WEBGIORNALE 7-8 dicembre
2009
Una dichiarazione congiunta del presidente Napolitano e del presidente
tedesco Köhler
"L'Europa
impieghi le nuove possibilità del Trattato di Lisbona con lo sviluppo del
metodo comunitario"
ROMA - Concluso,
con l'entrata in vigore, il lungo e faticoso processo di ratifica del Trattato
di Lisbona, "si è dunque aperta una fase nuova nella vita dell'Unione
Europea, in un contesto mondiale profondamente cambiato e in piena
evoluzione". E' questo il punto di partenza della dichiarazione congiunta
resa dal presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, e dal
presidente della Repubblica federale di Germania, Horst Köhler, al termine
dell'incontro svoltosi venerdì al Quirinale.
"L'Europa - hanno aggiunto i due capi di
Stato - può riaffermare il suo ruolo storico solo rafforzando la sua unità, la
sua capacità di decisione e di azione, rinnovando e rendendo ancor più efficace
il suo modello di crescita sostenibile, di progresso sociale, di democrazia
della partecipazione e dei diritti. L'Europa può assumere il ruolo di attore
globale sulla scena mondiale solo parlando con una voce unica, solo esprimendo
una politica estera e di sicurezza comune. Il primo imperativo consiste
nell'impiegare pienamente, concretamente e con coerenza, le nuove possibilità
che il Trattato di Lisbona mette a disposizione dell'Unione per fare fronte
alle sfide del nostro tempo". Per i Presidenti Napolitano e Köhler
"ancora una volta lo sviluppo del processo di integrazione richiede un
esplicito ricorso al metodo comunitario, piuttosto che una prassi di accordi
intergovernativi".
"L'effettivo rilancio dell'integrazione
europea, la stessa attuazione di politiche comuni già delineate, richiedono -
si afferma nella dichiarazione congiunta -più che mai forme di sovranità
condivisa, decisioni a maggioranza secondo quel che prevedono e consentono i
Trattati vigenti, da ultimo quello di Lisbona, e cooperazioni rafforzate.
L'alternativa a questo coraggioso rilancio è un grave rischio di declino, di
irrilevanza dell'Europa nel mondo d'oggi".
"L'impegno della Germania e dell'Italia
su queste linee - hanno concluso Napolitano e Köhler - affonda le sue radici
nella loro storia di paesi fondatori dell'Europa comunitaria, può contare
sull'ininterrotto sostegno che entrambi hanno assicurato per decenni allo
sviluppo della costruzione europea, e su una rinnovata collaborazione di idee e
di volontà che in quanto Presidenti della Repubblica tedesca e della Repubblica
italiana siamo convinti di poter riaffermare facendo affidamento sui nostri
governi e sui nostri Parlamenti". (Inform )
Immigrazione. Integrare con regole flessibili
Il rapporto
privilegiato Bossi Berlusconi è una premessa e una conseguenza delle tensioni
con Fini. Se, come è probabile, lo scontro recente accentuerà il patto tra i
due leader, a farne le spese potrebbero essere gli immigrati. Perché i loro
diritti fanno parte di un facile baratto politico. Non se ne torneranno a casa
loro, come Bossi ha auspicato di recente.
Questo
significherebbe il collasso della nostra società e della nostra economia. E
troppi produttori e famiglie che votano Lega lo sanno. Il punto è se sarà
ancora politicamente possibile adottare provvedimenti che facilitino la loro
integrazione. Dopo l’ondata di misure repressive, si tratterebbe di varare
qualche misura di inclusione per immigrati operosi e rispettosi della legge,
per i loro figli. Il recente sondaggio del Transatlantic Trends
sull’immigrazione conferma che gli italiani giudicano gli immigrati troppi e in
prevalenza irregolari. Non conoscono i dati reali ed hanno paura. Ma nonostante
i timori e le campagne contro sono ancora favorevoli a concedere diritti agli
immigrati regolari. Su questa linea di integrazione dei regolari, nel Pdl sono
posizionati non solo i finiani, ma anche una parte di ex socialisti e di
cattolici. C’è per loro ovviamente ben di più di una sponda nell’opposizione.
Ma il carattere trasversale di alcune proposte pro immigrati è stato
considerato, all’interno della maggioranza, come un regalo al nemico.
Il fatto è che
riformare la cittadinanza o estendere il diritto al voto locale significa
riformare le regole del gioco democratico. Si stabilisce, infatti, chi ha
diritto a partecipare al gioco: esattamente come quando si decise per il voto
alle donne o ai diciottenni. Di fatto, tutte le riforme della cittadinanza dal
1992 ad oggi sono state approvate all’unanimità e nessuno ha mai gridato al
tradimento. La sola eccezione ha riguardato l’innalzamento degli anni di
matrimonio con un cittadino italiano necessari per naturalizzarsi, norma
inserita nel pacchetto sicurezza. Peraltro questa misura era già inclusa nel
progetto di riforma della cittadinanza dell’ultimo governo di centro-sinistra,
anche se ovviamente non da sola. Insomma, un ampio consenso, come è sempre
successo in passato, si può trovare, purché i diritti degli immigrati non siano
oggetto di baratto tra Lega e presidente del Consiglio. Se si evita, come è
auspicabile, questa trappola, si possono trovare soluzioni sensate. Ma lo si
può fare solo partendo da un’onesta conoscenza dei fatti.
In Italia non è
solo l’opinione pubblica ad avere opinioni infondate. Il voto locale agli
immigrati può non piacere, ma non lo si può considerare - come ha fatto di
recente il senatore Bossi - un’assurdità. Perché, nelle elezioni
amministrative, in Italia gli immigrati comunitari (quindi ad esempio i romeni)
già votano e i non comunitari votano in un sacco di civilissimi Stati europei:
ad esempio in tutti i Paesi scandinavi e in Olanda. Si aggiunga che secondo il
sondaggio di Transatlantic Trends il 53% degli italiani si dichiara tuttora
favorevole al voto locale. Neppure si può considerare un’ignominia la proposta
di abbassare i tempi di attesa per fare domanda di naturalizzazione a cinque
anni di residenza regolare, perché è il termine più frequentemente adottato in
Europa. Si tratta di cose sapute e risapute, da chi le vuole sapere,
ovviamente. D’altra parte, in molti Paesi europei si osserva una crescente
selezione dei potenziali cittadini e pure dei possibili residenti attraverso
l’adozione di indicatori di integrazione.
Il timore di
includere individui pericolosi per l’ordine pubblico, suscitato dagli attentati
in Inghilterra, in Olanda, in Spagna, la volontà di accogliere stranieri più
facili da inserire socialmente hanno spinto molti Paesi a introdurre corsi più
o meno obbligatori e test di integrazione e di lingua, giuramenti di
accettazione di valori condivisi anche prima di arrivare alla tappa conclusiva
della cittadinanza: per la concessione della carta di soggiorno, per il rinnovo
e persino per il rilascio del permesso e pure per i ricongiungimenti familiari.
Il test di lingua è previsto per la domanda di permesso di soggiorno di lungo
periodo anche da noi: è stato inserito dalla legge sicurezza approvata nel
luglio scorso. Questo tipo di provvedimenti ispirati da giustificate
motivazioni politiche dovrebbe essere guidato da principi di ragionevolezza. Si
tratta insomma di individuare criteri flessibili ed adattabili a circostanze
diverse: la nonna cinese non imparerà mai un italiano da conferenziere, ma
vogliamo obbligarla a rinnovare faticosamente per lei e per i nostri uffici il
permesso dopo che sta già qui da svariati anni? E’ possibile trovare punti di
incontro, purché i conti delle attuali tensioni interne alla maggioranza non
vengano presentati agli immigrati.
GIOVANNA ZINCONE LR 4
Clima, un Vertice per salvare la
Terra
Obama annuncia:
voglio esserci per la firma finale - di FLAVIO POMPETTI
NEW YORK - Barack
Obama ha cambiato il programma di viaggio: non andrà più al summit di
Copenhagen sull’emergenza climatica il prossimo martedì, ma dieci giorni dopo:
il diciotto di dicembre. Lo spostamento è carico di significato simbolico: il
presidente americano non farà una semplice visita di cortesia in apertura dei
lavori e sulla strada di Oslo, dove lo aspettano gli allori del premio Nobel
per la pace. Siederà invece con gli altri cento capi di stato in quella che
potrebbe essere la vigilia della firma di un accordo, già definito la decisione
più importante che la comunità internazionale è chiamata a prendere dalla pace
di Yalta in poi.
La stessa Casa
Bianca fa notare il diverso impatto che la presenza di Obama avrà sulla
conferenza, ma allo stesso tempo fonti interne dell’amministrazione ammoniscono
contro gli eccessi di ottimismo. E’ molto poco probabile che l’incontro di
Copenhagen possa produrre un patto vincolante. Nella migliore delle ipotesi il
summit servirà a stipulare un accordo politico tra i Paesi, e a fissare una
data successiva per la firma di un vero trattato che rimpiazzi quello di Kyoto.
Se la prima tappa dovesse essere raggiunta, la misura del successo sarà data dal
numero dei consensi raccolti intorno al documento. Nelle ultime settimane sono
arrivati segnali incoraggianti dalle cancellerie di Pechino e di Dehli, che
lasciano sperare un allineamento anche da parte dei maggiori Paesi in rapido
sviluppo, i quali hanno più da temere una legislazione vincolante nelle
emissioni di Co2. Uno dei punti cruciali del negoziato che sta per essere
avviato è la costituzione di un fondo per aiutare i Paesi più poveri a ridurre
l’effetto serra. Si parla di 10 miliardi di dollari, la cui ripartizione tra i
Paesi firmatari sarebbe senz’altro facilitata dalla presenza degli Stati Uniti
tra i promotori.
Obama è confortato
da un voto espresso dalla Camera la scorsa estate, che fissa limiti stringenti
per le emissioni negli Usa. Ma al senato la stessa legge è arenata per via
dell’opposizione dei repubblicani, 20 tra i quali gli hanno mandato una lettera
lo scorso venerdì per ammonirlo contro la tentazione di prendere impegni a nome
del Paese, senza l’appoggio solidale dell’intero Congresso. Negli ultimi giorni
il dibattito si è arroventato con la rivelazione di uno scambio di
corrispondenza elettronica tra l’università inglese di East Anglia e alcuni
esperti di climatologia negli Usa. Nei messaggi rubati da un “hacker” si parla
di “trucchi” da applicare ai dati delle ricerche, e delle strategie per isolare
le voci del dissenso. Dopo la decisione del direttore della ricerca di East
Anglia, Phil Jones, di autosospendersi, la Camera del Congresso americano ha
tenuto venerdì un’udienza nella quale gli scienziati chiamati a testimoniare
hanno minimizzato l’entità dello scandalo che i blog degli scettici avevano già
battezzato: “climategate”. “Trucco” sarebbe un termine in gergo per definire i
possibili rimedi all’effetto serra, e l’ostracismo contro il dissenso una
semplice necessità di chiarezza sull’argomento. Nel frattempo giovedì scorso a
Los Angeles il governatore Schwarzenegger ha mostrato un programma elettronico
che la Google ha sviluppato per lo stato della California, ma che presto sarà
disponibile a tutti gli utenti della rete. Mostra gli effetti che il
sollevamento delle acque del Pacifico potrebbe avere nel giro di un secolo, con
l’aeroporto di San Francisco completamente sommerso, e mezzo milione di
abitanti minacciati dalle inondazioni. IM 6
Gli scienziati più
preveggenti, quando descrivono l’evoluzione possibile dello sconquasso
climatico, parlano di guerra. Guerre tra Stati, per metter le mani su acqua,
combustibili, metalli scarseggianti. E poi una guerra più enorme, mai vista,
nella quale siamo già immersi come responsabili e vittime. Una guerra che
impone revisioni radicali: nel modo in cui viviamo, pensiamo, diciamo;
nell’idea che ci facciamo della democrazia, dell’economia. Michel Serres, il
filosofo francese che insegna a Stanford, parla di guerra mondiale, un termine
apparentemente noto ma che per lui significa tutt’altro: questa volta il
conflitto è mondiale perché ha per protagonisti l’umanità e il nostro pianeta,
il mondo. Un conflitto anomalo, non tra Stati. L’immagine evocata da Serres è
quella dei due uomini di Goya che lottano fino allo stremo.
Inutile domandarsi
chi avrà la meglio, nel mortale accapigliamento. I volti striati di sangue, i
duellanti hanno i piedi conficcati nelle sabbie mobili. Non ci sono vincitori,
se non le sabbie mobili che inghiottiranno l’uno e l’altro indistintamente.
Il vertice sul
clima che comincia domani a Copenhagen è un consiglio di guerra che ha questa
pintura negra, sullo sfondo. Forse il primo consiglio, perché al vertice di
Kyoto nel ’97 erano ancora molti i riluttanti, tra cui i primi avvelenatori che
sono America e Cina. Quella fase è superata.
Riluttanti e
negazionisti si fanno rari, e la verità del collasso nessuno la mette più in
causa. Obama sarà presente al vertice. Pechino, indocile per anni, scopre di
essere al tempo stesso colpevole e vittima dello sfascio annunciato.
È come se
entrassimo in un altro mondo con gli strumenti mentali del vecchio,
inconsapevoli per impreparazione indolente al rischio della sconfitta. Ci
inoltriamo pensando che lo scontro sarà tra popoli e Stati, come in passato;
che potremo barricarci in fortezze; che potremo fare il morto, come nella
guerra fredda, scegliendo la non-azione. Ora invece si tratta di agire, di metterci
nella pelle d’un futuro forse non scontato ma di certo plausibile, dicono gli
scienziati. Nel ’36, prima dell’ultima guerra, Churchill disse che le
procrastinazioni e le mezze misure erano fallite; il tempo delle conseguenze
(period of consequences) era iniziato.
Anche oggi
entriamo in un’epoca dove l’inazione produce conseguenze, battaglie regressive
esiziali: come il divieto svizzero di costruire minareti, il muro tra Stati
Uniti e Messico, la cortina che i soldati indiani presidiano lungo il Bangladesh,
per evitare che popolazioni minacciate dal clima riparino negli slum di
Calcutta, Delhi, Mumbai.
Ripensare la
democrazia e perfino i tempi moderni, con i loro dosaggi di necessità e
libertà, è ineluttabile. Perché grande è la tentazione di dire: nell’emergenza
ricorreremo all’autoritarismo. Perché una parte della popolazione mondiale
patisce l’inquinamento dei ricchi, e si sentirà legittimata a esigere non solo
aiuto ma accoglienza. Già ora, ci sono terre che cominciano a sprofondare nei
mari: il Bangladesh, le Maldive. Nel Pacifico, le isole di Tuvalu scompariranno
entro il 2040. Nel 2002, il premier Talake annunciò che avrebbe portato gli Usa
davanti alla Corte internazionale di giustizia, per emissione spropositata di
gas serra.
Tra le cose da
ripensare c’è la paura. Siamo stati educati da Roosevelt a diffidarne: «L’unica
cosa da temere è la paura stessa». Ma in fondo la paura è salvezza, se non è
politica che paralizza spezzando le resistenze. È la convinzione del filosofo
Hans Jonas: «La paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e
psicologico, fa parte della responsabilità altrettanto quanto la speranza, e
noi dobbiamo perorarne la causa, poiché la paura è oggi più necessaria che in
qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle
cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei
pusillanimi e dei nevrotici» (Il principio responsabilità, Einaudi 2009).
Sono tante, le
paure. Paura di perdere un modo di vita, e il diritto del singolo di produrre e
consumare quanto desidera. Paura di rinunciare alla massima libertà
moderna la tutela delle condotte private
dallo Stato in nome di nuovi limiti e
obblighi che solo l’autoritario pugno statale sembra poter inculcare. Infine:
paura di immensi spaesamenti, di esser sommersi da un’umanità espiantata e
dislocata dallo squasso terrestre.
Sono paure
comprensibili. Tra gli effetti più funesti del dissesto climatico ci sono
infatti gli esodi immani. Fin d’ora il popolo del Bangladesh (160 milioni)
fugge terre inondate o non più coltivabili perché salate. Se il mare dovesse
alzarsi d’un metro, perché si sciolgono i ghiacci sull’Himalaya e in
Groenlandia, un terzo del Paese s’inabisserebbe e i rifugiati sarebbero 40
milioni, dice la Banca Mondiale. Già oggi migliaia di africani scappano da
deserti dilatati. Gli scienziati danno cifre impressionanti. Se temperatura e
mari superano certe soglie, i fuoriusciti saranno miliardi. Quel che
dimentichiamo è che i più (72 per cento, secondo l’Onu) non vanno in Occidente
ma in altri Paesi poveri. Gli sfollati asiatici e africani cadono poi nelle
mani delle mafie, il cui potere sugli Stati e sul mondo crescerà. Ma è inane
combattere solo le mafie. All’origine c’è l’esodo, e dell’esodo gli occidentali
ricchi sono i primi colpevoli, con la loro lunga storia di industrializzazione.
La piaga degli
esuli ambientali è scritta nel nostro futuro e non la cureremo erigendo muri e
distruggendo la globalizzazione, ma approfondendola. Sono i rifugiati
climatici, e non hanno lo statuto dato ai profughi politici nel ’900. Alieni,
non hanno diritti e questo è imprevidenza oltre che scandalo. Sono apolidi di
un nuovo tipo, inascoltabili perché non i dittatori li perseguitano ma la
natura. Lo scandalo è attutito solo se lo si governa: con apposite agenzie Onu,
con convenzioni sui rifugiati estese agli esuli climatici. L’alternativa è un
pianeta urlante di tumulti e risentimento.
La paura secerne
anche chiusura smagata, cuore indurito: la frana dell’altro non mi riguarda,
separarmene mi salverà. Nessuno però scampa se si prosciuga il lago del Ciad
(di cui vivono 20 milioni di persone), o se sono inondati i grandi delta del
Gange, del Nilo, del Mekong. La paura di Jonas è fertile: «Bisogna appropriarsi
della paura trasformandola nel dovere di agire. La responsabilità è la cura per
un altro essere quando venga riconosciuta come dovere, diventando apprensione».
Al disastro non
siamo preparati, e questo ci rende così ignari della democrazia: delle sue
fragilità, e delle sue virtù. Solo la democrazia educa tramite l’informazione
indipendente, e solo un cittadino informato è responsabile. Solo in democrazia
le catastrofi non sfociano in selezioni etniche o sociali. Non è più
democrazia, quando l’America trascura New Orleans colpita da Katrina perché
abitata da afro-americani. Non è democratica l’Europa centrale che nelle
alluvioni sacrifica impassibilmente i concittadini Rom.
Dobbiamo imparare
a trattare la Terra come la casa, l’automobile. Non è sicuro ma plausibile che
l’incendio le distruggerà, e la paura che ne abbiamo ci spinge a sottoscrivere
una polizza d’assicurazione. Lo stesso urge fare con la terra, l’acqua, i mari,
le foreste di cui è fatto il pianeta. Nell’immediato potremmo proteggerci
asserragliandoci, ma alla lunga perderemo ancor più perché i sacrifici
cresceranno. Alla lunga, solo le sabbie mobili della pittura nera saranno
vincitrici.
È pensare il
futuro, il compito. Lo dice Machiavelli nel Principe, che sopravvivono solo le
civiltà che prevedono discosto, lontano, come i Romani antichi: «Li quali, non
solamente hanno ad avere riguardo alli scandali presenti, ma a’ futuri, et a
quelli con ogni industria ovviare; perché, prevedendosi discosto, facilmente vi
si può rimediare; ma, aspettando che ti si appressino, la medicina non è a
tempo, perché la malattia è diventata incurabile». BARBARA SPINELLI LS 6
La Conferenza sul clima. Non giochiamo con il fuoco
Dicono i medici
che il paziente ha la polmonite. Rispondono i congiunti: anche se è vero non
abbiamo soldi per curarlo e nemmeno siamo d’accordo sulla terapia. Allora lo
lasciamo morire? Risposta: forse se la caverà, intanto speriamo. Il paziente in
questione è la Terra, e i congiunti al suo capezzale sono i cosiddetti «grandi»
della Terra, che si riuniscono a Copenaghen da lunedì 7 dicembre per un vertice
sul clima che suscitava molte speranze e che invece già nasce mezzo morto.
Finalmente gli Stati Uniti hanno un presidente consapevole dell’incombente
collasso ambientale; ma Obama è andato in Cina, e la Cina lo blocca. Subito
dopo l’India torna a farci sapere che non è per niente pronta a portarsi bene.
Figurarsi tutti gli altri Paesi a «sviluppo ritardato». Se l’India deve ancora
crescere (prima di preoccuparsi di altre inezie come il destino dei monsoni),
figurarsi loro. Perché non riusciamo a sfondare?
È perché siamo
impiombati, oltre che da vischiosissimi interessi costituiti, da un mare di
pretesti senza capo né coda. Per dirne una, la tesi che i Paesi sottosviluppati
devono essere risarciti per quel passato durante il quale gli «sviluppati » li
hanno inquinati. Ma quando mai? Come si fa a sostenere che una persona è
responsabile di avere trasmesso l’Aids prima che fosse scoperto? Alla stessa
stregua, quando la società industriale fece proliferare le ciminiere alimentate
a carbone nessuno sapeva che quelle ciminiere avrebbero minacciato il clima.
Nel 1968 Paul Ehrlich denunziava l’esplosione demografica (a ragione), ma
nemmeno lui sapeva della bomba ecologica. E lo stesso vale, a metà degli anni
70, per Aurelio Peccei e il Club di Roma, che concentrò la sua attenzione sulla
limitazione delle risorse, non su un collasso ecologico che la scienza non
aveva ancora captato. Dunque, nessuno può essere ritenuto responsabile di un
evento non voluto e non previsto.
Eppure assistiamo
allo spettacolo di un Occidente piagnone che si sente «colpevole» e promette
risarcimenti non dovuti pagati con soldi che, tra l’altro, non ha. Ma passiamo
al punto cruciale: la contabilità, come si conta che cosa. Oggi i Paesi che inquinano
di più sono, nell’ordine, Cina, Stati Uniti, India. Ma Cina e India obiettano,
a loro difesa, che chi sporca e spreca di più sono, pro capite, individuo per
individuo, gli americani. Vero. Ma irrilevante. L’inquinamento è globale,
aleggia su tutto il pianeta nel suo insieme. Pertanto quel che conta è il
totale, soltanto il totale, delle emissioni inquinanti. La Cina (e l’India
seguirà presto) fa più danno inquinante di tutti perché i cinesi sono un
miliardo e trecento milioni. Che poi, singolarmente presi, siano più frugali
degli americani, non sposta il problema di un millimetro. E il fatto resta che
se negli ultimi 50 anni le emissioni di Co2 dei Paesi ricchi sono raddoppiate,
quelle dell’India sono decuplicate. Ma non è più tempo di recriminare e di
mercanteggiare. Chi arriva a Copenaghen con questi intenti vuole il male di
tutti e anche il male proprio. di Giovanni Sartori CdS 6
Successi e contraddizioni nella lotta alla mafia
LA DEBOLEZZA di
Cosa Nostra è scritta nelle cose. La leadership "corleonese" è in
galera, se si esclude Matteo Messina Denaro. Le seconde file devono scontare
decenni di carcere. In libertà, terze file e qualche "vecchia gloria"
degli anni Settanta/Ottanta, ammesso che la nomenclatura di ieri corrisponda a
quella di oggi e non ci siano uomini che non conosciamo, potenti con gran
pedigree criminale, ma senza volto. La pressione degli apparati repressivi
dello Stato non si allenta. È costante, invasiva e i risultati sono molto
soddisfacenti. Come è accaduto ieri, ancora una volta dopo l'arresto di
Domenico Raccuglia (15 novembre).
Cade nelle rete a
Palermo Gianni Nicchi, 28 anni, mafioso sperto nonostante la giovane età, un
"uomo di pistola" che l'arresto di Antonino Rotolo (giugno 2006) - il
suo capo a Pagliarelli - ha lanciato ai vertici dell'organizzazione. A Milano,
è stato preso Gaetano Fidanzati, 75 anni, un nero passato alle spalle di
trafficante di droga (tra i più attivi), un presente di guida della famiglia
dell'Acquasanta, lasciata vacante dai fratelli Galatolo. Un doppio, eccellente
colpo. Un frutto succoso della collaborazione e dello spirito di sacrificio
degli organi dello Stato. L'entusiasmo interessato di Silvio Berlusconi tende a
dimenticarlo.
Questi ricchi
raccolti, che possono ricondurre - anche presto - la patologia criminale
siciliana a livelli fisiologici, sono possibili per il lavoro ostinato delle
polizie e l'impegno tenace dei pubblici ministeri di Palermo e Milano. Dunque,
di quelle burocrazie della sicurezza cui il governo non è in grado di
assicurare adeguate retribuzioni e migliori risorse; di due procure da anni
diventate bersaglio fisso degli assalti polemici del presidente del Consiglio;
di quell'ordine giudiziario che appare l'obiettivo mai dimenticato dei punitivi
progetti legislativi della maggioranza.
Berlusconi, anche
con buone ragioni, è soddisfatto e dice: "A Palermo siamo riusciti a
catturare Gianni Nicchi, che è il numero due di Cosa Nostra. E a Milano abbiamo
catturato Danilo Fidanzati, che è il numero tre di Cosa Nostra". Al di là
della classifica che, con mafia e mafiosi, lascia sempre il tempo che trova, è
quel "siamo" che interessa di più. Berlusconi intende con quel
"siamo", noi del governo e quindi io che lo guido? O, dietro quel
noi, c'è la consapevolezza che Cosa Nostra può essere distrutta soltanto
dall'impegno plurale, coordinato e ininterrotto di tutte le articolazioni dello
Stato e della società, governo, Parlamento, amministrazioni, magistratura?
