WEBGIORNALE 19-20 Ottobre
2009
Se fosse un posto
alla Rai, il dibattito politico e mediatico sarebbe già scatenato. Invece, si
tratta «solo » del presidente del Consiglio europeo, la posizione di vertice
dell'Unione Europea. Appena il Trattato di Lisbona entrerà in vigore, i capi di
Stato o di governo eleggeranno il loro presidente, per due anni e mezzo
rinnovabili una volta, ponendo fine alla rotazione semestrale. Se fosse eletto
uno di loro, dovrà lasciare la carica nazionale.
Quasi nessuno dei
27 grandi elettori ha finora dichiarato la propria preferenza. Il presidente
del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, fa eccezione. Qualche mese fa aveva
già espresso il proprio favore per l'ex primo ministro britannico Tony Blair.
Il 14 ottobre, con una lettera al «Foglio», l'ha confermato.
Il 6 ottobre in
un'intervista al «Corriere» il ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva
dichiarato che il governo italiano vorrebbe, quale presidente, «un sincero
interprete di una visione europeista». Aveva aggiunto: «Abbiamo espresso
apprezzamento per Tony Blair, sapendo che vi è un blocco di Paesi con
perplessità su di lui. Viene da un Paese che non adotta l'euro e non è nell'
area Schengen. Siamo consapevoli di questi limiti, non li neghiamo».
Altri, sulla
stampa internazionale, hanno posto in luce i punti di forza e di debolezza del
profilo di Blair. Tra i primi, il notevole carisma personale, la grande notorietà
in Europa e nel mondo, le spiccate doti di comunicatore. Tra i secondi, non
aver saputo realizzare il suo principale progetto politico, quello di portare
il suo Paese «nel cuore» dell'Europa; avere tenacemente spalleggiato - pur
«socialista» - la frontale opposizione della City contro un'adeguata
regolamentazione e supervisione finanziaria, atteggiamento che ha concorso alla
crisi; avere contribuito più di ogni altro a dividere l'Europa sulla guerra in
Iraq.
Colpisce che nel
dibattito italiano si discuta pochissimo di una scelta così importante. Ho
ripreso questi elementi su Blair perché abbiamo appreso che è il «nostro»
candidato. Analoghe riflessioni dovrebbero ovviamente essere fatte sui vari
candidati di cui si parla in Europa, fermo restando che per quella posizione -
benché nulla prescriva il Trattato occorrono personalità che siano state o
siano capi di Stato, capi di governo o membri autorevoli di governi.
Ciò che il
Trattato invece chiarisce bene, è che il presidente «assicura la preparazione e
la continuità dei lavori del Consiglio europeo, in cooperazione con il
presidente della Commissione» e «si adopera per facilitare la coesione e il
consenso in seno al Consiglio europeo». E' auspicabile che il presidente sia
una figura riconoscibile e carismatica, ma ciò che determinerà il suo
contributo al successo dell'Europa sarà soprattutto la sua capacità di guidare
un lavoro di squadra e di dare nuovo impulso, in piena cooperazione con il
presidente della Commissione, al metodo comunitario.
Tutti gli Stati
membri hanno interesse a progredire verso un'Europa più forte e coesa, non a
regredire verso decisioni intergovernative. L'Italia è un grande Paese, ma non
è uno Stato membro forte. E' suo interesse nazionale favorire, anche con la
scelta del presidente del Consiglio europeo, un'Europa comunitaria, con una
Commissione che sia arbitro autorevole, capace di imporre il rispetto delle
regole anche ai più forti.
Mario Monti CdS 18
Si apre oggi la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. L'italiano
tra arte, scienza e tecnologia
Si apre oggi 19
ottobre la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, iniziativa nata nel 2001
da un'idea dell'Accademia della Crusca e della Direzione generale per la
Promozione e Cooperazione culturale del Ministero degli Affari Esteri e, sotto
l'alto patronato del Presidente della Repubblica.
Fino al 25
ottobre, molte le manifestazioni organizzate dagli Istituti di cultura e le
Ambasciate con al centro il tema "L’italiano tra arte, scienza e
tecnologia". Il 2009 è anche l'Anno europeo della creatività e
dell'innovazione e per questo motivo la Settimana sarà l'occasione per
promuovere la creatività italiana nell'arte, nella scienza e nella tecnologia e
il suo rapporto con la creatività linguistica; un rapporto che nel corso della
storia ha fornito tanti contributi al patrimonio linguistico europeo e
universale: dalla musica alla lirica, dall'arte figurativa all'architettura,
dalla scienza alla tecnologia, dalla moda al design, dalla canzone allo sport,
dall'alimentazione all'arte della cucina. La Settimana della Lingua Italiana
nel Mondo è giunta quest'anno alla nona edizione. Nel 2008, ha visto la
realizzazione di circa 1600 eventi in 95 Paesi.
L’edizione 2009 della
“Settimana”, compresa nelle celebrazioni per il “2009 Anno europeo della
creatività e dell’innovazione” indetto dalla Commissione Europea, ruoterà
intorno al tema de “L’italiano tra arte, scienza e tecnologia”, in concomitanza
con il ricorrere di alcuni significativi anniversari quali i 400 anni dalle
prime osservazioni astronomiche compiute da Galileo con il cannocchiale, i
cento anni dalla nascita del Futurismo, e la proclamazione del 2009 quale “Anno
Internazionale dell’Astronomia” da parte dell’Onu. Il Logo scelto per
l’edizione 2009, tratto da un’opera dell’artista futurista Mino Delle
Site, esprime adeguatamente il percorso che unisce l’Arte alla Scienza e
alla Tecnologia.
La “Settimana
della Lingua Italiana nel Mondo” nasce nel 2001 da un’idea dell’Accademia della
Crusca, massima istituzione a custodia della nostra lingua, e della Direzione
Generale per la Promozione e Cooperazione Culturale. Essa è ormai un evento
consolidato che, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, ogni
anno acquisisce maggior forza e un numero sempre più grande di adesioni da
parte di Istituti di cultura e Ambasciate, che con notevole impegno
organizzativo propongono manifestazioni di grande qualità.
La lingua è parte
integrante della cultura di un paese, ma è soprattutto il veicolo privilegiato
per trasmetterla al di fuori dei confini nazionali. Proprio per questo la
Settimana è stata pensata come un contenitore di eventi che abbiano per comune
denominatore la promozione dello studio e l’approfondimento della lingua
italiana. La Svizzera, Paese in cui l’italiano è una delle lingue
nazionali, è sin dalle prime edizioni associata a questa iniziativa.
Si può dunque
considerare la Settimana della Lingua Italiana come la principale
manifestazione di promozione linguistica che, edizione dopo edizione,
accresce il numero di eventi proposti: più 30% nel 2006, più 15% nel 2007
mentre, dal 2005 al 2008 gli eventi sono aumentati di oltre il 50%. Nel 2008 la
“Settimana”, il cui tema è stato “L’italiano in piazza”, complessivamente ha
visto la realizzazione di circa 1600 eventi in 95 Paesi.
Le manifestazioni
culturali e linguistiche della IX Settimana metteranno in rilievo la creatività
italiana nei campi dell’arte, della scienza e della tecnologia e il suo
rapporto con la creatività linguistica, che nel corso della storia ha fornito
tanti contributi al patrimonio linguistico europeo e universale: dalla musica
all’opera lirica, dall’arte figurativa all’architettura, dalla scienza alla
tecnologia, dalla moda al design, dalla canzone allo sport, dall’alimentazione
all’arte della cucina. Saranno altresì sviluppate le tematiche linguistiche
connesse con l’innovazione scientifica e tecnologica. Per l’elenco di tutte le manifestazioni si
può utilizzare il seguente link:
http://www.esteri.it/MAE/doc_politica_estera/Cultura/PromozioneLinguaItaliana/20091009_manifestazioni_culturali.xls. Una più ampia presentazione
sul sito:
http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/settimana_lingua_italiana_2009/
(de.it.press)
Farnesina. Presentata la IX edizione della Settimana della Lingua Italiana nel
Mondo
Mantica:
“Immaginiamo una grande comunità degli italiani del mondo, dove confluiscano i
connazionali, gli oriundi e tutti gli appassionati della nostra lingua e
cultura” - Quando l’italiano diventa sinonimo di arte, scienza e tecnologia
ROMA – Più di 1.300 manifestazioni culturali,
85 paesi coinvolti, 24 collaborazioni con università, regioni, ministeri, enti
e fondazioni. Sono questi i numeri della IX edizione della Settimana della
Lingua Italiana nel Mondo che è stata presentata oggi a Roma, presso la Sala
Conferenze Internazionali della Farnesina. La manifestazione, che si terrà dal
19 al 25 ottobre, è dedicata al tema “L’italiano tra arte scienza e
tecnologia”. L’evento, realizzato dalla direzione generale del Mae per la
Promozione e la Cooperazione Culturale in collaborazione con l’Accademia della
Crusca e la Società Dante Alighieri, si svolge sotto l’Alto Patronato del
Presidente della Repubblica. La “Settimana” si inserisce nelle
celebrazioni per l’Anno europeo della creatività e dell’innovazione, indetto
dalla Commissione Europea, e si svolge in concomitanza con alcuni anniversari
come i 400 anni dalle prime osservazioni astronomiche compiute da Galileo con
il cannocchiale, i 100 anni dalla nascita del futurismo e la proclamazione del
2009 “Anno Internazionale dell’Astronomia” da parte dell’Onu.
All’evento, come nelle passate edizioni,
aderisce la Svizzera che organizza 40 iniziative, spesso anche in
collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura, in quattro
continenti. Nell’ambito delle iniziative della IX Settimana anche quest’anno si
è tenuto il Concorso letterario “Scrivi con me”, bandito dal Mae e realizzato
in collaborazione con l’Accademia della Crusca. Un bando che si rivolge agli
studenti italiani e stranieri che studiano la nostra lingua all’estero. La
prova per i partecipanti consisteva nel completamento di un racconto che, per
l’edizione di quest’anno, è stato scritto da Roberto Alajamo. Una storia del
2009 dal titolo “La fuga di Nadino”. Da ricordare inoltre, sempre nell’ambito
delle iniziative della Settimana, le mostre fotografiche su Guglielmo Marconi,
sul ruolo dell’industria italiana nello spazio e sulla tecnologia del
sommergibile italiano “Todaro”.
Dopo introduzione dalla moderatrice
dell’incontro Livia Azzariti, che ha sottolineato la necessità di dare nuovo
slancio alla diffusione della lingua italiana non solo all’estero ma anche nel
nostro paese, la presentazione della IX Settimana è subito entrata in
argomento con la proiezione del video, realizzato da Rai Educational e
arricchito dalla voce dell’attore Paolo Ferrari, sul tema “Le diverse
risoluzioni della mente”.
“Desidero esprimere – ha esordito il
sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica al termine della proiezione - il
mio ringraziamento alle personalità del mondo della cultura, sia umanistica che
scientifica e tecnologica, che hanno accolto l’invito a partecipare a questa
presentazione offrendo la loro testimonianza di protagonisti della società
italiana contemporanea per creare un importante collegamento fra questa e la
nostra rete all’estero. Il filo conduttore della ‘Settimana’ – ha proseguito
Mantica - è la lingua italiana, che condensa ed esprime lo sviluppo del
percorso culturale dell’Italia e i modi del suo manifestarsi. Lo stile di vita
italiano ha nel mondo molti estimatori, e conoscere la nostra lingua è spesso
un approccio significativo alla realizzazione di un contatto continuativo e
stabile con l’Italia”. Il sottosegretario, dopo aver sottolineato l’importanza
degli eventi della manifestazione che si rifanno al centenario del movimento
futurista, alla figura di Galileo e all’evoluzione del rapporto fra linguaggio
e scienza,
ha evidenziato come la mobilitazione, in
occasione della Settimana, della rete del Mae all’estero, dei lettorati, delle
cattedre di italiano, delle scuole italiane e bilingui e dei Comitati della
Dante, consenta di amplificare l’attenzione sull’espressione della promozione
culturale italiana. Il sottosegretario ha anche ringraziato i vari enti
pubblici e privati che hanno collaborato alla realizzazione della
manifestazione . Un grazie particolare è stato poi indirizzato alla
Svizzera, per il suo costante impegno nell’evento, e alle nostre
istituzioni scientifiche che rappresentano luoghi privilegiati di diffusione
nel mondo della cultura italiana.
“Credo che questa Settimana della lingua
italiana nel mondo – ha aggiunto Mantica – debba consentirci anche d’immaginare
una grande comunità degli italiani del mondo, dove confluiscano non solo i
nostri connazionali o gli oriundi, ma anche tutti coloro che sono appassionati
della nostra lingua e cultura”. Il sottosegretario ha infine ricordato
l’inaugurazione del Museo nazionale per l’Emigrazione che si terrà alle 18 del
23 ottobre. L’esposizione, anche per non privare le celebrazioni per l’Unità
d’Italia di un fondamentale tassello della memoria, rimarrà aperta al
Vittoriale di Roma fino al 2011.
Per quanto riguarda gli eventi e le
iniziative offerte dalla Settimana, gli artisti Stella Battaglia e Gianni
Maglietta hanno presentato la scultura monografica “Galileo”. Un busto su cui
viene proiettata in maniera prospettica la fotografia tridimensionale di un
noto ritratto di Galileo. Chiara Delle Site ha invece illustrato la mostra
“Mino delle Site. Il Futurismo fra Arte e tecnologia nel Centenario” , che con
le sue 50 opere sarà ospitata dalla Farnesina per l’intera durata della IX
Settimana.
Nicoletta Maraschio, presidente
dell’Accademia della Crusca si è soffermata sulla realizzazione di una
collana dedicata alla Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. Questo primo
libro dell’Accademia , dal titolo, “ L’Italiano fra scienza arte e tecnologia”,
propone quattro profili di importanti personaggi della cultura umanistica e
scientifica italiana.
Dopo l’intervento della giornalista e
conduttrice televisiva Sveva Sagramola, che ha ricordato il costante interesse
del pubblico televisivo per le trasmissioni che approfondiscono la storia e il
significato delle tante parole della nostra lingua, Massimo Vedovelli, Rettore
dell’Università per Stranieri di Pisa, ha illustrato i contenuti della mostra
virtuale dedicata alla luna che l’ateneo pisano ha realizzato nel tentativo di
unire la storia della scienza astronomica con l’anniversario dell’allunaggio
sul nostro satellite del 1969.
Il segretario generale della Fondazione Dante
Alighieri Alessandro Masi si è invece soffermato sull’ultima opera del sommo
poeta “ La Questio de acqua et terra”. Un libro, proposto dalla Fondazione in
occasione della Settimana , il cui Dante spiega come non tutta la verità possa
essere compresa dalla mente umana che “nell’accostarsi ai misteri della natura
deve porsi con assoluta umiltà e consapevolezza del limite”. Da Masi è stato
inoltre evidenziato come la richiesta di lingua italiana cresca in modo
esponenziale in presenza della nostra arte e cultura.
Dopo l’intervento del segretario generale
della comunità radiotelevisiva italofona Loredana Cornero, che ha ricordato la
vasta e variegata partecipazione della Rai alla manifestazione promossa dal
Mae, Maria Cecilia Mosconi, della facoltà di Architettura di “Valle Giulia”
dell’Università “La Sapienza di Roma” ha illustrato i punti salienti della
mostra espositiva e virtuale “L’Arte il genio la guerra la città”, che porterà
negli Istituti Italiani di Cultura i segreti dell’architettura militare
espressa nelle regioni centrali del nostro paese a cavallo fra il 400 ed il
500. La Mosconi ha anche parlato della mostra riguardante l’Innovazione
tecnologica applicata all’analisi dei monumenti italiani.
“La richiesta d’italiano è in cresciuta – ha
spiegato la scrittrice Dacia Maraini - Spesso non ci rendiamo conto che
siano in presenza all’estero di un’altra Italia fatta di giovani di seconda,
terza e quarta generazione. I figli e i nipoti dei nostri emigrati di prima
generazione che vogliono conoscere le loro radici culturali e l’italiano”.
Fra gli altri interventi ricordiamo quello di
Francesco Maria Greco, direttore generale del Mae per la Promozione e la
Cooperazione Culturale , che ha sottolineato come le diversità linguistiche
presenti in Italia rappresentino un valore aggiunto. “Cultura e lingua – ha
precisato il direttore generale - sono degli strumenti ideali che aiutano il
paese a compattarsi all’interno quando affiorano certi fenomeni disgregativi,
allo stesso tempo questi due strumenti ci permettono di trasmettere all’estero
le nostre eccellenze e quanto esiste nel nostro Dna”. (Goffredo Morgia –
Inform)
In piazza contro il razzismo. "200 mila in corteo a Roma"
Tra la grande
folla tanti immigrati giunti da tutta Italia - Al centro della protesta il
pacchetto sicurezza e il reato di clandestinità - Laici e cattolici uniti
contro le politiche migratorie del governo - Le denunce dei migranti:
"Meglio essere un cane che un immigrato"
ROMA - Si è
conclusa la lunga marcia del popolo che oggi è sceso in piazza per manifestare
contro il razzismo, il reato di clandestinità e gli altri provvedimenti
contenuti nel pacchetto sicurezza. Da piazza della Repubblica fino alla Bocca
della Verità, sono 200 mila - sostengono gli organizzatori - le persone che
hanno sfilato per le vie di Roma.
Opposizione,
associazioni e immigrati in piazza. Uniti, sotto la comune bandiera
dell'antirazzismo, forze d'opposizione e movimenti, sia laici che cattolici.
Tante le sigle che hanno promosso l'iniziativa: Cgil, Arci, Emergency, Beati
costruttori di pace, Pax Christi. Hanno sfilato anche i leader di Sinistra e
libertà, del Prc, alcuni parlamentari dell'Idv e, a sorpresa, il segretario del
Pd, Dario Franceschini. Ma i veri protagonisti sono stati gli immigrati, giunti
a Roma da tutta Italia, anche con treni speciali.
Slogan e
striscioni. Un grande striscione che recita "No al razzismo, al reato di
clandestinità, al pacchetto sicurezza" ha inaugurato la marcia. Moltissimi
extracomunitari hanno esibito le immagini di "San Papier, protettore degli
immigrati" e striscioni contro le mafie, le politiche per l'immigrazione
dell'esecutivo definite "discriminatorie e razziste" e
striscioni con su
scritto: "sì alle regolarizzazioni per tutti e tutte". Un cartellone
recava scritto: ''E' meglio essere un cane che un immigrato qui in Italia'',
mentre un gruppo di extracomunitari giunti da Casal di Principe, nel Casertano,
hanno urlato slogan contro la camorra e il lavoro nero.
Franceschini:
"Clima di intolleranza preoccupante". A sorpresa, ha partecipato al
corteo anche il segretario del Pd Dario Franceschini, che ha rivendicato
all'opposizione la presentazione di molte proposte di legge sulla cittadinanza,
il diritto di voto amministrativo e lo ius soli. "Gli episodi di razzismo
e violenza avvenuti a Roma nelle ultime settimane - ha detto - sono segnali
molto preoccupanti. E' preoccupante che la destra, dopo essersi riempita la
bocca di tante parole, blocchi una legge, come quella sull'omofobia, all'inizio
del suo percorso". Poi, sull'immigrazione, ha aggiunto: "Il governo
deve smetterla di porre sullo stesso piano immigrazione clandestina e
criminalita''.
Ovadia:
"Estremisti legittimati da Alemanno e da governo nazionale". L'attore
e scrittore ebreo Moni Ovadia, anche lui in piazza, punta il dito contro il
governo nazionale e l'amministrazione comunale della capitale, colpevoli di
fomentare un clima razzista. "A Roma - ha detto - molti gruppi di estrema
destra si sentono legittimati a compiere le azioni che compiono da una
amministrazione di destra come quella del sindaco Gianni Alemanno". Poi la
bacchettata alla politica nazionale: "Nella cultura di questo governo ci
sono componenti intolleranti e xenofobe. Non è un caso se è stata respinta la
proposta di legge contro l'omofobia e varate norme sui respingimenti anche di
chi può accedere al diritto d'asilo''.
Manifestazione
pacifica. La manifestazione si è svolta in modo assolutamente pacifico. Niente
incidenti durante il corteo, ma - secondo quanto riferito dalla società che
gestisce la metropolitana di Roma - un gruppo di circa 200 persone dirette alla
manifestazione avrebbe danneggiato 4 tornelli della linea A. LR 17
Opel, Bruxelles bacchetta Berlino. «Aiuti non conformi alle regole»
«Indizi
significativi» che il governo abbia promesso fondi a condizione che fosse
scelto Magna come acquirente
BRUXELLES - Gli
aiuti promessi dalla Germania alla Opel potrebbero non essere conformi alle
regole europee sulla concorrenza: la Commissione europea ha spiegato infatti di
aver rilevato «indizi significativi» secondo cui non risponderebbe alle norme
europee il pacchetto di aiuti promessi dal governo di Berlino alla casa automobilistica
tedesca, nel quadro del suo acquisto da parte della azienda austro-canadese di
componentistica automobile.
LA LETTERA - I
dubbi sono espressi in una lettera inviata dal commissario alla Concorrenza
Neelie Kroes al ministro tedesco dell’Economia Karl Theodor zu Guttenberg.
Secondo la lettera, ci sono forti indizi che gli aiuti sono stati promessi a
condizione che fosse scelto uno specifico candidato all’acquisto, e cioè
Magna/Sberbank. Ciò sarebbe incompatibile con le regole del mercato interno.
NUOVO CAPITOLO -
La casa madre di Opel, l’americana General Motors, secondo Kroes «dovrebbe
avere l’opportunità di riconsiderare il risultato della procedura di
licitazione», sulla base delle assicurazioni scritte delle autorità tedesche
secondo cui gli aiuti sarebbero stati concessi a prescindere dal candidato
infine prescelto. La lettera di Kroes potrebbe aprire un nuovo capitolo della
vicenda Opel. Nei mesi scorsi, la Magna e la Fiat (assieme alla la holding
belga RHJ International e alla cinese Baic) erano state protagoniste di un
lungo tormentone per aggiudicarsi la Opel. Fino all’annuncio del 10 settembre
della cessione parziale della casa tedesca a Magna. CdS 17
Scambi giovanili tra Germania e Italia: concorso per assumere il
responsabile del sito internet
Bando di concorso
relativo alla selezione di un incaricato della gestione della piattaforma
internet intesa a promuovere gli scambi giovanili tra Italia e Germania
ROMA - Il
ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana ed il ministero
Federale degli Affari Esteri della Repubblica Federale di Germania intendono
procedere alla selezione di una/un responsabile di progetto per l'istallazione
e la cura di una piattaforma internet dedicata alla promozione ed al
coordinamento degli scambi giovanili tra Italia e Germania. La piattaforma sarà
inquadrata nell’ambito delle attività del centro italo-tedesco di Villa Vigoni
(Loveno di Menaggio-Como). L’assegnazione dell’incarico alla persona
selezionata avverrà tramite contratto a progetto tra l’ente “Villa Vigoni” e
l’interessato.
La piattaforma internet avrà in particolare
le seguenti finalità: promuovere lo scambio di informazioni fra giovani,
studenti, insegnanti ed operatori giovanili interessati; curare la divulgazione
di informazioni su progetti ed istituzioni già in essere nonché su possibilità
di promozione; valorizzare le attività italo-tedesche in ambito di scambio
giovanile; individuare reti tematiche nell'ambito dello scambio giovanile
italo-tedesco.
