WEBGIORNALE 15-18 Ottobre
2009
Onu, così può nascere il seggio Ue
Il noto organo di
stampa tedesco, «Der Spiegel», riferisce che il programma del nuovo governo di
coalizione, in corso di negoziato tra democristiani e liberali tedeschi,
prevederebbe che la Germania non debba più battersi alle Nazioni Unite per un
seggio permanente nazionale, bensì per un seggio europeo. Se questa svolta
venisse confermata le conseguenze sarebbero quanto mai positive per il futuro
dell’Europa all’Onu. Sulla scia anche del Trattato di Lisbona, che prevede una
politica estera europea più coesa ed unita, si potrebbe infatti già cominciare a
realizzare da subito un embrione del seggio dell’Europa nel Consiglio di
Sicurezza dell’Onu procedendo per gradi e per piccoli passi (con lo stesso
metodo cioè con cui si è costruita l’Europa Unita). Va premesso che l’Europa
all’Onu in Assemblea generale, nelle sue commissioni, in Consiglio di
sicurezza, nel Consiglio economico e sociale, ecc. parla già sempre, o quasi
sempre, attraverso la voce del paese che ne assicura la presidenza di turno.
Ove l’Europa è invece completamente assente è nelle riunioni informali del
Consiglio di sicurezza, che si svolgono in un’atmosfera di grande riservatezza
in un piccolo vano adiacente alla sala del Consiglio, severamente interdetto ai
non membri, in cui prendono posto solo l’Ambasciatore e due delegati per ognuno
dei paesi membri. È lì, in quella minuscola sala soprannominata «Sancta
Sanctorum», che si svolge il 99 per cento dei lavori del Consiglio di
sicurezza, al riparo da occhi ed orecchi indiscreti.
Se mi è consentito
vorrei qui rilanciare un suggerimento che avevo avanzato al momento di lasciare
la carriera, dieci anni fa. Perché non si chiede ad uno dei paesi membri
dell’Unione Europea che sono stati democraticamente eletti per un biennio al
Consiglio di Sicurezza - attualmente è l’Austria - di ospitare nella sua
delegazione in Consiglio un alto funzionario del paese che esercita la
presidenza di turno dell’Unione, cioè, a partire dal 1° gennaio prossimo, la
Spagna? In questo modo il diplomatico spagnolo siederebbe nel "Sancta
Sanctorum" del CDS subito dietro l’Ambasciatore austriaco: l’Europa,
tramite la sua presidenza, avrebbe occhi ed orecchi propri per seguire
l’andamento dei dibattiti su vari dossier all’esame del Consiglio e se su tali
dossier esistesse già una posizione comune, sempre il funzionario spagnolo -
con il consenso dell’Ambasciatore austriaco - potrebbe prendere la parola per
manifestare tale posizione, dando così anche voce all’Europa nel momento in cui
maturano le decisioni sui temi della guerra e della pace nel mondo.
Essenziale per una
simile soluzione è l’accordo di Austria e Spagna. Esiste già, del resto, un
preciso precedente nell’ambito dell’America Latina: già da qualche anno
Argentina e Brasile hanno raggiunto un’intesa, in base alla quale un alto
diplomatico dell’una viene inserito nella delegazione al Consiglio di sicurezza
dell’altra, e viceversa, quando uno dei due paesi viene eletto al Consiglio.
L’Europa non potrebbe provare a seguire tale esempio?
FRANCESCO PAOLO
FULCI, Ex ambasciatore italiano all’Onu
LS 12
Finanziaria 2010. I parlamentari del PD-estero: per gli italiani all’estero
la musica non cambia”
ROMA - “Si
succedono i documenti finanziari, ma per gli italiani all’estero la musica non
cambia”: per i parlamentari eletti all’estero del Pd le indicazioni contenute
nel Bilancio pluriennale trovano puntuale conferma nel Bilancio di previsione
per il 2010.
Le risorse previste per le politiche
migratorie attribuite alla Direzione generale per gli Italiani all’estero del
MAE - spiegano i deputati Bucchino, Farina, Fedi, Garavini, Narducci,
Porta e i senatori Micheloni e Randazzo - subiscono, infatti, una
decurtazione di 23 milioni di euro rispetto al bilancio assestato dell’anno
precedente e ritornano malinconicamente ai 71 milioni inizialmente previsti
nella proposta di preventivo avanzata nel 2009 dal Governo. Tutti gli sforzi da
varie parti compiuti per reintegrare almeno in parte i tagli dello scorso anno
sono cancellati con un solo colpo di spugna.
Il caso più vistoso è quello dell’assistenza
diretta, i cui stanziamenti, precipitati dai 28 milioni stanziati dal governo
di centrosinistra ai 10 milioni della Finanziaria dell’anno scorso e poi
riportati durante l’anno a 16 milioni di euro, ritornano a 10 milioni. Anche i
contributi per i COMITES sono ritoccati al ribasso di 140.000 euro rispetto
all’anno scorso e quelli per il funzionamento del CGIE restano fermi
all’iniziale proposta del 2009, rivelatasi insufficiente. Di circa duecentomila
euro vengono ridimensionate le somme per le attività culturali, ricreative e informative
e nessun finanziamento è previsto per tenere in vita il Museo dell’Emigrazione
che con tanta enfasi sarà inaugurato tra qualche settimana.
Le somme previste per l’informazione, la
promozione culturale, scientifica e dell’immagine dell’Italia all’estero
vengono decurtate di 7,5 milioni e, in particolare, la dotazione della
Direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale, già
pesantemente intaccata l’anno scorso, perde altri 5,6 milioni di euro.
Per i corsi di lingua, la cui decurtazione
dai 34 milioni del centrosinistra ai 14,5 milioni dell’anno passato, era Stata
corretta in corso d’opera a 16,5 milioni, non riguadagna nulla rispetto alla
spesa storica pur trattandosi di un delicato campo strategico, ma almeno non
ritorna indietro, come l’assistenza. Con i tempi che corrono, chi si contenta
gode…
Nel complesso, comunque, tra le due Direzioni
di maggior riferimento per gli italiani all’estero, vengono a mancare oltre 30
milioni di euro.
L’esigenza fondamentale che si pone di fronte
a tutti i soggetti che sono impegnati per lo sviluppo delle nostre comunità e
per il bene del nostro Paese nel mondo è quello di evitare che questo ulteriore
colpo e i drastici tagli dello scorso anno si cronicizzino, diventando una
politica ordinaria e permanente che alla fine si cristallizzi e porti ad un
definitivo ridimensionamento delle politiche emigratorie.
Per questo - concludono i parlamentari eletti
all’estero del Partito democratico - facciamo appello ai rappresentanti degli
italiani all’estero di ogni livello e ai soggetti del mondo associativo perché
facciano sentire la loro voce e ci rivolgiamo agli stessi parlamentari della
maggioranza affinché su queste materie non accettino i diktat del Governo e
uniscano le forze per modificare sostanzialmente una proposta ancora una volta
penalizzante per gli italiani all’estero. (Inform)
Non serve attaccare gli stranieri
Due anni fa
Giorgio Napolitano arrivò in visita a New York e trovò ad accoglierlo una
tormenta di neve e, sulla prima pagina del New York Times, un lungo reportage
che dipingeva l’Italia come un Paese depresso e incamminato verso un
inarrestabile declino. Il Presidente della Repubblica ci rimase male, i
diplomatici considerarono l’articolo una scortesia, e Napolitano passò la sua
giornata a evidenziare motivi di ottimismo per cui valeva la pena di
scommettere sugli italiani. Poi andò a visitare il grattacielo disegnato da
Renzo Piano dove abita il New York Times e invitò il direttore Bill Keller a
uscire dai luoghi comuni nel descrivere l’Italia: «Se il giornalista è cieco
vede solo le ombre. Se il giornalista non è cieco vedrà anche le luci».
Chiesi a uno dei
responsabili del servizio esteri del quotidiano di Manhattan perché avevano
messo in pagina il reportage proprio quel giorno e lui mi rispose candidamente:
«Perché arrivava Napolitano e questo lo rendeva ancora più attuale. È solo una
questione di tempi giornalistici».
Ieri il nostro
presidente del Consiglio si è scagliato contro la stampa straniera che da mesi
lo ha messo nel mirino. La notizia della bocciatura del Lodo Alfano era sulla
prima pagina dei giornali di tutto il mondo, così come le storie delle feste a
Villa Certosa e a Palazzo Grazioli o le interviste a Patrizia D’Addario. Non
c’è bisogno di scomodare ipotesi di complotti o congiure internazionali per
spiegarsi tanta attenzione, basta attenersi ai fatti. Il direttore del Times di
Londra, giornale di proprietà di Rupert Murdoch, scuote la testa se gli si parla
di una manovra dell’editore australiano contro Berlusconi e racconta che
l’interesse si è scatenato durante l’estate perché c’erano tutti gli
ingredienti di una storia perfetta: una moglie furiosa che chiede il divorzio,
potere politico, ragazze, ricchezza, feste e polemiche in quantità. Poi è stato
un crescendo e i lettori di ogni Paese si sono appassionati a quella che
sembrava loro sempre più una telenovela. Alla stessa maniera ad ogni latitudine
ha fatto notizia il divorzio di Sarkozy dalla moglie Cecilià e le prime pagine
sono state piene di titoli e foto della storia con Carla Bruni, così come
accadde per Bill Clinton e Monica Lewinsky.
Tempo fa il Wall
Street Journal pubblicò nello stesso numero un pezzo di cronaca negativo per
Berlusconi, e un commento in cui elogiava la sua politica. Il capo della pagina
degli editoriali, il mitico Robert Bartley, di fronte allo stupore italiano
rispose: «Nessuna contraddizione: noi appoggiamo la politica di Berlusconi, ma
se esce qualche notizia negativa che lo riguarda la pubblichiamo senza
censure». Questa è la mentalità straniera.
Nel nostro caso la
storia è cresciuta arrivando a toccare tutto il sistema, da una parte perché il
premier l’ha alimentata con le querele ai giornali e la ricerca di uno scudo contro
i processi, dall’altra perché non possiamo nasconderci che in Francia come in
Gran Bretagna o in Germania esiste un pregiudizio sfavorevole sull’Italia e
sulla sua classe politica di cui non sono sopportati vizi, furbizie e
atteggiamenti ritenuti folkloristici. Esiste da sempre, tanto che il nostro
ingresso nell’euro venne osteggiato e vissuto con grande fastidio.
Chiunque abbia
vissuto all’estero sa che deve combattere spesso contro gli stereotipi che ci
dipingono come fantasiosi, allegri e creativi ma incapaci di avere metodo,
costanza e impegno, in una parola inaffidabili. Così certi comportamenti del
nostro premier, che in casa fanno sorridere la maggioranza, fuori suonano come
la conferma dei luoghi comuni e per i corrispondenti stranieri sono una manna:
le barzellette, le corna, la bandana in testa, gli scherzi, le tirate di
politica interna fatte durante le conferenze internazionali. Berlusconi lo sa
benissimo, tanto che il G8 dell’Aquila è stato un successo anche perché
l’atteggiamento era più severo e moderato e considerato in linea con gli
standard.
Non c’è dubbio,
come sottolinea il premier, che questo oltre a danneggiare il governo finisce
col rovinare l’immagine del nostro Paese e dei suoi prodotti. Ma non è gridando
contro la stampa straniera che si può invertire la tendenza e non è neanche
utilizzando gli ambasciatori e la Farnesina per protestare che si metterà fine
a questa campagna.
Proprio il Times
di Londra questa settimana è arrivato a suggerire a Berlusconi le dimissioni e
come risposta ha ricevuto una lettera dall’ambasciatore italiano a Londra in
cui si sottolineava che «spetta ancora ai cittadini di ogni Paese scegliere chi
deve guidarli». Non c’è dubbio che sia così, ma le risposte da dare a mio
parere sono altre. Prima di tutto dovremmo smetterla di essere così
ipersensibili di fronte al giudizio dei giornali stranieri, un atteggiamento un
po’ provinciale che c’è solo in Italia, in qualche dittatura e in Brasile:
cinque anni fa al corrispondente del New York Times venne revocato il visto
dopo che aveva scritto ripetutamente che il presidente Lula aveva un amore per
la bottiglia, ma poi il governo di Brasilia fece marcia indietro di fronte a
una sollevazione internazionale. Le democrazie più solide non si fanno mettere
troppo in crisi dal giudizio dei corrispondenti stranieri. Pensate se George W.
Bush si fosse dovuto preoccupare o avesse mobilitato gli ambasciatori ogni
volta che un giornale europeo lo accusava di essere un guerrafondaio e ne
chiedeva le dimissioni. Invece si preoccupava soltanto del giudizio dei suoi
concittadini e negli ultimi mesi neanche più di quello.
O pensate a come
certi quotidiani italiani trattano Zapatero, Obama o Carla Bruni, che venne
presa di mira dal Giornale tanto da spingere Berlusconi a dirsi «dispiaciuto
per le offese» alla First Lady francese. Ma sarebbe meglio concentrarsi sui
giudizi dei governi stranieri piuttosto che su quelli dei loro giornali, anche
se questi indubbiamente influenzano le opinioni pubbliche.
A Washington hanno
ripetutamente scrollato le spalle di fronte alle battute sull’abbronzatura di
Barack Obama e di sua moglie Michelle, ma non lo fanno quando analizzano i
nostri rapporti privilegiati con la Russia e l’Iran, la nostra politica
energetica o l’accoglienza che tributiamo a Gheddafi, a cui a New York è stato
impedito di piantare la tenda ovunque. Di questo faremo meglio a occuparci e
l’unico modo per mettere fine all’attenzione dei media di tutto il mondo
sarebbe quello di concentrarsi sul «fare» - parola che al Cavaliere piace tanto
-, scegliendo di essere normali e magari perfino noiosi. E ricominciare a fare
notizia per le nostre politiche e non per le nostre polemiche. MARIO CALABRESI LS 12
Ue: «Italia, conti pubblici insostenibili. Bisogna aumentare l'età
pensionistica»
«Ridurre deficit e
debito, aumentare l'occupazone, riformare il welfare». Nel mirino di Bruxelles
anche altri quattro Paesi
ROMA - La
situazione dei conti pubblici sul lungo termine in Italia - così come in
Francia, Ungheria, Polonia e Portogallo - è «insostenibile» anche senza
considerare eventuali incrementi della spesa per le pensioni. E' quanto rileva
la Commissione europea in una comunicazione sulla sostenibilità dei conti
pubblici approvata oggi. E' quindi «indispensabile» che l'Italia, una volta
avviata sulla strada della ripresa, proceda a una «rapida» azione di
risanamento per «garantire una stabile riduzione del suo molto alto livello di
indebitamento», destinato a raggiungere nel 2010 il 116%, un tetto mai toccato
dalla nascita dell'euro.
Per Francia,
Italia, Ungheria, Polonia e Portogallo, si legge ancora nel documento di
Bruxelles, il costo derivante dall'invecchiamento della popolazione sul lungo
termine non è previsto essere «particolarmente alto». Ma a determinare la
«insostenibilità» della politiche fiscali di questi Paesi, rileva la
Commissione, sono le «condizioni di partenza» dei loro conti. In tutti e
cinque, si legga ancora nel documento, «la crisi e il sostegno alla ripresa stanno
conducendo a un incremento molto veloce» del rapporto debito-Pil, «compensando
rapidamente i progressi raggiunti negli ultimi anni» sul fronte del risanamento
dei conti.
La sostenibilità
dei conti pubblici sul lungo termine, ha commentato il commissario Ue per gli
Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, «è
una preoccupazione
per tutti i Paesi Ue, anche se varia considerevolmente da un Paese all'altro.
Una situazione determinata nella maggior parte dei casi dalle conseguenze della
crisi che ha portato alcuni Stati in una più alta categoria di rischio sul
lungo termine». Dopo aver riconosciuto che i governi «devono continuare a
sostenere l'economia», Bruxelles rileva però che comunque «è arrivato il
momento di cominciare a monitorare le strategie di consolidamento» dei conti e
valutare come la crisi la colpito la loro sostenibilità. Misure per far
crescere la fiducia e sostenere la domanda possono avere successo solo se
vengono percepite dai mercati e dall'opinione pubblica come temporanee e
compatibili con la sostenibilità dei conti sul lungo termine. Un fattore chiave
dell'exit strategy a cui si sta lavorando a livello europeo». Nel documento si
osserva che la strategia di consolidamento dei conti basata su tre fattori -
riduzione di deficit e debito, aumento dell'occupazione e riforma del welfare -
resta valida. Ma, mentre prima queste erano opzioni tra cui i Paesi potevano
scegliere, ora, per molti Paesi Ue, è indispensabile agire su tutti e tre i
fronti.
«Gli stati membri
dovranno aumentare l'età pensionistica». Gli stati membri dell'Ue, sostiene la
Commissione europea, dovranno considerare un aumento dell'età pensionistica,
nel quadro delle riforme necessarie per risanare i bilanci pubblici. «E'
necessario - si legge nel comunicato di sintesi - aumentare l'età effettiva di
pensionamento in linea con l'incremento dell'attesa di vita. Molti Paesi stanno
contemplando passi a questo fine. In effetti la gente vive di più e in miglior
salute come mai prima. Se le politiche attuali non saranno cambiate, l'età
media a cui la gente esce dal mercato del lavoro nella Ue aumenterà solo di un
anno, da 62 a 63, entro il 2060. Tuttavia, l'attesa di vita per chi ha 62 anni,
secondo le stime, dovrebbe aumentare di sei anni nello stesso periodo: da 20,2
a 26,2 anni». Del resto, si legge nel rapporto, «oltre ai risparmi nella spesa
pubblica in un orizzonte a medio e lungo termine, un aumento dell'età
pensionistica di legge ed effettiva, contribuisce ad aumentare la popolazione
attiva e a rallentare la decelerazione nella produzione. Inoltre, l'estensione
della vita lavorativa e il rispettivo accumulo di diritti pensionistici avrà un
impatto favorevole sul reddito dei pensionati». IM 14
Intervista della FAZ al Ministro Frattini: «Il Governo è stabile»
Il Ministro degli
Esteri italiano, Franco Frattini, non considera indebolito il Governo italiano
in seguito alla sospensione delle immunità del Presidente del Consiglio
Berlusconi. In un colloquio con questa testata a Roma ha affermato che la
sentenza della Consulta della settimana scorsa contro la Legge sull'immunità
porterà "maggiore unità all'interno del fronte di Governo". Frattini
ha detto: "Il Presidente del Consiglio viene appoggiato con maggiore
convinzione. In questo modo presumibilmente avverrà il contrario di quanto
auspicavano molti dell'opposizione". Frattini ha ribadito "la
stabilità e l'affidabilità del Governo" guidato da Silvio Berlusconi.
"Sono anche
certo che se il Presidente del Consiglio si ritrova davanti a dei tribunali in
buona fede verrà assolto", ha detto l'ex procuratore e giudice Frattini
che appartiene al movimento berlusconiano "Popolo della Libertà".
Frattini fa presente che finora sono stati avviati a carico del Presidente del
Consiglio 104 procedimenti, ma solo in 16 casi è stato istruito un processo.
Nel corso dei processi, Berlusconi è sempre stato assolto; a volte comunque
anche per prescrizione.
Frattini, ex
Commissario europeo per la giustizia, la libertà e la sicurezza accusa
l'opposizione italiana di aver trascinato le accuse contro Berlusconi nel
Parlamento Europeo. "La sinistra italiana ama fare questo. Non ho mai
visto gli eurodeputati di altri Paesi portare di fronte al Parlamento Europeo
un caso contro il proprio Governo". Al Presidente della Repubblica
Napolitano, attaccato da Berlusconi negli ultimi giorni per essere "di
sinistra" ed un Capo di Stato "parziale", Frattini riconosce di
contro il merito di aver ammonito l'opposizione a non fare del Parlamento
Europeo il teatro di controversie interne. "Per la maggior parte degli eurodeputati
questo dibattito era pure ridicolo". Degli oltre 700 deputati erano
presenti solo 70 italiani e solo 19 di altri Paesi.
Poche settimane
dopo il funerale di Stato per sei paracadutisti, uccisi a metà settembre da un
attentato suicida compiuto dai talebani nella capitale afgana Kabul, il Governo
italiano non pensa ad un ritiro dei suoi 3550 uomini dall'Afghanistan: si
tratta di 2800 soldati situati soprattutto all'ovest del paese; di 500 uomini
inviati per rafforzare le truppe durante le elezioni e di 250 carabinieri della
polizia militare dipendente dal Ministero della Difesa e, rispetto ai soldati,
meglio addestrata per la lotta contro il terrorismo. Questi ultimi devono
soprattutto addestrare la polizia locale.
"In Italia
c'è accordo sul fatto che i nostri soldati rimarranno in Afghanistan finché il
Paese possa camminare con le proprie gambe", dice Frattini. Con queste
parole Frattini si riferisce al Presidente della Repubblica Napolitano, il
comandante supremo delle truppe come Capo del "Consiglio superiore della
difesa", ma anche alle famiglie delle vittime. "Al Parlamento vedo
una maggioranza dell'80 per cento", dice Frattini, cioè un sostegno molto
più ampio della coalizione di governo. Rimane invariata la nostra posizione "dobbiamo
fermare il terrorismo in Afghanistan per evitare che arrivi in Europa".
Per Frattini le elezioni in Afghanistan non sono concluse. "Abbiamo
bisogno di un Governo credibile. Bisogna dunque analizzare le irregolarità
emerse durante le elezioni". Dopo ci dovrebbe essere un patto per
l'Afghanistan concluso dal Governo e dal popolo. Il Governo dovrebbe obbligarsi
ad avviare riforme politiche ed economiche e a ricostruire il Paese. "In
questo caso le nostre truppe di coalizione sarebbero il garante di questo
patto."
Frattini dice che
guarda con piacere alla coalizione nero-gialla di Berlino. "Certamente
potremo cooperare ancora meglio con questa coalizione che con quella
precedente"; in particolare prevede un rafforzamento della cooperazione
euro-atlantica con un Ministro degli Esteri proveniente dal Partito dei
liberali FDP. Frattini si augura una "corsia speciale" di contatti
particolarmente stretti con Berlino e considera risolto il tentativo tedesco di
ottenere un proprio seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite. "Sarebbe antistorico se l'Italia e la Germania litigassero su un
tale seggio". Sarebbe meglio istituire - in modo aggiuntivo ai privilegi
tradizionali della Francia e della Gran Bretagna – un seggio permanente dell'UE
in rotazione, dice Frattini. FAZ 13, www.esteri.it.
Il caso Sarrazin. «Berlino in rosso, colpa dei turchi». E la Bundesbank lo
esautora
L’ex Ministro
delle Finanze della città Thilo Sarrazin, che si è occupato dei conti in rosso
della capitale dal 2002 al 2009 e che ora è membrodel direttivo della
Bundesbank, la banca federale, ha addossato agli immigrati turchi la
responsabilità del deficit. Dichiarazioni forti, che hanno sollevato un vespaio
di polemiche. Così ieri Sarrazin, che finora era responsabile della gestione cassa
della Bundesbank, si occuperà in futuro solo delle attività di information
technology e gestione rischi.
