WEBGIORNALE  7-8  dicembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Una dichiarazione congiunta del presidente Napolitano e del presidente tedesco Köhler 1

2.       Immigrazione. Integrare con regole flessibili 1

3.       Clima,  un Vertice per salvare la Terra  1

4.       La nuova guerra mondiale  2

5.       La Conferenza sul clima. Non giochiamo con il fuoco  3

6.       Successi e contraddizioni nella lotta alla mafia  3

7.       Sui minareti un inatteso risultato  3

8.       Nuovi artisti italiani alla Infantellina Contemporary di Berlino  4

9.       All’IIC di Monaco di Baviera proiezione del film »Un giorno perfetto«  4

10.   Il dibattito del Cgie  sulla riforma degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero  4

11.   La Plenaria del Cgie approva un odg per il rinovo dei Comites nel 2010 e con la vecchia legge  5

12.   L’intervento di Laura Garavini all’Assemblea Plenaria del CGIE  6

13.   Assemblea Plenaria del Cgie. Le relazioni dei presidenti delle Commissioni tematiche  6

14.   Il segretario generale Elio Carozza fa il punto sulle diverse audizioni del Cgie  7

15.   Incontro tra il Ministro degli Esteri Franco Frattini sul tema della riforma del MAE  7

16.   Trattato di Lisbona,  per un'Europa più efficiente  8

17.   Clima, la sfida di Copenhagen  8

18.   Ogni nazione deve fare la sua parte  9

19.   Dall’Italia altri mille soldati per la guerra ai talebani 9

20.   Militari italiani in Agghanistan. Una prova di maturità  9

21.   Missioni militari. Le ragioni italiane e quelle degli altri 10

22.   Finanziaria 2010 e politiche per gli italiani all’estero  10

23.   Bersani: «Berlusconi si avvia al tramonto. Ora il Pd deve avere un suo profilo»  11

24.   Processo Dell'Utri, Spatuzza in aula: «Graviano mi parlò di Berlusconi»  11

25.   Quella «piccola spada» sul potere  12

26.   Doveri della politica e della magistratura. Tutti i dubbi (ragionevoli) 13

27.   Perché Cosa Nostra fa la guerra al Cavaliere  13

28.   Ragazzi e Italia. Il contesto sbagliato, l’orgoglio da ritrovare  14

29.   Presentato il Rapporto Censis 2009  15

30.   L'Economist boccia Silvio come nel 2001. "Troppi guai, è ora di dare le dimissioni"  15

31.   La finzione della società civile  16

32.   De Rita: "Occorre costruire un soggetto collettivo, non c'è la politica, ma solo potenti che si agiscono”  16

33.   Cosenza: donna tedesca trovata  morta in autostrada  17

34.   Quando gli italiani emigravano in Africa. Un libro “Italiani in Kenya  17

35.   Cgie: prima di chiudere i Consolati se ne discuta in parlamento  18

36.   Gli auguri ai corregionali dell’Associazione Piemontesi nel Mondo  18

37.   Tremaglia chiude i lavori della plenaria del Cgie  18

 

 

1.       Proteste in Italien. Massen-Flashmob gegen Berlusconi 18

2.       Rom. Hunderttausende demonstrieren gegen Berlusconi 19

3.       Italien. Die Aussage des Mafioso  19

4.       Schwere Anschuldigungen. Mafia-Kronzeuge stellt Berlusconi an den Pranger 19

5.       Italien. Sprengstoff für den Cavaliere  20

6.       Perugia: Urteil im Fall Amanda Knox. Engel voller Schuld  21

7.       Mordprozess in Italien. Im Zweifel gegen den "Engel mit den Eisaugen"  21

8.       Cosa Nostra. Italienische Polizei nimmt zwei Mafia-Bosse fest 22

9.       Deutsche erstochen an italienischer Straße gefunden  22

10.   Berlin. Italienische Grandezza  22

11.   Staatsministerin Maria Böhmer: "Bildungspaten geben jungen Migranten bessere Startchancen"  23

12.   Menschenrechtler, „Behörden schicken Flüchtlinge in Irak zurück“  23

13.   Innenministerkonferenz. Bleiberecht verlängert 23

14.   Einwanderung. In Europa wächst Skepsis gegenüber Migranten  24

15.   Klimagipfel. Wie Kopenhagen ein Erfolg würde  24

16.   Reinhard Loske über Klima und Wirtschaft. "Es geht um einen Kulturwandel"  25

17.   Vor dem Gipfel. Klima-Gate  26

18.   Truppenverstärkung in Afghanistan. Nato schickt 7000 Soldaten mehr 26

19.   Afghanistan. Amerikas Alleingang  27

20.   Afghanistan: Guttenbergs Kehrtwende. Minister Anstand  27

21.   Schweiz. Die Minarett-Scharia-Gleichung  28

22.   Neue Eskalation in türkischer Kurdenpolitik  29

23.   Schwarz-Gelb - reif für die Eheberatung  29

24.   Wachstumsbeschleunigungsgesetz. Bundestag billigt Steuerpaket 30

25.   Kolumne. Liebe Rechtspopulisten! 30

26.   Urteil zum Sorgerecht. Schluss mit Diskriminierung  31

27.   Staatsministerin Maria Böhmer begrüßt Verlängerung der Bleiberechtsregelung  31

28.   Rechtsextremismus. Vorerst kein NPD-Verbotsverfahren  31

29.   Vom 19. bis 23. April Italien im Rampenlicht der Hannover Messe 2010  32

30.   Köln. Konzert mit dem Trio Siciliano  32

31.   Alfa Romeo. Nachfolger des 147 noch namenlos  33

32.   Italien: Stadtflucht. Venedig sehen und wegziehen  33

33.   Köln. Eröffnung der Ausstellung „Sardinia“  34

 

 

 

 

Una dichiarazione congiunta del presidente Napolitano e del presidente tedesco Köhler

 

"L'Europa impieghi le nuove possibilità del Trattato di Lisbona con lo sviluppo del metodo comunitario"

 

ROMA - Concluso, con l'entrata in vigore, il lungo e faticoso processo di ratifica del Trattato di Lisbona, "si è dunque aperta una fase nuova nella vita dell'Unione Europea, in un contesto mondiale profondamente cambiato e in piena evoluzione". E' questo il punto di partenza della dichiarazione congiunta resa dal presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, e dal presidente della Repubblica federale di Germania, Horst Köhler, al termine dell'incontro svoltosi venerdì al Quirinale.

  "L'Europa - hanno aggiunto i due capi di Stato - può riaffermare il suo ruolo storico solo rafforzando la sua unità, la sua capacità di decisione e di azione, rinnovando e rendendo ancor più efficace il suo modello di crescita sostenibile, di progresso sociale, di democrazia della partecipazione e dei diritti. L'Europa può assumere il ruolo di attore globale sulla scena mondiale solo parlando con una voce unica, solo esprimendo una politica estera e di sicurezza comune. Il primo imperativo consiste nell'impiegare pienamente, concretamente e con coerenza, le nuove possibilità che il Trattato di Lisbona mette a disposizione dell'Unione per fare fronte alle sfide del nostro tempo". Per i Presidenti Napolitano e Köhler "ancora una volta lo sviluppo del processo di integrazione richiede un esplicito ricorso al metodo comunitario, piuttosto che una prassi di accordi intergovernativi".

  "L'effettivo rilancio dell'integrazione europea, la stessa attuazione di politiche comuni già delineate, richiedono - si afferma nella dichiarazione congiunta -più che mai forme di sovranità condivisa, decisioni a maggioranza secondo quel che prevedono e consentono i Trattati vigenti, da ultimo quello di Lisbona, e cooperazioni rafforzate. L'alternativa a questo coraggioso rilancio è un grave rischio di declino, di irrilevanza dell'Europa nel mondo d'oggi".

  "L'impegno della Germania e dell'Italia su queste linee - hanno concluso Napolitano e Köhler - affonda le sue radici nella loro storia di paesi fondatori dell'Europa comunitaria, può contare sull'ininterrotto sostegno che entrambi hanno assicurato per decenni allo sviluppo della costruzione europea, e su una rinnovata collaborazione di idee e di volontà che in quanto Presidenti della Repubblica tedesca e della Repubblica italiana siamo convinti di poter riaffermare facendo affidamento sui nostri governi e sui nostri Parlamenti". (Inform )

 

 

 

 

Immigrazione. Integrare con regole flessibili

 

Il rapporto privilegiato Bossi Berlusconi è una premessa e una conseguenza delle tensioni con Fini. Se, come è probabile, lo scontro recente accentuerà il patto tra i due leader, a farne le spese potrebbero essere gli immigrati. Perché i loro diritti fanno parte di un facile baratto politico. Non se ne torneranno a casa loro, come Bossi ha auspicato di recente.

 

Questo significherebbe il collasso della nostra società e della nostra economia. E troppi produttori e famiglie che votano Lega lo sanno. Il punto è se sarà ancora politicamente possibile adottare provvedimenti che facilitino la loro integrazione. Dopo l’ondata di misure repressive, si tratterebbe di varare qualche misura di inclusione per immigrati operosi e rispettosi della legge, per i loro figli. Il recente sondaggio del Transatlantic Trends sull’immigrazione conferma che gli italiani giudicano gli immigrati troppi e in prevalenza irregolari. Non conoscono i dati reali ed hanno paura. Ma nonostante i timori e le campagne contro sono ancora favorevoli a concedere diritti agli immigrati regolari. Su questa linea di integrazione dei regolari, nel Pdl sono posizionati non solo i finiani, ma anche una parte di ex socialisti e di cattolici. C’è per loro ovviamente ben di più di una sponda nell’opposizione. Ma il carattere trasversale di alcune proposte pro immigrati è stato considerato, all’interno della maggioranza, come un regalo al nemico.

 

Il fatto è che riformare la cittadinanza o estendere il diritto al voto locale significa riformare le regole del gioco democratico. Si stabilisce, infatti, chi ha diritto a partecipare al gioco: esattamente come quando si decise per il voto alle donne o ai diciottenni. Di fatto, tutte le riforme della cittadinanza dal 1992 ad oggi sono state approvate all’unanimità e nessuno ha mai gridato al tradimento. La sola eccezione ha riguardato l’innalzamento degli anni di matrimonio con un cittadino italiano necessari per naturalizzarsi, norma inserita nel pacchetto sicurezza. Peraltro questa misura era già inclusa nel progetto di riforma della cittadinanza dell’ultimo governo di centro-sinistra, anche se ovviamente non da sola. Insomma, un ampio consenso, come è sempre successo in passato, si può trovare, purché i diritti degli immigrati non siano oggetto di baratto tra Lega e presidente del Consiglio. Se si evita, come è auspicabile, questa trappola, si possono trovare soluzioni sensate. Ma lo si può fare solo partendo da un’onesta conoscenza dei fatti.

 

In Italia non è solo l’opinione pubblica ad avere opinioni infondate. Il voto locale agli immigrati può non piacere, ma non lo si può considerare - come ha fatto di recente il senatore Bossi - un’assurdità. Perché, nelle elezioni amministrative, in Italia gli immigrati comunitari (quindi ad esempio i romeni) già votano e i non comunitari votano in un sacco di civilissimi Stati europei: ad esempio in tutti i Paesi scandinavi e in Olanda. Si aggiunga che secondo il sondaggio di Transatlantic Trends il 53% degli italiani si dichiara tuttora favorevole al voto locale. Neppure si può considerare un’ignominia la proposta di abbassare i tempi di attesa per fare domanda di naturalizzazione a cinque anni di residenza regolare, perché è il termine più frequentemente adottato in Europa. Si tratta di cose sapute e risapute, da chi le vuole sapere, ovviamente. D’altra parte, in molti Paesi europei si osserva una crescente selezione dei potenziali cittadini e pure dei possibili residenti attraverso l’adozione di indicatori di integrazione.

 

Il timore di includere individui pericolosi per l’ordine pubblico, suscitato dagli attentati in Inghilterra, in Olanda, in Spagna, la volontà di accogliere stranieri più facili da inserire socialmente hanno spinto molti Paesi a introdurre corsi più o meno obbligatori e test di integrazione e di lingua, giuramenti di accettazione di valori condivisi anche prima di arrivare alla tappa conclusiva della cittadinanza: per la concessione della carta di soggiorno, per il rinnovo e persino per il rilascio del permesso e pure per i ricongiungimenti familiari. Il test di lingua è previsto per la domanda di permesso di soggiorno di lungo periodo anche da noi: è stato inserito dalla legge sicurezza approvata nel luglio scorso. Questo tipo di provvedimenti ispirati da giustificate motivazioni politiche dovrebbe essere guidato da principi di ragionevolezza. Si tratta insomma di individuare criteri flessibili ed adattabili a circostanze diverse: la nonna cinese non imparerà mai un italiano da conferenziere, ma vogliamo obbligarla a rinnovare faticosamente per lei e per i nostri uffici il permesso dopo che sta già qui da svariati anni? E’ possibile trovare punti di incontro, purché i conti delle attuali tensioni interne alla maggioranza non vengano presentati agli immigrati.  GIOVANNA ZINCONE LR 4

 

 

 

 

 

Clima,  un Vertice per salvare la Terra

 

Obama annuncia: voglio esserci per la firma finale - di FLAVIO POMPETTI

 

NEW YORK - Barack Obama ha cambiato il programma di viaggio: non andrà più al summit di Copenhagen sull’emergenza climatica il prossimo martedì, ma dieci giorni dopo: il diciotto di dicembre. Lo spostamento è carico di significato simbolico: il presidente americano non farà una semplice visita di cortesia in apertura dei lavori e sulla strada di Oslo, dove lo aspettano gli allori del premio Nobel per la pace. Siederà invece con gli altri cento capi di stato in quella che potrebbe essere la vigilia della firma di un accordo, già definito la decisione più importante che la comunità internazionale è chiamata a prendere dalla pace di Yalta in poi.

La stessa Casa Bianca fa notare il diverso impatto che la presenza di Obama avrà sulla conferenza, ma allo stesso tempo fonti interne dell’amministrazione ammoniscono contro gli eccessi di ottimismo. E’ molto poco probabile che l’incontro di Copenhagen possa produrre un patto vincolante. Nella migliore delle ipotesi il summit servirà a stipulare un accordo politico tra i Paesi, e a fissare una data successiva per la firma di un vero trattato che rimpiazzi quello di Kyoto. Se la prima tappa dovesse essere raggiunta, la misura del successo sarà data dal numero dei consensi raccolti intorno al documento. Nelle ultime settimane sono arrivati segnali incoraggianti dalle cancellerie di Pechino e di Dehli, che lasciano sperare un allineamento anche da parte dei maggiori Paesi in rapido sviluppo, i quali hanno più da temere una legislazione vincolante nelle emissioni di Co2. Uno dei punti cruciali del negoziato che sta per essere avviato è la costituzione di un fondo per aiutare i Paesi più poveri a ridurre l’effetto serra. Si parla di 10 miliardi di dollari, la cui ripartizione tra i Paesi firmatari sarebbe senz’altro facilitata dalla presenza degli Stati Uniti tra i promotori.

Obama è confortato da un voto espresso dalla Camera la scorsa estate, che fissa limiti stringenti per le emissioni negli Usa. Ma al senato la stessa legge è arenata per via dell’opposizione dei repubblicani, 20 tra i quali gli hanno mandato una lettera lo scorso venerdì per ammonirlo contro la tentazione di prendere impegni a nome del Paese, senza l’appoggio solidale dell’intero Congresso. Negli ultimi giorni il dibattito si è arroventato con la rivelazione di uno scambio di corrispondenza elettronica tra l’università inglese di East Anglia e alcuni esperti di climatologia negli Usa. Nei messaggi rubati da un “hacker” si parla di “trucchi” da applicare ai dati delle ricerche, e delle strategie per isolare le voci del dissenso. Dopo la decisione del direttore della ricerca di East Anglia, Phil Jones, di autosospendersi, la Camera del Congresso americano ha tenuto venerdì un’udienza nella quale gli scienziati chiamati a testimoniare hanno minimizzato l’entità dello scandalo che i blog degli scettici avevano già battezzato: “climategate”. “Trucco” sarebbe un termine in gergo per definire i possibili rimedi all’effetto serra, e l’ostracismo contro il dissenso una semplice necessità di chiarezza sull’argomento. Nel frattempo giovedì scorso a Los Angeles il governatore Schwarzenegger ha mostrato un programma elettronico che la Google ha sviluppato per lo stato della California, ma che presto sarà disponibile a tutti gli utenti della rete. Mostra gli effetti che il sollevamento delle acque del Pacifico potrebbe avere nel giro di un secolo, con l’aeroporto di San Francisco completamente sommerso, e mezzo milione di abitanti minacciati dalle inondazioni. IM 6

 

 

 

La nuova guerra mondiale

 

Gli scienziati più preveggenti, quando descrivono l’evoluzione possibile dello sconquasso climatico, parlano di guerra. Guerre tra Stati, per metter le mani su acqua, combustibili, metalli scarseggianti. E poi una guerra più enorme, mai vista, nella quale siamo già immersi come responsabili e vittime. Una guerra che impone revisioni radicali: nel modo in cui viviamo, pensiamo, diciamo; nell’idea che ci facciamo della democrazia, dell’economia. Michel Serres, il filosofo francese che insegna a Stanford, parla di guerra mondiale, un termine apparentemente noto ma che per lui significa tutt’altro: questa volta il conflitto è mondiale perché ha per protagonisti l’umanità e il nostro pianeta, il mondo. Un conflitto anomalo, non tra Stati. L’immagine evocata da Serres è quella dei due uomini di Goya che lottano fino allo stremo.

 

Inutile domandarsi chi avrà la meglio, nel mortale accapigliamento. I volti striati di sangue, i duellanti hanno i piedi conficcati nelle sabbie mobili. Non ci sono vincitori, se non le sabbie mobili che inghiottiranno l’uno e l’altro indistintamente.

 

Il vertice sul clima che comincia domani a Copenhagen è un consiglio di guerra che ha questa pintura negra, sullo sfondo. Forse il primo consiglio, perché al vertice di Kyoto nel ’97 erano ancora molti i riluttanti, tra cui i primi avvelenatori che sono America e Cina. Quella fase è superata.

 

Riluttanti e negazionisti si fanno rari, e la verità del collasso nessuno la mette più in causa. Obama sarà presente al vertice. Pechino, indocile per anni, scopre di essere al tempo stesso colpevole e vittima dello sfascio annunciato.

 

È come se entrassimo in un altro mondo con gli strumenti mentali del vecchio, inconsapevoli per impreparazione indolente al rischio della sconfitta. Ci inoltriamo pensando che lo scontro sarà tra popoli e Stati, come in passato; che potremo barricarci in fortezze; che potremo fare il morto, come nella guerra fredda, scegliendo la non-azione. Ora invece si tratta di agire, di metterci nella pelle d’un futuro forse non scontato ma di certo plausibile, dicono gli scienziati. Nel ’36, prima dell’ultima guerra, Churchill disse che le procrastinazioni e le mezze misure erano fallite; il tempo delle conseguenze (period of consequences) era iniziato.

 

Anche oggi entriamo in un’epoca dove l’inazione produce conseguenze, battaglie regressive esiziali: come il divieto svizzero di costruire minareti, il muro tra Stati Uniti e Messico, la cortina che i soldati indiani presidiano lungo il Bangladesh, per evitare che popolazioni minacciate dal clima riparino negli slum di Calcutta, Delhi, Mumbai.

 

Ripensare la democrazia e perfino i tempi moderni, con i loro dosaggi di necessità e libertà, è ineluttabile. Perché grande è la tentazione di dire: nell’emergenza ricorreremo all’autoritarismo. Perché una parte della popolazione mondiale patisce l’inquinamento dei ricchi, e si sentirà legittimata a esigere non solo aiuto ma accoglienza. Già ora, ci sono terre che cominciano a sprofondare nei mari: il Bangladesh, le Maldive. Nel Pacifico, le isole di Tuvalu scompariranno entro il 2040. Nel 2002, il premier Talake annunciò che avrebbe portato gli Usa davanti alla Corte internazionale di giustizia, per emissione spropositata di gas serra.

 

Tra le cose da ripensare c’è la paura. Siamo stati educati da Roosevelt a diffidarne: «L’unica cosa da temere è la paura stessa». Ma in fondo la paura è salvezza, se non è politica che paralizza spezzando le resistenze. È la convinzione del filosofo Hans Jonas: «La paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilità altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo perorarne la causa, poiché la paura è oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici» (Il principio responsabilità, Einaudi 2009).

 

Sono tante, le paure. Paura di perdere un modo di vita, e il diritto del singolo di produrre e consumare quanto desidera. Paura di rinunciare alla massima libertà moderna  la tutela delle condotte private dallo Stato  in nome di nuovi limiti e obblighi che solo l’autoritario pugno statale sembra poter inculcare. Infine: paura di immensi spaesamenti, di esser sommersi da un’umanità espiantata e dislocata dallo squasso terrestre.

 

Sono paure comprensibili. Tra gli effetti più funesti del dissesto climatico ci sono infatti gli esodi immani. Fin d’ora il popolo del Bangladesh (160 milioni) fugge terre inondate o non più coltivabili perché salate. Se il mare dovesse alzarsi d’un metro, perché si sciolgono i ghiacci sull’Himalaya e in Groenlandia, un terzo del Paese s’inabisserebbe e i rifugiati sarebbero 40 milioni, dice la Banca Mondiale. Già oggi migliaia di africani scappano da deserti dilatati. Gli scienziati danno cifre impressionanti. Se temperatura e mari superano certe soglie, i fuoriusciti saranno miliardi. Quel che dimentichiamo è che i più (72 per cento, secondo l’Onu) non vanno in Occidente ma in altri Paesi poveri. Gli sfollati asiatici e africani cadono poi nelle mani delle mafie, il cui potere sugli Stati e sul mondo crescerà. Ma è inane combattere solo le mafie. All’origine c’è l’esodo, e dell’esodo gli occidentali ricchi sono i primi colpevoli, con la loro lunga storia di industrializzazione.

 

La piaga degli esuli ambientali è scritta nel nostro futuro e non la cureremo erigendo muri e distruggendo la globalizzazione, ma approfondendola. Sono i rifugiati climatici, e non hanno lo statuto dato ai profughi politici nel ’900. Alieni, non hanno diritti e questo è imprevidenza oltre che scandalo. Sono apolidi di un nuovo tipo, inascoltabili perché non i dittatori li perseguitano ma la natura. Lo scandalo è attutito solo se lo si governa: con apposite agenzie Onu, con convenzioni sui rifugiati estese agli esuli climatici. L’alternativa è un pianeta urlante di tumulti e risentimento.

 

La paura secerne anche chiusura smagata, cuore indurito: la frana dell’altro non mi riguarda, separarmene mi salverà. Nessuno però scampa se si prosciuga il lago del Ciad (di cui vivono 20 milioni di persone), o se sono inondati i grandi delta del Gange, del Nilo, del Mekong. La paura di Jonas è fertile: «Bisogna appropriarsi della paura trasformandola nel dovere di agire. La responsabilità è la cura per un altro essere quando venga riconosciuta come dovere, diventando apprensione».

 

Al disastro non siamo preparati, e questo ci rende così ignari della democrazia: delle sue fragilità, e delle sue virtù. Solo la democrazia educa tramite l’informazione indipendente, e solo un cittadino informato è responsabile. Solo in democrazia le catastrofi non sfociano in selezioni etniche o sociali. Non è più democrazia, quando l’America trascura New Orleans colpita da Katrina perché abitata da afro-americani. Non è democratica l’Europa centrale che nelle alluvioni sacrifica impassibilmente i concittadini Rom.

 

Dobbiamo imparare a trattare la Terra come la casa, l’automobile. Non è sicuro ma plausibile che l’incendio le distruggerà, e la paura che ne abbiamo ci spinge a sottoscrivere una polizza d’assicurazione. Lo stesso urge fare con la terra, l’acqua, i mari, le foreste di cui è fatto il pianeta. Nell’immediato potremmo proteggerci asserragliandoci, ma alla lunga perderemo ancor più perché i sacrifici cresceranno. Alla lunga, solo le sabbie mobili della pittura nera saranno vincitrici.

 

È pensare il futuro, il compito. Lo dice Machiavelli nel Principe, che sopravvivono solo le civiltà che prevedono discosto, lontano, come i Romani antichi: «Li quali, non solamente hanno ad avere riguardo alli scandali presenti, ma a’ futuri, et a quelli con ogni industria ovviare; perché, prevedendosi discosto, facilmente vi si può rimediare; ma, aspettando che ti si appressino, la medicina non è a tempo, perché la malattia è diventata incurabile». BARBARA SPINELLI LS 6

 

 

 

 

 

La Conferenza sul clima. Non giochiamo con il fuoco

 

Dicono i medici che il paziente ha la polmonite. Rispondono i congiunti: anche se è vero non abbiamo soldi per curarlo e nemmeno siamo d’accordo sulla terapia. Allora lo lasciamo morire? Risposta: forse se la caverà, intanto speriamo. Il paziente in questione è la Terra, e i congiunti al suo capezzale sono i cosiddetti «grandi» della Terra, che si riuniscono a Copenaghen da lunedì 7 dicembre per un vertice sul clima che suscitava molte speranze e che invece già nasce mezzo morto. Finalmente gli Stati Uniti hanno un presidente consapevole dell’incombente collasso ambientale; ma Obama è andato in Cina, e la Cina lo blocca. Subito dopo l’India torna a farci sapere che non è per niente pronta a portarsi bene. Figurarsi tutti gli altri Paesi a «sviluppo ritardato». Se l’India deve ancora crescere (prima di preoccuparsi di altre inezie come il destino dei monsoni), figurarsi loro. Perché non riusciamo a sfondare?