Con riferimento ai suddetti obiettivi, la/il
responsabile di progetto sarà tra l’altro chiamato a svolgere le seguenti
mansioni: istallazione, aggiornamento e cura della piattaforma internet;
consulenza agli interessati; redazione di relazioni sull'avanzamento del
progetto; cura delle pubbliche relazioni ai fini del progetto, compresa
l'acquisizione di sponsorizzazioni finanziarie; sviluppo di piani di azione per
la promozione degli scambi giovanili italo-tedeschi, in collaborazione con le
organizzazioni di mediazione culturale già esistenti in entrambi i Paesi.
Questi i requisiti richiesti: ottima
conoscenza delle lingue italiana e tedesca; possesso di un Diploma
universitario di laurea riconosciuto sia in Germania che in Italia;
approfondite conoscenze informatiche, inclusa l'amministrazione di siti web.
Costituiranno inoltre titoli preferenziali:
il possesso di un’esperienza professionale nel settore dei rapporti
italo-tedeschi, segnatamente nel campo degli scambi giovanili o della
formazione; la conoscenza di altre lingue straniere veicolari; il possesso di
capacità analitiche, creatività e predisposizione alla comunicazione.
L’incarico offre: la possibilità di svolgere
in piena autonomia compiti interessanti, impegnativi e di alta responsabilità;
l’opportunità di lavorare in uno stimolante ambiente interculturale; una
retribuzione adeguata.
Le domande dovranno essere presentate, anche
per posta elettronica, entro e non oltre il 10 novembre 2009 al Ministero degli
Affari Esteri – DGEU Ufficio I –Roma (fax +39.06. 36917152; e-mail:
dgeu1@esteri.it tel. +39.06.36918143) oppure all'Ambasciata di Germania,
Via San Martino della Battaglia 4, 00185 Roma (fax +39.06.49213.304; e-mail:
ku-10-dip@rom.diplo.de tel. +39.06.49213.230). I suddetti recapiti
potranno essere utilizzati anche per la richiesta di informazioni. (Inform)
La Settimana della Lingua Italiana a Colonia, Bonn e Düsseldorf
Colonia - Cinema,
musica, letteratura e molto altro a Colonia, in occasione della IX Settimana
della Lingua Italiana nel Mondo, promossa da Ministero degli Affari Esteri e
Accademia della Crusca, intorno al tema "L'Italiano tra arte, scienza e
tecnologia", e alla quale partecipano tutti gli Istituti Italiani di
Cultura. Tra questi anche quello di Colonia, dove dal 20 al 28 ottobre si
susseguiranno numerosi eventi, che si allargheranno sino alla città di Bonn.
L’inaugurazione
ufficiale della Settimana si terrà domani 20 ottobre, alle ore 19.00, alla
presenza del Console Generale d’Italia in Colonia, Eugenio Sgrò. Seguirà lo
spettacolo teatrale "4 Cosmicomiche" con Graziella Galvani, Mario
Mariani e Beatrice Pucci sulla base di testi di Italo Calvino.
"Utopiano"
è il titolo del concerto che Mario Mariani terrà l’indomani, 21 ottobre, alle
ore 19.30. mentre nei giorni seguenti ampio spazio sarà dedicato agli
approfondimenti con una serie di conferenze dagli ospiti illustri. Il 22
ottobre, alle ore 18.00, Giovanni Bignami discuterà di "Galileo, un
artista nel cielo" e, a conclusione della serata, sarà presentato il film
"Galileo" (1969) di Liliana Cavani; il 26 ottobre, alle ore 19.30, la
parola passerà a Rita Unfer Lukoschik di Berlino, per una conferenza su
"Letteratura e scienza: da Primo Levi a Paolo Giordano". Infine il 28
ottobre, alle ore 19.30, Antonello Monti, direttore dell’Institute for
Automation of Complex Power Systems presso l’E.ON Energy Research Center
dell’Università di Aquisgrana, terrà una conferenza su "Energia
Sostenibile: la grande sfida del futuro".
Negli stessi
giorni alcuni eventi si svolgeranno presso l'Università di Bonn: il 21 ottobre,
alle ore 18.00, Peter Kammerer parlerà di Italo Calvino e l'attrice Graziella
Galvani leggerà brani tratti da "2 Cosmicomiche". Il 26 poi si terrà
una "Giornata sulla lingua di Galileo Galilei" alla quale
interverranno: Nicoletta Maraschio, presidente dell'Accademia della Crusca, su
"Galileo e l’accademia della crusca"; Rita Unfer Lukoschik da Berlino
su "Il mito di Galileo nella letteratura tedesca del XX secolo da Brecht a
Thomas Brasch"; Giuseppe Nicoletti, professore di Letteratura italiana
presso l'Università degli Studi di Firenze, con la relazione "Galileo
scrittore nella Toscana del 600"; e Mattea Müller-Veggian della FH Jülich
su "Venezia, la luna e Galileo Galilei, padre delle scienze moderne...
cambiamento nella società e nella cultura".
"La lingua
italiana e le nuove tecnologie di comunicazione" è invece il titolo della
conferenza e del workshop che Martina Nicklaus terrà il 22 ottobre, alle ore
14.00, presso l'Università di Düsseldorf. Altre manifestazioni avranno luogo
presso le Università di Aquisgrana, Bochum e Siegen. (aise)
La Compagnia teatrale L'Asina sull'Isola domani a Monaco di Baviera
Monaco di Baviera.
Nell’ambito del Festival Internazionale di Teatro d’Ombre 2009 »Bilderleben«
(21.10. – 3.11.2009), l’IIC invita allo
spettacolo teatrale »Platero Hì-Hò«, della compagnia L’Asina sull’isola.
L’evento avrà luogo mercoledì 21 ottobre 2009, alle ore 11 e alle ore 15,
presso la Pasinger Fabrik, August-Exter-Straße 1, a Monaco di Baviera.
Ideazione:
Katarina Janoskova, Paolo Valli. Quadri: Alessandro Binini. Disegni: Martino
Pompili. Musica: Erich Galliani. In lingua tedesca. Durata: 55 minuti
Per bambini a
partire dai 4 anni e adulti. Ingresso: Euro 7,- / 5,-. Prenotazioni: tel. 089
888 88 06
La Compagnia
teatrale L'Asina sull'Isola nasce nel 1996, dall'incontro tra due artisti
accomunati da esperienze maturate in più di dieci anni di attività
professionale, a livello europeo, nel campo del teatro di figura e parola.
Katarina Janoskova ha studiato presso la DAMU (Accademia di Arte Drammatica) di
Praga, mentre la formazione artistica di Paolo Valli è legata soprattutto al
rapporto professionale con la Compagnia Teatro Gioco Vita, con la quale ha
collaborato dal 1978 al 1994.
Anche se concepito
come libero gioco multimediale, il linguaggio espressivo che la compagnia
adotta si fonda principalmente sulle tecniche del teatro d'ombre.
Lo spettacolo
"Platero hì-hò" ripercorre i temi fondamentali di “Platero y yo”,
l’opera più conosciuta del grande poeta spagnolo Juan Ramòn Jimenés e ne
evidenzia il carattere pittorico e visivo attraverso un sapiente uso del teatro
d'ombre. Il gioco garbato degli attori sulla scena, poi, restituisce il
delicato rapporto tra il poeta ed il suo umanissimo asinello. Lo spettacolo non
é la messa in scena di un racconto, ma la rappresentazione della poesia
attraverso musica e immagini.
Come in un dipinto
sgargiante, Janoskova e Valli riproducono la realtà di un isolato paese
Andaluso. In compagnia dell’asinello Platero, vanno alla scoperta di questo
mondo e dei suoi enigmi, osservandolo con uno sguardo infantile. Ombre,
immagini e suggestive musiche di chitarra danno vita ad un viaggio poetico, ad
un allegro caleidoscopio di vita.
Organizzatori:
Gesellschaft zur Förderung des Puppenspiels di Monaco di Baviera, Münchner
Stadtmuseum e Pasinger Fabrik in collaborazione con l’Istituto Italiano di
Cultura. Info: culturale.iicmonaco@esteri.it, www.iicmonaco.esteri.it.
(IIC, de.it.press)
Francoforte. Chiusa la Buchmesse. L’editoria italiana fa il bilancio
Si é chiusa ieri,
con un leggero calo di visitatotri rispetto allo scorso anno, la Fiera
Internazionale del Libro
Francoforte -
"Il quadro che ci si presenta è di difficoltà sul piano nazionale, ma
anche di grande respiro e grande credibilità sul piano europeo, grazie a
progetti come ARROW (Accessible Registries of Rights information and Orphan
Works towards Europeana), annunciato proprio qui a Francoforte lo scorso anno e
che sta diventando la risposta europea a Google Books. Faremo tutto il
possibile per cercare di invertire la rotta rispetto ai primi segnali di
sofferenza sul mercato nazionale del 2009 ma abbiamo bisogno più che mai che al
nostro fianco lavorino, come sta accadendo ora, il mondo politico e le
Istituzioni".
È questo il
messaggio lanciato mercoledì dal presidente dell’Associazione Italiana Editori
(AIE), Marco Polillo, al presidente della Camera, Gianfranco Fini, e al
sottosegretario per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Maria Giro, dalla
cornice della 61ma edizione della Buchmesse di Francoforte, il più importante
appuntamento internazionale per lo scambio dei diritti in programma sino a ieri
domenica 18 ottobre ed a cui hanno partecipato trecentocinquanta editori
italiani.
"Scommettere
sul libro significa credere nell'Italia civile", ha rilanciato il
presidente Fini inaugurando il Punto Italia della fiera. "È per questo che
colgo l'occasione per annunciare dalla Buchmesse che la Camera dei deputati ha
promosso, d'intesa con l'AIE, una manifestazione dedicata alla cultura politica
che si svolgerà il prossimo 23 ottobre a Roma e che abbiamo voluto intitolare
"Il volume della democrazia. Giornata del libro politico a Montecitorio".
Abbiamo invitato gli editori a presentare i loro libri nel campo della
saggistica politica", ha spiegato Fini, "con l'idea di favorire la
più ampia conoscenza possibile delle opere che parlano delle idee e dei
problemi del nostro tempo, all'insegna del pluralismo e della ricchezza
culturale".
A questa prima
iniziativa è seguito un secondo annuncio, atteso da tempo: l'avvio del Centro
per il libro e la lettura. "Nelle prossime settimane", ha confermato
il sottosegretario Giro, "entrerà in vigore il regolamento del Centro,
un’istituzione che si affiancherà agli editori in un comune lavoro per la
crescita del libro. Sono onorato inoltre che Gian Arturo Ferrari, personalità
di spicco e di provata esperienza nel panorama editoriale nazionale, abbia
accettato di dirigere questa nuova realtà". Il sottosegretario ha aggiunto
che "si punterà a ottenere per l'avvio dell’attività del Centro un budget
iniziale nell’ordine di circa 3 milioni di euro".
Sono cifre
negative quelle che connotano l’editoria italiana nel 2008: 3,5 miliardi di
euro di fatturato (-3% sull’anno precedente), circa 59mila i titoli pubblicati
(2mila in meno dell’anno precedente) per 235milioni di copie (-12%). L’unico
dato positivo è che nel 2008 è tornata a crescere la lettura in Italia (oggi il
44% degli italiani legge almeno un libro in un anno) anche se parliamo dello
0,9% in più circa dell’anno precedente. Malgrado queste criticità diffuse
l’editoria italiana occupa ancora per fatturato e titoli pubblicati la settima
posizione mondiale e la quinta in Europa.
Di contro
migliorano i rapporti all’estero: crescono l’export del libro e la cessione di
titoli italiani. In particolare l’export del libro italiano cresce dell’1%
(pari a 41milioni di euro) e cresce il numero di titoli di cui gli editori
italiani cedono i diritti di edizione, passando dal 2001 a oggi del 94% e
raggiungendo i 3.490 titoli venduti, di cui il 29% è costituito da libri per
bambini, il 28% dai libri di saggistica e il 17% dall’editoria illustrata.
Diminuiscono invece ulteriormente le traduzioni da lingua straniera,
attestandosi sul 19% della produzione complessiva.
Nel 2008 gli
italiani hanno privilegiato le librerie di catena per l’acquisto dei libri (il
numero di punti vendita, che nel 2007 era di 314 è più che triplicato),
dimenticato supermercato e ipermercato (-0,9%), privilegiato edicola (+2,7) e
soprattutto l’acquisto di libri online (+26,8%).
Nei primi sei mesi
del 2009 i segnali di sofferenza continuano. Si registrano infatti i primi
segnali di difficoltà non solo per i settori a rischio del 2008 (lo scolastico,
il rateale, le grandi opere, i collaterali), ma anche per i canali trade. Il
mercato italiano dei libri, nel solo canale librerie, ha espresso infatti un
valore di vendite tra gennaio e giugno di 439,8milioni di euro, pari a circa
31milioni di copie vendute, registrando, rispetto allo stesso periodo dell’anno
precedente, una flessione nei canali trade del 2,2% a valore e del 4,2% a volume.
(aise, de.it.press)
Colonia. Riapre il blog di Mauro Venier. La malattia di Berlusconi
Dopo due anni e
mezzo di pausa, Mauro Venier ha deciso di riaprire il suo blog
(http://pensieri-eretici.blogspot.com),
da cui riprendiamo l’ultimo intervento
Sto seguendo le
reazioni scomposte di Berlusconi ai vari "attacchi" che sta
subendo... reazioni che talvolta prendono anche fischi per fiaschi difendendosi
da accuse non ricevute e non difendendosi da accuse ricevute...
Ma non voglio
parlare di politica o di giustizia. Bensì di salute.
Quando Veronica
Lario disse che Berlusconi era malato, tutti - a causa della storia Noemi - a
discutere sulla "pedofilia" dello stesso.
Intanto la
pedofilia - intesa in senso medico, lasciamo perdere le questioni legali - indica
l'essere attratti da ragazzi/e che non hanno ancora raggiunto la pubertà o sono
nella fase di passaggio tra infanzia e pubertà... e Noemi per quanto allora
minorenne la pubertà l'aveva raggiunta eccome e anzi già lasciata indietro ;-)
Quindi se Berlusconi
fosse (o fosse stato) pedofilo, avrebbe dovuto esserci qualche ragazzina ben
più giovane di Noemi in ballo... oppure Berlusconi non è (almeno in senso
medico) pedofilo.
Io invece pensai
(e penso) che Veronica Lario intendesse tutt'altra malattia e il Berlusconi
scomposto degli ultimi tempi sembra confermarmelo: Alzheimer o demenza senile.
Mauro, http://pensieri-eretici.blogspot.com (de.it.press)
L’Umbria alla Buchmesse di Francoforte
Francoforte -
"In Umbria c’è densità culturale: arte, storia, tradizioni ne fanno una
delle regioni più importanti dal punto di vista della cultura". Lo ha
detto il presidente della Camera Gianfranco Fini, intrattenendosi brevemente
con i responsabili dello stand umbro, nel corso della sua visita inaugurale al
padiglione che ha ospitato l’Italia alla "Buchmesse" di Francoforte,
conclusasi ieri domenica 18 ottobre. Trentacinque imprese editoriali con una
vasta gamma di titoli di produzione vecchia e nuova: così si è presentata
l’Umbria al tradizionale appuntamento internazionale della Fiera del Libro, che
quest’anno ha avuto la Cina come nazione ospite.
E se i
"manga" danno lustro alla produzione cinese, sopratutto nella sezione
riservata a Hong Kong, questo tipo di fumetto non è mancato neppure nello stand
umbro, grazie ai fascicoli editi da una impresa di Città di Castello, così che
le seriali avventure degli eroi d’Oriente stanno costa a costa sugli scaffali
con serissimi volumi d’arte e di storia, di tradizioni regionali, di
gastronomia, di studi sulla lingua e il dialetto, di guide su città e paesi, di
regesti antiquari e approfondimenti su questo o quell’aspetto (noto o meno
noto) della cultura regionale. Ma anche romanzi, poesia, saggi critici,
produzione scientifica. "È il libro, bellezza", si potrebbe dire
parafrasando una famosa battuta.
"È la forza del
libro", dice il coordinatore dello stand Giovanni Carnevali, che con i
libri coabita da una vita, da libraio ed editore in Foligno. Carnevali
sorveglia il flusso dello stand, viene chiamato, interviene, parla con i
visitatori, spiega, è fiero dei pacchi di manifesti che reclamizzano l’Umbria,
sul bancone d’ingresso, e che sono continuamente richiesti (“Vanno via come il
pane: è perché sono belli, e sono un semplice, ma efficacissimo e soprattutto
duraturo mezzo di comunicazione”).
“Potrebbe sembrare
– continua Carnevali -, al confronto con questi colossi, in una manifestazione
così grande, che l’Umbria e la sua produzione libraria siano una piccola cosa,
e invece guardate qui, che ricchezza d’interessi, che edizioni di tutto
rispetto. Il problema è la distribuzione, i grandi editori che la fanno da
padrone. Ma tanti di questi libri, per qualità autoriale e grafica, non
sfigurerebbero da nessuna parte, né a Roma né a Milano, se solo ci potessero
arrivare. Ma l’importante è che, nonostante tutto, la nostra editoria sia in
costante crescita, che la produzione aumenti, e che sia una produzione
qualificata, di buon livello, in grado di dire la propria nel panorama
nazionale”.
Che tipo di
produzione? “Ce n’è per tutti i gusti – risponde Carnevali. È la prova che gli
interessi sono molteplici, che il territorio pone domande, e se un libro si
stampa è sempre positivo. C’è un movimento diffuso, anche da noi, che spinge
alla produzione di libri, siano individui, associazioni, istituzioni, che
descrivono il territorio, la realtà, quello che si conosce, si fa e si studia.
C’è un interessante movimento di librerie antiquarie. E non vanno dimenticate
le tipografie, quell’arte grafica umbra che anche qui in fiera è ben
rappresentata nel nostro ‘stand’. Le tipografie umbre (che lavorano anche per
grossi committenti nazionali) contribuiscono molto alla crescita complessiva
della nostra editoria. Si fanno in Umbria libri sull’arte, il paesaggio, le
città, le tradizioni della campagna, per dirne alcuni, di ottimo livello. E c’è
comunque una distribuzione che, se il mercato fa difetto, interessa la rete
delle biblioteche, dei musei, delle istituzioni, dove i libri vengono comunque
conservati e continuano la loro vita. Perché la vita del libro – sottolinea
Carnevali – è imprevedibile. I libri possono essere ignorati, scomparire, e poi
riemergere a nuova vita, in circostanze mutate, nei modi più impensati”.
E la promozione
turistica, che quest’anno affianca per la prima volta la partecipazione
dell’Umbria alla “Buchmesse”? “Importantissima”, dice Giovanni Carnevali. “La
cultura e il turismo devono procedere di pari passo, sono un veicolo reciproco,
si potenziano a vicenda, sono entrambi la descrizione e l’esaltazione di un
territorio, la prova della sua vitalità e capacità di attrazione. Se la
promozione non è integrata, non si va da nessuna parte". (aise)
L’Istituto
Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ha il piacere di annunciare la prima
esecuzione assoluta dell’opera «Dialogo sopra l’ultimo uomo», in occasione
della IX Settimana della lingua italiana nel mondo. L’evento avrà luogo oggi
lunedì 19 ottobre 2009, alle ore 19.30, presso il Gasteig, Black Box,
Rosenheimer Straße 5, a Monaco di Baviera. Ulteriori rappresentazioni sranno:
martedì 20 Ottobre, ore 19.30 Hochschule für Musik Bibrastraße,
Würzburg ; mercoledì 21 ottobre, ore 20
E.T.A.-Hoffmann-Theater
E.T.A.-Hoffmann-Platz 1, Bamberg
Organizzano
l’evento l’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con il Ministero
degli Affari Esteri, il Consolato Generale Svizzero di Monaco di Baviera, Rai
Trade Roma, la Società Dante Alighieri di Monaco di Baviera e di Würzburg,
l’Istituto di Filologia Italiana dell:Universitá Ludwig Maximilian di Monaco di
Baviera, Hochschule für Musik di Würzburg, il Teatro E.T.A. Hoffmann di Bamberg
e Hochschule / University of Applied Sciences di Monaco di Baviera.
Ingresso libero
con prenotazione obbligatoria alla pagina internet www.iicmonaco.esteri.it
oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it oppure Tel. 089 74 63 21 -26
Si tratta di
un’opera in una scena e quattro atti per tenore, baritono, flauto con
elettronica, chitarra e percussioni, della durata di circa un’ora.
Un progetto
di Rai Trade Musica Contemporanea, per incarico del Ministero per gli
Affari Esteri nell’ambito della IX Settimana della lingua italiana nel mondo.
Partecipano:
Stefano Taglietti, compositore; Ivan Mancinelli, percussioni; Fabio Ciolli,
librettista e proiezionista sottotitoli e immagini ; Sante Tursi, chitarra
Andrea Ceccomori,
flauto; Robert Köller, baritono (Galileo); William Lombardi, tenore (Leonardo).
Uno scambio tra
Leonardo da Vinci e Galileo Galilei, nel quale arte e scienza si rispecchiano.
L’incontro avviene su una scena essenziale, segnato da risvolti inattesi: dove
si aspetta il fisico, si trova un prosatore accattivante; invece del freddo
pittore, un attento tassonomo delle emozioni umane.
La composizione è
strutturata come un dialogo ideale fra Leonardo da Vinci e Galileo
Galilei. I tratti narrativi della scrittura mettono in evidenza, fra ironia,
drammaticità, rassegnazione e coraggio, i temi universali dell’unicità
dell’umanità e della verità come grande ultima risorsa intellettuale in
opposizione al dogmatismo e alla tradizione come strumento ideologico di chi
detiene e conserva il potere con mezzi oppressivi.
L’opera è
costruita su una continuità musicale che lega la tradizione del canto italiano
alle varie fonti culturali da cui la nostra contemporaneità attinge in modo
creativo e costruttivo. Nelle pieghe del testo-libretto è anche evidente la
presenza sostanziale della scienza e dell’arte nella storia e nella cultura
italiane. Lo schema del Dialogo galileiano, vincolo solo apparente per il genio
del Cenacolo, conduce tra i piani che comprendono, rappresentano e costruiscono
l'Universo dei protagonisti a cavallo fra Umanesimo e Rinascimento. Arte e
Scienza, specchiate in modo serrato, faticano a trovare il proprio autore tra
le curiosità e gli impulsi dei personaggi: un confronto sufficiente a generare
una Civiltà.
Sul fondo,
proiettate e diffuse dal nastro magnetico, le prose, i disegni, le rime, i
motti di entrambi, testimoniano quanto il pensiero dell’uno sia spunto delle
parole dell'altro.
Il concetto di
“Ultimo Uomo”, cui l’opera fa riferimento poetico e drammaturgico, è appunto
inteso come legame esistente fra uomo e unicità, fra valore dell’umanità e
valore dell’unicità. Quando l’uomo diventa “eroe”, in quanto portatore di
emancipazione, lungimiranza, tolleranza, portatore di bellezza interiore, di
autenticità dell’immaginazione artistica, diviene primo coraggioso uomo e, allo
stesso tempo, pericolosamente ultimo. Si potrebbe dire: L’Uomo è ultimo perché
Unico.
