WEBGIORNALE 6-8 Novembre
2009
Opel: Germania in rivolta, Gm taglierà 10 mila posti
BERLINO -
Inaccettabile-irragionevole-sfacciata: il mondo politico tedesco ha commentato
così la decisione della GM di annullare la vendita della controllata europea
Opel. Una scelta che mette in serio imbarazzo soprattutto la cancelliera Angela
Merkel che negli ultimi mesi aveva fortemente appoggiato la cessione dello
storico marchio al consorzio russo-canadese Sberbank-Magna. “Il fulmine della
Opel colpisce Angela Merkel” scrive il settimanale Stern, mentre per il
quotidiano economico Handelsblatt la gestione dell’intera vicenda da parte del
governo tedesco sarebbe stata un disastro.
Berlino tenta ora
di arginare gli effetti del dietrofront - a dire il vero non improvviso - da
parte della GM e già nei prossimi giorni la cancelliera Merkel parlerà del
contenzioso Opel col presidente americano Obama che secondo una nota della Casa
Bianca sarebbe però del “tutto estraneo” alle decisioni prese a Detroit.
Sorpresa e
rammarico anche a Mosca, dove un portavoce del primo ministro Putin si è detto
“allibito”. Intanto viene chiesta a Detroit un’immediata restituzione del
prestito ponte di un miliardo e mezzo di euro concesso da Berlino agli
americani per garantire l’operatività della Opel. Molto di più però Berlino e
Mosca non possono fare ed è proprio questo il dilemma forse più umiliante per
Angela Merkel.
Per sei mesi ha
dato l’impressione di avere in mano lei il destino della casa automobilistica
tedesca scegliendo il consorzio da favorire e quelli invece da scartare (Fiat
compresa). Ora si ricomincia e i sindacati tedeschi di fronte ai tagli massicci
in arrivo (confermati ieri dal responsabile Gm per l’Europa Carl Peter Forster)
preferiscono difendersi da soli. Già per oggi sono previsti i primi scioperi
nei 4 stabilimenti tedeschi della Opel dove ora sarebbero minacciati fino a
10mila posti di lavoro. “Per gli operai Opel è una giornata nera”, ha commentato
ieri il presidente del consiglio di fabbrica Klaus Franz. WALTER RAUHE IM 5
20 anni fa cadeva il Muro di Berlino. Sondaggio sul gradimento dei
Premier europei
Il 9 novembre
1989, vent'anni fa, cadeva il muro di Berlino e con esso si sgretolava definitivamente
quell'ordine politico che aveva caratterizzato la vita dell'Europa per tutto il
dopoguerra, con una suddivisione in due ben precise aree d'influenza che si
sono fronteggiate durante gli anni della Guerra Fredda. La caduta del muro
segna soprattutto la fine della divisione della Germania, voluta dai vincitori
del secondo conflitto mondiale nella conferenza di Yalta del 1945 ma
rappresenta anche una importante tappa del processo di formazione dell'Unione
Europea, dal momento che molti degli stati che oggi fanno parte della UE o che
vi stanno per entrare, vent'anni fa si trovavano al di là della cortina di
ferro.
In occasione del
ventennale della caduta del muro, la Germania dedica all'evento una ricca serie
di iniziative, la "Festa della Libertà", che avrà luogo a Berlino dal
7 al 9 novembre 2009. Oltre a feste, concerti e commemorazioni, non mancheranno
conferenze e dibattiti che vedranno tra i partecipanti anche alcuni dei
protagonisti di quegli anni, tra i quali Michail Gorbaciov, Kofi Annan e il già
Ministro degli Affari Esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher.
Culmine dei
festeggiamenti sarà la Dominoaktion, consistente nella realizzazione di un
gigantesco domino, formato da tessere alte 2,50 metri e realizzate dai giovani
berlinesi, che sarà fatto cadere in diretta televisiva, in simbolica
rappresentazione del crollo del muro di Berlino.
Anche l'Italia
dedica all’evento alcune iniziative tra le quali spicca la mostra fotografica
esposta al Museo di Roma in Trastevere (fino al 14 febbraio 2010), organizzata
in collaborazione con il Comune di Roma.
Infine, nella
serata del 9 novembre alle ore 18,30, nella suggestiva cornice di Piazza di
Spagna a Roma, si terrà uno spettacolo di parole e musica per iniziativa
congiunta del Sindaco di Roma on. Gianni Alemanno e del Ministro per le
politiche europee on. Andrea Ronchi.
Per saperne di più
si possono visitare i siti dell'Ambasciata tedesca in Italia, dell'Ente
nazionale tedesco per il turismo, il sito ufficiale degli eventi per la caduta
del muro (in tedesco ed inglese), oltre evidentementi ai siti del governo
federale.
In occasione
dell’anniversario della caduta del muro di Berlino, è stato fatto un sondaggio
sul gradimento dei Premier europei. Il primo ministro bulgaro Boiko Borisov
(70%) guida la classifica del gradimento fra i Paesi dell’Europa Unita, la
cancelliera Angela Merkel ha ottenuto un ottimo piazzamento con il 60 per cento
di gradimento tra i propri concittadini, Silvio Berlusconi la segue a distanza
con il 45 per cento.
Il Presidente
della Repubblica francese Sarkozy è dietro Berlusconi a una incollatura con il
43%, lo spagnolo Zapatero è al 31%. Il sondaggio è stato realizzato
dall’istituto americano Pew tra i Paesi europei in occasione dell’anniversario
della caduta del muro di Berlino. Obiettivo a 20 anni dalla svolta, avere
informazioni sul gradimento dei leader da parte dei concittadini.
Berlusconi non
deve essersela presa più di tanto: i numeri non hanno confermato le sue
informazioni sui suoi sondaggi, che lo avrebbero dato al 70 per cento, ma hanno
concesso la palma del primo classificato ad un suo amici, l’ex comunista
Borisov.
(de.it.press)
Il 9 novembre Conferenza Internazionale a Roma sulle rimesse degli
emigranti
Roma - La
Conferenza Internazionale di Roma sulle rimesse in programma alla Farnesina il
9 novembre rappresenta uno dei seguiti tangibili e immediati che l’Italia dà al
Vertice de L’Aquila in questa materia, per conseguire l’obiettivo del “5x5”
cioé il dimezzamento dal 10% al 5% del costo di invio delle rimesse nell’arco
di cinque anni.
E’ prevista la partecipazione di
rappresentanti dei Paesi G8, delle Banche Centrali, dei principali Paesi
interessati dalle rimesse, inclusi i Paesi che hanno importanti corridoi di
rimesse dall’Italia, e delle organizzazioni internazionali. Parteciperanno
inoltre all’evento rappresentanti dei Money Transfer Operators, delle
principali banche attive nel settore delle rimesse e altri operatori del
settore. Saranno presenti anche rappresentanti di altri Ministeri interessati,
del CNEL e dei sindacati. Saranno presenti infine rappresentanti del gruppo di
lavoro italiano sulle rimesse, composto, oltre che da funzionari del Ministero
degli Esteri, da Presidenza del Consiglio-Ufficio Sherpa G8, Ministero dell’
Economia, Banca d’Italia, ABI, CeSPI.
Nel corso della Conferenza verrà presentato
il sito web italiano dedicato ai costi di transazione delle rimesse, elaborato
dal CeSPI e dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM),
finanziato dalla Farnesina. Con questo sito web, l’Italia affianca la Germania,
il Regno Unito, la Francia, l’Australia e la Nuova Zelanda.
L’obiettivo del “5x5”, come già enunciato a
Roma nel giugno scorso durante la Ministeriale G8 Sviluppo, può essere
conseguito con l’impegno di tutti i soggetti interessati e vede i Paesi G8
quali capofila di uno sforzo più ampio.
La Banca Mondiale ha sottolineato in ottobre
che altre 90 milioni di persone entreranno nell’estrema povertà entro la fine
del 2010. L’azione con pacchetti nazionali di stimolo all’economia e’ stata
accompagnata dal rifinanziamento di strumenti preesistenti delle Istituzioni
Finanziarie Internazionali e dal lancio di iniziative e linee di aiuto nuove da
parte del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, volta ad
assistere i Paesi a medio reddito, colpiti dalla crisi, e quelli a basso
reddito. In tale contesto, durante l’ Annual Meeting di Istanbul svoltosi un
mese fa, il Presidente della Banca Mondiale, Zoellick, ha sottolineato
l’importanza degli strumenti innovativi capaci di moltiplicare le risorse a
disposizione, nel cui ambito rientra anche la valorizzazione delle rimesse.
L’azione italiana in ambito G8 ha dato
rilievo alle iniziative innovative di finanziamento dello sviluppo. Il
Consiglio Europeo del 29-30 ottobre ha anch’esso positivamente accolto la
finanza innovativa.
Nell’impostazione dell’iniziativa italiana,
le rimesse degli emigranti sono risorse private ed il settore pubblico puo’
svolgere un ruolo importante come facilitatore. I migranti contribuiscono
significativamente alla crescita economica e allo sviluppo dei Paesi di origine
in diversi modi, tramite il reddito che producono e quello che rimettono alle
proprie famiglie ma anche con iniziative volte ad attività produttiva nel
proprio Paese di origine.
Stime della Banca Mondiale riportano che nel
2008 le rimesse di circa 190 milioni di migranti hanno generato (in base ai
dati ufficialmente registrati) un volume pari a 433 miliardi di dollari USA, di
cui 328 miliardi diretti a Paesi in via di sviluppo, sostenendo il reddito di
ben 700 milioni di persone. La crisi economica e finanziaria ha colpito anche
le rimesse, che si sono contratte, ma in misura minore rispetto ad altri flussi
privati.
L’obiettivo (“5x5”) significa il dimezzamento
dell’attuale costo globale medio di invio e può generare un aumento netto del
reddito dei migranti e delle loro famiglie di 10-15 miliardi di dollari USA.
Quanto all’Italia, in base alle stime per il 2007, dieci Paesi in Via di
Sviluppo hanno ricevuto il 75% delle rimesse da lavoratori migranti nel nostro
Paese. I Paesi ricettori sono la Cina (27,9%), la Romania (13,1%), le Filippine
(12%), il Marocco (5,6%), il Senegal (4,2%), il Brasile (2,5%), l’Albania
(2,4%), il Bangladesh (2,4%), il Perù (2,1%) e l’Ecuador (2,1%). Nel 2008,
secondo la Banca Mondiale, il totale delle rimesse originate dall’Italia è
stato pari a 12,7 miliardi di dollari (cifra che include anche le rimesse verso
Paesi sviluppati). (Inform)
Indagine sociologica della Cattolica di Milano sugli italiani in Germania
L’ateneo milanese
ha condotto un’indagine sociologica qualitativa sul grado d’inserimento della
nostra collettività in Germania.
La prima sintesi
dei dati conferma una situazione molto variegata: basso grado di scolarità,
sensibile disagio sociale scarsa partecipazione alla vita politica e culturale
tedesca della prima e seconda generazione. Ancora difficoltà d’inserimento
nella scuola e nel circuito della formazione professionale della terza
generazione. I nuovi arrivati hanno invece un grado di formazione medio-alto.
L’indagine è parte integrante del progetto Sprint-SonderPRojektINTegration, un
progetto straordinario finanziato dal Ministero del lavoro per il recupero e
potenziamento linguistico e per lo sviluppo delle capacità cognitive
logico-matematiche di 416 bambini italiani, residenti nel Baden-Württemberg,
Baviera e Renania Palatinato
L’indagine
fotografa la situazione attuale di una comunità che presenta molte
sfaccettature della nostra collettività. I ricercatori hanno premesso che
l’indagine non era quantitativa ma qualitativa, scegliendo, cioè, genitori e
bambini di diversi strati sociali: occupati, disoccupati, operai, specializzati
e professionisti e nuovi arrivati dall’Italia.
L’intento della
ricerca tende a migliorare la proposta informativa di supporto inserita
nell’offerta dei servizi educativi.
Per implementare
il piano di monitoraggio e di valutazione, i ricercatori hanno utilizzato un
apposito questionario compilato per il 62,8% solo dalle madri, per il 27% da
entrambi i genitori e per il 5,1% dal padre.
Nel complesso sono
state rilevate informazioni relative a 260 bambini dei 416 aderenti al progetto
Sprint (un progetto finanziato dal ministero del lavoro italiano finalizzato
all’intervento di sostegno linguistico precoce negli asili e nelle prime due
classi della scuola elementare).
La lingua parlata
in famiglia è il tedesco per il 40%, il 32,2% utilizza l’italiano, il 7,1% un
dialetto italiano ed il 9% in più lingue e dialetti.
Le relazioni con
la società tedesca e le istituzioni educative locali sono valutate molto
positivamente. Solo il 7% ne dà una valutazione negativa. Nonostante la
positività, soprattutto e rapporti con la scuola e con gli insegnanti tedeschi
non appaiono particolarmente frequenti. La partecipazione dei genitori italiani
alle riunioni periodiche si attesta sul 29,3%, ai colloqui informativi
individuali con gli insegnanti sul 28,4%, a feste, raduni o attività
scolastiche sul 24,8% e alle elezioni dei rappresentanti dei genitori solo sul
16,3%.
Per quanto
concerne poi l’opzione di residenza stabile l’85,7% afferma di rimanere in
Germania, mentre solo il 6,6% pensa di ritornare in Italia.
Rispetto alle
principali difficoltà che i bambini incontrano nel rapporto con le istituzioni
educative/scolastiche secondo i genitori esse sono legate al selettivo sistema
educativo/formativo, ai metodi e materiali didattici, ad un difficile
inserimento iniziale a problemi di vivacità comportamentale e di comprensione
linguistica del bambino.
Questa prima
sintesi dei dati è parte del progetto SPRINT SonderPRojektINTegration che si
concluderà nel prossimo mese di dicembre.
Altri particolari
emergono dal servizio audio, realizzato con Laura Zanfrini e Michele Colasanto
del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano.
Per ascoltare,
basta cliccare su questo link: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5577966/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/hlx1wd/index.html.
Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)
Berlino. Il “Volante d’oro 2009”: premio d’onore per Luca Cordero di
Montezemolo
Luca Cordero di
Montezemolo ha ritirato oggi il premio “Volante d’oro 2009” alla presenza di
Friede Springer, Mathias Döpfner (Amministratore Delegato della casa editrice
Axel Springer), Giuseppe Vita (Presidente del consiglio di vigilanza della Axel
Springer) e di oltre 140 ospiti presso la sede del principale gruppo editoriale
tedesco Axel Springer nel centro di Berlino.
Giunto alla
33esima edizione, il “Volante d’oro 2009” è presentato dal quotidiano “Bild“ e
dal settimanale “Bild am Sonntag“, entrambi in testa alle vendite in Germania,
e fu costituito nel 1976 dal fondatore Axel Springer della casa editrice
omonima per premiare le personalità che maggiormente si fossero distinte nel
settore automotive. Nelle scorse edizioni il riconoscimento è stato assegnato a
Henry Ford II (1983), Ferry Porsche (1984), Lee Iacocca (1987) e Ferdinand
Piëch (1997), oltre a due uomini le cui vite professionali e private si sono
intrecciate strettamente con quella di Luca Cordero di Montezemolo: Giovanni
Agnelli (1985) e Michael Schumacher (1993).
La giuria ha
assegnato il premio a Luca Cordero di Montezemolo per il suo impegno
straordinariamente articolato in innumerevoli settori dell'industria come
dimostrano i risultati raggiunti, sotto la sua presidenza, dalla Ferrari (dal
1991) e da Fiat (da maggio 2004). Ad iniziare dalle numerose vittorie sportive
della Scuderia di Maranello con il pilota Michael Schumacher (sette volte
campione del mondo di Formula 1) e dai successi commerciali e tecnici
conquistati dalle vetture di serie in tutti i continenti. Inoltre, presso lo
stabilimento Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo ha dato vita ad un progetto
innovativo – Formula Uomo - ponendo l’uomo al centro dell’intero processo
produttivo.
Nato a Bologna nel
1947, Luca Cordero di Montezemolo si è laureato in Giurisprudenza
all’Università di Roma e specializzato in Diritto Commerciale Internazionale
alla Columbia University di New York. Dal 1973 al 1977 ha ricoperto il ruolo di
Assistente di Enzo Ferrari e Team Manager della Scuderia di Maranello,
conquistando due vittorie nel campionato del Mondo Piloti di Formula 1 con Niki
Lauda nel 1975 e nel 1977. Ha, quindi, ricoperto (1986 - 1990) la carica di
Direttore Generale del Comitato Organizzatore della Coppa del Mondo di Calcio
Italia ‘90. È, inoltre, Presidente della LUISS (Libera Università
Internazionale degli Studi Sociali) e di NTV (Nuovo Trasporto Viaggiatori), la
prima azienda privata in Europa per trasporto passeggeri su treni ad alta velocità.
Dal 2004 al 2008 è stato Presidente della Confindustria.
È Cavaliere del
lavoro. Il Presidente della Repubblica Francese gli ha conferito due
onorificenze: Légion d’Honneur (luglio 2005) e Commandeur (dicembre 2008).
Inoltre, è stato citato dal “Financial Times” tra i cinquanta migliori manager
del Mondo. Infine, è consigliere di Amministrazione de La Stampa, del Gruppo
francese PPR (Pinault/Printemps Redoute), di Tod’s ed è membro
dell’International Advisory Board di Citi Inc.
(de.it.press)
A Saarbrücken il 18 novembre la Conferenza “Crescere bi e plurilingue”
Saarbrücken - Il
18 novembre, grazie alla collaborazione tra Kulturministerium della Saar e
Istituto Fernando Santi, nazionale e di Saarbrucken (Germania) si svolgerà una
conferenza sul tema:"Crescere bi- plurilingue".)
L'evento,
che vede anche la partecipazione del Consiglio generale della
Mosella (Francia), di Ispection Academique Moselle ed il patrocinio della
Regione Lazio intende porre al centro della discussione la promozione del bilinguismo
a partire dai primi anni di vita e di istruzione obbligatoria. La conferenza
che si svolgerà al centro della macroregione europea composta da Lorena,
Saar e Lussemburgo prende in esame il bilinguismo, un tema largamente condiviso
dai cittadini di questi tre paesi e che mette al vaglio sia opportunità,
bisogni e limitazioni di un insegnamento bilingue nei primi 10 anni di
vita, sia il ruolo delle famiglie.
Il dibattito sarà
aperto dagli interventi del Ministro della Pubblica Istruzione della Saar
Annegret Kramp-Karrembauer, dal Console d'Italia Susanna Schlein e
dal Presidente della CNE Rino Giuliani.
La relazione
introduttiva sul tema "Plurilinguismo in contesto
multiculturale" sarà tenuta dal Rettore dell'Università per Stranieri
di Siena Massimo Vedovelli mentre la relazione sul tema"
"Insegnamento plurilingue:bambini, genitori e insegnanti come
partner educativi" sarà svolta da Elke Montanari docente
alla Università di Coblenza-Landau.
E' prevista un
grande partecipazione di operatori del settore, istituzioni
educative pubbliche e private, associazioni. E' aspirazione largamente
diffusa fra gli italiani residenti nella Saar il rilancio qualificato
della lingua italiana come importante lingua europea nel contesto aperto
sul ruolo del bilinguismo in Europa.
Il dibattito sarà
concluso da Cesare Novelli presidente dell'Istituto Fernando Santi.
(Inform)
La lingua tedesca non è un ostacolo all’integrazione ed al successo
scolastico. Hannover ascolta?
Pubblichiamo
questo intervento a commento di un servizio del quotidiano di Caracas, La voce
d’Italia. In esso, il direttore Mauro Bafile, in occasione di una sua visita in
Germania, ad Hannover per la precisione, aveva raccolto le opinioni e le
preoccupazioni della reggente del Consolato sull’annoso problema dei risultati
scolastici degli italiani in Germania.
Olten - Mi
riferisco all’articolo apparso su Aise il 30/10/09 a titolo
"Preoccupazione per un sistema scolastico che castiga gli italo-tedeschi:
i dati consolato di Hannover". Lungi da me il desio di polemizzare con il
giornalista firmatario dell’articolo in questione, o con la sua testata,
peraltro nobilissima. Una domanda, tuttavia, posso pure porgliela, visto che
sicuramente in quella redazione non saranno ignari della materia.
Eccola: la lingua
tedesca, è così sconosciuta, impraticata, ostica al punto che è impossibile
apprenderla? Non è che nella storia delle lingue europee, tramite i commerci,
l’arte, la politica, la cultura filosofica, la letteratura, le invasioni buone
o cattive, essa lingua è invece ben presente e radicata nella nostra Europa?
Non è che, nel tempo, siano stati qualche milione gl’italiani che sono riusciti
ad apprenderla e ad usarla per i loro scopi? Non è poi forse vero che più si è
giovani e più rapidamente si apprendono le lingue? Ecco, mi sarei aspettato, ad
un certo punto dell’intervista alla signora reggente del Consolato di Hannover,
Dr.ssa Cuccaro, non dico una domanda del genere, ma almeno la seguente:
"Signora, quale soluzione propone alla terrificante e desolata situazione
dei nostri discenti in Germania, visto che, dopotutto, ci devono passare la
vita , e il tedesco è per loro proibitivo?". Eh, caspitina.
Allora ho cercato
io nell’intervista d’intravedere almeno una piccola via d’uscita, per i nostri
già sconfitti pargoli di lassù. Ma ho trovato solo che, nella circoscrizione
consolare di detta signora "scuole private italiane non ce ne sono".
Oibò. Diamine, se ci fossero state, altro che in Germania li avrei mandati quei
nostri poveri ragazzi, dove in effetti abitano. Tutti nelle private italiche!
Ma sempre in Germania, naturalmente. Alla faccia dell’integrazione!
Non basta,
nossignori, perché questa signora Reggente, come un portacandelabri, fila
dritto; e alta e luminosa, spiega (col supporto della signora Patrizia Iod,
responsabile di chissà quali scuole) che, siccome, insomma, i genitori tornano
tardi, e che la scuola tedesca è molto selettiva, forse non sarebbe male
"valorizzare il concetto dell’importanza di una solida formazione culturale,
anche a costo di un sacrificio economico". Vale a dire? Mah, forse le due
signore, riassumendo un pochino, volevano dire questo: che il tedesco in
Germania lo possono apprendere solo i figli di papà e quelli degli
intellettuali. Niente di più falso. Che i nostri pupilli meglio farebbero a
frequentare le scuole private, a pagamento, magari, qualora ce ne fossero. Che
il sistema scolastico tedesco è di una tale selettività che è quasi impossibile
giungere all’Università. Infine, che apprendere la lingua tedesca è come
giocare e vincere al superenalotto.
Incredibile. E la
signora Cuccaro, Reggente consolare, sarebbe appena arrivata e già si è
mostrata competente e bene informata sui fatti scolastici relativi alla nostra
gioventù?
L’emigrazione
italiana in Germania è ormai vecchia quanto il cucco. E anche lì, come in
Svizzera o in Francia, o Belgio, siamo arrivati alle quarte generazioni, se
come principio mettiamo l’immediato dopoguerra. Sicché, vorrei chiedere alla
Cuccaro e alla signora Iod, se è loro mai passato per la testa il sospetto che
siano migliaia e migliaia gl’italiani che, avendo ormai il solo passaporto
tedesco o ambedue, si sono perfettamente integrati, parlando il tedesco tanto
quanto gli autoctoni.
Se lo sanno che,
la questione riguardante i genitori che tornano tardi dal lavoro ecc., è una
questione che riguarda tutte le etnie lì viventi, compresa la tedesca. Se
abbiano mai indagato sui risultati che ottengono a scuola i figli degli altri
immigrati in Germania, arrivati magari da qualche anno e non da decenni come
nel nostro caso. Ne avessero una visione attendibile, di certo comprenderebbero
che dalle loro parole si potrebbe anche dedurre che i nostri figlioli sono
tutti ignoranti e imbecilli.
Possibile? E
ancora: se le due signore riescono ad immaginare le devastanti conseguenze che
avrebbero i nostri giovani, qualora frequentassero le scuole private italiche,
anziché quelle tedesche. In proposito, si sprecano gli esempi di giovani
italiani in Svizzera che hanno studiato nelle private, ma che, volendo tornare
in Italy sfruttando il titolo, se ne sono poi ripartiti, pentiti, verso il
luogo d’emigrazione di papà e mamma. A fare che? Ma l’impiegato di basso
livello, capperi, o l’operaio. Idraulico, meccanico, muratore? Mamma mia che
vergogna per la nostra rappresentanza all’estero!
