WEBGIORNALE  9-10  Novembre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Festa grande a Berlino. 20 anni dopo la caduta del Muro  1

2.       20 anni fa cadeva il Muro di Berlino  1

3.       La caduta del muro nell'Italia di Berlusconi 1

4.       L’Europa 20 anni dopo. La sfida di crescere oltre quel muro  3

5.       Il Muro. Quel giorno che cambiò la storia  3

6.       Il muro e l’Europa incompiuta. Quell’occasione di vent’anni fa  4

7.       Angela Merkel: "La mia meravigliosa infanzia nella Ddr"  4

8.       Lo scrittore tedesco Schneider: vinta la paura della riunificazione  5

9.       Intervista a Sergio Romano. Pezzi di muro che l’Europa deve saper raccogliere  6

10.   La caduta del Muro di Berlino, vent'anni dopo. Lo storico Gaddis: "Una rivoluzione scoppiata di sorpresa"  7

11.   Norimberga. Chiude definitivamente l’ufficio scolastico del Consolato. Dal 17 novembre passa a Monaco  8

12.   Monaco di Baviera. Raffaele Cantone presenta il suo libro “Solo per giustizia”  8

13.   Amichevole di calcio Parlamento di Amburgo-Consolato Generale d’Italia  8

14.   Colonia. Una lingua in più. Crescere in Germania con l'italiano  8

15.   La divisione “Acqui” in Germania per una esercitazione delle unità della Nato  9

16.   Le iniziative a Roma per il ventennale della caduta del Muro di Berlino  9

17.   Il “Tour dell’Integrazione” ha fatto tappa a Catania  9

18.   Confusione europea. Una sentenza sbagliata, tanti equivoci 9

19.   Trattato di Lisbona, integrazione e maggiori opportunità  10

20.   Washington-Roma rapporti faticosi 10

21.   Usa, vola la disoccupazione. Obama: richiamo alla realtà  11

22.   Usa, riforma della sanità. Obama: "Voto storico" alla Camera  11

23.   Salvate il soldato par condicio  11

24.   Droga e giovani. La pandemia che nessuno vuole vedere  12

25.   Chi vuol mandare D'Alema in Europa  12

26.   Pd, Bersani proclamato segretario. "Adesso prepariamo l'alternativa"  13

27.   Pd, il giorno di Pier Luigi Bersani. Rosy Bindi eletta presidente del partito  14

28.   È la più grave crisi produttiva. Ma davvero pensiamo che se ne può uscire da soli?  14

29.   Sindrome Prodi al governo. Maggioranza litigiosa  15

30.   I partiti personalizzati svuotano la democrazia  15

31.   Il Cipe "sblocca" 1,3 miliardi di euro per il Ponte. Soldi già destinati altrove. Nulla dai privati 16

32.   Terremoto a RaiTre silurato Ruffini 16

33.   I conti in rosso dei Comuni (senza Ici) 17

34.   Firenze “abbatte” il Muro di Berlino  17

35.   Roma, Diocesi preoccupata per l'ordinanza sui lavavetri 18

 

 

1.       9. November. Schicksalstag der Deutschen  18

2.       Leoluca Orlando im Interview. "Berlusconi pervertiert sein Amt"  18

3.       Prozess gegen Italien-CIA-Chef. Enttäuschung über Urteil 19

4.       Berlusconi Buch. Silvios Märchenstunde  20

5.       Rom will Kruzifix hängen lassen  20

6.       Italien. Camorra-Boss in Neapel gefasst 21

7.       Ziemlich attraktiv: Studie über hochqualifizierte Zuwanderer in Deutschland  21

8.       Thema Zuwanderung. Integration wird wieder salonfähig  21

9.       Gastbeitrag. Keine Angst vor Parallelgesellschaften  22

10.   Berlin. Extra-Schulklassen für deutsche Kinder. Migranten müssen draußen bleiben  23

11.   Kommentar. Die G 20 redet zu viel und beschließt zu wenig  24

12.   Gordon Brown. Afghanische Wahrheiten  24

13.   Afghanistan. Obama-Berater für Nato-Rückzug  24

14.   Apec-Treffen in Singapur. Gemeinsam erstarken oder untergehen  25

15.   Obama erzielt bei Gesundheitsreform Etappensieg  26

16.   Deutsch-französisches Verhältnis. Liebesgrüße aus Paris  26

17.   Opel und GM. Wenn Konzerne mit der Politik spielen  26

18.   Klima-Vorkonferenz. Scheitern vor dem Scheitern  27

19.   Leitartikel. Obamas Treibhaus  27

20.   20 Jahre Mauerfall. Lustvoll in die Demokratie  28

21.   20 Jahre Mauerfall. "Das letzte Imperium musste verschwinden"  29

22.   20 Jahre Mauerfall. Was zur Einheit fehlt 30

23.   Brandenburg. Platzeck wieder Ministerpräsident 31

24.   Job. Die Krise macht krank  31

25.   Residenzpflicht wird abgeschafft. Pro Asyl lobt Berlin  32

26.   Vortrag von Giuliano Ferrara  in Berlin  32

27.   Filmvorführung „Ma quando arrivano le ragazze?“ in München  32

28.   Köln/Bochum. Tiziano Scarpa liest aus seinem neuen Roman „Stabat Mater“  32

 

 

 

 

Festa grande a Berlino. 20 anni dopo la caduta del Muro

 

BERLINO - La capitale tedesca si prepara ad un assalto senza precedenti di turisti ed ospiti d’onore in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro. Nelle prossime ore a Berlino sono attesi i capi di stato e di governo dei ventisette paesi dell’Unione europea, tra gli altri il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico Gordon Brown, e poi ancora il presidente della Federazione russa Dmitri Medvedev, il segretario di Stato americano Hillary Clinton, il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso e l’ex presidente dell’Unione sovietica Mikhail Gorbaciov e l’ex presidente polacco e storico leader del sindacato Solidarnosc Lech Walesa. Negli alberghi a cinque stelle della capitale le suite presidenziali sono ormai al completo e anche gli ostelli della gioventù e molti altri alberghi registrano già il tutto esaurito.

 

Nessuno a quanto pare voleva farsi sfuggire un evento così significativo e simbolico come quello del ventennale della caduta del Muro di Berlino sulle cui ceneri è ormai già cresciuta un’intera generazione di tedeschi. Ma i ricordi legati a questo evento epocale sono davvero ancora freschi abbastanza per trasformare le celebrazioni ufficiali organizzate dal comune di Berlino in un evento da mondovisione. Unico assente eccellente è il presidente degli Stati Uniti Barack Obama che sarebbe venuto volentieri nella capitale tedesca dove, pochi mesi prima della sua elezione nella Casa Bianca, tenne un leggendario e fortunato comizio politico ma che ha rinviato di un giorno anche il suo viaggio in Oriente, per assistere ai funerali delle vittime della strage di Fort Hood. Assenti, tra i grandi tedeschi del recente passato, il cancelliere Helmut Kohl (l’uomo della riunificazione) e il suo predecessore Helmut Schmidt, entrambi bloccati da problemi di salute.

 

I festeggiamenti inizieranno domani mattina alle nove e mezza con una messa ecumenica organizzata dalla chiesa evamgelica insieme a quella cattolica all’interno della chiesa Gethsemane nel quartiere di Prenzlauer Berg. La stessa chiesa all’interno della quale si riunivano ai tempi della Rdt gli esponenti della dissidenza tedesco orientale per organizzare le prime, timide manifestazioni di protesta contro il regime di Erich Honecker. Una chiesa oggi frequentata dalle prolifiche famiglie multietniche di un quartiere di Berlino est trasformatosi negli ultimi anni in uno dei più vivaci ed effervescenti quartieri alla moda che hanno attirato creativi, artisti e giovani benestanti da ogni angolo della terra e dove il prezzo degli appartamenti al metro quadrato non è più così diverso da quelli di Manhattan, Parigi o Tokio.

 

Questo per evidenziare come non solo il carattere della capitale tedesca è ormai cambiato in questi ultimi vent’anni (Prenzlauer Berg era prima della caduta del Muro una zona di vecchie case dismesse abitate da semplicissimi operai, studenti squattrinati e una manciata di dissidenti), ma anche la stessa atmosfera dei festeggiamenti che domani bloccheranno il centro storico berlinese.

 

Nella fredda notte del 9 novembre del 1989 erano migliaia di semplici cittadini a scavalcare il Muro e a prendere d’assalto i posti di confine tra i due settori di Berlino dopo il contraddittorio annuncio del membro del Politbüro Guenter Schabowski sulla nuova legge per la “libera circolazione” dei cittadini della Rdt. Domani al centro delle celebrazioni invece ci saranno i leader politici mondiali e i tanti vip che a loro modo tenteranno di mettersi in mostra sfruttando il magico richiamo di questo anniversario.

 

Nel primo pomeriggio la cancelliera tedesca Angela Merkel marcerà simbolicamente accanto a Mikhail Gorbaciov e a Lech Walesa sul ponte Boesebruecke, l’ex passaggio di confine tra Berlino est e Berlino ovest. Poco più tardi i capi di stato e di governo verranno ricevuti dal Presidente della repubblica Horst Koehler all’interno del castello di Bellevue. Da lì alla Porta di Brandenburgo sono solo pochi passi. Alle sette di sera inizieranno qui le celebrazioni ufficiali con un concerto dell’orchestra di stato diretta da Daniel Barenboim, con interventi diretti dal palco della cancelliera Merkel, del segretario di Stato americano Clinton, del borgomastro di Berlino Wowereit. Alle otto di sera poi cadrà di nuovo un Muro, questa volta però formato da una fila di mille pedine da domino giganti che da ieri hanno di nuovo diviso in due la città.  Wa.Ra. IM 8

 

 

 

 

20 anni fa cadeva il Muro di Berlino                 

 

Vent'anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino: una data entrata nella storia per aver segnato l'inizio del disfacimento di quell'ordine stabilitosi nel dopoguerra ma che aveva già cominciato a vacillare all’inizio di quell'ultimo decennio.

Nel 1945 la Conferenza di Yalta aveva decretato la divisione della Germania e quella di Berlino in quattro settori amministrati dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale: USA, Regno Unito, Francia ad ovest e URSS ad est. I settori occidentali vennero uniti il 23 maggio 1949 dando vita alla Repubblica Federale di Germania (Bundesrepublik Deutschland o BRD); in quello orientale il 7 ottobre 1949 fu proclamata la Repubblica Democratica Tedesca (Deutsche Demokratische Republik o DDR). 

Da allora divenne uso comune parlare di Germania dell'Ovest e Germania dell'Est, così come di Berlino Ovest e Berlino Est. Inizialmente i cittadini di Berlino erano liberi di circolare tra tutti i settori ma con la Guerra Fredda intervennero delle limitazioni finché nel 1952 venne chiuso il confine tra le due Germanie. Questa misura non fece che attrarre, però, sempre più cittadini della Germania dell'Est verso Berlino Ovest e così, per fermare la fuga dalla dittatura, il regime comunista della Germania Est ordinò l'inizio della costruzione di un muro attorno ai tre settori occidentali nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 a Berlino Est. Così facendo il muro avrebbe diviso in due la città e circondato completamente i settori occidentali rendendoli un’isola a sé rinchiusa entro i territori orientali.   

 

Verso gli inizi degli Anni Ottanta, però, la crisi del blocco orientale cominciò a farsi sentire: nel 1980 nacque in Polonia il sindacato indipendente «Solidarnosc», cui alla fine del 1985 seguì la proclamazione della legge marziale. Solo un anno e mezzo dopo, nel marzo 1985, Michail Gorbaciov arrivò al potere nell’Unione Sovietica. Nel gennaio 1987 il nuovo Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica espresse questa opinione veramente rivoluzionaria: «Abbiamo bisogno della democrazia come dell’aria per respirare». Questo messaggio spronò gli attivisti per i diritti civili in Polonia e in Ungheria, nella Cecoslovacchia e nella DDR.

Nell’autunno 1989 la pressione esercitata dalle proteste nella Germania orientale divenne tanto forte che il regime comunista si sarebbe potuto salvare solo mediante un intervento militare dell’Unione Sovietica. Gorbaciov, però, non era disposto ad attuarlo. 

Il 9 novembre 1989, durante una conferenza stampa a Berlino al Ministro della Propaganda della DDR, Günter Schabowski,  fu recapitata la notizia che i cittadini di Berlino Est erano stati autorizzati ad attraversare il confine se muniti di appropriato permesso ma non gli furono date indicazioni su come comunicare la notizia. Trattandosi di un provvedimento preso poche ore prima della conferenza, sarebbe dovuto entrare in vigore solo nei giorni successivi per dar modo alle guardie di confine di essere informate e preparate. Invece durante quella stessa conferenza stampa il corrispondente dell'agenzia Ansa da Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiese da quando le nuove misure sarebbero entrate in vigore e Schabowski, cercando inutilmente di trovare un'indicazione in merito tra la documentazione fornitagli ma non avendo un'idea precisa, affermò che la DDR aveva aperto i confini con effetto immediato. 

Poco dopo migliaia di cittadini della DDR si riversano sulle stazioni di confine e iniziò la rivoluzione pacifica che fece capitolare la direzione politica dell'intero Paese: il 9 novembre 1989 cadde il Muro di Berlino, 155 km di una barriera di cemento che fu simbolo della divisione non solo di una città, occupata ad est dai sovietici e nella parte occidentale dagli alleati ma di due mondi che si erano sviluppati in direzioni completamente opposte. De.it.press

 

 

 

La caduta del muro nell'Italia di Berlusconi

 

RICORRE l'anniversario della caduta del Muro di Berlino. La fine della guerra fredda. Sono passati vent'anni e sembra un secolo. È cambiata l'Europa, è cambiato il mondo ed è cambiata l'Italia. Forse è proprio l'Italia ad aver registrato un cambiamento maggiore che non gli altri paesi.

 

Spesso ci sorprendiamo a dire che, al di là delle apparenze, i problemi che affliggono il nostro paese sono sempre gli stessi. Ed è vero, ma è altrettanto vero che la società del nostro paese è profondamente diversa da quella del 1989. Il suo rapporto con le istituzioni, il suo rapporto con se stessa, la percezione che gli individui hanno della propria felicità.

 

Su questo aspetto è necessario riflettere perché coinvolge i modi di pensare, i comportamenti, il rapporto dei padri con i figli, l'assetto delle famiglie, la politica, la democrazia. Vent'anni fa il potere si identificava con la Dc di Giulio Andreotti e il contropotere antagonista con il Partito comunista italiano. Oggi il potere è Silvio Berlusconi, e il contropotere è disperso, cerca di ricompattarsi ma non ci riesce. Ha scritto ieri Gustavo Zagrebelsky che la difficoltà va ricercata nella società civile perché sia il potere sia il contropotere emanano dal fondo del paese; non sono fenomeni che galleggiano nel vuoto, effetti privi di cause. Non si manterrebbero neppure un mese se la società esprimesse il proprio dissenso e il proprio malcontento. Se ciò non avviene, è dunque nella società civile che bisogna fissare lo sguardo.

Chiedersi che cosa è accaduto dalla caduta del Muro in poi, fino ad arrivare ai giorni nostri.

 

Il fatto più rilevante prodotto dalla caduta del Muro è stato la fine delle ideologie. Tutti si rallegrarono, sembrò qualcosa di simile alla rottura di un cordone ombelicale, un'immensa svolta di libertà, il passaggio dalla società dell'infanzia sottoposta a ferrea tutela ad una fase finalmente adulta di consapevolezza e di responsabilità.

 

Era questo il mutamento? Così fu festeggiato, non soltanto dai berlinesi e dalla Germania finalmente unificata, ma dal mondo intero.

 

In Italia vi fu un'analoga percezione. Dopo una lunga fase di politica ingessata con le bende dell'ideologia, si era finalmente liberi di decidere con la propria testa facendo saltare i castelli di carta, le "caste", i luoghi comuni degli spot e degli slogan. Contenuti invece di propaganda, problemi e programmi concreti invece di fittizie barriere e sterili contrapposizioni.

 

Il potere si spaventò: si liquefaceva il cemento che aveva tenuto insieme sensibilità e interessi contrastanti. Il contropotere ebbe analoga percezione: il crollo del Muro aveva sancito la sconfitta definitiva del comunismo e l'implosione del sistema imperiale dell'Urss. Achille Occhetto, allora segretario del Pci, proclamò la fine del Partito comunista e l'approdo sulla sponda democratica concludendo così la lunga e decennale marcia di avvicinamento iniziata da Enrico Berlinguer.

 

Niente più ideologie e finalmente una democrazia compiuta. Nel resto d'Europa non vi furono, almeno in apparenza, fatti così traumatici. Quasi in nessuna delle grandi democrazie esistevano partiti comunisti di massa. In alcuni non ce ne era neanche l'ombra. Al di là delle apparenze tuttavia, i mutamenti furono altrettanto profondi. Per tutta la seconda metà del XX secolo infatti la politica aveva adottato sistemi di liberaldemocrazia sociale e mercati economici liberi ma regolati da norme, meccanismi di redistribuzione del reddito in favore dei ceti più deboli, interventi pubblici nella sanità e nella previdenza. Fu una grande stagione di liberal-socialismo, seguita ad una guerra rovinosa cui subentrò un sentimento di pacifismo largamente diffuso.

 

La caduta del Muro sancì la sconfitta storica del comunismo e liberò energie insofferenti di ogni regola, anche di quelle che presidiavano lo Stato sociale. L'implosione del comunismo produsse effetti anche sui partiti socialisti e socialdemocratici. Il pendolo non si arrestò a mezza strada. Non ci furono traumi, ma una graduale erosione della sinistra europea che durò a lungo ed è infine esplosa in tutta Europa.

 

In Italia il trauma della caduta del Muro ebbe come suo primo effetto una ribellione della società civile contro la corruttela che nel corso degli anni Ottanta era diventata sistema di governo decaduto al rango di comitato d'affari della partitocrazia. L'inchiesta giudiziaria che fu poi denominata "Mani Pulite" contro la "Tangentopoli" della casta al potere era stata preceduta da una sorta di furore che mobilitò per la prima volta non solo la sinistra ma gran parte dei ceti medi. Non era mai accaduto, il vincolo della guerra fredda imponeva che gli steccati ideologici venissero scavalcati e che si formasse una sola opinione pubblica.

 

Senza questo vero e proprio trauma, l'inchiesta giudiziaria del 1992 non sarebbe avvenuta e comunque non avrebbe avuto l'appoggio trascinante che si verificò. Sbaglia chi oggi sostiene che le forze politiche di governo furono decapitate dai magistrati "rossi": Borrelli era un liberale, Di Pietro e Davigo più di destra che di sinistra; gli altri membri del "pool" si identificavano soprattutto con il loro ruolo di magistrati e non hanno mai smentito con i fatti questa loro lodevole identificazione.

 

Il furore popolare durò fino al '93, poi sbollì con la stessa rapidità con la quale si era manifestato. E rifluì.

Il grande e sempre più indistinto ceto medio di vocazione moderata era stato il vero protagonista della distruzione dei partiti di governo. Aspirava ad una rappresentanza politica e ad una partecipazione diretta. La classe operaia si era sfaldata, un ceto di artigiani, piccoli e piccolissimi imprenditori-lavoratori aveva popolato di officine e capannoni la larga fascia che da Brescia si irradia verso Treviso da un lato e la Romagna e le Marche dall'altro.

 

Milioni di persone non avevano altro desiderio che di abbattere i famosi "lacci e laccioli", cioè le regole che presidiavano il corretto funzionamento del mercato, e di poter correre, anzi galoppare in una sterminata prateria dove mettere alla prova le loro capacità di iniziativa e di laboriosità. Magari aiutandosi anche con il lavoro nero e con l'evasione fiscale contro le dissipazioni di "Roma ladrona".

 

La Lega lavorò su questo tessuto sociale. Berlusconi lo amplificò su scala nazionale. Tutti e due ci misero dentro una robusta dose di paura per la sicurezza personale e fu questo il cocktail micidiale che fece oscillare il pendolo politico dal furore moralistico dei primi anni Novanta verso la destra. Ma quale destra?

Non starò qui a ricordare le caratteristiche di questo movimento che vide in Berlusconi l'Uomo della Provvidenza. Dico soltanto che nel frattempo la percezione della felicità era profondamente cambiata: si vive attimo per attimo e in ogni istante si può e si deve spremere il succo di una felicità da godere qui e subito. La trasmissione della memoria si è bloccata. Il futuro è sulle ginocchia di un Dio, dovunque si trovi e ammesso che ci sia. Si confida comunque nei miracoli e meno male che Silvio c'è.

 

Fino a poco fa eravamo a questo punto.

 

Nel frattempo il vecchio Partito comunista aveva buttato alle ortiche il suo nome ma non si era sciolto per rifondarsi eventualmente su nuove basi ideali e sociali. Aveva cercato di preservare le proprie strutture, la propria classe dirigente, i propri insediamenti organizzativi. Perdendo per strada la parte ancora fortemente ideologizzata che non aveva digerito il contraccolpo della Bolognina. Guidato da D'Alema, poi da Veltroni, poi da Fassino. E fu proprio Fassino a mettere la parola fine, quella veramente definitiva, fondando il Partito democratico insieme ai cattolici e ai liberaldemocratici della Margherita.

 

Questa è stata la novità prodotta dall'Italia non berlusconiana. In mezzo a molti errori e a deplorevoli rivalità, la nascita di un partito democratico e riformista è stato il principale strumento d'una possibile ripresa quando il grosso della società civile deciderà che la strada del berlusconismo sta per sboccare in una rischiosissima avventura.

 

"Di fronte al fantasma che si aggira per l'Italia in queste ultime settimane, cioè alla proposta di un'elezione popolare diretta del Primo Ministro o del Capo dello Stato, non mi spavento ma mantengo tutte le gravi obiezioni che ho già altre volte espresso nei confronti di ogni forma di presidenzialismo. Non è certo un modo comprensibile alla gente, il parlare, un giorno dopo l'altro, in forme confuse e contorte, di vari presidenzialismi più o meno importati, dei quali anche coloro che le propugnano non hanno manifestamente conoscenza adeguata e meditata.

 

Credo inoltre che far ruotare per intere settimane una crisi politica intorno a problemi costituzionali sia pure urgenti, equivalga ad una contorsione violenta della soluzione politica di problemi attualissimi e preliminari. Essi sono: l'avvio più deciso del risanamento delle finanze pubbliche, la crescente emergenza disoccupazionale, soprattutto giovanile, la soluzione dei nodi vitali del Meridione, le regole per una disciplina antitrust e quelle per un'informazione pubblica oggettiva e paritaria.

 

Questo 'urgente più urgente' sembra essere ignoto o comunque del tutto posposto dai principali protagonisti di questa crisi politica che sembrano altrettante maschere tragiche di questa assurda vicenda".

 

Questo testo non è mio né è stato scritto oggi. L'autore è Giuseppe Dossetti e la data è il 2 febbraio 1996, vigilia d'una campagna elettorale che portò il centrosinistra di Romano Prodi alla guida del Paese. Il berlusconismo non era ancora nella sua pienezza tant'è che fu sconfitto, ma aveva già conquistato una parte notevole della società italiana come si vide pochi anni dopo quando Prodi fu abbattuto anzitempo da "fuoco amico".

 

Richiamo l'attenzione di chi mi legge sulle parole di Dossetti. Il presidenzialismo può essere uno dei modi della democrazia se rispetta ed anzi rafforza i poteri di controllo, i poteri di garanzia, i poteri neutri e insomma lo Stato di diritto; ma può esserne la tomba se si propone come unico potere autoritario e plebiscitario.

 

A questo sta mirando il presidente del Consiglio, che comincerà tra breve con una riforma della giustizia con due obiettivi: bloccare i processi che lo riguardano e smantellare il Consiglio superiore della magistratura. Intanto prosegue lo smantellamento di ogni pluralismo nella Televisione pubblica.

 

Seguirà il tentativo di cambiare la composizione della Corte Costituzionale per renderla più arrendevole al potere politico. Sarà infine la volta di un mutamento radicale della Costituzione con l'elezione diretta del Capo dell'Esecutivo, quando già i poteri di controllo e di garanzia saranno stati resi evanescenti.

 

Questa è la situazione in cui ci troviamo vent'anni dopo la caduta del Muro e delle ideologie. Sono cadute tutte ma una ne è rimasta ed è molto più ingigantita: è l'ideologia del potere per il potere, il potere intoccabile e incontrastato, una sorta di Leviatano del XXI secolo che ha nelle sue mani le tecnologie del XXI secolo: un altro cocktail micidiale. Perciò è l'ora di serrare i ranghi e non sparpagliarsi. Ed è ora che la società civile prenda coscienza di quanto accade e assuma su di sé la responsabilità di metter fine a questa sciagurata avventura. EUGENIO SCALFARI

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L’Europa 20 anni dopo. La sfida di crescere oltre quel muro

 

«Guarda il mondo. Guarda questa città. C’erano le due metà di una mela, erano divise da un coltello. Adesso sono una cosa sola, nessuno potrà separarle». A parlare così, con toni e sguardo da profeta, era uno sbarbatello sedicenne, apprendista in una scuola tecnica di Berlino Est, uno fra le centinaia di migliaia di sudditi del regime comunista che si stavano riprendendo la loro libertà e dilagavano a Ovest, il giorno dopo l’apertura del Muro.

La mossa della sera del 9 novembre ’89 era stata l’azzardo pasticciato di un regime che ansimava. Il neo-leader comunista della Ddr, Egon Krenz, aveva deciso l’apertura del confine fra le due Germanie sperando di guadagnare il consenso di un popolo che ormai l’aveva scavalcato. Va però detto, a merito suo, dei responsabili militari sovietici a Berlino e dei loro superiori a Mosca, che un possibile massacro come quello di pochi mesi prima a Pechino venne evitato. Niente tragedia, solo festa. Grazie, in primis, a Mikhail Gorbaciov.

Come sembrava tutto favolosamente facile e bello a Berlino, in quei giorni. Questi “Ostdeutsche”, i tedesco-orientali, arrivavano all’Ovest con una fiammella da creatura famelica in fondo agli occhi: non solo e non tanto avidità di consumi, come pensò chi ritenne di organizzare distribuzioni di cioccolata e sigarette gratis. Fame di conoscere, di guardare, di “vedere essendoci”. Sì, libertà di viaggiare. Reisefreiheit, una parola che in tedesco ha il suono maestoso e forte dell’alta marea del Baltico. Su questo veramente erano caduti regime e comunismo. Avevano cominciato, nel grande impero dei Soviet, popoli dimenticati come i tartari di Crimea, che mesi prima avevano reclamato il ritorno in patria. Poi c’era stato l’esodo dei bulgari di origine turca. E attraverso il primo varco nella Cortina di ferro, la frontiera fra Ungheria e Austria, coraggiosamente aperta nel maggio ’89 dai comunisti gorbacioviani magiari, Miklos Nemeth e Gyula Horn, centinaia di migliaia di tedeschi dell’Est, con la scusa delle ferie in un Paese “fratello”, l’Ungheria, erano scappati in Occidente. Un’Europa intera si muoveva.

