralista e di
massa. Il secondo modo era usare la clava: cogliere l'occasione di un incidente
sia pure sgradevole, ma di per sé non così destabilizzante, per bastonare e
regolare una volta per tutte i conti con quello che evidentemente non si
considera più un alleato, ma un avversario. Non più il co-fondatore del Popolo
delle libertà, ma l'eversore del partito unico del centrodestra.
Non sappiamo
ancora quale linea ufficiale abbia scelto e sceglierà il presidente del
Consiglio. Al di là della solita "ira" che lascia trapelare
attraverso la sua corte, il premier non si è ancora espresso sul piano formale,
per dire la sua sulle esternazioni sfuggite al presidente della Camera a
L'Aquila. Ma due segnali lasciano pensare che il Cavaliere propenda per un
drammatico e traumatico "redde rationem".
Intanto, le parole
meditate di Claudio Scajola, che afferma chiaramente che Fini è ormai lontano
dallo spirito identitario e dalla constituency politica del Pdl. E poi il
titolo del Tg1 di ieri sera che, amplificando quello dei giornali di famiglia
usciti ieri mattina ("Fini chiarisca o si dimetta") parla
testualmente di "ultimatum" al presidente della Camera.
È vero che due
indizi non fanno una prova. Ma è altrettanto vero che questi segnali contano e
pesano. Scajola è un ministro di rilievo, oltre che dirigente di spicco dell'ex
Forza Italia: non appartiene alla claque dei Cicchitto e dei Capezzone, dei
Gasparri e dei Quagliarello, "reagenti" di professione incaricati
della dichiarazione quotidiana da infilare nei pastoni televisivi. E il Tg1 di
Minzolini, come dimostra precedenti inequivoci (dalle omissioni sulle escort
alle suggestioni sull'immunità parlamentare) si può considerare a tutti gli
effetti "l'organo ufficiale" del partito del presidente, che non
incede nella grottesca agiografia del Tg4 di Emilio Fede, ma interpreta
l'ortodossia ideologica e anticipa la linea politica del Pdl di rito arcoriano.
Dunque, il
combinato disposto di questi fattori lascia pensare che per Fini sia
cominciata, o stia per cominciare una sorta di "purga berlusconiana".
Come si addice al
partito-caserma, l'unico che il presidente del Consiglio concepisce e che il
presidente della Camera aborrisce. Come è logico per la muta famelica di cani
che da giorni, in Transatlantico e sui giornali-cognati, ha lanciato la caccia
a Fini sospettandolo di criminale complotto e di altro tradimento, e che ora
sente, nelle sue frasi pronunciate a ruota libera in quel famigerato fuori
onda, l'eco di una profezia che si autoavvera.
Ma se questo è il
disegno, cacciare il "mercante" dal tempio dell'unto del Signore,
bisogna dire che l'operazione è insieme avventurosa e pericolosa.
Avventurosa,
perché Fini è pur sempre la terza carica dello Stato, e dal modo in cui ha
messo in riga il livido Bondi a Ballarò è evidente che l'uomo non rinuncerà mai
a far vivere la sua idea alternativa di centrodestra, incontrando su questo un
consenso nel Paese e un sostegno nel partito, per quanto, per ora, entrambi
minoritari.
Operazione
pericolosa, perché il Pdl senza il co-fondatore Fini diventa, sul piano
culturale e sociale, il partito di una destra a trazione esclusivamente forza
leghista, esasperata ed esagitata, che non ha eguali in Occidente e non ha
paragoni nelle famiglie del popolarismo europeo. Un partito estremista e
populista, che si chiude nella sua ridotta identitaria, padana e neanche più
tanto sudista, e si preclude ogni possibile riapertura di gioco con il centro
di Casini, difficilmente spendibile per sostituire Fini nel ruolo di stampella
di un Cavaliere sempre più azzoppato.
Berlusconi farà
bene a ponderare le sue mosse. La sua destra, rivoluzionaria e plebiscitaria,
può anche vincere questa partita interna. Ma i fatti stanno dimostrando che
l'altra destra, quella di Fini, istituzionale, laica e repubblicana, sta
comunque saldamente in campo, e se non qui ed ora rappresenta comunque
un'alternativa possibile.
Anche per il
governo del Paese. Per quello futuro, ovviamente. Da quello attuale lacerato e
disperato com'è, non c'è da aspettarsi più nulla, se non una rissosa e rovinosa
sopravvivenza. E questo, per l'Italia, è davvero un prezzo troppo alto da
pagare. Aveva detto bene il presidente della Repubblicano Giorgio Napolitano:
solo la maggioranza può uccidere la maggioranza. È quello che sta accadendo in
questo avvelenato clima da 25 luglio 1943: un lento, inesorabile suicidio
politico.
LR 3
L’Italia e la crisi. Il peggio arriva in casa nostra
IL dato sulla
disoccupazione, ora superiore all’8%, nasconde due tristi verità: la prima, che
abbiamo fatto un salto nel passato; la seconda, che le prospettive di crescita
future sono molto basse.
Il salto nel
passato ci riporta al 2004, dopo aver bruciato quasi tutti i guadagni prodotti
dalle riforme per un mercato del lavoro più flessibile. Non serve consolarsi
con quello che succede negli altri Paesi, il peggio è nelle nostre case. Il
Prodotto interno lordo, in termini reali, è oggi al livello del 2001, la
produzione industriale è al livello del 1988. Sicuramente siamo tornati dieci
anni indietro, forse venti. Il debito pubblico fra poco raggiungerà il picco
del 1994 superando il 120% di un magro Prodotto interno lordo.
Alcuni economisti,
di recente, hanno messo in dubbio questi indicatori e in particolare il
Prodotto interno lordo come misura del benessere di una nazione. Può darsi.
Certo è difficile trovare altri indicatori in cui l’Italia stia meglio degli
altri. Non possiamo certo vantarci del nostro sistema sanitario, del livello di
istruzione scolastica e universitaria, della certezza della giustizia, della
sicurezza sociale, dell’efficienza nella pubblica amministrazione, di una
classe politica dignitosa. Tutto questo a fronte di una spesa pubblica e di una
tassazione che sono fra le più alte nel mondo. L’Italia non è certo un Paese in
cui regna la meritocrazia, in cui i giovani hanno un futuro.
La crisi, anche se
viene da fuori, ci colpisce di più perché siamo un Paese strutturalmente
debole. Le prospettive future sono quelle di regredire ulteriormente. Una
regoletta in economia, quella di Okun, dice che per ridurre il tasso di
disoccupazione di un punto percentuale, il Prodotto interno lordo deve crescere
di tre punti percentuali. Se cresciamo dell’1% all’anno per i prossimi sei
anni, forse riusciremo a recuperare gli occupati che si sono persi con la
crisi.
La seconda triste
verità è che una crescita dell’1% per i prossimi anni è fin troppo ottimistica.
Negli scorsi anni siamo cresciuti principalmente attraverso due canali: le
esportazioni e gli investimenti in capitale fisico da parte delle imprese,
piccole e grandi, che hanno affrontato la competizione internazionale innovando
i propri prodotti. Le esportazioni ora ci permettono di respirare, ma non
potranno mai tornare ai livelli del passato.
Il resto del
mondo, che ancora deve completamente uscire dalla crisi finanziaria e reale,
crescerà a tassi inferiori. L’innovazione finanziaria del passato aveva
comunque prodotto un effetto moltiplicativo per l’economia reale, che ora si è
perso. Date le prospettive inferiori di crescita e l’incertezza, non si può
certo contare su ulteriori investimenti in innovazione, anche perché il boom
degli investimenti del passato è stato finanziato con debito, i cui costi ora
sono spropositati rispetto ai magri ricavi. Di questi tempi le possibilità di
finanziarsi esternamente sono basse sia perché il proprio collaterale ha meno
valore sia perché le banche sono caute nel prestare denaro a chi è in
difficoltà.
Con una piccola
spinta delle esportazioni, pochi investimenti, non ci si può certo aspettare di
crescere con i consumi interni, anemici per loro natura e per una
disoccupazione crescente. I bassi tassi di interesse e i prezzi contenuti delle
materie prime e prodotti alimentari possono giocare a favore ma non per molto.
Paradossalmente per non piegare ulteriormente i consumi delle famiglie italiane
dobbiamo sperare in una crescita graduale del resto del mondo che mantenga
bassi proprio i tassi d’interesse e l’inflazione. Rimane da capire come
riusciremo a finanziare il debito pubblico crescente e cosa succederà quanto i
tassi d’interesse saliranno e noi non cresceremo.
Per non perdere
altri decenni, bisogna cambiare realmente marcia; ne sono consapevoli sia il
Ministro Brunetta che Tremonti. Il fardello è nel debito pubblico e nelle
inefficienze della spesa pubblica. Se non si procede nelle riforme strutturali,
si riduce la spesa pubblica superflua, si migliora l’efficienza di quella
necessaria, si continua la lotta verso l’evasione fiscale, si riducono le tasse
per famiglie e imprese, si investe in ricerca e sviluppo, questo Paese non ha
che un futuro da secondo mondo. PIERPAOLO BENIGNO IM 2
Napolitano: "L'Italia tornerà a crescere. Giovani, non
andatevene"
Il Presidente
della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ribadito il suo messaggio di fiducia:
l'Italia tornerà a crescere. «Non credo si possa dire a nessuno che ritorneremo
alla Roma imperiale, sarebbe eccessivo. Però possiamo far crescere un paese
all'altezza delle conquiste della civiltà contemporanea più avanzata», ha detto
il Capo dello Stato dopo aver visitato insieme al presidente della Provincia
Nicola Zingaretti la nuova area archeologica scoperta proprio sotto l'edificio
di palazzo Valentini, sede della Provincia, e da oggi aperta al pubblico.