Mannaggia, mai che
un rappresentante dello stato italiano prenda il toro per le corna e abbia il
coraggio d’invitare il suo popolo a rendersi la vita più facile imparando per
bene la lingua del posto e con i propri mezzi. Mai uno sprone ad impegnarsi di
più, se si vogliono raggiungere gli obiettivi. Sempre scappatoie, tra l’altro
costose, e proposte indecenti s’inventano e ti spiattellano in faccia.
Possibile? Sì, è possibile. Perché se anche alla Signora Cuccaro domandi se i
Corsi di Lingua e Cultura italiana all’estero servono all’integrazione e al
miglioramento della resa scolastica dei nostri figli, Ella potrebbe anche
rispondere: "Perbacco, giustissimo". E infatti, dopo l’articolo in
parola, dopo anche l’altro comunicato, a ruota questa volta, del Comites di
Colonia, che racconta come sia possibile, via Dvd, crescere in Germania con il
tedesco e l’italiano insieme (evviva!) mi aspetto tra breve l’ennesimo articolo
a titolo: più soldi per i Corsi, o qui in Germania l’italiano muore!
Gentile signora
Cuccaro, mi risponda, la prego: che voto darebbe a quella coppia di genitori
italiani, o anche mista, come spesso capita, nata e cresciuta in Germania (o
Svizzera) ma che avesse dei figli in età scolare che non sapessero nemmeno
spiegarsi in tedesco, al punto da non capire cìò che a scuola si dice? Io zero
con minaccia di espulsione. E lei? E concludo: attenzione gente, che
sbandierando troppo il concetto d’italianità all’estero, o dando ascolto a
certe sirene, si rischia di creare parecchia emarginazione. Antonio Zulian,
aise
Radio Colonia. Opel. Finale con beffa
General Motors,
dopo mesi di discussioni e promesse, ha deciso di non vendere più Opel. La
delusione nel mondo politico tedesco e la disperazione dei lavoratori che ora
vedono a rischio i propri posti.
Se ne parlava in
realtà da settimane, ma la decisione di General Motors di non vendere più Opel
è arrivata come una doccia fredda sui lavoratori dell'azienda automobilistica
tedesca. Dopo un lungo braccio di ferro tra i sostenitori della cessione di
tutte le partecipazioni europee e coloro che invece vedono nel loro
mantenimento una chance per la ripresa, questi ultimi hanno prevalso nel
consiglio d'amministrazione di Detroit. La scelta di GM è stata duramente
criticata dal mondo politico e sindacale tedesco. Il neoministro per l'Economia
Rainer Brüderle (Fdp) ha definito l'atteggiamento del colosso americano
"inaccettabile".
Ulteriori
informazioni nel servizio audio di Daniela Nosari, in onda nella trsmissione di
Radio Colonia del 4 novembre. Per ascoltare cliccare su
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/aktuell/2009/091104_opel.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/aktuell/2009/091104_opel.mp3. (RC,
de.it.press)
Incontro con l’autore a Kronberg (Taunus) il 18 novembre
Incontro con
l'autore, mercoledì 18 novembre alle ore 19.30 nella Kronberger Bücherstube,
Friedrichstraße 71, 61476 Kronberg. Lo scrittore Angelo Cassanelli presenta la
sua raccolta di racconti in lingua tedesca dal titolo: Pesce oder Pesche? Das
ist das Problem! - Italienisch für Fortgeschrittene - novum verlag. Ingresso libero.
Per ulteriori informazioni: www.taunus-buch.de.
Angelo
Cassanelli, 56 anni, ex figlio della Puglia, ex studente di Urbino, ex
cantautore, ex prefessore di lingua italiana, ex marito, ex padre, ex
dilettante. Adesso ha cambiato pagina. Questo è il suo primo libro in lingua
tedesca. Si tratta di novelle che girano intorno ai malintesi linguistici di
entrambe le lingue da cui nascono situazioni divertenti e anche istruttive che
possono portare anche a creare dei gustosi minestroni linguistici. Per
lui è una nuova sfida dal punto di vista umano, artistico e professionale.
Ex dilettante narratore di racconti e scrittore di romanzi riuscirà adesso ad essere
scoperto, accettato ed introdotto nell'olimpo dei veri scrittori?
Domani può
arrivare e, se si presenterà come un malinteso, di un deja vu di vita mal
riuscita all'estero, allora lo affronterà con uno sberleffo. De.it.press
Berlino. Al ristorante “Il pozzetto” la prima “Festa dei Cornuti 2009”
Berlino - Sarà il
ristorante “Il pozzetto” di Berlino, nei pressi del ponte Gotzkowsky, ad
ospitare la prima “Festa dei Cornuti 2009” che, organizzata dall'associazione
Basilicata-Berlino, si terrà ovviamente nel giorno di San Martino.
L'11 novembre,
dunque, a partire dalle ore 19, i “portatori di corna” che da molti anni si
sono “ritirati in privato” faranno un “salto allo scoperto” e, come
simpaticamente annunciano gli organizzatori, si incontreranno “nell’incredibile
atmosfera di questo ristorante lucano, perché lì c’è la migliore salsiccia di
Berlino, fatta a mano espressamente dal cuoco”.
Il motto della
serata, a cui tutti sono invitati “con il capo adorno”, sarà “Un corno viene
raramente da solo”. La serata sarà allietata dalla musica e chi ne avrà voglia
potrà “portare da casa i suoi strumenti musicali o altri potenziali mezzi per
fare rumore” perché ci sarà “la possibilità di provvedere personalmente
all’accompagnamento musicale”. E, si dicono certi gli organizzatori,
“sicuramente balleremo anche una o più tarantelle”. (aise)
Mostra a Roma sul Muro di Berlino, vent'anni dopo
Una mostra a Roma
racconta la sua storia, dalla sua costruzione nel 1961 al 1989, anno della sua
caduta
Fino al 6 gennaio
2010, ottanta immagini fotografiche, che hanno fatto il giro del mondo
raccontando la storia del Muro di Berlino, saranno visibili a Roma, presso
Palazzo Incontro.
Le foto sono
dedicate ai rapporti tra Est e Ovest e a una parte significativa della storia
del continente europeo durante il secondo dopoguerra. Dalla costruzione del
muro di Berlino, 1961, alla sua rimozione nel1989. Quando la costruzione della
frontiera iniziò fotografi e giornalisti accorsero da tutto il mondo per
documentare l’evento e fotografare la barriera che per 43 chilometri divideva
Berlino est da Berlino ovest.
La mostra,
promossa dalla Provincia di Roma, è curata da Reinhard Schultz, Galleria
Bilderwelt, Berlino. L’organizzazione è di CIVITA con la collaborazione della
Camera di Commercio di Roma.
La prima immagine
richiama un discorso di Walter Ulbricht, capo di Stato della DDR e Segretario
del Partito Socialista Unitario della Germania che il 15 giugno 1961 affermava:
“Nessuno intende costruire un muro”. Due mesi dopo, il 13 agosto 1961, cominciò
la costruzione del Muro di Berlino.
Strade interrotte
da barriere di cemento, recinti e fili spinati; tragedie di uomini e donne che
fuggono da palazzi lungo la linea di divisione, carri armati collocati alla
frontiera controllata dagli Stati Uniti (Checkpoint Charly) mentre civili
inermi si domandano cosa stia accadendo.
Successivamente le
foto del muro di “quarta generazione" costruito nel 1975 in cemento armato
rinforzato, alto 3,6 metri integrato nel paesaggio cittadino, nei parchi giochi
dei bambini, nella vita quotidiana dei berlinesi, come se si potesse far finta
che non esistesse.
La maggior parte
delle foto sono scattate dalla parte occidentale; fotografare il muro
dall’altra parte rimane un privilegio delle autorità che controllano i propri
cittadini impedendo attraversamenti e possibili fughe.
Le ultime tre
sessioni della mostra riguardano la caduta del muro, il periodo immediatamente
successivo all’apertura, infine le tracce della divisione nella Berlino contemporanea.
L'abbattimento
ufficiale del Muro di Berlino fu iniziato il 13 giugno 1990 nella Bernauer
Straße da 300 guardie di frontiera della Repubblica democratica tedesca, fu poi
terminato da 600 soldati dell'esercito utilizzando 13 bulldozer, 55 ruspe, 65
gru e 175 camion.
Alcune foto
riflettono tensioni e scontri tra la folla trepidante e la polizia di frontiera
che tenta di controllare le vie d’accesso e limitare gli effetti della
difficile apertura dei nuovi varchi.
Queste immagini
hanno fatto il giro del mondo e sono il simbolo più forte della fine della
Guerra fredda, della riunificazione della Germania e dell’inizio di una nuova
storia per il continente europeo.
Oggi non è rimasto
molto del Muro e i turisti alla ricerca delle sue tracce consultano mappe e
guide per trovare Bernauer Straße e l'East Side Gallery sulla riva della Sprea,
vicino all'Oberbaumbrücke, dove un monumento di oppressione è diventato un
luogo di divertimento, un museo di arte contemporanea.
L’ultima sessione
raccoglie fotografie di espressioni artistiche che riguardano il muro o delle
sue parti al momento della sua caduta. Fa parte dell’esposizione una macchina,
la prima Trabant (Trabi) che ha attraversato il confine dall’est all’ovest,
dall’Ungheria alla Bavaria. (ItalPlanet News)
Milano ricorda i 20 anni del crollo del muro di Berlino con installazioni
artistiche
Milano - Due
installazioni di arte contemporanea ricorderanno, a Milano, dal 9 al 15
novembre, la caduta del Muro di Berlino avvenuta 20 anni fa, il 9 novembre 1989.
La prima opera
riproduce il Muro stesso, con le foto scattate all'epoca da Livio Senigalliesi,
la seconda riproduce invece due torrette di guardia del Muro. L'iniziativa,
promossa da Milano Immagina, è patrocinata dall'assessorato alle Culture, Identità
e Autonomie della Regione Lombardia.
"Questa
iniziativa", spiega l'assessore Massimo Zanello, "non è una cerimonia
scontata ma un'operazione culturale ed artistica, in cui arte e cultura
diventano chiave di lettura della storia. Perché di storia si tratta, anche se
i fatti risalgono a solo 20 anni fa. Quegli avvenimenti", aggiunge
l’assessore, "segnarono radicali cambiamenti epocali e ricordare in questo
modo ci fa ritrovare noi stessi come testimoni di quei cambiamenti iniziati
proprio allora".
La ricostruzione
simbolica di una sezione (15 metri di lunghezza per 3,60 metri di altezza) del
Muro di Berlino sarà ricoperta da 25 immagini scattate dal fotografo Livio
Senigalliesi a Berlino prima del 3 ottobre 1990, data dell'unificazione delle
due Germanie. La seconda installazione, realizzata dal gruppo artistico tedesco
"Fehlstelle", sarà inaugurata martedì 10 novembre nella zona
antistante il Cavalcavia Bussa. L'opera consiste nella ricostruzione di due
torri di vedetta (alte 9,5 m.) che all'epoca sorvegliavano l'area circostante
il muro di Berlino.
Il Cavalcavia
Bussa collega due aree di Milano divise dai binari del treno e dalla stazione
di Porta Garibaldi: le torrette "sorveglieranno" entrambe le zone
illuminando il cavalcavia stesso e ricreando in qualche modo clima minaccioso e
di paura, simile all'atmosfera della Berlino Est di allora nei pressi del Muro.
(aise)
Cgie. Il Comitato di Presidenza si riunisce il 9 e il 10 novembre alla
Farnesina
ROMA – Nei giorni
9 e 10 novembre si svolgeranno i lavori del Comitato di Presidenza del
Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. La riunione - convocata dal
segretario generale Elio Carozza – sarà ospitata nella Sala Nigra del Ministero
degli Affari Esteri.
Molto articolato
il programma dei lavori, che si apriranno alle ore 10 del 9 novembre.
I punti all'ordine
del giorno: Relazione di Governo; Ristrutturazione Rete Consolare; Finanziaria
2010. Capitoli di bilancio italiani all’estero; Contributo CGIE all’Assemblea
Plenaria della Conferenza Permanente Stato- Regioni – Prov. Autonome- CGIE;
Elezioni Comites e CGIE 2010; Analisi dei contributi definitivamente assegnati
nel 2009: Capitoli: 3105 Assistenza indiretta, 3121 Assistenza diretta, 3153
Assistenza scolastica; Seguiti Conferenza Mondiale dei Giovani; Preparazione
Seconda Assemblea Plenaria Ordinaria 2009 (Ordine del giorno e Programma di
lavoro: dell’Assemblea Plenaria, delle Commissioni Continentali, delle
Commissioni Tematiche). Programma di lavoro e riunioni primo semestre 2010;
Disamina ordini del giorno approvati dalle tre Commissioni Continentali;
Autonomia della Segreteria Esecutiva del CGIE; Varie ed eventuali. (Inform)
Primarie PD. Tutti i delegati dell’Europa all’Assemblea Nazionale
Sono 44 i delegati
all’Assemblea Nazionale del Partito Democratico eletti all’estero: 22 per
Bersani, 16 per Franceschini e 6 per Marino. Questi i risultati ufficializzati
dal Comitato per il voto all'estero del partito, in base ai risultati ottenuti
dai candidati nei seggi elettorali e grazie al voto online che ha registrato
12.599 preferenze. Bersani, infatti, ha ottenuto 5.637 voti; Franceschini 4.870
e Marino 1.936.
Di seguito l’elenco
dei delegati eletti nei collegi Europa 1 e 2 che il 7 novembre prossimo
parteciperanno a Roma all’Assemblea Nazionale.
Collegio Europa 1
(13 delegati). Uniti per Bersani: Gianni Farina, Anna Rudeberg, Dino Nardi,
Cinzia Salluzzo, Paolo Da Costa.
Democratici per
Franceschini: Michele Schiavone, Barbara Revelli, Franco Narducci, Angelica
Sorrentino, Fabrizio Macrì.
Per Marino
segretario: Beatrice Biagini, Stefano Malvolti, Simona Garufi.
Collegio Europa 2
(12 delegati). Uniti per Bersani: Elio Carozza, Laura Garavini, Michele
Cristalli, Eleonora Medda.
Democratici per
Franceschini: Daniela Di Benedetto, Claudio Micheloni, Giovanna Circo, Rocco Di
Filippo, Patrizia Anastasi, Michele Santoriello.
Per Marino
segretario: Simona Milio, Davide Pernice. (de.it.press)
La Commissione UE approva le modifiche su asilo e protezione internazionale
Bruxelles - La
Commissione europea ha adottato nella riunione del 22 ottobre una proposta del
Commissario alla giustizia, libertà e sicurezza, Jacques Barrot, volta ad
armonizzare le politiche per l’asilo dei 27 membri. Il pacchetto di norme, che
va a modificare le leggi già esistenti, prevede misure volte ad offrire un più
alto livello di protezione per i rifugiati vittime di persecuzione nei loro
paesi d’origine. L’obiettivo, spiega l’esecutivo UE, è quello di arrivare ad
una procedura unica di asilo nell’Unione europea. “Oggi la Commissione mette
l’ultimo tassello del sistema comune di europeo di asilo. Negli ultimi anni
sono stati fatti significativi progressi - ha affermato Barrot presentando il
pacchetto - ma restano notevoli disparità tra gli stati. La nostra proposta
rappresenta un passo avanti importante per il raggiungimento di un più alto
livello di protezione”. Le modifiche - che ora dovranno essere approvate dai
governi - riguardano la direttiva sulla qualifica e sullo status delle persone
bisognose di protezione internazionale e la direttiva sulle procedure di asilo.
Per la prima, la
Commissione chiede di ampliare la durata dei permessi di soggiorno e l’accesso
all’assistenza sociale, all’assistenza sanitaria e al mercato del lavoro. Per
quanto riguarda invece la seconda direttiva, la Commissione vuole predisporre
una procedura unica che semplifichi e razionalizzi le procedure di asilo,
riducendo l’onere amministrativo a carico degli Stati membri e facilitandone
l’accesso. Bruxelles vuole inoltre rendere più efficace la procedura di esame
delle domande, anzitutto introducendo un termine generale di sei mesi per
ultimare le procedure di primo grado. Infine, le proposte della Commissione
mirano ad assicurare l’accesso dei richiedenti asilo a un ricorso effettivo in
linea con gli obblighi imposti agli Stati membri dal diritto comunitario e
internazionale. (Migranti-press)
"L'emigrazione non conosce crisi"
Settecento milioni
di persone adulte, soprattutto africane - cioè circa il 16 per cento
dell'intera
popolazione mondiale - sono pronte ad emigrare permanentemente
per cercare un
futuro migliore nel nord del mondo, nonostante le difficoltà
suscitate dalla
crisi economica globale anche nei Paesi ricchi. È quanto
emerge da uno
studio dell'istituto Gallup presentato ad Atene al terzo Forum
globale per
l'emigrazione e lo sviluppo (Gfmd), aperto ieri dal presidente
greco Karolos
Papoulias. "Nella maggioranza dei Paesi, il desiderio delle
popolazioni di
cercare una nuova collocazione non è minimamente diminuito
per effetto della
crisi economica globale", ha detto Neli Esipova, che ha
diretto la ricerca
Gallup sulle migrazioni globali. Secondo lo studio
Gallup, la
destinazione finale preferita dalla maggior parte di quanti
avendone
l'opportunità sarebbero pronti ad abbandonare i propri Paesi sono
gli Stati Uniti,
dove vorrebbero recarsi 165 milioni di persone. Seguono la
Gran Bretagna, la
Francia, la Spagna e l'Arabia Saudita, destinazioni
auspicate ciascuna
da meno di cinquanta milioni di persone. Lo studio
specifica che se
tutti i potenziali migranti vedessero i loro desideri
realizzati, alcuni
Paesi ricchi vedrebbero la loro popolazione aumentare
notevolmente e
alcuni Paesi poveri la vedrebbero notevolmente diminuire. In
base alla ricerca,
la popolazione di Singapore sarebbe triplicata e quelle
di Arabia Saudita,
Nuova Zelanda e Canada aumenterebbero rispettivamente del
180, 175 e 150 per
cento, mentre Paesi come la Sierra Leone, Haiti ed El
Salvador
vedrebbero la propria popolazione dimezzata. Nel presentare tali
dati, Esipova ha
comunque specificato che la realtà non corrisponde ai
desideri. Ad
esempio solo il 49 per cento di quanti hanno risposto alla
ricerca nell'Asia
centrale ha espresso il desiderio di muovere verso Nazioni
dell'ex Unione
Sovietica, mentre in effetti in tali Nazioni si reca il 95
per cento dei
migranti dall'Asia centrale. Il Gfmd ha l'obiettivo di
favorire il
dialogo tra Paesi di origine dell'emigrazione e quelli di arrivo.
Oss. Rom. 4
Ue, slitta il summit sulle nomine
Altre
consultazioni per le due cariche previste dal Trattato di Lisbonadi – di FRANCESCA
PIERANTOZZI
PARIGI - Fatta
l’Europa, bisogna fare gli europei, o almeno il loro Presidente e l’alto rappresentante
per la Politica estera. E la cosa potrebbe prendere più tempo del previsto. Se
il Trattato di Lisbona entrerà in vigore il primo dicembre prossimo (la data è
ufficiale), la presidenza svedese dell’Unione non ha nascosto ieri la necessità
di «vederci un po’ più chiaro» prima di fissare la data del summit
straordinario da cui dovranno uscire le nomine delle più alte cariche della
nuova Europa. Sembra dunque ormai improbabile che il vertice possa tenersi già
il 12 novembre, come preventivato, e consultazioni «sono in corso con il
presidente di turno Fredrik Reinfeldt». Ieri sera la presidenza svedese si è
limitata a confermare che «il vertice straordinario dovrà svolgersi entro la
fine di novembre». In compenso il ministro per gli affari europei svedese
Cecilia Malmstrom ha affermato solennemente che il trattato sarà in vigore il
primo dicembre. «Il mio collega ceco - ha detto la Malmstrom - è già in viaggio
per Roma per depositare lo strumento di ratifica della Repubblica ceca».
Sui nomi delle due
più alte cariche dell’Europa di Lisbona manca però sinora un accordo. Ieri il
ministro francese agli Affari europei Pierre Lellouche ha ribadito la
difficoltà dell’affare e i rischi di trasformare la nuova Europa «in qualcosa
di incomprensibile». La divisione dei compiti tra il nuovo Presidente e il
nuovo Superministro degli Esteri - entrambi uomini «forti» in base alle nuove
istituzioni - «è la questione più delicata che ora dobbiamo trattare». Per
questo la presidenza svedese ha deciso di prendere tempo. Una prima occasione
per raggiungere un accordo, o almeno per chiarire le proprie posizioni, ci sarà
il 9 novembre, quando tutti i leader dell’Unione si troveranno a Berlino per il
ventennale della caduta del Muro. Di sicuro sul nuovo alto rappresentante della
politica estera dell’Unione, mister Pesc, potrà dire la sua anche il presidente
della Commissione Josè Manuel Barroso. Lo ha chiarito ieri mattina la sua
portavoce Pia Ahrenkilde Hansen, affermando che Barroso attende questa nomina
per potere finalizzare la nuova squadra.
«La scelta del
nuovo alto rappresentante è del Consiglio europeo - ha detto la Hansen - ma
essendo anche vice presidente della Commissione, Barroso deve dare il suo
accordo sul nome». La portavoce ha precisato che «il presidente si augura che
la scelta dei leader possa essere fatta molto rapidamente in modo tale da
potere avere al più presto una Commissione operativa, in grado di fare fronte
alle sfide della crisi e del cambio climatico». Per ora il favorito resta il
ministro degli esteri britannico David Miliband, tallonato dall’ex ministro
degli esteri italiano Massimo D’Alema. Per la carica di Presidente, invece, si
profila la candidatura di compromesso dell’ex premier finlandese Paavo
Lipponen. IM 5
D'Alema ministro degli Esteri Ue: «Il suo passato sarebbe un problema»
Il rappresentante
polacco: «Ha trascorsi comunisti». Poi la precisazione: da Varsavia nessun veto
BRUXELLES - I
Paesi dell'Est europeo ex comunisti non vogliono un ex comunista come prossimo
ministro degli Esteri dell'Unione europea. Lo ha detto Tombinski, ambasciatore
della Polonia presso la Ue a Bruxelles, parlando dell'ipotesi della candidatura
di Massimo D'Alema al posto di Alto rappresentante degli Affari esteri
dell'Unione europea istituita dal Trattato di Lisbona. «D'Alema è un problema»,
ha dichiarato Tombinski. Poi però è arrivato il chiarimento del suo portavoce:
«Sarebbe meglio avere una persona la cui autorità non può essere contestata a
causa delle sue appartenenze politiche passate». Ma nel concreto, ha spiegato,
la Polonia non si oppone ad alcuna candidatura.
CANDIDATI -
D'Alema è una delle personalità il cui nome è stato avanzato per coprire la
carica. L’ambasciatore ha detto che «gli organi d'informazione italiani hanno
parlato molto di D’Alema, ma il suo nome non è stato fatto al Consiglio Ue.
Però è stato menzionato più volte in passato come affidabile e autorevole».
Alla domanda su cosa pensasse di David Miliband, attuale ministro degli Esteri
britannico e in prima posizione secondo gli scommettitori inglesi, Tombinski ha
risposto che «Milliband è il nome più pronunciato, anche perché le possibilità
di Tony Blair stanno diminuendo ma potrebbe anche ritornare, niente è escluso».
Crescono intanto le quotazioni del premier belga Herman Van Rompuy, del premier
olandese Jan Peter Balkenende, che per l'ambasciatore di Varsavia, «sta facendo
campagna in modo molto attivo attraverso i suoi collaboratori».
