WEBGIORNALE 2-4 Ottobre
2009
Respingimenti e discriminazioni, il caso Italia sotto esame all'Onu
Immigrazione Il
rapporto del governo e la replica dei sindacati confederali sul tavolo
dell'Organizzazione
internazionale del lavoro. Si valuta il rispetto della Convenzione 143 - di
VITTORIO LONGHI
Una manifestazione
per la regolarizzazione degli immigrati senza permesso in Italia
Dalla
discriminazione degli immigrati sul lavoro ai nuovi accordi con la Libia. Con
un rapporto di trenta pagine il governo ha risposto all'Organizzazione
internazionale del lavoro (Ilo), agenzia Onu che aveva espresso perplessità e
chiesto chiarimenti sul trattamento degli immigrati in Italia. Al documento
dell'esecutivo ieri è seguito il commento, altrettanto dettagliato, dei tre
sindacati confederali che, con il governo e le imprese, rappresentano l'Italia
all'interno dell'Ilo. "Tutte le osservazioni critiche in materia di
discriminazione dei migranti già espresse dai rappresentanti dei lavoratori
italiani davanti alla Commissione dell'Ilo sono, purtroppo, completamente
confermate", scrivono dagli uffici internazionale e immigrazione di Cgil,
Cisl e Uil.
Le domande
dell'Ilo I sindacati avevano già manifestato il proprio dissenso sulla politica
dell'immigrazione a giugno, quando l'Ilo aveva chiamato il governo alla
Conferenza internazionale del lavoro, a Ginevra, per rispondere della mancata
applicazione della convenzione 143, che tutela gli immigrati da abusi e
discriminazioni. L'Italia era tra i 25 paesi - nessun altro europeo - accusati
di violare gli standard internazionali del lavoro, tanto che il ministro del
Welfare, Maurizio Sacconi, ha disertato la conferenza ed ha protestato con
l'Organizzazione per la convocazione. Al termine dell'audizione, l'agenzia Onu
ha chiesto formalmente una serie di chiarimenti sulle situazioni di
discriminazione denunciate dal sindacato, sull'introduzione del reato di
clandestinità e sull'accordo con la Libia, dato che la convenzione 143 prevede
anche la tutela per le vittime di abusi e di tratta, in evidente contrasto con
la politica dei respingimenti indiscriminati.
Il reato di
clandestinità e i respingimenti A quelle obiezioni il governo ha risposto
rivendicando l'istituzione del reato di clandestinità e negando i
respingimenti. "Le norme internazionali in materia di protezione dei
diritti umani - sostiene nel documento - non escludono espressamente il
principio che allo straniero possano essere applicate anche sanzioni di
carattere penale, fermo restando gli obblighi relativi alla protezione
internazionale e al rispetto del principio di non refoulement". Secondo il
sindacato, invece, nella pratica avviene proprio il contrario, con il
"refoulement", il respingimento senza alcuna distinzione, che
contravviene al diritto costituzionale e a quello internazionale.
L'intesa con la
Libia Anche sull'accordo con Gheddafi, Cgil, Cisl e Uil ribadiscono "la
profonda preoccupazione per la nuova politica inaugurata lo scorso 7
maggio", mentre l'esecutivo ne fa un motivo di vanto: "La Libia sta
collaborando in modo più efficace rispetto al passato - scrive il governo - ,
dal maggio scorso, 679 clandestini, partiti dalle coste libiche a bordo di più
imbarcazioni e intercettati da unità italiane in acque internazionali a sud di
Lampedusa, sono stati soccorsi e riconsegnati alle autorità libiche, su
esplicita richiesta di queste ultime, ai cui controlli si erano
sottratti".
Gli accordi di
rimpatrio Nel rapporto ci sono anche alcune anticipazioni, come il
potenziamento dell'Ufficio dell'esperto immigrazione italiano a Tripoli con
componenti investigative, per un raccordo diretto con la polizia libica. Inoltre,
viene menzionato il Progetto per il potenziamento dei sistemi di controllo
delle frontiere meridionali della Libia, cioè nel deserto, per respingere
direttamente in Africa. La Commissione europea avrebbe incaricato il ministero
dell'Interno italiano di elaborare e implementare questo progetto - ora fermo
perché Tripoli non ha ancora aderito - stanziando fondi per 10 milioni di euro,
a cui si aggiungono i 600 mila euro già assegnati dal Dipartimento della
Pubblica Sicurezza e della Polizia delle Frontiere. Con l'elenco numerico dei
migranti rimpatriati nell'ultimo anno, sono citati anche altri accordi
bilaterali in corso con Nigeria, Algeria, Egitto, Ghana, Niger, Senegal e
Gambia, tutti mirati a rispedire a casa chi arriva irregolarmente in Italia, ma
senza fare alcuna considerazione sul motivo della fuga da quei paesi.
Discriminazioni
sul lavoro Riguardo alla discriminazione degli immigrati sul lavoro, in forme
dirette e indirette, l'esecutivo ha ripetuto le iniziative dell'Ufficio per la
promozione della parità di trattamento (Unar), come corsi di formazione, la
creazione di siti web e di un numero verde. "È evidente - scrivono i
confederali - che si tratta di un'elencazione di buoni propositi di attività
promozionale e propagandistica, di piccoli progetti sperimentali che non hanno
inciso minimamente sul fenomeno né offerto tutela reale a casi specifici e
concreti". Anche perché, spiegano i sindacati, la funzione principale
dell'Unar è ostacolata dall'assoluta mancanza di autonomia rispetto all'esecutivo.
Cgil, Cisl e Uil citano nuove e varie forme di discriminazione diretta che
rendono sempre più difficile ai lavoratori migranti l'accesso a un'occupazione
regolare, a condizioni eque, a benefici previdenziali e servizi sociali. Una
situazione ulteriormente aggravata dalla crisi economica. Ad esempio, il limite
di sei mesi nel permesso di soggiorno per ricerca di occupazione di fatto
discrimina il lavoratore straniero rispetto all'indennità di disoccupazione o
alla mobilità, mentre i lavoratori italiani possono goderne fino a dodici o
ventiquattro mesi.
Rapporto sotto
esame La lista delle obiezioni del sindacato è lunga, insomma, e tocca tutta la
problematica dell'immigrazione, dalle pensioni alle regolarizzazioni delle
badanti. A questo punto, il documento sarà valutato dalla Commissione di
esperti Ilo, che terrà conto anche dei commenti delle organizzazioni sindacali
e deciderà se le informazioni e le iniziative dell'esecutivo sono sufficienti a
garantire il rispetto della convenzione 143 oppure se le violazioni persistono.
LR 1
Da euro-scettici a entusiasti: la crisi spinge l’Irlanda verso il “sì” al
Trattato Ue
LONDRA - Dopo
sedici mesi e una catastrofica crisi finanziaria, l’Irlanda si avvia alle urne
per decidere, per la seconda volta, se intende approvare o meno il trattato di
Lisbona. Un anno e mezzo fa il no aveva stravinto lasciando l’Europa a
cavillarsi su come recuperare dieci anni di lavoro perduto. Ma venerdì, stando a
quanto dicono i primi sondaggi, gli irlandesi si trasformeranno da
euro-scettici a euro-entusiasti.
Potere della
recessione, che nell’Isola di Smeraldo ha picchiato durissimo. Il deficit
nazionale è il doppio di quello medio della Ue, il livello di disoccupazione è
al secondo posto tra i più alti d’Europa e l’autunno caldo di aumenti delle
tasse e tagli alla spesa pubblica sta per arrivare. Il timore di allontanare
investitori stranieri e la chiusura dei cordoni della borsa della banca europea
hanno fatto cambiare idea agli irlandesi, che in occasione della prima
votazione erano ancora forti della cavalcata della tigre celtica (il boom
economico finito nel 2008) e poco disposti ai compromessi. Allora soprattutto
le classi medio-basse, come i contadini, avevano contribuito al respingimento
del trattato.
Oggi, secondo un
recente sondaggio, il 68% degli agricoltori sostiene Lisbona e vari altri
sondaggi danno la vittoria del sì a 3 a 2. Del resto il governo irlandese ha
investito tutto il possibile per sostenere la campagna. Tutti i parlamentari
(tranne quattro) hanno espresso parere favorevole a Lisbona e il premier Brian
Cowen ci ha messo la faccia. Se il referendum dovesse andare male il suo
mandato è a rischio. Grandi aziende come Ryanair e Intel sono scese in campo
(la prima ha comprato intere pagine di giornali offrendo un milione di voli
gratis in cambio del sì). Così come le più alte gerarchie della Chiesa
cattolica e persino due stelle del cinema, i registi Jim Sheridan e Neil
Jordan, vincitore dell’Oscar per La moglie del soldato, che durante una
manifestazione ha commentato: «Un no avrebbe eco in tutta Europa, con
conseguenze per tutti. I conservatori britannici, tra gli altri, ne
approfitterebbero».
Anche se i
sondaggi sono confortanti il fronte del no resta forte e compatto. E’ tornato
in campo anche Declan Ganley, l’imprenditore che aveva guidato l’euro-rivolta
del 2008 con la sua organizzazione Libertas. «Non possiamo basare il nostro
voto - ha attaccato - su paure e preoccupazioni, causate dalla crisi economica,
che è stata provocata dal nostro governo, lo stesso che ora ci dice di
accettare un trattato che non ci ha spiegato». A dargli man forte poi ci sono
l’estrema destra e l’estrema sinistra più il Sinn Fein.
Ma se le urne si
aprono a Dublino un occhio la Ue deve tenerlo anche alla Repubblica Ceca, che
insieme alla Polonia è l’unico Paese Ue a non avere ancora completato il
processo di ratifica delle norme sui nuovi assetti istituzionali dell’unione
europea (tra cui il presidente del Consiglio non a rotazione e il ministro
degli Esteri Ue). Ieri il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso
ha incontrato Mirek Topolanek, ex premier ceco e leader dei Civici Democratici,
lo stesso partito del presidente euro-scettico Vaclav Klaus, il quale ha già
fatto sapere che non firmerà il trattato prima di conoscere i risultati delle
urne irlandesi.
Dublino, dunque,
ha sulle spalle una bella responsabilità. DEBORAH AMERI Im 30
La Spd fa i conti con la disfatta. Gli "schroederiani" verso
l'addio
Il presidente del
partito, Muentefering, ha già fatto capire di voler lasciare. E si apre la
strada alla collaborazione con la Linke di Oskar Lafontaine - dal
corrispondente Andrea Tarquini
BERLINO - Nella
Spd, la socialdemocrazia tedesca tramortita e sotto shock dopo la Stalingrado
elettorale di domenica, il terremoto al vertice ormai infuria e ha la forza di
una svolta storica. Non solo il presidente del partito, Franz Muentefering, ha
fatto capire che vuole lasciare. Frank Walter Steinmeier, candidato alla
cancelleria sconfitto da Angela Merkel al voto e ministro degli esteri e
vicecancelliere uscente (della grosse Koalition a fine mandato), ha fatto
sapere che non vuole guidare il partito ma solo la pur influente
Bundestagsfraktion, il gruppo parlamentare.
Presidente della
Spd al posto di Muentefering, probabilmente, sarà il ministro uscente
dell'Ambiente, Sigmar Gabriel. Ma sarà sotto il tiro di influenti vice giovani
e aperti alla collaborazione e al dialogo sempre più intensi, all'opposizione,
con la Linke, la sinistra radicale di Oskar Lafontaine e dei postcomunisti
dell'est di Gysi e Bisky.
Si chiude insomma
l'epoca storica degli "schroederiani", i leader che hanno fatto
carriera e politica sull'onda del riformismo (in stile Tony Blair ma in salsa
tedesca) di Gerhard Schroeder, il leader che sconfisse l'artefice della
riunificazione democristiano Helmut Kohl. Schroeder che fu cancelliere dal 1998
al 2005 e introdusse le idee di modernizzazione, pace col mondo economico e
riforme dolorose.
Oltre a
Muentefering anche il ministro delle Finanze uscente, Peer Steinbrueck, ha
fatto sapere di non volere incarichi nel partito. Del resto prima delle
elezioni si era detto che la cancelliera Angela Merkel, riconoscente con lui
per l'ottimo lavoro svolto nella grosse Koalition nella politica di aiuti a
economia e banche per contrastare la crisi finanziaria ed economica
internazionale, lo vorrebbe premiare con buon stile bipartisan cercando per lui
un ruolo di rango a rappresentare la Germania in istituzioni internazionali.
Ma comunque nella
Spd suona l'ora dei giovani dell'ala sinistra. A cominciare da Klaus Wowereit,
il popolare 'schrill'(anticonformista, inconsueto) governatore-borgomastro di
Berlino-città stato, gay dichiarato amato dagli elettori anche per questa
franchezza. O la signora Andrea Nahles, da sempre massimalista e vicina alle
ragioni delle voci di chi protesta per i costi sociali delle riforme
schroederiane proseguite dalla grosse Koalition.
Il possibile
futuro presidente della Spd, Sigmar Gabriel appunto, è stato finora uno
schroederiano, ma negli ultimi tempi ha lanciato segnali di pace sia alla Linke
sia all'ala sinistra del partito, cioè leader come Wowereit e Andrea Nahles.
Alcuni dicono che Wowereit, detto 'Wowì dai seguaci, avendo dalla sua parte la
giovane età e il prestigio di governatore-borgomastro di Berlino, abbia grandi
sogni che potrebbe tentare di realizzare con un avvicinamento lento ma
irreversibile tra Spd e Linke: spera senza modestia, forse, di ripercorrere le
orme dell'eroe della pace Willy Brandt che fu prima borgomastro di Berlino
Ovest e poi cancelliere.
Nel futuro
comunque stabile della democrazia tedesca si profila insomma anche una
possibile sfida tra due giovani leader, entrambi postmoderni e gay dichiarati:
Wowereit contro Guido Westerwelle, il numero uno liberale vero trionfatore
delle politiche delle domeniche, e grazie alla cui forza la Merkel resta
cancelliera. LR 29
In vista di una
più stabile maggioranza coi liberali, Angela Merkel ha commentato i risultati
delle elezioni dicendo che «stasera possiamo festeggiare, ma poi avremo molto
da lavorare». Forse nel lavoro che si aspetta c’è anche la definizione delle
linee di fondo di un programma politico-economico per la nuova alleanza di
centro-destra. Che sarà magari stato già deciso, visto che l’esito elettorale
non è una gran sorpresa, ma non è stato rivelato, anche se le campagne dei due
partiti hanno avuto punti in comune. Comunque, quel che non è deciso non sarà
facile decidere. La nuova, probabile coalizione ha un sapore più normale e
robusto, meno provvisorio di quella «grande» con i socialdemocratici sconfitti.
Ma il proporzionalismo elettorale e l’organizzazione federale della Germania,
col ruolo della Camera dei Laender, non favorisce alternanze programmatiche
bipolari di nitore angloamericano. A spingere verso la polarizzazione sarà
invece l’avvicinamento dei socialdemocratici all’estrema sinistra. Non è detto
che ne risulterà una politica economica tedesca più chiara e lineare. Né è
chiaro l’effetto sull’europeismo della Germania, che da tempo latita: la
costruzione europea tende a soffrire quando le politiche nazionali si
radicalizzano, perché le sedi comunitarie, di per sé, non hanno ancora
abbastanza autonomia per comporre i contrasti in modo costruttivo.
Si parla di
riduzioni di imposte, che entrambi i partiti della prevedibile futura
coalizione hanno promesso in campagna elettorale. Ma, a parte il fatto che i
tagli proposti da Merkel sono molto inferiori a quelli che vorrebbero i
liberali, non è evidente come la Germania possa basare la sua politica
economica su tagli di tasse con un deficit pubblico che nei prossimi anni è
diretto a superare il doppio dei limiti di Maastricht e un debito che è
previsto andare oltre l’80% del Pil. Il nuovo governo dovrà impegnarsi subito a
far chiarezza sui margini di manovra che vede nel bilancio pubblico. La
Commissione europea sta cominciando a ricordare ai Paesi membri che dovrà
presto iniziare il rientro degli stimoli fiscali indotti dalla crisi: una
coalizione tedesca lanciata sul taglio delle tasse rischia di stonare, a meno
che non trovi spazi importanti per ridurre le spese.
La questione non è
indifferente neanche per la politica monetaria, poiché il ritorno a tassi di
interesse più normali è più arduo se i disavanzi pubblici non scendono. La Bce
è in un momento particolarmente importante e delicato, anche perché sta per
ricevere nuovi compiti di vigilanza finanziaria: ha bisogno di tutta la sua
autorevolezza e indipendenza. La Germania ha sempre insistito più degli altri
per assicurargliele. Su questo fronte la posizione del nuovo governo tedesco
andrà presto svelata con limpidezza, sarà determinante ma non è affatto
scontata: finora la gestione della crisi bancaria tedesca è stata molto meno
che trasparente, con qualche reticenza nel comunicare le informazioni agli
altri vigilanti europei; e nella Grande coalizione questo atteggiamento è forse
da attribuirsi più alla Cdu che alla Spd.
Da un governo più
«liberale» dovremmo attenderci comportamenti diversi dall’intrusivo
nazionalismo nella vicenda della Opel. Ma le prime dichiarazioni di Merkel
paiono voler moderare le aspettative di discontinuità. Dovremmo attenderci
liberalizzazioni e rilancio degli investimenti interni, della domanda interna
in generale, con una minor dipendenza dalle esportazioni. Questo andrebbe
benissimo per il riequilibrio macroeconomico mondiale: anche il G20 ha chiesto
che al freno della spesa Usa corrisponda una riduzione della propensione a
esportare delle economie con bilancia dei pagamenti in avanzo permanente. La
struttura produttiva tedesca ha passato gli ultimi anni a comprimere i costi,
soprattutto quelli del lavoro. Ora dovrebbe convincersi che esser competitivi
non significa massimizzare le esportazioni. È meno rigida di una volta: ma
cambiarle rotta è ancora come far virare un grande bastimento.
Anche il tema
dell’energia è entrato nella campagna dei partiti che pensano di allearsi.
Potremmo aspettarci più nucleare e meno dipendenza da fonti tradizionali di
origine russa, in un quadro di più deciso coordinamento europeo. Ma la
questione è intrisa di politica estera e dunque, oggi, ardua da prevedere
quanto da affrontare. La Germania ha ottenuto un risultato innovativo da
elezioni mantenute su toni moderati ed educati. L’Italia che, come ha ricordato
Sergio Romano, dovrebbe imparare, spera che il nuovo governo tedesco dia presto
il buon esempio anche sul piano delle realizzazioni e torni a combattere come
una volta perché l’Europa avanzi la sua integrazione economica e politica. FRANCO BRUNI LS 30
Salvadori: «La Germania insegna, se il socialismo è di centro è destinato a
perdere»
Le
socialdemocrazie hanno inseguito un centro che non c’era più e si sono
appiattite su posizioni moderate. Perciò sono in crisi. Ma di qui a stilare
diagnosi di morte ce ne corre». Giudizio netto quello di Massimo Salvadori, tra
i massimi storici del movimento operaio e della socialdemocrazia, oggi
professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino.
E analisi imperniata su un dato: non è vero che nelle nostre società è sparito
il lavoro dipendente, con trionfo di lavoro autonomo e ceti medi. Al contrario,
sostiene Salvadori, «c’è stata una polarizzazione sociale, e un aumento delle
diseguaglianze, proprio sotto la sferza della bufera finanziaria e liberista,
oggi in preda allo tsunami ». Una dinamica che i socialisti europei non hanno
compreso, fino al punto da smarrire la percezione della realtà, e quella della
loro identità. Vediamo come e perché.
Professor
Salvadori, «campane a morte per il socialismo europeo», dicono un po’ tutti,
progressisti moderati in prima fila. Davvero il socialismo si sta estinguendo,
come titola l’« Herald Tribune»?
«Per tutto il 900
hanno risuonato quelle campane, per l’una e l’altra forza politica, salvo
assistere a impreviste rinascite. La condizione del socialismo europeo è certo
allarmante, ma non sappiamo se siamo in fase terminale. Anche il liberismo fu
dato per spacciato e invece è ritornato alla grande. La Spd e il Psf oggi sono
alle corde? È vero, ma è già iniziata una forte discussione interna. In
Germania comunque c’è il 23 %della Spd, e il 12,7% della Linke: sintomo di una
forte richiesta di sinistra. Quindi ci vuole cautela, perché i numeri dicono
che una base politico-sociale esiste per un’opposizione programmatica».
Michele Salvati ha
scritto: c’e stata l’ondata neoliberista e la socialdemocrazia doveva
assecondarla, ma verranno tempi migliori. Condivide?
«Ma allora perché
col neoliberismo in crisi non c’è stata la risalita delle forze socialiste?
Invece abbiamo visto il contrario. In realtà c’è stato un appannamento del
ruolo socialista. Sicché l’Spd, che ha giocato sul fronte moderato, ha perso.
