WEBGIORNALE  18-19  Novembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Vertice Fao, la delusione delle Ong. "Solo parole, servono 44 miliardi"  1

2.       Vertice Fao. Una tragedia che riguarda anche noi 2

3.       Influenza A: 7 morti in Germania dopo il vaccino. Ma le autorità rassicurano  2

4.       SWR. L’emigrazione, parte della storia d’Italia  3

5.       Gli Enti Gestori Germania delusi dall’articolo di Montanari: ha ignorato il grave problema della scuola  3

6.       Il Prof. Tullio De Mauro in cattedra all’Università di Tubinga  4

7.       Monaco di Baviera. Il Consolato chiuso al pubblico dal 30 novembre al 2 dicembre 2009. 4

8.       Ctim di Colonia: “L’associazionismo ci unisce, la partitocrazia ci divide”  4

9.       Lafontaine: «Ho il cancro, mi opero»  5

10.   Monaco di Baviera. Ancora aperte le iscrizioni ai corsi speciali 2009/2010 dell’IIC  5

11.   Insediato il Consiglio regionale degli Abruzzesi nel Mondo, che riprende la rotta  5

12.   “La CNE  intende contrastare il clima di disinteresse  e di indifferenza verso l’associazionismo”  6

13.   Cina e Usa, un accordo 'indolore' resuscita il vertice di Copenaghen  6

14.   Se si decide di non decidere  7

15.   Marelli (Ong Italiane) sul Vertice FAO: “Dichiarazione totalmente inefficace per combattere la fame nel mondo”  7

16.   Lotta alla fame senza soldi e senza scadenze  8

17.   Così il Muro nascose i morti del Salvador 8

18.   Clima. L'ipocrisia si consuma nei mari del Sud  9

19.   Ambiente. Dalle promesse alla realtà  9

20.   Europa-Turchia, la crisi dell'eterno fidanzamento  10

21.   Commento. Capire il futuro  10

22.   Mr. Pesc, Frattini bacchetta Brunetta. "Nome di D'Alema interesse nazionale"  11

23.   Acqua ai privati, il governo mette la fiducia. 11

24.   Nuovo «alt» di Fini: la maggioranza non può cambiare le regole a piacimento  11

25.   Il valore dell’unità. La missione più alta della politica  12

26.   Fiducia: il premier al 45%, governo giù. L'effetto Bersani fa decollare il Pd  12

27.   Così nasce una protesta dal basso  12

28.   Il “No B. Day” del 5 dicembre. Di Pietro e Pd divisi sulla piazza  13

29.   Una Sicilia a due velocità. Le ragioni che ne ostacolano il decollo  13

30.   I misteri della Banca Arner con i depositi di Berlusconi e figli 14

31.   Mafia, preso il boss Raccuglia. «È il numero 2 di Cosa Nostra»  14

32.   Studenti in piazza per la Giornata di mobilitazione internazionale per il diritto allo studio  15

33.   Lotta alla fame nel mondo. Save the Children: bastano 27 centesimi al giorno per salvare un bambino  15

34.   Dino Nardi (CGIE): La lettera dell’Agenzia delle Entrate italiana dimostra l’inaffidabilità dell’AIRE! 16

35.   In corso la Conferenza dei Consultori. L'emigrazione trentina si deve trasformare da problema a risorsa  16

36.   Oggi a Roma la presentazione del 1° Meeting Mondiale dei Giovani per un Futuro Sostenibile  17

37.   Tesi di laurea sull'emigrazione trentina: entro il 27 novembre le domande di partecipazione  17

 

 

1.       Geschwister-Scholl-Preis für Saviano. Mut, Wut und die Rache der Mafia  17

2.       Porträt Roberto Saviano. Eine Wut, die mutig macht 18

3.       15. Festival des italienischen Films vom 20. November bis 1. Dezember. Verso Sud  18

4.       Botticelli in Frankfurt. Die tugendhafte Nymphe, wer wünschte sie nicht?  19

5.       Gusto Nudo  organisiert  in Berlin die „Messe unabhängiger Weinbauer“ (21.-22. November) 20

6.       Neue Online-Zeitung. Ciao-saarland.de stellt sich vor. Anliegen und Ziele  20

7.       Saarbrücken. Das italienische Konsulat verweigerte Schirmherrschaft für interkulturelle Tagung  21

8.       Frankfurt. ENIT unterstützt Botticelli-Ausstellung im Städel 21

9.       Saarbrücken. Demonstration gegen die Schließung des Konsulats  21

10.   Mafiaboss auf Sizilien festgenommen. 15 Jahre auf der Flucht 21

11.   Libyens Staatschef Gaddafi in Rom. Ein Anruf bei Francesca Grasso. "Der Mann hat mich beeindruckt"  22

12.   Ernährungsgipfel in Rom. Mehr als eine Milliarde Menschen hungern  22

13.   Welternährungsgipfel. Viele Aufrufe, viele Versprechungen - keine konkreten Summen  23

14.   Welternährungsgipfel. G-8-Chefs im Hungerstreik  23

15.   Europa sucht guten Rat 24

16.   Kanzlerin kündigt Reise an. Merkel macht Klimagipfel zur Chefsache  24

17.   Vor dem Weltklimagipfel in Kopenhagen. Allerletzte Frist 25

18.   Gipfeltreffen in Peking. Obama: Klimagipfel muss "sofortige Wirkung" haben  25

19.   Klausurtagung. Die Mängelliste der Koalition  26

20.   Sigmar Gabriel. Der letzte Mann der SPD  27

21.   Bologna-Reformen. Verschulte Studiengänge, verfehlte Ziele  27

22.   Studenten und Schüler protestieren. Heißer Herbst 28

23.   Studentenproteste. Dürftige Parolen  28

24.   Andrea Nahles im FR-Interview. "Im Dialog überzeugen"  28

25.   Gruppenbezogene Menschenfeindlichkeit in Europa  29

26.   Analyse des Wahldebakels. Die CSU wälzt die Schuld auf die Wähler ab  29

27.   Karlsruher Grundsatzentscheidung. Volksverhetzung bleibt strafbar 30

28.   Causa Steinbach. Ein Armutszeugnis  30

29.   Vertriebenenverbände. Analyse. Lohn des Verzichts  31

30.   Friedensnobelpreisträgerin Shirin Ebadi: "Die Menschenrechte sind international"  31

31.   Prozess gegen Piratensender. Rechte Hassparolen im Internetradio  32

32.   Nazi-Überfall in Hamburg. Mit Fäusten gegen "Überfremdung"  32

33.   Köln. Eröffnung der Ausstellung. Attraverso - Werke von Michele Angelillo  32

 

 

 

Vertice Fao, la delusione delle Ong. "Solo parole, servono 44 miliardi"

 

Il Papa: "Non è più possibile accettare opulenza e spreco" di fronte ad un dramma

planetario che vede morire ogni giorno 17 mila bambini: uno ogni cinque secondi"

Nel mirino delle organizzazioni non governative, la scarsa concretezza di un summit

in cui si è parlato tanto e deciso poco. I "5 princìpi" per un'azione globale

di CARLO CIAVONI

 

ROMA - "Alla fine di questa giornata, quando saremo ancora qui, oltre 17 mila bambini saranno morti di fame. Ne scompare uno ogni cinque secondi. Sei milioni in un anno". Ha scelto parole raggelanti il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, per dare inizio al Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare della Fao, che s'è aperto a Roma.

 

La cronaca della giornata - Nel palazzo di viale delle Terme di Caracalla si svolge l'ennesimo confronto tra capi di Stato e di governo - ne sono arrivati una sessantina, assenti i Paesi ricchi - sulla tragedia planetaria della fame nel mondo, che ha ucciso - solo nel 2009 - un miliardo e duecento milioni di persone. Una verità che atterrisce, ma che lascia ancora indifferente la maggioranza di quella parte del mondo ricco, principale responsabile degli immorali squilibri sociali ed economici che ci sono in questo mondo.

 

Eppure, da "... E' arrivato il momento di rimboccarci le maniche..." di Berlusconi a "Ci vuole più impegno per debellare la povertà... " le frasi vuote e scontate non sono mancate. E' mancata invece un'assunzione di responsabilità tangibile, quanto meno per avviare un processo di cancellazione di questa piaga. I capi di Stato e di governo hanno approvato la dichiarazione in cinque punti con gli impegni per un'azione globale contro la fame.

 

Le richieste di Diouf. Tuttavia, il documento non dice una parola rispetto alla richiesta del direttore generale della Fao, il senegalese Jacques Diouf, che stamane ha chiesto 44 miliardi di dollari da destinare allo sviluppo agricolo e alle infrastrutture nei Paesi poveri. Aggiungendo anche che ''i fondi per la Fao risultano ridotti di un 22% rispetto ai livelli del 1994 e del 32% rispetto al personale impiegato''.

 

Poi sono arrivate le parole del Papa, che ha parlato di "egoismo" aggiungendo che: "Non è più sopportabile assistere ad opulenze e sprechi ". E sono arrivate anche quelle di Gheddafi: "L'assenza qui dei Paesi ricchi è un segno della scarsa volontà di risolvere il problema della fame". Parole che hanno fatto eco a quelle del direttore della Fao, mentre il traffico di Roma andava in tilt e si animavano le proteste degli agricoltori e delle Ong davanti al palazzo.

 

Benedetto XVI. "Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori!". Con questa esclamazione Benedetto XVI ha concluso il suo discorso. Un discorso che era cominciato con un'analisi della situazione economica mondiale: "La comunità i

internazionale sta affrontando una grave crisi economico finanziaria. Le statistiche testimoniano la crescita del numero di chi soffre la fame e a questo concorrono l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la diminuzione delle disponibilità economiche delle popolazioni più povere, il limitato accesso al mercato e al cibo".

 

Per favorire un adeguato approvvigionamento alimentare a tutte le popolazioni del pianeta, "è necessario contrastare il ricorso a certe forme di sovvenzioni che perturbano gravemente il settore agricolo, la persistenza di modelli alimentari orientati al solo consumo e privi di una prospettiva di più ampio raggio e soprattutto l'egoismo, che consente alla speculazione di entrare persino nei mercati dei cereali, per cui il cibo viene considerato alla stregua di tutte le altre merci", ha aggiunto il Papa nel suo discorso.

 

Fra le cause all'origine della grave crisi alimentare mondiale, non c'è solo l'aumento demografico, ma anche l'eccessivo e sconsiderato uso delle risorse ambientali, un legame importante fra cambiamenti climatici mondiali e questione alimentare. E poi: "I metodi di produzione alimentare impongono un'attenta analisi del rapporto tra lo sviluppo e la tutela ambientale. Il desiderio di possedere e di usare in maniera eccessiva e disordinata le risorse del pianeta è la causa prima di ogni degrado dell'ambiente".

 

La proposta di Barroso. Il presidente della Commissione europea José Barroso ha proposto un "sistema di allarme rapido", basato su dati scientifici, per la sicurezza alimentare. Nel suo discorso ha puntato l'attenzione sul nesso tra sicurezza alimentare, sicurezza mondiale e lotta contro il cambiamento climatico. "Un mondo dove un miliardo di persone sono affamate - ha detto - è non solo una macchia sulla nostra coscienza collettiva, ma anche una crescente minaccia per la sicurezza mondiale. Come la lotta contro il cambiamento climatico, anche la lotta contro la fame non può aspettare: dobbiamo riuscire a dimezzare la fame nel mondo entro il 2015, secondo quanto previsto dagli obiettivi di sviluppo del millennio".

 

Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato ha inviato un messaggio: "Questa drammatica realtà, aggravata ulteriormente dalla crisi economica e finanziaria, non può lasciare indifferenti. Proprio la crisi economica e finanziaria insegna che ricchezza e benessere hanno valore se largamente ed equamente distribuiti. La comunità internazionale deve impegnarsi per porre le basi di uno sviluppo sostenibile e diffuso".

 

Silvio Berlusconi. "L'anno scorso in questa sede - ha detto il presidente del Consiglio - il direttore generale della Fao chiese di passare dalle parole ai fatti: per quanto mi riguarda ho preso per buono questo invito, e messo al centro del G8 dell'Aquila il problema dei soldi da trovare". Proprio all'Aquila, ha ricordato il premier, è stato lanciato un programma da 20 miliardi di dollari per i prossimi tre anni. "Ora - annuncia - c'è da lavorare perché ogni Paese si assuma questo impegno in modo preciso, con date e modalità, affinché questi soldi possano andare ad aiutare gli agricoltori, soprattutto i piccoli agricoltori ed implementare la produzione generale nel mondo, ciò che dovremmo fare tutti insieme durante questo vertice".

 

Muammar Gheddafi. Nel suo lungo discorso, il leader libico, dopo aver segnalato l'assenza dei Paesi ricchi nel summit, ha aggiunto che "la situazione più drammatica in Africa è quella delle sementi, monopolizzate da imprese diaboliche". E ancora: "Dobbiamo smantellare questo monopolio, la Fao deve farlo in ogni Paese".

 

Il colonnello ha poi lanciato un allarme, parlando da presidente dell'Unione Africana: "In Africa, investitori stranieri stanno rastrellando i terreni agricoli trasformandosi in nuovi latifondisti, contro i quali dobbiamo lottare". Le emergenze ambientali nel continente sono molte e Gheddafi, nel suo intervento, ha ricordato quella del Lago Ciad, a rischio di prosciugamento, così come rischiano di prosciugarsi i bacini idrici del Senegal e il Delta del Nilo.

 

Hosni Mubarak. Se i Paesi ricchi non accettano di rivedere le "politiche protezioniste che hanno causato il maggior danno al settore dell'agricoltura nei Paesi in via di sviluppo il problema non si può risolvere", ha detto il presidente egiziano Hosni Mubarak. C'è poi il capitolo degli interventi d'emergenza per fornire aiuti alimentari "in modo urgente ed efficace alla categorie più bisognose: e ribadisco il riferimento alla deteriorata situazione umanitaria nella Striscia di Gaza, come conseguenza dell'assedio continuo di Israele".

 

Ignacio Lula. Per il presidente brasiliano il modello del suo Paese è il più adatto a sconfiggere la fame: "La più terribile tra le armi di distruzione di massa", ha detto. Un modello vincente, perché è servito a sconfiggere la denutrizione nel Paese più vasto dell'America Latina e perché, dopo, ha messo le proprie conoscenze a disposizione degli altri Paesi. Sono state le determinazioni politiche che ci hanno permesso di raggiungere ottimi risultati con una forte rete di previdenza sociale e incentivando l'attivazione di programmi per l'agricoltura familiare, componente essenziale di questa strategia".

 

Soprattutto "il Brasile ha trasferito senza condizioni la tecnologia di punta che ha influenzato la nostra agricoltura e condividiamo le nostre politiche con gli altri". Ma il ruolo delle Nazioni Unite e della Fao, ha aggiunto, "è decisivo". La constatazione amara, ha aggiunto, è che però "la metà delle risorse che i leader mondiali hanno investito per salvare le banche, renderebbe possibile eliminare la fame in tutto il mondo. E questo dimostra che la lotta resta ancora marginale nelle priorità politiche globali".

 

Gianni Alemanno. "Nel documento finale del vertice sono confermati gli obiettivi di dimezzamento degli affamati nel mondo entro il 2015. Manca però una chiara indicazione dell'impegno finanziario. Una mancanza a cui si deve porre rimedio. Al di là dell'assenza dei leader mondiali, che disturba - ha detto il sindaco di Roma - c'è il problema di fondo di avere la garanzia che i 20 miliardi di euro stanziati nel G8 arrivino realmente ai produttori agricoli, cioè a coloro che devono combattere il dramma della fame". Secondo il primo cittadino della capitale, occorre muoversi su tre linee: il riconoscimento della dignità degli agricoltori, una maggiore consapevolezza del problema e una politica che si comporti in maniera retta. Alemanno ha precisato che la città di Roma ha preso a cuore questo impegno ed è orgogliosa di ospitare il vertice.

 

Le ONG. I militanti delle Ong, riuniti sotto una tenda davanti alla Fao, hanno protestato contro le multinazionali "che utilizzano il cibo come mezzo di speculazione". "Circa l'80 per cento delle persone che soffrono la fame vivono nelle zone rurali, ma la politica della Fao è quella di concentrarsi sulle multinazionali", è la denuncia di Henry Saragih, coordinatore generale de 'La Via Campesina', movimento internazionale dei piccoli agricoltori. Davanti alla loro tenda, i militanti hanno messo in scena una sorta di rappresentazione teatrale, dove incarnano i piccoli produttori dell'America Latina e dell'Africa, vessati dalle multinazionali.

 

Le Organizzazioni Non Governative si dicono insoddisfatte dal piano in "cinque punti" varato a Roma, denunciano le "troppe omissioni" del testo ufficiale e lanciano la campagna "Ok, il prezzo è ingiusto". Il rapporto "Fame di Cambiamento" rivela che esiste una gamma di possibilità per fermare la malnutrizione, causa di danni irreversibili allo sviluppo fisico e cognitivo dei bambini, sin dal loro concepimento al compimento del secondo anno di vita.

 

Nei Paesi in via di sviluppo, l'11% dei bambini è malnutrito già da prima della nascita, poiché la crescita viene compromessa dall'alimentazione scarsa delle loro madri. David Mepham, direttore di Save The Children ha rivelato che in molti Paesi poveri solo il 5% dei bambini ha una dieta diversificata, mentre il resto non riesce ad avere il sufficiente apporto di vitamine, utili per il loro sviluppo fisico e cognitivo.

 

Più di metà dei bambini che vivono in questi Paesi basa la propria nutrizione sulla combinazione al massimo di tre diversi alimenti e non riesce pertanto ad avere una dieta equilibrata. "Sappiamo come combattere la fame dei bambini e sappiamo quanti fondi sono necessari per farlo, ma si continua a non dare all'alimentazione la giusta importanza e tutto ciò deve cambiare - continua Mepham - Auspichiamo che alla fine di questo summit, ci sia un serio impegno a dire basta alla fame: è scandaloso che i leader mondiali stiano trascurando un problema così grande e la cui risoluzione è così ovvia".

 

Gli agricoltori. Gli agricoltori del Sud Italia hanno dato vita ad un corteo, dopo essersi radunati in piazza San Giovanni in Laterano a Roma per protestare contro la crisi dell'agricoltura. Hanno percorso via Emanuele Filiberto - chiusa al traffico - per arrivare poi in Piazza Vittorio, all'Esquilino, dove hanno protestato per tutto il pomeriggio. "Noi agricoltori stiamo diventando dei pezzenti - ha detto un manifestante - perché non riusciamo a comprare neanche il pane che noi produciamo".

 

I circa 600 tra piccoli produttori, contadini e pescatori arrivati da oltre 70 paesi per dare vita al Forum Parallelo della società civile, hanno ripreso molti degli argomenti del presidente brasiliano nella loro protesta sotto una tenda davanti al Vertice. "Abbiamo bisogno di una vera riforma agraria globale - ha detto Henry Saragih, coordinatore generale de La Via Campesina - perché l'80% degli affamati sono piccoli produttori di cibo e ancora non hanno avuto il piacere di ricevere, oltre che parole, azioni concrete". LR 16

 

 

 

 

 

Vertice Fao. Una tragedia che riguarda anche noi

 

Al vertice Fao il Papa ha tenuto a sottolineare che la fame nel mondo non deriva, né deriverà in futuro, dall’eccesso della popolazione rispetto alle risorse alimentari potenzialmente disponibili. Il problema è come le risorse vengono organizzate e distribuite. Vanno ripensate le sovvenzioni distorsive a chi produce il superfluo, limitate le speculazioni, favorito l'accesso ai mercati mondiali delle produzioni dei paesi più poveri.

 

Il settore agricolo-alimentare, come e più di altri, mette alla prova la capacità del mondo di godere i benefici dell’economia di mercato globale, governandola con regole opportune. Non si può andare «contro i mercati» senza finire nella giungla di un litigio protezionista il cui costo grava soprattutto sui più deboli. Né si può lasciare i mercati senza regole e interventi di coordinamento, che li aiutino a svilupparsi conformemente alle diverse esigenze di paesi che hanno differenti gradi di sviluppo, modelli di consumo e possibilità produttive.

 

E’ triste che il vertice non abbia visto un aumento impegnativo degli stanziamenti contro la fame. Eppure, almeno nel lungo periodo, il problema non è tanto quello della quantità di fondi stanziati dai Paesi ricchi, quanto quello della qualità della cooperazione globale. Questo è vero, più in generale, per gli aiuti allo sviluppo che, come suggerisce il terzo dei «Cinque principi di Roma», devono curare la fame anche indirettamente, eliminando le «cause di fondo della povertà». Gli aiuti allo sviluppo, pur crescendo, non raggiungono ancora un terzo dell'1% del Pil dei Paesi donatori. Da parte di alcuni Paesi, fra i quali il nostro e gli Usa, sono nettamente inferiori. In un periodo di tumultuosa trasformazione dell’economia mondiale occorrerebbe di più. Perché la trasformazione significa, inevitabilmente, rapidi arricchimenti e, insieme, rapidi impoverimenti, di regioni, Paesi e, al loro interno, gruppi sociali. Gli aiuti sono un modo per ridistribuire il reddito a livello internazionale. È probabile che, anche a livello nazionale, e anche all'interno dei Paesi ricchi, vada riscoperta l'importanza degli interventi ridistributivi, che oggi godono di cattiva fama per i modi nefasti con cui sono spesso stati realizzati.

 

Tutto ciò richiede cooperazione e un certo grado di concordia politica. Richiede regole globali e istituzioni internazionali forti e indipendenti dalle contingenze delle politiche nazionali e delle mutevoli relazioni internazionali. D’altra parte il «buon governo», del mondo e dei Paesi che lo compongono, è una condizione non solo per re-distribuire bene ma anche per produrre di più. Se è vero, come ha detto Benedetto XVI, che ci sarebbe da mangiare per tutti, non dobbiamo scordare, andando oltre lo specifico del problema alimentare, che per assicurare redditi pro capite adeguati in tutto il mondo, in decenni in cui ancora la popolazione cresce rapidamente, la produttività deve continuare a crescere: la re-distribuzione non funziona in un mondo dove rallenta la produzione.

 

Ma per assicurare un livello elevato e sostenibile di crescita economica globale serve lo stesso tipo di cooperazione e lo stesso dominio delle buone regole che sono indispensabili per re-distribuire il reddito e aiutare i più deboli. Oggi, per esempio, serve un coordinamento mondiale che favorisca, per qualche tempo, il contenimento della spesa e della crescita delle economie più avanzate insieme a un'accelerazione dei Paesi emergenti, che eviti l'ingolfamento dei mercati delle principali materie prime, che regoli il consumo di energia, che contenga la propensione di alcuni a consumare e quella di altri a risparmiare, pur convogliando in modo fluido e sicuro, tramite mercati finanziari efficienti e stabili, i fondi di chi spende meno del suo prodotto verso chi, temporaneamente, fa il contrario.

 

La fame è un aspetto tremendo del disordine di un mondo che non sa governarsi e cresce in modo diseguale e instabile. La crisi che stiamo attraversando rischia di peggiorare le cose se riduce il grado di integrazione dell’economia globale, se suscita gli egoismi e incoraggia ciascuno a chiudersi nei suoi confini oscillando fra protezionismo e concorrenza furbesca. Ma la crisi è anche l'occasione per fare il contrario: rinsaldare la cooperazione fra chi ha capito meglio che stiamo tutti sulla stessa barca, darsi regole comuni e rispettate per i grandi mercati globali, rafforzare le agenzie e le istituzioni internazionali. Far funzionare forme di «autorità sopranazionale» è insieme un'utopia, un segno di profondo realismo e il modo per tentare davvero di sradicare la fame. FRANCO BRUNI LS 17

 

 

 

 

Influenza A: 7 morti in Germania dopo il vaccino. Ma le autorità rassicurano

 

«Pazienti già gravi e per questo a rischio per l'influenza». Rezza: «Si tratta di coincidenze: no preuccupazioni»

 

BERLINO - Cresce la paura in Germania. Sette persone sono morte, nelle ultime tre settimane, dopo la vaccinazione contro l'influenza A con il siero pandemico Pandemrix (Gsk). Tra le vittime anche un neonato, si legge sul tabloid tedesco Bild che dá ampio spazio alla notizia. Il piccolo, 21 mesi appena, soffriva di una grave cardiopatia congenita. Il giorno dopo la vaccinazione è stato colpito da infarto polmonare ed è morto, nonostante la respirazione artificiale.

RELAZIONE NON PROVATA - Mentre la preoccupazione monta, Susanne Stoecker, portavoce del Paul Ehrlich Institute (l'istituto federale che si occupa soprattutto di prodotti medicinali biologici, come i vaccini), cerca di rassicurare: «Se succede qualcosa dopo la vaccinazione - afferma su Bild - non significa che questa ne sia necessariamente la causa. Soprattutto i pazienti gravemente malati e dunque a rischio se colpiti da influenza A, ai quali - sottolinea - si raccomanda il vaccino, è possibile che muoiano per la loro preesistente malattia. Il vaccino può non aver nulla a che fare» con il decesso. Le altre vittime conteggiate dal tabloid sono una donna (65 anni) della Turingia, gIà malata e che ha subito un attacco di cuore dopo la vaccinazione; un dipendente Bayer (46 anni), trovato morto in bagno un giorno dopo la vaccinazione: secondo l'autopsia si è trattato di morte cardiaca improvvisa. E ancora, un uomo di 55 anni, sempre della Turingia, deceduto a casa per attacco cardiaco sei ore dopo essere stato immunizzato; una donna di 92 anni e un 65enne diabetico e infine un uomo di 66 anni, che soffriva di una malattia respiratoria, vaccinato venerdì e trovato morto ieri nel suo appartamento, ancora una volta in Turingia. Per la Stoecker, in ogni caso, «al momento attuale i benefici della vaccinazione sono superiori ai rischi». E il ministro della Salute della Turingia, Heike Taubert (Spd), ha rinnovato ieri il suo appello ai tedeschi affinchè si vaccinino contro l'influenza A.

