WEBGIORNALE  6-8  Novembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Opel: Germania in rivolta, Gm taglierà 10 mila posti 1

2.       20 anni fa cadeva il Muro di Berlino. Sondaggio sul gradimento dei Premier europei 1

3.       Il 9 novembre Conferenza Internazionale a Roma sulle rimesse degli emigranti 1

4.       Indagine sociologica della Cattolica di Milano sugli italiani in Germania  2

5.       Berlino. Il “Volante d’oro 2009”: premio d’onore per Luca Cordero di Montezemolo  2

6.       A Saarbrücken il 18 novembre la Conferenza “Crescere bi e plurilingue”  2

7.       La lingua tedesca non è un ostacolo all’integrazione ed al successo scolastico. Hannover ascolta?  3

8.       Radio Colonia. Opel. Finale con beffa  3

9.       Incontro con l’autore a Kronberg (Taunus) il 18 novembre  3

10.   Berlino. Al ristorante “Il pozzetto” la prima “Festa dei Cornuti 2009”  4

11.   Mostra a Roma sul Muro di Berlino, vent'anni dopo  4

12.   Milano ricorda i 20 anni del crollo del muro di Berlino con installazioni artistiche  4

13.   Cgie. Il Comitato di Presidenza si riunisce il 9 e il 10 novembre alla Farnesina  5

14.   Primarie PD. Tutti i delegati dell’Europa all’Assemblea Nazionale  5

15.   La Commissione UE approva le modifiche su asilo e protezione internazionale  5

16.   "L'emigrazione non conosce crisi"  5

17.   Ue, slitta il summit sulle nomine  5

18.   D'Alema ministro degli Esteri Ue: «Il suo passato sarebbe un problema»  6

19.   Ue, Berlusconi conferma sostegno "D'Alema è una candidatura forte"  6

20.   VI Congresso Mondiale. "Una risposta pastorale al fenomeno migratorio nell’era della globalizzazione". 7

21.   La guerra al terrore. Afghanistan, feriti quattro italiani. L'Onu ritira il personale straniero  7

22.   Gli Usa, la crisi e il voto. Obama, quando il carisma non basta  7

23.   L'America è più lontana  8

24.   Afghanistan, la crisi di legittimità e la tentazione del ritiro  8

25.   Un’azione più liberale del Governo. Il cammino da riprendere  9

26.   Berlusconi usa il libro di Vespa per rispondere alle 10 domande  9

27.   “Berlusconi? Cade a marzo”. Intervista a Daniele Luttazzi 10

28.   Il Pd: "Pseudo risposte alle 10 domande. Il premier venga in Parlamento"  11

29.   «Il vertice del Sismi non è giudicabile», condannati gli agenti Cia: proteste Usa  11

30.   L’influenza A tra bufale (d’oro) e allarmismo di Stato  11

31.   La Cocaina invade l'Europa. L'Italia al top per il consumo  12

32.   Veneti nel Mondo. A Teolo (Padova) convegno sul ruolo delle associazioni dei migranti 12

33.   Mostra a Prato: “Era così. Immagini dalla Germania Est 1959-1989”  12

34.   “Dagli emigranti agli immigrati 1948-2008. Gli esempi di Gualdo Tadino e di Montegabbione”  13

35.   Nuovo logo per la Consulta degli degli emiliano-romagnoli nel monco cercasi 13

36.   Un primo bilancio del neo presidente di Assocamerestero Augusto Strianese  13

 

 

1.       Konsulat in Saarbrücken besetzt! Italiener gegen Schließung  14

2.       Berlin. „Das Goldene Lenkrad 2009“. Ehrenpreis für Luca Cordero di Montezemolo  14

3.       Interview mit Staatsministerin Maria Böhmer. "Wir wollen Integration verbindlicher gestalten"  15

4.       Migration als Beitrag zur menschlichen Entwicklung. Ein Bericht der Vereinten Nationen  15

5.       Zuwanderung. Türken empfinden Deutschkurse als ungerecht 16

6.       Italienischer Mittelstand in Sorge. Römische Auslese  16

7.       Italien und das Kruzifix-Urteil. Picknick auf dem Friedhof 17

8.       Nach Kruzifixverbot in Klassenzimmern. Heftige Kritik aus Rom   17

9.       Europäisches Kruzifix-Urteil. Im Geiste der Aufklärung  17

10.   Iman-Entführung. Italien verurteilt CIA-Agenten  18

11.   Italien: 23 CIA-Agenten verurteilt. Sieg der Gerechtigkeit 18

12.   Prozess in Italien. 22 CIA-Agenten verurteilt 18

13.   Tories gegen EU-Vertrag. Abstimmung um jeden Preis  19

14.   Tschechien: EU-Vertrag ratifiziert. Ende des Nervenkriegs  19

15.   Analyse. Nächste Ausfahrt Europa  20

16.   Neues Europäisches Bürgerbegehren ist eine große Chance! 20

17.   Ein Jahr Barack Obama. Präsident auf Bewährung  21

18.   Kommentar. Warnzeichen für Obama  21

19.   „Opel-GM-Magna“. Kalt erwischt - gründlich blamiert 21

20.   Entscheidung in Detroit. Das Opel-Desaster 22

21.   Opel. Analyse: Schwere Panne für Merkel 22

22.   Opel. Die Politisierung ist gescheitert 23

23.   Leitartikel zu Opel. Auf ein Neues mit GM   23

24.   Koalition steht. Jamaika regiert das Saarland  24

25.   Der erste Fettnapf. Ramsauer will Maut - die Kanzlerin nicht 24

26.   "Frontbann 24" in Berlin. Innensenator verbietet Neonazi-Gruppe  25

27.   Hessen. "Neonazis gehören zur Normalität"  25

28.   Weniger als 82 Millionen. Deutschlands Bevölkerung schrumpft 26

29.   EU-Studie. Jugendliche bedröhnen sich gern mit Drogenmix  26

30.   Kritik "Hart aber fair". Migrationshintergrund DDR  26

31.   Berlin. Schloss. Eine Kritik an Stellas Entwürfen. De Chirico, in Stein gemeißelt 27

32.   Europa und das Internet. Ein Kontinent sperrt sich  28

 

 

 

 

 

Opel: Germania in rivolta, Gm taglierà 10 mila posti

 

BERLINO - Inaccettabile-irragionevole-sfacciata: il mondo politico tedesco ha commentato così la decisione della GM di annullare la vendita della controllata europea Opel. Una scelta che mette in serio imbarazzo soprattutto la cancelliera Angela Merkel che negli ultimi mesi aveva fortemente appoggiato la cessione dello storico marchio al consorzio russo-canadese Sberbank-Magna. “Il fulmine della Opel colpisce Angela Merkel” scrive il settimanale Stern, mentre per il quotidiano economico Handelsblatt la gestione dell’intera vicenda da parte del governo tedesco sarebbe stata un disastro.

Berlino tenta ora di arginare gli effetti del dietrofront - a dire il vero non improvviso - da parte della GM e già nei prossimi giorni la cancelliera Merkel parlerà del contenzioso Opel col presidente americano Obama che secondo una nota della Casa Bianca sarebbe però del “tutto estraneo” alle decisioni prese a Detroit.

Sorpresa e rammarico anche a Mosca, dove un portavoce del primo ministro Putin si è detto “allibito”. Intanto viene chiesta a Detroit un’immediata restituzione del prestito ponte di un miliardo e mezzo di euro concesso da Berlino agli americani per garantire l’operatività della Opel. Molto di più però Berlino e Mosca non possono fare ed è proprio questo il dilemma forse più umiliante per Angela Merkel.

Per sei mesi ha dato l’impressione di avere in mano lei il destino della casa automobilistica tedesca scegliendo il consorzio da favorire e quelli invece da scartare (Fiat compresa). Ora si ricomincia e i sindacati tedeschi di fronte ai tagli massicci in arrivo (confermati ieri dal responsabile Gm per l’Europa Carl Peter Forster) preferiscono difendersi da soli. Già per oggi sono previsti i primi scioperi nei 4 stabilimenti tedeschi della Opel dove ora sarebbero minacciati fino a 10mila posti di lavoro. “Per gli operai Opel è una giornata nera”, ha commentato ieri il presidente del consiglio di fabbrica Klaus Franz. WALTER RAUHE IM 5

 

 

 

20 anni fa cadeva il Muro di Berlino. Sondaggio sul gradimento dei Premier europei

 

Il 9 novembre 1989, vent'anni fa, cadeva il muro di Berlino e con esso si sgretolava definitivamente quell'ordine politico che aveva caratterizzato la vita dell'Europa per tutto il dopoguerra, con una suddivisione in due ben precise aree d'influenza che si sono fronteggiate durante gli anni della Guerra Fredda. La caduta del muro segna soprattutto la fine della divisione della Germania, voluta dai vincitori del secondo conflitto mondiale nella conferenza di Yalta del 1945 ma rappresenta anche una importante tappa del processo di formazione dell'Unione Europea, dal momento che molti degli stati che oggi fanno parte della UE o che vi stanno per entrare, vent'anni fa si trovavano al di là della cortina di ferro.

In occasione del ventennale della caduta del muro, la Germania dedica all'evento una ricca serie di iniziative, la "Festa della Libertà", che avrà luogo a Berlino dal 7 al 9 novembre 2009. Oltre a feste, concerti e commemorazioni, non mancheranno conferenze e dibattiti che vedranno tra i partecipanti anche alcuni dei protagonisti di quegli anni, tra i quali Michail Gorbaciov, Kofi Annan e il già Ministro degli Affari Esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher.

Culmine dei festeggiamenti sarà la Dominoaktion, consistente nella realizzazione di un gigantesco domino, formato da tessere alte 2,50 metri e realizzate dai giovani berlinesi, che sarà fatto cadere in diretta televisiva, in simbolica rappresentazione del crollo del muro di Berlino.

Anche l'Italia dedica all’evento alcune iniziative tra le quali spicca la mostra fotografica esposta al Museo di Roma in Trastevere (fino al 14 febbraio 2010), organizzata in collaborazione con il Comune di Roma.

Infine, nella serata del 9 novembre alle ore 18,30, nella suggestiva cornice di Piazza di Spagna a Roma, si terrà uno spettacolo di parole e musica per iniziativa congiunta del Sindaco di Roma on. Gianni Alemanno e del Ministro per le politiche europee on. Andrea Ronchi.

Per saperne di più si possono visitare i siti dell'Ambasciata tedesca in Italia, dell'Ente nazionale tedesco per il turismo, il sito ufficiale degli eventi per la caduta del muro (in tedesco ed inglese), oltre evidentementi ai siti del governo federale.

 

In occasione dell’anniversario della caduta del muro di Berlino, è stato fatto un sondaggio sul gradimento dei Premier europei. Il primo ministro bulgaro Boiko Borisov (70%) guida la classifica del gradimento fra i Paesi dell’Europa Unita, la cancelliera Angela Merkel ha ottenuto un ottimo piazzamento con il 60 per cento di gradimento tra i propri concittadini, Silvio Berlusconi la segue a distanza con il 45 per cento.

Il Presidente della Repubblica francese Sarkozy è dietro Berlusconi a una incollatura con il 43%, lo spagnolo Zapatero è al 31%. Il sondaggio è stato realizzato dall’istituto americano Pew tra i Paesi europei in occasione dell’anniversario della caduta del muro di Berlino. Obiettivo a 20 anni dalla svolta, avere informazioni sul gradimento dei leader da parte dei concittadini.

Berlusconi non deve essersela presa più di tanto: i numeri non hanno confermato le sue informazioni sui suoi sondaggi, che lo avrebbero dato al 70 per cento, ma hanno concesso la palma del primo classificato ad un suo amici, l’ex comunista Borisov.

(de.it.press)

 

 

 

 

Il 9 novembre Conferenza Internazionale a Roma sulle rimesse degli emigranti

 

Roma - La Conferenza Internazionale di Roma sulle rimesse in programma alla Farnesina il 9 novembre rappresenta uno dei seguiti tangibili e immediati che l’Italia dà al Vertice de L’Aquila in questa materia, per conseguire l’obiettivo del “5x5” cioé il dimezzamento dal 10% al 5% del costo di invio delle rimesse nell’arco di cinque anni.

  E’ prevista la partecipazione di rappresentanti dei Paesi G8, delle Banche Centrali, dei principali Paesi interessati dalle rimesse, inclusi i Paesi che hanno importanti corridoi di rimesse dall’Italia, e delle organizzazioni internazionali. Parteciperanno inoltre all’evento rappresentanti dei Money Transfer Operators, delle principali banche attive nel settore delle rimesse e altri operatori del settore. Saranno presenti anche rappresentanti di altri Ministeri interessati, del CNEL e dei sindacati. Saranno presenti infine rappresentanti del gruppo di lavoro italiano sulle rimesse, composto, oltre che da funzionari del Ministero degli Esteri, da Presidenza del Consiglio-Ufficio Sherpa G8, Ministero dell’ Economia, Banca d’Italia, ABI, CeSPI.

  Nel corso della Conferenza verrà presentato il sito web italiano dedicato ai costi di transazione delle rimesse, elaborato dal CeSPI e dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), finanziato dalla Farnesina. Con questo sito web, l’Italia affianca la Germania, il Regno Unito, la Francia, l’Australia e la Nuova Zelanda.

  L’obiettivo del “5x5”, come già enunciato a Roma nel giugno scorso durante la Ministeriale G8 Sviluppo, può essere conseguito con l’impegno di tutti i soggetti interessati e vede i Paesi G8 quali capofila di uno sforzo più ampio.

  La Banca Mondiale ha sottolineato in ottobre che altre 90 milioni di persone entreranno nell’estrema povertà entro la fine del 2010. L’azione con pacchetti nazionali di stimolo all’economia e’ stata accompagnata dal rifinanziamento di strumenti preesistenti delle Istituzioni Finanziarie Internazionali e dal lancio di iniziative e linee di aiuto nuove da parte del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, volta ad assistere i Paesi a medio reddito, colpiti dalla crisi, e quelli a basso reddito. In tale contesto, durante l’ Annual Meeting di Istanbul svoltosi un mese fa, il Presidente della Banca Mondiale, Zoellick, ha sottolineato l’importanza degli strumenti innovativi capaci di moltiplicare le risorse a disposizione, nel cui ambito rientra anche la valorizzazione delle rimesse.

 

  L’azione italiana in ambito G8 ha dato rilievo alle iniziative innovative di finanziamento dello sviluppo. Il Consiglio Europeo del 29-30 ottobre ha anch’esso positivamente accolto la finanza innovativa.

  Nell’impostazione dell’iniziativa italiana, le rimesse degli emigranti sono risorse private ed il settore pubblico puo’ svolgere un ruolo importante come facilitatore. I migranti contribuiscono significativamente alla crescita economica e allo sviluppo dei Paesi di origine in diversi modi, tramite il reddito che producono e quello che rimettono alle proprie famiglie ma anche con iniziative volte ad attività produttiva nel proprio Paese di origine.

  Stime della Banca Mondiale riportano che nel 2008 le rimesse di circa 190 milioni di migranti hanno generato (in base ai dati ufficialmente registrati) un volume pari a 433 miliardi di dollari USA, di cui 328 miliardi diretti a Paesi in via di sviluppo, sostenendo il reddito di ben 700 milioni di persone. La crisi economica e finanziaria ha colpito anche le rimesse, che si sono contratte, ma in misura minore rispetto ad altri flussi privati.

  L’obiettivo (“5x5”) significa il dimezzamento dell’attuale costo globale medio di invio e può generare un aumento netto del reddito dei migranti e delle loro famiglie di 10-15 miliardi di dollari USA. Quanto all’Italia, in base alle stime per il 2007, dieci Paesi in Via di Sviluppo hanno ricevuto il 75% delle rimesse da lavoratori migranti nel nostro Paese. I Paesi ricettori sono la Cina (27,9%), la Romania (13,1%), le Filippine (12%), il Marocco (5,6%), il Senegal (4,2%), il Brasile (2,5%), l’Albania (2,4%), il Bangladesh (2,4%), il Perù (2,1%) e l’Ecuador (2,1%). Nel 2008, secondo la Banca Mondiale, il totale delle rimesse originate dall’Italia è stato pari a 12,7 miliardi di dollari (cifra che include anche le rimesse verso Paesi sviluppati).  (Inform)

 

 

 

 

 

Indagine sociologica della Cattolica di Milano sugli italiani in Germania

 

L’ateneo milanese ha condotto un’indagine sociologica qualitativa sul grado d’inserimento della nostra collettività in Germania.

 

La prima sintesi dei dati conferma una situazione molto variegata: basso grado di scolarità, sensibile disagio sociale scarsa partecipazione alla vita politica e culturale tedesca della prima e seconda generazione. Ancora difficoltà d’inserimento nella scuola e nel circuito della formazione professionale della terza generazione. I nuovi arrivati hanno invece un grado di formazione medio-alto. L’indagine è parte integrante del progetto Sprint-SonderPRojektINTegration, un progetto straordinario finanziato dal Ministero del lavoro per il recupero e potenziamento linguistico e per lo sviluppo delle capacità cognitive logico-matematiche di 416 bambini italiani, residenti nel Baden-Württemberg, Baviera e Renania Palatinato

L’indagine fotografa la situazione attuale di una comunità che presenta molte sfaccettature della nostra collettività. I ricercatori hanno premesso che l’indagine non era quantitativa ma qualitativa, scegliendo, cioè, genitori e bambini di diversi strati sociali: occupati, disoccupati, operai, specializzati e professionisti e nuovi arrivati dall’Italia.

L’intento della ricerca tende a migliorare la proposta informativa di supporto inserita nell’offerta dei servizi educativi.

Per implementare il piano di monitoraggio e di valutazione, i ricercatori hanno utilizzato un apposito questionario compilato per il 62,8% solo dalle madri, per il 27% da entrambi i genitori e per il 5,1% dal padre.

Nel complesso sono state rilevate informazioni relative a 260 bambini dei 416 aderenti al progetto Sprint (un progetto finanziato dal ministero del lavoro italiano finalizzato all’intervento di sostegno linguistico precoce negli asili e nelle prime due classi della scuola elementare).

La lingua parlata in famiglia è il tedesco per il 40%, il 32,2% utilizza l’italiano, il 7,1% un dialetto italiano ed il 9% in più lingue e dialetti.

Le relazioni con la società tedesca e le istituzioni educative locali sono valutate molto positivamente. Solo il 7% ne dà una valutazione negativa. Nonostante la positività, soprattutto e rapporti con la scuola e con gli insegnanti tedeschi non appaiono particolarmente frequenti. La partecipazione dei genitori italiani alle riunioni periodiche si attesta sul 29,3%, ai colloqui informativi individuali con gli insegnanti sul 28,4%, a feste, raduni o attività scolastiche sul 24,8% e alle elezioni dei rappresentanti dei genitori solo sul 16,3%.

Per quanto concerne poi l’opzione di residenza stabile l’85,7% afferma di rimanere in Germania, mentre solo il 6,6% pensa di ritornare in Italia.

Rispetto alle principali difficoltà che i bambini incontrano nel rapporto con le istituzioni educative/scolastiche secondo i genitori esse sono legate al selettivo sistema educativo/formativo, ai metodi e materiali didattici, ad un difficile inserimento iniziale a problemi di vivacità comportamentale e di comprensione linguistica del bambino.

Questa prima sintesi dei dati è parte del progetto SPRINT SonderPRojektINTegration che si concluderà nel prossimo mese di dicembre.

Altri particolari emergono dal servizio audio, realizzato con Laura Zanfrini e Michele Colasanto del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano.

Per ascoltare, basta cliccare su questo link: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5577966/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/hlx1wd/index.html.

Tony Màzzaro,  SWR International/Sezione italiana  (de.it.press)

 

 

 

Berlino. Il “Volante d’oro 2009”: premio d’onore per Luca Cordero di Montezemolo

 

Luca Cordero di Montezemolo ha ritirato oggi il premio “Volante d’oro 2009” alla presenza di Friede Springer, Mathias Döpfner (Amministratore Delegato della casa editrice Axel Springer), Giuseppe Vita (Presidente del consiglio di vigilanza della Axel Springer) e di oltre 140 ospiti presso la sede del principale gruppo editoriale tedesco Axel Springer nel centro di Berlino.

 

Giunto alla 33esima edizione, il “Volante d’oro 2009” è presentato dal quotidiano “Bild“ e dal settimanale “Bild am Sonntag“, entrambi in testa alle vendite in Germania, e fu costituito nel 1976 dal fondatore Axel Springer della casa editrice omonima per premiare le personalità che maggiormente si fossero distinte nel settore automotive. Nelle scorse edizioni il riconoscimento è stato assegnato a Henry Ford II (1983), Ferry Porsche (1984), Lee Iacocca (1987) e Ferdinand Piëch (1997), oltre a due uomini le cui vite professionali e private si sono intrecciate strettamente con quella di Luca Cordero di Montezemolo: Giovanni Agnelli (1985) e Michael Schumacher (1993).

 

La giuria ha assegnato il premio a Luca Cordero di Montezemolo per il suo impegno straordinariamente articolato in innumerevoli settori dell'industria come dimostrano i risultati raggiunti, sotto la sua presidenza, dalla Ferrari (dal 1991) e da Fiat (da maggio 2004). Ad iniziare dalle numerose vittorie sportive della Scuderia di Maranello con il pilota Michael Schumacher (sette volte campione del mondo di Formula 1) e dai successi commerciali e tecnici conquistati dalle vetture di serie in tutti i continenti. Inoltre, presso lo stabilimento Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo ha dato vita ad un progetto innovativo – Formula Uomo - ponendo l’uomo al centro dell’intero processo produttivo.

 

Nato a Bologna nel 1947, Luca Cordero di Montezemolo si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Roma e specializzato in Diritto Commerciale Internazionale alla Columbia University di New York. Dal 1973 al 1977 ha ricoperto il ruolo di Assistente di Enzo Ferrari e Team Manager della Scuderia di Maranello, conquistando due vittorie nel campionato del Mondo Piloti di Formula 1 con Niki Lauda nel 1975 e nel 1977. Ha, quindi, ricoperto (1986 - 1990) la carica di Direttore Generale del Comitato Organizzatore della Coppa del Mondo di Calcio Italia ‘90. È, inoltre, Presidente della LUISS (Libera Università Internazionale degli Studi Sociali) e di NTV (Nuovo Trasporto Viaggiatori), la prima azienda privata in Europa per trasporto passeggeri su treni ad alta velocità. Dal 2004 al 2008 è stato Presidente della Confindustria.

È Cavaliere del lavoro. Il Presidente della Repubblica Francese gli ha conferito due onorificenze: Légion d’Honneur (luglio 2005) e Commandeur (dicembre 2008). Inoltre, è stato citato dal “Financial Times” tra i cinquanta migliori manager del Mondo. Infine, è consigliere di Amministrazione de La Stampa, del Gruppo francese PPR (Pinault/Printemps Redoute), di Tod’s ed è membro dell’International Advisory Board di Citi Inc.  (de.it.press)

 

 

 

A Saarbrücken il 18 novembre la Conferenza “Crescere bi e plurilingue”

 

Saarbrücken - Il 18 novembre, grazie alla collaborazione tra Kulturministerium della Saar e Istituto Fernando Santi, nazionale e di Saarbrucken (Germania) si svolgerà una conferenza sul tema:"Crescere bi- plurilingue".)

L'evento, che  vede anche la partecipazione del Consiglio generale della  Mosella (Francia), di Ispection Academique Moselle ed il patrocinio della Regione Lazio intende porre al centro della discussione la promozione del bilinguismo a partire dai primi anni di vita e di istruzione obbligatoria. La conferenza che si svolgerà al centro della macroregione europea composta  da Lorena, Saar e Lussemburgo prende in esame il bilinguismo, un tema largamente condiviso dai cittadini di questi tre paesi e che mette al vaglio  sia opportunità, bisogni e limitazioni di un insegnamento bilingue nei  primi 10 anni di vita, sia il ruolo delle famiglie.

Il dibattito sarà aperto dagli interventi del Ministro della Pubblica  Istruzione della Saar Annegret Kramp-Karrembauer,  dal Console d'Italia  Susanna Schlein e dal Presidente della CNE  Rino Giuliani.

La relazione introduttiva sul tema "Plurilinguismo in contesto  multiculturale" sarà tenuta dal Rettore dell'Università per Stranieri di  Siena Massimo Vedovelli  mentre la relazione sul tema" "Insegnamento  plurilingue:bambini, genitori e insegnanti come partner educativi"  sarà  svolta da Elke Montanari  docente alla Università di Coblenza-Landau.