Mentre la Linke, che è stata radicale, ha avuto successo. No, non credo che i
socialisti dovessero per forza cavalcare l’ondata neoliberista. Credo
all’opposto che proprio tale scelta moderata, in Europa, abbia portato alla
sconfitta, alla mancanza di presa. Perché se si tratta di fare i “centristi”,
questo sanno farlo molto meglio altri partiti. Blair ha trasformato Londra
nella seconda Wall Street delle oligarchie finanziarie, illudendosi di
espandere il benessere. Così non è stato, e oggi il Labour è allo stremo. I
socialisti si sono “confusi” con i conservatori su terreni cruciali, a
cominciare dalla deregulation finanziaria, denunciata da Obama. Neè derivato
unosmarrimento di identità, una perdita della ragion d’essere».
E il paradosso è
che la destra assume in proprio certe ragioni di sinistra, a cominciare dal
governo dell’economia...
«Ovvio. Le forze
di centrodestra hanno imbracciato subito l’intervento pubblico, malgrado le
maledizioni del passato, e a proposito di campane a morto...Nessun imbarazzo
nel salvare le banche, con regole prima reputate mortifere. Ora è evidente che
senza catturare il centro non si vincono le elezioni. Però un conto è puntare
alla conquista di quella zona sociale, altro appiattirsi su di essa, inseguendo
il fantasma di un ceto medio che non c’è più, e che si è impoverito. Dinanzi a
questo, dinanzi alla finanza trionfante, la sinistra non ha saputo leggere le
“implicazioni di processo”, rinunciando così a un programma che partisse dagli
interessi veri: ceto medio minacciato, precarietà, disoccupati, e lavoro
dipendente ancora maggioritario. È passata un’analisi falsa, che ha frainteso
le diseguaglianze di reddito crescenti, ed enfatizzato la realtà- spesso
miserevole - dello stesso lavoro autonomo, largamente minoritario. Conclusione:
la sinistra deve mobilitare e riorganizzare tutte queste realtà. Certo, non
secondo una visione vetero-classista e polarizzante che non tiene più - la
“centralità operaia” -main base a unageografia sociale aderente alla realtà. Il
che significa che i diritti sociali - l’altra gamba della democrazia assieme ai
diritti politici - devono diventare strategici perun programma di governo».
Dunque, governo
dell’economia, diritti sociali, redistribuzione, qualità dello sviluppo e
democrazia industriale devono ridiventare cruciali per i socialisti?
«Naturalmente.Senza
queste ragioni il divario delle socialdemocrazie con il loro retroterra e con
quello sociale più ampio - inasprito da crescenti diseguaglianze - è destinato
ad approfondirsi. Fino alla cancellazione del loro ruolo». C’è una lezione da
trarre anche per l’Italia, dove il Pd appare solcato da una discussione proprio
su identità e rappresentanza? «Sono convinto che il Pd manchi di un’identità,
sulle questioni di fondo. Ci sono posizioni opposte e minacce di secessione da
una parte e dall’altra. È in corso bene o male un congresso, chiamato a dare
una risposta. Bersani ha detto con chiarezza due cose: il Pd sarà un partito
nuovo, che deve tenersi la propria tradizione di sinistra. E ancora: la
categoria della sinistra non può essere esclusa dall’identità del Pd. Sappiamo
però quanti nel partito rifiutino una vocazione di sinistra...».
Tenersi
quest’identità è un contributo alla crisi italiana, nonché alla crisi delle
socialdemocrazie?
«Penso proprio di
sì. Anche in virtù di una considerazione più generale, estesa al contesto
internazionale più vasto. Ebbene, senza dubbio alcuno, i centrodestra europei
sono più moderni e dignitosi di quello italiano. Però dobbiamo chiederci. Se i
partiti socialdemocratici sono ormai qualcosa di residuale, davvero il
centrodestra è in grado di offrire una risposta ai problemi sul tappeto? Le
destre hanno sul serio un programma espansivo, capace di assorbire e includere
le domande che vengono da una società a forte disoccupazione, dal ceto medio
così impoverito e così bisognoso di sicurezze? C’è nel centrodestra un
paradigma di valori, e di cultura economica e politica, stabilizzante, dinanzi
alle emergenze presenti, tale da poter far morire la sinistra?».
Francamente questo
pericolo esiste, almeno sul piano demagogico immediato, e fino al punto da far
smottare la sinistra. Non le pare?
«Il centrodestra
potrebbe sfondare, ma solo a condizione che sappia replicare incisivamente a
tutti quei problemi che hanno sempre costituito la grammatica della sinistra:
dall’immigrazione, al lavoro, alla precarietà, alla sicurezza sociale,
all’ambiente. Ma che siano in condizione di farlo, sino a far smottare le basi
sociali della sinistra, io non lo credo ».
Insisto, il
rischio è concreto, e se ne vedono le avvisaglie in Europa.
«D’accordo, non
sarebbe la prima volta che la sinistra viene messa in ginocchio. Eppure non è
morta, ed è risorta. Vedremo come va a finire. In passato si diceva: è il
secolo del fascismo, è il secolo del liberalismo, è il secolo della
socialdemocrazia, del comunismo. Che questo sia il secolo del conservatorismo e
del centrosinistra io non lo credo. Oltretutto nel mondo ci sono realtà
progressiste e di sinistra al governo, in India, in America Latina, e c’è
Obama. Il che accresce il paradosso europeo, della destra sugli scudi malgrado
la crisi liberista. Ma accresce pure le speranze ».
Bruno Gravagnuolo
L’U 30
Il crollo della Spd in Germania. Europa, la sinistra smarrita
Il Partito socialdemocratico
tedesco ha subito domenica un vero e proprio tracollo. Commentatori e politici
fingono di interrogarsi sul “perché?”, e allargano pensosamente l’orizzonte al
declino dei partiti di “sinistra” in atto da tempo nell’intera Europa. Fingono,
perché mai spiegazione fu più lapalissiana e sotto gli occhi di tutti. La
“sinistra” perde in Europa, puntualmente e sistematicamente, perché da tempo ha
smesso di essere di sinistra. Da tempo ha smesso di fare della eguaglianza la
sua bandiera, la sua bussola, la sua strategia. E dire che la realtà economica
e sociale non fa che offrire alimento ad una battaglia sempre più sacrosanta e
doverosa per ogni persona minimamente civile: una generazione fa la distanza,
nella stessa azienda, fra il reddito di un operaio e quello del super-manager
poteva essere di 1:30, 1:40 (una enormità). Oggi tocca tranquillamente la
cifra, esorbitante e mostruosa, di uno a trecento o quattrocento. Ma ci sono
casi non rari in cui viene superato il rapporto uno a mille.
La sinistra, intesa
come socialdemocrazia, si sta avvitando in un declino rapido e galoppante
perché è sempre più indistinguibile dalla destra, questa è l’ovvia verità. E
dovendo scegliere tra due destre, una dichiarata coerente e orgogliosa dei suoi
“valori”, l’altra titubante e ipocrita, che qui lo dice e qui lo nega,
l’elettore reazionario o il mitico “moderato” che sogna un futuro di
privilegio, sceglierà ovviamente la prima, mentre l’elettore democratico finirà
per restare a casa – dopo due o tre “ultime volte” in cui ha volenterosamente
votato tappandosi il naso. Eppure i commenti di tutti i dirigenti del Partito
democratico ai risultati delle elezioni tedesche non fanno che ripetere la
giaculatoria d’ordinanza: attenti a non ascoltare le sirene estremiste (sarebbe
Lafontaine!), non dobbiamo rinunciare alla “cultura di governo”, l’unica anzi
che alla lunga ci farà vincere (“nel lungo periodo saremo tutti morti” ammoniva
il grande Keynes. Anche lui estremista, evidentemente).
Giaculatoria
masochista, con la quale la “sinistra” non vincerà mai più, ma giaculatoria
obbligata, perché ammanta di nobiltà (“cultura di governo”) la realtà mediocre
e spesso sordida di una nomenklatura (nazionale e locale) totalmente succube
dell’establishment e pronta a difenderne gli interessi, garantirne i privilegi
e financo soddisfarne i capricci – e soprattutto le illegalità - anziché
riequilibrare radicalmente redditi e potere a vantaggio dei meno abbienti.
Perché non è
affatto vero che in Europa la sinistra sia sconfitta, e non è stato vero
neppure in Germania domenica scorsa. I voti di Spd, Die Linke, Verdi e “Pirati”
equivalgono e forse superano la somma dei suffragi cristiano-democratici e
liberali. L’elettorato per un’alternativa alla signora Merkel ci sarebbe,
insomma. E in Francia è bastato che Dany Cohn-Bendit inventasse un nuovo e
credibile partito ecologista per ottenere alle europee un risultato equivalente
a quello del declinante Partito socialista.
Perché dunque i
partiti socialdemocratici perseverano nella politica diabolica che li sta
portando all’estinzione, anziché mettersi a disposizione delle istanze di
“giustizia e libertà” che percorrono massicciamente le società civili della
vecchia Europa? Perché non colgono l’occasione di una crisi drammatica,
colpevolmente prodotta dai padroni della finanza e governi complici, per
guidare le masse nell’imporre all’avidità sfrenata e inefficiente delle classi
dirigenti un sacrosanto redde rationem?
Perché hanno
smesso da tempo di “rappresentare” forze popolari, e istanze di critica ai
privilegi (sempre più smisurati) e all’establishment. Perché di
quell’establishment sono parte integrante, benché subalterna, perché aspirano
solo a partecipare alla torta di quei privilegi, anziché a sostituirvi un agape
più fraterno. Perché sono casta, partitocrazia autoreferenziale, e di
conseguenza strutturalmente incapaci di indicare nei nemici dell’eguaglianza i
propri nemici. Ma senza indicarli, senza proporre misure che colpiscano i
finanzieri della speculazione, e gli imprenditori che “delocalizzano” (cioè
licenziano in patria per iper-sfruttare con profitti iperbolici nei paesi più
poveri), e il dilagare dell’intreccio corruttivo-politico-criminale (le mafie
ormai impazzano, dagli Urali alla penisola iberica), senza rilanciare il
welfare tassando i più ricchi, la socialdemocrazia non solo non fa più politica
ma è ormai morta.
Si tratta di
seppellirla al più presto nella consapevolezza degli elettori, perché lo zombie
di quella che fu una sinistra è oggi l’ostacolo maggiore alla nascita di nuove
organizzazioni di “giustizia e libertà”.
Tentare di
riformare le socialdemocrazie è una perdita di tempo. Cercare di “superarle” in
una sintesi con pulsioni e illusioni “centriste” è ancora peggio, una
dissipazione di energie democratiche e di passione civile. Le lezione ripetuta
e convergente che da anni viene dalle urne elettorali in Europa dice invece che
è maturo il momento per dare al bricolage politico dei movimenti di opinione
una forma organizzativa, autonoma dai partiti, capace di non riprodurne i
difetti e le derive di omologazione. Tanto più in Italia, dove sponde
ecologiste o alla “die Linke” sono state cancellate definitivamente dalla
corriva nullità dei gruppi dirigenti.
Paolo Flores
d'Arcais, Fatto Quotidiano 29
Dalla Germania grande adesione alla manifestazione del 3 ottobre per la
libertà di stampa
Sabato 3 ottobre,
sindacati, associazioni e movimenti, ampi settori della società civile italiana
si ritroveranno a Roma, su iniziativa della Federazione nazionale della stampa,
per ribadire che “l’informazione non si fa mettere il guinzaglio”.
"Non è la
prima volta che in Italia – spiega Franco Siddi, Segretario della Federazione
nazionale della stampa italiana (Fnsi) - si rende necessaria una corale mobilitazione
in difesa della libertà di stampa. L’informazione libera è una merce preziosa e
la sua difesa riguarda tutti: abbiamo protestato a suo tempo contro il
Centrosinistra, giungendo a scioperare e a manifestare contro le norme volute
da Mastella, ministro della Giustizia nel Governo Prodi. Oggi rileviamo che
negli ultimi mesi c’e stata e continua ancora una pressione che sta incidendo
sul senso comune, sulla percezione dei valori essenziali della convivenza. Una
cronaca giudiziaria limitata o impedita, pretesti sulla privacy di persone
dall’assoluta caratura pubblica, crescente fastidio, talvolta disprezzo, del
potere odierno, troppo spesso espresso dal presidente del Consiglio, che non
desidera si disturbi il manovratore circa questioni sociali, immigrazione,
povertà, crisi del lavoro. Tutto questo con l’evidente scopo di introdurre
censure e autocensure. La vicenda Avvenire rappresenta, a suo modo,
un’intimidazione: attenti, chi tocca i fili cade! Ogni giorno, esternazione
dopo esternazione, denuncia dopo denuncia, si moltiplicano le ragioni di chi
teme a ragion veduta che si voglia arrivare all’opzione secca: applauso o
silenzio. Bandita ogni possibilità di dissenso o di critica. E intanto il
presidente del Consiglio dei ministri dice di sentirsi diffamato dagli articoli
e dagli editoriali pubblicati da due quotidiani italiani e da diversi organi di
stampa stranieri: a Repubblica ha chiesto un milione di euro a mo’ di
risarcimento; all’Unità, due. Intanto, i mezzi di comunicazione che fanno capo
direttamente o indirettamente al suo impero mediatico linciano chi, come
l’ormai ex direttore di Avvenire Dino Boffo (al quale rinnovo la mia
solidarietà), interviene con misura e civiltà nel dibattito politico in corso
ovvero formula più che legittime riserve sulla condotta del premier. Affondo
finale o assenza del senso del ridicol l’allarme per la diminuita libertà di
stampa, secondo Berlusconi, è null’altro che ‘una barzelletta della minoranza
comunista e cattocomunista che detiene la proprietà del 90 per cento dei
giornali’.
Si tratta di una
risposta civica – continua Siddi - per recuperare piena consapevolezza dei
principi costituzionali, del valore della libertà dell’informazione in ogni
stagione. Un segnale pubblico e chiaro anche al presidente del Consiglio che,
pur avendo sui media una visibilità mai avuta prima da nessun altro uomo
politico, si lamenta con durezza di un sistema che è sfigurato dal suo stesso
colossale conflitto di interessi. In un Paese normale l’informazione non
sarebbe considerata un disturbo, e non si farebbe di tutto per limitarne i
diritti. Non è possibile che la buona informazione sia solo quella che
accondiscende alle posizioni del Governo (lo diciamo per oggi e per domani),
che plaude alle azioni pubbliche e private del premier, chiunque esso sia. Una
risposta limpida, forte e partecipata a tutto questo sarà di grande significat
per noi giornalisti, interessati a salvaguardare le condizioni essenziali di
esercizio del nostro lavoro e per tutti i cittadini che non vogliono vedere
ulteriormente ridimensionati gli spazi di racconto dell’Italia reale".
L’iniziativa della
Fnsi ha raccolto ampi consensi ed adesioni anche all’estero, in particolare in
Germania. Ci saranno manifestazioni a Colonia, a Monaco di Baviera ed a
Berlino. Tra le prese di posizione e di solidarietà, ricordiamo il comunicato
del MediaCulb Germania (vedi Webgiornale del 28-28 settembre, ndr), a firma del
suo presidente Renzo Brizzi.
“Il MediaClub
Germania, l‘associazione degli operatori
dell’informazione di origine italiana in Germania, si associa alla giornata proclamata dalla FNSI per il 3
ottobre 2009 in difesa delle libertà di stampa e ne condivide gli intenti.
Da anni il
MediaClub Germania si impegna attraverso
varie iniziative e attività a valorizzare il ruolo e la professionalità
dei giornalisti italiani e di origine italiana in Germania e in Europa.
Mai come in questo
momento politico in Italia l’uso strumentale dei servizi d’informazione
pubblici, le crescenti intimidazioni
alle testate e ai singoli giornalisti, i tentativi di limitare la libertà di
stampa attraverso provvedimenti legislativi e
il perdurare da anni di una
inconcepibile concentrazione di potere mediatico e potere politico nelle mani
di una singola persona hanno danneggiato l’immagine della nostra comunità
all’estero e e vanificato il nostro impegno di giornalisti.
Il MediaClub
Germania oltre a respingere le minacce alla libertà di stampa auspica una maggiore responsabilità e una maggiore indipendenza del giornalismo
italiano dal potere politico e economico. Un auspicio che rivolgiamo in
particolare alla Rai come servizio pubblico, che non solo da oggi, è
considerata dal potere politico un proprio strumento. Alla Rai e non solo ad essa – conclude il
comunicato del MediaClub - chiediamo inoltre di rafforzare la sua funzione
informativa tenendo conto di quei milioni di cittadini che
nonostante siano sparsi in Europa
e nel mondo continuano e vogliono
restare italiani”.
Un ulteriore
appello a sostegno della manifestazione di sabato 3 ottobre è stato lanciato
tra i giornalisti italiani in Germania da Luciana Mella. “I giornalisti in
Germania sono a fianco dei colleghi italiani per la tutela e per il
diritto di informare e criticare”, scrivono i primi firmatari dell’appello Angela
Sinesi e Cristina Giordano di Colonia, Giuseppe Guglielmi di Neustadt, Federico
Hermanin di Francoforte e Michele Santoriello di Heppenheim.
La redazione del
Webgiornale ribadisce in pieno la propria adesione alla manifestazione del 3
ottobre. Ogni minaccia alla libertà di informazione è sempre una minaccia anche
alla democrazia. Troppi segnali, visti in particolare da chi vive all’estero,
documentano in Italia un pericoloso declino di strutture e di sensibilità
basilari per le libertà democratiche e per la stessa democrazia. (de.it.press)
A Berlino sabato 3 ottobre manifestazione davanti al Consolato per la
libertà di informazione
Berlino - Anche
gli italiani in Germania si mobilitano per la libertà di stampa e vanno in
piazza a Berlino. “La libertà d’informazione e d’opinione è pilastro di ogni
democrazia. Informare vuol dire fornire ai cittadini la materia prima che forma
la coscienza e permette loro di poter decidere, scegliere, esistere e votare.
In Italia, questo diritto oggi è a rischio. È proprio attorno al problema della
libertà di stampa che si sta allargando una ragnatela che lentamente avvolge e
immobilizza la democrazia del nostro Paese”, dice l’on. Laura Garavini,
coordinatrice pro-tempore del PD Berlino, a due giorni dalla manifestazione
questo sabato nella capitale tedesca.
“Il sistema di
comunicazione italiano è da tempo considerato da istituzioni internazionali
come Freedom House parzialmente a rischio, soprattutto per i problemi legati al
conflitto d’interesse e alla concentrazione dei media”, spiega la deputata
eletta nella circoscrizione estero. “Le recenti azioni giudiziarie di Silvio
Berlusconi contro alcuni quotidiani italiani e quelle minacciate a giornali
esteri come El Pais e Nouvel Observateur sono solo la punta dell’iceberg
dell’emergenza. In realtà siamo quotidianamente confrontati con i tanti
tasselli di quel che sembra un unico disegno volto a eliminare qualsiasi forma
di dissenso alla linea del governo: dalle pressioni sugli operatori
dell’informazione alle norme sulle intercettazioni, dai tagli all’editoria e al
sistema culturale all’uso delle risorse pubblicitarie”.
“Noi italiane e
italiani a Berlino diciamo No al bavaglio”, sottolinea la Garavini. “Per questo
abbiamo deciso di manifestare anche noi per la libertà di stampa questo sabato
3 ottobre, a partire dalle ore 12,
davanti all’Ambasciata d’Italia di Berlino, in Hiroshimastr. 1”. L’evento, in
parallelo con la grande manifestazione organizzata dalla FNSI a Roma, si
inserisce in una serie di simili iniziative promosse dalla rete europea degli
italiani all’estero, ad esempio a Bruxelles, il 2 ottobre e a Madrid, il 3
ottobre. “Invitiamo tutti coloro – italiani e non italiani – che si indignano
per i continui attacchi alla libertà d’informazione e d’opinione in una delle
più antiche democrazie d’Europa a partecipare attivamente e a far sentire la
loro voce”. De.it.press
Stoccarda, la SWF sul voto tedesco. Westerwelle futuro partner della Merkel
La tornata
elettorale per il rinnovo del Bundestag ha sancito il cambio di guardia alla
guida della Germania. Il leggero calo dell’1,4% della CDU (33,8%) ed il crollo
storico dei socialdemocratici sceso al 22,9% (-11,3%), pongono la parola fine
alla grande coalizione. La Merkel avrà come nuovo partner Guido Westerwelle che
ha portato i liberali al massimo storico ottenendo col 14,6% dei consensi ben
93 seggi, 32 in più rispetto all’ormai passata legislatura. Vincono die
Linke/la Sinistra (12%) e die Grünen/i Verdi 10,7% (+2,6%).
Vincitore di
questa tornata elettorale è senza dubbio Guido Westerwelle che con la sua FDP
ha sbalordito tutti. Neanche Theodor Heuss, primo liberale presidente della
Repubblica federale, aveva raggiunto un risultato così eclatante. Quando
quattro anni fa al tradizionale appuntamento dell’Epifania Westerwelle auspicò
di raggiungere nel Baden-Württemberg, culla del partito liberale, il 18% dei
consensi fu deriso.
In questo land,
peró, in questa tornata elettorale è realtà: 18,8%.
L’elettorato,
questa volta, ha voluto dire no alla grande coalizione. Ai liberali ci sono
voluti ben 11 anni per ritornare a far parte della compagine governativa.