È perché siamo impiombati, oltre che da vischiosissimi interessi costituiti, da un mare di pretesti senza capo né coda. Per dirne una, la tesi che i Paesi sottosviluppati devono essere risarciti per quel passato durante il quale gli «sviluppati » li hanno inquinati. Ma quando mai? Come si fa a sostenere che una persona è responsabile di avere trasmesso l’Aids prima che fosse scoperto? Alla stessa stregua, quando la società industriale fece proliferare le ciminiere alimentate a carbone nessuno sapeva che quelle ciminiere avrebbero minacciato il clima. Nel 1968 Paul Ehrlich denunziava l’esplosione demografica (a ragione), ma nemmeno lui sapeva della bomba ecologica. E lo stesso vale, a metà degli anni 70, per Aurelio Peccei e il Club di Roma, che concentrò la sua attenzione sulla limitazione delle risorse, non su un collasso ecologico che la scienza non aveva ancora captato. Dunque, nessuno può essere ritenuto responsabile di un evento non voluto e non previsto.

Eppure assistiamo allo spettacolo di un Occidente piagnone che si sente «colpevole» e promette risarcimenti non dovuti pagati con soldi che, tra l’altro, non ha. Ma passiamo al punto cruciale: la contabilità, come si conta che cosa. Oggi i Paesi che inquinano di più sono, nell’ordine, Cina, Stati Uniti, India. Ma Cina e India obiettano, a loro difesa, che chi sporca e spreca di più sono, pro capite, individuo per individuo, gli americani. Vero. Ma irrilevante. L’inquinamento è globale, aleggia su tutto il pianeta nel suo insieme. Pertanto quel che conta è il totale, soltanto il totale, delle emissioni inquinanti. La Cina (e l’India seguirà presto) fa più danno inquinante di tutti perché i cinesi sono un miliardo e trecento milioni. Che poi, singolarmente presi, siano più frugali degli americani, non sposta il problema di un millimetro. E il fatto resta che se negli ultimi 50 anni le emissioni di Co2 dei Paesi ricchi sono raddoppiate, quelle dell’India sono decuplicate. Ma non è più tempo di recriminare e di mercanteggiare. Chi arriva a Copenaghen con questi intenti vuole il male di tutti e anche il male proprio. di Giovanni Sartori CdS 6

 

 

 

 

Successi e contraddizioni nella lotta alla mafia

 

LA DEBOLEZZA di Cosa Nostra è scritta nelle cose. La leadership "corleonese" è in galera, se si esclude Matteo Messina Denaro. Le seconde file devono scontare decenni di carcere. In libertà, terze file e qualche "vecchia gloria" degli anni Settanta/Ottanta, ammesso che la nomenclatura di ieri corrisponda a quella di oggi e non ci siano uomini che non conosciamo, potenti con gran pedigree criminale, ma senza volto. La pressione degli apparati repressivi dello Stato non si allenta. È costante, invasiva e i risultati sono molto soddisfacenti. Come è accaduto ieri, ancora una volta dopo l'arresto di Domenico Raccuglia (15 novembre).

 

Cade nelle rete a Palermo Gianni Nicchi, 28 anni, mafioso sperto nonostante la giovane età, un "uomo di pistola" che l'arresto di Antonino Rotolo (giugno 2006) - il suo capo a Pagliarelli - ha lanciato ai vertici dell'organizzazione. A Milano, è stato preso Gaetano Fidanzati, 75 anni, un nero passato alle spalle di trafficante di droga (tra i più attivi), un presente di guida della famiglia dell'Acquasanta, lasciata vacante dai fratelli Galatolo. Un doppio, eccellente colpo. Un frutto succoso della collaborazione e dello spirito di sacrificio degli organi dello Stato. L'entusiasmo interessato di Silvio Berlusconi tende a dimenticarlo.

 

Questi ricchi raccolti, che possono ricondurre - anche presto - la patologia criminale siciliana a livelli fisiologici, sono possibili per il lavoro ostinato delle polizie e l'impegno tenace dei pubblici ministeri di Palermo e Milano. Dunque, di quelle burocrazie della sicurezza cui il governo non è in grado di assicurare adeguate retribuzioni e migliori risorse; di due procure da anni diventate bersaglio fisso degli assalti polemici del presidente del Consiglio; di quell'ordine giudiziario che appare l'obiettivo mai dimenticato dei punitivi progetti legislativi della maggioranza.

 

Berlusconi, anche con buone ragioni, è soddisfatto e dice: "A Palermo siamo riusciti a catturare Gianni Nicchi, che è il numero due di Cosa Nostra. E a Milano abbiamo catturato Danilo Fidanzati, che è il numero tre di Cosa Nostra". Al di là della classifica che, con mafia e mafiosi, lascia sempre il tempo che trova, è quel "siamo" che interessa di più. Berlusconi intende con quel "siamo", noi del governo e quindi io che lo guido? O, dietro quel noi, c'è la consapevolezza che Cosa Nostra può essere distrutta soltanto dall'impegno plurale, coordinato e ininterrotto di tutte le articolazioni dello Stato e della società, governo, Parlamento, amministrazioni, magistratura?

 

Diciamo che si può pensare che il presidente del Consiglio abbia la tentazione di cancellare con gli eccellenti risultati dell'azione repressiva delle polizie e della magistratura tutti i grattacapi che i ricordi di Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, hanno riproposto. Ora non c'è dubbio che le parole del nuovo testimone dell'accusa nel processo Dell'Utri e nelle inchieste (riaperte) per le stragi del 1992 e 1993 non abbiano ancora adeguati riscontri. Come è fuori discussione che la discovery delle sue rivelazioni sia stata prematura e probabilmente l'anticipazione ne pregiudicherà l'esito, comunque problematico.

 

Tuttavia quell'accusa - "Berlusconi e Dell'Utri sono i responsabili delle stragi del 1992 e 1993" - è così tragica che impone di essere verificata con rigore per giudicarla o una menzogna o una spaventosa verità. Lasciarla galleggiare è il peggio che può accadere. Anche Berlusconi dovrebbe comprenderlo e sapere che non sarà l'arresto di Nicchi e Fidanzati - e si spera presto la cattura di Matteo Messina Denaro - a eliminare la necessità, il dovere di accertare quanto è accaduto nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, stagione scandita dalle cariche di tritolo.

 

Anche perché le difficoltà in cui vivono le forze dell'ordine e l'ostilità manifesta riservata alla magistratura non sono le sole contraddizioni della politica della sicurezza del governo. Se ne possono rintracciare altre. La vendita dei patrimoni confiscati alla mafia appare a molti addetti un "segnale positivo" lanciato a Cosa Nostra perché le nuove procedure consentono alle famiglie di rientrarne in possesso attraverso prestanomi. Il dibattito sull'abolizione del "concorso esterno in associazione mafiosa" appare ad altri un modo per evitare al premier una futura imputazione e una garanzia per Marcello Dell'Utri, magari da incassare in Cassazione. E anche un espediente per rassicurare la "borghesia mafiosa": è vero, il gioco contro le famiglie di Cosa Nostra è molto duro, ma contro chi ha protetto gli interessi criminali, ricavandone degli utili, può dormire tra due guanciali, il governo non lascerà indietro nessuno. GIUSEPPE D'AVANZO  LR 6

 

 

 

 

Sui minareti un inatteso risultato

 

Contrariamente al previsto, gli Svizzeri ne rifiutano nuove costruzioni. Suscitando tante critiche ma anche approvazioni

  

Ha stupito quel 57% di “sì” con il quale gli Elvetici hanno approvato il divieto di costruire nuovi minareti. Un responso per molti inaspettato, poiché i sondaggi prevedevano la sconfitta dell'iniziativa promossa dalla destra conservatrice ed osteggiata dal governo. Il risultato delle urne ha suscitato critiche e previsioni pessimistiche sulle reazioni dei Musulmani; ha fatto invece gioire chi, nell’immigrazione islamica e nella scristianizzazione del Continente Europeo vede realizzarsi la previsione della Fallaci che parlava di futura Eurabia. In merito si è letto di tutto e di più e non sono mancate critiche e polemiche. E non solo degli Islamici locali, che hanno accusato i partiti politici di non essersi impegnati nella campagna referendaria e per i quali la vittoria del sì è “indegna della Svizzera”.

   All’estero il voto è stato interpretatati come giudizio negativo alla “politica estera, ritenuta troppo morbida, del Consiglio federale” e come reazione all’arroganza di Gheddafi (il Colonnello ha umiliato il Governo e sequestrato due cittadini elvetici); altri vi hanno visto la paura del fondamentalismo islamico e relativo senso d’insicurezza (tra questi, Fini); altri ancora una reazione alla mancanza di reciprocità nei Paesi musulmani. Per i Vescovi svizzeri il risultato è “un duro colpo alla libertà religiosa e all'integrazione”, opinione condivisa da Monsignor Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio dei migranti, che non vede “come si possa impedire la libertà religiosa di una minoranza, o a un gruppo di persone di avere la propria chiesa”.

   Altrettanto negativi i giudizi espressi da diversi quotidiani, compresi quelli svizzeri, e da esponenti politici: il Ministro degli Esteri Frattini si è detto preoccupato e ha ricordato che il Consiglio europeo sancisce la “libertà di tutte le religioni. L'Italia difende il diritto di esporre il crocifisso nelle scuole, quindi guardiamo con preoccupazione a certi messaggi di diffidenza o addirittura proibizione verso un'altra religione”; per il suo collega svedese e presidente di turno dell'Ue, Carl Bildt, il no alla costruzione dei minareti lancia “un segnale negativo, è espressione di un notevole pregiudizio”; per De Puig, responsabile del Consiglio d’Europa, incoraggerà “sentimenti di esclusione e approfondirà le spaccature all'interno della nostra società”; l’ONU, che pur non risparmia mai accuse similari ad Israele, ha definito “razzismo” la paura dell'Islam; il Ministro francese dell'immigrazione, Eric Besson, ha dichiarato che “i minareti non sono un tema politico, e il miglior modo per raggiungere l'integrazione dell'Islam con i valori repubblicani è evitare falsi dibattiti”. Non si è espresso, per l’UE, il commissario Barrot in quanto “la Svizzera non è Stato membro e del resto sono state seguite procedure democratiche”; mentre l’elvetico Ministro della Giustizia, Eveline Widmer-Schlumpf, ha dichiarato che “il risultato del referendum non è un bel segnale”, pur spiegando che “non si tratta di un voto contro la religione islamica ma contro i minareti come edifici”, differenza, questa, sottovalutata o ignorata da molti.

   Compresi i leghisti italiani che invece hanno gongolato. Castelli, viceministro delle Infrastrutture, ha apprezzato la decisione perché “l’Europa ha diritto di salvaguardare la propria identità”, e suggerito di mettere un Crocifisso nel nostro Tricolore; Borghezio, “per consentire ai cittadini di esprimersi con chiarezza”, ha auspicato un referendum sul “divieto di costruire moschee anche in Italia”; Calderoli ha affermato che è reazione “all’attacco alla nostra identità da una religione intollerante come l’islam”. Bossi non è stato da meno e ha sostenuto che “da noi i musulmani sbatteranno sempre le corna. La Lombardia è un muro per l’islam”.

   Giudizi diversi e contrastanti, quindi. Una libertà di pensiero che però deve attenersi alla realtà, senza cedere a pregiudizi, al relativismo tipico dei nostri tempi. Perché sarà anche vero, come qualcuno sostiene per contestare la mancanza di reciprocità, che “tranne l’Iran e l’Arabia Saudita, gli altri Paesi islamici, dai quali vengono in Europa i Musulmani, ammettono la costruzione di chiese”; sta di fatto che, quasi quotidianamente, avvengono eccidi di Cristiani nel mondo arabo; e che spesso i fondamentalisti hanno passaporto marocchino, tunisino o egiziano. Altrettanto  incontestabile che l'Europa debba accettare tutte le religioni; ma ciò non significa rinnegare le radici cristiane, fino al punto di non citarle nella Costituzione Europea, di proibire l’esposizione del Crocifisso nelle classi o di abolire presepi e canti natalizi. Ed è giusto che i Musulmani abbiano un luogo ove riunirsi in preghiera, senza tuttavia trascurare che il “no” espresso dagli Svizzeri è alla costruzione di minareti, non alle moschee o altri luoghi di culto islamico. Che sono ben 200, nella Confederazione, e 9.090 in Europa.   

   Gli Elvetici non hanno voluto limitare la libertà religiosa, e neppure manifestare, come scrive sul Corriere della Sera Pierluigi Battista, “un'ostilità preventiva e non negoziabile”, identificando “nel muezzin, che dai minareti chiama i fedeli alla preghiera, il nemico in agguato, il simbolo della minaccia, l'aggressione a un'identità culturale”. Verosimilmente il risultato è stato determinato anche da xenofobia - lo dimostra l’alta percentuale di votanti - ma pure dal non sapere che, per legge (confederale), è proibito usare quelle torri per invitare alle orazioni. Quanti sono al corrente di ciò? Probabilmente pochi, compresi, forse, i 400.000 Musulmani che vivono in Svizzera. Dove le “luci” (questo il significato, in arabo, di “minareto”) sono solamente 4, per cui solo i cittadini che abitano nei paraggi sanno che i muezzin tacciono! A conferma di ciò, il “no” dei 4 Cantoni, Ginevra, Basilea città, Zurigo e Vaud, nei quali prevalgono il terziario, le Università e gli Enti internazionali. Un esito balordo, quello referendario, ma non perché contrasta il diritto alla libertà di preghiera degli Islamici. Piuttosto perché l'ignoranza è sempre cattiva consigliera.

Egidio Todeschini, de.it.press  

 

 

 

 

Nuovi artisti italiani alla Infantellina Contemporary di Berlino

 

A Berlino fino al 16 Gennaio 2010 Infantellina Contemporary, la prima e unica galleria berlinese a presentare 100% arte italiana contemporanea, presenta l'esposizione collettiva "4 Your Eyes & not Only", con : Anna Albini, Matteo Arfanotti, Yara Buyda, Cristiano Carotti, Enzo Casale, Andrea Ciresola, Domino, Elena Guidotti, Mauro Molle, Stefania Natta, Sara Pierotti, Tranquilla Stradolini, Giulia Tamanini. Special Guest: Claudia Hengevoß, Willi Bambach.

Quest'anno I-C, con i temi delle proprie mostre, ha fornito spunti di riflessione ed espressione sia ai propri artisti che al proprio pubblico.

Insieme abbiamo affrontato tematiche difficili e spinose: il miglioramento del ns mondo sia morale che materiale con una maggiore cura sia per l'ambiente che nella mentalità; l' invito all'abbattimento dei muri, morali, materiali, psicologici, razzisti,

religiosi.filosofici e classisti; l'auspicio ad interrogarsi non solo sui grandi quesiti dell'esistenza bensì anche di quelli terreni e quotidiani.

Il team di I-C è convinto che l'arte e gli artisti abbiano la grande responsabilità e capacità di migliorare il mondo, senza violenza; questo parere ci ha permesso di condurre, attraverso le opere, il pubblico alla scoperta delle realtà evidenti sviluppando un confronto positivo e dialoghi multidirezionali.

Per l'ultimo evento di questo 2009, si è scelto di chiudere con la celebrazione simbolica dell'estetica pur non dimenticando che dietro un'opera che appare leggera si nascondono pieghe impregnate di significati intrinsechi od attribuiti. Un'evento che anticipa delicatamente un'evento del 2010 che darà vero e proprio omaggio alla bellezza. Come d'abitudine per I-C, parte degli utili di dicembre verranno devoluti in beneficenza (Amnesty International), oltre 600 opere verranno messe a disposizione dei collezionisti (l'intera collezione della I-C) .

Infantellina Contemporary, Taubenstraße 20 – 22, 10117 Berlin

www.infantellina-contemporary.com,  info@infantellina-contemporary.com

(de.it.press)

 

 

 

All’IIC di Monaco di Baviera proiezione del film »Un giorno perfetto«

 

Monaco di Baviera. L’Istituto Italiano di Cultura invita alla proiezione del film »Un giorno perfetto«, che si avrà luogo martedì  8 dicembre 2009, alle ore 19, presso l'Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8, a Monaco di Baviera. Ingresso libero.

 

Italia 2008, 102 min., VO con sottotitoli in italiano. Regia: Ferzan  Ozpetek. Con: Valerio  Mastandrea: Antonio; Isabella  Ferrari:  Emma; Stefania  Sandrelli:  Adriana; Monica Guerritore: Mara.

 

E’ la storia della giornata di un gruppo di personaggi seguiti da vicino: Camilla festeggia il suo compleanno, suo fratello Aris viene promosso a un esame universitario senza meritarlo, Emma perde il lavoro presso un call-center, sua figlia Valentina gioca una partita di pallavolo, l’Onorevole Elio Fioravanti è in giro per comizi elettorali, la sua bella moglie Maja scopre di essere incinta, il piccolo Kevin viene invitato in un palazzo lussuoso, la professoressa Mara ha un appuntamento col suo amante, e Antonio vede la moglie per l’ultima volta. Mondi diversi e lontani, destinati a incontrarsi come in un giallo inesorabile.

Premio Francesco Pasinetti (SNGCI) come Miglior Protagonista Femminile a Isabella Ferrari alla 65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2008). IIC, de.it.press

 

 

 

 

Il dibattito del Cgie  sulla riforma degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero

 

ROMA - Il dibattito svoltosi alla recente plenaria del Cgie sulla riforma degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero è stato preceduto dall’intervento del senatore del Pd Claudio Micheloni che si è detto deluso per il mancato avvio di un dialogo, da parte del Consiglio Generale, sulla bozza di riforma dei Comites e del Cgie elaborata dallo specifico Comitato ristretto del senato. “Nonostante il collega Tofani – ha detto Micheloni – abbia accelerato i lavori in modo da poter consegnare al Cgie una bozza della riforma ed avere delle proposte, dei consiglieri è emerso solo un totale rigetto della bozza e una deformazione dei contenuti del testo. Noi siamo disposti ad ascoltare ma non abbiamo ottenuto proposte concrete… Non si può dire che si vuole affossare il Cgie – ha continuato il senatore dopo aver sottolineato che la proposta di riforma non cancella la rappresentanza dei nostri connazionali dall’Africa e dall’Asia -  perchè i suoi rappresentanti saranno ascoltati venerdì al Senato su questo argomento dal Comitato ristretto. In quella sede trarremo le indicazioni per le eventuali modifiche del testo”.

  Micheloni ha poi ricordato come, a testimonianza di un clima politico certamente non favorevole agli italiani all’estero, sul tavolo del Comitato ristretto vi siano a tutt’oggi anche tre disegni di legge che chiedono l’abolizione del Cgie.  Una situazione non facile che, secondo il senatore, è emersa anche dalla recente audizione dei rappresentanti del Cgie sul voto degli italiani nel mondo davanti ai senatori delle Commissioni Esteri e Affari Costituzionali. Un’audizione che ha posto in evidenza la volontà mai sopita di alcuni esponenti politici di rimettere in discussione il voto per corrispondenza e la possibilità di esprimere il proprio suffragio per i soli candidati residenti nella circoscrizione Estero. “Fino ad oggi – ha replicato il segretario generale del Cgie Elio Carozza - non abbiamo dialogato perché non sapevamo a che punto era arrivato il lavoro del Comitato ristretto e solo adesso siamo venuti a conoscenza della proposta Tofani. Siamo comunque pronti a dialogare per dare un’adeguata rappresentanza agli italiani all’estero”. Carozza, dopo aver sottolineato l’esigenza di evitare la creazione di una riforma affrettata e al ribasso, ha inoltre ricordato come le proposte di riforma del Cgie, elaborate dallo stesso Consiglio Generale, siano da tempo contenute in un documento, nato insieme alla riflessione dei Comites e della rete associativa, che ha già ispirato la stesura di alcuni disegni di legge sulla materia.

  “La storia del Cgie – ha spiegato il consigliere Norberto Lombardi (Pd) - ci fa capire come l’Italia possa utilizzare al meglio il duplice sistema di rete dei connazionali all’estero e dei nuovi italiani che vivono nel mondo. Due realtà ricche di opportunità che potrebbero essere incrociate e che invece si sta cercando di depotenziare. Lombardi, dopo aver ripercorso il lungo cammino storico della rappresentanza degli italiani all’estero, ha ricordato come l’ultima legge di riforma dei Comites risalga al 2003 e sia successiva all’introduzione del voto all’estero. “I senatori che vogliono riformare i Comites e il Cgie – ha proseguito Lombardi - devono sapere che stanno mettendo le mani su di un processo di costruzione di partecipazione  democratica e su un percorso di progressiva acquisizione della piena cittadinanza che dura da quasi 40 anni. Noi chiediamo quindi rispetto per le conquiste ottenute”. Il consigliere ha poi auspicato, alla luce di una riforma degli organi di rappresentanza proposta dal Senato difficilmente emendabile, elettoralistica e che produrrebbe nuovi veleni nelle comunità, una pausa di riflessione che consenta di avviare una discussione approfondita sull’argomento e trovare soluzioni comuni.

   “Dobbiamo promuovere  con tutta la forza necessaria – ha concluso Lombardi - un appello al dialogo che dia risultati concreti e consenta di sottrarre il provvedimento dal previsto esame da parte della Commissione competente in sede deliberante. Un’opzione, quest’ultima, che verrebbe vista dalle nostre comunità come un atto di forza”.

   “Dobbiamo decidere noi quello che va discusso e quali sono  le priorità, - ha affermato Luciano Neri (Pd) - evitando di essere subalterni alle persone che hanno chiesto il dialogo, quando in realtà hanno giù deciso tutto”. Neri

  ha inoltre auspicato un salto di qualità della rete consolare attraverso l’introduzione di personale giovane e capace che sappia far fronte alle esigenze della moderna emigrazione. “La delegazione del Cgie che andrà al Senato – ha proseguito Neri - dovrà avere un linguaggio educato, ma aggressivo e richiedente. Non accettare una trattativa al ribasso e chiedere il perché proprio ora si sta dichiarando guerra alla rappresentanza degli italiani all’estero. Giangi Cretti (Fusie) ha dal canto suo sottolineato come la scelta di procedere alla discussione della riforma in sede deliberate sia inaccettabile. Il consigliere ha anche segnalato i rischi connessi all’ipotesi, prevista dalla bozza di legge, di accentrare su una sola persona tanti incarichi chiave della rappresentanza. Contrario alla riforma anche il vice segretario generale per i Paesi dell’America Latina Francisco Nardelli che ha sottolineato come l’introduzione  del maggioritario nel sistema di rappresentanza rischi di escludere da ogni decisione le minoranze della comunità. Nardelli ha anche segnalato come la bozza di legge tenda ad limitare la partecipazione degli oriundi dalla rappresentanza. “Nella elaborazione delle riforme – ha dichiarato il presidente della V Commissione Franco Santellocco -  fate più attenzione anche alle aree dove è meno numerosa la presenza dei nostri connazionali. Continenti deboli quanto a presenze, ma forti sul versante dei ritorni economici”. Santellocco ha precisato come l’innalzamento del numero minimo di cittadini italiani per l’istituzione dei Comites previsto dalla riforma, porterà all’allontanamento della rappresentanza importanti continenti come ad esempio l’Asia e l’Africa. “Il Cgie- ha ricordato Dino Nardi  (CdP - Europa e Nord Africa)  - ha lavorato per tempo alla stesura di una riforma del Consiglio Generale, coinvolgendo l’associazionismo e i Comites. Un lavoro di aggiornamento che non viene tenuto in considerazione dalla bozza di legge al Senato. Una proposta che in pratica stravolge il sistema della rappresentanza”. Nardi, dopo auspicato il rinnovo dei Comites con la vecchia legge, ha evidenziato come la riforma rischi di escludere dalla rappresentanza le piccole comunità.

  Dopo l’intervento di Mariano Gazzola (Argentina) che si è detto contrario all’affidamento dei vari livelli della rappresentanza ai singoli presidenti di Comites e all’esclusione dell’associazionismo, Daniela Tuffanelli Costa (Australia)  ha evidenziato come la bozza di riforma dei Comites e del Cgie proposta dal Comitato ristretto rischi di creare, introducendo un sistema piramidale ed elettoralistico, una profonda frattura nelle nostre comunità. (G.M.- Inform 3)   

 

 

 

 

La Plenaria del Cgie approva un odg per il rinovo dei Comites nel 2010 e con la vecchia legge

 

Roma  - Venerdì 4 dicembre, ultimo giorno di assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all’estero, in vista della audizione al Comitato ristretto del Senato – presso cui è allo studio la riforma di Comites e Cgie – i consiglieri hanno presentato un ordine del giorno "per la consultazione sulla legge di riforma della rappresentanza" in cui, in sostanza, si chiede "che non si proceda ad ulteriori rinvii per il rinnovo di Comites e Cgie e che si applichino le leggi in vigore, per ridare slancio e dinamismo ad organismi che hanno da tempo concluso il mandato previsto dalla legge".

Presentato da Andrea Amaro (Italia), l’odg è stato votato e approvato a maggioranza, con 3 voti contrari (Cretti, Schiavone e Conte) e 1 astenuto. Ne riportiamo di seguito il testo integrale.

