WEBGIORNALE  9-10  dicembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Germania: al primo posto per l’ecologia  1

2.       Francoforte. No del Comites al trasferimento della sede in cittá e al suo utilizzo da parte delle associazioni 1

3.       Hannover. “Premio Comites 2009" per l’impegno nella diffusione della lingua e della cultura italiana  2

4.       Il Premio di merito del Comites di Berlino a Mirella Mottola e Riccardo Mantovani. Oggi la consegna  2

5.       Pensionati italiani all’estero: mobilitazion internazionale il 10 dicembre  2

6.       Giornata dei diritti e della dignità dei pensionati italiani all’estero  2

7.       Il PD di Parigi ha partecipato al No B Day del 5 dicembre nella capitale francese  3

8.       „Essere e sentirsi italiani all’estero“. Una riflessione sulla chiusura di ben 20 sedi consolari fuori d’Italia  3

9.       All’Assemblea plenaria del Cgie intervenuti i giovani delegati provenienti dall’estero  4

10.   Le Associazioni dell’emigrazione siciliana dalla Commissione bilancio della Regione  4

11.   Alcuni momenti del dibattito alla recente Assemblea plenaria del Cgie  5

12.   In Senato l’indagine conoscitiva sul voto all’estero. L’audizione del Cgie  5

13.   L'Africa vittima inconsapevole del disastro clima  6

14.   Gli Usa ora non negano più: i gas serra sono una minaccia  6

15.   Copenaghen. Clima, Barroso pessimista. "Un trattato non è possibile"  7

16.   Il complotto dei climatologi 7

17.   La sfida del clima tra poveri e ricchi. Cina, India, Brasile e Sud Africa non vogliono sacrificare lo sviluppo  8

18.   Finanziaria nuova versione. Colpo di mano su giornali e Tv, a rischio le testate "scomode"  8

19.   Giustizia incerta e sospetta  8

20.   La corona longobarda  9

21.   Tagli, bavagli e regali alle mafie. Tremonti blinda la manovra  10

22.   Il fiato corto della politica. Ricerca, un sistema che va rifondato  10

23.   Amanda, la giustizia e la politica  10

24.   Le giuste ragioni del No alla piazza. Il rinnegato Bersani 11

25.   «Il berlusconismo passerà ma il danno culturale è fatto»  11

26.   Sullo sfondo la mediazione possibile col Pd  12

27.   Il Financial Times su Berlusconi. "Non può governare l'Italia"  13

28.   La ricostruzione. La ricerca della piazza perduta  13

29.   Il caso Pillon e il Paese. Quando l’pnestà diventa una colpa  13

30.   Guerra, povertà, emarginazione i diritti negati diventano un film   14

31.   «Processo breve, è inammissibile escludere il reato di immigrazione»  14

32.   Cgie. Ordine del giorno sui frontalieri approvato dalla Commissione sul lavoro  14

33.   Franco Siddi (FNSI): “Il Cgie? Andrebbe più ascoltato, ma il governo latita”  15

34.   Professionisti all’estero lanciano un appello: fermate la fuga dei giovani italiani 16

35.   Nasce www.giovanitaliani.it, il sito dei giovani italiani all’estero  16

36.   Il Governo respinge i due emendamenti sull’editoria italiana all’estero. Ricorso dell’on. Narducci 16

37.   Il viceministro per il commercio estero Adolfo Urso a Ginevra  17

38.   Manifestazione di Cgil e Unia il 10 dicembre a Lugano. “I frontalieri non sono evasori fiscali”  17

39.   E’ uscito “Bellunesi nel Mondo” di dicembre  17

40.   Progetti. Un annuario delle associazioni italiane attive all’estero  18

41.   Consegnato il Premio del Volontariato Internazionale 2009: “La cooperazione risposta concreta al fenomeno migratorio”  18

 

 

1.       Italienische Mozzarella made in Berlin. Berliner Weiße. Wenn der Teig rennt... 18

2.       Klimagipfel Kopenhagen. Hohe Erwartungen an Klimagipfel 19

3.       Klimagipfel. Der Himmel über Kopenhagen  19

4.       Klimagipfel Kopenhagen. "Klimaschutz muss lukrativ sein"  20

5.       Ein Leben auf Probe. 15.000 Flüchtlinge dürfen aufatmen  21

6.       US-Historiker Fritz Stern über Europa. Die Saat für neuen Unfrieden  21

7.       Kopenhagener Klimagipfel eröffnet. „Einen solchen Andrang hat keiner erwartet“  22

8.       Klimagipfel startet optimistisch in zweiten Tag  22

9.       "No Berlusconi Day" in Italien. In lila gegen den Premier 23

10.   Kommentar. Römisches Basta  23

11.   Italien. Kunstschatz im Keller 23

12.   Sexmord-Urteil in Perugia. Amanda ist am Ende  24

13.   Mordprozess in Italien. Amanda Knox gibt nicht auf 24

14.   Politische Krise anstatt Neuanfang. Basescu bleibt Präsident Rumäniens  24

15.   Wahlen in Bolivien. Präsident Morales im Amt bestätigt 25

16.   Direkte Demokratie. Minarette und Zigaretten. Plebiszitäre Demokratie braucht ein Korrektiv  26

17.   Luftangriff in Afghanistan. Berlin will Angehörige der Opfer entschädigen  26

18.   Kommentar. Bloß kein Präzedenzfall 26

19.   Nach Minarett-Verbot in der Schweiz. Vorwärts, weiter nach rechts  27

20.   Gastbeitrag zum Minarettverbot. Ein Problem der Zivilgesellschaft 27

21.   55. Bundeskongress der Europa-Union Deutschland. Peter Altmaier als Präsident der Europa-Union bestätigt 28

22.   Kolumne. Automatenrepublik Deutschland  28

23.   Es war einmal ein Bündnis. SPD und Grüne haben sich immer mehr entfremdet 28

24.   Schwarz-gelbe Hartz IV-Pläne. Neuer Bürokratie-Horror für Arbeitslose  29

25.   Reportage. Flüchtlinge: Ein Leben auf Probe  29

26.   Barbier von Sevilla. Lachen, bis der Dottore kommt 30

27.   Fiat und Chrysler.  Was vom Ami übrig bleibt 31

28.   Kolummne: von Tisch zu Tisch. Il Punto  31

29.   Gazzetta dello Sport. Inter Mailand will Luca Toni 32

 

 

 

 

Germania: al primo posto per l’ecologia

 

Si cita sempre la Germania come la prima della classe per il rispetto dell’ambiente. È la politica che permette di instaurare delle regole ma, tra buone condotte e temi tabù, il Paese può ancora migliorare.

 

Seduti ai tavolini fuori da un caffè parigino, Mélanie e Philippe approfittano degli ultimi raggi di sole dividendosi delle fragole. Hanno partecipato al programma televisivo Report Terre, sul canale francese France 5 che ha inviato dieci giovani, dai 20 ai 27 anni, in giro per l’Europa alla scoperta di iniziative ecologiche. Tirando le somme, secondo loro, gli eco-cittadini europei sono tedeschi.

Philippe ha apprezzato la purezza dell’aria di Freiburg e Schonau. Mélanie si è, invece, fermata a Monaco di Baviera. Dalla bionade (marca di limonata bio, ndr) al cibo biologico venduto nei treni, passando per i bar specializzati in birre bio, è la presenza ormai naturale dei comportamenti

«In Francia abbiamo tendenza a parlare soprattutto dei Paesi scandinavi, per via dei loro progetti impressionanti», ci dice Philippe, giovane ingegnere. «Ma i cittadini dei Paesi del Nord sono meno sensibili all’ecologia che i tedeschi», fa notare Mélanie che vive in Norvegia. Per trovare una spiegazione a questo comportamento responsabile, i due giovani sottolineano l’importanza della politica. «Il partito dei Verde è più potente che altrove», ricorda Mélanie riferendosi alle ultime elezioni del Parlamento europeo. 

 

Più del 6 % di energie rinnovabili - Per Carola Wesbuer che è membro dei Giovani Verdi Tedeschi, non c’è da esitare: «La politica influenza, tramite le leggi, la creazione di tasse», citando immediatamente la legge sull’energia rinnovabile, il fiore all’occhiello dell’ecologia tedesca. «Grazie a lei, dal 2000, la percentuale delle energie rinnovabile è passata dal 6 al 15%». Al pari passo con la politica, il secondo ruolo spetta sia «alle ONG o ai media», sia alle aziende. Messo da parte il prodotto in se stesso, è tutta la gestione dell’azienda che deve essere ecologica: «o smistamento dei rifiuti, l’energia solare, l’uso della bici per recarsi al lavoro…».

Le poste in gioco future? Evitare che agli automobilisti sia permesso di andare a 200 km orari sull’autostrada, la Mercedes che si vanta di costruire delle «Smart ecologiche» allorché sono ancora le grosse cilindrate che vendono di più. Come i Vedi, l’Ong Greenpeace milita per una limitazione della velocità a 120 km orari. «La Germania vive molto della sua industria automobilistica ormai in crisi. È l’occasione di cambiare il corso delle cose», dichiara Philippe. «Bisogna innovare per incitare a consumare in maniera differente».

 

Economia pseudo ecologica - Questa «economia pseudo ecologica» irrita Mélanie: «Sono stata un po’ delusa di constatare che le motivazioni rimangono più economiche che realmente ecologiche. Ma, se il cambiamento delle mentalità deve passare da qui, perché no in fondo».

Anche dopo le recenti elezioni,  i Verdi vogliono restare concentrati sui punti chiave del loro programma: «Investire nell’energia rinnovabile per lottare contro il carbone, le centrali nucleari e la crisi economica. Tassare quelli che sprecano di pi. Creare un milione di posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili, l’educazione e la salute». Caroline Venaille, traduzione Lidia Falcucci,  Cafebabel

 

 

 

 

Francoforte. No del Comites al trasferimento della sede in cittá e al suo utilizzo da parte delle associazioni

 

Pubblichiamo la lettera che Liana Novelli, del Coordinamento Donne di Francoforte,  ha inviato a diverse persone, associazioni e istituzioni per informarle sul nuovo fallimento della proposta di portare la sede del Comites a Francoforte, proposta discussa dal Comitato nell’incontro di sabato 5 dicembre

 

Care amiche, cari amici, devo registrare con grande rammarico l'insuccesso dell'iniziativa per spostare la sede del Com.It.Es a Francoforte, che avevo cercato di condurre a buon fine nella convinzione che questo spostamento avrebbe giovato: 1)ad avere un luogo di incontro per la comunità italiana, raggiungibile con mezzi pubblici da tutta la circoscrizione consolare e usabile a turno ed in comune dalle associazioni; 2) a dare visibilità alle nostre inizative (anche a quelle del Com.It.Es);

3) a rendere effettivamente pubbliche le riunioni del Com.It.Es, permettendo una reale partecipazione del pubblico e conseguente trasparenza di questa istituzione.

 

L'aver insistito sull'urgenza di una decisione in questo senso, dovuta al fatto che i locali della Casa di Cultura sono presentemente sfitti e non possono rimanerlo a lungo per ovvi motivi economici, è stato interpretato come pretesa di comandare. Inoltre mi sono trovata in una situazione allucinante, in cui in piena assemblea Comites è stata letta ad alta voce una mia privata E-mail all'avvocato Dolce, incaricato di occuparsi delle condizioni per affittare  i locali della Casa di Cultura.

L'osservazione contenuta nella mia mail, che un Comites, che non venisse incontro alla richiesta della comunità, non avrebbe potuto  contare sul nostro sostegno, ha suscitato velenosi commenti: la mia immagine è praticamente diventata quella di una che trama nell'ombra e da lì manda oscure minacce.

 

Avrei probabilmente dovuto bloccare la lettura di un mio messaggio privato - e Rodolfo Dolce, che aveva in mano sia lettere ufficiali mie sullo stesso tema sia questa non può non aver notato la differenza di forma e tono, essendo le prime su carta intestata, mandate per posta all'indirizzo del Comites e dandogli del lei, ma ero letteralmente annichilita. Non sono abituata per mia fortuna a scorrettezze così gravi nei miei confronti e non ho saputo reagire. Chi mi ferisce  tradendo la mia fiducia, ha buon gioco, perchè sul momento non sono capace di reagire. Così mi sono limitata a ripetere le ragioni di questa richiesta, quando il presidente mi ha dato facoltà di parola. Nel frattempo era stata presentata la mozione di non discutere neppure della questione e questa mozione è passata con otto voti contro quattro.

 

In conclusione sembra che richieste della comunità rappresentino per questo Comites altrettante offese. Inoltre è stato più volte ribadito che la sede del Comites deve essere separata da una eventuale futura sede delle associazioni- che viene comunque auspicata, ed è stato rinnovato all'avv. Dolce l'incarico di occuparsene. Chi  potrebbe pagare questa sede non è chiaro. Certamente non le associazioni, che non hanno soldi e, se avevano sovvenzioni dal Ministero Affari Esteri, hanno subito pesanti tagli o cancellazioni delle stesse. L'unica istituzione che continua a ricevere finanziamenti è il Comites, che infatti presenta un bilancio preventivo per il 2010 di  115.000 €, e la proposta dello scorso giugno di aprire la sua sede alle associazioni partiva da questa realtà.

 

Mi dispiace: ci ho provato, perchè mi sembrava e mi sembra tuttora giusto e sapevo di essere portavoce di un'esigenza generale, di cui avevo molte testimonianze. Spero che con un Comites altrimenti composto avremo più fortuna. Peccato che l'offerta dei locali della Casa di Cultura, favorevole sotto tutti i punti di vista, sarà probabilmente sfumata.

 

Vi ringrazio di avermi sostenuto ed appoggiato in questa iniziativa e vi mando nuovamente la scheda per la raccolta di firme, che è già consistente, e deve servire a documentare l'esistenza della comunità e delle sue esigenze.  

Cordiali saluti e  Buon Natale a tutti voi. Liana Novelli, novelli@gmx.net

 

Il Comites di Francoforte sciupa una nuova super occasione, quella di portare finalmente la sede in cittá, e con costi di affitto decisamente più contenuti rispetto a quelli attuali a Dreieich. Quella del trasferimento della sede è una proposta vecchia, ora comunque attivamente sostenuta e promossa dalle associazioni italiane della città, anche per avere un luogo dove poter attivare iniziative e servizi per i connazionali. Che un Comitato ignori con tanta disinvoltura una precisa e seria richiesta della base, volta oltre tutto a farlo diventare un luogo pieno di vita e di iniziative, rischia solo di dar ulteriore credito a quanti sostengono la sua lontananza dalla vita e dagli interessi della collettivitá, e, peggio ancora, di coloro che chiedono l’abolizione di questi organismi di partecipazione (ndr). De.it.press

 

 

 

 

Hannover. “Premio Comites 2009" per l’impegno nella diffusione della lingua e della cultura italiana

 

Hannover. Venerdì 4 dicembre, il Comites di Hannover ha consegnato il premio comites 2009. Quest’anno, al centro dell’attenzione è stata messa la lingua italiana.

Cinque scuole della circoscrizione consolare di Hannover (tutta la Bassa Sassonia escluso Wolfsburg che ha un’agenzia consolare e che non è di competenza del Comites di Hannover) hanno ricevuto una targa ed un diploma (creazione grafica di Claudio Provenzano).

Le scuole premiate per il loro impegno nella diffusione della lingua e cultura italiana sono: Kardinal-Galen-Schule (scuola elementare), Hannover; Käthe-Kollwitz-Schule (Ginnasio), Hannover; Katharinaschule(scuola elementare), Wallenhorst;

Diesterwegschule (scuola elementare), Osnabrück; Johannisschule (scuola elementare), Osnabrück.

La cerimonia è iniziata alle ore 17,00 presso il Consolato Generale con un rinfresco offerto dalla Reggente Dott.ssa Eleonora Cuccaro. Presenti oltre alle rappresentanze delle cinque scuole anche personalità di spicco  dell’ambiente culturale e diversi presidenti di associazioni italiane operanti sul territorio tra cui Santo Vitellaro Presidente del COASSCIT, Lina Max Presidente del CAAI e Giuliano Micheli Presidente del Circolo di Garbsen. Tra le personalità  politiche ed amministrative tedesche, ingrid Lange Sindaco di Hannover e Birgit Bergmann in rappresentanza del Ministero della pubblica istruzione della Bassa Sassonia.

Alle ore 19,00 quasi tutti gli invitati si sono trasferiti presso  il Freizeitheim Linden dove è avvenuta la cerimonia della consegna delle targhe. A presentare la serata , una promessa della collettività italiana di Hannover: Mariella Costa, che ha moderato con maestria e professionalità la manifestazione. Prima della conegna dei premi, i saluti di rito. Hanno preso la parola la Dott.ssa Cuccaro, La Sig. Bergmann, la sig.ra Lange ed il Presidente del Comites Scigliano.

Tutti hanno messo al centro del loro breve intervento l’importanza della lingua materna ma anche l’importanza dello studio della lingua italiana come lingua curriculare. Hanno elogiato gli alunni presenti (quasi tutti tedeschi)  per il loro impegno e la loro passione per la nostra lingua.

 

Dopo la lettura della motivazione, per cui hanno ricevuto questo ambito riconoscimento, uno dopo l’altro i Direttori delle scuole sono stati chiamati sul palco per  ricevere la targa: Heinz Höxtermann -  Kardinal-Galen-Schule Hannover 

(ha consegnato il Premio Il Sindaco Ingrid Lange); Gerd Köhncke Käthe-Kollwitz-Schule  Hannover (ha consegnato il Premio per il direttore Birgit Bergmann);

Hartmut Dobrowolski Katharinaschule Wallenhorst (ha consegnato il Premio il Presidente del Comites Giuseppe Scigliano); Uwe Schönrock  Diesterwegschule Osnabrück; (ha consegnato il Premio la reggente del Consolato Generale M. Luisa Cuccaro); Klaus Feldkamp Johannisschule Osnabrück (ha consegnato il Premio la reggente del Consolato Generale M. Luisa Cuccaro) 

 

La manifestazione è riuscita al massimo ed è avvenuta alla presenza di un pubblico attento ed interessato. "Il Comites di Hannover con questa iniziativa ha voluto mettere al centro dell’attenzione la lingua italiana ed ha scelto cinque scuole. Certamente sul territorio ci sono tante altre iniziative e tanti altre scuole che meriterebbero essere menzionati. In futuro non mancheranno le occasioni per poterlo fare". Con queste parole Scigliano ha voluto mettere  in risalto anche il pregiato lavoro svolto da altre scuole che operano in Bassa Sassonia.

 

La premiazione è stata organizzata dal Comites di Hannover  in collaborazione con il Consolato Generale di Hannover ed è alla seconda edizione. Lo scorso anno hanno ricevuto il premio chi si è distinto bell’ambito del volontariato.

L’accompagnamento musicale è stato di Francesco impastato e dalla Big Band Music Voyage che hanno eseguito brani famosi della musica leggera italiana

La serata è terminata alle ore 21,30. Giuseppe Scigliano (de.it.press)

 

 

 

 

Il Premio di merito del Comites di Berlino a Mirella Mottola e Riccardo Mantovani. Oggi la consegna

 

Il Comites di Berlino Brandeburgo consegnerá il consueto attestato di merito a due personalità di spicco della comunità italiana a Berlino. La cermonia si terrà presso i locali dell'Ambasciata (Hiroshimastr. 1) alle ore 19.00, il giorno 9 Dicembre 2009.

La consegna verrà effettuata dal Presidente Simonetta Donà alla presenza dei consiglieri del Comites e del Console.

Le nomine di quest'anno sono: Mirella Lilli Mottola in considerazione dell'assiduo impegno profuso nell'educazione prescolastica  per aver contribuito ad un miglioramento dell'integrazione dei bambini dei nostri connazionali nella scuola

dell'obbligo, e Adelchi Riccardo Mantovani in considerazione delle sue brillanti capacità artistiche, affermatosi come uno dei più importanti pittori italiani di Berlino.

Gaia Novati, de.it.press

 

 

 

 

Pensionati italiani all’estero: mobilitazion internazionale il 10 dicembre

 

Roma - All’indomani dell’audizione al Comitato sugli italiani all’estero della Camera, i sindacati dei pensionati di Cgil Cisl e Uil ricordano che il prossimo 10 dicembre, per il secondo anno consecutivo, si terrà una mobilitazione internazionale a favore dei diritti e della dignità dei pensionati italiani all’estero.

"Delegazioni di pensionati e anziani italiani, in tutti i Paesi della nostra emigrazione – scrivono i sindacati – si recheranno presso le Sedi Consolari per illustrare i loro problemi e consegnare ai Consoli una lettera dei Segretari Generali dei tre Sindacati Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil e dei tre Presidenti dei Patronati Inca, Inas, Ital, con richiesta di intervento sul Governo italiano, affinché siano date risposte positive ai nostri emigranti più anziani e in difficoltà, che meritano la riconoscenza e la solidarietà del nostro Paese".

Nel documento si ricorda che "c’è un’altra Italia all’estero, fatta da milioni di emigranti italiani che, con il loro lavoro e le loro rimesse, hanno contribuito alla crescita della nostra economia. Grazie a duro lavoro, fatica e sofferenza, hanno conquistato posizioni di rilievo nei Paesi che li hanno accolti, riscattando condizioni di miseria e povertà secolare. Non tutti però ce l’hanno fatta. Ci sono aree della nostra emigrazione più anziana che vivono ancora oggi in condizioni di povertà, difficoltà e disagio, soprattutto in quei Paesi che non hanno mai conosciuto un reale sviluppo o che sono ora particolarmente colpiti dalla crisi economica".

Per risolvere i problemi più urgenti dei pensionati e degli anziani italiani residenti all’estero, i Sindacati dei pensionati Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil avanzano sei richieste al Governo e al Parlamento italiani: un assegno di solidarietà per coloro che vivono in condizione di estrema povertà; il ripristino dell’assegno sociale per chi ritorna in Italia, senza l’obbligo dei dieci anni di residenza continuativa; la soluzione dei problemi nel pagamento delle pensioni italiane all’estero; l’esenzione dell’Ici sulla prima casa in Italia, se non affittata; la sanatoria degli "indebiti pensionistici" maturati senza colpa; la ratifica delle convenzioni internazionali, a partire da quelle con Canada e Cile. (aise)

 

 

 

 

Giornata dei diritti e della dignità dei pensionati italiani all’estero

 

In una lettera alle democratiche e ai democratici in Europa, l’on. Laura Garavini (PD) si appella ai connazionali chiedendo di partecipare alla Seconda Giornata di mobilitazione internazionale, indetta dai Sindacati dei pensionati Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil per giovedì 10 dicembre 2009.

 

“L’indifferenza dell’attuale Governo italiano nei confronti dei nostri pensionati residenti all’estero è preoccupante. Coloro che, con il loro lavoro e le loro rimesse, hanno dato un contributo notevole alla crescita dell’economia italiana continuano a non essere presi in considerazione da questo Governo.

 

È per questo, per dare un segnale forte e inequivocabile a sostegno degli anziani e dei pensionati italiani nel mondo, che ho deciso di appoggiare la piattaforma di Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil in occasione della Seconda Giornata dei diritti e della dignità dei pensionati italiani all’estero.

 

L’assegno di solidarietà per gli anziani in condizioni di povertà, il ripristino dell’ ‘assegno sociale’ per chi ritorna in Italia, senza l’obbligo dei dieci anni di residenza continuativa, la sanatoria degli indebiti pensionistici e i problemi legati al pagamento delle pensioni INPS, l’esenzione dal pagamento dell’ICI e la ratifica delle convenzioni internazionali in materia di sicurezza sociale sono tutte questioni che vanno affrontate con estrema urgenza.

 

Per chiedere al Governo di risolvere questi problemi è stata indetta, da Spi-Cgil, Fnp-Cisl, Uilp-Uil, per giovedì 10 dicembre 2009 una Giornata unitaria di mobilitazione internazionale. Delegazioni di pensionati e anziani italiani, in tutti i Paesi della nostra emigrazione, manifesteranno presso le sedi consolari per illustrare i loro problemi per chiedere risposte positive ai nostri emigranti più anziani e in difficoltà, che meritano la riconoscenza e la solidarietà del nostro Paese.

 

Spero che tanti italiani decideranno di partecipare per fare sì che anche questa Seconda Giornata di mobilitazione internazionale riscuoti, come quella dell’anno scorso, il successo che merita.” De.it.press

 

 

 

 

Il PD di Parigi ha partecipato al No B Day del 5 dicembre nella capitale francese

 

Questo l’intervento del PD Parigi alla manifestazione del 5 dicembre a Parigi.

“Intanto grazie di averci invitato. Siamo qui come PD Parigi oggi perché qui a Parigi gli organizzatori ci hanno invitato. Ci siamo venuti incontro in un modo che ci dispiace non possa essere stato possibile a Roma. In Italia i partiti sono stati invitati a NON partecipare.  Probabilmente anche se in Italia il PD fosse stato effettivamente invitato, non sarebbe andato! Ci piacerebbe dunque interpretare questo come un laboratorio di collaborazione.

