WEBGIORNALE  11-12  Novembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       20 anni dopo. Quel giorno l'Europa vinse per la prima volta  1

2.       Ue, verso l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona  1

3.       Berlino lezione per il futuro. Il muro di ieri e quelli di oggi 2

4.       Quando aprirono il muro. Tre servizi audio di Radio Colonia  2

5.       Il muro di Berlino, vent'anni dopo. La Merkel: «Festa per tutta l'Europa»  2

6.       Tutti i 9 novembre che hanno fatto la Germania  3

7.       Muro di Berlino e le nuove sfide dell'Europa  3

8.       20° della cadura del muro. Le felicitazioni di Napolitano a Köhler 3

9.       PD-Estero. A Beatrice Biagini la presidenza dell'assemblea dei delegati all'estero  4

10.   SWR. Consolati di Amburgo, Saarbrücken, Norimberga e Agenzia di Mannheim: certa la chiusura  4

11.   Mantica a Berlino conferma la chiusura di 4 consolati in Germania. L’on. Garavini: “Grave il piano del Governo”  4

12.   Radio Colonia: “Sconsolati di Germania”. Presto un incontro sull’integrazione scolastica  5

13.   Berlino. Mantica-Valensise-Comites: incontro inutile sui consolati. Chiudono “non per riparmio”. Allora, perchè?  5

14.   Saarbrücken. Occupato per protesta il Consolato: si vuole impedirne la chiusura  5

15.   A Francoforte oggi l’IIC presenta il libro “Solo per giustizia” di Raffaele Cantone  6

16.   Colonia. “Una lingua in più”: Dvd del Comites. Giovedì 12 la presentazione  6

17.   Crocifisso in classe: sì o no? Dibattito oggi a Radio Colonia. Puoi partecipare  6

18.   Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 6

19.   Arriva a Saarbrücken la rassegna “Cinema! Italia!” (12-18 novembre) 7

20.   Monaco di Baviera. Online il supplemento culturale rinascita cult 7

21.   Berlino. La prima pizzeria dell’est. Poi tutto cambiò col crollo del muro  8

22.   A Monaco di Baviera domani la presentazione del libro “Solo per giustizia”, di Raffaele Cantone  8

23.   A Wolsburg nasce l’associazione dei “Calabresi”  8

24.   A Berlino il presidente della Calabria Agazio Loiero  9

25.   Alla Farnesina la Conferenza Internazionale sulle Rimesse degli Immigrati 9

26.   Riunito il Comitato di Presidenza del Consiglio Generale (Cgie) 10

27.   20 anni dopo. Analisi di un protagonista. Ora giù il muro con la Russia  10

28.   La caduta del muro. Il sogno infranto degli Stati Uniti d’Europa  10

29.   Nuovo ordine mondiale  11

30.   Berlino ricorda la sua notte più lunga. Merkel: Germania ancora da unificare  11

31.   Merkel apre la festa del Muro caduto. "Il giorno più felice per Berlino unita"  12

32.   Merkel, Walesa, Gorbaciov attraversano il Muro. La cancelliera: "Riunificazione incompiuta"  12

33.   Germania, la sfida non ancora  vinta dell’integrazione dell’Est 13

34.   Berlino in festa, ma dimentica gli altri eroi 13

35.   Nuovi muri venti anni dopo  13

36.   A Berlino cade un altro muro: Westerwelle presenta il suo «first man»  14

37.   Olivero (Presidente Acli): “Abbattere i muri di oggi, il cinismo e l’individualismo”  14

38.   EU. Il toto-nomine. D'Alema ora è il favorito  15

39.   La sagra sulla porta di Brandeburgo: qui nessuno ha più nostalgia dell'Est 15

40.   «Con quella domanda il Muro venne giù»  16

41.   Quelli che nel 1989 non erano nati: «Adesso giù il muro del razzismo»  16

42.   L’Aquila. Un cumulo di macerie  16

43.   Due mozioni per la Cgil. Il congresso è cominciato  17

44.   L'ordinanza del gip su Cosentino. «Sostegno elettorale dai Casalesi»  17

45.   "Aiuti umanitari sempre meno efficaci fanno meglio i Paesi nordici, Italia terzultima"  17

46.   Senato. La maggioranza respinge tutte le proposte per reintegrare gli stanziamenti per gli italiani all’estero  18

47.   In calo le rimesse ai Paesi in via di sviluppo  18

48.   Convegno “Comunicazione e geografia: la cartografia del fenomeno migratorio”. 19

49.   Dino Nardi: 50.000 emigrati italiani in Svizzera nel mirino del fisco italiano  19

50.   Nasce Migrawork, il portale informativo per orientare i cittadini stranieri 19

 

 

1.       Köln. Eine Sprache mehr. Mit Italienisch in Deutschland aufwachsen  19

2.       Literarischer Abend mit Raffaele Cantone in München  20

3.       EU. Diskriminierung. Ein Leben im Nachteil 20

4.       Rund um den Globus fallen Mauern  20

5.       20 Jahre Mauerfall. Im Herzen Europas  21

6.       Leitartikel. Wir, das Volk  21

7.       9. November. Der Tag der Deutschen  22

8.       20 Jahre Mauerfall. Ein Weltveränderer, der um sein Erbe kämpft 22

9.       Ökonomische Freiheit. Über die zweite Mauer 23

10.   20. Jahrestag der Maueröffnung. Die Geschichte weitergeben  23

11.   20 Jahre nach dem Mauerfall. Weltweit große Unzufriedenheit mit Kapitalismus  24

12.   SPD. Die Oppositionspartei 24

13.   Regierungserklärung. Merkel stellt Fünf-Punkte-Plan für Deutschland vor 24

14.   Opposition wirft Schwarz-Gelb soziale Kälte vor 25

15.   Kein Wahltheater im Saarland. Müller bleibt Ministerpräsident 26

16.   Die Zukunft von Opel. Charme-Offensive aus Detroit 26

17.   Bundeskabinett. Koalition schickt drittes Konjunkturpaket auf den Weg  26

18.   EU-Sorge vor Konjunkturpaket. Mehr Kindergeld, mehr Schulden  27

19.   Radikaler Systemwechsel. Verbände fordern Kindergrundsicherung  27

20.   Deutschtürken. "Sarrazin hat zu 70 Prozent Recht"  28

21.   Zentralrat der Juden fordert stärkere Beachtung des Pogromnacht-Jahrestags  29

22.   Reizfigur Erika Steinbach. Vertriebene spalten die Koalition  29

23.   Sieben Jahrzehnte danach. Spuren der „Reichskristallnacht“  29

24.   Parteispenden. Neuer Ärger für die NPD  31

25.   Demonstration für die Schließung des Lagers Möhlau & dezentrale Unterbringung in Wittenberg  31

26.   "Muslime gelten nicht als Gefahr". Mounir Azzaoui über den Islam in den USA nach dem Amoklauf von Fort Hood. 32

27.   Venedig. Der Letzte macht die Gondeln fest 33

 

 

 

 

 

20 anni dopo. Quel giorno l'Europa vinse per la prima volta

 

Ma insomma, chi ha vinto la guerra fredda? Nell’anniversario del crollo del Muro, «fischio finale» della partita, si è aperta una curiosa «querelle» fra politologi. Da autorevoli colleghi abbiamo sentito proclamare che sicuramente «fu la Cina a vincere», mentre «difficilmente può dire di averla vinta l’Europa». Ma perché la Cina, e non l'Indonesia o l'Africa o qualsiasi altro Paese del mondo?

 

Il fatto è che la caduta del Muro segnò la vittoria di tutto il mondo, compresa, con buona pace di Putin, che assisteva all'evento come funzionario del Kgb in Germania, anche la Russia, che tornò a vivere e a respirare. Ma non si tratta di decidere chi guadagnò di più dalla caduta del Muro e dalla fine dello stalinismo, perché tutti vinsero. Il quesito è un altro: a chi va il merito della caduta del Muro?

 

Ringraziamo Enzo Bettiza, che ha reso un commosso tributo al vecchio Helmuth Kohl. E teniamoci ai fatti. Ricordiamo che il Muro non era stato fatto per tener fuori i nemici. Non era un muro difensivo. Era il muro di una prigione, costruito per impedire la fuga dei popoli che vi venivano chiusi dentro. Come tale, era anche l'ammissione della superiorità storica del modello capitalista e democratico sul modello sovietico. Quando i popoli rinchiusi in quella prigione, sbirciando oltre il muro un’Europa vincente, ricca e libera, ne ebbero abbastanza della loro Europa perdente, il muro crollò.

 

Vinse dunque, prima di tutto, l’Europa comunitaria. Vinse anche l'America, grazie all’accorta combinazione di una forte politica militare col saggio appoggio all'unificazione europea. E vinse l'uomo del destino russo, il primo leader post-staliniano, Gorbaciov, che ebbe il coraggio di ammettere che «così non si poteva andare avanti», e di dire ai capi dei Paesi sudditi che se si fossero mai più trovati in difficoltà, come l'Ungheria nel ’56 e la Cecoslovacchia nel ‘68, l’Armata Rossa non sarebbe intervenuta per salvarli.

 

Quando Gorbaciov mi raccontò come e quando lanciò questo avvertimento - nel giorno stesso della sua elezione a segretario generale del Pcus, davanti a tutti i leader dell’Est - gli chiesi: «Ma le credettero?». La risposta fu secca: «Ne vièrili», non mi credettero. Con questa decisione, maturata nei tanti anni di ascesa al vertice, Gorbaciov non voleva liquidare né il comunismo né l'Unione Sovietica. Pensava, sbagliando, perché la crisi del sistema era molto più profonda di quanto immaginasse, che sacrificando i «Paesi satelliti», facendo la pace con l'Occidente, e ponendo fine a una corsa agli armamenti che l'economia sovietica malata non poteva più reggere, avrebbe salvato il Paese che amava, il solo regime che conoscesse e in cui ancora credeva, nonostante i nonni contadini suoi e di Raissa vittime delle purghe staliniane.

 

Ma poi, fu davvero un errore, il suo, o piuttosto una istintiva, storica intuizione, l'oscura consapevolezza che bisognava cambiare, accadesse poi quel che doveva accadere?

 

Quanto all’Europa unita, ha già fatto tanta strada. Con buona pace di quei tanti che, delusi nel loro sogno federalista, o per oscure impazienze, non riescono a non parlar male dell’Europa. Sia quando barcolla prima di approvare una nuova costituzione, sia quando finalmente l'adotta, ma con mille ovvie incertezze sulla strada che le si apre davanti. L’Europa rimane pasticciona ma vincente. Veniamo da lontano. Dai campi impregnati di sangue di Verdun. Dalle città distrutte della Seconda guerra mondiale. Dai forni crematori di Auschwitz. Dai totalitarismi trionfanti. La memoria di ciò che fummo ci spingerà ad andare molto più avanti. Diamoci tempo.

ARRIGO LEVI LS 10

 

 

 

 

Ue, verso l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona

 

“Ho accolto con grande soddisfazione la notizia della firma avvenuta oggi da parte del Presidente Klaus del provvedimento di ratifica del Trattato di Lisbona. Lisbona rappresenta una tappa storica nel processo d’integrazione del nostro continente cui l’Italia ha contribuito con convinzione ed in maniera determinante. Mi auguro che il nuovo Trattato possa entrare in vigore nel più breve tempo possibile per avere un’Europa più forte, efficace e vicina ai cittadini”. Queste le parole espresse dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, alla conclusione dell’adesione di tutti i Paesi dell’Unione europea al Trattato di Lisbona.

Con la firma di ratifica da parte della Repubblica Ceca comincia la nuova fase dell’Unione europea che, per la prima volta nella sua storia, acquista una propria personalità giuridica. Una svolta istituzionale che allarga letteralmente i confini delle decisioni politiche comuni ai confini dell’Europa, unita in un unico soggetto, capace di interloquire con una sola parola nelle relazioni internazionali e di firmarne i Trattati.

L’adesione al trattato di Lisbona – che entrerà in vigore una volta depositati tutti gli strumenti di ratifica da parte di ogni singolo stato, cioè, nelle previsioni del Presidente Barroso, tra dicembre e gennaio prossimi – prevede l’istituzione delle figure del Presidente del Consiglio europeo  e dell’Alto rappresentante degli affari esteri, con compiti inediti sinora al livello dell’Unione.

 

I punti salienti  - Finisce la rotazione semestrale del Presidente che durerà in carica, d’ora in poi, per due anni e mezzo, con il potere di rappresentare l’Unione nelle sedi internazionali e il compito specifico di garantire la preparazione e la continuità dei lavori del Consiglio e di ricercare il consenso.

L’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza (una sorta di ministro degli esteri dell’intera Ue), avrà il doppio incarico di mandatario del Consiglio per la politica estera e la politica di sicurezza comune, cosiddetta PESC, e di vicepresidente della Commissione, responsabile delle relazioni interne. In quanto incaricato di condurre sia la politica estera che la politica di difesa comune, presiederà il Consiglio Affari esteri.

Maggiori poteri anche per il parlamento europeo, che interverrà in maniera determinante soprattutto nelle aree di giustizia, sicurezza, immigrazione, trattati internazionali e bilancio e il cui numero di componenti che sarà ridotto ad un massimo di 751 (a fronte dei 785 attuali). Il numero dei deputati sarà determinato in base al numero degli abitanti di ogni singolo Paese, secondo il principio per il quale i Paesi più popolosi rappresentano un numero di cittadini più elevato di quelli dei Paesi con un minor numero di abitanti.

Contestualmente, acquistano peso diverso i Parlamenti nazionali, la cui compattezza permetterà di elaborare autonomamente quelle iniziative legislative che i singoli Paesi ritengono siano da stabilire a livello locale, regionale o nazionale. Tanto che sarà la Commissione, in questo caso, a ritirare la sua iniziativa legislativa o a spiegare chiaramente i motivi per i quali ritiene che la sua iniziativa sia conforme al principio di sussidiarietà.

Anche i cittadini avranno più motivi per sentirsi europei. Alla partecipazione espressa con la chiamata alle urne per la scelta dei parlamentari europei si aggiunge l’importante possibilità di incidere sulle scelte politiche dell’Unione. Un milione di cittadini europei, di un certo numero di stati membri, possono invitare la Commissione a presentare una proposta nei settori di competenza dell’Ue, trasformando così in valide azioni transnazionali la capacità decisionale di un popolo che può così ben chiamarsi europeo.

Uno spazio importante tra gli obiettivi comuni dei 27 Paesi componenti l’Unione è dato alla politica energetica e alla politica ambientale. Viene introdotto per la prima volta il principio di solidarietà, per far sì che un paese che si trovi in gravi difficoltà per quanto riguarda l'approvvigionamento energetico possa contare sull’aiuto degli altri Stati membri. Viene promossa la cooperazione operativa tra i Paesi per prevenire dalle calamità naturali o provocate dall'uomo. In campo sanitario, viene prevista la possibilità di introdurre misure volte direttamente a tutelare la salute dei cittadini, ad esempio in relazione al tabacco e all'abuso di alcol, mentre vengono incentivati gli Stati membri a predisporre misure di sorveglianza e di allarme contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero, come, ad esempio, l'influenza aviaria.

Antonella Bellino, de.it.press

 

 

 

 

 

Berlino lezione per il futuro. Il muro di ieri e quelli di oggi

 

Quando, il 9 novembre 1989, il muro di Berlino crollò per collasso interno (causa il contemporaneo venir meno del cemento ideologico che lo teneva assieme e dell’impalcatura repressiva che lo sorreggeva), molti credettero di assistere all’evento fondativo di una nuova era di pace, di democrazia e di prosperità diffusa. Non ci si accontentò di proclamare, come Goethe dopo la battaglia di Valmy, “l’inizio di una nuova storia”. Qualcuno si spinse a parlare di “fine della storia”: una storia intesa hegelianamente come dialettica degli opposti, come permanente scontro fra ideologie e visioni del mondo.

Vent’anni dopo, è facile sorridere di quel cumulo di speranze e profezie che sempre accompagnano, peraltro, i grandi eventi e le svolte epocali. Le guerre e i conflitti ideologici di dimensioni mondiali non si sono esauriti, essendo cambiati solo i protagonisti e i motivi della contesa. I valori e le pratiche dell’Occidente democratico (il pluralismo politico e l’economia di mercato) hanno sì guadagnato posizioni conquistando (e non è poco) i Paesi dell’Europa orientale già satelliti dell’Urss, ma hanno trovato nuovi ostacoli alla loro diffusione e nuovi implacabili nemici fuori dal vecchio continente.

La crisi economica e, prima ancora, i sommovimenti sociali di lungo periodo hanno spezzato, nelle società industrializzate, il sogno dello sviluppo indefinito e delle aspettative crescenti. Al confronto fra “mondo libero” e sistemi comunisti è subentrato un nuovo “scontro di civiltà” animato dalla sfida del fondamentalismo islamico (scontro che si è manifestato drammaticamente con gli attentati dell’11 settembre 2001, ma era già venuto alla luce con la rivoluzione komeinista in Iran, dieci anni prima della caduta del muro). E al fronte quasi immobile e comunque ben riconoscibile della “cortina di ferro” a sua volta simboleggiato dal muro di Berlino si è sostituita una pluralità di fronti immateriali e invisibili che attraversano regioni geografiche e continenti, insinuandosi all’interno delle nostre stesse società. Se poi guardiamo alle vicende politiche nazionali, il quadro è meno drammatico, ma altrettanto deludente.

Il crollo dei sistemi comunisti in Europa avrebbe dovuto portare con sé la fine del cosiddetto “fattore k” il piccolo muro nostrano che bloccava l’alternanza e consentire finalmente il varo di una democrazia competitiva basata sul fisiologico confronto fra progressisti e moderati. Abbiamo avuto l’alternanza, ma un’alternanza rissosa, i cui protagonisti non hanno mai cessato di innalzare fra sé e gli avversari nuovi piccoli muri ideologici e di mimare scontri di civiltà in sedicesimo. Il tutto mentre l’Europa riunificata nel segno della democrazia e del mercato resta a tutt’oggi poco più che un progetto, continuamente insidiato nei suoi lenti progressi dall’eccesso di burocrazia e dal difetto di slancio ideale.

Eppure, nonostante tutto ciò, abbandonarsi al catastrofismo sarebbe sbagliato, così come era sbagliato cullarsi, vent’anni fa, nel mito irenico di una società pacificata, di un’economia senza crisi e di un mondo senza conflitti. La conclusione che dovremmo trarre dagli eventi di questi vent’anni è un’altra, meno ambiziosa e più realistica. L’abbattimento di un muro, reale o metaforico, non è mai di per sé un evento risolutivo se non nel breve periodo, come non lo è l’espugnazione di una Bastiglia o di un Palazzo d’inverno. È solo un segnale, un’occasione simbolica che poi bisogna saper sfruttare politicamente. Abbattuto un muro, altri se ne costruiscono o si rivelano agli occhi di chi non li vedeva. Il problema è allora quello di affrontarli di volta in volta, di superarli, di abbatterli se necessario e se possibile, sapendo che, per quanto imponenti e minacciosi, non sono eterni, così come mobili e variabili sono le linee di frattura che attraversano il mondo. Nell’autunno del 1989, il muro di Berlino sembrava indistruttibile (i più audaci potevano sperare tutt’al più in una sua graduale obsolescenza). Eppure è caduto in una notte, senza che fosse sparato un solo colpo d’arma da fuoco. GIOVANNI SABBATUCCI IM 9

 

 

 

 

Quando aprirono il muro. Tre servizi audio di Radio Colonia

 

Nel gennaio del 1989 il leader della DDR, Erich Honecker, predice che l'esistenza del muro di Berlino sarà assicurata per i successivi 100 anni. Ma si sbaglia di grosso.

Nell'agosto dello stesso anno, l'Ungheria rimuove le sue restrizioni al confine con l'Austria e poche settimane dopo più di 13mila tedeschi dell'Est passano all'Ovest attraverso l'Ungheria. Contemporaneamente, per le strade della DDR si moltiplicano le dimostrazioni di massa. Il 18 ottobre Erich Honecker si dimette. Il governo del Paese passa ad Egon Krenz, che il 9 novembre decide di facilitare la concessione di permessi per viaggiare nella Germania dell'Ovest. Il modo in cui viene dato l'annuncio delle nuove regole fa precipitare gli eventi.

Centinaia di migliaia di cittadini che hanno seguito l'annuncio in televisione, infatti, inondano i posti di frontiera e chiedono di entrare a Berlino Ovest. Le guardie di confine non sono informate e cercano di guadagnare tempo aspettando l'arrivo di nuovi ordini. Ma data l'impossibilità di rimandare indietro quell'enorme folla, sono costrette ad alzare le sbarre.Cade così, 28 anni dopo la sua erezione, il muro di Berlino, un evento storico che apre la strada per la riunificazione tedesca, formalmente conclusa il 3 ottobre del 1990. Il servizio di Mimmo Sambuco racconta la cronologia degli avvenimenti, mentre Tommaso Pedicini riflette sull'integrazione fra le due anime della Germania a 20 anni dalla caduta del Muro.

Per ascoltare il servizio audio di Mimmo Sambuco, clicca su questo link:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2009/091109_mauer_beitrag.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2009/091109_mauer_beitrag.mp3 

Il commento di Tommaso Pedicini lo puoi ascoltare cliccando

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2009/091109_mauer_commento.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2009/091109_mauer_commento.mp3 

Lo Speciale di Radio Colonia: gli italiani, il Muro e la DDR è ascoltabile al link

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italgermania/2009/berlinermauer/index_berlinermauer.phtml.   (RC, de.it.press)

 

 

 

 

Il muro di Berlino, vent'anni dopo. La Merkel: «Festa per tutta l'Europa»

 

Il Cancelliere: «Riunificazione incompiuta. Bisogna equiparare il tenore di vita tra est e ovest».

 

BERLINO - «È stato il risultato di una lunga storia di oppressione e della lotta contro questa oppressione». Angela Merkel attraversa l'ex valico di frontiera che divideva in due Berlino, sulla Bornholmer Strasse, e dà il via alle celebrazioni ufficiali per i vent'anni della caduta del muro. Assieme al Cancelliere tedesco ci sono l'ex presidente dell'Unione sovietica, Mikhail Gorbaciov, e l'ex presidente della Polonia, Lech Walesa. Bornholmer Strasse fu il primo posto di confine lungo il Muro ad aprire ai cittadini tedesco orientali durante la storica notte del 9 novembre 1989.

