WEBGIORNALE 9-10 dicembre
2009
Germania: al primo posto per l’ecologia
Si cita sempre la
Germania come la prima della classe per il rispetto dell’ambiente. È la
politica che permette di instaurare delle regole ma, tra buone condotte e temi
tabù, il Paese può ancora migliorare.
Seduti ai tavolini
fuori da un caffè parigino, Mélanie e Philippe approfittano degli ultimi raggi
di sole dividendosi delle fragole. Hanno partecipato al programma televisivo
Report Terre, sul canale francese France 5 che ha inviato dieci giovani, dai 20
ai 27 anni, in giro per l’Europa alla scoperta di iniziative ecologiche.
Tirando le somme, secondo loro, gli eco-cittadini europei sono tedeschi.
Philippe ha
apprezzato la purezza dell’aria di Freiburg e Schonau. Mélanie si è, invece,
fermata a Monaco di Baviera. Dalla bionade (marca di limonata bio, ndr) al cibo
biologico venduto nei treni, passando per i bar specializzati in birre bio, è
la presenza ormai naturale dei comportamenti
«In Francia
abbiamo tendenza a parlare soprattutto dei Paesi scandinavi, per via dei loro
progetti impressionanti», ci dice Philippe, giovane ingegnere. «Ma i cittadini
dei Paesi del Nord sono meno sensibili all’ecologia che i tedeschi», fa notare
Mélanie che vive in Norvegia. Per trovare una spiegazione a questo
comportamento responsabile, i due giovani sottolineano l’importanza della
politica. «Il partito dei Verde è più potente che altrove», ricorda Mélanie
riferendosi alle ultime elezioni del Parlamento europeo.
Più del 6 % di
energie rinnovabili - Per Carola Wesbuer che è membro dei Giovani Verdi
Tedeschi, non c’è da esitare: «La politica influenza, tramite le leggi, la
creazione di tasse», citando immediatamente la legge sull’energia rinnovabile,
il fiore all’occhiello dell’ecologia tedesca. «Grazie a lei, dal 2000, la
percentuale delle energie rinnovabile è passata dal 6 al 15%». Al pari passo
con la politica, il secondo ruolo spetta sia «alle ONG o ai media», sia alle
aziende. Messo da parte il prodotto in se stesso, è tutta la gestione
dell’azienda che deve essere ecologica: «o smistamento dei rifiuti, l’energia
solare, l’uso della bici per recarsi al lavoro…».
Le poste in gioco
future? Evitare che agli automobilisti sia permesso di andare a 200 km orari
sull’autostrada, la Mercedes che si vanta di costruire delle «Smart ecologiche»
allorché sono ancora le grosse cilindrate che vendono di più. Come i Vedi,
l’Ong Greenpeace milita per una limitazione della velocità a 120 km orari. «La
Germania vive molto della sua industria automobilistica ormai in crisi. È
l’occasione di cambiare il corso delle cose», dichiara Philippe. «Bisogna
innovare per incitare a consumare in maniera differente».
Economia
pseudo ecologica - Questa «economia pseudo ecologica» irrita Mélanie:
«Sono stata un po’ delusa di constatare che le motivazioni rimangono più
economiche che realmente ecologiche. Ma, se il cambiamento delle mentalità deve
passare da qui, perché no in fondo».
Anche dopo le
recenti elezioni, i Verdi vogliono
restare concentrati sui punti chiave del loro programma: «Investire
nell’energia rinnovabile per lottare contro il carbone, le centrali nucleari e
la crisi economica. Tassare quelli che sprecano di pi. Creare un milione di
posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili, l’educazione e la
salute». Caroline Venaille, traduzione Lidia Falcucci, Cafebabel
Pubblichiamo la
lettera che Liana Novelli, del Coordinamento Donne di Francoforte, ha inviato a diverse persone, associazioni e
istituzioni per informarle sul nuovo fallimento della proposta di portare la
sede del Comites a Francoforte, proposta discussa dal Comitato nell’incontro di
sabato 5 dicembre
Care amiche, cari
amici, devo registrare con grande rammarico l'insuccesso dell'iniziativa per
spostare la sede del Com.It.Es a Francoforte, che avevo cercato di condurre a
buon fine nella convinzione che questo spostamento avrebbe giovato: 1)ad avere
un luogo di incontro per la comunità italiana, raggiungibile con mezzi pubblici
da tutta la circoscrizione consolare e usabile a turno ed in comune dalle
associazioni; 2) a dare visibilità alle nostre inizative (anche a quelle del
Com.It.Es);
3) a rendere
effettivamente pubbliche le riunioni del Com.It.Es, permettendo una reale
partecipazione del pubblico e conseguente trasparenza di questa
istituzione.
L'aver insistito
sull'urgenza di una decisione in questo senso, dovuta al fatto che i locali
della Casa di Cultura sono presentemente sfitti e non possono rimanerlo a lungo
per ovvi motivi economici, è stato interpretato come pretesa di comandare.
Inoltre mi sono trovata in una situazione allucinante, in cui in piena
assemblea Comites è stata letta ad alta voce una mia privata E-mail
all'avvocato Dolce, incaricato di occuparsi delle condizioni per
affittare i locali della Casa di Cultura.
L'osservazione
contenuta nella mia mail, che un Comites, che non venisse incontro alla
richiesta della comunità, non avrebbe potuto contare sul nostro sostegno,
ha suscitato velenosi commenti: la mia immagine è praticamente diventata quella
di una che trama nell'ombra e da lì manda oscure minacce.
Avrei
probabilmente dovuto bloccare la lettura di un mio messaggio privato - e
Rodolfo Dolce, che aveva in mano sia lettere ufficiali mie sullo stesso tema
sia questa non può non aver notato la differenza di forma e tono, essendo le
prime su carta intestata, mandate per posta all'indirizzo del Comites e
dandogli del lei, ma ero letteralmente annichilita. Non sono abituata per mia
fortuna a scorrettezze così gravi nei miei confronti e non ho saputo reagire. Chi
mi ferisce tradendo la mia fiducia, ha buon gioco, perchè sul momento non
sono capace di reagire. Così mi sono limitata a ripetere le ragioni di questa
richiesta, quando il presidente mi ha dato facoltà di parola. Nel frattempo era
stata presentata la mozione di non discutere neppure della questione e questa
mozione è passata con otto voti contro quattro.
In conclusione
sembra che richieste della comunità rappresentino per questo Comites
altrettante offese. Inoltre è stato più volte ribadito che la sede del Comites
deve essere separata da una eventuale futura sede delle associazioni- che viene
comunque auspicata, ed è stato rinnovato all'avv. Dolce l'incarico di
occuparsene. Chi potrebbe pagare questa sede non è chiaro.
Certamente non le associazioni, che non hanno soldi e, se avevano sovvenzioni
dal Ministero Affari Esteri, hanno subito pesanti tagli o cancellazioni
delle stesse. L'unica istituzione che continua a ricevere finanziamenti è il
Comites, che infatti presenta un bilancio preventivo per il 2010 di
115.000 €, e la proposta dello scorso giugno di aprire la sua sede alle
associazioni partiva da questa realtà.
Mi dispiace: ci ho
provato, perchè mi sembrava e mi sembra tuttora giusto e sapevo di essere
portavoce di un'esigenza generale, di cui avevo molte testimonianze. Spero che
con un Comites altrimenti composto avremo più fortuna. Peccato che l'offerta
dei locali della Casa di Cultura, favorevole sotto tutti i punti di vista, sarà
probabilmente sfumata.
Vi ringrazio di
avermi sostenuto ed appoggiato in questa iniziativa e vi mando
nuovamente la scheda per la raccolta di firme, che è già consistente, e
deve servire a documentare l'esistenza della comunità e delle sue
esigenze.
Cordiali saluti
e Buon Natale a tutti voi. Liana Novelli, novelli@gmx.net
Il Comites di
Francoforte sciupa una nuova super occasione, quella di portare finalmente la
sede in cittá, e con costi di affitto decisamente più contenuti rispetto a
quelli attuali a Dreieich. Quella del trasferimento della sede è una proposta
vecchia, ora comunque attivamente sostenuta e promossa dalle associazioni
italiane della città, anche per avere un luogo dove poter attivare iniziative e
servizi per i connazionali. Che un Comitato ignori con tanta disinvoltura una
precisa e seria richiesta della base, volta oltre tutto a farlo diventare un
luogo pieno di vita e di iniziative, rischia solo di dar ulteriore credito a
quanti sostengono la sua lontananza dalla vita e dagli interessi della
collettivitá, e, peggio ancora, di coloro che chiedono l’abolizione di questi
organismi di partecipazione (ndr). De.it.press
Hannover. “Premio Comites 2009" per l’impegno nella diffusione della
lingua e della cultura italiana
Hannover. Venerdì
4 dicembre, il Comites di Hannover ha consegnato il premio comites 2009.
Quest’anno, al centro dell’attenzione è stata messa la lingua italiana.
Cinque scuole
della circoscrizione consolare di Hannover (tutta la Bassa Sassonia escluso
Wolfsburg che ha un’agenzia consolare e che non è di competenza del Comites di
Hannover) hanno ricevuto una targa ed un diploma (creazione grafica di Claudio
Provenzano).
Le scuole premiate
per il loro impegno nella diffusione della lingua e cultura italiana sono:
Kardinal-Galen-Schule (scuola elementare), Hannover; Käthe-Kollwitz-Schule
(Ginnasio), Hannover; Katharinaschule(scuola elementare), Wallenhorst;
Diesterwegschule (scuola
elementare), Osnabrück; Johannisschule (scuola elementare), Osnabrück.
La cerimonia è
iniziata alle ore 17,00 presso il Consolato Generale con un rinfresco offerto
dalla Reggente Dott.ssa Eleonora Cuccaro. Presenti oltre alle rappresentanze
delle cinque scuole anche personalità di spicco
dell’ambiente culturale e diversi presidenti di associazioni italiane
operanti sul territorio tra cui Santo Vitellaro Presidente del COASSCIT, Lina
Max Presidente del CAAI e Giuliano Micheli Presidente del Circolo di
Garbsen. Tra le personalità
politiche ed amministrative tedesche, ingrid Lange Sindaco di Hannover
e Birgit Bergmann in rappresentanza del Ministero della pubblica
istruzione della Bassa Sassonia.
Alle ore 19,00
quasi tutti gli invitati si sono trasferiti presso il Freizeitheim Linden dove è avvenuta la
cerimonia della consegna delle targhe. A presentare la serata , una promessa
della collettività italiana di Hannover: Mariella Costa, che ha moderato con
maestria e professionalità la manifestazione. Prima della conegna dei premi, i
saluti di rito. Hanno preso la parola la Dott.ssa Cuccaro, La Sig. Bergmann, la
sig.ra Lange ed il Presidente del Comites Scigliano.
Tutti hanno messo
al centro del loro breve intervento l’importanza della lingua materna ma anche
l’importanza dello studio della lingua italiana come lingua curriculare. Hanno
elogiato gli alunni presenti (quasi tutti tedeschi) per il loro impegno e la loro passione per la
nostra lingua.
Dopo la lettura
della motivazione, per cui hanno ricevuto questo ambito riconoscimento, uno
dopo l’altro i Direttori delle scuole sono stati chiamati sul palco per ricevere la targa: Heinz Höxtermann - Kardinal-Galen-Schule Hannover
(ha consegnato il
Premio Il Sindaco Ingrid Lange); Gerd Köhncke Käthe-Kollwitz-Schule Hannover (ha consegnato il Premio per il
direttore Birgit Bergmann);
Hartmut
Dobrowolski Katharinaschule Wallenhorst (ha consegnato il Premio il Presidente
del Comites Giuseppe Scigliano); Uwe Schönrock Diesterwegschule Osnabrück; (ha consegnato il
Premio la reggente del Consolato Generale M. Luisa Cuccaro); Klaus
Feldkamp Johannisschule Osnabrück (ha consegnato il Premio la reggente del
Consolato Generale M. Luisa Cuccaro)
La manifestazione
è riuscita al massimo ed è avvenuta alla presenza di un pubblico attento ed
interessato. "Il Comites di Hannover con questa iniziativa ha voluto
mettere al centro dell’attenzione la lingua italiana ed ha scelto cinque
scuole. Certamente sul territorio ci sono tante altre iniziative e tanti altre
scuole che meriterebbero essere menzionati. In futuro non mancheranno le
occasioni per poterlo fare". Con queste parole Scigliano ha voluto
mettere in risalto anche il pregiato lavoro svolto da altre scuole che
operano in Bassa Sassonia.
La premiazione è
stata organizzata dal Comites di Hannover in collaborazione con il
Consolato Generale di Hannover ed è alla seconda edizione. Lo scorso anno hanno
ricevuto il premio chi si è distinto bell’ambito del volontariato.
L’accompagnamento
musicale è stato di Francesco impastato e dalla Big Band Music Voyage che hanno
eseguito brani famosi della musica leggera italiana
La serata è
terminata alle ore 21,30. Giuseppe Scigliano (de.it.press)
Il Premio di merito del Comites di Berlino a Mirella Mottola e Riccardo Mantovani.
Oggi la consegna
Il Comites di
Berlino Brandeburgo consegnerá il consueto attestato di merito a due
personalità di spicco della comunità italiana a Berlino. La cermonia si terrà
presso i locali dell'Ambasciata (Hiroshimastr. 1) alle ore 19.00, il giorno 9
Dicembre 2009.
La consegna verrà
effettuata dal Presidente Simonetta Donà alla presenza dei consiglieri del
Comites e del Console.
Le nomine di
quest'anno sono: Mirella Lilli Mottola in considerazione dell'assiduo impegno
profuso nell'educazione prescolastica per aver contribuito ad un
miglioramento dell'integrazione dei bambini dei nostri connazionali nella
scuola
dell'obbligo, e
Adelchi Riccardo Mantovani in considerazione delle sue brillanti capacità
artistiche, affermatosi come uno dei più importanti pittori italiani di
Berlino.
Gaia Novati,
de.it.press
Pensionati italiani all’estero: mobilitazion internazionale il 10 dicembre
Roma -
All’indomani dell’audizione al Comitato sugli italiani all’estero della Camera,
i sindacati dei pensionati di Cgil Cisl e Uil ricordano che il prossimo 10
dicembre, per il secondo anno consecutivo, si terrà una mobilitazione
internazionale a favore dei diritti e della dignità dei pensionati italiani
all’estero.
"Delegazioni
di pensionati e anziani italiani, in tutti i Paesi della nostra emigrazione –
scrivono i sindacati – si recheranno presso le Sedi Consolari per illustrare i
loro problemi e consegnare ai Consoli una lettera dei Segretari Generali dei
tre Sindacati Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil e dei tre Presidenti dei Patronati
Inca, Inas, Ital, con richiesta di intervento sul Governo italiano, affinché
siano date risposte positive ai nostri emigranti più anziani e in difficoltà,
che meritano la riconoscenza e la solidarietà del nostro Paese".
Nel documento si
ricorda che "c’è un’altra Italia all’estero, fatta da milioni di emigranti
italiani che, con il loro lavoro e le loro rimesse, hanno contribuito alla
crescita della nostra economia. Grazie a duro lavoro, fatica e sofferenza,
hanno conquistato posizioni di rilievo nei Paesi che li hanno accolti,
riscattando condizioni di miseria e povertà secolare. Non tutti però ce l’hanno
fatta. Ci sono aree della nostra emigrazione più anziana che vivono ancora oggi
in condizioni di povertà, difficoltà e disagio, soprattutto in quei Paesi che
non hanno mai conosciuto un reale sviluppo o che sono ora particolarmente
colpiti dalla crisi economica".
Per risolvere i
problemi più urgenti dei pensionati e degli anziani italiani residenti
all’estero, i Sindacati dei pensionati Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil avanzano
sei richieste al Governo e al Parlamento italiani: un assegno di solidarietà
per coloro che vivono in condizione di estrema povertà; il ripristino
dell’assegno sociale per chi ritorna in Italia, senza l’obbligo dei dieci anni
di residenza continuativa; la soluzione dei problemi nel pagamento delle
pensioni italiane all’estero; l’esenzione dell’Ici sulla prima casa in Italia,
se non affittata; la sanatoria degli "indebiti pensionistici"
maturati senza colpa; la ratifica delle convenzioni internazionali, a partire
da quelle con Canada e Cile. (aise)
Giornata dei diritti e della dignità dei pensionati italiani all’estero
In una lettera
alle democratiche e ai democratici in Europa, l’on. Laura Garavini (PD) si
appella ai connazionali chiedendo di partecipare alla Seconda Giornata di
mobilitazione internazionale, indetta dai Sindacati dei pensionati Spi-Cgil,
Fnp-Cisl, Uilp-Uil per giovedì 10 dicembre 2009.
“L’indifferenza
dell’attuale Governo italiano nei confronti dei nostri pensionati residenti
all’estero è preoccupante. Coloro che, con il loro lavoro e le loro rimesse,
hanno dato un contributo notevole alla crescita dell’economia italiana
continuano a non essere presi in considerazione da questo Governo.
È per questo, per
dare un segnale forte e inequivocabile a sostegno degli anziani e dei
pensionati italiani nel mondo, che ho deciso di appoggiare la piattaforma di Spi-Cgil,
Fnp-Cisl, Uilp-Uil in occasione della Seconda Giornata dei diritti e della
dignità dei pensionati italiani all’estero.
L’assegno di
solidarietà per gli anziani in condizioni di povertà, il ripristino dell’
‘assegno sociale’ per chi ritorna in Italia, senza l’obbligo dei dieci anni di
residenza continuativa, la sanatoria degli indebiti pensionistici e i problemi
legati al pagamento delle pensioni INPS, l’esenzione dal pagamento dell’ICI e
la ratifica delle convenzioni internazionali in materia di sicurezza sociale
sono tutte questioni che vanno affrontate con estrema urgenza.
Per chiedere al
Governo di risolvere questi problemi è stata indetta, da Spi-Cgil, Fnp-Cisl,
Uilp-Uil, per giovedì 10 dicembre 2009 una Giornata unitaria di mobilitazione internazionale.
Delegazioni di pensionati e anziani italiani, in tutti i Paesi della nostra
emigrazione, manifesteranno presso le sedi consolari per illustrare i loro
problemi per chiedere risposte positive ai nostri emigranti più anziani e in
difficoltà, che meritano la riconoscenza e la solidarietà del nostro Paese.
Spero che tanti
italiani decideranno di partecipare per fare sì che anche questa Seconda
Giornata di mobilitazione internazionale riscuoti, come quella dell’anno
scorso, il successo che merita.” De.it.press
Il PD di Parigi ha partecipato al No B Day del 5 dicembre nella capitale
francese
Questo
l’intervento del PD Parigi alla manifestazione del 5 dicembre a Parigi.
“Intanto grazie di
averci invitato. Siamo qui come PD Parigi oggi perché qui a Parigi gli
organizzatori ci hanno invitato. Ci siamo venuti incontro in un modo che ci
dispiace non possa essere stato possibile a Roma. In Italia i partiti sono
stati invitati a NON partecipare. Probabilmente anche se in Italia il PD
fosse stato effettivamente invitato, non sarebbe andato! Ci piacerebbe dunque
interpretare questo come un laboratorio di collaborazione.
Noi crediamo nella
politica in Parlamento, siamo militanti di un partito. Certo la piazza è
importante ma i veri cambiamenti si fanno con gli organi democratici della
politica (non c’è una procedura per cui la piazza possa sfiduciare un premier:
sono i parlamentari a chiedere un voto di sfiducia). Ma essere qui oggi
pensiamo che sia importante dato che l’Italia vive un momento critico. L’Italia
di Berlusconi è in mano a un gruppo di persone che ha come solo pensiero quello
di fare i propri interessi. Il nostro presidente va in giro per il mondo a fare
accordi privati, economici con capi di altri paesi, spesso dittatori,
interpreti non di valori democratici ma di interessi privati, a scapito dei
diritti delle persone. Berlusconi ha reso l’Italia più povera, culturalmente ed
economicamente, abbiamo perso credibilità sul piano internazionale. Berlusconi
ci ha dato un’Italia meno solidale, meno attenta. Un’Italia in cui noi non ci
riconosciamo.
Per questo ci sono
persone come noi che hanno scelto di militare nel PD. E se un partito che
rappresenta la parte più importante dell’opposizione non ci piace, possiamo
cercare di cambiarlo, dall’interno! Con le regole democratiche che ci siamo
dati.
In quanto PD
Parigi siamo riusciti a far risalire le nostre proposte attraverso normali
canali di comunicazione e collaborazione con i nostri deputati, perché si deve
anche smentire questo teorema per cui per fare politica si ha bisogno di
amicizie particolari o strani contatti clientelari.
Noi del PD Parigi
siamo un centinaio di persone che lavorano, si scambiano idee e elaborano
proposte per cambiare il PD, perché il PD cambi l’Italia, perché il PD possa tornare
al governo e fare una politica migliore di quella che sta facendo il centro
destra. Speriamo oggi di incontrare nuovi compagni di viaggio: siamo
aperti a tutte le proposte creative per fare opposizione e per presentare le
nostre idee. Raccogliamo volentieri suggerimenti e contatti.
Grazie agli
organizzatori, di averci invitato e di aver fatto il lavoro eccezionale per
rendere possibile questa manifestazione.” (de.it.press)
„Non si puo'
parlare di Italia Unita senza tener conto della storia dell'emigrazione
italiana, e quindi di quei 29 milioni di connazionali che sono partiti dalla
loro nazione'', così spiega Alessandro Nicosia, direttore del Museo
Nazionale dell’Emigrazione a Roma, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni
dall’Unità d‘Italia .
Una storia
sofferta, per quelle persone che per svariati motivi hanno dovuto lasciare la
propria Patria e, allo stesso tempo, di grande opportunità per l’Italia che ha
così „esportato“ quel „Made in Italy“, tanto caro ai diversi Governi che si
sono susseguiti.
Un „Made in Italy“
che ha incrementato l’interesse per l’Italia all’estero, sia dal punto di vista
economico, con tutto un giro d’affari legato a prodotti italiani, che da quello
di vista culturale, se si pensa anche all’esportazione della nostra amata madre
lingua attraverso il lavoro degli Istituti Italiani di Cultura. I ritorni
economici che ne derivano, considerando anche il settore turistico, non sono
per niente indifferenti per il nostro Paese. Gli stessi italiani all’estero
sono stati parte importante della ricostruzione e del benessere economico
dell’Italia del Dopoguerra e continuano ad esserlo tutt’oggi con un reddito di
5 miliardi di Euro, grazie anche alle loro pensioni maturate, che vengono poi
spesi in Italia.
Un’attaccamento
forte, quello della nostra comunità italiana all’estero che all’indomani
dell’annunciata manovra di „razionalizzazione della rete consolare estera“ da
parte del Ministero degli Affari Esteri, si è subito fatta portavoce di una
„lotta pacifica“ a difesa di quelle strutture che per loro sono cariche di un
valore aggiunto, di un’italianità fuori d’Italia. Una piccola patria da
difendere a tutti i costi. Numerose sono state le iniziative organizzate dai
nostri connazionali da giugno ad oggi, con il sostegno e la partecipazione
attiva anche di interlocutori locali come i Sindaci delle città in cui
risiedono i Consolati a rischio, per dire no ad una politica miope e
completamente penalizzante nei confronti della stessa comunità italiana.
Tra le varie iniziative, si ricordano qui la petizione online per il
mantenimento del Consolato di Manchester, la costituzione del comitato
„Salviamo-Il-Consolato“ di Amburgo, l’occupazione pacifica del Consolato
di Saarbrücken, nonchè numerose conferenze stampa e manifestazioni
nelle varie piazze europee, da Mannheim a Norimberga, da Amburgo a Saarbrücken,
da Genk a Liegi.
La posta in gioco
è, in effetti, molto alta! Smantellare una rete ben integrata nel tessuto
sociale, in cui opera, una rete di preziosi contatti anche economici, di
interazione e di reciproca stima anche nei confronti delle Autorità locali,
significa da parte del Ministero degli Affari Esteri non essere in grado di
cogliere l’importanza di questo grande patrimonio che si è venuto a creare
negli anni e, soprattutto, di non cogliere la sua potenzialità in un
ottica sempre più globale e multietnica delle società future.
Rompere, inoltre,
definitivamente quei ponti di affetto con una comunità italiana, condannandola
a recarsi a chilometri di distanza dal proprio luogo di residenza (in certi
casi anche in un’altra regione), contro ogni logica brunettiana che cerca di
facilitare i servizi ai propri cittadini, per sbrigare una semplice, ma
necessaria pratica d’ufficio e sradicare i propri impiegati dal loro
contesto familiare e lavorativo per il semplice fatto che non si vuole
ragionare oltre, è semplicemente un affronto alla logica. In termini aziendali,
le previste chiusure significano addirittura un „affare in perdita“ se si
considerano tutti i costi aggiuntivi che comporterebbero realmente, dai
traslochi degli impiegati stessi allo spostamento di archivi e strutture
tecniche da destinare a sedi che presto si riveleranno inadatte ad accorpare le
strutture in via di chiusura. L’argomento del risparmio risulta dunque alla
luce di ciò ancora più ridicolo e assurdo.
