WEBGIORNALE 9-10 Novembre
2009
Festa grande a Berlino. 20 anni dopo la caduta del Muro
BERLINO - La capitale
tedesca si prepara ad un assalto senza precedenti di turisti ed ospiti d’onore
in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro. Nelle prossime
ore a Berlino sono attesi i capi di stato e di governo dei ventisette paesi
dell’Unione europea, tra gli altri il presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi, il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico
Gordon Brown, e poi ancora il presidente della Federazione russa Dmitri
Medvedev, il segretario di Stato americano Hillary Clinton, il presidente della
Commissione europea Josè Manuel Barroso e l’ex presidente dell’Unione sovietica
Mikhail Gorbaciov e l’ex presidente polacco e storico leader del sindacato
Solidarnosc Lech Walesa. Negli alberghi a cinque stelle della capitale le suite
presidenziali sono ormai al completo e anche gli ostelli della gioventù e molti
altri alberghi registrano già il tutto esaurito.
Nessuno a quanto
pare voleva farsi sfuggire un evento così significativo e simbolico come quello
del ventennale della caduta del Muro di Berlino sulle cui ceneri è ormai già
cresciuta un’intera generazione di tedeschi. Ma i ricordi legati a questo
evento epocale sono davvero ancora freschi abbastanza per trasformare le
celebrazioni ufficiali organizzate dal comune di Berlino in un evento da
mondovisione. Unico assente eccellente è il presidente degli Stati Uniti Barack
Obama che sarebbe venuto volentieri nella capitale tedesca dove, pochi mesi
prima della sua elezione nella Casa Bianca, tenne un leggendario e fortunato
comizio politico ma che ha rinviato di un giorno anche il suo viaggio in
Oriente, per assistere ai funerali delle vittime della strage di Fort Hood.
Assenti, tra i grandi tedeschi del recente passato, il cancelliere Helmut Kohl
(l’uomo della riunificazione) e il suo predecessore Helmut Schmidt, entrambi
bloccati da problemi di salute.
I festeggiamenti
inizieranno domani mattina alle nove e mezza con una messa ecumenica
organizzata dalla chiesa evamgelica insieme a quella cattolica all’interno
della chiesa Gethsemane nel quartiere di Prenzlauer Berg. La stessa chiesa
all’interno della quale si riunivano ai tempi della Rdt gli esponenti della
dissidenza tedesco orientale per organizzare le prime, timide manifestazioni di
protesta contro il regime di Erich Honecker. Una chiesa oggi frequentata dalle
prolifiche famiglie multietniche di un quartiere di Berlino est trasformatosi
negli ultimi anni in uno dei più vivaci ed effervescenti quartieri alla moda
che hanno attirato creativi, artisti e giovani benestanti da ogni angolo della
terra e dove il prezzo degli appartamenti al metro quadrato non è più così
diverso da quelli di Manhattan, Parigi o Tokio.
Questo per
evidenziare come non solo il carattere della capitale tedesca è ormai cambiato
in questi ultimi vent’anni (Prenzlauer Berg era prima della caduta del Muro una
zona di vecchie case dismesse abitate da semplicissimi operai, studenti
squattrinati e una manciata di dissidenti), ma anche la stessa atmosfera dei
festeggiamenti che domani bloccheranno il centro storico berlinese.
Nella fredda notte
del 9 novembre del 1989 erano migliaia di semplici cittadini a scavalcare il
Muro e a prendere d’assalto i posti di confine tra i due settori di Berlino
dopo il contraddittorio annuncio del membro del Politbüro Guenter Schabowski
sulla nuova legge per la “libera circolazione” dei cittadini della Rdt. Domani
al centro delle celebrazioni invece ci saranno i leader politici mondiali e i
tanti vip che a loro modo tenteranno di mettersi in mostra sfruttando il magico
richiamo di questo anniversario.
Nel primo
pomeriggio la cancelliera tedesca Angela Merkel marcerà simbolicamente accanto
a Mikhail Gorbaciov e a Lech Walesa sul ponte Boesebruecke, l’ex passaggio di
confine tra Berlino est e Berlino ovest. Poco più tardi i capi di stato e di
governo verranno ricevuti dal Presidente della repubblica Horst Koehler
all’interno del castello di Bellevue. Da lì alla Porta di Brandenburgo sono
solo pochi passi. Alle sette di sera inizieranno qui le celebrazioni ufficiali
con un concerto dell’orchestra di stato diretta da Daniel Barenboim, con
interventi diretti dal palco della cancelliera Merkel, del segretario di Stato
americano Clinton, del borgomastro di Berlino Wowereit. Alle otto di sera poi
cadrà di nuovo un Muro, questa volta però formato da una fila di mille pedine
da domino giganti che da ieri hanno di nuovo diviso in due la città. Wa.Ra. IM 8
20 anni fa cadeva il Muro di Berlino
Vent'anni fa, il 9
novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino: una data entrata nella storia per
aver segnato l'inizio del disfacimento di quell'ordine
stabilitosi nel dopoguerra ma che aveva già cominciato a vacillare
all’inizio di quell'ultimo decennio.
Nel 1945 la
Conferenza di Yalta aveva decretato la divisione della Germania e
quella di Berlino in quattro settori amministrati dai vincitori della
Seconda Guerra Mondiale: USA, Regno Unito, Francia ad ovest e URSS ad est.
I settori occidentali vennero uniti il 23 maggio 1949 dando vita alla
Repubblica Federale di Germania (Bundesrepublik Deutschland o BRD); in quello
orientale il 7 ottobre 1949 fu proclamata la Repubblica Democratica
Tedesca (Deutsche Demokratische Republik o DDR).
Da allora divenne
uso comune parlare di Germania dell'Ovest e Germania dell'Est, così come
di Berlino Ovest e Berlino Est. Inizialmente i cittadini di Berlino
erano liberi di circolare tra tutti i settori ma con la Guerra Fredda
intervennero delle limitazioni finché nel 1952 venne chiuso il confine tra le
due Germanie. Questa misura non fece che attrarre, però, sempre più
cittadini della Germania dell'Est verso Berlino Ovest e così, per fermare
la fuga dalla dittatura, il regime comunista della Germania Est ordinò
l'inizio della costruzione di un muro attorno ai tre settori occidentali nella
notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 a Berlino Est. Così facendo il muro avrebbe
diviso in due la città e circondato completamente i settori occidentali
rendendoli un’isola a sé rinchiusa entro i territori
orientali.
Verso gli inizi
degli Anni Ottanta, però, la crisi del blocco orientale cominciò a farsi
sentire: nel 1980 nacque in Polonia il sindacato indipendente
«Solidarnosc», cui alla fine del 1985 seguì la proclamazione della legge
marziale. Solo un anno e mezzo dopo, nel marzo 1985, Michail Gorbaciov arrivò
al potere nell’Unione Sovietica. Nel gennaio 1987 il nuovo Segretario generale
del Partito Comunista dell’Unione Sovietica espresse questa opinione veramente
rivoluzionaria: «Abbiamo bisogno della democrazia come dell’aria per
respirare». Questo messaggio spronò gli attivisti per i diritti civili in Polonia
e in Ungheria, nella Cecoslovacchia e nella DDR.
Nell’autunno 1989
la pressione esercitata dalle proteste nella Germania orientale divenne tanto
forte che il regime comunista si sarebbe potuto salvare solo mediante un
intervento militare dell’Unione Sovietica. Gorbaciov, però, non era disposto ad
attuarlo.
Il 9 novembre
1989, durante una conferenza stampa a Berlino al Ministro della Propaganda
della DDR, Günter Schabowski, fu recapitata la notizia che i cittadini di
Berlino Est erano stati autorizzati ad attraversare il confine se muniti di
appropriato permesso ma non gli furono date indicazioni su come comunicare la
notizia. Trattandosi di un provvedimento preso poche ore prima della
conferenza, sarebbe dovuto entrare in vigore solo nei giorni successivi per dar
modo alle guardie di confine di essere informate e preparate. Invece
durante quella stessa conferenza stampa il corrispondente dell'agenzia
Ansa da Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiese da quando le nuove misure sarebbero
entrate in vigore e Schabowski, cercando inutilmente di trovare un'indicazione
in merito tra la documentazione fornitagli ma non avendo un'idea precisa,
affermò che la DDR aveva aperto i confini con effetto immediato.
Poco dopo migliaia
di cittadini della DDR si riversano sulle stazioni di confine e iniziò la
rivoluzione pacifica che fece capitolare la direzione politica dell'intero
Paese: il 9 novembre 1989 cadde il Muro di Berlino, 155 km di una
barriera di cemento che fu simbolo della divisione non solo di una
città, occupata ad est dai sovietici e nella parte occidentale dagli
alleati ma di due mondi che si erano sviluppati in direzioni completamente
opposte. De.it.press
La caduta del muro nell'Italia di Berlusconi
RICORRE l'anniversario
della caduta del Muro di Berlino. La fine della guerra fredda. Sono passati
vent'anni e sembra un secolo. È cambiata l'Europa, è cambiato il mondo ed è
cambiata l'Italia. Forse è proprio l'Italia ad aver registrato un cambiamento
maggiore che non gli altri paesi.
Spesso ci sorprendiamo
a dire che, al di là delle apparenze, i problemi che affliggono il nostro paese
sono sempre gli stessi. Ed è vero, ma è altrettanto vero che la società del
nostro paese è profondamente diversa da quella del 1989. Il suo rapporto con le
istituzioni, il suo rapporto con se stessa, la percezione che gli individui
hanno della propria felicità.
Su questo aspetto
è necessario riflettere perché coinvolge i modi di pensare, i comportamenti, il
rapporto dei padri con i figli, l'assetto delle famiglie, la politica, la
democrazia. Vent'anni fa il potere si identificava con la Dc di Giulio
Andreotti e il contropotere antagonista con il Partito comunista italiano. Oggi
il potere è Silvio Berlusconi, e il contropotere è disperso, cerca di
ricompattarsi ma non ci riesce. Ha scritto ieri Gustavo Zagrebelsky che la
difficoltà va ricercata nella società civile perché sia il potere sia il
contropotere emanano dal fondo del paese; non sono fenomeni che galleggiano nel
vuoto, effetti privi di cause. Non si manterrebbero neppure un mese se la
società esprimesse il proprio dissenso e il proprio malcontento. Se ciò non
avviene, è dunque nella società civile che bisogna fissare lo sguardo.
Chiedersi che cosa
è accaduto dalla caduta del Muro in poi, fino ad arrivare ai giorni nostri.
Il fatto più
rilevante prodotto dalla caduta del Muro è stato la fine delle ideologie. Tutti
si rallegrarono, sembrò qualcosa di simile alla rottura di un cordone
ombelicale, un'immensa svolta di libertà, il passaggio dalla società
dell'infanzia sottoposta a ferrea tutela ad una fase finalmente adulta di
consapevolezza e di responsabilità.
Era questo il
mutamento? Così fu festeggiato, non soltanto dai berlinesi e dalla Germania
finalmente unificata, ma dal mondo intero.
In Italia vi fu
un'analoga percezione. Dopo una lunga fase di politica ingessata con le bende
dell'ideologia, si era finalmente liberi di decidere con la propria testa
facendo saltare i castelli di carta, le "caste", i luoghi comuni
degli spot e degli slogan. Contenuti invece di propaganda, problemi e programmi
concreti invece di fittizie barriere e sterili contrapposizioni.
Il potere si
spaventò: si liquefaceva il cemento che aveva tenuto insieme sensibilità e
interessi contrastanti. Il contropotere ebbe analoga percezione: il crollo del
Muro aveva sancito la sconfitta definitiva del comunismo e l'implosione del
sistema imperiale dell'Urss. Achille Occhetto, allora segretario del Pci,
proclamò la fine del Partito comunista e l'approdo sulla sponda democratica
concludendo così la lunga e decennale marcia di avvicinamento iniziata da
Enrico Berlinguer.
Niente più
ideologie e finalmente una democrazia compiuta. Nel resto d'Europa non vi
furono, almeno in apparenza, fatti così traumatici. Quasi in nessuna delle
grandi democrazie esistevano partiti comunisti di massa. In alcuni non ce ne
era neanche l'ombra. Al di là delle apparenze tuttavia, i mutamenti furono
altrettanto profondi. Per tutta la seconda metà del XX secolo infatti la
politica aveva adottato sistemi di liberaldemocrazia sociale e mercati
economici liberi ma regolati da norme, meccanismi di redistribuzione del
reddito in favore dei ceti più deboli, interventi pubblici nella sanità e nella
previdenza. Fu una grande stagione di liberal-socialismo, seguita ad una guerra
rovinosa cui subentrò un sentimento di pacifismo largamente diffuso.
La caduta del Muro
sancì la sconfitta storica del comunismo e liberò energie insofferenti di ogni
regola, anche di quelle che presidiavano lo Stato sociale. L'implosione del
comunismo produsse effetti anche sui partiti socialisti e socialdemocratici. Il
pendolo non si arrestò a mezza strada. Non ci furono traumi, ma una graduale
erosione della sinistra europea che durò a lungo ed è infine esplosa in tutta
Europa.
In Italia il
trauma della caduta del Muro ebbe come suo primo effetto una ribellione della
società civile contro la corruttela che nel corso degli anni Ottanta era
diventata sistema di governo decaduto al rango di comitato d'affari della
partitocrazia. L'inchiesta giudiziaria che fu poi denominata "Mani
Pulite" contro la "Tangentopoli" della casta al potere era stata
preceduta da una sorta di furore che mobilitò per la prima volta non solo la
sinistra ma gran parte dei ceti medi. Non era mai accaduto, il vincolo della
guerra fredda imponeva che gli steccati ideologici venissero scavalcati e che
si formasse una sola opinione pubblica.
Senza questo vero
e proprio trauma, l'inchiesta giudiziaria del 1992 non sarebbe avvenuta e
comunque non avrebbe avuto l'appoggio trascinante che si verificò. Sbaglia chi
oggi sostiene che le forze politiche di governo furono decapitate dai
magistrati "rossi": Borrelli era un liberale, Di Pietro e Davigo più
di destra che di sinistra; gli altri membri del "pool" si
identificavano soprattutto con il loro ruolo di magistrati e non hanno mai
smentito con i fatti questa loro lodevole identificazione.
Il furore popolare
durò fino al '93, poi sbollì con la stessa rapidità con la quale si era
manifestato. E rifluì.
Il grande e sempre
più indistinto ceto medio di vocazione moderata era stato il vero protagonista
della distruzione dei partiti di governo. Aspirava ad una rappresentanza
politica e ad una partecipazione diretta. La classe operaia si era sfaldata, un
ceto di artigiani, piccoli e piccolissimi imprenditori-lavoratori aveva
popolato di officine e capannoni la larga fascia che da Brescia si irradia
verso Treviso da un lato e la Romagna e le Marche dall'altro.
Milioni di persone
non avevano altro desiderio che di abbattere i famosi "lacci e
laccioli", cioè le regole che presidiavano il corretto funzionamento del
mercato, e di poter correre, anzi galoppare in una sterminata prateria dove
mettere alla prova le loro capacità di iniziativa e di laboriosità. Magari
aiutandosi anche con il lavoro nero e con l'evasione fiscale contro le
dissipazioni di "Roma ladrona".
La Lega lavorò su
questo tessuto sociale. Berlusconi lo amplificò su scala nazionale. Tutti e due
ci misero dentro una robusta dose di paura per la sicurezza personale e fu questo
il cocktail micidiale che fece oscillare il pendolo politico dal furore
moralistico dei primi anni Novanta verso la destra. Ma quale destra?
Non starò qui a
ricordare le caratteristiche di questo movimento che vide in Berlusconi l'Uomo
della Provvidenza. Dico soltanto che nel frattempo la percezione della felicità
era profondamente cambiata: si vive attimo per attimo e in ogni istante si può
e si deve spremere il succo di una felicità da godere qui e subito. La
trasmissione della memoria si è bloccata. Il futuro è sulle ginocchia di un
Dio, dovunque si trovi e ammesso che ci sia. Si confida comunque nei miracoli e
meno male che Silvio c'è.
Fino a poco fa
eravamo a questo punto.
Nel frattempo il
vecchio Partito comunista aveva buttato alle ortiche il suo nome ma non si era
sciolto per rifondarsi eventualmente su nuove basi ideali e sociali. Aveva
cercato di preservare le proprie strutture, la propria classe dirigente, i
propri insediamenti organizzativi. Perdendo per strada la parte ancora fortemente
ideologizzata che non aveva digerito il contraccolpo della Bolognina. Guidato
da D'Alema, poi da Veltroni, poi da Fassino. E fu proprio Fassino a mettere la
parola fine, quella veramente definitiva, fondando il Partito democratico
insieme ai cattolici e ai liberaldemocratici della Margherita.
Questa è stata la
novità prodotta dall'Italia non berlusconiana. In mezzo a molti errori e a
deplorevoli rivalità, la nascita di un partito democratico e riformista è stato
il principale strumento d'una possibile ripresa quando il grosso della società
civile deciderà che la strada del berlusconismo sta per sboccare in una
rischiosissima avventura.
"Di fronte al
fantasma che si aggira per l'Italia in queste ultime settimane, cioè alla
proposta di un'elezione popolare diretta del Primo Ministro o del Capo dello
Stato, non mi spavento ma mantengo tutte le gravi obiezioni che ho già altre
volte espresso nei confronti di ogni forma di presidenzialismo. Non è certo un
modo comprensibile alla gente, il parlare, un giorno dopo l'altro, in forme
confuse e contorte, di vari presidenzialismi più o meno importati, dei quali
anche coloro che le propugnano non hanno manifestamente conoscenza adeguata e
meditata.
Credo inoltre che
far ruotare per intere settimane una crisi politica intorno a problemi
costituzionali sia pure urgenti, equivalga ad una contorsione violenta della
soluzione politica di problemi attualissimi e preliminari. Essi sono: l'avvio
più deciso del risanamento delle finanze pubbliche, la crescente emergenza disoccupazionale,
soprattutto giovanile, la soluzione dei nodi vitali del Meridione, le regole
per una disciplina antitrust e quelle per un'informazione pubblica oggettiva e
paritaria.
Questo 'urgente
più urgente' sembra essere ignoto o comunque del tutto posposto dai principali
protagonisti di questa crisi politica che sembrano altrettante maschere
tragiche di questa assurda vicenda".
Questo testo non è
mio né è stato scritto oggi. L'autore è Giuseppe Dossetti e la data è il 2
febbraio 1996, vigilia d'una campagna elettorale che portò il centrosinistra di
Romano Prodi alla guida del Paese. Il berlusconismo non era ancora nella sua
pienezza tant'è che fu sconfitto, ma aveva già conquistato una parte notevole
della società italiana come si vide pochi anni dopo quando Prodi fu abbattuto
anzitempo da "fuoco amico".
Richiamo
l'attenzione di chi mi legge sulle parole di Dossetti. Il presidenzialismo può
essere uno dei modi della democrazia se rispetta ed anzi rafforza i poteri di
controllo, i poteri di garanzia, i poteri neutri e insomma lo Stato di diritto;
ma può esserne la tomba se si propone come unico potere autoritario e
plebiscitario.
A questo sta
mirando il presidente del Consiglio, che comincerà tra breve con una riforma
della giustizia con due obiettivi: bloccare i processi che lo riguardano e
smantellare il Consiglio superiore della magistratura. Intanto prosegue lo
smantellamento di ogni pluralismo nella Televisione pubblica.
Seguirà il
tentativo di cambiare la composizione della Corte Costituzionale per renderla
più arrendevole al potere politico. Sarà infine la volta di un mutamento
radicale della Costituzione con l'elezione diretta del Capo dell'Esecutivo,
quando già i poteri di controllo e di garanzia saranno stati resi evanescenti.
Questa è la
situazione in cui ci troviamo vent'anni dopo la caduta del Muro e delle
ideologie. Sono cadute tutte ma una ne è rimasta ed è molto più ingigantita: è
l'ideologia del potere per il potere, il potere intoccabile e incontrastato,
una sorta di Leviatano del XXI secolo che ha nelle sue mani le tecnologie del
XXI secolo: un altro cocktail micidiale. Perciò è l'ora di serrare i ranghi e
non sparpagliarsi. Ed è ora che la società civile prenda coscienza di quanto
accade e assuma su di sé la responsabilità di metter fine a questa sciagurata
avventura. EUGENIO SCALFARI
LR 8
L’Europa 20 anni dopo. La sfida di crescere oltre quel muro
«Guarda il mondo.
Guarda questa città. C’erano le due metà di una mela, erano divise da un
coltello. Adesso sono una cosa sola, nessuno potrà separarle». A parlare così,
con toni e sguardo da profeta, era uno sbarbatello sedicenne, apprendista in
una scuola tecnica di Berlino Est, uno fra le centinaia di migliaia di sudditi
del regime comunista che si stavano riprendendo la loro libertà e dilagavano a
Ovest, il giorno dopo l’apertura del Muro.
La mossa della
sera del 9 novembre ’89 era stata l’azzardo pasticciato di un regime che
ansimava. Il neo-leader comunista della Ddr, Egon Krenz, aveva deciso
l’apertura del confine fra le due Germanie sperando di guadagnare il consenso
di un popolo che ormai l’aveva scavalcato. Va però detto, a merito suo, dei
responsabili militari sovietici a Berlino e dei loro superiori a Mosca, che un
possibile massacro come quello di pochi mesi prima a Pechino venne evitato.
Niente tragedia, solo festa. Grazie, in primis, a Mikhail Gorbaciov.
Come sembrava
tutto favolosamente facile e bello a Berlino, in quei giorni. Questi
“Ostdeutsche”, i tedesco-orientali, arrivavano all’Ovest con una fiammella da
creatura famelica in fondo agli occhi: non solo e non tanto avidità di consumi,
come pensò chi ritenne di organizzare distribuzioni di cioccolata e sigarette
gratis. Fame di conoscere, di guardare, di “vedere essendoci”. Sì, libertà di
viaggiare. Reisefreiheit, una parola che in tedesco ha il suono maestoso e
forte dell’alta marea del Baltico. Su questo veramente erano caduti regime e
comunismo. Avevano cominciato, nel grande impero dei Soviet, popoli dimenticati
come i tartari di Crimea, che mesi prima avevano reclamato il ritorno in
patria. Poi c’era stato l’esodo dei bulgari di origine turca. E attraverso il
primo varco nella Cortina di ferro, la frontiera fra Ungheria e Austria,
coraggiosamente aperta nel maggio ’89 dai comunisti gorbacioviani magiari, Miklos
Nemeth e Gyula Horn, centinaia di migliaia di tedeschi dell’Est, con la scusa
delle ferie in un Paese “fratello”, l’Ungheria, erano scappati in Occidente.
Un’Europa intera si muoveva.
Vent’anni dopo,
l’Europa continua a muoversi. La Germania celebra l’Evento e si prepara al
futuro con una cancelliera, fresca di investitura popolare, che incarna la
sintesi fra Est e Ovest. L’Unione Europea, scavalcate le macerie del Muro, è
cresciuta a 27 membri. Ma, acquisito l’enorme risultato della moneta unica,
appare affaticata e impantanata. Opinioni pubbliche da sempre pro-europee, come
la tedesca e l’italiana, sono disamorate, sospettose. Che ne è del grande
sogno: libertà di viaggiare, di lavorare, di spostarsi per costruire il proprio
futuro?
Oggi prevalgono i
timori: il fantasma dell’idraulico polacco che porta via il lavoro a quello
francese, l’astio e lo sgomento di fronte alle moltitudini che, da noi, si
insediano in villaggi di cartone, in ogni nicchia abbandonata delle metropoli.
Ci si dimentica che gli immigrati valgono un decimo del Pil e che quei fossi e
quelle “marrane” ospitavano trent’anni fa i baraccati meridionali. Nei Paesi
dell’Est, giustamente gelosi dell’indipendenza, periodicamente riemerge un
thatcherismo antieuropeo fuori tempo massimo: il presidente ceco Klaus ha
bloccato a lungo il Trattato di Lisbona.
Ma se Paesi
importanti anelano allo status di membro dell’Unione, non sarà il segno di un
successo? Dal fallimento si fugge, come fecero i cittadini della defunta Ddr;
per entrare in Europa, invece, masse umane inarrestabili sfidano la morte. I
cittadini del Vecchio Continente prima hanno ascoltato la favola dell’armonia
automatica fra vecchi e nuovi arrivati, poi spesso hanno ceduto ai richiami
della chiusura identitaria, se non razzista. Nel ventennale della fine del
simbolo della rigidità mortale dei blocchi, forse servirebbe la fase della
nuova consapevolezza: l’Europa esiste soltanto come pluralità in divenire,
dunque come flessibilità e movimento. Saremo sempre un cantiere difficile,
conviene che ciascuno porti i suoi pesi e impari le lingue degli altri. ALESSANDRO DI LELLIS IM 7
Il Muro. Quel giorno che cambiò la storia
Quando cominciò a
cadere il Muro di Berlino? Bella domanda. Ognuno che abbia vissuto da testimone
quei giorni di vent’anni fa ha una sua risposta. La mia è in una serie di
immagini. La prima: Helmut Kohl che saltella su per i gradini del palco al
congresso federale della Cdu a Brema. È il 13 settembre del 1989. Il
cancelliere è arrivato al capolinea, dicono. La fronda interna lo sta spingendo
verso le dimissioni, o almeno verso la rinuncia alla ricandidatura. Lui è anche
malato, si è saputo, roba di cuore. Forse è a un passo dalla resa. E invece
eccolo salire sul podio come un ragazzino. Il suo faccione si stende in un sorriso:
lo ha chiamato Miklós Németh, il primo ministro ungherese. Stiamo aprendo la
frontiera – gli ha detto – e ci sono decine di migliaia di tedeschi dell’est
che passeranno in Austria.
Lo stillicidio dei
passaggi attraverso la cortina di ferro diventata cortina di burro per volontà
dei riformisti ungheresi è durato tutta l’estate. Ma adesso arriva il colpo
grosso, e Kohl lo sa. Mentre parla dal palco, le tv iniziano a trasmettere in
diretta il Grande Esodo notturno: migliaia di Trabant che entrano in Austria,
birra che scorre, gente che grida, applaude, si abbraccia.
E allora, al
diavolo la Cdu, si parte. Brema, Colonia, Francoforte, Norimberga, Ratisbona,
Linz. A Neusiedl si incrociano i primi convogli di Trabant strombazzanti e di
pullman. In quell’alba ebbra di sogni e di sonno perduto, dev’esserci anche
Gero R., che anni dopo mi racconterà la sua, di fuga, dal quartiere di Pankow
(Berlino est) a Wedding (Berlino ovest), da dove potrà vedere la sua vecchia
casa nell’altro mondo semplicemente affacciandosi dalla terrazza della zia.
Fuga da Berlino a Berlino, aggirando il confine di cemento più duro che la
Storia e la politica hanno alzato separando quartiere da quartiere, strada da
strada, e sentimenti, e affetti, e memorie. Vite.
La seconda
immagine è la sera del 30 settembre a Praga. Nel giardino dell’ambasciata della
Repubblica federale sono accalcati 6-7 mila mila tedeschi orientali che sperano
in una soluzione «all’ungherese». Altre migliaia sono fuori, nei prati,
guardati da poliziotti incerti. Ma Praga non è Budapest. Il confine, qui, è
ancora di ferro. Per giorni ha piovuto e il fango tira via le scarpe dai piedi.
