WEBGIORNALE  15-18  Ottobre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Onu, così può nascere il seggio Ue  1

2.       Finanziaria 2010. I parlamentari del PD-estero: per gli italiani all’estero la musica non cambia”  1

3.       Non serve attaccare gli stranieri 1

4.       Ue: «Italia, conti pubblici insostenibili. Bisogna aumentare l'età pensionistica»  2

5.       Intervista della FAZ al Ministro Frattini: «Il Governo è stabile»  2

6.       Il caso Sarrazin. «Berlino in rosso, colpa dei turchi». E la Bundesbank lo esautora  3

7.       Francoforte. Fini e Bondi alla Fire del Libro. Aumenta la presenza degli editori italiani 3

8.       Francoforte. Il programma dell’IIC nella cornice della Fiera del libro  4

9.       Saarbrücken. Gli italiani del Saarland contrari alla chiusura del Consolato. Costituito un comitato  4

10.   Chiusura del Consolato: autunno caldo a Saarbrücken  4

11.   Francoforte. Assegnato il premio Enit 2009. A colloquio con il direttore Marco Montini 4

12.   Radio Colonia. Una Fiera dimezzata. Intervista alla direttrice della Literaturhaus di Francoforte  5

13.   A Berlino la quinta edizione dell’ “Autunno teatrale italiano”  5

14.   Hannover. L’incaricata per l’integrazione della Bassa Sassonia H. Deihimi incontra il Presidente del Comites  5

15.   Amburgo. Primarie PD. Le associazioni a sostegno di Matteo Neri, candidato all’Assemblea Nazionale  6

16.   A Berlino l'esposizione collettiva "One world", con 9 talenti emergenti italiani 6

17.   Hannover. Un progetto per l'integrazione dei giovani italiani riuscito  6

18.   Le Primarie del PD all’estero. Si può votare anche online. Ecco come  6

19.   Raitalia vuol costruire un ideale ponte tra l’estero dei cinque continenti e la madre Patria  7

20.   Una indagine del Censis: più remunerati e più stabili i lavoratori delle imprese italiane all'estero  7

21.   Università di Pisa. Sul web i corsi di lingua e cultura italiana per stranieri 7

22.   Oggi alla farnesina la presentazione della IX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo  8

23.   Il 150esimo dell’unità d’Italia tra le comunità italiane all’estero  8

24.   FAO. Il 16 ottobre la Giornata Mondiale dell’Alimentazione  8

25.   La fame nel mondo aumenta. Colpite un miliardo di persone  9

26.   Medio Oriente. Non c’è pace senza l’unità dei palestinesi 9

27.   Il Nobel per l'economia sceglie la "governance"  9

28.   Un nobel sorprendente  10

29.   Debito, ricerca e lavoro: Rompere il circolo vizioso italiano  10

30.   I giornali e la politica fragile  11

31.   Fini: «Pm non sottoposti ad altri poteri». L’immagine dell’Italia all’estero “dipende da tutti”  11

32.   Il commento. Il partito e gli elettori 12

33.   Il vicolo cieco dell'antagonismo  12

34.   Il potere illiberale  12

35.   Napolitano risponde a Berlusconi: «Da anni non sono più un uomo di parte»  13

36.   Post: "Berlusconi, una caricatura". La stampa estera si prepara alla "task force"  13

37.   "Mai stipulati patti sul Lodo Alfano". Il Quirinale stoppa le polemiche  14

38.   Se il Cavaliere vuole farsi Stato  14

39.   La verità che nessuno vuole sentire  15

40.   Fini: "L'unità nazionale non è oggetto di trattative"  15

41.   Non è stato il gesto di un pazzo  16

42.   Aggravante clandestinità, stop ai ricorsi 16

43.   Assemblea di redazione a Rai Italia: l’azienda si impegni a rilanciare la testata  16

44.   Iniziative del Coordinamento dei Giovani Veneti nel Mondo  17

45.   Il MAE esaminerà la proposta di un consolato onorario a Lucerna. Mantica risponde all’on. Razzi (IdV) 17

46.   Un questionario della UIM rivolto ai giovani italiani nel mondo  17

47.   A Barcellona dal 15 al 17 ottobre si riunisce la Commissione Continentale Europa del Cgie  17

 

 

1.       Regierungsbildung. Integrationsministerium soll abgelehnt werden  17

2.       Migrationspolitik. Union entdeckt Integration als Regierungsziel 18

3.       Sarrazins Äußerungen. Mehr Integration wäre besser 18

4.       Gastkommentar. Migranten sind keine Integrationsverweigerer! 19

5.       München.  Heute Eröffnung der Ausstellung  „L´anima e il segno“ von Silvano Spessot 20

6.       Lissabon-Vertrag. Diagnosen zwischen Prag und Brüssel 20

7.       EU. Die tschechische Zumutung  21

8.       EU-Bericht zur Türkei. "Das Reformtempo muss beschleunigt werden"  21

9.       Berlusconi und die Medien. Das Good-News-Kommando  22

10.   Silvio Berlusconi. "Ich bin der beste Premier aller Zeiten"  22

11.   Globalisierungskritiker verurteilt. Hohe Haftstrafen für G-8-Gegner 23

12.   Täter und Wachsoldat verletzt. Anschlag vor Polizeikaserne in Mailand  23

13.   Report der Welthungerhilfe. Der Hunger ist weiblich  23

14.   Koalitionsverhandlungen. Streit über türkischen EU-Beitritt 23

15.   Kommentar. Die bunte Republik  24

16.   Rot-Rot in Brandenburg. Parolen und Wirklichkeit 24

17.   Analyse: Saar-Grüne setzen Segel nach "Jamaika"  24

18.   Jamaika-Koalition im Saarland. Nur ein Experiment 25

19.   Rot-Rot. Welche Folgen hat Rot-Rot in Brandenburg?  25

20.   Kommentar. Alles so schön bunt hier 26

21.   Rassismus bleibt Rassismus  27

22.   Köln. IX. Weltweite Woche der Italienischen Sprache (20.-28. Oktober 2009) 27

23.   Jung, erfolgreich, türkisch. Sonnenseite der Migration  27

24.   Diskriminierung im Büro. Wer Kopftuch trägt, ist Islamistin  28

25.   Weinstadt. 15 Nationen unter einem Dach  28

26.   Vorstoß der Türkischen Gemeinde. Schulfreier Muslim-Feiertag gefordert 28

27.   Özil als Spielmacher und Integrationsfigur 28

28.   Bei Verweigerung von Sprachkursen. CDU will Migranten die Sozialleistungen kürzen  29

29.   Berlin. Integration soll Gesetz werden  29

30.   Kosovo-Flüchtlinge. Roma vor der Abschiebung  30

31.   Fiat 500 Pur-O2. So klein und schon so sauber 30

 

 

 

 

Onu, così può nascere il seggio Ue

 

Il noto organo di stampa tedesco, «Der Spiegel», riferisce che il programma del nuovo governo di coalizione, in corso di negoziato tra democristiani e liberali tedeschi, prevederebbe che la Germania non debba più battersi alle Nazioni Unite per un seggio permanente nazionale, bensì per un seggio europeo. Se questa svolta venisse confermata le conseguenze sarebbero quanto mai positive per il futuro dell’Europa all’Onu. Sulla scia anche del Trattato di Lisbona, che prevede una politica estera europea più coesa ed unita, si potrebbe infatti già cominciare a realizzare da subito un embrione del seggio dell’Europa nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu procedendo per gradi e per piccoli passi (con lo stesso metodo cioè con cui si è costruita l’Europa Unita). Va premesso che l’Europa all’Onu in Assemblea generale, nelle sue commissioni, in Consiglio di sicurezza, nel Consiglio economico e sociale, ecc. parla già sempre, o quasi sempre, attraverso la voce del paese che ne assicura la presidenza di turno. Ove l’Europa è invece completamente assente è nelle riunioni informali del Consiglio di sicurezza, che si svolgono in un’atmosfera di grande riservatezza in un piccolo vano adiacente alla sala del Consiglio, severamente interdetto ai non membri, in cui prendono posto solo l’Ambasciatore e due delegati per ognuno dei paesi membri. È lì, in quella minuscola sala soprannominata «Sancta Sanctorum», che si svolge il 99 per cento dei lavori del Consiglio di sicurezza, al riparo da occhi ed orecchi indiscreti.

 

Se mi è consentito vorrei qui rilanciare un suggerimento che avevo avanzato al momento di lasciare la carriera, dieci anni fa. Perché non si chiede ad uno dei paesi membri dell’Unione Europea che sono stati democraticamente eletti per un biennio al Consiglio di Sicurezza - attualmente è l’Austria - di ospitare nella sua delegazione in Consiglio un alto funzionario del paese che esercita la presidenza di turno dell’Unione, cioè, a partire dal 1° gennaio prossimo, la Spagna? In questo modo il diplomatico spagnolo siederebbe nel "Sancta Sanctorum" del CDS subito dietro l’Ambasciatore austriaco: l’Europa, tramite la sua presidenza, avrebbe occhi ed orecchi propri per seguire l’andamento dei dibattiti su vari dossier all’esame del Consiglio e se su tali dossier esistesse già una posizione comune, sempre il funzionario spagnolo - con il consenso dell’Ambasciatore austriaco - potrebbe prendere la parola per manifestare tale posizione, dando così anche voce all’Europa nel momento in cui maturano le decisioni sui temi della guerra e della pace nel mondo.

 

Essenziale per una simile soluzione è l’accordo di Austria e Spagna. Esiste già, del resto, un preciso precedente nell’ambito dell’America Latina: già da qualche anno Argentina e Brasile hanno raggiunto un’intesa, in base alla quale un alto diplomatico dell’una viene inserito nella delegazione al Consiglio di sicurezza dell’altra, e viceversa, quando uno dei due paesi viene eletto al Consiglio. L’Europa non potrebbe provare a seguire tale esempio?

FRANCESCO PAOLO FULCI, Ex ambasciatore italiano all’Onu  LS 12

 

 

 

 

Finanziaria 2010. I parlamentari del PD-estero: per gli italiani all’estero la musica non cambia”

 

ROMA - “Si succedono i documenti finanziari, ma per gli italiani all’estero la musica non cambia”: per i parlamentari eletti all’estero del Pd le indicazioni contenute nel Bilancio pluriennale trovano puntuale conferma nel Bilancio di previsione per il 2010.

  Le risorse previste per le politiche migratorie attribuite alla Direzione generale per gli Italiani all’estero del MAE  - spiegano i deputati Bucchino, Farina, Fedi, Garavini, Narducci, Porta e i senatori Micheloni e  Randazzo -  subiscono, infatti, una decurtazione di 23 milioni di euro rispetto al bilancio assestato dell’anno precedente e ritornano malinconicamente ai 71 milioni inizialmente previsti nella proposta di preventivo avanzata nel 2009 dal Governo. Tutti gli sforzi da varie parti compiuti per reintegrare almeno in parte i tagli dello scorso anno sono cancellati con un solo colpo di spugna.

  Il caso più vistoso è quello dell’assistenza diretta, i cui stanziamenti, precipitati dai 28 milioni stanziati dal governo di centrosinistra ai 10 milioni della Finanziaria dell’anno scorso e poi riportati durante l’anno a 16 milioni di euro, ritornano a 10 milioni. Anche i contributi per i COMITES sono ritoccati al ribasso di 140.000 euro rispetto all’anno scorso e quelli per il funzionamento del CGIE restano fermi all’iniziale proposta del 2009, rivelatasi insufficiente. Di circa duecentomila euro vengono ridimensionate le somme per le attività culturali, ricreative e informative e nessun finanziamento è previsto per tenere in vita il Museo dell’Emigrazione che con tanta enfasi sarà inaugurato tra qualche settimana.

  Le somme previste per l’informazione, la promozione culturale, scientifica e dell’immagine dell’Italia all’estero vengono decurtate di 7,5 milioni e, in particolare, la dotazione della Direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale, già pesantemente intaccata l’anno scorso, perde altri 5,6 milioni di euro.

  Per i corsi di lingua, la cui decurtazione dai 34 milioni del centrosinistra ai 14,5 milioni dell’anno passato, era Stata corretta in corso d’opera a 16,5 milioni, non riguadagna nulla rispetto alla spesa storica pur trattandosi di un delicato campo strategico, ma almeno non ritorna indietro, come l’assistenza. Con i tempi che corrono, chi si contenta gode…

  Nel complesso, comunque, tra le due Direzioni di maggior riferimento per gli italiani all’estero, vengono a mancare oltre 30 milioni di euro.

  L’esigenza fondamentale che si pone di fronte a tutti i soggetti che sono impegnati per lo sviluppo delle nostre comunità e per il bene del nostro Paese nel mondo è quello di evitare che questo ulteriore colpo e i drastici tagli dello scorso anno si cronicizzino, diventando una politica ordinaria e permanente che alla fine si cristallizzi e porti ad un definitivo ridimensionamento delle politiche emigratorie.

  Per questo - concludono i parlamentari eletti all’estero del Partito democratico - facciamo appello ai rappresentanti degli italiani all’estero di ogni livello e ai soggetti del mondo associativo perché facciano sentire la loro voce e ci rivolgiamo agli stessi parlamentari della maggioranza affinché su queste materie non accettino i diktat del Governo e uniscano le forze per modificare sostanzialmente una proposta ancora una volta penalizzante per gli italiani all’estero. (Inform)

 

 

 

 

Non serve attaccare gli stranieri

 

Due anni fa Giorgio Napolitano arrivò in visita a New York e trovò ad accoglierlo una tormenta di neve e, sulla prima pagina del New York Times, un lungo reportage che dipingeva l’Italia come un Paese depresso e incamminato verso un inarrestabile declino. Il Presidente della Repubblica ci rimase male, i diplomatici considerarono l’articolo una scortesia, e Napolitano passò la sua giornata a evidenziare motivi di ottimismo per cui valeva la pena di scommettere sugli italiani. Poi andò a visitare il grattacielo disegnato da Renzo Piano dove abita il New York Times e invitò il direttore Bill Keller a uscire dai luoghi comuni nel descrivere l’Italia: «Se il giornalista è cieco vede solo le ombre. Se il giornalista non è cieco vedrà anche le luci».

 

Chiesi a uno dei responsabili del servizio esteri del quotidiano di Manhattan perché avevano messo in pagina il reportage proprio quel giorno e lui mi rispose candidamente: «Perché arrivava Napolitano e questo lo rendeva ancora più attuale. È solo una questione di tempi giornalistici».

 

Ieri il nostro presidente del Consiglio si è scagliato contro la stampa straniera che da mesi lo ha messo nel mirino. La notizia della bocciatura del Lodo Alfano era sulla prima pagina dei giornali di tutto il mondo, così come le storie delle feste a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli o le interviste a Patrizia D’Addario. Non c’è bisogno di scomodare ipotesi di complotti o congiure internazionali per spiegarsi tanta attenzione, basta attenersi ai fatti. Il direttore del Times di Londra, giornale di proprietà di Rupert Murdoch, scuote la testa se gli si parla di una manovra dell’editore australiano contro Berlusconi e racconta che l’interesse si è scatenato durante l’estate perché c’erano tutti gli ingredienti di una storia perfetta: una moglie furiosa che chiede il divorzio, potere politico, ragazze, ricchezza, feste e polemiche in quantità. Poi è stato un crescendo e i lettori di ogni Paese si sono appassionati a quella che sembrava loro sempre più una telenovela. Alla stessa maniera ad ogni latitudine ha fatto notizia il divorzio di Sarkozy dalla moglie Cecilià e le prime pagine sono state piene di titoli e foto della storia con Carla Bruni, così come accadde per Bill Clinton e Monica Lewinsky.

 

Tempo fa il Wall Street Journal pubblicò nello stesso numero un pezzo di cronaca negativo per Berlusconi, e un commento in cui elogiava la sua politica. Il capo della pagina degli editoriali, il mitico Robert Bartley, di fronte allo stupore italiano rispose: «Nessuna contraddizione: noi appoggiamo la politica di Berlusconi, ma se esce qualche notizia negativa che lo riguarda la pubblichiamo senza censure». Questa è la mentalità straniera.

 

Nel nostro caso la storia è cresciuta arrivando a toccare tutto il sistema, da una parte perché il premier l’ha alimentata con le querele ai giornali e la ricerca di uno scudo contro i processi, dall’altra perché non possiamo nasconderci che in Francia come in Gran Bretagna o in Germania esiste un pregiudizio sfavorevole sull’Italia e sulla sua classe politica di cui non sono sopportati vizi, furbizie e atteggiamenti ritenuti folkloristici. Esiste da sempre, tanto che il nostro ingresso nell’euro venne osteggiato e vissuto con grande fastidio.

 

Chiunque abbia vissuto all’estero sa che deve combattere spesso contro gli stereotipi che ci dipingono come fantasiosi, allegri e creativi ma incapaci di avere metodo, costanza e impegno, in una parola inaffidabili. Così certi comportamenti del nostro premier, che in casa fanno sorridere la maggioranza, fuori suonano come la conferma dei luoghi comuni e per i corrispondenti stranieri sono una manna: le barzellette, le corna, la bandana in testa, gli scherzi, le tirate di politica interna fatte durante le conferenze internazionali. Berlusconi lo sa benissimo, tanto che il G8 dell’Aquila è stato un successo anche perché l’atteggiamento era più severo e moderato e considerato in linea con gli standard.

 

Non c’è dubbio, come sottolinea il premier, che questo oltre a danneggiare il governo finisce col rovinare l’immagine del nostro Paese e dei suoi prodotti. Ma non è gridando contro la stampa straniera che si può invertire la tendenza e non è neanche utilizzando gli ambasciatori e la Farnesina per protestare che si metterà fine a questa campagna.

 

Proprio il Times di Londra questa settimana è arrivato a suggerire a Berlusconi le dimissioni e come risposta ha ricevuto una lettera dall’ambasciatore italiano a Londra in cui si sottolineava che «spetta ancora ai cittadini di ogni Paese scegliere chi deve guidarli». Non c’è dubbio che sia così, ma le risposte da dare a mio parere sono altre. Prima di tutto dovremmo smetterla di essere così ipersensibili di fronte al giudizio dei giornali stranieri, un atteggiamento un po’ provinciale che c’è solo in Italia, in qualche dittatura e in Brasile: cinque anni fa al corrispondente del New York Times venne revocato il visto dopo che aveva scritto ripetutamente che il presidente Lula aveva un amore per la bottiglia, ma poi il governo di Brasilia fece marcia indietro di fronte a una sollevazione internazionale. Le democrazie più solide non si fanno mettere troppo in crisi dal giudizio dei corrispondenti stranieri. Pensate se George W. Bush si fosse dovuto preoccupare o avesse mobilitato gli ambasciatori ogni volta che un giornale europeo lo accusava di essere un guerrafondaio e ne chiedeva le dimissioni. Invece si preoccupava soltanto del giudizio dei suoi concittadini e negli ultimi mesi neanche più di quello.

 

O pensate a come certi quotidiani italiani trattano Zapatero, Obama o Carla Bruni, che venne presa di mira dal Giornale tanto da spingere Berlusconi a dirsi «dispiaciuto per le offese» alla First Lady francese. Ma sarebbe meglio concentrarsi sui giudizi dei governi stranieri piuttosto che su quelli dei loro giornali, anche se questi indubbiamente influenzano le opinioni pubbliche.

 

A Washington hanno ripetutamente scrollato le spalle di fronte alle battute sull’abbronzatura di Barack Obama e di sua moglie Michelle, ma non lo fanno quando analizzano i nostri rapporti privilegiati con la Russia e l’Iran, la nostra politica energetica o l’accoglienza che tributiamo a Gheddafi, a cui a New York è stato impedito di piantare la tenda ovunque. Di questo faremo meglio a occuparci e l’unico modo per mettere fine all’attenzione dei media di tutto il mondo sarebbe quello di concentrarsi sul «fare» - parola che al Cavaliere piace tanto -, scegliendo di essere normali e magari perfino noiosi. E ricominciare a fare notizia per le nostre politiche e non per le nostre polemiche.  MARIO CALABRESI LS 12

 

 

 

 

Ue: «Italia, conti pubblici insostenibili. Bisogna aumentare l'età pensionistica»

 

«Ridurre deficit e debito, aumentare l'occupazone, riformare il welfare». Nel mirino di Bruxelles anche altri quattro Paesi

 

ROMA - La situazione dei conti pubblici sul lungo termine in Italia - così come in Francia, Ungheria, Polonia e Portogallo - è «insostenibile» anche senza considerare eventuali incrementi della spesa per le pensioni. E' quanto rileva la Commissione europea in una comunicazione sulla sostenibilità dei conti pubblici approvata oggi. E' quindi «indispensabile» che l'Italia, una volta avviata sulla strada della ripresa, proceda a una «rapida» azione di risanamento per «garantire una stabile riduzione del suo molto alto livello di indebitamento», destinato a raggiungere nel 2010 il 116%, un tetto mai toccato dalla nascita dell'euro.

 

Per Francia, Italia, Ungheria, Polonia e Portogallo, si legge ancora nel documento di Bruxelles, il costo derivante dall'invecchiamento della popolazione sul lungo termine non è previsto essere «particolarmente alto». Ma a determinare la «insostenibilità» della politiche fiscali di questi Paesi, rileva la Commissione, sono le «condizioni di partenza» dei loro conti. In tutti e cinque, si legga ancora nel documento, «la crisi e il sostegno alla ripresa stanno conducendo a un incremento molto veloce» del rapporto debito-Pil, «compensando rapidamente i progressi raggiunti negli ultimi anni» sul fronte del risanamento dei conti.

 

La sostenibilità dei conti pubblici sul lungo termine, ha commentato il commissario Ue per gli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, «è

una preoccupazione per tutti i Paesi Ue, anche se varia considerevolmente da un Paese all'altro. Una situazione determinata nella maggior parte dei casi dalle conseguenze della crisi che ha portato alcuni Stati in una più alta categoria di rischio sul lungo termine». Dopo aver riconosciuto che i governi «devono continuare a sostenere l'economia», Bruxelles rileva però che comunque «è arrivato il momento di cominciare a monitorare le strategie di consolidamento» dei conti e valutare come la crisi la colpito la loro sostenibilità. Misure per far crescere la fiducia e sostenere la domanda possono avere successo solo se vengono percepite dai mercati e dall'opinione pubblica come temporanee e compatibili con la sostenibilità dei conti sul lungo termine. Un fattore chiave dell'exit strategy a cui si sta lavorando a livello europeo». Nel documento si osserva che la strategia di consolidamento dei conti basata su tre fattori - riduzione di deficit e debito, aumento dell'occupazione e riforma del welfare - resta valida. Ma, mentre prima queste erano opzioni tra cui i Paesi potevano scegliere, ora, per molti Paesi Ue, è indispensabile agire su tutti e tre i fronti.