In una lunga
intervista su Lettre International il socialdemocratico Sarrazin ha esposto una
teoria che farebbe impallidire un leghista. «Berlino non può farcela da sola»,
ha assicurato: «Due aspetti la attanagliano: la tradizione sessantottina
(contestataria e sinistroide) e l’abbandono». In più, «la fecondità delle fasce
basse, povere e immigranti, responsabili del 40% delle nascite:unfatto che abbassa
continuamente il livello scolastico. In particolare arabi e turchi sono tre
volte più prolifici della media». La soluzione: «Bloccare i flussi». Queste
dichiarazioni, pronunciate daunmembrodella socialdemocrazia, hanno gelato il
sangue a più di una persona. Il direttore della Bundesbank, Axel Weber, si è
dissociato. Ha detto che le parole di Sarrazin danneggiavano l’immagine
dell’istituzione, e alla fine, ieri, lo ha esautorato, togliendogli incarichi
importanti. Eva Hogel membro dell’Spd nel Parlamento locale, ha detto che
Sarrazin, «non è più benvenuto nel partito». E ora unTribunale sta studiando se
c’è stato crimine nelle sue parole, in particolare per frasi come: «i turchi
stanno conquistando la Germania come i kossovari il Kossovo: con un’alta natalità.
Mi piacerebbe fossero come gli ebrei dell’Europa dell’est che avevano un
quoziente d’intelligenza di un 15% al di sopra della media, ma non con gruppi
che non accettano l’integrazione e costano molto». Aldilà dell’aspetto
razzista, le dichiarazioni di Sarrazin hanno avuto enormeeco perché toccano due
problemi reali: la povertà di Berlino che vive alle spalle delle altre città
dell’ovest e la scarsa integrazione dei turchi, quasi 3 milioni in Germania di
cui 200.000 a Berlino. In un articolo sulla Süddeutsche Zeitung Costanze von
Bullion ha accusato Sarrazin di «provincialismo» e ha ricordato che prima di
parlare di Berlino come«pecora nera» è necessario ricordare la storia della
città: da teatro della persecuzione degli ebrei a città divisa dal muro.
All’est costa ancora adattarsi all’economia capitalista. Allo stesso modo, se è
vero che ci sono (come in tutte le metropoli multietniche) problemi di
integrazione è anche vero che non hanno una relazione causale con la povertà.
Secondo uno studio pubblicato da Die Zeit Berlino è la città con il maggiore
divario sociale. La povertà è quasi estrema in quartiericomeSpandau-Neustadt e
Marzahn, nell’est. Dove però vivono pochissimi turchi. Laura Lucchini L’U 14
Francoforte. Fini e Bondi alla Fire del Libro. Aumenta la presenza degli
editori italiani
Francoforte.
Inaugurata martedì pomeriggio dalla Cancelliera Merkel, è stata aperta
mercoledì mattina, nei padiglioni della fiera di Francoforte sul Meno, la 61a
edizione della Buchmesse, il principale evento internazionale nel settore
editoriale per l’interscambio dei diritti di edizione, lo sviluppo di progetti
di coedizione, la visione dei titoli di più recente pubblicazione e la
conoscenza delle tendenze dell’editoria mondiale.
I dati relativi
alla scorsa edizione confermano la Buchmesse la fiera leader del settore
editoriale per il mercato dei diritti: 7.373 espositori individuali, di cui
3.337 tedeschi e 4.036 di altri Paesi, 402.284 titoli esposti, 299.112
visitatori. L’Italia, con 279 presenze,
occupava il quarto posto nella graduatoria dei Paesi espositori (dopo Germania,
Regno Unito, Stati Uniti).
Anche quest’anno
l’Istituto nazionale per il Commercio Estero, in collaborazione con
l’Associazione Italiana Editori, ha realizzato uno stand collettivo nazionale
di 264 mq. nel quale sono ospitati i rappresentanti di 54 aziende italiane e
delle associazioni di categoria. Il Punto Italia è situato, come di consueto,
all’entrata del padiglione 5 nell’area dedicata all’Area Mediterranea e Latina,
in una posizione di grande visibilità.
L’inaugurazione
del Padiglione italiano ha visto la presenza del Presidente della Camera dei
Deputati, on. Gianfranco Fini e del Ministro per i Beni e le attività
culturali, On. Sandro Bondi.
''Il Punto Italia
alla 61. edizione della Fiera del Libro di Francoforte e' un segno evidente
della vitalita' dell'editoria del nostro Paese. Lo testimonia innanzitutto
l'autorevole presenza del Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco
Fini, cui vanno i sensi della mia piu' alta stima. Egli ha voluto onorare con
la sua partecipazione un appuntamento cruciale per gli editori italiani,
impegnati in questi giorni nel piu' importante evento internazionale dedicato
allo scambio dei diritti''. Questo il commento del ministro per i Beni e le Attivita'
Culturali, Sandro Bondi, all'inaugurazione del Punto Italia alla Fiera del
Libro di Francoforte, alla quale hanno partecipato, tra gli altri, il
Sottosegretario ai Beni Culturali, Francesco Maria Giro e il presidente della
Camera Gianfranco Fini.
"Quest'anno -
spiega il ministro - il padiglione, promosso dall'Associazione Italiana Editori
e dall'Istituto per il Commercio Estero in collaborazione con il Ministero per
lo Sviluppo Economico e il Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali, vede
aumentare la compagine degli editori italiani di oltre 50 unita': dai 300 del
2008 ai 355 di oggi. Questo dimostra quanto sia importante essere a
Francoforte, centro fondamentale per la promozione e la proiezione
internazionale della nostra editoria, che in questi anni sta accrescendo,
grazie anche a eventi come questo, la propria penetrazione all'estero. Lo si
puo' leggere con evidenza nel rapporto 2009 sullo stato dell'editoria in Italia
dell'AIE, dove risulta con chiarezza un aumento della cessione di titoli
italiani a fronte di una diminuzione delle traduzioni.
I segnali positivi
che abbiamo ci parlano di un'editoria dinamica e vitale, un settore forte della
propria autonomia e capace di anticipare e cogliere i mutamenti della societa'
italiana. Una vitalita' che coincide con una liberta' autentica della cultura
italiana, una liberta' dal peso asfissiante dell'ideologia partitica e nello
stesso tempo dai condizionamenti dello Stato, che hanno rappresentato da sempre
una vera e propria anomalia nella storia italiana". (Adnkronos,
de.it.press)
Francoforte. Il programma dell’IIC nella cornice della Fiera del libro
Il consueto
programma di eventi organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di
Francoforte per
l´edizione 2009 della Fiera del Libro offrirà una ricchissima serie di
incontri che si
aprirà il 15 ottobre presso la Mediathek del Goethe Institut Frankfurt
(Diesterwegplatz
72) con la proiezione del video Il dovere di ricordare: riflessioni sulla Shoah
narrato da Moni Ovadia e ideato da Elisa Savi. Un DVD realizzato da un cast
eccezionale formato da Moni Ovadia, Antonio Albanese, Mauro Berruto, Nicoletta
Braschi, Lorenzo Cherubini, Maurizio Dehó, Luciano Ligabue, Luciana Litizzetto,
Shel Shapiro, che affronta il tema della Shoah riepilogandone i principali
tratti salienti dal punto di vista storico. La proiezione sará preceduta dalla
presentazione di Moni Ovadia e Elisa Savi e dalla lettura scenica di Elettra de
Salvo.
Il 16 ottobre
(Istituto di Cultura, a partire dalle ore 19.00) ed il 17 ottobre
(Frankfurter
Buchmesse, Client’s Lounge, Padiglione 5.1/E945 a partire dalle ore 15.00) si
proseguirà con gli incontri dedicati alle novità letterarie del 2009 con:
Roberto Carnero, docente di letteratura italiana presso l’Universitá di Milano,
che con la sua antologia La nuova narrativa italiana dagli anni ottanta ad oggi
ci illustrerà il ricco panorama letterario italiano dell´ultimo trentennio e le
sue figure più rappresentative; Nicolai Lilin che presenterà Educazione
Siberiana, un affresco fantasioso del mondo della delinquenza russa, che ha
come sfondo la disgregazione della società sovietica; Chiara Strazzulla,
giovanissima autrice di romanzi fantasy con La strada che scende nell´ombra e
Walter Siti, uno degli autori più originali del panorama letterario italiano,
che ci parlerà del suo ultimo romanzo Il contagio.
A completare la
serie di presentazioni letterarie la partecipazione straordinaria di
Francesco Guccini
in veste di scrittore con la raccolta di racconti Icaro, con la quale, dopo una
lunga simbiosi artistica con Loriano Macchiavelli, torna alla scrittura
solitaria offrendo una narrazione di grande maestria linguistica.
I nostri
moderatori: Rodolfo Dolce, Anna Campanile, Cesare de Michelis,
Katharina Schmidt und Paola
Barbon. IIC-Francoforte (de.it.press)
Saarbrücken. Gli italiani del Saarland contrari alla chiusura del
Consolato. Costituito un comitato
Il 7 novembre
2009, nei vari capoluoghi di provincia del Saarland, verranno allestiti
appositi stand per la raccolta di firme
Saarbrücken - Il 7
ottobre 2009 si è costituito a Saarbrücken, negli uffici della sede
Comites/Saar, un comitato di coordinamento, a cui hanno dato la loro adesione
diverse associazioni e privati cittadini, a sostegno delle iniziative da
intraprendere per scongiurare la paventata chiusura del Consolato di
Saarbrücken.
Il Comites/Saar,
in cooperazione con il comitato di coordinamento, ha deciso di intraprendere
una serie di iniziative per il mantenimento dei necessari servizi consolari. Il
7 novembre 2009, nei vari capoluoghi di provincia del Saarland, verranno
allestiti appositi stand per la raccolta di firme contro la decisione
ministeriale di chiudere il Consolato d’Italia nel Saarland. Sabato 14
novembre, a partire dalle ore 11.00, avrà luogo un grande corteo che, con
partenza dal Rathaus di Saarbrücken, si snoderà nelle vie principali del
capoluogo del Saarland, farà una breve sosta sotto gli uffici della sede
consolare di Saarbrücken per poi ritornare al Rathaus.
La collettività
italiana del Saarland vuole mantenere il suo Consolato, pur essendo disposta a
concordare con l’amministrazione italiana misure di ristrutturazione adeguate
alle esigenze di risparmio. I servizi consolari sono un diritto dei cittadini
italiani all’estero.
La maggioranza
della collettività potrebbe accettare una trasformazione del Consolato in
agenzia consolare, ma non l’ipotesi di uno sportello o un Consolato onorario.
Queste due ultime possibilità sono superficiali e non garantiscono né
l’efficienza dei servizi, né la continuità, né la rappresentatività ed i
fondamentali diritti civili.
Tuteliamo questi
nostri diritti! Tutti i cittadini italiani residenti nella regione del Saarland
sono dunque vivamente invitati a prendere parte alle manifestazioni suddette.
Comites/Saar (de.it.press)
Chiusura del Consolato: autunno caldo a Saarbrücken
Si annuncia un
autunno caldo nel Saarland dove un’ondata d’indignazione ha colpito gli
italiani e gli amanti dell’Italia residenti in quello che è definito “il più italiano
dei Bundesländer”. Il 29 settembre, il maggiore quotidiano della regione ha
annunciato la definitiva chiusura del nostro consolato a Saarbrücken. A nulla
sono valsi gli appelli del Capo del governo regionale Peter Müller; a nulla
sono valse le statistiche che dimostrano l’alta densità dei rapporti economici
e culturali tra questo Land e l’Italia; a nulla è valsa la dimostrazione che
oltre 23.000 italiani hanno realmente bisogno dei servizi consolari. La
risposta del Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini: Niet! Oppure, come
si dice a Napoli, “manco p’ a capa!”. Ora la gente comincia veramente a
realizzare che tra qualche mese per richiedere una carta d’identità o un
passaporto, per richiedere il rilascio di una delega o un certificato di stato libero
dovrà sciropparsi 400 Km di strada, 200 andata ed altrettanti di ritorno. Non
parliamo poi dell’assistenza in questo Bundesland dove la disoccupazione
italiana sfiora il 20%, dove la presenza italiana nelle 5 carceri della regione
è più che consistente e dove la popolazione invecchia inesorabilmente. La gente
ha quindi realizzato e reagisce.
Domenica 11
ottobre il Comites del Saarland ha riunito attorno ad un tavolo i
rappresentanti delle associazioni, dei sindacati e degli enti per coordinare
una serie di azioni in quello che sarà un autunno caldo nella tranquilla
Saarbrücken. La prima settimana di novembre vari Stand sparsi nella regione
informeranno i cittadini sull’irrazionalità di questa decisione presa a
tavolino in una Roma più lontana che mai. Tutti dovranno sapere che il
Consolato è reduce di un costoso trasloco ultimato poco tempo fa, nel mese di
marzo del 2007!
Tutti dovranno
rendersi conto delle inevitabili spese che dovrà sostenere il Consolato
Generale a Francoforte per accogliere l’archivio di una smantellata sede di
Saarbrücken e tutti dovranno venire a conoscenza dell’incomprensibile rifiuto
rivolto all’offerta del Ministro Presidente e Presidente di turno del Bundesrat
Peter Müller di accogliere gratuitamente la struttura consolare in locali di
prestigio della cancelleria di Stato di Saarbrücken.
Tutti saranno
informati ed invitati al corteo del 14 novembre affinché l’opinione pubblica si
renda conto che nel Saarland vive una collettività tranquilla, laboriosa e che
non ha le peculiarità del gregge, facendo sentire la propria voce per difendere
i propri legittimi interessi. CdI
Francoforte. Assegnato il premio Enit 2009. A colloquio con il direttore
Marco Montini
Francoforte.
Nell’ambito delle manifestazioni per la Buchmesse, è stato consegnato ieri sera
martedì 13 ottobre, presso la “Villa Kennedy” di Francoforte, il premio Enit
per la “miglior guida turistica tedesca sull’Italia 2009”, presenti
l’Ambasciatore Michele Valensise, il Console Generale Bernardo Carloni,
rappresentanti di Enti e Istituzioni, e soprattutto molti giornalisti. Il
premio Enit quest’anno è stato assegnato a “Umbrien” (edizioni Marco Polo), di
Peter Peter. In vista dell’avvenimento e per presentare l’attività dell’Enit,
la giornalista Marcella Continenza ha incontrato il responsabile dell’Enit di
Francoforte dr. Marco Montini. Ecco il suo racconto.
Marco Montini,
dirigente dell’ENIT di Francoforte, mi viene incontro con cordialità negli
uffici della nuova sede, nella Neue Mainzer Strasse 26.
Lo studio sobrio
ed elegante ha pareti chiare e piante ornamentali. Dalla finestra, il profilo
dei grattacieli. Sulla scrivania, tra giornali e carte, domina il computer e
Montini mi invita a guardare il sito www.enit.de. “Il sito internet non serve
solo per conoscere tutte le informazioni e i comunicati stampa, ma attrae,
navigando tra manifestazioni, sagre, eventi culturali, mercati anche il
pubblico normale non solo gli addetti e i lavori e gli operatori turistici. Ci
si può imbattere in concorsi per bambini; scaricare prospetti, conoscere in
anticipo il programma dei più importanti eventi turistici e culturali
italiani.”
Montini, toscano,
di Arezzo, laurea in lingue entra a lavorare all’ENIT per caso per pagare
l’ultima rata di una moto comprata di nascosto dai suoi. Pensa di non restare.
Ha altri sogni. Invece, l’acquisto di una nuova auto e la decisione di sposare
la sua ragazza di Arezzo, Maria Grazia, lo convincono a rimanere. Incomincia la
sua carriera lenta ma sicura. Il primo trasferimento è a Monaco di Baviera,
dove dichiara di essersi trovato molto bene “un’esperienza bella e
irripetibile. Ero giovane, avevo tante amicizie, mi sono divertito. Ma allora
anche la vita era più leggera.” Poi, il rientro a Roma. Due concorsi vinti e la
nomina di dirigente. Punta su una campagna di potenziamento pubblicitario ed è
una strategia vincente. Poi, Tokio, Londra e ora, da tre anni, Francoforte.
“Francoforte è la sede ideale, mi trovo benissimo. Ho un ottimo rapporto con
gli operatori, le istituzioni tedesche, il pubblico. Valorizzano il nostro
apporto, sono interessati alle nostre iniziative. Siamo un partner
interessante.”
Tra le
centoquaranta iniziative realizzate negli ultimi tre anni dall’ENIT, segnaliamo
dei progetti educativi dedicati ai giovani e bambini “futuri turisti di
domani”. Un progetto che ha ottenuto consensi e successo è stato il concorso
nazionale “Racconta la tua Italia” per allievi dai 10 ai 16 anni delle scuole
secondarie tedesche in collaborazione con la Dante Alighieri, gli Istituti
Italiani di Cultura e con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia. Quattro le
categorie del concorso: disegno, poesia, canzone, video. Quattrocento le opere
selezionate. Sono stati pubblicati 1300 poster e 1000 calendari (2009) con i
disegni dei vincitori. Inoltre si è tenuta una mostra itinerante con 100
elaborati ad Amburgo, Friburgo, Francoforte e Kiel. Anche la sponsorizzazione
della squadra giovanile del club calcistico Rot-Weiss di Francoforte è un
leit-motiv del suo successo: “Credo molto nei giovani e ho posto l’attenzione
in modo particolare su di loro”.
Quali altre
manifestazioni significative? “Quella con la cooperazione di aziende italiane
presenti in Germania: la San Pellegrino, la Fiat-Lancia, la Piaggio. Abbiamo
presentato i loro modelli marcando la bellezza del paesaggio italiano. Con
l’ultimo modello Fiat, la costiera amalfitana. O girando in moto per tutta la
Sardegna. La realizzazione di due documentari televisivi sulle vacanze in
camper. E tra i progetti speciali il restauro di Villa Metzler in collaborazione
con il Museo delle Arti applicate di Francoforte.”
Quali prossimi
appuntamenti? “In occasione della Fiera del Libro, la premiazione della
migliore guida turistica tedesca dedicata all’Italia.”
L’energia, la
vitalità e le idee innovative di Montini applicate a un modo di lavorare
dinamico sono il motore del suo successo e della nuova immagine dell’ENIT in
Germania. Marcella Continanza, de.it.press
Radio Colonia. Una Fiera dimezzata. Intervista alla direttrice della
Literaturhaus di Francoforte
Si è aperta tra
polemiche e rimpianti la Fiera del libro di Francoforte. La presenza della Cina
scatena reazioni politiche, mentre scarseggia l'interesse letterario.
Poche volte si è
assistito ad una edizione così discussa della più importante rassegna dell'editoria
mondiale. L''edizione 2009 sembra infatti aver messo in secondo piano quello
che dovrebbe essere l'oggetto dell'attenzione, i libri, per concentrarsi sul
significato politico della scelta della Cina come paese ospite. A differenza
delle scorse edizioni, infatti, sono pochi gli autori e i libri cinesi di cui
si parla, mentre infuoca la discussione sulla censura che è stata fatta nei
confronti degli autori scomodi per il governo di Pechino. Radio Colonia ne ha
parlato con Maria Gazzetti, direttrice della Literaturhaus di Francoforte,
nella trasmissione di martedì
Per ascoltare
l'intervista a Maria Gazzetti basta cliccare sul seguente link:
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2009/091013_gazzetti.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2009/091013_gazzetti.mp3.
(RC, de.it.press)
A Berlino la quinta edizione dell’ “Autunno teatrale italiano”
Verrà presentata
dall’Istituto Italiano di Cultura la rassegna dedicata alle produzioni
indipendenti italiane in città dal 27 ottobre al 23 novembre
BERLINO – La capitale tedesca ospita per la
quinta edizione l’“Autunno teatrale italiano”, la rassegna degli spettacoli
teatrali più innovativi delle produzioni italiane indipendenti proposte sui
palcoscenici berlinesi dal 27 ottobre al 23 novembre.
Quest’anno la manifestazione è dedicata alla
performance, con 4 rivelazioni coreografiche e 2 rappresentazioni di gruppi
teatrali già noti in Germania ad offrire un’emozionante panoramica sulla scena
contemporanea del nostro Paese.
Inaugurerà il Festival una rappresentazione
dal tono tragico-grottesco sulle relazioni di potere e la disumanizzazione
quotidiana: “La busta” della Compagnia Scimone Sframeli in scena alla
Volksbühne im Prater il 27 e 28 ottobre alle ore 20 (in italiano con
sottotitoli in tedesco).
Francesca Grilli presenterà nella sua
performance “La terza conversazione” un esperimento di traduzione, ricco di
poesia e sensibilità, fatto da un cantante sordomuto, mentre la pluripremiata
coreografia di Teodora Castellucci con “à elle vide” esplora l’ambito di forte
tensione tra la ferocia e l’eleganza. Entrambe le produzioni saranno messe in
scena alla Tanzfabrik di Berlino - “La terza conversazione” il 29 e 30 ottobre
alle ore 19.30 e 20.30; “à elle vide” il 31 ottobre e il 1 novembre alle ore
20.
Il gruppo Muta Imago presenta “Lev”, la
disperata lotta di un uomo contro un universo in dissoluzione, ai Sophiensaele,
il 2 e 3 novembre alle ore 19.30.
La nuova compagnia di danza della Socìetas
Raffaello Sanzio, “Mora”, una dei più radicali rappresentanti del nuovo teatro
italiano, andrà in scena con “Homo Turbae” per la coreografia di Claudia
Castellucci il 12 e 13 novembre alle ore 20 presso il Theater an der Parkaue -
Junges Staatstheater Berlin.
I più giovani potranno assistere, al
Grips-Theater, ad una rivisitazione di “Alice e le meraviglie”, di Lewis
Carroll, dove Alice si emancipa dai suoi genitori troppo esigenti (Il 22
novembre alle ore 16 e il 23 alle ore 11).
L’Autunno teatrale italiano nasce da una
collaborazione tra l’Ente Teatrale Italiano ETI e l’Istituto Italiano di
Cultura di Berlino in cooperazione con i teatri berlinesi. La conferenza stampa
di presentazione è prevista presso l’IIC il 22 ottobre alle ore 11. (Inform)
Hannover - Venerdì
10 Ottobre 2009 alle ore 10,00 presso il Ministero si sono incontrati
l’incaricata per l’integrazione della Regione Bassa Sassonia Honey Deihimi ed
il Presidente del Comites di Hannover
Dott. Giuseppe Scigliano.
L’incontro è stato
voluto dal Presidente Scigliano per stabilire una collaborazione riguardante il
vasto programma che il Comites di Hannover intende realizzare nei prossimi
mesi.
L’incontro è
durato circa due ore e tantissimi sono stati gli aiuti che la responsabile per
l’integrazione ha offerto al Presidente. Non per ultimo la possibilità di
mediare presso alcuni ministri regionali per la realizzazione dei due convegni
che si terranno a dicembre (uno sulla salute e l’altro per i giovani).