"Il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero, riunito a Roma dal 30.11.2009 al 04.12.2009 nella sua sessione autunnale apprezza la richiesta di consultazione ricevuta dal Comitato ristretto della Commissione Esteri ed Emigrazione del Senato, impegnato nella definizione del testo di riforma normativa degli istituti di rappresentanza degli italiani all'estero; confida nel carattere non formale della consultazione, che si auspica possa essere il primo atto di un dialogo effettivo e di merito, finora purtroppo mancato, dal momento che le proposte fatte in materia dal Cgie sono state semplicemente ignorate;

ripropone come contributo ad un dialogo effettivo e produttivo il documento di indirizzo già inviato, integrato con la relazione del Segretario Generale del CGIE, approvata all'unanimità, e con il presente Ordine del Giorno, con la speranza che siano assunti come elementi effettivi di una comune riflessione;

esprime con riferimento alla bozza predisposta dal Sen. Oreste Tofani una riserva di fondo sull'impianto generale che combina in un solo provvedimento gli interventi sui COMITES e sul CGIE, frutto di processi di formazione specifici e di due linee di elaborazione distinte, che tali dovrebbero restare per evitare forzature ed innaturali deformazioni; osserva su un piano più specifico:

a) la drastica riduzione del numero dei COMITES diluisce sensibilmente il rapporto di rappresentanza con le comunità, alcune delle quali di fatto sarebbero escluse o marginalizzate dai nuovi organismi, e non consente di sostenere adeguatamente i processi di integrazione, che si svolgono nelle particolari condizioni sociali in cui i nostri connazionali agiscono e vivono;

b) l'esclusione della rete associativa dal circuito di formazione della rappresentanza non solo è una grave cesura con la storia e lo sviluppo dei sistemi di rappresentanza ma interrompe il fondamentale percorso di cittadinanza e di partecipazione che ha consentito finora di mantenere e rinnovare l'ampio sistema di rapporti con l'Italia;

c) la riduzione della presenza delle persone di origine nei COMITES riformati, il metodo di scelta elitario e la loro esclusione dal CGIE contrastano con l'esigenza di rafforzare il dialogo con le nuove generazioni, tra le quali i non cittadini sono destinati a crescere in modo esponenziale;

d) il sistema di partecipazione democratica previsto, regolato da una legge elettorale di tipo maggioritario ed ancorato alle figure dei candidati Presidenti, destinati a cumulare altri incarichi negli INTERCOMITES e nel CGIE, svuota gli organismi della loro linfa sociale ed introduce il rischio di diffuso elettoralismo che potrebbe appesantire il clima civile all'interno delle nostre comunità ed accentuare allarme e riserve da parte dei governi locali;

e) il superamento, per quanto riguarda il CGIE, della funzione di organo di rappresentanza generale delle comunità italiane all'estero costituisce una frattura della parabola di sviluppo della rappresentanza e configura un ruolo non di integrazione e di completamento dei parlamentari eletti all'estero, ma di sostituzione e di concorrenza, contrario alle prerogative sulla proficuità della circoscrizione estera;

f) la composizione del CIE, fatta in larga maggioranza da membri di diritto, svuota gravemente l'organismo di rappresentatività democratica, indebolendone obiettivamente credibilità e forza di relazione;

g) l'eliminazione dei rappresentanti delle associazioni, dei sindacati e patronati, delle associazioni professionali e di altre figure, isola il CIE dalla rete di relazioni esistenti nel mondo e lo priva di competenze specifiche, ad esempio nel cruciale campo delle comunicazioni e dell'informazione, della previdenza e assistenza sociale;

h) la riduzione del CGIE a luogo di raccordo tra diverse istituzioni trova una traduzione scompensata nella struttura del nuovo organismo, che vede la presenza organica delle Regioni e quella puramente tecnica e consultiva dello Stato;

i) la sostituzione della quota di nomina governativa con la presenza di diritto dei Presidente e/o Assessori regionali, al di là delle intenzioni che la ispirano, rischia di burocratizzare di fatto l'organismo e contraddice l'unanime decisione della recente III Conferenza Stato-Regioni–Cgie di realizzare il coordinamento con e tra le regioni in una sede specifica collegata alla conferenza Stato-Regioni presso la Presidenza del Consiglio dichiara la sua piena disponibilità a sviluppare un confronto di merito su questi ed altri aspetti relativi alla riorganizzazione del sistema della rappresentanza, affrontando sia le problematiche che attengono alla vita dei COMITES che quelle relative alle funzioni del CGIE, in modo distinto al fine di rispettare la specificità di queste diverse istanze; sottolinea l'esigenza di un approfondimento di queste complesse tematiche, incompatibile con un ricorso alla sede deliberante in Commissione, che strozzerebbe e drammatizzerebbe un confronto che deve restare sereno e basato su reciproco rispetto e comprensione; riconosce  l'opportunità di inquadrare le scelte relative alla rappresentanza dei cittadini italiani all'estero nel dibattito in atto sulla riforma costituzionale dello Stato e, in particolare, del Parlamento, allo scopo di renderne coerenti gli esiti:

chiede  che non si proceda ad ulteriori rinvii per il rinnovo dei COMITES e del CGIE e che si applichino le leggi in vigore, per ridare slancio e dinamismo ad organismi che hanno da tempo concluso il mandato previsto dalla legge". (aise)

 

 

 

 

 

L’intervento di Laura Garavini all’Assemblea Plenaria del CGIE

 

“Mettere a frutto le esperienze internazionali dei giovani per sprovincializzare il Paese”

 

“Una fonte di idee concrete e di critiche costruttive su tutti i temi più attuali per le nostre comunità all’estero – ecco il prezioso contributo dei nostri giovani”. L’on. Laura Garavini, deputata eletta nella circoscrizione Europa, si è complimentata così con i giovani delegati presenti all’Assemblea plenaria del CGIE a Roma. “Gli interventi di questi ragazzi hanno dimostrato che rappresentano una risorsa straordinaria per il Paese. Con il loro bagaglio di esperienze maturate in prima persona in un mondo globalizzato, in costante movimento, sono capaci di dare all’Italia una spinta di sprovincializzazione di cui il nostro Paese ha estremamente bisogno. È necessario”, ha continuato la Garavini, “che il Governo guardi con maggiore attenzione a questi giovani che possono insegnarci molto in termini di best practice nei vari settori della vita economica, sociale, scientifica”.

 

“È proprio dalle esperienze di giovani studiosi italiani che operano all’estero”, così la parlamentare, “che ho preso spunto per una proposta di legge per incentivare il rientro di ricercatori italiani dall’estero. In una sorta di puzzle di migliori prassi ho voluto creare le condizioni necessarie per rendere il sistema universitario più meritocratico e trasparente”, ha spiegato la Garavini, prima firmataria della proposta di legge PRIME (Per una Ricerca Italiana di Merito ed Eccellenza).

 

Intervenendo, infine, sul tema della rappresentanza, la deputata residente in Germania ha ribadito le proprie critiche al progetto di legge firmato dal senatore della maggioranza Oreste Tofani sulla riforma di Comites e CGIE e ha ricordato l’esigenza “che il Governo crei i presupposti affinché nel 2010 si rinnovino gli stessi organi di rappresentanza, indipendentemente dall’approvazione della riforma discussa al Senato”. De.it.press

 

 

 

 

Assemblea Plenaria del Cgie. Le relazioni dei presidenti delle Commissioni tematiche

 

Ad apertura della seconda giornata, il resoconto dei lavori svolti dalle Commissioni Diritti civili, Stato-Regioni-Cgie, Scuola e cultura, Formazione professionale e impresa, Tutela sanitaria

 

ROMA – La seconda mattinata di lavori dell’assemblea plenaria del Cgie si è aperta con le relazioni dei presidenti di alcune delle Commissioni tematiche, che hanno aggiornato i presenti sulle riflessioni svolte nel corso degli ultimi incontri.

  Mario Tommasi, a capo della Commissione su Diritti civili, Politica e Partecipazione, ha segnalato una certa delusione manifestata dai consiglieri per l’esito della recentissima Conferenza Stato-Regioni e Cgie “per lo spazio di confronto limitato ad un solo giorno, - ha affermato - in cui abbiamo assistito ad una sorta di passerella di personalità” poco utili all’approfondimento dei veri obiettivi dell’iniziativa. La Commissione è critica anche sul progetto di ristrutturazione della rete consolare all’estero e sollecita il Comitato di presidenza ad un confronto in merito con il sottosegretario con delega agli italiani nel mondo, Alfredo Mantica. Discussione e confronto più volte richiesti in seno a Commissione e Plenaria, per avanzare proposte di risparmio alternative alla chiusura delle sedi, “come l’assunzione di contrattisti locali – rileva Tommasi, sottolineando lo sconcerto dei consiglieri di fronte ad alcune segnalazioni di tempistiche relative allo svolgimento delle pratiche di cittadinanza italiana in Brasile, rinviate sino al 2017.

  “La bozza di riforma relativa a Comites e Cgie sconvolge gli organismi di rappresentanza come li abbiamo conosciuti sino ad oggi – prosegue il presidente – e ignora completamente le proposte fatte dal Cgie anche in un recente passato. La Commissione ritiene all’unanimità che la bozza vada contro gli interessi e la volontà dei connazionali all’estero e contro lo stesso documento approvato lunedì al termine della Conferenza Stato-Regioni-Cgie”. Tommasi ricorda inoltre che la normativa relativa ai Comites - riformata nel 2003 - non è neppure entrata in vigore nella sua completezza, per cui ritiene inutile un intervento ulteriore in materia. “Chiediamo una moratoria della riforma – aggiunge – al fine di consentire l’apertura di un dibattito tra tutte le parti interessate, per giungere ad una proposta più in linea con le aspettative delle nostre collettività all’estero”. Moratoria ancora più necessaria – rileva Tommasi – dal momento che “attendiamo la modifica dell’assetto istituzionale dello Stato”.

  Mario Castellengo, presidente della Commissione Stato, Regioni, Province autonome e Cgie, ritiene invece che la bozza vada “cancellata, perché non vi è nulla al suo interno che sia condivisibile. Stupisce l’insistenza di procedere con un simile provvedimento”. Egli suggerisce che l’elezione di Comites e Cgie avvenga seguendo la normativa attualmente vigente, dal momento che “non avvertiamo l’urgenza di una simile riforma”. Più positivo il giudizio della Commissione da lui presieduta sulla Conferenza Stato-Regioni-Cgie, specie per il documento approvato “stringente e concreto – afferma Castellengo, che sollecita il Cgie ad avanzare i primi progetti in coordinamento con le Regioni per verificare la volontà dello Stato di partecipare, attraverso i finanziamenti necessari alla loro realizzazione. Ribadita l’importanza delle risorse da destinare all’assistenza diretta, specie per non aggravare ulteriormente situazioni già complesse, soprattutto in America latina, mentre ci si chiede perché il Mae non cerchi la collaborazione dei patronati in vista dell’avvio del progetto del consolato digitale.

  Per la Commissione Formazione, Impresa, Lavoro e Cooperazione il presidente Franco Santellocco è intervenuto auspicando che “le strategie di promozione del Sistema Italia all’estero possano avvalersi del bagaglio di esperienza e di conoscenza maturato dal Cgie, specie per la proiezione delle piccole e medie imprese e la valorizzazione delle identità culturali”. Auspica inoltre una sinergia e un confronto anche con il ministero dello Sviluppo economico per la prosecuzione dei progetti di formazione professionale all’estero. “Trattando i temi del lavoro e della formazione anche il mondo associazionistico potrà avvicinare più facilmente le giovani generazioni – ha detto Santellocco, ribadendo anche la necessità del riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero, altro argomento prioritario per i giovani. “Il Cgie potrebbe sollecitare l’apertura di un tavolo di concertazione istituzionale per l’equiparazione dei titoli – ha suggerito Santellocco – che semplifichi le procedure necessarie e la loro accessibilità all’utenza”. In evidenza anche il perfezionamento dei bandi per la formazione professionale svolta all’estero e un più incisivo monitoraggio e controllo sulla gestione dei fondi.

  E’ intervenuto per la Commissione Scuola e Cultura italiana all’estero il vice presidente Alberto Di Giovanni, che ha ricordato come la promozione della lingua italiana sia “un passaggio obbligato per fare in modo che il coinvolgimento delle giovani generazioni non sia solo evocato in modo convenzionale e retorico”. “Tutto ciò che si fa in termini di proiezione della lingua e della cultura italiana all’estero – ha proseguito Di Giovanni – si fa per il futuro. Il rimedio ai tempi difficili che si prospettano non può che essere quello di recuperare qualche risorsa, perché arretrare dai livelli raggiunti faticosamente nel passato significa erodere e rimettere in discussione il lavoro svolto senza la certezza di poter più recuperare”. La Commissione ha inoltre avanzato osservazioni e “riserve” sul modo in cui è stata realizzata la Settimana della lingua italiana nel mondo per “il mancato coinvolgimento degli enti che fanno cultura all’estero e la carenza di informazione”. “La proposta che facciamo è di scegliere proprio la storia della cultura della diaspora come tema per le edizioni future – segnala Di Giovanni, rilanciando anche il coinvolgimento dei connazionali nel programma delle celebrazioni per i 150 dell’Unità d’Italia. Nel suo intervento, anche un allarme per i tagli ai corsi di lingua e di cultura. “Essi si traducono in un numero inferiore di insegnanti all’estero, in una diminuzione dei corsi, nella progressiva eliminazione della formazione e qualificazione dei docenti, nella limitazione di materiale e sussidi didattici. Tagli quantitativi che divengono peggioramento qualitativo del nostro intervento – avverte Di Giovanni. La Commissione, viste le audizioni in corso sulla cultura italiana all’estero nella preposta Commissione al Senato, esprime la necessità di un’audizione del Cgie in quella sede “per stabilire un dialogo sulle necessità culturali delle nostre comunità”.

  Infine, Pasquale Nestico, presidente della Commissione Tutela sanitaria, segnala l’assenza di risposte alla mappatura richiesta da Comites e Cgie sui dati relativi agli interventi sanitari effettuati attraverso le polizze assicurative a favore di connazionali indigenti in alcuni Paesi: quantità e qualità delle prestazioni erogate, numero dei beneficiari, gestione degli appalti e problematiche emerse, resoconto su eventuali correzioni da introdurre. Se il Mae continuerà a non fornire tali dati la Commissione “darà mandato ai suoi singoli componenti insieme a Comites e Cgie di avviare tale ricognizione numerica e analitica, secondo le proprie possibilità – afferma Nestico che avanza una richiesta di informazioni analoga anche in merito agli Ospedali italiani all’estero “che ricevono sussidi dal Governo e rispetto a cui non esiste una relazione ufficiale e dettagliata”.

  La Commissione, oltre all’invito rivolto ai consiglieri di farsi portavoce delle necessità in tema di tutela sanitaria emergenti tra i connazionali all’estero, propone l’organizzazione di seminari tra le strutture sanitarie di diversi Paesi e quelle italiane “al fine di migliorare, grazie ad uno scambio reciproco, i loro sistemi sanitari”. (Vivoana Pansa – Inform 3)

 

 

 

Il segretario generale Elio Carozza fa il punto sulle diverse audizioni del Cgie

 

Roma - Ad impegnare i consiglieri del Cgie in questi giorni non c’è solo la plenaria: diverse delegazioni sono state – o lo saranno presto – convocate in Senato e sentite sulle questioni degli italiani all’estero. Per questo nella seconda giornata di lavori alla Farnesina il segretario generale Elio Carozza ha fatto il punto delle diverse audizioni svolte, l’ultima delle quali proprio questa mattina di fronte al Comitato sulle questioni degli italiani all’estero presieduto dal senatore Firrarello. E se il 2 dicembre, il Cgie è stato ascoltato dalle Commissioni riunite Affari Costituzionali ed Esteri sulla riforma della Legge Tremaglia, domani un’altra delegazione sarà ascoltata dal Comitato ristretto istituito in Commissione Esteri per elaborare la riforma degli organismi di rappresentanza, e cioè Comites e Cgie.

"Questa mattina – ha spiegato Carozza – siamo stati ascoltati dal Cqie sulle questioni più importanti e cioè lingua e cultura italiana e il futuro della nostra presenza nel mondo. Anche in sede di Comitato abbiamo ribadito che pensare all’assistenza diretta è più che mai prioritario, così come non abbiamo nascosto la nostra amarezza circa altre questioni che ci stanno a cuore e cioè anziani, associazionismo e informazione".

Durante l’audizione si è anche parlato di un incontro per l’anno prossimo, probabilmente il 30 aprile, per riunire tutti i Consigli Generali dei cittadini europei che vivono fuori dai Paesi d’origine, come accaduto a Parigi nel settembre del 2008, ma come era prevedibile, l’argomento centrale dell’audizione è stato la riforma degli organismi di rappresentanza, come noto allo studio del Comitato ristretto istituito in Commissione Esteri. La questione è stata ampiamente affrontata ieri, prima giornata di lavori, in cui il Cgie ha in sostanza manifestato il proprio malcontento per la cosiddetta bozza-Tofani, cioè il testo-sintesi delle diverse proposte di legge presentate in Senato per la riforma di Comites e Cgie.

"La mia impressione – ha detto Carozza – è che la nostra discussine di ieri sia servita, mi è sembrato di riscontrare una certa disponibilità a riaprire il dialogo e il confronto. Forse è una mia impressione", ha aggiunto sostenendo che all’audizione di domani, proprio al Comitato Ristretto, il Cgie andrà "senza nessun pregiudizio".

Dopo aver ricordato che il Consiglio generale ha ricevuto la bozza Tofani solo 15 giorni fa e che, quindi, la plenaria è stata la prima occasione utile per discuterne insieme, Carozza ha ribadito che al Comitato ristretto "daremo spunti si spera utili, spiegando la nostra contrarietà sull'approccio alla riforma. Riaffermeremo la nostra volontà di voler modernizzare la rappresentanza degli italiani all'estero così come il fatto che il Cgie non si sta difendendo e basta. Al contrario, stiamo cercando di sottolineare l'importanza di avere un Consiglio generale autonomo e capace di dialogare con le istituzioni del Paese".

L’audizione di domani inizierà alle 14: oltre a Carozza andranno in senato Consiglio, Ferretti, Mangione, Volpini, Schiavone, Amaro e Nardelli. (m.c.\aise 3)

 

 

 

 

 

Incontro tra il Ministro degli Esteri Franco Frattini sul tema della riforma del MAE

 

In data 1° dicembre 2009 ha avuto luogo presso la Sala delle Vittorie del MAE un’incontro tra il Ministro degli Esteri Franco Frattini e le Organizzazioni Sindacali sul tema della riforma del MAE che avvierà la rimodulazione delle Direzioni Generali presso la Sede Centrale, nonché aprirà la strada alla IV fase della razionalizzazione della Rete Estera.

 

Prima di affrontare l’argomento oggetto della riunione, il Ministro Frattini ha informato le OO.SS. sugli interventi effettuati in fase di discussione della Legge Finanziaria. L’obiettivo principale riguarda l’ottenimento di risorse da destinare all’assunzione di personale diplomatico, Aree Funzionali e Dirigenti, che potrebbero essere programmate per i prossimi 6 anni. Inoltre, è stata richiesta una dotazione a favore del FUA del personale di ruolo, nonché per il rinnovo contrattuale dello stesso. Sono stati chiesti altresì fondi per la sicurezza sia delle strutture che degli impianti delle sedi all’estero. Inoltre, il MAE farà affidamento sulle risorse derivanti sia dalla vendita degli immobili non utilizzati per le quali è stato ottenuto il via libera al loro impiego (tra queste risorse rientrerà ca. 1 milione di Euro proveniente dalla vendita della storica sede demaniale in Lussemburgo), sia sul differenziale  derivante dall’aumento del prezzo dei visti.

 

Rimodulazione Sede Centrale - Per quanto attiene alla rimodulazione della Sede Centrale, il Ministro Frattini ha confermato la volontà di ridurre il numero delle Direzioni Generali di sei unità. Ciò, sia al fine di adeguare la struttura ai dettati del DL 112/2008 (che imponeva, al contrario,  la chiusura di sole due Direzioni Generali), sia per valorizzare i compiti “orizzontali” del nuovo assetto, garantendone l’autonomia funzionale ed operativa. Le strutture interne, vale a dire Uffici e Sezioni, non subiranno decurtazioni. Il Ministro Frattini ha definito “fattibile” la creazione di un’unica struttura competente per la parte sia giuridica che economica del personale a contratto, come richiesto in più occasioni da questa O.S. Ha altresì sottolineato la doppia necessità di correggere la riforma avvenuta nel 2000 che non ha avuto gli effetti desiderati, nonché di cogliere il cambiamento epocale in atto, adeguando la nostra struttura. Quale metodo di lavoro, il Ministro Frattini ha espresso la volontà di proseguire la consultazione con le OO.SS, prevedendo incontri anche a livello tecnico, prima di presentare lo schema del nuovo DPR alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

Razionalizzazione Rete Estera - Su questo argomento il Ministro degli Esteri ha fatto, purtroppo, solo un breve accenno a seguito dell’intervento della Confsal Unsa. Il Ministro Frattini ha sottolineato di aver rilasciato delega al Sottosegretario Mantica, per la trattazione di questo aspetto, contrariamente alla riforma della struttura romana della quale si occuperà in prima persona.

 

La Confsal Unsa Esteri ha assicurato il proprio contributo al fine di migliorare l’efficacia e l‘efficienza dell‘intervento della Farnesina, nonché per rafforzare gli elementi di meritocrazia e d‘innovazione del nostro sistema ed ha chiesto un maggiore coinvolgimento delle OO.SS. e delle Commissioni Parlamentari competenti al fine di giungere ad una riforma graduale e soprattutto condivisa. 

 

La Confsal Unsa Esteri ha sottolineato che le politiche  di ottimizzazione  della produttività dovranno necessariamente andare di pari passo con il riconoscimento per tutti i dipendenti della Farnesina, ivi compresi i dipendenti a contratto, di diritti basilari nell‘ambito del loro rapporto lavorativo con la Pubblica Amministrazione ed ha espresso forti preoccupazioni per  la volontà del Sottosegretario Mantica – su delega del Ministro Frattini – di chiudere ca. 20 sedi consolari, prevalentemente in Europa , per un adeguamento della media italiana a quella dei nostri partner europei. A tale proposito, la Confsal Unsa Esteri ha ricordato al Ministro Frattini che nessuno tra i nostri partner europei conta ca. 5 milioni di connazionali all’estero (contando unicamente gli iscritti AIRE), di cui la maggioranza residenti in Europa. Questa specificità rende pertanto necessaria una rete più sviluppata e più capillare fra i propri cittadini rispetto a Paesi quali la Germania o la Francia. La più volte sbandierata informatizzazione della rete potrà semplificare alcune procedure, o quantomeno alcuni passaggi delle stesse, ma non riuscirà mai a sopperire a servizi quali ad esempio il rilascio e la consegna di un passaporto, di una carta d’identità, di un documento notarile o peggio all´erogazione di un sussidio ovvero all’assistenza diretta ai cittadini.

 

La nostra OS ha ricordato inoltre  che, a livello economico-commerciale, i nostri connazionali residenti all´estero sono i primi promotori del Made in Italy : è grazie a loro che il nostro stile di vita è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Un „Made in Italy“ che ha incrementato l’interesse per l’Italia all’estero, sia dal punto di vista economico, con tutto un giro d’affari legato a prodotti italiani, che da quello  culturale, se si pensa anche all’esportazione della nostra amata madre lingua attraverso il lavoro degli Istituti Italiani di Cultura. I ritorni economici che ne derivano, considerando anche il settore turistico, non sono per niente indifferenti per il nostro Paese. Gli stessi italiani all’estero sono stati parte importante della ricostruzione e del benessere economico dell’Italia del Dopoguerra e continuano ad esserlo tutt’oggi con un reddito di 5 miliardi di Euro, grazie anche alle loro pensioni maturate, che vengono poi spesi in Italia.

 

La razionalizzazione della Rete Estera produrrà gravi disagi alla nostra collettività  ed al personale tutto di questo Ministero; essa penalizzerà principalmente il personale a contratto che, assunto in loco senza alcuna prospettiva di mobilità e di carriera , in caso di chiusura della sede consolare verrà sradicato dal proprio contesto lavorativo e sociale, e  comporterà ulteriori perdite di posti all’estero per il personale di ruolo, oltre ai 28 posti già cancellati con le precedenti tre fasi di razionalizzazione.

 

La Confsal Unsa Esteri ha quindi reiterato la richiesta al Ministro Frattini, nell´ottica di un dialogo costruttivo volto ad individuare soluzioni che possano ridurre i costi per il nostro Dicastero e al contempo fornire garanzie al personale e alla collettività italiana residente all´estero, il coinvolgimento delle competenti Commissioni Parlamentari nella discussione del progetto di riforma, nonchè l´apertura di tavoli tra l´Amministrazione e le Organizzazioni Sindacali per approfondire ed individuare soluzioni per ogni singola sede e/o per ogni accorpamento di Direzione Generale proposto.

Infine, in ambito di discussione sulla Finanziaria 2010, il nostro Sindacato si è reso promotore della richiesta di risorse aggiuntive per il mantenimento in essere delle detrazioni fiscali per carichi di famiglia per  il personale a contratto, nonché per la contrattazione del nuovo Accordo Successivo.  Confsal Unsa Esteri, de.it.press

 

                                                       

 

 

 

 

Trattato di Lisbona,  per un'Europa più efficiente

 

  L’iter lungo e travagliato dell’adesione al trattato, per la comprensibile resistenza di molti Stati a cedere sovranità e a rinunciare a diritti di veto a favore delle istituzioni europee, è probabilmente la migliore testimonianza a favore della profondità dei cambiamenti che il nuovo patto porta con sé. Avvicinare la Ue ai cittadini e i cittadini alla Ue rafforzando, accanto all’intermediazione dei governi nazionali che sono stati finora i veri ‘’signori’’ dell’Unione politica, il ruolo dei parlamenti, e’ il primo obiettivo della riforma istituzionale che sta ridisegnando la governance di Bruxelles.

   L’adozione di tutta la normativa europea, da cui deriva, e’ bene ricordarlo, il 75% del nostro corpus legislativo, sarà soggetta d’ora in poi a un livello di controllo parlamentare che non ha riscontri in nessun’altra struttura sovranazionale o internazionale. Infatti tutta la legislazione europea richiederà con poche eccezioni, la duplice approvazione del Consiglio e del Parlamento europeo. Inoltre scatta un importante coinvolgimento dei parlamentari nazionali nel processo decisionale. Ciascuno di essi infatti riceverà infatti tutte le proposte legislative dell’Unione, in tempo utile per discuterle con i suoi ministri prima che il Consiglio europeo adotti una posizione e avrà anche il diritto di proporre un nuovo esame se ritiene che non sia rispettato il principio di sussidiarietà, per il quale ogni decisione va presa al livello di governo più vicino possibile al territorio.