 

GRAZIE A GORBACIOV - Le celebrazioni, spiega la Merkel, «non sono soltanto per i tedeschi ma per l'intera Europa». Il Cancelliere sottolinea come «sia valsa la pena di lottare per questo» e si rivolge all'ultimo presidente sovietico, ringraziandolo «per aver reso questo possibile»: «Noi sapevamo che qualcosa stava succedendo in Urss e sapevamo che doveva succedere» in Unione Sovietica perché succedesse anche da noi. E Gorbaciov ha avuto il «coraggio» di avviare questo processo. «Grazie e grazie per essere qui oggi», conclude. In precedenza, in un'intervista alla prima rete televisiva pubblica Ard, la Merkel aveva affermato che «la riunificazione tedesca è ancora incompiuta», invitando la nazione a fare uno sforzo per equiparare il tenore di vita tra est e ovest del Paese. Il Cancelliere ha spiegato che nei 5 laender tedesco-orientali sono sorti molti «paesaggi fioriti», come aveva promesso Helmut Kohl al momento della riunificazione, ma «all'Est la disoccupazione rimane con un tasso doppio di quello dell'Ovest», per questo è indispensabile mantenere fino al 2019 il «Soli», il contributo di solidarietà del 5% prelevato ad ogni tedesco sulla busta paga per continuare a finanziare la ricostruzione dell'est.

IL PROGRAMMA - Le celebrazioni cominciano con una messa ecumenica nella chiesa di Gethsemane, alla quale assistono tra gli altri il presidente Horst Kohler e la stessa Merkel. Il capo dello Stato e il capo del governo rendono omaggio alle forze dell'opposizione che, nella Germania dell'Est, furono le protagoniste della rivoluzione pacifica dell'estate e dell'autunno del 1989 e che portò alla fine della divisione tedesca. Situata nel quartiere berlinese orientale di Prenzlauer Berg, la chiesa di Gethsemane fu teatro, nelle settimane precedenti alla caduta del muro, delle riunioni della dissidenza e dell'opposizione nella parte orientale della capitale tedesca. Poco dopo, il sindaco-governatore di Berlino, Klaus Wowereit, visita la cappella della Riconciliazione, non lontano dall'antica postazione di frontiera della Bernauer Strasse, dove sono accese decine di candele in memoria di quelli che persero la vita nel tentativo di attraversare il Muro per scappare in Occidente. Sul posto, viene inaugurato un nuovo centro di informazione che fornirà documentazione e video sulla barriera che divise la città dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli eventi per commemorare il ventesimo anniversario culmineranno in serata con una Festa della Libertà dinanzi alla Porta di Brandeburgo a cui sono stati invitati capi di Stato e di governo di tutto il mondo.

I LEADER - A nome delle quattro potenze alleate che si ripartirono Berlino dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono presenti a Berlino i presidenti di Russia e Francia, Dmitri Medvedev e Nicolas Sarkozy, il premier britannico, Gordon Brown, e il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Ma anche i presidenti della Commissione dell'Unione Europea, Jose Manuel Durao Barroso e del Parlamento europeo, Jerzy Buzek, insieme ai capi di Stato e di governo dei 27 paesi dell'Ue, tra i quali Silvio Berlusconi. Alle celebrazioni non mancano personalità come l'ex presidente sovietico Mickhail Gorbaciov e l'ex capo di Stato polacco, Nobel per la Pace, Lech Walesa. L'evento-clou sarà l'abbattimento della catena di pezzi giganti di domino, lunga un chilometro e mezzo, creata sull'antico tracciato dell'antico Muro di Berlino, e che è stato dipinto da artisti, scolari e studenti per ricordare la fine della divisione di Berlino, della Germania e dell'Europa. Contemporaneamente migliaia di persone tenteranno di formare una catena umana lunga 33 chilometri sull'antica linea che divideva il settore sovietico della città - dai settori occidentali di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Al termine, gli invitati alle celebrazioni saranno ospiti della cena offerta dal cancelliere Angela Merkel e suo marito, lo scienziato Joachim Sauer.  CdS 9

 

 

 

 

Tutti i 9 novembre che hanno fatto la Germania

 

Proclamazione della repubblica nel ‘18, Notte dei cristalli nel ’38 e caduta del Muro di Berlino nell’’89: il 9 novembre racconta la storia della Germania del Ventesimo secolo.

 

1918: doppia proclamazione della Repubblica - Durante gli ultimi mesi della Prima Guerra Mondiale lo sciopero della Marina imperiale sfocia in una rivoluzione. Ancora prima della fine ufficiale del conflitto, il 9 novembre 1918 al Reichstag di Berlino, Philipp Scheidemann, uomo politico del Partito Socialista Tedesco proclama la Repubblica. Lo stesso pomeriggio il militante comunista Karl Liebknecht gli fa concorrenza, proclamando la “libera Repubblica socialista di Germania”.

 

1923: Hitler marcia sulla capitale - Dopo soli cinque anni la Repubblica di Weimar deve affrontare una terribile crisi politica ed economica. Nella notte tra l’8 e il 9 novembre 1923 a Monaco di Baviera Adolf Hitler annuncia la “rivoluzione nazionale” e rivendica la “marcia su Berlino”. Il putsch viene represso violentemente dalla polizia, il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi viene bandito e Hitler è condannato a cinque anni di carcere.

 

1938: il rogo delle sinagoghe - Il regime nazionalsocialista commemora a modo suo il putsch fallito nel 1923: il 9 novembre 1938 vengono bruciate sinagoghe in tutta la Germania. Numerosi cittadini di fede ebraica vengono picchiati e migliaia di case e negozi distrutti. Dopo quella che sarà ricordata come la “Notte dei cristalli” la persecuzione degli ebrei si intensifica e già il giorno seguente più di 30.000 ebrei vengono deportati nei campi di concentramento.

 

1989: «Siamo un popolo solo» - Le continue manifestazioni e le numerose fughe ad Ovest attraverso l’Ungheria mettono sotto pressione il Governo della Repubblica Democratica Tedesca, fedele all’Urss. La sera del 9 novembre 1989 in una conferenza stampa internazionale Günter Schabowski, membro del Politbüro, l’ufficio politico della Rdt, non può far altro che autorizzare “immediatamente” i viaggi ad Ovest dei privati cittadini. Subito dopo questa dichiarazione migliaia di cittadini della Repubblica Democratica si riversano nei checkpoint per entrare a Berlino Ovest. Il Muro è crollato.

Nella Germania finalmente riunificata si cerca una data che possa diventare festa nazionale e viene preso in considerazione anche il 9 novembre. Ma poiché anche l’anniversario della Notte dei cristalli cade in questo giorno, si sceglie il 3 ottobre, la data in cui è stata ufficializzata la riunificazione nel 1990. Ma il 9 novembre resta emblematico per i tedeschi. Anna Karla, traduzione Anna Narcisi, Kafebabel 9

 

 

 

 

Muro di Berlino e le nuove sfide dell'Europa

 

Sono trascorsi vent'anni dal 9 novembre del 1989 e quella data è ancora scolpita con incredibile nitidezza nella coscienza e nella memoria di ciascuno di noi. Conserviamo in noi le istantanee di quel giorno, l'euforia di quel momento, l'immagine delle migliaia di berlinesi dell'Est e dell'Ovest accalcati dall'una e dall'altra parte del Muro, prima increduli e circospetti, poi sempre più decisi a farsi parte attiva della storia con martelli e scalpelli, in una improvvisa festa di fratellanza e libertà ritrovata.

Sono trascorsi vent'anni dal 9 novembre 1989 e oggi si celebra una data che ha cambiato il mondo e ha segnato la vita di chi, come me, è nato ed è vissuto nell'era della Guerra Fredda e dei blocchi contrapposti. Ma anche di tutti coloro che nati in quegli anni, sono cresciuti un'Europa nuova, libera dalle division artificiali del Dopoguerra e dall'influenza del comunismo e del totalitarismo. Ragazzi dell'80 e del '90 che oggi crescono dando per scontato il bene supremo della libertà.

E' a loro che oggi ci dobbiamo rivolgere quando riflettiamo su quel giorno che molti individuano come il più importante per l'Europa dal 1945 ad oggi. E' a loro che dobbiamo indirizzare il nostro pensiero, invitandoli a prendere coscienza che la libertà non è un bene irreversibile. Così come lo sono la centralità e la dignità della persona, unica cartina di tornasole di una società libera. Sono questi i valori cardine dell'Europa libera - improvvisamente riunita sotto una bandiera comune, loatana dalle barriere ideologiche e dal timore di una guerra fratricida e auto- distruttiva - che rinasce con la caduta del Muro. E sono questi i beni che noi tutti dobbiamo sforzarci di difendere e tutelare.

Come la recente sentenza sul crocifisso dimostra è in corso in Europa una preoccupante offensiva del relativismo etico e di un certo laicismo intollerante che nulla ha a che fare con la vera laicità. Un'offensiva figlia anche di quell'immaturità che l'Europa dimostra quando decise di omettere ogni riferimento alle comuni radici giudaico-cristiane nei lavori della Convenzione Europea, nonostante gli sforzi in tal senso compiuti da Gianfranco Fini. Ebbene di fronte a questi segnali sempre più evidenti, tutti noi dobbiamo reagire, consapevoli che difendere le nostre radici vuol dire difendere la nostra cultura occidentale, i diritti civili e grado di libertà di cui godiamo. Risuonano in questo senso chiarissime le parole che pronunciò uno dei grandi padri dell'Europa moderna, Robert Schumann. «La democrazia deve la sua origine e il suo sviluppo al cristianesimo. E' nata quando l'uomo è stato chiamato a realizzare la dignità della persona nella libertà individuale, il rispetto dei diritti degli altri e l'amore verso il prossimo. Prima dell'annuncio cristiano tali principi non erano stati formulati, nè erano mai divenuti la base spirituale di un sistema di autorità». Negare questo presupposto vorrebbe dire costringere il nostro continente al declino e alla sua progressiva cancellazione.

L'Europa deve quindi lavorare per una grande stagione di rilancio. Quello che abbiamo vissuto dall'89 in poi è stato un ventennio ricco di rivolgimenti e di speranze. Negli anni '90 l'implosione dell'Urss e l'uniflcazione della Germania hanno mutato la nostra carta geopolitica. Sono cadute le frontiere. E' arrivata la moneta unica. E' cambiato il nostro modo di confrontarci con la libertà e la percezione stessa della storia. Ma gli europei non sono stati in grado di cogliere questa finestra di opportunità per creare un'Europa politica e strategica, sfruttando il vuoto determinato dal collasso dell'ordine bipolare.

Oggi non c'è più quell'entusiasmo, quel senso di prospettiva, quella sensazione che tutto fosse davvero possibile che noi tutti respirammo nei giorni della caduta del Muro. Inoltre se la prima fase dell'Unione venne guidata dall'aspirazione alla pace e la seconda fase propulsiva venne alimentata dall'idea della riunificazione dell'Europa, a partire dalla caduta del Muro, oggi non c'è una idea-forza, una missione unificante, un sogno. Resta soltanto la passione e il desiderio di immaginare un futuro migliore, ricercando una unità nuova e feconda in cui il pensiero non sia solo mercantile ma anche civile. Qual è, dunque, la speranza che oggi può dare l'Unione Europea? La risposta e il monito più sensato è quello che arriva da Gianfranco Fini. «Riconoscere un'identità all'Europa - e lo dico da laico - significa avere ben chiaro che, se c'è un luogo che può far sentire figli della medesima storia e comunità culturale un pescatore dell'Algarve e un contadino lituano, quel luogo è la cattedrale. L'immagine di un'Europa delle cattedrali, e quindi il riconoscimento di un'identità religiosa nella tradizione ebraica e cristiana, è la fotografia di un dato storico, non è una scelta di campo. Credo che questo lavoro di tipo culturale, se si vuole oggi rilanciare un mito europeo, debba necessariamente essere ripreso».

E' questa la vera sfida che, oggi più che mai, si staglia di fronte a noi. Una sfida della cui responsabiità tutti dobbiamo farci carico.  Ministro Ronchi, www.politichecomunitarie.it  (de.it.press)

 

 

 

 

20° della cadura del muro. Le felicitazioni di Napolitano a Köhler

 

Roma: "Guardando alle nostre spalle, alle divisioni e alle sofferenze del secolo passato che nel Muro di Berlino hanno avuto un simbolo inquietante e concreto, possiamo oggi trarre ulteriore impulso per impegnarci nella costruzione di una Europa politica più coesa e più forte, a partire dalla realizzazione delle riforme previste dal Trattato di Lisbona". Questo il messaggio che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rivolto al collega della Repubblica Federale di Germania, Horst Köhler, in occasione del ventesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino.

Esprimendo a nome del popolo italiano e suo personale "le più fervide felicitazioni" per il ventennale, Napolitano si è detto "certo che Italia e Germania, legati da sentimenti di profonda amicizia, continueranno a operare in questo senso".

"L'apertura delle frontiere tra i due Stati tedeschi e la fine delle divisioni artificiosamente e dolorosamente imposte nel dopoguerra", si legge nel messaggio, "hanno segnato un momento fondamentale e indimenticabile del secolo passato, rimarginando profonde ferite inferte alla storia europea".

"Vent'anni orsono è stato avviato il processo di riunificazione della Germania e ha preso nuovo e straordinario impulso il processo di integrazione politica europea", ha aggiunto il presidente Napolitano. "Il tempo della storia ha ripreso a scorrere veloce. La memoria di quei giorni intensi e luminosi, segnati dall'esplosione di sentimenti di liberazione e di gioia, ma anche di grandi attese nei confronti dei sistemi democratici, si salda oggi con il forte senso delle nuove e urgenti responsabilità che spettano all'Unione Europea". (aise) 

 

 

 

 

PD-Estero. A Beatrice Biagini la presidenza dell'assemblea dei delegati all'estero

 

Durante la giornata di sabato è stato votato all'unanimità di affidare la presidenza dell'assemblea dei delegati all'estero a Beatrice Biagini, eletta all'assemblea nazionale per la lista Marino nel collegio Europa 1.

Rosy Bindi e Ivan Scalfarotto, Presidente e Vice presidente dell'assemblea nazionale, hanno presieduto e accompagnato i delegati in questo momento importante della vita del PD all'estero. Per la prima volta dalle primarie del 2007 il Partito all'estero ha una presidenza dell'assemblea dei delegati all'estero.

Beatrice Biagini: "Accetto questo impegno sapendo che sarà un lavoro complesso, ma al tempo stesso un'opportunità che è data a me e a tutto il PD nel mondo per  cominciare a dare al partito lo stimolo e il contributo di chi vede l'Italia in difficoltà e vuole fare qualcosa attraverso la politica anche stando lontano.

Dalle politiche per l'infanzia, alla ricerca, ai diritti, alle priorità del lavoro e dell'innovazione, su tante delle cose su cui il nuovo segretario ha lanciato la nuova agenda del PD, gli italiani all'estero possono fornire un esempio, un'esperienza, un dato che contribuisca a capire cosa e come si fa all'estero.

E' tempo che i 6.000 circoli italiani entrino in contatto con i 150 circoli all'estero, e questo puo' accadere solo se le due strutture si parlano, cosa per la quale Rosy Bindi ha dato la sua disponibilità e per la quale Ivan Scalfarotto investirà la sua esperienza insieme a noi."

L'assemblea dei delegati, composta di 44 eletti nelle quattro ripartizioni continentali (Europa, America del Nord, America Latina, Asia Australia e Africa) ha inoltre votato all'unanimità la composizione di una commissione che avrà il compito di riformare lo statuto della circoscrizione estero adeguandolo allo statuto nazionale in modo che si possa velocemente procedere alla definizione delle strutture territoriali del partito e dare regole di trasparenza e apertura affinché il PD nel mondo possa crescere e costruire quell'altrenativa di cui l'Italia ha bisogno.

 

"Sono onorata della fiducia degli eletti all'estero e mettero' in questo incarico tutte le mie competenze e la mia passione, certa che il nuovo segretario Bersani saprà mettere al servizio  di tutto il partito l'esperienza dei tanti italiani all'estero che sono impegnati nel partito democratico". De.it.press

 

 

 

 

 

SWR. Consolati di Amburgo, Saarbrücken, Norimberga e Agenzia di Mannheim: certa la chiusura

 

Il governo Berlusconi resta inamovibile sulla ristrutturazione della rete consolare. Chiusura entro il 2010/11 dei consolati di Amburgo, Saarbrücken, Norimberga e dell’Agenzia di Mannheim. In alternativa ci saranno sportelli telematici

 

Il Sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica (AN) ha confermato in un incontro con i consoli, presidenti Comites, membri Cgie e parlamentari eletti all’estero che fra il 2010 e il 2011 saranno chiuse le sedi consolari di Amburgo, Saarbrücken, Norimberga e dell’Agenzia di Mannheim. Le competenze territoriali saranno estese ad altre sedi consolari: Monaco ingloberà Norimberga, Mannheim confluirà a Stoccarda, la sede di Saarbrücken sarà accorpata a Francoforte e quella di Amburgo ad Hannover.

Questa operazione fará senza dubbio risparmiare allo stato italiano alcuni milioni di euro all’anno, ma creerà enormi disagi a circa 100.000 connazionali residenti nelle attuali circoscrizioni consolari. I disagi aumenteranno ulteriormente con l’introduzione del passaporto biometrico, che richiede almeno una volta la presenza fisica del cittadino in consolato per le impronte digitali. Tutte queste oggettive difficoltà non sembrano trovare ascolto. Neppure le lettere dei ministri presidenti e di sindaci tedeschi o la petizione firmata trasversalmente da parlamentari eletti all’estero hanno sortito effetto. Mantica resta fermo sulle decisioni assunte in sede di governo e procede.

L’alternativa, sostiene il Sottosegretario sarà la telematizzazione dei servizi consolari. Il suo esempio è il bancomat e il tele banking. Come avviene per l’estratto conto, per il prelievo di soldi o di versamenti così dovrà avvenire per le pratiche consolari. Il ministero intende investire nelle nuove tecnologie per rendere più celere il servizio al cittadino, almeno questi sono gli obiettivi. Qualche sperimentazione è stata avviata a Bruxelles, ma ora bisogna vedere come e quando entrerà a regime in tutte le sedi consolari.

Le difficoltà iniziali saranno inevitabili soprattutto per la generazione di anziani che sarà sottoposta a distanze e ad attese più lunghe. Già ora in alcuni consolati ammontano le pratiche di rinnovo dei passaporti, figuriamoci che cosa accadrà con il passaporto biometrico.

Non vi è dubbio che ogni cambiamento provoca disagi, insoddisfazioni e proteste. Ci si augura solo che i benefici non tardino ad arrivare.

Altri particolari emergono dall’intervista realizzata con il Sottosegretario Alfredo Mantica cui fanno seguito voci contrastanti di rappresentanti della collettività.

Per ascoltare, basta cliccare su questo link: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5601656/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1cfh1a9/index.html.

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Mantica a Berlino conferma la chiusura di 4 consolati in Germania. L’on. Garavini: “Grave il piano del Governo”

 

Tenuto l’annuale l’incontro di Intercomites e Cgie presso l’Ambasciata italiana di Berlino

 

Berlino - “È molto grave che il Governo si appresti a chiudere quattro Consolati proprio nel Paese in cui risiede la comunità italiana più numerosa e in cui si riscontrano ancora i maggiori tassi di mancata integrazione scolastica e professionale delle nostre giovani generazioni.” Con queste parole Laura Garavini, parlamentare del Pd residente in Germania, ha risposto al Sottosegretario Mantica che ha ribadito l’intenzione di chiudere i consolati di Amburgo, Mannheim, Norimberga e Saarbrücken nel corso del suo intervento all’annuale incontro presso l’Ambasciata di Berlino con Intercomites, Consiglio Generale degli Italiani all’estero, Consoli e parlamentari.

 

“Non solo le comunità italiane interessate, ma anche i Governatori tedeschi delle Regioni interessate hanno espresso allarme per le preannunciate chiusure, arrivando addirittura ad offrire locali nelle loro prestigiose cancellerie, pur di scongiurare i provvedimenti definitivi. È grave che da parte italiana non si è ancora provveduto a verificare la fattibilità di una tale ipotesi”.

 

“È altrettanto grave che non si sono prese in esame altre alternative, in grado di evitare misure così devastanti come la definitiva chiusura di ben quattro sedi consolari. Ad esempio l’accorpamento in un’unica sede delle varie Ambasciate italiane presenti in alcune capitali (Bruxelles, Parigi, NewYork), oppure il declassamento dei Consolati in questione ad Agenzia consolare. Al contrario” ha proseguito la Garavini “esiste il rischio che le chiusure previste provochino dei costi maggiori rispetto ai risparmi auspicati, dal momento che le sedi di accoglimento (ad esempio sia il Consolato di Monaco di Baviera che quello di Francoforte) non dispongono di locali idonei ad accogliere quelle in chiusura.”

 

“Le chiusure preoccupano ancora di più se si considerano i forti tagli previsti ancora una volta in finanziaria contro gli italiani all’estero. Rispetto agli ingenti finanziamenti stanziati a suo tempo dal Governo Prodi per le comunità italiane all’estero (e questo nonostante tutte le difficoltà economiche che stava riscontrando all’epoca il nostro Paese), da due anni l’attuale maggioranza sta apportando riduzioni devastanti ai capitoli previsti per le comunità italiane all’estero. Anche quest’anno in finanziaria verranno a mancare 30 milioni di euro. Tagli così pesanti ci inducono a pensare che sarebbe semmai necessaria una maggiore presenza al fianco delle nostre comunità e non invece uno smantellamento della rete diplomatico consolare.”

 

Da qui la parlamentare del Pd ha invitato il Sottosegretario Mantica a valutare ancora seriamente la possibilità di evitare chiusure puntando su declassamenti delle sedi consolari in agenzie consolari e su accorpamenti delle sedi di Ambasciata, al fine di garantire il mantenimento dell’offerta dei servizi consolari ai cittadini. De.it.press

 

 

 

 

Radio Colonia: “Sconsolati di Germania”. Presto un incontro sull’integrazione scolastica

 

Delusione tra i rappresentanti dei Comites e del Cgie dopo la riunione all'Ambasciata italiana di Berlino. Sembra ormai inevitabile la chiusura di alcuni consolati, fra cui Amburgo, importante snodo commerciale per le navi italiane.

La riunione del 7 novembre è stata presieduta dal nuovo Ambasciatore Michele Valensise, in rappresentanza del Governo italiano c'era invece il senatore Alfredo Mantica, sottosegretario del ministero degli Esteri con competenza per gli italiani all'estero. Entrambi parlano di una necessaria razionalizzazione della rete consolare e lodano l'introduzione dei cosiddetti consolati digitali. Le chiusure entro il 2011 riguarderebbero quattro consolati: oltre a Saarbrücken e Norimberga, anche Mannheim e Amburgo. Quest'ultima chiusura, sottolinea il presidente del Comites della città anseatica, Franco Corradi, danneggerebbe anche il commercio con l'Italia, visto che il consolato rappresenta un importante punto di riferimento per le navi italiane che arrivano nei porti del nord.

 

Unica buona notizia, l'annuncio del Senatore Mantica di un incontro a breve fra l'Ambasciatore Valensise e i Comites, i Comitati degli italiani all'estero, per stabilire la migliore strategia per trovare soluzioni a quella che è probabilmente la questione più annosa e complessa della comunità italiana: l'integrazione scolastica.

Ascolta il servizio di Enzo Savignano, trasmessao da Radio Colonia l’8 novembre:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2009/091108_botschafteritaliener.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2009/091108_botschafteritaliener.mp3.  (RC, de.it.press)

 

 

 

 

Berlino. Mantica-Valensise-Comites: incontro inutile sui consolati. Chiudono “non per riparmio”. Allora, perchè?

