WEBGIORNALE 18-19 Novembre
2009
Vertice Fao, la delusione delle Ong. "Solo parole, servono 44
miliardi"
Il Papa: "Non
è più possibile accettare opulenza e spreco" di fronte ad un dramma
planetario che
vede morire ogni giorno 17 mila bambini: uno ogni cinque secondi"
Nel mirino delle
organizzazioni non governative, la scarsa concretezza di un summit
in cui si è
parlato tanto e deciso poco. I "5 princìpi" per un'azione globale
di CARLO CIAVONI
ROMA - "Alla
fine di questa giornata, quando saremo ancora qui, oltre 17 mila bambini
saranno morti di fame. Ne scompare uno ogni cinque secondi. Sei milioni in un
anno". Ha scelto parole raggelanti il segretario generale delle Nazioni
Unite, Ban Ki-Moon, per dare inizio al Vertice mondiale sulla sicurezza
alimentare della Fao, che s'è aperto a Roma.
La cronaca della
giornata - Nel palazzo di viale delle Terme di Caracalla si svolge l'ennesimo
confronto tra capi di Stato e di governo - ne sono arrivati una sessantina,
assenti i Paesi ricchi - sulla tragedia planetaria della fame nel mondo, che ha
ucciso - solo nel 2009 - un miliardo e duecento milioni di persone. Una verità
che atterrisce, ma che lascia ancora indifferente la maggioranza di quella
parte del mondo ricco, principale responsabile degli immorali squilibri sociali
ed economici che ci sono in questo mondo.
Eppure, da
"... E' arrivato il momento di rimboccarci le maniche..." di Berlusconi
a "Ci vuole più impegno per debellare la povertà... " le frasi vuote
e scontate non sono mancate. E' mancata invece un'assunzione di responsabilità
tangibile, quanto meno per avviare un processo di cancellazione di questa
piaga. I capi di Stato e di governo hanno approvato la dichiarazione in cinque
punti con gli impegni per un'azione globale contro la fame.
Le richieste di
Diouf. Tuttavia, il documento non dice una parola rispetto alla richiesta del
direttore generale della Fao, il senegalese Jacques Diouf, che stamane ha
chiesto 44 miliardi di dollari da destinare allo sviluppo agricolo e alle
infrastrutture nei Paesi poveri. Aggiungendo anche che ''i fondi per la Fao
risultano ridotti di un 22% rispetto ai livelli del 1994 e del 32% rispetto al
personale impiegato''.
Poi sono arrivate
le parole del Papa, che ha parlato di "egoismo" aggiungendo che:
"Non è più sopportabile assistere ad opulenze e sprechi ". E sono
arrivate anche quelle di Gheddafi: "L'assenza qui dei Paesi ricchi è un
segno della scarsa volontà di risolvere il problema della fame". Parole
che hanno fatto eco a quelle del direttore della Fao, mentre il traffico di
Roma andava in tilt e si animavano le proteste degli agricoltori e delle Ong
davanti al palazzo.
Benedetto XVI.
"Non è possibile continuare ad accettare opulenza e spreco, quando il
dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori!". Con questa
esclamazione Benedetto XVI ha concluso il suo discorso. Un discorso che era
cominciato con un'analisi della situazione economica mondiale: "La
comunità i
internazionale sta
affrontando una grave crisi economico finanziaria. Le statistiche testimoniano
la crescita del numero di chi soffre la fame e a questo concorrono l'aumento
dei prezzi dei prodotti alimentari, la diminuzione delle disponibilità
economiche delle popolazioni più povere, il limitato accesso al mercato e al
cibo".
Per favorire un
adeguato approvvigionamento alimentare a tutte le popolazioni del pianeta,
"è necessario contrastare il ricorso a certe forme di sovvenzioni che
perturbano gravemente il settore agricolo, la persistenza di modelli alimentari
orientati al solo consumo e privi di una prospettiva di più ampio raggio e
soprattutto l'egoismo, che consente alla speculazione di entrare persino nei
mercati dei cereali, per cui il cibo viene considerato alla stregua di tutte le
altre merci", ha aggiunto il Papa nel suo discorso.
Fra le cause
all'origine della grave crisi alimentare mondiale, non c'è solo l'aumento
demografico, ma anche l'eccessivo e sconsiderato uso delle risorse ambientali,
un legame importante fra cambiamenti climatici mondiali e questione alimentare.
E poi: "I metodi di produzione alimentare impongono un'attenta analisi del
rapporto tra lo sviluppo e la tutela ambientale. Il desiderio di possedere e di
usare in maniera eccessiva e disordinata le risorse del pianeta è la causa
prima di ogni degrado dell'ambiente".
La proposta di
Barroso. Il presidente della Commissione europea José Barroso ha proposto un
"sistema di allarme rapido", basato su dati scientifici, per la
sicurezza alimentare. Nel suo discorso ha puntato l'attenzione sul nesso tra
sicurezza alimentare, sicurezza mondiale e lotta contro il cambiamento climatico.
"Un mondo dove un miliardo di persone sono affamate - ha detto - è non
solo una macchia sulla nostra coscienza collettiva, ma anche una crescente
minaccia per la sicurezza mondiale. Come la lotta contro il cambiamento
climatico, anche la lotta contro la fame non può aspettare: dobbiamo riuscire a
dimezzare la fame nel mondo entro il 2015, secondo quanto previsto dagli
obiettivi di sviluppo del millennio".
Giorgio
Napolitano. Il capo dello Stato ha inviato un messaggio: "Questa
drammatica realtà, aggravata ulteriormente dalla crisi economica e finanziaria,
non può lasciare indifferenti. Proprio la crisi economica e finanziaria insegna
che ricchezza e benessere hanno valore se largamente ed equamente distribuiti.
La comunità internazionale deve impegnarsi per porre le basi di uno sviluppo
sostenibile e diffuso".
Silvio Berlusconi.
"L'anno scorso in questa sede - ha detto il presidente del Consiglio - il
direttore generale della Fao chiese di passare dalle parole ai fatti: per
quanto mi riguarda ho preso per buono questo invito, e messo al centro del G8
dell'Aquila il problema dei soldi da trovare". Proprio all'Aquila, ha
ricordato il premier, è stato lanciato un programma da 20 miliardi di dollari
per i prossimi tre anni. "Ora - annuncia - c'è da lavorare perché ogni
Paese si assuma questo impegno in modo preciso, con date e modalità, affinché
questi soldi possano andare ad aiutare gli agricoltori, soprattutto i piccoli
agricoltori ed implementare la produzione generale nel mondo, ciò che dovremmo
fare tutti insieme durante questo vertice".
Muammar Gheddafi.
Nel suo lungo discorso, il leader libico, dopo aver segnalato l'assenza dei
Paesi ricchi nel summit, ha aggiunto che "la situazione più drammatica in
Africa è quella delle sementi, monopolizzate da imprese diaboliche". E
ancora: "Dobbiamo smantellare questo monopolio, la Fao deve farlo in ogni
Paese".
Il colonnello ha
poi lanciato un allarme, parlando da presidente dell'Unione Africana: "In
Africa, investitori stranieri stanno rastrellando i terreni agricoli trasformandosi
in nuovi latifondisti, contro i quali dobbiamo lottare". Le emergenze
ambientali nel continente sono molte e Gheddafi, nel suo intervento, ha
ricordato quella del Lago Ciad, a rischio di prosciugamento, così come
rischiano di prosciugarsi i bacini idrici del Senegal e il Delta del Nilo.
Hosni Mubarak. Se
i Paesi ricchi non accettano di rivedere le "politiche protezioniste che
hanno causato il maggior danno al settore dell'agricoltura nei Paesi in via di
sviluppo il problema non si può risolvere", ha detto il presidente
egiziano Hosni Mubarak. C'è poi il capitolo degli interventi d'emergenza per
fornire aiuti alimentari "in modo urgente ed efficace alla categorie più
bisognose: e ribadisco il riferimento alla deteriorata situazione umanitaria nella
Striscia di Gaza, come conseguenza dell'assedio continuo di Israele".
Ignacio Lula. Per
il presidente brasiliano il modello del suo Paese è il più adatto a sconfiggere
la fame: "La più terribile tra le armi di distruzione di massa", ha
detto. Un modello vincente, perché è servito a sconfiggere la denutrizione nel
Paese più vasto dell'America Latina e perché, dopo, ha messo le proprie
conoscenze a disposizione degli altri Paesi. Sono state le determinazioni
politiche che ci hanno permesso di raggiungere ottimi risultati con una forte
rete di previdenza sociale e incentivando l'attivazione di programmi per
l'agricoltura familiare, componente essenziale di questa strategia".
Soprattutto
"il Brasile ha trasferito senza condizioni la tecnologia di punta che ha
influenzato la nostra agricoltura e condividiamo le nostre politiche con gli
altri". Ma il ruolo delle Nazioni Unite e della Fao, ha aggiunto, "è
decisivo". La constatazione amara, ha aggiunto, è che però "la metà
delle risorse che i leader mondiali hanno investito per salvare le banche,
renderebbe possibile eliminare la fame in tutto il mondo. E questo dimostra che
la lotta resta ancora marginale nelle priorità politiche globali".
Gianni Alemanno.
"Nel documento finale del vertice sono confermati gli obiettivi di
dimezzamento degli affamati nel mondo entro il 2015. Manca però una chiara
indicazione dell'impegno finanziario. Una mancanza a cui si deve porre rimedio.
Al di là dell'assenza dei leader mondiali, che disturba - ha detto il sindaco
di Roma - c'è il problema di fondo di avere la garanzia che i 20 miliardi di
euro stanziati nel G8 arrivino realmente ai produttori agricoli, cioè a coloro
che devono combattere il dramma della fame". Secondo il primo cittadino
della capitale, occorre muoversi su tre linee: il riconoscimento della dignità
degli agricoltori, una maggiore consapevolezza del problema e una politica che
si comporti in maniera retta. Alemanno ha precisato che la città di Roma ha
preso a cuore questo impegno ed è orgogliosa di ospitare il vertice.
Le ONG. I
militanti delle Ong, riuniti sotto una tenda davanti alla Fao, hanno protestato
contro le multinazionali "che utilizzano il cibo come mezzo di
speculazione". "Circa l'80 per cento delle persone che soffrono la
fame vivono nelle zone rurali, ma la politica della Fao è quella di
concentrarsi sulle multinazionali", è la denuncia di Henry Saragih,
coordinatore generale de 'La Via Campesina', movimento internazionale dei
piccoli agricoltori. Davanti alla loro tenda, i militanti hanno messo in scena
una sorta di rappresentazione teatrale, dove incarnano i piccoli produttori
dell'America Latina e dell'Africa, vessati dalle multinazionali.
Le Organizzazioni
Non Governative si dicono insoddisfatte dal piano in "cinque punti"
varato a Roma, denunciano le "troppe omissioni" del testo ufficiale e
lanciano la campagna "Ok, il prezzo è ingiusto". Il rapporto
"Fame di Cambiamento" rivela che esiste una gamma di possibilità per
fermare la malnutrizione, causa di danni irreversibili allo sviluppo fisico e
cognitivo dei bambini, sin dal loro concepimento al compimento del secondo anno
di vita.
Nei Paesi in via
di sviluppo, l'11% dei bambini è malnutrito già da prima della nascita, poiché
la crescita viene compromessa dall'alimentazione scarsa delle loro madri. David
Mepham, direttore di Save The Children ha rivelato che in molti Paesi poveri
solo il 5% dei bambini ha una dieta diversificata, mentre il resto non riesce
ad avere il sufficiente apporto di vitamine, utili per il loro sviluppo fisico
e cognitivo.
Più di metà dei
bambini che vivono in questi Paesi basa la propria nutrizione sulla
combinazione al massimo di tre diversi alimenti e non riesce pertanto ad avere
una dieta equilibrata. "Sappiamo come combattere la fame dei bambini e
sappiamo quanti fondi sono necessari per farlo, ma si continua a non dare
all'alimentazione la giusta importanza e tutto ciò deve cambiare - continua
Mepham - Auspichiamo che alla fine di questo summit, ci sia un serio impegno a
dire basta alla fame: è scandaloso che i leader mondiali stiano trascurando un
problema così grande e la cui risoluzione è così ovvia".
Gli agricoltori.
Gli agricoltori del Sud Italia hanno dato vita ad un corteo, dopo essersi
radunati in piazza San Giovanni in Laterano a Roma per protestare contro la
crisi dell'agricoltura. Hanno percorso via Emanuele Filiberto - chiusa al
traffico - per arrivare poi in Piazza Vittorio, all'Esquilino, dove hanno
protestato per tutto il pomeriggio. "Noi agricoltori stiamo diventando dei
pezzenti - ha detto un manifestante - perché non riusciamo a comprare neanche
il pane che noi produciamo".
I circa 600 tra
piccoli produttori, contadini e pescatori arrivati da oltre 70 paesi per dare
vita al Forum Parallelo della società civile, hanno ripreso molti degli argomenti
del presidente brasiliano nella loro protesta sotto una tenda davanti al
Vertice. "Abbiamo bisogno di una vera riforma agraria globale - ha detto
Henry Saragih, coordinatore generale de La Via Campesina - perché l'80% degli
affamati sono piccoli produttori di cibo e ancora non hanno avuto il piacere di
ricevere, oltre che parole, azioni concrete". LR 16
Vertice Fao. Una tragedia che riguarda anche noi
Al vertice Fao il
Papa ha tenuto a sottolineare che la fame nel mondo non deriva, né deriverà in
futuro, dall’eccesso della popolazione rispetto alle risorse alimentari
potenzialmente disponibili. Il problema è come le risorse vengono organizzate e
distribuite. Vanno ripensate le sovvenzioni distorsive a chi produce il
superfluo, limitate le speculazioni, favorito l'accesso ai mercati mondiali
delle produzioni dei paesi più poveri.
Il settore
agricolo-alimentare, come e più di altri, mette alla prova la capacità del
mondo di godere i benefici dell’economia di mercato globale, governandola con
regole opportune. Non si può andare «contro i mercati» senza finire nella
giungla di un litigio protezionista il cui costo grava soprattutto sui più
deboli. Né si può lasciare i mercati senza regole e interventi di
coordinamento, che li aiutino a svilupparsi conformemente alle diverse esigenze
di paesi che hanno differenti gradi di sviluppo, modelli di consumo e
possibilità produttive.
E’ triste che il
vertice non abbia visto un aumento impegnativo degli stanziamenti contro la
fame. Eppure, almeno nel lungo periodo, il problema non è tanto quello della
quantità di fondi stanziati dai Paesi ricchi, quanto quello della qualità della
cooperazione globale. Questo è vero, più in generale, per gli aiuti allo
sviluppo che, come suggerisce il terzo dei «Cinque principi di Roma», devono
curare la fame anche indirettamente, eliminando le «cause di fondo della
povertà». Gli aiuti allo sviluppo, pur crescendo, non raggiungono ancora un
terzo dell'1% del Pil dei Paesi donatori. Da parte di alcuni Paesi, fra i quali
il nostro e gli Usa, sono nettamente inferiori. In un periodo di tumultuosa
trasformazione dell’economia mondiale occorrerebbe di più. Perché la
trasformazione significa, inevitabilmente, rapidi arricchimenti e, insieme,
rapidi impoverimenti, di regioni, Paesi e, al loro interno, gruppi sociali. Gli
aiuti sono un modo per ridistribuire il reddito a livello internazionale. È
probabile che, anche a livello nazionale, e anche all'interno dei Paesi ricchi,
vada riscoperta l'importanza degli interventi ridistributivi, che oggi godono
di cattiva fama per i modi nefasti con cui sono spesso stati realizzati.
Tutto ciò richiede
cooperazione e un certo grado di concordia politica. Richiede regole globali e
istituzioni internazionali forti e indipendenti dalle contingenze delle
politiche nazionali e delle mutevoli relazioni internazionali. D’altra parte il
«buon governo», del mondo e dei Paesi che lo compongono, è una condizione non
solo per re-distribuire bene ma anche per produrre di più. Se è vero, come ha
detto Benedetto XVI, che ci sarebbe da mangiare per tutti, non dobbiamo
scordare, andando oltre lo specifico del problema alimentare, che per
assicurare redditi pro capite adeguati in tutto il mondo, in decenni in cui
ancora la popolazione cresce rapidamente, la produttività deve continuare a
crescere: la re-distribuzione non funziona in un mondo dove rallenta la
produzione.
Ma per assicurare
un livello elevato e sostenibile di crescita economica globale serve lo stesso
tipo di cooperazione e lo stesso dominio delle buone regole che sono
indispensabili per re-distribuire il reddito e aiutare i più deboli. Oggi, per
esempio, serve un coordinamento mondiale che favorisca, per qualche tempo, il
contenimento della spesa e della crescita delle economie più avanzate insieme a
un'accelerazione dei Paesi emergenti, che eviti l'ingolfamento dei mercati
delle principali materie prime, che regoli il consumo di energia, che contenga
la propensione di alcuni a consumare e quella di altri a risparmiare, pur
convogliando in modo fluido e sicuro, tramite mercati finanziari efficienti e
stabili, i fondi di chi spende meno del suo prodotto verso chi,
temporaneamente, fa il contrario.
La fame è un
aspetto tremendo del disordine di un mondo che non sa governarsi e cresce in
modo diseguale e instabile. La crisi che stiamo attraversando rischia di
peggiorare le cose se riduce il grado di integrazione dell’economia globale, se
suscita gli egoismi e incoraggia ciascuno a chiudersi nei suoi confini
oscillando fra protezionismo e concorrenza furbesca. Ma la crisi è anche
l'occasione per fare il contrario: rinsaldare la cooperazione fra chi ha capito
meglio che stiamo tutti sulla stessa barca, darsi regole comuni e rispettate
per i grandi mercati globali, rafforzare le agenzie e le istituzioni internazionali.
Far funzionare forme di «autorità sopranazionale» è insieme un'utopia, un segno
di profondo realismo e il modo per tentare davvero di sradicare la fame. FRANCO
BRUNI LS 17
Influenza A: 7 morti in Germania dopo il vaccino. Ma le autorità rassicurano
«Pazienti già
gravi e per questo a rischio per l'influenza». Rezza: «Si tratta di
coincidenze: no preuccupazioni»
BERLINO - Cresce
la paura in Germania. Sette persone sono morte, nelle ultime tre settimane,
dopo la vaccinazione contro l'influenza A con il siero pandemico Pandemrix
(Gsk). Tra le vittime anche un neonato, si legge sul tabloid tedesco Bild che
dá ampio spazio alla notizia. Il piccolo, 21 mesi appena, soffriva di una grave
cardiopatia congenita. Il giorno dopo la vaccinazione è stato colpito da
infarto polmonare ed è morto, nonostante la respirazione artificiale.
RELAZIONE NON
PROVATA - Mentre la preoccupazione monta, Susanne Stoecker, portavoce del Paul
Ehrlich Institute (l'istituto federale che si occupa soprattutto di prodotti
medicinali biologici, come i vaccini), cerca di rassicurare: «Se succede
qualcosa dopo la vaccinazione - afferma su Bild - non significa che questa ne
sia necessariamente la causa. Soprattutto i pazienti gravemente malati e dunque
a rischio se colpiti da influenza A, ai quali - sottolinea - si raccomanda il
vaccino, è possibile che muoiano per la loro preesistente malattia. Il vaccino
può non aver nulla a che fare» con il decesso. Le altre vittime conteggiate dal
tabloid sono una donna (65 anni) della Turingia, gIà malata e che ha subito un
attacco di cuore dopo la vaccinazione; un dipendente Bayer (46 anni), trovato
morto in bagno un giorno dopo la vaccinazione: secondo l'autopsia si è trattato
di morte cardiaca improvvisa. E ancora, un uomo di 55 anni, sempre della
Turingia, deceduto a casa per attacco cardiaco sei ore dopo essere stato
immunizzato; una donna di 92 anni e un 65enne diabetico e infine un uomo di 66
anni, che soffriva di una malattia respiratoria, vaccinato venerdì e trovato
morto ieri nel suo appartamento, ancora una volta in Turingia. Per la Stoecker,
in ogni caso, «al momento attuale i benefici della vaccinazione sono superiori
ai rischi». E il ministro della Salute della Turingia, Heike Taubert (Spd), ha
rinnovato ieri il suo appello ai tedeschi affinchè si vaccinino contro
l'influenza A.
REZZA: «NESSUN
ALLARME» - «Non c'è da preoccuparsi per la sicurezza del vaccino contro il
virus A/H1N1 dopo la morte di alcune persone, avvenuta in Germania, dopo la
somministrazione del siero anti-pandemico. Lo ribadisce Giovanni Rezza,
direttore del dipartimento del malattie infettive dell'Istituto superiore di
Sanità: si tratta con ogni probabilità «solo di una coincidenza temporale,
senza alcun nesso causa effetto col vaccino». Casi, che, quindi, «non destano
preoccupazione». Bisogna distinguere, spiega Rezza a margine della conferenza
stampa di presentazione del XXIII Congresso Anlaids: «tra gli eventi avversi ai
vaccini, come ai farmaci, ci sono quelli che sono direttamente correlati e
quelli che non lo sono». Tra i primi, per i vaccini «i più comuni sono banali:
dolore localizzato, gonfiore, febbricole. Raramente ci sono effetti maggiori»:
in Italia, prosegue Rezza, «su oltre 150 mila persone vaccinate contro la
pandemia, ci sono stati due casi di una certa gravità, due collassi per choc
anafilattico, risolti grazie all'intervento del medico». Alcuni eventi avversi,
invece, «sono associati solo temporalmente al vaccino, cioè si verificherebbero
anche in sua assenza. Per i due decessi in Germania si tratta probabilmente di
questo», sottolinea l'infettivologo: «una coincidenza temporale, senza nessun
nesso causale con la vaccinazione». Ragion per cui «questi casi non destano
preoccupazione». CdS 17
SWR. L’emigrazione, parte della storia d’Italia
L’Italia assegna
un posto d’onore ai suoi emigrati. Una mostra permanente, arricchita da
materiali multimediali, ha trovato collocazione al Vittoriano di Roma, nel lato
Ara Coeli. Il Museo nazionale Emigrazione Italiana (MEI) è aperto al pubblico
dalla fine dello scorso ottobre
L’idea di
conferire un posto d’onore all’emigrazione italiana è di Mirko Tremaglia (AN)
già ministro degli italiani all’estero nel precedente governo Berlusconi. La
realizzazione del progetto è del suo successore, Alfredo Mantica (AN), attuale
Sottosegretario agli Esteri con delega governativa per gli Italiani nel mondo.
Non si tratta
tanto di oggettistica quanto invece di pannelli e video che riproducono
materiale scientifico, utile per la conoscenza storica del fenomeno emigratorio
italiano.
L’esposizione è
finalizzata a far conoscere, soprattutto alle scolaresche, questo pezzo di
importante storia sociale ed economica del nostro paese. I visitatori che
annualmente varcano il Vittoriano, la casa della memoria degli italiani, sono
mediamente un milione e duecento mila. L’emigrazione è l’espressione più nitida
del disagio sociale e di forte povertà che l’Italia ha vissuto fra la fine del
1800 e la fine del secolo scorso.
Sono stati quei 29
milioni di emigrati, per lo più contadini ed analfabeti, a dare forza di
crescita economica e sociale a quell’Italia pervasa dal Nord al Sud, dalla
miseria più nera. Sono state le famigerate rimesse degli emigrati a far fiorire
l’edilizia e tutto l’indotto. E sono stati gli emigrati a portare nei paesi di
accoglienza come l’Australia, l’Americhe, la Francia, il Belgio, il
Lussemburgo, la Germania e l’ Inghilterra pasta e pizza e ad importare anche le
prime automobili italiane.
Tutta questa parte
di storia sociale ed economica, ritenuta indegnamente di serie B o addirittura
di cui vergognarsi, collocata nel Vittoriano trova un dignitoso inserimento
nella storia nazionale dell’Unità e del Risorgimento del nostro paese.
L’emigrazione non è affatto un fenomeno del Mezzogiorno. Basti ricordare che i
primi grandi esodi verso terre lontane hanno avuto come serbatoio prima la
Lombardia, il Veneto, il Trentino, il Friuli, la Liguria e l’Emilia Romagna e
successivamente ha interessato anche le altre regioni centro-meridionali, la
Sicilia e la Sardegna.
Questa è la storia
di molti paesi, anche di quelli che nel corso del tempo sono addirittura
diventati paesi di immigrazione come la Germania e la stessa Italia.
Altri particolari
sono contenuti nel servizio audio realizzato col Sottosegretario Alfredo
Mantica in occasione della sua recente visita in Germania. Per ascoltare basta
cliccare su questo link: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5608996/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/7xf4ve/index.html
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Dopo l’intervento
di Scigliano sull’articolo di Montanari “Consolati: un incontro inutile” (vedi
webgiornale del 13-15 novembre, articolo 8), ecco la presa di posizione degli
Enti Gestori Germania, che chiedono al consigliere Cgie perché abbia disertato
l’incontro in questione, pur essendo a Berlino, e perché abbia ignorato l’altro
grosso tema all’ordine del giorno, l’intervento scolastico
Gentile Signor
Montanari, abbiamo letto con interesse l’articolo “Consolati: un incontro inutile”
tenutosi a Berlino sulla chiusura dei consolati e sull’intervento scolastico.
