WEBGIORNALE 11-12 Novembre
2009
20 anni dopo. Quel giorno l'Europa vinse per la prima volta
Ma insomma, chi ha
vinto la guerra fredda? Nell’anniversario del crollo del Muro, «fischio finale»
della partita, si è aperta una curiosa «querelle» fra politologi. Da autorevoli
colleghi abbiamo sentito proclamare che sicuramente «fu la Cina a vincere»,
mentre «difficilmente può dire di averla vinta l’Europa». Ma perché la Cina, e
non l'Indonesia o l'Africa o qualsiasi altro Paese del mondo?
Il fatto è che la
caduta del Muro segnò la vittoria di tutto il mondo, compresa, con buona pace
di Putin, che assisteva all'evento come funzionario del Kgb in Germania, anche
la Russia, che tornò a vivere e a respirare. Ma non si tratta di decidere chi
guadagnò di più dalla caduta del Muro e dalla fine dello stalinismo, perché
tutti vinsero. Il quesito è un altro: a chi va il merito della caduta del Muro?
Ringraziamo Enzo
Bettiza, che ha reso un commosso tributo al vecchio Helmuth Kohl. E teniamoci
ai fatti. Ricordiamo che il Muro non era stato fatto per tener fuori i nemici.
Non era un muro difensivo. Era il muro di una prigione, costruito per impedire
la fuga dei popoli che vi venivano chiusi dentro. Come tale, era anche
l'ammissione della superiorità storica del modello capitalista e democratico
sul modello sovietico. Quando i popoli rinchiusi in quella prigione, sbirciando
oltre il muro un’Europa vincente, ricca e libera, ne ebbero abbastanza della
loro Europa perdente, il muro crollò.
Vinse dunque,
prima di tutto, l’Europa comunitaria. Vinse anche l'America, grazie all’accorta
combinazione di una forte politica militare col saggio appoggio
all'unificazione europea. E vinse l'uomo del destino russo, il primo leader
post-staliniano, Gorbaciov, che ebbe il coraggio di ammettere che «così non si
poteva andare avanti», e di dire ai capi dei Paesi sudditi che se si fossero
mai più trovati in difficoltà, come l'Ungheria nel ’56 e la Cecoslovacchia nel
‘68, l’Armata Rossa non sarebbe intervenuta per salvarli.
Quando Gorbaciov
mi raccontò come e quando lanciò questo avvertimento - nel giorno stesso della
sua elezione a segretario generale del Pcus, davanti a tutti i leader dell’Est
- gli chiesi: «Ma le credettero?». La risposta fu secca: «Ne vièrili», non mi
credettero. Con questa decisione, maturata nei tanti anni di ascesa al vertice,
Gorbaciov non voleva liquidare né il comunismo né l'Unione Sovietica. Pensava,
sbagliando, perché la crisi del sistema era molto più profonda di quanto
immaginasse, che sacrificando i «Paesi satelliti», facendo la pace con
l'Occidente, e ponendo fine a una corsa agli armamenti che l'economia sovietica
malata non poteva più reggere, avrebbe salvato il Paese che amava, il solo
regime che conoscesse e in cui ancora credeva, nonostante i nonni contadini
suoi e di Raissa vittime delle purghe staliniane.
Ma poi, fu davvero
un errore, il suo, o piuttosto una istintiva, storica intuizione, l'oscura
consapevolezza che bisognava cambiare, accadesse poi quel che doveva accadere?
Quanto all’Europa
unita, ha già fatto tanta strada. Con buona pace di quei tanti che, delusi nel
loro sogno federalista, o per oscure impazienze, non riescono a non parlar male
dell’Europa. Sia quando barcolla prima di approvare una nuova costituzione, sia
quando finalmente l'adotta, ma con mille ovvie incertezze sulla strada che le
si apre davanti. L’Europa rimane pasticciona ma vincente. Veniamo da lontano.
Dai campi impregnati di sangue di Verdun. Dalle città distrutte della Seconda
guerra mondiale. Dai forni crematori di Auschwitz. Dai totalitarismi
trionfanti. La memoria di ciò che fummo ci spingerà ad andare molto più avanti.
Diamoci tempo.
ARRIGO LEVI LS 10
Ue, verso l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona
“Ho accolto con
grande soddisfazione la notizia della firma avvenuta oggi da parte del
Presidente Klaus del provvedimento di ratifica del Trattato di Lisbona. Lisbona
rappresenta una tappa storica nel processo d’integrazione del nostro continente
cui l’Italia ha contribuito con convinzione ed in maniera determinante. Mi
auguro che il nuovo Trattato possa entrare in vigore nel più breve tempo
possibile per avere un’Europa più forte, efficace e vicina ai cittadini”.
Queste le parole espresse dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, alla
conclusione dell’adesione di tutti i Paesi dell’Unione europea al Trattato di
Lisbona.
Con la firma di
ratifica da parte della Repubblica Ceca comincia la nuova fase dell’Unione
europea che, per la prima volta nella sua storia, acquista una propria
personalità giuridica. Una svolta istituzionale che allarga letteralmente i
confini delle decisioni politiche comuni ai confini dell’Europa, unita in un
unico soggetto, capace di interloquire con una sola parola nelle relazioni
internazionali e di firmarne i Trattati.
L’adesione al
trattato di Lisbona – che entrerà in vigore una volta depositati tutti gli
strumenti di ratifica da parte di ogni singolo stato, cioè, nelle previsioni
del Presidente Barroso, tra dicembre e gennaio prossimi – prevede l’istituzione
delle figure del Presidente del Consiglio europeo e dell’Alto
rappresentante degli affari esteri, con compiti inediti sinora al livello
dell’Unione.
I punti
salienti - Finisce la rotazione
semestrale del Presidente che durerà in carica, d’ora in poi, per due anni e
mezzo, con il potere di rappresentare l’Unione nelle sedi internazionali e il
compito specifico di garantire la preparazione e la continuità dei lavori del
Consiglio e di ricercare il consenso.
L’Alto
rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza (una sorta di
ministro degli esteri dell’intera Ue), avrà il doppio incarico di mandatario
del Consiglio per la politica estera e la politica di sicurezza comune,
cosiddetta PESC, e di vicepresidente della Commissione, responsabile delle
relazioni interne. In quanto incaricato di condurre sia la politica estera che
la politica di difesa comune, presiederà il Consiglio Affari esteri.
Maggiori poteri
anche per il parlamento europeo, che interverrà in maniera determinante
soprattutto nelle aree di giustizia, sicurezza, immigrazione, trattati
internazionali e bilancio e il cui numero di componenti che sarà ridotto ad un
massimo di 751 (a fronte dei 785 attuali). Il numero dei deputati sarà
determinato in base al numero degli abitanti di ogni singolo Paese, secondo il
principio per il quale i Paesi più popolosi rappresentano un numero di
cittadini più elevato di quelli dei Paesi con un minor numero di abitanti.
Contestualmente,
acquistano peso diverso i Parlamenti nazionali, la cui compattezza permetterà
di elaborare autonomamente quelle iniziative legislative che i singoli Paesi
ritengono siano da stabilire a livello locale, regionale o nazionale. Tanto che
sarà la Commissione, in questo caso, a ritirare la sua iniziativa legislativa o
a spiegare chiaramente i motivi per i quali ritiene che la sua iniziativa sia
conforme al principio di sussidiarietà.
Anche i cittadini
avranno più motivi per sentirsi europei. Alla partecipazione espressa con la
chiamata alle urne per la scelta dei parlamentari europei si aggiunge
l’importante possibilità di incidere sulle scelte politiche dell’Unione. Un
milione di cittadini europei, di un certo numero di stati membri, possono invitare
la Commissione a presentare una proposta nei settori di competenza dell’Ue,
trasformando così in valide azioni transnazionali la capacità decisionale di un
popolo che può così ben chiamarsi europeo.
Uno spazio
importante tra gli obiettivi comuni dei 27 Paesi componenti l’Unione è dato
alla politica energetica e alla politica ambientale. Viene introdotto per la
prima volta il principio di solidarietà, per far sì che un paese che si trovi
in gravi difficoltà per quanto riguarda l'approvvigionamento energetico possa
contare sull’aiuto degli altri Stati membri. Viene promossa la cooperazione
operativa tra i Paesi per prevenire dalle calamità naturali o provocate
dall'uomo. In campo sanitario, viene prevista la possibilità di introdurre
misure volte direttamente a tutelare la salute dei cittadini, ad esempio in
relazione al tabacco e all'abuso di alcol, mentre vengono incentivati gli Stati
membri a predisporre misure di sorveglianza e di allarme contro gravi minacce
per la salute a carattere transfrontaliero, come, ad esempio, l'influenza
aviaria.
Antonella Bellino,
de.it.press
Berlino lezione per il futuro. Il muro di ieri e quelli di oggi
Quando, il 9
novembre 1989, il muro di Berlino crollò per collasso interno (causa il
contemporaneo venir meno del cemento ideologico che lo teneva assieme e
dell’impalcatura repressiva che lo sorreggeva), molti credettero di assistere
all’evento fondativo di una nuova era di pace, di democrazia e di prosperità
diffusa. Non ci si accontentò di proclamare, come Goethe dopo la battaglia di
Valmy, “l’inizio di una nuova storia”. Qualcuno si spinse a parlare di “fine
della storia”: una storia intesa hegelianamente come dialettica degli opposti,
come permanente scontro fra ideologie e visioni del mondo.
Vent’anni dopo, è
facile sorridere di quel cumulo di speranze e profezie che sempre accompagnano,
peraltro, i grandi eventi e le svolte epocali. Le guerre e i conflitti
ideologici di dimensioni mondiali non si sono esauriti, essendo cambiati solo i
protagonisti e i motivi della contesa. I valori e le pratiche dell’Occidente
democratico (il pluralismo politico e l’economia di mercato) hanno sì
guadagnato posizioni conquistando (e non è poco) i Paesi dell’Europa orientale
già satelliti dell’Urss, ma hanno trovato nuovi ostacoli alla loro diffusione e
nuovi implacabili nemici fuori dal vecchio continente.
La crisi economica
e, prima ancora, i sommovimenti sociali di lungo periodo hanno spezzato, nelle
società industrializzate, il sogno dello sviluppo indefinito e delle aspettative
crescenti. Al confronto fra “mondo libero” e sistemi comunisti è subentrato un
nuovo “scontro di civiltà” animato dalla sfida del fondamentalismo islamico
(scontro che si è manifestato drammaticamente con gli attentati dell’11
settembre 2001, ma era già venuto alla luce con la rivoluzione komeinista in
Iran, dieci anni prima della caduta del muro). E al fronte quasi immobile e
comunque ben riconoscibile della “cortina di ferro” a sua volta simboleggiato
dal muro di Berlino si è sostituita una pluralità di fronti immateriali e
invisibili che attraversano regioni geografiche e continenti, insinuandosi
all’interno delle nostre stesse società. Se poi guardiamo alle vicende
politiche nazionali, il quadro è meno drammatico, ma altrettanto deludente.
Il crollo dei
sistemi comunisti in Europa avrebbe dovuto portare con sé la fine del
cosiddetto “fattore k” il piccolo muro nostrano che bloccava l’alternanza e
consentire finalmente il varo di una democrazia competitiva basata sul
fisiologico confronto fra progressisti e moderati. Abbiamo avuto l’alternanza,
ma un’alternanza rissosa, i cui protagonisti non hanno mai cessato di innalzare
fra sé e gli avversari nuovi piccoli muri ideologici e di mimare scontri di
civiltà in sedicesimo. Il tutto mentre l’Europa riunificata nel segno della
democrazia e del mercato resta a tutt’oggi poco più che un progetto,
continuamente insidiato nei suoi lenti progressi dall’eccesso di burocrazia e
dal difetto di slancio ideale.
Eppure, nonostante
tutto ciò, abbandonarsi al catastrofismo sarebbe sbagliato, così come era
sbagliato cullarsi, vent’anni fa, nel mito irenico di una società pacificata,
di un’economia senza crisi e di un mondo senza conflitti. La conclusione che
dovremmo trarre dagli eventi di questi vent’anni è un’altra, meno ambiziosa e
più realistica. L’abbattimento di un muro, reale o metaforico, non è mai di per
sé un evento risolutivo se non nel breve periodo, come non lo è l’espugnazione
di una Bastiglia o di un Palazzo d’inverno. È solo un segnale, un’occasione
simbolica che poi bisogna saper sfruttare politicamente. Abbattuto un muro,
altri se ne costruiscono o si rivelano agli occhi di chi non li vedeva. Il
problema è allora quello di affrontarli di volta in volta, di superarli, di
abbatterli se necessario e se possibile, sapendo che, per quanto imponenti e
minacciosi, non sono eterni, così come mobili e variabili sono le linee di
frattura che attraversano il mondo. Nell’autunno del 1989, il muro di Berlino
sembrava indistruttibile (i più audaci potevano sperare tutt’al più in una sua
graduale obsolescenza). Eppure è caduto in una notte, senza che fosse sparato
un solo colpo d’arma da fuoco. GIOVANNI SABBATUCCI IM 9
Quando aprirono il muro. Tre servizi audio di Radio Colonia
Nel gennaio del
1989 il leader della DDR, Erich Honecker, predice che l'esistenza del muro di
Berlino sarà assicurata per i successivi 100 anni. Ma si sbaglia di grosso.
Nell'agosto dello
stesso anno, l'Ungheria rimuove le sue restrizioni al confine con l'Austria e
poche settimane dopo più di 13mila tedeschi dell'Est passano all'Ovest
attraverso l'Ungheria. Contemporaneamente, per le strade della DDR si
moltiplicano le dimostrazioni di massa. Il 18 ottobre Erich Honecker si
dimette. Il governo del Paese passa ad Egon Krenz, che il 9 novembre decide di
facilitare la concessione di permessi per viaggiare nella Germania dell'Ovest.
Il modo in cui viene dato l'annuncio delle nuove regole fa precipitare gli
eventi.
Centinaia di
migliaia di cittadini che hanno seguito l'annuncio in televisione, infatti,
inondano i posti di frontiera e chiedono di entrare a Berlino Ovest. Le guardie
di confine non sono informate e cercano di guadagnare tempo aspettando l'arrivo
di nuovi ordini. Ma data l'impossibilità di rimandare indietro quell'enorme
folla, sono costrette ad alzare le sbarre.Cade così, 28 anni dopo la sua
erezione, il muro di Berlino, un evento storico che apre la strada per la
riunificazione tedesca, formalmente conclusa il 3 ottobre del 1990. Il servizio
di Mimmo Sambuco racconta la cronologia degli avvenimenti, mentre Tommaso
Pedicini riflette sull'integrazione fra le due anime della Germania a 20 anni
dalla caduta del Muro.
Per ascoltare il
servizio audio di Mimmo Sambuco, clicca su questo link:
Il commento di
Tommaso Pedicini lo puoi ascoltare cliccando
Lo Speciale di
Radio Colonia: gli italiani, il Muro e la DDR è ascoltabile al link
http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italgermania/2009/berlinermauer/index_berlinermauer.phtml. (RC,
de.it.press)
Il muro di Berlino, vent'anni dopo. La Merkel: «Festa per tutta l'Europa»
Il Cancelliere:
«Riunificazione incompiuta. Bisogna equiparare il tenore di vita tra est e
ovest».
BERLINO - «È stato
il risultato di una lunga storia di oppressione e della lotta contro questa
oppressione». Angela Merkel attraversa l'ex valico di frontiera che divideva in
due Berlino, sulla Bornholmer Strasse, e dà il via alle celebrazioni ufficiali
per i vent'anni della caduta del muro. Assieme al Cancelliere tedesco ci sono
l'ex presidente dell'Unione sovietica, Mikhail Gorbaciov, e l'ex presidente
della Polonia, Lech Walesa. Bornholmer Strasse fu il primo posto di confine
lungo il Muro ad aprire ai cittadini tedesco orientali durante la storica notte
del 9 novembre 1989.
GRAZIE A GORBACIOV
- Le celebrazioni, spiega la Merkel, «non sono soltanto per i tedeschi ma per
l'intera Europa». Il Cancelliere sottolinea come «sia valsa la pena di lottare
per questo» e si rivolge all'ultimo presidente sovietico, ringraziandolo «per
aver reso questo possibile»: «Noi sapevamo che qualcosa stava succedendo in
Urss e sapevamo che doveva succedere» in Unione Sovietica perché succedesse
anche da noi. E Gorbaciov ha avuto il «coraggio» di avviare questo processo.
«Grazie e grazie per essere qui oggi», conclude. In precedenza, in
un'intervista alla prima rete televisiva pubblica Ard, la Merkel aveva
affermato che «la riunificazione tedesca è ancora incompiuta», invitando la
nazione a fare uno sforzo per equiparare il tenore di vita tra est e ovest del
Paese. Il Cancelliere ha spiegato che nei 5 laender tedesco-orientali sono
sorti molti «paesaggi fioriti», come aveva promesso Helmut Kohl al momento
della riunificazione, ma «all'Est la disoccupazione rimane con un tasso doppio
di quello dell'Ovest», per questo è indispensabile mantenere fino al 2019 il
«Soli», il contributo di solidarietà del 5% prelevato ad ogni tedesco sulla
busta paga per continuare a finanziare la ricostruzione dell'est.
IL PROGRAMMA - Le
celebrazioni cominciano con una messa ecumenica nella chiesa di Gethsemane,
alla quale assistono tra gli altri il presidente Horst Kohler e la stessa
Merkel. Il capo dello Stato e il capo del governo rendono omaggio alle forze
dell'opposizione che, nella Germania dell'Est, furono le protagoniste della
rivoluzione pacifica dell'estate e dell'autunno del 1989 e che portò alla fine
della divisione tedesca. Situata nel quartiere berlinese orientale di
Prenzlauer Berg, la chiesa di Gethsemane fu teatro, nelle settimane precedenti
alla caduta del muro, delle riunioni della dissidenza e dell'opposizione nella
parte orientale della capitale tedesca. Poco dopo, il sindaco-governatore di
Berlino, Klaus Wowereit, visita la cappella della Riconciliazione, non lontano
dall'antica postazione di frontiera della Bernauer Strasse, dove sono accese
decine di candele in memoria di quelli che persero la vita nel tentativo di
attraversare il Muro per scappare in Occidente. Sul posto, viene inaugurato un
nuovo centro di informazione che fornirà documentazione e video sulla barriera
che divise la città dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli eventi per commemorare
il ventesimo anniversario culmineranno in serata con una Festa della Libertà
dinanzi alla Porta di Brandeburgo a cui sono stati invitati capi di Stato e di
governo di tutto il mondo.
I LEADER - A nome
delle quattro potenze alleate che si ripartirono Berlino dopo la Seconda Guerra
Mondiale, sono presenti a Berlino i presidenti di Russia e Francia, Dmitri
Medvedev e Nicolas Sarkozy, il premier britannico, Gordon Brown, e il
segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Ma anche i presidenti della
Commissione dell'Unione Europea, Jose Manuel Durao Barroso e del Parlamento
europeo, Jerzy Buzek, insieme ai capi di Stato e di governo dei 27 paesi dell'Ue,
tra i quali Silvio Berlusconi. Alle celebrazioni non mancano personalità come
l'ex presidente sovietico Mickhail Gorbaciov e l'ex capo di Stato polacco,
Nobel per la Pace, Lech Walesa. L'evento-clou sarà l'abbattimento della catena
di pezzi giganti di domino, lunga un chilometro e mezzo, creata sull'antico
tracciato dell'antico Muro di Berlino, e che è stato dipinto da artisti,
scolari e studenti per ricordare la fine della divisione di Berlino, della
Germania e dell'Europa. Contemporaneamente migliaia di persone tenteranno di
formare una catena umana lunga 33 chilometri sull'antica linea che divideva il
settore sovietico della città - dai settori occidentali di Stati Uniti, Gran
Bretagna e Francia. Al termine, gli invitati alle celebrazioni saranno ospiti
della cena offerta dal cancelliere Angela Merkel e suo marito, lo scienziato
Joachim Sauer. CdS 9
Tutti i 9 novembre che hanno fatto la Germania
Proclamazione
della repubblica nel ‘18, Notte dei cristalli nel ’38 e caduta del Muro di
Berlino nell’’89: il 9 novembre racconta la storia della Germania del
Ventesimo secolo.
1918: doppia
proclamazione della Repubblica - Durante gli ultimi mesi della Prima
Guerra Mondiale lo sciopero della Marina imperiale sfocia in una rivoluzione.
Ancora prima della fine ufficiale del conflitto, il 9 novembre 1918 al
Reichstag di Berlino, Philipp Scheidemann, uomo politico del Partito Socialista
Tedesco proclama la Repubblica. Lo stesso pomeriggio il militante comunista Karl
Liebknecht gli fa concorrenza, proclamando la “libera Repubblica socialista
di Germania”.
1923: Hitler
marcia sulla capitale - Dopo soli cinque anni la Repubblica di Weimar deve
affrontare una terribile crisi politica ed economica. Nella notte tra l’8 e il
9 novembre 1923 a Monaco di Baviera Adolf Hitler annuncia la “rivoluzione
nazionale” e rivendica la “marcia su Berlino”. Il putsch viene represso
violentemente dalla polizia, il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori
Tedeschi viene bandito e Hitler è condannato a cinque anni di carcere.
1938: il rogo
delle sinagoghe - Il regime nazionalsocialista commemora a modo suo il
putsch fallito nel 1923: il 9 novembre 1938 vengono bruciate sinagoghe in tutta
la Germania. Numerosi cittadini di fede ebraica vengono picchiati e migliaia di
case e negozi distrutti. Dopo quella che sarà ricordata come la “Notte dei
cristalli” la persecuzione degli ebrei si intensifica e già il giorno seguente
più di 30.000 ebrei vengono deportati nei campi di concentramento.
1989: «Siamo un
popolo solo» - Le continue manifestazioni e le numerose fughe ad Ovest
attraverso l’Ungheria mettono sotto pressione il Governo della Repubblica
Democratica Tedesca, fedele all’Urss. La sera del 9 novembre 1989 in una
conferenza stampa internazionale Günter Schabowski, membro del Politbüro,
l’ufficio politico della Rdt, non può far altro che autorizzare
“immediatamente” i viaggi ad Ovest dei privati cittadini. Subito dopo questa
dichiarazione migliaia di cittadini della Repubblica Democratica si riversano
nei checkpoint per entrare a Berlino Ovest. Il Muro è crollato.