REZZA: «NESSUN ALLARME» - «Non c'è da preoccuparsi per la sicurezza del vaccino contro il virus A/H1N1 dopo la morte di alcune persone, avvenuta in Germania, dopo la somministrazione del siero anti-pandemico. Lo ribadisce Giovanni Rezza, direttore del dipartimento del malattie infettive dell'Istituto superiore di Sanità: si tratta con ogni probabilità «solo di una coincidenza temporale, senza alcun nesso causa effetto col vaccino». Casi, che, quindi, «non destano preoccupazione». Bisogna distinguere, spiega Rezza a margine della conferenza stampa di presentazione del XXIII Congresso Anlaids: «tra gli eventi avversi ai vaccini, come ai farmaci, ci sono quelli che sono direttamente correlati e quelli che non lo sono». Tra i primi, per i vaccini «i più comuni sono banali: dolore localizzato, gonfiore, febbricole. Raramente ci sono effetti maggiori»: in Italia, prosegue Rezza, «su oltre 150 mila persone vaccinate contro la pandemia, ci sono stati due casi di una certa gravità, due collassi per choc anafilattico, risolti grazie all'intervento del medico». Alcuni eventi avversi, invece, «sono associati solo temporalmente al vaccino, cioè si verificherebbero anche in sua assenza. Per i due decessi in Germania si tratta probabilmente di questo», sottolinea l'infettivologo: «una coincidenza temporale, senza nessun nesso causale con la vaccinazione». Ragion per cui «questi casi non destano preoccupazione».  CdS 17

 

 

 

 

SWR. L’emigrazione, parte della storia d’Italia

 

L’Italia assegna un posto d’onore ai suoi emigrati. Una mostra permanente, arricchita da materiali multimediali, ha trovato collocazione al Vittoriano di Roma, nel lato Ara Coeli. Il Museo nazionale Emigrazione Italiana (MEI) è aperto al pubblico dalla fine dello scorso ottobre

 

L’idea di conferire un posto d’onore all’emigrazione italiana è di Mirko Tremaglia (AN) già ministro degli italiani all’estero nel precedente governo Berlusconi. La realizzazione del progetto è del suo successore, Alfredo Mantica (AN), attuale Sottosegretario agli Esteri con delega governativa per gli Italiani nel mondo.

Non si tratta tanto di oggettistica quanto invece di pannelli e video che riproducono materiale scientifico, utile per la conoscenza storica del fenomeno emigratorio italiano.

 

L’esposizione è finalizzata a far conoscere, soprattutto alle scolaresche, questo pezzo di importante storia sociale ed economica del nostro paese. I visitatori che annualmente varcano il Vittoriano, la casa della memoria degli italiani, sono mediamente un milione e duecento mila. L’emigrazione è l’espressione più nitida del disagio sociale e di forte povertà che l’Italia ha vissuto fra la fine del 1800 e la fine del secolo scorso.

 

Sono stati quei 29 milioni di emigrati, per lo più contadini ed analfabeti, a dare forza di crescita economica e sociale a quell’Italia pervasa dal Nord al Sud, dalla miseria più nera. Sono state le famigerate rimesse degli emigrati a far fiorire l’edilizia e tutto l’indotto. E sono stati gli emigrati a portare nei paesi di accoglienza come l’Australia, l’Americhe, la Francia, il Belgio, il Lussemburgo, la Germania e l’ Inghilterra pasta e pizza e ad importare anche le prime automobili italiane.

Tutta questa parte di storia sociale ed economica, ritenuta indegnamente di serie B o addirittura di cui vergognarsi, collocata nel Vittoriano trova un dignitoso inserimento nella storia nazionale dell’Unità e del Risorgimento del nostro paese. L’emigrazione non è affatto un fenomeno del Mezzogiorno. Basti ricordare che i primi grandi esodi verso terre lontane hanno avuto come serbatoio prima la Lombardia, il Veneto, il Trentino, il Friuli, la Liguria e l’Emilia Romagna e successivamente ha interessato anche le altre regioni centro-meridionali, la Sicilia e la Sardegna.

Questa è la storia di molti paesi, anche di quelli che nel corso del tempo sono addirittura diventati paesi di immigrazione come la Germania e la stessa Italia.

Altri particolari sono contenuti nel servizio audio realizzato col Sottosegretario Alfredo Mantica in occasione della sua recente visita in Germania. Per ascoltare basta cliccare su questo link: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5608996/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/7xf4ve/index.html

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Gli Enti Gestori Germania delusi dall’articolo di Montanari: ha ignorato il grave problema della scuola

 

Dopo l’intervento di Scigliano sull’articolo di Montanari “Consolati: un incontro inutile” (vedi webgiornale del 13-15 novembre, articolo 8), ecco la presa di posizione degli Enti Gestori Germania, che chiedono al consigliere Cgie perché abbia disertato l’incontro in questione, pur essendo a Berlino, e perché abbia ignorato l’altro grosso tema all’ordine del giorno, l’intervento scolastico

 

Gentile Signor Montanari, abbiamo letto con interesse l’articolo “Consolati: un incontro inutile” tenutosi a Berlino sulla chiusura dei consolati e sull’intervento scolastico.

Ci lascia a dir poco sconcertati per non aver letto mezza riga sull’intervento scolastico, pur sapendo che, insieme alla ristrutturazione della rete consolare, esso è certamente l’argomento che tocca più da vicino la collettività italiana in Germania.

Ovviamente gli Enti gestori, non essendo stati invitati a partecipare ai lavori del sabato, non sono in grado di sapere che cosa sia veramente successo.

 

“Abbiamo assistito in fine giornata ad una cagnàra indegna – oltre che fuori luogo – da parte di un Consigliere Cgie, ampiamente noto alla magistratura tedesca, contro il Console di Stoccarda. Vada al Console di Stoccarda tutta la solidarietà di questo giornale”.

 

Questa è un’affermazione grave e lesiva nei confronti di quel consigliere Cgie che è intervenuto sulla delicata questione della Scuola perché pregato dalla Presidente Comites, rimasta senza voce.

Stupisce inoltre il fatto che proprio Lei, gentile Montanari, che dal pulpito del Suo giornale pontifica sull’importanza del successo scolastico quale veicolo importante d’integrazione nella società tedesca, ma poi puntualmente diserta gli incontri come membro Cgie.

 

Infatti se Lei avesse preso parte ai lavori preliminari del venerdì fra InterComites – membri Cgie – parlamentari eletti all’estero e gli Enti gestori avrebbe potuto, innanzitutto offrire un Suo contributo e poi avrebbe potuto prendere atto dell’incarico conferito dai presenti al “consigliere” e alla presidente Comites di Stoccarda.

 

Inoltre dovrebbe avere il coraggio di dire a Suoi lettori che Lei era presente a Berlino come membro Cgie e di specificare i motivi della Sua solidarietà ad un console che sta severamente punendo alunni bisognosi di sostegno e frapponendo ostacoli  anche alla frequenza ai corsi di Lingua e cultura.

 

Farebbe quindi bene, gentile  Montanari, a scindere il Suo ruolo di giornalista da quello di membro Cgie.

Infine, senza ombra di polemica, sarebbe forse anche opportuno che Lei facesse sapere pubblicamente quale forza sociale rappresenta in seno al Cgie.

Distinti saluti.

Coordinamento Enti Gestori Germania presenti alla Riunione del 6/11/2009 a Berlino

(de.it.press)

 

 

 

 

Il Prof. Tullio De Mauro in cattedra all’Università di Tubinga

 

Tubinga - È iniziato lunedì 16 novembre all’Università di Tubinga, con grande e intensa partecipazione di studiosi e cultori della materia, il ciclo di cinque lezioni dedicate a „L’Italia linguistica contemporanea“ tenute dal Prof. Tullio De Mauro dell’Università La Sapienza di Roma.  Il ciclo di lezioni, nato da un invito dell’Istituto di Romanistica dell’Università di Tubinga in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda, si conclude  venerdì 20 novembre e offre un’occasione di approfondimento unica per studenti, linguisti ed insegnanti di italiano sotto la guida uno studioso che ha fatto la storia della linguistica italiana.

Le singole giornate sono dedicate ad aspetti precipui della lingua italiana contemporanea. Il primo incontro è stato dedicato a “Antico e nuovo nelle presenti condizioni linguistiche italiane”, si passerà poi a “L’ “Antilingua” burocrazia, scuola, leggi, giornalismo”, quindi a “L’uso letterario e scientifico della lingua”, “L’uso parlato tra dialetti, regionalismi e standard” ed infine ad una lezione intitolata “In cammino verso lo standard”.

Inoltre, giovedì 19 novembre il Centro Studi Italia dell’Università di Stoccarda, sempre in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda, presenta, presso la Biblioteca Universitaria di Stoccarda, una  conferenza del Prof. Tullio De Mauro intitolata “ “Che lingua fa” oggi in Italia”. De.it.press

 

 

 

Monaco di Baviera. Il Consolato chiuso al pubblico dal 30 novembre al 2 dicembre 2009.

 

Il Ministero Affari Esteri ha disposto una missione tecnica a Monaco di Baviera per l'adozione del nuovo sistema integrato di funzioni consolari e l'attivazione delle procedure per il rilascio del passaporto biometrico con rilevazione delle impronte digitali del connazionale richiedente.

Per consentire l'espletamento di tali lavori su indicazione della stessa Amministrazione Centrale il Consolato Generale rimmara' chiuso al pubblico dal 30 novembre al 2 dicembre 2009.

Per eventuali urgenze, si prega di contattare gli Uffici interessati telefonicamente.

Il Console Generale Adriano Chiodi Cianfarani (de.it.press)

 

 

 

 

Ctim di Colonia: “L’associazionismo ci unisce, la partitocrazia ci divide”

 

Tenuta l’Assemblea generale del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo (CTIM) di Colonia

 

Colonia. Su invito del presidente Pietro Tremarco, si sono incontrati domenica 15 novembre nella sede del Comitato Tricolore, nella Weyerstrasse 33, in assemblea generale i soci della sezione Ctim di Colonia. Designato dai partecipanti come moderatore dei lavori all’ordine del giorno il cav. Bruno Collina.

 

Il presidente Tremarco ha relazionato sulle attività del Comitato Tricolore sia verso la comunità italiana, che verso il Consolato Generale e le Istituzioni tedesche: ne è testimonianza il lusinghiero successo ottenuto alle elezioni per il Consiglio degli Stranieri, con ben due eletti del Ctim.

 

Il segretario della federazione Tricolore di Stoccarda, Giuseppe De Filippo, ha portato il saluto dei soci ed attivisti del Baden-Württemberg, mentre Vincenzo Di Salvo, responsabile del patronato Enas, ha parlato dei buoni rapporti sociali che la sezione del Ctim intrattiene con il Comites locale e le altre associazioni.

 

Il consigliere CGIE Oreste Motta ha informato i convenuti sulle varie proposte di riforma della legge istitutiva dei Comites, del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e dell’annunciata razionalizzazione della rete consolare in Germania.

 

L’assemblea, dopo ampia discussione, si è accordata all’unanimità sul seguente documento finale:

 

La riforma della legge istitutiva dei Comitati degli Italiani all’Estero (Comites) deve mantenere l’impianto normativo di quella del 23 ottobre 2003, n. 286, rafforzandone lo spirito, che è quello di un confronto nell’ambito dell’associazionismo, candidando i rappresentanti delle associazioni operanti sul territorio e coinvolgendoli nei propri lavori.

 

Le liste partitiche con i loro simboli accrescerebbero solamente le diatribe tra gli eletti, trasportando all’estero le sterili polemiche dell’infinita campagna elettorale metropolitana, di cui non se ne sente assolutamente la necessità.

 

L’associazionismo ci unisce, la partitocrazia ci divide! Tutte le liste dovranno essere sottoscritte localmente dai propri sostenitori.

 

Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) deve rimanere come “catena di trasmissione”: utile e competente organo istituzionale tra i Comites, l’associazionismo (di cui pure deve esserne l’espressione superiore), il Parlamento, le regioni e i vari ministeri.

 

Le elezioni del CGIE devono avvenire in concomitanza con quelle dei Comites e devono essere dirette, cioè ogni consigliere deve essere eletto dalle comunità residenti all’estero.

 

Non si risparmiano dubbi sulle capacità di rappresentanza di parecchi degli eletti nella Circoscrizione Estero nel Parlamento italiano. Si auspica che questi deputati e senatori - in quella posizione grazie all’esercizio del diritto di voto all’estero – siano più fermi, più decisi per quanto riguarda il mantenimento dei servizi alla comunità italiana in Germania.

 

Si condannano duramente i tagli spropositati ai fondi destinati agli italiani all’estero, soprattutto quelli che fanno riferimento al capitolo 3105: assistenza diretta e al cap. 3121: assistenza indiretta.

 

Si assicura il pieno appoggio ai comitati e alle associazioni che stanno protestando e lottando. Si ricordano le manifestazioni di piazza a Norimberga, simbolicamente per oltre 28.000 cittadini AIRE di quella circoscrizione, ma in generale contro l’annunciata chiusura delle strutture consolari di riferimento a Saarbrücken, Amburgo e Mannheim. Non si dimentichi qui, che l’emanazione delle prestazioni comporta un introito per l’amministrazione dello Stato: non è che tutto sia gratuito, anzi! I tariffari consolari sono una realtà ben conosciuta e ricordata dagli utenti.

 

Si elencano le proposte positive del Ctim di Norimberga, che non è affatto contro i servizi telematici o digitali: questi si possono istituire, ma lasciando almeno un’agenzia consolare per tutte quelle pratiche che richiedono la presenza fisica del cittadino in consolato.

 

Le dismissioni si possono programmare, ma preparando e allestendo una “scala” di interventi necessari per il futuro e, soprattutto, discutendoli in luogo con la gente colpita.

 

Si decide infine, di solidarizzare con qualunque altra azione che le comunità in stato di agitazione vorranno intraprendere.

 

Gli eletti del Ctim di Colonia nel locale Comites discuteranno nella loro assemblea del 30.11.2009 con gli altri componenti il modo migliore per sostenere la nostra comunità nelle soluzioni alternative. Già c’è il consenso della presidentessa Comites, Rosella Benati. Ctim-press (de.it.press)

 

 

 

 

Lafontaine: «Ho il cancro, mi opero»

 

Il leader della Linke: «Mi farò sottoporre giovedì a un intervento chirurgico programmato da tempo»

 

BERLINO - Il leader della Linke, Oskar Lafontaine, ha il cancro. È stato lo stesso politico tedesco ad annunciarlo a Berlino: «Mi farò sottoporre giovedì a un intervento chirurgico programmato da tempo in una clinica. Si tratta di un tumore», ha affermato l’ex socialdemocratico 66enne. «A intervento superato, all’inizio dell’anno prossimo, tenendo conto del mio stato di salute e delle prognosi dei medici, deciderò in quale forma proseguire il mio lavoro politico», ha aggiunto Lafontaine.

 

IL GOSSIP - L'ex braccio destro di Schroeder solo poche settimane dopo le elezioni politiche tedesche del 27 settembre aveva lasciato l'incarico di capogruppo parlamentare della Linke (sinistra), attirandosi le critiche dei suoi elettori. Oskar "il rosso" aveva comunque mantenuto la presidenza del partito, che condivide con Lothar Bisky, e il seggio parlamentare. Dal settembre 2009 guida inoltre il gruppo della Linke al parlamento regionale della sua Saar. Il settimanale Der Spiegel lo scorso fine settimana aveva ipotizzato che il ritiro di Lafontaine fosse ispirato da motivi personali. A causa di una presunta relazione amorosa con la compagna di partito Sahra Wagenknecht, sua moglie avrebbe spinto affinché lasciasse Berlino. La Linke ha attaccato lo Spiegel per quanto riportato: il buon giornalismo «non ha niente a che fare con questa campagna di odio condotta da tempo contro Lafontaine», ha commentato il vice-presidente del gruppo parlamentare Ulrich Maurer.

CARRIERA - Lafontaine è una figura di spicco della politica tedesca. Alle prime elezioni della Germania riunificata nel 1990 si presentò come sfidante di Helmut Kohl. Dal 1995 al 1999 è stato presidente della Spd. Dopo le elezioni del 1998, vinte da Schroeder, divenne ministro delle Finanze tedesco. Nel marzo 1999 si dimise da tutti i suoi incarichi. Nel 2005 fondò la Wasg (Alternativa elettorale, lavoro e giustizia sociale), poi si alleò con gli ex comunisti dell'est, la Pds, che più tardi diventò la Linke.  Cds 17

 

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Ancora aperte le iscrizioni ai corsi speciali 2009/2010 dell’IIC

 

Monaco di Baviera - Sono ancora aperte a Monaco le iscrizioni ai corsi speciali 2009/2010 organizzati dall’Istituto Italiano di Cultura.

I corsi, che tratteranno vari temi di interesse culturale, non sono rivolti esclusivamente ad un pubblico tedesco con buone conoscenze della lingua italiana, ma anche ad italiani che desiderano approfondire le proprie conoscenze nei diversi settori quali la letteratura, l'arte e la traduzione.

Il 3 dicembre verrà avviato "Percorsi di letteratura comparata tra Italia e Germania". Curato da Enrica Puggioni, il seminario, partendo dalla definizione di letteratura comparata, affronterà temi quali "Monaco e Firenze agli inizi del ‘900: due capitali culturali?", "Letteratura e scienza" e "Riflessione, impegno e denuncia nel teatro tedesco e in quello italiano".

Il corso "Tra cultura e politica – Avanguardie del Novecento a confronto", tenuto da Anna Zanco Prestel, prenderà invece il via il 4 dicembre e approfondirà il movimento futurista e il suo influsso sulle correnti artistiche e letterarie del Novecento, nonché altre forme espressive quali l’architettura, la fotografia, il design e la moda. (aise) 

 

 

 

 

 

Insediato il Consiglio regionale degli Abruzzesi nel Mondo, che riprende la rotta

 

Il CRAM insediato dall’assessore Febbo il 13 novembre, Franco Santellocco eletto vice Presidente - di Goffredo Palmerini

 

L’AQUILA – Il Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (CRAM) può riprendere finalmente la rotta, dopo il forzato arenamento a causa dello scioglimento anticipato dell’Assemblea regionale e della consultazione elettorale del 16 dicembre dell’anno scorso. Ricostituito nelle sue rappresentanze con le designazioni dei trenta delegati delle comunità abruzzesi all’estero, la Regione Abruzzo ha potuto dar corso alla ricomposizione dell’importante Consulta integrandola, come prescrive la legge, con i rappresentanti indicati da associazioni, patronati e forze sociali che si occupano di emigrazione, in Italia e all’estero, da ANCI, UPI e UNCEM in rappresentanza di Comuni, Province e Enti Montani della regione. Il 13 novembre, al Palazzo dell’Emiciclo all’Aquila, accanto i consiglieri regionali Ricardo Chiavaroli, Franco Caramanico e Antonio Prospero che con lui formano il comitato ristretto, il presidente del CRAM Mauro Febbo, assessore regionale all’Agricoltura e all’Emigrazione, con solennità e non senza emozione ha insediato l’organismo nell’aula dell’Assemblea regionale, il luogo più alto della democrazia abruzzese. Il presidente Febbo ha aperto la prima riunione del CRAM con un minuto di raccoglimento in memoria delle vittime del terremoto che ha colpito la città capoluogo d’Abruzzo e numerosi altri centri della regione. Tutta rivolta all’Aquila la prima parte del suo discorso, al dramma che il 6 aprile l’ha ferita massacrando case, monumenti insigni, scuole, fabbriche, uffici pubblici e le stesse sedi delle istituzioni. Ma anche ha fatto richiamo alla fierezza ed alla dignità degli aquilani, che sapranno risorgere e tornare a volare alto come è nella loro storia.

La Regione Abruzzo vive un momento molto difficile, ha problemi finanziari in gran parte dovuti all’oneroso sistema sanitario, ora aggravati dalle pesanti conseguenze del sisma. E tuttavia guarda all’Aquila, alla ricostruzione della città capoluogo come questione prevalente, contando anche sul sostegno della grande comunità degli Abruzzesi nel mondo. Una comunità straordinaria che ovunque gode di prestigio e stima. Proprio per questo sono loro, gli Abruzzesi all’estero, i migliori ambasciatori delle qualità e delle valenze della propria terra. Sul fecondo rapporto di collaborazione con le comunità abruzzesi oltre confine la Regione Abruzzo intende investire per meglio affermare nei mercati esteri il proprio brand, contando sulla rete di promozione costituita dal sistema associativo regionale nel mondo. L’Abruzzo vanta numerose eccellenze, nell’enogastronomia, nell’industria, nella ricerca, nella produzione culturale ed il suo territorio è una miniera di valenze ambientali e turistiche - parchi, mare, collina e montagna - città d’arte e centri urbani ricchi di storia e architetture. Dunque a tale impresa è chiamato il governo regionale e, per la sua specificità, il CRAM in quanto organo rappresentativo delle comunità abruzzesi fuori regione e Consulta delle politiche attive - sociali, culturali, economiche ed assistenziali - rivolte al mondo dell’emigrazione.

Argomenti, questi, tutti ripresi negli interventi successivi. Il consigliere Prospero ha sottolineato l’importanza dei giovani delegati nel CRAM e le positive esperienze fatte nel precedente mandato con le due assemblee mondiali tenutesi a Mar del Plata, in Argentina, e a Montreal, in Canada. Franco Caramanico ha tenuto a rimarcare la forte intesa, al di là degli schieramenti, sulle politiche del CRAM, in segno d’unità con la comunità abruzzese nel mondo cui ha rivolto un forte ringraziamento per i gesti di solidarietà e per gli aiuti raccolti in soccorso delle popolazioni terremotate. Molto sentito il saluto del consigliere Chiavaroli, anche in ragione della sua nascita in terra d’emigrazione, a Maracay in Venezuela, mentre affermava che quello all’estero è l’Abruzzo migliore. Non ha voluto mancare la seduta d’insediamento il consigliere regionale Giuseppe Tagliente, nei tre anni scorsi componente del CRAM, salutando il ricambio generazionale all’interno dell’organismo come un elemento che concorre a consolidare il buon lavoro avviato nel precedente mandato. Dopo gli indirizzi di saluto dei parlamentari d’origine abruzzese eletti all’estero, i deputati Giuseppe Angeli (Sud America) e Antonio Razzi (Europa), poi, a nome dell’ANCI, di Gabriele Marchese, sindaco di San Salvo, di Giuseppe De Dominicis per le Province Abruzzesi e di Luciano Della Penna, sindaco di Vasto e in passato consigliere regionale nel CREI, la Consulta ha preso il largo entrando nel vivo delle questioni d’interesse, con gli interventi dei componenti Franco Santellocco (Algeria), Rocco Artale (Germania), Augusto Cicchinelli, Goffredo Palmerini, Luciano Luciani, Diana Mazzone, Giovanni Margiotta (Venezuela), Rita Blasioli (Brasile), Giovanni Scenna (Argentina), Angelo Di Ianni (Canada), Levino Di Placido (Belgio), Angela Di Benedetto (Canada) e Simeone Di Francesco (Australia). Molti gli spunti d’interesse dal dibattito generale, specie riguardo la necessità di rafforzare le relazioni tra la Regione e le comunità abruzzesi all’estero, in linea con le politiche di promozione dell’Abruzzo nel mondo.

Molto incisivo il contributo di Giovanni Margiotta, giovane delegato del Venezuela che già l’anno scorso a Roma prese parte alla Conferenza mondiale dei Giovani del CGIE e ora al suo esordio nel CRAM, che nel suo intervento ha illustrato i grandi progressi registrati in Venezuela nella forte crescita della rete associativa nel paese caraibico, registrata nell’ultimo anno, dove molti giovani imprenditori sono stati chiamati alla guida delle associazioni. Una realtà che ben si sposa con le affermazioni propositive del presidente Febbo sulla commercializzazione all’estero dei prodotti abruzzesi nei settori agro-alimentare e industriale. Al riguardo Margiotta ha illustrato con chiarezza come il Venezuela si stia aprendo molto al mercato ed alle importazioni in particolare. Sicché per l’Abruzzo esistono buone opportunità se le aziende abruzzesi scelgono di competere in quell’area. Troveranno un grande sostegno nella rete associativa e nell’impegno di chi vi opera. Margiotta annuncia, inoltre, che dal 24 al 29 novembre prossimi si terrà proprio su tali tematiche a Caracas la 1^ Settimana Abruzzese, organizzata dalla Federazione delle Associazioni Abruzzesi in Venezuela, alla quale parteciperà il Presidente del Consiglio Regionale d’Abruzzo, Nazario Pagano, con una delegazione ufficiale. Sulla stessa linea d’entusiasmo giovanile si è soffermata Angela Di Benedetto, delegata del Canada, che lo scorso anno ben organizzò e diresse l’Assemblea mondiale dei Giovani abruzzesi, tenutasi a Montreal nel luglio 2008.