 

Si chiudono in Germania Saarbrücken, Norimberga, Mannheim e Amburgo. I rappresentanti della comunità trattati come camerieri

 

Una occasione sprecata, quella di sabato 7 novembre, nell’incontro in ambasciata tra Presidenti Comites, Consiglieri Cgie, Consoli e Ambasciatore. Presenti il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, e gli onorevoli Narducci, Garavini e Di Biagio. Tema dominante: la chiusura dei consolati, che Mantica ha confermato. Di più: non si tratterebbe soltanto di Norimberga e Saarbrücken, come temuto fino a qualche giorno fa, ma anche di Amburgo e Mannheim, come temuto fin dall’inizio. Mantica non ha lasciato speranze: si chiude e basta! Solo alla fine dell’incontro ha lasciato intendere che, forse, su qualche particolare si può anche discutere, ma non sul piano in sè. Che è già deciso. Ma deciso da chi? Su questo punto, che Mantica ha anche esposto alla sua maniera, torneremo.

I rappresentanti della comunità, compresi i parlamentari eletti all’estero (a proposito, gli altri dov’erano? A giocare a carte?) sono stati trattati come dei camerieri che dovrebbero servire alla comunità una pietanza già preparata. Ma preparata da chi? Il punto è interessante, perchè Mantica – e lo ha fatto intendere lui stesso - esegue semplicemente un piano preparato da altri. Cameriere anche lui, insomma. E chi meditava e proponeva piani di risparmio alternativi, ha dovuto ricredersi. Non è una questione di soldi, come Mantica ha espressamente dichiarato. Ma se la questione non è il risparmio, qual’è la questione, allora? Questo non lo sa veramente nessuno.

L’unica cosa che si sa, è che si chiude e basta! E perché quei consolati e non altri? Pensiamo solo ad Amburgo, il porto più grande d’Europa. Pensiamo a Mannheim, al centro di una delle regioni più produttive del continente. Altrettanto per Norimberga o per Saarbrücken, quest’ultima capitale di un Land. Perché quelli e non altri, dicevamo? Non si sa. La “Sfiga”! E perché c’è stato un cambio all’ultimo momento tra Amburgo e Hannover? Non si sa neppure quello. La “Sfiga”! E perché, infine, sono le comunità costrette a difendere il patrimonio dello Stato, e non l’Amministrazione, come dovrebbe essere? Non si sa. Mantica non ha spiegato nulla. Ha fatto due bei discorsi. Il primo sull’introduzione dei consolati digitali. Bellissime cose, che però devono venire installate insieme ai servizi di sportello, non al posto. Mantica fa volentieri l’esempio della introduzione del bancomat. Che però non ha affatto sostituito gli sportelli bancari. Nessuna banca farebbe fare cinquecento chilometri ai suoi clienti per arrivare al primo sportello. E se una qualche sostituzione la si può anche ipotizzare, questa deve avvenire nel lungo periodo. Nel discorso di conclusione, infine, Mantica ha parlato del sesso degli angeli.

Dicevamo che il progetto non piace a nessuno. Non piace neppure ai deputati eletti all’estero del Pdl, lo stesso partito del Sottosegretario. I quali hanno presentato un documento, a firma Di Biagio, Picchi, Angeli e Berardi che è anche un appello a riconsiderare la questione. Si legge: “Saremo pronti a avviare ulteriori iniziative finalizzate alla salvaguardia dei servizi e delle strutture per le nostre comunità, dinanzi ad una eventuale decisione –da noi non condivisa- da parte dell’Amministrazione centrale”. Loro sono pronti, scrivono, ma non li ascolta nessuno.

E questa è un po’ la questione fondamentale. Se la politica, deputata a difendere interessi generali, non decide, chi decide al suo posto? “Decide Frattini” -dice Mantica. Balle! Frattini firma quello che gli viene messo sul tavolo. Ma il progetto è più vecchio di questo governo, come Mantica stesso ha ripetuto. Frattini -come Mantica-semplicemente lo manda avanti. Frattini non sa neanche dove sta, Saarbrücken, se quancuno non glie lo indica col dito sulla carta geografica. Frattini fa volentieri il bello agli incontri internazionali, dove può dire a Westerwelle come parla bene l’inglese. Ma delle comunità, a Frattini non gliene potrebbe fregar di meno.

Allora, se la politica de facto non decide, chi decide? Qualcuno che difende interessi particolari e di lobby? E perché la politica ha abdicato alla sua facoltà? In favore di chi?

Infine una nota a latere. Abbiamo assistito in fine giornata ad un attacco indegno –oltre che fuori luogo- da parte di un Consigliere Cgie, ampiamente noto alla magistratura tedesca, contro il Console di Stoccarda. Vada al Console di Stoccarda tutta la solidarietà di questo giornale. Mauro Montanari, CdI

 

 

 

 

Saarbrücken. Occupato per protesta il Consolato: si vuole impedirne la chiusura

 

Comunicato stampa del Comites/Saar riguardo alla chiusura del Consolato d'Italia di Saarbrücken

 

Una pioggerellina fitta e fastidiosa, riversatasi sin dalle prime ore del mattino su Saarbrücken, capoluogo del Saarland, non ha fatto desistere i circa 50 cittadini italiani che, mercoledì 4 novembre, si sono dati appuntamento nella Johannisstrasse, sotto la sede del Consolato italiano di Saarbrücken, per protestare civilmente contro la paventata chiusura degli uffici consolari del capoluogo sarrese, preannunciata dal sottosegretario agli Affari Esteri, Alfredo Mantica. Dopo aver intonato alcuni slogan di protesta il gruppuscolo di manifestanti, capeggiati dal presidente del locale Comites (Comitato degli italiani eletti all’estero), Giovanni Di Rosa, sono entrati negli uffici consolari ed hanno attuato una simbolica protesta, facendo campeggiare dalle finestre dei locali consolari alcuni striscioni esortanti il governo italiano a recedere dalla decisione di chiudere il Consolato d’Italia nel capoluogo del Saarland. La protesta è durata qualche minuto, dopodiché le autorità consolari hanno provveduto a rimuovere gli striscioni e a sgombrare la sede consolare.

Con tale protesta i manifestanti hanno voluto richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica locale su un provvedimento, quale quello della chiusura del Consolato d’Italia, che penalizzerebbe enormemente la numerosa comunità italiana residente nel Saarland (circa 25.000 cittadini italiani!), rifiutando di offrire loro i fondamentali diritti, sanciti dalla Costituzione, alla fruizione dei servizi pubblici resi dalla struttura consolare. La collettività italiana del Saarland vuole mantenere il suo Consolato, pur essendo disposta a concordare con l’amministrazione italiana misure di ristrutturazione adeguate alle esigenze di risparmio.

La protesta è proseguita sabato 8 novembre nel centro cittadino con una raccolta di firme e si esplicherà ulteriormente nei prossimi giorni con nuove iniziative atte a scongiurare la chiusura del Consolato d'Italia in Saarbrücken. De.it.press

 

 

 

A Francoforte oggi l’IIC presenta il libro “Solo per giustizia” di Raffaele Cantone

 

Francoforte. Oggi 11 novembre alle ore 19.00 si terrà presso l’Istituto Italiano di Cultura di Francoforte il secondo incontro della serie Cultura e Legalità insieme a Raffaele Cantone, che presenterà Solo per giustizia (Mondadori, 2008), Allein für die

Gerechtigkeit (Kunstmann Verlag, 2009).

L’autobiografia Solo per giustizia offre per la prima volta una spietata visione del

fenomeno della criminalità organizzata dal punto di vista di chi indaga, documentando la corruzione della società civile come nessun altro libro sulla mafia ha mai fatto. Proprio per questa sua impassibile insistenza sul diritto e sulla giustizia il romanzo è divenuto, insieme a Gomorra di Roberto Saviano, una pietra miliare nella lotta contro la camorra.

Raffaele Cantone, nato a Napoli nel 1963, si è occupato come giudice della criminalità in ambito economico. Dal 1999 al 2007 ha partecipato a tutti i grandi processi contro i clan camorristi in qualità di procuratore dell’autorità anti-mafia di Napoli. Cantone vive da anni sotto scorta.

L’incontro sarà moderato dal Dr. Rodolfo Dolce e dalla dottoressa Paola Cioni.

La manifestazione avrà luogo presso l’Istituto Italiano di Cultura, sito nella Seckenberganlage 10-12, alle ore: 19.00. L’ingresso è gratuito. Prenotazione per Email iicfrancoforte@esteri.it, o per telefono 069 75 306 605. (IIC, de.it.press)

 

 

 

 

Colonia. “Una lingua in più”: Dvd del Comites. Giovedì 12 la presentazione

 

Colonia. Il Comites di Colonia invita tutti i cittadini a prendere parte alla presentazione del nuovo progetto “Una lingua in più”, a cura dello stesso in collaborazione con Mehrsprache e.V. Colonia. A tutti i partecipanti verrà regalato un DVD del progetto e il Calendario 2010 del Com.It.Es.

La manifestazione ha luogo giovedì 12 novembre, alle ore 19.00, presso l’Istituto Italiano di Cultura (Universitätsstr. 81, Colonia), con gli interventi di: Hans Peter Lindlar, Presidente della Circoscrizione Provinciale di Colonia; Eugenio Sgrò, Console Generale di Colonia; Rosella Benati, Presidente del Com.It.Es. di Colonia

 

Il progetto “Una lingua in più” - I bambini italiani che crescono in Germania hanno la grande opportunità di imparare fin dall’inizio due lingue europee. Per questo il Com.It.Es. di Colonia ha prodotto il DVD “Una lingua in più”, che vuole mostrare attraverso delle esperienze dirette e dei consigli sul tema come educare i propri figli con due lingue e due culture. Inoltre il DVD spiega alcune particolarità importanti del sistema scolastico del Nord Reno - Vestfalia.

Il DVD è rivolto a moltiplicatori e genitori e vuole contribuire ad una maggior informazione su questo importante tema. (de.it.press)

 

 

 

 

Crocifisso in classe: sì o no? Dibattito oggi a Radio Colonia. Puoi partecipare

 

Crocifisso in classe: sì o no? Dopo la sentenza della Corte Europea dei

Diritti dell’Uomo sul crocifisso nelle scuole Radio Colonia vuole

discuterne con voi, oggi, mercoledì 11 novembre, dalle 19 alle 19.30 a

Radio Colonia.

 

E` giusto togliere i simboli religiosi dalle scuole? Il crocifisso

nelle scuole italiane è un caso particolare? Nelle classi tedesche

frequentate da voi o dai vostri figli ci sono crocifissi?

 

Per partecipare chiamate già da mercoledì mattina il numero gratuito

0800/56789 774 o scrivete a radiocolonia@wdr.de.  Lasciate il nome e il

numero di telefono a cui possiamo richiamarvi. E dalle 19 seguite il

dibattito in livestream dal nostro sito o sulle frequenze di Funkhaus

Europa.

 

Radio Colonia, dalla domenica al venerdì, 19.00-19.30

Berlino e Brandeburgo 96,3 MHz. Brema e Bremerhaven 96,7 MHz

Nordreno-Vestfalia 103,3 MHz. www.funkhauseuropa.de/italiano.  

Radio Colonia (de.it.press)

 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

- mercoledì 11 novembre, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg

   (Wittelsbacherstr.10, Starnberg, Tel: 08151-971800, www.breitwand.com)

   nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato

   da Ambra Sorrentino"

   Film: "Il vento fa il suo giro" (Regia: Giorgio Diritti, Italia 2006, 110')

 

- giovedì 12 novembre, ore 19:00, c/o Black Box, Gasteig

   (Rosenheimerstr. 5, München). In occasione della "50. Münchner Bücherschau"

   "Allein für die Gerechtigkeit - Ein Leben im Kampf gegen die Camorra"

   Incontro (in tedesco ed italiano) col magistrato Raffaele Cantone che

   presenta il suo libro autobiografico

   Moderazione e traduzione: Antonio Pellegrino (Bayerischer Rundfunk)

   Lettura in tedesco: Helmut Becker. Ingresso: € 10,-/8,-

   Organizza: Münchner Bücherschau 2009 col sostegno di Kulturreferat der

   Landeshauptstadt München, Antje Kunstmann Verlag, IIC

- venerdì 13 novembre, ore 18:00, c/o EineWeltHaus (Schwanthalerstr.

   80 - München), "LiberalItália" festa dell'impegno civile Con

   * Sandra Galli: Pizzini e santini, recitativo

   * Marinella Vicinanza Ott e Hans Wiedemann: Novi Moti, musica e

       immagini

    * Corrado Conforti: Le Canzoni dell'Altra Italia, elaborazione video

       di Fiorenzo Cianelli

     * Sandra Galli: Ho visto cose..., monologo

     * Folk’core: Alzalavoce, composizioni e ballate

   Presenta la serata Sandra Galli

   A cura del gruppo "Un'Altra Italia": degustazione e vendita di

   prodotti di Liberaterra. Ingresso libero

   Organizza: Rinascita e.V. in collaborazione con il gruppo "Un'Altra

   Italia" (unaltraitalia@yahoo.de)

 

- venerdì 13 novembre, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   "Incontri di letteratura spontanea"

   Nel corso dell'incontro sarà presentato il libro "Notturno" di Luciano

   Florio.

   Chiunque può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia o

   anche solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri.

   Ingresso gratuito.

   Per informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491

 

- venerdì 13 novembre, ore 20:00, c/o Sprachschule gut lernen (Untere

   Königstraße 28, Bamberg)

   Assemblea annuale dei soci del Mosaico Italiano

   Organizza: Mosaico Italiano, Bamberg

 

- sabato 141 novembre, ore 18:00, c/o Sala parrocchiale S.Anna

   (Krenmoosstr. 7 - Karlsfeld),

   "Festa d'autunno"

   La serata sarà allietata dal Duo per caso

   Funzioneranno il servizio bar e la cucina

   Due toast caldi all'italiana con patatine fritte a € 3,50. Possibile

   cena al sacco

   Per motivi organizzativi si prega di segnalare la partecipazione a

   Mauro Sansone (Tel. 01792072349) o Salvatore Cascetta (Tel.

   08131-96277)

   Organizza: ACLI Karlsfeld

 

- domenica 15 novembre, ore 10:30-12:30, c/o Familienzentrum Laim

   (Valpichlerstr. 36 - München - www.familienzentrum-laim.de),

   Deutsch-Italienische Spielgruppe

   Incontro per genitori e bambini (dai 0 ai 6 anni) di famiglie

   multinazionali

   Partecipazione: 2 € per gruppo familiare.

   Per informazioni rivolgersi a Sara Benedetti-Baumans

   (sara_benedetti@web.de), Claudia Cella (cella10@web.de) o Lucianna

   Filidoro (lucianna.filidoro@gmx.de) de.it.press

 

 

 

 

Arriva a Saarbrücken la rassegna “Cinema! Italia!” (12-18 novembre)

 

Saarbrücken - Il Cinema Filmhaus di Saarbrücken presenta anche quest’anno, in collaborazione con il Consolato d’Italia e la Facoltà di Romanistica dell’Università del Saarland, la rassegna cinematografica "Cinema!Italia!". La Tournee di film italiani, che si terrà per la quarta volta a Saarbruecken dal 12 al 18 novembre prossimi, attraversa tutta la Germania, facendo tappa in ben 27 città tedesche.

Il festival proporrà al pubblico 6 pellicole recenti, che hanno avuto grande successo in Italia, ma che non sono ancora state distribuite in Germania.

Come negli anni passati, saranno gli spettatori a scegliere il miglior film tra quelli in programmazione, ed il vincitore del premio del pubblico verrà poi doppiato e distribuito nelle sale tedesche.

I film presentati quest’anno sono: "Giulia non esce la sera" di Giuseppe Piccioni (giovedì 12, ore 20); "Ex" di Fausto Brizzi (venerdì 13, ore 18 e 20.15); "La ragazza del lago" di Andrea Molaioli (sabato 14, ore 18.15 e domenica 15, ore 20.15); "Il papà di Giovanna" di Pupi Avati (sabato 14, ore 20.15 e domenica 15, ore 18.15); "Si può fare" di Giulio Manfredonia (lunedì 16, ore 18 e 20.15); "Galantuomini" di Edoardo Winspeare (martedì 17, ore 18.15 e 20.15; mercoledì 18, ore 18.15).

Tutti i film saranno proiettati in lingua originale con i sottotitoli in tedesco: un’occasione da non perdere per tutti gli amanti della cultura e della lingua italiana e soprattutto per gli italiani residenti nel Saarland.

Anche quest’anno, poi, il Consolato d’Italia di Saarbrücken ha deciso di mettere a disposizione un centinaio di biglietti gratuiti per i connazionali interessati: per ottenerli è sufficiente chiamare la segreteria consolare al numero 0681- 6683330, lasciare il proprio nome ed indicare quale film si vuole vedere. Chi avrà prenotato potrà poi ritirare il proprio biglietto omaggio direttamente alla cassa del cinema, poco prima dello spettacolo.

La serata inaugurale del Festival si terrà il 12 novembre 2009, alle 19.30. Dopo i saluti da parte degli organizzatori, sarà proiettato il primo film della rassegna: "Giulia non esce la sera" di Giuseppe Piccioni.

Il calendario completo della manifestazione è disponibile online all’indirizzo www.cinema-italia.net.  (aise)

 

 

 

Monaco di Baviera. Online il supplemento culturale rinascita cult

 

Monaco di Baviera. Rinascita flash 6/2009, con il supplemento culturale rinascita cult, è on line. Il bimestrale di rinascita e.V., a colori, può essere letto e/o stampato cliccando su: http://www.rinascita.de/rinascitaFlash.html. 

Gli articoli di questo numero: L’Italia della gente brava di Sandra Cartacci; I giovani e il voto in Germania di Massimo Dolce; Le leggi ingiuste di Pasquale Episcopo; Quei ragazzi del ’92 e UnAltraItalia di Daniela Di Benedetto

; Solitudine e caparbietà di Marinella Vicinanza Ott;  In Italia vergognoso voto alla Camera di Aurelio Mancuso; Un uomo sempre più aggressivo di Lucio Rossi; Chi vuole affondare il volontariato? di Cristiano Tassinari; Alluvione in Sicilia di Franco Casadidio; Lettera aperta a Marco Travaglio di Claudio Paroli; Eroi? di M. Rita Casali; Televisione magistra vitae di Corrado Conforti; Famiglia: i buoni e i cattivi di Rita Vincenzi;

Gransol, un incontro di bimbi cubani di Enrico Turrini; Letteratura italiana al femminile: Matilde Serao di Miranda Alberti; "Per il tuo bene", in memoria di Rocco Carbone di Rossella Sorce; Soltanto stress di Sandra Galli; Né carne, né pesce di Marta Veltri

Rinascita cult, supplemento culturale del n° 6/2009; Breve storia delle Mafie e dell’Antimafia di Marinella Vicinanza Ott; In occasione de “Il Giorno della Memoria”  di Adriano Coppola; Elezioni europee: i dubbi e il senso di queste elezioni di Marcello Tava; Religione - società: altro da me di Maria Antonietta De Riso; La storia della canzone italiana degli anni ‘70 e ‘80 di Marinella Vicinanza Ott;

La filastrocca dei bambini del mondo a cura de Il Laboratorio dell’Italiano. (de.it.press)

 

 

 

 

Berlino. La prima pizzeria dell’est. Poi tutto cambiò col crollo del muro

 

Berlino – "Pizza, amore e fantasia. È il 1 gennaio 1982, Ronald Reagan è da poco presidente degli Usa, il primo pc troneggia negli scaffali dei negozi e in Italia si balla sulle note di "Maledetta Primavera". E nella Repubblica Democratica Tedesca apre la Belletti’s Pizzeria, nel centro di Halle, in Sassonia, a circa 130 km da Berlino. "La prima pizzeria della Rdt", racconta Dieter Belletti, proprietario del locale insieme alla moglie Thekla", a Greta Sclaunich, che firma un divertente articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 9 novembre

"Ingredienti razionati e made in Urss, niente forno né ricettario. Un menu di tre pizze, disponibili fino ad esaurimento scorte e solo al venerdì al prezzo di 1,95 Ostmark, il marco della Germania dell’Est (circa 45 centesimi di euro). Ma successo garantito: "Ogni venerdì c’era la coda fuori dal locale, malgrado per anni le autorità ci avessero negato il permesso, dicendo che nella Rdt nessuno voleva la pizza. Invece fra i nostri clienti c’erano molti membri del partito socialista e anche qualche spia della Stasi, incaricata di controllarci", sorride Dieter", al Corriere.

"Figlio di un italiano nato in provincia di Lucca ed emigrato in Germania per amore dopo la seconda guerra mondiale", si legge nell'articolo, "Dieter, che oggi ha 53 anni, non parla italiano, ma fa il cuoco e vuole un locale all’italiana. Per farlo, nella Germania dell’Est, occorrono fantasia e ingegno". E così, racconta ancora Greta Sclaunich, "i coniugi Belletti si costruiscono da soli il bancone di legno, si inventano un matterello per la pasta della pizza, usando il rullo di legno di un mangano per biancheria. Il forno glielo crea un amico elettricista, truccando una graticola per polli arrosto. Per le pizze ci si arrangia, mettendo insieme quel che c’è. Nasce la "Rusticale", con salsiccia, cetrioli sottaceto, cipolle e l’ungherese letscho, cioè una pasta di spezie composta da peperoni, pomodori, cipolla. Poi la "Italia", a base di letscho e salame. E la "Strana", quella che andava per la maggiore: prosciutto, origano, uva spina. "Volevamo metterci l’ananas, ma era introvabile. Così abbiamo ripiegato sull’uva spina", ricorda Dieter".

"Per l’ananas, così come per l’agognato ricettario, bisognerà aspettare il 1989. Con la caduta del muro di Berlino e l’apertura delle frontiere", continua l'articolo, "i Belletti possono finalmente acquistare prodotti italiani ed ampliare la lista delle pizze, dotando il locale di un vero forno e di un mattarello degno di questo nome. E pensare che il 9 novembre lo avevano vissuto con scetticismo: "Siamo scesi in strada a festeggiare come tutti, ma non pensavamo di stare davvero assistendo alla fine della Germania dell’Est". Oggi la pizzeria è chiusa, i Belletti si sono lanciati nel business del catering. Per il ventennale della caduta del muro niente programmi speciali: il lunedì è un giorno "morto" e nessun cliente ha prenotato per un servizio di catering". (aise)

 

 

 

 

A Monaco di Baviera domani la presentazione del libro “Solo per giustizia”, di Raffaele Cantone

 

L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ha il piacere di annunciare la presentazione del libro Solo per giustizia, di Raffaele Cantone.

