WEBGIORNALE  4-6  dicembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Immigrazione, gli italiani pensano che gli stranieri siano tre volte di più  1

2.       L'Italia ha paura dei clandestini immigrati, più problemi che risorse  1

3.       UE. L’AICCRE sull’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. L’Europa degli Europei 2

4.       “Minareti, dalla Svizzera un campanello di allarme per tutta l'Europa”  2

5.       La relazione di Governo apre l’Assemblea plenaria del Cgie  2

6.       Presentato il sito dei giovani italiani nel mondo: www.giovanitaliani.it 3

7.       La relazione del Comitato di presidenza all’Assemblea Plenaria del Cgie  3

8.       A Francoforte dibattito sull'Integrationsentwurf della città. Sabato 5 dicembre "Open Space"  4

9.       Detenuti italiani nel Saarland lottano per il mantenimento del Consolato  4

10.   Monaco di Baviera. Oggi la presentazione di “Le Marche Film Commission”  4

11.   A Francoforte incontro con il regista-attore Michele Placido lunedì 7 dicembre  5

12.   Gli eventi di Monaco di Baviera e dintorni nel mese di dicembre  5

13.   Saarbrücken. "Diritti umani per tutti" nell’intervento di Rino Giuliani presidente della Cne  5

14.   In Germania vince la Chiesa: la domenica negozi chiusi 6

15.   Daimler trasferisce parte della produzione Mercedes negli Usa. Sono a rischio 3000 posti 6

16.   Plenaria Cgie. Tra i temi: la razionalizzazione della rete consolare, riforma Comites e Cgie  7

17.   Riforma Comites e Cgie. La cosiddetta bozza-Tofani non piace al Cgie, ma Micheloni la difende  7

18.   Plenaria Cgie. Il dibattito pomeridiano sulla relazione del Governo e del Comitato di presidenza  8

19.   Il futuro dell’informazione all’estero: il nuovo direttore di Rai Italia alla plenaria del Cgie  8

20.   Vigilanza finanziaria, accordo nella Ue  9

21.   Obama e l’Afghanistan. Le vie di fuga non esistono più  9

22.   Il commento. Il buco nero di Kabul 10

23.   Afghanistan. Obbligati a finire l'opera  10

24.   Minsk, il viaggio dei dossier tra i misteri di Berlusconi 11

25.   Di che opposizione si tratta  12

26.   Le due destre  12

27.   L’Italia e la crisi. Il peggio arriva in casa nostra  13

28.   Napolitano: "L'Italia tornerà a crescere. Giovani, non andatevene"  13

29.   L'ira di Berlusconi su Fini:  «Chiarisca o non voglio più vederlo». La tentazione di chiedere le dimissioni 13

30.   Il lungo addio  14

31.   Due leader, due strade diverse. Il divorzio delle libertà  14

32.   Berslusconi-Fini. Verso il punto di non ritorno  14

33.   Regione Sicilia in crisi. Lombardo: «Maggioranza dissolta, io vado avanti»  15

34.   L’illusione di una stagione. Il bipolarismo è finito, basta premio di maggioranza  15

35.   "Fiat voluntas Marchionne". Il Lingotto non parla più siciliano  15

36.   Riforme, intesa bipartisan ma solo a metà  16

37.   No-B day, Veltroni si schiera. "Incomprensibili esitazioni del Pd"  16

38.   No B. Day a piazza San Giovanni Dal palco Fo, Rame, Ovadia, Vecchioni 17

39.   Saviano e le 450mila firme all'appello "C'è una grande voglia di partecipare"  17

40.   Donne, giovani e tanti «piccoli»  17

41.   Tribunale blindato per Spatuzza attesi 200 giornalisti da tutta Europa  18

42.   Il CARSE preoccupato per la caduta di attenzione della politica siciliana nei confronti dei corregionali all’estero  18

43.   La prima giornata di "Migranti", la conferenza regionale sull’immigrazione promossa dalla Calabria. 19

44.   Antonio Peragine (CRATE) chiede l’istituzione della “Giornata dei Pugliesi nel Mondo”  19

 

 

1.       Raus aus dem Migrantenstadl 19

2.       AufgeFrischte Fragen. Ein Blog-Projekt rund um die Themen Migration auf www.schwiizli.de  20

3.       Italien will Afghanistan-Truppe um rund 1000 Soldaten aufstocken  20

4.       Berlusconi zu Besuch. Amico Lukaschenko  21

5.       Italien. "Er wollte römischer Kaiser sein"  21

6.       Fußballkultur in Italien. Rassisten als Moralapostel 21

7.       Eine italienische Bloggergemeinschaft um Silvio Berlusconis Rücktritt zu fordern  22

8.       Italienische Häftlinge im Saarland kämpfen für Erhalt ihres Konsulats  22

9.       Frankfurter beteiligen sich am Integrationskonzept. 'Open Space'-Konferenz am Samstag, 5. Dezember 22

10.   Der italienische Architekt Franco Stella darf das Berliner Stadtschloss bauen  23

11.   Umberto Eco. Welt wird alles, was sich aufzählen lässt 23

12.   Brüssel. EU-Parlament stimmt für Ashton - unter Vorbehalt 24

13.   Neue EU-Außenministerin Ashton. Selbstbewußt, kompetent, streitbar 24

14.   Schweiz unter Druck. Im Zeichen des Kreuzes  25

15.   Schweizer Minarett-Referendum. Das Ende der Diskretion  25

16.   Schweizer Politikwissenschaftler: ''Allgemeine Angst vor Überfremdung'' 26

17.   Afghanistan-Einsatz. Obamas Fahnenappell 26

18.   Abzugsdatum - eine zweischneidige Angelegenheit 27

19.   Nato verstärkt Truppen in Afghanistan. „Das ist nicht bloß Amerikas Krieg“  27

20.   Finanzaufsicht. Brüssel bekommt mehr Macht 28

21.   Beamte. Gut leben in Europa  28

22.   Bologna in Europa. Der Europa-Irrtum und die Gleichheitslüge  29

23.   Bundestag. Kundus-Affäre unter der Lupe  29

24.   Leitartikel. Das deutsche Sonntagsmärchen  30

25.   Steinmeier kontra Schwarz-Gelb. Heftige Debatte über Klimaschutz  30

26.   Menschenrechtsgerichtshof. Sorgerecht lediger Väter in Deutschland gestärkt 30

27.   München. Demjanjuk-Prozess wird ausgesetzt 31

28.   Nach Minarett-Referendum. „Muslime sollen Geld aus der Schweiz abziehen“  31

29.   Daimler verlagert Produktion in die USA. C-Klasse im Billigdollarland  31

30.   C-Klasse-Produktion verlagert. Daimler probt die Globalisierung  32

31.   Studie zu rechter Gewalt. Sind die meisten Schläger unpolitisch?  32

32.   Minarett-Verbot. Innenminister fordern von Muslimen Zurückhaltung  33

33.   Islamismus. Keine Einbürgerung mit Milli Görüs  33

34.   Kampf gegen Extremismus. De Maizière erwägt Ausweisung von Imamen  33

35.   Berlin, Moscheenrundfahrt. Der unsichtbare Islam   34

36.   Bleiberecht. Zwei Jahre länger Zeit 34

37.   Rechtsextremismus. Neuer Prozess um Neonazi-Gruppe "Sturm 34"  35

 

 

 

 

 

Immigrazione, gli italiani pensano che gli stranieri siano tre volte di più

 

Il rapporto di "Transatlantic Trend": sì al diritto di voto per quelli regolari,

ma i clandestini fanno sempre paura

 

ROMA - Se con gli irregolari l’Italia invoca il pugno di ferro perchè l’immigrazione clandestina fa paura, il 53% degli italiani è invece favorevole ad estendere il diritto di voto amministrativo agli immigrati muniti di regolare permesso di soggiorno. Come proposto, in più di un’occasione, da Gianfranco Fini, già ai tempi dell’entrata in vigore della Bossi-Fini.

 

A fotografare gli orientamenti dell’opinione pubblica in Stati Uniti, Canada, Francia, Italia, Germania, Olanda e Spagna è il secondo rapporto "Transatlantic trend: Immigration" realizzato dal German Marshall Fund of the United States e dalla Compagnia di S. Paolo e presentato oggi nella sede dell’Istituto Affari Internazionali (Iai). Dal rapporto emerge che tra gli intervistati gli italiani sono risultati i più convinti sostenitori (53%) della necessità di concedere il diritto di voto agli immigrati regolari.

 

Il 49% degli italiani ritiene che l’immigrazione rappresenti un problema più che un’opportunità, mentre il 28% ritiene che nel nostro Paese ci siano «troppi immigrati». In generale, come lo scorso anno, anche nel 2009 in tutti Paesi si continua a ritenere che l’immigrazione rappresenti un problema e non un’opportunità: emerge in tal senso una crescente tendenza in Europa e negli Stati Uniti a ritenere l’immigrazione un problema. In base ai risultati di Transatlantic Trends, il 50% degli europei ritiene oggi che l’immigrazione rappresenti un problema più che un’opportunità, mentre lo scorso anno negli stessi cinque Paesi analizzati (Olanda, Italia, Regno Unito, Germania e Francia) questa opinione era condivisa in media dal 43% degli intervistati.

 

È in Olanda che si registra lo scarto maggiore, con un balzo in avanti di 9 punti percentuali (dal 36% nel 2008 al 45% nel 2009) di quanti ritengono che l’immigrazione sia un problema. In generale, nel 2009 i britannici e gli spagnoli si dimostrano i più scettici nei confronti del’immigrazione, con percentuali rispettivamente del 66% e del 58% che la giudicano un problema, mentre i canadesi sono i più ottimisti: il 68% ritiene infatti che l’immigrazione rappresenti un’opportunità per il proprio Paese. Negli Stati Uniti il 54% degli intervistati ritiene che l’immigrazione sia un problema, con un leggero aumento rispetto al 50% registrato lo scorso anno, mentre gli italiani che la ritengono un problema sono passati dal 45% dello scorso anno al 49% del 2009. Dallo stesso rapporto, emerge poi che gli intervistati ritengono in generale che ci siano «troppi» immigrati nel proprio Paese, con una tendenza ad esagerare il numero effettivo di immigrati presenti sul suolo nazionale. In Canada, dove la percentuale di cittadini nati all’estero è la più alta tra i Paesi esaminati (quasi il 20%), l’opinione pubblica ritiene che si tratti del 37% della popolazione.

 

In Italia, dove l’Istituto Nazionale di Statistica stima che gli immigrati rappresentino il 6,5% della popolazione totale, gli intervistati sono convinti che il 23% della popolazione sia nata al di fuori dei confini nazionali, con un errore di 17 punti percentuali. Tra gli italiani che ritengono che ci siano «troppi» immigrati nel proprio Paese, tale dato sale in media al 28%. In generale, gli americani sono convinti che più di un terzo (35%) della popolazione statunitense sia rappresentata da immigrati, quando in realtà la cifra si avvicina di più al 14%, in base ai dati statistici forniti. Se la situazione economica delle famiglie ha solo un lieve impatto sui timori legati all’immigrazione regolare, è l’orientamento politico degli intervistati a riflettersi in maniera più marcata sulla percezione dell’immigrazione. Questo suggerisce che le questioni legate all’immigrazione siano molto politicizzate.

 

Agli intervistati europei è stato chiesto se si ritenessero politicamente di destra o di sinistra: in tutti e sei i Paesi esaminati (Italia, Spagna, Olanda, Germania, Regno Unito e Francia), gli intervistati di destra si sono dimostrati più propensi a vedere l’immigrazione come un problema rispetto a quelli di sinistra. Ancora, in tutti i Paesi esaminati nel 2009 i dati disponibili indicano che prevalgono nella popolazione gli immigrati regolari rispetto ai clandestini. Tuttavia, quando Transatlantic Trends: Immigrazione ha chiesto agli intervistati se ritenessero più numerosi gli immigrati regolari o i clandestini, gli americani (51%), gli spagnoli (55%) e gli italiani (66%) hanno dichiarato che la maggior parte degli immigrati nei rispettivi Paesi è clandestina. In Germania (80%), Canada (76%), Olanda (71%), Francia (69%) e Regno Unito (69%) prevale invece l’opinione secondo la quale gli immigrati sono per lo più regolari. Il rapporto sottolinea inoltre come sia peggiorata la percezione verso gli immigrati clandestini rispetto agli immigrati regolari: il 41% degli interpellatiritiene che aumentino il rischio di un attacco terroristico e il 60% ritiene che aumentino il tasso di criminalità nella società. LS 3

 

 

 

L'Italia ha paura dei clandestini immigrati, più problemi che risorse

 

Gli orientamenti dell'opinione pubblica nel rapporto "Transatlantic Trend: Immigration" curato anche dal German Marshall Fund of the United States e dalla Compagnia di S. Paolo - E pensano che i cittadini stranieri siano quasi quattro volte di più - di VLADIMIRO POLCHI

 

ROMA - L'immigrazione clandestina fa paura. Otto italiani su dieci la guardano con preoccupazione: la percentuale più alta in occidente. Con i regolari, invece, le cose cambiano: il 53% degli italiani è favorevole a estendere il diritto di voto amministrativo agli immigrati col permesso di soggiorno. A misurare gli orientamenti dell'opinione pubblica italiana è il secondo rapporto "Transatlantic Trends: Immigration" curato, tra gli altri, dal German Marshall Fund of the United States e dalla Compagnia di San Paolo di Torino.

 

L'indagine fotografa (nel settembre 2009) le opinioni dei cittadini di Stati Uniti, Canada e di alcuni Paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Spagna, Olanda) sulla questione immigrazione. Cosa ne emerge?

 

Rispetto al 2008, per effetto della crisi economica, cresce in tutti i Paesi il numero delle persone che considera l'immigrazione più un problema che un'opportunità: il 50% in Europa (rispetto al 43% dello scorso anno), il 54% negli Stati Uniti (nel 2008 era il 50%). La percentuale sale tra chi si dichiara politicamente di destra. Non solo. In tutti gli Stati monitorati, i cittadini sovrastimano il numero dei migranti residenti (gli americani credono che siano il 35% della popolazione, i canadesi addirittura il 37%, gli europei il 24%).

 

Per quanto riguarda più specificatamente il nostro Paese, il rapporto mette in evidenza le molte contraddizioni del caso-Italia. L'81% degli intervistati si dice più preoccupato dell'immigrazione illegale, che di quella legale: è la più alta percentuale tra i Paesi monitorati. Gli italiani pensano che i cittadini stranieri in Italia siano il 23% della popolazione complessiva (invece sono circa il 6%). Non solo. Il 49% considera l'immigrazione più un problema che una risorsa (4 punti percentuali in più rispetto all'anno scorso) e il 77% addossa agli irregolari la colpa dell'aumento della criminalità. E ancora: solo il 36% chiede di mettere in regola tutti gli immigrati privi di permesso di soggiorno.

 

Ciò detto, stupisce che ben il 53% degli italiani (uno dei dati più alti tra i Paesi monitorati) è a favore del diritto di voto amministrativo agli immigrati regolari e il 74% non crede che i lavoratori stranieri tolgano il lavoro agli italiani.

 

Insomma se con gli irregolari si invoca il pugno duro, con l'immigrazione legale gli italiani si dimostrano tra i più tolleranti. Un altro dato aiuta allora a spiegare la paura per lo "straniero": il 66% degli italiani pensa che nel nostro Paese ci siano più immigrati irregolari, che regolari (mentre è esattamente vero l'opposto).

 

Un ultimo dato emerge dal rapporto internazionale: solo il 43% degli italiani ritiene che il governo stia facendo un buon lavoro sul fronte dell'immigrazione. LR 3

 

 

 

UE. L’AICCRE sull’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. L’Europa degli Europei

 

  ROMA - “Nell’Unione europea si apre una nuova, storica fase che va nella direzione di un’Europa sempre più unita, garante dei diritti dei cittadini e sicuramente più autorevole sullo scenario internazionale”.  Così Vincenzo Menna ed Emilio  Verrengia, segretario generale e segretario generale aggiunto dell’AICCRE, Sezione Italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa,  hanno salutato  l’entrata in vigore il 1 dicembre 2009, del Trattato di Lisbona.

  “Ci sono delle riforme introdotte dal Trattato che indicano un’impennata del Sistema Europa: l’istituzione del presidente stabile dell’Unione e del ministro degli Esteri con poteri rafforzati, il Parlamento europeo acquisterà più poteri. La Carta dei diritti fondamentali, ora, avrà  lo stesso valore giuridico dei Trattati e sarà integrata nel diritto primario europeo”.

  Con questo Trattato, hanno continuato i dirigenti dell’AICCRE “vengono riconosciute le lunghe battaglie politiche della nostra Associazione che, per esempio, sin dagli anni Cinquanta dello scorso secolo aveva chiesto l’elezione di un Parlamento europeo con poteri effettivi.  Inoltre, si aprono ulteriori opportunità per gli enti locali e regionali i quali, essendo quelli più vicini ai cittadini, potranno, in un quadro europeo di trasparenza, democrazia ed efficienza, svolgere sempre più il loro ruolo politico di garanti della democrazia da un lato ed enti proiettati su uno scenario internazionale dall’altro. Gli enti locali, infine, potranno beneficiare della più chiare divisioni, introdotte dal Trattato,   delle competenze a livello europeo, nazionale e locale”. (Inform)

 

 

 

 

“Minareti, dalla Svizzera un campanello di allarme per tutta l'Europa”

 

Basilea - La sonora bocciatura dei minareti da parte dell'elettorato svizzero provoca dibattiti e reazioni che comprensibilmente travalicano la dimensione locale e specifica del voto. In modo drammatico il voto di domenica scorsa costringe la politica, in Svizzera e in Europa, a confrontarsi con la questione del rapporto con il mondo islamico, con il tema di nuovo attuale della libertà religiosa, e più in generale con tutti i nodi dell'integrazione dei migranti. Attribuire questo risultato alla cultura isolazionistica dell'elettorato elvetico è a nostro avviso riduttivo. Crediamo infatti che il voto svizzero sia la manifestazione di paure e chiusure diffuse in molti paesi europei e debba pertanto suonare come un campanello di allarme per tutti. Come sinistra europea siamo chiamati ad attrezzarci per un duro confronto politico e culturale con le varie componenti xenofobe ed oscurantiste della destra: un confronto che dopo il voto svizzero ci pare sia solo all'inizio.

  Avendo vissuto da cittadini italiani in Svizzera la campagna referendaria, ci sembra utile fornire qualche ulteriore riflessione, partendo anche da qualche elemento di testimonianza e di analisi più locale del voto sui minareti.

  Incredulità, sgomento, preoccupazione: dopo la vittoria clamorosa e netta del sì al divieto di costruzione dei minareti, erano questi i sentimenti che si leggevano nei volti degli esponenti politici svizzeri appartenenti all'ampio schieramento di centrosinistra che aveva sostenuto le ragioni della libertà religiosa e del dialogo con le comunità islamiche. Tra le righe delle varie dichiarazioni emergeva comunque anche qualche autocritica per una campagna portata avanti senza determinazione ed impegno, forse nell'illusione che il risultato dell'iniziativa referendaria fosse scontato a favore del no, come ottimisticamente indicavano i sondaggi fino a qualche giorno prima del voto. Del resto bastava guardarsi intorno: per settimane le città svizzere sono state tappezzate di migliaia di manifesti truci e minacciosi della destra xenofoba, mentre risultava praticamente inesistente la propaganda delle forze democratiche e progressiste. In realtà in questa campagna referendaria, un po' come avvenne alcuni anni fa in occasione di un referendum sulla naturalizzazione dei figli dei migranti, vi è stato a nostro avviso un sostanziale disimpegno di molte forze politiche, derivato in qualche misura dalla paura di compromettere il rapporto con fette consistenti del proprio elettorato: un elettorato spesso silenzioso, ma che nella sua pancia è diventato ormai sensibile alle campagne anti-Islam e anti- stranieri. E allora la prima riflessione riguarda il coraggio, la determinazione e la chiarezza nell'affrontare temi che di primo acchito sono chiaramente impopolari ma che implicano principi imprescindibili su cui si gioca il futuro della convivenza e della democrazia.

  La destra svizzera ha avuto praticamente campo libero nell'impostare la sua campagna anti Islam, che ha preso spunto dalla questione dei minareti, ma ha poi abilmente mescolato nella sua propaganda temi che parlano anche a sensibilità anche più democratiche: in particolare la questione del burka e della condizione della donna, sulla concezione patriarcale della famiglia. Non sorprende che alcune analisi del voto svizzero del 29 novembre evidenzino un significativo consenso dell'elettorato femminile (persino femminista) alle campagne anti-Islam. E non è un caso che sin dalle prime dichiarazioni degli esponenti svizzeri della sinistra sia stata espressa l'esigenza di definire, nel dibattito sui rapporti con le comunità islamiche, una posizione chiara sulla parità delle donne, sul rispetto dei programmi scolastici locali, sul rapporto tra principio di laicità e libertà di culto. Questioni complesse, che esigono una risposta e che vanno aperte con spirito di dialogo anche con le rappresentanze del mondo islamico presenti e organizzate in Svizzera come nel resto dell'Europa.

  La terza riflessione riguarda lo strumento del referendum, che costituisce un fondamento della democrazia diretta su cui si incardina il sistema politico svizzero. Emerge con tutta evidenza come sia limitativo e anche pericoloso ridurre ad un SI o ad un No la risposta su questioni complesse, che si prestano spesso ad un dibattito fortemente emozionale. Emergono, a questo proposito alcune domande di fondo che riguardano la specificità dell'assetto costituzionale svizzero, ma si possono estendere anche ad altri paesi europei: è ammissibile come si chiedono ora anche alcuni costituzionalisti svizzeri il ricorso ad uno strumento di democrazia diretta, come l'iniziativa popolare, per introdurre una norma che viola un diritto costituzionalmente garantito come la libertà di religione? Di fronte ad un tema che ha rilevanza europea, in che termini si possono considerare decisioni di singoli paesi o persino di livello regionale? E che democrazia è quella che esclude dal voto grandi minoranze di immigrati (compresi in Svizzera migliaia di giovani di religione musulmana di seconda e terza generazione)?

  La quarta riflessione concerne la sinistra, di cui noi come Movimento per la Sinistra italiana in Svizzera siamo parte. Anche in rappresentanza di una vecchia immigrazione in questo paese, ci siamo espressi contro l'iniziativa popolare, sottolineando l'universalità dei principi di libertà religiosa, l'esigenza del dialogo con le altre culture. Per la verità a parte le ACLI, le altre associazioni e partiti politici italiani organizzati nella Confederazione elvetica non hanno detto nulla sulla questione. Riteniamo che ora più che mai la sinistra debba essere attiva e presente su questo terreno: a difesa di alcuni principi universali di libertà e per una linea di dialogo interculturale. Ma sopratutto essa deve tornare a svolgere il suo ruolo di rappresentanza del mondo del lavoro, dei bisogni sociali dei soggetti più deboli e quindi degli immigrati. Perché non v'è dubbio che le tensioni confessionali e culturali si acuiscono in presenza di conflitti sociali. Non a caso nelle ultime settimane la destra svizzera ha immesso massicciamente nella campagna referendaria anche il tema più generale dell'immigrazione, evocando i rischi che i lavoratori svizzeri corrono nel contesto di una crisi che anche qui minaccia migliaia di posti di lavoro e alcuni fondamentali diritti sociali.

  Su questi temi si è cominciato a discutere in Svizzera. Già dalla sera del 29 novembre quando nei principali centri della Confederazione alcuni significativi gruppi di cittadini hanno voluto manifestare il loro disagio di fronte ad un risultato inquietante e la loro determinazione a battersi contro l'intolleranza per la libertà religiosa e il dialogo tra le culture. C'eravamo anche alcuni di noi. Ma crediamo che siamo solo all'inizio di una complicata battaglia.

Cesidio Celidonio e Claudio Marsilii, Movimento per la Sinistra Italiana in Svizzera

 

 

 

 

La relazione di Governo apre l’Assemblea plenaria del Cgie

 

Rete consolare, riforma degli organismi di rappresentanza e finanziaria 2010 i temi toccati dalla relazione del sottosegretario Mantica

 

  ROMA – Razionalizzazione della rete consolare, riforma degli organismi di rappresentanza (Comites e Cgie) e finanziaria 2010 i temi affrontati nella relazione di governo all’apertura dell’assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) in corso a Roma, alla Farnesina, da mercoledì ad oggi 4 dicembre.