Molti gli spunti e
le offerte reciproche specialmente per
la campagna sulla doppia cittadinanza che il comites intende avviare nonché
sulle attività rivolte all’integrazione. Di seguito i punti trattati nonché il
programma da realizzare da parte del comites:
- convegno sulla
salute (18 dicembre palazzo dei
Congressi ad Hannover);
- una ricerca
sulla situazione degli anziani (in fase di realizzazione);
- una tavola
rotonda sulla prevenzione della criminalità
(in fase di realizzazione);
- una mostra
fotografica sugli anni cinquanta (presso il Consolato Generale);
- tre
Manifestazioni culturali per gli italiani (in fase di realizzazione);
- la seconda edizione
del premio Comites ( 4/12/09 Kulturzentrum Linden hannover);
- iniziative per
sensibilizzare alla doppia cittadinanza (in fase di realizzazione);
- iniziative
rivolte all’integrazione in loco (in fase di realizzazione);
- informazione
- 2 numeri Bollettino (in fase di realizzazione);
- ricerca per
stabilire il grado di partecipazionealla vita sociale e culturale del posto
nonché il loro grado di integrazione ((in fase di realizzazione insieme ad altri quattro comites della
Germania). Giuseppe Scigliano (de.it.press)
Amburgo. Primarie PD. Le associazioni a sostegno di Matteo Neri, candidato
all’Assemblea Nazionale
I presidenti delle
maggiori associazioni italiane di Amburgo sostengono Matteo Neri candidato
all’Assemblea nazionale del Partito Democratico nella lista Bersani. „È vero –
ha dichiarato Emanuele Padula, presidente dell’ “Associazione Basilicata e.V.“
– che queste primarie sono elezioni interne a un partito; ma, per il contesto
in cui avvengono, hanno un significato nazionale; il PD è l’unico partito
italiano a rappresentare una alternativa valida a Berlusconi, e Bersani è
l’unico leader, a mio parere, in grado di portare questo partito al governo del
paese. Matteo Neri – ha proseguito Padula – è il nostro candidato. Da vent’anni
è attivo nella collettività italiana, prima come membro Comites, poi come
presidente di Scuola Italiana e.V. e membro dell’Integrationsbeirat del Senato
di Amburgo, ora come dirigente del PD-Germania.“ Un augurio a Neri è stato
rivolto dal presidente del „Circolo Sardo Su Nuraghe e.V.“, Gianni Masia, e dal
presidente del „Club Castello ‚74 e.V.“ Pietro Trotta. Ad Amburgo si potrà
votare dalle 10.00 alle 20.00 di domenica 25 ottobre nei locali del „Club
Castello ‚74 e.V.“ e dell’“Associazione Basilicata e.V.“ Tutti i cittadini
italiani possono votare, non occorre essere iscritti al PD. De.it.press
A Berlino l'esposizione collettiva "One world", con 9 talenti
emergenti italiani
Berlino - Dal 24
Ottobre 2009 al 4 Dicembre 2009 Infantellina Contemporary, la prima e unica
galleria berlinese a presentare 100% arte italiana contemporanea, inaugura
l'esposizione collettiva "One world", con 9 talenti emergenti
italiani: Domenico Bonomi, Filippo Bruno, Giorgio Casari, Fred Cassina, Domino,
Svetlana Ostapovici, Veronica Rastelli, Carlo Stanga, Viola Kunst. Special
Guest: Justin Köbel & Roger, Willi Bambach. Il vernissage inizia alle ore
18 (nella Taubenstraße 20 – 22, tel. 030-92210407, am Gendarmenmarkt).
In occasione del
ventennale della caduta del muro di Berlino, gli artisti italiani partecipanti
esprimono, attraverso le proprie opere, la visione personale di tale evento con
considerazioni che abbracciano il prima/durante/dopo. Il tema viene esteso e
dilatato fino a divenire un incitamento all'unione ed alla pace. Chi può trarre
gioia e soddisfazione da eventi come l'erezione di un muro che porta,
inesorabilmente, ad una castrazione morale? Di contro, l'abbattimento di una
barriera, di qualcosa che, per antonomasia, è un ostacolo può portare ad
un'inebriante stato di estasi collettiva in cui ognuno, pur conservando la
propria personalità, diviene parte di un tutto ed in quanto tale prova emozioni
altrimenti difficili da raggiungere. Con tutte le dovute considerazioni
specifiche, l'unione è il piacere maggiore che un umano possa provare, un umano
che non si lasci affascinare dal potere che deriva dal disporre del dividere e
dell'unire. IC (de.it.press)
Hannover. Un progetto per l'integrazione dei giovani italiani riuscito
Hannover - Il
progetto „Squadra di strada“, avviato due anni or sono dal Comites di Hannover
in collaborazione con l’Amministrazione comunale e con la società sportiva GS
74 è diventato una realtà calcistica e
nello stesso tempo un modello di come integrare i giovani italiani nella realtà
in cui vivono. Nella squadra, oltre alla stragrande maggioranza di ragazzi
italiani, ci sono anche un Greco, un Portoghese ed alcuni tedeschi. Durante la
settimana s’ incontrano alla guida dell’allenatore Rosario Frattallone per gli
allenamenti. Hanno un campo sportivo nella zona di Limmer str., giocano nella
terza categoria ed in classifica hanno nove punti. Ogni domenica pomeriggio
alle tre, molti italiani si danno ormai appuntamento al campo sportivo e
seguono la squadra con passione. La incitano, soffrono e gioiscono con loro.
Alcune volte si sono organizzate addirittura grigliate con i tifosi della
squadra avversaria. Il Comites continua a seguire attraverso il Presidente ma
soprattutto attraverso Claudio Provenzano le attività della nuova squadra. Nei
mesi scorsi si è costituita una società sportiva regolarmente
registrata presso il notaio che porta il nome "Figli d'Italia.".
Tantissima è la
soddisfazione dei due rappresentanti del Comites che fino ad oggi non
hanno perso una partita e fanno parte della società sportiva. Hanno visto
crescere questo gruppo ed hanno affiancato il vero cuore della squadra ovvero
Rosario Frattallone. Tantissimi sono i ragazzini che ad Hannover sognano di
correre con i colori italiani. Sabato 11
ottobre nei paraggi del municipio della città sono state consegnate le nuove
magliette ai giocatori che portano con orgoglio sul petto sia il logo della
squadra che quello del Comites. Molti sono convinti che questa è la base di una
realtà che lascerà parlare positivamente della comunità italiana nel futuro. I
giocatori oltre ad essere affiatati seguono naturalmente le attività del
comites che li coinvolge soprattutto negli eventi che riguardano la loro età ed
i loro interessi.
Scherzando il
Presidente del Comites scigliano ha fatto notare che ad Hannover in
futuro non ci saranno bisogno di quote imposte dall’alto per inserire i
giovani nel comitato.Questo è il metro con cui molti politici dovrebbero
misurarsi. Chi semina raccoglie i frutti se l’intenzione di chi ha seminato è stata
quella di vivere insieme agli altri socializzando capitali e conoscenze
per il bene della collettività in cui si è scelto di vivere. Fare gruppo non è
un’ imposizione ma una scelta.
Vivere insieme
significa anche crescere insieme e dividere gioie e dolori. Nello sport questo
è il primo principio. Non si aggrega nessuno solo con la demagogia e nessuno
segue gli stregoni che per mestiere difendono le loro parrocchie.
Il prossimo
convegno regionale che il Comites di Hannover sta organizzando per i giovani
della Bassa Sassonia (si terrà giorno 19 dicembre dalle ore 14,00 alle ore
18,00 nel palazzo dei congressi di Hannover)
lo sta organizzando il giovane Claudio Provenzano appoggiandosi
naturalmente al gruppo che già è in movimento per far finire il tutto in una
grande festa. La prima festa dei giovani italiani della Regione.
Alla festa
naturalmente non mancheranno i giovani di altre nazionalità e soprattutto i
loro coetanei tedeschi. De.it.press
Le Primarie del PD all’estero. Si può votare anche online. Ecco come
La Commissione di
Ripartizione Europa ricorda che, in occasione delle primarie del Partito
Democratico che si terranno il 25 ottobre sarà possibile, per gli
italiani residenti all'estero (iscritti e non iscritti al PD), partecipare alle
primarie votando online.
1. Dove si vota?
Sul sito internet
http://votoestero.partitodemocratico.it/P0_WELCOME.aspx
2. Chi può votare?
Possono
partecipare al voto tutti i cittadini italiani registrati all'AIRE, i cittadini
italiani che il 25 ottobre 2009 si trovino lontani dal loro rispettivo luogo di
residenza - rientrano in tale categoria i militari in missione, il personale
del corpo diplomatico e consolare, gli studenti Erasmus, i ricercatori
universitari all'estero, i cittadini italiani residenti temporaneamente all'estero
- che alla data del 25 ottobre abbiano compiuto sedici anni di età e che si
registrino entro il 23 ottobre 2009.
Possono votare
anche gli iscritti ai circoli esteri del Partito Democratico.
3. Cosa serve per
votare ?
Votare online è
semplicissimo, gli unici requisiti richiesti sono un indirizzo email valido e
un cellulare in grado di eseguire telefonate internazionali.
Il cellulare verrà
utilizzato durante la fase di voto per eseguire il login al sistema attraverso
una telefonata verso un sistema di controllo che certificherà il cellulare
indicato durante la fase di registrazione. La chiamata sarà gratuita e non ti
verrà addebitato alcuno costo telefonico.
4. Quando si
vota ?
Le operazioni di
voto telematico saranno possibili dalle ore 22.00 del 24 ottobre alle ore 20.00
del 25 ottobre, ora italiana.
Le registrazioni
si chiuderanno alle ore 24.00 del 23 ottobre 2009, ora italiana.
Ciò significa che
ci sarà un certo sfalsamento negli orari di voto nei vari continenti poichè,
rispetto all'Italia, la Nuova Zelanda è avanti di nove ore mentre Los Angeles è
indietro di nove ore.
5. Come si
vota ?
Per votare è
sufficiente tornare su questo sito durante l'apertura delle cabine elettorali
online. L'accesso sarà consentito a quanti si saranno registrati e avranno
ricevuto il pincode via email. Sarà necessario ricordare: l'email con cui si è
effettuata la registrazione e il PINCODE ricevuto via email.
L'elettore dovrà
inoltre avere con se il cellulare indicato in fase di registrazione che verrà
utilizzato per effettuare una chiamata(*) per permettere al sistema di
accreditare in modo sicuro l'utente. Il cellulare dovrà essere abilitato a
effettuare chiamate internazionali (verso l'Italia). La chiamata sarà gratuita.
(de.it.press)
Raitalia vuol costruire un ideale ponte tra l’estero dei cinque continenti
e la madre Patria
Il nuovo direttore
di Raitalia Daniele Renzoni è intervenuto nel corso di Italia News, il Tg di
Raitalia, con un suo editoriale per salutare i telespettatori. Questo
l’intervento.
“Si avvia la mia
direzione di questo importante canale della Rai la cui missione è contribuire a
mantenere saldi i legami di lingua di storia di cultura e di tradizione tra
milioni di connazionali che vivono all’estero e l’Italia. E al tempo stesso
promuover l’immagine di un Paese tra gli otto più sviluppati del mondo
attraverso le sue eccellenze e i suoi primati. Assumo con orgoglio la direzione
di questo gruppo di lavoro, cosciente della responsabilità che gli è affidata e
pronto a raccogliere la sfida di confezionare ogni giorno un prodotto che
riscuota il vostro apprezzamento. Tutti insieme
prendiamo l’impegno di costruire con Raitalia un ideale ponte tra voi
che ci seguite numerosi da cinque Continenti e la madre Patria. Da parte mia
metterò in questa avventura l’esperienza di corrispondente da una capitale
europea che mi ha consentito di entrare in contatto diretto con le comunità
italiane all’estero, e conoscerne preferenze e gusti. ItaliaNews, i nostri
programmi televisivi e radiofonici, la rete internet, vi racconteranno con
passione umana e impegno civile e professionale, il Paese con cui sentite un
legame anche sentimentalmente indissolubile. Sarà una narrazione di
caratteristiche, curiosità, specificità di mancanze e di carenze che fanno
dell’Italia un Paese unico di cui chi vive all’estero deve andare fiero. Un
Paese che vuole dimostrare di non avere mai dimenticato i suoi concittadini
che, ormai un secolo fa, dovettero cercare fortuna lontano dai suoi confini. Quei cognomi oggi riempiono
gli albi professionali e si mischiano a quelli dei nuovi migranti che portano
nel mondo professionalità e progetti, eredi di una cultura millenaria. E’ di
questa importante conquista che terremo conto nella scelta della nostra linea
editoriale per soddisfare le esigenze di tutto il pubblico che segue, da
lontano, le vicende del nostro Paese. Un pubblico attento alle trasformazione
di una società in continua e progressiva crescita. All’ex direttore di Raitalia
esprimo l’augurio di buon lavoro per i nuovi incarichi cui l’azienda lo
destinerà. E prima dei saluti anche la promessa di una programmazione al passo
con l’attualità e in linea con gli appuntamenti annunciati, nel rispetto di
chiunque si sintonizzi su Raitalia”.
Tutte le
produzioni di Raitalia sono visibili anche on demand sul sito della testata
all’indirizzo www.international.rai.it.
Allo stesso indirizzo è possibile vedere gli orari di messa in onda per
i singoli canali internazionali. Raitalia, de.it.press
Una indagine del Censis: più remunerati e più stabili i lavoratori delle
imprese italiane all'estero
E il clima
aziendale migliora grazie a benefit e premi per il merito
ROMA – A parità di
qualifica, i dipendenti delle imprese italiane presenti con proprie sedi
all’estero vengono pagati di più. La retribuzione media di un dirigente che
lavora in Italia è di circa 86 mila euro lordi annui, mentre il dirigente di
un’impresa italiana all’estero ne guadagna poco meno di 140 mila. E’
quanto emerge da un’indagine su un panel di imprese realizzata dal Censis per
Eri-Gradus, con l’ausilio della rete estera degli uffici dell’Ice, in merito
alle politiche salariali e i processi di internazionalizzazione.
Differenze significative si riscontrano anche
per le altre qualifiche, ma con una forbice meno ampia: i quadri delle imprese
non internazionalizzate guadagnano 50.100 euro lordi annui, contro i 61.400 dei
direttivi che lavorano all’estero; la retribuzione media degli impiegati in
Italia risulta pari a 27.200 euro, contro i 35.100 di quelli che lavorano
all’estero; il salario degli operai in Italia è di circa 22.000 euro, ma
all’estero sale a 29.300 euro; solo per gli addetti alle vendite la paga si
aggira in entrambi i casi intorno ai 30.000 euro.
L’indagine ha anche messo in luce la
correlazione fra il livello di internazionalizzazione delle imprese e la
sicurezza occupazionale: le aziende che hanno sedi all’estero sono quelle che
adottano di meno i contratti di lavoro atipici (il 3,4% contro il 7,5% delle
imprese non internazionalizzate), privilegiando più delle altre i contratti
standard (il 96,6% contro il 92,5%).
Rispetto ai benefit, nelle imprese che hanno
sedi all’estero si registra una maggiore tutela delle condizioni di salute dei
propri dipendenti, che in misura maggiore possono contare su una copertura
assicurativa sanitaria (il 60% contro il 50,2% nelle imprese non
internazionalizzate).
Anche il clima aziendale ne risente. Il
livello di collaborazione tra dipendenti e manager viene definito «molto elevato»
dall’11,2% dei responsabili delle imprese che realizzano il fatturato
all’estero, mentre nelle altre aziende non si supera quota 5%. La forte
attenzione per le risorse umane risulta anche dal maggiore impegno delle
imprese internazionalizzate nella valorizzazione delle competenze manageriali e
nella promozione dei percorsi di carriera interna. Le imprese
internazionalizzate che considerano la retribuzione una forma di valorizzazione
del merito sono infatti più numerose (il 25,2%) di quelle che non hanno sedi
all’estero (il 23,1%).
Questi sono alcuni dei risultati di una
ricerca promossa da Eri-Gradus e realizzata dal Censis, che è stata presentata
oggi a Roma, presso la sede dell’Ice (Istituto nazionale per il Commercio
Estero), da Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, e discussa da Pier Paolo
Celeste, Direttore dell’Ufficio studi dell’Ice, e Giovanni Benigni,
Responsabile della joint venture Eri-Gradus. (Inform)
Università di Pisa. Sul web i corsi di lingua e cultura italiana per
stranieri
Gentile Direttore,
La porto a conoscenza che nel mese di novembre saranno ultimati i depliants
informativi e la pagina web inerenti i corsi di lingua e cultura italiana per
stranieri organizzati da questo Dipartimento per l'anno 2010 fin dal 1949.
Attualmente la
pagina web all'indirizzo: www.unipi.it/italianoperstranieri è aggiornata fino
al dicembre 2009.
Oltre i consueti
corsi è possibile vedere il programma riservato ai figli e discendenti dei
Toscani all'estero che rientra in un programma in collaborazione con l'ufficio
PO Toscani all'estero della Regione Toscana.
Se fosse
interessato a ricevere per posta depliants e manifesti inerenti i corsi in
questione, La prego farmi richiesta indicando l'indirizzo postale.
La porto altresì a
conoscenza che nel prossimo anno, questo Dipartimento offrirà una borsa di
studio comprendente iscrizione didattica e pernottamento a mezza pensione
per l'intera durata del corso presso un hotel di Viareggio ad ogni gruppo
composto di almenno 12 iscritti.
Nel ringraziarLa
per la Sua attenzione, colgo l'occasione di porgere distinti saluti.
rag. Luca Gamba,
coordinatore dei corsi, gamba@ling.unipi.it
(de.it.press)
Oggi alla farnesina la presentazione della IX Settimana della Lingua
Italiana nel Mondo
Roma – La nona
edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo sarà presentata alla
Farnesina oggi 15 ottobre (ore 11) dal sottosegretario Alfredo Mantica.
La Settimana, in
programma dal 19 al 25 ottobre, avrà come tema “L’italiano tra arte, scienza e
tecnologia”. L’evento si inserisce nel quadro delle celebrazioni per il “2009
Anno europeo della creatività e dell’innovazione” indetto dalla Commissione
Europea.
La nona edizione è
in concomitanza con alcuni significativi anniversari: i 400 anni dalle prime
osservazioni astronomiche di Galileo con il cannocchiale e i 100 anni dalla
nascita del Futurismo. Inoltre il 2009 è stato scelto dall’ONU quale “Anno
Internazionale dell’Astronomia”. Le manifestazioni culturali della IX Settimana
metteranno in rilievo la creatività italiana nell’arte, nella scienza e nella
tecnologia e il suo rapporto con la creatività linguistica, che nel corso della
storia ha fornito tanti contributi al patrimonio linguistico europeo e
universale: dalla musica alla lirica, dall’arte figurativa all’architettura,
dalla scienza alla tecnologia, dalla moda al design, dalla canzone allo sport,
dall’alimentazione all’arte della cucina.
Alla presentazione
alla Farnesina interverranno Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia
della Crusca; Giovanni Fabrizio Bignami, professore di Astronomia, Istituto
Universitario di Studi Superiori di Pavia e Accademico Linceo; Sveva Sagramola,
giornalista e presentatrice televisiva; Alessandro Masi, segretario generale
della Società Dante Alighieri; Maria Cecilia Mosconi, Sapienza Università di
Roma, facoltà di Architettura “Valle Giulia”; Massimo Vedovelli, rettore
dell’Università per Stranieri di Siena; Giorgio Simonetto, presidente
dell’Agenzia regionale Veneto Innovazione; Lucia Votano, fisico nucleare,
direttore dell’Istituto Nazione di Fisica Nucleare. Presenti numerosi esponenti
e rappresentanti delle Istituzioni accademiche, scientifiche, culturali,
tecnologiche e letterarie.
La Settimana della
Lingua italiana nel Mondo nasce nel 2001 da un’idea dell’Accademia della Crusca
e della Direzione Generale per la Promozione e Cooperazione Culturale e, sotto
l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, ogni anno acquisisce maggior
forza e un numero sempre più grande di adesioni da parte de di istituti di
cultura e ambasciate, che promuovono eventi. Mae/de.it.press
Il 150esimo dell’unità d’Italia tra le comunità italiane all’estero
L’on. Franco
Narducci (UNAIE) presenta una risoluzione in Commissione esteri
L’on. Franco
Narducci, presidente dell’Unaie (Unione nazionale associazioni di immigrazione
ed emigrazione), ha presentato in III Commissione, Affari esteri, in occasione
dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, una
risoluzione che impegna il governo ad agire “affinché la rete consolare e degli
istituti italiani di cultura, in collaborazione con gli organismi di
rappresentanza e dell’associazionismo italiano operanti all’estero e in Italia
a livello regionale, programmi ed effettui una serie di almeno otto eventi
celebrativi a carattere storico-culturale - specificatamente due in America
Latina, due nel Nord America, uno in Australia, uno in Africa e due in Europa –
diretti a rafforzare le radici del concetto di italianità nel mondo,
nell’ambito delle iniziative per il centocinquantesimo anniversario
dell’Unità”.
Narducci ha
ritenuto doveroso richiamare l’attenzione sul ruolo delle comunità all’estero
nel percorso di costruzione dell’unità nazionale per il “contributo che hanno
dato… in ogni parte del mondo alla costruzione, allo sviluppo economico e
all’affermazione della nostra Nazione nel mondo”. De.it.press
FAO. Il 16 ottobre la Giornata Mondiale dell’Alimentazione
Manifestazioni in
Italia organizzate dalla Farnesina nell’ambito della campagna “L’Italia con l’Onu
contro la fame del mondo”
ROMA – Il 16
ottobre è la Giornata Mondiale dell’Alimentazione indetta dalla Fao. Tema di
quest’anno “Conseguire la sicurezza alimentare in tempo di crisi”.
“In tempi in cui
la crisi economica globale domina la scena, il mondo – afferma la Fao - deve
ricordare che non tutti lavorano in uffici o fabbriche. La crisi sta insidiando
le piccole aziende agricole e le are aree rurali del mondo, dove vive e lavora
il 70 percento delle persone che soffrono la fame. Con un aumento stimato di
altri 105 milioni nel 2009, vi sono oggi ben 1,02 miliardi di persone
malnutrite al mondo. Questo significa che quasi un sesto dell'intera
popolazione mondiale soffre la fame. Servono sia investimenti pubblici che
privati: più specificamente, servono investimenti pubblici mirati, destinati a
incoraggiare e facilitare gli investimenti privati, specialmente degli stessi
agricoltori. In occasione della Settimana mondiale dell’alimentazione e
della Giornata mondiale dell’alimentazione 2009, riflettiamo su questi numeri e
sugli esseri umani che soffrono dietro tali numeri. Crisi o non crisi,
disponiamo delle competenze per fare qualcosa contro la fame. Siamo anche
perfettamente capaci di trovare il denaro per risolvere i problemi che
consideriamo importanti. Lavoriamo insieme per far sì che la fame sia
riconosciuta come un problema capitale, e per risolverlo. Il Vertice mondiale
sulla sicurezza alimentare proposto dalla Fao per novembre 2009 potrebbe essere
fondamentale per sradicare la fame nel mondo”.
Nell’ambito della
campagna "L’Italia con l’Onu contro la fame del mondo", il
Coordinamento Polo Onu-Roma del Ministero degli Affari Esteri ha organizzato,
attraverso il Comitato nazionale per le Celebrazioni ufficiali italiane per la
Giornata mondiale dell’Alimentazione, una serie di manifestazioni in
tutt’Italia prima dell’evento Fao e dopo (dal 1 ottobre al 15 dicembre).