L’ultimo ministro degli esteri e vice cancelliere è stato Klaus Kinkel,
succeduto ad Hans-Dietrich Genscher nei 16 anni di governo Kohl.
La Merkel ha
ottenuto veramente ciò che veramente voleva? I liberali saranno disposti a
rinunciare alla riduzione della pressione fiscale, cavallo di battaglia
nell’ultimo decennio? Come vorranno contenere o addirittura ridurre il debito
pubblico che ha ormai toccato i 1.600 miliardi di euro?
La Merkel, che in
questa campagna elettorale non ha brillato e quindi registrato un sensibile
calo dei consensi soprattutto nel mondo degli agricoltori e degli allevatori,
avrà il partito dalla sua parte?`
Ma mentre Angela
Merkel, nonostante tutti questi quesiti è riuscita a conservare il suo posto
alla guida del paese, non così è per l’SPD del concorrente Frank-Walter
Steinmeier col quale per la verità ha avuto una buona intesa. Ed è stata forse
proprio quest’armonia a determinare la pesantissima sconfitta elettorale dei
socialdemocratici.
Il dopo-Schröder è
stato gestito male. Lo spostamento a centro e il sempre maggiore distacco dal
sindacato, dalla base operaia e dalle fasce piú deboli hanno consentito alla
Sinistra di Gysi e Lafontaine di rosicchiare terreno. Basti ricordare che Die
Linke, fino al 2007 PDS, ha presentato per la prima volta liste in tutti i 299
collegi elettorali. Con il 12% dei consensi Die Linke sono diventati la quarta
forza al Bundestag, scavalcando i Verdi.
Alla Sinistra quindi
vanno 76 seggi (+22); mentre ai Verdi che dall’8,1% sono passati al 10,7% di
seggi ne hanno conquistati 68 (+17).
Le analisi di
questo scossone elettorale sono ancora in corso. Tuttavia, certo è che in casa
Spd si arriverà già in questi giorni alla resa dei conti.
Müntefering,
presidente dei socialdemocratici ha già manifestato l’intenzione di lasciare il
timone. Steinmeier invece ha offerto la propria disponibilità ad assumere il
ruolo di capogruppo dei 147 parlamentari socialdemocratici.
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Radio Colonia. SPD al bivio. Escono a testa china i due leader SPD
Steinmeier e Müntefering
Il sindacalista
della IGBCE Giovanni Pollice fà analizza i motivi del crollo della Spd e
propone alcune indicazioni per uscire dalla grave crisi
Colonia - Dopo la
catastrofe elettorale che ha tolto ai socialdemocratici lo status di partito di
massa, vertici e militanti del partito si interrogano su che strada prendere
per tornare agli antichi splendori. Ma la SPD, stretta tra l'ala sociale della
CDU e la Linke sembra a corto di idee.
Il partito più
antico del panorama politico tedesco sta vivendo il periodo più nero della sua
storia. Abbandonato dagli elettori, cacciato all'opposizione dai conservatori
trionfanti e soprattutto senza una line apolitica chiara, la SPD non sa neanche
da dove ricominciare con la ricostruzione.
Al suo interno è
cominciata la resa dei conti tra sinistra e moderati sul programma dei prossimi
anni, sul rapporto coi "fratelli-coltelli" della Linke e sul
personale politico a cui toccherà prendere in mano il destino del partito.
In un’intervista
rilasciata martedì a Radio Colonia, la trasmissione per gli italiani in
Germania, il sindacalista della IGBCE, e militante socialdemocratico Giovanni
Pollice fa il punto sulla sconfitta elettorale subita alle ultime elezioni
politiche dall’Spd. Pollice sottolinea come questa grave sconfitta del
partito socialdemocratico sia stata, almeno per quanto riguarda le dimensioni,
inaspettata. Una debacle elettorale che, secondo il sindacalista,
andrebbe imputata sia alla grande coalizione di governo, un’alleanza con
la Cdu che la gente non ha compreso, sia alla capacità del partito di sinistra di
coagulare il malcontento della popolazione nei confronti di alcuni
provvedimenti presi dal Governo e quindi dall’Spd.
“Per quel che
riguarda il futuro – ha aggiunto Pollice - io credo che sicuramente vi dovrà
essere un rinnovamento e un ripensamento dei rapporti dell’Spd con i singoli
partiti, ed in modo particolare con il partito di sinistra. Questa forza
politica avrà infatti tanti difetti, vi sono ancora delle ideologie che non
convincono, ma a mio giudizio demonizzare il partito di sinistra è stato un
errore e spero che la Spd capisca questo perché l’apertura verso questa forza
di sinistra è una strada obbligata”.
Pollice ha poi
sottolineato la necessità di valorizzare le giovani leve e di non affidare ad
una sola persona l’incarico di presidente e capogruppo del partito.
Per ascoltare il
testo completo dell’intervista cliccare su http://www.funkhaus-europa.de/audio/radio_colonia/deut/2009/090929_spd.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2009/090929_spd.mp3 (de.it.press)
Francoforte. Integrazione italiana in Germania e sistema scolastico tedesco
Un’intervista di
Luigi Brillante (consigliere comunale a Francoforte) sulle difficoltà che
ancora pesano sull’integrazione dei connazionali emigrati
Francoforte –
Luigi Brillante, consigliere comunale della città di Francoforte per “Europa
Liste” e direttore in loco del patronato Inca, è stato intervistato alcuni
giorni fa, nell’ambito della trasmissione “Non solo Italia” di Radio Articolo
Uno, in merito al livello di integrazione raggiunto dai connazionali in
Germania e sul sistema scolastico tedesco.
“Per integrazione io intendo un processo che
deve consentire un’equa partecipazione a tutti i settori della vita locale –
spiega Brillante - e che si può ottenere solo se si riceve un’ottima formazione
professionale. Se ciò non avviene si avranno difficoltà ad inserirsi nel
mercato del lavoro e l’integrazione necessariamente ne risente”.
Elemento centrale, dunque, il sistema
scolastico, che sino ad oggi ha penalizzato in molti casi i bambini italiani.
“Le difficoltà sono dovute a due ordini di problemi – prosegue Brillante: -
nelle stesse famiglie italiane molte persone non sono coscienti dell’importanza
del successo scolastico dei figli, da cui dipende poi la scelta di professioni
e sbocchi di rilievo nella società tedesca; il sistema scolastico tedesco,
unico in Europa, è inoltre molto selettivo e il successo scolastico è spesso
funzione della posizione sociale dei genitori”.
“Sono i genitori a decidere cosa farà il
figlio da grande – evidenzia Brillante - e spesso la scelta ricalca risultati
conseguiti in famiglia. Il 90% dei figli di accademici o benestanti ottiene la
maturità (che dà l’accesso all’università), mentre solo il 10% dei figli di
lavoratori fa altrettanto”. Si tratta di un dato che è interesse della stessa
società tedesca cambiare: “l’industria avverte la mancanza di personale
qualificato nelle aziende – afferma l’esponente di “Europa Liste”.
Il difetto principale da correggere, nel
sistema scolastico tedesco, è la precoce scelta della qualità formativa da
destinare ai ragazzi: già a 10 anni si impone il bivio tra ginnasio -e quindi
l’università, - la Realschule e la Hauptschule, più orientate all’inserimento
lavorativo (la frequenza dell’Hauptschule poi non consente, a differenza della
Realschule, un’integrazione qualora si decidesse di conseguire ugualmente la
maturità). Una scelta orientata dagli insegnanti e spesso assecondata dalle
famiglie – con lievi differenze a seconda del governo regionale a cui spetta la
competenza in materia.
Altra annosa questione, le scuole
differenziali. “Qui vengono iscritti bambini che hanno difficoltà di
apprendimento, ma molto spesso – avverte Brillante - queste difficoltà non sono
reali. E’ un dato di fatto che esse risultino quasi esclusivamente frequentante
da bambini di origine straniera. Qui gli italiani sono sovra rappresentati. Chi
finisce questo tipo di percorso spesso da adulto non sa bene né l’italiano né
il tedesco, né tantomeno sa scrivere bene. Ciò comporta un’estrema difficoltà a
trovare lavoro e un grosso handicap all’integrazione. Non avere un buon lavoro
incide sull’emarginazione sociale avvertita dagli italiani”.
Brillante, a seguito di questi dati, contesta
l’opportunità indicata dal ministro Gelmini di introdurre una soglia alla
presenza di bambini stranieri nella classi italiane: “dividere gli stranieri o
mettere limiti agli stranieri nella stessa classe è una strada sbagliata.
Seguiamo quello che avviene in Italia con molta rabbia perché vediamo replicare
meccanismi che da anni contestiamo qui in Germania”.
“Un’emigrazione di ricambio” quella italiana,
così come la definisce Brillante ripercorrendo 50 anni di arrivi in Germania
dal nostro Paese. “Solo 700.000 sono gli italiani che si sono stabilizzati in
Germania (rispetto ai cittadini di origine turca, che sono invece circa 4
milioni). Su questi 700.000, però, sono circa 4 milioni gli italiani che hanno
avuto un’esperienza lavorativa tedesca”. Il consigliere ricorda che proprio
questo fenomeno ha impedito che si potesse parlare per i connazionali di
un’ottima formazione professionale e scolastica. “Ora però una parte degli
italiani sa che non tornerà più in Italia. Maturata questa consapevolezza –
conclude Brillante – è nella logica dei fatti che si presti più attenzione alla
formazione scolastica dei propri figli”. (V.P.-Inform)
Norimberga - Il
Ctim (Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo) della Franconia,
dopo aver interessato il Deputato regionale Jürgen W. Heike e il
Ministro bavarese dell'Ambiente e Salute Markus Söder (ambedue
CSU), apprende con grande soddisfazione dallo stesso Deputato
dell'intervento del Ministro Presidente della Baviera, Horst Seehofer.
In una lettera al
Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, il Ministro Presidente si
esprime contro la chiusura del Consolato di Norimberga, sottolineando
l'importanza degli ottimi rapporti esistenti tra la Baviera e l'Italia; questo,
grazie anche al supporto dei Consolati di Monaco e Norimberga.
Esprimendo la sua preoccupazione per la possibile chiusura del
Consolato di Norimberga, fa appello al Ministro degli Affari Esteri
italiano affinché si possa, anche per il futuro, contare su questa
Rappresentanza della Repubblica Italiana nel Nord della Baviera.
Il Ctim-Franconia
nota - dopo i molteplici interventi del Sindaco e dell'intero Consiglio
comunale di Norimberga, dei diversi Deputati regionali, di Sottosegretari
e Ministri bavaresi e, ora, del Ministro Presidente Seehöfer - che questa
decisione "di ristrutturare " la rete diplomatica italiana all'estero
eliminando importanti sedi consolari, viene vista anche dai politici
locali in modo sfavorevole e preoccupante.
Il Ctim-Franconia,
condividendo questa preoccupazione, rivolge, anche a nome del locale Comites,
del Comitato per il mantenimento del Consolato e, soprattutto, dei tanti
connazionali (oltre 28.000) che vivono nella circoscrizione consolare di
Norimberga, un chiaro e forte appello ai responsabili del Governo, affinché
avvenga una seria, interessata e pacata riflessione su questa
cosiddetta "ristrutturazione", in modo da poter trovare una via
d'uscita, o un compromesso, che salvaguardi gli interessi di tutti.
Soprattutto, come
da noi già da tempo proposto, si chiede di valutare seriamente le
possibilità di risparmio esistenti sui diversi capitoli di spesa, quali, ad
es., i costi della locazione e del personale di ruolo. Le alternative
ci sono; ciò che occorre, ora, è la volontà politica dei nostri
governanti.
La volontà, dati
alla mano, di confrontare i singoli costi per permettere allo Stato un reale
risparmio senza danneggiare l'immagine dell'Italia e del Made in Italy - e
senza sminuire il diritto della nostra comunità ai servizi amministrativi del
proprio Paese di appartenenza.
Noi del Ctim, del
Comitato per il mantenimento del Consolato, del Comites, le
Associazioni e gli Enti tutti qui operanti e, ora, anche il
Ministro-Presidente bavarese Seehofer, ci aspettiamo che queste
possibilità e proposte vengano prese seriamente in considerazione, e non
ignorate o frettolosamente liquidate.
La chiusura del
Consolato di Norimberga significherebbe la perdita di un importante punto di
riferimento non solo per la nostra numerosa comunità e per le Istituzioni
locali, ma anche per le aziende italiane e tedesche che hanno, o
desiderano, rapporti con l'Italia.
In considerazione
del fatto che lo Stato Libero di Baviera (che è il maggior Land
tedesco e gode come regione una particolarità istituzionale e una
legislazione autonoma) vede nell'Italia il primo partner per gli scambi
economici, ci auspichiamo che, nell'interesse di tutti e contrariamente
a quanto avvenuto con il Presidente del Saarland Peter Müller, venga data
ora un'urgente risposta al Ministro Presidente Seehofer - e a noi.
Lucio Albanese,
Presidente Ctim-Germania, Coordinatore Ctim-Franconia
Consigliere
Comites Norimberga (de.it.press)
„Giro d' Italia“. Nuovo appuntamento sabato 3 ottobre de „l'Italia a
Francoforte 2009“
Francoforte -
Sabato 3 ottobre, dalle ore 14.00 alle ore 16.00, al Museo Städel di
Francoforte (nella Schaumainkai 63) è in programma una visita guidata e
un laboratorio creativo per bambini italiani e per i loro amichetti
tedeschi per condurli in un affascinante viaggio tra i „tesori“ italiani
esposti nel Museo. Titolo del laboratorio: „Giro d' Italia“. L'incontro si
svolgerà in italiano e in tedesco.
L'Italia a
Francoforte è un progetto curato e promosso dall'„Associazione amici
dell'Istituto italiano di Cultura - Italiani in Deutschland e.V“, ed è
destinato in modo particolare ai bambini di origine italiana in età scolare e
alle loro famiglie. L'iniziativa si svolge in collaborazione con l'Istituto
italiano di Cultura di Francoforte, il Consolato Generale d' Italia, la città
di Francoforte, l'Ufficio cultura della città e l' AMKA.
Il programma
completo e dettagliato delle iniziative per l'anno 2009, in formato PDF,
lo si trova sul sito www.iicfrancoforte.esteri.it. Ulteriori
informazioni si possono avere da Rosa Maria Liguori Pace, curatrice del
progetto (tel. 069 75306 611) o presso l’Ufficio stampa di “Italiani in
Deutschland e.V.”, da Luciana Mella (tel. 0170.9000 179). De.it.press
Il Patronato EPAS si insedia anche in Germania, a Waiblingen
L’ente di
patronato per l’assistenza sociale EPAS della Federazione Nazionale Agricoltura
(ENA) ha inaugurato in questi giorni la sua prima sede in Germania. La località
prescelta è Waiblingen, una città di provincia di 54.000 abitanti a 20 km da
Stoccarda. In questa provincia vi abitano circa 8.000 italiani, in maggioranza
calabresi.
Buon gioco per
Cosimo Nesci, presidente fondatore della FNA e del Patronato EPAS. Questa
scelta di insediarsi in una città di periferia non contrasta affatto con gli
altri grandi e tradizionali enti di patronato quali Inca/Ggiel, Inas/Cisl,
Ital/Uil, Acli ed Enas che hanno aperto le loro sedi nelle grandi città
tedesche come Monaco, Stoccarda, Francoforte, Colonia, Düsseldorf, Norimberga,
Saarbrücken e Wolfsburg.
La logica
d’insediamento si rifà alla la forte presenza di connazionali. Alcuni
patronati, però, come quello delle Acli e della Uil, hanno scelto anche città
minori come Ludwigshafen, Friburgo e Villingen. In un momento di forte
recessione economica e di licenziamenti di molti connazionali che non sono
molto ferrati nella lingua tedesca, il patronato può essere loro di grande
aiuto nel servizio di consulenza e orientamento. Compito principale del
patronato tuttavia è l’assistenza al connazionale che si avvicina alla
pensione. Ha bisogno fra l’altro di ricostruire la cartella dei contributi
versati in Italia e/o in altri paesi di emigrazione, e di avviare pratiche per
gli assegni familiari, rendite per infortuni e malattie professionali ecc.
Tutto questo
meticoloso lavoro di ricostruzione con gli enti previdenziali e assistenziali
tedeschi necessità di conoscenze specifiche che il nostro connazionale non
sempre possiede. Il servizio di patronato quindi diventa l’àncora di salvezza
sia per il connazionale assistito, sia per le aziende e gli enti tedeschi.
Waiblingen sarà un
banco di prova per questo giovane patronato che dalla fine degli Anni’90 ad
oggi ha aperto 311 sedi in Italia e 4 all’estero: in Australia, Canada,
Svizzera ed ora anche in Germania. Gli operatori sono un mezzo migliaio. Se
l’esperienza dovesse andar subito bene nella città degli Staufer si creeranno
le premesse per aprire in un futuro ravvicinato una sede anche a Krefeld. Per
ogni sede l’investimento annuo è di 60/70.000 euro che se utilizzati bene dalla
collettività, potrebbe facilitare una ramificazione di altre sedi sul
territorio tedesco. Alla cerimonia inaugurale della sede di Waiblingen, che
consta di una novantina di metri quadrati, sono intervenute rappresentanze
della collettività e del comune di Waiblingen.
I particolari sono
contenuti nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5403978/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1wjfde9/index.html
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Primarie PD. Bersani in testa in Germania (50%). Segue Franceschini col
41,79%
La mozione Bersani
vince anche in Germania, con oltre il 50% dei consensi. “Gli iscritti italiani
in Germania chiedono un cambiamento di rotta” commenta Laura Garavini, deputata
Pd residente nella Repubblica Federale Tedesca, “Il progetto del Pd è più
attuale che mai. Abbiamo però bisogno di farlo decollare e di dare gambe alle
nostre idee. Bersani è il leader che offre le garanzie migliori per radicare il
Pd e farlo crescere”.
Bersani ha vinto
su tutto il territorio della Germania: da Berlino ad Hannover, da Amburgo a
Stoccarda, dalla Foresta Nera alla Ruhr, da Wolfsburg ad Aschaffenburg. Con il
50,77% dei consensi la mozione Bersani è al primo posto, seguita dalla mozione
Franceschini. La mozione dell’attuale segretario ha raggiunto il 41,79 % ,
vincendo a Monaco e a Saarbrücken, ma soprattutto nella regione della Svevia,
attorno a Stoccarda, dove ha raccolto più dei due terzi dei suoi voti. La
mozione Marino ha raggiunto il 7,4% % dei consensi, conseguendo dei buoni
risultati a Francoforte, Berlino e Monaco. De.it.press
Alcune iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni
- venerdì 2
ottobre, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Spaziergang durch
Neapel"
Relatore: dott. Corrado Conforti, Univ. Eichstätt
Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.
- sabato 3
ottobre, ore 11:00-16:00, c/o Karlsplatz - Stachus (München)
Manifestazione per la libertà di informazione e di stampa in Italia
Per
il diritto alla pluralità dell'informazione e contro
l'asservimento dei media
Organizzano: Un'altra Italia, Circolo Cento Fiori, Rinascita e.V.,
USEF
- Unione Siciliana Emigrati e Famiglie
- sabato 3
ottobre, ore 20:00, c/o Tams Theater (Haimhauserstr. 13,
München)
Teatro: "Non ti pago" (di Eudardo de Filippo)
a
cura del'ensemble "Quelli che il teatro..."
Regia: Aurelio Ferrara
In
lingua italiana
Ingresso: €15,00
Organizza: "Quelli che il teatro..."
- domenica 4
ottobre, ore 13:45, c/o Theatiner Filmkunst
(Theatinerstr.
32, München)
Film:
"La terra" (Regia: Sergio Rubini, Italia 2006, 109')
Organizza:
Theatiner Filmkunst
- domenica 4
ottobre, ore 19:30, c/o Tams Theater (Haimhauserstr. 13,
München)
Teatro: "Non ti pago" (di Eudardo de Filippo)
a
cura del'ensemble "Quelli che il teatro..."
Regia: Aurelio Ferrara
In
lingua italiana
Ingresso: €15,00
Organizza:
"Quelli che il teatro..."
- lunedì 5 ottobre, ore 18:30, c/o SPD
Bürgerbüro München Süd
(Daiserstr.27, München -
U3/U6 "Implerstrasse")
"Il futuro del PD"
Incontro col Sen.Claudio Micheloni
Introduce: Daniela Di Benedetto
Organizza: Partito Democratico - Circolo di Monaco di Baviera
- martedì 6
ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
Nell'ambito della rassegna "Cinema e scienza"
Film:
"Galileo" (Regia: Liliana Cavani, Italia 1968, 108 Min., OF)
Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- giovedì 8
ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str. 8, München)
Nell'ambito della "Settimana della cultura italiana"
"Il gigante Galileo"
relatore: Claudio Cumani, dell'ESO
Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- venerdì 9
ottobre, ore 15:00, c/o Dante Gymnasium
(Wackersbergerstr. 61, München, tel. 089-233433)
Seminario per insegnanti di italiano nei licei bavaresi
Relatrice: Emilia Sonni Dolce
- venerdì 9
ottobre, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Ecce Homo" -
ein weltberühmtes Tizianbild und seine Neuinterpretation
Relatore: Dr. Norbert Wolf
Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.