 

«Gli stati membri dovranno aumentare l'età pensionistica». Gli stati membri dell'Ue, sostiene la Commissione europea, dovranno considerare un aumento dell'età pensionistica, nel quadro delle riforme necessarie per risanare i bilanci pubblici. «E' necessario - si legge nel comunicato di sintesi - aumentare l'età effettiva di pensionamento in linea con l'incremento dell'attesa di vita. Molti Paesi stanno contemplando passi a questo fine. In effetti la gente vive di più e in miglior salute come mai prima. Se le politiche attuali non saranno cambiate, l'età media a cui la gente esce dal mercato del lavoro nella Ue aumenterà solo di un anno, da 62 a 63, entro il 2060. Tuttavia, l'attesa di vita per chi ha 62 anni, secondo le stime, dovrebbe aumentare di sei anni nello stesso periodo: da 20,2 a 26,2 anni». Del resto, si legge nel rapporto, «oltre ai risparmi nella spesa pubblica in un orizzonte a medio e lungo termine, un aumento dell'età pensionistica di legge ed effettiva, contribuisce ad aumentare la popolazione attiva e a rallentare la decelerazione nella produzione. Inoltre, l'estensione della vita lavorativa e il rispettivo accumulo di diritti pensionistici avrà un impatto favorevole sul reddito dei pensionati». IM 14

 

 

 

 

Intervista della FAZ al Ministro Frattini: «Il Governo è stabile»

 

Il Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, non considera indebolito il Governo italiano in seguito alla sospensione delle immunità del Presidente del Consiglio Berlusconi. In un colloquio con questa testata a Roma ha affermato che la sentenza della Consulta della settimana scorsa contro la Legge sull'immunità porterà "maggiore unità all'interno del fronte di Governo". Frattini ha detto: "Il Presidente del Consiglio viene appoggiato con maggiore convinzione. In questo modo presumibilmente avverrà il contrario di quanto auspicavano molti dell'opposizione". Frattini ha ribadito "la stabilità e l'affidabilità del Governo" guidato da Silvio Berlusconi.

"Sono anche certo che se il Presidente del Consiglio si ritrova davanti a dei tribunali in buona fede verrà assolto", ha detto l'ex procuratore e giudice Frattini che appartiene al movimento berlusconiano "Popolo della Libertà". Frattini fa presente che finora sono stati avviati a carico del Presidente del Consiglio 104 procedimenti, ma solo in 16 casi è stato istruito un processo. Nel corso dei processi, Berlusconi è sempre stato assolto; a volte comunque anche per prescrizione.

Frattini, ex Commissario europeo per la giustizia, la libertà e la sicurezza accusa l'opposizione italiana di aver trascinato le accuse contro Berlusconi nel Parlamento Europeo. "La sinistra italiana ama fare questo. Non ho mai visto gli eurodeputati di altri Paesi portare di fronte al Parlamento Europeo un caso contro il proprio Governo". Al Presidente della Repubblica Napolitano, attaccato da Berlusconi negli ultimi giorni per essere "di sinistra" ed un Capo di Stato "parziale", Frattini riconosce di contro il merito di aver ammonito l'opposizione a non fare del Parlamento Europeo il teatro di controversie interne. "Per la maggior parte degli eurodeputati questo dibattito era pure ridicolo". Degli oltre 700 deputati erano presenti solo 70 italiani e solo 19 di altri Paesi.

Poche settimane dopo il funerale di Stato per sei paracadutisti, uccisi a metà settembre da un attentato suicida compiuto dai talebani nella capitale afgana Kabul, il Governo italiano non pensa ad un ritiro dei suoi 3550 uomini dall'Afghanistan: si tratta di 2800 soldati situati soprattutto all'ovest del paese; di 500 uomini inviati per rafforzare le truppe durante le elezioni e di 250 carabinieri della polizia militare dipendente dal Ministero della Difesa e, rispetto ai soldati, meglio addestrata per la lotta contro il terrorismo. Questi ultimi devono soprattutto addestrare la polizia locale.

"In Italia c'è accordo sul fatto che i nostri soldati rimarranno in Afghanistan finché il Paese possa camminare con le proprie gambe", dice Frattini. Con queste parole Frattini si riferisce al Presidente della Repubblica Napolitano, il comandante supremo delle truppe come Capo del "Consiglio superiore della difesa", ma anche alle famiglie delle vittime. "Al Parlamento vedo una maggioranza dell'80 per cento", dice Frattini, cioè un sostegno molto più ampio della coalizione di governo. Rimane invariata la nostra posizione "dobbiamo fermare il terrorismo in Afghanistan per evitare che arrivi in Europa". Per Frattini le elezioni in Afghanistan non sono concluse. "Abbiamo bisogno di un Governo credibile. Bisogna dunque analizzare le irregolarità emerse durante le elezioni". Dopo ci dovrebbe essere un patto per l'Afghanistan concluso dal Governo e dal popolo. Il Governo dovrebbe obbligarsi ad avviare riforme politiche ed economiche e a ricostruire il Paese. "In questo caso le nostre truppe di coalizione sarebbero il garante di questo patto."

Frattini dice che guarda con piacere alla coalizione nero-gialla di Berlino. "Certamente potremo cooperare ancora meglio con questa coalizione che con quella precedente"; in particolare prevede un rafforzamento della cooperazione euro-atlantica con un Ministro degli Esteri proveniente dal Partito dei liberali FDP. Frattini si augura una "corsia speciale" di contatti particolarmente stretti con Berlino e considera risolto il tentativo tedesco di ottenere un proprio seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. "Sarebbe antistorico se l'Italia e la Germania litigassero su un tale seggio". Sarebbe meglio istituire - in modo aggiuntivo ai privilegi tradizionali della Francia e della Gran Bretagna – un seggio permanente dell'UE in rotazione, dice Frattini. FAZ 13, www.esteri.it. 

 

 

 

 

Il caso Sarrazin. «Berlino in rosso, colpa dei turchi». E la Bundesbank lo esautora

 

L’ex Ministro delle Finanze della città Thilo Sarrazin, che si è occupato dei conti in rosso della capitale dal 2002 al 2009 e che ora è membrodel direttivo della Bundesbank, la banca federale, ha addossato agli immigrati turchi la responsabilità del deficit. Dichiarazioni forti, che hanno sollevato un vespaio di polemiche. Così ieri Sarrazin, che finora era responsabile della gestione cassa della Bundesbank, si occuperà in futuro solo delle attività di information technology e gestione rischi.

In una lunga intervista su Lettre International il socialdemocratico Sarrazin ha esposto una teoria che farebbe impallidire un leghista. «Berlino non può farcela da sola», ha assicurato: «Due aspetti la attanagliano: la tradizione sessantottina (contestataria e sinistroide) e l’abbandono». In più, «la fecondità delle fasce basse, povere e immigranti, responsabili del 40% delle nascite:unfatto che abbassa continuamente il livello scolastico. In particolare arabi e turchi sono tre volte più prolifici della media». La soluzione: «Bloccare i flussi». Queste dichiarazioni, pronunciate daunmembrodella socialdemocrazia, hanno gelato il sangue a più di una persona. Il direttore della Bundesbank, Axel Weber, si è dissociato. Ha detto che le parole di Sarrazin danneggiavano l’immagine dell’istituzione, e alla fine, ieri, lo ha esautorato, togliendogli incarichi importanti. Eva Hogel membro dell’Spd nel Parlamento locale, ha detto che Sarrazin, «non è più benvenuto nel partito». E ora unTribunale sta studiando se c’è stato crimine nelle sue parole, in particolare per frasi come: «i turchi stanno conquistando la Germania come i kossovari il Kossovo: con un’alta natalità. Mi piacerebbe fossero come gli ebrei dell’Europa dell’est che avevano un quoziente d’intelligenza di un 15% al di sopra della media, ma non con gruppi che non accettano l’integrazione e costano molto». Aldilà dell’aspetto razzista, le dichiarazioni di Sarrazin hanno avuto enormeeco perché toccano due problemi reali: la povertà di Berlino che vive alle spalle delle altre città dell’ovest e la scarsa integrazione dei turchi, quasi 3 milioni in Germania di cui 200.000 a Berlino. In un articolo sulla Süddeutsche Zeitung Costanze von Bullion ha accusato Sarrazin di «provincialismo» e ha ricordato che prima di parlare di Berlino come«pecora nera» è necessario ricordare la storia della città: da teatro della persecuzione degli ebrei a città divisa dal muro. All’est costa ancora adattarsi all’economia capitalista. Allo stesso modo, se è vero che ci sono (come in tutte le metropoli multietniche) problemi di integrazione è anche vero che non hanno una relazione causale con la povertà. Secondo uno studio pubblicato da Die Zeit Berlino è la città con il maggiore divario sociale. La povertà è quasi estrema in quartiericomeSpandau-Neustadt e Marzahn, nell’est. Dove però vivono pochissimi turchi. Laura Lucchini L’U 14

 

 

 

 

Francoforte. Fini e Bondi alla Fire del Libro. Aumenta la presenza degli editori italiani

 

Francoforte. Inaugurata martedì pomeriggio dalla Cancelliera Merkel, è stata aperta mercoledì mattina, nei padiglioni della fiera di Francoforte sul Meno, la 61a edizione della Buchmesse, il principale evento internazionale nel settore editoriale per l’interscambio dei diritti di edizione, lo sviluppo di progetti di coedizione, la visione dei titoli di più recente pubblicazione e la conoscenza delle tendenze dell’editoria mondiale.

 

I dati relativi alla scorsa edizione confermano la Buchmesse la fiera leader del settore editoriale per il mercato dei diritti: 7.373 espositori individuali, di cui 3.337 tedeschi e 4.036 di altri Paesi, 402.284 titoli esposti, 299.112 visitatori.  L’Italia, con 279 presenze, occupava il quarto posto nella graduatoria dei Paesi espositori (dopo Germania, Regno Unito, Stati Uniti).

 

Anche quest’anno l’Istituto nazionale per il Commercio Estero, in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori, ha realizzato uno stand collettivo nazionale di 264 mq. nel quale sono ospitati i rappresentanti di 54 aziende italiane e delle associazioni di categoria. Il Punto Italia è situato, come di consueto, all’entrata del padiglione 5 nell’area dedicata all’Area Mediterranea e Latina, in una posizione di grande visibilità.

 

L’inaugurazione del Padiglione italiano ha visto la presenza del Presidente della Camera dei Deputati, on. Gianfranco Fini e del Ministro per i Beni e le attività culturali, On. Sandro Bondi.

 

''Il Punto Italia alla 61. edizione della Fiera del Libro di Francoforte e' un segno evidente della vitalita' dell'editoria del nostro Paese. Lo testimonia innanzitutto l'autorevole presenza del Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, cui vanno i sensi della mia piu' alta stima. Egli ha voluto onorare con la sua partecipazione un appuntamento cruciale per gli editori italiani, impegnati in questi giorni nel piu' importante evento internazionale dedicato allo scambio dei diritti''. Questo il commento del ministro per i Beni e le Attivita' Culturali, Sandro Bondi, all'inaugurazione del Punto Italia alla Fiera del Libro di Francoforte, alla quale hanno partecipato, tra gli altri, il Sottosegretario ai Beni Culturali, Francesco Maria Giro e il presidente della Camera Gianfranco Fini.

"Quest'anno - spiega il ministro - il padiglione, promosso dall'Associazione Italiana Editori e dall'Istituto per il Commercio Estero in collaborazione con il Ministero per lo Sviluppo Economico e il Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali, vede aumentare la compagine degli editori italiani di oltre 50 unita': dai 300 del 2008 ai 355 di oggi. Questo dimostra quanto sia importante essere a Francoforte, centro fondamentale per la promozione e la proiezione internazionale della nostra editoria, che in questi anni sta accrescendo, grazie anche a eventi come questo, la propria penetrazione all'estero. Lo si puo' leggere con evidenza nel rapporto 2009 sullo stato dell'editoria in Italia dell'AIE, dove risulta con chiarezza un aumento della cessione di titoli italiani a fronte di una diminuzione delle traduzioni.

I segnali positivi che abbiamo ci parlano di un'editoria dinamica e vitale, un settore forte della propria autonomia e capace di anticipare e cogliere i mutamenti della societa' italiana. Una vitalita' che coincide con una liberta' autentica della cultura italiana, una liberta' dal peso asfissiante dell'ideologia partitica e nello stesso tempo dai condizionamenti dello Stato, che hanno rappresentato da sempre una vera e propria anomalia nella storia italiana". (Adnkronos, de.it.press)

 

 

 

Francoforte. Il programma dell’IIC nella cornice della Fiera del libro

 

Il consueto programma di eventi organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di

Francoforte per l´edizione 2009 della Fiera del Libro offrirà una ricchissima serie di

incontri che si aprirà il 15 ottobre presso la Mediathek del Goethe Institut Frankfurt

(Diesterwegplatz 72) con la proiezione del video Il dovere di ricordare: riflessioni sulla Shoah narrato da Moni Ovadia e ideato da Elisa Savi. Un DVD realizzato da un cast eccezionale formato da Moni Ovadia, Antonio Albanese, Mauro Berruto, Nicoletta Braschi, Lorenzo Cherubini, Maurizio Dehó, Luciano Ligabue, Luciana Litizzetto, Shel Shapiro, che affronta il tema della Shoah riepilogandone i principali tratti salienti dal punto di vista storico. La proiezione sará preceduta dalla presentazione di Moni Ovadia e Elisa Savi e dalla lettura scenica di Elettra de Salvo.

 

Il 16 ottobre (Istituto di Cultura, a partire dalle ore 19.00) ed il 17 ottobre

(Frankfurter Buchmesse, Client’s Lounge, Padiglione 5.1/E945 a partire dalle ore 15.00) si proseguirà con gli incontri dedicati alle novità letterarie del 2009 con: Roberto Carnero, docente di letteratura italiana presso l’Universitá di Milano, che con la sua antologia La nuova narrativa italiana dagli anni ottanta ad oggi ci illustrerà il ricco panorama letterario italiano dell´ultimo trentennio e le sue figure più rappresentative; Nicolai Lilin che presenterà Educazione Siberiana, un affresco fantasioso del mondo della delinquenza russa, che ha come sfondo la disgregazione della società sovietica; Chiara Strazzulla, giovanissima autrice di romanzi fantasy con La strada che scende nell´ombra e Walter Siti, uno degli autori più originali del panorama letterario italiano, che ci parlerà del suo ultimo romanzo Il contagio.

A completare la serie di presentazioni letterarie la partecipazione straordinaria di

Francesco Guccini in veste di scrittore con la raccolta di racconti Icaro, con la quale, dopo una lunga simbiosi artistica con Loriano Macchiavelli, torna alla scrittura solitaria offrendo una narrazione di grande maestria linguistica.

I nostri moderatori: Rodolfo Dolce, Anna Campanile, Cesare de Michelis,

Katharina Schmidt und Paola Barbon.  IIC-Francoforte (de.it.press)

 

 

 

 

 

Saarbrücken. Gli italiani del Saarland contrari alla chiusura del Consolato. Costituito un comitato

 

Il 7 novembre 2009, nei vari capoluoghi di provincia del Saarland, verranno allestiti appositi stand per la raccolta di firme

 

Saarbrücken - Il 7 ottobre 2009 si è costituito a Saarbrücken, negli uffici della sede Comites/Saar, un comitato di coordinamento, a cui hanno dato la loro adesione diverse associazioni e privati cittadini, a sostegno delle iniziative da intraprendere per scongiurare la paventata chiusura del Consolato di Saarbrücken.

Il Comites/Saar, in cooperazione con il comitato di coordinamento, ha deciso di intraprendere una serie di iniziative per il mantenimento dei necessari servizi consolari. Il 7 novembre 2009, nei vari capoluoghi di provincia del Saarland, verranno allestiti appositi stand per la raccolta di firme contro la decisione ministeriale di chiudere il Consolato d’Italia nel Saarland. Sabato 14 novembre, a partire dalle ore 11.00, avrà luogo un grande corteo che, con partenza dal Rathaus di Saarbrücken, si snoderà nelle vie principali del capoluogo del Saarland, farà una breve sosta sotto gli uffici della sede consolare di Saarbrücken per poi ritornare al Rathaus.

La collettività italiana del Saarland vuole mantenere il suo Consolato, pur essendo disposta a concordare con l’amministrazione italiana misure di ristrutturazione adeguate alle esigenze di risparmio. I servizi consolari sono un diritto dei cittadini italiani all’estero.

La maggioranza della collettività potrebbe accettare una trasformazione del Consolato in agenzia consolare, ma non l’ipotesi di uno sportello o un Consolato onorario. Queste due ultime possibilità sono superficiali e non garantiscono né l’efficienza dei servizi, né la continuità, né la rappresentatività ed i fondamentali diritti civili.

Tuteliamo questi nostri diritti! Tutti i cittadini italiani residenti nella regione del Saarland sono dunque vivamente invitati a prendere parte alle manifestazioni suddette. Comites/Saar (de.it.press)

 

 

 

 

Chiusura del Consolato: autunno caldo a Saarbrücken

 

Si annuncia un autunno caldo nel Saarland dove un’ondata d’indignazione ha colpito gli italiani e gli amanti dell’Italia residenti in quello che è definito “il più italiano dei Bundesländer”. Il 29 settembre, il maggiore quotidiano della regione ha annunciato la definitiva chiusura del nostro consolato a Saarbrücken. A nulla sono valsi gli appelli del Capo del governo regionale Peter Müller; a nulla sono valse le statistiche che dimostrano l’alta densità dei rapporti economici e culturali tra questo Land e l’Italia; a nulla è valsa la dimostrazione che oltre 23.000 italiani hanno realmente bisogno dei servizi consolari. La risposta del Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini: Niet! Oppure, come si dice a Napoli, “manco p’ a capa!”. Ora la gente comincia veramente a realizzare che tra qualche mese per richiedere una carta d’identità o un passaporto, per richiedere il rilascio di una delega o un certificato di stato libero dovrà sciropparsi 400 Km di strada, 200 andata ed altrettanti di ritorno. Non parliamo poi dell’assistenza in questo Bundesland dove la disoccupazione italiana sfiora il 20%, dove la presenza italiana nelle 5 carceri della regione è più che consistente e dove la popolazione invecchia inesorabilmente. La gente ha quindi realizzato e reagisce.

Domenica 11 ottobre il Comites del Saarland ha riunito attorno ad un tavolo i rappresentanti delle associazioni, dei sindacati e degli enti per coordinare una serie di azioni in quello che sarà un autunno caldo nella tranquilla Saarbrücken. La prima settimana di novembre vari Stand sparsi nella regione informeranno i cittadini sull’irrazionalità di questa decisione presa a tavolino in una Roma più lontana che mai. Tutti dovranno sapere che il Consolato è reduce di un costoso trasloco ultimato poco tempo fa, nel mese di marzo del 2007!

Tutti dovranno rendersi conto delle inevitabili spese che dovrà sostenere il Consolato Generale a Francoforte per accogliere l’archivio di una smantellata sede di Saarbrücken e tutti dovranno venire a conoscenza dell’incomprensibile rifiuto rivolto all’offerta del Ministro Presidente e Presidente di turno del Bundesrat Peter Müller di accogliere gratuitamente la struttura consolare in locali di prestigio della cancelleria di Stato di Saarbrücken.

Tutti saranno informati ed invitati al corteo del 14 novembre affinché l’opinione pubblica si renda conto che nel Saarland vive una collettività tranquilla, laboriosa e che non ha le peculiarità del gregge, facendo sentire la propria voce per difendere i propri legittimi interessi.  CdI

 

 

 

Francoforte. Assegnato il premio Enit 2009. A colloquio con il direttore Marco Montini

 

Francoforte. Nell’ambito delle manifestazioni per la Buchmesse, è stato consegnato ieri sera martedì 13 ottobre, presso la “Villa Kennedy” di Francoforte, il premio Enit per la “miglior guida turistica tedesca sull’Italia 2009”, presenti l’Ambasciatore Michele Valensise, il Console Generale Bernardo Carloni, rappresentanti di Enti e Istituzioni, e soprattutto molti giornalisti. Il premio Enit quest’anno è stato assegnato a “Umbrien” (edizioni Marco Polo), di Peter Peter. In vista dell’avvenimento e per presentare l’attività dell’Enit, la giornalista Marcella Continenza ha incontrato il responsabile dell’Enit di Francoforte dr. Marco Montini. Ecco il suo racconto.

 

Marco Montini, dirigente dell’ENIT di Francoforte, mi viene incontro con cordialità negli uffici della nuova sede, nella Neue Mainzer Strasse 26.

 

Lo studio sobrio ed elegante ha pareti chiare e piante ornamentali. Dalla finestra, il profilo dei grattacieli. Sulla scrivania, tra giornali e carte, domina il computer e Montini mi invita a guardare il sito www.enit.de. “Il sito internet non serve solo per conoscere tutte le informazioni e i comunicati stampa, ma attrae, navigando tra manifestazioni, sagre, eventi culturali, mercati anche il pubblico normale non solo gli addetti e i lavori e gli operatori turistici. Ci si può imbattere in concorsi per bambini; scaricare prospetti, conoscere in anticipo il programma dei più importanti eventi turistici e culturali italiani.”

 

Montini, toscano, di Arezzo, laurea in lingue entra a lavorare all’ENIT per caso per pagare l’ultima rata di una moto comprata di nascosto dai suoi. Pensa di non restare. Ha altri sogni. Invece, l’acquisto di una nuova auto e la decisione di sposare la sua ragazza di Arezzo, Maria Grazia, lo convincono a rimanere. Incomincia la sua carriera lenta ma sicura. Il primo trasferimento è a Monaco di Baviera, dove dichiara di essersi trovato molto bene “un’esperienza bella e irripetibile. Ero giovane, avevo tante amicizie, mi sono divertito. Ma allora anche la vita era più leggera.” Poi, il rientro a Roma. Due concorsi vinti e la nomina di dirigente. Punta su una campagna di potenziamento pubblicitario ed è una strategia vincente. Poi, Tokio, Londra e ora, da tre anni, Francoforte. “Francoforte è la sede ideale, mi trovo benissimo. Ho un ottimo rapporto con gli operatori, le istituzioni tedesche, il pubblico. Valorizzano il nostro apporto, sono interessati alle nostre iniziative. Siamo un partner interessante.”

Tra le centoquaranta iniziative realizzate negli ultimi tre anni dall’ENIT, segnaliamo dei progetti educativi dedicati ai giovani e bambini “futuri turisti di domani”. Un progetto che ha ottenuto consensi e successo è stato il concorso nazionale “Racconta la tua Italia” per allievi dai 10 ai 16 anni delle scuole secondarie tedesche in collaborazione con la Dante Alighieri, gli Istituti Italiani di Cultura e con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia. Quattro le categorie del concorso: disegno, poesia, canzone, video. Quattrocento le opere selezionate. Sono stati pubblicati 1300 poster e 1000 calendari (2009) con i disegni dei vincitori. Inoltre si è tenuta una mostra itinerante con 100 elaborati ad Amburgo, Friburgo, Francoforte e Kiel. Anche la sponsorizzazione della squadra giovanile del club calcistico Rot-Weiss di Francoforte è un leit-motiv del suo successo: “Credo molto nei giovani e ho posto l’attenzione in modo particolare su di loro”.

 

Quali altre manifestazioni significative? “Quella con la cooperazione di aziende italiane presenti in Germania: la San Pellegrino, la Fiat-Lancia, la Piaggio. Abbiamo presentato i loro modelli marcando la bellezza del paesaggio italiano. Con l’ultimo modello Fiat, la costiera amalfitana. O girando in moto per tutta la Sardegna. La realizzazione di due documentari televisivi sulle vacanze in camper. E tra i progetti speciali il restauro di Villa Metzler in collaborazione con il Museo delle Arti applicate di Francoforte.”

 

Quali prossimi appuntamenti? “In occasione della Fiera del Libro, la premiazione della migliore guida turistica tedesca dedicata all’Italia.”

 

L’energia, la vitalità e le idee innovative di Montini applicate a un modo di lavorare dinamico sono il motore del suo successo e della nuova immagine dell’ENIT in Germania. Marcella Continanza, de.it.press

 

 

 

 

 

Radio Colonia. Una Fiera dimezzata. Intervista alla direttrice della Literaturhaus di Francoforte

 

Si è aperta tra polemiche e rimpianti la Fiera del libro di Francoforte. La presenza della Cina scatena reazioni politiche, mentre scarseggia l'interesse letterario.