La rete italiana
all’estero è ben estesa. Lo stesso Sottosegretario agli Esteri con delega per
gli italiani nel mondo, Sen. Alfredo Mantica, ricordava in un'audizione
incredulo
" Noi stiamo
parlando delle 122 ambasciate che ha l'Italia nel mondo, di 110 consolati, di
89 istituti di cultura, 117 uffici dell'ICE, di 140 camere di commercio e 24
uffici ENIT. (...)" che ha l’Italia all’estero, mettendo a confronto la
nostra rete a quella della Germania e dell’Inghilterra.
Ci stupisce molto
che il Sen. Mantica non abbia ancora saputo “ridimensionare” questa rete
mettendola in giusta relazione con l’utenza che essa deve soddisfare. La
Germania e l’Inghilterra non hanno sicuramente 4,5 milioni di iscritti AIRE e
circa 6 milioni di cittadini italiani a tutti gli effetti residenti all'estero,
in via addirittura d’aumento con i cervelli in fuga dall’Italia. Un’altro
aspetto fin’ora del tutto taciuto, è quello del bilancio che lo stesso
Ministero mette a disposizione per mantenere la sua rete all’estero, che
attualmente è pari allo 0,2 per cento del bilancio dello Stato, cioè la cifra
più bassa tra i Paesi sviluppati!
Un bilancio
„ridicolo“ per il mantenimento di una rete che serve da supporto ad un „Made in
Italy“, indispensabile per la crescita dell’economia italiana!
In un Paese ancora
incapace di valorizzare appieno il proprio patrimonio culturale e le proprie
eccellenze costringendole a cercarsi all’estero, nuovi approdi lavorativi e il
riconoscimento di quei meriti a loro negati in Patria, ridurre un fenomeno
complesso come la riorganizzazione dei propri servizi all’estero alla loro mera
chiusura, producendo così un’enorme danno d’immagine e un vuoto istituzionale
incolmabile, è un atto di irresponsabilità che deve essere messo a conoscenza
di tutta l’opinione pubblica dentro e fuori i confini nazionali !
Confsal-Unsa
Coordinamento Esteri (de.it.press)
All’Assemblea plenaria del Cgie intervenuti i giovani delegati provenienti
dall’estero
Il punto
dell’attività e della partecipazione giovanile nelle diverse comunità di
italiani all’estero, ad un anno dalla Prima Conferenza dei Ciovani italiani e
di origine italiana nel mondo
ROMA – E’ stato
Carlo Erio, presidente della Commissione tematica del Cgie Nuove generazioni e
Migrazioni nuove, ad aprire in Assemblea plenaria la serie di interventi di
giovani che hanno aggiornato i presenti sul lavoro messo in campo nei
rispettivi Paesi di provenienza ad un anno di distanza dalla Prima Conferenza
dei Giovani italiani nel mondo.
Erio ha ricordato come “il dibattito
intergenerazionale sia proseguito all’interno del Cgie anche dopo la
conferenza, nella costruzione di un ponte immaginario voluto dal Consiglio
Generale sin dal 2004”. Si tratta ora “di andare al di là dei risultati
raggiunti in quel primo appuntamento – ha affermato Erio, suggerendo che,
proprio nella messa in pratica di tale proposito “proseguirà l’impegno di
questa Commissione tematica”. Dopo aver ribadito la contrarietà alla bozza di
riforma relativa a Comites e Cgie, espressa dalla Commissione, Erio ha
auspicato la creazione di una commissione ad hoc composta di soli giovani che
possa affiancare i lavori del Cgie, ipotesi che potrebbe trovare uno sviluppo
istituzionale nella proposta di legge annunciata dal deputato Narducci ieri, ad
apertura dei lavori della plenaria.
I giovani delegati dall’estero sono quindi
intervenuti per ribadire la volontà di partecipare attivamente agli organismi
di rappresentanza dedicati agli italiani all’estero ed esponendo all’assemblea
le loro necessità, maturate attraverso l’incontro con altri giovani italiani
presenti nei loro Paesi di residenza, a cui la Prima Conferenza ha dato
rinnovato slancio.
Come rappresentante dei giovani connazionali
in Svezia e Danimarca, Sabastian Nielsen ha ricordato che la partecipazione
agli organismi di rappresentanza non vuole essere limitata al contributo
specifico sulle tematiche giovanili “perché noi giovani possiamo considerare e
approfondire tutti i temi, con un punto di vista diverso”. Egli ha suggerito
strumenti per incentivare l’avvicinamento al mondo associativo, attraverso
seminari di formazione per giovani dirigenti, la presenza di “facilitatori”
ossia di figure capaci di mediare tra i ragazzi e le realtà istituzionali
italiane, spiegando le diverse funzioni e il loro funzionamento e una
diversificazione delle politiche giovanili rispetto alla fascia di età di
riferimento. Centrale anche l’investimento su lingua e cultura italiana,
ricordato in tutti gli interventi.
Maria Lorena Inverso (Uruguay) insiste sulla
salvaguardia della presenza italiana all’estero attraverso il mantenimento
delle strutture consolari “anche in vista dell’introduzione del nuovo passaporto
biometrico”, mentre chiede un’attenta valutazione della bozza di riforma di
Comites e Cgie specie per “le conseguenze dirette che essa potrebbe avere sulla
rappresentanza giovanile”. Chiesta anche più attenzione per i giovani
imprenditori e la presenza di una quota di consultori giovani accanto ai membri
referenti per le Regioni all’estero.
Mentre Luigi Delia (Francia) ha espresso
soddisfazione nel percepire da parte dei Comites la volontà di coinvolgere
anche i giovani italiani nella circoscrizione di riferimento, una volontà a cui
ha dato nuovo impulso la Prima Cnferenza, Isabella Restifa (Australia) è
tornata a ribadire l’importanza della lingua e della presenza delle sedi
consolari italiane all’estero.
Nuovo impulso propositivo anche per le giovani
realtà associative del Canada, illustrato da Cosmo Femia, mentre Giuseppina
Gaglio (Sud Africa) ha insistito sulla necessità di diffondere le possibilità
di scambi culturali a livello universitario e sulla richiesta di una maggior
apertura degli enti economici anche nei confronti dei giovani imprenditori.
Il tema economico è stato ripreso anche
nell’intervento di Maria Luisa Bello (Stati Uniti) che ha segnalato come i
giovani italo americani possano trovare nuove opportunità di lavoro in seno a
ditte italiane o italo americane interessate ai rapporti tra i due Paesi.
Opportunità che i giovani emigrati in Irlanda stanno già cogliendo, ha spiegato
Francesco Dominoni, attraverso un sito web loro dedicato, con informazioni e
servizi sugli scambi con le università, sulla possibilità di trovare alloggio e
lavoro e momenti di aggregazione tra connazionali.
Dall’America Latina Mario Borghese
(Argentina) e Silvia Alciati (Brasile) segnalano l’interesse suscitato tra i
giovani dai progetti Ites di Italia Lavoro, l’agenzia per le politiche a favore
dell’occupazione del ministero del Lavoro italiano. Una nota critica sulla
mancata risposta del Governo alle istanze avanzate dai giovani nel corso della
loro Prima Conferenza viene formulata da Silvia Alciati – che segnala anche la
mancata prosecuzione dei contatti con il ministero della Goventù, che invece
aveva partecipato all’incontro nella capitale - e viene ribadita dall’interveto
di Claudio Provenzano (Germania) letto in assemblea da Tommaso Conte: “A che servono
le nostre proposte – si chiede Provenzano – se non c’è la volontà politica di
investire su di noi, di fare qualcosa di concreto per realizzarle?”
In Cile invece i risultati della Conferenza
sono definiti “ottimi” – afferma Maria Paz Paladino, che parla di “un gruppo
compatto e vivace di giovani che tiene all’italianità e vuole continuare a
coltivare i legami con la terra di origine”, anche se occorre “trovare la forma
per sfruttare tutte le opportunità”. Si ribadisce, nel corso degli interventi, l’importanza
di reperire fondi per l’investimento su lingua e cultura italiana e per
progetti specifici per ciascuna fascia di età: Silvia Alciati richiama
l’attenzione sui minori – “non si può amare un Paese che non si conosce – dice
- e la conoscenza va trasmessa a cominciare dai più piccoli” – mentre Giovanni
Margiotta (Venezuela) evidenzia, per la fascia di età che va dai 30 ai 35 anni,
l’importanza di un loro coinvolgimento dal punto di vista commerciale,
invitando le Camere di commercio ad un’apertura più decisa nei confronti dei
giovani italiani.
Massimo Candusso (Perù) ed Eleonora Medda
(Belgio) si dicono soddisfatti del rapporto instaurato con gli organismi di
rappresentanza degli italiani all’estero, - molti sono i Comites che si sono
dotati di una “Commissione giovani” sulla scia del coinvolgimento promosso e
sollecitato dal Cgie -. Giovanna Esposito (Lussemburgo), per fare un esempio,
si rallegra che della relazione con i rappresentanti in loco, che è più
immediata di quella che si potrebbe avere attraverso il consolato o
l’ambasciata.
Infine, Barbara Origlio (Messico-Centro
America) chiede che i documenti approvati alla Prima Conferenza dei Giovani
italiani vengano ratificati dal Cgie e venga messo all’ordine del giorno un
dibattito sulle proposte avanzate in quella sede. Anche in merito alla
rappresentanza le idee sono tutt’altro che confuse: “Sino a che non sarà
istituzionalizzata una presenza di giovani all’interno dei lavori del Cgie –
dice Barbara – chiediamo che la quota di esperti che possono essere convocati
in questa sede venga riservata ai giovani, per continuare a partecipare
attivamente al dibattito sui temi che ci riguardano direttamente”. (V.P. –
Inform) 3
Le Associazioni dell’emigrazione siciliana dalla Commissione bilancio della
Regione
Palermo - Una
delegazione del Coordinamento della Associazioni regionali dell’emigrazione
(CARSE) è stata ricevuta il 1° dicembre scorso, dalla Seconda Commissione
legislativa dell’Assemblea Regionale Siciliana, per discutere del rapporto bilancio
della regione problematiche dell’emigrazione. La delegazione guidata dal
Presidente del CARSE, Salvatore Augello, si è presentata all’importante
appuntamento, per "rivendicare due cose di eguale importanza", come
ha detto Augello in un intervento di oltre venti minuti.
"La prima –
spiega oggi il presidente del Carse – ha riguardato il ruolo avuto dalle
associazioni che, in questi quaranta anni di attività, hanno saputo mettere
insieme una imponente rete di parecchie centinaia di associazioni sparse per il
mondo, che rappresentano indubbiamente una grande ricchezza sia per il
movimento associativo sia per la regione. La seconda che riguarda il giusto
rapporto che deve esserci tra ruolo delle associazioni, problematiche
dell’emigrazione e bilancio del Governo Regionale, che deve tenere in debito
conto sia le aspettative delle comunità siciliane all’estero, sia la necessità
di mettere le stesse associazioni i condizioni di assolvere al loro compito ed
al loro ruolo, che ancora oggi, rappresenta un importante e determinante
impegno in direzione di tutta l’emigrazione".
Il relatore ha
fatto un accenno alla legge, quando parla di contributo alle associazioni per
il mantenimento ed il potenziamento delle sedi. "Questa – ha commentato –
è una grande affermazione della legge, che non solo contempla l’importanza del
ruolo di queste associazioni, ma ne prevede le sedi operative e la necessità di
mantenere e potenziare le sedi operative. Se questa era la volontà del
legislatore, non si capisce per quale motivo detto capitolo di bilancio
continua ad essere costantemente ridimensionato, fino a renderlo pressoché
simbolico, rendendo grama ed insicura la vita delle associazioni stesse.
Associazioni – ha ribadito Augello – a cui va il merito di avere tenacemente e
testardamente continuato il proprio lavoro anche in mezzo a crescenti
difficoltà".
Passando alla
legge, si è chiesto di ripristinare i fondi per il funzionamento della Consulta
regionale per l’emigrazione, ripristino che è stato garantito dalla
commissione, la quale ha richiamato la necessità che le somme vengano
impegnate, altrimenti saranno di nuovo tolte.
Per quanto attiene
al bilancio di previsione 2010, pur essendo la delegazione entrata nel merito,
la commissione ha risposto che "il problema evidentemente esiste, ma che
se ne dovrà parlare più in là, quando sarà tempo della finanziaria, dopo il
necessario chiarimento del quadro politico che emergerà dall’evolversi della
situazione politica regionale".
La delegazione,
dopo avere preso atto della positività dell’incontro, ha ringraziato la
commissione dichiarando che avrebbe richiesto un nuovo incontro sul bilancio di
previsione, non appena le condizioni lo renderanno possibile. (aise)
Alcuni momenti del dibattito alla recente Assemblea plenaria del Cgie
Tra gli interventi
quelli del segretario generale Carozza, della deputata Garavini (Pd), dei vice
segretari Nardelli e Amaro, di Arona (Argentina). Lizzola (Pdl) annuncia una
mozione per chiedere il ritiro della bozza di riforma di Comites e Cgie
ROMA - Il segretario generale Elio Carozza ha
riferito mercoledì pomeriggio in Assemblea plenaria sull’incontro avvenuto in
prima mattinata fra una delegazione del Cgie ed alcuni componenti del Comitato
per le questioni degli Italiani all’estero del Senato. Nel mio intervento – ha
spiegato Carozza - ho ricordato al presidente del Comitato, senatore
Firrarello, che da qualche anno noi auspichiamo un periodo di riforme e di
rilancio della questione degli italiani all’estero, e invece siamo sulla “linea
del Piave” per cercare di difendere ciò che è stato conquistato dai nostri
connazionali . Il segretario generale ha inoltre precisato che durante
l’incontro si è parlato della promozione della lingua e cultura italiana, un
tema fondamentale per le nuove generazioni, del problema dell’assistenza per
gli anziani e gli indigenti, della revisione della rete consolare,
dell’informazione specializzata e dell’associazionismo in emigrazione.
In ogni caso al centro dell’incontro – ha
spiegato Carozza –vi è stata la discussione delle riforme degli organi di
rappresentanza degli italiani all’estero. In quel contesto, dopo aver ascoltato
il parere di tutti, ho avuto l’impressione che la discussione su questo tema,
avvenuta nell’ambito Cgie, sia servita a creare un dialogo. L’audizione che
andremo a fare con il Comitato ristretto del Senato per la riforma delle
rappresentanze degli italiani all’estero – ha aggiunto Carozza - sarà la prima
occasione per dare il nostro parere sulla legge. Come Consiglio Generale andremo
all’appuntamento al Senato per spiegare, punto per punto se necessario, il
perché della contrarietà del Cgie alla proposta di riforma. Ribadiremo comunque
la nostra volontà di modernizzare la rappresentanza degli italiani all’estero”.
La delegazione del Cgie che andrà oggi pomeriggio al Senato sarà formata dal
segretario generale Carozza e dai consiglieri Ferretti, Consiglio, Nardelli,
Mangione, Amaro, Piazzi, Schiavone e Volpini.
Dopo la presentazione di un video da parte di
Walter Petruzziello (Brasile) sull’istallazione di una mano bionica comandata
direttamente dagli impulsi celebrali effettuata sul figlio dello stesso
consigliere da ricercatori italiani presso strutture sanitarie del nostro
paese, ha preso la parola Juan Antonio Garbarino (Cile) che si è detto
soddisfatto del lavoro svolto dagli scienziati italiani che hanno portato
avanti questo progetto della mano bionica. “Credo che la ricerca italiana – ha
detto Garbarino - debba alzare i suoi obiettivi e fare un passo avanti in modo
da divenire competitiva anche rispetto alle collaborazioni scientifiche portate
avanti in ambito internazionale dagli altri Paesi europei”.
E’ poi intervenuta la deputata del Pd Laura
Garavini, eletta nella ripartizione Europa, che ha presentato la proposta
di legge, di cui è prima firmataria, denominata “PRIME – Per una Ricerca
Italiana di Merito ed Eccellenza”. “Questa proposta normativa – ha spiegato la
Garavini - ha l’obiettivo di internazionalizzare il sistema della ricerca
italiana. Essa cerca di porre rimedio alla situazione dei giovani ricercatori
italiani che spesso sono costretti a lasciare l’Italia. Va comunque detto – ha
proseguito la Garavini – che il fatto di andare all’estero non è di per se
negativo, anzi rappresenta un’occasione di arricchimento professionale. Il
problema però sorge quando questi giovani vogliono rientrare in Italia e non
trovano occasioni lavorative presso i nostri atenei e centri di ricerca. Alla
stesso modo i ricercatori stranieri di eccellenza non trovano posto presso le università
italiane dove c’è poco spazio per la meritocrazia, le scelte della ricerca
sono guidate dai ‘baronati’ e vi è poca trasparenza nello sviluppo della
carriera. Al fine di favorire il rientro dei cervelli italiani dall’estero – ha
precisato la Garavini - abbiamo previsto nella proposta di legge la creazione
di un specifica Fondazione che avrà anche il compito di reperire risorse
pubbliche e private volte a favorire l’internazionalizzazione delle nostre
università e dei centri di ricerca. Per cercare di utilizzare al meglio queste
risorse la bozza di legge ha inoltre recepito le buone prassi dei sistemi di
ricerca locali sperimentate all’estero da ricercatori italiani che lavorano a
Parigi, Londra Monaco e Ginevra . In questo modo – ha concluso la deputata del
Pd - avremo gli strumenti per valutare sul campo l’oggettiva qualità dei
progetti da utilizzare”. La Garavini ha infine espresso forti perplessità sulla
bozza di riforma per la rappresentanza degli italiani all’estero in discussione
al Senato, ma si è detta fiduciosa per l’apertura di un dialogo fra il Cgie e
il Comitato ristretto che si occupa della tematica.
Il vice segretario generale Francisco
Nardelli, nell’illustrare le risultanze della riunione della Commissione
continentale dei Paesi dell’America Latina, ha ricordato come a tutt’oggi le
risorse della finanziaria 2010 per gli italiani all’estero siano insufficienti
soprattutto per quanto riguarda il capitolo di spesa della tutela sanitaria
dove sono previste ulteriori decurtazioni delle risorse. Tagli che
comporteranno una riduzione dell’utenza del 40% e quindi una selezione fra i
bisognosi di aiuto. Nardelli, dopo aver sottolineato le crescenti difficoltà
incontrate dagli enti gestori che si occupano della diffusione della lingua
italiana nel mondo, ha auspicato un salto di qualità della Conferenza
Stato-Regioni-Province autonome-Cgie che consenta all’Italia di fare sistema
con il supporto degli italiani all’estero e di armonizzare gli interventi
delle Regioni per i connazionali nel mondo. Per quanto riguarda la riforma dei
Comites e del Cgie Nardelli, dopo aver precisato che le urgenze delle nostre
comunità sono altre, ha auspicato l’avvio di un dialogo fra il Cgie e le forze
parlamentari che consenta di definire gli obiettivi da raggiungere, prima
che venga ridimensionata la rappresentanza degli italiani all’estero.
Preoccupazione per la decurtazione delle
risorse pubbliche è stata espressa anche da Andrea Amaro, vice segretario
generale per i consiglieri di nomina governativa, che al riguardo ha auspicato
una forte mobilitazione delle diverse realtà nazionali volta ad ottenere una
modifica sostanziale di questo pericoloso orientamento al ribasso. Sul fronte
della rappresentanza Amaro si è detto contrario alla riforma in discussione al Senato
che rischia di trasformare i Comites in una rappresentanza per delega e
il Cgie in una mera struttura di coordinamento. Su questo punto Amaro ha
proposto la stesura di una lettera da inviare al Governo con l’opinione del
Cgie sulla riforma e la convocazione di un incontro con l’associazionismo, i
sindacati e le forze politiche dedicato alla riforma dei Comites e del Cgie.
“Stiamo lavorando con l’ufficio di Presidenza
del Senato – ha annunciato il segretario generale Elio Carozza intervenendo nel
dibattito – alla definizione degli aspetti tecnici di un incontro, da porre in
essere in occasione della prossima Assemblea plenaria del Cgie prevista intorno
al 30 aprile, con tutti gli analoghi organismi dei vari paesi europei”.
Il presidente della Commissione Sicurezza e
Tutela sociale Maria Rosa Arona ha sottolineato come dalla finanziaria siano
previsti tagli sia per l’assistenza diretta che indiretta. La Arona ha poi
spiegato come, alla luce delle decurtazioni delle risorse pubbliche e dell’innalzamento
dei costi, le polizze sanitarie per i nostri connazionali in Argentina,
Venezuela, Colombia, Uruguay, Cile e Messico saranno rinnovate ma anche
ridimensionate, lasciando fuori dall’assistenza circa il 40% dei nostri
connazionali che fruivano di questo servizio. Per superare questa difficile
situazione, secondo il presidente dalla II Commissione tematica, sarà dunque
opportuno un approfondito dibattito in Parlamento che permetta di recuperare le
risorse sottratte dalla finanziaria. La Arona ha poi proposto l’introduzione di
un assegno di solidarietà per i connazionali indigenti ed il varo da parte del
Parlamento di una sanatoria integrale per i pensionati all’estero a basso
reddito che abbiano contratto degli indebiti con l’Inps.
Fra gli altri interventi segnaliamo quelli
del consigliere Claudio Lizzola (Pdl), che ha annunciato la presentazione di
una mozione volta a chiedere il ritiro della bozza di riforma del Cgie, e del
direttore generale per gli Italiani all’estero e le Politiche migratorie Carla
Zuppetti che ha annunciato l’avvenuta approvazione, in sede di Commissione
Bilancio della Camera, di un emendamento del deputato del Pdl Aldo Di Biagio
che aggiunge due milioni di euro ai capitoli di spesa per gli italiani
all’estero. (Goffredo Morgia - Inform)
In Senato l’indagine conoscitiva sul voto all’estero. L’audizione del Cgie
Roma - È stata
assegnata alle Commissioni riunite Affari Costituzionali ed Esteri del Senato
un’indagine conoscitiva sulla "Applicazione delle norme che regolano le
elezioni nella Circoscrizione estero, con particolare riguardo alle questioni
inerenti le diverse Ripartizioni, nonché sui possibili interventi correttivi o
di riforma". La prima audizione, svolta il 2 dicembre, è stata quella di
una rappresentanza del Consiglio generale degli italiani all’estero composta
dal segretario generale Elio Carozza e dal vice segretario per il Sud America
Francisco Nardelli e dai consiglieri Riccardo Pinna, Valter Della Nebbia e
Marina Piazzi.
Nell’introdurre
l’audizione, presidente della Commissione Esteri, Lamberto Dini, ha definito il
Cgie "istituzione di massima rappresentanza delle collettività italiane
nel mondo", dando quindi la parola a Carozza.
"La posizione
del Consiglio sul voto all’estero – ha esordito il segretario generale – tiene
conto delle esperienze maturate e delle opinioni espresse dalle nostre comunità
all’estero. A mio avviso, il sistema del voto per corrispondenza non può che
essere mantenuto, ma occorre che le responsabilità e i rischi connessi allo svolgimento
delle operazioni elettorali da parte dei consolati siano condivise con un
comitato elettorale composto da cittadini italiani residenti all’estero che
collaborino con i consolati stessi".
Un’altra falla del
sistema, per Carozza, riguarda la segretezza del voto: "occorre garantire
il duplice passaggio dell’invio e della ricezione dei plichi agli elettori e
del reinvio delle schede ai consolati. Il sistema della raccomandata con
ricevuta di ritorno – ha osservato Carozza – può essere un sistema idoneo ma va
verificato rispetto all’organizzazione del servizio postale nei singoli Paesi
stranieri". Fondamentale, ha aggiunto, "scongiurare ogni possibile
alterazione dei plichi, uniformando gli orari di apertura dei consolati con
quelli di consegna del materiale postale".
Per il segretario
generale, inoltre, potrebbe essere una "misura utile" quella di
"garantire la provenienza del voto dall’elettore mediante l’apposizione
della firma autografa sulla scheda e dell’indicazione di un documento di
identità".
Quanto alla
individuazione dell’elettorato e degli indirizzi degli aventi diritto, Carozza
ha ricordato che ancora esiste "il disallineamento esistente tra i dati
contenuti nel sistema anagrafico gestito dal Ministero dell’interno rispetto a
quelli in possesso del Ministero degli affari esteri", mentre sulle
operazioni di spoglio elettorale, ha osservato che "l’eventuale
espletamento delle procedure sul posto e non a livello centralizzato in Italia
potrebbe produrre risparmi di spesa e avere anche il positivo effetto di
consentire una verifica da parte degli elettori".
Concludendo,
Carozza ha assicurato che il Cgie è "disponibile a fornire al Parlamento
una documentazione informativa relativa a ciascun Paese straniero che contenga
idee e suggerimenti per un eventuale intervento di riforma del sistema del voto
degli italiani all’estero".