  L’intervento di Alfredo Mantica, sottosegretario agli Affari Esteri con delega agli Italiani nel mondo, assente per impegni istituzionali - illustrato dal direttore generale per gli Italiani all’estero e le Politiche migratorie Carla Zuppetti, - ha riassunto prima i caratteri salienti della strategia alla base dei provvedimenti di razionalizzazione della rete consolare italiana all’estero: “declassamento e chiusura di alcune sedi; progressiva informatizzazione dei consolati; introduzione di procedure relative al passaporto biometrico, esteso entro il 30 giungo a tutte la rete; valutazione della qualità dei servizi erogati e dei loro costi”.

  “Tutti capisaldi strettamente correlati – afferma Mantica riconfermando “l’attenzione prioritaria alla valutazione del rapporto costi/benefici nell’erogazione dei servizi consolari da effettuarsi in riferimento alla singole sedi, pur mantenendo margini di flessibilità sulle scelte definitive, specie per quanto concerne la presenza all’estero di sportelli consolari”. Ricordata inoltre la piattaforma informatica SIFC (Sistema integrato delle funzioni consolari), piattaforma del Mae per la gestione delle attività consolari e per lo svolgimento delle pratiche a distanza, uno strumento che “consentirà un aumento dell’efficienza, della qualità e della velocità dei servizi all’utenza”. Si potrà dunque attraverso un pc e con un collegamento ad internet avere informazioni di carattere generale, prendere un appuntamento prima di recarsi fisicamente alla sede, accedere, infine, tramite autenticazione, ai servizi consolari veri e propri grazie al dialogo tra uffici all’estero e banche dati della pubblica amministrazione. “Per agevolare gli utenti a familiarizzare con questi servizi – prosegue Mantica – verranno utilizzati appositi totem, ovvero pc volti a garantire l’acceso ai servizi a distanza anche a coloro che ne sono sprovvisti, installati all’interno degli sportelli consolari, ove sarà offerta assistenza di personale specializzato”. Non sono previsti tagli sul personale impiegato dal Mae – si legge nella relazione - che verrà invece redistribuito tra le sedi, salvaguardando il rapporto di lavoro.

  Illustrata quindi la riforma di Comites e Cgie, così come prevista da un primo testo di legge elaborato in sede di Comitato ristretto istituito sul tema presso la Commissione Affari esteri del Senato. “La proposta raccoglie la riforma dei due organismi, abrogando le leggi attualmente vigenti in materia – spiega Mantica. – I Comites subiscono un profondo mutamento, perché è previsto che siano applicate soglie numeriche differenziate per la loro istituzione con riferimento sia alla popolazione residente che alla specificità dei diversi continenti, fatta salva la rappresentanza della comunità italiana laddove non si presenti particolarmente numerosa”. Ai Comites così intesi viene anche garantita una rappresentanza diretta all’interno del Cgie, mentre sono previste quote nelle liste elettorali in favore di donne e under 35.

  “Maggiori innovazioni” per il Cgie che assume la denominazione “Consiglio degli Italiani all’Estero” e “subisce – si legge nella relazione – profonde modifiche sia sotto il profilo della sua composizione che sotto il profilo della struttura interna: ne faranno parte di diritto i presidenti degli Intercomites (o, in mancanza di quest’ultimo, il presidente del Comitato di riferimento) e i presidenti o gli assessori con delega all’emigrazione delle Regioni e delle provincie autonome di Trento e Bolzano, più un numero variabile di membri eletti, per una maggiore rappresentatività delle collettività in cui i connazionali sono più numerosi”. Prevista anche l’elezione di un presidente – non più quindi il ministro degli Affari Esteri – coadiuvato da un Ufficio di presidenza, che sostituisce l’attuale Comitato, mente le Commissioni continentali saranno riorganizzate in base alle ripartizioni elettorali facenti capo all’attuale circoscrizione Estero.

  “Se in Commissione Esteri vi sarà il consenso necessario, seppur con qualche aggiustamento  – annuncia il sottosegretario a proposito del testo unificato (che si proponeva cioè, in origine, l’unificazione di proposte di legge in materia già depositate) – sarà attivata la procedura per l’approvazione del disegno di legge in sede deliberante, vale a dire senza che si renda necessario il passaggio in aula”. Per Mantica tale soluzione sarebbe dunque “auspicabile” per il risparmio di tempo che consentirebbe, prevedendo un proseguimento dell’iter della proposta di riforma alla ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa natalizia, cosicché si potrebbe giungere all’elezione degli organismi di rappresentanza entro il previsto termine del 31 dicembre 2010.

  Nel frattempo è attesa venerdì 4 dicembre l’audizione del Cgie al Comitato ristretto incaricato della riforma e “il testo la scorsa settimana è stato già trasmesso ai parlamentari eletti all’estero con preghiera di formulare osservazioni in merito”, fa sapere Mantica.

  In risposta alle sollecitazioni circa il ruolo dell’associazionismo “ricevute da più parti – prosegue la relazione – è doveroso da parte mia precisare che il governo segue con attenzione l’iter del testo ma che quest’ultimo è frutto di un Comitato appositamente costituito per esaminare tutti i disegni di legge, tutti d’iniziativa parlamentare, giacenti in materia, e attraverso il contributo di diverse audizioni svolte sul tema. Non è quindi possibile ricondurre il suo contenuto ad una esplicita volontà del governo”. Mantica ribadisce che non si intende “sminuire il ruolo dell’associazionismo, al quale riconosciamo piena dignità e che speriamo continui ad essere un importante attore della vita delle nostre comunità all’estero”.

  In ultimo, sulla finanziaria 2010 – che prevede fondi per le politiche verso i connazionali nel mondo inferiori a quelli stanziati l’anno scorso comprendendo anche le risorse acquisite in sede di assestamento – Mantica sottolinea “lo sforzo dell’amministrazione per ottenere una congrua integrazione dei fondi al fine di avere almeno la stessa disponibilità finanziaria del 2009”. Tale integrazione viene auspicata attraverso l’approvazione di emendamenti presentati alla Camera – tenendo conto delle indicazioni provenienti dalla stessa Conferenza Stato-Regioni-Cgie riunita lunedì 30 novembre. (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 

Presentato il sito dei giovani italiani nel mondo: www.giovanitaliani.it

 

È passato quasi un anno dalla "Prima Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo" (www.giovanitaliani.it). L'evento, fortemente voluto dal Ministero degli Affari Esteri, ha visto la partecipazione di oltre 400 giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, provenienti da ogni parte del globo. Nel corso della conferenza si sono messi all'opera per trovare valide proposte volte ad aiutare la rete degli italiani residenti all'estero: è stata così avanzata la richiesta, di costituire un social network interamente realizzato pensando alle loro e alle vostre necessità.
Per questa ragione oggi, Giovedì 3 dicembre 2009, durante la seconda giornata dell'Assemblea Plenaria del CGIE, abbiamo presentato ai giovani e a tutti i presenti,
www.giovanitaliani.it che già da domani sarà online e a vostra disposizione.
Abbiamo pensato a tutti voi inviandovi questa comunicazione, perché riteniamo che sia importante far crescere e conoscere il social network anche grazie alla vostra preziosissima collaborazione.
In attesa di un vostro gradito riscontro, vi inviamo i nostri migliori saluti, augurandovi buon lavoro.  La redazione
www.giovanitaliani.it

 

 

 

 

La relazione del Comitato di presidenza all’Assemblea Plenaria del Cgie

 

L’intervento di Carozza contrario alla bozza di riforma di Comites e Cgie che “adotta una visione unilaterale che si propone la riduzione dei Comites e il superamento storico del Cgie. Esclude l’associazionismo e allontana la rappresentanza di base dal territorio”

 

  ROMA – Il Comitato di presidenza del Cgie non ci sta alla proposta di riforma di Comites e Consiglio generale avanzata dal Comitato ristretto in Commissione Esteri al Senato e ribatte punto per punto, nella relazione letta mercoledì in Assemblea plenaria dal segretario generale Elio Carozza, al progetto di trasformazione illustrato nella relazione di governo.

  “Questa bozza di legge è stata formulata – ha detto Carozza – tenendo conto di un solo versante politico e concettuale, tra i due presenti in Parlamento: quello che con approssimazione possiamo dire si propone la riduzione del numero dei Comites e il superamento del ruolo storico del Cgie”. Per Carozza si tratterebbe dunque di una bozza che non tiene conto di un secondo punto di vista: il mantenimento della rete di rappresentanza di base con le attuali caratteristiche, pur con una riorganizzazione del Cgie, salvaguardato nelle sue caratteristiche di organismo di rappresentanza generale. Una proposta “agli antipodi delle linee di autoriforma che questa assemblea plenaria ha approvato in una sessione del suo recente passato e ribadito a più riprese” e che “stando ad alcune dichiarazioni fatte dallo stesso sottosegretario Mantica avrebbe il consenso del governo – prosegue Carozza - o almeno la personale condivisione del titolare della delega per gli italiani nel mondo”.

  In primis, sottolinea il segretario generale entrando nel merito dell’impianto complessivo della riforma, “la scelta di riorganizzare l’intera rappresentanza con un solo provvedimento è una scelta che abbiamo contestato e continueremo a contestare perché porta a sconvolgere il numero dei Comites per renderlo funzionale a un determinato modello di Cgie e perché sacrifica completamente l’autonomia del Consiglio, segnandone il definitivo superamento”.

  Stando alla proposta di riorganizzazione, si prevede un numero molto più alto di cittadini residenti all’estero necessari alla costituzione di ciascun Comites: 20.000 per l’Europa, 15.000 per le Americhe, 10.000 per l’Australia e 5.000 per l’Africa. Pur non conoscendo con precisione il numero di Comites che così risulterebbero, rispetto a quello attuale, “la conseguenza più immediata – fa notare Carozza – è quella di allontanare la rappresentanza di base dal territorio e dal corpus pulsante di ogni singola comunità”. Un obiettivo che a parole invece si sostiene di voler perseguire e che il sottosegretario Mantica cita come valido e prioritario nella sua stessa relazione.

  “Il secondo punto qualificante, per così dire, la bozza è l’eliminazione del mondo associativo nel circuito di formazione del Comites – prosegue Carozza – e nell’elezione dei membri del Cgie, nel quale invece ad oggi le associazioni integrano l’assemblea elettorale per un terzo in Europa e fino al 45% nelle altre realtà”. “Un taglio drastico alla rappresentanza sociale – chiosa il segretario generale – che viene sostituita con una rappresentanza di matrice puramente elettorale, anzi elettoralistica, realizzata intorno ad una legge di natura maggioritaria, che prevede liste costruite intorno alla figura del candidato presidente del Comites, che è anche candidato in pectore alla presidenza dell’Intercomites e componente del Cgie”. Come se non bastasse “il maggioritario non prevede alcuna soglia di consenso – afferma Carozza – sicché, nel caso di molte liste, quella che raggiunge un livello anche ridotto può vedersi riconosciuta automaticamente la maggioranza dei seggi”. “Nelle nostre collettività insomma la vita civile e politica si organizzerà interamente intorno alla figure dei candidati presidenti e dei candidati al Parlamento – fa notare il segretario generale. – In veste moderna, tornano i prominenti. La riduzione del radicamento sociale continua con l’assottigliamento della presenza delle persone di origine. Nei Comites entrano solo le figure che danno lustro alla comunità, mentre nel Cgie scompaiono del tutto”.

  La bozza formulata comporterebbe dunque “un superamento del Cgie così come oggi lo conosciamo, che cambia natura così come cambia nome: la cancellazione dell’attribuzione generale non è lessicale – rileva Carozza – ma di sostanza istituzionale; esso cessa di essere un organismo di rappresentanza istituzionale per divenire semplicemente un luogo di raccordo tra diverse istanze”. Nello stesso Cgie si esclude la presenza associativa: “con l’eliminazione della quota di consiglieri di nomina governativa – segnala la relazione del Comitato di presidenza – viene cancellata anche la presenza delle associazioni, dei sindacati, dei patronati etc., sostituita da una presenza di diritto dei rappresentanti delle Regioni”. Tutte queste componenti presenti di diritto nel riformato Consiglio degli Italiani all’estero ne svuoterebbero l’istanza rappresentativa – si avverte – mentre per quanto riguarda la funzioni “il nuovo sistema è attraversato da un trasversale attivismo redazionale”. Le relazioni svolte da Comites e Intercomites verrebbero riprese dalle due redatte dal Cie: “una programmatica e un’altra a consuntivo, da mettere nelle mani degli eletti nella circoscrizione Estero”. “Non so se gli eletti all’estero siano consapevoli della trappola mortale che si stanno preparando con le loro mani – avverte Carozza: - il rischio è che essi, riservandosi i contatti finali con tutte le istituzioni dello Stato, ammesso che ciò sia concretamente possibile, diventino non i difensori della collettività, ma le controparti di essa”.

  Per Carozza non ha senso prevedere una componente di rappresentanti di Regioni, così come indicata nella bozza, nel nuovo Cie, specie alla luce della riforma – ancora tutta da definire – delle istituzioni statali, in particolare alla luce della annunciata costituzione di un Senato federale. La proposta di riforma avanzata sarebbe in definitiva “un grande pasticcio. Si sta distruggendo una cosa collaudata, che potrebbe funzionare meglio con opportuni interventi di riorganizzazione, per imbarcarsi in un’avventura confusa e con prospettive nebulose”.

  Non si tiene conto poi del coordinamento con le Regioni proposto dall’ultima Conferenza Stato-Regioni-Cgie: “abbiamo appena approvato all’unanimità in questo contesto un documento nel quale abbiamo deciso di rispondere all’esigenza di coordinamento collegandoci più strettamente con la Conferenza e aprendo specifici tavoli di concertazione – rileva Carozza, ricordando che alcuni parlamentari si apprestano già a dare una più organica soluzione normativa a questa esigenza.

  “Che senso ha togliere al Cgie il suo ruolo di rappresentanza generale – si chiede il Comitato di presidenza – e la sua autonomia per realizzare un’attività di coordinamento, che è qualcosa di meno, quando questo coordinamento si può realizzare in una rinnovata Conferenza Stato-Regioni-Cgie, incardinata presso la Conferenza Stato-Regioni e rafforzata nelle sue prerogative?”

  Toni duri anche rispetto alla riorganizzazione della rete consolare e ai tagli alle risorse destinate agli italiani all’estero dalla finanziaria 2010. “Mai nessuno ha veramente quantificato questi famosi risparmi” che invece giustificherebbero la chiusura delle diverse sedi consolari all’estero, afferma Carozza, che sottolinea l’esistenza di soluzioni alternative alle chiusure “se solo ci fosse la volontà” di metterle in pratica. “Sono convinto che con uno sforzo comune che comprenda la capacità di ascolto, il coinvolgimento del Cgie, dei Comites e degli stessi parlamentari eletti all’estero, sia possibile trovare soluzioni alternative che possano coniugare le esigenze di bilancio con gli interessi dei cittadini residenti all’estero – afferma il segretario generale -. Sforzo che non è stato fatto se “l’esperienza degli ultimi mesi mi dice che manca da parte del governo ogni volontà di discutere e trovare soluzioni condivise – avverte Carozza.

  “Ci era stato promesso che il governo avrebbe, per gli anni futuri, cercato di mantenere gli standard di spesa, sia pur ridimensionati dagli ultimi documenti finanziari dello Stato; invece nel bilancio di previsione per il 2010 – afferma il segretario generale – mancano altri 30 milioni di euro in dotazione alla direzione generale per gli Italiani all’estero e le Politiche migratorie”. L’impegno del Cgie in queste settimane sarà dunque di “informare le collettività all’estero nel modo più capillare possibile che queste solo le scelte del governo nei loro confronti”. Necessità immediata viene ribadita anche per la difesa dei fondi per l’assistenza diretta, “che già quest’anno avevano subito un colpo durissimo. Anche in questo caso – segnala la relazione del Cdp – alla prova dei fatti mancano 6 milioni di euro. Quale la ragione di questa decurtazione?”

  Unica nota di speranza, secondo il segretario generale,  sembra essere lo sguardo rivolto alle giovani generazioni, chiamate a partecipare a questa plenaria e che domani offriranno un quadro di ciò che è avvenuto dopo la Prima conferenza che li ha riuniti a Roma, un anno fa. Tuttavia la scelta che investe le politiche per i connazionali all’estero riguarda anche il rapporto che l’Italia ha intenzione di costruire e mantenere con i giovani di origine italiana, i quali “chiedono principalmente a Comites e consolati, quei Comites e consolati che con troppa facilità si vogliono invece smantellare – segnala Carozza – di essere punto di contatto e riferimento per loro, in un processo di comunicazione e coinvolgimento”. Coinvolgimento che passa necessariamente attraverso l’investimento su lingua e cultura italiana, ma anche attraverso gli organismi di rappresentanza di cui oggi si discute la riforma. (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 

 

A Francoforte dibattito sull'Integrationsentwurf della città. Sabato 5 dicembre "Open Space"  

 

Francoforte. E’ in corso a Francoforte il dibattito sull'Integrationsentwurf della città. A questo dibattito è possibile la partecipazione diretta di tutti i cittadini sia tramite il forum online, sia attraverso manifestazioni varie, tra cui quella di sabato 5 dicembre "Open Space".  “E' importante che anche noi italiane/i partecipiamo al dibattito e soprattutto portiamo proposte concrete su che cosa vorremmo per migliorare la situazione della nostra comunità - scrive Maurella Carbone in una sua circolare via email -. Dato che l'Integrations-und Diversitätskonzept è un concetto aperto ed è ancora in fase progettuale, è possibile contribuire anche per Internet al suo sviluppo. Il concetto è scaricabile dal sito: www.vielfalt-bewegt-frankfurt.de. Vi prego di diffondere tale informazione“, conclude. Per maggiori e più dettagliate informazioni, si può consultare l’articolo sullo stesso argomento nella sezione in tedesco. (de.it.press)

 

 

 

 

Detenuti italiani nel Saarland lottano per il mantenimento del Consolato

 

I detenuti italiani nel Saarland hanno spedito una lettera adirata al loro governo a Roma. Il contenuto riguarda la protesta contro i piani di chiusura del Consolato a Saarbrücken.

 

Saarbrücken. I detenuti italiani del carcere di Saarbrücken  aspettano per il 10 dicembre per l’ultima volta  la visita annuale  della loro console Susanna Schlein poiché il Consolato è destinato alla chiusura. In una lettera al sottosegretario Alfredo Mantica 20 detenuti si dichiarano contrariati dalle intenzioni del governo Berlusconi, secondo le quali un Terminal sarebbe sufficiente per il rilascio di passaporti. In effetti, così scrivono  detenuti, il consolato sarebbe  attivo nella mediazione dei colloquio con i parenti, avrebbe creato all’interno del carcere una piccola biblioteca, avrebbe fatto in modo che siano proiettati film italiani ed avrebbe organizzato corsi per il conseguimento del  diploma italiano di terza media. Nella loro lettera i detenuti deridono il terminal definendolo un “palo del totem”, chiedendosi a chi si dovranno rivolgere in futuro per ottenere conforto umano ed assistenza davanti alle autorità tedesche e davanti ai tribunali. “Dovremmo rivolgerci al suo Totem?” chiedono i detenuti nella loro lettera al sottosegretario. L’esperto sociale del consolato Pasquale Marino si occupa da ormai 26 anni dei detenuti. Un prolungato periodo di carcerazione nasconde, secondo il suo parere, “il pericolo dell’isolamento culturale” proprio, quando le conoscenze linguistiche sono scarse. Per questo è importante il Consolato. Per il 10 dicembre è annunciato presso il carcere di Saarbrücken un concerto con il gruppo folcloristico Trinacria. Sará il Console Schlein a distribuire personalmente i doni di Natale con il parmigiano, la caciotta, i cantuccini ed il panettone, il tradizionale dolce natalizio. (traduzione dal Saarbrücker Zeitung del 2 dicembre, de.it.press)     

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Oggi la presentazione di “Le Marche Film Commission”

 

L’ICE (Istituto Italiano per il Commercio Estero), oggi venerdì 4 dicembre presenterà con “Le Marche Film Commission” la regione dell’Italia centrale, come luogo di ripresa per produzioni cinematografiche a livello internazionale. Le Marche offrono splendidi paesaggi ed anche una varietà di location.

Al workshop, presso il Münchner Künstlerhaus, dove tra l’altro, è prevista la partecipazione di numerosi produttori tedeschi importanti, Anna Olivucci, responsabile di attività promozionali della Marche Film Commission relazionerà sulla Film Commission, e sui suoi diversi servizi e sostegni in loco per le troupes cinematografiche.

Grazie al nuovo modello di tax credit e tax shelter si moltiplicano le possibilità di cooperazione tra case produzione italiane e case produzione straniere sui set cinematografici del nostro Paese.

La produttrice Caroline Locardi riferirà infine sui lavori di ripresa, riguardante il film “Il compleanno“ di Marco Filiberti, che per la prima volta, in assoluto, è stato proiettato quest’anno alla Biennale di Venezia

“Un anno intenso e proficuo nel quale la visibilità delle Marche e dei prodotti audiovisivi che vi hanno trovato ambientazione è stata garantita dal lavoro di Marche Film Commission e ICE sui principali mercati cinematografici europei”. Questa la valutazione, a fine anno, dell'assessore alla cultura e al turismo Vittoriano Solazzi, soddisfatto dei risultati raggiunti e propositivo per il futuro. Mentre è in progettazione il nuovo film -  una commedia brillante prodotta da Rita Rusic che si inizierà a girare in primavera anche con l'assistenza di MFC -  ieri e oggi Marche Film Commission è a Monaco, per un Workshop con produttori e distributori. Dopo Lisbona e Siviglia, MFC presenta, dunque, al mercato tedesco - all'avanguardia tecnologica e molto promettente - la sua attività per la promozione del territorio attraverso l'audiovisivo.

E’ stato anche proiettato ieri sera  3 dicembre al Cinema Münchener Forumkino al Museumsinsel, in anteprima per la Germania, il film “Il compleanno” di Marco Filiberti, girato in parte a Jesi e realizzato dalla Zen Zero Film con il sostegno di MFC. Un'iniziativa innovativa della quale MFC si fa promotore per la prima volta della distribuzione di un prodotto realizzato con il proprio contributo e per di piu` in un mercato estero, amplificando e sostenendo le possibilita` di circuitazione dell' immagine filmica della regione. Ancora una volta, una forma di partecipazione “audace e consapevole” - com'e` stato originalmente definito il filmato promozionale Marche: Imagine your film -  della Regione Marche e della capacità di essere presente sul mercato cinematografico. Ulteriori informazioni si possono trovare al sito www.marchefilmcommission.info.   (de.it.press)

 

 

 

 

A Francoforte incontro con il regista-attore Michele Placido lunedì 7 dicembre

 

Francoforte - L´Istituto Italiano di Cultura è lieto di annunciare, nell´ambito del Convegno “L´auto raccontata attraverso il cinema”, l´incontro con Michele Placido che parlerà del cinema italiano contemporaneo e sarà lieto di rispondere alle domande del pubblico. Durante la serata sarà proiettato un film documentario che ricostruirà i momenti salienti della pluriennale carriera del celebre attore e regista italiano.

L´evento, promosso da FIAT Germania, con il Patrocinio della Provincia di Salerno, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con l’Università di Salerno, Filmidea e MediaWork, si svolgerà presso il Museo di Arti Applicate (Schaumainkai 17 il prossimo 7 dicembre alle ore 19.45.

Michele Placido (Ascoli Satriano,1946) entra nel cinema nel 1974 interpretando accanto a Ugo Tognazzi e Ornella Muti Romanzo popolare di Mario Monicelli, e accanto a Laura Antonelli Mio Dio, come sono caduta in basso! di Luigi Comencini; due anni dopo sarà protagonista di Marcia trionfale di Marco Bellocchio. Nel 1983 interpreta il commissario di Polizia Corrado Cattani nel telefilm La Piovra di Damiano Damiani. Questo personaggio, che ricopre fino al quarto capitolo,

lo rende famoso in tutto il mondo.

Tra le sue ultime prove d'attore, L'odore del sangue (2004) di Mario Martone, Le rose del deserto di Mario Monicelli, Il caimano di Nanni Moretti (2006), il discusso Il sangue dei vinti di Soavi (2008), Baarìa di Tornatore e Oggi sposi di Luca Lucini (2009).