«Sono felice - ha
affermato il presidente della Repubblica - che il pubblico possa avere accesso
anche ai più recenti ritrovamenti, che hanno avuto una sistemazione splendida
ed hanno il corredo di una ricostruzione ideale che ha una traccia didascalica
eccezionale. C'è da rafforzare non solo tra i cittadini romani, ma negli
italiani, la consapevolezza della straordinaria eredità che ci è stata
consegnata dalla storia e che giustamente si cerca di riportare in piena luce».
Ai giornalisti che
gli chiedono, anche sull'onda del recente dibattito sul futuro del paese
innescato dalla lettera del rettore della Luiss, quale avvenire l'Italia possa
avere, Napolitano ha detto: «Non credo - dice il presidente - si possa
dire a nessuno che ritorneremo alla Roma imperiale. Sarebbe eccessivo, però, su
queste basi possiamo fare crescere un paese all'altezza delle conquiste anche
delle civiltà contemporanee più avanzate». L’U 3
ROMA — Incredulo,
ferito, umiliato, offeso. E furioso, come mai con l’alleato, che oggi vede come
un nemico. Lo descrivono così Silvio Berlusconi, che su Gianfranco Fini ieri,
da Milano e in collegamento telefonico con il gruppo dirigente del partito, ha
sfogato tutta la sua rabbia perché «quell’ingrato si permette di parlare di me
in quei termini» e lo fa con «un procuratore della Repubblica! Cose da pazzi! E
io dovrei fidarmi di lui, quando dice quelle cose sui pentiti che infangano il
mio nome? Eh no, così non si va avanti, adesso chiarisce e chiede scusa, o fa
marcia indietro o io non lo voglio più vedere, per me è fuori ».
Uno sfogo lungo e
accorato, quello del Cavaliere, che in collegamento con lo stato maggiore del
Pdl convocato in tutta fretta in via dell’Umiltà — c’erano i coordinatori
Bondi, La Russa e Verdini, i capigruppo Gasparri e Cicchitto, i vice
Quagliariello e anche Bocchino (al telefono, in stretto collegamento con
Fini)—, è arrivato a ipotizzare una raccolta di firme in Parlamento per una
mozione di sfiducia contro il presidente della Camera (ma la mossa, peraltro
tecnicamente impossibile, è stata sconsigliata dai suoi interlocutori — da
Quagliariello a Verdini, da La Russa a Cicchitto — perché «non dobbiamo far
precipitare la situazione»), e starebbe pensando di convocare un Consiglio
nazionale del partito per votare su una linea di sostegno alla sua persona e di
sconfessione dell’ex leader di An.
Per ora però, è
passata una linea molto dura ma non quanto il premier avrebbe voluto. E cioè
una richiesta formale di chiarimento a Fini da parte del partito, vergata
durante il vertice e affidata ad una nota del portavoce Capezzone: «Non
commentiamo i fuorionda. Nell'ultimo ufficio di presidenza del Pdl ci siamo
espressi all' unanimità sull'utilizzo dei cosiddetti 'pentiti', sull'uso
politico della giustizia, sul tentativo in atto di ribaltare il risultato della
ultime elezioni politiche. Quel documento per tutti noi esprime la linea di
fondo del Pdl. Tocca ora al presidente della Camera spiegare il senso delle sue
parole rese note da Repubblica Tv e se con quelle ragioni è ancora d'accordo».
Si chiede dunque
un mea culpa a Fini, o comunque un riallineamento alle posizioni della
stragrande maggioranza del Pdl, che assiste attonito e spaventato a uno scontro
di cui non si vede né la fine né l’approdo. E crescono — soprattutto dopo il
fuorionda sui pentiti di mafia — i già forti sospetti sul gioco a cui si
starebbe prestando Fini, che comunque — assicurano i maggiorenti del Pdl —,
dopo «questo enorme errore, è solo, nemmeno della ex An lo segue più nessuno ».
Perché c’è un punto oltre il quale non si può andare: «Io — dice Osvaldo Napoli
— non credo ai complotti, ma fino a questo punto non credevo neppure che ci
fosse un apostolato a favore dei complotti...». Paola Di Caro CdS 2
L’ennesimo
incidente di percorso tra Fini e Berlusconi non è importante solo per le frasi,
non destinate ad essere rese pubbliche, uscite dalla bocca del presidente della
Camera e registrate da un microfono indiscreto. Ma anche, e forse soprattutto,
per il tono con cui, in confidenza, sono state pronunciate.
A parte
l’anticipazione, quasi un mese prima (la registrazione è del 6 novembre), che
le dichiarazioni che il pentito Gaspare Spatuzza renderà il 4 dicembre saranno
«una bomba atomica» (Fini dunque per quella data era già al corrente del tenore
delle future rivelazioni del mafioso), e necessitano quindi di «un riscontro»
da fare «con scrupolo», e a parte la conferma del dissenso con il Cavaliere,
che «confonde la leadership con la monarchia assoluta» e interpreta il consenso
elettorale come «una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi autorità di
garanzia e di controllo», Fini, anche privatamente, non parla più come
«cofondatore» del Pdl, ma come uno che sente di non aver più nulla da
condividere con Berlusconi e con il partito nato dalla fusione dell’ex An con
Forza Italia.
E se è chiaro che
il presidente della Camera considera quell’esperienza come se ormai non gli
appartenesse, più difficile è capire quale ruolo Fini si riservi per il futuro.
Del resto non era
questo l’oggetto della conversazione occasionale con il procuratore Trifuoggi,
tra l’altro anche lui non tenero verso il premier, che accusa, nientemeno, di
voler fare «l’imperatore romano». L’unica previsione realistica è che Fini
pensi ormai a sé stesso solo come al presidente della Camera, cioè una di
quelle autorità di garanzia, che hanno tra i propri doveri quello di richiamare
il premier al rispetto delle regole e dei diversi ruoli istituzionali, ma ai
cui interventi il presidente del Consiglio non si sente in alcun modo
sottoposto, perché si ritiene comunque protetto. E li giudica, tutt’al più,
come un fastidio, in forza della singolare concezione del proprio ruolo e del
massiccio consenso popolare su cui può contare.
Se ne ricava che
tutti gli incontri, i tentativi di mediazione, le salite e le discese da un
Palazzo all’altro dei pacieri di tutte le parti, sia quelli avvenuti, sia
quelli in preparazione, devono a questo punto essere valutati inutili, se non
addirittura controproducenti. E di conseguenza, siccome Fini alla Camera non è
solo, ma anzi coagula una discreta pattuglia di dissidenti, sono anche da
considerare a rischio i prossimi appuntamenti a Montecitorio del governo,
malgrado la larga maggioranza di cui ancora può godere. Si sa, in politica mai
dire mai. Ma la storia dell’alleanza tra Gianfranco e Silvio, che quindici anni
fa ha aperto la strada del governo alla destra, e di colpo ha cambiato la
storia politica del Paese, stavolta sembra proprio finita.
MARCELLO SORGI LS
2
Due leader, due strade diverse. Il divorzio delle libertà
Con la battuta
«Berlusconi confonde il consenso con l ’ i m m u n i t à » , Gianfranco Fini,
un politico di troppa esperienza per non avere soppesato le parole, ha aperto
una «crisi al buio» all’interno del centrodestra. I ricucitori cercheranno di
rinviare la definitiva resa dei conti ma sarà, appunto, un rinvio. È la logica
conclusione di un crescendo di prese di posizione di Fini che portavano
inesorabilmente verso l’ufficializzazione della fine del sodalizio fra lui e
Berlusconi. Probabilmente, in questo distacco, ha svolto un ruolo anche un
errore di valutazione di Berlusconi. Quando diede vita al Popolo della libertà,
Berlusconi non volle capire che fondere Forza Italia e Alleanza Nazionale
imponeva anche di accettare una vera dialettica interna. Il Popolo della
libertà non poteva essere trattato come Forza Italia (di cui Berlusconi era
fondatore e capo carismatico). Nel Popolo della libertà confluiva un personale
che aveva una sua storia, un suo retroterra e, soprattutto, entrava (obtorto
collo, come si ricorderà) un leader di peso come Fini.
Come può succedere
ai capi carismatici, Berlusconi non capì che, a differenza di Forza Italia, il
Popolo della libertà non poteva essere solo uno strumento al suo servizio. Ma
non c’è dubbio che la fine del sodalizio si deve soprattutto al cambiamento di
posizioni politiche di Fini su un amplissimo spettro di questioni. Un
cambiamento così radicale che oggi sembrano non esserci più punti di contatto
fra ciò che vuole Fini e ciò che vuole il grosso dello schieramento di cui egli
fa ancora ufficialmente parte. Fini aveva di fronte a sé, all’indomani delle
ultime elezioni, anche una diversa opzione. Poteva impegnarsi (all’ombra del
capo) in una sotterranea competizione con Tremonti e altri al fine di assumere
il ruolo del delfino, del successore designato. Sia stato un calcolo che gli ha
fatto ritenere improbabile quell’esito oppure una maturazione personale che lo
ha spinto verso altri orizzonti, resta che Fini ha scelto una diversa strada:
la contrapposizione sistematica a Berlusconi e all’alleanza fra Berlusconi e la
Lega. Ciò apre due interrogativi, il primo sul futuro personale di Fini, il
secondo sul futuro del bipolarismo. Per quanto riguarda il futuro di Fini,
sembra difficile pensare che esso possa essere nel centrodestra così come è.