La giornata aquilana del CRAM si è conclusa con una visita al centro storico della città martoriata dal terremoto. Una viacrucis dolorosa per gli Abruzzesi nel mondo, una commozione che blocca il respiro davanti ai monumenti feriti, alle chiese devastate, ai palazzi lesionati che tuttavia non smarriscono i segni del loro splendore e sembrano invocare la sollecita resurrezione d’una città singolare, gioiello d’arte, d’architetture, di spiritualità e di cultura. Che dire della prontezza e della generosità delle comunità abruzzesi nei giorni dell’emergenza ed ancor oggi per concorrere alla ricostruzione! L’Aquila e l’Abruzzo hanno commosso il mondo con la compostezza dimostrata nel dolore e nel dramma, ma le comunità abruzzesi sono state in ogni angolo del pianeta il riverbero stesso di prossimità per il mondo dell’indole forte e dignitosa della gente d’Abruzzo. Come si spiegherebbe altrimenti tanta partecipazione, vicinanza, solidarietà, splendide testimonianze d’affetto verso la città capoluogo e gli altri centri colpiti dal sisma! Una gara di generosità e di sensibilità che ha fatto scoprire un mondo senza confini e senza differenze di cultura, razza, lingua, religione ed abitudini. Un mondo ideale, tale rivelatosi davanti al dramma d’una città grande di storia e d’una gente ricca di dignità. Il triste tour si conclude, il sole sta tramontando dietro il colle di Roio mentre con gli ultimi raggi di luce indora le creste del Gran Sasso. Si riparte per Giulianova.

A Giulianova, in una tiepida giornata di sole che sembra allontanare l’inverno incipiente segnato all’orizzonte dalla cima imbiancata di Corno Grande, la seconda giornata di lavori è tutta organizzativa, per dare al CRAM gli assetti operativi. Perorazione del presidente Febbo perché si giunga, per quanto possibile, a soluzioni condivise. C’è in agenda l’elezione del vice presidente. Possono concorrere esclusivamente i delegati provenienti dall’estero. C’è competizione tra Franco Santellocco e l’on. Antonio Razzi, candidati. Si va al voto: Santellocco la spunta 22 a 15 sul parlamentare. Le prime dichiarazioni, garbo e fair play il suo stile, sono di grande apertura all’impegno condiviso. C’è da formare l’Esecutivo, 6 componenti per le aree continentali (2 sud America, uno ciascuno per nord America, Africa, Australia e Europa), 2 componenti per le associazioni italiane per l’emigrazione e un componente per i patronati con sedi operanti all’estero. Questa, infine, la composizione dell’Esecutivo: Giovanni Margiotta (Venezuela) e Rafael Petrocco (Brasile) per il sud America, Rosetta Romagnoli (nord America), Mario Di Cicco (Africa), Simeone Di Francesco (Australia), Levino Di Placido (Europa), Patrizia Santurbano per i patronati, Giuseppe Mangolini e Augusto Cicchinelli per le associazioni dell’emigrazione.

Intanto si dà conto della complessiva composizione del CRAM, quale risulta dal decreto regionale di nomina, secondo le designazioni finora pervenute: Mauro Febbo (assessore all’Emigrazione, Presidente), i consiglieri regionali Franco Caramanico, Ricardo Chiavaroli e Antonio Prospero, quindi per il Canada Angelo Di Ianni, Fracasso Ivana e Angela Di Benedetto, per gli Stati Uniti d’America Gino Di Carlo, Marrone Sonya e Rosetta Romagnoli, per il Venezuela Maria Gabriela Marcacci, Giovanni Margotta e Mirtha D’Astolfo, per l’Argentina Alicia Carosella, Carlos Joaquin Negri e Giovanni Scenna, per il Brasile Rita Blasioli, Franco Marchetti e Rafael Petrocco, per l’Australia Giuseppe Delle Donne, Simeone Di Francesco e Amelia Pippa Granturco, per la Svizzera l’on. Antonio Razzi, Marcello D’Emilio e Stevan Terzini, poi Franco Santellocco (Algeria), Mario Di Cicco (Sud Africa), Anna Maria Di Giammarino (Cile), Mario Vittorio Di Vincenzo (Uruguay), Rocco Artale (Germania), Levino Di Placido (Belgio), Francesco Ludovico De Santis (Lussemburgo), Filippo Marfisi (Gran Bretagna), delegato ancora non designato (Francia); per le associazioni dell’emigrazione Enzo La Civita (File), Vincenzo Sgavicchia (Acli), Augusto Cicchinelli (Aie), Giuseppe Mangolini (Aitef), Luciano Lucani (Ass. Fernando Santi), Diana Mazzone (Anfe), don Enrico D’Antonio (Migrantes); per i patronati Giuseppe Carosi (Ital), Antonio Gigli (Inas), Patrizia Santurbano (Epasa), Gianfelice Angelone (Inapi); per gli Enti locali Gabriele Marchese (Anci), Giuseppe De Dominicis (Upi) e Giovanni Venditti (Uncem); per le forze sociali Goffredo Palmerini (Cisl), Mario Palladoro (Uil), Enzo Ilario (Ugl). Restano ancora da nominare il rappresentante delle Associazioni Abruzzesi in Italia, non ancora designato, e il componente in rappresentanza della Cgil.

Il CRAM è dunque pronto per riprendere la navigazione. Primo appuntamento a metà gennaio per la formazione delle Commissioni di lavoro e di studio. L’organismo sarà poi riconvocato per definire il riparto del budget per le varie attività in base allo stanziamento definito nel bilancio regionale, dopo l’approvazione della legge finanziaria regionale. Si vedrà allora se i buoni propositi enunciati potranno avere un futuro. Certo è che dalla prima riunione del CRAM escono in gran parte confermate le linee programmatiche degli ultimi anni, in particolare nell’intento d’investire sul sistema associativo abruzzese all’estero per la promozione dei prodotti d’eccellenza e delle valenze turistiche del territorio regionale. La Federazione Abruzzese del Brasile (FEABRA), presieduta da Franco Marchetti, con un progetto pilota assentito dal CRAM e avviato un anno fa a San Paolo e Riberao Preto, sta davvero raccogliendo importanti risultati. Trova quindi conferma il coinvolgimento di energie e progetti nuovi e l’affidamento di responsabilità ai giovani. Anche in questa importante assise il CRAM segnala come sia stato da tempo dismesso ogni aspetto paternalistico e nostalgico per connotare l’organismo come presenza dinamica e produttiva dell’Abruzzo nel mondo e come cespite per far conoscere all’estero il grande patrimonio culturale della regione. In fondo, anche questo è lo specchio di come sia cambiata l’emigrazione nel corso degli anni e quale il ruolo di rappresentanza che gli Abruzzesi all’estero, con le loro qualità umane ed il loro talento, hanno saputo conquistarsi. Goffredo Palmerini, gopalmer@hotmail.com  (de.it.press)

 

 

 

 “La CNE  intende contrastare il clima di disinteresse  e di indifferenza verso l’associazionismo”

 

L’AQUILA - Rino Giuliani presidente della Consulta Nazionale  dell’Emigrazione intervenendo all’Aquila in apertura dei lavori per la costituzione del CRAM, l’organismo rappresentativo degli abruzzesi nel mondo dopo aver sottolineato come l’associazionismo viva nelle comunità all’estero una fase di trasformazione, “testimone e protagonista al contempo dei processi di integrazione e globalizzazione” ha ricordato come la partecipazione degli italiani al’estero, il contatto e la relazione con la madrepatria passino anche attraverso il sostegno materiale  delle istituzioni italiane alle associazioni stesse .

  Proseguendo nel suo intervento Giuliani  ha ricordato come le associazioni siano una componente dell’identità italiana “con le sue diverse componenti, religiose, culturali, professionale e del mondo del lavoro” alla  quale  in questi ultimi tempi non viene data la giusta attenzione mentre vengono a mancare  le risorse finanziarie per gli interventi rivolti alle nostre comunità all’estero. La CNE  intende contrastare il clima disinteresse  e di indifferenza che da diverse parti spira in direzione dell’associazionismo.

  Nel terminare il suo saluto ai rappresentanti delle associazioni abruzzesi Rino Giuliani ha auspicato che la ormai imminente Conferenza Stato- Regioni CGIE  termini decidendo di darsi uno scadenzario d’impegni e di confronti più intenso rispetto al recente passato ed  introducendo una  sua modalità di lavoro che valorizzi la sussidiarietà istituzionale  e la sinergia fra  tutte le diverse componenti dello stato- apparato e delle autonomie locali che si devono occupare di italiani all’estero così da gestire progetti efficaci, con una logica nazionale, in modo coordinato le risorse finanziarie, per progettare a sostengo dei giovani ma anche per i molti  anziani  fragili . La Consulta Nazionale  dell’Emigrazione che già nel suo convegno nazionale del 2008 a Roma ha sollecitato tale impegno delle istituzioni intende dare insieme, in raccordo con  alle associazioni presenti nelle regioni e con  quelle locali, il proprio contributo d’idee e di proposta. (Inform)

 

 

 

 

Cina e Usa, un accordo 'indolore' resuscita il vertice di Copenaghen

 

"Svuotato" a Singapore, il summit di dicembre sull'inquinamento ritorna ad avere un senso dopo le proteste (e l'umiliazione) dell'Unione europea: porterà impegni, ma nessun obbligo per i Paesi – dall’inviato FEDERICO RAMPINI

 

PECHINO - Sarà operativo. Sarà politicamente vincolante. Non sarà, purtroppo, legalmente vincolante. E' sul filo di queste promesse di queste sottili distinzioni che si è giocato in queste ore l'ultimo "giallo" sul vertice di Copenaghen dedicato all'ambiente.

 

A Pechino oggi Barack Obama si è presentato a fianco al presidente cinese Hu Jintao, nel salone d'onore del palazzo del Congresso del Popolo in Piazza Tienanmen, per annunciare a sorpresa il "salvataggio" del summit di dicembre sulla riduzione delle emissioni carboniche.

 

A prima vista è un capovolgimento clamoroso rispetto a quanto annunciato appena 48 ore prima al vertice Apec (Asia-Pacifico) di Singapore. In quell'occasione il premier danese Rasmussen era stato costretto a volare d'urgenza in Estremo Oriente per ratificare lo svuotamento del vertice di Copenaghen.

 

"Nei 22 giorni che restano prima di quell'appuntamento - aveva detto a Singapore il consigliere di Obama Michael Froman, esperto economico al National Security Council - è ormai escluso che si possa trovare un'intesa". La conclusione era stata raggiunta in un breakfast mattutino fuori programma, con il placet decisivo delle due superpotenze che sono anche i maggiori inquinatori del pianeta, Usa e Cina, assente l'Unione europea

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Oggi a Pechino, a leggere la dichiarazione del presidente Obama, si direbbe che a distanza di due giorni dal suo funerale Copenaghen è stato letteralmente resuscitato. E' solo apparente il colpo di scena: dovuto al fatto che Obama e Hu si sono resi conto di aver umiliato un po' troppo l'Unione europea; inoltre Obama si sente in difficoltà anche con l'ala sinistra del suo partito e il movimento ambientalista, dopo che il siluramento di Singapore ha avuto una grande risonanza sui mass media americani.

 

Ecco dunque l'escamotage, che ancora una volta ci è stato spiegato da Michael Froman. L'annuncio di oggi - precisa l'esperto della Casa Bianca - vuol dire che a Copenaghen America e Cina si impegnano a raggiungere un accordo "politicamente" vincolante su obiettivi immediati di riduzione delle emissioni CO2; dovranno però continuare a lavorare per raggiungere, in un futuro non meglio precisato, l'accordo "legalmente vincolante" e quindi quello davvero operativo.

 

E' evidente che finché non esiste l'accordo legalmente vincolante non può nascere il nuovo trattato che dovrebbe succedere a quello di Kyoto. Obama da parte sua porta a casa da Hu la promessa che le potenze emergenti accetteranno di essere incluse in questo accordo. E' una storia di grandi manovre che comunque vengono fatte e disfatte sempre all'interno del G2 sino-americano, con l'Europa che le viene a sapere dai mass media. LR 17

 

 

 

Se si decide di non decidere

 

Decidere di non decidere è, in politica, una prassi antica e consolidata. Ma non si era mai visto decidere in anticipo che nessuna decisione vincolante possa essere adottata nemmeno in un appuntamento ancora da venire eppure da tempo programmato.

 

Tanto più su un problema di cui, ogni giorno, si continua a ribadire la gravità e l’urgenza. Altro che «politica dell’annuncio». Qui siamo al paradosso per cui l’unico modo per far rimanere una questione all’ordine del giorno dell’agenda dei vertici internazionali è quello di rassicurare i recalcitranti che nessuna pressione eccessiva sarà esercitata nei loro confronti. Poco importa che la prossima conferenza Onu sul clima rischi così di diventare una versione globale di «Che tempo che fa», alla quale tanto varrebbe inviare Fabio Fazio o, meglio ancora, Luciana Littizzetto, che almeno è refrattaria alla retorica e generalmente non le manda a dire. La sensazione che i vertici, mentre si moltiplicano e si affollano nei partecipanti, siano sempre più inconcludenti quando non del tutto inutili si rafforza ogni giorno di più. Neppure l’effetto vetrina sembra riuscire a salvare quel barlume di effettività che perlomeno i «padroni di casa», gli organizzatori, cercano di preservare. Privati persino dell’aspetto rituale, in nome del quale volizioni già concordate venivano proclamate solennemente in qualche capitale mondiale, l’utilità di questi complessi meeting sembra svanire del tutto. Alla fin fine, verrebbe da osservare, gli unici appuntamenti che mantengono le promesse sono quelli dichiaratamente celebrativi convocati per rievocare qualche grande traguardo raggiunto in passato: il D-Day o la caduta del Muro, in cui lo sguardo si volge al passato, come in una rimpatriata familiare.

 

Ma se la consapevolezza che questi eventi contano poco in termini decisionali si va diffondendo da tempo non tra i soliti contestatori fricchettoni e no global, ma anche nell’opinione pubblica meno smaliziata e persino tra gli stessi addetti ai lavori, perché se ne continuano a fare? La risposta è, tutto sommato semplice. I vertici, le conferenze, i summit, i G8 e i G20 svolgono innanzitutto la funzione di fornire una base di legittimità all’agenda della politica mondiale. Una qualunque questione scala la vetta dell’attenzione politica a mano a mano che compare e ricorre negli ordini del giorno dei summit e dei vertici. Ciò che può apparire una pura e irritante perdita di tempo, in realtà permette di coalizzare intorno a un problema quel consenso politico necessario a far sì che le limitate risorse a disposizione possano essere fatte convergere per la sua soluzione. Se non se ne fosse «parlato» (e poco più, in realtà) da Rio de Janeiro a Tokyo a Copenaghen, il mese prossimo, potreste star certi che nessuna delle poche eppure dolorose decisioni in campo di salvaguardia ambientale fin qui adottate avrebbe neppure visto la luce.

 

Summit sempre più frequenti, quindi, che si moltiplicano su una lista crescente di argomenti in competizione tra loro nella caccia della nostra attenzione. E summit sempre più affollati, non tanto perché molte delle questioni cruciali per il futuro del pianeta vedono il genere umano come beneficiario «in solido» delle eventuali soluzioni (oltre che come vittima collettiva dell’inerzia): questo in fondo è sempre stato vero anche quando le sorti del mondo le decidevano in due, sovietici e americani. In fondo l’espressione «equilibrio del terrore» (nucleare) conteneva due informazioni: che l’equilibrio tra Usa e Urss poggiava su un incubo di distruzione nucleare che avrebbe riguardato l’intera umanità, e non solo i russi e gli americani. No. Il punto di novità è che oggi, su un mare montante di questioni, occorre un consenso allargato per qualunque ipotesi di decisione, perché senza la collaborazione attiva e volontaria di porzioni crescenti di mondo non è possibile fare nulla su quasi nessuna questione di portata davvero globale. I summit, i vertici, le conferenze si sono così trasformati in momenti assembleari, di emersione dei problemi, di elaborazione «retorica» della loro gravità e di ricerca e costruzione del consenso per le decisioni che altrove saranno eventualmente adottate. Altrove, ma dove? - verrebbe da osservare. In riunioni bilaterali, spesso, o comunque molto più ristrette, che precedono e seguono quei vertici la cui funzione è anche quella di ricordarci che, dopotutto, siamo sulla stessa barca e che di fronte alle sfide del cambiamento climatico o della tutela dell’ambiente non esistono vie individuali di salvezza, e neppure di coppia, G2 o non G2.  VITTORIO EMANUELE PARSI LS 16

 

 

 

 

Marelli (Ong Italiane) sul Vertice FAO: “Dichiarazione totalmente inefficace per combattere la fame nel mondo”

 

  ROMA - Grande delusione da parte delle organizzazioni della società civile e delle ONG riunite a Roma alla Città dell’Altra Economia per il Forum parallelo al Vertice della FAO. “I 600 delegati di organizzazioni contadine, di agricoltori, pescatori, donne, giovani, popoli indigeni e ONG internazionali unanimemente considerano la dichiarazione finale del Vertice approvata per acclamazione nella plenaria di questa mattina uno strumento vuoto di ogni impegno concreto per affrontare con politiche e risorse adeguate lo scandalo del miliardo di persone che soffrono la fame” dice Sergio Marelli, presidente dell’Associazione ONG Italiane e presidente dell’Advisory Group costituito in occasione del Forum..

   “Il modello di sviluppo e le politiche agricolo-alimentari fin qui perseguito hanno fatto si che negli ultimi due anni il numero degli affamati crescesse di 200 milioni – sottolinea Marelli -. Il prezzo pagato per ottenere il voto favorevole di USA, Canada, Australia e degli altri paesi del G8 è troppo alto. Aver tolto nelle ultime fasi negoziali della Dichiarazione finale del Vertice FAO il riferimento temporale del 2025 per l’eliminazione totale della fame nel mondo, aver cancellato la necessità di stanziare 44 miliardi di dollari all’anno per il sostegno all’agricoltura come richiesto dal direttore generale della FAO Diouf fanno di questa dichiarazione un documento privo di ogni strumento concreto per rendere efficace la lotta alla fame nel mondo”.

   “L’assenza dei leader dei G8 a questo vertice anticipata con le dichiarazioni di ieri circa l’accordo raggiunto tra USA e Cina per sminuire i risultati del vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici, sono inoltre un chiaro messaggio di come i Paesi ricchi cerchino ancora di imporre la loro politica nei confronti dei Paesi poveri” aggiunge Marelli, per il quale invece “le politiche agricolo-alimentari e la gestione delle risorse per la loro implementazione non possono che essere competenza delle Agenzie specializzate delle Nazioni Unite, FAO e IFAD in testa, e non vanno consegnate alla Banca Mondiale come vorrebbero i G8. Riteniamo che assegnare il ruolo di policy maker alla Banca Mondiale significa riconsegnare all’istituzione che ha le maggiori responsabilità nell’aver causato l’attuale crisi alimentare mondiale. Il ruolo primario delle Nazioni Unite nella definizione delle politiche e nella governance mondiale, concetto anch’esso assente nella Dichiarazione finale del Vertice, è un attentato alla Sovranità Alimentare e alla autonomia delle scelte in materia di politica alimentare delle popolazioni e dei Governi dei Paesi poveri”. (Inform)

 

 

 

Lotta alla fame senza soldi e senza scadenze

 

Vogliono far scomparire la fame dal mondo. Ma non hanno fissato neppure una data simbolica entro cui raggiungere l'obiettivo. Nel documento finale, varato al termine del vertice Fao, non se ne trova traccia. Una lacuna che la dice lunga sulla difficoltà di dare concretezza alla lotta alla fame.

 

Lo stesso direttore generale della Fao Jacques Diouf, ammmette: ne sono «rammaricato», ma del resto «non ho negoziato io il documento, anzi ne sono stato escluso».

 

Poi, quanto all'impegno finanziario, spiega: «Abbiamo un impegno a breve termine per mobilitare 20 miliardi di dollari» e «in due anni dobbiamo tirar fuori questa cifra». 

 

Più volte Diouf è tornato sulla necessità di sostenere i piccoli agricoltori. Ha chiesto che a questo scopo i paesi industrializzati stanzino 44 miliardi di dollari. Mentre anche i Paesi in via di sviluppo potrebbero contribuire «con il 10 per cento dei bilanci nazionali» per un ammontare di 76 miliardi di dollari.

 

Era stato papa Benedetto XVI ad aprire i lavori, nel Palazzo della Fao vicino al Circo Massimo. Un dispiegamento impressionante di security nonostante le molte assenze. La maggior parte dei leader dei 39 paesi donatori, infatti, hanno declinato l'invito. Obama e Hillary Clinton sono impegnati nel viaggio in Cina insieme ai leader di Pechino. Angela Merkel è rimasta in Germania a presidiare il caso Opel e le sorti della nuova presidenza dell’Unione europea, Nicolas Sarkozy ha incontrato il presidente brasiliano Lula di passaggio da Parigi per parlare di cambiamenti climatici ma non l’ha seguito a Roma, impegnato a progettare un vertice sul Medioriente. Silvio Berlusconi ci sarà, perché è il capo di Stato del paese ospitante, e non guasta, anzi è un ottimo alibi per non presentarsi al processo Mediaset a Milano.

 

«Avrei auspicato che i dirigenti dei Paesi che hanno le forze materiali per combattere la fame» avessero preso parte al vertice, ha lamentato lo stesso Diouf.

 

Di soldi in più per gli aiuti comunque finora non ne ha messi in Finanziaria. La verità è che i paesi ricchi hanno disertato l’appuntamento per evitare di rispondere sul fastidioso problema del «debito umanitario»: 44 miliardi di dollari l’anno che mancano per portare avanti la battaglia contro la fame e che la Fao reclama. L'immagine che più inquadra il vertice Fao resta quindi quella della vigilia, con Jacques Diouf, direttore generale dell'agenzia delle Nazioni Unite con il cappello di lana in testa alla sua scrivania in sciopero della fame per solidarietà con il miliardo di esseri umani che di mancanza di cibo sta morendo. Un estremo appello, proprio di chi non ha più voce, a cui si è unito il direttore generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon.

 

Moon: "«Oltre 17mila bambini moriranno oggi di fame: uno ogni cinque secondi, 6 milioni in un anno». Lo ha fatto notare il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, intervenendo al vertice Fao sulla sicurezza alimentare che si è aperto stamattina a Roma. «Il mondo ha cibo più che sufficiente» ha osservato Ban, «e nonostante questo oltre un miliardo di persone sono affamate. Questo è inaccettabile».

 

Diouf: "Gli impegni presi dagli otto grandi a L'Aquila per combattere contro la fame «sono rimasti promesse». È quanto lamenta Jacques Diouf, direttore generale della Fao, nel suo discorso di apertura del summit mondiale sulla sicurezza alimentare. «Il cambio in politica registrato al G8 de L'Aquila dello scorso luglio è un segno incoraggiante», ha detto Diouf, «ma queste sono ancora promesse che devono concretizzarsi con finanziamenti per la realizzazione di infrastrutture e la fornitura di strumenti ".

 

Napolitano: «E' tempo di un rinnovato impegno da parte della comunità internazionale, specie dei paesi più ricchi, per sconfiggere la povertà e per porre le basi di uno sviluppo sostenibile e diffuso». E' il messaggio inviato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

 

Berlusconi: «Passare dalle parole ai fatti» e «decidere le date e le modalità » di impiego dei 20 miliardi di dollari contro la povertà promessi al G8 dell'Aquila. E' l'invito lanciato dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel corso del suo breve intervento al vertice sulla sicurezza alimentare. «Vi dico solo una cosa- spiega il premier- Diouf (il direttore generale della Fao, ndr) nello scorso vertice aveva chiesto di passare dalle parole ai fatti e io ho fatto mio quell'invito e ho messo al centro del G8 dell'Aquila i fatti: abbiamo così messo a punto un programma per 20 miliardi di dollari nei prossimi tre anni».  Ora, esorta Berlusconi, è venuto il momento di «decidere le date del versamento e le modalità» di impiego di quei soldi. seguendo una priorità precisa: «aiutare soprattutto i piccoli produttori e aumentare la produttività».

 

Papa Ratzinger: "Il problema della fameè stato aggravato dalla crisi. Lo ha affermato il Papa al Vertice Mondiale sull'alimentazione in corso alla Fao. «La Comunità Internazionale - ha osservato nel suo discorso - sta affrontando in questi anni una grave crisi economicofinanziaria. Le statistiche testimoniano la drammatica crescita del numero di chi soffre la fame e a questo concorrono l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la diminuzione delle disponibilità economiche delle popolazioni più povere, il limitato accesso al mercato e al cibo».

 

Per vincere la fame, bisogna impegnarsi «non solo a favorire la crescita economica equilibrata e sostenibile e la stabilità politica, ma anche a ricercare nuovi parametri, necessariamente etici e poi giuridici ed economici, in grado di ispirare l'attività di cooperazione per costruire un rapporto paritario tra Paesi che si trovano in un differente grado di sviluppo», ha sottolineato il Papa nel suo intervento. Da qui ll'invocazione: «a ciò si orienti l'azione internazionale» per «colmare il divario esistente» tra le Nazioni ma anche «favorire la capacità di ogni Popolo di sentirsi protagonista, confermando così che la fondamentale uguaglianza dei diversi Paesi affonda le sue radici nella comune origine della famiglia umana, sorgente di quei principi della 'legge naturalè chiamati ad ispirare scelte ed indirizzi di ordine politico, giuridico ed economico nella vita internazionale».  In proposito, Benedetto XVI ha citato San Paolo che chideva ai primi cristiani di condividere i beni «non per mettere in difficoltà voi e per sollevare gli altri, ma perchè vi sia uguaglianza». L’U 16

 

 

 

 

Così il Muro nascose i morti del Salvador

 

Ignacio Ellacuría non era mai solo, in Salvador. Intellettuale stellare, se per stella si intende una luce che brilla in cielo, alto, bellissimo, il prete gesuita, spagnolo di nascita e cittadino salvadoregno di adozione, non era solo nemmeno il giorno in cui incontrò la morte. Venne ucciso insieme ad altri cinque gesuiti, tutti insegnanti come lui, e due donne delle pulizie. Venti anni fa, esatti. Un dramma passato inosservato, allora come oggi, perché avvenuto all’ombra dalla più grande storia moderna dell’Occidente, la caduta del Muro di Berlino.