Nel 1990 presenta al Festival di Cannes la sua prima opera come regista, Pummarò, sul problema degli extra-comunitari. Seguono tra gli altri Romanzo criminale (2005), storia della banda della Magliana tratta dall'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo, grande successo in Italia e ottimamente accolto anche alla Berlinale 2006, e Il grande sogno (2009), film sul '68 presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, pochi giorni dopo essere stato premiato al Maratea Film Festival.

La manifestazione, introduzione  dalla Dr. Paola Cioni e  moderata Dr. Rodolfo Dolce, si concluderà con ricevimento. Ingresso: regolare € 5-, gratuito per i possessori di Carta Amicizia. Prenotazione: per Email iicfrancoforte@esteri.it, per telefono 069 75 306 605 (IIC, de.it.press)

 

 

 

 

 

Gli eventi di Monaco di Baviera e dintorni nel mese di dicembre

 

Monaco di Baviera - Di seguito riportiamo le iniziative segnalate ai connazionali nelle prossime settimane dalle Pagine Italo-tedesche di Claudio Cumani, a Monaco di Baviera e dintorni.

  Dedicata al Muro di Berlino la mostra presso la Wehrgang-Galerie della Internationale Jugendbibliothek (Schloss Blutenburg). L’orario di visita è dalle ore 10 alle ore 16, dal lunedì al venerdì, e dalle ore 14 alle ore 17 il sabato e la domenica (ingresso libero). L’allestimento, in programma sino al 21 febbraio 2010, è organizzato dal Goethe-Institut Italia e dalle case editrici “Orecchio acerbo” (Roma) e “Jacoby & Stuart”(Berlino).

Prosegue la rassegna “Sguardi sul giovane cinema italiano” presso l’Istituto Italiano di Cultura (Hermann-Schmid-Str. 8), con i seguenti appuntamenti: il film di Ferzan Ozpetek “Un giorno perfetto” martedì 8 dicembre – sempre alle ore 19, - e “Pranzo di ferragosto” di Gianni Di Gregorio martedì 15 dicembre.

Nella sede dell’Inca- Cgil di Monaco (Häberlstr. 20) venerdì 4 dicembre, alle ore 19, in programma una serata di fine anno 2009 organizzata dall’associazione Rinascita.

  Sabato 5 dicembre alle ore 17 presso la Biblioteca di Gasteig (Rosenheimerstr. 5) verranno presentati i documentari “In un altro Paese” di Marco Turco, “Un Paese diverso” di Silvio Soldini e “Libera terra” di Armando Ceste, in un’iniziativa organizzata da “Un’altra Italia” e il “Circolo Cento Fiori” di Monaco.

  Domenica segnalato il consueto appuntamento per genitori e bambini presso il Familienzentrum Laim (Valpichlerstr. 36) con un gruppo di gioco per famiglie multinazionali dalle ore 10.30 alle ore 12.30 – con bambini sino ai 6 anni di età. Per informazioni e adesioni rivolgersi a Sara Benedetti Baumans (sara_benedetti@web.de), Claudia Cella (cella10@web.de) o Lucianna Filidoro (lucianna.filidoro@gmx.de). Nel pomeriggio dalle ore 18 presso la sede dell’Spd di Monaco sud (Daiserstr.27) seguirà una bicchierata di fine anno organizzata dal circolo locale del Pd.

  Anche a Stanberg proseguono gli incontri all’insegna dei cinema italiano, introdotto e commentato da Ambra Sorrentino, mercoledì 9 dicembre alle ore 19.30 presso il cinema Breitwand (Wittelsbacherstr.10) con “Profumo di donna” di Dino Risi.

  A Monaco presso l’auditorium Ernst-Von- Siemens della Pinakothek der Moderne (Barerstr. 40) giovedì 10 dicembre alle ore 18.30 in programma una conferenza in inglese del grafico Armando Milani (www.milanidesign.it), mentre l’11 dicembre presso l’IIC è atteso il politologo Uwe G. Fabritzek con una conferenza sulla Repubblica di Venezia.

  Ancora un incontro dedicato alla lotta alla mafia sabato 12 dicembre – ore 17 - presso l’Anton Fingerle Bildungszentrum (Schlierseestr. 47) con Rita Borsellino ed alcuni rappresentati di Addiopizzo, Liberaterra etc. in italiano e tedesco, con video, musica, degustazione e vendita di prodotti ricavati dalle proprietà confiscate alla criminalità organizzata.

  Una serie di appuntamenti sono previsti per domenica 13 dicembre: presso il Bewohnertreff II (Elisabeth-Kohn-Str. 15) dalle ore 10.30 “Il laboratorio dell’italiano” – per i bambini sino ai 5 anni e mezzo fino alle 11.15 e fino ai 10 anni dalle 11.15 alle 12.30 (per informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott: maviott@arcor.de); a Bamberg alle ore 16 presso il Neues Palais (Luitpoldstr. 40a) l’associazione Mosaico italiano  organizza una festa di Natale per i soci e le rispettive famiglie. Da domenica sino a mercoledì 16 dicembre in programma, inoltre, presso il cinema Odeon (Luitpoldstr. 25, Bamberg) il film “La terra” di Sergio Rubini, alle ore 18.30.

  Segnalata il 19 dicembre a Monaco presso il Cafe Kostbar (Barerstr. 87) alle ore 20 l’inaugurazione dell’esposizione pittorica di Luciano Florio con opere surreali, accompagnato dalla presentazione del libro “Notturno” e musica. La mostra sarà aperta sino al 15 gennaio. Per informazioni: lunatic-flower@gmx.de.

  Domenica 20 dicembre alle ore 18 presso il castello di Nymphenburg seguirà un concerto di Natale napoletano dell’ensemble Tarallucce con Fiorentina Talamo (voce), Manuela Frescura (mandolino), Andrea Huber (flauto), Laure Perrenoud (chitarra) e Christine Guggenbühl (violoncello). (Inform)

 

 

 

Saarbrücken. "Diritti umani per tutti" nell’intervento di Rino Giuliani presidente della Cne

 

Sintesi della relazione "Diritti umani per tutti" di Rino Giuliani presidente della CNE al Convegno del Santi a Saarbrucken il 19 novembre

 

Saarbrücken - Gli uomini nascono e vivono liberi e uguali nei diritti. È il primo articolo della dichiarazione dei diritti dell'uomo  e del cittadino  approvata  dalla Assemblea Nazionale Francese il 26 agosto 1789, subito dopo che erano stati aboliti tutti i diritti  feudali ed i privilegi assegnati al clero e alla nobiltà. Tocqueville definì la Carta il frutto del giovanile entusiasmo, della fierezza, delle passioni generose e sincere. Tra Ottocento e Novecento l'uomo conoscerà altre distruttive negazioni della sua libertà . Scrive lo studioso italiano Norberto Bobbio "…i princìpi del 1789 restano una fondamentale linea di confine nella storia degli uomini, un punto di riferimento obbligato per gli amici e i nemici della libertà". Questi princìpi verranno richiamati ogni qualvolta i diritti dell'uomo, la sua legittima aspirazione alla libertà e all' eguaglianza verranno rimessi in discussione. E quei princìpi tornano alla mente non solo quando si vogliono proteggere i diritti , ma quando li si vuole estendere, allargare, come si è voluto fare a Nizza, nel dicembre del 2007 , mettendo mano alla Carta dei diritti  fondamentali dell'Unione Europea.

Dichiarare che gli uomini nascono e vivono uguali nei diritti significa riconoscere che le disuguaglianze e le assenze di libertà vengono formalmente abolite. I diritti dell'uomo son diritti che non si possono eludere, perché appartengono all'uomo in quanto nasce uomo. Quelli del cittadino invece variano secondo le Costituzioni. Questo ancoraggio dei diritti alla natura umana, è un modo per garantire l'inviolabilità dei diritti, anche se i diritti vengono prodotti e resi efficaci dagli uomini attraverso la storia piuttosto che con la loro attribuzione  ad una mitica natura umana. E' pur vero anche che sottoporre i diritti dell'uomo e del cittadino alle vicende storiche significa conferire loro la caratteristica di fragilità, atteso che la natura umana è qualcosa di plastico, di mobile per cui ciò nonostante noi abbiamo la responsabilità di  continuamente affermarli.

La Rivoluzione Francese  mette sullo stesso piano la libertà e l' eguaglianza ma tra libertà e eguaglianza esiste un conflitto. Questo è il lascito della Rivoluzione Francese. La soluzione sarebbe di contemperare un'esigenza di libertà, quindi di espressione di sé stessi e un mantenimento dell' eguaglianza che non sopprima la libertà. E purtuttavia dopo il loro riconoscimento, i diritti  umani talvolta vengono negati. Questo accade proprio perché i diritti  umani sono qualche cosa che deve essere non soltanto proclamato, messo sulla carta delle Costituzioni, ma  anche realizzato. Ce lo conferma la nostra storia. Il secolo scorso abbiamo avuto nella nostra Europa i regimi totalitari che hanno prodotto il rovesciamento proprio diametrale di quei princìpi che hanno origine nella Rivoluzione Francese del 1789 e del 1848. Cioè la libertà diventa oppressione, gerarchia;

L'uguaglianza  è spesso soltanto di facciata quando in realtà si producono disuguaglianze. Come non ricordare G. Orwell che, durante la seconda guerra mondiale, nel 1945, pubblica il suo libro più noto La fattoria degli animali, una satira contro il comunismo dove gli animali di una fattoria si liberano dall'oppressione dell'uomo instaurano un governo democratico che si trasforma in una ferrea dittatura ad opera di un maiale che comanda perché è più uguale degli altri. Infine, la fraternità è sostituita dall'odio, dall'odio di classe, dall'odio di razza. Tutto ciò per far sì che gli uomini obbediscano e basta. Perché gli uomini rinunciano alla loro libertà  all'uguaglianza con gli altri. Forse perché hanno paura? O forse per convenienza? Ebbene, tutto questo ci porta a riflettere sulla fragilità della libertà e dell'uguaglianza. Proprio perché gli uomini non nascono liberi, ma lo diventano grazie a determinate condizioni storiche, devono necessariamente difendere e mantenere quelle condizioni nel corso della propria esistenza. Noi lo sappiamo che il momento storico più buio nel Ventesimo secolo è quello che  ha visto nascere i campi di concentramento nazionalsocialisti che hanno rappresentato la negazione più assoluta di quelli che sono i diritti dell'uomo  umani. Qui l'individuo è completamente annullato, non solo nella sua libertà, ma anche nella sua dignità. Ed ecco che ritorna il problema di fondo : come coniugare insieme eguaglianza e libertà sapendo che ci vuole una uguaglianza che conservi le differenze e una libertà che non perda di vista il problema dell'uguaglianza e che quindi occorre introdurre garanzie per fare in modo che  la società e lo stato non schiaccino l'individuo. Ecco, nei momenti più bui nel Novecento c'è stato questo annullamento dell'individuo in favore di un partito politico, quello nazionalsocialista, che in nome della razza ha schiacciato completamente gli uomini, fino ad annientarli, a farli uscire come fumo dal camino. Nel Novecento poi sono stati affermati, anche attraverso le lotte del movimento operaio, i diritti sociali. Li ritroviamo nella nostra Costituzione. Si tratta di diritti per la cui esigibilità è lo stato che deve farsi parte attiva così come non deve farsi parte attiva quando si sia in presenza dei diritti di libertà. Oggi questi diritti si adattano alle nuove situazioni storiche, per cui c'è il diritto all'integrità della persona, il diritto alla protezione dell'ambiente, alla salute degli uomini. E c'è soprattutto il diritto di rapportarsi alla cittadinanza, che prevede ad es. il diritto alla salute (art.32 della nostra costituzione), o anche un salario di cittadinanza atto a garantire la sopravvivenza agli individui per il solo fatto che sono cittadini.  E' proprio la tensione tra i diritti dell'uomo e i diritti del cittadino uno dei problemi della continua variazione nel tempo dei diritti stessi, poiché la condizione di milioni di senza patria che, per sfuggire alle guerre civili, alla fame e alla morte, si muovono ogni anno nel mondo, impone l'urgenza di tutelare questi uomini in quanto esseri umani prima ancora che cittadini. In questa era della globalizzazione sarebbe auspicabile anche una globalizzazione dei diritti. A mio avviso si deve creare un diritto internazionale che sia una sorta di semplificazione dei diritti nazionali. Obbiettivo questo non facile da raggiungere, almeno in tempi brevi. Bisogna arrivare gradualmente a un tipo di cultura in cui vengano rispettate le differenze dei vari popoli. Esistono al mondo innumerevoli culture e soltanto la conoscenza di esse può portare col tempo all'affermazione di un diritto che sia un diritto su base planetaria, un diritto internazionale, che salvaguardi questa base comune di umanità, ma che nello stesso tempo tenga presenti le differenze. Altrimenti si assisterebbe ad un'estensione di certe forme di diritto occidentale agli altri Paesi, dunque una forma di imposizione. E le imposizioni non funzionano. Come è noto, come l'esperienza ci insegna non è possibile esportare i diritti e  le libertà. Quello che sappiamo è che possiamo solo contare sulla conoscenza e comprensione reciproca e sulla condivisione di principi e di regole tali da garantire una convivenza pacifica fra tutti gli abitanti della terra. De.it.press

 

 

 

In Germania vince la Chiesa: la domenica negozi chiusi

 

Berlino - È uno degli aspetti più misteriosi e anche bizzarri della Germania il fatto che a decidere su di un regolamento apparentemente banale come quello degli orari d’apertura dei negozi non sono solo le amministrazioni comunali o le organizzazioni di categoria, bensì anche il governo centrale, i partiti, le chiese e ora persino la corte costituzionale. In una sentenza resa pubblica ieri i giudici dell’alta corte hanno sancito l’incostituzionalità dell’apertura straordinaria degli esercizi commerciali nelle quattro domeniche d’avvento a Berlino. L’apertura di shopping center, supermercati e grandi magazzini lederebbe il sacro principio del riposo domenicale sancito dalla costituzione. A rivolgersi alla corte erano state le stesse chiese cristiane tedesche che nel regolamento molto liberale in vigore dal 2006 nella città stato di Berlino vedevano una perversione del carattere religioso e spirituale del Natale e il pericolo di una distrazione dei fedeli dagli uffizi religiosi legati a questo periodo.

Fin qui la motivazione che ha spinto i giudici dell’alta corte a dar ragione alle chiese e ad obbligare in futuro gli esercenti della capitale a rispettare il giorno di riposo settimanale.

Per comprendere meglio la portata di questa decisione bisogna però sapere due cose. La prima è che oggi a Berlino solo circa il 35% della popolazione appartiene ufficilmente ad una delle due grandi confessioni cristiane, quella evagelica-luterana e quella cattolica. La seconda che fino a pochi anni fa in Germania vigevano ancora regolamenti di apertura dei negozi molto restrittivi che obbligavano gli esercenti ad abbassare le saracinesche già alle 18 e 30 nei giorni feriali e addirittura alle 14 il sabato.

Solo pochi anni fa l’allora governo laico rosso-verde di Gerhard Schroeder “osò” liberalizzare in parte gli orari permettendo un’apertura fino alle ore 21 dal lunedì al sabato. Nel 2006 arrivò poi un’ulteriore liberalizzazione che permise alle singole regioni di regolare autonomamente gli orari d’apertura. Una città cosmopolita e laica come Berlino approvò immediatamente i regolamenti più elastici dell’intero Paese estendendo gli orari dalle 8 alle 22 ed introducendo l’apertura degli esercizi anche a 10 domeniche l’anno, comprese quelle dell’avvento. Il regolamento “satanico” è stato ora abrogato dalla corte costituzionale per tutta soddisfazione delle chiese che ora sperano che la domenica i discepoli tornino in massa nelle parrocchie invece di andare al supermercato. WALTER RAUHE IM 2

 

 

 

Daimler trasferisce parte della produzione Mercedes negli Usa. Sono a rischio 3000 posti

 

Svolta per sfruttare il dollaro debole - Protesta il sindacato metalmeccanico

 

La Daimler ha annunciato che trasferirà parte della produzione della Mercedes-Benz Classe C dalla Germania all’impianto Usa in Alabama, approfittando così della debolezza del dollaro e anche al fine ridurre la propria dipendenza dalla fabbriche tedesche. Lo riferisce Bloomberg.

 

Secondo quanto precisa un comunicato della casa automobilistica, la fabbrica di Tuscaloosa, l’unica della Daimler in Nordamerica, produrrà la vettura a partire dal 2014, quando una nuova versione della Classe C sarà introdotta sul mercato. L’impianto di Sindelfingen, vicino al quartier generale della Daimler, taglierà invece la produzione della vettura di media taglia per la prima volta dopo 25 anni e la fabbrica di Brema resterà dunque l’unico sito tedesco ad assemblare la Classe C.

 

I lavoratori dello stabilimento tedesco della Daimler a Sindelfingen appartenenti al sindacato Ig Metall hanno immediatamente dato vita a forme di protesta per evitare .La decisione, infatti, metterebbe a rischio 3000 posti di lavoro nello stabilimento Secondo fonti interne all’azienda, la decisione finale della Daimler ovrebbe essere presa entro gennaio, sulla base dell’andamento del mercato automobilistico negli Usa. Attualmente la Classe C viene prodotta, oltre che a Sindelfingen, anche in un altro stabilimento e in Sudafrica ad East London.  LS 2

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Tra i temi: la razionalizzazione della rete consolare, riforma Comites e Cgie

 

Richiesta al Parlamento una discussione ampia per la modifica della bozza di legge di riforma di Comites e Cgie

 

ROMA - La razionalizzazione e l’informatizzazione della rete consolare e la riforma degli organi di rappresentanza sono tra gli argomenti di discussione dell'assemblea plenaria del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all'Estero), che si svolge da martedì fino ad oggi venerdì alla Farnesina.

  Mancano all'appello 30 milioni di euro per il 2010 per gli italiani all'estero e per le politiche migratorie, ha sottolineato nel suo intervento il segretario generale del CGIE, Elio Carozza. C'e' poi il nodo della rappresentanza, con la riforma in discussione in Senato che prevede la riduzione del numero dei Comites (i comitati locali) ed un "ridimensionamento" dello stesso CGIE. L'obiettivo dell'assemblea è "organizzare una linea di difesa permanente delle nostre comunità" per chiedere al Governo "di considerare il recupero delle risorse che mancano come assoluta priorità", ha aggiunto Carozza.

  Il sottosegretario Alfredo Mantica – in un messaggio letto dal direttore generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche migratorie, Carla Zuppetti – ha spiegato che i tagli non incideranno sulla qualità dei servizi, che saranno migliorati anche attraverso l'informatizzazione della rete consolare e l'introduzione del passaporto biometrico, entro il 30 giugno prossimo. E non saranno colpite nemmeno le rappresentanze, che con la nuova legge assumeranno "una più forte connotazione territoriale" con "strumenti di tutela delle minoranze" come quote elettorali per donne e under 35.

 

Dopo la relazione sulle attività svolte dal Comitato per le questioni degli italiani all’estero in Senato, da parte del presidente Giuseppe Firrarello e una breve illustrazione del Rapporto Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes da parte del coordinatore Franco Pittau, si è aperto il dibattito in Assemblea plenaria del Cgie. Tema al centro degli interventi la riforma degli organismi di rappresentanza (Comites e Cgie), già presa in esame nella relazione di Governo e del Comitato di presidenza del Cgie – quest’ultima accolta da un applauso tributato in piedi dalla maggior parte dei consiglieri presenti.

  Franco Narducci, dopo aver rimarcato l’attenzione e le attività messe in campo a favore dei connazionali dalla Commissione Affari Esteri della Camera di cui è vice presidente – tra esse un’indagine conoscitiva sulla promozione del sistema Italia svolta dalla rete consolare all’estero e le risoluzioni per coinvolgere i connazionali nelle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia e per la normalizzazione dei rapporti tra Italia e Svizzera, sotto pressione a seguito dell’approvazione in Parlamento della normativa sullo scudo fiscale, - ha dichiarato sconcerto di fronte alla bozza relativa a Comites e Cgie emersa in sede di Comitato ristretto, al Senato. “Credo che il testo unificato sia andato oltre le intenzioni originarie degli stessi proponenti la riforma della rappresentanza – ha detto Narducci, sottolineando la presenza alla Camera dei deputati di una posizione in materia molto diversa. “Il Cgie deve restare un organismo democratico – ha aggiunto il deputato eletto dai connazionali residenti in Europa – senza adottare forme di presidenzialismo non ammesse ad altri livelli istituzionali. Quando si parla di organismi di rappresentanza non dobbiamo dimenticare la storia che li ha generati e le conquiste che devono essere mantenute anche attraverso una logica riformatrice”. Narducci ha ricordato poi l’importanza dei giovani e della loro partecipazione ai lavori del Cgie, annunciando la sua intenzione di presentare una proposta di legge che preveda la costituzione di un ufficio di coordinamento riservato ai giovani e affiancato al Cgie, capace di lavorare in autonomia.

  Marco Fedi, deputato eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania, Antartide, ha insistito sulla necessità di allargare il dibattito sulla riforma, cosa che risulterebbe esclusa nel caso di approvazione del progetto in sede deliberante al Senato o legislativa alla Camera. Fedi insiste sulla necessità di prevedere innovazioni relative alle politiche per gli italiani all’estero, specie tenendo conto delle istanze avanzate dalle giovani generazioni – è di sabato scorso il Forum dei giovani italo-australiani svoltosi a Sydney e a cui lo stesso deputato ha assistito -. Tuttavia “le riforme vanno fatte in momenti di forza propulsiva e non di debolezza – aggiunge Fedi, ricordando l’estrema fragilità di una situazione come quella attuale in cui l’assetto istituzionale dello Stato è destinato a mutare, pur non essendoci ancora indicazioni precise in merito.

  Mentre Gian Luigi Ferretti (CdP Italia) ha rimarcato lo sconcerto per la bozza di riforma “che non piace a nessuno e che nessuno vuole”, Carlo Consiglio (Canada) ha paventato l’ipotesi che la nuova soglia di connazionali necessaria all’istituzione dei Comites possa far divenire il Cgie sproporzionalmente eurocentrico, domandando infine al segretario generale se non ritenesse opportuno inviare una lettera ai capigruppo di Camera e Senato per sollecitare il dibattito in aula della bozza di riforma.

  Sulla ristrutturazione della rete consolare si è concentrato l’intervento di Riccardo Pinna (Sud Africa) che ha espresso perplessità sul risparmio derivato dalla chiusura di alcune sedi, mentre il deputato Carlo D’Amico (Lega Nord) ha rilevato la necessità di far conoscere al Parlamento le indicazioni di riforma della rappresentanza provenienti dal Cgie, ricordando come gli interessi dei connazionali all’estero vadano difesi con un fronte bipartisan. D’Amico ha anche affermato la necessità di tutelare i capitoli di spesa destinati all’assistenza dei connazionali e si è dichiarato contrario, in un momento così difficile per il nostro Paese, all’adozione dello ius soli nella concessione della cittadinanza italiana.

  E’ tornato sulla ristrutturazione della rete consolare all’estero anche Michele Consiglio (Acli – Italia) ricordando come il servizio necessario ai connazionali all’estero non debba essere considerato solo dal punto di vista economico. Egli si è dichiarato fortemente contrario alla bozza di riforma di Comites e Cgie perché generata da un concetto di partecipazione e dei processi democratici che taglia la società civile e i suoi strati intermedi dalla gestione della cosa pubblica: “una concezione di democrazia molto lontana da quella in cui credono le Acli – ha concluso.

  Sulla presenza dei rappresentati delle Regioni, per legge, nel nuovo Cgie esprime perplessità anche Silvia Bartolini, presidente della Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo, che concorda sulla necessità che la bozza sugli organismi di rappresentanza venga discussa ampiamente e modificata in Parlamento. La Bartolini insiste anche sulla necessità di calendarizzare un percorso che porti alla seconda Conferenza dei giovani italiani nel mondo, prevedendo un’interazione anche con i Forum dei giovani italiani o di origine italiana all’estero svolti dalle Regioni.