E' prevista un grande partecipazione di operatori del settore, istituzioni   educative pubbliche e private, associazioni. E' aspirazione largamente  diffusa fra gli italiani residenti nella Saar il rilancio qualificato della  lingua italiana come importante lingua europea nel contesto aperto sul ruolo  del bilinguismo in Europa.

Il dibattito sarà concluso da Cesare Novelli presidente dell'Istituto Fernando Santi. (Inform)

 

 

 

 

La lingua tedesca non è un ostacolo all’integrazione ed al successo scolastico. Hannover ascolta?

 

Pubblichiamo questo intervento a commento di un servizio del quotidiano di Caracas, La voce d’Italia. In esso, il direttore Mauro Bafile, in occasione di una sua visita in Germania, ad Hannover per la precisione, aveva raccolto le opinioni e le preoccupazioni della reggente del Consolato sull’annoso problema dei risultati scolastici degli italiani in Germania.

 

Olten - Mi riferisco all’articolo apparso su Aise il 30/10/09 a titolo "Preoccupazione per un sistema scolastico che castiga gli italo-tedeschi: i dati consolato di Hannover". Lungi da me il desio di polemizzare con il giornalista firmatario dell’articolo in questione, o con la sua testata, peraltro nobilissima. Una domanda, tuttavia, posso pure porgliela, visto che sicuramente in quella redazione non saranno ignari della materia.

Eccola: la lingua tedesca, è così sconosciuta, impraticata, ostica al punto che è impossibile apprenderla? Non è che nella storia delle lingue europee, tramite i commerci, l’arte, la politica, la cultura filosofica, la letteratura, le invasioni buone o cattive, essa lingua è invece ben presente e radicata nella nostra Europa? Non è che, nel tempo, siano stati qualche milione gl’italiani che sono riusciti ad apprenderla e ad usarla per i loro scopi? Non è poi forse vero che più si è giovani e più rapidamente si apprendono le lingue? Ecco, mi sarei aspettato, ad un certo punto dell’intervista alla signora reggente del Consolato di Hannover, Dr.ssa Cuccaro, non dico una domanda del genere, ma almeno la seguente: "Signora, quale soluzione propone alla terrificante e desolata situazione dei nostri discenti in Germania, visto che, dopotutto, ci devono passare la vita , e il tedesco è per loro proibitivo?". Eh, caspitina.

Allora ho cercato io nell’intervista d’intravedere almeno una piccola via d’uscita, per i nostri già sconfitti pargoli di lassù. Ma ho trovato solo che, nella circoscrizione consolare di detta signora "scuole private italiane non ce ne sono". Oibò. Diamine, se ci fossero state, altro che in Germania li avrei mandati quei nostri poveri ragazzi, dove in effetti abitano. Tutti nelle private italiche! Ma sempre in Germania, naturalmente. Alla faccia dell’integrazione!

Non basta, nossignori, perché questa signora Reggente, come un portacandelabri, fila dritto; e alta e luminosa, spiega (col supporto della signora Patrizia Iod, responsabile di chissà quali scuole) che, siccome, insomma, i genitori tornano tardi, e che la scuola tedesca è molto selettiva, forse non sarebbe male "valorizzare il concetto dell’importanza di una solida formazione culturale, anche a costo di un sacrificio economico". Vale a dire? Mah, forse le due signore, riassumendo un pochino, volevano dire questo: che il tedesco in Germania lo possono apprendere solo i figli di papà e quelli degli intellettuali. Niente di più falso. Che i nostri pupilli meglio farebbero a frequentare le scuole private, a pagamento, magari, qualora ce ne fossero. Che il sistema scolastico tedesco è di una tale selettività che è quasi impossibile giungere all’Università. Infine, che apprendere la lingua tedesca è come giocare e vincere al superenalotto.

Incredibile. E la signora Cuccaro, Reggente consolare, sarebbe appena arrivata e già si è mostrata competente e bene informata sui fatti scolastici relativi alla nostra gioventù?

L’emigrazione italiana in Germania è ormai vecchia quanto il cucco. E anche lì, come in Svizzera o in Francia, o Belgio, siamo arrivati alle quarte generazioni, se come principio mettiamo l’immediato dopoguerra. Sicché, vorrei chiedere alla Cuccaro e alla signora Iod, se è loro mai passato per la testa il sospetto che siano migliaia e migliaia gl’italiani che, avendo ormai il solo passaporto tedesco o ambedue, si sono perfettamente integrati, parlando il tedesco tanto quanto gli autoctoni.

Se lo sanno che, la questione riguardante i genitori che tornano tardi dal lavoro ecc., è una questione che riguarda tutte le etnie lì viventi, compresa la tedesca. Se abbiano mai indagato sui risultati che ottengono a scuola i figli degli altri immigrati in Germania, arrivati magari da qualche anno e non da decenni come nel nostro caso. Ne avessero una visione attendibile, di certo comprenderebbero che dalle loro parole si potrebbe anche dedurre che i nostri figlioli sono tutti ignoranti e imbecilli.

Possibile? E ancora: se le due signore riescono ad immaginare le devastanti conseguenze che avrebbero i nostri giovani, qualora frequentassero le scuole private italiche, anziché quelle tedesche. In proposito, si sprecano gli esempi di giovani italiani in Svizzera che hanno studiato nelle private, ma che, volendo tornare in Italy sfruttando il titolo, se ne sono poi ripartiti, pentiti, verso il luogo d’emigrazione di papà e mamma. A fare che? Ma l’impiegato di basso livello, capperi, o l’operaio. Idraulico, meccanico, muratore? Mamma mia che vergogna per la nostra rappresentanza all’estero!

Mannaggia, mai che un rappresentante dello stato italiano prenda il toro per le corna e abbia il coraggio d’invitare il suo popolo a rendersi la vita più facile imparando per bene la lingua del posto e con i propri mezzi. Mai uno sprone ad impegnarsi di più, se si vogliono raggiungere gli obiettivi. Sempre scappatoie, tra l’altro costose, e proposte indecenti s’inventano e ti spiattellano in faccia. Possibile? Sì, è possibile. Perché se anche alla Signora Cuccaro domandi se i Corsi di Lingua e Cultura italiana all’estero servono all’integrazione e al miglioramento della resa scolastica dei nostri figli, Ella potrebbe anche rispondere: "Perbacco, giustissimo". E infatti, dopo l’articolo in parola, dopo anche l’altro comunicato, a ruota questa volta, del Comites di Colonia, che racconta come sia possibile, via Dvd, crescere in Germania con il tedesco e l’italiano insieme (evviva!) mi aspetto tra breve l’ennesimo articolo a titolo: più soldi per i Corsi, o qui in Germania l’italiano muore!

Gentile signora Cuccaro, mi risponda, la prego: che voto darebbe a quella coppia di genitori italiani, o anche mista, come spesso capita, nata e cresciuta in Germania (o Svizzera) ma che avesse dei figli in età scolare che non sapessero nemmeno spiegarsi in tedesco, al punto da non capire cìò che a scuola si dice? Io zero con minaccia di espulsione. E lei? E concludo: attenzione gente, che sbandierando troppo il concetto d’italianità all’estero, o dando ascolto a certe sirene, si rischia di creare parecchia emarginazione. Antonio Zulian, aise

 

 

 

 

 

Radio Colonia. Opel. Finale con beffa

 

General Motors, dopo mesi di discussioni e promesse, ha deciso di non vendere più Opel. La delusione nel mondo politico tedesco e la disperazione dei lavoratori che ora vedono a rischio i propri posti.

Se ne parlava in realtà da settimane, ma la decisione di General Motors di non vendere più Opel è arrivata come una doccia fredda sui lavoratori dell'azienda automobilistica tedesca. Dopo un lungo braccio di ferro tra i sostenitori della cessione di tutte le partecipazioni europee e coloro che invece vedono nel loro mantenimento una chance per la ripresa, questi ultimi hanno prevalso nel consiglio d'amministrazione di Detroit. La scelta di GM è stata duramente criticata dal mondo politico e sindacale tedesco. Il neoministro per l'Economia Rainer Brüderle (Fdp) ha definito l'atteggiamento del colosso americano "inaccettabile".

Ulteriori informazioni nel servizio audio di Daniela Nosari, in onda nella trsmissione di Radio Colonia del 4 novembre. Per ascoltare cliccare su

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/aktuell/2009/091104_opel.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/aktuell/2009/091104_opel.mp3.  (RC, de.it.press)

 

 

 

Incontro con l’autore a Kronberg (Taunus) il 18 novembre

 

Incontro con l'autore, mercoledì 18 novembre alle ore 19.30 nella Kronberger Bücherstube, Friedrichstraße 71, 61476 Kronberg. Lo scrittore Angelo Cassanelli presenta la sua raccolta di racconti in lingua tedesca dal titolo: Pesce oder Pesche? Das ist das Problem! - Italienisch für Fortgeschrittene - novum verlag. Ingresso libero. Per ulteriori informazioni: www.taunus-buch.de.

 

Angelo Cassanelli, 56 anni, ex figlio della Puglia, ex studente di Urbino, ex cantautore, ex prefessore di lingua italiana, ex marito, ex padre, ex dilettante. Adesso ha cambiato pagina. Questo è il suo primo libro in lingua tedesca. Si tratta di novelle che girano intorno ai malintesi linguistici di entrambe le lingue da cui nascono situazioni divertenti e anche istruttive che possono portare anche a creare dei gustosi minestroni linguistici. Per lui è una nuova sfida dal punto di vista umano, artistico e professionale. Ex dilettante narratore di racconti e scrittore di romanzi riuscirà adesso ad essere scoperto, accettato ed introdotto nell'olimpo dei veri scrittori?

Domani può arrivare e, se si presenterà come un malinteso, di un deja vu di vita mal riuscita all'estero, allora lo affronterà con uno sberleffo. De.it.press

 

 

 

 

Berlino. Al ristorante “Il pozzetto” la prima “Festa dei Cornuti 2009”

 

Berlino - Sarà il ristorante “Il pozzetto” di Berlino, nei pressi del ponte Gotzkowsky, ad ospitare la prima “Festa dei Cornuti 2009” che, organizzata dall'associazione Basilicata-Berlino, si terrà ovviamente nel giorno di San Martino.

L'11 novembre, dunque, a partire dalle ore 19, i “portatori di corna” che da molti anni si sono “ritirati in privato” faranno un “salto allo scoperto” e, come simpaticamente annunciano gli organizzatori, si incontreranno “nell’incredibile atmosfera di questo ristorante lucano, perché lì c’è la migliore salsiccia di Berlino, fatta a mano espressamente dal cuoco”.

Il motto della serata, a cui tutti sono invitati “con il capo adorno”, sarà “Un corno viene raramente da solo”. La serata sarà allietata dalla musica e chi ne avrà voglia potrà “portare da casa i suoi strumenti musicali o altri potenziali mezzi per fare rumore” perché ci sarà “la possibilità di provvedere personalmente all’accompagnamento musicale”. E, si dicono certi gli organizzatori, “sicuramente balleremo anche una o più tarantelle”. (aise)

 

 

 

 

Mostra a Roma sul Muro di Berlino, vent'anni dopo

 

Una mostra a Roma racconta la sua storia, dalla sua costruzione nel 1961 al 1989, anno della sua caduta

 

Fino al 6 gennaio 2010, ottanta immagini fotografiche, che hanno fatto il giro del mondo raccontando la storia del Muro di Berlino, saranno visibili a Roma, presso Palazzo Incontro.

 

Le foto sono dedicate ai rapporti tra Est e Ovest e a una parte significativa della storia del continente europeo durante il secondo dopoguerra. Dalla costruzione del muro di Berlino, 1961, alla sua rimozione nel1989. Quando la costruzione della frontiera iniziò fotografi e giornalisti accorsero da tutto il mondo per documentare l’evento e fotografare la barriera che per 43 chilometri divideva Berlino est da Berlino ovest.

 

La mostra, promossa dalla Provincia di Roma, è curata da Reinhard Schultz, Galleria Bilderwelt, Berlino. L’organizzazione è di CIVITA con la collaborazione della Camera di Commercio di Roma.

 

La prima immagine richiama un discorso di Walter Ulbricht, capo di Stato della DDR e Segretario del Partito Socialista Unitario della Germania che il 15 giugno 1961 affermava: “Nessuno intende costruire un muro”. Due mesi dopo, il 13 agosto 1961, cominciò la costruzione del Muro di Berlino.

Strade interrotte da barriere di cemento, recinti e fili spinati; tragedie di uomini e donne che fuggono da palazzi lungo la linea di divisione, carri armati collocati alla frontiera controllata dagli Stati Uniti (Checkpoint Charly) mentre civili inermi si domandano cosa stia accadendo.

 

Successivamente le foto del muro di “quarta generazione" costruito nel 1975 in cemento armato rinforzato, alto 3,6 metri integrato nel paesaggio cittadino, nei parchi giochi dei bambini, nella vita quotidiana dei berlinesi, come se si potesse far finta che non esistesse.

 

La maggior parte delle foto sono scattate dalla parte occidentale; fotografare il muro dall’altra parte rimane un privilegio delle autorità che controllano i propri cittadini impedendo attraversamenti e possibili fughe.

 

Le ultime tre sessioni della mostra riguardano la caduta del muro, il periodo immediatamente successivo all’apertura, infine le tracce della divisione nella Berlino contemporanea.

L'abbattimento ufficiale del Muro di Berlino fu iniziato il 13 giugno 1990 nella Bernauer Straße da 300 guardie di frontiera della Repubblica democratica tedesca, fu poi terminato da 600 soldati dell'esercito utilizzando 13 bulldozer, 55 ruspe, 65 gru e 175 camion.

Alcune foto riflettono tensioni e scontri tra la folla trepidante e la polizia di frontiera che tenta di controllare le vie d’accesso e limitare gli effetti della difficile apertura dei nuovi varchi.

Queste immagini hanno fatto il giro del mondo e sono il simbolo più forte della fine della Guerra fredda, della riunificazione della Germania e dell’inizio di una nuova storia per il continente europeo.

Oggi non è rimasto molto del Muro e i turisti alla ricerca delle sue tracce consultano mappe e guide per trovare Bernauer Straße e l'East Side Gallery sulla riva della Sprea, vicino all'Oberbaumbrücke, dove un monumento di oppressione è diventato un luogo di divertimento, un museo di arte contemporanea.

 

L’ultima sessione raccoglie fotografie di espressioni artistiche che riguardano il muro o delle sue parti al momento della sua caduta. Fa parte dell’esposizione una macchina, la prima Trabant (Trabi) che ha attraversato il confine dall’est all’ovest, dall’Ungheria alla Bavaria. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

Milano ricorda i 20 anni del crollo del muro di Berlino con installazioni artistiche

 

Milano - Due installazioni di arte contemporanea ricorderanno, a Milano, dal 9 al 15 novembre, la caduta del Muro di Berlino avvenuta 20 anni fa, il 9 novembre 1989.

La prima opera riproduce il Muro stesso, con le foto scattate all'epoca da Livio Senigalliesi, la seconda riproduce invece due torrette di guardia del Muro. L'iniziativa, promossa da Milano Immagina, è patrocinata dall'assessorato alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia.

"Questa iniziativa", spiega l'assessore Massimo Zanello, "non è una cerimonia scontata ma un'operazione culturale ed artistica, in cui arte e cultura diventano chiave di lettura della storia. Perché di storia si tratta, anche se i fatti risalgono a solo 20 anni fa. Quegli avvenimenti", aggiunge l’assessore, "segnarono radicali cambiamenti epocali e ricordare in questo modo ci fa ritrovare noi stessi come testimoni di quei cambiamenti iniziati proprio allora".

La ricostruzione simbolica di una sezione (15 metri di lunghezza per 3,60 metri di altezza) del Muro di Berlino sarà ricoperta da 25 immagini scattate dal fotografo Livio Senigalliesi a Berlino prima del 3 ottobre 1990, data dell'unificazione delle due Germanie. La seconda installazione, realizzata dal gruppo artistico tedesco "Fehlstelle", sarà inaugurata martedì 10 novembre nella zona antistante il Cavalcavia Bussa. L'opera consiste nella ricostruzione di due torri di vedetta (alte 9,5 m.) che all'epoca sorvegliavano l'area circostante il muro di Berlino.

Il Cavalcavia Bussa collega due aree di Milano divise dai binari del treno e dalla stazione di Porta Garibaldi: le torrette "sorveglieranno" entrambe le zone illuminando il cavalcavia stesso e ricreando in qualche modo clima minaccioso e di paura, simile all'atmosfera della Berlino Est di allora nei pressi del Muro. (aise)

 

 

 

 

Cgie. Il Comitato di Presidenza si riunisce il 9 e il 10 novembre alla Farnesina

 

ROMA – Nei giorni 9 e 10 novembre si svolgeranno i lavori del Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. La riunione - convocata dal segretario generale Elio Carozza – sarà ospitata nella Sala Nigra del Ministero degli Affari Esteri.

Molto articolato il programma dei lavori, che si apriranno alle ore 10 del 9 novembre.

I punti all'ordine del giorno: Relazione di Governo; Ristrutturazione Rete Consolare; Finanziaria 2010. Capitoli di bilancio italiani all’estero; Contributo CGIE all’Assemblea Plenaria della Conferenza Permanente Stato- Regioni – Prov. Autonome- CGIE; Elezioni Comites e CGIE 2010; Analisi dei contributi definitivamente assegnati nel 2009: Capitoli: 3105 Assistenza indiretta, 3121 Assistenza diretta, 3153 Assistenza scolastica; Seguiti Conferenza Mondiale dei Giovani; Preparazione Seconda Assemblea Plenaria Ordinaria 2009 (Ordine del giorno e Programma di lavoro: dell’Assemblea Plenaria, delle Commissioni Continentali, delle Commissioni Tematiche). Programma di lavoro e riunioni primo semestre 2010; Disamina ordini del giorno approvati dalle tre Commissioni Continentali; Autonomia della Segreteria Esecutiva del CGIE; Varie ed eventuali. (Inform)

 

 

 

Primarie PD. Tutti i delegati dell’Europa all’Assemblea Nazionale

 

Sono 44 i delegati all’Assemblea Nazionale del Partito Democratico eletti all’estero: 22 per Bersani, 16 per Franceschini e 6 per Marino. Questi i risultati ufficializzati dal Comitato per il voto all'estero del partito, in base ai risultati ottenuti dai candidati nei seggi elettorali e grazie al voto online che ha registrato 12.599 preferenze. Bersani, infatti, ha ottenuto 5.637 voti; Franceschini 4.870 e Marino 1.936.

Di seguito l’elenco dei delegati eletti nei collegi Europa 1 e 2 che il 7 novembre prossimo parteciperanno a Roma all’Assemblea Nazionale.

 

Collegio Europa 1 (13 delegati). Uniti per Bersani: Gianni Farina, Anna Rudeberg, Dino Nardi, Cinzia Salluzzo, Paolo Da Costa.

Democratici per Franceschini: Michele Schiavone, Barbara Revelli, Franco Narducci, Angelica Sorrentino, Fabrizio Macrì.

Per Marino segretario: Beatrice Biagini, Stefano Malvolti, Simona Garufi.

 

Collegio Europa 2 (12 delegati). Uniti per Bersani: Elio Carozza, Laura Garavini, Michele Cristalli, Eleonora Medda.

Democratici per Franceschini: Daniela Di Benedetto, Claudio Micheloni, Giovanna Circo, Rocco Di Filippo, Patrizia Anastasi, Michele Santoriello.

Per Marino segretario: Simona Milio, Davide Pernice.  (de.it.press)

 

 

 

La Commissione UE approva le modifiche su asilo e protezione internazionale

 

Bruxelles - La Commissione europea ha adottato nella riunione del 22 ottobre una proposta del Commissario alla giustizia, libertà e sicurezza, Jacques Barrot, volta ad armonizzare le politiche per l’asilo dei 27 membri. Il pacchetto di norme, che va a modificare le leggi già esistenti, prevede misure volte ad offrire un più alto livello di protezione per i rifugiati vittime di persecuzione nei loro paesi d’origine. L’obiettivo, spiega l’esecutivo UE, è quello di arrivare ad una procedura unica di asilo nell’Unione europea. “Oggi la Commissione mette l’ultimo tassello del sistema comune di europeo di asilo. Negli ultimi anni sono stati fatti significativi progressi - ha affermato Barrot presentando il pacchetto - ma restano notevoli disparità tra gli stati. La nostra proposta rappresenta un passo avanti importante per il raggiungimento di un più alto livello di protezione”. Le modifiche - che ora dovranno essere approvate dai governi - riguardano la direttiva sulla qualifica e sullo status delle persone bisognose di protezione internazionale e la direttiva sulle procedure di asilo.

Per la prima, la Commissione chiede di ampliare la durata dei permessi di soggiorno e l’accesso all’assistenza sociale, all’assistenza sanitaria e al mercato del lavoro. Per quanto riguarda invece la seconda direttiva, la Commissione vuole predisporre una procedura unica che semplifichi e razionalizzi le procedure di asilo, riducendo l’onere amministrativo a carico degli Stati membri e facilitandone l’accesso. Bruxelles vuole inoltre rendere più efficace la procedura di esame delle domande, anzitutto introducendo un termine generale di sei mesi per ultimare le procedure di primo grado. Infine, le proposte della Commissione mirano ad assicurare l’accesso dei richiedenti asilo a un ricorso effettivo in linea con gli obblighi imposti agli Stati membri dal diritto comunitario e internazionale. (Migranti-press)

 

 

 

"L'emigrazione non conosce crisi"

 

Settecento milioni di persone adulte, soprattutto africane - cioè circa il 16 per cento

dell'intera popolazione mondiale - sono pronte ad emigrare permanentemente

per cercare un futuro migliore nel nord del mondo, nonostante le difficoltà

suscitate dalla crisi economica globale anche nei Paesi ricchi. È quanto

emerge da uno studio dell'istituto Gallup presentato ad Atene al terzo Forum

globale per l'emigrazione e lo sviluppo (Gfmd), aperto ieri dal presidente

greco Karolos Papoulias. "Nella maggioranza dei Paesi, il desiderio delle

popolazioni di cercare una nuova collocazione non è minimamente diminuito

per effetto della crisi economica globale", ha detto Neli Esipova, che ha

diretto la ricerca Gallup sulle migrazioni globali. Secondo lo studio

Gallup, la destinazione finale preferita dalla maggior parte di quanti

avendone l'opportunità sarebbero pronti ad abbandonare i propri Paesi sono

gli Stati Uniti, dove vorrebbero recarsi 165 milioni di persone. Seguono la

Gran Bretagna, la Francia, la Spagna e l'Arabia Saudita, destinazioni

auspicate ciascuna da meno di cinquanta milioni di persone. Lo studio

specifica che se tutti i potenziali migranti vedessero i loro desideri

realizzati, alcuni Paesi ricchi vedrebbero la loro popolazione aumentare

notevolmente e alcuni Paesi poveri la vedrebbero notevolmente diminuire. In

base alla ricerca, la popolazione di Singapore sarebbe triplicata e quelle

di Arabia Saudita, Nuova Zelanda e Canada aumenterebbero rispettivamente del

180, 175 e 150 per cento, mentre Paesi come la Sierra Leone, Haiti ed El

Salvador vedrebbero la propria popolazione dimezzata. Nel presentare tali

dati, Esipova ha comunque specificato che la realtà non corrisponde ai

desideri. Ad esempio solo il 49 per cento di quanti hanno risposto alla

ricerca nell'Asia centrale ha espresso il desiderio di muovere verso Nazioni

dell'ex Unione Sovietica, mentre in effetti in tali Nazioni si reca il 95

per cento dei migranti dall'Asia centrale. Il Gfmd ha l'obiettivo di

favorire il dialogo tra Paesi di origine dell'emigrazione e quelli di  arrivo.

Oss. Rom. 4

 

 

 

Ue, slitta il summit sulle nomine

 

Altre consultazioni per le due cariche previste dal Trattato di Lisbonadi – di FRANCESCA PIERANTOZZI

 

PARIGI - Fatta l’Europa, bisogna fare gli europei, o almeno il loro Presidente e l’alto rappresentante per la Politica estera. E la cosa potrebbe prendere più tempo del previsto. Se il Trattato di Lisbona entrerà in vigore il primo dicembre prossimo (la data è ufficiale), la presidenza svedese dell’Unione non ha nascosto ieri la necessità di «vederci un po’ più chiaro» prima di fissare la data del summit straordinario da cui dovranno uscire le nomine delle più alte cariche della nuova Europa. Sembra dunque ormai improbabile che il vertice possa tenersi già il 12 novembre, come preventivato, e consultazioni «sono in corso con il presidente di turno Fredrik Reinfeldt». Ieri sera la presidenza svedese si è limitata a confermare che «il vertice straordinario dovrà svolgersi entro la fine di novembre». In compenso il ministro per gli affari europei svedese Cecilia Malmstrom ha affermato solennemente che il trattato sarà in vigore il primo dicembre. «Il mio collega ceco - ha detto la Malmstrom - è già in viaggio per Roma per depositare lo strumento di ratifica della Repubblica ceca».