Poche volte si è assistito ad una edizione così discussa della più importante rassegna dell'editoria mondiale. L''edizione 2009 sembra infatti aver messo in secondo piano quello che dovrebbe essere l'oggetto dell'attenzione, i libri, per concentrarsi sul significato politico della scelta della Cina come paese ospite. A differenza delle scorse edizioni, infatti, sono pochi gli autori e i libri cinesi di cui si parla, mentre infuoca la discussione sulla censura che è stata fatta nei confronti degli autori scomodi per il governo di Pechino. Radio Colonia ne ha parlato con Maria Gazzetti, direttrice della Literaturhaus di Francoforte, nella trasmissione di martedì

Per ascoltare l'intervista a Maria Gazzetti basta cliccare sul seguente link:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2009/091013_gazzetti.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2009/091013_gazzetti.mp3. (RC, de.it.press)

 

 

 

 

A Berlino la quinta edizione dell’ “Autunno teatrale italiano”

 

Verrà presentata dall’Istituto Italiano di Cultura la rassegna dedicata alle produzioni indipendenti italiane in città dal 27 ottobre al 23 novembre

 

  BERLINO – La capitale tedesca ospita per la quinta edizione l’“Autunno teatrale italiano”, la rassegna degli spettacoli teatrali più innovativi delle produzioni italiane indipendenti proposte sui palcoscenici berlinesi dal 27 ottobre al 23 novembre.

  Quest’anno la manifestazione è dedicata alla performance, con 4 rivelazioni coreografiche e 2 rappresentazioni di gruppi teatrali già noti in Germania ad offrire un’emozionante panoramica sulla scena contemporanea del nostro Paese.

  Inaugurerà il Festival una rappresentazione dal tono tragico-grottesco sulle relazioni di potere e la disumanizzazione quotidiana: “La busta” della Compagnia Scimone Sframeli in scena alla Volksbühne im Prater il 27 e 28 ottobre alle ore 20 (in italiano con sottotitoli in tedesco).

  Francesca Grilli presenterà nella sua performance “La terza conversazione” un esperimento di traduzione, ricco di poesia e sensibilità, fatto da un cantante sordomuto, mentre la pluripremiata coreografia di Teodora Castellucci con “à elle vide” esplora l’ambito di forte tensione tra la ferocia e l’eleganza. Entrambe le produzioni saranno messe in scena alla Tanzfabrik di Berlino - “La terza conversazione” il 29 e 30 ottobre alle ore 19.30 e 20.30; “à elle vide” il 31 ottobre e il 1 novembre alle ore 20.

  Il gruppo Muta Imago presenta “Lev”, la disperata lotta di un uomo contro un universo in dissoluzione, ai Sophiensaele, il 2 e 3 novembre alle ore 19.30.

  La nuova compagnia di danza della Socìetas Raffaello Sanzio, “Mora”, una dei più radicali rappresentanti del nuovo teatro italiano, andrà in scena con “Homo Turbae” per la coreografia di Claudia Castellucci il 12 e 13 novembre alle ore 20 presso il Theater an der Parkaue - Junges Staatstheater Berlin. 

  I più giovani potranno assistere, al Grips-Theater, ad una rivisitazione di “Alice e le meraviglie”, di Lewis Carroll, dove Alice si emancipa dai suoi genitori troppo esigenti (Il 22 novembre alle ore 16 e il 23 alle ore 11).

  L’Autunno teatrale italiano nasce da una collaborazione tra l’Ente Teatrale Italiano ETI e l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino in cooperazione con i teatri berlinesi. La conferenza stampa di presentazione è prevista presso l’IIC il 22 ottobre alle ore 11. (Inform)

 

 

 

 

 

Hannover. L’incaricata per l’integrazione della Bassa Sassonia H. Deihimi incontra il Presidente del Comites

 

Hannover - Venerdì 10 Ottobre 2009 alle ore 10,00 presso il Ministero si sono incontrati l’incaricata per l’integrazione della Regione Bassa Sassonia Honey Deihimi ed il Presidente  del Comites di Hannover Dott. Giuseppe Scigliano.

L’incontro è stato voluto dal Presidente Scigliano per stabilire una collaborazione riguardante il vasto programma che il Comites di Hannover intende realizzare nei prossimi mesi.

L’incontro è durato circa due ore e tantissimi sono stati gli aiuti che la responsabile per l’integrazione ha offerto al Presidente. Non per ultimo la possibilità di mediare presso alcuni ministri regionali per la realizzazione dei due convegni che si terranno a dicembre (uno sulla salute e l’altro per i giovani).

Molti gli spunti e le offerte reciproche  specialmente per la campagna sulla doppia cittadinanza che il comites intende avviare nonché sulle attività rivolte all’integrazione. Di seguito i punti trattati nonché il programma da realizzare da parte del comites:

- convegno sulla salute  (18 dicembre palazzo dei Congressi ad Hannover);

- una ricerca sulla situazione degli anziani (in fase di realizzazione);

- una tavola rotonda sulla prevenzione della criminalità  (in fase di realizzazione);

- una mostra fotografica sugli anni cinquanta (presso il Consolato Generale);

- tre Manifestazioni culturali per gli italiani (in fase di realizzazione);

- la seconda edizione del premio Comites ( 4/12/09 Kulturzentrum Linden hannover);

- iniziative per sensibilizzare alla doppia cittadinanza (in fase di realizzazione);

- iniziative rivolte all’integrazione in loco (in fase di realizzazione);

- informazione -  2 numeri Bollettino  (in fase di realizzazione);

- ricerca per stabilire il grado di partecipazionealla vita sociale e culturale del posto nonché il loro grado di integrazione ((in fase di realizzazione  insieme ad altri quattro comites della Germania). Giuseppe Scigliano (de.it.press)

 

 

 

 

Amburgo. Primarie PD. Le associazioni a sostegno di Matteo Neri, candidato all’Assemblea Nazionale

 

I presidenti delle maggiori associazioni italiane di Amburgo sostengono Matteo Neri candidato all’Assemblea nazionale del Partito Democratico nella lista Bersani. „È vero – ha dichiarato Emanuele Padula, presidente dell’ “Associazione Basilicata e.V.“ – che queste primarie sono elezioni interne a un partito; ma, per il contesto in cui avvengono, hanno un significato nazionale; il PD è l’unico partito italiano a rappresentare una alternativa valida a Berlusconi, e Bersani è l’unico leader, a mio parere, in grado di portare questo partito al governo del paese. Matteo Neri – ha proseguito Padula – è il nostro candidato. Da vent’anni è attivo nella collettività italiana, prima come membro Comites, poi come presidente di Scuola Italiana e.V. e membro dell’Integrationsbeirat del Senato di Amburgo, ora come dirigente del PD-Germania.“ Un augurio a Neri è stato rivolto dal presidente del „Circolo Sardo Su Nuraghe e.V.“, Gianni Masia, e dal presidente del „Club Castello ‚74 e.V.“ Pietro Trotta. Ad Amburgo si potrà votare dalle 10.00 alle 20.00 di domenica 25 ottobre nei locali del „Club Castello ‚74 e.V.“ e dell’“Associazione Basilicata e.V.“ Tutti i cittadini italiani possono votare, non occorre essere iscritti al PD. De.it.press

 

 

 

 

A Berlino l'esposizione collettiva "One world", con 9 talenti emergenti italiani

 

Berlino - Dal 24 Ottobre 2009 al 4 Dicembre 2009 Infantellina Contemporary, la prima e unica galleria berlinese a presentare 100% arte italiana contemporanea, inaugura l'esposizione collettiva "One world", con 9 talenti emergenti italiani: Domenico Bonomi, Filippo Bruno, Giorgio Casari, Fred Cassina, Domino, Svetlana Ostapovici, Veronica Rastelli, Carlo Stanga, Viola Kunst. Special Guest: Justin Köbel & Roger, Willi Bambach. Il vernissage inizia alle ore 18 (nella Taubenstraße 20 – 22, tel. 030-92210407,   am Gendarmenmarkt).

In occasione del ventennale della caduta del muro di Berlino, gli artisti italiani partecipanti esprimono, attraverso le proprie opere, la visione personale di tale evento con considerazioni che abbracciano il prima/durante/dopo. Il tema viene esteso e dilatato fino a divenire un incitamento all'unione ed alla pace. Chi può trarre gioia e soddisfazione da eventi come l'erezione di un muro che porta, inesorabilmente, ad una castrazione morale? Di contro, l'abbattimento di una barriera, di qualcosa che, per antonomasia, è un ostacolo può portare ad un'inebriante stato di estasi collettiva in cui ognuno, pur conservando la propria personalità, diviene parte di un tutto ed in quanto tale prova emozioni altrimenti difficili da raggiungere. Con tutte le dovute considerazioni specifiche, l'unione è il piacere maggiore che un umano possa provare, un umano che non si lasci affascinare dal potere che deriva dal disporre del dividere e dell'unire. IC (de.it.press)

 

 

 

 

Hannover. Un progetto per l'integrazione dei giovani italiani riuscito 

 

Hannover - Il progetto „Squadra di strada“, avviato due anni or sono dal Comites di Hannover in collaborazione con l’Amministrazione comunale e con la società sportiva GS 74  è diventato una realtà calcistica e nello stesso tempo un modello di come integrare i giovani italiani nella realtà in cui vivono. Nella squadra, oltre alla stragrande maggioranza di ragazzi italiani, ci sono anche un Greco, un Portoghese ed alcuni tedeschi. Durante la settimana s’ incontrano alla guida dell’allenatore Rosario Frattallone per gli allenamenti. Hanno un campo sportivo nella zona di Limmer str., giocano nella terza categoria ed in classifica hanno nove punti. Ogni domenica pomeriggio alle tre, molti italiani si danno ormai appuntamento al campo sportivo e seguono la squadra con passione. La incitano, soffrono e gioiscono con loro. Alcune volte si sono organizzate addirittura grigliate con i tifosi della squadra avversaria. Il Comites continua a seguire attraverso il Presidente ma soprattutto attraverso Claudio Provenzano le attività della nuova squadra. Nei mesi scorsi si è  costituita una società sportiva regolarmente registrata presso il notaio che porta il nome "Figli d'Italia.".

Tantissima è la soddisfazione dei due rappresentanti del Comites che  fino ad oggi non hanno perso una partita e fanno parte della società sportiva. Hanno visto crescere questo gruppo ed hanno affiancato il vero cuore della squadra ovvero Rosario Frattallone. Tantissimi sono i ragazzini che ad Hannover sognano di correre con i colori italiani.  Sabato 11 ottobre nei paraggi del municipio della città sono state consegnate le nuove magliette ai giocatori che portano con orgoglio sul petto sia il logo della squadra che quello del Comites. Molti sono convinti che questa è la base di una realtà che lascerà parlare positivamente della comunità italiana nel futuro. I giocatori oltre ad essere affiatati seguono naturalmente le attività del comites che li coinvolge soprattutto negli eventi che riguardano la loro età ed i loro interessi.

Scherzando il Presidente del Comites scigliano ha fatto notare che ad Hannover in futuro non ci saranno bisogno di quote imposte dall’alto per inserire i giovani nel comitato.Questo è il metro con cui molti politici dovrebbero misurarsi. Chi semina raccoglie i frutti se l’intenzione di chi ha seminato è stata quella di vivere insieme agli altri socializzando capitali e conoscenze per il bene della collettività in cui si è scelto di vivere. Fare gruppo non è un’ imposizione ma una scelta.

Vivere insieme significa anche crescere insieme e dividere gioie e dolori. Nello sport questo è il primo principio. Non si aggrega nessuno solo con la demagogia e nessuno segue gli stregoni che per mestiere difendono le loro parrocchie.

Il prossimo convegno regionale che il Comites di Hannover sta organizzando per i giovani della Bassa Sassonia (si terrà giorno 19 dicembre dalle ore 14,00 alle ore 18,00 nel palazzo dei congressi di Hannover)  lo sta organizzando il giovane Claudio Provenzano appoggiandosi naturalmente al gruppo che già è in movimento per far finire il tutto in una grande festa. La prima festa dei giovani italiani della Regione.

Alla festa naturalmente non mancheranno i giovani di altre nazionalità e soprattutto i loro coetanei tedeschi. De.it.press

 

 

 

Le Primarie del PD all’estero. Si può votare anche online. Ecco come

 

La Commissione di Ripartizione Europa ricorda che, in occasione delle primarie del Partito Democratico che si terranno il 25 ottobre  sarà possibile, per gli italiani residenti all'estero (iscritti e non iscritti al PD), partecipare alle primarie votando online.

 

1. Dove si vota? Sul sito internet

http://votoestero.partitodemocratico.it/P0_WELCOME.aspx

 

2. Chi può votare?

Possono partecipare al voto tutti i cittadini italiani registrati all'AIRE, i cittadini italiani che il 25 ottobre 2009 si trovino lontani dal loro rispettivo luogo di residenza - rientrano in tale categoria i militari in missione, il personale del corpo diplomatico e consolare, gli studenti Erasmus, i ricercatori universitari all'estero, i cittadini italiani residenti temporaneamente all'estero - che alla data del 25 ottobre abbiano compiuto sedici anni di età e che si registrino entro il 23 ottobre 2009.

Possono votare anche gli iscritti ai circoli esteri del Partito Democratico.

 

3. Cosa serve per votare ?

Votare online è semplicissimo, gli unici requisiti richiesti sono un indirizzo email valido e un cellulare in grado di eseguire telefonate internazionali.

Il cellulare verrà utilizzato durante la fase di voto per eseguire il login al sistema attraverso una telefonata verso un sistema di controllo che certificherà il cellulare indicato durante la fase di registrazione. La chiamata sarà gratuita e non ti verrà addebitato alcuno costo telefonico.

 

4. Quando si vota ?

Le operazioni di voto telematico saranno possibili dalle ore 22.00 del 24 ottobre alle ore 20.00 del 25 ottobre, ora italiana.

Le registrazioni si chiuderanno alle ore 24.00 del 23 ottobre 2009, ora italiana.

Ciò significa che ci sarà un certo sfalsamento negli orari di voto nei vari continenti poichè, rispetto all'Italia, la Nuova Zelanda è avanti di nove ore mentre Los Angeles è indietro di nove ore.

 

5. Come si vota ?

Per votare è sufficiente tornare su questo sito durante l'apertura delle cabine elettorali online. L'accesso sarà consentito a quanti si saranno registrati e avranno ricevuto il pincode via email. Sarà necessario ricordare: l'email con cui si è effettuata la registrazione e il PINCODE ricevuto via email.

L'elettore dovrà inoltre avere con se il cellulare indicato in fase di registrazione che verrà utilizzato per effettuare una chiamata(*) per permettere al sistema di accreditare in modo sicuro l'utente. Il cellulare dovrà essere abilitato a effettuare chiamate internazionali (verso l'Italia). La chiamata sarà gratuita. (de.it.press)

 

 

 

 

Raitalia vuol costruire un ideale ponte tra l’estero dei cinque continenti e la madre Patria

 

Il nuovo direttore di Raitalia Daniele Renzoni è intervenuto nel corso di Italia News, il Tg di Raitalia, con un suo editoriale per salutare i telespettatori. Questo l’intervento.

 

“Si avvia la mia direzione di questo importante canale della Rai la cui missione è contribuire a mantenere saldi i legami di lingua di storia di cultura e di tradizione tra milioni di connazionali che vivono all’estero e l’Italia. E al tempo stesso promuover l’immagine di un Paese tra gli otto più sviluppati del mondo attraverso le sue eccellenze e i suoi primati. Assumo con orgoglio la direzione di questo gruppo di lavoro, cosciente della responsabilità che gli è affidata e pronto a raccogliere la sfida di confezionare ogni giorno un prodotto che riscuota il vostro apprezzamento. Tutti insieme  prendiamo l’impegno di costruire con Raitalia un ideale ponte tra voi che ci seguite numerosi da cinque Continenti e la madre Patria. Da parte mia metterò in questa avventura l’esperienza di corrispondente da una capitale europea che mi ha consentito di entrare in contatto diretto con le comunità italiane all’estero, e conoscerne preferenze e gusti. ItaliaNews, i nostri programmi televisivi e radiofonici, la rete internet, vi racconteranno con passione umana e impegno civile e professionale, il Paese con cui sentite un legame anche sentimentalmente indissolubile. Sarà una narrazione di caratteristiche, curiosità, specificità di mancanze e di carenze che fanno dell’Italia un Paese unico di cui chi vive all’estero deve andare fiero. Un Paese che vuole dimostrare di non avere mai dimenticato i suoi concittadini che, ormai un secolo fa, dovettero cercare fortuna lontano  dai suoi confini. Quei cognomi oggi riempiono gli albi professionali e si mischiano a quelli dei nuovi migranti che portano nel mondo professionalità e progetti, eredi di una cultura millenaria. E’ di questa importante conquista che terremo conto nella scelta della nostra linea editoriale per soddisfare le esigenze di tutto il pubblico che segue, da lontano, le vicende del nostro Paese. Un pubblico attento alle trasformazione di una società in continua e progressiva crescita. All’ex direttore di Raitalia esprimo l’augurio di buon lavoro per i nuovi incarichi cui l’azienda lo destinerà. E prima dei saluti anche la promessa di una programmazione al passo con l’attualità e in linea con gli appuntamenti annunciati, nel rispetto di chiunque si sintonizzi su Raitalia”.

 

Tutte le produzioni di Raitalia sono visibili anche on demand sul sito della testata all’indirizzo www.international.rai.it.  Allo stesso indirizzo è possibile vedere gli orari di messa in onda per i singoli canali internazionali. Raitalia, de.it.press

 

 

 

 

Una indagine del Censis: più remunerati e più stabili i lavoratori delle imprese italiane all'estero

 

E il clima aziendale migliora grazie a benefit e premi per il merito

 

ROMA – A parità di qualifica, i dipendenti delle imprese italiane presenti con proprie sedi all’estero vengono pagati di più. La retribuzione media di un dirigente che lavora in Italia è di circa 86 mila euro lordi annui, mentre il dirigente di un’impresa italiana all’estero ne guadagna poco meno di 140 mila.  E’ quanto emerge da un’indagine su un panel di imprese realizzata dal Censis per Eri-Gradus, con l’ausilio della rete estera degli uffici dell’Ice, in merito alle politiche salariali e i processi di internazionalizzazione.

  Differenze significative si riscontrano anche per le altre qualifiche, ma con una forbice meno ampia: i quadri delle imprese non internazionalizzate guadagnano 50.100 euro lordi annui, contro i 61.400 dei direttivi che lavorano all’estero; la retribuzione media degli impiegati in Italia risulta pari a 27.200 euro, contro i 35.100 di quelli che lavorano all’estero; il salario degli operai in Italia è di circa 22.000 euro, ma all’estero sale a 29.300 euro; solo per gli addetti alle vendite la paga si aggira in entrambi i casi intorno ai 30.000 euro.

  L’indagine ha anche messo in luce la correlazione fra il livello di internazionalizzazione delle imprese e la sicurezza occupazionale: le aziende che hanno sedi all’estero sono quelle che adottano di meno i contratti di lavoro atipici (il 3,4% contro il 7,5% delle imprese non internazionalizzate), privilegiando più delle altre i contratti standard (il 96,6% contro il 92,5%).

  Rispetto ai benefit, nelle imprese che hanno sedi all’estero si registra una maggiore tutela delle condizioni di salute dei propri dipendenti, che in misura maggiore possono contare su una copertura assicurativa sanitaria (il 60% contro il 50,2% nelle imprese non internazionalizzate).

  Anche il clima aziendale ne risente. Il livello di collaborazione tra dipendenti e manager viene definito «molto elevato» dall’11,2% dei responsabili delle imprese che realizzano il fatturato all’estero, mentre nelle altre aziende non si supera quota 5%. La forte attenzione per le risorse umane risulta anche dal maggiore impegno delle imprese internazionalizzate nella valorizzazione delle competenze manageriali e nella promozione dei percorsi di carriera interna. Le imprese internazionalizzate che considerano la retribuzione una forma di valorizzazione del merito sono infatti più numerose (il 25,2%) di quelle che non hanno sedi all’estero (il 23,1%).

  Questi sono alcuni dei risultati di una ricerca promossa da Eri-Gradus e realizzata dal Censis, che è stata presentata oggi a Roma, presso la sede dell’Ice (Istituto nazionale per il Commercio Estero), da Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, e discussa da Pier Paolo Celeste, Direttore dell’Ufficio studi dell’Ice, e Giovanni Benigni, Responsabile della joint venture Eri-Gradus. (Inform)

 

 

 

 

Università di Pisa. Sul web i corsi di lingua e cultura italiana per stranieri

 

Gentile Direttore, La porto a conoscenza che nel mese di novembre saranno ultimati i depliants informativi e la pagina web inerenti i corsi di lingua e cultura italiana per stranieri organizzati da questo Dipartimento per l'anno 2010 fin dal 1949.

Attualmente la pagina web all'indirizzo: www.unipi.it/italianoperstranieri è aggiornata fino al dicembre 2009.

Oltre i consueti corsi è possibile vedere il programma riservato ai figli e discendenti dei Toscani all'estero che rientra in un programma in collaborazione con l'ufficio PO Toscani all'estero della Regione Toscana.

Se fosse interessato a ricevere per posta depliants e manifesti inerenti i corsi in questione, La prego  farmi richiesta indicando l'indirizzo postale.

 

La porto altresì a conoscenza che nel prossimo anno, questo Dipartimento offrirà una borsa di studio comprendente iscrizione didattica e  pernottamento a mezza pensione per l'intera durata del corso presso un hotel di Viareggio ad ogni gruppo composto di almenno 12 iscritti.

Nel ringraziarLa per la Sua attenzione, colgo l'occasione di porgere distinti saluti.

rag. Luca Gamba, coordinatore dei corsi, gamba@ling.unipi.it  (de.it.press)

 

 

 

 

Oggi alla farnesina la presentazione della IX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo

 

Roma – La nona edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo sarà presentata alla Farnesina oggi 15 ottobre (ore 11) dal sottosegretario Alfredo Mantica.

La Settimana, in programma dal 19 al 25 ottobre, avrà come tema “L’italiano tra arte, scienza e tecnologia”. L’evento si inserisce nel quadro delle celebrazioni per il “2009 Anno europeo della creatività e dell’innovazione” indetto dalla Commissione Europea.

La nona edizione è in concomitanza con alcuni significativi anniversari: i 400 anni dalle prime osservazioni astronomiche di Galileo con il cannocchiale e i 100 anni dalla nascita del Futurismo. Inoltre il 2009 è stato scelto dall’ONU quale “Anno Internazionale dell’Astronomia”. Le manifestazioni culturali della IX Settimana metteranno in rilievo la creatività italiana nell’arte, nella scienza e nella tecnologia e il suo rapporto con la creatività linguistica, che nel corso della storia ha fornito tanti contributi al patrimonio linguistico europeo e universale: dalla musica alla lirica, dall’arte figurativa all’architettura, dalla scienza alla tecnologia, dalla moda al design, dalla canzone allo sport, dall’alimentazione all’arte della cucina.

Alla presentazione alla Farnesina interverranno Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca; Giovanni Fabrizio Bignami, professore di Astronomia, Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia e Accademico Linceo; Sveva Sagramola, giornalista e presentatrice televisiva; Alessandro Masi, segretario generale della Società Dante Alighieri; Maria Cecilia Mosconi, Sapienza Università di Roma, facoltà di Architettura “Valle Giulia”; Massimo Vedovelli, rettore dell’Università per Stranieri di Siena; Giorgio Simonetto, presidente dell’Agenzia regionale Veneto Innovazione; Lucia Votano, fisico nucleare, direttore dell’Istituto Nazione di Fisica Nucleare. Presenti numerosi esponenti e rappresentanti delle Istituzioni accademiche, scientifiche, culturali, tecnologiche e letterarie.