Vent’anni dopo, l’Europa continua a muoversi. La Germania celebra l’Evento e si prepara al futuro con una cancelliera, fresca di investitura popolare, che incarna la sintesi fra Est e Ovest. L’Unione Europea, scavalcate le macerie del Muro, è cresciuta a 27 membri. Ma, acquisito l’enorme risultato della moneta unica, appare affaticata e impantanata. Opinioni pubbliche da sempre pro-europee, come la tedesca e l’italiana, sono disamorate, sospettose. Che ne è del grande sogno: libertà di viaggiare, di lavorare, di spostarsi per costruire il proprio futuro?

Oggi prevalgono i timori: il fantasma dell’idraulico polacco che porta via il lavoro a quello francese, l’astio e lo sgomento di fronte alle moltitudini che, da noi, si insediano in villaggi di cartone, in ogni nicchia abbandonata delle metropoli. Ci si dimentica che gli immigrati valgono un decimo del Pil e che quei fossi e quelle “marrane” ospitavano trent’anni fa i baraccati meridionali. Nei Paesi dell’Est, giustamente gelosi dell’indipendenza, periodicamente riemerge un thatcherismo antieuropeo fuori tempo massimo: il presidente ceco Klaus ha bloccato a lungo il Trattato di Lisbona.

Ma se Paesi importanti anelano allo status di membro dell’Unione, non sarà il segno di un successo? Dal fallimento si fugge, come fecero i cittadini della defunta Ddr; per entrare in Europa, invece, masse umane inarrestabili sfidano la morte. I cittadini del Vecchio Continente prima hanno ascoltato la favola dell’armonia automatica fra vecchi e nuovi arrivati, poi spesso hanno ceduto ai richiami della chiusura identitaria, se non razzista. Nel ventennale della fine del simbolo della rigidità mortale dei blocchi, forse servirebbe la fase della nuova consapevolezza: l’Europa esiste soltanto come pluralità in divenire, dunque come flessibilità e movimento. Saremo sempre un cantiere difficile, conviene che ciascuno porti i suoi pesi e impari le lingue degli altri.  ALESSANDRO DI LELLIS IM 7

 

 

 

 

Il Muro. Quel giorno che cambiò la storia

 

Quando cominciò a cadere il Muro di Berlino? Bella domanda. Ognuno che abbia vissuto da testimone quei giorni di vent’anni fa ha una sua risposta. La mia è in una serie di immagini. La prima: Helmut Kohl che saltella su per i gradini del palco al congresso federale della Cdu a Brema. È il 13 settembre del 1989. Il cancelliere è arrivato al capolinea, dicono. La fronda interna lo sta spingendo verso le dimissioni, o almeno verso la rinuncia alla ricandidatura. Lui è anche malato, si è saputo, roba di cuore. Forse è a un passo dalla resa. E invece eccolo salire sul podio come un ragazzino. Il suo faccione si stende in un sorriso: lo ha chiamato Miklós Németh, il primo ministro ungherese. Stiamo aprendo la frontiera – gli ha detto – e ci sono decine di migliaia di tedeschi dell’est che passeranno in Austria.

 

Lo stillicidio dei passaggi attraverso la cortina di ferro diventata cortina di burro per volontà dei riformisti ungheresi è durato tutta l’estate. Ma adesso arriva il colpo grosso, e Kohl lo sa. Mentre parla dal palco, le tv iniziano a trasmettere in diretta il Grande Esodo notturno: migliaia di Trabant che entrano in Austria, birra che scorre, gente che grida, applaude, si abbraccia.

 

E allora, al diavolo la Cdu, si parte. Brema, Colonia, Francoforte, Norimberga, Ratisbona, Linz. A Neusiedl si incrociano i primi convogli di Trabant strombazzanti e di pullman. In quell’alba ebbra di sogni e di sonno perduto, dev’esserci anche Gero R., che anni dopo mi racconterà la sua, di fuga, dal quartiere di Pankow (Berlino est) a Wedding (Berlino ovest), da dove potrà vedere la sua vecchia casa nell’altro mondo semplicemente affacciandosi dalla terrazza della zia. Fuga da Berlino a Berlino, aggirando il confine di cemento più duro che la Storia e la politica hanno alzato separando quartiere da quartiere, strada da strada, e sentimenti, e affetti, e memorie. Vite.

 

La seconda immagine è la sera del 30 settembre a Praga. Nel giardino dell’ambasciata della Repubblica federale sono accalcati 6-7 mila mila tedeschi orientali che sperano in una soluzione «all’ungherese». Altre migliaia sono fuori, nei prati, guardati da poliziotti incerti. Ma Praga non è Budapest. Il confine, qui, è ancora di ferro. Per giorni ha piovuto e il fango tira via le scarpe dai piedi. C’è il rischio di epidemie, un bambino è morto per il freddo. Può succedere qualsiasi cosa. A un certo punto, sul balcone compare Hans-Dietrich Genscher, il ministro degli Esteri di Bonn. Barcolla. Riesce a dire: «Compatrioti, per ciò che riguarda il vostro espatrio...», poi è un’esplosione di gioia e ogni altra parola diventa inutile.

 

In una complicatissima partita diplomatica Genscher ha strappato l’espatrio per 17 mila cittadini dell’est. Berlino vuole però che i treni dei profughi transitino sul loro territorio. Errore fatale: il passaggio dei convogli diventa una specie di enorme corteo politico. A ogni stazione, manifestazioni di dissenso, tentativi di salire in massa sui vagoni, scontri.

Terzo fotogramma. Berlino, 7 ottobre. La capitale vive giorni intensi. In città c’è Gorbaciov. L’hanno invitato per il 40° anniversario della Ddr. Ma per i tedeschi stanchi del regime il leader del Pcus è un portatore di speranze, un simbolo. Verso sera la polizia chiude la Unter der Linden all’altezza del Palast der Republik, l’orribile manufatto voluto da Honecker, dove la nomenklatura è radunata per la cerimonia. Un uomo anziano non ci sta. Agita il bastone. «Sono malato, debbo tornare a casa. Che diritto avete di chiudere le strade?». Gli agenti sono perplessi: mai vista una tale insubordinazione. Si apre un varco e il vecchietto passa, guidando col suo bastone una specie di un piccolo corteo.

 

La polizia, in nottata, picchierà duro alla Getsemanikirche, lontano dagli occhi dei giornalisti occidentali. Ma qui, davanti al Tempio del Potere, hanno ceduto: la Ddr è alla fine. Gorbaciov, il giorno prima, l’aveva detto: «Chi arriva tardi viene punito dalla vita», ma i leader della Ddr sono sordi. La sera, i giovani della Fdj, l’organizzazione della Sed, sfilano in un corteo un po’ sinistro fino alla Porta di Brandeburgo. Ma quando la manifestazione si scioglie, le «camicie blu» sciamano per il centro, gridando «Gorby, Gorby». Tra dieci giorni Honecker sarà esautorato, tra meno di un mese crollerà il governo: la Storia sta prendendo la rincorsa.

 

Quarto fermo immagine. L’espressione di Günter Schabowski mentre legge le «nuove disposizioni» che sanciscono la transitabilità del Muro. Quella sera del 9 novembre è stata raccontata mille volte, come prologo alla wahnsinnige Nacht, la notte folle che la seguì. C’è chi sostiene che l’annuncio sia stato un gigantesco fraintendimento, una sopraffina astuzia della Storia contro il Potere, e chi invece ritiene che si sia trattato di una commedia per recuperare in extremis un po’ di consenso. In una recente intervista, Riccardo Ehrman, il giornalista dell’Ansa che rivolse al portavoce del politburo la fatidica domanda sulla «transitabilità», ha ammesso di essere stato «imbeccato»: ma chi ricorda gli occhi spaesati di Schabowski ha buoni motivi per dubitare del «complotto riformatore».

 

Schabowski tira fuori dalla tasca un foglietto che qualcuno gli ha dato, legge le «nuove disposizioni» con l’aria di uno studente insicuro. Quando arriva la seconda domanda («la possibilità per i cittadini della Ddr di attraversare il confine riguarda anche il Muro?»), appare disperato. «Beh, il confine dentro Berlino è parte del confine della Repubblica, quindi...». Quindi il Muro diventa un confine normale, transitabile, come tutti i confini del mondo. «E quando entreranno in vigore le nuove disposizioni?» «Ab sofort»: da subito. Il Muro c’è ancora, ma è come se fosse già caduto. Da questo momento in poi le immagini si accavallano.

 

Verso le 22.30 gruppi sempre più numerosi si muovono verso i sette varchi di confine sul Muro. Un’ora dopo, sulla Bornholmerstrasse, la folla è già tanta che non c’è modo di avvicinarsi e allora funziona solo il passaparola. «Hanno aperto, hanno aperto». «Fanno uscire solo chi ha il passaporto». «No, ora si passa tutti». Arrivano birre e bottiglie di Rotkäppchen, l’orrido champagne made in Ddr. Ci si abbraccia fra sconosciuti, si ride e si piange. Ora sì, è certo: dopo 28 anni, 2 mesi e 26 giorni, il Muro di Berlino è stato aperto. Cambia per sempre la vita dei berlinesi e dell’Europa. Davanti alla sbarra alzata a Borholmerstrasse, un Volkspolizist partecipa nel suo piccolo al Grande Disordine che lo sta travolgendo: accetta un fiore e accende una sigaretta.

 

La Ddr c’è ancora e già non c’è più. Alla Porta di Brandeburgo i più giovani si stanno già issando sul Muro e sta arrivando Rostropovic, bandito da tutti i paesi dell’est. Trarrà dal suo violoncello note gioiose e poi tristi, «perché ora siamo felici, ma dobbiamo ricordarci che il Muro è stato dolore, separazione, morte». All’alba, i 75 mila berlinesi dell’est che hanno fatto almeno una scappata «drüben», dall’altra parte, tornano a casa e si mettono a letto. È venerdì: si lavora. Paolo Soldini L’U 8

 

 

 

 

Il muro e l’Europa incompiuta. Quell’occasione di vent’anni fa

 

Perché abbia senso e valore, la celebrazione di un anniversario deve essere anche occasione di un esame di coscienza e di un giudizio distaccato dell’evento

Perché abbia senso e valore, la celebrazione di un anniversario deve essere anche occasione di un esame di coscienza e di un giudizio distaccato dell’evento. Il 1989 ci ricorda la fine di un’utopia tradotta in oppressione, l’uscita da una lunga paura, il miracolo di saggezza che Gorbaciov seppe compiere rinunciando all’uso delle armi; ma ricorda anche come l’Europa vi sia giunta impreparata e come abbia mancato di coglierne tutto il significato e le possibilità che schiudeva.

Nell’ottobre 1989 l’euro era un progetto dal futuro incerto; la riunificazione tedesca sembrava non avere alcun futuro. Nei dodici mesi che seguirono si giocarono — con diverso successo — i destini di due unioni monetarie e politiche: in Germania e in Europa.

Proprio il confronto tra le due unificazioni mostra che cosa avrebbe potuto essere la caduta del Muro se l’Europa fosse giunta a quell’appuntamento avendo già completato il cammino che i padri fondatori avevano tracciato quarant’anni prima. La Germania fu riunificata entro sei mesi dalla notte famosa; invece, pur avendone posto le premesse, l’Europa mise ancora dieci anni per giungere all’euro e altri cinque perché i suoi Länder orientali (Polonia, Ungheria, Cekia, Slovenia e via dicendo) vi entrassero così come quelli della Germania erano entrati nella Repubblica federale col semplice andare a votare per il Bundestag: senza negoziati, senza lunga anticamera, senza trattato, senza le estenuanti e umilianti attese che hanno lentamente eroso l’entusiasmo della ritrovata libertà.

Nei vent’anni dalla drammatica e incruenta vittoria dell’Occidente nella guerra fredda, l’Europa ha pagato più volte il prezzo dell’occasione perduta: nei Balcani e in Medio Oriente, nelle crisi economiche e in quelle dei rapporti atlantici. I nodi non sciolti sono venuti al pettine e il rischio di disgregazione si aggrava, perché l’Europa è oggi un «semilavorato», che difficilmente la crisi lascerà indenne.

Il 1989 fu un’occasione mancata perché a Maastricht non fu fatta, insieme con quella monetaria, l’unione politica: difesa, sicurezza, politica estera, fornitura degli essenziali beni pubblici europei, risorse economiche e bilancio comune di dimensioni adeguate, abbandono del veto e, correlativamente, pienezza di poteri al Parlamento europeo. L’unione politica avrebbe permesso all’Europa di realizzare l’allargamento negli stessi modi e negli stessi tempi con cui si realizzò quello tedesco e di essere protagonista nella costruzione di un nuovo ordine mondiale.

A mio giudizio, ci fu una fondamentale mancanza di comprensione, soprattutto da parte francese, del significato storico della caduta del Muro e della fine dell’impero sovietico. Non si capì che l’Unione Europea del dopo-guerra fredda — con la sua inevitabile o auspicabile estensione a 20, 25, 27, 30 Paesi — non avrebbe mai più potuto essere quella del federalismo «goccia a goccia», governato dal veto francese. Né si capì che, non realizzando l’unione politica, si favoriva un’occupazione Usa-Nato di uno spazio che per vocazione sarebbe dovuto essere europeo. Tra la Francia di Clemenceau, che alla Germania sconfitta impose punizioni insostenibili nel 1918, e la Francia di Robert Schumann, che alla stessa Germania tese la mano nel 1950, prevalse la prima. Questa miopia consegnò l’Europa a un ventennio di declino.

Tommaso Padoa-Schioppa CdS 8

 

 

 

Angela Merkel: "La mia meravigliosa infanzia nella Ddr"

 

La cancelliera racconta l'apertura delle frontiere: "Passai all'Ovest con un'amica, ci regalarono una birra" – di ALESSANDRO ALVIANI

 

Sesto piano della cancelleria federale a Berlino. Angela Merkel, in tailleur grigio scuro, accoglie sorridendo un ristretto gruppo di giornalisti stranieri al tavolo ovale in cui di solito si riunisce il Consiglio dei ministri tedesco. Sul suo volto il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti e le frenetiche discussioni sul futuro di Opel hanno lasciato i loro segni. Dietro di lei una finestra panoramica apre un suggestivo squarcio sul Tiergarten e su Potsdamer Platz, la piazza che fino al 1989 era terra di nessuno e che oggi è diventata il simbolo del nuovo volto della capitale tedesca.

 

Frau Bundeskanzlerin, lunedì il mondo si ritroverà a Berlino per festeggiare i vent’anni dalla caduta del Muro. Come fu il suo 9 novembre 1989?

«Allora lavoravo all’Accademia delle Scienze, a Berlino e, come ogni giorno, avevo iniziato alle 7,30 - un orario pessimo per chi fa ricerca - e finito alle 16,30. Intorno alle 17 feci ritorno a casa, sulla Schönhauser Allee e, vista l’atmosfera di quei giorni, accesi la tv e seguii in diretta la conferenza stampa di Günter Schabowski».

 

Quella che porterà migliaia di berlinesi dell’Est a concentrarsi davanti al Muro per chiedere di passare dall’altra parte. Andò anche lei?

«Prima telefonai a mia madre, visto che avevamo un accordo: andare a mangiare ostriche all'hotel Kempinski non appena la frontiera fosse stata aperta - cosa che non ho ancora fatto. Poi, come ogni giovedì, andai in una sauna con un’amica. Tornando a casa, camminammo dalle parti di Bornholmer Straße e da lì passammo all’Ovest, dove qualcuno ci diede un barattolo di birra. C’era un’atmosfera emozionante».

 

Cosa fece col «Begrüßungsgeld», la «somma di benvenuto» che la Germania occidentale consegnò a ogni cittadino orientale al suo arrivo all’Ovest?

«Ormai non lo ricordo più. Comunque era qualcosa di pratico, per chi non aveva marchi occidentali, nulla di arrogante. Tanto più mi fecero arrabbiare dichiarazioni come quella di Otto Schily - un politico che poi ho imparato a stimare - secondo cui i cittadini dell’Est non erano interessati che alle banane (introvabili nella Ddr, ndr). Un’arroganza completamente fuori luogo».

 

In questi mesi la Germania è tornata a chiedersi se la Ddr fosse o no un «Unrechtsstaat», cioè uno «Stato non di diritto». Qual è la sua opinione al riguardo? «La Ddr era un “Unrechtsstaat”, in quanto non era fondata sul diritto. Non c’era libertà di espressione, non c’era libertà di voto. C’era, semmai, la dittatura del proletariato. Tuttavia nessuna esistenza era segnata esclusivamente dalla dittatura. Ognuno tentava di sviluppare delle proprie forme di vita individuali, cercava margini per la vita privata: si festeggiava il Natale, si andava in vacanza. I 35 anni passati nella Ddr sono stati importanti nella mia vita, ho fatto esperienze preziose. E ho dei meravigliosi ricordi d’infanzia».

 

Alla caduta del Muro, però, c’era un’intera generazione, quella più anziana, che all’improvviso si trovava a che fare con novità assolute.

«Certo, volendo fare un riferimento all'Italia: avevamo sentito parlare di carpaccio, parmigiano o rucola. Ma la rucola non c’era e il parmigiano sapevamo vagamente che andava sulla pasta, e comunque non c’era neanche quello».

 

Lei si è anche opposta attivamente al regime tedesco-orientale?

«Non ero certo una sostenitrice del regime, ma non ero neanche una esponente del movimento per i diritti civili, nel senso che non ero una oppositrice attiva. Tuttavia ho sempre mantenuto una distanza molto critica verso la Ddr, sin dall’infanzia. Ciò ha a che vedere anche con la famiglia in cui sono cresciuta».

 

In che misura l’aver vissuto nella Germania dell’Est ha influenzato il suo stile politico?

«Il mio stile è il risultato di un mix di fattori: la mia personalità, la mia formazione scientifica come fisica (se avessi studiato giurisprudenza sarei certamente diversa), la mia provenienza dal Nord della Germania (in Baviera sono più espansivi e già in Sassonia sono abituati a parlare molto di più), l’essere una donna e anche l’essere cresciuta nella Ddr. Nella Germania dell’Est mi sono abituata a non apparire troppo, perché apparire troppo era qualcosa di negativo. E poi nella Ddr sapevamo leggere tra le righe, cosa che avevamo appreso sfogliando il giornale del partito, la Neues Deutschland. Nella Germania occidentale ho invece imparato che bisogna essere molto più espliciti: una cosa va sottolineata cinque volte per indicare che si tratta di qualcosa di nuovo».

 

Venti anni dopo la caduta del Muro, Berlino è davvero riunificata?

«Le due Berlino erano dei casi particolari: Berlino Ovest era una “isola in un mare rosso”, visto che era circondata dalla Ddr, Berlino Est era considerata il vanto del regime comunista tedesco-orientale: era meglio rifornita, le possibilità di acquisto erano migliori. Oggi la città sta crescendo bene insieme».

 

Crede siano stati fatti anche degli errori nel processo di riunificazione della Germania?

«Sarebbe sbagliato dire che non sono stati commessi errori. Ma si tratta di una strada che veniva percorsa per la prima volta. Se venisse percorsa di nuovo, di sicuro alcune cose verrebbero fatte diversamente. Penso al sistema di finanziamento della previdenza sociale e dell’Agenzia del lavoro o agli incentivi per la ristrutturazione degli edifici».

 

È dispiaciuta dell’assenza di Obama ai festeggiamenti del 9 novembre a Berlino?

«È un peccato, ma lo capisco. La sua presenza ci avrebbe fatto piacere e mi ha anche detto che sarebbe venuto volentieri, ma martedì dovrà essere in Asia. In Europa è già stato spesso, non possiamo lamentarci».

 

Il focus delle celebrazioni di queste settimane è centrato tutto sulla Germania e su Berlino. Non si rischia di creare una certa frustrazione in Paesi come Polonia o Repubblica Ceca?

«Non bisogna affatto dimenticare quello che è successo in Polonia, dove Solidarnosc è stata una forza trainante, in Ungheria, a Praga o in Romania. Ma credo che, specie all’estero, si dia una particolare importanza a Berlino e, soprattutto, alla Porta di Brandeburgo, un simbolo della Guerra Fredda e della divisione dell’Europa. Queste non sono soltanto delle celebrazioni tedesche, ma sono dedicate a tutti quelli che contribuirono a superare i regimi comunisti in Europa».

 

Il 9 novembre a Berlino ci saranno molti capi di Stato e di governo europei. Sarà l'occasione per parlare anche di altri temi, ad esempio di nomine Ue?

«No, lunedì festeggeremo. Troveremo altre date per parlare di temi politici». LS 6

 

 

 

 

 

Lo scrittore tedesco Schneider: vinta la paura della riunificazione

«E invece per la prima volta nel XX secolo noi tedeschi siamo stati simpatici al mondo» - di WALTER RAUHE

 

BERLINO - «Nel New Hampshire sono le 15. Apprendo che a Berlino è stato aperto il Muro. È impossibile districare il groviglio di sentimenti provocato dalla notizia. Innanzitutto e con maggior evidenza: non ci credo, non è possibile, non così presto e non così semplicemente! È inconcepibile che quel mostro di cemento armato, che ha condizionato per ventotto anni la storia tedesca ed europea, anzi la storia mondiale, sia stato cancellato con un colpo di penna (ma c’è poi stato un colpo di penna?) da un paio di parole pronunciate durante una conferenza stampa!». Inizia così il saggio Dopo il Muro (in Italia, Sperling e Kupfer Editori) nel quale lo scrittore tedesco Peter Schneider (69 anni) rielabora l’avvenimento epocale che il 9 novembre del 1989 cambiò il corso della storia e della sua città d’adozione. Schneider quella notte era a ottomila chilometri da Berlino, la città costantemente protagonista dei suoi tanti, indimenticabili romanzi generazionali (Lenz, Il saltatore del Muro, Accoppiamenti, Il ritorno di Eduard), delle sue sceneggiature per Margarethe von Trotta e Volker Schlöndorff, della sua militanza studentesca accanto a Rudi Dutschke nel 1968, della sua intera vita.

«Porca miseria!, ho pensato. Non potevano aspettare ancora una settimana ad abbattere il Muro di Berlino?». Ripensando a quella storica notte di vent’anni fa, lo scrittore berlinese si commuove ancora oggi, consapevole del fatto che Berlino per lui è molto di più di una semplice dimora. È una fonte d’ispirazione letteraria, una scelta di vita, un caleidoscopio della nuova Germania.

Signor Schneider, com’è cambiata Berlino in questi ultimi vent’anni?

 

«Se prima della caduta del Muro Berlino era l’unica città nella quale la storia del dopoguerra non si era ancora conclusa, oggi è l’unica metropoli tedesca che veramente può definirsi come riunificata. Solo qui non si può più distinguere chi è originario della Germania Est e chi invece della Germania Occidentale. Le differenze sono state superate e l’ex divisione tra est ed ovest non è più un tema. Il Muro insomma è crollato veramente, anche il Muro nelle teste della gente. Nel resto della Germania invece le differenze e le divisioni resistono fino ad oggi e ci vorranno ancora anni, forse decenni per superarle definitivamente».

C’è chi sostiene che senza Muro, filo spinato e cavalli di frisia, Berlino abbia però perso la sua inconfondibilità, diventando una capitale come tante altre in Europa.

 

«Con la caduta del Muro e il crollo del regime socialista è stato chiuso anche qua il capitolo del dopoguerra. Ai tempi della divisione a Berlino ovest la storia si era fermata. Era come se la storia anzi fosse emigrata altrove, a Cuba, in Corea, in occidente come nell’emisfero sovietico. Nell’isola di Berlino ovest invece tutto era rimasto uguale, congelato in uno status-quo perenne cementato dal Muro, dalla presenza delle forze alleate nei vari settori della città, dal confronto tra l’est e l’ovest. Chi viveva a Berlino ovest era circondato dal Muro e si era ormai abituato a vivere in una situazione grottesca e surreale arrangiandosi alla meglio e sviluppando anche una sorta di orgoglio locale. Eravamo imprigionati, ma felici».

Ma poi è arrivata la Glasnost di Gorbaciov e tutto è cambiato a ritmo accelerato...

 

«Soprattutto per Berlino e la Germania. Per la prima volta nel ventesimo secolo il popolo tedesco è stato visto con simpatia. Il mondo intero ha assistito alla rivoluzione pacifica in Germania dell’est e quando il Muro è crollato ha visto in televisione tedeschi in lacrime abbracciarsi ai piedi della Porta di Brandeburgo, l’entusiasmo, la gioia sincera, la liberazione di un intero popolo. Sono state emozioni contagiose per tutti e anche se allora nessuno parlava ancora di una riunificazione delle due Germanie questo processo era già nell’aria e anche se tutti i governi stranieri, da Londra a Washington, da Mosca a Roma erano ancora contrari ad un’unione delle due Germanie ai popoli di questi Paesi una simile eventualità non faceva più paura, La Germania non faceva più paura».

Molti intellettuali tedeschi però vedevano con diffidenza una riunificazione, parlavano di un’annessione della Germania Est nell’emisfero occidentale, di un risorgere del pangermanesimo.

 

«Primo tra tutti lo stesso Günter Grass, che allora fece un’analisi fantasticamente sbagliata. Lui era contrario ad una riunificazione in quanto pensava che una grande Germania avrebbe nuovamente rappresentato un pericolo per il mondo e per la stabilità europea. Oggi, a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino questa Germania non fa più paura a nessuno. Berlino è più che mai una città cosmopolita, aperta e tollerante». IM 8

 

 

Quel muro che cadde sulla sinistra

Il muro di Berlino cadde sulla testa della sinistra italiana come il giorno del Signore nella prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Voi sapete bene che il giorno del Signore arriverà come un ladro, di notte. Proprio quando la gente dirà “Pace e sicurezza”, improvvisa piomberà su di essi la rovina, allo stesso modo che arrivano alla donna incinta i dolori del parto. E non scamperanno». Per alcuni nel partito comunista italiano fu proprio così: Alessandro Natta, che fino all’88 aveva guidato il Pci, confidò a Claudio Petruccioli (era il 10 novembre, poche ore dopo la notte fatale) che «Hitler aveva vinto».

 

Fu in quei giorni che il suo successore, Achille Occhetto, cominciò a parlare, alla Bolognina, della Cosa: non riuscì ancora a darle un nome, ma sentì che per scampare bisognava subito inventarsi un partito nuovo e soprattutto un nome che facesse dimenticare il passato con i suoi tanti pensieri falsi, le sue doppie verità, le sue volontarie impotenze. Per molti militanti fu una scossa, perché il passato non lo dismetti in una notte alla maniera in cui Stalin dismetteva storie e compagni, cancellandone le tracce.

 

Perché il nuovo non puoi definirlo una Cosa, solo perché hai paura di usare parole tragicamente disonorate come progetto, ideologia, meta. Non solo: se i vertici cambiarono così prontamente strada, vuol dire che per decenni avevano nascosto alla base il vero: se avessero parlato prima, non avrebbero permesso che l’Italia restasse senza alternanza per quasi mezzo secolo.