BERLUSCONI -
Secondo alcune indiscrezioni, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi,
avrebbe chiamato le cancellerie europee per spiegare che quella dell'esponente
del Pd «è una candidatura forte». Secondo quanto si apprende il Cavaliere
avrebbe sentito diversi leader europei, tra cui Nicolas Sarkozy e Angela
Merkel. Non solo: il presidente del Consiglio avrebbe sondato anche altre
cancellerie, come quella inglese e quella portoghese. Contatti aperti (anche
tra Berlusconi ed esponenti del Partito socialista europeo) per portare D'Alema
a Bruxelles. Il ministro degli Esteri Franco Frattini al riguardo ha ribadito
la posizione del governo italiano: «Se emergesse in concreto la proposta del
Partito socialista europeo di D'Alema, noi la sosterremmo con convinzione. È
chiaro che avere un italiano in un posto così importante è comunque un onore e
un orgoglio per l'Italia». CdS 5
Ue, Berlusconi conferma sostegno "D'Alema è una candidatura
forte"
Il governo
italiano è pronto ad appoggiare il suo nome come ministro degli Esteri europeo
- Lo ha detto il premier al Pdl. "Ma la prima mossa non spetta
all'Italia" ha precisato Formigoni
BRUXELLES - Il
governo italiano conferma il sostegno alla candidatura di Massimo D'Alema alla
guida della politica estera dell'Ue. Una posizione che il presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi avrebbe ribadito nel corso di una serie di contatti
avuti nei giorni scorsi con le cancellerie europee per spiegare che quella di
D'Alema "è una candidatura forte". E che ha confermato oggi nel corso
di una riunione dell'ufficio di presidenza del Pdl. Tanto che a questo punto la
strada per Bruxelles sembra definitivamente spianata per D'Alema, anche perché
fonti riferiscono di un possibile ritiro della candidatura dell'inglese David
Milliband, l'eventuale maggiore antagonista dell'esponente del Pd.
A riferire del
rinnovato appoggio espresso da Berlusconi a D'Alema è il governatore della
Lombardia, Roberto Formigoni. "Sia Berlusconi che tutto l'ufficio di
presidenza hanno sottolineato che se D'Alema sarà il candidato italiano il
governo darà il suo appoggio, ma la prima mossa non spetta all'Italia" ha
affermato Formigoni. "Il governo appoggerà la candidatura di D'Alema che è
una persona eminente del nostro Paese" ha aggiunto.
Un giro
d'orizzonte che certo rafforza la posizione di D'Alema, ma rappresenta solo un
primo passo nella delicata trattativa che coinvolge i governi e i gruppi
parlamentari europei. In sostanza, si rileva in ambienti della maggioranza in
Italia, siamo solo agli inizi di un percorso, a una fase istruttoria che sarà
approfondita in successivi appuntamenti internazionali.
Secondo quanto
scrive l'agenzia Agi, il Cavaliere avrebbe sentito diversi leader europei, tra
cui Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. Non solo: il presidente del Consiglio
avrebbe sondato anche altre cancellerie, come quella inglese e quella
portoghese.
Già il 30 ottobre
quando si era parlato per la prima volta dell'ex presidente del Consiglio per
l'incarico di ministro degli Esteri europeo, palazzo Chigi aveva fatto sapere
di seguire la situazione e che nel caso i leader del Partito socialista europeo
avessero optato per D'Alema il governo avrebbe valutato la candidatura con
"serietà e responsabilità".
Anche oggi il
ministro degli Esteri Franco Frattini ha ribadito il sostegno del governo,
tanto che gli osservatori ipotizzano un esito positivo della vicenda. Oggi
tuttavia è emersa una voce contraria a D'Alema, smentita però poche ore dopo.
Infatti l'ambasciatore polacco Jan Tombinski, rappresentante permanente di
Varsavia presso la Ue, ha detto stamane che "avere un ex comunista come
ministro degli Esteri dell'Ue sarebbe un problema per i Paesi dell'ex Patto di
Varsavia".
Prontamente è
arrivata però la smentita del portavoce della rappresentanza permanente della
Polonia presso l'Ue: la Polonia, ha precisato il portavoce, non si oppone ad
alcuna candidatura per il posto di Alto rappresentante Ue per la politica
estera, compresa quella di Massimo D'Alema.
L'ambasciatore
Tombiski aveva detto che per la carica di Alto rappresentante per la politica
estera Ue istituita dal Trattato di Lisbona "sarebbe meglio avere una
persona la cui autorità non può essere contestata a causa delle sue
appartenenze politiche passate". LR 5
Roma - Dal 9 al 12
novembre nella Basilica di San Pietro si terrà il VI Congresso Mondiale della Pastorale
per migranti e rifugiati incentrato sul tema "Una risposta pastorale al
fenomeno migratorio nell’era della globalizzazione".
Ad aprire il VI
Congresso sarà la concelebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Tarcisio
Bertone, segretario di Stato vaticano e dall’inaugurazione di monsignor Vegliò,
seguiti dagli interventi di Renato Schifani, presidente del Senato, di William
Lacy Swing, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le
Migrazioni (Iom), di Laurens Jolles, rappresentante Regionale per l’Europa
dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), di padre
Pierre Martinot-Lagarde, SJ, consigliere speciale per gli Affari
Socio-Religiosi e Partenariati Speciali dell’Organizzazione Internazionale del
Lavoro (Ilo), e dell'arcivescovo Agostino Marchetto.
Interverranno
quindi Stefano Zamagni, docente al Dipartimento di Scienze Economiche
dell’Università di Bologna, il cardinale John Njue, arcivescovo di Nairobi, il
cardinale Jean-Baptiste Pham Minh Mân, arcivescovo di Thàn-Phô Hô Chí Minh, e
il Cardinale Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di San Paolo
Martedì 10
novembre prenderanno la parola padre Gabriele Parolin, superiore regionale dei
Missionari Scalabriniani per l’Europa e l’Africa, monsignor Paul Ruzoka, arcivescovo
di Tabora, monsignor Renato Ascencio León, vescovo di Ciudad Juárez, monsignor
Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio
d’Europa, monsignor Josef Voss, presidente della Commissione Episcopale per i
Migranti della Germania, e i delegati fraterni del Consiglio Ecumenico delle
Chiese, del Patriarcato Ecumenico, della Comunione Anglicana e della
Federazione Luterana Mondiale.
Il giorno dopo,
l’11 novembre, interverranno Daniela Pompei della Comunità di Sant’Egidio, John
Klink, presidente della Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni,
monsignor John Charles Wester, vescovo di Salt Lake City, monsignor Giovanni
Innocenzo Martinelli, Ofm, vicario apostolico di Tripoli, e monsignor Giorgio
Caniato, ispettore generale dei Cappellani del Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria e del Dipartimento della Giustizia Minorile
in Italia.
Il VI Congresso,
al quale è prevista una partecipazione di 320 persone, si chiuderà il 12
novembre con la proposta del testo del Documento Finale nelle sue tradizionali
tre parti: evento, conclusioni e raccomandazioni. (aise)
La guerra al terrore. Afghanistan, feriti quattro italiani. L'Onu ritira il
personale straniero
Fra cinque giorni
inizierà il rientro di 400 soldati italiani - "I parà non sono in pericolo di
vita". E le Nazioni Unite richiamano 600 dipendenti: "Questione di
sicurezza"
KABUL - In una
situazione di crescente insicurezza, l’Onu riduce la sua presenza in
Afghanistan. Le Nazioni Unite hanno infatti deciso di richiamare dal tormentato
Paese il personale straniero non essenziale: almeno 600 dipendenti non afghani
che saranno temporaneamente dislocati in altre posizioni, ha spiegato un
portavoce. «Rimarranno solo coloro considerati essenziali... E la decisione
ovviamente è per garantire la sicurezza di tutto il nostro staff in
Afghanistan». Le Nazioni Unite (che hanno in Afghanistan circa 5.000
dipendenti, l’80 per cento dei quali sono afghani) hanno giocato un ruolo
chiave nell’organizzazione delle elezioni del 20 agosto nel Paese, e le agenzie
come l’Unicef sono impegnate in programmi fondamentali in campo educativo,
sanitario e non solo. L’Onu ha smentito che si tratti di un ordine di
evacuazione o di ritiro dal Paese, e ha comunque assicurato che farà il possibile
per ridurre l’impatto negativo che la misura può avere sui programmi avviati.
«L’Onu è nel Paese da più di mezzo secolo e non lasceremo il Paese
definitivamente», ha assicurato il portavoce Aleem Suddique.
La decisione
arriva otto giorni dopo l’attentato talebano alla foresteria a Kabul in cui
morirono 5 dipendenti Onu; e nel giorno in cui i soldati italiani sono tornati
nel mirino dei talebani. Un ordigno è esploso al passaggio di una pattuglia di
parà nell’ovest del Paese: quattro militari sono rimasti feriti, ma nessuno è
in gravi condizioni. «Il blindato Lince su cui erano a bordo è stato
danneggiato, ma ha garantito la necessaria protezione agli occupanti. I quattro
parà sono praticamente illesi», ha assicurato Marco Mele, il portavoce del contingente
italiano a Herat. Intanto comunque il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha
confermato che fra cinque giorni comincia il rientro dei 400 soldati inviati
dall’Italia per il periodo elettorale.
Rimane la
preoccupazione per la situazione di instabilità generale. Il ministro degli
Esteri, Franco Frattini, ha detto che il presidente Hamid Karzai deve fare di
più per la sicurezza. «Le condizioni di sicurezza sono sempre state critiche.
Lo sapevamo e lo sappiamo. Fortunatamente anche i nostri mezzi blindati salvano
molte vite dei nostri militari, così come anche l’attività di prevenzione. Ma
ora il governo Karzai dovrà fare molto di più per la sicurezza e la formazione
delle forze di polizia e per dare agli afghani un governo in tempi rapidi». Quanto
alla sua contestata rielezione, il titolare del Quai d’Orsay, Bernard Kouchner.
ha detto che è «corrotto», ma ha ribadito che l’Occidente non ha alternative a
lavorare con lui. «Karzai è corrotto, ma dobbiamo legittimarlo». LS 5
Gli Usa, la crisi e il voto. Obama, quando il carisma non basta
UN CAMPANELLO
d’allarme o un incidente di percorso la sconfitta di Obama e del Partito
democratico nel primo mini-test elettorale ad un anno dall’elezione del nuovo
presidente? Probabilmente né l’uno né l’altro ma forse qualcosa di peggio che
da qui alle elezioni del 2010 potrebbe mettere Obama in seria difficoltà fino a
pregiudicare la sua rielezione nel 2012.
I tre Stati
principali in cui si è votato ieri hanno ciascuno le loro specificità che
giustificano largamente i risultati ottenuti. Cominciamo dalla rielezione di
Michael Bloomberg a sindaco di New York per la terza volta, in contraddizione
con una legge che prevedeva solo due mandati e che ha dovuto essere cambiata
per permettergli una nuova candidatura. Bloomberg è fondatore e proprietario
del noto sistema di informazioni finanziarie che lungi dal limitarsi ad
informare promuove alcune delle più lucrose e qualcuno afferma spericolate
operazioni finanziarie. In una New York che sta rialzando la testa dopo la crisi
del 2008, dove ricominciano a circolare inattesi profitti e generosi bonus e
dove sostanzialmente nulla è cambiato da un anno a questa parte, era naturale
che alla City Hall venisse riconfermato un manager e un finanziere. Competere
con uno che si sente, e lo dice apertamente, indispensabile per affrontare la
crisi attuale e che dispone di un patrimonio di 17 miliardi di dollari o giù di
lì e che secondo calcoli attendibili ha speso 250 milioni di dollari nelle tre
campagne elettorali, era impresa quasi impossibile e in effetti il candidato
democratico Thompson ha svolto la campagna di chi sa di averla perduta in
partenza. Diversi i casi della Virginia e del New Jersey dove era in palio il
governatorato. La prima aveva votato Obama nel 2008, ma era un voto più di
speranza che di convinzione dato che in passato la Virginia aveva votato quasi
sempre repubblicano. Le speranze sono appassite davanti ad una disoccupazione
che continua a crescere ma anche alla controversa riforma sanitaria su cui i
guru repubblicani sono riusciti a porre il marchio del socialismo. Più grave e
significativa la sconfitta del New Jersey da sempre una vera e propria riserva
di voti democratici. Ma anche qui per la sconfitta del governatore in carica
Yon Corzine c’è una spiegazione convincente: la corruzione e la confusione che
ha funestato la vita del piccolo ma importante Stato negli ultimi anni. Nel New
Jersey è successo di tutto: amministratori sotto processo, traffico di organi
umani, infiltrazioni mafiose, sindaci costretti alle dimissioni e chi più ne ha
più ne metta. Era comprensibile che l’elettorato dicesse basta e cambiasse
cavallo. Nel complesso tenendo conto degli altri risultati sparsi un po’ in
tutta l’America la giornata elettorale si è chiusa pur senza grosse differenza
a favore dei repubblicani che dopo la batosta subita un anno fa e la relativa
crisi di organizzazione e di identità ad essa seguita hanno oggi motivo di
recuperare fiducia e di guardare con qualche ottimismo al traguardo ben più
importante del 2010. Per Obama più che una sconfitta è il segnale di un declino
di influenza e dell’iniziale logoramento del suo famoso carisma. L’uscita dalla
crisi, dichiarata quasi giornalmente riguarda Wall Street, i buoni risultati di
alcune banche e una serie di situazioni che si manifestano nel Paese a macchia
di leopardo. Ma per l’americano medio la crisi continua e anzi per certi
aspetti si sta inasprendo. Continua a crescere la disoccupazione, si stanno
esaurendo le fonti di un welfare troppo angusto e troppo occasionale per
offrire un minimo di sicurezza e gli stimoli finanziari ad un’economia ancora
in letargo danno risultati troppo limitati ed episodici. Il Paese sta
attraversando un periodo di incertezza e di frustrazione. Della nuova economia
di cui Obama aveva fatto uno dei suoi leitmotiv elettorali non c’è ancora
traccia, il dollaro si sta erodendo di settimana in settimana, una qualche
soluzione per l’Afghanistan non è neppure oggetto di discussione e resta ancora
incerta ogni decisione sull’invio di nuove truppe. Gli americani non sopportano
le incertezze. Abituati a decisioni chiare e rapide perdono quelle sicurezze e
quell’ottimismo che sono nel loro Dna. È il maggior pericolo per Obama: quello
di non riuscire a dare al Paese una prospettiva sicura e un percorso
relativamente certo. L’altra grande crisi vissuta dall’America alla quale si fa
frequente riferimento, quella degli anni Trenta, era ben più grave e drammatica
di quella attuale. Ad essa ha legato il suo nome uno dei più grandi presidenti
di tutta la storia americana. Franklin Delano Roosevelt riuscì ad attenuare gli
effetti ma, e la storiografia è oggi d’accordo, non certo a risolverla. Solo lo
scoppio della seconda guerra mondiale rimise in moto i motori dell’economia. Ma
Roosevelt riusciva a parlare al Paese, a mantenere il contatto con la gente e
nei suoi regolari colloqui del caminetto a spiegare le ragioni delle sue
politiche, ad esorcizzare la paura ed a mantenere le speranze per il futuro. Fu
quello l’elemento che riuscì a tenere insieme il Paese in uno dei suoi momenti
più difficili.
La sfida di Obama
in una fase che si preannuncia ancora lunga è quella di imitare il grande
presidente e di imparare a parlare alla gente con una nuova retorica, quella
della fiducia e della speranza. GIUSEPPE
MAMMARELLA IM 5
Che il
Dipartimento di Stato esprima «disappunto» in ordine a una sentenza resa da un
giudice italiano, è un fatto tutt'altro che banale. Nel linguaggio delle
cancellerie, quello che un portavoce governativo usa in una dichiarazione che
si riferisce a uno Stato straniero, il termine disappunto denota a dir poco una
notevole irritazione.
E francamente,
l’intera vicenda giudiziaria seguita al rapimento di Abu Omar e, soprattutto,
la circostanza che gli imputati americani abbiano subito condanne rilevanti
(fino ad otto anni di reclusione per Robert Seldon Lady, l’imputato maggiore ed
ex capo della Cia di Milano) mentre i principali imputati italiani ne escono
indenni grazie alla segretazione imposta dal governo italiano, è difficile da
spiegare all’opinione pubblica americana. La sentenza pronunciata dal giudice
italiano sarà perfettamente corretta ma a un americano appare tendenziosa, se
non inverosimile. I commenti subito apparsi nei media d'Oltreoceano lo
dimostrano d’altronde ampiamente.
Di questa
prevedibile reazione dell’opinione pubblica il Dipartimento di Stato si fa
dunque interprete. Ma va detto che l’irritazione di Washington ha origini più
lontane e più profonde. Il sistema cosiddetto della «rendition», cioè la
pratica di prelevare dovunque esse si trovino persone gravemente indiziate di
essere in via di preparare atti terroristici e proteggere così la popolazione
civile, è nata ed è stata teorizzata sotto l’amministrazione Bush nei momenti
più drammatici della lotta al terrorismo. La reazione italiana a questa pratica
è stata nel passato, come ben sappiamo, ambigua: di comprensione da parte degli
organi preposti alla sicurezza, di rigetto da parte della maggioranza della
classe politica e anche di buona parte dell’opinione pubblica e di silenzioso
ma non esplicito assenso da parte del governo. La sentenza di Milano sancisce
che, per l’ordinamento italiano, tale pratica è inammissibile, che era
illegittima nel passato e che tale resterà nel futuro. Se tra gli organi
preposti alla sicurezza dei due Paesi vi furono a suo tempo delle intese
dirette a rendere possibile il sequestro di Abu Omar, esse - deducono gli
americani - furono prese irresponsabilmente e senza avere la possibilità di
garantire il segreto e l’incolumità di coloro che si trovarono a dover operare.
Il fatto che solo gli agenti della Cia siano condannati aggrava le cose, ma al
fondo della questione c’è la mancanza di volontà italiana di collaborare in un
aspetto importante della lotta al terrorismo o quanto meno l’incapacità di
attuare tale collaborazione.
Può darsi, anzi è
probabile, che le conseguenze che ne trarrà l’amministrazione Obama sul piano
politico e dei rapporti tra i due Paesi saranno meno severe di quelle che
avrebbe tratto Bush. Ma resta un elemento di distanza tra le due parti. Il
fatto che tre imputati americani siano poi stati assolti grazie all’immunità
diplomatica, per quanto ineccepibile poiché l’immunità risale a una formale
convenzione internazionale di cui Italia e Stati Uniti sono parti, aggiunge un
elemento di irrealtà all’intera vicenda. E’ più importante proteggere un
diplomatico - si chiede l’uomo della strada - che chi opera per la sicurezza
comune?
C’è un aspetto
rassicurante: nessuno dei 23 americani condannati si trova in Italia e certo si
guarderà bene dal farvi ritorno. Vi sarebbe da sorprendersi, ma di sorprese ce
ne sono già state parecchie, se dall’Italia si avviasse la procedura per
chiederne l’estradizione. BORIS
BIANCHERI LS 5
Afghanistan, la crisi di legittimità e la tentazione del ritiro
KABUL - L'annuncio
che il ballottaggio delle elezioni presidenziali non avrà più luogo non cambia
di molto le cose in Afghanistan. Con o senza il secondo round, questa tornata
elettorale non avrebbe mai potuto produrre un potere esecutivo legittimato. Con
la cancellazione delle elezioni del 7 novembre, i funzionari afgani stanno solo
perperpetuando la frode cominciata lo scorso agosto. Ciononostante non è questo
il momento, per gli alleati Nato, di ritirare le proprie truppe dal paese.
Quando la
Commissione per i ricorsi elettorali aveva dichiarato il primo turno
presidenziale compromesso da gravi frodi, l'intero processo elettorale ne era
uscito fortemente discreditato. Adesso l'Afghanistan ha un presidente che non è
stato eletto da una maggioranza della popolazione e che è stato dichiarato
vincitore solo perché l'unico a competere nella corsa. Non ci si dovrebbe sorprendere
più di tanto se il popolo afgano ha completamente perso fiducia nello Stato e
nelle sue deboli istituzioni.
Ma la stessa
comunità internazionale, per gli afgani, non è esente da responsabilità. E'
vero che le elezioni sono state gestite, per la prima volta, direttamente dal
governo afgano; ma la missione di assistenza dell'Onu in Afghanistan è stata
fortemente coinvolta nella preparazione. La comunità internazionale, Stati
Uniti e Gran Bretagna inclusi, si sono affrettati a dichiarare Karzai il netto
vincitore di un turno elettorale tutto sommato riuscito, anche se avanzando
alcune riserve di fondo.
Quell'endorsement
troppo precoce - così come l'accettare la conferma di Karzai come presidente
dopo un nocivo tiro alla fune sull'opportunità di tenere o meno una seconda
tornata elettorale - è costato alla Ue, agli Stati Uniti e all'Onu parte della
fiducia che hanno presso il pubblico afgano. Adesso che tale consenso è stato
eroso, i ribelli taliban si sono sentiti nella posizione di affermare che il
governo sostenuto dagli Stati Uniti non è riuscito a mantenere le proprie
promesse fatte sulle elezioni, consegnandogli una vittoria strategica di grandi
proporzioni.
E tutto ciò
avviene nel momento in cui la situazione della sicurezza del paese si è già
drammaticamente deteriorata. Le settimane prima delle elezioni del 20 agosto
sono state le più violente dal 2001. La sola giornata delle votazioni è stata
le più drammatica dalla caduta del regime talebano: si sono registrati 300
incidenti violenti, ed almeno 31 persone sono rimaste uccise.
I Taliban avevano
già promesso che sarebbero andati all'assalto sia degli elettori sia del
personale addetto allo spoglio, il prossimo 7 novembre. L'insicurezza di certe
aree, in particolare di etnia pashtun, avrebbe reso praticamente impossibile il
monitoraggio indipendente delle elezioni, e l'affluenza sarabbe stata
probabilmente molto minore che al primo turno. Alla fine, la propaganda taliban
avrebbe solo dovuto comodamente constatare come il processo elettorale non
porti ad alcun risultato concreto.
Cancellare il
secondo turno elettorale per poter fare cassa, oltre che per via delle minacce
talebane, non fa altro che peggiorare la situazione di illegittimità di questo
governo.
In ogni caso però
il fatto che Karzai sia finalmente stato "eletto", o installato, non
ha molta importanza adesso. Come presidente dell'Afghanistan per i prossimi
cinque anni, dovrà affrontare un doppio problema: far combaciare un debole
mandato elettorale con la risurrezione talebana e un'enorme, diffusa
corruzione.
Al cuore del
recente tumulto politico afgano c'è il fallimento nel costruire solide
istituzioni durante gli ultimi otto anni. L'intero sistema politico in
Afghanistan necessita di essere riformato e deve essere in grado di rispondere
al popolo afgano. Il sistema giuridico è stato malamente trascurato, e ha
contribuito ad una corruzione rampante. La fissazione dell'occidente con
l'ordinamento presidenziale ha contribuito all'istituzione di un potere
legislativo debole. La drastica revisione dell'assetto statale è la priorità
urgente. Ciò vuol dire che il governo afgano, sostenuto dai propri alleati
internazionali, dovrà rimettere mano alla costituzione. Il processo dovrà
svolgersi attraverso una loya jirga, o grande assemblea, ed ovviamente
comporterà che l'anno prossimo si tengano elezioni locali credibili.
Parte del problema
è che l'Afghanistan ha un assetto costituzionale fortemente centralizzato, a sorreggere
una società altamente decentralizzata. Una risposta a tale problema sarebbe
dare più poteri locali ai distretti e alle province, facendoli però comunque
rispondere a Kabul.
Dal canto suo, la
comunità internazionale dovrà riconoscere i difetti di un sistema che ha
contribuito a mettere in piedi. Dall'invasione del 2001 che ha rimosso i
Taliban dal governo, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno ripetutamente
optato verso soluzioni rapide e non sostenibili sul lungo periodo.
Trasformare
l'Afghanistan con successo sarà, senza dubbio, un lungo e doloroso processo,
con molti contrattempi. Ma questo non è il momento per l'Italia, gli Usa e gli
alleati europei di abbandonare la corsa. In fin dei conti, in Afghanistan
abbiamo la responsabilità di correggere gli errori che abbiamo compiuto.
CANDACE RONDEAUX, Analista
per l'Afghanistan, International Crisis Group
LR 5
Un’azione più liberale del Governo. Il cammino da riprendere
Se, nel 1994,
Berlusconi non fosse entrato in politica, la «gioiosa macchina da guerra» di
Occhetto avrebbe vinto le elezioni. Non è un merito da poco. Dovrebbero
riconoscerglielo anche i postcomunisti. Che, se fossero andati allora al
governo, non sarebbero approdati a un socialismo più democratico, anche se
ancora pasticciato. E quando è finito in minoranza si è sempre riproposto come
alternativa moderata e liberale. È un merito che la maggioranza degli italiani
gli ha riconosciuto riportandolo al governo. Qualcuno dice più per debolezza
dei suoi avversari che per forza propria; qualcun altro, per dabbenaggine degli
elettori. Ma in democrazia — che piaccia o no — contano i voti.