  Ma i cittadini stessi conteranno di più, perché avranno la possibilità di presentare direttamente iniziative legislative alle istituzioni europee. Secondo questa nuova disposizione di democrazia partecipativa, un milione di cittadini appartenenti a un numero significativo di Stati membri, puo’ invitare la Commissione a presentare una proposta su questioni per le quali ritiene necessario un atto giuridico ai fini dell’attuazione del trattato di Lisbona.

  Anche la voce dell’Europa sulla scena mondiale potrà essere più forte se sarà politicamente colta una delle principali novità del trattato. A rappresentare l’unicità della politica ‘’estera’’ dell’Ue sarà una nuova carica istituzionale, nominata per la prima volta nei giorni scorsi dal Consiglio. La carta di Lisbona stabilisce principi e obiettivi comuni per l’azione esterna dell’Unione: democrazia, Stato di diritto, universalità ed inscindibilità dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana e dei principi di uguaglianza e solidarietà.

  Un’importante novità riguarda anche l’organismo di rappresentanza dei governi: la durata del mandato del presidente del Consiglio e’ stata prolungata, in modo da rafforzarne il suo potere di coordinamento. Inoltre il trattato estende il voto a maggioranza qualificata a nuovi ambiti politici per arrivare a processi decisionali più snelli su questioni cruciali come il clima, la sicurezza energetica, gli aiuti umanitari, ambiti per i quali la carta prevede per la prima volta apposite sezioni. L’unanimità è stata mantenuta solo per la politica fiscale, estera, la difesa e la sicurezza sociale. Si chiude davvero un’epoca, spetta a tutti noi europei pretendere che se ne apra una nuova, forti del trattato di Lisbona.

Roberta Angelilli e Gianni Pittella, vice presidenti del Parlamento europeo

 

 

 

 

 

Clima, la sfida di Copenhagen

 

Perché la Conferenza di Copehagen (COP15) è così importante?

A fine 2012 termina il primo periodo di adempimento del Protocollo di Kyoto ed è pertanto necessario negoziare i tagli delle emissioni per il periodo successivo. La mancata definizione di nuovi impegni di riduzione per l’inizio del 2013 sarebbe deleterio per l’efficacia della lotta ai cambiamenti climatici e per il mercato mondiale della CO2. Un accordo a Copenhagen è fondamentale per consentire i tempi tecnici necessari per rendere operativo il nuovo accordo prima della fine del 2012.

 

Cosa prevede il Protocollo di Kyoto?

Richiede complessivamente ai Paesi sviluppati di tagliare le proprie emissioni del 5% entro il 2012, rispetto ai valori del 1990. Gli USA si sono sottratti a tale obbligo, non ratificando il Protocollo. I Paesi in via di sviluppo, invece, lo hanno sottoscritto ma sono in questa prima fase esclusi da tagli vincolanti delle emissioni.

 

Cos’è l’UNFCCC?

È la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, definita nel 1992 a Rio de Janeiro. L’UNFCCC contiene i principi e gli indirizzi che la comunità internazionale ha deciso di adottare per affrontare i cambiamenti climatici. Gli incontri annuali dell’UNFCCC, chiamati “COP”, rappresentano l’unico ambito titolato a concordare e modificare le azioni e i trattati futuri, come avvenne nel 1997 con il Protocollo di Kyoto.

 

Come sono strutturati i lavori?

Esistono due tavoli negoziali indipendenti. Il KP è quello deputato a definire i nuovi vincoli di riduzione per i Paesi sviluppati che hanno aderito al Protocollo di Kyoto. Quello LCA, stabilito a Bali nel 2007, vuole invece stabilire degli obblighi per tutti i paesi sviluppati (inclusi gli USA) e le azioni che dovrebbero essere attuate dai Paesi in via di sviluppo per contribuire alla riduzione delle emissioni mondiali di gas serra.

 

Quali sono i possibili obiettivi per un accordo a Copenhagen?

Il IV Rapporto sui cambiamenti climatici dell’IPCC, il gruppo di scienziati di tutto il mondo che opera sotto il cappello ONU, ha presentato un chiaro scenario. Per contenere i possibili danni del riscaldamento globale sotto una soglia accettabile è necessario che l’innalzamento di temperatura (oggi pari a circa 0,75 °C) non superi i 2°C e per fare questo la concentrazione di CO2 in atmosfera (attualmente pari a 385 ppm) non deve superare i 450 ppm.

 

Quali nuovi impegni attendersi dai Paesi sviluppati (PS)?

Per mantenere la concentrazione di CO2 sotto i 450 ppm, gli scienziati dell’IPCC chiedono la riduzione entro il 2020 delle emissioni dei PS del 25-40% ed entro il 2050 dell’80%, tenendo come anno di confronto il 1990. Sull’obiettivo di lungo periodo esiste un largo consenso, ma l’accordo è difficile su quello al 2020. Ad esempio, l’obiettivo -17% proposto dagli USA è riferito al 2005 e se ricalcolato rispetto al 1990 è pari solo al -4% (il Protocollo di Kyoto prevedeva che gli USA raggiungessero il -7% entro il 2012).

 

Quali nuovi impegni attendersi dai Paesi in via di sviluppo (PVS)?

Non avendo i PVS completato il loro percorso di sviluppo economico e di lotta alla povertà non è pensabile attribuire loro degli obiettivi assoluti di riduzione delle emissioni. Il IV rapporto IPCC prevede invece che essi operino per la realizzazione di un percorso di sviluppo a minore contenuto di carbonio. È così ipotizzato che essi riducano la loro intensità di carbonio (emissioni di CO2/PIL) del 15-30% entro il 2020.

 

Vi sono altri punti sono in discussione?

I due tavoli KP e LCA intendono anche trovare come facilitare il trasferimento di tecnologie pulite a favore dei paesi in via di sviluppo e di promuovere l’adozione di misure di adattamento, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo, in grado di ridurre l’impatto causato dai cambiamenti climatici.

 

È prevista la creazione di strumenti legati alle foreste?

Storicamente gli interventi sulle foreste sono stati rivolti alle azioni di riforestazione, laddove le foreste erano precedentemente state distrutte. Da Copenhagen dovrà invece uscire un nuovo strumento, denominato REDD, in grado di proteggere le foreste esistenti. Queste vengono di fatto ad acquisire il valore di capitale mondiale per la protezione del clima dell’intero pianeta, anziché di aree a scarso valore economico per il paese che le ospita.

 

Chi si accollerà l’onere economico di tutti questi interventi?

I Paesi sviluppati sono chiamati a contribuire in modo principale alla creazione di un fondo in grado di supportare i Paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli cosiddetti “meno sviluppati”. Il fondo dovrà essere immediatamente operativo e costituito anche grazie a sistemi di tassazione del mercato della CO2. Ad oggi il consenso maggiore è perché esso venga gestito direttamente all’interno dell’UNFCCC. Daniele Pernigotti L’U 5

 

 

 

 

Ogni nazione deve fare la sua parte

 

La Conferenza dell’Onu sul clima che si apre a Copenhagen rappresenta una pietra miliare nell’impegno internazionale volto a costruire un rapporto più sostenibile con il nostro pianeta. La scienza ci dice che la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Ma i benefici di un’azione immediata e collettiva sono altrettanto rilevanti. Non dobbiamo perdere questa opportunità unica di tracciare un nuovo cammino verso una prosperità a basso contenuto di carbonio per tutti. È fondamentale raggiungere un accordo ambizioso sul clima a Copenhagen. Il momento è ora.

 

I cambiamenti climatici si ripercuotono su ogni altra sfida che affrontiamo. La povertà globale e la salute pubblica. La crescita economica. La sicurezza alimentare. L’acqua potabile. L’energia. Riscriveranno l’equazione globale per lo sviluppo, la pace e la prosperità nel XXI secolo.

 

Negli ultimi due anni abbiamo assistito a un progresso considerevole. Il cambiamento climatico non è più visto come un argomento di nicchia. È ora in cima all’agenda internazionale.

 

Il compito ora è quello di tradurre questa visione in realtà politica. Insieme, dobbiamo assicurare che tutti i Paesi lavorino in vista di un obiettivo comune e a lungo termine per limitare l’innalzamento della temperatura a livelli sicuri, per proteggere le popolazioni vulnerabili e per creare una via verso una crescita verde globale.

 

Possiamo raggiungere questi obiettivi a Copenhagen. Spingerò per un accordo il più possibile ambizioso, che soddisfi le verità scientifiche e che, come obiettivo ultimo, tracci la via per un accordo globale legalmente vincolante.

 

Copenhagen non dovrà occuparsi di ogni dettaglio, ma portare a una decisione chiara che stabilisca le basi principali dell’accordo globale sul clima. In questo momento, è importante che i Paesi si accordino su poche questioni rilevanti. Ogni nazione deve fare la propria parte.

 

Ma Copenhagen non è l’arbitro finale del successo, né il punto di arrivo dell’azione globale collettiva. L’attuazione sarà la chiave. Alla fine, sarà la scienza a dirci se avremo avuto successo o meno.

 

In ultimo spetta ai governi decidere il contenuto e la forma dell’accordo. La responsabilità del risultato di Copenhagen - così come per i più importanti accordi internazionali - pesa sulle loro spalle.

 

Il coinvolgimento dei Capi di Stato è cruciale. Incoraggio tutte le nazioni a fare del loro meglio affinché facciano di Copenhagen il luogo in cui il mondo concluderà un accordo globale che fornisca le fondamenta per un’azione collettiva sul cambiamento climatico.

BAN KI-MOON, Segretario generale delle Nazioni Unite, LS 6

 

 

 

 

 

Dall’Italia altri mille soldati per la guerra ai talebani

 

La Casa Bianca ringrazia: «Contributo significativo» - di CLAUDIO RIZZA

 

ROMA L’Italia dice subito sì a Obama e alla Nato, invierà altri mille soldati in Afghanistan, riducendo il contingente in Libano e nei Balcani. E La Casa Bianca reagisce immediatamente ringraziando il nostro Paese per il «significativo contributo». E’ così che il governo Berlusconi mostra la sua sintonia con gli Usa, proprio mentre in Europa in molti tentennano, tra cui inglesi, tedeschi e francesi, che di aumentare i propri contingenti non hanno voglia. E’ così che a palazzo Chigi si materializza una sorta di triangolo tra Roma, Washington e Mosca, perchè il presidente russo Medvedev, in visita nella Capitale, fa una mossa importante: annuncia che il Cremlino darà il permesso agli americani di trasportare truppe dirette in Afghanistan attraversando il territorio russo e contribuirà anche all’addestramento delle forze militari e di polizia afghane, come già fa l’Italia che ha promesso da tempo l’invio di altri 200 carabinieri, considerati nel mondo tra gli addestratori più titolati. Il dialogo Obama-Medvedev porta a risultati politico-diplomatici importanti, e Berlusconi si mostra ben felice di partecipare alla partita. In attesa che l’Europa di Lisbona riesca a mettere insieme il suo esercito europeo, senza doversi più affidare agli sforzi dei singoli paesi.

La nuova strategia messa a punto dalla presidenza Usa è giudicata convincente. Spiega Berlusconi: «Servono scuole, ospedali, ponti, strade e tutte quelle infrastrutture di cui il Paese è manchevole». E i militari servono per garantire la sicurezza interna e far progredire economicamente l’Afghanistan: solo così si potrà mettere argine ai talebani. Il punto di svolta è che Obama ha fissato un termine massimo, entro il quale Karzai oltre a combattere la corruzione dovrà fare a meno degli eserciti stranieri ed essere in grado di badare da solo alla sicurezza del suo Paese: il 2013. Più che una exit strategy, dice il ministro degli Esteri, Frattini, è una «transizione». E’ la prima volta che viene fissata una prospettiva temporale, oltre la quale il ritiro sarà totale. Novità che ha convinto Mosca a impegnarsi. Frattini e La Russa sono pronti a riferire al Parlamento sia sulle prospettive politiche che su quelle militari.

I conti sono facili. Un po’ di soldati verranno via dal Libano, visto che l’Onu ha assegnato agli spagnoli il comando del contingente. Il comando italiano da solo conta 200 uomini, ma visto che noi lì siamo 2400 e gli spagnoli solo la metà è chiaro che dovrà esserci un riequilibrio in nostro favore. Un altro gruppo verrà distolto dai balcani, dove il graduale rientro era già programmato. Dunque, entro la fine dell’anno prossimo l’Italia sarà in grado di arrivare a quota +1000. I 400 militari inviati a Kabul per le elezioni sono già rientrati in patria, e sono disponibili. Militarmente, La Russa prevede che il nostro contingente rinforzato, da 3 a 4 battle group, dovrebbe essere in grado di controllare da solo la parte Ovest del Paese, senza l’aiuto di americani e inglesi e senza nuove regole d’ingaggio. Decisioni che verranno prese assieme agli alleati. Già stamattina Frattini ne parlerà a Bruxelles prima con i ministri degli Esteri Ue e poi con il Consiglio Nato, incontrando Hillary Clinton. E per il periodo natalizio ministri e i presidenti delle Camere, Schifani e Fini, stanno già organizzando visite ai nostri contingenti di pace. Im 4

 

 

 

 

Militari italiani in Agghanistan. Una prova di maturità

 

Se Obama si aspettava una corale adesione dei principali alleati atlantici alla sua richiesta di inviare rinforzi in Afghanistan, deve essere rimasto deluso. La Germania non prenderà decisioni prima della conferenza di Londra di fine gennaio. La Francia potrebbe aumentare, e non è sicuro, soltanto il numero degli addestratori. I soldati turchi continueranno a non partecipare a operazioni di combattimento. Tanto più degno di nota diventa allora il ruolo di avanguardia che l’Italia (assieme alla Gran Bretagna e alla Spagna) ha deciso di assumere. Nelle attuali condizioni strategiche e finanziarie mille uomini in più entro la fine del 2010 non sono poca cosa, anche se lo sforzo sarà compensato da rientri di militari dal Libano e dai Balcani.

Le prime verifiche contabili avranno luogo tra oggi e lunedì alla Nato, ma se anche il segretario Rasmussen riuscisse a raggiungere l’obbiettivo dei 7.000 uomini in più (provenienti da una ventina di Paesi), la risposta italiana tanto diversa da quelle tedesca e francese lascerebbe il segno. Un segno che vuole essere politico, assai più che operativo. L’Italia che non esita a dire «sì» a Obama intende evidentemente dare nuovo vigore all’amicizia con gli Usa. Un nuovo vigore assai opportuno se si considera che, al di là delle rassicurazioni diplomatiche, Washington preferirebbe vedere Roma più impegnata nel contenere la dipendenza europea dal gas russo e preferirebbe anche evitare troppi elogi a Lukashenko.

Ma soprattutto, e qui si pone la vera questione strategica, l’Italia del «sì» sceglie di cavalcare la scommessa di Barack Obama. Una scommessa audace, secondo alcuni persino temeraria. Gli Usa spediscono in Afghanistan la quasi totalità dei rinforzi chiesti dal generale McChrystal. Contro ogni regola militare e a fini di consenso interno, viene sin d’ora annunciato l’inizio del ritiro per il luglio 2011 (su questa scia il ministro Frattini ha indicato ieri nel 2013 la fine della «transizione» afghana, e dunque il disimpegno militare italiano e alleato). Obama, però, non ha specificato una data-limite per il rientro in patria delle altre truppe Usa. E sono comunque in molti a dubitare che le forze Isaf, anche irrobustite dai nuovi arrivi, riescano davvero a creare le condizioni per un ripiego onorevole con tanto di sereno passaggio di consegne all’esercito afghano.

E ancora, sarà davvero distrutta al Qaeda, Karzai farà la sua parte in maniera finalmente dignitosa (ieri ha detto di essere disposto a parlare anche con il mullah Omar), Olanda e Canada rivedranno le loro decisioni di ritiro rispettivamente nel 2010 e nel 2011, non risulterà destabilizzato il Pakistan con le sue atomiche, non ci metterà lo zampino il confinante Iran che continua a non stringere la mano tesa americana? È una scommessa, appunto, ma al punto in cui era Obama non poteva fare altro. E anche l’Italia, nella misura del suo contributo, non ha voluto fare altro, aspettare, pensarci su, tirarsi indietro. Il messaggio è chiaro, ed è positivo: tra alleati, in avanti o indietro, ci si muove uniti.  Franco Venturini  CdS 4

 

 

 

 

Missioni militari. Le ragioni italiane e quelle degli altri

 

LA GUERRA in Afghanistan è combattuta dagli Stati Uniti ma anche dalla Nato. Dato che l’Italia fa parte della Nato e non ha mai inteso svolgervi un ruolo di secondo piano, l’appello che il presidente Obama ha rivolto agli alleati perché contribuiscano al suo progetto di soluzione della crisi entro una data prossima (cioè a partire dal luglio 2011), è evidente che il governo italiano non può sottrarsi alla richiesta americana né ha la forza politica necessaria per assumere da solo un atteggiamento pieno di riserve come quello francese o tedesco (dato che prevedibilmente i britannici non si sottrarranno alla tradizione di collaborare strettamente con gli Stati Uniti).

Gli americani chiedono che le forze italiane in Afghanistan siano aumentate di 1.500 uomini. Il ministro della Difesa, La Russa, ha piuttosto accennato all’invio, dilazionato di qualche mese, di circa 1.000 uomini. Questa promessa, che in linea di principio non incontra se non circoscritti ostacoli parlamentari, incontra invece due ordini di ostacoli: uno pratico e l’altro politico. L’ostacolo pratico consiste nel fatto che i costi della missione incideranno sul bilancio italiano, già così rigido nei suoi principi e nella sua applicazione, da essere stato all’origine di non pochi dissapori persino all’interno della maggioranza. Ma questo aspetto del problema può essere risolto riducendo la partecipazione italiana in altri settori, magari di maggior interesse per l’Italia ma meno vicini ai progetti di Obama: il contingente italiano in Libano, quello in Kosovo, quelli, di minor entità, presenti in varie parti del mondo. Sarà necessario comporre una scacchiera non facile né forse sufficiente a colmare la forza del contingente.

L’ostacolo politico è però ancora più difficile da superare. Infatti se gli Stati Uniti e la Nato debbono impegnare altre forze in Afghanistan per sconfiggere i guerriglieri di al Qaeda, la domanda che sorge spontanea riguarda le possibilità di successo di questa operazione. Lo storia recente della spedizione irachena indurrebbe all’ottimismo. Nell’ultimo anno della sua presidenza, il presidente George Bush jr. venne convinto a adottare la nuova strategia che mirava a rafforzare a breve termine i reparti americani perché questi fossero meglio in grado di appoggiare il governo di Baghdad a costruire una forza di polizia sufficiente a garantire un minimo di autonomia, così da garantire al Paese la possibilità di “risorgere” dalle rovine della guerra per ritornare a una vita quasi normale. Questo successo si basava sulla volontà delle fazioni irachene di por termine a un contrasto suicida e sul buon esito degli infiniti negoziati che gli americani (con i loro alleati) condussero per favorire anziché le rivalità la concordia. L’affievolirsi della contrapposizione fra sciiti e sunniti aprì la strada alla pacificazione.

In Afghanistan la situazione è del tutto diversa. Qui non si tratta di rivalità dottrinarie ma piuttosto di rivalità tribali o, peggio ancora, della presenza, come ha ammesso il segretario di Stato, Hillary Clinton, di una base dalla quale poche migliaia di uomini possono condizionare la vita di tutta l’area mediorientale: dal Sudan, alla Somalia (come ha confermato l’attentato di ieri), all’Iran, e soprattutto al Pakistan. I talebani o gli afghani in generale non rappresentano una minaccia diretta per gli Stati Uniti né per la Nato, ma il territorio tribale nel quale essi hanno il loro principale rifugio, al confine tra l’Afghanistan e il Pakistan, rappresenta, come rileva Obama, una sorta di piattaforma dalla quale i terroristi possono organizzare azioni, colpi di mano, attentati: possono in altri termini diffondere terrore e insicurezza in tutta un’area del mondo dalla fondamentale importanza strategica ma dal vuoto politico in apparenza incolmabile. I pakistani stessi hanno cercato vanamente, nelle scorse settimane, di colpire in modo definitivo questo groviglio di terrorismo senza riuscire nell’impresa. Sicché l’ipotesi che sia possibile organizzare in Afghanistan una forza di polizia che, a partire dal luglio 2011, sia divenuta così efficiente da rendere possibile l’inizio del ritiro delle forze Usa-Nato, che dovrebbero aver avviato a compimento la loro missione, appare quanto mai problematico. Fino al discorso di Obama la Casa Bianca aveva previsto che le operazioni in Afghanistan sarebbero durate diversi (otto o nove) anni. Ora pare che 19 mesi siano sufficienti per legittimare l’ottimismo. Invece si tratta di una tesi che legittima il dubbio e mette in difficoltà non solo gli Stati Uniti ma anche gli alleati più disponibili, come l’Italia.  ENNIO DI NOLFO Im 4

 

 

 

 

Finanziaria 2010 e politiche per gli italiani all’estero

 

Nell’ultima mattinata di lavori del Cgie un richiamo alle drammatiche conseguenze sull’assistenza diretta e indiretta ai connazionali indigenti, se non vi sarà un recupero di risorse in sede parlamentare

 

  ROMA – Si è discusso delle conseguenze dei tagli di risorse alle politiche per gli italiani all’estero, previsti nella legge finanziaria 2010, stamani nell’ultima mattinata di lavori della Plenaria del Cgie.

  Conseguenze che rischiano di essere gravi specie per quanto riguarda l’assistenza diretta e indiretta a favore dei connazionali all’estero e per le ripercussioni sulle polizze sanitarie stipulate nel corso degli ultimi anni con diversi Paesi dell’America latina – Argentina, Venezuela, Colombia, Uruguay, Cilee Messico - a beneficio dei connazionali indigenti.

  Il segretario generale del Cgie Elio Carozza -  che aveva già manifestato nella relazione tenuta in apertura di lavori la preoccupazione del Comitato di presidenza per il taglio, nel 2010, di 6 milioni di euro ai fondi per l’assistenza diretta - afferma che “le polizze sanitarie attualmente in vigore devono essere mantenute al livello corrente”, vale a dire in favore dello stesso numero di beneficiari e per le medesime prestazioni sino ad oggi garantite. Egli chiede inoltre se la volontà espressa dal Cgie nell’ultimo anno, visti i considerevoli tagli di bilancio attuati dal governo, di concentrare gli sforzi per l’assistenza verso i connazionali residenti nei Paesi dell’America Latina abbia ottenuto risultati e invita, chiunque abbia notizia di malfunzionamenti nell’erogazione delle prestazioni, di presentare segnalazioni circostanziate e verificate nei fatti.

  Maria Rosa Arona (Argentina), presidente della Commissione Sicurezza e Tutela sociale, ha rimarcato la riduzione dei beneficiari della polizze sanitarie nel suo Paese di residenza – dati menzionati anche nella relazione dei lavori della Commissione. Tale riduzione si è determinata a seguito dei tagli sui due capitoli di spesa rispetto alla cifre stanziate nel 2008 (28 milioni di euro): -47% per l’assistenza indiretta e – 22% per quella diretta. La Arona ricorda che, a seguito di questi tagli, “si è determinato uno spostamento delle richieste a carico del capitolo dell’assistenza diretta, vista la mancata copertura e possibilità di intervento di enti prima preposti allo scopo, lasciando in questo modo migliaia di persone senza un’adeguata protezione sociale”. Per menzionare le cifre – più volte ricordate nel corso di questo Cgie – viene segnalato che il bilancio 2010 includerebbe stanziamenti per le due tipologie di assistenza di 10 milioni di euro – rispetto ai 16 milioni di euro dell’anno in corso che si è riusciti a recuperare solo grazie ad uno “stanziamento suppletivo”. “In questa situazione drammatica, che necessita tutto il nostro impegno per fare in modo che si recuperino risorse, è difficile dire quali siano le priorità – afferma la Arona. Nonostante le polizze sanitarie con i Paesi già citati siano state rinnovate, così come segnalato dall’amministrazione, non sarà possibile, stando a queste cifre, mantenere invariato il numero di beneficiari (si calcola una riduzione del 40% dei destinatari), per questo è “assolutamente necessario un recupero dei fondi, nel corso del dibattito parlamentare sulla legge di bilancio, almeno equivalente a quanto fatto durante l’esercizio dell’anno 2008”.

  Anche il vice segretario generale per l’America Latina, Francisco Nardelli (Argentina), concorda con la necessità di “mantenere almeno la stessa qualità delle polizze sanitarie sino ad oggi assicurate”, rimarcando come analoghi interventi assistenziali andrebbero prospettati, anche rispetto ad altri Paesi, come il Brasile. “La polizza è uno strumento indispensabile affinché ai nostri connazionali venga garantita un’assistenza che è un diritto alla pari dignità di trattamento – conclude Nardelli.

  Carla Zuppetti, direttore generale per gli Italiani all’estero e le Politiche migratorie del Mae, ha ricordato come le polizze rappresentino senz’altro uno strumento di assistenza valida per i connazionali all’estero. “Pur essendo uno strumento funzionale e moderno non dobbiamo dimenticare che esso è però innestato su un capitolo di spesa che abbiamo constatato, nostro malgrado, in questi ultimi anni non essere continuativo” – ha detto Carla Zuppetti -. “Lo stesso recupero dei fondi allo scopo è un risultato che registriamo annualmente e che difficilmente dunque si presta al sostegno ottimale di questo sistema – ha concluso il direttore, chiarendo come queste osservazioni potranno giovare in futuro ad una considerazione e progettazione di interventi di più lungo periodo”. (V.P. – Inform)

 

 

 

  

 

 

Bersani: «Berlusconi si avvia al tramonto. Ora il Pd deve avere un suo profilo»

 

ROMA  - Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, non si è pentito di non aver partecipato al No B day e aggiunge: «La giornata ha mostrato un'energia nuova». Ora il compito del Pd, spiega il segretario, parlando alla trasmissione In mezz'ora su Rai 3, «è mettere in comunicazione queste e tutte le altre forze che vogliono una alternativa». Il Pd deve avere un suo profilo, «non siamo attaccati al carro di nessuno», ha detto ancora Bersani riferendosi alle alleanze.