La Settimana della Lingua italiana nel Mondo nasce nel 2001 da un’idea dell’Accademia della Crusca e della Direzione Generale per la Promozione e Cooperazione Culturale e, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, ogni anno acquisisce maggior forza e un numero sempre più grande di adesioni da parte de di istituti di cultura e ambasciate, che promuovono eventi. Mae/de.it.press

 

 

 

 

Il 150esimo dell’unità d’Italia tra le comunità italiane all’estero

 

L’on. Franco Narducci (UNAIE) presenta una risoluzione in Commissione esteri

 

L’on. Franco Narducci, presidente dell’Unaie (Unione nazionale associazioni di immigrazione ed emigrazione), ha presentato in III Commissione, Affari esteri, in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, una risoluzione che impegna il governo ad agire “affinché la rete consolare e degli istituti italiani di cultura, in collaborazione con gli organismi di rappresentanza e dell’associazionismo italiano operanti all’estero e in Italia a livello regionale, programmi ed effettui una serie di almeno otto eventi celebrativi a carattere storico-culturale - specificatamente due in America Latina, due nel Nord America, uno in Australia, uno in Africa e due in Europa – diretti a rafforzare le radici del concetto di italianità nel mondo, nell’ambito delle iniziative per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità”.

Narducci ha ritenuto doveroso richiamare l’attenzione sul ruolo delle comunità all’estero nel percorso di costruzione dell’unità nazionale per il “contributo che hanno dato… in ogni parte del mondo alla costruzione, allo sviluppo economico e all’affermazione della nostra Nazione nel mondo”. De.it.press

 

 

 

FAO. Il 16 ottobre la Giornata Mondiale dell’Alimentazione

 

Manifestazioni in Italia organizzate dalla Farnesina nell’ambito della campagna “L’Italia con l’Onu contro la fame del mondo”

 

ROMA – Il 16 ottobre è la Giornata Mondiale dell’Alimentazione indetta dalla Fao. Tema di quest’anno  “Conseguire la sicurezza alimentare in tempo di crisi”.

“In tempi in cui la crisi economica globale domina la scena, il mondo – afferma la Fao - deve ricordare che non tutti lavorano in uffici o fabbriche. La crisi sta insidiando le piccole aziende agricole e le are aree rurali del mondo, dove vive e lavora il 70 percento delle persone che soffrono la fame. Con un aumento stimato di altri 105 milioni nel 2009, vi sono oggi ben 1,02 miliardi di persone malnutrite al mondo. Questo significa che quasi un sesto dell'intera popolazione mondiale soffre la fame. Servono sia investimenti pubblici che privati: più specificamente, servono investimenti pubblici mirati, destinati a incoraggiare e facilitare gli investimenti privati, specialmente degli stessi agricoltori.  In occasione della Settimana mondiale dell’alimentazione e della Giornata mondiale dell’alimentazione 2009, riflettiamo su questi numeri e sugli esseri umani che soffrono dietro tali numeri. Crisi o non crisi, disponiamo delle competenze per fare qualcosa contro la fame. Siamo anche perfettamente capaci di trovare il denaro per risolvere i problemi che consideriamo importanti. Lavoriamo insieme per far sì che la fame sia riconosciuta come un problema capitale, e per risolverlo. Il Vertice mondiale sulla sicurezza alimentare proposto dalla Fao per novembre 2009 potrebbe essere fondamentale per sradicare la fame nel mondo”.

Nell’ambito della campagna "L’Italia con l’Onu contro la fame del mondo", il Coordinamento Polo Onu-Roma del Ministero degli Affari Esteri ha organizzato, attraverso il Comitato nazionale per le Celebrazioni ufficiali italiane per la Giornata mondiale dell’Alimentazione, una serie di manifestazioni in tutt’Italia prima dell’evento Fao e dopo (dal 1 ottobre al 15 dicembre).

Il tema delle manifestazioni è: "Conseguire la sicurezza alimentare in tempo di crisi", nella convinzione - secondo quanto afferma il Comitato nazionale - che, per combattere la fame nel mondo, che risulta aggravata dalla contingenza economico-finanziaria mondiale, sia indispensabile il coinvolgimento e la cooperazione dell’intera comunità internazionale. Secondo le ultime stime Onu, la popolazione mondiale aumenterà dagli attuali 6,8 miliardi a 9,1 miliardi nel 2050 - un terzo in più di bocche da sfamare rispetto ad oggi. Tale crescita della popolazione avverrà quasi per intero nei Paesi in via di sviluppo. Si prevede che la popolazione dell'Africa sub-sahariana crescerà più velocemente (una crescita del 108%, pari a 910 milioni di persone in più), mentre in Asia orientale e sud-orientale crescerà più lentamente (una crescita dell'11%, pari a 228 milioni di persone in più). Nel 2050, circa il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città e nelle aree urbane, rispetto all'attuale 49%. Bisogna produrre il 70% di cibo in più per i 2,3 miliardi in più di persone che ci saranno nel 2050, al tempo stesso combattendo i problemi della povertà e della fame, usando in maniera più efficiente le scarse risorse naturali e adattandosi al cambiamento climatico.

Un Forum di Esperti di Alto Livello, a Roma il 12 e 13 ottobre, in vista del Vertice mondiale di novembre, ha affrontato le strategie su "Come Nutrire il Mondo nel 2050". Al Forum hanno partecipato circa 300 tra i maggiori esperti del mondo accademico, di istituzioni non governative e del settore privato, provenienti da Paesi in via di sviluppo e da Paesi sviluppati. Il Forum ha preparato il terreno per il Vertice Mondiale sulla Sicurezza Alimentare, che si terrà a Roma dal 16 al 18 novembre.  http://www.esteri.it/mae/doc/20091006_GMA2009_Calendario_eventi.pdf.  

Inform/de.it.press

 

 

 

 

La fame nel mondo aumenta. Colpite un miliardo di persone

 

Il livello più alto dal 1970. Dati Fao-Pam: 1,02 miliardi i sottonutriti, +9% rispetto allo scorso anno anche a causa della crisi globale

 

ROMA - La Fao conferma i dati di giugno: gli affamati nel mondo sono cresciuti del 9% nell'anno in corso, arrivando a 1,02 miliardi, il livello più alto dal 1970. Lo afferma il rapporto pubblicato dall'agenzia delle Nazioni Unite per l'agricoltura e l'alimentazione e dal Programma alimentare mondiale (Pam). A causa della crisi globale molti Paesi hanno subito cali generalizzati nei flussi finanziari e commerciali, la caduta verticale delle entrate delle esportazioni, degli investimenti esteri, degli aiuti allo sviluppo e delle rimesse in denaro. Ciò significa che non solo il consumo alimentare si è ridotto, ma alcuni Paesi a basso reddito con deficit alimentare hanno dovuto diminuire le importazioni di derrate alimentari, di medicine e attrezzature mediche.

SOTTONUTRIZIONE - Secondo il rapporto Fao-Pam, la sottonutrizione è una realtà estesa in Asia e nel Pacifico dove si stima che gli affamati siano 642 milioni, ma non risparmia neanche i Paesi sviluppati dove sono 15 milioni a soffrire la fame. Una ricerca della Fondazione per la sussidiarietà resa nota recentemente, riporta che anche in Italia il 5,3% delle famiglie, pari a 3,5 milioni di persone, non ha abbastanza soldi per un’alimentazione adeguata. Gli affamati sono 265 milioni nell'Africa sub-sahariana, in America Latina e Caraibi 53 milioni, nel Vicino Oriente e Nord Africa 42 milioni.

TENDENZA - Nel corso dell'ultimo decennio, spiega il rapporto Fao-Pam, il numero delle persone sottonutrite è aumentato in modo lento ma costante. Proprio questo aumento, che si è verificato anche nei periodi di sviluppo, mostra la debolezza del sistema mondiale di controllo della sicurezza alimentare. «I leader mondiali hanno reagito con determinazione alla crisi economica e finanziaria e sono stati in grado di mobilitare miliardi di dollari in un lasso di tempo molto breve», afferma il direttore generale della Fao, Jacques Diouf. «La stessa azione decisa è adesso necessaria per combattere fame e povertà». Secondo Diouf è «essenziale investire nel settore agricolo dei Paesi in via di sviluppo, non solo per sconfiggere fame e povertà, ma anche per assicurare una generalizzata crescita economica, e dunque pace e stabilità nel mondo». Anche perché attualmente è in atto il più basso livello di aiuti alimentari mai registrato, ha dichiarato Josette Sheeran, direttrice esecutiva del Pam. «Sappiamo quello che occorre per coprire le necessità urgenti, quello che serve sono le risorse e l'impegno internazionale per farlo», ha concluso Sheeran.  CdS 14

 

 

 

Medio Oriente. Non c’è pace senza l’unità dei palestinesi

 

 DA quando non corre più il sangue nelle strade, si parla poco di Palestina e Medio Oriente. Tutto ciò è comprensibile, perché da un lato sono state seminate troppe speranze e illusioni di pace tra Israele e Palestina e, dall’altro, una ripresa economica un po’ più rapida del previsto toglie alla diffusa povertà palestinese l’aspetto drammatico di qualche mese fa.

Questa provvidenziale tregua è inoltre aiutata dalla speranza (che sta diventando sempre più fievole) che il presidente Obama possa compiere il miracolo che non è mai riuscito ai suoi predecessori, anche quelli che, come Clinton, si erano molto prodigati per la pace in Medio Oriente. Eppure proprio adesso bisogna parlare e riflettere molto sul Medio Oriente, perché, al di sotto di questa calma apparente, le tensioni sono fortissime.

Anche se l’economia ha dato qualche segno di respiro, il futuro dei giovani palestinesi, sempre nella morsa tra emigrazione e disoccupazione, rischia di essere egemonizzato dalla tentazione della violenza. Il muro, inoltre, rende drammatico ogni momento della vita quotidiana e gli insediamenti ebraici continuano ad espandersi nei territori palestinesi nonostante gli inviti di Obama ad un cambiamento di rotta. A questo si aggiunge un inasprimento delle tensioni politiche all’interno del mondo palestinese. Il Presidente dell’autorità palestinese Abbas (sulla cui moderazione si erano concentrate le speranze degli Stati Uniti e dell’Europa) appare indebolito. Viene infatti accusato di aver accettato il rinvio della discussione nell’ambito della Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite del così detto Rapporto Goldstone.

Questo rapporto, pur non nascondendo posizioni fortemente critiche nei confronti di Hamas, attacca duramente Israele per avere messo in atto azioni sproporzionate nelle operazioni contro i palestinesi di Gaza. E tutti i palestinesi, amici o nemici di Abbas, volevano che questo rapporto fosse discusso immediatamente. A questo si aggiunge un’altra critica mossa ad Abbas per aver accettato un incontro con il premier Netanyahu dopo aver dichiarato la propria contrarietà all’incontro stesso, data la mancanza di aperture da parte israeliana. Tutto questo accade in un momento particolarmente delicato in cui è sul tavolo una proposta egiziana per promuovere un accordo strategico tra le due posizioni palestinesi (Hamas e Fatah) per arrivare a nuove elezioni da tenersi sia a Gaza che in Cisgiordania entro la metà del prossimo anno.

Il processo di riconciliazione tra i due gruppi politici palestinesi è già fallito in passato (nonostante i tentativi di mediazione dell’Arabia Saudita) e ritengo che sia difficile anche oggi soprattutto per il mutamento di forza fra i contendenti generato dalle vicende elencate in precedenza. Eppure gli eventi degli anni scorsi dimostrano che non si avrà mai pace in Palestina se non si arriverà prima ad una posizione unitaria fra i palestinesi. L’ipotesi che si possa trattare con una sola delle due parti o, ancora più, l’ipotesi che la pace venga favorita da qualcosa simile al “divide et impera” non regge all’evidenza di quanto è avvenuto negli ultimi anni. Al tempo stesso, infatti, la popolazione palestinese domanda l’unità dei gruppi dirigenti per affrontare i problemi della vita quotidiana: la salute, lo sviluppo economico, il lavoro. E questo vale anche per Gaza, che non può essere abbandonata. La divisione tra i palestinesi, a cui corrisponde il tentativo israeliano di accordo con una sola parte, perpetua condizioni favorevoli al terrorismo e, come risposta, operazioni come quella di Gaza, oggi condannate dal rapporto della Commissione dei diritti Umani dell’Onu. D’altra parte tutti i palestinesi debbono essere coscienti e convinti che solo nel rispetto della non-violenza è possibile costruire il futuro del loro Stato.

Dobbiamo perciò adoperarci perché il prossimo 25 ottobre al Cairo i palestinesi sottoscrivano un accordo di conciliazione che possa tradursi in una posizione comune, in modo che, ponendo fine al terrorismo e alla violenza, si possa preparare una pace da tutti accettata. Di questo passo in avanti hanno bisogno non solo i palestinesi, ma anche gli israeliani che hanno il diritto e il dovere di trattare con una controparte in grado di garantire l’accettazione e il rispetto degli accordi eventualmente raggiunti. E questo per garantire a Israele la sicurezza nel breve e nel lungo termine. E ne ha bisogno anche il Presidente Obama che, pur avendo mandato a Gerusalemme un inviato saggio e capace come Mitchell, non ha ancora potuto verificare la presenza delle condizioni minime per avviare i negoziati. Se Obama vuole mediare con successo, ha bisogno di avere interlocutori robusti e in grado di far rispettare le decisioni dei negoziati. Parlo naturalmente solo di Obama e degli Stati Uniti, perché l’Europa è sempre più desiderata ma sempre più assente anche nel quadro mediorientale, che pure è così vicino alle sue porte. Torniamo quindi a sperare nel presidente degli Stati Uniti perché è proprio a questa speranza che è stato conferito il premio Nobel per la pace. ROMANO PRODI  IM 13

 

 

 

 

Il Nobel per l'economia sceglie la "governance"

 

Il premio Nobel per l’economia è stato assegnato quest’anno a Elinor Ostrom e a Oliver Williamson per le loro ricerche sulla «governance» delle istituzioni. E’ bene partire proprio dal significato di questo termine inglese. Il termine è spesso usato, anche in italiano, con riferimento al sistema di norme e strutture organizzative di controllo di una impresa societaria. Ma più in generale la «governance» non è altro che l’insieme dei meccanismi che governano il funzionamento di una istituzione, come una impresa, ma anche un sistema politico, un mercato, o semplicemente un parco pubblico.

 

Oliver Williamson, negli Anni 70, ha sviluppato una teoria dell’impresa come struttura organizzativa gerarchica atta a ovviare alla inefficienza di espliciti rapporti contrattuali e di mercato in alcuni contesti. Qualora ad esempio i contratti di approvvigionamento di una impresa siano resi complessi dalla necessità di controllarne la qualità, l’impresa opterà più facilmente per una struttura verticalmente integrata (producendo cioè al proprio interno tutti i semilavorati necessari alla produzione finale). Questa analisi è stata in seguito formalizzata, da Oliver Hart ad Harvard e da molti altri, e ha dato vita a una letteratura teorica ed empirica molto attiva che spazia tra economia, finanza, e scuole di legge (da qui prende avvio in parte la disciplina nota come «Law and economics»).

 

La ricerca di Elinor Ostrom si concentra invece sull’analisi della «governance» di un particolare tipo di beni pubblici, quelle risorse cui vari individui hanno accesso senza averne esclusiva proprietà. Si pensi ad esempio al caso di aree di pesca, pascoli, foreste, fonti d’acqua. In tutti questi casi lo sfruttamento delle risorse porta vantaggi privati agli individui (che godono del pesce pescato o dell’acqua raccolta) ma comporta costi pubblici per tutti gli individui che hanno accesso alle risorse (un pesce pescato dal mio vicino è un pesce in meno per me). E’ noto da tempo che in questi contesti lo sfruttamento non regolamentato delle risorse può essere inefficiente (ci si può ricondurre addirittura a citazioni da Tucidide e Aristotele; ma l’analisi moderna deriva da Pigou, economista inglese a cavallo tra l’800 e il ’900). Ed è noto dagli Anni 60 (dai lavori di Aumann, Fudenberg, Levine, Maskin e altri) che sotto alcune condizioni teoriche, individui razionali (ed egoisti) tendano a costituire sistemi di «governance» delle risorse pubbliche che ne evitino l’inefficiente eccessivo sfruttamento. Il contributo principale di Elinor Ostrom è consistito nel raccogliere e analizzare una grande mole di dati, casi-studio, racconti etnografici, che documentano l’esistenza di tali sistemi di «governance». A questo proposito le sue ricerche utilizzano concetti di economia e di scienze politiche (specialmente di teoria dei giochi) e dati da antropologia, biologia ed ecologia, sociologia, per produrre una ricca classificazione dei vari meccanismi di «governance» dei beni pubblici.

 

Se soprattutto Oliver Williamson ha avuto un importante impatto sulla disciplina, entrambi i premi Nobel di quest’anno ne sono chiaramente ai margini, specie da un punto di vista metodologico. Entrambi infatti hanno privilegiato un approccio ben più «umanistico» e istituzionale di quanto non fosse pratica consolidata nella disciplina, anche negli Anni 70. Non è certo la prima volta che il Comitato premia questo tipo di approccio all’economia: i lavori di Williamson e Ostrom sono nel solco di quelli di Ronald Coase (Nobel nel 1991), di Thomas Schelling (nel 2005), e di Douglass North (nel 1993). Ciononostante è difficile evitare di pensare che con questo premio il Comitato abbia voluto significare una certa sfiducia nei confronti della formalizzazione delle discipline economiche, in un momento in cui molti osservatori hanno preso ad attaccarla. L’anno scorso su queste colonne, in occasione del conferimento del premio a Paul Krugman, esprimevo il timore che il Nobel per l’economia diventasse un riconoscimento politico, come quello per la pace. Un po’ politico lo è stato anche quest’anno, nell’avere evitato nomi più centrali nella disciplina. Ma almeno non è andato a Obama.  ALBERTO BISIN  LS 13

 

 

 

                                                   

Un nobel sorprendente

                                                                                                                           

“In politica contano gli ideali, più che i risultati”, “Wow, speriamo che me lo merito”, questi i primi commenti di Barack Obama riportati dalla grande stampa  all'annuncio del suo premio Nobel per la pace.

Stanca della politica di quelli che badano al sodo, ovvero alla  politica dei conti a vantaggio dei forti, pensionata statale che paga un Irpef altissimo prelevato alla fonte, finalmente sento un richiamo agli ideali, che ci devono pur essere al di là ed al di sopra dell' amministrazione, ovvero dei conti del dare e dall'avere, che si diffondono dall'alto in basso avvelenando, letteralmente, i rapporti umani fra chi ha e chi non ha, chi ha poco e chi ha troppo.

Dunque da Barack Obama un forte richiamo agli ideali, ben venga. Quando pronunciò il suo discorso ufficiale per l'insediamento alla Casa Bianca parlò della speranza che si possa aprire un pugno. È per quella speranza, da lui affermata in tutto il mondo con straordinarie capacità di comunicatore, che è stato premiato. Per la realizzazione di quella speranza, è troppo presto. Ma di speranza in un mondo migliore, evidentemente, ce n'era proprio bisogno.  Cerchiamo ora di capire in che cosa consiste e da dove viene il suo sogno e la nostra speranza.                                  

Barack Obama, primo presidente nero degli USA, con i suoi fratelli e sorelle keniani e birmani è l'incarnazione più riuscita del multiculturalismo che ha sostituito negli USA l'idea di melting pot, cioè di un grande calderone che tutto assorbe e tutto trasforma secondo i modelli socio-economici e di comportamento dei wasps, la classe dominante dei bianchi anglosassoni protestanti a cui appartenevano i padri fondatori  della confederazione americana. Professore di Diritto Costituzionale, proveniente dalla Scuola di Legge di Harvard, dove è stato il primo nero a dirigere la rivista interna della facoltà,   ha insegnato per 10 anni Diritto Costituzionale alla Scuola di Legge di Chicago. La sua presidenza, dunque,  è  anche la riscossa della buona cultura    sull'ossessione della paura del terrorismo, sul rigido formalismo, sui  cappelloni e gli stivali da cowboy del Texas di G.W. Bush. 

L'ispirazione politica del nuovo premio Nobel per la pace  ha alla sua base una forte etica che considera le differenze di razza, lingua e religione  una ricchezza da valorizzare nelle comunità piuttosto che una caratteristica  da mortificare in nome di modelli ritenuti superiori. Nel suo libro  The Audacity of  Hope  Barack Obama esplicita i contenuti del suo richiamo agli ideali della politica.

I modi di dire, le frasi ed il lessico usati nel volume  esprimono una profonda passione per il diritto costituzionale e la politica ad esso strettamente collegata, politica vista come la più bella ed alta espressione possibile di uno spirito laico che si mette al servizio della comunità, locale e globale ignorando meschinità, rivalità, litigiosità, e corsa al rapido arricchimento personale. Esprimono i sentimenti profondi del vivere civile, quelli della libertà di pensiero, della parità dei diritti e delle opportunità, del superamento di tutte le discriminazioni razziali, culturali e di genere, e racconta fatti ed esperienze vissute collegandole a concetti astratti di diritto e politica in modo così efficace  da riconciliare con l'idea di politica, non più una cosa sporca da cui tenersi alla larga (secondo tanti miopi benpensanti), ma il vivere civile cui partecipare secondo i propri mezzi e la propria cultura, con il fine della solidarietà sociale e del progresso della democrazia. Le differenze di opinione intorno ai singoli argomenti  sono  concretamente espresse in  fatti e proposte politiche coerenti  volte a superarle, piuttosto che con astratte posizioni accademiche.

Per dovere di cronaca riporto il commento dei repubblicani in circolazione sul web alla strabiliante notizia:Amici, il premio Nobel per la pace a Barack Obama mette il carro davanti ai buoi (puts the cart before the horse). Ricordiamo ai democratici che slogan alla moda e stima internazionale non creano nuovi posti di lavoro, non riducono il debito pubblico, e non mantengono il nostro paese al sicuro in un mondo pieno di pericoli. Frasi negative, e l'ossessione della paura e dei conti in tasca.

Emanuela Medoro, de.it.press

 

 

 

 

Debito, ricerca e lavoro: Rompere il circolo vizioso italiano

 

IN UN breve lasso di tempo si sono susseguite una serie di richieste provenienti da autorevoli personaggi che, per essere soddisfatte, richiedono la soluzione di quella che questo giornale ha definito la corda al collo del Paese: il deficit del bilancio statale e il debito pubblico. Il presidente Giorgio Napolitano ha chiesto di attenuare i disavanzi dello Stato e di investire maggiormente nella ricerca per rilanciare lo sviluppo, oltre che per valorizzare il grande potenziale inespresso dei giovani portandolo a beneficio del Paese. Il presidente Carlo Azeglio Ciampi ha indicato che una seria ripresa produttiva richiede un aumento della produttività e una riduzione dell’indebitamento pubblico. Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha sollecitato una riduzione della pressione fiscale sul mondo del lavoro.

Quasi contemporaneamente da oltre Manica, il premier Gordon Brown ha annunciato di voler dismettere quote significative del patrimonio pubblico per alleviare il macigno che grava sulla finanza pubblica a seguito dei disastri causati dal diffondersi della crisi americana. Da noi, sullo stesso tema, si fanno orecchie da mercante, ma se si vuole dare riscontro positivo alle tre autorevoli richieste la strada da percorrere è quella indicata da Brown e da noi condivisa: liberarsi di una parte di rilievo del debito pubblico cedendo il patrimonio dello Stato e inducendo Comuni e Regioni a fare lo stesso. La riduzione conseguente degli oneri finanziari sul debito consentirebbe di affrontare i disavanzi pubblici in eccesso, prima che l’Unione europea ce lo imponga e prima che l’inevitabile aumento dei tassi dell’interesse (la exit strategy di cui si parla con sempre maggiore insistenza) ne esalti la dimensione.