C’è il rischio di epidemie, un bambino è morto per il freddo. Può succedere
qualsiasi cosa. A un certo punto, sul balcone compare Hans-Dietrich Genscher,
il ministro degli Esteri di Bonn. Barcolla. Riesce a dire: «Compatrioti, per
ciò che riguarda il vostro espatrio...», poi è un’esplosione di gioia e ogni
altra parola diventa inutile.
In una
complicatissima partita diplomatica Genscher ha strappato l’espatrio per 17
mila cittadini dell’est. Berlino vuole però che i treni dei profughi transitino
sul loro territorio. Errore fatale: il passaggio dei convogli diventa una
specie di enorme corteo politico. A ogni stazione, manifestazioni di dissenso,
tentativi di salire in massa sui vagoni, scontri.
Terzo fotogramma.
Berlino, 7 ottobre. La capitale vive giorni intensi. In città c’è Gorbaciov.
L’hanno invitato per il 40° anniversario della Ddr. Ma per i tedeschi stanchi
del regime il leader del Pcus è un portatore di speranze, un simbolo. Verso
sera la polizia chiude la Unter der Linden all’altezza del Palast der Republik,
l’orribile manufatto voluto da Honecker, dove la nomenklatura è radunata per la
cerimonia. Un uomo anziano non ci sta. Agita il bastone. «Sono malato, debbo
tornare a casa. Che diritto avete di chiudere le strade?». Gli agenti sono
perplessi: mai vista una tale insubordinazione. Si apre un varco e il
vecchietto passa, guidando col suo bastone una specie di un piccolo corteo.
La polizia, in
nottata, picchierà duro alla Getsemanikirche, lontano dagli occhi dei
giornalisti occidentali. Ma qui, davanti al Tempio del Potere, hanno ceduto: la
Ddr è alla fine. Gorbaciov, il giorno prima, l’aveva detto: «Chi arriva tardi
viene punito dalla vita», ma i leader della Ddr sono sordi. La sera, i giovani
della Fdj, l’organizzazione della Sed, sfilano in un corteo un po’ sinistro
fino alla Porta di Brandeburgo. Ma quando la manifestazione si scioglie, le
«camicie blu» sciamano per il centro, gridando «Gorby, Gorby». Tra dieci giorni
Honecker sarà esautorato, tra meno di un mese crollerà il governo: la Storia
sta prendendo la rincorsa.
Quarto fermo
immagine. L’espressione di Günter Schabowski mentre legge le «nuove
disposizioni» che sanciscono la transitabilità del Muro. Quella sera del 9
novembre è stata raccontata mille volte, come prologo alla wahnsinnige Nacht,
la notte folle che la seguì. C’è chi sostiene che l’annuncio sia stato un gigantesco
fraintendimento, una sopraffina astuzia della Storia contro il Potere, e chi
invece ritiene che si sia trattato di una commedia per recuperare in extremis
un po’ di consenso. In una recente intervista, Riccardo Ehrman, il giornalista
dell’Ansa che rivolse al portavoce del politburo la fatidica domanda sulla
«transitabilità», ha ammesso di essere stato «imbeccato»: ma chi ricorda gli
occhi spaesati di Schabowski ha buoni motivi per dubitare del «complotto
riformatore».
Schabowski tira
fuori dalla tasca un foglietto che qualcuno gli ha dato, legge le «nuove
disposizioni» con l’aria di uno studente insicuro. Quando arriva la seconda
domanda («la possibilità per i cittadini della Ddr di attraversare il confine
riguarda anche il Muro?»), appare disperato. «Beh, il confine dentro Berlino è
parte del confine della Repubblica, quindi...». Quindi il Muro diventa un
confine normale, transitabile, come tutti i confini del mondo. «E quando
entreranno in vigore le nuove disposizioni?» «Ab sofort»: da subito. Il Muro
c’è ancora, ma è come se fosse già caduto. Da questo momento in poi le immagini
si accavallano.
Verso le 22.30
gruppi sempre più numerosi si muovono verso i sette varchi di confine sul Muro.
Un’ora dopo, sulla Bornholmerstrasse, la folla è già tanta che non c’è modo di
avvicinarsi e allora funziona solo il passaparola. «Hanno aperto, hanno
aperto». «Fanno uscire solo chi ha il passaporto». «No, ora si passa tutti».
Arrivano birre e bottiglie di Rotkäppchen, l’orrido champagne made in Ddr. Ci
si abbraccia fra sconosciuti, si ride e si piange. Ora sì, è certo: dopo 28
anni, 2 mesi e 26 giorni, il Muro di Berlino è stato aperto. Cambia per sempre
la vita dei berlinesi e dell’Europa. Davanti alla sbarra alzata a
Borholmerstrasse, un Volkspolizist partecipa nel suo piccolo al Grande
Disordine che lo sta travolgendo: accetta un fiore e accende una sigaretta.
La Ddr c’è ancora
e già non c’è più. Alla Porta di Brandeburgo i più giovani si stanno già
issando sul Muro e sta arrivando Rostropovic, bandito da tutti i paesi
dell’est. Trarrà dal suo violoncello note gioiose e poi tristi, «perché ora
siamo felici, ma dobbiamo ricordarci che il Muro è stato dolore, separazione,
morte». All’alba, i 75 mila berlinesi dell’est che hanno fatto almeno una
scappata «drüben», dall’altra parte, tornano a casa e si mettono a letto. È
venerdì: si lavora. Paolo Soldini L’U 8
Il muro e l’Europa incompiuta. Quell’occasione di vent’anni fa
Perché abbia senso
e valore, la celebrazione di un anniversario deve essere anche occasione di un
esame di coscienza e di un giudizio distaccato dell’evento
Perché abbia senso
e valore, la celebrazione di un anniversario deve essere anche occasione di un
esame di coscienza e di un giudizio distaccato dell’evento. Il 1989 ci ricorda
la fine di un’utopia tradotta in oppressione, l’uscita da una lunga paura, il
miracolo di saggezza che Gorbaciov seppe compiere rinunciando all’uso delle
armi; ma ricorda anche come l’Europa vi sia giunta impreparata e come abbia
mancato di coglierne tutto il significato e le possibilità che schiudeva.
Nell’ottobre 1989
l’euro era un progetto dal futuro incerto; la riunificazione tedesca sembrava
non avere alcun futuro. Nei dodici mesi che seguirono si giocarono — con
diverso successo — i destini di due unioni monetarie e politiche: in Germania e
in Europa.
Proprio il
confronto tra le due unificazioni mostra che cosa avrebbe potuto essere la
caduta del Muro se l’Europa fosse giunta a quell’appuntamento avendo già
completato il cammino che i padri fondatori avevano tracciato quarant’anni
prima. La Germania fu riunificata entro sei mesi dalla notte famosa; invece,
pur avendone posto le premesse, l’Europa mise ancora dieci anni per giungere
all’euro e altri cinque perché i suoi Länder orientali (Polonia, Ungheria,
Cekia, Slovenia e via dicendo) vi entrassero così come quelli della Germania
erano entrati nella Repubblica federale col semplice andare a votare per il
Bundestag: senza negoziati, senza lunga anticamera, senza trattato, senza le
estenuanti e umilianti attese che hanno lentamente eroso l’entusiasmo della
ritrovata libertà.
Nei vent’anni
dalla drammatica e incruenta vittoria dell’Occidente nella guerra fredda,
l’Europa ha pagato più volte il prezzo dell’occasione perduta: nei Balcani e in
Medio Oriente, nelle crisi economiche e in quelle dei rapporti atlantici. I
nodi non sciolti sono venuti al pettine e il rischio di disgregazione si
aggrava, perché l’Europa è oggi un «semilavorato», che difficilmente la crisi
lascerà indenne.
Il 1989 fu
un’occasione mancata perché a Maastricht non fu fatta, insieme con quella
monetaria, l’unione politica: difesa, sicurezza, politica estera, fornitura
degli essenziali beni pubblici europei, risorse economiche e bilancio comune di
dimensioni adeguate, abbandono del veto e, correlativamente, pienezza di poteri
al Parlamento europeo. L’unione politica avrebbe permesso all’Europa di
realizzare l’allargamento negli stessi modi e negli stessi tempi con cui si
realizzò quello tedesco e di essere protagonista nella costruzione di un nuovo
ordine mondiale.
A mio giudizio, ci
fu una fondamentale mancanza di comprensione, soprattutto da parte francese,
del significato storico della caduta del Muro e della fine dell’impero
sovietico. Non si capì che l’Unione Europea del dopo-guerra fredda — con la sua
inevitabile o auspicabile estensione a 20, 25, 27, 30 Paesi — non avrebbe mai
più potuto essere quella del federalismo «goccia a goccia», governato dal veto
francese. Né si capì che, non realizzando l’unione politica, si favoriva
un’occupazione Usa-Nato di uno spazio che per vocazione sarebbe dovuto essere
europeo. Tra la Francia di Clemenceau, che alla Germania sconfitta impose
punizioni insostenibili nel 1918, e la Francia di Robert Schumann, che alla
stessa Germania tese la mano nel 1950, prevalse la prima. Questa miopia
consegnò l’Europa a un ventennio di declino.
Tommaso
Padoa-Schioppa CdS 8
Angela Merkel: "La mia meravigliosa infanzia nella Ddr"
La cancelliera
racconta l'apertura delle frontiere: "Passai all'Ovest con un'amica, ci
regalarono una birra" – di ALESSANDRO ALVIANI
Sesto piano della
cancelleria federale a Berlino. Angela Merkel, in tailleur grigio scuro,
accoglie sorridendo un ristretto gruppo di giornalisti stranieri al tavolo
ovale in cui di solito si riunisce il Consiglio dei ministri tedesco. Sul suo
volto il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti e le frenetiche discussioni sul
futuro di Opel hanno lasciato i loro segni. Dietro di lei una finestra
panoramica apre un suggestivo squarcio sul Tiergarten e su Potsdamer Platz, la
piazza che fino al 1989 era terra di nessuno e che oggi è diventata il simbolo
del nuovo volto della capitale tedesca.
Frau
Bundeskanzlerin, lunedì il mondo si ritroverà a Berlino per festeggiare i
vent’anni dalla caduta del Muro. Come fu il suo 9 novembre 1989?
«Allora lavoravo
all’Accademia delle Scienze, a Berlino e, come ogni giorno, avevo iniziato alle
7,30 - un orario pessimo per chi fa ricerca - e finito alle 16,30. Intorno alle
17 feci ritorno a casa, sulla Schönhauser Allee e, vista l’atmosfera di quei
giorni, accesi la tv e seguii in diretta la conferenza stampa di Günter
Schabowski».
Quella che porterà
migliaia di berlinesi dell’Est a concentrarsi davanti al Muro per chiedere di
passare dall’altra parte. Andò anche lei?
«Prima telefonai a
mia madre, visto che avevamo un accordo: andare a mangiare ostriche all'hotel
Kempinski non appena la frontiera fosse stata aperta - cosa che non ho ancora
fatto. Poi, come ogni giovedì, andai in una sauna con un’amica. Tornando a casa,
camminammo dalle parti di Bornholmer Straße e da lì passammo all’Ovest, dove
qualcuno ci diede un barattolo di birra. C’era un’atmosfera emozionante».
Cosa fece col
«Begrüßungsgeld», la «somma di benvenuto» che la Germania occidentale consegnò
a ogni cittadino orientale al suo arrivo all’Ovest?
«Ormai non lo
ricordo più. Comunque era qualcosa di pratico, per chi non aveva marchi
occidentali, nulla di arrogante. Tanto più mi fecero arrabbiare dichiarazioni
come quella di Otto Schily - un politico che poi ho imparato a stimare -
secondo cui i cittadini dell’Est non erano interessati che alle banane
(introvabili nella Ddr, ndr). Un’arroganza completamente fuori luogo».
In questi mesi la
Germania è tornata a chiedersi se la Ddr fosse o no un «Unrechtsstaat», cioè
uno «Stato non di diritto». Qual è la sua opinione al riguardo? «La Ddr era un
“Unrechtsstaat”, in quanto non era fondata sul diritto. Non c’era libertà di
espressione, non c’era libertà di voto. C’era, semmai, la dittatura del
proletariato. Tuttavia nessuna esistenza era segnata esclusivamente dalla
dittatura. Ognuno tentava di sviluppare delle proprie forme di vita
individuali, cercava margini per la vita privata: si festeggiava il Natale, si
andava in vacanza. I 35 anni passati nella Ddr sono stati importanti nella mia
vita, ho fatto esperienze preziose. E ho dei meravigliosi ricordi d’infanzia».
Alla caduta del
Muro, però, c’era un’intera generazione, quella più anziana, che all’improvviso
si trovava a che fare con novità assolute.
«Certo, volendo
fare un riferimento all'Italia: avevamo sentito parlare di carpaccio,
parmigiano o rucola. Ma la rucola non c’era e il parmigiano sapevamo vagamente
che andava sulla pasta, e comunque non c’era neanche quello».
Lei si è anche
opposta attivamente al regime tedesco-orientale?
«Non ero certo una
sostenitrice del regime, ma non ero neanche una esponente del movimento per i
diritti civili, nel senso che non ero una oppositrice attiva. Tuttavia ho
sempre mantenuto una distanza molto critica verso la Ddr, sin dall’infanzia.
Ciò ha a che vedere anche con la famiglia in cui sono cresciuta».
In che misura
l’aver vissuto nella Germania dell’Est ha influenzato il suo stile politico?
«Il mio stile è il
risultato di un mix di fattori: la mia personalità, la mia formazione
scientifica come fisica (se avessi studiato giurisprudenza sarei certamente
diversa), la mia provenienza dal Nord della Germania (in Baviera sono più
espansivi e già in Sassonia sono abituati a parlare molto di più), l’essere una
donna e anche l’essere cresciuta nella Ddr. Nella Germania dell’Est mi sono
abituata a non apparire troppo, perché apparire troppo era qualcosa di
negativo. E poi nella Ddr sapevamo leggere tra le righe, cosa che avevamo
appreso sfogliando il giornale del partito, la Neues Deutschland. Nella
Germania occidentale ho invece imparato che bisogna essere molto più espliciti:
una cosa va sottolineata cinque volte per indicare che si tratta di qualcosa di
nuovo».
Venti anni dopo la
caduta del Muro, Berlino è davvero riunificata?
«Le due Berlino
erano dei casi particolari: Berlino Ovest era una “isola in un mare rosso”,
visto che era circondata dalla Ddr, Berlino Est era considerata il vanto del
regime comunista tedesco-orientale: era meglio rifornita, le possibilità di
acquisto erano migliori. Oggi la città sta crescendo bene insieme».
Crede siano stati
fatti anche degli errori nel processo di riunificazione della Germania?
«Sarebbe sbagliato
dire che non sono stati commessi errori. Ma si tratta di una strada che veniva
percorsa per la prima volta. Se venisse percorsa di nuovo, di sicuro alcune
cose verrebbero fatte diversamente. Penso al sistema di finanziamento della
previdenza sociale e dell’Agenzia del lavoro o agli incentivi per la
ristrutturazione degli edifici».
È dispiaciuta
dell’assenza di Obama ai festeggiamenti del 9 novembre a Berlino?
«È un peccato, ma
lo capisco. La sua presenza ci avrebbe fatto piacere e mi ha anche detto che
sarebbe venuto volentieri, ma martedì dovrà essere in Asia. In Europa è già
stato spesso, non possiamo lamentarci».
Il focus delle
celebrazioni di queste settimane è centrato tutto sulla Germania e su Berlino.
Non si rischia di creare una certa frustrazione in Paesi come Polonia o
Repubblica Ceca?
«Non bisogna
affatto dimenticare quello che è successo in Polonia, dove Solidarnosc è stata
una forza trainante, in Ungheria, a Praga o in Romania. Ma credo che, specie
all’estero, si dia una particolare importanza a Berlino e, soprattutto, alla
Porta di Brandeburgo, un simbolo della Guerra Fredda e della divisione
dell’Europa. Queste non sono soltanto delle celebrazioni tedesche, ma sono
dedicate a tutti quelli che contribuirono a superare i regimi comunisti in
Europa».
Il 9 novembre a
Berlino ci saranno molti capi di Stato e di governo europei. Sarà l'occasione
per parlare anche di altri temi, ad esempio di nomine Ue?
«No, lunedì
festeggeremo. Troveremo altre date per parlare di temi politici». LS 6
Lo scrittore tedesco Schneider: vinta la paura della riunificazione
«E invece per la
prima volta nel XX secolo noi tedeschi siamo stati simpatici al mondo» - di
WALTER RAUHE
BERLINO - «Nel New
Hampshire sono le 15. Apprendo che a Berlino è stato aperto il Muro. È
impossibile districare il groviglio di sentimenti provocato dalla notizia.
Innanzitutto e con maggior evidenza: non ci credo, non è possibile, non così
presto e non così semplicemente! È inconcepibile che quel mostro di cemento
armato, che ha condizionato per ventotto anni la storia tedesca ed europea,
anzi la storia mondiale, sia stato cancellato con un colpo di penna (ma c’è poi
stato un colpo di penna?) da un paio di parole pronunciate durante una
conferenza stampa!». Inizia così il saggio Dopo il Muro (in Italia, Sperling e
Kupfer Editori) nel quale lo scrittore tedesco Peter Schneider (69 anni)
rielabora l’avvenimento epocale che il 9 novembre del 1989 cambiò il corso
della storia e della sua città d’adozione. Schneider quella notte era a
ottomila chilometri da Berlino, la città costantemente protagonista dei suoi
tanti, indimenticabili romanzi generazionali (Lenz, Il saltatore del Muro,
Accoppiamenti, Il ritorno di Eduard), delle sue sceneggiature per Margarethe
von Trotta e Volker Schlöndorff, della sua militanza studentesca accanto a Rudi
Dutschke nel 1968, della sua intera vita.
«Porca miseria!,
ho pensato. Non potevano aspettare ancora una settimana ad abbattere il Muro di
Berlino?». Ripensando a quella storica notte di vent’anni fa, lo scrittore berlinese
si commuove ancora oggi, consapevole del fatto che Berlino per lui è molto di
più di una semplice dimora. È una fonte d’ispirazione letteraria, una scelta di
vita, un caleidoscopio della nuova Germania.
Signor Schneider,
com’è cambiata Berlino in questi ultimi vent’anni?
«Se prima della
caduta del Muro Berlino era l’unica città nella quale la storia del dopoguerra
non si era ancora conclusa, oggi è l’unica metropoli tedesca che veramente può
definirsi come riunificata. Solo qui non si può più distinguere chi è
originario della Germania Est e chi invece della Germania Occidentale. Le
differenze sono state superate e l’ex divisione tra est ed ovest non è più un
tema. Il Muro insomma è crollato veramente, anche il Muro nelle teste della
gente. Nel resto della Germania invece le differenze e le divisioni resistono
fino ad oggi e ci vorranno ancora anni, forse decenni per superarle
definitivamente».
C’è chi sostiene
che senza Muro, filo spinato e cavalli di frisia, Berlino abbia però perso la
sua inconfondibilità, diventando una capitale come tante altre in Europa.
«Con la caduta del
Muro e il crollo del regime socialista è stato chiuso anche qua il capitolo del
dopoguerra. Ai tempi della divisione a Berlino ovest la storia si era fermata.
Era come se la storia anzi fosse emigrata altrove, a Cuba, in Corea, in
occidente come nell’emisfero sovietico. Nell’isola di Berlino ovest invece
tutto era rimasto uguale, congelato in uno status-quo perenne cementato dal
Muro, dalla presenza delle forze alleate nei vari settori della città, dal
confronto tra l’est e l’ovest. Chi viveva a Berlino ovest era circondato dal
Muro e si era ormai abituato a vivere in una situazione grottesca e surreale
arrangiandosi alla meglio e sviluppando anche una sorta di orgoglio locale.
Eravamo imprigionati, ma felici».
Ma poi è arrivata
la Glasnost di Gorbaciov e tutto è cambiato a ritmo accelerato...
«Soprattutto per
Berlino e la Germania. Per la prima volta nel ventesimo secolo il popolo
tedesco è stato visto con simpatia. Il mondo intero ha assistito alla
rivoluzione pacifica in Germania dell’est e quando il Muro è crollato ha visto
in televisione tedeschi in lacrime abbracciarsi ai piedi della Porta di
Brandeburgo, l’entusiasmo, la gioia sincera, la liberazione di un intero
popolo. Sono state emozioni contagiose per tutti e anche se allora nessuno
parlava ancora di una riunificazione delle due Germanie questo processo era già
nell’aria e anche se tutti i governi stranieri, da Londra a Washington, da
Mosca a Roma erano ancora contrari ad un’unione delle due Germanie ai popoli di
questi Paesi una simile eventualità non faceva più paura, La Germania non
faceva più paura».
Molti
intellettuali tedeschi però vedevano con diffidenza una riunificazione,
parlavano di un’annessione della Germania Est nell’emisfero occidentale, di un
risorgere del pangermanesimo.
«Primo tra tutti
lo stesso Günter Grass, che allora fece un’analisi fantasticamente sbagliata.
Lui era contrario ad una riunificazione in quanto pensava che una grande Germania
avrebbe nuovamente rappresentato un pericolo per il mondo e per la stabilità
europea. Oggi, a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino questa Germania non
fa più paura a nessuno. Berlino è più che mai una città cosmopolita, aperta e
tollerante». IM 8
Quel muro che
cadde sulla sinistra
Il muro di Berlino
cadde sulla testa della sinistra italiana come il giorno del Signore nella
prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Voi sapete bene che il giorno del
Signore arriverà come un ladro, di notte. Proprio quando la gente dirà “Pace e
sicurezza”, improvvisa piomberà su di essi la rovina, allo stesso modo che
arrivano alla donna incinta i dolori del parto. E non scamperanno». Per alcuni
nel partito comunista italiano fu proprio così: Alessandro Natta, che fino
all’88 aveva guidato il Pci, confidò a Claudio Petruccioli (era il 10 novembre,
poche ore dopo la notte fatale) che «Hitler aveva vinto».
Fu in quei giorni
che il suo successore, Achille Occhetto, cominciò a parlare, alla Bolognina,
della Cosa: non riuscì ancora a darle un nome, ma sentì che per scampare
bisognava subito inventarsi un partito nuovo e soprattutto un nome che facesse
dimenticare il passato con i suoi tanti pensieri falsi, le sue doppie verità,
le sue volontarie impotenze. Per molti militanti fu una scossa, perché il
passato non lo dismetti in una notte alla maniera in cui Stalin dismetteva
storie e compagni, cancellandone le tracce.
Perché il nuovo
non puoi definirlo una Cosa, solo perché hai paura di usare parole tragicamente
disonorate come progetto, ideologia, meta. Non solo: se i vertici cambiarono
così prontamente strada, vuol dire che per decenni avevano nascosto alla base
il vero: se avessero parlato prima, non avrebbero permesso che l’Italia
restasse senza alternanza per quasi mezzo secolo.
Da allora sono
passati vent’anni, e gli eredi del Pci ancora soffrono quel congedo
precipitoso, quel vocabolario che d’un colpo si svuota. Ci sono parole che
lasciano l’impronta anche se son nebbia, e un destino simile toccò alla Cosa.
Al posto dell’idea del mondo, comparve questo sostantivo che è un annuncio, un
guscio che si promette di riempire: «un nome generico - scrive il Devoto - che
riceve determinazione solo dal contesto del discorso». Tutto da allora è stato
futuro appeso a un contesto indeterminato: anche le primarie, cui si era
chiamati a aderire senza saper bene a cosa si aderisse. Anche la speranza di
coniugare le due forze fondatrici della repubblica: il socialismo e il
cattolicesimo, dimenticando (lo storico Giuseppe Galasso l’ha ricordato il 30
agosto sul Corriere della Sera) il terzo incomodo che è la tradizione laica,
liberale, radicale. Riesaminando l’ultimo ventennio, Arturo Parisi parla del
controllo che le nomenclature dell’ex Pci hanno finito con l’acquisire sull’Ulivo,
e del patto stretto da esse con i falsi innovatori dello stesso partito. I
candidati segretari regionali provenienti dai Ds erano nelle ultime primarie il
75 per cento del totale, facendo «coincidere la geografia elettorale del Pd con
i confini del voto comunista» e sconfiggendo l’Ulivo (intervista a Gianfranco
Brunelli, Il Regno 16/2009).
Forza
indispensabile della sinistra ma non bene identificata, l’ex Pci l’ingombra con
il peso, non leggero, di una storia ripudiata. Sono anni che espia, fino all’eccesso,
un passato di cui tuttavia non vuol parlare. Il centrismo, i toni bassi, la
tregua fra i poli, la politica senza contrapposizioni: siamo in un paese dove
il principale partito di sinistra, vergognandosi del passato, non fa vera
opposizione per tema di somigliare a quel che era. Dallo spirito dell’89 ha
appreso poco. Lo stato di diritto, l’onestà delle élite, la scoperta del
conflitto sale della democrazia: la liberazione dell’89 ha preso da noi la
forma di Mani Pulite, senza lambire la politica. Inutile prendersela con i
magistrati, se l’ansia di rigenerazione hanno finito con l’esprimerla solo
loro. Bersani ha preso atto, ieri, che dialogo è ormai una «parola malata e
ambigua».
L’espugnazione
dell’Ulivo e del Pd non crea identità. Anche il socialismo italiano fu
espugnato così: usurpandolo, non integrandolo e cercando di capire l’altrui
tracollo oltre che il proprio. Anche per il socialismo italiano la caduta del
Muro spuntò infatti come un ladro notturno. Le metamorfosi del Pci sono una
storia di crudele appropriazione, ma il socialismo è non meno colpevole di
questo furto di vocaboli e identità. Non è mai riuscito a divenire dominante,
come nel resto d’Europa. E quando con Craxi volle disputare la rappresentanza
della sinistra al Pci non seppe trarne le conseguenze: continuò nei suoi doppi
giochi, prospettò l’unità delle sinistre senza rinunciare a spartire potere,
non si rinnovò moralmente ma degradò sino a divenire il simbolo della
corruttela italiana.
In un lucido
saggio sull’Italia, lo storico Perry Anderson descrive un partito socialista
che ingenera il berlusconismo, spiegando come questi sia erede dell’ultimo Psi
più che della Dc (London Review of Books, 21-3-02). La spregiudicatezza di
Craxi è un tratto speciale e irripetibile della nostra cultura. Altrove lo
spregiudicato è figura settecentesca che combatte pregiudizi, dogmi: non
coincide con l’uomo senza scrupoli. Da noi i due tratti si confondono, e
spregiudicatezza è encomiabile virtù di chi sprezza le regole, la legge,
l’etica, nella certezza che il potere renda tutto lecito se non legale. L’intera
classe dirigente ne è responsabile, e non stupisce che da decenni l’agenda
della politica sia dettata da Berlusconi.
Occhetto sperava
forse in una svolta autentica. Sperava in una carovana che viaggiando
associasse forze diverse, e temeva la caserma anelata da Massimo D’Alema. Un
timore che si rivelò giustificato, ma che non vede il solo D’Alema sul banco
degli imputati. Questi fu almeno chiaro: l’Ulivo non gli piacque mai. Più
colpevoli furono i falsi innovatori, che promettevano senza mantenere: che non
hanno esitato, come Veltroni, a distruggere l’ultimo governo Prodi.