 

«Capiamoci bene: quella di ieri - ha spiegato Bersani - era una manifestazione della rete? Sono diverse piattaforme e posizioni diverse che si uniscono in una parola d'ordine? Se è tutto questo, allora un partito cosa deve fare? Mettersi in coda o imbucarsi? Deve metterci il cappello e aderire a tutto quello che viene detto o mandare una delegazione come in Cecoslovacchia negli anni 50? Chiediamoci questo, io dico di no. Un partito deve lasciare liberi i militanti i suoi dirigenti, secondo le proprie sensibilità. Come partito deve prendersi un'altra responsabilità. Dopo la giornata di ieri la responsabilità del Pd è quella di cogliere questa energia e collegarla ad altri mondi e sensibilità, mondi e energie che possono mettere in campo una alternativa».

 

«Sento l'obiezione che la base ha un avversario diverso rispetto ai vertici del partito... no, questa obiezione non la faccio passare. Per quenta gente ci fosse ieri in piazza - ha aggiunto il segretario del Pd - di gente che vuole mandare a casa Berlusconi ce n'è di più. Anche gente che ha votato Berlusconi, perché se partiamo dal presupposto che tutti quelli che hanno votato Berlusconi sono fascisti o opportunisti, allora credo che non andiamo da nessuna parte».

 

Il segretario Pd dice poi di non credere al "complotto" contro Berlusconi. Partendo dalla deposizione di Gaspare Spatuzza al processo Dell'Utri, il leader democratico ha detto: «Io sono un garantista e noto che c'è un lato che non emerge mai: Berlusconi si vanta di aver governato tanti anni come De Gasperi. È vero, infatti sono più di dieci anni. La questione è che se De Gasperi fosse vivo riuscirebbe a fare il riassunto di quel che ha realizzato nei suoi governi. Se Berlusconi fa un riassunto delle cose fatte, cosa dice? Che abbiamo tasse più basse, più occupazione o riforme? Cosa abbiamo? Il centro destra deve rendersi conto che in questi anni noi siamo stati bloccati e lo siamo di nuovo, per i problemi del premier, che non sono i problemi della gente».

 

«Se Berlusconi è davvero uno statista - ha detto il leader democratico- perché non si pone il problema e vedere per quali vie può essere creato un orizzonte nuovo al centro destra? Perché l'orizzonte è quello del tramonto. Complotto ai suoi danni? Io non ci credo. Piuttosto dico che siamo di fronte alla fine di un ciclo e nella luce del tramonto, possono succedere tante cose. Se Berlusconi è uno statista non può raccontare barzellette su questo aspetto

 

Bersani ha detto infine che se il centrodestra insisterà sul processo breve si creerà un clima in Parlamento e nell'opinione pubblica che renderà difficile fare riforme.

 

«Il tramonto è quello che sta vivendo il Partito Democratico, stretto tra la sinistra radicale e la piazza estremista di Di Pietro, abbandonato dai moderati, incapace di una iniziativa concreta o di una idea innovatrice». Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti ha replicato alle affermazioni del segretario del Pd. IM 6

 

 

 

 

Processo Dell'Utri, Spatuzza in aula: «Graviano mi parlò di Berlusconi»

 

Il pentito nel bunker di Torino: «Il boss disse che grazie a quello di Canale 5 ci eravamo messi il paese tra le mani»

 

MILANO - «Ho fatto parte dagli anni Ottanta al Duemila di un'associazione terroristico-mafiosa denominata Cosa Nostra. Dico terroristica per quello che mi consta personalmente, perché dopo gli attentati di via D'Amelio e Capaci, ci siamo spinti oltre, come l'attentato al dottor Costanzo (Maurizio ndr) e quello a Firenze dove morì la piccola Nadia». Gaspare Spatuzza entra in aula pochi minuti prima di mezzogiorno. Il pentito di mafia, protetto da due paraventi, depone a Torino al processo d'appello per concorso in associazione mafiosa nei confronti di Marcello Dell'Utri, condannato a nove anni in primo grado, presentandosi come uno che è stato «condannato per sei o sette stragi e circa una quarantina di omicidi». Un intervento molto atteso, il suo, alla luce delle precedenti dichiarazioni rese davanti ai pm (l'ex mafioso ha descritto il senatore del Pdl e il premier, Silvio Berlusconi, come interlocutori di Cosa Nostra).

LE LETTERE - Spatuzza racconta che prima degli attentati del '93 (a Roma nella Chiesa di San Giovanni in Laterano, al Verano e a Milano ai giardini di via Palestro) imbucò cinque lettere, alcune delle quali indirizzate a testate giornalistiche. «Queste lettere - prosegue - provenivano dal boss Giuseppe Graviano. Il fatto che prima di fare un attentato mi dicessero di informare qualcuno con delle lettere è un'anomalia che mi ha fatto capire che c'era qualcosa sul versante politico». Nell'incontro di fine '93 a Campo Felice di Roccella con Graviano, Spatuzza - stando al suo racconto - riceve l'ordine di compiere un attentato «in cui moriranno un bel po' di carabinieri». Il fallito attentato allo stadio Olimpico «doveva essere il colpo di grazia» afferma Spatuzza. E poi: «Dissi a Graviano che ci stavamo portando un po' di morti che non ci appartenevano, ma lui mi disse che era bene che ci portassimo dietro questi morti, così 'chi si deve muovere si dà una mossa'». Spatuzza spiega: «Vigliaccatamente (così nella deposizione, ndr) Cosa Nostra ha gioito per Capaci e via D'Amelio. Perché erano i principali nemici nostri. Capaci ci appartiene, via D'Amelio ci appartiene - afferma - ma tutto il resto non ci appartiene». Come fallì l'attentato all'Olimpico? «Io e Benigno (altro mafioso, ndr) eravamo a Monte Mario. Benigno dà l'impulso al telecomando ma non funziona e l'attentato non avviene. Poi quando i carabinieri si erano già distanziati io gli dissi di fermarsi, di non dare più l'impulso. Scendiamo con la moto, ma l'attentato in sostanza era fallito».

IL NOME DI BERLUSCONI - Poi Spatuzza afferma: «Nel '94 incontrai Giuseppe Graviano in un bar in Via Veneto, aveva un atteggiamento gioioso, ci siamo seduti e disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo grazie alla serietà delle persone che avevano portato avanti quella storia e non come quei quattro "crasti" socialisti che avevano preso i voti nel 1988 e 1989 e poi ci avevano fatto la guerra. Mi vennero fatti due nomi tra cui quello di Berlusconi. Io chiesi se era quello di Canale 5 e mi disse: sì. C'era pure un altro nostro paesano. Graviano disse che grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il paese nelle mani». Successivamente Spatuzza si trovò nel carcere di Tolmezzo con Filippo Graviano: «Nel 2004 lui stava malissimo, io gli parlavo dei nostri figli, di non fargli fare la nostra fine... ho avuto la sensazione che stava crollando. Mi disse di far sapere a suo fratello Giuseppe che se non arrivava qualcosa da dove doveva arrivare, allora bisognava parlare ai magistrati». Il pm chiede spiegazioni sulla frase «da dove doveva arrivare» e qui Spatuzza ritorna al riferimento di Berlusconi e Dell'Utri. «I timori di parlare del presidente del Consiglio erano e sono tanti - continua Spatuzza. - Basta vedere che quando ho cominciato a rendere i colloqui investigativi con i pm mi trovavo Berlusconi primo ministro e come ministro della Giustizia uno che consideravo un 'vice' del primo ministro e di Marcello Dell'Utri».

Ascolta il processo in diretta (in collaborazione con Radio Radicale)

DISSOCIAZIONE - Spatuzza ripercorre poi la scelta di dissociarsi da Cosa Nostra. «Nel 2000 ho iniziato un bellissimo percorso di istruzione e isolamento». Il pentito ricorda «il cappellano del carcere di Ascoli Piceno, padre Pietro Capoccia» come l'incontro chiave della sua svolta che gli trasmise «l'amore per le sacre scritture». «Mi trovai di fronte al bivio di essere o uomo di Dio o mammone: ho deciso di amare Dio» afferma Spatuzza che poi indica nel procuratore antimafia Pietro Grasso la persona che ha dato un contributo fondamentale alla sua decisione definitiva di collaborare con la giustizia «nel marzo 2006». «Non sono qui per barattare le mie parole, sarei un vigliacco - aggiunge - lo Stato sa cosa deve fare della mia persona. La mia missione è restituire verità alla storia e non mi fermerò di fronte a niente. Se ho messo la mia vita nelle mani del male, perché non la devo perdere per il bene?».

IL CONTROINTERROGATORIO - Terminato l'interrogatorio del procuratore generale Gatto, l’udienza è stata sospesa per circa un’ora ed è ricominciata dopo le 15 con il controinterrogatorio della difesa. «Dopo l'ammissione al programma pentiti ho deciso di togliere gli omissis sulle stragi del '92 e '93» ha detto il pentito rispondendo alle domande dell'avvocato dell'imputato, che gli faceva notare che prima del giugno 2009, interrogato dai pm di diverse Procure italiane, non aveva mai indicato Berlusconi e Dell'Utri come i referenti di Cosa Nostra. Spatuzza ha spiegato di non aver «mai chiesto nulla in cambio allo Stato» e di aver «riferito quello che sapevo su Berlusconi e Dell'Utri solo il 16 giugno del 2009 ai magistrati di Firenze perché, prima - ammette - temevo che si potesse dire che tiravo in ballo i politici per accreditarmi come pentito».

«UN PETARDO» - Le accuse di Spatuzza sono «un petardo», non «una bomba atomica», aveva detto in precedenza, l'avvocato di Dell'Utri, Nino Mormino, con un evidente riferimento alla frase pronunciata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante un fuorionda. Prima dell'avvio dell'udienza, aveva parlato invece il Pg della Corte d'Appello di Palermo, Antonino Gatto, secondo il quale «si sta enfatizzando troppo qualcosa che ha un certo rilievo ma non così eccessivo». «Tutto questo toglie serenità» aveva aggiunto il magistrato.

LA REAZIONE DI DELL'UTRI - Parla anche Dell'Utri: «La mafia - afferma il senatore durante una pausa del processo - ha interesse a buttare giù un governo che lotta contro» i clan. «Sono dati oggettivi - dice - c'è stato il massimo dei latitanti catturati, il massimo dei beni sequestrati, il massimo delle pene severe contro i condannati per mafia. Spatuzza è un pentito della mafia, non dell'antimafia. Ma io sono sereno. L'unica cosa che è incredibile e assurda è che mi sento come a teatro dove c'è un protagonista 'povero Marcello' ma non sono io, è un altro. Di fronte a queste accuse una persona normale o impazzisce o si spara. Io non sono normale, e non mi sparo». «I Graviano? Non li ho mai conosciuti, io non conosco nessuno» ribadisce Dell'Utri. «Provenzano? Sta scherzando. Io conoscevo Vittorio Mangano, punto e basta». Il senatore del Pdl nega di avere ricevuto messaggi mafiosi: «Ma quali messaggi? Le dichiarazioni di Ciancimino mi fanno ridere...». E poi: «La mafia ha votato per noi? Che ne so, può essere; d'altronde in passato aveva votato anche per Orlando. Purtroppo non gli hanno ancora tolto il diritto di voto. Fino a quando qualcuno non gli impedisce di votare, ciò che fanno non è controllabile». «Uno come Spatuzza Falcone l'avrebbe denunciato» ha detto poi Dell'Utri al termine della deposizione del pentito, spiegando di non essere affatto sorpreso dalle rivelazioni in aula dell'ex uomo di Cosa Nostra. «Non ha detto nulla di più o di meno di quello che aveva già riferito ai pm» ha spiegato Dell'Utri. «Il suo obiettivo - ha ribadito - è fare cadere il governo Berlusconi, non ci sono altre spiegazioni». Ai giornalisti che gli chiedevano se riteneva che dietro al collaboratore ci fosse qualcuno, Dell'Utri ha risposto: «Non lo so. Ci saranno i pm».

BATTIBECCO CON UNA GIORNALISTA - Battibecco tra il senatore Pdl e una giornalista de Il fatto quotidiano e di Radio Popolare, Antonella Mascali. «Il signor Mangano è stato eroico. Lo ripeto e-ro-i-co. Vuole che glielo ripeta ancora?» ha detto Dell'Utri, utilizzando nei confronti della giornalista un'espressione risentita: «Ma che c... dice lei?». Motivo della notevole arrabbiatura dell'imputato di concorso esterno sono state le domande su Vittorio Mangano, il cosiddetto stalliere o fattore di Arcore e le ripetute definizione di «eroe» che gli sono state riservate ripetutamente da Dell'Utri. CdS 4

 

 

 

 

Quella «piccola spada» sul potere

 

Ora che sta arrivando l'ultimo pentito, mi ricordo del primo.

Il primo grande pentito di mafia arrivò, inatteso, all'aeroporto di Fiumicino il 15 luglio 1984 con un volo Alitalia da Rio de Janeiro. Tommaso Buscetta, 56 anni, uno dei più grandi trafficanti di droga del mondo, scese la scaletta dell'aereo indossando uno spropositata coperta a righe orizzontali che serviva a mascherare il giubbotto antiproiettile: un’idea degli allora giovani Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli, gli ultimi due capi della Polizia di Stato italiana. Buscetta, come era successo per la sua vasta famiglia, correva il rischio di essere fatto fuori già all'arrivo.

 

Un anno dopo, con doppiopetto blu, gli occhiali scuri, i capelli tinti Buscetta fece il suo ingresso nell'aula bunker di Palermo, inseguito da urla belluine che venivano dalle gabbie degli imputati.

 

In dodici mesi, con le sue rivelazioni a Giovanni Falcone, aveva messo al tappeto Cosa Nostra, spiegando al mondo come era fatta quell'entità della cui esistenza stessa si dubitava. Poi ci mise nove anni ad aggiungere un dettaglio: «A proposito, Cosa Nostra ha un referente politico nel presidente del Consiglio Giulio Andreotti». E mezza Italia tirò un sospiro di sollievo quando il tribunale di Palermo sentenziò che sì, Andreotti era stato colluso, ma era stato tanto tempo prima e quindi gli italiani potevano continuare ad amarlo.

 

È passata una generazione. Sono passati almeno millecinquecento “pentiti”, la più grande diserzione da un esercito che fa giurare ai suoi soldati «possa io morire bruciato vivo se tradirò»; ma Cosa Nostra è ancora in piedi. E oggi a Torino, Gaspare Spatuzza, definito da Gianfranco Fini «una bomba atomica», si presenta in pubblico per accusare Silvio Berlusconi di essere stato il nuovo referente di Cosa Nostra, che evidentemente ha un debole per i presidenti del Consiglio.

 

Spatuzza, in siciliano «piccola spada», ha 45 anni, pochissima scolarità e il soprannome di «u tignusu», ovvero il calvo. (Un calvo che accusa un trapiantato, così va il mondo). Fa parte della famiglia di Brancaccio, il sedicente quartiere industriale di Palermo, comandata dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e fortemente associata ai corleonesi di Riina e Provenzano. Per loro ha strangolato, sparato, messo bombe.

 

È di una fedeltà assoluta, tanto da chiamare il suo capo, Giuseppe Graviano, «Madre Natura» e diventa in breve un tecnico criminale polivalente e specializzato. Nel 1992 imbottisce di tritolo la Fiat 126 usata per far saltare in aria Borsellino e la sua scorta. Nel 1993 è lui ad organizzare tutto il trasporto delle centinaia di chili di tritolo, la logistica e lo staff della campagna stragista di Roma, Firenze e Milano. L’anno dopo è nel commando che uccide don Puglisi, poi si incarica di sciogliere nell'acido il bambino Giuseppe Di Matteo.

 

Nel 1997, quando è ormai ai vertici della cosca, la sua carriera finisce. Gli uomini dello Sco di Antonio Manganelli lo braccano e infine, dopo una sparatoria, lo bloccano all'interno dell’ospedale Cervello. Quel giorno appare l'unica fotografia: la maglietta a strisce, la faccia dura e la pelata di un trentacinquenne inviato al 41 bis. I suoi capi Graviano ci sono già da tre anni, arrestati a Milano in un ristorante, con le mogli salite da Palermo per fare shopping e un conoscente che vuol fare conoscere a Marcello Dell'Utri il figlio dodicenne, un vero fenomeno del football,perché lo inserisca nei pulcini del Milan

 

È l’unica parte buona di questa storia italiana, perché Gaetano D'Agostino è effettivamente diventato un campione, star dell’Udinese e possibile convocato ai mondiali.

 

Per il resto, la storia è tremenda, ma è purtroppo la storia in cui viviamo da quindici anni, ancora peggiore di quella che raccontò Buscetta e per cui furono uccisi Falcone e Borsellino. Se la narrazione ufficiale racconta della discesa in campo dell’imprenditore Berlusconi, che ha modernizzato l’Italia, portandovi la freschezza e il successo della sua carriera e ricevendo in cambio l'amore e il plebiscito continuo del popolo, la versione di Spatuzza è orribilmente opposta. Dice che Berlusconi (il capo carismatico) e Dell'Utri (il fondatore del Partito) erano in affari con Cosa Nostra e che assecondarono la campagna delle stragi. Che Cosa Nostra si comportava come se le televisioni di Berlusconi fossero, almeno in parte, cosa loro, perché ci avevano messo i loro soldi, come pure nella Sardegna immobiliare e nell’edilizia milanese, che loro e Berlusconi sono saliti insieme, che Berlusconi aveva promesso di mandare a casa i carcerati e che poi non l'ha fatto, che loro gli hanno portato i voti e il potere e non hanno avuto nulla in cambio.

 

Gaspare Spatuzza racconta queste cose da almeno un anno ai magistrati di Palermo, di Caltanissetta, di Firenze, che lo giudicano credibile, ben informato, riscontrato. Appena ieri lo hanno ammesso nel programma di protezione: cambierà nome e quasi sicuramente avrà anche lui un trapianto di capelli.

 

Marcello Dell'Utri ha reagito in maniera sofferta (la testimonianza di Spatuzza potrebbe farlo condannare anche in Appello, l’eroico

sacrificio dello stalliere Mangano potrebbe non essere stato sufficiente), ma Berlusconi è stato il contrario, proponendo di fatto il rogo per tutto ciò che ha parlato di mafia: i libri, i film, le fiction, la grande intossicazione del cervello collettivo e si è riproposto come anagraficamente innocente: egli è infatti, come tutti sanno, milanese e della mafia conosce solo delle barzellette. Gli italiani capiscono, e se non capiscono con le buone, capiranno con altri metodi. Ed è significativo che consideri pericolosi solo le immagini e le parole. I politici non gli fanno paura: loro sanno già e hanno accettato.

 

Dopo 16 anni (anni melmosi, di sussurri e veleni) Spatuzza arriva a Torino, 1200 km a nord di Palermo. La sua presenza a Palermo è stata considerata troppo pericolosa, farlo parlare in videoconferenza è troppo poco, la Corte vuole guardarlo negli occhi, vedere quanto è davvero pentito. Lui, dopo dieci anni di carcere duro, si è convertito, chiama tutti «mio fratello in Cristo», studia teologia.

 

Era stato un vero Griso, che tolse duecentomila lire dal portafoglio di don Puglisi e pure le marche da bollo della patente. Era uno che con una mano rimescolava le ossa dei cadaveri nell'acido e con l'altra si mangiava un panino. Dovrà dimostrare di essere Fra Cristoforo.

 

Nessuno lo vedrà in faccia, forse si vedrà la punta di una scarpa dietro il paravento che in ospedale per proteggere gli altri dalla vista di un malato terminale. Si sentirà la voce, dicono che Gaspare il calvo parli un italiano comprensibile. Se avrà tentennamenti, pause, cali, bisbigli.

 

Torino è adatta per questa testimonianza: città efficiente, lontana, scettica e pur sempre Italia.

Le voci sono gozzaniane: ma chi è ‘sto Spatuzza? Ma c’è da fidarsi? Ma non è un po' tutta un’esagerazione? Bloccheranno il traffico? Ma era proprio necessario?

 

L’organizzazione è sabauda: la Polizia è incaricata di gestire il convoglio che parte dal carcere (Alessandria? Novara? Chissà?) verso il moderno Palazzo di Giustizia e poi ripartirà per destinazione ignota. Vigili allertati, al massimo una o due strade chiuse. L’elicottero che fa già flap flap. Le Procura Generale distribuisce celermente gli accrediti, molti i giornali stranieri. L'aula 1 è capiente, sta già ospitando il processo per il rogo della Tyssen. Pubblico non ce ne sarà, non siamo ai tempi del processo di Cogne, quando tanta era la folla che si decise di distribuire i bigliettini, come per le visite oculistiche della mutua: tutti volevano vedere negli occhi la mamma, se era davvero bella e se aveva gli occhi da assassina. Previsioni del tempo: nuvolo con pioggerellina al mattino, ampie schiarite nel pomeriggio. Possibilità di avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa con finalità di strage a Silvio Berlusconi: non calcolabile.Spirito del tempo: brutta sensazione che stia per succedere qualcosa. Enrico Deaglio L’U 4

 

 

 

 

Doveri della politica e della magistratura. Tutti i dubbi (ragionevoli)

 

Gaspare Spatuzza, testimone nel processo contro Marcello Dell’Utri, è un «pentito». Appartiene quindi a una categoria di testimoni di cui è lecito chiedersi se non rappresentino in molti casi, per usare un’espressione militare, la prosecuzione della guerra di mafia con altri mezzi. Non parla di fatti recenti, sui quali è possibile raccogliere altre testimonianze, ma di eventi accaduti più di quindici anni fa. Quali sono le sue credenziali? E’ permesso chiedersi perché parli ora, con tanto ritardo, e fornisca informazioni che colpiscono Berlusconi nel momento in cui il presidente del Consiglio è messo alle strette da altre indagini? Non credo vi sia uomo politico o magistrato di buon senso che non abbia avuto, ascoltandone le dichiarazioni, questi dubbi e queste perplessità.

Ma la giustizia non può scartare una ipotesi senza averla verificata e deve quindi, come usa dire in queste circostanze, andare sino in fondo. Nulla da eccepire, come abbiamo già scritto, se i processi fossero ragionevolmente brevi e dessero una rapida risposta ai nostri dubbi. Ma viviamo in un Paese dove quello di Perugia è durato, dal giorno del delitto, due anni; ed è, come sappiamo, un puzzle di cui la magistratura possiede tutti i pezzi: il cadavere, l’arma del delitto, la stanza della morte, i possibili assassini. Che cosa accadrà di un processo che concerne fatti lontani e che ha perduto lungo la strada, per ragioni anagrafiche, alcuni possibili imputati e testimoni? Può un intero sistema politico essere indefinitamente ostaggio di una vicenda giudiziaria che getta sul premier l’ombra di una colpa non ancora provata ma tale da intaccare la sua autorità? In Francia, quando un magistrato cominciò a indagare sul presidente della Repubblica, fu possibile decidere che le indagini sarebbero state riprese alla fine del suo mandato. In Italia, come abbiamo visto, soluzioni di questo genere si scontrano con le resistenze della magistratura e le sentenze della Corte costituzionale. Forse perché i magistrati, come sostiene Berlusconi, gli sono nemici? Credo piuttosto che le ragioni siano, nel senso migliore della parola, professionali. Molti giudici e procuratori si rendono conto della gravità della situazione, ma non vogliono prendere decisioni che sembrerebbero, nel clima surriscaldato della politica italiana, una diminuzione del ruolo pubblico conquistato negli ultimi vent’anni. Ed eccoci tutti prigionieri di un processo che potrebbe anche assolvere Berlusconi, ma che, nel frattempo, avrà condannato l’Italia alla paralisi. Chi indennizzerà il Paese del tempo perduto, delle occasioni mancate, delle riforme accantonate? Ho descritto il labirinto italiano, ma rifiuto di credere che non abbia, come tutti i labirinti, una via d’uscita. Spetta alla politica trovarla; e la strada maestra potrebbe essere quella di un impegno congiunto fra maggioranza e opposizione per riforme istituzionali che mettano fine a una transizione durata ormai poco meno del regime fascista. Ma occorrono almeno due sacrifici. L’opposizione deve lasciare che il processo faccia il suo corso senza utilizzarlo politicamente. E Berlusconi deve permettere alla magistratura di lavorare (anche ai processi contro di lui) e deve capire che nulla potrà garantirgli il completamento del mandato quanto un’intesa con l’opposizione sui nodi istituzionali che la maggioranza, da sola, non può sciogliere.  Sergio Romano CdS 5

 

 

 

 

Perché Cosa Nostra fa la guerra al Cavaliere

 

OGGI debbo scrivere di mafia e lo farò perché è quello il tema che incombe. Ma non posso cominciare il mio argomento senza prima segnalare l'evento politico che si è svolto ieri a Roma dove centinaia di migliaia di persone, giovani in gran parte, hanno affollato le strade della città, la grande piazza di San Giovanni e tutti gli spazi circostanti con una manifestazione autogestita che aveva come obiettivo il ritiro della legge sul processo breve, delle leggi ad personam e insieme le dimissioni di Berlusconi.

 

Sì, il vero tema che ha portato in piazza quel fiume di gente erano le dimissioni di Berlusconi. Forse è un tema poco politico o forse è troppo politico. Una politica si identifica con una persona? Si deve discutere del peccato ma non del peccatore?

 

Ci sono diverse opinioni in proposito. I politici di lungo corso di solito preferiscono parlare del peccato: è un concetto astratto, raffigura un male e va condannato, ma il peccatore si può redimere e se lo fa merita perdono.

 

Ma se il peccatore è recidivo? Se non si pente mai? Se risponde reiterando?