Ci lascia a dir
poco sconcertati per non aver letto mezza riga sull’intervento scolastico, pur
sapendo che, insieme alla ristrutturazione della rete consolare, esso è certamente
l’argomento che tocca più da vicino la collettività italiana in Germania.
Ovviamente gli
Enti gestori, non essendo stati invitati a partecipare ai lavori del sabato,
non sono in grado di sapere che cosa sia veramente successo.
“Abbiamo assistito
in fine giornata ad una cagnàra indegna – oltre che fuori luogo – da parte di
un Consigliere Cgie, ampiamente noto alla magistratura tedesca, contro il
Console di Stoccarda. Vada al Console di Stoccarda tutta la solidarietà di
questo giornale”.
Questa è
un’affermazione grave e lesiva nei confronti di quel consigliere Cgie che è
intervenuto sulla delicata questione della Scuola perché pregato dalla
Presidente Comites, rimasta senza voce.
Stupisce inoltre
il fatto che proprio Lei, gentile Montanari, che dal pulpito del Suo giornale
pontifica sull’importanza del successo scolastico quale veicolo importante
d’integrazione nella società tedesca, ma poi puntualmente diserta gli incontri
come membro Cgie.
Infatti se Lei
avesse preso parte ai lavori preliminari del venerdì fra InterComites – membri
Cgie – parlamentari eletti all’estero e gli Enti gestori avrebbe potuto,
innanzitutto offrire un Suo contributo e poi avrebbe potuto prendere atto
dell’incarico conferito dai presenti al “consigliere” e alla presidente Comites
di Stoccarda.
Inoltre dovrebbe
avere il coraggio di dire a Suoi lettori che Lei era presente a Berlino come
membro Cgie e di specificare i motivi della Sua solidarietà ad un console che
sta severamente punendo alunni bisognosi di sostegno e frapponendo
ostacoli anche alla frequenza ai corsi
di Lingua e cultura.
Farebbe quindi
bene, gentile Montanari, a scindere il
Suo ruolo di giornalista da quello di membro Cgie.
Infine, senza
ombra di polemica, sarebbe forse anche opportuno che Lei facesse sapere
pubblicamente quale forza sociale rappresenta in seno al Cgie.
Distinti saluti.
Coordinamento Enti
Gestori Germania presenti alla Riunione del 6/11/2009 a Berlino
(de.it.press)
Il Prof. Tullio De Mauro in cattedra all’Università di Tubinga
Tubinga - È
iniziato lunedì 16 novembre all’Università di Tubinga, con grande e intensa
partecipazione di studiosi e cultori della materia, il ciclo di cinque lezioni
dedicate a „L’Italia linguistica contemporanea“ tenute dal Prof. Tullio De Mauro
dell’Università La Sapienza di Roma. Il
ciclo di lezioni, nato da un invito dell’Istituto di Romanistica
dell’Università di Tubinga in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura
di Stoccarda, si conclude venerdì 20
novembre e offre un’occasione di approfondimento unica per studenti, linguisti
ed insegnanti di italiano sotto la guida uno studioso che ha fatto la storia
della linguistica italiana.
Le singole
giornate sono dedicate ad aspetti precipui della lingua italiana contemporanea.
Il primo incontro è stato dedicato a “Antico e nuovo nelle presenti condizioni
linguistiche italiane”, si passerà poi a “L’ “Antilingua” burocrazia,
scuola, leggi, giornalismo”, quindi a “L’uso letterario e scientifico della
lingua”, “L’uso parlato tra dialetti, regionalismi e standard” ed infine ad una
lezione intitolata “In cammino verso lo standard”.
Inoltre, giovedì
19 novembre il Centro Studi Italia dell’Università di Stoccarda, sempre in
collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda, presenta,
presso la Biblioteca Universitaria di Stoccarda, una conferenza del Prof. Tullio De Mauro
intitolata “ “Che lingua fa” oggi in Italia”. De.it.press
Monaco di Baviera. Il Consolato chiuso al pubblico dal 30 novembre al 2
dicembre 2009.
Il Ministero
Affari Esteri ha disposto una missione tecnica a Monaco di Baviera per
l'adozione del nuovo sistema integrato di funzioni consolari e l'attivazione
delle procedure per il rilascio del passaporto biometrico con rilevazione delle
impronte digitali del connazionale richiedente.
Per consentire
l'espletamento di tali lavori su indicazione della stessa Amministrazione
Centrale il Consolato Generale rimmara' chiuso al pubblico dal 30 novembre al 2
dicembre 2009.
Per eventuali
urgenze, si prega di contattare gli Uffici interessati telefonicamente.
Il Console
Generale Adriano Chiodi Cianfarani (de.it.press)
Ctim di Colonia: “L’associazionismo ci unisce, la partitocrazia ci divide”
Tenuta l’Assemblea
generale del Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo (CTIM) di Colonia
Colonia. Su invito
del presidente Pietro Tremarco, si sono incontrati domenica 15 novembre nella
sede del Comitato Tricolore, nella Weyerstrasse 33, in assemblea generale i
soci della sezione Ctim di Colonia. Designato dai partecipanti come moderatore
dei lavori all’ordine del giorno il cav. Bruno Collina.
Il presidente
Tremarco ha relazionato sulle attività del Comitato Tricolore sia verso la
comunità italiana, che verso il Consolato Generale e le Istituzioni tedesche:
ne è testimonianza il lusinghiero successo ottenuto alle elezioni per il
Consiglio degli Stranieri, con ben due eletti del Ctim.
Il segretario
della federazione Tricolore di Stoccarda, Giuseppe De Filippo, ha portato il
saluto dei soci ed attivisti del Baden-Württemberg, mentre Vincenzo Di Salvo,
responsabile del patronato Enas, ha parlato dei buoni rapporti sociali che la
sezione del Ctim intrattiene con il Comites locale e le altre associazioni.
Il consigliere
CGIE Oreste Motta ha informato i convenuti sulle varie proposte di riforma
della legge istitutiva dei Comites, del Consiglio Generale degli Italiani
all’Estero e dell’annunciata razionalizzazione della rete consolare in
Germania.
L’assemblea, dopo
ampia discussione, si è accordata all’unanimità sul seguente documento finale:
La riforma della
legge istitutiva dei Comitati degli Italiani all’Estero (Comites) deve
mantenere l’impianto normativo di quella del 23 ottobre 2003, n. 286,
rafforzandone lo spirito, che è quello di un confronto nell’ambito dell’associazionismo,
candidando i rappresentanti delle associazioni operanti sul territorio e
coinvolgendoli nei propri lavori.
Le liste
partitiche con i loro simboli accrescerebbero solamente le diatribe tra gli
eletti, trasportando all’estero le sterili polemiche dell’infinita campagna
elettorale metropolitana, di cui non se ne sente assolutamente la necessità.
L’associazionismo
ci unisce, la partitocrazia ci divide! Tutte le liste dovranno essere
sottoscritte localmente dai propri sostenitori.
Il Consiglio
Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) deve rimanere come “catena di
trasmissione”: utile e competente organo istituzionale tra i Comites, l’associazionismo
(di cui pure deve esserne l’espressione superiore), il Parlamento, le regioni e
i vari ministeri.
Le elezioni del
CGIE devono avvenire in concomitanza con quelle dei Comites e devono essere
dirette, cioè ogni consigliere deve essere eletto dalle comunità residenti
all’estero.
Non si risparmiano
dubbi sulle capacità di rappresentanza di parecchi degli eletti nella
Circoscrizione Estero nel Parlamento italiano. Si auspica che questi deputati e
senatori - in quella posizione grazie all’esercizio del diritto di voto
all’estero – siano più fermi, più decisi per quanto riguarda il mantenimento
dei servizi alla comunità italiana in Germania.
Si condannano
duramente i tagli spropositati ai fondi destinati agli italiani all’estero,
soprattutto quelli che fanno riferimento al capitolo 3105: assistenza diretta e
al cap. 3121: assistenza indiretta.
Si assicura il
pieno appoggio ai comitati e alle associazioni che stanno protestando e
lottando. Si ricordano le manifestazioni di piazza a Norimberga, simbolicamente
per oltre 28.000 cittadini AIRE di quella circoscrizione, ma in generale contro
l’annunciata chiusura delle strutture consolari di riferimento a Saarbrücken,
Amburgo e Mannheim. Non si dimentichi qui, che l’emanazione delle prestazioni
comporta un introito per l’amministrazione dello Stato: non è che tutto sia
gratuito, anzi! I tariffari consolari sono una realtà ben conosciuta e
ricordata dagli utenti.
Si elencano le
proposte positive del Ctim di Norimberga, che non è affatto contro i servizi
telematici o digitali: questi si possono istituire, ma lasciando almeno un’agenzia
consolare per tutte quelle pratiche che richiedono la presenza fisica del
cittadino in consolato.
Le dismissioni si
possono programmare, ma preparando e allestendo una “scala” di interventi
necessari per il futuro e, soprattutto, discutendoli in luogo con la gente
colpita.
Si decide infine,
di solidarizzare con qualunque altra azione che le comunità in stato di
agitazione vorranno intraprendere.
Gli eletti del Ctim
di Colonia nel locale Comites discuteranno nella loro assemblea del 30.11.2009
con gli altri componenti il modo migliore per sostenere la nostra comunità
nelle soluzioni alternative. Già c’è il consenso della presidentessa Comites,
Rosella Benati. Ctim-press (de.it.press)
Lafontaine: «Ho il cancro, mi opero»
Il leader della
Linke: «Mi farò sottoporre giovedì a un intervento chirurgico programmato da
tempo»
BERLINO - Il
leader della Linke, Oskar Lafontaine, ha il cancro. È stato lo stesso politico
tedesco ad annunciarlo a Berlino: «Mi farò sottoporre giovedì a un intervento
chirurgico programmato da tempo in una clinica. Si tratta di un tumore», ha
affermato l’ex socialdemocratico 66enne. «A intervento superato, all’inizio
dell’anno prossimo, tenendo conto del mio stato di salute e delle prognosi dei
medici, deciderò in quale forma proseguire il mio lavoro politico», ha aggiunto
Lafontaine.
IL GOSSIP - L'ex
braccio destro di Schroeder solo poche settimane dopo le elezioni politiche
tedesche del 27 settembre aveva lasciato l'incarico di capogruppo parlamentare
della Linke (sinistra), attirandosi le critiche dei suoi elettori. Oskar
"il rosso" aveva comunque mantenuto la presidenza del partito, che
condivide con Lothar Bisky, e il seggio parlamentare. Dal settembre 2009 guida
inoltre il gruppo della Linke al parlamento regionale della sua Saar. Il
settimanale Der Spiegel lo scorso fine settimana aveva ipotizzato che il ritiro
di Lafontaine fosse ispirato da motivi personali. A causa di una presunta
relazione amorosa con la compagna di partito Sahra Wagenknecht, sua moglie
avrebbe spinto affinché lasciasse Berlino. La Linke ha attaccato lo Spiegel per
quanto riportato: il buon giornalismo «non ha niente a che fare con questa
campagna di odio condotta da tempo contro Lafontaine», ha commentato il
vice-presidente del gruppo parlamentare Ulrich Maurer.
CARRIERA -
Lafontaine è una figura di spicco della politica tedesca. Alle prime elezioni
della Germania riunificata nel 1990 si presentò come sfidante di Helmut Kohl. Dal
1995 al 1999 è stato presidente della Spd. Dopo le elezioni del 1998, vinte da
Schroeder, divenne ministro delle Finanze tedesco. Nel marzo 1999 si dimise da
tutti i suoi incarichi. Nel 2005 fondò la Wasg (Alternativa elettorale, lavoro
e giustizia sociale), poi si alleò con gli ex comunisti dell'est, la Pds, che
più tardi diventò la Linke. Cds 17
Monaco di Baviera. Ancora aperte le iscrizioni ai corsi speciali 2009/2010
dell’IIC
Monaco di Baviera
- Sono ancora aperte a Monaco le iscrizioni ai corsi speciali 2009/2010
organizzati dall’Istituto Italiano di Cultura.
I corsi, che
tratteranno vari temi di interesse culturale, non sono rivolti esclusivamente
ad un pubblico tedesco con buone conoscenze della lingua italiana, ma anche ad
italiani che desiderano approfondire le proprie conoscenze nei diversi settori
quali la letteratura, l'arte e la traduzione.
Il 3 dicembre
verrà avviato "Percorsi di letteratura comparata tra Italia e
Germania". Curato da Enrica Puggioni, il seminario, partendo dalla
definizione di letteratura comparata, affronterà temi quali "Monaco e Firenze
agli inizi del ‘900: due capitali culturali?", "Letteratura e
scienza" e "Riflessione, impegno e denuncia nel teatro tedesco e in
quello italiano".
Il corso "Tra
cultura e politica – Avanguardie del Novecento a confronto", tenuto da
Anna Zanco Prestel, prenderà invece il via il 4 dicembre e approfondirà il
movimento futurista e il suo influsso sulle correnti artistiche e letterarie
del Novecento, nonché altre forme espressive quali l’architettura, la
fotografia, il design e la moda. (aise)
Insediato il Consiglio regionale degli Abruzzesi nel Mondo, che riprende la
rotta
Il CRAM insediato
dall’assessore Febbo il 13 novembre, Franco Santellocco eletto vice Presidente
- di Goffredo Palmerini
L’AQUILA – Il
Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (CRAM) può riprendere finalmente la
rotta, dopo il forzato arenamento a causa dello scioglimento anticipato
dell’Assemblea regionale e della consultazione elettorale del 16 dicembre
dell’anno scorso. Ricostituito nelle sue rappresentanze con le designazioni dei
trenta delegati delle comunità abruzzesi all’estero, la Regione Abruzzo ha
potuto dar corso alla ricomposizione dell’importante Consulta integrandola,
come prescrive la legge, con i rappresentanti indicati da associazioni,
patronati e forze sociali che si occupano di emigrazione, in Italia e
all’estero, da ANCI, UPI e UNCEM in rappresentanza di Comuni, Province e Enti
Montani della regione. Il 13 novembre, al Palazzo dell’Emiciclo all’Aquila,
accanto i consiglieri regionali Ricardo Chiavaroli, Franco Caramanico e Antonio
Prospero che con lui formano il comitato ristretto, il presidente del CRAM
Mauro Febbo, assessore regionale all’Agricoltura e all’Emigrazione, con
solennità e non senza emozione ha insediato l’organismo nell’aula
dell’Assemblea regionale, il luogo più alto della democrazia abruzzese. Il
presidente Febbo ha aperto la prima riunione del CRAM con un minuto di
raccoglimento in memoria delle vittime del terremoto che ha colpito la città
capoluogo d’Abruzzo e numerosi altri centri della regione. Tutta rivolta
all’Aquila la prima parte del suo discorso, al dramma che il 6 aprile l’ha
ferita massacrando case, monumenti insigni, scuole, fabbriche, uffici pubblici
e le stesse sedi delle istituzioni. Ma anche ha fatto richiamo alla fierezza ed
alla dignità degli aquilani, che sapranno risorgere e tornare a volare alto
come è nella loro storia.
La Regione Abruzzo
vive un momento molto difficile, ha problemi finanziari in gran parte dovuti
all’oneroso sistema sanitario, ora aggravati dalle pesanti conseguenze del
sisma. E tuttavia guarda all’Aquila, alla ricostruzione della città capoluogo
come questione prevalente, contando anche sul sostegno della grande comunità
degli Abruzzesi nel mondo. Una comunità straordinaria che ovunque gode di
prestigio e stima. Proprio per questo sono loro, gli Abruzzesi all’estero, i
migliori ambasciatori delle qualità e delle valenze della propria terra. Sul
fecondo rapporto di collaborazione con le comunità abruzzesi oltre confine la
Regione Abruzzo intende investire per meglio affermare nei mercati esteri il
proprio brand, contando sulla rete di promozione costituita dal sistema
associativo regionale nel mondo. L’Abruzzo vanta numerose eccellenze,
nell’enogastronomia, nell’industria, nella ricerca, nella produzione culturale
ed il suo territorio è una miniera di valenze ambientali e turistiche - parchi,
mare, collina e montagna - città d’arte e centri urbani ricchi di storia e
architetture. Dunque a tale impresa è chiamato il governo regionale e, per la
sua specificità, il CRAM in quanto organo rappresentativo delle comunità
abruzzesi fuori regione e Consulta delle politiche attive - sociali, culturali,
economiche ed assistenziali - rivolte al mondo dell’emigrazione.
Argomenti, questi,
tutti ripresi negli interventi successivi. Il consigliere Prospero ha
sottolineato l’importanza dei giovani delegati nel CRAM e le positive
esperienze fatte nel precedente mandato con le due assemblee mondiali tenutesi
a Mar del Plata, in Argentina, e a Montreal, in Canada. Franco Caramanico ha
tenuto a rimarcare la forte intesa, al di là degli schieramenti, sulle
politiche del CRAM, in segno d’unità con la comunità abruzzese nel mondo cui ha
rivolto un forte ringraziamento per i gesti di solidarietà e per gli aiuti
raccolti in soccorso delle popolazioni terremotate. Molto sentito il saluto del
consigliere Chiavaroli, anche in ragione della sua nascita in terra
d’emigrazione, a Maracay in Venezuela, mentre affermava che quello all’estero è
l’Abruzzo migliore. Non ha voluto mancare la seduta d’insediamento il
consigliere regionale Giuseppe Tagliente, nei tre anni scorsi componente del
CRAM, salutando il ricambio generazionale all’interno dell’organismo come un
elemento che concorre a consolidare il buon lavoro avviato nel precedente
mandato. Dopo gli indirizzi di saluto dei parlamentari d’origine abruzzese
eletti all’estero, i deputati Giuseppe Angeli (Sud America) e Antonio Razzi
(Europa), poi, a nome dell’ANCI, di Gabriele Marchese, sindaco di San Salvo, di
Giuseppe De Dominicis per le Province Abruzzesi e di Luciano Della Penna,
sindaco di Vasto e in passato consigliere regionale nel CREI, la Consulta ha
preso il largo entrando nel vivo delle questioni d’interesse, con gli
interventi dei componenti Franco Santellocco (Algeria), Rocco Artale (Germania),
Augusto Cicchinelli, Goffredo Palmerini, Luciano Luciani, Diana Mazzone,
Giovanni Margiotta (Venezuela), Rita Blasioli (Brasile), Giovanni Scenna
(Argentina), Angelo Di Ianni (Canada), Levino Di Placido (Belgio), Angela Di
Benedetto (Canada) e Simeone Di Francesco (Australia). Molti gli spunti
d’interesse dal dibattito generale, specie riguardo la necessità di rafforzare
le relazioni tra la Regione e le comunità abruzzesi all’estero, in linea con le
politiche di promozione dell’Abruzzo nel mondo.
Molto incisivo il
contributo di Giovanni Margiotta, giovane delegato del Venezuela che già l’anno
scorso a Roma prese parte alla Conferenza mondiale dei Giovani del CGIE e ora
al suo esordio nel CRAM, che nel suo intervento ha illustrato i grandi
progressi registrati in Venezuela nella forte crescita della rete associativa
nel paese caraibico, registrata nell’ultimo anno, dove molti giovani
imprenditori sono stati chiamati alla guida delle associazioni. Una realtà che
ben si sposa con le affermazioni propositive del presidente Febbo sulla
commercializzazione all’estero dei prodotti abruzzesi nei settori
agro-alimentare e industriale. Al riguardo Margiotta ha illustrato con
chiarezza come il Venezuela si stia aprendo molto al mercato ed alle
importazioni in particolare. Sicché per l’Abruzzo esistono buone opportunità se
le aziende abruzzesi scelgono di competere in quell’area. Troveranno un grande
sostegno nella rete associativa e nell’impegno di chi vi opera. Margiotta
annuncia, inoltre, che dal 24 al 29 novembre prossimi si terrà proprio su tali
tematiche a Caracas la 1^ Settimana Abruzzese, organizzata dalla Federazione
delle Associazioni Abruzzesi in Venezuela, alla quale parteciperà il Presidente
del Consiglio Regionale d’Abruzzo, Nazario Pagano, con una delegazione
ufficiale. Sulla stessa linea d’entusiasmo giovanile si è soffermata Angela Di
Benedetto, delegata del Canada, che lo scorso anno ben organizzò e diresse
l’Assemblea mondiale dei Giovani abruzzesi, tenutasi a Montreal nel luglio
2008.
La giornata aquilana
del CRAM si è conclusa con una visita al centro storico della città martoriata
dal terremoto. Una viacrucis dolorosa per gli Abruzzesi nel mondo, una
commozione che blocca il respiro davanti ai monumenti feriti, alle chiese
devastate, ai palazzi lesionati che tuttavia non smarriscono i segni del loro
splendore e sembrano invocare la sollecita resurrezione d’una città singolare,
gioiello d’arte, d’architetture, di spiritualità e di cultura. Che dire della
prontezza e della generosità delle comunità abruzzesi nei giorni dell’emergenza
ed ancor oggi per concorrere alla ricostruzione! L’Aquila e l’Abruzzo hanno
commosso il mondo con la compostezza dimostrata nel dolore e nel dramma, ma le
comunità abruzzesi sono state in ogni angolo del pianeta il riverbero stesso di
prossimità per il mondo dell’indole forte e dignitosa della gente d’Abruzzo.
Come si spiegherebbe altrimenti tanta partecipazione, vicinanza, solidarietà,
splendide testimonianze d’affetto verso la città capoluogo e gli altri centri
colpiti dal sisma! Una gara di generosità e di sensibilità che ha fatto
scoprire un mondo senza confini e senza differenze di cultura, razza, lingua,
religione ed abitudini. Un mondo ideale, tale rivelatosi davanti al dramma
d’una città grande di storia e d’una gente ricca di dignità. Il triste tour si
conclude, il sole sta tramontando dietro il colle di Roio mentre con gli ultimi
raggi di luce indora le creste del Gran Sasso. Si riparte per Giulianova.
A Giulianova, in
una tiepida giornata di sole che sembra allontanare l’inverno incipiente
segnato all’orizzonte dalla cima imbiancata di Corno Grande, la seconda
giornata di lavori è tutta organizzativa, per dare al CRAM gli assetti
operativi. Perorazione del presidente Febbo perché si giunga, per quanto
possibile, a soluzioni condivise. C’è in agenda l’elezione del vice presidente.
Possono concorrere esclusivamente i delegati provenienti dall’estero. C’è
competizione tra Franco Santellocco e l’on. Antonio Razzi, candidati. Si va al
voto: Santellocco la spunta 22 a 15 sul parlamentare. Le prime dichiarazioni,
garbo e fair play il suo stile, sono di grande apertura all’impegno condiviso.
C’è da formare l’Esecutivo, 6 componenti per le aree continentali (2 sud
America, uno ciascuno per nord America, Africa, Australia e Europa), 2
componenti per le associazioni italiane per l’emigrazione e un componente per i
patronati con sedi operanti all’estero. Questa, infine, la composizione
dell’Esecutivo: Giovanni Margiotta (Venezuela) e Rafael Petrocco (Brasile) per
il sud America, Rosetta Romagnoli (nord America), Mario Di Cicco (Africa),
Simeone Di Francesco (Australia), Levino Di Placido (Europa), Patrizia
Santurbano per i patronati, Giuseppe Mangolini e Augusto Cicchinelli per le
associazioni dell’emigrazione.
Intanto si dà conto
della complessiva composizione del CRAM, quale risulta dal decreto regionale di
nomina, secondo le designazioni finora pervenute: Mauro Febbo (assessore
all’Emigrazione, Presidente), i consiglieri regionali Franco Caramanico,
Ricardo Chiavaroli e Antonio Prospero, quindi per il Canada Angelo Di Ianni,
Fracasso Ivana e Angela Di Benedetto, per gli Stati Uniti d’America Gino Di
Carlo, Marrone Sonya e Rosetta Romagnoli, per il Venezuela Maria Gabriela
Marcacci, Giovanni Margotta e Mirtha D’Astolfo, per l’Argentina Alicia
Carosella, Carlos Joaquin Negri e Giovanni Scenna, per il Brasile Rita
Blasioli, Franco Marchetti e Rafael Petrocco, per l’Australia Giuseppe Delle
Donne, Simeone Di Francesco e Amelia Pippa Granturco, per la Svizzera l’on.
Antonio Razzi, Marcello D’Emilio e Stevan Terzini, poi Franco Santellocco
(Algeria), Mario Di Cicco (Sud Africa), Anna Maria Di Giammarino (Cile), Mario
Vittorio Di Vincenzo (Uruguay), Rocco Artale (Germania), Levino Di Placido
(Belgio), Francesco Ludovico De Santis (Lussemburgo), Filippo Marfisi (Gran
Bretagna), delegato ancora non designato (Francia); per le associazioni
dell’emigrazione Enzo La Civita (File), Vincenzo Sgavicchia (Acli), Augusto
Cicchinelli (Aie), Giuseppe Mangolini (Aitef), Luciano Lucani (Ass. Fernando Santi),
Diana Mazzone (Anfe), don Enrico D’Antonio (Migrantes); per i patronati
Giuseppe Carosi (Ital), Antonio Gigli (Inas), Patrizia Santurbano (Epasa),
Gianfelice Angelone (Inapi); per gli Enti locali Gabriele Marchese (Anci),
Giuseppe De Dominicis (Upi) e Giovanni Venditti (Uncem); per le forze sociali
Goffredo Palmerini (Cisl), Mario Palladoro (Uil), Enzo Ilario (Ugl). Restano
ancora da nominare il rappresentante delle Associazioni Abruzzesi in Italia,
non ancora designato, e il componente in rappresentanza della Cgil.