Al governo, ha
gestito bene le «emergenze», la spazzatura in Campania, il terremoto in
Abruzzo; in economia l’Italia ha retto meglio di altri Paesi la crisi
finanziaria; in politica estera — anche se spesso ha ecceduto nell’attribuirsi
meriti di mediatore mondiale che sarebbe stato difficile riconoscergli — ha
intessuto eccellenti rapporti con due Paesi vitali per gli approvvigionamenti
energetici dell’Italia, la Russia di Putin e la Libia di Gheddafi, nonché con
quelli del Mediterraneo. Ha pagato, però, un prezzo, forse troppo alto, nel
rapporto con Washington. È stato un «gestore di eventi» più che un uomo
politico con una «certa idea dell’Italia » da realizzare con forte
determinazione; pubblicamente liberale, gliene manca la personale convinzione.
Da ex uomo d’affari, tende a confondere il Consiglio dei ministri col Consiglio
di amministrazione di una società della quale è il presidente; a premiare chi
gli è «fedele » più di chi gli è (solo) «leale»; è insofferente di ogni
ostacolo — compreso il costituzionale equilibrio dei poteri — alla propria
volontà, non per inclinazione alla tirannia, ma per naturale vocazione
monopolistica.
Tre sono le riforme
«promesse e non realizzate » che il Berlusconi liberale dovrebbe impegnarsi ora
a portare avanti per dare un profilo diverso alla legislatura. Quella fiscale
(tre aliquote: zero, 23 e 33 per cento) e un taglio progressivo dell’Irap;
quella della pubblica amministrazione (riduzione della spesa e semplificazione
legislativa); quella giudiziaria (separazione fra pubblico ministero —
interprete del monopolio della legittima coercizione statuale — e il Giudice,
garante dei diritti dell’Individuo). Finora questo spirito riformatore e
liberale si è visto poco. Per molte ragioni e non solo per demerito del
governo. Hanno pesato i ritardi culturali del Paese; le resistenze corporative
e le vischiosità istituzionali; la crisi economica. Né il centrosinistra, una volta
al governo, ne sarebbe immune.
Ora, Berlusconi ha
l’opportunità di rilanciare l’azione liberale e riformista del suo governo. Se
lo farà, darà ragione a quegli elettori che, sognando il cambiamento, lo hanno
scelto perché «anti-italiano» e non, come qualche volta appare, «arci-italiano».
Piero Ostellino
CdS 5
Berlusconi usa il libro di Vespa per rispondere alle 10 domande
Il Cavaliere nega
di aver avuto una relazione con Noemi Letizia - "Mai pensato al Quirinale.
Di salute sto benissimo, lo dicono i fatti" - "Non ho usato i servizi
segreti contro qualcuno"
ROMA - Alla fine
risponde. Silvio Berlusconi sceglie l'ultimo libro di Bruno Vespa per
replicare, pur senza citarle, alle dieci domande che Repubblica gli pone da
mesi. Le stesse che avevano scatenato la querela al nostro quotidiano e a cui,
adesso, dopo averle ignorate per mesi, decide di rispondere. "Berlusconi -
dice Vespa - non ha ritenuto opportuno un dialogo, sia pure mediato, con il
quotidiano romano. Così sono state riformulate alcune domande che erano state
peraltro via via rilanciate anche da esponenti dell'opposizione". Ed ecco
allora le parole del premier.
1) Quando ha avuto
modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo di incontrarla e
dove? Ha frequentato o frequenta altre minorenni? Ricordiamo che il premier
partecipo' alla festa dei 18 anni della ragazza di Casoria. Subito dopo, la
richiesta di divorzio da parte di Veronica Lario. "Sono solo
calunnie" risponde il premier. Non ho avuto alcuna relazione con la
signorina Noemi".
2) Qual è la
ragione che l'ha costretta a non dire la verità per due mesi, fornendo quattro versioni
diverse per la conoscenza di Noemi? Domanda senza risposta, ammesso che Vespa
l'abbia formulata.
3) Non trova grave
che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità le
ragazze che la chiamano "papi"? Berlusconi a Vespa dice: "Ho
proposto incarichi di responsabilità soltanto a donne con un profilo morale,
intellettuale, culturale e professionale di alto livello.
4) Lei si è
intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008. Sono decine le
"squillo" secondo le indagini, condotte nelle sue residenze. Sapeva
fossero prostitute? E' stata la escort Patrizia D'Addario, a raccontare delle
sue frequentazioni con Berlusconi a palazzo Grazioli. Il premier replica
minimizzando: "C'era una cena con molte persone organizzata dalle
militanti dei club 'Forza Silvio' e 'Meno male che Silvio c'è'" alla quale
"all'ultimo momento si infilò anche Tarantini con due sue ospiti". Il premier non dice quello che è successo in
un successivo incontro, favorito dallo stesso Tarantini.
5) E' capitato che
"voli di Stato" senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle
sue residenze le ospiti delle sue festicciole? Anche in questo caso Berlusconi
smentisce: "La magistratura ha già archiviato la pratica al riguardo. Io non
ho mai utilizzato 'voli di Stato' in modo non lecito. Inoltre ho cinque aerei
privati che posso utilizzare in qualunque momento".
6) Può dirsi certo
che le sue frequentazioni non abbiano compromesso gli affari di Stato? Può
rassicurare il Paese che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di
ricatto?
Il Cavaliere nei
giorni scorsi aveva già negato di essere "ricattabile"."La
risposta - dice il presidente del Consiglio - vale per oggi come per il
passato, in quanto io non mi sono mai lasciato ricattare da nessuno, né mi sono
mai comportato in modo per cui un simile evento si potesse verificare. Quando
nei miei confronti sono state avanzate richieste che secondo il giudizio mio e
dei miei legali si configuravano come ricattatorie (vedi il caso Zappadu, ndr),
mi sono immediatamente rivolto all'autorità giudiziaria".
7) Le sue condotte
sono in contraddizione con le due politiche: lei oggi potrebbe ancora
partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una
prostituta? Il premier non risponde, ma è probabile che Vespa dedichi a
Veronica Lario un capitolo del suo libro.
8) Lei ritiene di
potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E ,se lo esclude,
ritiene di poter adempiere alla funzione di presidente del Consiglio? In passato
il premier non ha mai nascosto le sua ambizioni. Oggi, invece, nega di aver mai
pensato di candidarsi "alla presidenza della Repubblica" e rilancia
il nome di Gianni Letta. "Come molti ricorderanno - prosegue il premier -
ho ripetutamente indicato a titolo di suggerimento, affinchè dal Parlamento
possa essere compiuta la scelta migliore, un candidato che ritengo sia il
migliore in assoluto".
9) Lei ha parlato
di un "progetto eversivo" che la minaccia. Puo' garantire di non aver
usato nè di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati,
giornalisti? Risposta: "I violenti attacchi contro di me, sempre avulsi da
ogni attinenza alla realtà e frutto solo di preconcetta ostilità, sono sotto
gli occhi di tutti. Ma non ho certo mai pensato di impiegare queste risorse
contro alcuno".
10) Alla luce di
quanto emerso in questi mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni
di salute? Il Cavaliere replica: "A questa domanda rispondono i fatti. Da
quella data a oggi le mie condizioni di salute, a parte un fastidioso
torcicollo ormai debellato e la scarlattina che ho avuto a fine ottobre, sono
infatti quelle che mi hanno permesso di proseguire e completare sedici mesi di
fittissimi impegni che per brevità così riassumo: 170 incontri internazionali,
25 vertici multilaterali, 9 vertici bilaterali, 80 conferenze stampa, 66
consigli dei ministri, 91 interventi e discorsi pubblici a braccio. Cosa avrei
fatto se non fossi stato ammalato?"
LR 5
“Berlusconi? Cade a marzo”. Intervista a Daniele Luttazzi
Il satirico più
amato e odiato d’Italia non si ferma. Nuova stagione teatrale, tournèe musicale
per i club, palestra comica nel suo blog, blitz a RaiNews24 e un libro per
Feltrinelli. Daniele Luttazzi è ovunque, tranne che in tivù. E ha una certezza:
“Silvio Berlusconi è finito, a marzo cade”.
Perché riprendere
la parodia di Susanna Tamaro?
“In origine era
uno spettacolo del ’96, l’autrice mi fece causa e la perse. La prima di una
lunga serie. L’ho riscritto per più di metà, il tono è satirico-surreale. Il
libro della Tamaro esprimeva tutti quei valori, per me decrepiti, che ne
spiegavano il successo. Valori da spazzare via con la satira: si percepiva che
portavano con sé qualcosa di fascistoide. Ora quei valori sono diventati un
programma di governo. Un incubo esistenziale per molti. Non a caso adesso
l’autrice scrive per Famiglia Cristiana”.
Lo spettacolo
comincia con un’affermazione impegnativa: “Questo monologo celebra la fine del
regno birbonico”.
“Con la bocciatura
del Lodo Alfano, Berlusconi giustamente dovrà andare a processo. Tutto un
sistema di potere che convergeva sulla sua figura si dissolverà come neve al
sole. Credo verso marzo. Andremo a elezioni anticipate, governo tecnico,
eccetera. Berlusconi è finito: do questa bella notizia ai lettori. Ora bisogna
occuparsi di chi Berlusconi ce l’ha messo. Ovvero gli italiani. Berlusconi è
l’ennesima espressione dell’eterno fascismo italico, che come un fiume carsico
viene ciclicamente in superficie e provoca danni. Come diceva Petrolini quando
qualcuno dal loggione lo importunava: “Io non ce l’ho con te, ce l’ho con
quello accanto a te che non te butta de sotto”. Ecco: gli italiani sono quelli
accanto a lui. Berlusconi è finito, il berlusconismo no”.
Se gli italiani
restano malati di fascismo congenito, perché Berlusconi cadrà a marzo?
“Alcuni indicatori
- settori della finanza, economia, politica, industria, Vaticano, USA -
segnalano, come un aumento di radon dal sottosuolo, che Berlusconi anche per
loro è superato. Da adesso fino a marzo sarà solo un problema di tempi tecnici.
Berlusconi andrà a processo, verrà condannato e materialmente salterà. E’ stato
già mollato. Servono altri personaggi, dicono Fini. Lo Stato, a quel livello
cui noi non abbiamo accesso, non può permettere che uno come Berlusconi
demolisca i fondamenti della Costituzione”.
C’entra anche
l’immagine dell’Italia all’estero?
“Un po’ sì. Non è
possibile che gli italiani siano diventati lo zimbello d’Europa per colpa di
una persona malata, che ha problemi con le donne e con l’universo mondo. Questo
però, attenzione, è solo l’epifenomeno. E’ molto più grave che Tremonti e
Berlusconi, da un punto di vista economico, non abbiano fatto nulla per uscire
dalla crisi economica. Assolutamente nulla, anche se il Tg1 di Minzolini non lo
dice”.
Anche il Vaticano
ha scaricato Berlusconi?
“Sì. La Chiesa è
così: finché Berlusconi ha uno stalliere mafioso in casa, va bene. Falso in
bilancio, corruzione, leggi ad personam: okay. Se però Berlusconi va a letto
con una puttana, allora no, questo non si può fare. Spero che abbiano capito
che non esiste una persona più profondamente anticattolica di Berlusconi. I
suoi riferimenti sono altri, il suo stesso mausoleo non brilla certo per
simbolismi cristiani”.
Lei non è mai stato
tenero con il Pd. E’ diventato più indulgente dopo le primarie?
“No. Lo dicevo
anche due anni fa, in due interviste a Repubblica e Unità. Stavano tirando la
volata a Veltroni e mi chiesero cosa pensassi del Pd. Io risposi che il Pd era
un’inevitabile stronzata. Tagliarono domanda e risposta. Il Pd è un progetto
inconsistente e sbagliato. Anche la narrazione del Pd è inadeguata. Il Pd non
sa chi rappresenta: a chi parla? Cosa dice? Non lo sa. Va sempre in
televisione, ma parla a vanvera. Non ha alcuna efficacia. Sentire D’Alema che
parla di 'amalgama non riuscito' e vederli ancora impegnati nelle baruffe
chiozzotte, non stupisce. Però, anche qua: perché un satirico due anni fa c’era
arrivato e gli Scalfari no? Stanno ancora lì a fare propaganda”.
Chiederlo a lei fa
un po’ ridere, ma esiste un problema di libertà d’informazione?
“Certo.
All’origine di tutto c’è il conflitto di interessi berlusconiano. Inoltre, in
Italia, la voce libera da appartenenze non ha accesso. Esistono clan di
sinistra, clan di destra, chiesa, massonerie. Ciascuno difende interessi
particolari. Io aspetto ancora che Repubblica faccia una seria inchiesta sulla
Sorgenia di De Benedetti, sui progetti Sorgenia di produrre energia bruciando
paglia o metano ad Aprilia e in Val D’Orcia. Oltretutto il progetto Aprilia fu
autorizzato da Pierluigi Bersani, quando era ministro. E aspetto ancora che
qualcuno chieda conto ai maggiori propagandisti italiani della guerra in Iraq,
Giuliano Ferrara e Carlo Rossella, delle centinaia di migliaia di morti
innocenti. L’ottava puntata di Decameron parlava di questo, ma mi hanno sospeso
alla quinta”.
Internet è più
libero?
“Su Internet ho
enormi riserve. Innanzitutto è un Panopticon micidiale: i carcerati sono anche
i carcerieri. Chi interviene in un blog, è osservatore e osservato. I suoi
gusti sono monitorati sempre. La tua personalità viene trasferita interamente
in Rete, fino al caso micidiale di Facebook. A quel punto non avrai più difese:
c’è un’area del pudore che Internet violenta costantemente. Baudelaire diceva
che l’artista è sempre quello che mantiene viva la sua vulnerabilità, la sua
sensibilità. Quello che non viene ottuso dall’alienazione. Se non ti proteggi,
ti offri alla violenza. Il web diventa uno spazio molto impudico. Inoltre il
web favorisce il populismo, come dimostra il caso Grillo. Fra l’altro, la sua
'democrazia dal basso' non è che marketing partitico in cui sono esperti quelli
della Casaleggio Associati, la società che ne segue le mosse. Il modello è la
guerrilla advertising del Bivings Group”.
Però almeno Grillo
ha sciolto l’ambiguità: non più satirico, ma politico. Quello che lei gli aveva
chiesto dopo il primo V Day.
“Sì e no.
L’ambiguità non è stata risolta completamente. Grillo ha creato un partito. Da
quel momento, ogni suo punto di vista è pregiudiziale. Fine della satira.
Adesso i suoi sono comizi. A pagamento. La satira è politica, ma l’attività
partitica è un’altra cosa. Al Franken, grande satirico, si è candidato coi
democratici, ora è senatore, e ha subito smesso di fare spettacoli satirici.
Grillo no”.
Il satirico, in
tutto questo, che ruolo ha?
“Far ridere
commentando i fatti. Quando funziona, i bersagli non ridono. Il satirico
inquadra il problema e lo mette in prospettiva. Non dà indicazioni su come
comportarsi o dire per chi votare, ma fa sì che ognuno si interroghi e cominci
un percorso personale di approfondimento. L’arte fa questo: ha tempi più lunghi
della politica, ma è inesorabile. Rimane. La satira ha il ruolo della poesia:
apparentemente nullo. Ma bisogna credere in ciò che si fa. Poi, una volta
scoperte certe cose, il pubblico potrà anche rimpiangere il Matrix di prima,
perché magari aveva un buon sapore. Ma il compito del satirico resta quello:
provare a svelare il Matrix”.
Molti satirici si
sono avvicinati a Di Pietro. Lo stesso Travaglio, da lei “lanciato” in tivù,
non lo nasconde. Luttazzi no. Perché?
“Sarebbe un
atteggiamento di parte. La satira non è propaganda per questo o quel partito.
Con la sua arte, il satirico ricrea un’agorà in cui suggerisce dubbi e lascia
liberi di decidere. L’arte ha tempi più lunghi della politica, ma è
inesorabile. La satira ha una sua nobiltà, di tipo artistico, molto più potente
della semplice denuncia partitica. L’artista è il primo che deve mettersi in
discussione, non deve credere di avere sempre ragione. Si tratta di rispettare
il pubblico, non di plagiarlo. Io ho ricevuto una solida educazione cattolica.
Agli inizi mi capitava di dire battute sulla religione che mi facevano molto
ridere, anche se non le condividevo ideologicamente. Dopo vent’anni, ho
scoperto che quelle mie battute avevano ragione. Devi fidarti della piccola
verità che c’è in una risata. La satira ti rende terzo a te stesso”.
Tutte queste cose,
lei potrebbe dirle da Santoro, ma non ci va. Non potrebbe sfruttare lo spazio
come Sabina Guzzanti?
“E’ una buona
obiezione, ma io conosco il potere del contesto. Ho rifiutato anche Celentano e
la conduzione di Sanremo: certi contesti sono più forti di te. Basta leggere McLuhan.
Se vai a Sanremo, sei Sanremo. Non sei tu”.
Michele Santoro
non è Sanremo. C’è Vauro, c’è Travaglio.
“Vero, ma anche lì
c’è un contesto. Santoro è in onda per ordine di un giudice. La dirigenza Rai
ha detto esplicitamente che, se potesse, lo farebbe subito fuori. Io non vado
in un posto che è una riserva e un altro deve garantire per me. La satira è
libera. Quando accetti anche solo un controllo minimo, hai accettato un limite
alle tue opinioni. La satira non può avere limiti, a parte quelli di legge”.
Tutto bello, ma
così lei si preclude una fetta smisurata di pubblico.
“Non faccio satira
'per andare in tv'. Ci vado se posso fare satira. La satira è come un’arte
marziale. Quando porti il colpo, la forza che ci metti è l’ultimo dei problemi.
Posso colpirti con molta più efficacia col minimo di potenza, se so il fatto
mio. Infatti io non colpisco mai a vuoto. A differenza del Pd”. Andrea Scanzi, MicroMega
5
Il Pd: "Pseudo risposte alle 10 domande. Il premier venga in
Parlamento"
Berlusconi affida
al libro di Bruno Vespa la replica alle questioni poste da Repubblica -
Opposizioni polemiche. Rosy Bindi: "Non ha il senso delle
istituzioni"
ROMA - Silvio
Berlusconi ha deciso di rispondere (senza citarle espressamente) alle domande
di Repubblica sulle pagine dell'ultimo libro di Bruno Vespa. E' lo stesso
conduttore di Porta a Porta ad annunciarlo. La scelta del premier è criticata
dall'opposizione per i modi e i contenuti.
"A quanto
pare c'è modo e modo di esercitare i doveri di trasparenza e correttezza
istituzionale. Un presidente degli Stati Uniti risponde in pubblico e nelle
sedi istituzionali all'accusa di aver mentito sulla propria vita privata",
ha detto Rosy Bindi, vicepresidente della Camera, che ha aggiunto: "Un
presidente del Consiglio italiano lo fa nel libro di un giornalista televisivo.
La differenza tra i due basta a dimostrare chi ha senso della dignità dello
Stato e chi no. Berlusconi si illude - aggiunge Bindi- se immagina che basti
questo a sgombrare il campo dagli interrogativi politici che lui stesso ha
alimentato nell'ambigua commistione tra le sue responsabilità pubbliche e la
sua vita privata".
Il senatore del
Pd, Luigi Zanda, ha espresso stupore e amarezza per il fatto che il presidente del
Consiglio abbia preferito rispondere "sia pure in modo elusivo e niente
affatto convincente, nel libro di Bruno Vespa alle domande che l'opinione
pubblica e il Parlamento gli rivolgono da mesi ". "Il presidente
Berlusconi - ha aggiunto Zanda - deve rassicurare i cittadini sulla sua non
ricattabilità e deve farlo in Parlamento. Deve garantire che i suoi
comportamenti privati non hanno messo a rischio la sicurezza nazionale e la
credibilità del Paese. Questo gli è stato ripetutamente chiesto con gli atti formali
di cui l'opposizione dispone. Ma il presidente del Consiglio, ancora una volta,
ha ignorato il Parlamento e i parlamentari".
"Dopo mesi il
presidente del Consiglio sembra si sia deciso a rispondere ad almeno una parte
delle 10 domande di Repubblica. Peccato che abbia deciso di farlo in quella che
comunemente viene ironicamente definita la terza camera del Parlamento. In
questo caso neanche in tv, dove un minimo di contraddittorio esiste. Berlusconi
ha scelto le pagine del nuovo libro di Vespa" ha fatto notare il
presidente dei senatori dell'Idv, Felice Belisario. "L'Italia dei valori
non ha mai preteso di entrare nella vita privata del premier ma ha sempre
chiesto di sapere se fosse ricattabile o meno. Non possiamo però fare a meno di
notare come, ancora una volta, Berlusconi abbia deciso di evitare di riferire
in Parlamento dimostrando - ha concluso Belisario - un raro disprezzo delle
istituzioni".
"Il premier
che, a mozzichi e bocconi, risponde a Vespa, nel libro del presentatore, è un
altro schiaffo al Parlamento. Di questo passo, persino il paragone col Duce non
sarà più confacente alla situazione democratica che c'è nel nostro Paese",
ha affermato invece Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria
nazionale del Pdci-Federazione della sinistra. LR 5
«Il vertice del Sismi non è giudicabile», condannati gli agenti Cia:
proteste Usa
L’ex direttore
Pollari e il vice Mancini salvati dal segreto di Stato - di CLAUDIA GUASCO
MILANO Alla fine,
vince il segreto di Stato. Nulla può mettere a repentaglio la sicurezza di una
nazione, aveva sancito la Consulta, nemmeno il rapimento di un imam che la
Procura di Milano definì «fatto eversivo dell’ordine costituzionale». Ed è con
la riservatezza dei rapporti tra i servizi segreti italiani e americani che il
giudice monocratico Oscar Magi deve fare i conti nella sua sentenza: poiché
certi documenti e alcune telefonate non possono diventare di dominio pubblico,
l’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari e il capo del controspionaggio Marco
Mancini non vanno giudicati. Per loro così come per altri tre funzionari del
servizio segreto militare il processo per il rapimento di Abu Omar finisce con
un «non luogo a procedere». L’azione penale, scrive il giudice, «per quanto
legittimamente iniziata non può essere proseguita per l’esistenza del segreto
di Stato».
L’extraordinary
rendition della mattina del 17 febbraio 2003, quando l’imam venne sequestrato a
Milano mentre andava alla moschea di viale Jenner, caricato su un aereo
militare americano, portato alla base di Ramstein in Germania e da qui in
Egitto dove venne interrogato e torturato, ha 22 colpevoli certi, ovvero gli
agenti della Cia condannati a cinque anni ciascuno, e il loro capo Robert
Seldon Lady, al quale è stata inflitta una pena a 8 anni. Ma sull’eventuale
collaborazione fornita dagli 007 italiani nell’operazione, preceduta da
settimane di pedinamenti e appostamenti, nulla si potrà sapere perché coperta
dal segreto di Stato. Per l’accusa, che aveva chiesto 13 anni per il generale e
13 per Mancini, «Pollari è stato il regista del sistema criminale» e «il
principale responsabile» del rapimento. La sentenza di ieri, in nome della
sicurezza, recide di netto i legami tra i servizi segreti italiani e il
sequestro, a eccezione del ruolo dei due uomini del Sismi Pio Pompa e Luciano
Seno condannati a tre anni per favoreggiamento. Nessun giudizio, infine, per
l’ex numero uno della Cia in Italia, Jeffrey Castelli, oltre che per Betnie
Medero e Haenry Ralph Russomando, tutti coperti da immunità diplomatica. Magi
ha inoltre stabilito il pagamento di una provvisionale di un milione di euro
per Abu Omar, in Egitto dall’epoca del rapimento, e di 500.000 euro per la
moglie Nabila, che abita a Milano.
Mancini assiste
alla lettura della sentenza e contiene a stento l’euforia, dà un pugno contro
il muro ed esce esultante. Anche se non si tratta di un’assoluzione ma di un
non doversi procedere? «Guardate che non è una malattia», ribatte. Sbigottito
il colonnello Seno: «Ma come, quelli sono assolti dal sequestro e io condannato?
