WEBGIORNALE 13-15 Novembre
2009
D'Alema alla Ue, fronte unico di socialisti e democratici europei:
"Figura autorevole e qualificata"
In una nota
l'appoggio alla nomina del presidente di 'Italianieuropei' alla carica di Alto
rappresentante per la politica estera dell'Unione europea. Berlusconi: ''Serve
figura d'esperienza''. Il premier si attiva per D'Alema
Bruxelles - Il
gruppo dei Socialisti e dei democratici al Parlamento europeo ha espresso
sostegno unanime alla candidatura di Massimo D'Alema alla carica di Alto
rappresentante per la politica estera dell'Ue. Lo riferiscono in un comunicato
congiunto David Sassoli, capodelegazione del Pd al Parlamento europeo, Gianni
Pittella, vice presidente del PE e Gianluca Susta, vice presidente Gruppo
S&D.
"Esprimiamo
profonda soddisfazione - si legge nella nota - perche' all'unanimita', nella
riunione di oggi alla presenza di Poul Nyrup Rasmussen, il Gruppo dei
Socialisti e Democratici al Parlamento europeo insieme alla famiglia socialista
europea, hanno scelto di sostenere Massimo D'Alema per la carica di Mr
PESC".
"Senza dubbio
Massimo D'Alema e' la personalita' piu' autorevole e qualificata a ricoprire
questo incarico, che rappresenta nel quadro di un'Europa sempre piu' forte una
figura capace di dialogo interistituzionale e di rivestire l'importante ruolo
di rappresentare l'Europa nel mondo", conclude il documento.
Il summit
straordinario dei capi di Stato e di Governo dei Ventisette sulle nomine Ue si
terrà il prossimo 19 novembre a Bruxelles. A dare la conferma ufficiale è stata
la presidenza svedese dell'Unione Europea in questi giorni impegnata nelle
consultazioni sull'intricata partita degli incarichi come Presidente Ue e Alto
rappresentante per la politica estera.
"Ci sono più
nomi che posti disponibili". Ha riassunto così la situazione il premier
svedese Fredrik Reinfeldt, presidente di turno dell'Ue. "Oggi - ha detto -
ho ultimato il primo giro di consultazioni, sentire 26 capi di Stato e di
Governo chiede tempo". Il premier ha sottolineato che "bisogna
bilanciare molti fattori, non solo sinistra e destra, ma anche piccoli e medi
paesi, nord e sud, ovest ed est, e poi c'è la questione del genere. E' molto
difficile riuscire a coprire tutti questi equilibri con solo due
posizioni". Adesso, ha aggiunto il premier, "comincerò un secondo
giro di consultazioni, cercando di arrivare al Consiglio straordinario del 19
novembre con dei candidati per il posto di Alto rappresentante della politica
estera e di Presidente Ue. Dovrò lavorare fino all'ultimo giorno, fino al
giorno del vertice a cena, che potrà essere lunga, e potrebbe anche succedere
che alla fine esca fuori un nome diverso".
Inoltre, al
momento, "non ho ancora proposto a nessuno una delle alte cariche
Ue". "Per poter fare una simile proposta - ha detto il premier -
anche se in politica non c'è mai certezza assoluta, deve esserci un'altissima
probabilità di poter dare effettivamente la carica promessa". Reinfeldt ha
spiegato che, per la carica di Presidente Ue, c'è ''un numero ristretto, sono
premier in carica o ex premier, che vogliono andare sul sicuro". E ha
scherzato: "Nessun premier dice al suo governo, mi dimetto perché vado a Bruxelles.
E se poi non funziona ritorna e dice no, invece vi amo ancora".
Naturalmente il leader svedese non ha voluto sbilanciarsi sui nomi, limitandosi
a dire che "alcuni sono già circolati sui giornali". Per poter
sondare effettivamente i candidati, ha concluso il premier, "dovrò
aspettare la settimana prossima".
(Adnkronos 11)
Il 16 e 17 novembre a Stoccolma il terzo vertice europeo sull’uguaglianza
Eurobarometro:
discriminazioni, il 16% degli europei sostiene di averne subite
Il 64% preoccupato
perché la recessione contribuirà a maggiori discriminazioni dovute all’età sul
mercato del lavoro
BRUXELLES - Il 16
e il 17 novembre la Presidenza svedese della UE e la Commissione europea
organizzano a Stoccolma il terzo vertice europeo sull’uguaglianza.
In vista del
summit è stato pubblicato dalla Commissione il sondaggio 2009 sulla
discriminazione in Europa condotto da Eurobarometro. Una persona su sei in
Europa ha dichiarato di essere stata vittima di discriminazioni durante l’anno
scorso. Il 64% dei cittadini europei è inoltre preoccupato perché la recessione
contribuirà a maggiori discriminazioni dovute all’età sul mercato del lavoro.
Questa è la terza di una serie di indagini
dell’Eurobarometro specialmente dedicate alla discriminazione in Europa e mira
a sondare il modo in cui sono mutate la percezione e le opinioni negli ultimi
anni. Quest’ultima indagine è stata effettuata tra il 29 maggio e il 15 giugno
2009, su un campione di 26 756 persone, intervistato in 30 paesi europei (27
Stati membri della UE e i tre paesi candidati). Questa volta, sono state
aggiunte nuove domande sull’impatto della recessione e sul livello percepito
della discriminazione. L’indagine inoltre ha anche riguardato, per la prima
volta, i 3 paesi candidati: Croazia, ex Repubblica iugoslava di Macedonia e
Turchia. Le indagini precedenti erano state effettuate nel 2006 e nel 2008.
La discriminazione come esperienza personale
da parte dei dichiaranti non è sostanzialmente cambiata: anche nell’indagine
effettuata l’anno scorso, l’età era la ragione più diffusa (6% dei
dichiaranti). Complessivamente, nel 2009 il 16% dei cittadini europei riferisce
di aver subito discriminazioni (di razza, religione, età, disabilità od
orientamento sessuale): si tratta dello stesso livello del 2008.
Si assiste però a un forte aumento della
discriminazione percepita in base all’età e alla disabilità. Il 58% dei
cittadini europei ritiene che nel proprio paese la discriminazione in base
all’età sia molto estesa (rispetto al 42% nel 2008); il 53% denuncia la
discriminazione dovuta a disabilità (rispetto al 45% nel 2008). Emerge anche
una chiara correlazione con l’attuale situazione economica: il 64% degli
interrogati prevede che la recessione dia luogo sul mercato di lavoro a una più
pronunciata discriminazione a cause dell’età. Ciò è forse un riflesso
dell’aumento della disoccupazione giovanile in molti paesi della UE, in seguito
alla recessione, oltre che della crescente consapevolezza di queste forme di
discriminazione.
In genere, 1 cittadino europeo su 3 si
dichiara consapevole dei propri diritti se divenisse vittima di discriminazioni
o molestie. Ma tale proporzione nasconde forti differenze tra i vari paesi. La
consapevolezza è aumentata, dopo l’ultima indagine del 2008 nel Regno Unito (+8
punti), in Francia (+7), in Irlanda e Svezia (ciascuna, +6) ma è diminuita in
Polonia (-12) e in Portogallo (-11). Accrescere la consapevolezza del pubblico
è un processo a lunga scadenza che richiede sforzi comuni a livello europeo e
nazionale anche da parte di attori importanti come gli organismi nazionali
preposti alla parità. La Commissione europea si è impegnata in questo campo
lanciando la campagna di informazione paneuropea “Per la diversità - Contro le
discriminazioni”, finanziando, in seno al programma Progress, progetti
nazionali di sensibilizzazione e, prima ancora, con il “2007: Anno europeo
delle pari opportunità”.
Rispetto alla necessità di denunciare casi di
discriminazione, la maggior parte dei cittadini contatterebbe innanzitutto la
polizia (55%), mentre il 35% contatterebbe il competente organismo a favore
della parità e il 27% un sindacato. La fiducia nei diversi organismi che
trattano questioni legate alle discriminazioni varia fortemente da un paese
all’altro.
E’ incoraggiante constatare – sottolinea la
Commissione Ue - che i dati ottenuti attraverso l’indagine faccia intravedere i
meccanismi sociali capaci di risolvere la discriminazione. Dalla relazione
emerge che l’attività sociale, l’istruzione e la sensibilizzazione
contribuiscono a una più ampia accettazione delle diversità. Anche attività e
politiche che affrontino questa problematica contribuiranno senza dubbio a
limitare ulteriormente la discriminazione e a promuovere la diversità.
“La discriminazione è un problema in tutta
Europa; il modo in cui la gente lo percepisce è sostanzialmente stabile
rispetto allo scorso anno - ha detto Vladimír Špidla, commissario per le pari
opportunità - Un aspetto preoccupante è la percezione che, a causa della
recessione, la discriminazione dovuta all’età stia aumentando. “Questi
risultati – ha aggiunto - dimostrano che nonostante innegabili progressi, c’è
ancora parecchio da fare nel campo dell’educazione ai diritti sulla parità di
trattamento, soprattutto a livello nazionale, e affinché parità non sia solo
una parola vuota, ma una realtà”. (Inform)
Suicidio Enke, Germania sotto shock. La moglie: ''Era depresso''
La polizia ha
rinvenuto una lettera di addio scritta dal 32enne portiere dell'Hannover e
della nazionale, che si è tolto la vita gettandosi sotto un treno. La vedova:
''Era in cura''. Temeva di perdere l'affidamento della figlia se la notizia
della sua malattia fosse diventata pubblica. Annullata l'amichevole
Germania-Cile
BERLINO - Robert
Enke, il 32enne portiere dell'Hannover e della nazionale tedesca che ieri sera
si è tolto la vita gettandosi sotto un treno ad un passaggio a livello a circa
25 chilometri a nordest di Hannover, soffriva di depressione dal 2003, da
quando perse il posto in squadra nel Barcellona. Lo hanno rivelato oggi durante
una conferenza stampa il medico e la moglie del suicida. "Ho cercato di
stargli vicino", ha detto la vedova, Teresa Enke. Enke temeva di perdere
la figlia adottiva se la notizia della sua depressione fosse diventata
pubblica. ''Dopo le parentesi di Istanbul e Barcellona abbiamo superato il
momento difficile, speravo che avremmo potuto farcela. La morte di Lara ci ha
spinto ad essere ancora più uniti, pensavamo che avremmo potuto superare qualsiasi
cosa. Pensavamo che l'amore avrebbe fatto funzionare tutto. Ma non sempre è
possibile".
LA LETTERA - La
polizia ha confermato il suicidio del giocatore e ha fatto sapere di aver
rinvenuto una lettera d'addio. "Di fatto, si può dire che si tratti di una
lettera d'addio", ha detto Stefan Wittke, portavoce della polizia.
AMICHEVOLE
RINVIATA - La tragedia di Enke ha suscitato grande emozione nel calcio tedesco
e nel ritiro della nazionale, che si stava preparando all'amichevole in
programma sabato a Colonia contro il Cile. Il test è stato cancellato.
"Questa decisione non ha alternativa - ha spiegato il presidente federale
Zwanziger - la decisione della federazione è stata influenzata in maniera
importante dalle reazioni di cordoglio dei giocatori".
IL CORDOGLIO - Una
lettera di condoglianze alla vedova di Robert Henke è stata inviata dal
cancelliere tedesco, Angela Merkel. ''Una lettera - ha spiegato il portavoce
Christoph Steegmanns - molto personale, il cui contenuto deve rimanere
privato". Tra i ricordi dell'ex portiere anche quello di Josè Mourinho:
"Sono scioccato - ha detto il tecnico dell'Inter, allenatore di Enke nel
2000 al Benfica -. E' una notizia completamente inattesa, che mi lascia molto
scosso. Di lui ricordo la serenità, la simpatia, l'educazione, il
professionalismo, la sensibilità sociale".
LA CARRIERA -
Enke, in corsa per un posto nella Germania che disputerà i prossimi Mondiali,
aveva collezionato otto presenze con la nazionale tedesca e sembrava essersi
ripreso dopo anni di battaglie e problemi personali, dalla morte della figlia
di appena due anni causata da un problema cardiaco a un disturbo alimentare che
lo aveva tormentato nel 2006. Dopo aver giocato con il Borussia
Moenchengladbach, Enke aveva vestito le maglie di Benfica, Barcellona (che ieri
sera ha fatto osservare un minuto di silenzio prima della partita di Coppa del
Re) e Tenerife prima di tornare in Bundesliga. LR 11
Lavoratori frontalieri e scudo fiscale. Narducci: “Governo latitante”
Il Ministero
dell’economia e delle finanze mercoledì si è pronunciato sulla interrogazione
urgente presentata dai Deputati Narducci, Braga, Damiano, Fluvi e Marantelli
per sapere se il Governo non “reputi necessario intervenire con urgenza per
riconoscere alle lavoratrici e ai lavoratori frontalieri l’esonero dallo scudo
fiscale e dal monitoraggio fiscale”, visto che gli stessi hanno già tassato i
loro salari e risparmi ai sensi dell’art. 1 dell’Accordo tra Italia e Svizzera
del 3 ottobre 1974.
La risposta data
dal Governo, rappresentato dal Sottosegretario Daniele Molgora, ha lasciato
allibiti gli interroganti, tanto più alla luce delle dichiarazioni rassicuranti
apparse sulla stampa a seguito del comunicato dell’Agenzia delle Entrate del 9
novembre. Il Sottosegretario si è laconicamente limitato a comunicare che gli
“Uffici dell’Amministrazione sono a conoscenza dei dubbi interpretativi sorti a
seguito dell’entrata in vigore della normativa sullo scudo fiscale” aggiungendo
che l’Agenzia delle Entrate ha già (sic!) allo studio appositi chiarimenti”.
Troppo poco - per
non dire nulla - rispetto alle attese che l’interrogazione presentata dai
Deputati del Partito Democratico aveva suscitato tra i 55 mila frontalieri che
quotidianamente si recano in Svizzera, dove sono occupati, e che, per altro, contribuiscono
notevolmente anche all’economia e al benessere di un gran numero di Comuni
italiani situati nelle fascia di confine. Oltre a sostenere i bilanci
familiari, il prelievo fiscale sui frontalieri alimenta infatti il ristorno
dalla Svizzera verso l’Italia di risorse importantissime pari, nell’ultimo
anno, a 93 milioni di Franchi.
Di fronte
all’inconsistenza della risposta fornita dal Governo, occorre rilanciare
l’iniziativa anche sui territori interessati: non è sufficiente dire che i
frontalieri “nulla hanno a che fare con l’evasione internazionale” come dice
l’Agenzia delle Entrate. Questo lo sapevamo da sempre. Occorrono invece
risposte concrete ai numerosi problemi che vivono i nostri concittadini
frontalieri, problemi che abbiamo posto ripetutamente all’attenzione del
Governo: dall’indennità di disoccupazione, all’iniquo sistema di tassazione e,
dulcis in fundo, la minaccia di dover scudare i loro risparmi già tassati alla
fonte. Risposte che il Governo e la sua maggioranza (PdL e Lega) non hanno
finora dato.
Inutile
aggiungere, in questo quadro, che anche sulla spinosa questione del
monitoraggio fiscale verso i cittadini italiani ex-AIRE il Governo non ha
fornito elementi di chiarezza, anzi non ne ha fatto la minima menzione.
On. Franco Narducci,
De.it.press
Fame, è record: 1 miliardo e 20 milioni. "Per vincere la povertà
puntare sulle donne"
L'Indice Globale
della fame redatto dall'Ifpri e presentato da Link 2007
Dal 1990 si è
ridotto di un quarto, ma in Asia meridionale e Africa Subsahariana si sta
peggio - Solo adeguati investimenti per l'istruzione e la salute possono
salvaguardare i bambini garantendo il futuro dei Paesi in via di sviluppo.
L'esempio di Sri Lanka e Botswana - di ROSARIA AMATO
ROMA - Per
sconfiggere la fame spesso si cita il proverbio cinese che suggerisce di
insegnare a un uomo a pescare, piuttosto che dargli direttamente un pesce. Ma
dall'"Indice Globale della fame 2009", redatto dall'IFPRI
(International Food Policy Research Institute), che l'associazione Link 2007
presenterà domani alla Farnesina (in vista del vertice mondiale sulla sicurezza
alimentare dell'Onu, da lunedì a Roma) emerge un'indicazione diversa: se si
vuole veramente sconfiggere la fame nel mondo bisogna puntare sulle donne,
sulla loro istruzione e anche sul loro benessere. I Paesi che nel mondo
presentano i livelli più alti di denutrizione (per esempio il Pakistan, o il
Ciad), sono anche quelli che presentano la maggiore disuguaglianza di genere. E
i Paesi che sono riusciti a sollevarsi, acquistando faticosamente un livello
minimo di benessere, a cominciare dallo Sri Lanka, o dal Botswana, al contrario
hanno approvato importanti riforme, garantendo l'istruzione alle donne, e
promuovendo in modo ampio la parità di genere.
"L'eguaglianza
di genere non è solo socialmente auspicabile: è un pilastro centrale nella
lotta contro la fame", sostiene la Task Force istituita dall'Onu nel 2005
per il Progetto di lotta contro la fame. Il rapporto odierno pertanto non fa
che ribadirlo: "Alti tassi di denutrizione sono connessi anche alle
disparità tra uomini e donne relativamente alla salute e alla
sopravvivenza". Gli autori esaminano una serie di casi virtuosi, nei quali
è stato lo Stato a promuovere e finanziare politiche per l'istruzione delle
donne: per esempio il Messico con il programma Oportunidades, grazie al quale
le famiglie povere ricevono degli aiuti economici condizionati alla frequenza
scolastica dei figli e alle visite mediche.
Un miliardo e 20
milioni, record di malnutriti. La scolarizzazione e la promozione del ruolo
delle donne all'interno della società è considerato dunque uno strumento
fondamentale per la lotta alla fame e alla povertà, che rimane ancora "il
primo e il più pressante degli Obiettivi del Millennio", scrive nella
prefazione del rapporto Elisabetta Belloni, direttore generale per la
Cooperazione allo Sviluppo. "Un imperativo reso oggi ancora più drammatico
e urgente dalle conseguenze della crisi economica e finanziariai mondiale sui
Paesi in via di sviluppo, che ha aggravato gli effetti già disastrosi della
crisi alimentare", ricorda Belloni. Tanto che il numero delle persone
malnutrite nei Paesi in via di sviluppo ha raggiunto la cifra record di un
miliardo e 20 milioni di persone. "Negli anni Ottanta e all'inizio degli
anni Novanta - si legge nel rapporto - c'è stato un progresso nella riduzione
della fame cronica. Nella decade scorsa la fame è stata in aumento".
GHI alto in Asia
meridionale e Africa Subsahariana. Certo, guardando al 1990, anno che viene
preso come riferimento dal rapporto, in effetti c'è stata una riduzione di un
quarto dell'Indice Globale della Fame (GHI). Ma tale riduzione non è stata
affatto omogenea: miglioramenti consistenti si sono registrati nel Sudest
asiatico, Vicino, Oriente, Nord Africa, America Latina e Caraibi, ma il GHI
"rimane alto in modo desolante in Asia meridionale, dove pure si sono
registrati dei progressi rispetto al 1990, e in Africa Subsahariana, dove i
progressi sono stati marginali". Infatti tutti i Paesi con il più alto
valore di GHI si trovano in Africa Subsahariana: si tratta di Burundi, Ciad,
Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia e Sierra Leone, paesi
falcidiati ,oltre che dalla fame, dalla guerra e dai conflitti armati. I Paesi
con un valore allarmante dell'Indice sono 29.
I Paesi con i
miglioramenti più significativi. I miglioramenti più ampi in percentuale tra il
1990 e il 2009 si sono invece registrati in Kuwait, Tunisia, Figi, Malaysia,
Turchia, Angola, Etiopia, Ghana, Nicaragua e Vietnam. Nel complesso, il GHI è
sceso in 30 anni di solo il 13 per cento nell'Africa Subsahariana, del 25 per
cento in Asia meridionale, di oltre il 32 per cento nel Vicino Oriente e in
Nord Africa. Particolarmente significativi i progressi nel Sud-Est asiatico e
in America Latina (-40 per cento).
Le cause
principali della fame. I valori del GHI in Asia meridionale e Africa
Subsahariana sono molto simili (rispettivamente 23 e 22,1) ma le cause
dell'insicurezza alimentare sono diverse. In Asia meridionale, sottolineano gli
autori del rapporto, "lo scarso accesso alle donne a una nutrizione ed
educazione adegiate e il loro basso status sociale contribuiscono a un'alta
prevalenza dell'insufficienza di peso nei bambini sotto i cinque anni".
Mentre in Africa Subsahariana "la scarsa efficacia dei governi, i
conflitti, l'instabilità politica e gli alti tassi di HIV e AIDS portano a
un'alta mortalità infantile e a un'alta percentuale di persone che non possono
soddisfare il proprio fabbisogno calorico".
L'eccezione del
Ghana. Unica eccezione nella Regione è il Ghana, che ha più che dimezzato il
proprio valore di GHI dal 1990 a oggi. In una opposta situazione si trova il
Congo, che è in testa ai 'perdenti', i Paesi la cui situazione è cioè estremamente
peggiorata. Seguono Burundi, Comore, Zimbabwe, Liberia, Guinea Bissau, Corea
del Nord, Gambia, Sierra Leone, Swaziland. La Sierra Leone ha in particolare il
più alto tasso di mortalità sotto il cinque anni.
La minaccia della
crisi finanziaria. Nei prossimi anni, se non si provvede con politiche
adeguate, potrebbe ancora aggravarsi la situazione dei Paesi già in forte
sofferenza. L'IFPRI stima che la recessione e la riduzione degli investimenti
in agricoltura "potrebbero portare entro il 2020 a 16 milioni di bambini
malnutriti in più, rispetto a una situazione in cui la crescita economica
continuasse e gli investimenti risultassero costanti".
Cosa serve:
agricoltura sostenibile, sicurezza, salute. Risolvere i problemi legati alla
malnutrizione non richiede solo ingenti stanziamenti economici, ma anche
strategie di lungo periodo. Secondo Link 2007, associazione che raggruppa 10
tra le più importanti Ong italiane (Avsi, Cesvi, Cisp, Coopi, Cosv, Gvc, Icu,
Intersos, Lvia, Medici con l'Africa CUAMM) e che si è fatta carico della
traduzione del rapporto, bisogna mettere a punto innanzitutto una strategia in
grado di ridurre le disparità di genere, "garantendo alle donne accesso
all'istruzione e alla salute, condizioni essenziali per la loro emancipazione
economica e politica e quindi per combattere la fame". "Là dove le
donne sono più istruite - sottolinea ancora il rapporto - ed hanno accesso a
servizi sanitari migliori, ne beneficiano tutti i componenti della familgia, in
particolare i bambini sotto i cinque anni". Ma, ancora, bisogna
"tornare a reinvestire nello sviluppo dell'agricoltura, con tecniche
sostenibili e che non impattino negativamente sull'ambiente. "La fuga
delle campagne verso le città - conclude Link 2007 - non è la soluzione al problema
della fame. Lo è invece una strategia di lungo periodo volta a portare
sicurezza, lavoro, salute ed educazione là dove mancano".