Il dialogo dei due
massimi esponenti della Scienza e dell’Arte, Leonardo da Vinci e Galileo
Galilei, ci porta a compiere una serie di riflessioni su quella gioia della
scoperta, sulla ricerca e sull’inquietudine che è dell’artista come dello
scienziato; riflessioni che costringono, spingono entrambi i personaggi ad
esplorare ed osservare avidamente gli universi interiori ed esteriori. Le
intuizioni poetiche pittoriche più belle e profonde dell’artista, le stelle e i
pianeti nei loro cicli e solstizi che lo scienziato osserva nelle sue
lunghe silenziose e magiche notti.
Questa opera da
camera, la terza nella mia produzione, è stata certamente concepita per essere
un lavoro agile, visto il ridottissimo organico, ma anche per possedere amplie
capacità espressive, mutevoli e contrastanti.
Dunque, nonostante
l’organico, “Dialogo Sopra l’Ultimo Uomo” può trasformarsi in diversi ambienti
sonori: da atmosfere cameristiche e melodrammatiche a soluzioni di grande
impatto ritmico, passando con naturalezza da ritmi mutuati dalla cultura
africana e rock a melodie e cantabilità comprese in un atonalismo libero;
recitativi e declamazioni estraniate, dal canto solistico a
complessi madrigalismi, dalla salmodia punk a recitativi ironici o rabbiosi.
“Dialogo
Sopra l’Ultimo Uomo” musicalmente fa riferimento ad una multiculturalità
sonora, e ad impurità stilistiche che trasportano l’ascoltatore attraverso un
percorso percettivo continuamente variabile e mai scontato.
Il compositore
Stefano Taglietti è nato a Roma nel 1965 ed è stato allievo di Sylvano Bussotti
dal 1986 al 1991, presso il Bussotti Opera Ballet di Genazzano.
Nella sua musica
si rinnova continuamente l’esigenza di filtrare materiali e strategie
all’interno di un linguaggio unitario, complesso e comunicativo, anche mediante
l’utilizzo delle nuove tecnologie. Lavora dal 1994 con l’artista visivo Bizhan
Bassiri. Ha composto circa cinquanta lavori per differenti organici.
La sua musica è
stata eseguita presso la Berlin Philarmonie, l’Opera di Norimberga, il Cantiere
Internazionale d’Arte di Montepulciano, il Teatro La MaMa di New York, il
Podewill di Berlino, il Creux de l’enfer Thyers in Francia, il Museo
Laboratorio dell’Università La Sapienza di Roma, il Museo di Gand in Belgio, il
Deutsche Pavillon Expò 2000 di Hannover, Rai Radio TRE, il Teatro Lirico
Sperimentale "A.Belli" di Spoleto, il Palazzo delle esposizioni di
Roma, il Festival di musica elettroacustica di Boston, il Goethe Institut Rom e
per altre istituzioni come il Cemat Italia, il CRM di Roma e l’Istituto Gramma
di L’Aquila. Le sue partiture sono edite da Edipan e Chester Music.Dal 1996 è
docente di elementi di composizione per la didattica della musica in vari
conservatori.
Per informazioni:
Istituto Italiano di Cultura culturale.iicmonaco@esteri.it
www.iicmonaco.esteri.it. Tel.:
+49-(0)89 / 74 63 21-28 (de.it.press)
Da aprile 2009, la
NürnbergMesse è presente in Italia con la propria filiale NürnbergMesse Italia
s.r.l. L’Italia rappresenta il paese più importante per quanto riguarda la
partecipazione internazionale alle fiere che hanno luogo a Norimberga. La
costituzione della filiale a socio unico crea i migliori presupposti per
accrescere l’importanza della NürnbergMesse in un mercato significativo dal
punto di vista strategico e incrementare ulteriormente la presenza italiana
alle fiere di Norimberga. Inoltre, la NürnbergMesse Italia potrà assistere al
meglio gli espositori e i visitatori nelle fiere internazionali del Gruppo
NürnbergMesse, ad esempio in Cina, Brasile, Stati Uniti o in Russia.
La nuova filiale
italiana del Gruppo NürnbergMesse ha sede a Milano ed è l’interlocutore
responsabile e competente in Italia per la partecipazione alle fiere di
Norimberga e alle manifestazioni del Gruppo NürnbergMesse nel mondo.
www.nm-italia.it (de.it.press)
Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni
- lunedì 19
ottobre, ore 19:30, c/o Gasteig, Black Box
(Rosenheimerstr. 5, München)
Nell'ambito della "Settimana della cultura italiana"
Concerto: "Dialogo sopra l’ultimo uomo" Musica di Stefano Taglietti
Libretto: Fabio Ciolli con testi di Galileo Galilei e Leonardo da Vinci
Opera
in quattro scene per tenore, baritono, flauto con
chitarra elettronica e percussioni. Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- martedì 20
ottobre, ore 12:00, c/o Bar Centrale (Ledererstr. 23, München)
Conferenza
stampa di presentazione del progetto "Un'altra Italia"
Organizza: Un'altra Italia München
- martedì 20
ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
Nell'ambito della rassegna "Cinema e scienza"
Film:
"Morte di un matematico napoletano" (Regia: Mario Martone,
Italia 1992, 108 Min., OF). Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- martedì 20
ottobre, ore 19:30, c/o Gasteig, Black Box
(Rosenheimerstr. 5, München)
Nell'ambito della "Settimana della cultura italiana"
Concerto: "Dialogo sopra l’ultimo uomo" Musica di Stefano Taglietti
Libretto: Fabio Ciolli con testi di Galileo Galilei e Leonardo da Vinci
Opera
in quattro scene per tenore, baritono, flauto con
chitarra elettronica e percussioni. Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- mercoledì 21
ottobre, ore 11:00 e 15:00, c/o Pasinger Fabrik
(August-Exter-Str.1,
München)
Nell'ambito del "Internationales Figurentheater-Festival 2009"
Teatro delle ombre: "Platero Hì-Hò"
dell'Ensemble
L’Asina sull’isola
Ingresso: € 7,-/5,-
Organizzatori:
Gesellschaft zur Förderung des Puppenspiels München,
Münchner Stadtmuseum e Istituto Italiano di Cultura
- mercoledì 21
ottobre, ore 20:00, c/o Gasteig, Black Box
(Rosenheimerstr. 5, München)
Nell'ambito della "Settimana della cultura italiana"
Concerto: "Dialogo sopra l’ultimo uomo"
Musica di Stefano Taglietti
Libretto: Fabio Ciolli con testi di Galileo Galilei e Leonardo da Vinci
pera
in quattro scene per tenore, baritono, flauto con chitarra
elettronica e percussioni. Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- giovedì 22
ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Rom im 19. und 20.
Jahrhundert – Konstruktion eines Mythos"
Relatore: Franz Bauer,
Universität Regensburg
Ingresso libero
Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Verlag Friedrich
Puster Regensburg e Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.
- venerdì 23
ottobre, ore 18:00, c/o Neuhausen Trafo
(Nymphenburgerstr. 171, München)
L'Italia
contro la mafia e la corruzione (in tedesco)
Relatrice: Francesca Rossi
Degustazione e vendita di prodotti di Liberaterra
Ingresso:
€ 5,-
Organizza: Un'altra Italia München in collaborazione con Münchner VHS
- venerdì 23
ottobre, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Wasser für die
durstige Hauptstadt: Wasserleitungen, Thermen und
Hausanschlüsse im antiken
Rom"
Relatore: Prof. Dr.
Johannes Noll´
Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.
- domenica 25 -
mercoledì 28 ottobre, ore 18:30, c/o Odeon Kino
(Luitpoldstr.
25, Bamberg)
Film:
"Il vento fa il suo giro" (regia: Giorgio Diritti, Italia 2005)
Organizza: Mosaico Italiano, Bamberg
- lunedì 26
ottobre, ore 10:00, c/o Cafe Da Pia (Kleberstr. 3, Bamberg)
"Stammtisch italiano" del mattino con cornetto e cappuccino
Organizza: Mosaico Italiano, Bamberg
- martedì 27
ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
Nell'ambito della rassegna "Cinema e scienza"
Film:
"Vajont" (Regia: Renzo Martinelli, Italia 2001, 115 Min., OF)
Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- mercoledì 28
ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Mondi al limite"
Presentazione
del libro su "Medici senza Frontiere" pubblicato
dalla
Feltrinelli
Con
una delle autrici, Silvia Di Natale, e la responsabile
dell'Ufficio Stampa di "Medici senza Frontiere", Marina Berdini
Ingresso libero
Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura, Medici senza
Frontiere
Roma e Feltrinelli Milano
- giovedì 29
ottobre, ore 9:30-17:00, c/o EineWeltHaus
(Schwanthalerstr.
80 - München),
"Integration aus
feministischer Sicht"
Seminario
Il
programma è disponibile all'indirizzo:
http://www.muenchen.de/cms/prod2/mde/_de/rubriken/Rathaus/85_soz/04_wohnenmigration/31_interkulti/downloads/feministische_sicht.pdf
Organizzatori:
Antidiskriminierungsstelle für Menschen mit
Migrationshintergrund –
AMIGRA, Gleichstellungsstelle für Frauen,
Stelle für interkulturelle
Arbeit, Visiones e.V. und migranet
- giovedì 29
ottobre, ore 18:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Progetto Jura – la formazione dei docenti di lingua e traduzione in
ambito
giuridico italo-tedesco"
Presentazione e discussione del progetto italo-tedesco di formazione
dei
docenti di lingua
Ingresso libero con prenotazione
Organizzatori:
Istituto Italiano di Cultura, Università per Stranieri
di
Siena, Università di Genova, Friedrich-Alexander-Universität
Erlangen-Nürnberg,
Ecole d'Interprétation et de Traduction de Genève
e Sprachen &
Dolmetscher-Institut München
- 29 ottobre - 7 novembre, München
II. Festival Internacional Cine Cubano
Per
informazioni: www.ficcu.com
- venerdì 30
ottobre, ore 20:00, c/o Gasteig, Carl-Orff Saal
(Rosenheimerstr.
5, München)
Festival der
"Meehrwelten"
Musiche e danze delle varie culture che convivono a
Monaco di Baviera
Per
maggiori informazioni: www.music-fun-concerts.de
Organizza:
Ausländerbeirat München
- martedì 3
novembre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str. 8, München)
Nell'ambito della rassegna "Cinema e scienza"
Film:
"L'orizzonte degli eventi" (Regia: Daniele Vicari, Italia 2005,
115
Min., OF). Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura (de.it.press)
Il candidato alla
segreteria Pd Pier Luigi Bersani invita gli italiani all’estero a partecipare
alle primarie del 25 ottobre. I connazionali potranno votare on line uno dei
tre candidati - Franceschini, Bersani, Marino - in corsa per la guida del
partito. Per il voto on line:
http://votoestero.partitodemocratico.it/P0_WELCOME.aspx, dalle ore 22.00 del 24
ottobre alle ore 20.00 del 25 ottobre. Le registrazioni si chiudono alle 24.00
del 23 ottobre. Ecco la lettera di Bersani agli italiani nel mondo
Grazie, prima di
tutto. Grazie a quanti hanno partecipato al congresso del PD, un momento vero
di democrazia, che, per essersi svolto all’estero, in condizioni
particolari e difficili, è stato anche un fattore di legame con l’Italia e con
la sua vita civile.
Grazie, anche, a
quanti hanno voluto condividere il progetto politico che ho messo a base della
mia candidatura alla segreteria del PD, in misura che si è rivelata percentualmente
anche più ampia rispetto a quella raggiunta in Italia (62,44%). Quel PD forte e
autonomo che ho in mente, attento a farsi fulcro di rapporti e alleanze con
tutte le forze del centrosinistra e capace di interloquire con partiti e
movimenti liberal e progressisti in tutto il mondo, è evidentemente nelle
aspettative degli italiani all’estero. Essi, per altro, già in occasione della
prima prova del voto per corrispondenza, quando il centrosinistra ha avuto la
sua maggiore affermazione, hanno potuto verificare quanto sia necessaria,
soprattutto in un ambito tanto vasto, un’attenta e articolata rete di alleanze
e di dialogo politico e culturale.
Ora, con le
primarie, abbiamo la possibilità di estendere molto la proiezione della nostra
proposta e, grazie anche al voto online consentito agli italiani all’estero,
coinvolgere cittadini e simpatizzanti che guardano alle vicende italiane da
lontano e, negli ultimi tempi, fors’anche con una punta di amarezza.
È molto importante
farlo, non solo per aiutare il PD a uscire dalla sua difficile transizione, ma
soprattutto per spingere chi vive lontano da noi a riaccostarsi alla politica e
all’Italia con una sensazione meno critica e più costruttiva. Oggi l’immagine
dell’Italia berlusconiana all’estero è pessima e peggiora di giorno in giorno.
Non lo dico io, ma i maggiori organi d’informazione del mondo.
So bene che
l’immagine del proprio Paese per chi vive all’estero è come l’aria che si
respira. Partecipare a uno dei momenti più importanti della vita del maggiore
partito d’opposizione, dare un segnale di reazione, è un atto che fa bene
all’Italia e che la può aiutare a riaccreditarsi nell’opinione pubblica
mondiale. Con questo spirito dobbiamo chiedere di partecipare alle primarie e
di esprimere un voto per uno dei candidati a dirigere il partito che si sta
spendendo interamente e dovrà farlo ancora di più per un’Italia diversa.
Fare in modo che
chi ha dovuto fare tutti i passi del lungo cammino dell’integrazione in società
diverse e talvolta ostili possa diventare un fermento attivo della nostra vita
politica, ci potrà aiutare fortemente a governare la transizione della nostra
società sempre più ricca di stranieri e “nuovi italiani” e a immunizzare i
fenomeni di xenofobia che alcune forze irresponsabilmente alimentano per
piccoli interessi elettorali.
Una larga
partecipazione può essere anche un alto là alle politiche di decostruzione
della comunità italiana nel mondo che il Governo di centrodestra sta adottando
fin dalla sua nascita. I tagli delle risorse destinate alle politiche
migratorie – dalla promozione della lingua e cultura italiana all’assistenza
per i nostri connazionali più esposti alla crisi economica e sociale, dalla
sopravvivenza ed efficienza della rete consolare all’informazione – tagli che
nel bilancio di quest’anno tendono a diventare cronici, aprono solchi di
disagio tra i lavoratori e le loro famiglie e minano la possibilità di
internazionalizzazione del Paese.
Eppure, le fasi
migliori per la nostra economia e per la nostra società sono state quelle in cui
siamo stati capaci di uscire dai nostri confini, magari con l’aiuto delle
nostre comunità all’estero che sono state sempre un canale primario di contatti
e di penetrazione. In più, in un mondo sempre più multiculturale, ridurre
l’impegno per la lingua, la cultura, l’informazione significa inaridire le
radici necessarie a milioni di giovani d’origine italiana per coltivare la
propria identità.
Insomma, le
primarie siano tra gli italiani all’estero non solo un importante evento
democratico, ma una risposta, diffusa e determinata, alla deriva in cui
l’Italia è stata sospinta da una leadership sempre meno presentabile a livello
internazionale e da una maggioranza che guarda alle nostre comunità come a un
residuo del passato o a un peso incompatibile con le nostre condizioni di Paese
di seconda linea, come ci stanno facendo diventare.
Le primarie siano
anche un fondamentale momento di raccolta di forze generose e attive,
necessarie a costituire tra gli italiani all’estero un PD aperto, incisivo e
seriamente organizzato, un PD capace di raccogliere stimoli ed esigenze per
farli diventare idee, progetti e azioni di una buona politica, diversa da
quella di oggi.
Pier Luigi
Bersani, candidato alla segreteria nazionale del PD (de.it.press)
Una tragica notte
di piogge, pur torrenziali, ha messo in ginocchio le
contrade piu'
vicine a Messina seminando lutti e distruzione. E' stato
come se la natura
si fosse improvvisamente ribellata allo scempio delle
montagne, dei
torrenti, dei greti dei fiumi che l'uomo continua a
programmare ed
abbia deciso di interrompere - per una notte - la magia
dell'autunno infinito
che, come succede da sempre in Sicilia, protrae i
caldi aneliti
dell'estate isolana per affidarci un avanzo d'inverno
nell'apocalisse di
pietre e fango.
Poi il rincorrersi
dell'attualità, i momenti di fervida attesa, le
elucubrazioni
delle autorità, gli anatemi delle coscienze, in un Paese,
l'Italia, che
continua la sua ricreazione senza sentire il dovere di
tributare onore
(come avevano fatto invece persino per Mike Bongiorno!)
alle vittime
innocenti di una tragedia annunciata nelle concessioni
edilizie, nelle
aree agricole diventate urbane per grazia (e voti)
ricevuta, nello
stravolgimento della natura e per questo una tragedia
addebitata agli
stessi messinesi.
Oggi il fango si è
solidificato e la costruzione di case "abruzzesi"
diventa promessa e
gli italici pensano di aver addormentato ancora per una
volta, l'ennesima,
le coscienze dei siciliani che vogliono continuare ad
aspettare senza
ribellarsi e senza dignità
Autunno in Sicilia
e' stagione impareggiabile, uno stato di grazia della
natura che si pone
tra il sole ancora caldo, il mare scintillante e i
vigneti di
zibbibbo e uva da venire e protrae le giornate come se cosi'
ritardasse infine
l'arrivo dell'inverno, lui si', negazione della vita,
negazione della
Sicilia.
Autunno sulle rive
dello Stretto è fenomeno e magia. La costa calabra
sembra potersi
toccare quando il vento insedia Fatamorgana e solleva in
bolle e onde
spumeggianti i vortici di Scillaecariddi, mentre luntri e
feluche cercano
per le ultime battute di pesca pescispada e tonnacchioli
che ritardano la
partenza da queste acque senza uguali.
La notte poi le
due coste scintillano di luci e voli di falene e
pesciluna,
disturbati solo dalla scia di pochi ferryboat.
Ma ieri, a
proposito della reiterata attitudine dell'uomo a voler
violentare la
natura e mutare il corso delle cose, il presidente del
consiglio ha
annunciato "urbis et orbis" di voler regalare ai siciliani un
manufatto per
l'attraversamento di questo stretto di magie; un ponte per
collegare Sicilia
e continente, un Ponte per farci sentire italiani....
Fino a quando
dovremo sentire queste scelleratezze? Fino a quando
lasceremo che
altri decidano a nome nostro? Che cosa c'entra il signore di
Arcore, pianura
padana, con lo Stretto degli incantesimi? Ma che cosa ne
sa lui della
nostra isola, lui che il Paradiso se lo deve costruire e non
lo ha trovato
dietro la porta come abbiamo fatto noi?
E che cosa ne puo'
sapere il suo ministro dei trasporti, uomo senza voti e
che vive di
listini bloccati per fondare la sua carriera di transfuga e
ministro? Ma quale
Italia vuole regalare alla Sicilia il signor Berlusca?
Quella che rifiuta
i funerali solenni ai suoi figli migliori? quella che
ci regala Lombardo
e Miccichè? Si rende conto che sarebbe piu' consono
dire che è proprio
l'Isola, la Sicilia, che non vuole regalarsi
all'Italia?
Una patria la si
riconosce dal rispetto per tutti i suoi territori, dalla
eguaglianza di
trattamento per tutti i suoi cittadini, dalla cura
nell'amministrazione
della cosa pubblica.
Ora, quale
rispetto per la Sicilia ha mai mostrato questa patria lontana
se tutti i
territori sono sventrati e sconvolti? quale eguaglianza se i
figli migliori
dell'Isola devono trovare altrove le possibilità di lavoro
e di futuro che la
"Roma ladrona" di leghista memoria nega all'Isola?
quale cura
dell'amministrazione pubblica se in ogni confronto elettorale i
partiti romani
piombano sull'Isola come feroci saladini per
accapparrarsene i
tesori attraverso i loro paria e i loro schiavi?
Oggi Berlusconi, e
troppi con lui, continuano a parlare di un Ponte sullo
Stretto. Ma lo sa
Belrusconi che in Sicilia per andare da Agrigento a Messina
bisogna impiegare
almeno 4 ore di strade statali per arrivare a quella
bretella autostradale,
quella autostrada Palermo-Messina che il Presidente
aveva tanto
prosaicamente inaugurato quando era operativa solo a corsia
unica? E le
ferrovie, conosce Berlusconi e il signor Moretti, Amministratore
delegato, lo stato
delle ferrovie siciliane? la frequenza delle tratte che
lavorano ancora a
scartamento ridotto, la vetustà delle carrozze destinate
al servizio
dell'Isola?
Prima di costruire
un Ponte, signor Berlusconi, la ragione ci impone un
semplice doppio
paradigma: cosa trasferire da una parte all'altra e come
arrivare ai piedi
di questo ponte.
Ora potremmo
trasportare al di là del faro le nostre arance; ma perchè non
pensiamo a
costruire industrie di trasformazione e trasportare poi al di
là le essenze e le
deterpenate, costruendo prima del ponte possibilità di
occupazione e un
indotto che prenda dall'agricoltura linfa vitale per
creare benessere?
Perchè non mettere
mano finalmente alla costruzione di una rete
autostradale che
serva tutta la Trinacria, i tre punti da capo Passero a
capo Peloro, a
capo Lilibeo senza dover affrontare veri e propri peripli
per dovere, ad
esempio, prendere un aereo in uno dei tre aeroporti isolani
Punta Raisi,
Fontanarossa e Birgi?
Non sarebbe piu'
utile impiegare quei fondi, altrimenti destinati, alla
costruzione di
aeroporti settoriali per evitare le lunghe file e le lunghe
veglie?
Per non parlare
poi dello scempio del territorio che verrebbe stravolto
dai terminali di
quest'opera, che non sono limitati come la costruzione di
un raccordo
autostradale, ma cambierebbero in toto la morfologia di luoghi
che vanno dalla
periferia sud di Messina, quindi Giampilieri, Tremestieri,
Scaletta Zanclea,
le zone tristemente alla ribalta della cronaca per
l'alluvione, ai
siti magici dei laghi di Ganzirri, di Mortelle e oltre
Casa Bianca che
scomparirebbero letteralmente sotto cemento e malaffare.
Isola siamo ma
continuiamo sempre a prendere in considerazione solo il
trasporto gommato
senza invece immagginarci il potenziamento dei tanti
porti isolani,
vere e proprie porte per le autostrade del mare, metodo di
trasporto
efficace, a costi ridotti e ad impatto ambientale nullo.
Potremmo
continuare con l'elencazione di altre opere pubbliche che
servirebbero in
maniera prioritaria alla Sicilia invece di quel manufatto
per
l'attraversamento dello Stretto, finora servito ad arricchire Impresit
e compartecipate
rigorosamente statali per gli studi di fattibilità,
sempre
ricominciabili da zero.
Un ponte sinonimo
di futuro nella mente delle autorità (ma chi sono?)
paradigma poi
della tendenza di ogni governo italico che nei confronti
della Sicilia ha
sempre voluto apparire piu' che realmente fare,
accaparrandosene,
a piene mani, i tesori millenari.