L’evento avrà luogo giovedì 12 novembre 2009, alle ore 19, nell’ambito della 50. Münchner Bücherschau, presso il Gasteig, Black Box, Rosenheimer Straße 5, a Monaco di Baviera. Moderatore e traduttore: Antonio Pellegrino. Lettura in lingua tedesca: Helmut Becker

 

Organizzano l’evento il Börsenverein des Deutschen Buchhandels - Landesverband Bayern München in collaborazione con la Casa Editrice Antje Kunstmann di Monaco di Baviera e l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera

 

Nato a Napoli nel 1963, Raffaele Cantone è stato fino al 2007 Pubblico Ministero presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e ha preso parte ai più importanti processi contro i clan camorristici. Si è occupato delle indagini sul clan dei Casalesi, riuscendo ad ottenere la condanna all'ergastolo dei più importanti capi di quel gruppo.

Si è occupato anche delle indagini sulle infiltrazioni dei clan casertani all'estero: in particolare in Scozia, dove è stata individuata una vera è propria filiale del clan La Torre di Mondragone, dedita al reinvestimento in attività imprenditoriali e commerciali di proventi illeciti, in Germania, Romania ed Ungheria, dove esponenti del clan Schiavone si erano stabiliti durante la latitanza ed avevano acquistato beni immobili ed imprese. Ha curato il filone di indagini che hanno riguardato gli investimenti del gruppo Zagaria a Parma e Milano, facendo condannare per associazione camorristica un importante immobiliarista di Parma.

Vive tutelato dal 1999 e sottoposto a scorta dal 2003, dopo che gli investigatori scoprirono il progetto di un attentato organizzato dal clan dei Casalesi. Attualmente lavora presso la Suprema Corte di Cassazione di Roma. Nell’opera autobiografica Solo per giustizia ripercorre la sua esperienza di magistrato di prima linea.

Il racconto del giudice Cantone prende avvio dal suo ultimo giorno alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli: ripercorrendo la sua esperienza, Cantone mostra in che modo un bravo studente di giurisprudenza che voleva addirittura fare l'avvocato sia finito per diventare il nemico numero uno dei boss di Mondragone e Casal di Principe, più di una volta minacciato di morte e da anni costretto a vivere sotto scorta insieme ai familiari. Un'evoluzione che prende forma attraverso un percorso graduale e, talvolta, persino casuale, dove però rimane sempre salda la sua originaria passione per il diritto. Quella che gli fa trattare con la medesima professionalità e dedizione le vicende di un anziano signore che si rivolge alla giustizia per la tragica morte del figlio dovuta a un caso di malasanità e le sofisticatissime indagini condotte insieme al Ros per arrivare alla cattura di Michele Zagaria, la primula rossa dei Casalesi.

Ma l'amaro realismo di queste pagine finisce per evidenziare come l'universo camorrista abbia confini ben più estesi e radici ben più profonde dei vertici di qualche clan. Per cui, fino a quando ci saranno politici, funzionari, imprenditori, uomini delle forze dell'ordine e liberi professionisti corrotti, conniventi o sottomessi, la camorra resterà come un'idra cui la giustizia può tagliare una o qualche testa che subito ricresce, mentre coloro che vi si oppongono individualmente sono votati a un pericoloso destino di isolamento.

Roberto Saviano scrive: «In certi territori la lotta per la legalità e la giustizia è una battaglia combattuta ad armi terribilmente impari. I clan hanno danaro, armi, uomini, coperture e collusioni a non finire. Dall'altra parte i mezzi sono limitati, la mole di lavoro è talmente enorme che bisogna essere disposti a fare straordinari che per molti non sono nemmeno pagati. Tutto il successo è sulle spalle di chi continua a voler far bene il proprio lavoro: magistrati, carabinieri, poliziotti, finanzieri. Uomini che rischiano la vita per senso del dovere e magari anche per lealtà verso i superiori che hanno saputo conquistarsi la loro fiducia, una lealtà primaria da soldati in trincea, e che non vengono ricordati quasi mai. E invece il libro di Cantone gli rende omaggio e gli concede visibilità. Uomini che spesso in territori marci sono il vero argine per contrastare lo strapotere delle mafie. Cantone si sente uno di loro: non un eroe, semplicemente un magistrato che ama il suo lavoro perché ama il diritto, crede nell'accertamento della verità.

Questo per i boss è incomprensibile. Non riescono a concepire che un magistrato

persegua solo la giustizia, non personalmente loro. Che non tutti gli uomini sono uguali a loro. I boss sanno che non tutti ammazzano e che non tutti resistono al carcere. Ma sono certi che tutti vogliono danaro, fama, donne e potere. E chi non lo ammette, sta dissimulando, mentendo, imbrogliando. (...) Eppure, ragiona Raffaele Cantone con amarezza, il clan che pareva sconfitto si riforma. Meno potente, ma il territorio riprende a sottomettersi. La camorra non è possibile sconfiggerla soltanto con indagini e processi, sequestri e arresti. Raffaele Cantone oggi non lavora più alla Dda, è diventato giudice al massimario della Cassazione. Ma ha voluto dare un altro strumento per sconfiggere le mafie. Un libro in cui si racconta come si arriva a diventare uno dei principali nemici dei clan e come è fatta la vita di chi li combatte: solo per giustizia.» (Roberto Saviano, Raffaele Cantone. L'uomo della legge nella terra dei boss, LR). IIC, de.it.press

 

 

 

 

A Wolsburg nasce l’associazione dei “Calabresi”

 

Wolfsburg. “I calabresi in Germania possono essere dei preziosi promotori delle grandi risorse della Calabria, una terra bellissima, che ha vissuto anche in queste settimane momenti difficili della propria storia.” Con queste parole Laura Garavini, deputata eletta nella circoscrizione Europa, ha iniziato il proprio intervento all’incontro del nascente circolo “Calabresi” organizzato a Wolfsburg dal Consigliere Comunale della SPD Antonio Zanfino che con l’invito “Uniamoci e diamo più forza alle nostre idee, pubblicizziamo la nostra terra, perché vi sono un mare di cose da scoprire e da organizzare”, ha coinvolto diversi giovani italiani della cittadina della Bassa Sassonia ad impegnarsi in prima persona nel coordinamento dell’associazione.

 

“È un’iniziativa che sostengo volentieri”, ha detto la Garavini, “anche perché è un segnale di vicinanza a quella società civile che in Calabria ha il coraggio di opporsi al flagello della criminalità organizzata”. Sul tema specifico della cosiddetta nave dei veleni, la capogruppo del PD in Commissione Antimafia ha ribadito la necessità, già portata avanti in Commissione, che il Governo faccia velocemente chiarezza sulle inquietanti vicende della nave affondata al largo di Cetraro. De.it.press

 

 

 

 

A Berlino il presidente della Calabria Agazio Loiero

 

Berlino – Il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero lunedì a Berlino ha preso parte alle celebrazion per il ventennale della caduta del Muro. “Mi è sembrato quasi – ha commentato Loiero – di vivere la storia in diretta. Venti anni fa, in questa città risorta due volte, dopo la guerra e dopo l’unificazione, con la caduta del muro che separava le due Germanie è iniziato un processo di libertà e di pace che ha cambiato la geografia politica planetaria. Portare qui, tra i grandi del mondo, il nome della Calabria e rappresentarne le aspirazioni di pace per l’abbattimento di altri muri, come quello dell’intolleranza, è stata una forte emozione”.

Ieri pomeriggio l’incontro di Loiero con l’ambasciatore italiano in Germania Michele Valensise e un gruppo di emigrati calabresi a Berlino.

In mattinata Loiero è intervenuto al X Summit dei Nobel per la Pace - tema “Abbattere i muri per costruire un mondo senza violenza” – presso il Rotes Rathaus e ha parlato del “modello Calabria” per l’accoglienza e contro l’intolleranza. Agazio Loiero ha raccontato le esperienze dell’accoglienza come opportunità di sviluppo, dell’integrazione dei rifugiati a Riace, a Caulonia e Stigliano, della comunità dei curdi a Badolato, del senso di ospitalità rintracciabile in ogni paese della Calabria che è stata a lungo terra d’emigrazione, dell’apprezzamento che la Regione ha ricevuto per la sua legge sull’accoglienza, indicata dal Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati come esempio da seguire per una normativa nazionale.

Oggi il regista Wim Wenders parlerà di Calabria e di accoglienza all’interno della quinta sessione del Summit coordinata da Michael Binyon del quotidiano inglese The Times. Wenders parlerà della sua esperienza tra gli immigrati in Calabria dove ha realizzato il corto in 3D “Il Volo”, coprodotto dalla Regione Calabria. E che tra poche settimane sarà presentato in Italia. (Inform/de.it.press)

 

 

 

Alla Farnesina la Conferenza Internazionale sulle Rimesse degli Immigrati

 

Presentato il nuovo sito www.mandasoldiacasa.it che fornisce informazioni sugli operatori del settore, i costi di transazione e i tempi di trasferimento del denaro

Frattini : “Stabiliamo una ‘road map’ che definisca tempistica e modi per una riduzione significativa dei costi di invio delle rimesse degli immigrati”

 

  ROMA – “Questa conferenza prende le mosse da un percorso che ebbe inizio alcuni mesi fa alla Farnesina quando, durante la riunione dei ministri del G8 per le politiche di sviluppo, insieme a molti leader africani, introducemmo il tema delle rimesse auspicando di poter assumere l’ambizioso impegno di una riduzione significativa del loro costo medio. Successivamente nel mese di luglio la dichiarazione finale del vertice del G8 de L’Aquila, su proposta della Presidenza italiana, ha formalmente adottato l’obiettivo di una riduzione dei costi d’invio delle rimesse dall’attuale media del 10% al 5% in cinque anni, il così detto 5x5”. Con queste parole il ministro degli Esteri Franco Frattini ha aperto alla Farnesina i lavori della Conferenza Internazionale sulle Rimesse degli Immigrati”. Prendono parte all’evento  i rappresentanti dei Paesi G8, delle Banche Centrali, delle nazioni interessate alle rimesse, delle organizzazioni internazionali, dei  Money Transfer Operators, dei principali istituti di credito attivi nel settore, nonché i membri del gruppo di lavoro italiano sulle rimesse. 

  Durante la conferenza è stato presentato il sito www.mandasoldiacasa.it, grazie al quale gli immigrati in Italia potranno conoscere i vari operatori, i costi di transazione e i tempi delle rimesse. Un portale, sponsorizzato dalla Farnesina ed elaborato dal CeSPI e dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), con cui l’Italia omologa quanto già fatto dalla Germania, dal Regno Unito, dalla Francia, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda. Il sito italiano per la comparazione per le rimesse, secondo quanto spiegato da Andrea Stocchiero direttore esecutivo del CeSPI, offrirà agli utenti un servizio  aperto e trasparente con l’intento di incoraggiare la concorrenza fra gli operatori finanziari e quindi ridurre i costi di trasferimento. Il portale, redatto in italiano ed inglese, fornirà dati su 14 corridoi di rimesse verso l’estero , pari all’80% di tutti i trasferimenti di denaro attivati dai migranti nel nostro paese. 

  “La valorizzazione delle rimesse,- ha precisato Frattini nel corso del suo intervento -  la riduzione dei costi di transazione, la promozione di quote addizionali di reddito personale per investimenti produttivi. Sono questi i risultati che noi ci aspettiamo dall’obiettivo ‘5x5’.  Vogliamo rendere più tangibile l’impegno politico per una solidarietà maggiormente condivisa e per la sostenibilità dello sviluppo dei paesi meno avanzati che rappresenta ormai l’obiettivo di tutta la comunità internazionale”. Il ministro ha poi evidenziato come secondo i dati per il 2009 della Banca Mondiale le rimesse resistano molto meglio alla crisi rispetto ad altri flussi finanziari privati quali, ad esempio, gli investimenti di portafoglio. “Nel 2008 – ha reso noto Frattini - circa 190 milioni di migranti hanno effettuato rimesse registrate pari a 444 miliardi di dollari, di cui 338 miliardi verso i paesi in via di sviluppo, fornendo supporto ad oltre 700 milioni di familiari nei paesi di origine. Dimezzando i costi medi di invio, possiamo incrementare ogni anno i trasferimenti, ottenendo un reddito aggiuntivo, per un volume stimato dalla stessa Banca Mondiale tra i 10 e i 15 miliardi di dollari, un flusso vicino a quello che il G8 ha destinato alla sicurezza alimentare…. . Il nostro punto di riferimento tangibile – ha aggiunto il ministro - deve essere una ‘Road Map’ all’altezza degli impegni assunti. Dobbiamo capire come realizzare la riduzione dei costi delle rimesse , entro quali tempi, verso quali destinatari”. Secondo Frattini questo obiettivo potrà essere raggiunto solo attraverso un approccio che preveda molteplici iniziative, come ad esempio l’attivazione nei vari paesi di siti web sui costi d’invio delle rimesse o la creazione di un Istituto euro-africano che si occupi di rimesse,finanziato dalla Commissione Ue e dall’Unione Africana. In questa contesto, al fine di conseguire il dimezzamento dei costi, per il ministro si dovrà inoltre guardare con attenzione alle misure di tipo regolamentare-finanziario, all’impatto dei tassi di cambio fra valute, ai progetti di cooperazione che promuovono nuovi sistemi di pagamento ad alta teconologia e all’apporto che potrebbero dare enti molto radicati sul territorio come le Poste italiane. 

  Il direttore generale del Mae per la Cooperazione Economica e Finanziaria Multilaterale Giandomenico Magliano ha dal canto suo ribadito come il convegno cercherà di individuare il modo di valorizzare le rimesse che rappresentano un elemento fondamentale per le dinamiche di sviluppo dei paesi meno avanzati. “L’Italia – ha ricordato Magliano -  testimonia con la sua storia il  valore delle rimesse. Oggi vogliamo condividere tutto questo con la comunità internazionale”.   

  Janamitra Devan, vice presidente della Banca Mondiale, ha evidenziato come la Word Bank, che sostiene in maniera costante l’inserimento delle rimesse nel programma di lavoro a livello internazionale, abbia assunto un ruolo guida e di coordinamento per quanto riguarda la vigilanza e l’acquisizione dei dati sul trasferimento di denaro da parte dei migranti.  Devan ha spiegato come le rimesse verso i paesi in via di sviluppo, a causa della crisi mondiale, subiranno una flessione del 5% ed ha sottolineato come a tutt’oggi il trasferimento di queste risorse, che danno sostentamento a 700 milioni di persone con effetti moltiplicatori sui consumi, abbiano un costo troppo elevato che si aggira mediamente intorno al 9,7%, con punte massime del 20%. Devan ha inoltre assicurato che la Banca Mondiale migliorerà la raccolta dati sui flussi delle rimesse anche per monitorare l’impatto della crisi finanziaria sull’immigrazione.

  Il vice direttore generale della Banca d’Italia Giovanni Carosio, dopo aver ricordato il contributo delle rimesse dei nostri connazionali all’estero alla crescita del nostro paese, ha sottolineato come negli ultimi anni siano molto migliorati gli standard di sicurezza e il sistema di raccolta dati sul trasferimento delle risorse all’estero  da parte degli immigrati. Nonostante questo, secondo Carosio, il mercato delle rimesse non è al momento del tutto trasparente, con un  utente che quasi sempre non ha perfetta conoscenza di quanto denaro arriverà a destinazione. Dal funzionario della Banca d’Italia è stato quindi auspicato un salto di qualità  del sistema che consenta al consumatore, grazie ad una maggiore informazione, di scegliere il servizio più competitivo. Un contributo in questo senso potrebbe giungere anche dall’utilizzo dei telefoni cellulari che presto anche in Italia saranno in grado di garantire il trasferimento di denaro.    

  Da segnalare infine l’intervento di Barbara Fridel dell’OIM che ha sottolineato la necessità sia di fornire ai migranti informazioni attendibili sulla disponibilità dei servizi per il trasferimento di denaro e sulla possibilità di risparmio nei paesi d’origine, sia di promuovere partenariati fra le banche e le organizzazioni che si occupano delle rimesse al fine di ridurre i costi e creare un migliore collegamento fra le famiglie e gli istituti di  microcredito. La Fridel ha anche auspicato uno scambio d’informazioni sulla migliori pratiche da adottare in questo settore fra le organizzazioni che si occupano di sviluppo e i governi.(Goffredo Morgia – Inform)    

 

 

 

 

 

Riunito il Comitato di Presidenza del Consiglio Generale (Cgie)

 

Roma – Si è riunito lunedì e martedì presso la Sala Nigra della Farnesina il Comitato di Presidenza del Cgie. La prima sessione dei lavori è stata caratterizzata dall’illustrazione della relazione di governo da parte del direttore generale del Mae per gli Italiani all’estero Carla Zuppetti. Fra i punti salienti della relazione la presentazione a Bruxelles del progetto “Servizi consolari a distanza”, i capitoli di bilancio per gli italiani all’estero nella Finanziaria 2010 e la riforma di Comites e Cgie.

Su questo ultimo aspetto è stato precisato come ormai si sia giunti alla definizione di un testo che entro la fine del mese verrebbe inviato al Senato presso la Commissione competente. Una bozza di legge che prevede una diversa composizione del Cgie rispetto all’attuale e che potrebbe essere dibattuta e approvata dalla Commissione direttamente in sede deliberante, senza cioè passare dall’Aula. Un primo sì, quello del Senato alla riforma degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero, che potrebbe giungere già entro la fine dell’anno.

Per quanto riguarda invece la finanziaria 2010 è stato evidenziato come si stia lavorando per recuperare risorse soprattutto per quanto riguarda il capitolo di bilancio dell’assistenza diretta che l’anno scorso poté beneficiare dalle risorse risparmiate con il rinvio delle elezioni dei Comites. Durante il dibattito si è anche parlato del contributo del Cgie all’Assemblea plenaria della Conferenza permanente Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie che si terrà a fine novembre. De.it.press

 

 

 

 

20 anni dopo. Analisi di un protagonista. Ora giù il muro con la Russia

 

Il 1989 è stato un punto di svolta per l’Europa e per il mondo, un anno in cui la storia è andata a tutto gas. Questa accelerazione è simbolizzata dalla caduta del Muro di Berlino e dalle rivoluzioni di velluto nell’Europa centrale e orientale. I regimi totalitari e autoritari sono usciti dal palcoscenico della storia. Quegli eventi, e il loro dispiegarsi pacifico, furono resi possibili dai cambiamenti avviati in Unione Sovietica a metà degli Anni 80. Li avviammo perché erano dovuti: rispondevamo alle richieste della gente, che mal sopportava di vivere senza libertà, isolata dal resto del mondo. In pochi anni i principali pilastri del sistema totalitario in Unione Sovietica sono stati picconati, preparando il terreno per una transizione democratica e per riforme economiche. Ciò che avevamo fatto nel nostro Paese, non potevamo rifiutarlo ai nostri vicini.

 

Non li abbiamo forzati ai cambiamenti. Dall’inizio della perestrojka, ho detto ai leader del Patto di Varsavia che l’Unione Sovietica si stava impegnando in grandi riforme ma che dovevano decidere loro quello che volevano fare. Voi siete responsabili verso la vostra gente, dissi, noi non interferiremo. In effetti era una sconfessione della Dottrina Breznev, basata sul concetto di «sovranità limitata». Inizialmente le mie parole furono ascoltate con scetticismo. Noi però non abbiamo mai vacillato: per questo gli sviluppi europei del 1989-1990 sono stati pacifici e incruenti.

 

La sfida più grande è stata la riunificazione della Germania. Nell’estate 1989, durante la mia visita alla Repubblica Federale Tedesca, i giornalisti chiesero a me e al cancelliere Kohl se avessimo discusso la possibilità di una riunificazione. Io risposi che avevamo ereditato quel problema dalla storia e che toccava alla storia risolverlo. «Quando?» chiesero i giornalisti. Il Cancelliere ed io indicammo il XXI secolo. Qualcuno potrebbe dire che siamo stati cattivi profeti. E avrebbe ragione: la riunificazione tedesca è arrivata molto prima; e per volere dei tedeschi, non di Gorbaciov o di Kohl. Gli americani ricordano spesso l’appello del presidente Reagan da Berlino: «Mr Gorbaciov, tiri giù quel muro!». Ma poteva farlo un solo uomo? Tanto più che altri mi dicevano: «Salva quel muro!»? Con milioni di persone che a Est come a Ovest chiedevano la riunificazione, dovevamo agire responsabilmente. Leader europei e americani accolsero la sfida, vincendo perplessità e paure. Lavorando insieme, siamo riusciti a evitare nuovi conflitti e a conservare la fiducia reciproca. La Guerra Fredda era finalmente chiusa.

 

Gli sviluppi successivi, però, non sono andati tutti come avremmo voluto. L’ex Germania dell’Est ha capito che non tutto era perfetto in Occidente, soprattutto lo Stato sociale. Eppure, nonostante i problemi di integrazione, i tedeschi hanno reso la Germania unificata un esponente rispettato, forte e pacifico della comunità delle nazioni. Meno bene se la sono cavata i leader che danno forma alle relazioni globali, in particolare europee: l’Europa non ha risolto i suoi problemi fondamentali, non è riuscita a creare una solida struttura di sicurezza. Subito dopo la fine della Guerra Fredda, avevamo iniziato a discutere nuovi meccanismi di sicurezza per il nostro continente. Tra le varie idee c’era quella di un consiglio di sicurezza per l’Europa, con poteri ampi e reali.

 

Con mio grande rammarico, gli eventi hanno preso una direzione diversa, impedendo che emergesse una nuova Europa. Al posto delle vecchie linee divisorie ne sono emerse di nuove. L’Europa ha visto guerre e spargimento di sangue. Persistono sfiducia e vecchi stereotipi. La Russia è sospettata di cattive intenzioni e disegni aggressivi. Sono rimasto sconcertato dalla lettera aperta che ventidue politici dell’Europa centrale e orientale inviarono lo scorso giugno al presidente Obama, chiedendogli di abbandonare la politica di apertura alla Russia. Contemporaneamente l’Europa viene trascinata in una polemica su chi abbia scatenato la Seconda guerra mondiale. Sono stati fatti tentativi per mettere sullo stesso piano la Germania nazista e l’Unione Sovietica. Tentativi sbagliati, storicamente falsi e moralmente inaccettabili. Chi spera di costruire in Europa un nuovo muro di reciproco sospetto e animosità rende un cattivo servizio al suo Paese e all’Europa. Essa diventerà un forte «global player» solo diventando davvero la casa degli europei, a Est come a Ovest. L’Europa deve respirare con due polmoni, come disse una volta papa Giovanni Paolo II.

 

Come possiamo muoverci verso questo obiettivo? All’inizio degli Anni 90 l’Ue aveva deciso di accelerare il suo allargamento. Molto è stato fatto. Che cosa implicasse quel processo, però, non è stato abbastanza ponderato. L’idea che tutti i problemi europei si sarebbero risolti costruendo l’Europa «da Ovest» si rivelò men che realistica e probabilmente irrealizzabile. Un passo più misurato avrebbe dato all’Ue il tempo di sviluppare un nuovo modello di relazioni con la Russia e i Paesi che non hanno prospettive di entrare a breve nell’Unione. L’attuale modello di relazioni Ue con altri Paesi europei è basato sull’assorbimento del più alto numero possibile nel tempo più breve possibile, lasciando i rapporti con la Russia una «questione sospesa». Che tipo di Russia volete vedere: una nazione forte, sicura dei suoi diritti, o un fornitore di risorse naturali che «sa stare al suo posto»?