- lunedì 12 ottobre, ore 20:00, c/o
Steinwayhaus (Landsbergerstr. 336,
München-Laim, tel.
089-5467970)
Concerto di sostegno "Artisti per un'altra
Italia"
Ingresso:
€ 7,-
Organizza: Un'altra Italia München
- martedì 13
ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
Nell'ambito
della rassegna "Cinema e scienza"
Film:
"I ragazzi di via Panisperna" (Regia: Gianni Amelio, Italia
1988,
122 Min., OF)
Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- mercoledì 14
ottobre, ore 16:15, c/o Bücherei St. Kunigund
(Seehofstr. 41, Bamberg)
"Pomeriggio di letture internazionali per bambini a Gartenstadt"
Organizza: Mosaico Italiano, Bamberg
- mercoledì 14
ottobre, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg
(Wittelsbacherstr.10,
Starnberg, Tel: 08151-971800, www.breitwand.com)
nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano
introdotto e commentato
da
Ambra Sorrentino"
Film:
"Il papà di Giovanna" (Regia: Pupi Avati, Italia 2008, 104')
- giovedì 15
ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
Silvano Spessot: "L'anima e il segno"
Inaugurazione
della mostra dell'artista di Cormons (Gorizia), quadri a
tecnica mista e sculture in vetro di Murano
Durata della mostra: dal 16 ottobre al 30 novembre (orari di apertura
dell'Istituto)
Ingresso libero
Organizza: Istituto Italiano di Cultura
- venerdì 16
ottobre, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, sala 108
(Schwanthalerstr. 80, München)
"Storia
della canzone italiana: gli anni '80"
con
la partecipazione di Marinella Vicinanza Ott e del gruppo musicale
Folk'core
Ingresso gratuito
Organizza:
Rinascita e.V.
- venerdì 16
ottobre, ore 20:00, c/o Neues Palais (Luitpoldstr. 40a,
Bamberg)
"Die Juden in Italien
– Das einzige Land in Europa mit 2000 Jahren
jüdischer Geschichte,
Kunst und Kultur"
Relatore: Dr. D. Turello, Univ. Bamberg
Ingresso: € 5,-/3,-
Organizza: Mosaico Italiano, Bamberg
- domenica 18
ottobre, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni
e
mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a
10
anni), c/o Bewohnertreff II (Elisabeth-Kohn-Str. 15, München -
tram 27 e 12, bus 53 e
154)
"Il laboratorio dell'italiano"
Lo
scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,
sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)
italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo
divertendoci.
Per
maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott
(tel.
089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de)
Organizza: Rinascita e.V.
- domenica 18
ottobre, ore 10:30-12:30, c/o Familienzentrum Laim
(Valpichlerstr. 36 - München),
Deutsch-Italienische Spielgruppe
Incontro per genitori e bambini (dai 0 ai 6 anni) di famiglie
multinazionali
Partecipazione: 2 € per gruppo familiare.
Per
informazioni rivolgersi a Sara Benedetti-Baumans
(sara_benedetti@web.de), Claudia Cella (cella10@web.de)
o
Lucianna Filidoro (lucianna.filidoro@gmx.de)
Oggi a Stoccarda Piacenza porta la tradizione lirica italiana
Stoccarda - Oggi
venerdì 2 ottobre al Municipio di Stoccarda, il locale Istituto Italiano di
Cultura presenta il concerto ”Piacenza a Stoccarda: italico in... canto”.
Giovanna Beretta (soprano), Luca Bodini (tenore), Simone Tannini (baritono) e
Patrizia Bernelich (pianoforte) si esibiranno nelle più belle romanze e arie
d’opera di Rossini, Verdi, Puccini, Mozart e Bellini. Il concerto è una
manifestazione voluta dalla neonata Associazione Emilia-Romagna Stoccarda in
collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda, l’Associazione
Piacenza nel Mondo e il Comune di Stoccarda, con il costegno della Fondazione
Piacenza e Vigevano, della provincia di Piacenza e della Regione Emilia-Romagna
– Consulta degli Emiliano-Romagnoli nel Mondo. Alla manifestazione sarà
presente l’Assessore alla Cultura della Città di Stoccarda, Dr. Susanne
Eisenmann. De.it.press
Colonia. "Curva minore contemporary sounds”, la Musica italiana in un workshop ed in concerto
Colonia -
"Curva minore contemporary sounds. L'esperienza della Musica Contemporanea
a Palermo e in Sicilia negli ultimi 13 anni" è il tema del workshop e del
concerto con Lelio Giannetto che tenuti
a Colonia mercoledì e ieri.
Dopo un periodo di
residenza artistica conclusosi a Palermo il 18 dicembre 2008, in cui il
compositore Andreas Wagner ha incontrato i musicisti di Contemporary Sounds
Unity per la realizzazione in prima assoluta di Fraktale 9, si sono svolte il
30 settembre ed il 1° ottobre a Colonia due giornate di incontri organizzate
insieme all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia e alla KGNM (Kölner
Gesellschaft für Neue Musik).
L’iniziativa, nata
da un’idea di Curva minore e da questa supportata, si inserisce nell’ambito del
programma di residenza artistica e scambio culturale tra Sicilia e Germania
promosso e sostenuto dal Goethe-Institut di Palermo.
Il workshop si è
tenuto mercoledì presso il LOFT di Colonia, il concerto invece ieri presso
l’Istituto Italiano di Cultura. E’ stato un incontro musicale d'improvvisazione
tra i musicisti di KGNM (Kölner Gesellschaft für Neue Musik) e CSU
(Contemporary Sounds Unity), ovvero tra Germania e Sicilia: da un lato Andreas
Wagner e dall’altro Eva Geraci ai flauti, Alessandro Librio al violino, Angelo
Di Mino al violoncello, Valerio Mirone al contrabbasso e al koto, Giulia Tagliavia
al pianoforte e Lelio Giannetto al contrabbasso, tutti della Contemporary
Sounds Unity.
Quest’ultima
unisce musicisti di diverse generazioni e origine, dai diversi percorsi
musicali, in accordo con lo sviluppo della sensibilitá e del modo di pensare della
musica di oggi. Fondato e prodotto da Curva minore, Contemporary Sounds Unit
diffonde accanto alle tradizionali forme scritte, anche l’uso
dell’improvvisazione.
Andreas Wagner non
è soltanto membro di diversi gruppi di improvvisazione, ma anche attivo nel
campo video, sculture di suono e arte figurativa. Ha studiato alla Kölner
Musikhochschule con Johannes Fritsch. È impegnato con la Frei Improvisierter
Musik e Neuer Musik come sassofonista e clarinettista. La gamma delle sue
composizioni si estende dalla musica trascritta con precisione (assoli, musica
per orchestra ed elettronica) a forme più aperte (Fraktale 1-8) e progetti che
cercano sempre di collegare le rappresentazioni con il pubblico. Vive a Colonia
e lavora come musicista, compositore e artista figurativo. (aise, de.it.press)
Westerwelle al giornalista della Bbc: «Siamo in Germania, parli tedesco»
Il reporter
inglese chiede come potrebbe cambiare la politica estera: lo soccorre la
traduttrice simultanea
BERLINO - Nessuna
eccezione per la britannica Bbc: nella prima conferenza stampa dopo la vittoria
elettorale di domenica scorsa, il capo della Fdp Guido Westerwelle -
considerato il prossimo capo della diplomazia tedesca - si rifiuta di
rispondere ad una domanda in inglese, non la vuole neppure ascoltare. «Siamo in
Germania, la prego di parlare in tedesco», esorta Westerwelle.
LA DOMANDA - A
dire il vero il reporter inglese voleva soltanto sapere come cambierà la
politica estera tedesca con Westerwelle possibile ministro degli Esteri. Una
domanda che il giornalista gli pone in inglese durante la conferenza stampa
della Fdp - pregandolo di una risposta, in via eccezionale, anche nella sua
madre lingua. Ma il trionfatore delle elezioni politiche - dopo qualche secondo
d'imbarazzo - ammonisce: «La prego, con tutta la comprensione possibile. Così
com'è ovvio che in Gran Bretagna si parla in inglese, così qui in Germania si
parla in tedesco». Insomma, nessuna domanda in inglese, tantomeno una risposta
in questa lingua. Il giornalista della Bbc però non demorde e stavolta - con
l'aiuto di una traduttrice simultanea - riesce a fare l'agognata domanda.
VIDEO CULT -
Westerwelle, 48 anni, non nasconde l'ambizione di diventare ministro degli
Esteri, posto occupato da prestigiosi predecessori liberali. A differenza di
molti suoi colleghi politici a Berlino però, il suo inglese sembra zoppicare un
po', annota lo Spiegel. È già diventato una hit, infatti, un video postato
qualche tempo fa su YouTube che documenta la parlata inglese non troppo
perfetta di Westerwelle. Sulla vicenda scherza il britannico Independent: «Il
tutto è un assaggio del nuovo orgoglio teutonico negli affari internazionali».
Elmar Burchia CdS 30
Festa dell’Unità tedesca a Roma, con il Premier italiano e l’Ambasciatore
Steiner
ROMA - La
presenza, ieri giovedì 1 ottobre a Roma, alla Festa dell’Unità Tedesca, del
Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e di altri esponenti del governo e
dei partiti è una testimonianza dei solidi legami tra Italia e Germania e dello
spirito di partecipazione del popolo italiano allo storico evento della caduta
del Muro di Berlino il 9 novembre del 1989. Ne è convinto l’ambasciatore
tedesco a Roma, Michael Steiner, che così si è espresso nella conferenza stampa
di presentazione dell’evento, che quest’anno è dedicato al 20esimo anniversario
di quella caduta del Muro, "determinante non solo per la riunificazione
tedesca, ma per l’allargamento dell’unità europea".
Nei giorni scorsi,
nello splendido, ampio giardino di Villa Almone, la residenza romana
dell’ambasciatore sulla Cristoforo Colombo, si è lavorato alacremente per
costruire un simbolico "muro di Berlino", che giovedì sera ha fatto
da schermo e da passerella per una suggestiva ricostruzione della storia di
Berlino prima, durante e dopo il Muro: "un omaggio - ha detto Steiner - a
quel grande spirito di solidarietà italiano ed europeo verso la Germania in
occasione della caduta del Muro. Caduta che dimostrò che tutto è
possibile".
"Di quello
spirito, di quella forza dell’ottimismo - ha aggiunto – ha bisogno oggi
l’Europa per una incisiva spinta al processo di integrazione".
E dopo le elezioni
di domenica scorsa, l’ambasciatore Steiner auspica che la nuova coalizione a
Berlino dei cristiano-democratici e dei liberali e il governo italiano
concordino nuove iniziative per il futuro dell’Europa. Steiner ha ribadito,
inoltre, che da parte del futuro nuovo governo a Berlino ci sarà continuità in
politica estera, dove riscontra una larga convergenza con l’Italia.
Sui risultati
elettorali, poi, Steiner esprime un giudizio positivo. Riconosce che la Grande
Coalizione tra cristiano-democratici e socialdemocratici ha fatto cose
notevoli, ma ritiene importante per la vita democratica del paese che in
Parlamento ci sia ora una maggioranza stabile (al Bundestag Cdu/Csu e FDP con
332 su 622 seggi) ed una forte opposizione (Spd, Die Linke, Verdi).
Alla domanda
sull’assenza degli italiani in Germania alle elezioni politiche, mentre altre
etnie hanno avuto candidati nelle liste dei partiti tedeschi, in particolare i
turchi con 24 (dato denunciato da Giuseppe Scigliano, presidente Comites
Hannover) Steiner ha risposto che probabilmente è dovuta al fatto che gli
italiani in Germania si sentono parte integrante dell’Unione Europea, sono
vicini all’Italia, di cui seguono le vicende politiche. Nel corso dell’incontro
con i giornalisti italiani l’ambasciatore Steiner ha ricordato che nell’ambito
dell’impegno della Germania a favore di Onna, il paesino abruzzese tra i più
colpiti dal terremoto, è imminente l’avvio dei lavori per la costruzione della
"Nuova Casa", ovvero dell’edificio polifunzionale destinato ai
momenti di aggregazione sociale e culturale che egli spera di consegnare agli
onnesi per giugno dell’anno prossimo. (Aniello Verde, aise/de.it.press)
Il flussi dal Messico. Immigrati, un morto al giorno negli Usa
L'allarme dei
responsabili delle dogane: in troppi muoiono di fame nel deserto dopo aver
varcato il confine
WASHINGTON – Da
dieci anni oltre 1 clandestino al giorno, in genere latino americani, muore nel
tentativo di entrare illegalmente dal Messico negli Stati Uniti. E sebbene nel
2007 e 2008 questa immigrazione si sia dimezzata in seguito alla crisi
economica, quest’anno le vittime sono già state 416. E’ possibile che nel 2009
si superi il macabro record di 494 morti del 2005. Lo rivelano l’Aclu (American
Civil liberty union) di San Diego in California e l’Agenzia dei diritti umani
messicana, che pubblicheranno un rapporto al riguardo entro 24 ore.
«CRISI UMANITARIA»
- «E’ una crisi umanitaria di tragiche dimensioni - ammoniscono - che richiede
nuove politiche da parte dei governi». A uccidere i clandestini sono per lo più
le montagne e i deserti dell’Arizona e del Texas, come in Italia, Grecia ecc lo
sono le acque del Mediterraneo. Da quindici anni, gli Stati Uniti hanno
sbarrato le stazioni di frontiera più comode, presso le città, e l’immigrazione
illegale si è spostata nelle regioni più inospitali. Come in Europa, i
clandestini pagano cifre ingenti per il trasporto a gruppi di trafficanti senza
scrupoli, ma vengono abbandonati nottetempo subito dopo il confine. Molti si
smarriscono e muoiono di fame o di sete.
«CONTROLLI
IMPOSSIBILI» - David Hoffman, un dirigente della Dogana americana, sottolinea
che nel ’98 furono identificate le zone più rischiose per l’immigrazione
illegale, e che esse vengono pattugliate accuratamente sia sul versante Usa sia
su quello messicano: «Negli ultimi sei anni abbiamo salvato 11 mila
clandestini». Ma ammette che le vittime sono troppe, 4.111 dal ’98 secondo i
suoi dati, e che occorre cambiare strategia: «Nel 2005 fermammo 1 milione 200
mila persone, rimandandole quasi tutte indietro. Quest’anno il livello è sceso,
siamo a 516 mila. Ma è impossibile controllare oltre 3 mila km di frontiera».
IL FRONTE POLITICO
- L’Aclu e l’Agenzia dei diritti umani messicana vogliono che i governi di
Washington e di Città del Messico facciano di più. Chiedono che si negozi un
aumento dell’immigrazione legale; che sia permesso alle associazioni umanitarie
di svolgere opera di ricerca e di soccorso dei clandestini da entrambe le parti
dei confini; e che venga a messo a disposizione di tutti un numero telefonico
verde per le emergenze.
LE POLEMICHE -
Come in Italia, così negli Stati uniti, dove si calcola che gli immigrati
illegali siano 12 milioni, è polemica sulle varie responsabilità. All’ingresso
alla Casa Bianca, il presidente Obama si impegnò a risolvere il problema
legalizzando gran parte dei clandestini già negli Stati uniti e accettando un
maggior numero di nuovi immigrati. Ma a causa della battaglia sulla riforma
sanitaria il Congresso non ha ancora discusso il relativo disegno di legge.
Ennio Caretto CdS 30
2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza dell’ONU
L'Assemblea
generale dell'Onu ha fissato al 2 ottobre di ogni anno la
Giornata
internazionale della nonviolenza. La data e' stata scelta in quanto
anniversario della
nascita di Gandhi, ispiratore dei movimenti per la pace,
la giustizia, la
liberta' di tutto il mondo. In una risoluzione approvata
dai 192 Stati
membri dell'Onu, su proposta del governo indiano, l'Assemblea
invita tutti i
paesi, organizzazioni e individui a "commemorare questo
giorno per
promuovere una cultura della pace, della tolleranza, della
comprensione e
della nonviolenza". E' infatti con Gandhi che nasce la
nonviolenza
moderna. Certo, essa e' sempre esistita, e' "antica come le
montagne", ma
prima del Mahatma era sempre stata intesa come via personale
alla salvezza,
come codice individuale, come precetto valido per
l'individuo. E'
solo con la straordinaria esperienza gandhiana, prima in
Sudafrica e poi in
India, che la nonviolenza diventa politica, strumento
collettivo di
liberazione.
La nonviolenza e'
stata la vera, grande, unica, rivoluzione del XX secolo.
Le ideologie del
Novecento si sono frantumate alla prova della storia, sono
state sepolte
nelle tragedie dei campi di sterminio e nei gulag, sono morte
nei massacri della
prima e della seconda guerra mondiale.
Solo la
nonviolenza resta ad indicare una nuova via. La nonviolenza e' un
mezzo e un fine,
e' uno strumento per risolvere i conflitti che la vita ci
presenta, a
livello individuale e sociale (poverta', discriminazioni,
esclusioni,
ecc.); la violenza mira a sconfiggere o eliminare l'avversario;
la nonviolenza
vuole far emergere la verita' e offrire una via d'uscita per
tutti; preferisce
convincere piuttosto che vincere. Non c'e' un nemico da
criminalizzare, ma
un avversario da conquistare.
Oggi la vita
stessa del pianeta e' a rischio. Crisi ecologica e crisi
belliche rendono
il futuro incerto.
Dobbiamo
rovesciare il motto "se vuoi la pace prepara la guerra" nel suo
giusto verso
"se vuoi la pace prepara la pace", a partire dal ripudio della
guerra e degli
strumenti che la rendono possibile: eserciti e armi. Dobbiamo
invertire la
rotta, se siamo ancora in tempo. Dobbiamo disarmare, le nostre
menti
innanzitutto, per "svuotare gli arsenali e riempire i granai".
In questa
occasione il Movimento Nonviolento (fondato da Aldo Capitini, che
ha introdotto in
Italia il pensiero ed il metodo di Gandhi), ha promosso una
iniziativa comune
nazionale. Tutti gli iscritti, i simpatizzanti, i singoli
amici della
nonviolenza, gruppi e centri del Movimento, hanno organizzato
nella propria
citta' o nel proprio paese un'iniziativa pubblica: una
presenza in
piazza, un banchetto, l'esposizione della nostra bandiera, una
conferenza, una
fiaccolata, la distribuzione di un volantino; un'azione che
il 2 ottobre
colleghera' idealmente tutte le realta' degli amici della
nonviolenza a
livello nazionale. Abbiamo voluto coinvolgere soprattutto le
scuole (dalle
elementari ai licei) affinche' presidi ed insegnanti
sensibili, insieme
agli studenti, ricordino la figura di Gandhi e affrontino
il tema
dell'educazione alla pace. E' stata anche realizzata una diffusione
straordinaria del
numero speciale della rivista "Azione nonviolenta",
dedicato
all'attualita' del pensiero di Gandhi.
Abbiamo notizie di
eventi organizzati in ogni regione italiana, e segnaliamo
un'iniziativa
anche in Svizzera...
Per informazioni e
contatti: Movimento Nonviolento: tel. 0458009803, cell.
3482863190, fax:
0458009212, e-mail: an@nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org. (de.it.press)
Trema ancora Sumatra, migliaia sotto le macerie. Tsunami nel Pacifico,
distrutte le Samoa
La natura si è
scatenata nel sud-est del mondo. Migliaia di persone sono morte e centinaia di
migliaia hanno perso tutto negli ultimi cinque giorni tra l'arcipelago delle
Samoa, in pieno oceano Pacifico, e l'isola di Sumatra affacciata sull'oceano
Indiano. A colpire, in tragica successione, un tifone, uno tsunami ed un
terremoto: è lungo una immaginaria linea rossa di oltre 9.500 chilometri che si
legge la mappa delle devastazioni. Tutto era cominciato sabato scorso con il
tifone Ketsana che aveva fatto centinaia di morti nelle Filippine per poi
dirigersi verso Vietnam, Laos e Cambogia mietendo altre vittime e cancellando
le case di centinaia di migliaia di sfollati. Ieri è stato lo tsunami a
devastare le Samoa e Tonga. Ieri e stamattina all'alba è stato il terremoto a
colpire Sumatra, l'isola più occidentale dell'Indonesia. Tra ieri e oggi in
meno di 24 ore la terra ha tremato due volte nell'Anello di Fuoco,
quell'immenso complesso di faglie che corre lungo le coste del Pacifico
passando tanto per la California quanto per il Giappone.
In Indonesia una
scossa di magnitudo 7,6 Richter ha colpito la costa occidentale dell'isola
indonesiana di Sumatra, con epicentro collocato in mare, circa 600 km a
nord-ovest della città di Padang. Una seconda scossa di magnitudo 5,5 è stata
registrata poco dopo. Geologicamente è la stessa area dello tsunami del 2004,
generato dal più violento e devastante terremoto della storia. Il bilancio
ancora provvisorio stimato dalle autorità locali è di 75 vittime, ma le prime
immagini che arrivano da Padang e Pariaman, le città più colpite, hanno
mostrato palazzi crollati e migliaia di persone in fuga. Ieri sera un terremoto
sul fondo del Pacifico (magnitudo 8,0 Richter, localizzato a 18 km. di
profondità al largo delle Samoa) aveva scatenato lo tsunami: onde alte fino a
otto metri si sono abbattute con indescrivibile violenza sulle isole Samoa e
Tonga, nel Pacifico orientale.