Diciamo che si può
pensare che il presidente del Consiglio abbia la tentazione di cancellare con
gli eccellenti risultati dell'azione repressiva delle polizie e della
magistratura tutti i grattacapi che i ricordi di Gaspare Spatuzza, mafioso di
Brancaccio, hanno riproposto. Ora non c'è dubbio che le parole del nuovo
testimone dell'accusa nel processo Dell'Utri e nelle inchieste (riaperte) per
le stragi del 1992 e 1993 non abbiano ancora adeguati riscontri. Come è fuori
discussione che la discovery delle sue rivelazioni sia stata prematura e probabilmente
l'anticipazione ne pregiudicherà l'esito, comunque problematico.
Tuttavia
quell'accusa - "Berlusconi e Dell'Utri sono i responsabili delle stragi
del 1992 e 1993" - è così tragica che impone di essere verificata con
rigore per giudicarla o una menzogna o una spaventosa verità. Lasciarla
galleggiare è il peggio che può accadere. Anche Berlusconi dovrebbe
comprenderlo e sapere che non sarà l'arresto di Nicchi e Fidanzati - e si spera
presto la cattura di Matteo Messina Denaro - a eliminare la necessità, il
dovere di accertare quanto è accaduto nella transizione dalla Prima alla
Seconda Repubblica, stagione scandita dalle cariche di tritolo.
Anche perché le
difficoltà in cui vivono le forze dell'ordine e l'ostilità manifesta riservata
alla magistratura non sono le sole contraddizioni della politica della
sicurezza del governo. Se ne possono rintracciare altre. La vendita dei
patrimoni confiscati alla mafia appare a molti addetti un "segnale
positivo" lanciato a Cosa Nostra perché le nuove procedure consentono alle
famiglie di rientrarne in possesso attraverso prestanomi. Il dibattito
sull'abolizione del "concorso esterno in associazione mafiosa" appare
ad altri un modo per evitare al premier una futura imputazione e una garanzia
per Marcello Dell'Utri, magari da incassare in Cassazione. E anche un
espediente per rassicurare la "borghesia mafiosa": è vero, il gioco
contro le famiglie di Cosa Nostra è molto duro, ma contro chi ha protetto gli
interessi criminali, ricavandone degli utili, può dormire tra due guanciali, il
governo non lascerà indietro nessuno. GIUSEPPE D'AVANZO LR 6
Sui minareti un inatteso risultato
Contrariamente al
previsto, gli Svizzeri ne rifiutano nuove costruzioni. Suscitando tante
critiche ma anche approvazioni
Ha stupito quel
57% di “sì” con il quale gli Elvetici hanno approvato il divieto di costruire
nuovi minareti. Un responso per molti inaspettato, poiché i sondaggi
prevedevano la sconfitta dell'iniziativa promossa dalla destra conservatrice ed
osteggiata dal governo. Il risultato delle urne ha suscitato critiche e
previsioni pessimistiche sulle reazioni dei Musulmani; ha fatto invece gioire
chi, nell’immigrazione islamica e nella scristianizzazione del Continente
Europeo vede realizzarsi la previsione della Fallaci che parlava di futura
Eurabia. In merito si è letto di tutto e di più e non sono mancate critiche e
polemiche. E non solo degli Islamici locali, che hanno accusato i partiti
politici di non essersi impegnati nella campagna referendaria e per i quali la vittoria
del sì è “indegna della Svizzera”.
All’estero il voto è stato interpretatati
come giudizio negativo alla “politica estera, ritenuta troppo morbida, del
Consiglio federale” e come reazione all’arroganza di Gheddafi (il Colonnello ha
umiliato il Governo e sequestrato due cittadini elvetici); altri vi hanno visto
la paura del fondamentalismo islamico e relativo senso d’insicurezza (tra
questi, Fini); altri ancora una reazione alla mancanza di reciprocità nei Paesi
musulmani. Per i Vescovi svizzeri il risultato è “un duro colpo alla libertà
religiosa e all'integrazione”, opinione condivisa da Monsignor Vegliò,
presidente del Pontificio Consiglio dei migranti, che non vede “come si possa
impedire la libertà religiosa di una minoranza, o a un gruppo di persone di
avere la propria chiesa”.
Altrettanto negativi i giudizi espressi da
diversi quotidiani, compresi quelli svizzeri, e da esponenti politici: il
Ministro degli Esteri Frattini si è detto preoccupato e ha ricordato che il
Consiglio europeo sancisce la “libertà di tutte le religioni. L'Italia difende
il diritto di esporre il crocifisso nelle scuole, quindi guardiamo con
preoccupazione a certi messaggi di diffidenza o addirittura proibizione verso
un'altra religione”; per il suo collega svedese e presidente di turno dell'Ue,
Carl Bildt, il no alla costruzione dei minareti lancia “un segnale negativo, è
espressione di un notevole pregiudizio”; per De Puig, responsabile del
Consiglio d’Europa, incoraggerà “sentimenti di esclusione e approfondirà le spaccature
all'interno della nostra società”; l’ONU, che pur non risparmia mai accuse
similari ad Israele, ha definito “razzismo” la paura dell'Islam; il Ministro
francese dell'immigrazione, Eric Besson, ha dichiarato che “i minareti non sono
un tema politico, e il miglior modo per raggiungere l'integrazione dell'Islam
con i valori repubblicani è evitare falsi dibattiti”. Non si è espresso, per
l’UE, il commissario Barrot in quanto “la Svizzera non è Stato membro e del
resto sono state seguite procedure democratiche”; mentre l’elvetico Ministro
della Giustizia, Eveline Widmer-Schlumpf, ha dichiarato che “il risultato del
referendum non è un bel segnale”, pur spiegando che “non si tratta di un voto
contro la religione islamica ma contro i minareti come edifici”, differenza,
questa, sottovalutata o ignorata da molti.
Compresi i leghisti italiani che invece
hanno gongolato. Castelli, viceministro delle Infrastrutture, ha apprezzato la
decisione perché “l’Europa ha diritto di salvaguardare la propria identità”, e
suggerito di mettere un Crocifisso nel nostro Tricolore; Borghezio, “per
consentire ai cittadini di esprimersi con chiarezza”, ha auspicato un
referendum sul “divieto di costruire moschee anche in Italia”; Calderoli ha
affermato che è reazione “all’attacco alla nostra identità da una religione
intollerante come l’islam”. Bossi non è stato da meno e ha sostenuto che “da
noi i musulmani sbatteranno sempre le corna. La Lombardia è un muro per
l’islam”.
Giudizi diversi e contrastanti, quindi. Una
libertà di pensiero che però deve attenersi alla realtà, senza cedere a
pregiudizi, al relativismo tipico dei nostri tempi. Perché sarà anche vero,
come qualcuno sostiene per contestare la mancanza di reciprocità, che “tranne
l’Iran e l’Arabia Saudita, gli altri Paesi islamici, dai quali vengono in
Europa i Musulmani, ammettono la costruzione di chiese”; sta di fatto che,
quasi quotidianamente, avvengono eccidi di Cristiani nel mondo arabo; e che
spesso i fondamentalisti hanno passaporto marocchino, tunisino o egiziano.
Altrettanto incontestabile che l'Europa
debba accettare tutte le religioni; ma ciò non significa rinnegare le radici
cristiane, fino al punto di non citarle nella Costituzione Europea, di proibire
l’esposizione del Crocifisso nelle classi o di abolire presepi e canti
natalizi. Ed è giusto che i Musulmani abbiano un luogo ove riunirsi in
preghiera, senza tuttavia trascurare che il “no” espresso dagli Svizzeri è alla
costruzione di minareti, non alle moschee o altri luoghi di culto islamico. Che
sono ben 200, nella Confederazione, e 9.090 in Europa.
Gli Elvetici non hanno voluto limitare la
libertà religiosa, e neppure manifestare, come scrive sul Corriere della Sera
Pierluigi Battista, “un'ostilità preventiva e non negoziabile”, identificando “nel
muezzin, che dai minareti chiama i fedeli alla preghiera, il nemico in agguato,
il simbolo della minaccia, l'aggressione a un'identità culturale”.
Verosimilmente il risultato è stato determinato anche da xenofobia - lo
dimostra l’alta percentuale di votanti - ma pure dal non sapere che, per legge
(confederale), è proibito usare quelle torri per invitare alle
orazioni. Quanti sono al corrente di ciò? Probabilmente pochi, compresi,
forse, i 400.000 Musulmani che vivono in Svizzera. Dove le “luci” (questo il
significato, in arabo, di “minareto”) sono solamente 4, per cui solo i
cittadini che abitano nei paraggi sanno che i muezzin tacciono! A conferma di
ciò, il “no” dei 4 Cantoni, Ginevra, Basilea città, Zurigo e Vaud, nei
quali prevalgono il terziario, le Università e gli Enti internazionali. Un
esito balordo, quello referendario, ma non perché contrasta il diritto alla
libertà di preghiera degli Islamici. Piuttosto perché l'ignoranza è sempre
cattiva consigliera.
Egidio Todeschini,
de.it.press
Nuovi artisti italiani alla Infantellina Contemporary di Berlino
A Berlino fino al
16 Gennaio 2010 Infantellina Contemporary, la prima e unica galleria berlinese
a presentare 100% arte italiana contemporanea, presenta l'esposizione
collettiva "4 Your Eyes & not Only", con : Anna Albini, Matteo
Arfanotti, Yara Buyda, Cristiano Carotti, Enzo Casale, Andrea Ciresola, Domino,
Elena Guidotti, Mauro Molle, Stefania Natta, Sara Pierotti, Tranquilla
Stradolini, Giulia Tamanini. Special Guest: Claudia Hengevoß, Willi Bambach.
Quest'anno I-C,
con i temi delle proprie mostre, ha fornito spunti di riflessione ed
espressione sia ai propri artisti che al proprio pubblico.
Insieme abbiamo
affrontato tematiche difficili e spinose: il miglioramento del ns mondo sia
morale che materiale con una maggiore cura sia per l'ambiente che nella
mentalità; l' invito all'abbattimento dei muri, morali, materiali, psicologici,
razzisti,
religiosi.filosofici
e classisti; l'auspicio ad interrogarsi non solo sui grandi quesiti
dell'esistenza bensì anche di quelli terreni e quotidiani.
Il team di I-C è
convinto che l'arte e gli artisti abbiano la grande responsabilità e capacità
di migliorare il mondo, senza violenza; questo parere ci ha permesso di
condurre, attraverso le opere, il pubblico alla scoperta delle realtà evidenti
sviluppando un confronto positivo e dialoghi multidirezionali.
Per l'ultimo
evento di questo 2009, si è scelto di chiudere con la celebrazione simbolica
dell'estetica pur non dimenticando che dietro un'opera che appare leggera si
nascondono pieghe impregnate di significati intrinsechi od attribuiti.
Un'evento che anticipa delicatamente un'evento del 2010 che darà vero e proprio
omaggio alla bellezza. Come d'abitudine per I-C, parte degli utili di dicembre
verranno devoluti in beneficenza (Amnesty International), oltre 600 opere
verranno messe a disposizione dei collezionisti (l'intera collezione della I-C)
.
Infantellina
Contemporary, Taubenstraße 20 – 22, 10117 Berlin
www.infantellina-contemporary.com, info@infantellina-contemporary.com
(de.it.press)
All’IIC di Monaco di Baviera proiezione del film »Un giorno perfetto«
Monaco di Baviera.
L’Istituto Italiano di Cultura invita alla proiezione del film »Un giorno
perfetto«, che si avrà luogo martedì 8 dicembre
2009, alle ore 19, presso l'Istituto Italiano di Cultura,
Hermann-Schmid-Straße 8, a Monaco di Baviera. Ingresso libero.
Italia 2008, 102
min., VO con sottotitoli in italiano. Regia: Ferzan Ozpetek. Con: Valerio Mastandrea: Antonio; Isabella Ferrari:
Emma; Stefania Sandrelli: Adriana; Monica Guerritore: Mara.
E’ la storia della
giornata di un gruppo di personaggi seguiti da vicino: Camilla festeggia il suo
compleanno, suo fratello Aris viene promosso a un esame universitario senza
meritarlo, Emma perde il lavoro presso un call-center, sua figlia Valentina
gioca una partita di pallavolo, l’Onorevole Elio Fioravanti è in giro per
comizi elettorali, la sua bella moglie Maja scopre di essere incinta, il
piccolo Kevin viene invitato in un palazzo lussuoso, la professoressa Mara ha
un appuntamento col suo amante, e Antonio vede la moglie per l’ultima volta.
Mondi diversi e lontani, destinati a incontrarsi come in un giallo inesorabile.
Premio Francesco
Pasinetti (SNGCI) come Miglior Protagonista Femminile a Isabella Ferrari alla
65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2008). IIC,
de.it.press
Il dibattito del Cgie sulla riforma
degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero
ROMA - Il
dibattito svoltosi alla recente plenaria del Cgie sulla riforma degli organi di
rappresentanza degli italiani all’estero è stato preceduto dall’intervento del
senatore del Pd Claudio Micheloni che si è detto deluso per il mancato avvio di
un dialogo, da parte del Consiglio Generale, sulla bozza di riforma dei Comites
e del Cgie elaborata dallo specifico Comitato ristretto del senato. “Nonostante
il collega Tofani – ha detto Micheloni – abbia accelerato i lavori in modo da
poter consegnare al Cgie una bozza della riforma ed avere delle proposte, dei
consiglieri è emerso solo un totale rigetto della bozza e una deformazione dei contenuti
del testo. Noi siamo disposti ad ascoltare ma non abbiamo ottenuto proposte
concrete… Non si può dire che si vuole affossare il Cgie – ha continuato il
senatore dopo aver sottolineato che la proposta di riforma non cancella la
rappresentanza dei nostri connazionali dall’Africa e dall’Asia - perchè i
suoi rappresentanti saranno ascoltati venerdì al Senato su questo argomento dal
Comitato ristretto. In quella sede trarremo le indicazioni per le eventuali
modifiche del testo”.
Micheloni ha poi ricordato come, a
testimonianza di un clima politico certamente non favorevole agli italiani
all’estero, sul tavolo del Comitato ristretto vi siano a tutt’oggi anche tre
disegni di legge che chiedono l’abolizione del Cgie. Una situazione non
facile che, secondo il senatore, è emersa anche dalla recente audizione dei
rappresentanti del Cgie sul voto degli italiani nel mondo davanti ai senatori
delle Commissioni Esteri e Affari Costituzionali. Un’audizione che ha posto in
evidenza la volontà mai sopita di alcuni esponenti politici di rimettere in
discussione il voto per corrispondenza e la possibilità di esprimere il proprio
suffragio per i soli candidati residenti nella circoscrizione Estero. “Fino ad
oggi – ha replicato il segretario generale del Cgie Elio Carozza - non abbiamo
dialogato perché non sapevamo a che punto era arrivato il lavoro del Comitato
ristretto e solo adesso siamo venuti a conoscenza della proposta Tofani. Siamo
comunque pronti a dialogare per dare un’adeguata rappresentanza agli italiani all’estero”.
Carozza, dopo aver sottolineato l’esigenza di evitare la creazione di una
riforma affrettata e al ribasso, ha inoltre ricordato come le proposte di
riforma del Cgie, elaborate dallo stesso Consiglio Generale, siano da tempo
contenute in un documento, nato insieme alla riflessione dei Comites e della
rete associativa, che ha già ispirato la stesura di alcuni disegni di legge
sulla materia.
“La storia del Cgie – ha spiegato il
consigliere Norberto Lombardi (Pd) - ci fa capire come l’Italia possa
utilizzare al meglio il duplice sistema di rete dei connazionali all’estero e
dei nuovi italiani che vivono nel mondo. Due realtà ricche di opportunità che
potrebbero essere incrociate e che invece si sta cercando di depotenziare.
Lombardi, dopo aver ripercorso il lungo cammino storico della rappresentanza
degli italiani all’estero, ha ricordato come l’ultima legge di riforma dei
Comites risalga al 2003 e sia successiva all’introduzione del voto all’estero.
“I senatori che vogliono riformare i Comites e il Cgie – ha proseguito Lombardi
- devono sapere che stanno mettendo le mani su di un processo di costruzione di
partecipazione democratica e su un percorso di progressiva acquisizione
della piena cittadinanza che dura da quasi 40 anni. Noi chiediamo quindi
rispetto per le conquiste ottenute”. Il consigliere ha poi auspicato, alla luce
di una riforma degli organi di rappresentanza proposta dal Senato difficilmente
emendabile, elettoralistica e che produrrebbe nuovi veleni nelle comunità, una
pausa di riflessione che consenta di avviare una discussione approfondita
sull’argomento e trovare soluzioni comuni.
“Dobbiamo promuovere con tutta la
forza necessaria – ha concluso Lombardi - un appello al dialogo che dia
risultati concreti e consenta di sottrarre il provvedimento dal previsto esame
da parte della Commissione competente in sede deliberante. Un’opzione,
quest’ultima, che verrebbe vista dalle nostre comunità come un atto di forza”.
“Dobbiamo decidere noi quello che va
discusso e quali sono le priorità, - ha affermato Luciano Neri (Pd) -
evitando di essere subalterni alle persone che hanno chiesto il dialogo, quando
in realtà hanno giù deciso tutto”. Neri
ha inoltre auspicato un salto di qualità
della rete consolare attraverso l’introduzione di personale giovane e capace
che sappia far fronte alle esigenze della moderna emigrazione. “La delegazione
del Cgie che andrà al Senato – ha proseguito Neri - dovrà avere un linguaggio
educato, ma aggressivo e richiedente. Non accettare una trattativa al ribasso e
chiedere il perché proprio ora si sta dichiarando guerra alla rappresentanza
degli italiani all’estero. Giangi Cretti (Fusie) ha dal canto suo sottolineato
come la scelta di procedere alla discussione della riforma in sede deliberate
sia inaccettabile. Il consigliere ha anche segnalato i rischi connessi
all’ipotesi, prevista dalla bozza di legge, di accentrare su una sola persona
tanti incarichi chiave della rappresentanza. Contrario alla riforma anche il
vice segretario generale per i Paesi dell’America Latina Francisco Nardelli che
ha sottolineato come l’introduzione del maggioritario nel sistema di
rappresentanza rischi di escludere da ogni decisione le minoranze della
comunità. Nardelli ha anche segnalato come la bozza di legge tenda ad limitare la
partecipazione degli oriundi dalla rappresentanza. “Nella elaborazione delle
riforme – ha dichiarato il presidente della V Commissione Franco Santellocco
- fate più attenzione anche alle aree dove è meno numerosa la presenza
dei nostri connazionali. Continenti deboli quanto a presenze, ma forti sul
versante dei ritorni economici”. Santellocco ha precisato come l’innalzamento
del numero minimo di cittadini italiani per l’istituzione dei Comites previsto
dalla riforma, porterà all’allontanamento della rappresentanza importanti
continenti come ad esempio l’Asia e l’Africa. “Il Cgie- ha ricordato Dino
Nardi (CdP - Europa e Nord Africa) - ha lavorato per tempo alla
stesura di una riforma del Consiglio Generale, coinvolgendo l’associazionismo e
i Comites. Un lavoro di aggiornamento che non viene tenuto in considerazione
dalla bozza di legge al Senato. Una proposta che in pratica stravolge il
sistema della rappresentanza”. Nardi, dopo auspicato il rinnovo dei Comites con
la vecchia legge, ha evidenziato come la riforma rischi di escludere dalla
rappresentanza le piccole comunità.
Dopo l’intervento di Mariano Gazzola
(Argentina) che si è detto contrario all’affidamento dei vari livelli della
rappresentanza ai singoli presidenti di Comites e all’esclusione dell’associazionismo,
Daniela Tuffanelli Costa (Australia) ha evidenziato come la bozza di
riforma dei Comites e del Cgie proposta dal Comitato ristretto rischi di
creare, introducendo un sistema piramidale ed elettoralistico, una profonda
frattura nelle nostre comunità. (G.M.- Inform 3)
La Plenaria del Cgie approva un odg per il rinovo dei Comites nel 2010 e
con la vecchia legge
Roma - Venerdì 4 dicembre, ultimo giorno di
assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all’estero, in vista
della audizione al Comitato ristretto del Senato – presso cui è allo studio la
riforma di Comites e Cgie – i consiglieri hanno presentato un ordine del giorno
"per la consultazione sulla legge di riforma della rappresentanza" in
cui, in sostanza, si chiede "che non si proceda ad ulteriori rinvii per il
rinnovo di Comites e Cgie e che si applichino le leggi in vigore, per ridare
slancio e dinamismo ad organismi che hanno da tempo concluso il mandato
previsto dalla legge".
Presentato da
Andrea Amaro (Italia), l’odg è stato votato e approvato a maggioranza, con 3
voti contrari (Cretti, Schiavone e Conte) e 1 astenuto. Ne riportiamo di
seguito il testo integrale.
"Il Consiglio
Generale degli Italiani all'Estero, riunito a Roma dal 30.11.2009 al 04.12.2009
nella sua sessione autunnale apprezza la richiesta di consultazione ricevuta
dal Comitato ristretto della Commissione Esteri ed Emigrazione del Senato,
impegnato nella definizione del testo di riforma normativa degli istituti di
rappresentanza degli italiani all'estero; confida nel carattere non formale
della consultazione, che si auspica possa essere il primo atto di un dialogo
effettivo e di merito, finora purtroppo mancato, dal momento che le proposte
fatte in materia dal Cgie sono state semplicemente ignorate;
ripropone come
contributo ad un dialogo effettivo e produttivo il documento di indirizzo già
inviato, integrato con la relazione del Segretario Generale del CGIE, approvata
all'unanimità, e con il presente Ordine del Giorno, con la speranza che siano assunti
come elementi effettivi di una comune riflessione;
esprime con
riferimento alla bozza predisposta dal Sen. Oreste Tofani una riserva di fondo
sull'impianto generale che combina in un solo provvedimento gli interventi sui
COMITES e sul CGIE, frutto di processi di formazione specifici e di due linee
di elaborazione distinte, che tali dovrebbero restare per evitare forzature ed
innaturali deformazioni; osserva su un piano più specifico:
a) la drastica
riduzione del numero dei COMITES diluisce sensibilmente il rapporto di
rappresentanza con le comunità, alcune delle quali di fatto sarebbero escluse o
marginalizzate dai nuovi organismi, e non consente di sostenere adeguatamente i
processi di integrazione, che si svolgono nelle particolari condizioni sociali
in cui i nostri connazionali agiscono e vivono;
b) l'esclusione
della rete associativa dal circuito di formazione della rappresentanza non solo
è una grave cesura con la storia e lo sviluppo dei sistemi di rappresentanza ma
interrompe il fondamentale percorso di cittadinanza e di partecipazione che ha
consentito finora di mantenere e rinnovare l'ampio sistema di rapporti con
l'Italia;
c) la riduzione
della presenza delle persone di origine nei COMITES riformati, il metodo di
scelta elitario e la loro esclusione dal CGIE contrastano con l'esigenza di
rafforzare il dialogo con le nuove generazioni, tra le quali i non cittadini
sono destinati a crescere in modo esponenziale;
d) il sistema di
partecipazione democratica previsto, regolato da una legge elettorale di tipo
maggioritario ed ancorato alle figure dei candidati Presidenti, destinati a
cumulare altri incarichi negli INTERCOMITES e nel CGIE, svuota gli organismi
della loro linfa sociale ed introduce il rischio di diffuso elettoralismo che
potrebbe appesantire il clima civile all'interno delle nostre comunità ed
accentuare allarme e riserve da parte dei governi locali;
e) il superamento,
per quanto riguarda il CGIE, della funzione di organo di rappresentanza
generale delle comunità italiane all'estero costituisce una frattura della
parabola di sviluppo della rappresentanza e configura un ruolo non di
integrazione e di completamento dei parlamentari eletti all'estero, ma di
sostituzione e di concorrenza, contrario alle prerogative sulla proficuità
della circoscrizione estera;
f) la composizione
del CIE, fatta in larga maggioranza da membri di diritto, svuota gravemente
l'organismo di rappresentatività democratica, indebolendone obiettivamente
credibilità e forza di relazione;
g) l'eliminazione
dei rappresentanti delle associazioni, dei sindacati e patronati, delle
associazioni professionali e di altre figure, isola il CIE dalla rete di
relazioni esistenti nel mondo e lo priva di competenze specifiche, ad esempio
nel cruciale campo delle comunicazioni e dell'informazione, della previdenza e
assistenza sociale;
h) la riduzione
del CGIE a luogo di raccordo tra diverse istituzioni trova una traduzione
scompensata nella struttura del nuovo organismo, che vede la presenza organica
delle Regioni e quella puramente tecnica e consultiva dello Stato;
i) la sostituzione
della quota di nomina governativa con la presenza di diritto dei Presidente e/o
Assessori regionali, al di là delle intenzioni che la ispirano, rischia di
burocratizzare di fatto l'organismo e contraddice l'unanime decisione della
recente III Conferenza Stato-Regioni–Cgie di realizzare il coordinamento con e
tra le regioni in una sede specifica collegata alla conferenza Stato-Regioni
presso la Presidenza del Consiglio dichiara la sua piena disponibilità a
sviluppare un confronto di merito su questi ed altri aspetti relativi alla
riorganizzazione del sistema della rappresentanza, affrontando sia le
problematiche che attengono alla vita dei COMITES che quelle relative alle
funzioni del CGIE, in modo distinto al fine di rispettare la specificità di
queste diverse istanze; sottolinea l'esigenza di un approfondimento di queste
complesse tematiche, incompatibile con un ricorso alla sede deliberante in
Commissione, che strozzerebbe e drammatizzerebbe un confronto che deve restare
sereno e basato su reciproco rispetto e comprensione; riconosce l'opportunità di inquadrare le scelte relative
alla rappresentanza dei cittadini italiani all'estero nel dibattito in atto
sulla riforma costituzionale dello Stato e, in particolare, del Parlamento,
allo scopo di renderne coerenti gli esiti:
chiede che non si proceda ad ulteriori rinvii per il
rinnovo dei COMITES e del CGIE e che si applichino le leggi in vigore, per
ridare slancio e dinamismo ad organismi che hanno da tempo concluso il mandato
previsto dalla legge". (aise)
L’intervento di Laura Garavini all’Assemblea Plenaria del CGIE
“Mettere a frutto
le esperienze internazionali dei giovani per sprovincializzare il Paese”
“Una fonte di idee
concrete e di critiche costruttive su tutti i temi più attuali per le nostre
comunità all’estero – ecco il prezioso contributo dei nostri giovani”. L’on.