Fini oggi si trova nella paradossale condizione di essere un leader della
destra che riscuote i maggiori consensi a sinistra.
Si immagini cosa
accadrebbe se, sotto un governo di sinistra, un importante leader della sinistra
prendesse le distanze dal governo così sistematicamente da diventare «l’eroe»
della destra. Che spazio avrebbe, in seguito, quel leader nel proprio
schieramento? A parti rovesciate, è quanto è accaduto a Fini. È evidente che
Fini immagina il suo prossimo ambito d’azione fuori dall’attuale centrodestra.
L’unica strada che gli si apre, mi sembra, non può che incrociare il progetto
(di Casini e di altri) di quella formazione neocentrista che potrebbe nascere
dalla disgregazione del centrodestra dopo l’uscita di scena di Berlusconi. Una
scelta e un progetto più che legittimi. Speriamo che non travolgano del tutto
il bipolarismo e, con esso, quella periodica alternanza al governo fra forze
contrapposte che è stata, pur con tante ombre, la migliore innovazione politica
sperimentata dall’Italia nell’ultimo ventennio.
ANGELO PANEBIANCO CdS 3
Berslusconi-Fini. Verso il punto di non ritorno
L’argomentazione
dello staff della presidenza di Montecitorio è di tipo calligrafico,
formalmente raffinata: il fuorionda al premio Borsellino del sei novembre
scorso non contiene giudizi nuovi su Silvio Berlusconi bensì la riproposizione,
seppur in un colloquio privato, di valutazioni più volte espresse in occasioni pubbliche.
In effetti è più o meno è così, salvo la doverosa precisazione su Nicola
Mancino e presunte rivelazioni del pentito Spatuzza sui rapporti con i boss
mafiosi. Tuttavia è proprio la scorrevolezza e disinvoltura con la quale - in
un botta e risposta con un magistrato che peraltro afferma di aver incontrato
Gianfranco Fini per la prima volta in quella occasione - il numero uno della
Camera manifesta le sue opinioni sul premier, a colpire. Come pure è palese la
diversa corposità dal punto di vista dell’impatto mediatico di una
conversazione ”rubata” rispetto a pronunciamenti ufficiali.
Infatti. Il punto
non è valutare col bilancino la collimanza delle parole. Ma piuttosto
verificare ancora una volta la distanza politicamente siderale - forse giunta
ad un punto di non ritorno - che si è determinata tra i due cofondatori del
Pdl. Sempre più appare evidente che le critiche di Fini al Cavaliere non
riguardano solo o tanto il possibile e legittimo diverso atteggiamento su una
vicenda o un provvedimento, quanto il modo stesso di fare politica dell’”uomo”
Berlusconi. Si confrontano due filosofie opposte, culturalmente e
antropologicamente inconciliabili. Con un di più. L’accusa così insistita di
cesarismo non lascia spazio ad alternative: o porta ad un chiarimento che ne
ridimensioni la portata, oppure non può che diventare l’anticamera della
rottura. Che un partito, per di più maggioritario nel Paese, possa reggersi sul
conflitto permanente tra i due leader più rappresentativi, è davvero complicato
da immaginare.
Si spiega così la
nota ufficiale del Pdl che domanda a Fini se si riconosce ancora nella linea
politica del partito e che illumina sullo stato di lacerazione esistente e
chissà quanto ricomponibile. Il riferimento è a Spatuzza, all’uso dei pentiti e
a quello politico della giustizia: un versante per sua stessa natura
delicatissimo e dagli effetti devastanti. Fini puntualizza di aver voluto
invitare i magistrati al massimo di attenzione nel maneggiare una questione
esplosiva. Tuttavia è chiaro che una differenziazione così profonda tra due
modi di intendere l’uso della legittimazione che deriva dal consenso popolare,
che il presidente della Camera ovviamente riconosce in toto a Berlusconi,
produce veleni e intossica i rapporti interni. Per questo motivo non può
rimanere inevasa. Carlo Fusi IM 2
Regione Sicilia in crisi. Lombardo: «Maggioranza dissolta, io vado avanti»
Il governatore
all'Ars: «La fine con la bocciatura del Dpef. Pronti a ripartire con chi ci
crede»
PALERMO - «Con la
bocciatura del Dpef, nei giorni scorsi c'è stata la dissoluzione della
maggioranza (formata da Mpa e Pdl, ndr)». Lo ha detto intervenendo all'Ars il
presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo. «Siamo pronti a ripartire
con un progetto per la Sicilia con chi ci crede» ha aggiunto il governatore.
«Ieri i rappresentanti delle forze sociali ed economiche - ha aggiunto Lombardo
- ci hanno espresso il rammarico per le liti e le beghe tra i partiti e la
conseguente l'instabilità politica. E hanno contemporaneamente espresso il loro
dissenso per eventuali elezioni anticipate».
«SE VOLETE
PRESENTATE LA SFIDUCIA AL PRESIDENTE» - «I cittadini hanno votato ciascuno di
voi e poi hanno votato il presidente della Regione. Abbiamo tutti pari
legittimazione popolare. L’Ars ha in più lo strumento di fare andare avanti la
Regione sfuggendo alla tentazione di continuare a questo gioco al massacro: può
presentare la sfiducia al presidente» ha poi aggiunto Lombardo rivolgendosi ai
deputati dell’Assemblea regionale siciliana. «Io - ha sottolineato il
governatore - non sono inchiodato alla poltrona e vi dico con molta franchezza
che ho il dovere morale di portare avanti questo impegno e questo lavoro perché
lo devo ai siciliani. Fin quando io ci sto devo servire la gente». Poi ha
detto: «Io non escludo nessuno. Non ho rancori».
«PRONTI A FARE LA
NOSTRA PARTE» - «Il gruppo Pd all'Ars ribadisce che la crisi dell'alleanza di
centrodestra che ha sostenuto Raffaele Lombardo ha ormai raggiunto l'epilogo»,
ma il Pd si dice «pronto a fare la sua parte per realizzare le riforme
necessarie a cambiare la Sicilia» si legge in una nota del gruppo del Partito
democratico all'Ars. «Dopo 18 mesi la Sicilia mostra i segni del fallimento di
questa coalizione e la Regione non può continuare a galleggiare nel pantano di
una politica che non è in grado di dare speranze e soluzioni ai problemi gravi
dell'Isola. Sancire il fallimento della maggioranza è condizione essenziale per
verificare la possibilità di aprire una stagione delle riforme su punti
essenziali» si legge nel documento del Pd. «Il peso elefantiaco della Regione -
conclude il Pd - e della burocrazia, il fallimento delle politiche scellerate
sui rifiuti, la formazione professionale, il precariato, la necessità di
utilizzare in modo produttivo ed efficace le risorse europee e i fondi Fas,
sono tutti punti che impongono una azione riformatrice». «Il Pd è pronto a fare
la sua parte - conclude il documento - per realizzare le riforme necessarie a
cambiare la Sicilia e aprire una nuova fase di svolta».
LE DIMISSIONI DI
ARMAO - Prima di affrontare la questione della bocciatura del Depf, il
presidente della Regione Sicilia aveva comunicato all'Ars la decisione
dell'assessore Gaetano Armao di rimettere tutte le sue deleghe. Il tecnico
vicino all'ala «ribelle» del Pdl che fa capo al sottosegretario Gianfranco
Miccichè e al parlamentare Dore Misuraca, aveva, fra le altre, la delega sui
rifiuti ed era stato oggetto di una mozione di censura del Pd: Armao era stato
accusato dai democratici di conflitto d'interessi tra il suo ruolo
nell'esecutivo e la professione di avvocato amministrativista. CdS 2
L’illusione di una stagione. Il bipolarismo è finito, basta premio di
maggioranza
IL BIPOLARISMO è
finito. È sotto gli occhi di tutti. C’è la necessità di rivedere il premio di
maggioranza, perché senza il bipolarismo non ha più senso: sbilancia i pesi e
tradisce il voto. L’attuale evoluzione della politica italiana impone di
affrontare un ragionamento molto serio, cioè di prendere atto della fine della
speranza o dell’illusione del bipolarismo come arma vincente per la risoluzione
della crisi seguita al tramonto della prima Repubblica.
Parlare di
bipolarismo guardando alla situazione attuale suona del tutto astratto. Ci sono
quantomeno cinque formazioni in lotta fra loro e le due maggiori sono
federazioni di correnti che, per dirla nella forma più pacata possibile,
faticano a trovare convergenza su una via comune. Si può forse negare che
attualmente Lega, Pdl, Udc (e forze minori di centro), Pd e Idv siano
formazioni radicate, ciascuna con una propria prospettiva senza che alcuna di
esse riesca ad esercitare una egemonia su quelle limitrofe? Di una vera
leadership di Berlusconi sulla Lega non è proprio il caso di parlare, di una
capacità del Pd di tenere sotto controllo l’Idv non c’è traccia, e l’Udc fa
parte per sé stessa intenta a ricostruire una forte componente di centro. Non
si tratta, si badi bene, di cespuglietti legati alle velleità politiche di
qualche piccolo gruppo dirigente, ma di formazioni che raccolgono un consenso
elettorale comunque significativo e ciò proprio in base alla loro volontà di
presentarsi come “diverse” se non addirittura disomogenee rispetto alle altre
forze dei “poli” a cui ciascuna in teoria dovrebbe appartenere.