Il tema delle
manifestazioni è: "Conseguire la sicurezza alimentare in tempo di
crisi", nella convinzione - secondo quanto afferma il Comitato nazionale -
che, per combattere la fame nel mondo, che risulta aggravata dalla contingenza
economico-finanziaria mondiale, sia indispensabile il coinvolgimento e la
cooperazione dell’intera comunità internazionale. Secondo le ultime stime Onu,
la popolazione mondiale aumenterà dagli attuali 6,8 miliardi a 9,1 miliardi nel
2050 - un terzo in più di bocche da sfamare rispetto ad oggi. Tale crescita
della popolazione avverrà quasi per intero nei Paesi in via di sviluppo. Si
prevede che la popolazione dell'Africa sub-sahariana crescerà più velocemente
(una crescita del 108%, pari a 910 milioni di persone in più), mentre in Asia
orientale e sud-orientale crescerà più lentamente (una crescita dell'11%, pari
a 228 milioni di persone in più). Nel 2050, circa il 70% della popolazione
mondiale vivrà nelle città e nelle aree urbane, rispetto all'attuale 49%.
Bisogna produrre il 70% di cibo in più per i 2,3 miliardi in più di persone che
ci saranno nel 2050, al tempo stesso combattendo i problemi della povertà e della
fame, usando in maniera più efficiente le scarse risorse naturali e adattandosi
al cambiamento climatico.
Un Forum di
Esperti di Alto Livello, a Roma il 12 e 13 ottobre, in vista del Vertice
mondiale di novembre, ha affrontato le strategie su "Come Nutrire il Mondo
nel 2050". Al Forum hanno partecipato circa 300 tra i maggiori esperti del
mondo accademico, di istituzioni non governative e del settore privato,
provenienti da Paesi in via di sviluppo e da Paesi sviluppati. Il Forum ha
preparato il terreno per il Vertice Mondiale sulla Sicurezza Alimentare, che si
terrà a Roma dal 16 al 18 novembre. http://www.esteri.it/mae/doc/20091006_GMA2009_Calendario_eventi.pdf.
Inform/de.it.press
La fame nel mondo aumenta. Colpite un miliardo di persone
Il livello più
alto dal 1970. Dati Fao-Pam: 1,02 miliardi i sottonutriti, +9% rispetto allo
scorso anno anche a causa della crisi globale
ROMA - La Fao
conferma i dati di giugno: gli affamati nel mondo sono cresciuti del 9%
nell'anno in corso, arrivando a 1,02 miliardi, il livello più alto dal 1970. Lo
afferma il rapporto pubblicato dall'agenzia delle Nazioni Unite per
l'agricoltura e l'alimentazione e dal Programma alimentare mondiale (Pam). A
causa della crisi globale molti Paesi hanno subito cali generalizzati nei
flussi finanziari e commerciali, la caduta verticale delle entrate delle
esportazioni, degli investimenti esteri, degli aiuti allo sviluppo e delle
rimesse in denaro. Ciò significa che non solo il consumo alimentare si è
ridotto, ma alcuni Paesi a basso reddito con deficit alimentare hanno dovuto
diminuire le importazioni di derrate alimentari, di medicine e attrezzature
mediche.
SOTTONUTRIZIONE -
Secondo il rapporto Fao-Pam, la sottonutrizione è una realtà estesa in Asia e
nel Pacifico dove si stima che gli affamati siano 642 milioni, ma non risparmia
neanche i Paesi sviluppati dove sono 15 milioni a soffrire la fame. Una ricerca
della Fondazione per la sussidiarietà resa nota recentemente, riporta che anche
in Italia il 5,3% delle famiglie, pari a 3,5 milioni di persone, non ha
abbastanza soldi per un’alimentazione adeguata. Gli affamati sono 265 milioni
nell'Africa sub-sahariana, in America Latina e Caraibi 53 milioni, nel Vicino
Oriente e Nord Africa 42 milioni.
TENDENZA - Nel
corso dell'ultimo decennio, spiega il rapporto Fao-Pam, il numero delle persone
sottonutrite è aumentato in modo lento ma costante. Proprio questo aumento, che
si è verificato anche nei periodi di sviluppo, mostra la debolezza del sistema
mondiale di controllo della sicurezza alimentare. «I leader mondiali hanno
reagito con determinazione alla crisi economica e finanziaria e sono stati in
grado di mobilitare miliardi di dollari in un lasso di tempo molto breve»,
afferma il direttore generale della Fao, Jacques Diouf. «La stessa azione
decisa è adesso necessaria per combattere fame e povertà». Secondo Diouf è
«essenziale investire nel settore agricolo dei Paesi in via di sviluppo, non
solo per sconfiggere fame e povertà, ma anche per assicurare una generalizzata
crescita economica, e dunque pace e stabilità nel mondo». Anche perché
attualmente è in atto il più basso livello di aiuti alimentari mai registrato,
ha dichiarato Josette Sheeran, direttrice esecutiva del Pam. «Sappiamo quello
che occorre per coprire le necessità urgenti, quello che serve sono le risorse
e l'impegno internazionale per farlo», ha concluso Sheeran. CdS 14
Medio Oriente. Non c’è pace senza l’unità dei palestinesi
DA quando non corre più il sangue nelle
strade, si parla poco di Palestina e Medio Oriente. Tutto ciò è comprensibile,
perché da un lato sono state seminate troppe speranze e illusioni di pace tra
Israele e Palestina e, dall’altro, una ripresa economica un po’ più rapida del
previsto toglie alla diffusa povertà palestinese l’aspetto drammatico di
qualche mese fa.
Questa
provvidenziale tregua è inoltre aiutata dalla speranza (che sta diventando
sempre più fievole) che il presidente Obama possa compiere il miracolo che non
è mai riuscito ai suoi predecessori, anche quelli che, come Clinton, si erano
molto prodigati per la pace in Medio Oriente. Eppure proprio adesso bisogna
parlare e riflettere molto sul Medio Oriente, perché, al di sotto di questa
calma apparente, le tensioni sono fortissime.
Anche se
l’economia ha dato qualche segno di respiro, il futuro dei giovani palestinesi,
sempre nella morsa tra emigrazione e disoccupazione, rischia di essere
egemonizzato dalla tentazione della violenza. Il muro, inoltre, rende
drammatico ogni momento della vita quotidiana e gli insediamenti ebraici
continuano ad espandersi nei territori palestinesi nonostante gli inviti di
Obama ad un cambiamento di rotta. A questo si aggiunge un inasprimento delle
tensioni politiche all’interno del mondo palestinese. Il Presidente
dell’autorità palestinese Abbas (sulla cui moderazione si erano concentrate le
speranze degli Stati Uniti e dell’Europa) appare indebolito. Viene infatti
accusato di aver accettato il rinvio della discussione nell’ambito della
Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite del così detto Rapporto
Goldstone.
Questo rapporto,
pur non nascondendo posizioni fortemente critiche nei confronti di Hamas,
attacca duramente Israele per avere messo in atto azioni sproporzionate nelle
operazioni contro i palestinesi di Gaza. E tutti i palestinesi, amici o nemici
di Abbas, volevano che questo rapporto fosse discusso immediatamente. A questo
si aggiunge un’altra critica mossa ad Abbas per aver accettato un incontro con
il premier Netanyahu dopo aver dichiarato la propria contrarietà all’incontro
stesso, data la mancanza di aperture da parte israeliana. Tutto questo accade
in un momento particolarmente delicato in cui è sul tavolo una proposta egiziana
per promuovere un accordo strategico tra le due posizioni palestinesi (Hamas e
Fatah) per arrivare a nuove elezioni da tenersi sia a Gaza che in Cisgiordania
entro la metà del prossimo anno.
Il processo di
riconciliazione tra i due gruppi politici palestinesi è già fallito in passato
(nonostante i tentativi di mediazione dell’Arabia Saudita) e ritengo che sia
difficile anche oggi soprattutto per il mutamento di forza fra i contendenti
generato dalle vicende elencate in precedenza. Eppure gli eventi degli anni
scorsi dimostrano che non si avrà mai pace in Palestina se non si arriverà
prima ad una posizione unitaria fra i palestinesi. L’ipotesi che si possa
trattare con una sola delle due parti o, ancora più, l’ipotesi che la pace
venga favorita da qualcosa simile al “divide et impera” non regge all’evidenza
di quanto è avvenuto negli ultimi anni. Al tempo stesso, infatti, la
popolazione palestinese domanda l’unità dei gruppi dirigenti per affrontare i
problemi della vita quotidiana: la salute, lo sviluppo economico, il lavoro. E
questo vale anche per Gaza, che non può essere abbandonata. La divisione tra i
palestinesi, a cui corrisponde il tentativo israeliano di accordo con una sola
parte, perpetua condizioni favorevoli al terrorismo e, come risposta, operazioni
come quella di Gaza, oggi condannate dal rapporto della Commissione dei diritti
Umani dell’Onu. D’altra parte tutti i palestinesi debbono essere coscienti e
convinti che solo nel rispetto della non-violenza è possibile costruire il
futuro del loro Stato.
Dobbiamo perciò
adoperarci perché il prossimo 25 ottobre al Cairo i palestinesi sottoscrivano
un accordo di conciliazione che possa tradursi in una posizione comune, in modo
che, ponendo fine al terrorismo e alla violenza, si possa preparare una pace da
tutti accettata. Di questo passo in avanti hanno bisogno non solo i
palestinesi, ma anche gli israeliani che hanno il diritto e il dovere di
trattare con una controparte in grado di garantire l’accettazione e il rispetto
degli accordi eventualmente raggiunti. E questo per garantire a Israele la
sicurezza nel breve e nel lungo termine. E ne ha bisogno anche il Presidente
Obama che, pur avendo mandato a Gerusalemme un inviato saggio e capace come
Mitchell, non ha ancora potuto verificare la presenza delle condizioni minime
per avviare i negoziati. Se Obama vuole mediare con successo, ha bisogno di
avere interlocutori robusti e in grado di far rispettare le decisioni dei
negoziati. Parlo naturalmente solo di Obama e degli Stati Uniti, perché
l’Europa è sempre più desiderata ma sempre più assente anche nel quadro
mediorientale, che pure è così vicino alle sue porte. Torniamo quindi a sperare
nel presidente degli Stati Uniti perché è proprio a questa speranza che è stato
conferito il premio Nobel per la pace. ROMANO PRODI IM 13
Il Nobel per l'economia sceglie la "governance"
Il premio Nobel
per l’economia è stato assegnato quest’anno a Elinor Ostrom e a Oliver
Williamson per le loro ricerche sulla «governance» delle istituzioni. E’ bene
partire proprio dal significato di questo termine inglese. Il termine è spesso
usato, anche in italiano, con riferimento al sistema di norme e strutture
organizzative di controllo di una impresa societaria. Ma più in generale la
«governance» non è altro che l’insieme dei meccanismi che governano il
funzionamento di una istituzione, come una impresa, ma anche un sistema
politico, un mercato, o semplicemente un parco pubblico.
Oliver Williamson,
negli Anni 70, ha sviluppato una teoria dell’impresa come struttura organizzativa
gerarchica atta a ovviare alla inefficienza di espliciti rapporti contrattuali
e di mercato in alcuni contesti. Qualora ad esempio i contratti di
approvvigionamento di una impresa siano resi complessi dalla necessità di
controllarne la qualità, l’impresa opterà più facilmente per una struttura
verticalmente integrata (producendo cioè al proprio interno tutti i
semilavorati necessari alla produzione finale). Questa analisi è stata in
seguito formalizzata, da Oliver Hart ad Harvard e da molti altri, e ha dato
vita a una letteratura teorica ed empirica molto attiva che spazia tra
economia, finanza, e scuole di legge (da qui prende avvio in parte la
disciplina nota come «Law and economics»).
La ricerca di
Elinor Ostrom si concentra invece sull’analisi della «governance» di un
particolare tipo di beni pubblici, quelle risorse cui vari individui hanno
accesso senza averne esclusiva proprietà. Si pensi ad esempio al caso di aree
di pesca, pascoli, foreste, fonti d’acqua. In tutti questi casi lo sfruttamento
delle risorse porta vantaggi privati agli individui (che godono del pesce
pescato o dell’acqua raccolta) ma comporta costi pubblici per tutti gli
individui che hanno accesso alle risorse (un pesce pescato dal mio vicino è un
pesce in meno per me). E’ noto da tempo che in questi contesti lo sfruttamento
non regolamentato delle risorse può essere inefficiente (ci si può ricondurre
addirittura a citazioni da Tucidide e Aristotele; ma l’analisi moderna deriva
da Pigou, economista inglese a cavallo tra l’800 e il ’900). Ed è noto dagli
Anni 60 (dai lavori di Aumann, Fudenberg, Levine, Maskin e altri) che sotto
alcune condizioni teoriche, individui razionali (ed egoisti) tendano a
costituire sistemi di «governance» delle risorse pubbliche che ne evitino
l’inefficiente eccessivo sfruttamento. Il contributo principale di Elinor
Ostrom è consistito nel raccogliere e analizzare una grande mole di dati,
casi-studio, racconti etnografici, che documentano l’esistenza di tali sistemi
di «governance». A questo proposito le sue ricerche utilizzano concetti di
economia e di scienze politiche (specialmente di teoria dei giochi) e dati da
antropologia, biologia ed ecologia, sociologia, per produrre una ricca
classificazione dei vari meccanismi di «governance» dei beni pubblici.
Se soprattutto
Oliver Williamson ha avuto un importante impatto sulla disciplina, entrambi i
premi Nobel di quest’anno ne sono chiaramente ai margini, specie da un punto di
vista metodologico. Entrambi infatti hanno privilegiato un approccio ben più
«umanistico» e istituzionale di quanto non fosse pratica consolidata nella
disciplina, anche negli Anni 70. Non è certo la prima volta che il Comitato
premia questo tipo di approccio all’economia: i lavori di Williamson e Ostrom
sono nel solco di quelli di Ronald Coase (Nobel nel 1991), di Thomas Schelling
(nel 2005), e di Douglass North (nel 1993). Ciononostante è difficile evitare
di pensare che con questo premio il Comitato abbia voluto significare una certa
sfiducia nei confronti della formalizzazione delle discipline economiche, in un
momento in cui molti osservatori hanno preso ad attaccarla. L’anno scorso su
queste colonne, in occasione del conferimento del premio a Paul Krugman,
esprimevo il timore che il Nobel per l’economia diventasse un riconoscimento politico,
come quello per la pace. Un po’ politico lo è stato anche quest’anno,
nell’avere evitato nomi più centrali nella disciplina. Ma almeno non è andato a
Obama. ALBERTO BISIN LS 13
“In politica
contano gli ideali, più che i risultati”, “Wow, speriamo che me lo merito”,
questi i primi commenti di Barack Obama riportati dalla grande stampa all'annuncio del suo premio Nobel per la
pace.
Stanca della
politica di quelli che badano al sodo, ovvero alla politica dei conti a vantaggio dei forti,
pensionata statale che paga un Irpef altissimo prelevato alla fonte, finalmente
sento un richiamo agli ideali, che ci devono pur essere al di là ed al di sopra
dell' amministrazione, ovvero dei conti del dare e dall'avere, che si
diffondono dall'alto in basso avvelenando, letteralmente, i rapporti umani fra
chi ha e chi non ha, chi ha poco e chi ha troppo.
Dunque da Barack
Obama un forte richiamo agli ideali, ben venga. Quando pronunciò il suo
discorso ufficiale per l'insediamento alla Casa Bianca parlò della speranza che
si possa aprire un pugno. È per quella speranza, da lui affermata in tutto il
mondo con straordinarie capacità di comunicatore, che è stato premiato. Per la
realizzazione di quella speranza, è troppo presto. Ma di speranza in un mondo
migliore, evidentemente, ce n'era proprio bisogno. Cerchiamo ora di capire in che cosa consiste
e da dove viene il suo sogno e la nostra speranza.
Barack Obama,
primo presidente nero degli USA, con i suoi fratelli e sorelle keniani e
birmani è l'incarnazione più riuscita del multiculturalismo che ha sostituito
negli USA l'idea di melting pot, cioè di un grande calderone che tutto assorbe
e tutto trasforma secondo i modelli socio-economici e di comportamento dei
wasps, la classe dominante dei bianchi anglosassoni protestanti a cui
appartenevano i padri fondatori della
confederazione americana. Professore di Diritto Costituzionale, proveniente
dalla Scuola di Legge di Harvard, dove è stato il primo nero a dirigere la
rivista interna della facoltà, ha
insegnato per 10 anni Diritto Costituzionale alla Scuola di Legge di Chicago.
La sua presidenza, dunque, è anche la riscossa della buona cultura sull'ossessione della paura del terrorismo,
sul rigido formalismo, sui cappelloni e
gli stivali da cowboy del Texas di G.W. Bush.
L'ispirazione
politica del nuovo premio Nobel per la pace
ha alla sua base una forte etica che considera le differenze di razza,
lingua e religione una ricchezza da
valorizzare nelle comunità piuttosto che una caratteristica da mortificare in nome di modelli ritenuti
superiori. Nel suo libro The Audacity
of Hope
Barack Obama esplicita i contenuti del suo richiamo agli ideali della
politica.
I modi di dire, le
frasi ed il lessico usati nel volume
esprimono una profonda passione per il diritto costituzionale e la
politica ad esso strettamente collegata, politica vista come la più bella ed
alta espressione possibile di uno spirito laico che si mette al servizio della
comunità, locale e globale ignorando meschinità, rivalità, litigiosità, e corsa
al rapido arricchimento personale. Esprimono i sentimenti profondi del vivere
civile, quelli della libertà di pensiero, della parità dei diritti e delle
opportunità, del superamento di tutte le discriminazioni razziali, culturali e
di genere, e racconta fatti ed esperienze vissute collegandole a concetti
astratti di diritto e politica in modo così efficace da riconciliare con l'idea di politica, non
più una cosa sporca da cui tenersi alla larga (secondo tanti miopi benpensanti),
ma il vivere civile cui partecipare secondo i propri mezzi e la propria
cultura, con il fine della solidarietà sociale e del progresso della
democrazia. Le differenze di opinione intorno ai singoli argomenti sono
concretamente espresse in fatti e
proposte politiche coerenti volte a superarle,
piuttosto che con astratte posizioni accademiche.
Per dovere di
cronaca riporto il commento dei repubblicani in circolazione sul web alla
strabiliante notizia:Amici, il premio Nobel per la pace a Barack Obama mette il
carro davanti ai buoi (puts the cart before the horse). Ricordiamo ai
democratici che slogan alla moda e stima internazionale non creano nuovi posti
di lavoro, non riducono il debito pubblico, e non mantengono il nostro paese al
sicuro in un mondo pieno di pericoli. Frasi negative, e l'ossessione della
paura e dei conti in tasca.
Emanuela Medoro,
de.it.press
Debito, ricerca e lavoro: Rompere il circolo vizioso italiano
IN UN breve lasso
di tempo si sono susseguite una serie di richieste provenienti da autorevoli
personaggi che, per essere soddisfatte, richiedono la soluzione di quella che
questo giornale ha definito la corda al collo del Paese: il deficit del
bilancio statale e il debito pubblico. Il presidente Giorgio Napolitano ha
chiesto di attenuare i disavanzi dello Stato e di investire maggiormente nella
ricerca per rilanciare lo sviluppo, oltre che per valorizzare il grande
potenziale inespresso dei giovani portandolo a beneficio del Paese. Il
presidente Carlo Azeglio Ciampi ha indicato che una seria ripresa produttiva richiede
un aumento della produttività e una riduzione dell’indebitamento pubblico. Il
presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha sollecitato una riduzione
della pressione fiscale sul mondo del lavoro.
Quasi
contemporaneamente da oltre Manica, il premier Gordon Brown ha annunciato di
voler dismettere quote significative del patrimonio pubblico per alleviare il
macigno che grava sulla finanza pubblica a seguito dei disastri causati dal
diffondersi della crisi americana. Da noi, sullo stesso tema, si fanno orecchie
da mercante, ma se si vuole dare riscontro positivo alle tre autorevoli
richieste la strada da percorrere è quella indicata da Brown e da noi
condivisa: liberarsi di una parte di rilievo del debito pubblico cedendo il
patrimonio dello Stato e inducendo Comuni e Regioni a fare lo stesso. La
riduzione conseguente degli oneri finanziari sul debito consentirebbe di
affrontare i disavanzi pubblici in eccesso, prima che l’Unione europea ce lo
imponga e prima che l’inevitabile aumento dei tassi dell’interesse (la exit
strategy di cui si parla con sempre maggiore insistenza) ne esalti la
dimensione.
L’operazione può
assumere diverse configurazioni, ma la più lineare è quella di costituire una o
più società dotate di un capitale che consenta un’emissione multipla di
obbligazioni da usare per acquisire il patrimonio pubblico. Il ricavato
verrebbe usato dallo Stato o dagli enti locali per rimborsare il loro debito in
circolazione. L’operazione avrebbe un effetto neutrale sulle disponibilità di
risparmio perché le nuove obbligazioni verrebbero sottoscritte con il rimborso
delle vecchie.
A questa proposta
viene obiettato che i valori di mercato sono attualmente depressi e, quindi,
l’operazione non sarebbe conveniente per la collettività. È strano che questa
preoccupazione non emerga quando il deficit di bilancio e l’indebitamento
pubblico raggiungono valori doppi rispetto ai parametri del 3% e del 60% del
Pil che abbiamo convenuto di rispettare firmando l’accordo di Maastricht. È
questa la convenienza alternativa? La realtà è che nel patrimonio pubblico si
annidano privilegi e abusi necessari per alimentare interessi politici di
parte. Se deve essere pagata una “tassa” per governare questa realtà, lo Stato
e gli enti locali potrebbero mantenere un quota significativa del capitale
delle nuove società versando una piccola frazione dei loro incassi, dato che le
obbligazioni sarebbero un multiplo di questo capitale. La soluzione avrebbe
comunque risvolti pericolosi, non per il successo dell’operazione, ma per la gestione
successiva del patrimonio.
L’eventuale
sottovalutazione del patrimonio pubblico, non di rado in uno stato di degrado
inaccettabile, sarebbe invece una garanzia di successo dell’importante
operazione politica, dato che garantirebbe la sua convenienza di mercato. La
messa in moto della macchina per la valorizzazione di un’ingente massa di
immobili imprimerebbe una spinta alla crescita del Pil, inducendo un gettito
fiscale che genererebbe risorse per accogliere almeno in parte le richieste
avanzate di detassare il lavoro e di aumentare la produttività, senza
riprodurre i deficit di bilancio che gravano sul nostro futuro.
Il problema resta
quindi quello di sconfiggere le rendite e riportare il Paese sul sentiero della
crescita del reddito e dell’occupazione partendo dal lato sano dell’economia:
quello del lavoro produttivo e della ricerca applicata. Chi avrà il coraggio di
rompere il circolo vizioso in cui il Paese si dibatte?
PAOLO SAVONA IM 14
I giornali e la politica fragile
Il punto è,
ministro Frattini, se davvero la cultura cospiratoria, irrisolta, opaca con cui
guardiamo alla nostra storia - che lei indica, nella sua lettera di ieri a
questo quotidiano, come la radice di un giornalismo disfattista - non sia poi
una cultura condivisa dalla nostra stessa classe dirigente. In altre parole,
potremmo leggere l’equazione che lei scrive invertendo le parti.
Potremmo
domandarci se una classe di governo che ha bisogno di incitare i propri
giornalisti ad essere «positivi» non sia essa stessa la prima ad essere
convinta di non potercela fare da sola. Cioè grazie esclusivamente alla chiara
e indiscussa forza dei fatti.