Sui nomi delle due più alte cariche dell’Europa di Lisbona manca però sinora un accordo. Ieri il ministro francese agli Affari europei Pierre Lellouche ha ribadito la difficoltà dell’affare e i rischi di trasformare la nuova Europa «in qualcosa di incomprensibile». La divisione dei compiti tra il nuovo Presidente e il nuovo Superministro degli Esteri - entrambi uomini «forti» in base alle nuove istituzioni - «è la questione più delicata che ora dobbiamo trattare». Per questo la presidenza svedese ha deciso di prendere tempo. Una prima occasione per raggiungere un accordo, o almeno per chiarire le proprie posizioni, ci sarà il 9 novembre, quando tutti i leader dell’Unione si troveranno a Berlino per il ventennale della caduta del Muro. Di sicuro sul nuovo alto rappresentante della politica estera dell’Unione, mister Pesc, potrà dire la sua anche il presidente della Commissione Josè Manuel Barroso. Lo ha chiarito ieri mattina la sua portavoce Pia Ahrenkilde Hansen, affermando che Barroso attende questa nomina per potere finalizzare la nuova squadra.

«La scelta del nuovo alto rappresentante è del Consiglio europeo - ha detto la Hansen - ma essendo anche vice presidente della Commissione, Barroso deve dare il suo accordo sul nome». La portavoce ha precisato che «il presidente si augura che la scelta dei leader possa essere fatta molto rapidamente in modo tale da potere avere al più presto una Commissione operativa, in grado di fare fronte alle sfide della crisi e del cambio climatico». Per ora il favorito resta il ministro degli esteri britannico David Miliband, tallonato dall’ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema. Per la carica di Presidente, invece, si profila la candidatura di compromesso dell’ex premier finlandese Paavo Lipponen. IM 5

 

 

 

 

D'Alema ministro degli Esteri Ue: «Il suo passato sarebbe un problema»

 

Il rappresentante polacco: «Ha trascorsi comunisti». Poi la precisazione: da Varsavia nessun veto

 

BRUXELLES - I Paesi dell'Est europeo ex comunisti non vogliono un ex comunista come prossimo ministro degli Esteri dell'Unione europea. Lo ha detto Tombinski, ambasciatore della Polonia presso la Ue a Bruxelles, parlando dell'ipotesi della candidatura di Massimo D'Alema al posto di Alto rappresentante degli Affari esteri dell'Unione europea istituita dal Trattato di Lisbona. «D'Alema è un problema», ha dichiarato Tombinski. Poi però è arrivato il chiarimento del suo portavoce: «Sarebbe meglio avere una persona la cui autorità non può essere contestata a causa delle sue appartenenze politiche passate». Ma nel concreto, ha spiegato, la Polonia non si oppone ad alcuna candidatura.

CANDIDATI - D'Alema è una delle personalità il cui nome è stato avanzato per coprire la carica. L’ambasciatore ha detto che «gli organi d'informazione italiani hanno parlato molto di D’Alema, ma il suo nome non è stato fatto al Consiglio Ue. Però è stato menzionato più volte in passato come affidabile e autorevole». Alla domanda su cosa pensasse di David Miliband, attuale ministro degli Esteri britannico e in prima posizione secondo gli scommettitori inglesi, Tombinski ha risposto che «Milliband è il nome più pronunciato, anche perché le possibilità di Tony Blair stanno diminuendo ma potrebbe anche ritornare, niente è escluso». Crescono intanto le quotazioni del premier belga Herman Van Rompuy, del premier olandese Jan Peter Balkenende, che per l'ambasciatore di Varsavia, «sta facendo campagna in modo molto attivo attraverso i suoi collaboratori».

BERLUSCONI - Secondo alcune indiscrezioni, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avrebbe chiamato le cancellerie europee per spiegare che quella dell'esponente del Pd «è una candidatura forte». Secondo quanto si apprende il Cavaliere avrebbe sentito diversi leader europei, tra cui Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. Non solo: il presidente del Consiglio avrebbe sondato anche altre cancellerie, come quella inglese e quella portoghese. Contatti aperti (anche tra Berlusconi ed esponenti del Partito socialista europeo) per portare D'Alema a Bruxelles. Il ministro degli Esteri Franco Frattini al riguardo ha ribadito la posizione del governo italiano: «Se emergesse in concreto la proposta del Partito socialista europeo di D'Alema, noi la sosterremmo con convinzione. È chiaro che avere un italiano in un posto così importante è comunque un onore e un orgoglio per l'Italia». CdS 5

 

 

 

Ue, Berlusconi conferma sostegno "D'Alema è una candidatura forte"

 

Il governo italiano è pronto ad appoggiare il suo nome come ministro degli Esteri europeo - Lo ha detto il premier al Pdl. "Ma la prima mossa non spetta all'Italia" ha precisato Formigoni

 

BRUXELLES - Il governo italiano conferma il sostegno alla candidatura di Massimo D'Alema alla guida della politica estera dell'Ue. Una posizione che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avrebbe ribadito nel corso di una serie di contatti avuti nei giorni scorsi con le cancellerie europee per spiegare che quella di D'Alema "è una candidatura forte". E che ha confermato oggi nel corso di una riunione dell'ufficio di presidenza del Pdl. Tanto che a questo punto la strada per Bruxelles sembra definitivamente spianata per D'Alema, anche perché fonti riferiscono di un possibile ritiro della candidatura dell'inglese David Milliband, l'eventuale maggiore antagonista dell'esponente del Pd.

 

A riferire del rinnovato appoggio espresso da Berlusconi a D'Alema è il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni. "Sia Berlusconi che tutto l'ufficio di presidenza hanno sottolineato che se D'Alema sarà il candidato italiano il governo darà il suo appoggio, ma la prima mossa non spetta all'Italia" ha affermato Formigoni. "Il governo appoggerà la candidatura di D'Alema che è una persona eminente del nostro Paese" ha aggiunto.

 

Un giro d'orizzonte che certo rafforza la posizione di D'Alema, ma rappresenta solo un primo passo nella delicata trattativa che coinvolge i governi e i gruppi parlamentari europei. In sostanza, si rileva in ambienti della maggioranza in Italia, siamo solo agli inizi di un percorso, a una fase istruttoria che sarà approfondita in successivi appuntamenti internazionali.

Secondo quanto scrive l'agenzia Agi, il Cavaliere avrebbe sentito diversi leader europei, tra cui Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. Non solo: il presidente del Consiglio avrebbe sondato anche altre cancellerie, come quella inglese e quella portoghese.

 

Già il 30 ottobre quando si era parlato per la prima volta dell'ex presidente del Consiglio per l'incarico di ministro degli Esteri europeo, palazzo Chigi aveva fatto sapere di seguire la situazione e che nel caso i leader del Partito socialista europeo avessero optato per D'Alema il governo avrebbe valutato la candidatura con "serietà e responsabilità".

 

Anche oggi il ministro degli Esteri Franco Frattini ha ribadito il sostegno del governo, tanto che gli osservatori ipotizzano un esito positivo della vicenda. Oggi tuttavia è emersa una voce contraria a D'Alema, smentita però poche ore dopo. Infatti l'ambasciatore polacco Jan Tombinski, rappresentante permanente di Varsavia presso la Ue, ha detto stamane che "avere un ex comunista come ministro degli Esteri dell'Ue sarebbe un problema per i Paesi dell'ex Patto di Varsavia".

 

Prontamente è arrivata però la smentita del portavoce della rappresentanza permanente della Polonia presso l'Ue: la Polonia, ha precisato il portavoce, non si oppone ad alcuna candidatura per il posto di Alto rappresentante Ue per la politica estera, compresa quella di Massimo D'Alema.

 

L'ambasciatore Tombiski aveva detto che per la carica di Alto rappresentante per la politica estera Ue istituita dal Trattato di Lisbona "sarebbe meglio avere una persona la cui autorità non può essere contestata a causa delle sue appartenenze politiche passate". LR 5

 

 

 

 

 

VI Congresso Mondiale. "Una risposta pastorale al fenomeno migratorio nell’era della globalizzazione".

 

Roma - Dal 9 al 12 novembre nella Basilica di San Pietro si terrà il VI Congresso Mondiale della Pastorale per migranti e rifugiati incentrato sul tema "Una risposta pastorale al fenomeno migratorio nell’era della globalizzazione".

Ad aprire il VI Congresso sarà la concelebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano e dall’inaugurazione di monsignor Vegliò, seguiti dagli interventi di Renato Schifani, presidente del Senato, di William Lacy Swing, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom), di Laurens Jolles, rappresentante Regionale per l’Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), di padre Pierre Martinot-Lagarde, SJ, consigliere speciale per gli Affari Socio-Religiosi e Partenariati Speciali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), e dell'arcivescovo Agostino Marchetto.

Interverranno quindi Stefano Zamagni, docente al Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bologna, il cardinale John Njue, arcivescovo di Nairobi, il cardinale Jean-Baptiste Pham Minh Mân, arcivescovo di Thàn-Phô Hô Chí Minh, e il Cardinale Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di San Paolo

Martedì 10 novembre prenderanno la parola padre Gabriele Parolin, superiore regionale dei Missionari Scalabriniani per l’Europa e l’Africa, monsignor Paul Ruzoka, arcivescovo di Tabora, monsignor Renato Ascencio León, vescovo di Ciudad Juárez, monsignor Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, monsignor Josef Voss, presidente della Commissione Episcopale per i Migranti della Germania, e i delegati fraterni del Consiglio Ecumenico delle Chiese, del Patriarcato Ecumenico, della Comunione Anglicana e della Federazione Luterana Mondiale.

Il giorno dopo, l’11 novembre, interverranno Daniela Pompei della Comunità di Sant’Egidio, John Klink, presidente della Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni, monsignor John Charles Wester, vescovo di Salt Lake City, monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, Ofm, vicario apostolico di Tripoli, e monsignor Giorgio Caniato, ispettore generale dei Cappellani del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Dipartimento della Giustizia Minorile in Italia.

Il VI Congresso, al quale è prevista una partecipazione di 320 persone, si chiuderà il 12 novembre con la proposta del testo del Documento Finale nelle sue tradizionali tre parti: evento, conclusioni e raccomandazioni. (aise) 

 

 

 

 

La guerra al terrore. Afghanistan, feriti quattro italiani. L'Onu ritira il personale straniero

 

Fra cinque giorni inizierà il rientro di 400 soldati italiani  - "I parà non sono in pericolo di vita". E le Nazioni Unite richiamano 600 dipendenti: "Questione di sicurezza"

 

KABUL - In una situazione di crescente insicurezza, l’Onu riduce la sua presenza in Afghanistan. Le Nazioni Unite hanno infatti deciso di richiamare dal tormentato Paese il personale straniero non essenziale: almeno 600 dipendenti non afghani che saranno temporaneamente dislocati in altre posizioni, ha spiegato un portavoce. «Rimarranno solo coloro considerati essenziali... E la decisione ovviamente è per garantire la sicurezza di tutto il nostro staff in Afghanistan». Le Nazioni Unite (che hanno in Afghanistan circa 5.000 dipendenti, l’80 per cento dei quali sono afghani) hanno giocato un ruolo chiave nell’organizzazione delle elezioni del 20 agosto nel Paese, e le agenzie come l’Unicef sono impegnate in programmi fondamentali in campo educativo, sanitario e non solo. L’Onu ha smentito che si tratti di un ordine di evacuazione o di ritiro dal Paese, e ha comunque assicurato che farà il possibile per ridurre l’impatto negativo che la misura può avere sui programmi avviati. «L’Onu è nel Paese da più di mezzo secolo e non lasceremo il Paese definitivamente», ha assicurato il portavoce Aleem Suddique.

 

La decisione arriva otto giorni dopo l’attentato talebano alla foresteria a Kabul in cui morirono 5 dipendenti Onu; e nel giorno in cui i soldati italiani sono tornati nel mirino dei talebani. Un ordigno è esploso al passaggio di una pattuglia di parà nell’ovest del Paese: quattro militari sono rimasti feriti, ma nessuno è in gravi condizioni. «Il blindato Lince su cui erano a bordo è stato danneggiato, ma ha garantito la necessaria protezione agli occupanti. I quattro parà sono praticamente illesi», ha assicurato Marco Mele, il portavoce del contingente italiano a Herat. Intanto comunque il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha confermato che fra cinque giorni comincia il rientro dei 400 soldati inviati dall’Italia per il periodo elettorale.

 

Rimane la preoccupazione per la situazione di instabilità generale. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha detto che il presidente Hamid Karzai deve fare di più per la sicurezza. «Le condizioni di sicurezza sono sempre state critiche. Lo sapevamo e lo sappiamo. Fortunatamente anche i nostri mezzi blindati salvano molte vite dei nostri militari, così come anche l’attività di prevenzione. Ma ora il governo Karzai dovrà fare molto di più per la sicurezza e la formazione delle forze di polizia e per dare agli afghani un governo in tempi rapidi». Quanto alla sua contestata rielezione, il titolare del Quai d’Orsay, Bernard Kouchner. ha detto che è «corrotto», ma ha ribadito che l’Occidente non ha alternative a lavorare con lui. «Karzai è corrotto, ma dobbiamo legittimarlo». LS 5

 

 

 

Gli Usa, la crisi e il voto. Obama, quando il carisma non basta

 

UN CAMPANELLO d’allarme o un incidente di percorso la sconfitta di Obama e del Partito democratico nel primo mini-test elettorale ad un anno dall’elezione del nuovo presidente? Probabilmente né l’uno né l’altro ma forse qualcosa di peggio che da qui alle elezioni del 2010 potrebbe mettere Obama in seria difficoltà fino a pregiudicare la sua rielezione nel 2012.

I tre Stati principali in cui si è votato ieri hanno ciascuno le loro specificità che giustificano largamente i risultati ottenuti. Cominciamo dalla rielezione di Michael Bloomberg a sindaco di New York per la terza volta, in contraddizione con una legge che prevedeva solo due mandati e che ha dovuto essere cambiata per permettergli una nuova candidatura. Bloomberg è fondatore e proprietario del noto sistema di informazioni finanziarie che lungi dal limitarsi ad informare promuove alcune delle più lucrose e qualcuno afferma spericolate operazioni finanziarie. In una New York che sta rialzando la testa dopo la crisi del 2008, dove ricominciano a circolare inattesi profitti e generosi bonus e dove sostanzialmente nulla è cambiato da un anno a questa parte, era naturale che alla City Hall venisse riconfermato un manager e un finanziere. Competere con uno che si sente, e lo dice apertamente, indispensabile per affrontare la crisi attuale e che dispone di un patrimonio di 17 miliardi di dollari o giù di lì e che secondo calcoli attendibili ha speso 250 milioni di dollari nelle tre campagne elettorali, era impresa quasi impossibile e in effetti il candidato democratico Thompson ha svolto la campagna di chi sa di averla perduta in partenza. Diversi i casi della Virginia e del New Jersey dove era in palio il governatorato. La prima aveva votato Obama nel 2008, ma era un voto più di speranza che di convinzione dato che in passato la Virginia aveva votato quasi sempre repubblicano. Le speranze sono appassite davanti ad una disoccupazione che continua a crescere ma anche alla controversa riforma sanitaria su cui i guru repubblicani sono riusciti a porre il marchio del socialismo. Più grave e significativa la sconfitta del New Jersey da sempre una vera e propria riserva di voti democratici. Ma anche qui per la sconfitta del governatore in carica Yon Corzine c’è una spiegazione convincente: la corruzione e la confusione che ha funestato la vita del piccolo ma importante Stato negli ultimi anni. Nel New Jersey è successo di tutto: amministratori sotto processo, traffico di organi umani, infiltrazioni mafiose, sindaci costretti alle dimissioni e chi più ne ha più ne metta. Era comprensibile che l’elettorato dicesse basta e cambiasse cavallo. Nel complesso tenendo conto degli altri risultati sparsi un po’ in tutta l’America la giornata elettorale si è chiusa pur senza grosse differenza a favore dei repubblicani che dopo la batosta subita un anno fa e la relativa crisi di organizzazione e di identità ad essa seguita hanno oggi motivo di recuperare fiducia e di guardare con qualche ottimismo al traguardo ben più importante del 2010. Per Obama più che una sconfitta è il segnale di un declino di influenza e dell’iniziale logoramento del suo famoso carisma. L’uscita dalla crisi, dichiarata quasi giornalmente riguarda Wall Street, i buoni risultati di alcune banche e una serie di situazioni che si manifestano nel Paese a macchia di leopardo. Ma per l’americano medio la crisi continua e anzi per certi aspetti si sta inasprendo. Continua a crescere la disoccupazione, si stanno esaurendo le fonti di un welfare troppo angusto e troppo occasionale per offrire un minimo di sicurezza e gli stimoli finanziari ad un’economia ancora in letargo danno risultati troppo limitati ed episodici. Il Paese sta attraversando un periodo di incertezza e di frustrazione. Della nuova economia di cui Obama aveva fatto uno dei suoi leitmotiv elettorali non c’è ancora traccia, il dollaro si sta erodendo di settimana in settimana, una qualche soluzione per l’Afghanistan non è neppure oggetto di discussione e resta ancora incerta ogni decisione sull’invio di nuove truppe. Gli americani non sopportano le incertezze. Abituati a decisioni chiare e rapide perdono quelle sicurezze e quell’ottimismo che sono nel loro Dna. È il maggior pericolo per Obama: quello di non riuscire a dare al Paese una prospettiva sicura e un percorso relativamente certo. L’altra grande crisi vissuta dall’America alla quale si fa frequente riferimento, quella degli anni Trenta, era ben più grave e drammatica di quella attuale. Ad essa ha legato il suo nome uno dei più grandi presidenti di tutta la storia americana. Franklin Delano Roosevelt riuscì ad attenuare gli effetti ma, e la storiografia è oggi d’accordo, non certo a risolverla. Solo lo scoppio della seconda guerra mondiale rimise in moto i motori dell’economia. Ma Roosevelt riusciva a parlare al Paese, a mantenere il contatto con la gente e nei suoi regolari colloqui del caminetto a spiegare le ragioni delle sue politiche, ad esorcizzare la paura ed a mantenere le speranze per il futuro. Fu quello l’elemento che riuscì a tenere insieme il Paese in uno dei suoi momenti più difficili.

La sfida di Obama in una fase che si preannuncia ancora lunga è quella di imitare il grande presidente e di imparare a parlare alla gente con una nuova retorica, quella della fiducia e della speranza.  GIUSEPPE MAMMARELLA IM 5

 

 

 

 

L'America è più lontana

 

Che il Dipartimento di Stato esprima «disappunto» in ordine a una sentenza resa da un giudice italiano, è un fatto tutt'altro che banale. Nel linguaggio delle cancellerie, quello che un portavoce governativo usa in una dichiarazione che si riferisce a uno Stato straniero, il termine disappunto denota a dir poco una notevole irritazione.

 

E francamente, l’intera vicenda giudiziaria seguita al rapimento di Abu Omar e, soprattutto, la circostanza che gli imputati americani abbiano subito condanne rilevanti (fino ad otto anni di reclusione per Robert Seldon Lady, l’imputato maggiore ed ex capo della Cia di Milano) mentre i principali imputati italiani ne escono indenni grazie alla segretazione imposta dal governo italiano, è difficile da spiegare all’opinione pubblica americana. La sentenza pronunciata dal giudice italiano sarà perfettamente corretta ma a un americano appare tendenziosa, se non inverosimile. I commenti subito apparsi nei media d'Oltreoceano lo dimostrano d’altronde ampiamente.

 

Di questa prevedibile reazione dell’opinione pubblica il Dipartimento di Stato si fa dunque interprete. Ma va detto che l’irritazione di Washington ha origini più lontane e più profonde. Il sistema cosiddetto della «rendition», cioè la pratica di prelevare dovunque esse si trovino persone gravemente indiziate di essere in via di preparare atti terroristici e proteggere così la popolazione civile, è nata ed è stata teorizzata sotto l’amministrazione Bush nei momenti più drammatici della lotta al terrorismo. La reazione italiana a questa pratica è stata nel passato, come ben sappiamo, ambigua: di comprensione da parte degli organi preposti alla sicurezza, di rigetto da parte della maggioranza della classe politica e anche di buona parte dell’opinione pubblica e di silenzioso ma non esplicito assenso da parte del governo. La sentenza di Milano sancisce che, per l’ordinamento italiano, tale pratica è inammissibile, che era illegittima nel passato e che tale resterà nel futuro. Se tra gli organi preposti alla sicurezza dei due Paesi vi furono a suo tempo delle intese dirette a rendere possibile il sequestro di Abu Omar, esse - deducono gli americani - furono prese irresponsabilmente e senza avere la possibilità di garantire il segreto e l’incolumità di coloro che si trovarono a dover operare. Il fatto che solo gli agenti della Cia siano condannati aggrava le cose, ma al fondo della questione c’è la mancanza di volontà italiana di collaborare in un aspetto importante della lotta al terrorismo o quanto meno l’incapacità di attuare tale collaborazione.

 

Può darsi, anzi è probabile, che le conseguenze che ne trarrà l’amministrazione Obama sul piano politico e dei rapporti tra i due Paesi saranno meno severe di quelle che avrebbe tratto Bush. Ma resta un elemento di distanza tra le due parti. Il fatto che tre imputati americani siano poi stati assolti grazie all’immunità diplomatica, per quanto ineccepibile poiché l’immunità risale a una formale convenzione internazionale di cui Italia e Stati Uniti sono parti, aggiunge un elemento di irrealtà all’intera vicenda. E’ più importante proteggere un diplomatico - si chiede l’uomo della strada - che chi opera per la sicurezza comune?

 

C’è un aspetto rassicurante: nessuno dei 23 americani condannati si trova in Italia e certo si guarderà bene dal farvi ritorno. Vi sarebbe da sorprendersi, ma di sorprese ce ne sono già state parecchie, se dall’Italia si avviasse la procedura per chiederne l’estradizione.  BORIS BIANCHERI LS 5

 

 

 

 

Afghanistan, la crisi di legittimità e la tentazione del ritiro

 

KABUL - L'annuncio che il ballottaggio delle elezioni presidenziali non avrà più luogo non cambia di molto le cose in Afghanistan. Con o senza il secondo round, questa tornata elettorale non avrebbe mai potuto produrre un potere esecutivo legittimato. Con la cancellazione delle elezioni del 7 novembre, i funzionari afgani stanno solo perperpetuando la frode cominciata lo scorso agosto. Ciononostante non è questo il momento, per gli alleati Nato, di ritirare le proprie truppe dal paese.

 

Quando la Commissione per i ricorsi elettorali aveva dichiarato il primo turno presidenziale compromesso da gravi frodi, l'intero processo elettorale ne era uscito fortemente discreditato. Adesso l'Afghanistan ha un presidente che non è stato eletto da una maggioranza della popolazione e che è stato dichiarato vincitore solo perché l'unico a competere nella corsa. Non ci si dovrebbe sorprendere più di tanto se il popolo afgano ha completamente perso fiducia nello Stato e nelle sue deboli istituzioni.

 

Ma la stessa comunità internazionale, per gli afgani, non è esente da responsabilità. E' vero che le elezioni sono state gestite, per la prima volta, direttamente dal governo afgano; ma la missione di assistenza dell'Onu in Afghanistan è stata fortemente coinvolta nella preparazione. La comunità internazionale, Stati Uniti e Gran Bretagna inclusi, si sono affrettati a dichiarare Karzai il netto vincitore di un turno elettorale tutto sommato riuscito, anche se avanzando alcune riserve di fondo.

 

Quell'endorsement troppo precoce - così come l'accettare la conferma di Karzai come presidente dopo un nocivo tiro alla fune sull'opportunità di tenere o meno una seconda tornata elettorale - è costato alla Ue, agli Stati Uniti e all'Onu parte della fiducia che hanno presso il pubblico afgano. Adesso che tale consenso è stato eroso, i ribelli taliban si sono sentiti nella posizione di affermare che il governo sostenuto dagli Stati Uniti non è riuscito a mantenere le proprie promesse fatte sulle elezioni, consegnandogli una vittoria strategica di grandi proporzioni.