Laura Garavini, deputata eletta nella circoscrizione Europa, si è complimentata
così con i giovani delegati presenti all’Assemblea plenaria del CGIE a Roma.
“Gli interventi di questi ragazzi hanno dimostrato che rappresentano una
risorsa straordinaria per il Paese. Con il loro bagaglio di esperienze maturate
in prima persona in un mondo globalizzato, in costante movimento, sono capaci
di dare all’Italia una spinta di sprovincializzazione di cui il nostro Paese ha
estremamente bisogno. È necessario”, ha continuato la Garavini, “che il Governo
guardi con maggiore attenzione a questi giovani che possono insegnarci molto in
termini di best practice nei vari settori della vita economica, sociale,
scientifica”.
“È proprio dalle
esperienze di giovani studiosi italiani che operano all’estero”, così la
parlamentare, “che ho preso spunto per una proposta di legge per incentivare il
rientro di ricercatori italiani dall’estero. In una sorta di puzzle di migliori
prassi ho voluto creare le condizioni necessarie per rendere il sistema
universitario più meritocratico e trasparente”, ha spiegato la Garavini, prima
firmataria della proposta di legge PRIME (Per una Ricerca Italiana di Merito ed
Eccellenza).
Intervenendo,
infine, sul tema della rappresentanza, la deputata residente in Germania ha
ribadito le proprie critiche al progetto di legge firmato dal senatore della
maggioranza Oreste Tofani sulla riforma di Comites e CGIE e ha ricordato
l’esigenza “che il Governo crei i presupposti affinché nel 2010 si rinnovino
gli stessi organi di rappresentanza, indipendentemente dall’approvazione della
riforma discussa al Senato”. De.it.press
Assemblea Plenaria del Cgie. Le relazioni dei presidenti delle Commissioni
tematiche
Ad apertura della
seconda giornata, il resoconto dei lavori svolti dalle Commissioni Diritti
civili, Stato-Regioni-Cgie, Scuola e cultura, Formazione professionale e impresa,
Tutela sanitaria
ROMA – La seconda
mattinata di lavori dell’assemblea plenaria del Cgie si è aperta con le
relazioni dei presidenti di alcune delle Commissioni tematiche, che hanno
aggiornato i presenti sulle riflessioni svolte nel corso degli ultimi incontri.
Mario Tommasi, a capo della Commissione su
Diritti civili, Politica e Partecipazione, ha segnalato una certa delusione
manifestata dai consiglieri per l’esito della recentissima Conferenza
Stato-Regioni e Cgie “per lo spazio di confronto limitato ad un solo giorno, -
ha affermato - in cui abbiamo assistito ad una sorta di passerella di
personalità” poco utili all’approfondimento dei veri obiettivi dell’iniziativa.
La Commissione è critica anche sul progetto di ristrutturazione della rete consolare
all’estero e sollecita il Comitato di presidenza ad un confronto in merito con
il sottosegretario con delega agli italiani nel mondo, Alfredo Mantica.
Discussione e confronto più volte richiesti in seno a Commissione e Plenaria,
per avanzare proposte di risparmio alternative alla chiusura delle sedi, “come
l’assunzione di contrattisti locali – rileva Tommasi, sottolineando lo
sconcerto dei consiglieri di fronte ad alcune segnalazioni di tempistiche
relative allo svolgimento delle pratiche di cittadinanza italiana in Brasile,
rinviate sino al 2017.
“La bozza di riforma relativa a Comites e
Cgie sconvolge gli organismi di rappresentanza come li abbiamo conosciuti sino
ad oggi – prosegue il presidente – e ignora completamente le proposte fatte dal
Cgie anche in un recente passato. La Commissione ritiene all’unanimità che la
bozza vada contro gli interessi e la volontà dei connazionali all’estero e
contro lo stesso documento approvato lunedì al termine della Conferenza
Stato-Regioni-Cgie”. Tommasi ricorda inoltre che la normativa relativa ai
Comites - riformata nel 2003 - non è neppure entrata in vigore nella sua
completezza, per cui ritiene inutile un intervento ulteriore in materia.
“Chiediamo una moratoria della riforma – aggiunge – al fine di consentire
l’apertura di un dibattito tra tutte le parti interessate, per giungere ad una
proposta più in linea con le aspettative delle nostre collettività all’estero”.
Moratoria ancora più necessaria – rileva Tommasi – dal momento che “attendiamo
la modifica dell’assetto istituzionale dello Stato”.
Mario Castellengo, presidente della
Commissione Stato, Regioni, Province autonome e Cgie, ritiene invece che la
bozza vada “cancellata, perché non vi è nulla al suo interno che sia
condivisibile. Stupisce l’insistenza di procedere con un simile provvedimento”.
Egli suggerisce che l’elezione di Comites e Cgie avvenga seguendo la normativa
attualmente vigente, dal momento che “non avvertiamo l’urgenza di una simile
riforma”. Più positivo il giudizio della Commissione da lui presieduta sulla
Conferenza Stato-Regioni-Cgie, specie per il documento approvato “stringente e
concreto – afferma Castellengo, che sollecita il Cgie ad avanzare i primi
progetti in coordinamento con le Regioni per verificare la volontà dello Stato
di partecipare, attraverso i finanziamenti necessari alla loro realizzazione.
Ribadita l’importanza delle risorse da destinare all’assistenza diretta, specie
per non aggravare ulteriormente situazioni già complesse, soprattutto in
America latina, mentre ci si chiede perché il Mae non cerchi la collaborazione
dei patronati in vista dell’avvio del progetto del consolato digitale.
Per la Commissione Formazione, Impresa,
Lavoro e Cooperazione il presidente Franco Santellocco è intervenuto auspicando
che “le strategie di promozione del Sistema Italia all’estero possano avvalersi
del bagaglio di esperienza e di conoscenza maturato dal Cgie, specie per la
proiezione delle piccole e medie imprese e la valorizzazione delle identità
culturali”. Auspica inoltre una sinergia e un confronto anche con il ministero
dello Sviluppo economico per la prosecuzione dei progetti di formazione
professionale all’estero. “Trattando i temi del lavoro e della formazione anche
il mondo associazionistico potrà avvicinare più facilmente le giovani
generazioni – ha detto Santellocco, ribadendo anche la necessità del
riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero, altro argomento
prioritario per i giovani. “Il Cgie potrebbe sollecitare l’apertura di un
tavolo di concertazione istituzionale per l’equiparazione dei titoli – ha
suggerito Santellocco – che semplifichi le procedure necessarie e la loro
accessibilità all’utenza”. In evidenza anche il perfezionamento dei bandi per
la formazione professionale svolta all’estero e un più incisivo monitoraggio e
controllo sulla gestione dei fondi.
E’ intervenuto per la Commissione Scuola e
Cultura italiana all’estero il vice presidente Alberto Di Giovanni, che ha
ricordato come la promozione della lingua italiana sia “un passaggio obbligato
per fare in modo che il coinvolgimento delle giovani generazioni non sia solo
evocato in modo convenzionale e retorico”. “Tutto ciò che si fa in termini di
proiezione della lingua e della cultura italiana all’estero – ha proseguito Di
Giovanni – si fa per il futuro. Il rimedio ai tempi difficili che si
prospettano non può che essere quello di recuperare qualche risorsa, perché
arretrare dai livelli raggiunti faticosamente nel passato significa erodere e
rimettere in discussione il lavoro svolto senza la certezza di poter più
recuperare”. La Commissione ha inoltre avanzato osservazioni e “riserve” sul
modo in cui è stata realizzata la Settimana della lingua italiana nel mondo per
“il mancato coinvolgimento degli enti che fanno cultura all’estero e la carenza
di informazione”. “La proposta che facciamo è di scegliere proprio la storia
della cultura della diaspora come tema per le edizioni future – segnala Di
Giovanni, rilanciando anche il coinvolgimento dei connazionali nel programma
delle celebrazioni per i 150 dell’Unità d’Italia. Nel suo intervento, anche un
allarme per i tagli ai corsi di lingua e di cultura. “Essi si traducono in un
numero inferiore di insegnanti all’estero, in una diminuzione dei corsi, nella
progressiva eliminazione della formazione e qualificazione dei docenti, nella
limitazione di materiale e sussidi didattici. Tagli quantitativi che divengono
peggioramento qualitativo del nostro intervento – avverte Di Giovanni. La
Commissione, viste le audizioni in corso sulla cultura italiana all’estero
nella preposta Commissione al Senato, esprime la necessità di un’audizione del
Cgie in quella sede “per stabilire un dialogo sulle necessità culturali delle
nostre comunità”.
Infine, Pasquale Nestico, presidente della
Commissione Tutela sanitaria, segnala l’assenza di risposte alla mappatura
richiesta da Comites e Cgie sui dati relativi agli interventi sanitari
effettuati attraverso le polizze assicurative a favore di connazionali
indigenti in alcuni Paesi: quantità e qualità delle prestazioni erogate, numero
dei beneficiari, gestione degli appalti e problematiche emerse, resoconto su
eventuali correzioni da introdurre. Se il Mae continuerà a non fornire tali
dati la Commissione “darà mandato ai suoi singoli componenti insieme a Comites
e Cgie di avviare tale ricognizione numerica e analitica, secondo le proprie
possibilità – afferma Nestico che avanza una richiesta di informazioni analoga
anche in merito agli Ospedali italiani all’estero “che ricevono sussidi dal
Governo e rispetto a cui non esiste una relazione ufficiale e dettagliata”.
La Commissione, oltre all’invito rivolto ai
consiglieri di farsi portavoce delle necessità in tema di tutela sanitaria
emergenti tra i connazionali all’estero, propone l’organizzazione di seminari
tra le strutture sanitarie di diversi Paesi e quelle italiane “al fine di
migliorare, grazie ad uno scambio reciproco, i loro sistemi sanitari”. (Vivoana
Pansa – Inform 3)
Il segretario generale Elio Carozza fa il punto sulle diverse audizioni del
Cgie
Roma - Ad
impegnare i consiglieri del Cgie in questi giorni non c’è solo la plenaria:
diverse delegazioni sono state – o lo saranno presto – convocate in Senato e
sentite sulle questioni degli italiani all’estero. Per questo nella seconda giornata
di lavori alla Farnesina il segretario generale Elio Carozza ha fatto il punto
delle diverse audizioni svolte, l’ultima delle quali proprio questa mattina di
fronte al Comitato sulle questioni degli italiani all’estero presieduto dal
senatore Firrarello. E se il 2 dicembre, il Cgie è stato ascoltato dalle
Commissioni riunite Affari Costituzionali ed Esteri sulla riforma della Legge
Tremaglia, domani un’altra delegazione sarà ascoltata dal Comitato ristretto
istituito in Commissione Esteri per elaborare la riforma degli organismi di
rappresentanza, e cioè Comites e Cgie.
"Questa
mattina – ha spiegato Carozza – siamo stati ascoltati dal Cqie sulle questioni
più importanti e cioè lingua e cultura italiana e il futuro della nostra
presenza nel mondo. Anche in sede di Comitato abbiamo ribadito che pensare
all’assistenza diretta è più che mai prioritario, così come non abbiamo
nascosto la nostra amarezza circa altre questioni che ci stanno a cuore e cioè
anziani, associazionismo e informazione".
Durante
l’audizione si è anche parlato di un incontro per l’anno prossimo,
probabilmente il 30 aprile, per riunire tutti i Consigli Generali dei cittadini
europei che vivono fuori dai Paesi d’origine, come accaduto a Parigi nel
settembre del 2008, ma come era prevedibile, l’argomento centrale
dell’audizione è stato la riforma degli organismi di rappresentanza, come noto
allo studio del Comitato ristretto istituito in Commissione Esteri. La
questione è stata ampiamente affrontata ieri, prima giornata di lavori, in cui
il Cgie ha in sostanza manifestato il proprio malcontento per la cosiddetta
bozza-Tofani, cioè il testo-sintesi delle diverse proposte di legge presentate
in Senato per la riforma di Comites e Cgie.
"La mia
impressione – ha detto Carozza – è che la nostra discussine di ieri sia
servita, mi è sembrato di riscontrare una certa disponibilità a riaprire il
dialogo e il confronto. Forse è una mia impressione", ha aggiunto
sostenendo che all’audizione di domani, proprio al Comitato Ristretto, il Cgie
andrà "senza nessun pregiudizio".
Dopo aver
ricordato che il Consiglio generale ha ricevuto la bozza Tofani solo 15 giorni
fa e che, quindi, la plenaria è stata la prima occasione utile per discuterne
insieme, Carozza ha ribadito che al Comitato ristretto "daremo spunti si
spera utili, spiegando la nostra contrarietà sull'approccio alla riforma.
Riaffermeremo la nostra volontà di voler modernizzare la rappresentanza degli
italiani all'estero così come il fatto che il Cgie non si sta difendendo e
basta. Al contrario, stiamo cercando di sottolineare l'importanza di avere un
Consiglio generale autonomo e capace di dialogare con le istituzioni del
Paese".
L’audizione di
domani inizierà alle 14: oltre a Carozza andranno in senato Consiglio,
Ferretti, Mangione, Volpini, Schiavone, Amaro e Nardelli. (m.c.\aise 3)
Incontro tra il Ministro degli Esteri Franco Frattini sul tema della
riforma del MAE
In data 1°
dicembre 2009 ha avuto luogo presso la Sala delle Vittorie del MAE un’incontro
tra il Ministro degli Esteri Franco Frattini e le Organizzazioni Sindacali sul
tema della riforma del MAE che avvierà la rimodulazione delle Direzioni
Generali presso la Sede Centrale, nonché aprirà la strada alla IV fase della
razionalizzazione della Rete Estera.
Prima di
affrontare l’argomento oggetto della riunione, il Ministro Frattini ha
informato le OO.SS. sugli interventi effettuati in fase di discussione della
Legge Finanziaria. L’obiettivo principale riguarda l’ottenimento di risorse da
destinare all’assunzione di personale diplomatico, Aree Funzionali e Dirigenti,
che potrebbero essere programmate per i prossimi 6 anni. Inoltre, è stata
richiesta una dotazione a favore del FUA del personale di ruolo, nonché per il
rinnovo contrattuale dello stesso. Sono stati chiesti altresì fondi per la
sicurezza sia delle strutture che degli impianti delle sedi all’estero.
Inoltre, il MAE farà affidamento sulle risorse derivanti sia dalla vendita
degli immobili non utilizzati per le quali è stato ottenuto il via libera al
loro impiego (tra queste risorse rientrerà ca. 1 milione di Euro proveniente
dalla vendita della storica sede demaniale in Lussemburgo), sia sul
differenziale derivante dall’aumento del
prezzo dei visti.
Rimodulazione Sede
Centrale - Per quanto attiene alla rimodulazione della Sede Centrale, il Ministro
Frattini ha confermato la volontà di ridurre il numero delle Direzioni Generali
di sei unità. Ciò, sia al fine di adeguare la struttura ai dettati del DL
112/2008 (che imponeva, al contrario, la
chiusura di sole due Direzioni Generali), sia per valorizzare i compiti
“orizzontali” del nuovo assetto, garantendone l’autonomia funzionale ed
operativa. Le strutture interne, vale a dire Uffici e Sezioni, non subiranno
decurtazioni. Il Ministro Frattini ha definito “fattibile” la creazione di
un’unica struttura competente per la parte sia giuridica che economica del
personale a contratto, come richiesto in più occasioni da questa O.S. Ha
altresì sottolineato la doppia necessità di correggere la riforma avvenuta nel
2000 che non ha avuto gli effetti desiderati, nonché di cogliere il cambiamento
epocale in atto, adeguando la nostra struttura. Quale metodo di lavoro, il
Ministro Frattini ha espresso la volontà di proseguire la consultazione con le
OO.SS, prevedendo incontri anche a livello tecnico, prima di presentare lo
schema del nuovo DPR alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Razionalizzazione
Rete Estera - Su questo argomento il Ministro degli Esteri ha fatto, purtroppo,
solo un breve accenno a seguito dell’intervento della Confsal Unsa. Il Ministro
Frattini ha sottolineato di aver rilasciato delega al Sottosegretario Mantica,
per la trattazione di questo aspetto, contrariamente alla riforma della
struttura romana della quale si occuperà in prima persona.
La Confsal Unsa
Esteri ha assicurato il proprio contributo al fine di migliorare l’efficacia e
l‘efficienza dell‘intervento della Farnesina, nonché per rafforzare gli
elementi di meritocrazia e d‘innovazione del nostro sistema ed ha chiesto un
maggiore coinvolgimento delle OO.SS. e delle Commissioni Parlamentari
competenti al fine di giungere ad una riforma graduale e soprattutto
condivisa.
La Confsal Unsa
Esteri ha sottolineato che le politiche
di ottimizzazione della produttività dovranno necessariamente
andare di pari passo con il riconoscimento per tutti i dipendenti della
Farnesina, ivi compresi i dipendenti a contratto, di diritti basilari
nell‘ambito del loro rapporto lavorativo con la Pubblica Amministrazione ed ha
espresso forti preoccupazioni per la
volontà del Sottosegretario Mantica – su delega del Ministro Frattini – di
chiudere ca. 20 sedi consolari, prevalentemente in Europa , per un adeguamento
della media italiana a quella dei nostri partner europei. A tale proposito, la
Confsal Unsa Esteri ha ricordato al Ministro Frattini che nessuno tra i nostri
partner europei conta ca. 5 milioni di connazionali all’estero (contando
unicamente gli iscritti AIRE), di cui la maggioranza residenti in Europa.
Questa specificità rende pertanto necessaria una rete più sviluppata e più
capillare fra i propri cittadini rispetto a Paesi quali la Germania o la
Francia. La più volte sbandierata informatizzazione della rete potrà
semplificare alcune procedure, o quantomeno alcuni passaggi delle stesse, ma
non riuscirà mai a sopperire a servizi quali ad esempio il rilascio e la
consegna di un passaporto, di una carta d’identità, di un documento notarile o
peggio all´erogazione di un sussidio ovvero all’assistenza diretta ai
cittadini.
La nostra OS ha
ricordato inoltre che, a livello
economico-commerciale, i nostri connazionali residenti all´estero sono i primi
promotori del Made in Italy : è grazie a loro che il nostro stile di vita è
conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Un „Made in Italy“ che ha
incrementato l’interesse per l’Italia all’estero, sia dal punto di vista
economico, con tutto un giro d’affari legato a prodotti italiani, che da
quello culturale, se si pensa anche
all’esportazione della nostra amata madre lingua attraverso il lavoro degli
Istituti Italiani di Cultura. I ritorni economici che ne derivano, considerando
anche il settore turistico, non sono per niente indifferenti per il nostro
Paese. Gli stessi italiani all’estero sono stati parte importante della
ricostruzione e del benessere economico dell’Italia del Dopoguerra e continuano
ad esserlo tutt’oggi con un reddito di 5 miliardi di Euro, grazie anche alle
loro pensioni maturate, che vengono poi spesi in Italia.
La
razionalizzazione della Rete Estera produrrà gravi disagi alla nostra collettività ed al personale tutto di questo Ministero;
essa penalizzerà principalmente il personale a contratto che, assunto in loco
senza alcuna prospettiva di mobilità e di carriera , in caso di chiusura della
sede consolare verrà sradicato dal proprio contesto lavorativo e sociale,
e comporterà ulteriori perdite di posti
all’estero per il personale di ruolo, oltre ai 28 posti già cancellati con le
precedenti tre fasi di razionalizzazione.
La Confsal Unsa
Esteri ha quindi reiterato la richiesta al Ministro Frattini, nell´ottica di un
dialogo costruttivo volto ad individuare soluzioni che possano ridurre i costi
per il nostro Dicastero e al contempo fornire garanzie al personale e alla
collettività italiana residente all´estero, il coinvolgimento delle competenti
Commissioni Parlamentari nella discussione del progetto di riforma, nonchè
l´apertura di tavoli tra l´Amministrazione e le Organizzazioni Sindacali per
approfondire ed individuare soluzioni per ogni singola sede e/o per ogni
accorpamento di Direzione Generale proposto.
Infine, in ambito
di discussione sulla Finanziaria 2010, il nostro Sindacato si è reso promotore
della richiesta di risorse aggiuntive per il mantenimento in essere delle
detrazioni fiscali per carichi di famiglia per
il personale a contratto, nonché per la contrattazione del nuovo Accordo
Successivo. Confsal Unsa Esteri,
de.it.press
Trattato di Lisbona, per un'Europa più efficiente
L’iter lungo e travagliato dell’adesione al
trattato, per la comprensibile resistenza di molti Stati a cedere sovranità e a
rinunciare a diritti di veto a favore delle istituzioni europee, è
probabilmente la migliore testimonianza a favore della profondità dei
cambiamenti che il nuovo patto porta con sé. Avvicinare la Ue ai cittadini e i
cittadini alla Ue rafforzando, accanto all’intermediazione dei governi
nazionali che sono stati finora i veri ‘’signori’’ dell’Unione politica, il
ruolo dei parlamenti, e’ il primo obiettivo della riforma istituzionale che sta
ridisegnando la governance di Bruxelles.
L’adozione di tutta la normativa
europea, da cui deriva, e’ bene ricordarlo, il 75% del nostro corpus
legislativo, sarà soggetta d’ora in poi a un livello di controllo parlamentare
che non ha riscontri in nessun’altra struttura sovranazionale o internazionale.
Infatti tutta la legislazione europea richiederà con poche eccezioni, la
duplice approvazione del Consiglio e del Parlamento europeo. Inoltre scatta un
importante coinvolgimento dei parlamentari nazionali nel processo decisionale.
Ciascuno di essi infatti riceverà infatti tutte le proposte legislative
dell’Unione, in tempo utile per discuterle con i suoi ministri prima che il
Consiglio europeo adotti una posizione e avrà anche il diritto di proporre un
nuovo esame se ritiene che non sia rispettato il principio di sussidiarietà,
per il quale ogni decisione va presa al livello di governo più vicino possibile
al territorio.
Ma i cittadini stessi conteranno di più,
perché avranno la possibilità di presentare direttamente iniziative legislative
alle istituzioni europee. Secondo questa nuova disposizione di democrazia
partecipativa, un milione di cittadini appartenenti a un numero significativo
di Stati membri, puo’ invitare la Commissione a presentare una proposta su
questioni per le quali ritiene necessario un atto giuridico ai fini
dell’attuazione del trattato di Lisbona.
Anche la voce dell’Europa sulla scena
mondiale potrà essere più forte se sarà politicamente colta una delle
principali novità del trattato. A rappresentare l’unicità della politica
‘’estera’’ dell’Ue sarà una nuova carica istituzionale, nominata per la prima
volta nei giorni scorsi dal Consiglio. La carta di Lisbona stabilisce principi
e obiettivi comuni per l’azione esterna dell’Unione: democrazia, Stato di
diritto, universalità ed inscindibilità dei diritti dell’uomo e delle libertà
fondamentali, rispetto della dignità umana e dei principi di uguaglianza e
solidarietà.
Un’importante novità riguarda anche
l’organismo di rappresentanza dei governi: la durata del mandato del presidente
del Consiglio e’ stata prolungata, in modo da rafforzarne il suo potere di
coordinamento. Inoltre il trattato estende il voto a maggioranza qualificata a
nuovi ambiti politici per arrivare a processi decisionali più snelli su
questioni cruciali come il clima, la sicurezza energetica, gli aiuti umanitari,
ambiti per i quali la carta prevede per la prima volta apposite sezioni.
L’unanimità è stata mantenuta solo per la politica fiscale, estera, la difesa e
la sicurezza sociale. Si chiude davvero un’epoca, spetta a tutti noi europei
pretendere che se ne apra una nuova, forti del trattato di Lisbona.
Roberta Angelilli
e Gianni Pittella, vice presidenti del Parlamento europeo
Perché la
Conferenza di Copehagen (COP15) è così importante?
A fine 2012
termina il primo periodo di adempimento del Protocollo di Kyoto ed è pertanto
necessario negoziare i tagli delle emissioni per il periodo successivo. La
mancata definizione di nuovi impegni di riduzione per l’inizio del 2013 sarebbe
deleterio per l’efficacia della lotta ai cambiamenti climatici e per il mercato
mondiale della CO2. Un accordo a Copenhagen è fondamentale per consentire i
tempi tecnici necessari per rendere operativo il nuovo accordo prima della fine
del 2012.
Cosa prevede il
Protocollo di Kyoto?
Richiede
complessivamente ai Paesi sviluppati di tagliare le proprie emissioni del 5%
entro il 2012, rispetto ai valori del 1990. Gli USA si sono sottratti a tale
obbligo, non ratificando il Protocollo. I Paesi in via di sviluppo, invece, lo
hanno sottoscritto ma sono in questa prima fase esclusi da tagli vincolanti
delle emissioni.
Cos’è l’UNFCCC?
È la Convenzione
quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, definita nel 1992 a Rio
de Janeiro. L’UNFCCC contiene i principi e gli indirizzi che la comunità
internazionale ha deciso di adottare per affrontare i cambiamenti climatici.
Gli incontri annuali dell’UNFCCC, chiamati “COP”, rappresentano l’unico ambito
titolato a concordare e modificare le azioni e i trattati futuri, come avvenne
nel 1997 con il Protocollo di Kyoto.
Come sono
strutturati i lavori?