È quindi iniziato
il dibattito cui sono intervenuti diversi senatori e gli altri consiglieri del
Cgie. molto critico Andrea Pastore (Pdl) che, dopo aver ricordato come il voto
all’estero sia stato "decisivo" nella scorsa Legislatura, ha
contestato la procedura del voto per corrispondenza perché a suo dire "in
alcune realtà ove il sistema postale è gestito da privati, non è in grado di
fornire le opportune garanzie". Secondo il senatore, quindi, sarebbe
meglio far votare i connazionali nei consolati o in strutture pubbliche idonee
che siano in grado di "assicurare la massima regolarità nell’esercizio del
voto". Sconfessando uno dei punti fondamentali della Legge Tremaglia,
Pastore si è infine detto "perplesso" sulle norme relative
all’elettorato passivo, criticando cioè la previsione che riserva il diritto di
candidarsi solo ai cittadini residenti all’estero.
Eletto in Europa
col Pd, Claudio Micheloni si è invece soffermato sull’importanza di rivedere
"le procedure di rilascio del certificato elettorale e degli adempimenti
connessi", mentre "non deve essere messo in discussione il voto per
corrispondenza" che per altro "viene utilizzato ordinariamente in
molti Paesi europei, tra cui, ad esempio, la Svizzera".
Anche Nardelli
(Argentina) ha difeso il voto per corrispondenza, visto che "la
maggioranza degli italiani residenti non è in grado di recarsi con facilità al
proprio consolato", richiamando invece "l’importanza che sia
assicurata un’adeguata tempestività per la trasmissione dei voti".
Sulla stessa linea
anche Pinna (Sud Africa) secondo cui "il voto per corrispondenza è l’unico
strumento per garantire ai residenti all’estero l’esercizio effettivo del
diritto di voto, soprattutto in alcuni Stati, come quelli africani, ove alle
difficoltà logistiche e di spostamento si aggiungono problemi legati a
peculiari condizioni politiche".
D’accordo con il
collega anche Della Nebbia (Usa) secondo cui il voto per corrispondenza è
l’unico "idoneo a garantire a tutti i cittadini italiani residenti
all’estero l’esercizio del diritto politico fondamentale del voto". Quanto
alla previsione che per candidarsi all’estero occorra risiedere fuori
dall’Italiaper Della Nebbia è più che giusto che perché così "si assicura
che i rappresentanti delle diverse comunità italiane siano cittadini che vivono
a stretto contatto con i loro elettori e che, conseguentemente, siano in grado
di rappresentarne adeguatamente gli interessi".
Nel suo
intervento, Marina Piazzi (Messico) ha auspicato la costituzione di "un
comitato elettorale che abbia il compito di procedere allo spoglio in loco
delle schede e alle opportune verifiche, così da assicurare quanto più
possibile la regolarità del procedimento elettorale, soprattutto in alcuni
Stati – come il Messico – ove il sistema postale è affidato a società
private". Quanto alle verifiche sugli aventi diritto al voto, la Piazzi ha
suggerito "l’utilizzazione delle anagrafi del consolato, che vengono
costantemente aggiornate".
Presidente del
Comitato per le questioni degli italiani all’estero, il senatore Firrarello ha
auspicato che "il voto per corrispondenza sia inviato direttamente in
Italia", invece di passare prima dai consolati, e criticato la
"differenza tra le procedure di voto in Italia e quelle all’estero",
ritenendo "opportuno uniformare il sistema elettorale per il voto
all’estero a quello vigente in Italia".
La senatrice
Francesca Marinaro (Pd), dopo aver affermato che "il riconoscimento del
diritto di voto per i cittadini residenti all’estero non può più essere messo
in discussione", ha invece auspicato che "si proceda alle opportune
correzioni del sistema elettorale, nel presupposto – che sembra condiviso dai
rappresentanti delle comunità italiane – che lo strumento migliore sia in ogni
caso il voto per corrispondenza. Credo che ogni possibile modifica al sistema
elettorale per il voto debba tenere conto dell’esigenza di assicurare ai
residenti in Paesi stranieri un’adeguata rappresentanza. Cosa che- ha concluso
– sembra essere la ratio ispiratrice sia della riforma costituzionale del 2000
sia della legge attuativa".
Eletto in
Australia col Pd, il senatore Nino Randazzo replicando a Firrarello ha detto di
"non condividere la proposta di uniformare il sistema elettorale per il
voto degli italiani all’estero a quello vigente in Italia, introducendo anche
per la circoscrizione Estero il sistema delle cosiddette "liste
bloccate". Il sistema elettorale attualmente previsto per il voto degli
italiani all’estero – ha osservato – assicura, alle comunità la possibilità di
eleggere il candidato ritenuto più idoneo a rappresentare i loro interessi nel
Parlamento nazionale".
Dello stesso
avviso Micheloni che ha ricordato che "vi sono numerosi comuni italiani,
soprattutto nelle regioni meridionali, ove i cittadini che risiedono all’estero
costituiscono una percentuale molto elevata del corpo elettorale. Se si
prevedesse una diretta partecipazione dei cittadini residenti all’estero alle
elezioni nazionali, in quei comuni il voto dei cittadini residenti all’estero
potrebbe condizionare, in modo talvolta decisivo, l’esito delle elezioni. Per
me è opportuno mantenere la circoscrizione Estero così come configurata
dall’articolo 48 della Costituzione".
Concludendo, i
Presidenti delle due Commissioni, Dini e Vizzini, hanno ringraziato la
delegazione del Cgie. Vizzini, in particolare, ha voluto sottolineare come il
tema dell’indagine conoscitiva sia "particolarmente rilevante, in quanto
strettamente connesso al corretto funzionamento del sistema democratico e dei
suoi istituti". (aise)
L'Africa vittima inconsapevole del disastro clima
Il cambiamento
climatico colpirà per prima, e con la massima forza, l’Africa, un continente che
non ha praticamente contribuito al danno. A parte l’Antartide, è l’unico
continente non industrializzato. Quel po’ di industrializzazione che aveva
avuto luogo a partire dagli Anni 80, è stata più o meno smantellata. Per questo
l’Africa non ha contribuito allo storico accumulo dei gas serra attraverso
l’industrializzazione basata sul carbonio. E anche il suo attuale contributo è
trascurabile, dato che è praticamente tutto causato dalla deforestazione e dal
degrado delle terre coltivabili. Eppure il cambiamento climatico la colpirà con
estrema durezza, perché azzopperà il suo vulnerabile settore agricolo, dal
quale dipende il 70 per cento della popolazione. Tutte le stime del possibile
impatto del riscaldamento globale suggeriscono che gran parte del continente
diventerà più secca e che il continente nel suo insieme sperimenterà una
maggiore variabilità climatica.
Sappiamo bene
quale sia stato in passato l’impatto delle siccità sulle vite di decine di
milioni di africani. Possiamo perciò immaginare quale potrebbe essere quello di
un clima ancora più secco. Le condizioni dell’agricoltura, un settore economico
assolutamente vitale, diventeranno ancora più precarie di quanto già non siano
adesso.
Come dicevo,
l’Africa sarà colpita per prima. Il temuto impatto del cambiamento climatico ci
è già addosso. La siccità che attualmente colpisce l’Africa orientale - molto
più drammatica di quelle precedenti - ne è una conseguenza diretta. I negoziati
dei prossimi giorni dovrebbero riguardare i problemi specifici dell’Africa e
delle regioni povere del mondo altrettanto vulnerabili. Questo richiede, come
prima e più importante misura, la riduzione del riscaldamento globale di quegli
apparentemente inevitabili 2 gradi Celsius, oltre i quali c’è una catastrofe
ambientale dalle conseguenze inimmaginabili per i Paesi poveri e vulnerabili.
Come seconda misura occorre rendere disponibili per questi Paesi risorse
adeguate perché possano adattarsi al nuovo clima.
Il cambiamento,
ampiamente causato dalle attività dei Paesi sviluppati, ha reso ancora più
difficile per quelli poveri combattere la povertà. Adeguati investimenti per
mitigare il danno potrebbero in parte risolvere il problema. I Paesi sviluppati
hanno perciò l’obbligo morale di pagare compensazioni parziali, con le quali i
Paesi poveri finanzieranno gli investimenti necessari per adattarsi al mondo
nuovo. Sono stati fatti alcuni calcoli. Una stima prudente parla di 50 miliardi
di dollari all’anno, che dovrebbero salire a 100 nel 2020.
Meles Zenawi,
Primo ministro etiope capo della delegazione africana a Copenhagen LS 8
Gli Usa ora non negano più: i gas serra sono una minaccia
Annuncio a
sorpresa nel giorno di apertura del Vertice - di DILETTA VARLESE
COPENAGHEN - «I
gas serra danneggiano la salute». E’ bastata questa semplice dichiarazione
formulata ieri dall’Agenzia Usa per la protezione dell’Ambiente a cambiare a
sorpresa, in positivo, le prospettive di riuscita del summit di Copenaghen. Il
legame diretto di causa-effetto tra inquinamento e malattie, stabilito da Washington
impegna infatti il governo federale a ordinare e non più consigliare il taglio
delle emissioni nocive. «La salvaguardia della salute è un obbligo - ha
spiegato la portavoce dell’agenzia statunitense - ora dovremo agire».
La notizia è
arrivata a Copenaghen mentre prendevano il via le due settimane di lavori del
vertice cui partecipano 192 paesi e che si preannunciano comunque faticose. Si
perché, fin dal calcio d’inizio, la posta in gioco è quanto mai impegnativa, la
sfida complessa e di esito incerto.
Il primo ministro
danese, Lars Lokke Rasmussen, nell’apertura ufficiale dei lavori, ha insistito
sul principio etico che dovrebbe essere la guida per lo svolgimento del summit:
«A conclusione del vertice, dobbiamo essere in grado di restituire al mondo
quello che oggi è stato garantito a noi: la speranza di un futuro migliore».
La presidentessa
del summit Connie Hedegaard, prossomo ministro Ue per l’ambiente, è entrata nel
vivo chiamando in causa proprio quei paesi su cui sono puntati gli occhi del
futuro del pianeta: Cina, India, Corea del Sud, Brasile, Indonesia. «Bisogna
saper vedere oltre i propri interessi particolari - ha ammonito la Hedegaard -
è il momento di assumersi responsabilità e agire subito».
I delegati di
Brasile e India si sono detti pressoché d’accordo nel presentare una bozza
comune, di cui però non si hanno ancora riferimenti a dati e cifre. Chi storce
il naso e si presenterà come “bastian-contrario” è dopotutto la Cina. La
posizione di Pechino è ferma sulla rivendicazione del diritto alla crescita
esponenziale che la sta portando fuori dalla condizione di “paese in via di
sviluppo”. In larga parte a forza di CO2 e carbon fossile. Nessuna
disponibilità a compromettere la crescita economica che, dice la Cina, «è la
garanzia della stabilità sociale». Si alle energie pulite, ma con i propri
tempi e molti soldi da parte dei Paesi già industrializzati, in termini
d’impegni finanziari, per aiutare i più poveri e per il trasferimento delle tecnologie
avanzate.
Il presidente
cinese Hu Jin tao aveva annunciato che «la Cina taglierà in modo significativo
le sue emissioni di gas inquinanti per unità di Prodotto Interno Lordo entro il
2020», riferendosi all’intensità delle emissioni di gas inquinanti del 40-45% e
aumento della percentuale di energia pulita consumata, dall’attuale 8 al 15%
entro il 2020. Pechino però rifiuta fin da subito qualunque impegno vincolante,
come quelli imposti dal protocollo di Kyoto. In tal modo, la Cina si potrebbe
porre come ago della bilancia sulla firma dell’accordo. La Ue ribatte e paventa
di alzare la posta al 30% sulle emissioni, proprio per porre pressione sulla
Cina, ma anche sugli Stati Uniti, secondo le parole del ministro dell’Ambiente
lo svedese Andreas Carlgren, il cui Paese ha la presidenza di turno
dell’Unione.
Ma, realmente, gli
occhi del mondo sono puntati sui 110 presidenti del COP15, e forse ancora più
su di uno in particolare: Barack Obama, che ha annunciato il suo arrivo per il
18 dicembre, giorno conclusivo dei lavori, una mossa che fa auspicare un
atterraggio con la penna in mano. IM 8
Copenaghen. Clima, Barroso pessimista. "Un trattato non è
possibile"
Preoccupato il
presidente della Commissione europea. "Servono contributi ai Paesi in via
di sviluppo". Sull'onda della svolta verde degli Usa, i negoziati
procedono ma restano difficili
Copenaghen -
Sull'esito della conferenza Onu sull'ambiente a Copenaghen, Josè Barroso è
pessimista. La firma di un nuovo trattato sul clima "non è possibile, non
è stato preparato, ci sono alcuni dei nostri partner che non sono preparati.
Invece dobbiamo raggiungere un accordo sulla riduzione delle emissioni dei gas
nocivi. Lo dobbiamo ai nostri giovani", dice il presidente della
Commissione europea a Europe 1.
Barroso:
"Contributi ai Paesi in via di sviluppo". "Quello che cerchiamo
di ottenere adesso è un accordo che dopo metteremo in termini di legge affinché
diventi un trattato. Serve un accordo a Copenaghen - taglia corto Barroso - in
particolare sulla limitazione dei gas a effetto serra per i Paesi più
industrializzati, ma anche qualche contributo finanziario per aiutare i Paesi
in via di sviluppo ad adattarsi a questa minaccia".
I risultati in
Europa. Orgoglioso del lavoro fatto dall'Europa, il presidente dell'esecutivo
comunitario ricorda che i Ventisette sono gli unici ad aver varato norme
ambiziose contro i gas nocivi: "Siamo i soli ad aver adottato con una
legge, e non solo con dichiarazioni politiche, la riduzione del 20% delle
emissioni di anidride carbonica per il 2020".
Al via i tavoli
tecnici. Dopo il via ufficiale ieri della conferenza Onu sui cambiamenti
climatici, a Copenaghen oggi si entra nel vivo delle consultazioni tecniche. Il
nodo resta quello degli impegni sulla riduzione dei gas serra. L'obiettivo:
limitare ai 2 gradi l'aumento della temperatura. E tutti guardano ai Paesi a
economie emergenti, India e Cina.
La svolta
"verde" degli Usa. Il presidente americano Barack Obama, stimolato
dal Nobel Al Gore che lo ha incitato a fare di più per l'ambiente, conferma la
sua svolta "verde". Per la prima volta, il Paese che assieme alla
Cina occupa il vertice della classifica dell'inquinamento, ammette
ufficialmente che i gas serra sono un pericolo per gli esseri umani e che la
loro produzione deve essere regolata.
Obama atteso a
Hopenaghen. Ma a Copenaghen, ribattezzata ieri Hopenaghen (Speranzopoli) dal
premier danese Anders Fogh Rasmussen, la ripartizione degli sforzi da compiere
è tutt'altro che decisa. Senza un accordo vincolante per tutti i Paesi, anche
la promessa cinese di ridurre le emissioni del 40% entro il 2020 si traduce in
poca cosa. Così, dopo l'inagurazione di ieri e gli accorati appelli a fare la
propria parte per salvare il pianeta, il summit entra nella fase meno
spettacolare, ma molto più complicata, dei negoziati. Lo sprint finale sarà
negli ultimi giorni, dopo il 15 dicembre, quando a Copenaghen convergeranno
molti leader internazionali, Obama incluso. LR 8
Il 18 gennaio 1989
si chiudeva a Torino la conferenza internazionale «Atmosfera, clima e uomo».
Nel rapporto conclusivo si leggeva: «Gli effetti involontari della crescita
economica nell’alterare i processi atmosferici globali costituiscono una seria
minaccia alla sicurezza internazionale e al futuro dell’economia globale».
Né l’incertezza
scientifica né la mancanza di precise conoscenze devono essere ragione di
ritardo o inazione». Le soluzioni proposte coincidevano con quello che otto
anni dopo sarebbe diventato il protocollo di Kyoto: riduzione delle emissioni
inquinanti, efficienza energetica, energie rinnovabili, riciclo dei rifiuti e
minori sprechi di materie prime, stop alla deforestazione, investimenti nella
ricerca.
La conferenza non
suscitò tuttavia né interesse né accesi dibattiti. Eppure non era stata indetta
da un gruppo di ambientalisti, bensì dalla Fondazione Sanpaolo di Torino: ebbe
luogo nel nobile salone di piazza San Carlo della banca torinese, sotto l’alto
patronato del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. I pochi
ricercatori di punta di allora sostenevano con coraggio quanto nei vent’anni
successivi è stato confermato dai fatti: la concentrazione di CO2 nell’aria era
a 350 parti per milione ed è oggi a 390; i dieci anni più caldi degli ultimi
secoli dovevano verificarsi tutti dopo il 1997; la rovente estate 2003, causa
di 35000 vittime in Europa, non si era ancora verificata; la mummia Otzi,
antica di cinque millenni, non era ancora emersa dal ghiacciaio altoatesino del
Similaun; la banchisa del mar glaciale Artico non si era ancora ridotta come
nel 2007.
Oggi disponiamo di
una quantità impressionante di ricerca scientifica sul clima, supercalcolatori,
carotaggi polari, nuovi satelliti, migliaia di ricercatori, un’agenzia delle
Nazioni Unite - l’Ipcc - le cui conclusioni hanno confermato le affermazioni di
vent’anni fa. Eppure proprio ora che le evidenze aumentano, la confusione
impera, dubbi e maldicenze si insinuano sull’operato dei climatologi e tira
aria di complotto. Ma mettiamoci dal punto di vista di un investigatore: manca
il movente. Difficile pensare che gli scienziati riuniti a Torino nel 1989
fossero in malafede e avessero architettato tutto per arrivare - vent’anni dopo
- a favorire la lobby dei pannelli solari. C’erano modi più semplici e rapidi
di guadagnare! Difficile pensare alla volontà dei governi di fregare tutti i
loro amministrati con nuove tasse sui combustibili fossili: la convenzione
quadro sui cambiamenti climatici, emanata nel 1992, è stata firmata da 188
Paesi, ognuno con i propri interessi da tutelare, incluso il commercio di
petrolio e carbone.
Come si può
pensare che l’Arabia Saudita abbia la stessa visione delle Isole Tuvalu e
insieme complottino contro di noi poveri mortali? E per cosa? Tuvalu ha paura
di finire sott’acqua, l’Arabia vuole lucrare sul petrolio. Entrambe però hanno
accettato una posizione diplomaticamente equilibrata che concorda sul problema
epocale che abbiamo di fronte. E dunque, perché sulla questione climatica si
assiste oggi a un accanimento ideologico che la vuole destituire di fondamento?
È forse così terribile la ricetta di Copenhagen? Chiede di amputare una gamba
sana o invita a fumare di meno? Un mondo che va a energia solare ed eolica, ha
automobili che inquinano meno, case ben isolate che non disperdono l’energia,
aria urbana più respirabile, garanzia di salvaguardia per le foreste tropicali,
moderazione nell’uso delle risorse scarse e riciclo dei rifiuti, è forse così
detestabile? Non ci dovremmo arrivare comunque, clima o non clima?
Di fronte a una
Terra sempre più affollata e inquinata, con il petrolio che tra breve mostrerà
la spia della riserva, Copenhagen consiglia di prendere due piccioni con una
fava. Essere più efficienti in un mondo che non ha risorse infinite, è sempre
una vittoria. Dall’altro lato c’è invece la prudenza: oltre tre gradi in più a
fine secolo, l’aumento dei fenomeni estremi e del livello dei mari, la
stabilità dell’agricoltura e della biosfera dalle quali dipendiamo, non sono
certo uno scherzo. È in gioco la qualità del nostro futuro e chi punta i piedi
contro Copenhagen, ha interessi probabilmente molto più espliciti da
difendere. LUCA MERCALLI LS 7
ROMA Non era mai
successo prima che 191 Paesi della terra si riunissero per parlare dei
cambiamenti climatici. Basterebbe già questo record a caratterizzare la
Conferenza di Copenhagen come un evento del tutto speciale. Che poi si arrivi
ad un accordo vincolante, e in quali tempi, è una questione del tutto diversa.
La conferenza si apre con una serie di incognite: gli innegabili passi avanti
compiuti da Usa e Cina e la stessa presenza dei due presidenti fa capire che
nessuno vuole assumersi, a cuor leggero, la responsabilità di un fallimento. Ma
quanto e cosa sono disposti a mettere sul piatto, si vedrà solo alla fine del
summit. La frizione tra i Paesi del mondo ricco e sviluppato e i Paesi del
mondo emergente e di quello più povero è l’altra grande incognita del vertice
danese: quanto e come distribuire i costi degli interventi, questo è il vero
nodo. Superarlo sarà la vera sfida delle due settimane di confronto che si
aprono oggi.
Europa e Usa.
L’obiettivo dichiarato del summit è di fissare misure in grado di contenere il
surriscaldamento climatico dovuto ai gas serra entro i 2 gradi nel 2050.
Secondo gli esperti, il target è in linea con le decisioni europee che assumono
un taglio del 20% (rispetto al 1990) delle emissioni al 2020, migliorato se
possibile al 30% (ma su questo punto l’Italia ha chiesto una verifica che
coinvolga anche Stati Uniti e Cina) e un ulteriore riduzione del 50% delle
emissioni al 2050. Finora gli Stati Uniti hanno promesso una riduzione del 17%
(rispetto al 2005 e non al 1990) delle emissioni di Co2 in rapporto al Pil
entro il 2020 e del 42% entro il 2030. Rapportato ai parametri europei
significa in concreto un taglio iniziale di appena il 4%. Dimezzare le
emissioni entro il 2050 è l’obiettivo della bozza presentata dal governo danese
ma è già stata bocciata dagli emergenti.
Gli emergenti. E’
qui il punto cruciale. Cina, India, Messico, Brasile e Sud Africa attribuiscono
la maggiore responsabilità della situazione attuale ai paesi ricchi e giudicano
insufficienti gli impegni presi. Perciò rilanciano: per arrivare ad una taglio
del 50% entro il 2050 i Paesi ricchi dovrebbero assumere il 40-45% dei tagli al
2020 e l’80-90% al 2050, considerando il 1990 come anno di riferimento.
Inoltre, aggiungono, il costo delle minori emissioni dei Paesi più poveri
dovranno comunque essere finanziati dalla metà più ricca del pianeta:
diversamente i poveri sarebbero condannati a rinunciare allo sviluppo.
E così l’India si
dice disponibile a tagliare del 20-25% rispetto al 2005 la propria intensità
carbonica (cioè la quantità di emissioni in rapporto al Pil) mentre la Cina
propone una soglia del 40-45% delle emissioni rispetto al 2005 e il Brasile si
ferma a meno 36,1-38,9 per cento. Tanto per avere un’idea delle cifre in ballo,
i cinesi hanno calcolato che per raggiungere il loro target occorre una spesa
di 30 miliardi di dollari l’anno. E stiamo comunque parlando di tagli che non
comportano una riduzione delle emissioni ma una loro minor crescita rispetto a
quanto farebbero in assenza di interventi.
L’adattamento. Non
c’è dunque accordo su come ripartire il peso e i costi degli obiettivi di lungo
periodo. Ma si discute anche sull’immediato e su come avviare il cosiddetto
“first track finance”. Ossia sugli interventi da compiere per evitare, subito,
inondazioni, frane e tutti quei flagelli che sono legati al fattore climatico.
Incluse anche, per esempio, le barriere per proteggere gli atolli del Pacifico
dall’innalzamento del mare.
Secondo i calcoli
della Banca Mondiale si tratta di una cifra stimabile tra 75 e 100 miliardi di
dollari l’anno per i prossimi 40 anni. Cifra che gli emergenti giudicano
insufficiente. Gli Usa sono disposti a dare 1,2 miliardi l’anno per l’aiuto
climatico, incluso l’adattamento. L’Europa non riesce a decidere e parla di
offrire 5-7 miliardi l’anno, ma anche qui si tratta di stabilire come
distribuire la spesa tra i paesi membri. Il poverissimo Bangladesh spende 50
milioni di dollari per proteggersi dalle inondazioni, ma anche l’Inghilterra
sta rinforzando gli argini del Tamigi con una spesa di circa mezzo milione di
dollari. BARBARA CORRAO IM 7
Finanziaria nuova versione. Colpo di mano su giornali e Tv, a rischio le
testate "scomode"
Ci chiudono la
bocca. Lo dice Pier Luigi Bersani, accusando il comportamento di maggioranza e
governo sulla Finanziaria in Parlamento: il centrodestra si è votato da solo in
pochi minuti il testo, senza accettare nessuna modifica, inviandolo all'Aula
dove tutti si aspettano la fiducia. Lo ripetono i rappresentanti sindacali
delle testate giornalistiche che attingono al Fondo per l'editoria. La manovra
infatti, al comma 53 bis, elimina il diritto soggettivo di accedere a quei
finanziamenti, e decreta che le erogazioni siano ripartite tra i vari soggetti
fino a esaurimento. Se non bastano, pazienza.
Per di più la
nuova formulazione impedisce alle società editrici di indicare la somma nei
bilanci, rendendo impossibile redigere i libri contabili per il prossimo anno.
In poche parole: i giornali sono a rischio chiusura.