 

E tutto ciò avviene nel momento in cui la situazione della sicurezza del paese si è già drammaticamente deteriorata. Le settimane prima delle elezioni del 20 agosto sono state le più violente dal 2001. La sola giornata delle votazioni è stata le più drammatica dalla caduta del regime talebano: si sono registrati 300 incidenti violenti, ed almeno 31 persone sono rimaste uccise.

 

I Taliban avevano già promesso che sarebbero andati all'assalto sia degli elettori sia del personale addetto allo spoglio, il prossimo 7 novembre. L'insicurezza di certe aree, in particolare di etnia pashtun, avrebbe reso praticamente impossibile il monitoraggio indipendente delle elezioni, e l'affluenza sarabbe stata probabilmente molto minore che al primo turno. Alla fine, la propaganda taliban avrebbe solo dovuto comodamente constatare come il processo elettorale non porti ad alcun risultato concreto.

 

Cancellare il secondo turno elettorale per poter fare cassa, oltre che per via delle minacce talebane, non fa altro che peggiorare la situazione di illegittimità di questo governo.

 

In ogni caso però il fatto che Karzai sia finalmente stato "eletto", o installato, non ha molta importanza adesso. Come presidente dell'Afghanistan per i prossimi cinque anni, dovrà affrontare un doppio problema: far combaciare un debole mandato elettorale con la risurrezione talebana e un'enorme, diffusa corruzione.

 

Al cuore del recente tumulto politico afgano c'è il fallimento nel costruire solide istituzioni durante gli ultimi otto anni. L'intero sistema politico in Afghanistan necessita di essere riformato e deve essere in grado di rispondere al popolo afgano. Il sistema giuridico è stato malamente trascurato, e ha contribuito ad una corruzione rampante. La fissazione dell'occidente con l'ordinamento presidenziale ha contribuito all'istituzione di un potere legislativo debole. La drastica revisione dell'assetto statale è la priorità urgente. Ciò vuol dire che il governo afgano, sostenuto dai propri alleati internazionali, dovrà rimettere mano alla costituzione. Il processo dovrà svolgersi attraverso una loya jirga, o grande assemblea, ed ovviamente comporterà che l'anno prossimo si tengano elezioni locali credibili.

 

Parte del problema è che l'Afghanistan ha un assetto costituzionale fortemente centralizzato, a sorreggere una società altamente decentralizzata. Una risposta a tale problema sarebbe dare più poteri locali ai distretti e alle province, facendoli però comunque rispondere a Kabul.

 

Dal canto suo, la comunità internazionale dovrà riconoscere i difetti di un sistema che ha contribuito a mettere in piedi. Dall'invasione del 2001 che ha rimosso i Taliban dal governo, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno ripetutamente optato verso soluzioni rapide e non sostenibili sul lungo periodo.

 

Trasformare l'Afghanistan con successo sarà, senza dubbio, un lungo e doloroso processo, con molti contrattempi. Ma questo non è il momento per l'Italia, gli Usa e gli alleati europei di abbandonare la corsa. In fin dei conti, in Afghanistan abbiamo la responsabilità di correggere gli errori che abbiamo compiuto.

CANDACE RONDEAUX, Analista per l'Afghanistan, International Crisis Group  LR 5

 

 

 

 

Un’azione più liberale del Governo. Il cammino da riprendere

 

Se, nel 1994, Berlusconi non fosse entrato in politica, la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto avrebbe vinto le elezioni. Non è un merito da poco. Dovrebbero riconoscerglielo anche i postcomunisti. Che, se fossero andati allora al governo, non sarebbero approdati a un socialismo più democratico, anche se ancora pasticciato. E quando è finito in minoranza si è sempre riproposto come alternativa moderata e liberale. È un merito che la maggioranza degli italiani gli ha riconosciuto riportandolo al governo. Qualcuno dice più per debolezza dei suoi avversari che per forza propria; qualcun altro, per dabbenaggine degli elettori. Ma in democrazia — che piaccia o no — contano i voti.

 

Al governo, ha gestito bene le «emergenze», la spazzatura in Campania, il terremoto in Abruzzo; in economia l’Italia ha retto meglio di altri Paesi la crisi finanziaria; in politica estera — anche se spesso ha ecceduto nell’attribuirsi meriti di mediatore mondiale che sarebbe stato difficile riconoscergli — ha intessuto eccellenti rapporti con due Paesi vitali per gli approvvigionamenti energetici dell’Italia, la Russia di Putin e la Libia di Gheddafi, nonché con quelli del Mediterraneo. Ha pagato, però, un prezzo, forse troppo alto, nel rapporto con Washington. È stato un «gestore di eventi» più che un uomo politico con una «certa idea dell’Italia » da realizzare con forte determinazione; pubblicamente liberale, gliene manca la personale convinzione. Da ex uomo d’affari, tende a confondere il Consiglio dei ministri col Consiglio di amministrazione di una società della quale è il presidente; a premiare chi gli è «fedele » più di chi gli è (solo) «leale»; è insofferente di ogni ostacolo — compreso il costituzionale equilibrio dei poteri — alla propria volontà, non per inclinazione alla tirannia, ma per naturale vocazione monopolistica.

 

Tre sono le riforme «promesse e non realizzate » che il Berlusconi liberale dovrebbe impegnarsi ora a portare avanti per dare un profilo diverso alla legislatura. Quella fiscale (tre aliquote: zero, 23 e 33 per cento) e un taglio progressivo dell’Irap; quella della pubblica amministrazione (riduzione della spesa e semplificazione legislativa); quella giudiziaria (separazione fra pubblico ministero — interprete del monopolio della legittima coercizione statuale — e il Giudice, garante dei diritti dell’Individuo). Finora questo spirito riformatore e liberale si è visto poco. Per molte ragioni e non solo per demerito del governo. Hanno pesato i ritardi culturali del Paese; le resistenze corporative e le vischiosità istituzionali; la crisi economica. Né il centrosinistra, una volta al governo, ne sarebbe immune.

 

Ora, Berlusconi ha l’opportunità di rilanciare l’azione liberale e riformista del suo governo. Se lo farà, darà ragione a quegli elettori che, sognando il cambiamento, lo hanno scelto perché «anti-italiano» e non, come qualche volta appare, «arci-italiano».

Piero Ostellino CdS 5

 

 

 

 

Berlusconi usa il libro di Vespa per rispondere alle 10 domande

 

Il Cavaliere nega di aver avuto una relazione con Noemi Letizia - "Mai pensato al Quirinale. Di salute sto benissimo, lo dicono i fatti" - "Non ho usato i servizi segreti contro qualcuno"

 

ROMA - Alla fine risponde. Silvio Berlusconi sceglie l'ultimo libro di Bruno Vespa per replicare, pur senza citarle, alle dieci domande che Repubblica gli pone da mesi. Le stesse che avevano scatenato la querela al nostro quotidiano e a cui, adesso, dopo averle ignorate per mesi, decide di rispondere. "Berlusconi - dice Vespa - non ha ritenuto opportuno un dialogo, sia pure mediato, con il quotidiano romano. Così sono state riformulate alcune domande che erano state peraltro via via rilanciate anche da esponenti dell'opposizione". Ed ecco allora le parole del premier.

 

1) Quando ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo di incontrarla e dove? Ha frequentato o frequenta altre minorenni? Ricordiamo che il premier partecipo' alla festa dei 18 anni della ragazza di Casoria. Subito dopo, la richiesta di divorzio da parte di Veronica Lario. "Sono solo calunnie" risponde il premier. Non ho avuto alcuna relazione con la signorina Noemi".

 

2) Qual è la ragione che l'ha costretta a non dire la verità per due mesi, fornendo quattro versioni diverse per la conoscenza di Noemi? Domanda senza risposta, ammesso che Vespa l'abbia formulata.

 

3) Non trova grave che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità le ragazze che la chiamano "papi"? Berlusconi a Vespa dice: "Ho proposto incarichi di responsabilità soltanto a donne con un profilo morale, intellettuale, culturale e professionale di alto livello.

 

4) Lei si è intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008. Sono decine le "squillo" secondo le indagini, condotte nelle sue residenze. Sapeva fossero prostitute? E' stata la escort Patrizia D'Addario, a raccontare delle sue frequentazioni con Berlusconi a palazzo Grazioli. Il premier replica minimizzando: "C'era una cena con molte persone organizzata dalle militanti dei club 'Forza Silvio' e 'Meno male che Silvio c'è'" alla quale "all'ultimo momento si infilò anche Tarantini con due sue ospiti".  Il premier non dice quello che è successo in un successivo incontro, favorito dallo stesso Tarantini.

 

5) E' capitato che "voli di Stato" senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle sue residenze le ospiti delle sue festicciole? Anche in questo caso Berlusconi smentisce: "La magistratura ha già archiviato la pratica al riguardo. Io non ho mai utilizzato 'voli di Stato' in modo non lecito. Inoltre ho cinque aerei privati che posso utilizzare in qualunque momento".

 

6) Può dirsi certo che le sue frequentazioni non abbiano compromesso gli affari di Stato? Può rassicurare il Paese che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto?

Il Cavaliere nei giorni scorsi aveva già negato di essere "ricattabile"."La risposta - dice il presidente del Consiglio - vale per oggi come per il passato, in quanto io non mi sono mai lasciato ricattare da nessuno, né mi sono mai comportato in modo per cui un simile evento si potesse verificare. Quando nei miei confronti sono state avanzate richieste che secondo il giudizio mio e dei miei legali si configuravano come ricattatorie (vedi il caso Zappadu, ndr), mi sono immediatamente rivolto all'autorità giudiziaria".

 

7) Le sue condotte sono in contraddizione con le due politiche: lei oggi potrebbe ancora partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una prostituta? Il premier non risponde, ma è probabile che Vespa dedichi a Veronica Lario un capitolo del suo libro.

 

8) Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E ,se lo esclude, ritiene di poter adempiere alla funzione di presidente del Consiglio? In passato il premier non ha mai nascosto le sua ambizioni. Oggi, invece, nega di aver mai pensato di candidarsi "alla presidenza della Repubblica" e rilancia il nome di Gianni Letta. "Come molti ricorderanno - prosegue il premier - ho ripetutamente indicato a titolo di suggerimento, affinchè dal Parlamento possa essere compiuta la scelta migliore, un candidato che ritengo sia il migliore in assoluto".

 

9) Lei ha parlato di un "progetto eversivo" che la minaccia. Puo' garantire di non aver usato nè di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti? Risposta: "I violenti attacchi contro di me, sempre avulsi da ogni attinenza alla realtà e frutto solo di preconcetta ostilità, sono sotto gli occhi di tutti. Ma non ho certo mai pensato di impiegare queste risorse contro alcuno".

 

10) Alla luce di quanto emerso in questi mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute? Il Cavaliere replica: "A questa domanda rispondono i fatti. Da quella data a oggi le mie condizioni di salute, a parte un fastidioso torcicollo ormai debellato e la scarlattina che ho avuto a fine ottobre, sono infatti quelle che mi hanno permesso di proseguire e completare sedici mesi di fittissimi impegni che per brevità così riassumo: 170 incontri internazionali, 25 vertici multilaterali, 9 vertici bilaterali, 80 conferenze stampa, 66 consigli dei ministri, 91 interventi e discorsi pubblici a braccio. Cosa avrei fatto se non fossi stato ammalato?"  LR 5

 

 

 

“Berlusconi? Cade a marzo”. Intervista a Daniele Luttazzi

 

Il satirico più amato e odiato d’Italia non si ferma. Nuova stagione teatrale, tournèe musicale per i club, palestra comica nel suo blog, blitz a RaiNews24 e un libro per Feltrinelli. Daniele Luttazzi è ovunque, tranne che in tivù. E ha una certezza: “Silvio Berlusconi è finito, a marzo cade”.

 

Perché riprendere la parodia di Susanna Tamaro?

“In origine era uno spettacolo del ’96, l’autrice mi fece causa e la perse. La prima di una lunga serie. L’ho riscritto per più di metà, il tono è satirico-surreale. Il libro della Tamaro esprimeva tutti quei valori, per me decrepiti, che ne spiegavano il successo. Valori da spazzare via con la satira: si percepiva che portavano con sé qualcosa di fascistoide. Ora quei valori sono diventati un programma di governo. Un incubo esistenziale per molti. Non a caso adesso l’autrice scrive per Famiglia Cristiana”.

 

Lo spettacolo comincia con un’affermazione impegnativa: “Questo monologo celebra la fine del regno birbonico”.

“Con la bocciatura del Lodo Alfano, Berlusconi giustamente dovrà andare a processo. Tutto un sistema di potere che convergeva sulla sua figura si dissolverà come neve al sole. Credo verso marzo. Andremo a elezioni anticipate, governo tecnico, eccetera. Berlusconi è finito: do questa bella notizia ai lettori. Ora bisogna occuparsi di chi Berlusconi ce l’ha messo. Ovvero gli italiani. Berlusconi è l’ennesima espressione dell’eterno fascismo italico, che come un fiume carsico viene ciclicamente in superficie e provoca danni. Come diceva Petrolini quando qualcuno dal loggione lo importunava: “Io non ce l’ho con te, ce l’ho con quello accanto a te che non te butta de sotto”. Ecco: gli italiani sono quelli accanto a lui. Berlusconi è finito, il berlusconismo no”.

 

Se gli italiani restano malati di fascismo congenito, perché Berlusconi cadrà a marzo?

“Alcuni indicatori - settori della finanza, economia, politica, industria, Vaticano, USA - segnalano, come un aumento di radon dal sottosuolo, che Berlusconi anche per loro è superato. Da adesso fino a marzo sarà solo un problema di tempi tecnici. Berlusconi andrà a processo, verrà condannato e materialmente salterà. E’ stato già mollato. Servono altri personaggi, dicono Fini. Lo Stato, a quel livello cui noi non abbiamo accesso, non può permettere che uno come Berlusconi demolisca i fondamenti della Costituzione”.

 

C’entra anche l’immagine dell’Italia all’estero?

“Un po’ sì. Non è possibile che gli italiani siano diventati lo zimbello d’Europa per colpa di una persona malata, che ha problemi con le donne e con l’universo mondo. Questo però, attenzione, è solo l’epifenomeno. E’ molto più grave che Tremonti e Berlusconi, da un punto di vista economico, non abbiano fatto nulla per uscire dalla crisi economica. Assolutamente nulla, anche se il Tg1 di Minzolini non lo dice”.

 

Anche il Vaticano ha scaricato Berlusconi?

“Sì. La Chiesa è così: finché Berlusconi ha uno stalliere mafioso in casa, va bene. Falso in bilancio, corruzione, leggi ad personam: okay. Se però Berlusconi va a letto con una puttana, allora no, questo non si può fare. Spero che abbiano capito che non esiste una persona più profondamente anticattolica di Berlusconi. I suoi riferimenti sono altri, il suo stesso mausoleo non brilla certo per simbolismi cristiani”.

 

Lei non è mai stato tenero con il Pd. E’ diventato più indulgente dopo le primarie?

“No. Lo dicevo anche due anni fa, in due interviste a Repubblica e Unità. Stavano tirando la volata a Veltroni e mi chiesero cosa pensassi del Pd. Io risposi che il Pd era un’inevitabile stronzata. Tagliarono domanda e risposta. Il Pd è un progetto inconsistente e sbagliato. Anche la narrazione del Pd è inadeguata. Il Pd non sa chi rappresenta: a chi parla? Cosa dice? Non lo sa. Va sempre in televisione, ma parla a vanvera. Non ha alcuna efficacia. Sentire D’Alema che parla di 'amalgama non riuscito' e vederli ancora impegnati nelle baruffe chiozzotte, non stupisce. Però, anche qua: perché un satirico due anni fa c’era arrivato e gli Scalfari no? Stanno ancora lì a fare propaganda”.

 

Chiederlo a lei fa un po’ ridere, ma esiste un problema di libertà d’informazione?

“Certo. All’origine di tutto c’è il conflitto di interessi berlusconiano. Inoltre, in Italia, la voce libera da appartenenze non ha accesso. Esistono clan di sinistra, clan di destra, chiesa, massonerie. Ciascuno difende interessi particolari. Io aspetto ancora che Repubblica faccia una seria inchiesta sulla Sorgenia di De Benedetti, sui progetti Sorgenia di produrre energia bruciando paglia o metano ad Aprilia e in Val D’Orcia. Oltretutto il progetto Aprilia fu autorizzato da Pierluigi Bersani, quando era ministro. E aspetto ancora che qualcuno chieda conto ai maggiori propagandisti italiani della guerra in Iraq, Giuliano Ferrara e Carlo Rossella, delle centinaia di migliaia di morti innocenti. L’ottava puntata di Decameron parlava di questo, ma mi hanno sospeso alla quinta”.

 

Internet è più libero?

“Su Internet ho enormi riserve. Innanzitutto è un Panopticon micidiale: i carcerati sono anche i carcerieri. Chi interviene in un blog, è osservatore e osservato. I suoi gusti sono monitorati sempre. La tua personalità viene trasferita interamente in Rete, fino al caso micidiale di Facebook. A quel punto non avrai più difese: c’è un’area del pudore che Internet violenta costantemente. Baudelaire diceva che l’artista è sempre quello che mantiene viva la sua vulnerabilità, la sua sensibilità. Quello che non viene ottuso dall’alienazione. Se non ti proteggi, ti offri alla violenza. Il web diventa uno spazio molto impudico. Inoltre il web favorisce il populismo, come dimostra il caso Grillo. Fra l’altro, la sua 'democrazia dal basso' non è che marketing partitico in cui sono esperti quelli della Casaleggio Associati, la società che ne segue le mosse. Il modello è la guerrilla advertising del Bivings Group”.

 

Però almeno Grillo ha sciolto l’ambiguità: non più satirico, ma politico. Quello che lei gli aveva chiesto dopo il primo V Day.

“Sì e no. L’ambiguità non è stata risolta completamente. Grillo ha creato un partito. Da quel momento, ogni suo punto di vista è pregiudiziale. Fine della satira. Adesso i suoi sono comizi. A pagamento. La satira è politica, ma l’attività partitica è un’altra cosa. Al Franken, grande satirico, si è candidato coi democratici, ora è senatore, e ha subito smesso di fare spettacoli satirici. Grillo no”.

 

Il satirico, in tutto questo, che ruolo ha?

“Far ridere commentando i fatti. Quando funziona, i bersagli non ridono. Il satirico inquadra il problema e lo mette in prospettiva. Non dà indicazioni su come comportarsi o dire per chi votare, ma fa sì che ognuno si interroghi e cominci un percorso personale di approfondimento. L’arte fa questo: ha tempi più lunghi della politica, ma è inesorabile. Rimane. La satira ha il ruolo della poesia: apparentemente nullo. Ma bisogna credere in ciò che si fa. Poi, una volta scoperte certe cose, il pubblico potrà anche rimpiangere il Matrix di prima, perché magari aveva un buon sapore. Ma il compito del satirico resta quello: provare a svelare il Matrix”.

 

Molti satirici si sono avvicinati a Di Pietro. Lo stesso Travaglio, da lei “lanciato” in tivù, non lo nasconde. Luttazzi no. Perché?

“Sarebbe un atteggiamento di parte. La satira non è propaganda per questo o quel partito. Con la sua arte, il satirico ricrea un’agorà in cui suggerisce dubbi e lascia liberi di decidere. L’arte ha tempi più lunghi della politica, ma è inesorabile. La satira ha una sua nobiltà, di tipo artistico, molto più potente della semplice denuncia partitica. L’artista è il primo che deve mettersi in discussione, non deve credere di avere sempre ragione. Si tratta di rispettare il pubblico, non di plagiarlo. Io ho ricevuto una solida educazione cattolica. Agli inizi mi capitava di dire battute sulla religione che mi facevano molto ridere, anche se non le condividevo ideologicamente. Dopo vent’anni, ho scoperto che quelle mie battute avevano ragione. Devi fidarti della piccola verità che c’è in una risata. La satira ti rende terzo a te stesso”.

 

Tutte queste cose, lei potrebbe dirle da Santoro, ma non ci va. Non potrebbe sfruttare lo spazio come Sabina Guzzanti?

“E’ una buona obiezione, ma io conosco il potere del contesto. Ho rifiutato anche Celentano e la conduzione di Sanremo: certi contesti sono più forti di te. Basta leggere McLuhan. Se vai a Sanremo, sei Sanremo. Non sei tu”.

 

Michele Santoro non è Sanremo. C’è Vauro, c’è Travaglio.

“Vero, ma anche lì c’è un contesto. Santoro è in onda per ordine di un giudice. La dirigenza Rai ha detto esplicitamente che, se potesse, lo farebbe subito fuori. Io non vado in un posto che è una riserva e un altro deve garantire per me. La satira è libera. Quando accetti anche solo un controllo minimo, hai accettato un limite alle tue opinioni. La satira non può avere limiti, a parte quelli di legge”.

 

Tutto bello, ma così lei si preclude una fetta smisurata di pubblico.

“Non faccio satira 'per andare in tv'. Ci vado se posso fare satira. La satira è come un’arte marziale. Quando porti il colpo, la forza che ci metti è l’ultimo dei problemi. Posso colpirti con molta più efficacia col minimo di potenza, se so il fatto mio. Infatti io non colpisco mai a vuoto. A differenza del Pd”. Andrea Scanzi, MicroMega 5

 

 

 

 

Il Pd: "Pseudo risposte alle 10 domande. Il premier venga in Parlamento"

 

Berlusconi affida al libro di Bruno Vespa la replica alle questioni poste da Repubblica - Opposizioni polemiche. Rosy Bindi: "Non ha il senso delle istituzioni"

 

ROMA - Silvio Berlusconi ha deciso di rispondere (senza citarle espressamente) alle domande di Repubblica sulle pagine dell'ultimo libro di Bruno Vespa. E' lo stesso conduttore di Porta a Porta ad annunciarlo. La scelta del premier è criticata dall'opposizione per i modi e i contenuti.

 

"A quanto pare c'è modo e modo di esercitare i doveri di trasparenza e correttezza istituzionale. Un presidente degli Stati Uniti risponde in pubblico e nelle sedi istituzionali all'accusa di aver mentito sulla propria vita privata", ha detto Rosy Bindi, vicepresidente della Camera, che ha aggiunto: "Un presidente del Consiglio italiano lo fa nel libro di un giornalista televisivo. La differenza tra i due basta a dimostrare chi ha senso della dignità dello Stato e chi no. Berlusconi si illude - aggiunge Bindi- se immagina che basti questo a sgombrare il campo dagli interrogativi politici che lui stesso ha alimentato nell'ambigua commistione tra le sue responsabilità pubbliche e la sua vita privata".

 

Il senatore del Pd, Luigi Zanda, ha espresso stupore e amarezza per il fatto che il presidente del Consiglio abbia preferito rispondere "sia pure in modo elusivo e niente affatto convincente, nel libro di Bruno Vespa alle domande che l'opinione pubblica e il Parlamento gli rivolgono da mesi ". "Il presidente Berlusconi - ha aggiunto Zanda - deve rassicurare i cittadini sulla sua non ricattabilità e deve farlo in Parlamento. Deve garantire che i suoi comportamenti privati non hanno messo a rischio la sicurezza nazionale e la credibilità del Paese. Questo gli è stato ripetutamente chiesto con gli atti formali di cui l'opposizione dispone. Ma il presidente del Consiglio, ancora una volta, ha ignorato il Parlamento e i parlamentari".

 

"Dopo mesi il presidente del Consiglio sembra si sia deciso a rispondere ad almeno una parte delle 10 domande di Repubblica. Peccato che abbia deciso di farlo in quella che comunemente viene ironicamente definita la terza camera del Parlamento. In questo caso neanche in tv, dove un minimo di contraddittorio esiste. Berlusconi ha scelto le pagine del nuovo libro di Vespa" ha fatto notare il presidente dei senatori dell'Idv, Felice Belisario. "L'Italia dei valori non ha mai preteso di entrare nella vita privata del premier ma ha sempre chiesto di sapere se fosse ricattabile o meno. Non possiamo però fare a meno di notare come, ancora una volta, Berlusconi abbia deciso di evitare di riferire in Parlamento dimostrando - ha concluso Belisario - un raro disprezzo delle istituzioni".