LR 11
Tremaglia chiede di non fare il PdL all’estero. C’è già il Ctim. Altrimenti
lascerá il partito
L’on Mirko
Tremaglia ricorda i meriti storici e la grande diffusione del Ctim. E accusa:
poche persone inventano il tesseramento e il PdL nel Mondo
La notizia della
costituzione di una organizzazione dell’emigrazione con la intestazione di
Partito PDL per lanciare la cosiddetta “Campagna Tesseramento PDL nel mondo
2009-2010” è assurda e contraria agli interessi dell’emigrazione, tanto è vero
che il PDL ha assunto sinora posizioni contro i principi di civiltà, socialità,
onore e contro gli interessi degli emigranti stessi ogniqualvolta è stato posto
in Parlamento il problema persino della loro sopravvivenza.
Questa iniziativa
costituisce una offesa per quanti dal 1968 hanno fatto parte del CTIM –
Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo, e per gli emigranti italiani che
sono stati costretti a lavorare subendo discriminazioni vergognose. Non si può
mettere sotto interessi di Partito la visione e la organizzazione di una Forza
come quella degli Italiani nel mondo.
Per essere ancora
più chiari: vi è già il CTIM che è stato costituito nel 1968;
il CTIM ha il suo
Statuto e dieci punti programmatici; il CTIM ha una sua organizzazione,
che nessuno può cancellare, in tutte le parti del mondo; il CTIM vive e opera
in ogni parte del mondo; il CTIM ha dal 1968 il tesseramento in tutti i
Continenti: Europa: Belgio, Bulgaria, Croazia, Finlandia, Francia, Germania,
Gran Bretagna, Grecia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Polonia,
Principato di Monaco, Repubblica Ceca, Repubblica di San Marino, Romania,
Russia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera; Africa: Algeria,
Egitto, Marocco, Nigeria, Sud Africa, Tunisia; Nord America: Canada, Messico,
Stati Uniti;
Centro/Sud
America: Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Haiti, Honduras,
Panama, Perù, Repubblica Dominicana, Uruguay, Venezuela; Asia e Oceania:
Australia, Giappone, Hong Kong, India, Laos, Thailandia.
Improvvisamente,
sei o sette persone che fanno parte di un Partito inventano il tesseramento nel
mondo e, sempre sulla carta, inventano il Popolo della Libertà nel Mondo.
Noi siamo quelli
del CTIM, che da allora (1968) ha fatto il tesseramento, non di Partito, ma in
autonomia, facendo tutte le battaglie per l’emigrazione e per gli Italiani nel
mondo; che ha presentato le liste per una battaglia del voto agli Italiani
all’estero che va dal 1955 fino all’ottenimento per la prima volta del voto
all’estero a favore di oltre 4 milioni di votanti (Legge 459 del 27 dicembre
2001).
Sempre il CTIM ha
presentato liste per cambiare la Costituzione con nominativi di varie
formazioni politiche. Il CTIM è riuscito a cambiare – fatto eccezionale – la
Costituzione ben 2 volte.
Ora,
improvvisamente, senza nemmeno consultare il sottoscritto On. Mirko Tremaglia,
che è il Segretario Generale del Comitato, ignorando totalmente persino
l’esistenza del CTIM – Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo, quanto ha
fatto e quanto sta facendo nel mondo, ignorando altresì che il sottoscritto è stato
Ministro, l’unico Ministro per gli Italiani nel Mondo, si è deciso, senza
alcuna consultazione di cancellare il CTIM, sostituendolo con una impostazione
di Partito, per sfruttare gli elettori all’estero, sempre per farli diventare
parte di un Partito (PDL) anziché continuare a fare gli interessi dei nostri
emigranti.
Si ignora che quel
Ministro ha ottenuto, tra l’altro, un decreto che riconosce l’8 agosto,
giornata della tragedia di Marcinelle, come la “Giornata Nazionale del
Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo” e potremmo continuare con tutti i
Convegni e le iniziative di quel periodo ministeriale, ricordando tra l’altro
come gli Italiani nel mondo con tanti sacrifici abbiano ottenuto l’elezione di
395 Parlamentari di origine italiana.
Tutto questo e
tanto altro viene ignorato e cancellato per far posto alle ambizioni di potere
da parte di qualche Politico del PDL. Il tutto è da me contestato e respinto
con sdegno, rivendicando prestigio, serietà e dignità al CTIM, ai suoi aderenti
ed a chi lo ha diretto e continua a dirigerlo.
Il CTIM – Comitato
Tricolore per gli Italiani nel Mondo, organizzazione nata nel 1968 con il suo
Statuto, con i suoi dirigenti, con le sue battaglie parlamentari, con le sue
federazioni organizzate in ogni parte del mondo, respinge questa iniziativa del
PDL negando che gli interessi e i diritti dei nostri emigranti e degli Italiani
all’estero possano essere difesi e tutelati da Partiti politici. Il CTIM
rivendica i grandi traguardi raggiunti dal 1968 ad oggi e continua con la sua
organizzazione a rappresentare gli Italiani nel mondo e i diritti ed i principi
dell’emigrazione.
Nella mia qualità
di Segretario Generale del CTIM, ringrazio di cuore i miei collaboratori per i
risultati raggiunti e per la fiducia che mi è stata in ogni parte del mondo
riconfermata; annuncio che richiederò la messa in votazione della Proposta di
legge per l’Istituzione della Commissione parlamentare bicamerale per gli
Italiani all’estero e della mozione che invita il Governo ad organizzare una
Conferenza per discutere ed attuare un piano di investimenti europei in Africa
per dare lavoro agli Africani in Africa.
Sul piano
personale e politico chiedo che venga annullata la decisione di fare un Partito
PDL all’estero. Se così non fosse sarei costretto, dopo tanti anni di battaglia
politica, a lasciare per protesta questo Partito, continuando a battermi negli
interessi esclusivi dei valori che hanno alimentato l’emigrazione e gli
Italiani nel mondo.
On. Mirko
Tremaglia (de.it.press)
Saarbrücken. Sabato 14 novembre corteo di protesta contro la chiusura del
Consolato
I sindacalisti
della Confsal-Unsa e del DGB Saarland e il presidente del Comites/Saar si
incontrano per studiare strategie comuni. Sabato 14 novembre una manifestazione
partirà dal municipio della città tedesca
Saarbrücken - Il
responsabile della sede di Saarbrücken del sindacato Confsal-Unsa Pasquale
Marino ha incontrato il segretario del DGB Saarland Eugen Roth. I due
rappresentanti sindacali hanno concordato una serie d’azioni congiunte per
protestare contro l’abolizione dei servizi consolari nella capitale del
Saarland. All’incontro ha partecipato anche il presidente del Comites/Saar,
Giovanni Di Rosa, che ha chiesto al rappresentante del DGB di partecipare
al corteo di protesta programmato per sabato 14 novembre, con partenza
alle ore 11.00 dal municipio di Saarbrücken. Di Rosa ha inoltre sottolineato
come la decisione di chiudere il Consolato d’Italia a Saarbrücken rappresenti
un’offesa al contributo lavorativo, culturale ed economico che la collettività
italiana continua a dare tuttora alla crescita del Saarland. Egli ha anche
ricordato la presenza nella capitale dell’acciaio tedesco di quasi 24.000
italiani e di circa 5000 connazionali con doppia cittadinanza. Una collettività
che, con la soppressione del consolato di Saarbrücken, rischia di rimanere
abbandonata a se stessa. E questo nonostante il nostro paese, nella zona vi
sono oltre 400 ditte italiane, acquisti ogni anno dal Saarland merci, materie
prime e prodotti industriali per oltre un miliardo e mezzo di Euro, mentre il
volume d’esportazione dall’Italia supera il mezzo miliardo l’anno.
Dal canto suo il
segretario del DGB Eugen Roth ha posto l’accento sugli aspetti negativi che la
chiusura del consolato comporterà soprattutto per i lavoratori e le lavoratrici
italiane e per i loro congiunti più anziani.
Pasquale Marino
del sindacato Confsal-Unsa ha messo in guardia dal perverso meccanismo che la
chiusura dei consolati in Europa inevitabilmente trascinerà con se: l’invidia e
l’astio tra una sede consolare e l’altra, con la creazione di collettività
italiane di categoria “A” con i servizi consolari comodi e vicini e di
categoria”B” che per avere un documento dovranno fare centinaia di chilometri. (Inform)
Scigliano (Comites Hannover) al Consigliere del Cgie Montanari
(Francoforte): “Dimettiti”
"Che qualcuno
passi a vedere cosa diciamo alle nostre riunioni": così il Presidente del
Comites di Hannover titola la lettera che ha inviato a M. Montanari. Eccone il
testo
Hannover. Ill.mo
Montanari, ho letto con molto rammarico quanto da te (Consigliere del CGIE
da noi eletto) scritto il giorno dopo l'incontro di
Berlino apparso sul corriere d'Italia con il titolo "Consolati: un incontro
inutile" (vedi Webgiornale dell’11-12 novembre, ndr).
Dico
con rammarico, prima perché fai delle insinuazioni gratuite a proposito
della non chiusura del Consolato Generale di Hannover e poi perché appare molto
approssimata la tua solidarietà al Console di Stoccarda.
Sei informato su
quanto sta accadendo a Stoccarda a proposito dell'intervento scolastico? Sei
informato della posizione del Comites locale a tal proposito?
Sei informato
anche della posizione dell’Intercomites?
Nel leggere quanto
da te riportato nella chiusura del tuo articolo mi pare di capire che sei fuori
dalla realtà dei fatti ed è per questo, che sono deluso dal tuo
atteggiamento da definire in questo caso autarchico e non collegiale.
"Infine una nota a latere. Abbiamo assistito in fine giornata ad una
cagnàra indegna –oltre che fuori luogo- da parte di un Consigliere Cgie,
ampiamente noto alla magistratura tedesca, contro il Console di Stoccarda. Vada
al Console di Stoccarda tutta la solidarietà di questo giornale".
Come al solito non
hai ritenuto opportuno partecipare all’incontro del venerdì dell'intercomites a
cui hanno partecipato, in questa occasione, anche gli enti gestori i quali
hanno messo in risalto proprio tantissime critiche nei confronti del Console di
Stoccarda al quale esprimi la tua solidarietà. Considerato che il
Presidente del Comites locale Ileana Werner era senza voce, è
stato delegato il consigliere del CGIE da te bistrattato, di chiarire
l'operato del Console in oggetto durante la riunione del sabato a cui tu ti
riferisci.
Secondo alcuni dei
miei colleghi, con la posizione da te assunta nell'articolo, hai mostrato
di essere non nell'interesse della collettività ma semplicemente di andare
a caccia di notizie da sbattere in prima pagina per appagare
forse l'istinto di chi è convinto di essere l'ombelico del mondo illibato, puritano e privo di peccati.
Sono convinto che
in questo modo non andremo lontano. Peccato! abbiamo sprecato ancora una volta
un'occasione utile per dire alla gente che ci ha scelto di rappresentarla che
abbiamo fatto il nostro meglio per difendere i loro servizi.
Ps. Quando vai a
Roma per rappresentarci, cosa dici? a nome di chi parli? noi all'intercomites
ti abbiamo visto raramente. Facci sapere cosa e chi rappresenti. Non abbiamo
mai ricevuto materiale informativo (se non in qualche rara eccezione).
Abbi la forza di
saltare sulla tua ombra e dimettiti. Non abbiamo meritato di essere
rappresentati da chi scambia il proprio orticello di casa per interessi comuni.
Giuseppe Scigliano,
presidente del Comites di Hannover (de.it.press)
A Monaco di Baviera conferenza “Ai confini dell’Universo” del fisico
Claudio Cumani
Monaco di Baviera
- Nell’ambito della IX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, l'Istituto
Italiano di Cultura invita alla
conferenza »Ai confini dell’Universo«, che sarà tenuta dal fisico Claudio
Cumani. L’evento avrà luogo martedì 17 novembre 2009, alle ore 19, presso
l’Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8, a Monaco di Baviera.
Sarà in lingua italiana
Organizzatori:
Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri,
il Consolato Generale Svizzero di Monaco di Baviera, la Società Dante Alighieri
di Monaco di Baviera, ESO Garching, Hochschule/ University of Applied Sciences
di Monaco di Baviera e l’Istituto di Filologia Italiana dell’Università Ludwig
Maximilian di Monaco di Baviera
Ingresso libero,
con prenotazione tramite la pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella
rubrica “Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63
21-26.
Il fisico Claudio
Cumani terrà una conferenza avente per tema i grandi telescopi europei
all'avanguardia nella ricerca astronomica del XXI secolo: realtà attuale e
prospettive. Cumani lavora dal 1993 presso l'ESO (European Organisation for
Astronomical Research in the Southern Hemisphere), dove e' responsabile per lo
sviluppo del software di controllo della strumentazione ottica. De.it.press
Il Governatore della Calabria Agazio Loiero incontra la collettività
calabrese di Berlino
Berlino - Lunedì
10 novembre alle ore 16,00 il Governatore Agazio Loiero ha incontrato,
presso l'Ambasciata d'Italia di Berlino, la collettività Calabrese residente in
città. A dargli il benvenuto naturalmente l'Ambasciatore Michele Valensise che
nel suo breve saluto ha messo al corrente i presenti dell'incontro avvenuto due
giorni prima nella stessa sala che ha avuto come tema la ristrutturazione
consolare e l'integrazione degli italiani in Germania.
Ha preso la parola
quindi Giuseppe Scigliano nella duplice veste di Esperto della Regione Calabria
e di Presidente del Comites di Hannover. Egli ha portato i saluti del
Consultore cav. Stefano Lobello impossibilitato per motivi di salute.
Scigliano ha messo
in luce la laboriosità della collettività Calabrese che si è sempre distinta
per capacità e lavoro sociale. "Noi non siamo come alcuni vogliono far
credere ‘mafiosi o delinquenti’ ma
persone oneste e capaci che portano con loro l’odore di una terra fatta di
ricordi ancora vivi". Questo capitale, che quando può parla con piacere il
dialetto, dovrebbe essere utilizzato maggiormente da parte della Regione.
Per concludere offre al Governatore l'idea di far partecipare la Regione
alla prossima Fiera industriale che si terrà ad Hannover dal 21 al 23 aprile e
che vede proprio l'Italia quale Partner. Ha quindi preso la parola il Sig. Dragone
della Regione che ha informato esaurientemente i presenti sulla riunione
dell'ultima consulta tenutasi a luglio presso la sede della Regione a Reggio
Calabria.
In chiusura
ha parlato l'avvocato Luigi Oliverio nativo di San Giovanni in Fiore e
residente a Napoli il quale, in qualità di vice presidente di Eritage Calabria,
ha chiesto di poter aver aiuti per creare una fondazione dedicare
all'abate Gioacchino da Fiore. Il Governatore ha accettato di aiutare Oliverio
per la fondazione e nello stesso tempo si è mostrato molto interessato all'idea
della fiera. L'incontro è terminato alle ore 18,00. G. Scigliano (de.it.press)
Colonia - Il
Consolato Generale d’Italia in Colonia ha organizzato un ciclo di incontri
informativi con le famiglie italiane sulle tematiche dell’integrazione, nella
consapevolezza dell’importanza del ruolo che le famiglie possono e devono
svolgere nel processo formativo e d’istruzione dei propri figli. L’iniziativa,
che ha ottenuto il patrocinio del Ministro per le Generazioni, la Famiglia, le
Donne e l’Integrazione del Land Nordreno-Vestfalia e dei Sindaci delle città di
Düsseldorf, Solingen e Colonia, prenderà il via domenica 15 dicembre a
Düsseldorf: appuntamento alle 14.00 alla Heinrich Heine Gesamtschule.
Seguiranno quelli
di Solingen, domenica 29 novembre, alle 11.00, alla
Geschwister-Scholl-Gesamtschule, e Colonia, il 6 dicembre alle 11.00,
all’Istituto Italo Svevo.
Gli incontri, organizzati
in collaborazione con il "Netzwerk der Lehrkräfte mit
Zuwanderungsgeschichte" ed il Coascit di Colonia, prevedono interventi
introduttivi dei Rappresentanti istituzionali italiani e tedeschi e quattro
seminari per i genitori sui temi: "l’apprendimento bilingue",
"scuola e famiglia", "dalle elementari alla maturità, le regole
da seguire", "maturità…e dopo?".
Per i bambini
presenti, si terrá invece lo spettacolo "Biancaneve ed i sette nani"
a cura degli alunni della Thomas Schule di Düsseldorf. (aise)
A Saarbrücken-Malstatt il 19 novembre dibattito con i giovani sui
"Diritti umani per tutti".
A
Saarbrücken-Malstatt, il 19 novembre, nella Breite Straße 63, manifestazione
per i giovani tra i 14 ed i 20 anni sui "Diritti umani per tutti".
promossa dall'Istituto Fernando Santi nel quadro delle settimane interculturali
2009I. lavori saranno aperti alle ore 17,00 dal Presidente dell'Istituto
Fernando Santi Saarbrücken, Guglielmo Scandariato.
Interverranno:
Susanna Schlein, Console Generale d'Italia a Saarbrücken; Charlotte Britz,
Oberbürgermeisterin di Saarbrücken; Giovanni Di Rosa Presidente del
Comites di Saarbrücken e Paolo Brullo, Presidente del Comites di
Wolfsburg. Proseguiranno con la relazione "Diritti umani per tutti"
di Rino Giuliani Presidente della Consulta Nazionale dell'Emigrazione.
Alle ore 18,00 è
prevista la proiezione del filmato "All Human Rights for All",
ispirato ai trenta articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti
dell'Uomo.
Il film è composto
da altrettanti cortometraggi. Trenta storie, della durata di 4/5 minuti
ciascuna, per raccontare il tema universale dei Diritti Umani attraverso lo
sguardo particolare del cinema italiano, accompagnate dalle composizioni di
trenta musicisti jazz. Uno sguardo quanto più ampio e vario possibile,
rappresentato da registi e sceneggiatori di età e sensibilità diverse.
Agli intervenuti
verrano offerti esemplari del film in formato DVD e copie della Costirtuzione
italiana "alle ragazze e ai ragazzi di oggi dalle ragazze e dai ragazzi di
ieri". Di seguito discussioni ed interventi.
A conclusione
della manifestazione degustazione specialità italiane. Serata musicale italiana
condotta da Roberto Vezzoso con l'intervento del tenore Alexander Yagudin ,
accompagnato da Grigor Asmaryan, piano, e del Balletto Tricolore.
L'iniziativa è
realizzata con il sostegno di: Municipio di Saarbrücken e Zuwanderungs- und
Integrationsbüro der Stadt für Mitgrantinnen und Migranten in Saarbrücken
(Consiglio degli stranieri Saarbrücken), Sparkasse Saarbrücken, Regione Lazio
ed in collaborazione con i Comites di Saarbrücken e Wolfsburg, Circolo Italiano
di Völklingen e Famiglia Siciliana di Saarbrücken. (de.it.press)
Pubblicazioni. "La bici sopra Berlino", di Max Mauro
La nuova
pubblicazione della casa editrice Ediciclo, "La bici sopra Berlino"
(pp.162, euro 12), è il racconto della capitale della Germania attraversata in
bicicletta. Il libro, scritto da Max Mauro nel ventennale della caduta del
Muro, invoglia a pedalare per le strade della città, ricche di contraddizioni,
di suoni dolci da orchestra da camera e ossessivi da tecnomusic, di riflessi
romantici in riva alla Sprea e di monumenti al comunismo, di parchi eleganti e
austeri e di aree verdi dove si può giocare a calcio e cucinare la griglia:
mille luoghi dove perdersi, con curiosità e leggerezza.
Seguendo il
fantasma del Muro e inseguendo i fermenti creativi di una metropoli viva,
"La bici sopra Berlino" ci restituisce l’immagine di una città
bambina che ogni giorno si inventa una nuova identità per stupire il
viaggiatore. Tra le pagine del libro si percorre anche la "Pista del
Muro", la ciclabile di 160 chilometri costruita sul percorso del Muro per
ricordarne il significato e promuovere la pace.
A ottobre sono
vent’anni che il Muro non c’è più: Berlino, in questo lasso di tempo, è
diventata un’altra città, crocevia di idee, di gente, di fermenti. Una città
che è due città, una di fianco all’altra, ma anche una dentro l’altra, una
sorta di matrioska di luoghi, colori, emozioni. Il fenomeno bici, che in Italia
comincia appena a farsi sentire, lì è già scoppiato da diverso tempo e i pedali
hanno conquistato di diritto uno spazio fisico all’interno della metropoli: è
uno spazio mentale, nella testa dei suoi cittadini. Così uno scrittore, in
questo caso anche giornalista, può anche pedalare assieme a un angelo, ispirato
da Wim Wenders e Peter Handke, e lasciarsi incantare.
Max Mauro è nato a
Frauenfeld, in Svizzera, ed è figlio di emigranti friulani. Giornalista
professionista, ha collaborato con Diario, Il Manifesto, Carta, Lo Straniero,
Linus, Avvenimenti, Il Mucchio Selvaggio, Il Gazzettino. Ha vissuto e lavorato
in Venezuela e Germania e attualmente vive a Dublino dove svolge una ricerca
sui giovani immigrati e lo sport presso il Centre for Transcultural Research
and Media Practice. (aise)
Monaco di Baviera. A Roberto Saviano il “Geschwister-Scholl-Preis”. Lunedì
la consegna
Il riconoscimento
sarà consegnato all’autore italiano il 16 novembre a Monaco di Baviera
Monaco di Baviera
- Roberto Saviano ha vinto il “Geschwister-Scholl-Preis” del 2009. Il premio
letterario tedesco gli sarà consegnato a Monaco di Baviera lunedì 16 novembre.
Il premio è dedicato ai fratelli Scholl, Sophia e Hans, studenti
dell’università di Monaco di Baviera e attivisti del movimento antinazista
“ La rosa bianca “, condannati a morte nel 1943 per aver diffuso
dei volantini all’università.
Nel 2008 il premio
è stato assegnato allo scrittore israeliano Davis Grossmann e nel 2007 alla
giornalista Anna Politowkaja uccisa qualche anno fa in Russia. “Sono la
chiarezza e l’intensità del suo linguaggio – spiegano in una nota gli
organizzatori del premio- a rendere così commoventi i suoi saggi, i suoi
reportage e i suoi racconti: sobrio e nello stesso tempo empatico, tenero e
altamente poetico. Il suo impeto letterario è alimentato dalla rabbia nei
confronti del potere, esteso al mondo intero, della criminalità organizzata.
Ciò nonostante Roberto Saviano è in grado, come nessun altro, di rappresentare
circostanze complesse in modo vigoroso e di renderle comprensibili a tutti”.