Così si toglie
ossigeno a circa 92 testate, per lo più giornali legati a gruppi parlamentari,
che di fatto non sopravviverebbero senza quell'aiuto. E non perché non vendono,
ma solo perché non riescono a intercettare i flussi pubblicitari, sempre più
concentrati sui grandi gruppi.
E' un colpo ai più
deboli, un bavaglio al pluralismo, una minaccia per l'occupazione. In questo
comparto, infatti, lavora un giornalista su cinque occupati nella carta
stampata. Sono a rischio tra i 1.800 e i 2.000 posti di lavoro giornalistico,
che andrebbero sommati ai circa 1.500 poligrafici. E' come chiudere una grand
efabbrica, come eliminare in Fiat Termini Imerese.
Nei corridoi della
Camera si racconta di una lite furibonda tra Giulio Tremonti e Paolo Bonaiuti,
che stava redigendo un regolamento per rendere più “virtuosa” l'erogazione. Si
stava studiando il modo di finanziare le testate in base alle copie
effettivamente distribuite (e non solo stampate, com'è oggi) per premiare le
più efficienti.
Con il blitz in
manovra è tutto cancellato. Sempre alla Camera si narra di un altro duello,
questa volta a distanza, tra il ministro dell'Economia e il presidente
Gianfranco Fini. Questa mossa sarebbe stata accompagnata da forti
rassicurazioni alla Padania, testata legata al gruppo della Lega, mentre
rimarrebbe in mezzo al guado il Secolo d'Italia, più vicino ai finiani. Altre
voci, invece, darebbero per imminete una norma “riparatrice” nel decreto
milleproroghe di fine anno. Insomma, un passo indietro una volta verificata
l'effettiva portata dello scudo fiscale. Per ora però c'è solo la certezza
della pagina scritta, pronta al voto blindato in settimana.
Bianca Di Giovanni
L’U 7
Il processo ad
Amanda Knox diventa affare di Stato. Il capo della diplomazia americana,
Hillary Clinton, si è detta ieri disposta a verificare se davvero ci sono, come
afferma la senatrice Cantwell, «seri interrogativi sul funzionamento del
sistema giudiziario italiano», e se «l’anti-americanismo possa avere inquinato
il processo».
Una inusuale presa
di posizione, che pone la vicenda Knox nella lista di altri famosi contenziosi
legali tra l’Italia e gli Stati Uniti. Con la differenza che le obiezioni al
processo di Perugia toccano il nervo più scoperto del nostro dibattito sulla
Giustizia, e, indirettamente, sui processi al premier Berlusconi.
Finora, Italia e
Stati Uniti si sono scontrati nelle aule di tribunali per casi politici. Nel
1998 si trattò della tragedia del Cermis, venti vittime nella caduta di una
funivia abbattuta da un aereo Prowler dei marines. Nel 2007 si trattò di
processare il soldato Usa Lozano, che aveva ucciso in Iraq il nostro uomo del
Sismi Nicola Calipari. Infine, il più recente, il processo agli uomini della
Cia che avevano rapito Abu Omar. Tutti processi politici, appunto, che
ruotavano intorno alle rispettive «sovranità» nazionali dei due Paesi.
Nel caso di
Amanda, invece, il Dipartimento di Stato si arrogherebbe il diritto di
verificare il funzionamento stesso della giustizia italiana, dichiarandosi
disposto ad ascoltare coloro che sollevano l’ipotesi - gravissima - che «non
esistevano prove sufficienti per spingere una giuria imparziale a concludere
oltre ogni ragionevole dubbio che Amanda fosse colpevole». E, dal momento che
la giustizia è uno dei metri di misura del funzionamento di una democrazia, il
sospetto va dritto al cuore del nostro Paese.
Quello alla Knox è
solo l’ultimo di una serie di processi che hanno lasciato la nostra pubblica
opinione con l’amaro in bocca dei dubbi. Parliamo del processo ad Annamaria
Franzoni per il delitto di suo figlio a Cogne, di quello contro Alberto Stasi
per l’uccisione della fidanzata Chiara Poggi, e infine di questo di Perugia.
Tre casi celebri, accomunati da elementi simili. Innanzitutto la confusione
delle indagini: prove che vengono raccolte, poi cambiate, e mentre il processo
è in corso. Coltelli, reggiseni, pigiami, biciclette, zoccoli e computer che
entrano ed escono di scena come fondali intercambiabili invece che elementi
certi di accusa. Oggetti totemici per il pubblico che, alla fine, mai si sono
rivelati prove indiscutibili.
In mancanza di
certezze, il processo italiano si è spesso rifugiato nella costruzione di
teoremi: il colpevole non è colui che ha indiscutibilmente fatto il male, ma
colui che avrebbe potuto o voluto farlo. Nasce qui l’uso e l’abuso dei
«profili» psicologici, la depressione non ammessa di Annamaria a Cogne, le
ossessioni nascoste di Alberto Stasi, e la violenza da baccanale fatta
esplodere da Amanda. Tutti colpevoli in quanto «inclini ad esserlo», invece che
indiscutibilmente provati tali dai fatti.
La
psicologizzazione del processo tende a mettere sotto giudizio la personalità (e
quanto distante è questo giudizio da quello razziale?), e a creare dunque
«mostri». Con la conseguenza di sollecitare nel pubblico una risposta emotiva,
una divisione radicale, fra difensori e accusatori. Questa tifoseria del pubblico,
è forse, in termini sociali, la conseguenza più devastante del malfunzionamento
della nostra giustizia.
Fin qui il caso
Knox. Ma come non vedere che il fallimento di tanti processi penali getta dubbi
anche sui procedimenti «politici»? Un Paese che non riesce a dare giustizia
certa a due cittadini comuni, con che autorevolezza saprà mai processare il suo
premier? L’attenzione del Dipartimento di Stato va presa con molta serietà
dunque. Rischia di esporre agli occhi della comunità internazionale una nostra
fragilità di sistema, e aprire una serie di scatole cinesi. Magari anche senza
volerlo. LUCIA ANNUNZIATA LS 7
Se nel giorno di
Sant'Ambrogio, vescovo e patrono di Milano, la Lega ha lanciato una sfida
pubblica contro il suo successore Dionigi Tettamanzi, paragonandolo prima a un
imam musulmano e poi a un prete siciliano mafioso, è perché si sente forte,
molto forte.
La volgarità degli
argomenti scagliati contro l'"Onorevole Tettamanzi", delegittimato
così nel suo ruolo pastorale, additato come un nemico degli interessi del
popolo, non deve trarre in inganno: c'è del metodo nella provocazione
architettata nel dì festivo. Quasi una contro-predica rivolta al gregge della
diocesi più grande del mondo, puntando dal trono del governo alla conquista
dell'altare in Duomo.
La Lega vuole la
corona longobarda, che sia cristiana o pagana non le importa. Si erge a potere
costituito che ripristina la tradizione perduta. Sente venuto il suo momento e
punta al bersaglio grosso. Perciò esercita violenza verbale, scagliandosi
contro il cardinale: deve dimostrarci che nulla la potrà fermare, non ha paura
di nessuno. Perfino il Vangelo può subire un'interpretazione alternativa, dal
"Bianco Natale" razzista fino ai bambini rom da ricacciare in mezzo
alla strada, ora che la nuova teologia in camicia verde s'impone come energia
scaturita dalla volontà popolare.
Di fronte al
sopruso, a una calcolata volontà intimidatoria, l'arcivescovo Tettamanzi ha
profetizzato ieri il pericolo dei lupi. L'eresia dei forti disposti a tutto,
perfino a uccidere e esiliare i pastori delle chiese, ha detto, citando
Ambrogio. Egli sa bene di trovarsi di fronte una forza politica candidata alla
successione del potere berlusconiano nel Nord Italia. Un'eventualità sempre più
probabile da quando la Lega può scommettere su un argomento storico e su un
argomento contingente che, entrambi, la favoriscono.
L'argomento
storico è il riemergere di uno spirito reazionario, pre-illuministico,
anti-risorgimentale, nostalgico della cristianità lombarda della Controriforma
nelle nostre contrade settentrionali. È questo spirito dei tempi che incoraggia
tradizionalismo leghista a proclamarsi erede perfino di San Carlo Borromeo, il
missionario della "conquista delle anime", in contrapposizione ai
vescovi contemporanei. Bossi scommette su un cattolicesimo più antico e chiuso
di quello conciliare. Sui legami del sangue e del suolo opposti alla Chiesa
universale. Si compiace di come le parole d'ordine xenofobe assecondino e
liberino una spinta oscurantista. Ambisce a rappresentare il passato che
ritorna e s'impossessa della modernità, come portavoce non più solo degli
interessi ma delle coscienze stesse: perché vergognarsi di desiderare il bene
per sé, non per tutti?
L'altro argomento,
di natura contingente, che favorisce la Lega nella sfida al cardinale di
Milano, è la totale remissività della destra cattolica da decenni al governo in
Lombardia. Comunione e Liberazione, la Compagnia delle Opere, il sottobosco del
potere di Roberto Formigoni, non hanno mai ritenuto conveniente erigere un
argine che li differenziasse dalla politica e dai valori propagandati dalla
Lega. Si sono contraddistinti ben più negli affari che nella solidarietà. Oggi,
certo, vivono con estremo disagio, quasi come un tradimento inaspettato, gli
insulti della "Padania" e del ministro Calderoli al vertice della
chiesa ambrosiana. Ma fino a ieri prevaleva in loro la malcelata insofferenza
nei confronti di pastori spiritualmente lontani dall'integralismo e dalla spregiudicatezza
che li caratterizzano. Questa destra cattolica lombarda già sopportava con
fatica il cardinale Carlo Maria Martini, predecessore di Dionigi Tettamanzi.
Formigoni e i suoi
seguaci, preoccupati di consolidare la loro influenza nella sanità, nell'urbanistica,
nel business delle bonifiche, in Fiera e ovunque possibile, hanno lasciato che
anche il loro elettorato diventasse arrabbiato, sospettoso, reazionario. Oggi
un cittadino di destra lombardo, ma anche veneto o piemontese, non sta certo a
fare distinzioni culturali. Per lui sarà indifferente votare un presidente
della Lega o del Pdl: sul piano ideale non sono più ravvisabili diversità
significative.
La Lega e il Pdl
hanno condotto insieme campagne elettorali contro "la società
multietnica". Parola di Silvio Berlusconi al comizio conclusivo di Milano,
nel giugno scorso, quando aggiunse il lamento: "Camminavo nel centro di
Milano e mi pareva di trovarmi in Africa". Umberto Bossi, lì al suo
fianco, applaudiva. Poi con l'inverno a Milano è tornata la stagione degli
sgomberi dei campi rom. Inutili, propagandistici, spesso crudeli nelle
conseguenze su poche centinaia di persone di cui erano in corso faticosi
tentativi di integrazione.
La Chiesa milanese
non poteva accettare questo stravolgimento dello spirito evangelico, perpetrato
oltretutto dagli stessi che inneggiano alla Tradizione e alla Croce.
L'arcivescovo ha denunciato la blasfemia. Lo aspettavano al varco. Accusarlo di
essere un musulmano o un mafioso, nell'accezione incivile dei leghisti, è la stessa
cosa. Conta lo sfregio, conta la prossima tappa: l'altare del Duomo. Intanto il
sindaco di Milano, timorosa di non essere ricandidata, ha ritenuto di non avere
nulla da dichiarare. Era più importante la prima della Scala. di GAD LERNER LR
8
Tagli, bavagli e regali alle mafie. Tremonti blinda la manovra
La Finanziaria
arriva in Aula con un record negativo già incassato: è il primo caso di
blindatura di fatto già in Commissione. Quella delle ultime 48 ore a
Montecitorio è la cronaca di una capitolazione del Parlamento, con il
Presidente della Camera ridotto al silenzio dal pugno duro di Giulio Tremonti,
che vince su tutta la linea. E in serata commenta «fatto un buon lavoro».
Chiusura su tutto:
governo e maggioranza non accolgono nessuna proposta. Un grave atto politico,
attacca l’opposizione che promette una dura battaglia in Aula, dove però si
profila la fiducia. Pier Luigi Bersani non usa mezzi termini. «Ci chiudono la
bocca - dichiara - Non possiamo parlare di nulla, né di redditi, né di occupazione,
né degli investimenti».
A nulla è servita
una nottata di tentativi, su detrazioni per famiglie e bonus per bambini, o
sostegno per i lavoratori. Nulla. Neanche la disponibilità mostrata dalle
opposizioni di ridurre le proprie proposte per un esame più veloce apre il
varco. Anzi. In mattinata Pdl e Lega ritirano le loro proposte (400) e si
preparano a votare il testo già pre-confezionato dal relatore Massimo Corsaro
insieme al governo: un pasticcio di misure spot che non rispondono alla crisi, mettono
a rischio comparti importanti dello Stato, come la lotta alla mafia e concedono
anche una mancia di micromisure ai parlamentari. «Ceti deboli abbandonati -
sintetizza Michele Ventura del Pd - messa a tacere anche la maggioranza».
A quel punto i capigruppo
Pd, Idv e Udc si presentato da Gianfranco Fini per denunciare l’ennesima
anomalia. «È la prima volta che nessun deputato riesce a inserire modifiche in
Finanziaria - commenta il capogruppo Pd Pier Paolo Baretta - Fini ha preso
atto, non poteva far altro», Le opposizioni abbandonano i lavori e convocano la
stampa. Nello stesso momento il centrodestra vara compatto e silenzioso il
testo senza modifiche. Ma in Aula il dibattito sarà «caldo» annuncia
l’opposizione.
Segue un duello a
distanza con accuse reciproche. «Nessuna anomalia, la maggioranza era d’accordo
con il governo, l’opposizione ha sollevato solo questioni procedurali», attacca
il viceministro Giuseppe Vegas sostenuto dal relatore. «vegas non faccia il
provocatore», replica a stretto giro Baretta. Intanto la lega, che all’inizio
aveva tentato di smarcarsi, prova a mettere il cappello su qualche misura. Come
le risorse per il rimborso Ici garantite ai Comuni. «Un tentativo patetico -
commenta Antonio Misiani del Pd - Le risorse sull’ici sono un atto dovuto e non
certo una concessione della Lega. Ma cosa si dirà ai cittadini del nord sui
tagli alla sicurezza (210 milioni) e sull’inutilità delle ronde?»
Il solco con le
opposizioni è incolmabile, sul piano delle regole e su quello del merito. A
partire dalle risorse. I quasi 8 miliardi utilizzati provengono dallo scudo
fiscale e dal Tfr dei lavoratori. «È un pasticcio fatto di una tantum - attacca
Giuseppe Galletti, Udc - e il 70% delle misure serve per ripristinare fondi
tolti dalla manovra del 2008, come i libri di testo e la scuola. Non c’è nessun
nuovo intervento». «Una Finanziaria senza prospettiva - aggiunge Antonio
Borghesi, Idv - che dà poco alla scuola, alla disoccupazione e ai precari, ma
riserva 210 milioni alla legge mancia del Parlamento». Spetta a Baretta
elencare le disposizioni-vergogna. sulla mafia con un regalo alle cosche con la
messa in vendita degli immobili, sull’Abruzzo con l’obbligo di restituire le
tasse, sull’editoria con la cancellazione del diritto soggettivo delle testate
a ottenere i fondi, sul lavoro. Non è prorogato il bonus famiglia (arriverà con
il milleproroghe?), non si parla neanche di poveri.
Il capitolo
occupazione è tra i più preoccupanti in tempo di crisi. «Su un miliardo e 100
milioni stanziati, ben 860 milioni sono destinati alla detassazione di secondo
livello - attacca l’ex ministro Cesare Damiano - Per gli ammortizzatori restano
solo 265 milioni». Come dire: più soldi a chi guadagna e nulla a chi resta
senza reddito. L’aumento dal 20 al 30% del sussidio di disoccupazione destinato
ai co.co.pro, poi, è una finzione. Per accedere al contributo (massimo 4.000
euro annui) sono necessari tanti requisiti, che già quest’anno, a fronte di
circa 200mila precari rimasti a casa, hanno potuto usufruire del bonus non più
di 2.000. «È il solito gioco di Tremonti - continua Damiano - che prima
stanzia, e poi inserisce ostacoli per utilizzare i fondi». Mobilitata anche la
Cgil. «Nulla per il lavoro, nulla per i pensionati», attacca Agostino Megale.
Bianca Di Giovanni L’U 8
Il fiato corto della politica. Ricerca, un sistema che va rifondato
IL MONDO dei
ricercatori italiani deve essere grato al Presidente della Repubblica per il
suo autorevole e costante richiamo all’importanza della ricerca scientifica per
il Paese. Da un po’ di tempo va ripetendo che senza ricerca non ci può essere
innovazione e che senza innovazione l’Italia regredisce e rischia di
abbandonare la sua posizione non solo a livello mondiale, ma anche a quello
europeo. Come mai l’appello del Presidente cade nel vuoto? È molto difficile
dare spiegazioni. Certamente alla base dell’indifferenza dei politici, gioca la
mancanza di ricercatori e di background scientifico fra i Parlamentari, nonché
una scuola che continua ad essere improntata su basi letterario-filosofico-giuridiche
ignorando l’apporto culturale delle conoscenze scientifiche. Inoltre i
ricercatori rappresentano solo il 2.7 per mille dei lavoratori, una piccola
minoranza di scarso appeal per i politici.
Fra l’altro una
minoranza molto “timida”, poco solidale che cerca solo di sopravvivere in un
periodo che è peggio del solito, data la crisi economica. Nessuna forza
politica ha “adottato” la ricerca anche perché i tempi della ricerca sono
lunghi ed i suoi risultati non sono utili alle campagne elettorali di fine
legislatura.. Eppure, se si parla singolarmente con i politici, l’atteggiamento
è molto positivo e favorevole a sostenere la ricerca; ma quando si ritrovano
insieme…tagliano i fondi per la ricerca! Non solo, non vengono neppure pagate
le somme già rendicontate a seguito di precisi contratti. Sono anni che non
viene finanziato un Firb, la sigla che definisce la ricerca di base, quella
apparentemente senza finalità, ma da cui dipendono molte applicazioni pratiche.
Anche se si bandiscono i concorsi per i progetti di ricerca, si devono
attendere anni prima di ottenere i soldi. Quando si invocano risorse, si
risponde che bisogna spendere meglio i fondi per la ricerca, evitando i
finanziamenti a pioggia. Ma quale pioggia? Ci sono solo “nanogoccie”, siamo
nella miseria! Come si può programmare l’attività di un ente di ricerca? Quali
prospettive possiamo dare ai tanti giovani che comunque sono ancora attratti
dalla ricerca cui potrebbero apportare creatività ed entusiasmo? Quelli che
hanno avuto la fortuna di avere una formazione se ne vanno all’estero, nei
Paesi dove la ricerca è più considerata e dove la crisi è diventata
un’occasione per stimolare la ricerca. SILVIO GARATTINI IM 7
Amanda, la giustizia e la politica
Sospinto da una
campagna mediatica affannosa, il processo di Perugia è arrivato fino ai piani
alti dei palazzi del potere. Non accade certo tutti i giorni.
Ma non è neppure
eccezionale che un governo manifesti interessamento e all’occorrenza anche
preoccupazione se un caso giudiziario che si svolge in un altro Paese e
coinvolge un proprio cittadino solleva movimenti di opinione o forti reazioni
di dissenso nella propria opinione pubblica.
E’ passato solo
qualche mese dall’arresto di Roman Polanski da parte delle autorità svizzere,
sulla base di un mandato di cattura spiccato dalle autorità americane per un
delitto da lui commesso quaranta anni fa. La cosa ha fatto scorrere fiumi di
inchiostro e ha dato luogo ad esternazioni di rammarico da parte di taluni membri
di governo dettate, appunto, dalle reazioni che si sono avute nel Paese di
origine del regista, la Polonia, o negli ambienti intellettuali di quello di
residenza, la Francia. E non sono mancati, a quel che si sa, degli interventi
da parte americana affinché a tali esternazioni gli svizzeri si guardino bene
dal dare seguito.
Casi in qualche
modo simili non sono mancati nei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti negli
ultimi decenni. Il caso più celebre di tutti, quello che ha occupato più a
lungo le rispettive diplomazie e che venne risolto, per così dire, d’autorità
dai due governi, è quello di Silvia Baraldini. Come si ricorderà, l’attivista
italiana (così era definita dalla stampa in America) aveva fatto parte negli
Anni Settanta negli Stati Uniti di movimenti insurrezionali connessi con i
famosi «Black Panthers». Fu condannata nel 1983 da una corte americana a 20
anni di reclusione per concorso nell’evasione di una terrorista che si trovava
in prigione, ad altri 20 per appartenenza ad associazione sovversiva e infine
ad altri 3 per essersi rifiutata di rispondere alle domande dei giudici durante
il dibattito. In tutto 43 anni di carcere.
Innumerevoli passi
diplomatici furono compiuti dal nostro ambasciatore presso il ministro della
Giustizia a Washington e poi dall’allora ministro italiano Diliberto, affinché
la Baraldini fosse oggetto di indulto o di riduzioni di pena e comunque di
migliore trattamento nella sua reclusione. La sproporzione tra la gravità della
pena inflittale e i reati di cui era colpevole - nessun omicidio era tra questi
- avevano sollevato in Italia una forte reazione dell’opinione pubblica e la
costituzione di un vero e proprio movimento per la sua liberazione. La
soluzione fu trovata attraverso una convenzione, detta «di Strasburgo», che
prevede che due governi possono concordare tra loro che a un cittadino
condannato dalla Corte di uno dei due Paesi sia consentito di scontare la pena
prevista in patria anziché all’estero. Quando tale soluzione venne inizialmente
proposta, gli americani rifiutavano adducendo che l’Italia avrebbe prima o poi
finito con lasciare la Baraldini in libertà, violando così l’accordo e creando
un incidente politico tra due Paesi amici. E tuttavia le pressioni si
moltiplicarono, gli americani alla fine cedettero e la Baraldini fu consegnata
all’Italia nel 1999, dopo aver trascorso quasi venti anni in varie carceri
d’oltre Atlantico.
Il caso Baraldini
aveva, per sua natura, carattere politico. Ma anche casi ben diversi, e quello
di Amanda Knox non fa eccezione, rischiano di prendere carattere politico
quando sui blog, sulla stampa e perfino da autorevoli membri della maggioranza
del Congresso si attribuisce una sentenza come quella di Perugia ai sentimenti
anti-americani dei giudici o all’intimidazione dei media o, peggio ancora, alle
condizioni di sfacelo e di corruzione in cui verserebbe l’intera magistratura
del nostro Paese. Nulla di sorprendente, dunque, che, qualora le pressioni
dell’opinione pubblica americana persistano, della cosa si possa venire a parlare,
in modo più o meno confidenziale, tra i due governi. Tenendo conto dello stato
d’animo prevalente negli Stati Uniti, Hillary Clinton si è detta disponibile ad
ascoltare chi pensa che nella sentenza di Perugia «vi sia qualcosa che non va»;
ha fatto così, seppur con una certa prudenza, un passo in questa direzione.
C’è tuttavia un
rischio da non sottovalutare: quando uno stato d’animo che si è prodotto a
livello popolare viene implicitamente fatto suo dal proprio governo, spesso le
divergenze si accrescono anziché attenuarsi e le posizioni rispettive tendono
ad assumere un carattere dichiaratamente nazionalistico. Un fatto di carattere
episodico, anche se doloroso, finisce così col lasciare tracce nella memoria
storica dell’una e dell’altra parte. Ciò renderebbe in questo caso oltretutto
più difficile la necessaria serenità di giudizio quando la sentenza di condanna
di Amanda Knox sarà oggetto - e possiamo solo sperare che ciò avvenga al più
presto - di riesame in sede di appello. BORIS BIANCHIERI LS 8
Le giuste ragioni del No alla piazza. Il rinnegato Bersani
Ha fatto benissimo
il segretario del Pd Pier Luigi Bersani a tenere il suo partito, almeno
ufficialmente, lontano dalla manifestazione del «No B-day». Quella che si è
conclusa sabato a San Giovanni, infatti, non è stata «la rivoluzione viola »,
«l'ingresso ufficiale della politica nell'era di internet », «un miracolo
italiano », «un giorno che ha cambiato la storia», «la fine decretata della
seconda repubblica» come si è subito proclamato con l'abituale sobrietà dalle
colonne di Repubblica . In una democrazia che sia minimamente tale cortei e
comizi oceanici non cambiano mai realmente il quadro politico. Un anno fa, per
esempio, Veltroni radunò al Circo Massimo almeno il doppio dei manifestanti di
domenica: e cosa è cambiato? Nulla. Sei mesi dopo, anzi, dovette dimettersi.