Anche se
esaminiamo i due partiti maggiori, il Pdl e il Pd, vediamo facilmente che essi
non sono affatto quei “partiti all’americana” che ogni tanto sognano o
presumono di essere. In quel caso il partito come istanza suprema che “detta la
linea” non esisterebbe e prevarrebbe la libertà di ogni singolo eletto di
collocarsi a piacere entro un recinto di appartenenza molto largo e non troppo
definito. Invece Pdl e Pd sono o vorrebbero essere ancora come i tradizionali
partiti, dove c’era una istanza che esprimeva una “linea” a cui tutti dovevano
attenersi. La recente polemica contro Fini all’interno del Pdl è più che
rivelatrice, e dove, come nel Pd, una linea si fa molta fatica a darsela
(vedere la presa di posizione di Veltroni sulla manifestazione dipietrista) si
marcia purtroppo verso una riedizione soft del correntismo modello vecchia Dc.
In questo quadro
si impone una riforma del nostro sistema di raccolta del consenso politico.
Oggi, ammettiamolo, è tutto falsato da una volontà di manipolazione esterna per
produrre il bipolarismo: c’è il premio di maggioranza per obbligare a
coalizzarsi, c’è una soglia di sbarramento che viene drasticamente abbassata se
favorisce aggregazioni larghe, c’è la delega alle segreterie di partito della
scelta dei candidati da far vincere per evitare che possano passare dei
personaggi non graditi o non in sintonia con questi orizzonti. Eppure
nonostante tutto questo il sistema non ha retto, segno evidente che il nostro
contesto non è adatto per esperimenti di questo tipo.
Siamo un Paese fatto
in un certo modo, con forti tradizioni storiche sedimentate nel tempo, con una
atavica inclinazione a dividerci in continuazione e adesso privati anche dei
tradizionali collanti ideologici che consentivano linee di dialogo e momenti di
convergenza. Insistere nel favorire le ammucchiate non serve a nessuno, perché
si producono solo lotte intestine e concorrenze non limpide fra le proposte
politiche. Forse sarebbe bene inventarsi un modo per razionalizzare le
articolazioni che percorrono il nostro Paese e per costringerle a misurarsi
davvero ciascuna coi propri limiti e con le proprie potenzialità.
I mezzi tecnici si
possono tranquillamente trovare, senza alcun rischio di ricadere nella
frammentazione folle di fasi recenti quando c’erano una ventina di partiti,
molti dei quali piuttosto “fasulli” in termini rigorosamente politici. Un
meccanismo elettorale che unisca alcuni vantaggi dell’uninominale con alcuni
vantaggi del proporzionale come è quello tedesco, soglie di sbarramento
adeguate, un ridisegno dei collegi in modo che consentano una reale
competizione libera di candidature sganciate dagli ordini di precedenza imposti
dalle segreterie dei partiti, sono strumenti più che adeguati per governare un
sistema fondato sul pluralismo delle appartenenze politiche come continua ad
essere quello italiano.
Non ci sembra
francamente che questo paese possa permettersi di continuare nell’attuale gioco
al massacro reciproco fra componenti che non si combattono a viso aperto nelle
urne elettorali e nel Parlamento, ma che lavorano per canali distorti come le
polemiche suggerite ai media, le delegittimazioni reciproche, gli appelli
populistici ciascuno alla sua piccola piazza presentata poi come
rappresentativa della maggioranza degli italiani.
Se di riforme
istituzionali si discute, lo si faccia guardando in faccia la realtà. È un
ottimo metodo di lavoro e porterà a dei risultati. PAOLO POMBENI IM 3
"Fiat voluntas Marchionne". Il Lingotto non parla più siciliano
“Abbiamo in Italia
sei stabilimenti e produciamo l’equivalente di quello che si realizza in una
sola fabbrica in Brasile. È fuori da ogni logica industriale, riflette una
realtà che non esiste più”. L’analisi dell’amministratore delegato della Fiat,
Sergio Marchionne, riportata dai quotidiani nei giorni scorsi, non era soltanto
uno sfogo, visti gli sviluppi delle ultime ore. A Termini Imerese non si
produrranno più auto a partire dal 2012. La notizia, battuta dalle agenzie di
stampa nel pomeriggio di ieri e ripresa dai principali organi di informazione,
ha scatenato l'immediata reazione degli operai dello stabilimento siciliano. In
poche ore circa 500 lavoratori si sono ritrovati dinanzi ai cancelli della
fabbrica per protestare contro la decisione comunicata dal top manager del
Lingotto, il quale ha confermato una volta di più al ministro per lo Sviluppo,
Claudio Scajola, la scelta di puntare alla riconversione della produzione. A
Termini, fino al 2011, si produrrà la Lancia Ypsilon.
Per risalire alle
motivazioni che stanno alla base di questa strategia, aveva spiegato
Marchionne, “basta leggere i dati”. Ma quali sono, nello specifico, questi
numeri? Quelli fondamentali sono due: mille e zero. Mille sono gli euro in più
che servono per produrre un’auto a Termini rispetto alla media degli altri
impianti in Italia e nel mondo; zero è invece il margine di guadagno per
l’azienda. Nel 2004, un’ora di lavoro veniva pagata 30 euro a Tychy (Polonia),
55 a Melfi, 75 a Pomigliano e Cassino, 80 a Mirafiori, 90 a Termini.
L’ammontare della retribuzione non costituisce l’unico problema. C’è infatti
anche una questione legata alla produttività: 50 auto a testa sono prodotte
ogni anno dai 1.400 lavoratori dello stabilimento isolano (contro le 70 di
Tychy e le 71 di Melfi) per un totale di 70 mila vetture (a fronte di una capacità
di 120 mila) che fanno attestare il cosiddetto “indice di saturazione” al di
sotto del 60 per cento. Alle cifre e alle considerazioni avanzate dall’azienda
torinese, il governo oppone le proprie. Anzitutto gli incentivi: quelli erogati
nel 2009 ammontano a 400 milioni di euro. Nel 2010 potrebbero arrivarne altri
400, solamente per Termini, 300 dalla Regione siciliana e 100 dal governo.
Guerre di cifre a
parte, il destino della fabbrica termitana sembra ormai segnato. Con la
cessazione della produzione di auto si chiuderebbe, di fatto, una stagione
meridionalista inaugurata nel 1962 da Vittorio Valletta. Una parabola
discendente che, nel tempo, ha portato a una riduzione della forza lavoro dalle
3.600 unità degli anni ‘70 alle attuali 1.500. Con l’integrazione tra Fiat e
Chrysler, ormai a uno stadio sempre più avanzato, il destino dei lavoratori di
Termini sembra essere legato a dinamiche che si svolgono lontano da Palermo.
Nell’era della globalizzazione, evidentemente, per la Fiat di Marchionne, l’inglese
è più importante del dialetto siciliano. Roberto Rizzuto SicInf 2
Riforme, intesa bipartisan ma solo a metà
Affondo di Casini:
Silvio leader a sovranità limitata, il problema del Pdl è Bossi
ROMA - È un’intesa
parziale. La mozione unitaria Pdl-Lega-Pd-Udc è stata tentata ma non è
riuscita. Tuttavia il dibattito di ieri al Senato ha avuto un esito bipartisan:
sono state approvate sia la mozione di maggioranza, sia quella Pd-Udc, sia
infine la mozione del gruppo autonomisti, grazie ad astensioni incrociate. Il
comune denominatore sta nel proposito di riforme costituzionali «condivise».
Anzi, sta persino in una sorta di impegno comune a fare le riforme solo «con la
più ampia convergenza». Proposito rafforzato dall’autocritica del ministro
Roberto Calderoli: «Mai più riforme a colpi di maggioranza». C’è un’agenda di
massima sulle riforme possibili: riduzione del numero dei parlamentari,
superamento del bicameralismo perfetto, Senato federale.
Ma nel merito le
distanze sono ancora ampie. La mozione Pdl-Lega chiedeva riforme «di rango
costituzionale» anche sulla giustizia. Peraltro nel dibattito Maurizio Gasparri
ha riproposto la preferenza del suo partito per un sistema presidenziale. Si
tratta di approcci non condivisi dalle opposizioni. Da parte sua il Pd,
all’ultimo momento, ha aggiunto al suo documento il tema della riforma
elettorale. E proprio questo inserto ha poi reso impossibile la mozione
unitaria. Dal voto incrociato si è tirata fuori solo l’Italia dei valori.
Antonio Di Pietro ha gridato all’«inciucio». Mentre invece Pd e Udc tengono
distinti i piani: confronto aperto sulle riforme, opposizione sul terreno
proprio del governo. Come dimostrato da Pier Ferdinando Casini: «Il problema
del Pdl - ha detto - non sono le parole di Fini, ma quelle di Bossi che ha
ricordato come Berlusconi sia un leader a sovranità limitata perché senza i
voti della Lega andrebbe a casa».