Nella Germania
finalmente riunificata si cerca una data che possa diventare festa nazionale e
viene preso in considerazione anche il 9 novembre. Ma poiché anche
l’anniversario della Notte dei cristalli cade in questo giorno, si sceglie il 3
ottobre, la data in cui è stata ufficializzata la riunificazione nel 1990. Ma
il 9 novembre resta emblematico per i tedeschi. Anna Karla, traduzione
Anna Narcisi, Kafebabel 9
Muro di Berlino e le nuove sfide dell'Europa
Sono trascorsi
vent'anni dal 9 novembre del 1989 e quella data è ancora scolpita con
incredibile nitidezza nella coscienza e nella memoria di ciascuno di noi.
Conserviamo in noi le istantanee di quel giorno, l'euforia di quel momento,
l'immagine delle migliaia di berlinesi dell'Est e dell'Ovest accalcati dall'una
e dall'altra parte del Muro, prima increduli e circospetti, poi sempre più
decisi a farsi parte attiva della storia con martelli e scalpelli, in una
improvvisa festa di fratellanza e libertà ritrovata.
Sono trascorsi
vent'anni dal 9 novembre 1989 e oggi si celebra una data che ha cambiato il
mondo e ha segnato la vita di chi, come me, è nato ed è vissuto nell'era della
Guerra Fredda e dei blocchi contrapposti. Ma anche di tutti coloro che nati in
quegli anni, sono cresciuti un'Europa nuova, libera dalle division artificiali
del Dopoguerra e dall'influenza del comunismo e del totalitarismo. Ragazzi
dell'80 e del '90 che oggi crescono dando per scontato il bene supremo della
libertà.
E' a loro che oggi
ci dobbiamo rivolgere quando riflettiamo su quel giorno che molti individuano
come il più importante per l'Europa dal 1945 ad oggi. E' a loro che dobbiamo
indirizzare il nostro pensiero, invitandoli a prendere coscienza che la libertà
non è un bene irreversibile. Così come lo sono la centralità e la dignità della
persona, unica cartina di tornasole di una società libera. Sono questi i valori
cardine dell'Europa libera - improvvisamente riunita sotto una bandiera comune,
loatana dalle barriere ideologiche e dal timore di una guerra fratricida e
auto- distruttiva - che rinasce con la caduta del Muro. E sono questi i beni
che noi tutti dobbiamo sforzarci di difendere e tutelare.
Come la recente
sentenza sul crocifisso dimostra è in corso in Europa una preoccupante
offensiva del relativismo etico e di un certo laicismo intollerante che nulla
ha a che fare con la vera laicità. Un'offensiva figlia anche di
quell'immaturità che l'Europa dimostra quando decise di omettere ogni riferimento
alle comuni radici giudaico-cristiane nei lavori della Convenzione Europea,
nonostante gli sforzi in tal senso compiuti da Gianfranco Fini. Ebbene di
fronte a questi segnali sempre più evidenti, tutti noi dobbiamo reagire,
consapevoli che difendere le nostre radici vuol dire difendere la nostra
cultura occidentale, i diritti civili e grado di libertà di cui godiamo.
Risuonano in questo senso chiarissime le parole che pronunciò uno dei grandi
padri dell'Europa moderna, Robert Schumann. «La democrazia deve la sua origine
e il suo sviluppo al cristianesimo. E' nata quando l'uomo è stato chiamato a
realizzare la dignità della persona nella libertà individuale, il rispetto dei
diritti degli altri e l'amore verso il prossimo. Prima dell'annuncio cristiano
tali principi non erano stati formulati, nè erano mai divenuti la base
spirituale di un sistema di autorità». Negare questo presupposto vorrebbe dire
costringere il nostro continente al declino e alla sua progressiva
cancellazione.
L'Europa deve
quindi lavorare per una grande stagione di rilancio. Quello che abbiamo vissuto
dall'89 in poi è stato un ventennio ricco di rivolgimenti e di speranze. Negli
anni '90 l'implosione dell'Urss e l'uniflcazione della Germania hanno mutato la
nostra carta geopolitica. Sono cadute le frontiere. E' arrivata la moneta
unica. E' cambiato il nostro modo di confrontarci con la libertà e la
percezione stessa della storia. Ma gli europei non sono stati in grado di
cogliere questa finestra di opportunità per creare un'Europa politica e
strategica, sfruttando il vuoto determinato dal collasso dell'ordine bipolare.
Oggi non c'è più
quell'entusiasmo, quel senso di prospettiva, quella sensazione che tutto fosse
davvero possibile che noi tutti respirammo nei giorni della caduta del Muro.
Inoltre se la prima fase dell'Unione venne guidata dall'aspirazione alla pace e
la seconda fase propulsiva venne alimentata dall'idea della riunificazione
dell'Europa, a partire dalla caduta del Muro, oggi non c'è una idea-forza, una
missione unificante, un sogno. Resta soltanto la passione e il desiderio di
immaginare un futuro migliore, ricercando una unità nuova e feconda in cui il
pensiero non sia solo mercantile ma anche civile. Qual è, dunque, la speranza
che oggi può dare l'Unione Europea? La risposta e il monito più sensato è
quello che arriva da Gianfranco Fini. «Riconoscere un'identità all'Europa - e
lo dico da laico - significa avere ben chiaro che, se c'è un luogo che può far
sentire figli della medesima storia e comunità culturale un pescatore
dell'Algarve e un contadino lituano, quel luogo è la cattedrale. L'immagine di
un'Europa delle cattedrali, e quindi il riconoscimento di un'identità religiosa
nella tradizione ebraica e cristiana, è la fotografia di un dato storico, non è
una scelta di campo. Credo che questo lavoro di tipo culturale, se si vuole
oggi rilanciare un mito europeo, debba necessariamente essere ripreso».
E' questa la vera
sfida che, oggi più che mai, si staglia di fronte a noi. Una sfida della cui
responsabiità tutti dobbiamo farci carico.
Ministro Ronchi, www.politichecomunitarie.it (de.it.press)
20° della cadura del muro. Le felicitazioni di Napolitano a Köhler
Roma:
"Guardando alle nostre spalle, alle divisioni e alle sofferenze del secolo
passato che nel Muro di Berlino hanno avuto un simbolo inquietante e concreto,
possiamo oggi trarre ulteriore impulso per impegnarci nella costruzione di una
Europa politica più coesa e più forte, a partire dalla realizzazione delle
riforme previste dal Trattato di Lisbona". Questo il messaggio che il
presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rivolto al collega della
Repubblica Federale di Germania, Horst Köhler, in occasione del ventesimo
anniversario del crollo del Muro di Berlino.
Esprimendo a nome
del popolo italiano e suo personale "le più fervide felicitazioni"
per il ventennale, Napolitano si è detto "certo che Italia e Germania,
legati da sentimenti di profonda amicizia, continueranno a operare in questo
senso".
"L'apertura
delle frontiere tra i due Stati tedeschi e la fine delle divisioni
artificiosamente e dolorosamente imposte nel dopoguerra", si legge nel
messaggio, "hanno segnato un momento fondamentale e indimenticabile del
secolo passato, rimarginando profonde ferite inferte alla storia europea".
"Vent'anni
orsono è stato avviato il processo di riunificazione della Germania e ha preso
nuovo e straordinario impulso il processo di integrazione politica
europea", ha aggiunto il presidente Napolitano. "Il tempo della
storia ha ripreso a scorrere veloce. La memoria di quei giorni intensi e
luminosi, segnati dall'esplosione di sentimenti di liberazione e di gioia, ma
anche di grandi attese nei confronti dei sistemi democratici, si salda oggi con
il forte senso delle nuove e urgenti responsabilità che spettano all'Unione
Europea". (aise)
PD-Estero. A Beatrice Biagini la presidenza dell'assemblea dei delegati
all'estero
Durante la
giornata di sabato è stato votato all'unanimità di affidare la presidenza dell'assemblea
dei delegati all'estero a Beatrice Biagini, eletta all'assemblea nazionale per
la lista Marino nel collegio Europa 1.
Rosy Bindi e Ivan
Scalfarotto, Presidente e Vice presidente dell'assemblea nazionale, hanno
presieduto e accompagnato i delegati in questo momento importante della vita
del PD all'estero. Per la prima volta dalle primarie del 2007 il Partito
all'estero ha una presidenza dell'assemblea dei delegati all'estero.
Beatrice Biagini:
"Accetto questo impegno sapendo che sarà un lavoro complesso, ma al tempo
stesso un'opportunità che è data a me e a tutto il PD nel mondo per
cominciare a dare al partito lo stimolo e il contributo di chi vede l'Italia in
difficoltà e vuole fare qualcosa attraverso la politica anche stando lontano.
Dalle politiche
per l'infanzia, alla ricerca, ai diritti, alle priorità del lavoro e
dell'innovazione, su tante delle cose su cui il nuovo segretario ha lanciato la
nuova agenda del PD, gli italiani all'estero possono fornire un esempio,
un'esperienza, un dato che contribuisca a capire cosa e come si fa all'estero.
E' tempo che i
6.000 circoli italiani entrino in contatto con i 150 circoli all'estero, e
questo puo' accadere solo se le due strutture si parlano, cosa per la quale
Rosy Bindi ha dato la sua disponibilità e per la quale Ivan Scalfarotto
investirà la sua esperienza insieme a noi."
L'assemblea dei
delegati, composta di 44 eletti nelle quattro ripartizioni continentali
(Europa, America del Nord, America Latina, Asia Australia e Africa) ha inoltre
votato all'unanimità la composizione di una commissione che avrà il compito di
riformare lo statuto della circoscrizione estero adeguandolo allo statuto
nazionale in modo che si possa velocemente procedere alla definizione delle
strutture territoriali del partito e dare regole di trasparenza e apertura
affinché il PD nel mondo possa crescere e costruire quell'altrenativa di cui
l'Italia ha bisogno.
"Sono onorata
della fiducia degli eletti all'estero e mettero' in questo incarico tutte le
mie competenze e la mia passione, certa che il nuovo segretario Bersani saprà
mettere al servizio di tutto il partito l'esperienza dei tanti italiani
all'estero che sono impegnati nel partito democratico". De.it.press
SWR. Consolati di Amburgo, Saarbrücken, Norimberga e Agenzia di Mannheim:
certa la chiusura
Il governo
Berlusconi resta inamovibile sulla ristrutturazione della rete consolare. Chiusura
entro il 2010/11 dei consolati di Amburgo, Saarbrücken, Norimberga e
dell’Agenzia di Mannheim. In alternativa ci saranno sportelli telematici
Il Sottosegretario
agli Esteri, Alfredo Mantica (AN) ha confermato in un incontro con i consoli,
presidenti Comites, membri Cgie e parlamentari eletti all’estero che fra il
2010 e il 2011 saranno chiuse le sedi consolari di Amburgo, Saarbrücken,
Norimberga e dell’Agenzia di Mannheim. Le competenze territoriali saranno
estese ad altre sedi consolari: Monaco ingloberà Norimberga, Mannheim confluirà
a Stoccarda, la sede di Saarbrücken sarà accorpata a Francoforte e quella di
Amburgo ad Hannover.
Questa operazione
fará senza dubbio risparmiare allo stato italiano alcuni milioni di euro
all’anno, ma creerà enormi disagi a circa 100.000 connazionali residenti nelle
attuali circoscrizioni consolari. I disagi aumenteranno ulteriormente con
l’introduzione del passaporto biometrico, che richiede almeno una volta la
presenza fisica del cittadino in consolato per le impronte digitali. Tutte
queste oggettive difficoltà non sembrano trovare ascolto. Neppure le lettere
dei ministri presidenti e di sindaci tedeschi o la petizione firmata
trasversalmente da parlamentari eletti all’estero hanno sortito effetto.
Mantica resta fermo sulle decisioni assunte in sede di governo e procede.
L’alternativa,
sostiene il Sottosegretario sarà la telematizzazione dei servizi consolari. Il
suo esempio è il bancomat e il tele banking. Come avviene per l’estratto conto,
per il prelievo di soldi o di versamenti così dovrà avvenire per le pratiche
consolari. Il ministero intende investire nelle nuove tecnologie per rendere
più celere il servizio al cittadino, almeno questi sono gli obiettivi. Qualche
sperimentazione è stata avviata a Bruxelles, ma ora bisogna vedere come e
quando entrerà a regime in tutte le sedi consolari.
Le difficoltà
iniziali saranno inevitabili soprattutto per la generazione di anziani che sarà
sottoposta a distanze e ad attese più lunghe. Già ora in alcuni consolati
ammontano le pratiche di rinnovo dei passaporti, figuriamoci che cosa accadrà
con il passaporto biometrico.
Non vi è dubbio
che ogni cambiamento provoca disagi, insoddisfazioni e proteste. Ci si augura
solo che i benefici non tardino ad arrivare.
Altri particolari
emergono dall’intervista realizzata con il Sottosegretario Alfredo Mantica cui
fanno seguito voci contrastanti di rappresentanti della collettività.
Per ascoltare,
basta cliccare su questo link: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5601656/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1cfh1a9/index.html.
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Tenuto l’annuale
l’incontro di Intercomites e Cgie presso l’Ambasciata italiana di Berlino
Berlino - “È molto
grave che il Governo si appresti a chiudere quattro Consolati proprio nel Paese
in cui risiede la comunità italiana più numerosa e in cui si riscontrano ancora
i maggiori tassi di mancata integrazione scolastica e professionale delle
nostre giovani generazioni.” Con queste parole Laura Garavini, parlamentare del
Pd residente in Germania, ha risposto al Sottosegretario Mantica che ha
ribadito l’intenzione di chiudere i consolati di Amburgo, Mannheim, Norimberga
e Saarbrücken nel corso del suo intervento all’annuale incontro presso
l’Ambasciata di Berlino con Intercomites, Consiglio Generale degli Italiani
all’estero, Consoli e parlamentari.
“Non solo le
comunità italiane interessate, ma anche i Governatori tedeschi delle Regioni
interessate hanno espresso allarme per le preannunciate chiusure, arrivando
addirittura ad offrire locali nelle loro prestigiose cancellerie, pur di
scongiurare i provvedimenti definitivi. È grave che da parte italiana non si è
ancora provveduto a verificare la fattibilità di una tale ipotesi”.
“È altrettanto
grave che non si sono prese in esame altre alternative, in grado di evitare
misure così devastanti come la definitiva chiusura di ben quattro sedi
consolari. Ad esempio l’accorpamento in un’unica sede delle varie Ambasciate
italiane presenti in alcune capitali (Bruxelles, Parigi, NewYork), oppure il
declassamento dei Consolati in questione ad Agenzia consolare. Al contrario” ha
proseguito la Garavini “esiste il rischio che le chiusure previste provochino
dei costi maggiori rispetto ai risparmi auspicati, dal momento che le sedi di
accoglimento (ad esempio sia il Consolato di Monaco di Baviera che quello di
Francoforte) non dispongono di locali idonei ad accogliere quelle in chiusura.”
“Le chiusure
preoccupano ancora di più se si considerano i forti tagli previsti ancora una
volta in finanziaria contro gli italiani all’estero. Rispetto agli ingenti
finanziamenti stanziati a suo tempo dal Governo Prodi per le comunità italiane
all’estero (e questo nonostante tutte le difficoltà economiche che stava
riscontrando all’epoca il nostro Paese), da due anni l’attuale maggioranza sta
apportando riduzioni devastanti ai capitoli previsti per le comunità italiane
all’estero. Anche quest’anno in finanziaria verranno a mancare 30 milioni di
euro. Tagli così pesanti ci inducono a pensare che sarebbe semmai necessaria
una maggiore presenza al fianco delle nostre comunità e non invece uno
smantellamento della rete diplomatico consolare.”
Da qui la
parlamentare del Pd ha invitato il Sottosegretario Mantica a valutare ancora
seriamente la possibilità di evitare chiusure puntando su declassamenti delle
sedi consolari in agenzie consolari e su accorpamenti delle sedi di Ambasciata,
al fine di garantire il mantenimento dell’offerta dei servizi consolari ai
cittadini. De.it.press
Radio Colonia: “Sconsolati di Germania”. Presto un incontro
sull’integrazione scolastica
Delusione tra i
rappresentanti dei Comites e del Cgie dopo la riunione all'Ambasciata italiana
di Berlino. Sembra ormai inevitabile la chiusura di alcuni consolati, fra cui
Amburgo, importante snodo commerciale per le navi italiane.
La riunione del 7
novembre è stata presieduta dal nuovo Ambasciatore Michele Valensise, in
rappresentanza del Governo italiano c'era invece il senatore Alfredo Mantica,
sottosegretario del ministero degli Esteri con competenza per gli italiani
all'estero. Entrambi parlano di una necessaria razionalizzazione della rete
consolare e lodano l'introduzione dei cosiddetti consolati digitali. Le
chiusure entro il 2011 riguarderebbero quattro consolati: oltre a Saarbrücken e
Norimberga, anche Mannheim e Amburgo. Quest'ultima chiusura, sottolinea il
presidente del Comites della città anseatica, Franco Corradi, danneggerebbe
anche il commercio con l'Italia, visto che il consolato rappresenta un
importante punto di riferimento per le navi italiane che arrivano nei porti del
nord.
Unica buona
notizia, l'annuncio del Senatore Mantica di un incontro a breve fra
l'Ambasciatore Valensise e i Comites, i Comitati degli italiani all'estero, per
stabilire la migliore strategia per trovare soluzioni a quella che è
probabilmente la questione più annosa e complessa della comunità italiana:
l'integrazione scolastica.
Ascolta il
servizio di Enzo Savignano, trasmessao da Radio Colonia l’8 novembre:
Si chiudono in
Germania Saarbrücken, Norimberga, Mannheim e Amburgo. I rappresentanti della
comunità trattati come camerieri
Una occasione
sprecata, quella di sabato 7 novembre, nell’incontro in ambasciata tra
Presidenti Comites, Consiglieri Cgie, Consoli e Ambasciatore. Presenti il
sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, e gli onorevoli Narducci,
Garavini e Di Biagio. Tema dominante: la chiusura dei consolati, che Mantica ha
confermato. Di più: non si tratterebbe soltanto di Norimberga e Saarbrücken,
come temuto fino a qualche giorno fa, ma anche di Amburgo e Mannheim, come
temuto fin dall’inizio. Mantica non ha lasciato speranze: si chiude e basta!
Solo alla fine dell’incontro ha lasciato intendere che, forse, su qualche
particolare si può anche discutere, ma non sul piano in sè. Che è già deciso.
Ma deciso da chi? Su questo punto, che Mantica ha anche esposto alla sua
maniera, torneremo.
I rappresentanti
della comunità, compresi i parlamentari eletti all’estero (a proposito, gli
altri dov’erano? A giocare a carte?) sono stati trattati come dei camerieri che
dovrebbero servire alla comunità una pietanza già preparata. Ma preparata da
chi? Il punto è interessante, perchè Mantica – e lo ha fatto intendere lui
stesso - esegue semplicemente un piano preparato da altri. Cameriere anche lui,
insomma. E chi meditava e proponeva piani di risparmio alternativi, ha dovuto
ricredersi. Non è una questione di soldi, come Mantica ha espressamente dichiarato.
Ma se la questione non è il risparmio, qual’è la questione, allora? Questo non
lo sa veramente nessuno.
L’unica cosa che
si sa, è che si chiude e basta! E perché quei consolati e non altri? Pensiamo
solo ad Amburgo, il porto più grande d’Europa. Pensiamo a Mannheim, al centro
di una delle regioni più produttive del continente. Altrettanto per Norimberga
o per Saarbrücken, quest’ultima capitale di un Land. Perché quelli e non altri,
dicevamo? Non si sa. La “Sfiga”! E perché c’è stato un cambio all’ultimo
momento tra Amburgo e Hannover? Non si sa neppure quello. La “Sfiga”! E perché,
infine, sono le comunità costrette a difendere il patrimonio dello Stato, e non
l’Amministrazione, come dovrebbe essere? Non si sa. Mantica non ha spiegato
nulla. Ha fatto due bei discorsi. Il primo sull’introduzione dei consolati
digitali. Bellissime cose, che però devono venire installate insieme ai servizi
di sportello, non al posto. Mantica fa volentieri l’esempio della introduzione
del bancomat. Che però non ha affatto sostituito gli sportelli bancari. Nessuna
banca farebbe fare cinquecento chilometri ai suoi clienti per arrivare al primo
sportello. E se una qualche sostituzione la si può anche ipotizzare, questa
deve avvenire nel lungo periodo. Nel discorso di conclusione, infine, Mantica
ha parlato del sesso degli angeli.
Dicevamo che il
progetto non piace a nessuno. Non piace neppure ai deputati eletti all’estero
del Pdl, lo stesso partito del Sottosegretario. I quali hanno presentato un
documento, a firma Di Biagio, Picchi, Angeli e Berardi che è anche un appello a
riconsiderare la questione. Si legge: “Saremo pronti a avviare ulteriori
iniziative finalizzate alla salvaguardia dei servizi e delle strutture per le
nostre comunità, dinanzi ad una eventuale decisione –da noi non condivisa- da
parte dell’Amministrazione centrale”. Loro sono pronti, scrivono, ma non li
ascolta nessuno.
E questa è un po’
la questione fondamentale. Se la politica, deputata a difendere interessi
generali, non decide, chi decide al suo posto? “Decide Frattini” -dice Mantica.
Balle! Frattini firma quello che gli viene messo sul tavolo. Ma il progetto è
più vecchio di questo governo, come Mantica stesso ha ripetuto. Frattini -come
Mantica-semplicemente lo manda avanti. Frattini non sa neanche dove sta,
Saarbrücken, se quancuno non glie lo indica col dito sulla carta geografica.
Frattini fa volentieri il bello agli incontri internazionali, dove può dire a
Westerwelle come parla bene l’inglese. Ma delle comunità, a Frattini non gliene
potrebbe fregar di meno.
Allora, se la
politica de facto non decide, chi decide? Qualcuno che difende interessi
particolari e di lobby? E perché la politica ha abdicato alla sua facoltà? In
favore di chi?
Infine una nota a
latere. Abbiamo assistito in fine giornata ad un attacco indegno –oltre che
fuori luogo- da parte di un Consigliere Cgie, ampiamente noto alla magistratura
tedesca, contro il Console di Stoccarda. Vada al Console di Stoccarda tutta la
solidarietà di questo giornale. Mauro Montanari, CdI
Saarbrücken. Occupato per protesta il Consolato: si vuole impedirne la
chiusura
Comunicato stampa
del Comites/Saar riguardo alla chiusura del Consolato d'Italia di Saarbrücken
Una pioggerellina
fitta e fastidiosa, riversatasi sin dalle prime ore del mattino su Saarbrücken,
capoluogo del Saarland, non ha fatto desistere i circa 50 cittadini italiani
che, mercoledì 4 novembre, si sono dati appuntamento nella Johannisstrasse,
sotto la sede del Consolato italiano di Saarbrücken, per protestare civilmente
contro la paventata chiusura degli uffici consolari del capoluogo sarrese,
preannunciata dal sottosegretario agli Affari Esteri, Alfredo Mantica. Dopo
aver intonato alcuni slogan di protesta il gruppuscolo di manifestanti,
capeggiati dal presidente del locale Comites (Comitato degli italiani eletti
all’estero), Giovanni Di Rosa, sono entrati negli uffici consolari ed hanno
attuato una simbolica protesta, facendo campeggiare dalle finestre dei locali
consolari alcuni striscioni esortanti il governo italiano a recedere dalla
decisione di chiudere il Consolato d’Italia nel capoluogo del Saarland. La
protesta è durata qualche minuto, dopodiché le autorità consolari hanno
provveduto a rimuovere gli striscioni e a sgombrare la sede consolare.