 

Da allora sono passati vent’anni, e gli eredi del Pci ancora soffrono quel congedo precipitoso, quel vocabolario che d’un colpo si svuota. Ci sono parole che lasciano l’impronta anche se son nebbia, e un destino simile toccò alla Cosa. Al posto dell’idea del mondo, comparve questo sostantivo che è un annuncio, un guscio che si promette di riempire: «un nome generico - scrive il Devoto - che riceve determinazione solo dal contesto del discorso». Tutto da allora è stato futuro appeso a un contesto indeterminato: anche le primarie, cui si era chiamati a aderire senza saper bene a cosa si aderisse. Anche la speranza di coniugare le due forze fondatrici della repubblica: il socialismo e il cattolicesimo, dimenticando (lo storico Giuseppe Galasso l’ha ricordato il 30 agosto sul Corriere della Sera) il terzo incomodo che è la tradizione laica, liberale, radicale. Riesaminando l’ultimo ventennio, Arturo Parisi parla del controllo che le nomenclature dell’ex Pci hanno finito con l’acquisire sull’Ulivo, e del patto stretto da esse con i falsi innovatori dello stesso partito. I candidati segretari regionali provenienti dai Ds erano nelle ultime primarie il 75 per cento del totale, facendo «coincidere la geografia elettorale del Pd con i confini del voto comunista» e sconfiggendo l’Ulivo (intervista a Gianfranco Brunelli, Il Regno 16/2009).

 

Forza indispensabile della sinistra ma non bene identificata, l’ex Pci l’ingombra con il peso, non leggero, di una storia ripudiata. Sono anni che espia, fino all’eccesso, un passato di cui tuttavia non vuol parlare. Il centrismo, i toni bassi, la tregua fra i poli, la politica senza contrapposizioni: siamo in un paese dove il principale partito di sinistra, vergognandosi del passato, non fa vera opposizione per tema di somigliare a quel che era. Dallo spirito dell’89 ha appreso poco. Lo stato di diritto, l’onestà delle élite, la scoperta del conflitto sale della democrazia: la liberazione dell’89 ha preso da noi la forma di Mani Pulite, senza lambire la politica. Inutile prendersela con i magistrati, se l’ansia di rigenerazione hanno finito con l’esprimerla solo loro. Bersani ha preso atto, ieri, che dialogo è ormai una «parola malata e ambigua».

 

L’espugnazione dell’Ulivo e del Pd non crea identità. Anche il socialismo italiano fu espugnato così: usurpandolo, non integrandolo e cercando di capire l’altrui tracollo oltre che il proprio. Anche per il socialismo italiano la caduta del Muro spuntò infatti come un ladro notturno. Le metamorfosi del Pci sono una storia di crudele appropriazione, ma il socialismo è non meno colpevole di questo furto di vocaboli e identità. Non è mai riuscito a divenire dominante, come nel resto d’Europa. E quando con Craxi volle disputare la rappresentanza della sinistra al Pci non seppe trarne le conseguenze: continuò nei suoi doppi giochi, prospettò l’unità delle sinistre senza rinunciare a spartire potere, non si rinnovò moralmente ma degradò sino a divenire il simbolo della corruttela italiana.

 

In un lucido saggio sull’Italia, lo storico Perry Anderson descrive un partito socialista che ingenera il berlusconismo, spiegando come questi sia erede dell’ultimo Psi più che della Dc (London Review of Books, 21-3-02). La spregiudicatezza di Craxi è un tratto speciale e irripetibile della nostra cultura. Altrove lo spregiudicato è figura settecentesca che combatte pregiudizi, dogmi: non coincide con l’uomo senza scrupoli. Da noi i due tratti si confondono, e spregiudicatezza è encomiabile virtù di chi sprezza le regole, la legge, l’etica, nella certezza che il potere renda tutto lecito se non legale. L’intera classe dirigente ne è responsabile, e non stupisce che da decenni l’agenda della politica sia dettata da Berlusconi.

 

Occhetto sperava forse in una svolta autentica. Sperava in una carovana che viaggiando associasse forze diverse, e temeva la caserma anelata da Massimo D’Alema. Un timore che si rivelò giustificato, ma che non vede il solo D’Alema sul banco degli imputati. Questi fu almeno chiaro: l’Ulivo non gli piacque mai. Più colpevoli furono i falsi innovatori, che promettevano senza mantenere: che non hanno esitato, come Veltroni, a distruggere l’ultimo governo Prodi. Ciononostante è D’Alema la persona chiave del ventennio. In qualche modo è restato quel che era, senza più dogmi ma con inalterata volontà di potenza. Dei comunisti ha la stessa insofferenza verso il dissenso, lo stesso fastidio freddo verso la stampa indipendente. Sono sue e non di Berlusconi frasi come: «I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola». La morte temporanea dell’Unità, nel 2000, lo testimonia. Michele Serra parlò di delitto perfetto su la Repubblica: «La fine dell’Unità, forse più ancora della Bolognina, illumina lo sconquasso identitario della sinistra italiana. Ne racconta le insicurezze, i complessi di inferiorità, l’incerto e poco lineare incedere verso una modernità spesso vissuta da praticoni».

 

Vivere la modernità da praticoni è l’abbandono dell’ideologia, in nome dell’antidogmatismo. Il fatto che le ideologie totalitarie siano perite, non significa che un partito possa solo vivere di volontà di potenza, e su essa fabbricare inciuci. Che possa continuare a ricevere il colore da discorsi effimeri. Dotarsi di un’ideologia vuol dire avere un sistema coerente di immagini, metafore, princìpi etici. Vuol dire pensare un diverso rapporto con gli stranieri, la natura, il lavoro che muta, l’immaginario. A differenza della politica quotidiana, l’ideologia ha una durata non breve ma media, e la durata non è imperfezione. È perché non aveva idee sull’informazione di massa e sulla società di immigrazione che la sinistra fu travolta da Berlusconi. Che non seppe adottare, subito, una legge sul conflitto d’interesse. Che giunse sino a chiamare la Lega una propria costola.

 

Perry Anderson ritiene che la nostra sinistra sia invertebrata. Una Cosa appunto, senza scheletro: un metamorfo, come nel film di Carpenter. Il suo sogno ricorrente è quello d’un paese normale: un’altra Cosa - imprecisa, mimetica - che dall’89 cattura gli spiriti. La sinistra invertebrata ha corteggiato Clinton, Blair, Schröder, tessendo elogi del moderatismo, del centrismo. Vita normale, per la sinistra, ha significato sin qui smobilitazione ideologica, conformismo: il nuovo ancora lo si aspetta.

BARBARA SPINELLI LS 8

 

 

 

Intervista a Sergio Romano. Pezzi di muro che l’Europa deve saper raccogliere

 

Crollato il muro, a Berlino, c’è chi ha iniziato a venderne dei pezzetti ai turisti. Ma ci sono altri frammenti di quella «cortina di ferro» andata in frantumi, che oggi è difficile raccogliere: sono gli Stati scaturiti dalla fine della «guerra fredda», che ora tentano di trovare una loro collocazione politica all’interno dell’Istituzione comunitaria. Abbiamo chiesto lumi a Sergio Romano, che in quel novembre del 1989 era da poco rientrato da Mosca, dove è stato ambasciatore per quattro anni.

Mastromatteo. Che eredità ci ha lasciato questo evento?

Romano. Ci sono molti Paesi che sono rimasti coinvolti dalla caduta del muro di Berlino. È stata certamente una splendida notizia per alcuni, ma non è detto che lo sia stata per altri. Noi continuiamo a rapportarci a questo avvenimento, come se fossimo i depositari dei criteri universali per esprimere un giudizio. Così non è.

Con quali occhi dovremmo guardare, allora, a questo evento che per noi assume un significato così particolare?

Dovremmo provare a guardarlo anche con gli occhi di un georgiano o di un moldavo, di un armeno, di un kazaco, di un bosniaco, di un croato, di un serbo o di un kosovaro. Tutto quello che è seguito, guerre e problemi economici inclusi, spesso non vengono considerati da noi che eravamo al di qua del muro.

E per noi, com’è andata?

Verrebbe da pensare che, per noi che eravamo da questa parte della cortina, nel «posto giusto», le cose siano andate necessariamente meglio. Questo è innegabile. Però, per fare un esempio, ora abbiamo a che fare con un’Europa a ventisette. Dobbiamo chiederci se un’Istituzione del genere sia davvero governabile.

In caso contrario, dobbiamo imputare queste criticità alla caduta dei blocchi in Europa?

Io dico di sì. L’Unione Sovietica, nel bene e nel male, gestiva un impero anche in Europa, costituito da un certo numero di Paesi «satellite». Dopo la fine della «guerra fredda», tutti questi Stati ce li siamo ritrovati come orfani, abbandonati davanti alla porta di casa.

Dunque, per i Paesi dell’est europeo, qual è stato il significato di quel 9 novembre 1989?

Di certo per loro quella data ha rappresentato un’opportunità: sono usciti da una fase di dominio sovietico e sono entrati in una grande organizzazione europea che gli ha aiutati a ricostruire le regole del mercato e dell’economia. Bisogna chiedersi se tutti questi Paesi siano poi stati in grado di coglierla questa opportunità. Alcuni, senza dubbio, l’hanno fatto molto bene.

Messaggerro di sant’Antonio, edizione per l’estero, nov.

 

 

 

 

La caduta del Muro di Berlino, vent'anni dopo. Lo storico Gaddis: "Una rivoluzione scoppiata di sorpresa"

 

Intervista a John Lewis Gaddis - John Lewis Gaddis, professore a Yale, è uno dei massimi storici della Guerra Fredda. "La Storia è come la Fisica: basta un granello per far crollare tutto". Il ruolo dei protagonisti di quel periodo, accomunati dalla voglia di cambiare le cose – di MARCO BARDAZZI

 

TORINO- “Le rivoluzioni talvolta colgono di sorpresa. Era successo in Francia nel 1789, è accaduto di nuovo 200 anni dopo nell’Est Europeo: nessuno si aspettava che il Muro venisse giu’ cosi’ in fretta”. John Lewis Gaddis ha dedicato un’esistenza a studiare il Muro di Berlino e le ragioni che lo avevano fatto erigere. Ma 20 anni fa anche il professore di Yale - incoronato dal New York Times come “il decano degli storici della Guerra Fredda” - rimase spiazzato dagli eventi. E oggi agli studenti che affollano i suoi corsi nel prestigioso campus americano spiega una teoria presa in prestito dalla fisica: la storia a volte si comporta “come un mucchio di sabbia che continua a crescere, e nessuno sa qual e’ il granello che a un certo punto fara’ crollare tutto”.

 

Gaddis, uno dei massimi storici della Guerra Fredda al mondo, due decenni dopo la caduta della cortina di ferro propone una chiave di lettura degli eventi che mette in primo piano il ruolo dei protagonisti degli anni Ottanta. Dopo oltre 30 anni di un copione sempre uguale, spiega a La Stampa.it , sulla scena di quella drammatica rappresentazione teatrale che fu la Guerra Fredda salirono “un cast di attori insoliti, che avevano in comune il fatto di rifiutare che quello stato di cose fosse destinato a restare in eterno: Reagan, Thatcher, Giovanni Paolo II, Havel, Walesa, anche Deng Xiaoping e Gorbaciov. Sono loro che hanno posto le basi per quello che e’ accaduto nel 1989”.

 

Una storia che secondo Gaddis offre insegnamenti per l’oggi (per esempio per Barack Obama, “che fa troppi discorsi, dovrebbe imparare da Reagan: pochi ma decisivi”), ed e’ in buona parte ancora da finire di scrivere: “Gli archivi americani e occidentali non saranno pienamente consultabili che tra 10-15 anni, quelli del Vaticano forse tra 500. Sappiamo assai di piu’ sui paesi dell’Est, che hanno aperto tutti gli archivi, che su quello che e’ avvenuto dietro le quinte nelle capitali europee occidentali o a Washington”.

 

Professore, gli eventi dell'autunno 1989 spiazzarono anche lei?

Completamente. Tre anni prima avevo scritto un saggio su The Atlantic intitolato 'Come potrebbe finire la Guerra Fredda'. La mia ipotesi era che Usa e Unione Sovietica avrebbero dato vita con il tempo a una relazione sempre piu' stabile e una mattina si sarebbero svegliati dicendo: 'Questa non e' piu' la Guerra Fredda, e' il nuovo sistema internazionale'. Immaginavo che ci saremmo abituati all'idea di un'Europa divisa e al Muro di Berlino come cose 'normali'. Mi sbagliavo.

 

Perche' paragona il 1989 alla rivoluzione francese del 1789?

Perche' anche allora nessuno percepi' con chiarezza quello che stava per accadere. La Francia era la nazione piu' ricca d'Europa, il sistema appariva stabile, e l'idea che l'aristocrazia potesse collassare per effetto di una rivoluzione era impensabile. L'Unione Sovietica aveva costruito per decenni un sistema altrettanto stabile, e pensare che in meno di un anno potesse cadere...

 

E invece...

Invece anche nella storia, come nella fisica, esiste il concetto di massa critica: puoi continuare a costruire, ma non sai qual e' il momento in cui un minimo peso in piu' fara' crollare tutto. L'Unione Sovietica lo scopri' nel 1989.

 

Lei spiega la fine della Guerra Fredda ponendo l'accento sul ruolo degli "attori insoliti" in scena in quegli anni. Cosa intende?

Negli anni '70 aveva acquistato spessore la tesi secondo la quale la Guerra Fredda era una condizione permanente. Era l'idea dietro la distensione di Nixon e Kissinger, era la base dell'Ostpolitik di Willy Brandt. Ma la distensione lasciava molti insoddisfatti: poteva rendere il mondo piu' sicuro rispetto alla minaccia nucleare, ma non faceva niente per porre soluzione ai grandi interrogativi in termini di diritti umani. E qui venne la svolta. Negli anni '80 arrivarono sul palcoscenico della Storia attori che, soprattutto sui diritti umani, rifiutavano di accettare che la Guerra Fredda fosse definitiva.

 

Nel cast, chi ebbe il ruolo di protagonista?

Senza dubbio Reagan, che disse con chiarezza che quello sovietico era "l'impero del male" con il quale non si potevano fare compromessi. Ma anche la Thatcher e il papa polacco. Ognuno di loro era diverso e ovviamente ebbe un ruolo diverso. Li univa pero’ una dote comune ai grandi leader: la capacita' di capire che lo status quo e' vulnerabile, di percepire che le persone potevano fare la differenza e infine di agire perche' questo avvenga.

 

La retorica di Reagan, i suoi attacchi al comunismo, la sua esortazione diretta a Gorbaciov ad "abbattere il Muro" non furono rischi eccessivi per un presidente americano?

No, i suoi discorsi furono anzi di un'importanza cruciale per far cambiare le cose. Prima di tutto, disse una verita' che nessun presidente americano aveva ancora detto: l'Unione Sovietica era davvero l'impero del male. E poi Reagan aveva la dote di saper scegliere molto bene momenti e luoghi in cui fare i propri discorsi, per ottenere l'effetto desiderato. George W. Bush ne ha fatti troppi, e anche Barack Obama a mio avviso sta esagerando.

 

Reagan agi' spesso sfidando l'opinione pubblica europea. Anche il giorno del suo celebre discorso a Berlino davanti al Muro, nelle strade vicine c'erano folle di manifestanti contro di lui. Obama invece gode di ampio credito in Europa e ha appena reso felici i russi cancellando il sistema di difesa missilistica di Bush. Vede paralleli tra i due o lezioni che l'attuale Casa Bianca puo' trarre dai successi reaganiani?

E' presto per giudicare Obama, senza dubbio non deve sprecare l'enorme aspettativa che ha trovato. In politica estera si sta muovendo verso un nuovo realismo, riportando alla cautela di fronte all'idea che la democrazia possa sbocciare automaticamente dovunque. Occorre riconoscere che ci sono regimi autoritari che resisteranno e che ci sono ragioni per trovare un terreno comune anche con quei regimi. Sta cercando di correggere errori delle amministrazioni Clinton e Bush. E' per questo che in America abbiamo elezioni ogni quattro anni, per rimediare agli errori precedenti!

 

Quanto fu importante, per la fine della Guerra Fredda, il fatto che in Vaticano ci fosse un papa polacco?

Fu di un'importanza enorme. Giovanni Paolo II fu sorpreso come tutti quanti dall'essere stato scelto come pontefice, ma una volta eletto ebbe le idee molto chiare su cio' che c'era da fare. Come dico ai miei studenti: 'Forse questo e' un esempio della mano di Dio nella Storia'. C'e' ancora tanto che non sappiamo su cosa avvenne dietro le quinte in quegli anni in Vaticano. Ma al di la' di tutto, fu incredibilmente importante che ci fosse un papa che veniva dalla Polonia, sapeva parlare in modo franco e diretto, e poteva smuovere la potenza geopolitica della fede. Un sacco di gente sottovalutava questo aspetto, perche' viviamo in un mondo secolarizzato. Ma e' qualcosa di una potenza straordinaria, al quale l'Unione Sovietica non aveva niente da opporre.

 

L'Italia, secondo i suoi studi, ebbe un ruolo importante nella fine della Guerra Fredda?

Direi che ne ebbe uno decisivo nella nascita della Guerra Fredda: le elezioni del 1948 furono un momento di svolta, di una grande importanza non solo per la politica italiana ed europea, ma anche negli Stati Uniti, visto che segnarono tra l'altro la prima grande operazione sotto copertura della Cia, con il sostegno alla Democrazia Cristiana. Ma nel 1989 i protagonisti erano altrove e in Europa il protagonista fu soprattutto la Germania. Il suo cancelliere Helmut Kohl vide in anticipo cio' che altri non vedevano. Anche dopo la caduta del Muro, la gente continuava a ripetere che ci sarebbero voluti altri 10 anni per riunire la Germania. Mitterand e la Thatcher frenavano. Kohl invece fu tra i pochissimi - insieme a lui forse anche l'allora presidente George H.W.Bush - che intui’ che era possibile. E mise il piede sull'acceleratore perche' avvenisse in meno di un anno. LS 7

 

 

 

Norimberga. Chiude definitivamente l’ufficio scolastico del Consolato. Dal 17 novembre passa a Monaco

 

Norimberga - Dal 17 novembre prossimo l’ufficio scolastico del Consolato di Norimberga verrà definitivamente chiuso. È quanto comunica il 5 novembre il vicecommissario amministrativo contabile e reggente Antonella Tassi. In una nota pubblicata sul sito del consolato spiega che la chiusura fa seguito al trasferimento d’ufficio disposto dalla Farnesina al Consolato Generale di Monaco di Baviera del Direttore S.G.A. Rino Antonio Tessari. Dal 17 novembre, quindi, tutte le attività riguardanti la materia scolastica saranno di competenza dell’Ufficio scolastico presso il Consolato Generale di Monaco di Baviera. Questi saranno i responsabili ed i recapiti dell’ufficio di Monaco: Antonio Cassonello (Dirigente scolastico), Rino Antonio Tessari (Direttore SGA); indirizzo: Möhlstrasse 3, 81675 Monaco di Baviera; recapiti: Tel. n. 0894180034040 oppure 08941800342, Fax n. 0896885240. (de.it.press)

 

 

 

Monaco di Baviera. Raffaele Cantone presenta il suo libro “Solo per giustizia”

 

Monaco di Baviera. Serata letteraria con Raffaele Cantone, che presenterà il suo libro »Solo per giustizia«. L’evento avrà luogo giovedì 12 novembre 2009, alle ore 19, presso il Gasteig, Black Box, Rosenheimer Straße 5, a Monaco di Baviera.

Modera e traduce Antonio Pellegrino. La lettura in lingua tedesca verrà fatta da Helmut Becker

. Ingresso: Euro 10.- / 8,-

Gli organizzatori sono: Börsenverein des Deutschen Buchhandels – Landesverband Bayern München, Casa Editrice Antje Kunstmann di Monaco di Baviera e Istituto Italiano di Cultura

In seguito ai processi contro i grandi clan, Raffaele Cantone è divenuto simbolo della lotta contro la criminalità organizzata. La sua sorprendente autobiografia fornisce, per la prima volta, una visione spietata della realtà, fotografata dal punto di vista degli inquirenti.

Il suo libro Solo per giustizia, presente nella classifica dei Bestseller italiani, documenta, come nessun altro libro sulla mafia, la corruzione della società civile.

Nato a Napoli nel 1963, Raffaele Cantone si occupa di criminalità già da quando è procuratore. Dal 1999 al 2007, in quanto Pubblico Ministero presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, prende parte ai più importanti processi contro i clan camorristici. Dal 2008 lavora presso la Corte di Cassazione di Roma. IIC, de.it.press

 

 

 

 

 

Amichevole di calcio Parlamento di Amburgo-Consolato Generale d’Italia

 

AMBURGO - A seguito dell’annuncio del Ministero degli Affari Esteri del 10 giugno scorso di voler chiudere diverse sedi consolari, tra le quali quella di Amburgo, si è costituito un comitato di cittadini con il nome “Salviamo il Consolato Generale” che si è formato per evitare la chiusura del Consolato Generale d’Italia. L’intento è quello di mobilitare i cittadini interessati, la comunità italiana, le associazioni italiane e tedesche in rapporto con l’Italia. Da quel momento in poi sono state organizzate diverse manifestazioni coinvolgendo rappresentanti politici italiani e tedeschi.

Tra le varie manifestazioni organizzate contro la chiusura del Consolato Generale di Amburgo venerdì 30 ottobre 2009 alle ore 18:00 ha avuto luogo un incontro amichevole di calcio tra la squadra del Parlamento (Bürgerschaft) di Amburgo “Rathauskicker” e la squadra che ha rappresentato il Consolato Generale d’Italia presso lo Sternschanzenpark Polizei Sportplatz di Amburgo. Fin dall’inizio è stato dimostrato un forte entusiasmo nei confronti dell’iniziativa da entrambe le squadre. La squadra del Consolato era rappresentata da: Franco Spinelli, Andrea Pace, Alfio Giuffrida, Luciano Crapa, Alfonso Crapa, Giovanni Collado Granados, Marzio D’Agostino, Lidio De Bilio Calogero, Kai Niklas Müllerleile, Friedhelm Christoph, Giovanni Cannella, Vittorio Manta, Pietro Moliterni, Fabio Lestingi, Julius Valentin Leonard Skarka, Mario Di Casto, Juan Felipe Ibanez Cascardo, Fabian André Jean-Baptista Beraud, Baba Ceesay, Franco Meloni, Paul-Ferdinand Förster, Angelantonio Angelino, Stefano Nezzi, Ulf Konrad Radunski, José Gasca, Angelos Tsikas, Salvatore Calamita, Marcus Pino, Enrique Munos Hernandez, Achraf Saida, Hamjt Dogan, Aldo Venturini, Luigi Bruno, Alexandros Koulouris, Simon Jona Quast, Marc.

Sono tutti ragazzi giovani, che per motivi di studio o di lavoro vivono qui ad Amburgo e che hanno deciso di condividere attraverso una semplice squadra di calcio la loro quotidianità amburghese. La squadra milita nel campionato di serie D.

Per la squadra tedesca sono scesi in campo: Thomas Kreidenberg, Eike Graalmann, Michael Dose (SPD), Stefan Vossgrau, Roland Meyer-Buchwald, Klaus Grosalski (Senatskanzler), Christian Bölckow (SPD), Lars Dietrich (CDU), Thorsten Kausch (CDU), Christian Maass (GAL) und Andreas Seeger (SPD), Dr. Bernd Hesselschwerdt (CDU). La Partita è stata arbitrata da Armando Morales Rodriguez.

L’incontro è finito 8-2 in favore della squadra italiana, ma il risultato ha una valenza relativa in quanto il fine primario è stato quello di rappresentare una forma di dissenso nei confronti della possibile chiusura del Consolato, annunciata dal Ministero degli Affari Esteri.

A prescindere dal risultato .si è cercato di valorizzare e rafforzare il rapporto fra comunità italiana e comunità tedesca che è un binomio inscindibile per l’intensificazione dei rapporti imprenditoriali tra l’Italia e Amburgo. Da non dimenticare il ruolo primario che svolge il Consolato per tutti i connazionali che ogni giorno si rivolgono agli uffici per assistenza di ogni tipo.

Il pubblico ha apprezzato l’iniziativa accorrendo numeroso nonostante le condizioni meteo non del tutto favorevoli di appena pochi gradi sopra lo zero.

L’intera manifestazione è trascorsa all’insegna del fair play sia in campo che sugli spalti. Durante il cosiddetto terzo tempo, che si è tenuto presso la sede del Consolato Generale, è stato organizzato un buffet con specialità italiane molto apprezzato da parte tedesca. Le due squadre hanno ricevuto un diploma simbolico di partecipazione e una coppa.

Maria Cristina Calabrese, Comitato “Salviamo il Consolato di Amburgo”

 

 

 

 

Colonia. Una lingua in più. Crescere in Germania con l'italiano

 

Giovedì 12 novembre, alle ore 18.30 presentazione del DVD sul bilinguismo realizzato dal Comites di Colonia

 

I bambini italiani che crescono in Germania hanno la grande opportunità di imparare fin dall’inizio due lingue europee. Questo DVD vuole mostrare attraverso delle esperienze dirette e dei consigli sul tema come educare i propri figli con due lingue e due culture. Inoltre il DVD spiega alcune particolarità importanti del sistema scolastico del Nord Reno - Vestfalia. Il Comites di Colonia in collaborazione con Mehrsprache e.V. Colonia ha realizzato questo DVD rivolto a moltiplicatori e genitori per contribuire ad una maggior informazione su questo importante tema.

 

Saranno presenti alla manifestazione il Presidente della Circoscrizione Provinciale di Colonia Hans Peter Lindlar, il Console Generale d'Italia a Colonia Eugenio Sgrò, la Prof. Claudia Maria Riehl dell'Università di Colonia e la Presidente del Comites Rosella Benati

 

Con l'occasione verrà inoltre presentato il calendario "Donne 2010", la storia dell'emigrazione attraverso 12 donne italiane della circoscrizione di Colonia, realizzato dal Comites Colonia. Verrà regalata una copia del calendario e del DVD a tutti i presenti. Dopo la presentazione acrà luogo un rinfresco.

 

Per motivi organizzativi si prega di voler comunicare la propria partecipazione (senza impegno), rispondendo all’IIC per email (iicColonia@esteri.it)  ed indicando il numero dei partecipanti. Per ulteriori informazioni: Istituto Italiano di Cultura,  Universitätsstr. 81, 50931 Köln, Tel. (0221) 9405610, Fax 9405616

www.iicColonia.esteri.it. (de.it.press)

 

 

 

 

La divisione “Acqui” in Germania per una esercitazione delle unità della Nato

 

Paderborn - Si terrà fino al 13 novembre, presso il "Sennelager training center" di Paderborn, sede del centro militare di eccellenza per l’addestramento delle unità della Nato, l’esercitazione multinazionale denominata "Arrcade Fusion ‘09", che, nel contesto delle attività addestrative dirette dalla Nato per la gestione delle crisi, ha come obiettivo quello di testare ed affinare le procedure di lavoro per la condotta di un’operazione militare per la gestione delle crisi, a guida Nato.

In particolare, l’obiettivo è di rafforzare l’addestramento di un Comando di Corpo d’Armata di Reazione Rapida come comando della componente terrestre delle forze in teatro operativo, cui fanno capo quattro divisioni, tra cui la Divisione italiana "Acqui".