Il CRAM è dunque
pronto per riprendere la navigazione. Primo appuntamento a metà gennaio per la
formazione delle Commissioni di lavoro e di studio. L’organismo sarà poi
riconvocato per definire il riparto del budget per le varie attività in base
allo stanziamento definito nel bilancio regionale, dopo l’approvazione della
legge finanziaria regionale. Si vedrà allora se i buoni propositi enunciati
potranno avere un futuro. Certo è che dalla prima riunione del CRAM escono in
gran parte confermate le linee programmatiche degli ultimi anni, in particolare
nell’intento d’investire sul sistema associativo abruzzese all’estero per la
promozione dei prodotti d’eccellenza e delle valenze turistiche del territorio
regionale. La Federazione Abruzzese del Brasile (FEABRA), presieduta da Franco
Marchetti, con un progetto pilota assentito dal CRAM e avviato un anno fa a San
Paolo e Riberao Preto, sta davvero raccogliendo importanti risultati. Trova
quindi conferma il coinvolgimento di energie e progetti nuovi e l’affidamento
di responsabilità ai giovani. Anche in questa importante assise il CRAM segnala
come sia stato da tempo dismesso ogni aspetto paternalistico e nostalgico per
connotare l’organismo come presenza dinamica e produttiva dell’Abruzzo nel mondo
e come cespite per far conoscere all’estero il grande patrimonio culturale
della regione. In fondo, anche questo è lo specchio di come sia cambiata
l’emigrazione nel corso degli anni e quale il ruolo di rappresentanza che gli
Abruzzesi all’estero, con le loro qualità umane ed il loro talento, hanno
saputo conquistarsi. Goffredo Palmerini, gopalmer@hotmail.com (de.it.press)
“La CNE intende
contrastare il clima di disinteresse e di indifferenza verso l’associazionismo”
L’AQUILA - Rino
Giuliani presidente della Consulta Nazionale dell’Emigrazione
intervenendo all’Aquila in apertura dei lavori per la costituzione del CRAM,
l’organismo rappresentativo degli abruzzesi nel mondo dopo aver sottolineato
come l’associazionismo viva nelle comunità all’estero una fase di
trasformazione, “testimone e protagonista al contempo dei processi di
integrazione e globalizzazione” ha ricordato come la partecipazione degli
italiani al’estero, il contatto e la relazione con la madrepatria passino anche
attraverso il sostegno materiale delle istituzioni italiane alle
associazioni stesse .
Proseguendo nel suo intervento Giuliani
ha ricordato come le associazioni siano una componente dell’identità italiana “con
le sue diverse componenti, religiose, culturali, professionale e del mondo del
lavoro” alla quale in questi ultimi tempi non viene data la giusta
attenzione mentre vengono a mancare le risorse finanziarie per gli
interventi rivolti alle nostre comunità all’estero. La CNE intende
contrastare il clima disinteresse e di indifferenza che da diverse parti
spira in direzione dell’associazionismo.
Nel terminare il suo saluto ai rappresentanti
delle associazioni abruzzesi Rino Giuliani ha auspicato che la ormai imminente
Conferenza Stato- Regioni CGIE termini decidendo di darsi uno scadenzario
d’impegni e di confronti più intenso rispetto al recente passato ed
introducendo una sua modalità di lavoro che valorizzi la sussidiarietà
istituzionale e la sinergia fra tutte le diverse componenti dello
stato- apparato e delle autonomie locali che si devono occupare di italiani
all’estero così da gestire progetti efficaci, con una logica nazionale, in modo
coordinato le risorse finanziarie, per progettare a sostengo dei giovani ma
anche per i molti anziani fragili . La Consulta Nazionale
dell’Emigrazione che già nel suo convegno nazionale del 2008 a Roma ha
sollecitato tale impegno delle istituzioni intende dare insieme, in raccordo
con alle associazioni presenti nelle regioni e con quelle locali,
il proprio contributo d’idee e di proposta. (Inform)
Cina e Usa, un accordo 'indolore' resuscita il vertice di Copenaghen
"Svuotato"
a Singapore, il summit di dicembre sull'inquinamento ritorna ad avere un senso
dopo le proteste (e l'umiliazione) dell'Unione europea: porterà impegni, ma
nessun obbligo per i Paesi – dall’inviato FEDERICO RAMPINI
PECHINO - Sarà
operativo. Sarà politicamente vincolante. Non sarà, purtroppo, legalmente
vincolante. E' sul filo di queste promesse di queste sottili distinzioni che si
è giocato in queste ore l'ultimo "giallo" sul vertice di Copenaghen
dedicato all'ambiente.
A Pechino oggi
Barack Obama si è presentato a fianco al presidente cinese Hu Jintao, nel
salone d'onore del palazzo del Congresso del Popolo in Piazza Tienanmen, per
annunciare a sorpresa il "salvataggio" del summit di dicembre sulla
riduzione delle emissioni carboniche.
A prima vista è un
capovolgimento clamoroso rispetto a quanto annunciato appena 48 ore prima al
vertice Apec (Asia-Pacifico) di Singapore. In quell'occasione il premier danese
Rasmussen era stato costretto a volare d'urgenza in Estremo Oriente per
ratificare lo svuotamento del vertice di Copenaghen.
"Nei 22
giorni che restano prima di quell'appuntamento - aveva detto a Singapore il
consigliere di Obama Michael Froman, esperto economico al National Security
Council - è ormai escluso che si possa trovare un'intesa". La conclusione
era stata raggiunta in un breakfast mattutino fuori programma, con il placet
decisivo delle due superpotenze che sono anche i maggiori inquinatori del
pianeta, Usa e Cina, assente l'Unione europea
.
Oggi a Pechino, a
leggere la dichiarazione del presidente Obama, si direbbe che a distanza di due
giorni dal suo funerale Copenaghen è stato letteralmente resuscitato. E' solo
apparente il colpo di scena: dovuto al fatto che Obama e Hu si sono resi conto
di aver umiliato un po' troppo l'Unione europea; inoltre Obama si sente in
difficoltà anche con l'ala sinistra del suo partito e il movimento
ambientalista, dopo che il siluramento di Singapore ha avuto una grande
risonanza sui mass media americani.
Ecco dunque
l'escamotage, che ancora una volta ci è stato spiegato da Michael Froman.
L'annuncio di oggi - precisa l'esperto della Casa Bianca - vuol dire che a
Copenaghen America e Cina si impegnano a raggiungere un accordo
"politicamente" vincolante su obiettivi immediati di riduzione delle
emissioni CO2; dovranno però continuare a lavorare per raggiungere, in un
futuro non meglio precisato, l'accordo "legalmente vincolante" e
quindi quello davvero operativo.
E' evidente che
finché non esiste l'accordo legalmente vincolante non può nascere il nuovo
trattato che dovrebbe succedere a quello di Kyoto. Obama da parte sua porta a
casa da Hu la promessa che le potenze emergenti accetteranno di essere incluse
in questo accordo. E' una storia di grandi manovre che comunque vengono fatte e
disfatte sempre all'interno del G2 sino-americano, con l'Europa che le viene a
sapere dai mass media. LR 17
Decidere di non
decidere è, in politica, una prassi antica e consolidata. Ma non si era mai
visto decidere in anticipo che nessuna decisione vincolante possa essere
adottata nemmeno in un appuntamento ancora da venire eppure da tempo
programmato.
Tanto più su un
problema di cui, ogni giorno, si continua a ribadire la gravità e l’urgenza.
Altro che «politica dell’annuncio». Qui siamo al paradosso per cui l’unico modo
per far rimanere una questione all’ordine del giorno dell’agenda dei vertici
internazionali è quello di rassicurare i recalcitranti che nessuna pressione
eccessiva sarà esercitata nei loro confronti. Poco importa che la prossima
conferenza Onu sul clima rischi così di diventare una versione globale di «Che
tempo che fa», alla quale tanto varrebbe inviare Fabio Fazio o, meglio ancora,
Luciana Littizzetto, che almeno è refrattaria alla retorica e generalmente non
le manda a dire. La sensazione che i vertici, mentre si moltiplicano e si
affollano nei partecipanti, siano sempre più inconcludenti quando non del tutto
inutili si rafforza ogni giorno di più. Neppure l’effetto vetrina sembra
riuscire a salvare quel barlume di effettività che perlomeno i «padroni di
casa», gli organizzatori, cercano di preservare. Privati persino dell’aspetto
rituale, in nome del quale volizioni già concordate venivano proclamate
solennemente in qualche capitale mondiale, l’utilità di questi complessi
meeting sembra svanire del tutto. Alla fin fine, verrebbe da osservare, gli
unici appuntamenti che mantengono le promesse sono quelli dichiaratamente celebrativi
convocati per rievocare qualche grande traguardo raggiunto in passato: il D-Day
o la caduta del Muro, in cui lo sguardo si volge al passato, come in una
rimpatriata familiare.
Ma se la
consapevolezza che questi eventi contano poco in termini decisionali si va
diffondendo da tempo non tra i soliti contestatori fricchettoni e no global, ma
anche nell’opinione pubblica meno smaliziata e persino tra gli stessi addetti
ai lavori, perché se ne continuano a fare? La risposta è, tutto sommato semplice.
I vertici, le conferenze, i summit, i G8 e i G20 svolgono innanzitutto la
funzione di fornire una base di legittimità all’agenda della politica mondiale.
Una qualunque questione scala la vetta dell’attenzione politica a mano a mano
che compare e ricorre negli ordini del giorno dei summit e dei vertici. Ciò che
può apparire una pura e irritante perdita di tempo, in realtà permette di
coalizzare intorno a un problema quel consenso politico necessario a far sì che
le limitate risorse a disposizione possano essere fatte convergere per la sua
soluzione. Se non se ne fosse «parlato» (e poco più, in realtà) da Rio de
Janeiro a Tokyo a Copenaghen, il mese prossimo, potreste star certi che nessuna
delle poche eppure dolorose decisioni in campo di salvaguardia ambientale fin
qui adottate avrebbe neppure visto la luce.
Summit sempre più
frequenti, quindi, che si moltiplicano su una lista crescente di argomenti in
competizione tra loro nella caccia della nostra attenzione. E summit sempre più
affollati, non tanto perché molte delle questioni cruciali per il futuro del
pianeta vedono il genere umano come beneficiario «in solido» delle eventuali
soluzioni (oltre che come vittima collettiva dell’inerzia): questo in fondo è
sempre stato vero anche quando le sorti del mondo le decidevano in due,
sovietici e americani. In fondo l’espressione «equilibrio del terrore»
(nucleare) conteneva due informazioni: che l’equilibrio tra Usa e Urss poggiava
su un incubo di distruzione nucleare che avrebbe riguardato l’intera umanità, e
non solo i russi e gli americani. No. Il punto di novità è che oggi, su un mare
montante di questioni, occorre un consenso allargato per qualunque ipotesi di
decisione, perché senza la collaborazione attiva e volontaria di porzioni
crescenti di mondo non è possibile fare nulla su quasi nessuna questione di
portata davvero globale. I summit, i vertici, le conferenze si sono così
trasformati in momenti assembleari, di emersione dei problemi, di elaborazione
«retorica» della loro gravità e di ricerca e costruzione del consenso per le
decisioni che altrove saranno eventualmente adottate. Altrove, ma dove? -
verrebbe da osservare. In riunioni bilaterali, spesso, o comunque molto più
ristrette, che precedono e seguono quei vertici la cui funzione è anche quella
di ricordarci che, dopotutto, siamo sulla stessa barca e che di fronte alle
sfide del cambiamento climatico o della tutela dell’ambiente non esistono vie
individuali di salvezza, e neppure di coppia, G2 o non G2. VITTORIO EMANUELE PARSI LS 16
ROMA - Grande delusione da parte delle
organizzazioni della società civile e delle ONG riunite a Roma alla Città
dell’Altra Economia per il Forum parallelo al Vertice della FAO. “I 600
delegati di organizzazioni contadine, di agricoltori, pescatori, donne,
giovani, popoli indigeni e ONG internazionali unanimemente considerano la
dichiarazione finale del Vertice approvata per acclamazione nella plenaria di questa
mattina uno strumento vuoto di ogni impegno concreto per affrontare con
politiche e risorse adeguate lo scandalo del miliardo di persone che soffrono
la fame” dice Sergio Marelli, presidente dell’Associazione ONG Italiane e
presidente dell’Advisory Group costituito in occasione del Forum..
“Il modello di sviluppo e le politiche
agricolo-alimentari fin qui perseguito hanno fatto si che negli ultimi due anni
il numero degli affamati crescesse di 200 milioni – sottolinea Marelli -. Il
prezzo pagato per ottenere il voto favorevole di USA, Canada, Australia e degli
altri paesi del G8 è troppo alto. Aver tolto nelle ultime fasi negoziali della
Dichiarazione finale del Vertice FAO il riferimento temporale del 2025 per
l’eliminazione totale della fame nel mondo, aver cancellato la necessità di
stanziare 44 miliardi di dollari all’anno per il sostegno all’agricoltura come
richiesto dal direttore generale della FAO Diouf fanno di questa dichiarazione
un documento privo di ogni strumento concreto per rendere efficace la lotta
alla fame nel mondo”.
“L’assenza dei leader dei G8 a questo
vertice anticipata con le dichiarazioni di ieri circa l’accordo raggiunto tra
USA e Cina per sminuire i risultati del vertice di Copenaghen sui cambiamenti
climatici, sono inoltre un chiaro messaggio di come i Paesi ricchi cerchino
ancora di imporre la loro politica nei confronti dei Paesi poveri” aggiunge
Marelli, per il quale invece “le politiche agricolo-alimentari e la gestione
delle risorse per la loro implementazione non possono che essere competenza
delle Agenzie specializzate delle Nazioni Unite, FAO e IFAD in testa, e non
vanno consegnate alla Banca Mondiale come vorrebbero i G8. Riteniamo che
assegnare il ruolo di policy maker alla Banca Mondiale significa riconsegnare all’istituzione
che ha le maggiori responsabilità nell’aver causato l’attuale crisi alimentare
mondiale. Il ruolo primario delle Nazioni Unite nella definizione delle
politiche e nella governance mondiale, concetto anch’esso assente nella
Dichiarazione finale del Vertice, è un attentato alla Sovranità Alimentare e
alla autonomia delle scelte in materia di politica alimentare delle popolazioni
e dei Governi dei Paesi poveri”. (Inform)
Lotta alla fame senza soldi e senza scadenze
Vogliono far
scomparire la fame dal mondo. Ma non hanno fissato neppure una data simbolica
entro cui raggiungere l'obiettivo. Nel documento finale, varato al termine del
vertice Fao, non se ne trova traccia. Una lacuna che la dice lunga sulla
difficoltà di dare concretezza alla lotta alla fame.
Lo stesso
direttore generale della Fao Jacques Diouf, ammmette: ne sono «rammaricato», ma
del resto «non ho negoziato io il documento, anzi ne sono stato escluso».
Poi, quanto
all'impegno finanziario, spiega: «Abbiamo un impegno a breve termine per
mobilitare 20 miliardi di dollari» e «in due anni dobbiamo tirar fuori questa
cifra».
Più volte Diouf è
tornato sulla necessità di sostenere i piccoli agricoltori. Ha chiesto che a
questo scopo i paesi industrializzati stanzino 44 miliardi di dollari. Mentre
anche i Paesi in via di sviluppo potrebbero contribuire «con il 10 per cento
dei bilanci nazionali» per un ammontare di 76 miliardi di dollari.
Era stato papa
Benedetto XVI ad aprire i lavori, nel Palazzo della Fao vicino al Circo
Massimo. Un dispiegamento impressionante di security nonostante le molte
assenze. La maggior parte dei leader dei 39 paesi donatori, infatti, hanno
declinato l'invito. Obama e Hillary Clinton sono impegnati nel viaggio in Cina
insieme ai leader di Pechino. Angela Merkel è rimasta in Germania a presidiare
il caso Opel e le sorti della nuova presidenza dell’Unione europea, Nicolas
Sarkozy ha incontrato il presidente brasiliano Lula di passaggio da Parigi per
parlare di cambiamenti climatici ma non l’ha seguito a Roma, impegnato a
progettare un vertice sul Medioriente. Silvio Berlusconi ci sarà, perché è il
capo di Stato del paese ospitante, e non guasta, anzi è un ottimo alibi per non
presentarsi al processo Mediaset a Milano.
«Avrei auspicato
che i dirigenti dei Paesi che hanno le forze materiali per combattere la fame»
avessero preso parte al vertice, ha lamentato lo stesso Diouf.
Di soldi in più per
gli aiuti comunque finora non ne ha messi in Finanziaria. La verità è che i
paesi ricchi hanno disertato l’appuntamento per evitare di rispondere sul
fastidioso problema del «debito umanitario»: 44 miliardi di dollari l’anno che
mancano per portare avanti la battaglia contro la fame e che la Fao reclama.
L'immagine che più inquadra il vertice Fao resta quindi quella della vigilia,
con Jacques Diouf, direttore generale dell'agenzia delle Nazioni Unite con il
cappello di lana in testa alla sua scrivania in sciopero della fame per
solidarietà con il miliardo di esseri umani che di mancanza di cibo sta
morendo. Un estremo appello, proprio di chi non ha più voce, a cui si è unito
il direttore generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon.
Moon: "«Oltre
17mila bambini moriranno oggi di fame: uno ogni cinque secondi, 6 milioni in un
anno». Lo ha fatto notare il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki
Moon, intervenendo al vertice Fao sulla sicurezza alimentare che si è aperto
stamattina a Roma. «Il mondo ha cibo più che sufficiente» ha osservato Ban, «e
nonostante questo oltre un miliardo di persone sono affamate. Questo è
inaccettabile».
Diouf: "Gli
impegni presi dagli otto grandi a L'Aquila per combattere contro la fame «sono
rimasti promesse». È quanto lamenta Jacques Diouf, direttore generale della
Fao, nel suo discorso di apertura del summit mondiale sulla sicurezza
alimentare. «Il cambio in politica registrato al G8 de L'Aquila dello scorso
luglio è un segno incoraggiante», ha detto Diouf, «ma queste sono ancora
promesse che devono concretizzarsi con finanziamenti per la realizzazione di
infrastrutture e la fornitura di strumenti ".
Napolitano: «E'
tempo di un rinnovato impegno da parte della comunità internazionale, specie
dei paesi più ricchi, per sconfiggere la povertà e per porre le basi di uno
sviluppo sostenibile e diffuso». E' il messaggio inviato dal presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano.
Berlusconi:
«Passare dalle parole ai fatti» e «decidere le date e le modalità » di impiego
dei 20 miliardi di dollari contro la povertà promessi al G8 dell'Aquila. E'
l'invito lanciato dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel corso
del suo breve intervento al vertice sulla sicurezza alimentare. «Vi dico solo
una cosa- spiega il premier- Diouf (il direttore generale della Fao, ndr) nello
scorso vertice aveva chiesto di passare dalle parole ai fatti e io ho fatto mio
quell'invito e ho messo al centro del G8 dell'Aquila i fatti: abbiamo così
messo a punto un programma per 20 miliardi di dollari nei prossimi tre
anni». Ora, esorta Berlusconi, è venuto il momento di «decidere le date
del versamento e le modalità» di impiego di quei soldi. seguendo una priorità
precisa: «aiutare soprattutto i piccoli produttori e aumentare la
produttività».
Papa Ratzinger:
"Il problema della fameè stato aggravato dalla crisi. Lo ha affermato il
Papa al Vertice Mondiale sull'alimentazione in corso alla Fao. «La Comunità
Internazionale - ha osservato nel suo discorso - sta affrontando in questi anni
una grave crisi economicofinanziaria. Le statistiche testimoniano la drammatica
crescita del numero di chi soffre la fame e a questo concorrono l'aumento dei
prezzi dei prodotti alimentari, la diminuzione delle disponibilità economiche
delle popolazioni più povere, il limitato accesso al mercato e al cibo».
Per vincere la
fame, bisogna impegnarsi «non solo a favorire la crescita economica equilibrata
e sostenibile e la stabilità politica, ma anche a ricercare nuovi parametri,
necessariamente etici e poi giuridici ed economici, in grado di ispirare
l'attività di cooperazione per costruire un rapporto paritario tra Paesi che si
trovano in un differente grado di sviluppo», ha sottolineato il Papa nel suo
intervento. Da qui ll'invocazione: «a ciò si orienti l'azione internazionale»
per «colmare il divario esistente» tra le Nazioni ma anche «favorire la
capacità di ogni Popolo di sentirsi protagonista, confermando così che la
fondamentale uguaglianza dei diversi Paesi affonda le sue radici nella comune
origine della famiglia umana, sorgente di quei principi della 'legge naturalè
chiamati ad ispirare scelte ed indirizzi di ordine politico, giuridico ed
economico nella vita internazionale». In proposito, Benedetto XVI ha
citato San Paolo che chideva ai primi cristiani di condividere i beni «non per
mettere in difficoltà voi e per sollevare gli altri, ma perchè vi sia
uguaglianza». L’U 16
Così il Muro nascose i morti del Salvador
Ignacio Ellacuría
non era mai solo, in Salvador. Intellettuale stellare, se per stella si intende
una luce che brilla in cielo, alto, bellissimo, il prete gesuita, spagnolo di
nascita e cittadino salvadoregno di adozione, non era solo nemmeno il giorno in
cui incontrò la morte. Venne ucciso insieme ad altri cinque gesuiti, tutti
insegnanti come lui, e due donne delle pulizie. Venti anni fa, esatti. Un
dramma passato inosservato, allora come oggi, perché avvenuto all’ombra dalla
più grande storia moderna dell’Occidente, la caduta del Muro di Berlino.
Fu un piccolo
mondo dunque quello che si accorse (e pianse) della morte di questo pugno di
«ordinari santi». Un piccolo mondo che però li ricorda ancora oggi.
Quando il gruppo
di uomini armati si presentò alle porte del campus della Uca, la Università
Centroamericana fondata dai gesuiti e guidata appunto da Ellacuría, nessuno
provò a resistere. Fuggirono tutti. Gli uomini armati appartenevano al
battaglione Atlacatl, the Yankee Battalion, il primo addestrato totalmente in
Usa e reimpiegato in Salvador nel 1981 agli ordini del colonnello Monterrosa.
Gente che aveva sulle mani ancora la polvere da sparo usata per alcuni dei più
terrificanti massacri di quella guerra civile che durava dalla fine degli Anni
Settanta, tra cui la cancellazione totale del villaggio di El Mozote. Nella
operazione alla Uca l’Atlacatl non trovò dunque difficoltà. I soldati entrarono
con sicurezza nelle stanze al pianterreno del rettore, lo trovarono con i suoi
colleghi professori e due signore delle pulizie, tutti stretti in difesa in un
angolo. Li trascinarono fuori, li misero distesi, e li uccisero con colpi di
mitra. Quella posizione a pancia in giù era il modus operandi, la firma
dell’Atlacatl.
Qualche ora dopo,
il sangue degli otto cadaveri era già secco. Il prato su cui riposavano era
rigoglioso. La struttura di cemento intorno, in cui aveva sede l’Università,
era coperta dal solito cielo limpido, fermo, azzurrissimo e indifferente del
Tropico. Ellacuría si distingueva per il pantalone e la camicia kaki, la lunga
capigliatura bianca, ora sporca di sangue.
Insieme alla gente
del Salvador, piansero davanti a quei cadaveri tanti giornalisti. I gesuiti,
Ellacuría, erano sempre stati la voce della civilità in un universo di dolore,
gli ospiti sempre pronti a fornire una bibita e una spiegazione. Indomiti,
senza paura. Senza di loro il Salvador e una guerra civile dominata da torture
e machete non avrebbero forse potuto essere raccontati. Ma il Muro di Berlino
cancellò nella sua immensità quelle povere morti, i «santi ordinari» come padre
Amando López, che si addormentava davanti alla tv la sera, e padre Juan Ramón
Moreno, conosciuto per la estrema noiosità del suo modo di parlare.
Non sfuggì però a
Noam Chomsky il valore di quella coincidenza e di quella dimenticanza. «I
dissidenti dell'Est Europeo erano stati appoggiati dagli Usa e dal Vaticano, a
differenza di ogni altro dissidente in altri posti nel mondo». La vittoria
contro i «comunisti» in Europa, divorò dunque e in qualche modo sembrò, a
posteriori, giustificare l’assenza di scandalo per le morti di alcuni padri
gesuiti sospetti di «comunismo», uccisi mentre Usa e Vaticano guardavano oltre
il Muro.