Ciononostante è D’Alema la persona chiave del ventennio. In qualche modo è
restato quel che era, senza più dogmi ma con inalterata volontà di potenza. Dei
comunisti ha la stessa insofferenza verso il dissenso, lo stesso fastidio
freddo verso la stampa indipendente. Sono sue e non di Berlusconi frasi come:
«I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola».
La morte temporanea dell’Unità, nel 2000, lo testimonia. Michele Serra parlò di
delitto perfetto su la Repubblica: «La fine dell’Unità, forse più ancora della
Bolognina, illumina lo sconquasso identitario della sinistra italiana. Ne
racconta le insicurezze, i complessi di inferiorità, l’incerto e poco lineare
incedere verso una modernità spesso vissuta da praticoni».
Vivere la
modernità da praticoni è l’abbandono dell’ideologia, in nome
dell’antidogmatismo. Il fatto che le ideologie totalitarie siano perite, non
significa che un partito possa solo vivere di volontà di potenza, e su essa
fabbricare inciuci. Che possa continuare a ricevere il colore da discorsi
effimeri. Dotarsi di un’ideologia vuol dire avere un sistema coerente di
immagini, metafore, princìpi etici. Vuol dire pensare un diverso rapporto con
gli stranieri, la natura, il lavoro che muta, l’immaginario. A differenza della
politica quotidiana, l’ideologia ha una durata non breve ma media, e la durata
non è imperfezione. È perché non aveva idee sull’informazione di massa e sulla
società di immigrazione che la sinistra fu travolta da Berlusconi. Che non
seppe adottare, subito, una legge sul conflitto d’interesse. Che giunse sino a
chiamare la Lega una propria costola.
Perry Anderson
ritiene che la nostra sinistra sia invertebrata. Una Cosa appunto, senza
scheletro: un metamorfo, come nel film di Carpenter. Il suo sogno ricorrente è
quello d’un paese normale: un’altra Cosa - imprecisa, mimetica - che dall’89
cattura gli spiriti. La sinistra invertebrata ha corteggiato Clinton, Blair,
Schröder, tessendo elogi del moderatismo, del centrismo. Vita normale, per la
sinistra, ha significato sin qui smobilitazione ideologica, conformismo: il
nuovo ancora lo si aspetta.
BARBARA SPINELLI LS
8
Intervista a Sergio Romano. Pezzi di muro che l’Europa deve saper
raccogliere
Crollato il muro,
a Berlino, c’è chi ha iniziato a venderne dei pezzetti ai turisti. Ma ci sono
altri frammenti di quella «cortina di ferro» andata in frantumi, che oggi è
difficile raccogliere: sono gli Stati scaturiti dalla fine della «guerra
fredda», che ora tentano di trovare una loro collocazione politica all’interno
dell’Istituzione comunitaria. Abbiamo chiesto lumi a Sergio Romano, che in quel
novembre del 1989 era da poco rientrato da Mosca, dove è stato ambasciatore per
quattro anni.
Mastromatteo. Che
eredità ci ha lasciato questo evento?
Romano. Ci sono
molti Paesi che sono rimasti coinvolti dalla caduta del muro di Berlino. È
stata certamente una splendida notizia per alcuni, ma non è detto che lo sia
stata per altri. Noi continuiamo a rapportarci a questo avvenimento, come se
fossimo i depositari dei criteri universali per esprimere un giudizio. Così non
è.
Con quali occhi
dovremmo guardare, allora, a questo evento che per noi assume un significato
così particolare?
Dovremmo provare a
guardarlo anche con gli occhi di un georgiano o di un moldavo, di un armeno, di
un kazaco, di un bosniaco, di un croato, di un serbo o di un kosovaro. Tutto
quello che è seguito, guerre e problemi economici inclusi, spesso non vengono
considerati da noi che eravamo al di qua del muro.
E per noi, com’è
andata?
Verrebbe da
pensare che, per noi che eravamo da questa parte della cortina, nel «posto
giusto», le cose siano andate necessariamente meglio. Questo è innegabile.
Però, per fare un esempio, ora abbiamo a che fare con un’Europa a ventisette.
Dobbiamo chiederci se un’Istituzione del genere sia davvero governabile.
In caso contrario,
dobbiamo imputare queste criticità alla caduta dei blocchi in Europa?
Io dico di sì.
L’Unione Sovietica, nel bene e nel male, gestiva un impero anche in Europa,
costituito da un certo numero di Paesi «satellite». Dopo la fine della «guerra
fredda», tutti questi Stati ce li siamo ritrovati come orfani, abbandonati
davanti alla porta di casa.
Dunque, per i
Paesi dell’est europeo, qual è stato il significato di quel 9 novembre 1989?
Di certo per loro
quella data ha rappresentato un’opportunità: sono usciti da una fase di dominio
sovietico e sono entrati in una grande organizzazione europea che gli ha
aiutati a ricostruire le regole del mercato e dell’economia. Bisogna chiedersi
se tutti questi Paesi siano poi stati in grado di coglierla questa opportunità.
Alcuni, senza dubbio, l’hanno fatto molto bene.
Messaggerro di
sant’Antonio, edizione per l’estero, nov.
Intervista a John
Lewis Gaddis - John Lewis Gaddis, professore a Yale, è uno dei massimi storici
della Guerra Fredda. "La Storia è come la Fisica: basta un granello per
far crollare tutto". Il ruolo dei protagonisti di quel periodo, accomunati
dalla voglia di cambiare le cose – di MARCO BARDAZZI
TORINO- “Le
rivoluzioni talvolta colgono di sorpresa. Era successo in Francia nel 1789, è
accaduto di nuovo 200 anni dopo nell’Est Europeo: nessuno si aspettava che il
Muro venisse giu’ cosi’ in fretta”. John Lewis Gaddis ha dedicato un’esistenza
a studiare il Muro di Berlino e le ragioni che lo avevano fatto erigere. Ma 20
anni fa anche il professore di Yale - incoronato dal New York Times come “il
decano degli storici della Guerra Fredda” - rimase spiazzato dagli eventi. E
oggi agli studenti che affollano i suoi corsi nel prestigioso campus americano
spiega una teoria presa in prestito dalla fisica: la storia a volte si comporta
“come un mucchio di sabbia che continua a crescere, e nessuno sa qual e’ il
granello che a un certo punto fara’ crollare tutto”.
Gaddis, uno dei
massimi storici della Guerra Fredda al mondo, due decenni dopo la caduta della
cortina di ferro propone una chiave di lettura degli eventi che mette in primo
piano il ruolo dei protagonisti degli anni Ottanta. Dopo oltre 30 anni di un
copione sempre uguale, spiega a La Stampa.it , sulla scena di quella drammatica
rappresentazione teatrale che fu la Guerra Fredda salirono “un cast di attori
insoliti, che avevano in comune il fatto di rifiutare che quello stato di cose
fosse destinato a restare in eterno: Reagan, Thatcher, Giovanni Paolo II, Havel,
Walesa, anche Deng Xiaoping e Gorbaciov. Sono loro che hanno posto le basi per
quello che e’ accaduto nel 1989”.
Una storia che
secondo Gaddis offre insegnamenti per l’oggi (per esempio per Barack Obama,
“che fa troppi discorsi, dovrebbe imparare da Reagan: pochi ma decisivi”), ed
e’ in buona parte ancora da finire di scrivere: “Gli archivi americani e
occidentali non saranno pienamente consultabili che tra 10-15 anni, quelli del
Vaticano forse tra 500. Sappiamo assai di piu’ sui paesi dell’Est, che hanno
aperto tutti gli archivi, che su quello che e’ avvenuto dietro le quinte nelle
capitali europee occidentali o a Washington”.
Professore, gli
eventi dell'autunno 1989 spiazzarono anche lei?
Completamente. Tre
anni prima avevo scritto un saggio su The Atlantic intitolato 'Come potrebbe
finire la Guerra Fredda'. La mia ipotesi era che Usa e Unione Sovietica
avrebbero dato vita con il tempo a una relazione sempre piu' stabile e una
mattina si sarebbero svegliati dicendo: 'Questa non e' piu' la Guerra Fredda,
e' il nuovo sistema internazionale'. Immaginavo che ci saremmo abituati
all'idea di un'Europa divisa e al Muro di Berlino come cose 'normali'. Mi
sbagliavo.
Perche' paragona
il 1989 alla rivoluzione francese del 1789?
Perche' anche
allora nessuno percepi' con chiarezza quello che stava per accadere. La Francia
era la nazione piu' ricca d'Europa, il sistema appariva stabile, e l'idea che
l'aristocrazia potesse collassare per effetto di una rivoluzione era
impensabile. L'Unione Sovietica aveva costruito per decenni un sistema
altrettanto stabile, e pensare che in meno di un anno potesse cadere...
E invece...
Invece anche nella
storia, come nella fisica, esiste il concetto di massa critica: puoi continuare
a costruire, ma non sai qual e' il momento in cui un minimo peso in piu' fara'
crollare tutto. L'Unione Sovietica lo scopri' nel 1989.
Lei spiega la fine
della Guerra Fredda ponendo l'accento sul ruolo degli "attori
insoliti" in scena in quegli anni. Cosa intende?
Negli anni '70
aveva acquistato spessore la tesi secondo la quale la Guerra Fredda era una
condizione permanente. Era l'idea dietro la distensione di Nixon e Kissinger,
era la base dell'Ostpolitik di Willy Brandt. Ma la distensione lasciava molti
insoddisfatti: poteva rendere il mondo piu' sicuro rispetto alla minaccia
nucleare, ma non faceva niente per porre soluzione ai grandi interrogativi in
termini di diritti umani. E qui venne la svolta. Negli anni '80 arrivarono sul
palcoscenico della Storia attori che, soprattutto sui diritti umani,
rifiutavano di accettare che la Guerra Fredda fosse definitiva.
Nel cast, chi ebbe
il ruolo di protagonista?
Senza dubbio
Reagan, che disse con chiarezza che quello sovietico era "l'impero del
male" con il quale non si potevano fare compromessi. Ma anche la Thatcher
e il papa polacco. Ognuno di loro era diverso e ovviamente ebbe un ruolo
diverso. Li univa pero’ una dote comune ai grandi leader: la capacita' di
capire che lo status quo e' vulnerabile, di percepire che le persone potevano
fare la differenza e infine di agire perche' questo avvenga.
La retorica di
Reagan, i suoi attacchi al comunismo, la sua esortazione diretta a Gorbaciov ad
"abbattere il Muro" non furono rischi eccessivi per un presidente
americano?
No, i suoi
discorsi furono anzi di un'importanza cruciale per far cambiare le cose. Prima
di tutto, disse una verita' che nessun presidente americano aveva ancora detto:
l'Unione Sovietica era davvero l'impero del male. E poi Reagan aveva la dote di
saper scegliere molto bene momenti e luoghi in cui fare i propri discorsi, per
ottenere l'effetto desiderato. George W. Bush ne ha fatti troppi, e anche
Barack Obama a mio avviso sta esagerando.
Reagan agi' spesso
sfidando l'opinione pubblica europea. Anche il giorno del suo celebre discorso
a Berlino davanti al Muro, nelle strade vicine c'erano folle di manifestanti
contro di lui. Obama invece gode di ampio credito in Europa e ha appena reso
felici i russi cancellando il sistema di difesa missilistica di Bush. Vede
paralleli tra i due o lezioni che l'attuale Casa Bianca puo' trarre dai
successi reaganiani?
E' presto per
giudicare Obama, senza dubbio non deve sprecare l'enorme aspettativa che ha
trovato. In politica estera si sta muovendo verso un nuovo realismo, riportando
alla cautela di fronte all'idea che la democrazia possa sbocciare
automaticamente dovunque. Occorre riconoscere che ci sono regimi autoritari che
resisteranno e che ci sono ragioni per trovare un terreno comune anche con quei
regimi. Sta cercando di correggere errori delle amministrazioni Clinton e Bush.
E' per questo che in America abbiamo elezioni ogni quattro anni, per rimediare
agli errori precedenti!
Quanto fu
importante, per la fine della Guerra Fredda, il fatto che in Vaticano ci fosse
un papa polacco?
Fu di
un'importanza enorme. Giovanni Paolo II fu sorpreso come tutti quanti
dall'essere stato scelto come pontefice, ma una volta eletto ebbe le idee molto
chiare su cio' che c'era da fare. Come dico ai miei studenti: 'Forse questo e'
un esempio della mano di Dio nella Storia'. C'e' ancora tanto che non sappiamo
su cosa avvenne dietro le quinte in quegli anni in Vaticano. Ma al di la' di
tutto, fu incredibilmente importante che ci fosse un papa che veniva dalla Polonia,
sapeva parlare in modo franco e diretto, e poteva smuovere la potenza
geopolitica della fede. Un sacco di gente sottovalutava questo aspetto, perche'
viviamo in un mondo secolarizzato. Ma e' qualcosa di una potenza straordinaria,
al quale l'Unione Sovietica non aveva niente da opporre.
L'Italia, secondo
i suoi studi, ebbe un ruolo importante nella fine della Guerra Fredda?
Direi che ne ebbe
uno decisivo nella nascita della Guerra Fredda: le elezioni del 1948 furono un
momento di svolta, di una grande importanza non solo per la politica italiana
ed europea, ma anche negli Stati Uniti, visto che segnarono tra l'altro la
prima grande operazione sotto copertura della Cia, con il sostegno alla
Democrazia Cristiana. Ma nel 1989 i protagonisti erano altrove e in Europa il
protagonista fu soprattutto la Germania. Il suo cancelliere Helmut Kohl vide in
anticipo cio' che altri non vedevano. Anche dopo la caduta del Muro, la gente
continuava a ripetere che ci sarebbero voluti altri 10 anni per riunire la Germania.
Mitterand e la Thatcher frenavano. Kohl invece fu tra i pochissimi - insieme a
lui forse anche l'allora presidente George H.W.Bush - che intui’ che era
possibile. E mise il piede sull'acceleratore perche' avvenisse in meno di un
anno. LS 7
Norimberga - Dal
17 novembre prossimo l’ufficio scolastico del Consolato di Norimberga verrà
definitivamente chiuso. È quanto comunica il 5 novembre il vicecommissario
amministrativo contabile e reggente Antonella Tassi. In una nota pubblicata sul
sito del consolato spiega che la chiusura fa seguito al trasferimento d’ufficio
disposto dalla Farnesina al Consolato Generale di Monaco di Baviera del Direttore
S.G.A. Rino Antonio Tessari. Dal 17 novembre, quindi, tutte le attività
riguardanti la materia scolastica saranno di competenza dell’Ufficio scolastico
presso il Consolato Generale di Monaco di Baviera. Questi saranno i
responsabili ed i recapiti dell’ufficio di Monaco: Antonio Cassonello
(Dirigente scolastico), Rino Antonio Tessari (Direttore SGA); indirizzo:
Möhlstrasse 3, 81675 Monaco di Baviera; recapiti: Tel. n. 0894180034040 oppure
08941800342, Fax n. 0896885240. (de.it.press)
Monaco di Baviera. Raffaele Cantone presenta il suo libro “Solo per
giustizia”
Monaco di Baviera.
Serata letteraria con Raffaele Cantone, che presenterà il suo libro »Solo per
giustizia«. L’evento avrà luogo giovedì 12 novembre 2009, alle ore 19,
presso il Gasteig, Black Box, Rosenheimer Straße 5, a Monaco di
Baviera.
Modera e traduce
Antonio Pellegrino. La lettura in lingua tedesca verrà fatta da Helmut Becker
. Ingresso: Euro
10.- / 8,-
Gli organizzatori
sono: Börsenverein des Deutschen Buchhandels – Landesverband Bayern München,
Casa Editrice Antje Kunstmann di Monaco di Baviera e Istituto Italiano di
Cultura
In seguito ai
processi contro i grandi clan, Raffaele Cantone è divenuto simbolo della lotta
contro la criminalità organizzata. La sua sorprendente autobiografia fornisce,
per la prima volta, una visione spietata della realtà, fotografata dal
punto di vista degli inquirenti.
Il suo libro Solo
per giustizia, presente nella classifica dei Bestseller italiani,
documenta, come nessun altro libro sulla mafia, la corruzione della società
civile.
Nato a Napoli nel
1963, Raffaele Cantone si occupa di criminalità già da quando è
procuratore. Dal 1999 al 2007, in quanto Pubblico Ministero presso la Direzione
Distrettuale Antimafia di Napoli, prende parte ai più importanti processi
contro i clan camorristici. Dal 2008 lavora presso la Corte di Cassazione di
Roma. IIC, de.it.press
Amichevole di calcio Parlamento di Amburgo-Consolato Generale d’Italia
AMBURGO - A
seguito dell’annuncio del Ministero degli Affari Esteri del 10 giugno scorso di
voler chiudere diverse sedi consolari, tra le quali quella di Amburgo, si è
costituito un comitato di cittadini con il nome “Salviamo il Consolato
Generale” che si è formato per evitare la chiusura del Consolato Generale
d’Italia. L’intento è quello di mobilitare i cittadini interessati, la comunità
italiana, le associazioni italiane e tedesche in rapporto con l’Italia. Da quel
momento in poi sono state organizzate diverse manifestazioni coinvolgendo
rappresentanti politici italiani e tedeschi.
Tra le varie
manifestazioni organizzate contro la chiusura del Consolato Generale di Amburgo
venerdì 30 ottobre 2009 alle ore 18:00 ha avuto luogo un incontro amichevole di
calcio tra la squadra del Parlamento (Bürgerschaft) di Amburgo “Rathauskicker”
e la squadra che ha rappresentato il Consolato Generale d’Italia presso lo
Sternschanzenpark Polizei Sportplatz di Amburgo. Fin dall’inizio è stato
dimostrato un forte entusiasmo nei confronti dell’iniziativa da entrambe le
squadre. La squadra del Consolato era rappresentata da: Franco Spinelli, Andrea
Pace, Alfio Giuffrida, Luciano Crapa, Alfonso Crapa, Giovanni Collado Granados,
Marzio D’Agostino, Lidio De Bilio Calogero, Kai Niklas Müllerleile, Friedhelm
Christoph, Giovanni Cannella, Vittorio Manta, Pietro Moliterni, Fabio Lestingi,
Julius Valentin Leonard Skarka, Mario Di Casto, Juan Felipe Ibanez Cascardo,
Fabian André Jean-Baptista Beraud, Baba Ceesay, Franco Meloni, Paul-Ferdinand
Förster, Angelantonio Angelino, Stefano Nezzi, Ulf Konrad Radunski, José Gasca,
Angelos Tsikas, Salvatore Calamita, Marcus Pino, Enrique Munos Hernandez,
Achraf Saida, Hamjt Dogan, Aldo Venturini, Luigi Bruno, Alexandros Koulouris,
Simon Jona Quast, Marc.
Sono tutti ragazzi
giovani, che per motivi di studio o di lavoro vivono qui ad Amburgo e che hanno
deciso di condividere attraverso una semplice squadra di calcio la loro
quotidianità amburghese. La squadra milita nel campionato di serie D.
Per la squadra
tedesca sono scesi in campo: Thomas Kreidenberg, Eike Graalmann, Michael Dose
(SPD), Stefan Vossgrau, Roland Meyer-Buchwald, Klaus Grosalski (Senatskanzler),
Christian Bölckow (SPD), Lars Dietrich (CDU), Thorsten Kausch (CDU), Christian
Maass (GAL) und Andreas Seeger (SPD), Dr. Bernd Hesselschwerdt (CDU). La
Partita è stata arbitrata da Armando Morales Rodriguez.
L’incontro è
finito 8-2 in favore della squadra italiana, ma il risultato ha una valenza
relativa in quanto il fine primario è stato quello di rappresentare una forma
di dissenso nei confronti della possibile chiusura del Consolato, annunciata
dal Ministero degli Affari Esteri.
A prescindere dal
risultato .si è cercato di valorizzare e rafforzare il rapporto fra comunità
italiana e comunità tedesca che è un binomio inscindibile per
l’intensificazione dei rapporti imprenditoriali tra l’Italia e Amburgo. Da non
dimenticare il ruolo primario che svolge il Consolato per tutti i connazionali
che ogni giorno si rivolgono agli uffici per assistenza di ogni tipo.
Il pubblico ha
apprezzato l’iniziativa accorrendo numeroso nonostante le condizioni meteo non
del tutto favorevoli di appena pochi gradi sopra lo zero.
L’intera
manifestazione è trascorsa all’insegna del fair play sia in campo che sugli
spalti. Durante il cosiddetto terzo tempo, che si è tenuto presso la sede del
Consolato Generale, è stato organizzato un buffet con specialità italiane molto
apprezzato da parte tedesca. Le due squadre hanno ricevuto un diploma simbolico
di partecipazione e una coppa.
Maria Cristina
Calabrese, Comitato “Salviamo il Consolato di Amburgo”
Colonia. Una lingua in più. Crescere in Germania con l'italiano
Giovedì 12
novembre, alle ore 18.30 presentazione del DVD sul bilinguismo realizzato dal
Comites di Colonia
I bambini italiani
che crescono in Germania hanno la grande opportunità di imparare fin
dall’inizio due lingue europee. Questo DVD vuole mostrare attraverso delle
esperienze dirette e dei consigli sul tema come educare i propri figli con due
lingue e due culture. Inoltre il DVD spiega alcune particolarità importanti del
sistema scolastico del Nord Reno - Vestfalia. Il Comites di Colonia in
collaborazione con Mehrsprache e.V. Colonia ha realizzato questo DVD rivolto a
moltiplicatori e genitori per contribuire ad una maggior informazione su questo
importante tema.
Saranno presenti
alla manifestazione il Presidente della Circoscrizione Provinciale di
Colonia Hans Peter Lindlar, il Console Generale d'Italia a Colonia Eugenio
Sgrò, la Prof. Claudia Maria Riehl dell'Università di Colonia e la
Presidente del Comites Rosella Benati
Con l'occasione verrà
inoltre presentato il calendario "Donne 2010", la storia
dell'emigrazione attraverso 12 donne italiane della circoscrizione di Colonia,
realizzato dal Comites Colonia. Verrà regalata una copia del calendario e del
DVD a tutti i presenti. Dopo la presentazione acrà luogo un
rinfresco.
Per motivi
organizzativi si prega di voler comunicare la propria partecipazione (senza impegno),
rispondendo all’IIC per email (iicColonia@esteri.it) ed indicando il
numero dei partecipanti. Per ulteriori informazioni: Istituto Italiano di
Cultura, Universitätsstr. 81, 50931
Köln, Tel. (0221) 9405610, Fax 9405616
www.iicColonia.esteri.it. (de.it.press)
La divisione “Acqui” in Germania per una esercitazione delle unità della
Nato
Paderborn - Si
terrà fino al 13 novembre, presso il "Sennelager training center" di
Paderborn, sede del centro militare di eccellenza per l’addestramento delle
unità della Nato, l’esercitazione multinazionale denominata "Arrcade
Fusion ‘09", che, nel contesto delle attività addestrative dirette dalla
Nato per la gestione delle crisi, ha come obiettivo quello di testare ed
affinare le procedure di lavoro per la condotta di un’operazione militare per
la gestione delle crisi, a guida Nato.
In particolare,
l’obiettivo è di rafforzare l’addestramento di un Comando di Corpo d’Armata di
Reazione Rapida come comando della componente terrestre delle forze in teatro
operativo, cui fanno capo quattro divisioni, tra cui la Divisione italiana
"Acqui".
Lo scenario
dell’esercitazione, ambientata in un’ipotetica area di crisi, vede l’intervento
della Nato, su mandato Onu, con la missione di contribuire a stabilizzare la situazione,
evitare una ripresa delle ostilità e ripristinare le condizioni di sicurezza
tramite una combinazione di compiti umanitari e di "peace support",
trattando temi quali la ricostruzione di infrastrutture vitali, il
miglioramento delle condizioni di vita nei campi profughi, la separazione delle
parti belligeranti e la promozione del "buon governo" secondo un
approccio "onnicomprensivo", che prevede un sempre più stretto
coordinamento tra le forze militari e le varie agenzie governative.
L’Esercitazione
"Arrcade Fusion 2009" costituisce così un’ulteriore opportunità per
affinare le procedure di lavoro per la condotta di un’Operazione Militare per
la gestione di crisi e per lo sviluppo dei concetti operativi militari della
NATO, mirando a produrre un importante accrescimento professionale per gli
assetti militari, destinati ad operazioni di questo tipo.
La Divisione
"Acqui", comandata dal Generale di Divisione, Vincenzo Santo, è
inquadrata nel 2° Comando delle Forze di Difesa di San Giorgio a Cremano, Comando
di vertice del centro sud Italia, comandato dal Generale di Corpo d’Armata
Francesco Tarricone, mentre a livello Nato da anni opera e si esercita con il
Comando di Reazione Rapida della Nato – ARRC "Allied Rapid Reaction
Corps", di stanza in Germania. (aise)
Le iniziative a Roma per il ventennale della caduta del Muro di Berlino
Roma - Ricorre
quest'anno il ventennale della caduta del Muro di Berlino. Per celebrarne la
memoria, Roma mette in piedi "Venti di libertà 1989-2009", un ampio
programma di incontri e manifestazioni in spazi culturali pubblici e privati,
in piazza e nei musei.
Il Muro di Berlino non è stato solo una
barriera di cemento di 155 km, ma anche il simbolo della divisione di una
città, occupata ad est dai sovietici e nella parte occidentale dagli Alleati, e
la rappresentazione fisica della Cortina di Ferro che ha diviso in due metà
l'Europa durante la Guerra Fredda.
La caduta del Muro avvenne in un clima
eccitato e festoso nella notte tra il 9 e il 10 novembre del 1989, quando una
folla di berlinesi aprì i primi varchi e una moltitudine di abitanti di Berlino
Est si riversò nella parte ovest della città, tra abbracci e brindisi. Il mondo
seguiva gli eventi con il fiato sospeso in mondovisione e quelle immagini
diventarono il simbolo della crisi, e del successivo rapido crollo, dei regimi
comunisti dell'Est. La caduta del Muro darà poi inizio a un profondo mutamento
dello scenario politico, economico e socio-culturale europeo e mondiale.
"Venti di libertà 1989-2009. Roma celebra la caduta del Muro di
Berlino" vuole dunque rievocare quel clima e fare il punto, a vent'anni di
distanza, su quel fondamentale passaggio storico. "Venti di libertà"
è organizzato dal Comune in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei
Ministri e il Goethe-Institut Rom, con il patrocinio dell'Ambasciata della
Repubblica Federale di Germania.
Il programma si articola in oltre 30
spettacoli, 38 mostre, 4 convegni, numerosi incontri e dibattiti ospitati dal
Museo di Roma in Trastevere, dal Macro Future, dal Goethe Institut, dal
Campidoglio, dai Mercati di Traiano, dal Palazzo delle Esposizioni, dalla
Casa della Memoria e della Storia, dal Nuovo Cinema Aquila, da 31 gallerie
d'arte private e da numerose altre sedi.