Lo scenario dell’esercitazione, ambientata in un’ipotetica area di crisi, vede l’intervento della Nato, su mandato Onu, con la missione di contribuire a stabilizzare la situazione, evitare una ripresa delle ostilità e ripristinare le condizioni di sicurezza tramite una combinazione di compiti umanitari e di "peace support", trattando temi quali la ricostruzione di infrastrutture vitali, il miglioramento delle condizioni di vita nei campi profughi, la separazione delle parti belligeranti e la promozione del "buon governo" secondo un approccio "onnicomprensivo", che prevede un sempre più stretto coordinamento tra le forze militari e le varie agenzie governative.

L’Esercitazione "Arrcade Fusion 2009" costituisce così un’ulteriore opportunità per affinare le procedure di lavoro per la condotta di un’Operazione Militare per la gestione di crisi e per lo sviluppo dei concetti operativi militari della NATO, mirando a produrre un importante accrescimento professionale per gli assetti militari, destinati ad operazioni di questo tipo.

La Divisione "Acqui", comandata dal Generale di Divisione, Vincenzo Santo, è inquadrata nel 2° Comando delle Forze di Difesa di San Giorgio a Cremano, Comando di vertice del centro sud Italia, comandato dal Generale di Corpo d’Armata Francesco Tarricone, mentre a livello Nato da anni opera e si esercita con il Comando di Reazione Rapida della Nato – ARRC "Allied Rapid Reaction Corps", di stanza in Germania. (aise)

 

 

 

 

Le iniziative a Roma per il ventennale della caduta del Muro di Berlino

 

Roma - Ricorre quest'anno il ventennale della caduta del Muro di Berlino. Per celebrarne la memoria, Roma mette in piedi "Venti di libertà 1989-2009", un ampio programma di incontri e manifestazioni in spazi culturali pubblici e privati, in piazza e nei musei.  

    Il Muro di Berlino non è stato solo una barriera di cemento di 155 km, ma anche il simbolo della divisione di una città, occupata ad est dai sovietici e nella parte occidentale dagli Alleati, e la rappresentazione fisica della Cortina di Ferro che ha diviso in due metà l'Europa durante la Guerra Fredda.

    La caduta del Muro avvenne in un clima eccitato e festoso nella notte tra il 9 e il 10 novembre del 1989, quando una folla di berlinesi aprì i primi varchi e una moltitudine di abitanti di Berlino Est si riversò nella parte ovest della città, tra abbracci e brindisi. Il mondo seguiva gli eventi con il fiato sospeso in mondovisione e quelle immagini diventarono il simbolo della crisi, e del successivo rapido crollo, dei regimi comunisti dell'Est. La caduta del Muro darà poi inizio a un profondo mutamento dello scenario politico, economico e socio-culturale europeo e mondiale.

    "Venti di libertà 1989-2009. Roma celebra la caduta del Muro di Berlino" vuole dunque rievocare quel clima e fare il punto, a vent'anni di distanza, su quel fondamentale passaggio storico. "Venti di libertà" è organizzato dal Comune in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Goethe-Institut Rom, con il patrocinio dell'Ambasciata della Repubblica Federale di Germania.

    Il programma si articola in oltre 30 spettacoli, 38 mostre, 4 convegni, numerosi incontri e dibattiti ospitati dal Museo di Roma in Trastevere, dal Macro Future, dal Goethe Institut, dal Campidoglio, dai Mercati di Traiano, dal Palazzo delle Esposizioni,  dalla Casa della Memoria e della Storia, dal Nuovo Cinema Aquila, da 31 gallerie d'arte private e da numerose altre sedi.

    Il clou è previsto per lunedì 9 novembre, giorno della libertà, in piazza di Spagna, con l'inaugurazione dell'installazione multimediale "Un Muro percepito" e con la serata-evento "Verso (per) la Libertà", mentre a Villa Ada ci sarà la cerimonia di intitolazione di "viale Aleksandr Solzhenitsyn". Le manifestazioni si protrarranno per tutto il mese di novembre e oltre. (per il programma degli eventi http://www.comune.roma.it/was/repository/ContentManagement/information/N1255029549/Venti%20liberta%20calendario%20e%20info.pdf ) (Inform)

 

 

 

 

Il “Tour dell’Integrazione” ha fatto tappa a Catania

 

CATANIA - Per il secondo anno consecutivo, il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali promuove una campagna integrata di comunicazione istituzionale sull’inclusione sociale degli immigrati.

L’obiettivo è favorire la convivenza nella nostra società tra cittadini italiani e immigrati regolarmente presenti sul territorio attraverso la diffusione di un messaggio pubblicitario incentrato sul rispetto dei diritti e dei doveri (veicolato su stampa, televisione, radio, affissioni e internet); la conoscenza di tutte le informazioni utili per intraprendere un adeguato percorso di integrazione (tour dell’integrazione) e l’organizzazione di momenti di coinvolgimento degli immigrati (manifestazioni sportive e estrazioni di premi).

Un aspetto rilevante delle attività di sensibilizzazione è il “Tour dell’Integrazione”, nell’ambito del quale un gruppo di operatori incontra gli immigrati nei loro abituali luoghi di ritrovo. L’appuntamento siciliano del tour, svolto con il patrocinio del Comune di Catania, si è tenuto da venerdì 6 a domenica 8 novembre. Durante questo evento è stato distribuito il vademecum “Immigrazione: come, dove, quando”, una pubblicazione realizzata in 8 lingue (albanese, arabo, cinese, francese, inglese, italiano, russo, spagnolo) per accompagnare il cittadino straniero nel suo percorso d'integrazione e aiutarlo nella soluzione dei problemi quotidiani più frequenti: dal contratto di lavoro all'iscrizione dei figli a scuola, dal rilascio della patente all'apertura di un conto corrente in banca. E’ possibile consultare il vademecum anche sul sito istituzionale www.lavoro.gov.it.

Gli immigrati che ritirano il vademecum possono partecipare, attraverso la compilazione di una apposita scheda, all’estrazione di numerosi premi: carte Sim, ricariche telefoniche e internet key di Wind.

L’anno scorso, il tour ha toccato 14 città (Torino, Milano, Brescia, Vicenza, Treviso, Roma, Palermo, Bari, Firenze, Genova, Bologna, Napoli, Reggio Emilia e Reggio Calabria): più di 23.000 stranieri hanno ricevuto il vademecum nei punti di contatto, 4.544 hanno compilato la cartolina per partecipare al concorso ad estrazione e 2.596 hanno risposto a un questionario, elaborato in collaborazione con il Censis Servizi, per tracciare un profilo degli immigrati che vivono in Italia.

“L’integrazione sociale e culturale a Catania è già realtà - spiega l'assessore comunale alla Famiglia Marco Belluardo - l’amministrazione comunale etnea riconosce l’importanza di valorizzare le “differenze” portate dall'immigrazione, considerandole come valore aggiunto di civiltà”. L’assessorato alla Famiglia e alle Politiche Sociali ha accolto con entusiasmo il progetto del Ministero, riconoscendo la giusta attenzione a una iniziativa lodevole, che punta al dialogo interculturale attraverso gli strumenti dell’informazione e del confronto. Catania non poteva dunque mancare all’appuntamento di quest’anno; il percorso di sensibilizzazione del Tour dell’Integrazione ha toccato i punti di ritrovo degli immigrati in città, fornendo a questi ultimi tutte le informazioni utili per farli sentire a casa: sono stati tre giorni all’insegna del rispetto e dell’aiuto concreto. Inform/de.it.press

 

 

 

 

Confusione europea. Una sentenza sbagliata, tanti equivoci

 

Un ministro degli Esteri, Giulio Andreotti, molto irritato con Bettino Craxi per qualche ragione che non fu mai dato sapere sibilò un giorno davanti a un microfono rimasto inopinatamente acceso, nel corso di un vertice, nel 1986: «Abbiamo un capo del governo che confonde il Consiglio d’Europa con il Consiglio Europeo». Poi i due fecero pace. Ma per un vecchio navigatore delle istituzioni internazionali come il leader dc quella «confusione» era un affronto e quell’osservazione lasciata cadere con un vago sorriso aveva quasi il sapore di una sfida.

Erano altri tempi. Oggi, invece, passa inosservato che mezza Italia si scagli contro l’Unione Europea, che non c’entra, per condannare giustamente una sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, questo discutibile «tribunale dei cittadini» che opera nell’ambito del Consiglio d’Europa, l’ormai un po’ decotta organizzazione nata nel maggio del ’49 con il Trattato di Londra, che conta tra i suoi 47 membri anche l’Azerbaijan e la Moldavia. L’Unione Europea è un’altra cosa, in comune c’è solo Strasburgo, la città dove vanno avanti e indietro da Bruxelles le scartoffie del Parlamento Europeo. Fu proprio alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo che si rivolse nel 1988 la professoressa Hayrunnisa Gul, moglie del futuro ministro degli Esteri e presidente turco, per chiedere che le venisse riconosciuto il diritto di portare il velo all’università.

La sentenza sui crocifissi, che, come ha scritto Alberto Melloni sul Corriere di mercoledì, va respinta come «un atto odioso» contro la convivenza, appare il prodotto di una concezione estrema del rapporto tra i diritti dei pochi e le sensibilità dei molti: i 47 giudici avrebbero dovuto riflettere di più prima di emetterla. Proprio per questo, però, bisogna capire, distinguere, evitare condanne dirette o bersagli sbagliati. Il Consiglio d’Europa non è l’Unione Europea. Fortunatamente, almeno L’Osservatore Romano ha registrato ieri la «presa di distanza » giunta dal portavoce del Commissario Ue alla Giustizia, il francese Jacques Barrot.

Il governo italiano fa bene a fare ricorso contro una sentenza che offende la nostra identità cristiana. Ma non bisogna fallire l'obiettivo, lanciando una battaglia antieuropea che sarebbe errata soprattutto in questo momento. L’Unione sta tentando di uscire da una crisi profonda e l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona può aprire una nuova fase: di minori ambizioni e maggiore concretezza.

A Bruxelles è forte la convinzione della necessità di invertire la rotta, di riavvicinare la comunità ai cittadini tagliando sprechi e evitando frizioni con le opinioni pubbliche. E la stessa creazione di due figure nuove, come quella di un Presidente e di un ministro degli Esteri vicepresidente della Commissione può dare due volti a un progetto da salvaguardare, può essere anche un’utile svolta d’immagine. L’Europa è ormai l’aria che respiriamo. Ne sentiremmo la mancanza se non ci fosse.

Paolo Lepri CdS 6

 

 

 

 

Trattato di Lisbona, integrazione e maggiori opportunità

 

DICE bene Paolo Cacace sul Messaggero che il rafforzamento delle istituzioni europee con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona postula anche una più chiara identificazione dell’interesse nazionale.

Il Trattato rappresenta una spinta importante verso l’integrazione, attraverso il consolidamento di regole e procedure più efficienti ed ambiziose. Per l’Italia si tratta certamente di una buona notizia, dato che istituzioni multilaterali forti agiscono tradizionalmente e non è solo il caso di quelle europee come un moltiplicatore delle potenzialità nazionali, consentendoci di proiettare in modo più efficace il nostro valore aggiunto.

Ma è al tempo stesso una sfida. Nell’Europa e nel mondo di oggi non si può più pensare di far valere le proprie ragioni soltanto attraverso il pur determinante “prisma” istituzionale europeo e multilaterale. Ciascun Paese sempre più “conta” anzitutto per la solidità complessiva del sistema che esprime, per la qualità e l’efficacia del proprio mix di istituzioni pubbliche centrali e locali, pubblica amministrazione, aziende, banche, organizzazioni della società civile, della cultura e informazione, della ricerca, della scienza, della formazione, della scuola. Il processo di adeguamento del Paese alle nuove realtà, a maggior ragione dopo Lisbona, non sembra poter subire ulteriori ritardi, come insegna del resto l’esperienza dei nostri principali partners europei.

La diplomazia italiana sta facendo da tempo la sua parte ed è ora alla vigilia di un nuovo processo di riforma, capace di metterla in grado di meglio rappresentare esigenze ed interessi del sistema Paese. È evidente che avremo successo solo nella misura in cui sarà stato tempestivo ed efficace, a monte, il processo di identificazione e selezione di questi stessi interessi ed esigenze.

Il Servizio europeo per l’azione esterna non fa, da questo punto di vista, eccezione. Esso non contraddice le diplomazie nazionali e non le sostituisce; mira piuttosto a sostenere e promuovere la sintesi degli interessi condivisi dell’Unione europea, in materia di politica estera e di sicurezza comune.

È, sulla carta, un grande progresso. Tutto da verificare nella pratica. Potrà comportare se portato alle estreme conseguenze un riorientamento delle diplomazie nazionali verso le attività di servizio ai rispettivi sistemi Paese e piuttosto di fiancheggiamento sulle principali questioni politiche dell’attualità internazionale. Ci offrirà comunque l’occasione di utilizzare i nostri diplomatici distaccati al nuovo Servizio europeo per l’azione esterna per far sentire la nostra voce nel contesto comunitario. Potrà altresì, auspicabilmente, portare, in coerenza con le sue premesse, ad un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come l’Italia sostiene da tempo.

Queste le prospettive. Nella pratica dei negoziati e dell’azione quotidiana, tuttavia, non dobbiamo nasconderci che anche nel settore delle relazioni esterne, come negli altri campi dell’attività comunitaria, il concreto assestarsi delle funzioni e dei contenuti dipenderà, in larga misura, dagli interessi che gli Stati membri più capaci sapranno affermare come prevalenti.

L’Italia potrà partecipare con autorevolezza a questo esercizio quanto più coeso e strutturato in ultima analisi, quanto più competitivo sarà il modo di rappresentare i nostri interessi e le nostre posizioni sui tavoli negoziali. Quegli interessi tesi ad evitare il consolidarsi di gruppi ristretti di Paesi “alla guida” dell’Unione europea, a promuovere i valori della solidarietà euro-atlantica in un mondo dove essa va riscoperta ad ogni crisi, ad ampliare gli spazi d’azione delle nostre imprese in un contesto di rapporti equilibrati dell’Ue con i maggiori partners mondiali, ad assicurare in modo geo-politicamente equilibrato la nostra sicurezza energetica, a garantire ai nostri cittadini la più efficace difesa della loro sicurezza ad iniziare dai fronti meno evidenti e più lontani.

Il percorso di riforma che la Farnesina sta intraprendendo, come accenna Paolo Cacace, è inteso a dotare il sistema Paese di uno strumento operativo: spetterà collettivamente a tutti noi farne l’uso migliore.

GIAMPIERO MASSOLO, Segretario generale della Farnesina IM 6

 

 

 

 

Washington-Roma rapporti faticosi

 

La sentenza del tribunale di Milano che condanna 22 agenti della Cia per il rapimento di un imam radicale egiziano non ha precedenti nel mondo ed è vista con apprensione a Washington perché riapre uno dei capitoli più temuti e spinosi per la nuova Casa Bianca di Barack Obama. La Digos di Milano e il procuratore Armando Spataro hanno visto riconosciuta la bontà della loro indagine, che nonostante notevoli impedimenti e un clima ostile è riuscita a dimostrare come ha agito sul nostro territorio il più famoso e potente servizio segreto del pianeta.

 

Il loro lavoro dimostra - anche se gli americani continuano a negarlo - che è possibile ricostruire nel dettaglio i comportamenti illegali dell’amministrazione guidata da Bush e Cheney e che è possibile anche portarli davanti ad un giudice per chiedere che si pronunci sulla liceità di azioni che ledono diritti civili basilari.

 

Obama ha sempre denunciato queste violazioni e durante tutta la campagna elettorale ha promesso che avrebbe messo fine all’uso della tortura negli interrogatori, così come avrebbe chiuso il carcere speciale di Guantanamo e le prigioni segrete della Cia, anche se ha lasciato aperta la possibilità (inventata da Bill Clinton) di fare extraordinary rendition, ovvero rapire e trasferire sospetti terroristi come Abu Omar. Seppur con dei ritardi e non senza confusione il nuovo Presidente americano sta mantenendo la sua parola sulle torture e le carceri. Ma una cosa ha deciso di non fare: indagare sul passato.

 

L’America si impegna a non violare più i diritti civili in nome della sicurezza ma, sempre in nome di questa, non processerà chi lo ha fatto in passato. Obama non può permettersi di tenere la Cia sul banco degli imputati per anni mentre sono in corso ancora due guerre, il terrorismo islamico non è battuto e l’Iran lavora per diventare una potenza nucleare. E non intende mettere sotto accusa Bush e Cheney: ci penserà la storia - è il suo ragionamento - e io voglio usare il mio mandato per costruire l’America del futuro, per cambiarla e non passare il mio tempo con la testa rivolta all’indietro, mettendo al centro della scena ancora la coppia repubblicana. La sentenza di Milano rischia però di riaccendere i malumori dei liberal e della sinistra democratica, che mal avevano digerito questa scelta del Presidente, e potrebbe costituire un precedente per indagini e processi in altri Paesi europei.

 

Questo non significa che la magistratura milanese avrebbe dovuto farsi carico di opportunità diplomatiche e agire diversamente: di fronte ad un’ipotesi di reato di questa gravità era tenuta a procedere come ha fatto. Ma dobbiamo sapere che questo avrà inevitabilmente e ha già, come vedremo, delle ripercussioni nelle relazioni tra i due Paesi. Il comportamento della politica italiana, agli occhi degli Stati Uniti, è stato confuso e ingiusto, tanto che con il segreto di Stato si sono salvati gli uomini dei servizi italiani ma non quelli americani. «Non abbiamo mai agito illegalmente in Italia e ne abbiamo sempre rispettato la sovranità», ripetono da anni al Dipartimento di Stato e questo significa una sola cosa: la Cia si muoveva all’interno di un quadro concordato, nell’ambito della lotta al terrorismo, con il governo guidato da Silvio Berlusconi. Il fatto che anche l’esecutivo Prodi, con Arturo Parisi ministro della Difesa, abbia opposto il segreto di Stato non ha fatto che confermare come ci fosse un’intesa politico-diplomatica dietro tutto ciò. Ma a fare chiarezza fino a questo livello il tribunale milanese non è potuto arrivare.

 

I rapporti tra Stati Uniti ed Italia sono già resi faticosi dalla nostra politica di alleanza privilegiata con la Russia di Putin, così come dai nostri rapporti con Iran e Libia, e negli ultimi giorni dall’ipotesi di un disimpegno dal Libano. Ora, paradossalmente, il primo a pagare il conto di questa diffidenza americana rischia di essere non Silvio Berlusconi bensì Massimo D’Alema, ancora in corsa per diventare responsabile della politica estera e di difesa dell’Europa. Nelle ultime ore infatti si sarebbe intensificata una pressione americana in favore del candidato britannico David Miliband, dettata anche dalla volontà di non premiare l’Italia, nonostante D’Alema sia il premier dell’impegno in Kosovo e il ministro degli Esteri che ha spinto per intervenire come forza di pace per stabilizzare il Libano. La scelta di D’Alema, si ragiona a Washington, verrebbe letta come un via libera ai comportamenti dell’Italia al di là del candidato proposto. Non è un caso che, proprio ieri, un siluro alla candidatura dell’ex premier sia arrivato dal più atlantico e filo-americano dei nuovi entrati nella Ue: la Polonia. E così la battaglia ancora aperta su «Mister Pesc» si sta spostando da Bruxelles a Washington.  MARIO CALABRESI  LS 6

 

 

 

Usa, vola la disoccupazione. Obama: richiamo alla realtà

 

I senza lavoro oltre il 10 %, non accadeva dal 1983 – di ANNA GUAITA

 

NEW YORK - Sedici milioni di americani non riescono a trovare lavoro. E’ dal 1983, dal primo anno della presidenza di Ronald Reagan, che non si superava il tasso del 10,2 per cento di disoccupazione. Ventisei anni. Una bruttissima notizia per Barack Obama, che ieri ha detto che «non avrà pace» fino a che tutti i suoi concittadini non avranno un lavoro. Così è cominciata la giornata ieri, con questi cattivi dati del Dipartimento del Lavoro, che hanno avuto l’effetto di deprimere tutte le piazze borsistiche, sia europee che statunitensi. Ma poi il passare delle ore ha portato più chiarezza: intanto a Wall Street due giganti come General Electric e Macy’s hanno superato a pieni voti gli esami degli esperti e sono stati premiati con un balzo in avanti rispettivamente del 7,1 per cento e del 5,7 per cento, sufficiente a fare da traino e ridare fiato alle contrattazioni. A chiusura della giornata, le borse europee e americane avevano recuperato terreno al punto di raggiungere quasi la parità. Le stesse parole di Obama hanno contribuito a riportare un po’ di calma, quando a metà mattinata il presidente ha assicurato che la sua squadra economica è impegnata alla ricerca di idee, possibilmente «nel settore del lavori per rimodernare le nostre vecchie strade e i nostri ponti, degli incentivi per incoraggiare le famiglie e le aziende ad apportare modifiche alle case e agli uffici per renderli più efficienti, forse altri tagli di tasse, facilitazioni per il credito e l’esportazione». Obama ha anche annunciato l’estensione dei sussidi di disoccupazione e degli aiuti fiscali per chi compra casa.

Le notizie sulla disoccupazione non erano attese, anzi ci si aspettava che il tasso di disoccupazione, che a settembre era del 9,8%, rimanesse al 9,9. Il balzo è apparso anche più drammatico considerato che solo la scorsa settimana il governo aveva annunciato che nel terzo trimestre l’economia era cresciuta (su base annuale) del 3,5 per cento. I due dati messi insieme fanno temere che questa si riveli una ”jobless recovery”, una ripresa senza posti di lavoro. Il rafforzarsi di questa ipotesi, tante volte paventata dagli economisti negli ultimi mesi, fa sospettare che la Federal Reserve dovrà continuare a dare una mano all’economia mantenendo la sua politica di tassi bassissimi. E questa constatazione ha causato ieri una corsa all’acquisto dell’oro, che ha superato il prezzo record di 1.100 dollari l’oncia. L’oro aveva vissuto un periodo di calo, ma per proteggersi dall’inflazione e dal deprezzamento della valuta americana gli investitori lo stanno comprando con entusiasmo. E non solo loro: la Banca Centrale dell’India ha acquistato 200 tonnellate di oro dal Fondo Monetario, ed è prevedibile che altre banche centrali tentino di difendersi dalla volatilità dei mercati valutari rifornendosi del metallo prezioso, continuando a spingerne in alto il costo.

La situazione del lavoro negli Usa può avere gravi conseguenze politiche per l’Amministrazione Obama. Nel 1983, Ronald Reagan fu penalizzato alle elezioni di metà mandato con la perdita di 26 seggi alla Camera per il suo partito. Barack Obama ha appena ricevuto un ”ammonimento” dagli elettori del New Jersey e della Virginia, che hanno bocciato i candidati democratici alla poltrona di governatore in favore dei due repubblicani. E in entramnbi gli Stati gli elettori hanno citato la situazione dell’economia come principale causa del voto. Obama ha ancora qualche mese per recuperare la fiducia degli elettori, e c’è un segno che le cose potrebbero migliorare. La American Staffing Association, una società specializzata nel monitorare il mercato del lavoro, rivela che negli ultimi tre mesi c’è stata una marcata ripresa degli impieghi temporanei. In genere, questo tipo di ripresa prelude a una ripresa del mercato occupazionale in genere. Rimane un rischio: che i dati di ieri causino un’ondata di paura, con la conseguenza di una cattiva stagione natalizia. E questo di sicuro non sarebbe un incentivo per le aziende ad assumere.  IM 7

 

 

 

Usa, riforma della sanità. Obama: "Voto storico" alla Camera

 

La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato nella notte la riforma sanitaria sostenuta dal presidente Barack Obama. Durante un'insolita seduta notturna, i deputati Usa hanno dato il loro assenso a un testo di

migliaia di pagine, approvato con 220 voti favorevoli e 215 contrari dopo 12 ore di dibattito. Obama ha salutato il voto «storico» della Camera e si è detto «assolutamente fiducioso» sull'esito dello scrutinio al Senato. Il presidente ha manifestato la speranza di poter promulgare la legge «entro la fine dell'anno».

 

Tutti i deputati democratici hanno votato a favore. Il progetto di riforma ha incassato anche il 'sì' di un repubblicano, Anh Joseph Cao. Tutti gli altri repubblicani hanno votato contro. La Camera ha respinto una controproposta di legge presentata dall'opposizione.

 

Poco prima del voto, Barack Obama si era recato a Capitol Hill per provare a convincere alcuni deputati democratici scettici a votare a favore della riforma.

 

La parte più controversa del progetto, che prevede una copertura finanziaria di circa 1.000 miliardi di dollari su 10 anni, è l'istituzione di un'assicurazione pubblica sulla salute: questa dovrebbe competere con quelle private e in questo modo ridurre le esose tariffe sanitarie e mediche, da anni spinte alle stelle da un sistema quasi esclusivamente privato.

 

Un altro tema spinoso è quello dell'aborto, che ha provocato un duro conflitto politico sull'opportunità di consentire che gli interventi di interruzione di gravidanza siano finanziati con soldi pubblici. Su questo tema la speaker della Camera Nancy Pelosi ha trovato un compromesso che Obama spera favorirà il voto a favore della minoranza antiabortista dei democratici: l'intesa negoziata per ore prevede che saranno possibili restrizioni al finanziamento degli aborti.

 

Attualmente la legge federale proibisce l'uso di fondi pubblici per finanziare aborti tranne che nel caso di stupro, incesto o situazioni in cui la vita della madre è in pericolo: resta da chiarire se i cittadini potranno comprare una copertura in caso di aborto dall'assicurazione pubblica che il progetto di riforma vuole istituire.

 

Per essere definitivamente approvato, il progetto di riforma dovrà adesso superare l'esame del Senato, dove la maggioranza democratica non è così netta come alla Camera. L’U 8

 

 

 

Salvate il soldato par condicio

 

Caro direttore, ancora dolorante a seguito delle sentenze riguardanti la Mondadori e il lodo Alfano, Silvio Berlusconi affermò come obiettivo immediato della maggioranza governativa la cancellazione della legge sulla par condicio. Ora la questione viene riproposta con urgenza in sede di definizione del calendario parlamentare. Sarebbe bene prestarvi la massima attenzione perché si tratta di materia dirimente ai fini della qualità della democrazia nel nostro Paese, quanto lo fu l’infausta approvazione della legge elettorale vigente definita Porcellum dal suo stesso autore, senatore Calderoli. Sarebbe tragica la ripetizione dell’accoglienza flaccida e in parte connivente cui diede vita l’opposizione in quella circostanza, nella relativa indifferenza dell’opinione pubblica.

 

La stessa denominazione di quella legge - par condicio - spinge a trascurare il suo contenuto più importante, quello che con ogni probabilità spinge il presidente del Consiglio a prenderla di mira: il divieto di effettuare spot a pagamento durante i 60 giorni della campagna elettorale conclusiva. Proviamo ad immaginare le conseguenze che, con ogni probabilità, determinerebbe la sua abolizione (o, più probabilmente, il suo stravolgimento).