 

Troppi politici europei non vogliono parità di gioco con la Russia. Vogliono che una parte sia maestra o accusatrice, l’altra alunna o imputata. La Russia non accetterà questo modello. Vuole essere capita, vuole essere trattata sullo stesso piano. Essere all’altezza delle prossime sfide storiche - sicurezza, ripresa economica, ambiente, immigrazione - richiederebbe un ripensamento delle relazioni politiche ed economiche globali. Io esorto tutti gli europei a prendere in considerazione la proposta del presidente russo Dmitri Medvedev per un nuovo trattato di sicurezza europea. Una volta risolto questo nodo, l’Europa parlerà a voce alta.

MIKHAIL GORBACIOV, TNYTS , LS 10

 

 

 

 

 

La caduta del muro. Il sogno infranto degli Stati Uniti d’Europa

 

LA CADUTA del muro di Berlino ha segnato la fine di un incubo, un’Europa spaccata in due, e una grande vittoria della democrazia che coincide con lo sgretolamento di un intero fronte politico. Dietro quelle pietre che cadevano, però, a vent’anni di distanza, si può amaramente rilevare che si è finito con l’infrangere il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Per chi, come me, ha sempre vagheggiato un’Europa che si confrontasse alla pari con l’America, che avesse gli stessi poteri, una chiara sovranità dominante su quelle nazionali, occorre prendere atto che la caduta di quel muro ha significato la fine dell’ideale europeista unitario.

Non vorrei apparire eretico, soprattutto in un giorno di anniversari e di celebrazioni, e non vorrei che si equivocasse sulla mia personale consapevolezza della straordinaria importanza di ciò che è accaduto l’otto novembre dell’89. Quello che, però, mi preme sottolineare è che il nuovo calendario della storia scritto negli anni successivi alla caduta del muro è stato segnato da un errore fondamentale: si è fatto in modo che il valore dell’allargamento prevalesse su quello dell’unitarietà dell’Europa. Risultato: la sovranità europea dominante solennemente racchiusa nel trattato di Roma è stata scalfita, giorno dopo giorno, dai veti dei Paesi dell’Est e siamo arrivati, alla fine di questo percorso, a un manifesto di Lisbona molto attenuato nei suoi principi forti. In estrema sintesi, sull’altare politicamente e storicamente rilevantissimo della caduta del muro di Berlino, l’Europa ha pagato un costo enorme: l’annacquamento dell’ideale unitario a favore di una formula mista di sovranità europea e di sovranità nazionali. Siamo passati, per esprimerci con due parole tedesche, dal Bundesstaat, Stato federale, al Staatenbund, e cioè una federazione di Stati. La differenza si nota a vista d’occhio.

Dico questo con la forza di un rapporto personale antico che mi lega alla Germania. In quel Paese mi trovavo nel 1940 avendo avuto una borsa di studio della scuola normale di Pisa presso l’università di Lipsia. Arrivai a Berlino esattamente la mattina dopo che gli aerei britannici erano riusciti a superare per la prima volta la difesa della FlaK e lanciarono alcune bombe incendiarie sulla città. I danni furono modesti, ma l’effetto psicologico sul morale della popolazione tedesca fu enorme: il maresciallo Goering aveva assicurato che mai un aereo nemico sarebbe riuscito a oltrepassare la difesa anti-aerea di Berlino. Il caso ha voluto che tornassi a Berlino il nove novembre dell’89, come governatore della Banca d’Italia, invitato dal presidente della banca centrale tedesca dell’Est, Kaminsky. Atterrai all’aeroporto di Tegel, nel pomeriggio del nove. Mi portarono prima a teatro e poi a cena, in quella serata si compì il grande evento, nei giorni successivi a Berlino, a Lipsia, a Dresda respirai a pieni polmoni l’aria nuova della democrazia, non dimenticherò mai quei volti sui quali si leggeva la fine di un incubo.

Questa è, per me, la lezione di quel muro, il segno di quei giorni che hanno cambiato la storia del Vecchio Continente. Gli Stati Uniti d’Europa non sono più arrivati. Non c’è l’Europa che comanda, ma quella che dà le direttive e tanti Stati nazionali che fanno poi per conto loro. Per questo, sono importanti il primo presidente e il primo ministro degli esteri della nuova Europa che verranno scelti a breve. Rappresentano l’ultima speranza di risalire la china e di ridare al mondo un’Europa che si faccia sentire. CARLO AZEGLIO CIAMPI IM 10

 

 

 

 

 

Nuovo ordine mondiale

 

All’indomani della caduta del muro di Berlino, vent’anni fa. Due nuovi concetti si affacciarono nell’agenda euro-atlantica e internazionale: la «casa comune europea» ed il «nuovo ordine mondiale». Due concetti, ancora incompiuti, e comunque tra loro complementari. Un nuovo ordine mondiale, basato sull’interdipendenza e la cooperazione per la soluzione dei problemi comuni, non può fare a meno di una «Grande Europa» dall’Atlantico a Vladivostok. Soltanto una tale Europa, con una visione globale ed obiettivi condivisi da tutti, può essere in grado di garantire stabilità sul nostro continente. Quanto lontani siamo oggi dalla realizzazione di questo progetto, che era stata già annunciato nel pieno della guerra fredda da Charles de Gaulle?

 

Negli ultimi due decenni ha iniziato ad affermarsi in Europa - anche se ancora fragile - la consapevolezza che il mantenimento delle linee di divisione sul continente europeo compromette la sicurezza di tutti; è stato allontanato il pericolo di una guerra nucleare e di qualsiasi «grande» guerra; è stato chiuso il triste capitolo delle guerre balcaniche ed stato superato, pur restando alcune differenze, l’effetto negativo sulla situazione europea della crisi caucasica dell’estate dell’anno scorso. Molto è stato fatto anche per rafforzare il carattere strategico dei rapporti tra la Russia e l’Unione Europea, anche sul piano istituzionale. Nel 1996 la Russia ha concluso l’Accordo di Partenariato e collaborazione con l’Ue; nel 2004 Russia ed Unione Europea hanno raggiunto un’intesa per dar vita a quattro «spazi comuni». L’Ue è oggi il principale partner economico della Russia. Ciò vale anche per il settore, strategico, dell’energia, sebbene resti da completare la creazione di un sistema moderno di sicurezza energetica che garantisca l’equilibrio degli interessi dei Paesi produttori, degli Stati di transito e dei Paesi consumatori di risorse energetiche, come fu concordato dai leader del G8 al vertice di San Pietroburgo. È stata strutturata la collaborazione tra la Russia e l’Alleanza Atlantica grazie al Consiglio Nato-Russia, creato a Pratica di Mare nel 2002.

 

È molto, oppure poco? Non è poco, ma non è neppure sufficiente. La caduta del muro di Berlino ha dato il via al processo di emancipazione dei rapporti internazionali dai precedenti schemi di confrontazione ideologica. Bisogna tuttavia riconoscere che non vi è stata una risposta adeguata a livello politico. La collaborazione paneuropea nella sfera politica non ha ancora compiuto quel salto di qualità, adeguato alle nuove sfide e minacce. Eppure oggi, di fronte alle «nuove minacce» del nostro secolo - dal terrorismo alla proliferazione nucleare, al crimine internazionale, al degrado ambientale, all’energia, fino ai problemi della stabilità economico-finanziaria - c’è sempre più bisogno di una forte e coesa partnership politica nello spazio paneuropeo. In altre parole, il «nuovo ordine mondiale» ha bisogno della «casa comune europea».

 

Crediamo che per costruire questa «casa comune» occorra porsi le seguenti priorità.

 

In primo luogo, il rilancio politico del rapporto tra la Nato e la Russia sulla base di una partnership reale e tenendo conto degli interessi di sicurezza reciproca. In secondo luogo, la definizione, nel quadro del negoziato in corso, di un nuovo accordo tra Unione Europea e Russia, per dar luogo a un partenariato strategico non solo economico, ma anche politico. Infine, la creazione di una nuova architettura di sicurezza europea che stiamo già discutendo in varie sedi europee. Una tale architettura potrebbe avvalersi delle sinergie tra le diverse istituzioni e organizzazioni esistenti nello spazio paneuropeo (l’Osce, la Nato, l’Ue, la Csi, l’Oasc), ispirandosi alla comunanza di interessi e alla necessità di una sempre più stretta cooperazione tra l’Unione Europea, Stati Uniti e Russia. C’è insomma bisogno di rafforzare e tradurre in pratica quei principi contenuti nell’Atto di Helsinki, nell’acquis dell’Osce e nella Dichiarazione di Pratica di Mare sul Consiglio Nato-Russia. Ciò consentirebbe di creare uno spazio comune di sicurezza nell’intera regione euro-atlantica sulla base di una nuova visione condivisa della realtà odierna. Apprezziamo i contributi finora dati o che saranno dati dai protagonisti del processo paneuropeo per raggiungere questo obiettivo. Oggi tutti noi dobbiamo assumerci una responsabilità comune per garantire la sicurezza globale nella sua moderna declinazione.

 

La prossima entrata in vigore del Trattato di Lisbona, come pure il raggiungimento di una nuova qualità delle relazioni russo-americane, aprono nuove opportunità per i rapporti euro-atlantici che non devono essere perse. La posta in gioco è il futuro dell’intera nostra regione e il suo ruolo nel sistema internazionale del XXI secolo, sempre più complesso e plurale, e dove vogliamo che la diversità diventi un valore aggiunto e fattore di stabilità e di sviluppo anziché di scontro.  FRANCO FRATTINI, Ministro degli Esteri italiano e SERGHEI LAVROV Ministro degli Esteri russo  LS 9

 

 

 

 

Berlino ricorda la sua notte più lunga. Merkel: Germania ancora da unificare

 

Nel giorno della festa, le polemiche. E Walesa attacca Gorbaciov - FABRIZIO RIZZI

 

BERLINO Cadono aghi di pioggia mentre Angela Merkel assiste, sguardo fermo, sicuro, con gli altri capi di Stato e di governo (ombrelli bianchi per tutti da Hillary Clinton al russo Dimitry Medvedev assiste, nel luogo simbolo della caduta del Muro, la porta di Brandeburgo, al concerto che diffonde le note musicali nella notte berlinese. L’entusiasmo della folla, sterminata, gioiosa, punteggiata da giovani, si scioglie nel silenzio che unisce questo momento solenne a quello di venti anni fa quando, più o meno alla stessa ora, poco lontano di qui, sulla Bornholmer Strasse, migliaia di persone picconavano quel muro che aveva tagliato in due il mondo tra Occidente e Oriente. Il cancelliere tedesco, attraversando, poco prima, il ponte di “Boesebruecke”, l’ex valico di frontiera con Michail Gorbaciov Lech Walesa, ha detto che è valsa la pena lottare per questo e che quello è stato «il risultato di una lunga storia di oppressione e della lotta contro questa oppressione».

Ma se la festa della libertà ha visto una grande e pacifica invasione di turisti e nostalgici che ha attraversato strade ed ha toccato con mano i grandi prismi del domino, ognuno dipinti da una persona diversa, crollati sotto la spinta della mano di Walesa, non sono mancate le polemiche, forti, feroci. Sia sull’attribuzione storica del crollo, sia sulla riunificazione della Germania che resta un’opera incompiuta malgrado siano trascorsi due decenni. Walesa, leader storico di Solidarnosc ed ex presidente polacco, ha contestato il merito storico a Gorbaciov. «È una menzogna ha detto sostenere che fu lui ad innescare quel processo. Gorbaciov non ha mai voluto far cadere il comunismo né il Muro di Berlino». Secondo Walesa il merito della caduta va spartito al 50 per cento tra Papa Wojtyla e al 30 per cento con Solidarnosc.

A sua volta la Merkel ha ribadito che il processo di riunificazione tra le Germanie non è terminato. Ed ha rilanciato «la tassa di solidarietà» che venne istituita per ricostruire l’Est. «C’è ancora della strada da fare per cancellare le differenze tra l’Est e l’Ovest del Paese». Ancora oggi la disoccupazione nelle regioni dell’ex Repubblica democratica è il doppio rispetto a quelle dell’Ovest della Germania ma il cancelliere ha ribadito che ci sono ancora altri muri da superare. Ed ha puntato il dito contro gli Stati Uniti che, se si vogliono organizzazioni internazionali più efficienti e razionali, devono cedere delle competenze al Fmi o ad altre organizzazioni. «Piegarsi a decisioni maggioritarie di natura internazionale non è, almeno nel caso degli Stati Uniti, ancora entrato nelle abitudini». Malgrado queste critiche, il presidente Obama, grande assente a Berlino, ha proclamato il 9 novembre giornata mondiale della libertà.

Anche Berlusconi è intervenuto sostenendo che «la caduta del Muro è un qualcosa da celebrare per spiegare a tutti i ragazzi che non c’erano allora e oggi non sono in grado di capire». Poco prima di intervenire alle cerimonie il premier ha scambiato alcune battute con alcuni ragazzi del Pdl di Roma, guidati dal segretario dei giovani del Ppe, Carlo De Romanis. «Questa è una data da ricordare. Ha segnato una svolta epocale perché la caduta del muro ha liberato mezza Europa dal totalitarismo. Andatevi a rivedere il discorso che feci per il decennale del crollo. Forse è uno di quelli che mi è riuscito meglio. Vale la pena rivederlo, perché sembra quasi ispirato. Infatti dicono che io sono un unto del Signore. Continuano ancora a raccontare questa storia» scherza. E invita tutti i ragazzi a ritrovarlo a Roma «vi offrirò un pranzo o una cena».

Nella notte in cui i fuochi irradiano lampi di luce, (arrivano anche le note delle canzoni di Eros Ramazzotti), i grandi si infilano nel Castello di Bellevue. Medvedev, è a fianco del presidente francese Sarkozy con il quale ha avuto un incontro bilaterale. A sua volta Sarkozy è sotto accusa della stampa francese: crescono i dubbi sulla sua presenza a Berlino di venti anni fa. IM 10

 

 

 

 

Merkel apre la festa del Muro caduto. "Il giorno più felice per Berlino unita"

 

Si celebra il ventennale della storica demolizione - Potenti da tutto il mondo ricevuti dalla Cancelliere - Niente parate militari e jet della Luftwaffe ma musica, teatro e cortei popolari - dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO - Vent'anni dopo, ecco il giorno più lungo di Berlino: alla spicciolata, arrivano i Grandi del mondo, e Angela Merkel, la "fanciulla venuta dall'Est" divenuta la donna più potente della Terra, celebrerà con loro il ventennale della caduta del "Muro della Vergogna". E' la più grande festa che la Germania unita abbia mai celebrato, e sarà rilassata, gioiosa e "cool" come il nuovo patriottismo democratico tedesco, senza sfoggio di potenza: niente parate militari, non sfilerà nessun Panzer della Bundeswehr, non sfreccerà nel cielo sopra Berlino nessun jet della Luftwaffe. Solo festa popolare in piazza e gesti simbolici, per una Germania che vuol vincere pace e non guerre.

 

Oltre centomila persone sono attese, probabilmente saranno molte di più. "Saranno ore di commozione, per molti tedeschi e molti europei, non dimenticheremo mai l'aiuto dei paesi amici", ha detto Angela Merkel. Ieri ha ricevuto la Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton e l'ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, i primi arrivati. Tra poche ore accoglierà Sarkozy e Berlusconi, Lech Walesa, leader della rivoluzione che avviò la svolta dell'est, poi presidente e Nobel per la pace, il premier polacco Donald Tusk e il presidente russo Dmitri Medvedev, il presidente della Commissione europea Barroso e i leader di tutta la Ue. Unico assente, Barack Obama.

Berlino in festa, anche se blindata: migliaia di poliziotti, agenti speciali, teste di cuoio reduci da Kabul o dai Balcani, veglieranno sugli ospiti. Già ieri, migliaia di berlinesi hanno passeggiato nella parte est del centro, che domani sarà luogo dei festeggiamenti. Il primo momento significativo il mondo lo vivrà in diretta tv nel pomeriggio quando, tenendo Walesa e Gorbaciov a braccetto, "Angie" passerà simbolicamente l'ex frontiera a Bornholmer strasse, dove vent'anni fa fu aperto il primo varco.

 

Poi la cancelliera parlerà al mondo insieme agli ospiti alla Porta di Brandeburgo. Poco dopo, Walesa e l'allora premier comunista-riformatore ungherese Miklos Németh (l'apertura della frontiera magiara, nel settembre 1989, aprì la porta del mondo libero a migliaia di giovani della Ddr) darà la martellata iniziale per far crollare 2km di Muro ricostruito in polistirolo. Daniel Barenboim dirigerà il concerto in centro, poi un grande spettacolo di fuochi d'artificio concluderà il giorno più lungo di Berlino unita. LR 9

 

 

 

 

Merkel, Walesa, Gorbaciov attraversano il Muro. La cancelliera: "Riunificazione incompiuta"

 

Berlino è in festa per ricordare la caduta del Muro, che divideva la città e l'Europa ma anche due diverse visioni strategiche del mondo. Gli atti commemorativi del ventesimo aniversario sono cominciati con una messa ecumenica nella chiesa di Gethsemane, alla quale hanno assitito tra gli altri il presidente Horst Kohler e il cancelliere Angela Merkel.

 

Poco prima la Merkel aveva inviato un messaggio ai tedeschi, ricordando però che «la riunificazione non è ancora compiuta», perchè all'Est la disoccupazione rimane con un tasso doppio di quello dell'Ovest«, »rimangono ancora differenze strutturali tra Est ed Ovest« ed è su queste che bisogna mettere l'accento, se si vuole »arrivare a condizioni di vita uguali o paragonabili«, senza creare gelosie tra le due parti della Germania.

 

Situata nel quartiere berlinese orientale di Prenzlauer Berg, la chiesa di Gethsemane fu teatro, nelle settimane precedenti alla caduta del muro, delle riunioni della dissidenza e dell'opposizione nella parte orientale della capitale tedesca. Poco dopo la messa, il sindaco-governatore di Berlino, Klaus Wowereit, ha visitato la cappella della Riconciliazione, non lontano dall'antica postazione di frontiera della Bernauer Strasse, dove sono state accese decine di candele in memoria di quelli che persero la vita nel tentativo di attraversare il Muro per scappare in Occidente.

 

E sul posto, è stato inaugurato un nuovo centro di informazione che fornirà documentazione e video sulla barriera che divise la città dopo la Seconda Guerra Mondiale.  Angela Merkel, Mikhail Gorbaciov e Lech Walesa, si sono incamminati nel primo pomeriggio lungo la Bornholmer Strasse per una passeggiata sul ponte Boesebrucke, uno dei sette passaggi di confine della città al tempo della Guerra Fredda.

 

Gli eventi per commemorare il ventesimo anniversario sono culminati  in serata con una Festa della Libertà dinanzi alla Porta di Brandeburgo a cui sono stati invitati capi di Stato e di governo di tutto il mondo (unico grande assente, Barack Obama). L'evento-clou sarà l'abbattimento della catena di pezzi giganti di domino, lunga un chilometro e mezzo, creata sull'antico tracciato dell'antico Muro e che è stato dipinto da artisti e studenti di tutto il mondo per ricordare la fine della divisione di Berlino, della Germania e dell'Europa.

 

Sarà l'ex leader di Solidarnosc a far cadere il primo dei mille pezzi di domino che hanno la stessa altezza del muro originario. Contemporaneamente migliaia di persone tenteranno di formare una catena umana lunga 33 chilometri sull'antica

linea che divideva il settore sovietico della città dai settori occidentali di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Al termine, gli invitati alle celebrazioni saranno ospiti della cena offerta dal cancelliere tedesco e suo marito, lo scienziato Joachim Sauer.

 

In precedenza, in un'intervista alla tv polacca l'ex leader di Solidarnosc Lech Walesa ha contestato quanto i media e gli osservatori di tutto il mondo vanno dicendo, ossia che il merito della caduta del Muro sia soprattutto di Michail Gorbaciov. A suo parere furono il Papa Giovanni Paolo II Solidarnosc.

 

In serata è arrivato a Berlino anche Berlusconi: «Di muri ce ne sono sempre, ma questo per fortuna ha segnato una vera svolta epocale e ha liberato metà Europa che era stata confinata nel recinto dell'ateismo e del totalitarismo». «Quindi - dice il premier riferendosi alla giornata di oggi - questa è una grande data e tutto ciò che è successo dopo, cioè la globalizzazione del mondo e

Internet, non sarebbe potuto accadere se la Germania fosse stata ancora separata dal resto dell'Europa e dalla libertà da un Muro». «Evviva - aggiunge il Cavaliere -, questa data è qualcosa che dobbiamo celebrare e spiegare a tutti i ragazzi che non c'erano allora e non sono in grado di capire». L’U 9

 

 

 

Germania, la sfida non ancora  vinta dell’integrazione dell’Est

 

VENT’ANNI fa cadeva il muro di Berlino. Si avviava l’unificazione della Germania, un evento che pochi avrebbero previsto ancora poco tempo prima. Nello stesso momento si apriva per quel Paese una grande sfida: quella dell’integrazione economica e sociale dei länder dell’Est. Sembrò subito un compito immane, anche perché Helmut Kohl impose la parità monetaria con una coraggiosa decisione politica. Molti, nei primi anni Novanta, cominciarono a parlare per la Germania di un rischio “Mezzogiorno”: una spinta a ridistribuire risorse crescenti (sarebbero state circa il 4% del Pil annuo) per sostenere il reddito e le condizioni di vita degli ‘Ossis’ senza riuscire a innescare uno sviluppo autonomo. Vent’anni dopo è inevitabile guardarsi all’indietro e valutare il cammino fatto. Il problema dell’Est non è certo risolto, ma passi avanti significativi sono stati fatti, e soprattutto sembrano esserci le premesse per sviluppi positivi.

Che cosa ha consentito di evitare il rischio Mezzogiorno? Capire meglio quali fattori hanno giocato serve non solo a gettar luce sulle capacità di governo di uno dei grandi protagonisti dell’Unione Europea, ma ci aiuta a riflettere sulle nostre persistenti e durature difficoltà a affrontare i problemi del Sud. Naturalmente, grandi confronti di questo tipo sono utili ma vanno intrapresi con cautela. Sono molti i fattori in gioco ed è difficile isolare gli aspetti essenziali che possono influire su processi di sviluppo molto complessi. Anzitutto, è necessario evitare un giudizio sommario che vede tutto nero da un lato e tutto bianco dall’altro. La scommessa tedesca non è ancora vinta. L’impegno pubblico è stato finora molto consistente (si stima intorno ai 1.200 miliardi di euro). Tuttavia, ci sono alcuni chiari segnali positivi: una crescita del Pil all’Est superiore a quella dell’Ovest; una riduzione del divario del Pil pro-capite dal 30% di quello dell’Ovest nel 1991 al 70%; una forte crescita delle infrastrutture pubbliche materiali e immateriali (tra cui la dotazione di banda larga di cui si parla da noi in questi giorni). L’aspetto forse più interessante è lo sviluppo recente di attività industriali legate alla green economy (fotovoltaico, eolico), ma anche alla sanità e alle nanotecnologie. Queste nuove attività sembrano trarre vantaggio da due condizioni: la qualità delle infrastrutture e la qualificazione del capitale umano, su cui molto si è insistito (ma che partiva da buone condizioni prima dell’unificazione).