È una follia». Mentre i legali di Pollari, Titta e Nicola Madia, dicono che la
decisione di Magi ripaga il generale «di anni di umiliazioni e di amarezze:
avrebbe rinunciato al diritto di difendersi, pur di non violare quel sacro
dovere del segreto nei confronti della Repubblica; anche se in cinque minuti
avrebbe potuto dimostrare la sua estraneità». Soddisfatto a metà il procuratore
aggiunto di Milano Armando Spataro, secondo cui il processo «ha dimostrato che
la verità è quella ricostruita dalla polizia e dalla Procura nel corso delle
indagini: tutti gli autori statunitensi del sequestro sono stati ritenuti
colpevoli». Una pietra miliare, dato che si tratta del primo caso di condanna
da parte di una corte occidentale per una extraordinary rendition. E dagli
Stati Uniti arrivano reazioni tra lo sconcertato e l’infastidito per una
sentenza di tale portata. Il portavoce del dipartimento di stato Ian Kelly
esprime «disappunto», il Pentagono va oltre affermando che, per il buon esito
del verdetto, si è rivolto anche al dicastero della giustizia. «I tribunali
italiani non hanno alcuna giurisdizione su Joseph Romano e avrebbero dovuto
archiviare le accuse. La questione della giurisdizione era collegata agli
accordi esistenti sullo status delle forze Nato - afferma il portavoce Geoff
Morrell - Il ministero della Giustizia italiano ha indicato di essere d’accordo
con la nostra tesi e ha chiesto al tribunale di rispettare la nostra
richiesta». IM 5
L’influenza A tra bufale (d’oro) e allarmismo di Stato
“Questa storia
dell’influenza A è una bufala pazzesca”. Lucia Lopalco è a capo dell’unità di
Immunobiologia di Hiv del San Raffaele e insieme al suo staff, pochi mesi fa,
si è aggiudicata un premio di 100 mila dollari assegnato dalla fondazione
statunitense Bill and Melinda Gates Foundation.
Una bufala che
riempie tutte le prime pagine di oggi, però...
Infatti, se non
fossi tanto disgustata dall’assenza di professionalità che viene fuori da
questa vicenda (identica all’altra di qualche anno fa, nota come influenza
aviaria), ci sarebbe solo da ridere. L'unica cosa vera è che il virus H1N1 è
particolarmente virulento per tutte le persone gravemente immunocompromesse. Ma
si tratta di una normale influenza che una persona in salute (cioè non affetta
da gravi patologie) cura con una settimana di riposo nel letto di casa propria:
lo scorso anno sono morte 30 mila persone a causa dell’influenza stagionale.
Il vaccino,
dunque, che senso avrebbe?
Il vaccino deve
essere assunto solo da chi è affetto già da gravi patologie: un paziente
sieropositivo, dunque immunodepresso, piuttosto che rischiare la vita e
contrarre il virus, ha senso che faccia fronte a possibili effetti collaterali
del vaccino stesso. Per le persone sane, invece, è dannoso: non ci sono
controlli, in compenso, è in corso un rumorosissimo battage pubblicitario.
Pandemia sì, ma di
guadagni per le case farmaceutiche?
Il farmaco è stato
sviluppato da Novartis (multinazionale farmaceutica svizzera, ndr) che ha
concluso con il governo un contratto capestro che la Corte dei Conti ha
giudicato non valido. Il punto è che sulla base di questo contratto, se
intervengono effetti collaterali dopo l’inoculazione del siero, non ne risponde
la casa farmaceutica (come dovrebbe) ma lo Stato. Cosa vuol dire?
Ce lo dica lei.
Che ha pochissime
sperimentazioni e, infatti, moltissimi medici (che sono i principali untori) si
rifiutano di farlo.
Si può parlare di
una concentrazione di casi a Napoli, come già si sta facendo (più della metà
delle 17 vittime è campana ndr)?
Solo se le vittime
fossero 100 e i casi riscontrati in Campania fossero 80, potremmo fare una
valutazione e spingerci in un’analisi che avrebbe un senso. La domanda è: a
Napoli, quanti casi di morte per l’influenza stagionale abbiamo avuto negli
ultimi 10 anni? Se fossero superiori alla media nazionale, poi, dovremmo
ragionare di malasanità. Ma quella è un’altra storia.
Cosa deve fare una
persona sana che contrae il virus A?
Niente allarmismi:
basterà una dose doppia di tachipirina. E l'assunzione di antibiotici, per
evitare infezioni batteriche in chi abbia le difese immunitarie già
compromesse. di Ilaria Donatio MicroMega 3
La Cocaina invade l'Europa. L'Italia al top per il consumo
Ecco il Rapporto
2009 dell'Osservatorio europeo sulle droghe - Lo spinello perde popolarità. Allarme per le
sostanze "nascoste"
ROMA - Una coltre
di cocaina avvolge l'Europa. Oltre 13 milioni di europei adulti hanno provato
la polvere bianca nella loro vita. Di questi, 7,5 milioni sono giovani (15-34
anni): tre milioni di questi l'hanno usata negli ultimi 12 mesi. Nel dettaglio
l'Italia si conferma uno dei Paesi a più alta prevalenza, insieme a Danimarca,
Spagna, Irlanda e Regno Unito. La polvere bianca si conferma così la sostanza
stimolante illegale più popolare in Europa, mentre diminuisce "la
popolarità dello spinello". Lo dice il Rapporto 2009 dell'Osservatorio
europeo sulle droghe presentato oggi a Bruxelles, che conferma la diffusione
costante della cocaina e rivela come il mix di droghe e alcool sia il
responsabile della maggior parte dei problemi legati alle sostanze
stupefacenti.
Cocaina. In
Italia, Danimarca, Spagna, Irlanda e Regno Unito, nell'ultimo anno, l'uso tra i
giovani si è attestato tra il 3,1% e il 5,5%, mentre nella maggior parte degli
altri Paesi europei si registra una tendenza alla stabilizzazione o all'aumento
del consumo nella fascia d'età 15-34 anni. Tra i pazienti che entrano per la
prima volta in terapia per disintossicarsi, il 22% ha indicato la cocaina come
sostanza primaria. Nel 2007 sono stati segnalati circa 500 decessi associati al
consumo di questo potente stimolante. Accanto alla cocaina prende piede anche
la metamfetamina che sfrutta la facilità con cui può essere prodotta.
Storicamente, l'uso di questa sostanza si concentra nella Repubblica ceca,
anche se la disponibilità sta aumentando in alcune zone dell'Europa del Nord,
come Svezia e Norvegia.
Spinello. Resta la
droga preferita dai giovani, ma la sua diffusione è in calo. Sono circa 74
milioni gli
europei, uno su
cinque degli adulti, che hanno provato hashish o marijuana nella loro vita,
22,5 milioni (6,8%) ne hanno fatto uso nell'ultimo anno e 12 milioni (3,6%)
nell'ultimo mese. Pur restando la sostanza illecita più comunemente usata in
Europa i nuovi dati segnalano un calo di popolarita' dello spinello una tantum,
in particolare tra i giovani. L'uso uso quotidiano, invece, continua a
coinvolgere circa 4 milioni di europei.
Nonostante il calo
la cannabis continua ad essere la droga preferita dai più giovani. Tra 15-24
anni, il 15,9% l'ha usata nell'ultimo anno, l'8,3% nell'ultimo mese. Cifre che
però, se rapportate con i primi anni del 2000, sono in diminuzione. Dei 4
milioni di europei che fuma ogni giorno a quasi (l'1% della popolazione
adulta), circa 3 milioni ha un'età compresa fra 15 e 34 anni (2,5%). L'Italia
si colloca tra i Paesi dove il consumo è più alto: al primo o secondo posto tra
gli adulti che l'hanno usata una tantum, nell'ultimo anno o nell'ultimo mese,
lo stesso tra i giovani (15-34 anni) ed è tra i Paesi a più alta prevalenza
anche nella fascia 15-24.
Le nuove droghe.
Sulle confezioni c'è scritto che contengono una miscela di innocue piante o
erbe, ma in realtà contengono cannabinoidi sintetici, cioè sostanze create in
laboratorio che provocano effetti simili a quelli di hashish e marijuana e per
lo più non sono state testate sugli uomini. Sono i prodotti "Spice",
venduti su internet e negli smart shop, sui quali l'Osservatorio europeo delle
droghe lancia oggi l'allarme. Fino all'ottobre 2009, sono stati individuati ben
nove cannabinoidi sintetici nei prodotti Spice, tra i quali il JWH-018, una
sostanza che se fumata produce effetti simili alla cannabis. Ingredienti che,
però, non compaiono nelle informazioni sui prodotti e sulle etichette. L'Italia
non compare nella lista dei Paesi dove è possibile trovarli.
Per aggirare i
tentativi di bandire gli Spice, sono spuntate una trentina di miscele di erbe
alternative, simili agli Spice ('Smoke', 'Sense', etc). Sempre online si
possono comprare le "party pills' (droghe ricreative), contenenti
alternative legali alla benzilpiperazina. LR 5
Veneti nel Mondo. A Teolo (Padova) convegno sul ruolo delle associazioni
dei migranti
PADOVA - Importante e partecipato convegno a
Teolo (Padova) sabato 31 ottobre su “Il ruolo delle associazioni dei migranti:
i casi di eccellenza nel Veneto”, organizzato dall’Associazione Veneti nel
Mondo in collaborazione e col patrocinio di vari enti. Tra le numerose e
interessanti sequenze, come segnala ABM News, la presentazione del
progetto “Globalven.org”, la banca data per la valorizzazione dell’eccellenza
veneta all’estero (frutto di un progetto del Coordinamento regionale dei
Giovani Veneti nel Mondo), presentazione di reportage e pubblicazioni, tra cui
“Veneto – Rio Grande do Sul, 130 anni di una lunga storia” del giovane
bellunese Thomas Ferlin.
A conclusione l’assessore Oscar De Bona
sottolineando il significato e il pregio del convegno, ha esortato le
associazioni tradizionali d’emigrazione a muoversi su progettualità
nuove, adeguate all’attualità e alle richieste del mondo giovanile e ad operare
sempre più in chiave veneta, ricordando infine il valore aggiunto alle
iniziative per i Veneti all’estero dovuto alla crescente sensibilizzazione e
partecipazione degli Enti Locali della Regione. (Inform)
Mostra a Prato: “Era così. Immagini dalla Germania Est 1959-1989”
Prato- Gli scatti
di Thomas Billhardt, uno dei più grandi fotoreporter contemporanei, sono i
protagonisti della mostra “Era così. Immagini dalla Germania Est 1959-1989”,
che, inaugurata sabato 31 ottobre al Centro per l'arte contemporanea Luigi
Pecci di Prato, vi rimarà allestita sino al 13 dicembre.
La mostra fa parte
della serie di eventi della manifestazione “Prima o poi tutti i muri cadono”,
promossa per il ventennale della caduta del Muro di Berlino dalla Regione
Toscana con il coordinamento di Mediateca Regionale Toscana Film Commission, e
presenta fotografie che ritraggono istanti del quotidiano e occasioni ufficiali
con uno sguardo insieme appassionato e distaccato.
Thomas Billhardt,
nato nella Germania nazista (Chemnitz, 1937), è uno dei testimoni viventi del
XX secolo: sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, è cresciuto ed ha
studiato nel blocco orientale, passando poi in Occidente prima della caduta del
muro di Berlino.
Come fotografo e
fotoreporter Billhardt è stato oltre cinquanta volte nell'ex URSS, decine di
volte in Vietnam, in Libano, in Cina, in Mozambico, in Iraq. Particolarmente
famose sono le sue fotografie dal Vietnam e dalla Palestina. Ha lavorato molto
anche in Italia: il vecchio PCI e la Giunta della Regione Toscana, negli anni
settanta, gli commissionarono alcune pubblicazioni di alto pregio.
Ha collaborato
anche con iniziative solidali come le campagne di sensibilizzazione dell'UNICEF
e di tanti enti morali. Adesso vive tra l'Italia e la Germania.
L'esposizione
rimarrà aperta tutti i giorni presso la Sala Teatro del Centro per l'arte
contemporanea Luigi Pecci di Prato, ad ingresso libero.
Le iniziative
della Regione Toscana per il Ventennale dalla caduta del muro di Berlino sono
organizzate in collaborazione con Mediateca Regionale Toscana Film Commission,
che coordinerà gli eventi in programma, Le Giornate del Cinema europeo, il
Festival dei Popoli, l'Università degli Studi di Firenze, la Fondazione Niels
Stensen, il Museo Pecci di Prato, il Goethe Institut di Roma. (aise)
“Dagli emigranti agli immigrati 1948-2008. Gli esempi di Gualdo Tadino e di
Montegabbione”
Presentazione del
libro di Alessandra Artedia il 7 novembre al Museo regionale umbro
dell’Emigrazione
GUALDO TADINO –
“Dagli emigranti agli immigrati. 1948-2008. I flussi migratori in Umbria nei
primi sessanta anni della Costituzione Italiana. Gli esempi di Gualdo Tadino e
di Montegabbione”. E’ il libro di Alessandra Artedia che sarà presentato a
Gualdo Tadino sabato 7 novembre alle ore 17 presso la Mediateca del Museo
Regionale dell’Emigrazione (Piazza Soprammuro)
Interverranno all’incontro - a cura di
Arulef, Regione dell'Umbria, Accademia dei Romiti - Franco Subicini, presidente
Arulef–Perugia; Roberto Morroni, sindaco di Gualdo Tadino e presidente Museo
Regionale dell’Emigrazione; Andrea Ricci, sindaco di Montegabbione; Pavilio
Lupini, presidente Consiglio regionale emigrazione Regione Umbria.
Seguirà lettura dalla testimonianza
“quando gli altri eravamo noi”: Leonardo Tofi, Università di Perugia;
Alessandra Artedia autrice del libro. Interverrà Pierluigi Gioia, rettore
dell’Accademia dei Romiti; .
Seguirà poi la lettura della testimonianza di
Nazzareno Marinelli “Da mezzadro a emigrante”: Mario Tosti, Università di
Perugia e presidente ISUC. E infine la lettura della testimonianza di
un’immigrata – La storia di Marja: Paolo Montesperelli, Università di Salerno,
sociologo e collaboratore AUR.
L’incontro si concluderà con la lettura della
poesia L’Arcobaleno e della testimonianza “Storia di una famiglia qualunque” -
come vivono gli immigrati in Umbria: Maurizio Rosi, assessore alla Sanità Regione
Umbria; Silvano Rometti, assessore alla Cultura Regione Umbria
Lettori: Carlo Biscontini, Chiara Acaccia,
Marco Panfili. Accompagnerà al pianoforte Pierluigi Gioia. Infine, proiezioni
di immagini di migrazioni a Gualdo Tadino a cura dell’autrice del libro.
(Inform)
Nuovo logo per la Consulta degli degli emiliano-romagnoli nel monco cercasi
Bologna - La
Consulta degli emiliano-romagnoli ha bisogno di un logo nuovo. Per questo ha
emanato un bando per stimolare la creatività di tutti i cittadini italiani e
stranieri di origine emiliano-romagnola, che abbiano un’età compresa tra i 18 e
i 36 anni, per trovare, appunto, il nuovo simbolo della Consulta presieduta da
Silvia Bartolini. Chi fosse interessato potrà mandare il suo progetto dall’1
novembre 2009 al 31 gennaio 2010.
Secondo quanto si
legge nel bando – pubblicato sul sito web della Consulta – il simbolo dovrà
essere intelligibile e identificabile per la generalità dei cittadini. Potrà
esprimere in sintesi grafica i valori che la Regione Emilia-Romagna riconosce
negli emiliano-romagnoli nel mondo, nelle loro famiglie, nei discendenti e
nelle loro comunità come una componente essenziale della società regionale ed
una grande risorsa da attivare al fine di rafforzare i legami con i Paesi che
li ospitano.
Il simbolo potrà
esprimere anche le tradizioni storiche, artistiche e culturali
dell'Emilia-Romagna nelle loro multiformi espressioni, nonché gli aspetti più
moderni della sua specificità economica, sociale, culturale rivolta agli
emiliano romagnoli nel mondo e in modo particolare verso le giovani
generazioni. Non ci sono indicazioni particolari per la tecnica di esecuzione.
Tutti i progetti
dovranno essere inviati alla Regione Emilia-Romagna -
Consulta degli
emiliano-romagnoli nel mondo - Viale Aldo Moro, 30 – 40127 Bologna, come detto
dall’1 novembre al 31 gennaio del 2010.
Tutti i progetti
saranno valutati da una commissione di esperti nominata dalla Consulta; il
vincitore si aggiudicherà un premio di 2.000 euro e sarà premiato nel corso
della prossima Conferenza dei Giovani emiliano-romagnoli nel mondo.
Il bando completo
è online su www.emilianoromagnolinelmondo.it, nella sezione Documentazione.
(aise)
Un primo bilancio del neo presidente di Assocamerestero Augusto Strianese
SALERNO - Si sono
conclusi mercoledì 28 ottobre, al Grand Hotel Salerno, i lavori della XVIII
Convention mondiale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE), che
si erano aperti lo scorso 24 ottobre. Alla Convention è seguita la giornata
pubblica del IV Forum di Federexport, organizzato anch’esso nel contesto di
“Campania international week”, la settimana dedicata all'economia e agli scambi
internazionali voluta dalla Camera di Commercio di Salerno.
Nell’ambito della Convention, due giorni (24
e 25 ottobre) di lavori interni del sistema camerale, lavori che tra l’altro
hanno visto il rinnovo del Consiglio di Assocamerestero - l’Associazione che
rappresenta le 74 Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) - e
l’elezione del nuovo presidente dell’Associazione, Augusto Strianese, già vice
presidente per lunghi anni di Assocamerestero e presidente della Camera di
Commercio di Salerno. Una elezione, questa, che arriva dopo il settennato di
Edoardo Pollastri. A seguire, la giornata pubblica del 26 ottobre, che tra il
resto ha visto la partecipazione del Vice Ministro allo Sviluppo Economico
Adolfo Urso, insieme ai vertici istituzionali nazionali e locali e gli
esponenti nazionali del sistema della promotion pubblica e del sistema
economico-finanziario. Infine, nelle giornate del 27 e 28 ottobre, la
Convention si è concentrata sugli incontri di business tra imprese campane da
una parte e la rete delle CCIE dall’altra. Novità assoluta di quest’anno,
l’importante presenza di 112 buyers provenienti da tutto il mondo. Il 28
ottobre, inoltre, le CCIE, dopo aver dedicato la mattinata ai lavori di
programma e agli incontri d’area, hanno incontrato nel pomeriggio la rete dei
consorzi export di Federexport in una serie di incontri one to one.
Molte le innovazioni apportate dalla
convention salernitana alla tradizione delle Convention CCIE: ciclo di seminari
didattici rivolti agli allievi delle scuole secondarie di 1° e 2° grado della
provincia di Salerno sul tema dell’internazionalizzazione; workshop b2b con 112
buyers provenienti dall’area euro-mediterranea e russa; incoming di architetti
dagli USA, per un’analisi urbanistica e morfologica della città di
Salerno con successivo incontro con l’Amministrazione comunale di
Salerno; incontri bilaterali tra le CCIE e i Consorzi export italiani; il forum
nazionale dei consorzi export.
Al termine della quattro giorni, il neo
presidente di Assocamerestero, Augusto Strianese, ha fatto un primo bilancio
Presidente, è soddisfatto dell’edizione 2009
della Convention delle Camere di Commercio Italiane all’Estero delle quale Lei,
dallo scorso 25 ottobre, è divenuto Presidente?
Per sei giorni Salerno è stata la capitale
dell’internazionalizzazione, con “Campania international week” che ha messo in
scena non solo la XVIII Convention delle CCIE, ma anche il IV Forum di
Federexport. Non posso, quindi, che dirmi soddisfatto di queste giornate di
lavori, ricche di appuntamenti, e, non lo nascondo, stancanti. Questo come
Presidente della Camera di Salerno. Poi il 25 ottobre sono stato eletto
Presidente di Assocamerestero, e dunque della rete delle CCIE. E in questa
veste, accanto alla soddisfazione esprimo un po’ di sana preoccupazione.
Abbiamo messo tante, forse troppe, cose in pentola e adesso o si lavora di
conseguenza, proporzionatamente ai fatti di questi giorni e alle attese che
abbiamo noi stessi creato, o si rischiano brutte figure. Abbiamo realizzato una
convention che ci sfida, come Assocamerestero, a volare molto alto nei
prossimi mesi. Una ‘sfida’ che è venuta fuori anche nel corso degli interventi
e dei dibattiti che si sono susseguiti nella giornata pubblica del 26 ottobre e
poi nel grosso lavoro di incontri e riunioni, sia operative sia strategiche,
che hanno impegnato Assocamerestero e le singole CCIE in tutti questi 4 giorni.
Una convention impegnativa anche nella
prospettiva dell’edizione 2010
Certo. Infatti con l’edizione 2009 noi
abbiamo apportato novità strutturali e ‘pesanti’ al format Convention
Assocamerestero. Normalmente alle Convention Assocamerestero le imprese
del territorio incontravano le Camere di Commercio Italiane all’Estero. Qui a
Salerno, invece, abbiamo visto che le imprese del territorio hanno incontrato
non solo le Camere ma l’intero sistema sia della promotion che del business
fattuale. Infatti, le aziende hanno incontrato anche i buyers -sono stati
ben 112. E hanno incontrato poi i 120 Consorzi export di Federexport. Altresì,
le 74 Camere di Assocamerestero hanno incontrato i Consorzi. Le imprese sono
state messe al centro di questa Convention. Così come le Camere, che sono il
braccio operativo della promotion nazionale all’estero, sono state messe in
condizioni di dialogare direttamente con il sistema di promotion nazionale
italiano che è alla ricerca costante e per suo proprio DNA dell’estero, dei
mercati esteri, quello rappresentato dai Consorzi export, 120, che aggregano e
rappresentano 4.500 imprese esportatrici italiane. Il tavolo misto che ha visto
confrontarsi Camere di Commercio Italiane all’estero, Camere di Commercio
Italiane e tutte le Aziende Speciali delle Camere di Commercio italiane
sull’internazionalizzazione, anche questo è stato una novità, rispetto al
format tradizionale, espressione di un nuovo clima che deve iniziare a
improntare il lavoro della promotion italiana: ‘fare sistema’ per davvero, nei
fatti, dopo troppe inutili dichiarazioni d’intenti. Poi ci siamo dedicati ai
ragazzi delle scuole medie e abbiamo fatto un programma ludico e
educativo per far capire loro cos’è l’internazionalizzazione.
Senza dubbio, con le novità che abbiamo
introdotto quest’anno, metteremo un po’ ‘in crisi’ la Camera di Commercio che
sarà incaricata di organizzare la Convention 2010. E la domanda che mi è parso
di raccogliere nei corridoi è: si ritornerà al format che abbiamo visto fino
alla XVII edizione, o si cercherà di duplicare i risultati ottenuti in
questa XVIII edizione stabilizzando un format che è ambizioso e
contestualmente molto più adatto alle necessità delle imprese in questa fase
storica?
La tradizione vuole che al termine della
giornata pubblica della Convention si dia l’annuncio della sede Convention del
prossimo anno. Quest’anno non è stato così.
Perché abbiamo avuto un cambio di Presidenza,
di conseguenza il Consiglio precedente di Assocamerestero non ha voluto
assumere impegni in fase di decadenza, non lo ha fatto per garbo istituzionale.
Dopo la costituzione del nuovo Consiglio, il 25 ottobre, non c’è stato il tempo
per il nuovo Consiglio di affrontare il tema della selezione delle candidature
pervenute per l’edizione 2010. Quanto prima organizzerò l’incontro con i
Consiglieri e prenderemo in esame le candidature che abbiamo. Posso
anticipare che è sul tavolo la candidatura di una città del Nord che ritengo
molto forte.
Una convention molto business oriented e Lei,
appena nominato, ha sottolineato che il core business delle CCIE è la PMI e la
micro impresa
Il nostro primo riferimento devono essere le
imprese, gli imprenditori: è a loro che dobbiamo guardare sempre nel nostro
agire. Il ‘Cliente’ del sistema camerale, sia nazionale che italiano
all’estero, è l’impresa. Se perdiamo di vista questo abbiamo fallito.