 

Fu un piccolo mondo dunque quello che si accorse (e pianse) della morte di questo pugno di «ordinari santi». Un piccolo mondo che però li ricorda ancora oggi.

 

Quando il gruppo di uomini armati si presentò alle porte del campus della Uca, la Università Centroamericana fondata dai gesuiti e guidata appunto da Ellacuría, nessuno provò a resistere. Fuggirono tutti. Gli uomini armati appartenevano al battaglione Atlacatl, the Yankee Battalion, il primo addestrato totalmente in Usa e reimpiegato in Salvador nel 1981 agli ordini del colonnello Monterrosa. Gente che aveva sulle mani ancora la polvere da sparo usata per alcuni dei più terrificanti massacri di quella guerra civile che durava dalla fine degli Anni Settanta, tra cui la cancellazione totale del villaggio di El Mozote. Nella operazione alla Uca l’Atlacatl non trovò dunque difficoltà. I soldati entrarono con sicurezza nelle stanze al pianterreno del rettore, lo trovarono con i suoi colleghi professori e due signore delle pulizie, tutti stretti in difesa in un angolo. Li trascinarono fuori, li misero distesi, e li uccisero con colpi di mitra. Quella posizione a pancia in giù era il modus operandi, la firma dell’Atlacatl.

 

Qualche ora dopo, il sangue degli otto cadaveri era già secco. Il prato su cui riposavano era rigoglioso. La struttura di cemento intorno, in cui aveva sede l’Università, era coperta dal solito cielo limpido, fermo, azzurrissimo e indifferente del Tropico. Ellacuría si distingueva per il pantalone e la camicia kaki, la lunga capigliatura bianca, ora sporca di sangue.

 

Insieme alla gente del Salvador, piansero davanti a quei cadaveri tanti giornalisti. I gesuiti, Ellacuría, erano sempre stati la voce della civilità in un universo di dolore, gli ospiti sempre pronti a fornire una bibita e una spiegazione. Indomiti, senza paura. Senza di loro il Salvador e una guerra civile dominata da torture e machete non avrebbero forse potuto essere raccontati. Ma il Muro di Berlino cancellò nella sua immensità quelle povere morti, i «santi ordinari» come padre Amando López, che si addormentava davanti alla tv la sera, e padre Juan Ramón Moreno, conosciuto per la estrema noiosità del suo modo di parlare.

 

Non sfuggì però a Noam Chomsky il valore di quella coincidenza e di quella dimenticanza. «I dissidenti dell'Est Europeo erano stati appoggiati dagli Usa e dal Vaticano, a differenza di ogni altro dissidente in altri posti nel mondo». La vittoria contro i «comunisti» in Europa, divorò dunque e in qualche modo sembrò, a posteriori, giustificare l’assenza di scandalo per le morti di alcuni padri gesuiti sospetti di «comunismo», uccisi mentre Usa e Vaticano guardavano oltre il Muro.

 

Forse, dunque, il doppio anniversario, la caduta del Muro e quel delitto, vanno oggi riletti insieme. Forse, davvero, fu quello il momento in cui il mondo occidentale cominciò a guardare negli occhi un nemico ben più elusivo e feroce del comunismo in tutte le sue declinazioni. Nel 1990 l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, apriva la strada a un nuovo conflitto mondiale e a una inedita guerra di religione e di civiltà che avrebbe fatto sembrare antiche tutte le altre guerre ideologiche.

 

Non dobbiamo dunque, forse, sentirci colpevoli per aver perso di vista quell’America Latina a cui l’Europa dagli Anni Sessanta agli Ottanta dedicò tanta attenzione. Ma in questo anniversario di venti anni, val la pena di cominciare a gettarci un nuovo sguardo.

 

Il Salvador, dolce Paese di vulcani e colline, venti anni dopo è in preda a una sorta di nemesi storica. I figli di tutti quei campesinos che fuggirono allora la loro terra per andare a crearsi una vita in Usa, sono tornati nel loro Paese e figli della guerra quali sono, hanno creato oggi in Salvador un nuovo inferno. Su circa sette milioni di abitanti le bande criminali contano almeno 30 mila membri. Maras si chiamano, queste street gang che hanno importato la violenza del ghetto di Los Angeles in Centroamerica. 53,3 uccisioni per ogni centomila abitanti. Le estorsioni, gli stupri, gli incendi, i furti non si contano. Oggi il Salvador è al decimo posto fra i Paesi più pericolosi nel mondo.

 

L’ultima vittima vicina a noi, noi italiani, si chiama William Quijano, ammazzato mentre usciva di casa. Aveva 21 anni, studiava e lavorava come volontario della Comunità di Sant Egidio. Una collaborazione con uomini di religione, che oggi, come venti anni fa, merita ancora una condanna a morte.  LS 17

 

 

 

 

Clima. L'ipocrisia si consuma nei mari del Sud

 

Sul clima Obama consiglia ai leader del mondo di non permettere che il «meglio sia nemico del bene»

 

La Grande Ipocrisia sul clima si consuma nei Mari del Sud. Di fronte alla proposta danese di applicare la lezione di Tacito al vertice di Copenaghen, facendone un deserto e chiamandolo pace, Barack Obama si vuole saggio e consiglia ai leader del mondo di non permettere che il «meglio sia nemico del bene». Il bene sarà dunque un ossimoro, un accordo senza accordo, il preambolo politico che lascia però aperto l’esercizio sulla riduzione dei gas serra, affidando ai futuri negoziati i troppi nodi irrisolti.

Aveva altre scelte, il presidente americano? Nove anni dopo la fine dell’Amministrazione Clinton, Obama si ritrova prigioniero di un rovello simile a quello che paralizzò Al Gore. Grande patron dell’Accordo di Kyoto, il vice-presidente dovette arrendersi alla realtà dei rapporti di forza dentro il Congresso. E il Trattato non fu mai neppure portato all’esame di Capitol Hill. Anche Obama si è proclamato paladino della salvezza del pianeta. E anche Obama ha un problema con il Senato, che punta i piedi sulla legge per l’energia e il clima, già votata dalla Camera dei Rappresentanti. Ma a differenza di allora, si tratta di un Senato democratico. Che ha i numeri, ma non la volontà politica di andare contro le lobby e adottare limiti molto severi alle emissioni nocive. Con tutte le sue energie politiche e intellettuali risucchiate dalla battaglia sulla riforma sanitaria, il presidente del cambiamento non ha saputo o voluto dedicare la necessaria attenzione a quello del clima. Così, a Singapore, Barack Obama ha praticamente accettato senza fiatare un brutto compromesso, che però gli torna molto utile: dà infatti un po’ di tempo alla sua Amministrazione per cercare di mettersi alle spalle la Sanità e quindi lavorare sul fronte climatico per convincere i troppi senatori riluttanti. Non ha molto tempo però, al massimo i primi mesi del 2010, poi si entrerà nel cono d’ombra delle elezioni di Midterm e il Congresso avrà ben altro a cui pensare.

Ma la scelta di Obama di non battersi e non «guidare» ha molti risvolti negativi. Offre per esempio un altro grasso alibi alla Cina, grande inquinatrice e grandissima forza frenante dell’intesa sul clima: ieri nel breakfast che ha portato all’intesa, il presidente Hu Jintao si è profuso in un’altra lezione ai Paesi più ricchi, sollecitandoli ad accettare tagli più profondi alle proprie emissioni. L’altro rischio che Obama corre è di incrinare il proprio prestigio e la propria autorità morale su un tema che è tra le insegne della sua presidenza. Intanto perché la versione della legge in discussione al Senato è lungi dall’offrire al mondo quell’esempio che molte nazioni in via di sviluppo invocano dagli Stati Uniti: prevede infatti una modesta riduzione del 20% sotto i livelli del 2005 entro il 2020. Meno di quanto proposto dalla Camera. E soprattutto molto meno del 25-40% rispetto al 1990 (sempre entro il 2020) indicato dalle Nazioni Unite. Non ultimo, la proposta danese suggerisce anche di fissare una data finale per la conclusione della seconda parte negoziale. Se poi dovesse passare anche quella, senza che l’America abbia una decente legge sul clima, chi crederebbe più al sogno ecologico di Obama?  Paolo Valentino CdS 16

 

 

 

Ambiente. Dalle promesse alla realtà

 

"Avrebbe potuto prendere il toro dell'inquinamento globale per le corna a Copenaghen e invece lo ha scansato" fremono contro Obama gli ambientalisti del Wwf, aggiunti da ieri alla sempre più lunga lista internazionale dei delusi dal carismatico "profeta del cambiamento" che in 10 mesi di presidenza sembra avere cambiato poco.

 

La sua rinuncia a fare del vertice Onu in Danimarca sull'ambiente, in dicembre, la affermazione definitiva del nuovo corso americano sul clima, e la notizia che il presidente oggi occupato a parlare di vile moneta e di mercati con i cinesi, neppure si scomoderà a parteciparvi visto che nessun trattato concreto ne uscirà oltre i soliti "impegni politici" sta seminando lo sconforto tra coloro che avevano visto in lui l'attore di quella svolta ambientalista che George Bush aveva scaricato. Se non è proprio lo sprezzante rifiuto del primo accordo di Kyoto che George "W" aveva pronunciato morto nel 2001 per rassicurare subito i poteri economici e industriali americani che lo avevano appoggiato, l'ammissione che anche questo nuovo tentativo di affrontare appunto "per le corna" il toro del degrado ambientale planetario è stato accantonato, sembra la "piccola Kyoto" di Barack Hussein Obama.

 

Ma una differenza fondamentale, anche se ancora non tradotta in azione politica e diplomatica internazionale, fra la ritirata di Kyoto ordinata da Bush e il "time out" di Copenhagen voluto da Obama esiste e può consolare i delusi del Wwf e gli ambientalisti che si attendevano dalla Danimarca molto più di un "accordo politico vincolante" come lo ha chiamato il premier danese Rasmussen, dove il sostantivo, "politico", svuota l'aggettivo "vincolante". Il Bush dei primi quattro anni era ideologicamente scettico, se non proprio indifferente, all'ambientalismo, alla globalizzazione della risposta, alla cultura dell'"effetto serra" e del surriscaldamento della Terra provocato dall'attività umana che lui, e i suoi suggeritori politici, consideravano, appunto, come un'ideologia, non a caso incarnata dal rivale che aveva (forse) sconfitto alle elezioni del 2000, Al Gore.

 

Il problema, e l'atteggiamento di Obama, è tutt'altro. Ha la stessa radice di tutte le "delusioni" che la sua politica su Guantanamo, le guerre in Iraq e in Afghanistan, la sfida del terrorismo transnazionale, la riforma della sanità, le grandi questioni etiche e pratiche come l'aborto, le unioni fra persone dello stesso sesso, i "gay" nelle forze armate, stanno sollevando nel "movimento" che lo proiettò alla Casa Bianca. Obama vorrebbe, ma non riesce.

Bush non voleva e riuscì a non fare, che è sempre cosa assai più facile.

 

Il presidente in carica sta, giorno dopo giorno, scoprendo, o ammettendo dopo la scintillante retorica della sua campagna elettorale, quello che tutti i suoi predecessori avevano scoperto, che cioè tra il promettere e il mantenere esiste, anche per la persona che si definisce come "la più potente" del mondo, un abisso. E che questo abisso pratico appare tanto più largo e profondo quanto più grandi erano le speranze suscitate e le promesse fatte. Si può essere, come non abbiamo ragione di dubitare che lui sia, convinti ambientalisti, ma questa convinzione non si traduce necessariamente in un trattato che imponga - come Copenhagen, molto più del vago accordo di Kyoto avrebbero fatto - alle nazioni sviluppate, alle nuove potenze emergenti come India, Cina o Brasile, all'Africa che insegue arrancando, alla parte dell'Asia ancora arretrata, di rispettare meccanismi severi e minuziosi di comportamento.

 

Si può, e sicuramente lui lo vorrebbe, cercare di ripulire le stalle di Guantanamo, di chiudere l'insensatezza irakena, di trovare la chiave del rompicapo afghano, di dare una copertura sanitaria agli esclusi per censo o per cattiva salute. Ma il "toro" delle opposizioni, degli interessi contrari, degli opportunismi politici, diciamo pure della realtà, non si lascia infilzare facilmente.

 

Dalla radicalità delle parole alla vischiosità delle cose sta il passaggio che Obama non riesce ancora a compiere, non essendo comunque lui mai stato quel rivoluzionario che soltanto la propaganda avversaria, e le farneticazione tele e radiofoniche di chi lo detesta anche per il colore della pelle senza naturalmente mai ammetterlo, dipingevano. Per questo, come nel caso della "rivoluzione ambientale" interrotta con la rinuncia, per ora, al trattato di Copenhagen che non sarà abbandonato ma ripreso e spinto da lui, Obama tergiversa, negozia, media, attende, scansa il toro, nella speranza di fiaccarlo. Purtroppo per lui, il tempo passa, le amarezze aumentano, nuove elezioni incombono e il torero rischia di restare solo nell'arena delle delusioni. VITTORIO ZUCCONI LR 16

 

 

 

 

Europa-Turchia, la crisi dell'eterno fidanzamento

 

Sono passati esattamente 22 anni da quando la Turchia ha presentato la prima domanda per entrare in Europa. A quel tempo non si chiamava ancora Unione Europea ma, più modestamente, Comunità Economica: ma era, comunque, l'Europa. Milioni di bambini turchi hanno avuto tempo di nascere e crescere, di andare a scuola e all'università e di entrare nel mondo del lavoro avendo davanti agli occhi la prospettiva che la domanda di adesione del loro Paese sarebbe stata accolta e sarebbero diventati anch'essi cittadini europei.

 

L'Europa, per parte sua, non ha mai detto di no. Come quelle dame che, senza accettarli apertamente, non respingono i corteggiamenti di un esotico giovanotto, l'Europa ha solo fatto capire che la strada sarebbe stata lunga. Bruxelles ha infatti indicato un processo di riforme strutturali necessarie ad adeguare le istituzioni turche ai canoni europei, sia sul piano economico e finanziario sia su quello delle libertà civili. Durante questa lunga attesa, come sempre succede, si sono confrontate visioni politiche e interessi molto diversi. Dapprima furono i greci a frenare, per sentimenti storici di ostilità e per meglio negoziare un contenzioso greco-turco sulle piattaforme continentali nell'intrico geografico dell'Egeo. Poi si è puntato il dito sull'annoso problema della presenza turca a Cipro. Poi, via via che l'Europa occidentale era oggetto di un flusso crescente di immigrati è nata, prima in Germania e poi altrove, la preoccupazione di quello che una estensione della libera circolazione avrebbe potuto significare, data la mole della Turchia, per gli equilibri etnici e linguistici delle rispettive popolazioni. Su tutto ha gravato poi la disposizione costituzionale francese, seppur modificata, che l'ingresso di nuovi membri nell’Unione Europea sia sottoposto a un referendum nazionale.

 

Sul fronte opposto si è addotta la portata storica dell’inclusione in Europa di una grande democrazia islamica e di una cultura che ha condiviso con l'Europa secoli di storia. La Turchia, si è detto, costituirebbe un ponte tra l'Oriente e l'Occidente, sarebbe l’espressione stessa di una volontà di dialogo e di collaborazione con altre civiltà e con quella islamica in particolare. In questo incrocio di interessi contrapposti, Bruxelles ha recentemente proposto alla Turchia, non già l'adesione ma un rapporto privilegiato con l'Europa, i cui contenuti, però, rimangono abbastanza oscuri.

 

Tutto lascerebbe dunque pensare a una schermaglia destinata a durare all'infinito, se non si intravedesse qualche segno che i primi a stancarsene potrebbero essere proprio i turchi. La Turchia di oggi è molto più robusta economicamente e socialmente di quella di vent’anni fa. Con la crescita civile si è però anche attenuato lo stampo rigidamente secolare che Atatürk impose quasi un secolo fa al Paese e di cui l'esercito è stato finora il primo garante. Attraverso il voto popolare, la crescita dell'Islam si è ripercossa nella vita politica. Ora vi sono segni che essa possa tradursi anche in inaspettati sviluppi di politica estera. Già a Davos, l'estate scorsa, si ebbe tra il presidente israeliano Peres e il premier turco Erdogan uno scontro plateale che stupì tutti coloro che ricordavano i rapporti eccellenti intercorsi tra i due Paesi negli ultimi decenni. Le congratulazioni di Erdogan all'iraniano Ahmadinejad dopo la sua discutibile elezione di agosto e un suo caloroso recente viaggio a Teheran fanno pensare a una accresciuta attenzione della Turchia ai suoi vicini orientali e forse all’ambizione di assumere una maggiore autonomia di azione nell’intera regione.

 

Le relazioni che durano troppo a lungo raramente finiscono con delle nozze e quelle che la Turchia sognava un tempo non faranno probabilmente eccezione. Il fatto che Obama non manchi occasione per auspicarle, non basta: forse produce, anzi, l'effetto opposto. Nel mondo multipolare di oggi, popolato di nuovi protagonisti soprattutto a Oriente, la dinamica Turchia di Erdogan e del suo combattivo ministro degli Esteri può permettersi di pensare a delle alternative ad un'Europa che ha dimostrato di aver poca fiducia in lei. E forse anche in se stessa. BORIS BIANCHERI  LS 17

 

 

 

 

 

Commento. Capire il futuro

 

Vivere questo inizio di terzo millennio con normalità è operazione

complicata. La generazione dei quarantenni, alla quale chi scrive

appartiene, è sempre meno cosciente della realtà; infatti, nella stragrande

maggioranza dei casi polemizza e/o concorda sulle questioni in chiave

"partisan", sostanzialmente incapace di progetto. Non sto generalizzando,

sia chiaro.

 

Manca la capacità di pensare e di agire in senso "complesso", manca la

voglia di accogliere e di vincere la sfida della complessità. Anche la

parola complessità rischia di essere vuota se, tutti insieme, non la

riempiamo di significati e di contenuti. La complessità è la vita e, come la

vita, va vissuta pienamente.

 

Propongo di cominciare con il concetto di crisi. Crediamo, come scritto più

volte nelle pagine di Associazione progetto Strategie, che sia un errore

parlare di crisi economico-finanziaria; stiamo vivendo, infatti, una crisi

dell'unità della convivenza umana che ha avuto ed ha conseguenze negative (e

devastanti) in ambito economico-finanziario (dove, anche, si è privilegiato

il breve ed il brevissimo termine in luogo del prezioso orizzonte del bene

comune).

 

I quanrantenni, generazione di mezzo che rischia di scomparire fra la

competizione dei più giovani e l'esperienza dei più anziani, deve lavorare

profondamente sul presente in chiave di costruzione del futuro,

capitalizzando l'esperienza che ci è stata trasmessa.

 

Abbiamo riflettuto poco e ci siamo lasciati convincere, colpevolmente, che

la distruzione dell'unità della convivenza fosse il prezzo giusto da pagare

per un benessere rivelatosi effimero. Ritorniamo a studiare, velocemente,

per ricostruire l'agire complesso, il vivere insieme. È nostra

responsabilità, nell'interesse nostro e - primariamente - di chi verrà dopo

di noi. Associazione progetto Strategie, http://www.ipstrategie.it   (de.it.press)

 

 

 

 

 

 

Mr. Pesc, Frattini bacchetta Brunetta. "Nome di D'Alema interesse nazionale"

 

Il titolare della Farnesina definisce "opinioni personali" quelle del ministro della Funzione Pubblica - "Dai colleghi degli Esteri del Ppe nessuna opposizione alla sua candidatura" - Il 19 novembre a Bruxelles il vertice per decidere le nomine

 

BRUXELLES - Il sostegno alla candidatura di Massimo D'Alema a rappresentante europeo della politica estera (o mister Pesc) "è nell'interesse nazionale" dell'Italia. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, affermando che le opinioni del ministro Renato Brunetta "sono personali". Il ministro della Funzione Pubblica si era detto contrario alla proposta del nome del "pur competente" ex ministro degli Esteri, perché D'Alema "non è ancora diventato socialdemocratico".

 

La presidenza della Ue, in questo semestre spettante alla Svezia, ha fissato per il 19 novembre il vertice straordinario in cui scegliere il presidente del Consiglio europeo, l'Alto rappresentante per la politica estera e il Segretario generale del Consiglio. Frattini ha confermato il sostegno del governo italiano alla candidatura di D'Alema. "L'unità del governo è espressa dal presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri e non ci sono dubbi che c'è", ha detto il ministro. Quindi ha ribadito che quelle espresse da Brunetta "sono opinioni personali che sono tutte rispettabili. L'interesse nazionale del Paese è però di sostenere D'Alema".

 

 

Il capo della Farnesina, che ha coordinato oggi per la prima volta il vertice dei ministri degli Esteri del Ppe, riuniti a Bruxelles per fare il punto sulle nomine europee, ha poi riferito che i colleghi non hanno sollevato obiezioni sul nome dell'esponente del Pd. "Anche il collega polacco ha confermato che su D'Alema non c'è alcuna questione personale - ha aggiunto, - nessun altro ha posto problemi".

 

Frattini ha detto che "al momento rimane l'accordo tra Socialisti e popolari europei per la spartizione delle cariche" anche se, ha aggiunto "tutto è possibile, anche invertire" le cariche (ai socialisti la presidenza del Consiglio Ue e ai popolari l'Alto rappresentate della Politica estera, mentre al momento l'accordo informale prevede esattamente il contrario). Il ministro italiano ha aggiunto che "il ritiro definitivo" dalla corsa alla candidatura del ministro degli Esteri britannico David Miliband "restringe molto la scelta". Del resto, ha concluso, "i socialisti europei hanno indicato solo D'Alema. Naturalmente bisognerà vedere che cosa decideranno i premier".

 

La soluzione del rebus, ha aggiunto Frattini, "è in mano alla presidenza di turno svedese dell'Ue; dipende molto dalle persone". Tuttavia a pochi giorni dal vertice a Bruxelles in cui si decideranno le nomine, il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt ha detto che la presidenza di turno sta ancora cercando un consenso sui candidati per le due nuove poltrone previste dal Trattato di Lisbona. "Siamo a lunedì. Mancano tre giorni - ha detto ai giornalisti riferendosi alla cena di lavoro che avrà luogo il 19 novembre proprio sulla questione delle due nuove nomine - E' tanto tempo. Tre giorni in politica si avvicinano all'eternità".

 

Il premier belga Herman Van Rompuy è il favorito per la presidenza. Altri possibili candidati sono il premier olandese Jan Peter Balkenende, il lussemburghese Jean-Claude Juncker e l'ex presidente lettone Vaira Vike-Freiberga. LR 16

 

 

 

 

Acqua ai privati, il governo mette la fiducia.

 

Linea dura sull’acqua ai privati. Anche se la Lega mastica amaro. Questa la linea di governo e maggioranza sul decreto Ronchi, che contiene la privatizzazione dei servizi pubblici locali (rifiuti, acqua, trasporto urbano). Come molti avevano previsto il governo ha posto la questione di fiducia. Una blindatura inutile e dannosa, per un provvedimento molto osteggiato e che metterà a rischio l’accesso di tutti i cittadini a prezzi sostenibili a una risorsa essenziale come l’acqua.

 

OPPOSIZIONE - «Chiediamo di stralciare l’intero articolo 15, che riguarda tutti i servizi locali - spiega Marco Causi del Pd - Ma il vero nodo riguarda proprio il servizio idrico. Stiamo ricevendo migliaia di mail di cittadini preoccupati. Specialmente a nord, dove esistono molte comunità che godono di un servizio pubblico ben funzionante ». Eppure il Carroccio resta silente. Nonè intervenuto nelle sedute in Commissione, e difficilmente parlerà in Aula. Anche se nei corridoi i mugugni nordisti lasciano intendere che questo è solo l’inizio della partita. Ci sarà un voto molto «simbolico», da rivendersi nelle stanze confindustriali, ma poi si lavorerà a smontare la riforma nei due anni successivi. L’intera operazione per la messa in vendita dei servizi, infatti, partirà dal 2011. Proprio questa data indicata nel testo fa da cardine per la pregiudiziale di costituzionalità presentata dal Pd. Non c’è necessità e urgenza, dunque non si comprende l’utilizzo del decreto.