Esistono due
tavoli negoziali indipendenti. Il KP è quello deputato a definire i nuovi
vincoli di riduzione per i Paesi sviluppati che hanno aderito al Protocollo di
Kyoto. Quello LCA, stabilito a Bali nel 2007, vuole invece stabilire degli
obblighi per tutti i paesi sviluppati (inclusi gli USA) e le azioni che
dovrebbero essere attuate dai Paesi in via di sviluppo per contribuire alla
riduzione delle emissioni mondiali di gas serra.
Quali sono i
possibili obiettivi per un accordo a Copenhagen?
Il IV Rapporto sui
cambiamenti climatici dell’IPCC, il gruppo di scienziati di tutto il mondo che
opera sotto il cappello ONU, ha presentato un chiaro scenario. Per contenere i
possibili danni del riscaldamento globale sotto una soglia accettabile è
necessario che l’innalzamento di temperatura (oggi pari a circa 0,75 °C) non
superi i 2°C e per fare questo la concentrazione di CO2 in atmosfera
(attualmente pari a 385 ppm) non deve superare i 450 ppm.
Quali nuovi
impegni attendersi dai Paesi sviluppati (PS)?
Per mantenere la
concentrazione di CO2 sotto i 450 ppm, gli scienziati dell’IPCC chiedono la
riduzione entro il 2020 delle emissioni dei PS del 25-40% ed entro il 2050
dell’80%, tenendo come anno di confronto il 1990. Sull’obiettivo di lungo
periodo esiste un largo consenso, ma l’accordo è difficile su quello al 2020.
Ad esempio, l’obiettivo -17% proposto dagli USA è riferito al 2005 e se ricalcolato
rispetto al 1990 è pari solo al -4% (il Protocollo di Kyoto prevedeva che gli
USA raggiungessero il -7% entro il 2012).
Quali nuovi
impegni attendersi dai Paesi in via di sviluppo (PVS)?
Non avendo i PVS
completato il loro percorso di sviluppo economico e di lotta alla povertà non è
pensabile attribuire loro degli obiettivi assoluti di riduzione delle
emissioni. Il IV rapporto IPCC prevede invece che essi operino per la
realizzazione di un percorso di sviluppo a minore contenuto di carbonio. È così
ipotizzato che essi riducano la loro intensità di carbonio (emissioni di
CO2/PIL) del 15-30% entro il 2020.
Vi sono altri
punti sono in discussione?
I due tavoli KP e
LCA intendono anche trovare come facilitare il trasferimento di tecnologie
pulite a favore dei paesi in via di sviluppo e di promuovere l’adozione di
misure di adattamento, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo, in grado di
ridurre l’impatto causato dai cambiamenti climatici.
È prevista la
creazione di strumenti legati alle foreste?
Storicamente gli
interventi sulle foreste sono stati rivolti alle azioni di riforestazione,
laddove le foreste erano precedentemente state distrutte. Da Copenhagen dovrà
invece uscire un nuovo strumento, denominato REDD, in grado di proteggere le
foreste esistenti. Queste vengono di fatto ad acquisire il valore di capitale
mondiale per la protezione del clima dell’intero pianeta, anziché di aree a
scarso valore economico per il paese che le ospita.
Chi si accollerà
l’onere economico di tutti questi interventi?
I Paesi sviluppati
sono chiamati a contribuire in modo principale alla creazione di un fondo in
grado di supportare i Paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli cosiddetti
“meno sviluppati”. Il fondo dovrà essere immediatamente operativo e costituito
anche grazie a sistemi di tassazione del mercato della CO2. Ad oggi il consenso
maggiore è perché esso venga gestito direttamente all’interno dell’UNFCCC. Daniele
Pernigotti L’U 5
Ogni nazione deve fare la sua parte
La Conferenza
dell’Onu sul clima che si apre a Copenhagen rappresenta una pietra miliare
nell’impegno internazionale volto a costruire un rapporto più sostenibile con
il nostro pianeta. La scienza ci dice che la posta in gioco non potrebbe essere
più alta. Ma i benefici di un’azione immediata e collettiva sono altrettanto
rilevanti. Non dobbiamo perdere questa opportunità unica di tracciare un nuovo
cammino verso una prosperità a basso contenuto di carbonio per tutti. È
fondamentale raggiungere un accordo ambizioso sul clima a Copenhagen. Il
momento è ora.
I cambiamenti
climatici si ripercuotono su ogni altra sfida che affrontiamo. La povertà
globale e la salute pubblica. La crescita economica. La sicurezza alimentare.
L’acqua potabile. L’energia. Riscriveranno l’equazione globale per lo sviluppo,
la pace e la prosperità nel XXI secolo.
Negli ultimi due
anni abbiamo assistito a un progresso considerevole. Il cambiamento climatico
non è più visto come un argomento di nicchia. È ora in cima all’agenda
internazionale.
Il compito ora è
quello di tradurre questa visione in realtà politica. Insieme, dobbiamo
assicurare che tutti i Paesi lavorino in vista di un obiettivo comune e a lungo
termine per limitare l’innalzamento della temperatura a livelli sicuri, per
proteggere le popolazioni vulnerabili e per creare una via verso una crescita
verde globale.
Possiamo
raggiungere questi obiettivi a Copenhagen. Spingerò per un accordo il più
possibile ambizioso, che soddisfi le verità scientifiche e che, come obiettivo
ultimo, tracci la via per un accordo globale legalmente vincolante.
Copenhagen non
dovrà occuparsi di ogni dettaglio, ma portare a una decisione chiara che
stabilisca le basi principali dell’accordo globale sul clima. In questo
momento, è importante che i Paesi si accordino su poche questioni rilevanti.
Ogni nazione deve fare la propria parte.
Ma Copenhagen non
è l’arbitro finale del successo, né il punto di arrivo dell’azione globale
collettiva. L’attuazione sarà la chiave. Alla fine, sarà la scienza a dirci se
avremo avuto successo o meno.
In ultimo spetta
ai governi decidere il contenuto e la forma dell’accordo. La responsabilità del
risultato di Copenhagen - così come per i più importanti accordi internazionali
- pesa sulle loro spalle.
Il coinvolgimento
dei Capi di Stato è cruciale. Incoraggio tutte le nazioni a fare del loro
meglio affinché facciano di Copenhagen il luogo in cui il mondo concluderà un
accordo globale che fornisca le fondamenta per un’azione collettiva sul
cambiamento climatico.
BAN KI-MOON, Segretario
generale delle Nazioni Unite, LS 6
Dall’Italia altri mille soldati per la guerra ai talebani
La Casa Bianca
ringrazia: «Contributo significativo» - di CLAUDIO RIZZA
ROMA L’Italia dice
subito sì a Obama e alla Nato, invierà altri mille soldati in Afghanistan,
riducendo il contingente in Libano e nei Balcani. E La Casa Bianca reagisce
immediatamente ringraziando il nostro Paese per il «significativo contributo».
E’ così che il governo Berlusconi mostra la sua sintonia con gli Usa, proprio
mentre in Europa in molti tentennano, tra cui inglesi, tedeschi e francesi, che
di aumentare i propri contingenti non hanno voglia. E’ così che a palazzo Chigi
si materializza una sorta di triangolo tra Roma, Washington e Mosca, perchè il
presidente russo Medvedev, in visita nella Capitale, fa una mossa importante:
annuncia che il Cremlino darà il permesso agli americani di trasportare truppe
dirette in Afghanistan attraversando il territorio russo e contribuirà anche
all’addestramento delle forze militari e di polizia afghane, come già fa
l’Italia che ha promesso da tempo l’invio di altri 200 carabinieri, considerati
nel mondo tra gli addestratori più titolati. Il dialogo Obama-Medvedev porta a
risultati politico-diplomatici importanti, e Berlusconi si mostra ben felice di
partecipare alla partita. In attesa che l’Europa di Lisbona riesca a mettere
insieme il suo esercito europeo, senza doversi più affidare agli sforzi dei
singoli paesi.
La nuova strategia
messa a punto dalla presidenza Usa è giudicata convincente. Spiega Berlusconi:
«Servono scuole, ospedali, ponti, strade e tutte quelle infrastrutture di cui
il Paese è manchevole». E i militari servono per garantire la sicurezza interna
e far progredire economicamente l’Afghanistan: solo così si potrà mettere
argine ai talebani. Il punto di svolta è che Obama ha fissato un termine
massimo, entro il quale Karzai oltre a combattere la corruzione dovrà fare a
meno degli eserciti stranieri ed essere in grado di badare da solo alla
sicurezza del suo Paese: il 2013. Più che una exit strategy, dice il ministro
degli Esteri, Frattini, è una «transizione». E’ la prima volta che viene
fissata una prospettiva temporale, oltre la quale il ritiro sarà totale. Novità
che ha convinto Mosca a impegnarsi. Frattini e La Russa sono pronti a riferire
al Parlamento sia sulle prospettive politiche che su quelle militari.
I conti sono
facili. Un po’ di soldati verranno via dal Libano, visto che l’Onu ha assegnato
agli spagnoli il comando del contingente. Il comando italiano da solo conta 200
uomini, ma visto che noi lì siamo 2400 e gli spagnoli solo la metà è chiaro che
dovrà esserci un riequilibrio in nostro favore. Un altro gruppo verrà distolto
dai balcani, dove il graduale rientro era già programmato. Dunque, entro la
fine dell’anno prossimo l’Italia sarà in grado di arrivare a quota +1000. I 400
militari inviati a Kabul per le elezioni sono già rientrati in patria, e sono
disponibili. Militarmente, La Russa prevede che il nostro contingente
rinforzato, da 3 a 4 battle group, dovrebbe essere in grado di controllare da
solo la parte Ovest del Paese, senza l’aiuto di americani e inglesi e senza
nuove regole d’ingaggio. Decisioni che verranno prese assieme agli alleati. Già
stamattina Frattini ne parlerà a Bruxelles prima con i ministri degli Esteri Ue
e poi con il Consiglio Nato, incontrando Hillary Clinton. E per il periodo
natalizio ministri e i presidenti delle Camere, Schifani e Fini, stanno già
organizzando visite ai nostri contingenti di pace. Im 4
Militari italiani in Agghanistan. Una prova di maturità
Se Obama si
aspettava una corale adesione dei principali alleati atlantici alla sua
richiesta di inviare rinforzi in Afghanistan, deve essere rimasto deluso. La
Germania non prenderà decisioni prima della conferenza di Londra di fine
gennaio. La Francia potrebbe aumentare, e non è sicuro, soltanto il numero
degli addestratori. I soldati turchi continueranno a non partecipare a
operazioni di combattimento. Tanto più degno di nota diventa allora il ruolo di
avanguardia che l’Italia (assieme alla Gran Bretagna e alla Spagna) ha deciso
di assumere. Nelle attuali condizioni strategiche e finanziarie mille uomini in
più entro la fine del 2010 non sono poca cosa, anche se lo sforzo sarà
compensato da rientri di militari dal Libano e dai Balcani.
Le prime verifiche
contabili avranno luogo tra oggi e lunedì alla Nato, ma se anche il segretario
Rasmussen riuscisse a raggiungere l’obbiettivo dei 7.000 uomini in più
(provenienti da una ventina di Paesi), la risposta italiana tanto diversa da
quelle tedesca e francese lascerebbe il segno. Un segno che vuole essere
politico, assai più che operativo. L’Italia che non esita a dire «sì» a Obama
intende evidentemente dare nuovo vigore all’amicizia con gli Usa. Un nuovo
vigore assai opportuno se si considera che, al di là delle rassicurazioni
diplomatiche, Washington preferirebbe vedere Roma più impegnata nel contenere
la dipendenza europea dal gas russo e preferirebbe anche evitare troppi elogi a
Lukashenko.
Ma soprattutto, e
qui si pone la vera questione strategica, l’Italia del «sì» sceglie di
cavalcare la scommessa di Barack Obama. Una scommessa audace, secondo alcuni
persino temeraria. Gli Usa spediscono in Afghanistan la quasi totalità dei
rinforzi chiesti dal generale McChrystal. Contro ogni regola militare e a fini
di consenso interno, viene sin d’ora annunciato l’inizio del ritiro per il
luglio 2011 (su questa scia il ministro Frattini ha indicato ieri nel 2013 la
fine della «transizione» afghana, e dunque il disimpegno militare italiano e
alleato). Obama, però, non ha specificato una data-limite per il rientro in
patria delle altre truppe Usa. E sono comunque in molti a dubitare che le forze
Isaf, anche irrobustite dai nuovi arrivi, riescano davvero a creare le
condizioni per un ripiego onorevole con tanto di sereno passaggio di consegne
all’esercito afghano.
E ancora, sarà
davvero distrutta al Qaeda, Karzai farà la sua parte in maniera finalmente
dignitosa (ieri ha detto di essere disposto a parlare anche con il mullah
Omar), Olanda e Canada rivedranno le loro decisioni di ritiro rispettivamente
nel 2010 e nel 2011, non risulterà destabilizzato il Pakistan con le sue
atomiche, non ci metterà lo zampino il confinante Iran che continua a non
stringere la mano tesa americana? È una scommessa, appunto, ma al punto in cui
era Obama non poteva fare altro. E anche l’Italia, nella misura del suo
contributo, non ha voluto fare altro, aspettare, pensarci su, tirarsi indietro.
Il messaggio è chiaro, ed è positivo: tra alleati, in avanti o indietro, ci si
muove uniti. Franco Venturini CdS 4
Missioni militari. Le ragioni italiane e quelle degli altri
LA GUERRA in
Afghanistan è combattuta dagli Stati Uniti ma anche dalla Nato. Dato che
l’Italia fa parte della Nato e non ha mai inteso svolgervi un ruolo di secondo
piano, l’appello che il presidente Obama ha rivolto agli alleati perché
contribuiscano al suo progetto di soluzione della crisi entro una data prossima
(cioè a partire dal luglio 2011), è evidente che il governo italiano non può
sottrarsi alla richiesta americana né ha la forza politica necessaria per
assumere da solo un atteggiamento pieno di riserve come quello francese o
tedesco (dato che prevedibilmente i britannici non si sottrarranno alla
tradizione di collaborare strettamente con gli Stati Uniti).
Gli americani
chiedono che le forze italiane in Afghanistan siano aumentate di 1.500 uomini.
Il ministro della Difesa, La Russa, ha piuttosto accennato all’invio,
dilazionato di qualche mese, di circa 1.000 uomini. Questa promessa, che in
linea di principio non incontra se non circoscritti ostacoli parlamentari,
incontra invece due ordini di ostacoli: uno pratico e l’altro politico.
L’ostacolo pratico consiste nel fatto che i costi della missione incideranno
sul bilancio italiano, già così rigido nei suoi principi e nella sua applicazione,
da essere stato all’origine di non pochi dissapori persino all’interno della
maggioranza. Ma questo aspetto del problema può essere risolto riducendo la
partecipazione italiana in altri settori, magari di maggior interesse per
l’Italia ma meno vicini ai progetti di Obama: il contingente italiano in
Libano, quello in Kosovo, quelli, di minor entità, presenti in varie parti del
mondo. Sarà necessario comporre una scacchiera non facile né forse sufficiente
a colmare la forza del contingente.
L’ostacolo
politico è però ancora più difficile da superare. Infatti se gli Stati Uniti e
la Nato debbono impegnare altre forze in Afghanistan per sconfiggere i
guerriglieri di al Qaeda, la domanda che sorge spontanea riguarda le
possibilità di successo di questa operazione. Lo storia recente della
spedizione irachena indurrebbe all’ottimismo. Nell’ultimo anno della sua
presidenza, il presidente George Bush jr. venne convinto a adottare la nuova
strategia che mirava a rafforzare a breve termine i reparti americani perché
questi fossero meglio in grado di appoggiare il governo di Baghdad a costruire
una forza di polizia sufficiente a garantire un minimo di autonomia, così da
garantire al Paese la possibilità di “risorgere” dalle rovine della guerra per
ritornare a una vita quasi normale. Questo successo si basava sulla volontà
delle fazioni irachene di por termine a un contrasto suicida e sul buon esito
degli infiniti negoziati che gli americani (con i loro alleati) condussero per
favorire anziché le rivalità la concordia. L’affievolirsi della
contrapposizione fra sciiti e sunniti aprì la strada alla pacificazione.
In Afghanistan la
situazione è del tutto diversa. Qui non si tratta di rivalità dottrinarie ma
piuttosto di rivalità tribali o, peggio ancora, della presenza, come ha ammesso
il segretario di Stato, Hillary Clinton, di una base dalla quale poche migliaia
di uomini possono condizionare la vita di tutta l’area mediorientale: dal
Sudan, alla Somalia (come ha confermato l’attentato di ieri), all’Iran, e soprattutto
al Pakistan. I talebani o gli afghani in generale non rappresentano una
minaccia diretta per gli Stati Uniti né per la Nato, ma il territorio tribale
nel quale essi hanno il loro principale rifugio, al confine tra l’Afghanistan e
il Pakistan, rappresenta, come rileva Obama, una sorta di piattaforma dalla
quale i terroristi possono organizzare azioni, colpi di mano, attentati:
possono in altri termini diffondere terrore e insicurezza in tutta un’area del
mondo dalla fondamentale importanza strategica ma dal vuoto politico in
apparenza incolmabile. I pakistani stessi hanno cercato vanamente, nelle scorse
settimane, di colpire in modo definitivo questo groviglio di terrorismo senza
riuscire nell’impresa. Sicché l’ipotesi che sia possibile organizzare in
Afghanistan una forza di polizia che, a partire dal luglio 2011, sia divenuta
così efficiente da rendere possibile l’inizio del ritiro delle forze Usa-Nato,
che dovrebbero aver avviato a compimento la loro missione, appare quanto mai
problematico. Fino al discorso di Obama la Casa Bianca aveva previsto che le
operazioni in Afghanistan sarebbero durate diversi (otto o nove) anni. Ora pare
che 19 mesi siano sufficienti per legittimare l’ottimismo. Invece si tratta di
una tesi che legittima il dubbio e mette in difficoltà non solo gli Stati Uniti
ma anche gli alleati più disponibili, come l’Italia. ENNIO DI NOLFO Im 4
Finanziaria 2010 e politiche per gli italiani all’estero
Nell’ultima
mattinata di lavori del Cgie un richiamo alle drammatiche conseguenze
sull’assistenza diretta e indiretta ai connazionali indigenti, se non vi sarà
un recupero di risorse in sede parlamentare
ROMA – Si è discusso delle conseguenze dei
tagli di risorse alle politiche per gli italiani all’estero, previsti nella
legge finanziaria 2010, stamani nell’ultima mattinata di lavori della Plenaria
del Cgie.
Conseguenze che rischiano di essere gravi
specie per quanto riguarda l’assistenza diretta e indiretta a favore dei
connazionali all’estero e per le ripercussioni sulle polizze sanitarie
stipulate nel corso degli ultimi anni con diversi Paesi dell’America latina –
Argentina, Venezuela, Colombia, Uruguay, Cilee Messico - a beneficio dei
connazionali indigenti.
Il segretario generale del Cgie Elio Carozza
- che aveva già manifestato nella relazione tenuta in apertura di lavori
la preoccupazione del Comitato di presidenza per il taglio, nel 2010, di 6
milioni di euro ai fondi per l’assistenza diretta - afferma che “le polizze
sanitarie attualmente in vigore devono essere mantenute al livello corrente”,
vale a dire in favore dello stesso numero di beneficiari e per le medesime
prestazioni sino ad oggi garantite. Egli chiede inoltre se la volontà espressa
dal Cgie nell’ultimo anno, visti i considerevoli tagli di bilancio attuati dal
governo, di concentrare gli sforzi per l’assistenza verso i connazionali
residenti nei Paesi dell’America Latina abbia ottenuto risultati e invita,
chiunque abbia notizia di malfunzionamenti nell’erogazione delle prestazioni,
di presentare segnalazioni circostanziate e verificate nei fatti.
Maria Rosa Arona (Argentina), presidente
della Commissione Sicurezza e Tutela sociale, ha rimarcato la riduzione dei
beneficiari della polizze sanitarie nel suo Paese di residenza – dati
menzionati anche nella relazione dei lavori della Commissione. Tale riduzione
si è determinata a seguito dei tagli sui due capitoli di spesa rispetto alla
cifre stanziate nel 2008 (28 milioni di euro): -47% per l’assistenza indiretta
e – 22% per quella diretta. La Arona ricorda che, a seguito di questi tagli,
“si è determinato uno spostamento delle richieste a carico del capitolo
dell’assistenza diretta, vista la mancata copertura e possibilità di intervento
di enti prima preposti allo scopo, lasciando in questo modo migliaia di persone
senza un’adeguata protezione sociale”. Per menzionare le cifre – più volte
ricordate nel corso di questo Cgie – viene segnalato che il bilancio 2010
includerebbe stanziamenti per le due tipologie di assistenza di 10 milioni di
euro – rispetto ai 16 milioni di euro dell’anno in corso che si è riusciti a
recuperare solo grazie ad uno “stanziamento suppletivo”. “In questa situazione
drammatica, che necessita tutto il nostro impegno per fare in modo che si
recuperino risorse, è difficile dire quali siano le priorità – afferma la
Arona. Nonostante le polizze sanitarie con i Paesi già citati siano state
rinnovate, così come segnalato dall’amministrazione, non sarà possibile, stando
a queste cifre, mantenere invariato il numero di beneficiari (si calcola una riduzione
del 40% dei destinatari), per questo è “assolutamente necessario un recupero
dei fondi, nel corso del dibattito parlamentare sulla legge di bilancio, almeno
equivalente a quanto fatto durante l’esercizio dell’anno 2008”.
Anche il vice segretario generale per
l’America Latina, Francisco Nardelli (Argentina), concorda con la necessità di
“mantenere almeno la stessa qualità delle polizze sanitarie sino ad oggi
assicurate”, rimarcando come analoghi interventi assistenziali andrebbero
prospettati, anche rispetto ad altri Paesi, come il Brasile. “La polizza è uno
strumento indispensabile affinché ai nostri connazionali venga garantita
un’assistenza che è un diritto alla pari dignità di trattamento – conclude
Nardelli.
Carla Zuppetti, direttore generale per gli
Italiani all’estero e le Politiche migratorie del Mae, ha ricordato come le
polizze rappresentino senz’altro uno strumento di assistenza valida per i
connazionali all’estero. “Pur essendo uno strumento funzionale e moderno non
dobbiamo dimenticare che esso è però innestato su un capitolo di spesa che
abbiamo constatato, nostro malgrado, in questi ultimi anni non essere
continuativo” – ha detto Carla Zuppetti -. “Lo stesso recupero dei fondi allo
scopo è un risultato che registriamo annualmente e che difficilmente dunque si
presta al sostegno ottimale di questo sistema – ha concluso il direttore,
chiarendo come queste osservazioni potranno giovare in futuro ad una
considerazione e progettazione di interventi di più lungo periodo”. (V.P. –
Inform)
Bersani: «Berlusconi si avvia al tramonto. Ora il Pd deve avere un suo
profilo»
ROMA - Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, non
si è pentito di non aver partecipato al No B day e aggiunge: «La giornata ha
mostrato un'energia nuova». Ora il compito del Pd, spiega il segretario,
parlando alla trasmissione In mezz'ora su Rai 3, «è mettere in comunicazione
queste e tutte le altre forze che vogliono una alternativa». Il Pd deve avere
un suo profilo, «non siamo attaccati al carro di nessuno», ha detto ancora
Bersani riferendosi alle alleanze.
«Capiamoci bene:
quella di ieri - ha spiegato Bersani - era una manifestazione della rete? Sono
diverse piattaforme e posizioni diverse che si uniscono in una parola d'ordine?
Se è tutto questo, allora un partito cosa deve fare? Mettersi in coda o
imbucarsi? Deve metterci il cappello e aderire a tutto quello che viene detto o
mandare una delegazione come in Cecoslovacchia negli anni 50? Chiediamoci
questo, io dico di no. Un partito deve lasciare liberi i militanti i suoi
dirigenti, secondo le proprie sensibilità. Come partito deve prendersi un'altra
responsabilità. Dopo la giornata di ieri la responsabilità del Pd è quella di
cogliere questa energia e collegarla ad altri mondi e sensibilità, mondi e
energie che possono mettere in campo una alternativa».
«Sento l'obiezione
che la base ha un avversario diverso rispetto ai vertici del partito... no,
questa obiezione non la faccio passare. Per quenta gente ci fosse ieri in
piazza - ha aggiunto il segretario del Pd - di gente che vuole mandare a casa
Berlusconi ce n'è di più. Anche gente che ha votato Berlusconi, perché se
partiamo dal presupposto che tutti quelli che hanno votato Berlusconi sono
fascisti o opportunisti, allora credo che non andiamo da nessuna parte».
Il segretario Pd
dice poi di non credere al "complotto" contro Berlusconi. Partendo
dalla deposizione di Gaspare Spatuzza al processo Dell'Utri, il leader
democratico ha detto: «Io sono un garantista e noto che c'è un lato che non
emerge mai: Berlusconi si vanta di aver governato tanti anni come De Gasperi. È
vero, infatti sono più di dieci anni. La questione è che se De Gasperi fosse
vivo riuscirebbe a fare il riassunto di quel che ha realizzato nei suoi
governi. Se Berlusconi fa un riassunto delle cose fatte, cosa dice? Che abbiamo
tasse più basse, più occupazione o riforme? Cosa abbiamo? Il centro destra deve
rendersi conto che in questi anni noi siamo stati bloccati e lo siamo di nuovo,
per i problemi del premier, che non sono i problemi della gente».