Naturalmente, non mancano gli aspetti problematici. C’è stata una continua fuga di lavoratori verso l’Ovest, che solo ora sembra rallentare. Tra i länder dell’Est si sta manifestando una forte divaricazione: alcuni come la Sassonia Anhalt e la Thuringia stanno crescendo molto e hanno superato alcune regioni dell’Ovest, altre come per esempio quelle più a Nord (Meclenburgo) sono invece in forti difficoltà. Più in generale, ha pesato a lungo un clima di frustrazione e sfiducia che solo negli ultimi anni, e solo in parte, si sta modificando. Il processo in corso dà però una sensazione importante: quella di un Paese che si è dato una strategia di medio lungo termine e ha cercato di perseguirla coerentemente. E lo ha fatto anche con un uso accorto delle ingenti risorse europee, utilizzate con un coordinamento efficace dal centro e con una collaborazione sistematica tra il governo e i länder. Ma non meno importante è stata la tenuta di un sistema politico meno affetto dal populismo che è finora riuscito a tenere sotto controllo le reazioni dei cittadini dell’Ovest che hanno pagato e stanno pagando di più per l’integrazione del Paese.

Se guardiamo all’Italia e al nostro eterno problema del Mezzogiorno, alcuni elementi di contrasto balzano agli occhi. Il Paese ha smarrito alla fine degli anni Cinquanta una visione strategica e nazionale del problema del Sud. A metà dello scorso decennio vi è stato un tentativo di ricostruire una strategia con la “nuova programmazione”, ma non è stato adeguatamente sostenuto e non è riuscito a svilupparsi. Negli ultimi anni si naviga a vista, anche se da qualche tempo si parla di un nuovo Piano per il Sud. Certo è che sono mancati proprio quei grandi investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali che sono stati invece al centro dell’esperienza tedesca. Grandi sono per i fallimenti accumulati, le responsabilità delle classi politiche meridionali, e di una società civile fragile e incline al particolarismo e al clientelismo. Ma non meno gravi sono le responsabilità dei Governi che non hanno saputo imporre una visione nazionale e sempre più si sono poi rassegnati alle spinte di una reazione populista contro il Sud, comprensibile nelle sue origini ma preoccupante per il futuro di tutto il Paese. CARLO TRIGILIA

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Berlino in festa, ma dimentica gli altri eroi

 

Non saliranno sul palco i cittadini dell’Est, coprotagonisti della pacifica rivoluzione

di WALTER RAUHE

 

BERLINO - Gli occhi del mondo sono puntati oggi sulla capitale tedesca dove ai piedi della Porta di Brandenburgo verranno celebrati i vent’anni della Caduta del Muro di Berlino che nell’autunno del 1989 segnò l’inizio della fine dei regimi socialisti dell’ex emisfero sovietico. Alla kermesse storico-politica parteciperà nel pomeriggio l’intera leadership governativa dell’Europa dei Ventisette accompagnata dal presidente della commissione Ue Barroso, dal presidente russo Medvedev e dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton oltre che dall’ex presidente dell’Unione sovietica e padre della Perestroika Mikhail Gorbaciov e dall’ex presidente polacco e leader di Solidarnosc Lech Walesa.

Ma all’insegna di così tanti ospiti politici illustri molti a Berlino iniziano a chiedersi che fine hanno fatto i veri protagonisti di quella storica notte di vent’anni fa. I tanti eroi noti e meno noti della rivoluzione pacifica in Germania orientale (ma anche in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania) che osarono sfidare i regimi del Patto di Varsavia e coloro che per anni aveva rinchiuso i loro popoli dietro ad un’alta ed impermeabile Cortina di ferro.

È un paradosso che oggi, in occasione delle spettacolari celebrazioni ufficiali per la caduta del Muro, siano assenti proprio loro sul palco allestito alla Porta di Brandenburgo. Fatta eccezione per Lech Walesa e Vaclav Havel, quasi nessun ex dissidente dell’Europa orientale è riuscito a fare carriera anche nei sistemi democratici e parlamentari nati sulle ceneri di così tante dittature. Anche in Germania in fondo il nome di Angela Merkel non figurava allora tra quelli dei leader di maggior spicco dell’opposizione al regime di Erich Honecker. Molto più esposti erano invece personaggi come Baerbel Bohley, Gerd Poppe o Werner Schulz, nomi oggi pressoché sconosciuti alla stragrande maggioranza dei tedeschi, ma nel 1989 sulla bocca di tutti. A parlare dal palco di Berlino questa sera saranno invece solo la cancelliera Merkel, il Presidente della repubblica Koehler, il presidente francese Sarkozy o il Segretario di stato Clinton. I cittadini “normali” invece, quelli che il 9 novembre del 1989 ballavano sul Muro, quelli che in veste di Vopo (gli ufficiali e i soldati di frontiera della Rdt) aprirono i cancelli dei confini anche se dall’alto non erano giunti ordini espliciti di nessun genere, insomma - tutti gli eroi di vent’anni fa - saranno oggi di nuovo dietro le transenne ad applaudire i potenti di mezzo mondo presenti invece sul palco.

Ma accanto a queste stonature e polemiche, quella di oggi a Berlino sarà ugualmente una grande giornata di festa nonostante quel 12% di tedeschi che secondo un nuovo sondaggio rivorrebbe ancora oggi il Muro. Il momento clou delle celebrazioni è atteso per poco dopo le ore venti, quando verrà abbattuto simbolicamente un muro di enormi pedine di domino dipinte da bambini da tutto il mondo e sistemato nel centro di Berlino in ricordo della vecchia demarcazione di frontiera. Intorno alle 21 poi grandi fuochi d’artificio concluderanno la parte ufficiale delle celebrazioni. Per i capi di stato e di governo la festa andrà poi avanti a porte chiuse all’interno del palazzo della Cancelleria, mentre per tutti gli altri berlinesi e i loro ospiti si continuerà a festeggiare all’interno di birrerie, club e circoli che per l’occasione hanno organizzato eventi a tema. IM 9

 

 

 

 

Nuovi muri venti anni dopo

 

Verso le 22.30 del 9 novembre 1989, gruppi sempre più numerosi di cittadini di Berlino Est si muovono verso i sette varchi di confine sul Muro che li separa dall’Ovest. Un’ora dopo, sulla Bornholmerstrasse, la folla è già tanta che non c’è modo di avvicinarsi e allora funziona solo il passaparola. “Hanno aperto, hanno aperto”. Arrivano birre e bottiglie di Rotkäppchen, l’orrido champagne made in Ddr. Ci si abbraccia fra sconosciuti, si ride e si piange. Ora sì, è certo: dopo 28 anni, 2 mesi e 26 giorni, il Muro di Berlino è stato aperto. Cambia per sempre la vita dei berlinesi e dell’Europa. Davanti alla sbarra alzata a Borholmerstrasse, un Volkspolizist partecipa nel suo piccolo al Grande Disordine che lo sta travolgendo: accetta un fiore e accende una sigaretta. Oggi non rimane molto del Muro. Solo alcuni punti furono mantenuti come monumento, nella duplice accezione latina di quel che deve ‘manere et monere’, rimanere ed ammonire. I blocchi di cemento furono distrutti ed utilizzati per la costruzione di strade. Alcuni, invece, furono messi all’asta. Brandelli di Muro sono oggi diffusi e custoditi in tutto il mondo, memoria storica e triste monito alle generazioni presenti e future, perché non venga mai negato il valore della democrazia e della libertà. Ma da ieri  c’è un nuovo muro a Berlino, fra il Bundestag e la Potsdamer Platz, alla porta di Brandenburgo, composto da 1000 tessere da domino,  alte 2,5 metri, larghe 1 metro e profonde 40 cm, per un peso totale di 20 kg ciascuna, quasi tutte colorate e piene di disegni, con temi che ricordano l’apertura del muro e realizzate dagli alunni di 240 scuole tedesche. L’idea ha avuto il patrocinio di un centinaio di personalità internazionali, tra cui Nelson Mandela, Michail Gorbaciov, Muhammad Yunus o Lech Walesa ed è culminata, in mondovisione, con la spettacolare caduta per effetto domino di tutte le tessere, in ricordo dell’evento che avviò ufficialmente la riunificazione delle due Germanie e, di fatto, l’implosione dell’Unione Sovietica e del suo regime. Per questa celebrazione Berlino ha invitato i capi di Stato e di governo del 27 paesi membri dell’Unione Europea, con la Cancelliera Algela Merckel - cresciuta lei stessa nella ex Germania comunista - che ha attraversato l’ex passaggio di frontiera della Bornholmer Strasse, il primo aperto nella fatidica notte, insieme agli illustri ospiti. Ma davvero la storia della caduta del muro, della chiusura del “secolo breve” e della fine della guerra fredda è tutta chiarita? Anche una brava ricercatrice italiana quale Paola Rosà nel suo saggio “Lipsia 1989” (ed. Il Margine), si chiede se sia montato davvero a Berlino e non più in là, a partire da Lipsia, quel magico tsunami della  “rivoluzione soft del 1989” ed il settimanale “Der Spiegel” ha ricordato ieri ai suoi lettori che l’epicentro dell’89 non si trovava in Germania, ma fra la rivolta di Solidarnosc e degli ungheresi e  fu un regalo dei ribelli dell’Europa dell’Est ai tedeschi. Ed ancora oggi storici, politici ed intellettuali si interrogano, dentro e fuori dalla Germania, sulla questione se la Ddr fu una dittatura tanto pessima quanto quella  del Terzo Reich,  due dittature spuntate sul suolo tedesco nel Ventesimo secolo e senza dubbio misurabili attraverso il numero degli spioni sguinzagliati dai due regimi: la Gestapo riuscì ad esser altamente efficace servendosi in Germania di molto meno agenti della Stasi. Nel minuscolo reame di Berlino-Est,  infatti, la quantità di agenti ed “informanti” (cioè collaboratori) al soldo della Stasi, era notevolmente maggiore che all’epoca nazista. La convinzione di molti è che per compensare i quasi sessant'anni di mancanza di democrazia in cui hanno vissuto i tedeschi orientali ci voglia molto più tempo. Nel loro calcolo i pessimisti sommano il periodo nazista, cominciato nei primi anni Trenta, a quello comunista venuto subito a rincalzo e conclusosi nell'89. Dodici tedeschi su cento ritengono che si dovrebbe ricostruire un Muro. Lo rimpiangono. A pensarla così sono più numerosi gli orientali. Questi ultimi, gli Ossis, sentono ancora un po' di nostalgia per la vita assistita di cui usufruivano nel socialismo reale e stentano a sostenere la dura competizione del mercato. E' in parte dovuto a questo rimpianto il successo dei partiti di estrema sinistra, che sottraggono voti al partito socialdemocratico. Ed un nuovo, temibile muro, si sta costruendo nel tessuto sociale della Germania attuale, con rigurgiti e derive neonaziste sempre più evidenti, spregiudicate e, in fondo, tollerate.  A tal proposito i dati sono inquietanti. Un sondaggio dell'Istituto Forsa, per l'emittente Allnews N-tv, ha rivelato che in Sassonia (uno dei territori dell'ex Germania dell'Est), i neonazisti della Npd hanno superato la Spd, e, se si votasse oggi per il Parlamento regionale di Dresda, otterrebbero il 9% dei consensi contro l'8% dei Socialdemocratici. I motivi di tale pericolosa deriva sono molti ma fra questi spicca l'ondata di paura che invade la Germania dopo gli ultimi attacchi terroristici sventati, con la polizia criminale che ha redatto una lista coi nomi di 890 integralisti islamici potenzialmente pericolosi e di 32mila musulmani attivi (sui 3 milioni presenti in Germania) in organizzazioni islamiche, 28 delle quali di matrice fondamentalista. I rigurgiti neonazisti sono anche attribuibili alla facilità con cui i gruppi dell'estrema destra riescono ad usare la Rete per fare proselitismo: i nuovi siti vengono registrati automaticamente senza che ne vengano controllati i contenuti.

L'Unione Cristiano Democratica (CDU) ha aperto un suo sito - www.netzgegenwalt.de (cioè rete contro la violenza) - invitando i "navigatori" a segnalare i messaggi dell'estrema destra e quelli che istigano alla violenza xenofoba e anti-semita. Il diffuso quotidiano "Bild" dedica oggi parte della sua prima pagina e molto spazio all'interno alle istruzioni per localizzare i siti dell'estrema destra e denunciarli. Tuttavia il ministro della difesa, Rudolf Scharping, ha dovuto ammettere, in agosto,  l'esistenza di "atteggiamenti di estrema destra" in seno alle forze armate tedesche e ha assicurato il massimo rigore nell'inchiesta in corso sul sito "heil-hitler", registrato da un soldato dell’esercito regolare con il provider del Land del Maclemburgo-Pomerania Anteriore.  Insomma, a venti anni dalla caduta del muro, non si placano contrasti e contraddizioni in Germania. Paradigma, forse, di contrasti ancora non chiariti e del tutto evidenti nel nostro continente. di Carlo Di Stanislao

Carlo Di Stanislao è nato a Roseto degli Abruzzi. Dirigente medico presso l'ospedale civile San Salvatore dell'Aquila, dermatologo, è uno dei massimi esperti italiani di agopuntura, disciplina sulla quale ha scritto libri e comunicazioni scientifiche. Della stessa disciplina è docente incaricato presso la Facoltà di medicina dell'Università di Chieti. E' presidente dell'AMSA (Associazione Medica per lo Studio dell'Agopuntura). Sinologo e conoscitore delle culture orientali, coltiva un forte interesse per la letteratura, la musica, le arti figurative e sopra tutto per il cinema. Su questi campi ha sviluppato un'intensa attività pubblicistica, con articoli e saggi su diverse testate giornalistiche. Della settima arte, in particolare, egli è appassionato ed assiduo cultore. Di recente è stato eletto alla presidenza dell'Istituto Cinematografico dell'Aquila, ente morale fondato nel 1981 da Gabriele Lucci. G.P. (de.it.press)

 

 

 

 

A Berlino cade un altro muro: Westerwelle presenta il suo «first man»

 

All'incontro con Hillary Clinton il ministro degli esteri, gay dichiarato, si presenta con il compagno Michael

 

Potete fare politica, e al massimo livello, anche se siete omosessuali. Ieri, a Berlino, è caduto un altro muro, nell'esatta vigilia (oggi) delle celebrazioni per il crollo di quello comunista che divise la città per 28 anni. Il nuovo ministro degli Esteri tedesco, il liberale Guido Westerwelle, ha presentato alla segretario di Stato americana Hillary Clinton il suo compagno, Michael Mronz.

In un trionfo di apertura mentale occidentale-moderna-disinibita, la zarina della politica estera degli Stati Uniti ha apprezzato, proprio come una ex senatrice dell'aperta New York non poteva non fare: uno sguardo furbo a Guido, un altro divertito a Michael e poi chiacchiere e sorrisi da classe dirigente. Il tabù smantellato con facilità: d'ora in poi, le coppie politiche non dovranno essere necessariamente eterosessuali. L'occasione era il gala degli Atlantic Council Awards che si sono tenuti ieri sera in un clima di festa all'Hotel Adlon, a due passi dalla Porta di Brandeburgo.

La signora Clinton è nella capitale tedesca in rappresentanza del presidente Barack Obama che, impegnato in Asia, non ha voluto partecipare al ventesimo anniversario della caduta del Muro. Westerwelle, che l'ha già incontrata a Washington, è ministro da sole due settimane ma promette, almeno dal punto di vista dei cerimoniali, di essere un ciclone dirompente: accompagnato dal suo compagno maschio, in Occidente ha ora l'imprimatur atlantico della sua corrispondente americana. Meno facile, sarà tenere lo stesso standard con politici integralisti in fatto di relazioni sessuali più dei Clinton e dei liberal americani. Fatto sta che la rottura e la svolta ci sono state: d'ora in poi, la First Lady può essere dello stesso sesso del First Man.

Danilo Taino CdS 9

 

 

 

 

 

Olivero (Presidente Acli): “Abbattere i muri di oggi, il cinismo e l’individualismo”

 

Roma - "A 20 anni dalla caduta del muro di Berlino servirebbe un altro "colpo di reni" per abbattere i muri di oggi: il cinismo e l’individualismo". È quanto sostengono le Acli che commentano con il presidente Andrea Olivero lo storico anniversario del 9 novembre 1989.

"Quello di 20 anni fa a Berlino fu un grande evento di popolo", spiega Olivero, "animato da un forte sentire comune, un gran desiderio di cambiamento, nel segno della libertà e della giustizia. Oggi", sostiene il presidente Acli, "la vera sfida è ritrovare o ricostruire quel sentire comune che sembra essersi perduto e ridare a quel popolo europeo, capace allora di sovvertire i piani delle cancellerie, un nuovo obiettivo comune". Secondo Olivero "non bastano infatti le istituzioni comuni" ma "occorre un progetto condiviso, un sentire popolare europeo indirizzato verso un comune obiettivo".

"Proprio oggi", aggiunge, " di fronte alla pesantissima crisi economica e finanziaria, tutti invochiamo la necessità di un cambio di passo per difendere la dignità, il lavoro la vita di milioni di persone e di famiglie. Ma ci manca la forza di quel "colpo di reni" di 20 anni fa, che costringerebbe i governi, le istituzioni politiche ed economiche ad invertire la rotta del loro operato. Ma abbiamo perso quello spirito".

"Forse", spiega il presidente, "abbiamo davanti a noi nuovi muri da abbattere: il muro del cinismo, che ci fa rassegnare all'idea che non si possa cambiare questo mondo, e il muro dell'individualismo, in base al quale l'unica lotta per cui valga la pena spendersi appare la difesa del proprio benessere individuale". (aise

 

 

 

 

EU. Il toto-nomine. D'Alema ora è il favorito

 

Il britannico David Miliband si sfila. Schulz: "Lo sosterremo con forza"

 

ROMA - Per il capogruppo degli europarlamentari socialdemocratici, Martin Schulz, la rinuncia del ministro degli Esteri britannico David Miliband al posto di "Mr Pesc" è da considerare ormai «definitiva». Lo hanno indicato all’Ansa fonti del gruppo socialdemocratico. Lo stesso Schulz, secondo le stesse fonti, sostiene «con forza» la candidatura di Massimo D’Alema per il posto di Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza-vicepresidente della Commissione europea, carica istituita dal Trattato di Lisbona. «È una vicenda molto delicata sulla quale non posso e non devo dire nulla. Non dipende da me ma dal consiglio europeo» dice D'Alema. Quella di oggi a Berlino, dunque, potrebbe essere la giornata cruciale per la scelta di Mister Pesc, cioè del nuovo Alto rappresentante per la politica estera della Ue, con poteri rafforzati rispetto a quelli attuali di Javier Solana. L'unica alternativa all'ex presidente del Consiglio italiano, dunque, resterebbe la commissaria Ue al commercio estero Catherine Ashton. Se Miliband «decisamente rinuncia» alla sua candidatura, che «francamente non c’è mai stata finora» si aprono «’eccellenti prospettive» per D’Alema, ha commentato oggi il ministro degli esteri Franco Frattini. Il capo della Farnesina ha riferito di aver sentito ieri D’Alema «che ha fatto le sue valutazioni». «Stiamo a vedere - ha aggiunto Frattini - oggi a margine degli incontri a Berlino dove i capi di governo avranno certamente occasione per riflettere».

 

Catherine Ashton, 53 anni, baronessa, ha una lunga esperienza politica nel labour inglese. È stata ministro della giustizia nel governo di Gordon Brown, poi presidente della Camera dei Lords e Lord president del Consiglio. Dall’ottobre scorso ha rimpiazzato Peter Mandelson nella commissione Ue. A favore della Ashton gioca il fatto di essere donna, in un momento in cui si cerca di avere un equilibrio anche di genere nelle nuove nomine europee. A sfavore, la sua scarsa notorietà che, accompagnata al basso profilo del premier belga Herman Van Rompuy, candidato favorito per il ruolo di presidente stabile, rischierebbe di affidare la nuova Europa voluta dal trattato di Lisbona, ad un duo senza una forte leadership.

 

L'ultimo colpo di scena nel totonomine potrebbe però arrivare da Tony Blair, che starebbe giocando le sue ultime carte per tentare di avere il sostegno dei leader europei alla sua candidatura a presidente dell’Ue. Lo scrive il Times, per il quale l’ex inquilino di Downing Street starebbe telefonando in questi giorni a molti capi di stato e di governo dell’Unione. Blair, criticato per la sua freddezza verso la candidatura, potrebbe però vedere le sue speranze volatilizzarsi stasera. LS 9

 

 

 

 

La sagra sulla porta di Brandeburgo: qui nessuno ha più nostalgia dell'Est

 

La retorica delle celebrazioni senza lo sfoggio dell'argenteria bellica - Questo paese oggi, si ritrova, malgrado le diversità, più unito del previsto - di BERNARDO VALLI

 

BERLINO - Superare la Porta di Brandeburgo, arrivando da Est, dalla Unter den Linden, è quasi impossibile. Dove c'era il Muro, quello vero, c'è in queste ore un muro umano, mobile, vociante.

 

Un muro che si stende tra la Pariser Platz e la Potsdamer Platz, e che è avvolto in un pesante odore di salsicce e di birra. Luminarie multicolori lanciano lampi intermittenti sulla massa imponente. Per non restare impigliato nella folla poliglotta, in cui sembrano presenti tutte le lingue europee, bisogna aggirare la Porta di Brandeburgo, e prendere la Eberstrasse, dove c'è il Memoriale dedicato agli ebrei uccisi in Europa. Là infine si respira. E si ha la vista necessaria per capire il carattere di questo ventesimo anniversario della caduta del Muro.

 

È una sagra. Una festa popolare come quelle che nei nostri paesi ricordano i santi patroni. Ci sono giostre, orchestre, cantanti, riflettori che tagliano il freddo buio autunnale, bambini portati come sacchi da montagna, fuochi d'artificio. È insomma una grande manifestazione pacifica che celebra una ricorrenza nazionale senza sfilate di truppe in tenuta di gala o di campagna, senza sferragliare di carri armati, senza acrobazie aeree. In altre capitali, vicine e lontane, per commemorare vent'anni dopo un avvenimento che ha condotto all'unità nazionale, sarebbero state esibite le forze armate, simboli concreti, mai archiviati, degli Stati-nazione. Neppure oggi, quando si svolgeranno le cerimonie ufficiali, alla presenza di un imprecisato numero di presidenti e ministri arrivati da tutti gli angoli del mondo, la Germania federale cederà alla tentazione di esibire l'argenteria militare.

La scelta non riguarda soltanto l'aspetto spettacolare. E' uno stile. E' il riflesso della democrazia tedesca.