 

"Il premier che, a mozzichi e bocconi, risponde a Vespa, nel libro del presentatore, è un altro schiaffo al Parlamento. Di questo passo, persino il paragone col Duce non sarà più confacente alla situazione democratica che c'è nel nostro Paese", ha affermato invece Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del Pdci-Federazione della sinistra. LR 5

 

 

 

 

«Il vertice del Sismi non è giudicabile», condannati gli agenti Cia: proteste Usa

 

L’ex direttore Pollari e il vice Mancini salvati dal segreto di Stato - di CLAUDIA GUASCO

 

MILANO Alla fine, vince il segreto di Stato. Nulla può mettere a repentaglio la sicurezza di una nazione, aveva sancito la Consulta, nemmeno il rapimento di un imam che la Procura di Milano definì «fatto eversivo dell’ordine costituzionale». Ed è con la riservatezza dei rapporti tra i servizi segreti italiani e americani che il giudice monocratico Oscar Magi deve fare i conti nella sua sentenza: poiché certi documenti e alcune telefonate non possono diventare di dominio pubblico, l’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari e il capo del controspionaggio Marco Mancini non vanno giudicati. Per loro così come per altri tre funzionari del servizio segreto militare il processo per il rapimento di Abu Omar finisce con un «non luogo a procedere». L’azione penale, scrive il giudice, «per quanto legittimamente iniziata non può essere proseguita per l’esistenza del segreto di Stato».

L’extraordinary rendition della mattina del 17 febbraio 2003, quando l’imam venne sequestrato a Milano mentre andava alla moschea di viale Jenner, caricato su un aereo militare americano, portato alla base di Ramstein in Germania e da qui in Egitto dove venne interrogato e torturato, ha 22 colpevoli certi, ovvero gli agenti della Cia condannati a cinque anni ciascuno, e il loro capo Robert Seldon Lady, al quale è stata inflitta una pena a 8 anni. Ma sull’eventuale collaborazione fornita dagli 007 italiani nell’operazione, preceduta da settimane di pedinamenti e appostamenti, nulla si potrà sapere perché coperta dal segreto di Stato. Per l’accusa, che aveva chiesto 13 anni per il generale e 13 per Mancini, «Pollari è stato il regista del sistema criminale» e «il principale responsabile» del rapimento. La sentenza di ieri, in nome della sicurezza, recide di netto i legami tra i servizi segreti italiani e il sequestro, a eccezione del ruolo dei due uomini del Sismi Pio Pompa e Luciano Seno condannati a tre anni per favoreggiamento. Nessun giudizio, infine, per l’ex numero uno della Cia in Italia, Jeffrey Castelli, oltre che per Betnie Medero e Haenry Ralph Russomando, tutti coperti da immunità diplomatica. Magi ha inoltre stabilito il pagamento di una provvisionale di un milione di euro per Abu Omar, in Egitto dall’epoca del rapimento, e di 500.000 euro per la moglie Nabila, che abita a Milano.

Mancini assiste alla lettura della sentenza e contiene a stento l’euforia, dà un pugno contro il muro ed esce esultante. Anche se non si tratta di un’assoluzione ma di un non doversi procedere? «Guardate che non è una malattia», ribatte. Sbigottito il colonnello Seno: «Ma come, quelli sono assolti dal sequestro e io condannato? È una follia». Mentre i legali di Pollari, Titta e Nicola Madia, dicono che la decisione di Magi ripaga il generale «di anni di umiliazioni e di amarezze: avrebbe rinunciato al diritto di difendersi, pur di non violare quel sacro dovere del segreto nei confronti della Repubblica; anche se in cinque minuti avrebbe potuto dimostrare la sua estraneità». Soddisfatto a metà il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, secondo cui il processo «ha dimostrato che la verità è quella ricostruita dalla polizia e dalla Procura nel corso delle indagini: tutti gli autori statunitensi del sequestro sono stati ritenuti colpevoli». Una pietra miliare, dato che si tratta del primo caso di condanna da parte di una corte occidentale per una extraordinary rendition. E dagli Stati Uniti arrivano reazioni tra lo sconcertato e l’infastidito per una sentenza di tale portata. Il portavoce del dipartimento di stato Ian Kelly esprime «disappunto», il Pentagono va oltre affermando che, per il buon esito del verdetto, si è rivolto anche al dicastero della giustizia. «I tribunali italiani non hanno alcuna giurisdizione su Joseph Romano e avrebbero dovuto archiviare le accuse. La questione della giurisdizione era collegata agli accordi esistenti sullo status delle forze Nato - afferma il portavoce Geoff Morrell - Il ministero della Giustizia italiano ha indicato di essere d’accordo con la nostra tesi e ha chiesto al tribunale di rispettare la nostra richiesta». IM 5

 

 

 

L’influenza A tra bufale (d’oro) e allarmismo di Stato

 

“Questa storia dell’influenza A è una bufala pazzesca”. Lucia Lopalco è a capo dell’unità di Immunobiologia di Hiv del San Raffaele e insieme al suo staff, pochi mesi fa, si è aggiudicata un premio di 100 mila dollari assegnato dalla fondazione statunitense Bill and Melinda Gates Foundation.

 

Una bufala che riempie tutte le prime pagine di oggi, però...

Infatti, se non fossi tanto disgustata dall’assenza di professionalità che viene fuori da questa vicenda (identica all’altra di qualche anno fa, nota come influenza aviaria), ci sarebbe solo da ridere. L'unica cosa vera è che il virus H1N1 è particolarmente virulento per tutte le persone gravemente immunocompromesse. Ma si tratta di una normale influenza che una persona in salute (cioè non affetta da gravi patologie) cura con una settimana di riposo nel letto di casa propria: lo scorso anno sono morte 30 mila persone a causa dell’influenza stagionale.

 

Il vaccino, dunque, che senso avrebbe?

Il vaccino deve essere assunto solo da chi è affetto già da gravi patologie: un paziente sieropositivo, dunque immunodepresso, piuttosto che rischiare la vita e contrarre il virus, ha senso che faccia fronte a possibili effetti collaterali del vaccino stesso. Per le persone sane, invece, è dannoso: non ci sono controlli, in compenso, è in corso un rumorosissimo battage pubblicitario.

 

Pandemia sì, ma di guadagni per le case farmaceutiche?

Il farmaco è stato sviluppato da Novartis (multinazionale farmaceutica svizzera, ndr) che ha concluso con il governo un contratto capestro che la Corte dei Conti ha giudicato non valido. Il punto è che sulla base di questo contratto, se intervengono effetti collaterali dopo l’inoculazione del siero, non ne risponde la casa farmaceutica (come dovrebbe) ma lo Stato. Cosa vuol dire?

 

Ce lo dica lei.

Che ha pochissime sperimentazioni e, infatti, moltissimi medici (che sono i principali untori) si rifiutano di farlo.

 

Si può parlare di una concentrazione di casi a Napoli, come già si sta facendo (più della metà delle 17 vittime è campana ndr)?

Solo se le vittime fossero 100 e i casi riscontrati in Campania fossero 80, potremmo fare una valutazione e spingerci in un’analisi che avrebbe un senso. La domanda è: a Napoli, quanti casi di morte per l’influenza stagionale abbiamo avuto negli ultimi 10 anni? Se fossero superiori alla media nazionale, poi, dovremmo ragionare di malasanità. Ma quella è un’altra storia.

 

Cosa deve fare una persona sana che contrae il virus A?

Niente allarmismi: basterà una dose doppia di tachipirina. E l'assunzione di antibiotici, per evitare infezioni batteriche in chi abbia le difese immunitarie già compromesse. di Ilaria Donatio MicroMega 3

 

 

 

 

 

La Cocaina invade l'Europa. L'Italia al top per il consumo

 

Ecco il Rapporto 2009 dell'Osservatorio europeo sulle droghe  - Lo spinello perde popolarità. Allarme per le sostanze "nascoste"

 

ROMA - Una coltre di cocaina avvolge l'Europa. Oltre 13 milioni di europei adulti hanno provato la polvere bianca nella loro vita. Di questi, 7,5 milioni sono giovani (15-34 anni): tre milioni di questi l'hanno usata negli ultimi 12 mesi. Nel dettaglio l'Italia si conferma uno dei Paesi a più alta prevalenza, insieme a Danimarca, Spagna, Irlanda e Regno Unito. La polvere bianca si conferma così la sostanza stimolante illegale più popolare in Europa, mentre diminuisce "la popolarità dello spinello". Lo dice il Rapporto 2009 dell'Osservatorio europeo sulle droghe presentato oggi a Bruxelles, che conferma la diffusione costante della cocaina e rivela come il mix di droghe e alcool sia il responsabile della maggior parte dei problemi legati alle sostanze stupefacenti.

 

Cocaina. In Italia, Danimarca, Spagna, Irlanda e Regno Unito, nell'ultimo anno, l'uso tra i giovani si è attestato tra il 3,1% e il 5,5%, mentre nella maggior parte degli altri Paesi europei si registra una tendenza alla stabilizzazione o all'aumento del consumo nella fascia d'età 15-34 anni. Tra i pazienti che entrano per la prima volta in terapia per disintossicarsi, il 22% ha indicato la cocaina come sostanza primaria. Nel 2007 sono stati segnalati circa 500 decessi associati al consumo di questo potente stimolante. Accanto alla cocaina prende piede anche la metamfetamina che sfrutta la facilità con cui può essere prodotta. Storicamente, l'uso di questa sostanza si concentra nella Repubblica ceca, anche se la disponibilità sta aumentando in alcune zone dell'Europa del Nord, come Svezia e Norvegia.

 

Spinello. Resta la droga preferita dai giovani, ma la sua diffusione è in calo. Sono circa 74 milioni gli

europei, uno su cinque degli adulti, che hanno provato hashish o marijuana nella loro vita, 22,5 milioni (6,8%) ne hanno fatto uso nell'ultimo anno e 12 milioni (3,6%) nell'ultimo mese. Pur restando la sostanza illecita più comunemente usata in Europa i nuovi dati segnalano un calo di popolarita' dello spinello una tantum, in particolare tra i giovani. L'uso uso quotidiano, invece, continua a coinvolgere circa 4 milioni di europei.

 

Nonostante il calo la cannabis continua ad essere la droga preferita dai più giovani. Tra 15-24 anni, il 15,9% l'ha usata nell'ultimo anno, l'8,3% nell'ultimo mese. Cifre che però, se rapportate con i primi anni del 2000, sono in diminuzione. Dei 4 milioni di europei che fuma ogni giorno a quasi (l'1% della popolazione adulta), circa 3 milioni ha un'età compresa fra 15 e 34 anni (2,5%). L'Italia si colloca tra i Paesi dove il consumo è più alto: al primo o secondo posto tra gli adulti che l'hanno usata una tantum, nell'ultimo anno o nell'ultimo mese, lo stesso tra i giovani (15-34 anni) ed è tra i Paesi a più alta prevalenza anche nella fascia 15-24.

 

Le nuove droghe. Sulle confezioni c'è scritto che contengono una miscela di innocue piante o erbe, ma in realtà contengono cannabinoidi sintetici, cioè sostanze create in laboratorio che provocano effetti simili a quelli di hashish e marijuana e per lo più non sono state testate sugli uomini. Sono i prodotti "Spice", venduti su internet e negli smart shop, sui quali l'Osservatorio europeo delle droghe lancia oggi l'allarme. Fino all'ottobre 2009, sono stati individuati ben nove cannabinoidi sintetici nei prodotti Spice, tra i quali il JWH-018, una sostanza che se fumata produce effetti simili alla cannabis. Ingredienti che, però, non compaiono nelle informazioni sui prodotti e sulle etichette. L'Italia non compare nella lista dei Paesi dove è possibile trovarli.

 

Per aggirare i tentativi di bandire gli Spice, sono spuntate una trentina di miscele di erbe alternative, simili agli Spice ('Smoke', 'Sense', etc). Sempre online si possono comprare le "party pills' (droghe ricreative), contenenti alternative legali alla benzilpiperazina. LR 5

 

 

 

Veneti nel Mondo. A Teolo (Padova) convegno sul ruolo delle associazioni dei migranti

 

  PADOVA - Importante e partecipato convegno a Teolo (Padova) sabato 31 ottobre su “Il ruolo delle associazioni dei migranti: i casi di eccellenza nel Veneto”, organizzato dall’Associazione Veneti nel Mondo in collaborazione e col patrocinio di vari enti. Tra le numerose e interessanti sequenze, come segnala ABM News, la presentazione  del progetto “Globalven.org”, la banca data per la valorizzazione dell’eccellenza veneta all’estero (frutto di un progetto del Coordinamento regionale dei Giovani Veneti nel Mondo), presentazione di reportage e pubblicazioni, tra cui “Veneto – Rio Grande do Sul, 130 anni di una lunga storia” del giovane bellunese Thomas Ferlin.

  A conclusione l’assessore Oscar De Bona sottolineando il significato e il pregio del convegno, ha esortato le associazioni  tradizionali d’emigrazione a muoversi su progettualità nuove, adeguate all’attualità e alle richieste del mondo giovanile e ad operare sempre più in chiave veneta, ricordando infine il valore aggiunto alle iniziative per i Veneti all’estero dovuto alla crescente sensibilizzazione e partecipazione degli Enti Locali della Regione. (Inform)

 

 

 

Mostra a Prato: “Era così. Immagini dalla Germania Est 1959-1989”

 

Prato- Gli scatti di Thomas Billhardt, uno dei più grandi fotoreporter contemporanei, sono i protagonisti della mostra “Era così. Immagini dalla Germania Est 1959-1989”, che, inaugurata sabato 31 ottobre al Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, vi rimarà allestita sino al 13 dicembre.

La mostra fa parte della serie di eventi della manifestazione “Prima o poi tutti i muri cadono”, promossa per il ventennale della caduta del Muro di Berlino dalla Regione Toscana con il coordinamento di Mediateca Regionale Toscana Film Commission, e presenta fotografie che ritraggono istanti del quotidiano e occasioni ufficiali con uno sguardo insieme appassionato e distaccato.

Thomas Billhardt, nato nella Germania nazista (Chemnitz, 1937), è uno dei testimoni viventi del XX secolo: sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, è cresciuto ed ha studiato nel blocco orientale, passando poi in Occidente prima della caduta del muro di Berlino.

Come fotografo e fotoreporter Billhardt è stato oltre cinquanta volte nell'ex URSS, decine di volte in Vietnam, in Libano, in Cina, in Mozambico, in Iraq. Particolarmente famose sono le sue fotografie dal Vietnam e dalla Palestina. Ha lavorato molto anche in Italia: il vecchio PCI e la Giunta della Regione Toscana, negli anni settanta, gli commissionarono alcune pubblicazioni di alto pregio.

Ha collaborato anche con iniziative solidali come le campagne di sensibilizzazione dell'UNICEF e di tanti enti morali. Adesso vive tra l'Italia e la Germania.

L'esposizione rimarrà aperta tutti i giorni presso la Sala Teatro del Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, ad ingresso libero.

Le iniziative della Regione Toscana per il Ventennale dalla caduta del muro di Berlino sono organizzate in collaborazione con Mediateca Regionale Toscana Film Commission, che coordinerà gli eventi in programma, Le Giornate del Cinema europeo, il Festival dei Popoli, l'Università degli Studi di Firenze, la Fondazione Niels Stensen, il Museo Pecci di Prato, il Goethe Institut di Roma. (aise)

 

 

 

 

“Dagli emigranti agli immigrati 1948-2008. Gli esempi di Gualdo Tadino e di Montegabbione”

 

Presentazione del libro di Alessandra Artedia il 7 novembre al Museo regionale umbro dell’Emigrazione

 

GUALDO TADINO – “Dagli emigranti agli immigrati. 1948-2008. I flussi migratori in Umbria nei primi sessanta anni della Costituzione Italiana. Gli esempi di Gualdo Tadino e di Montegabbione”. E’ il libro di Alessandra Artedia che sarà presentato a Gualdo Tadino sabato 7 novembre alle ore 17 presso la Mediateca del Museo Regionale dell’Emigrazione (Piazza Soprammuro)

 

  Interverranno all’incontro - a cura di Arulef, Regione dell'Umbria, Accademia dei Romiti - Franco Subicini, presidente Arulef–Perugia; Roberto Morroni, sindaco di Gualdo Tadino e presidente Museo Regionale dell’Emigrazione; Andrea Ricci, sindaco di Montegabbione; Pavilio Lupini, presidente Consiglio regionale emigrazione Regione Umbria.

  Seguirà lettura dalla  testimonianza “quando gli altri eravamo noi”: Leonardo Tofi, Università di Perugia; Alessandra Artedia autrice del libro. Interverrà Pierluigi Gioia, rettore dell’Accademia dei Romiti; .

  Seguirà poi la lettura della testimonianza di Nazzareno Marinelli “Da mezzadro a emigrante”:  Mario Tosti, Università di Perugia e presidente ISUC. E infine la lettura della testimonianza di un’immigrata – La storia di Marja: Paolo Montesperelli, Università di Salerno, sociologo e collaboratore AUR.

  L’incontro si concluderà con la lettura della poesia L’Arcobaleno e della testimonianza “Storia di una famiglia qualunque” - come vivono gli immigrati in Umbria: Maurizio Rosi, assessore alla Sanità Regione Umbria; Silvano Rometti, assessore alla Cultura Regione Umbria

  Lettori: Carlo Biscontini, Chiara Acaccia, Marco Panfili. Accompagnerà al pianoforte Pierluigi Gioia. Infine, proiezioni di immagini di migrazioni a Gualdo Tadino a cura dell’autrice del libro. (Inform) 

 

 

 

Nuovo logo per la Consulta degli degli emiliano-romagnoli nel monco cercasi

 

Bologna - La Consulta degli emiliano-romagnoli ha bisogno di un logo nuovo. Per questo ha emanato un bando per stimolare la creatività di tutti i cittadini italiani e stranieri di origine emiliano-romagnola, che abbiano un’età compresa tra i 18 e i 36 anni, per trovare, appunto, il nuovo simbolo della Consulta presieduta da Silvia Bartolini. Chi fosse interessato potrà mandare il suo progetto dall’1 novembre 2009 al 31 gennaio 2010.

Secondo quanto si legge nel bando – pubblicato sul sito web della Consulta – il simbolo dovrà essere intelligibile e identificabile per la generalità dei cittadini. Potrà esprimere in sintesi grafica i valori che la Regione Emilia-Romagna riconosce negli emiliano-romagnoli nel mondo, nelle loro famiglie, nei discendenti e nelle loro comunità come una componente essenziale della società regionale ed una grande risorsa da attivare al fine di rafforzare i legami con i Paesi che li ospitano.

Il simbolo potrà esprimere anche le tradizioni storiche, artistiche e culturali dell'Emilia-Romagna nelle loro multiformi espressioni, nonché gli aspetti più moderni della sua specificità economica, sociale, culturale rivolta agli emiliano romagnoli nel mondo e in modo particolare verso le giovani generazioni. Non ci sono indicazioni particolari per la tecnica di esecuzione.

Tutti i progetti dovranno essere inviati alla Regione Emilia-Romagna -

Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo - Viale Aldo Moro, 30 – 40127 Bologna, come detto dall’1 novembre al 31 gennaio del 2010.

Tutti i progetti saranno valutati da una commissione di esperti nominata dalla Consulta; il vincitore si aggiudicherà un premio di 2.000 euro e sarà premiato nel corso della prossima Conferenza dei Giovani emiliano-romagnoli nel mondo.

Il bando completo è online su www.emilianoromagnolinelmondo.it, nella sezione Documentazione. (aise)

 

 

 

Un primo bilancio del neo presidente di Assocamerestero Augusto Strianese

 

SALERNO - Si sono conclusi mercoledì 28 ottobre, al Grand Hotel Salerno, i lavori della XVIII Convention mondiale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE), che si erano aperti lo scorso 24 ottobre. Alla Convention è seguita la giornata pubblica del IV Forum di Federexport, organizzato anch’esso nel contesto di “Campania international week”, la settimana dedicata all'economia e agli scambi internazionali voluta dalla Camera di Commercio di Salerno.

  Nell’ambito della Convention, due giorni (24 e 25 ottobre) di lavori interni del sistema camerale, lavori che tra l’altro hanno visto il rinnovo del Consiglio di Assocamerestero - l’Associazione che rappresenta le 74 Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) -  e l’elezione del nuovo presidente dell’Associazione, Augusto Strianese, già vice presidente per lunghi anni di Assocamerestero e presidente della Camera di Commercio di Salerno. Una elezione, questa, che arriva dopo il settennato di Edoardo Pollastri. A seguire, la giornata pubblica del 26 ottobre, che tra il resto ha visto la partecipazione del Vice Ministro allo Sviluppo Economico Adolfo Urso, insieme ai vertici istituzionali nazionali e locali e gli esponenti nazionali del sistema della promotion pubblica e del sistema economico-finanziario. Infine, nelle giornate del 27 e 28 ottobre, la Convention si è concentrata sugli incontri di business tra imprese campane da una parte e la rete delle CCIE dall’altra. Novità assoluta di quest’anno, l’importante presenza di 112 buyers provenienti da tutto il mondo. Il 28 ottobre, inoltre, le CCIE, dopo aver dedicato la mattinata ai lavori di programma e agli incontri d’area, hanno incontrato nel pomeriggio la rete dei consorzi export di Federexport in una serie di incontri one to one.

  Molte le innovazioni apportate dalla convention salernitana alla tradizione delle Convention CCIE: ciclo di seminari didattici rivolti agli allievi delle scuole secondarie di 1° e 2° grado della provincia di Salerno sul tema dell’internazionalizzazione; workshop b2b con 112 buyers provenienti dall’area euro-mediterranea e russa; incoming di architetti dagli USA, per un’analisi urbanistica e morfologica della città di Salerno  con successivo incontro con l’Amministrazione comunale di Salerno; incontri bilaterali tra le CCIE e i Consorzi export italiani; il forum nazionale dei consorzi export.

  Al termine della quattro giorni, il neo presidente di Assocamerestero, Augusto Strianese, ha fatto un primo bilancio

  Presidente, è soddisfatto dell’edizione 2009 della Convention delle Camere di Commercio Italiane all’Estero delle quale Lei, dallo scorso 25 ottobre, è divenuto Presidente?

 

  Per sei giorni Salerno è stata la capitale dell’internazionalizzazione, con “Campania international week” che ha messo in scena non solo la XVIII Convention delle CCIE, ma anche il IV Forum di Federexport. Non posso, quindi, che dirmi soddisfatto di queste giornate di lavori, ricche di appuntamenti, e, non lo nascondo, stancanti. Questo come Presidente della Camera di Salerno. Poi il 25 ottobre sono stato eletto Presidente di Assocamerestero, e dunque della rete delle CCIE. E in questa veste, accanto alla soddisfazione esprimo un po’ di sana preoccupazione. Abbiamo messo tante, forse troppe, cose in pentola e adesso o si lavora di conseguenza, proporzionatamente ai fatti di questi giorni e alle attese che abbiamo noi stessi creato, o si rischiano brutte figure. Abbiamo realizzato una convention che ci sfida, come  Assocamerestero, a volare molto alto nei prossimi mesi. Una ‘sfida’ che è venuta fuori anche nel corso degli interventi e dei dibattiti che si sono susseguiti nella giornata pubblica del 26 ottobre e poi nel grosso lavoro di incontri e riunioni, sia operative sia strategiche, che hanno impegnato Assocamerestero e le singole CCIE in tutti questi 4 giorni.

  Una convention impegnativa anche nella prospettiva dell’edizione 2010

 

  Certo. Infatti con l’edizione 2009 noi abbiamo apportato novità strutturali e ‘pesanti’ al format Convention Assocamerestero. Normalmente alle Convention Assocamerestero  le imprese del territorio incontravano le Camere di Commercio Italiane all’Estero. Qui a Salerno, invece, abbiamo visto che le imprese del territorio hanno incontrato non solo le Camere ma l’intero sistema sia della promotion che del business fattuale. Infatti, le aziende hanno incontrato anche i buyers  -sono stati ben 112. E hanno incontrato poi i 120 Consorzi export di Federexport. Altresì, le 74 Camere di Assocamerestero hanno incontrato i Consorzi. Le imprese sono state messe al centro di questa Convention. Così come le Camere, che sono il braccio operativo della promotion nazionale all’estero, sono state messe in condizioni di dialogare direttamente con il sistema di promotion nazionale italiano che è alla ricerca costante e per suo proprio DNA dell’estero, dei mercati esteri, quello rappresentato dai Consorzi export, 120, che aggregano e rappresentano 4.500 imprese esportatrici italiane. Il tavolo misto che ha visto confrontarsi Camere di Commercio Italiane all’estero, Camere di Commercio Italiane e tutte le Aziende Speciali delle Camere di Commercio italiane sull’internazionalizzazione, anche questo è stato una novità, rispetto al format tradizionale, espressione di un nuovo clima che deve iniziare a improntare il lavoro della promotion italiana: ‘fare sistema’ per davvero, nei fatti, dopo troppe inutili dichiarazioni d’intenti. Poi ci siamo dedicati ai ragazzi delle scuole medie e abbiamo fatto un programma ludico e educativo  per far capire loro cos’è l’internazionalizzazione.