Noi crediamo nella politica in Parlamento, siamo militanti di un partito. Certo la piazza è importante ma i veri cambiamenti si fanno con gli organi democratici della politica (non c’è una procedura per cui la piazza possa sfiduciare un premier: sono i parlamentari a chiedere un voto di sfiducia). Ma essere qui oggi pensiamo che sia importante dato che l’Italia vive un momento critico. L’Italia di Berlusconi è in mano a un gruppo di persone che ha come solo pensiero quello di fare i propri interessi. Il nostro presidente va in giro per il mondo a fare accordi privati, economici con capi di altri paesi, spesso dittatori, interpreti non di valori democratici ma di interessi privati, a scapito dei diritti delle persone. Berlusconi ha reso l’Italia più povera, culturalmente ed economicamente, abbiamo perso credibilità sul piano internazionale. Berlusconi ci ha dato un’Italia meno solidale, meno attenta. Un’Italia in cui noi non ci riconosciamo.

Per questo ci sono persone come noi che hanno scelto di militare nel PD. E se un partito che rappresenta la parte più importante dell’opposizione non ci piace, possiamo cercare di cambiarlo, dall’interno! Con le regole democratiche che ci siamo dati.

In quanto PD Parigi siamo riusciti a far risalire le nostre proposte attraverso normali canali di comunicazione e collaborazione con i nostri deputati, perché si deve anche smentire questo teorema per cui per fare politica si ha bisogno di amicizie particolari o strani contatti clientelari.

Noi del PD Parigi siamo un centinaio di persone che lavorano, si scambiano idee e elaborano proposte per cambiare il PD, perché il PD cambi l’Italia, perché il PD possa tornare al governo e fare una politica migliore di quella che sta facendo il centro  destra. Speriamo oggi di incontrare nuovi compagni di viaggio: siamo aperti a tutte le proposte creative per fare opposizione e per presentare le nostre idee. Raccogliamo volentieri suggerimenti e contatti.

Grazie agli organizzatori, di averci invitato e di aver fatto il lavoro eccezionale per rendere possibile questa manifestazione.” (de.it.press)

 

 

 

 

„Essere e sentirsi italiani all’estero“. Una riflessione sulla chiusura di ben 20 sedi consolari fuori d’Italia

 

„Non si puo' parlare di Italia Unita senza tener conto della storia dell'emigrazione italiana, e quindi di quei 29 milioni di connazionali che sono partiti dalla loro nazione'', così spiega  Alessandro Nicosia, direttore del Museo Nazionale dell’Emigrazione a Roma, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dall’Unità d‘Italia .    

Una storia sofferta, per quelle persone che per svariati motivi hanno dovuto lasciare la propria Patria e, allo stesso tempo, di grande opportunità per l’Italia che ha così „esportato“ quel „Made in Italy“, tanto caro ai diversi Governi che si sono susseguiti. 

Un „Made in Italy“ che ha incrementato l’interesse per l’Italia all’estero, sia dal punto di vista economico, con tutto un giro d’affari legato a prodotti italiani, che da quello di vista culturale, se si pensa anche all’esportazione della nostra amata madre lingua attraverso il lavoro degli Istituti Italiani di Cultura. I ritorni economici che ne derivano, considerando anche il settore turistico, non sono per niente indifferenti per il nostro Paese. Gli stessi italiani all’estero sono stati parte importante della ricostruzione e del benessere economico dell’Italia del Dopoguerra e continuano ad esserlo tutt’oggi con un reddito di 5 miliardi di Euro, grazie anche alle loro pensioni maturate, che vengono poi spesi in Italia.

Un’attaccamento forte, quello della nostra comunità italiana all’estero che all’indomani dell’annunciata manovra di „razionalizzazione della rete consolare estera“ da parte del Ministero degli Affari Esteri, si è subito fatta portavoce di una „lotta pacifica“ a difesa di quelle strutture che per loro sono cariche di un valore aggiunto, di un’italianità fuori d’Italia. Una piccola patria da difendere a tutti i costi. Numerose sono state le iniziative organizzate dai nostri connazionali da giugno ad oggi, con il sostegno e la partecipazione attiva anche di interlocutori locali come i Sindaci delle città in cui risiedono i Consolati a rischio, per dire no ad una politica miope e completamente penalizzante nei confronti della stessa comunità italiana.  Tra le varie iniziative, si ricordano qui la petizione online per il mantenimento del Consolato di Manchester, la costituzione del comitato „Salviamo-Il-Consolato“ di Amburgo,  l’occupazione pacifica del Consolato di Saarbrücken, nonchè numerose  conferenze stampa e  manifestazioni nelle varie piazze europee, da Mannheim a Norimberga, da Amburgo a Saarbrücken, da Genk a Liegi. 

La posta in gioco è, in effetti, molto alta! Smantellare una rete ben integrata nel tessuto sociale, in cui opera, una rete di preziosi contatti anche economici, di interazione e di reciproca stima anche nei confronti delle Autorità locali, significa da parte del Ministero degli Affari Esteri non essere in grado di cogliere l’importanza di questo grande patrimonio che si è venuto a creare negli anni e, soprattutto,  di non cogliere la sua potenzialità in un ottica sempre più globale e multietnica delle società future.

Rompere, inoltre, definitivamente quei ponti di affetto con una comunità italiana, condannandola a recarsi a chilometri di distanza dal proprio luogo di residenza (in certi casi anche in un’altra regione), contro ogni logica brunettiana che cerca di facilitare i servizi ai propri cittadini, per sbrigare una semplice, ma necessaria pratica d’ufficio e sradicare i propri  impiegati dal loro contesto familiare e lavorativo per il semplice fatto che non si vuole ragionare oltre, è semplicemente un affronto alla logica. In termini aziendali, le previste chiusure significano addirittura un „affare in perdita“ se si considerano tutti i costi aggiuntivi che comporterebbero realmente, dai traslochi degli impiegati stessi allo spostamento di archivi e strutture tecniche da destinare a sedi che presto si riveleranno inadatte ad accorpare le strutture in via di chiusura. L’argomento del risparmio risulta dunque alla luce di ciò ancora più ridicolo e assurdo.

La rete italiana all’estero è ben estesa. Lo stesso Sottosegretario agli Esteri con delega per gli italiani nel mondo, Sen. Alfredo Mantica, ricordava in un'audizione incredulo 

" Noi stiamo parlando delle 122 ambasciate che ha l'Italia nel mondo, di 110 consolati, di 89 istituti di cultura, 117 uffici dell'ICE, di 140 camere di commercio e 24 uffici ENIT. (...)" che ha l’Italia all’estero, mettendo a confronto la nostra rete a quella della Germania e dell’Inghilterra.

Ci stupisce molto che il Sen. Mantica non abbia ancora saputo “ridimensionare” questa rete mettendola in giusta relazione con l’utenza che essa deve soddisfare. La Germania e l’Inghilterra non hanno sicuramente 4,5 milioni di iscritti AIRE e circa 6 milioni di cittadini italiani a tutti gli effetti residenti all'estero, in via addirittura d’aumento con i cervelli in fuga dall’Italia. Un’altro aspetto fin’ora del tutto taciuto, è quello del bilancio che lo stesso Ministero mette a disposizione per mantenere la sua rete all’estero, che attualmente è pari allo 0,2 per cento del bilancio dello Stato, cioè la cifra più bassa tra i Paesi sviluppati!

Un bilancio „ridicolo“ per il mantenimento di una rete che serve da supporto ad un „Made in Italy“, indispensabile per la crescita dell’economia italiana!

In un Paese ancora incapace di valorizzare appieno il proprio patrimonio culturale e le proprie eccellenze costringendole a cercarsi all’estero, nuovi approdi lavorativi e il riconoscimento di quei meriti a loro negati in Patria, ridurre un fenomeno complesso come la riorganizzazione dei propri servizi all’estero alla loro mera chiusura, producendo così un’enorme danno d’immagine e un vuoto istituzionale incolmabile, è un atto di irresponsabilità che deve essere messo a conoscenza di tutta l’opinione pubblica dentro e fuori i confini nazionali !

Confsal-Unsa Coordinamento Esteri (de.it.press)

 

 

 

 

 

All’Assemblea plenaria del Cgie intervenuti i giovani delegati provenienti dall’estero

 

Il punto dell’attività e della partecipazione giovanile nelle diverse comunità di italiani all’estero, ad un anno dalla Prima Conferenza dei Ciovani italiani e di origine italiana  nel mondo

 

ROMA – E’ stato Carlo Erio, presidente della Commissione tematica del Cgie Nuove generazioni e Migrazioni nuove, ad aprire in Assemblea plenaria la serie di interventi di giovani che hanno aggiornato i presenti sul lavoro messo in campo nei rispettivi Paesi di provenienza ad un anno di distanza dalla Prima Conferenza dei Giovani italiani nel mondo.

  Erio ha ricordato come “il dibattito intergenerazionale sia proseguito all’interno del Cgie anche dopo la conferenza, nella costruzione di un ponte immaginario voluto dal Consiglio Generale sin dal 2004”. Si tratta ora “di andare al di là dei risultati raggiunti in quel primo appuntamento – ha affermato Erio, suggerendo che, proprio nella messa in pratica di tale proposito “proseguirà l’impegno di questa Commissione tematica”. Dopo aver ribadito la contrarietà alla bozza di riforma relativa a Comites e Cgie, espressa dalla Commissione, Erio ha auspicato la creazione di una commissione ad hoc composta di soli giovani che possa affiancare i lavori del Cgie, ipotesi che potrebbe trovare uno sviluppo istituzionale nella proposta di legge annunciata dal deputato Narducci ieri, ad apertura dei lavori della plenaria.

  I giovani delegati dall’estero sono quindi intervenuti per ribadire la volontà di partecipare attivamente agli organismi di rappresentanza dedicati agli italiani all’estero ed esponendo all’assemblea le loro necessità, maturate attraverso l’incontro con altri giovani italiani presenti nei loro Paesi di residenza, a cui la Prima Conferenza ha dato rinnovato slancio.

  Come rappresentante dei giovani connazionali in Svezia e Danimarca, Sabastian Nielsen ha ricordato che la partecipazione agli organismi di rappresentanza non vuole essere limitata al contributo specifico sulle tematiche giovanili “perché noi giovani possiamo considerare e approfondire tutti i temi, con un punto di vista diverso”. Egli ha suggerito strumenti per incentivare l’avvicinamento al mondo associativo, attraverso seminari di formazione per giovani dirigenti, la presenza di “facilitatori” ossia di figure capaci di mediare tra i ragazzi e le realtà istituzionali italiane, spiegando le diverse funzioni e il loro funzionamento e una diversificazione delle politiche giovanili rispetto alla fascia di età di riferimento. Centrale anche l’investimento su lingua e cultura italiana, ricordato in tutti gli interventi.

  Maria Lorena Inverso (Uruguay) insiste sulla salvaguardia della presenza italiana all’estero attraverso il mantenimento delle strutture consolari “anche in vista dell’introduzione del nuovo passaporto biometrico”, mentre chiede un’attenta valutazione della bozza di riforma di Comites e Cgie specie per “le conseguenze dirette che essa potrebbe avere sulla rappresentanza giovanile”. Chiesta anche più attenzione per i giovani imprenditori e la presenza di una quota di consultori giovani accanto ai membri referenti per le Regioni all’estero.

  Mentre Luigi Delia (Francia) ha espresso soddisfazione nel percepire da parte dei Comites la volontà di coinvolgere anche i giovani italiani nella circoscrizione di riferimento, una volontà a cui ha dato nuovo impulso la Prima Cnferenza, Isabella Restifa (Australia) è tornata a ribadire l’importanza della lingua e della presenza delle sedi consolari italiane all’estero.

  Nuovo impulso propositivo anche per le giovani realtà associative del Canada, illustrato da Cosmo Femia, mentre Giuseppina Gaglio (Sud Africa) ha insistito sulla necessità di diffondere le possibilità di scambi culturali a livello universitario e sulla richiesta di una maggior apertura degli enti economici anche nei confronti dei giovani imprenditori.

  Il tema economico è stato ripreso anche nell’intervento di Maria Luisa Bello (Stati Uniti) che ha segnalato come i giovani italo americani possano trovare nuove opportunità di lavoro in seno a ditte italiane o italo americane interessate ai rapporti tra i due Paesi. Opportunità che i giovani emigrati in Irlanda stanno già cogliendo, ha spiegato Francesco Dominoni, attraverso un sito web loro dedicato, con informazioni e servizi sugli scambi con le università, sulla possibilità di trovare alloggio e lavoro e momenti di aggregazione tra connazionali.

  Dall’America Latina Mario Borghese (Argentina) e Silvia Alciati (Brasile) segnalano l’interesse suscitato tra i giovani dai progetti Ites di Italia Lavoro, l’agenzia per le politiche a favore dell’occupazione del ministero del Lavoro italiano. Una nota critica sulla mancata risposta del Governo alle istanze avanzate dai giovani nel corso della loro Prima Conferenza viene formulata da Silvia Alciati – che segnala anche la mancata prosecuzione dei contatti con il ministero della Goventù, che invece aveva partecipato all’incontro nella capitale - e viene ribadita dall’interveto di Claudio Provenzano (Germania) letto in assemblea da Tommaso Conte: “A che servono le nostre proposte – si chiede Provenzano – se non c’è la volontà politica di investire su di noi, di fare qualcosa di concreto per realizzarle?”

  In Cile invece i risultati della Conferenza sono definiti “ottimi” – afferma Maria Paz Paladino, che parla di “un gruppo compatto e vivace di giovani che tiene all’italianità e vuole continuare a coltivare i legami con la terra di origine”, anche se occorre “trovare la forma per sfruttare tutte le opportunità”. Si ribadisce, nel corso degli interventi, l’importanza di reperire fondi per l’investimento su lingua e cultura italiana e per progetti specifici per ciascuna fascia di età: Silvia Alciati richiama l’attenzione sui minori – “non si può amare un Paese che non si conosce – dice - e la conoscenza va trasmessa a cominciare dai più piccoli” – mentre Giovanni Margiotta (Venezuela) evidenzia, per la fascia di età che va dai 30 ai 35 anni, l’importanza di un loro coinvolgimento dal punto di vista commerciale, invitando le Camere di commercio ad un’apertura più decisa nei confronti dei giovani italiani.

  Massimo Candusso (Perù) ed Eleonora Medda (Belgio) si dicono soddisfatti del rapporto instaurato con gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, - molti sono i Comites che si sono dotati di una “Commissione giovani” sulla scia del coinvolgimento promosso e sollecitato dal Cgie -. Giovanna Esposito (Lussemburgo), per fare un esempio, si rallegra che della relazione con i rappresentanti in loco, che è più immediata di quella che si potrebbe avere attraverso il consolato o l’ambasciata.

  Infine, Barbara Origlio (Messico-Centro America) chiede che i documenti approvati alla Prima Conferenza dei Giovani italiani vengano ratificati dal Cgie e venga messo all’ordine del giorno un dibattito sulle proposte avanzate in quella sede. Anche in merito alla rappresentanza le idee sono tutt’altro che confuse: “Sino a che non sarà istituzionalizzata una presenza di giovani all’interno dei lavori del Cgie – dice Barbara – chiediamo che la quota di esperti che possono essere convocati in questa sede venga riservata ai giovani, per continuare a partecipare attivamente al dibattito sui temi che ci riguardano direttamente”. (V.P. – Inform) 3

 

 

 

 

Le Associazioni dell’emigrazione siciliana dalla Commissione bilancio della Regione

 

Palermo - Una delegazione del Coordinamento della Associazioni regionali dell’emigrazione (CARSE) è stata ricevuta il 1° dicembre scorso, dalla Seconda Commissione legislativa dell’Assemblea Regionale Siciliana, per discutere del rapporto bilancio della regione problematiche dell’emigrazione. La delegazione guidata dal Presidente del CARSE, Salvatore Augello, si è presentata all’importante appuntamento, per "rivendicare due cose di eguale importanza", come ha detto Augello in un intervento di oltre venti minuti.

"La prima – spiega oggi il presidente del Carse – ha riguardato il ruolo avuto dalle associazioni che, in questi quaranta anni di attività, hanno saputo mettere insieme una imponente rete di parecchie centinaia di associazioni sparse per il mondo, che rappresentano indubbiamente una grande ricchezza sia per il movimento associativo sia per la regione. La seconda che riguarda il giusto rapporto che deve esserci tra ruolo delle associazioni, problematiche dell’emigrazione e bilancio del Governo Regionale, che deve tenere in debito conto sia le aspettative delle comunità siciliane all’estero, sia la necessità di mettere le stesse associazioni i condizioni di assolvere al loro compito ed al loro ruolo, che ancora oggi, rappresenta un importante e determinante impegno in direzione di tutta l’emigrazione".

Il relatore ha fatto un accenno alla legge, quando parla di contributo alle associazioni per il mantenimento ed il potenziamento delle sedi. "Questa – ha commentato – è una grande affermazione della legge, che non solo contempla l’importanza del ruolo di queste associazioni, ma ne prevede le sedi operative e la necessità di mantenere e potenziare le sedi operative. Se questa era la volontà del legislatore, non si capisce per quale motivo detto capitolo di bilancio continua ad essere costantemente ridimensionato, fino a renderlo pressoché simbolico, rendendo grama ed insicura la vita delle associazioni stesse. Associazioni – ha ribadito Augello – a cui va il merito di avere tenacemente e testardamente continuato il proprio lavoro anche in mezzo a crescenti difficoltà".

Passando alla legge, si è chiesto di ripristinare i fondi per il funzionamento della Consulta regionale per l’emigrazione, ripristino che è stato garantito dalla commissione, la quale ha richiamato la necessità che le somme vengano impegnate, altrimenti saranno di nuovo tolte.

Per quanto attiene al bilancio di previsione 2010, pur essendo la delegazione entrata nel merito, la commissione ha risposto che "il problema evidentemente esiste, ma che se ne dovrà parlare più in là, quando sarà tempo della finanziaria, dopo il necessario chiarimento del quadro politico che emergerà dall’evolversi della situazione politica regionale".

La delegazione, dopo avere preso atto della positività dell’incontro, ha ringraziato la commissione dichiarando che avrebbe richiesto un nuovo incontro sul bilancio di previsione, non appena le condizioni lo renderanno possibile. (aise)

 

 

 

Alcuni momenti del dibattito alla recente Assemblea plenaria del Cgie

 

Tra gli interventi quelli del segretario generale Carozza, della deputata Garavini (Pd), dei vice segretari Nardelli e Amaro, di Arona (Argentina). Lizzola (Pdl) annuncia una mozione per chiedere il ritiro della bozza di riforma di Comites e Cgie

 

  ROMA - Il segretario generale Elio Carozza ha riferito mercoledì pomeriggio in Assemblea plenaria sull’incontro avvenuto in prima mattinata fra una delegazione del Cgie ed alcuni componenti del Comitato per le questioni degli Italiani all’estero del Senato. Nel mio intervento – ha spiegato Carozza - ho ricordato al presidente del Comitato, senatore Firrarello, che da qualche anno noi auspichiamo un periodo di riforme e di rilancio della questione degli italiani all’estero, e invece siamo sulla “linea del Piave” per cercare di difendere ciò che è stato conquistato dai nostri connazionali . Il segretario generale ha inoltre precisato che durante l’incontro si è parlato della promozione della lingua e cultura italiana, un tema fondamentale per le nuove generazioni, del problema dell’assistenza per gli anziani e gli indigenti, della revisione della rete consolare, dell’informazione specializzata e dell’associazionismo in emigrazione.

  In ogni caso al centro dell’incontro – ha spiegato Carozza –vi è stata la discussione delle riforme degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero. In quel contesto, dopo aver ascoltato il parere di tutti, ho avuto l’impressione che la discussione su questo tema, avvenuta nell’ambito Cgie, sia servita a creare un dialogo. L’audizione che andremo a fare con il Comitato ristretto del Senato per la riforma delle rappresentanze degli italiani all’estero – ha aggiunto Carozza - sarà la prima occasione per dare il nostro parere sulla legge. Come Consiglio Generale andremo all’appuntamento al Senato per spiegare, punto per punto se necessario, il perché della contrarietà del Cgie alla proposta di riforma. Ribadiremo comunque la nostra volontà di modernizzare la rappresentanza degli italiani all’estero”. La delegazione del Cgie che andrà oggi pomeriggio al Senato sarà formata dal segretario generale Carozza e dai consiglieri Ferretti, Consiglio, Nardelli, Mangione, Amaro, Piazzi, Schiavone e Volpini.

  Dopo la presentazione di un video da parte di Walter Petruzziello (Brasile) sull’istallazione di una mano bionica comandata direttamente dagli impulsi celebrali effettuata sul figlio dello stesso consigliere da ricercatori italiani presso strutture sanitarie del nostro paese, ha preso la parola Juan Antonio Garbarino (Cile) che si è detto soddisfatto del lavoro svolto dagli scienziati italiani che hanno portato avanti questo progetto della mano bionica. “Credo che la ricerca italiana – ha detto Garbarino - debba alzare i suoi obiettivi e fare un passo avanti in modo da divenire competitiva anche rispetto alle collaborazioni scientifiche portate avanti in ambito internazionale dagli altri Paesi europei”.

  E’ poi intervenuta la deputata del Pd Laura Garavini, eletta nella ripartizione Europa,  che ha presentato la proposta di legge, di cui è prima firmataria, denominata “PRIME – Per una Ricerca Italiana di Merito ed Eccellenza”. “Questa proposta normativa – ha spiegato la Garavini - ha l’obiettivo di internazionalizzare il sistema della ricerca italiana. Essa cerca di porre rimedio alla situazione dei giovani ricercatori italiani che spesso sono costretti a lasciare l’Italia. Va comunque detto – ha proseguito la Garavini – che il fatto di andare all’estero non è di per se negativo, anzi rappresenta un’occasione di arricchimento professionale. Il problema però sorge quando questi giovani vogliono rientrare in Italia e non trovano occasioni lavorative presso i nostri atenei e centri di ricerca. Alla stesso modo i ricercatori stranieri di eccellenza non trovano posto presso le università italiane dove c’è poco spazio per la meritocrazia, le scelte della ricerca  sono guidate dai ‘baronati’ e vi è poca trasparenza nello sviluppo della carriera. Al fine di favorire il rientro dei cervelli italiani dall’estero – ha precisato la Garavini - abbiamo previsto nella proposta di legge la creazione di un specifica Fondazione che avrà anche il compito di reperire risorse pubbliche e private volte a favorire l’internazionalizzazione delle nostre università e dei centri di ricerca. Per cercare di utilizzare al meglio queste risorse la bozza di legge ha inoltre recepito le buone prassi dei sistemi di ricerca locali sperimentate all’estero da ricercatori italiani che lavorano a Parigi, Londra Monaco e Ginevra . In questo modo – ha concluso la deputata del Pd - avremo gli strumenti per valutare sul campo l’oggettiva qualità dei progetti da utilizzare”. La Garavini ha infine espresso forti perplessità sulla bozza di riforma per la rappresentanza degli italiani all’estero in discussione al Senato, ma si è detta fiduciosa per l’apertura di un dialogo fra il Cgie e il Comitato ristretto che si occupa della tematica.

  Il vice segretario generale Francisco Nardelli, nell’illustrare le risultanze della riunione della Commissione continentale dei Paesi dell’America Latina, ha ricordato come a tutt’oggi le risorse della finanziaria 2010 per gli italiani all’estero siano insufficienti soprattutto per quanto riguarda il capitolo di spesa della tutela sanitaria dove sono previste ulteriori decurtazioni delle risorse. Tagli che comporteranno una riduzione dell’utenza del 40% e quindi una selezione fra i bisognosi di aiuto. Nardelli, dopo aver sottolineato le crescenti difficoltà incontrate dagli enti gestori che si occupano della diffusione della lingua italiana nel mondo, ha auspicato un salto di qualità della Conferenza Stato-Regioni-Province autonome-Cgie che consenta all’Italia di fare sistema con il supporto degli italiani all’estero e  di armonizzare gli interventi delle Regioni per i connazionali nel mondo. Per quanto riguarda la riforma dei Comites e del Cgie Nardelli, dopo aver precisato che le urgenze delle nostre comunità sono altre, ha auspicato l’avvio di un dialogo fra il Cgie e le forze parlamentari che consenta di definire gli obiettivi da raggiungere,  prima che venga ridimensionata  la rappresentanza degli italiani all’estero.

  Preoccupazione per la decurtazione delle risorse pubbliche è stata espressa anche da Andrea Amaro, vice segretario generale per i consiglieri di nomina governativa, che al riguardo ha auspicato una forte mobilitazione delle diverse realtà nazionali volta ad ottenere una modifica sostanziale di questo pericoloso orientamento al ribasso. Sul fronte della rappresentanza Amaro si è detto contrario alla riforma in discussione al Senato che rischia di trasformare i Comites  in una rappresentanza per delega e il Cgie in una mera struttura di coordinamento. Su questo punto Amaro ha proposto la stesura di una lettera da inviare al Governo con l’opinione del Cgie sulla riforma e la convocazione di un incontro con l’associazionismo, i sindacati e le forze politiche dedicato alla riforma dei Comites e del Cgie.

  “Stiamo lavorando con l’ufficio di Presidenza del Senato – ha annunciato il segretario generale Elio Carozza intervenendo nel dibattito – alla definizione degli aspetti tecnici di un incontro, da porre in essere in occasione della prossima Assemblea plenaria del Cgie prevista intorno al 30 aprile,  con tutti gli analoghi organismi dei vari paesi europei”.