  Silvia Alciati, giovane presidente del Comites di Belo Horizonte, in Brasile, ha spiegato i motivi di perplessità sulla riforma espressi dalle nuove generazioni: il mancato riconoscimento di autorevolezza ai Comitati – a cui si richiedono sempre pareri “non vincolanti”, - l’accentramento di potere nei presidenti di Comites e Intercomites, che divengono anche membri del previsto Cie, l’impossibilità, specialmente per i giovani, di avere tanto tempo a disposizione per ricoprire questi molteplici ruoli, la necessità che le quote riservate ai giovani e alle donne non siano sovrapponibili. Segnalato anche disagio per la mancata istituzionalizzazione attuale della presenza giovanile ai lavori del Cgie.

  Tommaso Conte (Germania) suggerisce un’analisi più accurata dell’incidenza nella composizione del Cgie dei consiglieri legati all’associazionismo, ai patronati e ai sindacati. Egli evidenzia inoltre disagio per la chiusura di sedi consolari in Germania, chiedendo conferma e ragione al Mae del mantenimento di una sede a Norimberga, mentre quella di Saarbrücken sarebbe destinata alla chiusura.

  Si unisce alla richiesta di strategie e motivazioni a monte della ristrutturazione della rete consolare e della bozza di riforma di Comites e Cgie Alberto Bertali (Gran Bretagna), evidenziando la necessità di riportare ai connazionali all’estero delle risposte per provvedimenti che paiono a molti assolutamente ingiustificati. Per Claudio Pozzetti (responsabile nazionale dei lavoratori frontalieri per la Cgil) la relazione del Comitato di Presidenza ha colto nel segno tutte le problematiche emerse nella bozza di riforma: “si adottano strumenti come maggioritario e cooptazione anche per gli organismi di rappresentanza dei connazionali all’estero, così come avviene nel sistema elettorale attualmente vigente nel Paese”. Pozzetti appoggia la proposta di inviare una lettera ai capigruppo di Camera e Senato per sollecitare la discussione e la modifica della bozza in Parlamento, viste le critiche unanimi espresse in assemblea.

  Ricorda la funzione di servizio, oltre che di rappresentanza, dei patronati Gian Luca Lodetti (Inas-Cisl – Italia). “Nella recente Conferenza Stato-Regioni-Cgie avremmo voluto sentire delle parole più consapevoli sulla crisi in cui versa il nostro Paese da parte dei rappresentanti del governo. Una maggiore consapevolezza ci avrebbe permesso forse di scorgere anche l’avvedutezza di cogliere il ruolo che istituzioni ed enti al servizio degli italiani all’estero ricoprono sul territorio, - ha affermato Lodetti - per porre le basi di un’azione e di un impegno comune tanto più indispensabile in un periodo di grandi difficoltà economiche”.

  Pietro Simonetti, infine, presidente della Commissione regionale del Lucani all’estero, chiede un maggiore impegno nella difesa dei principi che informano l’attuale sistema di rappresentanza dei connazionali emigrati, che dal basso e dalla società civile possa far sentire la propria voce a un livello più ampio e istituzionale. (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 

Riforma Comites e Cgie. La cosiddetta bozza-Tofani non piace al Cgie, ma Micheloni la difende

 

Roma - La cosiddetta bozza-Tofani non piace al Cgie: il testo elaborato dal Comitato ristretto della Commissione Esteri del Senato sulla riforma della rappresentanza degli italiani all’estero è stato criticato in più parti e ha monopolizzato il pomeriggio di questa prima giornata di lavori dell’assemblea plenaria in corso alla Farnesina. A difendere il testo, sotto il fuoco incrociato degli ex colleghi, il senatore Claudio Micheloni, che del consiglio generale ha fatto parte fino alla elezione in Parlamento nel 2006, intervenuto ai lavori per richiamare i consiglieri alla "correttezza nei rapporti umani", a "dire le cose come stanno", ma soprattutto ad elaborare proposte concrete che migliorino il testo.

"Sono deluso", ha esordito, infatti, il senatore, "dalla mancanza di dialogo sul testo. Il senatore Tofani ha accelerato i lavori del Comitato ristretto per consegnare la bozza questa settimana e sottoporla quindi all’attenzione del Consiglio generale per avere proposte. Inizieremo il processo emendativo solo dopo la fine del Cgie, proprio per tenere in considerazione le vostre proposte e invece qui abbiamo assistito al rigetto totale della bozza ed alla deformazione del testo. Non è vero, ad esempio, che "spariscono due continenti" come dice Santellocco, per l’Africa aumenterà la rappresentanza! E Ferretti, che spara sentenze dal suo giornale, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di spiegare come mai in Senato ci sono cinque eletti all’estero invece di sei e perché il suo nome è citato tre volte negli atti processuali di Di Girolamo!".

Tolti i sassolini dalle scarpe, Micheloni ha ribadito che ha voluto partecipare ai lavori della plenaria per "confermare che siamo disposti ad ascoltarvi: sono qui perché non abbiamo sentito né proposte né analisi concrete. Ciò conferma che qui c’è qualcuno che vuole difendere l’esistente a tutti costi! Serve buon senso", ha proseguito il senatore secondo cui "dire che si vuole affossare il Cgie quando il Comitato ristretto ha invitato una delegazione alla seduta di venerdì è assurdo".

Entrando nel merito della sostanza, Micheloni ha spiegato che "il testo, la bozza sintetizza non due "opzioni", ma quattro, senza contare che ci sono tre disegni di legge che chiedono l’abolizione del Cgie. Il Comitato ristretto deve tenerne conto nella elaborazione del testo condiviso che non piace né a me né a Tofani, ma così è. Dobbiamo ricominciare a dialogare", ha ribadito. "Sta a voi decidere se il testo è tutto da rigettare", ma tenendo conto della "situazione generale".

Per descriverla, Micheloni ha portato ad esempio l’audizione del Cgie svolta questa mattina di fronte alle Commissioni riunite Affari Costituzionali ed Esteri cui è stata affidata una indagine conoscitiva sulla riforma del voto all’estero. "C’erano anche alcuni di voi: ci sono senatori che mettono in dubbio la stessa esistenza del voto; ci sono senatori come Firrarello che è pure presidente del Cqie che ha detto che tanto vale che gli italiani all’estero votino per corrispondenza per i candidati italiani". E ancora: "pensare alla riforma del Cgie solo dopo la riforma federalista" che dovrebbe portare al Senato delle Regioni, così come ipotizzato lunedì alla Conferenza Stato regioni Cgie, per Micheloni "è temerario. Non possiamo restare fermi". Quindi, citando la mozione depositata ieri per impegnare il governo a coinvolgere il Parlamento nella ristrutturazione dei consolati (vedi Aise di oggi h.11.48), sottoscritta da altri senatori di quasi tutti gli schieramenti, Micheloni ha commentato: "ci sono volute due settimane, a me e al senatore Bettamio che già eravamo d’accordo, per presentarla insieme e non è stata sottoscritta da tutti i partiti. Questo è il clima che si respira fuori di qui. E la riforma si inquadra in questa situazione".

Quindi, concludendo, il senatore ha rinnovato l’invito alla elaborazione di proposte concrete: "leggerò tutto quello che mi consegnerete venerdì – ha assicurato - e sapete che ne terrò conto. Se ho un difetto è che dico sempre le cose come stanno".

A replicare a Micheloni è stato il segretario generale del Cgie, Carozza, che rispondendo all’invito alla concretezza ha ricordato il documento elaborato dal Consiglio generale nel 2007 dopo sei mesi di consultazioni con Comites e associazioni. "Un documento in nove punti – ha ricordato – che contiene riflessioni e proposte concrete del Cgie sul Cgie". Quanto alla bozza Tofani, "l’abbiamo ricevuta 15 giorni fa. La esamineremo più a fondo; siamo pronti ad affrontare qualsiasi situazione, ma ho paura che qui giochiamo al ribasso, che cioè siamo chiamati a dire la nostra su soluzioni di compromesso".

"Siamo consapevoli – ha aggiunto – che in Senato c’è chi mette in discussione il voto all’estero come Pastore (Pdl) e chi come Firrarello vuole farci votare per i candidati italiani, ma siete voi in Parlamento che dovete difendere il voto così come il Cgie. Serve coraggio: chi vuole l’abolizione del Consiglio generale abbia il coraggio di andare fino in fondo, così come dovrà fare chi vuole "salvarlo", non vogliamo soluzioni di mezzo. Non c’è stato dialogo perché non c’è un punto su cui confrontarci: nel nostro documento ci sono nove punti da cui si comprende perché la bozza-Tofani non ci piace", ha detto ancora Carozza che concludendo ha comunque assicurato "l’amico Micheloni" che "il Cgie farà la sua parte per il bene degli italiani all’estero".

Tirato in ballo dal senatore sul caso-Di Girolamo, Gian Luigi Ferretti ha preso la parola contro lo "sgangherato attacco di Micheloni. Io – ha tenuto a sottolineare – sono incensurato, non c’è nessun procedimento aperto a mio carico e sono stato ascoltato come testimone una sola volta su questioni per altro marginali. Esigo rispetto". (m.cipollone\aise)

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Il dibattito pomeridiano sulla relazione del Governo e del Comitato di presidenza

 

  ROMA - La prima parte della sessione pomeridiana del Cgie di martedì è stata dedicata al proseguo del dibattito sulle relazioni del Governo e del Comitato di Presidenza. Ha aperto la discussione il consigliere Walter Della Nebbia (Usa) che ha ricordato come un’eventuale riforma dei Comites e del Cgie si porrebbe, tenuto conto della prevista creazione del Senato delle Regioni, come una legge puramente transitoria. Della Nebbia ha anche auspicato l’istituzione di tavolo di lavoro comune, con rappresentanti del ministero degli Esteri, degli italiani all’estero e dei sindacati di categoria, che ricerchi una soluzione equa per la ristrutturazione della rete consolare.

  Un problema, quello degli uffici consolari, che è stato segnalato anche da Paolo Castellani (Cile) che su questo tema ha auspicato l’utilizzo degli introiti percepiti dai consolati per migliorare la situazione della stessa rete. “La bozza di riforma del Comites e del Cgie – ha poi aggiunto Castellani – va riscritta perché è un passo indietro nella storia della nostra rappresentanza.  Dobbiamo essere uniti e far capire al Parlamento che non può portare avanti questa riforma”. La richiesta di un’azione comune è venuta anche dal consigliere Giacomo Canepa (Perù)  che ha precisato come a tutt’oggi la politica del governo non sembri andare incontro alle reali esigenze delle nostre comunità nel mondo.

  “Come può non tenere conto e sottacere il ruolo dell’associazionismo? - si è invece domandato Domenico Azzia (Unaie) sempre in riferimento alla riforma degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero – Un associazionismo che ha mantenuto il rapporto fra l’Italia e le comunità nel mondo impedendone la separazione. Non si può ledere un diritto di rappresentanza spezzando con una riforma la domanda di partecipazione”.

  Dal canto suo Dino Nardi, componente del Comitato di Presidenza per l’Europa e il Nord Africa, ha ricordato la gravità dei tagli apportati nella finanziaria 2010 ai capitoli di spesa per gli italiani all’estero, riguardanti i corsi di lingua e cultura e l’assistenza. Sulla riforma degli organi di rappresentanza Nardi si detto preoccupato per il rischio che si vada a “sgretolare” tutto quello che è stato costruito con fatica nel corso di decenni.

  Bruno Capaldi (Francia) si è soffermato sulle problematiche pensionistiche dei nostri connazionali all’estero legate alla richiesta di indebiti previdenziali da parte dell’Inps. Una questione che, per il consigliere, andrebbe risolta attraverso il varo di una specifica sanatoria. “Sarebbe opportuno concludere - ha poi ipotizzato Capaldi - con i paesi che noi aiutiamo con le polizze assicurative, delle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale, puntate unicamente sull’assistenza sanitaria per i nostri connazionali”.

  Michele Schiavone, componente del CdP per l’Europa ha sottolineato l’esigenza di portare avanti le proposte di riforma del Cgie, avanzate dallo stesso Consiglio Generale, nel contesto di riorganizzazione delle istituzioni nazionali e senza perdere di vista la “stella polare” della legislazione europea. “Le esperienze delle nostre comunità – ha proseguito Schiavone – potrebbero aiutare l’Italia a superare la situazione di stallo in cui si trova da oltre un anno e mezzo. La nostra forza sta nel fatto di essere cittadini a modo nostro. Italiani all’estero in un mondo sempre più piccolo, che potrebbero dare al nostro paese delle prospettive di un futuro migliore”. 

  Il dibattito sulla relazione di governo si è concluso con l’intervento del consigliere Vincenzo Centofanti (Usa) che, dopo aver ricordato il lungo lavoro svolto da Mirko Tremaglia per l’affermazione dei diritti degli italiani all’estero, ha espresso la sua contrarietà alla chiusura del consolato di Filadelfia. Una città dove il 10% della popolazione è italo americana. Centofanti ha inoltre paventato il rischio che la riforma degli organi di rappresentanza possa portare alla chiusura di numerosi Comites negli Stati  Uniti. (G.M.- Inform)

 

 

 

Il futuro dell’informazione all’estero: il nuovo direttore di Rai Italia alla plenaria del Cgie

 

Roma - Debutto in plenaria per il nuovo direttore di Rai Italia, Daniele Renzoni, che dopo aver incontrato la Commissione Informazione a Villa Carpegna, ha esposto per sommi capi quello che ha in mente per la rete Rai dedicata all’estero nel suo intervento di mercoledì pomeriggio alla assemblea plenaria in corso alla Farnesina. A dargli il benvenuto il segretario generale, Elio Carozza, che ha invitato Siddi, presidente della I Commissione, a fare un piccolo riassunto dei lavori del giorno precedente a mo’ di introduzione per l’intervento del nuovo direttore.

Tanti, ha esordito Siddi, i problemi dell’informazione italiana all’estero ancora irrisolti; problemi, ha aggiunto, "che francamente non credo siano risolvibili ora, con l’editoria in crisi e scarsità di risorse". Se il quadro è fosco, è pure vero che "occorre garantire sempre il pluralismo dell’informazione e gli strumenti disponibili per la circolazione della stessa. E qui il servizio pubblico gioca un ruolo centrale, gioco che, per l’estero, è affidato a Rai Italia", ma che, ha precisato, "dovrebbe coinvolgere tutta l’azienda".

Questioni aperte, tante. Prima tra tutte quella dei diritti per la trasmissione dei programmi all’estero per il cui acquisto, tra l’altro, Rai Italia investe il 60% del suo bilancio. Un’operazione costosa che comunque non garantisce la visibilità di tutti i programmi, soprattutto in Europa dove i criptaggi sono all’ordine del giorno. Nel futuro, il digitale che, ha detto Siddi, "consente di vedere più canali all’estero, ma si deve considerare anche che nel frattempo la Rai ha deciso di uscire dalla piattaforma Sky". Insomma, Cgie e Rai, per Siddi, dovrebbero sedersi intorno ad un tavolo per trovare soluzioni specifiche per l’estero. Così come occorre pensare ad una programmazione "pluralista e con più informazione attualizzata, intrattenimento aggiornato e informazione di ritorno grazie alla valorizzazione dei giornalisti italiani all’estero" che, però, "hanno bisogno di più formazione".

"Tra pochi giorni scade la Convenzione Presidenza del Consiglio – Rai Italia e già sono stati annunciati tagli per il 20-25%, un’operazione ragionieristica e penalizzante" ha detto Siddi che ha poi annunciato che "il sottosegretario Bonaiuti, rappresentato ieri dal consigliere Mancinelli, si è detto disponibile a incontrare il Cgie per un tavolo di riforma del regolamento e delle modalità di erogazione dei contributi all’editoria periodica". Dal canto suo, la Commissione ha ribadito la necessità di "riformare la Commissione che si occupa dei contributi, integrandola con rappresentanti della Fusie, del Cgie e della Cne".

Quanto ai contributi riconosciuti ai quotidiani italiani all’estero (La voce di Caracas, Il corriere canadese, Gente d’Italia solo per il Sud America, America Oggi, La voce del Popolo di Fiume), ma non ancora erogati quest’anno, sono quelli per copie stampate e distribuite nel 2008. Per tutti i quotidiani (editi sia in Italia che all’estero) le risorse verranno diminuite di 6 milioni di euro. Per quelli destinati ai periodici, sempre per il 2008, la commissione si riunirà il prossimo 16 dicembre, ma, secondo Siddi, "va rivista la metodologia della distribuzione, privilegiando testate diffuse oggettivamente e che si avvalgano di professionisti".

La parola è quindi passata a Daniele Renzoni, apparso sereno a suo agio in plenaria, mai sulla difensiva come alcuni dei suoi predecessori. "Ho assunto l’incarico da un mese e mezzo e sto ancora "studiando"; so che ci sono situazioni di disagio, che riguardano in primis la ricezione del segnale. Al riguardo, nelle ultime due domeniche sono state fatte prove tecniche con un nuovo sistema di trasmissione per far arrivare il segnale più "pulito". D’altro canto, verificheremo anche le competenze di chi lo riceve, cioè dei distributori all’estero del segnale Rai, per scoprire chi non ha tecnologia all’altezza".

Sul digitale, la rivoluzione è "epocale" quindi"ci vorrà tempo per adeguare i nostri mezzi", ha aggiunto Renzoni che tra le "questioni irrisolvibili" ha incluso i criptaggi in Europa. "Non ve lo nascondo: la questione per l’Europa rimane aperta. I diritti costano molto e non ci possiamo permettere di pagarli: questo vale per lo sport, per il cinema, ma anche per la tv dei ragazzi, per la quale le major chiedono cifre altissime".

Tra le novità del palinsesto, un ciclo di film per promuovere il nuovo cinema italiano nel mondo. "Procederemo per generi – ha spiegato Renzoni – a cominciare dai comici. Il primo ciclo di 5 film sarà dedicato a Pieraccioni: trasmetteremo i suoi lavori più recenti una volta a settimana".

Quanto alla informazione di ritorno, la rete sta lavorando ad una sorta di "contenitore dedicato" cui collaboreranno giornalisti italiani dall’estero per avviare un "dialogo tra tutti i continenti".

Il nuovo direttore ha quindi confermato che tra le questioni che gli stanno più a cuore c’è la visione di Rai Italia in Sud Africa - Paese "davvero penalizzato per il fuso orario perché abbinato con l’Asia. Pensiamo ad un quarto canale, ma non sarà facile" – e annunciato che nel futuro Rai Italia tornerà a puntare sulle trasmissioni radiofoniche. "La radio – ha osservato – è un mezzo più immediato della tv, che costa meno, che si trasmette via satellite e ascoltabile anche online". Sempre sul web, l’altra novità è il nuovo sito della rete: "ci sono tutte le informazioni sul palinsesto ed è possibile vedere e scaricare tutti i programmi già trasmessi".

Renzoni presenterà il suo piano editoriale la prossima settimana: "conterrà le linee su cui lavoreremo. Lo invierò al Cgie per informare tutti. ce la metteremo tutta anche con poche risorse", ha concluso, dando a tutti "appuntamento in tv".

Sul tema dei diritti, il senatore Claudio Micheloni (Pd), presente alla prima parte dei lavori di questo pomeriggio, ha ricordato a Renzoni che già nella scorsa Legislatura era stato chiesto a Rai Italia di confrontarsi con quanto attuato dagli altri Paesi, come la Spagna. In sostanza, ha spiegato, "si tratta di negoziare i diritti in base alle persone cui gli stessi sono indirizzati: nel caso dell’Italia 64 milioni di persone invece di 60". La questione, per Micheloni, è ancora aperta "perché alcuni direttori di Rai Italia sono stati "distratti". In Europa sono state oscurate anche trasmissioni prodotte dalla stessa Rai, come quella su Pavarotti. Invito il nuovo direttore – ha concluso – a sollecitare una risposta dell’azienda sul negoziato-diritti". (ma.cip.\aise)

 

 

 

 

Vigilanza finanziaria, accordo nella Ue

 

Intesa raggiunta a fatica a Bruxelles. La Gran Bretagna ha ottenuto alcune garanzie sui poteri delle Authority - Dal 2011 tre Autorità europee per banche, assicurazioni e mercati

 

BRUXELLES - Un accordo raggiunto a fatica, in grado di dare all’Unione europea la riforma del sistema di supervisione finanziaria di cui ha bisogno e alla Gran Bretagna delle garanzie, anche se non eccessive, sul fatto che non sarà facile imporre agli istituti della City delle decisioni vincolanti. Lo hanno raggiunto ieri i ministri economici e finanziari dell’Ue nel corso di un lungo consiglio Ecofin nel quale è stato dato il via libera alla creazione delle tre autorità di vigilanza – una sulle banche, una sulle assicurazioni e una sui mercati – previste da Jacques de Larosière nella proposta presentata nel febbraio scorso. La Gran Bretagna si è dichiarata felice di un compromesso che “tutela gli interessi di Londra ed è al tempo stesso buono per l’Ue” e soddisfazione è stata espressa anche dalla Francia e dall’Italia, secondo cui l’accordo, seppur frutto di un compromesso, rappresenta un passo avanti notevole e assolutamente necessario.

Il cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling, che già a giugno aveva annunciato di aver ottenuto la garanzia che nessun governo avrebbe potuto essere costretto a salvare una banca in difficoltà, ha ammesso che “se c’è una crisi, il nuovo sistema consentirà ai regolatori, se necessario, di chiedere alle autorità nazionali di agire”. L’accordo, che dovrà superare un delicato passaggio al Parlamento Ue per entrare in vigore nel 2011, punta a sostituire l’attuale confuso patchwork di regole, che rende difficile dirimere i casi che vedono coinvolto uno dei numerosi istituti transfrontalieri che operano nell’Ue. Le principali novità per venire incontro ai timori di Londra sono che sarà il consiglio Ecofin, e non la Commissione Ue, a dichiarare un eventuale stato di crisi. Inoltre, se le misure imposte dalle autorità sono tali da avere un impatto sulla spesa, la decisione può essere discussa al Consiglio e revocata con una maggioranza semplice, di 14 voci su 27. Infine, come extrema ratio, la decisione si potrà portare al vertice dei capi di Stato.

Inoltre, nel caso in cui non ci sia una crisi in ballo, ma solo un problema di interpretazione tra le decisioni di due autorità, l’onere della prova spetta a chi decide di portare avanti il caso.

L’altro tema che ha tenuto banco tra i ministri dell’Ecofin è stato l’avvio formale delle procedure per deficit eccessivo nei confronti di nove paesi, con particolare attenzione al caso della Grecia, oggetto di una lunga discussione in sede di Eurogruppo. Il ministro dell’Economia di Atene George Papaconstantinou ha garantito che “nessuna banca italiana né di altri paesi ha ragione di preoccuparsi dei titoli di Stato greci” e, questa, secondo quanto si apprende, sarebbe anche la valutazione di via XX Settembre. Il ministro greco ha dichiarato di lavorare per ripristinare a credibilità del paese dopo l’annuncio a sorpresa di un deficit previsto al 12,7% del pil per quest’anno, ben al di sopra del 3% previsto dal Patto di stabilità e di crescita. Gli spread sui bond greci hanno preso il posto di quelli irlandesi nella triste classifica dei più alti della zona euro un mese fa, ancor prima che Dubai annunciasse di voler ritardare i pagamenti del propri debiti. “La battaglia con i mercati si vince giorno per giorno controllando la credibilità della propria politica ed è questo che stiamo cercando di fare”, ha spiegato.  C. Mar. IM 3

 

 

 

 

Obama e l’Afghanistan. Le vie di fuga non esistono più

 

La decisione di Obama sull’invio di rinforzi in Afghanistan è arrivata tre mesi dopo che il comandante dell’Isaf Stanley McChrystal ha sottoposto il suo rapporto al ministro delle Difesa Gates.

 

Il mercanteggiamento che ne è seguito da allora, e adesso l’annuncio finale del Presidente, dicono molto sul conflitto, e sui cambiamenti nella politica americana da quando Obama è salito in carica. La prima, inevitabile, osservazione è che la politica di sostegno all’impegno americano in Afghanistan è diventata molto più difficile da sostenere. Mentre i governi degli alleati europei sono stati contrastati per anni da un’opinione pubblica contraria, per gli Stati Uniti era semplice, visto l’ampio consenso degli americani nei confronti di questo intervento, spesso visto come un contrappeso all’impopolare guerra in Iraq.