Con tale protesta
i manifestanti hanno voluto richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica
locale su un provvedimento, quale quello della chiusura del Consolato d’Italia,
che penalizzerebbe enormemente la numerosa comunità italiana residente nel
Saarland (circa 25.000 cittadini italiani!), rifiutando di offrire loro i
fondamentali diritti, sanciti dalla Costituzione, alla fruizione dei servizi
pubblici resi dalla struttura consolare. La collettività italiana del Saarland
vuole mantenere il suo Consolato, pur essendo disposta a concordare con
l’amministrazione italiana misure di ristrutturazione adeguate alle esigenze di
risparmio.
La protesta è
proseguita sabato 8 novembre nel centro cittadino con una raccolta di firme e
si esplicherà ulteriormente nei prossimi giorni con nuove iniziative atte a
scongiurare la chiusura del Consolato d'Italia in Saarbrücken. De.it.press
A Francoforte oggi l’IIC presenta il libro “Solo per giustizia” di Raffaele
Cantone
Francoforte. Oggi
11 novembre alle ore 19.00 si terrà presso l’Istituto Italiano di Cultura di
Francoforte il secondo incontro della serie Cultura e Legalità insieme a
Raffaele Cantone, che presenterà Solo per giustizia (Mondadori, 2008), Allein
für die
Gerechtigkeit
(Kunstmann Verlag, 2009).
L’autobiografia
Solo per giustizia offre per la prima volta una spietata visione del
fenomeno della
criminalità organizzata dal punto di vista di chi indaga, documentando la
corruzione della società civile come nessun altro libro sulla mafia ha mai
fatto. Proprio per questa sua impassibile insistenza sul diritto e sulla
giustizia il romanzo è divenuto, insieme a Gomorra di Roberto Saviano, una
pietra miliare nella lotta contro la camorra.
Raffaele Cantone,
nato a Napoli nel 1963, si è occupato come giudice della criminalità in ambito
economico. Dal 1999 al 2007 ha partecipato a tutti i grandi processi contro i
clan camorristi in qualità di procuratore dell’autorità anti-mafia di Napoli.
Cantone vive da anni sotto scorta.
L’incontro sarà
moderato dal Dr. Rodolfo Dolce e dalla dottoressa Paola Cioni.
La manifestazione
avrà luogo presso l’Istituto Italiano di Cultura, sito nella Seckenberganlage
10-12, alle ore: 19.00. L’ingresso è gratuito. Prenotazione per Email
iicfrancoforte@esteri.it, o per telefono 069 75 306 605. (IIC, de.it.press)
Colonia. “Una lingua in più”: Dvd del Comites. Giovedì 12 la presentazione
Colonia. Il
Comites di Colonia invita tutti i cittadini a prendere parte alla presentazione
del nuovo progetto “Una lingua in più”, a cura dello stesso in collaborazione
con Mehrsprache e.V. Colonia. A tutti i partecipanti verrà regalato un DVD del
progetto e il Calendario 2010 del Com.It.Es.
La manifestazione
ha luogo giovedì 12 novembre, alle ore 19.00, presso l’Istituto Italiano di
Cultura (Universitätsstr. 81, Colonia), con gli interventi di: Hans Peter
Lindlar, Presidente della Circoscrizione Provinciale di Colonia; Eugenio Sgrò,
Console Generale di Colonia; Rosella Benati, Presidente del Com.It.Es. di
Colonia
Il progetto “Una
lingua in più” - I bambini italiani che crescono in Germania hanno la grande
opportunità di imparare fin dall’inizio due lingue europee. Per questo il
Com.It.Es. di Colonia ha prodotto il DVD “Una lingua in più”, che vuole
mostrare attraverso delle esperienze dirette e dei consigli sul tema come
educare i propri figli con due lingue e due culture. Inoltre il DVD spiega
alcune particolarità importanti del sistema scolastico del Nord Reno -
Vestfalia.
Il DVD è rivolto a
moltiplicatori e genitori e vuole contribuire ad una maggior informazione su
questo importante tema. (de.it.press)
Crocifisso in classe: sì o no? Dibattito oggi a Radio Colonia. Puoi
partecipare
Crocifisso in
classe: sì o no? Dopo la sentenza della Corte Europea dei
Diritti dell’Uomo
sul crocifisso nelle scuole Radio Colonia vuole
discuterne con
voi, oggi, mercoledì 11 novembre, dalle 19 alle 19.30 a
Radio Colonia.
E` giusto togliere
i simboli religiosi dalle scuole? Il crocifisso
nelle scuole
italiane è un caso particolare? Nelle classi tedesche
frequentate da voi
o dai vostri figli ci sono crocifissi?
Per partecipare
chiamate già da mercoledì mattina il numero gratuito
0800/56789 774 o
scrivete a radiocolonia@wdr.de. Lasciate
il nome e il
numero di telefono
a cui possiamo richiamarvi. E dalle 19 seguite il
dibattito in
livestream dal nostro sito o sulle frequenze di Funkhaus
Europa.
Radio Colonia,
dalla domenica al venerdì, 19.00-19.30
Berlino e
Brandeburgo 96,3 MHz. Brema e Bremerhaven 96,7 MHz
Nordreno-Vestfalia
103,3 MHz. www.funkhauseuropa.de/italiano.
Radio Colonia
(de.it.press)
Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni
- mercoledì 11
novembre, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg
(Wittelsbacherstr.10,
Starnberg, Tel: 08151-971800, www.breitwand.com)
nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano
introdotto e commentato
da
Ambra Sorrentino"
Film:
"Il vento fa il suo giro" (Regia: Giorgio Diritti, Italia 2006, 110')
- giovedì 12
novembre, ore 19:00, c/o Black Box, Gasteig
(Rosenheimerstr.
5, München). In occasione della "50. Münchner Bücherschau"
"Allein für die
Gerechtigkeit - Ein Leben im Kampf gegen die Camorra"
Incontro (in tedesco ed italiano) col magistrato Raffaele
Cantone che
presenta
il suo libro autobiografico
Moderazione
e traduzione: Antonio Pellegrino (Bayerischer Rundfunk)
Lettura in tedesco: Helmut Becker. Ingresso: € 10,-/8,-
Organizza: Münchner
Bücherschau 2009 col sostegno di Kulturreferat der
Landeshauptstadt München,
Antje Kunstmann Verlag, IIC
- venerdì 13 novembre, ore 18:00, c/o
EineWeltHaus (Schwanthalerstr.
80 - München), "LiberalItália" festa
dell'impegno civile Con
*
Sandra Galli: Pizzini e santini, recitativo
*
Marinella Vicinanza Ott e Hans Wiedemann: Novi Moti, musica e
immagini
*
Corrado Conforti: Le Canzoni dell'Altra Italia, elaborazione video
di Fiorenzo Cianelli
* Sandra Galli: Ho visto cose..., monologo
* Folk’core: Alzalavoce, composizioni e ballate
Presenta la serata Sandra Galli
A
cura del gruppo "Un'Altra Italia": degustazione e vendita di
prodotti di Liberaterra. Ingresso libero
Organizza: Rinascita e.V. in collaborazione con il gruppo "Un'Altra
Italia" (unaltraitalia@yahoo.de)
- venerdì 13
novembre, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Incontri di letteratura spontanea"
Nel
corso dell'incontro sarà presentato il libro "Notturno" di Luciano
Florio.
Chiunque può leggere una piccola poesia, un racconto, una storia o
anche
solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri.
Ingresso gratuito.
Per
informazioni: Giulio Bailetti, Tel/Fax 089-988491
- venerdì 13 novembre, ore 20:00, c/o
Sprachschule gut lernen (Untere
Königstraße 28, Bamberg)
Assemblea annuale dei soci del Mosaico Italiano
Organizza: Mosaico Italiano, Bamberg
- sabato 141
novembre, ore 18:00, c/o Sala parrocchiale S.Anna
(Krenmoosstr. 7 - Karlsfeld),
"Festa d'autunno"
La
serata sarà allietata dal Duo per caso
Funzioneranno il servizio bar e la cucina
Due
toast caldi all'italiana con patatine fritte a € 3,50. Possibile
cena
al sacco
Per
motivi organizzativi si prega di segnalare la partecipazione a
Mauro
Sansone (Tel. 01792072349) o Salvatore Cascetta (Tel.
08131-96277)
Organizza: ACLI Karlsfeld
- domenica 15
novembre, ore 10:30-12:30, c/o Familienzentrum Laim
(Valpichlerstr.
36 - München - www.familienzentrum-laim.de),
Deutsch-Italienische Spielgruppe
Incontro per genitori e bambini (dai 0 ai 6 anni) di famiglie
multinazionali
Partecipazione: 2 € per gruppo familiare.
Per
informazioni rivolgersi a Sara Benedetti-Baumans
(sara_benedetti@web.de), Claudia Cella (cella10@web.de) o Lucianna
Filidoro (lucianna.filidoro@gmx.de) de.it.press
Arriva a Saarbrücken la rassegna “Cinema! Italia!” (12-18 novembre)
Saarbrücken - Il
Cinema Filmhaus di Saarbrücken presenta anche quest’anno, in collaborazione con
il Consolato d’Italia e la Facoltà di Romanistica dell’Università del Saarland,
la rassegna cinematografica "Cinema!Italia!". La Tournee di film
italiani, che si terrà per la quarta volta a Saarbruecken dal 12 al 18 novembre
prossimi, attraversa tutta la Germania, facendo tappa in ben 27 città tedesche.
Il festival
proporrà al pubblico 6 pellicole recenti, che hanno avuto grande successo in
Italia, ma che non sono ancora state distribuite in Germania.
Come negli anni
passati, saranno gli spettatori a scegliere il miglior film tra quelli in programmazione,
ed il vincitore del premio del pubblico verrà poi doppiato e distribuito nelle
sale tedesche.
I film presentati
quest’anno sono: "Giulia non esce la sera" di Giuseppe Piccioni
(giovedì 12, ore 20); "Ex" di Fausto Brizzi (venerdì 13, ore 18 e
20.15); "La ragazza del lago" di Andrea Molaioli (sabato 14, ore
18.15 e domenica 15, ore 20.15); "Il papà di Giovanna" di Pupi Avati
(sabato 14, ore 20.15 e domenica 15, ore 18.15); "Si può fare" di
Giulio Manfredonia (lunedì 16, ore 18 e 20.15); "Galantuomini" di
Edoardo Winspeare (martedì 17, ore 18.15 e 20.15; mercoledì 18, ore 18.15).
Tutti i film
saranno proiettati in lingua originale con i sottotitoli in tedesco:
un’occasione da non perdere per tutti gli amanti della cultura e della lingua
italiana e soprattutto per gli italiani residenti nel Saarland.
Anche quest’anno,
poi, il Consolato d’Italia di Saarbrücken ha deciso di mettere a disposizione
un centinaio di biglietti gratuiti per i connazionali interessati: per
ottenerli è sufficiente chiamare la segreteria consolare al numero 0681-
6683330, lasciare il proprio nome ed indicare quale film si vuole vedere. Chi
avrà prenotato potrà poi ritirare il proprio biglietto omaggio direttamente
alla cassa del cinema, poco prima dello spettacolo.
La serata
inaugurale del Festival si terrà il 12 novembre 2009, alle 19.30. Dopo i saluti
da parte degli organizzatori, sarà proiettato il primo film della rassegna:
"Giulia non esce la sera" di Giuseppe Piccioni.
Il calendario
completo della manifestazione è disponibile online all’indirizzo
www.cinema-italia.net. (aise)
Monaco di Baviera. Online il supplemento culturale rinascita cult
Monaco di Baviera.
Rinascita flash 6/2009, con il supplemento culturale rinascita cult, è on
line. Il bimestrale di rinascita e.V., a colori, può essere letto e/o stampato cliccando
su: http://www.rinascita.de/rinascitaFlash.html.
Gli articoli di
questo numero: L’Italia della gente brava di Sandra Cartacci; I giovani e il
voto in Germania di Massimo Dolce; Le leggi ingiuste di Pasquale Episcopo; Quei
ragazzi del ’92 e UnAltraItalia di Daniela Di Benedetto
; Solitudine e
caparbietà di Marinella Vicinanza Ott;
In Italia vergognoso voto alla Camera di Aurelio Mancuso; Un uomo sempre
più aggressivo di Lucio Rossi; Chi vuole affondare il volontariato? di Cristiano
Tassinari; Alluvione in Sicilia di Franco Casadidio; Lettera aperta a Marco
Travaglio di Claudio Paroli; Eroi? di M. Rita Casali; Televisione magistra
vitae di Corrado Conforti; Famiglia: i buoni e i cattivi di Rita Vincenzi;
Gransol, un
incontro di bimbi cubani di Enrico Turrini; Letteratura italiana al femminile:
Matilde Serao di Miranda Alberti; "Per il tuo bene", in memoria di
Rocco Carbone di Rossella Sorce; Soltanto stress di Sandra Galli; Né carne, né
pesce di Marta Veltri
Rinascita cult,
supplemento culturale del n° 6/2009; Breve storia delle Mafie e dell’Antimafia
di Marinella Vicinanza Ott; In occasione de “Il Giorno della Memoria” di Adriano Coppola; Elezioni europee: i dubbi
e il senso di queste elezioni di Marcello Tava; Religione - società: altro da
me di Maria Antonietta De Riso; La storia della canzone italiana degli anni ‘70
e ‘80 di Marinella Vicinanza Ott;
La filastrocca dei
bambini del mondo a cura de Il Laboratorio dell’Italiano. (de.it.press)
Berlino. La prima pizzeria dell’est. Poi tutto cambiò col crollo del muro
Berlino –
"Pizza, amore e fantasia. È il 1 gennaio 1982, Ronald Reagan è da poco
presidente degli Usa, il primo pc troneggia negli scaffali dei negozi e in
Italia si balla sulle note di "Maledetta Primavera". E nella
Repubblica Democratica Tedesca apre la Belletti’s Pizzeria, nel centro di
Halle, in Sassonia, a circa 130 km da Berlino. "La prima pizzeria della
Rdt", racconta Dieter Belletti, proprietario del locale insieme alla
moglie Thekla", a Greta Sclaunich, che firma un divertente articolo
pubblicato sul Corriere della Sera del 9 novembre
"Ingredienti
razionati e made in Urss, niente forno né ricettario. Un menu di tre pizze,
disponibili fino ad esaurimento scorte e solo al venerdì al prezzo di 1,95
Ostmark, il marco della Germania dell’Est (circa 45 centesimi di euro). Ma
successo garantito: "Ogni venerdì c’era la coda fuori dal locale, malgrado
per anni le autorità ci avessero negato il permesso, dicendo che nella Rdt
nessuno voleva la pizza. Invece fra i nostri clienti c’erano molti membri del
partito socialista e anche qualche spia della Stasi, incaricata di
controllarci", sorride Dieter", al Corriere.
"Figlio di un
italiano nato in provincia di Lucca ed emigrato in Germania per amore dopo la
seconda guerra mondiale", si legge nell'articolo, "Dieter, che oggi
ha 53 anni, non parla italiano, ma fa il cuoco e vuole un locale all’italiana.
Per farlo, nella Germania dell’Est, occorrono fantasia e ingegno". E così,
racconta ancora Greta Sclaunich, "i coniugi Belletti si costruiscono da
soli il bancone di legno, si inventano un matterello per la pasta della pizza,
usando il rullo di legno di un mangano per biancheria. Il forno glielo crea un
amico elettricista, truccando una graticola per polli arrosto. Per le pizze ci
si arrangia, mettendo insieme quel che c’è. Nasce la "Rusticale", con
salsiccia, cetrioli sottaceto, cipolle e l’ungherese letscho, cioè una pasta di
spezie composta da peperoni, pomodori, cipolla. Poi la "Italia", a
base di letscho e salame. E la "Strana", quella che andava per la
maggiore: prosciutto, origano, uva spina. "Volevamo metterci l’ananas, ma
era introvabile. Così abbiamo ripiegato sull’uva spina", ricorda
Dieter".
"Per
l’ananas, così come per l’agognato ricettario, bisognerà aspettare il 1989. Con
la caduta del muro di Berlino e l’apertura delle frontiere", continua
l'articolo, "i Belletti possono finalmente acquistare prodotti italiani ed
ampliare la lista delle pizze, dotando il locale di un vero forno e di un
mattarello degno di questo nome. E pensare che il 9 novembre lo avevano vissuto
con scetticismo: "Siamo scesi in strada a festeggiare come tutti, ma non
pensavamo di stare davvero assistendo alla fine della Germania dell’Est".
Oggi la pizzeria è chiusa, i Belletti si sono lanciati nel business del
catering. Per il ventennale della caduta del muro niente programmi speciali: il
lunedì è un giorno "morto" e nessun cliente ha prenotato per un
servizio di catering". (aise)
A Monaco di Baviera domani la presentazione del libro “Solo per giustizia”,
di Raffaele Cantone
L’Istituto
Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ha il piacere di annunciare la
presentazione del libro Solo per giustizia, di Raffaele Cantone.
L’evento avrà
luogo giovedì 12 novembre 2009, alle ore 19, nell’ambito della 50. Münchner
Bücherschau, presso il Gasteig, Black Box, Rosenheimer Straße 5, a Monaco di
Baviera. Moderatore e traduttore: Antonio Pellegrino. Lettura in lingua
tedesca: Helmut Becker
Organizzano
l’evento il Börsenverein des Deutschen Buchhandels - Landesverband Bayern
München in collaborazione con la Casa Editrice Antje Kunstmann di Monaco di
Baviera e l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera
Nato a Napoli nel
1963, Raffaele Cantone è stato fino al 2007 Pubblico Ministero presso la
Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e ha preso parte ai più importanti
processi contro i clan camorristici. Si è occupato delle indagini sul clan dei
Casalesi, riuscendo ad ottenere la condanna all'ergastolo dei più importanti
capi di quel gruppo.
Si è occupato
anche delle indagini sulle infiltrazioni dei clan casertani all'estero: in
particolare in Scozia, dove è stata individuata una vera è propria filiale del
clan La Torre di Mondragone, dedita al reinvestimento in attività
imprenditoriali e commerciali di proventi illeciti, in Germania, Romania ed
Ungheria, dove esponenti del clan Schiavone si erano stabiliti durante la
latitanza ed avevano acquistato beni immobili ed imprese. Ha curato il filone di
indagini che hanno riguardato gli investimenti del gruppo Zagaria a Parma e
Milano, facendo condannare per associazione camorristica un importante
immobiliarista di Parma.
Vive tutelato dal
1999 e sottoposto a scorta dal 2003, dopo che gli investigatori scoprirono il
progetto di un attentato organizzato dal clan dei Casalesi. Attualmente lavora
presso la Suprema Corte di Cassazione di Roma. Nell’opera autobiografica Solo
per giustizia ripercorre la sua esperienza di magistrato di prima linea.
Il racconto del
giudice Cantone prende avvio dal suo ultimo giorno alla Direzione distrettuale
antimafia di Napoli: ripercorrendo la sua esperienza, Cantone mostra in che
modo un bravo studente di giurisprudenza che voleva addirittura fare l'avvocato
sia finito per diventare il nemico numero uno dei boss di Mondragone e Casal di
Principe, più di una volta minacciato di morte e da anni costretto a vivere
sotto scorta insieme ai familiari. Un'evoluzione che prende forma attraverso un
percorso graduale e, talvolta, persino casuale, dove però rimane sempre salda
la sua originaria passione per il diritto. Quella che gli fa trattare con la
medesima professionalità e dedizione le vicende di un anziano signore che si
rivolge alla giustizia per la tragica morte del figlio dovuta a un caso di
malasanità e le sofisticatissime indagini condotte insieme al Ros per arrivare
alla cattura di Michele Zagaria, la primula rossa dei Casalesi.
Ma l'amaro
realismo di queste pagine finisce per evidenziare come l'universo camorrista
abbia confini ben più estesi e radici ben più profonde dei vertici di qualche
clan. Per cui, fino a quando ci saranno politici, funzionari, imprenditori,
uomini delle forze dell'ordine e liberi professionisti corrotti, conniventi o
sottomessi, la camorra resterà come un'idra cui la giustizia può tagliare una o
qualche testa che subito ricresce, mentre coloro che vi si oppongono
individualmente sono votati a un pericoloso destino di isolamento.
Roberto Saviano
scrive: «In certi territori la lotta per la legalità e la giustizia è una
battaglia combattuta ad armi terribilmente impari. I clan hanno danaro, armi,
uomini, coperture e collusioni a non finire. Dall'altra parte i mezzi sono
limitati, la mole di lavoro è talmente enorme che bisogna essere disposti a
fare straordinari che per molti non sono nemmeno pagati. Tutto il successo è
sulle spalle di chi continua a voler far bene il proprio lavoro: magistrati,
carabinieri, poliziotti, finanzieri. Uomini che rischiano la vita per senso del
dovere e magari anche per lealtà verso i superiori che hanno saputo
conquistarsi la loro fiducia, una lealtà primaria da soldati in trincea, e che
non vengono ricordati quasi mai. E invece il libro di Cantone gli rende omaggio
e gli concede visibilità. Uomini che spesso in territori marci sono il vero
argine per contrastare lo strapotere delle mafie. Cantone si sente uno di loro:
non un eroe, semplicemente un magistrato che ama il suo lavoro perché ama il
diritto, crede nell'accertamento della verità.
Questo per i boss
è incomprensibile. Non riescono a concepire che un magistrato
persegua solo la
giustizia, non personalmente loro. Che non tutti gli uomini sono uguali a loro.