Forse, dunque, il
doppio anniversario, la caduta del Muro e quel delitto, vanno oggi riletti
insieme. Forse, davvero, fu quello il momento in cui il mondo occidentale
cominciò a guardare negli occhi un nemico ben più elusivo e feroce del
comunismo in tutte le sue declinazioni. Nel 1990 l’invasione del Kuwait da
parte dell’Iraq, apriva la strada a un nuovo conflitto mondiale e a una inedita
guerra di religione e di civiltà che avrebbe fatto sembrare antiche tutte le
altre guerre ideologiche.
Non dobbiamo
dunque, forse, sentirci colpevoli per aver perso di vista quell’America Latina
a cui l’Europa dagli Anni Sessanta agli Ottanta dedicò tanta attenzione. Ma in
questo anniversario di venti anni, val la pena di cominciare a gettarci un
nuovo sguardo.
Il Salvador, dolce
Paese di vulcani e colline, venti anni dopo è in preda a una sorta di nemesi
storica. I figli di tutti quei campesinos che fuggirono allora la loro terra
per andare a crearsi una vita in Usa, sono tornati nel loro Paese e figli della
guerra quali sono, hanno creato oggi in Salvador un nuovo inferno. Su circa
sette milioni di abitanti le bande criminali contano almeno 30 mila membri.
Maras si chiamano, queste street gang che hanno importato la violenza del
ghetto di Los Angeles in Centroamerica. 53,3 uccisioni per ogni centomila
abitanti. Le estorsioni, gli stupri, gli incendi, i furti non si contano. Oggi
il Salvador è al decimo posto fra i Paesi più pericolosi nel mondo.
L’ultima vittima
vicina a noi, noi italiani, si chiama William Quijano, ammazzato mentre usciva
di casa. Aveva 21 anni, studiava e lavorava come volontario della Comunità di
Sant Egidio. Una collaborazione con uomini di religione, che oggi, come venti
anni fa, merita ancora una condanna a morte.
LS 17
Clima. L'ipocrisia si consuma nei mari del Sud
Sul clima Obama
consiglia ai leader del mondo di non permettere che il «meglio sia nemico del
bene»
La Grande
Ipocrisia sul clima si consuma nei Mari del Sud. Di fronte alla proposta danese
di applicare la lezione di Tacito al vertice di Copenaghen, facendone un
deserto e chiamandolo pace, Barack Obama si vuole saggio e consiglia ai leader
del mondo di non permettere che il «meglio sia nemico del bene». Il bene sarà
dunque un ossimoro, un accordo senza accordo, il preambolo politico che lascia
però aperto l’esercizio sulla riduzione dei gas serra, affidando ai futuri
negoziati i troppi nodi irrisolti.
Aveva altre
scelte, il presidente americano? Nove anni dopo la fine dell’Amministrazione
Clinton, Obama si ritrova prigioniero di un rovello simile a quello che
paralizzò Al Gore. Grande patron dell’Accordo di Kyoto, il vice-presidente
dovette arrendersi alla realtà dei rapporti di forza dentro il Congresso. E il
Trattato non fu mai neppure portato all’esame di Capitol Hill. Anche Obama si è
proclamato paladino della salvezza del pianeta. E anche Obama ha un problema
con il Senato, che punta i piedi sulla legge per l’energia e il clima, già
votata dalla Camera dei Rappresentanti. Ma a differenza di allora, si tratta di
un Senato democratico. Che ha i numeri, ma non la volontà politica di andare
contro le lobby e adottare limiti molto severi alle emissioni nocive. Con tutte
le sue energie politiche e intellettuali risucchiate dalla battaglia sulla
riforma sanitaria, il presidente del cambiamento non ha saputo o voluto
dedicare la necessaria attenzione a quello del clima. Così, a Singapore, Barack
Obama ha praticamente accettato senza fiatare un brutto compromesso, che però
gli torna molto utile: dà infatti un po’ di tempo alla sua Amministrazione per
cercare di mettersi alle spalle la Sanità e quindi lavorare sul fronte
climatico per convincere i troppi senatori riluttanti. Non ha molto tempo però,
al massimo i primi mesi del 2010, poi si entrerà nel cono d’ombra delle
elezioni di Midterm e il Congresso avrà ben altro a cui pensare.
Ma la scelta di
Obama di non battersi e non «guidare» ha molti risvolti negativi. Offre per
esempio un altro grasso alibi alla Cina, grande inquinatrice e grandissima
forza frenante dell’intesa sul clima: ieri nel breakfast che ha portato
all’intesa, il presidente Hu Jintao si è profuso in un’altra lezione ai Paesi
più ricchi, sollecitandoli ad accettare tagli più profondi alle proprie
emissioni. L’altro rischio che Obama corre è di incrinare il proprio prestigio
e la propria autorità morale su un tema che è tra le insegne della sua
presidenza. Intanto perché la versione della legge in discussione al Senato è
lungi dall’offrire al mondo quell’esempio che molte nazioni in via di sviluppo
invocano dagli Stati Uniti: prevede infatti una modesta riduzione del 20% sotto
i livelli del 2005 entro il 2020. Meno di quanto proposto dalla Camera. E
soprattutto molto meno del 25-40% rispetto al 1990 (sempre entro il 2020)
indicato dalle Nazioni Unite. Non ultimo, la proposta danese suggerisce anche
di fissare una data finale per la conclusione della seconda parte negoziale. Se
poi dovesse passare anche quella, senza che l’America abbia una decente legge
sul clima, chi crederebbe più al sogno ecologico di Obama? Paolo Valentino CdS 16
Ambiente. Dalle promesse alla realtà
"Avrebbe
potuto prendere il toro dell'inquinamento globale per le corna a Copenaghen e
invece lo ha scansato" fremono contro Obama gli ambientalisti del Wwf,
aggiunti da ieri alla sempre più lunga lista internazionale dei delusi dal
carismatico "profeta del cambiamento" che in 10 mesi di presidenza
sembra avere cambiato poco.
La sua rinuncia a
fare del vertice Onu in Danimarca sull'ambiente, in dicembre, la affermazione
definitiva del nuovo corso americano sul clima, e la notizia che il presidente
oggi occupato a parlare di vile moneta e di mercati con i cinesi, neppure si
scomoderà a parteciparvi visto che nessun trattato concreto ne uscirà oltre i
soliti "impegni politici" sta seminando lo sconforto tra coloro che
avevano visto in lui l'attore di quella svolta ambientalista che George Bush
aveva scaricato. Se non è proprio lo sprezzante rifiuto del primo accordo di
Kyoto che George "W" aveva pronunciato morto nel 2001 per rassicurare
subito i poteri economici e industriali americani che lo avevano appoggiato,
l'ammissione che anche questo nuovo tentativo di affrontare appunto "per
le corna" il toro del degrado ambientale planetario è stato accantonato,
sembra la "piccola Kyoto" di Barack Hussein Obama.
Ma una differenza
fondamentale, anche se ancora non tradotta in azione politica e diplomatica
internazionale, fra la ritirata di Kyoto ordinata da Bush e il "time
out" di Copenhagen voluto da Obama esiste e può consolare i delusi del Wwf
e gli ambientalisti che si attendevano dalla Danimarca molto più di un
"accordo politico vincolante" come lo ha chiamato il premier danese
Rasmussen, dove il sostantivo, "politico", svuota l'aggettivo
"vincolante". Il Bush dei primi quattro anni era ideologicamente
scettico, se non proprio indifferente, all'ambientalismo, alla globalizzazione
della risposta, alla cultura dell'"effetto serra" e del
surriscaldamento della Terra provocato dall'attività umana che lui, e i suoi
suggeritori politici, consideravano, appunto, come un'ideologia, non a caso
incarnata dal rivale che aveva (forse) sconfitto alle elezioni del 2000, Al
Gore.
Il problema, e
l'atteggiamento di Obama, è tutt'altro. Ha la stessa radice di tutte le
"delusioni" che la sua politica su Guantanamo, le guerre in Iraq e in
Afghanistan, la sfida del terrorismo transnazionale, la riforma della sanità,
le grandi questioni etiche e pratiche come l'aborto, le unioni fra persone
dello stesso sesso, i "gay" nelle forze armate, stanno sollevando nel
"movimento" che lo proiettò alla Casa Bianca. Obama vorrebbe, ma non
riesce.
Bush non voleva e
riuscì a non fare, che è sempre cosa assai più facile.
Il presidente in
carica sta, giorno dopo giorno, scoprendo, o ammettendo dopo la scintillante
retorica della sua campagna elettorale, quello che tutti i suoi predecessori
avevano scoperto, che cioè tra il promettere e il mantenere esiste, anche per
la persona che si definisce come "la più potente" del mondo, un
abisso. E che questo abisso pratico appare tanto più largo e profondo quanto
più grandi erano le speranze suscitate e le promesse fatte. Si può essere, come
non abbiamo ragione di dubitare che lui sia, convinti ambientalisti, ma questa
convinzione non si traduce necessariamente in un trattato che imponga - come
Copenhagen, molto più del vago accordo di Kyoto avrebbero fatto - alle nazioni
sviluppate, alle nuove potenze emergenti come India, Cina o Brasile, all'Africa
che insegue arrancando, alla parte dell'Asia ancora arretrata, di rispettare
meccanismi severi e minuziosi di comportamento.
Si può, e
sicuramente lui lo vorrebbe, cercare di ripulire le stalle di Guantanamo, di
chiudere l'insensatezza irakena, di trovare la chiave del rompicapo afghano, di
dare una copertura sanitaria agli esclusi per censo o per cattiva salute. Ma il
"toro" delle opposizioni, degli interessi contrari, degli
opportunismi politici, diciamo pure della realtà, non si lascia infilzare
facilmente.
Dalla radicalità
delle parole alla vischiosità delle cose sta il passaggio che Obama non riesce
ancora a compiere, non essendo comunque lui mai stato quel rivoluzionario che
soltanto la propaganda avversaria, e le farneticazione tele e radiofoniche di
chi lo detesta anche per il colore della pelle senza naturalmente mai
ammetterlo, dipingevano. Per questo, come nel caso della "rivoluzione
ambientale" interrotta con la rinuncia, per ora, al trattato di Copenhagen
che non sarà abbandonato ma ripreso e spinto da lui, Obama tergiversa, negozia,
media, attende, scansa il toro, nella speranza di fiaccarlo. Purtroppo per lui,
il tempo passa, le amarezze aumentano, nuove elezioni incombono e il torero
rischia di restare solo nell'arena delle delusioni. VITTORIO ZUCCONI LR 16
Europa-Turchia, la crisi dell'eterno fidanzamento
Sono passati
esattamente 22 anni da quando la Turchia ha presentato la prima domanda per entrare
in Europa. A quel tempo non si chiamava ancora Unione Europea ma, più
modestamente, Comunità Economica: ma era, comunque, l'Europa. Milioni di
bambini turchi hanno avuto tempo di nascere e crescere, di andare a scuola e
all'università e di entrare nel mondo del lavoro avendo davanti agli occhi la
prospettiva che la domanda di adesione del loro Paese sarebbe stata accolta e
sarebbero diventati anch'essi cittadini europei.
L'Europa, per
parte sua, non ha mai detto di no. Come quelle dame che, senza accettarli
apertamente, non respingono i corteggiamenti di un esotico giovanotto, l'Europa
ha solo fatto capire che la strada sarebbe stata lunga. Bruxelles ha infatti
indicato un processo di riforme strutturali necessarie ad adeguare le
istituzioni turche ai canoni europei, sia sul piano economico e finanziario sia
su quello delle libertà civili. Durante questa lunga attesa, come sempre
succede, si sono confrontate visioni politiche e interessi molto diversi.
Dapprima furono i greci a frenare, per sentimenti storici di ostilità e per
meglio negoziare un contenzioso greco-turco sulle piattaforme continentali
nell'intrico geografico dell'Egeo. Poi si è puntato il dito sull'annoso
problema della presenza turca a Cipro. Poi, via via che l'Europa occidentale era
oggetto di un flusso crescente di immigrati è nata, prima in Germania e poi
altrove, la preoccupazione di quello che una estensione della libera
circolazione avrebbe potuto significare, data la mole della Turchia, per gli
equilibri etnici e linguistici delle rispettive popolazioni. Su tutto ha
gravato poi la disposizione costituzionale francese, seppur modificata, che
l'ingresso di nuovi membri nell’Unione Europea sia sottoposto a un referendum
nazionale.
Sul fronte opposto
si è addotta la portata storica dell’inclusione in Europa di una grande
democrazia islamica e di una cultura che ha condiviso con l'Europa secoli di
storia. La Turchia, si è detto, costituirebbe un ponte tra l'Oriente e
l'Occidente, sarebbe l’espressione stessa di una volontà di dialogo e di
collaborazione con altre civiltà e con quella islamica in particolare. In
questo incrocio di interessi contrapposti, Bruxelles ha recentemente proposto
alla Turchia, non già l'adesione ma un rapporto privilegiato con l'Europa, i
cui contenuti, però, rimangono abbastanza oscuri.
Tutto lascerebbe
dunque pensare a una schermaglia destinata a durare all'infinito, se non si
intravedesse qualche segno che i primi a stancarsene potrebbero essere proprio
i turchi. La Turchia di oggi è molto più robusta economicamente e socialmente
di quella di vent’anni fa. Con la crescita civile si è però anche attenuato lo
stampo rigidamente secolare che Atatürk impose quasi un secolo fa al Paese e di
cui l'esercito è stato finora il primo garante. Attraverso il voto popolare, la
crescita dell'Islam si è ripercossa nella vita politica. Ora vi sono segni che
essa possa tradursi anche in inaspettati sviluppi di politica estera. Già a
Davos, l'estate scorsa, si ebbe tra il presidente israeliano Peres e il premier
turco Erdogan uno scontro plateale che stupì tutti coloro che ricordavano i
rapporti eccellenti intercorsi tra i due Paesi negli ultimi decenni. Le
congratulazioni di Erdogan all'iraniano Ahmadinejad dopo la sua discutibile
elezione di agosto e un suo caloroso recente viaggio a Teheran fanno pensare a
una accresciuta attenzione della Turchia ai suoi vicini orientali e forse
all’ambizione di assumere una maggiore autonomia di azione nell’intera regione.
Le relazioni che
durano troppo a lungo raramente finiscono con delle nozze e quelle che la
Turchia sognava un tempo non faranno probabilmente eccezione. Il fatto che
Obama non manchi occasione per auspicarle, non basta: forse produce, anzi,
l'effetto opposto. Nel mondo multipolare di oggi, popolato di nuovi protagonisti
soprattutto a Oriente, la dinamica Turchia di Erdogan e del suo combattivo
ministro degli Esteri può permettersi di pensare a delle alternative ad
un'Europa che ha dimostrato di aver poca fiducia in lei. E forse anche in se
stessa. BORIS BIANCHERI LS 17
Vivere questo
inizio di terzo millennio con normalità è operazione
complicata. La
generazione dei quarantenni, alla quale chi scrive
appartiene, è
sempre meno cosciente della realtà; infatti, nella stragrande
maggioranza dei
casi polemizza e/o concorda sulle questioni in chiave
"partisan",
sostanzialmente incapace di progetto. Non sto generalizzando,
sia chiaro.
Manca la capacità
di pensare e di agire in senso "complesso", manca la
voglia di
accogliere e di vincere la sfida della complessità. Anche la
parola complessità
rischia di essere vuota se, tutti insieme, non la
riempiamo di
significati e di contenuti. La complessità è la vita e, come la
vita, va vissuta
pienamente.
Propongo di
cominciare con il concetto di crisi. Crediamo, come scritto più
volte nelle pagine
di Associazione progetto Strategie, che sia un errore
parlare di crisi
economico-finanziaria; stiamo vivendo, infatti, una crisi
dell'unità della
convivenza umana che ha avuto ed ha conseguenze negative (e
devastanti) in
ambito economico-finanziario (dove, anche, si è privilegiato
il breve ed il
brevissimo termine in luogo del prezioso orizzonte del bene
comune).
I quanrantenni,
generazione di mezzo che rischia di scomparire fra la
competizione dei
più giovani e l'esperienza dei più anziani, deve lavorare
profondamente sul
presente in chiave di costruzione del futuro,
capitalizzando
l'esperienza che ci è stata trasmessa.
Abbiamo riflettuto
poco e ci siamo lasciati convincere, colpevolmente, che
la distruzione
dell'unità della convivenza fosse il prezzo giusto da pagare
per un benessere
rivelatosi effimero. Ritorniamo a studiare, velocemente,
per ricostruire
l'agire complesso, il vivere insieme. È nostra
responsabilità,
nell'interesse nostro e - primariamente - di chi verrà dopo
di noi.
Associazione progetto Strategie, http://www.ipstrategie.it (de.it.press)
Mr. Pesc, Frattini bacchetta Brunetta. "Nome di D'Alema interesse
nazionale"
Il titolare della
Farnesina definisce "opinioni personali" quelle del ministro della
Funzione Pubblica - "Dai colleghi degli Esteri del Ppe nessuna opposizione
alla sua candidatura" - Il 19 novembre a Bruxelles il vertice per decidere
le nomine
BRUXELLES - Il
sostegno alla candidatura di Massimo D'Alema a rappresentante europeo della
politica estera (o mister Pesc) "è nell'interesse nazionale"
dell'Italia. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, affermando
che le opinioni del ministro Renato Brunetta "sono personali". Il
ministro della Funzione Pubblica si era detto contrario alla proposta del nome
del "pur competente" ex ministro degli Esteri, perché D'Alema
"non è ancora diventato socialdemocratico".
La presidenza
della Ue, in questo semestre spettante alla Svezia, ha fissato per il 19
novembre il vertice straordinario in cui scegliere il presidente del Consiglio
europeo, l'Alto rappresentante per la politica estera e il Segretario generale
del Consiglio. Frattini ha confermato il sostegno del governo italiano alla
candidatura di D'Alema. "L'unità del governo è espressa dal presidente del
Consiglio e dal ministro degli Esteri e non ci sono dubbi che c'è", ha
detto il ministro. Quindi ha ribadito che quelle espresse da Brunetta
"sono opinioni personali che sono tutte rispettabili. L'interesse
nazionale del Paese è però di sostenere D'Alema".
Il capo della
Farnesina, che ha coordinato oggi per la prima volta il vertice dei ministri
degli Esteri del Ppe, riuniti a Bruxelles per fare il punto sulle nomine europee,
ha poi riferito che i colleghi non hanno sollevato obiezioni sul nome
dell'esponente del Pd. "Anche il collega polacco ha confermato che su
D'Alema non c'è alcuna questione personale - ha aggiunto, - nessun altro ha
posto problemi".
Frattini ha detto
che "al momento rimane l'accordo tra Socialisti e popolari europei per la
spartizione delle cariche" anche se, ha aggiunto "tutto è possibile,
anche invertire" le cariche (ai socialisti la presidenza del Consiglio Ue
e ai popolari l'Alto rappresentate della Politica estera, mentre al momento
l'accordo informale prevede esattamente il contrario). Il ministro italiano ha
aggiunto che "il ritiro definitivo" dalla corsa alla candidatura del
ministro degli Esteri britannico David Miliband "restringe molto la
scelta". Del resto, ha concluso, "i socialisti europei hanno indicato
solo D'Alema. Naturalmente bisognerà vedere che cosa decideranno i
premier".
La soluzione del
rebus, ha aggiunto Frattini, "è in mano alla presidenza di turno svedese
dell'Ue; dipende molto dalle persone". Tuttavia a pochi giorni dal vertice
a Bruxelles in cui si decideranno le nomine, il ministro degli Esteri svedese
Carl Bildt ha detto che la presidenza di turno sta ancora cercando un consenso
sui candidati per le due nuove poltrone previste dal Trattato di Lisbona.
"Siamo a lunedì. Mancano tre giorni - ha detto ai giornalisti riferendosi
alla cena di lavoro che avrà luogo il 19 novembre proprio sulla questione delle
due nuove nomine - E' tanto tempo. Tre giorni in politica si avvicinano
all'eternità".
Il premier belga
Herman Van Rompuy è il favorito per la presidenza. Altri possibili candidati
sono il premier olandese Jan Peter Balkenende, il lussemburghese Jean-Claude
Juncker e l'ex presidente lettone Vaira Vike-Freiberga. LR 16
Acqua ai privati, il governo mette la fiducia.
Linea dura
sull’acqua ai privati. Anche se la Lega mastica amaro. Questa la linea di
governo e maggioranza sul decreto Ronchi, che contiene la privatizzazione dei
servizi pubblici locali (rifiuti, acqua, trasporto urbano). Come molti avevano
previsto il governo ha posto la questione di fiducia. Una blindatura inutile e
dannosa, per un provvedimento molto osteggiato e che metterà a rischio
l’accesso di tutti i cittadini a prezzi sostenibili a una risorsa essenziale
come l’acqua.
OPPOSIZIONE - «Chiediamo
di stralciare l’intero articolo 15, che riguarda tutti i servizi locali -
spiega Marco Causi del Pd - Ma il vero nodo riguarda proprio il servizio
idrico. Stiamo ricevendo migliaia di mail di cittadini preoccupati.
Specialmente a nord, dove esistono molte comunità che godono di un servizio
pubblico ben funzionante ». Eppure il Carroccio resta silente. Nonè intervenuto
nelle sedute in Commissione, e difficilmente parlerà in Aula. Anche se nei corridoi
i mugugni nordisti lasciano intendere che questo è solo l’inizio della partita.
Ci sarà un voto molto «simbolico», da rivendersi nelle stanze confindustriali,
ma poi si lavorerà a smontare la riforma nei due anni successivi. L’intera
operazione per la messa in vendita dei servizi, infatti, partirà dal 2011.
Proprio questa data indicata nel testo fa da cardine per la pregiudiziale di
costituzionalità presentata dal Pd. Non c’è necessità e urgenza, dunque non si
comprende l’utilizzo del decreto.
I Democratici
hanno anche presentato una proposta di stralcio di tutto il capitolo servizi
locali, e un’altra di soppressione. «Faremo un’opposizione dura e intransigente
- spiega la vicecapogruppo Marina Sereni - È inaccettabile che il governo in
modo frettoloso e pasticciato affronti un tema complesso e articolato come
quello delle risorse idriche e dei servizi pubblici locali in un decreto che si
occupa di infrazioni rispetto alle normative comunitarie». Insomma,
l’opposizione è pronta alle barricate: sulla stessa linea del Pd si schiera
anche l’Idv. Il ministro Andrea Ronchi si difende. «Non si tratta, come è stato
detto, di una privatizzazione selvaggia, ma progressiva con l'ingresso di
privati maanche con precisi paletti», dichiara. In realtà i «paletti» lasciano
ampio margine ai privati per avviare lucrosi business sul cosiddetto oro blu.
Le disposizioni, infatti, prevedono che per le ex municipalizzate già quotate
(un esempio per tutti la romana Acea, in cui il pubblico detiene il
51%)l’azionista pubblico scenda prima al 40% entro il 2013 e poi al 30% entro
il 2015. Non è obbligatoria un’offerta pubblica sul mercato: la quota si può
cedere anche a trattativa privata. Le nuove norme avrannounimpatto diverso
nella geografia frastagliata del nostro Paese. In Puglia, dove la Regione è
azionista unico del gigante Acquedotto Pugliese, le novità equivalgono a un
terremoto. Tanto che la giunta barese ha già avviato la contraerea, con la
minaccia di ricorso alla Corte Costituzionale. In Sicilia, invece, i privati già
controllano gran parte del mercato, mentre in Calabria il colosso francese
Veolia ha il 47% dell’utility locale. Ma da molte Regioni del centro-nord si
moltiplicano appelli perché il governo si fermi.
dBianca Di Giovanni
L’U 17
Nuovo «alt» di Fini: la maggioranza non può cambiare le regole a piacimento
Intervento in
Consiglio comunale a Prato: «Immigrati, non vi può essere integrazione se non
c'è la legalità»
MILANO - La
maggioranza, anche se al governo, non può riscrivere le regole a proprio
piacimento. Da Gianfranco Fini arriva una nuova indicazione ad uso e consumo
dei colleghi del Pdl. «Sarebbe certamente un momento difficile per il nostro
Paese quello in cui dovesse affermarsi il principio che in una democrazia
dell'alternanza ogni maggioranza modifica a proprio piacimento quelle che sono
le regole del vivere civile, le regole che devono impegnare tutti gli italiani
- ha detto durante un intervento alla seduta straordinaria del Consiglio
comunale di Prato, in occasione dei 720 anni della realizzazione della sala
consiliare -. Riscrivere le regole deve necessariamente comportare l'impegno
per una riscrittura che sia quanto più possibile condivisa. Perché le regole
riguardano tutti, perché le istituzioni della Repubblica sono le istituzioni di
ogni italiano». Secondo il presidente della Camera «è proprio la nostra
Costituzione a indicare con chiarezza le modalità attraverso le quali è
possibile modificare la Costituzione. È certamente possibile farlo avvalendosi
di maggioranze ordinarie, ma in quel caso si è sottoposti all'assenso
dell'unico soggetto che in una democrazia è sovrano: il corpo elettorale».