Bossi ieri è stato
a lungo a Palazzo Madama. Per dire che «se, qualcuno pensasse di fare le
elezioni prima delle riforme, la gente gli correrebbe dietro». Calderoli ha
offerto al Pd anche la «sfiducia costruttiva». Ma nel Pd ieri c’è stato un
travaglio aggiuntivo. Nell’assemblea del gruppo Giorgio Tonini ha posto
problemi di «opportunità»: perché oggi questa convergenza nel mezzo delle polemiche
sul processo breve e alle vigilia del No B day? È stato lui a riproporre la
riforma elettorale. Poi, con altri quattro senatori, ha votato contro il via
libera alla mozione unitaria. Anna Finocchiaro ci ha provato fino all’ultimo a
stringere un’intesa più impegnativa (fermo restando l’impianto «parlamentare»
del Pd). Per Renato Schifani, comunque, il segnale positivo prevale: «Ora può
partire una fase costituente». Si comincerà in commissione. Anche se Calderoli
ha rilanciato la sua vecchia proposta di una «Convenzione» con poteri
redigenti. cla.sa. IM 3
No-B day, Veltroni si schiera. "Incomprensibili esitazioni del
Pd"
L'ex segretario:
"No alle sfilate di politici ma è assurdo dire come fa la Turco, che
andare in piazza è un regalo a Berlusconi" - di GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - "Più
gente va, meglio è". Walter Veltroni sposa la piazza del No B day.
Un'adesione piena alla ragioni di quella manifestazione, una sintonia assoluta
con il popolo che la animerà. Prima di infilarsi nella seduta della commissione
Antimafia, chiamata ad ascoltare Antonio Bassolino, il governatore cui aveva
chiesto un passo indietro quando era segretario del Pd, Veltroni si ferma a
parlare dell'appuntamento di sabato prossimo.
Lui fisicamente
non ci sarà. "Alle 15 ho una presentazione del libro, poi il matrimonio di
ex agente della mia scorta. Poi, non mi piace la sfilata dei politici davanti
alle telecamere, questo no". Almeno su un punto sembra essere d'accordo
con Pierluigi Bersani che "non vuole mettere il cappello su un corteo che
nasce dal basso". Ma certe posizioni dentro il Partito democratico lo
convincono davvero poco. "Ha letto cosa dice Livia Turco all'Unità?".
Sfoglia il giornale, vuole essere sicuro di ricordare bene le parole della parlamentare
dalemiana. "Ecco qua, pagina 11. "Esserci vuol dire fare il gioco del
premier". Sì, insomma, come se la piazza fosse un regalo a Berlusconi. Non
sono d'accordo. E certe esitazioni mi paiono davvero incomprensibili".
A chi lo ha
chiamato in questi giorni per confrontarsi sul nuovo Pd, Veltroni ha mostrato
le sue perplessità. Non ha capito dove può portare il dialogo con la
maggioranza, come si fa ad aprire un canale con il Cavaliere in questo momento.
Ma non è questo il momento per affrontare di petto la questione. Preme invece
la data di sabato e le parole della Turco gli paiono davvero il frutto di un
malinteso, per dirla con un eufemismo. "Perché dovrebbe essere un regalo?
Tutt'altro - dice -. È un fatto molto positivo". Per questo Veltroni si augura
una piazza piena, strapiena. Ad alcuni suoi fedelissimi del Pd ha consigliato
di andare. Walter Verini, parlamentare democratico e suo braccio destro, gli ha
detto che voleva andare. "Ottima scelta", ha risposto l'ex
segretario. E avrà apprezzato la scelta di Verini, direttore dimissionario ma
ancora in sella di Youdem, la tv del Pd, di trasmettere in diretta la giornata
del No B day. I dubbi sull'esserci o non esserci li ha spazzati via la nuova
forma dell'appuntamento.
"Non ci
saranno le bandiere, non ci sono i partiti a promuoverla, non parleranno i
politici dal palco. È l società civile che si muove, i movimenti". E se lo
fanno "per denunciare la gravissima situazione democratica che stiamo
vivendo, se lo fanno per promuovere e sostenere un radicale cambiamento di
questa situazione, vanno appoggiati". Sa che c'è un pericolo di fondo, sa
che qualcuno paventa una degenerazione dello spirito di sabato. E sa che il Pd
è stato cauto anche per questo. "La piazza la capisco a condizione che non
si trasformi in un bis di piazza Navona". Nel luglio 2008 il corteo
organizzato da Di Pietro diventò la tribuna di un attacco al Quirinale, delle
parole contro il Papa, delle accuse a Mara Carfagna. "Non devono ripetersi
i toni, le parole e il clima di quel giorno", insiste Veltroni.
Dopo l'incertezza
iniziale l'ex segretario dunque chiarisce la sua posizione. Nei prossimi giorni
si attende la risposta di altri dirigenti del Pd. Non ha ancora deciso come
comportarsi Dario Franceschini, lo sfidante di Bersani alle primarie. Ma il
leader democratico ha confermato la sua linea: il Pd non ferma nessuno, saranno
in piazza militanti e dirigenti, chi vuole vada e riempia il corteo. "Ma
noi abbiamo le nostre proposte - ha ripetuto ieri alla prima riunione della
nuova segreteria -. E il Pd non può seguire la strada del referendum quotidiano
su Berlusconi. Anche perché il punto non è solo la questione giudiziaria. C'è
il boom della disoccupazione, dati impressionati. Noi dobbiamo andare in piazza
soprattutto per questo". LR 2
No B. Day a piazza San Giovanni Dal palco Fo, Rame, Ovadia, Vecchioni
Cambio di piazza
per il No B. Day. Come anticipato ieri da l'Unità, il luogo di arrivo del
corteo del 5 dicembre, inizialmente previsto per piazza del Popolo, sarà invece
la più grande piazza San Giovanni, teatro ogni anno del concerto del Primo
maggio.
Il cambio di
piazza è una notevole dimostrazione di ottimismo e fiducia da parte degli
organizzatori della manifestazione, che da giorni discutevano con la questura
della possibilità di far confluire i manifestanti in un luogo adeguato alle
attese della vigilia. L'ok delle autorità è arrivato ieri a mezzogiorno e fatto
trenta, gli organizzatori sarebbero decisi a fare trentuno: posizionare il
palco a ridosso della Basilica e non al centro della piazza. In questo modo
sarebbe lasciato il massimo dello spazio ai manifestanti, esponendosi però al
rischio che una partecipazione buona ma non eccezionale possa evidenziare
qualche spazio vuoto. Gli organizzatori però hanno i numeri dalla loro parte:
400 mila adesioni su Facebook, oltre 700 pullman organizzati, quattro treni
speciali e una nave dalla Sardegna. Definito quindi il percorso del corteo, che
partirà alle 14 da piazza della Repubblica, resta da chiudere il programma
degli interventi dal palco. Nessuna figura “ingombrante”, ma spazio a persone
appartenenti al mondo dell'università, delle professioni (è prevista la
partecipazione di una delegazione di dipendenti Eutelia) e della cultura, con
gli interventi di Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia, Roberto Vecchioni e
Ascanio Celestini.
Intanto i
promotori della manifestazione lamentano la copertura deficitaria data al No B.
Day da parte della televisione di stato. Un sit in davanti la sede Rai di viale
Mazzini ha chiesto ieri ai direttori dei tg di «dare spazio, nei programmi di
informazione, alla manifestazione del 5 dicembre». La copertura del No B. Day
da parte della Rai è stata anche oggetto di una polemica politica, con diversi
esponenti dell'opposizione che hanno chiesto la trasmissione in diretta della
manifestazione di sabato. Un simile invito è stato espresso dall'associazione
Articolo 21, «perché nella descrizione di questo evento abbandonino i
pregiudizi e gli schemi obbligati e provino a raccontare la storia di chi
manifesta per difendere lo stato di diritto e la costituzione»». Non basta a
chiudere la polemica la risposta del direttore di Rai News 24 Corradino Mineo,
che ha garantito la copertura del corteo da parte del canale all news della
Rai, affiancandosi quindi alla già prevista diretta del telegiornale di Sky. «È
un segnale importante, ma in analoghe circostanze», ha ricordato il presidente
dei Verdi Angelo Bonelli, «la Rai ha garantito la diretta su una delle reti
ammiraglie, come nel caso della manifestazione della Pdl contro il governo
Prodi nel 2007. C’è una palese discrezionalità da parte dei direttori».
Francesco Costa L’U 2
Saviano e le 450mila firme all'appello "C'è una grande voglia di
partecipare"
L'autore di
Gomorra a Repubblica tv parla anche del Sud: "Finito in mani
sbagliate"
Ai giovani:
"Ascoltate, leggete, informatevi. Solo così potrete cambiare le cose"
Il dovere della
politica: recuperare la sua credibilità attraverso la lotta alla mafia di GIULIA
BELARDELLI
ROMA - "La
legalità deve essere premessa del discorso politico", per questo è
fondamentale che il presidente del Consiglio ritiri la legge sul processo
breve, anche detta "norma del privilegio". Lo ha ribadito oggi
Roberto Saviano, ospite in videoforum a Repubblica Tv, dove ha parlato di
giustizia, legalità, Nord e Sud del Paese, credibilità della politica. Ma anche
di se stesso, dei giovani e del suo ruolo di scrittore: un ruolo che gli è
costato la libertà, ma nel quale si riconosce ogni giorno perchè
"scrivere, raccontare, conoscere è il primo modo per contrastare la
criminalità organizzata". E' solo così, secondo Saviano, che sarà
possibile cambiare il Paese: "con coraggio e senza eroismi, perchè a
volerlo sono i cittadini, la parte onesta dell'Italia".