L’operazione può assumere diverse configurazioni, ma la più lineare è quella di costituire una o più società dotate di un capitale che consenta un’emissione multipla di obbligazioni da usare per acquisire il patrimonio pubblico. Il ricavato verrebbe usato dallo Stato o dagli enti locali per rimborsare il loro debito in circolazione. L’operazione avrebbe un effetto neutrale sulle disponibilità di risparmio perché le nuove obbligazioni verrebbero sottoscritte con il rimborso delle vecchie.

A questa proposta viene obiettato che i valori di mercato sono attualmente depressi e, quindi, l’operazione non sarebbe conveniente per la collettività. È strano che questa preoccupazione non emerga quando il deficit di bilancio e l’indebitamento pubblico raggiungono valori doppi rispetto ai parametri del 3% e del 60% del Pil che abbiamo convenuto di rispettare firmando l’accordo di Maastricht. È questa la convenienza alternativa? La realtà è che nel patrimonio pubblico si annidano privilegi e abusi necessari per alimentare interessi politici di parte. Se deve essere pagata una “tassa” per governare questa realtà, lo Stato e gli enti locali potrebbero mantenere un quota significativa del capitale delle nuove società versando una piccola frazione dei loro incassi, dato che le obbligazioni sarebbero un multiplo di questo capitale. La soluzione avrebbe comunque risvolti pericolosi, non per il successo dell’operazione, ma per la gestione successiva del patrimonio.

L’eventuale sottovalutazione del patrimonio pubblico, non di rado in uno stato di degrado inaccettabile, sarebbe invece una garanzia di successo dell’importante operazione politica, dato che garantirebbe la sua convenienza di mercato. La messa in moto della macchina per la valorizzazione di un’ingente massa di immobili imprimerebbe una spinta alla crescita del Pil, inducendo un gettito fiscale che genererebbe risorse per accogliere almeno in parte le richieste avanzate di detassare il lavoro e di aumentare la produttività, senza riprodurre i deficit di bilancio che gravano sul nostro futuro.

Il problema resta quindi quello di sconfiggere le rendite e riportare il Paese sul sentiero della crescita del reddito e dell’occupazione partendo dal lato sano dell’economia: quello del lavoro produttivo e della ricerca applicata. Chi avrà il coraggio di rompere il circolo vizioso in cui il Paese si dibatte?

PAOLO SAVONA IM 14

 

 

 

 

I giornali e la politica fragile

 

Il punto è, ministro Frattini, se davvero la cultura cospiratoria, irrisolta, opaca con cui guardiamo alla nostra storia - che lei indica, nella sua lettera di ieri a questo quotidiano, come la radice di un giornalismo disfattista - non sia poi una cultura condivisa dalla nostra stessa classe dirigente. In altre parole, potremmo leggere l’equazione che lei scrive invertendo le parti.

 

Potremmo domandarci se una classe di governo che ha bisogno di incitare i propri giornalisti ad essere «positivi» non sia essa stessa la prima ad essere convinta di non potercela fare da sola. Cioè grazie esclusivamente alla chiara e indiscussa forza dei fatti.

 

Una persona come Lei, ministro, cui va l’apprezzamento di essere uomo profondamente internazionale, sa bene che buona parte della polemica del governo sulle malefatte dei giornalisti italiani vale solo se la si guarda dentro il perimetro delle Alpi. Tutti sappiamo infatti che la tensione fra governi e stampa esiste da sempre, a tutte le latitudini e al di qua di ogni colorazione ideologica.

 

Ricorderà di sicuro le bordate amiche (oltre che nemiche) sparate contro (e in alcuni casi seguite da affondamento) i vari governi di sinistra degli Anni Novanta. Ben prima del sesso orale nello Studio Ovale, Bill Clinton ha dovuto fronteggiare le accuse dello scandalo Withewater - che approdò dalla stampa a un’inchiesta in Congresso -, le accuse di finanziamenti illeciti, e il sospetto addirittura che insieme ad Hillary avesse avuto parte nel suicidio\/omicidio di un loro strettissimo amico, Vince Foster. Tony Blair ha dovuto leggere sui giornali delle droghe dei suoi figli, delle spese irrituali della moglie, e anche lui subire il sospetto della responsabilità nella strana morte di un professore che avrebbe potuto denunciare le sue bugie nella scelta di andare in guerra in Iraq.

 

Prodi e D’Alema negli stessi anni sono stati attaccati, a diverso titolo, per le tangenti Telecom, e\/o misfatti bancari. E tutti ricordano che parte di quegli attacchi vennero sferrati loro anche da gruppi come L’Espresso-Repubblica che oggi il premier considera suoi principali nemici.

 

I tanti scandali sessuali cui abbiamo assistito negli anni, sono forse il meno - per altro, colgo l’occasione per ricordare a tutti che la prima rete della nostra Tv di Stato, la Rai, ha portato in Italia dagli Usa la Monica Lewinsky appositamente per un’intervista, e che l’evento andò in fumo solo perché la stagista all’ultimo minuto abbandonò lo studio in quanto offesa dai titoli della trasmissione.

 

Gli esempi sono tanti. E li evoco per dire non solo che Silvio Berlusconi non è in una condizione unica, ma anche per ricordare che i governi citati - di «sinistra» ripeto - hanno reagito in parte come il nostro premier fa oggi: dicendo che i giornalisti sono un ostacolo al governare, che i giornalisti si sostituiscono alla politica, anzi che spesso fanno politica, e a volte la fanno anche per conto di altri. Basta un solo esempio, che non a caso scelgo dal mondo anglosassone: Tony Blair, dopo anni trascorsi a sedurre la stampa, nel suo memoriale finalmente confessa che «se solo non ci fossero stati i giornalisti...».

 

Sbagliano i politici a lamentarsi? No. Hanno ragione nel dire che se non ci fossero i giornali molte cose andrebbero diversamente. Lo sa bene Bill Clinton che nonostante tutto ha visto il suo ruolo storico e quello dei democratici americani appannato dall’affaire Lewinsky. Quell’affaire ha consegnato per otto anni l’America a una destra che ha vinto sottraendo ai liberal il concetto stesso di etica. Se i giornali non avessero parlato allora della Lewinsky in Usa, come oggi della D’Addario, il bilancio di quel governo e della successiva elezione di Bush, sarebbe stato di sicuro un altro. Come vede, ministro, anche senza citare il conflitto di interessi, il caso Italia non è un’eccezione. Potremmo finire qui. Ma val la pena di riprendere, anche, prima di concludere, il suo argomento più specifico. Lei dice: il giornalismo italiano è unico nel senso che è vittima di una sindrome peggiorativa di una malattia tipicamente italica - quella di una visione oscura, opaca, complottista e dunque di negativa autorappresentazione, della nostra storia. Su questo mi trova d’accordo: c’è questa sindrome, in Italia, ed è materia degna anche di grandi rotture politiche.

 

Un Paese che ha così tanti misteri, trame e scandali, un’Italia che ha più retroscena che scene, è di sicuro un Paese che confessa di essere nelle mani di tanti. Di mafia, potenze straniere, servizi, Opus Dei, massoneria; di tutti, e comunque, eccetto la propria classe dirigente. Una nazione con tale storia, su questo, ripeto, sono d’accordo con lei, non è una democrazia. E’ un Paese prigioniero. Val la pena di combattere dunque, apertamente, il complottismo come interpretazione storica del nostro passato. Ma, con ogni rispetto, questa interpretazione è la stessa cui il governo fa ricorso da sempre e in queste stesse ore, indicando nella stampa lo strumento di poteri forti, interessi oscuri, complotti internazionali.

 

Con una differenza, però. I giornalisti possono sbagliare, è parte del loro privilegio ma anche delle responsabilità che davanti alla legge si assumono. Ma un governo che si dichiara in battaglia contro forze oscure, confessa solo la propria fragilità. 

LUCIA ANNUNZIATA LS 14

 

 

 

 

 

Fini: «Pm non sottoposti ad altri poteri». L’immagine dell’Italia all’estero “dipende da tutti”

 

Il presidente della Camera: un conto è la separazione delle Carriere, ma la Costituzione va rispettata

 

«Un conto è la separazione delle carriere dei magistrati, un altro è che il pm sia sottoposto ad altri poteri se non a quello dell'ordine giudiziario»: lo dice il presidente della Camera Gianfranco Fini, a Francoforte per inaugurare la fiera del libro, riferendosi alle ipotesi di riforma della giustizia su cui «si valuterà strada facendo».

«LA COSTITUZIONE VA RISPETTATA» - Ricordando che in Parlamento sono pendenti diverse proposte di riforma dell'ordinamento giudiziario, Fini ribadisce: «Su un tema di cui si è discusso come l'ipotesi di carriere separate per i magistrati non ho cambiato opinione sul fatto che la Costituzione va rispettata quando parla di indipendenza assoluta di tutti i magistrati».

LE ALTRE RIFORME - Quanto al resto delle Riforme, Fini ha detto di ritenere che esse possano essere effettuate già in questa legislatura. «Sulla fine del bicameralismo perfetto, sulla riduzione dei parlamentari e su nuove forme di equilibrio tra potere esecutivo e legislativo - ha precisato - si possono fare riforme che siano approvate con una larga maggioranza quale è quella prevista dall'articolo 138 della Costituzione, indispensabile per evitare l'ipotesi non automatica ma già attivata in passato di un referendum confermativo». Fini ha ricordato che «la Costituzione prevede esplicitamente le modalità per fare riforme che non penso siano state inserite a caso dai padri costituenti. Le recenti esperienze dimostrano che quando una maggioranza dà corso a riforme costituzionali contando solo sui voti di cui essa dispone in Parlamento compie un'azione perfettamente legittima dal punto di vista costituzionale che, tuttavia, come in passato è accaduto determina inconvenienti politici come, ad esempio, l'attivazione del referendum».

«UNANIME CONVERGENZA» - «Io da sempre auspico che in questa legislatura non si perda l'occasione per riformare le istituzioni portando a compimento un iter molto ricco - ha aggiunto il numero uno di Montecitorio -. Ci sono le condizioni politiche perchè ciò avvenga, sulla base di una larga o addirittura unanime convergenza su alcune questioni. Ad esempio, sulla necessità di portare a compimento il processo federalista in corso, indispensabile perchè abbia un modello istituzionale che gli offra uno sbocco». «Non credo che in Parlamento - ha detto ancora Fini - ci sia alcuna forza politica contraria o ostile a questa riforma, e si discute anche sulla opportunità di una democrazia autenticamente governante, con un equilibrio tra poteri e raccordo tra governo e Parlamento; così come c'è la consapevolezza che 945 parlamentari rappresentino un numero ampio».

L'IMMAGINE DELL'ITALIA - Il presidente della Camera ha affrontato anche la questione dell'immagine dell'Italia all'estero, più volte ribadita dal premier Silvio Berlusconi che ha accusato i media stranieri di dare del nostro Paese una descrizione distorta. «E' una cosa che dipende da tutti - ha chiosato Fini -, non solo dai media». «E' data da tanti fattori - ha evidenziato -, certamente anche da quello che scrivono i giornali internazionali, ma non in modo determinante. Penso sia sufficiente questa constatazione per dire che tutti devono impegnarsi: dalle istituzioni al mondo dell'editoria fino allo sport». CdS 14

 

 

 

 

Il commento. Il partito e gli elettori

 

Voglio trovare un senso a tante cose, canta il Vasco Rossi imitato da Bersani. Ma un senso il congresso del Pd finora non l'ha avuto. Restano due settimane per recuperarne uno e convincere almeno due milioni d'italiani a partecipare col voto alle primarie. Sarebbe un duro colpo a Berlusconi, che ne ha ricevuti tanti in questi mesi, mai però dal Pd.

 

Con tutto quello che succede, chi si ricordava della corsa alla segreteria del Pd? Perfino ieri, nel giorno della convenzione, la scena è stata rubata dal Cavaliere. Le aperture dei telegiornali fotografano una lotta impari. Da un lato, un Berlusconi alla spallata finale, in guerra aperta con la Costituzione, la Consulta e il Presidente della Repubblica, deciso a spianare la magistratura indipendente e la stampa libera, magari anche estera. Dall'altra tre gentili signori, Bersani, Franceschini, Marino, che dibattono di forme partito, alleanze e statuti interni. Oppure di quanto sarebbe stato meglio fare una legge sul conflitto d'interessi, dieci anni fa. O ancora se l'anti-berlusconismo e lo spirito anti-italiano siano due cose diverse, come ormai in molti cominciano a sospettare.

 

Questa è l'immagine che il principale partito d'opposizione ha dato al Paese, non da oggi. Una totale incapacità di cogliere la crisi nazionale e internazionale del berlusconismo. Restano due settimane, da qui alle primarie, per ripartire all'attacco. È quanto chiedono gli elettori. Ed era quanto chiedeva ieri l'assemblea democratica alle porte di Roma. Fra i candidati, l'unico a capirlo è stato Dario Franceschini. L'unico che ha scaldato la platea.

 

Il compito del segretario uscente era più facile. Pierluigi Bersani ha già vinto la corsa, con ampio margine di voti fra gli iscritti, ed è favorito nei sondaggi. Il suo discorso è stato cauto, solido, di buon senso, appunto bersaniano. Il punto di forza sono le alleanze, la riapertura del "cantiere dell'Ulivo". Qui Bersani è assai più convincente di Franceschini. La vocazione maggioritaria del Pd, col 26 per cento dei voti, è andata a farsi benedire. La storia di quindici anni insegna che, alla fine, il centrosinistra ha vinto nelle due uniche occasioni in cui s'è presentato unito e perso sempre quand'era diviso. Per il resto, il vincitore designato non ha saputo trovare un argomento o un tono adatti a scatenare la sua assemblea, che non aspettava altro.

 

Il "comizio domenicale" di Franceschini, come l'hanno definito con disprezzo i dalemiani, è stato quindi una liberazione. Lo sconfitto designato ha potuto giocarsi le carte proibite all'avversario. L'appello al popolo delle primarie, perché rovesci il risultato degli iscritti. Il rinnovamento del partito e il cielo sa quanto ce ne sarebbe bisogno in un partito dove le facce sono le stesse da vent'anni. Infine, ma certo non ultimo, l'anti-berlusconismo. Per meglio dire, quello che perfino nel Pd si accetta di definire anti-berlusconismo e che consisterebbe in realtà nel fare il proprio mestiere di opposizione con più coraggio e grinta. Franceschini, rispetto a Bersani e anche a un Ignazio Marino in versione moderata, ha fatto nomi e cognomi. Soprattutto uno, Massimo D'Alema, il grande elettore di Bersani. Trattato come il vero vincitore del congresso e il vero padrone di casa. Non del tutto a torto, com'era dimostrato simbolicamente dall'assenza alla convenzione dei tre rivali storici di D'Alema: Romano Prodi, Walter Veltroni, Francesco Rutelli.

 

Con questi argomenti Franceschini spera di rovesciare in due settimane il responso degli iscritti. Impresa difficile, ma non impossibile. I venti punti di distacco in percentuale della sua mozione, in termini reali, si riducono a 84 mila voti di distacco da Bersani. Ma nella campagna elettorale "sul territorio", secondo la formula un po' bolsa, insomma in giro per l'Italia, Bersani sarà assai più efficace di quanto sia parso davanti all'assemblea democratica. Chiunque vinca, ha davanti un compito difficile. All'interno di un partito da ripulire a fondo. Un partito dove oggi la Calabria ha più iscritti della Lombardia, Napoli e provincia contano il doppio dell'intero Nord-Est. Ma ancor di più all'esterno, nella tanto evocata Italia reale, dove la voce del maggior partito dell'opposizione suona flebile e confusa, sovrastata dal clamore berlusconiano e non solo. CURZIO MALTESE LR 12

 

 

 

Il vicolo cieco dell'antagonismo

 

Avendo da sempre a cuore una cultura di terzietà, da sempre ho rischiato di essere marginalizzato e svillaneggiato da chi con ardore esercita la prassi dell’antagonismo. «Tu non c’entri, lascia che ci regoliamo i conti fra noi», questa frase richiama ricordi adolescenziali e giovanili, di quando l’intenzione di fare il paciere finiva male, talvolta anche con qualche escoriazione; ma continuo a ritenere l’antagonismo non solo emotivamente spiacevole, ma anche infecondo e inutile.

 

Gli antagonisti sono una forza della natura: sono pervicacemente convinti di avere ragione, esprimono un’intenzionalità fuori misura, chiamano allo schieramento senza se e senza ma, coltivano il gusto dell’inimicizia, qualche volta aspirano alla distruzione dell’odiato nemico. Si montano psicologicamente e producono spettacolo per tutti, e sottilmente diventano anche gli spettatori di se stessi. E avviene che spesso la lotta all’alter ego produca il declino non solo dell’alter ma anche dell’ego.

 

E’ difficile comunque resistere alla tentazione antagonista, anche quando si rischia di scivolare nel fondamentalismo del primato religioso o nel feticismo del primato della scienza; figurarsi se si tratta della lotta politica, terreno altamente favorevole allo scontro, anche dopo la morte dichiarata delle contrapposizioni ideologiche del Novecento; e terreno in cui l'antagonismo ha portato frutti perfidi e regressivi.

 

Non basta però di fronte al calor bianco di queste settimane, con tutti contro tutti, nella contrapposizione di due eserciti, uno contro e l’altro a favore di Berlusconi, fare richiami morali al dialogo, al rispetto dell’avversario; l’aria che tira è tale che, se ci fosse un arbitro a decretare un break , i duellanti ne approfitterebbero per piazzare un colpo sotto la cintura. Il problema va posto più utilmente nei suoi termini culturali, nell’incapacità dell’antagonismo a «scavare al di sotto dell’antitesi », che è l’unico modo per rispettare la dinamica del reale. Le cose hanno sempre un andamento (una verità, si potrebbe dire) «trasversale» e non vanno quindi viste e trattate in una logica di causalità longitudinale, dove sarebbero condannate a cozzare l’una con l’altra.

 

La vita è correlazione, è «chiasma», come dicono i fenomenologi per segnalare che fra gli opposti (il bene e il male, lo spirito e il corpo, lo sviluppo e la crisi, ecc.) c’è reciprocità e non vittoria assoluta di uno di essi. La vittoria assoluta di una sola componente della vita (è ciò che i militanti dell’antagonismo ardentemente desiderano) oscurerebbe l’orizzonte, solo un pluralismo dei punti di vista permette di crescere collettivamente e di far maturare un’articolata appartenenza al medesimo mondo.

 

Certo è difficile, nell’attuale contrapporsi di accesi antagonisti, richiamare questa culturale esigenza di capire le correlazioni fra gli opposti e lavorarci in termini trasversali, di interpretazione, di connessione, di mediazione (sottraiamo questa parola alla damnatio memoriae di pavida furbizia democristiana). Fare oggi politica utile a tutti è mestiere da tessitore, di chi lavora sul rovescio della stoffa, tirandone via via i fili e capendone via via il senso. Ed è un mestiere di silenzi, non di proclami guerreschi. Non è quindi bene perdersi in richiami morali, basta un più sommesso richiamo a pensare; e a pensare in modo corretto, questa è la vera tregua. Capire cioè quale sia la trama di lungo periodo della nostra evoluzione sociopolitica e quanto tempo e silenzio siano necessari, senza troppi alterchi di scena.

Giuseppe De Rita CdS 13

 

 

 

Il potere illiberale

 

"IL peggio deve ancora accadere". L'aveva scritto il direttore di questo giornale, solo cinque giorni fa. Mai profezia è stata più centrata. Il peggio sta accadendo. Il presidente del Consiglio chiama alla "ribellione" le forze produttive contro "un giornale che getta discredito non solo su di me, ma sui nostri prodotti, sulle nostre imprese, sul made in Italy". Anche se stavolta Berlusconi non lo cita per nome, quel giornale è naturalmente Repubblica. Un capo di governo che invita gli imprenditori a "ribellarsi" contro un quotidiano, "colpevole" solo di rivolgergli dieci domande alle quali non è in grado di rispondere, non si era ancora visto in nessun Paese dell'Occidente.

 

È una deriva populista, e peggiorista, che non ha più limiti. Ma benché aberrante, c'è coerenza in questo delirio. Prima arringa gli industriali: rifiutate la pubblicità a questo giornale. Poi accusa il Corsera: sarebbe addirittura "anti-berlusconiano". Ora attacca di nuovo Repubblica: è "anti-italiana". Viene fuori, incontenibile, la natura illiberale e anti-istituzionale del Cavaliere. Non tollera le critiche della stampa, non accetta le regole della Costituzione. Da uomo politico nega lo Stato, da imprenditore nega il mercato.

 

L'"editto di Monza" lo conclude con una battuta che tradisce la dimensione tecnicamente totalitaria del suo "premierato di comando": "Alla democrazia ghe pensi mi". Lo dice. Lo pensa. Ecco perché siamo preoccupati per il futuro di questo Paese. MASSIMO GIANNINI  LR 13

 

 

 

 

 

Napolitano risponde a Berlusconi: «Da anni non sono più un uomo di parte»

 

«Già da ministro dell'Interno ero un uomo delle istituzioni»  - Sull'immigrazione «rispettare sempre il diritto d'asilo»

 

ROMA  - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano risponde, anche se indirettamente a Silvio Berlusconi che nei giorni scorsi lo aveva definito uomo della sinistra e quindi non super partes.

 

«Uomo delle istituzioni da quando divenni ministro dell'Interno». Da ministro dell'Interno «ero determinato a svolgerlo come uomo ormai delle istituzioni e non di una parte politica» ha detto Napolitano alla conferenza dei prefetti. «In quella veste - ha detto - ebbi ben presto chiaro che occorreva sgomberare il terreno dalla anacronistica suggestione dell'abolizione dei prefetti per impegnarsi invece a ridisegnarne le funzioni a sostegno della trasformazione dello Stato ormai avviata» in senso federalista e comunque con la ferma intenzione di restare uno Stato nazionale unitario.

 

«Per il federalismo servono modifiche alla Costituzione». Per realizzare il federalismo in Italia occorrono alcune «incisive modifiche costituzionali, specie per dare coerenza, anche sul piano della fisionomia e del funzionamento del Palamento nazionale, alla svolta che è stata avviata in senso autonomistico e federalista», ha detto Napolitano. Un implicito riferimento al tema della così detta Camera delle Regioni. Napolitano ha ricordato che l'Italia unita nacque come stato centralizzato, ed il fascismo realizzò «la massima centralizzazione autoritaria dello Stato» e che la Costituzione del 1948 invece «aprì ad un riconoscimento nuovo delle autonomie locali e regionali» e ha un «cammino lento e contraddittorio che avrebbe conosciuto una decisa accelerazione ed un balzo in avanti a partire dai primi anni '90 quando prese a svilupparsi un movimento politico e di opinione federalista». Un implicito ma chiarissimo riferimento al ruolo catalizzatore svolto dalla Lega Nord di Umberto Bossi. In quegli anni, ha aggiunto il capo dello Stato, in Parlamento fu approvata «una riforma significativa come l'elezione diretta del sindaco, una riforma non solo elettorale ma istituzionale che segnò l'affrancamento dell'ente locale dalla tutela dello stato centrale fino ad allora affidata al controllo prefettizio». Così, ha concluso, si aprì la strada a riforme elettorali analoghe per Province e Regioni e «soprattutto» per la riforma del Titolo V della Costituzione e a un peso crescente della Conferenza Stato-Regini».