IMMIGRAZIONE E
LEGALITA' - Il presidente della Camera ha poi affrontato il tema
dell'immigrazione, sottolineando che «non ci può essere integrazione senza
legalità». «Ci si integra solo se si è disposti a vivere in condizioni di
rispetto della legalità. Se è doveroso da parte dell'Italia rispettare la
cultura d'origine e le identità delle donne e degli uomini che vengono a
partecipare con il loro lavoro alla crescita della nostra società, dobbiamo
anche chiedere loro di rispettare le nostre leggi, parlare la nostra lingua,
mandare i figli nelle nostre scuole, far proprio il valore della dignità della
persona che è alla base della nostra cultura - ha sottolineato -. Non si
possono reclamare solo diritti senza essere pronti ad adempiere ad altrettanti
precisi doveri». Davanti al Comune un piccolo gruppo di leghisti ha atteso il
presidente della Camera, con indosso magliette nere con scritto «No al voto agli
immigrati» e «Ora di Islam a scuola, no grazie». Fini si è fermato brevemente
per uno scambio di battute con i manifestanti affermando che «sul tema la
pensiamo in maniera diversa». La contestazione, pacifica, si è conclusa poco
dopo. CdS 16
Il valore dell’unità. La missione più alta della politica
IL PRESIDENTE
della Repubblica a Napoli ha avuto modo, nelle tre occasioni della laurea
honoris causa conferitagli dalla Università Orientale, della commemorazione del
genio matematico di Renato Caccioppoli all’Accademia Pontaniana, e della
celebrazione del centenario della nascita di Maurizio Valenzi nella sala dei
Baroni del Maschio Angioino, di lasciare un messaggio, che gli affollati e
diversi auditori hanno pensosamente ascoltato, visibilmente mostrando di averne
compreso lo spirito. Napolitano, da sempre attento ad ogni progresso, e più
ansiosamente ad ogni battuta d’arresto del cammino europeo, ha ribadito con
energia che, dopo il completamento delle ratifiche del Trattato di Lisbona,
l’Unione deve darsi gli organi che le possono finalmente dare quella unità di
soggetto politico-costituzionale, in grado di imporla da pari a pari tra le
grandi potenze che i processi di globalizzazione rendono responsabili delle
sorti del mondo. Nessuno dei passi compiuti, dalla piccola Europa dei Sei alla
grande attuale dei ventisette, può dirsi con il senno di poi sbagliato. Anche
quando le grandi speranze o utopie federalistiche degli Stati Uniti d’Europa
sono andate deluse, o caduta nel momento in cui stava per essere varata la
compatta Comunità Europea di Difesa, l’ideale europeistico continuò a vivere
per l’altra strada delle Comunità del Carbone e dell’Acciaio, dell’Euratomo,
del Mercato Comune, dell’area della moneta Unica, fino all’Unione. Il frutto
maggiore? Sessant’anni di pace tra Paesi che si erano per secoli dilaniati in
guerre cruente, al punto di lasciar definire quella europea civiltà bellica,
insegnando ai popoli di tutto il pianeta la scienza della guerra come segno
della superiorità europea. Ma la pace, come assenza della guerra non basta per
l’unità sovranazionale europea. È un’unità che deve farsi dall’alto e dal
basso, dalle istituzioni e dai cittadini, con l’economia e con la cultura, deve
essere morale e spirituale. L’Europa deve contribuire a spegnere le cause di
conflitto dovunque nel mondo e insegnare al mondo le vie della pace, facendo
dimenticare i secoli in cui gli Stati europei, nell’età delle scoperte
geografiche e dell’espansione dei commerci e poi delle conquiste coloniali e
infine con i due conflitti mondiali, hanno mostrato di sé una immagine opposta
a quella delle loro filosofie e della loro religione.
Dunque occorre
rinvigorire una politica per l’unità degli europei in funzione di una più
generale unità dei popoli e degli Stati del mondo, in vista di una storica e
non utopica pace universale. A maggiore e più immediata ragione la politica
deve essere ispirata ad una missione di unità e di pacificazione in ogni
singola nazione. L’Italia è in prima fila nel presentare l’attesa di una
politica che non divida i cittadini, ma li guidi al confronto e alla
competizione democratica, nel rispetto reciproco delle idee e della umanità
delle persone. La democrazia non in stato di scontro, ma di incontro, puo’
condurci ad un migliore avvenire. E l’Unità d’Italia, quella che sta nel cuore
dei cittadini e non soltanto negli assetti delle istituzioni, deve essere uno
dei fini ineludibili di una politica consapevole della sua missione
unificatrice e pacificatrice.
Ricordando
Valenzi, Gianni Letta ha denunciato la sua carente legittimazione, non essendo
napoletano. Gli ha replicato Napolitano, che anche Benedetto Croce era come lui
abruzzese e tuttavia è un simbolo di Napoli. Così come il tunisino Valenzi è
stato il più napoletano dei sindaci di Napoli, impiegando una appassionata
lotta di parte per rappresentare tutti i napoletani e non una parte. Anche qui
una politica che compie la sua missione di unità e di pace. Fuori di questa
missione, la politica usurpa il suo nome. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA IM 16
Fiducia: il premier al 45%, governo giù. L'effetto Bersani fa decollare il
Pd
Il sondaggio di
Ipr Marketing per Repubblica.it conferma il trend negativo
per il governo.
L'esecutivo perde due punti e scende al 40 per cento
Il Partito
democratico guadagna 4 punti percentuali e si attesta al 41%
Tra i ministri
Renato Brunetta strappa il terzo posto a Giulio Tremonti
di GIUSI SPICA
ROMA - Silvio
Berlusconi frena la caduta anche se resta ai minimi storici, ma il suo governo
ricomincia a precipitare. L'effetto Bersani fa volare il Pd. Il sondaggio di
Ipr Marketing per Repubblica.it sulla fiducia mostra, per il mese in corso, un
quadro solo parzialmente in movimento: il premier è fermo al 45% di ottobre,
mentre il suo governo perde altri 2 punti e arriva al 40%: un dato al di sotto
del quale c'è il baratro. Decolla, invece, il Partito democratico, che incassa
un 4% in più. Tra i ministri, a contendersi i primi due posti rimangono Maroni
e Sacconi, ma Brunetta guadagna terreno.
Il premier e il
governo. I nuovi dati confermano il trend non positivo del presidente del
Consiglio. Berlusconi, che aveva perso 11 punti negli ultimi quattro
rilevamenti e riesce a frenare la caduta, ma resta al suo minimo: rispetto allo
stesso periodo dello scorso anno, la fiducia degli italiani nei suoi confronti
è scesa di ben 13 punti. Il 45% delle persone intervistate da Ipr Marketing si
dichiara infatti molto o abbastanza "fiducioso" in lui, contro un 51%
che dice di avere poca o addirittura nessuna fiducia. Solo il 4% non sa rispondere
alla domanda. Le difficoltà di Silvio Berlusconi non aiutano il suo governo
che, a novembre, perde due punti percentuali: la fiducia nell'esecutivo scende
al 40%, contro il 42% di ottobre. Molto lontano dal 50% del novembre scorso.
Una parabola discendente iniziata a gennaio di quest'anno.
I partiti. Tra i
partiti, festeggia il Pd. L'effetto Bersani fa schizzare al 41% la fiducia
degli italiani nei confronti del partito. Segnando così un'impennata del 4%
rispetto allo scorso mese, quando ancora c'era attesa per le primarie. I
democratici hanno recuperato 14 punti dal disastroso 27% di gennaio. Bene anche
l'Udc, che guadagna due punti, fermandosi al 38%. Crescita zero per il Pdl,
inchiodato al 44% come lo scorso mese e con ben 6 punti in meno rispetto a
maggio. Avanzano, di un solo punto, Italia dei valori e Lega, che si attestano
rispettivamente al 41% e al 31%.
I ministri. In
testa alla hit dei ministri che "ispirano" più fiducia il
"titolare" degli Interni Roberto Maroni, che conferma il 62% di
ottobre. Quanto basta per scavalcare Maurizio Sacconi, che perde due punti e si
piazza al secondo posto dopo aver detenuto da maggio la "palma della
vittoria". New-entry nel podio dei più apprezzati Renato Brunetta, che
guadagna 3 punti in più e con il suo 60% strappa a Tremonti il terzo posto.
Decisamente male, invece, Umberto Bossi e Michela Brambilla, giù di due punti.
Criticata da studenti e ricercatori, il ministro dell'Istruzione Mariastella
Gelmini non sembra però perdere "popolarità": sale al 42% la fiducia
nei suoi confronti, 2 punti in più rispetto allo scorso mese. Attestato di
solidarietà anche per Giorgia Meloni, recentemente presa di mira da un libro di
vignette satiriche che ha suscitato reazioni bipartisan. Il ministro delle
Politiche giovanili viene infatti "premiata" con un +2% e si ferma al
37%. LR 17
Così nasce una protesta dal basso
Complice il
notevole interesse che il «No Berlusconi Day» ha suscitato nell’opinione
pubblica e il conseguente dibattito politico sull’opportunità di andarvi o
meno, la pagina su Facebook dedicata alla manifestazione del 5 dicembre vede i
suoi fan aumentare al ritmo di diverse migliaia al giorno. In questo momento
sono 275mila, ma con ogni probabilità quando questo articolo sarà stampato e
diffuso nelle edicole del paese, il numero degli aderenti avrà superato quota
280mila – l’esempio lampante, potremmo dire, delle difficoltà che i mezzi di
comunicazione tradizionali incontrano nel raccontare fenomeni e movimenti le
cui evoluzioni avvengono ora dopo ora.
L’altra
caratteristica che rende atipica questa manifestazione è rappresentata da una
questione centrale in ogni mobilitazione di queste dimensioni:
l’organizzazione, la logistica. A lungo i soggetti tradizionalmente preposti
alla rappresentanza dei cittadini – i partiti politici, i sindacati, le
associazioni – hanno avuto il monopolio di questo genere di abilità. Spostare
migliaia di persone lungo tutto il territorio nazionale, stipulare convenzioni
per avere treni a prezzo speciale, muovere centinaia di pullman da tutta
l’Italia: attività imprescindibili per l’organizzazione di una manifestazione
degna di questo nome, oggi non richiedono più la presenza di una struttura
collaudata alle spalle. Se in passato erano i partiti e le associazioni a mettere
le persone in contatto, permettendo loro di trovarsi e mettendo a loro
disposizione risorse economiche e logistiche solide e collaudate, da tempo
ormai internet permette di svolgere questa funzione con grande efficienza e
funzionalità. Basta scorrere le pagine locali su Facebook dedicate al «No
Berlusconi Day» per rendersi conto di come prende forma una manifestazione dal
basso: trovare le persone necessarie per riempire un pullman è un gioco da
ragazzi, così come non è più un problema cercare la persona giusta per svolgere
questo o quel lavoro. Qualcuno ha bisogno di disegnare un banner, lo scrive in
bacheca e in un baleno arriva il grafico. Lo stesso accade per trovare le
persone per scegliere la società dai prezzi più convenienti, o la tipografia a
cui far stampare i volantini. Saltano le mediazioni, cambia il peso del tempo e
dello spazio nelle relazioni.
Non si tratta di
una completa novità. La storia degli ultimi anni racconta già di mobilitazioni
nate sulla rete che hanno sortito effetti particolarmente incisivi, dalle
cosiddette «Twitter revolution», a cominciare da quella iraniana, al ruolo
della rete nel percorso che ha portato Barack Obama alla Casa Bianca. Sarebbe
un grave errore però pensare che questa trasformazione dei meccanismi di
mediazione sia destinata a portare solo conseguenze benefiche al dibattito
pubblico. La crisi dei principali interpreti e rappresentanti degli interessi
dei cittadini, dai partiti ai sindacati, comporta diversi rischi: annulla la
complessità delle cose e dei problemi (il nome di questa manifestazione ne è
esempio), rafforza le posizioni più estreme e spiana la strada a demagogie e
populismi più di quanto non accadesse un tempo. La palla, in questo senso, è
destinata a tornare nel campo dei soggetti che hanno dominato il Novecento: i
partiti, i sindacati, i giornali. Se questi non saranno capaci di cambiare, di
farsi venire delle idee e scoprire nuove strade per rinnovare la loro missione,
saranno inevitabilmente travolti. E non è detto che sarebbe una buona notizia.
Francesco Costa L’U
17
Il “No B. Day” del 5 dicembre. Di Pietro e Pd divisi sulla piazza
Bersani conferma
il no alla manifestazione del 5 dicembre: «Non accettiamo lezioni»
ROMA - Una
manifestazione nazionale, a Roma, per chiedere le dimissioni del presidente del
Consiglio, Silvio Berlusconi. L'hanno indetta i promotori del comitato «No
Berlusconi Day», un'organizzazione nata dall'iniziativa portata avanti via
Facebook da un gruppo di blogger e che ora l'Italia dei valori di Antonio Di
Pietro ha deciso di rilanciare. Aprendo un fronte polemico con il Pd, che ha
invece scelto di non prendere parte all'iniziativa.
-?«NIENTE LEZIONI
DALL'IDV» Il Pd fa sapere di non accettare lezioni di opposizione dall'Idv e
conferma l'intenzione di non partecipare alla marcia anti-premier del prossimo
5 dicembre. Il segretario dei democratici, Pier Luigi Bersani, a margine di una
manifestazione dei lavoratori Eutelia, conferma: «Noi facciamo le nostre
manifestazioni e lezioni di antiberlusconismo non le prendiamo da nessuno». E
poi insiste sul leit motiv: «Il più antiberlusconiano è quello che riesce a
mandare a casa» il presidente del Consiglio, «non quello che grida di più.
Dopodichè, se le parole d'ordine sono accettabili non c'è divieto per i
militanti del Pd» di partecipare anche a manifestazioni indette da altri.
«O CON NOI O CON
BERLUSCONI» - Invece l'Italia dei valori aveva esortato il principale partito
del centrosinistra a scendere in classe e ad andare oltre questa posizione da
«primi della classe». E' lo stesso Antonio Di Pietro a dirlo. «Il 5 dicembre,
tutti insieme, scendiamo in piazza per manifestare contro le politiche di
questo governo che lascia per strada migliaia e migliaia di lavoratori, che fa
chiudere aziende tutti i giorni ed annichilisce le funzioni del Parlamento,
utilizzandolo solo per fare leggi ad uso e consumo del Presidente del Consiglio
e della sua lobby piduista», ricorda Di Pietro. «Chi non sarà con noi -
aggiunge - sarà alla stessa stregua del governo Berlusconi». Quanto al Pd, l'ex
pm si chiede: «Che senso ha dire: "Non abbiamo convocato noi la
manifestazione quindi non possiamo andarci"? Toglietevi il cappello da
primi della classe e partecipate alla manifestazione indetta dal popolo della
Rete, insieme con noi, poveri, umili oppositori di questo governo Berlusconi».
LE RAGIONI DELLA
PROTESTA - Gli organizzatori hanno indetto la mobilitazione per chiedere che il
Cavaliere rassegni le dimissioni dal ruolo di capo del governo. E questo perché
«Berlusconi costituisce una gravissima anomalia nel quadro delle democrazie
occidentali» e «lì non dovrebbe starci, anzi lì non sarebbe nemmeno dovuto
arrivarci: cosa che peraltro sa benissimo anche lui e infatti forza leggi e
Costituzione come nel caso dell’ex Lodo Alfano e si appresta a compiere una ulteriore
stretta autoritaria come dimostrano i suoi ultimi proclami di Benevento». I
blogger spiegano di non poter più «rimanere inerti di fronte alle iniziative di
un uomo che tiene il Paese in ostaggio da oltre 15 anni e la cui concezione
proprietaria dello Stato lo rende ostile verso ogni forma di libera espressione
come testimoniano gli attacchi selvaggi alla stampa libera, alla satira, alla
Rete degli ultimi mesi». Vengono poi ricordate «le pesanti ombre di un recente
passato legato alla ferocia mafiosa» e «i suoi rapporti con mafiosi del calibro
di Vittorio Mangano o di condannati per concorso esterno in associazione
mafiosa come Marcello Dell’Utri». In sostanza, «deve dimettersi e difendersi,
come ogni cittadino, davanti ai Tribunali della Repubblica per le accuse che
gli vengono rivolte». CdS 17
Una Sicilia a due velocità. Le ragioni che ne ostacolano il decollo
E’ da non crederci. Eppure si coglie
ogni giorno e sempre più.
I siciliani che sono andati nelle altre
Regione italiane e nelle varie parti del mondo, seguono tutto quello che accade
in Sicilia con interesse e con una sete di notizie che non ha eguali. Spesso
con apprensione. C’è in loro tanto amore per la propria terra ma anche tanto
orgoglio.
Emblematiche alcune testimonianze fra le
più recenti. Ne citiamo alcune:
Salvatore Cristaudi da Johannesburg (Sud
Africa), in merito alla candidatura di Palermo alle Olimpiadi del 2020 che
tanto interesse ha suscitato delle nostre comunità all’estero, ha telefonato chiedendo: “Cosa sta facendo la
Sicilia per non farsi sfuggire questa occasione? E’ vero che nel passato non
abbiamo brillato tanto nel buon utilizzo delle risorse nella spesa pubblica ma
è anche vero che abbiamo tutte le capacità per gestire le Olimpiadi con il
valore aggiunto di offrire la attrattiva
di un patrimonio culturale artistico e paesaggistico che gli altri non hanno .
Il fatto di non avere strutture sufficienti
è un motivo di più per colmare il gap
con chi le ha. Dieci anni sono sufficienti per arrivare al top nel 2020.
Così dovrebbe ragionare un Governo di tutti gli italiani che invece toglie
risorse al Sud per darle al Nord. Una parte d’Italia sempre più ricca ed
un’altra sempre più povera”.
Pietro Tarantino di Milwaukee
(Wisconsin/USA) che abbiamo incontrato recentemente, ha chiesto notizie sulla
legge passata in Parlamento con voti trasversali che indicava Palermo come sede
dell’Unione Mediterranea al posto di Milano voluta da Berlusconi. Cosa stanno
facendo i deputati regionali?
Nel recente incontro a Brooklyn, le delegazioni arrivate dagli altri Stati
hanno incentrato i loro interventi tutti sulla Sicilia e sul suo rilancio, così
come la vorrebbero.
Uno di loro, sulla Banca del Sud, ha
detto: “Quale fiducia si può avere su un Ministro del Tesoro che nel 2008 ha
sottratto ben 28 miliardi di euro al Sud – notizia dei giornali mai smentita –
portandoli al Nord e senza che la classe politica meridionale ne abbia chiesto
le dimissioni o denunziato per distrazione di somme legittimamente assegnate
dalla Unione Europea e di cui il
Meridione era diventato assegnatario a
pieno titolo anche sul piano giuridico”.
Un altro Presidente, da pochi giorni
rientrato in America, ha detto di avere viaggiato sul treno alta velocità
Milano-Roma. “Splendido. Mi ha fatto
sentire orgoglioso di essere italiano. Ma poi in Sicilia, ho trovato le stesse
carrozze ferroviarie che avevo lasciato 40 anni fa, peggiorate e cadenti. Una
vergogna per la classe politica siciliana che pensa solo a bisticciarsi”.
E , poi, come dimenticare la maratona di
messaggi e di petizioni dei siciliani all’estero per il Ponte di Messina?
Queste e tanti altri gli argomenti nella
quotidianità della Associazione.
Tutte sensibilità, quelle dei nostri
corregionali all’estero, che ci coinvolgono mentre ci esalta constatare il
clima di Siciliasintonia e di Siciliasimpatia che si avverte attorno a loro
nelle società di insediamento. Dappertutto. Sono molti i non siciliani simpatizzanti
e molti quelli che vogliono rapportarsi con le comunità siciliane di cui
apprezzano civiltà, modo di essere e di stare con gli altri.
A fronte di questo scenario, ci viene di
pensare ad una Sicilia a due velocità, constatando il deterioramento della vita
politica siciliana di questi ultimi tempi e la caduta di immagine della
Sicilia nel suo complesso.
Il ritorno di antichi vizi, delle lotte
di potere, degli interessi corporativi e dei personalismi ha messo in crisi il
Governo regionale, le sue scelte e l’apparato burocratico amministrativo. Con
il conseguente rigetto della gente nei confronti della politica. Riteniamo che
nessuna motivazione possa mai giustificare atteggiamenti che ostacolano le
politiche di un Governo quando
riguardano il bene comune e gli interessi dei cittadini. Perché questo esula
dal concetto stesso di democrazia.
E dire che i protagonisti politici del
momento, in contrapposizione tra di loro,
sono nati e cresciuti alla scuola di quel grande partito della Democrazia
Cristiana che fece dell’Italia un grande Paese.
Dove sono andate a finire le sue
linee-guida, i valori della democrazia, della umiltà, del rispetto reciproco,
dove gli insegnamenti di Dossetti, di Moro, di Donat Cattin, di cui essi stessi
sono stati allievi e seguaci? Come dimenticare che la soluzione dei problemi
piccoli e grandi così come abbiamo
ereditato nella esperienza dei 50 anni di democrazia del nostro Paese è
possibile solo attraverso il “primato della politica”? Da non dimenticare che
lo stesso Paolo VI dava della politica la definizione di “carità”.
E , tuttavia, siamo convinti che gli
attuali protagonisti faranno uscire la
Regione dal buio del tunnel in cui si trova perché in loro non manca
intelligenza, buonsenso ma anche amore
per la Sicilia. Ponti al posto di muri è il nostro auspicio.
La Sicilia tutta ne ha tanto bisogno.
Una Sicilia che è già cambiata, che non è più quella di ieri, che cerca
legalità e che esprime punte eccellenti di intelligenza nella innovazione,
nella cultura e nella valorizzazione del suo patrimonio culturale e
paesaggistico. Avv. Domenico Azzia, Sicilia Mondo (de.it.press)
I misteri della Banca Arner con i depositi di Berlusconi e figli
Hanno depositi per
60 milioni. La cifra rivelata da Report: 50 milioni fanno capo alle holding
guidate da Marina e Piersilvio - E spunta anche un bonifico per la villa di
Antigua - di WALTER GALBIATI
MILANO - Che la
signora Teresa Macaluso e il premier Silvio Berlusconi abbiano i conti correnti
presso la stessa banca non dovrebbe creare nessun problema. Ma se la banca si
chiama Banca Arner, commissariata dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti su
indicazione della Banca d'Italia di Mario Draghi per operazioni sospette di
riciclaggio, e la signora risulti essere la moglie di Francesco Zummo,
costruttore di Palermo, considerato dalla procura vicino alle cosche mafiose,
le cose si fanno un po' più complicate.
Anche perché, come
rivelato dalla puntata di Report trasmessa ieri, il premier ha depositato
presso la sede milanese della piccola banca elvetica qualcosa come 60 milioni
di euro, divisi tra un conto corrente personale (il numero uno della banca),
sul quale giacciono circa 10 milioni, e conti riconducibili a società della sua
famiglia, le holding Italiana Seconda, Quinta e Ottava, amministrate da Marina
e Piersilvio Berlusconi, sui quali si trovano altri 50 milioni. La signora
Macaluso, tuttavia, non è da meno perché da sola può vantare un deposito di ben
13 milioni. Quei soldi se fossero in Unicredit o in Banca Intesa, le due più
grandi banche italiane con migliaia di sportelli, passerebbero inosservati, ma
siccome si trovano presso la piccola Banca Arner, una sede a Lugano e tre
filiali tra Milano, Nassau e Dubai, e rappresentano un quarto degli attivi
della banca, destano un po' di scalpore. Anche perché Arner è stata da sempre
il crocevia di alcune operazioni sospette riconducibili alla galassia
Berlusconi e di recente è di nuovo piombata al centro delle cronache
giudiziarie per l'arresto di Nicola Bravetti, amministratore e membro della
direzione generale della banca, nonché dirigente dell'Organo di contatto per la
lotta contro il riciclaggio di denaro dell'Ufficio di controllo del
Dipartimento federale delle finanze elevetiche. Con lui, a maggio 2008, sono
finiti ai domiciliari, gli imprenditori Francesco e Ignazio Zummo, padre e
figlio, tutti con l'accusa di concorso in intestazione fittizia di beni,
aggravato dall'aver agito al fine di favorire Cosa nostra: avrebbero consentito
alla moglie di Francesco, Teresa Macaluso appunto, di intestarsi tra il 2003 e
il 2005 la somma di circa 13 milioni provenienti secondo l'accusa dagli affari
della mafia. Il tramite tra gli Zummo e Bravetti, sarebbe stato l'avvocato
milanese Paolo Sciumè.
Come Berlusconi,
tuttavia, ci sono anche altri nomi celebri ad aver rapporti fiduciari con la
banca. Qui hanno i conti correnti Ennio Doris, fondatore del gruppo Mediolanum,
la famiglia dell'avvocato Cesare Previti, condannato in via definitiva per i
casi Imi-Sir e Lodo Mondadori e il fiscalista Salvatore Sciascia, un veterano
di casa Fininvest. Qui vengono gestite due società anonime, la
Centocinquantacinque e la Karsira Holding, che a cascata controllano due
società amministrate dalla famiglia Acampora, quella dell'avvocato Giovanni
Acampora condannato con Previti sempre per il Lodo Mondadori. E qui vengono
gestiti i soldi della Flat Point, una immobiliare che sta costruendo ville ad
Antigua e tra i cui acquirenti ci sarebbe anche Silvio Berlusconi. Report ieri
ha parlato di un bonifico da 3,367 milioni del premier indirizzato proprio alla
Flat Point.