I boss sanno che non tutti ammazzano e che non tutti resistono al carcere. Ma
sono certi che tutti vogliono danaro, fama, donne e potere. E chi non lo
ammette, sta dissimulando, mentendo, imbrogliando. (...) Eppure, ragiona
Raffaele Cantone con amarezza, il clan che pareva sconfitto si riforma. Meno
potente, ma il territorio riprende a sottomettersi. La camorra non è possibile
sconfiggerla soltanto con indagini e processi, sequestri e arresti. Raffaele
Cantone oggi non lavora più alla Dda, è diventato giudice al massimario della
Cassazione. Ma ha voluto dare un altro strumento per sconfiggere le mafie. Un
libro in cui si racconta come si arriva a diventare uno dei principali nemici
dei clan e come è fatta la vita di chi li combatte: solo per giustizia.»
(Roberto Saviano, Raffaele Cantone. L'uomo della legge nella terra dei boss,
LR). IIC, de.it.press
A Wolsburg nasce l’associazione dei “Calabresi”
Wolfsburg. “I
calabresi in Germania possono essere dei preziosi promotori delle grandi
risorse della Calabria, una terra bellissima, che ha vissuto anche in queste
settimane momenti difficili della propria storia.” Con queste parole Laura
Garavini, deputata eletta nella circoscrizione Europa, ha iniziato il proprio
intervento all’incontro del nascente circolo “Calabresi” organizzato a
Wolfsburg dal Consigliere Comunale della SPD Antonio Zanfino che con l’invito
“Uniamoci e diamo più forza alle nostre idee, pubblicizziamo la nostra terra,
perché vi sono un mare di cose da scoprire e da organizzare”, ha coinvolto
diversi giovani italiani della cittadina della Bassa Sassonia ad impegnarsi in
prima persona nel coordinamento dell’associazione.
“È un’iniziativa
che sostengo volentieri”, ha detto la Garavini, “anche perché è un segnale di
vicinanza a quella società civile che in Calabria ha il coraggio di opporsi al
flagello della criminalità organizzata”. Sul tema specifico della cosiddetta
nave dei veleni, la capogruppo del PD in Commissione Antimafia ha ribadito la
necessità, già portata avanti in Commissione, che il Governo faccia velocemente
chiarezza sulle inquietanti vicende della nave affondata al largo di Cetraro.
De.it.press
A Berlino il presidente della Calabria Agazio Loiero
Berlino – Il
presidente della Regione Calabria Agazio Loiero lunedì a Berlino ha preso parte
alle celebrazion per il ventennale della caduta del Muro. “Mi è sembrato quasi
– ha commentato Loiero – di vivere la storia in diretta. Venti anni fa, in
questa città risorta due volte, dopo la guerra e dopo l’unificazione, con la
caduta del muro che separava le due Germanie è iniziato un processo di libertà
e di pace che ha cambiato la geografia politica planetaria. Portare qui, tra i
grandi del mondo, il nome della Calabria e rappresentarne le aspirazioni di
pace per l’abbattimento di altri muri, come quello dell’intolleranza, è stata
una forte emozione”.
Ieri pomeriggio
l’incontro di Loiero con l’ambasciatore italiano in Germania Michele Valensise
e un gruppo di emigrati calabresi a Berlino.
In mattinata Loiero
è intervenuto al X Summit dei Nobel per la Pace - tema “Abbattere i muri per
costruire un mondo senza violenza” – presso il Rotes Rathaus e ha parlato del
“modello Calabria” per l’accoglienza e contro l’intolleranza. Agazio Loiero ha
raccontato le esperienze dell’accoglienza come opportunità di sviluppo,
dell’integrazione dei rifugiati a Riace, a Caulonia e Stigliano, della comunità
dei curdi a Badolato, del senso di ospitalità rintracciabile in ogni paese
della Calabria che è stata a lungo terra d’emigrazione, dell’apprezzamento che
la Regione ha ricevuto per la sua legge sull’accoglienza, indicata dal Alto
Commissariato dell’Onu per i Rifugiati come esempio da seguire per una
normativa nazionale.
Oggi il regista
Wim Wenders parlerà di Calabria e di accoglienza all’interno della quinta
sessione del Summit coordinata da Michael Binyon del quotidiano inglese The
Times. Wenders parlerà della sua esperienza tra gli immigrati in Calabria dove
ha realizzato il corto in 3D “Il Volo”, coprodotto dalla Regione Calabria. E
che tra poche settimane sarà presentato in Italia. (Inform/de.it.press)
Alla Farnesina la Conferenza Internazionale sulle Rimesse degli Immigrati
Presentato il
nuovo sito www.mandasoldiacasa.it che fornisce informazioni sugli operatori del
settore, i costi di transazione e i tempi di trasferimento del denaro
Frattini :
“Stabiliamo una ‘road map’ che definisca tempistica e modi per una riduzione
significativa dei costi di invio delle rimesse degli immigrati”
ROMA – “Questa conferenza prende le mosse da
un percorso che ebbe inizio alcuni mesi fa alla Farnesina quando, durante la
riunione dei ministri del G8 per le politiche di sviluppo, insieme a molti
leader africani, introducemmo il tema delle rimesse auspicando di poter
assumere l’ambizioso impegno di una riduzione significativa del loro costo
medio. Successivamente nel mese di luglio la dichiarazione finale del vertice
del G8 de L’Aquila, su proposta della Presidenza italiana, ha formalmente
adottato l’obiettivo di una riduzione dei costi d’invio delle rimesse
dall’attuale media del 10% al 5% in cinque anni, il così detto 5x5”. Con queste
parole il ministro degli Esteri Franco Frattini ha aperto alla Farnesina i
lavori della Conferenza Internazionale sulle Rimesse degli Immigrati”. Prendono
parte all’evento i rappresentanti dei Paesi G8, delle Banche Centrali,
delle nazioni interessate alle rimesse, delle organizzazioni internazionali,
dei Money Transfer Operators, dei principali istituti di credito attivi
nel settore, nonché i membri del gruppo di lavoro italiano sulle rimesse.
Durante la conferenza è stato presentato il
sito www.mandasoldiacasa.it, grazie al quale gli immigrati in Italia potranno
conoscere i vari operatori, i costi di transazione e i tempi delle rimesse. Un
portale, sponsorizzato dalla Farnesina ed elaborato dal CeSPI e
dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), con cui l’Italia
omologa quanto già fatto dalla Germania, dal Regno Unito, dalla Francia,
dall’Australia e dalla Nuova Zelanda. Il sito italiano per la comparazione per
le rimesse, secondo quanto spiegato da Andrea Stocchiero direttore esecutivo
del CeSPI, offrirà agli utenti un servizio aperto e trasparente con
l’intento di incoraggiare la concorrenza fra gli operatori finanziari e quindi
ridurre i costi di trasferimento. Il portale, redatto in italiano ed inglese,
fornirà dati su 14 corridoi di rimesse verso l’estero , pari all’80% di tutti i
trasferimenti di denaro attivati dai migranti nel nostro paese.
“La valorizzazione delle rimesse,- ha
precisato Frattini nel corso del suo intervento - la riduzione dei costi
di transazione, la promozione di quote addizionali di reddito personale per
investimenti produttivi. Sono questi i risultati che noi ci aspettiamo
dall’obiettivo ‘5x5’. Vogliamo rendere più tangibile l’impegno politico
per una solidarietà maggiormente condivisa e per la sostenibilità dello
sviluppo dei paesi meno avanzati che rappresenta ormai l’obiettivo di tutta la
comunità internazionale”. Il ministro ha poi evidenziato come secondo i dati
per il 2009 della Banca Mondiale le rimesse resistano molto meglio alla crisi
rispetto ad altri flussi finanziari privati quali, ad esempio, gli investimenti
di portafoglio. “Nel 2008 – ha reso noto Frattini - circa 190 milioni di
migranti hanno effettuato rimesse registrate pari a 444 miliardi di dollari, di
cui 338 miliardi verso i paesi in via di sviluppo, fornendo supporto ad oltre
700 milioni di familiari nei paesi di origine. Dimezzando i costi medi di
invio, possiamo incrementare ogni anno i trasferimenti, ottenendo un reddito
aggiuntivo, per un volume stimato dalla stessa Banca Mondiale tra i 10 e i 15
miliardi di dollari, un flusso vicino a quello che il G8 ha destinato alla
sicurezza alimentare…. . Il nostro punto di riferimento tangibile – ha aggiunto
il ministro - deve essere una ‘Road Map’ all’altezza degli impegni assunti.
Dobbiamo capire come realizzare la riduzione dei costi delle rimesse , entro
quali tempi, verso quali destinatari”. Secondo Frattini questo obiettivo potrà
essere raggiunto solo attraverso un approccio che preveda molteplici
iniziative, come ad esempio l’attivazione nei vari paesi di siti web sui costi
d’invio delle rimesse o la creazione di un Istituto euro-africano che si occupi
di rimesse,finanziato dalla Commissione Ue e dall’Unione Africana. In questa contesto,
al fine di conseguire il dimezzamento dei costi, per il ministro si dovrà
inoltre guardare con attenzione alle misure di tipo regolamentare-finanziario,
all’impatto dei tassi di cambio fra valute, ai progetti di cooperazione che
promuovono nuovi sistemi di pagamento ad alta teconologia e all’apporto che
potrebbero dare enti molto radicati sul territorio come le Poste
italiane.
Il direttore generale del Mae per la
Cooperazione Economica e Finanziaria Multilaterale Giandomenico Magliano ha dal
canto suo ribadito come il convegno cercherà di individuare il modo di
valorizzare le rimesse che rappresentano un elemento fondamentale per le
dinamiche di sviluppo dei paesi meno avanzati. “L’Italia – ha ricordato
Magliano - testimonia con la sua storia il valore delle rimesse.
Oggi vogliamo condividere tutto questo con la comunità internazionale”.
Janamitra Devan, vice presidente della Banca
Mondiale, ha evidenziato come la Word Bank, che sostiene in maniera costante
l’inserimento delle rimesse nel programma di lavoro a livello internazionale,
abbia assunto un ruolo guida e di coordinamento per quanto riguarda la
vigilanza e l’acquisizione dei dati sul trasferimento di denaro da parte dei
migranti. Devan ha spiegato come le rimesse verso i paesi in via di
sviluppo, a causa della crisi mondiale, subiranno una flessione del 5% ed ha
sottolineato come a tutt’oggi il trasferimento di queste risorse, che danno
sostentamento a 700 milioni di persone con effetti moltiplicatori sui consumi,
abbiano un costo troppo elevato che si aggira mediamente intorno al 9,7%, con
punte massime del 20%. Devan ha inoltre assicurato che la Banca Mondiale
migliorerà la raccolta dati sui flussi delle rimesse anche per monitorare
l’impatto della crisi finanziaria sull’immigrazione.
Il vice direttore generale della Banca
d’Italia Giovanni Carosio, dopo aver ricordato il contributo delle rimesse dei
nostri connazionali all’estero alla crescita del nostro paese, ha sottolineato
come negli ultimi anni siano molto migliorati gli standard di sicurezza e il
sistema di raccolta dati sul trasferimento delle risorse all’estero da
parte degli immigrati. Nonostante questo, secondo Carosio, il mercato delle
rimesse non è al momento del tutto trasparente, con un utente che quasi sempre
non ha perfetta conoscenza di quanto denaro arriverà a destinazione. Dal
funzionario della Banca d’Italia è stato quindi auspicato un salto di
qualità del sistema che consenta al consumatore, grazie ad una maggiore
informazione, di scegliere il servizio più competitivo. Un contributo in questo
senso potrebbe giungere anche dall’utilizzo dei telefoni cellulari che presto
anche in Italia saranno in grado di garantire il trasferimento di denaro.
Da segnalare infine l’intervento di Barbara
Fridel dell’OIM che ha sottolineato la necessità sia di fornire ai migranti
informazioni attendibili sulla disponibilità dei servizi per il trasferimento
di denaro e sulla possibilità di risparmio nei paesi d’origine, sia di
promuovere partenariati fra le banche e le organizzazioni che si occupano delle
rimesse al fine di ridurre i costi e creare un migliore collegamento fra le
famiglie e gli istituti di microcredito. La Fridel ha anche auspicato uno
scambio d’informazioni sulla migliori pratiche da adottare in questo settore
fra le organizzazioni che si occupano di sviluppo e i governi.(Goffredo Morgia
– Inform)
Riunito il Comitato di Presidenza del Consiglio Generale (Cgie)
Roma – Si è
riunito lunedì e martedì presso la Sala Nigra della Farnesina il Comitato di Presidenza
del Cgie. La prima sessione dei lavori è stata caratterizzata
dall’illustrazione della relazione di governo da parte del direttore generale
del Mae per gli Italiani all’estero Carla Zuppetti. Fra i punti salienti della
relazione la presentazione a Bruxelles del progetto “Servizi consolari a
distanza”, i capitoli di bilancio per gli italiani all’estero nella Finanziaria
2010 e la riforma di Comites e Cgie.
Su questo ultimo
aspetto è stato precisato come ormai si sia giunti alla definizione di un testo
che entro la fine del mese verrebbe inviato al Senato presso la Commissione
competente. Una bozza di legge che prevede una diversa composizione del Cgie
rispetto all’attuale e che potrebbe essere dibattuta e approvata dalla
Commissione direttamente in sede deliberante, senza cioè passare dall’Aula. Un
primo sì, quello del Senato alla riforma degli organi di rappresentanza degli
italiani all’estero, che potrebbe giungere già entro la fine dell’anno.
Per quanto
riguarda invece la finanziaria 2010 è stato evidenziato come si stia lavorando
per recuperare risorse soprattutto per quanto riguarda il capitolo di bilancio
dell’assistenza diretta che l’anno scorso poté beneficiare dalle risorse
risparmiate con il rinvio delle elezioni dei Comites. Durante il dibattito si è
anche parlato del contributo del Cgie all’Assemblea plenaria della Conferenza
permanente Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie che si terrà a fine novembre. De.it.press
20 anni dopo. Analisi di un protagonista. Ora giù il muro con la Russia
Il 1989 è stato un
punto di svolta per l’Europa e per il mondo, un anno in cui la storia è andata
a tutto gas. Questa accelerazione è simbolizzata dalla caduta del Muro di
Berlino e dalle rivoluzioni di velluto nell’Europa centrale e orientale. I
regimi totalitari e autoritari sono usciti dal palcoscenico della storia.
Quegli eventi, e il loro dispiegarsi pacifico, furono resi possibili dai
cambiamenti avviati in Unione Sovietica a metà degli Anni 80. Li avviammo
perché erano dovuti: rispondevamo alle richieste della gente, che mal
sopportava di vivere senza libertà, isolata dal resto del mondo. In pochi anni
i principali pilastri del sistema totalitario in Unione Sovietica sono stati
picconati, preparando il terreno per una transizione democratica e per riforme
economiche. Ciò che avevamo fatto nel nostro Paese, non potevamo rifiutarlo ai
nostri vicini.
Non li abbiamo
forzati ai cambiamenti. Dall’inizio della perestrojka, ho detto ai leader del
Patto di Varsavia che l’Unione Sovietica si stava impegnando in grandi riforme
ma che dovevano decidere loro quello che volevano fare. Voi siete responsabili
verso la vostra gente, dissi, noi non interferiremo. In effetti era una
sconfessione della Dottrina Breznev, basata sul concetto di «sovranità
limitata». Inizialmente le mie parole furono ascoltate con scetticismo. Noi
però non abbiamo mai vacillato: per questo gli sviluppi europei del 1989-1990
sono stati pacifici e incruenti.
La sfida più
grande è stata la riunificazione della Germania. Nell’estate 1989, durante la
mia visita alla Repubblica Federale Tedesca, i giornalisti chiesero a me e al
cancelliere Kohl se avessimo discusso la possibilità di una riunificazione. Io
risposi che avevamo ereditato quel problema dalla storia e che toccava alla
storia risolverlo. «Quando?» chiesero i giornalisti. Il Cancelliere ed io
indicammo il XXI secolo. Qualcuno potrebbe dire che siamo stati cattivi
profeti. E avrebbe ragione: la riunificazione tedesca è arrivata molto prima; e
per volere dei tedeschi, non di Gorbaciov o di Kohl. Gli americani ricordano
spesso l’appello del presidente Reagan da Berlino: «Mr Gorbaciov, tiri giù quel
muro!». Ma poteva farlo un solo uomo? Tanto più che altri mi dicevano: «Salva
quel muro!»? Con milioni di persone che a Est come a Ovest chiedevano la
riunificazione, dovevamo agire responsabilmente. Leader europei e americani
accolsero la sfida, vincendo perplessità e paure. Lavorando insieme, siamo
riusciti a evitare nuovi conflitti e a conservare la fiducia reciproca. La
Guerra Fredda era finalmente chiusa.
Gli sviluppi
successivi, però, non sono andati tutti come avremmo voluto. L’ex Germania
dell’Est ha capito che non tutto era perfetto in Occidente, soprattutto lo
Stato sociale. Eppure, nonostante i problemi di integrazione, i tedeschi hanno
reso la Germania unificata un esponente rispettato, forte e pacifico della
comunità delle nazioni. Meno bene se la sono cavata i leader che danno forma
alle relazioni globali, in particolare europee: l’Europa non ha risolto i suoi
problemi fondamentali, non è riuscita a creare una solida struttura di
sicurezza. Subito dopo la fine della Guerra Fredda, avevamo iniziato a
discutere nuovi meccanismi di sicurezza per il nostro continente. Tra le varie
idee c’era quella di un consiglio di sicurezza per l’Europa, con poteri ampi e
reali.
Con mio grande
rammarico, gli eventi hanno preso una direzione diversa, impedendo che
emergesse una nuova Europa. Al posto delle vecchie linee divisorie ne sono
emerse di nuove. L’Europa ha visto guerre e spargimento di sangue. Persistono
sfiducia e vecchi stereotipi. La Russia è sospettata di cattive intenzioni e
disegni aggressivi. Sono rimasto sconcertato dalla lettera aperta che ventidue
politici dell’Europa centrale e orientale inviarono lo scorso giugno al
presidente Obama, chiedendogli di abbandonare la politica di apertura alla
Russia. Contemporaneamente l’Europa viene trascinata in una polemica su chi
abbia scatenato la Seconda guerra mondiale. Sono stati fatti tentativi per
mettere sullo stesso piano la Germania nazista e l’Unione Sovietica. Tentativi
sbagliati, storicamente falsi e moralmente inaccettabili. Chi spera di costruire
in Europa un nuovo muro di reciproco sospetto e animosità rende un cattivo
servizio al suo Paese e all’Europa. Essa diventerà un forte «global player»
solo diventando davvero la casa degli europei, a Est come a Ovest. L’Europa
deve respirare con due polmoni, come disse una volta papa Giovanni Paolo II.
Come possiamo
muoverci verso questo obiettivo? All’inizio degli Anni 90 l’Ue aveva deciso di
accelerare il suo allargamento. Molto è stato fatto. Che cosa implicasse quel
processo, però, non è stato abbastanza ponderato. L’idea che tutti i problemi
europei si sarebbero risolti costruendo l’Europa «da Ovest» si rivelò men che
realistica e probabilmente irrealizzabile. Un passo più misurato avrebbe dato
all’Ue il tempo di sviluppare un nuovo modello di relazioni con la Russia e i
Paesi che non hanno prospettive di entrare a breve nell’Unione. L’attuale
modello di relazioni Ue con altri Paesi europei è basato sull’assorbimento del
più alto numero possibile nel tempo più breve possibile, lasciando i rapporti con
la Russia una «questione sospesa». Che tipo di Russia volete vedere: una
nazione forte, sicura dei suoi diritti, o un fornitore di risorse naturali che
«sa stare al suo posto»?
Troppi politici
europei non vogliono parità di gioco con la Russia. Vogliono che una parte sia
maestra o accusatrice, l’altra alunna o imputata. La Russia non accetterà
questo modello. Vuole essere capita, vuole essere trattata sullo stesso piano.
Essere all’altezza delle prossime sfide storiche - sicurezza, ripresa
economica, ambiente, immigrazione - richiederebbe un ripensamento delle
relazioni politiche ed economiche globali. Io esorto tutti gli europei a
prendere in considerazione la proposta del presidente russo Dmitri Medvedev per
un nuovo trattato di sicurezza europea. Una volta risolto questo nodo, l’Europa
parlerà a voce alta.
MIKHAIL GORBACIOV,
TNYTS , LS 10
La caduta del muro. Il sogno infranto degli Stati Uniti d’Europa
LA CADUTA del muro
di Berlino ha segnato la fine di un incubo, un’Europa spaccata in due, e una
grande vittoria della democrazia che coincide con lo sgretolamento di un intero
fronte politico. Dietro quelle pietre che cadevano, però, a vent’anni di
distanza, si può amaramente rilevare che si è finito con l’infrangere il sogno
degli Stati Uniti d’Europa. Per chi, come me, ha sempre vagheggiato un’Europa
che si confrontasse alla pari con l’America, che avesse gli stessi poteri, una
chiara sovranità dominante su quelle nazionali, occorre prendere atto che la
caduta di quel muro ha significato la fine dell’ideale europeista unitario.
Non vorrei
apparire eretico, soprattutto in un giorno di anniversari e di celebrazioni, e
non vorrei che si equivocasse sulla mia personale consapevolezza della
straordinaria importanza di ciò che è accaduto l’otto novembre dell’89. Quello
che, però, mi preme sottolineare è che il nuovo calendario della storia scritto
negli anni successivi alla caduta del muro è stato segnato da un errore
fondamentale: si è fatto in modo che il valore dell’allargamento prevalesse su
quello dell’unitarietà dell’Europa. Risultato: la sovranità europea dominante
solennemente racchiusa nel trattato di Roma è stata scalfita, giorno dopo
giorno, dai veti dei Paesi dell’Est e siamo arrivati, alla fine di questo
percorso, a un manifesto di Lisbona molto attenuato nei suoi principi forti. In
estrema sintesi, sull’altare politicamente e storicamente rilevantissimo della
caduta del muro di Berlino, l’Europa ha pagato un costo enorme: l’annacquamento
dell’ideale unitario a favore di una formula mista di sovranità europea e di
sovranità nazionali. Siamo passati, per esprimerci con due parole tedesche, dal
Bundesstaat, Stato federale, al Staatenbund, e cioè una federazione di Stati.
La differenza si nota a vista d’occhio.
Dico questo con la
forza di un rapporto personale antico che mi lega alla Germania. In quel Paese
mi trovavo nel 1940 avendo avuto una borsa di studio della scuola normale di
Pisa presso l’università di Lipsia. Arrivai a Berlino esattamente la mattina
dopo che gli aerei britannici erano riusciti a superare per la prima volta la
difesa della FlaK e lanciarono alcune bombe incendiarie sulla città. I danni
furono modesti, ma l’effetto psicologico sul morale della popolazione tedesca
fu enorme: il maresciallo Goering aveva assicurato che mai un aereo nemico
sarebbe riuscito a oltrepassare la difesa anti-aerea di Berlino. Il caso ha
voluto che tornassi a Berlino il nove novembre dell’89, come governatore della
Banca d’Italia, invitato dal presidente della banca centrale tedesca dell’Est,
Kaminsky. Atterrai all’aeroporto di Tegel, nel pomeriggio del nove. Mi
portarono prima a teatro e poi a cena, in quella serata si compì il grande
evento, nei giorni successivi a Berlino, a Lipsia, a Dresda respirai a pieni
polmoni l’aria nuova della democrazia, non dimenticherò mai quei volti sui
quali si leggeva la fine di un incubo.