Eugenio Preta,
Presidente confederazione giornalisti e dei media siciliani nel mondo
www.laltrasicilia.org
(de.it.press)
Roma- In vista
delle primarie del Partito Democratico, in programma il 25 ottobre prossimo,
nelle ripartizioni della circoscrizione estero sono state depositate le liste a
sostegno della candidatura alla segreteria di Dario Franceschini. In quattro
collegi su cinque sono le donne ad aprire le liste, cui figurano anche molti i
giovani studenti, ricercatori, lavoratrici e lavoratori. Dario Franceschini
vanta nelle sue liste anche i più giovani candidati: Giovanna Circo del Belgio,
classe 1990; Mariano Oreste di Buenos Aires, del 1987; Irene Fusco di
Bruxelles, nata nel 1983 e Fiorella Oreste dell’Argentina, classe 1983. Nelle
liste sono presenti esponenti del mondo associativo e sociale, sono
rappresentate tutte le generazioni degli emigrati italiani, da quelle più
lontane verso l’America Latina a quelle più recenti e mobili in tutto il mondo.
I capilista:
Concetta Cirigliano in Perna per l’Australia, Emilia Vitale per il Nord
America, Sandra Amabile per il Sud America, Daniela di Benedetto per Europa 2 e
Michele Schiavone per Europa 1. Nelle liste europee sono inoltre presenti i
parlamentari Franco Narducci e Claudio Micheloni. (aise)
Primarie PD. Aperte le iscrizioni per il voto online (fino al 23 ottobre)
Roma - Fino al 23
ottobre prossimo tutti gli italiani all’estero iscritti all’Aire potranno
registrarsi online per votare via web alle primarie del 25 ottobre e
contribuire alla scelta del nuovo segretario. Per farlo occorre collegarsi al
sito www.votoestero.partitodemocratico.it e seguire la procedura indicata, per
altro già sperimentata nel passato.
Oltre agli
iscritti all’Aire, possono votare online i cittadini italiani che il 25 ottobre
si trovino lontani dal loro rispettivo luogo di residenza e cioè i militari in
missione, il personale del corpo diplomatico e consolare, gli studenti Erasmus,
i ricercatori universitari all'estero, i cittadini italiani residenti
temporaneamente all'estero. Possono votare anche gli iscritti ai circoli esteri
del Partito Democratico. Tutti devono avere più di 16 anni.
Per votare online
si richiedono un indirizzo email valido e un cellulare in grado di eseguire
telefonate internazionali che verrà utilizzato durante la fase di voto per
eseguire il login al sistema attraverso una telefonata verso un sistema di
controllo che certificherà il cellulare indicato durante la fase di
registrazione. La chiamata sarà gratuita e non verrà addebitato alcuno costo
telefonico. Alla registrazione del proprio indirizzo email verrà inviato un
codice pin che dovrà essere utilizzato all’atto del voto.
Le operazioni di
voto online saranno possibili dalle 22.00 del 24 ottobre alle 20.00 del 25
ottobre, ora italiana. Le registrazioni al sito, invece, si chiuderanno alle
24.00 del 23 ottobre, ora italiana. "Ciò significa – spiegano sul sito –
che ci sarà un certo sfalsamento negli orari di voto nei vari continenti
poiché, rispetto all'Italia, la Nuova Zelanda è avanti di nove ore mentre Los
Angeles è indietro di nove ore. Per votare è sufficiente tornare su questo sito
durante l'apertura delle cabine elettorali online". (aise)
Interventi. Berlusconi e la sua battaglia contro l’Italia
"Chiunque
abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti
[...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere
arresti il potere". "In base al primo di questi poteri (n.d.r. potere
legislativo) , il principe o il magistrato fa delle leggi per sempre o per
qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In base al secondo (n.d.r
potere esecutivo), fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie,
stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo (n.d.r. potere
giudiziario), punisce i delitti o giudica le liti dei privati".Così
Montesquieu nel suo “Spirito delle leggi”, 1748.
E’ un balzo
indietro di 260 anni quello che il premier Silvio Berlusconi ci propone da
Sofia: non solo rinnegare le conquiste acquisite con la nostra Carta
Costituzionale e prima ancora con lo Statuto Albertino, ma addirittura
l’asservimento del potere giudiziario a quello legislativo e forse di entrambi all’esecutivo.
Una teoria giacobina che ricorda la Costituzione francese in vigore dal 1793 al
1795, che aveva concentrato tutti i poteri nell'assemblea elettiva. Questa
teoria trova ulteriore riscontro solo negli stati comunisti.
Se non fosse che
la credibilità interna di Berlusconi è drammaticamente diminuita, se non fosse
per l’intervento della stampa che si sforza di contrastare il suo potere
mediatico, se non fosse per l’influenza esercitata da democrazie mature ed
amiche, ed il controllo che l’Unione Europea esercita sui propri stati membri,
affermazioni di questo genere, insieme all’evidente mancanza di rispetto nei
confronti delle Istituzioni della nostra Repubblica, ci sarebbe da dire che in
Italia qualcuno vorrebbe attentare alla democrazia, alla libertà, alla
repubblica e allo stato di diritto.
Daniela Di
Benedetto - Monaco di Baviera (de.it.press)
Oltre 1 miliardo di affamati. Non accadeva da 40 anni
ROMA - Il
direttore generale della Fao Jacques Diouf ha fatto appello ieri ai leader
mondiali affinché si raggiunga «un largo consenso per l’eliminazione totale e
rapida della fame», quando converranno a Roma per il vertice mondiale sulla
sicurezza alimentare di capi di Stato e di governo, che si terrà dal 16 al 18
novembre. Un vertice che dovrà fare i conti con oltre un miliardo di
sottonutriti, quota che non si raggiungeva dal 1970.
Nel suo discorso
annuale per la Giornata mondiale dell’alimentazione, Diouf ha anche sollecitato
i leader mondiali a incrementare gli aiuti esteri allo sviluppo del 17%, il
livello che avevano nel 1980, rispetto all’attuale 5%. Il tema della Giornata
mondiale di quest’anno è «Conseguire la sicurezza alimentare in tempi di
crisi». Diouf ha poi detto che l’attuale crisi economica, che ha fatto salire
il numero delle persone che soffrono la fame di 105 milioni, è «senza
precedenti», perché si è sommata alla crisi mondiale dei prezzi alimentari del
2008.
«L’ammontare di 44
miliardi di dollari di aiuti ufficiali allo sviluppo che dobbiamo dedicare allo
sviluppo agricolo è molto poco se paragonato ai 365 miliardi di dollari spesi
nel 2007 a sostegno delle agricoltura dei paesi ricchi, ai 1.340 miliardi che
si spendono ogni anno nel mondo in armamenti ed alle migliaia di miliardi di
dollari raccolti in breve tempo nel 2008-2009 per puntellare il settore
finanziario», ha aggiunto il direttore della Fao.
A Jacques Diouf
ieri è giunta anche una lettera del Papa che, annunciando la sua presenza al
Vertice di novembre, scrive che «l’accesso al cibo, più che un bisogno
elementare, è un diritto fondamentale delle persone e dei popoli. Potrà
diventare una realtà, e quindi una sicurezza, se sarà garantito un adeguato
sviluppo in tutte le diverse regioni». Il Pontefice invita «a considerare il
lavoro agricolo come elemento fondamentale della sicurezza alimentare - osserva
il Papa - e, quindi, come una componente integrale dell’attività economica. Per
tale motivo, l’agricoltura deve poter disporre di un sufficiente livello di
investimenti e di risorse». E siccome i «beni della creazione sono limitati per
loro natura: essi richiedono, pertanto, atteggiamenti responsabili e capaci di
favorire la sicurezza alimentare, pensando anche a quella delle generazioni
future».
Un’altra lettare
al direttore generale della Fao è stata scritta dal sindaco Alemanno che ha
rinnovato l’impegno di Roma come teatro internazionale per la lotta alla fame.
«Questo 16 ottobre 2009 assume un significato particolare - scrive il sindaco
capitolino a Douf -. Da oggi inizia infatti il conto alla rovescia verso un appuntamento
cruciale, da te fortemente auspicato: siamo a un mese dal Summit Mondiale
sull’Alimentazione. Sarà un’occasione che assume i contorni di una vera e
propria “ora della verità”, in cui i governi dovranno rinnovare - e misurare -
il loro impegno ad incidere realmente sui fattori strutturali al fine di
sradicare le piaghe della povertà e della fame. Desidero confermarti che,
venendo incontro alla tua richiesta, Roma darà il suo contributo a questo
appuntamento». IM 17
Attacco ai pasdaran: decine di morti, uccisi due generali
Una trentina di
morti e decine di feriti, tra le vittime anche molti civili. E' il bilancio
dell'attentato avvenuto stamani contro alti ufficiali dei pasdaran nel sud-est
dell'Iran. Lo scrive l'agenzia Irna, precisando che si è trattato di «un
attacco suicida» compiuto su una strada percorsa dai Guardiani della
rivoluzione. Il capo del battaglione Al Qods dei Pasdaran iraniani, generale
Nurali Shushtari, è rimasto ucciso. Tra le vittime anche un altro alto
ufficiale, il comandante dei pasdaran nella regione, generale Mohammadzadeh e
altri quattro alti ufficiali dei Guardiani della rivoluzione.
Si è trattato di
«un crimine perpetrato da agenti degli stranieri», ha dichiarato
Ahmadinejad, affermando che l'attentato è «da condannare, ma è anche fonte
permanente d'onore per la rivoluzione islamica». Per questo il presidente ha
detto che invia alla Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, e alle famiglie
delle vittime un messaggio «di condoglianze e congratulazioni» allo stesso
tempo, per il loro «martirio».
Di elementi
stranieri indirizzati da potenze nemiche avevano già parlato in una nota
diffusa alla tv i vertici pasdaran. «Senza dubbio elementi stranieri, in
particolare quelli legati all'arroganza mondiale, sono coinvolti in questo
attacco» recita un comunicato del corpo d'elite. Nella retorica di Teheran, con
'arroganza globale' si indicano gli Stati Uniti. Accuse mantenute anche dopo la
rivendicazione fatta da un gruppo sunnita ribelle, Jundullah.
Il, presidente del
parlamento, Ali Larijani ha detto di considerare gli Usa responsabili della
strage. «Questo attacco terroristico è il risultato dell'azione degli Stati
Uniti» ha detto, «è un segno dell'animosità dell'America nei nostri confronti.
Obama ha detto di averci teso la mano, ma con quest'azione se l'è bruciata».
Il generale
Shushtari, che era anche comandante vicario delle forze di terra dei Pasdaran,
si trovava nella città di Sarbaz, nella provincia sud-orientale del
Sistan-Baluchistan, per prendere parte ad un incontro tra i capi di diversi
clan al fine di favorire una riconciliazione tra popolazione sciita e sunnita.
Questa provincia è infatti scossa da anni da violenze interconfessionali e vi
opera un gruppo armato separatista, il Jundullah (Soldati di Dio), che mette a
segno attentati e rapimenti di agenti di forze di sicurezza. L’U 18
Intervista al generale Mauro del Vecchio sulle accuse del Times all’Italia
Il generale Mauro
del Vecchio, 63 anni, oggi senatore del Pd, dall'agosto 2005 al maggio 2006 ha
comandato l'operazione Isaf della Nato in Afghanistan. Non crede a quello che
legge sul Times, che i servizi italiani avrebbero pagato i talebani per non
attaccarli. Se qualcosa fanno gli italiani è quello di fornire mezzi di
sussistenza necessari ai locali affinchè questi possano migliorare il loro
tenore di vita e di conseguenza questo garantisce una protezione indiretta, che
è stata più volte applaudita dai comandanti americani.
Le ultime
rivelazioni indicano che i servizi segreti italiani, oltre ad aver pagato i
capi talebani di Surobi, lo farebbero anche ad Herat. Che ne pensa?
Sono stato
comandante delle operazioni in Afghanistan nel 2005 al 2006. I servizi segreti
non dipendevano da me, ma si collaborava per quanto riguardava le informazioni
di intelligence. Non ho mai avuto sentore o conoscenza di fatti di questo
genere. La nostra attività operativa è sempre stata limpida. Abbiamo lavorato
accanto agli afghani impegnandoci per essere vicini alla popolazione. Se poi si
vuole vedere l'aiuto verso la popolazione come qualcosa di non giusto, allora
questo è un altro discorso. Non so che gioco ci sia dietro e per quale motivo
ci si rivolge all'Italia in questa maniera. Certo c'è in ballo l'aumento delle
truppe in Afghanistan. Ma potrebbe essere anche una strategia dei talebani per
mettere in difficoltà i contingenti che hanno rapporti migliori con la
popolazione. Gli italiani sanno accattivarsi la gente, la popolazione li
apprezza per il loro comportamento professionale e attento verso le loro
esigenze.
Ormai questi tipi
di conflitti coinvolgono paesi ed eserciti molto diversi, quanto è difficile
riuscire a coordinare militari ognuno dei quali sembra avere regole diverse.
Le regole di
ingaggio sono norme stabilite dalla Nato e sono uguali per tutti, naturalmente
poi l'interpretazione cambia non solo da esercito ad esercito, ma anche da uomo
ad uomo, da contingente a contingente, dalla storia di ogni paese. Quindi il
coordinamento serve, va realizzato facendo in modo che le regole non vengano
sovvertite e che i contingenti si attengano alle norme.
La situazione in
Afghanistan sembra peggiorare di giorno in giorno.
L'insorgenza
dilaga. Con questo nome si comprende tutto quello che è contro la
democratizzazione di un paese, dalla criminalità comune a quella organizzata,
ai talebani, ai narcotrafficanti, ai Signori della Guerra. L'insorgenza è
infastidita dalle forze afghane che lentamente vengono addestrate. I militanti
erano già forte nel 2005, il problema è che in questo tempo non si sono
raggiunti i risultati in quel processo di stabilizzazione nel quale siamo
impegnati. L'Afghanistan è un paese difficile, anche solo dal punto di vista
ambientale. Un'operazione di questo tipo non può avvenire senza il consenso
della popolazione. Ma i militari non bastano. Bisogna dimostrare vuole aiutare
la gente dal punto di vista della sicurezza, ma anche dell'economia. Non siamo
stati capaci di dare questo segnale. Non abbiamo staccato nettamente la
popolazione da chi non ha interesse che la situazione in Afghanistan migliori.
La nuova presidenza di Obama ha sottolineato l'esigenza di una nuova strategia,
prendendo una direzione, che è quella già da anni avviata dai contingenti
italiani: fare attenzione alle esigenze della popolazione anche per quanto
riguarda la ricostruzione, dalle istituzioni, alle strade.
Quanto è difficile
sostenere un processo democratico quando il presidente stesso che si appoggia
si macchia di brogli incalcolabili, tanto da impedire che ancora due mesi dopo
le elezioni, non si sia in grado di annunciare il vincitore?
Tutte queste
polemiche e brogli non fanno bene alla democrazia e all'autorevolezza che
dovrebbe avere un governo. La popolazione ha bisogno di un esecutivo forte. Una
delle soluzioni potrebbe essere formare un governo di unità nazionale sotto il
controllo delle Nazioni Unite. La corruzione è talmente endemica e visibile che
certo non aiuta a conquistare i cuori e le menti degli afghani. Serve una
conferenza interregionale che veda coinvolti tutti i paesi confinanti: un
progetto di pacificazione regionale, che coinvolga i talebani moderati, in modo
che il nocciolo duro dei combattenti possa essere sempre più isolato.
A questo proposito
il Pakistan, ormai da dieci giorni è quotidianamente sotto attacco.
Il Pakistan è
immerso fino al collo nella crisi afghana. I santuari dell'insorgenza sono
tutti sul suo territorio. Qualsiasi sviluppo positivo in questo conflitto non
può avvenire senza il coinvolgimento del Pakistan.
Barbara
Schiavulli, Eco 17
Il prestigio del Paese. Il cittadino e il valore delle istituzioni
Il Capo dello
Stato è intervenuto ieri, con il consueto equilibrio e con la ben nota
ponderazione, sul discusso tema della disciplina in materia di offesa all’onore
o al prestigio del Presidente della Repubblica e sul connesso problema della
libertà di manifestazione del pensiero. Nel discorso pronunciato in occasione
della consegna di premi giornalistici Egli ha in primo luogo ricordato che al
legislatore è rimessa ogni possibilità di proporre l’abrogazione dell’art. 287
del codice penale (poiché si tratta di norma ordinaria e non di rango
costituzionale), pur ricordando che essa è stata mantenuta immodificata dalla
recente riforma dei reati di opinione, che ha invece eliminato una serie di
fattispecie penali ritenute non più coerenti con l’assetto socio-politico e con
il sistema delle libertà di manifestazione del pensiero raggiunte dal nostro
Paese. Occorre a tal proposito aggiungere che anche la Corte di Cassazione e la
Corte Costituzionale sono più volte intervenute per ribadire la legittimità
della norma che punisce le offese al Capo dello Stato, costantemente negando
che essa violi il principio di pari dignità sociale dei cittadini, posto che
non punisce la lesione dei beni comuni di ogni persona, ma quella del prestigio
dell’Istituzione repubblicana e dell’unità nazionale che il Presidente della
Repubblica è chiamato a rappresentare.
Il concetto è
tanto chiaro da non richiedere commenti ulteriori. Stupisce invece constatare
l’irrazionale differenziazione dei limiti edittali posti dalle varie norme che
tutelano l’onore ed il prestigio delle più alte cariche dello Stato. Così,
mentre la norma in questione punisce le offese all’onore o al prestigio del
Presidente della Repubblica con la reclusione da uno a cinque anni (sanzione
giustamente severa rispetto all’entità degli interessi aggrediti), la norma sul
vilipendio della Repubblica, delle Istituzioni costituzionali e delle Forze
armate commina la quasi irrisoria pena della multa da mille a cinquemila euro,
nonostante anch’essa sia posta a tutela di beni rilevanti come l’integrità e
l’efficienza delle Istituzioni. Ed ancora, la norma sull’oltraggio al pubblico
ufficiale reintrodotta dopo molte discussioni con la riforma portata dalla L.15
luglio 2009, n.49 prevede la sanzione della reclusione fino a tre anni,
nonostante il rango dei soggetti tutelati sia decisamente inferiore a quello
delle categorie considerate dalle norme sul vilipendio. Un tema, questo della ragionevolezza
della misura delle pene che pur apparendo ai margini delle questioni sollevate
ieri meriterebbe in questo come in altri settori, un serio intervento di
riforma. Solo con una adeguata misura della pena si potrà, infatti, dare
visibilità alle diverse entità ed al diverso rilievo dei beni oggetto di
tutela, correlandoli ad un valore istituzionale importante come la libertà di
manifestazione del pensiero e giustificandone l’eventuale sacrificio. È proprio
su questa sottile e determinante area di delimitazione e bilanciamento che si è
soffermata la seconda considerazione del Presidente della Repubblica, che ha
rimesso al giudizio dei cittadini il valutare «che cosa è libertà di critica e
che cosa non lo è nei confronti di Istituzioni che dovrebbero essere tenute
fuori dalla mischia politica e mediatica».
Il difficile snodo
sul tema del diritto di critica ed in particolare di critica “politica”
rappresenta uno dei leit motiv di un contrasto che vede al polo estremo chi
ritiene che sotto tale copertura sia consentita ogni forma di insulto nei
confronti di ogni tipo di Istituzione. È evidente come un simile punto di vista
sia del tutto erroneo e come esso finisca per azzerare proprio quell’altro
interesse di rango costituzionale (la tutela del prestigio e del buon
funzionamento degli organi più rappresentativi dello Stato) con cui dovrebbe
invece confrontarsi nella ricerca di un bilanciamento. Si tratta di un
difficile equilibrio alla cui individuazione non giovano le oscillazioni
giurisprudenziali: da un lato vi sono orientamenti restrittivi che ritengono
scriminate solo forme di critica che si svolgono in forma non offensiva e con
modi contenuti; da un altro lato vi sono orientamenti molto più “permissivi”
secondo i quali nel contesto della polemica politica vi sarebbe una perdita di
carica offensiva tale da giustificare espressioni come “furfante”, “idiota”,
“buffone”, oppure l’assimilazione a personaggi simbolo di dittatura,
sopraffazione ed arbitrio.
Appare evidente
come più si dilata l’area del “politicamente consentito”, più si rischia di
elevare un tasso di rissosità parlamentare ed istituzionale di cui il cittadino
oggi non avverte affatto il senso ed il bisogno e sul quale certamente non
fonda il concetto di libertà di manifestazione del pensiero. Soprattutto quando
si tratta di Istituzioni che devono rappresentare l’unità nazionale della
Repubblica.
PAOLA SEVERINO,
ordinaria di diritto penale pro-rettore della Luiss IM 17
E' finita l'era delle leggi ad personam
Le schermaglie
iniziali, che hanno accompagnato ieri il ritorno in scena della Grande Riforma,
non devono trarre in inganno. Silvio Berlusconi non ha «preso un pugno in
faccia» dall'opposizione, come pure ha lamentato. E se avesse adoperato un
linguaggio più attento, vista la delicatezza della materia, invece dei soliti
attacchi ai «Pm rossi», forse qualcuno dei «no» iniziali che ha ricevuto si
sarebbe trasformato in un «ni». Anche perché, era forse troppo in questo
momento aspettarsi una risposta chiara dal Pd, il partito a cui era
principalmente rivolta la proposta del premier di riaprire il dialogo sui
cambiamenti della Costituzione. Tutto sarà più chiaro da domenica 25, quando il
nome del leader dei Democratici uscirà dalle urne delle primarie.
Ma anche prima,
una valutazione sommaria della svolta si può fare. Se Berlusconi s'è risolto a
tornare sul cammino impervio delle riforme costituzionali, vuol dire che i suoi
alleati gli hanno fatto capire che non è più tempo di «leggi ad personam». Pur
vituperata, ancora una volta, dal Cavaliere, la Corte Costituzionale, con la
sentenza sul lodo Alfano, ha chiuso l'epoca delle scorciatoie tramite cui
Berlusconi tentava di sottrarsi ai suoi giudici.
E questo non è
male. Ora, sul piano politico, il premier potrà contare su una solidarietà
piena del centrodestra. Tranne Di Pietro, nessuno o quasi dall'opposizione gli
chiederà di dimettersi. Ma dovrà rassegnarsi ad affrontare i processi.
Quanto alla
possibilità che, dopo tutti i fallimenti del passato, la Grande Riforma
stavolta arrivi al traguardo, le probabilità - va detto - non sono molte, ma
vale sempre la pena tentare. E' stato il presidente Napolitano, commemorando
Norberto Bobbio a Torino, a dire che «essere fedeli alla Costituzione, non vuol
dire considerarla intoccabile». Ed anche se Berlusconi, nel riproporre le
riforme, ha usato un tono sbagliato, badando più alla sostanza che gli
interessa, e meno al metodo «costituzionale», Fini, autorevolmente, e Calderoli
sulla base della sua diretta esperienza, hanno cercato di convincere
l'opposizione che si tratta di un'offerta seria.
A questo punto c'è
insomma la possibilità di tornare a discutere, e a votare, se si trova
l'accordo, con una maggioranza più ampia di quella che sorregge il governo, una
serie di riforme condivise. A cominciare dalla riduzione del numero dei
parlamentari, dalla differenziazione delle funzioni tra Camera e Senato e dal
riequilibrio dei poteri tra governo e Parlamento: temi su cui inaspettatamente,
da diverse parti e in diverse occasioni, sono piovuti consensi imprevisti, sui
quali si potrebbe tentare di costruire convergenze, com'è già avvenuto
nell'attuale legislatura in materia di federalismo fiscale.