La ragione del
fitto intreccio tra Banca Arner e il mondo Fininvest sta nella storia stessa
della banca. Uno dei fondatori della Arner, infatti, è un uomo di fiducia di
Berlusconi, Paolo Del Bue, un romano trasferitosi in Svizzera, dove insieme con
Nicola Bravetti, Giacomo Schraemli e Ivo Sciorilli Borelli ha dato vita a una
fiduciaria che nel 1994 si è trasformata in Banca Arner. Non si sa se Del Bue,
che ha lasciato la carica di amministratore nel 2005 è ancora tra i soci, ma
era di certo in Arner quando, secondo la ricostruzione fornita agli inquirenti
dall'ex presidente del Torino Gianmauro Borsano, la società panamense New
Amsterdam, amministrata fiduciariamente da Arner, versò in nero 10 miliardi di
lire al Torino per il passaggio del calciatore Gianluigi Lentini al Milan.
Ma l'importanza di
Del Bue si capisce solo dalle carte del processo Mills, l'avvocato inglese
condannato in appello per essersi fatto corrompere da Berlusconi per
testimoniare il falso nei processi del premier. Nelle motivazioni della
condanna il tribunale spiega che Mills si fece pagare per nascondere ai giudici
italiani che le società offshore Century One e Universal One erano
riconducibili non ai manager della Fininvest, ma "direttamente a Silvio
Berlusconi". I conti esteri di quelle due società erano gestiti proprio da
Del Bue, che da quei conti prelevava anche ingenti somme in contanti. In tre
anni Del Bue ha trasformato in moneta sonante ben 100 miliardi di lire. LR 16
Mafia, preso il boss Raccuglia. «È il numero 2 di Cosa Nostra»
Era latitante da
13 anni. Maroni: «Uno dei colpi più duri alla criminalità»
di LUCIO GALLUZZO
PALERMO - La
polizia, con indagini coordinate dalla Procura antimafia, ha decapitato l’ala
corleonese di Cosa Nostra. La squadra mobile di Palermo, dopo ricerche durate
13 anni, ha stanato nel pomeriggio a Calatafimi (Trapani) Domenico Raccuglia,
45 anni, boss e killer, sposato, due figli, uno dei quali nato durante la
latitanza paterna. Raccuglia detto il “veterinario” per l’amore verso gli
animali - lo stesso non si può dire per la vita umana -, è ritenuto uomo di
snodo tra i palermitani ed i trapanesi di Matteo Messina Denaro. Mentre lo
aspettano nuovi processi per omicidi, deve intanto scontare 3 condanne
all’ergastolo, una delle quali relativa al sequestro ed all’omicidio del
piccolo Giuseppe Di Matteo il cui corpo fu disciolto in acido. Fu proprio
Raccuglia a tenere i contatti con la famiglia del bambino, fece da “postino”
recapitando i messaggi di un ostaggio di 10 anni, alla fine ucciso perché suo padre
Santino non aveva ritrattato le accuse ai suoi complici nelle stragi del 1992.
Il boss si
nascondeva alla periferia del paese garibaldino, in un anonimo appartamento di
proprietà dei coniugi Benedetto e Antonia Calamusa, di 44 e 38 anni, che sono
stati arrestati per favoreggiamento. Quando Mario Bignone, dirigente della
sezione catturandi, ed i suoi uomini hanno fatto l’irruzione, Raccuglia, che
era da solo, ha tentato la fuga attraverso una terrazza ma si è reso conto che
l’edificio era circondato e si è arreso. In casa custodiva due pistole, un
cospicuo gruzzolo di contanti, i soliti “pizzini” e soprattutto alcuni
documenti dei quali invano ha tentato di disfarsi. Da Calatafimi il boss è
stato trasferito in questura a Palermo, dove si è festeggiato ancora una volta
“alla grande” per il successo conseguito. L’ingresso negli uffici del boss è
avvenuto mentre era in corso una estemporanea manifestazione di giubilo e di
ringraziamento agli investigatori organizzata dai giovani di “Addio pizzo”.
Raccuglia aveva
avviato 20 anni fa la carriera nella cosca di San Giuseppe Jato, capeggiata dai
Brusca. Nel sequestro Di Matteo aveva avuto un ruolo di “vivandiere”, ma da
allora il suo peso era cresciuto anno dopo anno. Ed infatti, dopo essersi
congratulato con il Capo della Polizia Antonio Manganelli, il Ministro
dell’Interno, Roberto Maroni, ha osservato che con l’arresto di Calatafimi «è
stato inferto uno dei colpi più duri alle organizzazioni mafiose negli ultimi
anni perché Raccuglia era di fatto il numero due di Cosa Nostra». Un giudizio,
questo, condiviso da Pietro Grasso, capo della Dda, dai Presidenti di Camera e
Senato, da vari esponenti del Governo e da numerosi vertici istituzionali.
Prima di ieri, il
boss era varie volte riuscito fortunosamente a sfuggire in extremis
all’arresto. Grazie anche alla prudenza ed alla furbizia della moglie, che alla
fine dell’anno scolastico, scompariva con i 2 figli da Altofonte, dove risiede,
dribblando la stretta sorveglianza della polizia. La donna raggiungeva così il
marito latitante e la famiglia si ricomponeva, probabilmente in una località
marina, per trascorrere le vacanze estive. Poi il ritorno ad Altofonte, alla
vigilia del nuovo anno scolastico. «Ora siamo arrivati finalmente alla cattura-
ha spiegato il pm Francesco Del Bene che, insieme alla collega Roberta
Buzzolani, ha coordinato l’indagine della polizia- con un’indagine svolta
esclusivamente con metodo tradizionale: pedinamenti, videoriprese e
intercettazioni». Le più recenti acquisizioni sul ruolo del superlatitante, ha
poi rivelato il Pm, hanno «dimostrato che Raccuglia aveva stretto un’alleanza
con il latitante di Castelvetrano Messina Denaro e recentemente aveva spostato
i suoi interessi proprio nel trapanese». IM 16
Studenti in piazza per la Giornata di mobilitazione internazionale per il
diritto allo studio
Cortei e sit in
contro le privatizzazioni. Roma protesta contro "Repubblica delle
banane" - Scuola-università, cortei in 50 città - Tensione a Milano e a
Torino
ROMA - Oggi in
tutto il mondo si celebra la giornata per il diritto allo studio. Con lo slogan
"L'istruzione non è in vendita" (Education is not for sale) sono
state numerose le iniziative degli studenti, i cui rappresentati si sono
ritrovati in una assemblea a Bruxelles. Ma in Italia è stata una giornata di
protesta e migliaia di studenti (150mila secondo gli organizzatori) da Roma a
Milano, da Bari a Torino hanno vita a cortei e sit in per difendere il diritto
allo studio e per dire "no alle privatizzazioni". Una mobilitazione
che ha coinvolto studenti delle scuole e universitari uniti per rivendicare il
carattere pubblico dell'istruzione con momenti di tensione a Milano (due
giovani sono stati arrestati e altri due denunciati), mentre a Torino c'è stato
un lancio di uova contro la sede regionale del Miur e l'occupazione del
Rettorato.
Gli slogan in
piazza. "La conoscenza non si vende, si apprende" (Napoli), "Il
futuro è nostro. Riprendiamocelo" (Roma), "Solo la conoscenza
cambierà il mondo" (Cosenza) : questi gli striscioni che hanno aperto i
cortei studenteschi promossi da Unione degli Studenti e Link-Coordinamento
Universitario e sostenuti anche da altre associazioni, come la Rete degli
studenti e da realtà locali che oggi hanno sfilato in oltre cinquanta città
italiane.
Gelmini: centri sociali
non rappresentano studenti. "I centri sociali non rappresentano gli
studenti italiani" ha commentato il ministro dell'Istruzione, Mariastella
Gelmini, presa di mira da numerosi slogan urlati nei cortei. "Gli studenti
italiani hanno capito che bisogna avere il coraggio di guardare al futuro, di
cambiare la nostra scuola, di fare scelte coraggiose. Riproporre vecchi slogan,
come se fossimo ancora negli anni '70 - ha affermato - certamente non
contribuisce a rendere la nostra scuola più moderna. I manifestanti, per lo più
legati al mondo dei centri sociali, non rappresentano certo - ha concluso il
ministro - i milioni di ragazzi che studiano e si impegnano e che sperano di
trovare nelle scuola un'istituzione che li prepari a un vero lavoro".
Milano. Toni e
atmosfera accesi nel capoluogo lombardo, dove gli studenti protestano, oltre
che per le scelte del ministro Gelmini, anche contro lo sgombero del liceo
civico Gandhi, avvenuto sabato scorso. Il corteo, formato da alcune centinaia
di ragazzi, è partito da largo Cairoli e poi si è diretto a largo Treves, dove
si trova una sede degli uffici comunali. In piazza Mercanti hanno trovato gli
agenti della polizia e i carabinieri in assetto antisommossa: ci sono stati
momenti di tensione. Al termine del corteo non autorizzato gli studenti hanno
annunciato un presidio in piazza San Babila per i compagni arrestati e
denunciati in mattinata dalla polizia. I fermati sono due diciottenni e saranno
processati domani mattina per direttissima per resistenza e lesioni a pubblico
ufficiale; altri due giovani, una donna dell'area anarchica e uno studente di
un centro sociale, risultano invece indagati a piede libero per gli stessi
reati.
Roma. Contro la
"Repubblica delle banane": questo uno degli slogan della manifestazione
della Capitale. E infatti i partecipanti hanno sfilato con banane vere nelle
mani. E ancora: "Il futuro è nostro riprendiamocelo sciopero generale
studentesco". Al termine del corteo, prima dell'assemblea pubblica, in
piazzale Aldo Moro, davanti al colonnato della città universitaria della
Sapienza, è scattata la merenda, quella che i ragazzi dell'Uds (l'unione degli
studenti) hanno chiamato la "bananata" mentre cento giovani
dell'Accademia nazionale di danza hanno improvvisato coreografie. In viale
Trastevere, sulla scalinata del ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca
si è svolto anche un sit in di circa 300 studenti delle scuole medie superiori.
Torino. Un
applauso per Vito Scafidi, lo studente morto un anno fa nel crollo del liceo Darwin
di Rivoli: si è aperta così la manifestazione a Torino. Alcune migliaia di
studenti delle scuole superiori, ai quali si sono uniti anche gli universitari,
hanno sfilato per le vie del centro. C'è stato un lancio di uova e carta
igienica contro la sede regionale del Miur e una finta rapina in banca
inscenata da due manifestanti con in spalla dei caschi neri, pieni di banconote
finte raffiguranti il ministro Gelmini. Parte degli studenti ha occupato il
cortile del Rettorato: alcuni hanno realizzato un finto preservativo, fatto con
un grosso sacchetto di nylon pieno di palloncini, con sopra la scritta
"Preserviamo l'università pubblica".
Palermo. Corteo
con lo slogan "Riprendiamoci il futuro". I manifestanti si sono
radunati in piazza Politeama, e da qui hanno sfilato per le vie del centro fino
a piazza Indipendenza, dove ha sede la presidenza della Regione. Il traffico ha
subito pensanti conseguenze. Un corteo studentesco si è svolto anche a Catania,
con partenza da piazza Roma.
Napoli. Lanci di
palloncini carichi d'acqua contro il portone d'ingresso chiuso della sede della
Provincia, in piazza Matteotti. "Siamo circa 5.000" hanno detto i
manifestanti, ex Onda, riuniti nel movimento denominato Fuck, Future under
construction kollettive. Sempre in piazza Matteotti gli studenti hanno esposto
anche uno striscione con la scritta: "Questo palazzo fa acqua da tutte le
parti".
17 novembre
Giornata internazionale degli studenti. Da anni il 17 novembre è una data
internazionale di mobilitazione degli studenti che si rifanno al 17 novembre
1939 quando centinaia di giovani cecoslovacchi che si opponevano alla guerra
furono arrestati e uccisi dai nazisti. Nel 1941 alcuni gruppi di studenti in
esilio, gli stessi che avrebbero poi costituito il nucleo dell'International
Union of Students, decisero che il 17 novembre sarebbe diventato
l'International students day, la giornata internazionale di mobilitazione
studentesca.
Germania e Grecia,
protesta e tensioni. Prosegue la protesta degli studenti universitari tedeschi
che da giorni occupano le aule per protestare contro le condizioni di studio.
Oggi sono scesi in piazza in almeno 35 città, da Berlino a Colonia, per
chiedere l'abolizione delle tasse universitarie, per rivendicare i corsi troppo
affollati e gli scarsi finanziamenti per le strutture. Incidenti e tensioni in
Grecia in occasione delle iniziative nell'anniversario della rivolta degli
studenti ateniesi contro i colonnelli greci nel 1973. Al Politecnico di
Salonicco scontro tra diverse fazioni di studenti e intervento della polizia.
Atene città blindata in vista della grande marcia che dal Politecnico condurrà
nel pomeriggio gli studenti e altre forze sociali fino all'ambasciata degli
Stati Uniti, paese che sostenne la Giunta militare. Evento che si svolge in un
clima di tensione perché precede il primo anniversario dell'uccisione il 6
dicembre scorso del quindicenne Alexis Grigoropoulos da parte di agenti di
polizia la cui morte provocò un'ondata di disordini e attentati che
contribuirono alla caduta del precedente governo. LR 17
Lotta alla fame nel mondo. Save the Children: bastano 27 centesimi al
giorno per salvare un bambino
ROMA – Basterebbero meno di 170 euro
all’anno, meno di 27 centesimi al giorno, fino al compimento del secondo anno
di vita, per garantire ad un bambino una corretta nutrizione e contribuire ad
arrestare le morti per malnutrizione.
E’ quanto emerge dal rapporto ‘Fame di
Cambiamento’ di da Save the Children. Un rapporto che intende essere “un chiaro
monito” ai grandi della terra riuniti a Roma in occasione del vertice Fao e il
cui contributo per sconfiggere la fame nel mondo “continua a rimanere molto
basso”.
Più di 178 milioni di bambini al mondo
soffrono di malnutrizione cronica che, come ribadito oggi dal segretario
generale dell’Onu, è causa di morte per milioni di bambini ogni anno.
“Troppi bambini stanno morendo perché i
leader mondiali stanno fallendo nella riduzione dei livelli di malnutrizione,
che ogni anno è causa di oltre metà delle morti infantili - ha affermato David
Mepham, direttore Policy di Save the Children - Tale cifra è destinata ad
aumentare a causa dell’incremento del costo del riso, dei cambiamenti climatici
e della crisi economica in corso. Queste morti però non sono eventi sporadici
al di fuori del nostro controllo, bensì il frutto di precise scelte politiche”.
Il rapporto ‘Fame di Cambiamento’ rivela che
esiste – sottolinea l’organizzazione umanitaria - una gamma di
possibilità per fermare la malnutrizione, causa di danni irreversibili allo
sviluppo fisico e cognitivo dei bambini, sin dal loro concepimento al
compimento del secondo anno di vita. Nei paesi in via di sviluppo, l’11% dei
bambini è malnutrito già da prima della nascita poiché la crescita viene
compromessa dall’alimentazione scarsa delle loro madri. In alcuni paesi, solo
il 5% dei bambini ha una dieta diversificata e, conseguentemente, mentre il
resto non riesce ad avere il sufficiente apporto di vitamine, utili per il loro
sviluppo fisico e cognitivo. Più di metà dei bambini che vivono nei paesi in
via di sviluppo basa la propria nutrizione sulla combinazione al massimo di tre
diversi alimenti e non riesce pertanto ad avere una dieta equilibrata.
“Sappiamo come combattere la fame dei bambini
e sappiamo quanti fondi sono necessari per farlo, ma si continua a non dare
all’alimentazione la giusta importanza e tutto ciò deve cambiare -
continua David Mepham - Auspichiamo che alla fine di questo summit, ci sia un
serio impegno a dire basta alla fame: è scandaloso che i leader mondiali stiano
trascurando un problema così grande e la cui risoluzione è così ovvia”.
Metà dei bambini malnutriti vivono in otto
paesi in via di sviluppo: Afghanistan, Bangladesh, Repubblica Democratica del
Congo, Etiopia, India, Kenya, Sudan e Vietnam. Secondo il rapporto di Save the
Children basterebbero 5,85 miliardi di euro all’anno per combattere la
fame in queste nazioni e ridurre drasticamente il numero di bambini rachitici o
malnutriti.
Save the Children chiede che ad ogni bambino
vengano garantite 170 euro all’anno fino al compimento del secondo anno d’età e
che tale somma venga impiegata per fornire soluzioni efficaci per la riduzione
della malnutrizione infantile, come la promozione dell’allattamento al seno,
l’allocazione di piccoli budget per l’acquisto di cibo e la somministrazione di
vitamine supplementari ai bambini. Tale investimento di primo livello, avrà una
ricaduta positiva in termini di miglioramenti culturali ed economici.
“I leader mondiali stanno concentrando i loro
sforzi su una maggiore produzione di cibo, ma devono altresì trovare le
modalità per far sì che le persone più vulnerabili possano permettersi di
acquistarlo, riconoscendo la dimensione del problema e rispondendo con il
giusto livello di investimento - conclude David Mepham - Save the
Children chiede con risoluzione un reale cambiamento: non vogliamo solo che i
bambini sopravvivano, ma anche che non vivano ai margini e che crescano sicuri,
forti e sani”. (Inform)
ZURIGO - Torniamo
a trattare l’argomento, molto attuale, relativo all’iniziativa presa dal fisco
italiano che ha interessato decine di migliaia di cittadini italiani (compreso
molti con doppia cittadinanza), tra cui ex emigrati, lavoratori frontalieri ed
anche residenti all’estero, destinatari di una lettera dell’Agenzia delle
Entrate con la quale si ricorda gli obblighi fiscali di chi risiede in Italia e
possiede redditi, beni e capitali all’estero. Infatti grazie al Consiglio
Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), siamo ora in condizioni di poter
fare maggiore chiarezza sull’intera questione e poter dare, così, una risposta
a tutti gli interessati.
Ebbene, nel corso del Comitato di Presidenza
del CGIE, tenutosi a Roma martedì 10 novembre, su esplicita richiesta dello
stesso CGIE, è intervenuto un dirigente dell'Agenzia delle Entrate per dare gli
opportuni chiarimenti in merito a questa iniziativa che sta terrorizzando
migliaia di emigrati e, soprattutto, di ex emigrati. Il funzionario ha spiegato
che la lettera in questione (ne sono state spedite ben 37'500) doveva essere
destinata esclusivamente a cittadini italiani emigrati già iscritti all'AIRE
che, nell'ultimo quinquennio, sono rientrati in Italia definitivamente, o vi
hanno comunque soggiornato per un certo periodo di tempo, per poi riespatriare
nuovamente. Pertanto il dirigente dell'Agenzia delle Entrate ha dichiarato che
tutti coloro che sono emigrati e residenti all’estero ininterrottamente da più
di cinque anni, e si sono visti recapitare ugualmente la lettera dell'Agenzia,
sono stati coinvolti a causa di un errore dovuto a delle iscrizioni non
corrette nelle anagrafi dei Comuni italiani. Ne consegue che quest’ultimi
potrebbero anche stracciare la lettera e non dare alcun seguito alla stessa.
Tuttavia, conoscendo il funzionamento, ovvero il malfunzionamento
dell’amministrazione statale italiana, ad avviso dello stesso CGIE (un’opinione
che facciamo nostra) è comunque consigliabile che tutti gli interessati
rispondano ugualmente all'Agenzia delle Entrate, anche se non dovuto, per
evitare eventuali inutili complicazioni. Si tratta, semplicemente, di
inviare all’Agenzia delle Entrate (Direzione Centrale Accertamento – Ufficio
Centrale per il contrasto agli illeciti fiscali internazionali – via Cristoforo
Colombo 426 c/d – I.00145 ROMA) un'autocertificazione da dove risulti lo stato
di residenza ininterrotta all'estero da più di cinque anni, allegandovi una
fotocopia del permesso di soggiorno svizzero e del documento di identità
italiano, con copia, per conoscenza, al Comune di iscrizione all'AIRE in
Italia. Da tener presente che, pure rispetto a questo problema, le sedi
della UIM, gli uffici dell’ITAL-UIL e degli altri patronati del Ce.Pa. in
Svizzera sono a disposizione per aiutare gratuitamente tutti gli interessati
che lo volessero fornendo anche il facsimile dell'autocertificazione.
Ma come è possibile che in questa iniziativa
del fisco italiano siano stati coinvolti, sia pure erroneamente, anche i
residenti all’estero? Questa è la domanda che ovviamente ha posto il CGIE al
funzionario dell’Agenzia delle Entrate e che tutti noi, addetti ai lavori o
meno, pure ci poniamo. La risposta sta nel fatto che, come già è stato possibile
constatare in occasione delle consultazioni elettorali italiane in cui
all’estero gli iscritti all’AIRE possono votare per corrispondenza, i dati
relativi agli iscritti nei registri AIRE dei Comuni italiani non corrispondono
sempre ai dati che risultano nelle Anagrafi dei Consolati italiani con la
conseguenza che molti emigrati non ricevono, poi, il plico elettorale. Il
motivo è da ricercare, da un lato, nel fatto che non sempre chi va all’estero
si annuncia al suo Comune in Italia e, d’altra parte, molti Comuni per “ragioni
di cassetta” preferiscono tenere alto il numero dei residenti stabilmente
e quindi non trasferire nell’AIRE chi va o risiede all’estero. Dall’altro lato
vi sono anche molti emigrati che, per qualche motivo (non ultimo quello di evitare
di dover pagare l’ICI sull’abitazione di proprietà) decidono di non iscriversi
all’AIRE, forse con la connivenza di qualche impiegato, pur risiedendo
all’estero. Se così fosse (ma il dubbio è retorico), con l’invio
dell’autocertificazione per conoscenza anche al Comune, questa è l’occasione
per mettersi finalmente in regola o, quantomeno, per mettere l’Amministrazione
comunale di fronte alle sue responsabilità!
Dino Nardi, Coordinatore
per l’Europa dell’UIM, Comitato di Presidenza del Cgie
Si è aperta lunedì
in Provincia la Conferenza annuale dei Consultori per l'Emigrazione - Un
ricordo commosso è andato a Rino Zandonai, Gioovanni Battista Lenzi e Luigi
Zortea
TRENTO - Si è aperta
lunedì pomeriggio in Provincia la Conferenza annuale dei Consultori per
l'Emigrazione, che proseguirà i propri lavori fino a giovedì 19 novembre.
"Nella prima
Conferenza dei Consultori di questa legislatura siamo chiamati ad individuare
le linee strategiche grazie alle quali, nei prossimi quattro anni, dovremo
riuscire a trasformare l'emigrazione trentina da problema a risorsa. Risorsa
per il Trentino e per i discendenti dei Trentini nel mondo". Lo ha detto
Carlo Basani, dirigente generale della Provincia con competenze anche per
l'emigrazione, rivolgendosi agli undici Consultori presenti a Trento per i
lavori della Conferenza. "Accanto alla conferma del nostro impegno per
dare risposte concrete, tempestive ed efficaci alle situazioni problematiche
che comunque si presentano e si presenteranno - ha proseguito Basani, -
dobbiamo elaborare nuove metodologie di lavoro e di intervento per essere
vicini agli emigrati di oggi, soprattutto alle giovani generazioni, che
costituiscono per il Trentino un valore aggiunto, una risorsa preziosa che
intendiamo spendere per il bene di tutti. Perché noi vogliamo che l'emigrazione
smetta un po' alla volta di essere problema e diventi un valore, una risorsa,
perché le comunità dei Trentini all'estero diventino terminali sensibili e in
grado di favorire lo scambio e di creare ricchezza futura, anche in termini di
valori, di conoscenza e di cultura".
Analoghi concetti sono stati proposti anche
dai consiglieri provinciali presenti alla Consulta: Gianfranco Zanon per la
maggioranza, Claudio Civettini per le minoranze e Mattia Civico nel suo ruolo
di presidente della Quarta Commissione legislativa che si occupa anche di
emigrazione. Tutti hanno riservato un ricordo particolare alle figure dei tre Trentini
recentemente scomparsi in un incidente aereo sopra l'oceano Atlantico, mentre
dalle due associazioni (la Trentini nel Mondo e l'Unione delle Famiglie
Trentine all'estero) sono venuti propositi concreti di collaborazione e di
sinergie.
Sono chiamati Consultori per l'emigrazione,
mentre in realtà sono dei veri e propri "ambasciatori" del Trentino
presenti in tutti i continenti in cui vivono e lavorano discendenti di emigrati
trentini.