Questa è, per me,
la lezione di quel muro, il segno di quei giorni che hanno cambiato la storia
del Vecchio Continente. Gli Stati Uniti d’Europa non sono più arrivati. Non c’è
l’Europa che comanda, ma quella che dà le direttive e tanti Stati nazionali che
fanno poi per conto loro. Per questo, sono importanti il primo presidente e il
primo ministro degli esteri della nuova Europa che verranno scelti a breve.
Rappresentano l’ultima speranza di risalire la china e di ridare al mondo
un’Europa che si faccia sentire. CARLO AZEGLIO CIAMPI IM 10
All’indomani della
caduta del muro di Berlino, vent’anni fa. Due nuovi concetti si affacciarono
nell’agenda euro-atlantica e internazionale: la «casa comune europea» ed il
«nuovo ordine mondiale». Due concetti, ancora incompiuti, e comunque tra loro
complementari. Un nuovo ordine mondiale, basato sull’interdipendenza e la
cooperazione per la soluzione dei problemi comuni, non può fare a meno di una
«Grande Europa» dall’Atlantico a Vladivostok. Soltanto una tale Europa, con una
visione globale ed obiettivi condivisi da tutti, può essere in grado di
garantire stabilità sul nostro continente. Quanto lontani siamo oggi dalla
realizzazione di questo progetto, che era stata già annunciato nel pieno della
guerra fredda da Charles de Gaulle?
Negli ultimi due
decenni ha iniziato ad affermarsi in Europa - anche se ancora fragile - la
consapevolezza che il mantenimento delle linee di divisione sul continente
europeo compromette la sicurezza di tutti; è stato allontanato il pericolo di
una guerra nucleare e di qualsiasi «grande» guerra; è stato chiuso il triste
capitolo delle guerre balcaniche ed stato superato, pur restando alcune
differenze, l’effetto negativo sulla situazione europea della crisi caucasica
dell’estate dell’anno scorso. Molto è stato fatto anche per rafforzare il
carattere strategico dei rapporti tra la Russia e l’Unione Europea, anche sul
piano istituzionale. Nel 1996 la Russia ha concluso l’Accordo di Partenariato e
collaborazione con l’Ue; nel 2004 Russia ed Unione Europea hanno raggiunto
un’intesa per dar vita a quattro «spazi comuni». L’Ue è oggi il principale
partner economico della Russia. Ciò vale anche per il settore, strategico,
dell’energia, sebbene resti da completare la creazione di un sistema moderno di
sicurezza energetica che garantisca l’equilibrio degli interessi dei Paesi
produttori, degli Stati di transito e dei Paesi consumatori di risorse
energetiche, come fu concordato dai leader del G8 al vertice di San
Pietroburgo. È stata strutturata la collaborazione tra la Russia e l’Alleanza
Atlantica grazie al Consiglio Nato-Russia, creato a Pratica di Mare nel 2002.
È molto, oppure
poco? Non è poco, ma non è neppure sufficiente. La caduta del muro di Berlino
ha dato il via al processo di emancipazione dei rapporti internazionali dai
precedenti schemi di confrontazione ideologica. Bisogna tuttavia riconoscere
che non vi è stata una risposta adeguata a livello politico. La collaborazione
paneuropea nella sfera politica non ha ancora compiuto quel salto di qualità,
adeguato alle nuove sfide e minacce. Eppure oggi, di fronte alle «nuove minacce»
del nostro secolo - dal terrorismo alla proliferazione nucleare, al crimine
internazionale, al degrado ambientale, all’energia, fino ai problemi della
stabilità economico-finanziaria - c’è sempre più bisogno di una forte e coesa
partnership politica nello spazio paneuropeo. In altre parole, il «nuovo ordine
mondiale» ha bisogno della «casa comune europea».
Crediamo che per
costruire questa «casa comune» occorra porsi le seguenti priorità.
In primo luogo, il
rilancio politico del rapporto tra la Nato e la Russia sulla base di una
partnership reale e tenendo conto degli interessi di sicurezza reciproca. In
secondo luogo, la definizione, nel quadro del negoziato in corso, di un nuovo
accordo tra Unione Europea e Russia, per dar luogo a un partenariato strategico
non solo economico, ma anche politico. Infine, la creazione di una nuova
architettura di sicurezza europea che stiamo già discutendo in varie sedi
europee. Una tale architettura potrebbe avvalersi delle sinergie tra le diverse
istituzioni e organizzazioni esistenti nello spazio paneuropeo (l’Osce, la
Nato, l’Ue, la Csi, l’Oasc), ispirandosi alla comunanza di interessi e alla
necessità di una sempre più stretta cooperazione tra l’Unione Europea, Stati
Uniti e Russia. C’è insomma bisogno di rafforzare e tradurre in pratica quei
principi contenuti nell’Atto di Helsinki, nell’acquis dell’Osce e nella
Dichiarazione di Pratica di Mare sul Consiglio Nato-Russia. Ciò consentirebbe
di creare uno spazio comune di sicurezza nell’intera regione euro-atlantica sulla
base di una nuova visione condivisa della realtà odierna. Apprezziamo i
contributi finora dati o che saranno dati dai protagonisti del processo
paneuropeo per raggiungere questo obiettivo. Oggi tutti noi dobbiamo assumerci
una responsabilità comune per garantire la sicurezza globale nella sua moderna
declinazione.
La prossima
entrata in vigore del Trattato di Lisbona, come pure il raggiungimento di una
nuova qualità delle relazioni russo-americane, aprono nuove opportunità per i
rapporti euro-atlantici che non devono essere perse. La posta in gioco è il
futuro dell’intera nostra regione e il suo ruolo nel sistema internazionale del
XXI secolo, sempre più complesso e plurale, e dove vogliamo che la diversità
diventi un valore aggiunto e fattore di stabilità e di sviluppo anziché di
scontro. FRANCO FRATTINI, Ministro degli
Esteri italiano e SERGHEI LAVROV Ministro degli Esteri russo LS 9
Berlino ricorda la sua notte più lunga. Merkel: Germania ancora da
unificare
Nel giorno della
festa, le polemiche. E Walesa attacca Gorbaciov - FABRIZIO RIZZI
BERLINO Cadono
aghi di pioggia mentre Angela Merkel assiste, sguardo fermo, sicuro, con gli
altri capi di Stato e di governo (ombrelli bianchi per tutti da Hillary Clinton
al russo Dimitry Medvedev assiste, nel luogo simbolo della caduta del Muro, la
porta di Brandeburgo, al concerto che diffonde le note musicali nella notte
berlinese. L’entusiasmo della folla, sterminata, gioiosa, punteggiata da
giovani, si scioglie nel silenzio che unisce questo momento solenne a quello di
venti anni fa quando, più o meno alla stessa ora, poco lontano di qui, sulla
Bornholmer Strasse, migliaia di persone picconavano quel muro che aveva
tagliato in due il mondo tra Occidente e Oriente. Il cancelliere tedesco,
attraversando, poco prima, il ponte di “Boesebruecke”, l’ex valico di frontiera
con Michail Gorbaciov Lech Walesa, ha detto che è valsa la pena lottare per
questo e che quello è stato «il risultato di una lunga storia di oppressione e
della lotta contro questa oppressione».
Ma se la festa
della libertà ha visto una grande e pacifica invasione di turisti e nostalgici
che ha attraversato strade ed ha toccato con mano i grandi prismi del domino,
ognuno dipinti da una persona diversa, crollati sotto la spinta della mano di
Walesa, non sono mancate le polemiche, forti, feroci. Sia sull’attribuzione
storica del crollo, sia sulla riunificazione della Germania che resta un’opera
incompiuta malgrado siano trascorsi due decenni. Walesa, leader storico di
Solidarnosc ed ex presidente polacco, ha contestato il merito storico a
Gorbaciov. «È una menzogna ha detto sostenere che fu lui ad innescare quel
processo. Gorbaciov non ha mai voluto far cadere il comunismo né il Muro di
Berlino». Secondo Walesa il merito della caduta va spartito al 50 per cento tra
Papa Wojtyla e al 30 per cento con Solidarnosc.
A sua volta la
Merkel ha ribadito che il processo di riunificazione tra le Germanie non è
terminato. Ed ha rilanciato «la tassa di solidarietà» che venne istituita per
ricostruire l’Est. «C’è ancora della strada da fare per cancellare le
differenze tra l’Est e l’Ovest del Paese». Ancora oggi la disoccupazione nelle
regioni dell’ex Repubblica democratica è il doppio rispetto a quelle dell’Ovest
della Germania ma il cancelliere ha ribadito che ci sono ancora altri muri da
superare. Ed ha puntato il dito contro gli Stati Uniti che, se si vogliono
organizzazioni internazionali più efficienti e razionali, devono cedere delle
competenze al Fmi o ad altre organizzazioni. «Piegarsi a decisioni maggioritarie
di natura internazionale non è, almeno nel caso degli Stati Uniti, ancora
entrato nelle abitudini». Malgrado queste critiche, il presidente Obama, grande
assente a Berlino, ha proclamato il 9 novembre giornata mondiale della libertà.
Anche Berlusconi è
intervenuto sostenendo che «la caduta del Muro è un qualcosa da celebrare per
spiegare a tutti i ragazzi che non c’erano allora e oggi non sono in grado di
capire». Poco prima di intervenire alle cerimonie il premier ha scambiato
alcune battute con alcuni ragazzi del Pdl di Roma, guidati dal segretario dei
giovani del Ppe, Carlo De Romanis. «Questa è una data da ricordare. Ha segnato
una svolta epocale perché la caduta del muro ha liberato mezza Europa dal
totalitarismo. Andatevi a rivedere il discorso che feci per il decennale del
crollo. Forse è uno di quelli che mi è riuscito meglio. Vale la pena rivederlo,
perché sembra quasi ispirato. Infatti dicono che io sono un unto del Signore.
Continuano ancora a raccontare questa storia» scherza. E invita tutti i ragazzi
a ritrovarlo a Roma «vi offrirò un pranzo o una cena».
Nella notte in cui
i fuochi irradiano lampi di luce, (arrivano anche le note delle canzoni di Eros
Ramazzotti), i grandi si infilano nel Castello di Bellevue. Medvedev, è a
fianco del presidente francese Sarkozy con il quale ha avuto un incontro
bilaterale. A sua volta Sarkozy è sotto accusa della stampa francese: crescono
i dubbi sulla sua presenza a Berlino di venti anni fa. IM 10
Merkel apre la festa del Muro caduto. "Il giorno più felice per
Berlino unita"
Si celebra il
ventennale della storica demolizione - Potenti da tutto il mondo ricevuti dalla
Cancelliere - Niente parate militari e jet della Luftwaffe ma musica, teatro e
cortei popolari - dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO -
Vent'anni dopo, ecco il giorno più lungo di Berlino: alla spicciolata, arrivano
i Grandi del mondo, e Angela Merkel, la "fanciulla venuta dall'Est"
divenuta la donna più potente della Terra, celebrerà con loro il ventennale
della caduta del "Muro della Vergogna". E' la più grande festa che la
Germania unita abbia mai celebrato, e sarà rilassata, gioiosa e
"cool" come il nuovo patriottismo democratico tedesco, senza sfoggio
di potenza: niente parate militari, non sfilerà nessun Panzer della Bundeswehr,
non sfreccerà nel cielo sopra Berlino nessun jet della Luftwaffe. Solo festa
popolare in piazza e gesti simbolici, per una Germania che vuol vincere pace e
non guerre.
Oltre centomila
persone sono attese, probabilmente saranno molte di più. "Saranno ore di
commozione, per molti tedeschi e molti europei, non dimenticheremo mai l'aiuto
dei paesi amici", ha detto Angela Merkel. Ieri ha ricevuto la Segretario
di Stato Hillary Rodham Clinton e l'ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov,
i primi arrivati. Tra poche ore accoglierà Sarkozy e Berlusconi, Lech Walesa,
leader della rivoluzione che avviò la svolta dell'est, poi presidente e Nobel
per la pace, il premier polacco Donald Tusk e il presidente russo Dmitri
Medvedev, il presidente della Commissione europea Barroso e i leader di tutta
la Ue. Unico assente, Barack Obama.
Berlino in festa,
anche se blindata: migliaia di poliziotti, agenti speciali, teste di cuoio
reduci da Kabul o dai Balcani, veglieranno sugli ospiti. Già ieri, migliaia di
berlinesi hanno passeggiato nella parte est del centro, che domani sarà luogo
dei festeggiamenti. Il primo momento significativo il mondo lo vivrà in diretta
tv nel pomeriggio quando, tenendo Walesa e Gorbaciov a braccetto,
"Angie" passerà simbolicamente l'ex frontiera a Bornholmer strasse,
dove vent'anni fa fu aperto il primo varco.
Poi la cancelliera
parlerà al mondo insieme agli ospiti alla Porta di Brandeburgo. Poco dopo,
Walesa e l'allora premier comunista-riformatore ungherese Miklos Németh
(l'apertura della frontiera magiara, nel settembre 1989, aprì la porta del
mondo libero a migliaia di giovani della Ddr) darà la martellata iniziale per
far crollare 2km di Muro ricostruito in polistirolo. Daniel Barenboim dirigerà
il concerto in centro, poi un grande spettacolo di fuochi d'artificio
concluderà il giorno più lungo di Berlino unita. LR 9
Merkel, Walesa, Gorbaciov attraversano il Muro. La cancelliera:
"Riunificazione incompiuta"
Berlino è in festa
per ricordare la caduta del Muro, che divideva la città e l'Europa ma anche due
diverse visioni strategiche del mondo. Gli atti commemorativi del ventesimo
aniversario sono cominciati con una messa ecumenica nella chiesa di Gethsemane,
alla quale hanno assitito tra gli altri il presidente Horst Kohler e il
cancelliere Angela Merkel.
Poco prima la
Merkel aveva inviato un messaggio ai tedeschi, ricordando però che «la
riunificazione non è ancora compiuta», perchè all'Est la disoccupazione rimane
con un tasso doppio di quello dell'Ovest«, »rimangono ancora differenze strutturali
tra Est ed Ovest« ed è su queste che bisogna mettere l'accento, se si vuole
»arrivare a condizioni di vita uguali o paragonabili«, senza creare gelosie tra
le due parti della Germania.
Situata nel
quartiere berlinese orientale di Prenzlauer Berg, la chiesa di Gethsemane fu
teatro, nelle settimane precedenti alla caduta del muro, delle riunioni della
dissidenza e dell'opposizione nella parte orientale della capitale tedesca.
Poco dopo la messa, il sindaco-governatore di Berlino, Klaus Wowereit, ha
visitato la cappella della Riconciliazione, non lontano dall'antica postazione
di frontiera della Bernauer Strasse, dove sono state accese decine di candele
in memoria di quelli che persero la vita nel tentativo di attraversare il Muro
per scappare in Occidente.
E sul posto, è
stato inaugurato un nuovo centro di informazione che fornirà documentazione e
video sulla barriera che divise la città dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Angela Merkel, Mikhail Gorbaciov e Lech Walesa, si sono incamminati nel primo
pomeriggio lungo la Bornholmer Strasse per una passeggiata sul ponte
Boesebrucke, uno dei sette passaggi di confine della città al tempo della
Guerra Fredda.
Gli eventi per
commemorare il ventesimo anniversario sono culminati in serata con una
Festa della Libertà dinanzi alla Porta di Brandeburgo a cui sono stati invitati
capi di Stato e di governo di tutto il mondo (unico grande assente, Barack
Obama). L'evento-clou sarà l'abbattimento della catena di pezzi giganti di
domino, lunga un chilometro e mezzo, creata sull'antico tracciato dell'antico
Muro e che è stato dipinto da artisti e studenti di tutto il mondo per
ricordare la fine della divisione di Berlino, della Germania e dell'Europa.
Sarà l'ex leader
di Solidarnosc a far cadere il primo dei mille pezzi di domino che hanno la
stessa altezza del muro originario. Contemporaneamente migliaia di persone
tenteranno di formare una catena umana lunga 33 chilometri sull'antica
linea che divideva
il settore sovietico della città dai settori occidentali di Stati Uniti, Gran
Bretagna e Francia. Al termine, gli invitati alle celebrazioni saranno ospiti
della cena offerta dal cancelliere tedesco e suo marito, lo scienziato Joachim
Sauer.
In precedenza, in
un'intervista alla tv polacca l'ex leader di Solidarnosc Lech Walesa ha
contestato quanto i media e gli osservatori di tutto il mondo vanno dicendo,
ossia che il merito della caduta del Muro sia soprattutto di Michail Gorbaciov.
A suo parere furono il Papa Giovanni Paolo II Solidarnosc.
In serata è
arrivato a Berlino anche Berlusconi: «Di muri ce ne sono sempre, ma questo per
fortuna ha segnato una vera svolta epocale e ha liberato metà Europa che era
stata confinata nel recinto dell'ateismo e del totalitarismo». «Quindi - dice
il premier riferendosi alla giornata di oggi - questa è una grande data e tutto
ciò che è successo dopo, cioè la globalizzazione del mondo e
Internet, non
sarebbe potuto accadere se la Germania fosse stata ancora separata dal resto
dell'Europa e dalla libertà da un Muro». «Evviva - aggiunge il Cavaliere -,
questa data è qualcosa che dobbiamo celebrare e spiegare a tutti i ragazzi che
non c'erano allora e non sono in grado di capire». L’U 9
Germania, la sfida non ancora vinta
dell’integrazione dell’Est
VENT’ANNI fa
cadeva il muro di Berlino. Si avviava l’unificazione della Germania, un evento
che pochi avrebbero previsto ancora poco tempo prima. Nello stesso momento si
apriva per quel Paese una grande sfida: quella dell’integrazione economica e
sociale dei länder dell’Est. Sembrò subito un compito immane, anche perché
Helmut Kohl impose la parità monetaria con una coraggiosa decisione politica.
Molti, nei primi anni Novanta, cominciarono a parlare per la Germania di un
rischio “Mezzogiorno”: una spinta a ridistribuire risorse crescenti (sarebbero
state circa il 4% del Pil annuo) per sostenere il reddito e le condizioni di
vita degli ‘Ossis’ senza riuscire a innescare uno sviluppo autonomo. Vent’anni
dopo è inevitabile guardarsi all’indietro e valutare il cammino fatto. Il
problema dell’Est non è certo risolto, ma passi avanti significativi sono stati
fatti, e soprattutto sembrano esserci le premesse per sviluppi positivi.
Che cosa ha
consentito di evitare il rischio Mezzogiorno? Capire meglio quali fattori hanno
giocato serve non solo a gettar luce sulle capacità di governo di uno dei
grandi protagonisti dell’Unione Europea, ma ci aiuta a riflettere sulle nostre
persistenti e durature difficoltà a affrontare i problemi del Sud.
Naturalmente, grandi confronti di questo tipo sono utili ma vanno intrapresi
con cautela. Sono molti i fattori in gioco ed è difficile isolare gli aspetti
essenziali che possono influire su processi di sviluppo molto complessi.
Anzitutto, è necessario evitare un giudizio sommario che vede tutto nero da un
lato e tutto bianco dall’altro. La scommessa tedesca non è ancora vinta.
L’impegno pubblico è stato finora molto consistente (si stima intorno ai 1.200
miliardi di euro). Tuttavia, ci sono alcuni chiari segnali positivi: una
crescita del Pil all’Est superiore a quella dell’Ovest; una riduzione del
divario del Pil pro-capite dal 30% di quello dell’Ovest nel 1991 al 70%; una
forte crescita delle infrastrutture pubbliche materiali e immateriali (tra cui
la dotazione di banda larga di cui si parla da noi in questi giorni). L’aspetto
forse più interessante è lo sviluppo recente di attività industriali legate
alla green economy (fotovoltaico, eolico), ma anche alla sanità e alle
nanotecnologie. Queste nuove attività sembrano trarre vantaggio da due
condizioni: la qualità delle infrastrutture e la qualificazione del capitale
umano, su cui molto si è insistito (ma che partiva da buone condizioni prima
dell’unificazione).
Naturalmente, non
mancano gli aspetti problematici. C’è stata una continua fuga di lavoratori
verso l’Ovest, che solo ora sembra rallentare. Tra i länder dell’Est si sta
manifestando una forte divaricazione: alcuni come la Sassonia Anhalt e la
Thuringia stanno crescendo molto e hanno superato alcune regioni dell’Ovest,
altre come per esempio quelle più a Nord (Meclenburgo) sono invece in forti
difficoltà. Più in generale, ha pesato a lungo un clima di frustrazione e
sfiducia che solo negli ultimi anni, e solo in parte, si sta modificando. Il
processo in corso dà però una sensazione importante: quella di un Paese che si
è dato una strategia di medio lungo termine e ha cercato di perseguirla
coerentemente. E lo ha fatto anche con un uso accorto delle ingenti risorse
europee, utilizzate con un coordinamento efficace dal centro e con una collaborazione
sistematica tra il governo e i länder. Ma non meno importante è stata la tenuta
di un sistema politico meno affetto dal populismo che è finora riuscito a
tenere sotto controllo le reazioni dei cittadini dell’Ovest che hanno pagato e
stanno pagando di più per l’integrazione del Paese.