  Il presidente della Commissione Sicurezza e Tutela sociale Maria Rosa Arona ha sottolineato come dalla finanziaria siano previsti tagli sia per l’assistenza diretta che indiretta. La Arona ha poi spiegato come, alla luce delle decurtazioni delle risorse pubbliche e dell’innalzamento dei costi, le polizze sanitarie per i nostri connazionali in Argentina, Venezuela, Colombia, Uruguay, Cile e Messico saranno rinnovate ma anche ridimensionate, lasciando fuori dall’assistenza circa il 40% dei nostri connazionali che fruivano di questo servizio. Per superare questa difficile situazione, secondo il presidente dalla II Commissione tematica, sarà dunque opportuno un approfondito dibattito in Parlamento che permetta di recuperare le risorse sottratte dalla finanziaria. La Arona ha poi proposto l’introduzione di un assegno di solidarietà per i connazionali indigenti ed il varo da parte del Parlamento di una sanatoria integrale per i pensionati all’estero a basso reddito che abbiano contratto degli indebiti con l’Inps.  

  Fra gli altri interventi segnaliamo quelli del consigliere Claudio Lizzola (Pdl), che ha annunciato la presentazione di una mozione volta a chiedere il ritiro della bozza di riforma del Cgie, e del direttore generale per gli Italiani all’estero e le Politiche migratorie Carla Zuppetti che ha annunciato l’avvenuta approvazione, in sede di Commissione Bilancio della Camera, di un emendamento del deputato del Pdl Aldo Di Biagio che aggiunge due milioni di euro ai capitoli di spesa per gli italiani all’estero. (Goffredo Morgia - Inform)

 

 

 

 

In Senato l’indagine conoscitiva sul voto all’estero. L’audizione del Cgie

 

Roma - È stata assegnata alle Commissioni riunite Affari Costituzionali ed Esteri del Senato un’indagine conoscitiva sulla "Applicazione delle norme che regolano le elezioni nella Circoscrizione estero, con particolare riguardo alle questioni inerenti le diverse Ripartizioni, nonché sui possibili interventi correttivi o di riforma". La prima audizione, svolta il 2 dicembre, è stata quella di una rappresentanza del Consiglio generale degli italiani all’estero composta dal segretario generale Elio Carozza e dal vice segretario per il Sud America Francisco Nardelli e dai consiglieri Riccardo Pinna, Valter Della Nebbia e Marina Piazzi.

Nell’introdurre l’audizione, presidente della Commissione Esteri, Lamberto Dini, ha definito il Cgie "istituzione di massima rappresentanza delle collettività italiane nel mondo", dando quindi la parola a Carozza.

"La posizione del Consiglio sul voto all’estero – ha esordito il segretario generale – tiene conto delle esperienze maturate e delle opinioni espresse dalle nostre comunità all’estero. A mio avviso, il sistema del voto per corrispondenza non può che essere mantenuto, ma occorre che le responsabilità e i rischi connessi allo svolgimento delle operazioni elettorali da parte dei consolati siano condivise con un comitato elettorale composto da cittadini italiani residenti all’estero che collaborino con i consolati stessi".

Un’altra falla del sistema, per Carozza, riguarda la segretezza del voto: "occorre garantire il duplice passaggio dell’invio e della ricezione dei plichi agli elettori e del reinvio delle schede ai consolati. Il sistema della raccomandata con ricevuta di ritorno – ha osservato Carozza – può essere un sistema idoneo ma va verificato rispetto all’organizzazione del servizio postale nei singoli Paesi stranieri". Fondamentale, ha aggiunto, "scongiurare ogni possibile alterazione dei plichi, uniformando gli orari di apertura dei consolati con quelli di consegna del materiale postale".

Per il segretario generale, inoltre, potrebbe essere una "misura utile" quella di "garantire la provenienza del voto dall’elettore mediante l’apposizione della firma autografa sulla scheda e dell’indicazione di un documento di identità".

Quanto alla individuazione dell’elettorato e degli indirizzi degli aventi diritto, Carozza ha ricordato che ancora esiste "il disallineamento esistente tra i dati contenuti nel sistema anagrafico gestito dal Ministero dell’interno rispetto a quelli in possesso del Ministero degli affari esteri", mentre sulle operazioni di spoglio elettorale, ha osservato che "l’eventuale espletamento delle procedure sul posto e non a livello centralizzato in Italia potrebbe produrre risparmi di spesa e avere anche il positivo effetto di consentire una verifica da parte degli elettori".

Concludendo, Carozza ha assicurato che il Cgie è "disponibile a fornire al Parlamento una documentazione informativa relativa a ciascun Paese straniero che contenga idee e suggerimenti per un eventuale intervento di riforma del sistema del voto degli italiani all’estero".

È quindi iniziato il dibattito cui sono intervenuti diversi senatori e gli altri consiglieri del Cgie. molto critico Andrea Pastore (Pdl) che, dopo aver ricordato come il voto all’estero sia stato "decisivo" nella scorsa Legislatura, ha contestato la procedura del voto per corrispondenza perché a suo dire "in alcune realtà ove il sistema postale è gestito da privati, non è in grado di fornire le opportune garanzie". Secondo il senatore, quindi, sarebbe meglio far votare i connazionali nei consolati o in strutture pubbliche idonee che siano in grado di "assicurare la massima regolarità nell’esercizio del voto". Sconfessando uno dei punti fondamentali della Legge Tremaglia, Pastore si è infine detto "perplesso" sulle norme relative all’elettorato passivo, criticando cioè la previsione che riserva il diritto di candidarsi solo ai cittadini residenti all’estero.

Eletto in Europa col Pd, Claudio Micheloni si è invece soffermato sull’importanza di rivedere "le procedure di rilascio del certificato elettorale e degli adempimenti connessi", mentre "non deve essere messo in discussione il voto per corrispondenza" che per altro "viene utilizzato ordinariamente in molti Paesi europei, tra cui, ad esempio, la Svizzera".

Anche Nardelli (Argentina) ha difeso il voto per corrispondenza, visto che "la maggioranza degli italiani residenti non è in grado di recarsi con facilità al proprio consolato", richiamando invece "l’importanza che sia assicurata un’adeguata tempestività per la trasmissione dei voti".

Sulla stessa linea anche Pinna (Sud Africa) secondo cui "il voto per corrispondenza è l’unico strumento per garantire ai residenti all’estero l’esercizio effettivo del diritto di voto, soprattutto in alcuni Stati, come quelli africani, ove alle difficoltà logistiche e di spostamento si aggiungono problemi legati a peculiari condizioni politiche".

D’accordo con il collega anche Della Nebbia (Usa) secondo cui il voto per corrispondenza è l’unico "idoneo a garantire a tutti i cittadini italiani residenti all’estero l’esercizio del diritto politico fondamentale del voto". Quanto alla previsione che per candidarsi all’estero occorra risiedere fuori dall’Italiaper Della Nebbia è più che giusto che perché così "si assicura che i rappresentanti delle diverse comunità italiane siano cittadini che vivono a stretto contatto con i loro elettori e che, conseguentemente, siano in grado di rappresentarne adeguatamente gli interessi".

Nel suo intervento, Marina Piazzi (Messico) ha auspicato la costituzione di "un comitato elettorale che abbia il compito di procedere allo spoglio in loco delle schede e alle opportune verifiche, così da assicurare quanto più possibile la regolarità del procedimento elettorale, soprattutto in alcuni Stati – come il Messico – ove il sistema postale è affidato a società private". Quanto alle verifiche sugli aventi diritto al voto, la Piazzi ha suggerito "l’utilizzazione delle anagrafi del consolato, che vengono costantemente aggiornate".

Presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero, il senatore Firrarello ha auspicato che "il voto per corrispondenza sia inviato direttamente in Italia", invece di passare prima dai consolati, e criticato la "differenza tra le procedure di voto in Italia e quelle all’estero", ritenendo "opportuno uniformare il sistema elettorale per il voto all’estero a quello vigente in Italia".

La senatrice Francesca Marinaro (Pd), dopo aver affermato che "il riconoscimento del diritto di voto per i cittadini residenti all’estero non può più essere messo in discussione", ha invece auspicato che "si proceda alle opportune correzioni del sistema elettorale, nel presupposto – che sembra condiviso dai rappresentanti delle comunità italiane – che lo strumento migliore sia in ogni caso il voto per corrispondenza. Credo che ogni possibile modifica al sistema elettorale per il voto debba tenere conto dell’esigenza di assicurare ai residenti in Paesi stranieri un’adeguata rappresentanza. Cosa che- ha concluso – sembra essere la ratio ispiratrice sia della riforma costituzionale del 2000 sia della legge attuativa".

 

Eletto in Australia col Pd, il senatore Nino Randazzo replicando a Firrarello ha detto di "non condividere la proposta di uniformare il sistema elettorale per il voto degli italiani all’estero a quello vigente in Italia, introducendo anche per la circoscrizione Estero il sistema delle cosiddette "liste bloccate". Il sistema elettorale attualmente previsto per il voto degli italiani all’estero – ha osservato – assicura, alle comunità la possibilità di eleggere il candidato ritenuto più idoneo a rappresentare i loro interessi nel Parlamento nazionale".

Dello stesso avviso Micheloni che ha ricordato che "vi sono numerosi comuni italiani, soprattutto nelle regioni meridionali, ove i cittadini che risiedono all’estero costituiscono una percentuale molto elevata del corpo elettorale. Se si prevedesse una diretta partecipazione dei cittadini residenti all’estero alle elezioni nazionali, in quei comuni il voto dei cittadini residenti all’estero potrebbe condizionare, in modo talvolta decisivo, l’esito delle elezioni. Per me è opportuno mantenere la circoscrizione Estero così come configurata dall’articolo 48 della Costituzione".

Concludendo, i Presidenti delle due Commissioni, Dini e Vizzini, hanno ringraziato la delegazione del Cgie. Vizzini, in particolare, ha voluto sottolineare come il tema dell’indagine conoscitiva sia "particolarmente rilevante, in quanto strettamente connesso al corretto funzionamento del sistema democratico e dei suoi istituti". (aise)

 

 

 

 

 

L'Africa vittima inconsapevole del disastro clima

 

Il cambiamento climatico colpirà per prima, e con la massima forza, l’Africa, un continente che non ha praticamente contribuito al danno. A parte l’Antartide, è l’unico continente non industrializzato. Quel po’ di industrializzazione che aveva avuto luogo a partire dagli Anni 80, è stata più o meno smantellata. Per questo l’Africa non ha contribuito allo storico accumulo dei gas serra attraverso l’industrializzazione basata sul carbonio. E anche il suo attuale contributo è trascurabile, dato che è praticamente tutto causato dalla deforestazione e dal degrado delle terre coltivabili. Eppure il cambiamento climatico la colpirà con estrema durezza, perché azzopperà il suo vulnerabile settore agricolo, dal quale dipende il 70 per cento della popolazione. Tutte le stime del possibile impatto del riscaldamento globale suggeriscono che gran parte del continente diventerà più secca e che il continente nel suo insieme sperimenterà una maggiore variabilità climatica.

Sappiamo bene quale sia stato in passato l’impatto delle siccità sulle vite di decine di milioni di africani. Possiamo perciò immaginare quale potrebbe essere quello di un clima ancora più secco. Le condizioni dell’agricoltura, un settore economico assolutamente vitale, diventeranno ancora più precarie di quanto già non siano adesso.

 

Come dicevo, l’Africa sarà colpita per prima. Il temuto impatto del cambiamento climatico ci è già addosso. La siccità che attualmente colpisce l’Africa orientale - molto più drammatica di quelle precedenti - ne è una conseguenza diretta. I negoziati dei prossimi giorni dovrebbero riguardare i problemi specifici dell’Africa e delle regioni povere del mondo altrettanto vulnerabili. Questo richiede, come prima e più importante misura, la riduzione del riscaldamento globale di quegli apparentemente inevitabili 2 gradi Celsius, oltre i quali c’è una catastrofe ambientale dalle conseguenze inimmaginabili per i Paesi poveri e vulnerabili. Come seconda misura occorre rendere disponibili per questi Paesi risorse adeguate perché possano adattarsi al nuovo clima.

 

Il cambiamento, ampiamente causato dalle attività dei Paesi sviluppati, ha reso ancora più difficile per quelli poveri combattere la povertà. Adeguati investimenti per mitigare il danno potrebbero in parte risolvere il problema. I Paesi sviluppati hanno perciò l’obbligo morale di pagare compensazioni parziali, con le quali i Paesi poveri finanzieranno gli investimenti necessari per adattarsi al mondo nuovo. Sono stati fatti alcuni calcoli. Una stima prudente parla di 50 miliardi di dollari all’anno, che dovrebbero salire a 100 nel 2020.

Meles Zenawi, Primo ministro etiope capo della delegazione africana a Copenhagen LS 8

 

 

 

 

 

Gli Usa ora non negano più: i gas serra sono una minaccia

 

Annuncio a sorpresa nel giorno di apertura del Vertice - di DILETTA VARLESE

 

COPENAGHEN - «I gas serra danneggiano la salute». E’ bastata questa semplice dichiarazione formulata ieri dall’Agenzia Usa per la protezione dell’Ambiente a cambiare a sorpresa, in positivo, le prospettive di riuscita del summit di Copenaghen. Il legame diretto di causa-effetto tra inquinamento e malattie, stabilito da Washington impegna infatti il governo federale a ordinare e non più consigliare il taglio delle emissioni nocive. «La salvaguardia della salute è un obbligo - ha spiegato la portavoce dell’agenzia statunitense - ora dovremo agire».

La notizia è arrivata a Copenaghen mentre prendevano il via le due settimane di lavori del vertice cui partecipano 192 paesi e che si preannunciano comunque faticose. Si perché, fin dal calcio d’inizio, la posta in gioco è quanto mai impegnativa, la sfida complessa e di esito incerto.

Il primo ministro danese, Lars Lokke Rasmussen, nell’apertura ufficiale dei lavori, ha insistito sul principio etico che dovrebbe essere la guida per lo svolgimento del summit: «A conclusione del vertice, dobbiamo essere in grado di restituire al mondo quello che oggi è stato garantito a noi: la speranza di un futuro migliore».

La presidentessa del summit Connie Hedegaard, prossomo ministro Ue per l’ambiente, è entrata nel vivo chiamando in causa proprio quei paesi su cui sono puntati gli occhi del futuro del pianeta: Cina, India, Corea del Sud, Brasile, Indonesia. «Bisogna saper vedere oltre i propri interessi particolari - ha ammonito la Hedegaard - è il momento di assumersi responsabilità e agire subito».

I delegati di Brasile e India si sono detti pressoché d’accordo nel presentare una bozza comune, di cui però non si hanno ancora riferimenti a dati e cifre. Chi storce il naso e si presenterà come “bastian-contrario” è dopotutto la Cina. La posizione di Pechino è ferma sulla rivendicazione del diritto alla crescita esponenziale che la sta portando fuori dalla condizione di “paese in via di sviluppo”. In larga parte a forza di CO2 e carbon fossile. Nessuna disponibilità a compromettere la crescita economica che, dice la Cina, «è la garanzia della stabilità sociale». Si alle energie pulite, ma con i propri tempi e molti soldi da parte dei Paesi già industrializzati, in termini d’impegni finanziari, per aiutare i più poveri e per il trasferimento delle tecnologie avanzate.

Il presidente cinese Hu Jin tao aveva annunciato che «la Cina taglierà in modo significativo le sue emissioni di gas inquinanti per unità di Prodotto Interno Lordo entro il 2020», riferendosi all’intensità delle emissioni di gas inquinanti del 40-45% e aumento della percentuale di energia pulita consumata, dall’attuale 8 al 15% entro il 2020. Pechino però rifiuta fin da subito qualunque impegno vincolante, come quelli imposti dal protocollo di Kyoto. In tal modo, la Cina si potrebbe porre come ago della bilancia sulla firma dell’accordo. La Ue ribatte e paventa di alzare la posta al 30% sulle emissioni, proprio per porre pressione sulla Cina, ma anche sugli Stati Uniti, secondo le parole del ministro dell’Ambiente lo svedese Andreas Carlgren, il cui Paese ha la presidenza di turno dell’Unione.

Ma, realmente, gli occhi del mondo sono puntati sui 110 presidenti del COP15, e forse ancora più su di uno in particolare: Barack Obama, che ha annunciato il suo arrivo per il 18 dicembre, giorno conclusivo dei lavori, una mossa che fa auspicare un atterraggio con la penna in mano. IM 8

 

 

 

 

 

 

Copenaghen. Clima, Barroso pessimista. "Un trattato non è possibile"

 

Preoccupato il presidente della Commissione europea. "Servono contributi ai Paesi in via di sviluppo". Sull'onda della svolta verde degli Usa, i negoziati procedono ma restano difficili

 

Copenaghen - Sull'esito della conferenza Onu sull'ambiente a Copenaghen, Josè Barroso è pessimista. La firma di un nuovo trattato sul clima "non è possibile, non è stato preparato, ci sono alcuni dei nostri partner che non sono preparati. Invece dobbiamo raggiungere un accordo sulla riduzione delle emissioni dei gas nocivi. Lo dobbiamo ai nostri giovani", dice il presidente della Commissione europea a Europe 1.

 

Barroso: "Contributi ai Paesi in via di sviluppo". "Quello che cerchiamo di ottenere adesso è un accordo che dopo metteremo in termini di legge affinché diventi un trattato. Serve un accordo a Copenaghen - taglia corto Barroso - in particolare sulla limitazione dei gas a effetto serra per i Paesi più industrializzati, ma anche qualche contributo finanziario per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad adattarsi a questa minaccia".

 

I risultati in Europa. Orgoglioso del lavoro fatto dall'Europa, il presidente dell'esecutivo comunitario ricorda che i Ventisette sono gli unici ad aver varato norme ambiziose contro i gas nocivi: "Siamo i soli ad aver adottato con una legge, e non solo con dichiarazioni politiche, la riduzione del 20% delle emissioni di anidride carbonica per il 2020".

 

Al via i tavoli tecnici. Dopo il via ufficiale ieri della conferenza Onu sui cambiamenti climatici, a Copenaghen oggi si entra nel vivo delle consultazioni tecniche. Il nodo resta quello degli impegni sulla riduzione dei gas serra. L'obiettivo: limitare ai 2 gradi l'aumento della temperatura. E tutti guardano ai Paesi a economie emergenti, India e Cina.

 

La svolta "verde" degli Usa. Il presidente americano Barack Obama, stimolato dal Nobel Al Gore che lo ha incitato a fare di più per l'ambiente, conferma la sua svolta "verde". Per la prima volta, il Paese che assieme alla Cina occupa il vertice della classifica dell'inquinamento, ammette ufficialmente che i gas serra sono un pericolo per gli esseri umani e che la loro produzione deve essere regolata.

 

Obama atteso a Hopenaghen. Ma a Copenaghen, ribattezzata ieri Hopenaghen (Speranzopoli) dal premier danese Anders Fogh Rasmussen, la ripartizione degli sforzi da compiere è tutt'altro che decisa. Senza un accordo vincolante per tutti i Paesi, anche la promessa cinese di ridurre le emissioni del 40% entro il 2020 si traduce in poca cosa. Così, dopo l'inagurazione di ieri e gli accorati appelli a fare la propria parte per salvare il pianeta, il summit entra nella fase meno spettacolare, ma molto più complicata, dei negoziati. Lo sprint finale sarà negli ultimi giorni, dopo il 15 dicembre, quando a Copenaghen convergeranno molti leader internazionali, Obama incluso. LR 8

 

 

 

 

Il complotto dei climatologi

 

Il 18 gennaio 1989 si chiudeva a Torino la conferenza internazionale «Atmosfera, clima e uomo». Nel rapporto conclusivo si leggeva: «Gli effetti involontari della crescita economica nell’alterare i processi atmosferici globali costituiscono una seria minaccia alla sicurezza internazionale e al futuro dell’economia globale».

 

Né l’incertezza scientifica né la mancanza di precise conoscenze devono essere ragione di ritardo o inazione». Le soluzioni proposte coincidevano con quello che otto anni dopo sarebbe diventato il protocollo di Kyoto: riduzione delle emissioni inquinanti, efficienza energetica, energie rinnovabili, riciclo dei rifiuti e minori sprechi di materie prime, stop alla deforestazione, investimenti nella ricerca.

 

La conferenza non suscitò tuttavia né interesse né accesi dibattiti. Eppure non era stata indetta da un gruppo di ambientalisti, bensì dalla Fondazione Sanpaolo di Torino: ebbe luogo nel nobile salone di piazza San Carlo della banca torinese, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. I pochi ricercatori di punta di allora sostenevano con coraggio quanto nei vent’anni successivi è stato confermato dai fatti: la concentrazione di CO2 nell’aria era a 350 parti per milione ed è oggi a 390; i dieci anni più caldi degli ultimi secoli dovevano verificarsi tutti dopo il 1997; la rovente estate 2003, causa di 35000 vittime in Europa, non si era ancora verificata; la mummia Otzi, antica di cinque millenni, non era ancora emersa dal ghiacciaio altoatesino del Similaun; la banchisa del mar glaciale Artico non si era ancora ridotta come nel 2007.

 

Oggi disponiamo di una quantità impressionante di ricerca scientifica sul clima, supercalcolatori, carotaggi polari, nuovi satelliti, migliaia di ricercatori, un’agenzia delle Nazioni Unite - l’Ipcc - le cui conclusioni hanno confermato le affermazioni di vent’anni fa. Eppure proprio ora che le evidenze aumentano, la confusione impera, dubbi e maldicenze si insinuano sull’operato dei climatologi e tira aria di complotto. Ma mettiamoci dal punto di vista di un investigatore: manca il movente. Difficile pensare che gli scienziati riuniti a Torino nel 1989 fossero in malafede e avessero architettato tutto per arrivare - vent’anni dopo - a favorire la lobby dei pannelli solari. C’erano modi più semplici e rapidi di guadagnare! Difficile pensare alla volontà dei governi di fregare tutti i loro amministrati con nuove tasse sui combustibili fossili: la convenzione quadro sui cambiamenti climatici, emanata nel 1992, è stata firmata da 188 Paesi, ognuno con i propri interessi da tutelare, incluso il commercio di petrolio e carbone.

 

Come si può pensare che l’Arabia Saudita abbia la stessa visione delle Isole Tuvalu e insieme complottino contro di noi poveri mortali? E per cosa? Tuvalu ha paura di finire sott’acqua, l’Arabia vuole lucrare sul petrolio. Entrambe però hanno accettato una posizione diplomaticamente equilibrata che concorda sul problema epocale che abbiamo di fronte. E dunque, perché sulla questione climatica si assiste oggi a un accanimento ideologico che la vuole destituire di fondamento? È forse così terribile la ricetta di Copenhagen? Chiede di amputare una gamba sana o invita a fumare di meno? Un mondo che va a energia solare ed eolica, ha automobili che inquinano meno, case ben isolate che non disperdono l’energia, aria urbana più respirabile, garanzia di salvaguardia per le foreste tropicali, moderazione nell’uso delle risorse scarse e riciclo dei rifiuti, è forse così detestabile? Non ci dovremmo arrivare comunque, clima o non clima?

 

Di fronte a una Terra sempre più affollata e inquinata, con il petrolio che tra breve mostrerà la spia della riserva, Copenhagen consiglia di prendere due piccioni con una fava. Essere più efficienti in un mondo che non ha risorse infinite, è sempre una vittoria. Dall’altro lato c’è invece la prudenza: oltre tre gradi in più a fine secolo, l’aumento dei fenomeni estremi e del livello dei mari, la stabilità dell’agricoltura e della biosfera dalle quali dipendiamo, non sono certo uno scherzo. È in gioco la qualità del nostro futuro e chi punta i piedi contro Copenhagen, ha interessi probabilmente molto più espliciti da difendere.  LUCA MERCALLI LS 7

 

 

 

 

La sfida del clima tra poveri e ricchi. Cina, India, Brasile e Sud Africa non vogliono sacrificare lo sviluppo

 

ROMA Non era mai successo prima che 191 Paesi della terra si riunissero per parlare dei cambiamenti climatici. Basterebbe già questo record a caratterizzare la Conferenza di Copenhagen come un evento del tutto speciale. Che poi si arrivi ad un accordo vincolante, e in quali tempi, è una questione del tutto diversa. La conferenza si apre con una serie di incognite: gli innegabili passi avanti compiuti da Usa e Cina e la stessa presenza dei due presidenti fa capire che nessuno vuole assumersi, a cuor leggero, la responsabilità di un fallimento. Ma quanto e cosa sono disposti a mettere sul piatto, si vedrà solo alla fine del summit. La frizione tra i Paesi del mondo ricco e sviluppato e i Paesi del mondo emergente e di quello più povero è l’altra grande incognita del vertice danese: quanto e come distribuire i costi degli interventi, questo è il vero nodo. Superarlo sarà la vera sfida delle due settimane di confronto che si aprono oggi.