 

C'è una soglia oltre la quale esplode la rabbia e questo è uno di quei momenti. Dicevano che i giovani sono indifferenti, ma le strade di Roma ieri non davano quest'impressione. La manifestazione non era di partito o dei partiti, è nata su Internet e si è autogestita. Guardate il risultato.

 

Quando si parla di territorio e di democrazia che nasce dal basso, bisogna poi andarci su quel territorio e batter le mani a quella democrazia che nasce dal basso e che chiede sbocchi politici e strumenti politici per affermarsi.

 

Ed ora parliamo di mafia. Leggendo la deposizione di Spatuzza al processo d'appello di Dell'Utri, Silvio Berlusconi ha commentato lapidariamente: "Tutte minchiate". Dell'Utri dal canto suo ha osservato: "La mafia ha deciso di attaccare il governo e spera di farlo cadere". Il commento di Fini è stato ovvio: "Se non ci saranno riscontri seri le dichiarazioni di Spatuzza saranno soltanto parole prive di peso". Quanto all'opposizione, nelle sue varie sfumature il giudizio è stato pressoché unanime: "Spetta ai magistrati accertare la verità".

 

Che cosa dice la pubblica opinione? Stando ai sondaggi la maggioranza relativa si affida alla magistratura, una minoranza consistente suggerisce al premier di dimettersi, un'altra minoranza anch'essa consistente condivide la parola "minchiate" a proposito di Spatuzza; infine un 20 per cento degli interpellati non sa e non gli importa di sapere. Ma quando si arriva alle intenzioni di voto si scopre che il consenso verso il governo è ancora sopra al 50 per cento e il Pdl e la Lega sono posizionati a quota 49 per cento. Se si votasse domani con questa legge elettorale la coalizione guidata da Berlusconi vincerebbe ancora largamente.

 

Siamo dunque in pieno enigma e il suo scioglimento sembra ancora piuttosto lontano. Le ripercussioni sulla governabilità consentono soltanto un modesto "tira a campare" che del resto coincide con la politica economica attendista di Giulio Tremonti. Voli pindarici non sono all'ordine del giorno, semmai un piccolo cabotaggio e una ripetitiva melina.

 

Sul tavolo dell'attualità domina comunque la pesante accusa mafiosa contro Berlusconi e Dell'Utri, una sorta di gravissima chiamata di correità per un patto che sarebbe stato stipulato nel '93 e sarebbe stato adesso tradito dai due eminenti contraenti e questo è il punto che la dinamica processuale dei prossimi giorni ci impone di esaminare.

 

L'attacco mafioso contro il governo è un fatto reale. Si svolge attraverso il pentito Spatuzza e anche attraverso le carte provenienti dalla famiglia Ciancimino. Per ora si tratta di "pesi leggeri", ma nei prossimi giorni saranno chiamati a deporre i fratelli Graviano, già da tempo incarcerati sulla base del 41 bis. I Graviano sono i capi di un pezzo rilevante del sistema mafioso. Spatuzza è un loro dipendente. Ha scelto di pentirsi ma non li ha affatto rinnegati, anzi ne ha riaffermato non solo la dipendenza gerarchica ma un affetto familiare "come fossero i miei padri" ha detto e ripetuto dinanzi al Tribunale.

Dal canto loro i Graviano, pur senza sponsorizzare le sue accuse contro Berlusconi-Dell'Utri, non l'hanno sconfessato né infamato ma hanno ricambiato con affetto il suo affetto.

 

La loro imminente deposizione sarà dunque fondamentale per capire se le cose dette da Spatuzza sono "minchiate prive di peso" oppure "minchiate pesanti" cioè condivise da boss potenti. Il che non significa necessariamente che il famoso patto sia veramente esistito, ma che l'organizzazione terrorista mafiosa si considera in guerra con Berlusconi.

 

Il perché è chiaro: il governo, il ministro dell'Interno e la Procura di Palermo stanno colpendo assai duramente in questi mesi la struttura del potere mafioso. Ieri è stato arrestato un boss molto potente, Giovanni Nicchi; la polizia è sulle tracce di un altro boss ancor più potente, Messina Denaro. I Graviano stanno già scontando l'ergastolo. A questo punto è possibile che tutto quel che resta di Cosa Nostra passi al contrattacco. La chiamata di correo sarebbe così l'atto più rilevante di questa strategia. Ma la semplice denuncia di un patto tradito non basta a dare sostanza a una situazione processuale capace di sboccare in un rinvio a giudizio. Ci vogliono riscontri che l'accusa dovrà produrre.

 

L'accusa, ecco un punto molto importante da segnalare, è incardinata nella Procura di Palermo; quella stessa Procura che sta guidando con perizia ed efficacia l'azione contro i latitanti di Cosa Nostra. Non si tratta perciò - come Berlusconi continua invece a gridare - di toghe rosse che complottano contro di lui. Si tratta invece di magistrati che, proseguendo il percorso a suo tempo aperto da Caponnetto, Falcone, Borsellino, hanno smantellato pezzo per pezzo il potere mafioso. Sarebbe prematuro dare per vinta questa guerra, ma certo passi avanti notevoli sono stati compiuti, al punto che la situazione siciliana risulta oggi migliore di quella calabrese e forse anche di quella pugliese.

 

Tutto ciò per dire che la Procura e il Tribunale di Palermo meritano il massimo di credibilità. Spetta a loro di guidare la repressione contro la mafia e spetta a loro indagare sulle chiamate di correo che Spatuzza ha anticipato.

 

Ho accennato domenica scorsa al precedente Andreotti. Torno ora a parlarne perché esso - sia pure in circostanze molto diverse, ci può fornire utili criteri per capire quanto sta avvenendo.

 

La Dc in Sicilia si trovò inevitabilmente a fare i conti con la mafia. Lo sbarco americano del 1943 si era appoggiato anche ad alcuni clan mafiosi che avevano tutto l'interesse di accreditarsi verso il nuovo potere. La strategia è stata sempre la stessa: la mafia desidera esser nelle grazie del potere politico dominante, utilizzare la sua "porosità", fornire favori e riceverne in contraccambio. Il caso Giuliano fu da questo punto di vista esemplare: il bandito dava noia agli agrari e la mafia lo eliminò. Inutile dire che gli agrari erano molto influenti dentro la Dc siciliana.

 

Nella Dc siciliana ci furono dei coraggiosi combattenti contro la mafia, alcuni dei quali pagarono con la vita. Ma ci fu anche una consistente zona grigia a contatto permanente con la mafia. Poiché la Dc era un partito fondato sulle correnti e poiché la mafia predilige i poteri forti e non quelli deboli, la zona grigia democristiana fu inizialmente quella affiliata alla corrente fanfaniana.

 

Poi sopravvennero alcuni cambiamenti che sarebbe lungo ricordare e la zona grigia della Dc in Sicilia si intitolò ad Andreotti. Cosa Nostra all'epoca era guidata dalla famiglia Badalamenti e da altre sue alleate. Tra gli uomini d'onore il più importante era Buscetta, uomo di peso e di cervello. Nella zona grigia spiccavano i cugini Salvo, esattori delle imposte in tutta la Sicilia occidentale; Lima e Ciancimino.

Scavalchiamo gli anni: cresce la statura nazionale di Andreotti, si precisano i suoi obiettivi politici, la zona grigia ai suoi occhi perde terreno perché Andreotti deve costruire una diversa immagine di sé. Per di più la vecchia dirigenza di Cosa Nostra entra in crisi di fronte all'attacco dei Corleonesi. Il commercio della droga, fino ad allora marginale, diventa prevalente negli interessi della nuova mafia.

 

Questi mutamenti convergenti dettano ad Andreotti una politica rigorosamente antimafiosa. I Corleonesi gridano al tradimento. Lima viene ucciso. Una spietata guerra di mafia ha inizio e culmina con la vittoria dei Corleonesi.

 

Passano altri anni. Il potere di Andreotti è ormai in declino. I pentiti cominciano a parlare di lui. Cominciano i processi e terminano dopo alterne vicende come sappiamo. Andreotti si difese nei processi e alla fine la spuntò: non c'erano tracce sufficienti a configurare reati. Le poche tracce riguardavano un periodo molto lontano nel tempo e caddero per consunzione.

 

La mafia vuole colludere con il potere. Ama il potere poroso, penetrabile, corruttibile, ricattabile. Vuole favori e offre favori. Quando si considera tradita si vendica. Con la lupara, con la chiamata di correo, col ricatto. E quando fiuta che il potere colluso sta traballando, allora lo abbandona. Se intravede i lineamenti di un nuovo potere emergente, gli apre la strada per procurarsi benemerenze ed entrare in contatto.

 

Questa è la storia e spesso si ripete. Comincia con reciproci ammiccamenti, prosegue con scambio di favori, si crea un equilibrio, entra in crisi l'equilibrio, la convivenza diventa difficile, subentra la guerra.

Questa è la dinamica tra i poteri, al di sopra dei quali ci dovrebbe essere lo Stato. Quasi mai i partiti sono lo Stato e di rado lo sono i governi. Perfino la magistratura talvolta non si identifica con lo Stato. La nostra scommessa questa volta è affidata alla magistratura. Se essa si identificherà con lo Stato forse questa guerra sarà vinta. EUGENIO SCALFARI LR 6

 

 

 

 

 

Ragazzi e Italia. Il contesto sbagliato, l’orgoglio da ritrovare

 

È UNO strano Paese l’Italia, verrebbe da dire che è il paradiso della doccia scozzese. Possiamo infatti guardarla con la preoccupazione con cui si considera un declino che preoccupa tutti o con l’orgoglio più che legittimo di chi rileva che, a dispetto del contesto, abbiamo ancora importanti isole di eccellenza.

È appena uscito, a conferma del primo aspetto, un rapporto della unità di analisi e studi della commissione europea sul tema dell’educazione che ci mette davanti all’ennesimo dato preoccupante: in Italia un ragazzo su due legge poco e male, non raggiungiamo il 50% della media europea in questo campo, col risultato che i nostri studenti non solo hanno un orizzonte di nozioni molto limitato, sicché fanno molta fatica a capire quel che viene spiegato se si tratta di un discorso appena complesso. La situazione è notissima a tutti gli insegnanti, compresi quelli universitari. Proprio nella scorsa settimana il rettore dell’università di Bologna ha dichiarato con coraggio la difficoltà di dare una istruzione superiore a studenti “semi analfabeti” (ipse dixit, sarebbe da scrivere visto che il prof. Ivano Dionigi è un illustre latinista).

Naturalmente si potrebbe ribattere che, se questo è vero, è poi difficile spiegare come in una situazione del genere abbiamo punte di eccellenza riconosciute, come i nostri studenti e laureati più brillanti facciano ottima figura all’estero quando ci vanno con il programma Erasmus o a specializzarsi dopo la laurea (tanto che un certo numero non rientra più), come continuiamo a produrre ricerca di qualità che si afferma, a volte, come nel caso delle materie umanistiche, a dispetto del veicolo di una lingua che ormai è poco conosciuta fuori del nostro Paese. Se è vero, come rileva il rapporto della unità di analisi della Ue che abbiamo citato, che la percentuale di nostri studenti che si collocano nella fascia di eccellenza è inferiore alla media europea (per essere precisi solo il 5,2 contro l’8,9%) non è meno vero che pur in situazioni non certo ottimali i nostri migliori sono davvero di qualità molto alta.

Di chi è la colpa di tutto questo? È urgente rispondere a questa domanda, perché il rapporto denuncia l’esistenza costante di un trend negativo, ovvero, detto in parole povere, andiamo sempre peggio.

Evitiamo però di limitarci ad analisi certo vere, ma parziali: lo scadimento di una scuola che ha espunto il merito, le riforme scolastiche lasciate in mano a pedagogisti giocherelloni e ad autopromossi esperti dal pedigree piuttosto incerto, la distruzione dei percorsi di apprendimento consolidati per sperimentalismi inadeguati e mal congegnati.

La questione va presa di petto ammettendo alcune verità piuttosto amare. La prima e forse la principale è che ci troviamo a misurarci con generazioni di delusi in partenza. I ragazzi non hanno alcuna fiducia che conoscere serva a progredire, che ci si faccia strada nella vita grazie alla propria qualificazione. Sperimentano nell’esperienza dei loro compagni appena più anziani e nella loro stessa, l’indifferenza della società alle qualità della preparazione. Come spesso si scrive, queste generazioni pensano per la prima volta che finiranno per stare peggio dei propri genitori. Lo sappiamo, ma rifiutiamo di registrare quanto ciò sia terribile nel determinare il contesto psicologico in cui i ragazzi affrontano le durezze del percorso educativo, a cui rifiutano di conseguenza di sottoporsi, convinti che il gioco non valga la candela (purtroppo spesso sostenuti in questo dall’incultura di ritorno dei loro genitori).

La seconda ragione è il contesto in cui vivono i ragazzi, che è largamente un inno alla ignoranza, alla volgarità, all’irrilevanza dell’educazione intesa in senso ampio. Certo possiamo lamentarci perché scrivendo solo Sms i ragazzi hanno contratto il loro patrimonio linguistico, ma non crediamo che i ragazzi di vari decenni fa avessero più competenza perché tutti comunicavano con lettere appassionate di molte pagine. Il fatto era che essi anche solo guardando la Tv, andando al cinema, parlando con persone di media cultura, venivano a contatto con un argomentare più complesso ed erano spettatori di un costume che censurava chi pretendendo di “stare in pubblico” era inferiore a certi standard. Come stiano le cose oggi non c’è bisogno di illustrarlo.

La terza ragione è connessa a questa: abbiamo perduto in gran parte l’orgoglio. A furia di pensare di essere molto all’avanguardia denunciando abusi, malfunzionamenti, derive di vario genere, abbiamo lasciato passare il messaggio che della “qualità” non importa nulla a nessuno, anzi che questa non esiste. Badate bene: il problema non è salvarsi l’anima ricordando che vengono a volte segnalate pure le punte massime di eccellenza, perché queste ovviamente sono percepite come “eccezioni” che non stimolano la generalità. Il genio non attira più di tanto come modello coloro, e sono quasi la generalità, che hanno la consapevolezza di non avere doti eccezionali. È la “media alta” che fa da stimolo, perché è questo il livello verso cui si può orientare con speranza di successo la maggior parte delle persone.

Se vogliamo affrontare il problema del nostro ritardo educativo dobbiamo investire (in tutti i sensi: economico, culturale, di coscienza diffusa) per battere la disillusione dei giovani e la loro delusione di fronte alla vita. Una drastica riduzione della Tv spazzatura, una coraggiosa attenzione a tutti i momenti in cui ci sia da valorizzare chi si batte per migliorarsi, una “messa in circuito” dei molti personaggi positivi che animano questo Paese serviranno molto più di mille prediche sulla decadenza.

PAOLO POMBENI  IM 6

 

 

 

Presentato il Rapporto Censis 2009

 

De Rita: quella italiana è una società replicante, le famiglie resistono alla crisi, mercato del lavoro in affanno

 

  ROMA - "Quella italiana è una società replicante, che di fronte alla crisi ha riproposto il tradizionale modello adattativo-reattivo". Giuseppe De Rita, presidente del Censis, Centro Studi Investimenti Sociali, ha presentato ieri al Cnel il Rapporto 2009, giunto alla quarantatreesima edizione, che affronta come ogni anno l'analisi e l'interpretazione dei più significativi fenomeni socioeconomici del Paese. Si segnalano quattro grandi processi di trasformazione: la complessa ristrutturazione del terziario, il protagonismo del mondo delle imprese, il ritorno agli interessi agiti rispetto al primato delle opinioni, il silenzioso sfarinamento del lungo ciclo dell'individualismo "fai da te".

  Nella seconda parte del Rapporto, "La società italiana al 2009", vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell'anno: i soggetti privati sul filo della crisi, l'impoverimento della dimensione pubblica, la centralità della variabile tempo. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la sicurezza e la cittadinanza.

  Nel mezzo della crisi, per il 71,5% delle famiglie italiane il reddito mensile è sufficiente a coprire le spese. Il dato sale al 78,9% al Nord-Est, al 76,7% al Nord-Ovest, al 71% al Centro, al Sud scende al 63,5%. Il 28,5% delle famiglie che hanno avuto difficoltà a coprire le spese mensili con il proprio reddito ha fatto ricorso a una pluralità di fonti alternative, con una miscela che si è dimostrata efficace. Il 41% ha toccato i risparmi accumulati, in oltre un quarto delle famiglie uno o più membri hanno svolto qualche lavoretto saltuario per integrare il reddito, più del 22% ha utilizzato la carta di credito per rinviare i pagamenti al mese successivo, il 10,5% si è fatto prestare soldi da familiari, parenti o amici, l’8,9% ha fatto ricorso ai prestiti di istituti finanziari e il 5,1% ha acquistato presso commercianti che fanno credito.

  Negli ultimi 18 mesi più dell’83% delle famiglie ha però modificato le proprie abitudini alimentari. Quali cambiamenti sono stati introdotti? Il 40% ha contenuto gli sprechi, il 39,7% ha cercato prezzi più convenienti, il 34,8% ha eliminato dal paniere i prodotti che costano troppo. Dal punto di vista psicologico, il 36% degli italiani ha subito in questi mesi maggiore stress (insonnia, litigiosità, ecc.) per motivi legati alla crisi (difficoltà lavorative, di reddito, ecc.) e il dato sale a quasi il 53% tra le persone con reddito più basso.

  Riguardo al futuro, da un’indagine su un campione di famiglie del ceto medio realizzata dal Censis nel novembre 2009 emergono indicazioni su quali siano i soggetti che devono essere aiutati per favorire la ripresa. Le famiglie con figli (49,7%) e i giovani (48,8%), piuttosto che gli anziani (21,8%), dovrebbero essere nel sociale i destinatari della quota più alta di risorse, visto che sono stati i più penalizzati dalla crisi.

  Nell’economia, oltre il 33% del campione ritiene importante aiutare la piccola impresa, meno del 5% richiama la necessità di supportare le grandi aziende. Il 57,7% delle famiglie del ceto medio ritiene poi indispensabile ridurre le tasse sui lavoratori dipendenti, il 42,3% è convinto invece che solo la riduzione di imposte e oneri gravanti sulle imprese (ad esempio, la progressiva abolizione dell’Irap) favorirà la ripresa.

  Le strategie a medio termine del mercato del lavoro sono in affanno. Nei primi due trimestri dell’anno diminuisce il numero degli occupati (-1,6% rispetto allo stesso periodo del 2008) e aumenta contemporaneamente il tasso di disoccupazione (dal 6,7% al 7,4%). Cresce anche il numero delle persone in cerca di occupazione (+8,1%). La crisi occupazionale ha fatto sentire i suoi effetti con un’ulteriore contrazione del lavoro femminile (-0,7%). Nel Mezzogiorno si rileva un tasso di disoccupazione più alto che nel resto del Paese (12%). E si conferma la debolezza dell’Italia all’interno dell’Unione europea (tasso di occupazione al 58,7% contro il 65,9% medio dell’Ue27).

  Come cambiano i consumi mediatici nell’anno della crisi? In pochi anni si è compiuta una vera e propria rivoluzione nel sistema dei media, e la crisi attuale ha ulteriormente accelerato il processo di trasformazione già in corso. La televisione, che nel 2001 raggiungeva già il 95,8% degli italiani, oggi si attesta al 97,8%. La Tv satellitare passa dal 27,3% del 2007 al 35,4% di utenti nel 2009 e il peso delle altre forme di Tv, che pochi anni fa non esistevano, non è affatto trascurabile: la Tv su Internet è seguita dal 41,3% dei giovani tra 14 e 29 anni.

  Il trionfo della televisione non ha messo in crisi la radio, che ha visto crescere il suo pubblico, mentre è in sofferenza la carta stampata: quotidiani a pagamento al 54,8%, free press al 35,7%, settimanali al 26,1%, mensili al 18,6%. Il tasso di penetrazione di Internet è del 47%, ma il web rimane ancora uno strumento a cui hanno accesso prevalentemente i giovani (80,7%) e le persone con titolo di studio più alto (67,2%).

  Il dominio della televisione tradizionale appare netto e incontrastato quando si valuta l’efficacia attribuita ai media in relazione al bisogno di informarsi sull’attualità politica. Non solo perché il 59,1% degli italiani preferisce affidarsi alla Tv, con punte che raggiungono il 63,1% tra i soggetti meno istruiti e il 67,7% tra gli anziani, quanto per il distacco rispetto agli altri media. Specialmente i quotidiani acquistati in edicola, che si attestano al 30,5% e conquistano la fiducia solo del 39,5% anche delle persone più acculturate. Le emittenti Tv all news si collocano al 10,2%, la radio si accredita con il 9,3% (il 12,5% tra i più istruiti), i portali Internet non superano il 7% (solo tra i giovani raggiungono il 16,5%).

  E quando si tratta di scegliere per chi votare? Gli italiani si informano principalmente attraverso i telegiornali (69,3%), come è emerso in occasione delle elezioni del giugno scorso. Al secondo posto si collocano i programmi giornalistici televisivi di approfondimento (come “Porta a porta” di RaiUno o “Matrix” di Canale 5) con il 30,6% delle preferenze. Si tratta soprattutto delle persone più istruite (il dato sale, in questo caso, al 37%), mentre i giovani risultano meno coinvolti da questo format televisivo (il 22,3% nella classe d’età 18-29 anni). Ai quotidiani si rivolge il 25,4% degli italiani prossimi al voto, quota che arriva al 34% tra i soggetti più scolarizzati e raggiunge il 35% tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti.

  I telegiornali sono la principale fonte di informazione in base alla quale scegliere per chi votare per il 76% dei soggetti meno istruiti, il 74,1% delle casalinghe, il 78,7% dei pensionati e l’81,8% degli anziani. Questi dati assumono maggiore importanza se si considera che solo il 27% dei cittadini dichiarava di sapere esattamente per chi votare prima delle ultime elezioni. Il 40,4% non aveva ancora scelto definitivamente il partito (le informazioni servivano, in questo caso, per prendere una decisione finale), mentre il 32,6% era indeciso sulla partecipazione stessa al voto. (Inform 5)

 

 

 

L'Economist boccia Silvio come nel 2001. "Troppi guai, è ora di dare le dimissioni"

 

Il settimanale britannico addebita al premier bilanci negativi in politica economica e estera  - "E in più deve pensare al divorzio da Veronica e alle accuse dei pentiti"

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA - "Time to say addio", ora di dire addio: così, con un titolo mezzo in inglese mezzo in italiano, il settimanale britannico The Economist chiede le dimissioni di Silvio Berlusconi. Nel numero domani in edicola, l'autorevole periodico, che la sua base a Londra ma vanta una diffusione in tutto il mondo, pubblica un lungo editoriale dedicato agli ultimi sviluppi della vicenda italiana. "E' stata una brutta settimana" per il premier, scrive l'Economist, enumerandone le ragioni: la decisione del tribunale di Milano di costringere la Fininvest a versare una garanzia dei 750 milioni che è stata condannata a pagare come risarcimento alla Cir di Carlo De Benedetti per il controverso acquisto della Mondadori; i 43 milioni l'anno chiesti da sua moglie Veronica come alimenti per il divorzio; il processo per corruzione e quello su presunti legami mafiosi che stanno per riprendere; la protesta di piazza del "No-Berlusconi day"; infine le dichiarazioni di Gianfranco Fini su Berlusconi che si crede "un monarca assoluto" e sulla "bomba atomica" rappresentata dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza.

 

L'Economist ricorda di essersi opposto a Berlusconi, criticando il suo debutto politico nel 1993-'94, giudicandolo "unfit", inadatto, a governare l'Italia nel 2001, suggerendo agli elettori italiani fin dalla copertina di dirgli "Basta!" nel 2006 ed esprimendosi a favore del centro-sinistra nelle elezioni del 2008. Ora il settimanale chiede le sue dimissioni, non tanto per gli scandali privati, quanto per il conflitto d'interessi, l'ombra dei processi e la cattiva gestione di politica economica e politica estera. In un secondo articolo, una corrispondenza da Roma, l'Economist cita Beppe Grillo secondo cui "per Berlusconi è cominciato il conto alla rovescia", pur notando subito dopo che il premier potrebbe avere un asso nella manica: decidere di indire elezioni anticipate e presentarsi al popolo come una vittima di "macchinazioni di giudici di sinistra, esibizionisti di destra e Cosa Nostra", per cui la rivista non fa previsioni su come andrà a finire. Ma si augura, nell'editoriale, che Berlusconi si dimetta, sostituito da Fini, da Casini o da Bersani: "Chiunque prenda il suo posto potrebbe completare la trasformazione del paese che Berlusconi interruppe quando entrò nell'arena politica negli anni '90. L'Italia starebbe meglio se il Cavaliere uscisse di scena". LR 4

 

 

 

 

La finzione della società civile

 

In Italia esiste ancora una classe dirigente? E’ l’interrogativo che viene spontaneo osservando la paralizzante litigiosità della politica, il lamento continuo da parte di tutti i gruppi più o meno organizzati, in una società che tira avanti con alti e bassi, aspettandosi dalla politica soltanto aiuti particolari, facilitazioni, deroghe anziché un disegno complessivo di carattere generale.

 

Naturalmente questa constatazione provoca l’irritata accusa di disfattismo da parte dei politici della maggioranza che sono convinti di dirigere il Paese. Anzi, additano gli avversari e gli osservatori critici come i veri colpevoli della mancata trasmissione della loro sicura guida generale. Denunciano il sistematico ostruzionismo al loro ruolo dirigente del Paese.

 

Ma proprio questo è il punto di partenza della nostra riflessione. Come può esistere e funzionare una classe dirigente in un clima di reciproca delegittimazione e disconoscimento di autorevolezza?

 

Si crea un circolo vizioso che impedisce il consolidarsi di una classe la cui capacità di orientamento generale interessa e deve interessare la società nel suo complesso, prima ancora che la politica in senso tecnico.