Fatto questo - e
si tratta già di un pacchetto molto importante - si dovrebbe mettere mano alla
riforma della giustizia: inutile nasconderlo, è un terreno minato su cui
governi di centrodestra e di centrosinistra sono già saltati per aria o hanno
dovuto rassegnarsi a riforme minime, talvolta sbagliate, se non inutili.
Il paradosso è che
nei due campi, a destra e a sinistra, esistono due partiti riformatori
trasversali, che per il solo fatto di essere stati battuti in passato dagli
opposti partiti dei giudici, si prenderebbero volentieri una rivincita. Ma
proprio adesso, con Berlusconi di nuovo sotto processo, e un pezzo di opinione
pubblica schierata col pezzo di magistratura che si dichiara minacciata, è
assai difficile per l'opposizione - pur convinta, come ha detto ieri la
capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro, che la giustizia non funzioni -,
dare una mano a risolvere il problema. Sul resto, invece, è legittimo
aspettarsi sorprese, perché il Pd, superate le angosce congressuali, non ha
interesse a lasciare la palma del cambiamento solo in mano al centrodestra.
Ciò significa che
dopo tante speranze e tante terribili delusioni, sta finalmente arrivando il
momento buono per la Grande Riforma? Davvero è presto per dirlo. E ripensando a
come affondò la Bicamerale, non si può che essere prudenti. Su molte delle
novità da introdurre, compreso il presidenzialismo, che oggi appare un tabù,
dodici anni fa era stato trovato un accordo che franò proprio sulla giustizia,
quando Berlusconi si accorse che non avrebbe incassato il ridimensionamento
delle procure a cui già allora aspirava.
Tutto sembrava
fatto - e poi a sorpresa tutto finì - quando, davanti alla famosa crostata di
casa Letta, il Cavaliere e D'Alema si strinsero la mano. Ma se tre giorni fa se
la sono stretta di nuovo, una ragione dev'esserci. MARCELLO SORGI LS 17
Giustizia, l'Anm proclama stato agitazione. "Difenderemo a oltranza i
valori della Carta"
La protesta dei
giudici dopo l'annuncio del premier Berlusconi - Nicola Mancino: "Assurdo
un Csm sotto il ministero" - Appello in rete dei magistrati a favore di
Mesiano: "No all'invasione della sfera privata"
ROMA -
L'Associazione Nazionale Magistrati insorge contro l'ipotesi di una riforma
costituzionale portata avanti dal solo governo, che riduca l'autonomia della
magistratura, e proclama all'unanimità lo stato di agitazione:
"Difenderemo ad oltranza i valori della Costituzione", ha detto il
presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara, interpellato
a margine della riunione del parlamentino delle toghe, dopo l'annuncio del
premier Silvio Berlusconi. E in rete circola un appello dei magistrati, che già
conta su oltre 100 firme, a favore del giudice Raimondo Mesiano, spiato e messo
in ridicolo dal Tg5: "A nessuno possono essere consentiti l'attacco e
l'invasione della sfera privata della persona-magistrata, solo perché abbia
emesso una decisione a taluno sgradita".
Lo stato di
agitazione. L'Associaziona nazionale magistrati proclama lo stato di
agitazione, convocando assemblee in ogni distretto aperte a tutti i magistrati
per valutare le iniziative da intraprendere, compreso lo sciopero. Il
parlamentino delle toghe lo ha deciso all'unanimità, esprimendo "viva
preoccupazione per il clima di costante tensione che attraversa il Paese e che
oggi ha coinvolto anche le massime autorità di garanzia, con il rischio di
alterare il delicato equilibrio tra i poteri dello Stato".
Palamara: "No
a una riforma che riduca l'autonomia". "Stiamo vivendo un clima di
tensione in cui l'Anm non vuole essere trascinata. - denuncia Palamara -
Diciamo no ad una riforma costituzionale, difendiamo l'autonomia e
l'indipendenza dei magistrati nell'interesse dei cittadini, vogliamo una
riforma della giustizia per processi più veloci. Su questo tema siamo sempre
pronti a confrontarci". Le polemiche degli ultimi giorni, scoppiate dopo
la sentenza sul Lodo Alfano e "gli ignobili attacchi rivolti a colleghi -
aggiunge il leader del sindacato delle toghe - non ci intimidiscono, ma è forte
il malcontento all'iterno della magistratura".
In merito poi ad
una riforma relativa all'elezione dei componenti del Csm, il presidente
dell'Associazione magistrati ricorda come "al nostro interno abbiamo
avviato una discussione per una 'autoriforma' anche per selezionare i
rappresentanti al Csm. Ma altro è il ritorno al passato, prima della nascita
della nostra Costituzione, con i pm sotto il controllo dell'Esecutivo".
Mancino: "No
al Csm subordinato al ministero". Dello stesso parere anche il
vicepresidente del Csm, Nicola Mancino: "A chi dice che bisogna fare un
doppio Csm io dico che non si può, perché uno dei due dovrebbe andare sotto al
ministero della Giustizia, il che è assurdo. O si è giudici e si è
indipendenti, oppure si è qualcos'altro e bisogna vedere che cos'è questo
qualcos'altro".
"Al momento
non c'è un testo di riforma - ha detto Mancino a margine di una conferenza
organizzata dall'Ordine degli avvocati di Avellino - e quindi non si può
esprimere un parere. Ci sono propositi, molti velleitari, molti duttili e
prudenti, molti altri non ancora definiti. Quando ci sarà una proposta definitiva,
che è nei poteri del governo formulare, allora noi ci esprimeremo".
L'appello dei
giudici. Sono molti i giudici indignati per l'attacco subito da Mesiano, che
sono insorti per difendere il collega e per chiedere un fatto del genere che
non avvenga mai più. "In democrazia tutti, le parti coinvolte nel processo
come ogni cittadino, hanno diritto di criticare, anche nel modo più aspro ed
acceso, i provvedimenti dei magistrati, con il solo limite della
delegittimazione della funzione. - si legge nell'appello dei giudici - Ma a
nessuno possono essere consentiti l'attacco e l'invasione della sfera privata
della persona-magistrato, solo perché abbia emesso una decisione a taluno
sgradita, senza che ciò comporti la violazione di regole elementari della convivenza
civile prima ancora che di specifiche norme di legge". LR 17
La Consulta boccia il lodo Alfano
Una decisione che
fa discutere per le novità con le quali s’impone l’annullamento della legge. E
che suscita una violenta polemica
Il lodo Alfano,
che sospendeva i processi penali al Presidente della Repubblica, al Capo del
Governo e ai Presidenti di Camera e Senato, secondo un verdetto preso a
maggioranza dalla Corte Costituzionale, non è conforme alla Costituzione.
Perché ne viola il principio dell’art. 3, secondo il quale “tutti i cittadini
sono uguali davanti alla legge”; e perché è necessaria una legge
costituzionale, con i suoi tempi lunghi e con il referendum confermativo, se
l’Esecutivo non ha gli indispensabili due terzi di voti favorevoli. Questi i
motivi della bocciatura esposti nel breve comunicato diffuso dall’Alta Corte
che, a detta di qualche suo membro, con tale pronuncia, “ha voluto rivendicare
la propria autonomia rispetto a qualunque pressione o tentativo di influenzarla”.
Per saperne di più, comunque, occorrerà attendere le motivazioni della
sentenza.
In effetti la legge non annullava - come
qualcuno ha detto o scritto - ma sospendeva, all’assunzione delle 4 mansioni
istituzionali, tutti i processi penali, per tutelare il diritto di difesa di un
“cittadino che si trova ad essere imputato e, contemporaneamente, a rivestire
un’alta carica dello Stato”. Sospensione (alla quale il diretto interessato
poteva rinunciare) valida solo per la durata del mandato istituzionale ed
estesa anche alla prescrizione. Niente di straordinario: leggi similari
esistono in molti Paesi d’Europa. Ma è bastato non ammetterla per surriscaldare
ulteriormente il già bellicoso clima politico nazionale. Ne hanno approfittato
D’Alema e Di Pietro per chiedere le dimissioni di Berlusconi a carico del quale
si riaprono i due processi milanesi, sospesi per effetto del Lodo (caso David
Mills e reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset), e quello
romano, per presunta corruzione di alcuni senatori eletti all’estero nella
scorsa Legislatura. E ne è sortito il solito scontro tra delusi e soddisfatti,
dai quali si è sentito di tutto ed il contrario di tutto.
A chi ha ricordato che, quando nel 2004 fu
bocciato il lodo Schifani, non si era fatto cenno alla necessità di una
procedura costituzionale, si è ribattuto che nella motivazione di quella
sentenza c'era un'aggiunta: “Resta assorbito ogni altro profilo d’illegittimità
costituzionale”. E coloro (Feltri de il Giornale, in particolare) che hanno
visto nella decisione un attacco soprattutto a Napolitano che aveva promulgato
il Lodo (perché corretto secondo le indicazioni precedentemente pervenute
dall’Alta Corte), si sono sentiti accusare di oltraggio al Capo dello Stato,
soprattutto da chi, a suo tempo, non ebbe remore ad obbligare alle dimissioni
anticipate il Presidente Leone o ad ingiuriare Cossiga. Tralascio, per brevità,
di riportare altri insulti sparati da destra e da manca.
Ovvio che in merito ciascuno può avere
pareri diversi, benché sarebbe auspicabile che fossero espressi in termini meno
brutali ed offensivi; scontato pure che gli ex comunisti sperino in una
prossima condanna di Berlusconi che lo obblighi alle dimissioni e ad
abbandonare la politica. E che a questi si associno i giustizialisti alla Di
Pietro o i doppiopesisti alla D’Alema che predicano bene ma razzolano male,
essendosi, a suo tempo, avvalsi dell’immunità europarlamentare. Ma la libertà
di opinione, tuttavia, deve accompagnarsi ad un’informazione corretta e completa,
altrimenti scivola inevitabilmente nel pregiudizio.
Mi domando quanti, tra i miei lettori e gli
stessi Italiani che vivono nella Penisola, sono al corrente o ricordino alcune
realtà nazionali indiscutibili. Per esempio che un Premier non si dimette
perché una legge del suo Governo è definita incostituzionale: la Costituzione
non lo impone ed infatti non esiste nessun precedente in tal senso. O il “non
ci sto” di Scalfaro all’accusa di avere intascato, quando era al Governo,
quindi precedentemente al suo incarico presidenziale, 100 milioni al mese dai
servizi segreti ed il silenzio (praticamente imposto da alcuni giudici di
Magistratura democratica, ala sinistra delle Toghe) che ne seguì. E che, a
dispetto del motivo (uguaglianza dei cittadini) per cui la Consulta ha
affossato il lodo Alfano, c’è, in Italia, una “casta” che non risponde mai
delle proprie colpe: la Magistratura. A pagare per i suoi errori è sempre lo
Stato, cioè i contribuenti, benché il referendum del 1987 avesse sancito, con
l’86,70% di sì, la responsabilità civile dei togati. Responso che la legge del
1988 - che nessuna Alta Corte bocciò - annullò, stabilendo che il cittadino
vessato da un giudice o da un pm fosse risarcito dal Governo.
Ma un altro fattore contribuisce a rendere
verosimile la critica di chi vede, nella decisione della Consulta, per due
terzi composta da giuristi di sinistra, un obiettivo politico. A rilevarlo è
Paolo Armaroli, docente di diritto pubblico comparato e diritto parlamentare
all’Università di Genova, il quale afferma che la Consulta ha trascurato
l’articolo costituzionale, il 51, che avrebbe salvato il lodo Alfano perché
riconosce a “chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive il diritto di
disporre del tempo necessario al loro adempimento”. Il professore in questione,
ricordando che tale “disposizione fu approvata, praticamente senza discussione,
dall’Assemblea costituente” continua: “Berlusconi non ha il dono dell’ubiquità.
Se costretto a seguire i processi che gli piovono addosso (ne ha già subiti 26,
NdR), rischia di non poter assolvere al meglio le delicate funzioni di
Presidente del Consiglio. Tanto più onerose in periodo di vacche magre come
questo. Ma i giudici costituzionali hanno inspiegabilmente sorvolato su questo
numeretto. La Corte dovrebbe essere popolata da giuristi non … indifferenti
alle conseguenze delle proprie pronunce”.
E soprattutto, aggiungo io, per non togliere al popolo quella
“sovranità” che la Costituzione gli riconosce.
Egidio Todeschini, de.it.press
IL VIDEO sul
giudice Mesiano andato in onda su Canale 5 è spaventoso, e lo è qualunque sia
la sua genesi giornalistica. È spaventoso se il suo impressionante effetto
minatorio discende da un'intenzione consapevole. Ma è spaventoso anche se siamo
di fronte a un gioco cretino, come di chi padroneggia malamente un'arma e
credendo di sparare a salve esplode pallottole vere.
Il testo, di
livello perfino più basso di quel sub-giornalismo che è il gossip televisivo,
farebbe propendere per la seconda ipotesi: un gioco cretino sfuggito di mano.
Ma la costruzione del servizio (pedinamento di un magistrato ritenuto
"nemico" del proprio editore, così da indicarlo all'odio e al
dileggio della propria curva tifosa), e la sua messa in onda nel programma
mattutino della rete generalista di Mediaset, con tanto di commento demolitore
(e "senza contraddittorio", come dice l'onorevole Gasparri quando
attacca la Rai) di due giornalisti del gruppo, impedisce di credere che si
tratti di un banale incidente.
Il clima di forte
scontro politico non può essere un alibi. Non è il cozzo delle idee, non la
polemica ideologica a dettare questo genere di colpi sotto la cintura. È la
volontà di attaccare e isolare personalmente, quasi uno per uno, quelli che il
leader e padrone considera gli avversari veri e presunti, e dunque esercita,
sui meno sereni e meno liberi dei suoi dipendenti, una doppia attrazione,
politica ed economica.
In una confusione
oramai patologica, irreversibile e venefica (per il paese intero) tra
patrimonio politico e patrimonio personale del Capo. È la voglia di andare a
stanare dal barbiere Mesiano, sputtanarlo (verbo berlusconiano) con qualche
sciatta considerazione sul suo abbigliamento del sabato mattina, dargli dello
"stravagante" perché fuma (?!), evitare che anche una sola parola sia
spesa in sua difesa (nel vituperato "Anno zero" i giornalisti e i
politici di destra hanno una postazione fissa), perché distruggere la persona è
il sistema più rapido per risolvere i contenziosi, e levare di mezzo l'ingombro.
O si trova, come
nel caso del già dimenticato Boffo, qualche vecchia carta per dare fuoco alla
pira, o si confeziona qualcosa di comunque infamante, per esempio spacciando
una promozione pregressa per un "premio" (e di chi?) per la sentenza
Cir. Il tutto, per giunta, sotto l'equivoco, ipocrita pretesto della
"legittima difesa", perché l'argomento prediletto da chi pratica
questo genere di pestaggio giornalistico è che anche l'attacco a Berlusconi è
un attacco alla persona: come se la condotta di vita del presidente del
Consiglio, i criteri con i quali dispensa le candidature, il genere di persone
delle quali si circonda a palazzo, non fossero quanto di più pubblico si possa
immaginare.
Ma il clima è
questo. È un clima nel quale chi governa, chi comanda, chi vanta la maggioranza
dei voti e il controllo del Parlamento, si rivolge agli oppositori come se
fossero insopportabili oppressori del cui giogo, finalmente, liberarsi. Così da
udire il leghista Castelli (da Santoro) gridare a Curzio Maltese "tu vivi
nel mondo marcio di Repubblica", e in quel "marcio", anche se
Castelli non lo sa, c'è tutto il puzzo del fascismo. Così da leggere, su Libero
di ieri, che "il Caimano non è un film, è una secrezione corporea di
Moretti", quello stesso Moretti accusato dal Giornale di avere
"dirottato" fondi europei per il suo nuovo film, tacendo che più di
quaranta registi, anche italiani, ne hanno avuto ugualmente diritto. Così da
imbattersi (da anni a questa parte) in vere e proprie liste di proscrizione dei
"rossi" che lavorano alla Rai, ovviamente tutti miracolati politici,
tutti scrocconi di soldi pubblici, tutti nel calderone indistinto delle
"élite di merda" che prima o poi la pagheranno.
A furia di essere
indicati con nome, cognome e stipendi (i guadagni dei "nemici" sono
un'altra delle ossessioni di questo giornalismo ossesso), alcune di queste
persone sono insultate per strada come "sporco comunista". Ora
toccherà, probabilmente, anche al giudice Mesiano. MICHELE SERRA LR 17
Caro direttore, un
mio amico appassionato di montagna mi ha raccontato che ormai su alcune grandi
vette italiane si vede la neve nera. Questa immagine mi torna nella mente
guardando il mio Paese oggi. La meraviglia della sua storia, della sua
identità, della sua cultura, nitida come la neve. E la pesantezza di uno
spirito pubblico, di un senso comune, in cui smarrimento e odio sembrano avere
il colore della pece.
«Alla democrazia
ghe pensi mi»: è una frase che racconta per intero l’assurdità della condizione
politico-istituzionale in cui si trova oggi l’Italia. Così come racconta molto
il fatto che, diciassette anni dopo, numerosi indizi fanno pensare alla morte
di Paolo Borsellino come alla conseguenza dell’eroico rifiuto di una trattativa
tra Stato e mafia.
Eccola,
l’istantanea del nostro Paese. Rissosità politica condita da un odio che ha
paragoni solo con i momenti più duri degli Anni Settanta e Ottanta.
E immobilità,
ripetizione sistematica di diseguaglianze, conservatorismi, illegalità. Tutto
questo non può durare sino allo sfinimento del Paese.
«Maggioranza
silenziosa». Dalla fine degli Anni Sessanta in America, e subito dopo da
quest’altra parte dell’oceano, Italia compresa, è con queste parole, che si
descrive la larga parte di cittadini abituata a non partecipare attivamente
alla vita politica e a non esprimere opinioni sulle grandi scelte del proprio
Paese. È un’espressione che nel tempo ha avuto indubbio successo, che ancora
oggi è ampiamente usata e che permette spesso a chi governa di accreditarsi
come beneficiario di un consenso popolare a prova di qualunque opposizione.
Io credo che oggi,
in questo preciso momento storico, sia però un’altra la definizione che meglio
racconta lo spirito diffuso, il clima prevalente, del nostro Paese. In Italia,
questa è la mia idea, c’è una «maggioranza civile» che forse non riesce ancora
a farsi sentire, visto se non altro il clamore di polemiche e scontri ormai
continui e assordanti, ma che certo non è passiva, non è disinteressata, non è
rinunciataria. È una maggioranza civile stanca di Berlusconi e delle sue urla,
sempre più attonita di fronte ad un presidente del Consiglio che negando alla
radice il suo stesso ruolo è in guerra ormai con tutti: con il Capo dello Stato
e con i giudici della Corte Costituzionale, con i mezzi di informazione che
raccontano quel che non dovrebbero e con i giornali che affermano con il loro
lavoro la sacralità di quel diritto che si chiama libertà di stampa, con i
sindacati che difendono i diritti dei lavoratori, con l’Unione Europea che
ammonisce l’Italia a non scadere in comportamenti inumani nei confronti degli
immigrati. È una maggioranza civile stanca anche di un «grillismo» che non a
caso, come il «berlusconismo», fa rima con populismo. Stanca pure di un certo
«dipietrismo» che troppe volte preferisce la facilità della polemica alla
difficoltà della ricerca delle soluzioni.
Non è una
maggioranza, nessuno si illuda e nessuno fraintenda, da catalogare nel gioco
della composizione e scomposizione di questo o quello schema politico, di
questa o quella prospettiva di governo. Per essere chiari, considererei un
errore gravissimo ipotesi di governi pasticciati o di grandi coalizioni, che
apparirebbero tanto velleitarie quanto inopportune in un Paese che ha invece
bisogno di radicali innovazioni, di profonde sfide ai conservatorismi e non di
accordi politici al minimo comun denominatore. Non è tempo di «governissimi». È
tempo di una sana alternanza di tipo europeo.
È la larga parte
della popolazione italiana che vorrebbe un Paese retto semplicemente (anche se
dopo un quindicennio sappiamo quanto semplice non sia) da una naturale
dialettica democratica: due schieramenti alternativi, in serrata e anche aspra
competizione politica, ideale e programmatica, per guadagnare il diritto di
governare e il dovere di rispondere a fine legislatura del proprio operato. Dovrebbe
essere una cosa scontata? Sì, è vero, e in effetti in ogni grande Paese europeo
è così. Ma da noi no. Proprio non riusciamo ad uscire da logiche vecchie e
paralizzanti, da conservatorismi, veti e rissosità di diverso tipo e con un
solo esito: il male dell’Italia. E la mia paura è che così proseguendo il
nostro continuerà ad essere un Paese fermo e terribilmente diseguale, con
infrastrutture arretrate e senza mobilità sociale, sempre più diviso fra ricchi
e poveri, fra chi paga le tasse e chi no. E se aggiungiamo l’atteggiamento di
chi spinge a contrapporre Nord e Sud e un clima di cupa intolleranza e ora di
vergognosa omofobia e di violenza, verbale e non solo, che avvolge le nostre
città e colpisce i più deboli, gli indifesi, chiunque sia percepito come
«altro», ecco emergere il ritratto preoccupante di un’Italia che tende a
frammentarsi pericolosamente e che rischia davvero di smarrire se stessa, la
sua identità, il suo futuro.
Io ora sono fuori
da responsabilità nella vita politica attiva. Ma amo il mio Paese e oggi lo
vedo impaurito, sfiduciato, attraversato di nuovo da un clima di odio e
contrapposizione che nella storia italiana è spesso sfociato in intolleranza e
violenza. Sento perciò che il malessere diffuso che c’è nell’opinione pubblica
e che confessano sottovoce molti uomini politici, anche della maggioranza,
dovrebbe produrre a breve un sussulto di responsabilità politica e
istituzionale, di tutti e di ciascuno. Anche con il coraggio di cercare quella
riforma della macchina delle decisioni e delle garanzie che per me costituisce
da tempo il cuore dei problemi italiani.
Nella storia di
questo Paese quando la democrazia, specie in tempi di insicurezza sociale, si è
inceppata, la nazione è sempre precipitata verso avventure pericolose. Per
questo i silenzi oggi sono colpevoli. Per questo la speranza, una speranza che
ogni persona di buon senso è chiamata a far crescere, vorrei dire ora o mai
più, è che il silenzio si rompa definitivamente, che una stagione si chiuda e
un’altra se ne apra. Una stagione più civile, nella quale la maggioranza degli
italiani potrà finalmente ritrovarsi. WALTER VELTRONI LS 17
Pd, confronto al novantesimo minuto. "E ora venite in tanti a
votarci"
“Murdoch sta già
tremando...”, gongola con un pizzico di ironia Walter Verini, già consigliere
fidatissimo di Veltroni e ora direttore di Youdem, l'unica tv autorizzata a
riprendere e trasmettere il confronto tv tra i tre candidati alla guida del Pd.