Una persona come
Lei, ministro, cui va l’apprezzamento di essere uomo profondamente
internazionale, sa bene che buona parte della polemica del governo sulle
malefatte dei giornalisti italiani vale solo se la si guarda dentro il
perimetro delle Alpi. Tutti sappiamo infatti che la tensione fra governi e
stampa esiste da sempre, a tutte le latitudini e al di qua di ogni colorazione
ideologica.
Ricorderà di
sicuro le bordate amiche (oltre che nemiche) sparate contro (e in alcuni casi
seguite da affondamento) i vari governi di sinistra degli Anni Novanta. Ben
prima del sesso orale nello Studio Ovale, Bill Clinton ha dovuto fronteggiare
le accuse dello scandalo Withewater - che approdò dalla stampa a un’inchiesta
in Congresso -, le accuse di finanziamenti illeciti, e il sospetto addirittura
che insieme ad Hillary avesse avuto parte nel suicidio\/omicidio di un loro
strettissimo amico, Vince Foster. Tony Blair ha dovuto leggere sui giornali
delle droghe dei suoi figli, delle spese irrituali della moglie, e anche lui
subire il sospetto della responsabilità nella strana morte di un professore che
avrebbe potuto denunciare le sue bugie nella scelta di andare in guerra in
Iraq.
Prodi e D’Alema
negli stessi anni sono stati attaccati, a diverso titolo, per le tangenti
Telecom, e\/o misfatti bancari. E tutti ricordano che parte di quegli attacchi
vennero sferrati loro anche da gruppi come L’Espresso-Repubblica che oggi il
premier considera suoi principali nemici.
I tanti scandali
sessuali cui abbiamo assistito negli anni, sono forse il meno - per altro,
colgo l’occasione per ricordare a tutti che la prima rete della nostra Tv di
Stato, la Rai, ha portato in Italia dagli Usa la Monica Lewinsky appositamente
per un’intervista, e che l’evento andò in fumo solo perché la stagista
all’ultimo minuto abbandonò lo studio in quanto offesa dai titoli della
trasmissione.
Gli esempi sono
tanti. E li evoco per dire non solo che Silvio Berlusconi non è in una
condizione unica, ma anche per ricordare che i governi citati - di «sinistra»
ripeto - hanno reagito in parte come il nostro premier fa oggi: dicendo che i
giornalisti sono un ostacolo al governare, che i giornalisti si sostituiscono
alla politica, anzi che spesso fanno politica, e a volte la fanno anche per
conto di altri. Basta un solo esempio, che non a caso scelgo dal mondo
anglosassone: Tony Blair, dopo anni trascorsi a sedurre la stampa, nel suo
memoriale finalmente confessa che «se solo non ci fossero stati i
giornalisti...».
Sbagliano i
politici a lamentarsi? No. Hanno ragione nel dire che se non ci fossero i
giornali molte cose andrebbero diversamente. Lo sa bene Bill Clinton che
nonostante tutto ha visto il suo ruolo storico e quello dei democratici
americani appannato dall’affaire Lewinsky. Quell’affaire ha consegnato per otto
anni l’America a una destra che ha vinto sottraendo ai liberal il concetto
stesso di etica. Se i giornali non avessero parlato allora della Lewinsky in
Usa, come oggi della D’Addario, il bilancio di quel governo e della successiva
elezione di Bush, sarebbe stato di sicuro un altro. Come vede, ministro, anche
senza citare il conflitto di interessi, il caso Italia non è un’eccezione.
Potremmo finire qui. Ma val la pena di riprendere, anche, prima di concludere,
il suo argomento più specifico. Lei dice: il giornalismo italiano è unico nel
senso che è vittima di una sindrome peggiorativa di una malattia tipicamente
italica - quella di una visione oscura, opaca, complottista e dunque di
negativa autorappresentazione, della nostra storia. Su questo mi trova
d’accordo: c’è questa sindrome, in Italia, ed è materia degna anche di grandi
rotture politiche.
Un Paese che ha
così tanti misteri, trame e scandali, un’Italia che ha più retroscena che
scene, è di sicuro un Paese che confessa di essere nelle mani di tanti. Di
mafia, potenze straniere, servizi, Opus Dei, massoneria; di tutti, e comunque,
eccetto la propria classe dirigente. Una nazione con tale storia, su questo,
ripeto, sono d’accordo con lei, non è una democrazia. E’ un Paese prigioniero.
Val la pena di combattere dunque, apertamente, il complottismo come
interpretazione storica del nostro passato. Ma, con ogni rispetto, questa
interpretazione è la stessa cui il governo fa ricorso da sempre e in queste
stesse ore, indicando nella stampa lo strumento di poteri forti, interessi
oscuri, complotti internazionali.
Con una differenza,
però. I giornalisti possono sbagliare, è parte del loro privilegio ma anche
delle responsabilità che davanti alla legge si assumono. Ma un governo che si
dichiara in battaglia contro forze oscure, confessa solo la propria fragilità.
LUCIA ANNUNZIATA LS
14
Fini: «Pm non sottoposti ad altri poteri». L’immagine dell’Italia
all’estero “dipende da tutti”
Il presidente
della Camera: un conto è la separazione delle Carriere, ma la Costituzione va
rispettata
«Un conto è la
separazione delle carriere dei magistrati, un altro è che il pm sia sottoposto
ad altri poteri se non a quello dell'ordine giudiziario»: lo dice il presidente
della Camera Gianfranco Fini, a Francoforte per inaugurare la fiera del libro,
riferendosi alle ipotesi di riforma della giustizia su cui «si valuterà strada
facendo».
«LA COSTITUZIONE
VA RISPETTATA» - Ricordando che in Parlamento sono pendenti diverse proposte di
riforma dell'ordinamento giudiziario, Fini ribadisce: «Su un tema di cui si è
discusso come l'ipotesi di carriere separate per i magistrati non ho cambiato
opinione sul fatto che la Costituzione va rispettata quando parla di
indipendenza assoluta di tutti i magistrati».
LE ALTRE RIFORME -
Quanto al resto delle Riforme, Fini ha detto di ritenere che esse possano
essere effettuate già in questa legislatura. «Sulla fine del bicameralismo
perfetto, sulla riduzione dei parlamentari e su nuove forme di equilibrio tra
potere esecutivo e legislativo - ha precisato - si possono fare riforme che siano
approvate con una larga maggioranza quale è quella prevista dall'articolo 138
della Costituzione, indispensabile per evitare l'ipotesi non automatica ma già
attivata in passato di un referendum confermativo». Fini ha ricordato che «la
Costituzione prevede esplicitamente le modalità per fare riforme che non penso
siano state inserite a caso dai padri costituenti. Le recenti esperienze
dimostrano che quando una maggioranza dà corso a riforme costituzionali
contando solo sui voti di cui essa dispone in Parlamento compie un'azione
perfettamente legittima dal punto di vista costituzionale che, tuttavia, come
in passato è accaduto determina inconvenienti politici come, ad esempio,
l'attivazione del referendum».
«UNANIME
CONVERGENZA» - «Io da sempre auspico che in questa legislatura non si perda
l'occasione per riformare le istituzioni portando a compimento un iter molto
ricco - ha aggiunto il numero uno di Montecitorio -. Ci sono le condizioni
politiche perchè ciò avvenga, sulla base di una larga o addirittura unanime
convergenza su alcune questioni. Ad esempio, sulla necessità di portare a
compimento il processo federalista in corso, indispensabile perchè abbia un
modello istituzionale che gli offra uno sbocco». «Non credo che in Parlamento -
ha detto ancora Fini - ci sia alcuna forza politica contraria o ostile a questa
riforma, e si discute anche sulla opportunità di una democrazia autenticamente
governante, con un equilibrio tra poteri e raccordo tra governo e Parlamento;
così come c'è la consapevolezza che 945 parlamentari rappresentino un numero
ampio».
L'IMMAGINE
DELL'ITALIA - Il presidente della Camera ha affrontato anche la questione
dell'immagine dell'Italia all'estero, più volte ribadita dal premier Silvio
Berlusconi che ha accusato i media stranieri di dare del nostro Paese una
descrizione distorta. «E' una cosa che dipende da tutti - ha chiosato Fini -,
non solo dai media». «E' data da tanti fattori - ha evidenziato -, certamente
anche da quello che scrivono i giornali internazionali, ma non in modo determinante.
Penso sia sufficiente questa constatazione per dire che tutti devono
impegnarsi: dalle istituzioni al mondo dell'editoria fino allo sport». CdS 14
Il commento. Il partito e gli elettori
Voglio trovare un
senso a tante cose, canta il Vasco Rossi imitato da Bersani. Ma un senso il
congresso del Pd finora non l'ha avuto. Restano due settimane per recuperarne
uno e convincere almeno due milioni d'italiani a partecipare col voto alle
primarie. Sarebbe un duro colpo a Berlusconi, che ne ha ricevuti tanti in
questi mesi, mai però dal Pd.
Con tutto quello
che succede, chi si ricordava della corsa alla segreteria del Pd? Perfino ieri,
nel giorno della convenzione, la scena è stata rubata dal Cavaliere. Le
aperture dei telegiornali fotografano una lotta impari. Da un lato, un
Berlusconi alla spallata finale, in guerra aperta con la Costituzione, la
Consulta e il Presidente della Repubblica, deciso a spianare la magistratura
indipendente e la stampa libera, magari anche estera. Dall'altra tre gentili
signori, Bersani, Franceschini, Marino, che dibattono di forme partito,
alleanze e statuti interni. Oppure di quanto sarebbe stato meglio fare una
legge sul conflitto d'interessi, dieci anni fa. O ancora se
l'anti-berlusconismo e lo spirito anti-italiano siano due cose diverse, come
ormai in molti cominciano a sospettare.
Questa è
l'immagine che il principale partito d'opposizione ha dato al Paese, non da
oggi. Una totale incapacità di cogliere la crisi nazionale e internazionale del
berlusconismo. Restano due settimane, da qui alle primarie, per ripartire
all'attacco. È quanto chiedono gli elettori. Ed era quanto chiedeva ieri
l'assemblea democratica alle porte di Roma. Fra i candidati, l'unico a capirlo
è stato Dario Franceschini. L'unico che ha scaldato la platea.
Il compito del
segretario uscente era più facile. Pierluigi Bersani ha già vinto la corsa, con
ampio margine di voti fra gli iscritti, ed è favorito nei sondaggi. Il suo
discorso è stato cauto, solido, di buon senso, appunto bersaniano. Il punto di
forza sono le alleanze, la riapertura del "cantiere dell'Ulivo". Qui
Bersani è assai più convincente di Franceschini. La vocazione maggioritaria del
Pd, col 26 per cento dei voti, è andata a farsi benedire. La storia di quindici
anni insegna che, alla fine, il centrosinistra ha vinto nelle due uniche
occasioni in cui s'è presentato unito e perso sempre quand'era diviso. Per il
resto, il vincitore designato non ha saputo trovare un argomento o un tono
adatti a scatenare la sua assemblea, che non aspettava altro.
Il "comizio
domenicale" di Franceschini, come l'hanno definito con disprezzo i
dalemiani, è stato quindi una liberazione. Lo sconfitto designato ha potuto
giocarsi le carte proibite all'avversario. L'appello al popolo delle primarie,
perché rovesci il risultato degli iscritti. Il rinnovamento del partito e il
cielo sa quanto ce ne sarebbe bisogno in un partito dove le facce sono le
stesse da vent'anni. Infine, ma certo non ultimo, l'anti-berlusconismo. Per
meglio dire, quello che perfino nel Pd si accetta di definire
anti-berlusconismo e che consisterebbe in realtà nel fare il proprio mestiere
di opposizione con più coraggio e grinta. Franceschini, rispetto a Bersani e
anche a un Ignazio Marino in versione moderata, ha fatto nomi e cognomi. Soprattutto
uno, Massimo D'Alema, il grande elettore di Bersani. Trattato come il vero
vincitore del congresso e il vero padrone di casa. Non del tutto a torto,
com'era dimostrato simbolicamente dall'assenza alla convenzione dei tre rivali
storici di D'Alema: Romano Prodi, Walter Veltroni, Francesco Rutelli.
Con questi
argomenti Franceschini spera di rovesciare in due settimane il responso degli
iscritti. Impresa difficile, ma non impossibile. I venti punti di distacco in
percentuale della sua mozione, in termini reali, si riducono a 84 mila voti di
distacco da Bersani. Ma nella campagna elettorale "sul territorio",
secondo la formula un po' bolsa, insomma in giro per l'Italia, Bersani sarà
assai più efficace di quanto sia parso davanti all'assemblea democratica.
Chiunque vinca, ha davanti un compito difficile. All'interno di un partito da
ripulire a fondo. Un partito dove oggi la Calabria ha più iscritti della
Lombardia, Napoli e provincia contano il doppio dell'intero Nord-Est. Ma ancor
di più all'esterno, nella tanto evocata Italia reale, dove la voce del maggior
partito dell'opposizione suona flebile e confusa, sovrastata dal clamore
berlusconiano e non solo. CURZIO MALTESE LR 12
Il vicolo cieco dell'antagonismo
Avendo da sempre a
cuore una cultura di terzietà, da sempre ho rischiato di essere marginalizzato
e svillaneggiato da chi con ardore esercita la prassi dell’antagonismo. «Tu non
c’entri, lascia che ci regoliamo i conti fra noi», questa frase richiama
ricordi adolescenziali e giovanili, di quando l’intenzione di fare il paciere
finiva male, talvolta anche con qualche escoriazione; ma continuo a ritenere
l’antagonismo non solo emotivamente spiacevole, ma anche infecondo e inutile.
Gli antagonisti
sono una forza della natura: sono pervicacemente convinti di avere ragione,
esprimono un’intenzionalità fuori misura, chiamano allo schieramento senza se e
senza ma, coltivano il gusto dell’inimicizia, qualche volta aspirano alla
distruzione dell’odiato nemico. Si montano psicologicamente e producono
spettacolo per tutti, e sottilmente diventano anche gli spettatori di se
stessi. E avviene che spesso la lotta all’alter ego produca il declino non solo
dell’alter ma anche dell’ego.
E’ difficile
comunque resistere alla tentazione antagonista, anche quando si rischia di
scivolare nel fondamentalismo del primato religioso o nel feticismo del primato
della scienza; figurarsi se si tratta della lotta politica, terreno altamente
favorevole allo scontro, anche dopo la morte dichiarata delle contrapposizioni
ideologiche del Novecento; e terreno in cui l'antagonismo ha portato frutti
perfidi e regressivi.
Non basta però di
fronte al calor bianco di queste settimane, con tutti contro tutti, nella
contrapposizione di due eserciti, uno contro e l’altro a favore di Berlusconi,
fare richiami morali al dialogo, al rispetto dell’avversario; l’aria che tira è
tale che, se ci fosse un arbitro a decretare un break , i duellanti ne
approfitterebbero per piazzare un colpo sotto la cintura. Il problema va posto
più utilmente nei suoi termini culturali, nell’incapacità dell’antagonismo a
«scavare al di sotto dell’antitesi », che è l’unico modo per rispettare la
dinamica del reale. Le cose hanno sempre un andamento (una verità, si potrebbe
dire) «trasversale» e non vanno quindi viste e trattate in una logica di
causalità longitudinale, dove sarebbero condannate a cozzare l’una con l’altra.
La vita è
correlazione, è «chiasma», come dicono i fenomenologi per segnalare che fra gli
opposti (il bene e il male, lo spirito e il corpo, lo sviluppo e la crisi,
ecc.) c’è reciprocità e non vittoria assoluta di uno di essi. La vittoria
assoluta di una sola componente della vita (è ciò che i militanti
dell’antagonismo ardentemente desiderano) oscurerebbe l’orizzonte, solo un
pluralismo dei punti di vista permette di crescere collettivamente e di far
maturare un’articolata appartenenza al medesimo mondo.
Certo è difficile,
nell’attuale contrapporsi di accesi antagonisti, richiamare questa culturale
esigenza di capire le correlazioni fra gli opposti e lavorarci in termini
trasversali, di interpretazione, di connessione, di mediazione (sottraiamo
questa parola alla damnatio memoriae di pavida furbizia democristiana). Fare
oggi politica utile a tutti è mestiere da tessitore, di chi lavora sul rovescio
della stoffa, tirandone via via i fili e capendone via via il senso. Ed è un
mestiere di silenzi, non di proclami guerreschi. Non è quindi bene perdersi in
richiami morali, basta un più sommesso richiamo a pensare; e a pensare in modo
corretto, questa è la vera tregua. Capire cioè quale sia la trama di lungo
periodo della nostra evoluzione sociopolitica e quanto tempo e silenzio siano
necessari, senza troppi alterchi di scena.
Giuseppe De Rita
CdS 13
"IL peggio
deve ancora accadere". L'aveva scritto il direttore di questo giornale,
solo cinque giorni fa. Mai profezia è stata più centrata. Il peggio sta
accadendo. Il presidente del Consiglio chiama alla "ribellione" le
forze produttive contro "un giornale che getta discredito non solo su di
me, ma sui nostri prodotti, sulle nostre imprese, sul made in Italy".
Anche se stavolta Berlusconi non lo cita per nome, quel giornale è naturalmente
Repubblica. Un capo di governo che invita gli imprenditori a
"ribellarsi" contro un quotidiano, "colpevole" solo di
rivolgergli dieci domande alle quali non è in grado di rispondere, non si era
ancora visto in nessun Paese dell'Occidente.
È una deriva
populista, e peggiorista, che non ha più limiti. Ma benché aberrante, c'è
coerenza in questo delirio. Prima arringa gli industriali: rifiutate la
pubblicità a questo giornale. Poi accusa il Corsera: sarebbe addirittura
"anti-berlusconiano". Ora attacca di nuovo Repubblica: è
"anti-italiana". Viene fuori, incontenibile, la natura illiberale e
anti-istituzionale del Cavaliere. Non tollera le critiche della stampa, non
accetta le regole della Costituzione. Da uomo politico nega lo Stato, da
imprenditore nega il mercato.
L'"editto di
Monza" lo conclude con una battuta che tradisce la dimensione tecnicamente
totalitaria del suo "premierato di comando": "Alla democrazia
ghe pensi mi". Lo dice. Lo pensa. Ecco perché siamo preoccupati per il
futuro di questo Paese. MASSIMO GIANNINI
LR 13
Napolitano risponde a Berlusconi: «Da anni non sono più un uomo di parte»
«Già da ministro
dell'Interno ero un uomo delle istituzioni»
- Sull'immigrazione «rispettare sempre il diritto d'asilo»
ROMA - Il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano risponde, anche se indirettamente a Silvio Berlusconi che nei giorni
scorsi lo aveva definito uomo della sinistra e quindi non super partes.
«Uomo delle
istituzioni da quando divenni ministro dell'Interno». Da ministro dell'Interno
«ero determinato a svolgerlo come uomo ormai delle istituzioni e non di una
parte politica» ha detto Napolitano alla conferenza dei prefetti. «In quella
veste - ha detto - ebbi ben presto chiaro che occorreva sgomberare il terreno
dalla anacronistica suggestione dell'abolizione dei prefetti per impegnarsi
invece a ridisegnarne le funzioni a sostegno della trasformazione dello Stato
ormai avviata» in senso federalista e comunque con la ferma intenzione di
restare uno Stato nazionale unitario.
«Per il
federalismo servono modifiche alla Costituzione». Per realizzare il federalismo
in Italia occorrono alcune «incisive modifiche costituzionali, specie per dare
coerenza, anche sul piano della fisionomia e del funzionamento del Palamento
nazionale, alla svolta che è stata avviata in senso autonomistico e
federalista», ha detto Napolitano. Un implicito riferimento al tema della così
detta Camera delle Regioni. Napolitano ha ricordato che l'Italia unita nacque
come stato centralizzato, ed il fascismo realizzò «la massima centralizzazione
autoritaria dello Stato» e che la Costituzione del 1948 invece «aprì ad un
riconoscimento nuovo delle autonomie locali e regionali» e ha un «cammino lento
e contraddittorio che avrebbe conosciuto una decisa accelerazione ed un balzo
in avanti a partire dai primi anni '90 quando prese a svilupparsi un movimento
politico e di opinione federalista». Un implicito ma chiarissimo riferimento al
ruolo catalizzatore svolto dalla Lega Nord di Umberto Bossi. In quegli anni, ha
aggiunto il capo dello Stato, in Parlamento fu approvata «una riforma
significativa come l'elezione diretta del sindaco, una riforma non solo
elettorale ma istituzionale che segnò l'affrancamento dell'ente locale dalla
tutela dello stato centrale fino ad allora affidata al controllo prefettizio».
Così, ha concluso, si aprì la strada a riforme elettorali analoghe per Province
e Regioni e «soprattutto» per la riforma del Titolo V della Costituzione e a un
peso crescente della Conferenza Stato-Regini».
Napolitano ha
auspicato che i «contrasti politici» sui problemi delicati della sicurezza «non
impediscano uno sforzo di discussione oggettiva e di serena, concreta ricerca
delle risposte da dare».
Sul tema della
lotta all'immigrazione clandestina il presidente ha detto che deve svolgersi
«nel rispetto, sempre, dei diritti umani ed in particolare del diritto
all'asilo e per favorire nel modo più conseguente l'integrazione degli
immigrati regolari». Questo tema, come altri «delicati e controversi» della
sicurezza pubblica, ha aggiunto, richiedono «condivisione e continuità» e
quindi «un clima costruttivo di dibattito e di ricerca».
Sulla sicurezza
Napolitano ha detto che spetta solo alle forze di polizia la salvaguardia
attiva dei cittadini.
«Prefetto garante
delle autonomie». La figura del prefetto deve essere definita in modo che sia
«non più il controllore e tutore dall'alto delle istituzioni locali e
regionali, ma il garante delle autonomie e di una reale cooperazione tra di
esse (regioni, province, comuni) e tra esse e lo Stato centrale».
Di Pietro: sul
Lodo Napolitano ingannato. «Siamo amareggiati che il presidente Napolitano
abbia firmato il lodo Alfano e lo scudo fiscale, ma è stato tratto in inganno,
e dunque è stato vittima della buona volontà» ha detto il leader di Idv Antonio
Di Pietro, aggiungendo: «noi gli avevamo detto di non fidarsi di Berlusconi».
«Il presidente Napolitano - spiega - ha cercato di confrontarsi, come è prassi,
correttamente con un altro esponente delle Istituzioni che invece per tutta
risposta lo sta prendendo a schiaffi. Speriamo che abbia capito che dal'altra
parte non c'è uno normale ma uno che lo frega, e che non ci si deve dialogare».
Udc. «Il
presidente Napolitano ha ragione: le riforme costituzionali non sono un tabù.
Una cosa però deve essere chiara: l'Italia è un grande Paese europeo che non
può scivolare nel populismo sudamericano». Lo afferma, il segretario dell'Udc
Lorenzo Cesa. IM 13
Post: "Berlusconi, una caricatura". La stampa estera si prepara alla
"task force"
Lunga analisi del
quotidiano di Washington: "Ma perché gli italiani continuano a
votarlo?" L'annuncio della campagna per "le buone notizie
italiane" su molti giornali europei - dal nostro corrispondente ENRICO
FRANCESCHINI
LONDRA - Dopo la
copertina che gli ha dedicato ieri Newsweek, uno dei due maggiori settimanali
politici americani, con l'esplicito titolo di "Dump Berlusconi"
(Scaricate Berlusconi), stamani anche il Washington Post, il quotidiano che
indagò sullo scandalo Watergate e portò il presidente Nixon alle dimissioni,
concentra l'attenzione sul primo ministro italiano, con un lungo articolo di
Anne Applebaum, columnist di affari internazionali. Silvio Berlusconi, scrive
la commentatrice, "è stato accusato di evasione fiscale, corruzione e
soppressione della stampa, sua moglie lo ha lasciato sostenendo che va con
prostitute e fa orge nella sua villa in Sardegna, lui racconta barzellette
imbarazzanti (e continua a ripeterle - come quella sulla 'abbronzatura' di
Obama), è in guerra con la magistratura italiana, con quasi tutti i giornalisti
che non lavorano per lui e con la Chiesa cattolica, e in più ora la Corte
Costituzionale gli ha tolto l'immunità per cui possiamo aspettarci una nuova
serie di processi e scandali che lo riguardano. Eppure l'aspetto più
interessante del primo ministro italiano è questo: gli italiani continuano a
votarlo. Perché?"