Se guardiamo
all’Italia e al nostro eterno problema del Mezzogiorno, alcuni elementi di
contrasto balzano agli occhi. Il Paese ha smarrito alla fine degli anni
Cinquanta una visione strategica e nazionale del problema del Sud. A metà dello
scorso decennio vi è stato un tentativo di ricostruire una strategia con la
“nuova programmazione”, ma non è stato adeguatamente sostenuto e non è riuscito
a svilupparsi. Negli ultimi anni si naviga a vista, anche se da qualche tempo
si parla di un nuovo Piano per il Sud. Certo è che sono mancati proprio quei
grandi investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali che sono
stati invece al centro dell’esperienza tedesca. Grandi sono per i fallimenti
accumulati, le responsabilità delle classi politiche meridionali, e di una
società civile fragile e incline al particolarismo e al clientelismo. Ma non
meno gravi sono le responsabilità dei Governi che non hanno saputo imporre una
visione nazionale e sempre più si sono poi rassegnati alle spinte di una
reazione populista contro il Sud, comprensibile nelle sue origini ma
preoccupante per il futuro di tutto il Paese. CARLO TRIGILIA
IM 10
Berlino in festa, ma dimentica gli altri eroi
Non saliranno sul
palco i cittadini dell’Est, coprotagonisti della pacifica rivoluzione
di WALTER RAUHE
BERLINO - Gli
occhi del mondo sono puntati oggi sulla capitale tedesca dove ai piedi della
Porta di Brandenburgo verranno celebrati i vent’anni della Caduta del Muro di
Berlino che nell’autunno del 1989 segnò l’inizio della fine dei regimi
socialisti dell’ex emisfero sovietico. Alla kermesse storico-politica
parteciperà nel pomeriggio l’intera leadership governativa dell’Europa dei
Ventisette accompagnata dal presidente della commissione Ue Barroso, dal
presidente russo Medvedev e dal Segretario di Stato americano Hillary Clinton
oltre che dall’ex presidente dell’Unione sovietica e padre della Perestroika
Mikhail Gorbaciov e dall’ex presidente polacco e leader di Solidarnosc Lech
Walesa.
Ma all’insegna di
così tanti ospiti politici illustri molti a Berlino iniziano a chiedersi che
fine hanno fatto i veri protagonisti di quella storica notte di vent’anni fa. I
tanti eroi noti e meno noti della rivoluzione pacifica in Germania orientale
(ma anche in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania) che osarono sfidare i
regimi del Patto di Varsavia e coloro che per anni aveva rinchiuso i loro
popoli dietro ad un’alta ed impermeabile Cortina di ferro.
È un paradosso che
oggi, in occasione delle spettacolari celebrazioni ufficiali per la caduta del
Muro, siano assenti proprio loro sul palco allestito alla Porta di
Brandenburgo. Fatta eccezione per Lech Walesa e Vaclav Havel, quasi nessun ex
dissidente dell’Europa orientale è riuscito a fare carriera anche nei sistemi
democratici e parlamentari nati sulle ceneri di così tante dittature. Anche in
Germania in fondo il nome di Angela Merkel non figurava allora tra quelli dei
leader di maggior spicco dell’opposizione al regime di Erich Honecker. Molto
più esposti erano invece personaggi come Baerbel Bohley, Gerd Poppe o Werner
Schulz, nomi oggi pressoché sconosciuti alla stragrande maggioranza dei
tedeschi, ma nel 1989 sulla bocca di tutti. A parlare dal palco di Berlino
questa sera saranno invece solo la cancelliera Merkel, il Presidente della
repubblica Koehler, il presidente francese Sarkozy o il Segretario di stato
Clinton. I cittadini “normali” invece, quelli che il 9 novembre del 1989
ballavano sul Muro, quelli che in veste di Vopo (gli ufficiali e i soldati di
frontiera della Rdt) aprirono i cancelli dei confini anche se dall’alto non
erano giunti ordini espliciti di nessun genere, insomma - tutti gli eroi di
vent’anni fa - saranno oggi di nuovo dietro le transenne ad applaudire i
potenti di mezzo mondo presenti invece sul palco.
Ma accanto a
queste stonature e polemiche, quella di oggi a Berlino sarà ugualmente una
grande giornata di festa nonostante quel 12% di tedeschi che secondo un nuovo
sondaggio rivorrebbe ancora oggi il Muro. Il momento clou delle celebrazioni è
atteso per poco dopo le ore venti, quando verrà abbattuto simbolicamente un
muro di enormi pedine di domino dipinte da bambini da tutto il mondo e
sistemato nel centro di Berlino in ricordo della vecchia demarcazione di
frontiera. Intorno alle 21 poi grandi fuochi d’artificio concluderanno la parte
ufficiale delle celebrazioni. Per i capi di stato e di governo la festa andrà
poi avanti a porte chiuse all’interno del palazzo della Cancelleria, mentre per
tutti gli altri berlinesi e i loro ospiti si continuerà a festeggiare
all’interno di birrerie, club e circoli che per l’occasione hanno organizzato
eventi a tema. IM 9
Verso le 22.30 del
9 novembre 1989, gruppi sempre più numerosi di cittadini di Berlino Est si
muovono verso i sette varchi di confine sul Muro che li separa dall’Ovest.
Un’ora dopo, sulla Bornholmerstrasse, la folla è già tanta che non c’è modo di
avvicinarsi e allora funziona solo il passaparola. “Hanno aperto, hanno
aperto”. Arrivano birre e bottiglie di Rotkäppchen, l’orrido champagne made in
Ddr. Ci si abbraccia fra sconosciuti, si ride e si piange. Ora sì, è certo:
dopo 28 anni, 2 mesi e 26 giorni, il Muro di Berlino è stato aperto. Cambia per
sempre la vita dei berlinesi e dell’Europa. Davanti alla sbarra alzata a
Borholmerstrasse, un Volkspolizist partecipa nel suo piccolo al Grande
Disordine che lo sta travolgendo: accetta un fiore e accende una sigaretta.
Oggi non rimane molto del Muro. Solo alcuni punti furono mantenuti come
monumento, nella duplice accezione latina di quel che deve ‘manere et monere’,
rimanere ed ammonire. I blocchi di cemento furono distrutti ed utilizzati per
la costruzione di strade. Alcuni, invece, furono messi all’asta. Brandelli di
Muro sono oggi diffusi e custoditi in tutto il mondo, memoria storica e triste
monito alle generazioni presenti e future, perché non venga mai negato il
valore della democrazia e della libertà. Ma da ieri c’è un nuovo muro a
Berlino, fra il Bundestag e la Potsdamer Platz, alla porta di Brandenburgo,
composto da 1000 tessere da domino, alte 2,5 metri, larghe 1 metro e
profonde 40 cm, per un peso totale di 20 kg ciascuna, quasi tutte colorate e
piene di disegni, con temi che ricordano l’apertura del muro e realizzate
dagli alunni di 240 scuole tedesche. L’idea ha avuto il patrocinio di un
centinaio di personalità internazionali, tra cui Nelson Mandela, Michail
Gorbaciov, Muhammad Yunus o Lech Walesa ed è culminata, in mondovisione, con la
spettacolare caduta per effetto domino di tutte le tessere, in ricordo
dell’evento che avviò ufficialmente la riunificazione delle due Germanie e, di
fatto, l’implosione dell’Unione Sovietica e del suo regime. Per questa
celebrazione Berlino ha invitato i capi di Stato e di governo del 27 paesi
membri dell’Unione Europea, con la Cancelliera Algela Merckel - cresciuta lei
stessa nella ex Germania comunista - che ha attraversato l’ex passaggio di
frontiera della Bornholmer Strasse, il primo aperto nella fatidica notte,
insieme agli illustri ospiti. Ma davvero la storia della caduta del muro, della
chiusura del “secolo breve” e della fine della guerra fredda è tutta chiarita?
Anche una brava ricercatrice italiana quale Paola Rosà nel suo saggio “Lipsia
1989” (ed. Il Margine), si chiede se sia montato davvero a Berlino e non più in
là, a partire da Lipsia, quel magico tsunami della “rivoluzione soft del
1989” ed il settimanale “Der Spiegel” ha ricordato ieri ai suoi lettori che
l’epicentro dell’89 non si trovava in Germania, ma fra la rivolta di Solidarnosc
e degli ungheresi e fu un regalo dei ribelli dell’Europa dell’Est ai
tedeschi. Ed ancora oggi storici, politici ed intellettuali si interrogano,
dentro e fuori dalla Germania, sulla questione se la Ddr fu una dittatura tanto
pessima quanto quella del Terzo Reich, due dittature spuntate sul
suolo tedesco nel Ventesimo secolo e senza dubbio misurabili attraverso il
numero degli spioni sguinzagliati dai due regimi: la Gestapo riuscì ad esser
altamente efficace servendosi in Germania di molto meno agenti della Stasi. Nel
minuscolo reame di Berlino-Est, infatti, la quantità di agenti ed
“informanti” (cioè collaboratori) al soldo della Stasi, era notevolmente
maggiore che all’epoca nazista. La convinzione di molti è che per compensare i
quasi sessant'anni di mancanza di democrazia in cui hanno vissuto i tedeschi
orientali ci voglia molto più tempo. Nel loro calcolo i pessimisti sommano il
periodo nazista, cominciato nei primi anni Trenta, a quello comunista venuto
subito a rincalzo e conclusosi nell'89. Dodici tedeschi su cento ritengono che
si dovrebbe ricostruire un Muro. Lo rimpiangono. A pensarla così sono più
numerosi gli orientali. Questi ultimi, gli Ossis, sentono ancora un po' di
nostalgia per la vita assistita di cui usufruivano nel socialismo reale e
stentano a sostenere la dura competizione del mercato. E' in parte dovuto a
questo rimpianto il successo dei partiti di estrema sinistra, che sottraggono
voti al partito socialdemocratico. Ed un nuovo, temibile muro, si sta
costruendo nel tessuto sociale della Germania attuale, con rigurgiti e derive
neonaziste sempre più evidenti, spregiudicate e, in fondo, tollerate. A
tal proposito i dati sono inquietanti. Un sondaggio dell'Istituto Forsa, per
l'emittente Allnews N-tv, ha rivelato che in Sassonia (uno dei territori
dell'ex Germania dell'Est), i neonazisti della Npd hanno superato la Spd, e, se
si votasse oggi per il Parlamento regionale di Dresda, otterrebbero il 9% dei
consensi contro l'8% dei Socialdemocratici. I motivi di tale pericolosa deriva
sono molti ma fra questi spicca l'ondata di paura che invade la Germania dopo
gli ultimi attacchi terroristici sventati, con la polizia criminale che ha
redatto una lista coi nomi di 890 integralisti islamici potenzialmente
pericolosi e di 32mila musulmani attivi (sui 3 milioni presenti in Germania) in
organizzazioni islamiche, 28 delle quali di matrice fondamentalista. I
rigurgiti neonazisti sono anche attribuibili alla facilità con cui i gruppi
dell'estrema destra riescono ad usare la Rete per fare proselitismo: i nuovi
siti vengono registrati automaticamente senza che ne vengano controllati i
contenuti.
L'Unione Cristiano
Democratica (CDU) ha aperto un suo sito - www.netzgegenwalt.de (cioè rete
contro la violenza) - invitando i "navigatori" a segnalare i messaggi
dell'estrema destra e quelli che istigano alla violenza xenofoba e anti-semita.
Il diffuso quotidiano "Bild" dedica oggi parte della sua prima pagina
e molto spazio all'interno alle istruzioni per localizzare i siti dell'estrema
destra e denunciarli. Tuttavia il ministro della difesa, Rudolf Scharping, ha
dovuto ammettere, in agosto, l'esistenza di "atteggiamenti di
estrema destra" in seno alle forze armate tedesche e ha assicurato il
massimo rigore nell'inchiesta in corso sul sito "heil-hitler",
registrato da un soldato dell’esercito regolare con il provider del Land del
Maclemburgo-Pomerania Anteriore. Insomma, a venti anni dalla caduta del
muro, non si placano contrasti e contraddizioni in Germania. Paradigma, forse,
di contrasti ancora non chiariti e del tutto evidenti nel nostro continente. di
Carlo Di Stanislao
Carlo Di Stanislao
è nato a Roseto degli Abruzzi. Dirigente medico presso l'ospedale civile San
Salvatore dell'Aquila, dermatologo, è uno dei massimi esperti italiani di
agopuntura, disciplina sulla quale ha scritto libri e comunicazioni
scientifiche. Della stessa disciplina è docente incaricato presso la Facoltà di
medicina dell'Università di Chieti. E' presidente dell'AMSA (Associazione
Medica per lo Studio dell'Agopuntura). Sinologo e conoscitore delle culture
orientali, coltiva un forte interesse per la letteratura, la musica, le arti
figurative e sopra tutto per il cinema. Su questi campi ha sviluppato
un'intensa attività pubblicistica, con articoli e saggi su diverse testate giornalistiche.
Della settima arte, in particolare, egli è appassionato ed assiduo cultore. Di
recente è stato eletto alla presidenza dell'Istituto Cinematografico
dell'Aquila, ente morale fondato nel 1981 da Gabriele Lucci. G.P. (de.it.press)
A Berlino cade un altro muro: Westerwelle presenta il suo «first man»
All'incontro con
Hillary Clinton il ministro degli esteri, gay dichiarato, si presenta con il
compagno Michael
Potete fare
politica, e al massimo livello, anche se siete omosessuali. Ieri, a Berlino, è
caduto un altro muro, nell'esatta vigilia (oggi) delle celebrazioni per il
crollo di quello comunista che divise la città per 28 anni. Il nuovo ministro
degli Esteri tedesco, il liberale Guido Westerwelle, ha presentato alla
segretario di Stato americana Hillary Clinton il suo compagno, Michael Mronz.
In un trionfo di
apertura mentale occidentale-moderna-disinibita, la zarina della politica
estera degli Stati Uniti ha apprezzato, proprio come una ex senatrice
dell'aperta New York non poteva non fare: uno sguardo furbo a Guido, un altro
divertito a Michael e poi chiacchiere e sorrisi da classe dirigente. Il tabù
smantellato con facilità: d'ora in poi, le coppie politiche non dovranno essere
necessariamente eterosessuali. L'occasione era il gala degli Atlantic Council
Awards che si sono tenuti ieri sera in un clima di festa all'Hotel Adlon, a due
passi dalla Porta di Brandeburgo.
La signora Clinton
è nella capitale tedesca in rappresentanza del presidente Barack Obama che,
impegnato in Asia, non ha voluto partecipare al ventesimo anniversario della
caduta del Muro. Westerwelle, che l'ha già incontrata a Washington, è ministro
da sole due settimane ma promette, almeno dal punto di vista dei cerimoniali,
di essere un ciclone dirompente: accompagnato dal suo compagno maschio, in
Occidente ha ora l'imprimatur atlantico della sua corrispondente americana.
Meno facile, sarà tenere lo stesso standard con politici integralisti in fatto
di relazioni sessuali più dei Clinton e dei liberal americani. Fatto sta che la
rottura e la svolta ci sono state: d'ora in poi, la First Lady può essere dello
stesso sesso del First Man.
Danilo Taino CdS 9
Olivero (Presidente Acli): “Abbattere i muri di oggi, il cinismo e
l’individualismo”
Roma - "A 20
anni dalla caduta del muro di Berlino servirebbe un altro "colpo di
reni" per abbattere i muri di oggi: il cinismo e l’individualismo". È
quanto sostengono le Acli che commentano con il presidente Andrea Olivero lo
storico anniversario del 9 novembre 1989.
"Quello di 20
anni fa a Berlino fu un grande evento di popolo", spiega Olivero,
"animato da un forte sentire comune, un gran desiderio di cambiamento, nel
segno della libertà e della giustizia. Oggi", sostiene il presidente Acli,
"la vera sfida è ritrovare o ricostruire quel sentire comune che sembra
essersi perduto e ridare a quel popolo europeo, capace allora di sovvertire i
piani delle cancellerie, un nuovo obiettivo comune". Secondo Olivero
"non bastano infatti le istituzioni comuni" ma "occorre un progetto
condiviso, un sentire popolare europeo indirizzato verso un comune
obiettivo".
"Proprio
oggi", aggiunge, " di fronte alla pesantissima crisi economica e
finanziaria, tutti invochiamo la necessità di un cambio di passo per difendere
la dignità, il lavoro la vita di milioni di persone e di famiglie. Ma ci manca
la forza di quel "colpo di reni" di 20 anni fa, che costringerebbe i
governi, le istituzioni politiche ed economiche ad invertire la rotta del loro
operato. Ma abbiamo perso quello spirito".
"Forse",
spiega il presidente, "abbiamo davanti a noi nuovi muri da abbattere: il
muro del cinismo, che ci fa rassegnare all'idea che non si possa cambiare
questo mondo, e il muro dell'individualismo, in base al quale l'unica lotta per
cui valga la pena spendersi appare la difesa del proprio benessere
individuale". (aise
EU. Il toto-nomine. D'Alema ora è il favorito
Il britannico
David Miliband si sfila. Schulz: "Lo sosterremo con forza"
ROMA - Per il
capogruppo degli europarlamentari socialdemocratici, Martin Schulz, la rinuncia
del ministro degli Esteri britannico David Miliband al posto di "Mr
Pesc" è da considerare ormai «definitiva». Lo hanno indicato all’Ansa
fonti del gruppo socialdemocratico. Lo stesso Schulz, secondo le stesse fonti,
sostiene «con forza» la candidatura di Massimo D’Alema per il posto di Alto
rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza-vicepresidente della
Commissione europea, carica istituita dal Trattato di Lisbona. «È una vicenda
molto delicata sulla quale non posso e non devo dire nulla. Non dipende da me
ma dal consiglio europeo» dice D'Alema. Quella di oggi a Berlino, dunque,
potrebbe essere la giornata cruciale per la scelta di Mister Pesc, cioè del
nuovo Alto rappresentante per la politica estera della Ue, con poteri
rafforzati rispetto a quelli attuali di Javier Solana. L'unica alternativa
all'ex presidente del Consiglio italiano, dunque, resterebbe la commissaria Ue
al commercio estero Catherine Ashton. Se Miliband «decisamente rinuncia» alla
sua candidatura, che «francamente non c’è mai stata finora» si aprono
«’eccellenti prospettive» per D’Alema, ha commentato oggi il ministro degli
esteri Franco Frattini. Il capo della Farnesina ha riferito di aver sentito
ieri D’Alema «che ha fatto le sue valutazioni». «Stiamo a vedere - ha aggiunto
Frattini - oggi a margine degli incontri a Berlino dove i capi di governo
avranno certamente occasione per riflettere».
Catherine Ashton,
53 anni, baronessa, ha una lunga esperienza politica nel labour inglese. È
stata ministro della giustizia nel governo di Gordon Brown, poi presidente
della Camera dei Lords e Lord president del Consiglio. Dall’ottobre scorso ha
rimpiazzato Peter Mandelson nella commissione Ue. A favore della Ashton gioca
il fatto di essere donna, in un momento in cui si cerca di avere un equilibrio
anche di genere nelle nuove nomine europee. A sfavore, la sua scarsa notorietà
che, accompagnata al basso profilo del premier belga Herman Van Rompuy,
candidato favorito per il ruolo di presidente stabile, rischierebbe di affidare
la nuova Europa voluta dal trattato di Lisbona, ad un duo senza una forte
leadership.
L'ultimo colpo di
scena nel totonomine potrebbe però arrivare da Tony Blair, che starebbe
giocando le sue ultime carte per tentare di avere il sostegno dei leader
europei alla sua candidatura a presidente dell’Ue. Lo scrive il Times, per il
quale l’ex inquilino di Downing Street starebbe telefonando in questi giorni a
molti capi di stato e di governo dell’Unione. Blair, criticato per la sua
freddezza verso la candidatura, potrebbe però vedere le sue speranze
volatilizzarsi stasera. LS 9
La sagra sulla porta di Brandeburgo: qui nessuno ha più nostalgia dell'Est
La retorica delle
celebrazioni senza lo sfoggio dell'argenteria bellica - Questo paese oggi, si
ritrova, malgrado le diversità, più unito del previsto - di BERNARDO VALLI
BERLINO - Superare
la Porta di Brandeburgo, arrivando da Est, dalla Unter den Linden, è quasi
impossibile. Dove c'era il Muro, quello vero, c'è in queste ore un muro umano,
mobile, vociante.
Un muro che si
stende tra la Pariser Platz e la Potsdamer Platz, e che è avvolto in un pesante
odore di salsicce e di birra. Luminarie multicolori lanciano lampi
intermittenti sulla massa imponente. Per non restare impigliato nella folla
poliglotta, in cui sembrano presenti tutte le lingue europee, bisogna aggirare
la Porta di Brandeburgo, e prendere la Eberstrasse, dove c'è il Memoriale
dedicato agli ebrei uccisi in Europa. Là infine si respira. E si ha la vista
necessaria per capire il carattere di questo ventesimo anniversario della
caduta del Muro.
È una sagra. Una
festa popolare come quelle che nei nostri paesi ricordano i santi patroni. Ci
sono giostre, orchestre, cantanti, riflettori che tagliano il freddo buio
autunnale, bambini portati come sacchi da montagna, fuochi d'artificio. È
insomma una grande manifestazione pacifica che celebra una ricorrenza nazionale
senza sfilate di truppe in tenuta di gala o di campagna, senza sferragliare di
carri armati, senza acrobazie aeree. In altre capitali, vicine e lontane, per
commemorare vent'anni dopo un avvenimento che ha condotto all'unità nazionale,
sarebbero state esibite le forze armate, simboli concreti, mai archiviati, degli
Stati-nazione. Neppure oggi, quando si svolgeranno le cerimonie ufficiali, alla
presenza di un imprecisato numero di presidenti e ministri arrivati da tutti
gli angoli del mondo, la Germania federale cederà alla tentazione di esibire
l'argenteria militare.
La scelta non
riguarda soltanto l'aspetto spettacolare. E' uno stile. E' il riflesso della
democrazia tedesca.
Una sagra è di
solito qualcosa di spensierato. E tale vuole essere l'anniversario della caduta
del Muro. Più che un'occasione per valutare quel che è accaduto il 9 novembre
1989, la festa riguarda la Germania di oggi, che vent'anni dopo si ritrova,
malgrado le diversità tra l'Ovest e l'Est, un paese più unito del previsto. Ed
anche un paese meno postnazionale di come voleva apparire prima della
riunificazione. Via via ha abbandonato il "cammino particolare"
(Sonderweg), ed è diventata una nazione come le altre. Prima della
riunificazione, divisa, privata di una vera festa nazionale, con un inno
amputato della prima strofa (Deutschland, Deutschland ueber alles), per l'uso
criminale che ne avevano fatto i nazisti, la Repubblica federale si dichiarava
fondata più su dei valori che su un territorio e una storia. Un atteggiamento
che Juergen Habermas ha chiamato " patriottismo costituzionale". Il
solo patriottismo, secondo il filosofo, che consentisse ai tedeschi di non
essere stranieri in Occidente.