Strianese è noto per essere ‘l’uomo
dell’internazionalizzazione’, e un po’ tutti in questi giorni hanno dimostrato
di avere delle attese importanti dalla Presidenza Strianese
Come ho accennato, vivo questo momento con
entusiasmo e, allo stesso tempo, con preoccupazione. Quando la gente non si
aspetta niente, fai poco e quel poco basta. Ma la gente si aspetta tanto, è
difficile rispondere a tutte le aspettative.
La sua nomina è apparsa anche un chiaro
segnale politico nel contesto di questo nuovo protagonismo del Mezzogiorno
sullo scenario nazionale.
Io mi auguro di essere in grado di portare
sui mercati esteri il Mezzogiorno italiano nella sua espressione migliore a
beneficio non solo del Mezzogiorno, ma dell’intero Paese.
In questi giorni, molti, a partire dal suo
predecessore, Edoardo Pollastri, hanno richiamato la presidenza di Piero
Bassetti e quella di Danilo Longhi, tappe e stili molto diversi tra loro e che
però danno unitarietà e ‘senso’ alla storia di Assocamerestero. Lei a chi si
sente più vicino?
Ho conosciuto e sono stato molto vicino a
Danilo Longhi, ho avuto modo di lavorare al suo fianco. Come me, anche lui
veniva dalla presidenza di una Camera di Commercio provinciale, relativamente
piccola, Vicenza. Longhi era un operativo creativo, che si accingeva a
rivoluzionare il sistema di Assocamerestero. Purtroppo gli eventi non glielo
hanno consentito.
Allo stesso tempo, mi auguro che il carisma
del primo presidente di Assocamerestero, Piero Bassetti, sia per me d’auspicio
per un futuro di azioni pragmatiche impostate sulla solidità strategica che è
stata propria di Bassetti.
Nei suoi primi trenta giorni cosa farà?
Ho molte idee, ma non ho voluto definire un
programma, visto che ritengo che un programma debba essere fatto tutti insieme,
con i collaboratori, e con il Consiglio. In questa fase ho bisogno di
raccogliere quante più informazioni possibili, parlare con il maggior numero
possibile di persone. La densità di queste giornate non mi ha dato la
possibilità di fare un pre-consiglio informale per cominciare a raccogliere un
po’ di dati, di esigenze, di malumori, auspici, per poi costruire un programma.
Quindi per i primi 15-20 giorni farò il punto della situazione per raccogliere
dei dati concreti da cui partire. Solo dopo definirò un programma.
(Inform)
Konsulat in Saarbrücken besetzt! Italiener gegen Schließung
Protestmarsch geplant am 14.11. durch
Saarbrückens Innenstadt geplant...
Das italienische Konsulat in
Saarbrücken ist gestern von rund 30 Demonstranten besetzt worden. Mit der
Aktion, die eine Stunde dauerte, sollte ein symbolisches Zeichen für den Erhalt
der Einrichtung gesetzt werden. Von SZ-Redakteur Norbert Freund
Saarbrücken. Knapp 30 Italiener haben
gestern für eine Stunde das italienische Konsulat in Saarbrücken besetzt. Sie
protestierten damit gegen dessen drohende Schließung durch die Regierung Berlusconi.
Die Aktion wurde vom Comites, der gewählten Vertretung der Saar-Italiener,
organisiert, wie dessen Sprecher Giovanni Di Rosa der SZ bestätigte. Konsulin
Susanna Schlein wurde von der Aktion völlig überrascht. Sie versuchte ein
Transparent der Besetzer vom Fenster des dritten Stocks zu entfernen, auf dem
es hieß: „No alla chiusura des Consolato d’Italia – Nein zur Schließung des
italienischen Konsulats“.
Zudem war auf dem Transparent das
Kürzel der linken Demokratischen Partei Italiens (PD) zu sehen, der größten
Oppositionspartei des Landes. Schlein erklärte ihr Einschreiten auf SZ-Anfrage
damit, dass sie sich große Sorgen um die Sicherheit der Besetzer gemacht habe.
Zugleich teilte sie mit, dass sie ab dem Frühjahr in Tirana, der Hauptstadt Albaniens,
arbeiten werde. Das habe aber nichts mit der Zukunft des Saarbrücker Konsulats
zu tun, dessen Schließung bisher nicht offiziell sei.
Di Rosa verwies darauf, dass die dritte
Etage des Konsulats für die Italiener im Land von großer Bedeutung sei, da sie
hier notarielle und Passangelegenheiten abwickeln und die Sozialberatung in
Anspruch nehmen könnten. Er schlug erneut vor, aus dem Konsulat eine
Konsulatsagentur ohne Konsul zu machen, um 470.000 Euro im Jahr einzusparen.
An der Aktion waren auch der Sprecher
des Saarbrücker Integrationsbeirats, Mohamed Maiga, und die Vizepräsidentin des
Comites, Liliana Rino Calabrese, beteiligt, die an der Spitze einer Frauenliste
steht. Ab Samstag wollen die Italiener im ganzen Saarland mit Infoständen in
den Innenstädten Unterschriften für den Erhalt des Konsulats sammeln. An diesem
Tag trifft sich der italienische Außen-Staatssekretär Alfredo Mantica in Berlin
mit Vertretern der Italiener in Deutschland, um die Zukunft der Konsulate hier
zu Lande zu erörtern. Am 14. November ist ein großer Protestmarsch für den
Erhalt des Konsulats durch die Saarbrücker Innenstadt geplant. Saarbr.Z.
/Sol.de 4
Berlin. „Das Goldene Lenkrad 2009“. Ehrenpreis für Luca Cordero di Montezemolo
Präsident der Fiat Group wird für außerordentliche
Leistungen geehrt
Eine besondere Wertschätzung erfuhr
heute Luca Cordero di Montezemolo: Der Präsident des Verwaltungsrates der Fiat
S.p.A. sowie der Sportwagenhersteller Ferrari und Maserati wurde an diesem
Mittwoch in Berlin mit dem persönlichen Ehrenpreis des Awards „Das Goldene
Lenkrad 2009“ des Axel Springer Verlages ausgezeichnet. Die Liste der
bisherigeren Träger dieser Auszeichnung unterstreicht eindrucksvoll deren
Bedeutung; Namen wie Henry Ford II. (1983), Prof. Ferry Porsche (1984), Lee
Iacocca (1987) und Dr. Ferdinand Piëch (1997) sind dort zu finden. Und zwei
Männer, die auf das Engste mit dem beruflichen wie privaten Leben von Luca
Cordero di Montezemolo verbunden sind: Giovanni Agnelli (1985) und Michael
Schumacher (1993).
Montezemolo (62) nahm den Preis im
Beisein von Dr. h.c. Friede Springer, Dr. Mathias Döpfner
(Vorstandsvorsitzender Axel Springer Verlag) und Dr. Giuseppe Vita (Axel
Springer Aufsichtsratsvorsitzender) in der Zentrale des größten deutschen
Zeitungsverlages im Zentrum von Berlin entgegen. Zu den mehr als 150
hochkarätigen Gästen zählten zahlreiche Vorstände der Automobilindustrie und
Mitglieder der Automobildynastien Piëch und Quandt.
Die Jury des international renommierten
Awards ehrte Luca Cordero di Montezemolo mit dem Ehrenpreis für sein
ungewöhnlich breit gefächertes Engagement in zahllosen Bereichen der Industrie.
Montezemolo ist Mitglied der französischen Ehrenlegion und wurde zudem zu einem
der 50 besten Manager der Welt (Financial Times, 2004) gewählt. Mit erst 25
Jahren war er Teamchef der Scuderia Ferrari. Und er war es, der die legendäre
Sportwagenmarke mit dem Coup der Verpflichtung von Niki Lauda (dreimaliger
Formel-1-Weltmeister) und später Michael Schumacher (siebenmaliger
Formel-1-Weltmeister) erneut in den sportlichen Olymp führte und parallel auch
die Serienfahrzeuge technisch und wirtschaftlich wieder an die Spitze
katapultierte.
Der Jurist und Ex-Rennfahrer
Montezemolo genießt in seiner Heimat auch deshalb höchstes Ansehen, weil er
1990 die Fußball-Weltmeisterschaft nach Italien holte und managte. Parallel zu
seinen zahlreichen ehrenamtlichen und hauptberuflichen Funktionen ist er
Gründer und Präsident der Nuovo Trasporto Viaggiatori NTV, einer privaten
Eisenbahngesellschaft, unter deren Regie italienische Metropolen wie Turin,
Mailand, Florenz, Neapel und Rom künftig mit neuen Hochgeschwindigkeitszügen
vernetzt werden sollen.
Luca Cordero di Montezemolo hat als
Ausnahmeerscheinung seines Genres in der Gegenwart die Weichen für die Zukunft
Italiens gestellt. Dass er für diese Leistungen einen Ehrenpreis in Deutschland
erhält, unterstreicht das internationale Renommee des Mannes, der einst von
Enzo Ferrari persönlich in die Welt des Automobils berufen wurde. FGAG, De.it.press
Interview mit Staatsministerin Maria Böhmer. "Wir wollen Integration verbindlicher gestalten"
Frage: Vor wenigen Tagen haben Sie von
Bundeskanzlerin Angela Merkel die
Ernennungsurkunde für Ihre zweite
Amtszeit als Staatsministerin erhalten. Ein
bewegender Moment für Sie?
Antwort: Ganz sicherlich bewegend- in
doppelter Hinsicht. Zum einen freut es mich
sehr, dass mir die Bundeskanzlerin auch
für die neue Wahlperiode das Vertrauen
schenkt. Zum anderen ist es eine gute
Entscheidung, das Thema Integration im
Kanzleramt zu belassen. Gerade weil wir
von hier aus sehr viel bewegen können-
Integration ist eine
Querschnittsaufgabe.
Frage: Wie kann Integrationspolitik
wirksam gestaltet werden?
Antwort: Mit den Integrationsgipfeln,
dem Nationalen Integrationsplan und der
Deutschen Islamkonferenz haben wir
bereits in der letzten Wahlperiode die Weichen
richtig gestellt. An diese Erfolge
wollen wir anknüpfen. Jetzt kommt es vor allem
darauf an, Integration verbindlicher zu
gestalten. Der Koalitionsvertrag setzt
dazu einen sehr guten Rahmen.
Frage: Können Sie uns ein Beispiel
nennen?
Antwort: Der Nationale Integrationsplan
mit den 400 Selbstverpfllichtungen hat
sich bewährt. Jetzt gilt es, ihn zu
einem Aktionsplan mit klar definierten und zu
überprüfenden Zielen weiterzuentwickeln.
Dadurch erreichen wir eine größere
Verbindlichkeit. Ein weiteres Beispiel
ist das Instrument der
Integrationsverträge. Damit können wir
künftig Fortschritte bei der Integration
kontinuierlich überprüfen. Beide Seiten
wissen, worauf sie sich einlassen. Für
die Zuwanderer ist klar, welche
Unterstützung sie erfahren und was von ihnen
erwartet wird. Und für die
Einheimischen wird deutlich, was sie selbst zum
Gelingen von Integration beitragen
können und was die Bemühungen der Migranten
sein sollten.
Frage: Das sind die Instrumente. Was
ist inhaltlich entscheidend für eine
gelingende Integration?
Antwort: Ganz wesentlich ist die
Beherrschung der deutschen Sprache. Deutsch zu
lernen muss für alle eine Selbstverständlichkeit
sein. Wir müssen bei den Kindern
beginnen: Mit den verbindlichen
Sprachtests für Vierjährige setzen wir ein
deutliches Signal. Entscheidend ist
auch, dass die Eltern ihre Kinder beim
Spracherwerb unterstützen. Dafür müssen
sie selbst Deutsch sprechen können. Eine
gute Möglichkeit, sich die deutsche
Sprache anzueignen, ist die Teilnahme an
einem Integrationskurs des Bundes. Die
Kurse sind ein Erfolgsmodell.
Frage: Was sind neben der Sprache
weitere Schwerpunkte?
Antwort: Entscheidend ist eine
qualifizierte Bildung und Ausbildung. Ein
erfolgreicher Schulabschluss ist
unverzichtbar für den sozialen Aufstieg in
unserem Land. Hier werden wir in den
nächsten Jahren unsere Anstengungen deutlich intensivieren. Ziel ist es, die
Zahl der Schulabbrecher bis zum Schuljahr
2012/2013 zu halbieren. Nach der Schule
ist eine gute Ausbildung wichtig für den
weiteren Lebensweg- und für eine
erfolgreiche Integration. Denn Integration
verläuft vor allem über den
Arbeitsmarkt. Beide Seiten sind gefordert: Die
Migranten fordere ich auf, sich
einzubringen und eine Ausbildung durchzuhalten.
Denn eine abgeschlossene Ausbildung ist
die Eintrittskarte ins Berufsleben. Und
an die Wirtschaft appelliere ich, mehr
Jugendlichen aus Zuwandererfamilien eine
Chance zu geben und ihre Potenziale zu
nutzen. Viele Unternehmen setzen bereits
auf Vielfalt- und das mit großem
Erfolg. PIB, de.it.press
Migration als Beitrag zur menschlichen Entwicklung. Ein Bericht der Vereinten Nationen
Migration – Binnen- sowie grenzüberschreitende
Migration – ist das Thema des „Berichts über die menschliche Entwicklung 2009“,
der Anfang Oktober vom Entwicklungsprogramm der Vereinten Nationen (UNDP)
veröffentlicht wurde.
Der seit 1990 jährlich erscheinende
Bericht hat jeweils ein Schwerpunktthema unter der Fragestellung, wie dieses
zur Verbesserung der menschlichen Entwicklung beitragen kann. Menschliche
Entwicklung wird verstanden als Schaffung von Möglichkeiten, das eigene Leben
gestalten zu können. Um das messen zu können, erstellt das UNDP einen
jährlichen „Human Development Index“, bei dem Werte für Lebenserwartung,
Gesundheitsvorsorge Bildungsmöglichkeiten, Bruttonationaleinkommen pro Kopf
kombiniert werden. Die Liste reicht in diesem Jahr von Norwegen auf Platz eins
bis Niger auf Platz 182.
Dieser Ansatz, die Lebenslagen und
Chancen von Menschen in den Mittelpunkt zu stellen, fragt nicht zuerst, wie
voll möglicherweise ein Staats-Boot ist, sondern, wie Wanderung die menschliche
Entwicklung fördert. Und da sind Verbesserungen festzustellen – vom
Haushaltseinkommen über die Gesundheitsvorsorge bis zur Bildung. Das wird an
vielen Beispielen veranschaulicht, etwa an Bildungsmöglichkeiten im
Herkunftsland und im Zielland oder an der Säuglingssterblichkeit.
Diese Vorteile für die menschliche
Entwicklung greifen am ehesten, wenn Menschen aus Entwicklungsländern in
entwickelte Länder gehen. Dies ist aber die Ausnahme. Die große Mehrheit
wandert entweder im Land oder zwischen Entwicklungsländern. So leben zum
Beispiel drei Prozent der Afrikaner nicht in ihrem Geburtsland und weniger als
ein Prozent von ihnen in Europa. Die Mehrheit der Menschen aus den reichen
Ländern, die wandern, gehen in ein anderes reiches Land.
Der Bericht kommt zu dem Schluss, dass
Menschen aus den ärmsten Ländern am ehesten von Migration profitieren könnten,
aber am wenigsten mobil sind. Ein Grund liegt sicher in den hohen Kosten für
eine Wanderung (siehe Zahlenwerk).
Für die Aufnahmeländer – auch das macht
der Bericht deutlich – bedeutet Zuwanderung keinesfalls Verlust von
Arbeitsplätzen oder sinkende Einkommen. Auch werden Kosten für soziale
Leistungen, die Zuwanderer in Anspruch nehmen, zumeist weit übertrieben. Statt
dessen zeigt die Erfahrung, dass in Zielländern sowohl die Beschäftigungsquote
als auch die Innovationsquote steigt.
Der Nutzen für die Zielländer, der sich
aus Migration ergibt, und der Nutzen für die menschliche Entwicklung sollte aus
Sicht des Berichts dazu führen, Migration zu fördern. Dazu, wie das gelingen
kann, werden verschiedene Vorschläge gemacht. Zwei davon: bestehende Kanäle für
Arbeitsmigration weiter öffnen und Migration als Querschnittsaufgabe in die
Entwicklungspolitik integrieren.
Von den umfangreichen Informationen und
Argumentationen konnte hier nur ein Bruchteil vorgestellt werden. Insgesamt hat
das UNDP einen ungeheuer informativen Bericht vorgelegt, der vor allem durch
seine Perspektive, die Menschen und ihr Leben ins Blickfeld zu nehmen,
besticht. "Forum Migration November
2009"
Zuwanderung. Türken empfinden Deutschkurse als ungerecht
Wer aus der Türkei zum Ehepartner nach
Deutschland ziehen will, muss seit zwei Jahren Deutschkenntnisse nachweisen.
Die verpflichtenden Sprachkurse sind rar, dauern lange und kosten viel. Sie
sind eine so große Hürde, dass sie für manche unüberwindbar ist. Viele Türken
stellen die Frage nach der Gerechtigkeit.
In einem alten Gebäude in Istanbuls
Innenstadt büffeln junge Türken Deutsch. Keiner ist freiwillig hier, es ist der
deutsche Staat, der sie auf die Schulbank zwingt. Seit zwei Jahren gilt eine
neue Regel: Wer zum Ehegatten nach Deutschland ziehen will, muss außer dem
Eheschein auch Deutschkenntnisse nachweisen.
Was völlig überflüssig wäre, wenn alle
so wären wie eine der Kursteilnehmerinnen, die nach nur vier Wochen Unterricht
jede meiner Fragen selbstbewusst beantwortet: „Ich bin hier, weil mein Mann in
Deutschland lebt. Später will ich auch arbeiten. Ich bin Computeringenieur.“
Donnerwetter, so gut also sind die Kurse des Istanbuler Goethe-Instituts.
Freilich, die aufgeweckte junge Frau
würde auch in Deutschland zur Bildungselite zählen, sie spricht perfekt
Englisch, und auch ohne Deutschkurs hätte sie wohl kaum Schwierigkeiten, sich
in Deutschland an Sprache und Lebensstil zu gewöhnen. Ömer Orhan aus demselben
Kurs kann meine Fragen kaum verstehen oder beantworten. „Meine Frau
Deutschland“, stückelt er endlich zusammen.
„Da haben sie die Klassenbeste und den
Klassenletzten ausgesucht“, sagt die Lehrerin, ein Energiebündel namens Hülya
Bilen. Eben noch hat sie mit den Schülern gesungen und getanzt, ein
pädagogischer Kunstgriff, der die Männer im Raum eher verunsichert. Einer hat
sich entsetzt und sehr schnell in Richtung WC verabschiedet, aber als er
zurückkehrt, wird noch immer getanzt, und er muss gleich dran glauben.
So sehr sich die Pädagogen um
Auflockerung bemühen, ein Spaß sind die Integrationskurse nicht. Es ist eine so
große Hürde, dass sie für manche unüberwindbar ist und Fragen nach
Gerechtigkeit aufwirft. Denn wer das Zertifikat will, der muss mehr als nur
Deutsch lernen. Nur in wenigen Städten werden die Kurse angeboten,
hauptsächlich vom Goethe-Institut in Istanbul und Ankara. Sie dauern drei
Monate. Sie kosten relativ viel Geld, gemessen am Durchschnittseinkommen: rund
500 Euro. Natürlich gibt es keine Erfolgsgarantie. Und wenn man den Schein
endlich hat, dann wird im Konsulat dennoch zu einem Gespräch gebeten, auf
Deutsch, um zu sehen, ob der Antragsteller es tatsächlich kann. „Da sind uns
schon manche zurückgeschickt worden“, sagt Kursleiter Süleyman Türk.
Separations- statt Integrationskurs
Mit anderen Worten, wer in der Provinz
wohnt und arbeitet und nach Deutschland will zum Ehegatten, der muss Job und
Einkommen aufgeben, unter großem finanziellen Aufwand nach Istanbul oder Ankara
ziehen, scheitert vielleicht beim ersten Versuch, muss noch mal drei Monate
dranhängen, und kann dann immer noch am Konsulat scheitern. Es ist eine so hohe
Hürde, dass manche böse von einem Separations- statt Integrationskurs sprechen
– dessen eigentliches Ziel sei es, den Zuzug für viele zu verhindern.
Sogar im Goethe-Institut selbst gab es
heftige Debatten, ob die Kurse moralisch verantwortbar sind. „Manche wollten
das nicht mittragen“, erinnert sich die Leiterin der Sprachabteilung, Erika
Broschek. Aber nach und nach entdeckte man, dass die Kurse Sinn haben – die
Teilnehmer selbst empfanden es so.
„Es ist eine große Investition, aber
man kann es auch als Hochzeitsgeschenk der Familie sehen, als Investition in
die Zukunft“, sagt Frau Broschek. Das Institut bemüht sich, die finanziellen
und geografischen Schwierigkeiten zu verringern, Prüfer reisen in die Provinz
und halten dort die Tests ab – vorbereiten kann man sich auch privat.
Die Kursleiter erzählen von den
Überraschungen, die sie erleben; für manche Schüler ist der Kurs eine Chance,
einer ungewünschten, vielleicht gar einer Zwangsehe zu entgehen. „Ein Mädchen
wurde morgens immer vom Schwiegervater gebracht und abends abgeholt, aber eines
Tages entschuldigte sie sich kurz und kam nie wieder.“ Ein Schüler, den die
Lehrer als sehr gut beurteilten, gab leere Prüfungsbögen ab. „Wer hier schon
einen Beruf und eine Zukunft hat, will nicht immer, was die Familie will“, sagt
Süleyman Türk.
Billiger, niveauvoller, länger
Alles in allem empfinden die Schüler
die Kenntnisse, die sie erwerben, als befreiend, und auch die „Bedenkzeit“, die
die Kurse vor dem Umzug erzwingen, hilft manchem, sich über seine Wünsche
klarer zu werden. An diesem Tag ist es so weit, 90 Prozent der Teilnehmer haben
es geschafft und holen ihr Zertifikat ab. Süleyman Türk warnt jeden vor dem im
Konsulat zu erwartenden Gespräch: „Macht uns keine Schande, übt vorher.“
Dilan Erken ist 18 Jahre alt, sie will
nach Bremen zu ihrem Mann, der ist Schneider, sie ist Schneiderin. Das alles
sagt sie auf Türkisch, weil es auf Deutsch noch nicht geht – den Test bestand
sie mit 61 Prozent, 60 ist das geforderte Minimum. Selcuk Civan (71 Prozent)
findet die Kurse teuer, aber gut, die Familie hat geholfen (auch bei der
Brautsuche, es ist eine Cousine). „Ich Möbler“, kann er immerhin sagen, er ist
Tischler. Ein anderer Absolvent (65 Prozent) findet das Kurssystem „schön und
logisch“, und auf Türkisch erklärt er, was er dennoch ändern würde: billiger
machen, aber dafür ein höheres Niveau mit längeren Kursen einfordern. Boris
Kalnoky DW 5
Italienischer Mittelstand in Sorge. Römische Auslese
Die Regierung in Italien verordnet
Optimismus - trotz der Wirtschaftskrise. Viele Mittelständler haben genug von
der Verdrängungsstrategie und fürchten Kratzer am Image von Bella Italia.
Gut, eine große Bankenkrise ist Italien
zwar erspart geblieben. Dennoch kommt das Land nicht ungeschoren durch die
Wirtschaftskrise. Der Mittelstand leidet heftig und wartet vergeblich auf
staatliche Unterstützung nach deutschem Vorbild. Stattdessen ruft die Regierung
zur kollektiven Verdrängung und zu Optimismus auf.
Die Unternehmer können das Gerede von
Vertrauen und Erholung längst nicht mehr hören. Damit nicht genug.
Markenartikler wie der Triester Kaffeehändler Andrea Illy fürchten, dass
Ministerpräsident Silvio Berlusconi dem Image des Landes schadet.
"Inzwischen gibt es drei
Italien", sagt Illy im SZ-Interview: "Da ist das altmodische Italien
der fünfziger Jahre: Sophia Loren, Fiat 500, Chianti. Dann gibt es das
zeitgenössische Italien der anspruchsvollen Modefreaks. Es steht für Stil und
Lebensart. Dieses Italien wird nicht angetastet durch das Abscheu erregende
dritte Italien des politischen Verfalls. Der Kunde des "Made in
Italy" nimmt die Unterschiede wahr. Er kennt Italien, schätzt das Schöne
und schaut über diesen Zirkus hinweg."