Sembrano esserci
varie risposte, osserva la giornalista del Post. Una è che, dopo che
Tangentopoli spazzò via una generazione di leader politici, "Berlusconi
riempì il vuoto che si era creato". Col senno di poi, si capisce che lo
fece anche per "mettere fine alla purga giudiziaria", avendo lui
stesso fatto carriera con il vecchio sistema. "Ma in un paese che cambiava
un governo all'anno lui era un personaggio familiare, in grado di rappresentare
un tipo di stabilità, e di fronte a un centro-sinistra disorganizzato e un
centro-destra paralizzato, un sacco di gente ha preferito il diavolo che
conoscono" al rischio dell'ignoto.
Un'altra ragione
del motivo per cui gli italiani continuano a votarlo, afferma la Applebaum, è
che Berlusconi "ha uno strumento che altri non hanno: la
televisione", i tre canali di sua proprietà e quelli di stato che
controlla politicamente come capo del governo. "Ci sono giornali, riviste
e programmi televisivi che lo criticano", scrive la columnist del
quotidiano americano, "ma non raggiungono lo stesso numero di persone (dei
canali tivù). Come il suo amico Putin in Russia, Berlusconi non cerca di influenzare
tutti i media, ma solo quelli che raggiungono la maggior parte della gente. Ciò
può non determinare il risultato delle elezioni, ma di sicuro aiuta, e ha anche
fatto dell'Italia il paese con il più ampio movimento che si batte per la
libertà di stampa, al di fuori dell'ex-Unione Sovietica".
Ma nemmeno il
dominio sulla tivù basta a spiegare il fenomeno Berlusconi, conclude il
Washington Post. C'è pure qualcos'altro, e questo qualcos'altro è che
Berlusconi si offre come "specchio degli italiani": di coloro che
sono o aspirano ad essere "nuovi ricchi e senza timore di mostrarsi
tali", che amano le donne e il calcio ("lui è proprietario del
Milan"), fedeli agli amici "al punto di proteggerli dalla legge"
e che sanno come divertirsi alle feste. "Una versione caricaturale della
vita italiana ideale", scrive la Applebaum. "Con Berlusconi come
premier, inoltre, non hai bisogno di prenderti troppo sul serio. Non devi
preoccuparti di conoscere la geopolitica o le condizioni del pianeta o la
povertà o gli stati fallimentari. Puoi startene a casa, restare poco serio e
discutere degli ultimi scandali. Anche questo fa parte del fascino del primo
ministro".
Vari giornali
stranieri riportano, a proposito di influenza sui media, l'ultima iniziativa
annunciata da Berlusconi: "Una task force di propaganda per far cambiare
idea alla stampa straniera", colpevole di criticare il premier e l'Italia,
secondo quanto lui stesso ha detto l'altro giorno. Il Guardian e l'Independent
a Londra, il Telegraph a Belfast, La Vanguardia in Spagna, tutti riportano la
campagna annunciata in tal senso dal governo per "bombardare le
redazioni" dei giornali stranieri "con notizie positive
sull'Italia".
Un altro
quotidiano spagnolo, El Mundo, riporta poi il progetto per rispondere
all'abolizione dell'immunità sancita dalla Corte Costituzionale:
"Berlusconi non si rassegna a essere processato", titola il giornale,
"il primo ministro italiano mette al lavoro la sua squadra di avvocati per
far passare nuove riforme legislative che impediscano che il Cavaliere sia
processato". LR 13
"Mai stipulati patti sul Lodo Alfano". Il Quirinale stoppa le
polemiche
Nel bocciare la
legge la Consulta si sarebbe ispirata alla sentenza sul caso di Cesare Previti
del 2005
ROMA - Continua a
far discutere la sentenza della Consulta sul Lodo Alfano. Dopo le tensioni con
il premier, il Quirinale mette un punto fermo: non sono mai stati «stipulati
patti» su leggi la cui iniziativa, com’è noto, spetta al Governo, e tantomeno
sul superamento del vaglio di costituzionalità affidato alla Consulta.
La nota diramata
dalla Presidenza della Repubblica è netta: «Una volta rilevata, da parte del
Presidente della Repubblica, la palese incostituzionalità dell’emendamento
"blocca processi" inserito in Senato nella legge di conversione del
decreto 23 maggio 2008 - si legge nella nota -, il Consiglio dei Ministri
ritenne di adottare il disegno di legge Alfano in materia di sospensione del
processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato. Il Presidente
della Repubblica ne autorizzò la presentazione al Parlamento, e successivamente
- dopo l’approvazione da parte delle Camere - promulgò la legge».
«Tale
promulgazione, comunque motivata - prosegue la nota del Quirinale -, non poteva
in nessun modo costituire "garanzia" di giudizio favorevole della
Corte in caso di ricorso. Il rispetto dell’indipendenza della Corte
Costituzionale e dei suoi giudici - doveroso per tutti - ha rappresentato una
costante linea di condotta per qualsiasi Presidente della Repubblica». «La
collaborazione tra gli uffici della Presidenza e dei Ministeri competenti -
conclude la nota del Quirinale - è parte di una prassi da lungo tempo
consolidata di semplice consultazione e leale cooperazione, che lascia intatta
la netta distinzione dei ruoli e delle responsabilità».
Intanto, da
ambienti vicini alla Consulta, trapela che la Corte Costituzionale, nel
bocciare il lodo Alfano per violazione del principio di eguaglianza dei
cittadini, avrebbe individuato nella propria sentenza n. 451 del 2005 sul «caso
Previti» una strada per stabilire un equilibrio tra le esigenze pubbliche da
parte delle alte cariche dello Stato e quelle di un corretto svolgimento di un
eventuale processo penale a loro carico. In quella sentenza, la Corte
Costituzionale scrisse che, nel caso un imputato sia anche componente di un
ramo del parlamento, il giudice ha «l’onere di programmare il calendario delle
udienze in modo da evitare coincidenze con i giorni di riunione degli organi
parlamentari». Muovendo dalla sentenza di quattro anni fa il conflitto tra
esigenze processuali ed extraprocessuali nel caso di alte cariche dello Stato
potrebbe essere risolto senza violare il principio di uguaglianza: i processi a
Berlusconi, ad esempio, andrebbero avanti, ma i giudici avrebbero l’obbligo di
fissare, d’intesa con il premier, un calendario delle udienze che tenga conto
degli impegni istituzionali del presidente del consiglio, in modo da evitare
coincidente e non compromettere il diritto di difesa. LS 12
Se il Cavaliere vuole farsi Stato
Non si riesce a
tenere il conto delle menzogne e dei ricatti che l'Egoarca riesce a distillare
nei suoi flussi verbali, ormai oltre ogni controllo di ragionevolezza, del
tutto catturati dal suo disturbo narcisistico. Stiamo ai fatti. Il lucidissimo
furore di Berlusconi si accende per i pasticci che si combina da solo, con la
sua compulsività.
Frequenta
minorenni; riempie palazzi e ville di prostitute arruolate da un ruffiano;
trascura gli affari di Stato per allegre scorribande amorose. Contestato dalla
moglie in pubblico, se ne va nel luogo pubblico per eccellenza - la televisione
- per recuperare (sa di doverlo fare) un'apprezzabile accountability. Sbaglia
la mossa. Esige che le sue favole diventino scritture sacre. Se non accade - e
non accade - s'infuria.
Ingaggia maschere
con mazza ferrata che, dai giornali e tv che controlla, fanno per lui il lavoro
più sporco, "assassinando" la personalità di chi gli appare, anche da
lontano, "un nemico". Scatena gagliofferie, aggressioni, conflitti
che (lungo l'elenco) investono, nel tempo, la moglie; impauriti testimoni delle
sue imbarazzanti avventure; la Repubblica; il suo editore; il suo direttore;
l'Unità; addirittura il salmodiante Corriere della sera; la stampa
internazionale tutta; il servizio pubblico televisivo che non è al suo
servizio; un pugno di comici, il cinema nazionale; l'Avvenire; la Conferenza
episcopale italiana; il presidente della Camera; il presidente della
Repubblica; la Corte Costituzionale; la magistratura tutta; un'opposizione che,
peraltro, è oggi una bottega chiusa per inventario.
L'Egoarca mostra,
dietro il sorrisone, come il suo potere sia pura, nuda violenza. Non guadagna
un punto. Ne ricava soltanto il discredito internazionale, un distruttivo
"sputtanamento" che si completa, nelle opinioni pubbliche e nelle
cancellerie d'Occidente, quando, con posa da bauscia al bar nell'ora del
"camparino", si vanta di aver convinto George W. Bush a mettere sul
tavolo 700 miliardi di dollari per far fronte alla crisi finanziaria; di aver
detto a quei due, Barack Obama e Vladimir Putin, di far la pace altrimenti non
li avrebbe invitati al G8 di cui deve essere il proprietario; di "aver
mandato Sarkozy" all'Est dopo avergli spiegato quel che avrebbe dovuto
dire per risolvere la crisi georgiana; di essere messaggero presso il Papa, in
un incontro della durata di minuti 3, dei "saluti di Obama", come se
il presidente degli Stati Uniti d'America avesse bisogno dell'Egoarca per
discutere con Joseph Ratzinger. Un premier così garrulo e vanìloquo, che crede
di potersi muovere sulla scena pubblica come tra le plaudenti prostitute
ingaggiate per il salotto di Palazzo Grazioli, non ha bisogno di essere
screditato. Si scredita da solo con le sue mani e, con le sue parole e
condotte, disonora e danneggia l'intero Paese. Oggi se c'è in giro un
antagonista della rispettabilità dell'Italia nel mondo è Silvio Berlusconi. Lo
sappiamo noi, lo sanno i caudatari e le congreghe che lo sostengono, lo sa
chiunque guardi ai nostri affari da oltre confine.
L'Egoarca non se
ne cura. Il suo Io ipertrofico non ammette interlocutori, consigli, regole,
critiche, misura istituzionale, saggezza politica. Ubriaco dei sondaggi che gli
servono (ma sono sinceri?), è incapace di guardare in faccia la realtà che si è
cucinato da solo e che ogni giorno irresponsabilmente riscalda. Sarebbe un
errore tuttavia credere che i suoi coups de théatres siano dominati
dall'istinto. Bisogna sempre guardare che cosa bolle nella pentola
dell'Egoarca. L'uomo è lucidissimo. Nella brodaglia che ha scodellato a
Benevento si coglie un cambio di strategia, un ritorno all'antico. Come se
quindici anni non fossero passati, Berlusconi evoca i fantasmi mentali di
allora, ricostruisce lo stesso contesto di grande forza evocativa che gli portò
fortuna a partire dal 1993. Suona così. Un manipolo di toghe "di
sinistra" mi minaccia come già accadde nel 1994 quando azzopparono il mio
primo governo con un avviso di garanzia. Con la complicità della magistratura,
"la sinistra" vuole espropriare il popolo del suo voto. Per farlo,
con la correità di un presidente della Repubblica "di sinistra", la
Corte costituzionale "di sinistra" ha dovuto contraddirsi mentre un
giudice "di sinistra" aggredisce le mie aziende.
Non c'è una parola
di quel che dice l'Egoarca che corrisponda ai fatti. Nel 1993 la corruzione
inghiotte ogni anno 10mila miliardi di lire mentre l'indebitamento pubblico -
cresciuto del 92 per cento negli anni dei governi dell'"amico Craxi"
- oscilla tra i 150 e 250 mila miliardi, più 15/25 mila miliardi di interessi
annui. La Prima Repubblica crolla non per la pressione della magistratura (una
favola), ma per la disperazione di chi non può più pagare il prezzo della
corruzione alla politica e denuncia i corrotti. Berlusconi, prossimo al fallimento,
è creatura di quel sistema politico. Gli ha assicurato ogni privilegio. Quaglia
pronta al salto, si apposta però sotto le insegne dell'antipolitica e vince.
Entusiasta di quelle toghe che gli hanno aperto la strada al potere, offre a
due di loro (Davigo e Di Pietro) la poltrona di ministro (rifiutano). Cade
quando Bossi non ne può più dei maneggi corruttivi dell'alleato che gli stanno
mangiando la Lega e decide di voltargli le spalle il 6 novembre del 1994, due
settimane prima che Berlusconi riceva l'avviso di garanzia che ancora oggi lo
fa tanto strepitare.
Come accade per la
disonorevole vita privata che conduce, l'inesauribile ripetizione di concetti
inconsistenti ci mostra come la menzogna abbia un primato nella "politica
narrativa" di Berlusconi. Sia il nucleo più autentico del suo sistema
politico. Abbia una funzione essenziale perché abitua alla confusione e infine
all'indifferenza, a un presente smemorato, a una grottesca distanza tra quel
che si dice e quel che è accaduto davvero. È in questo varco che il Berlusconi
"sputtanato" intende muoversi (e si muoverà) con un nuovo obiettivo.
Lo sollecitano due eventi, nulla che abbia a che fare con l'interesse
nazionale. Il primo, con tutta evidenza. È una controversia tra due società
private, la Fininvest di Berlusconi, la Cir di De Benedetti (è l'editore di
questo giornale). Anche il secondo evento, a pensarci, non è di interesse
pubblico. Non si discute - come pure sarebbe legittimo - la reintroduzione
nella Carta costituzionale dell'immunità per i rappresentanti del popolo,
cancellata dopo 45 anni nel 1993. Si discute dell'impunità di Berlusconi. Di
uno solo perché tra le quattro alte cariche che ne hanno diritto con la
"legge Alfano" soltanto Berlusconi ha gravi rogne giudiziarie per
comportamenti tenuti - peraltro - quando ancora non era né un leader né il
premier. Quindi, sono due fatti privati di un uomo diventato con gli anni capo
di governo, sostenuto da una granitica maggioranza cui il Paese chiede di
governare, a scatenare una paralizzante "guerra di religione" che
travolge ogni cosa e destino, uomini e istituzioni, riattivando una falsa
"narrazione" cara all'Egoarca e ai suoi corifei.
Se la
"narrazione" sa di muffa, l'obiettivo è novissimo. Se nel 1994 gli
venne buona per governare, oggi è utile per un'altra manovra che si scorge
ormai a occhio nudo. Che cosa sono le aggressioni al capo dello Stato? Perché
la denigrazione della Corte costituzionale? Perché l'annuncio di una
vendicativa riforma della giustizia? Come giustificare la segreta e abusiva
raccolta di informazioni (è accaduto negli archivi del Csm) che, opportunamente
manipolate, serviranno per bastonare il giudice che gli ha dato torto? Come
sempre per difendere se stesso e i suoi privatissimi interessi, l'Egoarca non
si accontenta più di fare le leggi che altri, da lui separati, vaglieranno e
applicheranno. Egli vuole liberarsi di ogni potere di controllo.
Non si accontenta,
con 344 seggi alla Camera e 174 al Senato, di poter fare le leggi. Esige anche
il monopolio di farle valere. Screditandoli perché "di parte",
reclama anche il possesso diretto e legale degli strumenti di potere statali.
Ha soltanto una maggioranza, ma manco fosse un premio politico, un plusvalore
politico che gli è dovuto, pretende di essere lo Stato. Dice: il popolo lo
vuole. Dimentica che, dei 36 milioni di italiani che hanno votato il 13 e 14
aprile 2008, 17 milioni sono con lui e 19 milioni gli hanno voltato le spalle,
se non si vuol contare quei due italiani su dieci che, astenendosi, si sono
chiamati fuori dalla contesa. All'Egoarca va ricordato che non è l'Italia, è
solo il provvisorio capo di un governo. Purtroppo, come dargli torto, molto
"sputtanato". GIUSEPPE
D'AVANZO LR 12
La verità che nessuno vuole sentire
L’attenzione del
mondo politico e dell’opinione pubblica risulta così terribilmente schiacciata
sul presente, così interessata alle minuzie della polemica spicciola da
respingere o mal tollerare prospettive più ampie. E così un’osservazione
pressoché ovvia dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nel corso
della sua lezione tenuta ieri al Cerp-Collegio Carlo Alberto ha scatenato un
putiferio.
Parlando sui
«motivi dell’assicurazione sociale», il Governatore ha osservato che, con
l’aumento della durata della vita, le pensioni erogate dal sistema pubblico -
ossia principalmente dall’Inps e dall’Inpdap - saranno più basse rispetto ai
salari, di quelle erogate finora.
Come previsto
dalla riforma, si tratta di pensioni eque da un punto di vista attuariale,
ossia corrispondenti all’ammontare complessivo dei contributi versato da
ciascun lavoratore commisurate alla durata attesa della vita al momento del
pensionamento. La loro diminuita consistenza in rapporto al salario dovrebbe
essere evidente perché, se si vive più a lungo, i versamenti effettuati durante
tutto l’arco di una vita di lavoro di durata invariata devono essere spalmati
su un numero maggiore di anni di pensionamento; come dovrebbe essere evidente,
anche se è scomodo ricordarlo, che le categorie anziane, in pensione con l’attuale
sistema di transizione, ricevono una parte di pensione in più di quella a cui
avrebbero «diritto» sulla base dei versamenti effettuati e della loro
probabilità di sopravvivenza.
Draghi ha poi
tratto la naturale conclusione di questa premessa che gli italiani
preferirebbero non sentire mai e che per i politici è come un brutto sogno che
preferiscono rimuovere subito: «Per assicurare prestazioni di importo adeguato
a un numero crescente di pensionati è quindi indispensabile un aumento
significativo dell’età media effettiva di pensionamento». Il ragionamento non
fa una grinza e con la matematica è bene non scherzare. Del resto,
l’allungamento della vita lavorativa è una tendenza non solo italiana ma comune
a tutti i Paesi avanzati le cui popolazioni sono in fase di invecchiamento; la
Gran Bretagna porterà l’età di pensionamento a 66 anni entro il 2020 e
addirittura a 69 anni entro i tre decenni successivi; la Germania ha già deciso
il pensionamento a 66 anni; la Francia si sta muovendo nella stessa direzione.
L’allungamento
della vita lavorativa, del resto, corrisponde a un certo concetto di equità: in
media, chi va in pensione adesso vive qualche anno in più (e con un livello di
salute migliore) di quanto era previsto quando ha cominciato a lavorare. Perché
tutto questo bonus di vita deve andare al pensionamento, ossia a una fase
inattiva della vita a carico della collettività, e perché invece una parte non
dovrebbe essere dedicata al proseguimento della vita lavorativa per ripagare il
costo della pensione che gli anni bonus comportano?
Eppure l’idea di
toccare un caposaldo della società italiana ha unito per miracolo destra e
sinistra nella difesa dell’esistente. Da parte governativa, il ministro del
Lavoro, cui si è associato il presidente dell’Inps, assicurano che «il sistema
tiene». Certo, il sistema tiene, ma precisamente con pensioni che saranno,
rispetto ai salari, sensibilmente più basse delle attuali, a regime del 15-20
per cento, una scomoda verità che non viene quasi mai esplicitamente spiegata a
chi ha meno di quarant’anni. Al momento in cui si ritireranno dal lavoro,
questi lavoratori - a meno di una pensione aggiuntiva, pagata con minori
consumi di oggi - vedranno i propri redditi ridursi in misura molto maggiore
dei lavoratori di oggi. Da parte sindacale si invoca un «tavolo per risolvere
tutti i problemi», indubbiamente un tavolo che dovrebbe avere proprietà
taumaturgiche se riuscirà a non toccare l’età pensionabile e che potrebbe
servire più facilmente a rinviare tutto.
Sarebbe bene che
questo Paese ponesse più attenzione alle proprie prospettive. Nel 2030, una
scadenza poi non tanto lontana, un italiano su quattro avrà più di 65 anni e di
questi la metà sarà ancora in vita vent’anni più tardi se uomini, ventiquattro
anni se donne. E circa cinque milioni di italiani (su una popolazione di poco
più di sessanta) saranno ultraottantenni, il doppio dei valori attuali mentre i
giovani sotto i 14 anni saranno appena 7-8 milioni. E tutto questo nell’ipotesi
di un’immigrazione netta di circa 200 mila persone l’anno che attenuerà un poco
l’effetto dell’invecchiamento.
Nessuna politica
di crescita di lungo termine è realmente tenibile in una situazione del genere
se non si prevede la disponibilità di nuove forze di lavoro, il che in Italia
significa maggiore occupazione femminile e più elevata età di pensionamento.
Può sembrare paradossale in un momento di crisi come questo, in cui i posti di
lavoro si stanno purtroppo rapidamente riducendo; ma i governi e le forze
politiche dovrebbero avere la capacità di guardare oltre le crisi. E mentre per
altri Paesi l’orizzonte del dopo-crisi, quando finalmente verrà, è quello di
una ripresa abbastanza sicura della crescita, per l’Italia la situazione è
molto più problematica. Stiamo tutti aggrappati al nostro attuale piatto di
lenticchie, attentissimi a non farcene portar via neppure una e rischiamo così
una rinuncia inconsapevole, ma non per questo meno grave, ad avere un futuro. MARIO
DEAGLIO LS 14
Fini: "L'unità nazionale non è oggetto di trattative"
Il presidente
della Camera nel suo intervento alla presentazione del rapporto annuale Inpdap
- "La difesa di atti simbolici come il giuramento serve a rafforzare la
coscienza civile del Paese"
ROMA - L'unità
nazionale "non può essere oggetto di trattative e di discussioni". E'
quanto afferma il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in un passaggio del
suo intervento a Montecitorio in occasione della presentazione del rapporto
annuale dell'Inpdap, Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti
dell'amministrazione pubblica.
Nel suo
intervento, il presidente della Camera sottolinea l'importanza di atti
simbolici il cui significato trova ragione nella difesa di quella autonomia che
si auspica dalla politica. Tra questi atti indica il giuramento di fedeltà che
in passato veniva fatto sulla Costituzione. Fini ricorda che, come detta
l'articolo 98 della Costituzione, i pubblici impiegati "sono al servizio
esclusivo della nazione". "E' per questo - sottolinea - che mi chiedo
se sia stato veramente opportuno abrogare, per i cosiddetti dipendenti
'contrattualizzati', che sono la maggioranza dei pubblici impiegati, la norma
che prevedeva, all'atto dell'assunzione, la promessa solenne di fedeltà alla
Repubblica e alla Costituzione".
"La difesa di
atti simbolici come il giuramento - ha detto Fini - serve a rafforzare la
coscienza civile del paese e a riconoscere quella dignità cui i pubblici
dipendenti hanno pieno diritto, soprattutto quando, come ora, si è costretti a
chiedere loro di sopportare il peso di nuove responsabilità derivanti da
riforme strutturali, indubbiamente giuste e necessarie, ma che intervengono in
un momento economico e sociale che non può considerarsi favorevole; e
tralascio, perché di tutta evidenza, che giurare fedeltà alla Costituzione
assume un positivo riferimento rispetto all'Unità nazionale che non può essere
oggetto di trattative e di discussioni".