Comizi e raduni sono al più un segnale. Ma nel nostro caso il «No B-day» non
indica uno di quei sommovimenti epocali che a partire dal '68 ci vengono
regolarmente annunciati ogni sei mesi, tutte le volte che qualche folla, specie
se giovanile, si fa una passeggiata per le vie di Roma e che poi altrettanto
regolarmente non avvengono mai. Segnala solo il principale problema politico
del Partito democratico: quello di riuscire a difendere e affermare una propria
autonoma identità e dunque una propria linea. Un problema che il Pd si tira
dietro da quando è nato, ma per risolvere il quale — si deve essere giustamente
detto Bersani — la via migliore non può essere certo quella di aderire a una
manifestazione che, seppure spontanea, ha però assunto da subito le forme e i
contenuti del radicalismo giustizialista dell’Italia dei Valori. Vale a dire di
un altro partito, diverso dal Pd e in un senso profondo suo concorrente.
I termini della
questione sono semplicissimi: se vuole vincere le elezioni il Pd deve
conquistare almeno una parte dell'elettorato di centro; ma poiché è ovvio che
questo elettorato rifiuta in genere ogni massimalismo, ne consegue che anche il
Pd deve fare altrettanto. Può farlo, però, solo se marca la propria distanza da
Di Pietro, se sottolinea la propria decisa avversione verso l'antiberlusconismo
parossistico dell'ex pm, verso la sua idea che il codice penale e i tribunali
siano l'alfa e l'omega di ogni opposizione. In tutti gli altri Paesi avviene
così senza problemi: in Germania, per esempio, l'Spd è aperto avversario della
Linke (ci fa talvolta degli accordi di governo locale, ma è tutt’altra
questione), in Francia i socialisti non aderiscono certo alle manifestazioni
dei vari partiti della sinistra trotzkista. Perché solo in Italia, invece,
sembra che non possa accadere lo stesso?
La risposta è che
nell'infinita transizione apertasi a sinistra con il crollo del comunismo, con
la fine del Pci e con le sue successive trasformazioni in Pds, Ds e ora Pd,
l'elettorato di quella parte ha visto progressivamente disgregarsi qualunque
profilo identitario realmente strutturato nel quale riconoscersi.Oltre la
naturale vischiosità del passato e la nostalgia autobiografica gli è rimasto
solo un insieme di principi — costretti peraltro a mantenersi sul vago, troppo
sul vago, per la loro difficile traducibilità nell’Italia del grande ceto
medio, per giunta paralizzata da un debito pubblico e da una pressione fiscale
smisurati, nonché alle prese con la globalizzazione —; oltre a questi vaghi
principi è rimasto soprattutto quello che può definirsi «l’opposizionismo».
Cioè la volontà di essere comunque contro, l’idea che ogni compromesso è un
«inciucio», ogni minimo accordo uno sporcarsi le mani, che i «nostri» interessi
sono sempre legittimi mentre i «loro» mai perché in sostanza «noi» siamo il
bene e «loro» il male. Dall’«opposizionismo» al radicalismo massimalistico il
passo è brevissimo, come si vede.
Il punto cruciale
è che quando c’era il Partito comunista almeno due fattori impedivano che tale
passo fosse compiuto. Il primo consisteva nel fatto che «loro», gli avversari,
erano essenzialmente i cattolici, la Democrazia cristiana, e non era proprio
tanto facile dipingere gli uni e l’altra come rappresentanti di un male
assoluto: non da ultimo perché in tal modo il «dialogo» con loro sarebbe tra
l’altro diventato impossibile. Il secondo fattore era la tradizione comunista
plasmata dal leninismo. Una tradizione fatta di diffidenza profonda verso ogni
massimalismo che si presentasse come più «radicale», più «coerente»: una
tradizione capace di avvalersi dell’estremismo, anche di coltivarlo magari, ma
ancora più capace di combatterlo ricorrendo anche ai mezzi più spietati per
togliergli qualunque spazio di agibilità politica. Venute meno la tradizione
comunista e la sua prassi, è sopravvissuto solo l’«opposizionismo» che ha
finito in modo naturale per prendere sempre più spesso, e alla fine in modo
abituale, le vesti del massimalismo, minacciando di diventare il vero e unico
carattere identitario del popolo di sinistra, a cominciare da quello
«democratico».
Che l’avversario
ora non fosse più la Dc bensì un personaggio come Berlusconi con tutto il
carico delle sue gravi, oggettive, «anomalie» è stato certo importante, ma
assai di più secondo me ha pesato altro. Da un lato ha contato l’incapacità del
Pd di dare una spiegazione vera e plausibile della fine ambigua della Prima
Repubblica, nonché delle ragioni, legate intimamente a quella fine, che sole
spiegano la comparsa e il successo dello stesso Berlusconi. Dall’altro il vuoto
di programmi veri e di proposte politiche precise, di alleanze strategiche
convincenti, di lotte sociali vaste, che il nuovo partito non è riuscito a
colmare, finendo così per lasciar sussistere solo «l’opposizionismo»
massimalista che lo trascina fatalmente nell’abbraccio stritolante di Di
Pietro. A mantenere in vita tale «opposizionismo» contribuisce, per finire, lo
spregiudicato uso di sponda che ne fa ai vertici del Pd chiunque intenda far
capire di non condividere interamente la leadership ufficiale o voglia comunque
mostrare di essere qualcosa di diverso, voglia conservare una propria immagine
distinta. Il segretario cerca di opporsi al massimalismo? Di costruire
un’opposizione più ragionata?
Bersani non va al
«No B-day»? Ed ecco allora che Bindi, Franceschini e gli altri oligarchi,
perfino Veltroni, si precipitano immediatamente per far vedere che no,
perbacco!, loro invece ci vanno, loro sì che sono contro: loro per fortuna
esistono e lottano per la nostra democrazia insieme a Marco Travaglio e Antonio
Di Pietro.
Ernesto Galli
della Loggia CdS 7
«Il berlusconismo passerà ma il danno culturale è fatto»
È a partire da una
celeberrima frase dei Promessi sposi riferita alla monaca di Monza – «La
sventurata rispose» – che Lella Costa ha trovato il titolo per la sua «quasi
autobiografia», scritta in collaborazione con Andrea Casoli per Rizzoli: La
sindrome di Gertrude (pp. 252, euro 18,50). Una «malattia» che consiste nel
dire sempre di sì agli inviti e alle esperienze che la vita offre: per
passione, per noia, per ribellione, per curiosità, per sfinimento. Da mesi
Costa presenta il libro su e giù per l’Italia: il prossimo appuntamento è fissato
per l’11 dicembre a Parma.
Ma non si tratta
di un’autobiografia in senso classico, perché l’autrice ha deciso di
selezionare i fatti della vita, raccontando in particolare il proprio
coinvolgimento sociale e civile, la propria partecipazione alla cosa pubblica
in alcuni momenti di «impegno». Perché questa ragazza degli anni ’50, che ha
ancora oggi vitalità ed energia da vendere, ha deciso sin da giovane di
restituire agli altri qualcosa del molto che aveva ricevuto.
«Sono arrivata a
fare l’attrice, il mio grande sogno - ci racconta - piuttosto tardi, dopo una
stagione di impegno politico a sinistra. Erano anni, il decennio dei ’70 e i
primi ’80, in cui si credeva alla politica come assunzione di responsabilità
verso la collettività. Questa militanza politica e culturale è stata la mia
formazione. E quindi, da quando ho cominciato a lavorare in teatro, ho capito
che dovevo utilizzare questo mio lavoro anche per fare qualcosa di buono per
gli altri».
Ad esempio i
detenuti, di cui parla nel suo libro?
«Sono entrata in
un carcere, la sezione femminile di San Vittore a Milano, per la prima volta
nell’87. Portai un mio spettacolo alle detenute e ne ricevetti un impatto
emotivo fortissimo. In quel luogo c’era una compressione incredibile di
energie, di voci, di storie. Da allora ho continuato a battermi affinché le
porte dei penitenziari si aprano il più possibile a visite dall’esterno.
Possono essere attori, scrittori, insegnanti, politici, ma è importante che non
si rimuova questa porzione di società, come se non ci appartenesse o come se
fosse altro da noi. Quando ho conosciuto detenute che ascoltavano la mia stessa
musica, leggevano gli stessi libri che io amavo, magari avevano appeso alle
pareti della loro cella i poster delle mie icone di riferimento, ho capito che
l’essere dentro o fuori può essere solo una questione di dettagli».
Nel libro dedica
un capitolo, intitolato «Prigioniero», ad Adriano Sofri...
«Lo conobbi da
ragazzo, quando era un leader, e allora non mi era molto simpatico. Mi
avvicinai a lui parallelamente allo svolgersi della sua vicenda giudiziaria. Mi
colpiva l’acribia con cui egli cercava di ricostruire le cose per mostrare la
propria innocenza nell’omicidio Calabresi, pur riconoscendo la propria
responsabilità morale per le parole che aveva pronunciato. Sono andata molte
volte a trovarlo in carcere e devo dire che conversare con lui è davvero
un’esperienza intellettuale. Mi ha sempre colpito il suo rispetto delle regole:
pur proclamandosi innocente, non si è mai sottratto ai giudici e ai
provvedimenti che venivano emanati contro di lui. Una lezione di civiltà. Per
questo mi spiace che sul caso Sofri non si sia ancora riusciti a trovare una
soluzione condivisa. Forse la politica è arretrata rispetto alla società
civile: le vedove e i figli di Pinelli e Calabresi si sono stretti la mano
davanti al presidente Napolitano, ma Sofri continua a rimanere in carcere».
Che cosa
bisognerebbe fare secondo lei?
«Nel Sudafrica del
dopo apartheid si è evitata la guerra civile attraverso un processo di
riconciliazione nazionale. Ma il presupposto è fare chiarezza, affermare la
verità. In Italia facciamo fatica a raggiungere questa pacificazione, perché,
da piazza Fontana in poi, rimangono ancora molte zone d’ombra».
Un altro ambito
del suo impegno è quello a favore di Emergency.
«Mi sembra
importante parlare di Emergency, a breve distanza dalla scomparsa di Teresa
Sarti, la moglie di Gino Strada. Il loro mi sembra un lavoro importantissimo
per la pace, ma anche per la giustizia e i diritti delle persone».
Veniamo al suo
lavoro di attrice. Nel libro c’è un capitolo dedicato alla televisione. Come la
giudica?
«Nella mia
carriera di attrice, ho fatto poca tv e molto teatro. E oggi sono felice di
aver scelto un lavoro, il teatro, che non dipende dai funzionari televisivi e
dai loro placet, condizionati dal potere politico oltre che dalle loro faide
interne. Che non mi chiamino a fare tv non è grave, perché in fondo questo non
è la mia vocazione. Trovo invece grave che professionisti del piccolo schermo
come Serena Dandini, Fabio Fazio o Milena Gabanelli non sappiano da una
stagione all’altra se il loro contratto verrà rinnovato. La tv pubblica non può
sprecare così le risorse che ha al suo interno».
Come vede la
sinistra di oggi?
«La vedo troppo
litigiosa. Ci sono troppe sinistre, sinistre troppo piccole e sinistre troppo
autoreferenziali. Credo che non dobbiamo perdere tempo e compattarci in azioni
politiche unitarie e credibili. Prima o poi questa stagione buia passerà e la
sinistra italiana avrebbe tutte le carte in regola per tornare a governare. Ma
va riconquistata la fiducia della gente».
Quali sono le
priorità?
«Mi ha fatto
specie che sia stato Gianfranco Fini a richiamare con forza il principio della
laicità dello Stato. Questo è un tema che la sinistra non difende con
sufficiente forza».
Lei ha militato a
lungo nelle file del movimento femminista. Che impressione le fa il linguaggio
deteriore che oggi spesso si sente usare quando si parla delle donne?
«Se penso alle parole
che usa un Berlusconi quando parla di donne, ne rimango disgustata. Esse
trasudano una volgarità che alla fine diventa disprezzo, soprattutto perché
viene esibita senza alcun ritegno. Ma quello che più mi preoccupa è che milioni
di donne italiane gli diano fiducia attraverso il voto. Ciò vuol dire che la
subcultura a cui si riferisce Berlusconi è condivisa nel Paese da ampi strati
della popolazione. Il Cavaliere è molto abile nell’intercettare questo
consenso. Il berlusconismo passerà, ma temo che il danno culturale arrecato al
tessuto sociale e civile del nostro Paese sia molto profondo. Le donne italiane
hanno fatto molta strada negli ultimi decenni, ma nei tempi più recenti forse
ci sono mancati momenti di autoconsapevolezza collettiva e di rappresentazione
pubblica dei nostri bisogni e delle nostre istanze».
Dunque non ha
speranze?
«No, al contrario,
sono ottimista. Quando incontro gli spettatori e i lettori a teatro o ai
festival letterari come questo di Mantova, vedo che in Italia c’è ancora un sacco
di gente perbene, fiduciosa in un cambiamento e capace di attivarsi per
promuoverlo. Per questo è importante che la sinistra, con il Pd in testa ma
anche con le altre formazioni che dovrebbero tornare in Parlamento, si muova in
questa direzione: raccogliere le istanze della gente, coagularle attorno a un
progetto forte, dare loro una voce». di
Roberto Carnerotutti gli articoli dell'autore
L’U 8
Sullo sfondo la mediazione possibile col Pd
Questa volta il
Fini di giornata è stato ingiustamente amplificato da tv e siti abituati a
leggere quotidianamente, nelle parole del Presidente della Camera, dissensi e
prese di distanza dalle posizioni del centrodestra. La distinzione tra reati
(punibili con ammenda) e delitti connessi all’immigrazione, per i quali appunto
i due anni previsti dalla riforma del «processo breve» potrebbero risultare
insufficienti, è assolutamente logica, e non a caso una nota del Pdl l’ha
sostanzialmente accolta in serata, invitando in modo implicito la Lega a fare
lo stesso.
Ma se Fini - che
già un mese fa, dal giorno dopo l’accordo con Berlusconi, aveva contestato la
pretesa (da parte leghista) esclusione degli immigrati dalla riforma in
discussione in Parlamento, dopo la bocciatura del lodo Alfano - ieri ha
ritenuto di tornarci su, una ragione dev’esserci. Forse, come molti negli
ultimi giorni, anche il Presidente della Camera s’è convinto che il «processo
breve», se pure sarà approvato senza modifiche al Senato, non riuscirà dopo a
passare alla Camera con la stessa formulazione. Anzi, al minimo, subirà qualche
emendamento, e di conseguenza dovrà tornare a Palazzo Madama.
E’ anche possibile
che, se non proprio Berlusconi, i consiglieri più prudenti del premier in
questi giorni stiano valutando la convenienza di un iter così lento e
farraginoso rispetto a un eventuale cambio di provvedimento, che potrebbe
ricevere dal Pd alla Camera una forma di opposizione meno rigida di quella
praticata finora anche al Senato. Le posizioni più recenti del partito di
Bersani vanno in questa direzione. E anche se, dopo molte contestazioni
interne, è stata smentita l’intervista al Corriere della Sera in cui il
vicesegretario Letta riconosceva al presidente del Consiglio la legittimità a
difendersi «dal» oltre che «nel» processo, il desiderio di una svolta in
materia di giustizia emerge chiaro dal nuovo gruppo dirigente democratico.
Le rivelazioni del
pentito di mafia Spatuzza e la manifestazione di sabato per il «No
Berlusconi-day», pur avendo animato il dibattito interno al maggior partito del
centrosinistra, non sembrano aver finora provocato alcun ripensamento, anche se
la svolta per ora non c’è stata e non è neppure chiaramente annunciata. Ma nel
caso in cui dovesse arrivare durante il passaggio del «processo breve» a
Montecitorio, Fini, per coglierla e pilotarla alla Camera - con una mediazione
che alla fine converrebbe anche a Berlusconi -, di sicuro è il più adatto. E a
quanto ha fatto capire ieri, è anche pronto. MARCELLO SORGI LS 8
Il Financial Times su Berlusconi. "Non può governare l'Italia"
Un editoriale del
più importante quotidiano finanziario europeo "Il premier italiano è sotto
assedio e per lui i problemi sono seri" - dal nostro corrispondente ENRICO
FRANCESCHINI
LONDRA - Dopo
l'editoriale di venerdì scorso dell'Economist, l'autorevole settimanale globale
britannico, che gli ha chiesto di dimettersi, stamane anche il Financial Times,
più importante quotidiano finanziario d'Europa, afferma che Silvio Berlusconi
"non può governare l'Italia". In un commento non firmato nella pagina
degli editoriali, espressione della direzione del giornale secondo lo stile
della stampa anglosassone, il quotidiano della City afferma che il premier
italiano è stato a lungo in grado di restare a galla a dispetto delle
controversie che lo circondano; "ma le cose adesso, finalmente, stanno
diventando serie per il Cavaliere", osserva l'articolo.
Il FT ricorda che
nei giorni scorsi Berlusconi è stato accusato in tribunale da un mafioso
pentito di avere avuto legami con Cosa Nostra nel mezzo della campagna di
attentati dei primi anni '90, accuse negate dal primo ministro ma che
"ciononostante mettono in rilievo i suoi legami con Marcello Dell'Utri, un
suo stretto collaboratore che sta facendo appello contro una condanna a nove
anni di prigione per associazione mafiosa". Il quotidiano londinese elenca
quindi gli altri processi che gravano sul leader del Pdl: quello per la
corruzione dell'avvocato inglese David Mills, uno riguardante Mediaset, a cui
si somma la richiesta di ancora un'altra corte di giustizia del pagamento di
una garanzia bancaria sui 750 milioni di euro che la Fininvest è stata
condannata a pagare come risarcimento alla Cir di Carlo De Benedetti per la
controversa battaglia sull'acquisizione della Mondadori.
"Berlusconi è
sotto assedio", riassume il Financial Times. Ai suoi problemi giudiziaria
si aggiungono la richiesta di sua moglie di un accordo di divorzio
"punitivo", la "grande dimostrazione" di protesta del No
Berlusconi Day e il fatto che "perfino il suo alleato, Gianfranco Fini, un
possibile successore, è stato sentito dire che Berlusconi confonde la
leadership con la monarchia assoluta".
"E' prematuro
dare per spacciato questo scaltro uomo politico, ma sta pattinando su un
ghiaccio sottile", conclude l'editoriale. "La lamentela da lui spesso
citata secondo cui non può governare e al tempo stesso affrontare una serie di
casi in tribunale contro di lui è sicuramente giusta. Il suo governo sta
cominciando a trascorrere più tempo a fare i conti con i problemi di Berlusconi
che con quelli del paese. Le dure decisioni necessarie per riformare l'economia
e le istituzioni italiane non verranno prese finché egli rimane primo
ministro". LR 7
La ricostruzione. La ricerca della piazza perduta
Qualche settimana
fa scrissi delle riflessioni sul bisogno di casa reso acuto dalla lontananza a tempo indeterminato e dalla necessità
di abitare non si sa per quanto tempo
alloggi tirati su un fretta e furia, come scatole per abitare, comodi e
confortevoli, anche, ma quanto lontani
dalle nostre belle case del centro storico, dalle mura spesse, affacciate su
cortili discreti, o con gli alberi che affacciano le chiome oltre il muro di cinta del
giardino. La stessa necessità esistenziale si presenta oggi anche per il centro
storico, una prosecuzione della casa sono infatti le vie, le piazzette, i
vicoli e gli spazi attraversati quotidianamente, luogo di incontri, di scambi
di informazione, di commerci ed attività professionali ed artigianali. Insomma
il bisogno di rivivere il centro storico è fortissimo, pari allo sgomento che
prende alla necessità di andare a vivere per non si sa quanto tempo nei
quartieri nuovi, scollegati fra di loro e dal centro che esiste e resiste,
nonostante tutto.
Oggi i giornali
riportano che il centro storico dell'Aquila è un fantasma, un buco nero.
Non è più questa
l'opinione di una cittadina in esilio, è il capitolo dedicato all'Aquila nel
rapporto annuale del Censis, il quale sostiene che alla rapidità ed efficacia
che c'è stata nell' emergenza, corrisponde un ritardo nella ricostruzione del
centro storico.
Tuttavia c'è da segnalare che finalmente la stampa locale
pubblica interventi autorevoli sulla ricostruzione del centro storico. Da citare l'intervento di Antonio Paolucci,
oggi direttore dei Musei Vaticani ed ex Ministro dei Beni Culturali, intervento definito realistico ed ottimista,
il quale sostiene che per mettere in moto il circolo delle iniziative utili per
far rinascere il centro storico la priorità assoluta è di
riportarci a vivere gli aquilani. Questo
intervento è seguito da quello del
professor Alessandro Clementi, che
conosce a fondo la città e la sua storia, al quale devo l'uso della parola
anastilosi (a me finora ignota), per indicare un concetto che da tempo avevo in
mente, ricreare sì la città dove era e come era, ma evitare i falsi, cioè la
passiva copiatura del passato. Es.: esiste già il progetto per la ricostruzione
del teatro L'Uovo, prestigiosa istituzione culturale che per anni ha operato
all'interno della chiesa San Filippo, situata nelle immediate vicinanze della
piazza, oggi inagibile. Il progetto prevede un teatro da 400 posti, con annessa
una sala prove da 150 posti, foyer-spazio eventi con biglietteria, bouvette,
guardaroba, spazi espositivi, uffici, segreteria, sala riunioni, aula
didattica, biblioteca, museo e laboratori. Il complesso avrà la forma di un
grande uovo, circondato da ampie vetrate. Penso che l'idea è valida e la sua
realizzazione arricchirà la città. Le risorse finora sono limitatissime, e non
ancora si trova l'area dove realizzare il progetto.
Già sento il mugugno dei tanti saputissimi ed eloquenti
laudatores temporis acti: “Ma vuoi mettere il vecchio San Filippo con questa
roba etc. etc.”. Dovranno sforzarsi
costoro di accettare il fatto che anche nel centro di Aquila ci saranno
costruzioni nuove fatte con i materiali e le tecnologie antisismiche di oggi e quindi con
stili e forme completamente diversi da quelli che usarono gli ingegneri
ed architetti dei secoli passati, parimenti belle e rappresentative di cultura
ad alto livello, per le strutture e le attività che ospiteranno.
Non più mura in pietra spesse e rassicuranti
a racchiudere case ed orti, ma vetrocemento e simili, il che significa fabbricati con grandi aperture a vetro, interni
luminosissimi e toccati dal sole, ed esterni ampi, curati e verdi. Nel centro storico il verde oltre
che fonte prima di ossigeno necessario per la vita dovrebbe essere arredo
essenziale di spazi esterni. Cito un esempio sorprendente che ho visto di
recente, a Strasburgo lo spazio che si estende
fra le due rotaie della
metro di superficie è tenuto a prato, perfetto e pulito. E la metro passa
frequente e veloce, trasparente persino, si vede l'altro lato della strada
attraverso le fiancate. Bellissimo e civilissimo esempio di arredo urbano,
impensabile finora da noi, evidentemente possibile.
Quasi quasi mi
rallegro all'idea che finalmente il sole potrà arrivare in punti dove non è mai
giunto, a gettare luce sulla fitta trama di
viuzze e vicoletti finora oscuri e segreti. Insomma quelli che pensano che una volta andati a vivere nei quartieri
nuovi esterni alla città tutti saranno felici e non se ne vorranno più andare,
sono proprio fuori strada. Per gli aquilani la passeggiata per il corso non si tocca, è cosa sacra, la piazza
principale sta ancora lì, i portici pure, e vogliamo tornarci liberamente per incontrare
gli amici, comprare la tenera cicoria selvatica dei prati, i legumi delle
nostre campagne e la frutta delle nostre bancarelle.
Emanuela Medoro,
de.it.press
Il caso Pillon e il Paese. Quando l’pnestà diventa una colpa
C’È UN pentito
anomalo nel calcio: rinnega il bene al posto del male. Bepi Pillon è
quell’allenatore con i capelli grigi che sabato scorso ordinò alla sua squadra,
l’Ascoli, di far segnare un gol alla Reggina per riparare a un gesto
antisportivo grazie al quale i marchigiani erano passati in vantaggio. Una cosa
teoricamente normale in un Paese normale è diventata una storia di prima pagina
e già questo la dice lunga sulla sensibilità media del cosiddetto uomo della
strada. Inutile stupirsi: il comportamento di Pillon ha fatto pendant con
quello del tassista che trova una busta piena di soldi e li consegna alla
polizia invece di festeggiare in proprio.
Il bello, o se
preferite il brutto, doveva ancora venire. I tifosi dell’Ascoli, per
cominciare, non si sono fatti attraversare dalla fierezza dell’onestà
riparatrice e hanno manifestato il loro dissenso per una partita persa che si
poteva vincere. Alcuni opinionisti del pallone hanno stigmatizzato non tanto il
fatto, quanto il modo: ci sono tanti sistemi per far segnare un gol agli
avversari salvando la forma, cioè l’apparenza. Splendido esempio, questo, da
segnalare ai magistrati di Calciopoli. Di più: c’è chi si è spinto a ipotizzare
una sanzione sportiva nei confronti dell’Ascoli per consumato illecito.