 

Ora le cose sono cambiate. Esponenti della maggioranza democratica al Congresso, che devono conquistarsi la rielezione nel 2010, si oppongono: la disoccupazione ha superato il 10 per cento, la ripresa è fiacca, il deficit pubblico sta esplodendo, la riforma della Sanità è da portare a termine, nell’opinione pubblica cresce l’opposizione alla guerra (e ai suoi costi), nelle elezioni in New Jersey e in Georgia i repubblicani hanno strappato i governatori ai democratici. Sono tutti elementi che pesano, e Obama certamente vuole mantenere il controllo del Congresso. Perciò chiedere a un membro del Congresso di appoggiare un forte aumento di truppe in Afghanistan è ora davvero difficile. Ma nonostante tutto ciò, l'Afghanistan è ancora importante. Non ci sono vie di fuga. Per quanto impopolare la guerra possa divenire, la diretta connessione con gli attentati dell’11 settembre significa che nessun Presidente americano potrà mai permettersi di essere etichettato come «il Presidente che ha perso in Afghanistan». Le conseguenze all’estero e in patria sarebbero enormi. E questo, alla fine, è il motivo per cui Obama sta rinnovando, giustamente, l’impegno americano.

 

Le conseguenze internazionali di un fallimento in Afghanistan sarebbero deleterie. La sconfitta aprirebbe la porta a un disastro umanitario per il popolo afghano. Con gli estremisti in grado di usare il territorio afghano, aumenterebbe direttamente la minaccia sul Pakistan, proprio nel momento in cui le forze pachistane stanno facendo passi da gigante nella lotta agli insorti nel Nordovest del Paese. E darebbe una forte spinta agli islamisti violenti in tutte le parti del globo, mettendo in pericolo la sicurezza di ogni alleato della Nato, e dei Paesi dell’arco che va dal Marocco alle Filippine.

 

Un fallimento in Afghanistan metterebbe anche in moto il declino della Nato. Per quanto ingiusto possa suonare alle orecchie degli europei, un fallimento in Afghanistan sarebbe visto come un fallimento della Nato, e segnalerebbe al Congresso e alla pubblica opinione americana che gli alleati europei non sono pronti a fare quello che bisogna fare per vincere conflitti lontani dall’Europa. Ma se la Nato è relegata a una difesa territoriale degli alleati europei - piuttosto che essere un mezzo per unire tutti gli alleati della Nato nell’affrontare le sfide globali - gli americani perderebbero presto ogni interesse. Concluderebbero, a ragione, che gli europei sarebbero capaci di difendere l’Europa da soli, se solo investissero di più nella difesa. E ciò sarebbe una tranquilla e tragica fine di 60 anni di relazioni transatlantiche che hanno posto le basi alla sicurezza globale.

 

Resta il fatto che, nonostante il governo corrotto e inefficace dell’Afghanistan generi profonda frustrazione, non c’è un’alternativa credibile al far funzionare il meglio possibile le strutture e le istituzioni esistenti. È vero che le elezioni pasticciate di agosto hanno danneggiato la credibilità del presidente Karzai agli occhi della comunità internazionale e a quelli del suo stesso popolo. Ma è altrettanto vero che non c’è alcun altro leader in grado di avere maggior credibilità. Nella collaborazione con le istituzione esistenti, un ruolo decisivo ha l’addestramento delle forze di sicurezza afghane. Lo sforzo per formare poliziotti e soldati inciderà anche nel dispiegamento delle forze americane, perché lasciarsi dietro forze afghane più capaci è l’unica via per un eventuale ritiro.

 

In questo senso il contributo di alleati come l’Italia è importante. Gli Stati Uniti non hanno una polizia militare, così istruttori come i carabinieri italiani o della Gendarmerie francese riempiono un vuoto critico. Ma la dimensione psicologica è altrettanto importante di quella politica. Per gli americani è decisivo sapere che non stanno agendo da soli. È per questo che, pur conoscendo i limiti degli alleati europei, la strategia di Obama lascia spazio deliberatamente a un più ampio contributo dell’Europa.

 

Un contributo decisivo anche per il resto del mondo. Se lo sforzo in Afghanistan è visto come una «guerra americana» perderà l’appoggio dell’opinione pubblica in Afghanistan e nell’Asia meridionale, e poi fino al Medio Oriente e all’Europa. Ma se anche l’Europa rinnova il suo impegno, sottolineerà che lo scontro è davvero tra la «comunità internazionale» e gli estremisti violenti che cercano di imporre il loro brutale volere su una popolazione inerme, e vogliono destabilizzare l’intera regione.

 

La chiave è la fiducia. Gli afghani sanno che alla fine dovranno vivere con chi vince. Per avere il coraggio di opporsi ai taleban, di mandare le figlie a scuola, e di investire nell’economia invece di trarre facile profitto dai papaveri da oppio, il popolo afghano deve avere fiducia che noi finiremo il lavoro. Allo stesso modo i taleban debbono alla fine concludere che non vinceranno mai. Gli ultimi mesi hanno imposto il loro crudele pedaggio: la violenza è a livelli record e la nostra determinazione è stata posta in discussione. Ora vedremo un nuovo impegno dell’America, forse affiancato da un impegno dell’Europa. Sarà sufficiente per instillare un senso di fiducia - in Afghanistan e nelle nostre opinioni pubbliche - che stiamo finalmente facendo le cose nel giusto modo, e che alla fine vinceremo?  KURT VOLKER  LS 2

 

 

 

 

Il commento. Il buco nero di Kabul

 

CON l'amara certezza di avere scontentato tutti, falchi e colombe, destra e sinistra, generali e ambasciatori, Obama ha preso la sola decisione che il pasticcio afgano ereditato da Bush gli consentiva.

 

E cioè affondare ancora di più la mano nel vespaio afgano. In un classico caso del "damned if you do, damned if you don't", del sarai maledetto se lo farai e sarai maledetto se non lo farai, Obama sapeva, mentre parlava ieri sera davanti ai futuri ufficiali che dovranno guidare i soldati in una terra dove sprofondano gli imperi dai tempi di Alessandro il Macedone, che qualunque decisione avesse annunciato sarebbe stata criticata e controversa e che questo potrà diventare il suo Vietnam. Il pantano nel quale la sua presidenza, insieme con la vita di centinaia di soldati americani ed europei e quella di migliaia di afgani, potrebbe essere inghiottita, come fu la presidenza di Lyndon Johnson negli anni '60.

 

Tra le accuse di "tentennamenti" lanciate dai repubblicani, che lo avrebbero accusato di superficialità se avesse deciso in fretta o di disfattismo se avesse ridotto le forze, e quelle di "tradimento" scagliate dalla base democratica che da lui sognava la fine delle guerre bushiste e non l'escalation militare, di fatto Obama non aveva scelta. Alzare le tende e abbandonare al suo destino e alla divorante corruzione "il sindaco di Kabul", come sarcasticamente è soprannominato quell'Amid Karzai che sa benissimo come vincere le elezioni, ma non come governare, avrebbe comportato l'immediata etichetta di "nuovo Carter", di colui che non possiede la pancia per combattere le minacce.

 

Aumentare la presenza militare, che sotto la sua presidenza sarà più che raddoppiata da 48mila a 100mila, più 40mila militari della Nato, avrebbe - e infatti ha - aggiunto un'altra delusione a chi lo aveva eletto per ribaltare il carretto ereditato da Bush, non per trascinarlo.

 

In altre nazioni, e in altre culture politiche, la giustificazione di Barack Obama per questa nuova escalation militare sarebbe ovvia. Basterebbe scaricare sul predecessore la responsabilità oggettiva di avere sbagliato due volte, puntando il massimo sforzo sull'Iraq, che non minacciava la sicurezza americana e trascurando l'Afghanistan della cancrena talebana e del terrorismo arabo raggrumato attorno ad al Quaeda e protetto dal vicino Pakistan. Ma negli Stati Uniti, il rinvio delle colpe ai predecessori funziona per vincere le elezioni, non per governare o per coprirsi le spalle. Chi sta sulla plancia di comando ha voluto, e dunque si deve assumere, la piena responsabilità della rotta, anche se il mezzo che ha ricevuto era sgangherato.

 

Ciò che dispiace ai sostenitori di Obama e a coloro che lo votarono entusiasticamente è constatare che la eccezionalità storica di quest'uomo si sta, questa sì, impantanando nella implacabile normalità della cronaca e la brillantezza delle promesse si sta opacizzando nella difficoltà delle decisioni. Il presidente ne è così conscio che egli ha posto, e si è posto, un traguardo temporale di tre anni per la conclusione della campagna in Afghanistan, dunque il tempo che lo separa, esattamente, dal novembre del 2012, quando si terranno le prossime elezioni presidenziali. Sa che l'avvitamento di questa guerra in un ingranaggio infernale di nuove escalation senza un chiaro obbiettivo di vittoria e senza una strategia di uscita, secondo lo schema Johnson che di brigata in brigata passò da 10mila a mezzo milione di soldati in Vietnam, sarebbe la sua condanna a essere, appunto come Johnson, o come Carter, il presidente di un solo mandato. Da ieri sera, le guerre di Bush sono divenute le guerre di Obama.

VITTORIO ZUCCONI LR 2

 

 

 

 

Afghanistan. Obbligati a finire l'opera

 

Per capire la decisione di Obama sull’Afghanistan val la pena di ripassare alcuni numeri. Nel 2000 i paesi occidentali producevano da soli il 55% della ricchezza mondiale - nel 2025 produrranno il 40%. In quella data, l’Asia ne produrrà il 38%, rispetto all’attuale 24. Un sostanziale pareggio. Demograficamente il rapporto fra Ovest ed Est si può raccontare in maniera ancora più spettacolare: nel 2025 la popolazione di America ed Europa insieme costituirà il 9% di quella mondiale (nel 19° secolo, all’apice della sua influenza, l’Europa da sola rappresentava il 22%, cioè quanto la Cina oggi), mentre l’Asia ospiterà il 50% dei cittadini del mondo. Come dire: in quindici anni una persona su due al mondo sarà asiatica.

 

Leggendo questi numeri, tratti da uno studio della influente Fondazione Notre Europe, di cui è oggi presidente l’ex ministro del Tesoro Tommaso Padoa-Schioppa, c’è una sola domanda cui rispondere: possono davvero Usa ed Europa non impegnarsi a fondo nella guerra in Afghanistan?

 

Il legame fra quel conflitto e la velocissima ridefinizione in corso dei rapporti di forza internazionali è forse poco apparente, ma fondamentale.

 

La guerra afghana non è stata iniziata dall’attuale Presidente americano e sicuramente quando è stata avviata era stata immaginata dall’allora presidente Bush nel contesto dell’attacco dell’11 settembre agli Usa. Ma fin da allora la discesa in campo di Washington aveva sullo sfondo l’Asia, e la Cina in particolare. A fronte della rapida crescita di quell’area del mondo, gli Stati Uniti si sono ritrovati in effetti privi di efficaci strumenti di intervento, proprio nella data che ha fatto da spartiacque fra un secolo e un altro.

 

La Nato, principale struttura del governo occidentale per quasi mezzo secolo, è stata costruita con in mente la minaccia sovietica della Guerra Fredda. Le alleanze mediorientali, un cesto misto di Israele più un gruppetto di Paesi arabi moderati, sono state tirate su con l’idea che Washington potesse agire, in quella area, via controllo remoto. Cioè tirando i fili da lontano, grazie alle molte leve di aiuti economici, interventi coperti, petrolio e lobbismo. Uno schema di lavoro diplomatico-militare applicato d’altra parte dagli Usa in molte altre aree del mondo, tutte quelle più o meno catalogate «in via di sviluppo».

 

Strumenti vecchi, dunque, per una visione vecchia del mondo. Mentre ancora in Occidente, guardando ai resti del Muro, ci si gingillava con il concetto di Fine della Storia, la Vecchia Talpa era in effetti già riemersa altrove. Senza farla troppo lunga, dal momento che questa è ormai cronaca sotto gli occhi di tutti, la globalizzazione ha espanso la ricchezza di paesi fino a poco prima «in via di sviluppo», ed ha avviato un capovolgimento in poco più di venti anni del rapporto di forze tra nazioni. La Cina, con il suo grande balzo verso il capitalismo, è stata uno dei motori della globalizzazione, come sappiamo. Si è trascinata dietro l’intera Asia, come sappiamo. Le domande poste da questa crescita hanno direttamente alzato la pressione intorno alle fonti energetiche, al potere di acquisto e alla supremazia produttiva dell’Occidente. In questo senso l’attacco terroristico iniziato contro di noi nel 2001 non è l’inizio delle guerre che oggi sono in corso, ma è il frutto e la rappresentazione del potenziale tellurico che c’è in questo cambiamento di rapporti di forza. Anche questo sappiamo.

 

Quello che meno sappiamo, da occidentali, da almeno un decennio, è come confrontarci con queste nuove richieste di questi nuovi poteri. Bush, dopo l’emergenza del 2001, ebbe una idea. Discutibile, come è stata, ma sicuramente una idea. Avanzare il fronte della presenza americana. Avanzarlo letteralmente - nel senso, cioè, di creare attraverso le invasioni di alcuni paesi nuove roccaforti di presenza Usa, piantate direttamente nel cuore dei nuovi equilibri. Il controllo dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Pakistan, che direttamente o meno gli Usa si ritrovano, aggiunto alla solida alleanza con l’India, forma, se guardiamo alle carte geografiche, una lunga fascia di presidio diretto. Una sorta di cintura Gibaud, che abbraccia i paesi del petrolio, amici e nemici; ma, anche, fa da contenimento, sotto la pancia del Caucaso e della Cina.

 

Le guerre di Bush sono state molto criticate, e si sono rivelate certo meno efficaci e veloci di quel che il Presidente allora aveva promesso. Ma l’idea del «Contenimento» dell’Asia e della Cina in particolare è di sicuro oggi il punto numero uno dell’agenda mondiale. Contenimento nel senso di espansione di influenza, ma anche, e per ora soprattutto, nel senso di accesso alle fonti di energia. Questo è da dieci anni il nuovo potenziale conflitto nel mondo.

 

Obama non solo lo ha ereditato, ma rischia addirittura di esserne schiacciato: il ruolo che la Cina ha avuto e può avere nella crisi economica americana è oggi infatti il vero tallone d’Achille del presidente Usa.

 

Certo, Obama non è Bush. Non crede alla guerra come soluzione unica e finale. È arrivato al potere promettendo rispetto e parità nelle relazioni fra nazioni. Si è impegnato a farlo usando tutti gli strumenti che già conosciamo, e se possibile inventandosene di nuovi. Rapporti bilaterali, allargamento delle organizzazioni internazionali, dialogo fra culture. Ma la sua posizione di trattativa non può che passare anche attraverso la riaffermazione del potere militare del suo paese.

 

Per questo non può abbandonare l’Afghanistan, per questo non può che impegnarsi in un braccio di ferro con l’Iran, per questo non può che consolidare l’influenza Usa in Iraq - insomma, non può che finire quello che Bush ha iniziato. Nel mondo, come dicevamo, l’Occidente si avvia a essere minoranza. È importante - e questo vale anche per l’Europa - che essere minoranza non significhi anche diventare marginali.  LUCIA ANNUNZIATA LS 3

 

 

 

 

Minsk, il viaggio dei dossier tra i misteri di Berlusconi

 

Lo strano viaggio del Cavaliere col colbacco. Sconfessato dalla baronessa Ashton. «Silenziato» dal sito di Palazzo Chigi. Accompagnato dalla versione, non smentita, sparata a tutta pagina dai giornali di stretta osservanza berlusconiana: «Berlusconi porta in Italia gli archivi del Kgb» (Il Giornale ): «Berlusconi fa lo 007. A caccia di nemici negli archivi del Kgb» (Libero ). Lo strano viaggio del Cavaliere assume così risvolti da giallo. Il giallo del «Viaggio dei dossier». Destinazione Minsk.

 

IL MINISTRO ORGOGLIOSO  - «Siamo orgogliosi del rapporto speciale» che abbiamo con la Bielorussia. Ad affermarlo è il ministro degli Esteri Franco Frattini, all'indomani della visita a Minsk del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «L'Italia è un Paese amato dalla Bielorussia - ha detto il titolare della Farnesina, in un incontro con la stampa estera a Roma - 35mila famiglie italiane si sono prese cura di centinaia di migliaia di bambini vittime del disastro di Cernobyl». Ma il titolare della Farnesina non frena il suo orgoglio. E rincara la dose: quella di Berlusconi a Minsk «è stata la visita di un capo di governo europeo che apre la strada ad altri», e che «segue ad una decisione dell'Unione Europea di includere la Bielorussia nel partenariato strategico orientale», afferma Frattini. Non passa neanche un’ora ed ecco che le agenzie stampa battono la clamorosa smentita.

 

LA BARONESSA PUNTUALIZZA  - La posizione dell'Unione Europea riguardo alla Bielorussia non cambia e resta quella confermata, anche di recente, dai ministri degli Esteri della Ue. A puntualizzarlo è il portavoce della neo ministra degli Esteri dell’Ue, Catherine Ashton, interpellato sulla visita del premier italiano a Minsk e sugli elogi fatti al presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko. «Non c'è nessun commento da parte nostra, come al solito, alle attività di un premier», premette Ludz Gullner. «La nostra posizione in proposito è piuttosto chiara, così come è stata chiarissima la posizione assunta il 17 novembre scorso dai ministri degli Esteri della Ue. Niente da allora è cambiato», aggiunge il portavoce. La Ue sostiene un approccio con la Bielorussia flessibile e pragmatico - spiega il portavoce - i progressi tra la Ue e la Bielorussia avverranno in risposta a positivi passi che saranno presi da parte della Bielorussia». Il portavoce ha quindi ricordato le conclusioni dei ministri degli Esteri del 17 novembre scorso in cui la Ue «si rammarica della mancanza di progressi significativi nell'area della libertà e dei diritti umani». Una valutazione che ha portato i ministri a prolungare fino all'ottobre del 2010 la sospensione del congelamento delle sanzioni verso la Bielorussia. Una decisione con la quale la Ue mantiene la minaccia delle misure restrittive finché l'ex repubblica sovietica non colmerà le carenze nel processo di riforma democratica.

 

SITO SILENTE  - Lo schiaffo diplomatico è di quelli che lasciano il segno. E che portano all’aspetto più inquietante del «Viaggio dei dossier». Un viaggio che per il sito ufficiale di Palazzo Chigi non è esistito. Non ne esiste traccia. Eppure si è trattato di una visita ufficiale. La prima di un leader occidentale in Bielorussia da una quindicina di anni. Cerchiamo e ricerchiamo. Niente da fare. Nessun annuncio, nessun comunicato ufficiale. Ma allora, che cosa è andato a fare il Cavaliere a Minsk? Fonti bene informate accreditano la versione «sparata» da Libero e dal Giornale . Il premier è andato a caccia di dossier. Sui nostri soldati scomparsi nella Seconda guerra mondiale, si aggiunge. Ma c’è chi dice che quei dossier conterrebbero anche informazioni più recenti e spendibili politicamente. «La politica estera di Berlusconi è un mistero di fronte al quale non possiamo arrenderci per il bene dell'Italia. La notizia di oggi (ieri, ndr ) riguarda il dossier del Kgb che Lukashenko avrebbe consegnato direttamente nelle mani del premier italiano. Il Parlamento ha diritto di sapere di che si tratta, Berlusconi chiarisca immediatamente», chiede la senatrice del Pd Roberta Pinotti. E con lei l’Idv. Il «viaggio dei dossier» è materia esplosiva.  Umberto De Giovannangeli  L’U 2

 

 

 

 

Di che opposizione si tratta

 

Quando una coalizione di governo dispone di una maggioranza fatta di decine e decine di parlamentari tanto alla Camera quanto al Senato, è chiaro che qualunque tentativo dell’opposizione di determinarne una crisi in Parlamento non può che esser destinato al fallimento.

 

La richiesta di voto segreto su questo o quel provvedimento (quando possibile) è solitamente destinata a non riservare sorprese, e la presentazione di mozioni di sfiducia può perfino sortire l’effetto paradossale di rafforzare l’esecutivo. Chi dunque oggi è insoddisfatto dell’azione del governo e però contemporaneamente rimprovera all’opposizione scarsa efficacia nel suo agire, non lo fa certo immaginando che l’occasione della caduta dell’esecutivo sia lì a portata di mano (e ciò nonostante non venga, colpevolmente, colta). Quel che si intende piuttosto lamentare, è il perdurare di una certa afasia politica che rischia di portare fuori dalla rotta annunciata durante le primarie anche la segreteria di Pier Luigi Bersani.

 

Se infatti si erano ben intesi i progetti dell’ex ministro allo Sviluppo economico e dei suoi sostenitori, il «nuovo» Pd avrebbe dovuto caratterizzarsi per poche ma notevolissime innovazioni. La prima: fine dell’antiberlusconismo urlato quasi a prescindere; la seconda: ritessitura di una politica delle alleanze che archiviasse la stimolante ma vana linea della cosiddetta «vocazione maggioritaria»; la terza: costruzione e radicamento sul territorio di un partito da definire - in conseguenza delle prime due novità elencate - più ancora che di «opposizione», di «alternativa». Ora, pur tenendo naturalmente conto che l’ascesa di Bersani alla guida del Pd risale ad appena un mese fa, bisogna dire che le svolte annunciate fanno fatica non solo ad affermarsi, ma in certi casi perfino ad essere percepibili. E tale ritardo - com’è inevitabile - risalta ancor di più di fronte alla situazione in cui versa la maggioranza di governo: che lo stesso Bersani, con sintesi efficace, ha definito di «confusione micidiale».

 

Esempi se ne potrebbero fare diversi. Qui basta limitarsi a due, tre episodi: capaci comunque di dare il senso di quanta «micidiale confusione» alberghi ancora anche nel quartier generale del Pd. I rapporti con Di Pietro e con «la piazza»: sabato va in scena il no-Bday e tra i democratici, intorno al cosa fare, regna la stessa «confusione» che segnò, in passato, la vigilia di iniziative simili; le questioni che riguardano le vicende giudiziarie del premier: tema assai delicato sul quale - però - si oscilla dai «no» a ogni iniziativa legislativa proposta (dal lodo Alfano al «processo breve») fino alla presunta legittimità del capo del governo a difendersi non solo «nel» ma anche «dal» processo; infine, la scelta dei possibili candidati-presidenti in regioni chiave come la Puglia, il Lazio e la stessa Campania: non solo le scelte restano nervosamente in alto mare, ma su questo terreno il «nuovo», eredità del Pd veltroniano (le primarie), e l’«antico», che si intende riportare in auge (trattative tra partiti e politica delle alleanze), stanno determinando il più insidioso dei cortocircuiti.

 

In fondo è per questo che può sorprendere ma non scandalizzare il commento col quale, l’altra sera a Ballarò, l’analista americano Edward Luttwak ha sintetizzato l’animo con cui la diplomazia statunitense guarda allo scontro in atto tra il premier e Gianfranco Fini: «Considerando che l’opposizione non lo è, almeno ora sappiamo che c’è un’alternativa a Berlusconi: si chiama Fini». Sarà pure un osservatore di chiare simpatie repubblicane, ma è difficile non intendere quel che Luttwak ha voluto dire: un ricambio possibile - anzi: il ricambio forse oggi più possibile - non è tra maggioranza e opposizione, ma all’interno della stessa maggioranza. Non è certo un giudizio che possa rallegrare il nuovo gruppo dirigente del Pd, ma sarebbe saggio tenerne conto. Non foss’altro che poiché l’Italia - e la stessa opposizione in questo Paese - ha già conosciuto una stagione nella quale ricambi e alternanza tra leader della stessa maggioranza (anzi, dello stesso partito) erano la norma. Non andava bene il conservatore Rumor? Ecco in campo Aldo Moro. Le élite non tolleravano più i modi spicci di Fanfani? Nessuna paura, arrivava il duttile Andreotti. Sembravano ricambi, e talvolta lo erano davvero. Solo che, seppellita la Prima Repubblica, nessuno immaginava si potesse tornare a una situazione così.  FEDERICO GEREMICCA LS 3

 

 

 

 

Le due destre

 

Fuorionda di Fini, due segnali lasciano pensare che il Cavaliere propenda per un drammatico e traumatico "redde rationem" - di MASSIMO GIANNINI

 

C'ERANO due modi per disinnescare la bomba atomica del fuorionda in cui Gianfranco Fini dà del monarca a Silvio Berlusconi, e marca la distanza irriducibile tra la sua idea di destra e quella del Cavaliere. Il primo modo era usare il buonsenso: prendere atto di quella distanza, che non è certo nuova ma risale addirittura al congresso fondativo del Pdl, e colmarla con la valorizzazione delle differenze, necessarie e vitali in un partito che si vuole pluralista e di massa. Il secondo modo era usare la clava: cogliere l'occasione di un incidente sia pure sgradevole, ma di per sé non così destabilizzante, per bastonare e regolare una volta per tutte i conti con quello che evidentemente non si considera più un alleato, ma un avversario. Non più il co-fondatore del Popolo delle libertà, ma l'eversore del partito unico del centrodestra.