Oggi attorno al tavolo di lavoro allestito in
Provincia si sono presentati Franco Dondio per l'Australia; Rosemarie Viola per
gli Stati Uniti d'America; Lucia Flaim per il Canada; Laura Versini per il
Messico; Nadia Arnoldi, nuovo Consultore per il Cile; Josè Eraldo Stenico per
il Centro Nord del Brasile; Edmar Matuella, nuovo Consultore per il Brasile del
Sud (Paranà, Santa Caterina, rio Grande do Sul); Hugo Zurlo per l'Argentina;
Mariano Roca, nuovo Consultore per l'Argentina del sud (Buenos Aires capitale
federale, province di Buenos Aires, Chubut, La Pampa, Neuquen, Rio Negro, Santa
Cruz, Tierra del Fuego); Laura Vera Righi per l'Uruguay e il Paraguay; Giuseppe
Filippi per l'Europa occidentale (Benelux, Francia, Germania, Gran Bretagna,
Svizzera). Assente giustificato il solo Consultore per l'Europa orientale (Bosnia-Erzegovina,
Serbia e Romania) Pero Andreata.
Nominati dalla Giunta provinciale ad ogni
inizio di legislatura su indicazione delle Associazioni degli emigrati
trentini, dei Consolati e delle Ambasciate italiane all'estero, tocca ai
Consultori mantenere i contatti fra le comunità trentine all'estero e la
"terra madre", la Provincia autonoma di Trento, intervenendo laddove
esistono emergenze e problemi urgenti da risolvere (molto spesso si tratta di
casi umani per i quali intervenire con provvedimenti tempestivi ed efficaci),
ma anche favorendo la costruzione di quella "rete" fra le comunità in
modo da qualificare l'attività dei Trentini che vivono all'estero.
Ogni anno - e da qualche anno in autunno - i
dodici Consultori vengono convocati a Trento per una Conferenza che ha molti
obiettivi: favorire lo scambio di esperienze e di informazioni fra i singoli
Consultori, raccoglierne proposte e problemi, fare il punto sull'attività che
la Provincia mette in campo per il settore specifico dell'emigrazione per quel
che riguarda l'ordinaria amministrazione e per gli interventi straordinari di
solidarietà e di sviluppo.
Quest'anno la conferenza si tiene a Trento da
oggi, 16 novembre, fino a giovedì 19, con un "Tavolo di lavoro"
arricchito dalla presenza dei consiglieri provinciali Gianfranco Zanon per la
maggioranza, Claudio Civettini per le minoranze, da Mattia Civico presidente
della IV Commissione legislativa, dal presidente dell'Associazione Trentini nel
Mondo Alberto Tafner, dal presidente dell'Associazione Unione delle Famiglie
Trentine all'estero Oliviero Vanzo, da Giuseppe Ferrandi, direttore della
Fondazione Museo storico del Trentino; da Francesco Nardelli, del Consiglio
generale degli Italiani all'estero.
Fra i temi di cui si occuperà la Conferenza
2009 figurano temi come le borse di studio per la frequenza ai corsi di laurea
dell'Università degli studi di Trento, il cosiddetto progetto "Università
a colori"; un'analisi degli interventi di solidarietà attuati nel biennio
2008-2009; una discussione sugli effetti della legge provinciale del dicembre
2007 che ha limitato il rimpatrio definitivo in Trentino al secondo grado di
parentela, che ha limitato drasticamente i rientri definitivi soprattutto dal
Brasile, dove vivono ormai discendenti di quarta, se non addirittura di quinta
generazione. I Consultori saranno poi chiamati a discutere sulla necessità di
aggiornare il programma per il rientro temporaneo nella terra di origine,
estendendolo anche ai figli degli emigrati, con criteri ovviamente da stabilire.
Gli interventi per le giovani generazioni saranno infine al centro della
Conferenza, perché è proprio sui giovani che la Provincia autonoma di Trento
intende puntare nei prossimi anni, per creare quel virtuoso scambio di
esperienze e di scambi che, utilizzando anche le nuovissime tecnologie a
disposizione - e che i giovani sanno usare benissimo - potranno creare una
"rete" capace di allargare i potenziali confini del Trentino a tutti
i continenti della Terra.
Un momento importante e atteso lo si è vissuto
ieri (dalle 9 alle 13 presso la sede dell'Ufficio Emigrazione della Provincia),
quando i dodici Consultori a turno hanno illustrato la situazione dei bacini
geografici di competenza. Ne è uscito un quadro di realizzazioni portate a
termine o in corso di realizzazione, ma anche di proposte per l'immediato
futuro e di problemi a volte drammatici, complessi e di non sempre facile
approccio e soluzione. Ma la Conferenza dei Consultori serve anche a questo: a
mettere i nostri "ambasciatori nel mondo" nelle condizioni ideali per
collaborare tra di loro alla ricerca delle vie d'uscita per risolvere casi
complicati e spinosi. (m.n.-Inform)
Oggi a Roma la presentazione del 1° Meeting Mondiale dei Giovani per un
Futuro Sostenibile
Roma - Verrà
presentato a Roma oggi 18 novembre il 1° Meeting Mondiale dei Giovani per un
Futuro Sostenibile, in programma a Bari dal 19 al 21 gennaio 2010, denominato
"Ni, Mondlocaj Civitanoj", termine in esperanto che significa
"Noi cittadini globali-locali".
Alla presentazione
interverranno il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, e il presidente della
Regione Puglia, Nichi Vendola. Saranno presenti l’assessore regionale alle
Politiche Giovanili e alla Cittadinanza Attiva, Guglielmo Minervini, il
direttore generale dell’Agenzia Nazionale per i Giovani, Paolo Giuseppe Di
Caro, e i direttori di NMC, Luca Bergamo e Mauro Rotelli.
Il Meeting lancerà
un’iniziativa globale per aprire spazi alla partecipazione dei giovani alle
decisioni che determinano il futuro. "Ni, Mondlocaj Civitanoj" si
ispira alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, agli Obiettivi del
Millennio e alla Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione
equa, per sostenere gli under 30 che in tutto il mondo vogliono orientare il
corso degli eventi verso un futuro dignitoso e sostenibile per tutti.
(aise)
Tesi di laurea sull'emigrazione trentina: entro il 27 novembre le domande
di partecipazione
TRENTO – La Provincia autonoma di
Trento e il Centro di documentazione sulla storia dell'emigrazione trentina
ricordano che il prossimo 27 novembre, alle ore 16, scadono i termini per
partecipare al concorso che premierà le migliori tesi di laurea che hanno come
oggetto la storia dell’emigrazione trentina, discusse nelle Università italiane
negli anni accademici 2007-2008 e 2008-2009 (v . Inform
http://www.mclink.it/com/inform/art/09n13334.htm ) premi, che ammontano
complessivamente ad € 3.000, saranno conferiti dalla Fondazione Museo storico
del Trentino sulla base di una valutazione redatta da apposita commissione.
Le domande di partecipazione devono essere
corredate da una copia della dissertazione, da un certificato attestante il
voto di laurea conseguito e un curriculum vitae e inviare al seguente
indirizzo: Fondazione Museo Storico del Trentino , via Torre d’Augusto 41 ,
38100 Trento.
I premi, che ammontano complessivamente ad
3.000 euro, saranno conferiti dalla Fondazione Museo storico del Trentino sulla
base di una valutazione redatta da apposita commissione (per bando e
informazioni
http://www.museostorico.tn.it/index.php/it/Chi-siamo/Informazioni/Novita-e-avvisi/Bando-di-concorso-per-la-miglior-tesi-di-laurea-sull-emigrazione-trentina
) (Inform)
Geschwister-Scholl-Preis für Saviano. Mut, Wut und die Rache der Mafia
Dank ihm spricht nicht nur Italien
wieder über die Mafia - doch der Buchautor Roberto Saviano bezahlt für den
Erfolg einen hohen Preis: 24 Stunden Bewachung und kaum Privatsphäre. Eine
Begegnung in München, wo er an diesem Montag den Geschwister-Scholl-Preis
entgegennimmt. Von Matthias Kolb
Der Mann, der das Italienbild der
Deutschen verändert hat, kommt zu spät. Nach einer halben Stunde Warten steht
Roberto Saviano plötzlich im Raum und blickt sich um. Er trägt eine beige Hose
zum schwarzen Hemd, dazu einen Dreitagebart. Der Kopf ist kahlrasiert. Klein
ist er und schmächtig, er wirkt nicht wie einer, der es quasi im Alleingang mit
der Camorra aufgenommen, die Täter beim Namen genannt hat - und dem die Mafia
Rache schwor.
Wochenlang war unklar gewesen, ob der
Schriftsteller und Journalist Roberto Saviano an diesem Montag persönlich nach
München kommen würde, um den Geschwister-Scholl-Preis für seinen Mut bei der
Aufdeckung der Mafia-Machenschaften in Italien entgegenzunehmen. Seitdem sein
Buch "Gomorrha" 2006 in seiner Heimat erschienen ist, wird der
30-Jährige rund um die Uhr von sieben Leibwächtern geschützt.
Im Ausland fühle er sich sicher, hat er
jüngst in einem Interview gesagt, denn wenn ihn die Camorra umbringe, dann
"auf eine möglichst spektakuläre Weise und in der Nähe von Neapel".
Heute steht nur ein Personenschützer neben der Tür, der das Publikum aufmerksam
mustert.
Schüchternes Klatschen - Und so sitzt
er im Senatssaal der Münchner Ludwig-Maximilians-Universität und hört sich die
Lobreden an. Mit 10.000 Euro ist der Preis dotiert, den die Stadt München und
der Buchhandel zum 30. Mal vergeben. Er stützt sein Kinn auf die rechte Hand,
während ihm die Übersetzerin ins Ohr flüstert, dass der Kulturreferent der
Stadt, Hans-Georg Küppers, seinen Mut lobe.
Küppers betont, dass sich Saviano immer
auch in die aktuellen Debatten einmischt. Der bayerische Vertreter des
Börsenvereins des Deutschen Buchhandels versichert ihm die Solidarität der
deutschen Leser. Saviano blickt auf, fast schüchtern klatscht er selbst mit,
als die Reden zu Ende sind.
Dann redet Saviano selbst. Er erzählt
über sein Leben, seine Heimatstadt Casal di Principe und seine Heimat
Kampanien. Es sind Beschreibungen, die kaum einer im Publikum wirklich
nachvollziehen kann, selbst wenn er die Bücher verschlungen hat. Es beginnt bei
der gefährdeten Pressefreiheit in Italien: "Wenn ein Journalist etwas
Kritisches schreibt, dann wird sein Privatleben öffentlich und seine Freunde
und Verwandten sind bedroht." Savianos Mutter, Tante und Bruder leben mit
neuen Identitäten in Norditalien, der Vater - ein angesehener Arzt - hat sich
von ihm losgesagt.
Als Nestbeschmutzer beschimpft - Das
ist ein Extrem, aber mit dem Neid und der Kritik der Kollegen müsse jeder
rechnen. Ihm selbst schlage "Hass" entgegen, er werde als
Nestbeschmutzer beschimpft und im Internet gibt es in den sozialen Netzwerken
Gruppen, die der Camorra helfen wollen, ihn zu töten.
Auf der anderen Seite erfährt er viel
Unterstützung: Bei Facebook hat er momentan 386.344 Fans und auch dieser Preis
sei Beweis dafür, dass sich etwas ändern könne. "Die Geschwister Scholl
haben an die Macht der Worte geglaubt und ich tue das auch", sagt er und
wippt währenddessen mit den Beinen. Natürlich ist Saviano routiniert, er macht
Pausen, damit die Dolmetscherin seine Worte übertragen kann und lässt sich
bereitwillig fotografieren.
"Mehr internationale
Kooperation" - Doch immer wieder blitzt sie auf, diese Wut, die in seinen
Essays und Reportagen immer wieder zu spüren ist. Verhaftungen der Mafia-Bosse
seien nicht genug, solange die Strukturen nicht verändert würden. Nach dem
Sechsfachmord in Duisburg sei man in Deutschland ein wenig aufgewacht, aber
wenn es nur um Geld gehe, blieben die Behörden oft untätig. Noch immer existiere
in Deutschland ebenso wenig wie in Frankreich oder Großbritannien der
Straftatbestand "Mitgliedschaft in einer mafiösen Vereinigung".
Außerdem müsse es mehr internationale
Kooperation geben, wiederholt Saviano eine altbekannte Forderung, wie sie auch
von Leoluca Orlando und Raffaele Cantone immer wieder zu hören ist.
Denn solange die Mafia jedes Jahr 100
Milliarden Euro erwirtschafte und in ganzen Regionen der größte Arbeitgeber
sei, werden große Teile der italienischen Gesellschaft weiterhin schweigen und wegsehen.
Mut zur Wahrheit - Ausgezeichnet wird
Saviano nicht für den Tatsachenroman "Gomorrha", sondern für sein
schmales Buch "Das Gegenteil von Tod". Er habe "den Mut, die
Wahrheit zu sagen", heißt es in der Begründung der Jury und weiter:
"Er spricht Dinge aus, die in Italien fast niemand zu sagen wagt und die
damit unseren Blick auf Italien verändert haben."
Saviano schildert in zwei Erzählungen
den Alltag in Süditalien mit der ihm eigenen Präzision und Poesie. Er schreibt
über "ein Land, von dem sich ein Teil im Kriegszustand befindet, aber das
Land weiß es nicht". Die erste Geschichte ist das Porträt einer
17-Jährigen, deren Freund als Soldat in Afghanistan getötet wird - und deren
Leben zu Ende ist, bevor es eigentlich begann. Wer in Süditalien Geld verdienen
will, der schließt sich der Mafia an oder er meldet sich freiwillig zur Armee.
Denn, so schreibt Saviano, Militär bedeute in dieser Gegend "Lohn und
Arbeit".
In der zweiten Erzählung treffen sich
fünf Freunde auf der Piazza und trinken Bier. Vier schlagen sich mehr schlecht
als recht durch, der Fünfte verkauft Drogen für einen Clan. Weil er sich auf
das Territorium der Gegner gewagt hat, lauern ihm einige Killer auf. Der
Drogendealer entwischt, zwei seiner Freunde laufen in die falsche Richtung und
werden aus Vergeltung hingerichtet. Es sind zwei Seiten einer Medaille: Wer zur
Armee geht, riskiert ebenso sein Leben wie derjenige, der bleibt.
Für seine künftige Arbeit als
Schriftsteller sei der Ruhm eine zwiespältige Sache. Die Recherche vor Ort sei
schwierig - kein Wunder, wenn man im ganzen Land bekannt ist und mit
Personenschützern unterwegs ist. Doch es habe auch Vorteile: "Die halbe
Welt schickt mir Unterlagen über die Mafia. Ich bekomme Material von
Journalisten, Staatsanwälten und Richtern."
Sehnsucht nach einem normalen Leben -
Deswegen, so antwortet Saviano auf eine Frage aus dem Publikum, würde er
natürlich "Gomorrha" wieder schreiben. "Ich empfinde aber keine
Liebe für das Buch, auch wenn ich als Schriftsteller stolz darauf bin. Aber es
hat mein Leben als Mensch so ungemein verändert, dass ich es fast hasse."
Da ist sie wieder, diese Wut und
zugleich die Verzweiflung eines 30 Jahre alten Mannes, der sich nichts
sehnlicher wünscht als ein normales Leben. Ein Leben, in dem man nicht in Polizeikasernen
schläft, sondern in der eigenen Wohnung.
"Ich möchte ein Leben, ich möchte
mich verlieben, in der Öffentlichkeit ein Bier trinken", das hat er immer
wieder in Interviews erklärt. Doch zugleich gibt es in ihm noch etwas anderes,
das ihn treibt, wie er an diesem Novembertag in München erklärt: "Es ist
diese Wut, die fast an Rache grenzt und die dafür sorgt, dass ich eines
verhindern möchte: Dass die Camorra mich zum Schweigen bringt."
(sueddeutsche.de 16)
Porträt Roberto Saviano. Eine Wut, die mutig macht
Manche Geburtsorte lassen nicht viele
Wahlmöglichkeiten. Ein Verbrecher hätte Roberto Saviano leicht werden können,
ein Duckmäuser sowieso. Stattdessen begann der Sohn eines Arztes und einer
Lehrerin zu schreiben über sein "Land Camorra, wo mehr Menschen ermordet
werden als irgendwo sonst in Europa". Sein erstes, 2006 erschienenes Buch
"Gomorra" wurde in 31 Sprachen übersetzt, der junge Autor mit
Auszeichnungen überhäuft. Seine Zivilcourage war den Bayern gestern den
Geschwister-Scholl-Preis wert. Weniger Begeisterung zeigten jene, von denen
seine Bücher handeln: Die Camorra, die neapolitanische Mafia, setzte ihn auf
ihre Todesliste.
Roberto Saviano, geboren am 22.
September 1979, stammt aus Casal de Principe, einem heruntergekommenen Nest mit
etwa 20000 Einwohnern in der Umgebung von Neapel. Der Ort hat dem
gefürchtetsten Camorra-Clan ganz Kampaniens den Namen gegeben, den Casalesi.
Deren erstes Opfer hat Saviano im Alter von zwölf Jahren gesehen: "Ich hatte
mir nicht vorstellen können, wie viel Blut aus einem menschlichen Körper
fließen kann", erinnert sich Saviano.
Früh begann seine Auseinandersetzung
mit der Camorra: Nach Abschluss des Philosophiestudiums arbeitete Saviano als
Reporter für das Wochenmagazin L´Espresso und die linksliberale Tageszeitung La
Repubblica. Als Journalist stieg er in den kriminellen Untergrund Neapels
hinab, arbeitete undercover als Hilfsarbeiter im Hafen, wo die Camorra und
zwielichtige chinesische Händler Schmuggelware und Drogen verschieben, er
durchkämmte von Bandenkriegen erschütterte Vororte und saß wochenlang in
Gerichtssälen.
Mit "Gomorra" schrieb er sich
dann "die Wut vom Leib". Saviano schilderte die schmutzigen Geschäfte
der Camorra, die mit illegaler Müllentsorgung, öffentlichen Bauaufträgen,
Drogenhandel und dubiosen Finanzgeschäften jährlich zweistellige
Milliardenbeträge umsetzt. Und er nannte Namen und Vornamen. Die Wirkung spürte
er sofort. Saviano erhielt nächtliche Anrufe und Todesdrohungen. In seinen
Stammbars in der Altstadt von Neapel und beim Bäcker fragten sie ihn, ob er
denn unbedingt weiter bei ihnen seinen Espresso trinken und sein Brot kaufen
wolle. Dann tauchte er unter, erhielt Personenschutz, lebte ähnlich wie einst
Salman Rushdie und wechselte zwei bis drei Mal pro Woche seinen Aufenthaltsort.
Saviano bereut nicht, jenes erste Buch
geschrieben zu haben; doch es habe sein "Leben ruiniert", gestand er
in einem Interview. Der Autor vermisst Neapel, seine Freunde, seine
Bewegungsfreiheit als Reporter. Er weiß, dass sein Leben im unfreiwilligen
Untergrund dauern kann; denn die Camorra vergisst nicht.
DOMINIK STRAUB FR 16
15. Festival des italienischen Films vom 20. November bis 1. Dezember. Verso Sud
Frankfurt. Verso Sud, Festival des
italienischen Films, feiert diesen Winter sein 15-jähriges Bestehen, und trotz
der Schließung unseres Hauses kommt es nach Frankfurt. Neben aktuellem Kino und
Filmschaffenden als Gästen steht in diesem Jahr eine Hommage an den Regisseur
Paolo Virzí auf dem Programm, der am 21. November sein neuesten Werk TUTTA LA
VITA DAVANTI präsentiert. Das Festival eröffnet mit dem Film SI PUÒ FARE, zu
Gast ist Hauptdarsteller Pietro Ragusa.
Hommage an Paolo Virzì - Die
diesjährige Hommage ist dem bedeutenden und preisgekrönten Regisseur Paolo
Virzì gewidmet. Wir zeigen sieben seiner Filme, darunter den neuesten und in
Italien vieldiskutierten TUTTA LA VITA DAVANTI. In seinem Werk offenbart sich
Virzì als Anhänger von Menschlichkeit inmitten einer gleichgültig und kalt
gewordenen Welt, wobei er sich als Anwalt der einfachen und doch oft so
interessanten Existenzen versteht. Mit der für ihn typischen Mischung aus
fantastischen Elementen, etwa Gesangseinlagen, und der Abbildung sozialer
Realitäten hat er sich um die Wiederbelebung der italienischen Komödie in der
Nachfolge Fellinis und des märchenhaft-volksnah anmutenden italienischen Films
der 1950er und 1960er Jahre verdient gemacht. Daher genießt er umso größere
Popularität bei Kinogängern in Italien, aber vermehrt auch im Ausland.
Kinotermine - Fr 20.11. 20.20 Uhr | So
29.11. 18.00 Uhr SI PUÒ FARE Wir schaffen das schon. IT 2008, R: Giulio Manfredonia, Da: Andrea Bosca, Anita
Caprioli, Pietro Ragusa, 111 Minuten OmU. Zu Gast am 20.11.: Pietro Ragusa
Zur Eröffnung zeigen wir den in Italien
sehr erfolgreichen Film SI PUÒ FARE, der von einem der Hauptdarsteller, Pietro
Ragusa, persönlich präsentiert wird. Der Film spielt in den bewegten 1980er
Jahren in Mailand: Der aufmüpfige Gewerkschafter Nello wird von der Leitung
seiner Organisation dazu verdonnert, sich um eine Gruppe von Ex-
Psychiatrie-Patienten zu kümmern, die nach der Auflösung aller psychiatrischen
Anstalten in Italien eine Kooperative gegründet haben und dennoch unter der
Fuchtel eines Arztes stehen, der sie mit Medikamenten ruhigstellt und
stumpfsinnige Arbeiten verrichten lässt. Nello versucht, den einstigen
Patienten eine neue Würde zu geben. Giulio Manfredonias Film vereint
Situationskomik und Tragikomik zu einem unkonventionellen Plädoyer für
Menschlichkeit.
Sa 21.11. 18.00
Uhr | So 22.11. 18.00 Uhr DUE PARTITE Zwei Spiele
IT 2009, R: Enzo
Monteleone, Da: Margherita Buy, Isabella Ferrari, 100 min OmeU
Die mit 1,5 Millionen Kinobesuchern
überaus erfolgreiche Verfilmung eines Theaterstücks von Cristina Comencini,
erzählt von zwei Frauenrunden: Gegen 1966 treffen sich vier Frauen zum
Canastaspielen und diskutieren über ihr Leben und seine Perspektiven, wobei
ihre Unterdrückung durch die Ehe bei einigen deutlich wird. Etwa 30 Jahre
später begegnen sich auch die Töchter dieser Frauen, um sich auszutauschen und
Hoffnungen und Ängste miteinander zu teilen. Enzo Monteleone übernimmt von der
literarischen Vorlage das Moment der Intimität und der Beredsamkeit, um über
die Veränderungen beziehungsweise Kontinuitäten im Leben der Frauen der verschiedenen
Generationen zu sinnieren.
Sa 21.11. 20.20
Uhr | Hommage an Paolo Virzì TUTTA LA VITA DAVANTI Das ganze Leben liegt vor
dir. IT 2008, R: Paolo Virzí, Da: Isabella Ragonese, Micaela Ramazzotti, Giulia
Salerno, 117 min OmU. Zu Gast: Paolo Virzí
Über sein neuestes Werk sagte Paolo
Virzì: „In meinem Film wollte ich, dass sich darin ein scharfer Blick auf die
italienische Gesellschaft spiegelt, aber ohne Selbstmitleid.“ Die spielerisch
inszenierte, stellenweise mit fantastischen Einfällen aufwartende Tragikomödie
handelt von einer jungen Frau, die ihr Philosophiestudium erfolgreich
abgeschlossen hat und nach einer Arbeit sucht. Nach zahlreichen erfolglosen
Vorstellungsgesprächen kommt sie in dem Call Center einer großen Firma unter,
wo sie am Telefon Küchenmaschinen verkaufen muss – jedoch gerät die Abteilung
in das Visier der Gewerkschaft.
So 22.11. 20.20
Uhr | Hommage an Paolo Virzì LA BELLA VITA Das schöne Leben
IT 1994, R: Paolo
Virzí, Da: Claudio Bigagli, Sabrina Ferilli, 92 min OmeU
Kurz nach der Heirat Brunos mit der
attraktiven Mirella im Jahre 1989, gerät die Stahlfabrik in Piombino, in der er
arbeitet, in eine schwere Krise und er wird in Kurzarbeit geschickt. Seine Frau
beginnt eine Affäre, von der Bruno erfährt als sie gerade versucht, diese zu
beenden. Das Paar trennt sich, doch die beiden sehnen sich trotzdem
nacheinander. Sabrina Ferilli als „zartes und poetisches Opfer der Modernität“
(Virzì) sowie der Hauptdarsteller Bigagli spielen das Ehepaar mit der selben
Authentizität, mit der es dem Regisseur auch gelingt, den Geist seiner im
Umbruch begriffenen Heimatstadt auf Kamera zu bannen.