 

I Democratici hanno anche presentato una proposta di stralcio di tutto il capitolo servizi locali, e un’altra di soppressione. «Faremo un’opposizione dura e intransigente - spiega la vicecapogruppo Marina Sereni - È inaccettabile che il governo in modo frettoloso e pasticciato affronti un tema complesso e articolato come quello delle risorse idriche e dei servizi pubblici locali in un decreto che si occupa di infrazioni rispetto alle normative comunitarie». Insomma, l’opposizione è pronta alle barricate: sulla stessa linea del Pd si schiera anche l’Idv. Il ministro Andrea Ronchi si difende. «Non si tratta, come è stato detto, di una privatizzazione selvaggia, ma progressiva con l'ingresso di privati maanche con precisi paletti», dichiara. In realtà i «paletti» lasciano ampio margine ai privati per avviare lucrosi business sul cosiddetto oro blu. Le disposizioni, infatti, prevedono che per le ex municipalizzate già quotate (un esempio per tutti la romana Acea, in cui il pubblico detiene il 51%)l’azionista pubblico scenda prima al 40% entro il 2013 e poi al 30% entro il 2015. Non è obbligatoria un’offerta pubblica sul mercato: la quota si può cedere anche a trattativa privata. Le nuove norme avrannounimpatto diverso nella geografia frastagliata del nostro Paese. In Puglia, dove la Regione è azionista unico del gigante Acquedotto Pugliese, le novità equivalgono a un terremoto. Tanto che la giunta barese ha già avviato la contraerea, con la minaccia di ricorso alla Corte Costituzionale. In Sicilia, invece, i privati già controllano gran parte del mercato, mentre in Calabria il colosso francese Veolia ha il 47% dell’utility locale. Ma da molte Regioni del centro-nord si moltiplicano appelli perché il governo si fermi.

dBianca Di Giovanni L’U 17

 

 

 

Nuovo «alt» di Fini: la maggioranza non può cambiare le regole a piacimento

 

Intervento in Consiglio comunale a Prato: «Immigrati, non vi può essere integrazione se non c'è la legalità»

 

MILANO - La maggioranza, anche se al governo, non può riscrivere le regole a proprio piacimento. Da Gianfranco Fini arriva una nuova indicazione ad uso e consumo dei colleghi del Pdl. «Sarebbe certamente un momento difficile per il nostro Paese quello in cui dovesse affermarsi il principio che in una democrazia dell'alternanza ogni maggioranza modifica a proprio piacimento quelle che sono le regole del vivere civile, le regole che devono impegnare tutti gli italiani - ha detto durante un intervento alla seduta straordinaria del Consiglio comunale di Prato, in occasione dei 720 anni della realizzazione della sala consiliare -. Riscrivere le regole deve necessariamente comportare l'impegno per una riscrittura che sia quanto più possibile condivisa. Perché le regole riguardano tutti, perché le istituzioni della Repubblica sono le istituzioni di ogni italiano». Secondo il presidente della Camera «è proprio la nostra Costituzione a indicare con chiarezza le modalità attraverso le quali è possibile modificare la Costituzione. È certamente possibile farlo avvalendosi di maggioranze ordinarie, ma in quel caso si è sottoposti all'assenso dell'unico soggetto che in una democrazia è sovrano: il corpo elettorale».

 

IMMIGRAZIONE E LEGALITA' - Il presidente della Camera ha poi affrontato il tema dell'immigrazione, sottolineando che «non ci può essere integrazione senza legalità». «Ci si integra solo se si è disposti a vivere in condizioni di rispetto della legalità. Se è doveroso da parte dell'Italia rispettare la cultura d'origine e le identità delle donne e degli uomini che vengono a partecipare con il loro lavoro alla crescita della nostra società, dobbiamo anche chiedere loro di rispettare le nostre leggi, parlare la nostra lingua, mandare i figli nelle nostre scuole, far proprio il valore della dignità della persona che è alla base della nostra cultura - ha sottolineato -. Non si possono reclamare solo diritti senza essere pronti ad adempiere ad altrettanti precisi doveri». Davanti al Comune un piccolo gruppo di leghisti ha atteso il presidente della Camera, con indosso magliette nere con scritto «No al voto agli immigrati» e «Ora di Islam a scuola, no grazie». Fini si è fermato brevemente per uno scambio di battute con i manifestanti affermando che «sul tema la pensiamo in maniera diversa». La contestazione, pacifica, si è conclusa poco dopo. CdS 16

 

 

 

 

 

Il valore dell’unità. La missione più alta della politica

 

IL PRESIDENTE della Repubblica a Napoli ha avuto modo, nelle tre occasioni della laurea honoris causa conferitagli dalla Università Orientale, della commemorazione del genio matematico di Renato Caccioppoli all’Accademia Pontaniana, e della celebrazione del centenario della nascita di Maurizio Valenzi nella sala dei Baroni del Maschio Angioino, di lasciare un messaggio, che gli affollati e diversi auditori hanno pensosamente ascoltato, visibilmente mostrando di averne compreso lo spirito. Napolitano, da sempre attento ad ogni progresso, e più ansiosamente ad ogni battuta d’arresto del cammino europeo, ha ribadito con energia che, dopo il completamento delle ratifiche del Trattato di Lisbona, l’Unione deve darsi gli organi che le possono finalmente dare quella unità di soggetto politico-costituzionale, in grado di imporla da pari a pari tra le grandi potenze che i processi di globalizzazione rendono responsabili delle sorti del mondo. Nessuno dei passi compiuti, dalla piccola Europa dei Sei alla grande attuale dei ventisette, può dirsi con il senno di poi sbagliato. Anche quando le grandi speranze o utopie federalistiche degli Stati Uniti d’Europa sono andate deluse, o caduta nel momento in cui stava per essere varata la compatta Comunità Europea di Difesa, l’ideale europeistico continuò a vivere per l’altra strada delle Comunità del Carbone e dell’Acciaio, dell’Euratomo, del Mercato Comune, dell’area della moneta Unica, fino all’Unione. Il frutto maggiore? Sessant’anni di pace tra Paesi che si erano per secoli dilaniati in guerre cruente, al punto di lasciar definire quella europea civiltà bellica, insegnando ai popoli di tutto il pianeta la scienza della guerra come segno della superiorità europea. Ma la pace, come assenza della guerra non basta per l’unità sovranazionale europea. È un’unità che deve farsi dall’alto e dal basso, dalle istituzioni e dai cittadini, con l’economia e con la cultura, deve essere morale e spirituale. L’Europa deve contribuire a spegnere le cause di conflitto dovunque nel mondo e insegnare al mondo le vie della pace, facendo dimenticare i secoli in cui gli Stati europei, nell’età delle scoperte geografiche e dell’espansione dei commerci e poi delle conquiste coloniali e infine con i due conflitti mondiali, hanno mostrato di sé una immagine opposta a quella delle loro filosofie e della loro religione.

Dunque occorre rinvigorire una politica per l’unità degli europei in funzione di una più generale unità dei popoli e degli Stati del mondo, in vista di una storica e non utopica pace universale. A maggiore e più immediata ragione la politica deve essere ispirata ad una missione di unità e di pacificazione in ogni singola nazione. L’Italia è in prima fila nel presentare l’attesa di una politica che non divida i cittadini, ma li guidi al confronto e alla competizione democratica, nel rispetto reciproco delle idee e della umanità delle persone. La democrazia non in stato di scontro, ma di incontro, puo’ condurci ad un migliore avvenire. E l’Unità d’Italia, quella che sta nel cuore dei cittadini e non soltanto negli assetti delle istituzioni, deve essere uno dei fini ineludibili di una politica consapevole della sua missione unificatrice e pacificatrice.

Ricordando Valenzi, Gianni Letta ha denunciato la sua carente legittimazione, non essendo napoletano. Gli ha replicato Napolitano, che anche Benedetto Croce era come lui abruzzese e tuttavia è un simbolo di Napoli. Così come il tunisino Valenzi è stato il più napoletano dei sindaci di Napoli, impiegando una appassionata lotta di parte per rappresentare tutti i napoletani e non una parte. Anche qui una politica che compie la sua missione di unità e di pace. Fuori di questa missione, la politica usurpa il suo nome. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA IM 16

 

 

 

Fiducia: il premier al 45%, governo giù. L'effetto Bersani fa decollare il Pd

 

Il sondaggio di Ipr Marketing per Repubblica.it conferma il trend negativo

per il governo. L'esecutivo perde due punti e scende al 40 per cento

Il Partito democratico guadagna 4 punti percentuali e si attesta al 41%

Tra i ministri Renato Brunetta strappa il terzo posto a Giulio Tremonti

di GIUSI SPICA

 

ROMA - Silvio Berlusconi frena la caduta anche se resta ai minimi storici, ma il suo governo ricomincia a precipitare. L'effetto Bersani fa volare il Pd. Il sondaggio di Ipr Marketing per Repubblica.it sulla fiducia mostra, per il mese in corso, un quadro solo parzialmente in movimento: il premier è fermo al 45% di ottobre, mentre il suo governo perde altri 2 punti e arriva al 40%: un dato al di sotto del quale c'è il baratro. Decolla, invece, il Partito democratico, che incassa un 4% in più. Tra i ministri, a contendersi i primi due posti rimangono Maroni e Sacconi, ma Brunetta guadagna terreno.

 

Il premier e il governo. I nuovi dati confermano il trend non positivo del presidente del Consiglio. Berlusconi, che aveva perso 11 punti negli ultimi quattro rilevamenti e riesce a frenare la caduta, ma resta al suo minimo: rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, la fiducia degli italiani nei suoi confronti è scesa di ben 13 punti. Il 45% delle persone intervistate da Ipr Marketing si dichiara infatti molto o abbastanza "fiducioso" in lui, contro un 51% che dice di avere poca o addirittura nessuna fiducia. Solo il 4% non sa rispondere alla domanda. Le difficoltà di Silvio Berlusconi non aiutano il suo governo che, a novembre, perde due punti percentuali: la fiducia nell'esecutivo scende al 40%, contro il 42% di ottobre. Molto lontano dal 50% del novembre scorso. Una parabola discendente iniziata a gennaio di quest'anno.

 

I partiti. Tra i partiti, festeggia il Pd. L'effetto Bersani fa schizzare al 41% la fiducia degli italiani nei confronti del partito. Segnando così un'impennata del 4% rispetto allo scorso mese, quando ancora c'era attesa per le primarie. I democratici hanno recuperato 14 punti dal disastroso 27% di gennaio. Bene anche l'Udc, che guadagna due punti, fermandosi al 38%. Crescita zero per il Pdl, inchiodato al 44% come lo scorso mese e con ben 6 punti in meno rispetto a maggio. Avanzano, di un solo punto, Italia dei valori e Lega, che si attestano rispettivamente al 41% e al 31%.

 

I ministri. In testa alla hit dei ministri che "ispirano" più fiducia il "titolare" degli Interni Roberto Maroni, che conferma il 62% di ottobre. Quanto basta per scavalcare Maurizio Sacconi, che perde due punti e si piazza al secondo posto dopo aver detenuto da maggio la "palma della vittoria". New-entry nel podio dei più apprezzati Renato Brunetta, che guadagna 3 punti in più e con il suo 60% strappa a Tremonti il terzo posto. Decisamente male, invece, Umberto Bossi e Michela Brambilla, giù di due punti. Criticata da studenti e ricercatori, il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini non sembra però perdere "popolarità": sale al 42% la fiducia nei suoi confronti, 2 punti in più rispetto allo scorso mese. Attestato di solidarietà anche per Giorgia Meloni, recentemente presa di mira da un libro di vignette satiriche che ha suscitato reazioni bipartisan. Il ministro delle Politiche giovanili viene infatti "premiata" con un +2% e si ferma al 37%.  LR 17

 

 

 

Così nasce una protesta dal basso

 

Complice il notevole interesse che il «No Berlusconi Day» ha suscitato nell’opinione pubblica e il conseguente dibattito politico sull’opportunità di andarvi o meno, la pagina su Facebook dedicata alla manifestazione del 5 dicembre vede i suoi fan aumentare al ritmo di diverse migliaia al giorno. In questo momento sono 275mila, ma con ogni probabilità quando questo articolo sarà stampato e diffuso nelle edicole del paese, il numero degli aderenti avrà superato quota 280mila – l’esempio lampante, potremmo dire, delle difficoltà che i mezzi di comunicazione tradizionali incontrano nel raccontare fenomeni e movimenti le cui evoluzioni avvengono ora dopo ora.

 

L’altra caratteristica che rende atipica questa manifestazione è rappresentata da una questione centrale in ogni mobilitazione di queste dimensioni: l’organizzazione, la logistica. A lungo i soggetti tradizionalmente preposti alla rappresentanza dei cittadini – i partiti politici, i sindacati, le associazioni – hanno avuto il monopolio di questo genere di abilità. Spostare migliaia di persone lungo tutto il territorio nazionale, stipulare convenzioni per avere treni a prezzo speciale, muovere centinaia di pullman da tutta l’Italia: attività imprescindibili per l’organizzazione di una manifestazione degna di questo nome, oggi non richiedono più la presenza di una struttura collaudata alle spalle. Se in passato erano i partiti e le associazioni a mettere le persone in contatto, permettendo loro di trovarsi e mettendo a loro disposizione risorse economiche e logistiche solide e collaudate, da tempo ormai internet permette di svolgere questa funzione con grande efficienza e funzionalità. Basta scorrere le pagine locali su Facebook dedicate al «No Berlusconi Day» per rendersi conto di come prende forma una manifestazione dal basso: trovare le persone necessarie per riempire un pullman è un gioco da ragazzi, così come non è più un problema cercare la persona giusta per svolgere questo o quel lavoro. Qualcuno ha bisogno di disegnare un banner, lo scrive in bacheca e in un baleno arriva il grafico. Lo stesso accade per trovare le persone per scegliere la società dai prezzi più convenienti, o la tipografia a cui far stampare i volantini. Saltano le mediazioni, cambia il peso del tempo e dello spazio nelle relazioni.

 

Non si tratta di una completa novità. La storia degli ultimi anni racconta già di mobilitazioni nate sulla rete che hanno sortito effetti particolarmente incisivi, dalle cosiddette «Twitter revolution», a cominciare da quella iraniana, al ruolo della rete nel percorso che ha portato Barack Obama alla Casa Bianca. Sarebbe un grave errore però pensare che questa trasformazione dei meccanismi di mediazione sia destinata a portare solo conseguenze benefiche al dibattito pubblico. La crisi dei principali interpreti e rappresentanti degli interessi dei cittadini, dai partiti ai sindacati, comporta diversi rischi: annulla la complessità delle cose e dei problemi (il nome di questa manifestazione ne è esempio), rafforza le posizioni più estreme e spiana la strada a demagogie e populismi più di quanto non accadesse un tempo. La palla, in questo senso, è destinata a tornare nel campo dei soggetti che hanno dominato il Novecento: i partiti, i sindacati, i giornali. Se questi non saranno capaci di cambiare, di farsi venire delle idee e scoprire nuove strade per rinnovare la loro missione, saranno inevitabilmente travolti. E non è detto che sarebbe una buona notizia.

Francesco Costa L’U 17

 

 

 

 

Il “No B. Day” del 5 dicembre. Di Pietro e Pd divisi sulla piazza

 

Bersani conferma il no alla manifestazione del 5 dicembre: «Non accettiamo lezioni»

 

ROMA - Una manifestazione nazionale, a Roma, per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. L'hanno indetta i promotori del comitato «No Berlusconi Day», un'organizzazione nata dall'iniziativa portata avanti via Facebook da un gruppo di blogger e che ora l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro ha deciso di rilanciare. Aprendo un fronte polemico con il Pd, che ha invece scelto di non prendere parte all'iniziativa.

-?«NIENTE LEZIONI DALL'IDV» Il Pd fa sapere di non accettare lezioni di opposizione dall'Idv e conferma l'intenzione di non partecipare alla marcia anti-premier del prossimo 5 dicembre. Il segretario dei democratici, Pier Luigi Bersani, a margine di una manifestazione dei lavoratori Eutelia, conferma: «Noi facciamo le nostre manifestazioni e lezioni di antiberlusconismo non le prendiamo da nessuno». E poi insiste sul leit motiv: «Il più antiberlusconiano è quello che riesce a mandare a casa» il presidente del Consiglio, «non quello che grida di più. Dopodichè, se le parole d'ordine sono accettabili non c'è divieto per i militanti del Pd» di partecipare anche a manifestazioni indette da altri.

«O CON NOI O CON BERLUSCONI» - Invece l'Italia dei valori aveva esortato il principale partito del centrosinistra a scendere in classe e ad andare oltre questa posizione da «primi della classe». E' lo stesso Antonio Di Pietro a dirlo. «Il 5 dicembre, tutti insieme, scendiamo in piazza per manifestare contro le politiche di questo governo che lascia per strada migliaia e migliaia di lavoratori, che fa chiudere aziende tutti i giorni ed annichilisce le funzioni del Parlamento, utilizzandolo solo per fare leggi ad uso e consumo del Presidente del Consiglio e della sua lobby piduista», ricorda Di Pietro. «Chi non sarà con noi - aggiunge - sarà alla stessa stregua del governo Berlusconi». Quanto al Pd, l'ex pm si chiede: «Che senso ha dire: "Non abbiamo convocato noi la manifestazione quindi non possiamo andarci"? Toglietevi il cappello da primi della classe e partecipate alla manifestazione indetta dal popolo della Rete, insieme con noi, poveri, umili oppositori di questo governo Berlusconi».

LE RAGIONI DELLA PROTESTA - Gli organizzatori hanno indetto la mobilitazione per chiedere che il Cavaliere rassegni le dimissioni dal ruolo di capo del governo. E questo perché «Berlusconi costituisce una gravissima anomalia nel quadro delle democrazie occidentali» e «lì non dovrebbe starci, anzi lì non sarebbe nemmeno dovuto arrivarci: cosa che peraltro sa benissimo anche lui e infatti forza leggi e Costituzione come nel caso dell’ex Lodo Alfano e si appresta a compiere una ulteriore stretta autoritaria come dimostrano i suoi ultimi proclami di Benevento». I blogger spiegano di non poter più «rimanere inerti di fronte alle iniziative di un uomo che tiene il Paese in ostaggio da oltre 15 anni e la cui concezione proprietaria dello Stato lo rende ostile verso ogni forma di libera espressione come testimoniano gli attacchi selvaggi alla stampa libera, alla satira, alla Rete degli ultimi mesi». Vengono poi ricordate «le pesanti ombre di un recente passato legato alla ferocia mafiosa» e «i suoi rapporti con mafiosi del calibro di Vittorio Mangano o di condannati per concorso esterno in associazione mafiosa come Marcello Dell’Utri». In sostanza, «deve dimettersi e difendersi, come ogni cittadino, davanti ai Tribunali della Repubblica per le accuse che gli vengono rivolte». CdS 17

 

 

 

 

Una Sicilia a due velocità. Le ragioni che ne ostacolano il decollo

 

       E’ da non crederci. Eppure si coglie ogni giorno e sempre più.

       I siciliani che sono andati nelle altre Regione italiane e nelle varie parti del mondo, seguono tutto quello che accade in Sicilia con interesse e con una sete di notizie che non ha eguali. Spesso con apprensione. C’è in loro tanto amore per la propria terra ma anche tanto orgoglio.

       Emblematiche alcune testimonianze fra le più recenti. Ne citiamo alcune:

       Salvatore Cristaudi da Johannesburg (Sud Africa), in merito alla candidatura di Palermo alle Olimpiadi del 2020 che tanto interesse ha suscitato delle nostre comunità all’estero,  ha telefonato chiedendo: “Cosa sta facendo la Sicilia per non farsi sfuggire questa occasione? E’ vero che nel passato non abbiamo brillato tanto nel buon utilizzo delle risorse nella spesa pubblica ma è anche vero che abbiamo tutte le capacità per gestire le Olimpiadi con il valore aggiunto di offrire  la attrattiva di un patrimonio culturale artistico e paesaggistico che gli altri non hanno . Il fatto di  non avere strutture sufficienti è un motivo di più per colmare il gap  con chi le ha. Dieci anni sono sufficienti per arrivare al top nel 2020. Così dovrebbe ragionare un Governo di tutti gli italiani che invece toglie risorse al Sud per darle al Nord. Una parte d’Italia sempre più ricca ed un’altra sempre più povera”.

       Pietro Tarantino di Milwaukee (Wisconsin/USA) che abbiamo incontrato recentemente, ha chiesto notizie sulla legge passata in Parlamento con voti trasversali che indicava Palermo come sede dell’Unione Mediterranea al posto di Milano voluta da Berlusconi. Cosa stanno facendo i deputati regionali?

       Nel recente incontro a Brooklyn,  le delegazioni arrivate dagli altri Stati hanno incentrato i loro interventi tutti sulla Sicilia e sul suo rilancio, così come la vorrebbero.

       Uno di loro, sulla Banca del Sud, ha detto: “Quale fiducia si può avere su un Ministro del Tesoro che nel 2008 ha sottratto ben 28 miliardi di euro al Sud – notizia dei giornali mai smentita – portandoli al Nord e senza che la classe politica meridionale ne abbia chiesto le dimissioni o denunziato per distrazione di somme legittimamente assegnate dalla Unione Europea  e di cui il Meridione era  diventato assegnatario a pieno titolo anche sul piano giuridico”.

       Un altro Presidente, da pochi giorni rientrato in America, ha detto di avere viaggiato sul treno alta velocità Milano-Roma. “Splendido. Mi  ha fatto sentire orgoglioso di essere italiano. Ma poi in Sicilia, ho trovato le stesse carrozze ferroviarie che avevo lasciato 40 anni fa, peggiorate e cadenti. Una vergogna per la classe politica siciliana che pensa solo a bisticciarsi”.

       E , poi, come dimenticare la maratona di messaggi e di petizioni dei siciliani all’estero per il Ponte di Messina?

       Queste e tanti altri gli argomenti nella quotidianità della Associazione.

       Tutte sensibilità, quelle dei nostri corregionali all’estero, che ci coinvolgono mentre ci esalta constatare il clima di Siciliasintonia e di Siciliasimpatia che si avverte attorno a loro nelle società di insediamento. Dappertutto. Sono molti i non siciliani simpatizzanti e molti quelli che vogliono rapportarsi con le comunità siciliane di cui apprezzano civiltà, modo di essere e di stare con gli altri.

       A fronte di questo scenario, ci viene di pensare ad una Sicilia a due velocità, constatando il deterioramento della vita politica siciliana di questi ultimi tempi e la caduta di immagine della Sicilia  nel suo complesso.

       Il ritorno di antichi vizi, delle lotte di potere, degli interessi corporativi e dei personalismi ha messo in crisi il Governo regionale, le sue scelte e l’apparato burocratico amministrativo. Con il conseguente rigetto della gente nei confronti della politica. Riteniamo che nessuna motivazione possa mai giustificare atteggiamenti che ostacolano le politiche di un  Governo quando riguardano il bene comune e gli interessi dei cittadini. Perché questo esula dal concetto stesso di democrazia.

       E dire che i protagonisti politici del momento, in contrapposizione tra di loro,  sono nati e cresciuti alla scuola di quel grande partito della Democrazia Cristiana che fece dell’Italia un grande Paese.

       Dove sono andate a finire le sue linee-guida, i valori della democrazia, della umiltà, del rispetto reciproco, dove gli insegnamenti di Dossetti, di Moro, di Donat Cattin, di cui essi stessi sono stati allievi e seguaci? Come dimenticare che la soluzione dei problemi piccoli e grandi  così come abbiamo ereditato nella esperienza dei 50 anni di democrazia del nostro Paese è possibile solo attraverso il “primato della politica”? Da non dimenticare che lo stesso Paolo VI dava della politica la definizione di “carità”.

       E , tuttavia, siamo convinti che gli attuali protagonisti faranno uscire la  Regione dal buio del tunnel in cui si trova perché in loro non manca intelligenza, buonsenso  ma anche amore per la Sicilia. Ponti al posto di muri è il nostro auspicio.

       La Sicilia tutta ne ha tanto bisogno. Una Sicilia che è già cambiata, che non è più quella di ieri, che cerca legalità e che esprime punte eccellenti di intelligenza nella innovazione, nella cultura e nella valorizzazione del suo patrimonio culturale e paesaggistico. Avv. Domenico Azzia, Sicilia Mondo (de.it.press)

 

 

 

 

I misteri della Banca Arner con i depositi di Berlusconi e figli

 

Hanno depositi per 60 milioni. La cifra rivelata da Report: 50 milioni fanno capo alle holding guidate da Marina e Piersilvio - E spunta anche un bonifico per la villa di Antigua - di WALTER GALBIATI

 

MILANO - Che la signora Teresa Macaluso e il premier Silvio Berlusconi abbiano i conti correnti presso la stessa banca non dovrebbe creare nessun problema. Ma se la banca si chiama Banca Arner, commissariata dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti su indicazione della Banca d'Italia di Mario Draghi per operazioni sospette di riciclaggio, e la signora risulti essere la moglie di Francesco Zummo, costruttore di Palermo, considerato dalla procura vicino alle cosche mafiose, le cose si fanno un po' più complicate.