Perciò godetevelo. Studiatevelo bene. Difficilmente da qui alle primarie ce ne
sarà un altro. Non con tutti e tre i candidati alla guida del Pd. “Perché
dobbiamo dare spettacolo in qualche studio televisivo? Un partito è una cosa
seria”, declina l'invito Bersani prima di accomiatarsi dalle telecamere di
Youdem. Non è in tv che vuole giocarsi la partita. Anche se la partecipazione
ad Annozero sembra avergli fatto un certo effetto: “Più di cinque milioni di
spettatori: Berlusconi se ne parli ben o male tira sempre”. Quanto al Pd, a
Bersani, il confronto che si è appena concluso tra le quinte più teatrali che
televisive dell'ex Acquario romano e davanti a un pubblico di 150 sostenitori,
un terzo per mezione, seduti in rigoroso ordine alfabetico, basta e avanza. Lo
ha visto solo chi si è collegato con Youdem, o in streaming sul sito de
l'Unità, lo rivedranno in rete quelli che lo vorranno vedere. Bene così. Anche
se gli altri due, invece, sarebbero subito pronti al bis. Meglio in Rai, per
Ignazio Marino. Ovunque, per Franceschini, entusiasta del volto e del piglio
che sta mostrando in questo rush finale.
“Per tutto il
tempo ha fatto la corsa su Marino, che sugli stessi temi però è più credibile”,
commentano gli spin-doctor del chirugo. “Ha fatto bene: rinnovamento, laicità
non sono mica roba sua, sono valori del Partito democratico”, rivendica un franceschiniano.
E Bersani? “Si è tenuto fuori dal battibecco, ha fatto bene, ha scelto di non
iscriversi a quella gara tra i due”, dicono i suoi, soddisfatti anche loro, nei
bilanci del dopo-match.
Certo, alla tv,
Bersani non ha concesso molto. Nemmeno un cambio di cravatta: rossa, come da
tradizione. Frivolezze che lascia agli altri candidati. Anche se la
partecipazione ad Annozero sembra avergli fatto un certo effetto: “Tutt'altro
entusiasmo mostra il terzo candidato, Ignazio Marino, che per l'occasione ha
tirato fuori dal cassetto una cravatta favolosa. Nel senso che ritrae la favola
della tartaruga e della lepre. Un portafortuna: “Alla fine in Esopo è la
tartaruga che vince”. Franceschini va d'azzurro. Ma, look a parte, è quello che
cerca di più il modo per bucare lo schermo.
La battuta più
efficace? Rapida carrellata sui novanta minuti di confronto serrato. Nei
capannelli fuori dalla Acquario romano riparte la gara. “Franceschini che
attacca Bersani su Bassolino”. Esattamente quando, a proposito di errori, dice
allo sfidante: “Io non avrei mai messo Bassolino capolista alle primarie”.
Touché. E per Bersani? Non ci sono dubbi. Cinquantesimo minuto. Si parla di
Berlusconi, dialogo e crisi istituzionale. Franceschini dice: “Non c'è spazio
per il dialogo con chi calpesta le regole”. E Bersani ribatte: “Mi sembra che
questa legislatura la abbiamo iniziata chiacchierando con Berlusconi”. Anche
qui però un Franceschini barricadero scolpisce nella pietra la sua frase: “Mi
metterò di traverso a pacche sulle spalle sorrisi e inciuci che dodici anni fa
hanno impedito di fare la legge sul conflitto di interesse”. E Marino? La
battuta più bella secondo i suoi sostenitori: “Quando dà a Dario e Pier Luigi
dei personaggi del secolo passato e gli chiede: voi che avevate un ruolo nel
secolo passato perché non avete fatto allora quando si poteva fare la legge sul
conflitto d'interesse?”.
In novanta minuti
si è parlato di tutto. Sanità, crisi, immigrazione. “Sì agli immigrati, senza
immigrazione questo paese non può avere futuro. No al burqa, la mia
integrazione è guardarsi negli occhi”, scandisce un Bersani in sintonia con la
Santanché. E poi nomine Rai, alleanze, partito: “E' la decima intervista
che leggo di Chiamparino su quanto è scontento del Pd, ma io dico: dobbiamo
starci dentro questo partito, tenercelo stretto”, attacco di Bersani al fronte
franceschiniano. “Metà della mia squadra la sceglierà in base al merito”,
accenna un po' incauto Franceschini. "E l'altra metà?", si domanda il
pubblico. La parola tabù la pronuncia Marino: "correnti". "Il Pd
di Franceschini è vittima delle correnti che non vogliono il
rinnovamento". E non solo. Si parla del caso Binetti. “E Fioroni, Dorina
Bianchi, Bosone? Devo fare i nomi di tutti quelli che voterebbero come la
Binetti sul testamento biologico?”, incalza Marino, in uno dei momenti più
caldi del confronto.
Serratissimo tra
lui e Franceschini, che uno per uno cerca di strappare al terzo candidato tutti
i temi che in questi mesi Marino ha messo sul tappeto. Mentre Bersani sembra
starli a guardare fuori dalla ring. Si scomoda giusto per ricambiare un paio di
montanti. E lascia cadere anche quando Franceschini, più preso a recuperare
terreno su Ignazio Marino, gli ricorda che dopo le dimissioni di Veltroni
“nessuno si è fatto avanti”.
GLI ALTRI TEMI DEL
CONFRONTO - Sulla sanità, Marino apre subito le danze. “La politica deve uscire
dal controllo della sanità pubblica. Deve smettere di nominare i primari. Le
persone devono sapere che il primario non è quello che è più amico del segretario
di partito ma il più bravo”. E Franceschini gli va dietro, bacchettandolo: “Hai
ragione, ma così si rischia di esser generici: gli assessori regionali non
devono nominare i direttori delle Asl che poi nominano i primari, si può fare
per legge o con un atto unilaterale nelle regioni in cui governiamo, come
propongo io”.
Sull'immigrazione,
la convergenza non è massima. “Sì agli immigrati, senza immigrazione questo
paese non può avere futuro. No al burqa, la mia integrazione è guardarsi negli
occhi”, scandisce un Bersani in sintonia con la Santanché. Mentre Marino
infligge a Franceschini la lettura di tutto ciò che è stato detto e
contraddetto sui respingimenti da lui stesso e da altri esponenti del Pd. “I
respingimenti vanno fatti rispettando la legge”, replica Franceschini. Per ilr
esto: “L'opposizione deve spiegare le buoni ragioni dell'accoglienza, farci
sentire quando la destra calpesta i diritti dell'uomo”.
Sulle primarie,
Franceschini cerca il coupe de theatre e tira fuori una dichiarazioni di Marino
datata 5 ottobre e rilancia il “lodo Scalfari”: “Eri tu che proponevi chi
prende più voti vince, adesso perché ti tiri indietro?”. “Le regole vanno
rispettate, così mi hanno risposto quando ho proposto di allungare di dieci
giorni il tesseramento”.
Caso Binetti,
Franceschini prova a giocare d'anticipo. “La legge contro l'omofobia era una
norma sacrosanta, non valeva nemmeno la libertà di coscienza”, la attacca lui
per primo. E Dorina Bianchi che vuole l'indagine sulla Ru486 allora? Replica
Marino. Ricetta: “Quelli che non si sentono laici dentro il cuore, a questo
giro perché non li lasciamo a casa”. Bersani la vede così: “Non lo ordina il
dottore di fare il parlamentare, se sei lì non puoi ragionare solo con la tua
coscienza ma devi accettare una disciplina, vale il vincolo di maggioranza
salvo deroghe che devono essere stabilite da un organo statutario”.
Sui diritti
civili, Marino e Franceschini parlano due lingue diverse. Marino parla di
“civil partenership”, adozioni per i single e anche “liberalizzazione delle
droghe”. Franceschini di “famiglia naturale”.
Alleanze. Marino
la vede così: “Dobbiamo riportare a casa quei quattro milioni che si sono
allontanati dal Pd: socialisti, ambientalisti, radicali. E poi occupiamoci
delle alleanze”. Con l'Idv? “Certo, un alleato naturale, anche per me non
devono essere eleggibili i condannati con sentenza definitiva”. “Ma come
facciamo ad allearci con l'Udc se non si riconosce nel principio di uguaglianza
tra le persone e vota contro le norme sull'omofobia”. Franceschini attacca
l'idea del centro "che magari dopo la sconfitta di Berlusconi si allea a
destra e noi rimaniamo all'opposizione per trent'anni”. E quella di una riforma
elettorale sul modello tedesco. “Nessuno però ha mai pensato che vocazione
maggioritaria fosse vincere con il 51%. Alleanze sì, ma non il calderone di
tutti quelli che ci stanno”. Ricetta Bersani: “Dobbiamo riaprire il cantiere
dell'Ulivo”. “Alleanza con le forze che sono in parlamento”, scandisce Bersani:
Udc, Di Pietro, “tutti, naturalmente vedendo i problemi che ci sono”.
Rifondazione? “Il problema non si pone”.
Su scuola,
università e ricerca, Bersani chiede una riforma condivisa: “Fermate i carri un
attimo, discutiamo per un impegno parlamentare assistito dalle migliori
intelligenze che abbiamo in questo paese per una riforma formativa del nostro
sistema”, dice. E se Marino mette l'accento sul merito: “Valutazione dei prof
in base al merito e quelli che non vogliono, mandiamoli in pensione e
sostituiamoli con giovani che accettano di essere valutati”. Franceschini lo
mette sull'uguaglianza. “Il figlio dell'operaio e quello del notaio devono
avere le stesse opportunità”.
Sulla crisi,
scambio di colpi tra Marino e Bersani. Il chirurgo rilancia la sua ricetta:
investire nell'economia verde e invita a prendere posizione sul nucleare.
“Marino, abbi pazienza, ho fatto il ministro dell'energia, non ci penso proprio
a fare il nucleare”, gli dice Bersani. E Franceschini si accoda: “Marino,
perché non provi a mettere in campo le tue idee senza dirle da un
piedistallo?”.
Infine gli appelli
al voto. All'insegna della sobrietà per Bersani: “Votateci, aiutateci a fare
bene il nostro mestiere". Anti-berlusconiano per Franceschini: "C'è
molta delusione, ma questo voto è importante, dateci forza, se non verrete a
votare sarà contento Berlusconi". All'insegna del Pd che verrà per Marino:
"Venite a milioni, le cose che non funzionano si possono cambiare, con il
vostro voto possiamo costruire un partito laico, untio, che decide, capace di
allontanare questa destra sciatta, illusionista, che non ha il senso del
governo”. Si chiude così, con un appello al voto a tre voci, il primo - e forse
ultimo -contro televisivo. Mariagrazia Gerina
L’U 16
Faremo la pace solo alla fine della guerra
Caro Direttore,
leggendo Veltroni sulla Stampa di ieri (vedi sopra, ndr), pensavo che quando
c’è un despota, un don Rodrigo che si appropria della democrazia e la piega ai
suoi interessi, e ai suoi godimenti, la storia ci insegna che grazie a Dio c’è
sempre stato chi ha fatto resistenza.
Chiamiamolo pure
atto di ingenuità, se non addirittura di abnegazione. Ma se alla fine il
despota viene sconfitto, ciò non è mai successo per l’attendismo di molti, ma
per il coraggio di pochi. Poi, si sa, le coscienze di tutti si adegueranno. A
macchia d’olio. Nel caso Berlusconi, siamo di fronte a un imprenditore che s’è
messo a fare politica per ragioni processuali. S’è poi innamorato del giochino.
Una situazione che mi ricorda quella scena di un film di Chaplin, quando il
dittatore gioca con il mappamondo.
Oggi Berlusconi
vive in uno stato di estasi. Conosciamo le sue intenzioni: annichilire il
Parlamento, ridurre al silenzio l’informazione, stravolgere la Costituzione (e
con il Lodo Alfano già aveva cominciato dall’articolo 3), imbrigliare la
magistratura. Aggiungo il premio agli imbroglioni che si chiama Scudo fiscale.
Ebbene, di fronte a chi sta piegando la democrazia e l’economia di questo
Paese, fare atto di resistenza è doveroso. Se Berlusconi è ancora lì dov’è, non
è perché Antonio Di Pietro lo combatte troppo, ma perché altri lo combattono
troppo poco. E accadeva già ai tempi della Bicamerale, quando qualcuno ha
dimenticato di fare la legge sul conflitto di interessi. C’è poco da
meravigliarsi: in certe regioni, penso a Puglia, Calabria e Campania, il
berlusconismo ha invaso anche la sinistra. Addirittura in Campania si sono
raggiunti apici impensabili se addirittura si è arrivati all’omicidio.
Signor direttore,
sempre pensando a quanto scriveva ieri Veltroni, mi viene da dire che forse è
proprio certo lassismo, da una parte, e certa complicità, dall’altra, che hanno
portato e portano Berlusconi a rimanere in sella. Troppo lassismo, indifferenza
e connivenza. Accusano me e Beppe Grillo di populismo. Io e Grillo cerchiamo di
intercettare e dare voce a una parte del popolo italiano, a chi è amareggiato
da come vanno le cose e non ci sta, chi non si vuole rassegnare a subire i
torti. In questo senso, io e Grillo siamo diversi ma complementari. Lui fa un
meritorio lavoro di dare voce a questa Italia; io porto questa voce dentro le
istituzioni.
Detto questo,
condivido quanto dice Veltroni, ma dicono anche Gianfranco Fini e il Capo dello
Stato, a proposito dell’ascia di guerra che andrebbe sotterrata. Giusto. Ma lo
faremo solo quando finirà la guerra. E al momento, visto che Silvio Berlusconi
continua a ritenersi al di sopra della legge e anzi annuncia di voler
stravolgere la Costituzione, domando: è davvero giunto il tempo di sotterrarla,
quell’ascia di guerra? O non è forse giunto il momento di fare tutti assieme
resistenza?
ANTONIO DI PIETRO LS
18
Il nemico in casa, la sindrome che dilania il Pd
Ha ragione Pier
Luigi Bersani quando dice che «il più anti berlusconiano sarà chi manderà a
casa Silvio Berlusconi»
Ma se nel Pd non
cessa la logica del nemico in casa, l’idea cioè che l’avversario da battere è
il compagno di partito, il rischio è «diventare un’involontaria quinta colonna
del Cavaliere». Un timore che non appartiene solo a Follini. Perché finora la
sfida per la segreteria, invece di esaltare la competizione politica e
culturale «ha fatto emergere — sono parole del filosofo De Giovanni — uno
scontro per bande, una sorta di guerra civile interna. Specie al Sud si avverte
una perdita di etica politica: l’avversario è dentro, e viene combattuto con
tutti, ma proprio tutti i mezzi. Non vedo luce, solo una lotta intestina del
vecchio ceto politico». Così, mentre il premier si appresta a presentare la
squadra dei candidati alle Regionali, il Pd resta bloccato fino al 25 ottobre
dalla sfida per la segreteria, senza aver definito ancora le alleanze.
E le primarie,
invece di offrire l’immagine di un partito capace di presentare tesi
innovative, hanno mostrato — secondo il sociologo Ricolfi — «timidezza e
assenza di progettualità dei candidati». L’opinione è frutto di uno studio che
sarà pubblicato a breve: «Dal confronto si nota che non hanno la minima idea di
cosa farebbero se fossero al governo. Nei mesi scorsi, giustamente, i
Democratici avevano lanciato il tema della riforma degli ammortizzatori
sociali, ma hanno pensato bene di dividersi». Per il resto il Pd si mostra
contraddittorio, «perché — continua Ricolfi — se è giusto criticare lo scudo
fiscale, poi non si può tifare per la sanatoria delle badanti. Non esistono
sanatorie buone e cattive». Ecco il motivo per cui definisce «patologica» la
condizione di un partito che — come ha scritto Battista sul Corriere — non
riesce a essere «polifonico », e si scaglia contro la Binetti per le sue
posizioni sui temi etici. Sarà perché i dirigenti sono disabituati al confronto
o perché non ci sono abituati? «Può darsi — commenta De Giovanni — che qualcosa
del vecchio centralismo democratico sia rimasto nel Pd. Quella però era una
cosa seria, sebbene fui tra i primi a criticarlo nel Pci».
Insieme alla
voglia di epurazione, sono i segni di disaffezione al progetto l’altro fatto
grave. Chiamparino dice di vivere da «estraneo», Rutelli scrive un libro sul
«partito mai nato», e Bettini in un saggio sull’«Anno zero» del Pd descrive il
passato per azzannare il presente: «Una volta, dopo una sconfitta elettorale,
si salvavano i partiti e si cambiava il gruppo dirigente. Oggi per salvare la
classe dirigente si cambiano i partiti». L’assenza di tensione ai vertici si
riflette anche nella base. Pagnoncelli lo racconta attraverso i suoi sondaggi:
«La nascita del Pd — spiega il capo di Ipsos — aveva alimentato una forte
aspettativa. Ma dopo la sconfitta elettorale sono riapparsi i vecchi mali. Non
so se i dirigenti siano consci della distanza che li separa dal loro
elettorato, che tuttavia si mostra per ora comprensivo. Attende l’esito delle
primarie, ma per il dopo chiede scelte coraggiose: non solo una forte
opposizione al governo ma anche un freno alle minoranze interne. Temi etici a
parte, vuole che il partito abbia una sola voce sulla politica economica e
sociale, sulla legge elettorale, sull’immigrazione».
Sarà così, o la
logica del «nemico in casa» continuerà a dilaniare il Pd, chiunque sarà il
nuovo segretario? Perché le Regionali sono dietro l’angolo, e una sconfitta va
messa nel conto. «In quel caso — sospira Macaluso — penso e spero che non si
riapra la questione della leadership. Sarebbe la fine». Polito concorda con
Macaluso, ma il direttore del Riformista teme il «cupio dissolvi», perché «la
conflittualità interna e il sistema correntizio sopravvivranno al 25 ottobre. E
se il Pd perderà le elezioni si riaccenderà lo scontro». Serve un patto tra i
Democratici, per non venire ricordati come «quinta colonna» del Cavaliere.
Francesco Verderami CdS 17
L’editoriale. Alle primarie il pugno del partito che non c'è
OGGI ci occuperemo
del Partito democratico. Finora in questi articoli domenicali il tema è stato
volutamente trascurato, ma ora è diventato di stringente attualità: domenica
prossima, 25 ottobre, ci saranno le primarie che decideranno chi sarà il
segretario nazionale del Pd, un evento importante non solo per quel partito ma
per l'intera opposizione e anche per il sano funzionamento della democrazia
italiana.
Il tema è
complesso, perciò bisognerà esaminarlo nei suoi vari aspetti. Comincerò da
Veltroni, insediato alla segreteria nell'autunno del 2007, pochi mesi prima
delle elezioni che portarono alla vittoria di Berlusconi.
L'altro ieri in un
"talk show" dell'emittente La7 qualcuno dei presenti in studio ha
detto che Veltroni e D'Alema non soltanto sono politicamente irresponsabili, ma
anche "due cretini". Proprio così: cretini.
C'è sempre una
prima volta e questa è infatti la prima volta che un epiteto del genere è stato
affibbiato ad un uomo politico. Non era mai stato usato. Se ne dicono tante sui
politici, anche più sanguinose di questa, ma cretino non si era mai sentito in
un salotto televisivo. Ma ormai gran parte dei salotti televisivi sono
diventati dei "saloon" dove tutti i clienti portano le pistole nella
fondina e il coltello nascosto nel risvolto degli stivali. Così va il mondo.
Nella campagna
elettorale del 2008 il partito di Forza Italia arrivò al 37,5 per cento; il Pd
guidato da Veltroni ottenne il 33,5 e tutti, fuori e dentro di esso,
decretarono una solenne sconfitta. Invece non era stata una sconfitta: una
formazione politica riformista con alle spalle pochi mesi di vita era arrivata
a superare i risultati del Pci che, dalla segreteria di Natta in poi, non era
mai riuscito ad andare oltre il 30 per cento. Senza dire che i riformisti
italiani di ispirazione liberal-socialista in cent'anni di storia prima
monarchica e poi repubblicana non sono mai usciti da un ruolo di pura
testimonianza.
Non era dunque una
sconfitta ma un punto di partenza più che rispettabile. Non fu vissuta così e
questo è stato un grosso errore del quale non fu responsabile quel cretino di
Veltroni.
Oggi i sondaggi
sulle intenzioni di voto danno il Pd al 30 per cento. Non è molto ma è qualcosa
se si pensa che un mese fa la più antica socialdemocrazia europea, l'Spd
tedesca, ha ottenuto meno del 23 per cento; i socialisti francesi sono a pezzi;
il Labour inglese è in piena tempesta e neanche Zapatero se la passa molto
bene. Sembra un paradosso, ma un partito del quale tutti dicono che non esiste
più o che è allo sbando, risulta quantitativamente il più forte della sinistra
europea. Non è certo consolante per i rapporti di forza nel Parlamento di Strasburgo,
ma è un dato di fatto dal quale dobbiamo partire.
Un altro dato di
fatto ancora più significativo emerge dalla votazione di pochi giorni fa per il
congresso del Pd. Sulla base dello statuto di quel partito hanno votato i soli
iscritti che rivoteranno insieme agli elettori alle primarie del 25 ottobre. I
votanti sono stati 450.000 pari al 60 per cento degli iscritti. Mi domando
quali sono stati i congressi di grandi partiti in Italia negli ultimi dieci
anni e quale di essi - se ce ne sono stati - è riuscito a mandare poco meno di
mezzo milione di persone al voto.
Un partito che non
esiste? Un partito di sfiduciati, di ipercritici, di indifferenti, senza
dibattito interno, senza passione, senza speranze, come viene descritto da
giornaloni e da giornaletti? Lascio ai lettori la risposta.
È vero però che lo
statuto è molto contraddittorio e inutilmente complicato. Chi l'ha redatto e
chi lo ha approvato voleva evidentemente accontentare tutti con l'inevitabile
conseguenza d'aver prodotto una procedura inadeguata e confusa. Alcuni volevano
sottolineare che gli iscritti debbono contare decisamente di più dei
simpatizzanti; di qui una prima fase riservata al voto degli iscritti.
Una fase tuttavia
puramente registrativa poiché la decisione è riservata alle primarie dove
iscritti ed elettori voteranno insieme. Pierluigi Bersani è risultato in testa
nel voto degli iscritti ma ora è di nuovo in gioco nel voto delle primarie. Che
senso ha una procedura così sconclusionata? Credo che, una volta conclusasi questa
partita, i nuovi organismi dirigenti che usciranno dal voto delle primarie
dovranno rimetterci le mani e renderla più adeguata alle esigenze della
chiarezza e della logica.
Come se non
bastasse, lo statuto ha anche stabilito che le primarie eleggeranno il
segretario soltanto se uno dei tre candidati in lizza otterrà il 50 più uno dei
voti espressi. Qualora ciò non avvenisse avrà luogo una terza fase dinanzi
all'Assemblea nazionale eletta anch'essa il 25 ottobre. In questa terza fase i
candidati rimasti in lizza saranno i primi due votati alle primarie. Il terzo
sarà escluso dalla gara ma in realtà sarà il più forte dei tre perché i suoi
rappresentanti nell'Assemblea, appoggiando uno dei due candidati in lizza, lo
porteranno alla vittoria, naturalmente ponendo le loro condizioni di programma
e di potere.
Le regole sono
queste e vanno rispettate, ma sono a dir poco scriteriate perché di fatto danno
il massimo potere al terzo arrivato. La conseguenza sarebbe quella di produrre
un sentimento di frustrazione in tutti gli elettori delle primarie che
vedrebbero capovolte le loro indicazioni.
Per evitare un cul
di sacco così traumatico ho avanzato giorni fa una proposta. Io non sono un
iscritto al Pd e mai mi iscriverò perché faccio un altro mestiere incompatibile
con una tessera di partito. Ma parteciperò alle primarie perché sono un
elettore e voterò per quel partito. Ho dunque proposto un accordo politico tra
i tre candidati: si impegnino anticipatamente e pubblicamente, se nessuno di
loro raggiungerà la maggioranza assoluta, a far affluire i propri voti in
assemblea su quello dei candidati che ha ottenuto alle primarie la maggioranza
relativa.