L'allerta era
stata lanciata dalle Hawaii, ma i pochi che hanno ricevuto il messaggio di
emergenza hanno avuto solo quattro minuti per cercare salvezza. Il bilancio
ufficiale è, finora, di 113 morti. Ma ci sono villaggi di cui non si sa ancora
nulla. E nel fine settimane era stato il tifone a seminare morte e distruzione
tra le Filippine ed il sudest asiatico. Ketsana ha lasciato dietro di sè il
pesante bilancio di 331 morti e almeno 230.000 senzatetto nelle Filippine,
oltre a un danno economico stimato dalle autorità in quasi 68 milioni di euro.
Un'emergenza che ha indotto il governo ad aprire persino il palazzo presidenziale
per dare asilo agli sfollati. Arrivato ieri in Vietnam, Ketsana ha consegnato
altre immagini di distruzione: abitazioni trascinate via dalla violenza
dell'acqua e persone rifugiate sui tetti. La regione più colpita dal tifone, il
più devastante degli ultimi 40 anni, è stata quella centrale, intorno alla
città di Danang. L'evacuazione di 170.000 persone non è bastata a salvare 74
vite. E nella vicina Cambogia sono 11 le vittime finora accertate. Anchè lì,
come in Laos, migliaia di sfollati. In nessuno dei luoghi colpiti dai disastri
naturali, molti dei quali vicini a località turistiche, ci sono state per il
momento vittime italiane, secondo quanto confermato dalla Farnesina. Ma ora una
sottile paura si diffonde. Secondo alcuni geologi americani gli sconvolgimenti
degli ultimi giorni si ripercuoteranno sull'equilibrio dell'intero sottosuolo
terrestre. Sumatra si trova nel Pacifico all'interno del cosiddetto «anello di
fuoco», dove è alta l'attività vulcanica e sismica. Un terremoro all'inizio di questo
mese sull'isola di Giava aveva provocato 123 vittime. L’U 1
Sumatra, forte scossa: "Migliaia di morti". Il mondo si mobilita,
appelli per gli aiuti
Un sisma di
magnitudo 6.8 ha scosso questa mattina l'isola indonesiana
Si scava con le
mani tra le macerie di Padang. Crescono le vittime anche a Samoa
Altri due
terremoti nelle scorse ore, in Perù e nella Kamchatcka, senza vittime
Partiti i primi
soccorsi: 3 milioni di euro dalla Ue, personale da Croce Rossa e Medici senza
frontiere
GIAKARTA - Un nuovo
forte sisma di magnitudo 6.8 ha scosso questa mattina l'isola indonesiana
Sumatra, dove ieri un terremoto di 7.6 gradi sulla scala Richter ha devastato
la costa occidentale. I morti, secondo le autorità, potrebbero essere migliaia
soprattutto nella città di Padang. Gli abitanti della città stanno partecipando
alle ricerche, che sono però complicate dalla pioggia e la mancanza di ruspe
per portare via le macerie. Tantissimi residenti sono alla ricerca dei loro
congiunti scomparsi da ieri. Allo stato attuale il numero dei morti accertati è
salito a 770 morti e 2.400 feriti; di questi, 249 sono in condizioni gravi.
Si cercano
superstiti. Secondo le stime degli esperti, ci sarebbe una "finestra
temporale" di 72 ore per avere speranze di trovare ancora sopravvissuti
sotto le macerie. "Dipende anche dalla gravità delle ferite e dalla
resistenza della persona ma, in genere, le prime settantadue ore sono
cruciali", ha spiegato Seiji Amano, un responsabile dell'agenzia
giapponese per la gestione delle catastrofi.
Le ricerche a
Padang sono rese difficili dalla pioggia, e i soccorritori si scontrano anche
con la carenza di macchinari. "Dobbiamo liberare i superstiti dalle
macerie, ma siamo a corto di macchinari da cantiere", ha spiegato Priyadi
Kardono, portavoce dell'agenzia per la gestione delle catastrofi a Giakarta.
"La cosa più complicata è trasportarli nella zona del disastro", ha
aggiunto.
Nessun italiano.
Non ci sarebbero vittime italiane a Sumatra. Lo ha dichiarato Luigi Diodati,
consigliere all'Ambasciata d'Italia a Giakarta. Alcuni connazionali sono stati
contattati direttamente dall'ambasciata: tra questi una religiosa nella città
di Padang, che ha confermato di non avere notizia di italiani coinvolti. Ma
Diodati invita alla prudenza: "E' ancora da verificare se, quando il sisma
ha colpito, c'erano italiani di passaggio". E ha aggiunto: "Ci sono
ancora molte persone intrappolate sotto le macerie, i cellulari non funzionano
ancora, mentre le linee fisse cominciano solo ora ad essere riattivate".
Gli aiuti - In
soccorso della popolazione indonesiana sono partiti i primi aiuti dall'estero.
La Commissione europea ha destinato 3 milioni di euro. Karel De Guch,
commissario per gli aiuti umanitari, ha spiegato in un comunicato che i fondi
permetteranno di indirizzare rapidamente un primo intervento, ma la Ue è pronta
a fornire altri aiuti. La Germania ha aggiunto a titolo di contributo nazionale
1 milione di euro e la Svizzera è pronta ad inviare del personale per il pronto
soccorso e dei beni di prima necessità. Anche un team di Medici Senza Frontiere
è in partenza da Bruxelles e Parigi per assistere le vittime del terremoto al
fianco degli operatori indonesiani. "E' essenziale sostenere e rinforzare
il sistema di assistenza sanitaria locale che in simili situazioni è
evidentemente sottoposto a una tremenda pressione", ha sottolineato Kostas
Moschochoritis, direttore in Italia di Msf. La Croce Rossa ha mobilitato nella
regione migliaia di volontari e personale specializzato. Grazie ai sistemi di
allerta precoce, parte della popolazione è stata evacuata dalle zone prima
dell'arrivo del Tifone e dello tsunami, mentre sono stati predisposti rifugi,
preposizionati stock di beni di prima necessità e distribuiti cibo e acqua.
La situazione a
Samoa. Continua a crescere, intanto il bilancio dei morti a causa dello tsunami
abbattutosi due giorni fa sulle isole Samoa e Tonga, nell'oceano Pacifico, dopo
un sisma di magnitudo 8: per ora i morti sono almeno 148, secondo gli ultimi
dati diffusi dalle autorità locali. Numeroso ma ancora imprecisato il numero
dei dispersi. Devastati interi villaggi e le strutture alberghiere, e di molti
centri abitati ancora non si sa nulla.
Perù e Kamchatcka.
Altri due eventi sismici nella notte: nessun ferito nè gravi danni per una scossa
di magnitudo 6.3 nella regione peruviana di Puno. Scossa di 5 gradi in
Kamchatcka, anche qui senza vittime né danni segnalati.
Il bilancio. Ai
morti a Samoa e Sumatra sono da aggiungere anche le vittime del tifone Ketsana
che ha colpito Filippine e Vietnam: almeno 380, mentre è allerta per l'arrivo
di Parma, una tempesta con una potenza ancora maggiore, con venti fino a 150
chilometri orari, che potrebbe abbattersi sulle Filippine già sabato. Sono più
di mille, dunque, i morti accertati in un bilancio destinato drammaticamente ad
aumentare per i disastri naturali che hanno colpito l'Asia sudorientale e il
Pacifico negli ultimi giorni.
Nessun legame. Una
catena di eventi impressionante, ma, assicura in un'intervista alla Stampa il
presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Enzo Boschi,
"è stata una coincidenza. Non esiste alcun nesso di causa-effetto fra i
due terremoti. Quello in mezzo al Pacifico e quello in Indonesia sono stati
indipendenti uno dall'altro". D'altra parte, ricorda Boschi, "il
Sudest asiatico è una delle zone del pianeta più attive a livello
sismico". LR 1
Due terremoti di
spaventosa potenza (superiori a magnitudo 7 Richter, come a dire diverse
centinaia di bombe paragonabili a quella di Hiroshima che esplodono nel
sottosuolo contemporaneamente) in rapida successione bastano a riportarci alla
condizione umana su un pianeta che mette in gioco energie e tempi
incommensurabilmente più grandi di noi. Ma anche a farci tremare per una fine
del mondo che sembra essere ormai prossima. Se però conoscessimo bene la Terra
sapremmo che non è così e, anzi, dovremmo ricordare che forse sono proprio le
crisi tettoniche ad aver permesso ai nostri antenati di evolversi qualche
milione di anni fa nell’Africa orientale.
Grazie ai
terremoti il mondo della foresta fu diviso da quello della savana, e, in quel
nuovo ambiente, appena scesi dagli alberi, gli ominidi hanno sviluppato la
stazione eretta, le strategie di sopravvivenza, in definitiva, il cervello.
Insomma siamo figli dei terremoti e della geologia di un pianeta inquieto,
nonostante il fatto che negli ultimi mille anni i sismi hanno ucciso otto
milioni di persone e tutto lascia intendere che le cose potrebbero andare
peggio nel prossimo futuro, su una Terra più popolata proprio nelle regioni a
rischio. In tremila anni di storia la Cina ha visto 13 milioni di vittime e
ogni anno muoiono, in media, fra le 10 mila e le 15 mila persone a causa dei
terremoti, se si considerano anche i maremoti, le carestie e le pestilenze
connesse.
Il terremoto è la
catastrofe per antonomasia, etimologicamente è lo stravolgimento completo delle
esistenze, a partire dalle abitazioni distrutte o, in aggiunta, dalle
gigantesche ondate di maremoto, che in certe regioni del mondo, non sembrano
mancare mai. E cosa c’è di peggio di quando ci manca la terra sotto i piedi, di
quando traballano i punti di riferimento, o di quando le crisi si susseguono
come guidate da una mano invisibile che disegna un meccanismo perverso? Ma le catastrofi
naturali non esistono, esistono solo le sciagurate conseguenze di comportamenti
insensati degli uomini che abitano dove non dovrebbero e costruiscono troppo e
male. E il terremoto è un fenomeno assolutamente «normale» e molto frequente
sulla Terra, almeno come le tempeste: ogni anno si registrano milioni di scosse
e solo una decina superano, in media, la magnitudo 7 Richter, che possiamo
idealmente assumere come limite dei terremoti più violenti. Non c’è un tetto
superiore della cosiddetta scala Richter: il massimo mai raggiunto è poco
superiore a 9, come nel caso di Sumatra (2004) o del Cile (1960), ma in teoria
sono possibili terremoti anche molto più energetici.
Non c'è quindi
alcuna fine del mondo che si approssima, ma solo la casuale giustapposizione di
scosse molto forti in un settore apparentemente piccolo del mondo: il sisma
delle isole Samoa è migliaia di chilometri lontano da quello di Sumatra, e c’è
un intero continente in mezzo, più un pezzo di oceano. Inoltre sono due
strutture geologiche differenti, due scontri diversi di placche geologiche
lontane. Eppure questi eventi vengono letti come il medesimo segno di una crisi
geologica che non c’è: il pianeta fa semplicemente il suo mestiere e solo per
caso due scosse molto forti si susseguono ravvicinate nel tempo e (peraltro un
po’ meno) nello spazio.
Ma il terremoto
evoca la nostra atavica debolezza, l’incapacità di confrontarsi con la natura
quando la riteniamo davvero arrabbiata: in realtà la natura fa il suo corso
senza curarsi di noi o di altri viventi e non ci sarà nessuna fine del mondo
per congiunzioni astrali di pianeti nel 2012 o per un susseguirsi di terremoti
violenti. La tremenda sequenza calabrese della fine del XVIII secolo, i vari
big-one della California o del Giappone, gli tsunami del Sud-Est asiatico, le
scosse dell’intero «anello di fuoco» del Pacifico sono solo i segni di un
pianeta attivo e dinamico che dovremmo semplicemente guardare con
rispetto. MARIO TOZZI LS 1
Nucleare, svolta nel negoziato. "Presto ispezioni Onu in Iran"
Ginevra, nel
negoziato 5+1 primo incontro bilaterale Usa-Iran - Solana: "Nelle prossime
settimane inviati Aiea nell'impianto di Qom" - dal nostro inviato VINCENZO
NIGRO
GINEVRA - Sono
positivi i primi segnali che arrivano dai colloqui fra il gruppo dei
"5+1" con l'Iran. Questa mattina dopo la sessione plenaria in cui la
delegazione iraniana ha incontrato i 5+1 (i 5 membri permanenti del Consiglio
di sicurezza più la Germania), il negoziatore iraniano Sade Jalili si è riunito
assieme ai suoi colleghi con la delegazione americana guidata dall'ambasciatore
William Burns. Dai tempi della rivoluzione iraniana del 1979 questo è
l'incontro bilaterale più importante che americani ed iraniani siano mai
riusciti ad organizzare. E in serata è arrivato l'annuncio: gli ispettori
dell'Agenzia per l'energia atomica Aiea avranno accesso all'impianto nucleare
iraniano di Qom "nelle prossime settimane". Lo ha annunciato l'alto
rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue Javier Solana,
affermando che la delegazione iraniana a Ginevra ha concordato di volere
"conformarsi in modo pieno ed immediato" alle richieste della
comunità internazionale.
Nel primo
pomeriggio si era capito che rispetto alle dichiarazioni della vigilia, l'Iran
è arrivato a Ginevra con un atteggiamento negoziale possibilista. Il
negoziatore Jalili nel suo discorso introduttivo ha affrontato il tema nucleare
per rivendicare il diritto del suo paese all'energia atomica ma comunque
accettando di discutere la questione e non rifiutando di farlo come Teheran
aveva minacciato alla vigilia dei negoziati.
Un diplomatico
occidentale ha detto ad Al Jazeera che "gli iraniani si sono mostrati
morbidi dopo che noi abbiamo detto chiaramente che non eravamo venuti a Ginevra
per ascoltare le loro idee sui problemi del mondo, ma che abbiamo due quesiti a
cui esigiamo una risposta: se l'Iran vuole discutere del programma nucleare e
se è disponibile per un'ispezione immediata del nuovo impianto di Qom". La
risposta di Jalili non sarebbe stata una chiusura netta, anche se è vero che
gli iraniani sono maestri nel negoziato e soprattutto nella tattica del rinvio
di qualsiasi decisione.
Dopo 3 ore di
discussione gli inviati hanno sospeso i colloqui per il pranzo e per permettere
l'incontro Usa-Iran. Secondo Cristina Gallach, portavoce del "ministro
degli Esteri" Ue Javier Solana, "la discussione si è svolta in un
clima positivo e corretto". Le delegazioni si sono lasciate la porta
aperta a qualsiasi sviluppo: il summit potrebbe continuare anche con altri
incontri bilaterali e soprattutto tutte le delegazioni hanno mantenuto per
stanotte le prenotazioni degli alberghi di Ginevra, in previsione del fatto che
il negoziato possa terminare con un breakfast domattina.
Altro segnale interessante
è arrivato da Washington, dove ieri sera il ministro degli Esteri iraniano si
era spostato da New York. Secondo l'agenzia iraniana Irna, nella capitale Usa
Manoucher Mottaki ha incontrato due deputati della Commissione esteri per
discutere proprio della possibilità del nucleare. Il ministro aveva
accompagnato a New York il presidente Ahmadinejad ed era rimasto negli Usa per
altri incontri a margine dell'assemblea generale dell'Onu. Gli Usa gli hanno
concesso un visto per visitare anche Washington con la scusa di un incontro con
i diplomatici dell'ambasciata pachistana che rappresenta gli interessi iraniani
negli Usa. Ma il vero motivo di questa tappa a Washington è stato l'incontro
con i due deputati americani, la prima riunione fra un ministro iraniano e due
congressmen dai tempi dell'amministrazione Clinton.
Ieri, prima di
partire per Ginevra, il capo-negoziatore Jalili (che alla vigilia del nuovo
governo era stato dato anche come possibile ministro degli Esteri) aveva detto
di essere pronto a "creare un clima positivo". Lo stesso presidente
Ahmadinejad, dopo aver ripetuto con forza che "l'Iran non tratterà sul suo
diritto all'energia nucleare", aveva avanzato proposte per ricevere
dall'estero l'uranio arricchito necessario per il programma nazionale. Una
proposta a cui la Francia ha detto di essere "piuttosto favorevole":
il ministro degli Esteri di Parigi Bernard Kouchner ne ha parlato in queste ore
con i dirigenti russi che ha incontrato a Mosca. L'anno scorso il presidente
iraniano Ahmadinejad aveva rifiutato completamente l'idea che l'uranio
arricchito potesse essere fornito all'Iran dall'estero, la stessa proposta che
sarebbe disposto a prendere in considerazione. LR 1
Il discorso di Ahmadinejad all’Assemblea dell’ONU
Riguardo all’intervento
di Ahmadinejad e Gheddafi all’Onu, un lettore scrive che certi personaggi non
dovrebbero essere autorizzati a servirsi del proprio seggio per minacciare e
calunniare un altro Paese o per attaccare l’Onu stessa ( Corriere , 25
settembre).
Io penso invece
che per raggiungere la pace qualche volta bisogna dar voce anche al più atroce
«nemico». D’altro canto il muro contro muro non ha mai risolto nessun problema.
In ogni caso non dobbiamo dimenticare che per combattere certi soprusi abbiamo
un’arma potentissima, che consiste nell’abbandonare la piazza quando questi
prendono la parola. Come hanno fatto i delegati del nostro Paese nell’ultima
riunione nel Palazzo di Vetro con il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
Silvano Stoppa, |
silvano.stoppa@poste.it
Caro Stoppa, Ogni
discussione sulle parole di Ahmadinejad all’Onu dovrebbe cominciare dal testo
del discorso. L’ho letto nella versione inglese e cerco di riassumerne, molto
sommariamente, i punti essenziali.
Ahmadinejad ha
esordito con alcune riflessioni sul monoteismo, sul ruolo storico dei grandi
profeti (Noè, Abramo, Mosè, Gesù e Maometto) per la redenzione dell’umanità,
sull’importanza delle fede e della spiritualità nelle relazioni internazionali.
Gli accenti ecumenici del discorso sarebbero piaciuti a Giovanni XXIII, il duro
giudizio sull’agnosticismo (una forma di relativismo) dovrebbe essere piaciuto
a Benedetto XVI.
Ha detto che i
maggiori pericoli, per l’umanità sono le armi di distruzione di massa e il
terrorismo, fra cui in particolare il terrorismo di Stato.
Ha ricordato che
Saddam, durante la guerra contro l’Iran, fu armato dall’Occidente e impiegò
armi chimiche.
Ha affermato che
Al Qaeda nacque dal sostegno degli Usa ad alcuni gruppi della resistenza
antisovietica e che l’arsenale nucleare israeliano ha beneficiato della
complicità americana.
Ha duramente
descritto le vessazioni subite dai palestinesi nella loro terra. Ha sostenuto
che alcuni Paesi cercano d’impedire ad altri il libero accesso alle tecnologie
del progresso.
Ha rivendicato il
carattere democratico dell’Iran: un Paese in cui, dopo la rivoluzione, «si è
votato 27 volte».
Ha auspicato un
maggiore impegno dell’Onu per il disarmo e ha chiesto all’Aiea (Agenzia
Internazionale per l’Energia atomica) di promuovere l’applicazione dell’art. IV
del Trattato di non proliferazione sul libero accesso dei Paesi firmatari alle
tecnologie nucleari.
Ha ripetuto che
l’Iran non vuole armi nucleari, ma che potrebbe, se vi fosse costretto dalle
circostanze, riconsiderare la sua politica.
Ha denunciato il
«regime sionista di occupazione», ma non ha auspicato la distruzione di Israele
e non ha negato la realtà del genocidio ebraico.
Ha dichiarato di
essere pronto e negoziare.
Alcune delle
affermazioni di Ahmadinejad sono contestabili o grossolanamente esagerate. Ma
altre sono vere (la benevolenza degli Usa per l’Iraq durante le guerra contro
l’Iran) o, come quelle sui palestinesi, riflettono i sentimenti e le
convinzioni della grande maggioranza del mondo musulmano. Le otto delegazioni
che hanno abbandonato la sala (tra cui Francia, Germania, Gran Bretagna,
Italia, Paesi Bassi, Stati Uniti) avrebbero fatto meglio ad ascoltarlo fino in
fondo. Certe forme di diplomazia spettacolo (come l’interminabile discorso di
Gheddafi all’Onu) sono infantili, demagogiche e, in ultima analisi, inutili. Sergio
Romano CdS 30.9.
Economist sull’Italia: "Come con Mussolini, museruola a chi
informa"
Durissimo attacco
del settimanale britannico: "I giornalisti hanno ragione
a preoccuparsi e
protestare. Italia democrazia fragile, come all'Est" - El Pais:
"Berlusconi dichiara guerra alla Rai". Sulla stampa estera molti
titoli sullo scudo fiscale: "amnistia per gli evasori" - dal nostro
corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Sono anni
che definisce Silvio Berlusconi "inadatto" a governare l'Italia, a
causa del conflitto d'interessi mediatico e dei numerosi processi a cui è stato
sottoposto, ma adesso il settimanale l'Economist aumenta se possibile ancora di
più il livello della critica, paragonando l'Italia del Cavaliere a una delle
deboli democrazie dell'Est Europa, sempre più lontana dal concetto di
democrazia occidentale, ed evocando perfino il fantasma del Duce.