Europa e Usa. L’obiettivo dichiarato del summit è di fissare misure in grado di contenere il surriscaldamento climatico dovuto ai gas serra entro i 2 gradi nel 2050. Secondo gli esperti, il target è in linea con le decisioni europee che assumono un taglio del 20% (rispetto al 1990) delle emissioni al 2020, migliorato se possibile al 30% (ma su questo punto l’Italia ha chiesto una verifica che coinvolga anche Stati Uniti e Cina) e un ulteriore riduzione del 50% delle emissioni al 2050. Finora gli Stati Uniti hanno promesso una riduzione del 17% (rispetto al 2005 e non al 1990) delle emissioni di Co2 in rapporto al Pil entro il 2020 e del 42% entro il 2030. Rapportato ai parametri europei significa in concreto un taglio iniziale di appena il 4%. Dimezzare le emissioni entro il 2050 è l’obiettivo della bozza presentata dal governo danese ma è già stata bocciata dagli emergenti.

Gli emergenti. E’ qui il punto cruciale. Cina, India, Messico, Brasile e Sud Africa attribuiscono la maggiore responsabilità della situazione attuale ai paesi ricchi e giudicano insufficienti gli impegni presi. Perciò rilanciano: per arrivare ad una taglio del 50% entro il 2050 i Paesi ricchi dovrebbero assumere il 40-45% dei tagli al 2020 e l’80-90% al 2050, considerando il 1990 come anno di riferimento. Inoltre, aggiungono, il costo delle minori emissioni dei Paesi più poveri dovranno comunque essere finanziati dalla metà più ricca del pianeta: diversamente i poveri sarebbero condannati a rinunciare allo sviluppo.

E così l’India si dice disponibile a tagliare del 20-25% rispetto al 2005 la propria intensità carbonica (cioè la quantità di emissioni in rapporto al Pil) mentre la Cina propone una soglia del 40-45% delle emissioni rispetto al 2005 e il Brasile si ferma a meno 36,1-38,9 per cento. Tanto per avere un’idea delle cifre in ballo, i cinesi hanno calcolato che per raggiungere il loro target occorre una spesa di 30 miliardi di dollari l’anno. E stiamo comunque parlando di tagli che non comportano una riduzione delle emissioni ma una loro minor crescita rispetto a quanto farebbero in assenza di interventi.

L’adattamento. Non c’è dunque accordo su come ripartire il peso e i costi degli obiettivi di lungo periodo. Ma si discute anche sull’immediato e su come avviare il cosiddetto “first track finance”. Ossia sugli interventi da compiere per evitare, subito, inondazioni, frane e tutti quei flagelli che sono legati al fattore climatico. Incluse anche, per esempio, le barriere per proteggere gli atolli del Pacifico dall’innalzamento del mare.

Secondo i calcoli della Banca Mondiale si tratta di una cifra stimabile tra 75 e 100 miliardi di dollari l’anno per i prossimi 40 anni. Cifra che gli emergenti giudicano insufficiente. Gli Usa sono disposti a dare 1,2 miliardi l’anno per l’aiuto climatico, incluso l’adattamento. L’Europa non riesce a decidere e parla di offrire 5-7 miliardi l’anno, ma anche qui si tratta di stabilire come distribuire la spesa tra i paesi membri. Il poverissimo Bangladesh spende 50 milioni di dollari per proteggersi dalle inondazioni, ma anche l’Inghilterra sta rinforzando gli argini del Tamigi con una spesa di circa mezzo milione di dollari. BARBARA CORRAO IM 7

 

 

 

 

Finanziaria nuova versione. Colpo di mano su giornali e Tv, a rischio le testate "scomode"

 

Ci chiudono la bocca. Lo dice Pier Luigi Bersani, accusando il comportamento di maggioranza e governo sulla Finanziaria in Parlamento: il centrodestra si è votato da solo in pochi minuti il testo, senza accettare nessuna modifica, inviandolo all'Aula dove tutti si aspettano la fiducia. Lo ripetono i rappresentanti sindacali delle testate giornalistiche che attingono al Fondo per l'editoria. La manovra infatti, al comma 53 bis, elimina il diritto soggettivo di accedere a quei finanziamenti, e decreta che le erogazioni siano ripartite tra i vari soggetti fino a esaurimento. Se non bastano, pazienza.

 

Per di più la nuova formulazione impedisce alle società editrici di indicare la somma nei bilanci, rendendo impossibile redigere i libri contabili per il prossimo anno. In poche parole: i giornali sono a rischio chiusura.

Così si toglie ossigeno a circa 92 testate, per lo più giornali legati a gruppi parlamentari, che di fatto non sopravviverebbero senza quell'aiuto. E non perché non vendono, ma solo perché non riescono a intercettare i flussi pubblicitari, sempre più concentrati sui grandi gruppi.

 

E' un colpo ai più deboli, un bavaglio al pluralismo, una minaccia per l'occupazione. In questo comparto, infatti, lavora un giornalista su cinque occupati nella carta stampata. Sono a rischio tra i 1.800 e i 2.000 posti di lavoro giornalistico, che andrebbero sommati ai circa 1.500 poligrafici. E' come chiudere una grand efabbrica, come eliminare in Fiat Termini Imerese.

Nei corridoi della Camera si racconta di una lite furibonda tra Giulio Tremonti e Paolo Bonaiuti, che stava redigendo un regolamento per rendere più “virtuosa” l'erogazione. Si stava studiando il modo di finanziare le testate in base alle copie effettivamente distribuite (e non solo stampate, com'è oggi) per premiare le più efficienti.

 

Con il blitz in manovra è tutto cancellato. Sempre alla Camera si narra di un altro duello, questa volta a distanza, tra il ministro dell'Economia e il presidente Gianfranco Fini. Questa mossa sarebbe stata accompagnata da forti rassicurazioni alla Padania, testata legata al gruppo della Lega, mentre rimarrebbe in mezzo al guado il Secolo d'Italia, più vicino ai finiani. Altre voci, invece, darebbero per imminete una norma “riparatrice” nel decreto milleproroghe di fine anno. Insomma, un passo indietro una volta verificata l'effettiva portata dello scudo fiscale. Per ora però c'è solo la certezza della pagina scritta, pronta al voto blindato in settimana.

Bianca Di Giovanni L’U 7

 

 

 

 

Giustizia incerta e sospetta

 

Il processo ad Amanda Knox diventa affare di Stato. Il capo della diplomazia americana, Hillary Clinton, si è detta ieri disposta a verificare se davvero ci sono, come afferma la senatrice Cantwell, «seri interrogativi sul funzionamento del sistema giudiziario italiano», e se «l’anti-americanismo possa avere inquinato il processo».

 

 

Una inusuale presa di posizione, che pone la vicenda Knox nella lista di altri famosi contenziosi legali tra l’Italia e gli Stati Uniti. Con la differenza che le obiezioni al processo di Perugia toccano il nervo più scoperto del nostro dibattito sulla Giustizia, e, indirettamente, sui processi al premier Berlusconi.

 

Finora, Italia e Stati Uniti si sono scontrati nelle aule di tribunali per casi politici. Nel 1998 si trattò della tragedia del Cermis, venti vittime nella caduta di una funivia abbattuta da un aereo Prowler dei marines. Nel 2007 si trattò di processare il soldato Usa Lozano, che aveva ucciso in Iraq il nostro uomo del Sismi Nicola Calipari. Infine, il più recente, il processo agli uomini della Cia che avevano rapito Abu Omar. Tutti processi politici, appunto, che ruotavano intorno alle rispettive «sovranità» nazionali dei due Paesi.

 

Nel caso di Amanda, invece, il Dipartimento di Stato si arrogherebbe il diritto di verificare il funzionamento stesso della giustizia italiana, dichiarandosi disposto ad ascoltare coloro che sollevano l’ipotesi - gravissima - che «non esistevano prove sufficienti per spingere una giuria imparziale a concludere oltre ogni ragionevole dubbio che Amanda fosse colpevole». E, dal momento che la giustizia è uno dei metri di misura del funzionamento di una democrazia, il sospetto va dritto al cuore del nostro Paese.

 

Quello alla Knox è solo l’ultimo di una serie di processi che hanno lasciato la nostra pubblica opinione con l’amaro in bocca dei dubbi. Parliamo del processo ad Annamaria Franzoni per il delitto di suo figlio a Cogne, di quello contro Alberto Stasi per l’uccisione della fidanzata Chiara Poggi, e infine di questo di Perugia. Tre casi celebri, accomunati da elementi simili. Innanzitutto la confusione delle indagini: prove che vengono raccolte, poi cambiate, e mentre il processo è in corso. Coltelli, reggiseni, pigiami, biciclette, zoccoli e computer che entrano ed escono di scena come fondali intercambiabili invece che elementi certi di accusa. Oggetti totemici per il pubblico che, alla fine, mai si sono rivelati prove indiscutibili.

 

In mancanza di certezze, il processo italiano si è spesso rifugiato nella costruzione di teoremi: il colpevole non è colui che ha indiscutibilmente fatto il male, ma colui che avrebbe potuto o voluto farlo. Nasce qui l’uso e l’abuso dei «profili» psicologici, la depressione non ammessa di Annamaria a Cogne, le ossessioni nascoste di Alberto Stasi, e la violenza da baccanale fatta esplodere da Amanda. Tutti colpevoli in quanto «inclini ad esserlo», invece che indiscutibilmente provati tali dai fatti.

 

La psicologizzazione del processo tende a mettere sotto giudizio la personalità (e quanto distante è questo giudizio da quello razziale?), e a creare dunque «mostri». Con la conseguenza di sollecitare nel pubblico una risposta emotiva, una divisione radicale, fra difensori e accusatori. Questa tifoseria del pubblico, è forse, in termini sociali, la conseguenza più devastante del malfunzionamento della nostra giustizia.

 

Fin qui il caso Knox. Ma come non vedere che il fallimento di tanti processi penali getta dubbi anche sui procedimenti «politici»? Un Paese che non riesce a dare giustizia certa a due cittadini comuni, con che autorevolezza saprà mai processare il suo premier? L’attenzione del Dipartimento di Stato va presa con molta serietà dunque. Rischia di esporre agli occhi della comunità internazionale una nostra fragilità di sistema, e aprire una serie di scatole cinesi. Magari anche senza volerlo.  LUCIA ANNUNZIATA LS 7

 

 

 

 

La corona longobarda

 

Se nel giorno di Sant'Ambrogio, vescovo e patrono di Milano, la Lega ha lanciato una sfida pubblica contro il suo successore Dionigi Tettamanzi, paragonandolo prima a un imam musulmano e poi a un prete siciliano mafioso, è perché si sente forte, molto forte.

 

La volgarità degli argomenti scagliati contro l'"Onorevole Tettamanzi", delegittimato così nel suo ruolo pastorale, additato come un nemico degli interessi del popolo, non deve trarre in inganno: c'è del metodo nella provocazione architettata nel dì festivo. Quasi una contro-predica rivolta al gregge della diocesi più grande del mondo, puntando dal trono del governo alla conquista dell'altare in Duomo.

La Lega vuole la corona longobarda, che sia cristiana o pagana non le importa. Si erge a potere costituito che ripristina la tradizione perduta. Sente venuto il suo momento e punta al bersaglio grosso. Perciò esercita violenza verbale, scagliandosi contro il cardinale: deve dimostrarci che nulla la potrà fermare, non ha paura di nessuno. Perfino il Vangelo può subire un'interpretazione alternativa, dal "Bianco Natale" razzista fino ai bambini rom da ricacciare in mezzo alla strada, ora che la nuova teologia in camicia verde s'impone come energia scaturita dalla volontà popolare.

 

Di fronte al sopruso, a una calcolata volontà intimidatoria, l'arcivescovo Tettamanzi ha profetizzato ieri il pericolo dei lupi. L'eresia dei forti disposti a tutto, perfino a uccidere e esiliare i pastori delle chiese, ha detto, citando Ambrogio. Egli sa bene di trovarsi di fronte una forza politica candidata alla successione del potere berlusconiano nel Nord Italia. Un'eventualità sempre più probabile da quando la Lega può scommettere su un argomento storico e su un argomento contingente che, entrambi, la favoriscono.

 

L'argomento storico è il riemergere di uno spirito reazionario, pre-illuministico, anti-risorgimentale, nostalgico della cristianità lombarda della Controriforma nelle nostre contrade settentrionali. È questo spirito dei tempi che incoraggia tradizionalismo leghista a proclamarsi erede perfino di San Carlo Borromeo, il missionario della "conquista delle anime", in contrapposizione ai vescovi contemporanei. Bossi scommette su un cattolicesimo più antico e chiuso di quello conciliare. Sui legami del sangue e del suolo opposti alla Chiesa universale. Si compiace di come le parole d'ordine xenofobe assecondino e liberino una spinta oscurantista. Ambisce a rappresentare il passato che ritorna e s'impossessa della modernità, come portavoce non più solo degli interessi ma delle coscienze stesse: perché vergognarsi di desiderare il bene per sé, non per tutti?

 

L'altro argomento, di natura contingente, che favorisce la Lega nella sfida al cardinale di Milano, è la totale remissività della destra cattolica da decenni al governo in Lombardia. Comunione e Liberazione, la Compagnia delle Opere, il sottobosco del potere di Roberto Formigoni, non hanno mai ritenuto conveniente erigere un argine che li differenziasse dalla politica e dai valori propagandati dalla Lega. Si sono contraddistinti ben più negli affari che nella solidarietà. Oggi, certo, vivono con estremo disagio, quasi come un tradimento inaspettato, gli insulti della "Padania" e del ministro Calderoli al vertice della chiesa ambrosiana. Ma fino a ieri prevaleva in loro la malcelata insofferenza nei confronti di pastori spiritualmente lontani dall'integralismo e dalla spregiudicatezza che li caratterizzano. Questa destra cattolica lombarda già sopportava con fatica il cardinale Carlo Maria Martini, predecessore di Dionigi Tettamanzi.

 

Formigoni e i suoi seguaci, preoccupati di consolidare la loro influenza nella sanità, nell'urbanistica, nel business delle bonifiche, in Fiera e ovunque possibile, hanno lasciato che anche il loro elettorato diventasse arrabbiato, sospettoso, reazionario. Oggi un cittadino di destra lombardo, ma anche veneto o piemontese, non sta certo a fare distinzioni culturali. Per lui sarà indifferente votare un presidente della Lega o del Pdl: sul piano ideale non sono più ravvisabili diversità significative.

 

La Lega e il Pdl hanno condotto insieme campagne elettorali contro "la società multietnica". Parola di Silvio Berlusconi al comizio conclusivo di Milano, nel giugno scorso, quando aggiunse il lamento: "Camminavo nel centro di Milano e mi pareva di trovarmi in Africa". Umberto Bossi, lì al suo fianco, applaudiva. Poi con l'inverno a Milano è tornata la stagione degli sgomberi dei campi rom. Inutili, propagandistici, spesso crudeli nelle conseguenze su poche centinaia di persone di cui erano in corso faticosi tentativi di integrazione.

 

La Chiesa milanese non poteva accettare questo stravolgimento dello spirito evangelico, perpetrato oltretutto dagli stessi che inneggiano alla Tradizione e alla Croce. L'arcivescovo ha denunciato la blasfemia. Lo aspettavano al varco. Accusarlo di essere un musulmano o un mafioso, nell'accezione incivile dei leghisti, è la stessa cosa. Conta lo sfregio, conta la prossima tappa: l'altare del Duomo. Intanto il sindaco di Milano, timorosa di non essere ricandidata, ha ritenuto di non avere nulla da dichiarare. Era più importante la prima della Scala. di GAD LERNER LR 8

 

 

 

 

Tagli, bavagli e regali alle mafie. Tremonti blinda la manovra

 

La Finanziaria arriva in Aula con un record negativo già incassato: è il primo caso di blindatura di fatto già in Commissione. Quella delle ultime 48 ore a Montecitorio è la cronaca di una capitolazione del Parlamento, con il Presidente della Camera ridotto al silenzio dal pugno duro di Giulio Tremonti, che vince su tutta la linea. E in serata commenta «fatto un buon lavoro».

 

Chiusura su tutto: governo e maggioranza non accolgono nessuna proposta. Un grave atto politico, attacca l’opposizione che promette una dura battaglia in Aula, dove però si profila la fiducia. Pier Luigi Bersani non usa mezzi termini. «Ci chiudono la bocca - dichiara - Non possiamo parlare di nulla, né di redditi, né di occupazione, né degli investimenti».

 

A nulla è servita una nottata di tentativi, su detrazioni per famiglie e bonus per bambini, o sostegno per i lavoratori. Nulla. Neanche la disponibilità mostrata dalle opposizioni di ridurre le proprie proposte per un esame più veloce apre il varco. Anzi. In mattinata Pdl e Lega ritirano le loro proposte (400) e si preparano a votare il testo già pre-confezionato dal relatore Massimo Corsaro insieme al governo: un pasticcio di misure spot che non rispondono alla crisi, mettono a rischio comparti importanti dello Stato, come la lotta alla mafia e concedono anche una mancia di micromisure ai parlamentari. «Ceti deboli abbandonati - sintetizza Michele Ventura del Pd - messa a tacere anche la maggioranza».

 

A quel punto i capigruppo Pd, Idv e Udc si presentato da Gianfranco Fini per denunciare l’ennesima anomalia. «È la prima volta che nessun deputato riesce a inserire modifiche in Finanziaria - commenta il capogruppo Pd Pier Paolo Baretta - Fini ha preso atto, non poteva far altro», Le opposizioni abbandonano i lavori e convocano la stampa. Nello stesso momento il centrodestra vara compatto e silenzioso il testo senza modifiche. Ma in Aula il dibattito sarà «caldo» annuncia l’opposizione.

 

Segue un duello a distanza con accuse reciproche. «Nessuna anomalia, la maggioranza era d’accordo con il governo, l’opposizione ha sollevato solo questioni procedurali», attacca il viceministro Giuseppe Vegas sostenuto dal relatore. «vegas non faccia il provocatore», replica a stretto giro Baretta. Intanto la lega, che all’inizio aveva tentato di smarcarsi, prova a mettere il cappello su qualche misura. Come le risorse per il rimborso Ici garantite ai Comuni. «Un tentativo patetico - commenta Antonio Misiani del Pd - Le risorse sull’ici sono un atto dovuto e non certo una concessione della Lega. Ma cosa si dirà ai cittadini del nord sui tagli alla sicurezza (210 milioni) e sull’inutilità delle ronde?»

 

Il solco con le opposizioni è incolmabile, sul piano delle regole e su quello del merito. A partire dalle risorse. I quasi 8 miliardi utilizzati provengono dallo scudo fiscale e dal Tfr dei lavoratori. «È un pasticcio fatto di una tantum - attacca Giuseppe Galletti, Udc - e il 70% delle misure serve per ripristinare fondi tolti dalla manovra del 2008, come i libri di testo e la scuola. Non c’è nessun nuovo intervento». «Una Finanziaria senza prospettiva - aggiunge Antonio Borghesi, Idv - che dà poco alla scuola, alla disoccupazione e ai precari, ma riserva 210 milioni alla legge mancia del Parlamento». Spetta a Baretta elencare le disposizioni-vergogna. sulla mafia con un regalo alle cosche con la messa in vendita degli immobili, sull’Abruzzo con l’obbligo di restituire le tasse, sull’editoria con la cancellazione del diritto soggettivo delle testate a ottenere i fondi, sul lavoro. Non è prorogato il bonus famiglia (arriverà con il milleproroghe?), non si parla neanche di poveri.

 

Il capitolo occupazione è tra i più preoccupanti in tempo di crisi. «Su un miliardo e 100 milioni stanziati, ben 860 milioni sono destinati alla detassazione di secondo livello - attacca l’ex ministro Cesare Damiano - Per gli ammortizzatori restano solo 265 milioni». Come dire: più soldi a chi guadagna e nulla a chi resta senza reddito. L’aumento dal 20 al 30% del sussidio di disoccupazione destinato ai co.co.pro, poi, è una finzione. Per accedere al contributo (massimo 4.000 euro annui) sono necessari tanti requisiti, che già quest’anno, a fronte di circa 200mila precari rimasti a casa, hanno potuto usufruire del bonus non più di 2.000. «È il solito gioco di Tremonti - continua Damiano - che prima stanzia, e poi inserisce ostacoli per utilizzare i fondi». Mobilitata anche la Cgil. «Nulla per il lavoro, nulla per i pensionati», attacca Agostino Megale. Bianca Di Giovanni L’U 8

 

 

 

 

Il fiato corto della politica. Ricerca, un sistema che va rifondato

 

IL MONDO dei ricercatori italiani deve essere grato al Presidente della Repubblica per il suo autorevole e costante richiamo all’importanza della ricerca scientifica per il Paese. Da un po’ di tempo va ripetendo che senza ricerca non ci può essere innovazione e che senza innovazione l’Italia regredisce e rischia di abbandonare la sua posizione non solo a livello mondiale, ma anche a quello europeo. Come mai l’appello del Presidente cade nel vuoto? È molto difficile dare spiegazioni. Certamente alla base dell’indifferenza dei politici, gioca la mancanza di ricercatori e di background scientifico fra i Parlamentari, nonché una scuola che continua ad essere improntata su basi letterario-filosofico-giuridiche ignorando l’apporto culturale delle conoscenze scientifiche. Inoltre i ricercatori rappresentano solo il 2.7 per mille dei lavoratori, una piccola minoranza di scarso appeal per i politici.

Fra l’altro una minoranza molto “timida”, poco solidale che cerca solo di sopravvivere in un periodo che è peggio del solito, data la crisi economica. Nessuna forza politica ha “adottato” la ricerca anche perché i tempi della ricerca sono lunghi ed i suoi risultati non sono utili alle campagne elettorali di fine legislatura.. Eppure, se si parla singolarmente con i politici, l’atteggiamento è molto positivo e favorevole a sostenere la ricerca; ma quando si ritrovano insieme…tagliano i fondi per la ricerca! Non solo, non vengono neppure pagate le somme già rendicontate a seguito di precisi contratti. Sono anni che non viene finanziato un Firb, la sigla che definisce la ricerca di base, quella apparentemente senza finalità, ma da cui dipendono molte applicazioni pratiche. Anche se si bandiscono i concorsi per i progetti di ricerca, si devono attendere anni prima di ottenere i soldi. Quando si invocano risorse, si risponde che bisogna spendere meglio i fondi per la ricerca, evitando i finanziamenti a pioggia. Ma quale pioggia? Ci sono solo “nanogoccie”, siamo nella miseria! Come si può programmare l’attività di un ente di ricerca? Quali prospettive possiamo dare ai tanti giovani che comunque sono ancora attratti dalla ricerca cui potrebbero apportare creatività ed entusiasmo? Quelli che hanno avuto la fortuna di avere una formazione se ne vanno all’estero, nei Paesi dove la ricerca è più considerata e dove la crisi è diventata un’occasione per stimolare la ricerca. SILVIO GARATTINI IM 7

 

 

 

 

Amanda, la giustizia e la politica

 

Sospinto da una campagna mediatica affannosa, il processo di Perugia è arrivato fino ai piani alti dei palazzi del potere. Non accade certo tutti i giorni.

Ma non è neppure eccezionale che un governo manifesti interessamento e all’occorrenza anche preoccupazione se un caso giudiziario che si svolge in un altro Paese e coinvolge un proprio cittadino solleva movimenti di opinione o forti reazioni di dissenso nella propria opinione pubblica.

 

E’ passato solo qualche mese dall’arresto di Roman Polanski da parte delle autorità svizzere, sulla base di un mandato di cattura spiccato dalle autorità americane per un delitto da lui commesso quaranta anni fa. La cosa ha fatto scorrere fiumi di inchiostro e ha dato luogo ad esternazioni di rammarico da parte di taluni membri di governo dettate, appunto, dalle reazioni che si sono avute nel Paese di origine del regista, la Polonia, o negli ambienti intellettuali di quello di residenza, la Francia. E non sono mancati, a quel che si sa, degli interventi da parte americana affinché a tali esternazioni gli svizzeri si guardino bene dal dare seguito.

 

Casi in qualche modo simili non sono mancati nei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti negli ultimi decenni. Il caso più celebre di tutti, quello che ha occupato più a lungo le rispettive diplomazie e che venne risolto, per così dire, d’autorità dai due governi, è quello di Silvia Baraldini. Come si ricorderà, l’attivista italiana (così era definita dalla stampa in America) aveva fatto parte negli Anni Settanta negli Stati Uniti di movimenti insurrezionali connessi con i famosi «Black Panthers». Fu condannata nel 1983 da una corte americana a 20 anni di reclusione per concorso nell’evasione di una terrorista che si trovava in prigione, ad altri 20 per appartenenza ad associazione sovversiva e infine ad altri 3 per essersi rifiutata di rispondere alle domande dei giudici durante il dibattito. In tutto 43 anni di carcere.

 

Innumerevoli passi diplomatici furono compiuti dal nostro ambasciatore presso il ministro della Giustizia a Washington e poi dall’allora ministro italiano Diliberto, affinché la Baraldini fosse oggetto di indulto o di riduzioni di pena e comunque di migliore trattamento nella sua reclusione. La sproporzione tra la gravità della pena inflittale e i reati di cui era colpevole - nessun omicidio era tra questi - avevano sollevato in Italia una forte reazione dell’opinione pubblica e la costituzione di un vero e proprio movimento per la sua liberazione. La soluzione fu trovata attraverso una convenzione, detta «di Strasburgo», che prevede che due governi possono concordare tra loro che a un cittadino condannato dalla Corte di uno dei due Paesi sia consentito di scontare la pena prevista in patria anziché all’estero. Quando tale soluzione venne inizialmente proposta, gli americani rifiutavano adducendo che l’Italia avrebbe prima o poi finito con lasciare la Baraldini in libertà, violando così l’accordo e creando un incidente politico tra due Paesi amici. E tuttavia le pressioni si moltiplicarono, gli americani alla fine cedettero e la Baraldini fu consegnata all’Italia nel 1999, dopo aver trascorso quasi venti anni in varie carceri d’oltre Atlantico.