 

Non sappiamo ancora quale linea ufficiale abbia scelto e sceglierà il presidente del Consiglio. Al di là della solita "ira" che lascia trapelare attraverso la sua corte, il premier non si è ancora espresso sul piano formale, per dire la sua sulle esternazioni sfuggite al presidente della Camera a L'Aquila. Ma due segnali lasciano pensare che il Cavaliere propenda per un drammatico e traumatico "redde rationem".

 

Intanto, le parole meditate di Claudio Scajola, che afferma chiaramente che Fini è ormai lontano dallo spirito identitario e dalla constituency politica del Pdl. E poi il titolo del Tg1 di ieri sera che, amplificando quello dei giornali di famiglia usciti ieri mattina ("Fini chiarisca o si dimetta") parla testualmente di "ultimatum" al presidente della Camera.

 

È vero che due indizi non fanno una prova. Ma è altrettanto vero che questi segnali contano e pesano. Scajola è un ministro di rilievo, oltre che dirigente di spicco dell'ex Forza Italia: non appartiene alla claque dei Cicchitto e dei Capezzone, dei Gasparri e dei Quagliarello, "reagenti" di professione incaricati della dichiarazione quotidiana da infilare nei pastoni televisivi. E il Tg1 di Minzolini, come dimostra precedenti inequivoci (dalle omissioni sulle escort alle suggestioni sull'immunità parlamentare) si può considerare a tutti gli effetti "l'organo ufficiale" del partito del presidente, che non incede nella grottesca agiografia del Tg4 di Emilio Fede, ma interpreta l'ortodossia ideologica e anticipa la linea politica del Pdl di rito arcoriano.

 

Dunque, il combinato disposto di questi fattori lascia pensare che per Fini sia cominciata, o stia per cominciare una sorta di "purga berlusconiana".

Come si addice al partito-caserma, l'unico che il presidente del Consiglio concepisce e che il presidente della Camera aborrisce. Come è logico per la muta famelica di cani che da giorni, in Transatlantico e sui giornali-cognati, ha lanciato la caccia a Fini sospettandolo di criminale complotto e di altro tradimento, e che ora sente, nelle sue frasi pronunciate a ruota libera in quel famigerato fuori onda, l'eco di una profezia che si autoavvera.

 

Ma se questo è il disegno, cacciare il "mercante" dal tempio dell'unto del Signore, bisogna dire che l'operazione è insieme avventurosa e pericolosa.

Avventurosa, perché Fini è pur sempre la terza carica dello Stato, e dal modo in cui ha messo in riga il livido Bondi a Ballarò è evidente che l'uomo non rinuncerà mai a far vivere la sua idea alternativa di centrodestra, incontrando su questo un consenso nel Paese e un sostegno nel partito, per quanto, per ora, entrambi minoritari.

 

Operazione pericolosa, perché il Pdl senza il co-fondatore Fini diventa, sul piano culturale e sociale, il partito di una destra a trazione esclusivamente forza leghista, esasperata ed esagitata, che non ha eguali in Occidente e non ha paragoni nelle famiglie del popolarismo europeo. Un partito estremista e populista, che si chiude nella sua ridotta identitaria, padana e neanche più tanto sudista, e si preclude ogni possibile riapertura di gioco con il centro di Casini, difficilmente spendibile per sostituire Fini nel ruolo di stampella di un Cavaliere sempre più azzoppato.

 

Berlusconi farà bene a ponderare le sue mosse. La sua destra, rivoluzionaria e plebiscitaria, può anche vincere questa partita interna. Ma i fatti stanno dimostrando che l'altra destra, quella di Fini, istituzionale, laica e repubblicana, sta comunque saldamente in campo, e se non qui ed ora rappresenta comunque un'alternativa possibile.

 

Anche per il governo del Paese. Per quello futuro, ovviamente. Da quello attuale lacerato e disperato com'è, non c'è da aspettarsi più nulla, se non una rissosa e rovinosa sopravvivenza. E questo, per l'Italia, è davvero un prezzo troppo alto da pagare. Aveva detto bene il presidente della Repubblicano Giorgio Napolitano: solo la maggioranza può uccidere la maggioranza. È quello che sta accadendo in questo avvelenato clima da 25 luglio 1943: un lento, inesorabile suicidio politico.

LR 3

 

 

 

 

L’Italia e la crisi. Il peggio arriva in casa nostra

 

IL dato sulla disoccupazione, ora superiore all’8%, nasconde due tristi verità: la prima, che abbiamo fatto un salto nel passato; la seconda, che le prospettive di crescita future sono molto basse.

Il salto nel passato ci riporta al 2004, dopo aver bruciato quasi tutti i guadagni prodotti dalle riforme per un mercato del lavoro più flessibile. Non serve consolarsi con quello che succede negli altri Paesi, il peggio è nelle nostre case. Il Prodotto interno lordo, in termini reali, è oggi al livello del 2001, la produzione industriale è al livello del 1988. Sicuramente siamo tornati dieci anni indietro, forse venti. Il debito pubblico fra poco raggiungerà il picco del 1994 superando il 120% di un magro Prodotto interno lordo.

Alcuni economisti, di recente, hanno messo in dubbio questi indicatori e in particolare il Prodotto interno lordo come misura del benessere di una nazione. Può darsi. Certo è difficile trovare altri indicatori in cui l’Italia stia meglio degli altri. Non possiamo certo vantarci del nostro sistema sanitario, del livello di istruzione scolastica e universitaria, della certezza della giustizia, della sicurezza sociale, dell’efficienza nella pubblica amministrazione, di una classe politica dignitosa. Tutto questo a fronte di una spesa pubblica e di una tassazione che sono fra le più alte nel mondo. L’Italia non è certo un Paese in cui regna la meritocrazia, in cui i giovani hanno un futuro.

La crisi, anche se viene da fuori, ci colpisce di più perché siamo un Paese strutturalmente debole. Le prospettive future sono quelle di regredire ulteriormente. Una regoletta in economia, quella di Okun, dice che per ridurre il tasso di disoccupazione di un punto percentuale, il Prodotto interno lordo deve crescere di tre punti percentuali. Se cresciamo dell’1% all’anno per i prossimi sei anni, forse riusciremo a recuperare gli occupati che si sono persi con la crisi.

La seconda triste verità è che una crescita dell’1% per i prossimi anni è fin troppo ottimistica. Negli scorsi anni siamo cresciuti principalmente attraverso due canali: le esportazioni e gli investimenti in capitale fisico da parte delle imprese, piccole e grandi, che hanno affrontato la competizione internazionale innovando i propri prodotti. Le esportazioni ora ci permettono di respirare, ma non potranno mai tornare ai livelli del passato.

Il resto del mondo, che ancora deve completamente uscire dalla crisi finanziaria e reale, crescerà a tassi inferiori. L’innovazione finanziaria del passato aveva comunque prodotto un effetto moltiplicativo per l’economia reale, che ora si è perso. Date le prospettive inferiori di crescita e l’incertezza, non si può certo contare su ulteriori investimenti in innovazione, anche perché il boom degli investimenti del passato è stato finanziato con debito, i cui costi ora sono spropositati rispetto ai magri ricavi. Di questi tempi le possibilità di finanziarsi esternamente sono basse sia perché il proprio collaterale ha meno valore sia perché le banche sono caute nel prestare denaro a chi è in difficoltà.

Con una piccola spinta delle esportazioni, pochi investimenti, non ci si può certo aspettare di crescere con i consumi interni, anemici per loro natura e per una disoccupazione crescente. I bassi tassi di interesse e i prezzi contenuti delle materie prime e prodotti alimentari possono giocare a favore ma non per molto. Paradossalmente per non piegare ulteriormente i consumi delle famiglie italiane dobbiamo sperare in una crescita graduale del resto del mondo che mantenga bassi proprio i tassi d’interesse e l’inflazione. Rimane da capire come riusciremo a finanziare il debito pubblico crescente e cosa succederà quanto i tassi d’interesse saliranno e noi non cresceremo.

Per non perdere altri decenni, bisogna cambiare realmente marcia; ne sono consapevoli sia il Ministro Brunetta che Tremonti. Il fardello è nel debito pubblico e nelle inefficienze della spesa pubblica. Se non si procede nelle riforme strutturali, si riduce la spesa pubblica superflua, si migliora l’efficienza di quella necessaria, si continua la lotta verso l’evasione fiscale, si riducono le tasse per famiglie e imprese, si investe in ricerca e sviluppo, questo Paese non ha che un futuro da secondo mondo. PIERPAOLO BENIGNO IM 2

 

 

 

Napolitano: "L'Italia tornerà a crescere. Giovani, non andatevene"

 

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ribadito il suo messaggio di fiducia: l'Italia tornerà a crescere. «Non credo si possa dire a nessuno che ritorneremo alla Roma imperiale, sarebbe eccessivo. Però possiamo far crescere un paese all'altezza delle conquiste della civiltà contemporanea più avanzata», ha detto il Capo dello Stato dopo aver visitato insieme al presidente della Provincia Nicola Zingaretti la nuova area archeologica scoperta proprio sotto l'edificio di palazzo Valentini, sede della Provincia, e da oggi aperta al pubblico.

 

«Sono felice - ha affermato il presidente della Repubblica - che il pubblico possa avere accesso anche ai più recenti ritrovamenti, che hanno avuto una sistemazione splendida ed hanno il corredo di una ricostruzione ideale che ha una traccia didascalica eccezionale. C'è da rafforzare non solo tra i cittadini romani, ma negli italiani, la consapevolezza della straordinaria eredità che ci è stata consegnata dalla storia e che giustamente si cerca di riportare in piena luce».

 

Ai giornalisti che gli chiedono, anche sull'onda del recente dibattito sul futuro del paese innescato dalla lettera del rettore della Luiss, quale avvenire l'Italia possa avere, Napolitano ha detto:  «Non credo - dice il presidente - si possa dire a nessuno che ritorneremo alla Roma imperiale. Sarebbe eccessivo, però, su queste basi possiamo fare crescere un paese all'altezza delle conquiste anche delle civiltà contemporanee più avanzate». L’U 3

 

 

 

L'ira di Berlusconi su Fini:  «Chiarisca o non voglio più vederlo». La tentazione di chiedere le dimissioni

 

ROMA — Incredulo, ferito, umiliato, offeso. E furioso, come mai con l’alleato, che oggi vede come un nemico. Lo descrivono così Silvio Berlusconi, che su Gianfranco Fini ieri, da Milano e in collegamento telefonico con il gruppo dirigente del partito, ha sfogato tutta la sua rabbia perché «quell’ingrato si permette di parlare di me in quei termini» e lo fa con «un procuratore della Repubblica! Cose da pazzi! E io dovrei fidarmi di lui, quando dice quelle cose sui pentiti che infangano il mio nome? Eh no, così non si va avanti, adesso chiarisce e chiede scusa, o fa marcia indietro o io non lo voglio più vedere, per me è fuori ».

Uno sfogo lungo e accorato, quello del Cavaliere, che in collegamento con lo stato maggiore del Pdl convocato in tutta fretta in via dell’Umiltà — c’erano i coordinatori Bondi, La Russa e Verdini, i capigruppo Gasparri e Cicchitto, i vice Quagliariello e anche Bocchino (al telefono, in stretto collegamento con Fini)—, è arrivato a ipotizzare una raccolta di firme in Parlamento per una mozione di sfiducia contro il presidente della Camera (ma la mossa, peraltro tecnicamente impossibile, è stata sconsigliata dai suoi interlocutori — da Quagliariello a Verdini, da La Russa a Cicchitto — perché «non dobbiamo far precipitare la situazione»), e starebbe pensando di convocare un Consiglio nazionale del partito per votare su una linea di sostegno alla sua persona e di sconfessione dell’ex leader di An.

Per ora però, è passata una linea molto dura ma non quanto il premier avrebbe voluto. E cioè una richiesta formale di chiarimento a Fini da parte del partito, vergata durante il vertice e affidata ad una nota del portavoce Capezzone: «Non commentiamo i fuorionda. Nell'ultimo ufficio di presidenza del Pdl ci siamo espressi all' unanimità sull'utilizzo dei cosiddetti 'pentiti', sull'uso politico della giustizia, sul tentativo in atto di ribaltare il risultato della ultime elezioni politiche. Quel documento per tutti noi esprime la linea di fondo del Pdl. Tocca ora al presidente della Camera spiegare il senso delle sue parole rese note da Repubblica Tv e se con quelle ragioni è ancora d'accordo».

Si chiede dunque un mea culpa a Fini, o comunque un riallineamento alle posizioni della stragrande maggioranza del Pdl, che assiste attonito e spaventato a uno scontro di cui non si vede né la fine né l’approdo. E crescono — soprattutto dopo il fuorionda sui pentiti di mafia — i già forti sospetti sul gioco a cui si starebbe prestando Fini, che comunque — assicurano i maggiorenti del Pdl —, dopo «questo enorme errore, è solo, nemmeno della ex An lo segue più nessuno ». Perché c’è un punto oltre il quale non si può andare: «Io — dice Osvaldo Napoli — non credo ai complotti, ma fino a questo punto non credevo neppure che ci fosse un apostolato a favore dei complotti...». Paola Di Caro CdS 2

 

 

 

 

Il lungo addio

 

L’ennesimo incidente di percorso tra Fini e Berlusconi non è importante solo per le frasi, non destinate ad essere rese pubbliche, uscite dalla bocca del presidente della Camera e registrate da un microfono indiscreto. Ma anche, e forse soprattutto, per il tono con cui, in confidenza, sono state pronunciate.

 

A parte l’anticipazione, quasi un mese prima (la registrazione è del 6 novembre), che le dichiarazioni che il pentito Gaspare Spatuzza renderà il 4 dicembre saranno «una bomba atomica» (Fini dunque per quella data era già al corrente del tenore delle future rivelazioni del mafioso), e necessitano quindi di «un riscontro» da fare «con scrupolo», e a parte la conferma del dissenso con il Cavaliere, che «confonde la leadership con la monarchia assoluta» e interpreta il consenso elettorale come «una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi autorità di garanzia e di controllo», Fini, anche privatamente, non parla più come «cofondatore» del Pdl, ma come uno che sente di non aver più nulla da condividere con Berlusconi e con il partito nato dalla fusione dell’ex An con Forza Italia.

 

E se è chiaro che il presidente della Camera considera quell’esperienza come se ormai non gli appartenesse, più difficile è capire quale ruolo Fini si riservi per il futuro.

 

Del resto non era questo l’oggetto della conversazione occasionale con il procuratore Trifuoggi, tra l’altro anche lui non tenero verso il premier, che accusa, nientemeno, di voler fare «l’imperatore romano». L’unica previsione realistica è che Fini pensi ormai a sé stesso solo come al presidente della Camera, cioè una di quelle autorità di garanzia, che hanno tra i propri doveri quello di richiamare il premier al rispetto delle regole e dei diversi ruoli istituzionali, ma ai cui interventi il presidente del Consiglio non si sente in alcun modo sottoposto, perché si ritiene comunque protetto. E li giudica, tutt’al più, come un fastidio, in forza della singolare concezione del proprio ruolo e del massiccio consenso popolare su cui può contare.

 

Se ne ricava che tutti gli incontri, i tentativi di mediazione, le salite e le discese da un Palazzo all’altro dei pacieri di tutte le parti, sia quelli avvenuti, sia quelli in preparazione, devono a questo punto essere valutati inutili, se non addirittura controproducenti. E di conseguenza, siccome Fini alla Camera non è solo, ma anzi coagula una discreta pattuglia di dissidenti, sono anche da considerare a rischio i prossimi appuntamenti a Montecitorio del governo, malgrado la larga maggioranza di cui ancora può godere. Si sa, in politica mai dire mai. Ma la storia dell’alleanza tra Gianfranco e Silvio, che quindici anni fa ha aperto la strada del governo alla destra, e di colpo ha cambiato la storia politica del Paese, stavolta sembra proprio finita.

MARCELLO SORGI LS 2

 

 

 

 

 

Due leader, due strade diverse. Il divorzio delle libertà

 

Con la battuta «Berlusconi confonde il consenso con l ’ i m m u n i t à » , Gianfranco Fini, un politico di troppa esperienza per non avere soppesato le parole, ha aperto una «crisi al buio» all’interno del centrodestra. I ricucitori cercheranno di rinviare la definitiva resa dei conti ma sarà, appunto, un rinvio. È la logica conclusione di un crescendo di prese di posizione di Fini che portavano inesorabilmente verso l’ufficializzazione della fine del sodalizio fra lui e Berlusconi. Probabilmente, in questo distacco, ha svolto un ruolo anche un errore di valutazione di Berlusconi. Quando diede vita al Popolo della libertà, Berlusconi non volle capire che fondere Forza Italia e Alleanza Nazionale imponeva anche di accettare una vera dialettica interna. Il Popolo della libertà non poteva essere trattato come Forza Italia (di cui Berlusconi era fondatore e capo carismatico). Nel Popolo della libertà confluiva un personale che aveva una sua storia, un suo retroterra e, soprattutto, entrava (obtorto collo, come si ricorderà) un leader di peso come Fini.

Come può succedere ai capi carismatici, Berlusconi non capì che, a differenza di Forza Italia, il Popolo della libertà non poteva essere solo uno strumento al suo servizio. Ma non c’è dubbio che la fine del sodalizio si deve soprattutto al cambiamento di posizioni politiche di Fini su un amplissimo spettro di questioni. Un cambiamento così radicale che oggi sembrano non esserci più punti di contatto fra ciò che vuole Fini e ciò che vuole il grosso dello schieramento di cui egli fa ancora ufficialmente parte. Fini aveva di fronte a sé, all’indomani delle ultime elezioni, anche una diversa opzione. Poteva impegnarsi (all’ombra del capo) in una sotterranea competizione con Tremonti e altri al fine di assumere il ruolo del delfino, del successore designato. Sia stato un calcolo che gli ha fatto ritenere improbabile quell’esito oppure una maturazione personale che lo ha spinto verso altri orizzonti, resta che Fini ha scelto una diversa strada: la contrapposizione sistematica a Berlusconi e all’alleanza fra Berlusconi e la Lega. Ciò apre due interrogativi, il primo sul futuro personale di Fini, il secondo sul futuro del bipolarismo. Per quanto riguarda il futuro di Fini, sembra difficile pensare che esso possa essere nel centrodestra così come è. Fini oggi si trova nella paradossale condizione di essere un leader della destra che riscuote i maggiori consensi a sinistra.

Si immagini cosa accadrebbe se, sotto un governo di sinistra, un importante leader della sinistra prendesse le distanze dal governo così sistematicamente da diventare «l’eroe» della destra. Che spazio avrebbe, in seguito, quel leader nel proprio schieramento? A parti rovesciate, è quanto è accaduto a Fini. È evidente che Fini immagina il suo prossimo ambito d’azione fuori dall’attuale centrodestra. L’unica strada che gli si apre, mi sembra, non può che incrociare il progetto (di Casini e di altri) di quella formazione neocentrista che potrebbe nascere dalla disgregazione del centrodestra dopo l’uscita di scena di Berlusconi. Una scelta e un progetto più che legittimi. Speriamo che non travolgano del tutto il bipolarismo e, con esso, quella periodica alternanza al governo fra forze contrapposte che è stata, pur con tante ombre, la migliore innovazione politica sperimentata dall’Italia nell’ultimo ventennio.  ANGELO PANEBIANCO CdS 3

 

 

 

Berslusconi-Fini. Verso il punto di non ritorno

 

L’argomentazione dello staff della presidenza di Montecitorio è di tipo calligrafico, formalmente raffinata: il fuorionda al premio Borsellino del sei novembre scorso non contiene giudizi nuovi su Silvio Berlusconi bensì la riproposizione, seppur in un colloquio privato, di valutazioni più volte espresse in occasioni pubbliche. In effetti è più o meno è così, salvo la doverosa precisazione su Nicola Mancino e presunte rivelazioni del pentito Spatuzza sui rapporti con i boss mafiosi. Tuttavia è proprio la scorrevolezza e disinvoltura con la quale - in un botta e risposta con un magistrato che peraltro afferma di aver incontrato Gianfranco Fini per la prima volta in quella occasione - il numero uno della Camera manifesta le sue opinioni sul premier, a colpire. Come pure è palese la diversa corposità dal punto di vista dell’impatto mediatico di una conversazione ”rubata” rispetto a pronunciamenti ufficiali.

Infatti. Il punto non è valutare col bilancino la collimanza delle parole. Ma piuttosto verificare ancora una volta la distanza politicamente siderale - forse giunta ad un punto di non ritorno - che si è determinata tra i due cofondatori del Pdl. Sempre più appare evidente che le critiche di Fini al Cavaliere non riguardano solo o tanto il possibile e legittimo diverso atteggiamento su una vicenda o un provvedimento, quanto il modo stesso di fare politica dell’”uomo” Berlusconi. Si confrontano due filosofie opposte, culturalmente e antropologicamente inconciliabili. Con un di più. L’accusa così insistita di cesarismo non lascia spazio ad alternative: o porta ad un chiarimento che ne ridimensioni la portata, oppure non può che diventare l’anticamera della rottura. Che un partito, per di più maggioritario nel Paese, possa reggersi sul conflitto permanente tra i due leader più rappresentativi, è davvero complicato da immaginare.

 

Si spiega così la nota ufficiale del Pdl che domanda a Fini se si riconosce ancora nella linea politica del partito e che illumina sullo stato di lacerazione esistente e chissà quanto ricomponibile. Il riferimento è a Spatuzza, all’uso dei pentiti e a quello politico della giustizia: un versante per sua stessa natura delicatissimo e dagli effetti devastanti. Fini puntualizza di aver voluto invitare i magistrati al massimo di attenzione nel maneggiare una questione esplosiva. Tuttavia è chiaro che una differenziazione così profonda tra due modi di intendere l’uso della legittimazione che deriva dal consenso popolare, che il presidente della Camera ovviamente riconosce in toto a Berlusconi, produce veleni e intossica i rapporti interni. Per questo motivo non può rimanere inevasa. Carlo Fusi  IM 2

 

 

 

 

 

Regione Sicilia in crisi. Lombardo: «Maggioranza dissolta, io vado avanti»

 

Il governatore all'Ars: «La fine con la bocciatura del Dpef. Pronti a ripartire con chi ci crede»

 

PALERMO - «Con la bocciatura del Dpef, nei giorni scorsi c'è stata la dissoluzione della maggioranza (formata da Mpa e Pdl, ndr)». Lo ha detto intervenendo all'Ars il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo. «Siamo pronti a ripartire con un progetto per la Sicilia con chi ci crede» ha aggiunto il governatore. «Ieri i rappresentanti delle forze sociali ed economiche - ha aggiunto Lombardo - ci hanno espresso il rammarico per le liti e le beghe tra i partiti e la conseguente l'instabilità politica. E hanno contemporaneamente espresso il loro dissenso per eventuali elezioni anticipate».

«SE VOLETE PRESENTATE LA SFIDUCIA AL PRESIDENTE» - «I cittadini hanno votato ciascuno di voi e poi hanno votato il presidente della Regione. Abbiamo tutti pari legittimazione popolare. L’Ars ha in più lo strumento di fare andare avanti la Regione sfuggendo alla tentazione di continuare a questo gioco al massacro: può presentare la sfiducia al presidente» ha poi aggiunto Lombardo rivolgendosi ai deputati dell’Assemblea regionale siciliana. «Io - ha sottolineato il governatore - non sono inchiodato alla poltrona e vi dico con molta franchezza che ho il dovere morale di portare avanti questo impegno e questo lavoro perché lo devo ai siciliani. Fin quando io ci sto devo servire la gente». Poi ha detto: «Io non escludo nessuno. Non ho rancori».