"E' dai tempi
di Mussolini che non si aveva un governo italiano che interferisse con i media
in maniera così lampante e allarmante", scrive l'autorevole settimanale,
britannico come sede centrale ma globale nella diffusione poiché vende al di
fuori del Regno Unito i due terzi della sua tiratura di quasi un milione e
mezzo di copie. "I giornalisti, e gli altri italiani, hanno ogni motivo di
protestare", continua l'articolo, intitolato "Museruola a chi
informa", alludendo alla manifestazione in difesa della libertà di stampa
indetta per questo fine settimana in tutta Italia e anche all'estero.
"Questo sabato 3 ottobre si terrà a Roma una manifestazione per difendere
la libertà di stampa", scrive l'Economist, "non in una lontana
dittatura, ma proprio in Italia. Ebbene, i giornalisti che l'hanno indetta hanno
buone ragioni per preoccuparsi".
Il settimanale
osserva poi che basta consultare la classifica 2009 sull'indipendenza dei media
di Freedom House, l'istituto americano di controllo e studio sulla libertà di
informazione e di pensiero, per accorgersi che l'Italia è declassata nella
categoria di quelli "parzialmente liberi", al 73esimo posto, su un
totale di 195, appena sopra alla Bulgaria. Quanto meno sotto questo aspetto,
afferma l'Economist, "l'Italia di Berlusconi si sta allontanando
dall'Europa occidentale per diventare più simile alle deboli democrazie
dell'est". Il giornale fa poi una lunga ricostruzione degli ultimi
sviluppi, dalle domande di Repubblica al premier alla richiesta di danni per
diffamazione avanzata da Berlusconi per tali domande, fino al caso della
trasmissione AnnoZero e alla campagna lanciata dal Giornale, "quotidiano
vicino al primo ministro, contro il pagamento del canone Rai, da cui dipendono
almeno la metà degli introiti dell'azienda pubblica". Conclude
l'Economist: "Le ordinanze di Berlusconi sembrano parte di un progetto per
spazzare via le ultime enclavi ribelli rimaste in Italia".
Del caso
Berlusconi continua ad occuparsi anche il resto della stampa internazionale. Il
quotidiano spagnolo El Pais pubblica oggi un ampio servizio intitolato:
"Berlusconi dichiara guerra alla Rai". Il corrispondente da Roma,
Miguel Mora, racconta gli attacchi alla trasmissione "AnnoZero" per
la puntata dedicata allo scandalo delle escort e all'intervista a Patrizia
D'Addario, soffermandosi sulla campagna lanciata "dai media del
Cavaliere" per esortare gli italiani a non pagare più il canone
d'abbonamento alla Rai in segno di protesta. "Berlusconi ha celebrato il
suo 73esimo compleanno dichiarando guerra non solo a Michele Santoro", il
conduttore della trasmissione in questione, "ma a tutti i programmi che lo
criticano", scrive El Pais, affermando che l'invito a non pagare il canone
è "un'iniziativa teatrale del tutto priva di legalità, in pratica una
chiamata generale all'evasione fiscale, un'abitudine quest'ultima assai
popolare in Italia e a cui lo stesso Berlusconi non è alieno, come testimoniano
i suoi numerosi processi in materia".
Un altro tema a
cui i giornali stranieri dedicano l'attenzione è per l'appunto il perdono
fiscale per coloro che rimpatriano capitali dall'estero. "Berlusconi
prepara un colossale perdono, il più grosso d'Europa", titola il Clarin.
"Il governo Berlusconi ha imposto un voto di fiducia in parlamento per far
passare la sua amnistia fiscale", titola Les Echos. "Berlusconi
concede l'amnistia agli evasori dei paradisi", titola El Mundo.
Il settimanale
francese L'Express torna invece sulle polemiche degli ultimi mesi tra la Chiesa
cattolica e il nostro primo ministro, con un lungo reportage intitolato
"Divorzio all'italiana", che ripercorre tutte le tappe della vicenda,
dalle proteste nelle chiese per i party con escort e veline nelle ville del
presidente del Consiglio, alle critiche espresse dall'Avvenire e da Famiglia
Cristiana, agli attacchi del Giornale al direttore dell'Avvenire e alle
dimissioni di quest'ultimo. Il settimanale riporta il parere di un assicuratore
di 59 anni di nome Giorgio che dice: "Non comprendo più la mia Chiesa. Mi
sento perduto davanti alla sua sottomissione a Berlusconi, alla sua politica,
al suo modello di una società barbara". Tuttavia, afferma L'Express,
numerosi segnali indicano che la Chiesa sta preparandosi "al
dopo-Berlusconi".
E una notizia che
nei giorni scorsi ha riempito le pagine dei giornali in Occidente è arrivata
stamani fino in Pakistan, dove la Plus News Pakistan riporta la gaffe di
Berlusconi su Michelle Obama, definita "abbronzata" come suo marito
dal premier italiano al ritorno dal summit del G20. LR 1
La crisi della sinistra europea. Il coraggio di inventare un nuovo Welfare
POCO meno di cento
anni fa, nel 1911, Benedetto Croce annunciava in una celebre intervista alla
“Voce”, “la morte del socialismo”. Quella diagnosi, condivisa da molti fra i
maggiori intellettuali dell’epoca, si sarebbe rivelata quanto meno prematura:
tant’è che qualcuno, in tempi più recenti, ha definito il Novecento “il secolo
socialdemocratico”. Un giudizio anch’esso azzardato (il Novecento è stato
troppe cose insieme, in Europa e nel resto del mondo, per poter essere
ricondotto a un’unica chiave interpretativa), ma certo indicativo di un
indiscutibile e durevole successo. Ora, a partire dai risultati delle ultime
elezioni europee e ancor più dalla secca sconfitta di quello che fu a lungo il
modello e la guida del movimento operaio nel vecchio continente, la Spd
tedesca, il tema della fine del socialismo, o della sua crisi irreversibile,
torna a essere agitato nel dibattito pubblico. E questa volta con qualche
maggior fondamento: o almeno così sembrerebbe, visto il crollo verticale dei
partiti europei di più antica tradizione (il Labour e la Sfio, oltre alla Spd),
visto il calo dei consensi subìto anche dai socialismi mediterranei tuttora al
potere e visto soprattutto l’assottigliarsi dei margini economici e finanziari
che rendevano possibili le politiche redistributive di marca socialdemocratica
(è falso che le crisi dell’economia capitalistica favoriscano i partiti di
sinistra: nella storia del Novecento è accaduto piuttosto il contrario).
Prima di formulare
giudizi definitivi e diagnosi catastrofiche, sarebbe bene però interrogarsi su
che cosa si intenda oggi col termine socialismo, o meglio su quale socialismo
sia quello di cui ci si appresta a constatare la morte. Va detto allora che il socialismo
in quanto costruzione utopica, in quanto progetto di radicale ridisegno della
società tramite la collettivizzazione dei mezzi di produzione e la sostituzione
dell’economia pianificata a quella di mercato, è morto da un pezzo, nella
pratica prima che nella teoria del movimento operaio europeo, o almeno delle
sue espressioni maggioritarie: la sua fine fu decretata ufficialmente nel 1959
a Bad Godesberg dalla socialdemocrazia tedesca, ma era già stata di fatto
introiettata nella concretezza della pratica quotidiana, con le prime
esperienze di governo democratico (negli anni attorno alla prima guerra
mondiale).
E più ancora nel
confronto-scontro col comunismo sovietico, esempio vivente (anche se non sempre
ben compreso) degli esiti totalitari del socialismo utopico e costruttivista.
Una volta deposto,
più o meno dichiaratamente, il vecchio armamentario teorico di derivazione
marxista (ma non solo), i socialisti europei seppero ugualmente rappresentare
la maggioranza delle classi lavoratrici e sostenerne le aspirazioni adottando
gli istituti e gli strumenti di una realtà, quella del Welfare State, che altri
(dal conservatore Bismarck al liberale Beveridge) avevano inventato, ma che il
movimento operaio aveva praticato assiduamente e di fatto innervato con le sue
organizzazioni e con la sua azione rivendicativa. L’utopia accantonata nella
sua versione rivoluzionaria veniva così recuperata nella prospettiva di un
progresso indefinito verso i traguardi del benessere e della giustizia
distributiva. Non c’è da stupirsi allora se, una volta entrato in crisi quel
modello (vuoi per la controffensiva degli avversari, vuoi per circostanze
oggettive legate al ciclo economico e ai vincoli della finanza pubblica), i
socialisti hanno dovuto prima impegnare una faticosa battaglia di retroguardia
volta a salvare il salvabile, poi riciclarsi in un progressismo dai tratti
alquanto generici. Non volendo più smerciare utopie e non potendo vendere
promesse di benessere crescente, si sono limitati ad accreditare se stessi come
portatori di valori più nobili e di uno stile di governo più corretto ed
efficiente di quello dei loro avversari.
Tutto questo
evidentemente non basta. I partiti socialisti come ha detto Giuliano Amato in
una recente intervista devono mantenere per quanto possibile il legame organico
con la loro storica costituency (il mondo del lavoro dipendente) e al tempo
stesso prendere atto dei mutamenti, quantitativi e qualitativi, intervenuti in
quel mondo: dunque reinventare il Welfare, renderlo più articolato e flessibile,
riadattarlo alle esigenze di una realtà sociale non più definibile con le
vecchie categorie di analisi. Di fronte a sfide così impegnative e a compiti
così ardui, appare francamente inadeguato il dibattito precongressuale oggi in
corso nel Partito democratico italiano. Dove si discute astrattamente di
vecchio e di nuovo, di leggero e di pesante. E dove ci si scontra sul tasso di
“socialismo” compatibile con la ragione sociale del partito. Se è vero quel che
ho cercato di spiegare, il problema semplicemente non sussiste. di GIOVANNI
SABBATUCCI IM 1
La sfida tra Bersani e Franceschini. Le due anime di un Pd scosso
Circolo dopo
circolo, si stanno concludendo le votazioni tra gli iscritti del Partito
Democratico e il 25 ottobre i tre candidati — Bersani, Franceschini e Marino —
saranno presentati al voto degli elettori e dei simpatizzanti: in pratica di
chiunque manifesti l'interesse a influire sulla scelta delle cariche direttive
del partito. Gia in quella data, o al più un paio di settimane più tardi se
sarà necessario un ballottaggio, sapremo chi è il nuovo segretario del Pd.
Prima di discutere del significato di questa scelta, tre commenti di natura
generale.
Il primo è che
hanno partecipato al voto, sinora, circa 350.000 persone, più della metà degli
iscritti: non una piccola prova di democrazia, in un momento in cui gran parte
dei commentatori danno per spacciato, e con buone ragioni, il ruolo democratico
dei partiti. E a questa occorrerà aggiungere la consultazione del 25 ottobre.
Il secondo commento è che laddove il partito è maggiormente radicato, nelle
regioni rosse e nelle grandi città, nell'ambito dei circoli si è svolto un
dibattito serio tra i sostenitori delle diverse candidature: questa volta, a
differenza di precedenti investiture pilotate dall'alto, prima del voto gli
esiti erano realmente incerti. Oggi il risultato è noto: Bersani ha ottenuto
circa il 56%, Franceschini circa il 36 e Marino il restante 8. Ma l'incertezza
permane per il voto degli elettori, il 25 ottobre, perché gli iscritti e i
simpatizzanti generici sono due popolazioni abbastanza diverse. Il terzo
commento è che la linea di divisione tra le posizioni politiche espresse dalle
tre candidature non è più quella delle diverse provenienze partitiche, gli ex
Ds ed ex Dl: per ognuna di esse il sostegno è molto misto, e segnala un
processo di osmosi piuttosto avanzato. Se la linea di divisione non è questa,
qual è?
E' abbastanza
facile dirlo per Marino, il vero outsider di questo congresso. Egli è portatore
di un messaggio fortemente critico nei confronti delle ambiguità del Pd, che
imputa in parte ad un'analisi sbagliata del fenomeno Berlusconi — … come se si
trattasse di un avversario politico normale — in parte ad una eccessiva
tolleranza per le posizioni clericali o integralistiche che ogni tanto emergono
tra gli esponenti cattolici del partito. Questa è l'analisi ribadita ogni
giorno dai giornali più letti dal popolo della sinistra e non meraviglia il
buon successo della mozione nelle grandi città, tra i giovani e le persone
istruite. Insistendo su queste critiche, proclamando una politica della
decisione e della nettezza, del 'Sì-sì' 'No-no' di evangelica memoria, Marino
si stacca nettamente dagli altri due candidati e si avvicina alla posizione
dell'Idv di Di Pietro, una permanente tentazione per il Partito Democratico.
Più difficile
distinguere le altre due mozioni, quelle degli insider, di Bersani e
Franceschini, e non è di grande aiuto leggere attentamente i testi,
sottolineare frasi più o meno felici, reticenze o silenzi più o meno sapienti:
entrambe dicono cose simili, generiche e gradite al popolo di centrosinistra
chiamate a votarle. La mozione di Bersani è sicuramente la più critica nei
confronti della breve storia del Pd di Veltroni.
Critiche alla
segreteria Veltroni implicitamente le muove anche Dario Franceschini, ma il
dubbio che suscita la posizione di Bersani è che le critiche non riguardino
solo le scelte tattiche del recente passato, ma lo stesso disegno strategico,
lo stesso impianto culturale sul quale l’Ulivo prima e il Pd poi sono stati
costruiti. In altre parole: il dubbio è che un Pd guidato da Bersani — per ora
costretto in un contesto bipolare dalla legge elettorale voluta dal
centrodestra — sarebbe ben disposto a mutarlo qualora se ne presentasse l’occasione.
In questo caso il senso della storia di cui parla Bersani, il suo possibile
esito, sarebbe un ritorno al proporzionale, dove un Pd più nettamente «laico» e
«di sinistra » lascia il compito di conquistare gli elettori più moderati a un
rinnovato partito centrista, neo-democristiano, confidando poi in una alleanza
di governo.
Si tratta di una
posizione politica più che legittima, ma è l’esatto opposto della scommessa da
cui era partito l’Ulivo e sulla quale si è formato il Partito democratico:
quella di un partito di ispirazione democratico-liberale, che nutre l’ambizione
di governare il Paese a capo di una coalizione di cui è la componente maggiore
e politicamente egemone. Un partito che non vuole nascondersi dietro una forza
politica e a un presidente del Consiglio centristi, e rifiuta come scoraggiante
e sbagliata l’idea che un partito di centrosinistra non riuscirà mai, in un
contesto bipolare, a governare un Paese «organicamente» di centrodestra. Credo
che spetti a Bersani chiarire, di fronte a ragionevoli dubbi, se la sua critica
al progetto originario del Pd è così radicale. Se lo è, il confronto con
Franceschini acquisterebbe un senso molto più chiaro di quello che è possibile
desumere dalla lettura delle due mozioni.
Michele Salvati,
CdS 1
Informazione, sabato tutti un piazza. L'Fnsi: "Altro che farsa, siamo
serissimi"
Il presidente
Roberto Natale presenta la kermessa di piazza del Popolo
"da tempo c'è
un clima pesante, farsi sentire è sacrosanto" - di MATTEO TONELLI
ROMA - "Altro
che farsa, sarà una manifestazione seria. C'è un clima pensante e scendere in
piazza è sacrosanto". Il presidente della Fnsi Roberto Natale, spiega così
il senso della manifestazione per la libertà di informazione che si terrà
sabato pomeriggio a Roma. Lo fa usando la parola ("farsa") con cui
Silvio Berlusconi aveva bollato la kermesse e rilanciando l'urgenza di un forte
segnale. "Chi non gradisce questa manifestazione dice che è a sostengno di
una sola testata ma non è così. Così come non scopriamo da oggi il tema della
libertà di informare".
Elenca quelli che
definisce "attacchi nel segno del fastidio per l'autonomia
dell'informazione", il presidente dell'Fnsi. Dal decreto legge sulle
intercettazioni, all'affondo contro Annozero. Con una premessa: "Non
pensiamo che i problemi siano cominciati con Berlusconi e che ci sia solo il
conflitto di interessi che riguarda il premier". E con una precisazione:
"Questa non è una manifestazione corporativa. Quanto ai partiti, ci sono
sigle che hanno aderito ma abbiamo chiesto a tutti che la manifestazione resti
autonoma".
Duro, invece, il
giudizio sull'attuale vertice Rai: "Non vediamo una grande passione verso
l'autonomia aziendale. Vi sono situazioni inaccettabili non solo dal punto di
vista del pluralismo informativo ma anche e persino dal punto di vista della
più elementare logica di mercato. E poi si polemizza spesso contro gli eccessi
polemici di taluni giornalisti, mai contro gli eccessi di zelo o di servilismo
di talaltri. Si afferma anche giustamente che le trasmissioni tv non devono
essere contro (lo aveva fatto il dg Masi ndr) ma poi non si aggiunge che non
devono neanche essere a favore".
La manifestazione
di sabato prossimo inizierà alle 15,30 e sarà condotta da Andrea Vianello. Sul
palco salitanno il segretario dell'Fnsi, Franco Siddi, il presidente emerito
della Corte costituzionale Valerio Onida, lo scrittore Roberto Saviano. Ed
ancora esponenti del mondo dello spettacolo, del giornalismo e del sindacato.
Eppoi musica (Teresa De Sio, Marina Rey, Nicky Nicolai) e l'attrice Jasmine
Trinca che leggerà gli scritti di Anna Politkovskaya, la giornalista russa
assassinata per aver denunciato gli orrori della guerra in Cecenia. Un
programma che sarà arricchito da altre presenze di cui si stanno completando i
dettagli.
Contemporaneamente
all'iniziativa romana, altri eventi sono programmati in una dozzina di città
fra cui Milano, Torino, Trieste e, all'estero, Londra, Parigi, Barcellona e
Bruxelles.
Per quanto
riguarda la copertura televisiva, la manifestazione sarà trasmessa da
Repubblica Tv, YouDem, Cgil.it e altre emittenti. Ancora da definire, invece,
il comportamento della Rai. "Ci pare che sia un avvenimento meritevole di
copertura" dice Natale. Che chiude con una sottolineatura: "Si
rischia di dare l'idea che sia una manifestazione promossa da questo o quel
partito o da questo o quel direttore di giornale. E invece non è così". LR
1
Non sarà
certamente colpa del Censis, che per dovere d’ufficio si limita «semplicemente»
a fotografare una situazione, né di Beppe Pisanu che alla presidenza della
commissione Antimafia è giunto da meno di un anno. Eppure è difficile sfuggire
al senso di frustrazione, di impotenza proveniente da un’analisi che sembra
certificare l’impossibilità di redenzione per un quarto del territorio
nazionale.
La capacità
invasiva delle organizzazioni criminali, la loro espansione verso spazi
nazionali e internazionali che sembravano immuni da qualsiasi pericolo di
contagio, il “prezzo” pagato dal Meridione d’Italia alla presenza del
malaffare, il divario Nord-Sud accentuato dalla palla al piede mafiosa in
almeno quattro regioni, il problema del “consenso” delle popolazioni e della
classe dirigente del Sud ai poteri criminali: tutti temi affrontati e mai
risolti - da nessun governo, né di centrodestra né di centrosinistra - perché
immobilizzati dentro schemi di politiche di parte. Un errore, questo, a suo
tempo segnalato da uomini del valore di Giovanni Falcone che avvertiva: «La
lotta alla mafia non deve avere colore politico perchè condotta nell’interesse
di tutti».
La fotografia che
ci dà oggi il Censis è identica alle numerose altre accumulate negli anni: lo
stesso Pisanu è costretto a sottolineare l’attualità dell’analisi di uno dei
primi meridionalisti, Leopoldo Franchetti, che, nel 1876, sulla capacità di
penetrazione della mafia scriveva: «Essa ha ormai relazioni di interesse così
molteplici e variate con tutte le parti della popolazione; sono tanto numerose
le persone a lei obbligate per la riconoscenza o la speranza dei suoi servigi,
che essa ha ormai infiniti mezzi per influire all’infuori del timore e delle
violenza, per quanto la sua esistenza si fondi proprio su questa». Così
quindici anni dopo l’Unità d’Italia. Ma oggi non va meglio, se dobbiamo dar
credito alle analisi attuali. In tema di crisi del Meridione, si sta a
discutere ancora - addirittura - se il sottosviluppo sia causa o effetto della
presenza mafiosa.
Certo, la
burocrazia, il malgoverno, le Regioni che non funzionano o sbandano. E’ di ieri
l’incredibile “rivelazione” del governatore di Sicilia: «La mafia è a Roma».
Anche qui nulla di nuovo sotto il sole: questi ritornelli li avevamo sentiti da
una pletora di politici discutibili, “in difesa” del “buon nome” della Sicilia.
Ma c’è una via d’uscita a tanto conformismo, che periodicamente scopre - per
esempio - l’incompatibilità della presenza mafiosa con le libertà più
elementari, non ultimo il libero mercato?