Il clou è previsto per lunedì 9 novembre,
giorno della libertà, in piazza di Spagna, con l'inaugurazione
dell'installazione multimediale "Un Muro percepito" e con la
serata-evento "Verso (per) la Libertà", mentre a Villa Ada ci sarà la
cerimonia di intitolazione di "viale Aleksandr Solzhenitsyn". Le
manifestazioni si protrarranno per tutto il mese di novembre e oltre. (per il
programma degli eventi
http://www.comune.roma.it/was/repository/ContentManagement/information/N1255029549/Venti%20liberta%20calendario%20e%20info.pdf
) (Inform)
Il “Tour dell’Integrazione” ha fatto tappa a Catania
CATANIA - Per il
secondo anno consecutivo, il Ministero del Lavoro, della Salute e delle
Politiche Sociali promuove una campagna integrata di comunicazione
istituzionale sull’inclusione sociale degli immigrati.
L’obiettivo è
favorire la convivenza nella nostra società tra cittadini italiani e immigrati
regolarmente presenti sul territorio attraverso la diffusione di un messaggio
pubblicitario incentrato sul rispetto dei diritti e dei doveri (veicolato su
stampa, televisione, radio, affissioni e internet); la conoscenza di tutte le
informazioni utili per intraprendere un adeguato percorso di integrazione (tour
dell’integrazione) e l’organizzazione di momenti di coinvolgimento degli
immigrati (manifestazioni sportive e estrazioni di premi).
Un aspetto
rilevante delle attività di sensibilizzazione è il “Tour dell’Integrazione”,
nell’ambito del quale un gruppo di operatori incontra gli immigrati nei loro
abituali luoghi di ritrovo. L’appuntamento siciliano del tour, svolto con il
patrocinio del Comune di Catania, si è tenuto da venerdì 6 a domenica 8
novembre. Durante questo evento è stato distribuito il vademecum “Immigrazione:
come, dove, quando”, una pubblicazione realizzata in 8 lingue (albanese, arabo,
cinese, francese, inglese, italiano, russo, spagnolo) per accompagnare il
cittadino straniero nel suo percorso d'integrazione e aiutarlo nella soluzione
dei problemi quotidiani più frequenti: dal contratto di lavoro all'iscrizione
dei figli a scuola, dal rilascio della patente all'apertura di un conto
corrente in banca. E’ possibile consultare il vademecum anche sul sito
istituzionale www.lavoro.gov.it.
Gli immigrati che
ritirano il vademecum possono partecipare, attraverso la compilazione di una
apposita scheda, all’estrazione di numerosi premi: carte Sim, ricariche
telefoniche e internet key di Wind.
L’anno scorso, il
tour ha toccato 14 città (Torino, Milano, Brescia, Vicenza, Treviso, Roma,
Palermo, Bari, Firenze, Genova, Bologna, Napoli, Reggio Emilia e Reggio
Calabria): più di 23.000 stranieri hanno ricevuto il vademecum nei punti di
contatto, 4.544 hanno compilato la cartolina per partecipare al concorso ad
estrazione e 2.596 hanno risposto a un questionario, elaborato in
collaborazione con il Censis Servizi, per tracciare un profilo degli immigrati
che vivono in Italia.
“L’integrazione
sociale e culturale a Catania è già realtà - spiega l'assessore comunale alla
Famiglia Marco Belluardo - l’amministrazione comunale etnea riconosce
l’importanza di valorizzare le “differenze” portate dall'immigrazione,
considerandole come valore aggiunto di civiltà”. L’assessorato alla Famiglia e
alle Politiche Sociali ha accolto con entusiasmo il progetto del Ministero, riconoscendo
la giusta attenzione a una iniziativa lodevole, che punta al dialogo
interculturale attraverso gli strumenti dell’informazione e del confronto.
Catania non poteva dunque mancare all’appuntamento di quest’anno; il percorso
di sensibilizzazione del Tour dell’Integrazione ha toccato i punti di ritrovo
degli immigrati in città, fornendo a questi ultimi tutte le informazioni utili
per farli sentire a casa: sono stati tre giorni all’insegna del rispetto e
dell’aiuto concreto. Inform/de.it.press
Confusione europea. Una sentenza sbagliata, tanti equivoci
Un ministro degli
Esteri, Giulio Andreotti, molto irritato con Bettino Craxi per qualche ragione
che non fu mai dato sapere sibilò un giorno davanti a un microfono rimasto
inopinatamente acceso, nel corso di un vertice, nel 1986: «Abbiamo un capo del
governo che confonde il Consiglio d’Europa con il Consiglio Europeo». Poi i due
fecero pace. Ma per un vecchio navigatore delle istituzioni internazionali come
il leader dc quella «confusione» era un affronto e quell’osservazione lasciata
cadere con un vago sorriso aveva quasi il sapore di una sfida.
Erano altri tempi.
Oggi, invece, passa inosservato che mezza Italia si scagli contro l’Unione
Europea, che non c’entra, per condannare giustamente una sentenza della Corte
europea dei Diritti dell’Uomo, questo discutibile «tribunale dei cittadini» che
opera nell’ambito del Consiglio d’Europa, l’ormai un po’ decotta organizzazione
nata nel maggio del ’49 con il Trattato di Londra, che conta tra i suoi 47
membri anche l’Azerbaijan e la Moldavia. L’Unione Europea è un’altra cosa, in
comune c’è solo Strasburgo, la città dove vanno avanti e indietro da Bruxelles
le scartoffie del Parlamento Europeo. Fu proprio alla Corte europea dei Diritti
dell’Uomo che si rivolse nel 1988 la professoressa Hayrunnisa Gul, moglie del
futuro ministro degli Esteri e presidente turco, per chiedere che le venisse
riconosciuto il diritto di portare il velo all’università.
La sentenza sui
crocifissi, che, come ha scritto Alberto Melloni sul Corriere di mercoledì, va
respinta come «un atto odioso» contro la convivenza, appare il prodotto di una
concezione estrema del rapporto tra i diritti dei pochi e le sensibilità dei
molti: i 47 giudici avrebbero dovuto riflettere di più prima di emetterla.
Proprio per questo, però, bisogna capire, distinguere, evitare condanne dirette
o bersagli sbagliati. Il Consiglio d’Europa non è l’Unione Europea.
Fortunatamente, almeno L’Osservatore Romano ha registrato ieri la «presa di
distanza » giunta dal portavoce del Commissario Ue alla Giustizia, il francese
Jacques Barrot.
Il governo
italiano fa bene a fare ricorso contro una sentenza che offende la nostra
identità cristiana. Ma non bisogna fallire l'obiettivo, lanciando una battaglia
antieuropea che sarebbe errata soprattutto in questo momento. L’Unione sta
tentando di uscire da una crisi profonda e l’entrata in vigore del Trattato di
Lisbona può aprire una nuova fase: di minori ambizioni e maggiore concretezza.
A Bruxelles è
forte la convinzione della necessità di invertire la rotta, di riavvicinare la
comunità ai cittadini tagliando sprechi e evitando frizioni con le opinioni
pubbliche. E la stessa creazione di due figure nuove, come quella di un
Presidente e di un ministro degli Esteri vicepresidente della Commissione può
dare due volti a un progetto da salvaguardare, può essere anche un’utile svolta
d’immagine. L’Europa è ormai l’aria che respiriamo. Ne sentiremmo la mancanza
se non ci fosse.
Paolo Lepri CdS 6
Trattato di Lisbona, integrazione e maggiori opportunità
DICE bene Paolo
Cacace sul Messaggero che il rafforzamento delle istituzioni europee con
l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona postula anche una più chiara
identificazione dell’interesse nazionale.
Il Trattato
rappresenta una spinta importante verso l’integrazione, attraverso il
consolidamento di regole e procedure più efficienti ed ambiziose. Per l’Italia
si tratta certamente di una buona notizia, dato che istituzioni multilaterali
forti agiscono tradizionalmente e non è solo il caso di quelle europee come un
moltiplicatore delle potenzialità nazionali, consentendoci di proiettare in
modo più efficace il nostro valore aggiunto.
Ma è al tempo
stesso una sfida. Nell’Europa e nel mondo di oggi non si può più pensare di far
valere le proprie ragioni soltanto attraverso il pur determinante “prisma”
istituzionale europeo e multilaterale. Ciascun Paese sempre più “conta”
anzitutto per la solidità complessiva del sistema che esprime, per la qualità e
l’efficacia del proprio mix di istituzioni pubbliche centrali e locali,
pubblica amministrazione, aziende, banche, organizzazioni della società civile,
della cultura e informazione, della ricerca, della scienza, della formazione, della
scuola. Il processo di adeguamento del Paese alle nuove realtà, a maggior
ragione dopo Lisbona, non sembra poter subire ulteriori ritardi, come insegna
del resto l’esperienza dei nostri principali partners europei.
La diplomazia
italiana sta facendo da tempo la sua parte ed è ora alla vigilia di un nuovo
processo di riforma, capace di metterla in grado di meglio rappresentare
esigenze ed interessi del sistema Paese. È evidente che avremo successo solo
nella misura in cui sarà stato tempestivo ed efficace, a monte, il processo di
identificazione e selezione di questi stessi interessi ed esigenze.
Il Servizio
europeo per l’azione esterna non fa, da questo punto di vista, eccezione. Esso
non contraddice le diplomazie nazionali e non le sostituisce; mira piuttosto a
sostenere e promuovere la sintesi degli interessi condivisi dell’Unione
europea, in materia di politica estera e di sicurezza comune.
È, sulla carta, un
grande progresso. Tutto da verificare nella pratica. Potrà comportare se
portato alle estreme conseguenze un riorientamento delle diplomazie nazionali
verso le attività di servizio ai rispettivi sistemi Paese e piuttosto di
fiancheggiamento sulle principali questioni politiche dell’attualità
internazionale. Ci offrirà comunque l’occasione di utilizzare i nostri
diplomatici distaccati al nuovo Servizio europeo per l’azione esterna per far
sentire la nostra voce nel contesto comunitario. Potrà altresì,
auspicabilmente, portare, in coerenza con le sue premesse, ad un seggio europeo
al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come l’Italia sostiene da tempo.
Queste le
prospettive. Nella pratica dei negoziati e dell’azione quotidiana, tuttavia,
non dobbiamo nasconderci che anche nel settore delle relazioni esterne, come
negli altri campi dell’attività comunitaria, il concreto assestarsi delle
funzioni e dei contenuti dipenderà, in larga misura, dagli interessi che gli
Stati membri più capaci sapranno affermare come prevalenti.
L’Italia potrà
partecipare con autorevolezza a questo esercizio quanto più coeso e strutturato
in ultima analisi, quanto più competitivo sarà il modo di rappresentare i
nostri interessi e le nostre posizioni sui tavoli negoziali. Quegli interessi
tesi ad evitare il consolidarsi di gruppi ristretti di Paesi “alla guida”
dell’Unione europea, a promuovere i valori della solidarietà euro-atlantica in
un mondo dove essa va riscoperta ad ogni crisi, ad ampliare gli spazi d’azione
delle nostre imprese in un contesto di rapporti equilibrati dell’Ue con i
maggiori partners mondiali, ad assicurare in modo geo-politicamente equilibrato
la nostra sicurezza energetica, a garantire ai nostri cittadini la più efficace
difesa della loro sicurezza ad iniziare dai fronti meno evidenti e più lontani.
Il percorso di
riforma che la Farnesina sta intraprendendo, come accenna Paolo Cacace, è
inteso a dotare il sistema Paese di uno strumento operativo: spetterà
collettivamente a tutti noi farne l’uso migliore.
GIAMPIERO MASSOLO,
Segretario generale della Farnesina IM 6
Washington-Roma rapporti faticosi
La sentenza del
tribunale di Milano che condanna 22 agenti della Cia per il rapimento di un
imam radicale egiziano non ha precedenti nel mondo ed è vista con apprensione a
Washington perché riapre uno dei capitoli più temuti e spinosi per la nuova
Casa Bianca di Barack Obama. La Digos di Milano e il procuratore Armando
Spataro hanno visto riconosciuta la bontà della loro indagine, che nonostante
notevoli impedimenti e un clima ostile è riuscita a dimostrare come ha agito
sul nostro territorio il più famoso e potente servizio segreto del pianeta.
Il loro lavoro
dimostra - anche se gli americani continuano a negarlo - che è possibile
ricostruire nel dettaglio i comportamenti illegali dell’amministrazione guidata
da Bush e Cheney e che è possibile anche portarli davanti ad un giudice per
chiedere che si pronunci sulla liceità di azioni che ledono diritti civili
basilari.
Obama ha sempre
denunciato queste violazioni e durante tutta la campagna elettorale ha promesso
che avrebbe messo fine all’uso della tortura negli interrogatori, così come
avrebbe chiuso il carcere speciale di Guantanamo e le prigioni segrete della
Cia, anche se ha lasciato aperta la possibilità (inventata da Bill Clinton) di
fare extraordinary rendition, ovvero rapire e trasferire sospetti terroristi
come Abu Omar. Seppur con dei ritardi e non senza confusione il nuovo
Presidente americano sta mantenendo la sua parola sulle torture e le carceri.
Ma una cosa ha deciso di non fare: indagare sul passato.
L’America si
impegna a non violare più i diritti civili in nome della sicurezza ma, sempre
in nome di questa, non processerà chi lo ha fatto in passato. Obama non può
permettersi di tenere la Cia sul banco degli imputati per anni mentre sono in
corso ancora due guerre, il terrorismo islamico non è battuto e l’Iran lavora
per diventare una potenza nucleare. E non intende mettere sotto accusa Bush e
Cheney: ci penserà la storia - è il suo ragionamento - e io voglio usare il mio
mandato per costruire l’America del futuro, per cambiarla e non passare il mio
tempo con la testa rivolta all’indietro, mettendo al centro della scena ancora
la coppia repubblicana. La sentenza di Milano rischia però di riaccendere i
malumori dei liberal e della sinistra democratica, che mal avevano digerito
questa scelta del Presidente, e potrebbe costituire un precedente per indagini
e processi in altri Paesi europei.
Questo non
significa che la magistratura milanese avrebbe dovuto farsi carico di
opportunità diplomatiche e agire diversamente: di fronte ad un’ipotesi di reato
di questa gravità era tenuta a procedere come ha fatto. Ma dobbiamo sapere che
questo avrà inevitabilmente e ha già, come vedremo, delle ripercussioni nelle
relazioni tra i due Paesi. Il comportamento della politica italiana, agli occhi
degli Stati Uniti, è stato confuso e ingiusto, tanto che con il segreto di
Stato si sono salvati gli uomini dei servizi italiani ma non quelli americani.
«Non abbiamo mai agito illegalmente in Italia e ne abbiamo sempre rispettato la
sovranità», ripetono da anni al Dipartimento di Stato e questo significa una
sola cosa: la Cia si muoveva all’interno di un quadro concordato, nell’ambito
della lotta al terrorismo, con il governo guidato da Silvio Berlusconi. Il
fatto che anche l’esecutivo Prodi, con Arturo Parisi ministro della Difesa,
abbia opposto il segreto di Stato non ha fatto che confermare come ci fosse
un’intesa politico-diplomatica dietro tutto ciò. Ma a fare chiarezza fino a
questo livello il tribunale milanese non è potuto arrivare.
I rapporti tra
Stati Uniti ed Italia sono già resi faticosi dalla nostra politica di alleanza
privilegiata con la Russia di Putin, così come dai nostri rapporti con Iran e
Libia, e negli ultimi giorni dall’ipotesi di un disimpegno dal Libano. Ora,
paradossalmente, il primo a pagare il conto di questa diffidenza americana
rischia di essere non Silvio Berlusconi bensì Massimo D’Alema, ancora in corsa
per diventare responsabile della politica estera e di difesa dell’Europa. Nelle
ultime ore infatti si sarebbe intensificata una pressione americana in favore
del candidato britannico David Miliband, dettata anche dalla volontà di non
premiare l’Italia, nonostante D’Alema sia il premier dell’impegno in Kosovo e
il ministro degli Esteri che ha spinto per intervenire come forza di pace per
stabilizzare il Libano. La scelta di D’Alema, si ragiona a Washington, verrebbe
letta come un via libera ai comportamenti dell’Italia al di là del candidato
proposto. Non è un caso che, proprio ieri, un siluro alla candidatura dell’ex
premier sia arrivato dal più atlantico e filo-americano dei nuovi entrati nella
Ue: la Polonia. E così la battaglia ancora aperta su «Mister Pesc» si sta
spostando da Bruxelles a Washington.
MARIO CALABRESI LS 6
Usa, vola la disoccupazione. Obama: richiamo alla realtà
I senza lavoro
oltre il 10 %, non accadeva dal 1983 – di ANNA GUAITA
NEW YORK - Sedici
milioni di americani non riescono a trovare lavoro. E’ dal 1983, dal primo anno
della presidenza di Ronald Reagan, che non si superava il tasso del 10,2 per
cento di disoccupazione. Ventisei anni. Una bruttissima notizia per Barack
Obama, che ieri ha detto che «non avrà pace» fino a che tutti i suoi
concittadini non avranno un lavoro. Così è cominciata la giornata ieri, con
questi cattivi dati del Dipartimento del Lavoro, che hanno avuto l’effetto di
deprimere tutte le piazze borsistiche, sia europee che statunitensi. Ma poi il
passare delle ore ha portato più chiarezza: intanto a Wall Street due giganti
come General Electric e Macy’s hanno superato a pieni voti gli esami degli esperti
e sono stati premiati con un balzo in avanti rispettivamente del 7,1 per cento
e del 5,7 per cento, sufficiente a fare da traino e ridare fiato alle
contrattazioni. A chiusura della giornata, le borse europee e americane avevano
recuperato terreno al punto di raggiungere quasi la parità. Le stesse parole di
Obama hanno contribuito a riportare un po’ di calma, quando a metà mattinata il
presidente ha assicurato che la sua squadra economica è impegnata alla ricerca
di idee, possibilmente «nel settore del lavori per rimodernare le nostre
vecchie strade e i nostri ponti, degli incentivi per incoraggiare le famiglie e
le aziende ad apportare modifiche alle case e agli uffici per renderli più
efficienti, forse altri tagli di tasse, facilitazioni per il credito e
l’esportazione». Obama ha anche annunciato l’estensione dei sussidi di
disoccupazione e degli aiuti fiscali per chi compra casa.
Le notizie sulla
disoccupazione non erano attese, anzi ci si aspettava che il tasso di
disoccupazione, che a settembre era del 9,8%, rimanesse al 9,9. Il balzo è
apparso anche più drammatico considerato che solo la scorsa settimana il
governo aveva annunciato che nel terzo trimestre l’economia era cresciuta (su
base annuale) del 3,5 per cento. I due dati messi insieme fanno temere che
questa si riveli una ”jobless recovery”, una ripresa senza posti di lavoro. Il
rafforzarsi di questa ipotesi, tante volte paventata dagli economisti negli
ultimi mesi, fa sospettare che la Federal Reserve dovrà continuare a dare una
mano all’economia mantenendo la sua politica di tassi bassissimi. E questa
constatazione ha causato ieri una corsa all’acquisto dell’oro, che ha superato
il prezzo record di 1.100 dollari l’oncia. L’oro aveva vissuto un periodo di
calo, ma per proteggersi dall’inflazione e dal deprezzamento della valuta
americana gli investitori lo stanno comprando con entusiasmo. E non solo loro:
la Banca Centrale dell’India ha acquistato 200 tonnellate di oro dal Fondo
Monetario, ed è prevedibile che altre banche centrali tentino di difendersi
dalla volatilità dei mercati valutari rifornendosi del metallo prezioso,
continuando a spingerne in alto il costo.
La situazione del
lavoro negli Usa può avere gravi conseguenze politiche per l’Amministrazione
Obama. Nel 1983, Ronald Reagan fu penalizzato alle elezioni di metà mandato con
la perdita di 26 seggi alla Camera per il suo partito. Barack Obama ha appena
ricevuto un ”ammonimento” dagli elettori del New Jersey e della Virginia, che
hanno bocciato i candidati democratici alla poltrona di governatore in favore
dei due repubblicani. E in entramnbi gli Stati gli elettori hanno citato la
situazione dell’economia come principale causa del voto. Obama ha ancora
qualche mese per recuperare la fiducia degli elettori, e c’è un segno che le
cose potrebbero migliorare. La American Staffing Association, una società
specializzata nel monitorare il mercato del lavoro, rivela che negli ultimi tre
mesi c’è stata una marcata ripresa degli impieghi temporanei. In genere, questo
tipo di ripresa prelude a una ripresa del mercato occupazionale in genere.
Rimane un rischio: che i dati di ieri causino un’ondata di paura, con la
conseguenza di una cattiva stagione natalizia. E questo di sicuro non sarebbe
un incentivo per le aziende ad assumere.
IM 7
Usa, riforma della sanità. Obama: "Voto storico" alla Camera
La Camera dei
Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato nella notte la riforma sanitaria
sostenuta dal presidente Barack Obama. Durante un'insolita seduta notturna, i
deputati Usa hanno dato il loro assenso a un testo di
migliaia di
pagine, approvato con 220 voti favorevoli e 215 contrari dopo 12 ore di
dibattito. Obama ha salutato il voto «storico» della Camera e si è detto
«assolutamente fiducioso» sull'esito dello scrutinio al Senato. Il presidente ha
manifestato la speranza di poter promulgare la legge «entro la fine dell'anno».
Tutti i deputati
democratici hanno votato a favore. Il progetto di riforma ha incassato anche il
'sì' di un repubblicano, Anh Joseph Cao. Tutti gli altri repubblicani hanno
votato contro. La Camera ha respinto una controproposta di legge presentata
dall'opposizione.
Poco prima del
voto, Barack Obama si era recato a Capitol Hill per provare a convincere alcuni
deputati democratici scettici a votare a favore della riforma.
La parte più
controversa del progetto, che prevede una copertura finanziaria di circa 1.000
miliardi di dollari su 10 anni, è l'istituzione di un'assicurazione pubblica
sulla salute: questa dovrebbe competere con quelle private e in questo modo
ridurre le esose tariffe sanitarie e mediche, da anni spinte alle stelle da un
sistema quasi esclusivamente privato.
Un altro tema
spinoso è quello dell'aborto, che ha provocato un duro conflitto politico
sull'opportunità di consentire che gli interventi di interruzione di gravidanza
siano finanziati con soldi pubblici. Su questo tema la speaker della Camera
Nancy Pelosi ha trovato un compromesso che Obama spera favorirà il voto a
favore della minoranza antiabortista dei democratici: l'intesa negoziata per
ore prevede che saranno possibili restrizioni al finanziamento degli aborti.
Attualmente la
legge federale proibisce l'uso di fondi pubblici per finanziare aborti tranne
che nel caso di stupro, incesto o situazioni in cui la vita della madre è in
pericolo: resta da chiarire se i cittadini potranno comprare una copertura in
caso di aborto dall'assicurazione pubblica che il progetto di riforma vuole
istituire.
Per essere
definitivamente approvato, il progetto di riforma dovrà adesso superare l'esame
del Senato, dove la maggioranza democratica non è così netta come alla Camera.
L’U 8
Salvate il soldato par condicio
Caro direttore, ancora
dolorante a seguito delle sentenze riguardanti la Mondadori e il lodo Alfano,
Silvio Berlusconi affermò come obiettivo immediato della maggioranza
governativa la cancellazione della legge sulla par condicio. Ora la questione
viene riproposta con urgenza in sede di definizione del calendario
parlamentare. Sarebbe bene prestarvi la massima attenzione perché si tratta di
materia dirimente ai fini della qualità della democrazia nel nostro Paese,
quanto lo fu l’infausta approvazione della legge elettorale vigente definita
Porcellum dal suo stesso autore, senatore Calderoli. Sarebbe tragica la
ripetizione dell’accoglienza flaccida e in parte connivente cui diede vita
l’opposizione in quella circostanza, nella relativa indifferenza dell’opinione
pubblica.
La stessa
denominazione di quella legge - par condicio - spinge a trascurare il suo
contenuto più importante, quello che con ogni probabilità spinge il presidente
del Consiglio a prenderla di mira: il divieto di effettuare spot a pagamento
durante i 60 giorni della campagna elettorale conclusiva. Proviamo ad immaginare
le conseguenze che, con ogni probabilità, determinerebbe la sua abolizione (o,
più probabilmente, il suo stravolgimento).
In primo luogo,
l’incremento dei costi della politica. Ricordo, a questo proposito, la visita
di una delegazione di parlamentari americani che coincise con quella
discussione al Senato (ero allora presidente della sua commissione Esteri). Mi
disse allora la senatrice Boxer della California (cito a memoria): «Se posso
permettermi un consiglio, tenete duro, perché si tratta di una questione vitale
per la qualità democratica del vostro Paese! Anche solo per farmi rieleggere al
Senato in California devo dedicare buona parte del mio tempo a raccogliere
mediamente 52 mila dollari ogni singolo giorno, fino alla prossima scadenza
elettorale. Perché questi sono i costi della politica, in massima parte dovuta
agli spot a pagamento nel mio Paese»). E’ vero che Obama ha trovato una strada
alternativa a quella dei grandi finanziatori con contributi in gran parte
frammentati e di massa. Tuttavia, la legge del denaro, che favorisce il
lobbismo, resta un limite formidabile della democrazia americana. Oltre al
fatto che gli spot a pagamento, non essendo soggetti ad alcuna regola, regia,
selezione di contenuti, se non quelli di chi li compra, costituiscono il
veicolo ideale per la denigrazione dell’avversario, la manipolazione mediatica,
le campagne elettorali negative, in cui prevale la legge del più forte (per
disponibilità di denaro, s’intende).
Proviamo ora a
collocare una simile «riforma» in un contesto italiano segnato da un
indebolimento crescente delle garanzie istituzionali assai meno robuste di
quelle vigenti Oltre Atlantico, da un’atmosfera di odio politico che troverebbe
ulteriori veicoli di espressione indisturbata; infine, da un assetto proprietario
dei media che consentirebbe ad una delle parti politiche di acquistare i propri
spot con una partita di giro e costringerebbe gli altri a procurarsi i mezzi
necessari in qualunque modo. Proviamoci soltanto e diventa evidente l’urgenza
di predisporre una risposta proporzionata al pericolo incombente. Sembra
essersene accorto il presidente della Camera. Speriamo che lo segua a ruota
l’opposizione perché i segni di resipiscenza del primo firmatario dell’apposito
disegno di legge (Ignazio Abrignani) potrebbero risultare insufficienti. Il
vero ispiratore è noto per la sua tenacia. GIAN GIACOMO MIGONE LS 7
Droga e giovani. La pandemia che nessuno vuole vedere
IL PAROSSISMO
informativo riguardante l’influenza H1N1 ha cancellato l’interesse per molti altri
problemi della società. La vera epidemia è rappresentata dalla diffusione del
fumo, dell’alcool e delle droghe fra i giovani e i giovanissimi, nonché dal
rischio Aids dovuto sempre fra i giovani all’anticipazione dei rapporti
sessuali e alla mancanza di precauzioni. Per fortuna il rapporto
dell’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze ci ricorda
l’esistenza di questi problemi che da tempo sono completamente ignorati nel
panorama dell’informazione.