 

Il caso Baraldini aveva, per sua natura, carattere politico. Ma anche casi ben diversi, e quello di Amanda Knox non fa eccezione, rischiano di prendere carattere politico quando sui blog, sulla stampa e perfino da autorevoli membri della maggioranza del Congresso si attribuisce una sentenza come quella di Perugia ai sentimenti anti-americani dei giudici o all’intimidazione dei media o, peggio ancora, alle condizioni di sfacelo e di corruzione in cui verserebbe l’intera magistratura del nostro Paese. Nulla di sorprendente, dunque, che, qualora le pressioni dell’opinione pubblica americana persistano, della cosa si possa venire a parlare, in modo più o meno confidenziale, tra i due governi. Tenendo conto dello stato d’animo prevalente negli Stati Uniti, Hillary Clinton si è detta disponibile ad ascoltare chi pensa che nella sentenza di Perugia «vi sia qualcosa che non va»; ha fatto così, seppur con una certa prudenza, un passo in questa direzione.

 

C’è tuttavia un rischio da non sottovalutare: quando uno stato d’animo che si è prodotto a livello popolare viene implicitamente fatto suo dal proprio governo, spesso le divergenze si accrescono anziché attenuarsi e le posizioni rispettive tendono ad assumere un carattere dichiaratamente nazionalistico. Un fatto di carattere episodico, anche se doloroso, finisce così col lasciare tracce nella memoria storica dell’una e dell’altra parte. Ciò renderebbe in questo caso oltretutto più difficile la necessaria serenità di giudizio quando la sentenza di condanna di Amanda Knox sarà oggetto - e possiamo solo sperare che ciò avvenga al più presto - di riesame in sede di appello. BORIS BIANCHIERI LS 8

 

 

 

Le giuste ragioni del No alla piazza. Il rinnegato Bersani

 

Ha fatto benissimo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani a tenere il suo partito, almeno ufficialmente, lontano dalla manifestazione del «No B-day». Quella che si è conclusa sabato a San Giovanni, infatti, non è stata «la rivoluzione viola », «l'ingresso ufficiale della politica nell'era di internet », «un miracolo italiano », «un giorno che ha cambiato la storia», «la fine decretata della seconda repubblica» come si è subito proclamato con l'abituale sobrietà dalle colonne di Repubblica . In una democrazia che sia minimamente tale cortei e comizi oceanici non cambiano mai realmente il quadro politico. Un anno fa, per esempio, Veltroni radunò al Circo Massimo almeno il doppio dei manifestanti di domenica: e cosa è cambiato? Nulla. Sei mesi dopo, anzi, dovette dimettersi. Comizi e raduni sono al più un segnale. Ma nel nostro caso il «No B-day» non indica uno di quei sommovimenti epocali che a partire dal '68 ci vengono regolarmente annunciati ogni sei mesi, tutte le volte che qualche folla, specie se giovanile, si fa una passeggiata per le vie di Roma e che poi altrettanto regolarmente non avvengono mai. Segnala solo il principale problema politico del Partito democratico: quello di riuscire a difendere e affermare una propria autonoma identità e dunque una propria linea. Un problema che il Pd si tira dietro da quando è nato, ma per risolvere il quale — si deve essere giustamente detto Bersani — la via migliore non può essere certo quella di aderire a una manifestazione che, seppure spontanea, ha però assunto da subito le forme e i contenuti del radicalismo giustizialista dell’Italia dei Valori. Vale a dire di un altro partito, diverso dal Pd e in un senso profondo suo concorrente.

 

I termini della questione sono semplicissimi: se vuole vincere le elezioni il Pd deve conquistare almeno una parte dell'elettorato di centro; ma poiché è ovvio che questo elettorato rifiuta in genere ogni massimalismo, ne consegue che anche il Pd deve fare altrettanto. Può farlo, però, solo se marca la propria distanza da Di Pietro, se sottolinea la propria decisa avversione verso l'antiberlusconismo parossistico dell'ex pm, verso la sua idea che il codice penale e i tribunali siano l'alfa e l'omega di ogni opposizione. In tutti gli altri Paesi avviene così senza problemi: in Germania, per esempio, l'Spd è aperto avversario della Linke (ci fa talvolta degli accordi di governo locale, ma è tutt’altra questione), in Francia i socialisti non aderiscono certo alle manifestazioni dei vari partiti della sinistra trotzkista. Perché solo in Italia, invece, sembra che non possa accadere lo stesso?

 

La risposta è che nell'infinita transizione apertasi a sinistra con il crollo del comunismo, con la fine del Pci e con le sue successive trasformazioni in Pds, Ds e ora Pd, l'elettorato di quella parte ha visto progressivamente disgregarsi qualunque profilo identitario realmente strutturato nel quale riconoscersi.Oltre la naturale vischiosità del passato e la nostalgia autobiografica gli è rimasto solo un insieme di principi — costretti peraltro a mantenersi sul vago, troppo sul vago, per la loro difficile traducibilità nell’Italia del grande ceto medio, per giunta paralizzata da un debito pubblico e da una pressione fiscale smisurati, nonché alle prese con la globalizzazione —; oltre a questi vaghi principi è rimasto soprattutto quello che può definirsi «l’opposizionismo». Cioè la volontà di essere comunque contro, l’idea che ogni compromesso è un «inciucio», ogni minimo accordo uno sporcarsi le mani, che i «nostri» interessi sono sempre legittimi mentre i «loro» mai perché in sostanza «noi» siamo il bene e «loro» il male. Dall’«opposizionismo» al radicalismo massimalistico il passo è brevissimo, come si vede.

 

Il punto cruciale è che quando c’era il Partito comunista almeno due fattori impedivano che tale passo fosse compiuto. Il primo consisteva nel fatto che «loro», gli avversari, erano essenzialmente i cattolici, la Democrazia cristiana, e non era proprio tanto facile dipingere gli uni e l’altra come rappresentanti di un male assoluto: non da ultimo perché in tal modo il «dialogo» con loro sarebbe tra l’altro diventato impossibile. Il secondo fattore era la tradizione comunista plasmata dal leninismo. Una tradizione fatta di diffidenza profonda verso ogni massimalismo che si presentasse come più «radicale», più «coerente»: una tradizione capace di avvalersi dell’estremismo, anche di coltivarlo magari, ma ancora più capace di combatterlo ricorrendo anche ai mezzi più spietati per togliergli qualunque spazio di agibilità politica. Venute meno la tradizione comunista e la sua prassi, è sopravvissuto solo l’«opposizionismo» che ha finito in modo naturale per prendere sempre più spesso, e alla fine in modo abituale, le vesti del massimalismo, minacciando di diventare il vero e unico carattere identitario del popolo di sinistra, a cominciare da quello «democratico».

 

Che l’avversario ora non fosse più la Dc bensì un personaggio come Berlusconi con tutto il carico delle sue gravi, oggettive, «anomalie» è stato certo importante, ma assai di più secondo me ha pesato altro. Da un lato ha contato l’incapacità del Pd di dare una spiegazione vera e plausibile della fine ambigua della Prima Repubblica, nonché delle ragioni, legate intimamente a quella fine, che sole spiegano la comparsa e il successo dello stesso Berlusconi. Dall’altro il vuoto di programmi veri e di proposte politiche precise, di alleanze strategiche convincenti, di lotte sociali vaste, che il nuovo partito non è riuscito a colmare, finendo così per lasciar sussistere solo «l’opposizionismo» massimalista che lo trascina fatalmente nell’abbraccio stritolante di Di Pietro. A mantenere in vita tale «opposizionismo» contribuisce, per finire, lo spregiudicato uso di sponda che ne fa ai vertici del Pd chiunque intenda far capire di non condividere interamente la leadership ufficiale o voglia comunque mostrare di essere qualcosa di diverso, voglia conservare una propria immagine distinta. Il segretario cerca di opporsi al massimalismo? Di costruire un’opposizione più ragionata?

 

Bersani non va al «No B-day»? Ed ecco allora che Bindi, Franceschini e gli altri oligarchi, perfino Veltroni, si precipitano immediatamente per far vedere che no, perbacco!, loro invece ci vanno, loro sì che sono contro: loro per fortuna esistono e lottano per la nostra democrazia insieme a Marco Travaglio e Antonio Di Pietro.

Ernesto Galli della Loggia CdS 7

 

 

 

 

«Il berlusconismo passerà ma il danno culturale è fatto»

 

È a partire da una celeberrima frase dei Promessi sposi riferita alla monaca di Monza – «La sventurata rispose» – che Lella Costa ha trovato il titolo per la sua «quasi autobiografia», scritta in collaborazione con Andrea Casoli per Rizzoli: La sindrome di Gertrude (pp. 252, euro 18,50). Una «malattia» che consiste nel dire sempre di sì agli inviti e alle esperienze che la vita offre: per passione, per noia, per ribellione, per curiosità, per sfinimento. Da mesi Costa presenta il libro su e giù per l’Italia: il prossimo appuntamento è fissato per l’11 dicembre a Parma.

 

Ma non si tratta di un’autobiografia in senso classico, perché l’autrice ha deciso di selezionare i fatti della vita, raccontando in particolare il proprio coinvolgimento sociale e civile, la propria partecipazione alla cosa pubblica in alcuni momenti di «impegno». Perché questa ragazza degli anni ’50, che ha ancora oggi vitalità ed energia da vendere, ha deciso sin da giovane di restituire agli altri qualcosa del molto che aveva ricevuto.

 

«Sono arrivata a fare l’attrice, il mio grande sogno - ci racconta - piuttosto tardi, dopo una stagione di impegno politico a sinistra. Erano anni, il decennio dei ’70 e i primi ’80, in cui si credeva alla politica come assunzione di responsabilità verso la collettività. Questa militanza politica e culturale è stata la mia formazione. E quindi, da quando ho cominciato a lavorare in teatro, ho capito che dovevo utilizzare questo mio lavoro anche per fare qualcosa di buono per gli altri».

 

Ad esempio i detenuti, di cui parla nel suo libro?

«Sono entrata in un carcere, la sezione femminile di San Vittore a Milano, per la prima volta nell’87. Portai un mio spettacolo alle detenute e ne ricevetti un impatto emotivo fortissimo. In quel luogo c’era una compressione incredibile di energie, di voci, di storie. Da allora ho continuato a battermi affinché le porte dei penitenziari si aprano il più possibile a visite dall’esterno. Possono essere attori, scrittori, insegnanti, politici, ma è importante che non si rimuova questa porzione di società, come se non ci appartenesse o come se fosse altro da noi. Quando ho conosciuto detenute che ascoltavano la mia stessa musica, leggevano gli stessi libri che io amavo, magari avevano appeso alle pareti della loro cella i poster delle mie icone di riferimento, ho capito che l’essere dentro o fuori può essere solo una questione di dettagli».

 

Nel libro dedica un capitolo, intitolato «Prigioniero», ad Adriano Sofri...

«Lo conobbi da ragazzo, quando era un leader, e allora non mi era molto simpatico. Mi avvicinai a lui parallelamente allo svolgersi della sua vicenda giudiziaria. Mi colpiva l’acribia con cui egli cercava di ricostruire le cose per mostrare la propria innocenza nell’omicidio Calabresi, pur riconoscendo la propria responsabilità morale per le parole che aveva pronunciato. Sono andata molte volte a trovarlo in carcere e devo dire che conversare con lui è davvero un’esperienza intellettuale. Mi ha sempre colpito il suo rispetto delle regole: pur proclamandosi innocente, non si è mai sottratto ai giudici e ai provvedimenti che venivano emanati contro di lui. Una lezione di civiltà. Per questo mi spiace che sul caso Sofri non si sia ancora riusciti a trovare una soluzione condivisa. Forse la politica è arretrata rispetto alla società civile: le vedove e i figli di Pinelli e Calabresi si sono stretti la mano davanti al presidente Napolitano, ma Sofri continua a rimanere in carcere».

 

Che cosa bisognerebbe fare secondo lei?

«Nel Sudafrica del dopo apartheid si è evitata la guerra civile attraverso un processo di riconciliazione nazionale. Ma il presupposto è fare chiarezza, affermare la verità. In Italia facciamo fatica a raggiungere questa pacificazione, perché, da piazza Fontana in poi, rimangono ancora molte zone d’ombra».

 

Un altro ambito del suo impegno è quello a favore di Emergency.

«Mi sembra importante parlare di Emergency, a breve distanza dalla scomparsa di Teresa Sarti, la moglie di Gino Strada. Il loro mi sembra un lavoro importantissimo per la pace, ma anche per la giustizia e i diritti delle persone».

 

Veniamo al suo lavoro di attrice. Nel libro c’è un capitolo dedicato alla televisione. Come la giudica?

«Nella mia carriera di attrice, ho fatto poca tv e molto teatro. E oggi sono felice di aver scelto un lavoro, il teatro, che non dipende dai funzionari televisivi e dai loro placet, condizionati dal potere politico oltre che dalle loro faide interne. Che non mi chiamino a fare tv non è grave, perché in fondo questo non è la mia vocazione. Trovo invece grave che professionisti del piccolo schermo come Serena Dandini, Fabio Fazio o Milena Gabanelli non sappiano da una stagione all’altra se il loro contratto verrà rinnovato. La tv pubblica non può sprecare così le risorse che ha al suo interno».

 

Come vede la sinistra di oggi?

«La vedo troppo litigiosa. Ci sono troppe sinistre, sinistre troppo piccole e sinistre troppo autoreferenziali. Credo che non dobbiamo perdere tempo e compattarci in azioni politiche unitarie e credibili. Prima o poi questa stagione buia passerà e la sinistra italiana avrebbe tutte le carte in regola per tornare a governare. Ma va riconquistata la fiducia della gente».

 

Quali sono le priorità?

«Mi ha fatto specie che sia stato Gianfranco Fini a richiamare con forza il principio della laicità dello Stato. Questo è un tema che la sinistra non difende con sufficiente forza».

 

Lei ha militato a lungo nelle file del movimento femminista. Che impressione le fa il linguaggio deteriore che oggi spesso si sente usare quando si parla delle donne?

«Se penso alle parole che usa un Berlusconi quando parla di donne, ne rimango disgustata. Esse trasudano una volgarità che alla fine diventa disprezzo, soprattutto perché viene esibita senza alcun ritegno. Ma quello che più mi preoccupa è che milioni di donne italiane gli diano fiducia attraverso il voto. Ciò vuol dire che la subcultura a cui si riferisce Berlusconi è condivisa nel Paese da ampi strati della popolazione. Il Cavaliere è molto abile nell’intercettare questo consenso. Il berlusconismo passerà, ma temo che il danno culturale arrecato al tessuto sociale e civile del nostro Paese sia molto profondo. Le donne italiane hanno fatto molta strada negli ultimi decenni, ma nei tempi più recenti forse ci sono mancati momenti di autoconsapevolezza collettiva e di rappresentazione pubblica dei nostri bisogni e delle nostre istanze».

 

Dunque non ha speranze?

«No, al contrario, sono ottimista. Quando incontro gli spettatori e i lettori a teatro o ai festival letterari come questo di Mantova, vedo che in Italia c’è ancora un sacco di gente perbene, fiduciosa in un cambiamento e capace di attivarsi per promuoverlo. Per questo è importante che la sinistra, con il Pd in testa ma anche con le altre formazioni che dovrebbero tornare in Parlamento, si muova in questa direzione: raccogliere le istanze della gente, coagularle attorno a un progetto forte, dare loro una voce».  di Roberto Carnerotutti gli articoli dell'autore  L’U 8

 

 

 

 

Sullo sfondo la mediazione possibile col Pd

 

Questa volta il Fini di giornata è stato ingiustamente amplificato da tv e siti abituati a leggere quotidianamente, nelle parole del Presidente della Camera, dissensi e prese di distanza dalle posizioni del centrodestra. La distinzione tra reati (punibili con ammenda) e delitti connessi all’immigrazione, per i quali appunto i due anni previsti dalla riforma del «processo breve» potrebbero risultare insufficienti, è assolutamente logica, e non a caso una nota del Pdl l’ha sostanzialmente accolta in serata, invitando in modo implicito la Lega a fare lo stesso.

 

Ma se Fini - che già un mese fa, dal giorno dopo l’accordo con Berlusconi, aveva contestato la pretesa (da parte leghista) esclusione degli immigrati dalla riforma in discussione in Parlamento, dopo la bocciatura del lodo Alfano - ieri ha ritenuto di tornarci su, una ragione dev’esserci. Forse, come molti negli ultimi giorni, anche il Presidente della Camera s’è convinto che il «processo breve», se pure sarà approvato senza modifiche al Senato, non riuscirà dopo a passare alla Camera con la stessa formulazione. Anzi, al minimo, subirà qualche emendamento, e di conseguenza dovrà tornare a Palazzo Madama.

 

E’ anche possibile che, se non proprio Berlusconi, i consiglieri più prudenti del premier in questi giorni stiano valutando la convenienza di un iter così lento e farraginoso rispetto a un eventuale cambio di provvedimento, che potrebbe ricevere dal Pd alla Camera una forma di opposizione meno rigida di quella praticata finora anche al Senato. Le posizioni più recenti del partito di Bersani vanno in questa direzione. E anche se, dopo molte contestazioni interne, è stata smentita l’intervista al Corriere della Sera in cui il vicesegretario Letta riconosceva al presidente del Consiglio la legittimità a difendersi «dal» oltre che «nel» processo, il desiderio di una svolta in materia di giustizia emerge chiaro dal nuovo gruppo dirigente democratico.

 

Le rivelazioni del pentito di mafia Spatuzza e la manifestazione di sabato per il «No Berlusconi-day», pur avendo animato il dibattito interno al maggior partito del centrosinistra, non sembrano aver finora provocato alcun ripensamento, anche se la svolta per ora non c’è stata e non è neppure chiaramente annunciata. Ma nel caso in cui dovesse arrivare durante il passaggio del «processo breve» a Montecitorio, Fini, per coglierla e pilotarla alla Camera - con una mediazione che alla fine converrebbe anche a Berlusconi -, di sicuro è il più adatto. E a quanto ha fatto capire ieri, è anche pronto. MARCELLO SORGI LS 8

 

 

 

 

Il Financial Times su Berlusconi. "Non può governare l'Italia"

 

Un editoriale del più importante quotidiano finanziario europeo "Il premier italiano è sotto assedio e per lui i problemi sono seri" - dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA - Dopo l'editoriale di venerdì scorso dell'Economist, l'autorevole settimanale globale britannico, che gli ha chiesto di dimettersi, stamane anche il Financial Times, più importante quotidiano finanziario d'Europa, afferma che Silvio Berlusconi "non può governare l'Italia". In un commento non firmato nella pagina degli editoriali, espressione della direzione del giornale secondo lo stile della stampa anglosassone, il quotidiano della City afferma che il premier italiano è stato a lungo in grado di restare a galla a dispetto delle controversie che lo circondano; "ma le cose adesso, finalmente, stanno diventando serie per il Cavaliere", osserva l'articolo.

 

Il FT ricorda che nei giorni scorsi Berlusconi è stato accusato in tribunale da un mafioso pentito di avere avuto legami con Cosa Nostra nel mezzo della campagna di attentati dei primi anni '90, accuse negate dal primo ministro ma che "ciononostante mettono in rilievo i suoi legami con Marcello Dell'Utri, un suo stretto collaboratore che sta facendo appello contro una condanna a nove anni di prigione per associazione mafiosa". Il quotidiano londinese elenca quindi gli altri processi che gravano sul leader del Pdl: quello per la corruzione dell'avvocato inglese David Mills, uno riguardante Mediaset, a cui si somma la richiesta di ancora un'altra corte di giustizia del pagamento di una garanzia bancaria sui 750 milioni di euro che la Fininvest è stata condannata a pagare come risarcimento alla Cir di Carlo De Benedetti per la controversa battaglia sull'acquisizione della Mondadori.

 

"Berlusconi è sotto assedio", riassume il Financial Times. Ai suoi problemi giudiziaria si aggiungono la richiesta di sua moglie di un accordo di divorzio "punitivo", la "grande dimostrazione" di protesta del No Berlusconi Day e il fatto che "perfino il suo alleato, Gianfranco Fini, un possibile successore, è stato sentito dire che Berlusconi confonde la leadership con la monarchia assoluta".

 

"E' prematuro dare per spacciato questo scaltro uomo politico, ma sta pattinando su un ghiaccio sottile", conclude l'editoriale. "La lamentela da lui spesso citata secondo cui non può governare e al tempo stesso affrontare una serie di casi in tribunale contro di lui è sicuramente giusta. Il suo governo sta cominciando a trascorrere più tempo a fare i conti con i problemi di Berlusconi che con quelli del paese. Le dure decisioni necessarie per riformare l'economia e le istituzioni italiane non verranno prese finché egli rimane primo ministro". LR 7

 

 

 

 

La ricostruzione. La ricerca della piazza perduta                                                                                                                         

 

Qualche settimana fa scrissi delle riflessioni sul bisogno di casa  reso acuto dalla lontananza  a tempo indeterminato e dalla necessità di  abitare non si sa per quanto tempo alloggi tirati su un fretta e furia, come scatole per abitare, comodi e confortevoli, anche, ma  quanto lontani dalle nostre belle case del centro storico, dalle mura spesse, affacciate su cortili discreti, o con gli alberi che affacciano  le chiome oltre il muro di cinta del giardino. La stessa necessità esistenziale si presenta oggi anche per il centro storico, una prosecuzione della casa sono infatti le vie, le piazzette, i vicoli e gli spazi attraversati quotidianamente, luogo di incontri, di scambi di informazione, di commerci ed attività professionali ed artigianali. Insomma il bisogno di rivivere il centro storico è fortissimo, pari allo sgomento che prende alla necessità di andare a vivere per non si sa quanto tempo nei quartieri nuovi, scollegati fra di loro e dal centro che esiste e resiste, nonostante tutto.

Oggi i giornali riportano che il centro storico dell'Aquila è un fantasma, un  buco nero.

Non è più questa l'opinione di una cittadina in esilio, è il capitolo dedicato all'Aquila nel rapporto annuale del Censis, il quale sostiene che alla rapidità ed efficacia che c'è stata nell' emergenza, corrisponde un ritardo nella ricostruzione del centro storico.

Tuttavia c'è  da segnalare che finalmente la stampa locale pubblica interventi autorevoli sulla ricostruzione del centro storico.   Da citare l'intervento di Antonio Paolucci, oggi direttore dei Musei Vaticani ed ex Ministro dei Beni Culturali,  intervento definito realistico ed ottimista, il quale sostiene che per mettere in moto il circolo delle iniziative utili per far rinascere il centro storico la priorità assoluta  è  di riportarci a vivere  gli aquilani. Questo intervento è  seguito da quello del professor  Alessandro Clementi, che conosce a fondo la città e la sua storia, al quale devo l'uso della parola anastilosi (a me finora ignota), per indicare un concetto che da tempo avevo in mente, ricreare sì la città dove era e come era, ma evitare i falsi, cioè la passiva copiatura del passato. Es.: esiste già il progetto per la ricostruzione del teatro L'Uovo, prestigiosa istituzione culturale che per anni ha operato all'interno della chiesa San Filippo, situata nelle immediate vicinanze della piazza, oggi inagibile. Il progetto prevede un teatro da 400 posti, con annessa una sala prove da 150 posti, foyer-spazio eventi con biglietteria, bouvette, guardaroba, spazi espositivi, uffici, segreteria, sala riunioni, aula didattica, biblioteca, museo e laboratori. Il complesso avrà la forma di un grande uovo, circondato da ampie vetrate. Penso che l'idea è valida e la sua realizzazione arricchirà la città. Le risorse finora sono limitatissime, e non ancora si trova l'area dove realizzare il progetto. 

Già sento il  mugugno dei tanti saputissimi ed eloquenti laudatores temporis acti: “Ma vuoi mettere il vecchio San Filippo con questa roba etc. etc.”. Dovranno  sforzarsi costoro di accettare il fatto che anche nel centro di Aquila ci saranno costruzioni nuove fatte con i materiali e le tecnologie antisismiche di oggi  e quindi con  stili e forme completamente diversi da quelli che usarono gli ingegneri ed architetti dei secoli passati, parimenti belle e rappresentative di cultura ad alto livello,  per le strutture  e le attività che ospiteranno.

  Non più mura in pietra spesse e rassicuranti a racchiudere case ed orti, ma vetrocemento e simili, il che significa  fabbricati con grandi aperture a vetro,  interni  luminosissimi e toccati dal sole, ed esterni ampi, curati  e verdi. Nel centro storico il verde oltre che fonte prima di ossigeno necessario per la vita dovrebbe essere arredo essenziale di spazi esterni. Cito un esempio sorprendente che ho visto di recente, a Strasburgo lo spazio che si estende  fra  le due rotaie della metro  di superficie è tenuto  a prato, perfetto e pulito. E la metro passa frequente e veloce, trasparente persino, si vede l'altro lato della strada attraverso le fiancate. Bellissimo e civilissimo esempio di arredo urbano, impensabile finora da noi, evidentemente possibile.