Una sagra è di solito qualcosa di spensierato. E tale vuole essere l'anniversario della caduta del Muro. Più che un'occasione per valutare quel che è accaduto il 9 novembre 1989, la festa riguarda la Germania di oggi, che vent'anni dopo si ritrova, malgrado le diversità tra l'Ovest e l'Est, un paese più unito del previsto. Ed anche un paese meno postnazionale di come voleva apparire prima della riunificazione. Via via ha abbandonato il "cammino particolare" (Sonderweg), ed è diventata una nazione come le altre. Prima della riunificazione, divisa, privata di una vera festa nazionale, con un inno amputato della prima strofa (Deutschland, Deutschland ueber alles), per l'uso criminale che ne avevano fatto i nazisti, la Repubblica federale si dichiarava fondata più su dei valori che su un territorio e una storia. Un atteggiamento che Juergen Habermas ha chiamato " patriottismo costituzionale". Il solo patriottismo, secondo il filosofo, che consentisse ai tedeschi di non essere stranieri in Occidente.

 

Nei primi anni dopo l'89, nonostante la raggiunta unità, l'idea di una Germania postnazionale ha resistito. I motivi erano diversi. Quella di Habermas era una convinzione ideologica. Al tempo stesso c'era l'impegno politico nei confronti degli alleati europei preoccupati di un possibile rigurgito del vecchio nazionalismo tedesco, e del conseguente rischio di un terzo atto della tragedia europea. C'era inoltre la paura di se stessi. Helmut Kohl diceva che bisognava proteggere i tedeschi da se stessi. Attraverso varie tappe, accompagnate da un forte europeismo, ma anche da impegni militari inediti fuori dai patri confini (la partecipazione alla guerra del Kosovo), nella Repubblica federale si è poi cominciato a parlare di "interessi nazionali". I quali sono stati riaffermati con chiarezza da Gerhard Schroeder, il cancelliere socialdemocratico, verso la fine del secolo scorso, quando la capitale è passata da Bonn a Berlino. Nel confermare il principio, Schroeder ha parlato di difesa " illuminata" degli interessi nazionali tedeschi. Il riferimento ai principi dell'Illuminismo era chiaro. Il paese non si sarebbe insomma discostato dalla tradizione occidentale della democrazia e del liberalismo. I tedeschi ritornavano ad essere tedeschi, senza aver più bisogno dell'identità europea d'emergenza. Ma restava ferma la scelta europea.

Vent'anni dopo i passati tormenti sono un ricordo.

 

Nella capitale in festa, la Germania federale mostra un volto disteso. E' eloquente la dosata esibizione di bandiere, nella cornice della Berlino storica, dove una traccia di cemento armato ricorda dove sorgeva il Muro e sfiora il luogo dove si trovava il bunker di Hitler. La retorica ispirata dall'avvenimento non è eccessiva. E' in sintonia con l'aspetto di Angela Merkel, che riassume nella sua persona le due Germanie ricongiunte. E' nata nell'Est comunista ed è diventata cancelliera nell'Ovest democratico.

 

La polemica sul come è avvenuta la riunificazione non è cessata. Proprio ieri un giornale (Welt am Sonntag) l'ha rilanciata dicendo che i due terzi dei 1.300 miliardi di euro investiti dal 1989 nella Germania postcomunista sono stati dedicati alle prestazioni sociali. Le spese dovrebbero inoltre crescere nei prossimi anni, poiché i disoccupati nei cinque laender orientali sono il doppio di quelli nei laender occidentali.

 

Ma il nuovo ministro incaricato della ricostruzione dell'Est, Thomas de Mazière, ha promesso che entro dieci anni le condizioni di vita nella Germania post comunista saranno sostanzialmente simili a quelle del resto del Paese. C'è tuttavia chi dubita che questo possa avvenire sul piano sociale e culturale.

 

La convinzione di molti è che per compensare i quasi sessant'anni di mancanza di democrazia in cui hanno vissuto i tedeschi orientali ci voglia molto più tempo. Nel loro calcolo i pessimisti sommano il periodo nazista, cominciato nei primi anni Trenta, a quello comunista venuto subito a rincalzo e conclusosi nell'89. Dodici tedeschi su cento ritengono che si dovrebbe ricostruire un Muro. Lo rimpiangono. A pensarla cosi sono più numerosi gli orientali. Questi ultimi, gli Ossis, sentono ancora un po' di nostalgia per la vita assistita di cui usufruivano nel socialismo reale e stentano a sostenere la dura competizione del mercato. E' in parte dovuto a questo rimpianto il successo dei partiti di estrema sinistra, che sottraggono voti al partito socialdemocratico,

 

E' un problema di generazioni. Chi ha oggi trent'anni non sente la nostalgia dell'Est comunista. Non se lo ricorda neppure. E non capisce la diffidenza dei Wessis, gli occidentali, nei confronti degli Ossis, e viceversa. Un tempo si distinguevano abbastanza bene, per gli abiti e i gesti, gli uni dagli altri. Adesso un berlinese mi assicura che è quasi impossibile e che la polemica tra le "due tribù" tedesche è più un'abitudine, una tradizione, che una realtà capace di intralciare seriamente i rapporti. L'impressione, in queste ore, è che tutti partecipino alla pacifica, civile festa per la caduta del Muro. Il quale crollò comunque in modo incruento, senza guerra, senza conquiste. Perché non serviva più. LR 9

 

 

 

 

«Con quella domanda il Muro venne giù»

 

Madrid -  «Il muro di Berlino non l’ho di certo abbattuto io. Da giornalista, mi sono limitato a fare una domanda. Anche se è vero che poi è andata com’è andata...ed oggi lo stiamo commemorando». Inseguito da media e network di mezzo mondo, Riccardo Ehrman si schermisce quando gli dicono che gli artefici della caduta del muro furono Gorbaciov, Kohl e Bush padre, ma che in realtà la spallata la dette lui, l’allora corrispondente dell’agenzia Ansa da Berlino Est, ora pensionato a Madrid ma in queste ore tra gli ospiti d’onore della capitale tedesca che commemora il ventennale.

Riccardo, che cosa accadde quel pomeriggio del 9 novembre 1989?

«Ero stato convocato al Centro stampa e ci andai con la mia auto, una pessima idea perché nei dintorni dell’edificio non fu facile posteggiare. E così, giunsi in ritardo. Nella sala - dove stava parlando Günter Schabowski, membro del Politburò e tra i comunisti più potenti - riuscii a sedermi sulla pedana ai piedi del grande tavolo e dello stesso Schabowski, che conoscevo molto bene. Sfoderai il mio taccuino e cominciai a prendere appunti».

Sì, ma già prima di cominciare a scrivere avevi alzato il braccio per chiedere la parola...

«Schabowski mi aveva notato fin dall’inizio e sicuramente avrà pensato che ero il solito italiano rompiscatole. Stava spiegando per l’ennesima volta che si consentiva ai cittadini dell’Est di viaggiare dall’altra parte con maggiore facilità. Ma era un annuncio fasullo, ripetuto periodicamente. Si diceva che bastavano un passaporto e un visto, ma ottenere il passaporto era pressoché impossibile e di avere un visto neppure a parlarne. Aria fritta, dunque».

Alla fine, tu avevi il braccio anchilosato, ma Schabowski ti dette la parola e venne la domanda che fece precipitare la situazione.

«Sì, lo feci innervosire quando gli chiesi: “Lei crede che fu un errore quando qualche giorno fa si introdusse la Legge dei Viaggi?”. Mi riferivo a una norma caotica che aveva consentito l’esodo di migliaia di tedeschi orientali tra Cecoslovacchia e Ungheria. Però Schabowski entrò in uno stato di confusione, si trovò impreparato e improvvisò tirando fuori di tasca un biglietto. Rispose che, per semplificare, i cittadini dell’Ovest potevano andare all’Est senza passaporto né visto. Una risposa incredibile, per questo chiesi conferma con un “Ab wann?” (Da quando?) e lui, sempre con il bigliettino, mi rispose “Ab sofort” (Immediatamente)”».

Il resto è storia. Ehrman uscì rapidamente dalla sala per diffondere - erano le 19,31 - l’incredibile flash d’agenzia con la risposta di Schabowski che, ripresa da radio, tv e altre agenzie, provocò la corsa in massa a un muro che cominciò a sgretolarsi.

JOSTO MAFFEO IM 9

 

 

 

 

Quelli che nel 1989 non erano nati: «Adesso giù il muro del razzismo»

 

Non hanno mai visto le immagini di Rostropovitch che suona il violoncello sotto il muro di Berlino, né hanno mai saputo che i tedeschi tutti, quella notte, non facevano altro che dire “die mauer is offen”, né hanno mai conosciuto chi fosse quel Günter Schabowski che disse da Est, “la frontiera è aperta”. Al più hanno visto qualche documentario con bottiglie stappate a festa sul muro di Berlino e in terza media hanno studiato quando fu elevato e quando e perché cadde. Per i liceali di oggi, quelli che nel 1989 non erano ancora nati il crollo del muro di Berlino, tuttavia, non è solo un capitolo dei libri di storia: troppo vicini i fatti, troppo vicina la capitale tedesca per non percepire, per non sapere che quel fatto avvenuto cinque anni prima della nascita del più giovane studente di liceo, fu un evento epocale. Al liceo classico Terenzio Mamiani di Roma, gli studenti hanno deciso di onorare la storia e analizzare l’attualità, ricordando la caduta del muro con assemblee tematiche. Antifascisti e delusi dalla politica vorrebbero abbattere tutti i muri ancora in piedi e soprattutto “quel maledetto muro che abbiamo in mente”, come recita il nome del progetto abbracciato dal preside Cosimo Guarino. Trattano, in questi giorni e fino al 6 dicembre, del muro interiore dei pregiudizi che generano il razzismo «il sentimento più odioso», ma anche l’omofobia, il bullismo ecc. Lo fanno all’ora di ricreazione, all’ombra di un’istallazione che ricorda la guerra e che temporaneamente occupa il cortile che fu anche set del film “l’Innocente” di Luchino Visconti. Sabato l’assemblea a tema, fatta apposta a ricreazione per evitare il deserto delle assemblee d’istituto, è dedicata a Stefano Cucchi e dentro un megafono un ragazzo smilzo ricorda che «l’appuntamento per andare alla manifestazione per Stefano è alle quindici fuori scuola». Pochi adepti, il tema non appassiona.

 

Preme parlare di razzismo, invece, omofobia e muri interiori: quelli fatti di segreti inconfessabili e di paure adolescenziali.  «Non è un mio problema, io coi miei ci parlo – dice Luca, V ginnasio, sorriso imbarazzato – ma tanti compagni i genitori li vedono poco e niente: la scuola dovrebbe premurarsi di avvicinarli ai loro figli». E il razzismo? Perché è il primo muro da abbattere? «Perché qui è un’isola felice, ma quando stavo a scuola  a Riano, i romeni li facevano neri…», fa Amelia, catena di ferro al collo, viso acqua e sapone. Oppure perché: «Una volta ho visto in metro tre tipi che hanno messo schiena al muro un immigrato perché non aveva un biglietto, ti pare giusto?», fa Luca. «E poi perché qua non succede quasi mai ma in periferia, hai visto quante aggressioni agli immigrati?», dicono tre ragazze di V. C’è il bullismo, si, «è grave ma non è un fenomeno collettivo», fa una quattordicenne, c’è l’omofobia che manda in bestia Alessandro, ma il razzismo: «camminare per strada e ritrovarsi in ospedale, cose che succedono nelle periferie di questa città» fa più paura, più rabbia. Il razzismo è uno dei fenomeni che si denunciano, si combattono, nelle assemblee del Mamiani sulle note di “Another brick in the wall” dei Pink Floyd. Diversamente da certi macigni dell’anima: «Non so se faremo un’assemblea sull’incomunicabilità genitori-figli, sai è un tema delicato, difficile da trattare…», spiega un ginnasiale. Più facile, a 15 anni, cambiare la storia. Gioia Salvatoritutti L’U 8

 

 

 

L’Aquila. Un cumulo di macerie

 

“Se va avanti così, smaltiamo in 50 anni.” “finora le cose fatte sono del tutto inadeguate.” Parole del prefetto dell’Aquila, Franco Gabrielli, non quelle di uno dei tanti cittadini impazienti… Il sasso nello stagno è di notevoli dimensioni. Anche lo stagno - ce ne siamo resi conto tutti - è di notevoli dimensioni. A situazioni di questa portata si deve rispondere con misure eccezionali. Sono mesi che denunciamo la lentezza di tutta l’operazione: dallo smaltimento delle macerie ai puntellamenti insufficienti e vanamente ricordiamo che l’inverno è alle porte. Abbiamo già perso una gara, quella contro il tempo. Non metereologico, ma il tempo dei fatti. Siamo già in ritardo sul ritardo. Abbiamo tutti la precisa cognizione che a un evento eccezionale si debba rispondere con misure eccezionali. Sono trascorsi sette mesi, 210 giorni circa (per noi che contiamo anche i giorni), una montagna di giorni. Osserviamo e denunciamo soltanto la realtà dei fatti. La Zona Rossa è sempre più rossa di vergogna. Si sbriciolano le case e la pazienza. Pochi gli edifici puntellati, sempre più lontano il momento in cui inizierà la ricostruzione. Siamo qui, in attesa. Ma non abbiamo nessuna intenzione di abbandonare il nostro compito che è quello di presidiare idealmente il centro storico della nostra città. Vogliamo che la nostra città sia curata, come si fa con i malati gravi: velocemente, prendendo decisioni rapide, riunendo tutte le varie Autorità preposte. Non vogliamo pagare sulla nostra pelle i ritardi dei veti incrociati, quelle dei consigli o degli organi che non si riuniscono. Pretendiamo che il bene comune (la ricostruzione della nostra città) sia più forte dell’interesse dei singoli, delle loro rivalità, delle loro idiosincrasie politiche o personali. Noi siamo in guerra contro un nemico invisibile che ci ha cacciato via dalle nostre case, dai nostri luoghi e in parte anche dalla nostra vita. Siamo in guerra da mesi: con gli elmetti gialli sulla testa abbiamo affrontato  la paura, siamo entrati nelle nostre case  più o meno distrutte, li abbiamo portati con orgoglio nelle manifestazioni. Anche se non li vedete, li indossiamo ogni giorno, per non farci troppo male, per andare avanti: perché continuiamo a sperare che, un giorno non troppo lontano, questa guerra finisca. Solo allora li appenderemo agli ingressi delle nostre case come si fa con un cappello di lana quando l’inverno è passato.

Patrizia Tocci, de.it.press

 

 

 

 

Due mozioni per la Cgil. Il congresso è cominciato

 

La Cgil ha approvato il calendario congressuale, si inizia con gli appuntamenti territoriali che termineranno a metà marzo e si finisce tra il 5 e l’8 maggio quando a Rimini si terrà il XVIesimo congresso. Lo ha deciso il Direttivo, approvando le regole e prevedendo la partecipazione di 1043 delegati. Non è stata una discussione liscia (si è reso necessario un passaggio preliminare in segreteria) né lo sarà il congresso che trova il sindacato diviso in due schieramenti, ognuno con la sua mozione.

 

MOZIONI CONTRAPPOSTE  - Quella della maggioranza, primo firmatario Guglielmo Epifani, doveva essere illustrata ai 177 membri del parlamentino, ma per il confronto sul regolamento è stata spostata a oggi. Sempre per oggi è attesa la presentazione di un documento alternativo che reclama una forte «discontinuità » dell’azione e dei vertici cigiellini e porta la firma, tra gli altri, della segretaria confederale Nicoletta Rocchi e dei leader del pubblico impiego Carlo Podda, dei metalmeccanici, Gianni Rinaldini, dei bancari, Domenico Moccia e di Rete 28 aprile, Giorgio Cremaschi. «I diritti e il lavoro oltre la crisi» è il titolo del documento di Epifani. Neanche trenta pagine che guardano al “dopo”, «oltre la crisi» appunto, quando ci sarà da correggere se non da ricostruire di sana pianta. Soprattutto considerate le misure del governo Berlusconi che il documento giudica «sbagliate e inadeguate» e che hanno «fortemente esposto» il Paese. Le coordinate indicate dalla maggioranza Cgil per «risalire la china» stanno in dieci proposte, unite daun comundenominatore, quel «progetto Paese alternativo a quello in campo» in cui è ravvisabile una precisa continuità con il congresso precedente in cui si parlava di «riprogettare il Paese».

 

MENO TASSE PIÚ TUTELE  - Il congresso matura all’interno della peggiore crisi dal 1929 che lascerà unapesante eredità soprattutto in fatto di diseguaglianze, in tutte le loro declinazioni. Procedendo per titoli, c’è quella di reddito: la Cgil insiste con la richiesta di ridurre le tasse sul reddito da lavoro e pensione, mentre va rafforzata la lotta all’evasione fiscale e aumentate le tasse sulle rendite finanziarie e i grandi patrimoni. La prima aliquota Irpef deve essere abbassata dal 23 al 20% e la terza dal 38 al 36%. Unaltro punto del decalogo propone di riformare gli ammortizzatori sociali «in senso universale », senza differenze tra aziende o tipologie di lavoro. Il gap tra giovani e futuro nel lavoro va ridotto: va incentivata la formazione e garantito che le future pensioni basate sul sistema contributivo «non siano inferiori al 60% dell’ultima retribuzione» anche attraverso interventi fiscali. Si tratta di proposte presenti nella piattaforma della Cgil almeno da quando è iniziata la crisi e che il governo Berlusconi continua a ignorare. Lo stesso governo ha invece agito per dividere il fronte sindacale. In più punti il documento parla dell’accordo separato sulle regole contrattuali: spicca il proposito di «riconquistare un nuovo modello di contrattazione », di sostenere la battaglia dei metalmeccanici e di quanti possano ritrovarsi nelle condizione di un accordo separato, e di «praticare rigorosamente la democrazia di mandato». Questo punto non solo rinvia al richiamo più generale di «rafforzare l’idea di democrazia come partecipazione », ma chiama in causa direttamente Confindustria, Cisl e Uil. Alle altre due confederazioni si chiede di non insistere sulla strada della rottura e aprirsi invece a una «ricerca nuova che faccia della democrazia e della forza del pluralismo il cuore di una stagione che superi quella della divisione e contrapposizione». Per la Cgil la rottura «non è irrimediabile, ma non si può sottovalutare la profonda diversità di merito emersa tra le confederazioni. Tra le tante sfide in campo questa rappresenta forse - si legge - la più difficile e la più decisiva». Una legge sulla democrazia e sulla rappresentanza può servire, la Cgil torna a chiederla. Così come l’unificazione del mercato del lavoro:non il contratto unico ma la semplificazione delle tipologie dei contratti non standard e l’estensione dell’articolo 18 per chi, «operando in catene con più di 15 dipendenti è formalmente alle dipendenze di datori di lavoro fittizi».

Felicia Masocco L’U 10

 

 

 

 

L'ordinanza del gip su Cosentino. «Sostegno elettorale dai Casalesi»

 

Il sottosegretario all'Economia è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa

 

MILANO - Nicola Cosentino «contribuiva, sin dagli anni '90 a rafforzare vertici e attività del gruppo camorrista facente capo alle famiglie di Bidognetti e Schiavone (..) Da tale sodalizio Consentino riceveva puntuale sostegno elettorale». È quanto si legge nel capo di imputazione per concorso esterno in associazione mafiosa emesso dal gip Raffaele Piccirillo nei confronti del sottosegretario all'Economia e coordinatore regionale del Pdl. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere, 351 pagine in tutto, è stata trasmessa alla Camera per l'autorizzazione all'esecuzione. «È stata notificata questa mattina al presidente della Camera la richiesta di custodia in carcere per Cosentino» ha confermato Gianfranco Fini. Che in merito al destino politico del leader del Pdl campano ha opposto un severo alt: «La sua candidatura non è più nel novero delle cose possibili». Pare, d'altra parte, che il coordinatore campano del Pdl abbia anche avuto un colloquio telefonico con Berlusconi. Il premier avrebbe invitato Cosentino a tenere duro e ad andare avanti.

«SOSTEGNO ELETTORALE» - Nelle 351 pagine dell'ordinanza, il gip Piccirillo parla di un vero e proprio sodalizio tra il sottosegretario e le famiglie Bidognetti e Schiavone. Da tale legame Cosentino, si legge, «riceveva puntuale sostegno elettorale in occasione delle elezioni a cui partecipava quale candidato diventando consigliere provinciale di Caserta nel 1990, consigliere regionale della Campania nel 1995, deputato per la lista Forza Italia nel 1996 e, quindi, assumendo gli incarichi politici prima di vice coordinatore e poi di coordinatore del partito di Forza Italia in Campania, anche dopo aver terminato il mandato parlamentare del 2001». Cosentino avrebbe in particolare «garantito il permanere dei rapporti tra imprenditoria mafiosa, amministrazioni pubbliche e comunali».

«INDEBITE PRESSIONI» - Nel capo di imputazione si fa riferimento, inoltre, a «indebite pressioni nei confronti di enti prefettizi per incidere, come nel caso della Eco4 spa (società che operava nel settore dei rifiuti, ndr) nelle procedure dirette al rilascio delle certificazioni antimafia». Cosentino è anche accusato di aver creato e cogestito «monopoli d'impresa, quali l'Eco4 spa e nella quale Cosentino esercitava, in posizioni sovraordinata a Giuseppe Vitiello, Michele Orsi (ucciso poi in un agguato di camorra, ndr), e Sergio Orsi, il reale potere direttivo e di gestione, così consentendo lo stabile reimpiego dei proventi illeciti, sfruttando delle attività di impresa per scopi elettorali, anche mediante l'assunzione di personale e per diverse utilità».  CdS 10

 

 

 

 

"Aiuti umanitari sempre meno efficaci fanno meglio i Paesi nordici, Italia terzultima"

 

Scivola sempre più in basso (quest'anno è al ventusimo posto) il nostro Paese

nell'Indice della Risposta Umanitaria, redatto dall'organizzazione internazionale Dara

Guadagnano una postazione gli Stati Uniti, ancora però a metà classifica. Per il 2009 attesa una forte riduzione dei fondi: l'Onu stima 4,8 miliardi di dollari in meno rispetto alle somme richieste - di ROSARIA AMATO

 

ROMA - La crisi economica ha reso più urgenti le necessità dei Paesi in via di sviluppo, ma ha anche ridotto la capacità di contribuzione dei Paesi donatori. Ma non si tratta solo di un problema di quantità di aiuti: in effetti nel 2008 sono stati stanziati, secondo il rapporto pubblicato oggi a Washington dall'organizzazione non-profit DARA (Development Assistance Research Associates) 10,4 miliardi di dollari (l'equivalente di quasi 7 miliardi di euro).

 

Ma tali aiuti spesso non sono sufficienti perché vengono utilizzati male: "Nella pratica sta diminuendo la capacità dei donanti di rispondere in modo idoneo alle emergenze umanitarie", denuncia Riccardo Polastro, capo del dipartimento di valutazione di DARA.