Il dato di fondo è
devastante: 13 milioni di persone in Europa hanno fatto uso di cocaina e ben
7,5 milioni sono giovani fra i 15 e i 34 anni. L’aver fissato il limite a 15
anni determina in realtà una sottostima perché sono noti casi di ragazzi e
ragazze di 12-13 anni che si sono già rivolti alla droga. Ciò che desta ancor
più preoccupazione è che in generale è difficile trovare persone che consumano
una sola droga: tutti ne utilizzano due o più contemporaneamente, il che
complica notevolmente le analisi degli effetti tossici. Un’analisi eseguita
dallo stesso Osservatorio conclude che circa il 30 percento degli studenti dai
15 ai 16 anni aveva già consumato due o più sostanze nel mese precedente
all’indagine con 91 combinazioni differenti. Si potrebbe dire: la fantasia applicata
alla propria distruzione! Nel quadro europeo abbiamo un triste primato: con
Danimarca, Spagna, Irlanda e Regno Unito siamo fra i Paesi a più alto consumo
di droga.
Questi dati si
riferiscono ai consumi del 2007, ma vi sono molti presupposti per ritenere che
l’impiego di alcune droghe attualmente sia addirittura in aumento. Il rapporto
dice che le preoccupazioni derivano soprattutto dall’impiego delle droghe
stimolanti: cocaina, amfetamina e suoi derivati inclusa le temibile ecstasy
come si può desumere dai sequestri di cocaina e dalla constatazione che solo
nella Repubblica Ceca sono stati individuati circa 400 piccoli laboratori per
produrre metamfetamina.
Cocaina e
amfetamine sono le droghe del week-end, il loro consumo aumenta di oltre il 50
percento nei giorni di venerdì e sabato, come rilevato dalle indagini
quantitative condotte nelle fogne in vicinanza dei depuratori delle principali
città europee.
Sembra che questi
stimolanti vengano ritenuti dai consumatori tossicodipendenti indispensabili
per affrontare lo stress, la vita convulsa di tutti i giorni, ma evidentemente
anche le notti in discoteca. Il rapporto non si occupa del tabacco che
rappresenta la maggior forma di tossicodipendenza: 12 milioni i fumatori in
Italia! Purtroppo anche il calo dell’eroina non si è consolidato e anche l’uso
degli oppiacei è in aumento. Diminuisce invece il consumo complessivo di
cannabis soprattutto fra i giovani, anche se aumenta il numero dei giovani che
fanno uso quotidiano di questa droga.
Malauguratamente i
giovani stanno spostando la loro attenzione dalla cannabis alla cocaina, che
spesso viene consumata insieme all’alcool. Sono ormai diventati routine i
trasporti di giovanissimi ai pronto soccorso per problemi indotti da
ubriacatura. Infine si stanno diffondendo nuove droghe, ad esempio prodotti che
vengono propagandati surrettiziamente come se servissero per profumare gli
ambienti e sono invece utilizzati come droghe da inalare. Queste “varietà” di
impiego delle droghe sta creando molti problemi al Servizio sanitario
nazionale, perché si devono impiegare risorse umane ed economiche per l’abuso
di droghe, sottraendole a chi ne ha bisogno per curare gravi malattie.
La tossicità
dell’impiego di droghe si estrinsecherà molto di più nel futuro con un aumento
di depressioni, psicosi, ansietà, crisi di panico, problemi cardiovascolari,
incidenti stradali, delitti. Ci si domanda con forte apprensione che tipo di
società avremo in futuro. L’impiego delle droghe avviene fra l’indifferenza
generale, una specie di passiva accettazione di un evento ineluttabile.
Genitori, insegnanti, medici, sacerdoti, sociologi devono reagire e insieme con
i politici tentare di arginare questa disastrosa pandemia. SILVIO GARATTINI IM
6
Chi vuol mandare D'Alema in Europa
Va bene i paroloni
e i grandi principi, come l’interesse dell’Europa, il prestigio dell’Italia,
eccetera eccetera: ma c’è un bel po’ di gente che di questo se ne frega. E’ da
un paio di settimane, infatti, che in conciliaboli più o meno riservati, si
arrovellano invece intorno a una domanda alla quale non trovano una risposta. E
la domanda è: ma per le nostre faccende, è più «pericoloso» - oggi e domani in
prospettiva - un D’Alema in giro per il mondo come ministro degli Esteri
d’Europa, oppure un D’Alema che resta in patria, ma amareggiato e magari
voglioso di regolare un altro po’ di conti? Certo, è un approccio molto
particolare - il solito machiavellismo italiano - a una questione che
reclamerebbe, forse, altri interrogativi. Eppure, questo approccio esiste, ed è
diffuso. E dunque: meglio osservare da lontano l’ipotetica missione europea del
líder máximo (missione che potrebbe però trasformarsi in una nuova e potente
rampa di lancio) o farci i conti qui, quotidianamente, tra una grana e un
sarcasmo?
Non sembri strano
che nel giorno che battezza l’avvio dell’era Bersani e della presidenza Bindi,
gli eletti dell’Assemblea nazionale Pd facciano anch’essi i conti con questo
interrogativo. C’è da capirlo: in fondo, fatte le differenze, somiglia un po’ a
quel «che ne sarà di noi» che serpeggiò nelle file dell’Ulivo quando si fece
strada l’ipotesi che Romano Prodi potesse abbandonare la sua creatura per
trasferirsi a Bruxelles. E non basta. Perché in questa fredda mattinata di
novembre, infatti, c’è anche un’altra suggestione - paradossale suggestione -
che aleggia nei saloni del Palafiera: visto che Veltroni ha disertato anche
questo appuntamento, è possibile - per caso - che il Pd «antico,
socialdemocratico e troppo di sinistra» finisca invece per essere un partito
che fa contemporaneamente a meno (magari solo per un po’ e solo per le
posizioni di prima fila) tanto di Massimo quanto di Walter, duellanti da una
vita?
I due
interrogativi si intrecciano. Ma in verità, è soprattutto quello che riguarda
il futuro di D’Alema a tener banco in ogni conciliabolo. Cosa è più conveniente
che accada, per le nostre faccende interne? Se lo sono chiesto - e se lo
chiedono - davvero in tanti. Amici e nemici, naturalmente: da Bersani a
Berlusconi, per capirsi. Si può supporre che, con D’Alema emigrato in Europa,
il primo sarebbe forse più libero nella gestione del partito; e che il secondo,
ovviamente, vedrebbe aperta una linea di credito non da poco con l’intero stato
maggiore del Pd. Invece, seduto alla presidenza del Palafiera, affianco alla
neo-presidente Bindi, Bersani nega di essersi mai posto l’interrogativo: «Se
Massimo riuscisse, sarei felice per lui, per l’Italia e per l’Europa, che
farebbe un buon affare - dice -. Quanto al resto, a me lui non dà fastidio da
nessuna parte: né se resta qui né se va lì». Di Berlusconi, purtroppo, è più
difficile dire. Ed è inutile chiedere proprio a D’Alema che ne pensi e se si
fidi delle mosse del Cavaliere: «La fiducia non è una categoria politica»,
risponde dalla sua poltroncina in prima fila al Palafiera. Ma i toni verso il
premier non sono severi come al solito.
Per capirlo, basta
chiedere al candidato-mister Pesc della faccenda del vero o presunto veto
polacco nei suoi confronti: la domanda, infatti, diventa per D’Alema
l’occasione per una riflessione non estranea a certe argomentazioni di
Berlusconi. «Quel che dispiace - spiega mentre lo avvicinano in tanti per
fargli gli auguri - è che a porre la questione maliziosa sia stato proprio un
giornalista italiano. Siamo bravissimi a farci del male da soli all’estero e a
denigrare il nostro Paese». Sì, è una tesi cara al Cavaliere. Ma l’obiezione,
stavolta, non irrita D’Alema: «Intanto, lui sostiene che a essere anti-italiana
è l’opposizione, il che è falso. E comunque non è che solo perché una cosa la
dice Berlusconi, vuol dire che sia sbagliata».
Molti,
naturalmente - anche nel Pd - fanno il tifo perché l’operazione riesca e
D’Alema, per i prossimi cinque anni, abbia altro da fare che creare fondazioni,
avvicendare segretari e fare e disfare maggioranze. Ma anche i dalemiani di
stretta osservanza - seppur con altre aspettative - fanno il tifo perché il
loro leader traslochi in Europa. «Già, sono in tanti a sperare che Massimo si
tolga dai piedi - ammette Livia Turco -. Come se una volta assunto il possibile
nuovo incarico, non possa intervenire ugualmente sulle cose italiane».
E Latorre,
fedelissimo da sempre, aggiunge: «Si fanno delle illusioni: Massimo non
abbandonerebbe comunque la politica italiana. E invece di star lì a fare
calcoli, riconoscano anche loro - come avviene in Europa - la statura di un
leader sempre troppo criticato». C’è altro che i dalemiani naturalmente non
dicono: che se andasse in porto l’operazione-Europa, il percorso di D’Alema
comincerebbe a somigliare in maniera impressionante a quello di Romano Prodi.
Sempre un gradino più giù, è vero: ma la scala sembra proprio la stessa.
Presidente del Consiglio come Prodi, anche se per solo un anno e mezzo; poi in
Europa come lui, anche se con un ruolo appena meno di rilievo. Tutto qui? Tutto
qui. Ma forse non è poco per chi ricorda che il professore tornò dall’Europa
per ricandidarsi, battere Berlusconi e tornare a Palazzo Chigi... FEDERICO
GEREMICCA LS 8
Pd, Bersani proclamato segretario. "Adesso prepariamo
l'alternativa"
Democratici in
assise a Roma. In platea Franceschini e Marino - "Costruiamo un partito
nuovo e popolare. No al leaderismo" - Cinquencento circoli nei luoghi di
lavoro. Il rilancio della questione morale - "Pronti al confronto ma sulla
giustizia pesano gli interessi del premier"
ROMA - Una sfida
che esclude scorciatoie: "Costruire il partito, preparare
l'alternativa". Pierluigi Bersani traccia così, davanti alla platea
dell'assemblea nazionale che l'ha appena proclamato segretario del Pd, il
cammino che vuol far intraprendere ai democratici. Un partito
"popolare", "giovane e che chiede di essere giovani nel
cuore". Che non deve cedere alla nostalgia, che sarà "plurale"
ma non deve scivolare "nell'anarchismo e nella feudalizzazione", che
avrà una dirigenza fatta anche da volti nuovi. E che lavorerà sulla questione
morale, dandosi "strumenti efficaci per dissociare il partito e il suo
buon nome dalle deviazioni dei singoli".
Tra i mille
delegati venuti a Roma, in platea ci sono anche Dario Franceschini (che sorride
raramente) e Ignazio Marino (che alla fine si dirà soddisfatto). Assenti Romani
Prodi e Walter Veltroni. "Nessuna nostalgia, sentiamo tutti la
responsabilità del nuovo da costruire - dice il segretario - quel che vale è il
progetto. Saremo un partito che si rivolgerà a tutta l'area del centrosinistra,
senza trattini o distinzione di ruoli e senza pretese di esclusività e con la
legittima ambizione di crescere e di farci più forti. Ci sono cose che rivelano
i valori fondamentali che hai e il Paese che vuoi. Fuori da questa ambizione
sei solo un partito piccolo che si condanna nei suoi confini".
Bersani usa toni
sobri, saluta la platea ("cari democratici e democratiche, amici e
compagni") e, fin da subito, indica la strada che vuol percorre: "E'
possibile immaginare un grande partito in cui organizzazione ed apertura alla
società si tengono, non sono in tensione o in alterità ma possono rafforzarsi
reciprocamente". Da questo nascerà un partito che sia in grado di
preparare l'alternativa. Un compito "che richiede un lavoro importante per
durata e per profondità. E' inutile cercare scorciatoie o immaginare strade
senza inciampi".
I numeri. Questi i
risultati ufficiali delle primarie: Ignazio Marino 12,51% (131 membri
dell'assemblea), a Dario Franceschini il 34,1% (339 membri) e a Pier Luigi
Bersani il 53,3% (530 membri).
No al leaderismo.
"Ho detto più volte che non credo al partito di un uomo solo ma ad un
collettivo di protagonisti". Bersani rilancia così la sua lotta al
populismo, al partito basato solo sul leader. "So bene - aggiunge Bersani-
che la formazione di un collettivo deve avere forme nuove e contemporanee ma
rinunciarvi, per un partito popolare, non sarebbe andare avanti, sarebbe regredire.
Dunque, mi rivolgo a voi non come ci si rivolge ad una folla ma come ci di
rivolge al largo gruppo dirigente del nostro partito corresponsabile con me di
questa nostra straordinaria avventura".
Riforme.
Rafforzamento delle funzioni di governo e Parlamento, moderna legislazione sui
partiti, nuova legge elettorale (con un confronto in Parlamento ma disposti
anche a una legge di iniziativa popolare), nuove norme sui costi della
politica. Sono questi i quattro temi indicati da Bersani come prioritari nelle riforme
istituzionali per il Pd. Riforme che saranno legate "al confronto in
Parlamento e non al dialogo che è una parola malata".
Giustizia. Bersani
non nasconde i punti critici di una giustizia "che e' un servizio
inefficiente e negato a gran parte dei cittadini''. Ma ogni riforma, a partire
da quella della giustizia, deve fare i conti con "l'insuperabile
interferenza di questioni che si riferiscono alla situazione personale del
premier e dall'aggressivita' e dalla volonta' di rivincita scagliate contro il
sistema giudiziario e la Magistratura''.
Economia. Si parte
dalla crisi e da come il governo l'ha affrontata e dal lavoro "che è il
problema numero uno del paese e deve essere il primo impegno del nostro
partito". Bersani è critico con l'esecutivo. "La crisi non è
psicologica, non è una nuvola passeggera, non l'abbiamo alle spalle. Nessuno
vuol fare il pessimista o il catastrofista, ma pretendiamo che si riconosca che
abbiamo un problema serio". Il Pd, assicura il segretario, è pronto a far
la propria parte "ma se continuiamo a sentirci dire che il problema non
c'è o che si può aggiustare con palliativi per diventa difficile
discutere". Anche stavolta Bersani articola la sua agenda su quattro
punti: una nuova politica dei redditi, una maggiore attenzione per i giovani,
un rivisitazione della legislazione dell'immigrazione e la necessità di uno
sguardo "di prospettiva" sull'impianto del sistema pensionistico. Poi
la sottolineatura che Marino gli aveva chiesto più volte: no al nucleare e via
libera all'economia verde.
Questione morale.
"Per gli obiettivi che abbiamo noi non possiamo fare a meno della dignità
e del buon nome della politica e dell'amministrazione pubblica Dobbiamo dunque
porci il problema generale di un rafforzamento della tensione civica ed etica,
a cominciare da noi stessi". Bersani affronta così la questione morale
(pur senza nominarla) che agita il partito. In particolare, "dobbiamo
chiederci come mai in questi due anni non sia stato possibile sanzionare nei
diversi luoghi del paese comportamenti non coerenti con i principi che abbiamo
enunciato". Per rimediare il segretario chiede "strumenti efficaci
per dissociare il partito e il suo buon nome dalle deviazioni di singoli".
Alleanze. Per una
reale ''alternativa'' al governo delle destre e di Berlusconi, il Pd si rivolge
"a tutte le forze di opposizione". Da quelle parlamentari (Idv, Udc e
radicali) e quelle che non ci sono ''come Sinistra e Liberta', Verdi,
formazioni civiche e di origine socialista e repubblicana''.
Federalismo.
"Propongo come prima iniziativa di mobilitazione del Pd un'assemblea di
mille amministratori del Pd aperta ad amministratori di ogni schieramento per
denunciare il federalismo delle chiacchiere ed affermare quello dei fatti"
E' questa la proposta che Bersani accompagna ad un affondo contro il Carroccio:
"Non si pensi, a cominciare dalla Lega, di poter raccontare qualsiasi
favola con noi che stiamo zitti".
Defezioni.
"Le defezioni non fanno mai piacere - ha ammesso Bersani riferendosi
all'uscita dal partito di Rutelli e Calearo - soprattuto quando avvengono in
forme singolari, ma a qualcuno che teme che così si lascia scoperto un fronte
dico no. Noi non abbiamo fronti scoperti, per tutta l'area del centrosinistra
abbiamo culture, radicamenti che ci tengono ampiamente al riparo da questo
rischio".
Organigrammi. Un
cambiamento di rotta dentro il partito. Dove "in questi due anni si è
determinata una costituzione materiale che va corretta e migliorata atrtraverso
un rafforzamento strutturale". Serve, sostiene Bersani, "un partito
popolare e del territorio, che selezioni dal territorio le nuove classi
dirigenti e che si radichi nei luoghi di studio e di lavoro". Per questo,
a fronte dei 70 circoli nei posti di lavoro e di 10 nei posti di studio,
Bersani proporrà ai segretari regionali di fondare nei prossimi mesi 500 nuovi
circoli nei luoghi di lavoro".
Enrico Letta è
stato eletto a larga maggioranza vicesegretario del partito. Rosy Bindi è stata
eletta presidente mentre Marina Sereni e Ivan Scalfarotto vicepresidenti.
Resterà fuori dalla vita attiva del partito Romano Prodi anche se da giorni è
partito un tam tam in rete perché gli sia riconosciuto il ruolo di presidente
onorario.
Le reazioni. Non
chiede posti ma vuole che il Pd sia "un grande partito", in cui
"tutti si sentano a casa propria", evitando ulteriori uscite come
quella di Francesco Rutelli. Sono queste le richieste che l'ex segretario Dario
Franceschini fa arrivare a Bersani dal palco dell'assemblea. Ribandendo di
voler strutturare "area democratica", cioè l'area nata intorno alla
propria mozione congressuale. Prima di lui, Franco Marini, aveva chiesto a
Bersani che fosse dato spazio negli organigrammi agli ex popolari che fanno
capo a Fioroni. Ignazio Marino, invece, si è detto "soddisfatto" di
aver trovato nella relazione del segretario molti temi della mozione con cui il
chiururgo si era presentato alle primarie. LR 7
Pd, il giorno di Pier Luigi Bersani. Rosy Bindi eletta presidente del
partito
È stato il giorno
di Pier Luigi Bersani. Davanti alla platea dei delegati eletti alle ultime
primarie, l'Assemblea nazionale del Partito Democratico, l'ex ministro è stato
ufficialmente eletto nuovo segretario e si è rivolto al paese e al partito con
un discorso denso di proposte, dalla crisi economica alle riforme
istituzionali. «Ho detto più volte», ha esordito Bersani, «che non credo al
partito di un uomo solo, ma a un collettivo di protagonisti. So bene che questo
collettivo deve avere forme contemporanee, e rinunciarvi sarebbe regredire. Mi
rivolgo a voi non come ci si rivolge a una folla ma come ci si rivolge al
gruppo dirigente di un partito, corresponsabile di questa avventura. Per
preparare l'alternativa». "Per l'alternativa", infatti, è proprio lo
slogan che campeggia nel padiglione 13 della Fiera di Roma, teatro di questo
atteso primo atto del nuovo segretario. Un alternativa che passa dal ripudio
del leaderismo e dalla costruzione di un partito vero. «Noi siamo orgogliosi di
sentirci costruttori di un partito. Costruendo un partito realizziamo la
Costituzione, che parla di partiti e non parla di popoli. Esiste un'altra
modernità, alternativa alla deformazione plebiscitaria della nostra democrazia.
Una modernità che può venire dal rafforzamento e dalla riforma del sistema
parlamentare, da una legge elettorale che riconsegna ai cittadini la scelta dei
parlamentari». Una riforma in attesa della quale, ha precisato poi Bersani
nelle sue conclusioni, «meglio fare le primarie per scegliere le posizioni nelle
liste per il parlamento». Il neosegretario ha tenuto una relazione solida e
accurata, fondata sull'analisi dei problemi che investono il paese, proponendo
«un'assemblea di mille amministratori del Pd, aperta ad amministratori di ogni
orientamento, per denunciare il federalismo delle chiacchiere e parlare di
federalismo dei fatti. Non si pensi, a cominciare dalla Lega, di poter
raccontare delle favole mentre noi stiamo zitti». Secco col governo - «dialogo
no, confronto sì, ma solo in parlamento e non sugli affari del premier» - e
fiducioso sulle possibilità di D'Alema di diventare ministro degli esteri
dell'Unione Europea - «ne saremmo orgogliosi» - Bersani ha proposto, tra le
altre cose, un sistema di quote per valorizzare la presenza femminile in politica.
«Noi non tolleriamo la posizione discriminata delle donne. Vogliamo guidare un
forte movimento di opinione che chieda una soluzione transitoria di quote,
perché la discriminazione più forte è quella chie tiene le donne fuori dai
centri decisionali».
Il punto centrale
del suo intervento, Bersani lo dedica al progetto del nuovo partito, sgombrando
il campo da dubbi e dalle tentazioni "nostalgiche" che i suoi
avversari gli avevano attribuito durante la campagna congressuale. «Dobbiamo
costruire il partito che abbiamo promesso ai cittadini e ai militanti. Nessuna
nostalgia deve imprigionarci o trattenerci, dobbiamo sentire la necessità del
nuovo da costruire. Ci rivolgiamo a tutto il centrosinistra, senza trattino,
nella legittima ambizione di farci più forti. Liberiamoci da parole vecchie e
passate, la nostra proposta politica non è una coperta da tirare al centro o a
sinistra. Quel che conta è il progetto, l'idea di paese. Al di fuori di questa
ambizione non si è più di centro o più di sinistra, si è un partito piccolo
condannato nei nostri confini». Anche per questo, ha poi precisato Bersani nel
corso delle sue conclusioni, «il Pd è coperto sia a sinistra che al centro». Un
passaggio particolarmente apprezzato che ha trascinato gli applausi fino alla
fine della relazione - «Un partito giovane ci chiede di essere giovani nel
cuore» - accolta da una standing ovation.
È stato anche il
giorno dell'elezione dei nuovi organismi, dal vicesegretario Enrico Letta ai
120 componenti della direzione nazionale. Dalla presidente del partito, Rosy
Bindi, ai vicepresidenti Ivan Scalfarotto e Marina Sereni. Durante la fase
riservata agli interventi liberi, sia Dario Franceschini che Ignazio Marino
hanno dato al neosegretario la loro disponibilità a lavorare insieme. Marino si
è detto «molto soddisfatto del discorso di Bersani», al quale ha messo «a
disposizione le nostre forze», perchè ora «ci faccia vincere». Stesso concetto
ribadito, seppure con qualche sorriso in meno, da Dario Franceschini: «Abbiamo
la responsabilità di sostenere lealmente chi ha la responsabilità di guidare il
partito: noi, Pier Luigi, faremo così». È la conclusione di una campagna
congressuale nazionale durata praticamente quattro mesi, che ha visto il Pd
discutere di sé e del paese, con sé e col paese. Non è un caso, dicevano molti
delegati in sala, che i sondaggi ultimamente diano il Pd vicino alla soglia del
30 per cento. «Non dobbiamo fermarci qui», sospira una delegata lasciando la
sala. Un pensiero che sicuramente mette d'accordo tutti. fr.co. L’U 7
È la più grave crisi produttiva. Ma davvero pensiamo che se ne può uscire
da soli?
La crisi economica
ha provocato tensioni senza precedenti fra banca e impresa. Non si tratta solo
dei ben noti problemi della disponibilità di credito nei confronti delle
aziende ma di un disagio più profondo, un disagio che deriva dai cambiamenti
avvenuti nel sistema creditizio nazionale ed internazionale ben prima della
crisi economica, anche se messi a conoscenza di tutti dalla crisi stessa.
Le banche hanno
cambiato natura. Sono diventate più grandi, guardano sempre più al mondo e
sempre meno al territorio. Sono molto più attente a vendere prodotti che a
sviluppare imprese
Non è una
caratteristica particolare delle banche italiane ma un processo di carattere
mondiale. Anche le nostre banche, se volevano sopravvivere alla concorrenza
internazionale, dovevano diventare più grandi, dovevano espandersi al di fuori
dei confini nazionali e dovevano diventare sempre più universali, offrendo
tutti i servizi a tutti.
Tuttavia, mentre
altri sistemi economici sviluppavano strutture finanziarie e creditizie
specializzate a servizio delle imprese, in Italia le banche sono e rimangono le
uniche organizzazioni dedicate a provvedere alle necessità finanziarie delle
imprese. Lo fanno tuttavia con una grande fatica sia perché, in troppi casi,
non conoscendo più i problemi del territorio, giudicano la situazione delle
imprese secondo parametri generali, validi per tutti ed inflessibili. Il
direttore della filiale visita sempre meno le imprese. Ne conosce sempre meno i
problemi perchè le decisioni sul credito vengono sempre più affidate al
misterioso ufficio fidi della sede centrale, il quale decide fondandosi in
prevalenza su parametri fissi e uguali per tutti.
Basilea1, Basilea2
(che stanno a indicare il luogo dove sono state prese le decisioni delle regole
a cui debbono attenersi le banche) sono parole che terrorizzano ogni piccolo o
medio imprenditore italiano bisognoso di credito aggiuntivo per fare fronte al
prolungarsi della crisi.
Le banche, a loro
volta, data l’ampiezza della crisi e il crescente numero delle aziende in
difficoltà, concentrano le proprie risorse finanziarie nel prolungare la durata
dei crediti esistenti e a questo punto si fermano. L’imprenditore rimane solo
di fronte al proprio futuro proprio nel momento in cui più avrebbe bisogno di
ricevere aiuti e consigli. La paura sta entrando nella casa di molti
imprenditori, anche di coloro che solo due anni fa si ritenevano immortali e
infallibili. Essi sono perciò disposti ad accettare decisioni e cambiamenti che
non avrebbero mai accettato in precedenza. Imprenditori che avevano sempre
rifiutato di fondersi o di cooperare con altre imprese per raggiungere le
dimensioni necessarie per competere e innovare, ora sono disposti ad accettare
i cambiamenti più radicali pur di assicurare un futuro alla propria azienda. E
proprio in questo momento di debolezza ma anche di forzata ragionevolezza essi
si trovano soli. I più vecchi di loro ricordano con rimpianto l’esistenza degli
istituti di credito speciale che, come l’Imi o il Mediocredito, consigliavano
ed aiutavano le aziende proprio nei momenti nei quali esse dovevano prendere
decisioni “speciali.”
Per questo motivo
mi sono chiesto più volte se non fosse opportuno ricreare oggi strutture
finanziarie specializzate simili a quelle del passato per provvedere, in forme
più aggiornate e moderne, alla grande ed indifferibile necessità di adattare il
sistema produttivo italiano alle esigenze future. Riflettendo più a fondo su
questo problema non ho potuto nascondermi i rischi e le difficoltà di fare
nascere dal nulla banche specializzate per segmentazioni di attività.
Anche perché esse
non sarebbero immuni dal rischio di trasformarsi in carrozzoni pubblici che poi
si sostituirebbero alla responsabilità degli imprenditori.
Se si vogliono
evitare questi esiti occorre però che le banche affrontino questi problemi con
una visione di lungo periodo, organizzando strutture specializzate per
mobilitare al servizio della ristrutturazione delle imprese e della loro
aggregazione le risorse e le competenze necessarie.
È certo che se si
vuole evitare di creare nuove istituzioni finanziarie col fondato rischio di
dare vita a pericolosi carrozzoni, bisogna che le banche recuperino una
relazione continua, approfondita ed autorevole con le imprese.