 

Alla classe dirigente infatti appartengono i responsabili dell’economia e della finanza, delle organizzazioni del lavoro, i responsabili del sistema educativo, i gerenti del complesso mediatico e i soggetti culturali in tutte le loro espressioni (quelli che una volta si chiamavano gli intellettuali); nel nostro Paese dovremmo aggiungere anche gli esponenti della Chiesa, cui di fatto è demandata l’etica pubblica e in questi ultimi tempi (di crocifissi e minareti) il ruolo surrogatorio di religione civile nazionale.

 

Che fine ha fatto, in questo contesto, il ceto politico in senso stretto cui compete il ruolo di «classe dirigente» in modo specifico in quanto dispone della competenza legislativa e di governo che dovrebbe guidare l’intera comunità nazionale?

 

Il ceto politico italiano offre una impressione singolare: da un lato fa quadrato attorno a quello che rimane il suo leader insostituibile (nonostante le sempre più insidiose messe in discussione); sembra impegnato a tempo pieno a risolvere i problemi del Cavaliere che sono dichiarati prioritari per l’intera comunità nazionale. Dall’altro lato è esposto a tutte le strattonate che provengono dalla società più o meno organizzata. A questo riguardo il ceto politico dà l’impressione di essere soltanto reattivo alle pressioni esterne.

 

Ma in questa situazione che cosa fanno gli altri soggetti che sopra abbiamo ricordato come componenti legittime della classe dirigente nazionale (agenzie della comunicazione e della cultura, sindacati, confindustria, sistema educativo inteso non già come una dépendance del ministero ma come luogo autonomo di formazione delle generazioni future)? Non parlo della loro azione di promozione degli interessi da loro legittimamente rappresentati, che sono parte integrante dell’interesse generale. Non parlo dei generosi e frustranti sforzi di tenere testa ad una situazione sempre più precaria - come è il caso della scuola. Mi riferisco ad una grande idea orientativa di carattere generale che dovrebbe caratterizzare «una classe dirigente» degna di questo nome. Nessuno degli attori sopra ricordati ha idee di grande respiro, tanto meno ha la determinazione di attuarle. Ognuno sembra perseguire obiettivi limitati, adattati e adattabili allo stato presente. E’ questa una classe dirigente?

 

Il discorso torna alla politica. Non si tratta certo di aspettarsi dalla politica un esercizio autoritativo del suo ruolo che sarebbe incompatibile con una democrazia. Ma un governo e le forze politiche da esso espresse possono esercitare un ruolo dirigente anche in presenza di un’opposizione politica forte e capace. Anzi un Paese ha una classe dirigente autentica quando chi è al governo realizza i suoi programmi in dialettica con l’opposizione. Anche nel nostro Paese, senza bisogno di idealizzare il passato, ci furono momenti in cui l’antagonismo tra le forze politiche (Democrazia cristiana in tutte le sue combinazioni e sinistra comunista) ha creato dinamismo politico-sociale e culturale anziché paralisi. Ha espresso una classe dirigente nel suo insieme.

 

Perché oggi - ovviamente in una situazione inconfrontabile con il passato - questa prospettiva appare impraticabile? E’ davvero Berlusconi il grande ostacolo insuperabile? Perché questo fenomeno ha un effetto tanto paralizzante anche al di fuori della ristretta logica politico-partitica?

 

Il berlusconismo ha inciso in modo irreversibile sulla mutazione della democrazia italiana. Ha creato un nuovo ceto politico che tuttavia non pare in grado di far funzionare in modo democraticamente virtuoso i contrasti di visione e di comportamento che pure sono caratteristici della democrazia. Abbiamo insomma un ceto politico che non sa essere «dirigente» nel senso atteso.

 

Ma rimane da chiederci perché mai gli altri soggetti sociali che di fatto hanno ruoli di responsabilità nella comunità nazionale stentano ad assumersi essi stessi questo ruolo con iniziative pubbliche e mobilitazioni culturali - senza naturalmente supplire con questo il mestiere della politica.

 

O è il segno che la tanto idealizzata vitalità e autonomia della società civile è diventata una finzione?  GIAN ENRICO RUSCONI LS 4

 

 

 

 

De Rita: "Occorre costruire un soggetto collettivo, non c'è la politica, ma solo potenti che si agiscono”

 

Il presidente del Censis commenta il 43° rapporto dedicato all'analisi della società italiana "Siamo prigionieri delle opinioni che si nutrono del sovraffollamento mediatico”

 

ROMA - Il futuro, con tutte le sue incognite, si affronta costruendo un "soggetto collettivo". A parlare è il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, a margine della presentazione del Rapporto 2009 sulla situazione sociale del Paese. "Per 15-20 anni non si è più fatta vita collettiva - ha aggiunto - ma c'è stato solo il primato della soggettività".

 

Cosa vuol dire fare soggetto collettivo? "Significa che dove viviamo dobbiamo tornare a fare comunità, nel piccolo Comune, nel quartiere, nel condominio. E, sul piano generale, bisogna occuparsi degli interessi collettivi: ricominciare a credere nel sindacato, nel partito, nelle associazioni. Insomma, occorre ricominciare a vivere collettivamente".

 

Poi ha aggiunto: "Tanti anni di attesa di riforme da parte dello Stato, tanti anni di soggettività e fai-da-te hanno in qualche modo sciolto la fiducia degli italiani nella dimensione collettiva". Il risultato, secondo De Rita, è che "siamo senza politica e con singoli soggetti potenti che agiscono in modo diretto".

 

De Rita ha quindi ribadito uno dei concetti-chiave del 43° rapporto: "Uno dei problemi della società odierna, così testardamente replicante nei modelli di reazione alle crisi, è il prevalere dell'opinione sul fatto; siamo prigionieri dell'opinione, che si nutre del sovraffollamento mediatico. Spesso è l'opinione che crea il fatto e si discute sulle opinioni e non sulle cose. L'opinionismo spesso sconfina nel retroscenismo e nel gossip".

 

E ancora: "Tutto ciò significa l'addio alla politica, tutto diventa retroscena. Il Paese e il governo si reggono sul sondaggio d'opinione. Ma il futuro si costruisce - ha concluso - solo se sfuggiamo l'opinionismo e la rincorsa degli eventi".

 

A margine, il presidente del Censis ha espresso anche valutazioni a proposito della Finanziaria. "Tra la posizione più conservativa di Tremonti e l'altra più favorevole agli investimenti, di Brunetta, scelgo la prima. Sono un po' più tremontiano" - ha detto - il ministro ha fatto bene a intervenire là dove c'erano i pericoli più grandi sostenendo i consumi e concentrando le risorse sulla cassa integrazione e le banche".

 

"Credo - ha detto ancora - si debba ancora continuare così, senza fare interventi o invesimenti di spesa. L'importante è che la cassa integrazione non alimenti la tendenza degli italiani a buttarsi sull'assistenzialismo. Bisogna sorvegliare perché, ad esempio, per tanti può diventare una strategia di comodo e fare tranquillamente un secondo lavoro in nero". LR 4

 

 

 

Cosenza: donna tedesca trovata  morta in autostrada

 

Il cadavere di Petra Schiffler, 40 anni, è stato trovato

in una scarpata adiacente ad una piazzola di sosta dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria

 

COSENZA - Il cadavere di una donna, Petra Schiffler, di 40 anni, residente ad Achen, in Germania, è stato trovato in una scarpata adiacente ad una piazzola di sosta dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, poco dopo lo svincolo di Cosenza Nord. La donna, secondo quanto si è appreso, è stata uccisa con almeno sette coltellate.

LA RICOSTRUZIONE - Il cadavere è stato notato da un automobilista che casualmente si è fermato nella piazzola. Uscendo dall'automobile si è sporto oltre il guarda-rail, ha notato il cadavere ed ha chiesto l'intervento degli agenti della squadra mobile di Cosenza. Vicino al corpo sono state trovate due borse. Nella prima c'erano alcuni documenti e biglietti scritti in tedesco e nell'altra sono stati trovati dei generi alimentari. Gli investigatori ritengono che l'omicidio sia avvenuto in un luogo diverso e che poi, probabilmente nel corso della notte, il corpo sia stato abbandonato nella scarpata dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Questa ipotesi scaturisce dal fatto che sul luogo in cui si trovava il cadavere c'erano poche tracce sia di sangue che di una eventuale colluttazione. Al momento gli investigatori stanno indagando in tutte le direzioni, ma escludono l'ipotesi della rapina perchè nella borsa trovata vicino al cadavere c'erano documenti bancari e denaro.

LE INDAGINI - Petra Schiffler, secondo una prima ricostruzione, era in Italia da almeno un mese, ma i suoi spostamenti potrebbero emergere in modo più chiaro dalla traduzione di alcuni biglietti scritti in tedesco e trovati nella borsa della donna. Ed è proprio in quei biglietti che gli investigatori sperano di trovare degli elementi che possano essere utili ad individuare l'autore ed il movente del delitto. Gli investigatori stanno valutando anche la possibilità di diffondere la foto della donna per cercare di individuare il luogo dove soggiornava e di rintracciare le persone che hanno avuto modo di conoscerla. Gli agenti della squadra mobile di Cosenza stanno cercando anche di rintracciare i familiari della donna per avere informazioni sulla sua presenza in Italia.  CdS 6

 

 

 

Quando gli italiani emigravano in Africa. Un libro “Italiani in Kenya

 

Testimonianze” racconta la storia dei nostri connazionali nello stato africano

Imprenditori, professori, scienziati: la storia dei nostri emigranti è anche quella del Kenya

 

NAIROBI (KENYA) - Pochi lo sanno, ma la comunità italiana in Kenya è la seconda dopo quella britannica. I primi connazionali sono arrivati nell’ex colonia di Sua Maestà alla fine dell’800, missionari principalmente, e il grosso è arrivato dopo la seconda guerra mondiale. Gli italiani hanno contribuito in maniera decisiva alla costruzione del Kenya, realizzando strade, palazzi, dighe, ponti e poi al suo sviluppo, dopo l’indipendenza. La loro industriosità è celebrata in un libro edito dall’ambasciata italiana a Nairobi, «Italiani in Kenya – Testimonianze», scritto da Benedetta Lanfranchi e Elena Giorgianni, con l’introduzione dello stesso ambasciatore, Pier Andrea Magistrati.

IL LIBRO - Il volume sarà presentato giovedì a Nairobi. Spiega l’ambasciatore Magistrati: «La storia degli italiani nelle nostre ex colonie in Africa Orientale è nota. Ma la loro presenza in Kenya non è molto conosciuta. I nostri connazionali sono sbarcati quaggiù alla fine dell’800. Dai primi coraggiosi missionari, ai coltivatori di caffè e di the; dai prigionieri di guerra, agli organizzatori di Safari degli anni ’50; dai costruttori, agli ingegneri spaziali degli anni ’60, fino ad arrivare alle grandi imprese, ai medici, agli esperti di cooperazione dei giorni nostri». Il libro, in italiano con testo a fronte in inglese, narra alcune delle storie più interessanti: impossibile citare tutti i racconti e gli aneddoti riportati. Obbligatorio però parlare di Mama Africa, Nenella Tozzi, un’istituzione per tutti gli italiani che passano da Nairobi. Da settant’anni in Africa dell’Est, Nenella ha trasformato la sua bella villa in un centro di ritrovo. Ha ospitato alcuni dei personaggi più noti del secondo dopoguerra: da Vittorio Gasmann a Giorgio Albertazzi, da Pier Paolo Pasolini alle gemelle Kessler, a Rita Hayworth (al secolo Margarita Carmen Cansino), a Florinda Bolkan, a Enrico Maria Salerno, solo per ricordarne alcuni. Da lei ha dormito persino re Umberto II.

GLI ITALIANI - Gli italiani si occuparono anche di caffè, lanciando la produzione keniota. Aldo Soprani alternava il lavoro nella sua azienda con le corse dei cavalli. Il figlio, Alberto, vive ancora a Nairobi ed è il più importante importatore di vini italiani. Mentre Andrea e Elio Lolli, figli di Lelio, uno dei pionieri del caffè sono proprietari di una fabbrica di macchine agricole per la lavorazione dei chicchi, la Coffee Agriworks. Elio è anche proprietario di una squadra di calcio, la Thika United (nel villaggio di Thika aveva le sue aziende di caffè) che milita nella serie A keniota. Nel volume si ricordano tanti italiani, importanti per la crescita culturale del Kenya e per la nostra comunità, come la professoressa Giuliana Mollea Moretti, che ha insegnato la lingua italiana praticamente a tutti i figli dei connazionali (e non solo) dal 1964 in poi. Un capitolo è dedicato al professor Luigi Broglio, lo scienziato che volle intensamente la base spaziale italiana San Marco, poco a nord di Malindi, che realizzò nel 1966 e gestì praticamente fino a poco prima della morte, nel 2001. Broglio fece dell’Italia il terzo Paese al mondo a entrare nello spazio, dopo Unione Sovietica e Stati Uniti. L’imprenditoria italiana in Kenya si è distinta soprattutto negli anni ’70. Il primo supermercato del Paese fu aperto dalla Standa a Nairobi, di fronte al mercato coperto della capitale. Fu chiamato Uchumi (si potrebbe tradurre «L’affare») e la catena esiste ancora. Anche la prima filiale della Bata (i negozi di scarpe che oggi sono diffusissimi non solo in Kenya ma in tutto il mondo) fu aperta da un italiano, Cesari.

AIUTI UMANITARI - Non mancano i riferimenti a quanti si sono impegnati in prodigalità aiuti umanitari. Una lunga citazione viene riservata a Franco e Marinella De Paoli. Si sono stabiliti a Nairobi dopo che la guerra civile li aveva “cacciati” da Asmara, in Eritrea. Franco De Paoli ora è presidente del Comites (il Comitato degli italiani all’Estero) del Kenya ed è noto a tutti per la sua generosità. Rappresentante della società farmaceutica Farmitalia, fino a che la società non passò in mani straniere, era l’unico in tutto il mondo che aveva ottenuto il permesso, per ragioni etiche, di vendere i medicinali a un prezzo inferiore a quello stabilito: «Sulla salute della povera gente non si deve lucrare», sentenziò convinto la prima volta che lo incontrai, nel 1987. La moglie Marinella, tra le fondatrici di Amref, organizzazione non governativa di assistenza sanitaria, segue in particolar modo i progetti per l’appoggio ai bambini di strada in tutto il Kenya. La loro casa a Nairobi, viene sicuramente definita da tutta la comunità «la più accogliente». Ma alla costruzione del Kenya, specie negli ultimi anni, hanno partecipato anche «mezzi» italiani, cioè con un genitore non connazionale, come Carlo Van Wageningen il cui papà era olandese. Oggi è uno dei più apprezzati imprenditori del Paese.

Massimo A. Alberizzi CdS 3

 

 

 

Cgie: prima di chiudere i Consolati se ne discuta in parlamento

 

Roma - In linea con quanto previsto dalla mozione bipartisan depositata in Senato da Claudio Micheloni, il vice segretario per i Paesi anglofoni del Cgie, Silvana Mangione, ha presentato venerdì mattina – ultimo giorno di assemblea plenaria alla Farnesina – una mozione per chiedere che l’annunciata chiusura delle sedi diplomatico-consolari non venga attuata dal Mae prima della opportuna discussione in Parlamento. La mozione è stata approvata a maggioranza, con il voto contrario di Franco Santellocco, e di due astenuti. Ne riportiamo di seguito il testo integrale.

"Il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero, riunito a Roma dal 2 al 4 dicembre 2009, chiede che l'annunciata ristrutturazione della rete consolare, con la chiusura di 12 sedi in Europa (Amburgo, Norimberga, Saarbruecken, Mannheim, Liegi, Mons, Genk, Coira, Losanna, Lilla, Mulhouse, Manchester), 2 negli USA (Detroit, Filadelfia), 2 in Australia (Adelaide e Brisbane), Durban in Sud Africa, Lusaka nello Zambia, ed il declassamento di 4 Consolati Generali (Basilea, Alessandria d'Egitto, Gedda, Karachi) venga posta all'esame del Parlamento prima della sua attuazione.

Il CGIE ritiene, infatti, che non possa trattarsi di una semplice ed ordinaria decisione amministrativa interna al MAE, giacché la portata dell'operazione incide profondamente sull'immagine ed operatività della rappresentanza ufficiale dell'Italia presso il contesto politico, economico, amministrativo e sociale nelle aree minacciate di ritiro di tale rappresentanza, prima ancora che sui servizi alle collettività italiane di stanza in quei territori.

Tale ristrutturazione porterebbe ad un impatto negativo su aspetti di fondo della politica estera, meritevole di esame e dibattito in sede parlamentare, preferibilmente su proposta di iniziativa governativa.

Questa richiesta è in linea col parere negativo espresso dal comitato di presidenza del CGIE del 23-24 giugno 2009 "non concordando su nessuna delle chiusure degli Uffici Consolari"". (aise)

 

 

 

 

Gli auguri ai corregionali dell’Associazione Piemontesi nel Mondo

   

FROSSASCO - Avvicinandosi le feste natalizie e di fine anno la Presidenza generale dell'Associazione Piemontesi nel Mondo e la redazione del notiziario Piemontesi nel Mondo porgono “i più fervidi auguri alle rispettive Associazioni all'estero e ai piemontesi singoli ovunque operanti nel mondo”. “Sono auguri – prosegue il messaggio - che esulano dalla “tradizione” per diventare “convinzione”, che rifiutano lo schema rigido dell'ufficialità per battere silenziosamente il cuore di ognuno, che partono da un'Associazione che intende essere polo di unificazione e di aggregazione piemontese, che provengono da una Regione che dal tetto dell'Europa spazia sui confini del mondo quasi a scrutare il lavoro silenzioso, metodico e sofferto dei suoi figli lontani.     Figli autorevoli che sono assurti a cariche e responsabilità prestigiose nella vita sociale, amministrativa, industriale, manageriale delle singole Nazioni, oppure figli semplici che nell'umilta' della vita di ogni giorno e nel lavoro misconosciuto dei mestieri più sofferti, incarnano l'essenza e l'espressione popolare della nostra gente, oppure figli colpiti dalle avversità della vita o dagli acciacchi della vecchiaia, o forse distesi nei letti degli ospedali o nelle corsie delle case di cura o negli ospizi per anziani.    Ma sempre figli eloquenti e stupendi del Piemonte! A tutti, ma specialmente a chi prova le sofferenze della malattie, o la privazione dell'essenziale, o la nostalgia incolmabile della lontananza dei propri cari, dal proprio lembo di terra mai dimenticato, dal proprio ceppo famigliare, giunga il nostro augurio carico di affetto, di sentimenti, di solidarietà.

    Ogni Natale e ogni anno che nasce possono e debbono essere date e momenti di rilancio, di speranza, di superamento del passato per migliorare il presente e propiziarci il futuro” sottolinea l’Associazione Piemontesi nel Mondo che invia “a tutti i piemontesi nei vari continenti il beneaugurante messaggio di pace e serenità, nonché l'attestazione della fraterna vicinanza in occasione delle festività più attese, più care e sentite dagli “uomini di buona volontà”. (Inform)

   

 

 

 

Tremaglia chiude i lavori della plenaria del Cgie

 

ROMA  - "Cari amici miei, sono sempre emozionato quando vengo qui. Questa mia visita non era in programma, ma sono stato trascinato da me stesso per stare qui con voi": fiaccato nel corpo ma non nello spirito, Mirko Tremaglia ha salutato così i consiglieri del Cgie che venerdì mattina lo hanno accolto nell’ultima giornata di lavori dell’assemblea plenaria, in corso alla Farnesina dal 2 dicembre scorso.

Primo e finora unico Ministro per gli italiani nel mondo, decano alla Camera dove siede nei banchi del Pdl, Tremaglia ha parlato di una situazione così "assurda e paradossale" da fargli mettere in discussione la bontà del voto all’estero. "Dopo tante battaglie – ha spiegato – abbiamo ottenuto il voto all’estero, cambiando due volte la Costituzione e cosa otteniamo? La partitocrazia che avanza a danno degli italiani nel mondo, un’invasione dei partiti nella riforma di Comites e Cgie che non condivido".

Il 2010, dunque, sarà "anno di lotte" e non solo per la rappresentanza, anche il "suo" Ctim "a rischio sopravvivenza", ma, ha detto risoluto Tremaglia "io ci sono ancora e mi batterò perché ciò non avvenga".

A contrariare l’ex ministro è il solo poter pensare di mettere mano alla rappresentanza, voluta e rafforzata proprio in vista dell’arrivo in Parlamento dei 18 eletti all’estero, così come è "assurdo chiudere i Consolati. Vi ricordo che quando l’allora ambasciatore Sessa lo propose per il passato facemmo un’opposizione feroce. E ora che ci sono impegni maggiori per l’Italia in tutti gli ambiti, che si fa? Si chiude?".

"Noi – ha proseguito Tremaglia – le soluzioni le abbiamo proposte ma sono tutte ancora in cantina, dalla bicamerale per gli italiani all’estero alla mozione sulla cooperazione per l’Africa. Così come rimane inascoltato il mio appello di contattare e lavorare insieme ai 395 parlamentari di origine italiana sparsi per il mondo".

Se c’è ancora una soluzione, per Tremaglia è quella di "lavorare insieme, senza distinzione di parte. Temo che arriverà un’escalation per diminuire la forza degli italiani all’estero e il Cgie sarà essenziale in questa battaglia". (m.c.\aise)

 

 

 

 

 

 

Proteste in Italien. Massen-Flashmob gegen Berlusconi

 

Hunderttausende demonstrierten in Rom gegen den Ministerpräsidenten. Zusammengebracht hatte sie nicht die Opposition, sondern das Internet.

 

Es war die erste fast ausschließlich über das Internet organisierte Massenkundgebung in Italien: In Rom demonstrierten nach Angaben der Veranstalter mehr als 350.000 Menschen gegen die rechtsgerichtete Regierung von Silvio Berlusconi. Veranstalter waren weder Parteien noch Gewerkschaften, sondern Blogger, die Anfang Oktober über Facebook und später über eine Website den Appell lanciert hatten, den umstrittenen 73-Jährigen zum Rücktritt aufzufordern. Innerhalb weniger Tage zählte die Gruppe Tausende von Mitgliedern.

 

Gewerkschaften, Mitglieder der kommunistischen Partei sowie die kleine Anti-Korruptionspartei Italien der Werte von Antonio Di Pietro schlossen sich der Initiative an. Die größte italienische Oppositionspartei, die Demokratische Partei, hatte dagegen nicht zu der Demonstration aufgerufen. Dennoch kamen viele ihrer Mitglieder, wie die frühere Ministerin Rosy Bindi. Die Veranstalter grenzen sich jedoch bewusst von den etablierten Parteien ab, denen sie allesamt Versagen vorwerfen.

Letzte Auslöser für den Massenprotest waren die neuen Korruptionsprozesse gegen Berlusconi und sein gescheiterter Versuch, sich dagegen mit einem Immunitätsgesetz zu schützen. Auf ihrer Website äußerten zahlreiche Bürger ihren Zorn und ihre tiefe Verbitterung über die Zustände in Italien unter der langjährigen Herrschaft des Multimillionärs, Medienmoguls und skandalerprobten Regierungschefs. In dem Aufruf hieß es dort: "Wir können nicht mehr mit anschauen, wie er unser Land seit über 15 Jahren in Schach hält, wie seine Ideen vom `persönlichen Staat` ihn gegen jede Form von freier Meinungsäußerung aufhetzt, was durch die letzten Angriffe auf die freie Presse, der Satire und dem Internet eindeutig zum Ausdruck kommt. Wir können seine unglaubliche Arroganz nicht mehr ignorieren, und seine blutigen Verwicklungen mit der Mafia auch nicht... Er muss zurücktreten und sich, wie jeder normale Bürger, vor Gericht verteidigen."

Berlusconi hat immer wieder durch seine Probleme mit der Justiz, aber auch mit Sexskandalen für Aufruhr gesorgt. Erst vor einem Monat scheiterte sein Versuch, sich durch das umstrittenes Immunitätsgesetz gleich mehrerer Prozesse zu entledigen. Das oberste italienische Gericht erklärte die Norm für nicht verfassungskonform.

Auch in Berlin, Paris, London oder Sydney gingen zahlreiche Menschen gegen Berlusconi auf die Straße. Zeit.de 6

 

 

 

 

Rom. Hunderttausende demonstrieren gegen Berlusconi

 

Sie organisierten sich fast ausschließlich über das Internet: Unter dem Motto "No Berlusconi Day" haben in Rom viele Tausend Italiener gegen den konservativen Regierungschef Silvio Berlusconi demonstriert. Die Veranstalter sprachen schon von rund 350.000 Teilnehmern.

„No Berlusconi Day“: Unter diesem Motto haben am Samstag in Rom viele Tausend Italiener gegen den konservativen Regierungschef Silvio Berlusconi demonstriert. Die Veranstalter sprachen schon am Nachmittag von 350.000 Teilnehmern.

700 Busse und vier Sonderzüge sollten Demonstranten aus ganz Italien nach Rom bringen. Es handelte sich um die erste fast ausschließlich über das Internet organisierte Protestkundgebung in Italien. Veranstalter waren weder Parteien noch Gewerkschaften, sondern eine Bloggergemeinschaft, die Anfang Oktober über das soziale Netzwerk Facebook einen Appell lanciert hatte, den umstrittenen 73-Jährigen zum Rücktritt aufzufordern. Innerhalb weniger Tage zählte die Gruppe Tausende von Mitgliedern.

Für die Demonstration hatten die Organisatoren dazu aufgefordert, sich violett zu kleiden, weil diese Farbe in Italien nicht politisch einzuordnen sei. Die größte italienische Oppositionspartei PD entschied sich dafür, nicht an den Protesten teilzunehmen. Gewerkschaften, Mitglieder der kommunistischen Partei sowie die kleine Anti-Korruptionspartei „Italien der Werte“ von Antonio Di Pietro schlossen sich der Initiative an.