Quasi quasi mi rallegro all'idea che finalmente il sole potrà arrivare in punti dove non è mai giunto, a gettare luce sulla fitta trama di  viuzze e vicoletti finora oscuri e segreti.   Insomma quelli che pensano  che una volta andati a vivere nei quartieri nuovi esterni alla città tutti saranno felici e non se ne vorranno più andare, sono proprio fuori strada. Per gli aquilani la passeggiata per il corso  non si tocca, è cosa sacra, la piazza principale sta ancora lì, i portici pure, e vogliamo tornarci liberamente per incontrare gli amici, comprare la tenera cicoria selvatica dei prati, i legumi delle nostre campagne e la frutta delle nostre bancarelle.

Emanuela Medoro, de.it.press

 

 

 

 

 

Il caso Pillon e il Paese. Quando l’pnestà diventa una colpa

 

C’È UN pentito anomalo nel calcio: rinnega il bene al posto del male. Bepi Pillon è quell’allenatore con i capelli grigi che sabato scorso ordinò alla sua squadra, l’Ascoli, di far segnare un gol alla Reggina per riparare a un gesto antisportivo grazie al quale i marchigiani erano passati in vantaggio. Una cosa teoricamente normale in un Paese normale è diventata una storia di prima pagina e già questo la dice lunga sulla sensibilità media del cosiddetto uomo della strada. Inutile stupirsi: il comportamento di Pillon ha fatto pendant con quello del tassista che trova una busta piena di soldi e li consegna alla polizia invece di festeggiare in proprio.

Il bello, o se preferite il brutto, doveva ancora venire. I tifosi dell’Ascoli, per cominciare, non si sono fatti attraversare dalla fierezza dell’onestà riparatrice e hanno manifestato il loro dissenso per una partita persa che si poteva vincere. Alcuni opinionisti del pallone hanno stigmatizzato non tanto il fatto, quanto il modo: ci sono tanti sistemi per far segnare un gol agli avversari salvando la forma, cioè l’apparenza. Splendido esempio, questo, da segnalare ai magistrati di Calciopoli. Di più: c’è chi si è spinto a ipotizzare una sanzione sportiva nei confronti dell’Ascoli per consumato illecito.

A questo punto Pillon ha pensato bene di pentirsi pubblicamente. E mentre l’Herald Tribune (ah, questa stampa estera) lo proponeva alla Fifa per il premio Fair Play, una specie di Nobel per la pace del pallone, lui annunciava la retromarcia: non rifarebbe più il nobile gesto di indennizzare un avversario. Il calcio non sembra accusare il colpo dall’alto della sua radicata amoralità. Non a caso il più grande giocatore di sempre, Diego Armando Maradona, viene ancora oggi celebrato per quel gol truffaldino all’Inghilterra per il quale venne addirittura chiamato in causa l’Onnipotente: fu la mano di Dio, non quella di Diego, a lanciare l’Argentina verso la conquista del titolo mondiale nel 1986. Così come è stata più prosaicamente la mano di Henry a regalare alla Francia la qualificazione ai prossimi mondiali del Sudafrica tra le vane proteste degli irlandesi che non si sono imbattuti in un tipo come Bepi Pillon.

Se il calcio è anche in qualche misura lo specchio di un Paese, i conti in fondo tornano. A parte la lettura quotidiana delle cronache giudiziarie, basta spendere una mattinata domenicale per seguire una partita di ragazzini per scoprire che i genitori sono i primi a sconfinare: una madre agguerrita l’altro giorno urlava come un ossessa su un campetto di periferia. «Devi mangiargli le orecchie» intimava al figlio deputato a una marcatura complessa. Come si comporterà da adulto quel potenziale masticatore di lobi? Domanda estendibile ad altre categorie, dalle veline agli apprendisti stregoni.

Naturalmente generalizzare è sempre sbagliato, ma la verità è che l’onestà è un mestiere durissimo pagato male e mai tutelato dai sindacati. Per questo il pentimento di Pillon è, purtroppo, il segno di un ritorno alla normalità. ENRICO MAIDA IM 8

 

 

 

 

 

Guerra, povertà, emarginazione i diritti negati diventano un film

 

Ventidue artisti firmano il progetto "Stories of Human Rights" promosso dall'Onu

Successo nei festival e su Youtube, dove i segmenti più visti sono quelli asiatici e africani - di GIAMPAOLO CADALANU

 

Sono passati più di sessant'anni, ma di strada ce n'è ancora tanta, per realizzare i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, proclamati il 10 dicembre del '48. Ricordarlo con il dono della leggerezza non è semplice, ed ancora meno facile è raccontare i diritti in immagini. Per riuscirci non basta la sensibilità di un singolo, ma può servire l'opera collettiva di 22 registi, quelli che firmano il progetto Stories of Human Rights. "I diritti umani sono la quotidianità, non qualcosa di straordinario. La realtà, non cose sublimi - spiega la coordinatrice del lavoro, Adelina von Fürstenberg - Per questo abbiamo usato cortometraggi di tanti autori diversi, metà cineasti e metà artisti visivi".

 

Il risultato è un film con un approccio non commerciale, che però ha già girato 50 festival e continua a riscuotere applausi ovunque, dalla Francia alla Svizzera, dalla Corea all'Ucraina, passando per la Cina, la Tunisia, Israele. In questi giorni la pellicola prodotta da Arts of the World è presentata in Turchia, poi parteciperà a un festival in Australia. Ma non è solo sul grande schermo: "Il film è su Youtube, e abbiamo scoperto che i frammenti più visti sono dei registi africani o asiatici, non degli occidentali - dice la coordinatrice - Qualcuno è stato visto da più di 150 mila persone".

 

I temi sono sei: cultura, sviluppo, dignità e giustizia, ambiente, genere, partecipazione. Lo sguardo, com'è inevitabile, è molto diverso: a "corti" di impianto cinematografico tradizionale si affiancano le visioni più innovative degli artisti. Ma il filo conduttore è sempre lo stesso: che si guardi attraverso il filtro dell'ironia o con una lente onirica, alla fine resta la coscienza di una condizione umana comune e imprescindibile.

 

"L'idea è quella di un vecchio documentario degli anni Sessanta, Mondo Cane", dice la von Fürstenberg. Ma l'approccio si dimostra molto più pacato già dal titolo, voluto dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. E il tono è sempre lieve, persino nel grottesco dell'incidente stradale che diventa spunto per creazioni di moda, in The Crossing, dell'indiano Murali Nair. O nello sguardo poetico di Dangerous Games, firmato dalla serba Marina Abramovic, dove la guerra si trasforma in un gioco talmente stupido da annoiare anche i bambini. O nella visione dell'italiano Francesco Jodice, che in A Water Tale trasforma in esperienza fantastica l'emergenza ambientale. O nell'ironia del palestinese Hany Abu-Assad, autore di A Boy, a Wall and a Donkey, che si permette di guardare senza ansie di politically correct persino la tragedia del muro costruito da Israele.

 

Frammenti di racconto, tre-quattro minuti ciascuno, che svelano con gli occhi di culture diverse l'assurdità della grettezza verso i propri simili. Ed è la risorsa fondamentale, lo strumento del cortometraggio, che permette il confronto in maniera così immediata da seppellire con il sorriso ogni possibile conflitto. LR 8

 

 

 

 

«Processo breve, è inammissibile escludere il reato di immigrazione»

 

È «inammissibile» escludere il reato di immigrazione clandestina dall'elenco dei reati per i quali si applicherà la nuova norma sul processo breve. Lo ha detto questa mattina il presidente della Camera Gianfranco Fini partecipando a un dibattito su integrazione, accoglienza e diritto di cittadinanza, presso la comunità di Capodarco con Pier Ferdinando Casini e Giuseppe Pisanu.

 

«Cambi - ha detto Fini - quel che attualmente c'è scritto» sulla norma, ovvero che uno dei reati per cui non si applicherà il processo breve è quello di immigrazione clandestina. «È veramente inammissibile che si faccia l'elenco dei reati per cui non è prevista l'applicazione della norma sui tempi ragionevoli del processo e in quell'elenco ci sia l'immigrazione clandestina, che attualmente è sanzionata da una ammenda». «Sarebbe diverso - ha aggiunto il presidente della Camera - se invece di 'reati in materia di immigrazione' ci fosse scritto 'delitti' come riduzione in schiavitù e tratta di esseri umani».

 

«Se è una svista ne prendiamo atto», ha concluso Fini auspicando che si ripeta quanto accaduto nel dibattito sul pacchetto sicurezza per la norma sui cosiddetti medici-spia, che era una norma «lesiva della dignità degli esseri umani».

 

«È una sciocchezza dire che se gli immigrati potessero votare, voterebbero a sinistra», ha poi dichiarato Fini. L'ex leader di An ha spiegato che gli immigrati voterebbero a seconda delle convinzioni politiche. «È un'ammissione di debolezza politica e culturale», ha aggiunto a proposito della convinzione, diffusa nel centrodestra, che il voto andrebbe solo a sinistra.

 

Finale con una battuta. «È bello che si difenda la tradizione come il crocifisso e il presepe, io sono un tradizionalista», ha detto il presidente della Camera in seguito alle recenti polemiche ma senza citare esplicitamente le critiche della Lega Nord all'arcivescovo di milano, card. Dionigi Tettamanzi. «Ma - ha aggiunto Fini - facendo una battuta posso dire che guardando il presepe bisognerebbe rendersi conto che è pieno di extracomuniari». «A partire dallo stesso Gesù», ha ribattuto scherzosamente Casini. Per parte sua pisanu ha concluso ricordando che lo stesso Gesù aveva dovuto «chiedere anche asilo politico». L’U 7

 

 

 

Cgie. Ordine del giorno sui frontalieri approvato dalla Commissione sul lavoro

 

ROMA - Nella riunione del 2 novembre la V Commissione tematica  del CGIE “Formazione, Impresa, Lavoro e Cooperazione”, ha approvato all’unanimità un ordine del giorno presentato dal consigliere Claudio Pozzetti (Frontalieri CGIL).

  Eccone il testo.

  “In seguito alla pubblicazione delle circolari 48/E e 49/E dell’Agenzia delle Entrate in merito al monitoraggio delle attività detenute all’estero, riteniamo opportuno e urgente sottolineare la specificità dei frontalieri fiscali in Svizzera:

- a fronte della convenzione Italia Svizzera del 1974 i frontalieri che risiedono all’interno della fascia di confine di 20 km sono esonerati dalla dichiarazione dei redditi da lavoro dipendente prodotti in qualità di frontalieri, in quanto la convenzione prevede il ristorno diretto di una quota delle imposte trattenute alla fonte all’Italia;

- oltre il 90% dei frontalieri, alla luce di questi accordi bilaterali, non ha presentato dichiarazione dei redditi in Italia;

- i frontalieri interessati sono circa 55.000 provenienti dalle province di Como, Sondrio e Varese in Lombardia, da quella del Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte, dalla Val d’Aosta e dalla provincia autonoma di Bolzano;

- per ottemperare a quanto previsto dalla circolare 48/E (quadro RW, monitoraggio fiscale) gli stessi dovrebbero provvedere a trasmettere un modello Unico tardivo entro il 29/12/2009;

- i numeri dei frontalieri interessati sono chiaramente del tutto incompatibili con la scadenza prevista per la presentazione del modello Unico tardivo.

Premesso ciò

  Al fine di permettere a tutti i soggetti interessati di poter ottemperare alle disposizioni delle circolari sopraccitate, si renderebbe indispensabile una proroga dei termini stabiliti per questa fattispecie almeno alla scadenza del 30/09/2010, prevista per la presentazione della dichiarazione integrativa.

  Si rileva inoltre che le circolari finora emanate dall’Agenzia dell’Entrate si riferiscono al transfrontalierato in genere, senza tener conto delle specificità dei frontalieri con la Svizzera, normata da convenzioni e accordi bilaterali che, in parte, regolamentano le materie trattate.

  A tale proposito segnaliamo che il lavoratore frontaliere con la Svizzera ha l’obbligo di iscrizione alla forma di previdenza complementare, detta II pilastro, la quale non è nelle disponibilità del lavoratore fino a cessazione del rapporto di lavoro.

  Pertanto si ritiene che per sua natura tale forma di previdenza non debba rientrare tra le attività soggette a monitoraggio fiscale da indicare nel quadro RW”. (Inform)

 

 

 

 

Franco Siddi (FNSI): “Il Cgie? Andrebbe più ascoltato, ma il governo latita”

 

Su “Gente d’Italia” intervista al segretario generale della FNSI e presidente della Commissione Informazione del CGIE

 

ROMA - Segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa, Presidente della Commissione Informazione del Cgie, Franco Siddi ha le idee chiare non solo su come dovrebbe essere il futuro del Consiglio generale, ma anche su come l'Italia dovrebbe fare di più per gli italiani residenti all'estero, in particolare per quanto riguarda l'informazione dedicata ai connazionali, argomento che - a colloquio con Gente d'Italia, quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia  - Siddi tocca molto da vicino.

  A margine della seconda giornata di lavori dell'assemblea plenaria del Cgie, che terminerà oggi alla Farnesina, Siddi ammette: “il Consiglio non si può cancellare, "sarebbe sbagliato", ma certamente si deve "riorganizzare la sua funzione". Un organismo, il Cgie, nel quale - è convinto Siddi - c'è molto volontariato: non è quel carrozzone di cui tutti parlano, dice, che succhia solo soldi allo Stato... Insomma, fa capire, con il Cgie non si diventa ricchi. E' la voglia di partecipare che spinge le persone che lo compongono ad andare avanti, anche "per sentirsi protagonisti".

  Con Siddi non potevamo non parlare di stampa e informazione: un'informazione, quella dedicata agli italiani nel mondo, che va aiutata e sostenuta. Magari, nel caso dei quotidiani, pensando a nuovi criteri di valutazione per la concessione dei contributi statali. E - perché no - pensando già a come un giorno poter sostenere l'informazione online, quella che sia "all'insegna del pluralismo e della professionalità".

  Franco Siddi, da che parte va il Cgie dopo la relazione di governo? Qual è il futuro del Consiglio?

  "A sentire il governo e alcuni parlamentari il futuro del consiglio è quasi finito. A vedere la relazione del Cgie c'è un futuro importante. Perché ci sono gli italiani all'estero, e anche la comunità degli italiani che sostengono le politiche per le nostre comunità nel mondo, che ritengono che la società civile non possa scomparire per legge, per decreto, o perché si pensa che tutto sia un fatto tecnico-economico-finanziario. La situazione non è facile, il Cgie ha ancora un ruolo: deve riorganizzare la sua funzione, ma immaginarne la cancellazione credo sia una condizione sbagliata nell'affrontare correttamente i problemi delle varie comunità italiane nel mondo".

  Quando parla di riorganizzazione, è d'accordo con quanto prospettato dalla relazione del governo? Oppure quali idee ha Franco Siddi?

  "Non è un compito che, per la funzione di rappresentanza che svolgo, quella della stampa, spetta a me affrontare in maniera dettagliata. Ritengo però che una sottovalutazione delle espressioni associative e culturali, che sono la ricchezza delle comunità, sia sbagliata. I partiti da soli non risolvono tutto. Quindi, va superata questa sottovalutazione".

  Secondo Siddi, è necessario "non dico fare un po' di pulizia", ma "sistemare un po' di cose: non c'è bisogno di prevedere partecipazioni elefantiache, ma partecipazione mirate". "Rischio di entrare troppo nei dettagli, e non va bene" - continua Siddi a colloquio con Gente d'Italia -, "però noi abbiamo delle duplicazioni qui", all'interno del Cgie, "tra associazioni, partiti e altro. Credo che questo vada un po' evitato, e vada favorita l'espressione più viva e autentica delle comunità". Comunità "che si riuniscono anche in associazioni, ma se momenti associativi poi dopo si moltiplicano in tre o quattro rami, perché così c'è qualche posticino in più, credo che non sia una cosa bella". E certamente, aggiunge il consigliere Cgie, "non è utile". Certo, "può servire in una dinamica di composizione, anche democratica, per carità...".

  O di poltrone?

  "Non lo volevo dire, ma è così. Anche se queste non sono poltrone, sono strapuntini. Anche qui vanno messe le cose al loro posto. Molti pensano al Cgie come un elefante che succhia soldi allo Stato. Onestamente, è un organismo in cui credo ci sia molto volontariato, nonostante tutto. Certamente, è giusto che chi arriva dall'estero abbia il volo rimborsato. Ma i rimborsi oggi sono così irrisori, che solo il volontariato, solo la fiducia in un'attività sociale dà la spinta, a chi c'è, di sentirsi protagonista e attivo. Altrimenti non ci sarebbe ragione per il gettoncino da 100 euro per venire qui o di un rimborso spese che non ti paga nemmeno un albergo decente".

  Siddi è un fiume in piena. "Non è un problema di soddisfazione personale, materiale, che il Cgie risolve. Il Cgie andrebbe più ascoltato, questo è il problema. Il Cgie spesso è costretto in una dimensione autoreferenziale, questo è il suo problema più grande. Anche qui, in questa circostanza, in questa settimana, il governo latita. Non c'è quasi mai l'espressione politica. Ci sono i membri dell'amministrazione dello Stato, ma su una serie di tematiche serve l'interlocuzione politica. Non perchè occorre scegliere se stare a destra o sinistra. Ma perché è la politica che deve risolvere dei problemi. Io penso al mio mondo, al mondo dell'informazione: certe risposte non le può dare il direttore di Rai International: le deve dare l'azienda Rai, il ministro degli Esteri, la politica. Questo vale per i diritti sportivi, così come vale per l'investimento sulla televisione per l'estero, così come vale per considerare o meno se c'è bisogno di aumentare i finanziamenti per la stampa all'estero".

  C'è bisogno di aumentare i finanziamenti per la stampa all'estero?

  "A mio giudizio sì, perché 2 milioni e 60mila euro per la stampa periodica sono una sciocchezza. E' una cifra irrisoria. Ci si lamenta che alcuni periodici non sono strutturati sufficientemente, però si danno soldi a pioggia un po' a tutti, e in realtà non si accontenta nessuno. I soldi dati a pioggia così vanno bene soltanto per quelle realtà a gestione familiare, di chi si fa il giornale in casa. Ma se uno vuol fare un'attività leggermente professionale, qualitativamente più penetrante, non può col contributo dello Stato pensare di fare cose importanti. Invece questo andrebbe fatto, occorrerebbe fare lì un riordino".

  Questo per quanto riguarda i periodici. E i quotidiani?

 

  "La situazione è diversa, perché i quotidiani destinati all'estero sono sotto lo stesso regime della stampa italiana beneficiaria di contributi pubblici, quindi tutto sommato la situazione sembrerebbe migliore. Tuttavia, anche qui ci sono cose da correggere. Più che mettere più soldi, bisogna intanto rivedere le procedure. Per consentire un accesso non facilitato, un accesso rigoroso, con dei parametri chiari e precisi".

 

  Per esempio?

  "Se oggi è difficile, per esempio, certificare i dati di stampa, il parametro principale per calcolare l'entità dei contributi, forse oggi bisogna guardare ad altro. Guardare all'investimento professionale, guardare l'utilizzo di risorse professionali di qualità, quindi giornalisti che professionalmente siano qualificati a farlo, eventualmente guardare la struttura industriale del giornale pubblicato, e su questa base calcolare poi i contributi. E' una richiesta che si sta facendo strada anche in Italia, per i quotidiani italiani; il governo l'ha anche recepita, quindi probabilmente qualche novità interessante ci sarà. Tuttavia, da qui al 2012, anche per i quotidiani in generale, quindi capiterà anche per l'estero, è prevista una riduzione secca della torta a disposizione dello Stato. Quindi ci sono dei rischi notevoli. Per il 2008 e il 2009, si sta cercando disperatamente di mantenere fermo almeno il finanziamento al livello dell'anno precedente; ma per i prossimi due anni le Finanziarie degli anni scorsi prevedono dei tagli consistenti. Questo rischia di creare un impoverimento, e i giornali all'estero ne soffrirebbero probabilmente più di altri, perché hanno un pubblico per certi versi circoscritto, per altri globale. Chi sta nel Sud America diffonde il suo giornale spesso in più paesi,... Ecco, per esempio per i giornali all'estero bisognerebbe pensare a un sostegno per la diffusione: certificata naturalmente".

  Stampa online. Se ne parla in Francia, negli Usa. Cosa fa l'Italia per l'informazione che corre sul web?

  "Per la stampa online si fa ancora poco. Io credo che occorra fare un discorso sull'editoria multimediale, su chi è in grado di lavorare su più piattaforme. Qui, però, l'immaterialità - diciamo così - del lavoro, è più evidente che in altri settori. Occorre allora, se pensiamo al sistema degli interventi pubblici, ancora di più rafforzare i parametri relativi alla struttura imprenditoriale, organizzativa, redazionale. Perchè altrimenti io rischio di finanziare i blogger".

  Crede che in un futuro non lontano in Italia si potrà parlare di un sostegno all'informazione online?

  "Credo che bisognerebbe accelerare. Il pubblico ormai si informa diversamente dal passato. I giovani essenzialmente si informano online. Allora noi dobbiamo garantire che si sostiene il pluralismo dell'informazione considerando anche gli strumenti online, a condizione ovviamente che si tratti di strumenti di informazione in qualche modo certificati. Trovare il modo di individuare un bollino, un bollino di qualità, di professionalità, che merita di essere sostenuto in quanto espressione del pluralismo dell'informazione, e d'informazione professionale".   Ricky Filosa, Gente d'Italia

 

 

 

 

Professionisti all’estero lanciano un appello: fermate la fuga dei giovani italiani

 

ROMA - Con un’iniziativa senza precedenti, sedici giovani professionisti italiani emigrati all’estero hanno scritto una lettera corale al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e ai Presidenti Emeriti Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro e Francesco Cossiga. I sedici firmatari appartengono ad un vasto ventaglio professionale: dal compositore al ricercatore, dall’imprenditore e consulente al professore universitario, dall’ingegnere al funzionario di organizzazione internazionale.

"Illustrissimi Presidenti, negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani sono emigrati all’estero, per fuggire dal Paese più immobile d’Europa. Un concentrato di immeritocrazia, nepotismo e gerontocrazia che ha pochi pari nel Vecchio Continente. Un Paese che preferisce parcheggiare i propri giovani – le forze più creative e innovative della società –, relegandoli in angoli spesso scomodi, tra lavori precari e un welfare state a quasi totale carico della famiglia di origine. Anche per questo l’Italia non è Europa": così inizia la lettera.

I sedici giovani firmatari sono tra i protagonisti del progetto La Fuga dei Talenti, che fa riferimento all’analogo blog (http://fugadeitalenti.wordpress.com) e al libro La Fuga dei Talenti di Sergio Nava (edizioni San Paolo, 2009). Nel loro appello ai quattro Presidenti, scrivono: "Avviate voi per primi, con l’autorità morale di cui godete, il cambiamento. Rendete questo Paese un luogo dove i giovani possano vivere e affermarsi solamente sulla base del proprio merito, senza bisogno di parentele e cooptazioni. Rendete l’Italia una democrazia finalmente compiuta".

I sedici firmatari elencano i motivi per cui hanno lasciato l’Italia e non intendono tornarvi. Tra questi: "Non potrei mai esistere nel mio Paese in quanto compositore di musica classica", denuncia Oscar Bianchi (34 anni, Usa-Germania); "Il valore della meritocrazia non è più rispettato in Italia", aggiunge il ricercatore Luca Candeago (28 anni, Spagna); "Questa Italia, di giorno in giorno, si allontana da quell’ideale di eccellenza che ci aveva portato ad essere una nazione invidiata e rispettata nel mondo”, nota con amarezza l’imprenditore Michele Lanzinger (35 anni, Spagna); "Noi emigrati non percepiamo di poter contare sul sistema-Paese che ci ha formati per anni: non vi è alcun interesse ad instaurare una collaborazione con noi", rincara la docente universitaria Teresa Fiore (39 anni, Usa).

Allo stesso tempo, hanno le idee chiare su cosa li spingerebbe a tornare: "Potrei tornare se il mio Paese si trasformasse in una Meritocrazia", sintetizza il consulente Giuliano Gasparini (33 anni, Spagna); "Rientrerei, se la tassazione più elevata e la minore retribuzione italiana venissero compensate da una riduzione temporanea dell’aliquota fiscale", propone l’altro consulente Francesco Dellisanti (33 anni, UK); "Tornerei, se l’università italiana diventasse un sistema aperto, in grado di offrirmi delle reali possibilità di lavoro", scrive la docente universitaria Cristina Cammarano (36 anni, Usa); "Rientrerei, se l’Italia diventasse un Paese aperto ed economicamente dinamico", chiosa la designer Patrizia Iacino (38 anni, Usa).

"Illustrissimi Presidenti, siamo consapevoli delle enormi difficoltà da affrontare per invertire questo processo emorragico, ma affidiamo alle Vostre mani questa lettera, nella speranza che diventi possibile immaginare un futuro meno nomade per i giovani talenti italiani": questo l’appello finale.