Si predica la
fiducia nello Stato, anche se spesso i governi fanno di tutto per sfiancare
pure i più fiduciosi. Ma forse andrebbe conseguito, oltre alla necessaria
repressione giudiziaria, un obiettivo “semplice”: capovolgere il rapporto di
forza oggi esistente - almeno in gran parte del Meridione - tra cittadino e
poteri illegali, rendendo “conveniente” la scelta della legalità. Solo così si
potrà interrompere il sistematico ricorso alla protezione mafiosa, percepita
come più efficiente dello Stato.
FRANCESCO LA
LICATA LS 1
Di Pietro si prepara a picconare il Colle che non può arruolare
Si stanno creando
le premesse per trasformare di nuovo il Quirinale in un parafulmine delle
tensioni sullo scudo fiscale. La firma di Giorgio Napolitano al decreto del
governo è prevista fra domani e sabato, per evitare che il provvedimento
decada. Ed il rischio che la decisione venga strumentalizzata sembra quasi
inevitabile. Gli avversari di Silvio Berlusconi sono decisi ad accreditare la
tesi di un pericolo per la democrazia. Antonio Di Pietro con la sua Idv sta già
lanciando avvertimenti al capo dello Stato perché non sia «connivente»; ed
attacca un Pd assenteista per riproporsi come «unica opposizione » .
Ma si intravede
anche il rischio opposto: che nel Pdl si additi un «sì» presidenziale al
decreto per velare le perplessità che accompagnano lo «scudo fiscale». Insomma,
a Napolitano è affidato comunque il ruolo più difficile. Il capo dello Stato
non può che prendere atto di una misura che già sta producendo i suoi effetti.
Ma sa che ogni decisione diversa dalla bocciatura scatenerà una minoranza
pregiudizialmente contro il governo; e contro un Quirinale imputato di scarso
antiberlusconismo.
Gianfranco Fini
ieri ha spiegato che è «legittimo» fare di tutto per evitare che il decreto
contro la crisi decada; e non si è nascosto le numerose «anomalie» della
procedura scelta dal governo. Ma paradossalmente, i contraccolpi più vistosi si
indovinano nelle file dell’opposizione. L’assenza di molti parlamentari del Pd
nelle votazioni alla Camera è stata considerata imperdonabile. Ed ha consentito
a Di Pietro di rilanciare il mantra dell’Idv come «unica alternativa
credibile».
Così, mentre il
governo otteneva il 25? voto di fiducia, l’ex pm ha delineato un’offensiva contro
Berlusconi e la sua legge «fatta per i criminali»; ma anche contro gli alleati
del Pd e Napolitano. Sono giorni che il Quirinale lascia capire di essere
rassegnato a firmare lo «scudo fiscale» per evitare guai peggiori, e perché non
sussistono elementi di incostituzionalità. Di Pietro ne è consapevole, eppure
si prepara a sparare contro la firma del presidente della Repubblica: a
protestare comunque, anche se fosse accompagnata da qualche riserva scritta.
«Non è più il
tempo della letterina d’accompagnamento. Rimandi indietro una norma
incostituzionale», avverte insieme con Rifondazione comunista. Ha l’aria non di
un altolà, ma di un alibi per attaccare Napolitano in previsione del «via
libera». La differenza con il Pd e l’Udc di Casini è che questi ultimi
contestano «l’amnistia mascherata» per gli evasori fiscali; ma si guardano bene
dal coinvolgere Napolitano. Di Pietro fa invece un gioco avventuroso, ma non
improvvisato: nell’impossibilità di arruolare il Quirinale, si prepara a
picconarlo. Massimo Franco CdS 1
“Con lo scudo fiscale
il Governo favorisce gli affari sporchi delle mafie”
“Berlusconi il
‘paladino della sicurezza’? Altroché: con lo scudo fiscale, questo Governo fa
regali alla criminalità organizzata, alla faccia di tutti i cittadini onesti
che continuano a credere nella legalità e vogliono che l’Italia torni a essere
un Paese serio, legale e credibile”. Una dura critica al Governo, l’intervento
dell’on. Laura Garavini (PD) sulle disposizioni correttive del decreto
anticrisi, attualmente in discussione al Parlamento.
“Berlusconi sembra
già aver dimenticato il suo proclamo ferragostiano di voler andare alla storia
come il Presidente del consiglio che ha distrutto le mafie. La realtà è un’altra:
con questo Governo le mafie sono a nozze”, ha ammonito la capogruppo del PD in
Commissione Antimafia. “Questo maxi-condono voluto dalla maggioranza apre le
porte agli evasori, ai corruttori e ai riciclatori. È un modo per affossare la
lotta alla criminalità organizzata, cancellando con un colpo di spugna le norme
anti-riciclaggio e garantendo di fatto la totale impunità a chi rimpatria gli
sporchi guadagni accumulati all’estero con il traffico di droghe, armi ed
esseri umani”.
“Noi democratici,
invece, non vogliamo che vengano fatti sconti alla criminalità organizzata”, ha
concluso la Garavini. “Vogliamo delle norme anti-riciclaggio all’altezza con
Paesi come gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, la stessa Svizzera, che
negli ultimi tempi stanno facendo scelte storiche nella lotta al giro
internazionale di capitali sporchi, adottando provvedimenti contro i paradisi
fiscali e contro l’evasione finanziaria”. De.it.press
La sanatoria delle badanti è un flop. 266.000 domande, Maroni: "No
proroghe"
Rispetto alle
stime, riuscito a metà il maxicondono per la regolarizzazione dei clandestini -
Le associazioni di assistenza agli immigrati: allungare i tempi ed estendere i
criteri - di VLADIMIRO POLCHI
«L'abbiamo spedita
a metà mese. Ora non ci resta che aspettare e pregare». Irina è una giovane
moldava. Fa la colf per una famiglia di professionisti romani. Oggi è
un'invisibile, un'immigrata irregolare. Ma è stata fortunata: «I miei datori di
lavoro hanno presentato domanda di sanatoria». Solo così Irina potrà salvarsi
dai rigori del nuovo reato di clandestinità. Come lei, tante sono le immigrate
che stanno cercando di emergere. Quante? Meno delle previsioni del Viminale, in
verità.
Il maxicondono di
colf e badanti straniere ha infatti partorito una minisanatoria. I numeri
parlano chiaro: dal 1 al 30 settembre alle ore 9 (la procedura on line chiuderà
oggi a mezzanotte) sono state 266.092 le domande di regolarizzazione trasmesse
on-line.
I moduli richiesti
riguardano soprattutto lavoratori ucraini (42mila), marocchini (38mila),
moldavi (29mila) e cinesi (22mila). Le domande più numerose provengono dalla
provincia di Milano con oltre 50mila moduli scaricati, seguita da Roma con
oltre 37mila. A essere richieste sono soprattutto colf (161mila).
Nonostante la
notevole accelerazione degli ultimi giorni, non sono state rispettate le stime
originarie del ministero dell'Interno, che prevedeva tra le 500 e le 750mila
domande. Perché? Innanzitutto, molti datori di lavoro hanno preferito rimanere
nel sommerso, per convenienza (non dover presentare il 740) o paura. Non solo.
Secondo alcune associazioni a frenare la regolarizzazione sarebbero stati anche
i requisiti imposti: l'idoneità dell'alloggio del lavoratore, il limite di
reddito (20mila euro) richiesto al datore di lavoro per le colf, il minimo di
20 ore settimanali dovute da contratto.
Per questo Asgi,
Arci e Cgil hanno chiesto al governo di emanare un decreto-legge per estendere
a tutti i lavoratori stranieri (e non solo colf e badanti) la facoltà di regolarizzare
la propria posizione; di consentire la sanatoria anche degli immigrati che
svolgono contestualmente più rapporti di lavoro a tempo parziale e infine di
prorogare il termine per accedere alla regolarizzazione. Anche l'Adoc, la Uil e
l'Associazione nazionale datori di lavoro domestico auspicano una proroga dei
termini di regolarizzazione.
Ma il ministro
dell'Interno, Roberto Maroni, fa sapere che non ci sarà alcuna proroga: «Chi
non ha usufruito della norma per la regolarizzazione ha deciso di continuare
nel lavoro irregolare e sarà soggetto a sanzioni previste dalla legge». Il
ministro contesta anche chi ha parlato di flop per la regolarizzazione: «Si
sono fatte stime a casaccio, chi ha parlato di 500mila, 700mila, o un milione
di domande, ma la norma è stata fatta per fare emergere il lavoro nero di colf
e badanti e basarsi sulle stime fatte per dire che è stato un flop è
sbagliato». LR 30
Pd, gli iscritti dicono Bersani. A Franceschini 4 regioni
Gli iscritti
stanno con Bersani. Chiusi i congressi di circolo del Pd, si conferma un dato
annunciato da giorni. L’ex ministro incassa il 56% delle preferenze,
Franceschini il36% e Marinol’8%. Le percentuali definitive arriveranno domani,
ma al di là di piccole variazioni il risultato è questo. Bersani è il candidato
più votato in 16 regioni, l’attuale segretario in 4, mentre il senatore
chirurgo supera la soglia del 5% e ottiene il via libera per le primarie. È
proprio sull’appuntamento del 25 che Franceschini punta tutto. La «valutazione
politica» del voto, la «riflessione» sul verdetto degli iscritti sollecitata da
Filippo Penati con parole che hanno fatto scoppiare una bufera non del tutto
superata, non è arrivata ieri dal segretario. In parte Franceschini lo farà
oggi, all’iniziativa titolata «Generazione primarie». L’ex vice di Veltroni
dirà che «non si deve tornare indietro rispetto al partito aperto» e che
sebbene sia importante il ruolo e il voto degli iscritti, «i nostri azionisti
sono gli elettori». Il risultato che conta è insomma quello delle primarie, non
solo per ragioni di regolamento. E Franceschini è convinto che nonostante tra
gli iscritti sia rimasto sotto il 40% dei consensi, la partita è «del tutto
aperta».
LA RINCORSA DI
FRANCESCHINI - Il ragionamento che fa è
questo: in percentuale è dietro di circa venti punti (ma dovrebbero essere meno
quando verranno registrati anche i risultati degli ultimi congressi) ma questo,
in valore assoluto, significa una distanza di poco più di 80 mila voti (alla
fine dei conti dovrebbero aver votato circa la metàdegli 820 mila iscritti),
che è nulla se proiettato su unaplatea di due milioni di potenziali elettori
delle primarie. Per questo mentre già i suoi sostenitori puntano il dito sul
record di preferenze incassato da Bersani al Sud («dove si sono registrati
tesseramenti che lasciano perplessi»), Franceschini punta a caratterizzare la
sua candidatura come quella che più difende il valore delle primarie. «Sfido
tutti a dire che se il 25 ottobre si aggiungeranno centinaia di migliaia di
votanti, quello sarà un giorno positivo».
L’APPELLO AGLI
ISCRITTI - Bersani sta attento a non
passare per quello che teme il verdetto degli elettori del Pd. Ha convocato per
oggi unaconferenza stampa percommentare il voto dei congressi di circolo ed
esprimere la sua «grande soddisfazione »: «La mia proposta evidentemente è
stata compresa. Ora c’è la prova delle primarie e sono molto fiducioso. La
partecipazione è stata straordinaria e confido che ci sarà tanta gente anche
alle primarie». L’ex ministro, convinto che nonci sia «differenza
antropologica» tra iscritti ed elettori, è anche convinto che il voto del 25
nonriserverà sorprese. Eanche D’Alema, finito nel mirino dei sostenitori di
Franceschini perunvirgolettato attribuitogli da Corsera («noi seguiremo i
nostri iscritti») per altro da lui smentito, dice: «L’esito del congresso non è
una pura procedura formale, l’impegno di chi ci ha offerto tempo e denaro va
rispettato. D’ora in poi lavoreremo per confermare e ampliare questo risultato
con il coinvolgimento degli stessi iscritti». In pratica, un appello a chi ha
fatto vincere Bersani nei circoli a impegnarsi ora per la battaglia decisiva
del 25. Simone Collinitutti, L’U 1
Bianca Berlinguer al Tg3, Daniele Renzoni a Rai International, via libera
del cda della Rai
Consiglio
d'amministrazione, votate le nomine ma non all'unanimità la giornalista
subentra all'attuale direttore, Antonio Di Bella - Alberto Maccari al vertice
dei tg regionali - Alla guida della terza rete Rai dovrebbe restare Paolo
Ruffini
ROMA - Bianca
Berlinguer sarà il nuovo direttore del Tg3. La decisione, a quanto si apprende,
è stata presa dal cda della Rai riunito a viale Mazzini. Bianca Berlinguer
prende il posto dell'attuale direttore Antonio Di Bella. Il cda ha dato il via
libera anche alle nuove nomine ai vertici dei telegiornali regionali e di Rai
International, rispettivamente con Alberto Maccari e Daniele Renzoni.
Il voto non è
stato, tuttavia, all'unanimità. Le nomine sarebbero state votate a maggioranza,
con risultati diversi nel numero di voti favorevoli in un caso o nell'altro, a
seconda del parere del presidente della Rai, Paolo Garimberti.
Il cda ha nominato
oggi anche i vicedirettori di Rai Sport e Rai Sport Più: sono Jacopo Volpi,
Giampiero Bellardi, Auro Bulbarelli, Sandro Fioravanti, Bruno Gentili, Maurizio
Losa e Raimondo Maurizi.
Il giro di nomine
non dovrebbe riguardare la direzione di RaiTre, dove dovrebbe restare Paolo
Ruffini, anche se nelle passate settimane si era parlato di Giovanni Minoli -
prossimo però alla pensione - o anche di un passaggio di Di Bella alla Rete.
Bianca Berlinguer,
49 anni, è la più grande dei quattro figli - Maria Stella, Marco, Laura - del
leader del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer. Gli inizi alla Gazzetta
di Mantova, poi il passaggio al quotidiano romano Il Messaggero, nei primi anni
Ottanta, poi l'esperienza televisiva con Mixer prima di passare al Tg3 dell'era
Curzi e alla conduzione della rubrica di approfondimento Primo piano. LR 1
Presentata alla
camera da Gino Bucchino e da tutti i deputati eletti all’estero
ROMA – “La tariffa
sui rifiuti solidi urbani dovrebbe essere ridotta del 70 per cento nei
confronti dei cittadini italiani residenti all’estero e proprietari di unità
immobiliare in Italia”. Lo afferma il deputato del Pd Gino Bucchino, eletto
nella ripartizione America Settentrionale e Centrale, che ha presentato nei
giorni scorsi una proposta di legge per la riduzione dalla Tarsu a favore dei
residenti all’estero sottoscritta da tutti i deputati della circoscrizione
Estero di maggioranza e di opposizione.
Gli eletti dalle nostre comunità nel mondo
hanno concordato sulla necessità di ridurre la tassa ai connazionali non
residenti e proprietari di abitazione in Italia che usano sporadicamente queste
case nel corso dell’anno. Hanno sottoscritto l’iniziativa anche i parlamentari
Mirko Tremaglia (Pdl) , Marina Sereni (Pd) e Antonello Soro, capogruppo del
Partito democratico alla Camera.
Nella relazione tecnica alla proposta di
legge Bucchino spiega come dalla normativa attualmente in vigore e dalle
circolari applicative del ministero delle Finanze, si evinca una presunzione
legale di esenzione-riduzione per i residenti all’estero che finora non ha
sorprendentemente trovato piena attuazione (alcuni comuni hanno solo introdotto
limitate riduzioni ed agevolazioni fiscali).
Secondo il parlamentare del Pd la legge di
riforma della tassa sui rifiuti n. 507/93 prevede infatti che “non sono
soggetti alla tassa i locali e le aree che non possono produrre rifiuti o per
loro natura o per il particolare uso cui sono stabilmente destinati o perché
risultino in obiettive condizioni di non utilizzabilità nel corso dell’anno,
qualora tali circostanze siano indicate nella denuncia originaria o di
variazione e debitamente riscontrate in base a elementi obiettivi direttamente
rilevabili o a idonea documentazione”. Bucchino ricorda anche come la Circolare
n.95/E del 1994 del ministero delle Finanze asserisca che “il comma 2
dell’articolo 62 menziona esplicitamente i casi di esonero o di esclusione
dalla tassa per la sussistenza di condizioni obiettive che impediscono la
presunzione di rifiuti riguardanti: a) la natura o l'assetto delle superfici
(ad es. luoghi impraticabili o interclusi o in abbandono, non soggetti a
manutenzione o stabilmente muniti di attrezzature che impediscono la produzione
dei rifiuti), b) il particolare uso delle superfici (ad es. locali non
presidiati o con presenza sporadica dell’uomo)”.
Bucchino spiega come questi principi
legislativi e normativi che avrebbero dovuto esentare i proprietari di unità
immobiliari in Italia residenti all’estero dal pagamento della tassa sui
rifiuti, o spingere i comuni a chiedere il pagamento di una tassa commisurata
all’utilizzo dell’immobile, abbiano in realtà stentato a farsi strada
nella giurisprudenza di merito e di legittimità e quindi, nonostante i precetti
contenuti nell’articolo 62 del Dlgs 507/93, essi non abbiano ancora trovato
attuazione concreta nella casistica della Corte Suprema che li ha finora
interpretati in maniera restrittiva circoscrivendo il concetto di “inutilizzabilità”
alla materiale impossibilità di utilizzare le abitazioni (ad esempio per
mancanza di servizi, di gas, di elettricità, di acqua, ecc.).Un quadro
giuridico incerto, da una parte la legge n. 507 del 1993 e la circolare
ministeriale 95/E del 1994, dall’altra le pronunce della Corte di Cassazione,
che comporta per gli italiani residenti all’estero proprietari di unità
immobiliari in Italia non locate che la utilizzano solo per brevi periodi
di vacanza, la continuazione del pagamento integrale del tributo sui rifiuti.
La proposta di legge, presentata da Bucchino
e dagli altri cofirmatari, chiede dunque di modificare il decreto legislativo
del 15 novembre 1993, n. 507 al fine di introdurre una riduzione del 70%
della tassa sui rifiuti a favore di cittadini italiani proprietari di
unità immobiliari in Italia e residenti all’estero che utilizzano la loro
abitazione per periodi molto brevi nel corso dell’anno e che producono quindi
rifiuti solidi urbani assolutamente irrilevanti. (Inform)
Chiesta una sanatoria per gli indebiti dei pensionati italiani all’estero
Roma - Deputati
del Pd eletti all’estero, Laura Garavini, Gino Bucchino e Fabio Porta hanno
presentato una interrogazione al Ministro del lavoro, della salute e delle
politiche sociali, Maurizio Sacconi, per chiedere per il 2010 una sanatoria
degli indebiti dei pensionati italiani all’estero nei confronti dell’Inps alla
luce della avviata campagna "Red-Est".
"L'INPS –
spiegano i deputati nella premessa – con la campagna "Red-Est", ha
promosso un'ampia verifica dei redditi percepiti dai cittadini italiani
all'estero per gli anni 2006, 2007 e 2008 e una rilevazione delle situazioni in
sospeso relativamente agli anni 2002, 2004 e 2005; il fatto che l'accertamento
abbia avuto carattere triennale, nonostante la prescrizione dell'articolo 13,
comma 2, della legge n. 412 del 1991 che prevede la verifica annuale delle
situazioni reddituali dei pensionati, ha determinato un grande e complesso
impegno di ricostruzione delle situazioni reddituali e, nello stesso tempo,
l'accumularsi di indebiti nei confronti dell'Istituto, la cui restituzione
mette in grave difficoltà i pensionati interessati".
"La
situazione, dal punto di vista degli adempimenti amministrativi, è – per i
deputati – complicata dal fatto che l'importo dei redditi percepiti all'estero
è comunicato all'INPS non dall'ente erogatore, ma dallo stesso pensionato, con
l'assistenza dei patronati; la scadenza dei novanta giorni imposta
dall'istituto italiano per la presentazione della documentazione ha creato
gravi difficoltà sia per i pensionati che per i patronati, che sono restati
investiti dall'onda delle richieste, tanto più che lo stesso Istituto
previdenziale non ha tenuto conto dei dati anagrafici e postali già inviati
dagli stessi patronati".
Alla luce di tali
considerazioni – e posto che nei giorni scorsi l’Inps ha comunicato la proroga
al 30 ottobre per la ricezione dei moduli – i deputati hanno chiesto a Sacconi
"se non intenda accertare che l'INPS consideri la scadenza fissata per la
presentazione della documentazione come un termine puramente ordinario
disponendosi a recuperare, quindi, anche le comunicazioni non pervenute entro
tale data" e "se il Governo, in considerazione del disposto del
citato articolo 13, comma 2 della legge n. 412 del 1991 che prevede il recupero
entro l'anno successivo di quanto eventualmente pagato dall'INPS in eccedenza,
non debba assumere le opportune iniziative per prevedere con i documenti
finanziari relativi al 2010 una sanatoria, la cui entità andrebbe definita con
equilibrio, degli indebiti il cui peso risulta obiettivamente insostenibile per
i pensionati interessati in ragione del reddito di cui possono disporre".