(Inform)
On line “rinascita flash” 6/2009, con il supplemento culturale
“rinascita cult”
Monaco di Baviera
- Il bimestrale di rinascita e.V., a colori, può essere letto e o stampato
cliccando su: http://www.rinascita.de/rinascitaFlash.html.
Gli articoli del
numero 6/2009: L’Italia della gente brava di Sandra Cartacci; I giovani e il
voto in Germania di Massimo Dolce; Le leggi ingiuste di Pasquale Episcopo; Quei
ragazzi del ’92 e UnAltraItalia di Daniela Di Benedetto; Solitudine e
caparbietà di Marinella Vicinanza Ott; In Italia vergognoso voto alla Camera di
Aurelio Mancuso; Un uomo sempre più aggressivo di Lucio Rossi; Chi vuole
affondare il volontariato? di Cristiano Tassinari; Alluvione in Sicilia di
Franco Casadidio; Lettera aperta a Marco Travaglio di Claudio Paroli; Eroi? di
M. Rita Casali; Televisione magistra vitae di Corrado Conforti; Famiglia: i
buoni e i cattivi di Rita Vincenzi; Gransol, un incontro di bimbi cubani di
Enrico Turrini; Letteratura italiana al femminile: Matilde Serao di Miranda
Alberti; "Per il tuo bene", in memoria di Rocco Carbone di Rossella
Sorce; Soltanto stress di Sandra Galli; Né carne, né pesce di Marta Veltri.
Su “rinascita cult”, supplemento culturale
del n. 6/2009 di “rinascita flash”: Breve storia delle Mafie e dell’Antimafia
di Marinella Vicinanza Ott; In occasione de “Il Giorno della Memoria” di
Adriano Coppola; Elezioni europee: i dubbi e il senso di queste elezioni di
Marcello Tava; Religione - società: altro da me di Maria Antonietta De Riso; La
storia della canzone italiana degli anni ‘70 e ‘80 di Marinella Vicinanza Ott;
La filastrocca dei bambini del mondo a cura de Il Laboratorio dell’Italiano.
Foto di Hans Wiedemann. (Inform)
Il 17 novembre a Berlino una conferenza di Massimo Cacciari sul futurismo
Il filosofo
italiano, sindaco di Venezia, ospite dell’IIC nell’ambito di una mostra
dedicata ai linguaggi del futurismo
Berlino – E’
atteso per il 17 novembre, alle ore 19 al Martin-Gropius-Bau di Berlino, il
filosofo italiano Massimo Cacciari, che terrà una conferenza intitolata
“Filosofia del futurismo” nell’ambito della mostra in corso nell’edificio sino
all’11 gennaio 2010 sui linguaggi del movimento futurista.
“Il Futurismo -
spiega lo stesso Cacciari - non si caratterizza soltanto come movimento
artistico di avanguardia, in tutte le discipline, ma anche per la sua diretta
partecipazione alla vita pubblica e politica italiana ed europea e inoltre per
l’impegno teorico nell’affrontare la crisi dei valori e dei fondamenti,
drammatico centro di tutto il dibattito culturale e filosofico europeo tra il
XIX e XX secolo”.
L’incontro – in italiano e tedesco - sarà
moderato dal direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Berlino, Angelo
Bolaffi.
Il 10 dicembre il programma proseguirà con
una serata dedicata al cinema futurista e di avanguardia, durante la quale
verranno presentati alcuni brevi film realizzati tra l’inizio del ‘900 e gli
anni ‘30, caratterizzati da una visione dinamica e fantasiosa, ricchi di novità
estetiche e tecniche. I film verranno introdotti da Thomas Tode.
Infine, il 7 gennaio, Norbert Nobis,
direttore del reparto di grafica e vicedirettore del Museo Sprengel di Hannover,
terrà una conferenza sul teatro futurista, servendosi come supporto di filmati,
che aiuteranno il pubblico a “visualizzare” e a meglio comprendere la dinamica
di uno spettacolo futurista. (Inform)
Monaco di Baviera e dintorni. Le iniziative di novembre per i connazionali
Monaco di Baviera
- Anche per il mese di novembre sono in programma numerose iniziative a sfondo
culturale, sociale e politico organizzate per la comunità italiana di Monaco di
Baviera e dintorni. Per venerdì 13 viene organizzata "LiberalItália",
una festa dell’impegno civile organizzata nella EineWeltHaus da Rinascita e.V.
in collaborazione con il gruppo "Un'Altra Italia", durante la quale
si alterneranno recitativi, proiezioni di video e immagini e momenti musicali. Sempre
il 13 novembre, stavolta nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura, si terrà
anche l’"Incontro di letteratura spontanea" e la presentazione del
libro "Notturno" di Luciano Florio. Nell’occasione, tutti i
partecipanti avranno la possibilità di leggere una piccola poesia, un racconto,
una storia o anche solo parlare di qualcosa o domandare o ascoltare gli altri.
Nello Sprachschule gut lernen, alle ore 20.00, si riunirà invece l’assemblea
annuale dei soci del Mosaico Italiano.
Sabato 14, nella
Sala parrocchiale S.Anna Acli Karlsfeld ha invece organizzato una "Festa
d'autunno" che sarà allietata dal "Duo per caso". È rivolto a
genitori e bambini di famiglie multinazionali l’incontro organizzato per
domenica 15 nel Familienzentrum Laim. Nell'ambito della "Settimana della
cultura italiana", l’Istituto Italiano di Cultura presenterà, martedì 17,
il convegno "Ai confini dell’Universo" curato da Claudio Cumani
dell'Eso mentre venerdì 19, nella Fakultät für Physik der LMU, Remo Ruffini,
docente di fisica teorica all'Università La Sapienza di Roma, affronterà il
tema "Black Holes and Gamma Ray Bursts: progress in fundamental
physics"
"Si può.
L'impegno della giustizia italiana contro le mafie. E in Europa?" è invece
il titolo dell’incontro previsto per sabato 21, alle ore 17:00, nella sede del
Goethe Forum. Alla conferenza porteranno il proprio contributo il magistrato
Nicola Gratteri e il giornalista Jürgen Roth. Sempre il 21, alle ore 19:00 nel
Gasteig, Giulia Costabile del Theaterensemble Primaopoi e Thilo Ruf di Radio Lora
leggeranno, in italiano e tedesco, testi del poeta Sandro Penna. Spazio quindi
alla musica, alle ore 20, con il concerto di Pippo Pollina nella sede centrale
della VHS.
A Weilheim
intanto, prenderà piede la "Sagra del Vino 2009", tradizionale festa
con vini italiani organizzata dall’associazione di Cultura Italiana Weilheim –
Italienischer Kulturverein Weilheim e.V.
Domenica 22
mercoledì 25 ancora cinema con la proiezione del film "Centochiodi"
di Ermanno Olmi mentre lunedì 23, alle ore 19:00, Etta Scollo si esibirà in
"Les Siciliens" nel Lustspiehaus.
È nell’ambito
della rassegna "Sguardi sul giovane cinema italiano" che martedì 24
novembre, nell’Istituto Italiano di Cultura sarà proiettato il film "La
giusta distanza" di Carlo Mazzacurati. Il 25 invece, sempre nella sede
dell’Iic, l’incontro "In viaggio con gli Etruschi" presenterà i
luoghi etruschi della Provincia di Arezzo, tra arte, natura, cibo e vino.
Spazio quindi al teatro con la rappresentazione "Controllo
remoto"dell’Ensemble Ortographe nel Reaktorhalle.
È rivolto ai
bambini "Il laboratorio dell'italiano" programmato per il 29 novembre
nella Haus-Olymp con l’obiettivo di migliorare, attraverso giochi, canti e
disegni, le competenze linguistiche, sociali e culturali dei bambini bilingue o
plurilingue. Sempre domenica, alle ore 11:00, si terrà infine il concerto
"Di padre in figlio": sul palco della Gasteig Serena Chillemi
eseguirà al pianoforte le composizioni di Alessandro e Domenico Scarlatti,
Johann Sebastian e Johann Christian Bach, Eliodoro e Giovanni Sollima.
(aise)
Il PD all’estero: 150 circoli e 5 mila iscritti, alle primarie 12.600
votanti. Farina: “Si riparte!”
Si riparte! Dopo
aver concluso un percorso politico impegnativo e faticoso che ci ha fatto
crescere, finalmente si riparte con l’azione politica, il lavoro organizzativo
e l’elaborazione intellettuale. Siamo un partito!
Nel corso della
campagna congressuale è stata compiuta la mappatura del Partito Democratico
all’estero: 150 circoli e 5 mila iscritti nei vari Paesi delle quattro
ripartizioni (Europa, America del Nord, America Latina, Africa-Oceania). Alle
primarie hanno partecipato 12.600 votanti, dei quali 5.700 hanno votato le
liste “Uniti per Bersani”, 4.900 quelle per Franceschini e 2 mila per Marino.
Si tratta di una
presenza significativa del PD nel mondo. E’ quella rete che ci ha permesso di
conquistare 400 mila voti alle elezioni politiche dell’anno scorso. Uomini,
donne, giovani, che vedono nel Partito Democratico lo strumento per scardinare
il berlusconismo e la destra in Italia, lo strumento per assicurare la
partecipazione politica delle comunità italiane all’estero, lo strumento per
ricostruire una politica nuova in Italia e nel mondo.
Sabato 7 novembre
a Roma si è riunita per la prima volta l’Assemblea Nazionale del Partito
Democratico. I Democratici e le Democratiche nel Mondo sono rappresentati
da una delegazione di 44 membri (22 sostenitori di Bersani, 16 di Franceschini
e 6 di Marino), circa il 5 per cento del totale (i risultati dettagliati li
potete consultare sul mio sito www.giannifarina.eu). Una presenza politica che
ci conferisce visibilità, peso e responsabilità.
A margine
dell’Assemblea Nazionale si è svolta la riunione della delegazione del PD
Mondo. Nel rispetto statutario, abbiamo eletto Presidente dell’Assemblea del PD
Mondo, Beatrice Biagini, del circolo di Parigi, sostenitrice di Ignazio Marino.
I 4 membri della Direzione nazionale del PD (2 delle liste di Bersani, 1 di
Franceschini e 1 di Marino) e il Coordinatore del PD Mondo saranno designati nelle
prossime 2 settimane.
Il Segretario
Bersani ha voluto contraddistinguere immediatamente la sua Segreteria con una
gestione del partito plurale: alla presidenza dell’Assemblea Nazionale è stata
eletta Rosy Bindi e la guida dei Parlamentari alla Camera dei Deputati è stata
affidata a Dario Franceschini. Le paventate divisioni, rotture e
scissioni non ci sono state. La scelta di Francesco Rutelli resta isolata.
Si riparte! Tra
novembre e gennaio in tutti i circoli si dovranno eleggere i segretari. Poi si
dovrà allargare la base degli iscritti del Partito Democratico a tante altre
centinaia di nostri connazionali che alle Primarie del 25 ottobre hanno già
manifestato la volontà e il desiderio di partecipare alla vita del nostro
Partito. Soprattutto occorre far crescere il Partito Democratico in tutte le
grandi città dell’Europa e in quelle aree dove si registra un’alta densità di
cittadini italiani.
Grazie a tutti.
Grazie per il lavoro che avete fatto. Grazie ai Segretari e ai Presidenti dei
nostri circoli che si sono impegnati ad organizzare gli iscritti e i congressi.
Grazie alle centinaia di militanti che il 25 ottobre hanno aperto oltre 150
seggi in tutto il mondo. Infine, un ringraziamento sincero va esteso a tutti i
votanti delle Primarie.
On. Gianni Farina,
de.it.press
Sarkozy e Merkel, lo show dei “fidanzati d’Europa”
A Parigi festa
dell’Armistizio, cresce l’asse franco-tedesco - di FRANCESCA PIERANTOZZI
PARIGI - Il
momento è storico e perfino Carlà accetta di restare in secondo piano. Gli
onori, le foto, l’Arco di Trionfo e gli Champs Elysées sono tutti per loro due,
Nicolas Sarkozy e Angela Merkel: stesso cappotto, stessi pantaloni, stesso
passo deciso, mano nella mano, a testa alta nonostante il vento e il freddo
della mattinata parigina. Un presidente francese e un cancelliere tedesco
insieme un 11 novembre: un evento impensabile da almeno 91 anni, da quando
Francia e Germania firmarono l’armistizio di Rethondes che metteva fine alla
Prima Guerra mondiale e sigillava un futuro di rancori, vendette e odi che
avrebbero avvelenato per buona parte del secolo le relazioni tra i due Paesi.
Ci voleva il senso diplomatico e dello spettacolo di Nicolas Sarkozy e il
pragmatismo di Angela Merkel per rendere la data - festa nazionale in Francia e
giornata da dimenticare in Germania - una celebrazione congiunta dell’amicizia
franco-tedesca. Sotto l’Arco di Trionfo, Sarkozy ha avuto soltanto parole di
elogio per la sua ospite. «Signora cancelliera - ha detto il presidente -
accettando l’invito della Francia, avete fatto questa mattina un gesto storico
che onora la Francia e i francesi». «In questo 11 novembre non ricordiamo la
vittoria di un popolo contro un altro, ma una prova che fu terribile per
entrambi» ha dichiarato Sarkozy. Nicolas e Angela hanno esaltato l’amicizia
franco-tedesca: «un tesoro» per i francesi, «un regalo» per i tedeschi.
«Condividiamo gli stessi valori, la stessa ambizione per l’Europa, la stessa
moneta. Quando Germania e Francia propongono insieme, quando agiscono insieme, allora
realizzano grandi cose» ha detto Sarkozy. E la Merkel, accanto a lui: «Non
possiamo cancellare quello che è successo. Tuttavia esiste una forza, una forza
che ci aiuta a sopportare quanto accaduto. Questa forza è la riconciliazione».
Di questa riconciliazione
ieri mattina, sotto l’Arco di Trionfo, si è consumato l’ultimo capitolo.
Sarkozy e Merkel che accendono insieme la fiamma sulla tomba del milite ignoto
a reti unificate franco-tedesche, completa l’album dei souvenir cominciato con
l’abbraccio tra Adenauer e de Gaulle nel 1963 (la guerra era ancora troppo
recente), proseguito con Mitterrand e Kohl che si tengono per mano a Verdun
nell’84 e passato per il bacio cordiale ma freddo tra Chirac e Schroeder nel
2004, al 60esimo anniversario dello Sbarco in Normandia. Da ieri, i simboli ci
sono ormai tutti. Nicolas Sarkozy ha dato il via all’ultimo atto della
riconciliazione tre giorni fa davanti alla Porta di Brandeburgo a Berlino per
le celebrazioni del 20esimo anniversario della caduta del Muro, dissipando una
volta per tutti i sospetti che la Francia non avesse mai mandato giù la
riunificazione tedesca. La Merkel non si è tirata indietro e ha fatto quello
che nessuno dei suoi predecessori aveva osato: venire sugli Champs Elysées l’11
novembre.
Finita la luna di
miele, cominciata alla porta di Brandeburgo il 9 novembre e finita ieri
all’Arco di Trionfo, Nicolas e Angela dovranno trovare il modo di intendersi
anche nella routine della vita di tutti i giorni. Cosa meno facile. Se a
livello europeo le divergenze sull’economia restano importanti, Francia e
Germania stanno pensando ad un ministero congiunto da realizzare entro il 2010.
L’iniziativa è però per il momento soltanto alla fase di studio, sui tavoli dei
due ministri agli Affari europei, Hoyer e Lellouche. Difficile anche trovare un
giorno sul calendario per una festa comune: la Francia ha il rivoluzionario 14
luglio, la Germania il 3 ottobre, giorno della Riunificazione e l’11 novembre,
altamente simbolico, in Germania non va bene: è il primo giorno di carnevale.
IM 12
Guerra afghana e strategia Usa. L'inferno del presidente
Potrà mai reggersi
con forze proprie il governo di Kabul, con quale Jirga o sistema legislativo?
Alle recenti elezioni ha partecipato una frazione minima di votanti, mentre in larga
maggioranza l’elettorato ha subito la virulenta pressione astensionista dei
talebani. E dopo gli scrutini contestati a causa delle troppe frodi, è mancato
un secondo ricorso alle urne. Ora sulla torbida politica di Kabul, intorno al
controverso presidente Hamid Karzai, rimane incombente la prospettiva d’una
vulnerabilità favorevole all’offensiva dei talebani tagliagola e delle
autobomba di Al Qaeda.
Non bastano a
fronteggiare la diffusa guerriglia le truppe degli Stati Uniti e degli alleati
sul campo, mentre il potere aereo non riesce a evitare sciagurati errori come
nel caso di Kunduz. Il generale McChrystal chiede ingenti rinforzi, malgrado la
«stanchezza della guerra» manifesta nell’opinione pubblica. Forse un più esteso
presidio sul territorio potrebbe reggere, ma durare fino a quando? Per ora,
nell’Afghanistan, regge la guerriglia.
Eppure, sono
trascorsi otto anni da quando gli Stati Uniti occuparono l’Afghanistan dei
talebani e di Osama bin Laden, il 7 ottobre 2001, dovendo reagire al terrorismo
islamista dopo le stragi dell’11 settembre a New York e Washington.
Quell’intervento, legittimato dall’Onu e assecondato da una coalizione
internazionale, poté presto eliminare il governo che aveva concesso a Osama le
basi strategiche per Al Qaeda. Ma caduto il regime dei talebani e conclusa la
guerra, seguì la guerriglia non domata finora. Com’è potuto succedere?
Una risposta è che
dal 20 marzo 2003 gli Stati Uniti cominciarono a disperdere le loro forze, armi
e truppe, nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. A quell’impresa,
condotta per volontà di George W. Bush senza legittimazione dell’Onu e
sufficienti motivazioni, è seguito un costoso e lungo dopoguerra guerreggiato,
parallelo a quello afghano. Sui due fronti, s’è propagato il ricorso agli stragisti
suicidi. Secondo il rito che ancora genera «guerrieri di Allah» dediti
all’estremo sacrificio, spesso inarrestabili perché imprevedibili.
Un’altra risposta
esplicativa sulle condizioni di tutta quell’area deriva dalla difficoltà di
convertire istituzioni e popolazioni ai principi e alle pratiche delle
democrazie occidentali, ancorché a volte non esemplari. Di fatto, appare
pressoché impossibile conciliare il pluralismo politico moderno e l’arcaico
tribalismo. L’Afghanistan presenta non solo un’antropologia multietnica, divisa
tra comunità di pashtun, tagiki, uzbeki, hazara, kirghizi o beluci. Anche
all’interno d’ogni etnia competono, e confliggono, tribù agguerrite. Lo spazio
dei partiti politici è occupato dalle tribù, concorrenti fra l’altro nelle coltivazioni
degli oppiacei come nei traffici di droga, e dalle loro invasate rivalità di
potere.
La questione
afghana, dunque, presenta due aspetti. Un controllo militare diretto benché
limitato su quei territori, mentre non basta il potere aereo, sarà necessario
per impedire al terrorismo di Al Qaeda il recupero di basi strategiche
decisive, anzitutto nelle aree tribali esplosive sui confini del Pakistan.
D’altra parte, (e Obama, che non è andato alle celebrazioni del Muro ma parte
oggi per il suo viaggio in Oriente, ne sembra convinto) rimane illusoria e vana
la politica di chi vorrebbe convertire l’Afghanistan, malgrado quelle
condizioni sociali o radicate tradizioni, a costumi e istituzioni
occidentali. Alberto Ronchey CdS 11
Nomine Ue, socialisti e democratici per D'Alema ministro degli esteri
Da socialisti e
democratici del Parlamento Europeo arriva l'appoggio alla candidatura di
D'Alema a ministro degli esteri dell'Ue. Lo hanno annunciato, con soddisfazione
l'unanimità della scelta, il capogruppo italiano David Sassoli, il
vicepresidente Gianni Pittella e il vice presidente Gruppo S&D Gianluca
Susta in un comunicato. «Nella riunione di oggi alla presenza di Poul Nyrup
Rasmussen, il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo insieme
alla famiglia socialista europea, hanno scelto di sostenere Massimo a D'Alema
per la carica di Mr PESC», si legge. «Senza dubbio Massimo D'Alema è la
personalità più autorevole e qualificata a ricoprire questo incarico, che
rappresenta nel quadro di un'Europa sempre più forte una figura capace di
dialogo interistituzionale e di rivestire l'importante ruolo di rappresentare
l'Europa nel mondo», assicurano i tre eurodeputati.
«Esprimiamo
profonda soddisfazione», si legge in una nota firmata dal capodelegazioni del
Pd David Sassoli, dal vipresidente del Parlamento europeo Gianni Pittella e dal
vicecapogruppo del S&D Gianluca Susta. «Senza dubbio Massimo D'Alema è la
personalità più autorevole e qualificata a ricoprire questo incarico, che rappresenta
nel quadro di un'Europa sempre più forte una figura capace di dialogo
interistituzionale e di rivestire l'importante ruolo di rappresentare l'Europa
nel mondo». La Presidenza della Ue ha fissato per il 19 novembre il vertice
straordinario in cui scegliere il Presidente della Ue, l'Alto rappresentante
per la politica estera e il Segretario generale del Consiglio. L’U 11
Lunedì 16 il vertice mondiale Onu sulla sicurezza alimentare. "Contro
la fame 44 miliardi l'anno"
Appello del
direttore generale della Fao - «Servono più risorse per l'agricoltura»
ROMA - Più risorse
per l’agricoltura: ovvero tornare a investire nel settore rurale e agricolo
quel 17 per cento del totale degli Aiuti allo sviluppo (Oda) che negli anni
Ottanta consentì all’India e ai Paesi dell’America Latina di risollevarsi dalla
crisi alimentare con la "rivoluzione verde". Una percentuale che gli
esperti della Fao hanno tradotto in circa 44 miliardi di dollari all’anno,
cifra molto lontana dal 5 per cento delle risorse oggi destinate
all’agricoltura (erano il 3,6 per cento prima del G8 dell’Aquila). È questa la
ricetta "anti-fame" rilanciata dal direttore generale della Fao,
Jacques Diouf, quando mancano quattro giorni al vertice mondiale sulla
sicurezza alimentare indetto a Roma da lunedì proprio dall’agenzia delle
Nazioni Unite.
«Sconfiggere la
fame non è un’utopia, non è un sogno», ha sottolineato Diouf in conferenza
stampa, «perchè è già successo in passato. Ma pensare di sradicarla in questi
tempi di crisi economica senza un rilancio concreto del settore agricolo e
rurale è impensabile. Il sostegno ai piccoli agricoltori, che rappresentano 2
miliardi di persone, ovvero un terzo della popolazione mondiale -ha avvertito
il direttore generale Fao- è la chiave per uscire dalla fame. Sono i piccoli
contadini il veicolo per eliminarla e scongiurare la tragica prospettiva di
disperazione, morte e malattie che si profila qualora la nostra battaglia
fallisse».