In tal caso il
voto delle primarie sarà rispettato, le regole dello statuto anche e - altro
risultato non disprezzabile - il segretario nazionale sarà eletto
dall'Assemblea all'unanimità. La mia proposta, forse proprio perché veniva da
persona esterna al partito, ha avuto successo: l'impegno è stato preso sia da
Bersani che da Franceschini. Esso darà maggior sicurezza e maggiore impulso a
tutti quelli che si dispongono a votare il 25 ottobre.
Fin qui abbiamo
trattato questioni di procedura. Importanti, perché senza procedure corrette
non si ottengono risultati corretti. Ma ora dobbiamo esaminare il merito, cioè
le proposte dei vari candidati, quelle che li uniscono e quelle che li
dividono. Chi voterà alle primarie lo farà sulle proposte e sulla loro
credibilità.
A me non pare che
ci siano differenze per quanto riguarda la struttura del partito. Per lungo
tempo si è discusso tra un partito cosiddetto liquido, cioè affidato soltanto
ai simpatizzanti e quindi alla pubblica opinione, oppure un partito
strutturalmente insediato sul territorio.
Questa questione
mi sembra ormai superata. L'accordo è generale sul fatto che il partito deve
essere presente e vivace sul territorio con larghe autonomie della struttura
locale, ma entro linee-guida valide per tutti ed elaborate dagli organi
centrali. Del resto questa disputa è già stata superata dai fatti: i 450.000
iscritti che sono andati a votare e che ci torneranno per le primarie sono la
più evidente dimostrazione che le strutture sul territorio ci sono già;
potranno essere utilmente rafforzate e dotate di adeguate funzioni, ma esistono
e operano. Non era facile metterle in piedi in così breve tempo. Questo piccolo
miracolo è stato compiuto e va riconosciuto a tutti quelli che l'hanno reso
possibile.
Sgombrato il campo
da questa questione ne restano altre di grande importanza che sono le seguenti:
il rapporto tra l'opposizione e la maggioranza berlusconiana e leghista; il
rapporto con le altre opposizioni, cioè la politica delle alleanze; il tema
della laicità dello Stato; il tema dell'immigrazione e dell'integrazione; la
politica economica; la politica della giustizia; la politica della scuola.
Infine - ma soprattutto - il tema della libertà di stampa e quello dei grandi
valori dai quali nasce la visione del paese e della società che vedremo nel
futuro dell'Italia e dell'Europa di cui siamo parte integrante.
Si tratta d'una
massa di problemi che dovranno essere risolti non solo dal Pd ma da
un'elaborazione culturale cui debbono collaborare fondazioni, circoli,
associazioni che condividano i valori e creino le condizioni culturali per
farli crescere nella società. Un partito democratico deve aiutare questa
evoluzione affinché il lavoro di semina e di raccolta sia ampio e proficuo.
Veltroni - quel cretino a cui abbiamo già accennato - sostiene che è importante
vincere ma ancor più importante è cambiare l'Italia risvegliandola dall'ipnosi
in cui una parte del paese è caduta e ricondurla a riflettere e operare
pensando al futuro e non accucciandosi su un presente precario e appiattito.
Personalmente condivido.
Sulla politica
economica mi sembra che l'accordo sia generale: nell'immediato occorre
riversare le risorse disponibili sui lavoratori dipendenti e sulle piccole e
piccolissime imprese e partite Iva. Sul medio periodo è necessaria una grande
riforma fiscale e un allungamento dell'età di lavoro che tenga conto
dell'allungamento della vita.
C'è accordo
generale sul clima e sulle energie alternative e pulite. C'è accordo generale
sulla riforma della giustizia, della sicurezza e dell'integrazione. La scuola è
un campo da studiare. Esiste già un'ampia ricerca in materia ma ancora non è
stata messa in discussione e bisognerà che si faccia al più presto.
Anche sulla
laicità e sulle politiche della bioetica l'accordo sembra esserci almeno su un
punto fondamentale: la Chiesa ha diritto di usare lo spazio pubblico per
esporre le sue ragioni. Non ha invece diritto d'imporre il suo punto di vista
nella politica, dove le prerogative dello Stato e del Parlamento sono esclusive
e dato anche che i parlamentari cattolici hanno rivendicato la loro autonomia.
Penso al cattolico adulto Romano Prodi e penso anche al documento che
Franceschini diffuse anni fa raccogliendo su di esso sessanta firme di
parlamentari cattolici che rivendicavano la loro autonomia rispetto alle gerarchie
ecclesiastiche in materia di decisioni politiche e parlamentari.
C'è qualche
dissenso sulla politica delle alleanze, ma francamente mi sembra più di parole
che di sostanza. Se il Pd sarà forte le alleanze si faranno intorno a lui; se
sarà debole non potrà svolgere la funzione di pilastro centrale delle
opposizioni e non potrà raccogliere nuovi consensi sia a sinistra sia al
centro. Penso che nessuno dei candidati preferisca un partito debole ad uno
robusto e audace.
Una parola
conclusiva sui valori, che include anche il rapporto con il berlusconismo.
I valori d'un
partito democratico non possono che esser quelli della libertà,
dell'eguaglianza e della solidarietà. L'esperienza storica di oltre due secoli
ci ha ampiamente insegnato che la libertà senza eguaglianza è fonte di
privilegi intollerabili; l'eguaglianza senza libertà è fonte di dittature e
totalitarismi; la solidarietà senza gli altri due diventa assistenzialismo ed
elemosina. La democrazia che scaturisce da questi valori è quella descritta e
tradotta in norme e in giurisprudenza dalla nostra Costituzione.
La Costituzione
può essere rivista e modernizzata, ma non può essere cambiata. Lo impediscono
l'articolo 1, l'articolo 3, l'articolo 138 e l'articolo 139. Berlusconi non
vuole rivedere la Costituzione, vuole cambiarla. Vuole sostituire la democrazia
parlamentare e lo Stato di diritto con una democrazia autoritaria senza organi
di controllo e di garanzia ma interamente basata su sistemi di voto
plebiscitari. L'intimidazione dei "media" è un elemento
indispensabile di questa strategia che ha come obiettivo finale un'immagine del
paese riflessa da uno specchio taroccato al servizio del potere.
Si tratta di
concezioni antitetiche a quelle d'un partito democratico e questo è un dato
preliminare che non consente né mollezza né scorciatoie di furbizia
compromissoria.
Da questo punto di
vista noi ci auguriamo che alle primarie del 25 ottobre vada una massa di
popolo consapevole del suo ruolo e della sua responsabilità. Non centinaia di
migliaia ma milioni di elettori. Perfino quelli che non condividono le tesi
riformiste del Pd ma non si rassegnano all'Italia così com'è: votino magari
scheda bianca ma vadano. Quei seggi del 25 ottobre saranno anche una prova di
forza di tutta l'opposizione e un buon principio per un paese risvegliato.
EUGENIO SCALFARI LR 18
Immigrati, nasce l'asse Fini-D'Alema su cittadinanza e voto locale
TREVISO - Percorso di cittadinanza più breve per gli
immigrati. Voto amministrativo anche agli extracomunitari residenti. Governo
dei flussi in modo da attrarre i talenti. Gianfranco Fini e Massimo D’Alema
hanno disegnato una sorta di rivoluzione culturale nelle politiche
dell’immigrazione, con l’«integrazione» eletta a principale fattore della
sicurezza. È una mezza rivoluzione anche che l’abbiano presentata insieme: e
dopo la due giorni di Asolo le loro Fondazioni (Farefuturo e Italianieuropei),
promotrici del convegno, produrranno anche un documento comune di principi.
Peraltro D’Alema è nel rush finale della campagna congressuale del Pd dove il
dialogo viene in genere bollato come «inciucio». Mentre Fini è sul tema
un’esplicita minoranza, una spina nel fianco nella coalizione Pdl-Lega. Come
dimostra la durissima reazione leghista alla proposta, avanzata venerdì ad
Asolo dal viceministro Adolfo Urso, di istituire un’ora di insegnamento
islamico facoltativo per gli studenti che rinunciano all’ora di religione
cattolica. Proposta apprezzata persino dalla Chiesa, ma condannata dal
Carroccio: «Mai finché saremo al governo».
Invece anche la
proposta di Urso entrerà nel documento comune delle Fondazioni. D’Alema ha
detto che «l’idea non è di facile realizzazione», ma comunque ha
«un’ispirazione ragionevole». E non merita certo le «reazioni primitive», fatte
di «suoni gutturali», dei leghisti. Il progetto bipartisan (Sarubbi-Granata)
sulla cittadinanza breve era in qualche modo già acquisito. Fini ha provato a
sfidare il dissenso della sua maggioranza chiedendo almeno di far diventare
cittadini italiani i bambini di 10-11 anni che nascono in Italia o che «hanno
completato almeno un ciclo intero di studi» nel nostro Paese. Secondo il
presidente della Camera, la cittadinanza non va più legata al concetto
novecentesco di nazione ma ad un’idea dinamica di «comunità».
D’Alema si è
augurato che si vada oltre il riconoscimento della cittadinanza ai bambini di
10 anni («per me può diventare italiano chi nasce in Italia»). Ma soprattutto
ha rilanciato sul diritto di voto dei residenti alle amministrative:
«L’integrazione politica può diventare la via italiana all’integrazione sociale
degli immigrati». Professori ed esperti chiamati dalle due Fondazioni avevano
insistito sulla necessità di superare l’approccio «giuslavoristico» (il lavoro
unica condizione e misura dell’immigrazione), comune ai governi dell’ultimo
ventennio. Ma Fini non si è fatto prendere in contropiede sul diritto di voto:
«Quando l’ho detto io mi hanno crocifisso, però non cambio idea».
Il presidente
della Camera ha sottolineato che le nuove politiche dell’immigrazione vanno
coniugate con il «rigore sulla legalità», con ciò approvando l’operato del
governo in carica. D’Alema si è concesso qualche battuta anti-leghista
(peraltro molto applaudita): «Fanno tanto i pignoli sull’esame di italiano per
gli immigrati, ma chissà quanti nostri colleghi lo supererebbero». Soprattutto
ha attaccato sulle violazioni del diritto d’asilo nei respingimenti in mare. A
cementare le intese ha aiutato anche un po’ di autocritica. D’Alema ha
riconosciuto l’«irenismo» di una certa sinistra. E ha anche detto che «il
multiculturalismo ha un limite invalicabile nel rispetto dei diritti
fondamentali» (la tutela delle donne e comunque delle persone di fronte al
fanatismo religioso). Fini da parte sua ha riconosciuto che alimentare la paura
aiuta «la propaganda elettorale» ma non costruisce un’Italia migliore.
Claudio Sardo IM 18
Centro Studi di Palermo: i respingimenti possono creare situazioni ben più
pericolose e illegali
Il
respingimento alla frontiera, per come si sta attuando, può essere un
deterrente efficace e può bloccare, come in effetti ha bloccato, alcuni
percorsi di immigrazione clandestina. Non esclude però che si aprano altri
percorsi più pericolosi ed illegali. Questo sembrerebbe evidenziare una
inchiesta, iniziata nel maggio del 2006 dalla squadra mobile di Venezia e che
si è conclusa in queste settimane con 70 provvedimenti di custodia cautelare a
firma del GIP del Tribunale veneziano; 46 sono stati già eseguiti in diverse città
italiane e 7 in altri Paesi europei.
Dalla indagine è
emerso un traffico di esseri umani di dimensioni internazionali sia per quanto
riguarda i reclutati (soprattutto iracheni e iraniani) che i reclutatori
(personaggi del Kurdistan) con collegamenti in altri Paesi limitrofi e in
Europa. L’inizio delle indagine è legato alla scoperta, da parte della polizia
di 36 asiatici nascosti in un tir proveniente da Patrasso. Ma scoperte del
genere sono state fatte in altri porti italiani, da Bari ad Ancona, ad esempio.
Molti di questi
sono stranieri di età relativamente giovane, spesso fuggiti dal lontano
Afghanistan. Quartier generale di tale traffico è l’Iraq; da qui la partenza
per la Turchia, tramite il Kurdistan e quindi il passaggio in Grecia, dove
presso qualche porta sta il tir ad attendere per trasportare questi disperati
sotto altra merce o in celle frigorifere.
Questi “fortunati”
pagano fino a duemila euro per essere trasportati insieme con altri cassoni o
nella cella frigorifera. I più fortunati che pagano da tre a quattromila euro
possono imbarcarsi, muniti di documenti falsi forniti dai trafficanti, su una
nave di linea in rotta verso un porto italiano. E i piu’ sfortunati? Sono
quelli che pagano poco più di mille euro e che vengono “sistemati” sotto il
tir, rasenti terra che spesso scivolano sulla strada e vengono stritolati dalle
ruote dello stesso tir.
Centro Studi
Palermo, de.it.press
Roma in piazza contro razzismo e discriminazioni
Decine di migliaia
le persone in corteo, immigrati e italiani insieme: «Siamo tutti sulla stessa
barca» - di MICHELE CONCINA
ROMA -
Manifestazioni “per” gli immigrati se ne sono viste abbastanza. Ma quella di
ieri a Roma è stata una manifestazione “degli” immigrati. Davvero fianco a
fianco, forse per la prima volta, con i cittadini italiani; a reclamare diritti
uguali per tutti. Diverse decine di migliaia di persone di ogni colore -gli
organizzatori esagerano: «duecentomila»- hanno affrontato freddo pungente e
minacce di pioggia, sfilando dalla stazione Termini alla Bocca della Verità. A
chiamarle in piazza, al termine di un lavorio organizzativo durato parecchie
settimane, il coordinamento Stop Razzismo, con un appello tradotto in sei
lingue, incluse l’arabo e l’urdu. A riempire l’interminabile lista delle
adesioni sono i nomi di oltre 500 organizzazioni, fra cui la Cgil e l’Arci.
Lo striscione di
testa dava il senso alla giornata, con i suoi tre no. «No al razzismo»,
all’ostilità sociale e istituzionale contro il diverso. Ma soprattutto «no al
reato di clandestinità, no al pacchetto sicurezza», una più specifica
opposizione alla politica sull’immigrazione scelta dal governo in carica.
Dietro, visi
chiari e scuri si mescolavano sotto le stesse bandiere e gli stessi cartelli
lungo l’intero corteo. E in qualche caso, come nello spezzone dell’Onda -il
movimento studentesco attualmente un po’ in disarmo- i visi scuri erano
decisamente in maggioranza. Dagli altoparlanti montati sui camion musiche
etniche si alternavano a voci comizianti, in italiano nativo e non. Spiccava
fra gli altri il camion di Action, il gruppo attivo a Roma nelle occupazioni di
case, che invece comiziava in un romanesco stretto, e ormai abbastanza raro;
con una sola frase in italiano, però ricorrente: «Alemanno, pezzo di m...».
Per un paio di
chilometri, a camminare davanti a tutti è stato Tammaro Iavarone, un pensionato
di Giugliano, nell’entroterra napoletano: semitravestito da Gesù Cristo, con
tunica bianca e corona di spine, al collo un cartello con la scritta «Mi hanno
odiato senza motivo», spiegava a tutti che «la sofferenza di Gesù è oggi la
sofferenza degli immigrati; allontanarli è come rifiutare il Cristo». Alcuni
manifestanti inalberavano canottini da spiaggia, adorni di scritte contro
Roberto Maroni e i suoi “respingimenti”. Diffuso, sui cartelli, lo slogan
«siamo tutti sulla stessa barca»; uno striscione perfezionava il concetto con
il disegno di un autobus e la scritta «siamo tutti passeggeri del mondo».
Qualche spezzone andava, per così dire, fuori tema. Come un gruppo di
palestinesi con uno striscione che proclamava «sionismo uguale razzismo»; come
un drappello di curdi irto di bandiere-ritratto del loro leader Abdullah
Ocalan; come il manipolo dei Carc, Comitati d’appoggio alla resistenza per il
comunismo, che chiudevano il lungo corteo con uno striscione che esigeva
«libertà per i compagni» e proponeva «dieci, cento, mille ronde antifasciste».
Mescolati fra gli
altri hanno sfilato diversi nomi di spicco della sinistra, da Dario Franceschini
a Paolo Ferrero e Niki Vendola, da Marco Pannella a Guglielmo Epifani. Nel
breve comizio di chiusura alla Bocca della Verità, comunque, non sono stati
loro a salire sul palco. Hanno parlato l’artista Moni Ovadia, il presidente
dell’Arcigay Aurelio Mancuso, la direttrice dell’Unità Concita De Gregorio;
alternando le loro voci con quelle degli immigrati. IM 18
Cittadinanza. Lettera aperta dei deputati eletti all’estero a Gianfranco
Fini e Massimo D’Alema
In vista del
convegno ad Asolo promosso dalle Fondazioni Farefuturo e Italianieuropei su “Le
nuove politiche per l'immigrazione. Sfide e opportunità”
ROMA - Venerdì 16
ottobre si aperto ad Asolo il convegno intitolato “Le nuove politiche per
l'immigrazione. Sfide e opportunità” promosso dalla Fondazione Farefuturo e
dalla Fondazione Italianieuropei. In esso, prima delle conclusioni, affidate ai
presidenti Gianfranco Fini e Massimo D’Alema, sono state approfondite alcune
questioni aperte nel dibattito politico e culturale tra le quali il tema
della cittadinanza. I deputati eletti all’estero di diverso schieramento
(i firmatari in fondo all’articolo, ndr) hanno indirizzato ai presidenti delle
due Fondazioni una lettera aperta nella quale, dopo avere espresso “sincero
apprezzamento per la scelta di affrontare un tema delicato come questo, che
suscita molteplici riflessioni nel dibattito politico e nell’opinione
pubblica”, sottolineano che “esercitare una responsabilità istituzionale,
soprattutto con mentalità di governo, significa sapersi assumere delle
responsabilità indicando e confrontando soluzioni anche difficili, che tuttavia
possano aiutare a superare la difficile transizione che la società italiana
vive ormai da diversi anni”.
Venendo al tema della cittadinanza, i
deputati rimarcano “la nostra attenzione non solo come parlamentari “senza
vincoli di mandato”, ma anche come eletti da milioni di cittadini che vivono
all’estero e che hanno dovuto affrontare complesse situazioni per conservare,
difendere, recuperare la cittadinanza italiana”.
Prima di richiamare, però, le problematiche
relative alla cittadinanza per gli italiani all’estero, i deputati dell’estero
manifestano, “anche alla luce della specifica esperienza da noi acquisita a
diretto contatto con le nostre comunità d’origine presenti nel mondo”, il
“nostro pieno accordo con le ipotesi, affacciate in questi giorni, di
attribuire la cittadinanza ai giovani nati in Italia da genitori legalmente
soggiornanti da almeno cinque anni o che vi siano cresciuti fino al
raggiungimento della maggiore età o, ancora, che vi abbiano compiuto un intero
ciclo di studi”.
I deputati eletti all’estero si dicono
“ugualmente propensi ad accorciare il periodo fissato per gli stranieri per
poterla richiedere”. “Prima ancora – si sottolinea- vogliamo riaffermare la
nostra convinzione che a coloro che si dirigono verso il nostro Paese siano
sempre assicurati i diritti di asilo previsti dalle leggi internazionali e la
tutela dell’incolumità e della vita dovuta ad ogni essere umano”.
La lettera prosegue: “E’ particolarmente
sentita per noi che conosciamo direttamente il difficile percorso che gli
italiani hanno dovuto compiere per superare barriere di diffidenza e xenofobia,
la priorità di vedere riconosciuti diritti umani, diritti di cittadinanza e
diritti sul lavoro in ambienti duri e ostili, ragion per cui chiediamo nel
nostro paese un continuo e rinnovato rispetto dei diritti, accoglienza e
solidarietà verso i migranti. Dimenticare o contraddire queste vicende
che hanno segnato la vita di milioni di italiani non solo riapre ferite
dolorose nelle persone che le hanno vissute, ma fa male soprattutto all’Italia
e agli italiani. Su quali presupposti etici, infatti, affronteremo la
transizione in atto da paese di emigrazione a paese anche di immigrazione? Senza
rispetto delle persone e dei diritti, di che qualità sarà la democrazia nella
quale si dovranno amalgamare etnie, culture, progetti di vita diversi?”
Ma “per noi non è meno importante testimoniare che è non solo giusto, ma utile
per l’Italia favorire un’integrazione vera, equilibrata, rispettosa delle
regole di coloro che scelgono il nostro Paese per lavorare, viverci e costruire
le proprie famiglie. Lo sappiamo per diretta esperienza. Abbiamo avuto molto
dai paesi che ci hanno accolto e aiutato a realizzare un futuro, ma a quelle
società abbiamo dato il nostro lavoro, le energie e le qualità dei nostri
figli. Mondi nuovi si sono sviluppati con il contributo nostro e di altri
migranti. Non chiediamo riconoscimenti tardivi per noi, ma soltanto che gli italiani
si rendano conto che hanno tutto da guadagnare nel fare in modo che il
legittimo desiderio di progredire di milioni di uomini si possa dispiegare
costruttivamente nella nostra società. Sarà un bene per tutti, non solo per chi
varca i nostri confini”.
“Questo – avvertono i deputati - potrà
avvenire se avremo la capacità culturale, prima ancora che politica, di
considerare in una nuova luce il nostro sistema di riferimenti concettuali e
giuridici, ad iniziare da quello jus sanguinis che è stato finora il criterio
del tutto prevalente di concessione della cittadinanza. Il legame con il
territorio e con le sue forme di vita sociale e civile può essere anch’esso un
fattore di legittimazione e di appartenenza giuridica ad uno Stato. L’errore,
semmai – proseguono - non sta nell’ammettere questo principio innovativo, ormai
maturo nella realtà delle relazioni sociali e giuridiche, ma nel farsene
attrarre al punto di non riuscire a vedere che la transizione italiana è un
processo complesso, denso di contraddizioni e di intrecci destinati a
prolungarsi nel tempo”. Uno degli aspetti “più significativi” di esso
“riguarda proprio il rapporto tra jus sanguinis e jus soli, che allo stato sono
due categorie concettuali che corrispondono a due diverse condizioni storiche,
sociali e giuridiche”. Tanto per esemplificare, “se è giusto concedere la
cittadinanza allo straniero regolarmente soggiornante per alcuni anni in
Italia, può essere giusto continuare a tenere le porte chiuse per quegli
emigrati che, nati in Italia, hanno perduto la cittadinanza originaria perché i
paesi di insediamento non ne hanno consentito la conservazione?” Allo stesso
tempo, “se è giusto che i ragazzi nati in Italia da genitori stranieri siano
considerati cittadini, può essere ammissibile che i figli di madre italiana
nati all’estero prima dell’entrata in vigore della Costituzione non possano
averla, al contrario dei loro fratelli nati dopo, solo perché la donna nel
vecchio ordinamento non era considerata soggetto in grado di trasmetterla?”