A questo punto
Pillon ha pensato bene di pentirsi pubblicamente. E mentre l’Herald Tribune
(ah, questa stampa estera) lo proponeva alla Fifa per il premio Fair Play, una
specie di Nobel per la pace del pallone, lui annunciava la retromarcia: non
rifarebbe più il nobile gesto di indennizzare un avversario. Il calcio non
sembra accusare il colpo dall’alto della sua radicata amoralità. Non a caso il
più grande giocatore di sempre, Diego Armando Maradona, viene ancora oggi
celebrato per quel gol truffaldino all’Inghilterra per il quale venne
addirittura chiamato in causa l’Onnipotente: fu la mano di Dio, non quella di
Diego, a lanciare l’Argentina verso la conquista del titolo mondiale nel 1986.
Così come è stata più prosaicamente la mano di Henry a regalare alla Francia la
qualificazione ai prossimi mondiali del Sudafrica tra le vane proteste degli
irlandesi che non si sono imbattuti in un tipo come Bepi Pillon.
Se il calcio è
anche in qualche misura lo specchio di un Paese, i conti in fondo tornano. A
parte la lettura quotidiana delle cronache giudiziarie, basta spendere una
mattinata domenicale per seguire una partita di ragazzini per scoprire che i
genitori sono i primi a sconfinare: una madre agguerrita l’altro giorno urlava
come un ossessa su un campetto di periferia. «Devi mangiargli le orecchie»
intimava al figlio deputato a una marcatura complessa. Come si comporterà da
adulto quel potenziale masticatore di lobi? Domanda estendibile ad altre
categorie, dalle veline agli apprendisti stregoni.
Naturalmente
generalizzare è sempre sbagliato, ma la verità è che l’onestà è un mestiere
durissimo pagato male e mai tutelato dai sindacati. Per questo il pentimento di
Pillon è, purtroppo, il segno di un ritorno alla normalità. ENRICO MAIDA IM 8
Guerra, povertà, emarginazione i diritti negati diventano un film
Ventidue artisti
firmano il progetto "Stories of Human Rights" promosso dall'Onu
Successo nei
festival e su Youtube, dove i segmenti più visti sono quelli asiatici e
africani - di GIAMPAOLO CADALANU
Sono passati più
di sessant'anni, ma di strada ce n'è ancora tanta, per realizzare i principi
della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, proclamati il 10 dicembre
del '48. Ricordarlo con il dono della leggerezza non è semplice, ed ancora meno
facile è raccontare i diritti in immagini. Per riuscirci non basta la
sensibilità di un singolo, ma può servire l'opera collettiva di 22 registi,
quelli che firmano il progetto Stories of Human Rights. "I diritti umani
sono la quotidianità, non qualcosa di straordinario. La realtà, non cose
sublimi - spiega la coordinatrice del lavoro, Adelina von Fürstenberg - Per
questo abbiamo usato cortometraggi di tanti autori diversi, metà cineasti e
metà artisti visivi".
Il risultato è un
film con un approccio non commerciale, che però ha già girato 50 festival e
continua a riscuotere applausi ovunque, dalla Francia alla Svizzera, dalla
Corea all'Ucraina, passando per la Cina, la Tunisia, Israele. In questi giorni
la pellicola prodotta da Arts of the World è presentata in Turchia, poi
parteciperà a un festival in Australia. Ma non è solo sul grande schermo:
"Il film è su Youtube, e abbiamo scoperto che i frammenti più visti sono
dei registi africani o asiatici, non degli occidentali - dice la coordinatrice
- Qualcuno è stato visto da più di 150 mila persone".
I temi sono sei:
cultura, sviluppo, dignità e giustizia, ambiente, genere, partecipazione. Lo
sguardo, com'è inevitabile, è molto diverso: a "corti" di impianto
cinematografico tradizionale si affiancano le visioni più innovative degli
artisti. Ma il filo conduttore è sempre lo stesso: che si guardi attraverso il
filtro dell'ironia o con una lente onirica, alla fine resta la coscienza di una
condizione umana comune e imprescindibile.
"L'idea è
quella di un vecchio documentario degli anni Sessanta, Mondo Cane", dice
la von Fürstenberg. Ma l'approccio si dimostra molto più pacato già dal titolo,
voluto dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. E il
tono è sempre lieve, persino nel grottesco dell'incidente stradale che diventa
spunto per creazioni di moda, in The Crossing, dell'indiano Murali Nair. O
nello sguardo poetico di Dangerous Games, firmato dalla serba Marina Abramovic,
dove la guerra si trasforma in un gioco talmente stupido da annoiare anche i
bambini. O nella visione dell'italiano Francesco Jodice, che in A Water Tale
trasforma in esperienza fantastica l'emergenza ambientale. O nell'ironia del
palestinese Hany Abu-Assad, autore di A Boy, a Wall and a Donkey, che si
permette di guardare senza ansie di politically correct persino la tragedia del
muro costruito da Israele.
Frammenti di
racconto, tre-quattro minuti ciascuno, che svelano con gli occhi di culture
diverse l'assurdità della grettezza verso i propri simili. Ed è la risorsa
fondamentale, lo strumento del cortometraggio, che permette il confronto in
maniera così immediata da seppellire con il sorriso ogni possibile conflitto.
LR 8
«Processo breve, è inammissibile escludere il reato di immigrazione»
È «inammissibile»
escludere il reato di immigrazione clandestina dall'elenco dei reati per i
quali si applicherà la nuova norma sul processo breve. Lo ha detto questa
mattina il presidente della Camera Gianfranco Fini partecipando a un dibattito
su integrazione, accoglienza e diritto di cittadinanza, presso la comunità di
Capodarco con Pier Ferdinando Casini e Giuseppe Pisanu.
«Cambi - ha detto
Fini - quel che attualmente c'è scritto» sulla norma, ovvero che uno dei reati
per cui non si applicherà il processo breve è quello di immigrazione
clandestina. «È veramente inammissibile che si faccia l'elenco dei reati per
cui non è prevista l'applicazione della norma sui tempi ragionevoli del
processo e in quell'elenco ci sia l'immigrazione clandestina, che attualmente è
sanzionata da una ammenda». «Sarebbe diverso - ha aggiunto il presidente della
Camera - se invece di 'reati in materia di immigrazione' ci fosse scritto
'delitti' come riduzione in schiavitù e tratta di esseri umani».
«Se è una svista
ne prendiamo atto», ha concluso Fini auspicando che si ripeta quanto accaduto
nel dibattito sul pacchetto sicurezza per la norma sui cosiddetti medici-spia,
che era una norma «lesiva della dignità degli esseri umani».
«È una sciocchezza
dire che se gli immigrati potessero votare, voterebbero a sinistra», ha poi
dichiarato Fini. L'ex leader di An ha spiegato che gli immigrati voterebbero a
seconda delle convinzioni politiche. «È un'ammissione di debolezza politica e
culturale», ha aggiunto a proposito della convinzione, diffusa nel centrodestra,
che il voto andrebbe solo a sinistra.
Finale con una
battuta. «È bello che si difenda la tradizione come il crocifisso e il presepe,
io sono un tradizionalista», ha detto il presidente della Camera in seguito
alle recenti polemiche ma senza citare esplicitamente le critiche della Lega
Nord all'arcivescovo di milano, card. Dionigi Tettamanzi. «Ma - ha aggiunto
Fini - facendo una battuta posso dire che guardando il presepe bisognerebbe
rendersi conto che è pieno di extracomuniari». «A partire dallo stesso Gesù»,
ha ribattuto scherzosamente Casini. Per parte sua pisanu ha concluso ricordando
che lo stesso Gesù aveva dovuto «chiedere anche asilo politico». L’U 7
Cgie. Ordine del giorno sui frontalieri approvato dalla Commissione sul
lavoro
ROMA - Nella
riunione del 2 novembre la V Commissione tematica del CGIE “Formazione,
Impresa, Lavoro e Cooperazione”, ha approvato all’unanimità un ordine del
giorno presentato dal consigliere Claudio Pozzetti (Frontalieri CGIL).
Eccone il testo.
“In seguito alla pubblicazione delle
circolari 48/E e 49/E dell’Agenzia delle Entrate in merito al monitoraggio
delle attività detenute all’estero, riteniamo opportuno e urgente sottolineare
la specificità dei frontalieri fiscali in Svizzera:
- a fronte della
convenzione Italia Svizzera del 1974 i frontalieri che risiedono all’interno
della fascia di confine di 20 km sono esonerati dalla dichiarazione dei redditi
da lavoro dipendente prodotti in qualità di frontalieri, in quanto la
convenzione prevede il ristorno diretto di una quota delle imposte trattenute
alla fonte all’Italia;
- oltre il 90% dei
frontalieri, alla luce di questi accordi bilaterali, non ha presentato
dichiarazione dei redditi in Italia;
- i frontalieri
interessati sono circa 55.000 provenienti dalle province di Como, Sondrio e
Varese in Lombardia, da quella del Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte, dalla Val
d’Aosta e dalla provincia autonoma di Bolzano;
- per ottemperare
a quanto previsto dalla circolare 48/E (quadro RW, monitoraggio fiscale) gli
stessi dovrebbero provvedere a trasmettere un modello Unico tardivo entro il
29/12/2009;
- i numeri dei
frontalieri interessati sono chiaramente del tutto incompatibili con la
scadenza prevista per la presentazione del modello Unico tardivo.
Premesso ciò
Al fine di permettere a tutti i soggetti
interessati di poter ottemperare alle disposizioni delle circolari
sopraccitate, si renderebbe indispensabile una proroga dei termini stabiliti
per questa fattispecie almeno alla scadenza del 30/09/2010, prevista per la
presentazione della dichiarazione integrativa.
Si rileva inoltre che le circolari finora
emanate dall’Agenzia dell’Entrate si riferiscono al transfrontalierato in
genere, senza tener conto delle specificità dei frontalieri con la Svizzera,
normata da convenzioni e accordi bilaterali che, in parte, regolamentano le
materie trattate.
A tale proposito segnaliamo che il lavoratore
frontaliere con la Svizzera ha l’obbligo di iscrizione alla forma di previdenza
complementare, detta II pilastro, la quale non è nelle disponibilità del
lavoratore fino a cessazione del rapporto di lavoro.
Pertanto si ritiene che per sua natura tale
forma di previdenza non debba rientrare tra le attività soggette a monitoraggio
fiscale da indicare nel quadro RW”. (Inform)
Franco Siddi (FNSI): “Il Cgie? Andrebbe più ascoltato, ma il governo
latita”
Su “Gente
d’Italia” intervista al segretario generale della FNSI e presidente della Commissione
Informazione del CGIE
ROMA - Segretario
generale della Federazione Nazionale della Stampa, Presidente della Commissione
Informazione del Cgie, Franco Siddi ha le idee chiare non solo su come dovrebbe
essere il futuro del Consiglio generale, ma anche su come l'Italia dovrebbe
fare di più per gli italiani residenti all'estero, in particolare per quanto
riguarda l'informazione dedicata ai connazionali, argomento che - a colloquio
con Gente d'Italia, quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia
- Siddi tocca molto da vicino.
A margine della seconda giornata di lavori
dell'assemblea plenaria del Cgie, che terminerà oggi alla Farnesina, Siddi
ammette: “il Consiglio non si può cancellare, "sarebbe sbagliato", ma
certamente si deve "riorganizzare la sua funzione". Un organismo, il
Cgie, nel quale - è convinto Siddi - c'è molto volontariato: non è quel
carrozzone di cui tutti parlano, dice, che succhia solo soldi allo Stato...
Insomma, fa capire, con il Cgie non si diventa ricchi. E' la voglia di
partecipare che spinge le persone che lo compongono ad andare avanti, anche
"per sentirsi protagonisti".
Con Siddi non potevamo non parlare di stampa
e informazione: un'informazione, quella dedicata agli italiani nel mondo, che
va aiutata e sostenuta. Magari, nel caso dei quotidiani, pensando a nuovi
criteri di valutazione per la concessione dei contributi statali. E - perché no
- pensando già a come un giorno poter sostenere l'informazione online, quella
che sia "all'insegna del pluralismo e della professionalità".
Franco Siddi, da che parte va il Cgie dopo la
relazione di governo? Qual è il futuro del Consiglio?
"A sentire il governo e alcuni
parlamentari il futuro del consiglio è quasi finito. A vedere la relazione del
Cgie c'è un futuro importante. Perché ci sono gli italiani all'estero, e anche
la comunità degli italiani che sostengono le politiche per le nostre comunità
nel mondo, che ritengono che la società civile non possa scomparire per legge,
per decreto, o perché si pensa che tutto sia un fatto
tecnico-economico-finanziario. La situazione non è facile, il Cgie ha ancora un
ruolo: deve riorganizzare la sua funzione, ma immaginarne la cancellazione
credo sia una condizione sbagliata nell'affrontare correttamente i problemi
delle varie comunità italiane nel mondo".
Quando parla di riorganizzazione, è d'accordo
con quanto prospettato dalla relazione del governo? Oppure quali idee ha Franco
Siddi?
"Non è un compito che, per la funzione
di rappresentanza che svolgo, quella della stampa, spetta a me affrontare in
maniera dettagliata. Ritengo però che una sottovalutazione delle espressioni
associative e culturali, che sono la ricchezza delle comunità, sia sbagliata. I
partiti da soli non risolvono tutto. Quindi, va superata questa sottovalutazione".
Secondo Siddi, è necessario "non dico
fare un po' di pulizia", ma "sistemare un po' di cose: non c'è
bisogno di prevedere partecipazioni elefantiache, ma partecipazione
mirate". "Rischio di entrare troppo nei dettagli, e non va bene"
- continua Siddi a colloquio con Gente d'Italia -, "però noi abbiamo delle
duplicazioni qui", all'interno del Cgie, "tra associazioni, partiti e
altro. Credo che questo vada un po' evitato, e vada favorita l'espressione più
viva e autentica delle comunità". Comunità "che si riuniscono anche
in associazioni, ma se momenti associativi poi dopo si moltiplicano in tre o
quattro rami, perché così c'è qualche posticino in più, credo che non sia una
cosa bella". E certamente, aggiunge il consigliere Cgie, "non è utile".
Certo, "può servire in una dinamica di composizione, anche democratica,
per carità...".
O di poltrone?
"Non lo volevo dire, ma è così. Anche se
queste non sono poltrone, sono strapuntini. Anche qui vanno messe le cose al
loro posto. Molti pensano al Cgie come un elefante che succhia soldi allo
Stato. Onestamente, è un organismo in cui credo ci sia molto volontariato,
nonostante tutto. Certamente, è giusto che chi arriva dall'estero abbia il volo
rimborsato. Ma i rimborsi oggi sono così irrisori, che solo il volontariato,
solo la fiducia in un'attività sociale dà la spinta, a chi c'è, di sentirsi
protagonista e attivo. Altrimenti non ci sarebbe ragione per il gettoncino da
100 euro per venire qui o di un rimborso spese che non ti paga nemmeno un
albergo decente".
Siddi è un fiume in piena. "Non è un
problema di soddisfazione personale, materiale, che il Cgie risolve. Il Cgie
andrebbe più ascoltato, questo è il problema. Il Cgie spesso è costretto in una
dimensione autoreferenziale, questo è il suo problema più grande. Anche qui, in
questa circostanza, in questa settimana, il governo latita. Non c'è quasi mai
l'espressione politica. Ci sono i membri dell'amministrazione dello Stato, ma
su una serie di tematiche serve l'interlocuzione politica. Non perchè occorre
scegliere se stare a destra o sinistra. Ma perché è la politica che deve
risolvere dei problemi. Io penso al mio mondo, al mondo dell'informazione:
certe risposte non le può dare il direttore di Rai International: le deve dare
l'azienda Rai, il ministro degli Esteri, la politica. Questo vale per i diritti
sportivi, così come vale per l'investimento sulla televisione per l'estero,
così come vale per considerare o meno se c'è bisogno di aumentare i
finanziamenti per la stampa all'estero".
C'è bisogno di aumentare i finanziamenti per
la stampa all'estero?
"A mio giudizio sì, perché 2 milioni e
60mila euro per la stampa periodica sono una sciocchezza. E' una cifra
irrisoria. Ci si lamenta che alcuni periodici non sono strutturati
sufficientemente, però si danno soldi a pioggia un po' a tutti, e in realtà non
si accontenta nessuno. I soldi dati a pioggia così vanno bene soltanto per
quelle realtà a gestione familiare, di chi si fa il giornale in casa. Ma se uno
vuol fare un'attività leggermente professionale, qualitativamente più
penetrante, non può col contributo dello Stato pensare di fare cose importanti.
Invece questo andrebbe fatto, occorrerebbe fare lì un riordino".
Questo per quanto riguarda i periodici. E i
quotidiani?
"La situazione è diversa, perché i
quotidiani destinati all'estero sono sotto lo stesso regime della stampa
italiana beneficiaria di contributi pubblici, quindi tutto sommato la
situazione sembrerebbe migliore. Tuttavia, anche qui ci sono cose da
correggere. Più che mettere più soldi, bisogna intanto rivedere le procedure.
Per consentire un accesso non facilitato, un accesso rigoroso, con dei
parametri chiari e precisi".
Per esempio?
"Se oggi è difficile, per esempio,
certificare i dati di stampa, il parametro principale per calcolare l'entità
dei contributi, forse oggi bisogna guardare ad altro. Guardare all'investimento
professionale, guardare l'utilizzo di risorse professionali di qualità, quindi
giornalisti che professionalmente siano qualificati a farlo, eventualmente guardare
la struttura industriale del giornale pubblicato, e su questa base calcolare
poi i contributi. E' una richiesta che si sta facendo strada anche in Italia,
per i quotidiani italiani; il governo l'ha anche recepita, quindi probabilmente
qualche novità interessante ci sarà. Tuttavia, da qui al 2012, anche per i
quotidiani in generale, quindi capiterà anche per l'estero, è prevista una
riduzione secca della torta a disposizione dello Stato. Quindi ci sono dei
rischi notevoli. Per il 2008 e il 2009, si sta cercando disperatamente di
mantenere fermo almeno il finanziamento al livello dell'anno precedente; ma per
i prossimi due anni le Finanziarie degli anni scorsi prevedono dei tagli
consistenti. Questo rischia di creare un impoverimento, e i giornali all'estero
ne soffrirebbero probabilmente più di altri, perché hanno un pubblico per certi
versi circoscritto, per altri globale. Chi sta nel Sud America diffonde il suo
giornale spesso in più paesi,... Ecco, per esempio per i giornali all'estero
bisognerebbe pensare a un sostegno per la diffusione: certificata
naturalmente".
Stampa online. Se ne parla in Francia, negli
Usa. Cosa fa l'Italia per l'informazione che corre sul web?
"Per la stampa online si fa ancora poco.
Io credo che occorra fare un discorso sull'editoria multimediale, su chi è in
grado di lavorare su più piattaforme. Qui, però, l'immaterialità - diciamo così
- del lavoro, è più evidente che in altri settori. Occorre allora, se pensiamo
al sistema degli interventi pubblici, ancora di più rafforzare i parametri
relativi alla struttura imprenditoriale, organizzativa, redazionale. Perchè
altrimenti io rischio di finanziare i blogger".
Crede che in un futuro non lontano in Italia
si potrà parlare di un sostegno all'informazione online?
"Credo che bisognerebbe accelerare. Il
pubblico ormai si informa diversamente dal passato. I giovani essenzialmente si
informano online. Allora noi dobbiamo garantire che si sostiene il pluralismo
dell'informazione considerando anche gli strumenti online, a condizione
ovviamente che si tratti di strumenti di informazione in qualche modo
certificati. Trovare il modo di individuare un bollino, un bollino di qualità,
di professionalità, che merita di essere sostenuto in quanto espressione del
pluralismo dell'informazione, e d'informazione professionale".
Ricky Filosa, Gente d'Italia
Professionisti all’estero lanciano un appello: fermate la fuga dei giovani
italiani
ROMA - Con un’iniziativa
senza precedenti, sedici giovani professionisti italiani emigrati all’estero
hanno scritto una lettera corale al Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano e ai Presidenti Emeriti Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro e
Francesco Cossiga. I sedici firmatari appartengono ad un vasto ventaglio
professionale: dal compositore al ricercatore, dall’imprenditore e consulente
al professore universitario, dall’ingegnere al funzionario di organizzazione
internazionale.
"Illustrissimi
Presidenti, negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani sono emigrati
all’estero, per fuggire dal Paese più immobile d’Europa. Un concentrato di
immeritocrazia, nepotismo e gerontocrazia che ha pochi pari nel Vecchio
Continente. Un Paese che preferisce parcheggiare i propri giovani – le forze
più creative e innovative della società –, relegandoli in angoli spesso
scomodi, tra lavori precari e un welfare state a quasi totale carico della
famiglia di origine. Anche per questo l’Italia non è Europa": così inizia
la lettera.
I sedici giovani
firmatari sono tra i protagonisti del progetto La Fuga dei Talenti, che fa
riferimento all’analogo blog (http://fugadeitalenti.wordpress.com) e al libro
La Fuga dei Talenti di Sergio Nava (edizioni San Paolo, 2009). Nel loro appello
ai quattro Presidenti, scrivono: "Avviate voi per primi, con l’autorità
morale di cui godete, il cambiamento. Rendete questo Paese un luogo dove i
giovani possano vivere e affermarsi solamente sulla base del proprio merito,
senza bisogno di parentele e cooptazioni. Rendete l’Italia una democrazia
finalmente compiuta".
I sedici firmatari
elencano i motivi per cui hanno lasciato l’Italia e non intendono tornarvi. Tra
questi: "Non potrei mai esistere nel mio Paese in quanto compositore di
musica classica", denuncia Oscar Bianchi (34 anni, Usa-Germania); "Il
valore della meritocrazia non è più rispettato in Italia", aggiunge il
ricercatore Luca Candeago (28 anni, Spagna); "Questa Italia, di giorno in
giorno, si allontana da quell’ideale di eccellenza che ci aveva portato ad
essere una nazione invidiata e rispettata nel mondo”, nota con amarezza
l’imprenditore Michele Lanzinger (35 anni, Spagna); "Noi emigrati non
percepiamo di poter contare sul sistema-Paese che ci ha formati per anni: non
vi è alcun interesse ad instaurare una collaborazione con noi", rincara la
docente universitaria Teresa Fiore (39 anni, Usa).
Allo stesso tempo,
hanno le idee chiare su cosa li spingerebbe a tornare: "Potrei tornare se
il mio Paese si trasformasse in una Meritocrazia", sintetizza il
consulente Giuliano Gasparini (33 anni, Spagna); "Rientrerei, se la
tassazione più elevata e la minore retribuzione italiana venissero compensate
da una riduzione temporanea dell’aliquota fiscale", propone l’altro
consulente Francesco Dellisanti (33 anni, UK); "Tornerei, se l’università
italiana diventasse un sistema aperto, in grado di offrirmi delle reali
possibilità di lavoro", scrive la docente universitaria Cristina Cammarano
(36 anni, Usa); "Rientrerei, se l’Italia diventasse un Paese aperto ed economicamente
dinamico", chiosa la designer Patrizia Iacino (38 anni, Usa).
"Illustrissimi
Presidenti, siamo consapevoli delle enormi difficoltà da affrontare per
invertire questo processo emorragico, ma affidiamo alle Vostre mani questa
lettera, nella speranza che diventi possibile immaginare un futuro meno nomade
per i giovani talenti italiani": questo l’appello finale.
La lettera è stata
inviata per conoscenza anche ai Presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini
e Renato Schifani, e al Ministro della Gioventù Giorgia Meloni. (aise)
Nasce www.giovanitaliani.it, il sito dei giovani italiani all’estero
Presentato il
social network per la rete dei giovani connazionali residenti all’estero,
coordinato dal Mae e ora affidato alla gestione dei diretti protagonisti
ROMA – E’ stato presentato questa mattina
all’assemblea plenaria del Cgie, nel corso degli interventi dei giovani
provenienti dall’estero, il sito internet dedicato proprio ai giovani
connazionali nel mondo, chiesto dai ragazzi durante i lavori della loro Prima
Conferenza e coordinato dal ministero degli Affari Esteri.
A presentare il sito, nella seconda giornata
di lavori della plenaria, Stefano Caliciuri, portavoce del sottosegretario agli
Esteri Alfredo Mantica.
Si tratta di un social network, disponibile
da oggi pomeriggio all’indirizzo www.giovanitialiani.it che consentirà ai
giovani residenti all’estero di mantenere e allacciare i contatti con lo
strumento oggi più in voga tra le giovani generazioni.
Caliciuri ha mostrato in sala la home page
del nuovo sito che consente, attraverso una registrazione – con username e
password – la creazione di un profilo, la possibilità di accedere alle notizie
inserite dalla redazione e dagli iscritti, la possibilità di creare e mantenere
i contatti tra gli utenti della rete. Quattro i canali tematici a diposizione:
il primo relativo a studio e lavoro, il secondo sul tempo libero, il terzo
sugli eventi e l’ultimo su notizie utili e aggiornamenti.
Nella home page, oltre al messaggio di
benvenuto, in ordine cronologico vengono inserite le informazioni messe on line
dagli utenti.
Tra le funzionalità, oltre alla ricerca di
amici o altri iscritti, vi è la possibilità di vedere “cosa fanno gli italiani
nel mondo”, ossia di avere una suddivisione degli utenti per professione, -
operazione che potrebbe favorire scambi occupazionali anche per breve periodo -
oppure per Paese.