Nei primi anni
dopo l'89, nonostante la raggiunta unità, l'idea di una Germania postnazionale
ha resistito. I motivi erano diversi. Quella di Habermas era una convinzione
ideologica. Al tempo stesso c'era l'impegno politico nei confronti degli
alleati europei preoccupati di un possibile rigurgito del vecchio nazionalismo
tedesco, e del conseguente rischio di un terzo atto della tragedia europea. C'era
inoltre la paura di se stessi. Helmut Kohl diceva che bisognava proteggere i
tedeschi da se stessi. Attraverso varie tappe, accompagnate da un forte
europeismo, ma anche da impegni militari inediti fuori dai patri confini (la
partecipazione alla guerra del Kosovo), nella Repubblica federale si è poi
cominciato a parlare di "interessi nazionali". I quali sono stati
riaffermati con chiarezza da Gerhard Schroeder, il cancelliere
socialdemocratico, verso la fine del secolo scorso, quando la capitale è
passata da Bonn a Berlino. Nel confermare il principio, Schroeder ha parlato di
difesa " illuminata" degli interessi nazionali tedeschi. Il
riferimento ai principi dell'Illuminismo era chiaro. Il paese non si sarebbe
insomma discostato dalla tradizione occidentale della democrazia e del
liberalismo. I tedeschi ritornavano ad essere tedeschi, senza aver più bisogno
dell'identità europea d'emergenza. Ma restava ferma la scelta europea.
Vent'anni dopo i
passati tormenti sono un ricordo.
Nella capitale in
festa, la Germania federale mostra un volto disteso. E' eloquente la dosata
esibizione di bandiere, nella cornice della Berlino storica, dove una traccia
di cemento armato ricorda dove sorgeva il Muro e sfiora il luogo dove si
trovava il bunker di Hitler. La retorica ispirata dall'avvenimento non è
eccessiva. E' in sintonia con l'aspetto di Angela Merkel, che riassume nella
sua persona le due Germanie ricongiunte. E' nata nell'Est comunista ed è
diventata cancelliera nell'Ovest democratico.
La polemica sul
come è avvenuta la riunificazione non è cessata. Proprio ieri un giornale (Welt
am Sonntag) l'ha rilanciata dicendo che i due terzi dei 1.300 miliardi di euro
investiti dal 1989 nella Germania postcomunista sono stati dedicati alle prestazioni
sociali. Le spese dovrebbero inoltre crescere nei prossimi anni, poiché i
disoccupati nei cinque laender orientali sono il doppio di quelli nei laender
occidentali.
Ma il nuovo
ministro incaricato della ricostruzione dell'Est, Thomas de Mazière, ha
promesso che entro dieci anni le condizioni di vita nella Germania post
comunista saranno sostanzialmente simili a quelle del resto del Paese. C'è
tuttavia chi dubita che questo possa avvenire sul piano sociale e culturale.
La convinzione di
molti è che per compensare i quasi sessant'anni di mancanza di democrazia in
cui hanno vissuto i tedeschi orientali ci voglia molto più tempo. Nel loro
calcolo i pessimisti sommano il periodo nazista, cominciato nei primi anni
Trenta, a quello comunista venuto subito a rincalzo e conclusosi nell'89.
Dodici tedeschi su cento ritengono che si dovrebbe ricostruire un Muro. Lo
rimpiangono. A pensarla cosi sono più numerosi gli orientali. Questi ultimi,
gli Ossis, sentono ancora un po' di nostalgia per la vita assistita di cui
usufruivano nel socialismo reale e stentano a sostenere la dura competizione
del mercato. E' in parte dovuto a questo rimpianto il successo dei partiti di
estrema sinistra, che sottraggono voti al partito socialdemocratico,
E' un problema di
generazioni. Chi ha oggi trent'anni non sente la nostalgia dell'Est comunista.
Non se lo ricorda neppure. E non capisce la diffidenza dei Wessis, gli
occidentali, nei confronti degli Ossis, e viceversa. Un tempo si distinguevano
abbastanza bene, per gli abiti e i gesti, gli uni dagli altri. Adesso un
berlinese mi assicura che è quasi impossibile e che la polemica tra le
"due tribù" tedesche è più un'abitudine, una tradizione, che una
realtà capace di intralciare seriamente i rapporti. L'impressione, in queste ore,
è che tutti partecipino alla pacifica, civile festa per la caduta del Muro. Il
quale crollò comunque in modo incruento, senza guerra, senza conquiste. Perché
non serviva più. LR 9
«Con quella domanda il Muro venne giù»
Madrid - «Il muro di Berlino non l’ho di certo
abbattuto io. Da giornalista, mi sono limitato a fare una domanda. Anche se è
vero che poi è andata com’è andata...ed oggi lo stiamo commemorando». Inseguito
da media e network di mezzo mondo, Riccardo Ehrman si schermisce quando gli dicono
che gli artefici della caduta del muro furono Gorbaciov, Kohl e Bush padre, ma
che in realtà la spallata la dette lui, l’allora corrispondente dell’agenzia
Ansa da Berlino Est, ora pensionato a Madrid ma in queste ore tra gli ospiti
d’onore della capitale tedesca che commemora il ventennale.
Riccardo, che cosa
accadde quel pomeriggio del 9 novembre 1989?
«Ero stato
convocato al Centro stampa e ci andai con la mia auto, una pessima idea perché
nei dintorni dell’edificio non fu facile posteggiare. E così, giunsi in
ritardo. Nella sala - dove stava parlando Günter Schabowski, membro del
Politburò e tra i comunisti più potenti - riuscii a sedermi sulla pedana ai
piedi del grande tavolo e dello stesso Schabowski, che conoscevo molto bene.
Sfoderai il mio taccuino e cominciai a prendere appunti».
Sì, ma già prima
di cominciare a scrivere avevi alzato il braccio per chiedere la parola...
«Schabowski mi
aveva notato fin dall’inizio e sicuramente avrà pensato che ero il solito
italiano rompiscatole. Stava spiegando per l’ennesima volta che si consentiva
ai cittadini dell’Est di viaggiare dall’altra parte con maggiore facilità. Ma
era un annuncio fasullo, ripetuto periodicamente. Si diceva che bastavano un
passaporto e un visto, ma ottenere il passaporto era pressoché impossibile e di
avere un visto neppure a parlarne. Aria fritta, dunque».
Alla fine, tu
avevi il braccio anchilosato, ma Schabowski ti dette la parola e venne la
domanda che fece precipitare la situazione.
«Sì, lo feci
innervosire quando gli chiesi: “Lei crede che fu un errore quando qualche
giorno fa si introdusse la Legge dei Viaggi?”. Mi riferivo a una norma caotica
che aveva consentito l’esodo di migliaia di tedeschi orientali tra
Cecoslovacchia e Ungheria. Però Schabowski entrò in uno stato di confusione, si
trovò impreparato e improvvisò tirando fuori di tasca un biglietto. Rispose
che, per semplificare, i cittadini dell’Ovest potevano andare all’Est senza
passaporto né visto. Una risposa incredibile, per questo chiesi conferma con un
“Ab wann?” (Da quando?) e lui, sempre con il bigliettino, mi rispose “Ab
sofort” (Immediatamente)”».
Il resto è storia.
Ehrman uscì rapidamente dalla sala per diffondere - erano le 19,31 -
l’incredibile flash d’agenzia con la risposta di Schabowski che, ripresa da
radio, tv e altre agenzie, provocò la corsa in massa a un muro che cominciò a
sgretolarsi.
JOSTO MAFFEO IM 9
Quelli che nel 1989 non erano nati: «Adesso giù il muro del razzismo»
Non hanno mai
visto le immagini di Rostropovitch che suona il violoncello sotto il muro di
Berlino, né hanno mai saputo che i tedeschi tutti, quella notte, non facevano
altro che dire “die mauer is offen”, né hanno mai conosciuto chi fosse quel
Günter Schabowski che disse da Est, “la frontiera è aperta”. Al più hanno visto
qualche documentario con bottiglie stappate a festa sul muro di Berlino e in
terza media hanno studiato quando fu elevato e quando e perché cadde. Per i
liceali di oggi, quelli che nel 1989 non erano ancora nati il crollo del muro
di Berlino, tuttavia, non è solo un capitolo dei libri di storia: troppo vicini
i fatti, troppo vicina la capitale tedesca per non percepire, per non sapere
che quel fatto avvenuto cinque anni prima della nascita del più giovane
studente di liceo, fu un evento epocale. Al liceo classico Terenzio Mamiani di
Roma, gli studenti hanno deciso di onorare la storia e analizzare l’attualità,
ricordando la caduta del muro con assemblee tematiche. Antifascisti e delusi dalla
politica vorrebbero abbattere tutti i muri ancora in piedi e soprattutto “quel
maledetto muro che abbiamo in mente”, come recita il nome del progetto
abbracciato dal preside Cosimo Guarino. Trattano, in questi giorni e fino al 6
dicembre, del muro interiore dei pregiudizi che generano il razzismo «il
sentimento più odioso», ma anche l’omofobia, il bullismo ecc. Lo fanno all’ora
di ricreazione, all’ombra di un’istallazione che ricorda la guerra e che
temporaneamente occupa il cortile che fu anche set del film “l’Innocente” di
Luchino Visconti. Sabato l’assemblea a tema, fatta apposta a ricreazione per
evitare il deserto delle assemblee d’istituto, è dedicata a Stefano Cucchi e
dentro un megafono un ragazzo smilzo ricorda che «l’appuntamento per andare alla
manifestazione per Stefano è alle quindici fuori scuola». Pochi adepti, il tema
non appassiona.
Preme parlare di
razzismo, invece, omofobia e muri interiori: quelli fatti di segreti
inconfessabili e di paure adolescenziali. «Non è un mio problema, io coi
miei ci parlo – dice Luca, V ginnasio, sorriso imbarazzato – ma tanti compagni
i genitori li vedono poco e niente: la scuola dovrebbe premurarsi di
avvicinarli ai loro figli». E il razzismo? Perché è il primo muro da abbattere?
«Perché qui è un’isola felice, ma quando stavo a scuola a Riano, i romeni
li facevano neri…», fa Amelia, catena di ferro al collo, viso acqua e sapone.
Oppure perché: «Una volta ho visto in metro tre tipi che hanno messo schiena al
muro un immigrato perché non aveva un biglietto, ti pare giusto?», fa Luca. «E
poi perché qua non succede quasi mai ma in periferia, hai visto quante
aggressioni agli immigrati?», dicono tre ragazze di V. C’è il bullismo, si, «è
grave ma non è un fenomeno collettivo», fa una quattordicenne, c’è l’omofobia
che manda in bestia Alessandro, ma il razzismo: «camminare per strada e
ritrovarsi in ospedale, cose che succedono nelle periferie di questa città» fa
più paura, più rabbia. Il razzismo è uno dei fenomeni che si denunciano, si
combattono, nelle assemblee del Mamiani sulle note di “Another brick in the
wall” dei Pink Floyd. Diversamente da certi macigni dell’anima: «Non so se
faremo un’assemblea sull’incomunicabilità genitori-figli, sai è un tema
delicato, difficile da trattare…», spiega un ginnasiale. Più facile, a 15 anni,
cambiare la storia. Gioia Salvatoritutti L’U 8
L’Aquila. Un cumulo di macerie
“Se va avanti
così, smaltiamo in 50 anni.” “finora le cose fatte sono del tutto inadeguate.”
Parole del prefetto dell’Aquila, Franco Gabrielli, non quelle di uno dei tanti
cittadini impazienti… Il sasso nello stagno è di notevoli dimensioni. Anche lo
stagno - ce ne siamo resi conto tutti - è di notevoli dimensioni. A situazioni
di questa portata si deve rispondere con misure eccezionali. Sono mesi che denunciamo
la lentezza di tutta l’operazione: dallo smaltimento delle macerie ai
puntellamenti insufficienti e vanamente ricordiamo che l’inverno è alle porte.
Abbiamo già perso una gara, quella contro il tempo. Non metereologico, ma il
tempo dei fatti. Siamo già in ritardo sul ritardo. Abbiamo tutti la precisa
cognizione che a un evento eccezionale si debba rispondere con misure
eccezionali. Sono trascorsi sette mesi, 210 giorni circa (per noi che contiamo
anche i giorni), una montagna di giorni. Osserviamo e denunciamo soltanto la
realtà dei fatti. La Zona Rossa è sempre più rossa di vergogna. Si sbriciolano
le case e la pazienza. Pochi gli edifici puntellati, sempre più lontano il
momento in cui inizierà la ricostruzione. Siamo qui, in attesa. Ma non abbiamo nessuna
intenzione di abbandonare il nostro compito che è quello di presidiare
idealmente il centro storico della nostra città. Vogliamo che la nostra città
sia curata, come si fa con i malati gravi: velocemente, prendendo decisioni
rapide, riunendo tutte le varie Autorità preposte. Non vogliamo pagare sulla
nostra pelle i ritardi dei veti incrociati, quelle dei consigli o degli organi
che non si riuniscono. Pretendiamo che il bene comune (la ricostruzione della
nostra città) sia più forte dell’interesse dei singoli, delle loro rivalità,
delle loro idiosincrasie politiche o personali. Noi siamo in guerra contro un
nemico invisibile che ci ha cacciato via dalle nostre case, dai nostri luoghi e
in parte anche dalla nostra vita. Siamo in guerra da mesi: con gli elmetti
gialli sulla testa abbiamo affrontato la
paura, siamo entrati nelle nostre case
più o meno distrutte, li abbiamo portati con orgoglio nelle
manifestazioni. Anche se non li vedete, li indossiamo ogni giorno, per non
farci troppo male, per andare avanti: perché continuiamo a sperare che, un
giorno non troppo lontano, questa guerra finisca. Solo allora li appenderemo
agli ingressi delle nostre case come si fa con un cappello di lana quando
l’inverno è passato.
Patrizia Tocci,
de.it.press
Due mozioni per la Cgil. Il congresso è cominciato
La Cgil ha
approvato il calendario congressuale, si inizia con gli appuntamenti
territoriali che termineranno a metà marzo e si finisce tra il 5 e l’8 maggio
quando a Rimini si terrà il XVIesimo congresso. Lo ha deciso il Direttivo,
approvando le regole e prevedendo la partecipazione di 1043 delegati. Non è
stata una discussione liscia (si è reso necessario un passaggio preliminare in
segreteria) né lo sarà il congresso che trova il sindacato diviso in due
schieramenti, ognuno con la sua mozione.
MOZIONI
CONTRAPPOSTE - Quella della maggioranza,
primo firmatario Guglielmo Epifani, doveva essere illustrata ai 177 membri del
parlamentino, ma per il confronto sul regolamento è stata spostata a oggi.
Sempre per oggi è attesa la presentazione di un documento alternativo che
reclama una forte «discontinuità » dell’azione e dei vertici cigiellini e porta
la firma, tra gli altri, della segretaria confederale Nicoletta Rocchi e dei
leader del pubblico impiego Carlo Podda, dei metalmeccanici, Gianni Rinaldini,
dei bancari, Domenico Moccia e di Rete 28 aprile, Giorgio Cremaschi. «I diritti
e il lavoro oltre la crisi» è il titolo del documento di Epifani. Neanche
trenta pagine che guardano al “dopo”, «oltre la crisi» appunto, quando ci sarà
da correggere se non da ricostruire di sana pianta. Soprattutto considerate le
misure del governo Berlusconi che il documento giudica «sbagliate e inadeguate»
e che hanno «fortemente esposto» il Paese. Le coordinate indicate dalla
maggioranza Cgil per «risalire la china» stanno in dieci proposte, unite daun
comundenominatore, quel «progetto Paese alternativo a quello in campo» in cui è
ravvisabile una precisa continuità con il congresso precedente in cui si parlava
di «riprogettare il Paese».
MENO TASSE PIÚ
TUTELE - Il congresso matura all’interno
della peggiore crisi dal 1929 che lascerà unapesante eredità soprattutto in
fatto di diseguaglianze, in tutte le loro declinazioni. Procedendo per titoli,
c’è quella di reddito: la Cgil insiste con la richiesta di ridurre le tasse sul
reddito da lavoro e pensione, mentre va rafforzata la lotta all’evasione
fiscale e aumentate le tasse sulle rendite finanziarie e i grandi patrimoni. La
prima aliquota Irpef deve essere abbassata dal 23 al 20% e la terza dal 38 al
36%. Unaltro punto del decalogo propone di riformare gli ammortizzatori sociali
«in senso universale », senza differenze tra aziende o tipologie di lavoro. Il
gap tra giovani e futuro nel lavoro va ridotto: va incentivata la formazione e
garantito che le future pensioni basate sul sistema contributivo «non siano
inferiori al 60% dell’ultima retribuzione» anche attraverso interventi fiscali.
Si tratta di proposte presenti nella piattaforma della Cgil almeno da quando è
iniziata la crisi e che il governo Berlusconi continua a ignorare. Lo stesso
governo ha invece agito per dividere il fronte sindacale. In più punti il
documento parla dell’accordo separato sulle regole contrattuali: spicca il
proposito di «riconquistare un nuovo modello di contrattazione », di sostenere
la battaglia dei metalmeccanici e di quanti possano ritrovarsi nelle condizione
di un accordo separato, e di «praticare rigorosamente la democrazia di
mandato». Questo punto non solo rinvia al richiamo più generale di «rafforzare
l’idea di democrazia come partecipazione », ma chiama in causa direttamente
Confindustria, Cisl e Uil. Alle altre due confederazioni si chiede di non
insistere sulla strada della rottura e aprirsi invece a una «ricerca nuova che
faccia della democrazia e della forza del pluralismo il cuore di una stagione
che superi quella della divisione e contrapposizione». Per la Cgil la rottura
«non è irrimediabile, ma non si può sottovalutare la profonda diversità di
merito emersa tra le confederazioni. Tra le tante sfide in campo questa
rappresenta forse - si legge - la più difficile e la più decisiva». Una legge
sulla democrazia e sulla rappresentanza può servire, la Cgil torna a chiederla.
Così come l’unificazione del mercato del lavoro:non il contratto unico ma la
semplificazione delle tipologie dei contratti non standard e l’estensione
dell’articolo 18 per chi, «operando in catene con più di 15 dipendenti è
formalmente alle dipendenze di datori di lavoro fittizi».
Felicia Masocco L’U
10
L'ordinanza del gip su Cosentino. «Sostegno elettorale dai Casalesi»
Il sottosegretario
all'Economia è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa
MILANO - Nicola
Cosentino «contribuiva, sin dagli anni '90 a rafforzare vertici e attività del
gruppo camorrista facente capo alle famiglie di Bidognetti e Schiavone (..) Da
tale sodalizio Consentino riceveva puntuale sostegno elettorale». È quanto si
legge nel capo di imputazione per concorso esterno in associazione mafiosa
emesso dal gip Raffaele Piccirillo nei confronti del sottosegretario
all'Economia e coordinatore regionale del Pdl. L'ordinanza di custodia
cautelare in carcere, 351 pagine in tutto, è stata trasmessa alla Camera per
l'autorizzazione all'esecuzione. «È stata notificata questa mattina al
presidente della Camera la richiesta di custodia in carcere per Cosentino» ha
confermato Gianfranco Fini. Che in merito al destino politico del leader del
Pdl campano ha opposto un severo alt: «La sua candidatura non è più nel novero
delle cose possibili». Pare, d'altra parte, che il coordinatore campano del Pdl
abbia anche avuto un colloquio telefonico con Berlusconi. Il premier avrebbe
invitato Cosentino a tenere duro e ad andare avanti.
«SOSTEGNO
ELETTORALE» - Nelle 351 pagine dell'ordinanza, il gip Piccirillo parla di un
vero e proprio sodalizio tra il sottosegretario e le famiglie Bidognetti e
Schiavone. Da tale legame Cosentino, si legge, «riceveva puntuale sostegno
elettorale in occasione delle elezioni a cui partecipava quale candidato diventando
consigliere provinciale di Caserta nel 1990, consigliere regionale della
Campania nel 1995, deputato per la lista Forza Italia nel 1996 e, quindi,
assumendo gli incarichi politici prima di vice coordinatore e poi di
coordinatore del partito di Forza Italia in Campania, anche dopo aver terminato
il mandato parlamentare del 2001». Cosentino avrebbe in particolare «garantito
il permanere dei rapporti tra imprenditoria mafiosa, amministrazioni pubbliche
e comunali».
«INDEBITE
PRESSIONI» - Nel capo di imputazione si fa riferimento, inoltre, a «indebite
pressioni nei confronti di enti prefettizi per incidere, come nel caso della
Eco4 spa (società che operava nel settore dei rifiuti, ndr) nelle procedure
dirette al rilascio delle certificazioni antimafia». Cosentino è anche accusato
di aver creato e cogestito «monopoli d'impresa, quali l'Eco4 spa e nella quale
Cosentino esercitava, in posizioni sovraordinata a Giuseppe Vitiello, Michele
Orsi (ucciso poi in un agguato di camorra, ndr), e Sergio Orsi, il reale potere
direttivo e di gestione, così consentendo lo stabile reimpiego dei proventi
illeciti, sfruttando delle attività di impresa per scopi elettorali, anche
mediante l'assunzione di personale e per diverse utilità». CdS 10
"Aiuti umanitari sempre meno efficaci fanno meglio i Paesi nordici,
Italia terzultima"
Scivola sempre più
in basso (quest'anno è al ventusimo posto) il nostro Paese
nell'Indice della
Risposta Umanitaria, redatto dall'organizzazione internazionale Dara
Guadagnano una
postazione gli Stati Uniti, ancora però a metà classifica. Per il 2009 attesa una
forte riduzione dei fondi: l'Onu stima 4,8 miliardi di dollari in meno rispetto
alle somme richieste - di ROSARIA AMATO
ROMA - La crisi
economica ha reso più urgenti le necessità dei Paesi in via di sviluppo, ma ha
anche ridotto la capacità di contribuzione dei Paesi donatori. Ma non si tratta
solo di un problema di quantità di aiuti: in effetti nel 2008 sono stati
stanziati, secondo il rapporto pubblicato oggi a Washington dall'organizzazione
non-profit DARA (Development Assistance Research Associates) 10,4 miliardi di
dollari (l'equivalente di quasi 7 miliardi di euro).
Ma tali aiuti
spesso non sono sufficienti perché vengono utilizzati male: "Nella pratica
sta diminuendo la capacità dei donanti di rispondere in modo idoneo alle
emergenze umanitarie", denuncia Riccardo Polastro, capo del dipartimento
di valutazione di DARA.
"Le misure di
prevenzione non stanno funzionando, si registra infatti un aumento di disastri
e conflitti. Si fanno pochissimi sforzi per rinforzare le capacità a livello
locale delle popolazioni a rischio. E infine l'accesso alle popolazioni in
crisi è sempre più difficile, si registra una crescente insicurezza delle
popolazioni e degli operatori umanitari".
"L'HRI
(humanitarian response index, indice della risposta umanitaria) - si legge nel
rapporto presentato oggi a Washington - mostra che le nazioni più potenti e
ricche del mondo sono ancora inefficienti quando si tratta di dare assistenza
umanitaria alle popolazioni colpite dalle crisi, per aiutarle a salvare le loro
vite e la loro dignità".