In un lungo
discorso a braccio, spesso portato avanti in modo concitato, Diouf ha lanciato
un appello ai capi di Stato e di governo e ai loro rappresentanti che
convoglieranno al vertice di Roma, affinchè «si rendano conto che è venuto il
momento di un’azione immediata e decisiva per porre il tema della lotta contro
la fame tra le priorità dell’agenda politica globale». Perchè, ha insistito
Diouf, «oggi nel mondo ci sono oltre un miliardo di affamati e la fame genera
rabbia, che è potenziale fonte di conflitti. Ne sono dimostrazione i tumulti
scoppiati di recente in 22 Paesi in via di Sviluppo a causa dell’impennata del
costo delle derrate alimentari. Per non parlare dell’immigrazione forzata, che
oggi tanto preoccupa i Paesi ricchi».
Per scongiurare il
verificarsi di un’altra crisi alimentare, ha ammonito il direttore generale della
Fao, Jacques Diouf, «serve un’azione collettiva, già promessa ma non mantenuta
perchè sfortunatamente l’interesse per la lotta contro la fame sembra scemare
non appena si presenta un qualsiasi altro problema». Ma, ha avvertito Diouf,
«una nuova crisi alimentare non può essere esclusa visto che a oggi le
popolazioni di 31 Paesi in via di Sviluppo, di cui 20 solo in Africa,
necessitano di aiuti alimentari d’emergenza». E ha osservato: «Per i Paesi più
poveri la crisi alimentare è lungi dall’essere passata, e i leader
internazionali devono sapere il perchè». È proprio questo il ruolo principale
della Fao, ha spiegato Diouf, «quello di guardare negli occhi i governanti del
mondo e far loro un quadro reale della drammaticità della situazione, così da
sensibilizzarli e chiedere loro interventi concreti e risolutivi.
Insomma,
risvegliare le coscienze. Pena, un ulteriore aumento del numero di affamati con
tutte le conseguenze economiche, sociali ed etiche che ne potrebbero
conseguire». Uscire dalla fame si può, ha ribadito Diouf, e a riprova di ciò la
Fao ha appena pubblicato un rapporto su 31 casi di successo in altrettanti
Paesi (su 79 monitorati), grazie a investimenti nel settore agricolo e rurale.
«Sono esempi positivi che ci indicano la strada da seguire: investimenti in
sementi, fertilizzanti, mangimi, vaccini per gli animali, ricerche per
eliminare le patologie delle piante», ha argomentato Diouf, «ma anche
investimenti massicci nelle infrastrutture rurali a cominciare dalle strade per
il trasporto del cibo fino alla costruzione di magazzini e silos metallici per
lo stoccaggio, considerando che oggi si perde fino a un 40-60 per cento di
prodotto a causa della cattiva conservazione». E ancora: «Servono risorse per
la gestione delle risorse idriche: costruire sistemi di irrigazione e drenaggio
ha letteralmente salvato la vita a centinaia di persone negli ultimi anni. Ed è
quasi banale soffermarsi sul fatto che l’agricoltura con irrigazione sia molto
più produttiva di quella pluviale». Infine, ha concluso il direttore generale
della Fao, «serve che anche i governi dei paesi in via di sviluppo si assumino
le proprie responsabilità e avviino una strategia politica nazionale mirata e
concreta». LS 11
La Repubblica dei giocattoli. Il bilancio negativo di due progetti
La cosiddetta
Seconda Repubblica ce la stiamo godendo da un quindicennio. Qual è il bilancio
a oggi? Quando ne scriveranno gli storici a mente più distaccata della nostra,
probabilmente diranno, immagino, che non ha combinato quasi nulla di
costruttivo. Ha mantenuto più che altro le infrastrutture materiali e di
personale della Prima, peggiorate dall’usura del tempo e dalla cattiva
gestione, mentre ha brillato per l’invenzione di due «giocattoli»: il progetto
Italia di Prodi e il progetto Italia di Berlusconi. Il giocattolo di Prodi è
oramai esploso, come era inevitabile, uccidendo prima se stesso (il suo ultimo
governo), poi Veltroni e Franceschini, così lasciando in eredità a Bersani un
partito dimezzato. Mi limito a ricordare che Rutelli, alle elezioni del 2001,
ottenne quasi il 43% dei suffragi, mentre oggi come oggi Bersani, senza
Rutelli, non può contare su più del 20% dell’elettorato. Il fiasco del
giocattolo di Prodi è davvero da manuale. Invece Berlusconi, all’inizio, nel
1994, non aveva in mente un progetto Italia; perduta la copertura di Craxi
voleva soprattutto salvare il suo nascente impero mediatico. Ma ebbe subito
un’idea geniale, che poi diventò il suo giocattolo: porsi come anello di
congiunzione tra un Bossi e un Fini che allora neanche si salutavano. Nacque
così uno strano terzetto che nel ’94 vinse le elezioni e lo insediò a Palazzo
Chigi.
Dopo sei mesi fu
Bossi a silurarlo. Ma quindici anni dopo lo strano terzetto (modificato) è di
nuovo, per la terza volta e più forte che mai, al governo. Modificato perché
nel frattempo Berlusconi aveva messo a segno un altro colpo. Il progetto
prodiano era stato di fondere attorno a sé tutta la sinistra. Prodi ha
coltivato questo disegno per una quindicina di anni senza cavarne le gambe.
Berlusconi ha contromanovrato in un giorno, e tempo un anno ha messo assieme
Forza Italia e An rifuse sotto il nome di Popolo della Libertà. Con i
colonnelli di Fini diventati «suoi», suoi ministri, mentre Fini viene promosso
per essere emarginato. Sembrerebbe un’altra operazione geniale andata a buon
fine. Tanto più che la Lega, senza volerlo, gli ha regalato una legge
elettorale, il Porcellum , che gli consente di presentarsi alle elezioni da
solo, di vincerle da solo, e così di ottenere grazie al premio di maggioranza,
il 55% dei seggi della Camera: il che lo svincolerebbe anche dal
condizionamento di Bossi. Insomma, il giocattolo del Cavaliere ha sinora
funzionato a meraviglia. Eppure la costruzione berlusconiana scricchiola. Forse
il Cavaliere è logorato dalla sua vita di «superman » ( ipse dixit ). Forse è
logorato perché il potere logora. Ma soprattutto scricchiola perché ha incubato
un problema più grande di lui. Nonostante lo sgambetto iniziale, Bossi è
diventato il suo alleato di ferro. E più Bossi si rafforza, più diventa
esigente. Di recente, a Venezia, ha rispolverato il suo grido di battaglia
iniziale: «La Padania sarà Stato indipendente ».
Non succederà; ma
già il federalismo fiscale sta più che mai spaccando il Paese in due. L’Italia
è sempre stata divisa tra un Nord più ricco e più pulito, e un Sud clientelare
e povero. Finora il Nord ha accettato, sia pure con crescente malavoglia, di
sovvenzionare il Sud. Ma perché la Sicilia deve essere più indipendente della
Padania? Già, perché? Alle ultime elezioni Berlusconi in Sicilia ha stravinto.
Gratis? Sicuramente no. E così la gestione scandalosa dell’autonomia siciliana
continua impunita e si moltiplica risalendo la penisola. Il Sud non vuole l’indipendenza
perché dipende dai soldi che riceve da Roma. Ma vuole gli stessi vantaggi che
Bossi chiede per sé. Il nuovo «presidente » della Sicilia, Lombardo, è tosto;
ed è un anti-Bossi in pectore. Il fatto è che quanto più Berlusconi concede a
Bossi, e quanto più gli lascia spazio elettorale a Nord, di altrettanto il Pdl
diventa un partito meridionalizzato che sempre più pesca i suoi voti al Sud.
Ma il voto del Sud
è particolarmente inquinato da mafie, clientelismo e corruzione. Non è un voto
che si vince con la televisione, ma un voto che si deve pagare e comprare in
loco. Pertanto i genuflessi di Montecitorio sanno che sul territorio i voti se
li debbono guadagnare, e quindi rialzano il capino facendo sapere al gran capo
che alla casa propria «ghe pensi mi». La cerniera Nord-Sud non tiene più, e si
sta trasformando in un imprevisto boomerang. Al colmo del suo potere il
Cavaliere scricchiola, mi sembra, perché è la sua Italia che si scolla. Il
«progetto Berlusconi» rischia anch’esso di esplodere, o di implodere, come il
progetto Prodi. Come dicevo all’inizio, forse gli storici spiegheranno come me
la vicenda della Seconda Repubblica: una repubblica del nulla che però è
riuscita, sia con la sinistra che con la destra, a ingigantire oltre misura il
debito pubblico, a precipitare agli ultimi posti in Europa nel suo tasso di
crescita, a perdere 15 punti nella produttività del lavoro, a salvare pensioni
anticipate che nessun Paese si può permettere, e via di questo passo. Quanto ai
prossimi (passi), io mi affido a San Gennaro.
di GIOVANNI
SARTORI CdS 12
Processo breve, Berlusconi ci riprova. Pd: «È colpo di spugna». I giudici:
imbarazzante
La maggioranza ha
presentato al Senato l'atteso disegno di legge sul processo breve. Il
provvedimento reca tra le altre le firme dei capigruppo e del vicecapogruppo
del Pdl Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello e del presidente dei senatori
leghisti Federico Bricolo.
L'articolo 1 del
provvedimento fissa le modalità per la durata ragionevole per i processi oltre
la quale, nel caso in cui il ddl diventi legge, il processo verrà estinto. Nel
testo si legge che «non sono considerati irragionevoli i periodi che non
eccedono la durata di due anni per il primo grado, due anni per il grado
d'appello ed ulteriori due anni per il giudizio di legittimità, nonchè di un
altro anno in ogni caso di giudizio di rinvio». Il giudice può aumentare fino
alla metà i termini. Queste disposizioni di applicano a tutti i processi in
corso alla data di entrata in vigore della legge, fatta eccezione per quei
procedimenti pendenti dinanzi alla Corte d'appello o
alla Corte di
cassazione.
Pier Luigi Bersani
ritiene che la norma per i processi brevi che la maggioranza ha presentato in
Parlamento rischi di essere incostituzionale. «Non ho letto il testo ma da
quello che leggo sui giornali certamente c'è il rischio di incostituzionalità»,
spiega il segretario del Pd che ribadisce la netta contrarietà a qualunque
provvedimento che impedisca di celebrare i processi. «Processo breve purché ci
sia è il mio slogan - dice Bersani -, norme per snellire la giustizia sono
auspicabili e il Pd ne ha presentate un bel pò, norme per far saltare i
processi in corso non sono accettabili di fronte all'opinione pubblica, la
maggioranza si convinca perché se si dovesse andare allo scontro non sarà
responsabilità dell'opposizione».
Non nasconde la
sua irritazione Anna Finocchiaro, capogruppo dei senatori Pd quando, davanti ai
giornalisti scorre il testo del ddl sul processo breve. Ad un certo punto della
lettura sbotta: «Il ddl non si applicherà per il furto aggravato. Così per il
rom che ruba il processo rimarrà, mentre processi come Eternit, con tutti quei
morti, Thyssen, Cirio e Parmalat andranno al macero» e sbatte il testo contro
lo stipite della porta della sala Maccari dove un attimo prima aveva espresso
le prime «perplessità» sul provvedimento. «Si tratta - aveva detto davanti alle
telecamere prima del gesto di stizza - di una sorta di salviamo tutti per
salvare uno».
L'Italia dei
valori è pronta a chiedere il referendum contro la legge sul processo breve. Lo
dice Antonio Di Pietro: «Il 5 dicembre con la manifestazione a piazza Navona
annunceremo l'impegno a raccogliere le firme per un referendum contro una legge
incostituzionale, immorale e contro gli interessi degli italiani. La legge
proposta dice che dopo 2 anni il processo non si deve fare più. Per questo
migliaia di processi, tra cui quelli sui maggiori scandali italiani da Parmalat
ai bond argentini, andranno tutti estinti: è la più grande amnistia mascherata
della storia».
Mentre Alfano
ovviamente dice di apprezzare lo spirito del ddl, critiche vengono anche dal
centrodestra. Il giurista Baldassarre, ex presidente della Corte costituzionale
lo giudica "incostituzionale e imbarazzante". L’U 12
Dalla Rete al corteo (il 5 dicembre a Roma) per chiedere le dimissioni del
premier Berlusconi
Il 5 dicembre a
Roma la manifestazione nazionale ideata da un gruppo di blogger
"No B
day", quasi 250mila adesioni in piazza la protesta nata sul web - di
CARMINE SAVIANO
ROMA - Quasi
duecentocinquantamila adesioni raccolte su internet in un mese. Nasce così il
"No B day", la manifestazione nazionale "per chiedere le
dimissioni di Berlusconi". Ideata da un gruppo di blogger, incubata nella
Rete, alimentata su Facebook, la protesta nasce come reazione agli attacchi del
premier seguiti alla sentenza sul Lodo Alfano. Dal 9 ottobre 2009, Silvio
Berlusconi critica il Quirinale, attacca i giudici della Corte Costituzionale,
accusandoli di essere "comunisti", si definisce "l'uomo più
perseguitato della storia", litiga in tv con Rosy Bindi dicendole che è
"più bella che intelligente" provocando una rivolta delle donne. A un
passo dallo scontro istituzionale, mentre fuori e dentro il Parlamento
infuriano le polemiche, un gruppo di blogger decide di dar vita ai propri post.
Aprono un gruppo
su Facebook e indicono una "manifestazione nazionale per chiedere le
dimissioni di Berlusconi". Ad oggi, dopo un mese, hanno raccolto oltre
235mila adesioni. Una marea che si definisce "apartitica e pacifista"
e che si è già data un appuntamento per scendere in piazza: il pomeriggio del 5
dicembre a Roma, in piazza della Repubblica. Si partirà con un corteo per
arrivare fino a piazza del Popolo. Poi, in serata, un concerto in piazza San
Giovanni, organizzato grazie all'aiuto dei 3mila artisti raccolti in un altro
gruppo, "Artisti - No Berlusconi Day".
Su Facebook,
infatti, il gruppo principale dei promotori è solo il centro di un network
composto da circa 100 pagine. Ognuna di queste rappresenta un comitato
cittadino per il "No B Day". Da Torino a Palermo, da Milano a Napoli.
Con ramificazioni internazionali: Londra, Barcellona, Amsterdam, Dublino,
Parigi, Vienna. E poi San Francisco, Montreal, Sacramento. Tutte città in cui
saranno organizzate manifestazioni parallele. Una sorta di "Internazionale
antiberlusconiana", raccolta intorno a una considerazione e a un appello
finale: "A noi non interessa cosa accade se si dimette Berlusconi" e
riteniamo che il "fair play di alcuni settori dell'opposizione,
costituisca un atto di omissione di soccorso alla nostra democrazia. Berlusconi
deve dimettersi e difendersi davanti ai tribunali".
In queste ore i
"blogger democratici" sono alle prese con l'organizzazione
dell'evento. Autobus da ogni parte d'Italia, striscioni e volantini, il corteo
e il concerto. Con un occhio di riguardo per il luogo da cui tutto è partito,
il web. Nel sito ufficiale del "No B Day" sono disponibili
informazioni e materiali, oltre alla possibilità di contattare gli organizzatori
per risolvere problemi logistici. C'è chi vuole i volantini, chi cerca un
passaggio per Roma, chi si prenota per suonare in Piazza San Giovanni. Il
colore viola farà da sfondo a tutte le iniziative. Perché "il viola non è
solo il colore del lutto, ma anche quello dell'energia vitale,
dell'autoaffermazione".
Per testare la
capacità della macchina organizzativa, sono in corso in questi giorni
"anteprime del "No B Day", in molte città italiane. E nelle
ultime ore si sta mettendo a punto l'aspetto sicurezza, per "evitare
infiltrazioni facinorose e violente". Insomma, sin dalle origini e dai
preparativi quella del 5 dicembre si annuncia come la più grande iniziativa
politica di protesta nata dalla base degli utenti del web.
Alla
manifestazione hanno già aderito alcune forze politiche. Il leader dell'Italia
dei Valori, Antonio Di Pietro, ha confermato la sua presenza, così come il
segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero e il Partito dei comunisti
italiani. Il Pd ha invece declinato l'invito a partecipare, per questo sul web
molti iscritti al partito chiedono al neo segretario di cambiare idea:
"Spero che Bersani accolga il nostro invito, saremo in tanti del Partito
democratico a partecipare alla manifestazione".
LR 12
Il caso Cucchi. Guai a chi tocca un uomo privato della libertà
NON è pensabile
che un cittadino che è nelle mani della giustizia non sia trattato con il
massimo rispetto per la sua incolumità. Esigiamo la garanzia che non accada
nulla alle persone e, se ciò non succede, i responsabili di quegli atti di
inqualificabile violenza devono essere puniti con pene esemplari e il massimo
delle aggravanti. Anche i medici delle carceri hanno il dovere di denunciare se
vengono loro consegnati o fatti visitare detenuti che mostrano tumefazioni o segni
evidenti di maltrattamenti. Guai se non lo fanno.
La vicenda del
giovane Cucchi non può proprio essere presa sottogamba: parlare di incidente,
fatalità, caso eccezionale non ha al momento alcun senso. Su questioni del
genere si gioca, ricordiamocelo, la dignità di un Paese. Non siamo e non
vogliamo essere un Paese del Sudamerica e non è tollerabile che nelle nostre
prigioni un detenuto entri in salute ed esca cadavere vittima di un pestaggio.
Qui non è questione di “buonismo”, lassismo o quant’altro: è una questione di
civiltà. La punizione dei reati, anche severa, non contempla l’esclusione del
reo dal godimento dei suoi diritti civili e soprattutto non lo priva mai della
sua dignità di uomo. Siamo il Paese di Cesare Beccaria, non sappiamo se tutti
lo ricordino, ma noi non l’abbiamo dimenticato.
Su queste stesse
colonne abbiamo più volte respinto le speciose motivazioni del terrorista
Battisti che cerca di evitare l’estradizione sostenendo che nelle carceri
italiane sarebbe in balia di un contesto senza legge. Abbiamo ricordato il
rigore giuridico e morale con cui sono stati trattati gli ex brigatisti, mai
cedendo a sentimenti di vendetta anche di fronte a gravissimi reati di sangue.
Ben più autorevolmente di noi l’ha richiamato il Capo dello Stato, proprio
respingendo le inaccettabili insinuazioni che furono avanzate da molti ambienti
in relazione all’episodio che abbiamo appena richiamato. Se non altro questo
dovrebbe far riflettere sulla gravità del “lasciar correre”.
È dunque
assolutamente necessario che sul caso di Cucchi si faccia luce al più presto e
sino in fondo, senza guardare in faccia a nessuno. I responsabili di questo
episodio devono subire e al più presto condanne esemplari, perché sia chiaro a
tutti che in Italia certi comportamenti non sono semplicemente contro la legge:
sono inammissibili. E quando parliamo di responsabili parliamo di tutti coloro
che in un modo o nell’altro sono stati complici: cioè non semplicemente chi lo
ha materialmente pestato, ma la catena gerarchica che ha coperto quei
comportamenti, i medici che hanno violato i loro doveri professionali non
denunciando la scoperta dei segni del pestaggio, quei funzionari della polizia
o della magistratura che hanno privato un nostro concittadino del suo diritto
all’assistenza di un difensore di fiducia e al contatto con la sua famiglia.
Per chi viola le regole della giusta custodia o assume atteggiamenti omertosi
non possono esistere attenuanti.
Lo vogliamo
proprio perché è lontana da noi l’idea di fare di ogni erba un fascio. Sappiamo
benissimo che l’universo carcerario sta rischiando di trasformarsi in una
bolgia dantesca, che la violenza lo pervade come una epidemia, che gli addetti
a questo mondo lavorano in condizioni pesanti di stress e di risorse
inadeguate. Sappiamo però anche che tanti svolgono con professionalità e
coscienza questo lavoro difficile, che pagano un prezzo alto nelle loro persone
per mantenere anche in condizioni quasi disperate il livello di civiltà da cui
non si può deflettere.
È anche per questi
professionisti seri, per la tutela del loro onore e del loro spirito di
sacrificio, che chiediamo che lo Stato, come amministrazione prima ancora che
come autorità giudiziaria, intervenga con tutta la forza di cui dispone per
mandare un messaggio chiaro: in Italia non si tollerano situazioni da Paese del
Sudamerica e chi si mette su quella strada deve sapere che troverà punizioni
esemplari e durissime.
Saremo in grado di
ottenere questo risultato importante prima che il discredito della nostra
opinione pubblica e di quella internazionale ci travolga? Stiamo già perdendo
tempo prezioso, visto che i contorni di questo bruttissimo episodio diventano
peggiori ogni giorno che passa, svelando un sistema di omertà e coperture
assolutamente ripugnante. Non è tollerabile assistere oltre a una melina
anonima di vaghe insinuazioni su questioni così delicate. Perché toccano
direttamente la dignità delle persone.
Il governo non può
stare con le mani in mano perché, lo ripetiamo, non stiamo parlando di un
“incidente”, ma di un fatto grave che sporca la nostra immagine come Paese
civile e come Paese che è spesso stato all’avanguardia nel progresso della
punizione dei reati. Vogliamo ricordare che siamo stati uno dei primi Paesi al
mondo ad abolire la pena di morte ben nel 1889 col ministro liberale
Zanardelli?
Si affronti dunque
la questione con quell’energia e quella capacità di prendere in carico anche le
questioni più spiacevoli, capacità di cui tante volte ci siamo dimostrati
all’altezza. Colpiamo con rigore le responsabilità a tutti i livelli. Sarà una
splendida prova di civiltà che rafforzerà il senso di fiducia nello stato più
di mille discorsi e mille appelli retorici. PAOLO POMBENI IM 12
Bce: "Importanza cruciale alle politiche per l'occupazione"
Il Bollettino di
novembre della Banca Centrale Europea - Migliorano le previsioni del Pil
Eurozona: +1% nel 2010 e +1,6% nel 2011 - Raccomandazione ai governi perché
puntino su politiche di equilibrio dei conti pubblici, rinviando invece al
medio termine eventuali sgravi fiscali
ROMA - La Banca
Centrale Europea aggiorna le stime sul Pil al rialzo nel bollettino di
novembre, ma mette in guardia i governi nei confronti dei rischi legati alla
disoccupazione e allo squilibrio dei conti pubblici. Pertanto la Bce raccomanda
soprattutto di dare "importanza cruciale a politiche che mirino a favorire
l'occupazione, al fine di prevenire una disoccupazione strutturale molto più
elevata nei prossimi anni".
Ma, allo stesso
tempo, i governi "devono rendere note e attuare tempestivamente strategie
di uscita dalle misure di stimolo e strategie di riequilibrio dei conti
pubblici che siano ambiziose", altrimenti si "potrebbe rischiare
seriamente di compromettere la fiducia dei cittadini nella sostenibilità delle
finanze pubbliche e nella ripresa economica". No dunque a sgravi fiscali
nell'immediato: "gli sgravi fiscali dovrebbero essere considerati solo nel
medio periodo, una volta che i Paesi avranno recuperato un sufficiente margine
di manovra dei bilanci".