La lettera è stata inviata per conoscenza anche ai Presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, e al Ministro della Gioventù Giorgia Meloni. (aise) 

 

 

 

 

Nasce www.giovanitaliani.it, il sito dei giovani italiani all’estero

 

Presentato il social network per la rete dei giovani connazionali residenti all’estero, coordinato dal Mae e ora affidato alla gestione dei diretti protagonisti

 

  ROMA – E’ stato presentato questa mattina all’assemblea plenaria del Cgie, nel corso degli interventi dei giovani provenienti dall’estero, il sito internet dedicato proprio ai giovani connazionali nel mondo, chiesto dai ragazzi durante i lavori della loro Prima Conferenza e coordinato dal ministero degli Affari Esteri.

  A presentare il sito, nella seconda giornata di lavori della plenaria, Stefano Caliciuri, portavoce del sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica.

  Si tratta di un social network, disponibile da oggi pomeriggio all’indirizzo www.giovanitialiani.it che consentirà ai giovani residenti all’estero di mantenere e allacciare i contatti con lo strumento oggi più in voga tra le giovani generazioni.

 

  Caliciuri ha mostrato in sala la home page del nuovo sito che consente, attraverso una registrazione – con username e password – la creazione di un profilo, la possibilità di accedere alle notizie inserite dalla redazione e dagli iscritti, la possibilità di creare e mantenere i contatti tra gli utenti della rete. Quattro i canali tematici a diposizione: il primo relativo a studio e lavoro, il secondo sul tempo libero, il terzo sugli eventi e l’ultimo su notizie utili e aggiornamenti.

  Nella home page, oltre al messaggio di benvenuto, in ordine cronologico vengono inserite le informazioni messe on line dagli utenti.

  Tra le funzionalità, oltre alla ricerca di amici o altri iscritti, vi è la possibilità di vedere “cosa fanno gli italiani nel mondo”, ossia di avere una suddivisione degli utenti per professione, - operazione che potrebbe favorire scambi occupazionali anche per breve periodo - oppure per Paese.

  Infine, un sondaggio per tutti gli iscritti: quello attualmente on line interroga i nuovi arrivati proprio sulle prime impressioni relative al social network predisposto dal Mae.

  Uno strumento che ora viene lasciato ai giovani, affinché lo plasmino a loro immagine con creatività e spirito di iniziativa, e apprezzato anche dalla direzione generale per gli Italiani all’estero e le Politiche migratorie. Carla Zuppetti, infatti, presente in sala per ascoltare gli interventi dei giovani italiani e di origine italiana, si è rallegrata dell’iniziativa, sottolineando il fatto che saranno proprio i giovani gli amministratori del sito: si sta pensando, attraverso la convenzione che il Mae ha in essere con il Crui – la Conferenza dei rettori delle università italiane – di prevedere stage per i ragazzi utili al mantenimento e alla cura di questa nuova iniziativa.

  “Più avanti faremo certamente un bilancio del successo di questo sito – ha detto il direttore generale Carla Zuppetti, invitando i giovani ad utilizzare questo strumento. “Non sia però l’unico strumento per ritrovarvi – ha proseguito – ma proseguite con la vostra partecipazione ai lavori dei diversi organismi rappresentativi con cui avete cominciato a dialogare”. La Zuppetti, complimentandosi con i ragazzi per la “capacità di analisi, di concretezza ed efficacia dimostrata nel corso degli interventi”, ha ribadito il suo sostegno alla loro partecipazione a Comites e Cgie. “E’ assolutamente positivo che Cgie e Comites, pur nei vincoli posti dai binari legislativi, trovino i modi per garantirvi uno spazio di partecipazione il più ampio possibile, - ha detto il direttore generale - capace di innescare quel processo di ricambio generazionale che alimenta tutto il meccanismo della rappresentanza”. “Il massimo sostegno verrà da parte mia anche affinché vi venga garantita una partecipazione istituzionale in questi organismi – ha concluso Carla Zuppetti, auspicando il coinvolgimento dei giovani anche alle riunioni annuali dei consiglieri con i rappresentanti dello Stato italiano all’opera nelle sedi diplomatiche all’estero. (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 

Il Governo respinge i due emendamenti sull’editoria italiana all’estero. Ricorso dell’on. Narducci

 

Roma- I due emendamenti sull’editoria italiana all’estero dell’on. Franco Narducci, che recano anche le firme dei deputati Marco Fedi e Gino Bucchino, sono stati dichiarati ”inammissibili per estraneità di materia” dal Governo. Ll’on. Narducci ha presentato ricorso e, nel contempo, ha sollecitato un intervento da parte della Commissione Informazione del CGIE.

I due emendamenti proponevano sia modifiche normative sia un limitato incremento dello stanziamento previsto dalla legge 416 a favore di giornali e pubblicazioni italiani editi all’estero o editi in Italia ma prevalentemente diffusi all’estero. Di rilevante significato l’intervento normativo che, prendendo spunto dall’aumento dello stanziamento, prevedeva, da un lato, la modifica della composizione della Commissione, istituita dal DPR n.48 del febbraio 1983, divenuta del tutto anacronistica, e, dall’altro, l’emanazione di un successivo regolamento di attuazione per l’aggiornamento dei criteri di concessione dei contributi. Il secondo emendamento prevedeva l’estensione alla stampa italiana all’estero e per l’estero di una normativa introdotta dal comma 53 dell’art.1 della finanziaria 2010.

Questi i testi dei due emendamenti, che in ogni caso saranno ripresentati in Aula.

“Dopo il comma 53 aggiungere i seguenti:

53-bis. Ai sensi del terzo comma dell'articolo 26 della legge 15 agosto 1981, n. 416 e dell'articolo 3 della legge 7 marzo 2001 n. 62, è autorizzata la corresponsione di un importo di 300 mila euro per ciascuno degli anni 2010, 2011 e 2012, in favore di giornali e riviste italiani pubblicati all'estero e di pubblicazioni edite in Italia e diffuse prevalentemente all'estero.

53-ter. Ai fini della definizione dei criteri e delle modalità di concessione del contributo di cui al comma precedente, all'articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica del 15 febbraio 1983, n. 48, concernente norme di attuazione dell'articolo, 26 della legge 15 agosto 1981, n. 416, dopo le parole: a commissione è composta da:, sono aggiunte le seguenti: un rappresentante della Federazione Unitaria della Stampa Italiana all'Estero (FUSIE), un rappresentante della Commissione Informazione del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero (CGIE), un rappresentante e della Consulta nazionale dell'emigrazione (CNE). Per quanto concerne la definizione di criteri e modalità di concessione dei contributi di cui al precedente comma, anche ai sensi dell'articolo 44 del decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, si provvede con successivo regolamento di attuazione della Presidenza del Consiglio dei ministri atto a modificare il decreto del Presidente della Repubblica n. 48, del 1983, e da emanare entro novanta giorni dall'entrata in vigore della presente legge.

Conseguentemente, all'articolo 3, comma 2, aggiungere le parole: ivi comprese le variazioni di cui al periodo successivo. Le dotazioni di parte corrente, relative alle autorizzazioni di spesa di cui alla predetta Tabella C, i cui stanziamenti sono ritti in bilancio come spese rimodulabili, sono ridotte in maniera lineare per un importo pari 300 mila euro per ciascuno degli anni 2010, 2011 e 2012.”( 2. 1630. Narducci, Fedi, Bucchino).”.

“Al comma 53, aggiungere in fine le seguenti parole: , nonché in favore di giornali e riviste italiani pubblicati all'estero e di pubblicazioni edite in Italia e diffuse prevalentemente all'estero, ai sensi del terzo comma dell'articolo 26 della legge 15 agosto 1981, n. 416 e dell'articolo 44 del decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, con spettanza dei contributi fino a concorrenza proporzionale degli stessi tra gli aventi diritto.(2. 1632. Narducci, Fedi, Bucchino).”. (aise) 

 

 

 

Il viceministro per il commercio estero Adolfo Urso a Ginevra

 

La Missione Permanente, insieme alla Camera di Commercio italiana per la Svizzera, hanno organizzato un incontro, nell’hotel Intercontinental di Ginevra, con il Vice Ministro italiano al Commercio internazionale Adolfo Urso, in occasione della Conferenza dell’OMC. Come la Dott.ssa Marilena Berardo, in rappresentanza della Camera del Commercio italiana, ha evidenziato nella sua presentazione, l’incontro diurno con il Vice Ministro ha dato la possibilità ai rappresentanti della Camera di Commercio italiana a Ginevra, presenti per l’avvenimento, di porre domande ed avere un dialogo diretto con Urso, prima della Conferenza, in visione di quella collaborazione che la Camera di Commercio ricerca nelle relazioni bilaterali Italia - Svizzera. Di fatti, all’incontro erano presenti alcuni autorevoli rappresentanti italiani di diversi settori dell’industria.

Adolfo Urso, introdotto da S.E. l’Ambasciatore Laura Mirachian, Capo della Rappresentanza permanente presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, accompagnata dal Ministro Pasquale D’Avino, ha affermato che quest’anno, durante la Conferenza, nell’affrontare l’argomento generale sull'abolizione o riduzione delle barriere tariffarie nel commercio internazionale, bisognerà perseguire un’armonizzazione ed omogeneità delle normative doganali, per evitare che ogni singolo Paese possa modificare, secondo le proprie esigenze o per protezionismo, tali regolamentazioni, evitando così di dover sottostare alla loro discrezionalità. Obiettivo dell’OMC è, infatti, garantire, verso tutti i membri dell'organizzazione, lo "status" di "nazione più favorita" (most favourite nation): le condizioni applicate al paese più favorito (vale a dire quello cui vengono applicate il minor numero di restrizioni) sono applicate (salvo alcune eccezioni minori) a tutti gli altri stati.

Il Vice Ministro Urso ha, infine, sottolineato, nel suo discorso, l'importanza della coesione tra la politica commerciale e quella ambientale e sociale, per una migliore collaborazione tra le organizzazioni internazionali specializzate in questi settori.

Istituito il primo gennaio 1995, l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), conosciuta anche con il nome inglese di World Trade Organization (WTO), con sede a Ginevra, conta 153 Paesi aderenti, stando al luglio del 2008, i quali costituiscono circa il 97% del commercio mondiale di beni e servizi.

Il WTO è un'organizzazione internazionale creata allo scopo di supervisionare numerosi accordi commerciali tra gli stati membri. Essa ha assunto, nell'ambito della regolamentazione del commercio mondiale, il ruolo precedentemente detenuto dal GATT (General Agreement on Trade and Tariffs, creato nel 1947) a differenza del quale, però, il WTO prevede una struttura comparabile a quella di analoghi organismi internazionali. Inoltre, oggetto della normativa del WTO sono, oltre che i beni commerciali, anche i servizi e le proprietà intellettuali.

In occasione della settima Conferenza ministeriale ordinaria dell'Organizzazione mondiale del commercio, che si è svolta dal 30 novembre al 2 dicembre 2009 a Ginevra, i ministri presenti saranno invitati a soffermarsi sul ruolo dell'OMC, nel quadro economico attuale. Oltre che sulla verifica delle attività dell'OMC, le discussioni verteranno in particolare sull’apporto dell'OMC nella gestione della crisi economica. R. Paternoster e C.Vaccaro, De.it.press

 

 

 

 

 

Manifestazione di Cgil e Unia il 10 dicembre a Lugano. “I frontalieri non sono evasori fiscali”

 

Lugano - "Ci siamo rotti! Basta, i frontalieri non sono evasori fiscali!". Questo lo slogan della manifestazione indetta da Cgil e Unia per il prossimo 10 dicembre dalle 17 a Piazza Dante a Lugano per protestare contro lo scudo e il monitoraggio fiscale ai lavoratori frontalieri.

"La decisione di manifestare il 10 dicembre a Lugano – spiega Sergio Aureli, Segretario Sindacale Frontalieri dell’Unia Ticino e Moesa – è stata presa direttamente dai lavoratori frontalieri durante le decine di assemblee organizzate dal sindacato UNIA e CGIL con all'ordine del giorno lo scudo fiscale ed al monitoraggio fiscale e svoltesi nei comuni di frontiera nelle provincie di Como, Varese, Sondrio e Verbano Cusio Ossola nonché presso le maggiori aziende del territorio ticinese e terminate domenica 22 novembre".

Obiettivo della manifestazione quello di "ribadire al governo italiano la necessità di esonerare come per altri soggetti (es. Cittadini di campione d'Italia), i lavoratori frontalieri dall'applicazione dello scudo fiscale e dal monitoraggio fiscale" e di "portare a conoscenza del governo italiano che esistono, nel mondo economico nazionale, anche dei lavoratori particolari, i cosiddetti lavoratori frontalieri che a causa della loro debole se non assente rappresentanza politica diretta (uno o più rappresentanti dei lavoratori frontalieri al governo) si vedono dimenticati o trascurati durante le prese di posizione negli accordi internazionali e di categoria B", che riguardano, cioè, i frontalieri che risiedono oltre i 20 chilometri dalla frontiera.

Aureli, quindi ricorda che "la ricchezza da loro prodotta non rappresenta una esportazione di capitali, ma una importazione di capitali dalla Svizzera all'Italia che è assoggettata, per quanto concerne l'imposizione fiscale, ad un accordo del 3 ottobre 1974.

Con la manifestazione del 10 dicembre, dunque, "si intende ribadire come, questi lavoratori che sul territorio svizzero sono circa 52'000, rappresentino per il territorio di confine una enorme ricchezza calcola in ben 40 milioni di euro (ristorni di imposte alla fonte pagate all'anno dai lavoratori e che vengono versati dalla Svizzera all'Italia e poi riversati ai comuni di frontiera), senza contare che attraverso i loro salari percepiti in Svizzera, spendono 1.200 milioni di euro di salari sul territorio di confine". (aise)

 

 

 

 

E’ uscito “Bellunesi nel Mondo” di dicembre

 

Belluno - Con l’augurio, in copertina, di “Buon Natale sulla neve” accompagnato da una splendida foto dei campi di sci, si apre “Bellunesi nel Mondo” di dicembre. Al Natale, ai sentimenti che la festività suscita soprattutto nel doloroso ricordo di chi ci ha lasciato quest’anno (in particolare don Domenico Cassol ed Emilio Dall’Acqua), ma anche con un senso di speranza per il futuro, si ispira l’editoriale del direttore Vincenzo Barcelloni, così come al Natale si richiama una riflessione  di Pia Stadler sulla edificante storia di Karin Oertle (figlia di una socia ABM), assistente cieca all’ospedale di Zurigo, e, sempre sul Natale, un originale pensiero di don Umberto Antoniol.

  Il giornale prosegue con una serie di articoli di indubbio interesse: un’indagine sull’immigrazione, le attività del Coordinamento dei Giovani Veneti nel mondo, la firma dell’accordo tra l’Associazione industriali di Belluno e l’omologa di Caxias do Sul (Brasile), un’azienda di Sedico fornitrice dei serramenti di un avveniristico hotel di Dubai, i premiati della decima edizione del “Premio ai Bellunesi che hanno onorato la Provincia”, l’inaugurazione del Museo dell’emigrazione a Roma, l’assemblea della CAVES in Svizzera, eccetera.

  Una pagina di Gioachino Bratti presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo ricorda ancora don Domenico Cassol, riportando anche eloquenti e toccanti parole di  compianto che sono giunte all’ABM da parte di diverse persone.  Ne “Alla scoperta del Veneto in Brasile”, Ivano Pocchiesa   riassume, anche con molte foto, il recente riuscito  viaggio di un gruppo di Bellunesi in Brasile. (Inform)

 

 

 

 

Progetti. Un annuario delle associazioni italiane attive all’estero

 

ROMA - Un annuario aggiornato che registri tutte le associazioni italiane attive all’estero: è il progetto messo in cantiere dall’officina dell’arte, associazione culturale presieduta a Roma da Fabrizio Conti.

"La nostra Associazione – spiega Conti – sta completando il censimento delle Associazioni italiane nel mondo e delle Associazioni degli emigrati italiani residenti all’estero, lavoro che darà vita alla prima pubblicazione, sino ad ora mai edita in Italia, di un "Annuario 2010 delle Associazioni italiane nel Mondo", fornendo un’opera, con i dati di reperimento rilevati e quelli di informazione sull’attività svolta dalle associazioni, attualizzati a tutto il 2009, che rappresenterà un importante strumento di lavoro per gli operatori interessati in Italia ed all’estero".

Per aggiornare il volume con dati certi e dettagliati, Conti invita tutti gli interessati ad inviare via mail (fabrconti@gmail.com) tutti i dati informativi indispensabili ad un immediato contatto, da parte di tutti gli addetti interessati, con le varie associazioni e cioè telefoni, fax, indirizzo completo di codice di avviamento postale, città, nazione, e-mail, finalità associative, numero soci, generalità complete di Presidente e Vice Presidente. (aise) 

 

 

 

Consegnato il Premio del Volontariato Internazionale 2009: “La cooperazione risposta concreta al fenomeno migratorio”

 

  ROMA,- E' stato consegnato sabato mattina 5 dicembre il Premio del Volontariato Internazionale 2009, organizzato dalla Focsiv in occasione della Giornata Mondiale del Volontariato, indetta dalle Nazioni Unite. I premiati, che hanno ricevuto in dono due medaglie della Presidenza della Repubblica, sono una coppia di giovani sposi - Marco Robella e Venusia Govetto - volontari in Senegal con l'Organismo CISV associato alla Focsiv, impegnati l'uno nel settore del turismo responsabile, l'altra nella microfinanza.

  La premiazione -  preceduta da  una tavola rotonda sul tema della transnazionalità, intesa come legame tra immigrazione e progetti di cooperazione, moderata da Carlo Romeo, direttore del Segretariato sociale della RAI, partner della Focsiv in questa iniziativa - è stata presentata da dall’attore e regista Antonello Fassari, testimonial della Focsiv.

  Come ha sottolineato Sergio Marelli, direttore generale della Focsiv "dal connubio tra migrazione e cooperazione internazionale dipende il futuro non solo delle migrazioni stesse ma anche di uno sviluppo rispettoso dei diritti e della dignità di tutte le persone nel Nord e nel Sud del mondo". In particolare Marelli ha dichiarato che oggi lo stato delle cose in Italia in tema di immigrazione è tale che paradossalmente la Focsiv sostiene le stesse posizioni del leader leghista Umberto Bossi, ovvero che "i migranti vanno aiutati a casa loro" anche se diametralmente opposte, "naturalmente, sono le premesse culturali e le motivazioni ultime per cui diciamo la stessa cosa".

  "Lo sviluppo autentico dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l'uno accanto all'altro - ha detto mons. Agostino Marchetto segretario del Pontificio Consiglio dei Migranti e Itineranti -. Mi pare che questo sia il contesto del volontariato che oggi premiamo". Che si tratti di microporgetti o grandi realizzazioni, "il volontariato è chiamato ad essere in ogni caso scuola di vita soprattutto per i giovani, contribuendo a educarli ad una cultura di solidarietà e di accoglienza, aperta al dona gratuito di sé" ha aggiunto Marchetto.

  Alla tavola rotonda  sono intervenuti,  inoltre, Maurizio Silveri direttore generale Immigrazione Ministero del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali, Peter Schatzer direttore dell'Ufficio Regionale per il Mediterraneo e capo della missione italiana dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni , don Giusto Truglia condirettore di Famiglia Cristiana.

  L'evento si è concluso con la proiezione del video di Stefano Belardini, "A sud del fiume Senegal - Solidarietà formato... Famiglia", che racconta l’esperienza di Marco e Venusia, realizzato da FOCSIV e Segretariato Sociale RAI in collaborazione con il TG1, in Senegal. (Inform)

 

 

 

 

Italienische Mozzarella made in Berlin. Berliner Weiße. Wenn der Teig rennt...

 

Im Industriegebiet des Bezirks Tempelhof stellt eine italienische Firma Bio-Mozzarella her - und beliefert von hier aus sogar den Heimatmarkt südlich der Alpen und die USA. Von Ulrike Sauer, Berlin

 

Es ist schwierig, in Berlin Italienier zu sein - besonders, wenn man Mozzarella herstellt. Beim KaDeWe kommen die weichen, blütenweißen Käsekugeln aus der Volkmarstraße im Berliner Stadtteil Tempelhof nicht ins Sortiment - nicht italienisch genug. Lieber karrt das Kaufhaus mild schmeckende Bällchen aus Italien heran. Dabei wird in der deutschen Hauptstadt nach Originalrezeptur produziert - und von hieraus sogar das wählerische Italien beliefert.

Die Großinvestition des süditalienischen Käseherstellers Francia in der deutschen Hauptstadt hat sich gelohnt. Das Familienunternehmen aus Sonnino, rund 100 Kilometer südlich von Rom gelegen, ist inzwischen eine der Berliner Wachstumsfirmen - Francia macht aber kein Hightech, sondern verarbeitet täglich 150.000 Litern frische Milch.

 

Was den Firmengründer Alceo Francia vor 16 Jahren nach Berlin zog, war die deutsche Milch und die Knappheit des "weißen Golds" in Italien. Der Brühkäse Mozzarella ist typisch für die Fähigkeit der Italiener, aus gewöhnlichen Rohstoffen kulinarische Köstlichkeiten zu gewinnen - eine Kunst, die man südlich der Alpen seit Jahrhunderten beherrscht. Kuhmilch gibt es in Brandenburg nicht nur reichlich, sondern auch in höherer Qualität als daheim im heißen Latium. Der Landarbeitersohn, der 1966 mitten im trockengelegten Sumpfgebiet zwischen Rom und Neapel die Käserei Gebrüder Francia gegründet hatte, handelte. "Er erkannte, dass sich in Berlin eine Tür öffnet", sagt Pier Luigi Verga, heute Chef der deutschen Unternehmenstochter.

 

15 Millionen Euro investiert - Vier Jahre vor seinem Tod steckte Francia 2003 rund 15 Millionen Euro in den Standort Berlin, den einzigen fern der beiden Stammwerke in Italien. Die Mozzarella- und Ricotta-Herstellung zog in eine ehemalige Pappkartonfabrik nach Tempelhof. Seither hat sich die Produktion verdreifacht. Der Absatz der Käsespezialitäten außerhalb Italiens stieg kräftig an. Verkaufte Francia in der Anfangszeit 95 Prozent der Produktion in der Heimat, so geht heute nur noch die Hälfte nach Italien. Den Rest liefern die Berliner an die Gastronomie und in den gut sortierten Lebensmittelhandel in Deutschland, in weiteren 16 europäischen Ländern und in den USA. Der Umsatz kletterte auf 16 Millionen Euro.

 

Vier Molkereien aus dem Brandenburger Umland liefern täglich die Milch. Berliner Spezialität ist Bio-Mozzarella, den Francia in Italien nicht herstellt. In Sonnino erwirtschaftet das Stammunternehmen rund 75 Millionen Euro. Aus Sonnino stammt auch Giovanni Paparelli, den bei Francia alle Nino nennen. Nino knetet und zieht Mozzarella, seitdem er 13 Jahre alt ist. In Berlin übernahm der heute 62-Jährige 1998 als Käsemeister die Verantwortung für die Mozzarella-Sparte. "Es ist kein Unterschied mehr zu schmecken zwischen der in Italien und der bei uns in Berlin hergestellten Kuhmilch-Mozzarella", versichert Nino. Zurück zieht es Nino nicht. Mit seinem eigenen Unternehmen "La Torretta" hatte er Ärger bekommen mit der Finanzpolizei wegen nicht bezahlter Milchquoten. Die Firma ging nach einer Razzia den Bach runter. Er suchte in Berlin sein Glück.

 Aus der Kantine, wo der Koch Antonio den 51 Francia-Beschäftigten Melanzane alla Parmigiana serviert, guckt Nino nun auf das Finanzamt in der Volkmarstraße. In seinem kleinen Büro, aus dem er hinter einer Glasscheibe die Mozzarella-Produktion per Computer steuert, hängt ein unfreundliches Gedicht von Roberto Benigni über Italiens Regierungschef Silvio Berlusconi. "Den kann ich nicht ausstehen", knurrt Nino.

 

Milch rein, Mozarella raus - Ninos Büro ist das Herz der Francia Mozzarella GmbH. Manager Verga ist stolz auf die Kombination aus traditionellem Handwerkskönnen, italienischen Rezepten und hoch industrialisierten Produktionsverfahren. "Es kommt Milch rein und Mozzarella raus", sagt der Wirtschaftsprüfer aus Verona, der viele Jahre den Lebensmittelhersteller Eismann in Düsseldorf geleitet hat. Doch die nötige Zeit dafür nimmt man sich in Tempelhof. Um Mitternacht werden der Milch erst natürliche Starterkulturen und dann Lab zugefügt. Der Käseteig reift vier Stunden lang, bevor das Ziehen des Käses beginnt. Künstliche Zitronensäure, die von anderen Großherstellern gewöhnlich beigemischt wird, verwendet Francia nicht. Der Zusatzstoff E 330 beschleunigt die natürliche Reifung und standardisiert sie. Er verleiht der Mozzarella aber auch eine gummiartige Konsistenz. Traditionelle Käser sind dafür stark auf ihre Erfahrung angewiesen.

Steigt der PH-Wert zu schnell, "rennt der Teig", sagt Nino. Das hat die unerwünschte Nebenwirkung, dass das Verfallsdatum näher rückt. "Retardiert" der Käse, wird er zu hart. "Ich fühle die Milch", sagt Nino, der seit 50 Jahren an den dampfenden Bottichen schwitzt. Dennoch verweist man bei Francia stolz darauf, dass Tempelhof zu den modernsten Mozzarella-Produktionsstätten Europas gehört. Käsegüte, Biosiegel und Qualitätsmanagement - alles ließ Verga zertifizieren. Auch 1750 Kilometer entfernt in der Mozzarella-Gegend um Sonnino fahren täglich die Tanklastzüge mit deutscher Milch auf den Hof.