  Senza dubbio, con le novità che abbiamo introdotto quest’anno, metteremo un po’ ‘in crisi’ la Camera di Commercio che sarà incaricata di organizzare la Convention 2010. E la domanda che mi è parso di raccogliere nei corridoi è: si ritornerà al format che abbiamo visto fino alla XVII edizione, o si cercherà di duplicare i risultati ottenuti in questa  XVIII edizione stabilizzando un format che è ambizioso e contestualmente molto più adatto alle necessità delle imprese in questa fase storica?

  La tradizione vuole che al termine della giornata pubblica della Convention si dia l’annuncio della sede Convention del prossimo anno. Quest’anno non è stato così.

  Perché abbiamo avuto un cambio di Presidenza, di conseguenza il Consiglio precedente di Assocamerestero non ha voluto assumere impegni in fase di decadenza, non lo ha fatto per garbo istituzionale. Dopo la costituzione del nuovo Consiglio, il 25 ottobre, non c’è stato il tempo per il nuovo Consiglio di affrontare il tema della selezione delle candidature pervenute per l’edizione 2010.  Quanto prima organizzerò l’incontro con i Consiglieri e prenderemo in esame le candidature che abbiamo.  Posso anticipare che è sul tavolo la candidatura di una città del Nord che ritengo molto forte.

  Una convention molto business oriented e Lei, appena nominato, ha sottolineato che il core business delle CCIE è la PMI e la micro impresa

  Il nostro primo riferimento devono essere le imprese, gli imprenditori: è a loro che dobbiamo guardare sempre nel nostro agire. Il ‘Cliente’ del sistema camerale, sia nazionale che italiano all’estero, è l’impresa. Se perdiamo di vista questo abbiamo fallito. 

  Strianese è noto per essere ‘l’uomo dell’internazionalizzazione’, e un po’ tutti in questi giorni hanno dimostrato di avere delle attese importanti dalla Presidenza Strianese

  Come ho accennato, vivo questo momento con entusiasmo e, allo stesso tempo, con preoccupazione. Quando la gente non si aspetta niente, fai poco e quel poco basta. Ma la gente si aspetta tanto, è difficile rispondere a tutte le aspettative.

  La sua nomina è apparsa anche un chiaro segnale politico nel contesto di questo nuovo protagonismo del Mezzogiorno sullo scenario nazionale.

  Io mi auguro di essere in grado di portare sui mercati esteri il Mezzogiorno italiano nella sua espressione migliore a beneficio non solo del Mezzogiorno, ma dell’intero Paese.

  In questi giorni, molti, a partire dal suo predecessore, Edoardo Pollastri, hanno richiamato la presidenza di Piero Bassetti e quella di Danilo Longhi, tappe e stili molto diversi tra loro e che però danno unitarietà e ‘senso’ alla storia di Assocamerestero. Lei a chi si sente più vicino?

  Ho conosciuto e sono stato molto vicino a Danilo Longhi,  ho avuto modo di lavorare al suo fianco. Come me, anche lui veniva dalla presidenza di una Camera di Commercio provinciale, relativamente piccola, Vicenza. Longhi era un operativo creativo, che si accingeva a rivoluzionare il sistema di Assocamerestero. Purtroppo gli eventi non glielo hanno consentito.

  Allo stesso tempo, mi auguro che il carisma del primo presidente di Assocamerestero, Piero Bassetti, sia per me d’auspicio per un futuro di azioni pragmatiche impostate sulla solidità strategica che è stata propria di Bassetti.

  Nei suoi primi trenta giorni cosa farà?

  Ho molte idee, ma non ho voluto definire un programma, visto che ritengo che un programma debba essere fatto tutti insieme, con i collaboratori, e con il Consiglio. In questa fase ho bisogno di raccogliere quante più informazioni possibili, parlare con il maggior numero possibile di persone. La densità di queste giornate non mi ha dato la possibilità di fare un pre-consiglio informale per cominciare a raccogliere un po’ di dati, di esigenze, di malumori, auspici, per poi costruire un programma. Quindi per i primi 15-20 giorni farò il punto della situazione per raccogliere dei dati concreti da cui partire. Solo dopo definirò un programma. (Inform)

 

 

 

 

Konsulat in Saarbrücken besetzt! Italiener gegen Schließung

 

Protestmarsch geplant am 14.11. durch Saarbrückens Innenstadt geplant...

Das italienische Konsulat in Saarbrücken ist gestern von rund 30 Demonstranten besetzt worden. Mit der Aktion, die eine Stunde dauerte, sollte ein symbolisches Zeichen für den Erhalt der Einrichtung gesetzt werden. Von SZ-Redakteur Norbert Freund

 

Saarbrücken. Knapp 30 Italiener haben gestern für eine Stunde das italienische Konsulat in Saarbrücken besetzt. Sie protestierten damit gegen dessen drohende Schließung durch die Regierung Berlusconi. Die Aktion wurde vom Comites, der gewählten Vertretung der Saar-Italiener, organisiert, wie dessen Sprecher Giovanni Di Rosa der SZ bestätigte. Konsulin Susanna Schlein wurde von der Aktion völlig überrascht. Sie versuchte ein Transparent der Besetzer vom Fenster des dritten Stocks zu entfernen, auf dem es hieß: „No alla chiusura des Consolato d’Italia – Nein zur Schließung des italienischen Konsulats“.

 

Zudem war auf dem Transparent das Kürzel der linken Demokratischen Partei Italiens (PD) zu sehen, der größten Oppositionspartei des Landes. Schlein erklärte ihr Einschreiten auf SZ-Anfrage damit, dass sie sich große Sorgen um die Sicherheit der Besetzer gemacht habe. Zugleich teilte sie mit, dass sie ab dem Frühjahr in Tirana, der Hauptstadt Albaniens, arbeiten werde. Das habe aber nichts mit der Zukunft des Saarbrücker Konsulats zu tun, dessen Schließung bisher nicht offiziell sei.

 

Di Rosa verwies darauf, dass die dritte Etage des Konsulats für die Italiener im Land von großer Bedeutung sei, da sie hier notarielle und Passangelegenheiten abwickeln und die Sozialberatung in Anspruch nehmen könnten. Er schlug erneut vor, aus dem Konsulat eine Konsulatsagentur ohne Konsul zu machen, um 470.000 Euro im Jahr einzusparen.

 

An der Aktion waren auch der Sprecher des Saarbrücker Integrationsbeirats, Mohamed Maiga, und die Vizepräsidentin des Comites, Liliana Rino Calabrese, beteiligt, die an der Spitze einer Frauenliste steht. Ab Samstag wollen die Italiener im ganzen Saarland mit Infoständen in den Innenstädten Unterschriften für den Erhalt des Konsulats sammeln. An diesem Tag trifft sich der italienische Außen-Staatssekretär Alfredo Mantica in Berlin mit Vertretern der Italiener in Deutschland, um die Zukunft der Konsulate hier zu Lande zu erörtern. Am 14. November ist ein großer Protestmarsch für den Erhalt des Konsulats durch die Saarbrücker Innenstadt geplant. Saarbr.Z. /Sol.de 4

 

 

 

 

Berlin. „Das Goldene Lenkrad 2009“. Ehrenpreis für Luca Cordero di Montezemolo

 

Präsident der Fiat Group wird für außerordentliche Leistungen geehrt

 

Eine besondere Wertschätzung erfuhr heute Luca Cordero di Montezemolo: Der Präsident des Verwaltungsrates der Fiat S.p.A. sowie der Sportwagenhersteller Ferrari und Maserati wurde an diesem Mittwoch in Berlin mit dem persönlichen Ehrenpreis des Awards „Das Goldene Lenkrad 2009“ des Axel Springer Verlages ausgezeichnet. Die Liste der bisherigeren Träger dieser Auszeichnung unterstreicht eindrucksvoll deren Bedeutung; Namen wie Henry Ford II. (1983), Prof. Ferry Porsche (1984), Lee Iacocca (1987) und Dr. Ferdinand Piëch (1997) sind dort zu finden. Und zwei Männer, die auf das Engste mit dem beruflichen wie privaten Leben von Luca Cordero di Montezemolo verbunden sind: Giovanni Agnelli (1985) und Michael Schumacher (1993).

 

Montezemolo (62) nahm den Preis im Beisein von Dr. h.c. Friede Springer, Dr. Mathias Döpfner (Vorstandsvorsitzender Axel Springer Verlag) und Dr. Giuseppe Vita (Axel Springer Aufsichtsratsvorsitzender) in der Zentrale des größten deutschen Zeitungsverlages im Zentrum von Berlin entgegen. Zu den mehr als 150 hochkarätigen Gästen zählten zahlreiche Vorstände der Automobilindustrie und Mitglieder der Automobildynastien Piëch und Quandt.

 

Die Jury des international renommierten Awards ehrte Luca Cordero di Montezemolo mit dem Ehrenpreis für sein ungewöhnlich breit gefächertes Engagement in zahllosen Bereichen der Industrie. Montezemolo ist Mitglied der französischen Ehrenlegion und wurde zudem zu einem der 50 besten Manager der Welt (Financial Times, 2004) gewählt. Mit erst 25 Jahren war er Teamchef der Scuderia Ferrari. Und er war es, der die legendäre Sportwagenmarke mit dem Coup der Verpflichtung von Niki Lauda (dreimaliger Formel-1-Weltmeister) und später Michael Schumacher (siebenmaliger Formel-1-Weltmeister) erneut in den sportlichen Olymp führte und parallel auch die Serienfahrzeuge technisch und wirtschaftlich wieder an die Spitze katapultierte.

 

Der Jurist und Ex-Rennfahrer Montezemolo genießt in seiner Heimat auch deshalb höchstes Ansehen, weil er 1990 die Fußball-Weltmeisterschaft nach Italien holte und managte. Parallel zu seinen zahlreichen ehrenamtlichen und hauptberuflichen Funktionen ist er Gründer und Präsident der Nuovo Trasporto Viaggiatori NTV, einer privaten Eisenbahngesellschaft, unter deren Regie italienische Metropolen wie Turin, Mailand, Florenz, Neapel und Rom künftig mit neuen Hochgeschwindigkeitszügen vernetzt werden sollen.

 

Luca Cordero di Montezemolo hat als Ausnahmeerscheinung seines Genres in der Gegenwart die Weichen für die Zukunft Italiens gestellt. Dass er für diese Leistungen einen Ehrenpreis in Deutschland erhält, unterstreicht das internationale Renommee des Mannes, der einst von Enzo Ferrari persönlich in die Welt des Automobils berufen wurde. FGAG,  De.it.press

 

 

 

 

 

Interview mit Staatsministerin Maria Böhmer. "Wir wollen Integration verbindlicher gestalten"

 

Frage: Vor wenigen Tagen haben Sie von Bundeskanzlerin Angela Merkel die

Ernennungsurkunde für Ihre zweite Amtszeit als Staatsministerin erhalten. Ein

bewegender Moment für Sie?

Antwort: Ganz sicherlich bewegend- in doppelter Hinsicht. Zum einen freut es mich

sehr, dass mir die Bundeskanzlerin auch für die neue Wahlperiode das Vertrauen

schenkt. Zum anderen ist es eine gute Entscheidung, das Thema Integration im

Kanzleramt zu belassen. Gerade weil wir von hier aus sehr viel bewegen können-

Integration ist eine Querschnittsaufgabe.

 

Frage: Wie kann Integrationspolitik wirksam gestaltet werden?

Antwort: Mit den Integrationsgipfeln, dem Nationalen Integrationsplan und der

Deutschen Islamkonferenz haben wir bereits in der letzten Wahlperiode die Weichen

richtig gestellt. An diese Erfolge wollen wir anknüpfen. Jetzt kommt es vor allem

darauf an, Integration verbindlicher zu gestalten. Der Koalitionsvertrag setzt

dazu einen sehr guten Rahmen.

 

Frage: Können Sie uns ein Beispiel nennen?

Antwort: Der Nationale Integrationsplan mit den 400 Selbstverpfllichtungen hat

sich bewährt. Jetzt gilt es, ihn zu einem Aktionsplan mit klar definierten und zu

überprüfenden Zielen weiterzuentwickeln. Dadurch erreichen wir eine größere

Verbindlichkeit. Ein weiteres Beispiel ist das Instrument der

Integrationsverträge. Damit können wir künftig Fortschritte bei der Integration

kontinuierlich überprüfen. Beide Seiten wissen, worauf sie sich einlassen. Für

die Zuwanderer ist klar, welche Unterstützung sie erfahren und was von ihnen

erwartet wird. Und für die Einheimischen wird deutlich, was sie selbst zum

Gelingen von Integration beitragen können und was die Bemühungen der Migranten

sein sollten.

 

Frage: Das sind die Instrumente. Was ist inhaltlich entscheidend für eine

gelingende Integration?

Antwort: Ganz wesentlich ist die Beherrschung der deutschen Sprache. Deutsch zu

lernen muss für alle eine Selbstverständlichkeit sein. Wir müssen bei den Kindern

beginnen: Mit den verbindlichen Sprachtests für Vierjährige setzen wir ein

deutliches Signal. Entscheidend ist auch, dass die Eltern ihre Kinder beim

Spracherwerb unterstützen. Dafür müssen sie selbst Deutsch sprechen können. Eine

gute Möglichkeit, sich die deutsche Sprache anzueignen, ist die Teilnahme an

einem Integrationskurs des Bundes. Die Kurse sind ein Erfolgsmodell.

 

Frage: Was sind neben der Sprache weitere Schwerpunkte?

Antwort: Entscheidend ist eine qualifizierte Bildung und Ausbildung. Ein

erfolgreicher Schulabschluss ist unverzichtbar für den sozialen Aufstieg in

unserem Land. Hier werden wir in den nächsten Jahren unsere Anstengungen deutlich intensivieren. Ziel ist es, die Zahl der Schulabbrecher bis zum Schuljahr

2012/2013 zu halbieren. Nach der Schule ist eine gute Ausbildung wichtig für den

weiteren Lebensweg- und für eine erfolgreiche Integration. Denn Integration

verläuft vor allem über den Arbeitsmarkt. Beide Seiten sind gefordert: Die

Migranten fordere ich auf, sich einzubringen und eine Ausbildung durchzuhalten.

Denn eine abgeschlossene Ausbildung ist die Eintrittskarte ins Berufsleben. Und

an die Wirtschaft appelliere ich, mehr Jugendlichen aus Zuwandererfamilien eine

Chance zu geben und ihre Potenziale zu nutzen. Viele Unternehmen setzen bereits

auf Vielfalt- und das mit großem Erfolg. PIB, de.it.press

 

 

 

 

Migration als Beitrag zur menschlichen Entwicklung. Ein Bericht der Vereinten Nationen

 

Migration – Binnen- sowie grenzüberschreitende Migration – ist das Thema des „Berichts über die menschliche Entwicklung 2009“, der Anfang Oktober vom Entwicklungsprogramm der Vereinten Nationen (UNDP) veröffentlicht wurde.

 

Der seit 1990 jährlich erscheinende Bericht hat jeweils ein Schwerpunktthema unter der Fragestellung, wie dieses zur Verbesserung der menschlichen Entwicklung beitragen kann. Menschliche Entwicklung wird verstanden als Schaffung von Möglichkeiten, das eigene Leben gestalten zu können. Um das messen zu können, erstellt das UNDP einen jährlichen „Human Development Index“, bei dem Werte für Lebenserwartung, Gesundheitsvorsorge Bildungsmöglichkeiten, Bruttonationaleinkommen pro Kopf kombiniert werden. Die Liste reicht in diesem Jahr von Norwegen auf Platz eins bis Niger auf Platz 182.

Dieser Ansatz, die Lebenslagen und Chancen von Menschen in den Mittelpunkt zu stellen, fragt nicht zuerst, wie voll möglicherweise ein Staats-Boot ist, sondern, wie Wanderung die menschliche Entwicklung fördert. Und da sind Verbesserungen festzustellen – vom Haushaltseinkommen über die Gesundheitsvorsorge bis zur Bildung. Das wird an vielen Beispielen veranschaulicht, etwa an Bildungsmöglichkeiten im Herkunftsland und im Zielland oder an der Säuglingssterblichkeit.

Diese Vorteile für die menschliche Entwicklung greifen am ehesten, wenn Menschen aus Entwicklungsländern in entwickelte Länder gehen. Dies ist aber die Ausnahme. Die große Mehrheit wandert entweder im Land oder zwischen Entwicklungsländern. So leben zum Beispiel drei Prozent der Afrikaner nicht in ihrem Geburtsland und weniger als ein Prozent von ihnen in Europa. Die Mehrheit der Menschen aus den reichen Ländern, die wandern, gehen in ein anderes reiches Land.

Der Bericht kommt zu dem Schluss, dass Menschen aus den ärmsten Ländern am ehesten von Migration profitieren könnten, aber am wenigsten mobil sind. Ein Grund liegt sicher in den hohen Kosten für eine Wanderung (siehe Zahlenwerk).

Für die Aufnahmeländer – auch das macht der Bericht deutlich – bedeutet Zuwanderung keinesfalls Verlust von Arbeitsplätzen oder sinkende Einkommen. Auch werden Kosten für soziale Leistungen, die Zuwanderer in Anspruch nehmen, zumeist weit übertrieben. Statt dessen zeigt die Erfahrung, dass in Zielländern sowohl die Beschäftigungsquote als auch die Innovationsquote steigt.

Der Nutzen für die Zielländer, der sich aus Migration ergibt, und der Nutzen für die menschliche Entwicklung sollte aus Sicht des Berichts dazu führen, Migration zu fördern. Dazu, wie das gelingen kann, werden verschiedene Vorschläge gemacht. Zwei davon: bestehende Kanäle für Arbeitsmigration weiter öffnen und Migration als Querschnittsaufgabe in die Entwicklungspolitik integrieren.

Von den umfangreichen Informationen und Argumentationen konnte hier nur ein Bruchteil vorgestellt werden. Insgesamt hat das UNDP einen ungeheuer informativen Bericht vorgelegt, der vor allem durch seine Perspektive, die Menschen und ihr Leben ins Blickfeld zu nehmen, besticht.  "Forum Migration November 2009"

 

 

 

Zuwanderung. Türken empfinden Deutschkurse als ungerecht

 

Wer aus der Türkei zum Ehepartner nach Deutschland ziehen will, muss seit zwei Jahren Deutschkenntnisse nachweisen. Die verpflichtenden Sprachkurse sind rar, dauern lange und kosten viel. Sie sind eine so große Hürde, dass sie für manche unüberwindbar ist. Viele Türken stellen die Frage nach der Gerechtigkeit.

In einem alten Gebäude in Istanbuls Innenstadt büffeln junge Türken Deutsch. Keiner ist freiwillig hier, es ist der deutsche Staat, der sie auf die Schulbank zwingt. Seit zwei Jahren gilt eine neue Regel: Wer zum Ehegatten nach Deutschland ziehen will, muss außer dem Eheschein auch Deutschkenntnisse nachweisen.

Was völlig überflüssig wäre, wenn alle so wären wie eine der Kursteilnehmerinnen, die nach nur vier Wochen Unterricht jede meiner Fragen selbstbewusst beantwortet: „Ich bin hier, weil mein Mann in Deutschland lebt. Später will ich auch arbeiten. Ich bin Computeringenieur.“ Donnerwetter, so gut also sind die Kurse des Istanbuler Goethe-Instituts.

Freilich, die aufgeweckte junge Frau würde auch in Deutschland zur Bildungselite zählen, sie spricht perfekt Englisch, und auch ohne Deutschkurs hätte sie wohl kaum Schwierigkeiten, sich in Deutschland an Sprache und Lebensstil zu gewöhnen. Ömer Orhan aus demselben Kurs kann meine Fragen kaum verstehen oder beantworten. „Meine Frau Deutschland“, stückelt er endlich zusammen.

„Da haben sie die Klassenbeste und den Klassenletzten ausgesucht“, sagt die Lehrerin, ein Energiebündel namens Hülya Bilen. Eben noch hat sie mit den Schülern gesungen und getanzt, ein pädagogischer Kunstgriff, der die Männer im Raum eher verunsichert. Einer hat sich entsetzt und sehr schnell in Richtung WC verabschiedet, aber als er zurückkehrt, wird noch immer getanzt, und er muss gleich dran glauben.

So sehr sich die Pädagogen um Auflockerung bemühen, ein Spaß sind die Integrationskurse nicht. Es ist eine so große Hürde, dass sie für manche unüberwindbar ist und Fragen nach Gerechtigkeit aufwirft. Denn wer das Zertifikat will, der muss mehr als nur Deutsch lernen. Nur in wenigen Städten werden die Kurse angeboten, hauptsächlich vom Goethe-Institut in Istanbul und Ankara. Sie dauern drei Monate. Sie kosten relativ viel Geld, gemessen am Durchschnittseinkommen: rund 500 Euro. Natürlich gibt es keine Erfolgsgarantie. Und wenn man den Schein endlich hat, dann wird im Konsulat dennoch zu einem Gespräch gebeten, auf Deutsch, um zu sehen, ob der Antragsteller es tatsächlich kann. „Da sind uns schon manche zurückgeschickt worden“, sagt Kursleiter Süleyman Türk.

Separations- statt Integrationskurs

Mit anderen Worten, wer in der Provinz wohnt und arbeitet und nach Deutschland will zum Ehegatten, der muss Job und Einkommen aufgeben, unter großem finanziellen Aufwand nach Istanbul oder Ankara ziehen, scheitert vielleicht beim ersten Versuch, muss noch mal drei Monate dranhängen, und kann dann immer noch am Konsulat scheitern. Es ist eine so hohe Hürde, dass manche böse von einem Separations- statt Integrationskurs sprechen – dessen eigentliches Ziel sei es, den Zuzug für viele zu verhindern.

Sogar im Goethe-Institut selbst gab es heftige Debatten, ob die Kurse moralisch verantwortbar sind. „Manche wollten das nicht mittragen“, erinnert sich die Leiterin der Sprachabteilung, Erika Broschek. Aber nach und nach entdeckte man, dass die Kurse Sinn haben – die Teilnehmer selbst empfanden es so.

„Es ist eine große Investition, aber man kann es auch als Hochzeitsgeschenk der Familie sehen, als Investition in die Zukunft“, sagt Frau Broschek. Das Institut bemüht sich, die finanziellen und geografischen Schwierigkeiten zu verringern, Prüfer reisen in die Provinz und halten dort die Tests ab – vorbereiten kann man sich auch privat.

Die Kursleiter erzählen von den Überraschungen, die sie erleben; für manche Schüler ist der Kurs eine Chance, einer ungewünschten, vielleicht gar einer Zwangsehe zu entgehen. „Ein Mädchen wurde morgens immer vom Schwiegervater gebracht und abends abgeholt, aber eines Tages entschuldigte sie sich kurz und kam nie wieder.“ Ein Schüler, den die Lehrer als sehr gut beurteilten, gab leere Prüfungsbögen ab. „Wer hier schon einen Beruf und eine Zukunft hat, will nicht immer, was die Familie will“, sagt Süleyman Türk.

Billiger, niveauvoller, länger

Alles in allem empfinden die Schüler die Kenntnisse, die sie erwerben, als befreiend, und auch die „Bedenkzeit“, die die Kurse vor dem Umzug erzwingen, hilft manchem, sich über seine Wünsche klarer zu werden. An diesem Tag ist es so weit, 90 Prozent der Teilnehmer haben es geschafft und holen ihr Zertifikat ab. Süleyman Türk warnt jeden vor dem im Konsulat zu erwartenden Gespräch: „Macht uns keine Schande, übt vorher.“

Dilan Erken ist 18 Jahre alt, sie will nach Bremen zu ihrem Mann, der ist Schneider, sie ist Schneiderin. Das alles sagt sie auf Türkisch, weil es auf Deutsch noch nicht geht – den Test bestand sie mit 61 Prozent, 60 ist das geforderte Minimum. Selcuk Civan (71 Prozent) findet die Kurse teuer, aber gut, die Familie hat geholfen (auch bei der Brautsuche, es ist eine Cousine). „Ich Möbler“, kann er immerhin sagen, er ist Tischler. Ein anderer Absolvent (65 Prozent) findet das Kurssystem „schön und logisch“, und auf Türkisch erklärt er, was er dennoch ändern würde: billiger machen, aber dafür ein höheres Niveau mit längeren Kursen einfordern. Boris Kalnoky DW 5

 

 

 

Italienischer Mittelstand in Sorge. Römische Auslese

 

Die Regierung in Italien verordnet Optimismus - trotz der Wirtschaftskrise. Viele Mittelständler haben genug von der Verdrängungsstrategie und fürchten Kratzer am Image von Bella Italia.