 

In primo luogo, l’incremento dei costi della politica. Ricordo, a questo proposito, la visita di una delegazione di parlamentari americani che coincise con quella discussione al Senato (ero allora presidente della sua commissione Esteri). Mi disse allora la senatrice Boxer della California (cito a memoria): «Se posso permettermi un consiglio, tenete duro, perché si tratta di una questione vitale per la qualità democratica del vostro Paese! Anche solo per farmi rieleggere al Senato in California devo dedicare buona parte del mio tempo a raccogliere mediamente 52 mila dollari ogni singolo giorno, fino alla prossima scadenza elettorale. Perché questi sono i costi della politica, in massima parte dovuta agli spot a pagamento nel mio Paese»). E’ vero che Obama ha trovato una strada alternativa a quella dei grandi finanziatori con contributi in gran parte frammentati e di massa. Tuttavia, la legge del denaro, che favorisce il lobbismo, resta un limite formidabile della democrazia americana. Oltre al fatto che gli spot a pagamento, non essendo soggetti ad alcuna regola, regia, selezione di contenuti, se non quelli di chi li compra, costituiscono il veicolo ideale per la denigrazione dell’avversario, la manipolazione mediatica, le campagne elettorali negative, in cui prevale la legge del più forte (per disponibilità di denaro, s’intende).

 

Proviamo ora a collocare una simile «riforma» in un contesto italiano segnato da un indebolimento crescente delle garanzie istituzionali assai meno robuste di quelle vigenti Oltre Atlantico, da un’atmosfera di odio politico che troverebbe ulteriori veicoli di espressione indisturbata; infine, da un assetto proprietario dei media che consentirebbe ad una delle parti politiche di acquistare i propri spot con una partita di giro e costringerebbe gli altri a procurarsi i mezzi necessari in qualunque modo. Proviamoci soltanto e diventa evidente l’urgenza di predisporre una risposta proporzionata al pericolo incombente. Sembra essersene accorto il presidente della Camera. Speriamo che lo segua a ruota l’opposizione perché i segni di resipiscenza del primo firmatario dell’apposito disegno di legge (Ignazio Abrignani) potrebbero risultare insufficienti. Il vero ispiratore è noto per la sua tenacia. GIAN GIACOMO MIGONE LS 7

 

 

 

Droga e giovani. La pandemia che nessuno vuole vedere

 

IL PAROSSISMO informativo riguardante l’influenza H1N1 ha cancellato l’interesse per molti altri problemi della società. La vera epidemia è rappresentata dalla diffusione del fumo, dell’alcool e delle droghe fra i giovani e i giovanissimi, nonché dal rischio Aids dovuto sempre fra i giovani all’anticipazione dei rapporti sessuali e alla mancanza di precauzioni. Per fortuna il rapporto dell’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze ci ricorda l’esistenza di questi problemi che da tempo sono completamente ignorati nel panorama dell’informazione.

Il dato di fondo è devastante: 13 milioni di persone in Europa hanno fatto uso di cocaina e ben 7,5 milioni sono giovani fra i 15 e i 34 anni. L’aver fissato il limite a 15 anni determina in realtà una sottostima perché sono noti casi di ragazzi e ragazze di 12-13 anni che si sono già rivolti alla droga. Ciò che desta ancor più preoccupazione è che in generale è difficile trovare persone che consumano una sola droga: tutti ne utilizzano due o più contemporaneamente, il che complica notevolmente le analisi degli effetti tossici. Un’analisi eseguita dallo stesso Osservatorio conclude che circa il 30 percento degli studenti dai 15 ai 16 anni aveva già consumato due o più sostanze nel mese precedente all’indagine con 91 combinazioni differenti. Si potrebbe dire: la fantasia applicata alla propria distruzione! Nel quadro europeo abbiamo un triste primato: con Danimarca, Spagna, Irlanda e Regno Unito siamo fra i Paesi a più alto consumo di droga.

Questi dati si riferiscono ai consumi del 2007, ma vi sono molti presupposti per ritenere che l’impiego di alcune droghe attualmente sia addirittura in aumento. Il rapporto dice che le preoccupazioni derivano soprattutto dall’impiego delle droghe stimolanti: cocaina, amfetamina e suoi derivati inclusa le temibile ecstasy come si può desumere dai sequestri di cocaina e dalla constatazione che solo nella Repubblica Ceca sono stati individuati circa 400 piccoli laboratori per produrre metamfetamina.

Cocaina e amfetamine sono le droghe del week-end, il loro consumo aumenta di oltre il 50 percento nei giorni di venerdì e sabato, come rilevato dalle indagini quantitative condotte nelle fogne in vicinanza dei depuratori delle principali città europee.

Sembra che questi stimolanti vengano ritenuti dai consumatori tossicodipendenti indispensabili per affrontare lo stress, la vita convulsa di tutti i giorni, ma evidentemente anche le notti in discoteca. Il rapporto non si occupa del tabacco che rappresenta la maggior forma di tossicodipendenza: 12 milioni i fumatori in Italia! Purtroppo anche il calo dell’eroina non si è consolidato e anche l’uso degli oppiacei è in aumento. Diminuisce invece il consumo complessivo di cannabis soprattutto fra i giovani, anche se aumenta il numero dei giovani che fanno uso quotidiano di questa droga.

Malauguratamente i giovani stanno spostando la loro attenzione dalla cannabis alla cocaina, che spesso viene consumata insieme all’alcool. Sono ormai diventati routine i trasporti di giovanissimi ai pronto soccorso per problemi indotti da ubriacatura. Infine si stanno diffondendo nuove droghe, ad esempio prodotti che vengono propagandati surrettiziamente come se servissero per profumare gli ambienti e sono invece utilizzati come droghe da inalare. Queste “varietà” di impiego delle droghe sta creando molti problemi al Servizio sanitario nazionale, perché si devono impiegare risorse umane ed economiche per l’abuso di droghe, sottraendole a chi ne ha bisogno per curare gravi malattie.

La tossicità dell’impiego di droghe si estrinsecherà molto di più nel futuro con un aumento di depressioni, psicosi, ansietà, crisi di panico, problemi cardiovascolari, incidenti stradali, delitti. Ci si domanda con forte apprensione che tipo di società avremo in futuro. L’impiego delle droghe avviene fra l’indifferenza generale, una specie di passiva accettazione di un evento ineluttabile. Genitori, insegnanti, medici, sacerdoti, sociologi devono reagire e insieme con i politici tentare di arginare questa disastrosa pandemia. SILVIO GARATTINI IM 6

 

 

 

 

Chi vuol mandare D'Alema in Europa

Va bene i paroloni e i grandi principi, come l’interesse dell’Europa, il prestigio dell’Italia, eccetera eccetera: ma c’è un bel po’ di gente che di questo se ne frega. E’ da un paio di settimane, infatti, che in conciliaboli più o meno riservati, si arrovellano invece intorno a una domanda alla quale non trovano una risposta. E la domanda è: ma per le nostre faccende, è più «pericoloso» - oggi e domani in prospettiva - un D’Alema in giro per il mondo come ministro degli Esteri d’Europa, oppure un D’Alema che resta in patria, ma amareggiato e magari voglioso di regolare un altro po’ di conti? Certo, è un approccio molto particolare - il solito machiavellismo italiano - a una questione che reclamerebbe, forse, altri interrogativi. Eppure, questo approccio esiste, ed è diffuso. E dunque: meglio osservare da lontano l’ipotetica missione europea del líder máximo (missione che potrebbe però trasformarsi in una nuova e potente rampa di lancio) o farci i conti qui, quotidianamente, tra una grana e un sarcasmo?

 

Non sembri strano che nel giorno che battezza l’avvio dell’era Bersani e della presidenza Bindi, gli eletti dell’Assemblea nazionale Pd facciano anch’essi i conti con questo interrogativo. C’è da capirlo: in fondo, fatte le differenze, somiglia un po’ a quel «che ne sarà di noi» che serpeggiò nelle file dell’Ulivo quando si fece strada l’ipotesi che Romano Prodi potesse abbandonare la sua creatura per trasferirsi a Bruxelles. E non basta. Perché in questa fredda mattinata di novembre, infatti, c’è anche un’altra suggestione - paradossale suggestione - che aleggia nei saloni del Palafiera: visto che Veltroni ha disertato anche questo appuntamento, è possibile - per caso - che il Pd «antico, socialdemocratico e troppo di sinistra» finisca invece per essere un partito che fa contemporaneamente a meno (magari solo per un po’ e solo per le posizioni di prima fila) tanto di Massimo quanto di Walter, duellanti da una vita?

 

I due interrogativi si intrecciano. Ma in verità, è soprattutto quello che riguarda il futuro di D’Alema a tener banco in ogni conciliabolo. Cosa è più conveniente che accada, per le nostre faccende interne? Se lo sono chiesto - e se lo chiedono - davvero in tanti. Amici e nemici, naturalmente: da Bersani a Berlusconi, per capirsi. Si può supporre che, con D’Alema emigrato in Europa, il primo sarebbe forse più libero nella gestione del partito; e che il secondo, ovviamente, vedrebbe aperta una linea di credito non da poco con l’intero stato maggiore del Pd. Invece, seduto alla presidenza del Palafiera, affianco alla neo-presidente Bindi, Bersani nega di essersi mai posto l’interrogativo: «Se Massimo riuscisse, sarei felice per lui, per l’Italia e per l’Europa, che farebbe un buon affare - dice -. Quanto al resto, a me lui non dà fastidio da nessuna parte: né se resta qui né se va lì». Di Berlusconi, purtroppo, è più difficile dire. Ed è inutile chiedere proprio a D’Alema che ne pensi e se si fidi delle mosse del Cavaliere: «La fiducia non è una categoria politica», risponde dalla sua poltroncina in prima fila al Palafiera. Ma i toni verso il premier non sono severi come al solito.

 

Per capirlo, basta chiedere al candidato-mister Pesc della faccenda del vero o presunto veto polacco nei suoi confronti: la domanda, infatti, diventa per D’Alema l’occasione per una riflessione non estranea a certe argomentazioni di Berlusconi. «Quel che dispiace - spiega mentre lo avvicinano in tanti per fargli gli auguri - è che a porre la questione maliziosa sia stato proprio un giornalista italiano. Siamo bravissimi a farci del male da soli all’estero e a denigrare il nostro Paese». Sì, è una tesi cara al Cavaliere. Ma l’obiezione, stavolta, non irrita D’Alema: «Intanto, lui sostiene che a essere anti-italiana è l’opposizione, il che è falso. E comunque non è che solo perché una cosa la dice Berlusconi, vuol dire che sia sbagliata».

 

Molti, naturalmente - anche nel Pd - fanno il tifo perché l’operazione riesca e D’Alema, per i prossimi cinque anni, abbia altro da fare che creare fondazioni, avvicendare segretari e fare e disfare maggioranze. Ma anche i dalemiani di stretta osservanza - seppur con altre aspettative - fanno il tifo perché il loro leader traslochi in Europa. «Già, sono in tanti a sperare che Massimo si tolga dai piedi - ammette Livia Turco -. Come se una volta assunto il possibile nuovo incarico, non possa intervenire ugualmente sulle cose italiane».

 

E Latorre, fedelissimo da sempre, aggiunge: «Si fanno delle illusioni: Massimo non abbandonerebbe comunque la politica italiana. E invece di star lì a fare calcoli, riconoscano anche loro - come avviene in Europa - la statura di un leader sempre troppo criticato». C’è altro che i dalemiani naturalmente non dicono: che se andasse in porto l’operazione-Europa, il percorso di D’Alema comincerebbe a somigliare in maniera impressionante a quello di Romano Prodi. Sempre un gradino più giù, è vero: ma la scala sembra proprio la stessa. Presidente del Consiglio come Prodi, anche se per solo un anno e mezzo; poi in Europa come lui, anche se con un ruolo appena meno di rilievo. Tutto qui? Tutto qui. Ma forse non è poco per chi ricorda che il professore tornò dall’Europa per ricandidarsi, battere Berlusconi e tornare a Palazzo Chigi... FEDERICO GEREMICCA LS 8

 

 

 

Pd, Bersani proclamato segretario. "Adesso prepariamo l'alternativa"

 

Democratici in assise a Roma. In platea Franceschini e Marino - "Costruiamo un partito nuovo e popolare. No al leaderismo" - Cinquencento circoli nei luoghi di lavoro. Il rilancio della questione morale - "Pronti al confronto ma sulla giustizia pesano gli interessi del premier"

 

ROMA - Una sfida che esclude scorciatoie: "Costruire il partito, preparare l'alternativa". Pierluigi Bersani traccia così, davanti alla platea dell'assemblea nazionale che l'ha appena proclamato segretario del Pd, il cammino che vuol far intraprendere ai democratici. Un partito "popolare", "giovane e che chiede di essere giovani nel cuore". Che non deve cedere alla nostalgia, che sarà "plurale" ma non deve scivolare "nell'anarchismo e nella feudalizzazione", che avrà una dirigenza fatta anche da volti nuovi. E che lavorerà sulla questione morale, dandosi "strumenti efficaci per dissociare il partito e il suo buon nome dalle deviazioni dei singoli".

 

Tra i mille delegati venuti a Roma, in platea ci sono anche Dario Franceschini (che sorride raramente) e Ignazio Marino (che alla fine si dirà soddisfatto). Assenti Romani Prodi e Walter Veltroni. "Nessuna nostalgia, sentiamo tutti la responsabilità del nuovo da costruire - dice il segretario - quel che vale è il progetto. Saremo un partito che si rivolgerà a tutta l'area del centrosinistra, senza trattini o distinzione di ruoli e senza pretese di esclusività e con la legittima ambizione di crescere e di farci più forti. Ci sono cose che rivelano i valori fondamentali che hai e il Paese che vuoi. Fuori da questa ambizione sei solo un partito piccolo che si condanna nei suoi confini".

 

Bersani usa toni sobri, saluta la platea ("cari democratici e democratiche, amici e compagni") e, fin da subito, indica la strada che vuol percorre: "E' possibile immaginare un grande partito in cui organizzazione ed apertura alla società si tengono, non sono in tensione o in alterità ma possono rafforzarsi reciprocamente". Da questo nascerà un partito che sia in grado di preparare l'alternativa. Un compito "che richiede un lavoro importante per durata e per profondità. E' inutile cercare scorciatoie o immaginare strade senza inciampi".

 

I numeri. Questi i risultati ufficiali delle primarie: Ignazio Marino 12,51% (131 membri dell'assemblea), a Dario Franceschini il 34,1% (339 membri) e a Pier Luigi Bersani il 53,3% (530 membri).

 

No al leaderismo. "Ho detto più volte che non credo al partito di un uomo solo ma ad un collettivo di protagonisti". Bersani rilancia così la sua lotta al populismo, al partito basato solo sul leader. "So bene - aggiunge Bersani- che la formazione di un collettivo deve avere forme nuove e contemporanee ma rinunciarvi, per un partito popolare, non sarebbe andare avanti, sarebbe regredire. Dunque, mi rivolgo a voi non come ci si rivolge ad una folla ma come ci di rivolge al largo gruppo dirigente del nostro partito corresponsabile con me di questa nostra straordinaria avventura".

 

Riforme. Rafforzamento delle funzioni di governo e Parlamento, moderna legislazione sui partiti, nuova legge elettorale (con un confronto in Parlamento ma disposti anche a una legge di iniziativa popolare), nuove norme sui costi della politica. Sono questi i quattro temi indicati da Bersani come prioritari nelle riforme istituzionali per il Pd. Riforme che saranno legate "al confronto in Parlamento e non al dialogo che è una parola malata".

 

Giustizia. Bersani non nasconde i punti critici di una giustizia "che e' un servizio inefficiente e negato a gran parte dei cittadini''. Ma ogni riforma, a partire da quella della giustizia, deve fare i conti con "l'insuperabile interferenza di questioni che si riferiscono alla situazione personale del premier e dall'aggressivita' e dalla volonta' di rivincita scagliate contro il sistema giudiziario e la Magistratura''.

 

Economia. Si parte dalla crisi e da come il governo l'ha affrontata e dal lavoro "che è il problema numero uno del paese e deve essere il primo impegno del nostro partito". Bersani è critico con l'esecutivo. "La crisi non è psicologica, non è una nuvola passeggera, non l'abbiamo alle spalle. Nessuno vuol fare il pessimista o il catastrofista, ma pretendiamo che si riconosca che abbiamo un problema serio". Il Pd, assicura il segretario, è pronto a far la propria parte "ma se continuiamo a sentirci dire che il problema non c'è o che si può aggiustare con palliativi per diventa difficile discutere". Anche stavolta Bersani articola la sua agenda su quattro punti: una nuova politica dei redditi, una maggiore attenzione per i giovani, un rivisitazione della legislazione dell'immigrazione e la necessità di uno sguardo "di prospettiva" sull'impianto del sistema pensionistico. Poi la sottolineatura che Marino gli aveva chiesto più volte: no al nucleare e via libera all'economia verde.

 

Questione morale. "Per gli obiettivi che abbiamo noi non possiamo fare a meno della dignità e del buon nome della politica e dell'amministrazione pubblica Dobbiamo dunque porci il problema generale di un rafforzamento della tensione civica ed etica, a cominciare da noi stessi". Bersani affronta così la questione morale (pur senza nominarla) che agita il partito. In particolare, "dobbiamo chiederci come mai in questi due anni non sia stato possibile sanzionare nei diversi luoghi del paese comportamenti non coerenti con i principi che abbiamo enunciato". Per rimediare il segretario chiede "strumenti efficaci per dissociare il partito e il suo buon nome dalle deviazioni di singoli".

 

Alleanze. Per una reale ''alternativa'' al governo delle destre e di Berlusconi, il Pd si rivolge "a tutte le forze di opposizione". Da quelle parlamentari (Idv, Udc e radicali) e quelle che non ci sono ''come Sinistra e Liberta', Verdi, formazioni civiche e di origine socialista e repubblicana''.

 

Federalismo. "Propongo come prima iniziativa di mobilitazione del Pd un'assemblea di mille amministratori del Pd aperta ad amministratori di ogni schieramento per denunciare il federalismo delle chiacchiere ed affermare quello dei fatti" E' questa la proposta che Bersani accompagna ad un affondo contro il Carroccio: "Non si pensi, a cominciare dalla Lega, di poter raccontare qualsiasi favola con noi che stiamo zitti".

 

Defezioni. "Le defezioni non fanno mai piacere - ha ammesso Bersani riferendosi all'uscita dal partito di Rutelli e Calearo - soprattuto quando avvengono in forme singolari, ma a qualcuno che teme che così si lascia scoperto un fronte dico no. Noi non abbiamo fronti scoperti, per tutta l'area del centrosinistra abbiamo culture, radicamenti che ci tengono ampiamente al riparo da questo rischio".

 

Organigrammi. Un cambiamento di rotta dentro il partito. Dove "in questi due anni si è determinata una costituzione materiale che va corretta e migliorata atrtraverso un rafforzamento strutturale". Serve, sostiene Bersani, "un partito popolare e del territorio, che selezioni dal territorio le nuove classi dirigenti e che si radichi nei luoghi di studio e di lavoro". Per questo, a fronte dei 70 circoli nei posti di lavoro e di 10 nei posti di studio, Bersani proporrà ai segretari regionali di fondare nei prossimi mesi 500 nuovi circoli nei luoghi di lavoro".

 

Enrico Letta è stato eletto a larga maggioranza vicesegretario del partito. Rosy Bindi è stata eletta presidente mentre Marina Sereni e Ivan Scalfarotto vicepresidenti. Resterà fuori dalla vita attiva del partito Romano Prodi anche se da giorni è partito un tam tam in rete perché gli sia riconosciuto il ruolo di presidente onorario.

 

Le reazioni. Non chiede posti ma vuole che il Pd sia "un grande partito", in cui "tutti si sentano a casa propria", evitando ulteriori uscite come quella di Francesco Rutelli. Sono queste le richieste che l'ex segretario Dario Franceschini fa arrivare a Bersani dal palco dell'assemblea. Ribandendo di voler strutturare "area democratica", cioè l'area nata intorno alla propria mozione congressuale. Prima di lui, Franco Marini, aveva chiesto a Bersani che fosse dato spazio negli organigrammi agli ex popolari che fanno capo a Fioroni. Ignazio Marino, invece, si è detto "soddisfatto" di aver trovato nella relazione del segretario molti temi della mozione con cui il chiururgo si era presentato alle primarie. LR 7

 

 

 

Pd, il giorno di Pier Luigi Bersani. Rosy Bindi eletta presidente del partito

 

È stato il giorno di Pier Luigi Bersani. Davanti alla platea dei delegati eletti alle ultime primarie, l'Assemblea nazionale del Partito Democratico, l'ex ministro è stato ufficialmente eletto nuovo segretario e si è rivolto al paese e al partito con un discorso denso di proposte, dalla crisi economica alle riforme istituzionali. «Ho detto più volte», ha esordito Bersani, «che non credo al partito di un uomo solo, ma a un collettivo di protagonisti. So bene che questo collettivo deve avere forme contemporanee, e rinunciarvi sarebbe regredire. Mi rivolgo a voi non come ci si rivolge a una folla ma come ci si rivolge al gruppo dirigente di un partito, corresponsabile di questa avventura. Per preparare l'alternativa». "Per l'alternativa", infatti, è proprio lo slogan che campeggia nel padiglione 13 della Fiera di Roma, teatro di questo atteso primo atto del nuovo segretario. Un alternativa che passa dal ripudio del leaderismo e dalla costruzione di un partito vero. «Noi siamo orgogliosi di sentirci costruttori di un partito. Costruendo un partito realizziamo la Costituzione, che parla di partiti e non parla di popoli. Esiste un'altra modernità, alternativa alla deformazione plebiscitaria della nostra democrazia. Una modernità che può venire dal rafforzamento e dalla riforma del sistema parlamentare, da una legge elettorale che riconsegna ai cittadini la scelta dei parlamentari». Una riforma in attesa della quale, ha precisato poi Bersani nelle sue conclusioni, «meglio fare le primarie per scegliere le posizioni nelle liste per il parlamento». Il neosegretario ha tenuto una relazione solida e accurata, fondata sull'analisi dei problemi che investono il paese, proponendo «un'assemblea di mille amministratori del Pd, aperta ad amministratori di ogni orientamento, per denunciare il federalismo delle chiacchiere e parlare di federalismo dei fatti. Non si pensi, a cominciare dalla Lega, di poter raccontare delle favole mentre noi stiamo zitti». Secco col governo - «dialogo no, confronto sì, ma solo in parlamento e non sugli affari del premier» - e fiducioso sulle possibilità di D'Alema di diventare ministro degli esteri dell'Unione Europea - «ne saremmo orgogliosi» - Bersani ha proposto, tra le altre cose, un sistema di quote per valorizzare la presenza femminile in politica. «Noi non tolleriamo la posizione discriminata delle donne. Vogliamo guidare un forte movimento di opinione che chieda una soluzione transitoria di quote, perché la discriminazione più forte è quella chie tiene le donne fuori dai centri decisionali».

 

Il punto centrale del suo intervento, Bersani lo dedica al progetto del nuovo partito, sgombrando il campo da dubbi e dalle tentazioni "nostalgiche" che i suoi avversari gli avevano attribuito durante la campagna congressuale. «Dobbiamo costruire il partito che abbiamo promesso ai cittadini e ai militanti. Nessuna nostalgia deve imprigionarci o trattenerci, dobbiamo sentire la necessità del nuovo da costruire. Ci rivolgiamo a tutto il centrosinistra, senza trattino, nella legittima ambizione di farci più forti. Liberiamoci da parole vecchie e passate, la nostra proposta politica non è una coperta da tirare al centro o a sinistra. Quel che conta è il progetto, l'idea di paese. Al di fuori di questa ambizione non si è più di centro o più di sinistra, si è un partito piccolo condannato nei nostri confini». Anche per questo, ha poi precisato Bersani nel corso delle sue conclusioni, «il Pd è coperto sia a sinistra che al centro». Un passaggio particolarmente apprezzato che ha trascinato gli applausi fino alla fine della relazione - «Un partito giovane ci chiede di essere giovani nel cuore» - accolta da una standing ovation.

 

È stato anche il giorno dell'elezione dei nuovi organismi, dal vicesegretario Enrico Letta ai 120 componenti della direzione nazionale. Dalla presidente del partito, Rosy Bindi, ai vicepresidenti Ivan Scalfarotto e Marina Sereni. Durante la fase riservata agli interventi liberi, sia Dario Franceschini che Ignazio Marino hanno dato al neosegretario la loro disponibilità a lavorare insieme. Marino si è detto «molto soddisfatto del discorso di Bersani», al quale ha messo «a disposizione le nostre forze», perchè ora «ci faccia vincere». Stesso concetto ribadito, seppure con qualche sorriso in meno, da Dario Franceschini: «Abbiamo la responsabilità di sostenere lealmente chi ha la responsabilità di guidare il partito: noi, Pier Luigi, faremo così». È la conclusione di una campagna congressuale nazionale durata praticamente quattro mesi, che ha visto il Pd discutere di sé e del paese, con sé e col paese. Non è un caso, dicevano molti delegati in sala, che i sondaggi ultimamente diano il Pd vicino alla soglia del 30 per cento. «Non dobbiamo fermarci qui», sospira una delegata lasciando la sala. Un pensiero che sicuramente mette d'accordo tutti. fr.co. L’U 7

 

 

 

 

È la più grave crisi produttiva. Ma davvero pensiamo che se ne può uscire da soli?  

 

La crisi economica ha provocato tensioni senza precedenti fra banca e impresa. Non si tratta solo dei ben noti problemi della disponibilità di credito nei confronti delle aziende ma di un disagio più profondo, un disagio che deriva dai cambiamenti avvenuti nel sistema creditizio nazionale ed internazionale ben prima della crisi economica, anche se messi a conoscenza di tutti dalla crisi stessa.

Le banche hanno cambiato natura. Sono diventate più grandi, guardano sempre più al mondo e sempre meno al territorio. Sono molto più attente a vendere prodotti che a sviluppare imprese

Non è una caratteristica particolare delle banche italiane ma un processo di carattere mondiale. Anche le nostre banche, se volevano sopravvivere alla concorrenza internazionale, dovevano diventare più grandi, dovevano espandersi al di fuori dei confini nazionali e dovevano diventare sempre più universali, offrendo tutti i servizi a tutti.

Tuttavia, mentre altri sistemi economici sviluppavano strutture finanziarie e creditizie specializzate a servizio delle imprese, in Italia le banche sono e rimangono le uniche organizzazioni dedicate a provvedere alle necessità finanziarie delle imprese. Lo fanno tuttavia con una grande fatica sia perché, in troppi casi, non conoscendo più i problemi del territorio, giudicano la situazione delle imprese secondo parametri generali, validi per tutti ed inflessibili. Il direttore della filiale visita sempre meno le imprese. Ne conosce sempre meno i problemi perchè le decisioni sul credito vengono sempre più affidate al misterioso ufficio fidi della sede centrale, il quale decide fondandosi in prevalenza su parametri fissi e uguali per tutti.

Basilea1, Basilea2 (che stanno a indicare il luogo dove sono state prese le decisioni delle regole a cui debbono attenersi le banche) sono parole che terrorizzano ogni piccolo o medio imprenditore italiano bisognoso di credito aggiuntivo per fare fronte al prolungarsi della crisi.