«Se Berlusconi è
davvero uno statista - ha detto il leader democratico- perché non si pone il
problema e vedere per quali vie può essere creato un orizzonte nuovo al centro
destra? Perché l'orizzonte è quello del tramonto. Complotto ai suoi danni? Io
non ci credo. Piuttosto dico che siamo di fronte alla fine di un ciclo e nella
luce del tramonto, possono succedere tante cose. Se Berlusconi è uno statista
non può raccontare barzellette su questo aspetto
Bersani ha detto
infine che se il centrodestra insisterà sul processo breve si creerà un clima
in Parlamento e nell'opinione pubblica che renderà difficile fare riforme.
«Il tramonto è
quello che sta vivendo il Partito Democratico, stretto tra la sinistra radicale
e la piazza estremista di Di Pietro, abbandonato dai moderati, incapace di una
iniziativa concreta o di una idea innovatrice». Così il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti ha replicato alle affermazioni del
segretario del Pd. IM 6
Processo Dell'Utri, Spatuzza in aula: «Graviano mi parlò di Berlusconi»
Il pentito nel
bunker di Torino: «Il boss disse che grazie a quello di Canale 5 ci eravamo
messi il paese tra le mani»
MILANO - «Ho fatto
parte dagli anni Ottanta al Duemila di un'associazione terroristico-mafiosa
denominata Cosa Nostra. Dico terroristica per quello che mi consta
personalmente, perché dopo gli attentati di via D'Amelio e Capaci, ci siamo
spinti oltre, come l'attentato al dottor Costanzo (Maurizio ndr) e quello a
Firenze dove morì la piccola Nadia». Gaspare Spatuzza entra in aula pochi
minuti prima di mezzogiorno. Il pentito di mafia, protetto da due paraventi,
depone a Torino al processo d'appello per concorso in associazione mafiosa nei
confronti di Marcello Dell'Utri, condannato a nove anni in primo grado,
presentandosi come uno che è stato «condannato per sei o sette stragi e circa
una quarantina di omicidi». Un intervento molto atteso, il suo, alla luce delle
precedenti dichiarazioni rese davanti ai pm (l'ex mafioso ha descritto il
senatore del Pdl e il premier, Silvio Berlusconi, come interlocutori di Cosa
Nostra).
LE LETTERE -
Spatuzza racconta che prima degli attentati del '93 (a Roma nella Chiesa di San
Giovanni in Laterano, al Verano e a Milano ai giardini di via Palestro) imbucò
cinque lettere, alcune delle quali indirizzate a testate giornalistiche.
«Queste lettere - prosegue - provenivano dal boss Giuseppe Graviano. Il fatto
che prima di fare un attentato mi dicessero di informare qualcuno con delle
lettere è un'anomalia che mi ha fatto capire che c'era qualcosa sul versante
politico». Nell'incontro di fine '93 a Campo Felice di Roccella con Graviano,
Spatuzza - stando al suo racconto - riceve l'ordine di compiere un attentato
«in cui moriranno un bel po' di carabinieri». Il fallito attentato allo stadio
Olimpico «doveva essere il colpo di grazia» afferma Spatuzza. E poi: «Dissi a
Graviano che ci stavamo portando un po' di morti che non ci appartenevano, ma
lui mi disse che era bene che ci portassimo dietro questi morti, così 'chi si
deve muovere si dà una mossa'». Spatuzza spiega: «Vigliaccatamente (così nella
deposizione, ndr) Cosa Nostra ha gioito per Capaci e via D'Amelio. Perché erano
i principali nemici nostri. Capaci ci appartiene, via D'Amelio ci appartiene -
afferma - ma tutto il resto non ci appartiene». Come fallì l'attentato
all'Olimpico? «Io e Benigno (altro mafioso, ndr) eravamo a Monte Mario. Benigno
dà l'impulso al telecomando ma non funziona e l'attentato non avviene. Poi
quando i carabinieri si erano già distanziati io gli dissi di fermarsi, di non
dare più l'impulso. Scendiamo con la moto, ma l'attentato in sostanza era
fallito».
IL NOME DI
BERLUSCONI - Poi Spatuzza afferma: «Nel '94 incontrai Giuseppe Graviano in un
bar in Via Veneto, aveva un atteggiamento gioioso, ci siamo seduti e disse che
avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo grazie alla serietà delle
persone che avevano portato avanti quella storia e non come quei quattro
"crasti" socialisti che avevano preso i voti nel 1988 e 1989 e poi ci
avevano fatto la guerra. Mi vennero fatti due nomi tra cui quello di
Berlusconi. Io chiesi se era quello di Canale 5 e mi disse: sì. C'era pure un
altro nostro paesano. Graviano disse che grazie alla serietà di queste persone
ci avevano messo il paese nelle mani». Successivamente Spatuzza si trovò nel
carcere di Tolmezzo con Filippo Graviano: «Nel 2004 lui stava malissimo, io gli
parlavo dei nostri figli, di non fargli fare la nostra fine... ho avuto la
sensazione che stava crollando. Mi disse di far sapere a suo fratello Giuseppe
che se non arrivava qualcosa da dove doveva arrivare, allora bisognava parlare
ai magistrati». Il pm chiede spiegazioni sulla frase «da dove doveva arrivare»
e qui Spatuzza ritorna al riferimento di Berlusconi e Dell'Utri. «I timori di
parlare del presidente del Consiglio erano e sono tanti - continua Spatuzza. -
Basta vedere che quando ho cominciato a rendere i colloqui investigativi con i
pm mi trovavo Berlusconi primo ministro e come ministro della Giustizia uno che
consideravo un 'vice' del primo ministro e di Marcello Dell'Utri».
Ascolta il
processo in diretta (in collaborazione con Radio Radicale)
DISSOCIAZIONE -
Spatuzza ripercorre poi la scelta di dissociarsi da Cosa Nostra. «Nel 2000 ho
iniziato un bellissimo percorso di istruzione e isolamento». Il pentito ricorda
«il cappellano del carcere di Ascoli Piceno, padre Pietro Capoccia» come
l'incontro chiave della sua svolta che gli trasmise «l'amore per le sacre
scritture». «Mi trovai di fronte al bivio di essere o uomo di Dio o mammone: ho
deciso di amare Dio» afferma Spatuzza che poi indica nel procuratore antimafia
Pietro Grasso la persona che ha dato un contributo fondamentale alla sua
decisione definitiva di collaborare con la giustizia «nel marzo 2006». «Non
sono qui per barattare le mie parole, sarei un vigliacco - aggiunge - lo Stato
sa cosa deve fare della mia persona. La mia missione è restituire verità alla
storia e non mi fermerò di fronte a niente. Se ho messo la mia vita nelle mani
del male, perché non la devo perdere per il bene?».
IL CONTROINTERROGATORIO
- Terminato l'interrogatorio del procuratore generale Gatto, l’udienza è stata
sospesa per circa un’ora ed è ricominciata dopo le 15 con il
controinterrogatorio della difesa. «Dopo l'ammissione al programma pentiti ho
deciso di togliere gli omissis sulle stragi del '92 e '93» ha detto il pentito
rispondendo alle domande dell'avvocato dell'imputato, che gli faceva notare che
prima del giugno 2009, interrogato dai pm di diverse Procure italiane, non
aveva mai indicato Berlusconi e Dell'Utri come i referenti di Cosa Nostra.
Spatuzza ha spiegato di non aver «mai chiesto nulla in cambio allo Stato» e di
aver «riferito quello che sapevo su Berlusconi e Dell'Utri solo il 16 giugno
del 2009 ai magistrati di Firenze perché, prima - ammette - temevo che si
potesse dire che tiravo in ballo i politici per accreditarmi come pentito».
«UN PETARDO» - Le
accuse di Spatuzza sono «un petardo», non «una bomba atomica», aveva detto in
precedenza, l'avvocato di Dell'Utri, Nino Mormino, con un evidente riferimento
alla frase pronunciata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante un
fuorionda. Prima dell'avvio dell'udienza, aveva parlato invece il Pg della
Corte d'Appello di Palermo, Antonino Gatto, secondo il quale «si sta
enfatizzando troppo qualcosa che ha un certo rilievo ma non così eccessivo».
«Tutto questo toglie serenità» aveva aggiunto il magistrato.
LA REAZIONE DI
DELL'UTRI - Parla anche Dell'Utri: «La mafia - afferma il senatore durante una
pausa del processo - ha interesse a buttare giù un governo che lotta contro» i
clan. «Sono dati oggettivi - dice - c'è stato il massimo dei latitanti
catturati, il massimo dei beni sequestrati, il massimo delle pene severe contro
i condannati per mafia. Spatuzza è un pentito della mafia, non dell'antimafia.
Ma io sono sereno. L'unica cosa che è incredibile e assurda è che mi sento come
a teatro dove c'è un protagonista 'povero Marcello' ma non sono io, è un altro.
Di fronte a queste accuse una persona normale o impazzisce o si spara. Io non
sono normale, e non mi sparo». «I Graviano? Non li ho mai conosciuti, io non
conosco nessuno» ribadisce Dell'Utri. «Provenzano? Sta scherzando. Io conoscevo
Vittorio Mangano, punto e basta». Il senatore del Pdl nega di avere ricevuto
messaggi mafiosi: «Ma quali messaggi? Le dichiarazioni di Ciancimino mi fanno
ridere...». E poi: «La mafia ha votato per noi? Che ne so, può essere;
d'altronde in passato aveva votato anche per Orlando. Purtroppo non gli hanno
ancora tolto il diritto di voto. Fino a quando qualcuno non gli impedisce di
votare, ciò che fanno non è controllabile». «Uno come Spatuzza Falcone
l'avrebbe denunciato» ha detto poi Dell'Utri al termine della deposizione del
pentito, spiegando di non essere affatto sorpreso dalle rivelazioni in aula
dell'ex uomo di Cosa Nostra. «Non ha detto nulla di più o di meno di quello che
aveva già riferito ai pm» ha spiegato Dell'Utri. «Il suo obiettivo - ha
ribadito - è fare cadere il governo Berlusconi, non ci sono altre spiegazioni».
Ai giornalisti che gli chiedevano se riteneva che dietro al collaboratore ci
fosse qualcuno, Dell'Utri ha risposto: «Non lo so. Ci saranno i pm».
BATTIBECCO CON UNA
GIORNALISTA - Battibecco tra il senatore Pdl e una giornalista de Il fatto
quotidiano e di Radio Popolare, Antonella Mascali. «Il signor Mangano è stato
eroico. Lo ripeto e-ro-i-co. Vuole che glielo ripeta ancora?» ha detto
Dell'Utri, utilizzando nei confronti della giornalista un'espressione
risentita: «Ma che c... dice lei?». Motivo della notevole arrabbiatura
dell'imputato di concorso esterno sono state le domande su Vittorio Mangano, il
cosiddetto stalliere o fattore di Arcore e le ripetute definizione di «eroe»
che gli sono state riservate ripetutamente da Dell'Utri. CdS 4
Quella «piccola spada» sul potere
Ora che sta
arrivando l'ultimo pentito, mi ricordo del primo.
Il primo grande
pentito di mafia arrivò, inatteso, all'aeroporto di Fiumicino il 15 luglio 1984
con un volo Alitalia da Rio de Janeiro. Tommaso Buscetta, 56 anni, uno dei più
grandi trafficanti di droga del mondo, scese la scaletta dell'aereo indossando
uno spropositata coperta a righe orizzontali che serviva a mascherare il
giubbotto antiproiettile: un’idea degli allora giovani Gianni De Gennaro e
Antonio Manganelli, gli ultimi due capi della Polizia di Stato italiana.
Buscetta, come era successo per la sua vasta famiglia, correva il rischio di
essere fatto fuori già all'arrivo.
Un anno dopo, con
doppiopetto blu, gli occhiali scuri, i capelli tinti Buscetta fece il suo
ingresso nell'aula bunker di Palermo, inseguito da urla belluine che venivano
dalle gabbie degli imputati.
In dodici mesi,
con le sue rivelazioni a Giovanni Falcone, aveva messo al tappeto Cosa Nostra,
spiegando al mondo come era fatta quell'entità della cui esistenza stessa si dubitava.
Poi ci mise nove anni ad aggiungere un dettaglio: «A proposito, Cosa Nostra ha
un referente politico nel presidente del Consiglio Giulio Andreotti». E mezza
Italia tirò un sospiro di sollievo quando il tribunale di Palermo sentenziò che
sì, Andreotti era stato colluso, ma era stato tanto tempo prima e quindi gli
italiani potevano continuare ad amarlo.
È passata una
generazione. Sono passati almeno millecinquecento “pentiti”, la più grande
diserzione da un esercito che fa giurare ai suoi soldati «possa io morire
bruciato vivo se tradirò»; ma Cosa Nostra è ancora in piedi. E oggi a Torino,
Gaspare Spatuzza, definito da Gianfranco Fini «una bomba atomica», si presenta
in pubblico per accusare Silvio Berlusconi di essere stato il nuovo referente
di Cosa Nostra, che evidentemente ha un debole per i presidenti del Consiglio.
Spatuzza, in
siciliano «piccola spada», ha 45 anni, pochissima scolarità e il soprannome di
«u tignusu», ovvero il calvo. (Un calvo che accusa un trapiantato, così va il
mondo). Fa parte della famiglia di Brancaccio, il sedicente quartiere
industriale di Palermo, comandata dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e
fortemente associata ai corleonesi di Riina e Provenzano. Per loro ha
strangolato, sparato, messo bombe.
È di una fedeltà
assoluta, tanto da chiamare il suo capo, Giuseppe Graviano, «Madre Natura» e
diventa in breve un tecnico criminale polivalente e specializzato. Nel 1992
imbottisce di tritolo la Fiat 126 usata per far saltare in aria Borsellino e la
sua scorta. Nel 1993 è lui ad organizzare tutto il trasporto delle centinaia di
chili di tritolo, la logistica e lo staff della campagna stragista di Roma,
Firenze e Milano. L’anno dopo è nel commando che uccide don Puglisi, poi si
incarica di sciogliere nell'acido il bambino Giuseppe Di Matteo.
Nel 1997, quando è
ormai ai vertici della cosca, la sua carriera finisce. Gli uomini dello Sco di
Antonio Manganelli lo braccano e infine, dopo una sparatoria, lo bloccano
all'interno dell’ospedale Cervello. Quel giorno appare l'unica fotografia: la
maglietta a strisce, la faccia dura e la pelata di un trentacinquenne inviato
al 41 bis. I suoi capi Graviano ci sono già da tre anni, arrestati a Milano in
un ristorante, con le mogli salite da Palermo per fare shopping e un conoscente
che vuol fare conoscere a Marcello Dell'Utri il figlio dodicenne, un vero
fenomeno del football,perché lo inserisca nei pulcini del Milan
È l’unica parte
buona di questa storia italiana, perché Gaetano D'Agostino è effettivamente
diventato un campione, star dell’Udinese e possibile convocato ai mondiali.
Per il resto, la
storia è tremenda, ma è purtroppo la storia in cui viviamo da quindici anni,
ancora peggiore di quella che raccontò Buscetta e per cui furono uccisi Falcone
e Borsellino. Se la narrazione ufficiale racconta della discesa in campo
dell’imprenditore Berlusconi, che ha modernizzato l’Italia, portandovi la
freschezza e il successo della sua carriera e ricevendo in cambio l'amore e il
plebiscito continuo del popolo, la versione di Spatuzza è orribilmente opposta.
Dice che Berlusconi (il capo carismatico) e Dell'Utri (il fondatore del
Partito) erano in affari con Cosa Nostra e che assecondarono la campagna delle
stragi. Che Cosa Nostra si comportava come se le televisioni di Berlusconi
fossero, almeno in parte, cosa loro, perché ci avevano messo i loro soldi, come
pure nella Sardegna immobiliare e nell’edilizia milanese, che loro e Berlusconi
sono saliti insieme, che Berlusconi aveva promesso di mandare a casa i
carcerati e che poi non l'ha fatto, che loro gli hanno portato i voti e il
potere e non hanno avuto nulla in cambio.
Gaspare Spatuzza
racconta queste cose da almeno un anno ai magistrati di Palermo, di
Caltanissetta, di Firenze, che lo giudicano credibile, ben informato,
riscontrato. Appena ieri lo hanno ammesso nel programma di protezione: cambierà
nome e quasi sicuramente avrà anche lui un trapianto di capelli.
Marcello Dell'Utri
ha reagito in maniera sofferta (la testimonianza di Spatuzza potrebbe farlo
condannare anche in Appello, l’eroico
sacrificio dello
stalliere Mangano potrebbe non essere stato sufficiente), ma Berlusconi è stato
il contrario, proponendo di fatto il rogo per tutto ciò che ha parlato di
mafia: i libri, i film, le fiction, la grande intossicazione del cervello
collettivo e si è riproposto come anagraficamente innocente: egli è infatti,
come tutti sanno, milanese e della mafia conosce solo delle barzellette. Gli
italiani capiscono, e se non capiscono con le buone, capiranno con altri
metodi. Ed è significativo che consideri pericolosi solo le immagini e le
parole. I politici non gli fanno paura: loro sanno già e hanno accettato.
Dopo 16 anni (anni
melmosi, di sussurri e veleni) Spatuzza arriva a Torino, 1200 km a nord di
Palermo. La sua presenza a Palermo è stata considerata troppo pericolosa, farlo
parlare in videoconferenza è troppo poco, la Corte vuole guardarlo negli occhi,
vedere quanto è davvero pentito. Lui, dopo dieci anni di carcere duro, si è
convertito, chiama tutti «mio fratello in Cristo», studia teologia.
Era stato un vero
Griso, che tolse duecentomila lire dal portafoglio di don Puglisi e pure le
marche da bollo della patente. Era uno che con una mano rimescolava le ossa dei
cadaveri nell'acido e con l'altra si mangiava un panino. Dovrà dimostrare di
essere Fra Cristoforo.
Nessuno lo vedrà
in faccia, forse si vedrà la punta di una scarpa dietro il paravento che in
ospedale per proteggere gli altri dalla vista di un malato terminale. Si
sentirà la voce, dicono che Gaspare il calvo parli un italiano comprensibile.
Se avrà tentennamenti, pause, cali, bisbigli.
Torino è adatta
per questa testimonianza: città efficiente, lontana, scettica e pur sempre
Italia.
Le voci sono
gozzaniane: ma chi è ‘sto Spatuzza? Ma c’è da fidarsi? Ma non è un po' tutta
un’esagerazione? Bloccheranno il traffico? Ma era proprio necessario?
L’organizzazione è
sabauda: la Polizia è incaricata di gestire il convoglio che parte dal carcere
(Alessandria? Novara? Chissà?) verso il moderno Palazzo di Giustizia e poi
ripartirà per destinazione ignota. Vigili allertati, al massimo una o due
strade chiuse. L’elicottero che fa già flap flap. Le Procura Generale
distribuisce celermente gli accrediti, molti i giornali stranieri. L'aula 1 è
capiente, sta già ospitando il processo per il rogo della Tyssen. Pubblico non
ce ne sarà, non siamo ai tempi del processo di Cogne, quando tanta era la folla
che si decise di distribuire i bigliettini, come per le visite oculistiche
della mutua: tutti volevano vedere negli occhi la mamma, se era davvero bella e
se aveva gli occhi da assassina. Previsioni del tempo: nuvolo con pioggerellina
al mattino, ampie schiarite nel pomeriggio. Possibilità di avviso di garanzia
per concorso in associazione mafiosa con finalità di strage a Silvio
Berlusconi: non calcolabile.Spirito del tempo: brutta sensazione che stia per
succedere qualcosa. Enrico Deaglio L’U 4
Doveri della politica e della magistratura. Tutti i dubbi (ragionevoli)
Gaspare Spatuzza,
testimone nel processo contro Marcello Dell’Utri, è un «pentito». Appartiene
quindi a una categoria di testimoni di cui è lecito chiedersi se non
rappresentino in molti casi, per usare un’espressione militare, la prosecuzione
della guerra di mafia con altri mezzi. Non parla di fatti recenti, sui quali è
possibile raccogliere altre testimonianze, ma di eventi accaduti più di
quindici anni fa. Quali sono le sue credenziali? E’ permesso chiedersi perché
parli ora, con tanto ritardo, e fornisca informazioni che colpiscono Berlusconi
nel momento in cui il presidente del Consiglio è messo alle strette da altre
indagini? Non credo vi sia uomo politico o magistrato di buon senso che non
abbia avuto, ascoltandone le dichiarazioni, questi dubbi e queste perplessità.
Ma la giustizia
non può scartare una ipotesi senza averla verificata e deve quindi, come usa
dire in queste circostanze, andare sino in fondo. Nulla da eccepire, come
abbiamo già scritto, se i processi fossero ragionevolmente brevi e dessero una
rapida risposta ai nostri dubbi. Ma viviamo in un Paese dove quello di Perugia
è durato, dal giorno del delitto, due anni; ed è, come sappiamo, un puzzle di
cui la magistratura possiede tutti i pezzi: il cadavere, l’arma del delitto, la
stanza della morte, i possibili assassini. Che cosa accadrà di un processo che
concerne fatti lontani e che ha perduto lungo la strada, per ragioni
anagrafiche, alcuni possibili imputati e testimoni? Può un intero sistema
politico essere indefinitamente ostaggio di una vicenda giudiziaria che getta
sul premier l’ombra di una colpa non ancora provata ma tale da intaccare la sua
autorità? In Francia, quando un magistrato cominciò a indagare sul presidente
della Repubblica, fu possibile decidere che le indagini sarebbero state riprese
alla fine del suo mandato. In Italia, come abbiamo visto, soluzioni di questo
genere si scontrano con le resistenze della magistratura e le sentenze della
Corte costituzionale. Forse perché i magistrati, come sostiene Berlusconi, gli
sono nemici? Credo piuttosto che le ragioni siano, nel senso migliore della
parola, professionali. Molti giudici e procuratori si rendono conto della
gravità della situazione, ma non vogliono prendere decisioni che sembrerebbero,
nel clima surriscaldato della politica italiana, una diminuzione del ruolo
pubblico conquistato negli ultimi vent’anni. Ed eccoci tutti prigionieri di un
processo che potrebbe anche assolvere Berlusconi, ma che, nel frattempo, avrà
condannato l’Italia alla paralisi. Chi indennizzerà il Paese del tempo perduto,
delle occasioni mancate, delle riforme accantonate? Ho descritto il labirinto
italiano, ma rifiuto di credere che non abbia, come tutti i labirinti, una via
d’uscita. Spetta alla politica trovarla; e la strada maestra potrebbe essere
quella di un impegno congiunto fra maggioranza e opposizione per riforme
istituzionali che mettano fine a una transizione durata ormai poco meno del
regime fascista. Ma occorrono almeno due sacrifici. L’opposizione deve lasciare
che il processo faccia il suo corso senza utilizzarlo politicamente. E
Berlusconi deve permettere alla magistratura di lavorare (anche ai processi
contro di lui) e deve capire che nulla potrà garantirgli il completamento del
mandato quanto un’intesa con l’opposizione sui nodi istituzionali che la
maggioranza, da sola, non può sciogliere.
Sergio Romano CdS 5
Perché Cosa Nostra fa la guerra al Cavaliere
OGGI debbo
scrivere di mafia e lo farò perché è quello il tema che incombe. Ma non posso
cominciare il mio argomento senza prima segnalare l'evento politico che si è
svolto ieri a Roma dove centinaia di migliaia di persone, giovani in gran
parte, hanno affollato le strade della città, la grande piazza di San Giovanni
e tutti gli spazi circostanti con una manifestazione autogestita che aveva come
obiettivo il ritiro della legge sul processo breve, delle leggi ad personam e
insieme le dimissioni di Berlusconi.
Sì, il vero tema
che ha portato in piazza quel fiume di gente erano le dimissioni di Berlusconi.
Forse è un tema poco politico o forse è troppo politico. Una politica si
identifica con una persona? Si deve discutere del peccato ma non del peccatore?
Ci sono diverse
opinioni in proposito. I politici di lungo corso di solito preferiscono parlare
del peccato: è un concetto astratto, raffigura un male e va condannato, ma il
peccatore si può redimere e se lo fa merita perdono.
Ma se il peccatore
è recidivo? Se non si pente mai? Se risponde reiterando?
C'è una soglia
oltre la quale esplode la rabbia e questo è uno di quei momenti. Dicevano che i
giovani sono indifferenti, ma le strade di Roma ieri non davano
quest'impressione. La manifestazione non era di partito o dei partiti, è nata
su Internet e si è autogestita. Guardate il risultato.
Quando si parla di
territorio e di democrazia che nasce dal basso, bisogna poi andarci su quel
territorio e batter le mani a quella democrazia che nasce dal basso e che
chiede sbocchi politici e strumenti politici per affermarsi.
Ed ora parliamo di
mafia. Leggendo la deposizione di Spatuzza al processo d'appello di Dell'Utri,
Silvio Berlusconi ha commentato lapidariamente: "Tutte minchiate".
Dell'Utri dal canto suo ha osservato: "La mafia ha deciso di attaccare il
governo e spera di farlo cadere". Il commento di Fini è stato ovvio:
"Se non ci saranno riscontri seri le dichiarazioni di Spatuzza saranno
soltanto parole prive di peso". Quanto all'opposizione, nelle sue varie
sfumature il giudizio è stato pressoché unanime: "Spetta ai magistrati
accertare la verità".
Che cosa dice la
pubblica opinione? Stando ai sondaggi la maggioranza relativa si affida alla
magistratura, una minoranza consistente suggerisce al premier di dimettersi,
un'altra minoranza anch'essa consistente condivide la parola
"minchiate" a proposito di Spatuzza; infine un 20 per cento degli
interpellati non sa e non gli importa di sapere. Ma quando si arriva alle
intenzioni di voto si scopre che il consenso verso il governo è ancora sopra al
50 per cento e il Pdl e la Lega sono posizionati a quota 49 per cento. Se si
votasse domani con questa legge elettorale la coalizione guidata da Berlusconi
vincerebbe ancora largamente.