 

Anche perché, come rivelato dalla puntata di Report trasmessa ieri, il premier ha depositato presso la sede milanese della piccola banca elvetica qualcosa come 60 milioni di euro, divisi tra un conto corrente personale (il numero uno della banca), sul quale giacciono circa 10 milioni, e conti riconducibili a società della sua famiglia, le holding Italiana Seconda, Quinta e Ottava, amministrate da Marina e Piersilvio Berlusconi, sui quali si trovano altri 50 milioni. La signora Macaluso, tuttavia, non è da meno perché da sola può vantare un deposito di ben 13 milioni. Quei soldi se fossero in Unicredit o in Banca Intesa, le due più grandi banche italiane con migliaia di sportelli, passerebbero inosservati, ma siccome si trovano presso la piccola Banca Arner, una sede a Lugano e tre filiali tra Milano, Nassau e Dubai, e rappresentano un quarto degli attivi della banca, destano un po' di scalpore. Anche perché Arner è stata da sempre il crocevia di alcune operazioni sospette riconducibili alla galassia Berlusconi e di recente è di nuovo piombata al centro delle cronache giudiziarie per l'arresto di Nicola Bravetti, amministratore e membro della direzione generale della banca, nonché dirigente dell'Organo di contatto per la lotta contro il riciclaggio di denaro dell'Ufficio di controllo del Dipartimento federale delle finanze elevetiche. Con lui, a maggio 2008, sono finiti ai domiciliari, gli imprenditori Francesco e Ignazio Zummo, padre e figlio, tutti con l'accusa di concorso in intestazione fittizia di beni, aggravato dall'aver agito al fine di favorire Cosa nostra: avrebbero consentito alla moglie di Francesco, Teresa Macaluso appunto, di intestarsi tra il 2003 e il 2005 la somma di circa 13 milioni provenienti secondo l'accusa dagli affari della mafia. Il tramite tra gli Zummo e Bravetti, sarebbe stato l'avvocato milanese Paolo Sciumè.

 

Come Berlusconi, tuttavia, ci sono anche altri nomi celebri ad aver rapporti fiduciari con la banca. Qui hanno i conti correnti Ennio Doris, fondatore del gruppo Mediolanum, la famiglia dell'avvocato Cesare Previti, condannato in via definitiva per i casi Imi-Sir e Lodo Mondadori e il fiscalista Salvatore Sciascia, un veterano di casa Fininvest. Qui vengono gestite due società anonime, la Centocinquantacinque e la Karsira Holding, che a cascata controllano due società amministrate dalla famiglia Acampora, quella dell'avvocato Giovanni Acampora condannato con Previti sempre per il Lodo Mondadori. E qui vengono gestiti i soldi della Flat Point, una immobiliare che sta costruendo ville ad Antigua e tra i cui acquirenti ci sarebbe anche Silvio Berlusconi. Report ieri ha parlato di un bonifico da 3,367 milioni del premier indirizzato proprio alla Flat Point.

 

La ragione del fitto intreccio tra Banca Arner e il mondo Fininvest sta nella storia stessa della banca. Uno dei fondatori della Arner, infatti, è un uomo di fiducia di Berlusconi, Paolo Del Bue, un romano trasferitosi in Svizzera, dove insieme con Nicola Bravetti, Giacomo Schraemli e Ivo Sciorilli Borelli ha dato vita a una fiduciaria che nel 1994 si è trasformata in Banca Arner. Non si sa se Del Bue, che ha lasciato la carica di amministratore nel 2005 è ancora tra i soci, ma era di certo in Arner quando, secondo la ricostruzione fornita agli inquirenti dall'ex presidente del Torino Gianmauro Borsano, la società panamense New Amsterdam, amministrata fiduciariamente da Arner, versò in nero 10 miliardi di lire al Torino per il passaggio del calciatore Gianluigi Lentini al Milan.

 

Ma l'importanza di Del Bue si capisce solo dalle carte del processo Mills, l'avvocato inglese condannato in appello per essersi fatto corrompere da Berlusconi per testimoniare il falso nei processi del premier. Nelle motivazioni della condanna il tribunale spiega che Mills si fece pagare per nascondere ai giudici italiani che le società offshore Century One e Universal One erano riconducibili non ai manager della Fininvest, ma "direttamente a Silvio Berlusconi". I conti esteri di quelle due società erano gestiti proprio da Del Bue, che da quei conti prelevava anche ingenti somme in contanti. In tre anni Del Bue ha trasformato in moneta sonante ben 100 miliardi di lire. LR 16

 

 

 

Mafia, preso il boss Raccuglia. «È il numero 2 di Cosa Nostra»

 

Era latitante da 13 anni. Maroni: «Uno dei colpi più duri alla criminalità»

di LUCIO GALLUZZO

 

PALERMO - La polizia, con indagini coordinate dalla Procura antimafia, ha decapitato l’ala corleonese di Cosa Nostra. La squadra mobile di Palermo, dopo ricerche durate 13 anni, ha stanato nel pomeriggio a Calatafimi (Trapani) Domenico Raccuglia, 45 anni, boss e killer, sposato, due figli, uno dei quali nato durante la latitanza paterna. Raccuglia detto il “veterinario” per l’amore verso gli animali - lo stesso non si può dire per la vita umana -, è ritenuto uomo di snodo tra i palermitani ed i trapanesi di Matteo Messina Denaro. Mentre lo aspettano nuovi processi per omicidi, deve intanto scontare 3 condanne all’ergastolo, una delle quali relativa al sequestro ed all’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo il cui corpo fu disciolto in acido. Fu proprio Raccuglia a tenere i contatti con la famiglia del bambino, fece da “postino” recapitando i messaggi di un ostaggio di 10 anni, alla fine ucciso perché suo padre Santino non aveva ritrattato le accuse ai suoi complici nelle stragi del 1992.

Il boss si nascondeva alla periferia del paese garibaldino, in un anonimo appartamento di proprietà dei coniugi Benedetto e Antonia Calamusa, di 44 e 38 anni, che sono stati arrestati per favoreggiamento. Quando Mario Bignone, dirigente della sezione catturandi, ed i suoi uomini hanno fatto l’irruzione, Raccuglia, che era da solo, ha tentato la fuga attraverso una terrazza ma si è reso conto che l’edificio era circondato e si è arreso. In casa custodiva due pistole, un cospicuo gruzzolo di contanti, i soliti “pizzini” e soprattutto alcuni documenti dei quali invano ha tentato di disfarsi. Da Calatafimi il boss è stato trasferito in questura a Palermo, dove si è festeggiato ancora una volta “alla grande” per il successo conseguito. L’ingresso negli uffici del boss è avvenuto mentre era in corso una estemporanea manifestazione di giubilo e di ringraziamento agli investigatori organizzata dai giovani di “Addio pizzo”.

Raccuglia aveva avviato 20 anni fa la carriera nella cosca di San Giuseppe Jato, capeggiata dai Brusca. Nel sequestro Di Matteo aveva avuto un ruolo di “vivandiere”, ma da allora il suo peso era cresciuto anno dopo anno. Ed infatti, dopo essersi congratulato con il Capo della Polizia Antonio Manganelli, il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha osservato che con l’arresto di Calatafimi «è stato inferto uno dei colpi più duri alle organizzazioni mafiose negli ultimi anni perché Raccuglia era di fatto il numero due di Cosa Nostra». Un giudizio, questo, condiviso da Pietro Grasso, capo della Dda, dai Presidenti di Camera e Senato, da vari esponenti del Governo e da numerosi vertici istituzionali.

Prima di ieri, il boss era varie volte riuscito fortunosamente a sfuggire in extremis all’arresto. Grazie anche alla prudenza ed alla furbizia della moglie, che alla fine dell’anno scolastico, scompariva con i 2 figli da Altofonte, dove risiede, dribblando la stretta sorveglianza della polizia. La donna raggiungeva così il marito latitante e la famiglia si ricomponeva, probabilmente in una località marina, per trascorrere le vacanze estive. Poi il ritorno ad Altofonte, alla vigilia del nuovo anno scolastico. «Ora siamo arrivati finalmente alla cattura- ha spiegato il pm Francesco Del Bene che, insieme alla collega Roberta Buzzolani, ha coordinato l’indagine della polizia- con un’indagine svolta esclusivamente con metodo tradizionale: pedinamenti, videoriprese e intercettazioni». Le più recenti acquisizioni sul ruolo del superlatitante, ha poi rivelato il Pm, hanno «dimostrato che Raccuglia aveva stretto un’alleanza con il latitante di Castelvetrano Messina Denaro e recentemente aveva spostato i suoi interessi proprio nel trapanese». IM 16

 

 

 

 

Studenti in piazza per la Giornata di mobilitazione internazionale per il diritto allo studio

 

Cortei e sit in contro le privatizzazioni. Roma protesta contro "Repubblica delle banane" - Scuola-università, cortei in 50 città - Tensione a Milano e a Torino

 

ROMA - Oggi in tutto il mondo si celebra la giornata per il diritto allo studio. Con lo slogan "L'istruzione non è in vendita" (Education is not for sale) sono state numerose le iniziative degli studenti, i cui rappresentati si sono ritrovati in una assemblea a Bruxelles. Ma in Italia è stata una giornata di protesta e migliaia di studenti (150mila secondo gli organizzatori) da Roma a Milano, da Bari a Torino hanno vita a cortei e sit in per difendere il diritto allo studio e per dire "no alle privatizzazioni". Una mobilitazione che ha coinvolto studenti delle scuole e universitari uniti per rivendicare il carattere pubblico dell'istruzione con momenti di tensione a Milano (due giovani sono stati arrestati e altri due denunciati), mentre a Torino c'è stato un lancio di uova contro la sede regionale del Miur e l'occupazione del Rettorato.

 

Gli slogan in piazza. "La conoscenza non si vende, si apprende" (Napoli), "Il futuro è nostro. Riprendiamocelo" (Roma), "Solo la conoscenza cambierà il mondo" (Cosenza) : questi gli striscioni che hanno aperto i cortei studenteschi promossi da Unione degli Studenti e Link-Coordinamento Universitario e sostenuti anche da altre associazioni, come la Rete degli studenti e da realtà locali che oggi hanno sfilato in oltre cinquanta città italiane.

 

Gelmini: centri sociali non rappresentano studenti. "I centri sociali non rappresentano gli studenti italiani" ha commentato il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, presa di mira da numerosi slogan urlati nei cortei. "Gli studenti italiani hanno capito che bisogna avere il coraggio di guardare al futuro, di cambiare la nostra scuola, di fare scelte coraggiose. Riproporre vecchi slogan, come se fossimo ancora negli anni '70 - ha affermato - certamente non contribuisce a rendere la nostra scuola più moderna. I manifestanti, per lo più legati al mondo dei centri sociali, non rappresentano certo - ha concluso il ministro - i milioni di ragazzi che studiano e si impegnano e che sperano di trovare nelle scuola un'istituzione che li prepari a un vero lavoro".

 

 

Milano. Toni e atmosfera accesi nel capoluogo lombardo, dove gli studenti protestano, oltre che per le scelte del ministro Gelmini, anche contro lo sgombero del liceo civico Gandhi, avvenuto sabato scorso. Il corteo, formato da alcune centinaia di ragazzi, è partito da largo Cairoli e poi si è diretto a largo Treves, dove si trova una sede degli uffici comunali. In piazza Mercanti hanno trovato gli agenti della polizia e i carabinieri in assetto antisommossa: ci sono stati momenti di tensione. Al termine del corteo non autorizzato gli studenti hanno annunciato un presidio in piazza San Babila per i compagni arrestati e denunciati in mattinata dalla polizia. I fermati sono due diciottenni e saranno processati domani mattina per direttissima per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale; altri due giovani, una donna dell'area anarchica e uno studente di un centro sociale, risultano invece indagati a piede libero per gli stessi reati.

 

Roma. Contro la "Repubblica delle banane": questo uno degli slogan della manifestazione della Capitale. E infatti i partecipanti hanno sfilato con banane vere nelle mani. E ancora: "Il futuro è nostro riprendiamocelo sciopero generale studentesco". Al termine del corteo, prima dell'assemblea pubblica, in piazzale Aldo Moro, davanti al colonnato della città universitaria della Sapienza, è scattata la merenda, quella che i ragazzi dell'Uds (l'unione degli studenti) hanno chiamato la "bananata" mentre cento giovani dell'Accademia nazionale di danza hanno improvvisato coreografie. In viale Trastevere, sulla scalinata del ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca si è svolto anche un sit in di circa 300 studenti delle scuole medie superiori.

 

Torino. Un applauso per Vito Scafidi, lo studente morto un anno fa nel crollo del liceo Darwin di Rivoli: si è aperta così la manifestazione a Torino. Alcune migliaia di studenti delle scuole superiori, ai quali si sono uniti anche gli universitari, hanno sfilato per le vie del centro. C'è stato un lancio di uova e carta igienica contro la sede regionale del Miur e una finta rapina in banca inscenata da due manifestanti con in spalla dei caschi neri, pieni di banconote finte raffiguranti il ministro Gelmini. Parte degli studenti ha occupato il cortile del Rettorato: alcuni hanno realizzato un finto preservativo, fatto con un grosso sacchetto di nylon pieno di palloncini, con sopra la scritta "Preserviamo l'università pubblica".

 

Palermo. Corteo con lo slogan "Riprendiamoci il futuro". I manifestanti si sono radunati in piazza Politeama, e da qui hanno sfilato per le vie del centro fino a piazza Indipendenza, dove ha sede la presidenza della Regione. Il traffico ha subito pensanti conseguenze. Un corteo studentesco si è svolto anche a Catania, con partenza da piazza Roma.

 

Napoli. Lanci di palloncini carichi d'acqua contro il portone d'ingresso chiuso della sede della Provincia, in piazza Matteotti. "Siamo circa 5.000" hanno detto i manifestanti, ex Onda, riuniti nel movimento denominato Fuck, Future under construction kollettive. Sempre in piazza Matteotti gli studenti hanno esposto anche uno striscione con la scritta: "Questo palazzo fa acqua da tutte le parti".

 

17 novembre Giornata internazionale degli studenti. Da anni il 17 novembre è una data internazionale di mobilitazione degli studenti che si rifanno al 17 novembre 1939 quando centinaia di giovani cecoslovacchi che si opponevano alla guerra furono arrestati e uccisi dai nazisti. Nel 1941 alcuni gruppi di studenti in esilio, gli stessi che avrebbero poi costituito il nucleo dell'International Union of Students, decisero che il 17 novembre sarebbe diventato l'International students day, la giornata internazionale di mobilitazione studentesca.

 

Germania e Grecia, protesta e tensioni. Prosegue la protesta degli studenti universitari tedeschi che da giorni occupano le aule per protestare contro le condizioni di studio. Oggi sono scesi in piazza in almeno 35 città, da Berlino a Colonia, per chiedere l'abolizione delle tasse universitarie, per rivendicare i corsi troppo affollati e gli scarsi finanziamenti per le strutture. Incidenti e tensioni in Grecia in occasione delle iniziative nell'anniversario della rivolta degli studenti ateniesi contro i colonnelli greci nel 1973. Al Politecnico di Salonicco scontro tra diverse fazioni di studenti e intervento della polizia. Atene città blindata in vista della grande marcia che dal Politecnico condurrà nel pomeriggio gli studenti e altre forze sociali fino all'ambasciata degli Stati Uniti, paese che sostenne la Giunta militare. Evento che si svolge in un clima di tensione perché precede il primo anniversario dell'uccisione il 6 dicembre scorso del quindicenne Alexis Grigoropoulos da parte di agenti di polizia la cui morte provocò un'ondata di disordini e attentati che contribuirono alla caduta del precedente governo. LR 17

 

 

 

Lotta alla fame nel mondo. Save the Children: bastano 27 centesimi al giorno per salvare un bambino

 

  ROMA – Basterebbero meno di 170 euro all’anno, meno di 27 centesimi al giorno, fino al compimento del secondo anno di vita, per garantire ad un bambino una corretta nutrizione e contribuire ad arrestare  le morti per malnutrizione.

  E’ quanto emerge dal  rapporto ‘Fame di Cambiamento’ di da Save the Children. Un rapporto che intende essere “un chiaro monito” ai grandi della terra riuniti a Roma in occasione del vertice Fao e il cui contributo per sconfiggere la fame nel mondo “continua a rimanere molto basso”.

  Più di 178 milioni di bambini al mondo soffrono di malnutrizione cronica che, come ribadito oggi dal segretario generale dell’Onu, è causa di morte per milioni di bambini ogni anno.

  “Troppi bambini stanno morendo perché i leader mondiali stanno fallendo nella riduzione dei livelli di malnutrizione, che ogni anno è causa di oltre metà delle morti infantili - ha affermato David Mepham, direttore Policy di Save the Children - Tale cifra è destinata ad aumentare a causa dell’incremento del costo del riso, dei cambiamenti climatici e della crisi economica in corso. Queste morti però non sono eventi sporadici al di fuori del nostro controllo, bensì il frutto di precise scelte politiche”.

  Il rapporto ‘Fame di Cambiamento’ rivela che esiste – sottolinea l’organizzazione umanitaria -  una gamma di possibilità per fermare la malnutrizione, causa di danni irreversibili allo sviluppo fisico e cognitivo dei bambini, sin dal loro concepimento al compimento del secondo anno di vita. Nei paesi in via di sviluppo, l’11% dei bambini è malnutrito già da prima della nascita poiché la crescita viene compromessa dall’alimentazione scarsa delle loro madri. In alcuni paesi, solo il 5% dei bambini ha una dieta diversificata e, conseguentemente, mentre il resto non riesce ad avere il sufficiente apporto di vitamine, utili per il loro sviluppo fisico e cognitivo. Più di metà dei bambini che vivono nei paesi in via di sviluppo basa la propria nutrizione sulla combinazione al massimo di tre diversi alimenti e non riesce pertanto ad avere una dieta equilibrata.

  “Sappiamo come combattere la fame dei bambini e sappiamo quanti fondi sono necessari per farlo, ma si continua a non dare all’alimentazione la giusta importanza e tutto ciò deve cambiare -  continua David Mepham - Auspichiamo che alla fine di questo summit, ci sia un serio impegno a dire basta alla fame: è scandaloso che i leader mondiali stiano trascurando un problema così grande e la cui risoluzione è così ovvia”.

  Metà dei bambini malnutriti vivono in otto paesi in via di sviluppo: Afghanistan, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, India, Kenya, Sudan e Vietnam. Secondo il rapporto di Save the Children basterebbero 5,85 miliardi di euro  all’anno per combattere la fame in queste nazioni e ridurre drasticamente il numero di bambini rachitici o malnutriti.

  Save the Children chiede che ad ogni bambino vengano garantite 170 euro all’anno fino al compimento del secondo anno d’età e che tale somma venga impiegata per fornire soluzioni efficaci per la riduzione della malnutrizione infantile, come la promozione dell’allattamento al seno, l’allocazione di piccoli budget per l’acquisto di cibo e la somministrazione di vitamine supplementari ai bambini. Tale investimento di primo livello, avrà una ricaduta positiva in termini di miglioramenti culturali ed economici.

  “I leader mondiali stanno concentrando i loro sforzi su una maggiore produzione di cibo, ma devono altresì trovare le modalità per far sì che le persone più vulnerabili possano permettersi di acquistarlo, riconoscendo la dimensione del problema e rispondendo con il giusto livello di investimento - conclude David Mepham -  Save the Children chiede con risoluzione un reale cambiamento: non vogliamo solo che i bambini sopravvivano, ma anche che non vivano ai margini e che crescano sicuri, forti e sani”. (Inform)

 

 

 

 

Dino Nardi (CGIE): La lettera dell’Agenzia delle Entrate italiana dimostra l’inaffidabilità dell’AIRE!

 

ZURIGO - Torniamo a trattare l’argomento, molto attuale, relativo all’iniziativa presa dal fisco italiano che ha interessato decine di migliaia di cittadini italiani (compreso molti con doppia cittadinanza), tra cui ex emigrati, lavoratori frontalieri ed anche residenti all’estero, destinatari di una lettera dell’Agenzia delle Entrate con la quale si ricorda gli obblighi fiscali di chi risiede in Italia e possiede redditi, beni e capitali all’estero. Infatti grazie al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), siamo ora in condizioni di poter fare maggiore chiarezza sull’intera questione e poter dare, così, una risposta a tutti gli interessati.

  Ebbene, nel corso del Comitato di Presidenza del CGIE, tenutosi a Roma martedì 10 novembre, su esplicita richiesta dello stesso CGIE, è intervenuto un dirigente dell'Agenzia delle Entrate per dare gli opportuni chiarimenti in merito a questa iniziativa che sta terrorizzando migliaia di emigrati e, soprattutto, di ex emigrati. Il funzionario ha spiegato che la lettera in questione (ne sono state spedite ben 37'500) doveva essere destinata esclusivamente a cittadini italiani emigrati già iscritti all'AIRE che, nell'ultimo quinquennio, sono rientrati in Italia definitivamente, o vi hanno comunque soggiornato per un certo periodo di tempo, per poi riespatriare nuovamente. Pertanto il dirigente dell'Agenzia delle Entrate ha dichiarato che tutti coloro che sono emigrati e residenti all’estero ininterrottamente da più di cinque anni, e si sono visti recapitare ugualmente la lettera dell'Agenzia, sono stati coinvolti a causa di un errore dovuto a delle iscrizioni non corrette nelle anagrafi dei Comuni italiani. Ne consegue che quest’ultimi potrebbero anche stracciare la lettera e non dare alcun seguito alla stessa. Tuttavia, conoscendo il funzionamento, ovvero il malfunzionamento dell’amministrazione statale italiana, ad avviso dello stesso CGIE (un’opinione che facciamo nostra) è comunque consigliabile che tutti gli interessati rispondano ugualmente all'Agenzia delle Entrate, anche se non dovuto, per evitare eventuali inutili complicazioni. Si tratta, semplicemente, di inviare  all’Agenzia delle Entrate (Direzione Centrale Accertamento – Ufficio Centrale per il contrasto agli illeciti fiscali internazionali – via Cristoforo Colombo 426 c/d – I.00145 ROMA) un'autocertificazione da dove risulti lo stato di residenza ininterrotta all'estero da più di cinque anni, allegandovi una fotocopia del permesso di soggiorno svizzero e del documento di identità italiano, con copia, per conoscenza, al Comune di iscrizione all'AIRE in Italia. Da tener presente che, pure rispetto a questo problema, le sedi della UIM, gli uffici dell’ITAL-UIL e degli altri patronati del Ce.Pa. in Svizzera sono a disposizione per aiutare gratuitamente tutti gli interessati che lo volessero fornendo anche il facsimile dell'autocertificazione.

  Ma come è possibile che in questa iniziativa del fisco italiano siano stati coinvolti, sia pure erroneamente, anche i residenti all’estero? Questa è la domanda che ovviamente ha posto il CGIE al funzionario dell’Agenzia delle Entrate e che tutti noi, addetti ai lavori o meno, pure ci poniamo. La risposta sta nel fatto che, come già è stato possibile constatare in occasione delle consultazioni elettorali italiane in cui all’estero gli iscritti all’AIRE possono votare per corrispondenza, i dati relativi agli iscritti nei registri AIRE dei Comuni italiani non corrispondono sempre ai dati che risultano nelle Anagrafi dei Consolati italiani con la conseguenza che molti emigrati non ricevono, poi, il plico elettorale. Il motivo è da ricercare, da un lato, nel fatto che non sempre chi va all’estero si annuncia al suo Comune in Italia e, d’altra parte, molti Comuni per “ragioni di cassetta” preferiscono tenere alto il numero dei residenti stabilmente  e quindi non trasferire nell’AIRE chi va o risiede all’estero. Dall’altro lato vi sono anche molti emigrati che, per qualche motivo (non ultimo quello di evitare di dover pagare l’ICI sull’abitazione di proprietà) decidono di non iscriversi all’AIRE, forse con la connivenza di qualche impiegato, pur risiedendo all’estero. Se così fosse (ma il dubbio è retorico), con l’invio dell’autocertificazione per conoscenza anche al Comune, questa è l’occasione per mettersi finalmente in regola o, quantomeno, per mettere l’Amministrazione comunale di fronte alle sue responsabilità!

Dino Nardi, Coordinatore per l’Europa dell’UIM, Comitato di Presidenza del Cgie

 

 

 

In corso la Conferenza dei Consultori. L'emigrazione trentina si deve trasformare da problema a risorsa

 

Si è aperta lunedì in Provincia la Conferenza annuale dei Consultori per l'Emigrazione - Un ricordo commosso è andato a Rino Zandonai, Gioovanni Battista Lenzi e Luigi Zortea

 

TRENTO - Si è aperta lunedì pomeriggio in Provincia la Conferenza annuale dei Consultori per l'Emigrazione, che proseguirà i propri lavori fino a giovedì 19 novembre.

"Nella prima Conferenza dei Consultori di questa legislatura siamo chiamati ad individuare le linee strategiche grazie alle quali, nei prossimi quattro anni, dovremo riuscire a trasformare l'emigrazione trentina da problema a risorsa. Risorsa per il Trentino e per i discendenti dei Trentini nel mondo". Lo ha detto Carlo Basani, dirigente generale della Provincia con competenze anche per l'emigrazione, rivolgendosi agli undici Consultori presenti a Trento per i lavori della Conferenza. "Accanto alla conferma del nostro impegno per dare risposte concrete, tempestive ed efficaci alle situazioni problematiche che comunque si presentano e si presenteranno - ha proseguito Basani, - dobbiamo elaborare nuove metodologie di lavoro e di intervento per essere vicini agli emigrati di oggi, soprattutto alle giovani generazioni, che costituiscono per il Trentino un valore aggiunto, una risorsa preziosa che intendiamo spendere per il bene di tutti. Perché noi vogliamo che l'emigrazione smetta un po' alla volta di essere problema e diventi un valore, una risorsa, perché le comunità dei Trentini all'estero diventino terminali sensibili e in grado di favorire lo scambio e di creare ricchezza futura, anche in termini di valori, di conoscenza e di cultura".