Das Interview von Ulrike Sauer mit
Andrea Illy über die Leiden des italienischen Mittelstandes - morgen auf der
Familienunternehmer-Seite der Süddeutschen Zeitung
(sueddeutsche.de 4)
Italien und das Kruzifix-Urteil. Picknick auf dem Friedhof
In Italien herrscht eine archaisch
anmutende Volksgläubigkeit. Kreuz und Kruzifix gehören zur Alltagskultur. Ob
Glaube oder Kult, das Kreuz bleibt hängen. Von Henning Klüver
Das Kreuz ist überall. Es hängt, ob als
Kruzifix oder als schlichtes Symbol, in den meisten Klassenzimmern der
staatlichen Schulen Italiens wie in vielen Warteräumen der öffentlichen
Krankenhäuser - von den religiösen Einrichtungen ganz zu schweigen. Man findet
es in Büros und auch in Hotels. Es ziert so manchen Wohnraum, und in ärmlichen
Behausungen ist es nicht selten der einzige Wandschmuck. Städte wie Genua haben
es als Wappen gewählt, Fußballklubs wie Inter Mailand als Emblem,
Autohersteller wie Alfa Romeo als Markenzeichen. Hoch auf den Obelisken
verkündet es den Triumph des Christentums über die Antike. Als Tatoo auf dem
Oberarm bezeugt es die Identifikation wenn nicht mit einem Glauben, dann doch
mit einer Kultur. Und an Halsketten hängend wird es von billigem Plastik bis zu
teurem Edelstein nur als Schmuck verstanden.
Das Urteil des Europäischen
Gerichtshofs für Menschenrechte, wonach das obligatorische Anbringen von
Kruzifixen in den Klassenzimmern staatlicher Schulen gegen die Europäische
Menschenrechtskonvention verstoße, wird deshalb in weiten Teilen der
italienischen Gesellschaft nicht verstanden. Zumal der moderne italienische
Staat vor 150 Jahren gegen den Papst entstanden ist. Erst unter Mussolini wurde
der Katholizismus zur Staatsreligion. Diesen Status verlor sie mit dem Konkordat
von 1984 wieder.
Selbst Vertreter einer laizistischen
Kultur, wie etwa Pier Luigi Bersani vom oppositionellen Partito Democratico,
beklagen, dass mit dem Straßburger Urteil "der Gemeinsinn Opfer der
Rechtsprechung" geworden sei. Souad Sbai zufolge, der Chefredakteurin der
islamisch-italienischen Zeitschrift Al Maghrebiya (und Abgeordneten der
Berlusconi-Partei PDL), gehört das Kreuz zur "Identität der
Italiener". Die katholische Tageszeitung L'Avvenire zitiert als Zeugin die
Schriftstellerin (und Kommunistin) Natalia Ginzburg, die 1988 einem Beitrag für
die Unità geschrieben hatte, das Kruzifix sei ein "Zeichen des
menschlichen Schmerzes".
Picknick auf dem Friedhof
Wie in kaum einem anderen europäischen
Land leben in Italien archaisch anmutende Volksgläubigkeit und
konsumorientiertes Singleverhalten nebeneinander. Das Kruzifix weist dabei weit
über den ideologischen Zusammenhang der katholischen Kirche hinaus. Auch in
Norditalien decken heute noch Familien, die vielleicht sonst nur noch zu
Weihnachten in die Kirche gehen, zu Allerseelen vor dem Schlafengehen den Tisch
mit Speisen für die verstorbenen Verwandten. Ganz zu schweigen vom
volksfestartigen Charakter, den das Fest etwa in Palermo annimmt, wenn Familien
mit Kind und Kegel auf den Friedhof ziehen, um dann ihren Toten den ganzen Tag
mit Picknick und Ballspiel nahe zu sein.
Dennoch gibt es auch in Italien
Gruppen, die mit dem Kruzifix - und dem, was es in ihren Augen symbolisiert - über
Kreuz sind. Die Laizisten des Landes teilen sich dabei in zwei Gruppen: moderat
die einen, die, zum großen Teil als gläubige Katholiken, die Trennung von Staat
und Kirche fordern, radikaler die anderem, die sich einer grundsätzlich
antiklerikalen Grundhaltung verpflichtet wissen. Das Kruzifix wie das
Kreuzsymbol ist besonders bei diesem radikalen Flügel in die Kritik geraten.
Wobei es aber vor allem darum gehe, so
etwa ein Sprecher der Lehrergesellschaft, dass die Bildungseinrichtungen in
Italien zurzeit immer mehr unter konfessionellem Einfluss kämen. Polemisch
werden etwa die Schulen aufgefordert, eine Nachbildung der antiken
Bronzestatuen von Riace statt des leidenden Christus in die Klassenräume zu
hängen. Ein Richter in Camerino (bei Macerata) weigerte sich derweil, in einer
Aula Recht zu sprechen, in der ein Kruzifix hängt. SZ 5
Nach Kruzifixverbot in Klassenzimmern. Heftige Kritik aus Rom
Die Regierung Berlusconi kündigt
Berufung gegen das Urteil des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte an.
Der hatte Kruzifixe in italienischen Klassenzimmern verboten. VON MICHAEL BRAUN
ROM - Die Entscheidung des Europäischen
Gerichtshofs für Menschenrechte (EGMR) gegen Kruzifixe in den Klassenzimmern
hat in Italien heftige Reaktionen ausgelöst. Am Dienstag hatte der EGMR
befunden, dass die Kreuze in den Schulen die Religionsfreiheit
nichtkatholischer Schüler verletzen und sie einem nicht verfassungskonformen
Anpassungsdruck aussetzen.
Die auf zwei Königliche Dekrete der
Jahre 1924 und 1928 zurückgehende verbindliche Anordnung des
Unterrichtsministeriums an alle Schulen, in sämtlichen Klassenzimmern Kreuze
aufzuhängen, ist hinfällig. Welche Dimensionen das Phänomen annehmen konnte,
beschrieb jetzt einer der Söhne der klagenden finnische-italienischen Mutter:
In seiner Klasse hätten drei Kreuze gehangen, "wohin man auch schaute,
fühlte man sich beobachtet" vom Heiland.
Doch damit soll es auch nach dem Urteil
keineswegs vorbei sein. Außenminister Franco Frattini sprach von "einem
tödlichen Schlag für das Europa der Werte und der Rechte". Und
Unterrichtsministerin Mariastella Gelmini: "Keiner, auch nicht irgendein
ideologiebefrachteter europäischer Gerichtshof wird es schaffen, unsere
Identität auszulöschen." Gelmini kündigte an, dass Italiens Regierung in die
Berufung gehen werde.
Klar, dass sie die italienische
Bischofskonferenz genauso wie den Vatikan an ihrer Seite hat. Die Kirche
erklärt jetzt, Christus sei schließlich "für alle" inklusive der
Nichtgläubigen am Kreuz gestorben, die sollten sich jetzt also nicht so
anstellen, wenn in allen Schulen (genauso wie in allen Gerichtssälen) Kreuze
hängen. Und Gelmini argumentiert, dass "das Kreuz in der Klasse nicht
Zugehörigkeit zum Katholizismus ausdrückt, sondern ein Symbol unserer Tradition
ist".
Auf dieser Linie findet sich auch
Pierluigi Bersani, gerade gewählter Vorsitzender der Demokratischen Partei und
damit Oppositionsführer. "Ich denke, dass in solch einer empfindlichen
Frage der gesunde Menschenverstand zum Opfer des Rechts geworden ist. Eine überkommene
Tradition wie die des Kreuzes kann für niemanden eine Beleidigung
darstellen".
So bleiben am Ende nur kleine religiöse
Minderheiten wie die Jüdische Gemeinde, die aber auch bloß
"theoretisch" gegen das Kreuz in den Schulen ist, praktisch aber vor
Glaubenskriegen warnt, während sich allein die Waldenserkirche, eine
protestantische Glaubensgemeinschaft, rundum zufrieden über das Urteil äußerte.
Taz 4
Europäisches Kruzifix-Urteil. Im Geiste der Aufklärung
Ausdruck wohlverstandener Toleranz und
zutiefst europäischer Gesinnung: Das Kruzifix-Urteil hat nichts mit Ignoranz
gegenüber der christlichen Tradition zu tun.
Ein Kommentar von Tanjev Schultz
Wenn in öffentlichen Debatten religiöse
Gefühle im Spiel sind, ist der Hang zur Übertreibung oft sehr ausgeprägt.
Kurienkardinal Walter Kasper hat das Kruzifix-Urteil des Europäischen
Gerichtshofs für Menschenrechte als intolerant und "radikal
antieuropäisch" kritisiert. Das ist nicht nur radikal übertrieben. Es ist
auch radikal falsch.
Das Urteil ist vielmehr Ausdruck
wohlverstandener Toleranz und einer zutiefst europäischen Gesinnung. Die
Richter gaben einer Italienerin Recht, die gegen Kruzifixe in staatlichen
Schulen geklagt hatte. Die weltanschauliche Neutralität des Staates ist ein
Erbe der europäischen Aufklärung, das in modernen, multireligiösen
Gesellschaften unverzichtbar ist. Das Urteil liegt auf der gleichen Linie wie
der berühmte Kruzifix-Beschluss des Bundesverfassungsgerichts von 1995. Auch
damals tat die katholische Kirche so, als stünde der Untergang des Abendlandes
unmittelbar bevor.
Das christliche Abendland gibt es immer
noch. Und in vielen, wenn nicht den meisten bayerischen Volksschulen hängt nach
wie vor ein Kreuz. Wie die deutschen waren auch die europäischen Richter nicht
der Ansicht, christliche Symbole hätten in den Schulen absolut nichts zu
suchen. Die Gerichte störten sich nur daran, dass sie den Schulen verbindlich
vorgeschrieben und sogar auf Protest hin nicht abgehängt wurden.
Freiwillige Schulgebete - Eine
staatliche Einrichtung, argumentieren die Richter, darf nicht den Stempel einer
bestimmten Religion tragen. Das bedeutet jedoch nicht, dass sich die Schule
ignorant und gleichgültig gegenüber der christlichen Tradition verhalten
müsste. In einer offenen pädagogischen Kultur können Angebote für freiwillige
Schulgebete und religiöse Feiern sehr wertvoll sein. Die Schüler müssen ihre
religiöse Identität auch nicht verbergen. Deshalb hat ein Berliner Gericht vor
kurzem zu Recht entschieden, dass ein Muslim in der Pause gen Mekka beten darf,
wenn das den Unterricht nicht beeinträchtigt. Und ein christlicher Schüler darf
selbstverständlich um den Hals eine Kette mit dem Kreuz tragen.
Vielleicht bleiben Atheisten beim
Anblick des Kreuzes ganz gelassen
Die meisten Eltern und Kinder haben in
Bayern bisher darauf verzichtet, Einspruch gegen Kreuze und Kruzifixe zu
erheben. Vielleicht haben sie sich nicht getraut, weil sie befürchten müssen,
angefeindet zu werden. Dann widerspräche die bayerische Praxis dem Geist der
höchstrichterlichen Entscheidungen. Vielleicht ist es aber auch einfach so,
dass viele Atheisten und Muslime beim Anblick eines Kreuzes ganz gelassen
bleiben. Viel wichtiger als ein Klassenzimmer ohne Kreuz sind ihnen Respekt und
Fairness im täglichen Umgang.
Am (fehlenden) Kruzifix allein lässt
sich nicht ablesen, ob die Schüler und Lehrer Toleranz üben und in friedlicher
Vielfalt leben. Christen könnten wissen, dass die gute Tat mehr zählt als ein
Symbol. Und gute Atheisten zeichnet aus, dass sie auf Distanz gehen zu allen
intoleranten Typen: dem religiösen Fanatiker, aber auch dem laizistischen
Eiferer. SZ 5
Iman-Entführung. Italien verurteilt CIA-Agenten
Im Prozess um die Entführung eines
muslimischen Geistlichen sind in Italien mehr als 20 CIA-Agenten in Abwesenheit
zu mehrjährigen Freiheitsstrafen verurteilt worden. Das Gericht in Mailand
befand am Mittwoch insgesamt 23 US-Bürger - alle bis auf einen von ihnen
Agenten des amerikanischen Geheimdienstes CIA - für schuldig, 2003 den
radikalen ägyptischen Kleriker Abu Omar gekidnappt zu haben.
Die Agenten erhielten Haftstrafen
zwischen fünf und acht Jahren. Der Fall hatte damals für Aufsehen gesorgt, weil
der Iman der Mailänder Moschee in der Stadt bei helllichtem Tag und auf offener
Straße verschleppt worden war. Zwei italienische Geheimdienstagenten erhielten
wegen Beihilfe geringere Haftstrafen.
Den Angeklagten war vorgeworfen worden,
den Geistlichen entführt und über den deutschen US-Stützpunkt Ramstein nach
Ägypten verschleppt zu haben. Dort soll er angeblich gefoltert worden sein. Das
Gericht hatte in dem zweieinhalbjährigen Prozess gegen insgesamt 26 US-Bürger
und sieben Italiener verhandelt, darunter auch gegen einen früheren
italienischen Geheimdienstchef. Dieser blieb wie unter anderem auch drei
CIA-Agenten mit diplomatischer Immunität straffrei.
Die Entführung des Imams galt als
besonders dramatisches Beispiel für das illegale und seinerzeit heftig
diskutierte CIA-Programm zur "außerordentlichen Überstellung" von
Terrorverdächtigen. Das von dem Mailänder Richter Oscar Magi verkündete Urteil
ist das erste zu diesem geheimen CIA-Programm.
Berlusconi gibt den Unwissenden
Die Mailänder Staatsanwaltschaft hatte
im Jahr 2007 einen Auslieferungsantrag für die 26 per Haftbefehl gesuchten
US-Bürger gestellt. Die Regierung in Rom hatte es aber abgelehnt, diesen
weiterzuleiten. Zur Begründung hieß es, die staatliche Geheimhaltung zwischen
der amerikanischen Regierung und Rom müsse geschützt werden.
Darauf bezog sich auch der Richter des
Mailänder Prozesses, als er am Mittwoch auf die Einstellung des Verfahrens
gegen den ehemaligen Chef des Militärgeheimdienstes (Sismi), Nicolò Pollari,
verwies. Zwei Ex- Sismi-Agenten wurden dagegen verurteilt. Die Verurteilten
müssen den früheren Imam laut Richterspruch mit einer Million Euro
entschädigen.
Berlusconi, zum Zeitpunkt der
Entführung Ministerpräsident, hatte mehrfach erklärt, seine Regierung habe von
allem nichts gewusst. Auch Pollari sagte, er habe keine Kenntnis von der illegalen
CIA-Operation gehabt. Weil der auf offener Straße in einen Wagen gezerrte Abu
Omar über den US-Luftwaffenstützpunkt inDeutschland nach Ägypten geflogen
worden war, ermittelten seinerzeit auch deutsche Staatsanwälte. (dpa 5)
Italien: 23 CIA-Agenten verurteilt. Sieg der Gerechtigkeit
23 Amerikaner wurden in Italien
verurteilt, weil sie im Auftrag der CIA einen Imam enführt hatten. Das Urteil
trifft die ehemalige Regierung des George W. Bush. Ein Kommentar von Hans
Leyendecker
Es gibt noch Richter in Italien. Das
Urteil gegen die 23 Amerikaner, die im Auftrag der CIA vor sechs Jahren in
Mailand einen radikalen Imam entführt und nach Ägypten verschleppt hatten, wo
er dann gefoltert wurde, ist ein Sieg der Gerechtigkeit. Fünf Jahre Haft sind
angemessen, obgleich diese Strafe eher symbolisch ist. Es steht nicht zu
erwarten, dass die in Abwesenheit verurteilten Agenten nach Italien
zurückkehren werden.
Das Urteil trifft die ehemalige
Regierung des George W. Bush, die Rechtsstaatlichkeit dem Kampf gegen das
vermeintlich Böse opferte und die Prinzipien des Westens verriet. Das Urteil
beweist, dass Europa nicht der Hinterhof amerikanischer Dienste sein muss.
Zu oft durften Agentenkommandos davon
ausgehen, dass sie sich im Freundesland alles erlauben konnten. Die
paramilitärische Entführungscrew in Mailand hatte so viele Spuren hinterlassen
wie eine Herde Elefanten. Es ist ein Skandal, dass die geheimen CIA-Gefängnisse
in Osteuropa noch nicht zur Gänze geortet wurden.
Der Mailänder Vize-Generalstaatsanwalt
Armando Spataro, der sich schon mit der Mafia und den Roten Brigaden angelegt
hatte, hat bei den Ermittlungen auch nicht die Großen der Politik gefürchtet.
Er hat die Auslieferung der Kidnapper gefordert und dann nicht mehr lockergelassen.
Spataro und seine Leute haben sich die Akten auch von der Regierung Berlusconi
nicht aus der Hand winden lassen. Vor knapp vier Jahren hatte der Premier
öffentlich Zweifel angemeldet, dass die Vorwürfe der Ermittler fundiert seien
und hinzugefügt: "Terrorismus lässt sich nicht mit dem Gesetzbuch in der
Hand bekämpfen." Wer so denkt und so handelt, schafft erst den Nährboden,
auf dem Terrorismus gedeiht. SZ 5
Prozess in Italien. 22 CIA-Agenten verurteilt
Mehrjährige Haftstrafen: Der Prozess
wegen der Verschleppung des islamistischen Imams Abu Omar in Italien hat mit
einem Schuldspruch für fast alle Angeklagten geendet. Von Andrea Bachstein
Rom - Wegen der Verschleppung des
islamistischen Imams Abu Omar hat eine Gericht in Mailand am Mittwoch 23 Amerikaner
zu mehrjährigen Haftstrafen verurteilt. Die Staatsanwaltschaft geht davon aus,
dass die Verurteilten bis auf einen alle Mitarbeiter des Geheimdienstes CIA
waren.
Der Ägypter Mustafa Hassan Nasr,
genannt Abu Omar, war am 17.Februar 2003 in Mailand auf offener Straße entführt
worden. Die Aktion soll im Zuge eines CIA-Programmes zur geheimen Entführung
von Terrorverdächtigen erfolgt sein, sogenannter secret renditions.
Der US-Geheimdienst überstellte auf
diese Weise unter der Regierung von Präsident George W.Bush Terrorverdächtige
vorbei an Gesetzen und Behörden an andere Staaten. Abu Omar wurde nach Ägypten
gebracht. Der Flug führte vom Stützpunkt Aviano in Norditalien über den
amerikanischen Militärflughafen Ramstein in Deutschland.
Die Verurteilten waren im Prozess nicht
anwesend. Italien betrachtet sie als flüchtig, verlangt aber bisher nicht ihre
Auslieferung. 22 der Angeklagten erhielten Strafen von je fünf Jahren Haft. Der
seinerzeitige CIA-Stationschef in Mailand, Robert Seldon Lady, wurde zu acht
Jahren Gefängnis verurteilt. Der damalige CIA-Chef in Italien und zwei weitere
CIA-Leute entgingen aufgrund ihrer diplomatischen Immunität dem Verfahren.
Immunität gewährt
Ebenfalls wegen der Entführung
angeklagt waren der Chef des italienischen Militärgeheimdienstes Sismi, Nicola
Pollari sowie sein Stellvertreter Marco Mancini. Der Staatsanwalt hatte für sie
13 Jahre beziehungsweise zehn Jahre Haft beantragt. Den Sismi-Chefs wurden
jedoch ebenfalls Immunität gewährt.
Der Richter Oscar Magi entschied, sie
seien nicht zu belangen, weil das Staatsgeheimnis gewahrt bleiben müsse.
Pollari sagte dazu: "Ohne Staatsgeheimnis hätte ich meine Unschuld
bewiesen." Zwei weitere Sismi-Mitarbeiter wurden wegen Begünstigung der
Entführung zu drei Jahren Haft verurteilt.
Wie inzwischen bekannt ist, hatte die
CIA nach den Anschlägen des 11.September 2001 weltweit Terrorverdächtige in
ihre Gewalt gebracht und sie in Drittländer oder geheime Gefängnisse
verschleppt. Dabei hatte sie Überflugrechte und Landeplätze in anderen Staaten,
auch benutzt.
Unter anderem wegen des Fluges, mit dem
Abu Omar transportiert wurde, hatte auch Ex-Außenminister Frank-Walter
Steinmeier vor dem BND-Ausschuss des Bundestags aussagen müssen. Er war zu
fraglichen Zeit Kanzleramtschef und sagte aus, die Bundesregierung sei über die
Praxis der CIA nicht informiert gewesen. Er habe nichts von diesen Flügen
gewusst.
Es ist das erste Urteil weltweit wegen
des berüchtigten Geheimprogramms der CIA. Das Verfahren war in Italien
politisch extrem heikel, auch wegen der mutmaßlichen Beteiligung des
Geheimdienstes Sismi. Staatsanwalt Armando Spataro hatte trotz des Widerstandes
verschiedener italienischer Regierungen an den Ermittlungen festgehalten und
Anklage erhoben.
Es gab Versuche, ihn wegen Geheimnisverrats
anzuklagen. Sein Ausgangspunkt war die Aussage einer Zeugin, die beobachtet
hatte, wie Abu Omar von westlich aussehenden Männern in einen Lieferwagen
gezerrt wurde. Abu Omar, der seit 2007 wieder frei ist, hat ausgesagt, er sei
in der Haft gefoltert worden. Das Gericht sprach ihm das Recht auf
Schadenersatz zu. SZ 5
Tories gegen EU-Vertrag. Abstimmung um jeden Preis
David Cameron, der seinen Parteigängern
eine "gusseiserne Garantie" für ein britisches Referendum gab, sucht
erregte Gemüter zu beschwichtigen - mit dem Gelöbnis neuer, doch begrenzter
Scharmützel gegen die EU unter seinem Kommando. VON PETER NONNENMACHER
London. Zuletzt ergaben sich auch
eingefleischte Gegner des EU-Reformvertrags in ihr Schicksal. Selbst Vaclav
Klaus setzte widerwillig seine Unterschrift unter Lissabon. Nur konservative
Parteigänger in England können das Ende des langjährigen Ringens noch immer
nicht akzeptieren. Sie fordern weiter eine britische Volksabstimmung über den
Vertrag - sobald ihre Partei, wie zu erwarten steht, im kommenden Mai die
Regierungsgeschäfte in London übernehmen.
Immerhin hatte ihnen ihr Parteichef
David Cameron vor zwei Jahren "eine gusseiserne Garantie" für ein
solches Referendum gegeben. Dass sich nach Abschluss des Ratifikations-Prozesses
eine solche Abstimmung allerdings erübrigt, hatte der Garant damals
hinzuzufügen versäumt.
Das suchte der Tory-Vorsitzende jetzt
pflichtschuldigst nachzuholen. Nach der Erhebung Lissabons zu geltendem
EU-Recht ließen sich die Vertragsbestimmungen leider nicht mehr stoppen, sagte
Cameron: "Das ist so unmöglich, wie es unmöglich ist, die Sonne morgens am
Aufgehen zu hindern."
"Nicht die logischste Option"
Selbst der konservative
Europa-Abgeordnete (und EU-Hasser) Daniel Hannan räumte ein, dass nach der
Klaus-Unterschrift ein Lissabon-Referendum "wohl nicht mehr die logischste
Option" sei. Vergeblich hatte ja Cameron noch vor kurzem den tschechischen
Präsidenten in einem Brief gebeten, seine Unterzeichnung doch bitte so lange
hinaus zu zögern, bis eine Tory-Regierung in London in der Lage sei, den
Vertrag zu Fall zu bringen.
Etliche Tories, wie der Veteran unter
den Euro-"Skeptikern", Bill Cash, lassen sich von der Sonnen-Logik
freilich nicht beirren, und fordern hartnäckig weiter das ihnen hoch und heilig
versprochene Referendum. Andere, wie Hannan, wollen zumindest "ein
Referendum über europäische Integration" sehen - "im Idealfall über
eine weitflächige Rücknahme von Befugnissen" von Brüssel.