Siamo dunque in
pieno enigma e il suo scioglimento sembra ancora piuttosto lontano. Le
ripercussioni sulla governabilità consentono soltanto un modesto "tira a
campare" che del resto coincide con la politica economica attendista di
Giulio Tremonti. Voli pindarici non sono all'ordine del giorno, semmai un
piccolo cabotaggio e una ripetitiva melina.
Sul tavolo
dell'attualità domina comunque la pesante accusa mafiosa contro Berlusconi e
Dell'Utri, una sorta di gravissima chiamata di correità per un patto che
sarebbe stato stipulato nel '93 e sarebbe stato adesso tradito dai due eminenti
contraenti e questo è il punto che la dinamica processuale dei prossimi giorni
ci impone di esaminare.
L'attacco mafioso
contro il governo è un fatto reale. Si svolge attraverso il pentito Spatuzza e
anche attraverso le carte provenienti dalla famiglia Ciancimino. Per ora si
tratta di "pesi leggeri", ma nei prossimi giorni saranno chiamati a
deporre i fratelli Graviano, già da tempo incarcerati sulla base del 41 bis. I
Graviano sono i capi di un pezzo rilevante del sistema mafioso. Spatuzza è un
loro dipendente. Ha scelto di pentirsi ma non li ha affatto rinnegati, anzi ne
ha riaffermato non solo la dipendenza gerarchica ma un affetto familiare
"come fossero i miei padri" ha detto e ripetuto dinanzi al Tribunale.
Dal canto loro i
Graviano, pur senza sponsorizzare le sue accuse contro Berlusconi-Dell'Utri,
non l'hanno sconfessato né infamato ma hanno ricambiato con affetto il suo
affetto.
La loro imminente
deposizione sarà dunque fondamentale per capire se le cose dette da Spatuzza
sono "minchiate prive di peso" oppure "minchiate pesanti"
cioè condivise da boss potenti. Il che non significa necessariamente che il
famoso patto sia veramente esistito, ma che l'organizzazione terrorista mafiosa
si considera in guerra con Berlusconi.
Il perché è
chiaro: il governo, il ministro dell'Interno e la Procura di Palermo stanno
colpendo assai duramente in questi mesi la struttura del potere mafioso. Ieri è
stato arrestato un boss molto potente, Giovanni Nicchi; la polizia è sulle
tracce di un altro boss ancor più potente, Messina Denaro. I Graviano stanno
già scontando l'ergastolo. A questo punto è possibile che tutto quel che resta
di Cosa Nostra passi al contrattacco. La chiamata di correo sarebbe così l'atto
più rilevante di questa strategia. Ma la semplice denuncia di un patto tradito
non basta a dare sostanza a una situazione processuale capace di sboccare in un
rinvio a giudizio. Ci vogliono riscontri che l'accusa dovrà produrre.
L'accusa, ecco un
punto molto importante da segnalare, è incardinata nella Procura di Palermo;
quella stessa Procura che sta guidando con perizia ed efficacia l'azione contro
i latitanti di Cosa Nostra. Non si tratta perciò - come Berlusconi continua
invece a gridare - di toghe rosse che complottano contro di lui. Si tratta
invece di magistrati che, proseguendo il percorso a suo tempo aperto da
Caponnetto, Falcone, Borsellino, hanno smantellato pezzo per pezzo il potere
mafioso. Sarebbe prematuro dare per vinta questa guerra, ma certo passi avanti
notevoli sono stati compiuti, al punto che la situazione siciliana risulta oggi
migliore di quella calabrese e forse anche di quella pugliese.
Tutto ciò per dire
che la Procura e il Tribunale di Palermo meritano il massimo di credibilità.
Spetta a loro di guidare la repressione contro la mafia e spetta a loro
indagare sulle chiamate di correo che Spatuzza ha anticipato.
Ho accennato
domenica scorsa al precedente Andreotti. Torno ora a parlarne perché esso - sia
pure in circostanze molto diverse, ci può fornire utili criteri per capire
quanto sta avvenendo.
La Dc in Sicilia
si trovò inevitabilmente a fare i conti con la mafia. Lo sbarco americano del
1943 si era appoggiato anche ad alcuni clan mafiosi che avevano tutto
l'interesse di accreditarsi verso il nuovo potere. La strategia è stata sempre
la stessa: la mafia desidera esser nelle grazie del potere politico dominante,
utilizzare la sua "porosità", fornire favori e riceverne in
contraccambio. Il caso Giuliano fu da questo punto di vista esemplare: il
bandito dava noia agli agrari e la mafia lo eliminò. Inutile dire che gli
agrari erano molto influenti dentro la Dc siciliana.
Nella Dc siciliana
ci furono dei coraggiosi combattenti contro la mafia, alcuni dei quali pagarono
con la vita. Ma ci fu anche una consistente zona grigia a contatto permanente
con la mafia. Poiché la Dc era un partito fondato sulle correnti e poiché la
mafia predilige i poteri forti e non quelli deboli, la zona grigia
democristiana fu inizialmente quella affiliata alla corrente fanfaniana.
Poi sopravvennero
alcuni cambiamenti che sarebbe lungo ricordare e la zona grigia della Dc in
Sicilia si intitolò ad Andreotti. Cosa Nostra all'epoca era guidata dalla
famiglia Badalamenti e da altre sue alleate. Tra gli uomini d'onore il più
importante era Buscetta, uomo di peso e di cervello. Nella zona grigia
spiccavano i cugini Salvo, esattori delle imposte in tutta la Sicilia
occidentale; Lima e Ciancimino.
Scavalchiamo gli
anni: cresce la statura nazionale di Andreotti, si precisano i suoi obiettivi politici,
la zona grigia ai suoi occhi perde terreno perché Andreotti deve costruire una
diversa immagine di sé. Per di più la vecchia dirigenza di Cosa Nostra entra in
crisi di fronte all'attacco dei Corleonesi. Il commercio della droga, fino ad
allora marginale, diventa prevalente negli interessi della nuova mafia.
Questi mutamenti
convergenti dettano ad Andreotti una politica rigorosamente antimafiosa. I
Corleonesi gridano al tradimento. Lima viene ucciso. Una spietata guerra di
mafia ha inizio e culmina con la vittoria dei Corleonesi.
Passano altri
anni. Il potere di Andreotti è ormai in declino. I pentiti cominciano a parlare
di lui. Cominciano i processi e terminano dopo alterne vicende come sappiamo.
Andreotti si difese nei processi e alla fine la spuntò: non c'erano tracce
sufficienti a configurare reati. Le poche tracce riguardavano un periodo molto
lontano nel tempo e caddero per consunzione.
La mafia vuole
colludere con il potere. Ama il potere poroso, penetrabile, corruttibile,
ricattabile. Vuole favori e offre favori. Quando si considera tradita si
vendica. Con la lupara, con la chiamata di correo, col ricatto. E quando fiuta
che il potere colluso sta traballando, allora lo abbandona. Se intravede i
lineamenti di un nuovo potere emergente, gli apre la strada per procurarsi
benemerenze ed entrare in contatto.
Questa è la storia
e spesso si ripete. Comincia con reciproci ammiccamenti, prosegue con scambio
di favori, si crea un equilibrio, entra in crisi l'equilibrio, la convivenza
diventa difficile, subentra la guerra.
Questa è la
dinamica tra i poteri, al di sopra dei quali ci dovrebbe essere lo Stato. Quasi
mai i partiti sono lo Stato e di rado lo sono i governi. Perfino la
magistratura talvolta non si identifica con lo Stato. La nostra scommessa
questa volta è affidata alla magistratura. Se essa si identificherà con lo
Stato forse questa guerra sarà vinta. EUGENIO SCALFARI LR 6
Ragazzi e Italia. Il contesto sbagliato, l’orgoglio da ritrovare
È UNO strano Paese
l’Italia, verrebbe da dire che è il paradiso della doccia scozzese. Possiamo
infatti guardarla con la preoccupazione con cui si considera un declino che
preoccupa tutti o con l’orgoglio più che legittimo di chi rileva che, a
dispetto del contesto, abbiamo ancora importanti isole di eccellenza.
È appena uscito, a
conferma del primo aspetto, un rapporto della unità di analisi e studi della
commissione europea sul tema dell’educazione che ci mette davanti all’ennesimo
dato preoccupante: in Italia un ragazzo su due legge poco e male, non
raggiungiamo il 50% della media europea in questo campo, col risultato che i
nostri studenti non solo hanno un orizzonte di nozioni molto limitato, sicché
fanno molta fatica a capire quel che viene spiegato se si tratta di un discorso
appena complesso. La situazione è notissima a tutti gli insegnanti, compresi
quelli universitari. Proprio nella scorsa settimana il rettore dell’università
di Bologna ha dichiarato con coraggio la difficoltà di dare una istruzione
superiore a studenti “semi analfabeti” (ipse dixit, sarebbe da scrivere visto
che il prof. Ivano Dionigi è un illustre latinista).
Naturalmente si
potrebbe ribattere che, se questo è vero, è poi difficile spiegare come in una
situazione del genere abbiamo punte di eccellenza riconosciute, come i nostri
studenti e laureati più brillanti facciano ottima figura all’estero quando ci
vanno con il programma Erasmus o a specializzarsi dopo la laurea (tanto che un
certo numero non rientra più), come continuiamo a produrre ricerca di qualità
che si afferma, a volte, come nel caso delle materie umanistiche, a dispetto
del veicolo di una lingua che ormai è poco conosciuta fuori del nostro Paese.
Se è vero, come rileva il rapporto della unità di analisi della Ue che abbiamo
citato, che la percentuale di nostri studenti che si collocano nella fascia di
eccellenza è inferiore alla media europea (per essere precisi solo il 5,2
contro l’8,9%) non è meno vero che pur in situazioni non certo ottimali i
nostri migliori sono davvero di qualità molto alta.
Di chi è la colpa
di tutto questo? È urgente rispondere a questa domanda, perché il rapporto
denuncia l’esistenza costante di un trend negativo, ovvero, detto in parole
povere, andiamo sempre peggio.
Evitiamo però di
limitarci ad analisi certo vere, ma parziali: lo scadimento di una scuola che
ha espunto il merito, le riforme scolastiche lasciate in mano a pedagogisti
giocherelloni e ad autopromossi esperti dal pedigree piuttosto incerto, la
distruzione dei percorsi di apprendimento consolidati per sperimentalismi inadeguati
e mal congegnati.
La questione va
presa di petto ammettendo alcune verità piuttosto amare. La prima e forse la
principale è che ci troviamo a misurarci con generazioni di delusi in partenza.
I ragazzi non hanno alcuna fiducia che conoscere serva a progredire, che ci si
faccia strada nella vita grazie alla propria qualificazione. Sperimentano
nell’esperienza dei loro compagni appena più anziani e nella loro stessa,
l’indifferenza della società alle qualità della preparazione. Come spesso si
scrive, queste generazioni pensano per la prima volta che finiranno per stare
peggio dei propri genitori. Lo sappiamo, ma rifiutiamo di registrare quanto ciò
sia terribile nel determinare il contesto psicologico in cui i ragazzi
affrontano le durezze del percorso educativo, a cui rifiutano di conseguenza di
sottoporsi, convinti che il gioco non valga la candela (purtroppo spesso
sostenuti in questo dall’incultura di ritorno dei loro genitori).
La seconda ragione
è il contesto in cui vivono i ragazzi, che è largamente un inno alla ignoranza,
alla volgarità, all’irrilevanza dell’educazione intesa in senso ampio. Certo
possiamo lamentarci perché scrivendo solo Sms i ragazzi hanno contratto il loro
patrimonio linguistico, ma non crediamo che i ragazzi di vari decenni fa avessero
più competenza perché tutti comunicavano con lettere appassionate di molte
pagine. Il fatto era che essi anche solo guardando la Tv, andando al cinema,
parlando con persone di media cultura, venivano a contatto con un argomentare
più complesso ed erano spettatori di un costume che censurava chi pretendendo
di “stare in pubblico” era inferiore a certi standard. Come stiano le cose oggi
non c’è bisogno di illustrarlo.
La terza ragione è
connessa a questa: abbiamo perduto in gran parte l’orgoglio. A furia di pensare
di essere molto all’avanguardia denunciando abusi, malfunzionamenti, derive di
vario genere, abbiamo lasciato passare il messaggio che della “qualità” non
importa nulla a nessuno, anzi che questa non esiste. Badate bene: il problema
non è salvarsi l’anima ricordando che vengono a volte segnalate pure le punte
massime di eccellenza, perché queste ovviamente sono percepite come “eccezioni”
che non stimolano la generalità. Il genio non attira più di tanto come modello
coloro, e sono quasi la generalità, che hanno la consapevolezza di non avere
doti eccezionali. È la “media alta” che fa da stimolo, perché è questo il
livello verso cui si può orientare con speranza di successo la maggior parte
delle persone.
Se vogliamo
affrontare il problema del nostro ritardo educativo dobbiamo investire (in
tutti i sensi: economico, culturale, di coscienza diffusa) per battere la
disillusione dei giovani e la loro delusione di fronte alla vita. Una drastica
riduzione della Tv spazzatura, una coraggiosa attenzione a tutti i momenti in
cui ci sia da valorizzare chi si batte per migliorarsi, una “messa in circuito”
dei molti personaggi positivi che animano questo Paese serviranno molto più di
mille prediche sulla decadenza.
PAOLO POMBENI IM 6
Presentato il Rapporto Censis 2009
De Rita: quella
italiana è una società replicante, le famiglie resistono alla crisi, mercato
del lavoro in affanno
ROMA - "Quella italiana è una società
replicante, che di fronte alla crisi ha riproposto il tradizionale modello
adattativo-reattivo". Giuseppe De Rita, presidente del Censis, Centro
Studi Investimenti Sociali, ha presentato ieri al Cnel il Rapporto 2009, giunto
alla quarantatreesima edizione, che affronta come ogni anno l'analisi e
l'interpretazione dei più significativi fenomeni socioeconomici del Paese. Si
segnalano quattro grandi processi di trasformazione: la complessa
ristrutturazione del terziario, il protagonismo del mondo delle imprese, il
ritorno agli interessi agiti rispetto al primato delle opinioni, il silenzioso
sfarinamento del lungo ciclo dell'individualismo "fai da te".
Nella seconda parte del Rapporto, "La
società italiana al 2009", vengono affrontati i temi di maggiore interesse
emersi nel corso dell'anno: i soggetti privati sul filo della crisi,
l'impoverimento della dimensione pubblica, la centralità della variabile tempo.
Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la formazione,
il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti,
i soggetti economici, i media e la comunicazione, il governo pubblico, la
sicurezza e la cittadinanza.
Nel mezzo della crisi, per il 71,5% delle
famiglie italiane il reddito mensile è sufficiente a coprire le spese. Il dato
sale al 78,9% al Nord-Est, al 76,7% al Nord-Ovest, al 71% al Centro, al Sud
scende al 63,5%. Il 28,5% delle famiglie che hanno avuto difficoltà a coprire
le spese mensili con il proprio reddito ha fatto ricorso a una pluralità di
fonti alternative, con una miscela che si è dimostrata efficace. Il 41% ha
toccato i risparmi accumulati, in oltre un quarto delle famiglie uno o più
membri hanno svolto qualche lavoretto saltuario per integrare il reddito, più
del 22% ha utilizzato la carta di credito per rinviare i pagamenti al mese
successivo, il 10,5% si è fatto prestare soldi da familiari, parenti o amici,
l’8,9% ha fatto ricorso ai prestiti di istituti finanziari e il 5,1% ha
acquistato presso commercianti che fanno credito.
Negli ultimi 18 mesi più dell’83% delle
famiglie ha però modificato le proprie abitudini alimentari. Quali cambiamenti
sono stati introdotti? Il 40% ha contenuto gli sprechi, il 39,7% ha cercato
prezzi più convenienti, il 34,8% ha eliminato dal paniere i prodotti che
costano troppo. Dal punto di vista psicologico, il 36% degli italiani ha subito
in questi mesi maggiore stress (insonnia, litigiosità, ecc.) per motivi legati
alla crisi (difficoltà lavorative, di reddito, ecc.) e il dato sale a quasi il
53% tra le persone con reddito più basso.
Riguardo al futuro, da un’indagine su un
campione di famiglie del ceto medio realizzata dal Censis nel novembre 2009
emergono indicazioni su quali siano i soggetti che devono essere aiutati per
favorire la ripresa. Le famiglie con figli (49,7%) e i giovani (48,8%),
piuttosto che gli anziani (21,8%), dovrebbero essere nel sociale i destinatari
della quota più alta di risorse, visto che sono stati i più penalizzati dalla
crisi.
Nell’economia, oltre il 33% del campione
ritiene importante aiutare la piccola impresa, meno del 5% richiama la
necessità di supportare le grandi aziende. Il 57,7% delle famiglie del ceto
medio ritiene poi indispensabile ridurre le tasse sui lavoratori dipendenti, il
42,3% è convinto invece che solo la riduzione di imposte e oneri gravanti sulle
imprese (ad esempio, la progressiva abolizione dell’Irap) favorirà la ripresa.
Le strategie a medio termine del mercato del
lavoro sono in affanno. Nei primi due trimestri dell’anno diminuisce il numero
degli occupati (-1,6% rispetto allo stesso periodo del 2008) e aumenta
contemporaneamente il tasso di disoccupazione (dal 6,7% al 7,4%). Cresce anche
il numero delle persone in cerca di occupazione (+8,1%). La crisi occupazionale
ha fatto sentire i suoi effetti con un’ulteriore contrazione del lavoro
femminile (-0,7%). Nel Mezzogiorno si rileva un tasso di disoccupazione più
alto che nel resto del Paese (12%). E si conferma la debolezza dell’Italia
all’interno dell’Unione europea (tasso di occupazione al 58,7% contro il 65,9%
medio dell’Ue27).
Come cambiano i consumi mediatici nell’anno
della crisi? In pochi anni si è compiuta una vera e propria rivoluzione nel
sistema dei media, e la crisi attuale ha ulteriormente accelerato il processo
di trasformazione già in corso. La televisione, che nel 2001 raggiungeva già il
95,8% degli italiani, oggi si attesta al 97,8%. La Tv satellitare passa dal
27,3% del 2007 al 35,4% di utenti nel 2009 e il peso delle altre forme di Tv,
che pochi anni fa non esistevano, non è affatto trascurabile: la Tv su Internet
è seguita dal 41,3% dei giovani tra 14 e 29 anni.
Il trionfo della televisione non ha messo in
crisi la radio, che ha visto crescere il suo pubblico, mentre è in sofferenza
la carta stampata: quotidiani a pagamento al 54,8%, free press al 35,7%,
settimanali al 26,1%, mensili al 18,6%. Il tasso di penetrazione di Internet è
del 47%, ma il web rimane ancora uno strumento a cui hanno accesso
prevalentemente i giovani (80,7%) e le persone con titolo di studio più alto
(67,2%).
Il dominio della televisione tradizionale
appare netto e incontrastato quando si valuta l’efficacia attribuita ai media
in relazione al bisogno di informarsi sull’attualità politica. Non solo perché
il 59,1% degli italiani preferisce affidarsi alla Tv, con punte che raggiungono
il 63,1% tra i soggetti meno istruiti e il 67,7% tra gli anziani, quanto per il
distacco rispetto agli altri media. Specialmente i quotidiani acquistati in
edicola, che si attestano al 30,5% e conquistano la fiducia solo del 39,5%
anche delle persone più acculturate. Le emittenti Tv all news si collocano al
10,2%, la radio si accredita con il 9,3% (il 12,5% tra i più istruiti), i
portali Internet non superano il 7% (solo tra i giovani raggiungono il 16,5%).
E quando si tratta di scegliere per chi
votare? Gli italiani si informano principalmente attraverso i telegiornali
(69,3%), come è emerso in occasione delle elezioni del giugno scorso. Al
secondo posto si collocano i programmi giornalistici televisivi di
approfondimento (come “Porta a porta” di RaiUno o “Matrix” di Canale 5) con il 30,6%
delle preferenze. Si tratta soprattutto delle persone più istruite (il dato
sale, in questo caso, al 37%), mentre i giovani risultano meno coinvolti da
questo format televisivo (il 22,3% nella classe d’età 18-29 anni). Ai
quotidiani si rivolge il 25,4% degli italiani prossimi al voto, quota che
arriva al 34% tra i soggetti più scolarizzati e raggiunge il 35% tra i
lavoratori autonomi e i liberi professionisti.
I telegiornali sono la principale fonte di
informazione in base alla quale scegliere per chi votare per il 76% dei
soggetti meno istruiti, il 74,1% delle casalinghe, il 78,7% dei pensionati e
l’81,8% degli anziani. Questi dati assumono maggiore importanza se si considera
che solo il 27% dei cittadini dichiarava di sapere esattamente per chi votare
prima delle ultime elezioni. Il 40,4% non aveva ancora scelto definitivamente
il partito (le informazioni servivano, in questo caso, per prendere una
decisione finale), mentre il 32,6% era indeciso sulla partecipazione stessa al
voto. (Inform 5)
L'Economist boccia Silvio come nel 2001. "Troppi guai, è ora di dare
le dimissioni"
Il settimanale
britannico addebita al premier bilanci negativi in politica economica e
estera - "E in più deve pensare al
divorzio da Veronica e alle accuse dei pentiti"
dal nostro
corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA -
"Time to say addio", ora di dire addio: così, con un titolo mezzo in
inglese mezzo in italiano, il settimanale britannico The Economist chiede le
dimissioni di Silvio Berlusconi. Nel numero domani in edicola, l'autorevole
periodico, che la sua base a Londra ma vanta una diffusione in tutto il mondo,
pubblica un lungo editoriale dedicato agli ultimi sviluppi della vicenda
italiana. "E' stata una brutta settimana" per il premier, scrive l'Economist,
enumerandone le ragioni: la decisione del tribunale di Milano di costringere la
Fininvest a versare una garanzia dei 750 milioni che è stata condannata a
pagare come risarcimento alla Cir di Carlo De Benedetti per il controverso
acquisto della Mondadori; i 43 milioni l'anno chiesti da sua moglie Veronica
come alimenti per il divorzio; il processo per corruzione e quello su presunti
legami mafiosi che stanno per riprendere; la protesta di piazza del
"No-Berlusconi day"; infine le dichiarazioni di Gianfranco Fini su
Berlusconi che si crede "un monarca assoluto" e sulla "bomba
atomica" rappresentata dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza.
L'Economist
ricorda di essersi opposto a Berlusconi, criticando il suo debutto politico nel
1993-'94, giudicandolo "unfit", inadatto, a governare l'Italia nel
2001, suggerendo agli elettori italiani fin dalla copertina di dirgli
"Basta!" nel 2006 ed esprimendosi a favore del centro-sinistra nelle
elezioni del 2008. Ora il settimanale chiede le sue dimissioni, non tanto per
gli scandali privati, quanto per il conflitto d'interessi, l'ombra dei processi
e la cattiva gestione di politica economica e politica estera. In un secondo
articolo, una corrispondenza da Roma, l'Economist cita Beppe Grillo secondo cui
"per Berlusconi è cominciato il conto alla rovescia", pur notando
subito dopo che il premier potrebbe avere un asso nella manica: decidere di
indire elezioni anticipate e presentarsi al popolo come una vittima di
"macchinazioni di giudici di sinistra, esibizionisti di destra e Cosa
Nostra", per cui la rivista non fa previsioni su come andrà a finire. Ma
si augura, nell'editoriale, che Berlusconi si dimetta, sostituito da Fini, da
Casini o da Bersani: "Chiunque prenda il suo posto potrebbe completare la
trasformazione del paese che Berlusconi interruppe quando entrò nell'arena
politica negli anni '90. L'Italia starebbe meglio se il Cavaliere uscisse di
scena". LR 4
La finzione della società civile
In Italia esiste
ancora una classe dirigente? E’ l’interrogativo che viene spontaneo osservando
la paralizzante litigiosità della politica, il lamento continuo da parte di
tutti i gruppi più o meno organizzati, in una società che tira avanti con alti
e bassi, aspettandosi dalla politica soltanto aiuti particolari, facilitazioni,
deroghe anziché un disegno complessivo di carattere generale.
Naturalmente
questa constatazione provoca l’irritata accusa di disfattismo da parte dei
politici della maggioranza che sono convinti di dirigere il Paese. Anzi,
additano gli avversari e gli osservatori critici come i veri colpevoli della
mancata trasmissione della loro sicura guida generale. Denunciano il
sistematico ostruzionismo al loro ruolo dirigente del Paese.
Ma proprio questo
è il punto di partenza della nostra riflessione. Come può esistere e funzionare
una classe dirigente in un clima di reciproca delegittimazione e
disconoscimento di autorevolezza?
Si crea un circolo
vizioso che impedisce il consolidarsi di una classe la cui capacità di
orientamento generale interessa e deve interessare la società nel suo
complesso, prima ancora che la politica in senso tecnico.
Alla classe
dirigente infatti appartengono i responsabili dell’economia e della finanza,
delle organizzazioni del lavoro, i responsabili del sistema educativo, i
gerenti del complesso mediatico e i soggetti culturali in tutte le loro
espressioni (quelli che una volta si chiamavano gli intellettuali); nel nostro
Paese dovremmo aggiungere anche gli esponenti della Chiesa, cui di fatto è
demandata l’etica pubblica e in questi ultimi tempi (di crocifissi e minareti)
il ruolo surrogatorio di religione civile nazionale.
Che fine ha fatto,
in questo contesto, il ceto politico in senso stretto cui compete il ruolo di
«classe dirigente» in modo specifico in quanto dispone della competenza
legislativa e di governo che dovrebbe guidare l’intera comunità nazionale?
Il ceto politico
italiano offre una impressione singolare: da un lato fa quadrato attorno a
quello che rimane il suo leader insostituibile (nonostante le sempre più
insidiose messe in discussione); sembra impegnato a tempo pieno a risolvere i
problemi del Cavaliere che sono dichiarati prioritari per l’intera comunità
nazionale. Dall’altro lato è esposto a tutte le strattonate che provengono
dalla società più o meno organizzata. A questo riguardo il ceto politico dà
l’impressione di essere soltanto reattivo alle pressioni esterne.