 

"Le misure di prevenzione non stanno funzionando, si registra infatti un aumento di disastri e conflitti. Si fanno pochissimi sforzi per rinforzare le capacità a livello locale delle popolazioni a rischio. E infine l'accesso alle popolazioni in crisi è sempre più difficile, si registra una crescente insicurezza delle popolazioni e degli operatori umanitari".

 

"L'HRI (humanitarian response index, indice della risposta umanitaria) - si legge nel rapporto presentato oggi a Washington - mostra che le nazioni più potenti e ricche del mondo sono ancora inefficienti quando si tratta di dare assistenza umanitaria alle popolazioni colpite dalle crisi, per aiutarle a salvare le loro vite e la loro dignità".

 

Il 2008 ha visto un drammatico aumento, denuncia il rapporto, delle barriere che impediscono agli aiuti umanitari il raggiungimento del loro scopo: "Ci sono sempre maggiori problemi di mancanza d'accesso alle popolazioni - ricorda Polastro - Per esempio in Afghanistan il 50% del territorio non è accessibile, nel Sudan sono state buttate fuori le organizzazioni umanitarie. In molte regioni del mondo non si riesce a dare protezione alle popolazioni, da un punto di vista legale e fisico.

 

Problemi che quest'anno si sono accentuati, impedendo l'utilizzo dei fondi in modo efficace. Si sono inoltre aggravate le emergenze dimenticate, a cominciare dalla Repubblica Centrafricana, il Sahara Occidentale, lo Sri Lanka".

 

Si tratta di mancanze rilevate in media in tutti i Paesi 'donatori' presi in esame da DARA per la classifica annuale che redige da tre anni, ma che soprattutto si riscontrano nei Paesi in basso nella graduatoria, a cominciare dagli Stati Uniti, i più generosi, da un punto di vista delle risorse messe a disposizione, ma anche tra i più problematici, sottolinea Polastro, sotto in profilo "della neutralità e dell'indipendenza". "Gli Stati Uniti donano molto - spiega Polastro - ma hanno un'agenda legata a scopi militari-politico-economici".

 

Diverso il problema dell'Italia, inchiodata al ventunesimo posto della classifica (con un ulteriore peggioramento rispetto all'anno scorso), seguita solo da Grecia e Portogallo. "In questa classifica teniamo conto di 85 indicatori - dice Pilastro - e l'Italia si classifica bene solo rispetto ad alcuni, per esempio dà una contribuzione equa e in tempi rapidi rispetto ai disastri umanitari. Ma ottiene pessimi risultati rispetto alla capacità di rispondere ai bisogni delle popolazioni colpite, oltre che a tutti i parametri che riguardano la capacità di lavorare con gli altri partner".

 

Pilastro prosegue dicendo che "Inoltre, spesso, il nostro Paese non mantiene gli impegni assunti. Questi sono tutti parametri dove danno il massimo i Paesi nordici, che rispondono al meglio alle necessità dei donanti, hanno politiche che si traducono in azioni concrete, e lavorano da molti anni, in modo sostenuto e continuo, con tutte le organizzazioni umanitarie che operano sul territorio, al di là delle tendenze politiche".

 

Aiuti dunque sempre meno in grado di produrre effetti positivi, e destinati comunque a una riduzione in termini assoluti, almeno nel 2009: "Non abbiamo ancora quantificato - dice Polastro - ma certo per quest'anno non ci aspettiamo che i Paesi donatori arrivano a dare la stessa cifra dello scorso anno".

 

L'Italia è tra i Paesi 'donatori' che hanno annunciato uno dei tagli più drastici, il 56 per cento. L'Irlanda ridurrà i propri contributi del 22 per cento. L'Onu ha calcolato che, a causa della crisi economica, e delle crescenti esigenze dei Paesi in via di sviluppo, nel 2009 ci sarà una differenza tra le donazioni effettuate e quelle richieste di 4,8 miliardi di dollari (l'equivalente di circa 3,2 miliardi di euro), che corrisponde alle necessità di 43 milioni di persone.

 

Naturalmente la riduzione non riguarderà tutti i Paesi. Nella classifica elaborata da DARA, l'indice della Risposta Umanitaria, al primo posto ci sono i Paesi nordici, i più virtuosi non tanto per l'ammontare delle donazioni, ma per i criteri neutrali utilizzati e per la loro capacità di rendere effettivi questi aiuti. Al primo posto quest'anno c'è la Norvegia (che per i primi due anni era seconda), mentre la Svezia (in precedenza prima) passa al secondo.

 

Gli Stati Uniti, che in termini assoluti sono il primo Paese donatore del mondo, in questa classifica (che tiene conto del numero di abitanti) sono al quattordicesimo, l'Italia al ventunesimo, dal diciannovesimo dello scorso anno. Guadagna posti l'Irlanda, che nella prima edizione era al sesto posto, e nel 2009 raggiunge il terzo. LR 10

 

 

 

Senato. La maggioranza respinge tutte le proposte per reintegrare gli stanziamenti per gli italiani all’estero

 

  ROMA - “La maggioranza parlamentare che sostiene il governo Berlusconi continua a non voler prendere in considerazione le nostre proposte volte a recuperare un grave vulnus nei confronti dei nostri concittadini che vivono all’estero”. E’ quanto dichiara Maurizio Chiocchetti, coordinatore italiani nel mondo del Pd.

  “Ieri, in Senato, la destra - spiega Chiocchetti - ha respinto tutti i nostri emendamenti alla finanziaria che prevedevano di reintegrare i capitoli di bilancio almeno allo stesso livello dell’anno in corso, considerato che già erano stati oggetto di pesanti tagli rispetto all’anno precedente. A pagare questi ulteriori riduzioni di risorse saranno soprattutto i corsi di lingua italiana e l’assistenza verso i nostri connazionali indigenti.

  “Ci auguriamo che durante l’iter della legge si cambi radicalmente registro. Non si possono mortificare in questo modo gli italiani che vivono all’estero. Così come chiediamo - conclude Chiocchett - che venga immediatamente sospesa l’applicazione dello scudo fiscale nei confronti di decine di migliaia di lavoratori e di pensionati che, soprattutto in Svizzera, pagano le tasse regolarmente per poi rimetterle allo stato italiano”. (Inform)

 

 

 

In calo le rimesse ai Paesi in via di sviluppo

 

WASHINGTON  - Le rimesse ai Paesi in via di sviluppo dovrebbero ammontare a 304 miliardi di dollari nel 2009, in calo dai 328 miliardi di dollari registrati per il 2008. È quanto si apprende da una nota della Banca Mondiale, che fa riferimento al rapporto pubblicato in occasione della Conferenza sulla diaspora e lo sviluppo del 13 e 14 luglio scorsi.

Sarebbe, nel 2009, la prima volta che il flusso mondiale delle rimesse registra un decremento e non una crescita rispetto all’anno precedente. Anche se, va detto, la diminuzione prevista del 7,3% delle rimesse di quest'anno è nettamente inferiore a quella degli investimenti privati nei Paesi in via di sviluppo. Infatti, sempre secondo l’istituto di Washington, le rimesse si sono dimostrate relativamente "resistenti" perché, anche se i flussi migratori sono diminuiti, il numero di migranti che vivono all'estero non è stato influenzato in maniera rilevante dalla crisi.

Tuttavia, spiega la BM, vi sono comunque una serie di fattori che possono influire negativamente sulla situazione: la profondità e la durata della crisi attuale, i cambiamenti inaspettati dei cambi e dei tassi e il possibile rafforzamento dei controlli in materia di immigrazione nei principali Paesi di immigrazione.

"È possibile, poi, che l'aumento della disoccupazione comporti restrizioni più severe in materia di immigrazione nei principali Paesi di destinazione. Queste limitazioni potrebbero influire negativamente sulle rimesse e potrebbe portare, come il protezionismo commerciale, ad una più lenta ripresa economica mondiale". È quanto ritiene Hans Timmer, responsabile delle prospettive di sviluppo della Banca mondiale.

Le rimesse da molti Paesi sono diminuite nel corso dell'ultimo trimestre del 2008. Infatti, la recente revisione al ribasso delle previsioni di crescita economica globale del nuovo rapporto della Banca (2009-2011) mette in evidenza l'impatto della crisi finanziaria sulle rimesse e descrive le tendenze regionali e nazionali.

Le rimesse in America Latina sono diminuite in gran parte per il rallentamento del settore edilizio negli Stati Uniti. Le nuove stime mostrano un calo del 6,9% delle rimesse per l'America Latina e i Carabi; anche nell’Africa sub-sahariana è previsto un calo delle rimesse stimato all’8,3%. Per contro, anche se in declino, il flusso di rimesse in Asia meridionale e orientale è destinato a restare su livelli alti nel 2009.

India, Cina e Messico restano i maggiori beneficiari delle rimesse tra i Paesi in via di sviluppo. Tagikistan, Moldavia, Tonga, Lesotho e Guyana, i Paesi con le economie più piccole, sono i destinatari dei flussi più grandi rispetto al proprio PIL, di cui le rimesse rappresentano più del 25%.

Anche in questa situazione, i flussi delle rimesse hanno raggiunto nuovi record in Paesi come Bangladesh e Pakistan, con oltre il 20 per cento di crescita annuale in ciascun Paese.

Visti, quindi, i risultati contrastati dei flussi delle rimesse per Paese, gli analisti sottolineano il ruolo importante delle politiche di intervento pubblico per attenuare gli effetti della crisi, i cui esiti sono ancora difficilmente predeterminati. Le recenti iniziative prese dal G8 Global nel gruppo di lavoro sulle rimesse (proposta Frattini ndr), tra cui la stessa conferenza che si apre lunedì 9 alla Farnesina, sono considerate un passo nella giusta direzione. (aise)

 

 

 

 

Convegno “Comunicazione e geografia: la cartografia del fenomeno migratorio”.

 

Il 12 novembre a Roma,  presso la Società Geografica Italiana

Mostra “Il mondo a Bergamo: dall'emigrazione all'immigrazione”

 

    ROMA – Il 12 novembre a Roma, presso la Società Geografica Italiana, sarà inaugurata la mostra cartografica “Il mondo a Bergamo: dall'emigrazione all'immigrazione” (ore 18, palazzetto Mattei in Villa Celimontana, Via della Navicella 12) . La mostra – che resterà aperta fino al 4 dicembre – era stata allestita a Bergamo nell’aprile scorso in occasione del quarto Incontro internazionale dei bergamaschi emigrati.

    In occasione dell’inaugurazione a Roma presso la Società Geografica Italiana si svolgerà  il convegno (ore 16) “Comunicazione e geografia: la cartografia del fenomeno migratorio”, promosso dalla facoltà di Scienze della comunicazione. Il confronto tra geografi e esperti di comunicazione metterà in evidenza le interazioni tra le due discipline, nel segno delle nuove tecnologie e in particolare nella rappresentazione di notizie relative alle emergenze sociali, come quelle delle migrazioni. Accanto ai docenti di varie università è previsto l'intervento dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, impegnato da sempre nella lotta contro il razzismo. L’incontro si svolgerà nell’aula Giuseppe della Vedova (mostra http://www.societageografica.it/images/stories/piano_mostra_UniBG.pdf ; programma del convegno http://www.societageografica.it/images/stories/comunicazione_geografia_12-11-2009.pdf (Inform)

 

 

 

Dino Nardi: 50.000 emigrati italiani in Svizzera nel mirino del fisco italiano

 

ZURIGO - Come ormai noto moltissimi emigrati italiani residenti in Svizzera hanno (e stanno) ricevendo al loro indirizzo (o ultimo indirizzo) in Italia una lunga lettera dell'Agenzia delle Entrate italiana - Direzione Centrale Accertamento - con la quale li si informa che "(...) a seguito di controlli effettuati abbiamo riscontrato che, nell'ultimo quinquennio, il suo nominativo risulta alternativamente iscritto all'Albo degli Italiani residenti all'estero e, da ultimo nell'Anagrafe della popolazione residente in Italia, con conseguente acquisizione della  qualità di soggetto passivo dell'imposta personale sui redditi da Lei prodotti, sia in Italia che all'estero (...)" e con l’avvertenza che “qualora venga omessa l’indicazione dei redditi di fonte estera è irrogabile una sanzione compresa tra il 133 ed il 266 per cento della maggiore imposta dovuta (se è omessa la presentazione della dichiarazione la sanzione sale ad un importo compreso tra il 160 ed il 320 per cento della maggiore imposta).”. In breve, ritenendoli evidentemente degli ex emigrati, li si sollecita a dichiarare al fisco italiano i loro eventuali redditi, capitali e quant'altro possiedono all'estero. Molti dei destinatari (non tutti) hanno pure ricevuto in allegato un “Questionario relativo alle disponibilità costituite all'estero” da compilare e restituire alla Direzione succitata entro il termine perentorio di 30 giorni. Secondo informazioni diffuse dalla stessa Agenzia delle Entrate i destinatari sarebbero circa 50'000, ma non si è compreso bene se riguarda unicamente l'emigrazione italiana nella Confederazione, tuttavia da una ricerca fatta personalmente non sembra che tale lettera sia stata ricevuta da emigrati residenti in altri Paesi europei.  

  Come prevedibile questa iniziativa del fisco italiano ha creato sconcerto e grande preoccupazione in Svizzera tra tutti i destinatari (ma non solo) i quali stanno subissando con richieste di informazioni sia il patronato ITAL-UIL che gli altri patronati del Ce.Pa. e gli stessi Uffici Consolari italiani nella Confederazione che, presi alla sprovvista ed in assenza di qualsiasi istruzione da parte dell'Amministrazione (Esteri e Tesoro), cercano di far fronte a questa vera e propria emergenza con risposte agli interessati non sempre identiche su come devono reagire. D'altra parte gli Uffici consolari, di fronte ad una grande mole di richieste da parte degli interessati di una certificazione di iscrizione all'AIRE (individuata al momento come una possibile soluzione per rispondere all'Agenzia delle Entrate), già in gravi difficoltà operative per i tagli subiti in questi ultimi anni, stanno andando letteralmente in tilt tanto che ci risulta che alcuni consolati si stiano rifiutando di rilasciare la certificazione menzionata suggerendo altre vie per dimostrare al fisco italiano la loro residenza in Svizzera. Siamo, quindi in presenza di un vero proprio atto di terrorismo fiscale dell’Agenzia delle Entrate italiana rivolto alla comunità italiana in Svizzera e che cade (casualmente?!) in concomitanza con la campagna mediatica dello scudo fiscale del Ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti, che ha portato all’attuale rovente diatriba tra l’Italia e la Confederazione. Un terrorismo fiscale poiché si è sparato nel mucchio. Infatti queste 50'000 lettere sono state spedite non solo ad ex emigrati in Svizzera, rimpatriati negli ultimi cinque anni, la qualcosa poteva forse avere un senso, bensì anche a lavoratori frontalieri ed ex frontalieri e, soprattutto, a tantissimi italiani che sono emigrati in Svizzera da decenni o vi sono addirittura nati e che vi risiedono tuttora!

  Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, sollecitato dagli stessi patronati del Ce.Pa. e dai Comites della Svizzera, ha messo la questione all’ordine del giorno dei lavori del suo Comitato di Presidenza che si riunisce a Roma al Ministero degli Affari Esteri proprio questa settimana. Pertanto è auspicabile che in quella sede l’Agenzia delle Entrate possa dare delle istruzioni precise ed univoche su come dovranno comportarsi tutti coloro che (erroneamente?) hanno ricevuto questa lettera pur risiedendo all’estero da molti anni non dovendo, quindi, dichiarare al fisco italiano i loro beni e redditi posseduti fuori dai confini italiani. Cittadini italiani che, di conseguenza, devono obbligatoriamente essere registrati all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) del loro ultimo comunque di residenza in Italia.

  Per il momento è, pertanto, consigliabile che tutti gli interessati pazientino prima di prendere qualsiasi iniziativa e, soprattutto, coloro che hanno ricevuto anche il “Questionario relativo alle disponibilità costituite all’estero” evitino assolutamente di compilarlo e di rispedirlo all’Agenzia delle Entrate prima di questo chiarimento che verrà ovviamente pubblicizzato al massimo. In ogni caso, a parte la rete consolare, sia l’ITAL-UIL che gli altri patronati del Ce.Pa., anche per questo problema, possono dare un valido aiuto per gli adempimenti necessari e per i dovuti chiarimenti con il fisco italiano.

Dino Nardi, Coordinatore per l’Europa dell’UIM, Comitato di Presidenza del CGIE

 

 

 

 

Nasce Migrawork, il portale informativo per orientare i cittadini stranieri

 

ROMA - Normativa, lavoro, formazione e conoscenza della lingua italiana: sono questi i contenuti del nuovo portale www.migrawork.com per orientare i cittadini stranieri attraverso informazioni di base.

  Migrawork è realizzato dalla Cooperativa Roma Solidarietà, promossa dalla Caritas Diocesana di Roma, nell’ambito dei progetti “ROAD MAP: strade e competenze per un lavoro in Italia” e “TOOL KIT: conoscenze, competenze e strumenti per lavorare nella ristorazione italiana”, co-finanziati dal Fondo Europeo per l’Integrazione di cittadini di Paesi terzi 2007-2013.

  Il portale è rivolto ai cittadini stranieri che intendono lavorare e vivere in Italia o che già lo fanno e mira a fornire orientamento e informazioni per favorire un corretto e costruttivo svolgimento del percorso migratorio. I contenuti - disponibili in italiano, inglese, francese, spagnolo e russo - sono divisi in quattro sezioni.

  La sezione “Normativa” contiene tutte le indicazioni utili su come fare ingresso regolarmente in Italia, sui documenti necessari per vivere e lavorare nel Paese e sulle possibilità offerte dal sistema giuridico e sociale per una migliore integrazione.

  La sezione “Lavoro” offre le informazioni necessarie per cercare occupazione, per conoscere i diritti e i doveri di lavoratori e datori di lavoro e per sapere cosa fare quando si smette di lavorare.

  Vi è, poi, una sezione dedicata a “Istruzione e formazione”, in cui sono descritte le principali opportunità formative a cui si può accedere in Italia, le possibilità di ottenere il riconoscimento dei propri titoli di studio conseguiti all’estero, nonché quelle di svolgere tirocini.

Infine la sezione “Imparare l’italiano”  fornisce un accesso guidato alle risorse per apprendere l’italiano on line. (Inform)

 

 

 

 

 

 

Köln. Eine Sprache mehr. Mit Italienisch in Deutschland aufwachsen

 

Vorstellung der DVD des ComItEs Köln über bilinguale Erziehung Donnerstag, 12. November 2009, 18.30 Uhr, im Saal des IIC (Universitätsstr. 81, Köln)

 

Die italienischen Kinder, die in Deutschland aufwachsen, haben die große Chance, von Beginn an zwei europäische Sprachen zu lernen. Dieser Film möchte anhand von Beispielen aus der Praxis und Ratschlägen zum Thema zeigen, wie die eigenen Kinder in zwei Sprachen und Kulturen erzogen werden können. Darüber hinaus erklärt er einige wichtige Besonderheiten des Schulsystems von Nordrhein-Westfalen. Der vom ComItEs Köln in Zusammenarbeit mit Mehrsprache e.V. Köln realisierte Film wendet sich an Multiplikatoren und Eltern und enthält viele Informationen zu diesem wichtigen Thema.

 

In Anwesenheit des Kölner Regierungspräsidenten Hans Peter Lindlar, des italienischen Generalkonsuls in Köln Eugenio Sgrò, der Professorin Claudia Maria Riehl von der Universität zu Köln und der Präsidentin des ComItEs Köln Rosella Benati.

 

Bei dieser Gelegenheit möchten wir Ihnen außerdem den Kalender "Donne 2010" vorstellen, die Geschichte der Emigration verkörpert von 12 Italienerinnen aus dem Bezirk Köln, herausgegeben vom ComItEs Köln.

Alle Anwesenden erhalten einen Kalender und die DVD als Geschenk.

(de.it.press) 

 

 

 

 

Literarischer Abend mit Raffaele Cantone in München

 

Liebe Freunde des Italienischen Kulturinstituts, wir freuen uns, Sie zum literarischen Abend mit Raffaele Cantone einzuladen, der sein Buch »Allein für die Gerechtigkeit. Ein Leben im Kampf gegen die Camorra« präsentieren wird. Die Lesung findet am Donnerstag, den 12. November 2009, um 19 Uhr, im Gasteig, Black Box, Rosenheimer Straße 5, in München statt.

 

Moderation und Übersetzung: Antonio Pellegrino. Deutsche Lesung: Helmut Becker

Eintritt: Euro 10,- / 8,-. Veranstalter: Börsenverein des Deutschen Buchhandels – Landesverband Bayern München, Antje Kunstmann Verlag München und Istituto Italiano di Cultura 

Raffaele Cantone ist durch seine Prozesse gegen die großen Clans zur Symbolfigur des Kampfes gegen die Organisierte Kriminalität geworden. Seine Aufsehen erregende Autobiografie liefert zum ersten Mal eine schonungslose Innensicht aus der Perspektive der Ermittler.

Allein für die Gerechtigkeit. Ein Leben im Kampf gegen die Camorra  (Verlag Antje Kunstmann München, 2009), das monatelang auf den italienischen Bestsellerlisten stand, dokumentiert wie kein anderes Mafiabuch die Korrosion der Zivilgesellschaft.

Raffaele Cantone, geboren 1963 in Neapel, befasste sich schon als Anwalt mit Wirtschaftskriminalität. Von 1999 bis 2007 war er als leitender Staatsanwalt der Antimafia- Behörde in Neapel an allen großen Prozessen gegen die Camorra-Clans beteiligt. 2008 wurde er ans Kassationsgericht in Rom berufen

IIC, www.iicmonaco.esteri.it  (de.it.press)

 

 

 

EU. Diskriminierung. Ein Leben im Nachteil

 

Brüssel. Jeder sechste EU-Bürger fühlt sich diskriminiert. Das ergibt eine aktuelle Studie der Europäischen Union, die am Montag in Brüssel vorgestellt wurde. Die meisten Befragten halten sich wegen ihres hohen Alters für benachteiligt - 58 Prozent der Befragten.

 

Mehr als die Hälfte hat außerdem den Eindruck, dass zunehmend ältere und behinderte Menschen auf dem Arbeitsmarkt oder bei der Wohnungssuche ins Hintertreffen geraten. Die aktuelle Wirtschaftskrise, so befürchten fast zwei von drei Bürgern, wird die Benachteiligung verstärken. Mit größeren Schwierigkeiten müssten aber auch Menschen aufgrund einer Behinderung oder ihrer ethnischen Herkunft rechnen.

 

Am stärksten fühlen sich in der Union die Menschen in Italien, Österreich, Ungarn, Großbritannien und Schweden diskriminiert. Rund jeder Fünfte dort gibt an, im vergangenen Jahr wegen seines Alters, seiner Behinderung, seines Geschlechts, seiner ethnischen Herkunft, seiner Glaubensrichtung oder seiner sexuellen Orientierung belästigt worden zu sein.

 

In Deutschland protokollieren immerhin 13 Prozent