Anche la Bce conferma
i primi segnali di lenta uscita dalla crisi, tant'è vero che diverse previsioni
vengono riviste al rialzo. Gli ultimi dati "continuano a segnalare un
miglioramento dell'attività economica nella seconda metà dell'anno". Senza
che questo porti a un aumento dei prezzi: le aspettative di inflazione a
medio-lungo periodo "rimangono saldamente ancorate in linea con
l'obiettivo de Consiglio direttivo di mantenere i tassi di inflazione su
livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo".
Pertanto le
aspettative di crescita dell'Eurozona per il 2010 e 2011 vengono anch'esse
riviste al rialzo, rispettivamente di 0,7 e 0,1 punti percentuali e si
collocano all'1,% e all'1,6%. Anche se permane l'allarme occupazione, vengono
leggermente migliorate le stime: il tasso di disoccupazione per il 2009 e il
2010 è rivisto al ribasso di 0,2 e 0,3 punti percentuali e si colloca
rispettivamente al 9,5% e al 10,6%. Per il 2011 il tasso di disoccupazione si
colloca al 10,4%, rivisto al ribasso di 0,2 punti percentuali.
Una situazione che
però non è tale da abbassare la guardia: la Bce esorta i governi "a
rendere note e attuare tempestivamente strategie di uscita dalle misure di
stimolo e strategie di riequilibrio dei conti che siano ambiziose, fondate su
ipotesi di crescita realistiche e incentrate soprattutto sulla riforma della
spesa", e a rinviare a tempi migliori eventuali politiche fiscali. LR 12
Caso Mills, i giudici: «Fu corrotto da Berlusconi»
David Mills è
stato corrotto da Silvio Berlusconi per le testimonianze rese dal legale
inglese, a Milano, nell'ambito di due processi (All Iberian e quello sulle
presunte tangenti alla Guardia di Finanza) che vedevano tra gli imputati il
premier. Lo scrivono i giudici della seconda corte d'appello di Milano nelle motivazioni
della sentenza con la quale, 15 giorni fa, hanno confermato la condanna di
Mills a quattro anni e mezzo.
I giudici hanno
spiegato le motivazioni della loro decisione in una sentenza di 92 pagine, che
ha confermato la condanna a Mills a 4 anni e 6 mesi per essere stato testimone
reticente, sotto compenso di 600mila dollari, nei due processi. A supporto
dell'accusa, secondo i giudici, vi sono alcuni elementi certi: «Un compenso di
600mila dollari e la promessa di tale compenso nell'autunno 1999. Elementi che
si collocano temporalmente in epoca successiva rispetto alle deposizioni
testimoniali di Mills». Per la Corte d'Appello di Milano il momento in cui si
consuma il reato è il 29 febbraio 2000 «data in cui Mills si fa intestare le
quote del Torrey Global Fund. Di contro non vi è alcun dato che indichi che
l'accordo sia intervenuto in epoca precedente alle dichiarazioni rese da Mills
come teste».
Per i giudici non
ha alcun valore il fatto che le testimonianze di Mills non hanno prodotto alcun
vantaggio per Silvio Berlusconi nei processi in cui il premier era imputato: «È
necessario che la condotta sia stata semplicemente finalizzata a produrre un
vantaggio indipendentemente dal fatto che questo si sia prodotto. Il fatto che
Berlusconi non sia stato assolto non ha rilievo. Mills stesso ha ammesso
apertis verbis di avere comunque evitato a Berlusconi un mare di guai con la
sua deposizione».
Il termine di
prescrizione del reato di corruzione per l'avvocato inglese David Mills scadrà
l'11 aprile 2010. Poichè dalla data del deposito della sentenza (oggi 11
novembre 2009) decorrono trenta giorni per il ricorso in Cassazione, è
possibile che la Corte Suprema decida definitivamente prima dello spirare del
termine di prescrizione e che la condanna di Mills, se ulteriormente
confermata, diventi definitiva. Un esito del genere potrebbe essere impedito
dall'eventuale abbreviazione per via normativa dei termini di prescrizione. In
ogni caso il passaggio in giudicato della sentenza di condanna di Mills non
potrebbe produrre alcune effetto giuridico a carico di Silvio Berlusconi, che è
rimasto formalmente estraneo al processo in virtù del Lodo Alfano.
Le future vicende
legate al processo a carico del premier Berlusconi, che ora riprenderà in primo
grado a Milano, potrebbero forse essere condizionate dalla riforma della
giustizia ora allo studio, sia che si traduca nella riduzione dei termini di
prescrizione sia che si risolva nell'abbreviazione dei tempi di durata dei
singoli gradi di giudizio. L’U 11
L’analisi. Coazione a ripetere
Il patologo chiama
"magnifiche" cose brutte e penose. Esiste una patologia delle norme,
le cui meraviglie fanno storia nell'età berlusconiana, formalmente databile dal
marzo 2001 ma l'embrione sta nei lavori della famigerata Bicamerale, in pieno
centrosinistra, quando pensatori d'ambo le parti ripresentano idee annotate dal
Venerabile Licio Gelli nel "Piano" d'una "rinascita
democratica" (tardi anni Settanta). Le ultime notizie forniscono un
reperto.
L'altra mattina,
martedì 10 novembre, il miglior capo del governo negli ultimi 150 anni, così
autodefinitosi, visita il presidente della Camera bassa. Conversano, anzi
discutono quasi due ore con punte calde perché sono antagonisti: uno è demiurgo
(con le televisioni s'era allevato "un popolo") e trasforma l'Italia
su modello autocratico ignoto alla cultura politica europea (esclusi i 12 anni
del Terzo Reich, mentre cadono nel conto i 23 dell'era fascista, nella quale
bene o male sopravvivono residui d'una legalità statutaria, vedi l'epilogo 25
luglio 1943); l'altro, dicono, difende i resti della legalità. Frasi forti hinc
inde. Perso lo scudo immunitario, B. vuol liberarsi dei giudizi pendenti:
chiedeva il taglio d'un quarto alla prescrizione penale (già accorciata nel suo
secondo gabinetto), più il cosiddetto "processo breve"; F. gli
accorda solo quest'ultimo, irremovibile perché la prescrizione corta sarebbe
un'amnistia mascherata, dannosa agl'italiani; persuaso dall'onnipresente
ciambellano, B. incassa la metà del richiesto ed esce digrignando i denti.
Salvo coups de main in aula, resta intatto il minimo legalitario. Così
intendono l'esito alcune glosse. Tale linea parrebbe "riservatamente"
condivisa dal "Quirinale" (F. Verderami, "Corriere della
Sera", 11 novembre).
Viene in mente una
formula del lessico psicoanalitico, "coazione a ripetere": il coatto
ripete gesti i cui effetti pativa, convinto d'agire in situazioni nuove; o ha
addirittura dimenticato quella d'allora. Fenomeni simili non sono spiegabili
nella solita chiave (l'appagamento d'un desiderio inconscio), nota Freud,
rilevando l'aspetto "demonico" delle relative pulsioni. Qualcosa
d'analogo connota le fobie berlusconiane e quanti vi restano coinvolti. Abbiamo
sotto gli occhi tre precedenti in sei anni scarsi: avendo due Camere ubbidienti,
s'affattura un lodo d'immunità e la Consulta lo dichiara invalido, 20 gennaio
2004 n. 24; subisce la stessa sorte la l. 20 febbraio 2006 che aboliva
l'appello del pubblico ministero, scomodo in una sua congiuntura (Corte cost. 6
febbraio 2007 n. 26); e poche settimane fa quel lodo, riacconciato, riaffonda.
La stessa sorte
attende l'ultimo capolavoro dei pasticheurs, sfortunati ma se lo vogliono: il
diritto ha una logica refrattaria all'imbroglio; stentano a capirlo, mentre
l'ha capito l'augusto committente, infatti vuol rifondare l'intero sistema
secondo massime temporibus illis vigenti nell'isola pirata Tortuga.
Vediamo i termini
della questione. Non è lodevole che i processi durino in media sette anni. Le
cause sono presto dette: mancano i mezzi (persone, case, macchine, denaro); e
garantismi talvolta criminofili hanno sviluppato procedure labirintiche dove
trovano gioco facile tecniche difensive del perditempo, vedi i famosi processi
milanesi durati una decade e passa, perché lo volevano gl'interessati. Tra le
idee covate dal pensatoio forzaitaliota scegliamone una: che il giudice debba
acquisire quante prove le difese chiedono, fuori d'ogni filtro d'economia, pena
l'annullamento della decisione emessa su materiali incompleti (secondo l'assunto
difensivo); dibattimenti simili durano finché i perditempo vogliano (avevano
indicato come testimoni 1500 magistrati del distretto romano, il cui esame,
condotto da escussori ostruzionisti, Dio sa quanti anni riempirebbe, né hanno
limiti gli estrosi quesiti peritali). Strategia costosa, non praticabile dai
poveri diavoli: infatti, nasce una procedura classista; raccontava d'avere
speso £. 500 miliardi in avvocati (F. Verderami, "Corriere della
Sera", 30 aprile 2004).
Ora, la durata
anomala richiede rimedi. Ovvio quali siano: adeguati mezzi; e regole d'un fair
play accusatorio alieno dalle furberie (cresciute rigogliosamente nel
malcostume inquisitoriale). Il rimedio escogitato dagl'innovatori è
sbalorditivo: impongono un massimo dei sei anni; scaduti i termini, qualunque
fosse l'accusa e comunque suonino le prove nonché eventuali sentenze, il
processo svanisce, chiuso dal non doversi procedere, come quando risulta un
reato perseguibile a querela e quest'ultima manchi. Bella soluzione, pulita e
ingegnosa. L'equivalente medico sarebbe lo sterminio eutanasico dei malati che
non guariscano nei tempi prestabiliti. Discorso delirante. Tra persone
assennate, l'antidoto ai giudizi lunghi non è la mannaia ma un contesto meno
deficitario.
Ecco dove viene
utile la formula "coazione a ripetere". I cervelloni seminano una
quarta débâcle davanti alla Corte, violando ancora quel maledetto art. 3. I
profili sono multipli. Cominciamo dalla norma transitoria pro divo Berluscone:
la lex superveniens vale anche nei procedimenti in corso, contro
gl'incensurati, purché pendano nel primo grado; due limiti manifestamente
incompatibili col predetto canone. Perché diavolo escludere i gradi ulteriori e
gl'imputati nel cui record figuri un precedente magari minuscolo? Ma quando anche
la novità valesse solo nei procedimenti futuri (ipotesi assurda: tutti sanno
chi sia il beneficiario; gli altri vadano al diavolo), la disparità emerge dai
numeri: rebus sic stantibus, il termine sarebbe rispettato in sei casi su
sette; e niente giustifica la fortuna del settimo. Prendiamo Freud alla
lettera: dev'esserci del demonico nella pulsione a ripetere; abbia, anzi avesse
o no speso 500 miliardi in vecchie lire (se è vero, gli pesano perché ha l'aria
dello spenditore parsimonioso), sèguita a battere la testa in quell'articolo.
FRANCO CORDERO LR
12
Non solo Berlino. Gli altri “muri” che dividono i popoli
Roma - Tutte le
capitali del mondo hanno festeggiato quello che è considerato uno degli eventi
più importanti del ventesimo secolo, la caduta di un muro, quello di Berlino,
di divisioni e la fine di un mondo diviso in due blocchi. Ma il mondo è ancora
pieno di muri da abbattere, costruiti per dividere comunità religiose,
politiche, in regioni in guerra, ma anche nei Paesi dell’occidente. Il più
famoso è senz’altro il muro che divide Israele dalla Palestina. Iniziata nel
2002, la “barriera di separazione israeliana” è un sistema di barriere fisiche
costruito da Israele in Cisgiordania allo scopo ufficiale d'impedire
fisicamente ogni intrusione di terroristi palestinesi nel territorio nazionale.
Attualmente il tracciato, che è stato ridisegnato più volte a causa delle
pressioni internazionali, ha raggiunto circa 700 km e penetra ben al di là
della “Linea Verde” istituita dalle Nazioni Unite nel 1967. La barriera di
sicurezza costruita dagli Stati Uniti lungo la frontiera con il Messico,
invece, è lunga circa tremila chilometri. La sua costruzione ha avuto inizio
nel 1994, nell’ambito dei progetti contro il narcotraffico e l’immigrazione
clandestina. Dal 1998 al 2004, secondo i dati ufficiali, lungo il confine tra
Stati Uniti e Messico, sono morte in totale 1.954 persone. Nel 2006 il
Parlamento statunitense ha approvato una legge per il rafforzamento della
barriera. La zona demilitarizzata coreana è una striscia di terra lunga 238
chilometri che attraversa la penisola coreana e serve come zona cuscinetto tra
la Corea del Nord e la Corea del Sud: la zona cuscinetto venne realizzata ad
iniziare dal 1953 con lo scopo dichiarato di proteggere la Corea del Sud dagli
attacchi da parte della Corea del Nord. Belfast, la capitale dell'Irlanda del
Nord, è attraversata invece da decine di muri, alcuni ufficiali, altri
spontanei, che dai primi anni Settanta separano i quartieri protestanti da
quelli cattolici. Vengono chiamati “interfacce” o “linee di pace”. Spesso non
sono solo fisici, piuttosto psicologici e sociali. Intere generazioni sono nate
e convivono con queste barriere. Lo scorso 21 ottobre, inoltre, è stata
riaperta la via del commercio tra India e Pakistan, nella zona di confine del
Kashmir. L’area, al centro di un conflitto decennale fra i due Paesi, è rimasta
chiusa per 58 anni e solo nel 2005 si è cominciato a parlare di una parziale
apertura in cinque diversi punti, in seguito ai primi accordi di pace
sottoscritti l’anno precedente. Nel 2007 è stato abbattuto un tratto di muro
posto a Nicosia, che divide la Repubblica di Cipro (Sud), ovverosia la parte di
Cipro entrata dal 2004 nell'Unione Europea, da Cipro Nord. Ma anche l’Italia ha
i suoi muri. Il muro di Gorizia costruito nel 1947 e collocato lungo la
frontiera italo-jugoslava all’interno della città di Gorizia separa l'abitato
goriziano rimasto italiano dai quartieri periferici e dalla stazione
ferroviaria della linea Transalpina, che furono annessi al termine della
seconda guerra mondiale alla Jugoslavia. Nel 2004, a seguito dell'ingresso
della Slovenia nell’Unione Europea, ne è stata smantellata la porzione che
divideva in due il piazzale della Transalpina. Mentre alcuni muri crollano
nuovi muri vengono eretti, come quello che a Rio de Janeiro dall'inizio del
2009 intende circondare 11 quartieri della metropoli brasiliana. L’obiettivo
dichiarato è quello di contenere l'estensione delle bidonville e il
disboscamento delle colline, ma tre metri di altezza di cemento armato in
realtà cercano di contrastare le bombe dei narcotrafficanti che hanno sede
nelle favelas. La barriera di separazione di Ceuta e Melilla è una barriera
fisica di separazione tra il Marocco e le città autonome spagnole di Ceuta e Melilla.
Il suo proposito è quello di ostacolare e impedire l’immigrazione illegale e il
contrabbando. Progettata e costruita dalla Spagna è costituita da filo spinato.
Il prezzo, di 30 milioni di euro, è stato pagato dalla Comunità europea. NoveColonne
Suicidio Enke, la Germania sotto choc. La vedova: «Il mio amore non è
bastato»
Il portiere della
nazionale soffriva da anni di depressione - Annullata l'amichevole con il Cile
ROMA - Soffriva da
anni di una grave depressione Robert Enke, il 32enne portiere della nazionale
tedesca che si è buttato ieri sotto un treno vicino a Hannover. A riferirlo
sono stati la moglie Teresa e il suo medico curante Valentin Markser. In
un'altra conferenza stampa a Bonn la federcalcio tedesca ha annunciato la
cancellazione dell'incontro contro il Cile in programma sabato a Colonia.
«Ho cercato di
stargli vicino - ha detto tra le lacrime oggi la moglie Teresa - pensavamo di
farcela. Le sue fasi depressive erano difficili da superare, ma avevamo già
passato momenti molto delicati ed eravamo riusciti a superarli grazie anche
all'aiuto del dottor Makser. Ho provato a stimolare mio marito e a dargli
speranza, gli dicevo che non doveva vedere tutto in nero, perché nella vita ci
sono anche cose belle, ma purtroppo non ha funzionato. Pensavamo di farcela
grazie al nostro amore, che l'amore ci potesse aiutare ma non è bastato».
La morte del
popolare giocatore dell'Hannover, che ha lasciato una lettera di commiato nella
quale si scusa con la moglie e con il medico curante per avere nascosto il suo
stato nelle ultime settimane ha provocato commosse reazioni in Germania e
all'estero, soprattutto in Spagna (ieri sera il Barcellona, uno dei suoi ex
club, è sceso in campo in Coppa del Re con il lutto al braccio), Portogallo e
Turchia, paesi in cui Enke ha giocato. Anche la cancelliera Angela Merkel ha
scritto una lettera alla vedova per esprimere il suo sgomento.
Enke, che ha
indossato otto volte la maglia della nazionale e domenica scorsa era tornato in
porta per l'Hannover 96 dopo un'assenza di alcune settimane attribuita
ufficialmente a un virus intestinale, era in cura dal 2003 quando giocava per
il Barcellona. Nel 2006 era rimasto molto scosso dalla morte della figlia Lara,
di due anni, a causa di una malformazione cardiaca. La moglie ha raccontato che
anche negli ultimi tempi aveva evitato di rendere pubblica la sua malattia, per
timore di danneggiare la sua carriera ma anche che gli togliessero la figlia
adottiva Leila, di otto mesi.
Un commovente
servizio funebre in memoria del giocatore scomparso è stato celebrato in serata
a Hannover dal vescovo Margot Kaessmann, presidente della Chiesa evangelica
tedesca. Ad esso hanno preso parte tutti i principali dirigenti del calcio
tedesco, molti nazionali e l'allenatore Joachim Low. Circa 700 persone nella
chiesa e tremila fuori di questa, molte delle quali vestita con la maglia di
Enke, hanno reso omaggio alla memoria del portiere della nazionale.
Successivamente i tifosi hanno dato vita a un corteo per le vie della città,
fino allo stadio cittadino. Domenica prossima nello stadio di Hannover è
prevista invece una commemorazione pubblica.
Quello di Enke, la
cui ultima apparizione in nazionale risaliva al 12 agosto scorso contro l'
Azerbaigian nelle qualificazioni mondiali non è l'unico caso di nazionale
tedesco colpito da forte depressione. A gennaio 2007 anche il centrocampista
Sebastian Deisler, all'epoca 27 anni, aveva annunciato dopo 36 presenze in
nazionale il suo ritiro definitivo a causa di questa malattia, venutagli dopo
una serie infinità di infortuni. IM 11
Il commento - La frana sul porto a Ischia un'altra storia di
incuria e degrado ambientale - di GIOVANNI VALENTINI
Un'altra storia di
ordinario degrado ambientale, di incuria, di abbandono del territorio. E
naturalmente, di abusivismo edilizio, di illegalità. Come a Messina, poco più
di un mese fa. Come nella stessa Ischia ad aprile del 2006; come già in tante
altre regioni della Penisola, ma in particolare al Sud, nel nostro povero Sud.
Sotto la pioggia battente di questi giorni, anche le dichiarazioni e i buoni
propositi espressi all'indomani dell'ultimo disastro sono franati nel mare
davanti a Casamicciola, provocando morte e rovina.
La frana di Ischia
è un nuovo segnale e un nuovo avvertimento contro il mancato o cattivo governo
del territorio. Contro la mala-politica, a livello nazionale e locale. Contro
un'amministrazione pubblica che privilegia gli interessi privati, spesso e
volentieri illeciti, rispetto a quelli della collettività, in base a una
gerarchia di priorità che segue i criteri di un malinteso sviluppo, del
clientelismo o addirittura della corruzione.
Al tempo delle
scorribande e delle invasioni, dei corsari e dei pirati, il pericolo per le
popolazioni costiere arrivava dal mare. Oggi, al contrario, viene dall'interno,
da un dissesto del territorio che improvvisamente trascina in acqua esseri
umani, abitazioni, masserizie, automobili. La normalità della vita quotidiana è
stravolta così dalla furia degli elementi, con la complicità attiva
dell'ignoranza e dell'irresponsabilità. Continuiamo a subire alluvioni e frane,
mentre continuiamo a vagheggiare il Ponte sullo Stretto in una sorta di
dissociazione onirica e megalomane.
Eppure, dopo il
disastro di inizio ottobre, era stato il presidente della Repubblica a
censurare pubblicamente la retorica delle "opere faraoniche"
d'infausta memoria.
La verità nuda e
cruda delle cifre è che in diciotto mesi - come denuncia il neo-presidente dei
Verdi, Angelo Bonelli - sono stati tagliati oltre cinquecento milioni di euro
destinati alla difesa del suolo. Ridotti i fondi iniziali a 270 milioni, il
centrodestra ha soppresso poi quelli per il monitoraggio sismico (4,5 milioni);
i finanziamenti di 151 milioni per il territorio della Sicilia e della
Calabria; i 45 milioni per il ripristino del paesaggio; i 15 milioni per i
piccoli Comuni. Un "risparmio" sulla prevenzione che si traduce in un
danno immediato per la popolazione, per il territorio e per l'ambiente, ma
anche per il turismo.
Altro che fatalità
o calamità naturale. Questo è il risultato di una politica ottusa e miope. Ma è
soprattutto la demolizione di un'immagine e di un'attrattiva su cui poggia la
maggiore industria nazionale, regredita non a caso dal primo al quarto posto
nella graduatoria mondiale. "Chist'è o' paese d' 'o sole, chist'è o' paese
d' 'o mare", assicura la celebre canzone napoletana. Nella realtà, questo
rischia di diventare invece il Paese dei terremoti, delle frane e delle
alluvioni. Un Malpaese infido e insicuro, sempre più distante dalla sua storia
civile, dalla sua tradizione artistica e culturale.
Nonostante la
prova di efficienza organizzativa in Abruzzo, di cui pure bisogna dare atto al
governo, le foto delle tendopoli tuttora in piedi all'Aquila, i recenti filmati
di Messina e di Ischia, sono destinati purtroppo a fare il giro del mondo. E
come i rifiuti nelle strade di Napoli all'epoca del centrosinistra, non
alimentano certamente una campagna promozionale. In mancanza di materie prime
da sfruttare, sono proprio il territorio, l'ambiente, il paesaggio, le nostre
principali risorse da difendere e valorizzare. LR 11
Crisi e vaccini la babele crea sfiducia
Nonostante
l’incalzare delle notizie sui decessi causati dall’«influenza suina», fornite
con grande enfasi dai mezzi di informazione, apprendiamo da La Stampa di ieri
che gli italiani rifiutano la vaccinazione, tanto che addirittura il 97 per
cento delle dosi rimane, per il momento, inutilizzato. E’ in atto un
compattissimo, imprevisto «sciopero del vaccino»: l’opinione pubblica sembra
divisa tra la paura della malattia e la paura del vaccino. E la seconda, contro
ogni previsione, prevale largamente sulla prima.