La "norma del
privilegio". L'appello di Saviano affinchè il presidente del Consiglio
ritiri la norma sul processo breve ha già raggiunto le 453.000 firme: un
successo a cui lo scrittore dà un valore ben preciso. "Firmare non è solo
aderire - ha spiegato - E' partecipare, aver voglia di decidere: si tratta di
una declinazione della democrazia". Per scelta, la lettera si rivolge ad
un potere legittimo, quello del premier, chiedendo che la legalità,
"premessa di ogni discorso politico", venga mantenuta. "Non ci
sono schieramenti di parte, non c'è nessuna ideologia", ha sottolineato
Saviano: solo volontà che le leggi vengano rispettate e, soprattutto, che siano
uguali per tutti.
"La norma sul
processo breve rischia di cancellare con un colpo di spugna molti reati legati
alla mafia, come quelli ambientali o dei colletti bianchi", ha detto
l'autore di Gomorra. "Tutti vogliamo una giustizia più veloce, ma non è
questa la stada giusta".
Sud e politica.
Per essere credibile, la politica deve impegnarsi seriamente nella lotta alla
criminalità organizzata. Una missione non facile, visto che "la
credibilità della politica è già seriamente compromessa", ha osservato
Saviano. "Le amministrazioni sono in grave difficoltà di fronte alle
organizzazioni criminali, e il Sud rappresenta il polmone economico del Paese
finito nelle mani sbagliate", ha proseguito.
Per Saviano,
"il cuore dell'Italia batte nella feritoia del meridione, come dimostrano
tutti i grandi temi che sono diventati centrali sulla scena internazionale,
dalla questione dei rifiuti a calciopoli, dallo scandalo di Noemi a quello
delle Asl". A tagliare trasversalmente il Paese sono i capitali mafiosi,
che partono dal Sud per arrivare al Nord. "Le mafie non investono al Sud -
ha spiegato Saviano - lo rapinano e basta, perchè lì la situazione deve
rimanere disagiata, fa comodo che si resti nell'ombra".
I giovani. Per
quanto riguarda i giovani e la tentazione di andarsene all'estero, Saviano ha
detto di condividere l'appello a restare avanzato oggi dal capo dello Stato,
Giorgio Napolitano. "Cedere e restare è il primo principio della speranza
- ha detto lo scrittore - perchè andare via vuol dire, da un lato,
arrendersi". "Tuttavia - ha proseguito Saviano - non punto il dito contro
chi se ne va, perchè salvando la propria vita si salva anche una parte della
propria cultura. Spesso chi va via lo fa per non scendere a compromessi: a
questo punto, la questione diventa cosa fare per favorire il ritorno".
Il consiglio ai
giovani che vogliono lottare per cambiare le cose è chiaro: "Ascoltare,
leggere, informarsi". Avere voglia di parlare con tutti e di ascoltare
tutti: sapere per poter dare il proprio contributo al dibattito. Solo così sarà
possibile combattere il cancro della criminalità organizzata e ristabilire la
legalità in un Paese "che ha voglia di crederci davvero".
"Io,
Roberto". Saviano ha poi risposto alle numerose domande arrivate alla
redazione: 330 messaggi in diretta e moltissime e-mail. A quanti lo vorrebbero
in politica, ha risposto con un no: "Sono uno scrittore, non saprei fare
il politico, non ho esperienze organizzative". A chi si interroga sulle
difficoltà di una vita sotto scorta, Saviano ha confessato di essere stanco, di
avere "dubbi tutte le mattine", di "sentirsi in colpa" soprattutto
verso i membri della sua famiglia, costretti a pagare quotidianamente il peso
di azioni non loro.
Per non parlare
delle continue diffamazioni, di quanti lo "vorrebbero in ginocchio" e
lo accuseranno - come lo ha avvertito il noto scrittore Salman Rushdie -
"di non essere morto". E ancora, la sofferenza del fratello, che deve
nascondere la sua parentela "come se fosse una vergogna", o
l'impossibilità di avere una relazione sentimentale "normale", al di
là di "incontri blindati". Eppure mai, ha assicurato, si è pentito
della sua scelta: raccontare la realtà per resistere, per cambiare e
trasmettere questa volontà agli altri. A quanto pare, una missione che gli sta
riuscendo molto bene. LR 3
Donne, giovani e tanti «piccoli»
Pur largamente prevedibili,
gli ultimi dati Istat sulle forze di lavoro fanno un certo effetto: erano anni
che il numero di persone in cerca di occupazione non superava i due milioni,
l'8% in termini relativi. È vero che siamo ancora al di sotto della media Ue
(9,3%). Preoccupa però la composizione interna della nostra disoccupazione, che
colpisce con intensità crescente le donne e i giovani. Il modello della
«flessibilità senza rete di sicurezza» su cui hanno puntato i vari governi a
partire dal 1997 mostra oggi tutti i suoi limiti: centinaia di migliaia di
lavoratori atipici hanno già perso il posto di lavoro, ampliando quell'esercito
di outsider per i quali il nostro sistema di welfare prevede solo qualche
briciola. Come hanno documentato le inchieste di Dario Di Vico, tra le fila di
questo esercito sta finendo anche un numero crescente di lavoratori in passato
relativamente «sicuri»: artigiani, piccoli produttori, persino alcune figure di
liberi professionisti. Grazie alla Cassa integrazione, l'occupazione delle
imprese di medie e grandi dimensioni ha retto sinora abbastanza bene. Ma per
uscire dalla crisi il sistema produttivo italiano ha intrapreso un percorso non
facile di ristrutturazione, che avrà effetti diffusi e prolungati sui livelli
occupazionali di tutti i settori.
Che fare? Il primo
e più urgente obiettivo non può che essere la gestione dell'emergenza,
attraverso un potenziamento degli ammortizzatori sociali anche tramite
ulteriori deroghe volte a sostenere il reddito delle categorie più deboli. Il
governo sembra pronto a muovere in questa direzione già con la Finanziaria ora
all'esame del Parlamento. Dato il carattere chiaramente strutturale della crisi
in atto, vi sono però almeno due altri passi da compiere, dopo un rapido ma
articolato esercizio di progettazione istituzionale. Il primo passo è una
riforma organica della nostra politica del lavoro, finalmente capace di
realizzare quella combinazione tra misure attive e passive di salvaguardia
dell’occupazione che è diventata la norma nei principali Paesi Ue. Tra i tanti
traguardi mancati della strategia di Lisbona, questo è stato forse il più
clamoroso e dannoso: dobbiamo recuperare al più presto il terreno perduto.
Il secondo e più
difficile passo è l'individuazione (e poi l'avvio) di un percorso di
riconfigurazione del nostro modello economico e sociale per adeguarlo ai nuovi
parametri del dopo crisi. Quando inizierà la ripresa, l'Italia rischia di
ricadere nella trappola di una crescita (peraltro modesta) senza occupazione,
come già avvenne durante lo scorso decennio. Anche altri Paesi europei corrono
questo rischio, ma lì il lavoro di progettazione è già ben avviato. L'Unione
europea sta scaldando i motori di una nuova strategia decennale volta a creare
un’«economia più intelligente, più interconnessa e più verde »: l'obiettivo è
proprio quello di rilanciare la competitività e insieme l'occupazione nel nuovo
quadro globale.
A chi ha perso il
posto di lavoro e fa fatica ad arrivare a fine mese, un dibattito come questo
può suonare come una poco utile fuga in avanti. Senza progetti di largo respiro
e senza riforme, il dramma della disoccupazione rischia però di avvitarsi in
una spirale di impoverimento e declino collettivo, con effetti di lungo periodo
e forse irreversibili. Maurizio Ferrera
CdS 2
Tribunale blindato per Spatuzza attesi 200 giornalisti da tutta Europa
Domani interrogato
il pentito che indica Berlusconi come "referente" della mafia
stragista - La Procura di Firenze chiede la protezione: per noi è attendibile
di ETTORE BOFFANO
TORINO - Quando il
furgone blindato transiterà davanti al portone d'ingresso, Gaspare Spatuzza
potrà scorgere la targa della strada di Torino che ospita il Palazzo di
Giustizia: via Falcone e Borsellino. E sarà dunque lì, in quel luogo intitolato
alla memoria più tragica dell'antimafia, che domani mattina il pentito ripeterà
davanti alla corte d'Appello di Palermo le sue verità su Marcello Dell'Utri e
sulle stragi mafiose. Le stesse che hanno già messo assieme le mille pagine di
verbale inviate dalla procura di Firenze alla corte palermitana assieme al
testo dei confronti tra Spatuzza e i suoi ex capimandamento di Brancaccio,
Filippo e Giuseppe Graviano.
La corte,
presieduta da Claudio dall'Acqua, è in trasferta a Torino per motivi di
sicurezza legati proprio a questa deposizione che ha sconvolto i tempi del
processo: la sentenza era prevista per fine anno e in primo grado Dell'Utri era
stato condannato a 9 anni per concorso esterno in Cosa Nostra. Una decisione
che ha imposto agli uffici giudiziari piemontesi una rapida riorganizzazione
dell'intero Palazzo (intitolato a un'altra vittima della mafia, il procuratore
capo di Torino Bruno Caccia): ieri sera, alla procura generale erano già
arrivati 102 tra e-mail e fax per l'accredito di altrettanti giornalisti. Carta
stampata e soprattutto tv, anche dalla Francia, dalla Germania e
dall'Inghilterra: entro domani, però, quel numero potrebbe raddoppiare.