Altrimenti
bisognerà davvero ripensare ad un ritorno al passato.
Quello che mi è
impossibile accettare è che si stia attraversando la più grave crisi produttiva
del dopoguerra senza adottare alcuna nuova politica industriale e creditizia.
Pensiamo infatti davvero che in questa crisi gli imprenditori se la possano
cavare da soli e che il sistema produttivo italiano si adatti in modo naturale
ai cambiamenti presenti e futuri ? E’ proprio vero che a non fare nulla non si
sbaglia mai?
Io non lo credo e
penso che qualche rimedio vada preso. Finchè siamo ancora in tempo. Romano
Prodi IM 8
Sindrome Prodi al governo. Maggioranza litigiosa
Chi conosce Silvio
Berlusconi, chi lo frequenta e gli parla, descrive il premier in preda ad un
umore pessimo.
Ed è pronto a
scommettere che si sia davvero alla vigilia di qualcuna delle sue note e
improvvise mezze rivoluzioni. Secondo costoro, infatti, il presidente del
Consiglio sarebbe il primo ad esser convinto che l’esecutivo - meglio ancora:
la maggioranza che lo sostiene - si stia inesorabilmente impantanando, e che
l’alternativa ad un «colpo d’ala» (a un colpo di scena) sia fare la fine della
legislatura 2001-2006: un rimpasto dietro l’altro per poi filare comunque
dritto alla sconfitta elettorale. Forte di quel precedente, Berlusconi è deciso
a non commettere gli stessi errori che caratterizzarono la sua ultima
esperienza di governo, segnata da dimissioni importanti (da Ruggiero a Scajola
a Tremonti) e da un finale di legislatura non proprio esaltante. Eppure, avendo
chiara la malattia, meno chiaro è - per ora - il rimedio da utilizzare.
Del resto, qualche
tentativo di premere sul pedale dell’acceleratore il premier l’ha fatto: ma è
andata che peggio non si poteva. Ha provato ad annunciare l’abolizione
dell’Irap, ma ha poi dovuto fare marcia indietro, bloccato dal rigore di
Tremonti; ha quindi rilanciato l’idea di una Grande Riforma della giustizia, ma
Gianfranco Fini l’ha subito rintuzzato; e intorno alle candidature per le
prossime elezioni regionali - è storia di queste ore - è montata una tale
confusione che quella che era stata annunciata come una marcia trionfale si sta
invece trasformando in un’inattesa e dolorosa Via Crucis.
Se il paragone non
risulta offensivo per l’attuale premier (e per il suo predecessore) potremmo
dire che sono diverse settimane, ormai, che il governo di Silvio Berlusconi
sembra il governo di Romano Prodi: una coalizione litigiosa, un caso al giorno,
ripicche, minacce e l’attività amministrativa che va a farsi benedire. Inutile
dire che si tratti di un pessimo segnale: soprattutto oggi che occorrerebbe
provare a pilotare il Paese fuori dalle secche della crisi.
Secondo alcuni non
si tratterebbe di tensioni nuove. Il malessere di parte del Pdl nei confronti
delle pretese del partito di Umberto Bossi, per esempio, non è affatto recente;
e antico è anche il dispetto di molti per la «solitaria» politica economica di
Giulio Tremonti. Un fattore, soprattutto, avrebbe fino a ora evitato
l’esplodere dei diversi malumori: la scelta di Berlusconi di concentrare
l’attacco delle opposizioni esclusivamente su se stesso, si trattasse di
escort, di lodo Alfano e di processi da celebrare. E’ stato un modo - efficace
- di tener compatta la sua maggioranza. Ma appena l’opposizione ha smesso di
incalzarlo su questo (evitando di replicare colpo su colpo su faccende private
e dintorni) e al centro della scena ci sono arrivati i problemi del Paese, la
musica ha cominciato a cambiare.
Il quadro, dunque,
oggi appare fortemente mutato. Momentaneamente accantonate le polemiche roventi
(e spesso sul nulla) tra maggioranza e opposizione, la situazione è
riassumibile più o meno così: sul proscenio non più un insopportabile tutti
contro tutti, ma un governo che fa i conti con le scelte da fare: e facendo
questi conti, litiga. Niente di eccezionale, in sé: in coalizioni composite, è
sempre accaduto. E oltre a non essere necessariamente una tragedia, l’aprirsi
di una dialettica all’interno della maggioranza e soprattutto la riduzione del
conflitto tra maggioranza e opposizione hanno in sé un’opportunità: che si
cominci, civilmente, a discutere di cose serie. Il Paese ne ha un gran bisogno,
ed è perfino superfluo ripeterlo. Si facciano, dunque, le scelte che servono.
Sperando, naturalmente, che la pronosticata mezza rivoluzione che avrebbe in
testa il premier non riporti le lancette dell’orologio al tempo degli insulti e
della rissa. FEDERICO GEREMICCA LS 6
I partiti personalizzati svuotano la democrazia
Mentre ieri
l'Assemblea del Pd proclamava Pierluigi Bersani segretario del partito, Rutelli
se n'era già andato, insieme ad altri ex-democratici. Anche se non è chiaro
dove approderanno. Nell'orbita dell'Udc, probabilmente. Ne è convinto Casini,
che ha preconizzato, per il proprio partito, il raddoppio della base
elettorale. Anche se i sondaggi, per ora, non hanno rilevato variazioni nelle
stime di voto dell'Udc e del Pd. Il quale appare, anzi, in crescita.
L'Udc diverrebbe,
in questo caso, un partito diverso. D'altronde, è una fase incerta, che
coinvolge non solo Rutelli e Casini, il Pd e l'Udc, ma il sistema politico
italiano nell'insieme. Scosso da tensioni trasversali agli schieramenti e ai
partiti. Basta rammentare la turbolenza che investe, in questa fase, l'Idv,
dove la leadership di Antonio Di Pietro subisce la concorrenza di Luigi De
Magistris. Anche nell'altro versante, però, si colgono alcune crepe. Nel Pdl
cresce l'insofferenza di alcuni leader nei confronti del protagonismo e delle
scelte di Tremonti. E, parallelamente, cresce l'insofferenza di Tremonti verso
le pretese degli altri ministri di condizionarlo - e di ridimensionarlo.
Avvisaglie - per alcuni versi - della "guerra di successione"
(preventiva) a Berlusconi. Perfino nel regno monocratico della Lega emerge una
timida ricerca di autonomia personale rispetto alla leadership di Bossi.
Questi casi,
profondamente diversi, riflettono l'equilibrio instabile del sistema politico
italiano, dove è difficile - quasi impossibile - distinguere le persone dai
partiti e i partiti dalle persone.
Rutelli, per ora,
è un leader senza partito. Alla ricerca di un partito. Senza movimenti,
fondazioni, comitati oppure liste che lo sostengano. Mosso da intenti che
meritano rispetto. Ma vaghi. L'accusa rivolta al Pd, di essere il Pds senza la
"S", evoca un rischio concreto. Tuttavia, il richiamo a un soggetto
politico riformista e moderato è un po' generico. Tutti in Italia - salvo la sinistra
radicale ormai fuori gioco - si definiscono tali. Riformisti e moderati.
Inoltre, pare difficile che il riferimento ai valori gli permetta di attrarre
gli elettori cattolici del Pd. I quali, peraltro, non sono troppo sensibili al
richiamo della Chiesa, su questi temi.
Anche l'Udc, a cui
Rutelli guarda con interesse (ricambiato), è un "partito
personalizzato". Riassunto, a livello nazionale, da Casini. Altri leader,
come Tabacci, godono di ampio credito, al di là dei confini del partito. Ma,
per questo, non lo rappresentano e non lo identificano. D'altronde, il distacco
dell'Udc dal centrodestra nasce dal rifiuto di Casini di confluire nel Pdl nel
dicembre del 2007. Per non recitare, in eterno, la parte della "giovane
promessa" (felice formula di Edmondo Berselli). Per non sparire, insieme
all'Udc, nel PMM, il Partito Mediatico di Massa. Casini, allora, preferì
spostarsi al centro. Cioè: alla periferia del sistema bipolare. (Aiutato da
Bossi e dalla Lega). Mentre Fini si "ritirò" a Montecitorio. Visto
che il gruppo dirigente di An, in larga maggioranza, non avrebbe accettato di
sfidare il Cavaliere. Fini. Altro leader senza partito. Interpreta il ruolo di
presidente della Camera da protagonista politico.
L'Udc, tuttavia,
non è un "partito personale" (secondo la definizione di Mauro
Calise). Non è il Pdl e neppure la Lega. È una rete di gruppi personali e di
interessi locali. Un arcipelago sopravvissuto alla scomparsa del continente
democristiano. Casini offre loro un'immagine comune. Una regia nazionale. Il
riferimento all'identità cattolica, peraltro, è importante, ma non
"distintivo". D'altronde, la Chiesa, per tutelare i propri valori e
interessi, preferisce agire in proprio. Rivolgersi ai partiti maggiori e
soprattutto al governo. Non alle formazioni minori. L'Udc, per questo, è un
partito " personalizzato". Orientato dalle strategie personali del
leader, ma anche da quelle dei gruppi dirigenti locali e della base elettorale.
Per metà, insediata nel Centrosud. Zone di forza: Sicilia e Calabria. Per
questo, l'arrivo di Rutelli ne può accrescere la visibilità. Il peso politico.
Ma non i voti. Non più di tanto, comunque, fino a quando resterà in vigore
questa legge elettorale - ironia della sorte: voluta dall'Udc - che premia le
coalizioni e schiaccia chi sta in mezzo.
Nell'Udc crescerà
, semmai, la concorrenza "personale". D'altronde, nel Pd, Rutelli era
divenuto "periferico", dopo la sconfitta nell'elezione a sindaco di
Roma, un anno e mezzo fa. E dopo la vittoria di Bersani al congresso e nelle
primarie del Pd. Afflitto anch'esso dal dualismo fra partito e persone. Ma in
senso contrario rispetto agli altri casi. Perché il Pd tende ad apparire oggi
una sorta di "partito impersonale". Il che non è un male, se ci si
riferisce a un partito non ridotto a una sola persona; dove il peso
organizzativo e associativo è più importante del leader. Ma la definizione
suggerisce dell'altro. Un'identità politica pallida. Oltre al sospetto che il
potere effettivo di Bersani - per quanto legittimato dal voto degli iscritti e
dei simpatizzanti - sia condizionato, nel retroscena, dai soliti noti.
La politica
personale - o impersonale - rende, dunque, vulnerabile soprattutto il
centro-sinistra. Nell'altro versante, il rapporto fra partito e persona è
diretto. Berlusconi, in particolare, non è solo il leader unico del Pdl. Ma
"impersona" l'ideologia condivisa dagli elettori. Dove pubblico e
privato si confondono, nell'esercizio e nella "messa in scena del
potere", attraverso i media, che egli stesso controlla. Nell'Idv, al
contrario, Di Pietro, oscurato da mesi in tv (e non solo per volontà della
destra), ha perso consenso e fiducia popolare. Mentre la concorrenza di De
Magistris sta logorando le fondamenta (personali) del partito.
Questa seconda
Repubblica. Ridotta a un catalogo di combinazioni tra partiti e persone.
Partiti personali, personalizzati e impersonali. Accanto a persone senza
partito e in cerca di partito. Evoca una democrazia povera. (Povera
democrazia!). Di idee e di identità. Di passione e partecipazione. Speriamo che
passi presto.
ILVO DIAMANTI LR 8
Il Cipe "sblocca" 1,3 miliardi di euro per il Ponte. Soldi già
destinati altrove. Nulla dai privati
Quello dello
stretto di Messina sarà il Ponte di Natale. La prima pietra sarà posta il 23
dicembre. È l’ultima trovata sulla maxi-infrastruttura che l’esecutivo
Berlusconi ha lanciato al termine della riunione del Cipe. Riunione ghiotta: il
comitato ha sbloccato un miliardo e 300 milioni per avviare la progettazione.
Soldi veri, soldi pubblici. «Il via libera Cipe - osserva Ermete Realacci -
conferma che gli unici fondi disponibili sono quelli statali. Finora non si è
visto nessun contributo privato, come va raccontando il governo». La somma
sbloccata ieri (già stanziata da anni: fu «dirottata» dal governo Prodi su
infrastrutture di Calabria e Sicilia) non è che una prima - minima - tranche
del costo complessivo, che arriverà a 6,3 miliardi di euro in sette anni.
Un punto incassato
dai «siciliani» del Pdl, con il transfuga Gianfranco Miccichè che canta
vittoria insieme a Raffaele Lombardo. A «benedire» tutto è il titolare delle
Infrastrutture Altero Matteoli. Il quale indica anche una tabella di marcia:
entro fine anno il Cipe si riunirà di nuovo e definirà i dettagli tecnici della
progettazione. Non la pensa così la Regione Calabria, che già annuncia un
ricorso alla Corte Costituzionale per mancanza di intese sulle procedure. Ma il
dato politico più importante dell’ultimo Cipe sta tutto nella distribuzione -
soppesata al millimetro - di risorse tra Nord e Sud. Il Ponte per i
«siciliani», l’Expo per i lombardi. Il cipe ha approvato infatti i
finanziamenti per 921,1 milioni di euro per le seconde tratte della linea 4 e
della linea 5 della metropolitana milanese. Le due opere sono inserite nel
piano Expo 2015 e per entrambe il termine dei lavori è stabilito entro il 2014.
Subito il sindaco di Milano Letizia Moratti ha espresso la sua soddisfazione.
Via libera anche alla pedemontana, e ai primi 500 milioni per il terzo valico
dei Giovi, che consentirà entro la fine dell'anno l'apertura dei cantieri per
l'avvio della realizzazione dell'Alta Velocità ferroviaria fra Milano e Genova.
Una miriade di interventi «nordisti» che hanno fatto esultare anche la Lega
nord. Un vero «manuale Cencelli» degli stanziamenti, abilmente orchestrato da
un Silvio Berlusconi solo al comando, con Giulio Tremonti in trasferta. Pioggia
di interventi anche per la città de L’Aquila, che incassa 300 milioni per la
ricostruzione e qualche spicciolo per il recupero delle scuole. Non è stato
dimenticato un contributo all’Ambiente, che vede sbloccare un miliardo per
diversi interventi. Complessivamente nella riunione di ieri sono stati liberati
circa 8 miliardi di risorse: tutte già stanziate ma mai liberate.
Nella miriade di
interventi, anche uno che mette le mani nelle tasche dei cittadini. La delibera
Cipe autorizza infatti a partire dal 2010 un aumento delle tariffe aeroportuali
fino ad un massimo di 3 euro per passeggero alle sole società di gestione che
effettuano investimenti autofinanziati ed autorizzati dall'Enac. Una decisione
che ha scatenato la reazione dei consumatori. Il Codacons ha già annunciato un
ricorso al Tar. Bianca Di Giovannitutti L’U 6
Terremoto a RaiTre silurato Ruffini
Se non si corresse
il rischio di fare un regalo a Mediaset, favorendo la concentrazione televisiva
e pubblicitaria privata costituita dall'azienda del premier, forse bisognerebbe
dire che è arrivata l'ora di non pagare più il canone d'abbonamento alla Rai.
L'ora, cioè,
dell'obiezione fiscale. O comunque, della disdetta collettiva, in forza di una
protesta popolare e civile. Con la demolizione della terza rete, ultimo
bastione di quella riserva indiana in cui è stata confinata l'informazione
televisiva non ancora asservita al governo in carica, si completa la manovra di
accerchiamento del servizio pubblico, con l'occupazione "manu
militari" dell'azienda di viale Mazzini e la sua definitiva
normalizzazione.
Questo non è che
l'epilogo di un lungo assedio in cui si intrecciano interessi privati e pretese
di egemonia politica. L'assalto finale al Palazzo di vetro della televisione
pubblica, tutt'altro che trasparente e luminoso.
Il declassamento
annunciato di Rai Tre da rete nazionale a rete regionale, attraverso la
rimozione del direttore Paolo Ruffini, non corrisponde però soltanto a un
"escamotage" per smantellare trasmissioni considerate scomode o
irriverenti: da Ballarò di Giovanni Floris a Che tempo che fa di Fabio Fazio,
per arrivare fino al talk-show satirico Parla con me di Serena Dandini. Già
questo, per la verità, sarebbe di per sé grave e preoccupante. E non tanto sul
piano politico, del pluralismo interno o dell'indipendenza professionale;
quanto proprio sotto l'aspetto del palinsesto, della produzione, della varietà
e articolazione di scelte offerte al pubblico dei telespettatori.
Ma il progetto per
così dire federalista che punta a trasformare la terza rete in una Repubblica
televisiva separata, in una diaspora permanente di tg e programmi locali,
insomma in un'appendice di viale Mazzini, minaccia in realtà di ridurre tutta
la Rai da tv di Stato a tv di regime, mortificando l'identità e il ruolo
istituzionale del servizio pubblico in funzione di una subalternità assoluta al
governo e alla sua maggioranza. Se è vero che quest'ultima beneficia in
Parlamento di una sia pur legittima maggiorazione, prodotta dal sistema
elettorale vigente, è altresì vero che non gode di una maggioranza effettiva di
voti e di consensi nel Paese. E ciò, evidentemente, rende ancora più abusiva la
colonizzazione politica di viale Mazzini da parte del centrodestra, guidato da
un premier-tycoon che è anche il principale concorrente privato dell'azienda
pubblica.
Si dirà, magari,
che in fondo è sempre stato così, che la Rai gravita da sempre nell'orbita
governativa. Ovvero, per usare un'espressione di Bruno Vespa, che storicamente
l'azienda ha considerato il partito di maggioranza come il proprio azionista di
riferimento. Eppure, a parte la questione irrisolta del conflitto d'interessi
in capo a Berlusconi, è stata proprio la presenza della terza rete a rappresentare
finora un presidio di autonomia, a garanzia della minoranza, se non un alibi o
una foglia di fico.
Ricordiamo tutti
che, ai tempi della vituperata Prima Repubblica, questo fu il risultato di una
spartizione fra maggioranza e opposizione, con l'appalto di Rai Tre e del Tg3
al vecchio Pci: era l'epoca della celebre "Tele Kabul", affidata
all'esperienza e alla professionalità del povero Sandro Curzi. E sappiamo bene
che, all'interno delle reti e delle testate giornalistiche, imperava (e continua
a imperare) la legge della lottizzazione fra i partiti, le loro correnti e
sottocorrenti. Ma la terza rete, al di là di certi estremismi e faziosità, ha
rappresentato tuttavia un surrogato di alternativa, una zona franca, uno spazio
di libertà, mentre oggi la sua amputazione rischia di compromettere la stessa
ragion d'essere del servizio pubblico.
Con la forza
profetica dei suoi arcani sondaggi, recentemente il capo del governo ha
predetto che, in seguito al comportamento della Rai nei suoi confronti,
l'evasione del canone è destinata a passare dal 30 addirittura al 50 per cento.
Senza ricorrere all'ausilio di indagini demoscopiche, c'è da meravigliarsi
semmai che ciò non sia ancora avvenuto. In rapporto al servilismo di gran parte
dell'informazione - e in qualche caso anche dell'intrattenimento - propinato
quotidianamente ai cittadini abbonati, la quota di evasione dovrebbe arrivare
anzi al 65 per cento, corrispondente all'area elettorale che ha votato contro o
comunque non ha votato a favore del centrodestra.
Sta di fatto che
il servizio pubblico esiste in tutti i Paesi democratici e in alcuni di questi,
a cominciare dalla Gran Bretagna della mitica Bbc, è finanziato soltanto dal
canone d'abbonamento.
Ora, se ne esiste
uno al mondo in cui la sua funzione è assolutamente necessaria, questo è
proprio il nostro, dominato dall'anomalia del conflitto d'interessi e ancor
prima dalla concentrazione televisiva e pubblicitaria. L'obiettivo prioritario,
piuttosto, resta quello di affrancare la Rai dalla sudditanza alla politica e
dalla subalternità al governo.
Non c'è scritto in
nessuna legge che in Italia la tv pubblica debba gestire tre reti: e infatti
non accade altrove. Ma non c'è scritto neppure che un solo operatore privato ne
debba detenere altrettante, in concessione dallo Stato. Né tantomeno che lo
stesso soggetto controlli poi quelle pubbliche direttamente dalle stanze di
Palazzo Chigi. Prima di abolire o disdire il canone, è necessario allora
ridurre la concentrazione televisiva ed eliminare il conflitto d'interessi che
condizionano l'intero sistema dell'informazione nel nostro Paese. GIOVANNI
VALENTINI LR 7
I conti in rosso dei Comuni (senza Ici)
Reggio Calabria:
13 mila bollette arretrate - I bilanci dopo l’eliminazione dell’imposta sulla
prima casa. Milano ha perso 36 milioni di euro l’anno
ROMA — Non ci
mancava che l’Expo. Altri due milioni e quattrocentomila euro, ha dovuto
trovare il sindaco di Milano Letizia Moratti. Sono i soldi che l’amministratore
delegato di Expo 2015, il deputato del Popolo della libertà Lucio Stanca, ha
chiesto per far decollare la società senza intaccare il capitale sociale.
Niente di catastrofico: meno di due euro per ogni milanese. Ma se non succedeva
era meglio. E se Letizia Moratti non si mostra (per ora) affatto preoccupata,
vorrà dire qualcosa il fatto che il sindaco stia studiando insieme ai
presidenti di Provincia e Regione, Guido Podestà e Roberto Formigoni, un
sistema per coinvolgere i privati nell’affare. Con quale scopo? Alleggerire il
peso dell’evento 2015 sulle casse comunali. Perché l’operazione Expo è arrivata
in un momento che peggio non si può. Il patto di stabilità interno, che lega
gli enti locali al rispetto di rigidi parametri, morde con ferocia. I
trasferimenti statali latitano. E le entrate proprie soffrono per l’abolizione
dell’Ici. Ma se il Comune di Milano potrebbe anche archiviare il 2009 con un
rosso non trascurabile, neppure a Roma si ride. L’assessore al Bilancio
Maurizio Leo ammette: «Stiamo facendo i salti mortali ». Dice che il bilancio
2009 si chiuderà «in sostanziale equilibrio» ma incrocia le dita. «Il problema
è il pregresso: ci sono 9 miliardi e mezzo di debiti certificati », sostiene.
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti si è impegnato per iscritto con il
sindaco di Roma Gianni Alemanno a dargli il prossimo anno 500 milioni in
«immobili della difesa immediatamente valorizzabili». Ma ci vorranno poi altri
90 milioni per le aziende municipalizzate. Insomma, c’è da ballare. A Roma,
Milano e negli altri Comuni.
«NESSUNA AUTONOMIA
FISCALE» - Il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, presidente dell’Anci, non
si fa troppe illusioni: «Il fatto è che non abbiamo più autonomia fiscale.
L’Ici è praticamente sparita, l’addizionale Irpef è bloccata. Il problema non è
tanto il patto di stabilità, quanto il fatto che mancano proprio le risorse. È
sui Comuni che in modo pressoché bipartisan si sono scaricati gli oneri per la
tenuta della finanza pubblica. Dal 2004 al 2008 su un totale di 5 miliardi di
euro di contributi al risanamento dei conti ben 2,8 miliardi li abbiamo pagati
noi». Il fardello messo dal governo a carico dei Comuni per contribuire al
risanamento nel 2009 è di un miliardo 340 milioni. In tre anni si arriverà a 4
miliardi 145 milioni. L’Anci stima che per questo i Comuni dovranno tagliare la
spesa del 18%. Chiamparino spiega che il Comune di Torino, «non potendo
comprimere le spese correnti», ha dovuto «sfoltire le iniziative culturali».
Oltre a «dare una limatina alle politiche sociali ». Sforbiciando pure
investimenti e manutenzioni. Ma non tutti i Comuni sono in debito d’ossigeno.
Molti hanno quattrini che gli avanzano. Potrebbero spenderli per rifare una
strada, pavimentare una piazza, costruire una scuola. Se il patto di stabilità
non fosse così ottuso da proibirne l’impiego. Così, invece di venire impiegati
per combattere la crisi, quei soldi restano in banca. Qualche caso? Lissone, in
provincia di Milano, avrebbe 10,7 milioni disponibili. San Donato Milanese,
6,7. Bagno a Ripoli, vicino Firenze, 2,2. Seriate, nel Bergamasco, 4 e mezzo.
Teverola, in provincia di Caserta, 4. Castronno, 5.331 abitanti nel Varesotto,
un milione 243 mila.
L'ABOLIZIONE
DELL'ICI - La mazzata grossa è arrivata dall’abolizione dell’Ici, asso nella
manica che ha fatto vincere le elezioni a Silvio Berlusconi. Ma è come se il
conto della campagna elettorale fosse stato spedito direttamente agli 8.101
municipi italiani. Perché il taglio dell’imposta sulla casa è stato compensato
solo in parte dai trasferimenti statali. Nel 2008 sono mancati all’appello 536
milioni. Quest’anno 796. E nel 2010 il buco salirà a 925 milioni. Calcolando
pure gli altri tagli imposti dal bilancio dello Stato ai Comuni italiani, sono
venuti a mancare lo scorso anno 682 milioni. Una voragine che si allargherà a
un miliardo 222 milioni nel 2009 e a un miliardo 351 milioni nel 2010.
L’eliminazione dell’Ici ha aperto una crepa di 36 milioni nei conti di Milano:
la più grande falla fra tutte quelle registrate dai Comuni italiani. Si tratta
di 27 euro per ogni cittadino, oltre il doppio, in proporzione, rispetto a Roma
(33 milioni di buco, 12 euro procapite). Ma anche i centri più piccoli hanno
accusato la botta. A Bolotana, in provincia di Nuoro, l’abolizione dell’Ici ha
causato un buco pari a un terzo del gettito di quella imposta: 57.547 euro, ovvero
19 euro per ciascuno dei 3.003 abitanti.
ARTE DI
ARRANGIARSI - Comprensibile, anche se non proprio accettabile, che ognuno
cerchi di arrangiarsi come può. Di regola non si pagano i fornitori. E non
parliamo delle bollette Enel. Il Comune di Reggio Calabria, ne ha 12.871
scadute: 9 milioni 344 mila euro. Non pagano, ma come si fa a staccare la luce
al municipio, al cimitero, ai giardini pubblici? Allo stadio? Una volta l’Enel
l’ha fatto: ha tolto la corrente allo stadio di Foggia. Inutile dire che i
soldi per le bollette sono saltati subito fuori. E le multe? Il Comune di Roma
tira su circa 130 milioni l’anno. Vigili e ausiliari sono scatenati. Ma i più
furbi hanno investito negli autovelox. C’è stato un Comune del basso Lazio che
piazzando una macchinetta in un punto strategico ha recuperato con le multe
tutto il gettito Ici andato perduto: circa 6 milioni di euro. Ma poi è
scoppiata la polemica anche sugli autovelox, sono venuti a galla illeciti
penali e quella fonte si è inaridita.
CATTIVA
AMMINISTRAZIONE - Va detto pure che le colpe dello stato comatoso delle casse
comunali vanno spesso cercate nella cattiva amministrazione più che nei tagli
governativi. A Catania il sindaco entrante Raffaele Stancanelli ha trovato
l’anno scorso debiti per un miliardo di euro. E una situazione allucinante, con
la città al buio perché i ladri rubavano i fili dell’illuminazione pubblica.