"Dico questo
perché credo sinceramente che la valorizzazione della figura del funzionario
pubblico possa contribuire a rafforzare la fiducia nello Stato e ad accrescere
quel senso civico che da qualche tempo nel nostro Paese è sceso a livelli
inferiori rispetto a quanto avviene nelle grandi democrazie europee. Questo -
conclude Fini - è un fattore cruciale per la nostra convivenza civile e
democratica e per avere, al centro come in periferia, un'amministrazione
pubblica realmente imparziale e efficiente".
Fini sostiene poi
che è "indispensabile" tornare "senza alcuna eccezione"
alle regole del concorso pubblico, spiegando che "l'eccessiva invasione da
parte dei soggetti politici della sfera amministrativa ha portato spesso il
sostanziale aggiramento, a livello centrale, ma ancor più a livello locale,
della regola del concorso come veicolo ordinario per l'accesso ai pubblici
impieghi".
Per questo il
presidente di Montecitorio ritiene "indispensabile" più che mai
"ripristinare sistematicamente senza alcuna eccezione la regola del
concorso pubblico, come ha cominciato a fare con norme mirate a restituire
efficienza all'attività amministrativa il ministro Brunetta. Si tratta -
aggiunge Fini - di una delle questioni più importanti per assicurare al Paese
una classe dirigente di alto livello, da cui dipende la qualità e la
trasparenza della pubblica amministrazione che rappresenta l'interlocutore
diretto dei cittadini e che è la dimostrazione dell'efficienza o meno di tutto
lo Stato". LR 13
Non è stato il gesto di un pazzo
Può darsi che
Mohamed Game sia uno scapestrato senza legami organici con l’internazionale
jihadista. Ma intanto due suoi complici sono stati arrestati.
In casa sua sono
stati trovati 40 chili di materiale idoneo a ricavare esplosivo. Non solo.
Quello che sembrava essere un piccolo ordigno, si è rivelato essere una bomba
grande dieci volte tanto. Game - come altri inquisiti, arrestati e incarcerati
prima di lui - frequentava il centro islamico di viale Jenner, finito nel
mirino degli inquirenti fin da quando delle investigazioni sul terrorismo
islamista (prima dell’11 settembre) si occupava in maniera quasi solitaria un
magistrato proveniente dall’antimafia siciliana, Stefano D’Ambruoso.
In questi ultimi
anni tante cose sono cambiate a Milano e in Italia, anche nella direzione di
una ricerca di maggior dialogo tra le comunità di migranti di fede islamica e
gli apparati di sicurezza. Ancora pochi giorni orsono, un importante imam della
capitale ricordava come la collaborazione tra le comunità dei credenti e le
autorità repubblicane, sulla falsariga di quanto da tempo avviene in Francia e
sulla scorta di quanto il ministro Maroni ha sostenuto più volte, fosse
determinante innanzitutto per difendere i nostri concittadini di fede islamica
e i tanti stranieri musulmani dall’azione culturalmente violenta di
improvvisati e improbabili cantori di una presunta «purezza» originaria della
fede, dalla loro arrogante fitna contro tutti coloro che essi ritengono
«apostati».
Tra queste voci,
informate e accorate, quella del centro culturale islamico di viale Jenner a
Milano è sempre stata la più flebile e ambigua, continuamente attenta a elevare
capziosi distinguo, quasi che avesse più a cuore la tutela degli elementi meno
integrati nel tessuto sociale cittadino piuttosto che la sorte di migliaia e
migliaia di fedeli di Allah, che ogni giorno offrono il loro sincero contributo
alla convivenza, svellendo quei muri di diffidenza reciproca che non saranno
certo abbattuti da quel provincialissimo snobismo culturale e civile da cui è
afflitto il nostro Paese, che con stanco autocompiacimento si manifesta nei
talk show televisivi e nella retorica del politicamente corretto. La strada
l’ha indicata con chiarezza il presidente Fini: tempi rapidi e certi per
l’acquisizione della cittadinanza che accompagnino tempi rapidi e certi per
l’applicazione rigorosa delle leggi della Repubblica. VITTORIO EMANUELE PARSI LS 14
Aggravante clandestinità, stop ai ricorsi
La Consulta boccia
tre quesiti. Napolitano: «Garantire il diritto d’asilo»
di ANTONIO DE
FLORIO
ROMA - Stop ai
ricorsi sulla aggravante della clandestinità, introdotta nel maggio scorso con
il decreto sicurezza con non poche polemiche anche a livello europeo. I giudici
della Corte costituzionale hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato
dal tribunale di Livorno e disposto la restituzione atti di altri due ricorsi
dei giudici di Ferrara e Latina. Nel primo caso perché “mal posto”, nei secondi
perché l’introduzione successiva del reato di ingresso clandestino richiede una
valutazione più complessa. Per le motivazioni dell’ordinanza della Consulta
bisognerà attendere la prossima settimana (la decisione è stata presa nella
stessa udienza del Lodo Alfano).
La Corte
Costituzionale ha stabilito che la questione sollevata dal tribunale di Livorno
sarebbe stata mal posta, non sufficientemente motivata sulla rilevanza; gli
altri due ricorsi sono stati rispediti ai giudici di Ferrara e Latina perché
valutino se, in seguito alla recente introduzione del reato di clandestinità
(che punisce con ammende fino a 10mila euro chi viene trovato senza permesso in
territorio italiano), sussistano ancora i requisiti per considerare rilevante
la censura di legittimità delle nuove norme sull’immigrazione.
Sul reato di
clandestinità la Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi da una
serie di ricorsi. Uno tra i primi a sollevare la questione di legittimità -
ponendo il quesito della ragionevolezza della norma - è stato il giudice di
Torino Alberto Polotti di Zumaglia, che ha accolto la richiesta della procura
guidata da Giancarlo Caselli nel corso di un processo a un giardiniere egiziano
irregolare. La Consulta, però, non ha ancora fissato la data della causa.
Ieri sul tema
dell’immigrazione è intervenuto il presidente Napolitano. La lotta
all’immigrazione clandestina va fatta «nel rispetto, sempre, dei diritti umani,
in particolare del diritto all’asilo e per favorire nel modo più conseguente l’
integrazione degli immigrati irregolari», ha detto ai prefetti riuniti a Roma
per la conferenza nazionale. «Non possiamo consentire l’immigrazione
clandestina - ha aggiunto il capo della polizia Antonio Manganelli - che
danneggia quella regolare ed è fonte di criminalità. Una delle ragioni di
insicurezza del cittadino è costituita proprio dalla difficile integrazione
delle diversità». Ma, ha sottolineato, «c’è anche un problema di sicurezza
reale: su 900mila autori di reato denunciati nel 2008, circa 300mila erano
stranieri. E nelle carceri il 30-35% dei detenuti è costituito da immigrati
clandestini. Il problema esiste ed è clamoroso». IM 14
Assemblea di redazione a Rai Italia: l’azienda si impegni a rilanciare la
testata
ROMA- Assemblea di
redazione a Rai Italia (o Rai internazionale o rai internazionale, come si
continua a chiamarla da più parti) a margine della quale è stata votata
all’unanimità dei presenti – 36 votati e 6 deleghe – una nota congiunta in cui
si "prende atto della nomina del nuovo direttore" cioè Daniele
Renzoni, ma soprattutto si "chiede all'azienda un impegno di rilancio
della testata". Nella nota, si ricorda che "il direttore uscente era
stato sfiduciato proprio per non aver saputo compiutamente assicurare (anche
per la latitanza dell'azienda) una identità editoriale, una stabilità
organizzativa e un efficace modello produttivo. Ad essere danneggiato –
accusano dalla redazione di Rai Italia – è stato innanzitutto il marchio
aziendale che vede nelle attività istituzionali all'estero uno degli elementi
costitutivi del suo essere servizio pubblico, ma a subire danni sono stati
anche i redattori e tutti coloro che lavorano in una struttura in continuo
appannamento di missione e motivazioni".
Per questo,
"l'Assemblea chiede un piano scritto di rilancio, ad iniziare dalla
radiofonia, che sia basato sulla missione istituzionale (Convenzione) ma anche
sulle potenzialità di un mercato globale che vede accrescere il richiamo del
marchio Italia. Il rilancio deve avvenire all'insegna della discontinuità
rispetto alla linea editoriale voluta dalla direzione uscente".
"La redazione
– si legge ancora nella nota – attende dal nuovo direttore un piano che ridia
una collocazione certa alla testata nell'ambito della riorganizzazione del
comparto internazionale del servizio pubblico, rivendicando a Rai
Internazionale, anche nei confronti della NewCo, la centralità nelle produzioni
giornalistiche dirette alle comunità degli italiani nel mondo, ma rivolte anche
a promuovere all'Estero il sistema Italia. La redazione rivendica la propria
identità professionale che consiste proprio nella capacità e nell'esperienza di
articolare linguaggi e proposte mirate per la platea internazionale, identità
che non deve essere appannata da tentativi di riprodurre e duplicare formati e
servizi tipici di testate e canali nazionali".
"L’assemblea
– conclude la nota – dà infine mandato al Cdr (Comitato di redazione) di
chiedere al nuovo direttore di trovare rapida soluzione alle situazioni di
particolare "sofferenza" in cui versano alcuni colleghi". (aise)
Iniziative del Coordinamento dei Giovani Veneti nel Mondo
BELLUNO - Si è
riunito il 10 ottobre a Padova il Coordinamento dei Giovani Veneti nel Mondo.
Presieduto dalla coordinatrice Patrizia Burigo, che ha riferito su alcune
attività già concluse positivamente, il Coordinamento ha fatto il punto su
alcuni progetti di grande rilievo in corso, come quello rivolto ai
coetanei di origine veneta d’Europa significativamente intitolato “
Formazione e nuove idee per l’ Europa”, che prevede anche un
incontro a Bruxelles il prossimo inverno.
E’ a conclusione anche la progettazione
dell’iniziativa intesa a costituire una banca dei professionisti veneti
nel mondo (“globalven”), che verrà illustrata in un convegno a Padova il
prossimo 31 ottobre, nell’ambito di diverse manifestazioni, tra cui
la presentazione di una ricerca del giovane bellunese Thomas Ferlin sull’
emigrazione di fine ‘800 di alcune famiglie venete nel sud del Brasile.
Il Coordinamento, infine, presenterà alla
Regione un progetto inteso a creare dei dvd plurilingue su alcuni grandi
scrittori veneti del ‘900 (Meneghello, Rigoni Stern, Zanzotto), perché possano
essere fatti conoscere in specifici incontri culturali ai nostri giovani
sparsi nel mondo. Si è pure accennato alle proposte che il Coordinamento
presenterà alla consulta dei Veneti nel Mondo in programma a Montevideo
nella seconda metà di novembre. (Inform)
ROMA - Nel luglio
scorso, Antonio Razzi, deputato di Italia dei Valori eletto in Europa, ha
presentato una interrogazione al Ministro Frattini per sapere se, nell’ambito
del piano di ristrutturazione della rete consolare, ci fossero le condizioni
per istituire un consolato onorario a Lucerna, città svizzera dove - dopo la
chiusura del Consolato – è stata aperta una "sede distaccata" del di
Zurigo operativa soltanto mezza giornata di ogni settimana. Una soluzione
"inadeguata" per Razzi che secondo cui i 20 mila residenti nella
circoscrizione dovrebbero poter avere servizi e contatti giornalieri con
l’autorità consolare. Senza contare, sottolineava Razzi, che il console
onorario, così come ora accade per la "sede distaccata", sarebbe
ospitato dalla Casa d’Italia, dunque senza costi per la Farnesina.
A rispondere a
Razzi è stato nei giorni scorsi il sottosegretario agli Esteri, Alfredo
Mantica, secondo cui "la richiesta dell'interrogante, già peraltro a suo
tempo avanzata anche dal Consolato generale d'Italia a Zurigo, può essere
utilmente esaminata, nell'ambito del più ampio processo di razionalizzazione
della rete di prima categoria allo studio, anche alla luce delle risorse
disponibili sul pertinente capitolo di bilancio ed in un'ottica comparativa
rispetto alle complessive esigenze della rete onoraria in Europa e, più
specificamente, in Svizzera".
"In
quest'ottica – ha confermato il sottosegretario – è intenzione del ministero
degli affari esteri utilizzare al meglio il contributo che può essere fornito
dai funzionari consolari onorari nell'assistenza consolare, valutando la
possibilità di istituire nuovi posti consolari onorari laddove se ne riscontri
la necessità, sempre che si possano individuare personalità in grado di
garantire la necessaria efficienza nell'erogazione dei relativi servizi".
(aise)
Un questionario della UIM rivolto ai giovani italiani nel mondo
ROMA - Dopo quasi
un anno dalla Conferenza Mondiale dei Giovani Italiani nel mondo, la UIM li
ricontatta attraverso un questionario per sentire cosa ne pensano su alcuni
temi.
Il questionario
composto da 22 domande è diviso praticamente in tre parti. Una prima parte
prende in esame gli interrogativi concernenti il modo di intendere
l’associazionismo degli italiani all’estero. La seconda parte cerca di
approfondire e semplificare i documenti della prima Conferenza dei giovani, la
terza cerca di capire l’opinione dei giovani circa le ultime “sparate” della
Lega che minano alcuni aspetti dell’unità della Nazione.
“É il miglior modo per aprire il dibattito
congressuale della UIM – ha detto Alberto Sera segretario generale dell’associazione
– partendo dalle opinioni dei giovani italiani residenti all’estero. Terremo in
debito conto la loro opinione”. (Inform
A Barcellona dal 15 al 17 ottobre si riunisce la Commissione Continentale
Europa del Cgie
ROMA - E' stata
convocata dal vice segretario generale del CGIE Lorenzo Losi la seconda
riunione annuale della Commissione Continentale Europa e Africa del Nord che si
terrà in Spagna, a Barcellona, dal 15 al 17 ottobre prossimi.
I lavori, che
prenderanno avvio alle ore 9.30 all'Hotel AC Diplomatic, seguiranno il presente
ordine del giorno: Indirizzo di saluto delle autorità; Comunicazione del vice
segretario generale Lorenzo Losi; Cittadinanza e assistenza con particolare
riferimento ai flussi di nuova emigrazione italiana in Spagna (relatore
ilconsigliere Massimo Romagnoli); Comunicazione Paese con particolare
riferimento a: servizi consolari/ristrutturazioni; corsi di lingua e cultura
italiana, quali problemi all’inizio dell’anno scolastico; condizioni di vita
degli anziani/pensionati, seguiti dei documenti finali della Conferenza dei
Giovani Italiani nel mondo; Valutazioni e proposte per la prossima Conferenza
Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE
Si concluderà con
le varie. De.it.press
Regierungsbildung. Integrationsministerium soll abgelehnt werden
In der kommenden Regierung wird es kein
eigenes Ministerium für Integration geben. Nach Angaben des Unions-Politikers
Wolfgang Bosbach ist das Thema bei den Koalitionsverhandlungen "vom
Tisch". Mehrere Politiker, darunter Nordrhein-Westfalens
Integrationsminister Armin Laschet, hatten das Ministerium gefordert.
Die neue Koalition im Bund plant kein
eigenes Ministerium für Integration. Das erklärte der stellvertretende
Vorsitzende der Unionsfraktion, Wolfgang Bosbach, am Mittwoch im
ARD-Morgenmagazin. „Die Integration findet nicht im Bundesgesetzblatt statt;
sie findet im Leben statt“, sagte Bosbach unter Verweis darauf, dass Länder und
Gemeinden in Belangen der Integration von Ausländern und Migranten ohnehin die
meisten Kompetenzen hätten.
Das Thema eines eigenen Ministeriums
„ist vom Tisch“, erklärte der CDU-Politiker. Allerdings unterstützte er
Bemühungen, die unterschiedlichen Fachzuständigkeiten in einem der bereits
bestehenden Ministerien zu bündeln. In welchem, darauf wollte er sich nicht
einlassen. „Der Ressortzuschnitt ist nicht meine Baustelle“, sagte Bosbach.
Er plädierte überdies dafür, die
Probleme im Zusammenhang mit der Integration deutlich anzusprechen. Zur Zeit
sei kein Thema so tabuisiert wie das der Integrationsprobleme. „Wenn man
Tatsachen nennt, die unangenehm sind, gibt es schon Ärger.“ Bosbach wies auf
die geltende Rechtslage hin, nach der es möglich ist, bei Integrationsverweigerung
Sanktionen zu verhängen. Das gelte auch für die Ablehnung von Sprachkursen. Das
Erlernen der deutschen Sprache sei eine „Schlüsselqualifikation“.
Der nordrhein-westfälische
Integrationsminister Armin Laschet (CDU) hatte sich zuvor für die Einrichtung
des Ressorts auf Bundesebene ausgesprochen. „Wir haben in den Ländern die
Erfahrung gemacht, dass es gut ist, wenn ein Integrationsminister die Politik
der jeweiligen Regierung koordiniert“, sagte Laschet am Dienstagabend den
ARD-„Tagesthemen“.
In Nordrhein-Westfalen seien das die
Arbeits- und Sozialpolitik und die Schulpolitik, wo man als Minister die
Möglichkeit habe, das auch umzusetzen. Dazu seien finanzielle und personelle
Ressourcen notwendig.
Wenn man beispielsweise zu der
Erkenntnis komme, dass Kinder, die eingeschult werden, die deutsche Sprache
nicht genügend beherrschten, so könne man verpflichtende Sprachtests mit vier
Jahren einführen und die Kinder schon im Kindergarten fördern. „Das ist bei uns
mit dieser Querschnittsaufgabe Integration gelungen“, sagte Laschet.
Ähnlich sei es in Niedersachsen und
Hessen. Es lohne sich, die Aktivitäten zu bündeln. AP/ddp 14
Migrationspolitik. Union entdeckt Integration als Regierungsziel
Die Äußerungen von Thilo Sarrazin haben
die Debatte um die Zuwanderer in Deutschland neu befeuert. Gleich mehrere
Ressorts der künftigen Regierung erheben Anspruch auf das Thema. Armin Laschet,
NRW-Integrationsminister, fordert schon die dritte deutsche Einheit – und
erhält auf einmal unerwartete Konkurrenz.
In den letzten Tagen ist Armin Laschet
so eine Art „Anti-Sarrazin“ geworden. Der nordrhein-westfälische CDU-Minister
mit dem Super-Zukunftsministerium („Generationen, Familie, Frauen und
Integration“) tourt mit einem Buch durch die Medien, in dem er eine „dritte
deutsche Einheit“ mit den Migranten ausruft. Wir können so etwas doch, lautet
sein Credo, wir haben es mit den 20 Millionen Vertriebenen geschafft, mit den
knapp 17 Millionen Ostdeutschen – dann werden wir es auch mit den vier
Millionen Muslimen hinkriegen.
Der Minister findet, man kann die
haarsträubenden Fehlentwicklungen und Probleme mit Zuwanderern beim Namen
nennen, ohne beispielsweise zu erklären, Muslime wollten immerfort „neue
Kopftuchmädchen produzieren“ und die Deutschen durch ihre Geburtenrate
marginalisieren, wie es Bundesbank-Vorstandsmitglied Thilo Sarrazin (SPD) getan
hat. „Was bringt es, wenn wir so reden“, fragt Laschet und weist auf den
bemerkenswerten Umstand hin, dass sich in der SPD nur zwei Politiker überhaupt
konzeptionell zum Thema Integration Gedanken gemacht haben – und das sind der
Neuköllner Bürgermeister Heinz Buschkowsky und eben der Ex-Finanzsenator Thilo
Sarrazin. Obwohl sie einander inhaltlich sehr nahestehen, kann Buschkowsky sich
nicht erinnern, je von Sarrazin während dessen Zeit als Finanzsenator
unterstützt worden zu sein – da hat eine Partei ein Thema völlig verschlafen
und verstolpert.
Die CDU investiert deutlich mehr
intellektuellen Ehrgeiz in die Integration. Aber die drei Köpfe, die dabei
derzeit eine zentrale Rolle spielen – die Staatsministerin für Integration,
Maria Böhmer, Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble und eben Armin Laschet –,
kämpfen erbittert gegeneinander. Da ist die CDU kein Ponyhof.
Grob gesagt, will die Pfälzerin Maria
Böhmer, die als Vorsitzende der Frauen-Union und als Vorkämpferin des
Nationalen Integrationsplans (NIP) bei der Kanzlerin hoch im Kurs steht, ihre
Kompetenzen erheblich ausbauen. Sie will endlich ein Ministerium im Rang einer
Bundesbehörde, nicht so etwas Luftiges wie ein Staatsministerium, das kein
eigenes Budget, kaum eigenes Personal und eben überhaupt keine Kompetenzen hat.
Ein Querschnittsministerium muss her, dem das Bundesamt für Migration und
Flüchtlinge (BaMF) nachgeordnet ist. Integration, so sagt man im Hause Böhmer,
ist Gesellschaftspolitik. Sie muss aus den Zwängen der Sicherheits- oder
Ausländerpolitik ebenso befreit werden wie von der bloßen Arbeits- und
Sozialpolitik. Bislang ist die Integration im Wesentlichen Sache des Innenministeriums.
Dessen Hausherr, Wolfgang Schäuble, hat
aber noch nie eingesehen, warum die Integrationspolitik ein eigenes Haus
braucht. „Alles, was mit dem Thema zusammenhängt, liegt entweder in der
Kompetenz der Länder oder beim Innenministerium.“ Für Schäuble hängt die
Integration wesentlich davon ab, wie die Zuwanderung gesteuert wird. „Das sind
zwei Seiten einer Medaille.“
Das Fördern und Fordern könne eben nur
über das Innenministerium oder die Länder und Kommunen kommen: Wer sich der
Integration verweigert, der müsse Konsequenzen spüren, beispielsweise über das
Aufenthaltsgesetz. Wie man mit diesem Gesetz allerdings der dritten Generation
von Zuwanderern auf die Sprünge helfen will, die oftmals die deutsche
Staatsangehörigkeit besitzen und in der es die allermeisten Probleme gibt – das
bleibt Schäubles Geheimnis. Die Argumente seines Hauses sind so technokratisch
wie die, die seinerzeit gegen die Einrichtung eines eigenständigen
Umweltministeriums ins Feld geführt wurden.
Wolfgang Schäuble, der hart um einen
Platz im Kabinett Merkel II kämpft, weiß die CDU-Innenminister auf seiner
Seite. Bei einem Abendessen am vergangenen Sonntag war man sich schnell einig:
Eine „Beförderung“ von Böhmer – da wird man sich zu wehren wissen. Aus der
Arbeitsgruppe Integration verlautete gestern, das Bundesministerium sei vom
Tisch. Armin Laschet wiederum fordert auch ein eigenständiges Ministerium für
Integration, aber mit einem Zuwanderer besetzt.
Da muss jemand hin, so findet er, der
eine klare Sprache spricht und den Mut hat, sich auch einmal mit der Partei
oder den Migrantenverbänden anzulegen. Dass die freundliche Maria Böhmer die
Richtige ist, glaubt zwar Bundeskanzlerin Merkel. Aber in der CDU wird diese
Einschätzung nicht von allen geteilt. Inzwischen erhebt auch die
Justizministerin in spe, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP), einen
Anspruch auf die Zuständigkeit für Integration – als wäre diese nur ein
juristisches Problem.