Perché questo
risultato sconcertante? Perché la mancanza generalizzata di conoscenze
medico-sanitarie di base si unisce alla mancanza generalizzata di informazioni
chiare e credibili: una vera e propria «miscela esplosiva» che determina
un’estesa diffidenza e ostilità nei confronti del vaccino, un senso di
confusione generale e che sfocia in comportamenti collettivi incerti e
contraddittori, in ogni caso diversi, o addirittura opposti, a quelli previsti.
Si tratta di una
«miscela esplosiva» analoga a quella che ha consentito alla crisi finanziaria
di sfuggire al controllo di governi e banche centrali. Come nella sanità, anche
nelle finanze famigliari, le conoscenze non si apprendono più dai genitori ma
si imparano (assai male, nella maggior parte dei casi) nelle scuole: le mamme
trasmettono sempre meno ai figli regole igieniche fondamentali come il lavarsi
le mani o il non prendere freddo, i giovani non vogliono sentir parlare dagli
anziani di necessità di risparmiare o di cautela nell’indebitarsi.
Specie tra questi
ultimi, sono in troppi a ignorare la differenza tra l’azione di un antibiotico
e quella di un antidolorifico e forse si tratta delle stesse persone che non
conoscono la differenza tra interesse semplice e interesse composto o non sanno
come funziona il loro conto corrente.
Con queste fragili
premesse, troppe volte nelle società ricche si trasmettono precocemente
informazioni specialistiche senza le basi fondamentali che consentono di
assimilarle. Si determina così una crescente difficoltà a decidere
razionalmente, spesso associata all’impossibilità di farlo per la scarsa
trasparenza delle informazioni. Per quanto riguarda l’influenza suina, non sono
stati forniti elementi assolutamente certi per rispondere a chi ritiene che
quella del vaccino sia una «bufala» o una macchinazione delle case
farmaceutiche. Per conseguenza, come dimostra il sondaggio pubblicato su La
Stampa di ieri, gli italiani appaiono spaccati quasi a metà tra i favorevoli e
i non favorevoli al vaccino ma la cosa apparentemente incredibile è che neanche
i favorevoli si fanno vaccinare.
Parallelamente non
sono stati resi pubblici elementi che consentano di affermare con certezza che
le misure contro la crisi economica, adottate negli ultimi 12-18 mesi - per le
quali il recente G20, tenutosi in Scozia, si è autocompiaciuto - stiano davvero
risollevando l’economia e non semplicemente stabilizzando, non si sa quanto a
lungo, i bilanci delle banche e di altre istituzioni finanziarie.
In queste
condizioni, i vaccini restano nei frigoriferi il che causerà seri problemi se
l’epidemia è davvero molto pericolosa; i risparmi dei cittadini restano sui
conti bancari o impiegati, a tassi irrisori, in titoli pubblici a brevissimo
termine. Viene così frenata la normale spesa per consumi che attenuerebbe di
molto gli effetti della crisi economica. Banche e case farmaceutiche incassano
una fortissima ostilità da parte dell’opinione pubblica, un po’ come gli untori
al tempo della peste.
Crisi sanitaria e
crisi finanziaria appaiono così come due facce - forse non le uniche - di una
più generale Crisi con la C maiuscola. Che bisognerà una buona volta affrontare
invece di minimizzare. MARIO DEAGLIO LS 12
Il commento. L'autorità del male
Stefano Cucchi, un
giovane romano arrestato dai carabinieri in possesso di una quantità di droga
sufficiente per farlo considerare uno spacciatore, è morto durante la
detenzione. Di certo aveva sul viso e sul corpo il segno di percosse, di certo
si sa che polizia e medici non gli hanno prestato le cure necessarie a
salvargli la vita.
Secondo il
sottosegretario Carlo Giovanardi, costretto poi a scusarsi, "se l'è
voluta", come usa dire, prima rovinandosi la salute, poi violando la legge
e infine, presumibilmente, offrendosi per il solo fatto di esistere all'ira e
alla violenza degli "agenti dell'ordine", che in lui non potevano non
vedere un intollerabile disordine.
Giustificati, a
delitto avvenuto, da quanti come Giovanardi pensano di essere uomini d'ordine,
per aver risposto a una provocazione. Sul caso sono state scritte pagine e
pagine di moralità, di doglianze per la mancanza di pietà e di carità, e
sull'oscurità che sempre circonda questi rapporti fra le forze dell'ordine e i
cittadini. Ma vediamo di parlare del caso Cucchi da un punto di vista
sociologico. Un cittadino come Stefano Cucchi rappresenta un pericolo per
l'ordine sociale? E perché? Perché si droga e spaccia droga? Sì, ma perché lo
fa con la decisiva aggravante di essere un poveraccio, visibilmente ammalato,
menomato, tanto che non si sa bene se parte delle ferite visibili sul suo corpo
se le sia procurate "cadendo dalle scale".
La vera colpa di
Stefano Cucchi è di essere un ammalato, un rottame umano che vaga per la grande
città. Nella stessa città una moltitudine di cittadini rispettosi dell'ordine e
con posti di alta responsabilità sociale si drogano ma non spacciano, non
cadono per le scale, non oppongono resistenza ai poliziotti.
Normalmente
diresti che la differenza è inesistente, che tutti violano il dovere di essere
socialmente responsabili, socialmente capaci di intendere e di volere, ma
socialmente le cose stanno in modo radicalmente diverso: i cittadini non sono
uguali davanti alla legge come dicono le costituzioni, la società si divide fra
i ricchi di denaro e di conoscenze, cui è lecito truffare il prossimo con la
finanza, con l'industria, con informazione, con la medicina, e con quasi tutte
le umane professioni, e quelli che per truffe minori e moralmente tollerabili
come il furto per fame, vengono lapidati come Cucchi.
Il dilemma sociale
vero, quello che può decidere sulla libertà o sulla servitù della società
futura è questo: democrazia autoritaria a favore dei ricchi e sapienti e a
spese dei poveri e ignoranti, o democrazia dei diritti e dei doveri garantita
dalle leggi? Il caso può fornire dei suggerimenti. In pratica come era
possibile risolverlo evitando il tragico epilogo? I poliziotti che lo
conoscevano potevano fare a meno di arrestarlo per la detenzione di una piccola
quantità di droga proprio nei giorni in cui su tutti i giornali si legge che
fanno uso di droga parecchi delegati del popolo al governo della nazione.
Comportarsi insomma come con l'immigrazione irregolare delle badanti e degli
operai, su cui si sono chiusi entrambi gli occhi perché faceva comodo sia al
nostro benessere che alla nostra economia. Ma come non vedere che alla base di
questi compromessi, di queste eccezioni alla severità e al rigore c'è una
crescente pressione della parte povera e diseredata? E che questa crescente
pressione potrebbe tradursi negli anni a venire, prima nella democrazia
autoritaria già in corso e tacitamente approvata dalla maggioranza benestante
del paese, e poi nella semplificazione feroce delle dittature nelle quali i
poveri e riottosi venivano lasciati o fatti morire?
Come non vedere
che a due decenni dalla caduta del muro di Berlino si profilano altri muri di
separazioni coercitive? Il banchiere Cuccia era solito dire che le azioni della
società "non si misurano a numeri, ma a peso". Ed è così, e di quasi
tutto ciò che conta nella nostra vita: denaro come giustizia, salute, bellezza,
libertà. La soluzione autoritaria e magari schiavista è la più semplice, la più
risolutiva in apparenza. Simile alla celebre frase di Tacito: "E dove
fanno il deserto lo chiamano pace". La dittatura nessuno la auspica e la
vuole, a parole, ma in molti la preparano, giorno per giorno, approvando,
spalleggiando ogni giorno ciò che svuota la democrazia, aggiungendovi ogni
giorno qualcosa che la limita. Il passaggio dall'autoritarismo al terrore si
annuncia in modi disparati, apparentemente disparati. Oggi è il drogato ucciso
a percosse, domani il barbone bruciato vivo, la donna con le mani tagliate, che
sembrano non lasciare traccia. Ma la lasciano, lasciano l'ostilità alle leggi,
l'avversione ai diritti umani, l'ignoranza dei doveri. Per definire il
colonialismo Mussolini diceva che era il nostro "mal d'Africa". Ma
quanti sono in Italia quelli che ancora soffrono del "male autoritario"?
GIORGIO BOCCA LR 12
Debito e disoccupazione. Il Paese riprenda in mano il futuro
Il senso di
orgoglio che ha manifestato la politica italiana per aver superato meglio degli
altri Paesi la grave crisi finanziaria e produttiva non si può accompagnare con
analoghi sentimenti se guardiamo, anche in prospettiva, la disoccupazione. È a
tutti noto che il mercato del lavoro verrà favorevolmente toccato dalla ripresa
solo quando l’attività produttiva ritornerà almeno al livello pre-crisi.
L’esperienza ci dice che la realtà nel nostro Paese finisce con lo sconfiggere
ogni pessimismo e, pertanto, c’è sempre spazio per rovesciare gli scenari
attuali della disoccupazione. Tuttavia, la saggezza popolare insegna che, se
vuoi che Dio ti aiuti, devi anche aiutarti da te. In breve, che cosa si deve
fare per riprendere un qualche controllo del nostro futuro?
Nell’articolo di
ieri Carlo Azeglio Ciampi, un europeista doc, vede affievolirsi, sconsolato, la
spinta verso il completamento dell’unione politica del Vecchio Continente.
Questa tensione ha retto le nostre scelte coraggiose di disfarci della
sovranità monetaria e del potere regolamentare sulla concorrenza di mercato,
accettando severi condizionamenti per la nostra politica di bilancio. Chi ha
sempre criticato l’idea che occorresse fare prima ciò che è stato fatto per
propiziare l’unione politica, nella convinzione che, invece di avvicinarsi
all’obiettivo, ci si allontanava prova oggi sconforto, più che soddisfazione.
L’Italia ha puntato troppo, quasi tutto, sull’unione politica europea per due
motivi: perché consentiva di partecipare a un’area politica ed economica più
ampia, capace di controbilanciare gli analoghi poteri di altre aree
geografiche, Stati Uniti in testa; e perché la disciplina europea avrebbe
costretto il Paese a cambiare stile di vita, combattendo le rendite e i
parassitismi, calmierando la corsa all’indebitamento pubblico e il ricorso alla
svalutazione della lira. Né l’uno, né l’altro obiettivo, il secondo meno del
primo, si sono realizzati e non occorreva avere la sfera di cristallo e qualità
divinatorie per capirlo fin dall’inizio.
È giunto quindi il
momento di un profondo riesame della nostra politica per recuperare margini di
indipendenza dai condizionamenti europei, senza pensare a rinunciare
all’appartenenza all’Unione, anche se procede politicamente disunita.
Innanzitutto occorre agire fin d’ora per sottrarci dagli effetti di una exit
strategy, che non può che non essere composta da minore liquidità e più elevato
costo del danaro, insieme al rispetto del rigore fiscale del Patto di stabilità
senza aumentare la pressione fiscale. Non ci stancheremo mai di raccomandare la
cessione del patrimonio pubblico in contropartita dell’annullamento di parte
del debito in circolazione, con risparmi immediati e in prospettiva (quando i
tassi dell’interesse aumenteranno) sugli oneri finanziari dello Stato.
L’operazione richiede tempi lunghi, ma deciderla oggi consentirebbe di
capitalizzare subito gli effetti di annuncio. Non si comprende la sordità delle
autorità su questa decisione, che invece è passata abbastanza facilmente nel
Regno Unito.
La seconda
decisione che affronterebbe il grave problema della disoccupazione è quello di
non concedere nessun sussidio se non in contropartita di un servizio reso allo
Stato. Ciò ridurrebbe la dipendenza delle aspettative di una ripresa della
domanda di lavoro legate all’aumento della domanda estera, caratteristica che
ha dominato la politica economica finora seguita insieme alla costatazione dei
vincoli derivanti dall’entità del disavanzo statale e del debito pubblico.
Questa soluzione richiede la riorganizzazione della rete di assistenza sociale
collegandola con gli infiniti bisogni delle diverse articolazioni dello Stato.
In breve, per una serie di ovvi motivi non ci dovrebbe essere un pranzo gratis.
Non è un ritorno ai lavori socialmente utili che richiedevano maggiori spese,
ma solo l’aggancio delle attuali spese a una politica di governo che tenga
impegnati i lavoratori assistiti per vari motivi e soddisfi i molteplici bisogni
insoddisfatti dello Stato, dalla scuola alla rete culturale e alla stessa
magistratura.
Se continuiamo a
proporre o negare nuove forme di assistenza alle imprese e alle famiglie con
decisioni avventate sulla pressione fiscale non ne usciremo mai fuori. Bisogna
cambiare registro e chiamare aux armes i fratelli d’Italia.
PAOLO SAVONA IM 11
"Berlusconi limita i (suoi) processi" e la riforma finisce sulla
stampa estera
Il Financial Times
ipotizza le possibili formule del provvedimento sulla giustizia
El Pais:
"Vuole fuggire indenne da due procedimenti". E Le Monde riprende le
10 domande - dal corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - La stampa
internazionale torna ad occuparsi oggi di Silvio Berlusconi, riportando le
iniziative del primo ministro italiano per avviare una rapida riforma della
giustizia che, dopo l'annullamento della legge sull'immunità deciso dalla Corte
Costituzionale il mese scorso, potrebbe mettere fine ai due processi contro di
lui che si profilano come una minaccia all'orizzonte.
"Berlusconi
apre la strada alla riforma giudiziaria", titola il Financial Times, in
una corrispondenza da Roma di Guy Dinmore che riferisce
dell'"accordo" raggiunto martedì dal capo del governo con un
"alleato chiave", il presidente della Camera e numero due del Pdl
Gianfranco Fini, per una riforma del sistema giudiziario che "i leader
dell'opposizioni temono sia diretta principalmente a concludere due processi
contro il magnate dei media miliardario". L'articolo afferma che Fini,
"un possibile erede del 73enne premier", ha accettato di mandare
avanti al più presto una legislazione che limiti alcuni processi a un totale di
sei anni.
"Nell'assenza
di dettagli sulla legislazione proposta, non è immediatamente chiaro se il
limite di sei anni salverebbe Berlusconi dai tribunali", scrive il
quotidiano finanziario britannico, a cui un collaboratore del premier, la cui
identità non viene precisata, ha indicato che il presidente del Consiglio
"si sta preparando a difendersi nelle aule di giustizia, come ha pubblicamente
promesso". Ma la medesima fonte precisa al giornale britannico che
"impegni di governo impediranno" a Berlusconi "di essere
presente ad alcune sedute giudiziarie", e il Ft sottolinea che gli
avvocati del premier hanno già comunicato al tribunale di Milano che egli non
potrà partecipare all'udienza del 16 novembre a causa di un summit dell'Onu
sull'alimentazione a Roma. Una fonte legale indica al quotidiano della City che
se il limite di sei anni fosse diviso in tre periodi di due anni, per il processo
iniziale e per i due appelli successivi, "allora il processo contro
Mediaset", uno dei due in cui Berlusconi è imputato, "scadrebbe entro
questo mese". Per l'altro processo, ricorda il Ft, quello per corruzione
per il quale è già stato condannato l'avvocato inglese David Mills, accusato di
avere ricevuto da Berlusconi una bustarella da 600 mila dollari per mentire in
due processi contro il proprietario di Mediaset, i giudici fisseranno una data
il 27 novembre, "facendo ricominciare il processo dall'inizio, con nuovi
magistrati, anziché riprenderlo dal punto in cui venne interrotto quando a
Berlusconi fu data l'immunità" in virtù del Lodo Alfano, cioè della legge,
fatta approvare dal suo governo, per sospendere procedimenti giudiziari contro
le prime quattro maggiori cariche dello Stato.
Anche un altro
quotidiano britannico, il Daily Telegraph, dedica un articolo agli sviluppi
della vicenda, con un malizioso titolo: "Berlusconi cerca di limitare i
(suoi) processi". Scrive il corrispondente da Roma: "Silvio Berlusconi
è stato attaccato ieri per avere proposto di ridurre la durata dei processi
italiani. I suoi critici vedono la riforma come un modo per eliminare in un
colpo i suoi problemi legali". L'articolo riconosce che il sistema
giudiziario italiano ha "disperato bisogno" di riforme, con processi
che possono durare più di dieci anni e un arretrato di 3 milioni e 600 mila
casi penali e 5 milioni e 400 mila casi civili. "Tuttavia, ci sono pochi
dubbi che le proposte (di riforma, ndr.) andrebbero a beneficio anche di
Berlusconi, che deve affrontare due processi che dovrebbero cominciare questo
mese", aggiunge il corrispondente Nick Squires.
Anche il
quotidiano spagnolo El Pais segue la questione, con un articolo intitolato:
"Berlusconi concorda una riforma giudiziaria per liberarsi di due
processi". Il corrispondente da Roma Miguel Mora scrive che l'accordo
maturato martedì tra il premier e Fini per "una riforma parziale e rapida
della giustizia, con tutta probabilità permetterà al primo ministro di scappre
indenne dai due processi riaperti" contro di lui dopo che la Corte
Costituzionale gli ha tolto l'immunità. Il giornale spagnolo afferma che, dopo
appunto quella sentenza dell'Alta Corte, Berlusconi cercava "la formula
magica per liberarsi dei suoi processi e di condanne che apparivano molto
probabili". Sul progetto scrive anche il New York Times, riportando che
Berlusconi raccoglie sostegno per limitare la durata dei processi,
"inclusi i propri" in cui è imputato "per corruzione e frode
fiscale".
Sul caso Berlusconi
interviene oggi pure il quotidiano francese Le Monde, con un editoriale sulle
"dieci domande" poste da Repubblica a Berlusconi. Le domande,
pubblicate da Repubblica tutti i giorni a partire dal 14 maggio, poco dopo la
scoperta della presenza di Berlusconi alla festa di compleanno per i 18 anni di
Noemi Letizia, afferma l'editoriale, "sono scomparse, non vengono più
pubblicate dal 6 novembre", cioè dopo la diffusione delle risposte date da
Berlusconi a Bruno Vespa per un libro di cui è autore il giornalista
televisivo. Le Monde rileva che il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, pur
giudicandole "oblique e incomplete", ritiene che possano passare per
delle risposte: "Esse sono lontane dall'essere soddisfacenti e lasciano
molti punti in sospeso - scrive Mauro, citato da Le Monde - e in ogni caso il
ritardo con cui Berlusconi si è deciso a rispondere è politicamente
significativo, tutto mostra quale è il suo vero limite, la sua incapacità di
dire la verità". Conclude Le Monde: "In apparenza, Berlusconi ce l'ha
fatta, le domande non vengono più pubblicate, il suo imbarazzo personale non è
più in pagina. Provvisoriamente salvo, il premier, non più protetto dalla legge
sull'immunità, deve ora affrontare i tribunali. Ma la redazione di Repubblica
intende adesso consacrare il proprio lavoro a un'inchiesta su un'undicesima
domanda: 'Signor Presidente del Consiglio, quale ragione le impedisce di dire
la verità ai suoi concittadini?'". LR 11
Il premier salvato solo a metà
L’apparenza
accontenta tutti. Berlusconi può tirare un sospiro di sollievo: salteranno i
due processi per i quali rischia una condanna, quello sui diritti tv Mediaset,
in cui è imputato per reati societari, e quello contro l’avvocato Mills, nel
quale è accusato di corruzione in atti giudiziari.
Fini si è opposto
con successo alla proposta dei legali del premier sulla «prescrizione breve»,
cioè una vera e propria amnistia, mascherata sotto un altro nome. I cittadini,
finalmente, possono sperare che si riesca ad affrontare il vero male della
giustizia italiana, la lentezza dei processi.
Il faticoso
compromesso tra i due cofondatori del «Popolo della libertà» raggiunto a
Palazzo Chigi, in realtà, non costituisce per Berlusconi una garanzia contro le
iniziative dei magistrati nei suoi confronti. Non assicura la fine delle
tensioni tra il presidente del Consiglio e quello della Camera. Soprattutto, sarà
da verificare se il disegno di legge annunciato ieri mattina riuscirà a
raggiungere l’obiettivo di realizzare nel nostro Paese una vera giustizia per
tutti, cioè quella che consente sia di sapere, in tempi ragionevoli, da che
parte stia la ragione e da che parte stia il torto, sia di poter distinguere
l’innocente dal colpevole.
Il capo del
governo voleva un accordo che sostanzialmente gli consentisse di ottenere gli
stessi risultati concreti che gli assicurava quel «lodo Alfano» bocciato dalla
Corte Costituzionale, cioè l’immunità fino alla fine del mandato a Palazzo
Chigi. L’intesa con Fini, se si tramuterà in legge, lo salverà dal rischio di
una imminente condanna in tribunale, ma i più brevi termini di prescrizione non
possono escludere, per il futuro, che sia indagato e processato per altre
imputazioni. Nell’accordo con il presidente della Camera, inoltre, non figurano
norme che possano eliminare o ridurre l’obbligo, da parte Mediaset, di versare
a De Benedetti i famosi 750 milioni di risarcimento per la causa Mondadori.
Anche per Fini non
si può parlare di vittoria piena. E’ vero che ha ottenuto l’annullamento della
«prescrizione breve», ma, nella sostanza, ha dovuto accogliere la tesi di
Berlusconi sul suo diritto a non essere giudicato dalla magistratura italiana
per i due processi che erano ormai avviati a raggiungere il traguardo della
sentenza, sia pure di primo grado.
Non ci possono
essere dubbi, invece, sulla necessità di una riforma che metta fine allo
scandalo dei tempi della nostra giustizia. C’è modo e modo, però, per risolvere
il problema. Uno, sbrigativo e cinico, costituisce una specie di resa dello
Stato davanti al principio che qualunque reato debba essere perseguito e che
ogni colpevole debba essere punito. Ridurre la prescrizione, senza prima
assicurare gli strumenti giuridici, finanziari, organizzativi, tecnologici
necessari per garantire il rispetto dei tempi assegnati per la celebrazione dei
processi equivale a distinguere la criminalità in due categorie. Alla prima,
quella che compie i reati più gravi, sarebbe riservato il giudizio della
magistratura della Repubblica. Alla seconda, quella che si esercita in misfatti
«minori», si assegnerebbe, di fatto, la promessa di una sostanziale impunità.
Con un indubbio sollievo per l’affollamento carcerario, con un altrettanto
indubbio sollievo per gli addetti agli uffici giudiziari, ma con un sicuro
minor sollievo per i cittadini onesti.
Solo la lettura
attenta del disegno di legge che la maggioranza si propone di presentare alle
Camere potrà far capire se la soluzione del problema «tempi della giustizia»
sarà affidata, nella pratica, alla rassegnazione di fronte alla realtà. Oppure,
si troveranno le risorse e la volontà di una vera rivoluzione in campo
giudiziario su almeno tre punti.