 

Napolitano ha auspicato che i «contrasti politici» sui problemi delicati della sicurezza «non impediscano uno sforzo di discussione oggettiva e di serena, concreta ricerca delle risposte da dare».

 

Sul tema della lotta all'immigrazione clandestina il presidente ha detto che deve svolgersi «nel rispetto, sempre, dei diritti umani ed in particolare del diritto all'asilo e per favorire nel modo più conseguente l'integrazione degli immigrati regolari». Questo tema, come altri «delicati e controversi» della sicurezza pubblica, ha aggiunto, richiedono «condivisione e continuità» e quindi «un clima costruttivo di dibattito e di ricerca».

 

Sulla sicurezza Napolitano ha detto che spetta solo alle forze di polizia la salvaguardia attiva dei cittadini.

 

«Prefetto garante delle autonomie». La figura del prefetto deve essere definita in modo che sia «non più il controllore e tutore dall'alto delle istituzioni locali e regionali, ma il garante delle autonomie e di una reale cooperazione tra di esse (regioni, province, comuni) e tra esse e lo Stato centrale».

 

Di Pietro: sul Lodo Napolitano ingannato. «Siamo amareggiati che il presidente Napolitano abbia firmato il lodo Alfano e lo scudo fiscale, ma è stato tratto in inganno, e dunque è stato vittima della buona volontà» ha detto il leader di Idv Antonio Di Pietro, aggiungendo: «noi gli avevamo detto di non fidarsi di Berlusconi». «Il presidente Napolitano - spiega - ha cercato di confrontarsi, come è prassi, correttamente con un altro esponente delle Istituzioni che invece per tutta risposta lo sta prendendo a schiaffi. Speriamo che abbia capito che dal'altra parte non c'è uno normale ma uno che lo frega, e che non ci si deve dialogare».

 

Udc. «Il presidente Napolitano ha ragione: le riforme costituzionali non sono un tabù. Una cosa però deve essere chiara: l'Italia è un grande Paese europeo che non può scivolare nel populismo sudamericano». Lo afferma, il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa. IM 13

 

 

 

 

Post: "Berlusconi, una caricatura". La stampa estera si prepara alla "task force"

 

Lunga analisi del quotidiano di Washington: "Ma perché gli italiani continuano a votarlo?" L'annuncio della campagna per "le buone notizie italiane" su molti giornali europei - dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA - Dopo la copertina che gli ha dedicato ieri Newsweek, uno dei due maggiori settimanali politici americani, con l'esplicito titolo di "Dump Berlusconi" (Scaricate Berlusconi), stamani anche il Washington Post, il quotidiano che indagò sullo scandalo Watergate e portò il presidente Nixon alle dimissioni, concentra l'attenzione sul primo ministro italiano, con un lungo articolo di Anne Applebaum, columnist di affari internazionali. Silvio Berlusconi, scrive la commentatrice, "è stato accusato di evasione fiscale, corruzione e soppressione della stampa, sua moglie lo ha lasciato sostenendo che va con prostitute e fa orge nella sua villa in Sardegna, lui racconta barzellette imbarazzanti (e continua a ripeterle - come quella sulla 'abbronzatura' di Obama), è in guerra con la magistratura italiana, con quasi tutti i giornalisti che non lavorano per lui e con la Chiesa cattolica, e in più ora la Corte Costituzionale gli ha tolto l'immunità per cui possiamo aspettarci una nuova serie di processi e scandali che lo riguardano. Eppure l'aspetto più interessante del primo ministro italiano è questo: gli italiani continuano a votarlo. Perché?"

 

Sembrano esserci varie risposte, osserva la giornalista del Post. Una è che, dopo che Tangentopoli spazzò via una generazione di leader politici, "Berlusconi riempì il vuoto che si era creato". Col senno di poi, si capisce che lo fece anche per "mettere fine alla purga giudiziaria", avendo lui stesso fatto carriera con il vecchio sistema. "Ma in un paese che cambiava un governo all'anno lui era un personaggio familiare, in grado di rappresentare un tipo di stabilità, e di fronte a un centro-sinistra disorganizzato e un centro-destra paralizzato, un sacco di gente ha preferito il diavolo che conoscono" al rischio dell'ignoto.

 

Un'altra ragione del motivo per cui gli italiani continuano a votarlo, afferma la Applebaum, è che Berlusconi "ha uno strumento che altri non hanno: la televisione", i tre canali di sua proprietà e quelli di stato che controlla politicamente come capo del governo. "Ci sono giornali, riviste e programmi televisivi che lo criticano", scrive la columnist del quotidiano americano, "ma non raggiungono lo stesso numero di persone (dei canali tivù). Come il suo amico Putin in Russia, Berlusconi non cerca di influenzare tutti i media, ma solo quelli che raggiungono la maggior parte della gente. Ciò può non determinare il risultato delle elezioni, ma di sicuro aiuta, e ha anche fatto dell'Italia il paese con il più ampio movimento che si batte per la libertà di stampa, al di fuori dell'ex-Unione Sovietica".

 

Ma nemmeno il dominio sulla tivù basta a spiegare il fenomeno Berlusconi, conclude il Washington Post. C'è pure qualcos'altro, e questo qualcos'altro è che Berlusconi si offre come "specchio degli italiani": di coloro che sono o aspirano ad essere "nuovi ricchi e senza timore di mostrarsi tali", che amano le donne e il calcio ("lui è proprietario del Milan"), fedeli agli amici "al punto di proteggerli dalla legge" e che sanno come divertirsi alle feste. "Una versione caricaturale della vita italiana ideale", scrive la Applebaum. "Con Berlusconi come premier, inoltre, non hai bisogno di prenderti troppo sul serio. Non devi preoccuparti di conoscere la geopolitica o le condizioni del pianeta o la povertà o gli stati fallimentari. Puoi startene a casa, restare poco serio e discutere degli ultimi scandali. Anche questo fa parte del fascino del primo ministro".

 

Vari giornali stranieri riportano, a proposito di influenza sui media, l'ultima iniziativa annunciata da Berlusconi: "Una task force di propaganda per far cambiare idea alla stampa straniera", colpevole di criticare il premier e l'Italia, secondo quanto lui stesso ha detto l'altro giorno. Il Guardian e l'Independent a Londra, il Telegraph a Belfast, La Vanguardia in Spagna, tutti riportano la campagna annunciata in tal senso dal governo per "bombardare le redazioni" dei giornali stranieri "con notizie positive sull'Italia".

 

Un altro quotidiano spagnolo, El Mundo, riporta poi il progetto per rispondere all'abolizione dell'immunità sancita dalla Corte Costituzionale: "Berlusconi non si rassegna a essere processato", titola il giornale, "il primo ministro italiano mette al lavoro la sua squadra di avvocati per far passare nuove riforme legislative che impediscano che il Cavaliere sia processato". LR 13

 

 

 

"Mai stipulati patti sul Lodo Alfano". Il Quirinale stoppa le polemiche

 

Nel bocciare la legge la Consulta si sarebbe ispirata alla sentenza sul caso di Cesare Previti del 2005

 

ROMA - Continua a far discutere la sentenza della Consulta sul Lodo Alfano. Dopo le tensioni con il premier, il Quirinale mette un punto fermo: non sono mai stati «stipulati patti» su leggi la cui iniziativa, com’è noto, spetta al Governo, e tantomeno sul superamento del vaglio di costituzionalità affidato alla Consulta.

 

La nota diramata dalla Presidenza della Repubblica è netta: «Una volta rilevata, da parte del Presidente della Repubblica, la palese incostituzionalità dell’emendamento "blocca processi" inserito in Senato nella legge di conversione del decreto 23 maggio 2008 - si legge nella nota -, il Consiglio dei Ministri ritenne di adottare il disegno di legge Alfano in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato. Il Presidente della Repubblica ne autorizzò la presentazione al Parlamento, e successivamente - dopo l’approvazione da parte delle Camere - promulgò la legge».

 

«Tale promulgazione, comunque motivata - prosegue la nota del Quirinale -, non poteva in nessun modo costituire "garanzia" di giudizio favorevole della Corte in caso di ricorso. Il rispetto dell’indipendenza della Corte Costituzionale e dei suoi giudici - doveroso per tutti - ha rappresentato una costante linea di condotta per qualsiasi Presidente della Repubblica». «La collaborazione tra gli uffici della Presidenza e dei Ministeri competenti - conclude la nota del Quirinale - è parte di una prassi da lungo tempo consolidata di semplice consultazione e leale cooperazione, che lascia intatta la netta distinzione dei ruoli e delle responsabilità».

 

Intanto, da ambienti vicini alla Consulta, trapela che la Corte Costituzionale, nel bocciare il lodo Alfano per violazione del principio di eguaglianza dei cittadini, avrebbe individuato nella propria sentenza n. 451 del 2005 sul «caso Previti» una strada per stabilire un equilibrio tra le esigenze pubbliche da parte delle alte cariche dello Stato e quelle di un corretto svolgimento di un eventuale processo penale a loro carico. In quella sentenza, la Corte Costituzionale scrisse che, nel caso un imputato sia anche componente di un ramo del parlamento, il giudice ha «l’onere di programmare il calendario delle udienze in modo da evitare coincidenze con i giorni di riunione degli organi parlamentari». Muovendo dalla sentenza di quattro anni fa il conflitto tra esigenze processuali ed extraprocessuali nel caso di alte cariche dello Stato potrebbe essere risolto senza violare il principio di uguaglianza: i processi a Berlusconi, ad esempio, andrebbero avanti, ma i giudici avrebbero l’obbligo di fissare, d’intesa con il premier, un calendario delle udienze che tenga conto degli impegni istituzionali del presidente del consiglio, in modo da evitare coincidente e non compromettere il diritto di difesa.  LS 12

 

 

 

Se il Cavaliere vuole farsi Stato

 

Non si riesce a tenere il conto delle menzogne e dei ricatti che l'Egoarca riesce a distillare nei suoi flussi verbali, ormai oltre ogni controllo di ragionevolezza, del tutto catturati dal suo disturbo narcisistico. Stiamo ai fatti. Il lucidissimo furore di Berlusconi si accende per i pasticci che si combina da solo, con la sua compulsività.

 

Frequenta minorenni; riempie palazzi e ville di prostitute arruolate da un ruffiano; trascura gli affari di Stato per allegre scorribande amorose. Contestato dalla moglie in pubblico, se ne va nel luogo pubblico per eccellenza - la televisione - per recuperare (sa di doverlo fare) un'apprezzabile accountability. Sbaglia la mossa. Esige che le sue favole diventino scritture sacre. Se non accade - e non accade - s'infuria.

 

Ingaggia maschere con mazza ferrata che, dai giornali e tv che controlla, fanno per lui il lavoro più sporco, "assassinando" la personalità di chi gli appare, anche da lontano, "un nemico". Scatena gagliofferie, aggressioni, conflitti che (lungo l'elenco) investono, nel tempo, la moglie; impauriti testimoni delle sue imbarazzanti avventure; la Repubblica; il suo editore; il suo direttore; l'Unità; addirittura il salmodiante Corriere della sera; la stampa internazionale tutta; il servizio pubblico televisivo che non è al suo servizio; un pugno di comici, il cinema nazionale; l'Avvenire; la Conferenza episcopale italiana; il presidente della Camera; il presidente della Repubblica; la Corte Costituzionale; la magistratura tutta; un'opposizione che, peraltro, è oggi una bottega chiusa per inventario.

 

L'Egoarca mostra, dietro il sorrisone, come il suo potere sia pura, nuda violenza. Non guadagna un punto. Ne ricava soltanto il discredito internazionale, un distruttivo "sputtanamento" che si completa, nelle opinioni pubbliche e nelle cancellerie d'Occidente, quando, con posa da bauscia al bar nell'ora del "camparino", si vanta di aver convinto George W. Bush a mettere sul tavolo 700 miliardi di dollari per far fronte alla crisi finanziaria; di aver detto a quei due, Barack Obama e Vladimir Putin, di far la pace altrimenti non li avrebbe invitati al G8 di cui deve essere il proprietario; di "aver mandato Sarkozy" all'Est dopo avergli spiegato quel che avrebbe dovuto dire per risolvere la crisi georgiana; di essere messaggero presso il Papa, in un incontro della durata di minuti 3, dei "saluti di Obama", come se il presidente degli Stati Uniti d'America avesse bisogno dell'Egoarca per discutere con Joseph Ratzinger. Un premier così garrulo e vanìloquo, che crede di potersi muovere sulla scena pubblica come tra le plaudenti prostitute ingaggiate per il salotto di Palazzo Grazioli, non ha bisogno di essere screditato. Si scredita da solo con le sue mani e, con le sue parole e condotte, disonora e danneggia l'intero Paese. Oggi se c'è in giro un antagonista della rispettabilità dell'Italia nel mondo è Silvio Berlusconi. Lo sappiamo noi, lo sanno i caudatari e le congreghe che lo sostengono, lo sa chiunque guardi ai nostri affari da oltre confine.

 

L'Egoarca non se ne cura. Il suo Io ipertrofico non ammette interlocutori, consigli, regole, critiche, misura istituzionale, saggezza politica. Ubriaco dei sondaggi che gli servono (ma sono sinceri?), è incapace di guardare in faccia la realtà che si è cucinato da solo e che ogni giorno irresponsabilmente riscalda. Sarebbe un errore tuttavia credere che i suoi coups de théatres siano dominati dall'istinto. Bisogna sempre guardare che cosa bolle nella pentola dell'Egoarca. L'uomo è lucidissimo. Nella brodaglia che ha scodellato a Benevento si coglie un cambio di strategia, un ritorno all'antico. Come se quindici anni non fossero passati, Berlusconi evoca i fantasmi mentali di allora, ricostruisce lo stesso contesto di grande forza evocativa che gli portò fortuna a partire dal 1993. Suona così. Un manipolo di toghe "di sinistra" mi minaccia come già accadde nel 1994 quando azzopparono il mio primo governo con un avviso di garanzia. Con la complicità della magistratura, "la sinistra" vuole espropriare il popolo del suo voto. Per farlo, con la correità di un presidente della Repubblica "di sinistra", la Corte costituzionale "di sinistra" ha dovuto contraddirsi mentre un giudice "di sinistra" aggredisce le mie aziende.

 

Non c'è una parola di quel che dice l'Egoarca che corrisponda ai fatti. Nel 1993 la corruzione inghiotte ogni anno 10mila miliardi di lire mentre l'indebitamento pubblico - cresciuto del 92 per cento negli anni dei governi dell'"amico Craxi" - oscilla tra i 150 e 250 mila miliardi, più 15/25 mila miliardi di interessi annui. La Prima Repubblica crolla non per la pressione della magistratura (una favola), ma per la disperazione di chi non può più pagare il prezzo della corruzione alla politica e denuncia i corrotti. Berlusconi, prossimo al fallimento, è creatura di quel sistema politico. Gli ha assicurato ogni privilegio. Quaglia pronta al salto, si apposta però sotto le insegne dell'antipolitica e vince. Entusiasta di quelle toghe che gli hanno aperto la strada al potere, offre a due di loro (Davigo e Di Pietro) la poltrona di ministro (rifiutano). Cade quando Bossi non ne può più dei maneggi corruttivi dell'alleato che gli stanno mangiando la Lega e decide di voltargli le spalle il 6 novembre del 1994, due settimane prima che Berlusconi riceva l'avviso di garanzia che ancora oggi lo fa tanto strepitare.

 

Come accade per la disonorevole vita privata che conduce, l'inesauribile ripetizione di concetti inconsistenti ci mostra come la menzogna abbia un primato nella "politica narrativa" di Berlusconi. Sia il nucleo più autentico del suo sistema politico. Abbia una funzione essenziale perché abitua alla confusione e infine all'indifferenza, a un presente smemorato, a una grottesca distanza tra quel che si dice e quel che è accaduto davvero. È in questo varco che il Berlusconi "sputtanato" intende muoversi (e si muoverà) con un nuovo obiettivo. Lo sollecitano due eventi, nulla che abbia a che fare con l'interesse nazionale. Il primo, con tutta evidenza. È una controversia tra due società private, la Fininvest di Berlusconi, la Cir di De Benedetti (è l'editore di questo giornale). Anche il secondo evento, a pensarci, non è di interesse pubblico. Non si discute - come pure sarebbe legittimo - la reintroduzione nella Carta costituzionale dell'immunità per i rappresentanti del popolo, cancellata dopo 45 anni nel 1993. Si discute dell'impunità di Berlusconi. Di uno solo perché tra le quattro alte cariche che ne hanno diritto con la "legge Alfano" soltanto Berlusconi ha gravi rogne giudiziarie per comportamenti tenuti - peraltro - quando ancora non era né un leader né il premier. Quindi, sono due fatti privati di un uomo diventato con gli anni capo di governo, sostenuto da una granitica maggioranza cui il Paese chiede di governare, a scatenare una paralizzante "guerra di religione" che travolge ogni cosa e destino, uomini e istituzioni, riattivando una falsa "narrazione" cara all'Egoarca e ai suoi corifei.

 

Se la "narrazione" sa di muffa, l'obiettivo è novissimo. Se nel 1994 gli venne buona per governare, oggi è utile per un'altra manovra che si scorge ormai a occhio nudo. Che cosa sono le aggressioni al capo dello Stato? Perché la denigrazione della Corte costituzionale? Perché l'annuncio di una vendicativa riforma della giustizia? Come giustificare la segreta e abusiva raccolta di informazioni (è accaduto negli archivi del Csm) che, opportunamente manipolate, serviranno per bastonare il giudice che gli ha dato torto? Come sempre per difendere se stesso e i suoi privatissimi interessi, l'Egoarca non si accontenta più di fare le leggi che altri, da lui separati, vaglieranno e applicheranno. Egli vuole liberarsi di ogni potere di controllo.

 

Non si accontenta, con 344 seggi alla Camera e 174 al Senato, di poter fare le leggi. Esige anche il monopolio di farle valere. Screditandoli perché "di parte", reclama anche il possesso diretto e legale degli strumenti di potere statali. Ha soltanto una maggioranza, ma manco fosse un premio politico, un plusvalore politico che gli è dovuto, pretende di essere lo Stato. Dice: il popolo lo vuole. Dimentica che, dei 36 milioni di italiani che hanno votato il 13 e 14 aprile 2008, 17 milioni sono con lui e 19 milioni gli hanno voltato le spalle, se non si vuol contare quei due italiani su dieci che, astenendosi, si sono chiamati fuori dalla contesa. All'Egoarca va ricordato che non è l'Italia, è solo il provvisorio capo di un governo. Purtroppo, come dargli torto, molto "sputtanato".  GIUSEPPE D'AVANZO LR 12

 

 

 

 

La verità che nessuno vuole sentire

 

L’attenzione del mondo politico e dell’opinione pubblica risulta così terribilmente schiacciata sul presente, così interessata alle minuzie della polemica spicciola da respingere o mal tollerare prospettive più ampie. E così un’osservazione pressoché ovvia dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nel corso della sua lezione tenuta ieri al Cerp-Collegio Carlo Alberto ha scatenato un putiferio.

 

Parlando sui «motivi dell’assicurazione sociale», il Governatore ha osservato che, con l’aumento della durata della vita, le pensioni erogate dal sistema pubblico - ossia principalmente dall’Inps e dall’Inpdap - saranno più basse rispetto ai salari, di quelle erogate finora.

 

Come previsto dalla riforma, si tratta di pensioni eque da un punto di vista attuariale, ossia corrispondenti all’ammontare complessivo dei contributi versato da ciascun lavoratore commisurate alla durata attesa della vita al momento del pensionamento. La loro diminuita consistenza in rapporto al salario dovrebbe essere evidente perché, se si vive più a lungo, i versamenti effettuati durante tutto l’arco di una vita di lavoro di durata invariata devono essere spalmati su un numero maggiore di anni di pensionamento; come dovrebbe essere evidente, anche se è scomodo ricordarlo, che le categorie anziane, in pensione con l’attuale sistema di transizione, ricevono una parte di pensione in più di quella a cui avrebbero «diritto» sulla base dei versamenti effettuati e della loro probabilità di sopravvivenza.

 

Draghi ha poi tratto la naturale conclusione di questa premessa che gli italiani preferirebbero non sentire mai e che per i politici è come un brutto sogno che preferiscono rimuovere subito: «Per assicurare prestazioni di importo adeguato a un numero crescente di pensionati è quindi indispensabile un aumento significativo dell’età media effettiva di pensionamento». Il ragionamento non fa una grinza e con la matematica è bene non scherzare. Del resto, l’allungamento della vita lavorativa è una tendenza non solo italiana ma comune a tutti i Paesi avanzati le cui popolazioni sono in fase di invecchiamento; la Gran Bretagna porterà l’età di pensionamento a 66 anni entro il 2020 e addirittura a 69 anni entro i tre decenni successivi; la Germania ha già deciso il pensionamento a 66 anni; la Francia si sta muovendo nella stessa direzione.

 

L’allungamento della vita lavorativa, del resto, corrisponde a un certo concetto di equità: in media, chi va in pensione adesso vive qualche anno in più (e con un livello di salute migliore) di quanto era previsto quando ha cominciato a lavorare. Perché tutto questo bonus di vita deve andare al pensionamento, ossia a una fase inattiva della vita a carico della collettività, e perché invece una parte non dovrebbe essere dedicata al proseguimento della vita lavorativa per ripagare il costo della pensione che gli anni bonus comportano?

 

Eppure l’idea di toccare un caposaldo della società italiana ha unito per miracolo destra e sinistra nella difesa dell’esistente. Da parte governativa, il ministro del Lavoro, cui si è associato il presidente dell’Inps, assicurano che «il sistema tiene». Certo, il sistema tiene, ma precisamente con pensioni che saranno, rispetto ai salari, sensibilmente più basse delle attuali, a regime del 15-20 per cento, una scomoda verità che non viene quasi mai esplicitamente spiegata a chi ha meno di quarant’anni. Al momento in cui si ritireranno dal lavoro, questi lavoratori - a meno di una pensione aggiuntiva, pagata con minori consumi di oggi - vedranno i propri redditi ridursi in misura molto maggiore dei lavoratori di oggi. Da parte sindacale si invoca un «tavolo per risolvere tutti i problemi», indubbiamente un tavolo che dovrebbe avere proprietà taumaturgiche se riuscirà a non toccare l’età pensionabile e che potrebbe servire più facilmente a rinviare tutto.

 

Sarebbe bene che questo Paese ponesse più attenzione alle proprie prospettive. Nel 2030, una scadenza poi non tanto lontana, un italiano su quattro avrà più di 65 anni e di questi la metà sarà ancora in vita vent’anni più tardi se uomini, ventiquattro anni se donne. E circa cinque milioni di italiani (su una popolazione di poco più di sessanta) saranno ultraottantenni, il doppio dei valori attuali mentre i giovani sotto i 14 anni saranno appena 7-8 milioni. E tutto questo nell’ipotesi di un’immigrazione netta di circa 200 mila persone l’anno che attenuerà un poco l’effetto dell’invecchiamento.

 

Nessuna politica di crescita di lungo termine è realmente tenibile in una situazione del genere se non si prevede la disponibilità di nuove forze di lavoro, il che in Italia significa maggiore occupazione femminile e più elevata età di pensionamento. Può sembrare paradossale in un momento di crisi come questo, in cui i posti di lavoro si stanno purtroppo rapidamente riducendo; ma i governi e le forze politiche dovrebbero avere la capacità di guardare oltre le crisi. E mentre per altri Paesi l’orizzonte del dopo-crisi, quando finalmente verrà, è quello di una ripresa abbastanza sicura della crescita, per l’Italia la situazione è molto più problematica. Stiamo tutti aggrappati al nostro attuale piatto di lenticchie, attentissimi a non farcene portar via neppure una e rischiamo così una rinuncia inconsapevole, ma non per questo meno grave, ad avere un futuro. MARIO DEAGLIO LS 14

 

 

 

 

Fini: "L'unità nazionale non è oggetto di trattative"

 

Il presidente della Camera nel suo intervento alla presentazione del rapporto annuale Inpdap - "La difesa di atti simbolici come il giuramento serve a rafforzare la coscienza civile del Paese"

 

ROMA - L'unità nazionale "non può essere oggetto di trattative e di discussioni". E' quanto afferma il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un passaggio del suo intervento a Montecitorio in occasione della presentazione del rapporto annuale dell'Inpdap, Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica.