  Analoghi concetti sono stati proposti anche dai consiglieri provinciali presenti alla Consulta: Gianfranco Zanon per la maggioranza, Claudio Civettini per le minoranze e Mattia Civico nel suo ruolo di presidente della Quarta Commissione legislativa che si occupa anche di emigrazione. Tutti hanno riservato un ricordo particolare alle figure dei tre Trentini recentemente scomparsi in un incidente aereo sopra l'oceano Atlantico, mentre dalle due associazioni (la Trentini nel Mondo e l'Unione delle Famiglie Trentine all'estero) sono venuti propositi concreti di collaborazione e di sinergie.

  Sono chiamati Consultori per l'emigrazione, mentre in realtà sono dei veri e propri "ambasciatori" del Trentino presenti in tutti i continenti in cui vivono e lavorano discendenti di emigrati trentini.

  Oggi attorno al tavolo di lavoro allestito in Provincia si sono presentati Franco Dondio per l'Australia; Rosemarie Viola per gli Stati Uniti d'America; Lucia Flaim per il Canada; Laura Versini per il Messico; Nadia Arnoldi, nuovo Consultore per il Cile; Josè Eraldo Stenico per il Centro Nord del Brasile; Edmar Matuella, nuovo Consultore per il Brasile del Sud (Paranà, Santa Caterina, rio Grande do Sul); Hugo Zurlo per l'Argentina; Mariano Roca, nuovo Consultore per l'Argentina del sud (Buenos Aires capitale federale, province di Buenos Aires, Chubut, La Pampa, Neuquen, Rio Negro, Santa Cruz, Tierra del Fuego); Laura Vera Righi per l'Uruguay e il Paraguay; Giuseppe Filippi per l'Europa occidentale (Benelux, Francia, Germania, Gran Bretagna, Svizzera). Assente giustificato il solo Consultore per l'Europa orientale (Bosnia-Erzegovina, Serbia e Romania) Pero Andreata.

  Nominati dalla Giunta provinciale ad ogni inizio di legislatura su indicazione delle Associazioni degli emigrati trentini, dei Consolati e delle Ambasciate italiane all'estero, tocca ai Consultori mantenere i contatti fra le comunità trentine all'estero e la "terra madre", la Provincia autonoma di Trento, intervenendo laddove esistono emergenze e problemi urgenti da risolvere (molto spesso si tratta di casi umani per i quali intervenire con provvedimenti tempestivi ed efficaci), ma anche favorendo la costruzione di quella "rete" fra le comunità in modo da qualificare l'attività dei Trentini che vivono all'estero.

  Ogni anno - e da qualche anno in autunno - i dodici Consultori vengono convocati a Trento per una Conferenza che ha molti obiettivi: favorire lo scambio di esperienze e di informazioni fra i singoli Consultori, raccoglierne proposte e problemi, fare il punto sull'attività che la Provincia mette in campo per il settore specifico dell'emigrazione per quel che riguarda l'ordinaria amministrazione e per gli interventi straordinari di solidarietà e di sviluppo.

  Quest'anno la conferenza si tiene a Trento da oggi, 16 novembre, fino a giovedì 19, con un "Tavolo di lavoro" arricchito dalla presenza dei consiglieri provinciali Gianfranco Zanon per la maggioranza, Claudio Civettini per le minoranze, da Mattia Civico presidente della IV Commissione legislativa, dal presidente dell'Associazione Trentini nel Mondo Alberto Tafner, dal presidente dell'Associazione Unione delle Famiglie Trentine all'estero Oliviero Vanzo, da Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione Museo storico del Trentino; da Francesco Nardelli, del Consiglio generale degli Italiani all'estero.

  Fra i temi di cui si occuperà la Conferenza 2009 figurano temi come le borse di studio per la frequenza ai corsi di laurea dell'Università degli studi di Trento, il cosiddetto progetto "Università a colori"; un'analisi degli interventi di solidarietà attuati nel biennio 2008-2009; una discussione sugli effetti della legge provinciale del dicembre 2007 che ha limitato il rimpatrio definitivo in Trentino al secondo grado di parentela, che ha limitato drasticamente i rientri definitivi soprattutto dal Brasile, dove vivono ormai discendenti di quarta, se non addirittura di quinta generazione. I Consultori saranno poi chiamati a discutere sulla necessità di aggiornare il programma per il rientro temporaneo nella terra di origine, estendendolo anche ai figli degli emigrati, con criteri ovviamente da stabilire. Gli interventi per le giovani generazioni saranno infine al centro della Conferenza, perché è proprio sui giovani che la Provincia autonoma di Trento intende puntare nei prossimi anni, per creare quel virtuoso scambio di esperienze e di scambi che, utilizzando anche le nuovissime tecnologie a disposizione - e che i giovani sanno usare benissimo - potranno creare una "rete" capace di allargare i potenziali confini del Trentino a tutti i continenti della Terra.

  Un momento importante e atteso lo si è vissuto ieri (dalle 9 alle 13 presso la sede dell'Ufficio Emigrazione della Provincia), quando i dodici Consultori a turno hanno illustrato la situazione dei bacini geografici di competenza. Ne è uscito un quadro di realizzazioni portate a termine o in corso di realizzazione, ma anche di proposte per l'immediato futuro e di problemi a volte drammatici, complessi e di non sempre facile approccio e soluzione. Ma la Conferenza dei Consultori serve anche a questo: a mettere i nostri "ambasciatori nel mondo" nelle condizioni ideali per collaborare tra di loro alla ricerca delle vie d'uscita per risolvere casi complicati e spinosi. (m.n.-Inform)

 

 

 

 

Oggi a Roma la presentazione del 1° Meeting Mondiale dei Giovani per un Futuro Sostenibile

 

Roma - Verrà presentato a Roma oggi 18 novembre il 1° Meeting Mondiale dei Giovani per un Futuro Sostenibile, in programma a Bari dal 19 al 21 gennaio 2010, denominato "Ni, Mondlocaj Civitanoj", termine in esperanto che significa "Noi cittadini globali-locali".

Alla presentazione interverranno il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, e il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Saranno presenti l’assessore regionale alle Politiche Giovanili e alla Cittadinanza Attiva, Guglielmo Minervini, il direttore generale dell’Agenzia Nazionale per i Giovani, Paolo Giuseppe Di Caro, e i direttori di NMC, Luca Bergamo e Mauro Rotelli.

Il Meeting lancerà un’iniziativa globale per aprire spazi alla partecipazione dei giovani alle decisioni che determinano il futuro. "Ni, Mondlocaj Civitanoj" si ispira alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, agli Obiettivi del Millennio e alla Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione equa, per sostenere gli under 30 che in tutto il mondo vogliono orientare il corso degli eventi verso un futuro dignitoso e sostenibile per tutti. (aise) 

 

 

 

 

Tesi di laurea sull'emigrazione trentina: entro il 27 novembre le domande di partecipazione

 

   TRENTO – La Provincia autonoma di Trento e il Centro di documentazione sulla storia dell'emigrazione trentina ricordano  che il prossimo 27 novembre, alle ore 16, scadono i termini per partecipare al concorso che premierà le migliori tesi di laurea che hanno come oggetto la storia dell’emigrazione trentina, discusse nelle Università italiane negli anni accademici 2007-2008 e 2008-2009 (v . Inform http://www.mclink.it/com/inform/art/09n13334.htm ) premi, che ammontano complessivamente ad € 3.000, saranno conferiti dalla Fondazione Museo storico del Trentino sulla base di una valutazione redatta da apposita commissione.

  Le domande di partecipazione devono essere corredate da una copia della dissertazione, da un certificato attestante il voto di laurea conseguito e un curriculum vitae e inviare al seguente indirizzo: Fondazione Museo Storico del Trentino , via Torre d’Augusto 41 , 38100 Trento.

  I premi, che ammontano complessivamente ad 3.000 euro, saranno conferiti dalla Fondazione Museo storico del Trentino sulla base di una valutazione redatta da apposita commissione (per bando e informazioni http://www.museostorico.tn.it/index.php/it/Chi-siamo/Informazioni/Novita-e-avvisi/Bando-di-concorso-per-la-miglior-tesi-di-laurea-sull-emigrazione-trentina ) (Inform)

 

 

 

 

Geschwister-Scholl-Preis für Saviano. Mut, Wut und die Rache der Mafia

 

Dank ihm spricht nicht nur Italien wieder über die Mafia - doch der Buchautor Roberto Saviano bezahlt für den Erfolg einen hohen Preis: 24 Stunden Bewachung und kaum Privatsphäre. Eine Begegnung in München, wo er an diesem Montag den Geschwister-Scholl-Preis entgegennimmt. Von Matthias Kolb

 

Der Mann, der das Italienbild der Deutschen verändert hat, kommt zu spät. Nach einer halben Stunde Warten steht Roberto Saviano plötzlich im Raum und blickt sich um. Er trägt eine beige Hose zum schwarzen Hemd, dazu einen Dreitagebart. Der Kopf ist kahlrasiert. Klein ist er und schmächtig, er wirkt nicht wie einer, der es quasi im Alleingang mit der Camorra aufgenommen, die Täter beim Namen genannt hat - und dem die Mafia Rache schwor.

Wochenlang war unklar gewesen, ob der Schriftsteller und Journalist Roberto Saviano an diesem Montag persönlich nach München kommen würde, um den Geschwister-Scholl-Preis für seinen Mut bei der Aufdeckung der Mafia-Machenschaften in Italien entgegenzunehmen. Seitdem sein Buch "Gomorrha" 2006 in seiner Heimat erschienen ist, wird der 30-Jährige rund um die Uhr von sieben Leibwächtern geschützt.

Im Ausland fühle er sich sicher, hat er jüngst in einem Interview gesagt, denn wenn ihn die Camorra umbringe, dann "auf eine möglichst spektakuläre Weise und in der Nähe von Neapel". Heute steht nur ein Personenschützer neben der Tür, der das Publikum aufmerksam mustert.

 

Schüchternes Klatschen - Und so sitzt er im Senatssaal der Münchner Ludwig-Maximilians-Universität und hört sich die Lobreden an. Mit 10.000 Euro ist der Preis dotiert, den die Stadt München und der Buchhandel zum 30. Mal vergeben. Er stützt sein Kinn auf die rechte Hand, während ihm die Übersetzerin ins Ohr flüstert, dass der Kulturreferent der Stadt, Hans-Georg Küppers, seinen Mut lobe.

 

Küppers betont, dass sich Saviano immer auch in die aktuellen Debatten einmischt. Der bayerische Vertreter des Börsenvereins des Deutschen Buchhandels versichert ihm die Solidarität der deutschen Leser. Saviano blickt auf, fast schüchtern klatscht er selbst mit, als die Reden zu Ende sind.

Dann redet Saviano selbst. Er erzählt über sein Leben, seine Heimatstadt Casal di Principe und seine Heimat Kampanien. Es sind Beschreibungen, die kaum einer im Publikum wirklich nachvollziehen kann, selbst wenn er die Bücher verschlungen hat. Es beginnt bei der gefährdeten Pressefreiheit in Italien: "Wenn ein Journalist etwas Kritisches schreibt, dann wird sein Privatleben öffentlich und seine Freunde und Verwandten sind bedroht." Savianos Mutter, Tante und Bruder leben mit neuen Identitäten in Norditalien, der Vater - ein angesehener Arzt - hat sich von ihm losgesagt.

 

Als Nestbeschmutzer beschimpft - Das ist ein Extrem, aber mit dem Neid und der Kritik der Kollegen müsse jeder rechnen. Ihm selbst schlage "Hass" entgegen, er werde als Nestbeschmutzer beschimpft und im Internet gibt es in den sozialen Netzwerken Gruppen, die der Camorra helfen wollen, ihn zu töten.

Auf der anderen Seite erfährt er viel Unterstützung: Bei Facebook hat er momentan 386.344 Fans und auch dieser Preis sei Beweis dafür, dass sich etwas ändern könne. "Die Geschwister Scholl haben an die Macht der Worte geglaubt und ich tue das auch", sagt er und wippt währenddessen mit den Beinen. Natürlich ist Saviano routiniert, er macht Pausen, damit die Dolmetscherin seine Worte übertragen kann und lässt sich bereitwillig fotografieren.

 

"Mehr internationale Kooperation" - Doch immer wieder blitzt sie auf, diese Wut, die in seinen Essays und Reportagen immer wieder zu spüren ist. Verhaftungen der Mafia-Bosse seien nicht genug, solange die Strukturen nicht verändert würden. Nach dem Sechsfachmord in Duisburg sei man in Deutschland ein wenig aufgewacht, aber wenn es nur um Geld gehe, blieben die Behörden oft untätig. Noch immer existiere in Deutschland ebenso wenig wie in Frankreich oder Großbritannien der Straftatbestand "Mitgliedschaft in einer mafiösen Vereinigung".

Außerdem müsse es mehr internationale Kooperation geben, wiederholt Saviano eine altbekannte Forderung, wie sie auch von Leoluca Orlando und Raffaele Cantone immer wieder zu hören ist.

Denn solange die Mafia jedes Jahr 100 Milliarden Euro erwirtschafte und in ganzen Regionen der größte Arbeitgeber sei, werden große Teile der italienischen Gesellschaft weiterhin schweigen und wegsehen.

 

Mut zur Wahrheit - Ausgezeichnet wird Saviano nicht für den Tatsachenroman "Gomorrha", sondern für sein schmales Buch "Das Gegenteil von Tod". Er habe "den Mut, die Wahrheit zu sagen", heißt es in der Begründung der Jury und weiter: "Er spricht Dinge aus, die in Italien fast niemand zu sagen wagt und die damit unseren Blick auf Italien verändert haben."

Saviano schildert in zwei Erzählungen den Alltag in Süditalien mit der ihm eigenen Präzision und Poesie. Er schreibt über "ein Land, von dem sich ein Teil im Kriegszustand befindet, aber das Land weiß es nicht". Die erste Geschichte ist das Porträt einer 17-Jährigen, deren Freund als Soldat in Afghanistan getötet wird - und deren Leben zu Ende ist, bevor es eigentlich begann. Wer in Süditalien Geld verdienen will, der schließt sich der Mafia an oder er meldet sich freiwillig zur Armee. Denn, so schreibt Saviano, Militär bedeute in dieser Gegend "Lohn und Arbeit".

In der zweiten Erzählung treffen sich fünf Freunde auf der Piazza und trinken Bier. Vier schlagen sich mehr schlecht als recht durch, der Fünfte verkauft Drogen für einen Clan. Weil er sich auf das Territorium der Gegner gewagt hat, lauern ihm einige Killer auf. Der Drogendealer entwischt, zwei seiner Freunde laufen in die falsche Richtung und werden aus Vergeltung hingerichtet. Es sind zwei Seiten einer Medaille: Wer zur Armee geht, riskiert ebenso sein Leben wie derjenige, der bleibt.

Für seine künftige Arbeit als Schriftsteller sei der Ruhm eine zwiespältige Sache. Die Recherche vor Ort sei schwierig - kein Wunder, wenn man im ganzen Land bekannt ist und mit Personenschützern unterwegs ist. Doch es habe auch Vorteile: "Die halbe Welt schickt mir Unterlagen über die Mafia. Ich bekomme Material von Journalisten, Staatsanwälten und Richtern."

 

Sehnsucht nach einem normalen Leben - Deswegen, so antwortet Saviano auf eine Frage aus dem Publikum, würde er natürlich "Gomorrha" wieder schreiben. "Ich empfinde aber keine Liebe für das Buch, auch wenn ich als Schriftsteller stolz darauf bin. Aber es hat mein Leben als Mensch so ungemein verändert, dass ich es fast hasse."

Da ist sie wieder, diese Wut und zugleich die Verzweiflung eines 30 Jahre alten Mannes, der sich nichts sehnlicher wünscht als ein normales Leben. Ein Leben, in dem man nicht in Polizeikasernen schläft, sondern in der eigenen Wohnung.

 

"Ich möchte ein Leben, ich möchte mich verlieben, in der Öffentlichkeit ein Bier trinken", das hat er immer wieder in Interviews erklärt. Doch zugleich gibt es in ihm noch etwas anderes, das ihn treibt, wie er an diesem Novembertag in München erklärt: "Es ist diese Wut, die fast an Rache grenzt und die dafür sorgt, dass ich eines verhindern möchte: Dass die Camorra mich zum Schweigen bringt."

(sueddeutsche.de 16)

 

 

 

Porträt Roberto Saviano. Eine Wut, die mutig macht

 

Manche Geburtsorte lassen nicht viele Wahlmöglichkeiten. Ein Verbrecher hätte Roberto Saviano leicht werden können, ein Duckmäuser sowieso. Stattdessen begann der Sohn eines Arztes und einer Lehrerin zu schreiben über sein "Land Camorra, wo mehr Menschen ermordet werden als irgendwo sonst in Europa". Sein erstes, 2006 erschienenes Buch "Gomorra" wurde in 31 Sprachen übersetzt, der junge Autor mit Auszeichnungen überhäuft. Seine Zivilcourage war den Bayern gestern den Geschwister-Scholl-Preis wert. Weniger Begeisterung zeigten jene, von denen seine Bücher handeln: Die Camorra, die neapolitanische Mafia, setzte ihn auf ihre Todesliste.

 

Roberto Saviano, geboren am 22. September 1979, stammt aus Casal de Principe, einem heruntergekommenen Nest mit etwa 20000 Einwohnern in der Umgebung von Neapel. Der Ort hat dem gefürchtetsten Camorra-Clan ganz Kampaniens den Namen gegeben, den Casalesi. Deren erstes Opfer hat Saviano im Alter von zwölf Jahren gesehen: "Ich hatte mir nicht vorstellen können, wie viel Blut aus einem menschlichen Körper fließen kann", erinnert sich Saviano.

 

Früh begann seine Auseinandersetzung mit der Camorra: Nach Abschluss des Philosophiestudiums arbeitete Saviano als Reporter für das Wochenmagazin L´Espresso und die linksliberale Tageszeitung La Repubblica. Als Journalist stieg er in den kriminellen Untergrund Neapels hinab, arbeitete undercover als Hilfsarbeiter im Hafen, wo die Camorra und zwielichtige chinesische Händler Schmuggelware und Drogen verschieben, er durchkämmte von Bandenkriegen erschütterte Vororte und saß wochenlang in Gerichtssälen.

 

Mit "Gomorra" schrieb er sich dann "die Wut vom Leib". Saviano schilderte die schmutzigen Geschäfte der Camorra, die mit illegaler Müllentsorgung, öffentlichen Bauaufträgen, Drogenhandel und dubiosen Finanzgeschäften jährlich zweistellige Milliardenbeträge umsetzt. Und er nannte Namen und Vornamen. Die Wirkung spürte er sofort. Saviano erhielt nächtliche Anrufe und Todesdrohungen. In seinen Stammbars in der Altstadt von Neapel und beim Bäcker fragten sie ihn, ob er denn unbedingt weiter bei ihnen seinen Espresso trinken und sein Brot kaufen wolle. Dann tauchte er unter, erhielt Personenschutz, lebte ähnlich wie einst Salman Rushdie und wechselte zwei bis drei Mal pro Woche seinen Aufenthaltsort.

 

Saviano bereut nicht, jenes erste Buch geschrieben zu haben; doch es habe sein "Leben ruiniert", gestand er in einem Interview. Der Autor vermisst Neapel, seine Freunde, seine Bewegungsfreiheit als Reporter. Er weiß, dass sein Leben im unfreiwilligen Untergrund dauern kann; denn die Camorra vergisst nicht.

DOMINIK STRAUB FR 16

 

 

 

15. Festival des italienischen Films vom 20. November bis 1. Dezember. Verso Sud

 

Frankfurt. Verso Sud, Festival des italienischen Films, feiert diesen Winter sein 15-jähriges Bestehen, und trotz der Schließung unseres Hauses kommt es nach Frankfurt. Neben aktuellem Kino und Filmschaffenden als Gästen steht in diesem Jahr eine Hommage an den Regisseur Paolo Virzí auf dem Programm, der am 21. November sein neuesten Werk TUTTA LA VITA DAVANTI präsentiert. Das Festival eröffnet mit dem Film SI PUÒ FARE, zu Gast ist Hauptdarsteller Pietro Ragusa.

 

Hommage an Paolo Virzì - Die diesjährige Hommage ist dem bedeutenden und preisgekrönten Regisseur Paolo Virzì gewidmet. Wir zeigen sieben seiner Filme, darunter den neuesten und in Italien vieldiskutierten TUTTA LA VITA DAVANTI. In seinem Werk offenbart sich Virzì als Anhänger von Menschlichkeit inmitten einer gleichgültig und kalt gewordenen Welt, wobei er sich als Anwalt der einfachen und doch oft so interessanten Existenzen versteht. Mit der für ihn typischen Mischung aus fantastischen Elementen, etwa Gesangseinlagen, und der Abbildung sozialer Realitäten hat er sich um die Wiederbelebung der italienischen Komödie in der Nachfolge Fellinis und des märchenhaft-volksnah anmutenden italienischen Films der 1950er und 1960er Jahre verdient gemacht. Daher genießt er umso größere Popularität bei Kinogängern in Italien, aber vermehrt auch im Ausland.

 

Kinotermine - Fr 20.11. 20.20 Uhr | So 29.11. 18.00 Uhr SI PUÒ FARE Wir schaffen das schon. IT 2008, R: Giulio Manfredonia, Da: Andrea Bosca, Anita Caprioli, Pietro Ragusa, 111 Minuten OmU. Zu Gast am 20.11.: Pietro Ragusa

Zur Eröffnung zeigen wir den in Italien sehr erfolgreichen Film SI PUÒ FARE, der von einem der Hauptdarsteller, Pietro Ragusa, persönlich präsentiert wird. Der Film spielt in den bewegten 1980er Jahren in Mailand: Der aufmüpfige Gewerkschafter Nello wird von der Leitung seiner Organisation dazu verdonnert, sich um eine Gruppe von Ex- Psychiatrie-Patienten zu kümmern, die nach der Auflösung aller psychiatrischen Anstalten in Italien eine Kooperative gegründet haben und dennoch unter der Fuchtel eines Arztes stehen, der sie mit Medikamenten ruhigstellt und stumpfsinnige Arbeiten verrichten lässt. Nello versucht, den einstigen Patienten eine neue Würde zu geben. Giulio Manfredonias Film vereint Situationskomik und Tragikomik zu einem unkonventionellen Plädoyer für Menschlichkeit.

 

Sa 21.11. 18.00 Uhr | So 22.11. 18.00 Uhr DUE PARTITE Zwei Spiele

IT 2009, R: Enzo Monteleone, Da: Margherita Buy, Isabella Ferrari, 100 min OmeU

Die mit 1,5 Millionen Kinobesuchern überaus erfolgreiche Verfilmung eines Theaterstücks von Cristina Comencini, erzählt von zwei Frauenrunden: Gegen 1966 treffen sich vier Frauen zum Canastaspielen und diskutieren über ihr Leben und seine Perspektiven, wobei ihre Unterdrückung durch die Ehe bei einigen deutlich wird. Etwa 30 Jahre später begegnen sich auch die Töchter dieser Frauen, um sich auszutauschen und Hoffnungen und Ängste miteinander zu teilen. Enzo Monteleone übernimmt von der literarischen Vorlage das Moment der Intimität und der Beredsamkeit, um über die Veränderungen beziehungsweise Kontinuitäten im Leben der Frauen der verschiedenen Generationen zu sinnieren.

 

Sa 21.11. 20.20 Uhr | Hommage an Paolo Virzì TUTTA LA VITA DAVANTI Das ganze Leben liegt vor dir. IT 2008, R: Paolo Virzí, Da: Isabella Ragonese, Micaela Ramazzotti, Giulia Salerno, 117 min OmU. Zu Gast: Paolo Virzí

Über sein neuestes Werk sagte Paolo Virzì: „In meinem Film wollte ich, dass sich darin ein scharfer Blick auf die italienische Gesellschaft spiegelt, aber ohne Selbstmitleid.“ Die spielerisch inszenierte, stellenweise mit fantastischen Einfällen aufwartende Tragikomödie handelt von einer jungen Frau, die ihr Philosophiestudium erfolgreich abgeschlossen hat und nach einer Arbeit sucht. Nach zahlreichen erfolglosen Vorstellungsgesprächen kommt sie in dem Call Center einer großen Firma unter, wo sie am Telefon Küchenmaschinen verkaufen muss – jedoch gerät die Abteilung in das Visier der Gewerkschaft.

 

So 22.11. 20.20 Uhr | Hommage an Paolo Virzì LA BELLA VITA Das schöne Leben

IT 1994, R: Paolo Virzí, Da: Claudio Bigagli, Sabrina Ferilli, 92 min OmeU

Kurz nach der Heirat Brunos mit der attraktiven Mirella im Jahre 1989, gerät die Stahlfabrik in Piombino, in der er arbeitet, in eine schwere Krise und er wird in Kurzarbeit geschickt. Seine Frau beginnt eine Affäre, von der Bruno erfährt als sie gerade versucht, diese zu beenden. Das Paar trennt sich, doch die beiden sehnen sich trotzdem nacheinander. Sabrina Ferilli als „zartes und poetisches Opfer der Modernität“ (Virzì) sowie der Hauptdarsteller Bigagli spielen das Ehepaar mit der selben Authentizität, mit der es dem Regisseur auch gelingt, den Geist seiner im Umbruch begriffenen Heimatstadt auf Kamera zu bannen.