Ma in questa
situazione che cosa fanno gli altri soggetti che sopra abbiamo ricordato come
componenti legittime della classe dirigente nazionale (agenzie della
comunicazione e della cultura, sindacati, confindustria, sistema educativo
inteso non già come una dépendance del ministero ma come luogo autonomo di
formazione delle generazioni future)? Non parlo della loro azione di promozione
degli interessi da loro legittimamente rappresentati, che sono parte integrante
dell’interesse generale. Non parlo dei generosi e frustranti sforzi di tenere
testa ad una situazione sempre più precaria - come è il caso della scuola. Mi
riferisco ad una grande idea orientativa di carattere generale che dovrebbe
caratterizzare «una classe dirigente» degna di questo nome. Nessuno degli
attori sopra ricordati ha idee di grande respiro, tanto meno ha la
determinazione di attuarle. Ognuno sembra perseguire obiettivi limitati,
adattati e adattabili allo stato presente. E’ questa una classe dirigente?
Il discorso torna
alla politica. Non si tratta certo di aspettarsi dalla politica un esercizio
autoritativo del suo ruolo che sarebbe incompatibile con una democrazia. Ma un
governo e le forze politiche da esso espresse possono esercitare un ruolo
dirigente anche in presenza di un’opposizione politica forte e capace. Anzi un
Paese ha una classe dirigente autentica quando chi è al governo realizza i suoi
programmi in dialettica con l’opposizione. Anche nel nostro Paese, senza
bisogno di idealizzare il passato, ci furono momenti in cui l’antagonismo tra
le forze politiche (Democrazia cristiana in tutte le sue combinazioni e
sinistra comunista) ha creato dinamismo politico-sociale e culturale anziché
paralisi. Ha espresso una classe dirigente nel suo insieme.
Perché oggi -
ovviamente in una situazione inconfrontabile con il passato - questa
prospettiva appare impraticabile? E’ davvero Berlusconi il grande ostacolo
insuperabile? Perché questo fenomeno ha un effetto tanto paralizzante anche al
di fuori della ristretta logica politico-partitica?
Il berlusconismo
ha inciso in modo irreversibile sulla mutazione della democrazia italiana. Ha
creato un nuovo ceto politico che tuttavia non pare in grado di far funzionare
in modo democraticamente virtuoso i contrasti di visione e di comportamento che
pure sono caratteristici della democrazia. Abbiamo insomma un ceto politico che
non sa essere «dirigente» nel senso atteso.
Ma rimane da
chiederci perché mai gli altri soggetti sociali che di fatto hanno ruoli di
responsabilità nella comunità nazionale stentano ad assumersi essi stessi
questo ruolo con iniziative pubbliche e mobilitazioni culturali - senza
naturalmente supplire con questo il mestiere della politica.
O è il segno che
la tanto idealizzata vitalità e autonomia della società civile è diventata una
finzione? GIAN ENRICO RUSCONI LS 4
Il presidente del
Censis commenta il 43° rapporto dedicato all'analisi della società italiana "Siamo
prigionieri delle opinioni che si nutrono del sovraffollamento mediatico”
ROMA - Il futuro,
con tutte le sue incognite, si affronta costruendo un "soggetto
collettivo". A parlare è il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, a
margine della presentazione del Rapporto 2009 sulla situazione sociale del
Paese. "Per 15-20 anni non si è più fatta vita collettiva - ha aggiunto -
ma c'è stato solo il primato della soggettività".
Cosa vuol dire
fare soggetto collettivo? "Significa che dove viviamo dobbiamo tornare a
fare comunità, nel piccolo Comune, nel quartiere, nel condominio. E, sul piano
generale, bisogna occuparsi degli interessi collettivi: ricominciare a credere
nel sindacato, nel partito, nelle associazioni. Insomma, occorre ricominciare a
vivere collettivamente".
Poi ha aggiunto:
"Tanti anni di attesa di riforme da parte dello Stato, tanti anni di
soggettività e fai-da-te hanno in qualche modo sciolto la fiducia degli
italiani nella dimensione collettiva". Il risultato, secondo De Rita, è
che "siamo senza politica e con singoli soggetti potenti che agiscono in
modo diretto".
De Rita ha quindi
ribadito uno dei concetti-chiave del 43° rapporto: "Uno dei problemi della
società odierna, così testardamente replicante nei modelli di reazione alle
crisi, è il prevalere dell'opinione sul fatto; siamo prigionieri dell'opinione,
che si nutre del sovraffollamento mediatico. Spesso è l'opinione che crea il
fatto e si discute sulle opinioni e non sulle cose. L'opinionismo spesso
sconfina nel retroscenismo e nel gossip".
E ancora:
"Tutto ciò significa l'addio alla politica, tutto diventa retroscena. Il
Paese e il governo si reggono sul sondaggio d'opinione. Ma il futuro si
costruisce - ha concluso - solo se sfuggiamo l'opinionismo e la rincorsa degli
eventi".
A margine, il
presidente del Censis ha espresso anche valutazioni a proposito della
Finanziaria. "Tra la posizione più conservativa di Tremonti e l'altra più
favorevole agli investimenti, di Brunetta, scelgo la prima. Sono un po' più
tremontiano" - ha detto - il ministro ha fatto bene a intervenire là dove
c'erano i pericoli più grandi sostenendo i consumi e concentrando le risorse
sulla cassa integrazione e le banche".
"Credo - ha
detto ancora - si debba ancora continuare così, senza fare interventi o
invesimenti di spesa. L'importante è che la cassa integrazione non alimenti la tendenza
degli italiani a buttarsi sull'assistenzialismo. Bisogna sorvegliare perché, ad
esempio, per tanti può diventare una strategia di comodo e fare tranquillamente
un secondo lavoro in nero". LR 4
Cosenza: donna tedesca trovata morta
in autostrada
Il cadavere di
Petra Schiffler, 40 anni, è stato trovato
in una scarpata
adiacente ad una piazzola di sosta dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria
COSENZA - Il
cadavere di una donna, Petra Schiffler, di 40 anni, residente ad Achen, in
Germania, è stato trovato in una scarpata adiacente ad una piazzola di sosta
dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria, poco dopo lo svincolo di Cosenza Nord.
La donna, secondo quanto si è appreso, è stata uccisa con almeno sette
coltellate.
LA RICOSTRUZIONE -
Il cadavere è stato notato da un automobilista che casualmente si è fermato
nella piazzola. Uscendo dall'automobile si è sporto oltre il guarda-rail, ha
notato il cadavere ed ha chiesto l'intervento degli agenti della squadra mobile
di Cosenza. Vicino al corpo sono state trovate due borse. Nella prima c'erano
alcuni documenti e biglietti scritti in tedesco e nell'altra sono stati trovati
dei generi alimentari. Gli investigatori ritengono che l'omicidio sia avvenuto
in un luogo diverso e che poi, probabilmente nel corso della notte, il corpo
sia stato abbandonato nella scarpata dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria.
Questa ipotesi scaturisce dal fatto che sul luogo in cui si trovava il cadavere
c'erano poche tracce sia di sangue che di una eventuale colluttazione. Al
momento gli investigatori stanno indagando in tutte le direzioni, ma escludono
l'ipotesi della rapina perchè nella borsa trovata vicino al cadavere c'erano
documenti bancari e denaro.
LE INDAGINI -
Petra Schiffler, secondo una prima ricostruzione, era in Italia da almeno un
mese, ma i suoi spostamenti potrebbero emergere in modo più chiaro dalla
traduzione di alcuni biglietti scritti in tedesco e trovati nella borsa della
donna. Ed è proprio in quei biglietti che gli investigatori sperano di trovare
degli elementi che possano essere utili ad individuare l'autore ed il movente
del delitto. Gli investigatori stanno valutando anche la possibilità di
diffondere la foto della donna per cercare di individuare il luogo dove
soggiornava e di rintracciare le persone che hanno avuto modo di conoscerla.
Gli agenti della squadra mobile di Cosenza stanno cercando anche di
rintracciare i familiari della donna per avere informazioni sulla sua presenza
in Italia. CdS 6
Quando gli italiani emigravano in Africa. Un libro “Italiani in Kenya
Testimonianze”
racconta la storia dei nostri connazionali nello stato africano
Imprenditori,
professori, scienziati: la storia dei nostri emigranti è anche quella del Kenya
NAIROBI (KENYA) -
Pochi lo sanno, ma la comunità italiana in Kenya è la seconda dopo quella
britannica. I primi connazionali sono arrivati nell’ex colonia di Sua Maestà
alla fine dell’800, missionari principalmente, e il grosso è arrivato dopo la
seconda guerra mondiale. Gli italiani hanno contribuito in maniera decisiva
alla costruzione del Kenya, realizzando strade, palazzi, dighe, ponti e poi al
suo sviluppo, dopo l’indipendenza. La loro industriosità è celebrata in un
libro edito dall’ambasciata italiana a Nairobi, «Italiani in Kenya –
Testimonianze», scritto da Benedetta Lanfranchi e Elena Giorgianni, con
l’introduzione dello stesso ambasciatore, Pier Andrea Magistrati.
IL LIBRO - Il
volume sarà presentato giovedì a Nairobi. Spiega l’ambasciatore Magistrati: «La
storia degli italiani nelle nostre ex colonie in Africa Orientale è nota. Ma la
loro presenza in Kenya non è molto conosciuta. I nostri connazionali sono
sbarcati quaggiù alla fine dell’800. Dai primi coraggiosi missionari, ai
coltivatori di caffè e di the; dai prigionieri di guerra, agli organizzatori di
Safari degli anni ’50; dai costruttori, agli ingegneri spaziali degli anni ’60,
fino ad arrivare alle grandi imprese, ai medici, agli esperti di cooperazione
dei giorni nostri». Il libro, in italiano con testo a fronte in inglese, narra
alcune delle storie più interessanti: impossibile citare tutti i racconti e gli
aneddoti riportati. Obbligatorio però parlare di Mama Africa, Nenella Tozzi,
un’istituzione per tutti gli italiani che passano da Nairobi. Da settant’anni
in Africa dell’Est, Nenella ha trasformato la sua bella villa in un centro di
ritrovo. Ha ospitato alcuni dei personaggi più noti del secondo dopoguerra: da
Vittorio Gasmann a Giorgio Albertazzi, da Pier Paolo Pasolini alle gemelle
Kessler, a Rita Hayworth (al secolo Margarita Carmen Cansino), a Florinda
Bolkan, a Enrico Maria Salerno, solo per ricordarne alcuni. Da lei ha dormito
persino re Umberto II.
GLI ITALIANI - Gli
italiani si occuparono anche di caffè, lanciando la produzione keniota. Aldo
Soprani alternava il lavoro nella sua azienda con le corse dei cavalli. Il
figlio, Alberto, vive ancora a Nairobi ed è il più importante importatore di
vini italiani. Mentre Andrea e Elio Lolli, figli di Lelio, uno dei pionieri del
caffè sono proprietari di una fabbrica di macchine agricole per la lavorazione
dei chicchi, la Coffee Agriworks. Elio è anche proprietario di una squadra di
calcio, la Thika United (nel villaggio di Thika aveva le sue aziende di caffè)
che milita nella serie A keniota. Nel volume si ricordano tanti italiani,
importanti per la crescita culturale del Kenya e per la nostra comunità, come
la professoressa Giuliana Mollea Moretti, che ha insegnato la lingua italiana
praticamente a tutti i figli dei connazionali (e non solo) dal 1964 in poi. Un
capitolo è dedicato al professor Luigi Broglio, lo scienziato che volle
intensamente la base spaziale italiana San Marco, poco a nord di Malindi, che
realizzò nel 1966 e gestì praticamente fino a poco prima della morte, nel 2001.
Broglio fece dell’Italia il terzo Paese al mondo a entrare nello spazio, dopo
Unione Sovietica e Stati Uniti. L’imprenditoria italiana in Kenya si è distinta
soprattutto negli anni ’70. Il primo supermercato del Paese fu aperto dalla
Standa a Nairobi, di fronte al mercato coperto della capitale. Fu chiamato
Uchumi (si potrebbe tradurre «L’affare») e la catena esiste ancora. Anche la
prima filiale della Bata (i negozi di scarpe che oggi sono diffusissimi non
solo in Kenya ma in tutto il mondo) fu aperta da un italiano, Cesari.
AIUTI UMANITARI -
Non mancano i riferimenti a quanti si sono impegnati in prodigalità aiuti
umanitari. Una lunga citazione viene riservata a Franco e Marinella De Paoli.
Si sono stabiliti a Nairobi dopo che la guerra civile li aveva “cacciati” da
Asmara, in Eritrea. Franco De Paoli ora è presidente del Comites (il Comitato
degli italiani all’Estero) del Kenya ed è noto a tutti per la sua generosità.
Rappresentante della società farmaceutica Farmitalia, fino a che la società non
passò in mani straniere, era l’unico in tutto il mondo che aveva ottenuto il
permesso, per ragioni etiche, di vendere i medicinali a un prezzo inferiore a
quello stabilito: «Sulla salute della povera gente non si deve lucrare»,
sentenziò convinto la prima volta che lo incontrai, nel 1987. La moglie
Marinella, tra le fondatrici di Amref, organizzazione non governativa di
assistenza sanitaria, segue in particolar modo i progetti per l’appoggio ai
bambini di strada in tutto il Kenya. La loro casa a Nairobi, viene sicuramente
definita da tutta la comunità «la più accogliente». Ma alla costruzione del
Kenya, specie negli ultimi anni, hanno partecipato anche «mezzi» italiani, cioè
con un genitore non connazionale, come Carlo Van Wageningen il cui papà era
olandese. Oggi è uno dei più apprezzati imprenditori del Paese.
Massimo A. Alberizzi
CdS 3
Cgie: prima di chiudere i Consolati se ne discuta in parlamento
Roma - In linea
con quanto previsto dalla mozione bipartisan depositata in Senato da Claudio
Micheloni, il vice segretario per i Paesi anglofoni del Cgie, Silvana Mangione,
ha presentato venerdì mattina – ultimo giorno di assemblea plenaria alla
Farnesina – una mozione per chiedere che l’annunciata chiusura delle sedi
diplomatico-consolari non venga attuata dal Mae prima della opportuna
discussione in Parlamento. La mozione è stata approvata a maggioranza, con il
voto contrario di Franco Santellocco, e di due astenuti. Ne riportiamo di
seguito il testo integrale.
"Il Consiglio
Generale degli Italiani all'Estero, riunito a Roma dal 2 al 4 dicembre 2009,
chiede che l'annunciata ristrutturazione della rete consolare, con la chiusura
di 12 sedi in Europa (Amburgo, Norimberga, Saarbruecken, Mannheim, Liegi, Mons,
Genk, Coira, Losanna, Lilla, Mulhouse, Manchester), 2 negli USA (Detroit,
Filadelfia), 2 in Australia (Adelaide e Brisbane), Durban in Sud Africa, Lusaka
nello Zambia, ed il declassamento di 4 Consolati Generali (Basilea, Alessandria
d'Egitto, Gedda, Karachi) venga posta all'esame del Parlamento prima della sua
attuazione.
Il CGIE ritiene,
infatti, che non possa trattarsi di una semplice ed ordinaria decisione
amministrativa interna al MAE, giacché la portata dell'operazione incide
profondamente sull'immagine ed operatività della rappresentanza ufficiale
dell'Italia presso il contesto politico, economico, amministrativo e sociale
nelle aree minacciate di ritiro di tale rappresentanza, prima ancora che sui
servizi alle collettività italiane di stanza in quei territori.
Tale
ristrutturazione porterebbe ad un impatto negativo su aspetti di fondo della
politica estera, meritevole di esame e dibattito in sede parlamentare,
preferibilmente su proposta di iniziativa governativa.
Questa richiesta è
in linea col parere negativo espresso dal comitato di presidenza del CGIE del
23-24 giugno 2009 "non concordando su nessuna delle chiusure degli Uffici
Consolari"". (aise)
Gli auguri ai corregionali dell’Associazione Piemontesi nel Mondo
FROSSASCO -
Avvicinandosi le feste natalizie e di fine anno la Presidenza generale
dell'Associazione Piemontesi nel Mondo e la redazione del notiziario Piemontesi
nel Mondo porgono “i più fervidi auguri alle rispettive Associazioni all'estero
e ai piemontesi singoli ovunque operanti nel mondo”. “Sono auguri – prosegue il
messaggio - che esulano dalla “tradizione” per diventare “convinzione”, che
rifiutano lo schema rigido dell'ufficialità per battere silenziosamente il
cuore di ognuno, che partono da un'Associazione che intende essere polo di
unificazione e di aggregazione piemontese, che provengono da una Regione che
dal tetto dell'Europa spazia sui confini del mondo quasi a scrutare il lavoro
silenzioso, metodico e sofferto dei suoi figli lontani.
Figli autorevoli che sono assurti a cariche e responsabilità prestigiose nella
vita sociale, amministrativa, industriale, manageriale delle singole Nazioni,
oppure figli semplici che nell'umilta' della vita di ogni giorno e nel lavoro
misconosciuto dei mestieri più sofferti, incarnano l'essenza e l'espressione
popolare della nostra gente, oppure figli colpiti dalle avversità della vita o
dagli acciacchi della vecchiaia, o forse distesi nei letti degli ospedali o
nelle corsie delle case di cura o negli ospizi per anziani.
Ma sempre figli eloquenti e stupendi del Piemonte! A tutti, ma specialmente a
chi prova le sofferenze della malattie, o la privazione dell'essenziale, o la
nostalgia incolmabile della lontananza dei propri cari, dal proprio lembo di
terra mai dimenticato, dal proprio ceppo famigliare, giunga il nostro augurio
carico di affetto, di sentimenti, di solidarietà.
Ogni Natale e ogni anno che nasce possono e
debbono essere date e momenti di rilancio, di speranza, di superamento del
passato per migliorare il presente e propiziarci il futuro” sottolinea
l’Associazione Piemontesi nel Mondo che invia “a tutti i piemontesi nei vari
continenti il beneaugurante messaggio di pace e serenità, nonché l'attestazione
della fraterna vicinanza in occasione delle festività più attese, più care e
sentite dagli “uomini di buona volontà”. (Inform)
Tremaglia chiude i lavori della plenaria del Cgie
ROMA - "Cari amici miei, sono sempre
emozionato quando vengo qui. Questa mia visita non era in programma, ma sono
stato trascinato da me stesso per stare qui con voi": fiaccato nel corpo
ma non nello spirito, Mirko Tremaglia ha salutato così i consiglieri del Cgie
che venerdì mattina lo hanno accolto nell’ultima giornata di lavori
dell’assemblea plenaria, in corso alla Farnesina dal 2 dicembre scorso.
Primo e finora
unico Ministro per gli italiani nel mondo, decano alla Camera dove siede nei
banchi del Pdl, Tremaglia ha parlato di una situazione così "assurda e
paradossale" da fargli mettere in discussione la bontà del voto
all’estero. "Dopo tante battaglie – ha spiegato – abbiamo ottenuto il voto
all’estero, cambiando due volte la Costituzione e cosa otteniamo? La
partitocrazia che avanza a danno degli italiani nel mondo, un’invasione dei
partiti nella riforma di Comites e Cgie che non condivido".
Il 2010, dunque,
sarà "anno di lotte" e non solo per la rappresentanza, anche il
"suo" Ctim "a rischio sopravvivenza", ma, ha detto risoluto
Tremaglia "io ci sono ancora e mi batterò perché ciò non avvenga".
A contrariare l’ex
ministro è il solo poter pensare di mettere mano alla rappresentanza, voluta e
rafforzata proprio in vista dell’arrivo in Parlamento dei 18 eletti all’estero,
così come è "assurdo chiudere i Consolati. Vi ricordo che quando l’allora
ambasciatore Sessa lo propose per il passato facemmo un’opposizione feroce. E
ora che ci sono impegni maggiori per l’Italia in tutti gli ambiti, che si fa?
Si chiude?".
"Noi – ha
proseguito Tremaglia – le soluzioni le abbiamo proposte ma sono tutte ancora in
cantina, dalla bicamerale per gli italiani all’estero alla mozione sulla
cooperazione per l’Africa. Così come rimane inascoltato il mio appello di
contattare e lavorare insieme ai 395 parlamentari di origine italiana sparsi
per il mondo".
Se c’è ancora una
soluzione, per Tremaglia è quella di "lavorare insieme, senza distinzione
di parte. Temo che arriverà un’escalation per diminuire la forza degli italiani
all’estero e il Cgie sarà essenziale in questa battaglia". (m.c.\aise)
Proteste in Italien. Massen-Flashmob gegen Berlusconi
Hunderttausende demonstrierten in Rom
gegen den Ministerpräsidenten. Zusammengebracht hatte sie nicht die Opposition,
sondern das Internet.
Es war die erste fast ausschließlich über
das Internet organisierte Massenkundgebung in Italien: In Rom demonstrierten
nach Angaben der Veranstalter mehr als 350.000 Menschen gegen die
rechtsgerichtete Regierung von Silvio Berlusconi. Veranstalter waren weder
Parteien noch Gewerkschaften, sondern Blogger, die Anfang Oktober über Facebook
und später über eine Website den Appell lanciert hatten, den umstrittenen
73-Jährigen zum Rücktritt aufzufordern. Innerhalb weniger Tage zählte die
Gruppe Tausende von Mitgliedern.
Gewerkschaften, Mitglieder der
kommunistischen Partei sowie die kleine Anti-Korruptionspartei Italien der
Werte von Antonio Di Pietro schlossen sich der Initiative an. Die größte
italienische Oppositionspartei, die Demokratische Partei, hatte dagegen nicht
zu der Demonstration aufgerufen. Dennoch kamen viele ihrer Mitglieder, wie die
frühere Ministerin Rosy Bindi. Die Veranstalter grenzen sich jedoch bewusst von
den etablierten Parteien ab, denen sie allesamt Versagen vorwerfen.
Letzte Auslöser für den Massenprotest
waren die neuen Korruptionsprozesse gegen Berlusconi und sein gescheiterter
Versuch, sich dagegen mit einem Immunitätsgesetz zu schützen. Auf ihrer Website
äußerten zahlreiche Bürger ihren Zorn und ihre tiefe Verbitterung über die
Zustände in Italien unter der langjährigen Herrschaft des Multimillionärs,
Medienmoguls und skandalerprobten Regierungschefs. In dem Aufruf hieß es dort:
"Wir können nicht mehr mit anschauen, wie er unser Land seit über 15
Jahren in Schach hält, wie seine Ideen vom `persönlichen Staat` ihn gegen jede
Form von freier Meinungsäußerung aufhetzt, was durch die letzten Angriffe auf
die freie Presse, der Satire und dem Internet eindeutig zum Ausdruck kommt. Wir
können seine unglaubliche Arroganz nicht mehr ignorieren, und seine blutigen
Verwicklungen mit der Mafia auch nicht... Er muss zurücktreten und sich, wie
jeder normale Bürger, vor Gericht verteidigen."
Berlusconi hat immer wieder durch seine
Probleme mit der Justiz, aber auch mit Sexskandalen für Aufruhr gesorgt. Erst
vor einem Monat scheiterte sein Versuch, sich durch das umstrittenes
Immunitätsgesetz gleich mehrerer Prozesse zu entledigen. Das oberste
italienische Gericht erklärte die Norm für nicht verfassungskonform.
Auch in Berlin, Paris, London oder
Sydney gingen zahlreiche Menschen gegen Berlusconi auf die Straße. Zeit.de 6
Rom. Hunderttausende demonstrieren gegen Berlusconi
Sie organisierten sich fast
ausschließlich über das Internet: Unter dem Motto "No Berlusconi Day"
haben in Rom viele Tausend Italiener gegen den konservativen Regierungschef
Silvio Berlusconi demonstriert. Die Veranstalter sprachen schon von rund
350.000 Teilnehmern.
„No Berlusconi Day“: Unter diesem Motto
haben am Samstag in Rom viele Tausend Italiener gegen den konservativen
Regierungschef Silvio Berlusconi demonstriert. Die Veranstalter sprachen schon
am Nachmittag von 350.000 Teilnehmern.
700 Busse und vier Sonderzüge sollten
Demonstranten aus ganz Italien nach Rom bringen. Es handelte sich um die erste
fast ausschließlich über das Internet organisierte Protestkundgebung in
Italien. Veranstalter waren weder Parteien noch Gewerkschaften, sondern eine
Bloggergemeinschaft, die Anfang Oktober über das soziale Netzwerk Facebook
einen Appell lanciert hatte, den umstrittenen 73-Jährigen zum Rücktritt
aufzufordern. Innerhalb weniger Tage zählte die Gruppe Tausende von
Mitgliedern.
Für die Demonstration hatten die
Organisatoren dazu aufgefordert, sich violett zu kleiden, weil diese Farbe in
Italien nicht politisch einzuordnen sei. Die größte italienische
Oppositionspartei PD entschied sich dafür, nicht an den Protesten teilzunehmen.
Gewerkschaften, Mitglieder der kommunistischen Partei sowie die kleine
Anti-Korruptionspartei „Italien der Werte“ von Antonio Di Pietro schlossen sich
der Initiative an.
Kritisiert wurde vor allem, dass mehr
über Berlusconis Skandale gesprochen werde als über seine Politik. Dies sei
durchaus in der Absicht des Regierungschefs. Unbeachtet unterminiere der
Premier so die Verfassung und die Demokratie, sagte der Sprecher der
Veranstalter, Massimo Malerbo aus Catania (37).
Berlusconi hat immer wieder durch seine
Probleme mit der Justiz, aber auch mit Sexskandalen von sich reden gemacht.