 

Nel suo intervento, il presidente della Camera sottolinea l'importanza di atti simbolici il cui significato trova ragione nella difesa di quella autonomia che si auspica dalla politica. Tra questi atti indica il giuramento di fedeltà che in passato veniva fatto sulla Costituzione. Fini ricorda che, come detta l'articolo 98 della Costituzione, i pubblici impiegati "sono al servizio esclusivo della nazione". "E' per questo - sottolinea - che mi chiedo se sia stato veramente opportuno abrogare, per i cosiddetti dipendenti 'contrattualizzati', che sono la maggioranza dei pubblici impiegati, la norma che prevedeva, all'atto dell'assunzione, la promessa solenne di fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione".

 

"La difesa di atti simbolici come il giuramento - ha detto Fini - serve a rafforzare la coscienza civile del paese e a riconoscere quella dignità cui i pubblici dipendenti hanno pieno diritto, soprattutto quando, come ora, si è costretti a chiedere loro di sopportare il peso di nuove responsabilità derivanti da riforme strutturali, indubbiamente giuste e necessarie, ma che intervengono in un momento economico e sociale che non può considerarsi favorevole; e tralascio, perché di tutta evidenza, che giurare fedeltà alla Costituzione assume un positivo riferimento rispetto all'Unità nazionale che non può essere oggetto di trattative e di discussioni".

 

"Dico questo perché credo sinceramente che la valorizzazione della figura del funzionario pubblico possa contribuire a rafforzare la fiducia nello Stato e ad accrescere quel senso civico che da qualche tempo nel nostro Paese è sceso a livelli inferiori rispetto a quanto avviene nelle grandi democrazie europee. Questo - conclude Fini - è un fattore cruciale per la nostra convivenza civile e democratica e per avere, al centro come in periferia, un'amministrazione pubblica realmente imparziale e efficiente".

 

Fini sostiene poi che è "indispensabile" tornare "senza alcuna eccezione" alle regole del concorso pubblico, spiegando che "l'eccessiva invasione da parte dei soggetti politici della sfera amministrativa ha portato spesso il sostanziale aggiramento, a livello centrale, ma ancor più a livello locale, della regola del concorso come veicolo ordinario per l'accesso ai pubblici impieghi".

 

Per questo il presidente di Montecitorio ritiene "indispensabile" più che mai "ripristinare sistematicamente senza alcuna eccezione la regola del concorso pubblico, come ha cominciato a fare con norme mirate a restituire efficienza all'attività amministrativa il ministro Brunetta. Si tratta - aggiunge Fini - di una delle questioni più importanti per assicurare al Paese una classe dirigente di alto livello, da cui dipende la qualità e la trasparenza della pubblica amministrazione che rappresenta l'interlocutore diretto dei cittadini e che è la dimostrazione dell'efficienza o meno di tutto lo Stato". LR 13

 

 

 

Non è stato il gesto di un pazzo

 

Può darsi che Mohamed Game sia uno scapestrato senza legami organici con l’internazionale jihadista. Ma intanto due suoi complici sono stati arrestati.

 

In casa sua sono stati trovati 40 chili di materiale idoneo a ricavare esplosivo. Non solo. Quello che sembrava essere un piccolo ordigno, si è rivelato essere una bomba grande dieci volte tanto. Game - come altri inquisiti, arrestati e incarcerati prima di lui - frequentava il centro islamico di viale Jenner, finito nel mirino degli inquirenti fin da quando delle investigazioni sul terrorismo islamista (prima dell’11 settembre) si occupava in maniera quasi solitaria un magistrato proveniente dall’antimafia siciliana, Stefano D’Ambruoso.

 

In questi ultimi anni tante cose sono cambiate a Milano e in Italia, anche nella direzione di una ricerca di maggior dialogo tra le comunità di migranti di fede islamica e gli apparati di sicurezza. Ancora pochi giorni orsono, un importante imam della capitale ricordava come la collaborazione tra le comunità dei credenti e le autorità repubblicane, sulla falsariga di quanto da tempo avviene in Francia e sulla scorta di quanto il ministro Maroni ha sostenuto più volte, fosse determinante innanzitutto per difendere i nostri concittadini di fede islamica e i tanti stranieri musulmani dall’azione culturalmente violenta di improvvisati e improbabili cantori di una presunta «purezza» originaria della fede, dalla loro arrogante fitna contro tutti coloro che essi ritengono «apostati».

 

Tra queste voci, informate e accorate, quella del centro culturale islamico di viale Jenner a Milano è sempre stata la più flebile e ambigua, continuamente attenta a elevare capziosi distinguo, quasi che avesse più a cuore la tutela degli elementi meno integrati nel tessuto sociale cittadino piuttosto che la sorte di migliaia e migliaia di fedeli di Allah, che ogni giorno offrono il loro sincero contributo alla convivenza, svellendo quei muri di diffidenza reciproca che non saranno certo abbattuti da quel provincialissimo snobismo culturale e civile da cui è afflitto il nostro Paese, che con stanco autocompiacimento si manifesta nei talk show televisivi e nella retorica del politicamente corretto. La strada l’ha indicata con chiarezza il presidente Fini: tempi rapidi e certi per l’acquisizione della cittadinanza che accompagnino tempi rapidi e certi per l’applicazione rigorosa delle leggi della Repubblica.  VITTORIO EMANUELE PARSI LS 14

 

 

 

Aggravante clandestinità, stop ai ricorsi

 

La Consulta boccia tre quesiti. Napolitano: «Garantire il diritto d’asilo»

di ANTONIO DE FLORIO

 

ROMA - Stop ai ricorsi sulla aggravante della clandestinità, introdotta nel maggio scorso con il decreto sicurezza con non poche polemiche anche a livello europeo. I giudici della Corte costituzionale hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal tribunale di Livorno e disposto la restituzione atti di altri due ricorsi dei giudici di Ferrara e Latina. Nel primo caso perché “mal posto”, nei secondi perché l’introduzione successiva del reato di ingresso clandestino richiede una valutazione più complessa. Per le motivazioni dell’ordinanza della Consulta bisognerà attendere la prossima settimana (la decisione è stata presa nella stessa udienza del Lodo Alfano).

La Corte Costituzionale ha stabilito che la questione sollevata dal tribunale di Livorno sarebbe stata mal posta, non sufficientemente motivata sulla rilevanza; gli altri due ricorsi sono stati rispediti ai giudici di Ferrara e Latina perché valutino se, in seguito alla recente introduzione del reato di clandestinità (che punisce con ammende fino a 10mila euro chi viene trovato senza permesso in territorio italiano), sussistano ancora i requisiti per considerare rilevante la censura di legittimità delle nuove norme sull’immigrazione.

Sul reato di clandestinità la Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi da una serie di ricorsi. Uno tra i primi a sollevare la questione di legittimità - ponendo il quesito della ragionevolezza della norma - è stato il giudice di Torino Alberto Polotti di Zumaglia, che ha accolto la richiesta della procura guidata da Giancarlo Caselli nel corso di un processo a un giardiniere egiziano irregolare. La Consulta, però, non ha ancora fissato la data della causa.

Ieri sul tema dell’immigrazione è intervenuto il presidente Napolitano. La lotta all’immigrazione clandestina va fatta «nel rispetto, sempre, dei diritti umani, in particolare del diritto all’asilo e per favorire nel modo più conseguente l’ integrazione degli immigrati irregolari», ha detto ai prefetti riuniti a Roma per la conferenza nazionale. «Non possiamo consentire l’immigrazione clandestina - ha aggiunto il capo della polizia Antonio Manganelli - che danneggia quella regolare ed è fonte di criminalità. Una delle ragioni di insicurezza del cittadino è costituita proprio dalla difficile integrazione delle diversità». Ma, ha sottolineato, «c’è anche un problema di sicurezza reale: su 900mila autori di reato denunciati nel 2008, circa 300mila erano stranieri. E nelle carceri il 30-35% dei detenuti è costituito da immigrati clandestini. Il problema esiste ed è clamoroso». IM 14

 

 

 

 

Assemblea di redazione a Rai Italia: l’azienda si impegni a rilanciare la testata

 

ROMA- Assemblea di redazione a Rai Italia (o Rai internazionale o rai internazionale, come si continua a chiamarla da più parti) a margine della quale è stata votata all’unanimità dei presenti – 36 votati e 6 deleghe – una nota congiunta in cui si "prende atto della nomina del nuovo direttore" cioè Daniele Renzoni, ma soprattutto si "chiede all'azienda un impegno di rilancio della testata". Nella nota, si ricorda che "il direttore uscente era stato sfiduciato proprio per non aver saputo compiutamente assicurare (anche per la latitanza dell'azienda) una identità editoriale, una stabilità organizzativa e un efficace modello produttivo. Ad essere danneggiato – accusano dalla redazione di Rai Italia – è stato innanzitutto il marchio aziendale che vede nelle attività istituzionali all'estero uno degli elementi costitutivi del suo essere servizio pubblico, ma a subire danni sono stati anche i redattori e tutti coloro che lavorano in una struttura in continuo appannamento di missione e motivazioni".

Per questo, "l'Assemblea chiede un piano scritto di rilancio, ad iniziare dalla radiofonia, che sia basato sulla missione istituzionale (Convenzione) ma anche sulle potenzialità di un mercato globale che vede accrescere il richiamo del marchio Italia. Il rilancio deve avvenire all'insegna della discontinuità rispetto alla linea editoriale voluta dalla direzione uscente".

"La redazione – si legge ancora nella nota – attende dal nuovo direttore un piano che ridia una collocazione certa alla testata nell'ambito della riorganizzazione del comparto internazionale del servizio pubblico, rivendicando a Rai Internazionale, anche nei confronti della NewCo, la centralità nelle produzioni giornalistiche dirette alle comunità degli italiani nel mondo, ma rivolte anche a promuovere all'Estero il sistema Italia. La redazione rivendica la propria identità professionale che consiste proprio nella capacità e nell'esperienza di articolare linguaggi e proposte mirate per la platea internazionale, identità che non deve essere appannata da tentativi di riprodurre e duplicare formati e servizi tipici di testate e canali nazionali".

"L’assemblea – conclude la nota – dà infine mandato al Cdr (Comitato di redazione) di chiedere al nuovo direttore di trovare rapida soluzione alle situazioni di particolare "sofferenza" in cui versano alcuni colleghi". (aise)

 

 

 

Iniziative del Coordinamento dei Giovani Veneti nel Mondo

 

BELLUNO - Si è riunito il 10 ottobre a Padova il Coordinamento dei Giovani Veneti nel Mondo. Presieduto dalla coordinatrice Patrizia Burigo, che ha riferito su alcune attività già concluse positivamente, il Coordinamento ha fatto il punto su alcuni progetti di grande rilievo in corso, come quello rivolto ai coetanei  di origine veneta d’Europa significativamente intitolato “ Formazione e nuove idee per l’ Europa”, che  prevede anche un incontro  a Bruxelles il prossimo inverno.

  E’ a conclusione anche la progettazione dell’iniziativa intesa a costituire una banca dei  professionisti veneti nel mondo (“globalven”), che verrà  illustrata in un convegno a Padova il prossimo 31 ottobre, nell’ambito di  diverse  manifestazioni, tra cui la presentazione di una ricerca del giovane bellunese Thomas Ferlin sull’ emigrazione  di fine ‘800 di alcune famiglie venete nel sud del Brasile.

  Il Coordinamento, infine, presenterà alla Regione un progetto inteso a creare dei dvd plurilingue su alcuni grandi scrittori veneti del ‘900 (Meneghello, Rigoni Stern, Zanzotto), perché possano essere  fatti conoscere in specifici incontri culturali ai nostri giovani sparsi nel mondo. Si è pure accennato alle proposte che il Coordinamento presenterà  alla consulta dei Veneti nel Mondo in programma a Montevideo nella seconda metà di novembre. (Inform)

 

 

 

 

Il MAE esaminerà la proposta di un consolato onorario a Lucerna. Mantica risponde all’on. Razzi (IdV)

 

ROMA - Nel luglio scorso, Antonio Razzi, deputato di Italia dei Valori eletto in Europa, ha presentato una interrogazione al Ministro Frattini per sapere se, nell’ambito del piano di ristrutturazione della rete consolare, ci fossero le condizioni per istituire un consolato onorario a Lucerna, città svizzera dove - dopo la chiusura del Consolato – è stata aperta una "sede distaccata" del di Zurigo operativa soltanto mezza giornata di ogni settimana. Una soluzione "inadeguata" per Razzi che secondo cui i 20 mila residenti nella circoscrizione dovrebbero poter avere servizi e contatti giornalieri con l’autorità consolare. Senza contare, sottolineava Razzi, che il console onorario, così come ora accade per la "sede distaccata", sarebbe ospitato dalla Casa d’Italia, dunque senza costi per la Farnesina.

A rispondere a Razzi è stato nei giorni scorsi il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, secondo cui "la richiesta dell'interrogante, già peraltro a suo tempo avanzata anche dal Consolato generale d'Italia a Zurigo, può essere utilmente esaminata, nell'ambito del più ampio processo di razionalizzazione della rete di prima categoria allo studio, anche alla luce delle risorse disponibili sul pertinente capitolo di bilancio ed in un'ottica comparativa rispetto alle complessive esigenze della rete onoraria in Europa e, più specificamente, in Svizzera".

"In quest'ottica – ha confermato il sottosegretario – è intenzione del ministero degli affari esteri utilizzare al meglio il contributo che può essere fornito dai funzionari consolari onorari nell'assistenza consolare, valutando la possibilità di istituire nuovi posti consolari onorari laddove se ne riscontri la necessità, sempre che si possano individuare personalità in grado di garantire la necessaria efficienza nell'erogazione dei relativi servizi". (aise)

 

 

 

Un questionario della UIM rivolto ai giovani italiani nel mondo

 

ROMA - Dopo quasi un anno dalla Conferenza Mondiale dei Giovani Italiani nel mondo, la UIM li ricontatta attraverso un questionario per sentire cosa ne pensano su alcuni temi.

Il questionario composto da 22 domande è diviso praticamente in tre parti. Una prima parte prende in esame gli interrogativi concernenti il modo di intendere l’associazionismo degli italiani all’estero. La seconda parte cerca di approfondire e semplificare i documenti della prima Conferenza dei giovani, la terza cerca di capire l’opinione dei giovani circa le ultime “sparate” della Lega che minano alcuni aspetti dell’unità della Nazione.

  “É il miglior modo per aprire il dibattito congressuale della UIM – ha detto Alberto Sera segretario generale dell’associazione – partendo dalle opinioni dei giovani italiani residenti all’estero. Terremo in debito conto la loro opinione”. (Inform

 

 

 

 

A Barcellona dal 15 al 17 ottobre si riunisce la Commissione Continentale Europa del Cgie

 

ROMA - E' stata convocata dal vice segretario generale  del CGIE Lorenzo Losi la seconda riunione annuale della Commissione Continentale Europa e Africa del Nord che si terrà in Spagna, a Barcellona, dal 15 al 17 ottobre prossimi.

I lavori, che prenderanno avvio alle ore 9.30 all'Hotel AC Diplomatic, seguiranno il presente ordine del giorno: Indirizzo di saluto delle autorità; Comunicazione del vice segretario generale Lorenzo Losi; Cittadinanza e assistenza con particolare riferimento ai flussi di nuova emigrazione italiana in Spagna (relatore  ilconsigliere Massimo Romagnoli); Comunicazione Paese con particolare riferimento a: servizi consolari/ristrutturazioni; corsi di lingua e cultura italiana, quali problemi all’inizio dell’anno scolastico; condizioni di vita degli anziani/pensionati, seguiti dei documenti finali della Conferenza dei Giovani Italiani nel mondo; Valutazioni e proposte per la prossima Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE

Si concluderà con le varie. De.it.press

 

 

 

 

Regierungsbildung. Integrationsministerium soll abgelehnt werden

 

In der kommenden Regierung wird es kein eigenes Ministerium für Integration geben. Nach Angaben des Unions-Politikers Wolfgang Bosbach ist das Thema bei den Koalitionsverhandlungen "vom Tisch". Mehrere Politiker, darunter Nordrhein-Westfalens Integrationsminister Armin Laschet, hatten das Ministerium gefordert.

Die neue Koalition im Bund plant kein eigenes Ministerium für Integration. Das erklärte der stellvertretende Vorsitzende der Unionsfraktion, Wolfgang Bosbach, am Mittwoch im ARD-Morgenmagazin. „Die Integration findet nicht im Bundesgesetzblatt statt; sie findet im Leben statt“, sagte Bosbach unter Verweis darauf, dass Länder und Gemeinden in Belangen der Integration von Ausländern und Migranten ohnehin die meisten Kompetenzen hätten.

Das Thema eines eigenen Ministeriums „ist vom Tisch“, erklärte der CDU-Politiker. Allerdings unterstützte er Bemühungen, die unterschiedlichen Fachzuständigkeiten in einem der bereits bestehenden Ministerien zu bündeln. In welchem, darauf wollte er sich nicht einlassen. „Der Ressortzuschnitt ist nicht meine Baustelle“, sagte Bosbach.

Er plädierte überdies dafür, die Probleme im Zusammenhang mit der Integration deutlich anzusprechen. Zur Zeit sei kein Thema so tabuisiert wie das der Integrationsprobleme. „Wenn man Tatsachen nennt, die unangenehm sind, gibt es schon Ärger.“ Bosbach wies auf die geltende Rechtslage hin, nach der es möglich ist, bei Integrationsverweigerung Sanktionen zu verhängen. Das gelte auch für die Ablehnung von Sprachkursen. Das Erlernen der deutschen Sprache sei eine „Schlüsselqualifikation“.

Der nordrhein-westfälische Integrationsminister Armin Laschet (CDU) hatte sich zuvor für die Einrichtung des Ressorts auf Bundesebene ausgesprochen. „Wir haben in den Ländern die Erfahrung gemacht, dass es gut ist, wenn ein Integrationsminister die Politik der jeweiligen Regierung koordiniert“, sagte Laschet am Dienstagabend den ARD-„Tagesthemen“.

In Nordrhein-Westfalen seien das die Arbeits- und Sozialpolitik und die Schulpolitik, wo man als Minister die Möglichkeit habe, das auch umzusetzen. Dazu seien finanzielle und personelle Ressourcen notwendig.

Wenn man beispielsweise zu der Erkenntnis komme, dass Kinder, die eingeschult werden, die deutsche Sprache nicht genügend beherrschten, so könne man verpflichtende Sprachtests mit vier Jahren einführen und die Kinder schon im Kindergarten fördern. „Das ist bei uns mit dieser Querschnittsaufgabe Integration gelungen“, sagte Laschet.

Ähnlich sei es in Niedersachsen und Hessen. Es lohne sich, die Aktivitäten zu bündeln.   AP/ddp 14

 

 

 

Migrationspolitik. Union entdeckt Integration als Regierungsziel

 

Die Äußerungen von Thilo Sarrazin haben die Debatte um die Zuwanderer in Deutschland neu befeuert. Gleich mehrere Ressorts der künftigen Regierung erheben Anspruch auf das Thema. Armin Laschet, NRW-Integrationsminister, fordert schon die dritte deutsche Einheit – und erhält auf einmal unerwartete Konkurrenz.

In den letzten Tagen ist Armin Laschet so eine Art „Anti-Sarrazin“ geworden. Der nordrhein-westfälische CDU-Minister mit dem Super-Zukunftsministerium („Generationen, Familie, Frauen und Integration“) tourt mit einem Buch durch die Medien, in dem er eine „dritte deutsche Einheit“ mit den Migranten ausruft. Wir können so etwas doch, lautet sein Credo, wir haben es mit den 20 Millionen Vertriebenen geschafft, mit den knapp 17 Millionen Ostdeutschen – dann werden wir es auch mit den vier Millionen Muslimen hinkriegen.

Der Minister findet, man kann die haarsträubenden Fehlentwicklungen und Probleme mit Zuwanderern beim Namen nennen, ohne beispielsweise zu erklären, Muslime wollten immerfort „neue Kopftuchmädchen produzieren“ und die Deutschen durch ihre Geburtenrate marginalisieren, wie es Bundesbank-Vorstandsmitglied Thilo Sarrazin (SPD) getan hat. „Was bringt es, wenn wir so reden“, fragt Laschet und weist auf den bemerkenswerten Umstand hin, dass sich in der SPD nur zwei Politiker überhaupt konzeptionell zum Thema Integration Gedanken gemacht haben – und das sind der Neuköllner Bürgermeister Heinz Buschkowsky und eben der Ex-Finanzsenator Thilo Sarrazin. Obwohl sie einander inhaltlich sehr nahestehen, kann Buschkowsky sich nicht erinnern, je von Sarrazin während dessen Zeit als Finanzsenator unterstützt worden zu sein – da hat eine Partei ein Thema völlig verschlafen und verstolpert.

Die CDU investiert deutlich mehr intellektuellen Ehrgeiz in die Integration. Aber die drei Köpfe, die dabei derzeit eine zentrale Rolle spielen – die Staatsministerin für Integration, Maria Böhmer, Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble und eben Armin Laschet –, kämpfen erbittert gegeneinander. Da ist die CDU kein Ponyhof.

Grob gesagt, will die Pfälzerin Maria Böhmer, die als Vorsitzende der Frauen-Union und als Vorkämpferin des Nationalen Integrationsplans (NIP) bei der Kanzlerin hoch im Kurs steht, ihre Kompetenzen erheblich ausbauen. Sie will endlich ein Ministerium im Rang einer Bundesbehörde, nicht so etwas Luftiges wie ein Staatsministerium, das kein eigenes Budget, kaum eigenes Personal und eben überhaupt keine Kompetenzen hat. Ein Querschnittsministerium muss her, dem das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BaMF) nachgeordnet ist. Integration, so sagt man im Hause Böhmer, ist Gesellschaftspolitik. Sie muss aus den Zwängen der Sicherheits- oder Ausländerpolitik ebenso befreit werden wie von der bloßen Arbeits- und Sozialpolitik. Bislang ist die Integration im Wesentlichen Sache des Innenministeriums.

Dessen Hausherr, Wolfgang Schäuble, hat aber noch nie eingesehen, warum die Integrationspolitik ein eigenes Haus braucht. „Alles, was mit dem Thema zusammenhängt, liegt entweder in der Kompetenz der Länder oder beim Innenministerium.“ Für Schäuble hängt die Integration wesentlich davon ab, wie die Zuwanderung gesteuert wird. „Das sind zwei Seiten einer Medaille.“

Das Fördern und Fordern könne eben nur über das Innenministerium oder die Länder und Kommunen kommen: Wer sich der Integration verweigert, der müsse Konsequenzen spüren, beispielsweise über das Aufenthaltsgesetz. Wie man mit diesem Gesetz allerdings der dritten Generation von Zuwanderern auf die Sprünge helfen will, die oftmals die deutsche Staatsangehörigkeit besitzen und in der es die allermeisten Probleme gibt – das bleibt Schäubles Geheimnis. Die Argumente seines Hauses sind so technokratisch wie die, die seinerzeit gegen die Einrichtung eines eigenständigen Umweltministeriums ins Feld geführt wurden.