Kritisiert wurde vor allem, dass mehr über Berlusconis Skandale gesprochen werde als über seine Politik. Dies sei durchaus in der Absicht des Regierungschefs. Unbeachtet unterminiere der Premier so die Verfassung und die Demokratie, sagte der Sprecher der Veranstalter, Massimo Malerbo aus Catania (37).

Berlusconi hat immer wieder durch seine Probleme mit der Justiz, aber auch mit Sexskandalen von sich reden gemacht. Erst vor einem Monat scheiterte sein Versuch, durch ein umstrittenes Immunitätsgesetz gleich mehreren Prozessen zu entgehen. Das oberste italienische Gericht erklärte die Norm für nicht verfassungskonform.  Dpa 5

 

 

 

 

Italien. Die Aussage des Mafioso

 

Rom - Mit Spannung wartet Italien darauf, was Gaspare Spatuzza zu sagen hat. Spatuzza ist ein wegen Beteiligung an mehreren spektakulären und besonders brutalen Morden zu mehrfach lebenslanger Haft verurteilter Mafioso, aber angeblich reuig. An diesem Freitag soll er im Berufungsverfahren gegen einen der seit den siebziger Jahren engsten Mitarbeiter Silvio Berlusconis aussagen, den Senator Marcello Dell'Utri. Das könnte für Berlusconi unangenehm genug sein - aber seit Tagen berichten italienische Medien, Spatuzza habe zudem damit begonnen, auch Aussagen über Berlusconi zu machen.

Der in Palermo geborene Marcello Dell'Utri, der lange Zeit Chef der Vermarktungsgesellschaft für die Werbung in Berlusconis Fernsehunternehmen Mediaset war, steht seit 1997 wegen seiner angeblichen Verbindungen zur Mafia vor Gericht. Ende 2004 wurde er in erster Instanz zu einer Haft von neun Jahren verurteilt. Das Gericht hielt ihm vor, er sei der „Botschafter der Mafia“ in Berlusconis Unternehmensgruppe gewesen und deshalb schuldig der „Mittäterschaft als Externer in einer kriminellen Vereinigung“.

In dem Berufungsverfahren, dem Dell'Utri in Freiheit folgen kann, weil er wegen seiner parlamentarischen Immunität nicht in Untersuchungshaft sitzt, soll nun also Gaspare Spatuzza aussagen - und alle fragen sich, ob er dabei auf das eingehen wird, was die Berlusconi gegenüber feindlich eingestellte Tageszeitung „La Repubblica“ seit Tagen in seitenlangen Artikeln beschreibt. Darin geht es um angebliche Ermittlungen der Staatsanwaltschaften in Florenz und Palermo, in deren Mittelpunkt Berlusconi und Dell'Utri stehen sollen - und um Bombenanschläge der Mafia, die 1993 das von den Korruptionsskandalen der politischen Elite ohnehin schon erschütterte Italien noch mehr erschütterten.

Berlusconi unter Mafiaverdacht?

Den Entschluss, in die Politik zu gehen, so „La Repubblica“, habe Berlusconi 1992 gefasst. Um seinen Aufstieg zu erleichtern, habe er die Mafia zu Bombenanschlägen 1993 angestiftet. Damit sei das Klima der Unsicherheit geschaffen worden, in dem die Italiener schließlich 1994 den Politikneuling Berlusconi gewählt hätten. Laut den bisherigen Publikationen enthalten die Aussagen Spatuzzas aber nur Hörensagen über Mafiabosse und deren angebliches Verhältnis zu Berlusconi.

Offiziell bestätigt wurden die Ermittlungen gegen Silvio Berlusconi nicht. Doch sagt der ehemalige oberste Mafiajäger Italiens, Pierluigi Vigna, dass bei Mafiaverdacht niemals zugegeben werde, dass es eine Untersuchung gebe. Vigna hatte als Staatsanwalt in Florenz zu dem Bombenattentat von 1993 an den Uffizien ermittelt, bei dem es neun Tote gab, und angeblich Berlusconi verdächtigt, zu den Hintermännern zu gehören, allerdings keine Anhaltspunkte gefunden. Die Ermittlungen verliefen Ende der neunziger Jahre im Sande.

„Mittäterschaft als Externer in einer kriminellen Vereinigung“

Für Berlusconis Anhänger sind die Ermittlungen ein weiterer Beweis dafür, wie manche Staatsanwälte alle Instrumente nutzten, um Berlusconi aus dem Amt zu entfernen. Juristisch sind die Aussagen und die Vorwürfe gegen Dell'Utri und gegen Berlusconi ohnehin schwer zu handhaben. Der Tatbestand der „Mittäterschaft als Externer in einer kriminellen Vereinigung“ existiert im Strafgesetzbuch nicht, sondern wurde nur von höchstrichterlicher Rechtsprechung als zutreffende Gesetzesinterpretation akzeptiert. Der ehemalige Ministerpräsident Giulio Andreotti wurde wegen des gleichen Vergehens angeklagt und nach zehn Jahre dauernden Prozessen in dritter Instanz freigesprochen. Nun gibt es dazu wieder kritische Stimmen, die anmerken, dass man als Außenstehender nicht summarisch der „Mitgliedschaft“ in der Mafia angeklagt sein könne, sondern höchstens der Mittäterschaft an konkreten Straftaten.

Berlusconi war in den achtziger Jahren als Fernsehunternehmer in ganz Italien, also auch in Sizilien, aktiv; für einige Jahre besaß er auch die Supermarktkette „Standa“, die ebenfalls in Sizilien vertreten war - und seinem Vertrauten Dell'Utri wird nachgesagt, er habe damals die nötigen Kontakte zur Mafia gehalten und Kompromisse mit ihr gesucht. Er soll zudem dem Mitglied einer Mafiafamilie eine Anstellung als Stallmeister in Berlusconis Haushalt verschafft haben, was wohl im Zusammenhang mit dem Bestreben Berlusconis stand, sich und seine Familie vor Entführungsdrohungen der Mafia zu schützen.

In der derzeitigen hitzigen, stark politisierten Debatte hat die historische Bewertung der Anschläge der Mafia von 1993 indes nur wenig Raum. Bisher schien erwiesen, dass ein Flügel der sizilianischen Mafia mit den Attentaten nach den Urteilen im ersten großen Mafiaprozess bessere Haftbedingungen und Verhandlungen mit dem italienischen Staat erzwingen wollte.

Die Regierung reagierte allerdings mit der Entsendung von Soldaten nach Sizilien und einer Intensivierung der Ermittlungen, durch die weitere Mafiabosse in Haft kamen. Aus Sicht der Mafia waren die Attentate folglich ein strategischer Fehler. Berlusconi ist offiziell erst 1994 mit der Gründung einer neuen Partei in die Politik eingetreten und wurde zunächst nicht ernst genommen. Daher stellen manche in Italien die Frage, ob die Mafia wirklich 1993 in Betracht gezogen haben kann, mit Berlusconi politische Abmachungen zu treffen. Tobias Piller, Faz 4

 

 

 

 

Schwere Anschuldigungen. Mafia-Kronzeuge stellt Berlusconi an den Pranger

 

Nach Sex-Affäre und Korruptionsärger droht Italiens Ministerpräsidenten nun auch noch der Mafia-Sumpf. Ein zu lebenslanger Haft verurteilter mehrfacher Mafia-Mörder brachte als Zeuge in einem Gerichtsverfahren Silvio Berlusconi mit dem organisierten Verbrechen in Verbindung.

 

Vor nicht allzu langer Zeit galten Premier Silvio Berlusconi und der Präsident des Abgeordnetenhaus, Gianfranco Fini, als enge Verbündete. Noch vor knapp einem Jahr vereinigte sich Finis rechte Alleanza Nazionale (AN) mit Berlusconis liberalkonservativer Forza Italia zum Popolo della Libertà (Pdl).

Doch seit Wochen fragen sich die Italiener, wie lange es die beiden noch miteinander aushalten – und wie lange diese Regierung noch im Sattel bleibt. Denn in der gemeinsamen Partei, die zusammen mit der Lega Nord das Land regiert, ist ein offener Krieg entbrannt, den – so sagen Berlusconis Leute – Fini angezettelt hat. Seit geraumer Zeit nutze er jede Gelegenheit, um den Ministerpräsidenten anzugreifen: sei es durch seine Bedenken gegenüber einem neuen Gesetz, das in erster Linie Berlusconi aus den Fängen der Justiz befreien soll, oder durch die öffentliche Mahnung, den staatlichen Institutionen mehr Respekt zu zollen.

Auslöser der letzten Affäre, die zu einer dramatischen Eskalation führte, ist ein vor einigen Tagen veröffentlichtes Video, in dem Fini – nicht wissend, dass ein Mikrofon seine Worte aufzeichnet – über Berlusconi herzieht. Dem neben ihm sitzenden Staatsanwalt sagt er: „Der Mann verwechselt Popularität mit Immunität“, und auf dessen Erwiderung: „Er hätte um etliche Jahrhunderte früher auf die Welt kommen müssen, so wäre er römischer Kaiser“, antwortet Fini: „Ich hab ihn ja gewarnt, ,Leadership‘ ist nicht gleich absolute Monarchie... und vergiss nicht... den haben sie am Ende aufs Schafott gebracht.“

"Unerhört, inakzeptabel" seien Finis Äußerungen

Berlusconi hat nicht lange auf eine Antwort warten lassen: „Unerhört, inakzeptabel“ seien Finis Äußerungen. Während Industrieminister Claudio Scajola betonte, dass die Meinungen Finis einmal mehr bewiesen, „wie sehr sich Finis Linie von der der Partei unterscheidet“, verlangte die Zeitung „Il Giornale“, die Berlusconis Bruder gehört, entweder eine sofortige „Aufklärung“ oder „Rücktritt“. Finis Ausrutscher wurde überdies zu einem Augenblick publik, der für Berlusconi nicht schlechter hätte sein können.

Die Italiener warteten seit Wochen gespannt auf die gestrige Zeugenaussage des ehemaligen, zu lebenslanger Haft verurteilten Mafioso Gaspare Spatuzza. Dem zufolge sollen Berlusconi und sein Mitarbeiter, Senator Marcello Dell’Utri, in den 90er-Jahren nicht nur Verbindungen zur Mafia gepflegt haben, sondern deren politische Referenten gewesen sein.

Spatuzza bestätigte im Prozess gegen den Palermitaner Dell’Utri, der in erster Instanz zu neuen Jahren Haft wegen „Mittäterschaft als Externer in einer kriminellen Vereinigung“ verurteilt wurde, nicht nur die Rolle als Mittelsmann der Mafia in Norditalien, sondern auch, dass der Mafiaboss Giuseppe Graviano Berlusconi als zuverlässigen Mann von Cosa Nostra beschrieben haben soll. Wäre er an die Macht gekommen, so sagte Graviano, dann hätten auch die Mafia-Häftlinge davon profitiert.

"Denn das wäre eine Bombe"

Fini sagt dazu in der erwähnten Aufzeichnung: „Die Aussagen (von Spatuzza) müssen strengstens überprüft werden, denn das wäre eine Bombe.“ Aber nicht nur Berlusconi macht seinem Unmut über Fini Luft, der lange Zeit als sein Nachfolger gegolten hat, auch viele seiner ehemaligen Weggefährten aus der Alleanza Nazionale haben sich mittlerweile von Fini distanziert.

Unter den wenigen, die auf seiner Seite stehen, ist Assunta Almirante, die Witwe von Giorgio Almirante, dem Gründer des neofaschistischen Movimento Sociale Italiano (MSI), dessen Ziehsohn Fini einst war. „Fini hat recht“, sagte sie in einem Interview, und ginge es nach ihr, müsste man sofort Neuwahlen ansetzen. „Ich glaube den Umfragen nicht, überall, wo ich hinkomme, treffe ich Leute, die mit dieser Regierung unzufrieden sind.“

Doch so sehr sich Berlusconi Finis Absturz wünscht, es ist zu bezweifeln, so liest man im „Foglio“, einem dem Ministerpräsidenten nahestehenden Blatt, dass der Regierungschef wirklich auf vorgezogene Wahlen zusteuert. Die Worte von Umberto Bossi, dem Chef der Lega Nord, dürften ihn nicht besonders erfreut haben. Dieser hat zwar Fini als einen „ehemaligen Faschisten, der heute mit der Linken liebäugelt“ bezeichnet, doch auch den Premier hat er nicht mit Samthandschuhen angefasst: „Ohne die Stimmen der Lega Nord kann Berlusconi einpacken.“

Für die Opposition, die heute zu einer Massendemonstration in Rom gegen Berlusconi aufgerufen hat, ist dieser interne Krieg der handfeste Beweis dafür, dass die Regierung kurz vor dem Ende steht. Andrea Affaticati DW 4

 

 

 

 

Italien. Sprengstoff für den Cavaliere

 

Silvio Berlusconi sagt heute von sich, er habe die mafia bekämpft wie keiner vor ihm. Ein Ex-Mafioso sagt, Berlusconi habe einst Attentate in Auftrag gegeben – um an die Macht zu kommen. Von Paul Kreiner, Rom

 

Der 4. Dezember ist Festtag der Heiligen Barbara; Bergleute und Tunnelbauer verehren sie als ihre Patronin. Und wenn Italiens Presse meldet, die Polizei habe irgendwo „ein Santabarbara“ aufgespürt, dann meint sie das Handwerkszeug jener Berufe: ein Sprengstoffarsenal. In dieses Bild passt, dass der ehemalige Mafioso Gaspare Spatuzza nach dem Willen der Staatsanwälte just am Barbaratag vor Gericht auftreten soll: Seine Aussagen könnten explosiv wirken – für den Regierungschef, für Silvio Berlusconi.

 

Dieser macht seit Wochen einen so nervösen Eindruck wie noch nie. Das Verfassungsgericht hat ihm die Immunität in Strafsachen verwehrt; seither suchen seine Anwälte im Parlament hektisch Ersatzlösungen, um Berlusconi ein Gerichtsverfahren zu ersparen. Der Aufwand, den sie dafür treiben, ist so groß, dass er Verdacht erregt: Wieso hat Berlusconi derartige Angst vor einem Bestechungsprozess, der kurz vor der Verjährung steht?

 

Die Vorwürfe, die der ausgestiegene, zum Theologiestudium bekehrte Mafioso Spatuzza erhebt, sind mehr als schwerwiegend: Berlusconi soll der politische Auftraggeber für eine Reihe von Bombenanschlägen gewesen sein, mit denen die Cosa Nostra 1993 und 1994 ihren Terror erstmals von Sizilien aufs Festland getragen hat: nach Rom, Florenz und Mailand. Neun Menschen starben, Dutzende wurden verletzt; der Schaden an Kulturgebäuden war immens.

 

Die Republik taumelte damals sowieso: Der Bestechungs- und Parteispendenskandal „Tangentopoli“ riss Italiens politische Klasse in den Abgrund – und in Mailand entwarf der Bau- und Fernsehmogul Silvio Berlusconi seinen eigenen Einstieg in die Politik. Sein enger Freund, der Sizilianer Marcello Dell’Utri, der die Werbefirma des Fernsehimperiums leitete, formte unmittelbar aus dieser heraus eine Partei für den Chef, die Forza Italia. Dell’Utri ist 2004 wegen Unterstützung der Mafia in erster Instanz zu neun Jahren Haft verurteilt worden; der Berufungsprozess nun wird durch Spatuzzas Erklärungen noch bedrängender.

 

Der Deal zwischen Mafia und Berlusconi könnte, falls Spatuzza überhaupt recht hat, so ausgesehen haben: Der hoffnungsfrohe Neupolitiker bestellt bei der Cosa Nostra einige Anschläge, um ein Klima der Angst zu schüren und davon zu profitieren; nach seiner – 1994 tatsächlich erfolgten – Wahl verzichtet die Mafia auf Attentate, der neue Premier schreibt dies dem eigenen, entschlossenen Wirken zu. Die Mafia erhält dafür Erleichterungen für die bei den Bossen verhasste Isolierhaft im Hochsicherheitstrakt. Womöglich wurden ihr bei den Verhandlungen noch andere Zugeständnisse gemacht; auch das wird nun gerichtlich erforscht.

 

Der politische Hintergrund der Attentate von 1993/94 war schon früher Gegenstand eines Prozesses; aus Mangel an belastbaren Indizien aber waren die Ermittlungen gegen Berlusconi und Dell’Utri 1998 eingestellt worden. Damals aber hatte Spatuzza noch nicht ausgepackt. Berlusconi sagt heute – in einer Zeit, in der praktisch alle großen Bosse der Cosa Nostra hinter Gittern sitzen –, kein Regierungschef habe so viel zur Bekämpfung der Mafia getan wie er. In der Tat hat Berlusconi auch die von der Mafia verlangten Hafterleichterungen nicht gewährt: Der Kerker ist eher noch strenger geworden.

 

Die Mafiosi – so spekuliert mangels genaueren Wissens die Tageszeitung „La Repubblica“ – hätten also mit dem „Verräter Berlusconi“ noch eine Rechnung offen. Daher die aktuellen Anschuldigungen. Berlusconi habe Angst, die Mafia könnte nun ihn in den Abgrund reißen.

 

Berlusconis familieneigene Schmieren-Zeitung „Il Giornale“ schreit Alarm: Die Justiz werde nun das Vermögen des Regierungschefs beschlagnahmen; bei „Unterstützung der Mafia“ reiche ja schon der Verdacht aus. Berlusconi selbst fürchtet, die Gerichte könnten ihm das Ausüben öffentlicher Ämter verbieten. Bei Marcello Dell’Utri hat das die erste Instanz schon getan; Berlusconis Freund ist trotzdem Abgeordneter geblieben.

Die Staatsanwaltschaft hat inzwischen mitgeteilt, was die Anschläge von 1993/94 betreffe, so ermittle sie diesmal nicht gegen Berlusconi und Dell’Utri. Das aber hat die Gemüter nicht beruhigt – und die Spekulationen schon gleich gar nicht.  Tsp 4

 

 

 

 

Perugia: Urteil im Fall Amanda Knox. Engel voller Schuld

 

Amanda Knox soll die treibende Kraft hinter dem grausamen Mord an ihrer Mitbewohnerin gewesen sein. Nun hat die italienische Justiz ihr Urteil über den "eiskalten Engel" gefällt: Schuldspruch und 26 Jahre Haft.

 

Das Urteil fiel um Mitternacht. Nach elf Monaten Prozess und einem ungeheurem Medienspektakel haben die Geschworenen in der mittelitalienischen Stadt Perugia in der Nacht zum Samstag entschieden: Der "Engel mit den Eisaugen", Amanda Knox, und ihr Ex-Freund Raffaele Sollecito sind schuldig.

Sie haben die junge britische Austauschstudentin Amanda Kercher in der Nacht zum 2. November 2007 brutal gequält, vergewaltigt und ermordet. 26 Jahre Haft verhängte das Gericht in Perugia für die 22-jährige Amerikanerin aus Seattle, 25 Jahre für den süditalienischen Informatikstudenten aus Bari: Das Urteil ist für die Betroffenen ein Schock.

"Nein, nein, nein"

Bis zuletzt hatte das Pärchen seine Unschuld beteuert. "Ich habe Angst davor, dass mir gewaltsam die Maske einer Mörderin übergestreift wird", bekannte die junge Amerikanerin noch am Vortag, um den Geschworenen ihre große Befürchtung mit auf den Weg in die diffizilen Beratungen eines reinen Indizienprozesses zu geben.

Raffaele machte es da kürzer: "Ich habe Meredith nicht getötet, gebt mir das Leben zurück", hatte er die Geschworenen noch angefleht.

Mit dem Aufschrei „"nein, nein, nein" brach die kühle Amanda bei der Urteilsverkündung in Tränen aus und fiel ihrem Anwalt Luciano Ghirga in die Arme. Ihre Eltern erklärten sich "extrem enttäuscht", betonten jedoch, das letzte Wort sei noch nicht gesprochen. "Wir wissen, dass Amanda unschuldig ist, und werden sie nicht im Stich lassen."

 

Der Ex-Freund des "mörderischen Engels" verzog hingegen keine Miene. "Nur Mut, nur Mut, Raffaele", rief ihm die Lebensgefährtin seines Vaters nach, als er nach dem Schuldspruch mit Amanda abgeführt wurde. Raffaele blieb jedoch tonlos.

Entschädigung für einen "irreparablen Schaden"

Die Spannung war tagsüber ins Unerträgliche gestiegen. Seit den frühen Morgenstunden wurde das Gericht der kleinen Universitätsstadt von rund 230 internationalen Reportern und Journalisten belagert.

Die Familie der Ermordeten war am Nachmittag mit dem Flugzeug eingetroffen, um die letzten Stunden des Wartens auf Gerechtigkeit im Hotel zu verbringen. Sie fordern 25.000 Euro Schadensersatz von den Mördern ihrer Tochter. "Eine symbolische Entschädigung für den irreparablen Schaden, der der Einheit der Familie zugefügt wurde", erklärten die Anwälte Francesco Maresca und Serena Perna.

Sechs Geschworene und zwei Richter mussten über Freispruch oder lebenslange Haft entscheiden, eine einfache Mehrheit genügte. Bei vier zu vier galt: "In dubio pro reo" - im Zweifel für die Angeklagten. Bei einem von den Medien beeinflussten Indizienprozess fiel es den Geschworenen trotzdem schwer, zu einer Entscheidung zu kommen.

Bis zuletzt drehte sich alles um die Amerikanerin. Während die in der umbrischen Metropole Perugia versammelten amerikanischen Medien den wahren Schuldigen in der Mordaffäre Meredith schon lange ausgemacht hatten - die italienischen Ermittler, die Spurensicherung und wohl auch die Justiz selbst - symbolisierte Amanda Knox für die Italiener von Anfang an die verdächtige Kombination von Schönheit und Bösem.

"Der Prozess ist in den Augen von vielen von uns ein Skandal. Nichts beweist, dass Amanda Knox am Tatort war. Zero.", schrieb etwa die New York Times.

Bitterer Nachgeschmack

Die Staatsanwaltschaft beharrte jedoch bis zum Ende darauf, die Anklage stehe auf absolut festen Füßen: Sie verwies auf belastende DNA-Spuren auf dem Tatmesser und dem BH der Toten - während die Verteidiger mehrfach auf die wiederholte Verunreinigung des Tatortes hingewiesen hatten.

 

"Die Verurteilung von so jungen Menschen zu einer hohen Haftstrafe hinterlässt immer einen bitteren Nachgeschmack. Jedoch ist Recht gesprochen worden im Fall eines besonders schweren Verbrechens: Der Ermordung einer blutjungen Studentin", kommentiert die Staatsanwältin Manuela Comodi das Urteil und bringt die gemischten Gefühle vieler auf den Punkt.

Auf das pittoreske Perugia, dessen Ausländeruniversität zahlreiche junge Studenten anzieht, hat der Fall Meredith jedenfalls einen dunklen Schatten geworfen, der sich nicht so rasch verziehen wird. Zu lange schon wird Umbriens Zierde in einem Atemzug mit der Bluttat genannt, vor allem in den angelsächsischen Medien.

Für die Stadt spielt es keine Rolle, dass die streng katholisch erzogene - auch "Foxy-Knoxy" genannte - Angeklagte nun schuldig gesprochen und damit zumindest vorerst ein juristischer Schlusstrich unter den Fall gezogen wurde. So mancher wird künftig bei einem Besuch Perugias nicht nur die gotische Kathedrale und die Fontana Maggiore sehen wollen, sondern auch das Haus in der Via della Pergola 7, wo der Mord geschah.  Katie Kahle und Hanns-Jochen Kaffsack, dpa 5

 

 

 

 

Mordprozess in Italien. Im Zweifel gegen den "Engel mit den Eisaugen"

 

Im Prozess um den Studentinnenmord in Perugia ist Amanda Knox zu 26 Jahren Haft verurteilt worden. Das Urteil, so sagte die Verteidigerin des mitangeklagten Italieners Raffaele Sollecito weise etliche Brüche und Widersprüche auf. Von Paul Kreiner

 

Rom - 22 Jahre alt ist Amanda Knox – die nächsten 26 Jahre ihres Lebens soll sie hinter Gittern verbringen. 25 Jahre alt ist ihr früherer Freund Raffaele Sollecito; er soll für 25 Jahre ins Gefängnis. So hat es ein Schwurgericht in der mittelitalienischen Universitätsstadt Perugia in der Nacht zum Samstag entschieden.

 

Die beiden Studenten aus Amerika und Apulien wurden in einem Indizienprozess für schuldig befunden, im November 2007 ihre englische Kommilitonin Meredith Kercher ermordet zu haben; die Strafe für Amanda Knox ist „wegen Verleumdung“ ein Jahr höher ausgefallen: Im ersten Moment hatte die Amerikanerin die Tat dem unschuldigen Betreiber eines Musiklokals angelastet und damit dessen Existenz ruiniert.

 

Ein weiterer Mittäter, der knapp 23jährige Rudy Guede aus Elfenbeinküste, war im abgekürzten Verfahren bereits 2008 zu 30 Jahren Haft verurteilt worden. Die Richter im jetzigen Prozess blieben unter dieser Marge – und unter dem von der Staatsanwaltschaft geforderten „lebenslänglich“ –, indem sie über die Zuerkennung mildernder „Altersumstände“ eine Art Jugendstrafrecht einführten.

 

Das Urteil stieß insbesondere in den USA auf wütende Proteste. Dort hatte sich die zahlreiche Unterstützerschaft für Amanda Knox vor allem im Internet und in „kritischen Prozessbeobachtergruppen“ organisiert. Die italienischen Ermittlungen und Beweiswertungen wurden dort durchweg als skandalös bezeichnet. Die Eltern von Amanda Knox, die während des elfmonatigen Verfahrens ihre Medienauftritte professionell hatten organisieren lassen, sagten nach dem Urteil im Gerichtssaal, sie würden „weiterhin, bis zum Ende, für die Freilassung Amandas kämpfen“: „Wir wissen, sie ist unschuldig.“