 

Gut, eine große Bankenkrise ist Italien zwar erspart geblieben. Dennoch kommt das Land nicht ungeschoren durch die Wirtschaftskrise. Der Mittelstand leidet heftig und wartet vergeblich auf staatliche Unterstützung nach deutschem Vorbild. Stattdessen ruft die Regierung zur kollektiven Verdrängung und zu Optimismus auf.

Die Unternehmer können das Gerede von Vertrauen und Erholung längst nicht mehr hören. Damit nicht genug. Markenartikler wie der Triester Kaffeehändler Andrea Illy fürchten, dass Ministerpräsident Silvio Berlusconi dem Image des Landes schadet.

"Inzwischen gibt es drei Italien", sagt Illy im SZ-Interview: "Da ist das altmodische Italien der fünfziger Jahre: Sophia Loren, Fiat 500, Chianti. Dann gibt es das zeitgenössische Italien der anspruchsvollen Modefreaks. Es steht für Stil und Lebensart. Dieses Italien wird nicht angetastet durch das Abscheu erregende dritte Italien des politischen Verfalls. Der Kunde des "Made in Italy" nimmt die Unterschiede wahr. Er kennt Italien, schätzt das Schöne und schaut über diesen Zirkus hinweg."

Das Interview von Ulrike Sauer mit Andrea Illy über die Leiden des italienischen Mittelstandes - morgen auf der Familienunternehmer-Seite der Süddeutschen Zeitung

(sueddeutsche.de 4)

 

 

 

Italien und das Kruzifix-Urteil. Picknick auf dem Friedhof

 

In Italien herrscht eine archaisch anmutende Volksgläubigkeit. Kreuz und Kruzifix gehören zur Alltagskultur. Ob Glaube oder Kult, das Kreuz bleibt hängen. Von Henning Klüver

 

Das Kreuz ist überall. Es hängt, ob als Kruzifix oder als schlichtes Symbol, in den meisten Klassenzimmern der staatlichen Schulen Italiens wie in vielen Warteräumen der öffentlichen Krankenhäuser - von den religiösen Einrichtungen ganz zu schweigen. Man findet es in Büros und auch in Hotels. Es ziert so manchen Wohnraum, und in ärmlichen Behausungen ist es nicht selten der einzige Wandschmuck. Städte wie Genua haben es als Wappen gewählt, Fußballklubs wie Inter Mailand als Emblem, Autohersteller wie Alfa Romeo als Markenzeichen. Hoch auf den Obelisken verkündet es den Triumph des Christentums über die Antike. Als Tatoo auf dem Oberarm bezeugt es die Identifikation wenn nicht mit einem Glauben, dann doch mit einer Kultur. Und an Halsketten hängend wird es von billigem Plastik bis zu teurem Edelstein nur als Schmuck verstanden.

 

Das Urteil des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte, wonach das obligatorische Anbringen von Kruzifixen in den Klassenzimmern staatlicher Schulen gegen die Europäische Menschenrechtskonvention verstoße, wird deshalb in weiten Teilen der italienischen Gesellschaft nicht verstanden. Zumal der moderne italienische Staat vor 150 Jahren gegen den Papst entstanden ist. Erst unter Mussolini wurde der Katholizismus zur Staatsreligion. Diesen Status verlor sie mit dem Konkordat von 1984 wieder.

Selbst Vertreter einer laizistischen Kultur, wie etwa Pier Luigi Bersani vom oppositionellen Partito Democratico, beklagen, dass mit dem Straßburger Urteil "der Gemeinsinn Opfer der Rechtsprechung" geworden sei. Souad Sbai zufolge, der Chefredakteurin der islamisch-italienischen Zeitschrift Al Maghrebiya (und Abgeordneten der Berlusconi-Partei PDL), gehört das Kreuz zur "Identität der Italiener". Die katholische Tageszeitung L'Avvenire zitiert als Zeugin die Schriftstellerin (und Kommunistin) Natalia Ginzburg, die 1988 einem Beitrag für die Unità geschrieben hatte, das Kruzifix sei ein "Zeichen des menschlichen Schmerzes".

Picknick auf dem Friedhof

Wie in kaum einem anderen europäischen Land leben in Italien archaisch anmutende Volksgläubigkeit und konsumorientiertes Singleverhalten nebeneinander. Das Kruzifix weist dabei weit über den ideologischen Zusammenhang der katholischen Kirche hinaus. Auch in Norditalien decken heute noch Familien, die vielleicht sonst nur noch zu Weihnachten in die Kirche gehen, zu Allerseelen vor dem Schlafengehen den Tisch mit Speisen für die verstorbenen Verwandten. Ganz zu schweigen vom volksfestartigen Charakter, den das Fest etwa in Palermo annimmt, wenn Familien mit Kind und Kegel auf den Friedhof ziehen, um dann ihren Toten den ganzen Tag mit Picknick und Ballspiel nahe zu sein.

Dennoch gibt es auch in Italien Gruppen, die mit dem Kruzifix - und dem, was es in ihren Augen symbolisiert - über Kreuz sind. Die Laizisten des Landes teilen sich dabei in zwei Gruppen: moderat die einen, die, zum großen Teil als gläubige Katholiken, die Trennung von Staat und Kirche fordern, radikaler die anderem, die sich einer grundsätzlich antiklerikalen Grundhaltung verpflichtet wissen. Das Kruzifix wie das Kreuzsymbol ist besonders bei diesem radikalen Flügel in die Kritik geraten.

Wobei es aber vor allem darum gehe, so etwa ein Sprecher der Lehrergesellschaft, dass die Bildungseinrichtungen in Italien zurzeit immer mehr unter konfessionellem Einfluss kämen. Polemisch werden etwa die Schulen aufgefordert, eine Nachbildung der antiken Bronzestatuen von Riace statt des leidenden Christus in die Klassenräume zu hängen. Ein Richter in Camerino (bei Macerata) weigerte sich derweil, in einer Aula Recht zu sprechen, in der ein Kruzifix hängt. SZ 5

 

 

 

 

Nach Kruzifixverbot in Klassenzimmern. Heftige Kritik aus Rom

 

Die Regierung Berlusconi kündigt Berufung gegen das Urteil des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte an. Der hatte Kruzifixe in italienischen Klassenzimmern verboten. VON MICHAEL BRAUN

 

ROM - Die Entscheidung des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte (EGMR) gegen Kruzifixe in den Klassenzimmern hat in Italien heftige Reaktionen ausgelöst. Am Dienstag hatte der EGMR befunden, dass die Kreuze in den Schulen die Religionsfreiheit nichtkatholischer Schüler verletzen und sie einem nicht verfassungskonformen Anpassungsdruck aussetzen.

Die auf zwei Königliche Dekrete der Jahre 1924 und 1928 zurückgehende verbindliche Anordnung des Unterrichtsministeriums an alle Schulen, in sämtlichen Klassenzimmern Kreuze aufzuhängen, ist hinfällig. Welche Dimensionen das Phänomen annehmen konnte, beschrieb jetzt einer der Söhne der klagenden finnische-italienischen Mutter: In seiner Klasse hätten drei Kreuze gehangen, "wohin man auch schaute, fühlte man sich beobachtet" vom Heiland.

Doch damit soll es auch nach dem Urteil keineswegs vorbei sein. Außenminister Franco Frattini sprach von "einem tödlichen Schlag für das Europa der Werte und der Rechte". Und Unterrichtsministerin Mariastella Gelmini: "Keiner, auch nicht irgendein ideologiebefrachteter europäischer Gerichtshof wird es schaffen, unsere Identität auszulöschen." Gelmini kündigte an, dass Italiens Regierung in die Berufung gehen werde.

Klar, dass sie die italienische Bischofskonferenz genauso wie den Vatikan an ihrer Seite hat. Die Kirche erklärt jetzt, Christus sei schließlich "für alle" inklusive der Nichtgläubigen am Kreuz gestorben, die sollten sich jetzt also nicht so anstellen, wenn in allen Schulen (genauso wie in allen Gerichtssälen) Kreuze hängen. Und Gelmini argumentiert, dass "das Kreuz in der Klasse nicht Zugehörigkeit zum Katholizismus ausdrückt, sondern ein Symbol unserer Tradition ist".

Auf dieser Linie findet sich auch Pierluigi Bersani, gerade gewählter Vorsitzender der Demokratischen Partei und damit Oppositionsführer. "Ich denke, dass in solch einer empfindlichen Frage der gesunde Menschenverstand zum Opfer des Rechts geworden ist. Eine überkommene Tradition wie die des Kreuzes kann für niemanden eine Beleidigung darstellen".

So bleiben am Ende nur kleine religiöse Minderheiten wie die Jüdische Gemeinde, die aber auch bloß "theoretisch" gegen das Kreuz in den Schulen ist, praktisch aber vor Glaubenskriegen warnt, während sich allein die Waldenserkirche, eine protestantische Glaubensgemeinschaft, rundum zufrieden über das Urteil äußerte. Taz 4

 

 

 

Europäisches Kruzifix-Urteil. Im Geiste der Aufklärung

 

Ausdruck wohlverstandener Toleranz und zutiefst europäischer Gesinnung: Das Kruzifix-Urteil hat nichts mit Ignoranz gegenüber der christlichen Tradition zu tun.

Ein Kommentar von Tanjev Schultz

 

Wenn in öffentlichen Debatten religiöse Gefühle im Spiel sind, ist der Hang zur Übertreibung oft sehr ausgeprägt. Kurienkardinal Walter Kasper hat das Kruzifix-Urteil des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte als intolerant und "radikal antieuropäisch" kritisiert. Das ist nicht nur radikal übertrieben. Es ist auch radikal falsch.

Das Urteil ist vielmehr Ausdruck wohlverstandener Toleranz und einer zutiefst europäischen Gesinnung. Die Richter gaben einer Italienerin Recht, die gegen Kruzifixe in staatlichen Schulen geklagt hatte. Die weltanschauliche Neutralität des Staates ist ein Erbe der europäischen Aufklärung, das in modernen, multireligiösen Gesellschaften unverzichtbar ist. Das Urteil liegt auf der gleichen Linie wie der berühmte Kruzifix-Beschluss des Bundesverfassungsgerichts von 1995. Auch damals tat die katholische Kirche so, als stünde der Untergang des Abendlandes unmittelbar bevor.

 

Das christliche Abendland gibt es immer noch. Und in vielen, wenn nicht den meisten bayerischen Volksschulen hängt nach wie vor ein Kreuz. Wie die deutschen waren auch die europäischen Richter nicht der Ansicht, christliche Symbole hätten in den Schulen absolut nichts zu suchen. Die Gerichte störten sich nur daran, dass sie den Schulen verbindlich vorgeschrieben und sogar auf Protest hin nicht abgehängt wurden.

 

Freiwillige Schulgebete - Eine staatliche Einrichtung, argumentieren die Richter, darf nicht den Stempel einer bestimmten Religion tragen. Das bedeutet jedoch nicht, dass sich die Schule ignorant und gleichgültig gegenüber der christlichen Tradition verhalten müsste. In einer offenen pädagogischen Kultur können Angebote für freiwillige Schulgebete und religiöse Feiern sehr wertvoll sein. Die Schüler müssen ihre religiöse Identität auch nicht verbergen. Deshalb hat ein Berliner Gericht vor kurzem zu Recht entschieden, dass ein Muslim in der Pause gen Mekka beten darf, wenn das den Unterricht nicht beeinträchtigt. Und ein christlicher Schüler darf selbstverständlich um den Hals eine Kette mit dem Kreuz tragen.

Vielleicht bleiben Atheisten beim Anblick des Kreuzes ganz gelassen

Die meisten Eltern und Kinder haben in Bayern bisher darauf verzichtet, Einspruch gegen Kreuze und Kruzifixe zu erheben. Vielleicht haben sie sich nicht getraut, weil sie befürchten müssen, angefeindet zu werden. Dann widerspräche die bayerische Praxis dem Geist der höchstrichterlichen Entscheidungen. Vielleicht ist es aber auch einfach so, dass viele Atheisten und Muslime beim Anblick eines Kreuzes ganz gelassen bleiben. Viel wichtiger als ein Klassenzimmer ohne Kreuz sind ihnen Respekt und Fairness im täglichen Umgang.

Am (fehlenden) Kruzifix allein lässt sich nicht ablesen, ob die Schüler und Lehrer Toleranz üben und in friedlicher Vielfalt leben. Christen könnten wissen, dass die gute Tat mehr zählt als ein Symbol. Und gute Atheisten zeichnet aus, dass sie auf Distanz gehen zu allen intoleranten Typen: dem religiösen Fanatiker, aber auch dem laizistischen Eiferer. SZ 5

 

 

 

 

Iman-Entführung. Italien verurteilt CIA-Agenten

 

Im Prozess um die Entführung eines muslimischen Geistlichen sind in Italien mehr als 20 CIA-Agenten in Abwesenheit zu mehrjährigen Freiheitsstrafen verurteilt worden. Das Gericht in Mailand befand am Mittwoch insgesamt 23 US-Bürger - alle bis auf einen von ihnen Agenten des amerikanischen Geheimdienstes CIA - für schuldig, 2003 den radikalen ägyptischen Kleriker Abu Omar gekidnappt zu haben.

 

Die Agenten erhielten Haftstrafen zwischen fünf und acht Jahren. Der Fall hatte damals für Aufsehen gesorgt, weil der Iman der Mailänder Moschee in der Stadt bei helllichtem Tag und auf offener Straße verschleppt worden war. Zwei italienische Geheimdienstagenten erhielten wegen Beihilfe geringere Haftstrafen.

 

Den Angeklagten war vorgeworfen worden, den Geistlichen entführt und über den deutschen US-Stützpunkt Ramstein nach Ägypten verschleppt zu haben. Dort soll er angeblich gefoltert worden sein. Das Gericht hatte in dem zweieinhalbjährigen Prozess gegen insgesamt 26 US-Bürger und sieben Italiener verhandelt, darunter auch gegen einen früheren italienischen Geheimdienstchef. Dieser blieb wie unter anderem auch drei CIA-Agenten mit diplomatischer Immunität straffrei.

 

Die Entführung des Imams galt als besonders dramatisches Beispiel für das illegale und seinerzeit heftig diskutierte CIA-Programm zur "außerordentlichen Überstellung" von Terrorverdächtigen. Das von dem Mailänder Richter Oscar Magi verkündete Urteil ist das erste zu diesem geheimen CIA-Programm.

Berlusconi gibt den Unwissenden

 

Die Mailänder Staatsanwaltschaft hatte im Jahr 2007 einen Auslieferungsantrag für die 26 per Haftbefehl gesuchten US-Bürger gestellt. Die Regierung in Rom hatte es aber abgelehnt, diesen weiterzuleiten. Zur Begründung hieß es, die staatliche Geheimhaltung zwischen der amerikanischen Regierung und Rom müsse geschützt werden.

 

Darauf bezog sich auch der Richter des Mailänder Prozesses, als er am Mittwoch auf die Einstellung des Verfahrens gegen den ehemaligen Chef des Militärgeheimdienstes (Sismi), Nicolò Pollari, verwies. Zwei Ex- Sismi-Agenten wurden dagegen verurteilt. Die Verurteilten müssen den früheren Imam laut Richterspruch mit einer Million Euro entschädigen.

 

Berlusconi, zum Zeitpunkt der Entführung Ministerpräsident, hatte mehrfach erklärt, seine Regierung habe von allem nichts gewusst. Auch Pollari sagte, er habe keine Kenntnis von der illegalen CIA-Operation gehabt. Weil der auf offener Straße in einen Wagen gezerrte Abu Omar über den US-Luftwaffenstützpunkt inDeutschland nach Ägypten geflogen worden war, ermittelten seinerzeit auch deutsche Staatsanwälte. (dpa 5)

 

 

 

 

Italien: 23 CIA-Agenten verurteilt. Sieg der Gerechtigkeit

 

23 Amerikaner wurden in Italien verurteilt, weil sie im Auftrag der CIA einen Imam enführt hatten. Das Urteil trifft die ehemalige Regierung des George W. Bush. Ein Kommentar von Hans Leyendecker

 

Es gibt noch Richter in Italien. Das Urteil gegen die 23 Amerikaner, die im Auftrag der CIA vor sechs Jahren in Mailand einen radikalen Imam entführt und nach Ägypten verschleppt hatten, wo er dann gefoltert wurde, ist ein Sieg der Gerechtigkeit. Fünf Jahre Haft sind angemessen, obgleich diese Strafe eher symbolisch ist. Es steht nicht zu erwarten, dass die in Abwesenheit verurteilten Agenten nach Italien zurückkehren werden.

Das Urteil trifft die ehemalige Regierung des George W. Bush, die Rechtsstaatlichkeit dem Kampf gegen das vermeintlich Böse opferte und die Prinzipien des Westens verriet. Das Urteil beweist, dass Europa nicht der Hinterhof amerikanischer Dienste sein muss.

Zu oft durften Agentenkommandos davon ausgehen, dass sie sich im Freundesland alles erlauben konnten. Die paramilitärische Entführungscrew in Mailand hatte so viele Spuren hinterlassen wie eine Herde Elefanten. Es ist ein Skandal, dass die geheimen CIA-Gefängnisse in Osteuropa noch nicht zur Gänze geortet wurden.

Der Mailänder Vize-Generalstaatsanwalt Armando Spataro, der sich schon mit der Mafia und den Roten Brigaden angelegt hatte, hat bei den Ermittlungen auch nicht die Großen der Politik gefürchtet. Er hat die Auslieferung der Kidnapper gefordert und dann nicht mehr lockergelassen. Spataro und seine Leute haben sich die Akten auch von der Regierung Berlusconi nicht aus der Hand winden lassen. Vor knapp vier Jahren hatte der Premier öffentlich Zweifel angemeldet, dass die Vorwürfe der Ermittler fundiert seien und hinzugefügt: "Terrorismus lässt sich nicht mit dem Gesetzbuch in der Hand bekämpfen." Wer so denkt und so handelt, schafft erst den Nährboden, auf dem Terrorismus gedeiht. SZ 5

 

 

 

 

Prozess in Italien. 22 CIA-Agenten verurteilt

 

Mehrjährige Haftstrafen: Der Prozess wegen der Verschleppung des islamistischen Imams Abu Omar in Italien hat mit einem Schuldspruch für fast alle Angeklagten geendet. Von Andrea Bachstein

 

Rom - Wegen der Verschleppung des islamistischen Imams Abu Omar hat eine Gericht in Mailand am Mittwoch 23 Amerikaner zu mehrjährigen Haftstrafen verurteilt. Die Staatsanwaltschaft geht davon aus, dass die Verurteilten bis auf einen alle Mitarbeiter des Geheimdienstes CIA waren.

Der Ägypter Mustafa Hassan Nasr, genannt Abu Omar, war am 17.Februar 2003 in Mailand auf offener Straße entführt worden. Die Aktion soll im Zuge eines CIA-Programmes zur geheimen Entführung von Terrorverdächtigen erfolgt sein, sogenannter secret renditions.

Der US-Geheimdienst überstellte auf diese Weise unter der Regierung von Präsident George W.Bush Terrorverdächtige vorbei an Gesetzen und Behörden an andere Staaten. Abu Omar wurde nach Ägypten gebracht. Der Flug führte vom Stützpunkt Aviano in Norditalien über den amerikanischen Militärflughafen Ramstein in Deutschland.

Die Verurteilten waren im Prozess nicht anwesend. Italien betrachtet sie als flüchtig, verlangt aber bisher nicht ihre Auslieferung. 22 der Angeklagten erhielten Strafen von je fünf Jahren Haft. Der seinerzeitige CIA-Stationschef in Mailand, Robert Seldon Lady, wurde zu acht Jahren Gefängnis verurteilt. Der damalige CIA-Chef in Italien und zwei weitere CIA-Leute entgingen aufgrund ihrer diplomatischen Immunität dem Verfahren.

Immunität gewährt

Ebenfalls wegen der Entführung angeklagt waren der Chef des italienischen Militärgeheimdienstes Sismi, Nicola Pollari sowie sein Stellvertreter Marco Mancini. Der Staatsanwalt hatte für sie 13 Jahre beziehungsweise zehn Jahre Haft beantragt. Den Sismi-Chefs wurden jedoch ebenfalls Immunität gewährt.

Der Richter Oscar Magi entschied, sie seien nicht zu belangen, weil das Staatsgeheimnis gewahrt bleiben müsse. Pollari sagte dazu: "Ohne Staatsgeheimnis hätte ich meine Unschuld bewiesen." Zwei weitere Sismi-Mitarbeiter wurden wegen Begünstigung der Entführung zu drei Jahren Haft verurteilt.

 

Wie inzwischen bekannt ist, hatte die CIA nach den Anschlägen des 11.September 2001 weltweit Terrorverdächtige in ihre Gewalt gebracht und sie in Drittländer oder geheime Gefängnisse verschleppt. Dabei hatte sie Überflugrechte und Landeplätze in anderen Staaten, auch benutzt.

Unter anderem wegen des Fluges, mit dem Abu Omar transportiert wurde, hatte auch Ex-Außenminister Frank-Walter Steinmeier vor dem BND-Ausschuss des Bundestags aussagen müssen. Er war zu fraglichen Zeit Kanzleramtschef und sagte aus, die Bundesregierung sei über die Praxis der CIA nicht informiert gewesen. Er habe nichts von diesen Flügen gewusst.

Es ist das erste Urteil weltweit wegen des berüchtigten Geheimprogramms der CIA. Das Verfahren war in Italien politisch extrem heikel, auch wegen der mutmaßlichen Beteiligung des Geheimdienstes Sismi. Staatsanwalt Armando Spataro hatte trotz des Widerstandes verschiedener italienischer Regierungen an den Ermittlungen festgehalten und Anklage erhoben.

Es gab Versuche, ihn wegen Geheimnisverrats anzuklagen. Sein Ausgangspunkt war die Aussage einer Zeugin, die beobachtet hatte, wie Abu Omar von westlich aussehenden Männern in einen Lieferwagen gezerrt wurde. Abu Omar, der seit 2007 wieder frei ist, hat ausgesagt, er sei in der Haft gefoltert worden. Das Gericht sprach ihm das Recht auf Schadenersatz zu. SZ 5

 

 

 

 

Tories gegen EU-Vertrag. Abstimmung um jeden Preis

 

David Cameron, der seinen Parteigängern eine "gusseiserne Garantie" für ein britisches Referendum gab, sucht erregte Gemüter zu beschwichtigen - mit dem Gelöbnis neuer, doch begrenzter Scharmützel gegen die EU unter seinem Kommando. VON PETER NONNENMACHER

 

London. Zuletzt ergaben sich auch eingefleischte Gegner des EU-Reformvertrags in ihr Schicksal. Selbst Vaclav Klaus setzte widerwillig seine Unterschrift unter Lissabon. Nur konservative Parteigänger in England können das Ende des langjährigen Ringens noch immer nicht akzeptieren. Sie fordern weiter eine britische Volksabstimmung über den Vertrag - sobald ihre Partei, wie zu erwarten steht, im kommenden Mai die Regierungsgeschäfte in London übernehmen.

 

Immerhin hatte ihnen ihr Parteichef David Cameron vor zwei Jahren "eine gusseiserne Garantie" für ein solches Referendum gegeben. Dass sich nach Abschluss des Ratifikations-Prozesses eine solche Abstimmung allerdings erübrigt, hatte der Garant damals hinzuzufügen versäumt.

 

Das suchte der Tory-Vorsitzende jetzt pflichtschuldigst nachzuholen. Nach der Erhebung Lissabons zu geltendem EU-Recht ließen sich die Vertragsbestimmungen leider nicht mehr stoppen, sagte Cameron: "Das ist so unmöglich, wie es unmöglich ist, die Sonne morgens am Aufgehen zu hindern."

"Nicht die logischste Option"

 

Selbst der konservative Europa-Abgeordnete (und EU-Hasser) Daniel Hannan räumte ein, dass nach der Klaus-Unterschrift ein Lissabon-Referendum "wohl nicht mehr die logischste Option" sei. Vergeblich hatte ja Cameron noch vor kurzem den tschechischen Präsidenten in einem Brief gebeten, seine Unterzeichnung doch bitte so lange hinaus zu zögern, bis eine Tory-Regierung in London in der Lage sei, den Vertrag zu Fall zu bringen.