Für Armin Laschet jedenfalls ist die
„Aufsteigerrepublik“, die er fordert, auch eine Fortschreibung seines eigenen
Bildungsromans: Sein Vater, Heinz Laschet, war Bergarbeiter in der Grube Anna I
in Alsdorf. Tagsüber hat er unter Tage gearbeitet, abends Lehrer gelernt, wobei
ihm ein Programm des damaligen CDU-Kultusministers Paul Mikat half. Laschet
glaubt, dass sein Vater es heute sehr viel schwerer hätte, einen solchen
Aufstieg zu schaffen. „Wer bei uns heute einmal Unterschicht ist, hat kaum noch
eine Chance, da herauszukommen. In den USA wird die Ungleichheit dadurch
vergolten, dass man vom Tellerwäscher zum Millionär aufsteigen kann. Bei uns
macht man das mit Transferleistungen. Aber damit Ungleichheit besser ertragen
wird, muss derjenige, der etwas leistet, es auch schaffen können.“
Laschet, der als Messdiener über die
christliche Jugendarbeit zur CDU kam, hat schlaflose Nächte wegen eines
armenischen Jungen verbracht, der einen Tag vor seiner Abschlussprüfung
ausgewiesen wurde, weil seine Eltern bei der Einwanderung falsche Angaben
gemacht hatten. Er war Klassenbester gewesen, Schulsprecher, ehrgeizig,
engagiert – und völlig ohne Armenisch-Kenntnisse. Ein Reporter stöberte ihn
Wochen später in einem Dorf in den Bergen auf. „So etwas können wir uns nicht
leisten“, findet Laschet.
Die entscheidende Inspiration für seine
integrationspolitische Linie – raus aus der Unterschicht, egal ob mit oder ohne
Migrationshintergrund, aber immer durch eigene Anstrengung einerseits und
gesellschaftliche Durchlässigkeit andererseits – hat er aus einem Standardwerk
von Daniel Cohn-Bendit und WELT-Chefredakteur Thomas Schmid aus dem Jahr 1992:
„Heimat Babylon“. „Was wäre alles erreicht worden“, sagt Laschet heute
bedauernd, „wenn sich CDU und CSU damals an die Spitze der
Integrationsbemühungen gestellt und in Cohn-Bendit einen Verbündeten gesehen
hätten und nicht einen Revoluzzer und Multikulti-Spinner.“ In Aachen, seinem
Wahlkreis, machen sie jetzt „Schwarz-Grün“.
Das macht Laschet aber nicht zum
Ströbele. Gegen die doppelte Staatsbürgerschaft ist er ebenso wie gegen die
Einführung eines muslimischen Feiertags – eine Forderung, die er einen „Klamauk
à la Kolat“ nennt nach ihrem Urheber. Aber dass seine Partei noch weit zu gehen
hat, sieht er auch: „Im neuen Bundestag sitzen genau fünf Abgeordnete mit
Migrationshintergrund. Keiner davon ist in der CDU.“
Mariam Lau DW 13
Sarrazins Äußerungen. Mehr Integration wäre besser
Sarrazin wurde von der Bundesbank
degradiert. Die Debatte aber geht weiter. Worüber wird diskutiert? Von Barbara
Junge
Bundesbank-Vorstand Thilo Sarrazin hat
mit seinen Thesen zur Integrationsunwilligkeit von Arabern und Türken in
Deutschland eine Welle der Empörung ausgelöst. Jetzt wurden seine Kompetenzen
in der Bundesbank beschnitten. Der Vorstand hat ihn von einem seiner drei
Zuständigkeitsbereiche (Bargeld) entbunden. Jenseits seiner konkreten
Äußerungen geht die Integrationsdebatte weiter. Unionsfraktionsvize Wolfgang
Bosbach (CDU) will den Druck auf ausländische Arbeitslose erhöhen, die wegen
schlechter Deutschkenntnisse schwer vermittelbar sind. Die Grünen kritisierten
das als „dumpfen Populismus“. Die stellvertretende FDP-Fraktionschefin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger mahnt im „Hamburger Abendblatt“ eine „ehrliche
Debatte“ über Integration an. Diskutiert wird über Maßnahmen und Zahlen.
Was steckt hinter den Zahlen?
Etwa ein Viertel der türkischstämmigen
Einwanderer hat keinen berufsqualifizierenden Abschluss und mehr als 50 Prozent
haben keine berufliche Bildung. Solche Zahlen scheinen Thilo Sarrazin zu
stützen. Lässt man aus diesen allerdings die über 60-jährigen ehemaligen
„Gastarbeiter“ raus, die noch ohne Bildung nach Deutschland kamen, dann dreht
sich nach Angaben des Zentrums für Türkeistudien das Bild: Bei den unter
30-jährigen Türkischstämmigen haben nur noch sechs Prozent keinen
Schulabschluss, 17 Prozent haben Abitur. Und 60 Prozent der Jugendlichen geben
an, dass sie mit ihren Eltern Deutsch und Türkisch sprechen. Zahlen, die eine
gesamte Zuwanderergruppe unterschiedslos erfassen, können nach Ansicht von
Professor Klaus Bade, Vorsitzender des Sachverständigenrats deutscher
Stiftungen für Integration und Migration (SVR), deshalb keine sachdienliche
Auskunft über den Integrationsprozess liefern. „Übersehen wird meist“ , so
Bade, „dass man Integrationsfortschritte innerhalb von Zuwanderermilieus und
nicht im Vergleich zur Mehrheitsbevölkerung messen muss.“ Vor allem aber müsse
man intergenerativ forschen, da der Integrationsprozess in der Regel zwei bis
drei Generationen dauert. Man muss sich also fragen, welche Distanz im
beruflichen Aufstieg die zweite im Vergleich zur ersten Generation zurückgelegt
hat.
Wie misst man die Integration?
Seit 2005 der Indikator
„Migrationshintergrund“ in die Mikrozensus-Statistik aufgenommen wurde, lassen
sich Integrationserfolge messen. Bis dahin war man auf Zahlen aus einzelnen
Erhebungen und Studien angewiesen. Erste Stichproben auf Grundlage der neuen
Zahlen zeigen, dass Eingebürgerte zum Teil sogar höhere Bildungserfolge
erzielen als Deutsche ohne Migrationshintergrund.
Was haben die Integrationsgipfel seit
2006 gebracht?
Deutschland hat sich selbst einen
nationalen Integrationsplan verordnet und einen ersten Fortschrittsbericht
Integration vorgelegt. Selbst Teilnehmer des Integrationsgipfels geben zu, dass
der Name des Plans etwas hoch gegriffen war. „Der nationale Integrationsplan hat
bei Weitem zu viel versprochen. Schon der Name suggeriert konkrete Ziele, die
der Plan aber nur in wenigen einzelnen Fällen aufstellt. Er ist mehr eine
Sammlung von guten Vorsätzen“, konstatiert Harald Löhlein, Integrationsexperte
beim Paritätischen Gesamtverband. Allerdings blieb nicht alles folgenlos. Zu
allererst haben die Integrationsgipfel viele Verbände, Vereine, Institutionen
und Unternehmen zum Nachdenken angeregt – und daraus sind viele Maßnahmen
entstanden. Die Integrationskurse, in denen Teilnehmer sowohl die deutsche
Sprache als auch Kenntnisse über Deutschland und das politische System erwerben
können, wurden ausgebaut. Verpflichtend sind sie zwar nicht für alle.
Allerdings können Behörden Migranten auffordern, diese Kurse zu besuchen. Dabei
wird der Bezug von Sozialleistungen an die Teilnahme geknüpft. Die
beschäftigungsorientierten Sprachförderkurse starten allmählich. Diese
beinhalten auch Praktika in Betrieben. Für die frühkindliche Sprachförderung
wurde eine Struktur geschaffen. Aber eines fehlt: konkrete Zielvorgaben und
Zeithorizonte.
Was muss jetzt geschehen?
Das, was der deutsche Plan nicht
leisten konnte, müssten jetzt die Länder, Städte und Kommunen erarbeiten:
konkrete, messbare Vorgaben für Integrationsmaßnahmen. Darüber hinaus stehen
einige Vorschläge im Raum, anhand derer Integration als nationalstaatliche
Aufgabe gestärkt würde. Der Präsident des Deutschen Instituts für
Wirtschaftsforschung (DIW), Klaus Zimmermann, fordert etwa ein
Bundesministerium für Zuwanderung und Integration. Sarrazins Äußerungen seien
ein „Weckruf“, dass man eine verfehlte Zuwanderungs- und Integrationspolitik
betrieben habe. Allerdings ist es nahezu ausgeschlossen, dass sich FDP und
Union in ihren Koalitionsverhandlungen auf ein solches Ministerium einigen
werden. Leutheusser-Schnarrenberger sprach sich vielmehr dafür aus, die
Zuständigkeit für Integrationspolitik dem Bundesjustizministerium zuzuschlagen.
Behindert der starke Sozialstaat in
Deutschland die Integration?
Der Gedanke ist so plausibel wie schwer
umsetzbar. Eine allgemeine Reduzierung sozialer Leistungen würde integrierte
wie integrationsunwillige treffen und auch deutschstämmige Transferbezieher.
Allerdings sieht auch das derzeitige System Sanktionsmöglichkeiten vor: Wenn
jemand seiner Verpflichtung zum Integrationskurs nicht nachkommt, wenn jemand
einer Qualifizierungsaufforderung etwa in einem Bewerbungsseminar nicht
nachkommt und wenn jemand sich weigert, Bewerbungen zu schreiben, können die
Leistungen gekürzt werden. Auch im Aufenthaltsrecht gibt es
Sanktionsmöglichkeiten. Tsp 14
Gastkommentar. Migranten sind keine Integrationsverweigerer!
Die CDU droht Migranten mit der Kürzung
von Sozialleistungen, wenn diese etwa nicht an Sprachkursen teilnehmen. Diese
"Brachialkritik" wird niemanden dazu bewegen, einen Deutschkurs zu
besuchen, meint der Vorsitzende des Islamrates. Sie bestätige und verstärke nur
Vorurteile über den jeweils anderen.
Eigentlich klingt der Vorschlag des
CDU-Innenpolitikers Wolfgang Bosbach einleuchtend: Wenn 40 Prozent der
Migranten in Deutschland sich Deutschkursen „verweigern“, dann muss man eben
mit entsprechenden Maßnahmen wie der Kürzung von Sozialleistungen etwas
nachhelfen.
Warum sollte man solche
Integrationsverweigerer mit Samthandschuhen anfassen? Wer in Deutschland lebt,
sollte doch auch Deutsch lernen. Oder?
Das wäre wohl richtig, wenn das Verb
„Verweigern“ hier korrekt wäre, das ja eine Absicht unterstellt. Genau daran
muss man aber zweifeln. Um es klar zu sagen: Ich kenne keinen einzigen Menschen
mit Zuwanderungshintergrund, der absichtlich kein Deutsch lernt. Eltern
wünschen sich, dass es ihren Kindern besser ergehen möge als ihnen selbst. Und
alle Menschen haben den Wunsch, dass es ihnen selbst gut gehen soll.
"Sie wissen, sie brauchen Deutsch"
Damit es Migranten in Deutschland aber
gut geht, damit sie sich zurechtfinden können, müssen sie auch Deutsch
beherrschen. Und zu dieser Einsicht sind unsere Mitbürger türkischer,
arabischer oder sonstiger Herkunft schon zu einer Zeit gelangt, als Integration
noch auf keiner politischen Agenda stand. Sie wissen, dass sie Deutsch
brauchen, um in Deutschland selbstbestimmt und erfolgreich leben zu können.
Übrigens appellieren auch die
muslimischen Religionsgemeinschaften an die Gläubigen, unbedingt Sprachkurse zu
besuchen, und sie sind selbst Träger von Integrations- und Sprachkursen oder
bieten Hausaufgabenhilfen an.
Wenn Wolfgang Bosbach bemerkt, dass 40
Prozent dieser Menschen nicht an Sprachkursen teilnehmen, muss ihm
entgegengehalten werden, dass bezogen auf die Jahre 2005 bis 2007 die
Teilnahmequote an Integrationskursen gerade bei Neuzuwanderinnen und
Neuzuwanderern aus der Türkei mit 94 Prozent besonders hoch war (Quelle:
Bundestagsdrucksache 16/9137, Anlage 3). Auch dass ein Integrationskurs
abgebrochen wird, kommt nur bei 2,4 Prozent aller Kursteilnehmer vor.
Jedoch nicht weil sie sich der
Integration verweigern würden, sondern wegen Schwangerschaft, Berufsausübung,
gesundheitlicher Probleme oder fehlender Kinderbetreuungsmöglichkeiten. Ferner
reicht es nicht aus, Sprachkurse lediglich anzubieten – auch die Qualität muss
stimmen. Aktuelle Zahlen belegen, dass nur jeder Vierte, der einen
Integrationskurs besucht, auch am Ende die Integrationskursprüfung besteht.
Die Rahmenbedingungen für diese Kurse
müssen verbessert werden, angefangen von der Entlohnung der Lehrkräfte bis hin
zu der Zahl der verfügbaren Plätze. Ein zusätzlicher Anreiz dürfte nicht
schaden, wie die erleichterte Verfestigung des Aufenthalts bei erfolgreicher
Teilnahme an Kursen.
Kontraproduktiv ist es, wenn
Persönlichkeiten wie Herr Bosbach oder – noch viel stärker – Thilo Sarrazin
scharf und allzu verständnislos argumentieren. Solche Frontalangriffe haben nur
eins zur Folge: Die Angegriffenen fühlen sich unverstanden und pauschal
diffamiert. Und ganz sicher regt solche Brachialkritik niemanden dazu an, einen
Deutschkurs zu besuchen oder sich selbstkritisch zu hinterfragen. Sie bestätigt
und verstärkt nur auf beiden Seiten eine Grabenhaltung und Vorurteile über den
jeweils anderen.
Wer es Ernst meint mit der Integration
der hier lebenden Menschen, sollte sich Gedanken zu einer längst überfälligen
Anerkennungskultur machen und nicht mit der Kürzung von Transferleistungen
drohen – als würde jeder Zugewanderte seine Zukunft im Bezug von
Transferleistungen sehen.
Auch wenn es keine neue Erkenntnis ist
– der Spracherwerb ist im eigenen Interesse der Migranten. Denn sie wissen:
Ohne Sprache ist man sprachlos.
Ali Kizilkaya, Vorsitzender des
Islamrates für die Bundesrepublik DW 14
München. Heute Eröffnung der Ausstellung „L´anima e il segno“ von Silvano Spessot
Das Istituto Italiano di Cultura
München freut sich, Ihnen die Eröffnung der Ausstellung »L´anima e il
segno / Seele und Zeichen« von Silvano Spessot ankündigen zu können, die
am Donnerstag, den 15. Oktober 2009, um 19 Uhr, im Istituto Italiano di
Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8, in München stattfindet.
Der Künstler wird bei der Eröffnung
anwesend sein und seine neuen Werke vorstellen: Bilder in Mischtechnik und
Skulpturen aus Murano-Glas.
Im Anschluss Stehempfang mit typischen
gastronomischen Produkten aus dem Friaul.
Die Veranstalter sind das Istituto
Italiano di Cultura und die Region Friuli Venezia Giulia. Die Ausstellung ist
während der regulären Öffnungszeiten des Instituts, vom 16. Oktober bis zum 30.
November 2009, geöffnet.
Silvano Spessot ist 1956 in Cormons
(Gorizia) geboren. Als Autodidakt sucht er schon in den 70er Jahren einen Weg
für einen eigenständigen, künstlerischen Ausdruck. Er hat eine lange Strecke
des Experimentierens mit Materie und Farbe zurückgelegt. Im Laufe der 80er und
90er Jahre ist er durch estreme Lösungen mit Materialien zu einem Meister im
Gebrauch von Harz, Klebstoff und verschiedenen Mischungen geworden. Werke von
Spessot finden sich in wichtigen italienischen und ausländischen Sammlungen.
Er hat an verschiedenen nationalen und
internationalen Ausstellungen teilgenommen. 2007 wurde er zur Biennale in
Venedig eingeladen.
»Der Maler hat mit dem Figurativen
begonnen: raue Landschaften, essentiell mit einer Tendenz zum Abstrakten. Dann
ist er zum Informellen übergegangen: Er verwendete dabei ungewöhnliche
Materialien: Mörtel, Kalk, verschiedene Pigmente, aber auch Eisen, Holz,
Zement, mit denen er Stelen und totem-artige, barbarisch-anmutende, mystische
Strukturen schuf (...).
Entscheidend in seiner Entwicklung war das Wissen um den abstrakten
amerikanischen Expressionismus und die mit der dripping-Technik realisierten
Bilder von Pollock: „Ich war fasziniert von diesem Künstler, der malte, indem
er Farbe auf Leinwände, die auf dem Boden lagen, tropfte“, erzählt er. Durch
die Begegnung mit den Werken von Burri im Museum von Città di Castello
entstanden die Kompositionen mit Polyurethanen und Mörtel, die mit einer
Sauerstoffflamme verbrannt wurden (...).
Anfang des Jahres 2000 kam der friulische Künstler zu einer
synthetischen Darstellung, vereinheitlicht und reduziert auf elementare
Symbole. Die fast infantil skizzenhafte Form des Mannequins, steif in einem
Sessel sitzend, der runde Kopf ohne Gesicht, wiederholte sich immer wieder.
Allein die Kleidung wechselte. Jacke und Hose waren mit verwobenen,
chromatischen, hervorstehenden Linien dargestellt (...) Als stark
kennzeichnendes Element stach die Krawatte hervor: rot, gelb, schwarz, blau,
verziert, strahlend. Diese grelle Übertreibung bildete einen Kontrast zur
formlosen Ordnung, der Leere und Isolierung der Figuren in reumütiger und
steifer Haltung.
Beispielhaft sind hier die Ritratti mit Marmorierungen starker Rottöne,
auf denen nur die Krawatte hervorsticht, der Kopf reduziert auf einen
Heiligenschein (...) Anthropomorphe Larven, sich wiederholend, flach,
gleichgültig, grotesk, komisch, absurd, zusammengesetzt aus Leere und Stille,
eine reumütige Beharrlichkeit und unbestimmtes Warten. Ihre Kraftlosigkeit
beklagt den Skandal einer förmlichen bürgerlichen Achtbarkeit (...).
In den späteren Werken begann sich eine vage Hoffnung, eine verloren
geglaubte Energie anzudeuten. Im letzten und jüngsten Bilderzyklus aus dem Jahr
2009 wird diese Energie zu Begeisterung (...) Die Verbindung zur - nennen wir
sie - „Godot’schen“ Periode zeigt sich durch eine gemischte Technik auf
Leinwand L’attesa al 36 (Warten auf 36): schwarze Zeichen in perlgrauen Kästen,
auf einem leuchtend roten Hintergrund und einem schwarzen Rahmen – und dennoch
strahlt die Szene einen gewissen optimistischen Eifer aus.
Die jüngsten Arbeiten von Silvano Spessot sind von einem starken
Ausdruck gekennzeichnet, die die Frische der Farben in eine völlige Unordnung
und Wallung bringt, ihnen eine unbeschwerte Dynamik verleiht (...) Es wird
nicht mehr jener Eindruck farbloser Ausdruckslosigkeit erweckt, eines
„absurden“ Unwohlseins, wie es bei seinen omini-manichini (Puppenmenschen) der
Fall ist (...) Ein geschwungenes Geflecht aus Rot, Weiß und Schwarz, in dem
sich kleine Köpfe einfügen, ähnlich wie bei
Der Schrei von Munch (...) Acryl, Lacke, schwere, unverdünnte Öle,
Intarsien aus Hellblau und Blau, leuchtende, feuerrote Tafeln (...) Bilder mit
Vertiefungen, die wie Glasfenster in Cloisonnè-Technik wirken. Bunte
Abschnitte, mit Grisaille-Technik überarbeitet, wirken, als seien sie mit
glühenden Eisen- oder Diamantenspitzen graviert und auf dunklen Netzen aus
bleiernen Leinwänden befestigt worden. Geister von Figuren in wirren
Abstraktionen aufgelöst. (...)
Das andere Diptychon, Tentativo di ricostruire (Versuch eines
Wiederaufbaus), 260x200cm, scheint die mittelalterliche Himmelfahrt der Seelen
der Gerechten aufzugreifen. Aus der schwarzen, roten und grauen Enge eines bewegten
und tragischen, irdischen Lebens schreitet die Schar der menschlichen Figuren
durch die Himmelspforte. Die Dynamik der futuristischen Kompositionen von
Umberto Boccioni, Quelli che vanno (Jene, die gehen), nehmen Gestalt an. Die
Komposition wirkt wie ein Chor. Spessot schafft, auf seine eigene Art und
Weise, eine visuelle Paraphrasierung von Beethovens „Ode an die Freude“ aus der
9. Sinfonie und kanalisiert die sich aufbauenden verloren-geglaubten
Lebenskräfte in Richtung eines Ziels.
Die gewaltige Spannung durch Kontraste, die Aufteilung der Farbräume, klar
abgegrenzt in Licht und Schatten, erreichen eine transzendentale Wirkung. In
dieser sinfonischen, dionysischen Lobpreisung strebt er die Vollendung des
verklärten Glanzes und der Klarheit der Gedanken an. Die Freude des Sehens wird
eine klare Bekundung zu den Idealen einer religiös-solidarischen
Menschlichkeit«
(Licio Damiani, La
gioia del vedere nella pittura di Silvano Spessot - Die Freude des Sehens in
der Kunst von Silvano Spessot) IIC-München, de.it.press
Info: Istituto
Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8, 80336 München
Tel.: +49-(0)89 / 74 63 21-28 Fax: +49-(0)89 / 74 63 21-30
culturale.iicmonaco@esteri.it,
www.iicmonaco.esteri.it IIC-München
(de.it.press)
Lissabon-Vertrag. Diagnosen zwischen Prag und Brüssel
Brüssel - In Brüssel sind derzeit
Charakterstudien über den tschechischen Präsidenten Klaus beliebt. Vor dem
irischen Referendum über den Lissabon-Vertrag flüsterte man sich auf den Gängen
der EU-Gebäude zu, dass Klaus ohne Zweifel ein Euroskeptiker sei, aber doch
auch ein Mann, der die Verfahren in seiner Heimat respektiere. Daraus sprach
die Hoffnung, dass Klaus den Lissabon-Vertrag, den er offenbar aus ganzem
Herzen ablehnt, am Ende doch unterschreibt, sobald die letzten Klagen gegen den
Vertrag vor dem tschechischen Verfassungsgericht abgehandelt sind.
Der jüngste Winkelzug des Präsidenten hat diese These über den Haufen geworfen. Denn dass er für seine Unterschrift auf einmal eine rechtliche Garantie für die Beneš-Dekrete haben will, hatte in der EU keiner erwartet. Wahrscheinlich wüsste Europa von dieser Forderung noch nichts, hätte der schwedische Ministerpräsident Reinfeldt, der derzeit EU-Ratsvorsitzender ist, nicht vergangene Woche darauf bestanden, mit Klaus zu telefonieren. Klaus war tagelang nicht für Reinfeldt zu sprechen; erst als der Schwede das der Presse erzählte, wurde er in die Prager B