Infine, un sondaggio per tutti gli iscritti:
quello attualmente on line interroga i nuovi arrivati proprio sulle prime
impressioni relative al social network predisposto dal Mae.
Uno strumento che ora viene lasciato ai
giovani, affinché lo plasmino a loro immagine con creatività e spirito di
iniziativa, e apprezzato anche dalla direzione generale per gli Italiani
all’estero e le Politiche migratorie. Carla Zuppetti, infatti, presente in sala
per ascoltare gli interventi dei giovani italiani e di origine italiana, si è
rallegrata dell’iniziativa, sottolineando il fatto che saranno proprio i
giovani gli amministratori del sito: si sta pensando, attraverso la convenzione
che il Mae ha in essere con il Crui – la Conferenza dei rettori delle
università italiane – di prevedere stage per i ragazzi utili al mantenimento e
alla cura di questa nuova iniziativa.
“Più avanti faremo certamente un bilancio del
successo di questo sito – ha detto il direttore generale Carla Zuppetti,
invitando i giovani ad utilizzare questo strumento. “Non sia però l’unico
strumento per ritrovarvi – ha proseguito – ma proseguite con la vostra
partecipazione ai lavori dei diversi organismi rappresentativi con cui avete
cominciato a dialogare”. La Zuppetti, complimentandosi con i ragazzi per la
“capacità di analisi, di concretezza ed efficacia dimostrata nel corso degli
interventi”, ha ribadito il suo sostegno alla loro partecipazione a Comites e
Cgie. “E’ assolutamente positivo che Cgie e Comites, pur nei vincoli posti dai
binari legislativi, trovino i modi per garantirvi uno spazio di partecipazione
il più ampio possibile, - ha detto il direttore generale - capace di innescare
quel processo di ricambio generazionale che alimenta tutto il meccanismo della
rappresentanza”. “Il massimo sostegno verrà da parte mia anche affinché vi
venga garantita una partecipazione istituzionale in questi organismi – ha
concluso Carla Zuppetti, auspicando il coinvolgimento dei giovani anche alle
riunioni annuali dei consiglieri con i rappresentanti dello Stato italiano
all’opera nelle sedi diplomatiche all’estero. (Viviana Pansa – Inform)
Il Governo respinge i due emendamenti sull’editoria italiana all’estero.
Ricorso dell’on. Narducci
Roma- I due
emendamenti sull’editoria italiana all’estero dell’on. Franco Narducci, che
recano anche le firme dei deputati Marco Fedi e Gino Bucchino, sono stati
dichiarati ”inammissibili per estraneità di materia” dal Governo. Ll’on.
Narducci ha presentato ricorso e, nel contempo, ha sollecitato un intervento da
parte della Commissione Informazione del CGIE.
I due emendamenti
proponevano sia modifiche normative sia un limitato incremento dello
stanziamento previsto dalla legge 416 a favore di giornali e pubblicazioni
italiani editi all’estero o editi in Italia ma prevalentemente diffusi
all’estero. Di rilevante significato l’intervento normativo che, prendendo
spunto dall’aumento dello stanziamento, prevedeva, da un lato, la modifica
della composizione della Commissione, istituita dal DPR n.48 del febbraio 1983,
divenuta del tutto anacronistica, e, dall’altro, l’emanazione di un successivo
regolamento di attuazione per l’aggiornamento dei criteri di concessione dei
contributi. Il secondo emendamento prevedeva l’estensione alla stampa italiana
all’estero e per l’estero di una normativa introdotta dal comma 53 dell’art.1
della finanziaria 2010.
Questi i testi dei
due emendamenti, che in ogni caso saranno ripresentati in Aula.
“Dopo il comma 53
aggiungere i seguenti:
53-bis. Ai sensi
del terzo comma dell'articolo 26 della legge 15 agosto 1981, n. 416 e
dell'articolo 3 della legge 7 marzo 2001 n. 62, è autorizzata la corresponsione
di un importo di 300 mila euro per ciascuno degli anni 2010, 2011 e 2012, in
favore di giornali e riviste italiani pubblicati all'estero e di pubblicazioni
edite in Italia e diffuse prevalentemente all'estero.
53-ter. Ai fini
della definizione dei criteri e delle modalità di concessione del contributo di
cui al comma precedente, all'articolo 1 del decreto del Presidente della
Repubblica del 15 febbraio 1983, n. 48, concernente norme di attuazione
dell'articolo, 26 della legge 15 agosto 1981, n. 416, dopo le parole: a
commissione è composta da:, sono aggiunte le seguenti: un rappresentante della
Federazione Unitaria della Stampa Italiana all'Estero (FUSIE), un
rappresentante della Commissione Informazione del Consiglio Generale degli
Italiani all'Estero (CGIE), un rappresentante e della Consulta nazionale
dell'emigrazione (CNE). Per quanto concerne la definizione di criteri e
modalità di concessione dei contributi di cui al precedente comma, anche ai
sensi dell'articolo 44 del decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112, convertito, con
modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, si provvede con successivo
regolamento di attuazione della Presidenza del Consiglio dei ministri atto a
modificare il decreto del Presidente della Repubblica n. 48, del 1983, e da emanare
entro novanta giorni dall'entrata in vigore della presente legge.
Conseguentemente,
all'articolo 3, comma 2, aggiungere le parole: ivi comprese le variazioni di
cui al periodo successivo. Le dotazioni di parte corrente, relative alle
autorizzazioni di spesa di cui alla predetta Tabella C, i cui stanziamenti sono
ritti in bilancio come spese rimodulabili, sono ridotte in maniera lineare per
un importo pari 300 mila euro per ciascuno degli anni 2010, 2011 e 2012.”( 2.
1630. Narducci, Fedi, Bucchino).”.
“Al comma 53,
aggiungere in fine le seguenti parole: , nonché in favore di giornali e riviste
italiani pubblicati all'estero e di pubblicazioni edite in Italia e diffuse
prevalentemente all'estero, ai sensi del terzo comma dell'articolo 26 della
legge 15 agosto 1981, n. 416 e dell'articolo 44 del decreto-legge 25 giugno
2008 n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133,
con spettanza dei contributi fino a concorrenza proporzionale degli stessi tra
gli aventi diritto.(2. 1632. Narducci, Fedi, Bucchino).”. (aise)
Il viceministro per il commercio estero Adolfo Urso a Ginevra
La Missione
Permanente, insieme alla Camera di Commercio italiana per la Svizzera, hanno
organizzato un incontro, nell’hotel Intercontinental di Ginevra, con il Vice
Ministro italiano al Commercio internazionale Adolfo Urso, in occasione della
Conferenza dell’OMC. Come la Dott.ssa Marilena Berardo, in rappresentanza della
Camera del Commercio italiana, ha evidenziato nella sua presentazione,
l’incontro diurno con il Vice Ministro ha dato la possibilità ai rappresentanti
della Camera di Commercio italiana a Ginevra, presenti per l’avvenimento, di
porre domande ed avere un dialogo diretto con Urso, prima della Conferenza, in
visione di quella collaborazione che la Camera di Commercio ricerca nelle
relazioni bilaterali Italia - Svizzera. Di fatti, all’incontro erano presenti
alcuni autorevoli rappresentanti italiani di diversi settori dell’industria.
Adolfo Urso,
introdotto da S.E. l’Ambasciatore Laura Mirachian, Capo della Rappresentanza
permanente presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, accompagnata dal
Ministro Pasquale D’Avino, ha affermato che quest’anno, durante la Conferenza,
nell’affrontare l’argomento generale sull'abolizione o riduzione delle barriere
tariffarie nel commercio internazionale, bisognerà perseguire un’armonizzazione
ed omogeneità delle normative doganali, per evitare che ogni singolo Paese
possa modificare, secondo le proprie esigenze o per protezionismo, tali
regolamentazioni, evitando così di dover sottostare alla loro discrezionalità.
Obiettivo dell’OMC è, infatti, garantire, verso tutti i membri
dell'organizzazione, lo "status" di "nazione più favorita"
(most favourite nation): le condizioni applicate al paese più favorito (vale a
dire quello cui vengono applicate il minor numero di restrizioni) sono
applicate (salvo alcune eccezioni minori) a tutti gli altri stati.
Il Vice Ministro
Urso ha, infine, sottolineato, nel suo discorso, l'importanza della coesione
tra la politica commerciale e quella ambientale e sociale, per una migliore
collaborazione tra le organizzazioni internazionali specializzate in questi
settori.
Istituito il primo
gennaio 1995, l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), conosciuta anche
con il nome inglese di World Trade Organization (WTO), con sede a Ginevra,
conta 153 Paesi aderenti, stando al luglio del 2008, i quali costituiscono
circa il 97% del commercio mondiale di beni e servizi.
Il WTO è
un'organizzazione internazionale creata allo scopo di supervisionare numerosi
accordi commerciali tra gli stati membri. Essa ha assunto, nell'ambito della
regolamentazione del commercio mondiale, il ruolo precedentemente detenuto dal
GATT (General Agreement on Trade and Tariffs, creato nel 1947) a differenza del
quale, però, il WTO prevede una struttura comparabile a quella di analoghi
organismi internazionali. Inoltre, oggetto della normativa del WTO sono, oltre
che i beni commerciali, anche i servizi e le proprietà intellettuali.
In occasione della
settima Conferenza ministeriale ordinaria dell'Organizzazione mondiale del
commercio, che si è svolta dal 30 novembre al 2 dicembre 2009 a Ginevra, i
ministri presenti saranno invitati a soffermarsi sul ruolo dell'OMC, nel quadro
economico attuale. Oltre che sulla verifica delle attività dell'OMC, le
discussioni verteranno in particolare sull’apporto dell'OMC nella gestione
della crisi economica. R. Paternoster e C.Vaccaro, De.it.press
Manifestazione di Cgil e Unia il 10 dicembre a Lugano. “I frontalieri non
sono evasori fiscali”
Lugano - "Ci
siamo rotti! Basta, i frontalieri non sono evasori fiscali!". Questo lo
slogan della manifestazione indetta da Cgil e Unia per il prossimo 10 dicembre
dalle 17 a Piazza Dante a Lugano per protestare contro lo scudo e il
monitoraggio fiscale ai lavoratori frontalieri.
"La decisione
di manifestare il 10 dicembre a Lugano – spiega Sergio Aureli, Segretario
Sindacale Frontalieri dell’Unia Ticino e Moesa – è stata presa direttamente dai
lavoratori frontalieri durante le decine di assemblee organizzate dal sindacato
UNIA e CGIL con all'ordine del giorno lo scudo fiscale ed al monitoraggio
fiscale e svoltesi nei comuni di frontiera nelle provincie di Como, Varese,
Sondrio e Verbano Cusio Ossola nonché presso le maggiori aziende del territorio
ticinese e terminate domenica 22 novembre".
Obiettivo della
manifestazione quello di "ribadire al governo italiano la necessità di
esonerare come per altri soggetti (es. Cittadini di campione d'Italia), i
lavoratori frontalieri dall'applicazione dello scudo fiscale e dal monitoraggio
fiscale" e di "portare a conoscenza del governo italiano che
esistono, nel mondo economico nazionale, anche dei lavoratori particolari, i
cosiddetti lavoratori frontalieri che a causa della loro debole se non assente
rappresentanza politica diretta (uno o più rappresentanti dei lavoratori
frontalieri al governo) si vedono dimenticati o trascurati durante le prese di
posizione negli accordi internazionali e di categoria B", che riguardano, cioè,
i frontalieri che risiedono oltre i 20 chilometri dalla frontiera.
Aureli, quindi
ricorda che "la ricchezza da loro prodotta non rappresenta una
esportazione di capitali, ma una importazione di capitali dalla Svizzera
all'Italia che è assoggettata, per quanto concerne l'imposizione fiscale, ad un
accordo del 3 ottobre 1974.
Con la
manifestazione del 10 dicembre, dunque, "si intende ribadire come, questi
lavoratori che sul territorio svizzero sono circa 52'000, rappresentino per il
territorio di confine una enorme ricchezza calcola in ben 40 milioni di euro
(ristorni di imposte alla fonte pagate all'anno dai lavoratori e che vengono
versati dalla Svizzera all'Italia e poi riversati ai comuni di frontiera),
senza contare che attraverso i loro salari percepiti in Svizzera, spendono
1.200 milioni di euro di salari sul territorio di confine". (aise)
E’ uscito “Bellunesi nel Mondo” di dicembre
Belluno - Con
l’augurio, in copertina, di “Buon Natale sulla neve” accompagnato da una
splendida foto dei campi di sci, si apre “Bellunesi nel Mondo” di dicembre. Al
Natale, ai sentimenti che la festività suscita soprattutto nel doloroso ricordo
di chi ci ha lasciato quest’anno (in particolare don Domenico Cassol ed Emilio
Dall’Acqua), ma anche con un senso di speranza per il futuro, si ispira
l’editoriale del direttore Vincenzo Barcelloni, così come al Natale si richiama
una riflessione di Pia Stadler sulla edificante storia di Karin Oertle
(figlia di una socia ABM), assistente cieca all’ospedale di Zurigo, e, sempre
sul Natale, un originale pensiero di don Umberto Antoniol.
Il giornale prosegue con una serie di
articoli di indubbio interesse: un’indagine sull’immigrazione, le attività del
Coordinamento dei Giovani Veneti nel mondo, la firma dell’accordo tra
l’Associazione industriali di Belluno e l’omologa di Caxias do Sul (Brasile),
un’azienda di Sedico fornitrice dei serramenti di un avveniristico hotel di
Dubai, i premiati della decima edizione del “Premio ai Bellunesi che hanno
onorato la Provincia”, l’inaugurazione del Museo dell’emigrazione a Roma,
l’assemblea della CAVES in Svizzera, eccetera.
Una pagina di Gioachino Bratti presidente
dell’Associazione Bellunesi nel Mondo ricorda ancora don Domenico Cassol,
riportando anche eloquenti e toccanti parole di compianto che sono giunte
all’ABM da parte di diverse persone. Ne “Alla scoperta del Veneto in
Brasile”, Ivano Pocchiesa riassume, anche con molte foto, il
recente riuscito viaggio di un gruppo di Bellunesi in Brasile. (Inform)
Progetti. Un annuario delle associazioni italiane attive all’estero
ROMA - Un annuario
aggiornato che registri tutte le associazioni italiane attive all’estero: è il
progetto messo in cantiere dall’officina dell’arte, associazione culturale
presieduta a Roma da Fabrizio Conti.
"La nostra
Associazione – spiega Conti – sta completando il censimento delle Associazioni
italiane nel mondo e delle Associazioni degli emigrati italiani residenti
all’estero, lavoro che darà vita alla prima pubblicazione, sino ad ora mai
edita in Italia, di un "Annuario 2010 delle Associazioni italiane nel
Mondo", fornendo un’opera, con i dati di reperimento rilevati e quelli di
informazione sull’attività svolta dalle associazioni, attualizzati a tutto il
2009, che rappresenterà un importante strumento di lavoro per gli operatori
interessati in Italia ed all’estero".
Per aggiornare il
volume con dati certi e dettagliati, Conti invita tutti gli interessati ad
inviare via mail (fabrconti@gmail.com) tutti i dati informativi indispensabili
ad un immediato contatto, da parte di tutti gli addetti interessati, con le
varie associazioni e cioè telefoni, fax, indirizzo completo di codice di
avviamento postale, città, nazione, e-mail, finalità associative, numero soci,
generalità complete di Presidente e Vice Presidente. (aise)
ROMA,- E' stato consegnato sabato mattina 5
dicembre il Premio del Volontariato Internazionale 2009, organizzato dalla
Focsiv in occasione della Giornata Mondiale del Volontariato, indetta dalle
Nazioni Unite. I premiati, che hanno ricevuto in dono due medaglie della
Presidenza della Repubblica, sono una coppia di giovani sposi - Marco
Robella e Venusia Govetto - volontari in Senegal con l'Organismo CISV associato
alla Focsiv, impegnati l'uno nel settore del turismo responsabile, l'altra
nella microfinanza.
La premiazione - preceduta da una
tavola rotonda sul tema della transnazionalità, intesa come legame tra
immigrazione e progetti di cooperazione, moderata da Carlo Romeo, direttore del
Segretariato sociale della RAI, partner della Focsiv in questa iniziativa - è
stata presentata da dall’attore e regista Antonello Fassari, testimonial della
Focsiv.
Come ha sottolineato Sergio Marelli,
direttore generale della Focsiv "dal connubio tra migrazione e
cooperazione internazionale dipende il futuro non solo delle migrazioni stesse
ma anche di uno sviluppo rispettoso dei diritti e della dignità di tutte le
persone nel Nord e nel Sud del mondo". In particolare Marelli ha
dichiarato che oggi lo stato delle cose in Italia in tema di immigrazione è
tale che paradossalmente la Focsiv sostiene le stesse posizioni del leader
leghista Umberto Bossi, ovvero che "i migranti vanno aiutati a casa
loro" anche se diametralmente opposte, "naturalmente, sono le
premesse culturali e le motivazioni ultime per cui diciamo la stessa
cosa".
"Lo sviluppo autentico dipende soprattutto
dal riconoscimento di essere una sola famiglia che collabora in vera comunione
ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l'uno accanto
all'altro - ha detto mons. Agostino Marchetto segretario del Pontificio
Consiglio dei Migranti e Itineranti -. Mi pare che questo sia il contesto
del volontariato che oggi premiamo". Che si tratti di microporgetti o
grandi realizzazioni, "il volontariato è chiamato ad essere in ogni caso
scuola di vita soprattutto per i giovani, contribuendo a educarli ad una
cultura di solidarietà e di accoglienza, aperta al dona gratuito di sé" ha
aggiunto Marchetto.
Alla tavola rotonda sono
intervenuti, inoltre, Maurizio Silveri direttore generale Immigrazione
Ministero del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali, Peter Schatzer
direttore dell'Ufficio Regionale per il Mediterraneo e capo della missione
italiana dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni , don Giusto
Truglia condirettore di Famiglia Cristiana.
L'evento si è concluso con la proiezione del
video di Stefano Belardini, "A sud del fiume Senegal - Solidarietà
formato... Famiglia", che racconta l’esperienza di Marco e Venusia,
realizzato da FOCSIV e Segretariato Sociale RAI in collaborazione con il TG1,
in Senegal. (Inform)
Italienische Mozzarella made in Berlin. Berliner Weiße. Wenn der Teig rennt...
Im Industriegebiet des Bezirks
Tempelhof stellt eine italienische Firma Bio-Mozzarella her - und beliefert von
hier aus sogar den Heimatmarkt südlich der Alpen und die USA. Von Ulrike Sauer,
Berlin
Es ist schwierig, in Berlin Italienier
zu sein - besonders, wenn man Mozzarella herstellt. Beim KaDeWe kommen die
weichen, blütenweißen Käsekugeln aus der Volkmarstraße im Berliner Stadtteil
Tempelhof nicht ins Sortiment - nicht italienisch genug. Lieber karrt das
Kaufhaus mild schmeckende Bällchen aus Italien heran. Dabei wird in der
deutschen Hauptstadt nach Originalrezeptur produziert - und von hieraus sogar
das wählerische Italien beliefert.
Die Großinvestition des
süditalienischen Käseherstellers Francia in der deutschen Hauptstadt hat sich
gelohnt. Das Familienunternehmen aus Sonnino, rund 100 Kilometer südlich von
Rom gelegen, ist inzwischen eine der Berliner Wachstumsfirmen - Francia macht
aber kein Hightech, sondern verarbeitet täglich 150.000 Litern frische Milch.
Was den Firmengründer Alceo Francia vor
16 Jahren nach Berlin zog, war die deutsche Milch und die Knappheit des
"weißen Golds" in Italien. Der Brühkäse Mozzarella ist typisch für
die Fähigkeit der Italiener, aus gewöhnlichen Rohstoffen kulinarische
Köstlichkeiten zu gewinnen - eine Kunst, die man südlich der Alpen seit
Jahrhunderten beherrscht. Kuhmilch gibt es in Brandenburg nicht nur reichlich,
sondern auch in höherer Qualität als daheim im heißen Latium. Der
Landarbeitersohn, der 1966 mitten im trockengelegten Sumpfgebiet zwischen Rom
und Neapel die Käserei Gebrüder Francia gegründet hatte, handelte. "Er
erkannte, dass sich in Berlin eine Tür öffnet", sagt Pier Luigi Verga,
heute Chef der deutschen Unternehmenstochter.
15 Millionen Euro investiert - Vier
Jahre vor seinem Tod steckte Francia 2003 rund 15 Millionen Euro in den
Standort Berlin, den einzigen fern der beiden Stammwerke in Italien. Die Mozzarella-
und Ricotta-Herstellung zog in eine ehemalige Pappkartonfabrik nach Tempelhof.
Seither hat sich die Produktion verdreifacht. Der Absatz der Käsespezialitäten
außerhalb Italiens stieg kräftig an. Verkaufte Francia in der Anfangszeit 95
Prozent der Produktion in der Heimat, so geht heute nur noch die Hälfte nach
Italien. Den Rest liefern die Berliner an die Gastronomie und in den gut
sortierten Lebensmittelhandel in Deutschland, in weiteren 16 europäischen
Ländern und in den USA. Der Umsatz kletterte auf 16 Millionen Euro.
Vier Molkereien aus dem Brandenburger
Umland liefern täglich die Milch. Berliner Spezialität ist Bio-Mozzarella, den
Francia in Italien nicht herstellt. In Sonnino erwirtschaftet das
Stammunternehmen rund 75 Millionen Euro. Aus Sonnino stammt auch Giovanni
Paparelli, den bei Francia alle Nino nennen. Nino knetet und zieht Mozzarella,
seitdem er 13 Jahre alt ist. In Berlin übernahm der heute 62-Jährige 1998 als
Käsemeister die Verantwortung für die Mozzarella-Sparte. "Es ist kein
Unterschied mehr zu schmecken zwischen der in Italien und der bei uns in Berlin
hergestellten Kuhmilch-Mozzarella", versichert Nino. Zurück zieht es Nino
nicht. Mit seinem eigenen Unternehmen "La Torretta" hatte er Ärger
bekommen mit der Finanzpolizei wegen nicht bezahlter Milchquoten. Die Firma
ging nach einer Razzia den Bach runter. Er suchte in Berlin sein Glück.
Aus der Kantine, wo der Koch Antonio den 51
Francia-Beschäftigten Melanzane alla Parmigiana serviert, guckt Nino nun auf
das Finanzamt in der Volkmarstraße. In seinem kleinen Büro, aus dem er hinter
einer Glasscheibe die Mozzarella-Produktion per Computer steuert, hängt ein
unfreundliches Gedicht von Roberto Benigni über Italiens Regierungschef Silvio
Berlusconi. "Den kann ich nicht ausstehen", knurrt Nino.
Milch rein, Mozarella raus - Ninos Büro
ist das Herz der Francia Mozzarella GmbH. Manager Verga ist stolz auf die
Kombination aus traditionellem Handwerkskönnen, italienischen Rezepten und hoch
industrialisierten Produktionsverfahren. "Es kommt Milch rein und
Mozzarella raus", sagt der Wirtschaftsprüfer aus Verona, der viele Jahre
den Lebensmittelhersteller Eismann in Düsseldorf geleitet hat. Doch die nötige
Zeit dafür nimmt man sich in Tempelhof. Um Mitternacht werden der Milch erst
natürliche Starterkulturen und dann Lab zugefügt. Der Käseteig reift vier
Stunden lang, bevor das Ziehen des Käses beginnt. Künstliche Zitronensäure, die
von anderen Großherstellern gewöhnlich beigemischt wird, verwendet Francia
nicht. Der Zusatzstoff E 330 beschleunigt die natürliche Reifung und
standardisiert sie. Er verleiht der Mozzarella aber auch eine gummiartige
Konsistenz. Traditionelle Käser sind dafür stark auf ihre Erfahrung angewiesen.
Steigt der PH-Wert zu schnell,
"rennt der Teig", sagt Nino. Das hat die unerwünschte Nebenwirkung,
dass das Verfallsdatum näher rückt. "Retardiert" der Käse, wird er zu
hart. "Ich fühle die Milch", sagt Nino, der seit 50 Jahren an den
dampfenden Bottichen schwitzt. Dennoch verweist man bei Francia stolz darauf,
dass Tempelhof zu den modernsten Mozzarella-Produktionsstätten Europas gehört.
Käsegüte, Biosiegel und Qualitätsmanagement - alles ließ Verga zertifizieren.
Auch 1750 Kilometer entfernt in der Mozzarella-Gegend um Sonnino fahren täglich
die Tanklastzüge mit deutscher Milch auf den Hof.