Mo 23.11. 18.00
Uhr | Hommage an Paolo Virzì BACI E ABBRACCI Umarmungen und Küsse IT 1999, R:
Paolo Virzí, Da: Francesco Paolantoni, Piero Gremigni, Massimo Gambacciani, 105
min OmeU
Eine Gruppe ehemaliger
Industriearbeiter, die wegen der ökonomischen Krise in der Toskana auf die
Straße gesetzt wurden, entschließt sich, in das Staußenzuchtgeschäft
einzusteigen. Gleichzeitig befindet sich der Restaurantbetreiber Mario nach dem
Weggang seiner Frau und dem Scheitern seines Geschäfts auf einem absoluten
Tiefpunkt. Das zufällige Zusammentreffen zwischen den Straußenzüchtern und ihm
führt zu unvorhergesehenen Wendungen. Virzì inszenierte mit BACI E ABBRACCI
eine Mischung aus mitfühlender Komödie und aufrichtiger Sozialkritik im Stile
der populären Commedia all’italiana.
In Zusammenarbeit mit Made in Italy,
Rom Mit Förderung des Ministero per i Beni e le Attività Culturali · Direzione
Generale per il Cinema, Rom mit Unterstützung des Consolato Generale d'Italia,
Frankfurt am Main · Istituto Italiano di Cultura, Frankfurt am Main und Casa di
Cultura e. V.
Verso Sud 15 wird veranstaltet vom
Deutschen Filminstitut - DIF e.V. / Deutschen Filmmuseum. Veranstaltungsort:
Cinestar Metropolis · Eschenheimer Anlage 40 · 60318 Westend-Süd, Frankfurt am
Main · Tel.: 069 95506401
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Botticelli in Frankfurt. Die tugendhafte Nymphe, wer wünschte sie nicht?
16. November 2009 Von einer großen
Botticelli-Ausstellung darf man träumen, sie ist aber, strenggenommen und mit
Rücksicht auf die labile Konstitution der Bilder, eigentlich nicht
wünschenswert. Sie ist als Dauerinstallation erreichbar in jenen Sälen der
Uffizien, die jährlich von Millionen Besuchern überflutet werden. Hier erlebte
das Publikum in den letzten Jahrzehnten dank umfassender
Restaurierungskampagnen die Wiedergeburt eines glasklaren, festlich leuchtenden
Koloristen Botticelli. In den zwanzig Meisterwerken des Florentiner Ensembles
ist alles beisammen: die erhabenen, raummächtigen Altäre, die Andachtsbilder,
die jubilierenden Marien-Tondi, die optisch klingen wie Mozarts sakrale Arien,
die heidnischen Allegorien rund um Frühlingsfest und Venus-Kult, die den Traum
der Antike noch einmal träumen, schließlich die brillanten Kabinettstücke und
exzellenten Porträts. Der zweite bedeutende Botticelli-Schauplatz ist die
National Gallery in London, der dritte die Berliner Gemäldegalerie, die vom
großen Publikum leider nach wie vor verschmäht wird.
Da Botticelli (1444/45 bis 1510) fast
durchweg auf Holzträgern malte, gilt sein OEuvre als immobil. Doch im
wechselseitigen Interesse lockern heute Museen eiserne Prinzipien, zumal wenn
Gegengaben locken. Das Frankfurter Städel war beim Werben so hartnäckig und
überzeugend, dass nach jahrelangen Vorbereitungen nun das kaum Vorstellbare
erreicht wurde: Andreas Schumacher, der Kurator, hat eine erstaunliche
Botticelli-Schau in Szene gesetzt. Für die zwangsläufig fehlenden großen
religiösen und mythologischen Schaustücke fanden sich reizvolle Stellvertreter.
Aber nicht nur Kabinettstücke bieten Ersatz und Entschädigung. Auch zwei
monumentale Paradestücke aus den Uffizien sind aufgeboten: die Tugendallegorie
„Minerva und der Zentaur“ (auf Leinwand) und das abgelöste riesige
Verkündigungsfresko vom Eingang eines Florentiner Hospitals, das eine
souveräne, zweigeteilte Raumbühne in den Ecken mit fast nervös erregten
Protagonisten bespielt.
Bildnis, Mythos, Andacht - Den großen
Erzähler, den turbulenten Dramatiker Botticelli, der Emotionen und
Leidenschaften zu inszenieren, ja aufzupeitschen weiß, belegt am Ende der
Ausstellung der vierteilige Zyklus mit dem Leben und den Wundertaten des
heiligen Zenobius, der hier zum ersten Mal wieder mit Leihgaben aus London, New
York und Dresden zusammengeführt ist. Die filmartige Fabel schmückte einst als
umlaufender Fries die Wände eines Interieurs. Andachtsbilder mit den berühmten
Madonnen ersetzen in reicher Auswahl und wechselnder Qualität die Altäre. Neben
Meisterleistungen der Verdichtung und Beispielen für die abenteuerliche
Expressivität und den spätgotischen Manierismus des späten Botticelli sind hier
auch manche Routinearbeiten einer großen Werkstatt zu sehen. Eingestreut sind
Vergleichsstücke von Zeitgenossen wie dem Lehrer Filippo Lippi, Verrocchio,
Filippino Lippi oder Raffaelino del Garbo.
Die Ausstellung entfaltet sich über die
zwei Etagen des Städel-Neubaus vor einem einheitlichen, pompejanisch-roten
Fond. Die Gliederung folgt Frank Zöllners Botticelli-Monographie mit
Werkverzeichnis von 2005: „Bildnis, Mythos, Andacht“. Der Akzent liegt auf dem
Porträt, das den Auftakt macht. Als der bedeutendste Porträtmaler des
Quattrocento ist Botticelli erst in jüngster Zeit erkannt worden. Die Bildnisse
sind locker gehängt, entwickeln dabei beziehungsreiche Dialoge. Reliefporträts,
Medaillen, Kameen, Rüstungen illustrieren das Umfeld. Das Werkverzeichnis führt
zwanzig, meist ungewöhnlich große Porträts auf, die fast alle mit der
Medici-Patronage zu tun haben. Sie idealisieren und mythisieren die
Dargestellten vielfach auf offener Szene.
Den bekanntesten Typus bildet das
posthume Porträt von Giuliano de' Medici aus der Botticelli-Werkstatt. Vier
Varianten dieses Typs sind überliefert - Erinnerungsbilder an den bei der
Pazzi-Verschwörung im Ostergottesdienst von 1478 im Florentiner Dom ermordeten
Bruder Lorenzos, der selbst dem Attentat entging, den Anschlag anschließend
brutal rächte und die Erinnerung zur Befestigung der Medici-Macht nutzte. Zwei
dieser Porträts kann die Ausstellung zeigen, voran das berühmte Urbild aus
Washington, das den Memorierten mit Dulder- und Märtyrermiene im blutroten Wams
zeigt, eingefasst von einem grauen Architekturrahmen mit geöffnetem Fenster im
Hintergrund.
Dominanz des weiblichen Typus' - Der
erste Blick des Besuchers fällt auf das Idealbildnis der Simonetta Vespucci,
das im 19. Jahrhundert ins Städel kam, lange als Werkstattprodukt galt und erst
nach der Restaurierung von 1995/96 ihre strahlende Vollkommenheit und Bedeutung
preisgab. Die schöne Simonetta stellt ein Kunstgeschöpf mit realem Ursprung
dar. Sie ist in ihrer Reinheit und Klarheit zugleich das raffinierte Produkt
einer sich potenzierenden Fiktionalisierung. Die verheiratete junge Frau, die
mit 24 Jahren starb, wurde vom Hofdichter der Medici zum Ideal höfischer Minne,
zur keuschen Braut de' Medicis stilisiert. Die Mythe, mit der Lorenzo
politische Schachzüge verband, wucherte nach ihrem Tod in der Phantasie der
Zeitgenossen, voran der Hofpoeten, kräftig weiter und wurde durch Giulianos
Ermordung zwei Jahre nach ihrem Tod noch einmal befeuert.
In Botticellis Phantasie mutiert die
imaginäre Simonetta zur tugendstarken und wachsamen Minerva-Heroine, gleichzeitig
aber auch zur liebestiftenden Nymphe. Der Typus öffnet sich ferner marianischen
Verehrungen. Im Frankfurter Porträt, das leicht aus dem strengen, abweisenden
Profil gedreht ist, das bis dahin Frauenbildnissen zugedacht war, verarbeitete
Botticelli andeutungsweise schon Züge der Minerva (Ansätze eines Brustpanzers,
die Medaille mit dem Wettstreit von Apollon und Marsyas), aber auch
Anspielungen auf die Nymphe und die erträumte Minne. Was dabei Auftragswunsch
war und was Künstlerobsession, lässt sich schwer abwägen. Der weibliche Typus
durchdringt Botticellis Gesamtwerk. Er prägt das Frauenbild des Venuskults und
des Frühlingsfestes, er erobert Madonnen, Engel und Heilige. Manchmal scheint
das Schönheitsidol sogar auf die Männer abzufärben.
Das Idol kehrt noch in Botticellis
späten Dante-Illustrationen wieder, wo eine engelhafte Beatrice mit
Simonetta-Zügen Dante durch die Schwerelosigkeit und Lichtflut des Himmels
begleitet und umarmt. Die Simonetta-Minerva-Venus-Maria-Beatrice tritt aber
einmal kühn aus allen ikonographischen Kontexten heraus und präsentiert sich in
zwei Bildern der Werkstatt als begehrenswertes nacktes Idol vor neutralem,
schwarzem Fond. Botticelli zeigt den Körper in voller Fleischlichkeit, aber
ohne anatomische Durchbildung. Dieser Frauenkörper, der als erste
Aktdarstellung der Kunstgeschichte gilt, steht nicht fest auf seinen Beinen, er
tänzelt und schwebt wie die Traumfiguren in den arkadischen Mythen. Botticellis
mächtige Schönheitssuggestion fand ein fernes Echo in den Fieberträumen der
englischen Präraffaeliten. Vor allem Burne-Jones verzehrte sich in Sehnsucht
nach Botticellis Idol, entsinnlichte es aber vollends und verehrte es in
rituellen Refrains.
Stilistisches Selbstbewusstsein
Ist Botticelli nur höfisch gesteuert,
erfüllt er Wünsche und Regiekonzepte, oder verfolgt er eigene, fast romantische
Phantasien? In seinem Werk setzt sich ein selbstbewusster Personalstil
machtvoll und umfassend in Szene. Das Historienbild „Die Verleumdung des
Apelles“ ist ein Kommentar auch in eigener Sache: Botticelli verteidigt das
Recht des Kunstpraktikers gegen die Anmaßungen der Kunsttheorie. In den
Schönheitskult, die Tugendlehre, den Gottesdienst und den Fürstenpreis der
Bilder schleichen sich zuweilen dandyhafte, melancholische, vielleicht sogar
ironische Züge ein, Spuren auch von Wiederholung und Routine.
Die schroffen Gegensätze zwischen
heidnischer und frommer Sinneslust, zwischen Venus und Madonna, wilder und
tugendhafter Leidenschaft weichen auf. Hin und wieder stößt man sogar auf
psychische Vibrationen. „Minerva und der Zentaur“ ist zweifellos ein Exempel
moralischer Didaktik. Das schließt das Spiel mit mehrdeutigen Ausdrucksnuancen
nicht aus. Minerva zähmt, aber animiert auch den Zentaur mit seinem lüsternen,
aber auch müden Blick und seinem gehemmten Gestus.
Arkadische Träume, moderne Affekte -
Kunsthistoriker vieler Generationen haben in Botticellis synkretistischer
Bildpoesie, die antike und zeitgenössische Dichtungen, theologische und
humanistische Gelehrsamkeit, aber auch archäologische Denkmäler virtuos
verarbeitet, ein reiches Nahrungsfeld gefunden. Die Deutungsmöglichkeiten
scheinen labyrinthisch. Man darf dabei nicht die düsteren historischen
Substruktionen aus dem Auge verlieren, auf denen die Medici ihre propagandistische
Theaterwelt, ihre leuchtenden höfischen Träume von der Wiederkehr einer
arkadischen Antike und von Florenz als neuem Athen gründeten.
Diese Bankiers trugen die Republik als
Tugendmodell vor sich her, aber erprobten die Autokratie bis zur Diktatur. Der
Katalogbeitrag eines Historikers erinnert eindringlich an die blutigen
Rivalitäten in der Stadt, an die Intrigen, Unruhen, Wirren, Aufstände und
Verschwörungen, schließlich an die radikalen Aktivitäten des 1498 verbrannten
Fundamentalisten und Glaubensreformers Savonarola und die apokalyptische
Endzeitstimmung der Jahrhundertwende. Künstlerische Reaktionen Botticellis
blieben nicht aus. Die gelassenen und erhabenen religiösen Bilder werden
emotional und spirituell aufgeladen. Der Schönheitskult modifiziert und
verzerrt sich in seelischen Ekstasen und mystischen Intensitäten. Moderne
Affekte betreten die Bildbühne. Von Eduard Beaucamp Faz 16
Gusto Nudo organisiert in Berlin die „Messe unabhängiger Weinbauer“ (21.-22. November)
Berlin - Der Kulturverband Gusto Nudo,
mit Sitz in Bologna (Italien), organisiert das erste Mal in Berlin die „Messe
unabhängiger Weinbauer“. Anlässlich des Gusto Nudo Berlin stellen bei einer
Weinprobe am Samstag, den 21. November, und Sonntag, den 22. November, ca. 20
aus allen Gebieten Italiens kommende Landwirtschaftsbetriebe ihre Weine allen
natur- und biologieproduktbegeisterten Berlinern vor.
Das Ereignis hat zum Ziel, den
Teilnehmern folgendes näher zu bringen: eine große Distribution, eine Kultur
des Respeks und der Achtung für das Gebiet und die Erde, die Wertschätzung der
Arbeit, die sich der Bewahrung der biologischen Vielfalt widmet. Der die Arbeit
in einem Weinkeller, die sich von technologischer
Manipulation entfernt hat, welche dazu
neigt, die Unterschiede zu annullieren; der Persönlichkeiten der Gebiete und
verschiedener Kulturen.
Auf der Messe sind 20 eingeladene
Betriebe, deren Weine noch nie mit Trauben verschnitten wurden, die aus
verschiedenen, nicht auf dem Etikett angegebenen Gebieten kommen, sei es, um
nicht die Originalität des Ertrags wirklicher Mühe zu verraten, sei es, um
nicht der Diktatur eines Marktes zu unterliegen, der
uniformierte Weine mit einem Geschmack
will, der zu stark bestimmend und auf keinen Fall mit dem Boden vertraut ist,
auf welchem er seinen Ursprung hat.
Ein besonders wichtiger Punkt, der alle
dieser Gruppe der Produzenten Zugehörigen verbindet, bezieht sich auf die
totale Weigerung, sich mit der Dynamik der Ausbeutung prekärer oder einer
Wanderarbeit, die im Gegensatz dazu einen großen Teil der Agrarproduktion in
Italien charakterisiert. Etwa 50 italienische
Weinbaubetriebe, die sich mit der
Annäherung an eine natürliche, biologische und biodynamischen Produktion
kennzeichnen, was nun einer der Punkte für die nationale Beziehung der
Produzenten ist, die Verbraucher und die Anbieter des Sektors, die daran
interessiert sind, Produkte derer Betriebe zu entdecken, die von großer
Lieferung ausgegrenzt sind. De.it.press
Neue Online-Zeitung. Ciao-saarland.de stellt sich vor. Anliegen und Ziele
Ciao-Saarland.de ist eine
Online-Zeitung, die zwischen der saarländischen und der italienischen Kultur
vermitteln möchte. Unser zweisprachiges Informationsangebot richtet sich an
alle, die sich mit diesen beiden Kulturen verbunden fühlen.
Es lohnt sich, der Präsenz der
Italiener auf den Grund zu gehen und sie in verschiedenen Aspekten des
menschlichen Miteinanders zu beleuchten. Unser Anliegen ist es vor allem über
kulturelle, politische, soziale und wirtschaftliche Themen zu berichten. Die
Präsenz der Italiener im Saarland ist seit Jahrhunderten zu spüren und stellt
mit Sicherheit eine große Bereicherung dar, die im Wandel der Zeit betrachtet
wird.
Umgekehrt haben auch viele Saarländer
in irgendeiner Form Erfahrungen mit der italienischen Lebensweise gemacht, ob
durch Bekanntschaften in der Nachbarschaft oder einen Aufenthalt im Belpaese.
Obwohl eine enge Verbundenheit besteht, ist das gegenseitige Verständnis nicht
immer gegeben. An dieser Stelle wollen wir einsetzen und durch objektive Berichterstattung
einen kleinen Diskussionsbeitrag leisten.
Das Redaktionsteam verfolgt mit dem
Online-Angebot keine kommerziellen Zwecke. Es ist in unserem Interesse den
Austausch über die angebotenen Themen anzuregen und in diesem Sinne bieten wir
jedem Leser die Möglichkeit, in der Sprache seiner Wahl seine Meinung zu äußern
und mit anderen darüber zu diskutieren.
Alle Mitarbeiter sind ehrenamtlich
tätig und verfügen über Erfahrungen im journalistischen Bereich, sind jedoch
keine Profis. Trotz des hohen Qualitätsanspruchs kann es insbesondere in der
Anfangszeit zu Imperfektionen technischer Art kommen. Dies bitten wir zu
entschuldigen.
Wir wünschen allen Lesern eine
angenehme, bereichernde und erfrischende Lektüre. Die ciao-saarland.de
Redaktion
p.s.: Die italienischen Fassungen sind
in Arbeit! (de.it.press)
Saarbrücken. Das italienische Konsulat verweigerte Schirmherrschaft für interkulturelle Tagung
Die für den 18. November angesetzte
Tagung über Zweisprachigkeit beim saarländischen Kultusministerium mit Prof.
Massimo Vedovelli der Universität Siena findet ohne die Schirmherrschaft des
Italienischen Konsulats statt. Damit wird von italienischer Seite her
Kritik an der Nichtberücksichtigung der mit Geldern aus Italien finanzierten
interkulturellen Projekte im Saarland, vor allem des bilingualen Projektes
„Arcobaleno“, zum Ausdruck gebracht. Trotz alledem wird das italienische
Konsulat auf der Konferenz vertreten sein.
Das Projekt „Arcobaleno“ wird mit
Geldern des italienischen Außenministeriums und des Kultusministeriums an vier
Grundschulen mit mehr als 120 Schülerinnen und Schülern durchgeführt. Es wurde
vor 10 Jahren als innovatives bilinguales Projekt mit ganz neuen Ausrichtung
vom COASSCIT/Saar ins Leben gerufen und hat in der Tat die saarländische
Schullandschaft um eine neue Erfahrung bereichert. Der Unterricht richtet sich
an deutsche, italienische und an Kinder anderer Nationalitäten mit dem Ziel,
die Mehrsprachigkeit von der ersten Klasse an zu fördern. Innovativ ist dabei
der im Tandem von Sprach - und Klassenlehrerin gehaltene zweisprachige
Unterricht und die Orientierung an das Two-Way-Modell, wo zweisprachig,
Italienisch-Deutsch aber auch andere Mutterprachen, und einsprachig, Deutsch,
aufwachsenden Kinder der Unterrichtstoff vom ersten Schultag an in beiden
Sprachen dargeboten wird.
Das Projekt findet große Zustimmung
unter den Schülern und Lehrern. 2005 wurde es mit der Europamedaille des
Europäischen Parlaments ausgezeichnet. Das liegt auch daran, dass im Projekt
„Arcobaleno“ junge Native Speaker unterrichten, die zum einen in Italien einen
Hoschschulabschluss im Bereich der Fremdsprachendidaktik erworben und sich zum
anderen hier in Deutschland weitergebildet haben.
Der Erfolg des Projektes „Arcobaleno“
wirft auch die Frage auf, warum italienische Schüler nicht Italienisch
zusätzlich als Fremdsprache in der Grundschule wählen können. Dieser Ansatz
wird von renommierten Sprachwissenschaftlern, wie Ingrid Gogolin von der
Universität Hamburg, seit Jahren gefordert. Hintergrund ist auch, dass die
Wirtschaftlichkeit der italienischen Sprache, gemäß am wirtschaftlichen
Austausch zwischen den Ländern, eine hohe Bedeutung für Deutschland hat
(Deutschland ist in Italien der größte Investor nach den USA), und vor allem auch,
dass in diesem Fall italienische Kinder dabei auf bereits vorhandene
Vorkenntnisse zurückgreifen können.
Die Tagung mit dem italienischen
Sprachwissenschaftler Vedovelli geht von der Initiative des im Saarland kaum
aktiven Vereins „F. Santi“ aus. Der Verein stand in den 70iger Jahren der
Sozialistischen Partei Italiens (PSI) nahe und war hier vertreten durch den
Italiener G. Di Bernardo.
ciao-saarland.de
Frankfurt. ENIT unterstützt Botticelli-Ausstellung im Städel
Frankfurt am Main - Vom 13. November
2009 bis 28. Februar 2010 findet im Städel Museum in Frankfurt eine große
Sonderausstellung über Sandro Botticelli statt. Rund 80 Werke des großen
Renaissancekünstlers, seiner Werkstatt und seiner Zeitgenossen werden in dieser
ersten gattungsübergreifenden Schau zu Botticelli in Deutschland dem Publikum
präsentiert. Für die Italienische Zentrale für Tourismus ENIT ist es eine Ehre,
dieses einzigartige Kunstereignis als Förderer zu unterstützen und unter den
Besuchern eine Reise in die Geburtsstadt Botticellis - Florenz - zu verlosen.
Die Botticelli-Ausstellung im Städel
Museum in Frankfurt ist ein Kunstereignis ersten Ranges, das die italienische
Kunst der Renaissance an den Main holt und den Besuchern den Meister einer
Epoche vorstellt, die für die europäische Kunst einen ganz besonderen
Stellenwert hat. Die Portraits von Zeitgenossen Botticellis, von allegorischen
Figuren und religiösen Szenen bezaubern auch 500 Jahre nach ihrer Entstehung
durch die feine Linienführung und die harmonische Bildgestaltung.
Florenz galt zu Botticellis Zeiten als
das florierende Kunstzentrum Europas und zog Künstler und Intellektuelle an,
die sich unter der humanistischen Herrschaft der Medici freier entfalten
konnten als bisher. Ihre Werke machen aus der Stadt am Arno noch heute eine der
meist besuchten Kunststädte weltweit.
Informationen zur Ausstellung im
Internet unter www.staedelmuseum.de (Enit/de.it.press)
Saarbrücken. Demonstration gegen die Schließung des Konsulats
Saarbrücken. Mit Slogan gegen die
Regierung Berlusconi sind heute Vormittag in Saarbrücken 300 Menschen auf die
Straße gegangen, um für die Erhaltung des italienischen Konsulats zu
demonstrieren. Das Singen der italienischen Nationalhymne und die Rufe „Hände
weg vom Konsulat“ („Giù le mani dal Consolato“) begleiteten den
Demonstrationszug durch die Innenstadt. So wurden die Saarbrücker Bürger auf
die drohende Schließung aufmerksam gemacht.
Giovanni Di Rosa, Vorsitzender vom
Comites/Saar (Ausschuss der Italiener im Ausland), hat bei einer kurzen Rede
vor dem Saarbrücker Rathaus die Regierung aufgefordert, die Schließungspläne zu
stoppen, oder mindestens dafür zu sorgen, dass eine Konsulatsagentur für die
Erledigung der wichtigsten konsularischen Dienste eingerichtet wird: Diese
Lösung würde den Sparplänen der Regierung sowie den Interessen der Italiener im
Saarland Rechnung tragen. Kommt es tatsächlich zu einer Schließung, müssen die
italienischstämmigen Saarländer ihre behördlichen Angelegenheiten in Zukunft in
Frankfurt erledigen.
Um dem Protest mehr Ausdruck zu
verleihen, wurden anschließend die Gleise der Saarbahn an der Haltestelle
Johanniskirche, nicht weit weg vom Sitz des italienischen Konsulats,
vorübergehend besetzt gehalten.
An der Protestaktion waren auch
Deutsche beteiligt, darunter Vertreter von politischen Parteien. Die SPD war
durch die Stadtverbandsbeigeordnete Elfriede Nikodemus vertreten.
ciao-saarland.de 14
Mafiaboss auf Sizilien festgenommen. 15 Jahre auf der Flucht
Die Nummer Zwei der Cosa Nostra ist den
Fahndern nach 15 Jahren Flucht endlich ins Netz gegangen. Er soll einen
14-Jährigen gekidnappt und in Säure aufgelöst haben.
Rom -
Nach 15 Jahren auf der Flucht ist die Nummer Zwei der sizilianischen
Mafia der Polizei ins Netz gegangen. Cosa-Nostra-Boss Domenico Raccuglia wurde
am Sonntag in der Region Trapani gefasst, wie ein Polizeisprecher der
Nachrichtenagentur ANSA sagte. Der 45-Jährige zählte zu den 30 gefährlichsten
flüchtigen Kriminellen Italiens und wurde bereits dreimal zu lebenslanger Haft
verurteilt.
"Mimmo" Raccuglia, genannt
"der Veterinär", soll unter anderem in die Entführung eines
14-Jährigen verwickelt gewesen sein, die das Land Anfang der 90er Jahre in Atem
hielt, bis der Junge nach zwei Jahren in den Händen der Kidnapper schließlich
ermordet und seine Leiche in Säure aufgelöst wurde. Insgesamt werden dem
45-Jährigen fünf Morde zur Last gelegt.
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