Le banche, a loro volta, data l’ampiezza della crisi e il crescente numero delle aziende in difficoltà, concentrano le proprie risorse finanziarie nel prolungare la durata dei crediti esistenti e a questo punto si fermano. L’imprenditore rimane solo di fronte al proprio futuro proprio nel momento in cui più avrebbe bisogno di ricevere aiuti e consigli. La paura sta entrando nella casa di molti imprenditori, anche di coloro che solo due anni fa si ritenevano immortali e infallibili. Essi sono perciò disposti ad accettare decisioni e cambiamenti che non avrebbero mai accettato in precedenza. Imprenditori che avevano sempre rifiutato di fondersi o di cooperare con altre imprese per raggiungere le dimensioni necessarie per competere e innovare, ora sono disposti ad accettare i cambiamenti più radicali pur di assicurare un futuro alla propria azienda. E proprio in questo momento di debolezza ma anche di forzata ragionevolezza essi si trovano soli. I più vecchi di loro ricordano con rimpianto l’esistenza degli istituti di credito speciale che, come l’Imi o il Mediocredito, consigliavano ed aiutavano le aziende proprio nei momenti nei quali esse dovevano prendere decisioni “speciali.”

Per questo motivo mi sono chiesto più volte se non fosse opportuno ricreare oggi strutture finanziarie specializzate simili a quelle del passato per provvedere, in forme più aggiornate e moderne, alla grande ed indifferibile necessità di adattare il sistema produttivo italiano alle esigenze future. Riflettendo più a fondo su questo problema non ho potuto nascondermi i rischi e le difficoltà di fare nascere dal nulla banche specializzate per segmentazioni di attività.

Anche perché esse non sarebbero immuni dal rischio di trasformarsi in carrozzoni pubblici che poi si sostituirebbero alla responsabilità degli imprenditori.

Se si vogliono evitare questi esiti occorre però che le banche affrontino questi problemi con una visione di lungo periodo, organizzando strutture specializzate per mobilitare al servizio della ristrutturazione delle imprese e della loro aggregazione le risorse e le competenze necessarie.

È certo che se si vuole evitare di creare nuove istituzioni finanziarie col fondato rischio di dare vita a pericolosi carrozzoni, bisogna che le banche recuperino una relazione continua, approfondita ed autorevole con le imprese.

Altrimenti bisognerà davvero ripensare ad un ritorno al passato.

Quello che mi è impossibile accettare è che si stia attraversando la più grave crisi produttiva del dopoguerra senza adottare alcuna nuova politica industriale e creditizia. Pensiamo infatti davvero che in questa crisi gli imprenditori se la possano cavare da soli e che il sistema produttivo italiano si adatti in modo naturale ai cambiamenti presenti e futuri ? E’ proprio vero che a non fare nulla non si sbaglia mai?

Io non lo credo e penso che qualche rimedio vada preso. Finchè siamo ancora in tempo. Romano Prodi IM 8

 

 

 

 

Sindrome Prodi al governo. Maggioranza litigiosa

 

Chi conosce Silvio Berlusconi, chi lo frequenta e gli parla, descrive il premier in preda ad un umore pessimo.

 

Ed è pronto a scommettere che si sia davvero alla vigilia di qualcuna delle sue note e improvvise mezze rivoluzioni. Secondo costoro, infatti, il presidente del Consiglio sarebbe il primo ad esser convinto che l’esecutivo - meglio ancora: la maggioranza che lo sostiene - si stia inesorabilmente impantanando, e che l’alternativa ad un «colpo d’ala» (a un colpo di scena) sia fare la fine della legislatura 2001-2006: un rimpasto dietro l’altro per poi filare comunque dritto alla sconfitta elettorale. Forte di quel precedente, Berlusconi è deciso a non commettere gli stessi errori che caratterizzarono la sua ultima esperienza di governo, segnata da dimissioni importanti (da Ruggiero a Scajola a Tremonti) e da un finale di legislatura non proprio esaltante. Eppure, avendo chiara la malattia, meno chiaro è - per ora - il rimedio da utilizzare.

 

Del resto, qualche tentativo di premere sul pedale dell’acceleratore il premier l’ha fatto: ma è andata che peggio non si poteva. Ha provato ad annunciare l’abolizione dell’Irap, ma ha poi dovuto fare marcia indietro, bloccato dal rigore di Tremonti; ha quindi rilanciato l’idea di una Grande Riforma della giustizia, ma Gianfranco Fini l’ha subito rintuzzato; e intorno alle candidature per le prossime elezioni regionali - è storia di queste ore - è montata una tale confusione che quella che era stata annunciata come una marcia trionfale si sta invece trasformando in un’inattesa e dolorosa Via Crucis.

 

Se il paragone non risulta offensivo per l’attuale premier (e per il suo predecessore) potremmo dire che sono diverse settimane, ormai, che il governo di Silvio Berlusconi sembra il governo di Romano Prodi: una coalizione litigiosa, un caso al giorno, ripicche, minacce e l’attività amministrativa che va a farsi benedire. Inutile dire che si tratti di un pessimo segnale: soprattutto oggi che occorrerebbe provare a pilotare il Paese fuori dalle secche della crisi.

 

Secondo alcuni non si tratterebbe di tensioni nuove. Il malessere di parte del Pdl nei confronti delle pretese del partito di Umberto Bossi, per esempio, non è affatto recente; e antico è anche il dispetto di molti per la «solitaria» politica economica di Giulio Tremonti. Un fattore, soprattutto, avrebbe fino a ora evitato l’esplodere dei diversi malumori: la scelta di Berlusconi di concentrare l’attacco delle opposizioni esclusivamente su se stesso, si trattasse di escort, di lodo Alfano e di processi da celebrare. E’ stato un modo - efficace - di tener compatta la sua maggioranza. Ma appena l’opposizione ha smesso di incalzarlo su questo (evitando di replicare colpo su colpo su faccende private e dintorni) e al centro della scena ci sono arrivati i problemi del Paese, la musica ha cominciato a cambiare.

 

Il quadro, dunque, oggi appare fortemente mutato. Momentaneamente accantonate le polemiche roventi (e spesso sul nulla) tra maggioranza e opposizione, la situazione è riassumibile più o meno così: sul proscenio non più un insopportabile tutti contro tutti, ma un governo che fa i conti con le scelte da fare: e facendo questi conti, litiga. Niente di eccezionale, in sé: in coalizioni composite, è sempre accaduto. E oltre a non essere necessariamente una tragedia, l’aprirsi di una dialettica all’interno della maggioranza e soprattutto la riduzione del conflitto tra maggioranza e opposizione hanno in sé un’opportunità: che si cominci, civilmente, a discutere di cose serie. Il Paese ne ha un gran bisogno, ed è perfino superfluo ripeterlo. Si facciano, dunque, le scelte che servono. Sperando, naturalmente, che la pronosticata mezza rivoluzione che avrebbe in testa il premier non riporti le lancette dell’orologio al tempo degli insulti e della rissa. FEDERICO GEREMICCA  LS 6

 

 

 

 

I partiti personalizzati svuotano la democrazia

 

Mentre ieri l'Assemblea del Pd proclamava Pierluigi Bersani segretario del partito, Rutelli se n'era già andato, insieme ad altri ex-democratici. Anche se non è chiaro dove approderanno. Nell'orbita dell'Udc, probabilmente. Ne è convinto Casini, che ha preconizzato, per il proprio partito, il raddoppio della base elettorale. Anche se i sondaggi, per ora, non hanno rilevato variazioni nelle stime di voto dell'Udc e del Pd. Il quale appare, anzi, in crescita.

 

L'Udc diverrebbe, in questo caso, un partito diverso. D'altronde, è una fase incerta, che coinvolge non solo Rutelli e Casini, il Pd e l'Udc, ma il sistema politico italiano nell'insieme. Scosso da tensioni trasversali agli schieramenti e ai partiti. Basta rammentare la turbolenza che investe, in questa fase, l'Idv, dove la leadership di Antonio Di Pietro subisce la concorrenza di Luigi De Magistris. Anche nell'altro versante, però, si colgono alcune crepe. Nel Pdl cresce l'insofferenza di alcuni leader nei confronti del protagonismo e delle scelte di Tremonti. E, parallelamente, cresce l'insofferenza di Tremonti verso le pretese degli altri ministri di condizionarlo - e di ridimensionarlo. Avvisaglie - per alcuni versi - della "guerra di successione" (preventiva) a Berlusconi. Perfino nel regno monocratico della Lega emerge una timida ricerca di autonomia personale rispetto alla leadership di Bossi.

 

Questi casi, profondamente diversi, riflettono l'equilibrio instabile del sistema politico italiano, dove è difficile - quasi impossibile - distinguere le persone dai partiti e i partiti dalle persone.

 

Rutelli, per ora, è un leader senza partito. Alla ricerca di un partito. Senza movimenti, fondazioni, comitati oppure liste che lo sostengano. Mosso da intenti che meritano rispetto. Ma vaghi. L'accusa rivolta al Pd, di essere il Pds senza la "S", evoca un rischio concreto. Tuttavia, il richiamo a un soggetto politico riformista e moderato è un po' generico. Tutti in Italia - salvo la sinistra radicale ormai fuori gioco - si definiscono tali. Riformisti e moderati. Inoltre, pare difficile che il riferimento ai valori gli permetta di attrarre gli elettori cattolici del Pd. I quali, peraltro, non sono troppo sensibili al richiamo della Chiesa, su questi temi.

 

Anche l'Udc, a cui Rutelli guarda con interesse (ricambiato), è un "partito personalizzato". Riassunto, a livello nazionale, da Casini. Altri leader, come Tabacci, godono di ampio credito, al di là dei confini del partito. Ma, per questo, non lo rappresentano e non lo identificano. D'altronde, il distacco dell'Udc dal centrodestra nasce dal rifiuto di Casini di confluire nel Pdl nel dicembre del 2007. Per non recitare, in eterno, la parte della "giovane promessa" (felice formula di Edmondo Berselli). Per non sparire, insieme all'Udc, nel PMM, il Partito Mediatico di Massa. Casini, allora, preferì spostarsi al centro. Cioè: alla periferia del sistema bipolare. (Aiutato da Bossi e dalla Lega). Mentre Fini si "ritirò" a Montecitorio. Visto che il gruppo dirigente di An, in larga maggioranza, non avrebbe accettato di sfidare il Cavaliere. Fini. Altro leader senza partito. Interpreta il ruolo di presidente della Camera da protagonista politico.

 

L'Udc, tuttavia, non è un "partito personale" (secondo la definizione di Mauro Calise). Non è il Pdl e neppure la Lega. È una rete di gruppi personali e di interessi locali. Un arcipelago sopravvissuto alla scomparsa del continente democristiano. Casini offre loro un'immagine comune. Una regia nazionale. Il riferimento all'identità cattolica, peraltro, è importante, ma non "distintivo". D'altronde, la Chiesa, per tutelare i propri valori e interessi, preferisce agire in proprio. Rivolgersi ai partiti maggiori e soprattutto al governo. Non alle formazioni minori. L'Udc, per questo, è un partito " personalizzato". Orientato dalle strategie personali del leader, ma anche da quelle dei gruppi dirigenti locali e della base elettorale. Per metà, insediata nel Centrosud. Zone di forza: Sicilia e Calabria. Per questo, l'arrivo di Rutelli ne può accrescere la visibilità. Il peso politico. Ma non i voti. Non più di tanto, comunque, fino a quando resterà in vigore questa legge elettorale - ironia della sorte: voluta dall'Udc - che premia le coalizioni e schiaccia chi sta in mezzo.

 

Nell'Udc crescerà , semmai, la concorrenza "personale". D'altronde, nel Pd, Rutelli era divenuto "periferico", dopo la sconfitta nell'elezione a sindaco di Roma, un anno e mezzo fa. E dopo la vittoria di Bersani al congresso e nelle primarie del Pd. Afflitto anch'esso dal dualismo fra partito e persone. Ma in senso contrario rispetto agli altri casi. Perché il Pd tende ad apparire oggi una sorta di "partito impersonale". Il che non è un male, se ci si riferisce a un partito non ridotto a una sola persona; dove il peso organizzativo e associativo è più importante del leader. Ma la definizione suggerisce dell'altro. Un'identità politica pallida. Oltre al sospetto che il potere effettivo di Bersani - per quanto legittimato dal voto degli iscritti e dei simpatizzanti - sia condizionato, nel retroscena, dai soliti noti.

 

La politica personale - o impersonale - rende, dunque, vulnerabile soprattutto il centro-sinistra. Nell'altro versante, il rapporto fra partito e persona è diretto. Berlusconi, in particolare, non è solo il leader unico del Pdl. Ma "impersona" l'ideologia condivisa dagli elettori. Dove pubblico e privato si confondono, nell'esercizio e nella "messa in scena del potere", attraverso i media, che egli stesso controlla. Nell'Idv, al contrario, Di Pietro, oscurato da mesi in tv (e non solo per volontà della destra), ha perso consenso e fiducia popolare. Mentre la concorrenza di De Magistris sta logorando le fondamenta (personali) del partito.

Questa seconda Repubblica. Ridotta a un catalogo di combinazioni tra partiti e persone. Partiti personali, personalizzati e impersonali. Accanto a persone senza partito e in cerca di partito. Evoca una democrazia povera. (Povera democrazia!). Di idee e di identità. Di passione e partecipazione. Speriamo che passi presto.

ILVO DIAMANTI LR 8

 

 

 

Il Cipe "sblocca" 1,3 miliardi di euro per il Ponte. Soldi già destinati altrove. Nulla dai privati

 

Quello dello stretto di Messina sarà il Ponte di Natale. La prima pietra sarà posta il 23 dicembre. È l’ultima trovata sulla maxi-infrastruttura che l’esecutivo Berlusconi ha lanciato al termine della riunione del Cipe. Riunione ghiotta: il comitato ha sbloccato un miliardo e 300 milioni per avviare la progettazione. Soldi veri, soldi pubblici. «Il via libera Cipe - osserva Ermete Realacci - conferma che gli unici fondi disponibili sono quelli statali. Finora non si è visto nessun contributo privato, come va raccontando il governo». La somma sbloccata ieri (già stanziata da anni: fu «dirottata» dal governo Prodi su infrastrutture di Calabria e Sicilia) non è che una prima - minima - tranche del costo complessivo, che arriverà a 6,3 miliardi di euro in sette anni.

 

Un punto incassato dai «siciliani» del Pdl, con il transfuga Gianfranco Miccichè che canta vittoria insieme a Raffaele Lombardo. A «benedire» tutto è il titolare delle Infrastrutture Altero Matteoli. Il quale indica anche una tabella di marcia: entro fine anno il Cipe si riunirà di nuovo e definirà i dettagli tecnici della progettazione. Non la pensa così la Regione Calabria, che già annuncia un ricorso alla Corte Costituzionale per mancanza di intese sulle procedure. Ma il dato politico più importante dell’ultimo Cipe sta tutto nella distribuzione - soppesata al millimetro - di risorse tra Nord e Sud. Il Ponte per i «siciliani», l’Expo per i lombardi. Il cipe ha approvato infatti i finanziamenti per 921,1 milioni di euro per le seconde tratte della linea 4 e della linea 5 della metropolitana milanese. Le due opere sono inserite nel piano Expo 2015 e per entrambe il termine dei lavori è stabilito entro il 2014. Subito il sindaco di Milano Letizia Moratti ha espresso la sua soddisfazione. Via libera anche alla pedemontana, e ai primi 500 milioni per il terzo valico dei Giovi, che consentirà entro la fine dell'anno l'apertura dei cantieri per l'avvio della realizzazione dell'Alta Velocità ferroviaria fra Milano e Genova. Una miriade di interventi «nordisti» che hanno fatto esultare anche la Lega nord. Un vero «manuale Cencelli» degli stanziamenti, abilmente orchestrato da un Silvio Berlusconi solo al comando, con Giulio Tremonti in trasferta. Pioggia di interventi anche per la città de L’Aquila, che incassa 300 milioni per la ricostruzione e qualche spicciolo per il recupero delle scuole. Non è stato dimenticato un contributo all’Ambiente, che vede sbloccare un miliardo per diversi interventi. Complessivamente nella riunione di ieri sono stati liberati circa 8 miliardi di risorse: tutte già stanziate ma mai liberate.

 

Nella miriade di interventi, anche uno che mette le mani nelle tasche dei cittadini. La delibera Cipe autorizza infatti a partire dal 2010 un aumento delle tariffe aeroportuali fino ad un massimo di 3 euro per passeggero alle sole società di gestione che effettuano investimenti autofinanziati ed autorizzati dall'Enac. Una decisione che ha scatenato la reazione dei consumatori. Il Codacons ha già annunciato un ricorso al Tar. Bianca Di Giovannitutti L’U 6

 

 

 

 

Terremoto a RaiTre silurato Ruffini

 

Se non si corresse il rischio di fare un regalo a Mediaset, favorendo la concentrazione televisiva e pubblicitaria privata costituita dall'azienda del premier, forse bisognerebbe dire che è arrivata l'ora di non pagare più il canone d'abbonamento alla Rai.

 

L'ora, cioè, dell'obiezione fiscale. O comunque, della disdetta collettiva, in forza di una protesta popolare e civile. Con la demolizione della terza rete, ultimo bastione di quella riserva indiana in cui è stata confinata l'informazione televisiva non ancora asservita al governo in carica, si completa la manovra di accerchiamento del servizio pubblico, con l'occupazione "manu militari" dell'azienda di viale Mazzini e la sua definitiva normalizzazione.

 

Questo non è che l'epilogo di un lungo assedio in cui si intrecciano interessi privati e pretese di egemonia politica. L'assalto finale al Palazzo di vetro della televisione pubblica, tutt'altro che trasparente e luminoso.

 

Il declassamento annunciato di Rai Tre da rete nazionale a rete regionale, attraverso la rimozione del direttore Paolo Ruffini, non corrisponde però soltanto a un "escamotage" per smantellare trasmissioni considerate scomode o irriverenti: da Ballarò di Giovanni Floris a Che tempo che fa di Fabio Fazio, per arrivare fino al talk-show satirico Parla con me di Serena Dandini. Già questo, per la verità, sarebbe di per sé grave e preoccupante. E non tanto sul piano politico, del pluralismo interno o dell'indipendenza professionale; quanto proprio sotto l'aspetto del palinsesto, della produzione, della varietà e articolazione di scelte offerte al pubblico dei telespettatori.

 

Ma il progetto per così dire federalista che punta a trasformare la terza rete in una Repubblica televisiva separata, in una diaspora permanente di tg e programmi locali, insomma in un'appendice di viale Mazzini, minaccia in realtà di ridurre tutta la Rai da tv di Stato a tv di regime, mortificando l'identità e il ruolo istituzionale del servizio pubblico in funzione di una subalternità assoluta al governo e alla sua maggioranza. Se è vero che quest'ultima beneficia in Parlamento di una sia pur legittima maggiorazione, prodotta dal sistema elettorale vigente, è altresì vero che non gode di una maggioranza effettiva di voti e di consensi nel Paese. E ciò, evidentemente, rende ancora più abusiva la colonizzazione politica di viale Mazzini da parte del centrodestra, guidato da un premier-tycoon che è anche il principale concorrente privato dell'azienda pubblica.

 

Si dirà, magari, che in fondo è sempre stato così, che la Rai gravita da sempre nell'orbita governativa. Ovvero, per usare un'espressione di Bruno Vespa, che storicamente l'azienda ha considerato il partito di maggioranza come il proprio azionista di riferimento. Eppure, a parte la questione irrisolta del conflitto d'interessi in capo a Berlusconi, è stata proprio la presenza della terza rete a rappresentare finora un presidio di autonomia, a garanzia della minoranza, se non un alibi o una foglia di fico.

 

Ricordiamo tutti che, ai tempi della vituperata Prima Repubblica, questo fu il risultato di una spartizione fra maggioranza e opposizione, con l'appalto di Rai Tre e del Tg3 al vecchio Pci: era l'epoca della celebre "Tele Kabul", affidata all'esperienza e alla professionalità del povero Sandro Curzi. E sappiamo bene che, all'interno delle reti e delle testate giornalistiche, imperava (e continua a imperare) la legge della lottizzazione fra i partiti, le loro correnti e sottocorrenti. Ma la terza rete, al di là di certi estremismi e faziosità, ha rappresentato tuttavia un surrogato di alternativa, una zona franca, uno spazio di libertà, mentre oggi la sua amputazione rischia di compromettere la stessa ragion d'essere del servizio pubblico.

 

Con la forza profetica dei suoi arcani sondaggi, recentemente il capo del governo ha predetto che, in seguito al comportamento della Rai nei suoi confronti, l'evasione del canone è destinata a passare dal 30 addirittura al 50 per cento. Senza ricorrere all'ausilio di indagini demoscopiche, c'è da meravigliarsi semmai che ciò non sia ancora avvenuto. In rapporto al servilismo di gran parte dell'informazione - e in qualche caso anche dell'intrattenimento - propinato quotidianamente ai cittadini abbonati, la quota di evasione dovrebbe arrivare anzi al 65 per cento, corrispondente all'area elettorale che ha votato contro o comunque non ha votato a favore del centrodestra.

Sta di fatto che il servizio pubblico esiste in tutti i Paesi democratici e in alcuni di questi, a cominciare dalla Gran Bretagna della mitica Bbc, è finanziato soltanto dal canone d'abbonamento.

 

Ora, se ne esiste uno al mondo in cui la sua funzione è assolutamente necessaria, questo è proprio il nostro, dominato dall'anomalia del conflitto d'interessi e ancor prima dalla concentrazione televisiva e pubblicitaria. L'obiettivo prioritario, piuttosto, resta quello di affrancare la Rai dalla sudditanza alla politica e dalla subalternità al governo.

 

Non c'è scritto in nessuna legge che in Italia la tv pubblica debba gestire tre reti: e infatti non accade altrove. Ma non c'è scritto neppure che un solo operatore privato ne debba detenere altrettante, in concessione dallo Stato. Né tantomeno che lo stesso soggetto controlli poi quelle pubbliche direttamente dalle stanze di Palazzo Chigi. Prima di abolire o disdire il canone, è necessario allora ridurre la concentrazione televisiva ed eliminare il conflitto d'interessi che condizionano l'intero sistema dell'informazione nel nostro Paese. GIOVANNI VALENTINI LR 7

 

 

 

 

I conti in rosso dei Comuni (senza Ici)

 

Reggio Calabria: 13 mila bollette arretrate - I bilanci dopo l’eliminazione dell’imposta sulla prima casa. Milano ha perso 36 milioni di euro l’anno

 

ROMA — Non ci mancava che l’Expo. Altri due milioni e quattrocentomila euro, ha dovuto trovare il sindaco di Milano Letizia Moratti. Sono i soldi che l’amministratore delegato di Expo 2015, il deputato del Popolo della libertà Lucio Stanca, ha chiesto per far decollare la società senza intaccare il capitale sociale. Niente di catastrofico: meno di due euro per ogni milanese. Ma se non succedeva era meglio. E se Letizia Moratti non si mostra (per ora) affatto preoccupata, vorrà dire qualcosa il fatto che il sindaco stia studiando insieme ai presidenti di Provincia e Regione, Guido Podestà e Roberto Formigoni, un sistema per coinvolgere i privati nell’affare. Con quale scopo? Alleggerire il peso dell’evento 2015 sulle casse comunali. Perché l’operazione Expo è arrivata in un momento che peggio non si può. Il patto di stabilità interno, che lega gli enti locali al rispetto di rigidi parametri, morde con ferocia. I trasferimenti statali latitano. E le entrate proprie soffrono per l’abolizione dell’Ici. Ma se il Comune di Milano potrebbe anche archiviare il 2009 con un rosso non trascurabile, neppure a Roma si ride. L’assessore al Bilancio Maurizio Leo ammette: «Stiamo facendo i salti mortali ». Dice che il bilancio 2009 si chiuderà «in sostanziale equilibrio» ma incrocia le dita. «Il problema è il pregresso: ci sono 9 miliardi e mezzo di debiti certificati », sostiene. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si è impegnato per iscritto con il sindaco di Roma Gianni Alemanno a dargli il prossimo anno 500 milioni in «immobili della difesa immediatamente valorizzabili». Ma ci vorranno poi altri 90 milioni per le aziende municipalizzate. Insomma, c’è da ballare. A Roma, Milano e negli altri Comuni.

«NESSUNA AUTONOMIA FISCALE» - Il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, presidente dell’Anci, non si fa troppe illusioni: «Il fatto è che non abbiamo più autonomia fiscale. L’Ici è praticamente sparita, l’addizionale Irpef è bloccata. Il problema non è tanto il patto di stabilità, quanto il fatto che mancano proprio le risorse. È sui Comuni che in modo pressoché bipartisan si sono scaricati gli oneri per la tenuta della finanza pubblica. Dal 2004 al 2008 su un totale di 5 miliardi di euro di contributi al risanamento dei conti ben 2,8 miliardi li abbiamo pagati noi». Il fardello messo dal governo a carico dei Comuni per contribuire al risanamento nel 2009 è di un miliardo 340 milioni. In tre anni si arriverà a 4 miliardi 145 milioni. L’Anci stima che per questo i Comuni dovranno tagliare la spesa del 18%. Chiamparino spiega che il Comune di Torino, «non potendo comprimere le spese correnti», ha dovuto «sfoltire le iniziative culturali». Oltre a «dare una limatina alle politiche sociali ». Sforbiciando pure investimenti e manutenzioni. Ma non tutti i Comuni sono in debito d’ossigeno. Molti hanno quattrini che gli avanzano. Potrebbero spenderli per rifare una strada, pavimentare una piazza, costruire una scuola. Se il patto di stabilità non fosse così ottuso da proibirne l’impiego. Così, invece di venire impiegati per combattere la crisi, quei soldi restano in banca. Qualche caso? Lissone, in provincia di Milano, avrebbe 10,7 milioni disponibili. San Donato Milanese, 6,7. Bagno a Ripoli, vicino Firenze, 2,2. Seriate, nel Bergamasco, 4 e mezzo. Teverola, in provincia di Caserta, 4. Castronno, 5.331 abitanti nel Varesotto, un milione 243 mila.

L'ABOLIZIONE DELL'ICI - La mazzata grossa è arrivata dall’abolizione dell’Ici, asso nella manica che ha fatto vincere le elezioni a Silvio Berlusconi. Ma è come se il conto della campagna elettorale fosse stato spedito direttamente agli 8.101 municipi italiani. Perché il taglio dell’imposta sulla casa è stato compensato solo in parte dai trasferimenti statali. Nel 2008 sono mancati all’appello 536 milioni. Quest’anno 796. E nel 2010 il buco salirà a 925 milioni. Calcolando pure gli altri tagli imposti dal bilancio dello Stato ai Comuni italiani, sono venuti a mancare lo scorso anno 682 milioni. Una voragine che si allargherà a un miliardo 222 milioni nel 2009 e a un miliardo 351 milioni nel 2010. L’eliminazione dell’Ici ha aperto una crepa di 36 milioni nei conti di Milano: la più grande falla fra tutte quelle registrate dai Comuni italiani. Si tratta di 27 euro per ogni cittadino, oltre il doppio, in proporzione, rispetto a Roma (33 milioni di buco, 12 euro procapite). Ma anche i centri più piccoli hanno accusato la botta. A Bolotana, in provincia di Nuoro, l’abolizione dell’Ici ha causato un buco pari a un terzo del gettito di quella imposta: 57.547 euro, ovvero 19 euro per ciascuno dei 3.003 abitanti.