 

Etliche Tories, wie der Veteran unter den Euro-"Skeptikern", Bill Cash, lassen sich von der Sonnen-Logik freilich nicht beirren, und fordern hartnäckig weiter das ihnen hoch und heilig versprochene Referendum. Andere, wie Hannan, wollen zumindest "ein Referendum über europäische Integration" sehen - "im Idealfall über eine weitflächige Rücknahme von Befugnissen" von Brüssel.

 

Das mochte der Parteichef nun nicht gerade versprechen. Festlegen lassen wollte sich Cameron nur darauf, dass für jeglichen Transfer britischer Souveränität an die EU künftig eine Volksabstimmung vonnöten sei. Ein entsprechendes Gebot will Cameron als Regierungschef umgehend gesetzlich verankern, damit "nie wieder" Befugnisse leichtfertig abgetreten würden, wie unter Labour.

Abschied von Menschenrechts-Charta

 

Außerdem würde Cameron Verhandlungen mit dem Rest der EU über die Rückgabe bestimmter Rechte an London aufnehmen. Im Sozial- und Arbeitsbereich, zum Beispiel bei den Arbeitszeit-Direktiven, müsse London künftig wieder eigene Beschlüsse fassen dürfen. Aus der Menschenrechts-Charta der EU soll sich Britannien bei Bedarf "vollkommen" ausklinken können. Und beim Strafrecht soll die EU dem Königreich nicht zu viel drein reden.

Scharfe Kritik aus Frankreich

 

Mit ihren Zweifeln gegenüber der Europäischen Union haben sich die britischen Konservativen scharfe Kritik aus Frankreich eingehandelt. Das Verhalten der Tories sei "erbärmlich", sagte der französische Europastaatssekretär, Pierre Lellouche, im Gespräch mit der britischen Tageszeitung "The Guardian" vom Donnerstag.

 

"Es ist einfach traurig zu sehen, dass Großbritannien, das in Europa so wichtig ist, sich vom Rest abkapselt und vom Radarschirm verschwindet." Mit ihrem Verhalten im Europaparlament hätten die Tories den Einfluss Großbritanniens "praktisch kastriert", sagte Lellouche.

 

Die konservativen britischen Abgeordneten im Europaparlament hatten sich unlängst aus der konservativen Fraktion der Europäischen Volkspartei (EVP) zurückgezogen und sich mit osteuropäischen Parteien zu einer neuen euroskeptischen Fraktion zusammengetan.

 

Souveränität zurückfordern - Ihm sei vor allem wichtig, betonte Cameron, dass "europäische Integration keine Einbahnstraße" sei, sondern Souveränität auch zurück gefordert werden könne. Wenn das nicht verhandelbar sei, könne man immer noch an ein neues Referendum denken. Fürs erste mache es aber keinen Sinn, ein Referendum "nur um eines Referendums willen" zu veranstalten. Es sei ihm nicht daran gelegen, "einen massiven Krach mit der EU vom Zaum zu brechen".

 

Ob derart diplomatische Töne die empörte Parteiseele besänftigen können, war gestern noch nicht abzusehen. Viele Tory-Aktivisten, wie Hannan, hätten nichts gegen einen massiven Krach. Sie plädieren eh für einen Austritt Grossbritanniens aus der EU, und halten eine Volksabstimmung zu dieser Kernfrage über kurz oder lang für unvermeidlich.

 

Mit offenkundiger Schadenfreue quittieren derweil die politischen Gegner der Tories Camerons neuerliches EU-Dilemma. In der Labour-Regierung hofft man, dass die Aussicht auf neue Querelen zwischen einer konservativen Regierung und dem Rest der EU britische Wähler noch rechtzeitig vorm nächsten Mai "zur Besinnung" bringen werde.

 

Schon dass Cameron seine Tory-Fraktion im Europa-Parlament aus ihrem alten Bündnis mit den großen Mitte-Rechts-Parteien der EU heraus gehebelt und in eine umstrittene Allianz mit rechtsextremen Integrationsfeinden eingebunden hat, hat dem Tory-Aspiranten für Downing Street eine Menge Kritik eingetragen.

 

Viel Freunde habe Cameron ja nicht, in Europa, meint Labour-Aussenminister David Miliband. Und mehr würden es auch kaum werden, wenn die Tories "gefährliche" Positionen zur EU einnähmen. Andererseits baut die nationalistische Unabhängigkeitspartei (Ukip) darauf, dass ihr die Abkehr Camerons von seiner "gusseisernen Garantie" auf der Rechten zusätzliche Stimmen eintragen wird, "weil man nun auch nicht länger der Tory-Partei oder David Cameron trauen darf, wo es um Versprechen zu Europa geht". (mit afp) FR 5

 

 

 

 

Tschechien: EU-Vertrag ratifiziert. Ende des Nervenkriegs

 

Eine jahrelange Zitterpartie ist zu Ende: Die Tschechen machen den Weg für den Reformvertrag von Lissabon frei. Jetzt sollte die EU großzügig sein.

 

Besser spät als nie - dieses alte französische Sprichwort steht als Seufzer der Erleichterung nach dem historischen Akt, den am Dienstag der tschechische Verfassungsgerichtshof in Brünn gesetzt hat. Der Lissabonner Vertrag ist mit Tschechiens Verfassung vereinbar. Ein langjähriger Nervenkrieg um die Reform der EU kommt damit an sein Ende.

Es naht der Zeitpunkt, da die Union der 27 sich in der Rivalität mit den Groß- und Schwellenmächten dieser Erde als ein gemeinsam handelnder politischer Akteur präsentieren kann, der schneller als bisher zu Entscheidungen findet und durch zwei Spitzenrepräsentanten besser sichtbar wird. Europa bekommt die Telefonnummer, nach der einst Henry Kissinger so sehr verlangt hat.

 

Jahrelanger Streit - Jahrelang ging der Streit darum, ob diese Reform die Souveränität der Einzelstaaten beschränke. Es ist kein Zufall, dass gerade in Tschechien besondere Bedenken erhoben wurden. Das Land hat bis 1918 unter der jahrhundertelangen Herrschaft der Habsburger und dann ab 1938 unter den Nazis, ab 1948 unter den Kommunisten auf verschiedene Weise erlebt, was eine Fremdbestimmung von außen bedeutet. Man muss diese historische Erfahrung, die in abgewandelter Form auch andere mittel- und osteuropäische Länder teilen, sehr ernst nehmen.

 

Gleichwohl bleibt festzuhalten: Die 17 Senatoren, die das Verfassungsgericht angerufen hatten und jetzt endgültig unterlagen, sowie der EU-kritische Präsident Vaclav Klaus vertreten heute in Tschechien eine kleine, wenn auch lautstarke Minderheit. Das Parlament hat dem Lissabonner Vertrag mit großer Mehrheit zugestimmt, das Volk ihn in Umfragen gebilligt.

Deshalb wäre es jetzt falsch, die Tschechen und ihre Regierung für die nervtötenden Verzögerungen büßen zu lassen, die die Prager Bremser gezielt verursacht haben. Die Europäische Union sollte auch künftig Großmut zeigen, wie sie dies in den vergangenen Jahren schon gegenüber den Nein-Sagern in Irland, Frankreich und den Niederlanden getan hat.

Eines allerdings hat die Schlussphase der Prozedur noch einmal drastisch vor Augen geführt. Trotz aller Integrationsfortschritte bleiben zwischen Nachbarländern in der EU ungelöste Probleme bestehen, die bis heute das Klima vergiften können. Dazu gehören die Auseinandersetzungen Ungarns mit seinen Nachbarn in der Slowakei, Rumänien und Serbien. Dazu gehört ebenfalls die ganze schwierige Problematik jener mehr als drei Millionen Deutschen und Ungarn, die ab 1945 aus der Tschechoslowakei vertrieben worden sind.

Vaclav Klaus selber hat deren Schicksal wieder auf die europäische Tagesordnung gesetzt, indem er in der Auseinandersetzung über den EU-Vertrag eine Sonderklausel zur Fortgeltung der Benes-Dekrete verlangte. Man sollte gerade in einer konsolidierten und in ihrem Zusammenhalt gestärkten EU Gelegenheit finden, nun über diese Fragen noch einmal offen und vertrauensvoll zu reden, um sie endgültig zu klären. Klaus Brill SZ 4

 

 

 

 

Analyse. Nächste Ausfahrt Europa

 

Die Entscheidung war erwartet worden - dennoch war die Erleichterung in Brüssel mit Händen greifbar. Das tschechische Verfassungsgericht hat auch eine zweite Klage gegen den Vertrag von Lissabon abgewiesen. Dagegen hatte man in der europäischen Hauptstadt nicht damit gerechnet, wie schnell der geschlagene Präsident Václav Klaus seine Zusicherung wahr machen und als letzter das Reformwerk unterschreiben würde.

 

Umso größer die Zufriedenheit: Nach langem Hoffen und Bangen, ob die 27 Mitgliedstaaten bereit sind, die Europäische Union rundum zu erneuern, sie fit zu machen für eine kompliziertere Welt, könnte es nun losgehen in Europa.

 

Auf einem Sondergipfel in der nächsten Woche werden die Staats- und Regierungschefs zwei Personalien klären, die klar für die neue Union stehen. Sie legen fest, wer Hoher Beauftragter für die Außen- und Sicherheitspolitik, vulgo: "Außenminister", wird und wer den extra geschaffenen Posten eines ständigen Präsidenten des Europäischen Rats bekommt, also dem Gremium der Staatschefs dauerhaft vorsteht.

 

Wenn die Strippenzieher in den Hauptstädten der großen Mitgliedstaaten geklärt haben, welcher Sozialdemokrat "Außenminister" wird, kann Kommissionspräsident José Manuel Barroso endlich seine Mannschaft zusammenstellen. Der Hohe Beauftragte ist gleichzeitig Vizepräsident der EU-Kommission. Das Land, aus dem er kommt, hat keinen Anspruch auf einen weiteren Kommissar.

 

Deshalb halten sich einige Staaten mit der Ernennung ihrer Vertreter für die Brüsseler Behörde noch zurück. Schafft es der Portugiese, sein Team schnell zusammenzustellen und dabei allen Wünschen und Forderungen aus den Mitgliedstaaten zu entsprechen ("Deutschland beansprucht ein einflussreiches Wirtschaftsressort!"), könnte sich das neue Gremium Mitte Dezember dem Europäischen Parlament stellen.

 

Sie stärken das Parlament - Geht dabei nichts schief, könnte die Union am 1. Januar 2010, ein halbes Jahrhundert nach Gründung der Gemeinschaft, mit einer neuen Kommission, einem starken "Außenminister", einem ständigen Ratspräsidenten und einer zeitgemäßen Hausordnung die Zukunft meistern. Die neuen Regeln schränken das Vetorecht ein, damit nicht mehr der Lustloseste das Tempo der Union bestimmt. Und sie stärken das Parlament, die einzige demokratisch legitimierte Institution, in Sach- und Personalfragen.

 

Das könnte ein schöner, lange kaum für möglich gehaltener Aufbruch der EU sein. Könnte! Noch ist längst nicht sicher, ob Europa die Chance dafür nutzt. Die seit Wochen mit Verve geführten personalpolitischen Debatten verdecken, dass die neuen Ämter nur vage definiert sind.

 

Was soll der künftige Ratspräsident tun, mit welchen Kompetenzen und mit welcher Ausstattung? Wird er eher ein interner Koordinator, also ein besserer Bürokrat sein, oder kann er politische Akzente setzen? Und der Hohe Beauftragte: Wie soll der Europäische Auswärtige Dienst, der ihm zuarbeiten muss, beschaffen sein? Wird er ein "Außenminister" sein, der unabhängig von seinen nationalen Kollegen agiert und über einen ausreichend großen Apparat verfügt?

 

Soll der Aufbruch gelingen, müssen die Staats- und Regierungschefs diese Punkte rasch beantworten. Am einfachsten geht das, wenn sie sich zunächst über die Grundsatzfrage klar werden: Wie stark und eigenständig soll das neue, das "Lissabon-Europa" sein?  Werner Balsen FR 4

 

 

 

 

Neues Europäisches Bürgerbegehren ist eine große Chance!

 

Nach der Unterzeichung der Ratifizierung des Vertrages von Lissabon in Tschechien erklärt der Präsident des Netzwerks Europäische Bewegung Deutschland (EBD), Dr. Dieter Spöri: Neues Europäisches Bürgerbegehren ist eine große Chance!

"Der Vertrag von Lissabon wird der europäischen Integration eine neue Dynamik verleihen. Auch wenn in den Monaten der Ratifizierung viel gerungen und verhandelt wurde, die Substanz des Vertrages bringt wichtige Neuerungen insbesondere für die Zivilgesellschaft und die Bürgerinnen und Bürger.

Erstmals wird die Einbeziehung der Zivilgesellschaft in den europapolitischen Dialog vertraglich festgeschrieben, erstmals können europaweit 1 Millionen Bürgerinnen und Bürger mit ihren Unterschriften die Europäische Kommission auffordern, eine Gesetzesinitiative zu einem bestimmten Thema zu starten.

Es ist zu hoffen, dass diese Form eines europäischen Bürgerbegehrens intensiv genutzt wird. Dadurch würde die demokratische Verankerung der EU bei den Bürgerinnen und Bürgern Europas entscheidend gestärkt. Dies ist eine große Chance für Europa.

Das Netzwerk EBD hat seit einigen Jahren in Deutschland einen europapolitischen Dialog zwischen der Zivilgesellschaft und den politischen EU-Akteuren etabliert.

Das Integrationsverantwortungsgesetz, das infolge des Urteils des Bundesverfassungsgerichts zum Vertrag von Lissabon von Bundestag und Bundesrat beschlossen wurde, wird diesen partnerschaftlichen Dialog zu einem noch wichtigeren Bestandteil der deutschen Europa-Kommunikation machen.

Das Netzwerk EBD und seine über 170 Mitgliedsorganisationen werden die Chancen des Vertrags von Lissabon entschieden nutzen." De.it.press

 

 

 

Ein Jahr Barack Obama. Präsident auf Bewährung

 

Unbestritten, Barack Obama hat die USA verändert. Doch ein Jahr nach seinem Amtsantritt ist die Liste der unerfüllten Versprechen immer noch lang. Das muss sich bald ändern. Ein Kommentar von Reymer Klüver

 

Auf den Tag ein Jahr ist es her, dass eine neue Zeitrechnung anbrechen sollte für Amerika und die Welt. Seine Landsleute, sagte Barack Obama am Abend seines Wahltriumphs, hätten den Mantel der Geschichte erfasst. "Der Wandel ist nach Amerika gekommen", rief er in die kalte Nacht von Chicago - und den Menschen im ganzen Land, ja, rund um den Globus wurde es warm ums Herz.

Da stand ein Mann, der glaubhaft einen Neuanfang zu verkörpern schien, nach den bleiernen Jahren der Bush-Präsidentschaft, die auf so vielen Amerikanern wie ein böser Albdruck lastete und das Bild der USA in der Welt verdüstert hatte. Obama war damit der lebende Beweis für die Selbstreinigungskraft der amerikanischen Demokratie.

Zum ersten Mal hatte die Nation einen Schwarzen ins Weiße Haus gewählt. Fast wie ein Messias wurde er gefeiert, der imstande war, durch die Macht seiner Worte Berge zu versetzen. Die Menschen wollten es glauben, und Obama tat wenig, die übersteigerten Erwartungen zu dämpfen.

 

Ein Jahr nach Barack Obamas Wahl Momente eines Hoffnungsträgers

Ein Jahr danach ist Ernüchterung eingekehrt. Die Berge, vor denen dieser junge Präsident steht, türmen sich mächtiger auf denn je. Gemessen an den unrealistischen Hoffnungen, die er geweckt hat, müsste Obamas Präsidentschaft bereits heute als Fehlschlag verbucht werden. Obama hat sich unbeliebt gemacht.

Die Popularitätswerte des Mannes, der mit einem Vertrauensvorschuss ins Amt gegangen ist wie selten ein Präsident vor ihm, sind grauer Durchschnitt - nicht besser, als es die seiner mehr oder minder mediokren Vorgänger seinerzeit waren. Der Honeymoon der Amerikaner mit ihrem neuen Präsidenten ist vorbei. Die Rechten fühlen sich bestätigt, weil sie ihn immer für einen Scharlatan gehalten haben. Die Linken sind enttäuscht, weil sie seine glänzende Wahlkampfrhetorik für bare Münze nehmen wollten.

 

Tatsächlich hat Obama wenig Greifbares vorzuweisen - noch. Außenpolitisch hat sein Versprechen, Frieden zu schaffen ohne Waffen, Amerikas eingeschworene Feinde nicht sehr beeindruckt: Weder gegenüber Iran noch im Verhältnis zu Nordkorea hat seine Bereitschaft zum Dialog Früchte getragen. Im Nahen Osten geht nichts voran.

Mehr noch: Obama hat den schmutzigen Geheimkrieg seines Vorgängers in den Bergen Pakistans verschärft mit inzwischen alltäglichen Raketenschlägen gegen die Terrorbanden. In den kommenden Wochen wird er das US-Engagement in Afghanistan derart erhöhen, dass so viele US-Soldaten im Kriegseinsatz sind wie in den schlimmsten Monaten unter George W. Bush. Und das Schandlager von Guantanamo ist auch noch nicht geschlossen.

Innenpolitisch ist Obamas Versprechen eines parteiübergreifenden Neuanfangs wie eine Seifenblase zerstoben. Die Republikaner betreiben Fundamentalopposition, und die Demokraten kann der Präsident nur mit größter Mühe hinter seinen Reformvorhaben zusammentreiben. Alles braucht viel mehr Zeit als gedacht.

Obama hat die USA verändert

 

Wenn die Gesundheitsreform kommt, wird sie nicht annähernd so vielen Amerikanern den Schutz einer Krankenversicherung bringen, wie von Obama zuvor versprochen. Der Klimaschutz ist vertagt. Selbst die Schwulen und Lesben murren, weil der Präsident die unsägliche Praxis der US-Streitkräfte bislang nicht beendet hat, bekennende Homosexuelle zu feuern.

Lang ist die Liste unerfüllter Versprechen, Wünsche und Träume. Doch selbst wenn viel greifbare Resultate fehlen, hat Obama Amerika bereits mehr verändert, als seine Kritiker glauben.

 

Er hat politische Prinzipien wieder eingeführt, die Amerikas maßvoller Seele näher liegen als die verquere Großmanns-Attitüde seines Vorgängers. Er hat das Ansehen der Nation in der Welt wiederhergestellt, nicht allein durch seinen überzeugenden Wahlsieg vor einem Jahr, sondern auch durch seine Reden und eine überlegte Amtsführung.

Endgültig Vergangenheit sind schale Predigten von Freiheit und Demokratie, denen man notfalls Waffengewalt folgen lässt. Vorbei ist eine Kurzschlusspolitik, die bereit war, die Rechtsstaatlichkeit zu opfern im Kampf gegen den Terror.

Nach außen sucht Obama Allianzen und den Ausgleich - Dialog statt Diktat. Nach innen ist trotz aller Kompromisse - siehe Guantanamo und die fortgesetzte Inhaftierung mutmaßlicher Feinde Amerikas ohne Rechtsgrundlage - die Rückkehr zum Gleichgewicht der Gewalten und zur Kontrolle staatlicher Macht zu erkennen.

Das epische Ringen um die Gesundheitsreform offenbart - neben zahlreichen politischen Fehlkalkulationen - ebenfalls ein Streben nach Konsens. Und die langen Beratungen über die Strategie in Afghanistan lassen erkennen, dass kein Hamlet im Weißen Haus residiert, sondern ein Analytiker, der die Konsequenzen seines Tuns nüchtern zu durchdenken weiß. Das ist eine beruhigende Erkenntnis.

Obama rackert, das ist ein Jahr nach seiner Wahl klar. Noch ist es zu früh für ein Urteil über seine Präsidentschaft. Doch spätestens in einem Jahr, wenn ein neuer Kongress gewählt wird, muss Barack Obama ein paar der Berge vor ihm so weit abgetragen haben, dass neue Horizonte erkennbar sein werden. Sonst wird ihn das Wahlvolk bestrafen - und die Geschichte auch. SZ 4

 

 

 

Kommentar. Warnzeichen für Obama

 

Es war keine gute Wahlnacht für Barack Obama: Bei den Gouverneurswahlen in Virginia und New Jersey wurde die Partei des US-Präsidenten abgestraft. Dafür mag es viele Erklärungen geben: schwache Kandidaten, die Wirtschaftskrise, deren soziale Folgen jeder Regierung angelastet werden, die geringe Beteiligung, die jener Partei hilft, deren Basis motivierter ist.

 

Im Moment sind das in den USA die Republikaner. Deren Hass auf Obama und seine Reformpolitik des aktiven Staats wirkt in Amerikas konservativem Lager wie ein Aufputschmittel. Wenn der Name Obama in Virginia und New Jersey auch nicht auf dem Stimmzettel stand, so sind die verlorenen Gouverneurswahlen für den Präsidenten gleichwohl ein Schuss vor den Bug.

 

Nur ein Jahr nach Obamas Triumph bröckelt seine Koalition. Die noch hohe Popularität bei Jungen und Schwarzen setzt sich nicht automatisch in Stimmen für andere Demokraten um. Von der "Change"-Bewegung war nichts mehr zu sehen. Wichtiger: Parteilose Wechselwähler haben zum ersten Mal seit fünf Jahren mehrheitlich republikanisch gewählt. Amerikas Mitte also gerät in Bewegung. Das wird bei den Demokraten die Nervosität vor der Parlamentswahl im Herbst 2010 steigern.

 

Wenn die Regionalwahlen vom Dienstag ein erster Stimmungstest waren, fällt er aber vielschichtig aus. Auch die Republikaner können nicht nur jubeln. Bei einer Nachwahl in New York haben sie nach mehr als 100 Jahren ein Kongressmandat verloren. Erzkonservative Einpeitscher um Amerikas rechte "Jeanne d´Arc" Sarah Palin hatten lieber einen Drittkandidaten unterstützt als die liberale Bewerberin der eigenen Partei. Dietmar Ostermann FR 5

 

 

 

„Opel-GM-Magna“. Kalt erwischt - gründlich blamiert

 

Wenn es nicht um die Zukunft Tausender Arbeitnehmer ginge, könnte lapidar festgestellt werden: So geht’s, wenn man partout mit dem Kopf durch die Wand will und ökonomische Einwände souverän beiseiteschiebt. Aber weil es eben auch um Tausende Arbeitsplätze bei Opel geht, werden die wenigsten über die letzte Volte in der General Motors/Opel-Saga in Verzückung geraten.

Und je nach Lesart wird man die Entscheidung des GM-Verwaltungsrats, Opel nun doch nicht zu verkaufen, als Affront gegen die Kanzlerin, als Brüskierung Deutschlands oder als Beleg dafür werten, wie es in Wahrheit um die deutsch-amerikanischen Beziehungen stehe. Oder als das, was sie vermutlich am ehesten ist: eine Entscheidung, bei der es allein um die globale Zukunft von General Motors geht.

Dass Frau Merkel bitter auf die Nachricht aus Detroit reagierte, Opel nun doch nicht dem kanadisch-österreichischen Zulieferer Magna und der russischen Sberbank zu überlassen, ist nachzuvollziehen. Gerade hat sie im Kapitol in Washington die Hymne auf das deutsch-amerikanische Verhältnis geschmettert, und dann wird sie noch vor dem Abflug auf den kalten Boden der Tatsachen zurückgeholt, auf einen Boden übrigens, den vor Monaten ihr damaliger Wirtschaftsminister Guttenberg für so kalt nicht gehalten hatte: „Operation Magna“ gescheitert, weil es sich die neuen Leute in Detroit anders überlegt haben.

 

Ermutigt von der EU-Kommission: - Sie wurden darin möglicherweise sogar mittelbar ermutigt von der EU-Kommission, die mit der Rolle der deutschen Politik beim Verkauf an Magna alles andere als glücklich war. Hat die Regierung des Präsidenten Obama, den Frau Merkel noch am Morgen getroffen hatte – da war es um Weltpolitik gegangen –, ein falsches Spiel gespielt? Das ist möglich, aber nicht wahrscheinlich. Es hätte die entsprechenden Signale gegeben.

Jetzt schlagen in Deutschland die Wogen des Zorns hoch. Auch die russische Führung fühlt sich düpiert – von wegen Vertrauen, das man habe schaffen wollen. Wie immer die Opel-Geschichte ausgehen wird, so ist zum gegenwärtigen Zeitpunkt festzustellen, dass Bund und beteiligte Länderregierungen mit der alles andere als unstri