Erst vor einem Monat scheiterte sein Versuch, durch ein umstrittenes
Immunitätsgesetz gleich mehreren Prozessen zu entgehen. Das oberste
italienische Gericht erklärte die Norm für nicht verfassungskonform. Dpa 5
Italien. Die Aussage des Mafioso
Rom - Mit Spannung wartet Italien
darauf, was Gaspare Spatuzza zu sagen hat. Spatuzza ist ein wegen Beteiligung
an mehreren spektakulären und besonders brutalen Morden zu mehrfach
lebenslanger Haft verurteilter Mafioso, aber angeblich reuig. An diesem Freitag
soll er im Berufungsverfahren gegen einen der seit den siebziger Jahren engsten
Mitarbeiter Silvio Berlusconis aussagen, den Senator Marcello Dell'Utri. Das
könnte für Berlusconi unangenehm genug sein - aber seit Tagen berichten
italienische Medien, Spatuzza habe zudem damit begonnen, auch Aussagen über
Berlusconi zu machen.
Der in Palermo geborene Marcello
Dell'Utri, der lange Zeit Chef der Vermarktungsgesellschaft für die Werbung in
Berlusconis Fernsehunternehmen Mediaset war, steht seit 1997 wegen seiner
angeblichen Verbindungen zur Mafia vor Gericht. Ende 2004 wurde er in erster
Instanz zu einer Haft von neun Jahren verurteilt. Das Gericht hielt ihm vor, er
sei der „Botschafter der Mafia“ in Berlusconis Unternehmensgruppe gewesen und
deshalb schuldig der „Mittäterschaft als Externer in einer kriminellen
Vereinigung“.
In dem Berufungsverfahren, dem
Dell'Utri in Freiheit folgen kann, weil er wegen seiner parlamentarischen
Immunität nicht in Untersuchungshaft sitzt, soll nun also Gaspare Spatuzza
aussagen - und alle fragen sich, ob er dabei auf das eingehen wird, was die
Berlusconi gegenüber feindlich eingestellte Tageszeitung „La Repubblica“ seit
Tagen in seitenlangen Artikeln beschreibt. Darin geht es um angebliche
Ermittlungen der Staatsanwaltschaften in Florenz und Palermo, in deren
Mittelpunkt Berlusconi und Dell'Utri stehen sollen - und um Bombenanschläge der
Mafia, die 1993 das von den Korruptionsskandalen der politischen Elite ohnehin
schon erschütterte Italien noch mehr erschütterten.
Berlusconi unter Mafiaverdacht?
Den Entschluss, in die Politik zu
gehen, so „La Repubblica“, habe Berlusconi 1992 gefasst. Um seinen Aufstieg zu
erleichtern, habe er die Mafia zu Bombenanschlägen 1993 angestiftet. Damit sei
das Klima der Unsicherheit geschaffen worden, in dem die Italiener schließlich
1994 den Politikneuling Berlusconi gewählt hätten. Laut den bisherigen Publikationen
enthalten die Aussagen Spatuzzas aber nur Hörensagen über Mafiabosse und deren
angebliches Verhältnis zu Berlusconi.
Offiziell bestätigt wurden die
Ermittlungen gegen Silvio Berlusconi nicht. Doch sagt der ehemalige oberste
Mafiajäger Italiens, Pierluigi Vigna, dass bei Mafiaverdacht niemals zugegeben
werde, dass es eine Untersuchung gebe. Vigna hatte als Staatsanwalt in Florenz
zu dem Bombenattentat von 1993 an den Uffizien ermittelt, bei dem es neun Tote
gab, und angeblich Berlusconi verdächtigt, zu den Hintermännern zu gehören,
allerdings keine Anhaltspunkte gefunden. Die Ermittlungen verliefen Ende der
neunziger Jahre im Sande.
„Mittäterschaft als Externer in einer
kriminellen Vereinigung“
Für Berlusconis Anhänger sind die
Ermittlungen ein weiterer Beweis dafür, wie manche Staatsanwälte alle
Instrumente nutzten, um Berlusconi aus dem Amt zu entfernen. Juristisch sind
die Aussagen und die Vorwürfe gegen Dell'Utri und gegen Berlusconi ohnehin
schwer zu handhaben. Der Tatbestand der „Mittäterschaft als Externer in einer
kriminellen Vereinigung“ existiert im Strafgesetzbuch nicht, sondern wurde nur
von höchstrichterlicher Rechtsprechung als zutreffende Gesetzesinterpretation
akzeptiert. Der ehemalige Ministerpräsident Giulio Andreotti wurde wegen des gleichen
Vergehens angeklagt und nach zehn Jahre dauernden Prozessen in dritter Instanz
freigesprochen. Nun gibt es dazu wieder kritische Stimmen, die anmerken, dass
man als Außenstehender nicht summarisch der „Mitgliedschaft“ in der Mafia
angeklagt sein könne, sondern höchstens der Mittäterschaft an konkreten
Straftaten.
Berlusconi war in den achtziger Jahren
als Fernsehunternehmer in ganz Italien, also auch in Sizilien, aktiv; für
einige Jahre besaß er auch die Supermarktkette „Standa“, die ebenfalls in Sizilien
vertreten war - und seinem Vertrauten Dell'Utri wird nachgesagt, er habe damals
die nötigen Kontakte zur Mafia gehalten und Kompromisse mit ihr gesucht. Er
soll zudem dem Mitglied einer Mafiafamilie eine Anstellung als Stallmeister in
Berlusconis Haushalt verschafft haben, was wohl im Zusammenhang mit dem
Bestreben Berlusconis stand, sich und seine Familie vor Entführungsdrohungen
der Mafia zu schützen.
In der derzeitigen hitzigen, stark
politisierten Debatte hat die historische Bewertung der Anschläge der Mafia von
1993 indes nur wenig Raum. Bisher schien erwiesen, dass ein Flügel der
sizilianischen Mafia mit den Attentaten nach den Urteilen im ersten großen
Mafiaprozess bessere Haftbedingungen und Verhandlungen mit dem italienischen
Staat erzwingen wollte.
Die Regierung reagierte allerdings mit
der Entsendung von Soldaten nach Sizilien und einer Intensivierung der
Ermittlungen, durch die weitere Mafiabosse in Haft kamen. Aus Sicht der Mafia
waren die Attentate folglich ein strategischer Fehler. Berlusconi ist offiziell
erst 1994 mit der Gründung einer neuen Partei in die Politik eingetreten und
wurde zunächst nicht ernst genommen. Daher stellen manche in Italien die Frage,
ob die Mafia wirklich 1993 in Betracht gezogen haben kann, mit Berlusconi politische
Abmachungen zu treffen. Tobias Piller, Faz 4
Schwere Anschuldigungen. Mafia-Kronzeuge stellt Berlusconi an den Pranger
Nach Sex-Affäre und Korruptionsärger
droht Italiens Ministerpräsidenten nun auch noch der Mafia-Sumpf. Ein zu
lebenslanger Haft verurteilter mehrfacher Mafia-Mörder brachte als Zeuge in
einem Gerichtsverfahren Silvio Berlusconi mit dem organisierten Verbrechen in
Verbindung.
Vor nicht allzu langer Zeit galten
Premier Silvio Berlusconi und der Präsident des Abgeordnetenhaus, Gianfranco
Fini, als enge Verbündete. Noch vor knapp einem Jahr vereinigte sich Finis
rechte Alleanza Nazionale (AN) mit Berlusconis liberalkonservativer Forza
Italia zum Popolo della Libertà (Pdl).
Doch seit Wochen fragen sich die
Italiener, wie lange es die beiden noch miteinander aushalten – und wie lange
diese Regierung noch im Sattel bleibt. Denn in der gemeinsamen Partei, die
zusammen mit der Lega Nord das Land regiert, ist ein offener Krieg entbrannt,
den – so sagen Berlusconis Leute – Fini angezettelt hat. Seit geraumer Zeit
nutze er jede Gelegenheit, um den Ministerpräsidenten anzugreifen: sei es durch
seine Bedenken gegenüber einem neuen Gesetz, das in erster Linie Berlusconi aus
den Fängen der Justiz befreien soll, oder durch die öffentliche Mahnung, den
staatlichen Institutionen mehr Respekt zu zollen.
Auslöser der letzten Affäre, die zu
einer dramatischen Eskalation führte, ist ein vor einigen Tagen
veröffentlichtes Video, in dem Fini – nicht wissend, dass ein Mikrofon seine
Worte aufzeichnet – über Berlusconi herzieht. Dem neben ihm sitzenden
Staatsanwalt sagt er: „Der Mann verwechselt Popularität mit Immunität“, und auf
dessen Erwiderung: „Er hätte um etliche Jahrhunderte früher auf die Welt kommen
müssen, so wäre er römischer Kaiser“, antwortet Fini: „Ich hab ihn ja gewarnt,
,Leadership‘ ist nicht gleich absolute Monarchie... und vergiss nicht... den
haben sie am Ende aufs Schafott gebracht.“
"Unerhört, inakzeptabel"
seien Finis Äußerungen
Berlusconi hat nicht lange auf eine
Antwort warten lassen: „Unerhört, inakzeptabel“ seien Finis Äußerungen. Während
Industrieminister Claudio Scajola betonte, dass die Meinungen Finis einmal mehr
bewiesen, „wie sehr sich Finis Linie von der der Partei unterscheidet“,
verlangte die Zeitung „Il Giornale“, die Berlusconis Bruder gehört, entweder
eine sofortige „Aufklärung“ oder „Rücktritt“. Finis Ausrutscher wurde überdies
zu einem Augenblick publik, der für Berlusconi nicht schlechter hätte sein
können.
Die Italiener warteten seit Wochen
gespannt auf die gestrige Zeugenaussage des ehemaligen, zu lebenslanger Haft
verurteilten Mafioso Gaspare Spatuzza. Dem zufolge sollen Berlusconi und sein
Mitarbeiter, Senator Marcello Dell’Utri, in den 90er-Jahren nicht nur
Verbindungen zur Mafia gepflegt haben, sondern deren politische Referenten
gewesen sein.
Spatuzza bestätigte im Prozess gegen
den Palermitaner Dell’Utri, der in erster Instanz zu neuen Jahren Haft wegen
„Mittäterschaft als Externer in einer kriminellen Vereinigung“ verurteilt
wurde, nicht nur die Rolle als Mittelsmann der Mafia in Norditalien, sondern
auch, dass der Mafiaboss Giuseppe Graviano Berlusconi als zuverlässigen Mann
von Cosa Nostra beschrieben haben soll. Wäre er an die Macht gekommen, so sagte
Graviano, dann hätten auch die Mafia-Häftlinge davon profitiert.
"Denn das wäre eine Bombe"
Fini sagt dazu in der erwähnten
Aufzeichnung: „Die Aussagen (von Spatuzza) müssen strengstens überprüft werden,
denn das wäre eine Bombe.“ Aber nicht nur Berlusconi macht seinem Unmut über
Fini Luft, der lange Zeit als sein Nachfolger gegolten hat, auch viele seiner
ehemaligen Weggefährten aus der Alleanza Nazionale haben sich mittlerweile von
Fini distanziert.
Unter den wenigen, die auf seiner Seite
stehen, ist Assunta Almirante, die Witwe von Giorgio Almirante, dem Gründer des
neofaschistischen Movimento Sociale Italiano (MSI), dessen Ziehsohn Fini einst
war. „Fini hat recht“, sagte sie in einem Interview, und ginge es nach ihr,
müsste man sofort Neuwahlen ansetzen. „Ich glaube den Umfragen nicht, überall,
wo ich hinkomme, treffe ich Leute, die mit dieser Regierung unzufrieden sind.“
Doch so sehr sich Berlusconi Finis
Absturz wünscht, es ist zu bezweifeln, so liest man im „Foglio“, einem dem
Ministerpräsidenten nahestehenden Blatt, dass der Regierungschef wirklich auf
vorgezogene Wahlen zusteuert. Die Worte von Umberto Bossi, dem Chef der Lega
Nord, dürften ihn nicht besonders erfreut haben. Dieser hat zwar Fini als einen
„ehemaligen Faschisten, der heute mit der Linken liebäugelt“ bezeichnet, doch
auch den Premier hat er nicht mit Samthandschuhen angefasst: „Ohne die Stimmen
der Lega Nord kann Berlusconi einpacken.“
Für die Opposition, die heute zu einer
Massendemonstration in Rom gegen Berlusconi aufgerufen hat, ist dieser interne
Krieg der handfeste Beweis dafür, dass die Regierung kurz vor dem Ende steht.
Andrea Affaticati DW 4
Italien. Sprengstoff für den Cavaliere
Silvio Berlusconi sagt heute von sich,
er habe die mafia bekämpft wie keiner vor ihm. Ein Ex-Mafioso sagt, Berlusconi
habe einst Attentate in Auftrag gegeben – um an die Macht zu kommen. Von Paul
Kreiner, Rom
Der 4. Dezember ist Festtag der
Heiligen Barbara; Bergleute und Tunnelbauer verehren sie als ihre Patronin. Und
wenn Italiens Presse meldet, die Polizei habe irgendwo „ein Santabarbara“
aufgespürt, dann meint sie das Handwerkszeug jener Berufe: ein
Sprengstoffarsenal. In dieses Bild passt, dass der ehemalige Mafioso Gaspare
Spatuzza nach dem Willen der Staatsanwälte just am Barbaratag vor Gericht
auftreten soll: Seine Aussagen könnten explosiv wirken – für den
Regierungschef, für Silvio Berlusconi.
Dieser macht seit Wochen einen so
nervösen Eindruck wie noch nie. Das Verfassungsgericht hat ihm die Immunität in
Strafsachen verwehrt; seither suchen seine Anwälte im Parlament hektisch
Ersatzlösungen, um Berlusconi ein Gerichtsverfahren zu ersparen. Der Aufwand,
den sie dafür treiben, ist so groß, dass er Verdacht erregt: Wieso hat
Berlusconi derartige Angst vor einem Bestechungsprozess, der kurz vor der
Verjährung steht?
Die Vorwürfe, die der ausgestiegene,
zum Theologiestudium bekehrte Mafioso Spatuzza erhebt, sind mehr als
schwerwiegend: Berlusconi soll der politische Auftraggeber für eine Reihe von
Bombenanschlägen gewesen sein, mit denen die Cosa Nostra 1993 und 1994 ihren
Terror erstmals von Sizilien aufs Festland getragen hat: nach Rom, Florenz und
Mailand. Neun Menschen starben, Dutzende wurden verletzt; der Schaden an
Kulturgebäuden war immens.
Die Republik taumelte damals sowieso:
Der Bestechungs- und Parteispendenskandal „Tangentopoli“ riss Italiens
politische Klasse in den Abgrund – und in Mailand entwarf der Bau- und
Fernsehmogul Silvio Berlusconi seinen eigenen Einstieg in die Politik. Sein
enger Freund, der Sizilianer Marcello Dell’Utri, der die Werbefirma des
Fernsehimperiums leitete, formte unmittelbar aus dieser heraus eine Partei für
den Chef, die Forza Italia. Dell’Utri ist 2004 wegen Unterstützung der Mafia in
erster Instanz zu neun Jahren Haft verurteilt worden; der Berufungsprozess nun
wird durch Spatuzzas Erklärungen noch bedrängender.
Der Deal zwischen Mafia und Berlusconi
könnte, falls Spatuzza überhaupt recht hat, so ausgesehen haben: Der
hoffnungsfrohe Neupolitiker bestellt bei der Cosa Nostra einige Anschläge, um
ein Klima der Angst zu schüren und davon zu profitieren; nach seiner – 1994
tatsächlich erfolgten – Wahl verzichtet die Mafia auf Attentate, der neue
Premier schreibt dies dem eigenen, entschlossenen Wirken zu. Die Mafia erhält dafür
Erleichterungen für die bei den Bossen verhasste Isolierhaft im
Hochsicherheitstrakt. Womöglich wurden ihr bei den Verhandlungen noch andere
Zugeständnisse gemacht; auch das wird nun gerichtlich erforscht.
Der politische Hintergrund der
Attentate von 1993/94 war schon früher Gegenstand eines Prozesses; aus Mangel
an belastbaren Indizien aber waren die Ermittlungen gegen Berlusconi und
Dell’Utri 1998 eingestellt worden. Damals aber hatte Spatuzza noch nicht
ausgepackt. Berlusconi sagt heute – in einer Zeit, in der praktisch alle großen
Bosse der Cosa Nostra hinter Gittern sitzen –, kein Regierungschef habe so viel
zur Bekämpfung der Mafia getan wie er. In der Tat hat Berlusconi auch die von
der Mafia verlangten Hafterleichterungen nicht gewährt: Der Kerker ist eher
noch strenger geworden.
Die Mafiosi – so spekuliert mangels
genaueren Wissens die Tageszeitung „La Repubblica“ – hätten also mit dem
„Verräter Berlusconi“ noch eine Rechnung offen. Daher die aktuellen
Anschuldigungen. Berlusconi habe Angst, die Mafia könnte nun ihn in den Abgrund
reißen.
Berlusconis familieneigene
Schmieren-Zeitung „Il Giornale“ schreit Alarm: Die Justiz werde nun das
Vermögen des Regierungschefs beschlagnahmen; bei „Unterstützung der Mafia“
reiche ja schon der Verdacht aus. Berlusconi selbst fürchtet, die Gerichte
könnten ihm das Ausüben öffentlicher Ämter verbieten. Bei Marcello Dell’Utri
hat das die erste Instanz schon getan; Berlusconis Freund ist trotzdem
Abgeordneter geblieben.
Die Staatsanwaltschaft hat inzwischen
mitgeteilt, was die Anschläge von 1993/94 betreffe, so ermittle sie diesmal
nicht gegen Berlusconi und Dell’Utri. Das aber hat die Gemüter nicht beruhigt –
und die Spekulationen schon gleich gar nicht.
Tsp 4
Perugia: Urteil im Fall Amanda Knox. Engel voller Schuld
Amanda Knox soll die treibende Kraft
hinter dem grausamen Mord an ihrer Mitbewohnerin gewesen sein. Nun hat die
italienische Justiz ihr Urteil über den "eiskalten Engel" gefällt:
Schuldspruch und 26 Jahre Haft.
Das Urteil fiel um Mitternacht. Nach
elf Monaten Prozess und einem ungeheurem Medienspektakel haben die Geschworenen
in der mittelitalienischen Stadt Perugia in der Nacht zum Samstag entschieden:
Der "Engel mit den Eisaugen", Amanda Knox, und ihr Ex-Freund Raffaele
Sollecito sind schuldig.
Sie haben die junge britische
Austauschstudentin Amanda Kercher in der Nacht zum 2. November 2007 brutal
gequält, vergewaltigt und ermordet. 26 Jahre Haft verhängte das Gericht in
Perugia für die 22-jährige Amerikanerin aus Seattle, 25 Jahre für den
süditalienischen Informatikstudenten aus Bari: Das Urteil ist für die
Betroffenen ein Schock.
"Nein, nein, nein"
Bis zuletzt hatte das Pärchen seine
Unschuld beteuert. "Ich habe Angst davor, dass mir gewaltsam die Maske
einer Mörderin übergestreift wird", bekannte die junge Amerikanerin noch
am Vortag, um den Geschworenen ihre große Befürchtung mit auf den Weg in die
diffizilen Beratungen eines reinen Indizienprozesses zu geben.
Raffaele machte es da kürzer: "Ich
habe Meredith nicht getötet, gebt mir das Leben zurück", hatte er die
Geschworenen noch angefleht.
Mit dem Aufschrei „"nein, nein,
nein" brach die kühle Amanda bei der Urteilsverkündung in Tränen aus und
fiel ihrem Anwalt Luciano Ghirga in die Arme. Ihre Eltern erklärten sich
"extrem enttäuscht", betonten jedoch, das letzte Wort sei noch nicht
gesprochen. "Wir wissen, dass Amanda unschuldig ist, und werden sie nicht
im Stich lassen."
Der Ex-Freund des "mörderischen
Engels" verzog hingegen keine Miene. "Nur Mut, nur Mut,
Raffaele", rief ihm die Lebensgefährtin seines Vaters nach, als er nach
dem Schuldspruch mit Amanda abgeführt wurde. Raffaele blieb jedoch tonlos.
Entschädigung für einen
"irreparablen Schaden"
Die Spannung war tagsüber ins
Unerträgliche gestiegen. Seit den frühen Morgenstunden wurde das Gericht der
kleinen Universitätsstadt von rund 230 internationalen Reportern und
Journalisten belagert.
Die Familie der Ermordeten war am
Nachmittag mit dem Flugzeug eingetroffen, um die letzten Stunden des Wartens auf
Gerechtigkeit im Hotel zu verbringen. Sie fordern 25.000 Euro Schadensersatz
von den Mördern ihrer Tochter. "Eine symbolische Entschädigung für den
irreparablen Schaden, der der Einheit der Familie zugefügt wurde",
erklärten die Anwälte Francesco Maresca und Serena Perna.
Sechs Geschworene und zwei Richter
mussten über Freispruch oder lebenslange Haft entscheiden, eine einfache
Mehrheit genügte. Bei vier zu vier galt: "In dubio pro reo" - im
Zweifel für die Angeklagten. Bei einem von den Medien beeinflussten
Indizienprozess fiel es den Geschworenen trotzdem schwer, zu einer Entscheidung
zu kommen.
Bis zuletzt drehte sich alles um die
Amerikanerin. Während die in der umbrischen Metropole Perugia versammelten
amerikanischen Medien den wahren Schuldigen in der Mordaffäre Meredith schon
lange ausgemacht hatten - die italienischen Ermittler, die Spurensicherung und
wohl auch die Justiz selbst - symbolisierte Amanda Knox für die Italiener von
Anfang an die verdächtige Kombination von Schönheit und Bösem.
"Der Prozess ist in den Augen von
vielen von uns ein Skandal. Nichts beweist, dass Amanda Knox am Tatort war.
Zero.", schrieb etwa die New York Times.
Bitterer Nachgeschmack
Die Staatsanwaltschaft beharrte jedoch
bis zum Ende darauf, die Anklage stehe auf absolut festen Füßen: Sie verwies
auf belastende DNA-Spuren auf dem Tatmesser und dem BH der Toten - während die
Verteidiger mehrfach auf die wiederholte Verunreinigung des Tatortes
hingewiesen hatten.
"Die Verurteilung von so jungen
Menschen zu einer hohen Haftstrafe hinterlässt immer einen bitteren
Nachgeschmack. Jedoch ist Recht gesprochen worden im Fall eines besonders
schweren Verbrechens: Der Ermordung einer blutjungen Studentin",
kommentiert die Staatsanwältin Manuela Comodi das Urteil und bringt die gemischten
Gefühle vieler auf den Punkt.
Auf das pittoreske Perugia, dessen
Ausländeruniversität zahlreiche junge Studenten anzieht, hat der Fall Meredith
jedenfalls einen dunklen Schatten geworfen, der sich nicht so rasch verziehen
wird. Zu lange schon wird Umbriens Zierde in einem Atemzug mit der Bluttat
genannt, vor allem in den angelsächsischen Medien.
Für die Stadt spielt es keine Rolle,
dass die streng katholisch erzogene - auch "Foxy-Knoxy" genannte -
Angeklagte nun schuldig gesprochen und damit zumindest vorerst ein juristischer
Schlusstrich unter den Fall gezogen wurde. So mancher wird künftig bei einem
Besuch Perugias nicht nur die gotische Kathedrale und die Fontana Maggiore
sehen wollen, sondern auch das Haus in der Via della Pergola 7, wo der Mord
geschah. Katie Kahle und Hanns-Jochen
Kaffsack, dpa 5
Mordprozess in Italien. Im Zweifel gegen den "Engel mit den Eisaugen"
Im Prozess um den Studentinnenmord in
Perugia ist Amanda Knox zu 26 Jahren Haft verurteilt worden. Das Urteil, so
sagte die Verteidigerin des mitangeklagten Italieners Raffaele Sollecito weise
etliche Brüche und Widersprüche auf. Von Paul Kreiner
Rom - 22 Jahre alt ist Amanda Knox –
die nächsten 26 Jahre ihres Lebens soll sie hinter Gittern verbringen. 25 Jahre
alt ist ihr früherer Freund Raffaele Sollecito; er soll für 25 Jahre ins
Gefängnis. So hat es ein Schwurgericht in der mittelitalienischen
Universitätsstadt Perugia in der Nacht zum Samstag entschieden.
Die beiden Studenten aus Amerika und
Apulien wurden in einem Indizienprozess für schuldig befunden, im November 2007
ihre englische Kommilitonin Meredith Kercher ermordet zu haben; die Strafe für
Amanda Knox ist „wegen Verleumdung“ ein Jahr höher ausgefallen: Im ersten
Moment hatte die Amerikanerin die Tat dem unschuldigen Betreiber eines
Musiklokals angelastet und damit dessen Existenz ruiniert.
Ein weiterer Mittäter, der knapp
23jährige Rudy Guede aus Elfenbeinküste, war im abgekürzten Verfahren bereits
2008 zu 30 Jahren Haft verurteilt worden. Die Richter im jetzigen Prozess
blieben unter dieser Marge – und unter dem von der Staatsanwaltschaft
geforderten „lebenslänglich“ –, indem sie über die Zuerkennung mildernder
„Altersumstände“ eine Art Jugendstrafrecht einführten.
Das Urteil stieß insbesondere in den
USA auf wütende Proteste. Dort hatte sich die zahlreiche Unterstützerschaft für
Amanda Knox vor allem im Internet und in „kritischen Prozessbeobachtergruppen“
organisiert. Die italienischen Ermittlungen und Beweiswertungen wurden dort
durchweg als skandalös bezeichnet. Die Eltern von Amanda Knox, die während des
elfmonatigen Verfahrens ihre Medienauftritte professionell hatten organisieren
lassen, sagten nach dem Urteil im Gerichtssaal, sie würden „weiterhin, bis zum
Ende, für die Freilassung Amandas kämpfen“: „Wir wissen, sie ist unschuldig.“