«PRONTI A FARE LA NOSTRA PARTE» - «Il gruppo Pd all'Ars ribadisce che la crisi dell'alleanza di centrodestra che ha sostenuto Raffaele Lombardo ha ormai raggiunto l'epilogo», ma il Pd si dice «pronto a fare la sua parte per realizzare le riforme necessarie a cambiare la Sicilia» si legge in una nota del gruppo del Partito democratico all'Ars. «Dopo 18 mesi la Sicilia mostra i segni del fallimento di questa coalizione e la Regione non può continuare a galleggiare nel pantano di una politica che non è in grado di dare speranze e soluzioni ai problemi gravi dell'Isola. Sancire il fallimento della maggioranza è condizione essenziale per verificare la possibilità di aprire una stagione delle riforme su punti essenziali» si legge nel documento del Pd. «Il peso elefantiaco della Regione - conclude il Pd - e della burocrazia, il fallimento delle politiche scellerate sui rifiuti, la formazione professionale, il precariato, la necessità di utilizzare in modo produttivo ed efficace le risorse europee e i fondi Fas, sono tutti punti che impongono una azione riformatrice». «Il Pd è pronto a fare la sua parte - conclude il documento - per realizzare le riforme necessarie a cambiare la Sicilia e aprire una nuova fase di svolta».

LE DIMISSIONI DI ARMAO - Prima di affrontare la questione della bocciatura del Depf, il presidente della Regione Sicilia aveva comunicato all'Ars la decisione dell'assessore Gaetano Armao di rimettere tutte le sue deleghe. Il tecnico vicino all'ala «ribelle» del Pdl che fa capo al sottosegretario Gianfranco Miccichè e al parlamentare Dore Misuraca, aveva, fra le altre, la delega sui rifiuti ed era stato oggetto di una mozione di censura del Pd: Armao era stato accusato dai democratici di conflitto d'interessi tra il suo ruolo nell'esecutivo e la professione di avvocato amministrativista. CdS 2

 

 

 

L’illusione di una stagione. Il bipolarismo è finito, basta premio di maggioranza

 

IL BIPOLARISMO è finito. È sotto gli occhi di tutti. C’è la necessità di rivedere il premio di maggioranza, perché senza il bipolarismo non ha più senso: sbilancia i pesi e tradisce il voto. L’attuale evoluzione della politica italiana impone di affrontare un ragionamento molto serio, cioè di prendere atto della fine della speranza o dell’illusione del bipolarismo come arma vincente per la risoluzione della crisi seguita al tramonto della prima Repubblica.

Parlare di bipolarismo guardando alla situazione attuale suona del tutto astratto. Ci sono quantomeno cinque formazioni in lotta fra loro e le due maggiori sono federazioni di correnti che, per dirla nella forma più pacata possibile, faticano a trovare convergenza su una via comune. Si può forse negare che attualmente Lega, Pdl, Udc (e forze minori di centro), Pd e Idv siano formazioni radicate, ciascuna con una propria prospettiva senza che alcuna di esse riesca ad esercitare una egemonia su quelle limitrofe? Di una vera leadership di Berlusconi sulla Lega non è proprio il caso di parlare, di una capacità del Pd di tenere sotto controllo l’Idv non c’è traccia, e l’Udc fa parte per sé stessa intenta a ricostruire una forte componente di centro. Non si tratta, si badi bene, di cespuglietti legati alle velleità politiche di qualche piccolo gruppo dirigente, ma di formazioni che raccolgono un consenso elettorale comunque significativo e ciò proprio in base alla loro volontà di presentarsi come “diverse” se non addirittura disomogenee rispetto alle altre forze dei “poli” a cui ciascuna in teoria dovrebbe appartenere.

Anche se esaminiamo i due partiti maggiori, il Pdl e il Pd, vediamo facilmente che essi non sono affatto quei “partiti all’americana” che ogni tanto sognano o presumono di essere. In quel caso il partito come istanza suprema che “detta la linea” non esisterebbe e prevarrebbe la libertà di ogni singolo eletto di collocarsi a piacere entro un recinto di appartenenza molto largo e non troppo definito. Invece Pdl e Pd sono o vorrebbero essere ancora come i tradizionali partiti, dove c’era una istanza che esprimeva una “linea” a cui tutti dovevano attenersi. La recente polemica contro Fini all’interno del Pdl è più che rivelatrice, e dove, come nel Pd, una linea si fa molta fatica a darsela (vedere la presa di posizione di Veltroni sulla manifestazione dipietrista) si marcia purtroppo verso una riedizione soft del correntismo modello vecchia Dc.

In questo quadro si impone una riforma del nostro sistema di raccolta del consenso politico. Oggi, ammettiamolo, è tutto falsato da una volontà di manipolazione esterna per produrre il bipolarismo: c’è il premio di maggioranza per obbligare a coalizzarsi, c’è una soglia di sbarramento che viene drasticamente abbassata se favorisce aggregazioni larghe, c’è la delega alle segreterie di partito della scelta dei candidati da far vincere per evitare che possano passare dei personaggi non graditi o non in sintonia con questi orizzonti. Eppure nonostante tutto questo il sistema non ha retto, segno evidente che il nostro contesto non è adatto per esperimenti di questo tipo.

Siamo un Paese fatto in un certo modo, con forti tradizioni storiche sedimentate nel tempo, con una atavica inclinazione a dividerci in continuazione e adesso privati anche dei tradizionali collanti ideologici che consentivano linee di dialogo e momenti di convergenza. Insistere nel favorire le ammucchiate non serve a nessuno, perché si producono solo lotte intestine e concorrenze non limpide fra le proposte politiche. Forse sarebbe bene inventarsi un modo per razionalizzare le articolazioni che percorrono il nostro Paese e per costringerle a misurarsi davvero ciascuna coi propri limiti e con le proprie potenzialità.

I mezzi tecnici si possono tranquillamente trovare, senza alcun rischio di ricadere nella frammentazione folle di fasi recenti quando c’erano una ventina di partiti, molti dei quali piuttosto “fasulli” in termini rigorosamente politici. Un meccanismo elettorale che unisca alcuni vantaggi dell’uninominale con alcuni vantaggi del proporzionale come è quello tedesco, soglie di sbarramento adeguate, un ridisegno dei collegi in modo che consentano una reale competizione libera di candidature sganciate dagli ordini di precedenza imposti dalle segreterie dei partiti, sono strumenti più che adeguati per governare un sistema fondato sul pluralismo delle appartenenze politiche come continua ad essere quello italiano.

Non ci sembra francamente che questo paese possa permettersi di continuare nell’attuale gioco al massacro reciproco fra componenti che non si combattono a viso aperto nelle urne elettorali e nel Parlamento, ma che lavorano per canali distorti come le polemiche suggerite ai media, le delegittimazioni reciproche, gli appelli populistici ciascuno alla sua piccola piazza presentata poi come rappresentativa della maggioranza degli italiani.

Se di riforme istituzionali si discute, lo si faccia guardando in faccia la realtà. È un ottimo metodo di lavoro e porterà a dei risultati. PAOLO POMBENI  IM 3

 

 

 

 

"Fiat voluntas Marchionne". Il Lingotto non parla più siciliano

 

“Abbiamo in Italia sei stabilimenti e produciamo l’equivalente di quello che si realizza in una sola fabbrica in Brasile. È fuori da ogni logica industriale, riflette una realtà che non esiste più”. L’analisi dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, riportata dai quotidiani nei giorni scorsi, non era soltanto uno sfogo, visti gli sviluppi delle ultime ore. A Termini Imerese non si produrranno più auto a partire dal 2012. La notizia, battuta dalle agenzie di stampa nel pomeriggio di ieri e ripresa dai principali organi di informazione, ha scatenato l'immediata reazione degli operai dello stabilimento siciliano. In poche ore circa 500 lavoratori si sono ritrovati dinanzi ai cancelli della fabbrica per protestare contro la decisione comunicata dal top manager del Lingotto, il quale ha confermato una volta di più al ministro per lo Sviluppo, Claudio Scajola, la scelta di puntare alla riconversione della produzione. A Termini, fino al 2011, si produrrà la Lancia Ypsilon.

 

Per risalire alle motivazioni che stanno alla base di questa strategia, aveva spiegato Marchionne, “basta leggere i dati”. Ma quali sono, nello specifico, questi numeri? Quelli fondamentali sono due: mille e zero. Mille sono gli euro in più che servono per produrre un’auto a Termini rispetto alla media degli altri impianti in Italia e nel mondo; zero è invece il margine di guadagno per l’azienda. Nel 2004, un’ora di lavoro veniva pagata 30 euro a Tychy (Polonia), 55 a Melfi, 75 a Pomigliano e Cassino, 80 a Mirafiori, 90 a Termini. L’ammontare della retribuzione non costituisce l’unico problema. C’è infatti anche una questione legata alla produttività: 50 auto a testa sono prodotte ogni anno dai 1.400 lavoratori dello stabilimento isolano (contro le 70 di Tychy e le 71 di Melfi) per un totale di 70 mila vetture (a fronte di una capacità di 120 mila) che fanno attestare il cosiddetto “indice di saturazione” al di sotto del 60 per cento. Alle cifre e alle considerazioni avanzate dall’azienda torinese, il governo oppone le proprie. Anzitutto gli incentivi: quelli erogati nel 2009 ammontano a 400 milioni di euro. Nel 2010 potrebbero arrivarne altri 400, solamente per Termini, 300 dalla Regione siciliana e 100 dal governo.

 

Guerre di cifre a parte, il destino della fabbrica termitana sembra ormai segnato. Con la cessazione della produzione di auto si chiuderebbe, di fatto, una stagione meridionalista inaugurata nel 1962 da Vittorio Valletta. Una parabola discendente che, nel tempo, ha portato a una riduzione della forza lavoro dalle 3.600 unità degli anni ‘70 alle attuali 1.500. Con l’integrazione tra Fiat e Chrysler, ormai a uno stadio sempre più avanzato, il destino dei lavoratori di Termini sembra essere legato a dinamiche che si svolgono lontano da Palermo. Nell’era della globalizzazione, evidentemente, per la Fiat di Marchionne, l’inglese è più importante del dialetto siciliano. Roberto Rizzuto SicInf 2

 

 

 

 

Riforme, intesa bipartisan ma solo a metà

 

Affondo di Casini: Silvio leader a sovranità limitata, il problema del Pdl è Bossi

 

ROMA - È un’intesa parziale. La mozione unitaria Pdl-Lega-Pd-Udc è stata tentata ma non è riuscita. Tuttavia il dibattito di ieri al Senato ha avuto un esito bipartisan: sono state approvate sia la mozione di maggioranza, sia quella Pd-Udc, sia infine la mozione del gruppo autonomisti, grazie ad astensioni incrociate. Il comune denominatore sta nel proposito di riforme costituzionali «condivise». Anzi, sta persino in una sorta di impegno comune a fare le riforme solo «con la più ampia convergenza». Proposito rafforzato dall’autocritica del ministro Roberto Calderoli: «Mai più riforme a colpi di maggioranza». C’è un’agenda di massima sulle riforme possibili: riduzione del numero dei parlamentari, superamento del bicameralismo perfetto, Senato federale.

Ma nel merito le distanze sono ancora ampie. La mozione Pdl-Lega chiedeva riforme «di rango costituzionale» anche sulla giustizia. Peraltro nel dibattito Maurizio Gasparri ha riproposto la preferenza del suo partito per un sistema presidenziale. Si tratta di approcci non condivisi dalle opposizioni. Da parte sua il Pd, all’ultimo momento, ha aggiunto al suo documento il tema della riforma elettorale. E proprio questo inserto ha poi reso impossibile la mozione unitaria. Dal voto incrociato si è tirata fuori solo l’Italia dei valori. Antonio Di Pietro ha gridato all’«inciucio». Mentre invece Pd e Udc tengono distinti i piani: confronto aperto sulle riforme, opposizione sul terreno proprio del governo. Come dimostrato da Pier Ferdinando Casini: «Il problema del Pdl - ha detto - non sono le parole di Fini, ma quelle di Bossi che ha ricordato come Berlusconi sia un leader a sovranità limitata perché senza i voti della Lega andrebbe a casa».

Bossi ieri è stato a lungo a Palazzo Madama. Per dire che «se, qualcuno pensasse di fare le elezioni prima delle riforme, la gente gli correrebbe dietro». Calderoli ha offerto al Pd anche la «sfiducia costruttiva». Ma nel Pd ieri c’è stato un travaglio aggiuntivo. Nell’assemblea del gruppo Giorgio Tonini ha posto problemi di «opportunità»: perché oggi questa convergenza nel mezzo delle polemiche sul processo breve e alle vigilia del No B day? È stato lui a riproporre la riforma elettorale. Poi, con altri quattro senatori, ha votato contro il via libera alla mozione unitaria. Anna Finocchiaro ci ha provato fino all’ultimo a stringere un’intesa più impegnativa (fermo restando l’impianto «parlamentare» del Pd). Per Renato Schifani, comunque, il segnale positivo prevale: «Ora può partire una fase costituente». Si comincerà in commissione. Anche se Calderoli ha rilanciato la sua vecchia proposta di una «Convenzione» con poteri redigenti. cla.sa. IM 3

 

 

 

 

No-B day, Veltroni si schiera. "Incomprensibili esitazioni del Pd"

 

L'ex segretario: "No alle sfilate di politici ma è assurdo dire come fa la Turco, che andare in piazza è un regalo a Berlusconi" - di GOFFREDO DE MARCHIS

 

ROMA - "Più gente va, meglio è". Walter Veltroni sposa la piazza del No B day. Un'adesione piena alla ragioni di quella manifestazione, una sintonia assoluta con il popolo che la animerà. Prima di infilarsi nella seduta della commissione Antimafia, chiamata ad ascoltare Antonio Bassolino, il governatore cui aveva chiesto un passo indietro quando era segretario del Pd, Veltroni si ferma a parlare dell'appuntamento di sabato prossimo.

 

Lui fisicamente non ci sarà. "Alle 15 ho una presentazione del libro, poi il matrimonio di ex agente della mia scorta. Poi, non mi piace la sfilata dei politici davanti alle telecamere, questo no". Almeno su un punto sembra essere d'accordo con Pierluigi Bersani che "non vuole mettere il cappello su un corteo che nasce dal basso". Ma certe posizioni dentro il Partito democratico lo convincono davvero poco. "Ha letto cosa dice Livia Turco all'Unità?". Sfoglia il giornale, vuole essere sicuro di ricordare bene le parole della parlamentare dalemiana. "Ecco qua, pagina 11. "Esserci vuol dire fare il gioco del premier". Sì, insomma, come se la piazza fosse un regalo a Berlusconi. Non sono d'accordo. E certe esitazioni mi paiono davvero incomprensibili".

 

A chi lo ha chiamato in questi giorni per confrontarsi sul nuovo Pd, Veltroni ha mostrato le sue perplessità. Non ha capito dove può portare il dialogo con la maggioranza, come si fa ad aprire un canale con il Cavaliere in questo momento. Ma non è questo il momento per affrontare di petto la questione. Preme invece la data di sabato e le parole della Turco gli paiono davvero il frutto di un malinteso, per dirla con un eufemismo. "Perché dovrebbe essere un regalo? Tutt'altro - dice -. È un fatto molto positivo". Per questo Veltroni si augura una piazza piena, strapiena. Ad alcuni suoi fedelissimi del Pd ha consigliato di andare. Walter Verini, parlamentare democratico e suo braccio destro, gli ha detto che voleva andare. "Ottima scelta", ha risposto l'ex segretario. E avrà apprezzato la scelta di Verini, direttore dimissionario ma ancora in sella di Youdem, la tv del Pd, di trasmettere in diretta la giornata del No B day. I dubbi sull'esserci o non esserci li ha spazzati via la nuova forma dell'appuntamento.

 

"Non ci saranno le bandiere, non ci sono i partiti a promuoverla, non parleranno i politici dal palco. È l società civile che si muove, i movimenti". E se lo fanno "per denunciare la gravissima situazione democratica che stiamo vivendo, se lo fanno per promuovere e sostenere un radicale cambiamento di questa situazione, vanno appoggiati". Sa che c'è un pericolo di fondo, sa che qualcuno paventa una degenerazione dello spirito di sabato. E sa che il Pd è stato cauto anche per questo. "La piazza la capisco a condizione che non si trasformi in un bis di piazza Navona". Nel luglio 2008 il corteo organizzato da Di Pietro diventò la tribuna di un attacco al Quirinale, delle parole contro il Papa, delle accuse a Mara Carfagna. "Non devono ripetersi i toni, le parole e il clima di quel giorno", insiste Veltroni.

 

Dopo l'incertezza iniziale l'ex segretario dunque chiarisce la sua posizione. Nei prossimi giorni si attende la risposta di altri dirigenti del Pd. Non ha ancora deciso come comportarsi Dario Franceschini, lo sfidante di Bersani alle primarie. Ma il leader democratico ha confermato la sua linea: il Pd non ferma nessuno, saranno in piazza militanti e dirigenti, chi vuole vada e riempia il corteo. "Ma noi abbiamo le nostre proposte - ha ripetuto ieri alla prima riunione della nuova segreteria -. E il Pd non può seguire la strada del referendum quotidiano su Berlusconi. Anche perché il punto non è solo la questione giudiziaria. C'è il boom della disoccupazione, dati impressionati. Noi dobbiamo andare in piazza soprattutto per questo". LR 2

 

 

 

 

No B. Day a piazza San Giovanni Dal palco Fo, Rame, Ovadia, Vecchioni

 

Cambio di piazza per il No B. Day. Come anticipato ieri da l'Unità, il luogo di arrivo del corteo del 5 dicembre, inizialmente previsto per piazza del Popolo, sarà invece la più grande piazza San Giovanni, teatro ogni anno del concerto del Primo maggio.

 

Il cambio di piazza è una notevole dimostrazione di ottimismo e fiducia da parte degli organizzatori della manifestazione, che da giorni discutevano con la questura della possibilità di far confluire i manifestanti in un luogo adeguato alle attese della vigilia. L'ok delle autorità è arrivato ieri a mezzogiorno e fatto trenta, gli organizzatori sarebbero decisi a fare trentuno: posizionare il palco a ridosso della Basilica e non al centro della piazza. In questo modo sarebbe lasciato il massimo dello spazio ai manifestanti, esponendosi però al rischio che una partecipazione buona ma non eccezionale possa evidenziare qualche spazio vuoto. Gli organizzatori però hanno i numeri dalla loro parte: 400 mila adesioni su Facebook, oltre 700 pullman organizzati, quattro treni speciali e una nave dalla Sardegna. Definito quindi il percorso del corteo, che partirà alle 14 da piazza della Repubblica, resta da chiudere il programma degli interventi dal palco. Nessuna figura “ingombrante”, ma spazio a persone appartenenti al mondo dell'università, delle professioni (è prevista la partecipazione di una delegazione di dipendenti Eutelia) e della cultura, con gli interventi di Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovadia, Roberto Vecchioni e Ascanio Celestini.

 

Intanto i promotori della manifestazione lamentano la copertura deficitaria data al No B. Day da parte della televisione di stato. Un sit in davanti la sede Rai di viale Mazzini ha chiesto ieri ai direttori dei tg di «dare spazio, nei programmi di informazione, alla manifestazione del 5 dicembre». La copertura del No B. Day da parte della Rai è stata anche oggetto di una polemica politica, con diversi esponenti dell'opposizione che hanno chiesto la trasmissione in diretta della manifestazione di sabato. Un simile invito è stato espresso dall'associazione Articolo 21, «perché nella descrizione di questo evento abbandonino i pregiudizi e gli schemi obbligati e provino a raccontare la storia di chi manifesta per difendere lo stato di diritto e la costituzione»». Non basta a chiudere la polemica la risposta del direttore di Rai News 24 Corradino Mineo, che ha garantito la copertura del corteo da parte del canale all news della Rai, affiancandosi quindi alla già prevista diretta del telegiornale di Sky. «È un segnale importante, ma in analoghe circostanze», ha ricordato il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, «la Rai ha garantito la diretta su una delle reti ammiraglie, come nel caso della manifestazione della Pdl contro il governo Prodi nel 2007. C’è una palese discrezionalità da parte dei direttori». Francesco Costa L’U 2

 

 

 

 

Saviano e le 450mila firme all'appello "C'è una grande voglia di partecipare"

 

L'autore di Gomorra a Repubblica tv parla anche del Sud: "Finito in mani sbagliate"

Ai giovani: "Ascoltate, leggete, informatevi. Solo così potrete cambiare le cose"

Il dovere della politica: recuperare la sua credibilità attraverso la lotta alla mafia di GIULIA BELARDELLI

 

ROMA - "La legalità deve essere premessa del discorso politico", per questo è fondamentale che il presidente del Consiglio ritiri la legge sul processo breve, anche detta "norma del privilegio". Lo ha ribadito oggi Roberto Saviano, ospite in videoforum a Repubblica Tv, dove ha parlato di giustizia, legalità, Nord e Sud del Paese, credibilità della politica. Ma anche di se stesso, dei giovani e del suo ruolo di scrittore: un ruolo che gli è costato la libertà, ma nel quale si riconosce ogni giorno perchè "scrivere, raccontare, conoscere è il primo modo per contrastare la criminalità organizzata". E' solo così, secondo Saviano, che sarà possibile cambiare il Paese: "con coraggio e senza eroismi, perchè a volerlo sono i cittadini, la parte onesta dell'Italia".

 

La "norma del privilegio". L'appello di Saviano affinchè il presidente del Consiglio ritiri la norma sul processo breve ha già raggiunto le 453.000 firme: un successo a cui lo scrittore dà un valore ben preciso. "Firmare non è solo aderire - ha spiegato - E' partecipare, aver voglia di decidere: si tratta di una declinazione della democrazia". Per scelta, la lettera si rivolge ad un potere legittimo, quello del premier, chiedendo che la legalità, "premessa di ogni discorso politico", venga mantenuta. "Non ci sono schieramenti di parte, non c'è nessuna ideologia", ha sottolineato Saviano: solo volontà che le leggi vengano rispettate e, soprattutto, che siano uguali per tutti.

 

"La norma sul processo breve rischia di cancellare con un colpo di spugna molti reati legati alla mafia, come quelli ambientali o dei colletti bianchi", ha detto l'autore di Gomorra. "Tutti vogliamo una giustizia più veloce, ma non è questa la stada giusta".

 

Sud e politica. Per essere credibile, la politica deve impegnarsi seriamente nella lotta alla criminalità organizzata. Una missione non facile, visto che "la credibilità della politica è già seriamente compromessa", ha osservato Saviano. "Le amministrazioni sono in grave difficoltà di fronte alle organizzazioni criminali, e il Sud rappresenta il polmone economico del Paese finito nelle mani sbagliate", ha proseguito.

 

Per Saviano, "il cuore dell'Italia batte nella feritoia del meridione, come dimostrano tutti i grandi temi che sono diventati centrali sulla scena internazionale, dalla questione dei rifiuti a calciopoli, dallo scandalo di Noemi a quello delle Asl". A tagliare trasversalmente il Paese sono i capitali mafiosi, che partono dal Sud per arrivare al Nord. "Le mafie non investono al Sud - ha spiegato Saviano - lo rapinano e basta, perchè lì la situazione deve rimanere disagiata, fa comodo che si resti nell'ombra".

 

I giovani. Per quanto riguarda i giovani e la tentazione di andarsene all'estero, Saviano ha detto di condividere l'appello a restare avanzato oggi dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano. "Cedere e restare è il primo principio della speranza - ha detto lo scrittore - perchè andare via vuol dire, da un lato, arrendersi". "Tuttavia - ha proseguito Saviano - non punto il dito contro chi se ne va, perchè salvando la propria vita si salva anche una parte della propria cultura. Spesso chi va via lo fa per non scendere a compromessi: a questo punto, la questione diventa cosa fare per favorire il ritorno".

 

Il consiglio ai giovani che vogliono lottare per cambiare le cose è chiaro: "Ascoltare, leggere, informarsi". Avere voglia di parlare con tutti e di ascoltare tutti: sapere per poter dare il proprio contributo al dibattito. Solo così sarà possibile combattere il cancro della criminalità organizzata e ristabilire la legalità in un Paese "che ha voglia di crederci davvero".

 

"Io, Roberto". Saviano ha poi risposto alle numerose domande arrivate alla redazione: 330 messaggi in diretta e moltissime e-mail. A quanti lo vorrebbero in politica, ha risposto con un no: "Sono uno scrittore, non saprei fare il politico, non ho esperienze organizzative". A chi si interroga sulle difficoltà di una vita sotto scorta, Saviano ha confessato di essere stanco, di avere "dubbi tutte le mattine", di "sentirsi in colpa" soprattutto verso i membri della sua famiglia, costretti a pagare quotidianamente il peso di azioni non loro.