E mentre a Firenze
la procura chiede il regime di protezione definitiva per Spatuzza ("Se noi
abbiamo fatto la richiesta che ha dato adito al regime provvisorio e lo abbiamo
ritenuto attendibile - ha commentato il procuratore capo Giuseppe Quattrocchi -
pensate che lo lasciamo appeso e non chiediamo il regime definitivo?"),
nel capoluogo subalpino si succedono le riunioni. L'ultima è di ieri mattina,
guidata dal procuratore generale Marcello Maddalena: polizia, carabinieri,
polizia penitenziaria e vigili urbani.
La sede scelta per
il dibattimento è la "maxiaula 1", una delle tre strutture
sotterranee allestite per i superprocessi. La stessa che ha già ospitato
l'appello del "delitto di Cogne", il processo contro i vertici della
Thyssen Group e quello per le vittime dell'Eternit (un record europeo, con
migliaia di parti civili): e proprio l'esperienza nell'organizzazione di grandi
eventi giudiziari avrebbe determinato la "trasferta" da Palermo.
L'aula è rivestita di legno chiaro, lo stesso degli arredi: a destra ci sono le
gabbie per gli imputati con i vetri antiproiettile. Tutta la tribuna del
pubblico sarà riservata ai giornalisti e, se ci sarà anche una forte affluenza
di curiosi, saranno allestiti collegamenti in teleconferenza nella seconda
maxiaula. Per il momento, però, sono solo due le richieste di accreditamento
del pubblico: quelle di uno studente di giurisprudenza e di un pensionato.
Alle 8 del
mattino, giornalisti e cittadini comuni potranno cominciare a passare i
controlli al metal detector del varco d'ingresso principale. Oltrepassata però
la porta della maxiaula, ogni decisione sulla sicurezza dipenderà dal
presidente e dal sostituto procuratore generale, Antonino Gatto. Autorizzando,
ad esempio, le eventuali riprese tv, anche se Spatuzza parlerà al microfono
nascosto da un paravento. A partire già da questa sera, sarà bloccata la corsia
sud di via Cavalli, la strada che costeggia le maxiaule sotterranee. LR 3
PALERMO - Preoccupate per la bozza di
bilancio di previsione 2010 e per la finanziaria regionale, le associazioni
aderenti al Coordinamento delle Associazioni regionali dell’emigrazione
(CARSE), hanno constatato in una riunione presso la sede dell’USEF di Palermo
presieduta da Salvatore Augello una totale caduta di attenzione della politica
siciliana nei confronti dei siciliani all’estero, che mentre si aspettano
risposte alle loro problematiche si ritrovano con una previsione di bilancio
che decreta pressoché la chiusura totale del settore.
Una bozza di bilancio di gran lunga peggiore
di quella dell’anno 2009, che poi le associazioni sono riuscite a smontare. Si
azzera infatti tutta la parte relativa alla Consulta ed alla Conferenza
regionale dell’emigrazione. Si chiude anche tutta la partita relativa alle
associazioni regionali. Il 90% dei capitoli di bilancio si ritrovano con
accanto la dicitura “soppresso”, senza una spiegazione logica da fornire sia
alle associazioni che alle comunità all’estero.
Dopo la riunione le associazioni si sono
spostate all’Assemblea regionale dove hanno incontrato alcuni presidenti dei
gruppi parlamentari, Musotto (Mpa) e Cracolici (Pd), il segretario regionale
del Pd Lupo ed altri parlamentari. Ad essi sono stati illustrati i motivi della
preoccupazione del Coordinamento ed il ruolo che queste associazioni hanno
assolto e debbono ancora assumere se si vuole portare avanti un minimo di
politica in direzione dei siciliani all’estero.
Al fine di raggiungere risultati concreti, è
stata chiesta una audizione in commissione per spiegare l’importanza del lavoro
svolto, la necessità che la Regione, invece di eliminare le leggi esistenti,
legiferi dando vita a strumenti nuovi e più aderenti alla realtà.
“Con questi obiettivi - dichiara Salvatore
Augello - il CARSE si presenta alla Commissione Bilancio della Regione Sicilia,
per fare valere questi principi, per fare sentire la voce di milioni di
siciliani che aspettano di vedere una politica che si ricordi di loro in senso
positivo e costruttivo”. (Inform)
La prima giornata di "Migranti", la conferenza regionale
sull’immigrazione promossa dalla Calabria.
Cosenza - Si è
svolta martedì, nel Salone del Palazzo della Provincia di Cosenza, la prima
giornata di "Migranti", la conferenza regionale sull’immigrazione promossa
dalla Regione Calabria.
A seguire i lavori
della conferenza amministratori, politici, rappresentanti dell’associazionismo
e delle forze sociali, ma anche gente comune e un gruppo di testimoni
d’eccezione: una ventina di bambini ucraini, filippini, romeni, brasiliani,
cresciuti, o addirittura nati in Calabria, a rappresentare un multiculturalismo
che già esiste e attende solo di essere notato, promosso, salvaguardato.
Ed è proprio
questa l’intenzione dichiarata della due giorni di incontri organizzata dalla
Regione e fortemente voluta dal presidente, Agazio Loiero, e dall’assessore
alle Politiche sociali, Mario Maiolo: parlare di immigrazione, discutere su
come gestire al meglio un fenomeno in crescita, che è destinato a cambiare il
volto delle comunità.
"La Regione -
ha detto l’assessore Maiolo - deve non solo garantire agli immigrati il rifugio
e l’accoglienza, ma anche consentire pari opportunità di accesso alla casa, al
lavoro (quello regolare) e creare le condizioni di mediazione ed integrazione
culturale".
"Proprio per
questo - ha continuato Maiolo - abbiamo voluto questa conferenza regionale, per
promuovere una conoscenza vera del fenomeno migratorio, scevra da pregiudizi e
aperta alla diversità intesa come ricchezza e risorsa. La legge sull’accoglienza,
voluta da questa Giunta e dal suo Presidente, ha posto le basi per attuare una
politica di accoglienza vera, fatta non di proclami, ma di azioni concrete.
Adesso, sulla base solida di questa legge apprezzata anche in campo
internazionale, possiamo fare qualcosa di tangibile che faccia bene ai
migranti, che da tutto il mondo vengono in Calabria e scelgono di vivere nella
nostra regione, e ai calabresi stessi".
"È un
progetto ambizioso - ha concluso l’assessore - ma realizzabile, con gli
strumenti propri dell’amministrazione pubblica, e attraverso la creazione di
una rete di soggetti attivi nel volontariato che contribuiscano a creare un
sistema che, a partire dal Piano dei servizi sociali, fornisca a queste persone
le pari opportunità alle quali aspirano e la medesima possibilità di accedere
ai servizi che è garantita ai loro concittadini calabresi di nascita".
Insieme a Mario
Maiolo, al tavolo della conferenza, erano presenti la dirigente generale del
dipartimento Politiche Sociali, Marinella Marino e l’arcivescovo Graziani, che
ha parlato del valore etico dell’accoglienza. Sono poi intervenuti, nel corso
della giornata, rappresentanti del Cnr, della Fondazione Field, del Consiglio
italiano dei rifugiati, dell’Onc; e ancora, amministratori e rappresentanti
delle istituzioni provenienti dall’Italia (dalla Regione Sicilia, ad esempio),
ma anche dalla Spagna (da Madrid e Valencia) e Mimmo Lucano, sindaco di Riace,
protagonista della straordinaria storia di integrazione che il maestro Wim
Wenders ha voluto raccontare nel suo ultimo lavoro, il cortometraggio "Il
Volo", opera cofinanziata dalla Regione Calabria.
"La legge 18
del 2009, la legge sull’accoglienza, è un punto di partenza importantissimo -
ha detto la dirigente generale Marinella Marino - un’iniziativa legislativa
unica in Italia su questo argomento. Oggi ci confrontiamo anche con altre
esperienze per imparare ancora qualcosa su questo argomento complesso ed essere
così certi di sfruttare al meglio le grandi opportunità che a queste tematiche
vengono offerte dal Fondo sociale europeo. È importante che oggi si capisca che
rendere i migranti visibili vuol dire fare del bene a noi stessi, mettendoci in
gioco, eliminando quel muro artificiale che spesso interponiamo fra noi e
questi cittadini per affrontare a viso aperto una tematica che nei prossimi
anni diventerà sempre più importante". (aise)
Antonio Peragine (CRATE) chiede l’istituzione della “Giornata dei Pugliesi
nel Mondo”
BARI - Antonio Peragine, presidente del
CRATE, ha chiesto al presidente della Giunta regionale Nicki Vendola,
all’assessore alle Politiche migratorie Elena Gentile e al presidente del
Consiglio regionale Pietro Pepe l’istituzione della “Giornata dei Pugliesi nel
Mondo”.
Una Giornata che sia un'occasione di
ricordo dei caduti pugliesi all’estero militari e civili, nonché di incontro
per rinsaldare i sentimenti di pugliesità e comunicare un messaggio fraterno di
unità regionale: “la Puglia è una ed unica dentro e fuori i confini
regionali”.
Con la “Giornata dei Pugliesi nel mondo” si
mira anche potenziare e consolidare il rapporto della Regione Puglia con i
giovani emigrati pugliesi, al fine di evitare la dispersione del patrimonio
etnico, culturale e linguistico, consentendo la continuità delle tradizioni
pugliesi degli usi e costumi, appunto attraverso interventi di grande spessore
promozionale.