Das mochte der Parteichef nun nicht
gerade versprechen. Festlegen lassen wollte sich Cameron nur darauf, dass für
jeglichen Transfer britischer Souveränität an die EU künftig eine
Volksabstimmung vonnöten sei. Ein entsprechendes Gebot will Cameron als
Regierungschef umgehend gesetzlich verankern, damit "nie wieder"
Befugnisse leichtfertig abgetreten würden, wie unter Labour.
Abschied von Menschenrechts-Charta
Außerdem würde Cameron Verhandlungen
mit dem Rest der EU über die Rückgabe bestimmter Rechte an London aufnehmen. Im
Sozial- und Arbeitsbereich, zum Beispiel bei den Arbeitszeit-Direktiven, müsse
London künftig wieder eigene Beschlüsse fassen dürfen. Aus der
Menschenrechts-Charta der EU soll sich Britannien bei Bedarf
"vollkommen" ausklinken können. Und beim Strafrecht soll die EU dem
Königreich nicht zu viel drein reden.
Scharfe Kritik aus Frankreich
Mit ihren Zweifeln gegenüber der
Europäischen Union haben sich die britischen Konservativen scharfe Kritik aus
Frankreich eingehandelt. Das Verhalten der Tories sei "erbärmlich",
sagte der französische Europastaatssekretär, Pierre Lellouche, im Gespräch mit
der britischen Tageszeitung "The Guardian" vom Donnerstag.
"Es ist einfach traurig zu sehen,
dass Großbritannien, das in Europa so wichtig ist, sich vom Rest abkapselt und
vom Radarschirm verschwindet." Mit ihrem Verhalten im Europaparlament
hätten die Tories den Einfluss Großbritanniens "praktisch kastriert",
sagte Lellouche.
Die konservativen britischen
Abgeordneten im Europaparlament hatten sich unlängst aus der konservativen
Fraktion der Europäischen Volkspartei (EVP) zurückgezogen und sich mit
osteuropäischen Parteien zu einer neuen euroskeptischen Fraktion zusammengetan.
Souveränität zurückfordern - Ihm sei
vor allem wichtig, betonte Cameron, dass "europäische Integration keine
Einbahnstraße" sei, sondern Souveränität auch zurück gefordert werden
könne. Wenn das nicht verhandelbar sei, könne man immer noch an ein neues
Referendum denken. Fürs erste mache es aber keinen Sinn, ein Referendum
"nur um eines Referendums willen" zu veranstalten. Es sei ihm nicht
daran gelegen, "einen massiven Krach mit der EU vom Zaum zu brechen".
Ob derart diplomatische Töne die
empörte Parteiseele besänftigen können, war gestern noch nicht abzusehen. Viele
Tory-Aktivisten, wie Hannan, hätten nichts gegen einen massiven Krach. Sie
plädieren eh für einen Austritt Grossbritanniens aus der EU, und halten eine
Volksabstimmung zu dieser Kernfrage über kurz oder lang für unvermeidlich.
Mit offenkundiger Schadenfreue
quittieren derweil die politischen Gegner der Tories Camerons neuerliches
EU-Dilemma. In der Labour-Regierung hofft man, dass die Aussicht auf neue
Querelen zwischen einer konservativen Regierung und dem Rest der EU britische
Wähler noch rechtzeitig vorm nächsten Mai "zur Besinnung" bringen
werde.
Schon dass Cameron seine Tory-Fraktion
im Europa-Parlament aus ihrem alten Bündnis mit den großen
Mitte-Rechts-Parteien der EU heraus gehebelt und in eine umstrittene Allianz
mit rechtsextremen Integrationsfeinden eingebunden hat, hat dem Tory-Aspiranten
für Downing Street eine Menge Kritik eingetragen.
Viel Freunde habe Cameron ja nicht, in
Europa, meint Labour-Aussenminister David Miliband. Und mehr würden es auch
kaum werden, wenn die Tories "gefährliche" Positionen zur EU
einnähmen. Andererseits baut die nationalistische Unabhängigkeitspartei (Ukip)
darauf, dass ihr die Abkehr Camerons von seiner "gusseisernen
Garantie" auf der Rechten zusätzliche Stimmen eintragen wird, "weil
man nun auch nicht länger der Tory-Partei oder David Cameron trauen darf, wo es
um Versprechen zu Europa geht". (mit afp) FR 5
Tschechien: EU-Vertrag ratifiziert. Ende des Nervenkriegs
Eine jahrelange Zitterpartie ist zu
Ende: Die Tschechen machen den Weg für den Reformvertrag von Lissabon frei.
Jetzt sollte die EU großzügig sein.
Besser spät als nie - dieses alte
französische Sprichwort steht als Seufzer der Erleichterung nach dem
historischen Akt, den am Dienstag der tschechische Verfassungsgerichtshof in
Brünn gesetzt hat. Der Lissabonner Vertrag ist mit Tschechiens Verfassung vereinbar.
Ein langjähriger Nervenkrieg um die Reform der EU kommt damit an sein Ende.
Es naht der Zeitpunkt, da die Union der
27 sich in der Rivalität mit den Groß- und Schwellenmächten dieser Erde als ein
gemeinsam handelnder politischer Akteur präsentieren kann, der schneller als
bisher zu Entscheidungen findet und durch zwei Spitzenrepräsentanten besser
sichtbar wird. Europa bekommt die Telefonnummer, nach der einst Henry Kissinger
so sehr verlangt hat.
Jahrelanger Streit - Jahrelang ging der
Streit darum, ob diese Reform die Souveränität der Einzelstaaten beschränke. Es
ist kein Zufall, dass gerade in Tschechien besondere Bedenken erhoben wurden.
Das Land hat bis 1918 unter der jahrhundertelangen Herrschaft der Habsburger
und dann ab 1938 unter den Nazis, ab 1948 unter den Kommunisten auf
verschiedene Weise erlebt, was eine Fremdbestimmung von außen bedeutet. Man
muss diese historische Erfahrung, die in abgewandelter Form auch andere mittel-
und osteuropäische Länder teilen, sehr ernst nehmen.
Gleichwohl bleibt festzuhalten: Die 17
Senatoren, die das Verfassungsgericht angerufen hatten und jetzt endgültig
unterlagen, sowie der EU-kritische Präsident Vaclav Klaus vertreten heute in
Tschechien eine kleine, wenn auch lautstarke Minderheit. Das Parlament hat dem
Lissabonner Vertrag mit großer Mehrheit zugestimmt, das Volk ihn in Umfragen
gebilligt.
Deshalb wäre es jetzt falsch, die
Tschechen und ihre Regierung für die nervtötenden Verzögerungen büßen zu
lassen, die die Prager Bremser gezielt verursacht haben. Die Europäische Union
sollte auch künftig Großmut zeigen, wie sie dies in den vergangenen Jahren
schon gegenüber den Nein-Sagern in Irland, Frankreich und den Niederlanden
getan hat.
Eines allerdings hat die Schlussphase
der Prozedur noch einmal drastisch vor Augen geführt. Trotz aller
Integrationsfortschritte bleiben zwischen Nachbarländern in der EU ungelöste
Probleme bestehen, die bis heute das Klima vergiften können. Dazu gehören die
Auseinandersetzungen Ungarns mit seinen Nachbarn in der Slowakei, Rumänien und
Serbien. Dazu gehört ebenfalls die ganze schwierige Problematik jener mehr als
drei Millionen Deutschen und Ungarn, die ab 1945 aus der Tschechoslowakei
vertrieben worden sind.
Vaclav Klaus selber hat deren Schicksal
wieder auf die europäische Tagesordnung gesetzt, indem er in der
Auseinandersetzung über den EU-Vertrag eine Sonderklausel zur Fortgeltung der
Benes-Dekrete verlangte. Man sollte gerade in einer konsolidierten und in ihrem
Zusammenhalt gestärkten EU Gelegenheit finden, nun über diese Fragen noch
einmal offen und vertrauensvoll zu reden, um sie endgültig zu klären. Klaus
Brill SZ 4
Analyse. Nächste Ausfahrt Europa
Die Entscheidung war erwartet worden -
dennoch war die Erleichterung in Brüssel mit Händen greifbar. Das tschechische
Verfassungsgericht hat auch eine zweite Klage gegen den Vertrag von Lissabon
abgewiesen. Dagegen hatte man in der europäischen Hauptstadt nicht damit
gerechnet, wie schnell der geschlagene Präsident Václav Klaus seine Zusicherung
wahr machen und als letzter das Reformwerk unterschreiben würde.
Umso größer die Zufriedenheit: Nach
langem Hoffen und Bangen, ob die 27 Mitgliedstaaten bereit sind, die
Europäische Union rundum zu erneuern, sie fit zu machen für eine kompliziertere
Welt, könnte es nun losgehen in Europa.
Auf einem Sondergipfel in der nächsten
Woche werden die Staats- und Regierungschefs zwei Personalien klären, die klar
für die neue Union stehen. Sie legen fest, wer Hoher Beauftragter für die
Außen- und Sicherheitspolitik, vulgo: "Außenminister", wird und wer
den extra geschaffenen Posten eines ständigen Präsidenten des Europäischen Rats
bekommt, also dem Gremium der Staatschefs dauerhaft vorsteht.
Wenn die Strippenzieher in den
Hauptstädten der großen Mitgliedstaaten geklärt haben, welcher Sozialdemokrat
"Außenminister" wird, kann Kommissionspräsident José Manuel Barroso
endlich seine Mannschaft zusammenstellen. Der Hohe Beauftragte ist gleichzeitig
Vizepräsident der EU-Kommission. Das Land, aus dem er kommt, hat keinen
Anspruch auf einen weiteren Kommissar.
Deshalb halten sich einige Staaten mit
der Ernennung ihrer Vertreter für die Brüsseler Behörde noch zurück. Schafft es
der Portugiese, sein Team schnell zusammenzustellen und dabei allen Wünschen
und Forderungen aus den Mitgliedstaaten zu entsprechen ("Deutschland
beansprucht ein einflussreiches Wirtschaftsressort!"), könnte sich das
neue Gremium Mitte Dezember dem Europäischen Parlament stellen.
Sie stärken das Parlament - Geht dabei
nichts schief, könnte die Union am 1. Januar 2010, ein halbes Jahrhundert nach
Gründung der Gemeinschaft, mit einer neuen Kommission, einem starken
"Außenminister", einem ständigen Ratspräsidenten und einer
zeitgemäßen Hausordnung die Zukunft meistern. Die neuen Regeln schränken das
Vetorecht ein, damit nicht mehr der Lustloseste das Tempo der Union bestimmt.
Und sie stärken das Parlament, die einzige demokratisch legitimierte
Institution, in Sach- und Personalfragen.
Das könnte ein schöner, lange kaum für
möglich gehaltener Aufbruch der EU sein. Könnte! Noch ist längst nicht sicher,
ob Europa die Chance dafür nutzt. Die seit Wochen mit Verve geführten
personalpolitischen Debatten verdecken, dass die neuen Ämter nur vage definiert
sind.
Was soll der künftige Ratspräsident
tun, mit welchen Kompetenzen und mit welcher Ausstattung? Wird er eher ein
interner Koordinator, also ein besserer Bürokrat sein, oder kann er politische
Akzente setzen? Und der Hohe Beauftragte: Wie soll der Europäische Auswärtige
Dienst, der ihm zuarbeiten muss, beschaffen sein? Wird er ein
"Außenminister" sein, der unabhängig von seinen nationalen Kollegen
agiert und über einen ausreichend großen Apparat verfügt?
Soll der Aufbruch gelingen, müssen die
Staats- und Regierungschefs diese Punkte rasch beantworten. Am einfachsten geht
das, wenn sie sich zunächst über die Grundsatzfrage klar werden: Wie stark und
eigenständig soll das neue, das "Lissabon-Europa" sein? Werner Balsen FR 4
Neues Europäisches Bürgerbegehren ist eine große Chance!
Nach der Unterzeichung der
Ratifizierung des Vertrages von Lissabon in Tschechien erklärt der Präsident
des Netzwerks Europäische Bewegung Deutschland (EBD), Dr. Dieter Spöri: Neues
Europäisches Bürgerbegehren ist eine große Chance!
"Der Vertrag von Lissabon wird der
europäischen Integration eine neue Dynamik verleihen. Auch wenn in den Monaten
der Ratifizierung viel gerungen und verhandelt wurde, die Substanz des
Vertrages bringt wichtige Neuerungen insbesondere für die Zivilgesellschaft und
die Bürgerinnen und Bürger.
Erstmals wird die Einbeziehung der
Zivilgesellschaft in den europapolitischen Dialog vertraglich festgeschrieben,
erstmals können europaweit 1 Millionen Bürgerinnen und Bürger mit ihren
Unterschriften die Europäische Kommission auffordern, eine Gesetzesinitiative
zu einem bestimmten Thema zu starten.
Es ist zu hoffen, dass diese Form eines
europäischen Bürgerbegehrens intensiv genutzt wird. Dadurch würde die
demokratische Verankerung der EU bei den Bürgerinnen und Bürgern Europas
entscheidend gestärkt. Dies ist eine große Chance für Europa.
Das Netzwerk EBD hat seit einigen
Jahren in Deutschland einen europapolitischen Dialog zwischen der
Zivilgesellschaft und den politischen EU-Akteuren etabliert.
Das Integrationsverantwortungsgesetz,
das infolge des Urteils des Bundesverfassungsgerichts zum Vertrag von Lissabon
von Bundestag und Bundesrat beschlossen wurde, wird diesen partnerschaftlichen
Dialog zu einem noch wichtigeren Bestandteil der deutschen Europa-Kommunikation
machen.
Das Netzwerk EBD und seine über 170
Mitgliedsorganisationen werden die Chancen des Vertrags von Lissabon
entschieden nutzen." De.it.press
Ein Jahr Barack Obama. Präsident auf Bewährung
Unbestritten, Barack Obama hat die USA
verändert. Doch ein Jahr nach seinem Amtsantritt ist die Liste der unerfüllten
Versprechen immer noch lang. Das muss sich bald ändern. Ein Kommentar von
Reymer Klüver
Auf den Tag ein Jahr ist es her, dass
eine neue Zeitrechnung anbrechen sollte für Amerika und die Welt. Seine
Landsleute, sagte Barack Obama am Abend seines Wahltriumphs, hätten den Mantel
der Geschichte erfasst. "Der Wandel ist nach Amerika gekommen", rief
er in die kalte Nacht von Chicago - und den Menschen im ganzen Land, ja, rund
um den Globus wurde es warm ums Herz.
Da stand ein Mann, der glaubhaft einen
Neuanfang zu verkörpern schien, nach den bleiernen Jahren der
Bush-Präsidentschaft, die auf so vielen Amerikanern wie ein böser Albdruck
lastete und das Bild der USA in der Welt verdüstert hatte. Obama war damit der
lebende Beweis für die Selbstreinigungskraft der amerikanischen Demokratie.
Zum ersten Mal hatte die Nation einen
Schwarzen ins Weiße Haus gewählt. Fast wie ein Messias wurde er gefeiert, der
imstande war, durch die Macht seiner Worte Berge zu versetzen. Die Menschen
wollten es glauben, und Obama tat wenig, die übersteigerten Erwartungen zu
dämpfen.
Ein Jahr nach Barack Obamas Wahl
Momente eines Hoffnungsträgers
Ein Jahr danach ist Ernüchterung
eingekehrt. Die Berge, vor denen dieser junge Präsident steht, türmen sich
mächtiger auf denn je. Gemessen an den unrealistischen Hoffnungen, die er
geweckt hat, müsste Obamas Präsidentschaft bereits heute als Fehlschlag
verbucht werden. Obama hat sich unbeliebt gemacht.
Die Popularitätswerte des Mannes, der
mit einem Vertrauensvorschuss ins Amt gegangen ist wie selten ein Präsident vor
ihm, sind grauer Durchschnitt - nicht besser, als es die seiner mehr oder
minder mediokren Vorgänger seinerzeit waren. Der Honeymoon der Amerikaner mit
ihrem neuen Präsidenten ist vorbei. Die Rechten fühlen sich bestätigt, weil sie
ihn immer für einen Scharlatan gehalten haben. Die Linken sind enttäuscht, weil
sie seine glänzende Wahlkampfrhetorik für bare Münze nehmen wollten.
Tatsächlich hat Obama wenig Greifbares
vorzuweisen - noch. Außenpolitisch hat sein Versprechen, Frieden zu schaffen
ohne Waffen, Amerikas eingeschworene Feinde nicht sehr beeindruckt: Weder
gegenüber Iran noch im Verhältnis zu Nordkorea hat seine Bereitschaft zum
Dialog Früchte getragen. Im Nahen Osten geht nichts voran.
Mehr noch: Obama hat den schmutzigen
Geheimkrieg seines Vorgängers in den Bergen Pakistans verschärft mit inzwischen
alltäglichen Raketenschlägen gegen die Terrorbanden. In den kommenden Wochen
wird er das US-Engagement in Afghanistan derart erhöhen, dass so viele
US-Soldaten im Kriegseinsatz sind wie in den schlimmsten Monaten unter George
W. Bush. Und das Schandlager von Guantanamo ist auch noch nicht geschlossen.
Innenpolitisch ist Obamas Versprechen
eines parteiübergreifenden Neuanfangs wie eine Seifenblase zerstoben. Die
Republikaner betreiben Fundamentalopposition, und die Demokraten kann der
Präsident nur mit größter Mühe hinter seinen Reformvorhaben zusammentreiben.
Alles braucht viel mehr Zeit als gedacht.
Obama hat die USA verändert
Wenn die Gesundheitsreform kommt, wird
sie nicht annähernd so vielen Amerikanern den Schutz einer Krankenversicherung
bringen, wie von Obama zuvor versprochen. Der Klimaschutz ist vertagt. Selbst
die Schwulen und Lesben murren, weil der Präsident die unsägliche Praxis der US-Streitkräfte
bislang nicht beendet hat, bekennende Homosexuelle zu feuern.
Lang ist die Liste unerfüllter
Versprechen, Wünsche und Träume. Doch selbst wenn viel greifbare Resultate
fehlen, hat Obama Amerika bereits mehr verändert, als seine Kritiker glauben.
Er hat politische Prinzipien wieder
eingeführt, die Amerikas maßvoller Seele näher liegen als die verquere
Großmanns-Attitüde seines Vorgängers. Er hat das Ansehen der Nation in der Welt
wiederhergestellt, nicht allein durch seinen überzeugenden Wahlsieg vor einem
Jahr, sondern auch durch seine Reden und eine überlegte Amtsführung.
Endgültig Vergangenheit sind schale
Predigten von Freiheit und Demokratie, denen man notfalls Waffengewalt folgen
lässt. Vorbei ist eine Kurzschlusspolitik, die bereit war, die
Rechtsstaatlichkeit zu opfern im Kampf gegen den Terror.
Nach außen sucht Obama Allianzen und
den Ausgleich - Dialog statt Diktat. Nach innen ist trotz aller Kompromisse -
siehe Guantanamo und die fortgesetzte Inhaftierung mutmaßlicher Feinde Amerikas
ohne Rechtsgrundlage - die Rückkehr zum Gleichgewicht der Gewalten und zur
Kontrolle staatlicher Macht zu erkennen.
Das epische Ringen um die
Gesundheitsreform offenbart - neben zahlreichen politischen Fehlkalkulationen -
ebenfalls ein Streben nach Konsens. Und die langen Beratungen über die
Strategie in Afghanistan lassen erkennen, dass kein Hamlet im Weißen Haus
residiert, sondern ein Analytiker, der die Konsequenzen seines Tuns nüchtern zu
durchdenken weiß. Das ist eine beruhigende Erkenntnis.
Obama rackert, das ist ein Jahr nach
seiner Wahl klar. Noch ist es zu früh für ein Urteil über seine
Präsidentschaft. Doch spätestens in einem Jahr, wenn ein neuer Kongress gewählt
wird, muss Barack Obama ein paar der Berge vor ihm so weit abgetragen haben,
dass neue Horizonte erkennbar sein werden. Sonst wird ihn das Wahlvolk
bestrafen - und die Geschichte auch. SZ 4
Kommentar. Warnzeichen für Obama
Es war keine gute Wahlnacht für Barack
Obama: Bei den Gouverneurswahlen in Virginia und New Jersey wurde die Partei
des US-Präsidenten abgestraft. Dafür mag es viele Erklärungen geben: schwache
Kandidaten, die Wirtschaftskrise, deren soziale Folgen jeder Regierung
angelastet werden, die geringe Beteiligung, die jener Partei hilft, deren Basis
motivierter ist.
Im Moment sind das in den USA die
Republikaner. Deren Hass auf Obama und seine Reformpolitik des aktiven Staats
wirkt in Amerikas konservativem Lager wie ein Aufputschmittel. Wenn der Name
Obama in Virginia und New Jersey auch nicht auf dem Stimmzettel stand, so sind
die verlorenen Gouverneurswahlen für den Präsidenten gleichwohl ein Schuss vor
den Bug.
Nur ein Jahr nach Obamas Triumph
bröckelt seine Koalition. Die noch hohe Popularität bei Jungen und Schwarzen
setzt sich nicht automatisch in Stimmen für andere Demokraten um. Von der
"Change"-Bewegung war nichts mehr zu sehen. Wichtiger: Parteilose
Wechselwähler haben zum ersten Mal seit fünf Jahren mehrheitlich republikanisch
gewählt. Amerikas Mitte also gerät in Bewegung. Das wird bei den Demokraten die
Nervosität vor der Parlamentswahl im Herbst 2010 steigern.
Wenn die Regionalwahlen vom Dienstag
ein erster Stimmungstest waren, fällt er aber vielschichtig aus. Auch die
Republikaner können nicht nur jubeln. Bei einer Nachwahl in New York haben sie
nach mehr als 100 Jahren ein Kongressmandat verloren. Erzkonservative
Einpeitscher um Amerikas rechte "Jeanne d´Arc" Sarah Palin hatten
lieber einen Drittkandidaten unterstützt als die liberale Bewerberin der
eigenen Partei. Dietmar Ostermann FR 5
„Opel-GM-Magna“. Kalt erwischt - gründlich blamiert
Wenn es nicht um die Zukunft Tausender
Arbeitnehmer ginge, könnte lapidar festgestellt werden: So geht’s, wenn man
partout mit dem Kopf durch die Wand will und ökonomische Einwände souverän
beiseiteschiebt. Aber weil es eben auch um Tausende Arbeitsplätze bei Opel
geht, werden die wenigsten über die letzte Volte in der General
Motors/Opel-Saga in Verzückung geraten.
Und je nach Lesart wird man die
Entscheidung des GM-Verwaltungsrats, Opel nun doch nicht zu verkaufen, als
Affront gegen die Kanzlerin, als Brüskierung Deutschlands oder als Beleg dafür
werten, wie es in Wahrheit um die deutsch-amerikanischen Beziehungen stehe.
Oder als das, was sie vermutlich am ehesten ist: eine Entscheidung, bei der es
allein um die globale Zukunft von General Motors geht.
Dass Frau Merkel bitter auf die
Nachricht aus Detroit reagierte, Opel nun doch nicht dem
kanadisch-österreichischen Zulieferer Magna und der russischen Sberbank zu
überlassen, ist nachzuvollziehen. Gerade hat sie im Kapitol in Washington die
Hymne auf das deutsch-amerikanische Verhältnis geschmettert, und dann wird sie
noch vor dem Abflug auf den kalten Boden der Tatsachen zurückgeholt, auf einen
Boden übrigens, den vor Monaten ihr damaliger Wirtschaftsminister Guttenberg
für so kalt nicht gehalten hatte: „Operation Magna“ gescheitert, weil es sich
die neuen Leute in Detroit anders überlegt haben.
Ermutigt von der EU-Kommission: - Sie
wurden darin möglicherweise sogar mittelbar ermutigt von der EU-Kommission, die
mit der Rolle der deutschen Politik beim Verkauf an Magna alles andere als
glücklich war. Hat die Regierung des Präsidenten Obama, den Frau Merkel noch am
Morgen getroffen hatte – da war es um Weltpolitik gegangen –, ein falsches
Spiel gespielt? Das ist möglich, aber nicht wahrscheinlich. Es hätte die
entsprechenden Signale gegeben.
Jetzt schlagen in Deutschland die Wogen des Zorns hoch. Auch die russische Führung fühlt sich düpiert – von wegen Vertrauen, das man habe schaffen wollen. Wie immer die Opel-Geschichte ausgehen wird, so ist zum gegenwärtigen Zeitpunkt festzustellen, dass Bund und beteiligte Länderregierungen mit der alles andere als unstri