Rimpiazzati, venivano rubati di nuovo. Eppure un Comune ridotto così poteva
permettersi il lusso di avere ancora da riscuotere, al 30 giugno 2008, ben
224.913 euro di arretrati per l’affitto dello stadio comunale dalla locale
squadra di calcio di serie A. Per non parlare delle pazzesche débacle delle
aziende municipalizzate. Al Sud le imprese controllate dagli enti locali hanno
chiuso i bilanci 2007 con una perdita media di 251 mila euro. Fra il 2003 e il
2007 il buco medio si è allargato del 18,5% mentre il costo del lavoro è
aumentato del 14,6%. Siccome molti Comuni non hanno neppure i denari per
ripianare quelle perdite, provvedono in natura. A Foggia la perdita di quasi 4
milioni di euro accumulata nel solo 2007 dall’Ataf spa, la locale azienda di
trasporto, è stata coperta trasferendogli un parcheggio comunale di 10 mila
metri quadrati. Il passivo dell’azienda del gas (l’Amgas) è stato invece
ripianato con un terreno mentre la falla della nettezza urbana è stata chiusa
conferendo alla Amica spa un immobile di tre piani di proprietà del Comune. In
qualche caso, invece, ci devono pensare direttamente i cittadini. Per tirare
fuori l’azienda dei rifiuti di Palermo dall’abisso finanziario di 150 milioni
nel quale era sprofondata, il governo ha concesso al Comune una deroga per
aggirare il blocco delle addizionali comunali Irpef. E il sindaco Diego
Cammarata ne ha prontamente approfittato. Raddoppiandola, dal 4 all’8 per
mille: livello top in Italia. «Spero che i palermitani capiranno», è stato il
suo commento. La speranza, si sa, è l’ultima a morire. Sergio Rizzo CdS 8
Firenze “abbatte” il Muro di Berlino
Il 10 novembre si
concludono le manifestazioni “Prima o poi tutti i muri crollano”
FIRENZE - Davanti
al più grande palazzo della Firenze rinascimentale, nella piazza intitolata a
una tra le famiglie più importanti e ricche di quel periodo, per qualche ora
sarà ricostruito il “muro di Berlino”. Ricostruito e subito abbattuto dai
toscani, in particolare dai ventenni, con tre picconatori iniziali di
eccellenza: l’assessore della Regione Toscana alla Cultura Paolo Cocchi, il
console onorario della Repubblica Federale di Germania Renate Wendt, il
direttore del Deutsches Institut Florenz Heiner Roland).
Accadrà martedì 10 novembre in piazza
Strozzi, a conclusione delle iniziative volute dalla Regione Toscana per ricordare
i primi 20 anni dall'abbattimento del muro che divideva in due Berlino.
L'evento avrà inizio alle 16 con una mostra
del Deutsches Institut sulla storia della divisione e della riunificazione
della Germania: al centro un muro alto tre metri e mezzo (l'altezza originale
del muro di Berlino) sul quale i visitatori saranno invitati a lasciare
testimonianze scritte e disegnate con i colori messi a disposizione. Alle 19:30
discorso introduttivo di Paolo Cocchi e degli altri due ospiti: poi, alle 20, l'atto
simbolico dell'abbattimento collettivo (con un brindisi offerto da Dresda,
città gemellata con Firenze) cui seguirà (ore 21) la proiezione, al cinema
“Odeon”, di una puntata speciale (“Il crollo del muro. Diplomazie e segreti”)
di “La storia siamo noi”. L'autore, Giovanni Minoli, incontrerà il pubblico
(inviti ritirabili, fino a esaurimento posti, al cinema “Odeon”).
Gli eventi conclusivi voluti dalla Regione
Toscana (riuniti sotto il titolo “Prima o poi tutti i muri cadono” per
ricordare tutte le barriere che anche oggi continuano ad esistere per una
lunghezza globale – è stato calcolato – di ben 30 mila km), inizieranno lunedì
9 novembre con un doppio appuntamento al Teatro Comunale di Firenze: nel
Ridotto (ore 21) Stefano Massini presenta la sua “Der Untergang” (La caduta)
portando in scena 25 giovani, tutti di 20 anni, chiamati a raccontare gli
eventi di quei giorni. Segue (ore 22:30, di fronte al teatro “Macerie Vive”:
“azione teatrale e musicale contro ogni muro” ideata da Giancarlo Cauteruccio (66
artisti dal vivo, quintali di macerie autentiche scaricate in strada davanti al
teatro, due testi inediti scritti dai poeti Roberto Carifi e Davide Rondoni).
E fino al 13 dicembre, al Centro per l'Arte
Contemporanea “Luigi Pecci” di Prato, prosegue “Era così. Immagini dalla
Germania Est 1959-1989”: mostra di Thomas Billhardt, uno dei grandi
fotogiornalisti contemporanei. (m.b./Inform)
Roma, Diocesi preoccupata per l'ordinanza sui lavavetri
Il cardinale
vicario Agostino Vallini: garantire il diritto alla sopravvivenza.
La replica di
Alemanno: istituiremo della borse lavoro per gli indigenti
ROMA - Non piace
alla Chiesa l’ordinanza anti-lavavetri emanata dal Comune di Roma e oggi il
cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, lo ha
fatto presente direttamente a Gianni Alemanno, dicendosi addolorato per il
«crescente clima di intolleranza sociale».
Il sindaco della
Capitale ha raccolto le preoccupazioni, ma ha fatto sapere di non essere
disposto a ritirare le misure (che prevedono multe di 100 euro, sequestro
dell’attrezzatura e controllo dei documenti). Il progetto a cui si sta
lavorando è semmai quello di alcune "borse-lavoro" per coinvolgere
gli emarginati nella lotta al degrado. «La domanda di legittima sicurezza dei
cittadini che la pubblica amministrazione ha il dovere di tutelare - ha
osservato Vallini durante l’incontro di questa mattina con il sindaco nel
Palazzo del Laterano - non può non essere coniugata con il diritto naturale di
ogni uomo alla sopravvivenza e alla ricerca di condizioni per una vita
dignitosa».
Il porporato si è
fatto portavoce anche del malessere raccolto nella comunità ecclesiale, ed ha
invitato Alemanno ad individuare »iniziative e strumenti alternativi e
integrativi che mostrino «il volto umano della città e siano di sprone ai
cittadini a non guardare soltanto ai propri interessi ma al bene di tutti».
Insomma, ha chiarito il vicario del Papa per Roma, bisogna «deplorare quei
comportamenti - messi in atto anche da chi si dichiara cristiano - di sfruttamento,
di abusi, di speculazioni ai danni di immigrati, anche regolari, che desiderano
un onesto inserimento sociale». E addolora, ha sottolineato il card.Vallini,
«un crescente clima di intolleranza sociale».
Poche ore dopo il
colloquio, Alemanno ha risposto con un perentorio «assolutamente no» ai
cronisti che gli chiedevano se intendesse ritirare l’ordinanza che riguarda
lavavetri e giocolieri ai semafori. Prospettando invece in un sistema di
"borse-lavoro" quegli strumenti alternativi invocati dal vicario del
Papa. Un progetto che, ha spiegato, coinvolgerà «nella fase sperimentale i
lavavetri in opere anti-degrado urbano, come la pulizia dei muri». E che
potrebbe poi estendersi «ad altre categorie, come i nomadi». Il sindaco ha
comunque puntualizzato che «nell’ordinanza del Comune è già previsto l’avvio ai
servizi sociali per le persone indigenti». Ma le attività ai semafori, ha
insistito, «dovranno cessare, perchè illegali o negative per la cittadinanza».
Sulla necessità di
«superare le paure» in materia di immigrazione, troppo spesso «ridotta
esclusivamente ad una questione di ordine pubblico da affrontare con la
repressione», si è levata oggi anche la voce della Santa Sede. Con queste
parole infatti - anticipate nel pomeriggio - il presidente del Pontificio
consiglio della Pastorale per i migranti e i rifugiati, mons. Antonio Maria
Vegliò, si rivolgerà nel suo discorso di apertura ai partecipanti del sesto
Congresso mondiale del suo dicastero lunedì mattina in Vaticano. LS
7
9. November. Schicksalstag der Deutschen
Verkündung der Republik, Progromnacht,
Elser-Attentat: Der 9. November war schon vor dem Mauerfall ein historisch
aufgeladenes Datum. Von Robert Probst
Der Reichstag in Berlin - die
Hauptstadt des wiedervereinigten Deutschlands. Im Vordergrund ist das
Holocaust-Mahnmal zu sehen. (Foto: Reuters)
Alle Welt schaut dieser Tage nach
Berlin, jede Menge Staatsgäste werden dort an diesem Montag erwartet - zum großen
Fest der Freiheit am 20. Jahrestag des Mauerfalls. Es wird Festakte geben,
Lesungen, Ausstellungen, Friedens Gottesdienste, großes Feuerwerk - und manch
einer vermisst bei dieser alles absorbierenden Konzentration auf die friedliche
Revolution und die Implosion der DDR-Diktatur zumindest den Hinweis auf andere
einschneidende Ereignisse der jüngeren Geschichte; ist doch der 9. November ein
"Schicksalstag" der Deutschen.
Dieses Datum war zwar 1989 durchaus der
"glücklichste Tag" für das Volk - gleichzeitig musste es 1938 auch
eine seiner dunkelsten Stunden erleben.
Vieles ist am 9. November kulminiert -
und vieles hängt miteinander zusammen: 1918 rief der SPD-Politiker Philipp
Scheidemann nach der Niederlage des Kaiserreichs im Ersten Weltkrieg in Berlin
die Republik aus. Damit erregte er den Zorn der Monarchisten und der
Rechtsradikalen, die den Tag künftig zum Anlass nahmen, gegen das
"System" von Weimar zu wettern.
Am 9. November brannten die Synagogen
So auch der Agitator und NSDAP-Chef
Adolf Hitler, der am 8. November 1923 im Münchner Bürgerbräukeller die
nationale Revolution ausrief und am nächsten Tag mit seinen Getreuen zum
"Marsch auf Berlin" ansetzte - damals endete der Putsch nach ein paar
Kilometern im Kugelhagel der Polizei.
Als Hitler schließlich an die Macht
gelangt war, war die Feier des Jahrestags der "nationalen Erhebung"
alle Jahre wieder ein großer Festtag der "Alten Kämpfer". Am Rande
dieser Feier im Jahr 1938 fiel auch die Entscheidung zum Pogrom gegen die
jüdische Bevölkerung.
In dieser Nacht brannten in Deutschland
zahllose Synagogen, mehr als 100 Menschen wurden von der SA und anderen
Nazischlägern ermordet, etwa 30.000 in Konzentrationslager verschleppt und
Tausende Wohn- und Geschäftshäuser zerstört. Diese vom NS-Regime gesteuerten Ausschreitungen
waren ein wesentlicher Schritt auf dem Weg zum organisierten Massenmord an den
Juden im Dritten Reich.
Ein Jahr später - der Zweite Weltkrieg
hatte mit dem Überfall auf Polen bereits begonnen - feierten die Nazis am 8.
November wieder im Bürgerbräukeller ihre "Heldentat" von 1923. Wenige
Minuten nachdem Hitler den Saal verlassen hatte, explodierte eine Bombe. Es war
das Attentat des Schreiners Georg Elser, der den Sprengsatz ohne fremde Hilfe
in einem Stützpfeiler installiert hatte. "Ich habe den Krieg verhindern
wollen", sagte er, als er von der Gestapo verhaftet wurde. Elsers Tat vor
70 Jahren steht dem Attentat vom 20. Juli 1944 kaum nach. Er wurde im April
1945 im KZ Dachau ermordet.
Der Mauerfall 1989 war dagegen echter
Zufall - das Ende der Nachkriegsgeschichte kann freilich ohne das Erinnern an
die anderen 9.November nicht gefeiert werden.
SZ 9
Leoluca Orlando im Interview. "Berlusconi pervertiert sein Amt"
Klartext von Palermos legendärem Ex-Bürgermeister:
Leoluca Orlando sieht Italien als "eine Diktatur, die wie eine Demokratie
aussieht". Im sueddeutsche.de-Gespräch erklärt der Parlamentarier, wie
Berlusconis Politik die Mafia fördert und deutsche Firmen gefährdet - und
erzählt von einem Posten-Deal, den der Premier ihm vorgeschlagen hatte.
Interview: Hans-Jürgen Jakobs und Oliver Das Gupta
Leoluca Orlando, Jahrgang 1947, ist
einer der profiliertesten Mafia-Gegner Italiens. Als Bürgermeister von Palermo
(1985-1990 und 1993-2000) gelang es dem Sizilianer, die Mafia erstmals
weitgehend aus dem politischen und wirtschaftlichen Leben der Stadt zu
verdrängen. Wegen seines couragierten Kampfes gegen die Cosa Nostra stand der
Politiker lange ganz oben auf der Abschussliste der Mafia. Er und seine Familie
lebten viele Jahre unter Personenschutz.
Orlando ist heute Abgeordneter im
Parlament in Rom und Sprecher seiner Partei Italia dei Valori (Italien der
Werte). Er leitet zudem das kulturpolitische "Istituto per il Rinascimento
Siciliano" (Institut für eine Renaissance Siziliens).
Das Interview fand in der SZ-Redaktion
statt; Leoluca Orlando sprach Deutsch - der Jurist hat in Heidelberg studiert.
sueddeutsche.de: Herr Orlando, Sie sind
häufig im Ausland unterwegs. Ist es Ihnen peinlich, dabei auf Silvio Berlusconi
angesprochen zu werden, den Ministerpräsidenten Ihres Landes?
Leoluca Orlando: Die Zeit, über das
Image zu reden, ist längst vorbei. Alle wissen, wie Berlusconi ist. Ich hoffe
nur, dass sie nicht vergessen, dass es noch ein anderes Italien gibt.
sueddeutsche.de: Der Regierungschef
gibt sich so, als ob er längst mit dem Staat eins geworden ist. Er erklärt:
"Viva Berlusoni, viva Italia!" Ist Ihr Land inzwischen eine
Demokratur geworden?
Orlando: Fakt ist: Eine Diktatur im
Jahr 2009 ist nicht gleichzusetzen mit den Diktaturen wie bei Mussolini oder
Hitler. Wir haben neue Medien, eine neue Mafia und eine neue Diktatur, die wie
eine Demokratie aussieht. Berlusconi ist ein Symbol dafür.
sueddeutsche.de: Können Sie das
konkretisieren?
Orlando: Es gibt in Italien keinen
Unterschied mehr zwischen privat und politisch, zwischen Staat und Markt.
Normalerweise interessiert es nicht, was im Schlafzimmer passiert. Bei
Berlusconi ist es aber so, dass er sich am gleichen Ort mit Putin trifft,
Kabinettssitzungen abhält und Privatpartys organisiert mit Frauen eines
Escort-Dienstes - die mit Staatsflugzeugen angebracht werden. Das ist eine
ethische Frage, keine juristische. Ein Ministerpräsident kann so nicht leben.
sueddeutsche.de: Viele Italiener wählen
ihn trotzdem. Sie finden womöglich gut, wie er als Einzelner dem Staat trotzt.
Orlando: Das macht die Causa umso
gefährlicher. Berlusconi ist ein schlechtes Vorbild für alle. Er kultiviert das
Schlechte. Er befindet sich als mächtiger Medienunternehmer und Ministerpräsident
permanent im Interessenkonflikt - das färbt ab: Unser Problem sind inzwischen
die vielen kleinen Berlusconis, die in den Stadtvierteln und Regionen
herrschen, egal, ob sie politisch rechts oder links stehen. Es ist für
italienische Politiker normal geworden, gleichzeitig Privatunternehmer zu sein.
Eine andere Kultur hat Einzug gehalten.
sueddeutsche.de: Mit welchen Folgen?
Orlando: Es gibt keinen ordentlichen
Wettbewerb mehr. Es handelt sich um eine ethische Korruption von Demokratie.
Berlusconi kontrolliert die Medien, er herrscht mit den Umfragen - und gibt dem
Volk, was es haben will. Das ist wie bei Pontius Pilatus, der Jesus opferte,
obwohl er von dessen Unschuld überzeugt war. Es darf aber keine
Pontius-Pilatus-Demokratie geben. Man kann nicht einen Konsens mit den Bürgern
vortäuschen und somit gegen das Recht regieren. Ein Politiker muss eine Vision
des Guten haben.
sueddeutsche.de: Berlusconis Vision
lautet: Der Staat ist ein Konzern, der von einem charismatischen Vorstandschef
geführt werden will.
Orlando: Einspruch. Er hat die Rolle
des Premiers pervertiert. Er benutzt das Fernsehen, um den Leuten das zu geben,
was sie wollen. Und er kontrolliert sowohl das private als auch das öffentliche
Fernsehen, die Rai.
"Illegales Geld kann Europa kaufen
- dank Berlusconi"
sueddeutsche.de: Herr Orlando, Sie
sollten im vorigen Jahr die Parlamentskommission leiten, die sich um die
Informationsfreiheit und die Rai kümmert. Warum wurde daraus nichts?
Orlando: Ich will es Ihnen erklären:
Diesen Job muss ein Mitglied der Opposition machen und die Abgeordneten des
Regierungslagers tragen das mit - das ist vorgeschrieben. Die
Oppositionsparteien hatten sich auf mich als Präsidenten geeinigt. Sechs Monate
ging ich täglich zweimal ins Parlament, um mich wählen zu lassen, doch nie kam
es dazu. Dann legte mir im September der Senatspräsident nahe, vertraulich mit
Berlusconi zu reden. Der habe ein Veto eingelegt. Aber alle Probleme seien zu
lösen.
sueddeutsche.de: Welchen Deal schlug
Ihnen Berlusconi vor?
Orlando: Ich sollte mich mit ihm
treffen - ich lehnte ab. Dann wollte er telefonieren - ich weigerte mich
wieder. Mein Argument: Es kann doch nicht sein, dass ein Regierungschef in
einer Sache entscheidet, die allein das Parlament betrifft. Es kann doch nicht sein,
dass der größte Medienunternehmer in anderer Funktion darüber entscheidet, wer
ihn und den Konkurrenten kontrolliert. Darum wurde ich nicht Präsident dieser
Kommission.
sueddeutsche.de: Berlusconis Politik
ist, Gesetze zu machen, die ihm zugutekommen. So kam es zum Immunitätsgesetz,
das ihm Schutz vor Verfolgung in laufenden Prozessen sicherte - und das jüngst
von Verfassungsrichtern kassiert wurde.
Orlando: Neben Europa ist der
Verfassungsgerichtshof unsere zweite Hoffnung. Ohne die Richter würde die
Demokratie sterben.
sueddeutsche.de: Berlusconi beschimpft
die Richter als "Kommunisten". Sie seien nicht unabhängig.
Orlando: Was die Mafia braucht, sind
solche Aussagen des Ministerpräsidenten. Das ist polemischer Unsinn. In Italien
ist nicht das Recht das Probleme, es sind die Gesetze. Und die Folgen werden
auch Deutschland treffen und Europa.
sueddeutsche.de: Was meinen Sie damit?
Orlando: Eines dieser Gesetze sieht
vor, dass Schwarzgeld wieder zurück nach Italien gebracht werden kann, wenn der
Besitzer - der anonym bleibt! - fünf Prozent Steuern nachzahlt. Das ist
geschenkt. Normale Arbeitnehmer müssen 30 bis 35 Prozent zahlen. Bedenken Sie:
Das Schwarzgeld wurde in Lire ausgeführt und kommt als Euro zurück. Dann wird
es investiert werden in Paris, London und München. Dann kann ich nur sagen:
Viel Glück! Illegales Geld will Europa kaufen, gefördert durch Berlusconi. Das
ist ein großes Problem.
sueddeutsche.de: Sehen Sie das nicht zu
pessimistisch?
Orlando: Warten wir sechs Monate ab!
Dann werden Sie sehen, wie viele deutsche Firmen von Italienern gekauft worden
sind. Die Finanzpolizei schätzt die Summe an Schwarzgeld auf 300 Milliarden
Euro.
sueddeutsche.de: Ist auch
Berlusconi-Vermögen dabei?
Orlando: Es würde mich wundern, wenn er
nicht auch von diesem Gesetz profitieren würde.
sueddeutsche.de: Ist Italien im Kampf
gegen die Mafia durch die Regierungspolitik Berlusconis zurückgeworfen worden?
Orlando: Die Mafia braucht Berlusconi.
Den Kampf gegen diese Organisation führen Polizei und Staatsanwälte. Die
aktuelle Regierung fördert nicht mehr die Kultur der alten Mafia, sondern die
der neuen Mafia. Die alte Mafia pervertiert traditionelle Werte wie Ehre,
Familie oder Freundschaft.
"Die neue Mafia braucht Peter,
Wolfgang und Jürgen"
sueddeutsche.de: Und die neue Mafia?
Orlando: Sie pervertiert moderne Werte
wie Freiheit oder Wettbewerb. Es gibt Brücken zwischen alter und neuer Mafia.
Sie agiert global und lokal.
sueddeutsche.de: So wie 2007 in Duisburg.
Dort ermordeten Profikommandos der Mafia sechs Personen.
Orlando: Die töten modern: Leise und
effizient, aber brutal, so wie einst Baader-Meinhof oder die Roten Brigaden.
Die neue Mafia braucht nicht Pietro oder Francesco, sie braucht Peter, Wolfgang
und Jürgen. Nach Duisburg haben die Deutschen verstanden, dass sich die Mafia
längst nicht mehr auf die italienische Gastronomie beschränkt. In einem
italienischen Lokal riskiert man allenfalls, eine schlechte Pizza zu essen. Die
Interessen der Mafia sind so groß geworden, dass eine Pizza zu klein ist.
sueddeutsche.de: Wo wird die neue Mafia
in Deutschland aktiv?
Orlando: In Frankfurt an der Börse, in
Banken, in Immobilien. Viele italienische Unternehmer haben ihre
Liquiditätsprobleme durch das neue Schwarzgeld-Gesetz gelöst.
sueddeutsche.de: Was kann die EU gegen
italienische Verhältnisse tun?
Orlando: Brüssel muss klare
Wettbewerbsregeln aufstellen, die auch für Italien gelten. Die Flugfirma
Alitalia zum Beispiel war in einer Existenzkrise, und nach einer Ausschreibung
wurde Air France zum Käufer gekürt. Doch dann kam rasch der Wahltag, und
Berlusconi gewann. Sofort gründeten seine schwerreichen Freunde eine neue Firma
und kauften damit Alitalia - gewissermaßen mit nichts: Alle Schulden von
Alitalia wurden vorher vom Staat übernommen. Selbst meine rechtsorientierten
Freunde fragen mich inzwischen: "Wann werden sie uns freilassen von
Berlusconi?" Mein Traum ist es, in einem Rechtsstaat zu leben - und gute
Opposition zu machen.
sueddeutsche.de: Die EU hat kaum
Chancen, etwas zu bewegen, wenn Berlusconi widersteht.
Orlando: Sicher: Europa ist noch nicht
stark genug, aber für uns ist es eine Garantie. Ohne die europäische Einbindung
wäre die Lage bei uns katastrophal, wir hätten Zustände wie in einem lateinamerikanischen
Land. Machen wir uns nichts vor: Wenn Italien nicht schon längst Teils Europas
wäre, könnte das Land nicht Mitglied werden.
sueddeutsche.de: Tatsache ist aber
auch: Italiens Opposition wirkt trotz Berlusconis Possen zerstritten und
schwach.
Orlando: Meine Partei "Italien der
Werte" (Italia dei Valori) gilt als stärkste Kraft der Opposition. Dabei
hat sie nur acht Prozent der Wähler hinter sich. Die größere Demokratische
Partei hat viel Zeit verloren, zu verstehen, wie gefährlich Berlusconi ist.
Dort glaubten sie, Berlusconi mache unglaubliche Fehler - und erledige sich
selbst.
sueddeutsche.de: Eine Fehleinschätzung.
Haben Sie einen Vorschlag, wie Berlusconi beizukommen ist?
Orlando: Wir belegen immer wieder:
Berlusconis Regierung ist antidemokratisch. Dem schließen sich immer mehr
Italiener an. Wir mobilisieren mit wachsendem Erfolg: In welchem europäischen
Land protestieren schon 300.000 bis 400.000 Leute für die Pressefreiheit? sueddeutsche.de 6
Prozess gegen Italien-CIA-Chef. Enttäuschung über Urteil
Die Anwälte des entführten und
gefolterten ägyptischen Scheichs Abu Omar wollen in Berufung gehen. Eine
Auslieferung der verurteilten CIA-Agenten nach Italien ist nicht in Sicht. VON
MICHAEL BRAUN
Gleich 22 CIA-Agenten wurden zu fünf
Jahren Haft verurteilt, der damalige Italien-Chef der CIA erhielt acht Jahre
und zwei italienische Geheimdienstler drei Jahre. Auf den ersten Blick ist das
Urteil eines Mailänder Gerichts im Prozess um die Entführung des ägyptischen
Imams Abu Omar mehr als deutlich. Und doch reagierte am Donnerstag das damalige
Opfer enttäuscht - ebenso übrigens wie seine Gegner aus den USA.
In Mailand war Abu Omar am 17. Februar
von einem CIA-Kommando auf offener Straße verschleppt worden. Seine Entführung
gehörte zum Programm der "außerordentlichen Überstellungen" von
wirklichen oder vermeintlichen islamistischen Terroristen in
US-Geheimgefängnisse rund um den Erdball. Abu Omar, der an einer Mailänder
Moschee predigte und als Al-Qaida-Sympathisant galt, wurde nach seiner
Entführung auf die US-Airbase Aviano geschafft und dann über Ramstein nach
Ägypten ausgeflogen. Fast vier Jahre saß er dort in Haft und wurde schwer
gefoltert, ehe er im Februar 2007 freikam.
Anzeige
Doch der CIA-Trupp in Mailand hatte
wohl auch kaum damit gerechnet, dass sich mit Armando Spataro ein besonders
hartnäckiger Staatsanwalt der Entführung annehmen würde. Spataro gelang es, per
Auswertung der Handy-Verbindungsdaten in der Zone des CIA-Zugriffs die Agenten
ebenso wie Kontaktpersonen aus dem italienischen Geheimdienst ausfindig zu
machen. Er erhob Anklage gegen 25 US-Bürger, aber auch gegen den seinerzeitigen
Chef des italienischen Militär-Geheimdienstes, Nicolò Pollari, dessen Vize
Marco Mancini und fünf weitere italienische Geheimdienstler.
Keinerlei Unterstützung erfuhr Spataro
von den italienischen Regierungen. Schon das Mitte-links-Kabinett unter Romano
Prodi (2006-2008) weigerte sich, das Auslieferungsersuchen für die CIA-Agenten
in den USA voranzutreiben, und verhängte zudem das Staatsgeheimnis über den
Entführungsfall; wichtige Akten waren damit für die Ermittlungen gesperrt. Die
seit 2008 amtierende Regierung Berlusconi hielt an diesem Kurs fest. Gegen die
US-amerikanischen Angeklagten wurde deshalb in Abwesenheit verhandelt.