ARTE DI ARRANGIARSI - Comprensibile, anche se non proprio accettabile, che ognuno cerchi di arrangiarsi come può. Di regola non si pagano i fornitori. E non parliamo delle bollette Enel. Il Comune di Reggio Calabria, ne ha 12.871 scadute: 9 milioni 344 mila euro. Non pagano, ma come si fa a staccare la luce al municipio, al cimitero, ai giardini pubblici? Allo stadio? Una volta l’Enel l’ha fatto: ha tolto la corrente allo stadio di Foggia. Inutile dire che i soldi per le bollette sono saltati subito fuori. E le multe? Il Comune di Roma tira su circa 130 milioni l’anno. Vigili e ausiliari sono scatenati. Ma i più furbi hanno investito negli autovelox. C’è stato un Comune del basso Lazio che piazzando una macchinetta in un punto strategico ha recuperato con le multe tutto il gettito Ici andato perduto: circa 6 milioni di euro. Ma poi è scoppiata la polemica anche sugli autovelox, sono venuti a galla illeciti penali e quella fonte si è inaridita.

CATTIVA AMMINISTRAZIONE - Va detto pure che le colpe dello stato comatoso delle casse comunali vanno spesso cercate nella cattiva amministrazione più che nei tagli governativi. A Catania il sindaco entrante Raffaele Stancanelli ha trovato l’anno scorso debiti per un miliardo di euro. E una situazione allucinante, con la città al buio perché i ladri rubavano i fili dell’illuminazione pubblica. Rimpiazzati, venivano rubati di nuovo. Eppure un Comune ridotto così poteva permettersi il lusso di avere ancora da riscuotere, al 30 giugno 2008, ben 224.913 euro di arretrati per l’affitto dello stadio comunale dalla locale squadra di calcio di serie A. Per non parlare delle pazzesche débacle delle aziende municipalizzate. Al Sud le imprese controllate dagli enti locali hanno chiuso i bilanci 2007 con una perdita media di 251 mila euro. Fra il 2003 e il 2007 il buco medio si è allargato del 18,5% mentre il costo del lavoro è aumentato del 14,6%. Siccome molti Comuni non hanno neppure i denari per ripianare quelle perdite, provvedono in natura. A Foggia la perdita di quasi 4 milioni di euro accumulata nel solo 2007 dall’Ataf spa, la locale azienda di trasporto, è stata coperta trasferendogli un parcheggio comunale di 10 mila metri quadrati. Il passivo dell’azienda del gas (l’Amgas) è stato invece ripianato con un terreno mentre la falla della nettezza urbana è stata chiusa conferendo alla Amica spa un immobile di tre piani di proprietà del Comune. In qualche caso, invece, ci devono pensare direttamente i cittadini. Per tirare fuori l’azienda dei rifiuti di Palermo dall’abisso finanziario di 150 milioni nel quale era sprofondata, il governo ha concesso al Comune una deroga per aggirare il blocco delle addizionali comunali Irpef. E il sindaco Diego Cammarata ne ha prontamente approfittato. Raddoppiandola, dal 4 all’8 per mille: livello top in Italia. «Spero che i palermitani capiranno», è stato il suo commento. La speranza, si sa, è l’ultima a morire.  Sergio Rizzo CdS 8

 

 

 

Firenze “abbatte” il Muro di Berlino

 

Il 10 novembre si concludono le manifestazioni “Prima o poi tutti i muri crollano”

 

FIRENZE - Davanti al più grande palazzo della Firenze rinascimentale, nella piazza intitolata a una tra le famiglie più importanti e ricche di quel periodo, per qualche ora sarà ricostruito il “muro di Berlino”. Ricostruito e subito abbattuto dai toscani, in particolare dai ventenni, con tre picconatori iniziali di eccellenza: l’assessore della Regione Toscana alla Cultura Paolo Cocchi, il console onorario della Repubblica Federale di Germania Renate Wendt, il direttore del Deutsches Institut Florenz Heiner Roland).

  Accadrà martedì 10 novembre in piazza Strozzi, a conclusione delle iniziative volute dalla Regione Toscana per ricordare i primi 20 anni dall'abbattimento del muro che divideva in due Berlino.

  L'evento avrà inizio alle 16 con una mostra del Deutsches Institut sulla storia della divisione e della riunificazione della Germania: al centro un muro alto tre metri e mezzo (l'altezza originale del muro di Berlino) sul quale i visitatori saranno invitati a lasciare testimonianze scritte e disegnate con i colori messi a disposizione. Alle 19:30 discorso introduttivo di Paolo Cocchi e degli altri due ospiti: poi, alle 20, l'atto simbolico dell'abbattimento collettivo (con un brindisi offerto da Dresda, città gemellata con Firenze) cui seguirà (ore 21) la proiezione, al cinema “Odeon”, di una puntata speciale (“Il crollo del muro. Diplomazie e segreti”) di “La storia siamo noi”. L'autore, Giovanni Minoli, incontrerà il pubblico (inviti ritirabili, fino a esaurimento posti, al cinema “Odeon”).

  Gli eventi conclusivi voluti dalla Regione Toscana (riuniti sotto il titolo “Prima o poi tutti i muri cadono” per ricordare tutte le barriere che anche oggi continuano ad esistere per una lunghezza globale – è stato calcolato – di ben 30 mila km), inizieranno lunedì 9 novembre con un doppio appuntamento al Teatro Comunale di Firenze: nel Ridotto (ore 21) Stefano Massini presenta la sua “Der Untergang” (La caduta) portando in scena 25 giovani, tutti di 20 anni, chiamati a raccontare gli eventi di quei giorni. Segue (ore 22:30, di fronte al teatro “Macerie Vive”: “azione teatrale e musicale contro ogni muro” ideata da Giancarlo Cauteruccio (66 artisti dal vivo, quintali di macerie autentiche scaricate in strada davanti al teatro, due testi inediti scritti dai poeti Roberto Carifi e Davide Rondoni).

  E fino al 13 dicembre, al Centro per l'Arte Contemporanea “Luigi Pecci” di Prato, prosegue “Era così. Immagini dalla Germania Est 1959-1989”: mostra di Thomas Billhardt, uno dei grandi fotogiornalisti contemporanei. (m.b./Inform)

 

 

 

 

Roma, Diocesi preoccupata per l'ordinanza sui lavavetri

 

Il cardinale vicario Agostino Vallini: garantire il diritto alla sopravvivenza.

La replica di Alemanno: istituiremo della borse lavoro per gli indigenti

 

ROMA - Non piace alla Chiesa l’ordinanza anti-lavavetri emanata dal Comune di Roma e oggi il cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, lo ha fatto presente direttamente a Gianni Alemanno, dicendosi addolorato per il «crescente clima di intolleranza sociale».

 

Il sindaco della Capitale ha raccolto le preoccupazioni, ma ha fatto sapere di non essere disposto a ritirare le misure (che prevedono multe di 100 euro, sequestro dell’attrezzatura e controllo dei documenti). Il progetto a cui si sta lavorando è semmai quello di alcune "borse-lavoro" per coinvolgere gli emarginati nella lotta al degrado. «La domanda di legittima sicurezza dei cittadini che la pubblica amministrazione ha il dovere di tutelare - ha osservato Vallini durante l’incontro di questa mattina con il sindaco nel Palazzo del Laterano - non può non essere coniugata con il diritto naturale di ogni uomo alla sopravvivenza e alla ricerca di condizioni per una vita dignitosa».

 

Il porporato si è fatto portavoce anche del malessere raccolto nella comunità ecclesiale, ed ha invitato Alemanno ad individuare »iniziative e strumenti alternativi e integrativi che mostrino «il volto umano della città e siano di sprone ai cittadini a non guardare soltanto ai propri interessi ma al bene di tutti». Insomma, ha chiarito il vicario del Papa per Roma, bisogna «deplorare quei comportamenti - messi in atto anche da chi si dichiara cristiano - di sfruttamento, di abusi, di speculazioni ai danni di immigrati, anche regolari, che desiderano un onesto inserimento sociale». E addolora, ha sottolineato il card.Vallini, «un crescente clima di intolleranza sociale».

 

Poche ore dopo il colloquio, Alemanno ha risposto con un perentorio «assolutamente no» ai cronisti che gli chiedevano se intendesse ritirare l’ordinanza che riguarda lavavetri e giocolieri ai semafori. Prospettando invece in un sistema di "borse-lavoro" quegli strumenti alternativi invocati dal vicario del Papa. Un progetto che, ha spiegato, coinvolgerà «nella fase sperimentale i lavavetri in opere anti-degrado urbano, come la pulizia dei muri». E che potrebbe poi estendersi «ad altre categorie, come i nomadi». Il sindaco ha comunque puntualizzato che «nell’ordinanza del Comune è già previsto l’avvio ai servizi sociali per le persone indigenti». Ma le attività  ai semafori, ha insistito, «dovranno cessare, perchè illegali o negative per la cittadinanza».

 

Sulla necessità di «superare le paure» in materia di immigrazione, troppo spesso «ridotta esclusivamente ad una questione di ordine pubblico da affrontare con la repressione», si è levata oggi anche la voce della Santa Sede. Con queste parole infatti - anticipate nel pomeriggio - il presidente del Pontificio consiglio della Pastorale per i migranti e i rifugiati, mons. Antonio Maria Vegliò, si rivolgerà nel suo discorso di apertura ai partecipanti del sesto Congresso mondiale del suo dicastero lunedì mattina in Vaticano. LS 7

 

 

 

 

 

9. November. Schicksalstag der Deutschen

 

Verkündung der Republik, Progromnacht, Elser-Attentat: Der 9. November war schon vor dem Mauerfall ein historisch aufgeladenes Datum. Von Robert Probst

 

Der Reichstag in Berlin - die Hauptstadt des wiedervereinigten Deutschlands. Im Vordergrund ist das Holocaust-Mahnmal zu sehen. (Foto: Reuters)

Alle Welt schaut dieser Tage nach Berlin, jede Menge Staatsgäste werden dort an diesem Montag erwartet - zum großen Fest der Freiheit am 20. Jahrestag des Mauerfalls. Es wird Festakte geben, Lesungen, Ausstellungen, Friedens Gottesdienste, großes Feuerwerk - und manch einer vermisst bei dieser alles absorbierenden Konzentration auf die friedliche Revolution und die Implosion der DDR-Diktatur zumindest den Hinweis auf andere einschneidende Ereignisse der jüngeren Geschichte; ist doch der 9. November ein "Schicksalstag" der Deutschen.

Dieses Datum war zwar 1989 durchaus der "glücklichste Tag" für das Volk - gleichzeitig musste es 1938 auch eine seiner dunkelsten Stunden erleben.

Vieles ist am 9. November kulminiert - und vieles hängt miteinander zusammen: 1918 rief der SPD-Politiker Philipp Scheidemann nach der Niederlage des Kaiserreichs im Ersten Weltkrieg in Berlin die Republik aus. Damit erregte er den Zorn der Monarchisten und der Rechtsradikalen, die den Tag künftig zum Anlass nahmen, gegen das "System" von Weimar zu wettern.

Am 9. November brannten die Synagogen

So auch der Agitator und NSDAP-Chef Adolf Hitler, der am 8. November 1923 im Münchner Bürgerbräukeller die nationale Revolution ausrief und am nächsten Tag mit seinen Getreuen zum "Marsch auf Berlin" ansetzte - damals endete der Putsch nach ein paar Kilometern im Kugelhagel der Polizei.

Als Hitler schließlich an die Macht gelangt war, war die Feier des Jahrestags der "nationalen Erhebung" alle Jahre wieder ein großer Festtag der "Alten Kämpfer". Am Rande dieser Feier im Jahr 1938 fiel auch die Entscheidung zum Pogrom gegen die jüdische Bevölkerung.

In dieser Nacht brannten in Deutschland zahllose Synagogen, mehr als 100 Menschen wurden von der SA und anderen Nazischlägern ermordet, etwa 30.000 in Konzentrationslager verschleppt und Tausende Wohn- und Geschäftshäuser zerstört. Diese vom NS-Regime gesteuerten Ausschreitungen waren ein wesentlicher Schritt auf dem Weg zum organisierten Massenmord an den Juden im Dritten Reich.

Ein Jahr später - der Zweite Weltkrieg hatte mit dem Überfall auf Polen bereits begonnen - feierten die Nazis am 8. November wieder im Bürgerbräukeller ihre "Heldentat" von 1923. Wenige Minuten nachdem Hitler den Saal verlassen hatte, explodierte eine Bombe. Es war das Attentat des Schreiners Georg Elser, der den Sprengsatz ohne fremde Hilfe in einem Stützpfeiler installiert hatte. "Ich habe den Krieg verhindern wollen", sagte er, als er von der Gestapo verhaftet wurde. Elsers Tat vor 70 Jahren steht dem Attentat vom 20. Juli 1944 kaum nach. Er wurde im April 1945 im KZ Dachau ermordet.

Der Mauerfall 1989 war dagegen echter Zufall - das Ende der Nachkriegsgeschichte kann freilich ohne das Erinnern an die anderen 9.November nicht gefeiert werden.

SZ 9

 

 

 

Leoluca Orlando im Interview. "Berlusconi pervertiert sein Amt"

 

Klartext von Palermos legendärem Ex-Bürgermeister: Leoluca Orlando sieht Italien als "eine Diktatur, die wie eine Demokratie aussieht". Im sueddeutsche.de-Gespräch erklärt der Parlamentarier, wie Berlusconis Politik die Mafia fördert und deutsche Firmen gefährdet - und erzählt von einem Posten-Deal, den der Premier ihm vorgeschlagen hatte. Interview: Hans-Jürgen Jakobs und Oliver Das Gupta

 

Leoluca Orlando, Jahrgang 1947, ist einer der profiliertesten Mafia-Gegner Italiens. Als Bürgermeister von Palermo (1985-1990 und 1993-2000) gelang es dem Sizilianer, die Mafia erstmals weitgehend aus dem politischen und wirtschaftlichen Leben der Stadt zu verdrängen. Wegen seines couragierten Kampfes gegen die Cosa Nostra stand der Politiker lange ganz oben auf der Abschussliste der Mafia. Er und seine Familie lebten viele Jahre unter Personenschutz.

Orlando ist heute Abgeordneter im Parlament in Rom und Sprecher seiner Partei Italia dei Valori (Italien der Werte). Er leitet zudem das kulturpolitische "Istituto per il Rinascimento Siciliano" (Institut für eine Renaissance Siziliens).

Das Interview fand in der SZ-Redaktion statt; Leoluca Orlando sprach Deutsch - der Jurist hat in Heidelberg studiert.

sueddeutsche.de: Herr Orlando, Sie sind häufig im Ausland unterwegs. Ist es Ihnen peinlich, dabei auf Silvio Berlusconi angesprochen zu werden, den Ministerpräsidenten Ihres Landes?

Leoluca Orlando: Die Zeit, über das Image zu reden, ist längst vorbei. Alle wissen, wie Berlusconi ist. Ich hoffe nur, dass sie nicht vergessen, dass es noch ein anderes Italien gibt.

sueddeutsche.de: Der Regierungschef gibt sich so, als ob er längst mit dem Staat eins geworden ist. Er erklärt: "Viva Berlusoni, viva Italia!" Ist Ihr Land inzwischen eine Demokratur geworden?

Orlando: Fakt ist: Eine Diktatur im Jahr 2009 ist nicht gleichzusetzen mit den Diktaturen wie bei Mussolini oder Hitler. Wir haben neue Medien, eine neue Mafia und eine neue Diktatur, die wie eine Demokratie aussieht. Berlusconi ist ein Symbol dafür.

sueddeutsche.de: Können Sie das konkretisieren?

Orlando: Es gibt in Italien keinen Unterschied mehr zwischen privat und politisch, zwischen Staat und Markt. Normalerweise interessiert es nicht, was im Schlafzimmer passiert. Bei Berlusconi ist es aber so, dass er sich am gleichen Ort mit Putin trifft, Kabinettssitzungen abhält und Privatpartys organisiert mit Frauen eines Escort-Dienstes - die mit Staatsflugzeugen angebracht werden. Das ist eine ethische Frage, keine juristische. Ein Ministerpräsident kann so nicht leben.

sueddeutsche.de: Viele Italiener wählen ihn trotzdem. Sie finden womöglich gut, wie er als Einzelner dem Staat trotzt.

Orlando: Das macht die Causa umso gefährlicher. Berlusconi ist ein schlechtes Vorbild für alle. Er kultiviert das Schlechte. Er befindet sich als mächtiger Medienunternehmer und Ministerpräsident permanent im Interessenkonflikt - das färbt ab: Unser Problem sind inzwischen die vielen kleinen Berlusconis, die in den Stadtvierteln und Regionen herrschen, egal, ob sie politisch rechts oder links stehen. Es ist für italienische Politiker normal geworden, gleichzeitig Privatunternehmer zu sein. Eine andere Kultur hat Einzug gehalten.

sueddeutsche.de: Mit welchen Folgen?

Orlando: Es gibt keinen ordentlichen Wettbewerb mehr. Es handelt sich um eine ethische Korruption von Demokratie. Berlusconi kontrolliert die Medien, er herrscht mit den Umfragen - und gibt dem Volk, was es haben will. Das ist wie bei Pontius Pilatus, der Jesus opferte, obwohl er von dessen Unschuld überzeugt war. Es darf aber keine Pontius-Pilatus-Demokratie geben. Man kann nicht einen Konsens mit den Bürgern vortäuschen und somit gegen das Recht regieren. Ein Politiker muss eine Vision des Guten haben.

sueddeutsche.de: Berlusconis Vision lautet: Der Staat ist ein Konzern, der von einem charismatischen Vorstandschef geführt werden will.

Orlando: Einspruch. Er hat die Rolle des Premiers pervertiert. Er benutzt das Fernsehen, um den Leuten das zu geben, was sie wollen. Und er kontrolliert sowohl das private als auch das öffentliche Fernsehen, die Rai.

 

"Illegales Geld kann Europa kaufen - dank Berlusconi"

sueddeutsche.de: Herr Orlando, Sie sollten im vorigen Jahr die Parlamentskommission leiten, die sich um die Informationsfreiheit und die Rai kümmert. Warum wurde daraus nichts?

Orlando: Ich will es Ihnen erklären: Diesen Job muss ein Mitglied der Opposition machen und die Abgeordneten des Regierungslagers tragen das mit - das ist vorgeschrieben. Die Oppositionsparteien hatten sich auf mich als Präsidenten geeinigt. Sechs Monate ging ich täglich zweimal ins Parlament, um mich wählen zu lassen, doch nie kam es dazu. Dann legte mir im September der Senatspräsident nahe, vertraulich mit Berlusconi zu reden. Der habe ein Veto eingelegt. Aber alle Probleme seien zu lösen.

sueddeutsche.de: Welchen Deal schlug Ihnen Berlusconi vor?

Orlando: Ich sollte mich mit ihm treffen - ich lehnte ab. Dann wollte er telefonieren - ich weigerte mich wieder. Mein Argument: Es kann doch nicht sein, dass ein Regierungschef in einer Sache entscheidet, die allein das Parlament betrifft. Es kann doch nicht sein, dass der größte Medienunternehmer in anderer Funktion darüber entscheidet, wer ihn und den Konkurrenten kontrolliert. Darum wurde ich nicht Präsident dieser Kommission.

sueddeutsche.de: Berlusconis Politik ist, Gesetze zu machen, die ihm zugutekommen. So kam es zum Immunitätsgesetz, das ihm Schutz vor Verfolgung in laufenden Prozessen sicherte - und das jüngst von Verfassungsrichtern kassiert wurde.

Orlando: Neben Europa ist der Verfassungsgerichtshof unsere zweite Hoffnung. Ohne die Richter würde die Demokratie sterben.

sueddeutsche.de: Berlusconi beschimpft die Richter als "Kommunisten". Sie seien nicht unabhängig.

Orlando: Was die Mafia braucht, sind solche Aussagen des Ministerpräsidenten. Das ist polemischer Unsinn. In Italien ist nicht das Recht das Probleme, es sind die Gesetze. Und die Folgen werden auch Deutschland treffen und Europa.

sueddeutsche.de: Was meinen Sie damit?

Orlando: Eines dieser Gesetze sieht vor, dass Schwarzgeld wieder zurück nach Italien gebracht werden kann, wenn der Besitzer - der anonym bleibt! - fünf Prozent Steuern nachzahlt. Das ist geschenkt. Normale Arbeitnehmer müssen 30 bis 35 Prozent zahlen. Bedenken Sie: Das Schwarzgeld wurde in Lire ausgeführt und kommt als Euro zurück. Dann wird es investiert werden in Paris, London und München. Dann kann ich nur sagen: Viel Glück! Illegales Geld will Europa kaufen, gefördert durch Berlusconi. Das ist ein großes Problem.

sueddeutsche.de: Sehen Sie das nicht zu pessimistisch?

Orlando: Warten wir sechs Monate ab! Dann werden Sie sehen, wie viele deutsche Firmen von Italienern gekauft worden sind. Die Finanzpolizei schätzt die Summe an Schwarzgeld auf 300 Milliarden Euro.

sueddeutsche.de: Ist auch Berlusconi-Vermögen dabei?

Orlando: Es würde mich wundern, wenn er nicht auch von diesem Gesetz profitieren würde.

sueddeutsche.de: Ist Italien im Kampf gegen die Mafia durch die Regierungspolitik Berlusconis zurückgeworfen worden?

Orlando: Die Mafia braucht Berlusconi. Den Kampf gegen diese Organisation führen Polizei und Staatsanwälte. Die aktuelle Regierung fördert nicht mehr die Kultur der alten Mafia, sondern die der neuen Mafia. Die alte Mafia pervertiert traditionelle Werte wie Ehre, Familie oder Freundschaft.

 

"Die neue Mafia braucht Peter, Wolfgang und Jürgen"

sueddeutsche.de: Und die neue Mafia?

Orlando: Sie pervertiert moderne Werte wie Freiheit oder Wettbewerb. Es gibt Brücken zwischen alter und neuer Mafia. Sie agiert global und lokal.

sueddeutsche.de: So wie 2007 in Duisburg. Dort ermordeten Profikommandos der Mafia sechs Personen.

Orlando: Die töten modern: Leise und effizient, aber brutal, so wie einst Baader-Meinhof oder die Roten Brigaden. Die neue Mafia braucht nicht Pietro oder Francesco, sie braucht Peter, Wolfgang und Jürgen. Nach Duisburg haben die Deutschen verstanden, dass sich die Mafia längst nicht mehr auf die italienische Gastronomie beschränkt. In einem italienischen Lokal riskiert man allenfalls, eine schlechte Pizza zu essen. Die Interessen der Mafia sind so groß geworden, dass eine Pizza zu klein ist.

sueddeutsche.de: Wo wird die neue Mafia in Deutschland aktiv?

Orlando: In Frankfurt an der Börse, in Banken, in Immobilien. Viele italienische Unternehmer haben ihre Liquiditätsprobleme durch das neue Schwarzgeld-Gesetz gelöst.

sueddeutsche.de: Was kann die EU gegen italienische Verhältnisse tun?

Orlando: Brüssel muss klare Wettbewerbsregeln aufstellen, die auch für Italien gelten. Die Flugfirma Alitalia zum Beispiel war in einer Existenzkrise, und nach einer Ausschreibung wurde Air France zum Käufer gekürt. Doch dann kam rasch der Wahltag, und Berlusconi gewann. Sofort gründeten seine schwerreichen Freunde eine neue Firma und kauften damit Alitalia - gewissermaßen mit nichts: Alle Schulden von Alitalia wurden vorher vom Staat übernommen. Selbst meine rechtsorientierten Freunde fragen mich inzwischen: "Wann werden sie uns freilassen von Berlusconi?" Mein Traum ist es, in einem Rechtsstaat zu leben - und gute Opposition zu machen.

sueddeutsche.de: Die EU hat kaum Chancen, etwas zu bewegen, wenn Berlusconi widersteht.

Orlando: Sicher: Europa ist noch nicht stark genug, aber für uns ist es eine Garantie. Ohne die europäische Einbindung wäre die Lage bei uns katastrophal, wir hätten Zustände wie in einem lateinamerikanischen Land. Machen wir uns nichts vor: Wenn Italien nicht schon längst Teils Europas wäre, könnte das Land nicht Mitglied werden.

sueddeutsche.de: Tatsache ist aber auch: Italiens Opposition wirkt trotz Berlusconis Possen zerstritten und schwach.

Orlando: Meine Partei "Italien der Werte" (Italia dei Valori) gilt als stärkste Kraft der Opposition. Dabei hat sie nur acht Prozent der Wähler hinter sich. Die größere Demokratische Partei hat viel Zeit verloren, zu verstehen, wie gefährlich Berlusconi ist. Dort glaubten sie, Berlusconi mache unglaubliche Fehler - und erledige sich selbst.

sueddeutsche.de: Eine Fehleinschätzung. Haben Sie einen Vorschlag, wie Berlusconi beizukommen ist?

Orlando: Wir belegen immer wieder: Berlusconis Regierung ist antidemokratisch. Dem schließen sich immer mehr Italiener an. Wir mobilisieren mit wachsendem Erfolg: In welchem europäischen Land protestieren schon 300.000 bis 400.000 Leute für die Pressefreiheit?   sueddeutsche.de 6

 

 

 

 

 

Prozess gegen Italien-CIA-Chef. Enttäuschung über Urteil

 

Die Anwälte des entführten und gefolterten ägyptischen Scheichs Abu Omar wollen in Berufung gehen. Eine Auslieferung der verurteilten CIA-Agenten nach Italien ist nicht in Sicht. VON MICHAEL BRAUN

 

Gleich 22 CIA-Agenten wurden zu fünf Jahren Haft verurteilt, der damalige Italien-Chef der CIA erhielt acht Jahre und zwei italienische Geheimdienstler drei Jahre. Auf den ersten Blick ist das Urteil eines Mailänder Gerichts im Prozess um die Entführung des ägyptischen Imams Abu Omar mehr als deutlich. Und doch reagierte am Donnerstag das damalige Opfer enttäuscht - ebenso übrigens wie seine Gegner aus den USA.

In Mailand war Abu Omar am 17. Februar von einem CIA-Kommando auf offener Straße verschleppt worden. Seine Entführung gehörte zum Programm der "außerordentlichen Überstellungen" von wirklichen oder vermeintlichen islamistischen Terroristen in US-Geheimgefängnisse rund um den Erdball. Abu Omar, der an einer Mailänder Moschee predigte und als Al-Qaida-Sympathisant galt, wurde nach seiner Entführung auf die US-Airbase Aviano geschafft und dann über Ramstein nach Ägypten ausgeflogen. Fast vier Jahre saß er dort in Haft und wurde schwer gefoltert, ehe er im Februar 2007 freikam.

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Doch der CIA-Trupp in Mailand hatte wohl auch kaum damit gerechnet, dass sich mit Armando Spataro ein besonders hartnäckiger Staatsanwalt der Entführung annehmen würde. Spataro gelang es, per Auswertung der Handy-Verbindungsdaten in der Zone des CIA-Zugriffs die Agenten ebenso wie Kontaktpersonen aus dem italienischen Geheimdienst ausfindig zu machen. Er erhob Anklage gegen 25 US-Bürger, aber auch gegen den seinerzeitigen Chef des italienischen Militär-Geheimdienstes, Nicolò Pollari, dessen Vize Marco Mancini und fünf weitere italienische Geheimdienstler.