 

Mo 23.11. 18.00 Uhr | Hommage an Paolo Virzì BACI E ABBRACCI Umarmungen und Küsse IT 1999, R: Paolo Virzí, Da: Francesco Paolantoni, Piero Gremigni, Massimo Gambacciani, 105 min OmeU

Eine Gruppe ehemaliger Industriearbeiter, die wegen der ökonomischen Krise in der Toskana auf die Straße gesetzt wurden, entschließt sich, in das Staußenzuchtgeschäft einzusteigen. Gleichzeitig befindet sich der Restaurantbetreiber Mario nach dem Weggang seiner Frau und dem Scheitern seines Geschäfts auf einem absoluten Tiefpunkt. Das zufällige Zusammentreffen zwischen den Straußenzüchtern und ihm führt zu unvorhergesehenen Wendungen. Virzì inszenierte mit BACI E ABBRACCI eine Mischung aus mitfühlender Komödie und aufrichtiger Sozialkritik im Stile der populären Commedia all’italiana.

 

In Zusammenarbeit mit Made in Italy, Rom Mit Förderung des Ministero per i Beni e le Attività Culturali · Direzione Generale per il Cinema, Rom mit Unterstützung des Consolato Generale d'Italia, Frankfurt am Main · Istituto Italiano di Cultura, Frankfurt am Main und Casa di Cultura e. V.

Verso Sud 15 wird veranstaltet vom Deutschen Filminstitut - DIF e.V. / Deutschen Filmmuseum. Veranstaltungsort: Cinestar Metropolis · Eschenheimer Anlage 40 · 60318 Westend-Süd, Frankfurt am Main · Tel.: 069 95506401

Tickethotline: 01805 - 11 88 11 Kosten: (24h, 14 Ct / Min., Mobilfunk ggf. teurer) · Kassenöffnung: täglich ab 10 Uhr.

 

Ab sofort können Sie jetzt im CineStar online Karten reservieren zu unseren Preisen von € 6,- / ermäßigt € 5,-. http://frankfurt-metro-ticket.global-ticketing.com/gt/info

Leider ist es aber nicht möglich, dass dort unsere Kinocard Gültigkeit hat.

In der jeweiligen Kinowoche (ab Do) können Sie auch telefonisch reservieren. Tickethotline: 01805 - 11 88 11 Kosten: (24h, 14 Ct / Min., Mobilfunk ggf. teurer) · Kassenöffnung: täglich ab 10 Uhr. VS, de.it.press

 

 

 

Botticelli in Frankfurt. Die tugendhafte Nymphe, wer wünschte sie nicht?

 

16. November 2009 Von einer großen Botticelli-Ausstellung darf man träumen, sie ist aber, strenggenommen und mit Rücksicht auf die labile Konstitution der Bilder, eigentlich nicht wünschenswert. Sie ist als Dauerinstallation erreichbar in jenen Sälen der Uffizien, die jährlich von Millionen Besuchern überflutet werden. Hier erlebte das Publikum in den letzten Jahrzehnten dank umfassender Restaurierungskampagnen die Wiedergeburt eines glasklaren, festlich leuchtenden Koloristen Botticelli. In den zwanzig Meisterwerken des Florentiner Ensembles ist alles beisammen: die erhabenen, raummächtigen Altäre, die Andachtsbilder, die jubilierenden Marien-Tondi, die optisch klingen wie Mozarts sakrale Arien, die heidnischen Allegorien rund um Frühlingsfest und Venus-Kult, die den Traum der Antike noch einmal träumen, schließlich die brillanten Kabinettstücke und exzellenten Porträts. Der zweite bedeutende Botticelli-Schauplatz ist die National Gallery in London, der dritte die Berliner Gemäldegalerie, die vom großen Publikum leider nach wie vor verschmäht wird.

Da Botticelli (1444/45 bis 1510) fast durchweg auf Holzträgern malte, gilt sein OEuvre als immobil. Doch im wechselseitigen Interesse lockern heute Museen eiserne Prinzipien, zumal wenn Gegengaben locken. Das Frankfurter Städel war beim Werben so hartnäckig und überzeugend, dass nach jahrelangen Vorbereitungen nun das kaum Vorstellbare erreicht wurde: Andreas Schumacher, der Kurator, hat eine erstaunliche Botticelli-Schau in Szene gesetzt. Für die zwangsläufig fehlenden großen religiösen und mythologischen Schaustücke fanden sich reizvolle Stellvertreter. Aber nicht nur Kabinettstücke bieten Ersatz und Entschädigung. Auch zwei monumentale Paradestücke aus den Uffizien sind aufgeboten: die Tugendallegorie „Minerva und der Zentaur“ (auf Leinwand) und das abgelöste riesige Verkündigungsfresko vom Eingang eines Florentiner Hospitals, das eine souveräne, zweigeteilte Raumbühne in den Ecken mit fast nervös erregten Protagonisten bespielt.

 

Bildnis, Mythos, Andacht - Den großen Erzähler, den turbulenten Dramatiker Botticelli, der Emotionen und Leidenschaften zu inszenieren, ja aufzupeitschen weiß, belegt am Ende der Ausstellung der vierteilige Zyklus mit dem Leben und den Wundertaten des heiligen Zenobius, der hier zum ersten Mal wieder mit Leihgaben aus London, New York und Dresden zusammengeführt ist. Die filmartige Fabel schmückte einst als umlaufender Fries die Wände eines Interieurs. Andachtsbilder mit den berühmten Madonnen ersetzen in reicher Auswahl und wechselnder Qualität die Altäre. Neben Meisterleistungen der Verdichtung und Beispielen für die abenteuerliche Expressivität und den spätgotischen Manierismus des späten Botticelli sind hier auch manche Routinearbeiten einer großen Werkstatt zu sehen. Eingestreut sind Vergleichsstücke von Zeitgenossen wie dem Lehrer Filippo Lippi, Verrocchio, Filippino Lippi oder Raffaelino del Garbo.

 

Die Ausstellung entfaltet sich über die zwei Etagen des Städel-Neubaus vor einem einheitlichen, pompejanisch-roten Fond. Die Gliederung folgt Frank Zöllners Botticelli-Monographie mit Werkverzeichnis von 2005: „Bildnis, Mythos, Andacht“. Der Akzent liegt auf dem Porträt, das den Auftakt macht. Als der bedeutendste Porträtmaler des Quattrocento ist Botticelli erst in jüngster Zeit erkannt worden. Die Bildnisse sind locker gehängt, entwickeln dabei beziehungsreiche Dialoge. Reliefporträts, Medaillen, Kameen, Rüstungen illustrieren das Umfeld. Das Werkverzeichnis führt zwanzig, meist ungewöhnlich große Porträts auf, die fast alle mit der Medici-Patronage zu tun haben. Sie idealisieren und mythisieren die Dargestellten vielfach auf offener Szene.

Den bekanntesten Typus bildet das posthume Porträt von Giuliano de' Medici aus der Botticelli-Werkstatt. Vier Varianten dieses Typs sind überliefert - Erinnerungsbilder an den bei der Pazzi-Verschwörung im Ostergottesdienst von 1478 im Florentiner Dom ermordeten Bruder Lorenzos, der selbst dem Attentat entging, den Anschlag anschließend brutal rächte und die Erinnerung zur Befestigung der Medici-Macht nutzte. Zwei dieser Porträts kann die Ausstellung zeigen, voran das berühmte Urbild aus Washington, das den Memorierten mit Dulder- und Märtyrermiene im blutroten Wams zeigt, eingefasst von einem grauen Architekturrahmen mit geöffnetem Fenster im Hintergrund.

 

Dominanz des weiblichen Typus' - Der erste Blick des Besuchers fällt auf das Idealbildnis der Simonetta Vespucci, das im 19. Jahrhundert ins Städel kam, lange als Werkstattprodukt galt und erst nach der Restaurierung von 1995/96 ihre strahlende Vollkommenheit und Bedeutung preisgab. Die schöne Simonetta stellt ein Kunstgeschöpf mit realem Ursprung dar. Sie ist in ihrer Reinheit und Klarheit zugleich das raffinierte Produkt einer sich potenzierenden Fiktionalisierung. Die verheiratete junge Frau, die mit 24 Jahren starb, wurde vom Hofdichter der Medici zum Ideal höfischer Minne, zur keuschen Braut de' Medicis stilisiert. Die Mythe, mit der Lorenzo politische Schachzüge verband, wucherte nach ihrem Tod in der Phantasie der Zeitgenossen, voran der Hofpoeten, kräftig weiter und wurde durch Giulianos Ermordung zwei Jahre nach ihrem Tod noch einmal befeuert.

In Botticellis Phantasie mutiert die imaginäre Simonetta zur tugendstarken und wachsamen Minerva-Heroine, gleichzeitig aber auch zur liebestiftenden Nymphe. Der Typus öffnet sich ferner marianischen Verehrungen. Im Frankfurter Porträt, das leicht aus dem strengen, abweisenden Profil gedreht ist, das bis dahin Frauenbildnissen zugedacht war, verarbeitete Botticelli andeutungsweise schon Züge der Minerva (Ansätze eines Brustpanzers, die Medaille mit dem Wettstreit von Apollon und Marsyas), aber auch Anspielungen auf die Nymphe und die erträumte Minne. Was dabei Auftragswunsch war und was Künstlerobsession, lässt sich schwer abwägen. Der weibliche Typus durchdringt Botticellis Gesamtwerk. Er prägt das Frauenbild des Venuskults und des Frühlingsfestes, er erobert Madonnen, Engel und Heilige. Manchmal scheint das Schönheitsidol sogar auf die Männer abzufärben.

Das Idol kehrt noch in Botticellis späten Dante-Illustrationen wieder, wo eine engelhafte Beatrice mit Simonetta-Zügen Dante durch die Schwerelosigkeit und Lichtflut des Himmels begleitet und umarmt. Die Simonetta-Minerva-Venus-Maria-Beatrice tritt aber einmal kühn aus allen ikonographischen Kontexten heraus und präsentiert sich in zwei Bildern der Werkstatt als begehrenswertes nacktes Idol vor neutralem, schwarzem Fond. Botticelli zeigt den Körper in voller Fleischlichkeit, aber ohne anatomische Durchbildung. Dieser Frauenkörper, der als erste Aktdarstellung der Kunstgeschichte gilt, steht nicht fest auf seinen Beinen, er tänzelt und schwebt wie die Traumfiguren in den arkadischen Mythen. Botticellis mächtige Schönheitssuggestion fand ein fernes Echo in den Fieberträumen der englischen Präraffaeliten. Vor allem Burne-Jones verzehrte sich in Sehnsucht nach Botticellis Idol, entsinnlichte es aber vollends und verehrte es in rituellen Refrains.

Stilistisches Selbstbewusstsein

Ist Botticelli nur höfisch gesteuert, erfüllt er Wünsche und Regiekonzepte, oder verfolgt er eigene, fast romantische Phantasien? In seinem Werk setzt sich ein selbstbewusster Personalstil machtvoll und umfassend in Szene. Das Historienbild „Die Verleumdung des Apelles“ ist ein Kommentar auch in eigener Sache: Botticelli verteidigt das Recht des Kunstpraktikers gegen die Anmaßungen der Kunsttheorie. In den Schönheitskult, die Tugendlehre, den Gottesdienst und den Fürstenpreis der Bilder schleichen sich zuweilen dandyhafte, melancholische, vielleicht sogar ironische Züge ein, Spuren auch von Wiederholung und Routine.

 

Die schroffen Gegensätze zwischen heidnischer und frommer Sinneslust, zwischen Venus und Madonna, wilder und tugendhafter Leidenschaft weichen auf. Hin und wieder stößt man sogar auf psychische Vibrationen. „Minerva und der Zentaur“ ist zweifellos ein Exempel moralischer Didaktik. Das schließt das Spiel mit mehrdeutigen Ausdrucksnuancen nicht aus. Minerva zähmt, aber animiert auch den Zentaur mit seinem lüsternen, aber auch müden Blick und seinem gehemmten Gestus.

 

Arkadische Träume, moderne Affekte - Kunsthistoriker vieler Generationen haben in Botticellis synkretistischer Bildpoesie, die antike und zeitgenössische Dichtungen, theologische und humanistische Gelehrsamkeit, aber auch archäologische Denkmäler virtuos verarbeitet, ein reiches Nahrungsfeld gefunden. Die Deutungsmöglichkeiten scheinen labyrinthisch. Man darf dabei nicht die düsteren historischen Substruktionen aus dem Auge verlieren, auf denen die Medici ihre propagandistische Theaterwelt, ihre leuchtenden höfischen Träume von der Wiederkehr einer arkadischen Antike und von Florenz als neuem Athen gründeten.

Diese Bankiers trugen die Republik als Tugendmodell vor sich her, aber erprobten die Autokratie bis zur Diktatur. Der Katalogbeitrag eines Historikers erinnert eindringlich an die blutigen Rivalitäten in der Stadt, an die Intrigen, Unruhen, Wirren, Aufstände und Verschwörungen, schließlich an die radikalen Aktivitäten des 1498 verbrannten Fundamentalisten und Glaubensreformers Savonarola und die apokalyptische Endzeitstimmung der Jahrhundertwende. Künstlerische Reaktionen Botticellis blieben nicht aus. Die gelassenen und erhabenen religiösen Bilder werden emotional und spirituell aufgeladen. Der Schönheitskult modifiziert und verzerrt sich in seelischen Ekstasen und mystischen Intensitäten. Moderne Affekte betreten die Bildbühne. Von Eduard Beaucamp Faz 16

 

 

 

Gusto Nudo  organisiert  in Berlin die „Messe unabhängiger Weinbauer“ (21.-22. November)

 

Berlin - Der Kulturverband Gusto Nudo, mit Sitz in Bologna (Italien), organisiert das erste Mal in Berlin die „Messe unabhängiger Weinbauer“. Anlässlich des Gusto Nudo Berlin stellen bei einer Weinprobe am Samstag, den 21. November, und Sonntag, den 22. November, ca. 20 aus allen Gebieten Italiens kommende Landwirtschaftsbetriebe ihre Weine allen natur- und biologieproduktbegeisterten Berlinern vor.

Das Ereignis hat zum Ziel, den Teilnehmern folgendes näher zu bringen: eine große Distribution, eine Kultur des Respeks und der Achtung für das Gebiet und die Erde, die Wertschätzung der Arbeit, die sich der Bewahrung der biologischen Vielfalt widmet. Der die Arbeit in einem Weinkeller, die sich von technologischer

Manipulation entfernt hat, welche dazu neigt, die Unterschiede zu annullieren; der Persönlichkeiten der Gebiete und verschiedener Kulturen.

Auf der Messe sind 20 eingeladene Betriebe, deren Weine noch nie mit Trauben verschnitten wurden, die aus verschiedenen, nicht auf dem Etikett angegebenen Gebieten kommen, sei es, um nicht die Originalität des Ertrags wirklicher Mühe zu verraten, sei es, um nicht der Diktatur eines Marktes zu unterliegen, der

uniformierte Weine mit einem Geschmack will, der zu stark bestimmend und auf keinen Fall mit dem Boden vertraut ist, auf welchem er seinen Ursprung hat.

Ein besonders wichtiger Punkt, der alle dieser Gruppe der Produzenten Zugehörigen verbindet, bezieht sich auf die totale Weigerung, sich mit der Dynamik der Ausbeutung prekärer oder einer Wanderarbeit, die im Gegensatz dazu einen großen Teil der Agrarproduktion in Italien charakterisiert. Etwa 50 italienische

Weinbaubetriebe, die sich mit der Annäherung an eine natürliche, biologische und biodynamischen Produktion kennzeichnen, was nun einer der Punkte für die nationale Beziehung der Produzenten ist, die Verbraucher und die Anbieter des Sektors, die daran interessiert sind, Produkte derer Betriebe zu entdecken, die von großer Lieferung ausgegrenzt sind. De.it.press

 

 

 

Neue Online-Zeitung. Ciao-saarland.de stellt sich vor. Anliegen und Ziele

 

Ciao-Saarland.de ist eine Online-Zeitung, die zwischen der saarländischen und der italienischen Kultur vermitteln möchte. Unser zweisprachiges Informationsangebot richtet sich an alle, die sich mit diesen beiden Kulturen verbunden fühlen.

Es lohnt sich, der Präsenz der Italiener auf den Grund zu gehen und sie in verschiedenen Aspekten des menschlichen Miteinanders zu beleuchten. Unser Anliegen ist es vor allem über kulturelle, politische, soziale und wirtschaftliche Themen zu berichten. Die Präsenz der Italiener im Saarland ist seit Jahrhunderten zu spüren und stellt mit Sicherheit eine große Bereicherung dar, die im Wandel der Zeit betrachtet wird.

Umgekehrt haben auch viele Saarländer in irgendeiner Form Erfahrungen mit der italienischen Lebensweise gemacht, ob durch Bekanntschaften in der Nachbarschaft oder einen Aufenthalt im Belpaese. Obwohl eine enge Verbundenheit besteht, ist das gegenseitige Verständnis nicht immer gegeben. An dieser Stelle wollen wir einsetzen und durch objektive Berichterstattung einen kleinen Diskussionsbeitrag leisten.

Das Redaktionsteam verfolgt mit dem Online-Angebot keine kommerziellen Zwecke. Es ist in unserem Interesse den Austausch über die angebotenen Themen anzuregen und in diesem Sinne bieten wir jedem Leser die Möglichkeit, in der Sprache seiner Wahl seine Meinung zu äußern und mit anderen darüber zu diskutieren.

Alle Mitarbeiter sind ehrenamtlich tätig und verfügen über Erfahrungen im journalistischen Bereich, sind jedoch keine Profis. Trotz des hohen Qualitätsanspruchs kann es insbesondere in der Anfangszeit zu Imperfektionen technischer Art kommen. Dies bitten wir zu entschuldigen. 

 Wir wünschen allen Lesern eine angenehme, bereichernde und erfrischende Lektüre. Die ciao-saarland.de Redaktion

p.s.: Die italienischen Fassungen sind in Arbeit! (de.it.press)

 

 

 

Saarbrücken. Das italienische Konsulat verweigerte Schirmherrschaft für interkulturelle Tagung

 

Die für den 18. November angesetzte Tagung über Zweisprachigkeit beim saarländischen Kultusministerium mit Prof. Massimo Vedovelli der Universität Siena findet ohne die Schirmherrschaft des Italienischen Konsulats statt. Damit wird von italienischer Seite her Kritik an der Nichtberücksichtigung der mit Geldern aus Italien finanzierten interkulturellen Projekte im Saarland, vor allem des bilingualen Projektes „Arcobaleno“, zum Ausdruck gebracht. Trotz alledem wird das italienische Konsulat auf der Konferenz vertreten sein.

 

Das Projekt „Arcobaleno“ wird mit Geldern des italienischen Außenministeriums und des Kultusministeriums an vier Grundschulen mit mehr als 120 Schülerinnen und Schülern durchgeführt. Es wurde vor 10 Jahren als innovatives bilinguales Projekt mit ganz neuen Ausrichtung vom COASSCIT/Saar ins Leben gerufen und hat in der Tat die saarländische Schullandschaft um eine neue Erfahrung bereichert. Der Unterricht richtet sich an deutsche, italienische und an Kinder anderer Nationalitäten mit dem Ziel, die Mehrsprachigkeit von der ersten Klasse an zu fördern. Innovativ ist dabei der im Tandem von Sprach - und Klassenlehrerin gehaltene zweisprachige Unterricht und die Orientierung an das Two-Way-Modell, wo zweisprachig, Italienisch-Deutsch aber auch andere Mutterprachen, und einsprachig, Deutsch, aufwachsenden Kinder der Unterrichtstoff vom ersten Schultag an in beiden Sprachen dargeboten wird.

 

Das Projekt findet große Zustimmung unter den Schülern und Lehrern. 2005 wurde  es mit der Europamedaille des Europäischen Parlaments ausgezeichnet. Das  liegt auch daran, dass im Projekt „Arcobaleno“ junge Native Speaker unterrichten, die zum einen in Italien einen Hoschschulabschluss im Bereich der Fremdsprachendidaktik erworben und sich zum anderen hier in Deutschland weitergebildet haben.

 

Der Erfolg des Projektes „Arcobaleno“ wirft auch die Frage auf, warum italienische Schüler nicht Italienisch zusätzlich als Fremdsprache in der Grundschule wählen können. Dieser Ansatz wird von renommierten Sprachwissenschaftlern, wie Ingrid Gogolin von der Universität Hamburg, seit Jahren gefordert. Hintergrund ist auch, dass die Wirtschaftlichkeit der italienischen Sprache, gemäß am wirtschaftlichen Austausch zwischen den Ländern, eine hohe Bedeutung für Deutschland hat (Deutschland ist in Italien der größte Investor nach den USA), und vor allem auch, dass in diesem Fall italienische Kinder dabei auf bereits vorhandene Vorkenntnisse zurückgreifen können.

 

Die Tagung mit dem italienischen Sprachwissenschaftler Vedovelli geht von der Initiative des im Saarland kaum aktiven Vereins „F. Santi“ aus. Der Verein stand in den 70iger Jahren der Sozialistischen Partei Italiens (PSI) nahe und war hier vertreten durch den Italiener G. Di Bernardo.  ciao-saarland.de

 

 

 

 

 

Frankfurt. ENIT unterstützt Botticelli-Ausstellung im Städel

 

Frankfurt am Main - Vom 13. November 2009 bis 28. Februar 2010 findet im Städel Museum in Frankfurt eine große Sonderausstellung über Sandro Botticelli statt. Rund 80 Werke des großen Renaissancekünstlers, seiner Werkstatt und seiner Zeitgenossen werden in dieser ersten gattungsübergreifenden Schau zu Botticelli in Deutschland dem Publikum präsentiert. Für die Italienische Zentrale für Tourismus ENIT ist es eine Ehre, dieses einzigartige Kunstereignis als Förderer zu unterstützen und unter den Besuchern eine Reise in die Geburtsstadt Botticellis - Florenz - zu verlosen.

Die Botticelli-Ausstellung im Städel Museum in Frankfurt ist ein Kunstereignis ersten Ranges, das die italienische Kunst der Renaissance an den Main holt und den Besuchern den Meister einer Epoche vorstellt, die für die europäische Kunst einen ganz besonderen Stellenwert hat. Die Portraits von Zeitgenossen Botticellis, von allegorischen Figuren und religiösen Szenen bezaubern auch 500 Jahre nach ihrer Entstehung durch die feine Linienführung und die harmonische Bildgestaltung.

Florenz galt zu Botticellis Zeiten als das florierende Kunstzentrum Europas und zog Künstler und Intellektuelle an, die sich unter der humanistischen Herrschaft der Medici freier entfalten konnten als bisher. Ihre Werke machen aus der Stadt am Arno noch heute eine der meist besuchten Kunststädte weltweit.

Informationen zur Ausstellung im Internet unter www.staedelmuseum.de (Enit/de.it.press)

 

 

 

Saarbrücken. Demonstration gegen die Schließung des Konsulats

 

Saarbrücken. Mit Slogan gegen die Regierung Berlusconi sind heute Vormittag in Saarbrücken 300 Menschen auf die Straße gegangen, um für die Erhaltung des italienischen Konsulats zu demonstrieren. Das Singen der italienischen Nationalhymne und die Rufe „Hände weg vom Konsulat“ („Giù le mani dal Consolato“) begleiteten den Demonstrationszug durch die Innenstadt. So wurden die Saarbrücker Bürger auf die drohende Schließung aufmerksam gemacht.

 

Giovanni Di Rosa, Vorsitzender vom Comites/Saar (Ausschuss der Italiener im Ausland), hat bei einer kurzen Rede vor dem Saarbrücker Rathaus die Regierung aufgefordert, die Schließungspläne zu stoppen, oder mindestens dafür zu sorgen, dass eine Konsulatsagentur für die Erledigung der wichtigsten konsularischen Dienste eingerichtet wird: Diese Lösung würde den Sparplänen der Regierung sowie den Interessen der Italiener im Saarland Rechnung tragen. Kommt es tatsächlich zu einer Schließung, müssen die italienischstämmigen Saarländer ihre behördlichen Angelegenheiten in Zukunft in Frankfurt erledigen.

Um dem Protest mehr Ausdruck zu verleihen, wurden anschließend die Gleise der Saarbahn an der Haltestelle Johanniskirche, nicht weit weg vom Sitz des italienischen Konsulats, vorübergehend besetzt gehalten.

An der Protestaktion waren auch Deutsche beteiligt, darunter Vertreter von politischen Parteien. Die SPD war durch die Stadtverbandsbeigeordnete Elfriede Nikodemus vertreten. ciao-saarland.de 14

 

 

 

 

Mafiaboss auf Sizilien festgenommen. 15 Jahre auf der Flucht

 

Die Nummer Zwei der Cosa Nostra ist den Fahndern nach 15 Jahren Flucht endlich ins Netz gegangen. Er soll einen 14-Jährigen gekidnappt und in Säure aufgelöst haben.

 

Rom -  Nach 15 Jahren auf der Flucht ist die Nummer Zwei der sizilianischen Mafia der Polizei ins Netz gegangen. Cosa-Nostra-Boss Domenico Raccuglia wurde am Sonntag in der Region Trapani gefasst, wie ein Polizeisprecher der Nachrichtenagentur ANSA sagte. Der 45-Jährige zählte zu den 30 gefährlichsten flüchtigen Kriminellen Italiens und wurde bereits dreimal zu lebenslanger Haft verurteilt.

 

"Mimmo" Raccuglia, genannt "der Veterinär", soll unter anderem in die Entführung eines 14-Jährigen verwickelt gewesen sein, die das Land Anfang der 90er Jahre in Atem hielt, bis der Junge nach zwei Jahren in den Händen der Kidnapper schließlich ermordet und seine Leiche in Säure aufgelöst wurde. Insgesamt werden dem 45-Jährigen fünf Morde zur Last gelegt.

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