Wolfgang Schäuble, der hart um einen Platz im Kabinett Merkel II kämpft, weiß die CDU-Innenminister auf seiner Seite. Bei einem Abendessen am vergangenen Sonntag war man sich schnell einig: Eine „Beförderung“ von Böhmer – da wird man sich zu wehren wissen. Aus der Arbeitsgruppe Integration verlautete gestern, das Bundesministerium sei vom Tisch. Armin Laschet wiederum fordert auch ein eigenständiges Ministerium für Integration, aber mit einem Zuwanderer besetzt.

Da muss jemand hin, so findet er, der eine klare Sprache spricht und den Mut hat, sich auch einmal mit der Partei oder den Migrantenverbänden anzulegen. Dass die freundliche Maria Böhmer die Richtige ist, glaubt zwar Bundeskanzlerin Merkel. Aber in der CDU wird diese Einschätzung nicht von allen geteilt. Inzwischen erhebt auch die Justizministerin in spe, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP), einen Anspruch auf die Zuständigkeit für Integration – als wäre diese nur ein juristisches Problem.

Für Armin Laschet jedenfalls ist die „Aufsteigerrepublik“, die er fordert, auch eine Fortschreibung seines eigenen Bildungsromans: Sein Vater, Heinz Laschet, war Bergarbeiter in der Grube Anna I in Alsdorf. Tagsüber hat er unter Tage gearbeitet, abends Lehrer gelernt, wobei ihm ein Programm des damaligen CDU-Kultusministers Paul Mikat half. Laschet glaubt, dass sein Vater es heute sehr viel schwerer hätte, einen solchen Aufstieg zu schaffen. „Wer bei uns heute einmal Unterschicht ist, hat kaum noch eine Chance, da herauszukommen. In den USA wird die Ungleichheit dadurch vergolten, dass man vom Tellerwäscher zum Millionär aufsteigen kann. Bei uns macht man das mit Transferleistungen. Aber damit Ungleichheit besser ertragen wird, muss derjenige, der etwas leistet, es auch schaffen können.“

Laschet, der als Messdiener über die christliche Jugendarbeit zur CDU kam, hat schlaflose Nächte wegen eines armenischen Jungen verbracht, der einen Tag vor seiner Abschlussprüfung ausgewiesen wurde, weil seine Eltern bei der Einwanderung falsche Angaben gemacht hatten. Er war Klassenbester gewesen, Schulsprecher, ehrgeizig, engagiert – und völlig ohne Armenisch-Kenntnisse. Ein Reporter stöberte ihn Wochen später in einem Dorf in den Bergen auf. „So etwas können wir uns nicht leisten“, findet Laschet.

Die entscheidende Inspiration für seine integrationspolitische Linie – raus aus der Unterschicht, egal ob mit oder ohne Migrationshintergrund, aber immer durch eigene Anstrengung einerseits und gesellschaftliche Durchlässigkeit andererseits – hat er aus einem Standardwerk von Daniel Cohn-Bendit und WELT-Chefredakteur Thomas Schmid aus dem Jahr 1992: „Heimat Babylon“. „Was wäre alles erreicht worden“, sagt Laschet heute bedauernd, „wenn sich CDU und CSU damals an die Spitze der Integrationsbemühungen gestellt und in Cohn-Bendit einen Verbündeten gesehen hätten und nicht einen Revoluzzer und Multikulti-Spinner.“ In Aachen, seinem Wahlkreis, machen sie jetzt „Schwarz-Grün“.

Das macht Laschet aber nicht zum Ströbele. Gegen die doppelte Staatsbürgerschaft ist er ebenso wie gegen die Einführung eines muslimischen Feiertags – eine Forderung, die er einen „Klamauk à la Kolat“ nennt nach ihrem Urheber. Aber dass seine Partei noch weit zu gehen hat, sieht er auch: „Im neuen Bundestag sitzen genau fünf Abgeordnete mit Migrationshintergrund. Keiner davon ist in der CDU.“ 

Mariam Lau DW 13

 

 

 

Sarrazins Äußerungen. Mehr Integration wäre besser

 

Sarrazin wurde von der Bundesbank degradiert. Die Debatte aber geht weiter. Worüber wird diskutiert? Von Barbara Junge

 

Bundesbank-Vorstand Thilo Sarrazin hat mit seinen Thesen zur Integrationsunwilligkeit von Arabern und Türken in Deutschland eine Welle der Empörung ausgelöst. Jetzt wurden seine Kompetenzen in der Bundesbank beschnitten. Der Vorstand hat ihn von einem seiner drei Zuständigkeitsbereiche (Bargeld) entbunden. Jenseits seiner konkreten Äußerungen geht die Integrationsdebatte weiter. Unionsfraktionsvize Wolfgang Bosbach (CDU) will den Druck auf ausländische Arbeitslose erhöhen, die wegen schlechter Deutschkenntnisse schwer vermittelbar sind. Die Grünen kritisierten das als „dumpfen Populismus“. Die stellvertretende FDP-Fraktionschefin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger mahnt im „Hamburger Abendblatt“ eine „ehrliche Debatte“ über Integration an. Diskutiert wird über Maßnahmen und Zahlen.

 

Was steckt hinter den Zahlen?

Etwa ein Viertel der türkischstämmigen Einwanderer hat keinen berufsqualifizierenden Abschluss und mehr als 50 Prozent haben keine berufliche Bildung. Solche Zahlen scheinen Thilo Sarrazin zu stützen. Lässt man aus diesen allerdings die über 60-jährigen ehemaligen „Gastarbeiter“ raus, die noch ohne Bildung nach Deutschland kamen, dann dreht sich nach Angaben des Zentrums für Türkeistudien das Bild: Bei den unter 30-jährigen Türkischstämmigen haben nur noch sechs Prozent keinen Schulabschluss, 17 Prozent haben Abitur. Und 60 Prozent der Jugendlichen geben an, dass sie mit ihren Eltern Deutsch und Türkisch sprechen. Zahlen, die eine gesamte Zuwanderergruppe unterschiedslos erfassen, können nach Ansicht von Professor Klaus Bade, Vorsitzender des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR), deshalb keine sachdienliche Auskunft über den Integrationsprozess liefern. „Übersehen wird meist“ , so Bade, „dass man Integrationsfortschritte innerhalb von Zuwanderermilieus und nicht im Vergleich zur Mehrheitsbevölkerung messen muss.“ Vor allem aber müsse man intergenerativ forschen, da der Integrationsprozess in der Regel zwei bis drei Generationen dauert. Man muss sich also fragen, welche Distanz im beruflichen Aufstieg die zweite im Vergleich zur ersten Generation zurückgelegt hat.

 

Wie misst man die Integration?

Seit 2005 der Indikator „Migrationshintergrund“ in die Mikrozensus-Statistik aufgenommen wurde, lassen sich Integrationserfolge messen. Bis dahin war man auf Zahlen aus einzelnen Erhebungen und Studien angewiesen. Erste Stichproben auf Grundlage der neuen Zahlen zeigen, dass Eingebürgerte zum Teil sogar höhere Bildungserfolge erzielen als Deutsche ohne Migrationshintergrund.

 

Was haben die Integrationsgipfel seit 2006 gebracht?

Deutschland hat sich selbst einen nationalen Integrationsplan verordnet und einen ersten Fortschrittsbericht Integration vorgelegt. Selbst Teilnehmer des Integrationsgipfels geben zu, dass der Name des Plans etwas hoch gegriffen war. „Der nationale Integrationsplan hat bei Weitem zu viel versprochen. Schon der Name suggeriert konkrete Ziele, die der Plan aber nur in wenigen einzelnen Fällen aufstellt. Er ist mehr eine Sammlung von guten Vorsätzen“, konstatiert Harald Löhlein, Integrationsexperte beim Paritätischen Gesamtverband. Allerdings blieb nicht alles folgenlos. Zu allererst haben die Integrationsgipfel viele Verbände, Vereine, Institutionen und Unternehmen zum Nachdenken angeregt – und daraus sind viele Maßnahmen entstanden. Die Integrationskurse, in denen Teilnehmer sowohl die deutsche Sprache als auch Kenntnisse über Deutschland und das politische System erwerben können, wurden ausgebaut. Verpflichtend sind sie zwar nicht für alle. Allerdings können Behörden Migranten auffordern, diese Kurse zu besuchen. Dabei wird der Bezug von Sozialleistungen an die Teilnahme geknüpft. Die beschäftigungsorientierten Sprachförderkurse starten allmählich. Diese beinhalten auch Praktika in Betrieben. Für die frühkindliche Sprachförderung wurde eine Struktur geschaffen. Aber eines fehlt: konkrete Zielvorgaben und Zeithorizonte.

 

Was muss jetzt geschehen?

Das, was der deutsche Plan nicht leisten konnte, müssten jetzt die Länder, Städte und Kommunen erarbeiten: konkrete, messbare Vorgaben für Integrationsmaßnahmen. Darüber hinaus stehen einige Vorschläge im Raum, anhand derer Integration als nationalstaatliche Aufgabe gestärkt würde. Der Präsident des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW), Klaus Zimmermann, fordert etwa ein Bundesministerium für Zuwanderung und Integration. Sarrazins Äußerungen seien ein „Weckruf“, dass man eine verfehlte Zuwanderungs- und Integrationspolitik betrieben habe. Allerdings ist es nahezu ausgeschlossen, dass sich FDP und Union in ihren Koalitionsverhandlungen auf ein solches Ministerium einigen werden. Leutheusser-Schnarrenberger sprach sich vielmehr dafür aus, die Zuständigkeit für Integrationspolitik dem Bundesjustizministerium zuzuschlagen.

 

Behindert der starke Sozialstaat in Deutschland die Integration?

 

Der Gedanke ist so plausibel wie schwer umsetzbar. Eine allgemeine Reduzierung sozialer Leistungen würde integrierte wie integrationsunwillige treffen und auch deutschstämmige Transferbezieher. Allerdings sieht auch das derzeitige System Sanktionsmöglichkeiten vor: Wenn jemand seiner Verpflichtung zum Integrationskurs nicht nachkommt, wenn jemand einer Qualifizierungsaufforderung etwa in einem Bewerbungsseminar nicht nachkommt und wenn jemand sich weigert, Bewerbungen zu schreiben, können die Leistungen gekürzt werden. Auch im Aufenthaltsrecht gibt es Sanktionsmöglichkeiten.  Tsp 14

 

 

 

 

Gastkommentar. Migranten sind keine Integrationsverweigerer!

 

Die CDU droht Migranten mit der Kürzung von Sozialleistungen, wenn diese etwa nicht an Sprachkursen teilnehmen. Diese "Brachialkritik" wird niemanden dazu bewegen, einen Deutschkurs zu besuchen, meint der Vorsitzende des Islamrates. Sie bestätige und verstärke nur Vorurteile über den jeweils anderen.

 Eigentlich klingt der Vorschlag des CDU-Innenpolitikers Wolfgang Bosbach einleuchtend: Wenn 40 Prozent der Migranten in Deutschland sich Deutschkursen „verweigern“, dann muss man eben mit entsprechenden Maßnahmen wie der Kürzung von Sozialleistungen etwas nachhelfen.

 

Warum sollte man solche Integrationsverweigerer mit Samthandschuhen anfassen? Wer in Deutschland lebt, sollte doch auch Deutsch lernen. Oder?

Das wäre wohl richtig, wenn das Verb „Verweigern“ hier korrekt wäre, das ja eine Absicht unterstellt. Genau daran muss man aber zweifeln. Um es klar zu sagen: Ich kenne keinen einzigen Menschen mit Zuwanderungshintergrund, der absichtlich kein Deutsch lernt. Eltern wünschen sich, dass es ihren Kindern besser ergehen möge als ihnen selbst. Und alle Menschen haben den Wunsch, dass es ihnen selbst gut gehen soll.

"Sie wissen, sie brauchen Deutsch"

Damit es Migranten in Deutschland aber gut geht, damit sie sich zurechtfinden können, müssen sie auch Deutsch beherrschen. Und zu dieser Einsicht sind unsere Mitbürger türkischer, arabischer oder sonstiger Herkunft schon zu einer Zeit gelangt, als Integration noch auf keiner politischen Agenda stand. Sie wissen, dass sie Deutsch brauchen, um in Deutschland selbstbestimmt und erfolgreich leben zu können.

Übrigens appellieren auch die muslimischen Religionsgemeinschaften an die Gläubigen, unbedingt Sprachkurse zu besuchen, und sie sind selbst Träger von Integrations- und Sprachkursen oder bieten Hausaufgabenhilfen an.

Wenn Wolfgang Bosbach bemerkt, dass 40 Prozent dieser Menschen nicht an Sprachkursen teilnehmen, muss ihm entgegengehalten werden, dass bezogen auf die Jahre 2005 bis 2007 die Teilnahmequote an Integrationskursen gerade bei Neuzuwanderinnen und Neuzuwanderern aus der Türkei mit 94 Prozent besonders hoch war (Quelle: Bundestagsdrucksache 16/9137, Anlage 3). Auch dass ein Integrationskurs abgebrochen wird, kommt nur bei 2,4 Prozent aller Kursteilnehmer vor.

Jedoch nicht weil sie sich der Integration verweigern würden, sondern wegen Schwangerschaft, Berufsausübung, gesundheitlicher Probleme oder fehlender Kinderbetreuungsmöglichkeiten. Ferner reicht es nicht aus, Sprachkurse lediglich anzubieten – auch die Qualität muss stimmen. Aktuelle Zahlen belegen, dass nur jeder Vierte, der einen Integrationskurs besucht, auch am Ende die Integrationskursprüfung besteht.

Die Rahmenbedingungen für diese Kurse müssen verbessert werden, angefangen von der Entlohnung der Lehrkräfte bis hin zu der Zahl der verfügbaren Plätze. Ein zusätzlicher Anreiz dürfte nicht schaden, wie die erleichterte Verfestigung des Aufenthalts bei erfolgreicher Teilnahme an Kursen.

Kontraproduktiv ist es, wenn Persönlichkeiten wie Herr Bosbach oder – noch viel stärker – Thilo Sarrazin scharf und allzu verständnislos argumentieren. Solche Frontalangriffe haben nur eins zur Folge: Die Angegriffenen fühlen sich unverstanden und pauschal diffamiert. Und ganz sicher regt solche Brachialkritik niemanden dazu an, einen Deutschkurs zu besuchen oder sich selbstkritisch zu hinterfragen. Sie bestätigt und verstärkt nur auf beiden Seiten eine Grabenhaltung und Vorurteile über den jeweils anderen.

Wer es Ernst meint mit der Integration der hier lebenden Menschen, sollte sich Gedanken zu einer längst überfälligen Anerkennungskultur machen und nicht mit der Kürzung von Transferleistungen drohen – als würde jeder Zugewanderte seine Zukunft im Bezug von Transferleistungen sehen.

Auch wenn es keine neue Erkenntnis ist – der Spracherwerb ist im eigenen Interesse der Migranten. Denn sie wissen: Ohne Sprache ist man sprachlos.

Ali Kizilkaya, Vorsitzender des Islamrates für die Bundesrepublik  DW 14

 

 

 

 

München.  Heute Eröffnung der Ausstellung  „L´anima e il segno“ von Silvano Spessot

 

Das Istituto Italiano di Cultura München freut sich, Ihnen die Eröffnung der Ausstellung »L´anima e il segno / Seele und Zeichen« von Silvano Spessot ankündigen zu können, die am Donnerstag, den 15. Oktober 2009, um 19 Uhr, im Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8, in München stattfindet.

Der Künstler wird bei der Eröffnung anwesend sein und seine neuen Werke vorstellen: Bilder in Mischtechnik und Skulpturen aus Murano-Glas.

Im Anschluss Stehempfang mit typischen gastronomischen Produkten aus dem Friaul.

 

Die Veranstalter sind das Istituto Italiano di Cultura und die Region Friuli Venezia Giulia. Die Ausstellung ist während der regulären Öffnungszeiten des Instituts, vom 16. Oktober bis zum 30. November 2009, geöffnet.

 

Silvano Spessot ist 1956 in Cormons (Gorizia) geboren. Als Autodidakt sucht er schon in den 70er Jahren einen Weg für einen eigenständigen, künstlerischen Ausdruck. Er hat eine lange Strecke des Experimentierens mit Materie und Farbe zurückgelegt. Im Laufe der 80er und 90er Jahre ist er durch estreme Lösungen mit Materialien zu einem Meister im Gebrauch von Harz, Klebstoff und verschiedenen Mischungen geworden. Werke von Spessot finden sich in wichtigen italienischen und ausländischen Sammlungen. Er  hat an verschiedenen nationalen und internationalen Ausstellungen teilgenommen. 2007 wurde er zur Biennale in Venedig eingeladen.

 

»Der Maler hat mit dem Figurativen begonnen: raue Landschaften, essentiell mit einer Tendenz zum Abstrakten. Dann ist er zum Informellen übergegangen: Er verwendete dabei ungewöhnliche Materialien: Mörtel, Kalk, verschiedene Pigmente, aber auch Eisen, Holz, Zement, mit denen er Stelen und totem-artige, barbarisch-anmutende, mystische Strukturen schuf (...).

   Entscheidend in seiner Entwicklung war das Wissen um den abstrakten amerikanischen Expressionismus und die mit der dripping-Technik realisierten Bilder von Pollock: „Ich war fasziniert von diesem Künstler, der malte, indem er Farbe auf Leinwände, die auf dem Boden lagen, tropfte“, erzählt er. Durch die Begegnung mit den Werken von Burri im Museum von Città di Castello entstanden die Kompositionen mit Polyurethanen und Mörtel, die mit einer Sauerstoffflamme verbrannt wurden (...).

   Anfang des Jahres 2000 kam der friulische Künstler zu einer synthetischen Darstellung, vereinheitlicht und reduziert auf elementare Symbole. Die fast infantil skizzenhafte Form des Mannequins, steif in einem Sessel sitzend, der runde Kopf ohne Gesicht, wiederholte sich immer wieder. Allein die Kleidung wechselte. Jacke und Hose waren mit verwobenen, chromatischen, hervorstehenden Linien dargestellt (...) Als stark kennzeichnendes Element stach die Krawatte hervor: rot, gelb, schwarz, blau, verziert, strahlend. Diese grelle Übertreibung bildete einen Kontrast zur formlosen Ordnung, der Leere und Isolierung der Figuren in reumütiger und steifer Haltung.

   Beispielhaft sind hier die Ritratti mit Marmorierungen starker Rottöne, auf denen nur die Krawatte hervorsticht, der Kopf reduziert auf einen Heiligenschein (...) Anthropomorphe Larven, sich wiederholend, flach, gleichgültig, grotesk, komisch, absurd, zusammengesetzt aus Leere und Stille, eine reumütige Beharrlichkeit und unbestimmtes Warten. Ihre Kraftlosigkeit beklagt den Skandal einer förmlichen bürgerlichen Achtbarkeit (...).

   In den späteren Werken begann sich eine vage Hoffnung, eine verloren geglaubte Energie anzudeuten. Im letzten und jüngsten Bilderzyklus aus dem Jahr 2009 wird diese Energie zu Begeisterung (...) Die Verbindung zur - nennen wir sie - „Godot’schen“ Periode zeigt sich durch eine gemischte Technik auf Leinwand L’attesa al 36 (Warten auf 36): schwarze Zeichen in perlgrauen Kästen, auf einem leuchtend roten Hintergrund und einem schwarzen Rahmen – und dennoch strahlt die Szene einen gewissen optimistischen Eifer aus.

   Die jüngsten Arbeiten von Silvano Spessot sind von einem starken Ausdruck gekennzeichnet, die die Frische der Farben in eine völlige Unordnung und Wallung bringt, ihnen eine unbeschwerte Dynamik verleiht (...) Es wird nicht mehr jener Eindruck farbloser Ausdruckslosigkeit erweckt, eines „absurden“ Unwohlseins, wie es bei seinen omini-manichini (Puppenmenschen) der Fall ist (...) Ein geschwungenes Geflecht aus Rot, Weiß und Schwarz, in dem sich kleine Köpfe einfügen, ähnlich wie bei  Der Schrei von Munch (...) Acryl, Lacke, schwere, unverdünnte Öle, Intarsien aus Hellblau und Blau, leuchtende, feuerrote Tafeln (...) Bilder mit Vertiefungen, die wie Glasfenster in Cloisonnè-Technik wirken. Bunte Abschnitte, mit Grisaille-Technik überarbeitet, wirken, als seien sie mit glühenden Eisen- oder Diamantenspitzen graviert und auf dunklen Netzen aus bleiernen Leinwänden befestigt worden. Geister von Figuren in wirren Abstraktionen aufgelöst. (...)

   Das andere Diptychon, Tentativo di ricostruire (Versuch eines Wiederaufbaus), 260x200cm, scheint die mittelalterliche Himmelfahrt der Seelen der Gerechten aufzugreifen. Aus der schwarzen, roten und grauen Enge eines bewegten und tragischen, irdischen Lebens schreitet die Schar der menschlichen Figuren durch die Himmelspforte. Die Dynamik der futuristischen Kompositionen von Umberto Boccioni, Quelli che vanno (Jene, die gehen), nehmen Gestalt an. Die Komposition wirkt wie ein Chor. Spessot schafft, auf seine eigene Art und Weise, eine visuelle Paraphrasierung von Beethovens „Ode an die Freude“ aus der 9. Sinfonie und kanalisiert die sich aufbauenden verloren-geglaubten

Lebenskräfte in Richtung eines Ziels. Die gewaltige Spannung durch Kontraste, die Aufteilung der Farbräume, klar abgegrenzt in Licht und Schatten, erreichen eine transzendentale Wirkung. In dieser sinfonischen, dionysischen Lobpreisung strebt er die Vollendung des verklärten Glanzes und der Klarheit der Gedanken an. Die Freude des Sehens wird eine klare Bekundung zu den Idealen einer religiös-solidarischen Menschlichkeit«

(Licio Damiani, La gioia del vedere nella pittura di Silvano Spessot - Die Freude des Sehens in der Kunst von Silvano Spessot) IIC-München, de.it.press

Info: Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8, 80336 München

Tel.: +49-(0)89 / 74 63 21-28   Fax: +49-(0)89 / 74 63 21-30

culturale.iicmonaco@esteri.it, www.iicmonaco.esteri.it  IIC-München (de.it.press)

 

 

 

Lissabon-Vertrag. Diagnosen zwischen Prag und Brüssel

 

Brüssel - In Brüssel sind derzeit Charakterstudien über den tschechischen Präsidenten Klaus beliebt. Vor dem irischen Referendum über den Lissabon-Vertrag flüsterte man sich auf den Gängen der EU-Gebäude zu, dass Klaus ohne Zweifel ein Euroskeptiker sei, aber doch auch ein Mann, der die Verfahren in seiner Heimat respektiere. Daraus sprach die Hoffnung, dass Klaus den Lissabon-Vertrag, den er offenbar aus ganzem Herzen ablehnt, am Ende doch unterschreibt, sobald die letzten Klagen gegen den Vertrag vor dem tschechischen Verfassungsgericht abgehandelt sind.

Der jüngste Winkelzug des Präsidenten hat diese These über den Haufen geworfen. Denn dass er für seine Unterschrift auf einmal eine rechtliche Garantie für die Beneš-Dekrete haben will, hatte in der EU keiner erwartet. Wahrscheinlich wüsste Europa von dieser Forderung noch nichts, hätte der schwedische Ministerpräsident Reinfeldt, der derzeit EU-Ratsvorsitzender ist, nicht vergangene Woche darauf bestanden, mit Klaus zu telefonieren. Klaus war tagelang nicht für Reinfeldt zu sprechen; erst als der Schwede das der Presse erzählte, wurde er in die Prager B