Il CRATE ha sempre evidenziato la necessità
di un diverso e più solidale modo di porsi della società pugliese e delle sue
Istituzioni nei confronti dei propri figli lontani; rapporto che sarà tanto più
produttivo quanto più sarà diffusa la conoscenza del fenomeno, le sue
conseguenze sui singoli e sulle collettività, le prospettive positive
che, con maggiore attenzione, possono concretizzarsi.
Oltre 400 mila corregionali vivono
all’estero, considerando soltanto coloro che sono ancora in possesso della
cittadinanza italiana: se si aggiungono agli "oriundi" ammontano a
qualche milione; 300-350 mila risiedono nelle altre Regioni italiane; qualche
decina di migliaia nei paesi del Terzo Mondo in via di sviluppo anche alle
dipendenze di imprese nazionali.
Peragine ha invitato pertanto i vertici della
Regione a voler considerare la richiesta di istituire la “Giornata dei Pugliesi
nel Mondo” il giorno 13 luglio di ogni anno, data della nascita della Regione
Puglia. (Inform)
Schreiben ist Heimat: die deutsche
Einwandererliteratur, die Sprachwechsler – und der 25. Chamisso-Preis - Von
Katrin Hillgruber
Im Allerheiligsten herrschen 18 Grad
Celsius und 50 Prozent Luftfeuchtigkeit. „Weiße Handschuhe“ steht in
gestochener Schrift auf einem der unzähligen Archivkästen in den Marbacher
Kellergewölben. Die ehrwürdige Schillerhöhe wird immer weiter unterkellert.
Zurzeit ist das Deutsche Literaturarchiv fieberhaft damit beschäftigt, Platz
für die ungefähr 35 000 Bände zu schaffen, die vom Suhrkamp-Verlag erwartet
werden. Das Objekt, nach dem die Bibliothekarin Jutta Bendt greift, ist
blassrot – ein unscheinbares Konvolut von 1983 mit dem Titel „Ein Gastarbeiter
ist ein Türke“, herausgegeben vom GÜV, dem „Gastarbeiter-Überwachungs- und
Verwaltungsrat“.
Der Trotz der frühen Jahre: Franco
Biondi muss lachen, als er das Buch wiedersieht, das er einst mit dem aus Damaskus
stammenden Rafik Schami herausgab. Biondi kam 1965, Schami 1971 als
Fabrikarbeiter nach Deutschland. Schami studierte später Chemie in Heidelberg,
Biondi, 1947 in Forlì in der Emilia Romagna geboren, holte das Abitur nach,
engagierte sich im „Werkkreis Literatur der Arbeitswelt“ und war Mitbegründer
der Literaturgruppe „Südwind Gastarbeiterdeutsch“. Er studierte Psychologie und
ist heute als Familientherapeut und Schriftsteller in Hanau tätig. In seinem
Roman „Die Unversöhnlichen oder Im Labyrinth der Herkunft“ erzählt er von der
Entfremdung eines Ausgewanderten von seiner Heimat.
„Ich lebe mit der italienischen und der
deutschen Kultur, nicht dazwischen“, umreißt Biondi seinen Standpunkt. Seine
Biografie ist wie die Rafik Schamis typisch für die erste „Gastarbeiter“-Generation
– die beiden erhielten 1987 und 1993 den Adelbert-von-Chamisso- Preis für auf
Deutsch schreibende Autoren aus anderen Ländern. Die Preisträger 2009 sind der
Masure Artur Becker (15 000 Euro) und, mit Förderpreisen bedacht, María Cecilia
Barbetta aus Argentinien sowie Tzveta Sofronieva aus Bulgarien (je 7000 Euro).
Die drei hatten verschiedene Zugänge zum Deutschen: Barbetta, Autorin des
fantastisch angehauchten Romans „Änderungsschneiderei Los Milagros“, besuchte
in Buenos Aires einen deutschen Kindergarten; die Physikerin Tzveta Sofronieva
lernte Deutsch an der Uni; Artur Becker kam als Sohn einer polnisch-deutschen
Familie mit 17 nach Verden an der Aller.
In den letzten Jahrzehnten haben sich
die Lebensläufe der Migranten stark gewandelt, was die von Harald Weinrich und
Irmgard Ackermann vor 25 Jahren initiierte und von der Robert-Bosch-Stiftung
getragene Auszeichnung seismografisch belegt. Das von der Stiftung und dem
Marbacher Literaturarchiv veranstaltete Symposium zum Jubiläum des Preises fand
nun ausgerechnet an dem Wochenende statt, an dem der Schweizer Volksentscheid
gegen den Bau von Minaretten auch hier Schlagzeilen machte. Die Frage nach
Selbstbehauptung und kultureller Integration ist aktueller denn je.
Rund 15 Millionen Migranten leben heute
im Einwanderungsland Deutschland. Außer den Gastarbeitern kamen Spätaussiedler
aus Osteuropa, Kriegs- und Bürgerkriegsflüchtlinge aus aller Welt. Das Konzept
einer Nationalliteratur, wie es den Gebrüdern Grimm vorschwebte, ist spätestens
seit 1989 passé. Wie kompliziert die Angelegenheit sein kann, wird deutlich,
wenn man an die Literaturnobelpreisträgerin Herta Müller denkt: Als Banater
Schwäbin und Rumäniendeutsche schreibt sie auf Deutsch – und doch ist ihre
Muttersprache anders als die ihrer bundesrepublikanischen Leser.
„Chamisso – Wohin?“ Auf die Titelfrage
des Symposiums hätte der französische Adelige Adelbert von Chamisso (1781–1838)
auf der Flucht vor der Französischen Revolution erst einmal „Berlin“
geantwortet, von wo aus er zu einer dreijährigen botanischen Expedition in den
Pazifik und die Arktis aufbrach. Chamisso war ein prominenter Sprachwechsler
ins Deutsche: Seine großen Werke wie „Peter Schlemihls wundersame Geschichte“
verfasste er nicht in der Muttersprache Französisch, sondern in seiner
Zweitsprache. Stolz nannte er sich einen „Dichter Deutschlands“ – weshalb der
seit 1985 vergebene Preis für deutschsprachige Migrantenliteratur nach ihm
benannt ist. Erster Preisträger war der türkische Schriftsteller, Dramaturg und
Schauspieler Aras Ören.
Auf der Marbacher Tagung kritisiert der
Mainzer Germanist Dieter Lamping das bis heute virulente „ius sanguinis“ bei
der Definition deutscher Literatur, wie Thomas Mann sie vertrat. Das
„Erstaunlichste“ an Chamisso, schrieb Mann 1911, sei, „dass das poetische Werk
eines Ausländers im Erdreich der deutschen Sprache so glücklich Wurzeln zu
schlagen vermochte“. Ein Lob mit „Gerüchle“, so Lamping.
Nicht nur er beklagt, dass die
Literatur von Autoren nichtdeutscher Muttersprache lange zur kleinen
Fach-Schwester „Deutsch als Fremdsprache“ abgeschoben worden sei. Auch die in
Bremen lehrende Italienerin Immacolata Amodeo betont den Unterschied zu
Kolonialnationen wie Frankreich, wo die „littérature beure“ zum Kampfbegriff
wurde, oder zu Großbritannien mit seiner reichen Tradition der „postcolonial
literature“.
Auftritt Ilija Trojanow. Der 1965 in
Sofia geborene, in Deutschland und Kenia aufgewachsene, zwischen Indien und
Wien pendelnde „Weltensammler“ (so der Titel seines letzten Romans) geht in
seiner Eröffnungsrede mit der Chamisso-Literatur und den Germanisten hart ins
Gericht. Diese klopften munter „seit Jahrzehnten ihren liebgewordenen Kelim aus
und es purzeln die Begriffe nur so heraus: ‚Literatur von Ausländern‘,
‚Gastliteratur‘, ‚eine deutsche Literatur von außen‘ und – mein absoluter
Liebling – ‚eine nicht nur deutsche Literatur‘“. Ihm selbst, dem
interkontinentalen Nomaden, habe der Chamisso-Preis die Gewissheit vermittelt,
sich auf jeder Bühne beweisen zu können, „nicht nur im Migrantenstadl“.
Trojanow, der keine Geringeren als Ovid
und Joseph Conrad als seine Vorbilder nennt, liest den Akademikern die Leviten:
„Von Anfang an haftete diesem Diskurs etwas Provinzielles, Hausbackenes an,
geschuldet der bundesrepublikanischen Hinterhöfigkeit.“ Er hoffe jedoch,
schließt Trojanow versöhnlich, dass „diese Literatur die Rolle übernommen hat,
die einst der deutsch-jüdischen Literatur zukam, denn beide sind beseelt von
einer weltoffenen, vielschichtig geprägten Intellektualität“.
Ein türkisches Sprichwort lautet: „Die
Muttersprache ist die Haut des Menschen, die Fremdsprache ist das Kleid, das
wir tragen.“ Bund und schillernd kann dieses Kleid sein, deshalb wollen die
Chamisso-Preisträger nicht durch eine noch so ehrenvolle Auszeichnung als
Exoten etikettiert werden. Der an der Technischen Universität Dresden lehrende
Germanist Walter Schmitz betrachtet es als eine Hauptleistung des Preises, dass
er die Debatte um Sprachwechsler lebendig hält. Schmitz hat ein Handbuch
herausgegeben, „Migrationsliteratur im deutschsprachigen Raum seit 1945“, ein
ehrgeiziges, grundlegendes Kompendium, das nächstes Jahr erscheinen soll. Bis jetzt
umfasst es 234 Namen. Tsp 1