Il primo riguarda
i magistrati che dovranno essere più preparati, dal punto di vista giuridico e
culturale, e costretti a una verifica del loro impegno di lavoro, ancora troppo
legato solo alla coscienza individuale. La seconda questione concerne i legami con
la politica: l’apparentamento in una corrente sindacale, legata a un partito,
spesso aiuta il giudice a ottenere incarichi di potere e di prestigio che i
meriti professionali non gli consentirebbero, invece, di occupare. Il terzo
punto, infine, si può affrontare solo con le forbici: ci vuole un taglio
energico alle leggi e alle procedure. Con le attuali norme, non basterebbero un
impossibile raddoppio dei finanziamenti per la giustizia e una irrealizzabile
moltiplicazione di giudici e tribunali su tutto il territorio nazionale per
rispettare i termini di prescrizione dei processi, peraltro ragionevoli, che
sono stati auspicati. LUIGI LA SPINA
LS 11
Costituzionalità a rischio, lite nel Pdl, la Lega vuol tenere fuori gli
immigrati
Anche nella
maggioranza continuano a emergere dubbi e critiche al testo di Ghedini
Dalla possibile
violazione del principio di uguaglianza al numero dei processi a rischio - Lo
scoglio tecnico più grosso è la data da cui far partire il conteggio che
"spegne" i processi - di LIANA MILELLA
ROMA - Ancora non
l'hanno presentata, e questa legge già gli brucia tra le mani. La Lega alza la
voce e vuole tener fuori, dal processo breve, gli immigrati, per cui si
determinerà l'assurdo giuridico di corrotti e corruttori che fruiscono del
dibattimento di due anni, mentre i poveri cristi potranno restare impigliati
assai più a lungo nelle maglie della giustizia. Colombe e falchi - Gianni Letta
tra i primi, Niccolò Ghedini tra i secondi - si scontrano. Al sottosegretario
non piace l'avvocato, e l'ultima creatura giuridica del legale li allontana
ancora di più. Al punto che tocca a Letta, che si preoccupa come l'Anm,
raccomandare a Ghedini il problema dell'impatto della futura legge sui
processi. "Stiamo attenti, se ne potrebbero chiudere d'improvviso
moltissimi, qui rischiamo di provocare un problema col Quirinale".
"Oltre centomila" quantificano presidente e segretario dell'Anm, Luca
Palamara e Giuseppe Cascini.
"Un'amnistia
mascherata" cominciano a dire al Csm. E questo diventa il tormentone
tecnico-giuridico della giornata, quello che costringe la maggioranza a
rinviare di ora in ora il deposito del testo al Senato. Alle nove di mattina
Paolo Bonaiuti lo dà per certo entro la giornata. Il Guardasigilli Angelino
Alfano fa la spola con palazzo Grazioli. Ma i conciliaboli tra Ghedini, il
ministero della Giustizia (che valuta l'impatto), i leghisti (che temono le
scarcerazioni), il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri infuriato perché
rischia di fare la figura di chi firma solo il testo, rendono obbligatorio il
rinvio. Un giornalista chiede al vice presidente dei senatori Gaetano
Quagliariello "ma è vero che Ghedini riunisce la Consulta e presenta
all'Anm il testo?". E lui: "Così poi se la approva lui da solo".
Le colombe
garantiste del Pdl cominciano a fare le pulci a Ghedini. Obiettano punto per
punto. Gli domandano: "Ma non è che pure stavolta finisce in un flop e la
Consulta ci boccia?". L'avvocato resta solo a difende la sua legge. Se ne
lava le mani la finiana Giulia Bongiorno che il suo scopo ormai lo ha
raggiunto. Non c'è la prescrizione breve che, nel suo ragionamento, tagliando
di un quarto i tempi, avrebbe impedito alla radice l'esercizio dell'azione
penale, mentre almeno il processo breve la consente. Ma adesso su Ghedini piovono
i dubbi. Tanti. A partire dalla norma transitoria. Stabilisce che la legge si
applica a tutti i processi giunti al primo grado. Ma perché, gli domandano, non
a quelli in appello? Questo non ci esporrà a ricorsi per aver violato il
principio di uguaglianza? Ghedini replica: "Io volevo inserirli tutti, è
stato Letta a porre la questione dell'impatto". Si dichiara "non
colpevole". Ma l'interrogativo resta. E ferma per ore la legge sul tavolo
di Gasparri.
Perplessità su
perplessità. Eccone un'altra, macroscopica. La questione degli incensurati.
Solo a loro spetterà il diritto di godere del processo breve. E perché si
chiede più d'un senatore esperto in diritto? "È un'aperta violazione del
principio della parità di trattamento previsto in Costituzione. Tu, con gli
incensurati, puoi giocare tra aggravanti e attenuanti, ma il processo
dev'essere uguale per tutti". Un articolo dopo, e ci si imbatte sulla
lista dei reati. Quella famosa, per limitare le intercettazioni, ha diviso la
maggioranza per un anno. Rieccola adesso. Quando Ghedini la mostra, scoppiano i
problemi. Nel testo è scritto che sono ammessi al processo breve gli imputati
per reati "non inferiori a dieci anni". Parte la Lega con i
distinguo. Vuole fuori i reati degli immigrati, le infrazioni stradali. Dal
Colle raccomandano incidenti sul lavoro e crimini ambientali. Già sono fuori
mafia e terrorismo, omicidi, rapine. A sera la lista dei reati non è ancora
chiusa.
Si arriva allo
scoglio più grosso, la data da cui far partire la tagliola che decapiterà i
processi in primo grado. Ghedini, per mettersi al sicuro, la fissa nella
richiesta di rinvio a giudizio del pm, quando l'indagato diventa imputato.
Soglia altissima, che garantisce la "morte" del processo Mills, ma
porta nel baratro quel "centinaio di processi" di cui parla l'Anm. Le
colombe trattano, Ghedini è irremovibile. È il prezzo che chiede rispetto alla
rinuncia imposta dal duo Fini-Bongiorno sul taglio di un quarto anche alla
prescrizione. Che s'impegna a non riproporre come emendamento.
E per chiudere
resta il tormentone delle risorse. Anche questo un prezzo imposto da Fini. Che
Gasparri e Quagliariello risolvono postando, nel maxi-emendamento alla
Finanziaria, 150 milioni presi dai beni sequestrati alla mafia. I primi soldi
per la giustizia dopo anni di tagli. Ma, ragionano già all'Anm, tutto dipende
da come verranno utilizzati. LR 12
«Ora basta, questo clima sudamericano deve terminare»
Adesso basta.Non è
tollerabile che in Italia un gruppo di lavoratori che difendono pacificamente
il loro posto venga aggredito da squadristi incappucciati al soldo diun
managerirresponsabile. Nemmeno i padroni delle ferriere si comportavano così,
questo è un clima da dittatura sudamericana. È bene che il governo e la
politica intervengano subito per fermare e reprimere questi fenomeni. La Cgil
starà con i lavoratori in lotta e non si farà intimidire da queste azioni».
Guglielmo Epifani è arrabbiato e preoccupato. Il segretario della Cgil aggiorna
il lungo elenco delle aziende in crisi, delle chiusure, del ricorso alla cassa
integrazione che in molti casi sta per finire lasciando migliaia di lavoratori
senza un futuro certo. Ripete da mesi l’allarme per la tenuta del tessuto
sociale davanti a una crisi che avrà i suoi effetti più pesanti
sull’occupazione nei prossimi mesi. Mal’allarme suona a vuoto a Palazzo Chigi.
Berlusconi pensa ad altro.
Epifani,
l’aggressione ai lavoratori ex Eutelia apreuna nuovafase nella crisi di questo
autunno italiano?
«È un fatto
gravissimo. Vedo in questa azione violenta una vera minaccia alle regole
democratiche della nostra vita sociale, delle nostre relazioni industriali.
Proprio nel momento in cui più grave è la crisi e più pesanti sono i suoi
effetti sulle famiglie, nessuno può pensare di cercare scorciatoie come
l’aggressione e la minaccia ai lavoratori. È un fatto che la Cgil denuncia con
forza, così comehanno fatto la Fim-Cisl e le forze politiche. Quello che è
accaduto all’ex Eutelia non si deve ripetere, spero che il governo lo comprenda
e agisca di conseguenza».
Cosa la preoccupa?
«Mi preoccupa che
ci sono centinaia di aziende in difficoltà o addirittura che stanno chiudendo,
migliaia di lavoratori sono in lotta, molte fabbriche sono presidiate. Nonsi
può pensare che questa emergenza economica e sociale venga affrontata con
provocazioni e violenze squadriste. C’è un limite che non si può superare. Il
governo deve dare risposte più incisive alla crisi, lo chiediamo e lo ripetiamo
da tempo, ma qui si parla d’altro, della riforma dei processi, della
prescrizione. Prima occupiamoci della gente senza lavoro, di chi non sa come
arrivare alla fine del mese».
La vertenza ex
Eutelia si trascina da mesi, senza soluzione, pare non interessi nessuno...
«È una vertenza
difficile, per questo abbiamo sollecitato la presidenza del Consiglio a
prendere in mano la situazione. Il gruppo ex Eutelia ha quasi diecimila
dipendenti, si occupa di informatica e di call center, gestice aspetti delicati
della comunicazione pubblica e ha una proprietà complessa, da ricostruire.
Aggiungo che la società avrebbe anche un mercato di un certo interesse se fosse
gestita con criteri razionali e seri. Invece non paga gli stipendi, mette in
mobilità e in cassa integrazione i lavoratori. Non si capisce cosa vogliono
fare e se hanno una strategia per il futuro. Il governo deve richiamare
l’azienda alle sue responsabilità».
Il primo passo
qual è?
«Un tavolo di
confronto a Palazzo Chigi. Solo così si può arrivare a unasoluzione razionale
del problema. Almeno cerchiamo di risolvere la vertenza prima che il quadro si
deteriori ulteriormente».
Potrebbe non
bastare il richiamo alla responsabilità.
«Abbiamo proposto
uno sciopero unitario per sostenere la lotta dei lavoratori ex Eutelia. Penso
che su questi temi ci può essere una forte convergenza delle organizzazioni
sindacali e delle forze politiche».
Sabato la Cgil
sarà di nuovo in piazza a Roma. Perchè?
«È un’iniziativa
forte e importante che ha già raccolto molte adesioni e che si inquadra nel
lungo, più ampio impegno della Cgil per dare voce al mondo del lavoro.
Porteremo a Roma i volti della crisi, quelli che gli italiani non possono
vedere ai tg della sera: i cassintegrati, gli operai delle fabbriche, i precari
chehanno perso il lavoro e il reddito. Chiederemo ancora al governo di
estendere la cassa integrazione oltre le 52 settimane, di aiutare i precari, di
sostenere i redditi dei lavoratori e dei pensionati anche con una più giusta
politica fiscale. Andremo avanti, non ci fermeremo sabato». Rinaldo Gianola L’U
11
Lo stato d'eccezione della nostra democrazia
IL COMMENTO /
Giustizia, il "lodo" Berlusconi-Fini è l'ennesima, scandalosa legge
che copre gli
interessi di una singola persona, un patto scellerato e indecente
di MASSIMO
GIANNINI
ORA ce la
racconteranno come una grande riforma "erga omnes", che tutela
l'interesse di tutti i cittadini. Un compromesso sofferto e importante, che
difende lo "stato di diritto" finora vulnerato da una magistratura
politicizzata e inefficiente. E invece il "lodo" Berlusconi-Fini sulla
giustizia è l'ennesima e scandalosa legge su misura, che copre gli interessi di
una singola persona. Un patto scellerato e indecente, che conferma lo
"stato di eccezione" in cui è precipitata la nostra democrazia.
I due leader erano
arrivati a questo faccia a faccia in condizioni molto diverse.
Il presidente del
Consiglio, scoperto dalla bocciatura del Lodo Alfano, era agito dalla necessità
di risolvere ancora una volta per via legislativa le sue passate pendenze di
natura giudiziaria, e di salvarsi anche dai rischi futuri. Obiettivo
irrinunciabile, per non perdere il governo. Il presidente della Camera,
schiacciato dalla formidabile pressione mediatica e politica della macchina da
guerra berlusconiana, aveva l'opportunità di uscire dall'angolo nel quale lo
stava relegando il Pdl, e di salvare anche il suo profilo istituzionale.
Obiettivo raggiungibile, per non perdere la faccia. L'accordo raggiunto, anche
se umilia il dettato costituzionale e distorce l'ordinamento giuridico,
soddisfa le esigenze del capo del governo e della terza carica dello Stato.
Il disegno di
legge che sarà presentato nei prossimi giorni (e qui sta il salvacondotto del
premier e del suo avvocato Ghedini) conterrà la riforma del processo, che
diventerà "breve". Non potrà durare più di sei anni, cioè due anni
per ciascun grado di giudizio. Formalmente, una giusta risposta
all'insopportabile lunghezza dei processi italiani, che durano mediamente sette
anni e mezzo nel civile e 10 anni nel penale. Sostanzialmente, un colpo di spugna
su due processi che vedono coinvolto il Cavaliere: il processo Mediaset per
frode fiscale sui diritti televisivi (che con le nuove norme decade a fine
novembre) e il processo Mills per corruzione in atti giudiziari (che a
"riforma" approvata decade nel marzo 2010).
Ma nello stesso
disegno di legge (e qui sta la via di fuga di Fini e del suo avvocato
Bongiorno) non ci saranno le norme sulla prescrizione breve, che lo stesso
Berlusconi avrebbe voluto inserire nel testo e Fini gli ha chiesto di espungere
per non incappare nel no di Giorgio Napolitano. Questa norma, che ridurrebbe di
un terzo la prescrizione dei reati la cui pena edittale è inferiore ai 10 anni,
non si può proprio infilare in una "riforma", per quanto sedicente o
bugiarda possa essere. Renderebbe ancora più estesa, e dunque insostenibile, la
già colossale amnistia che si realizzerà con la modifica del "processo
breve".
L'opinione
pubblica non la capirebbe. E il Quirinale, ammesso che possa considerare
costituzionalmente legittima l'abbreviazione del processo, sicuramente non
firmerebbe anche l'abbreviazione della prescrizione. Meglio soprassedere, per
ora. Questo è lo schema. Questo è lo "scambio". Che riproduce del
resto un metodo già collaudato nelle passate legislature: Berlusconi chiede 1000,
sapendo che si potrà accontentare di 100. Gli alleati glielo concedono, facendo
finta di avergli tolto 900. È così. È sempre stato così. Almeno quando in gioco
ci sono le due questioni cruciali, sulle quali il Cavaliere non ha mai ceduto e
mai cederà: gli affari e la giustizia.
Certo, a
Berlusconi avrebbe fatto più comodo portare a casa l'intero pacchetto. Il
"processo breve" porta all'estinzione del processo stesso, e quindi
copre il premier sul passato. La "prescrizione breve" porterebbe alla
decadenza del reato, e quindi lo coprirebbe anche su eventuali inchieste
future. Ma per ora gli conviene accontentarsi. Nulla vieta, magari durante il
dibattito parlamentare sul ddl, di ripresentare la norma sulla prescrizione
breve con un bell'emendamento intestandolo al solito, apposito peone della
maggioranza (come insegna l'esperienza delle precedenti leggi-vergogna varate o
tentate del premier, dalla Cirielli alla Nitto Palma, dalla Cirami alla
Pittelli). Oppure, perché no, nulla vieta di tradurre subito in legge quello
che ormai possiamo chiamare il "Lodo Minzolini", cioè la
reintroduzione dell'immunità parlamentare, avventurosamente ma forse non
casualmente suggerita dal (o al) direttore del Tg1 in un editoriale televisivo
di due sere fa.
Eccolo, il
"paesaggio" di questo drammatico autunno italiano. Ancora una volta,
in questo Paese si straccia il contratto sociale e costituzionale, che ci vuole
tutti uguali davanti alla legge. Si sospende l'applicazione dello stato di
diritto, che ci vuole tutti ugualmente sottoposti alle sue regole. In nome
della "volontà di potenza" di un singolo, e di un'idea plebiscitaria
e populista della sua fonte di legittimazione: sono stato scelto dagli
elettori, dunque i cittadini vogliono che io governi. O in nome della
"ragion politica" di un sistema: non c'è altro premier all'infuori di
me, dunque io e solo io devo governare.
Questo c'è, oggi,
sul piatto della bilancia della nostra democrazia. Lo "stato di
eccezione", appunto. Quello descritto da Carl Schmitt. Che è simbolo dell'autoritarismo
poiché sempre lo "decide il sovrano". Che si presenta "come la
forma legale di ciò che non può avere forma legale". Che è "la
risposta immediata del potere ai conflitti interni più estremi". Che
costituisce un "punto di squilibrio fra diritto pubblico e fatto
politico", poiché precipita la democrazia in una "terra di
nessuno".
Se questa è la
portata della sfida, occorre che il Pd si mostri all'altezza di saperla
raccogliere. Di fronte a questa nuova distorsione della civiltà repubblicana
non basta rifugiarsi nella routinaria ripetizione di uno slogan generale al
punto da risultare quasi generico. Sì a riforme della giustizia, no a norme
salva-processi, sostiene Pierluigi Bersani. Sarebbe ora che il centrosinistra
cominciasse a spiegare qual è, se esiste, la "sua" riforma della
giustizia. Ma nel far questo, dovrebbe anche spiegare all'opinione pubblica,
con tutta la forza responsabile di cui è capace, che quella di Berlusconi non è
una riforma fatta per i cittadini, ma solo un'altra emanazione della sua
"auctoritas", che ormai sovrasta ed assorbe la "potestas"
dello Stato e del Parlamento.
La partita vera, a
questo punto, è più alta e più impegnativa. Si può continuare a tollerare uno
"stato di eccezione" sistematicamente decretato da Berlusconi? E il
Pd vuol giocare fino in fondo questa partita, mobilitando su di essa la sua
gente e sensibilizzando su di essa tutti gli elettori? Scrive Giorgio Agamben
che quando "auctoritas" e "potestas" coincidono in una sola
persona, e lo stato di eccezione in cui essi si legano diventa la regola,
allora "il sistema giuridico-politico diventa una macchina letale".
Il Paese sarebbe ancora in tempo per fermarla, se solo se ne rendesse conto. LR
11
Tutto inutile se i tribunali non funzionano
Gianfranco Fini
avrebbe confermato, ieri, il suo no alla prescrizione breve dei reati. Avrebbe
tuttavia avallato la «prescrizione processuale», in forza della quale i
processi penali, anche quelli in corso fino alla fase del primo grado, dovranno
concludersi entro sei anni (due anni per il primo grado, due per il secondo,
due per la Cassazione). Se tali termini non saranno rispettati, scatterà la
loro estinzione per decorso del tempo, con la, conseguente, assoluzione degli
imputati.
Se questa dovesse
essere la nuova disciplina, ho l’impressione che l’obiettivo da tempo
perseguito da Berlusconi sarebbe in ogni caso assicurato: nei suoi processi
pendenti egli riuscirebbe, ancora una volta, a sfuggire al giudizio dei suoi
giudici. Insieme a Berlusconi, sarebbero d’altronde graziati centinaia di altri
imputati. Caduto il lodo Alfano per violazione manifesta del principio di
eguaglianza, per salvaguardare il premier, e nel contempo l’eguaglianza, si
rischierebbe un’impunità generalizzata, con buona pace delle vittime dei reati.
Precisando che una
valutazione definitiva su ciò che ci attende potrà essere formulata soltanto
quando saranno chiari gli accordi di maggioranza ed esplicitati i testi dei
disegni di legge, cerchiamo comunque di capire che cosa significhi, allo stato,
prevedere, nel modo indicato, la prescrizione dei processi, compresi quelli in
corso fino al giudizio di primo grado.
In astratto
stabilire che i processi devono concludersi entro sei anni, con scadenze
prefissate per ciascuna fase, sarebbe soluzione splendida. Se si riuscisse
nell’intento, il male più rilevante della giustizia si dissolverebbe e,
quantomeno con riferimento al tema della durata dei processi, essa diventerebbe
giustizia accettabile. Perché una riforma dei tempi possa essere credibile,
occorrerebbero tuttavia, quantomeno, due condizioni: che essa riguardi soltanto
processi futuri, iniziati cioè da magistrati consapevoli fin dall’inizio della
durata consentita; che l’imposizione di tempi stretti sia accompagnata da una
riforma adeguata nell’organizzazione e nei mezzi, in grado di rendere
possibile, nei fatti, il rispetto delle nuove durate. Altrimenti, se ci si
limitasse a stabilire nuove regole, ed a disporre l’estinzione dei processi
(compresi quelli in corso) in caso di loro inosservanza, sarebbe lo sfracello:
centinaia e centinaia di processi estinti.
E’ vero che Fini,
consapevole dei problemi, ha dichiarato di avere chiesto al presidente del
Consiglio che alla giustizia siano destinate risorse adeguate alle nuove
esigenze. Chiedere non è tuttavia, ovviamente, sufficiente; Tremonti
permettendo, sarà necessario quantomeno stanziare. Ma anche stanziare potrà non
bastare: occorrerà infatti che gli stanziamenti si concretino in strumenti
concreti di efficienza, e che alle nuove risorse si accompagnino comunque altre
riforme - di organizzazione e di legislazione - idonee a rendere di fatto
praticabili i nuovi tempi stabiliti per la durata dei processi penali.
C’è, inoltre, un
altro profilo sul quale è necessario riflettere. Verosimilmente, imboccata la
strada della prescrizione dei processi troppo lunghi, la maggioranza avrà molta
fretta di approvare la legge. L’urgenza di fare riforme in grado di velocizzare
i processi è fuori discussione; è tuttavia altrettanto fuori discussione che
realizzare una riforma seria dell’organizzazione giudiziaria richiede tempi
tecnici non brevi. Che cosa accadrebbe se vi fosse una sfasatura fra i tempi di
approvazione della legge che impone rapidità ai processi penali e di quelle che
consentono un’organizzazione della gestione giudiziaria idonea a fronteggiare
le nuove prescrizioni in materia di durata consentita?
Ancora. Secondo
quanto è emerso, dovrebbero essere coinvolti nei processi a rischio di
prescrizione quelli che riguardano reati puniti con la reclusione non superiore
nel massimo a dieci anni (compresa, guarda caso, la corruzione), fatti salvi
quelli che concernono mafia, terrorismo o, comunque, fatti di particolare allarme
sociale. Tutti indifferenziatamente, senza badare alla maggiore o alla minore
gravità dei reati, od alla maggiore o minore complessità dell’attività
processuale necessaria?
I tempi stretti
riguarderebbero d’altronde soltanto gli imputati incensurati. E perché mai? Se
la prescrizione processuale non costituisce un premio per gli imputati, ma la
risposta ad un’esigenza generale di rapidità processuale, censurati o
incensurati la regola dovrebbe essere la stessa.