Am Ende lauteten Spataros Strafanträge
auf 13 Jahre Haft für den seinerzeitigen italienischen CIA-Residenten Bob Lady
und Pollari sowie auf Haftstrafen von acht bis 12 Jahren für die anderen
Angeklagten. Das Gericht folgte den Anträgen aber weder für jene drei US-Bürger,
die als Angehörige der Botschaft diplomatische Immunität genossen, noch für die
italienischen Geheimdienstchefs. Bloß zwei nachrangige Beamte wurden wegen
Beihilfe zu drei Jahren verurteilt. Angesichts der Verhängung des
Staatsgeheimnisses, so das Gericht, könne die Rolle Pollaris und seiner
Untergebenen nicht juristisch bewertet werden.
Entsprechend unzufrieden mit dem Urteil
äußerte sich deshalb am Donnerstag Abu Omar in der Tageszeitung La Stampa:
"Ein wichtiger Teil der Wahrheit über meine Entführung fehlt. Ich halte
ihn (Pollari) für genauso verantwortlich wie die anderen. Ich denke nicht, dass
Recht gesprochen worden ist." Abu Omar kündigte an, seine Anwälte würden
in die Berufung gehen.
Das werden auch die Anwälte der
US-Angeklagten tun. "Tiefe Enttäuschung" über das Urteil äußerten
Sprecher des Außen- und Verteidigungsministeriums. Fürchten müssen die
US-Angeklagten vorerst nichts. Rom zeigt auch jetzt keine Neigung, ihre
Auslieferung zu verlangen. Am Ende wird wohl niemand für die Entführung büßen:
die Italiener nicht wegen des Staatsgeheimnisses, die US-Amerikaner nicht, weil
sie nicht ausgeliefert werden. Taz 6
Berlusconi Buch. Silvios Märchenstunde
Rom. Seine Wahrheit hat Silvio
Berlusconi selbstverständlich nicht La Repubblica anvertraut, sondern seinem
Vertrauensmann Bruno Vespa. Vespa ist Polit-Talkmaster beim Staatssender RAI
und gleichzeitig Mitarbeiter bei Berlusconis politischer Wochenzeitung
Panorama. Und er ist Autor des soeben - in Berlusconis Mondadori-Verlag -
erschienenen Buches "Donne di Cuori" ("Frauen des
Herzens").
Das Buch darf als die Sensation des
italienischen Bücherherbstes bezeichnet werden - denn in dem Band finden sich
die Antworten Berlusconis, auf die Italien 175 Tage lang gewartet hatte. Alles
kommt zur Sprache, nichts wird ausgelassen:
Seine Beziehung zur mittlerweile
18-jährigen Noemi, die ihn "Papi" nennt, die Kandidaturen von
Starlets auf den Wahllisten seiner Partei, der Besuch des Callgirls Patrizia
D´Addario in seiner Römer-Villa, die Musiker und Mädchen, die zum Teil mit
Regierungsjets in seine Villa in Sardinien geflogen worden sind, sein
Gesundheitszustand.
Natürlich ist nichts so, wie es von
linken Zeitungen dargestellt worden ist. Noemi? "Ich hatte nie eine
Beziehung mit der Signorina Noemi." Die Damen auf den Wahllisten?
"Ich habe nur Frauen mit einem hohen moralischen, intellektuellen,
kulturellen und professionellen Niveau für verantwortungsvolle Ämter
vorgeschlagen." Patrizia D´Addario? "Das war ein Abendessen mit
zahlreichen Personen, organisiert von Anhängern der Klubs ,Forza Silvio´ und
,Zum Glück gibt´s Silvio´, zu welchem im letzten Moment auch noch Tarantini
(D´Addarios Zuhälter, Anm. der Red.) mit zwei weiteren Gästen gestoßen
ist."
Signora von exzellentem intellektuellem
Niveau
Schade nur, dass dies alles die
Skeptiker nicht beschwichtigen kann. Sie finden es nach wie vor nicht normal,
dass ein 72-jähriger Regierungschef eine Minderjährige mehrfach einlädt, und
sie wundern sich, dass das Callgirl Patrizia D´Addario, das nicht nur im Bett,
sondern auch auf einer Wahlliste Berlusconis gelandet war, nun plötzlich eine
Signora von exzellentem kulturellem und intellektuellem Niveau sein soll.
"Mit seinen Antworten macht sich
Berlusconi lustig über die Fragen der Repubblica, statt sie zu beantworten",
kritisiert die Opposition. Und: Der Regierungschef solle seine Aussagen nicht
im Buch eines auf seiner Gehaltsliste stehenden Journalisten machen, sondern -
wie der frühere US-Präsident Bill Clinton anlässlich der Lewinsky-Affäre - im
Parlament.
Berlusconi tut in Vespas Buch das, was
er immer getan hat: Er tischt Halbwahrheiten auf, lenkt ab, färbt schön,
streitet Offensichtliches ab. Auch bei der Frage nach seinem
Gesundheitszustand: Diese beantwortet er damit, dass er in den letzten sechzehn
Monaten "170 internationale Treffen, 25 multilaterale Gipfel, neun
bilaterale Gespräche, 80 Pressekonferenzen und 66 Ministerratssitzungen"
hinter sich gebracht habe.
"So machen´s alle" - Die von
seiner Noch-Ehefrau Veronica Lario aufgeworfene Frage betraf freilich nicht den
physischen, sondern den psychischen Zustand ihres Ehemannes. Jenen des laut
Lario sexkranken "Drachen, dem sich die Jungfrauen präsentieren, um
berühmt und erfolgreich zu werden".
Eigentlich - schreibt Vespa mit
entwaffnender Offenheit im Vorwort - habe er seinem jüngsten Werk den Titel
"Cosi fan tutti" ("So machen´s alle") geben wollen. Denn
sein Buch befasst sich nicht nur mit den Herzensdame Berlusconis, sondern auch
mit anderen berühmt gewordenen Bettgeschichten der letzten zweitausend Jahre.
Angefangen bei Kleopatras Affären über
die Sexorgien des Borgia-Papstes Alexander VI. und die Ausschweifungen Ludwigs
XIV. bis hin zu Bill Clintons Zweckentfremdung kubanischer Zigarren. Den
historischen Teil von Vespas Schmöker bezeichnet der Corriere della Sera mit
feiner Ironie als "tröstlich" - den aktuellen Teil hingegen als
"alarmierend und beunruhigend". VON DOMINIK STRAUB FR 7
Rom will Kruzifix hängen lassen
Der italienische Ministerpräsident
Silvio Berlusconi hat im Streit um das Kruzifix-Urteil des Europäischen
Gerichtshofs für Menschenrechte ein Machtwort gesprochen. "Wir behalten
das Kruzifix", erklärte der Regierungschef am Freitag in Rom.
ROM/MADRID - Das Urteil sei
schließlich kein „Zwangsurteil“. Daher würden die Kreuze in italienischen
Klassenzimmern hängen bleiben – unabhängig vom Ausgang der Beschwerde seiner
Regierung in Straßburg.
Betroffen ist ein Land, in dem der
Katholizismus zutiefst verankert ist und das eine lange gemeinsame Geschichte
mit der Kirche und ihren Päpsten hat. Deshalb hatten die Obersten
Verwaltungsrichter Italiens 2006 auch gegen jene aus Finnland stammende
Norditalienerin entschieden, die das Kreuz in den Klassenräumen ihrer Kinder
störte. Und die daraufhin nach Straßburg zog, weil sie in Rom abgewiesen worden
war. Das Argument der Richter damals: Das Kreuz ist heute ein Symbol für die
Werte Italiens und des Staates, zumal die katholische Religion als einzige auch
in der Verfassung des Landes genannt wird.
Auch die katholische Kirche in Spanien
wies das Urteil als „ungerecht“ zurück. Die Entscheidung der Straßburger
Richter sei „bedauerlich und für die Zukunft Europas wenig förderlich“, sagte
der Generalsekretär der spanischen Bischofskonferenz, Juan Antonio Martínez
Camino, in Madrid. „Das Kruzifix ist ein Symbol der Freiheit und des Respekts
vor der Menschenwürde.“ Er fügte hinzu: „Wenn die Kruzifixe verschwinden,
verschwinden auch die Errungenschaften der westlichen Kultur.“ Der Europäische
Gerichtshof für Menschenrechte in Straßburg hatte am vergangenen Dienstag ein
Urteil veröffentlicht, demzufolge ein christliches Kreuz im Klassenzimmer einer
staatlichen italienischen Schule die Religionsfreiheit der Schüler verletzt.
Das Urteil war in Italien von Kirche und Politik mit Kopfschütteln und Bestürzung
aufgenommen worden. Auch der Vatikan und die Deutsche Bischofskonferenz
protestierten gegen das Urteil. dpa
Italien. Camorra-Boss in Neapel gefasst
Den Mafiajägern in Neapel ist abermals
ein Schlag gegen das organisierte Verbrechen gelungen: Am Samstag ging den
Carabinieri ein seit sechs Jahren europaweit gesuchter Boss ins Netz.
Sie spürten den 49-jährigen Luigi
Esposito, Chef des Camorra-Clans „Nuvoletta“ (Wölkchen), in einer Luxusvilla in
dem Reichen-Viertel Posillipo auf. Der Mafioso, der eine Haftstrafe von neun
Jahren wegen Drogenhandels und der Mitgliedschaft in einer kriminellen
Vereinigung abzusitzen hat, lebte dort bereits seit einiger Zeit unter falschem
Namen. Nach den Angaben der Ermittler hatte er in den vergangenen sechs Jahren
unter anderem einen Ferienclub auf Teneriffa eröffnet.
Italiens Innenminister Roberto Maroni
begrüßte die Festnahme als „weiteren wichtigen Fahndungserfolg“. Esposito stand
auf der Liste der 30 gefährlichsten gesuchten Verbrecher des Ministeriums. Auch
die Staatsanwaltschaft der kampanischen Metropole würdigte die jüngsten Erfolge
im Kampf gegen die Mafia. Erst am Wochenende zuvor hatten die Fahnder dort mit
den Brüdern Pasquale und Salvatore Russo zwei der gefährlichsten Bosse der
neapolitanischen Mafia festnehmen können.
AFP 8
Ziemlich attraktiv: Studie über hochqualifizierte Zuwanderer in Deutschland
Das Bundesamt für Migration und
Flüchtlinge (BAMF) veröffentlichte im Oktober 2009 eine Untersuchung mit dem
Titel „Zuwanderung von Hochqualifizierten aus Drittstaaten nach Deutschland“.
Der 28. Teil der „Working Paper“-Reihe
präsentiert die Ergebnisse einer schriftlichen Befragung von hochqualifizierten
Zuwanderern, die in Besitz eines Aufenthaltstitels nach Paragraph 19 des
Aufenthaltsgesetzes sind und im Jahr 2008 zu ihrem sozioökonomischen
Hintergrund, ihrer (Aus-)Bildung, ihrer beruflichen und familiären Situation,
ihren Wanderungsmotiven und ihren Rückkehrabsichten befragt wurden.
Von den 959 erfassten und angeschriebenen
Personen haben 514 geantwortet, wobei 510 auswertbar waren – auf die Anonymität
der Befragten wurde dabei Wert gelegt. Die meisten berücksichtigten
Hochqualifizierten stammen aus Russland (117) und den USA (63), gefolgt von
Rumänien und China (jeweils 25).
Ein Großteil der befragten
Hochqualifizierten leben in Bayern (25,5 Prozent), gefolgt von NRW (22,4
Prozent) und Hessen (12,7 Prozent). Die Schlusslichter sind Brandenburg, das
Saarland und Thüringen mit jeweils 0,9 Prozent. Im Städteranking führt München
(109 Personen) vor Dresden (59) und Berlin (45).
Die Aufschlüsselung nach
Berufstätigkeit und Art der Arbeit bringt Folgendes zu Tage: 93 Prozent der
zugewanderten Hochqualifizierten sind Vollzeitbeschäftigte, ihre Ehe- und
Lebenspartner sind es jedoch nur in einem Viertel der Fälle. Fast die Hälfte
geht einer Arbeit als Physiker, Chemiker, Informatiker, Mathematiker, Ingenieur
oder Architekt nach (ISCO 21), gefolgt von Geschäfts- oder Geschäftsbereich-,
beziehungsweise Fachbereichsleitern in großen Unternehmen (ISCO 12) mit rund
einem Viertel. Etwa zehn Prozent sind Biowissenschaftler oder Mediziner (ISCO
22) und lediglich knapp fünf Prozent sind als wissenschaftliche Lehrkräfte
(ISCO 23) tätig.
Betrachtet man die Berufsstruktur unter
Berücksichtigung der Herkunftsländer, kann man erkennen, dass die Hälfte der
Hochqualifizierten aus den USA in der Berufsgruppe ISCO 12 tätig ist. Die
russischen Zuwanderer arbeiten zu 73 Prozent in den Gruppen ISCO 21 und 22.
Erstaunlich ist, dass 95 Prozent auf
die Frage, wie zufrieden sie mit ihrer beruflichen Situation in Deutschland
sind, mindestens mit „Zufrieden“ geantwortet haben. Auch überraschend ist, dass
ein großer Teil der Befragten langfristige Pläne für den Aufenthalt in
Deutschland haben und das, obwohl diese Bevölkerungsgruppe allgemein sehr mobil
und auch gefragt ist. 31 Prozent gaben an, für immer in Deutschland bleiben zu
wollen und 37 Prozent können sich einen Aufenthalt von mehr als zehn Jahren
vorstellen. Insgesamt würden also mehr als zwei Drittel der in Deutschland
lebenden Hochqualifizierten bleiben wollen, was man als positive Überraschung
werten kann. "Forum Migration November 2009"
Thema Zuwanderung. Integration wird wieder salonfähig
Das Thema Zuwanderung taucht erneut auf
der politischen Bühne auf – doch diesmal in einem positiven Zusammenhang:
CDU-Vize Heilmann umwirbt Berlins Muslime. Wowereit fordert mehr Zuwanderung.
Etwa einen Monat ist es her, da ließ
sich Bundesbank-Vorstand Thilo Sarrazin in einem umstrittenen Interview über
die angeblich gescheiterte Integration in Berlin aus und löste damit eine
hitzige Debatte aus. Nun taucht das Thema Zuwanderung erneut auf der
politischen Bühne auf – doch diesmal in einem positiven Zusammenhang: Migranten
werden als Gewinn für die Wirtschaft und demographische Rettung der Stadt
gelobt.
„Wir müssen den Dialog mit den
gutwilligen Moslems suchen und gemeinsame Regeln definieren, wie Integration
gelingen kann“, sagte etwa Thomas Heilmann, stellvertretender
Landesvorsitzender der Berliner CDU während eines Vortrags zur
Wirtschaftspolitik. „Ohne die Integration von Zuwanderern werden wir keine
gesunde wirtschaftliche Entwicklung in Berlin haben.“ Eine fehlgeschlagene
Integration koste viel Geld und das könne sich Berlin nicht leisten. Der Wirtschaftsexperte
erklärte weiter: Wer immer nur „gegen Muslime“ agiert, kommt nicht weiter.
Statt Konfrontation bedürfe es einer Zusammenarbeit mit denjenigen, die bereit
sind, sich zu integrieren.
„Das ist eine sehr richtige
Sichtweise“, sagt die Berliner CDU-Abgeordnete Emine Demirbüken-Wegner,
Vorsitzende des Landesforums Integration und Zuwanderung. In der Fraktion wie
im Landesverband würden sehr viele Christdemokraten ebenfalls diese Haltung
vertreten. „Wir stehen zur Linie von Wolfgang Schäuble“, sagt Demirbüken-Wegner
und verweist auf die Islamkonferenz des früheren Bundesinnenministers.
In seinen Thesen zur Integration will
Thomas Heilmann keinen Widerspruch zur Haltung des CDU-Abgeordneten René
Stadtkewitz sehen. Dieser hatte vorübergehend die Fraktion verlassen, weil er
den „islamfreundlichen Kurs“ einiger Parteikollegen nicht tolerieren könne.
„Stadtkewitz hat damit recht, wenn er sagt, Probleme müssen angesprochen
werden“, so Heilmann.
Auch der CDU-Landesvorsitzende Frank
Henkel will von einer Zerrissenheit seiner Partei im Umgang mit dem Islam
nichts hören. Parteifreunde hatten ausdrücklich für Stadtkewitz’ Rückkehr
geworben. Laut Henkel stelle die CDU in ihrem Wahlprogramm von 2006 klar, „dass
Integration eine Aufgabe der Stadt ist“. Dazu zählten jedoch auch maßregelnde
Vorgaben: „Wir leben in Deutschland und wer gegen unsere Regeln verstößt, muss
scharf sanktioniert werden“, sagt Henkel.
Auch die SPD geht wieder offensiver mit
dem Thema um: Am Donnerstag sprach sich der Regierende Bürgermeister Klaus
Wowereit (SPD), wie berichtet, ausdrücklich für mehr Zuzug von Einwanderern
aus. Deutschland müsse angesichts der schrumpfenden Bevölkerung ein
Einwanderungsland bleiben, sagte er auf einem Kommunalkongress. Dabei gehe es
nicht um eine Toleranz- und Minderheitenpolitik, sondern um gegenseitige
Akzeptanz. Auch alle Zuwanderer müssten am gesellschaftlichen Leben teilhaben
können. „Wir brauchen eine Willkommenskultur und ein Klima, in dem sich alle
wohlfühlen“, so Wowereit.
Laut Hertie-Berlin-Studie von 2009 ist
Berlin bereits auf einem guten Weg dahin: Demnach pflegen 80 Prozent der
Deutschen und 97 Prozent der Migranten Kontakte zur jeweils anderen
Bevölkerungsgruppe und kommen gut miteinander aus. Ferda Ataman Tsp 7
Gastbeitrag. Keine Angst vor Parallelgesellschaften
Nur drei Prozent der türkischstämmigen
Bevölkerung kann nicht in die deutsche Gesellschaft eingebunden werden. Von der
Entstehung oder gar dem Wachstum einer Parallelgesellschaft kann folglich kaum
die Rede sein. In Europa wird Deutschland sogar um seine Integrationserfolge
beneidet. Von Klaus J. Bade
Die Zuwanderung nach Deutschland
schrumpft, und die Abwanderung steigt. Die Botschaft der Zahlen heißt:
Deutschland kehrt in Sachen Migration in seine Geschichte zurück; denn es war
in seiner Geschichte oft Einwanderungsland und Auswanderungsland im Wechsel
oder zugleich. In den letzten Jahren stieg die Abwanderung aus Deutschland
sogar so deutlich an, dass es 2008 zum ersten Mal eine negative
Wanderungsbilanz gab, also ein Überwiegen der Abwanderungen gegenüber den
Zuwanderungen.
Vom frühen 19. bis zum frühen 21.
Jahrhundert dominierte der säkulare Wandel vom Auswanderungsland zum
Einwanderungsland. Seit dem frühen 19. Jahrhundert sind rund acht Millionen
Deutsche allein in die Vereinigten Staaten ausgewandert. Die letzte
Auswanderungswelle des 20. Jahrhunderts umfasste Mitte der 50er-Jahre auch
viele Vertriebene und Flüchtlinge.
1955 wurde die deutsch-italienische
Anwerbevereinbarung ausgearbeitet. Es folgten weitere Verträge mit Spanien und
Griechenland (1960), mit der Türkei (1961), Portugal (1964), Tunesien, Marokko
(1965) und Jugoslawien (1968), von denen nur diejenigen mit Tunesien und
Marokko im Ergebnis unbedeutend blieben.
Zum Abschluss der „Anwerbeverträge“
drängte nicht etwa nur das Interesse der deutschen Wirtschaft am
Arbeitskräfteimport, sondern auch das Interesse der sogenannten Entsendeländer
an kontrolliertem Arbeitslosenexport und am Lohngeldtransfer zugunsten der
eigenen Zahlungsbilanz. Die Zeche zahlten oft die Arbeitswanderer, mit ihren
Familien häufig alleingelassen bei der Bewältigung der lebensgeschichtlichen
und familieninternen Spannung zwischen Arbeitswanderung, Rückwanderung oder
Einwanderung, oft lange im Niemandsland zwischen Kulturen und Lebensformen.
14 Millionen kamen in dieser Zeit
Von 1955 bis zum „Anwerbestopp“ in der
Wachstumskrise von 1973 dauerte die „Gastarbeiterperiode“ in der
Bundesrepublik. Rund 14 Millionen kamen in dieser Zeit. Etwa elf Millionen
davon kehrten wieder in ihre Heimatländer zurück. Die aus der Arbeitswanderung
seit Mitte der 50er-Jahre hervorgegangene Zuwandererbevölkerung bestimmte das
Bild, bis sich die Gewichte verschoben durch das Eintreffen der Aussiedler und
Spätaussiedler aus Osteuropa in großer Zahl seit Ende der 80er-Jahre und in
geringerem Umfang auch der Juden aus der GUS.
Der „Anwerbestopp“ von 1973 aber wirkte
als Bumerang: Er ließ kurzfristig die Zahl der ausländischen Erwerbstätigen
sinken, dann aber die Ausländerbevölkerung insgesamt sogar über das 1973
erreichte Niveau hinaus weiter ansteigen und beschleunigte den Weg von der
Gastarbeiter- zur Einwandererexistenz. Seit dem „Anwerbestopp“ nämlich konnte
die freiwillige Rückkehr ins Herkunftsland auf Zeit zum unfreiwilligen Abschied
aus Deutschland für immer werden. Entsprechend verstärkte sich die ohnehin
erkennbare Tendenz zu Daueraufenthalt und Familiennachzug.
Dauerhafte Arbeitsaufenthalte aber
bewirkten über die Zeitstufen im Aufenthaltsrecht einen langfristigen Wandel
von der Gastarbeiterexistenz mit befristeter Aufenthaltsgenehmigung zur
Einwandererexistenz mit dauerhaftem Aufenthaltsanspruch. Allen
wissenschaftlichen Erfahrungen mit historischen Einwanderungsprozessen nach zu
urteilen, lebte ein großer Teil der ehemaligen „Gastarbeiterbevölkerung“ in der
Bundesrepublik schon um die Jahrzehntwende der 70er/80er-Jahre jenseits der
Schwelle zwischen Arbeits- und Daueraufenthalt in einer echten
Einwanderungssituation.
Die wechselnden Regierungskoalitionen
(von SPD und FDP und, seit der „Wende“ von 1982, von CDU/CSU und FDP)
reagierten auf die vorgelegten Bestandsaufnahmen und Entwicklungsperspektiven
lange mit defensiver Erkenntnisverweigerung. Sie sprach aus dem
parteiübergreifenden, noch Anfang der 90er-Jahre gültigen regierungsamtlichen
Dementi: „Die Bundesrepublik ist kein Einwanderungsland!“
Vieles hat sich seither geändert.
Migrations- und Integrationspolitik sind heute immer pragmatischer, die Themen
Migration und Integration selbst sind schrittweise endlich zu Mainstream-Themen
geworden. Mit der Reform des Staatsangehörigkeitsrechts (2000), dem
Zuwanderungsgesetz (2005), mit Integrationsgipfel, Nationalem Integrationsplan
und Deutscher Islamkonferenz (ab 2006) ist in den letzten zehn Jahren in Sachen
Integrationspolitik mehr geschehen als in den vier Jahrzehnten zuvor. Im neuen
Bundestag haben sich auch die Relationen zwischen Abgeordneten mit und ohne
Migrationshintergrund deutlich verbessert: Unter den nunmehr 622 Abgeordneten
gibt es jetzt immerhin doppelt so viele wie bisher, nämlich 22 Abgeordnete und
sogar einen Minister mit Migrationshintergrund.
Integration braucht Engagement und
Geduld
Integration braucht Engagement und
Geduld auf beiden Seiten: bei den sogenannten Fremden, die in Wirklichkeit oft
schon lange Einheimische sind, und bei den Einheimischen, die oft selber die
Nachfahren zugewanderter Fremder sind. Integration braucht Engagement, denn:
Gelingende Integration setzt nicht nur Integrationsbereitschaft bei der
Zuwandererbevölkerung, sondern auch aktive Akzeptanz bei der Mehrheitsgesellschaft
voraus. Aus beidem muss ein Mindestmaß an gegenseitigem Grundvertrauen
resultieren, das Einwanderern dauerhafte Sicherheit im Einwanderungsland
signalisiert – zumal dann, wenn sie beim Erwerb der deutschen
Staatsangehörigkeit ihre staatsbürgerlichen Bindungen zum Herkunftsland
aufkündigen müssen und damit auch dessen Schutz im Ausland verlieren.
Und Integration braucht Geduld; denn:
Sie ist ein langer Kultur- und Sozialprozess, der oft die Lebensdauer
überschreitet und damit zum intergenerativen Prozess wird. Geduld ist auch
nötig bei denen, die diesen Prozess beobachten, und die im Streit um die
Deutungsmacht in Sachen Integration lange in zwei Lager zerfielen: in das Lager
der euphemistischen Sozialromantiker und in das Lager der kakofonen Skandalisierer.
Die Sozialromantiker glaubten,
Integration sei eine fröhliche Rutschbahn in ein buntes Paradies. Das war ein
ebenso naiver wie gutgläubiger Irrtum, der bald desillusioniert und aufgegeben
wurde. Die ebenso selbstgerechte wie historisch falsche Rede des anderen
Lagers, dass Multikulti lange die nötige Integrationspolitik blockiert habe,
ist eine Legende, die durch stete Wiederholung nicht an Realitätsbezug gewinnt.
Begrüßen oder verfluchen
Man muss Konzept und Prozess
unterscheiden: Eine multikulturelle Gesellschaftspolitik als Konzept auf
Bundesebene hat es in Deutschland – im Gegensatz zu dem niederländischen
Experiment – nie gegeben. Aber was den Prozess der Gesellschaftsentwicklung
anbelangt, so steht doch außer Frage, dass sich in Deutschland multikulturelle
Gesellschaftsstrukturen herausgebildet haben und immer weiter ausdifferenzieren
– ob man das nun begrüßt oder verflucht.
Die Skandalisierer der Integration
erklärten und erklären noch immer konstant, „die Integration“ sei flächendeckend
„gescheitert“. Sie diffamieren zugleich das vielseitige Engagement zur
Förderung von Integration als semikommerzielle „Integrationsindustrie“. Sie
betreiben auf diese Weise aber in Wirklichkeit selber eine mitunter sehr
einträgliche Desintegrationsindustrie, insbesondere Desintegrationspublizistik,
und werden auf diese Weise zu einem folgenreichen Hindernis im
Integrationsprozess.
Streit über Integration geht immer ans
„Eingemachte“. Das war und ist in allen Einwanderungsländern so.
Auseinandersetzungen über Integrationsfragen gehören, auch mit harten Bandagen,
mitunter zur Streitkultur in der Einwanderungsgesellschaft. Integrationsstreit
muss aber die Spielregeln einhalten und seine Schranke finden vor der
menschenfeindlichen Denunziation von Gruppen nach ihrer Herkunft, Kultur oder
Religion.
Neueste Untersuchungen bestätigen abermals, dass Deutschland im internationalen Vergleich mit den anderen modernen Einwanderungsländern Europas nicht nur keinerlei Anlass hat zu dem verbreiteten verschämten S