Ist Mozzarella aus Sonnino so gesehen
überhaupt italienischer als die Vergas? Nur 35 Prozent der Beschäftigten sind
bei Francia in Berlin Italiener. Firmensprache ist Italienisch. In der Kantine
laufen die Mittagsnachrichten der RAI. Und die Brandenburgerin Ulrike Dettmann,
die den Verkauf bei Francia in Berlin leitet und zuvor in Rom bei Mercedes und
bei Lidl in Verona gearbeitet hat, erlebt nun hautnah die Probleme eines
italienischen Familienunternehmens, dessen Geschicke neun gleichberechtigte
Vettern und Cousinen bestimmen. SZ 8
Klimagipfel Kopenhagen. Hohe Erwartungen an Klimagipfel
Die Welt blickt auf Kopenhagen. Ab
heute verhandeln in der dänischen Hauptstadt Regierungsvertreter aller 192
Uno-Staaten zwölf Tage über ein Klimaschutzabkommen. Die Erwartungen sind hoch
- und unrealistisch.
US-Präsident Barack Obama kündigte an,
doch noch persönlich zur entscheidenden Schlussphase der Konferenz am 18.
Dezember anzureisen - er weckte damit neue Hoffnungen auf einen Durchbruch. Das
Ringen um eine Begrenzung der globalen Erderwärmung gilt als
Jahrhundertaufgabe. Bereits jetzt leiden viele Menschen unter den Auswirkungen
der Klima-Veränderung. Wird die Erderwärmung nicht auf zwei Grad Celcius im
Vergleich zur Zeit vor der Industrialisierung begrenzt, so drohen Städte wie
Venedig oder ganze Inselstaaten wie die Malediven zu versinken.
Ungesicherte Versprechen der USA
Zugleich reist Obama mit gebundenen
Händen nach Kopenhagen, da die für amerikanische Verhältnisse ambitionierten
Klimaschutzziele per Gesetz abgesegnet werden müssen, das frühestens im
Frühjahr 2010 den Senat und den Kongress passieren wird.
Bisher steht im Raum, dass die USA,
größter Kohlendioxid-Emittent nach China, den CO2-Ausstoß bis 2020 um 20
Prozent im Vergleich zu 2005 senken wollen. Außerdem ist die Einführung eines
Emissionshandels mit Verschmutzungsrechten geplant.
Deutsche Doppelstrategie - Die
Bundesregierung warnte mit Nachdruck vor einem Scheitern der Verhandlungen,
richtet sich aber zugleich darauf ein, dass in Kopenhagen kein
rechtsverbindliches internationales Klimaschutzabkommen für die Zeit nach 2012
vereinbart wird. Stattdessen haben die Regierungsfraktionen von CDU/CSU und FDP
im Bundestag einen Antrag verabschiedet, wonach die Bundesregierung
"darauf hinzuarbeiten" habe, "dass in Kopenhagen zumindest eine
Entscheidung über die Kernpunkte des künftigen Abkommens getroffen wird."
Dieses "rechtsverbindliche Abkommen" solle dann im Idealfall im
"ersten Halbjahr 2010" ausgearbeitet werden.
Die zwei wesentlichen Kernpunkte sind:
- die Festlegung konkreter Vorgaben zur
Emissionsminderung durch Industrie- und Entwicklungsländer
- die Finanzierung des Klimaschutzes
und der Klimaanpassung
Die Regierungsfraktionen fordern in
ihrem Antrag, dass sich die Bundesregierung dafür einsetzen möge, dass die
Industrieländer "ihre Emissionen bis 2020 um mindestens 25 bis 40 Prozent
gegenüber 1990 und bis 2050 um 80 bis 95 Prozent gegenüber 1990" senken.
Damit klafft bereits eine große Lücke
zwischen den deutschen und den amerikanischen Verhandlungszielen.
Chinas Selbstverpflichtung - Ein
schwieriger Verhandlungspartner wird auch China. "Kopenhagen kann ohne
China kein Erfolg sein", sagte Bundeswirtschaftsminister Rainer Brüderle
bei einem Besuch in Peking. Der größte CO2-Emittent der Welt hat erstmals konkretisiert,
in welchem Umfang er seinen hohen Energieverbrauch gemessen an der
Wirtschaftsleistung reduzieren will. Zugleich hat die chinesische Regierung
aber deutlich gemacht, dass es sich um eine Selbstverpflichtung handelt. Von
rechtsverbindlichen internationalen Verpflichtungen kann also keine Rede sein.
Russlands Scheinzugeständnisse
Russland ist dagegen in einer bequemen
Verhandlungssituation. Russlands Präsident Dmitri Medwedew wird von den
Europäern dafür gelobt, dass Russland seine CO2-Emissionen um bis zu 25 Prozent
gegenüber dem Stand von 1990 vermindern will. Russland liegt damit auf
Augenhöhe mit dem EU-Angebot. Allerdings ist Russlands CO2-Ausstoß in den
Jahren seit 1990 zusammen mit seiner Industrieproduktion eingebrochen. Russland
bekommt mit einem solchen Verhandlungsergebnis also sogar weiteren Spielraum,
um seine Emissionen zu erhöhen.
Streit um "alte"
Verschmutzungsrechte - Ein weiterer Knackpunkt sind die nationalen
Emissionsrechte (AAU), die im Rahmen des Kyoto-Protokolls den einzelnen Ländern
zugeteilt wurden. In vielen osteuropäischen Ländern ist die Industrieproduktion
mit dem Systemwechsel 1990 stark zurück gegangen. Die betroffenen Länder -
Russland, die Ukraine aber auch Polen und andere osteuropäische EU-Staaten
wollen die nicht verbrauchten Emissionsrechte keineswegs verfallen lassen. Sie
fordern, dass ihre "alten" Verschmutzungsrechte mit in das neue
Emissionshandelssystems übernehmen.
EU-Gipfel vor dem Finale - Diese
Forderung Polens wurde von Deutschland bisher innerhalb der EU abgelehnt. Die
EU-Verhandlungsführer fahren also bei den wichtigsten Punkten ohne eine
einheitliche Linie nach Kopenhagen. (siehe EurActiv.de vom 22. Oktober) Hohe
Erwartungen werden deshalb an den Gipfel des Europäischen Rates Ende dieser
Woche gesetzt. Es wird erwartet, dass die EU-Staats- und Regierungschefs sich
am 10./11. Dezember auf konkrete Finanzierungszusagen für die vom Klimawandel
betroffenen Entwicklungsländer einigen können. Damit könnte neuer Schwung in
die finalen Verhandlungen in Kopenhagen gebracht werden.
Der verlorene Kampf - Ob ein
Klimaabkommen die globale Erwärmung wirklich stoppen kann, ist allerdings
fraglich. Auch mit den aktuellen Klimaschutzzielen der einzelnen Länder steuert
die Welt nach Angaben von Experten auf eine katastrophale Erwärmung um 3,5 Grad
Celsius bis zum Ende des Jahrhunderts zu.
Der Umweltexperte Klaus Töpfer (CDU)
unterstützte vor dem Klimagipfel Forderungen an die EU nach einer
bedingungslosen Festschreibung der CO2-Reduktion um 30 Prozent. Brüssel müsse
den "zwingend erforderlichen Schritt" weiter gehen, schrieb der
frühere Bundesumweltminister und ehemalige Exekutivdirektor des Umweltprogramms
der Vereinten Nationen in einem Gastbeitrag für die "Frankfurter
Rundschau". Bisher wolle Brüssel nur dann von 20 auf 30 Prozent erhöhen,
wenn andere Industrieländer mitziehen.
Töpfer forderte auch die schwarz-gelbe
Bundesregierung zu mehr Einsatz im Interesse des Klimaschutzes auf. "Es
ist noch nicht zu sehen, wie wir unser Ziel von fast 40 Prozent weniger
CO2-Emissionen im Jahr 2020 gegenüber 1990 auch wirklich realisieren
können", sagte der Umweltexperte der Zeitung "Passauer Neue
Presse". mka/dpa 7
Klimagipfel. Der Himmel über Kopenhagen
Für die Kopenhagener Klimakonferenz
sind ungezählte Studien, Stellungnahmen und Manifeste abgefasst worden. Allein
mit der klimawissenschaftlichen Literatur ließen sich Bücherwände füllen. Und
sie füllen sich weiter, jeden Tag. Das Fundament für einen neuen
völkerrechtlichen Klimavertrag war also sorgfältig gegossen: Rigider, ambitionierter
als das in zwei Jahren auslaufende Kyoto-Protokoll sollte er schon sein. Mit
Titeln wie „Marshallplan für die Erde“ oder „die wichtigste Konferenz der
Menschheitsgeschichte“ wurden die Erwartungen an die politischen Akteure auf
unerreichbare Höhen geschraubt.
Und dann das: Ein Hackerangriff auf ein
britisches Klimarechenzentrum löst Verschwörungsgerüchte über
Datenmanipulationen aus. Nicht gegen die Computerdiebe, die mehrere tausend
großteils private E-Mails gestohlen haben, sondern gegen die Kronzeugen des
Klimaschutzes.
Polarisierung und Ausgrenzung
Könnte Kopenhagen daran scheitern? Ganz
sicher nur, wenn es einige Klimadiplomaten darauf anlegen, sich vor der Welt
lächerlich zu machen. Wenn sie Aufklärung suchen und Entscheidungen verschleppen,
wo es nichts für die Verhandlungen Relevantes zu entdecken gibt.
Selbstverständlich müssen die Ergebnisse der laufenden Untersuchungen
abgewartet werden. Aber da die E-Mails nun mal sämtlich im Internet zugänglich
sind, lässt sich für jeden, der sie wirklich gelesen hat, klar festhalten:
Abgesehen von den bestimmt nicht belanglosen berufsethischen und handwerklichen
Fragen, der Tendenz zur Lagerbildung, den Fragen nach politischer „Hygiene“ im
Forschungsbetrieb und nach der wünschenswerten Transparenz der Daten, gibt es
in den Skandalmails nichts, was die Treibhaustheorie oder das Faktengebäude des
anthropogenen Klimawandels zum Einsturz bringen könnte.
Die Masche, mit der hier offensichtlich
gezielt – wer weiß, wie lange schon und wo sonst noch – versucht wird,
Unsicherheit zu verbreiten, erinnert an den Kreuzzug der Kreationisten gegen
die Evolutionstheorie. Zum Abschluss des Darwin-Jahres 2009 erleben wir also,
wie auf einem anderen Feld eine krasse Minderheit versucht, getrieben von der
fixen Idee einer wissenschaftlichen Verschwörung, mit einem Verzweiflungsakt
die aufgeklärte Welt vor einer für sie elendigen Wahrheit zu retten. „Atombombe
auf die etablierte Klimaforschung“ – so kommentierten sie bezeichnenderweise
ihre Skandalisierungstriumphe.
Die Medizin hat solche
Fortschrittsfeinde, und die Biologie kennt sie, wie gesagt, schon lange. Von
anderem Kaliber sind jene Kritiker, die den provozierenden Wahrheitsanspruch,
den manche politisierten Klimaforscher an den Tag legen, mit wissenschaftlicher
Evidenz anzweifeln. Denn ja, es gibt auch gute Forschung, die reproduzierbar
ist und methodisch auf dem neuesten Stand, die analytisch korrekt vorgeht und
statistisch lauter, die von strengen Gutachtern bewertet wird – und dennoch
nicht in allem mit den Befunden des Weltklimarates IPCC übereinstimmt;
Forschung, die etwa auch das politische Zwei-Grad-Erwärmungsziel nicht
bedingungslos als Naturgesetzäquivalent stützt. Solche Forschung isolieren zu
wollen ist vielleicht der größte Fehler der Mehrheit. Das widerspricht nicht
nur dem Wesen und den Werten der Wissenschaft, sondern fördert auch
Polarisierungen und Ausgrenzungen, wie sie jetzt in den kolportierten E-Mails
ruchbar geworden sind.
Entscheiden „unter Unsicherheit“
Die eigenen Grenzen und Wissenslücken –
vor allem die der Computermodelle – einzugestehen fällt vielen allzu schwer.
Erst jetzt, kurz vor Kopenhagen, war von führenden Klimaforschern gelegentlich
zu hören, die Politik sei gezwungen, „unter Unsicherheit entscheiden zu
müssen“. Tatsächlich wird wohl auch der Weltklimabeirat das Thema
Unsicherheiten in seinem nächsten Bericht erstmals in allen drei Arbeitsgruppen
ausführlich behandeln.
Mit seinen jüngsten Prognosen zum
Meeresspiegelanstieg oder zur Meereisschmelze im Norden jedenfalls lag der
Beirat schon nach kurzer Zeit daneben. Grund für Schadenfreude? Ganz gewiss
nicht. Denn der Rat hatte mit seinen Vorhersagen nicht etwa maßlos übertrieben,
wie die Kritiker vorgeben, nein, er hatte sogar in seinen pessimistischsten
Annahmen die Schnelligkeit des Wandels unterschätzt. Die globale
Durchschnittstemperatur, der Meerespegelanstieg, Eisschmelze, Extremwetter und
Treibhausgase – eine Reihe wichtiger Klimaindikatoren bewegen sich bereits nahe
oder schon jenseits der natürlichen Schwankungsbreite, die das Gedeihen unserer
Zivilisationen begleitet hat.
Doch was heißt das für die Zukunft? Das
weiß heute noch kein Klimarechner exakt vorherzusagen. Schwer kalkulierbare
Rückkoppelungen im Klimasystem, aber auch grundlegende Einflussgrößen wie die
Wolken sind in ihrer physikalischen Wirkung für die Energiebilanz der Erde
immer noch nicht genau zu beziffern. Und als so komplex und dynamisch wie das
Klima selbst erweist sich folgerichtig auch das angepeilte Klimamanagement. In
solcher Lage nun auf Leute zu hören, die dazu raten, das Problem überhaupt zu
ignorieren, wäre töricht. Dafür steht einfach zu viel auf dem Spiel. Joachim
Müller-Jung Faz 8
Klimagipfel Kopenhagen. "Klimaschutz muss lukrativ sein"
In Kopenhagen geht es auch um den
Emissionshandel - wer viel CO2 ausstößt, muss viel zahlen. Experte Hans-Jürgen
Nantke hofft auf die USA. Interview: Jonas Reese
Seit 2005 handeln Energiewirtschaft und
Schwerindustrie innerhalb der EU mit Emissionsrechten. Die Idee zu diesem
System hatte der kanadische Ökonom John Harkness Dales 1968. Heute gilt es als
geniale Methode, um die Industrie zum Klimaschutz zu bewegen. Das Prinzip:
Unternehmen, die weniger CO2 ausstoßen als vom Staat vorgegeben, können
Gutschriften verkaufen. Jene, die mehr verbrauchen, müssen zusätzliche
Zertifikate einkaufen. Zum Klimagipfel in Kopenhagen ein Interview mit
Hans-Jürgen Nantke. Er ist Chef der Deutschen Emissionshandelsstelle in Berlin
und damit zuständig für die Kontrolle des Systems in Deutschland.
sueddeutsche.de: Herr Nantke, auch in
Kopenhagen steht der Emissionshandel auf der Tagesordnung. Was erwarten Sie
sich vom Klimagipfel?
Nantke: Emissionshandel bringt nur
etwas mit ambitionierten Zielen. In erster Linie geht es in Kopenhagen deswegen
um konkrete Verpflichtungen der größten Verschmutzer, wie USA und China.
sueddeutsche.de: Wie sind die zum
Einlenken zu bewegen?
Nantke: Ich bin optimistisch. Es
existiert ein großer Wille, die Konferenz nicht scheitern zu lassen. Und wenn
man sich wirklich auf ambitionierte Ziele einigen wird, hat die EU ja schon
gesagt, sie wolle ihre eigene Position ebenfalls überdenken. Von minus 20
Prozent Treibhausgase bis zum Jahre 2020, bis hin zu minus 30. Wobei laut der
neuesten Studien selbst ein Rückgang von 40 Prozent wirtschaftlich verkraftbar
wäre.
sueddeutsche.de: Was wäre ein
Minimalziel in Kopenhagen?
Nantke: Es sind drei: Erstens müssen
sich alle Industriestaaten verbindlich verpflichten, wie viel CO2 sie konkret
einsparen wollen. Zweitens müssen die großen Schwellenländer gewährleisten,
dass ihr steigender Wohlstand nicht mehr gleichzeitig steigende Ausstöße von
Treibhausgasen bedeutet. Und drittens muss geklärt werden, wie viel
Ausgleichszahlungen die reichen Länder des Nordens den Entwicklungs- und den
Schwellenländern zu zahlen bereit sind.
sueddeutsche.de: Wie soll es der
Emissionshandel schaffen, vereinbarte Ziele auch wirklich zu erreichen?
Nantke: Der Riesenvorteil ist:
Obergrenzen von Emissionen werden mit dieser Methode auf jeden Fall
eingehalten. Der ökonomische Anreiz ist so groß, dass Unternehmen schauen, wie
sie ihr Verschmutzungsbudget unterbieten können. Dann können sie überschüssige
Emissionsrechte verkaufen. Es lohnt sich also wirtschaftlich, in
Klimaschutz-Technologien zu investieren.
sueddeutsche.de: Könnte man diese
Effekte nicht viel einfacher mit Steuern schaffen?
Nantke: Steuern führen zwar auch zu
einem Rückgang der Emissionen, aber man weiß nicht von vornherein wie hoch der
sein wird. Nehmen Sie das Beispiel Benzin. Das wird ja auch besteuert, aber man
weiß nicht von vornherein, in welchem Maß sich Autofahrer von der Steuer
letztendlich vom Fahren abhalten lassen.
sueddeutsche.de: Klimaschützer
kritisieren, der Emissionshandel ermögliche reichen Unternehmen nur, das Recht
auf Verschmutzung zu erkaufen. Der Umwelt würde das nicht helfen.
Nantke: Das ist so nicht richtig. Wer
Emissionsrechte hinzukaufen muss, weil er mehr CO2 ausstößt als ihm zusteht,
muss dafür viel Geld bezahlen. Die Zertifikate sind so teuer, dass sich
Investitionen in bessere Technik lohnen. Es geht beim Emissionshandel nicht um
arm oder reich, sondern derjenige, der klimafreundlich ist, profitiert.
sueddeutsche.de: Klimafreundlich können
aber nur die sein, die sich auch eine klimafreundliche Technik leisten können.
Nantke: Deswegen haben die UN ein
Werkzeug geschaffen, mit dem westliche Unternehmen zusätzliche Emissionsrechte
erhalten, wenn sie Klimaschutzprojekte in Entwicklungs- und Schwellenländern
finanziell unterstützen. Das ist ein Mechanismus, der dafür sorgen soll,
fortschrittliche Technologien in diese Länder zu exportieren, um damit einen
Beitrag zum Klimaschutz zu leisten. Denn der Standard ist dort sehr viel
schlechter als bei uns. Das bedeutet auch, dass Klimaschutz-Investitionen dort
sehr viel mehr bewirken können als beispielsweise im bereits hochregulierten
Mitteleuropa.
sueddeutsche.de: Die EU ist weltweit
der einzige Markt, in dem der Emissionshandel über staatliche Grenzen hinweg
angewendet wird. Es gab jedoch schon zahlreiche Probleme: zum Beispiel bei der
Vorgabe der CO2-Obergrenze durch die EU-Kommission. Wenn es hier schon
Konflikte gibt, wie soll dann erst ein globaler Emissionshandel funktionieren?
Nantke: Ich glaube, das ist ein
Randproblem. Bei den Streitigkeiten hier ging es eher um das Rechtsverhältnis
zwischen den Mitgliedsstaaten und der EU-Zentrale in Brüssel. Letztendlich hat
es aber nichts damit zu tun, ob das Handelssystem funktioniert.
sueddeutsche.de: Wann werden wir also
einen globalen Handel von Verschmutzungsrechten haben?
Nantke: Das geht nicht von heute auf
morgen. Wir können einen großen Schritt nach vorne machen, wenn die USA die
Klimaschutzmaßnahmen umsetzen, die dort jetzt gerade diskutiert werden. Da
spielt der Emissionshandel eine große Rolle. Wenn es dann gelingt, das
europäische System mit dem amerikanischen zu verbinden, dann hätten wir bereits
einen so großen Markt, dass eine Sogwirkung für andere Staaten entstehen würde.
sueddeutsche.de: Von welchem
Zeitfenster sprechen wir da?
Nantke: Das wird nicht mehr bis 2012,
dem Auslaufen des Kyoto-Abkommens, passieren. Aber 2013 wäre ein realistischer
Zeithorizont. Ab dann müssen aber auch derartige Schritte wirklich umgesetzt
werden. Denn auch solche Systeme wirken nicht von heute auf morgen.
(sueddeutsche.de 8)
Ein Leben auf Probe. 15.000 Flüchtlinge dürfen aufatmen
Die Innenminister geben ihnen eine
Bewährungsfrist – eine für Unschuldige. Die Advokaten der Abschreckung sollten
mehr Großzügigkeit wagen. Von Ursula Rüssmann
Weiter hoffen, immerhin. Das können gut
15.000 Menschen in Deutschland, nachdem die Innenminister gestern in Bremen die
Altfallregelung für Flüchtlinge verlängert haben. Zwei Jahre Aufschub zur
weiteren Jobsuche gewährt ihnen die Ministerrunde - eine Bewährungsfrist
sozusagen, aber für Unschuldige.
Ist das eine großzügige Geste
Deutschlands gegenüber Menschen, die nach Jahren in diesem Land noch immer dem
Staat auf der Tasche liegen? So sehen es die Schünemanns und Herrmanns von CDU
und CSU. Tatsächlich ist der armselige Kompromiss wie bei den vielen
Altfallregelungen vorher allenfalls die Minimallösung, auf die sich die
Innenressortchefs von Union und SPD einigen konnten.
Wie groß die Not der Menschen ist, um
die es hier geht, können dürre Zahlen nicht annähernd vermitteln. Auch das
Regelwerk, das die Ministerriege jetzt gnädig verlängert hat, strotzt nur so
von Mängeln, übermäßigen Härten und Ausschlussgründen. Wie sollen etwa alte
Menschen, Arbeitsunfähige, Behinderte und viele Alleinerziehende einen Job
finden? Sie alle grenzt die Altfallregelung schon jetzt aus; denn sie entlässt
kaum jemanden aus der Pflicht, den Lebensunterhalt selbst zu sichern. Auch in
den nächsten zwei Jahren verbessert sich für diese Menschen nichts. Die
anderen, Glücklicheren, die einen Job gefunden haben und ihre Familie ernähren
können, müssen zwei weitere Jahre lang fürchten, dass die Wirtschaftskrise sie
arbeitslos macht und damit in die Duldung zurückkatapultiert.
Ende 2011 dann, wenn der Hammer fällt
und die jetzt beschlossene Verlängerung des Probe-Aufenthalts abläuft, werden
die Betroffenen zehn Jahre in Deutschland gelebt haben, viele sogar mehr - und
sie haben immer noch keine Sicherheit. Wie viele Lebensjahre Probezeit, Herr
Schünemann und Herr de Maizière, kann man Menschen zumuten und trotzdem von
einer humanen Lösung sprechen?
Das Skandalgemälde ist damit nicht
fertig. Wir kommen, um die ganze Misere auszumalen, nicht ohne eine weitere
Zahl aus: Mehr als 90.000 Menschen mit einer Duldung nämlich erreicht die
heftig diskutierte Altfallregelung gar nicht, meist weil sie am festgesetzten
Stichtag noch nicht hier waren. 60.000 von ihnen leben bereits seit mindestens
sechs Jahren in Deutschland. Die weitaus meisten sind Flüchtlinge, bei denen
amtlich oder gar gerichtlich festgestellt ist, dass sie nicht in ihre Heimat
zurückkönnen. Trotzdem haben sie keine Chance, ihre Existenz am Rand der
Gesellschaft zu überwinden. Ihre Probleme haben die Innenminister erneut
ignoriert.
Dulden - das Wort klingt gar nicht
schlecht. Es klingt nach ein bisschen Großzügigkeit, nach bleiben dürfen,
irgendwie geschützt sein. Das ist ein politisch gewolltes Trugbild. Geduldete
Menschen haben nämlich qua Gesetz gerade keine Sicherheit, oft müssen sie im
Drei-Monats-Rhythmus um die Verlängerung bangen. Sie haben auch keine Chance
auf echte Integration, auf den Aufbau einer Existenz, geschweige denn auf
gesellschaftlichen Aufstieg aus eigener Kraft. Geduldete dürfen häufig nicht
arbeiten, haben kaum Zugang zu Integrationskursen und anderen Fördermaßnahmen,
dürfen ihr Bundesland nicht verlassen und bekommen nicht die regulären
Sozialleistungen, sondern ein Drittel weniger. In manchen Bundesländern müssen
sie in Heimen leben und sind auf Essenspakete angewiesen. Von einer
selbstbestimmten Lebensführung und -planung sind diese Menschen und ihre
Familien dauerhaft ausgeschlossen.
Geiz an Menschlichkeit könnte man die
Methode nennen, die in dieser Politik steckt. Dabei ist das ursprünglich damit
verfolgte Ziel, Menschen von der Flucht nach Deutschland abzuschrecken, ja
längst überholt; denn wegen der rigiden EU-Migrationspolitik schaffen es
ohnehin nur noch ganz wenige Flüchtlinge bis hierher.
Selbst die Advokaten der Abschreckung könnten also endlich mehr Großzügigkeit wagen. Warum ersparen sie sich nicht die