Keinerlei Unterstützung erfuhr Spataro von den italienischen Regierungen. Schon das Mitte-links-Kabinett unter Romano Prodi (2006-2008) weigerte sich, das Auslieferungsersuchen für die CIA-Agenten in den USA voranzutreiben, und verhängte zudem das Staatsgeheimnis über den Entführungsfall; wichtige Akten waren damit für die Ermittlungen gesperrt. Die seit 2008 amtierende Regierung Berlusconi hielt an diesem Kurs fest. Gegen die US-amerikanischen Angeklagten wurde deshalb in Abwesenheit verhandelt.

Am Ende lauteten Spataros Strafanträge auf 13 Jahre Haft für den seinerzeitigen italienischen CIA-Residenten Bob Lady und Pollari sowie auf Haftstrafen von acht bis 12 Jahren für die anderen Angeklagten. Das Gericht folgte den Anträgen aber weder für jene drei US-Bürger, die als Angehörige der Botschaft diplomatische Immunität genossen, noch für die italienischen Geheimdienstchefs. Bloß zwei nachrangige Beamte wurden wegen Beihilfe zu drei Jahren verurteilt. Angesichts der Verhängung des Staatsgeheimnisses, so das Gericht, könne die Rolle Pollaris und seiner Untergebenen nicht juristisch bewertet werden.

Entsprechend unzufrieden mit dem Urteil äußerte sich deshalb am Donnerstag Abu Omar in der Tageszeitung La Stampa: "Ein wichtiger Teil der Wahrheit über meine Entführung fehlt. Ich halte ihn (Pollari) für genauso verantwortlich wie die anderen. Ich denke nicht, dass Recht gesprochen worden ist." Abu Omar kündigte an, seine Anwälte würden in die Berufung gehen.

Das werden auch die Anwälte der US-Angeklagten tun. "Tiefe Enttäuschung" über das Urteil äußerten Sprecher des Außen- und Verteidigungsministeriums. Fürchten müssen die US-Angeklagten vorerst nichts. Rom zeigt auch jetzt keine Neigung, ihre Auslieferung zu verlangen. Am Ende wird wohl niemand für die Entführung büßen: die Italiener nicht wegen des Staatsgeheimnisses, die US-Amerikaner nicht, weil sie nicht ausgeliefert werden. Taz 6

 

 

 

Berlusconi Buch. Silvios Märchenstunde

 

Rom. Seine Wahrheit hat Silvio Berlusconi selbstverständlich nicht La Repubblica anvertraut, sondern seinem Vertrauensmann Bruno Vespa. Vespa ist Polit-Talkmaster beim Staatssender RAI und gleichzeitig Mitarbeiter bei Berlusconis politischer Wochenzeitung Panorama. Und er ist Autor des soeben - in Berlusconis Mondadori-Verlag - erschienenen Buches "Donne di Cuori" ("Frauen des Herzens").

 

Das Buch darf als die Sensation des italienischen Bücherherbstes bezeichnet werden - denn in dem Band finden sich die Antworten Berlusconis, auf die Italien 175 Tage lang gewartet hatte. Alles kommt zur Sprache, nichts wird ausgelassen:

 

Seine Beziehung zur mittlerweile 18-jährigen Noemi, die ihn "Papi" nennt, die Kandidaturen von Starlets auf den Wahllisten seiner Partei, der Besuch des Callgirls Patrizia D´Addario in seiner Römer-Villa, die Musiker und Mädchen, die zum Teil mit Regierungsjets in seine Villa in Sardinien geflogen worden sind, sein Gesundheitszustand.

 

Natürlich ist nichts so, wie es von linken Zeitungen dargestellt worden ist. Noemi? "Ich hatte nie eine Beziehung mit der Signorina Noemi." Die Damen auf den Wahllisten? "Ich habe nur Frauen mit einem hohen moralischen, intellektuellen, kulturellen und professionellen Niveau für verantwortungsvolle Ämter vorgeschlagen." Patrizia D´Addario? "Das war ein Abendessen mit zahlreichen Personen, organisiert von Anhängern der Klubs ,Forza Silvio´ und ,Zum Glück gibt´s Silvio´, zu welchem im letzten Moment auch noch Tarantini (D´Addarios Zuhälter, Anm. der Red.) mit zwei weiteren Gästen gestoßen ist."

Signora von exzellentem intellektuellem Niveau

 

Schade nur, dass dies alles die Skeptiker nicht beschwichtigen kann. Sie finden es nach wie vor nicht normal, dass ein 72-jähriger Regierungschef eine Minderjährige mehrfach einlädt, und sie wundern sich, dass das Callgirl Patrizia D´Addario, das nicht nur im Bett, sondern auch auf einer Wahlliste Berlusconis gelandet war, nun plötzlich eine Signora von exzellentem kulturellem und intellektuellem Niveau sein soll.

 

"Mit seinen Antworten macht sich Berlusconi lustig über die Fragen der Repubblica, statt sie zu beantworten", kritisiert die Opposition. Und: Der Regierungschef solle seine Aussagen nicht im Buch eines auf seiner Gehaltsliste stehenden Journalisten machen, sondern - wie der frühere US-Präsident Bill Clinton anlässlich der Lewinsky-Affäre - im Parlament.

 

Berlusconi tut in Vespas Buch das, was er immer getan hat: Er tischt Halbwahrheiten auf, lenkt ab, färbt schön, streitet Offensichtliches ab. Auch bei der Frage nach seinem Gesundheitszustand: Diese beantwortet er damit, dass er in den letzten sechzehn Monaten "170 internationale Treffen, 25 multilaterale Gipfel, neun bilaterale Gespräche, 80 Pressekonferenzen und 66 Ministerratssitzungen" hinter sich gebracht habe.

 

"So machen´s alle" - Die von seiner Noch-Ehefrau Veronica Lario aufgeworfene Frage betraf freilich nicht den physischen, sondern den psychischen Zustand ihres Ehemannes. Jenen des laut Lario sexkranken "Drachen, dem sich die Jungfrauen präsentieren, um berühmt und erfolgreich zu werden".

 

Eigentlich - schreibt Vespa mit entwaffnender Offenheit im Vorwort - habe er seinem jüngsten Werk den Titel "Cosi fan tutti" ("So machen´s alle") geben wollen. Denn sein Buch befasst sich nicht nur mit den Herzensdame Berlusconis, sondern auch mit anderen berühmt gewordenen Bettgeschichten der letzten zweitausend Jahre.

 

Angefangen bei Kleopatras Affären über die Sexorgien des Borgia-Papstes Alexander VI. und die Ausschweifungen Ludwigs XIV. bis hin zu Bill Clintons Zweckentfremdung kubanischer Zigarren. Den historischen Teil von Vespas Schmöker bezeichnet der Corriere della Sera mit feiner Ironie als "tröstlich" - den aktuellen Teil hingegen als "alarmierend und beunruhigend". VON DOMINIK STRAUB FR 7

 

 

 

 

Rom will Kruzifix hängen lassen

 

Der italienische Ministerpräsident Silvio Berlusconi hat im Streit um das Kruzifix-Urteil des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte ein Machtwort gesprochen. "Wir behalten das Kruzifix", erklärte der Regierungschef am Freitag in Rom.

 

ROM/MADRID  -  Das Urteil sei schließlich kein „Zwangsurteil“. Daher würden die Kreuze in italienischen Klassenzimmern hängen bleiben – unabhängig vom Ausgang der Beschwerde seiner Regierung in Straßburg.

 

Betroffen ist ein Land, in dem der Katholizismus zutiefst verankert ist und das eine lange gemeinsame Geschichte mit der Kirche und ihren Päpsten hat. Deshalb hatten die Obersten Verwaltungsrichter Italiens 2006 auch gegen jene aus Finnland stammende Norditalienerin entschieden, die das Kreuz in den Klassenräumen ihrer Kinder störte. Und die daraufhin nach Straßburg zog, weil sie in Rom abgewiesen worden war. Das Argument der Richter damals: Das Kreuz ist heute ein Symbol für die Werte Italiens und des Staates, zumal die katholische Religion als einzige auch in der Verfassung des Landes genannt wird.

 

Auch die katholische Kirche in Spanien wies das Urteil als „ungerecht“ zurück. Die Entscheidung der Straßburger Richter sei „bedauerlich und für die Zukunft Europas wenig förderlich“, sagte der Generalsekretär der spanischen Bischofskonferenz, Juan Antonio Martínez Camino, in Madrid. „Das Kruzifix ist ein Symbol der Freiheit und des Respekts vor der Menschenwürde.“ Er fügte hinzu: „Wenn die Kruzifixe verschwinden, verschwinden auch die Errungenschaften der westlichen Kultur.“ Der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte in Straßburg hatte am vergangenen Dienstag ein Urteil veröffentlicht, demzufolge ein christliches Kreuz im Klassenzimmer einer staatlichen italienischen Schule die Religionsfreiheit der Schüler verletzt. Das Urteil war in Italien von Kirche und Politik mit Kopfschütteln und Bestürzung aufgenommen worden. Auch der Vatikan und die Deutsche Bischofskonferenz protestierten gegen das Urteil. dpa

 

 

 

 

Italien. Camorra-Boss in Neapel gefasst

 

Den Mafiajägern in Neapel ist abermals ein Schlag gegen das organisierte Verbrechen gelungen: Am Samstag ging den Carabinieri ein seit sechs Jahren europaweit gesuchter Boss ins Netz.

Sie spürten den 49-jährigen Luigi Esposito, Chef des Camorra-Clans „Nuvoletta“ (Wölkchen), in einer Luxusvilla in dem Reichen-Viertel Posillipo auf. Der Mafioso, der eine Haftstrafe von neun Jahren wegen Drogenhandels und der Mitgliedschaft in einer kriminellen Vereinigung abzusitzen hat, lebte dort bereits seit einiger Zeit unter falschem Namen. Nach den Angaben der Ermittler hatte er in den vergangenen sechs Jahren unter anderem einen Ferienclub auf Teneriffa eröffnet.

Italiens Innenminister Roberto Maroni begrüßte die Festnahme als „weiteren wichtigen Fahndungserfolg“. Esposito stand auf der Liste der 30 gefährlichsten gesuchten Verbrecher des Ministeriums. Auch die Staatsanwaltschaft der kampanischen Metropole würdigte die jüngsten Erfolge im Kampf gegen die Mafia. Erst am Wochenende zuvor hatten die Fahnder dort mit den Brüdern Pasquale und Salvatore Russo zwei der gefährlichsten Bosse der neapolitanischen Mafia festnehmen können.  AFP 8

 

 

 

Ziemlich attraktiv: Studie über hochqualifizierte Zuwanderer in Deutschland

 

Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF) veröffentlichte im Oktober 2009 eine Untersuchung mit dem Titel „Zuwanderung von Hochqualifizierten aus Drittstaaten nach Deutschland“.

 

Der 28. Teil der „Working Paper“-Reihe präsentiert die Ergebnisse einer schriftlichen Befragung von hochqualifizierten Zuwanderern, die in Besitz eines Aufenthaltstitels nach Paragraph 19 des Aufenthaltsgesetzes sind und im Jahr 2008 zu ihrem sozioökonomischen Hintergrund, ihrer (Aus-)Bildung, ihrer beruflichen und familiären Situation, ihren Wanderungsmotiven und ihren Rückkehrabsichten befragt wurden.

Von den 959 erfassten und angeschriebenen Personen haben 514 geantwortet, wobei 510 auswertbar waren – auf die Anonymität der Befragten wurde dabei Wert gelegt. Die meisten berücksichtigten Hochqualifizierten stammen aus Russland (117) und den USA (63), gefolgt von Rumänien und China (jeweils 25).

Ein Großteil der befragten Hochqualifizierten leben in Bayern (25,5 Prozent), gefolgt von NRW (22,4 Prozent) und Hessen (12,7 Prozent). Die Schlusslichter sind Brandenburg, das Saarland und Thüringen mit jeweils 0,9 Prozent. Im Städteranking führt München (109 Personen) vor Dresden (59) und Berlin (45).

Die Aufschlüsselung nach Berufstätigkeit und Art der Arbeit bringt Folgendes zu Tage: 93 Prozent der zugewanderten Hochqualifizierten sind Vollzeitbeschäftigte, ihre Ehe- und Lebenspartner sind es jedoch nur in einem Viertel der Fälle. Fast die Hälfte geht einer Arbeit als Physiker, Chemiker, Informatiker, Mathematiker, Ingenieur oder Architekt nach (ISCO 21), gefolgt von Geschäfts- oder Geschäftsbereich-, beziehungsweise Fachbereichsleitern in großen Unternehmen (ISCO 12) mit rund einem Viertel. Etwa zehn Prozent sind Biowissenschaftler oder Mediziner (ISCO 22) und lediglich knapp fünf Prozent sind als wissenschaftliche Lehrkräfte (ISCO 23) tätig.

Betrachtet man die Berufsstruktur unter Berücksichtigung der Herkunftsländer, kann man erkennen, dass die Hälfte der Hochqualifizierten aus den USA in der Berufsgruppe ISCO 12 tätig ist. Die russischen Zuwanderer arbeiten zu 73 Prozent in den Gruppen ISCO 21 und 22.

Erstaunlich ist, dass 95 Prozent auf die Frage, wie zufrieden sie mit ihrer beruflichen Situation in Deutschland sind, mindestens mit „Zufrieden“ geantwortet haben. Auch überraschend ist, dass ein großer Teil der Befragten langfristige Pläne für den Aufenthalt in Deutschland haben und das, obwohl diese Bevölkerungsgruppe allgemein sehr mobil und auch gefragt ist. 31 Prozent gaben an, für immer in Deutschland bleiben zu wollen und 37 Prozent können sich einen Aufenthalt von mehr als zehn Jahren vorstellen. Insgesamt würden also mehr als zwei Drittel der in Deutschland lebenden Hochqualifizierten bleiben wollen, was man als positive Überraschung werten kann. "Forum Migration November 2009"

 

 

 

Thema Zuwanderung. Integration wird wieder salonfähig

 

Das Thema Zuwanderung taucht erneut auf der politischen Bühne auf – doch diesmal in einem positiven Zusammenhang: CDU-Vize Heilmann umwirbt Berlins Muslime. Wowereit fordert mehr Zuwanderung.

 

Etwa einen Monat ist es her, da ließ sich Bundesbank-Vorstand Thilo Sarrazin in einem umstrittenen Interview über die angeblich gescheiterte Integration in Berlin aus und löste damit eine hitzige Debatte aus. Nun taucht das Thema Zuwanderung erneut auf der politischen Bühne auf – doch diesmal in einem positiven Zusammenhang: Migranten werden als Gewinn für die Wirtschaft und demographische Rettung der Stadt gelobt.

 

„Wir müssen den Dialog mit den gutwilligen Moslems suchen und gemeinsame Regeln definieren, wie Integration gelingen kann“, sagte etwa Thomas Heilmann, stellvertretender Landesvorsitzender der Berliner CDU während eines Vortrags zur Wirtschaftspolitik. „Ohne die Integration von Zuwanderern werden wir keine gesunde wirtschaftliche Entwicklung in Berlin haben.“ Eine fehlgeschlagene Integration koste viel Geld und das könne sich Berlin nicht leisten. Der Wirtschaftsexperte erklärte weiter: Wer immer nur „gegen Muslime“ agiert, kommt nicht weiter. Statt Konfrontation bedürfe es einer Zusammenarbeit mit denjenigen, die bereit sind, sich zu integrieren.

 

„Das ist eine sehr richtige Sichtweise“, sagt die Berliner CDU-Abgeordnete Emine Demirbüken-Wegner, Vorsitzende des Landesforums Integration und Zuwanderung. In der Fraktion wie im Landesverband würden sehr viele Christdemokraten ebenfalls diese Haltung vertreten. „Wir stehen zur Linie von Wolfgang Schäuble“, sagt Demirbüken-Wegner und verweist auf die Islamkonferenz des früheren Bundesinnenministers.

 

In seinen Thesen zur Integration will Thomas Heilmann keinen Widerspruch zur Haltung des CDU-Abgeordneten René Stadtkewitz sehen. Dieser hatte vorübergehend die Fraktion verlassen, weil er den „islamfreundlichen Kurs“ einiger Parteikollegen nicht tolerieren könne. „Stadtkewitz hat damit recht, wenn er sagt, Probleme müssen angesprochen werden“, so Heilmann.

 

Auch der CDU-Landesvorsitzende Frank Henkel will von einer Zerrissenheit seiner Partei im Umgang mit dem Islam nichts hören. Parteifreunde hatten ausdrücklich für Stadtkewitz’ Rückkehr geworben. Laut Henkel stelle die CDU in ihrem Wahlprogramm von 2006 klar, „dass Integration eine Aufgabe der Stadt ist“. Dazu zählten jedoch auch maßregelnde Vorgaben: „Wir leben in Deutschland und wer gegen unsere Regeln verstößt, muss scharf sanktioniert werden“, sagt Henkel.

 

Auch die SPD geht wieder offensiver mit dem Thema um: Am Donnerstag sprach sich der Regierende Bürgermeister Klaus Wowereit (SPD), wie berichtet, ausdrücklich für mehr Zuzug von Einwanderern aus. Deutschland müsse angesichts der schrumpfenden Bevölkerung ein Einwanderungsland bleiben, sagte er auf einem Kommunalkongress. Dabei gehe es nicht um eine Toleranz- und Minderheitenpolitik, sondern um gegenseitige Akzeptanz. Auch alle Zuwanderer müssten am gesellschaftlichen Leben teilhaben können. „Wir brauchen eine Willkommenskultur und ein Klima, in dem sich alle wohlfühlen“, so Wowereit.

 

Laut Hertie-Berlin-Studie von 2009 ist Berlin bereits auf einem guten Weg dahin: Demnach pflegen 80 Prozent der Deutschen und 97 Prozent der Migranten Kontakte zur jeweils anderen Bevölkerungsgruppe und kommen gut miteinander aus. Ferda Ataman  Tsp 7

 

 

 

 

Gastbeitrag. Keine Angst vor Parallelgesellschaften

 

Nur drei Prozent der türkischstämmigen Bevölkerung kann nicht in die deutsche Gesellschaft eingebunden werden. Von der Entstehung oder gar dem Wachstum einer Parallelgesellschaft kann folglich kaum die Rede sein. In Europa wird Deutschland sogar um seine Integrationserfolge beneidet. Von Klaus J. Bade

 

Die Zuwanderung nach Deutschland schrumpft, und die Abwanderung steigt. Die Botschaft der Zahlen heißt: Deutschland kehrt in Sachen Migration in seine Geschichte zurück; denn es war in seiner Geschichte oft Einwanderungsland und Auswanderungsland im Wechsel oder zugleich. In den letzten Jahren stieg die Abwanderung aus Deutschland sogar so deutlich an, dass es 2008 zum ersten Mal eine negative Wanderungsbilanz gab, also ein Überwiegen der Abwanderungen gegenüber den Zuwanderungen.

Vom frühen 19. bis zum frühen 21. Jahrhundert dominierte der säkulare Wandel vom Auswanderungsland zum Einwanderungsland. Seit dem frühen 19. Jahrhundert sind rund acht Millionen Deutsche allein in die Vereinigten Staaten ausgewandert. Die letzte Auswanderungswelle des 20. Jahrhunderts umfasste Mitte der 50er-Jahre auch viele Vertriebene und Flüchtlinge.

1955 wurde die deutsch-italienische Anwerbevereinbarung ausgearbeitet. Es folgten weitere Verträge mit Spanien und Griechenland (1960), mit der Türkei (1961), Portugal (1964), Tunesien, Marokko (1965) und Jugoslawien (1968), von denen nur diejenigen mit Tunesien und Marokko im Ergebnis unbedeutend blieben.

Zum Abschluss der „Anwerbeverträge“ drängte nicht etwa nur das Interesse der deutschen Wirtschaft am Arbeitskräfteimport, sondern auch das Interesse der sogenannten Entsendeländer an kontrolliertem Arbeitslosenexport und am Lohngeldtransfer zugunsten der eigenen Zahlungsbilanz. Die Zeche zahlten oft die Arbeitswanderer, mit ihren Familien häufig alleingelassen bei der Bewältigung der lebensgeschichtlichen und familieninternen Spannung zwischen Arbeitswanderung, Rückwanderung oder Einwanderung, oft lange im Niemandsland zwischen Kulturen und Lebensformen.

14 Millionen kamen in dieser Zeit

Von 1955 bis zum „Anwerbestopp“ in der Wachstumskrise von 1973 dauerte die „Gastarbeiterperiode“ in der Bundesrepublik. Rund 14 Millionen kamen in dieser Zeit. Etwa elf Millionen davon kehrten wieder in ihre Heimatländer zurück. Die aus der Arbeitswanderung seit Mitte der 50er-Jahre hervorgegangene Zuwandererbevölkerung bestimmte das Bild, bis sich die Gewichte verschoben durch das Eintreffen der Aussiedler und Spätaussiedler aus Osteuropa in großer Zahl seit Ende der 80er-Jahre und in geringerem Umfang auch der Juden aus der GUS.

Der „Anwerbestopp“ von 1973 aber wirkte als Bumerang: Er ließ kurzfristig die Zahl der ausländischen Erwerbstätigen sinken, dann aber die Ausländerbevölkerung insgesamt sogar über das 1973 erreichte Niveau hinaus weiter ansteigen und beschleunigte den Weg von der Gastarbeiter- zur Einwandererexistenz. Seit dem „Anwerbestopp“ nämlich konnte die freiwillige Rückkehr ins Herkunftsland auf Zeit zum unfreiwilligen Abschied aus Deutschland für immer werden. Entsprechend verstärkte sich die ohnehin erkennbare Tendenz zu Daueraufenthalt und Familiennachzug.

Dauerhafte Arbeitsaufenthalte aber bewirkten über die Zeitstufen im Aufenthaltsrecht einen langfristigen Wandel von der Gastarbeiterexistenz mit befristeter Aufenthaltsgenehmigung zur Einwandererexistenz mit dauerhaftem Aufenthaltsanspruch. Allen wissenschaftlichen Erfahrungen mit historischen Einwanderungsprozessen nach zu urteilen, lebte ein großer Teil der ehemaligen „Gastarbeiterbevölkerung“ in der Bundesrepublik schon um die Jahrzehntwende der 70er/80er-Jahre jenseits der Schwelle zwischen Arbeits- und Daueraufenthalt in einer echten Einwanderungssituation.

Die wechselnden Regierungskoalitionen (von SPD und FDP und, seit der „Wende“ von 1982, von CDU/CSU und FDP) reagierten auf die vorgelegten Bestandsaufnahmen und Entwicklungsperspektiven lange mit defensiver Erkenntnisverweigerung. Sie sprach aus dem parteiübergreifenden, noch Anfang der 90er-Jahre gültigen regierungsamtlichen Dementi: „Die Bundesrepublik ist kein Einwanderungsland!“

Vieles hat sich seither geändert. Migrations- und Integrationspolitik sind heute immer pragmatischer, die Themen Migration und Integration selbst sind schrittweise endlich zu Mainstream-Themen geworden. Mit der Reform des Staatsangehörigkeitsrechts (2000), dem Zuwanderungsgesetz (2005), mit Integrationsgipfel, Nationalem Integrationsplan und Deutscher Islamkonferenz (ab 2006) ist in den letzten zehn Jahren in Sachen Integrationspolitik mehr geschehen als in den vier Jahrzehnten zuvor. Im neuen Bundestag haben sich auch die Relationen zwischen Abgeordneten mit und ohne Migrationshintergrund deutlich verbessert: Unter den nunmehr 622 Abgeordneten gibt es jetzt immerhin doppelt so viele wie bisher, nämlich 22 Abgeordnete und sogar einen Minister mit Migrationshintergrund.

Integration braucht Engagement und Geduld

Integration braucht Engagement und Geduld auf beiden Seiten: bei den sogenannten Fremden, die in Wirklichkeit oft schon lange Einheimische sind, und bei den Einheimischen, die oft selber die Nachfahren zugewanderter Fremder sind. Integration braucht Engagement, denn: Gelingende Integration setzt nicht nur Integrationsbereitschaft bei der Zuwandererbevölkerung, sondern auch aktive Akzeptanz bei der Mehrheitsgesellschaft voraus. Aus beidem muss ein Mindestmaß an gegenseitigem Grundvertrauen resultieren, das Einwanderern dauerhafte Sicherheit im Einwanderungsland signalisiert – zumal dann, wenn sie beim Erwerb der deutschen Staatsangehörigkeit ihre staatsbürgerlichen Bindungen zum Herkunftsland aufkündigen müssen und damit auch dessen Schutz im Ausland verlieren.

Und Integration braucht Geduld; denn: Sie ist ein langer Kultur- und Sozialprozess, der oft die Lebensdauer überschreitet und damit zum intergenerativen Prozess wird. Geduld ist auch nötig bei denen, die diesen Prozess beobachten, und die im Streit um die Deutungsmacht in Sachen Integration lange in zwei Lager zerfielen: in das Lager der euphemistischen Sozialromantiker und in das Lager der kakofonen Skandalisierer.

Die Sozialromantiker glaubten, Integration sei eine fröhliche Rutschbahn in ein buntes Paradies. Das war ein ebenso naiver wie gutgläubiger Irrtum, der bald desillusioniert und aufgegeben wurde. Die ebenso selbstgerechte wie historisch falsche Rede des anderen Lagers, dass Multikulti lange die nötige Integrationspolitik blockiert habe, ist eine Legende, die durch stete Wiederholung nicht an Realitätsbezug gewinnt.

Begrüßen oder verfluchen

Man muss Konzept und Prozess unterscheiden: Eine multikulturelle Gesellschaftspolitik als Konzept auf Bundesebene hat es in Deutschland – im Gegensatz zu dem niederländischen Experiment – nie gegeben. Aber was den Prozess der Gesellschaftsentwicklung anbelangt, so steht doch außer Frage, dass sich in Deutschland multikulturelle Gesellschaftsstrukturen herausgebildet haben und immer weiter ausdifferenzieren – ob man das nun begrüßt oder verflucht.

Die Skandalisierer der Integration erklärten und erklären noch immer konstant, „die Integration“ sei flächendeckend „gescheitert“. Sie diffamieren zugleich das vielseitige Engagement zur Förderung von Integration als semikommerzielle „Integrationsindustrie“. Sie betreiben auf diese Weise aber in Wirklichkeit selber eine mitunter sehr einträgliche Desintegrationsindustrie, insbesondere Desintegrationspublizistik, und werden auf diese Weise zu einem folgenreichen Hindernis im Integrationsprozess.

Streit über Integration geht immer ans „Eingemachte“. Das war und ist in allen Einwanderungsländern so. Auseinandersetzungen über Integrationsfragen gehören, auch mit harten Bandagen, mitunter zur Streitkultur in der Einwanderungsgesellschaft. Integrationsstreit muss aber die Spielregeln einhalten und seine Schranke finden vor der menschenfeindlichen Denunziation von Gruppen nach ihrer Herkunft, Kultur oder Religion.

Neueste Untersuchungen bestätigen abermals, dass Deutschland im internationalen Vergleich mit den anderen modernen Einwanderungsländern Europas nicht nur keinerlei Anlass hat zu dem verbreiteten verschämten S