I deputati eletti nella Circoscrizione Estero
confidano che “questo sforzo di interpretazione della società italiana di oggi
e di innovazione dei sistemi normativi che stabiliscono le regole della sua
organizzazione civile e della sua evoluzione tenga conto, per quanto attiene
alla cittadinanza, della pluralità delle situazioni in cui si possa essere a
giusto titolo cittadino italiano”. “Semmai- scrivono - si possono considerare i
modi per evitare che nelle maglie dei diritti si infiltrino soluzioni eccessive
o pratiche opportunistiche, come quella di usare strumentalmente il passaporto
italiano come strumento comunitario. Ma questi discutibili aspetti possono
essere contrastati tanto più efficacemente quanto più la cittadinanza sia
percepita non soltanto come una pratica burocratica da chiudere prima possibile
ma come un valore e come un patto civile ed etico”. “Ben vengano”, dunque, “le
richieste di conoscenza della nostra lingua e della nostra Costituzione come
opportuno corredo della concessione della cittadinanza”, ma “possiamo anche in
questo caso restare tranquilli di fronte all’ipotesi di chiedere le stesse cose
ai discendenti dei nostri emigrati e, nello stesso tempo, vedere ridurre
drasticamente l’offerta della nostra lingua e della nostra cultura nel mondo?”
“Vogliamo sperare – concludono i deputati
italiani all’estero - che il vostro dialogo contribuisca a sciogliere questi
nodi e a trovare una strada per aiutare l’Italia a uscire dalla sua lunga
transizione in modo positivo e civile. Senza dimenticare il suo debito con chi
ha dovuto e deve scegliere di ricollocare la sua vita altrove e senza negarsi a
chi l’altrove lo trova qui, tra noi. I migranti sono veramente una leva e una
straordinaria possibilità. Noi italiani questa possibilità la possiamo cogliere
in Italia e in altri luoghi del mondo e sarebbe veramente incauto lasciarsela
sfuggire”.
I deputati eletti
nella Circoscrizione Estero firmatari della lettera sono: Gino Bucchino (PD),
Giuseppe Angeli (PDL); Gianni Farina (PD); Amato Berardi (PDL); Marco Fedi
(PD); Aldo Di Biagio (PDL); Laura Garavini (PD); Guglielmo Picchi (PDL); Franco
Narducci (PD); Fabio Porta (PD); Antonio Razzi (IDV); Ricardo Antonio Merlo
(LD-MAIE). Inform/de.it.press
Piero Fassino a Bruxelles ed a Ginevra per Dario Franceschini
In una sala gremita
si è svolto nei giorni scorsi l’incontro con Fassino nella sede del Circolo del
PD di Bruxelles. Gli eurodeputati Toia e Cofferati, entrambi sostenitori della
mozione Franceschini, erano anch’essi presenti, insieme a Irene Fusco,
candidata per l’Europa all’Assemblea nazionale del PD.
Riccardo Viaggi,
responsabile della mozione Franceschini a Bruxelles, ha aperto l’incontro
presentando il Comitato “BruxellesPerDario” ed il Circolo di Bruxelles che, con
i suoi 250 iscritti, è il più grande di tutti nella rete del PD nel Mondo.
Viaggi ha invitato tutti a votare e fare votare il 25 ottobre, ricordando che
il voto all’estero è aperto, non solo agli iscritti all’AIRE ma anche agli
studenti Erasmus e alle persone temporaneamente all’estero. A Bruxelles, tre
seggi saranno aperti nella città e la loro ubicazione sarà presto comunicata su
www.pdbrux.eu.
Piero Fassino,
co-fondatore del Partito Democratico, ha esposto le ragioni del suo pieno
sostegno a Dario Franceschini, prima di tutto perché ha dimostrato in questi 7
mesi di essere un ottimo segretario, capace di trovare, in più occasioni, una
sintesi efficace tra le varie cuture che compongono il nostro Partito.
Il programma di
Franceschini ha al suo interno tutte le riforme di cui l’Italia ha bisogno
oggi; fiducia, regole, uguaglianza, merito e qualità sono cinque parole,
ripercorse da Fassino, che ben riassumono la mozione Franceschini. Il PD, ha
continuato Fassino, é un partito giovane da costruire con coraggio e
determinazione, non si può pensare di abbandonare il cammino comune cominciato
nel 2007 e tornare indietro non appena si é di fronte ad ogni minima
difficoltà, non fosse altro perché l’identità del Partito risiede proprio in
quell’idea nuova ed ambiziosa messa in cantiere con l’Ulivo e che ha visto la
luce solo due anni fa.
Abbiamo costruito
il PD anche all’estero. Vogliamo rafforzarlo ancor di più con le primarie che
all’estero si svolgono anche online. Nel contempo critichiamo fortemente il governo
della destra e le sue scelte vessatorie nei confronti dei nostri connazionali
che vivono fuori dei confini nazionali. A sostegno di Franceschini è stato
presentato all’estero un documento dal titolo “Noi Migranti”. Lo condivido. In
esso sono contenute proposte innovative che ispireranno la nostra azione
politica nei confronti delle nostre collettività che vivono all’estero.
L’Italia, ha
proseguito Fassino, ha bisogno di un Partito forte, solido che valorizzi la
mobilitazione e
possa contare su di un’imponente base di iscritti, ma che tenga conto anche di
altre forme di partecipazione a un progetto politico. Secondo la mozione
Franceschini, gli elettori del PD non sono estranei al partito: Anzi ne
compongono una parte fondamentale come nella scelta del Segretario che
compiremo il 25 ottobre. Allargare la base del consenso a tutti gli elettori
non vuol dire meno partito bensì più partito. (L.M.)
Lunedì 12 ottobre,
all’Università Unimail di Ginevra, l’On.le Piero Fassino, accompagnato
dall’On.le Franco Narducci e dal Sen.re Claudio Micheloni, è stato impegnato in
una conferenza pubblica.
L’On.le Fassino,
dal 16 novembre 2001 al 14 ottobre 2007, è stato Segretario Nazionale dei
Democratici di Sinistra (DS) che in seguito alla fusione con la Margherita ed
altri piccoli partiti hanno pi dato vita all’attuale Partito Democratico (PD).
Nella prima parte
della conferenza, Fassino ha spiegato dettagliatamente il forte distacco
politico che esiste tra il Governo e l’opposizione, citando la formula delle
due verità. I punti maggiormente evidenziati da Fassino sono stati la crisi
attuale e l’ultima Convenzione che ha aperto ufficialmente le primarie per
eleggere il prossimo Segretario del PD.
Sulla recente
crisi che ha interessato tutto il mondo, Fassino ha affermato, con percentuali
e diversi esempi, che i dati divulgati dal Governo sono largamente ottimistici
e che le proposte formulate dall’opposizione, per dare risposte ai problemi dei
cittadini, non hanno prodotto alcun profitto.
Il giorno dopo la
Convenzione del Partito Democratico, che ha aperto ufficialmente la corsa alla
segreteria e che si chiuderà con le primarie del 25 ottobre prossimo, dove si
allestiranno16.000 seggi in Italia e all’Estero, Fassino ha insistito è dato
indicazioni di voto in favore di Dario Franceschini alla testa del Partito,
perché in questi sette mesi ha dimostrato di essere un leader competente. Un
altro dei motivi per il quale Fassino aderisce alla candidatura di Franceschini
è il fatto che bisogna vedere i dirigenti del PD con l’ottica dell’uguaglianza.
I dirigenti ed i partiti che hanno contribuito alla costruzione del Partito
Democratico avevano già fatto l’esperienza con l’Ulivo e dimostrato la forte
convergenza di idee e di programmi, che ha portato alla nascita di una realtà politica
che dobbiamo proteggere e portare avanti e non retrocedere - ha fatto intendere
Fassino -.
Tuttavia - ha
affermato l’On.le Fassino - le altre due candidature, Pier Luigi Bersani e
Ignazio Marini, sono candidature di spessore e, indipendentemente da chi sarà
eletto Segretario, e bisognerebbe rimanere uniti per portare avanti il progetto
“PD” e migliorare i rapporti tra gli iscritti ed il Partito, diffondendo
fiducia sui dirigenti e sui programmi.
Nella seconda
parte, la conferenza si è rivelata più animata per le domande formulategli dai
simpatizzanti. L’On.le Fassino si è confrontato con una platea in disaccordo su
tanti punti dell’azione politica del PD e sull’ultima Convenzione, dove i
giornali hanno dato esito negativo. Non si è fatto riferimento, tuttavia, su
temi forti che stanno a cuore agli iscritti del Partito: incidenti sul lavoro
(7.000 vittime e 200.000 invalidi in 5 anni), sicurezza, immigrazione,
precarietà dei lavoratori e dei pensionati. Allargare le alleanze per essere
più forti. Alcuni hanno ammonito Fassino di non avere entusiasmato nei suoi
discorsi e per aver detto delle cose che si sapevano già. Si sono sollevate
critiche sullo scudo fiscale, dove mancavano 20 deputati e proprio a causa
della mancata presenza dei deputati del PD è passata la legge. E ancora, sulla
mancanza di unità della sinistra italiana.
L’On.le Piero
Fassino ha risposto alle preoccupazioni degli interlocutori in modo pacato e
riconoscendo che qualche problema esiste. Tuttavia, ha cercato di dare
spiegazioni convincenti a tutte le domande e invitando, per il futuro, ad avere
fiducia nel PD.
A parte qualche
nostalgico del vecchio PCI, Fassino ha trovato una platea dove molti hanno dato
prova di competenza politica, facendo anche una giusta autocritica, rivolgendo
domande e propositi di azione ed inviti a non fare una opposizione opaca. In
sostanza, il PD di Ginevra ha fatto capire a deputato italiano che per un
partito nuovo occorrono idee nuove ma nate dall’esperienza del passato e,
soprattutto, volonta d’agire.
L’On.le Piero
Fassino, prima della conferenza ha visitato la Missione Permanente italiana
presso le Nazioni Unite e si è poi recato al Consolato Generale d’Italia.
Carmelo Vaccaro.
de.it.press
Finanziaria 2010. Di Biagio (PdL): si può fare di più per gli italiani
all’estero
Roma – “Le
disposizioni della finaziaria 2010 sono al momento all’esame del Senato, e
l’attenzione sulle previsioni del Mae è forte e sentita da parte degli eletti
all’estero del PdL, poiché questa legge rappresenta un’ottima cornice entro cui
rettificare talune disposizioni e risorse a sostegno dei nostri connazionali
oltre confine”. Lo ha dichiarato Aldo Di Biagio, Responsabile italiani nel
Mondo del PdL.
“Con i colleghi
del PdL all’estero, ho apprezzato gli incrementi tracciati dal Governo in
riferimento alle disposizioni per l’assestamento del bilancio dello Stato –
continua - ai capitoli di interesse per le nostre comunità, come l’assistenza
ai connazionali e l’assistenza educativa e scolastica, senza tralasciare il
supporto ai corsi di lingua italiana all’estero. Segnale di attenzione da parte
dell’Esecutivo che non si è mostrato sordo alle nostre richieste e soprattutto
agli ordini del giorno da noi presentati e con i quali si è impegnato nel corso
degli esami dei vari provvedimenti che si sono avvicendati in aula”.
“I capitoli del
Mae non hanno subito grosse variazioni rispetto alle disposizioni per il 2009 –
evidenzia Di Biagio – un elemento da non trascurare se si tiene conto della
contrazione finanziaria in cui la crisi internazionale ci ha trascinato, ma
appare ovvio e dovuto richiedere di più al nostro Paese per offrire un’adeguata
struttura di sostegno ai nostri connazionali”.
“Sto lavorando,
insieme ai colleghi del PdL dei due rami del parlamento alla predisposizioni di
emendamenti, usufruendo di quantificazioni predisposte dal Ministero
dell’Economia al fine di intervenire adeguatamente in sede di discussione e far
sentire la nostra voce – conclude – che non si limiti ad un lamento costante e
infruttuoso ma che si basi su un dialogo diretto con il Mef e su uno scambio di proposte concrete”. De.it.press
Friedenspreis. Magris beklagt "Schwäche und Zerrissenheit Europas"
Europa uneins, handlungsunfähig und
voller unsichtbarer Grenzen, seine Heimat Italien ein Land, in dem Hysterie und
Gesetzlosigkeit drohen: Claudio Magris, Friedenspreisträger des Deutschen
Buchhandels, zeichnete in seiner Dankesrede ein düsteres Bild vom Zustand des
Kontinents.
Frankfurt am Main/Hamburg - Er gilt als
großer Europäer und wurde aus eben diesem Grund auch mit dem Friedenspreis
ausgezeichnet. So stand zu erwarten, dass sich der Italiener Claudio Magris bei
seiner Dankesrede in der Frankfurter Paulskirche mit dem lamentablen
politischen und intellektuellen Zustand des Kontinents auseinandersetzen würde.
Er enttäuschte seine Zuhörer nicht.
Der diesjährige Friedenspreisträger des
Deutschen Buchhandels warnte vor einem neuen Populismus und neuen Barrieren in
Europa, die "Demokratien ohne Demokratie" erschaffen würden.
"Jede Bedrohung der Demokratie ist eine Gefahr für den Frieden, ganz
gleich in welcher Form sie auftritt", sagte Magris bei der Entgegennahme
der Auszeichnung.
In seiner Rede monierte der in Triest
lebende Germanistik-Professor, Essayist und Romancier, dass es "bisweilen
unsichtbare Grenzen" zwischen Einheimischen und Einwanderern in
europäischen Großstädten gebe. Eine beklagenswerte Situation, denn: "Auf
Europa wartet die große und schwierige Aufgabe, sich den neuen Kulturen der
neuen Europäer aus der ganzen Welt zu öffnen, die es durch ihre
Mannigfaltigkeit bereichern."
Der dritte Weltkrieg
Voraussetzung dafür sei jedoch, dass in
Europa Werte wie die rechtliche Gleichstellung aller Bürger - unabhängig von
Geschlecht, Religion oder Volkszugehörigkeit - nicht mehr in Frage gestellt
würden. Nur ein "wirklich geeintes Europa" als dezentralisierter
echter Staatenbund sei aber fähig, dieses und andere Probleme zu lösen. Von
diesem erstrebenswerten Zustand sieht Magris die Europäische Union hingegen
weit entfernt; er beklagte die "gegenwärtige Schwäche und Zerrissenheit
Europas".
Diese Diagnose war wohl auch auf den
intellektuellen Horizont der Europäer gemünzt, denn relativ deutlich
konstatierte Magris Selbstzufriedenheit und Ignoranz: "Wir wiegen uns in
der Illusion, ohne Krieg zu leben, weil der Rhein keine von Hunderttausenden
von Soldaten umkämpfte Grenze mehr ist oder weil auf dem Karst hinter Triest
nicht mehr diese Grenze verläuft, die der unüberwindbare Eiserne Vorhang war
und ein Pulverfass zugleich."
Dabei habe längst der dritte Weltkrieg
stattgefunden: "Ungefähr 20 Millionen Tote nach 1945, die im Unterschied
zu denen des Zweiten Weltkrieges so gut wie unbekannt geblieben und einem
brutalen Vergessen anheim gegeben sind." Krieg, das sei nicht nur das
Blutbad in Biafra oder der 11. September 2001 in New York; Krieg sei auch das
Morden der Mafia oder der Handel mit Organen von Kindern, die eigens deswegen
getötet würden.
"Hysterisch und symptomatisch in
ihrer Brutalität"
Besonders kritisch setzte sich Magris,
seit Jahren auch Anwärter auf den Literaturnobelpreis, mit seinem Heimatland
Italien auseinander. Die Reaktionen auf die aus Afrika kommenden
Bootsflüchtlinge etwa seien "hysterisch und symptomatisch in ihrer
Brutalität". Zudem attackierte er ein neues Gesetz, das Bürgern erlaube,
selbst die Ordnung und Sicherheit im Einwandererland Italien zu kontrollieren.
"Als italienischer Patriot hoffe ich, dass mein - im übrigen bezauberndes
- Land nicht noch einmal Vorkämpfer in negativem Sinn sein wird: Den Faschismus
in Europa haben schließlich wir erfunden, auch wenn uns danach andere in ihrem
Eifer weit übertroffen haben."
Weiter kritisierte Magris die
"Beschneidung der Justiz" in seinem Land, ohne Ministerpräsident
Silvio Berlusconi direkt zu nennen. Damit rücke der "düstere Traum von
einem Leben ohne Gesetz oder mit so wenig Gesetz wie möglich" näher.
Berlusconi hatte nach der vom Verfassungsgericht Anfang Oktober beschlossenen
Aufhebung seiner Immunität die Richter scharf angegriffen.
Zuversicht und Schönheit
In seiner Laudatio sagte der Historiker
Karl Schlögel, dass Magris Europa Zuversicht und Schönheit gegeben habe. Das
Werk des 70-Jährigen sei "Aufklärungsarbeit, die mit Leidenschaft gepaart
ist". Der Vorsteher des Börsenvereins des Deutschen Buchhandels, Gottfried
Honnefelder, bezeichnete Magris als "engagierten Visionär der kulturellen
Identität eines zukünftigen Europa".
Die Jury des Börsenvereins hatte die
Wahl von Magris damit begründet, dass er sich "wie kaum ein anderer mit
dem Problem des Zusammenlebens und Zusammenwirkens verschiedener Kulturen
beschäftigt hat". In seiner ganz eigenen literarischen Weise hebe er dabei
hervor, "wie kreativ die Verschiedenheit sein kann, wenn sie denn in ihrer
Eigenart geachtet und beachtet wird".
Der zum Abschluss der Buchmesse
verliehene Friedenspreis - mit 25.000 Euro dotiert - gehört seit 1950 zu den
wichtigsten deutschen Kulturauszeichnungen. Er wurde vom Dachverband der
deutschen Buchbranche zum 60. Mal vergeben. Zu den Preisträgern gehören Albert
Schweitzer (1951), Hermann Hesse (1955), Astrid Lindgren (1978), Siegfried Lenz
(1988), Jürgen Habermas (2001) oder Orhan Pamuk (2005). Im vergangenen Jahre
hatte mit Anselm Kiefer erstmals ein Bildender Künstler den Preis erhalten. tdo/AP/dpa
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Zur Verleihung des Friedenspreises des
Deutschen Buchhandels 2009 an den
italienischen Schriftsteller Claudio
Magris erklärte Staatsminister Bernd
Neumann:
"Claudio Magris ist nicht nur ein
Literaturwissenschaftler, Schriftsteller und
Essayist von Rang, sondern auch ein
überzeugter Europäer. Wer wissen will, was
unseren Kontinent verbindet oder trennte,
wer wissen möchte, wie über
Jahrhunderte zahllose Kulturen auf
engstem Raum zusammengelebt und
zusammengewirkt haben, der findet bei
ihm profunde Erklärungen und Ausblicke.
Sein Europa ist eines, das seine
vielfältigen kulturellen Traditionen
reflektiert, respektiert und bewahrt.
Es freut mich daher besonders, dass er seit
vielen Jahren Mitglied der Deutschen
Akademie für Sprache und Dichtung ist und
auch auf diesem Wege mit seiner Stimme
die für die Zukunft Europas wichtigen
Debatten und Diskussionen
bereichert."
Claudio Magris wurde 1939 geboren und
zählt zu den bedeutendsten italienischen
Germanisten und Kulturpublizisten und
zu den wichtigsten Literaten Europas. Die
Verleihung des Friedenspreises des
Deutschen Buchhandels bildet traditionell den
Abschluss der Frankfurter Buchmesse.
Der Friedenspreis wird seit 1950 vergeben
und ist mit 25.000 Euro dotiert. Pib,
de.it.press
Die Menschlichkeit Mitteleuropas. Claudio Magris erhält den Friedenspreis des Deutschen Buchhandels
Ein Gespräch über Treue und Rebellion.
Das Gespräch führte Gerrit Bartels.
Herr Magris, als Sie erfuhren, dass Sie
den Friedenspreis erhalten sollen, sagten Sie, dieser Preis sei ein Mythos.
Fürchten Sie, ihm nicht gerecht zu werden?
Ich meinte damit, dass man in Verlegenheit
kommen kann, wenn man an viele Preisträger in der Friedenspreisliste denkt.
Jeder Preis stellt das Ergebnis eines Werkes dar, und dieses Ergebnis ist nie
das eines Einzelnen. Denn wenn wir schreiben, werden wir von vielen Leuten und
ihren Werken beeinflusst. Jorge Luis Borges sagte, sein Ruhm verdanke sich
nicht den Büchern, die er geschrieben, sondern den Büchern, die er gelesen
habe. Zudem zwingt so ein Preis immer zu einer Bilanz, und diese zeigt die
Defizite. Andererseits habe ich mich sehr gefreut. Ich nehme den Friedenspreis
in einer Mischung aus Demut und Selbstironie an.
Und? Haben Sie Defizite gefunden?
Ich habe überlegt, wozu es alles nicht
gekommen ist – in einer Mischung aus Zufälligkeit, Schwäche und
Unsicherheit. Jeder kennt seine dunklen Punkte. Andererseits gibt die eigene
Kleinheit – die Relation, in der ein Preis wie dieser zum Weltganzen steht
– viel Freiheit.
In der Begründung werden als
„streitbarer Gegner von Ausgrenzung und kulturellem Dominanzdenken“ bezeichnet.
Gab es eine bestimmte Initiation in Ihrem Leben?
Vorweg: Diese Streitbarkeit
geschieht immer wider Willen. Eigentlich will man nie die Pflicht haben, gegen
etwas zu kämpfen. Man möchte nie zwanghaft moralisch sein. Das ist wie mit der
Gesundheit: Wenn ich mich gut fühle, denke ich nicht an Krankheiten oder was
mir alles widerfahren könnte.
Sie befinden sich also nicht in einer
ständigen Streitbereitschaft.
Genau. Schauen Sie, ich schreibe für
den „Corriere della Sera“ seit 42 Jahren. Ich schreibe Reisereportagen,
kleinere Prosastücke. Und manchmal unternehme ich eben politisch-ethische
Interventionen, um jemandem beizustehen, um gegen jemanden zu kämpfen. Wenn ein
anderer das tun würde, wäre ich genauso glücklich. Ich kann mich auch gut dem
Flanieren, dem Bummeln, dem Lesen hingeben. Es hat etwas Zwiespältiges, wenn
man gern Moralist ist. Vor professionellem Moralismus sollte man sich hüten.
Sie empfinden sich aber als politischer
Schriftsteller?
Ich war politisch engagiert, und das
vor allem als Schriftsteller. Da ich vorhin aber von Defiziten sprach: Die
Erfolge in dieser Hinsicht sind bescheiden. Mit der Feder lässt sich nicht so
viel ausrichten. Ich habe das politische Engagement immer als meine Pflicht als
Bürger verstanden. Trotzdem bin ich überzeugt, dass man sich immer der anderen
Seite öffnen muss, gerade auch jetzt, da China Gastland der Buchmesse ist. Man
muss mit den Chinesen in einen kulturellen Dialog treten, wie schwierig das
auch sein mag, in Sachen Menschenrechten und Meinungsfreiheit. Umgekehrt müssen
wir trotzdem einige wenige Grenzen ziehen, um bestimmte Werte, die wir als
universal anerkennen, nicht zur Disposition zu stellen: die Gleichheit von
allen Bürgern, die Gleichstellung von Mann und Frau, die Religionsfreiheit usw.
In vielen ihrer Bücher sprechen Sie
davon, Grenzen zu überschreiten, zu dehnen. Soll man die Chinesen in Frankfurt
einfach gewähren lassen? Muss man sie nicht immer wieder mit ihren Defiziten
konfrontieren?