Si potrebbe
continuare. Agli effetti di una prima reazione alle novità che si profilano
all’orizzonte della giustizia italiana, quanto ho rilevato mi sembra
sufficiente. Con un auspicio. Che gli addetti ai lavori, consapevoli dei
problemi, sappiano comunque, se possibile, opporsi agli errori. Che siano in
grado di farlo uomini della maggioranza. Che lo facciano, con decisione, tutti
gli uomini dell’opposizione, senza indulgenze o compiacenze di sorta. CARLO
FEDERICO GROSSO LS 11
"Clan alleati alle urne per Nicola". Un pentito: "Ho
iscritto tanti a Fi"
I verbali del gip
che accusano il sottosegretario Cosentino. "Bidognetti dice
di aver conosciuto
l'esponente del Pdl per averne frequentato la famiglia"
di DARIO DEL PORTO
e CONCHITA SANNINO
NAPOLI - Quando si
trattava di scegliere il candidato giusto per le elezioni, i boss del clan dei
Casalesi Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti mettevano da parte tutte le
divisioni. Le due famiglie camorriste diventavano una cosa sola. E l'ordine di
votare il nome prescelto, racconta il pentito Domenico Bidognetti, veniva
impartito sul territorio in maniera "capillare", come scrive il
giudice Raffaele Piccirillo nell'ordinanza di arresto per concorso in
associazione camorristica inoltrata alla Camera nei confronti del
sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino. Il pentito Bidognetti, rileva il
giudice, "rievoca il sostegno elettorale all'indagato Cosentino come caso
addirittura emblematico del sistema praticato dal clan dei Casalesi per scegliere
e promuovere i propri referenti politici".
La strategia del
consenso. - Le indicazioni di voto dei
due padrini venivano comunicate ai capizona i quali, dice il pentito, "non
avrebbero potuto discostarsi dalle scelte fatte a monte". Così, secondo
Bidognetti, sarebbe andata anche per le candidature di Cosentino che avrebbe
avuto un "legame molto più stretto con la famiglia Schiavone rispetto alla
famiglia Bidognetti in ragione di rapporti parentali con Giuseppe Russo",
soprannominato "Peppe 'o padrino", cognato di uno dei fratelli di
Cosentino. Bidognetti dice di aver conosciuto "personalmente"
Cosentino per averne frequentato la famiglia e ricorda che il padre del
parlamentare, "durante una campagna elettorale negli anni '80 aveva
regalato buoni di 50 litri di carburante a chi gli assicurava che avrebbe
votato per il figlio".
Il grande
elettore. - Il pentito Gaetano Vassallo,
imprenditore dei rifiuti, collaboratore di giustizia dall'estate 2008 e
principale accusatore di Cosentino, viene definito "un grande
elettore" del sottosegretario. E in un verbale racconta: "Sono
tesserato Forza Italia e grazie a me sono state tesserate numerose persone
presso la sezione di Cesa. Mi è capitato in due occasioni di sponsorizzare la
campagna elettorale di Cosentino offrendogli cene presso il ristorante di mio
fratello. Cene costose, alle quali erano invitate centinaia di persone delle
quali io e i miei fratelli ci assumevamo interamente il costo". Ieri
intanto il deputato del Pdl Gennaro Coronella ha querelato per diffamazione
Vassallo che lo aveva indicato fra i politici appartenenti al "tessuto
camorristico" della zona.
Latitanti nel
Napoli club. - In un verbale del 1996 un
altro pentito, Dario De Simone, riferisce che un "buon gruppo" di
affiliati al clan "frequentava il club Napoli di corso Umberto a Casal di
Principe, circolo che abitualmente frequentava Cosentino. Durante la latitanza
talvolta io e Walter Schiavone abbiamo dormito nei locali di questo
circolo".
La guerra dei
rifiuti. - Al centro dell'inchiesta condotta dai pm Alessandro Milita e
Giuseppe Narducci ci sono soprattutto le attività nel settore dei rifiuti della
società mista Eco4 dei fratelli Sergio e Michele Orsi, sulla quale Cosentino
avrebbe esercitato "un controllo assoluto". Secondo il gip, l'espansione
di Eco4 incarna "il paradigma dell'impresa mafiosa". L'indagine
prende in esame anche la costituzione del "superconsorzio" Impregeco,
al quale erano interessati gli Orsi, che nel 2001-2002 avrebbe dovuto creare un
ciclo integrato nei rifiuti estromettendo gli originari affidatari di
Fisia-Italimpianti. Agli atti è citata una telefonata (intercettata in un
diverso procedimento sul ciclo dei rifiuti che non riguarda vicende di camorra)
nella quale un dirigente di Fibe si sfoga con amico e dice: "È lotta qui a
Napoli, stanno cercando in tutti i modi di costituire un superconsorzio per
subentrare".
Salvate il soldato
Stolder. - Secondo la collaboratrice di giustizia Anna Carrino, ex moglie di
Bidognetti, Cosentino si sarebbe attivato per favorire il trasferimento a
Napoli e Caserta di un giovane militare, figlio di un malavitoso napoletano,
Raffaele Stolder, all'epoca dei fatti detenuto nello stesso carcere di
Bidognetti.
I lavori nella
chiesa di don Diana. - Carmine
Schiavone, il primo pentito del clan dei Casalesi, riferisce un episodio che
chiama in causa un martire della lotta alle mafie: don Peppino Diana, il
parroco di Casal di Principe assassinato il 19 marzo 1994 per l'impegno
anti-camorra. Negli interrogatori del 21 marzo 1994, dunque due giorni dopo il
delitto, e del 29 ottobre 1996, Schiavone dice di aver fornito gratuitamente
alla chiesa di San Nicola cemento pagato da un imprenditore locale che
Cosentino aveva "favorito durante l'espletamento del suo incarico nella
giunta provinciale di Caserta". Si legge nel verbale dell'ottobre 1996:
"Alla base della fornitura gratuita a don Giuseppe Diana vi era il
sostegno che il medesimo Diana aveva dato, su mia richiesta, a Cosentino per le
elezioni provinciali del 1990". L'episodio è agli atti dell'inchiesta.
Schiavone è ritenuto un collaboratore attendibile. Ma va ricordato che le
inchieste e i processi celebrati nei confronti di mandanti ed esecutori del
delitto hanno indagato in profondità nella vita di don Diana, senza che nulla
potesse mettere in discussione la trasparenza e la lealtà di un sacerdote che
con fermezza e coraggio si era opposto alla camorra. LR 12
Si riunisce all’Aquila il Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo
Prima riunione del
CRAM ricostituito dopo le ultime elezioni regionali del dicembre 2008
L’Aquila - Nei
giorni 13 e 14 novembre, sotto la presidenza dell’Assessore all’Emigrazione
Mauro Febbo, si riunirà il Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo
(CRAM). E’ la prima riunione del CRAM ricostituito dopo le ultime elezioni
regionali del dicembre 2008. Saranno presenti i rappresentanti degli emigrati
abruzzesi provenienti da tutti gli stati in cui operano Associazioni iscritte
all’Albo regionale, nonché rappresentanti di Associazioni che operano in
Abruzzo nel campo dell’emigrazione, di Patronati e Sindacati.
Saranno affrontati
i problemi dell’emigrazione alla luce della crisi economica sia mondiale sia
regionale ed anche alla luce del recente terremoto che ha colpito in prevalenza
L’Aquila e dintorni. I lavori inizieranno alle 10,30 della mattina di venerdì
13 nell’aula consiliare del Consiglio regionale a L’Aquila; è prevista una
visita nel centro storico dell’Aquila accessibile ai visitatori. Il giorno 14
la riunione continuerà e terminerà presso l’Hotel Europa di Giulianova. Il
venerdì sera è prevista una cena di gala presso il Ristorante Villa Fiorita di
Giulianova con la partecipazione dei Presidenti della Giunta regionale Gianni
Chiodi e del Consiglio regionale Nazario Pagano. Alla riunione parteciperanno i
deputati al Parlamento italiano abruzzesi eletti all’estero, e precisamente
l’on. Antonio Razzi, eletto in Svizzera e componente del CRAM, e l’on. Giuseppe
Angeli eletto in Argentina. (Inform)
Roma- La
coreografa berlinese Sasha Waltz sarà la protagonista dell'apertura
straordinaria del MAXXI, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo progettato
a Roma da Zaha Hadid. La sua installazione coreografica, pensata ad hoc per il
Museo, è stata sostenuta anche dall'Ambasciata della Repubblica Federale di
Germania.
Il 14 e il 15
novembre Waltz, coreografa di fama internazionale che spazia tra arti visive,
performance e musica contemporanea, proporrà in esclusiva al pubblico
l'installazione "Dialoge 09-MAXXI". Si tratta di una sorta di dialogo
tra diverse forme espressive artistiche, un laboratorio di forze creative che
interagiscono con la struttura architettonica del MAXXI, che attualmente, in
attesa dell'apertura definitiva nella primavera del 2010, è ancora vuoto.
Trentasei
ballerini, animati dai suoni di Hans Peter Kuhn e dalle musiche di un quartetto
d'archi e di un ensemble di tromba e percussioni, saranno distribuiti in tutti
i livelli del museo come opere d'arte. "In questa performance",
sottolinea l'artista, "gli spettatori avranno un ruolo attivo, perché
potranno scegliere il loro punto di vista e la loro prospettiva".
"È un grande
piacere per me far vedere il mio lavoro a Roma, una città straordinaria, carica
di storia e di arte", aggiunge Waltz, "perché penso che il MAXXI, che
si inserisce nella struttura architettonica della città come un ufo venuto
dallo spazio, possa essere il luogo ideale per sviluppare un dialogo tra
passato e futuro".
Direttrice della
compagnia Sasha Waltz & Guests fondata nel 1993 con Jochen Sandig, Sasha
Waltz, dopo il perfezionamento ad Amsterdam e New York, dal 1999 al 2004 ha
fatto parte della direzione artistica della Schaubühne am Lehniner Platz di
Berlino. (aise)
Basilea - Il
Coordinamento Enti Gestori in Svizzera si è riunito sabato 7 novembre
alla Casa d’Italia di Berna. Durante la seduta - è detto in un comunicato - gli
enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana hanno espresso
apprezzamento per i tempi rapidi con i quali il MAE ha risposto alle richieste
integrative inoltrate durante la scorsa estate in seguito allo stanziamento
supplementare di quattro milioni di EURO per le attività sul cap. 3153 e per la
tempestività con la quale gli uffici competenti hanno disposto l’erogazione dei
contributi suppletivi.
Per l’anno solare 2009 il taglio dei fondi
subito dagli enti in Svizzera diminuisce dal 39% al 18%, al quale va aggiunto
l’effetto negativo del tasso di cambio. In valuta locale la diminuzione di
contributo ammonta mediamente a oltre il 20%. Un taglio che resta significativo
e che non ha consentito di garantire la prosecuzione del servizio in tutte le
sedi.
Nell’anno scolastico 2009/2010 gli enti
gestiscono quasi 200 corsi in meno rispetto all’anno precedente: 459 corsi a
fronte di 649 gestiti all’avvio dell’anno scolastico 2008/2009. Ancor più
dolorosa la riduzione dell’orario settimanale delle lezioni. Sono quasi 500 le
ore di insegnamento settimanale dell’italiano soppresse in Svizzera. I corsi
cancellati sono stati assorbiti solo in minima parte dai docenti di ruolo
supplementari assegnati alle Circoscrizioni di Losanna, Basilea e Berna.
Inevitabili quindi i disagi per molte famiglie che si sono viste privare di un
importante strumento didattico-formativo.
Con preoccupazione gli enti seguono il
dibattito parlamentare sulla Legge finanziaria 2010. Per l’anno prossimo il
bilancio dello Stato sul capitolo 3153 prevede una dotazione di soli 16,5
milioni, invariati rispetto alla Legge finanziaria 2009 che aveva determinato
il taglio del 40% ai contributi. Si rammenta che i contributi integrativi
concessi per il 2009 sono validi solo sino al 31 dicembre 2009. A partire primo
gennaio2010, quindi a metà anno scolastico, gli enti avranno a disposizione
nuovamente una cifra sensibilmente inferiore. Queste continue “scosse di
assestamento” non consentono una pianificazione adeguata ed efficace e incidono
negativamente sull’andamento dei corsi, la loro utenza e la loro qualità.
Gli Enti gestori auspicano pertanto che
durante l’esame parlamentare della Legge finanziaria si riescano a recuperare
anche per il 2010 almeno i quattro milioni aggiuntivi reperiti per l’anno 2009,
facendo valere - così termina la nota del Coordinamento - il principio del
mantenimento delle risorse per l’anno in corso. Risorse indispensabili per
continuare a garantire il numero dei corsi attualmente operanti. (Inform)
PdL nel Mondo. Mirko Tremaglia: “Iniziativa dannosa”
Il PDL, attraverso
una ‘Campagna Tesseramento PDL nel mondo 2009-2010’, ha annunciato di voler
costituire una Organizzazione politica di Italiani residenti all’estero. Il
CTIM – Comitato Tricolore per gli Italiani nel mondo, che opera nel mondo
dell’emigrazione, non è stato consultato e nemmeno avvisato.
Crediamo sia
dannosa una formazione di questo tipo e sia in contrasto con gli interessi
dell’emigrazione che noi, come CTIM, rappresentiamo sin dal 1968.
Ecco i motivi per
i quali chiediamo con fermezza agli Amici del PDL di cancellare l’iniziativa
stessa. Se così non fosse, ritenendo l’iniziativa dannosa e pregiudizievole
alla causa dell’emigrazione, ho ritenuto giusto notificare la decisione del
CTIM di respingerla e, personalmente, di uscire dal Gruppo Parlamentare del PDL
continuando l’attività politica alla Camera dei Deputati, sempre nel nome del
CTIM e nell’interesse di tutti gli Italiani residenti all’estero. On. Mirko Tremaglia (de.it.press)
Prosegue l’attività per la diffusione all’estero del Movimento della
Libertà
Dalla Germania il
presidente Romagnoli: “Siamo una costola del Pdl. Massimo sostegno al
coordinatore Di Biagio per la campagna di tesseramento del partito all’estero”
COLONIA – Prosegue l’attività di Massimo
Romagnoli per la diffusione all’estero del Movimento della Libertà (Mdl), di
cui è presidente. In questi giorni Romagnoli è in Germania, dove l’11 novembre
Francesco Mangini, residente a Leverkusen e vice presidente nazionale di
Mdl, è stato nominato responsabile del Movimento per la zona nord del
Paese.
Tra il 10 e l’11 novembre Romagnoli e Mangini
hanno incontrato i referenti del Movimento a Colonia, Dussendorf, Dortumund,
Neusse e Bonn. Si è discusso, in questi incontri, del tesseramento del Pdl –
partito a cui il Movimento è legato, come specifica di seguito Romagnoli – del
sistema del consolato digitale che a breve sarà presente in tutte le strutture
consolari in Europa e nel mondo. “Un sistema – ha rilevato Romagnoli – che
renderà più veloce il lavoro delle sedi fornendo ai connazionali i servizi di
sempre, evitando spreco di tempo e denaro”.
Gli incontri si sono conclusi con la visita
al console generale a Colonia, Eugenio Sgrò, incentrata sullo sviluppo digitale
dei servizi e sui contatti con i connazionali in loco. Per Romagnoli è
necessario sviluppare anche gli incontri con “i professionisti e i ricercatori
– afferma – per far capire alla Germania che l’Italia, oltre ad avere ottimi
imprenditori e ristoratori, può vantare la presenza di grandi professionisti
nel campo della ricerca e della medicina”.
Mangini e Romagnoli hanno poi sottolineato
che il gruppo del Movimento della libertà è “una costola del Pdl e riconosce a
tutti gli effetti quale coordinatore del partito Aldo Di Biagio, deputato
eletto in Europa”.
“Noi non ci sentiamo non saremo un’anima
diversa del Pdl, come succede ad altre associazioni di centro- destra – ha
detto Romagnoli, – il nostro lavoro è lo stesso. Insieme, stiamo lavorando per
il tesseramento, operazione fortemente voluta da Di Biagio. Con quest’ultimo
possiamo dire con orgoglio e soddisfazione di avere un’ottima intesa”.
Romagnoli conclude affermando che il
Movimento da lui presieduto darà “il massimo per aiutare e sostenere il
coordinatore Di Biagio in questa fase così importante e delicata della vita del
Pdl all’estero”. (Inform)
Ginevra. Festeggiato il 45esimo di fondazione del Gruppo Alpini
Lo scorso 31
ottobre, l’Inno di Mameli ha dato inizio ai festeggiamenti del 45esimo
Anniversario della fondazione del Gruppo Alpini di Ginevra. Un centinaio di
penne nere si incrociavano tra i sorrisi ed il buon umore. Un Anniversario che
il Capo Gruppo Franco Vola ed il suo Comitato hanno saputo impreziosire con la
presenza di alcuni personaggi eccellenti quale il Presidente Nazionale Alpini,
Corrado Perona, il Vice Presidente della Sezione Svizzera Lorenzo Morassi,
accompagnato da Luciano Poletti, Capo
Gruppo Nidwalden, i gemelli del Gruppo Alpini di Palazzolo S/O in Provincia di
Brescia, capeggiati dal Capo Gruppo Mario Simoni. Tra gli invitati figurava il
Console Generale d’Italia, Alberto Colella, il Vice Console Francesco
Cacciatore, il Presidente dell’A.N.C.R.I., Comm. Nunzio Crusi, il Presidente
della Fondazione Generale Henry Dufour, René Thonney, il Presidente
dell’Associazione Sottoufficiali Svizzeri (A.S.S.O.) Robert Bouleau, il Sindaco
di Vernyer, Thierry Cerutti. Una folta delegazione dell’U.N.U.C.I. “ Unione
Nazionale Ufficiali in Concedo Italiani ” e una numerosa rappresentanza delle
Associazioni italiane del Cantone hanno fatto da sfondo ad una serata dai
diversi colori militari, per i festeggiamenti di una delle più antiche realtà
italiane del Cantone di Ginevra.
Un’atmosfera
cordiale dominava tra i tavoli della Salle des Avanchets.
I discorsi sono
stati unanimi nel segno dell’amicizia e della fratellanza, ricordando gli sforzi
dei militari di tutte le guerre caduti per la Patria. Il Presidente Perona, nel
suo intervento, ha rilevato la capacità dimostrata dai dirigenti del Gruppo di
Ginevra nell’istaurare rapporti di amicizia e rispetto con le rappresentanze
militari svizzere ed italiane.
La presenza del
Presidente Nazionale Perona, ha dato un impulso particolare ad una già
magnifica festa, già dal fine pomeriggio, quando è stato accolto nella sede del
Gruppo per una visita. Prima di lasciare la festa, il Presidente Perona ha dato
appuntamento, agli Alpini e simpatizzanti, all’Adunata Nazionale del 2010 che
si svolgerà a Bergamo.
René Thonney e
Robert Bouleau, hanno testimoniato, al nostro Gruppo Alpini, l’amicizia di
lunga data, offrendo in dono un fucile dell’Esercito svizzero in segno di
continuità. Mario Simoni, il Capo Gruppo di Palazzolo, ha sottolineato
l’eccellente rapporto trentennale intercorso tra i due Gruppi gemelli, dove
ogni anno, anche in occasione dell’Adunata Nazionale, si costruiscono momenti
per rafforzare la fratellanza.
Nel suo
intervento, il Console Generale Alberto Colella, ha valorizzato l’azione del
Gruppo che volge sempre al richiamo dei valori immortali e alla dedizione alla
Patria. Soddisfatto dell’organizzazione, ha poi fatto i meritati complimenti al
Capo Gruppo Franco Vola ed al suo Comitato. Carmelo Vaccaro (de.it.press)
Dal 16 al 19 novembre si svolge a Trento la Conferenza dei Consultori
all'estero
TRENTO - Da lunedì
16 a giovedì 19 novembre, presso la sede della Provincia, è in programma la
Conferenza dei Consultori all'estero. La Conferenza costituisce la sede propria
per fare il punto sullo stato delle comunità trentine all'estero e elaborare le
opportune strategie per mantenere forti e vivi i legami con la terra di
origine.
I Consultori per l'emigrazione che
partecipano alla Conferenza, sono stati nominati nel maggio scorso dalla Giunta
provinciale, su proposta del suo Presidente e dopo aver preso atto delle
indicazioni pervenute dagli organismi associativi, dalle rappresentanze
diplomatiche, dagli uffici consolari e laddove esistenti dai comitati degli
italiani all'estero.
Chiamati anche gli "ambasciatori del
Trentino all'estero", i Consultori - scelti fra quanti abbiano maturato esperienze
nell'ambito dell'associazionismo fra emigrati, degli organismi rappresentativi
dell'emigrazione, del volontariato, del lavoro, delle professioni e della
cultura - sono i "ponti" grazie ai quali la Provincia riesce a
dialogare con le infinite realtà in cui vivono gli emigrati in quattro
continenti, sono i "sensori" grazie ai quali è possibile gestire con
efficacia e tempestività le situazioni di emergenza, far fronte ai problemi più
urgenti, mantenere i rapporti con le realtà associative e con i singoli,
portare avanti i progetti di scambi e di arricchimenti culturali oppure di
solidarietà.
La legge istitutiva prevede che i Consultori
siano al massimo quindici. Dieci erano nella scorsa legislatura, dodici saranno
in quella cominciata da poco: per l'Argentina, infatti, e per il Brasile, i
consultori passano da uno a due per ciascun Paese, in modo da garantire
un'adeguata rappresentanza a quei territori nazionali vastissimi. (Inform)
Italien. Berlusconi will Justizreform - um Silvio zu helfen
Seit die Immunitätsgesetze einkassiert
wurden, steht Berlusconi unter Druck. Jetzt will er Verjährungsfristen
verkürzen, um Prozessen zu entgehen. Von Andrea Bachstein, Rom
Italiens Premierminister Silvio
Berlusconi hat bei seinen angestrebten Reformen im Justizbereich nur einen
Teilerfolg erzielt. Die Dauer von Prozessen soll für jede der drei Instanzen
auf maximal zwei Jahre befristet werden. Danach soll eine Verjährung eintreten.
Darauf einigten sich der Regierungschef und Parlamentspräsident Gianfranco
Fini.
Der entsprechende Gesetzesvorschlag
soll möglicherweise schon an diesem Donnerstag dem Senat präsentiert werden.
Wegen Prozessen, die ihm selbst drohen, steht Berlusconi unter großem Druck,
seit Italiens Verfassungsrichter Anfang Oktober die Immunitätsgesetze verworfen
haben.
Berlusconis Juristen in höchster Eile -
Der Regierungschef hatte weiter reichende Gesetzesänderungen verlangt. Er
wollte kürzere Verjährungsfristen für viele Delikte. Nur dies hätte ihn mit
Sicherheit vor laufenden und künftigen Verfahren geschützt. Berlusconis
Juristen hatten in höchster Eile immer neue Formulierungen erarbeitet.
Dies war von heftigen politischen
Auseinandersetzungen begleitet.
Dass Berlu