 

Per non parlare delle continue diffamazioni, di quanti lo "vorrebbero in ginocchio" e lo accuseranno - come lo ha avvertito il noto scrittore Salman Rushdie - "di non essere morto". E ancora, la sofferenza del fratello, che deve nascondere la sua parentela "come se fosse una vergogna", o l'impossibilità di avere una relazione sentimentale "normale", al di là di "incontri blindati". Eppure mai, ha assicurato, si è pentito della sua scelta: raccontare la realtà per resistere, per cambiare e trasmettere questa volontà agli altri. A quanto pare, una missione che gli sta riuscendo molto bene.  LR 3

 

 

 

Donne, giovani e tanti «piccoli»

 

Pur largamente prevedibili, gli ultimi dati Istat sulle forze di lavoro fanno un certo effetto: erano anni che il numero di persone in cerca di occupazione non superava i due milioni, l'8% in termini relativi. È vero che siamo ancora al di sotto della media Ue (9,3%). Preoccupa però la composizione interna della nostra disoccupazione, che colpisce con intensità crescente le donne e i giovani. Il modello della «flessibilità senza rete di sicurezza» su cui hanno puntato i vari governi a partire dal 1997 mostra oggi tutti i suoi limiti: centinaia di migliaia di lavoratori atipici hanno già perso il posto di lavoro, ampliando quell'esercito di outsider per i quali il nostro sistema di welfare prevede solo qualche briciola. Come hanno documentato le inchieste di Dario Di Vico, tra le fila di questo esercito sta finendo anche un numero crescente di lavoratori in passato relativamente «sicuri»: artigiani, piccoli produttori, persino alcune figure di liberi professionisti. Grazie alla Cassa integrazione, l'occupazione delle imprese di medie e grandi dimensioni ha retto sinora abbastanza bene. Ma per uscire dalla crisi il sistema produttivo italiano ha intrapreso un percorso non facile di ristrutturazione, che avrà effetti diffusi e prolungati sui livelli occupazionali di tutti i settori.

Che fare? Il primo e più urgente obiettivo non può che essere la gestione dell'emergenza, attraverso un potenziamento degli ammortizzatori sociali anche tramite ulteriori deroghe volte a sostenere il reddito delle categorie più deboli. Il governo sembra pronto a muovere in questa direzione già con la Finanziaria ora all'esame del Parlamento. Dato il carattere chiaramente strutturale della crisi in atto, vi sono però almeno due altri passi da compiere, dopo un rapido ma articolato esercizio di progettazione istituzionale. Il primo passo è una riforma organica della nostra politica del lavoro, finalmente capace di realizzare quella combinazione tra misure attive e passive di salvaguardia dell’occupazione che è diventata la norma nei principali Paesi Ue. Tra i tanti traguardi mancati della strategia di Lisbona, questo è stato forse il più clamoroso e dannoso: dobbiamo recuperare al più presto il terreno perduto.

Il secondo e più difficile passo è l'individuazione (e poi l'avvio) di un percorso di riconfigurazione del nostro modello economico e sociale per adeguarlo ai nuovi parametri del dopo crisi. Quando inizierà la ripresa, l'Italia rischia di ricadere nella trappola di una crescita (peraltro modesta) senza occupazione, come già avvenne durante lo scorso decennio. Anche altri Paesi europei corrono questo rischio, ma lì il lavoro di progettazione è già ben avviato. L'Unione europea sta scaldando i motori di una nuova strategia decennale volta a creare un’«economia più intelligente, più interconnessa e più verde »: l'obiettivo è proprio quello di rilanciare la competitività e insieme l'occupazione nel nuovo quadro globale.

A chi ha perso il posto di lavoro e fa fatica ad arrivare a fine mese, un dibattito come questo può suonare come una poco utile fuga in avanti. Senza progetti di largo respiro e senza riforme, il dramma della disoccupazione rischia però di avvitarsi in una spirale di impoverimento e declino collettivo, con effetti di lungo periodo e forse irreversibili.  Maurizio Ferrera CdS 2

 

 

 

 

Tribunale blindato per Spatuzza attesi 200 giornalisti da tutta Europa

 

Domani interrogato il pentito che indica Berlusconi come "referente" della mafia stragista - La Procura di Firenze chiede la protezione: per noi è attendibile

di ETTORE BOFFANO

 

TORINO - Quando il furgone blindato transiterà davanti al portone d'ingresso, Gaspare Spatuzza potrà scorgere la targa della strada di Torino che ospita il Palazzo di Giustizia: via Falcone e Borsellino. E sarà dunque lì, in quel luogo intitolato alla memoria più tragica dell'antimafia, che domani mattina il pentito ripeterà davanti alla corte d'Appello di Palermo le sue verità su Marcello Dell'Utri e sulle stragi mafiose. Le stesse che hanno già messo assieme le mille pagine di verbale inviate dalla procura di Firenze alla corte palermitana assieme al testo dei confronti tra Spatuzza e i suoi ex capimandamento di Brancaccio, Filippo e Giuseppe Graviano.

 

La corte, presieduta da Claudio dall'Acqua, è in trasferta a Torino per motivi di sicurezza legati proprio a questa deposizione che ha sconvolto i tempi del processo: la sentenza era prevista per fine anno e in primo grado Dell'Utri era stato condannato a 9 anni per concorso esterno in Cosa Nostra. Una decisione che ha imposto agli uffici giudiziari piemontesi una rapida riorganizzazione dell'intero Palazzo (intitolato a un'altra vittima della mafia, il procuratore capo di Torino Bruno Caccia): ieri sera, alla procura generale erano già arrivati 102 tra e-mail e fax per l'accredito di altrettanti giornalisti. Carta stampata e soprattutto tv, anche dalla Francia, dalla Germania e dall'Inghilterra: entro domani, però, quel numero potrebbe raddoppiare.

 

E mentre a Firenze la procura chiede il regime di protezione definitiva per Spatuzza ("Se noi abbiamo fatto la richiesta che ha dato adito al regime provvisorio e lo abbiamo ritenuto attendibile - ha commentato il procuratore capo Giuseppe Quattrocchi - pensate che lo lasciamo appeso e non chiediamo il regime definitivo?"), nel capoluogo subalpino si succedono le riunioni. L'ultima è di ieri mattina, guidata dal procuratore generale Marcello Maddalena: polizia, carabinieri, polizia penitenziaria e vigili urbani.

 

 

La sede scelta per il dibattimento è la "maxiaula 1", una delle tre strutture sotterranee allestite per i superprocessi. La stessa che ha già ospitato l'appello del "delitto di Cogne", il processo contro i vertici della Thyssen Group e quello per le vittime dell'Eternit (un record europeo, con migliaia di parti civili): e proprio l'esperienza nell'organizzazione di grandi eventi giudiziari avrebbe determinato la "trasferta" da Palermo. L'aula è rivestita di legno chiaro, lo stesso degli arredi: a destra ci sono le gabbie per gli imputati con i vetri antiproiettile. Tutta la tribuna del pubblico sarà riservata ai giornalisti e, se ci sarà anche una forte affluenza di curiosi, saranno allestiti collegamenti in teleconferenza nella seconda maxiaula. Per il momento, però, sono solo due le richieste di accreditamento del pubblico: quelle di uno studente di giurisprudenza e di un pensionato.

 

Alle 8 del mattino, giornalisti e cittadini comuni potranno cominciare a passare i controlli al metal detector del varco d'ingresso principale. Oltrepassata però la porta della maxiaula, ogni decisione sulla sicurezza dipenderà dal presidente e dal sostituto procuratore generale, Antonino Gatto. Autorizzando, ad esempio, le eventuali riprese tv, anche se Spatuzza parlerà al microfono nascosto da un paravento. A partire già da questa sera, sarà bloccata la corsia sud di via Cavalli, la strada che costeggia le maxiaule sotterranee. LR 3

 

 

 

 

Il CARSE preoccupato per la caduta di attenzione della politica siciliana nei confronti dei corregionali all’estero

 

  PALERMO - Preoccupate per la bozza di bilancio di previsione 2010 e per la finanziaria regionale, le associazioni aderenti al Coordinamento delle Associazioni regionali dell’emigrazione (CARSE), hanno constatato in una riunione presso la sede dell’USEF di Palermo presieduta da Salvatore Augello una totale caduta di attenzione della politica siciliana nei confronti dei siciliani all’estero, che mentre si aspettano risposte alle loro problematiche si ritrovano con una previsione di bilancio che decreta pressoché la chiusura totale del settore.

  Una bozza di bilancio di gran lunga peggiore di quella dell’anno 2009, che poi le associazioni sono riuscite a smontare. Si azzera infatti tutta la parte relativa alla Consulta ed alla Conferenza regionale dell’emigrazione. Si chiude anche tutta la partita relativa alle associazioni regionali. Il 90% dei capitoli di bilancio si ritrovano con accanto la dicitura “soppresso”, senza una spiegazione logica da fornire sia alle associazioni che alle comunità all’estero.

  Dopo la riunione le associazioni si sono spostate all’Assemblea regionale dove hanno incontrato alcuni presidenti dei gruppi parlamentari, Musotto (Mpa) e Cracolici (Pd), il segretario regionale del Pd Lupo ed altri parlamentari. Ad essi sono stati illustrati i motivi della preoccupazione del Coordinamento ed il ruolo che queste associazioni hanno assolto e debbono ancora assumere se si vuole portare avanti un minimo di politica in direzione dei siciliani all’estero.

  Al fine di raggiungere risultati concreti, è stata chiesta una audizione in commissione per spiegare l’importanza del lavoro svolto, la necessità che la Regione, invece di eliminare le leggi esistenti, legiferi dando vita a strumenti nuovi e più aderenti alla realtà.

  “Con questi obiettivi - dichiara Salvatore Augello - il CARSE si presenta alla Commissione Bilancio della Regione Sicilia, per fare valere questi principi, per fare sentire la voce di milioni di siciliani che aspettano di vedere una politica che si ricordi di loro in senso positivo e costruttivo”. (Inform)

 

 

 

 

 

La prima giornata di "Migranti", la conferenza regionale sull’immigrazione promossa dalla Calabria.

 

Cosenza - Si è svolta martedì, nel Salone del Palazzo della Provincia di Cosenza, la prima giornata di "Migranti", la conferenza regionale sull’immigrazione promossa dalla Regione Calabria.

A seguire i lavori della conferenza amministratori, politici, rappresentanti dell’associazionismo e delle forze sociali, ma anche gente comune e un gruppo di testimoni d’eccezione: una ventina di bambini ucraini, filippini, romeni, brasiliani, cresciuti, o addirittura nati in Calabria, a rappresentare un multiculturalismo che già esiste e attende solo di essere notato, promosso, salvaguardato.

Ed è proprio questa l’intenzione dichiarata della due giorni di incontri organizzata dalla Regione e fortemente voluta dal presidente, Agazio Loiero, e dall’assessore alle Politiche sociali, Mario Maiolo: parlare di immigrazione, discutere su come gestire al meglio un fenomeno in crescita, che è destinato a cambiare il volto delle comunità.

"La Regione - ha detto l’assessore Maiolo - deve non solo garantire agli immigrati il rifugio e l’accoglienza, ma anche consentire pari opportunità di accesso alla casa, al lavoro (quello regolare) e creare le condizioni di mediazione ed integrazione culturale".

"Proprio per questo - ha continuato Maiolo - abbiamo voluto questa conferenza regionale, per promuovere una conoscenza vera del fenomeno migratorio, scevra da pregiudizi e aperta alla diversità intesa come ricchezza e risorsa. La legge sull’accoglienza, voluta da questa Giunta e dal suo Presidente, ha posto le basi per attuare una politica di accoglienza vera, fatta non di proclami, ma di azioni concrete. Adesso, sulla base solida di questa legge apprezzata anche in campo internazionale, possiamo fare qualcosa di tangibile che faccia bene ai migranti, che da tutto il mondo vengono in Calabria e scelgono di vivere nella nostra regione, e ai calabresi stessi".

"È un progetto ambizioso - ha concluso l’assessore - ma realizzabile, con gli strumenti propri dell’amministrazione pubblica, e attraverso la creazione di una rete di soggetti attivi nel volontariato che contribuiscano a creare un sistema che, a partire dal Piano dei servizi sociali, fornisca a queste persone le pari opportunità alle quali aspirano e la medesima possibilità di accedere ai servizi che è garantita ai loro concittadini calabresi di nascita".

Insieme a Mario Maiolo, al tavolo della conferenza, erano presenti la dirigente generale del dipartimento Politiche Sociali, Marinella Marino e l’arcivescovo Graziani, che ha parlato del valore etico dell’accoglienza. Sono poi intervenuti, nel corso della giornata, rappresentanti del Cnr, della Fondazione Field, del Consiglio italiano dei rifugiati, dell’Onc; e ancora, amministratori e rappresentanti delle istituzioni provenienti dall’Italia (dalla Regione Sicilia, ad esempio), ma anche dalla Spagna (da Madrid e Valencia) e Mimmo Lucano, sindaco di Riace, protagonista della straordinaria storia di integrazione che il maestro Wim Wenders ha voluto raccontare nel suo ultimo lavoro, il cortometraggio "Il Volo", opera cofinanziata dalla Regione Calabria.

"La legge 18 del 2009, la legge sull’accoglienza, è un punto di partenza importantissimo - ha detto la dirigente generale Marinella Marino - un’iniziativa legislativa unica in Italia su questo argomento. Oggi ci confrontiamo anche con altre esperienze per imparare ancora qualcosa su questo argomento complesso ed essere così certi di sfruttare al meglio le grandi opportunità che a queste tematiche vengono offerte dal Fondo sociale europeo. È importante che oggi si capisca che rendere i migranti visibili vuol dire fare del bene a noi stessi, mettendoci in gioco, eliminando quel muro artificiale che spesso interponiamo fra noi e questi cittadini per affrontare a viso aperto una tematica che nei prossimi anni diventerà sempre più importante". (aise) 

 

 

 

Antonio Peragine (CRATE) chiede l’istituzione della “Giornata dei Pugliesi nel Mondo”

 

  BARI - Antonio Peragine, presidente del CRATE, ha chiesto al presidente della Giunta regionale Nicki Vendola, all’assessore alle Politiche migratorie Elena Gentile e al presidente del Consiglio regionale Pietro Pepe l’istituzione della “Giornata dei Pugliesi nel Mondo”.

  Una Giornata  che sia un'occasione di ricordo dei caduti pugliesi all’estero militari e civili, nonché di incontro per rinsaldare i sentimenti di pugliesità e comunicare un messaggio fraterno di unità regionale: “la Puglia è  una ed unica dentro e fuori i confini regionali”.

  Con la “Giornata dei Pugliesi nel mondo” si mira anche potenziare e consolidare il rapporto della Regione Puglia con i giovani emigrati pugliesi, al fine di evitare la dispersione del patrimonio etnico, culturale e linguistico, consentendo la continuità delle tradizioni pugliesi degli usi e costumi, appunto attraverso interventi di grande spessore promozionale. 

  Il CRATE ha sempre evidenziato la necessità di un diverso e più solidale modo di porsi della società pugliese e delle sue Istituzioni nei confronti dei propri figli lontani; rapporto che sarà tanto più produttivo quanto più sarà diffusa la conoscenza del fenomeno, le sue conseguenze sui singoli e sulle collettività, le prospettive  positive che, con maggiore attenzione, possono concretizzarsi.

  Oltre 400 mila corregionali vivono all’estero, considerando soltanto coloro che sono ancora in possesso della cittadinanza italiana: se si aggiungono agli "oriundi" ammontano a qualche milione; 300-350 mila risiedono nelle altre Regioni italiane; qualche decina di migliaia nei paesi del Terzo Mondo in via di sviluppo anche alle dipendenze di imprese nazionali.

  Peragine ha invitato pertanto i vertici della Regione a voler considerare la richiesta di istituire la “Giornata dei Pugliesi nel Mondo” il giorno 13 luglio di ogni anno, data della nascita della Regione Puglia. (Inform)

 

 

 

 

 

Raus aus dem Migrantenstadl

 

Schreiben ist Heimat: die deutsche Einwandererliteratur, die Sprachwechsler – und der 25. Chamisso-Preis - Von Katrin Hillgruber

 

Im Allerheiligsten herrschen 18 Grad Celsius und 50 Prozent Luftfeuchtigkeit. „Weiße Handschuhe“ steht in gestochener Schrift auf einem der unzähligen Archivkästen in den Marbacher Kellergewölben. Die ehrwürdige Schillerhöhe wird immer weiter unterkellert. Zurzeit ist das Deutsche Literaturarchiv fieberhaft damit beschäftigt, Platz für die ungefähr 35 000 Bände zu schaffen, die vom Suhrkamp-Verlag erwartet werden. Das Objekt, nach dem die Bibliothekarin Jutta Bendt greift, ist blassrot – ein unscheinbares Konvolut von 1983 mit dem Titel „Ein Gastarbeiter ist ein Türke“, herausgegeben vom GÜV, dem „Gastarbeiter-Überwachungs- und Verwaltungsrat“.

 

Der Trotz der frühen Jahre: Franco Biondi muss lachen, als er das Buch wiedersieht, das er einst mit dem aus Damaskus stammenden Rafik Schami herausgab. Biondi kam 1965, Schami 1971 als Fabrikarbeiter nach Deutschland. Schami studierte später Chemie in Heidelberg, Biondi, 1947 in Forlì in der Emilia Romagna geboren, holte das Abitur nach, engagierte sich im „Werkkreis Literatur der Arbeitswelt“ und war Mitbegründer der Literaturgruppe „Südwind Gastarbeiterdeutsch“. Er studierte Psychologie und ist heute als Familientherapeut und Schriftsteller in Hanau tätig. In seinem Roman „Die Unversöhnlichen oder Im Labyrinth der Herkunft“ erzählt er von der Entfremdung eines Ausgewanderten von seiner Heimat.

 

„Ich lebe mit der italienischen und der deutschen Kultur, nicht dazwischen“, umreißt Biondi seinen Standpunkt. Seine Biografie ist wie die Rafik Schamis typisch für die erste „Gastarbeiter“-Generation – die beiden erhielten 1987 und 1993 den Adelbert-von-Chamisso- Preis für auf Deutsch schreibende Autoren aus anderen Ländern. Die Preisträger 2009 sind der Masure Artur Becker (15 000 Euro) und, mit Förderpreisen bedacht, María Cecilia Barbetta aus Argentinien sowie Tzveta Sofronieva aus Bulgarien (je 7000 Euro). Die drei hatten verschiedene Zugänge zum Deutschen: Barbetta, Autorin des fantastisch angehauchten Romans „Änderungsschneiderei Los Milagros“, besuchte in Buenos Aires einen deutschen Kindergarten; die Physikerin Tzveta Sofronieva lernte Deutsch an der Uni; Artur Becker kam als Sohn einer polnisch-deutschen Familie mit 17 nach Verden an der Aller.

 

In den letzten Jahrzehnten haben sich die Lebensläufe der Migranten stark gewandelt, was die von Harald Weinrich und Irmgard Ackermann vor 25 Jahren initiierte und von der Robert-Bosch-Stiftung getragene Auszeichnung seismografisch belegt. Das von der Stiftung und dem Marbacher Literaturarchiv veranstaltete Symposium zum Jubiläum des Preises fand nun ausgerechnet an dem Wochenende statt, an dem der Schweizer Volksentscheid gegen den Bau von Minaretten auch hier Schlagzeilen machte. Die Frage nach Selbstbehauptung und kultureller Integration ist aktueller denn je.

 

Rund 15 Millionen Migranten leben heute im Einwanderungsland Deutschland. Außer den Gastarbeitern kamen Spätaussiedler aus Osteuropa, Kriegs- und Bürgerkriegsflüchtlinge aus aller Welt. Das Konzept einer Nationalliteratur, wie es den Gebrüdern Grimm vorschwebte, ist spätestens seit 1989 passé. Wie kompliziert die Angelegenheit sein kann, wird deutlich, wenn man an die Literaturnobelpreisträgerin Herta Müller denkt: Als Banater Schwäbin und Rumäniendeutsche schreibt sie auf Deutsch – und doch ist ihre Muttersprache anders als die ihrer bundesrepublikanischen Leser.

 

„Chamisso – Wohin?“ Auf die Titelfrage des Symposiums hätte der französische Adelige Adelbert von Chamisso (1781–1838) auf der Flucht vor der Französischen Revolution erst einmal „Berlin“ geantwortet, von wo aus er zu einer dreijährigen botanischen Expedition in den Pazifik und die Arktis aufbrach. Chamisso war ein prominenter Sprachwechsler ins Deutsche: Seine großen Werke wie „Peter Schlemihls wundersame Geschichte“ verfasste er nicht in der Muttersprache Französisch, sondern in seiner Zweitsprache. Stolz nannte er sich einen „Dichter Deutschlands“ – weshalb der seit 1985 vergebene Preis für deutschsprachige Migrantenliteratur nach ihm benannt ist. Erster Preisträger war der türkische Schriftsteller, Dramaturg und Schauspieler Aras Ören.

 

Auf der Marbacher Tagung kritisiert der Mainzer Germanist Dieter Lamping das bis heute virulente „ius sanguinis“ bei der Definition deutscher Literatur, wie Thomas Mann sie vertrat. Das „Erstaunlichste“ an Chamisso, schrieb Mann 1911, sei, „dass das poetische Werk eines Ausländers im Erdreich der deutschen Sprache so glücklich Wurzeln zu schlagen vermochte“. Ein Lob mit „Gerüchle“, so Lamping.

 

Nicht nur er beklagt, dass die Literatur von Autoren nichtdeutscher Muttersprache lange zur kleinen Fach-Schwester „Deutsch als Fremdsprache“ abgeschoben worden sei. Auch die in Bremen lehrende Italienerin Immacolata Amodeo betont den Unterschied zu Kolonialnationen wie Frankreich, wo die „littérature beure“ zum Kampfbegriff wurde, oder zu Großbritannien mit seiner reichen Tradition der „postcolonial literature“.

 

Auftritt Ilija Trojanow. Der 1965 in Sofia geborene, in Deutschland und Kenia aufgewachsene, zwischen Indien und Wien pendelnde „Weltensammler“ (so der Titel seines letzten Romans) geht in seiner Eröffnungsrede mit der Chamisso-Literatur und den Germanisten hart ins Gericht. Diese klopften munter „seit Jahrzehnten ihren liebgewordenen Kelim aus und es purzeln die Begriffe nur so heraus: ‚Literatur von Ausländern‘, ‚Gastliteratur‘, ‚eine deutsche Literatur von außen‘ und – mein absoluter Liebling – ‚eine nicht nur deutsche Literatur‘“. Ihm selbst, dem interkontinentalen Nomaden, habe der Chamisso-Preis die Gewissheit vermittelt, sich auf jeder Bühne beweisen zu können, „nicht nur im Migrantenstadl“.

 

Trojanow, der keine Geringeren als Ovid und Joseph Conrad als seine Vorbilder nennt, liest den Akademikern die Leviten: „Von Anfang an haftete diesem Diskurs etwas Provinzielles, Hausbackenes an, geschuldet der bundesrepublikanischen Hinterhöfigkeit.“ Er hoffe jedoch, schließt Trojanow versöhnlich, dass „diese Literatur die Rolle übernommen hat, die einst der deutsch-jüdischen Literatur zukam, denn beide sind beseelt von einer weltoffenen, vielschichtig geprägten Intellektualität“.

 

Ein türkisches Sprichwort lautet: „Die Muttersprache ist die Haut des Menschen, die Fremdsprache ist das Kleid, das wir tragen.“ Bund und schillernd kann dieses Kleid sein, deshalb wollen die Chamisso-Preisträger nicht durch eine noch so ehrenvolle Auszeichnung als Exoten etikettiert werden. Der an der Technischen Universität Dresden lehrende Germanist Walter Schmitz betrachtet es als eine Hauptleistung des Preises, dass er die Debatte um Sprachwechsler lebendig hält. Schmitz hat ein Handbuch herausgegeben, „Migrationsliteratur im deutschsprachigen Raum seit 1945“, ein ehrgeiziges, grundlegendes Kompendium, das nächstes Jahr erscheinen soll. Bis jetzt umfasst es 234 Namen.  Tsp 1

 

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