Ist Mozzarella aus Sonnino so gesehen überhaupt italienischer als die Vergas? Nur 35 Prozent der Beschäftigten sind bei Francia in Berlin Italiener. Firmensprache ist Italienisch. In der Kantine laufen die Mittagsnachrichten der RAI. Und die Brandenburgerin Ulrike Dettmann, die den Verkauf bei Francia in Berlin leitet und zuvor in Rom bei Mercedes und bei Lidl in Verona gearbeitet hat, erlebt nun hautnah die Probleme eines italienischen Familienunternehmens, dessen Geschicke neun gleichberechtigte Vettern und Cousinen bestimmen. SZ 8

 

 

 

Klimagipfel Kopenhagen. Hohe Erwartungen an Klimagipfel

 

Die Welt blickt auf Kopenhagen. Ab heute verhandeln in der dänischen Hauptstadt Regierungsvertreter aller 192 Uno-Staaten zwölf Tage über ein Klimaschutzabkommen. Die Erwartungen sind hoch - und unrealistisch.

 

US-Präsident Barack Obama kündigte an, doch noch persönlich zur entscheidenden Schlussphase der Konferenz am 18. Dezember anzureisen - er weckte damit neue Hoffnungen auf einen Durchbruch. Das Ringen um eine Begrenzung der globalen Erderwärmung gilt als Jahrhundertaufgabe. Bereits jetzt leiden viele Menschen unter den Auswirkungen der Klima-Veränderung. Wird die Erderwärmung nicht auf zwei Grad Celcius im Vergleich zur Zeit vor der Industrialisierung begrenzt, so drohen Städte wie Venedig oder ganze Inselstaaten wie die Malediven zu versinken.

Ungesicherte Versprechen der USA

 

Zugleich reist Obama mit gebundenen Händen nach Kopenhagen, da die für amerikanische Verhältnisse ambitionierten Klimaschutzziele per Gesetz abgesegnet werden müssen, das frühestens im Frühjahr 2010 den Senat und den Kongress passieren wird.

 

Bisher steht im Raum, dass die USA, größter Kohlendioxid-Emittent nach China, den CO2-Ausstoß bis 2020 um 20 Prozent im Vergleich zu 2005 senken wollen. Außerdem ist die Einführung eines Emissionshandels mit Verschmutzungsrechten geplant.

 

Deutsche Doppelstrategie - Die Bundesregierung warnte mit Nachdruck vor einem Scheitern der Verhandlungen, richtet sich aber zugleich darauf ein, dass in Kopenhagen kein rechtsverbindliches internationales Klimaschutzabkommen für die Zeit nach 2012 vereinbart wird. Stattdessen haben die Regierungsfraktionen von CDU/CSU und FDP im Bundestag einen Antrag verabschiedet, wonach die Bundesregierung "darauf hinzuarbeiten" habe, "dass in Kopenhagen zumindest eine Entscheidung über die Kernpunkte des künftigen Abkommens getroffen wird." Dieses "rechtsverbindliche Abkommen" solle dann im Idealfall im "ersten Halbjahr 2010" ausgearbeitet werden.

 

Die zwei wesentlichen Kernpunkte sind:

- die Festlegung konkreter Vorgaben zur Emissionsminderung durch Industrie- und Entwicklungsländer

- die Finanzierung des Klimaschutzes und der Klimaanpassung

 

Die Regierungsfraktionen fordern in ihrem Antrag, dass sich die Bundesregierung dafür einsetzen möge, dass die Industrieländer "ihre Emissionen bis 2020 um mindestens 25 bis 40 Prozent gegenüber 1990 und bis 2050 um 80 bis 95 Prozent gegenüber 1990" senken.

 

Damit klafft bereits eine große Lücke zwischen den deutschen und den amerikanischen Verhandlungszielen.

 

Chinas Selbstverpflichtung - Ein schwieriger Verhandlungspartner wird auch China. "Kopenhagen kann ohne China kein Erfolg sein", sagte Bundeswirtschaftsminister Rainer Brüderle bei einem Besuch in Peking. Der größte CO2-Emittent der Welt hat erstmals konkretisiert, in welchem Umfang er seinen hohen Energieverbrauch gemessen an der Wirtschaftsleistung reduzieren will. Zugleich hat die chinesische Regierung aber deutlich gemacht, dass es sich um eine Selbstverpflichtung handelt. Von rechtsverbindlichen internationalen Verpflichtungen kann also keine Rede sein.

Russlands Scheinzugeständnisse

 

Russland ist dagegen in einer bequemen Verhandlungssituation. Russlands Präsident Dmitri Medwedew wird von den Europäern dafür gelobt, dass Russland seine CO2-Emissionen um bis zu 25 Prozent gegenüber dem Stand von 1990 vermindern will. Russland liegt damit auf Augenhöhe mit dem EU-Angebot. Allerdings ist Russlands CO2-Ausstoß in den Jahren seit 1990 zusammen mit seiner Industrieproduktion eingebrochen. Russland bekommt mit einem solchen Verhandlungsergebnis also sogar weiteren Spielraum, um seine Emissionen zu erhöhen.

 

Streit um "alte" Verschmutzungsrechte - Ein weiterer Knackpunkt sind die nationalen Emissionsrechte (AAU), die im Rahmen des Kyoto-Protokolls den einzelnen Ländern zugeteilt wurden. In vielen osteuropäischen Ländern ist die Industrieproduktion mit dem Systemwechsel 1990 stark zurück gegangen. Die betroffenen Länder - Russland, die Ukraine aber auch Polen und andere osteuropäische EU-Staaten wollen die nicht verbrauchten Emissionsrechte keineswegs verfallen lassen. Sie fordern, dass ihre "alten" Verschmutzungsrechte mit in das neue Emissionshandelssystems übernehmen.

 

EU-Gipfel vor dem Finale - Diese Forderung Polens wurde von Deutschland bisher innerhalb der EU abgelehnt. Die EU-Verhandlungsführer fahren also bei den wichtigsten Punkten ohne eine einheitliche Linie nach Kopenhagen. (siehe EurActiv.de vom 22. Oktober) Hohe Erwartungen werden deshalb an den Gipfel des Europäischen Rates Ende dieser Woche gesetzt. Es wird erwartet, dass die EU-Staats- und Regierungschefs sich am 10./11. Dezember auf konkrete Finanzierungszusagen für die vom Klimawandel betroffenen Entwicklungsländer einigen können. Damit könnte neuer Schwung in die finalen Verhandlungen in Kopenhagen gebracht werden.

 

Der verlorene Kampf - Ob ein Klimaabkommen die globale Erwärmung wirklich stoppen kann, ist allerdings fraglich. Auch mit den aktuellen Klimaschutzzielen der einzelnen Länder steuert die Welt nach Angaben von Experten auf eine katastrophale Erwärmung um 3,5 Grad Celsius bis zum Ende des Jahrhunderts zu.

 

Der Umweltexperte Klaus Töpfer (CDU) unterstützte vor dem Klimagipfel Forderungen an die EU nach einer bedingungslosen Festschreibung der CO2-Reduktion um 30 Prozent. Brüssel müsse den "zwingend erforderlichen Schritt" weiter gehen, schrieb der frühere Bundesumweltminister und ehemalige Exekutivdirektor des Umweltprogramms der Vereinten Nationen in einem Gastbeitrag für die "Frankfurter Rundschau". Bisher wolle Brüssel nur dann von 20 auf 30 Prozent erhöhen, wenn andere Industrieländer mitziehen.

 

Töpfer forderte auch die schwarz-gelbe Bundesregierung zu mehr Einsatz im Interesse des Klimaschutzes auf. "Es ist noch nicht zu sehen, wie wir unser Ziel von fast 40 Prozent weniger CO2-Emissionen im Jahr 2020 gegenüber 1990 auch wirklich realisieren können", sagte der Umweltexperte der Zeitung "Passauer Neue Presse". mka/dpa 7

 

 

 

 

Klimagipfel. Der Himmel über Kopenhagen

 

Für die Kopenhagener Klimakonferenz sind ungezählte Studien, Stellungnahmen und Manifeste abgefasst worden. Allein mit der klimawissenschaftlichen Literatur ließen sich Bücherwände füllen. Und sie füllen sich weiter, jeden Tag. Das Fundament für einen neuen völkerrechtlichen Klimavertrag war also sorgfältig gegossen: Rigider, ambitionierter als das in zwei Jahren auslaufende Kyoto-Protokoll sollte er schon sein. Mit Titeln wie „Marshallplan für die Erde“ oder „die wichtigste Konferenz der Menschheitsgeschichte“ wurden die Erwartungen an die politischen Akteure auf unerreichbare Höhen geschraubt.

Und dann das: Ein Hackerangriff auf ein britisches Klimarechenzentrum löst Verschwörungsgerüchte über Datenmanipulationen aus. Nicht gegen die Computerdiebe, die mehrere tausend großteils private E-Mails gestohlen haben, sondern gegen die Kronzeugen des Klimaschutzes.

Polarisierung und Ausgrenzung

Könnte Kopenhagen daran scheitern? Ganz sicher nur, wenn es einige Klimadiplomaten darauf anlegen, sich vor der Welt lächerlich zu machen. Wenn sie Aufklärung suchen und Entscheidungen verschleppen, wo es nichts für die Verhandlungen Relevantes zu entdecken gibt. Selbstverständlich müssen die Ergebnisse der laufenden Untersuchungen abgewartet werden. Aber da die E-Mails nun mal sämtlich im Internet zugänglich sind, lässt sich für jeden, der sie wirklich gelesen hat, klar festhalten: Abgesehen von den bestimmt nicht belanglosen berufsethischen und handwerklichen Fragen, der Tendenz zur Lagerbildung, den Fragen nach politischer „Hygiene“ im Forschungsbetrieb und nach der wünschenswerten Transparenz der Daten, gibt es in den Skandalmails nichts, was die Treibhaustheorie oder das Faktengebäude des anthropogenen Klimawandels zum Einsturz bringen könnte.

Die Masche, mit der hier offensichtlich gezielt – wer weiß, wie lange schon und wo sonst noch – versucht wird, Unsicherheit zu verbreiten, erinnert an den Kreuzzug der Kreationisten gegen die Evolutionstheorie. Zum Abschluss des Darwin-Jahres 2009 erleben wir also, wie auf einem anderen Feld eine krasse Minderheit versucht, getrieben von der fixen Idee einer wissenschaftlichen Verschwörung, mit einem Verzweiflungsakt die aufgeklärte Welt vor einer für sie elendigen Wahrheit zu retten. „Atombombe auf die etablierte Klimaforschung“ – so kommentierten sie bezeichnenderweise ihre Skandalisierungstriumphe.

Die Medizin hat solche Fortschrittsfeinde, und die Biologie kennt sie, wie gesagt, schon lange. Von anderem Kaliber sind jene Kritiker, die den provozierenden Wahrheitsanspruch, den manche politisierten Klimaforscher an den Tag legen, mit wissenschaftlicher Evidenz anzweifeln. Denn ja, es gibt auch gute Forschung, die reproduzierbar ist und methodisch auf dem neuesten Stand, die analytisch korrekt vorgeht und statistisch lauter, die von strengen Gutachtern bewertet wird – und dennoch nicht in allem mit den Befunden des Weltklimarates IPCC übereinstimmt; Forschung, die etwa auch das politische Zwei-Grad-Erwärmungsziel nicht bedingungslos als Naturgesetzäquivalent stützt. Solche Forschung isolieren zu wollen ist vielleicht der größte Fehler der Mehrheit. Das widerspricht nicht nur dem Wesen und den Werten der Wissenschaft, sondern fördert auch Polarisierungen und Ausgrenzungen, wie sie jetzt in den kolportierten E-Mails ruchbar geworden sind.

Entscheiden „unter Unsicherheit“

Die eigenen Grenzen und Wissenslücken – vor allem die der Computermodelle – einzugestehen fällt vielen allzu schwer. Erst jetzt, kurz vor Kopenhagen, war von führenden Klimaforschern gelegentlich zu hören, die Politik sei gezwungen, „unter Unsicherheit entscheiden zu müssen“. Tatsächlich wird wohl auch der Weltklimabeirat das Thema Unsicherheiten in seinem nächsten Bericht erstmals in allen drei Arbeitsgruppen ausführlich behandeln.

Mit seinen jüngsten Prognosen zum Meeresspiegelanstieg oder zur Meereisschmelze im Norden jedenfalls lag der Beirat schon nach kurzer Zeit daneben. Grund für Schadenfreude? Ganz gewiss nicht. Denn der Rat hatte mit seinen Vorhersagen nicht etwa maßlos übertrieben, wie die Kritiker vorgeben, nein, er hatte sogar in seinen pessimistischsten Annahmen die Schnelligkeit des Wandels unterschätzt. Die globale Durchschnittstemperatur, der Meerespegelanstieg, Eisschmelze, Extremwetter und Treibhausgase – eine Reihe wichtiger Klimaindikatoren bewegen sich bereits nahe oder schon jenseits der natürlichen Schwankungsbreite, die das Gedeihen unserer Zivilisationen begleitet hat.

Doch was heißt das für die Zukunft? Das weiß heute noch kein Klimarechner exakt vorherzusagen. Schwer kalkulierbare Rückkoppelungen im Klimasystem, aber auch grundlegende Einflussgrößen wie die Wolken sind in ihrer physikalischen Wirkung für die Energiebilanz der Erde immer noch nicht genau zu beziffern. Und als so komplex und dynamisch wie das Klima selbst erweist sich folgerichtig auch das angepeilte Klimamanagement. In solcher Lage nun auf Leute zu hören, die dazu raten, das Problem überhaupt zu ignorieren, wäre töricht. Dafür steht einfach zu viel auf dem Spiel. Joachim Müller-Jung Faz 8

 

 

 

 

Klimagipfel Kopenhagen. "Klimaschutz muss lukrativ sein"

 

In Kopenhagen geht es auch um den Emissionshandel - wer viel CO2 ausstößt, muss viel zahlen. Experte Hans-Jürgen Nantke hofft auf die USA. Interview: Jonas Reese

 

Seit 2005 handeln Energiewirtschaft und Schwerindustrie innerhalb der EU mit Emissionsrechten. Die Idee zu diesem System hatte der kanadische Ökonom John Harkness Dales 1968. Heute gilt es als geniale Methode, um die Industrie zum Klimaschutz zu bewegen. Das Prinzip: Unternehmen, die weniger CO2 ausstoßen als vom Staat vorgegeben, können Gutschriften verkaufen. Jene, die mehr verbrauchen, müssen zusätzliche Zertifikate einkaufen. Zum Klimagipfel in Kopenhagen ein Interview mit Hans-Jürgen Nantke. Er ist Chef der Deutschen Emissionshandelsstelle in Berlin und damit zuständig für die Kontrolle des Systems in Deutschland.

sueddeutsche.de: Herr Nantke, auch in Kopenhagen steht der Emissionshandel auf der Tagesordnung. Was erwarten Sie sich vom Klimagipfel?

Nantke: Emissionshandel bringt nur etwas mit ambitionierten Zielen. In erster Linie geht es in Kopenhagen deswegen um konkrete Verpflichtungen der größten Verschmutzer, wie USA und China.

sueddeutsche.de: Wie sind die zum Einlenken zu bewegen?

Nantke: Ich bin optimistisch. Es existiert ein großer Wille, die Konferenz nicht scheitern zu lassen. Und wenn man sich wirklich auf ambitionierte Ziele einigen wird, hat die EU ja schon gesagt, sie wolle ihre eigene Position ebenfalls überdenken. Von minus 20 Prozent Treibhausgase bis zum Jahre 2020, bis hin zu minus 30. Wobei laut der neuesten Studien selbst ein Rückgang von 40 Prozent wirtschaftlich verkraftbar wäre.

sueddeutsche.de: Was wäre ein Minimalziel in Kopenhagen?

Nantke: Es sind drei: Erstens müssen sich alle Industriestaaten verbindlich verpflichten, wie viel CO2 sie konkret einsparen wollen. Zweitens müssen die großen Schwellenländer gewährleisten, dass ihr steigender Wohlstand nicht mehr gleichzeitig steigende Ausstöße von Treibhausgasen bedeutet. Und drittens muss geklärt werden, wie viel Ausgleichszahlungen die reichen Länder des Nordens den Entwicklungs- und den Schwellenländern zu zahlen bereit sind.

sueddeutsche.de: Wie soll es der Emissionshandel schaffen, vereinbarte Ziele auch wirklich zu erreichen?

Nantke: Der Riesenvorteil ist: Obergrenzen von Emissionen werden mit dieser Methode auf jeden Fall eingehalten. Der ökonomische Anreiz ist so groß, dass Unternehmen schauen, wie sie ihr Verschmutzungsbudget unterbieten können. Dann können sie überschüssige Emissionsrechte verkaufen. Es lohnt sich also wirtschaftlich, in Klimaschutz-Technologien zu investieren.

sueddeutsche.de: Könnte man diese Effekte nicht viel einfacher mit Steuern schaffen?

Nantke: Steuern führen zwar auch zu einem Rückgang der Emissionen, aber man weiß nicht von vornherein wie hoch der sein wird. Nehmen Sie das Beispiel Benzin. Das wird ja auch besteuert, aber man weiß nicht von vornherein, in welchem Maß sich Autofahrer von der Steuer letztendlich vom Fahren abhalten lassen.

sueddeutsche.de: Klimaschützer kritisieren, der Emissionshandel ermögliche reichen Unternehmen nur, das Recht auf Verschmutzung zu erkaufen. Der Umwelt würde das nicht helfen.

Nantke: Das ist so nicht richtig. Wer Emissionsrechte hinzukaufen muss, weil er mehr CO2 ausstößt als ihm zusteht, muss dafür viel Geld bezahlen. Die Zertifikate sind so teuer, dass sich Investitionen in bessere Technik lohnen. Es geht beim Emissionshandel nicht um arm oder reich, sondern derjenige, der klimafreundlich ist, profitiert.

sueddeutsche.de: Klimafreundlich können aber nur die sein, die sich auch eine klimafreundliche Technik leisten können.

Nantke: Deswegen haben die UN ein Werkzeug geschaffen, mit dem westliche Unternehmen zusätzliche Emissionsrechte erhalten, wenn sie Klimaschutzprojekte in Entwicklungs- und Schwellenländern finanziell unterstützen. Das ist ein Mechanismus, der dafür sorgen soll, fortschrittliche Technologien in diese Länder zu exportieren, um damit einen Beitrag zum Klimaschutz zu leisten. Denn der Standard ist dort sehr viel schlechter als bei uns. Das bedeutet auch, dass Klimaschutz-Investitionen dort sehr viel mehr bewirken können als beispielsweise im bereits hochregulierten Mitteleuropa.

sueddeutsche.de: Die EU ist weltweit der einzige Markt, in dem der Emissionshandel über staatliche Grenzen hinweg angewendet wird. Es gab jedoch schon zahlreiche Probleme: zum Beispiel bei der Vorgabe der CO2-Obergrenze durch die EU-Kommission. Wenn es hier schon Konflikte gibt, wie soll dann erst ein globaler Emissionshandel funktionieren?

Nantke: Ich glaube, das ist ein Randproblem. Bei den Streitigkeiten hier ging es eher um das Rechtsverhältnis zwischen den Mitgliedsstaaten und der EU-Zentrale in Brüssel. Letztendlich hat es aber nichts damit zu tun, ob das Handelssystem funktioniert.

sueddeutsche.de: Wann werden wir also einen globalen Handel von Verschmutzungsrechten haben?

Nantke: Das geht nicht von heute auf morgen. Wir können einen großen Schritt nach vorne machen, wenn die USA die Klimaschutzmaßnahmen umsetzen, die dort jetzt gerade diskutiert werden. Da spielt der Emissionshandel eine große Rolle. Wenn es dann gelingt, das europäische System mit dem amerikanischen zu verbinden, dann hätten wir bereits einen so großen Markt, dass eine Sogwirkung für andere Staaten entstehen würde.

sueddeutsche.de: Von welchem Zeitfenster sprechen wir da?

Nantke: Das wird nicht mehr bis 2012, dem Auslaufen des Kyoto-Abkommens, passieren. Aber 2013 wäre ein realistischer Zeithorizont. Ab dann müssen aber auch derartige Schritte wirklich umgesetzt werden. Denn auch solche Systeme wirken nicht von heute auf morgen. (sueddeutsche.de 8)

 

 

 

 

Ein Leben auf Probe. 15.000 Flüchtlinge dürfen aufatmen

 

Die Innenminister geben ihnen eine Bewährungsfrist – eine für Unschuldige. Die Advokaten der Abschreckung sollten mehr Großzügigkeit wagen. Von Ursula Rüssmann

 

Weiter hoffen, immerhin. Das können gut 15.000 Menschen in Deutschland, nachdem die Innenminister gestern in Bremen die Altfallregelung für Flüchtlinge verlängert haben. Zwei Jahre Aufschub zur weiteren Jobsuche gewährt ihnen die Ministerrunde - eine Bewährungsfrist sozusagen, aber für Unschuldige.

 

Ist das eine großzügige Geste Deutschlands gegenüber Menschen, die nach Jahren in diesem Land noch immer dem Staat auf der Tasche liegen? So sehen es die Schünemanns und Herrmanns von CDU und CSU. Tatsächlich ist der armselige Kompromiss wie bei den vielen Altfallregelungen vorher allenfalls die Minimallösung, auf die sich die Innenressortchefs von Union und SPD einigen konnten.

 

Wie groß die Not der Menschen ist, um die es hier geht, können dürre Zahlen nicht annähernd vermitteln. Auch das Regelwerk, das die Ministerriege jetzt gnädig verlängert hat, strotzt nur so von Mängeln, übermäßigen Härten und Ausschlussgründen. Wie sollen etwa alte Menschen, Arbeitsunfähige, Behinderte und viele Alleinerziehende einen Job finden? Sie alle grenzt die Altfallregelung schon jetzt aus; denn sie entlässt kaum jemanden aus der Pflicht, den Lebensunterhalt selbst zu sichern. Auch in den nächsten zwei Jahren verbessert sich für diese Menschen nichts. Die anderen, Glücklicheren, die einen Job gefunden haben und ihre Familie ernähren können, müssen zwei weitere Jahre lang fürchten, dass die Wirtschaftskrise sie arbeitslos macht und damit in die Duldung zurückkatapultiert.

 

Ende 2011 dann, wenn der Hammer fällt und die jetzt beschlossene Verlängerung des Probe-Aufenthalts abläuft, werden die Betroffenen zehn Jahre in Deutschland gelebt haben, viele sogar mehr - und sie haben immer noch keine Sicherheit. Wie viele Lebensjahre Probezeit, Herr Schünemann und Herr de Maizière, kann man Menschen zumuten und trotzdem von einer humanen Lösung sprechen?

 

Das Skandalgemälde ist damit nicht fertig. Wir kommen, um die ganze Misere auszumalen, nicht ohne eine weitere Zahl aus: Mehr als 90.000 Menschen mit einer Duldung nämlich erreicht die heftig diskutierte Altfallregelung gar nicht, meist weil sie am festgesetzten Stichtag noch nicht hier waren. 60.000 von ihnen leben bereits seit mindestens sechs Jahren in Deutschland. Die weitaus meisten sind Flüchtlinge, bei denen amtlich oder gar gerichtlich festgestellt ist, dass sie nicht in ihre Heimat zurückkönnen. Trotzdem haben sie keine Chance, ihre Existenz am Rand der Gesellschaft zu überwinden. Ihre Probleme haben die Innenminister erneut ignoriert.

 

Dulden - das Wort klingt gar nicht schlecht. Es klingt nach ein bisschen Großzügigkeit, nach bleiben dürfen, irgendwie geschützt sein. Das ist ein politisch gewolltes Trugbild. Geduldete Menschen haben nämlich qua Gesetz gerade keine Sicherheit, oft müssen sie im Drei-Monats-Rhythmus um die Verlängerung bangen. Sie haben auch keine Chance auf echte Integration, auf den Aufbau einer Existenz, geschweige denn auf gesellschaftlichen Aufstieg aus eigener Kraft. Geduldete dürfen häufig nicht arbeiten, haben kaum Zugang zu Integrationskursen und anderen Fördermaßnahmen, dürfen ihr Bundesland nicht verlassen und bekommen nicht die regulären Sozialleistungen, sondern ein Drittel weniger. In manchen Bundesländern müssen sie in Heimen leben und sind auf Essenspakete angewiesen. Von einer selbstbestimmten Lebensführung und -planung sind diese Menschen und ihre Familien dauerhaft ausgeschlossen.

 

Geiz an Menschlichkeit könnte man die Methode nennen, die in dieser Politik steckt. Dabei ist das ursprünglich damit verfolgte Ziel, Menschen von der Flucht nach Deutschland abzuschrecken, ja längst überholt; denn wegen der rigiden EU-Migrationspolitik schaffen es ohnehin nur noch ganz wenige Flüchtlinge bis hierher.

 

Selbst die Advokaten der Abschreckung könnten also endlich mehr Großzügigkeit wagen. Warum ersparen sie sich nicht die