(aise)
POTENZA –In
Consiglio regionale della Basilicata è stato approvato a maggioranza il
programma annuale delle attività a favore dei lucani all’estero per il 2009 e
quello triennale 2009 / 2011
Lo stanziamento
per il 2009 ammonta a 300 mila euro. Accanto a misure ormai consolidate, quali
la concessione di contributi per il sostegno ad ogni associazione e federazione
regolarmente iscritta all’albo regionale, è prevista la realizzazione di scambi
culturali con giovani discendenti di emigrati lucani per la valorizzazione
della lingua italiana, l’istituzione di un altro “Sportello Basilicata” in
America Latina (dopo quelli già aperti in Uruguay e in Argentina) e
l’incremento del capitolo di spesa per l’istituzione del Centro lucani nel mondo
“Nino Calice”, che potrà avere anche caratteristiche museali e promuoverà
iniziative per ricostruire e valorizzare la storia dell’emigrazione lucana. La
struttura avrà sede nel prestigioso castello federiciano di Lagopesole.
(Inform)
Germania e Francia i Paesi privilegiati dalle Marche per i gemellaggi
Ancona - Il
Servizio Internazionalizzazione - Promozione all’estero, Cooperazione allo
sviluppo e Marchigiani nel mondo – della regione Marche ha promosso un’indagine
su gemellaggi ed accordi di collaborazione tra gli Enti (Regione, Comuni,
Province, Università, Comunità montane ecc…) e i corrispettivi esteri svolti
negli ultimi anni. Il Responsabile del progetto, Valentino Torbidoni, ha
coordinato il lavoro di Maria Francesca Chiodi, Roberta Papacella, Manuela
Serresi e Daniela Pirani, che ha compiuto una mappatura dei gemellaggi e degli
accordi di collaborazione attivati.
Dai questionari
compilati e restituiti da 86 Comuni marchigiani, dalle 4 Province
(Pesaro-Urbino, Macerata, Ancona e Ascoli Piceno) e dalla Comunità Montana Alto
e Medio Metauro, Urbania, emerge che i gemellaggi mirano prevalentemente a
ricostruire il legame con l’emigrazione marchigiana in Europa del secolo
scorso: Germania, Francia, Austria e Svizzera sono i Paesi verso cui si
orientarono i lavoratori marchigiani e con i quali ora sono presenti importanti
gemellaggi.
In particolare,
Germania e Francia sono gli Stati privilegiati per porre in essere iniziative
di partenariato.
Molti sono anche i
gemellaggi attivati con i Paesi dell’Est Europa (Albania, Romania), finalizzati
sia alla cooperazione reciproca, sia alla creazione di legami forti con popoli
dalla lingua e dai costumi assai differenti.
Seguono poi i
gemellaggi con il Sud America, in particolare con l’Argentina, ove ingente fu
l’emigrazione marchigiana agli inizi del secolo XX.
Degni di rilievo
anche i gemellaggi instaurati con Paesi Africani, per lo più con finalità di
cooperazione, promozione e sviluppo (7), quelli con il Nord America (6) e i
primi 3 con la Cina. (aise)
In fuga dal Sud, un libro sull’emigrazione qualificata dal Mezzogiorno
Francesco Maria
Pezzulli, In fuga dal Sud. Migranti qualificati e poteri locali nel
Mezzogiorno, Milano 2009
Il libro è il
risultato di cinque annidi ricerca, tre dei quali sul campo, nei quali è stata
messa alla prova unaipotesi: le migrazioni meridionali qualificate dipendono
dallo scarto esistentetra la soggettività dei migranti, in continua crescita, e
le reti sociali eprofessionali nei quali sono coinvolti nei contesti di
provenienza,sostanzialmente arretrate.
Nonostante la
solida bibliografia, lacostruzione di un questionario ad hoc (compilato da
cinquecento soggetti) el'uso delle statistiche migratorie, i documenti
principali sui quali si articolail lavoro sono le storie di vita (sessanta in
totale), considerate come"espressioni singolari di una storia
sociale". Da quest'angolazione i braniriportati nel testo ci portano
davanti ai migranti in carne ed ossa, alletestimonianze circa la scelta di
partire, ai racconti sul mercato locale dellavoro: sui soggetti che ne tessono
le trame e sull'indisponibilità a rimanereimbrigliati nelle loro reti.
All’interno del
variegato gruppo dei professionisti avanzati, sono affrontati i casi degli
informatici e dei ricercatori. Per i primi, testimoni di un nuovo dualismo
nazionale, iltrasferimento coincide spesso con la sottovalutazione delle
competenze acquisitee conseguente blocco della crescita professionale. Per i
ricercatori, invece, lafuga dai chiusi ed auto referenziali Dipartimenti
italiani, spesso dopodelusioni ed esperienze frustranti, è tramite di crescita
soggettiva eprofessionale.
Un libro che
descrive le matricipolitico clientelari della cosiddetta fuga deicervelli.
De.it.press
"Sogni di sabbia. Storie di Migranti", un libro fotografico del
Cisp
Roma -
"Nessuno considera clandestino lo straniero irregolare che bada a sua
madre, gli pota la vigna o fa le pulizie nel condominio. Clandestini sono
sempre gli altri: buttateli fuori!", è il grido d’allarme che Gad Lerner
affida ad un suo testo nel libro fotografico "Sogni di sabbia. Storie di
Migranti", curato da Sandro De Luca con le immagini del fotografo algerino
Kays Djilali e pubblicato di recente da Infinito edizioni (pp.96, euro 15,00).
Non tutti i viaggi
terminano con la destinazione sognata e non tutti quelli che partono riescono a
realizzare il loro progetto. Per tanti migranti il miraggio diventa un incubo,
una trappola da cui non riescono più a uscire. Lo raccontano i protagonisti di
questo libro corredato da splendide foto, che con i loro volti ci raccontano
che cosa c’è, in questo caso in Algeria, prima di Lampedusa.
Partiti dal Congo,
dal Niger, dal Mali, dal deserto del Sahara, sono tanti, sempre di più, quelli
che non vedranno mai l’Europa. Perché rimangono bloccati nei Paesi del Maghreb,
in un limbo da cui non riescono più a uscire.
Scoprire il
viaggio prima del viaggio, la loro vita prima della partenza, può aiutare a
comprendere, a smontare pregiudizi e stereotipi. Per ricordare che prima di
diventare migranti, irregolari o clandestini, sono persone. Come noi. E
"non è vero", ammonisce Ubah Cristina Ali Farah nella prefazione,
"che questi giovani migranti non hanno nulla da perdere. Hanno solo il
coraggio di rischiare. Buttarsi a capofitto con quel briciolo di incoscienza
necessario per affrontare l’impossibilità"
I diritti d’autore
di questo libro sono destinati ai progetti del CISP, ong promotrice del libro,
cui appartiene il curatore Sandro De Luca, a sostegno dei diritti dei migranti.
Il Comitato
Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP) è un’organizzazione non
governativa costituita nel 1983 con sede centrale a Roma. Il CISP opera nei
campi della cooperazione internazionale e della lotta all’esclusione sociale e
ha fino a oggi realizzato più di 600 progetti in 40 Paesi europei, africani,
asiatici, latino americani, dei quali hanno beneficiato circa 3 milioni di
persone. Il CISP intende sostenere processi di sviluppo e programmi di lotta
alla povertà tramite progetti umanitari, di riabilitazione e di sviluppo e
l’attivazione di campagne di solidarietà. Sul fronte della migrazione il CISP
promuove i diritti dei migranti con interventi realizzati insieme a partner
dell’Africa Sub Sahariana e del Maghreb, realizzando campagne di
sensibilizzazione sui diritti e le opportunità, e creando progetti di sostegno
economico ai migranti che decidono di tornare nei loro Paesi. (aise)
Hunderte Erdbebenopfer in Sumatra. Hilfsorganisationen bitten um Spenden
Hamburg. Zerstörte Dörfer, Straßen und
Boote - nach den Naturkatastrophen in Asien und der Südsee sind die Menschen
dort auf massive Unterstützung angewiesen. Mehrere Hilfsorganisationen riefen
zu Spenden auf.
Zur Lage auf den Philippinen sagte
Carlos Padolina von der Organisation CDRC: "Die Hilfe durch die Regierung
läuft nur schleppend, sehr viele Menschen sind auf sich selbst gestellt."
Das Citizens' Disaster Response Center (CDRC) ist ein Partner der Diakonie
Katastrophenhilfe.
Es seien bereits Kinder an Grippe und
Durchfall erkrankt, einige Familien harrten noch immer von der Außenwelt
abgeschnitten auf Hausdächern aus, berichtete Padolina. CDRC kaufe Zelte und
Nahrungspakete für rund 60 000 Menschen. Jedes Paket mit Reis, Bohnen,
Zucker, Speiseöl, Trinkwasser und Hygieneartikeln sichere das Überleben einer
sechsköpfigen Familie für drei Tage.
Das christliche Hilfswerk World Vision
teilte mit, dass die Helfer in den vom Tropensturm "Ketsana"
verwüsteten Gebieten im Dauereinsatz seien. Auf den Philippinen sei ein erstes
Kinderbetreuungszentrum eingerichtet worden. "Wir machen uns insbesondere
große Sorgen um die Kinder", sagte Silvia Holten, Sprecherin von World
Vision Deutschland. "Neben körperlichen Verletzungen haben sie nach solch
einer Katastrophe oft auch schwere seelische Probleme zu verarbeiten."
Auch in Padang auf der Insel Sumatra
seien bereits Mitarbeiter eingetroffen. Mehr als 2700 Nothilfe-Pakete mit
Lebensmitteln, Decken und Kleidung lägen für die Erdbebenopfer bereit. Das
Hilfswerk bat um Spenden für weitere medizinische Hilfe, Trinkwasser und
Nahrungsmittel.
Auf Sumatra ist auch ein
internationales Caritas-Team im Einsatz. Auch auf Samoa und Tonga wurde nach
dem verheerenden Tsunami die Nothilfe gestartet, teilte die Hilfsorganisation
mit. Ein Gemeindezentrum auf der Samoa-Insel Savaii werde als medizinische
Notfallstation genutzt.
Die Organisation Humedica entsandte ein
Ärzteteam nach Sumatra. Auf den Philippinen sei bereits ein Team unterwegs, das
Medikamente und Verbandstoffe in das Katastrophengebiet um Manila brachte. Die
Kindernothilfe gab an, 50 000 Euro Sofortmittel bereitgestellt zu haben.
Über lokale Partner würden 3000 Familien in Manila und den Provinzen Laguna und
Batangas erreicht. Sie bekämen Reis, Wasser, Milch und Kleidung.
Das Deutsche Rote Kreuz (DRK) teilte
mit, Obdachlose würden in Asien und der Südsee mit Moskitonetzen,
Wasserkanistern, Hygienepaketen und Kochausrüstung versorgt. Auch Care
Deutschland- Luxemburg, ASB, Johanniter, Help und Malteser baten um Spenden für
Hilfsmaßnahmen.
Die Menschen in der Region haben in den
vergangenen Tagen Schlimmes erlebt: Erst zog ein verheerender Tropensturm über
die Philippinen, Vietnam, Laos und Kambodscha, dann traf nach einem Beben ein
Tsunami die Samoa-Inseln und Tonga, schließlich ließ ein schweres Erdbeben vor
Sumatra hunderte Häuser einstürzen.
SPENDENKONTEN: Aktion Deutschland
Hilft: Konto 10 20 30, Bank für Sozialwirtschaft, BLZ
370 205 00, Stichwort "Katastrophen Südostasien"
Caritas international: Konto 202, Bank
für Sozialwirtschaft Karlsruhe, BLZ 660 205 00, Stichwort
"Erdbeben Sumatra"
Diakonie Katastrophenhilfe: Konto
502 707, Postbank Stuttgart, BLZ 600 100 70, Stichwort
"Sturmhilfe Asien"
Care Deutschland-Luxemburg: Konto
4 40 40, Sparkasse KölnBonn, BLZ 370 50 198
Humedica: Konto 47 47, Sparkasse
Kaufbeuren, BLZ 734 500 00, Stichwort "Fluthilfe
Philippinen"
Kindernothilfe: Konto
45 45 40, KD Bank, BLZ 350 601 90, Stichwort "Taifun
Asien"
www.worldvision.de,
www.aktion-deutschland-hilft.de,
www.caritas-international.de, www.diakonie-katastrophenhilfe.de,
www.drk.de, www.care.de,
www.humedica.org, www.kindernothilfe.de
(dpa)
Das Festival „Cinema Italia“ in Deutschland
Das Festival „Cinema Italia“ geht ins
zwölfte Jahr, und es ist mir eine ganz besondere Freude, dass ich dieser für
den deutsch–italienischen Kulturaustausch so wichtigen Initiative gleich zu
Beginn meiner Amtszeit als Italienischer Botschafter in Deutschland meine
Glückwünsche aussprechen darf.
Das Festival hat sich aus mehreren
Gründen einen außerordentlichen Stellenwert erarbeiten können, wobei die
hervorragende Zusammenarbeit der beteiligten Institutionen sicher zu den
wichtigsten gehört. Neben der Unterstützung durch das Ministero per i Beni e le
Attività Culturali können die Organisatoren - von italienischer Seite die
Vereinigung Made in Italy aus Rom, und von deutscher Seite der
Kairos-Filmverleih - auf die enge Kooperation mit der Italienischen Botschaft,
den Italienischen Generalkonsulaten und Italienischen Kulturinstituten in
Deutschland, dem Italienischen Institut für Außenhandel und natürlich den
lokalen Kinos bauen. Es hat sich eine ebenso vertrauensvolle wie fruchtbare
Partnerschaft entwickelt, die für die Etablierung des Festivals sicher
maßgeblich war.
Vor allem aber zeigt der Erfolg, dass
sich die Grundidee dieser Initiative durchgesetzt hat: dem deutschen Publikum
die interessantesten Filme der letzten zwei Jahre aus Italien zu präsentieren
und es zu einem Dialog mit den teilnehmenden Filmschaffenden aus Italien
einzuladen.
Und so werden auch in diesem Jahr sechs
der aktuellsten Produktionen aus Italien gezeigt, die erfolgreich im eigenen
Land gelaufen sind und nun dank der Cinema Italia – Tournee in insgesamt 27
Städten Deutschlands zu sehen sein werden. Pupi Avati, ein sicher auch in Deutschland bekannter
Regisseur, ist mit „Il Papà di Giovanna“ (2008) dabei, Edoardo Winspeare mit
„Galantuomini“ (2008) und die ebenso vielversprechenden Filmemacher Fausto
Brizzi mit „Ex“ (2008), Giuseppe Piccioni mit „Giulia non esce la sera“ (2009),
Giulio Manfredonia mit „Si può fare“ (2008) und Andrea Molaioli mit „La ragazza
del lago“ (2007). Die deutschen Zuschauer werden ihren
Lieblingsfilm auswählen, der zum Abschluss der Tournée in Berlin mit dem
Publikumspreis ausgezeichnet wird und dann auch in den deutschen Verleih kommen
soll.
Unser aller Anliegen ist es, den
italienischen Film noch stärker in den Blickpunkt des deutschen Filmmarkts zu
rücken und die Zahl der deutschen Anhänger des italienischen Films weiter zu
erhöhen.
Italien als modernes Land in all seinen
unterschiedlichen Facetten zu präsentieren, Offenheit für die gesellschaftliche
Wirklichkeit einer anderen Kultur herzustellen, Neugierde für die ganz eigene
Sprache des Filmemachens zu wecken und all dies in den Kontext der Vielfalt
europäischer Filmtraditionen einzuordnen – all das versucht dieses Festival zu
leisten, und hierfür gebührt ihm große Anerkennung. Mein Dank richtet sich an
Francesco Bono, Franco Montini und Pietro Spila von Made in Italy und an Helge Schweckendiek
und Wilfried Arnold vom Kairos-Filmverleih für den so engagierten Beitrag zur
kulturellen deutsch - italienischen Zusammenarbeit.
Und dem Festival im Jahr 2009 wünsche
ich den allerbesten Erfolg!
Michele Valensise, Botschafter der
Republik Italien in Deutschland, de.it.press
Integrationspolitik. Ausländer hoffen auf die FDP
Berlin. Im Wahlkampf hatte das Thema
keine Rolle gespielt. Doch nun stehen die Konstrukteure einer schwarz-gelben
Regierung unter Druck, sich auch in der Integrations-, Zuwanderungs- und
Flüchtlingspolitik auf eine politische Architektur zu einigen. Das könnte für
die FDP zur Nagelprobe werden, denn hier hat sie bei den Koalitionsgesprächen
einen Ruf zu verlieren. Als Bürgerrechtspartei steht sie unter scharfer
Beobachtung.
Amnesty International und Pro Asyl
legten am Mittwoch der schwarz-gelben Koalition in Gründung schon einmal einen
Forderungskatalog für einen "Neuanfang" in der Asyl- und
Flüchtlingspolitik vor.
Ganz oben auf ihrer Erwartungsliste
steht dabei eine Neufassung der schwarz-roten Bleiberechtsregelung. Die läuft
zum 31. Dezember aus und Amnesty und Pro Asyl fordern jetzt nicht nur eine
bloße Verlängerung dieser Altfallregelung, sondern eine sichere
Aufenthaltserlaubnis für die 60000 nur geduldeten Ausländer, die länger als
sechs Jahre in Deutschland leben.
Dagegen wird sich vor allem die Union
stemmen. Sie wird allenfalls einer Verlängerung der Altfallregelung zustimmen -
unter der kaum erfüllbaren Bedingung, dass die Flüchtlinge einen Job
nachweisen. Die FDP hält sich an der Stelle bisher noch bedeckt.
Mit dem Kopf gegen die harte schwarze
Wand - Farbe bekennen müssen die Freidemokraten, die laut Programm "für
eine humanitäre Zuwanderungspolitik auf Grundlage des internationalen
Flüchtlingsrechts" stehen, auch bei der Frage der Zurückweisung von
Asylbewerbern an den EU-Außengrenzen und der Forderung einem europäischen
Aufnahmeprogramm für Flüchtlinge.
Die Union und ihr Innenminister
Wolfgang Schäuble (CDU) hatten sich jüngst zurückhaltend gegenüber einem
solchen Resettlement-Programm verhalten, das die UN seit Jahren fordern. Die
FDP, so zumindest ihr Generalsekretär Dirk Niebel, begrüßt es hingegen
"ausdrücklich".
Disput zwischen Gelb und Schwarz dürfte
es auch über die deutsche Haltung zur EU-Asylpolitik geben. Die FDP warnt, die
europäische Harmonisierung dürfe nicht zu einer " Absenkung der
Zuwanderung auf das niedrigste Niveau führen". Die Union, die wohl wieder
den Innenminister stellen wird, sperrt sich jedoch gegen fast alle EU Vorgaben,
die für Flüchtlinge in Deutschland Erleichterungen bringen würden.
Auch mit ihrer Forderung nach einer
gezielten Zuwanderungspolitik per Punktesystem könnte die FDP in den
Koalitionsverhandlungen gegen eine harte schwarze Wand laufen, wie auch mit
ihrem - allerdings vorsichtigen - Plädoyer für einen großzügigere Hinnahme des
Doppelpasses. VERA GASEROW FR 1
Ein Job für Yunus. Die Muslime müssen mehr für die Integration tun, als ihre Rechte einzuklagen
Yunus heißt das aktuelle Beispiel für
gelungene Integration: Anders als viele Jungen in seinem Alter – er ist 16 –
wäscht sich der Deutsch-Türke fünfmal täglich und bewegt sich regelmäßig. Wenn
es Streit gibt, kloppt er sich nicht, er geht vor Gericht. Selbstbewusst ist er
auch, wer hat schon die Traute, seine eigene Schule zu verklagen? Und welcher
deutsche Teenager steht freiwillig, wie er, im Morgengrauen auf? Gut, Yunus
sagt „Isch“ statt „Ich“, aber mal ehrlich, damit fangen auch schon die
Deutschen an. Wir könnten stolz sein auf Yunus, das Mustermigrantenkind. Wenn
nur die Sache mit dem Beten nicht wäre.
Ja, Yunus betet. Fünf Mal am Tag. Eher
auffällig, wie Muslime eben beten. Einmal davon darf er es in der Schule, sagt
ein Gericht. Großer Aufschrei. Nur: Wo ist eigentlich das Problem?
Die Berliner Schulbehörde behauptet,
nun sei ein Präzedenzfall geschaffen. Nun müssten Gebetsräume her. So ist er
eben, der Deutsche: Wenn er nicht grundsätzlich wird, denkt er in Extremen. Der
Präzedenzfall geht nicht auf das Konto von Yunus, sondern auf das der Schule.
Man muss nicht mit dem Grundgesetz unterm Arm in der Gegend herumlaufen, um zu
wissen, dass Gebetsverbote, ob sie nun für Schulen, Bahnhöfe, Behörden oder
Autobahnrastplätze ausgesprochen werden, verfassungswidrig sind. Bei allem
Respekt, wie können Lehrer ernsthaft gegenteiliger Auffassung sein?
Yunus darf in einem ehemaligen Computerraum beten, wenn er einen Lehrer findet, der ihm aufschließt. Seine Freunde, die auch beten wollten, durften nicht. Sie hatten nicht geklagt, für