Il 2008 ha visto
un drammatico aumento, denuncia il rapporto, delle barriere che impediscono
agli aiuti umanitari il raggiungimento del loro scopo: "Ci sono sempre maggiori
problemi di mancanza d'accesso alle popolazioni - ricorda Polastro - Per
esempio in Afghanistan il 50% del territorio non è accessibile, nel Sudan sono
state buttate fuori le organizzazioni umanitarie. In molte regioni del mondo
non si riesce a dare protezione alle popolazioni, da un punto di vista legale e
fisico.
Problemi che
quest'anno si sono accentuati, impedendo l'utilizzo dei fondi in modo efficace.
Si sono inoltre aggravate le emergenze dimenticate, a cominciare dalla
Repubblica Centrafricana, il Sahara Occidentale, lo Sri Lanka".
Si tratta di
mancanze rilevate in media in tutti i Paesi 'donatori' presi in esame da DARA
per la classifica annuale che redige da tre anni, ma che soprattutto si
riscontrano nei Paesi in basso nella graduatoria, a cominciare dagli Stati
Uniti, i più generosi, da un punto di vista delle risorse messe a disposizione,
ma anche tra i più problematici, sottolinea Polastro, sotto in profilo
"della neutralità e dell'indipendenza". "Gli Stati Uniti donano
molto - spiega Polastro - ma hanno un'agenda legata a scopi
militari-politico-economici".
Diverso il
problema dell'Italia, inchiodata al ventunesimo posto della classifica (con un
ulteriore peggioramento rispetto all'anno scorso), seguita solo da Grecia e
Portogallo. "In questa classifica teniamo conto di 85 indicatori - dice
Pilastro - e l'Italia si classifica bene solo rispetto ad alcuni, per esempio
dà una contribuzione equa e in tempi rapidi rispetto ai disastri umanitari. Ma
ottiene pessimi risultati rispetto alla capacità di rispondere ai bisogni delle
popolazioni colpite, oltre che a tutti i parametri che riguardano la capacità
di lavorare con gli altri partner".
Pilastro prosegue
dicendo che "Inoltre, spesso, il nostro Paese non mantiene gli impegni
assunti. Questi sono tutti parametri dove danno il massimo i Paesi nordici, che
rispondono al meglio alle necessità dei donanti, hanno politiche che si
traducono in azioni concrete, e lavorano da molti anni, in modo sostenuto e
continuo, con tutte le organizzazioni umanitarie che operano sul territorio, al
di là delle tendenze politiche".
Aiuti dunque
sempre meno in grado di produrre effetti positivi, e destinati comunque a una riduzione
in termini assoluti, almeno nel 2009: "Non abbiamo ancora quantificato -
dice Polastro - ma certo per quest'anno non ci aspettiamo che i Paesi donatori
arrivano a dare la stessa cifra dello scorso anno".
L'Italia è tra i
Paesi 'donatori' che hanno annunciato uno dei tagli più drastici, il 56 per
cento. L'Irlanda ridurrà i propri contributi del 22 per cento. L'Onu ha
calcolato che, a causa della crisi economica, e delle crescenti esigenze dei
Paesi in via di sviluppo, nel 2009 ci sarà una differenza tra le donazioni
effettuate e quelle richieste di 4,8 miliardi di dollari (l'equivalente di
circa 3,2 miliardi di euro), che corrisponde alle necessità di 43 milioni di
persone.
Naturalmente la
riduzione non riguarderà tutti i Paesi. Nella classifica elaborata da DARA,
l'indice della Risposta Umanitaria, al primo posto ci sono i Paesi nordici, i
più virtuosi non tanto per l'ammontare delle donazioni, ma per i criteri
neutrali utilizzati e per la loro capacità di rendere effettivi questi aiuti.
Al primo posto quest'anno c'è la Norvegia (che per i primi due anni era
seconda), mentre la Svezia (in precedenza prima) passa al secondo.
Gli Stati Uniti,
che in termini assoluti sono il primo Paese donatore del mondo, in questa
classifica (che tiene conto del numero di abitanti) sono al quattordicesimo,
l'Italia al ventunesimo, dal diciannovesimo dello scorso anno. Guadagna posti
l'Irlanda, che nella prima edizione era al sesto posto, e nel 2009 raggiunge il
terzo. LR 10
ROMA - “La maggioranza parlamentare che
sostiene il governo Berlusconi continua a non voler prendere in considerazione
le nostre proposte volte a recuperare un grave vulnus nei confronti dei nostri
concittadini che vivono all’estero”. E’ quanto dichiara Maurizio Chiocchetti,
coordinatore italiani nel mondo del Pd.
“Ieri, in Senato, la destra - spiega
Chiocchetti - ha respinto tutti i nostri emendamenti alla finanziaria che prevedevano
di reintegrare i capitoli di bilancio almeno allo stesso livello dell’anno in
corso, considerato che già erano stati oggetto di pesanti tagli rispetto
all’anno precedente. A pagare questi ulteriori riduzioni di risorse saranno
soprattutto i corsi di lingua italiana e l’assistenza verso i nostri
connazionali indigenti.
“Ci auguriamo che durante l’iter della legge
si cambi radicalmente registro. Non si possono mortificare in questo modo gli
italiani che vivono all’estero. Così come chiediamo - conclude Chiocchett - che
venga immediatamente sospesa l’applicazione dello scudo fiscale nei confronti
di decine di migliaia di lavoratori e di pensionati che, soprattutto in
Svizzera, pagano le tasse regolarmente per poi rimetterle allo stato italiano”.
(Inform)
In calo le rimesse ai Paesi in via di sviluppo
WASHINGTON - Le rimesse ai Paesi in via di sviluppo
dovrebbero ammontare a 304 miliardi di dollari nel 2009, in calo dai 328
miliardi di dollari registrati per il 2008. È quanto si apprende da una nota
della Banca Mondiale, che fa riferimento al rapporto pubblicato in occasione
della Conferenza sulla diaspora e lo sviluppo del 13 e 14 luglio scorsi.
Sarebbe, nel 2009,
la prima volta che il flusso mondiale delle rimesse registra un decremento e
non una crescita rispetto all’anno precedente. Anche se, va detto, la
diminuzione prevista del 7,3% delle rimesse di quest'anno è nettamente
inferiore a quella degli investimenti privati nei Paesi in via di sviluppo.
Infatti, sempre secondo l’istituto di Washington, le rimesse si sono dimostrate
relativamente "resistenti" perché, anche se i flussi migratori sono
diminuiti, il numero di migranti che vivono all'estero non è stato influenzato
in maniera rilevante dalla crisi.
Tuttavia, spiega
la BM, vi sono comunque una serie di fattori che possono influire negativamente
sulla situazione: la profondità e la durata della crisi attuale, i cambiamenti
inaspettati dei cambi e dei tassi e il possibile rafforzamento dei controlli in
materia di immigrazione nei principali Paesi di immigrazione.
"È possibile,
poi, che l'aumento della disoccupazione comporti restrizioni più severe in
materia di immigrazione nei principali Paesi di destinazione. Queste
limitazioni potrebbero influire negativamente sulle rimesse e potrebbe portare,
come il protezionismo commerciale, ad una più lenta ripresa economica
mondiale". È quanto ritiene Hans Timmer, responsabile delle prospettive di
sviluppo della Banca mondiale.
Le rimesse da
molti Paesi sono diminuite nel corso dell'ultimo trimestre del 2008. Infatti,
la recente revisione al ribasso delle previsioni di crescita economica globale
del nuovo rapporto della Banca (2009-2011) mette in evidenza l'impatto della
crisi finanziaria sulle rimesse e descrive le tendenze regionali e nazionali.
Le rimesse in
America Latina sono diminuite in gran parte per il rallentamento del settore
edilizio negli Stati Uniti. Le nuove stime mostrano un calo del 6,9% delle
rimesse per l'America Latina e i Carabi; anche nell’Africa sub-sahariana è
previsto un calo delle rimesse stimato all’8,3%. Per contro, anche se in
declino, il flusso di rimesse in Asia meridionale e orientale è destinato a
restare su livelli alti nel 2009.
India, Cina e
Messico restano i maggiori beneficiari delle rimesse tra i Paesi in via di
sviluppo. Tagikistan, Moldavia, Tonga, Lesotho e Guyana, i Paesi con le
economie più piccole, sono i destinatari dei flussi più grandi rispetto al
proprio PIL, di cui le rimesse rappresentano più del 25%.
Anche in questa
situazione, i flussi delle rimesse hanno raggiunto nuovi record in Paesi come
Bangladesh e Pakistan, con oltre il 20 per cento di crescita annuale in ciascun
Paese.
Visti, quindi, i
risultati contrastati dei flussi delle rimesse per Paese, gli analisti
sottolineano il ruolo importante delle politiche di intervento pubblico per
attenuare gli effetti della crisi, i cui esiti sono ancora difficilmente
predeterminati. Le recenti iniziative prese dal G8 Global nel gruppo di lavoro
sulle rimesse (proposta Frattini ndr), tra cui la stessa conferenza che si apre
lunedì 9 alla Farnesina, sono considerate un passo nella giusta direzione.
(aise)
Convegno “Comunicazione e geografia: la cartografia del fenomeno
migratorio”.
Il 12 novembre a
Roma, presso la Società Geografica Italiana
Mostra “Il mondo a
Bergamo: dall'emigrazione all'immigrazione”
ROMA – Il 12 novembre a Roma, presso la
Società Geografica Italiana, sarà inaugurata la mostra cartografica “Il mondo a
Bergamo: dall'emigrazione all'immigrazione” (ore 18, palazzetto Mattei in Villa
Celimontana, Via della Navicella 12) . La mostra – che resterà aperta fino al 4
dicembre – era stata allestita a Bergamo nell’aprile scorso in occasione del
quarto Incontro internazionale dei bergamaschi emigrati.
In occasione dell’inaugurazione a Roma
presso la Società Geografica Italiana si svolgerà il convegno (ore 16)
“Comunicazione e geografia: la cartografia del fenomeno migratorio”, promosso
dalla facoltà di Scienze della comunicazione. Il confronto tra geografi e
esperti di comunicazione metterà in evidenza le interazioni tra le due
discipline, nel segno delle nuove tecnologie e in particolare nella
rappresentazione di notizie relative alle emergenze sociali, come quelle delle
migrazioni. Accanto ai docenti di varie università è previsto l'intervento
dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, impegnato da sempre nella
lotta contro il razzismo. L’incontro si svolgerà nell’aula Giuseppe della
Vedova (mostra http://www.societageografica.it/images/stories/piano_mostra_UniBG.pdf ;
programma del convegno
http://www.societageografica.it/images/stories/comunicazione_geografia_12-11-2009.pdf
(Inform)
Dino Nardi: 50.000 emigrati italiani in Svizzera nel mirino del fisco
italiano
ZURIGO - Come
ormai noto moltissimi emigrati italiani residenti in Svizzera hanno (e stanno)
ricevendo al loro indirizzo (o ultimo indirizzo) in Italia una lunga lettera
dell'Agenzia delle Entrate italiana - Direzione Centrale Accertamento
- con la quale li si informa che "(...) a seguito di controlli effettuati
abbiamo riscontrato che, nell'ultimo quinquennio, il suo nominativo risulta
alternativamente iscritto all'Albo degli Italiani residenti all'estero e, da
ultimo nell'Anagrafe della popolazione residente in Italia, con conseguente
acquisizione della qualità di soggetto passivo dell'imposta personale sui
redditi da Lei prodotti, sia in Italia che all'estero (...)" e con
l’avvertenza che “qualora venga omessa l’indicazione dei redditi di fonte
estera è irrogabile una sanzione compresa tra il 133 ed il 266 per cento della
maggiore imposta dovuta (se è omessa la presentazione della dichiarazione la
sanzione sale ad un importo compreso tra il 160 ed il 320 per cento della
maggiore imposta).”. In breve, ritenendoli evidentemente degli ex
emigrati, li si sollecita a dichiarare al fisco italiano i loro eventuali
redditi, capitali e quant'altro possiedono all'estero. Molti dei destinatari
(non tutti) hanno pure ricevuto in allegato un “Questionario relativo alle
disponibilità costituite all'estero” da compilare e restituire alla Direzione
succitata entro il termine perentorio di 30 giorni. Secondo informazioni
diffuse dalla stessa Agenzia delle Entrate i destinatari sarebbero circa
50'000, ma non si è compreso bene se riguarda unicamente l'emigrazione italiana
nella Confederazione, tuttavia da una ricerca fatta personalmente non sembra
che tale lettera sia stata ricevuta da emigrati residenti in altri Paesi
europei.
Come prevedibile questa iniziativa del fisco
italiano ha creato sconcerto e grande preoccupazione in Svizzera tra tutti i
destinatari (ma non solo) i quali stanno subissando con richieste di
informazioni sia il patronato ITAL-UIL che gli altri patronati del Ce.Pa. e gli
stessi Uffici Consolari italiani nella Confederazione che, presi alla
sprovvista ed in assenza di qualsiasi istruzione da parte dell'Amministrazione
(Esteri e Tesoro), cercano di far fronte a questa vera e propria emergenza con
risposte agli interessati non sempre identiche su come devono reagire. D'altra
parte gli Uffici consolari, di fronte ad una grande mole di richieste da
parte degli interessati di una certificazione di iscrizione all'AIRE
(individuata al momento come una possibile soluzione per rispondere all'Agenzia
delle Entrate), già in gravi difficoltà operative per i tagli subiti in questi
ultimi anni, stanno andando letteralmente in tilt tanto che ci risulta che
alcuni consolati si stiano rifiutando di rilasciare la certificazione
menzionata suggerendo altre vie per dimostrare al fisco italiano la loro
residenza in Svizzera. Siamo, quindi in presenza di un vero proprio atto di
terrorismo fiscale dell’Agenzia delle Entrate italiana rivolto alla comunità
italiana in Svizzera e che cade (casualmente?!) in concomitanza con la campagna
mediatica dello scudo fiscale del Ministro dell’Economia italiano, Giulio
Tremonti, che ha portato all’attuale rovente diatriba tra l’Italia e la
Confederazione. Un terrorismo fiscale poiché si è sparato nel mucchio. Infatti
queste 50'000 lettere sono state spedite non solo ad ex emigrati in Svizzera,
rimpatriati negli ultimi cinque anni, la qualcosa poteva forse avere un senso,
bensì anche a lavoratori frontalieri ed ex frontalieri e, soprattutto, a
tantissimi italiani che sono emigrati in Svizzera da decenni o vi sono
addirittura nati e che vi risiedono tuttora!
Il Consiglio Generale degli Italiani
all’Estero, sollecitato dagli stessi patronati del Ce.Pa. e dai Comites della
Svizzera, ha messo la questione all’ordine del giorno dei lavori del suo
Comitato di Presidenza che si riunisce a Roma al Ministero degli Affari Esteri
proprio questa settimana. Pertanto è auspicabile che in quella sede l’Agenzia
delle Entrate possa dare delle istruzioni precise ed univoche su come dovranno
comportarsi tutti coloro che (erroneamente?) hanno ricevuto questa lettera pur
risiedendo all’estero da molti anni non dovendo, quindi, dichiarare al fisco
italiano i loro beni e redditi posseduti fuori dai confini italiani. Cittadini
italiani che, di conseguenza, devono obbligatoriamente essere registrati
all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) del loro ultimo
comunque di residenza in Italia.
Per il momento è, pertanto, consigliabile che
tutti gli interessati pazientino prima di prendere qualsiasi iniziativa e,
soprattutto, coloro che hanno ricevuto anche il “Questionario relativo alle
disponibilità costituite all’estero” evitino assolutamente di compilarlo e di
rispedirlo all’Agenzia delle Entrate prima di questo chiarimento che verrà
ovviamente pubblicizzato al massimo. In ogni caso, a parte la rete consolare,
sia l’ITAL-UIL che gli altri patronati del Ce.Pa., anche per questo problema,
possono dare un valido aiuto per gli adempimenti necessari e per i dovuti
chiarimenti con il fisco italiano.
Dino Nardi,
Coordinatore per l’Europa dell’UIM, Comitato di Presidenza del CGIE
Nasce Migrawork, il portale informativo per orientare i cittadini stranieri
ROMA - Normativa,
lavoro, formazione e conoscenza della lingua italiana: sono questi i contenuti
del nuovo portale www.migrawork.com per orientare i cittadini stranieri
attraverso informazioni di base.
Migrawork è realizzato dalla Cooperativa Roma
Solidarietà, promossa dalla Caritas Diocesana di Roma, nell’ambito dei progetti
“ROAD MAP: strade e competenze per un lavoro in Italia” e “TOOL KIT:
conoscenze, competenze e strumenti per lavorare nella ristorazione italiana”,
co-finanziati dal Fondo Europeo per l’Integrazione di cittadini di Paesi terzi
2007-2013.
Il portale è rivolto ai cittadini stranieri
che intendono lavorare e vivere in Italia o che già lo fanno e mira a fornire
orientamento e informazioni per favorire un corretto e costruttivo svolgimento
del percorso migratorio. I contenuti - disponibili in italiano, inglese,
francese, spagnolo e russo - sono divisi in quattro sezioni.
La sezione “Normativa” contiene tutte le
indicazioni utili su come fare ingresso regolarmente in Italia, sui documenti
necessari per vivere e lavorare nel Paese e sulle possibilità offerte dal
sistema giuridico e sociale per una migliore integrazione.
La sezione “Lavoro” offre le informazioni
necessarie per cercare occupazione, per conoscere i diritti e i doveri di lavoratori
e datori di lavoro e per sapere cosa fare quando si smette di lavorare.
Vi è, poi, una sezione dedicata a “Istruzione
e formazione”, in cui sono descritte le principali opportunità formative a cui
si può accedere in Italia, le possibilità di ottenere il riconoscimento dei
propri titoli di studio conseguiti all’estero, nonché quelle di svolgere
tirocini.
Infine la sezione
“Imparare l’italiano” fornisce un accesso guidato alle risorse per
apprendere l’italiano on line. (Inform)
Köln. Eine Sprache mehr. Mit Italienisch in Deutschland aufwachsen
Vorstellung der DVD des ComItEs Köln
über bilinguale Erziehung Donnerstag, 12. November 2009, 18.30 Uhr, im Saal des
IIC (Universitätsstr. 81, Köln)
Die italienischen Kinder, die in
Deutschland aufwachsen, haben die große Chance, von Beginn an zwei europäische
Sprachen zu lernen. Dieser Film möchte anhand von Beispielen aus der Praxis und
Ratschlägen zum Thema zeigen, wie die eigenen Kinder in zwei Sprachen und
Kulturen erzogen werden können. Darüber hinaus erklärt er einige wichtige
Besonderheiten des Schulsystems von Nordrhein-Westfalen. Der vom ComItEs Köln
in Zusammenarbeit mit Mehrsprache e.V. Köln realisierte Film wendet sich an
Multiplikatoren und Eltern und enthält viele Informationen zu diesem wichtigen
Thema.
In Anwesenheit des Kölner
Regierungspräsidenten Hans Peter Lindlar, des italienischen Generalkonsuls in
Köln Eugenio Sgrò, der Professorin Claudia Maria Riehl von
der Universität zu Köln und der Präsidentin des ComItEs Köln Rosella
Benati.
Bei dieser Gelegenheit möchten wir
Ihnen außerdem den Kalender "Donne 2010" vorstellen, die Geschichte
der Emigration verkörpert von 12 Italienerinnen aus dem Bezirk Köln,
herausgegeben vom ComItEs Köln.
Alle Anwesenden erhalten einen Kalender
und die DVD als Geschenk.
(de.it.press)
Literarischer Abend mit Raffaele Cantone in München
Liebe Freunde des Italienischen
Kulturinstituts, wir freuen uns, Sie zum literarischen Abend mit Raffaele
Cantone einzuladen, der sein Buch »Allein für die Gerechtigkeit. Ein Leben
im Kampf gegen die Camorra« präsentieren wird. Die Lesung findet am Donnerstag,
den 12. November 2009, um 19 Uhr, im Gasteig, Black
Box, Rosenheimer Straße 5, in München statt.
Moderation und Übersetzung: Antonio
Pellegrino. Deutsche Lesung: Helmut Becker
Eintritt: Euro 10,- / 8,-.
Veranstalter: Börsenverein des Deutschen Buchhandels – Landesverband Bayern
München, Antje Kunstmann Verlag München und Istituto Italiano di Cultura
Raffaele Cantone ist durch seine
Prozesse gegen die großen Clans zur Symbolfigur des Kampfes gegen die
Organisierte Kriminalität geworden. Seine Aufsehen erregende Autobiografie
liefert zum ersten Mal eine schonungslose Innensicht aus der Perspektive der
Ermittler.
Allein für die Gerechtigkeit. Ein
Leben im Kampf gegen die Camorra (Verlag Antje Kunstmann München, 2009),
das monatelang auf den italienischen Bestsellerlisten stand, dokumentiert wie
kein anderes Mafiabuch die Korrosion der Zivilgesellschaft.
Raffaele Cantone, geboren 1963 in
Neapel, befasste sich schon als Anwalt mit Wirtschaftskriminalität. Von 1999
bis 2007 war er als leitender Staatsanwalt der Antimafia- Behörde in Neapel an
allen großen Prozessen gegen die Camorra-Clans beteiligt. 2008 wurde er ans
Kassationsgericht in Rom berufen
IIC, www.iicmonaco.esteri.it
(de.it.press)
EU. Diskriminierung. Ein Leben im Nachteil
Brüssel. Jeder sechste EU-Bürger fühlt
sich diskriminiert. Das ergibt eine aktuelle Studie der Europäischen Union, die
am Montag in Brüssel vorgestellt wurde. Die meisten Befragten halten sich wegen
ihres hohen Alters für benachteiligt - 58 Prozent der Befragten.
Mehr als die Hälfte hat außerdem den
Eindruck, dass zunehmend ältere und behinderte Menschen auf dem Arbeitsmarkt
oder bei der Wohnungssuche ins Hintertreffen geraten. Die aktuelle
Wirtschaftskrise, so befürchten fast zwei von drei Bürgern, wird die
Benachteiligung verstärken. Mit größeren Schwierigkeiten müssten aber auch
Menschen aufgrund einer Behinderung oder ihrer ethnischen Herkunft rechnen.
Am stärksten fühlen sich in der Union
die Menschen in Italien, Österreich, Ungarn, Großbritannien und Schweden
diskriminiert. Rund jeder Fünfte dort gibt an, im vergangenen Jahr wegen seines
Alters, seiner Behinderung, seines Geschlechts, seiner ethnischen Herkunft, seiner
Glaubensrichtung oder seiner sexuellen Orientierung belästigt worden zu sein.
In Deutschland protokollieren immerhin 13 Prozent