WEBGIORNALE  2-4  Ottobre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Respingimenti e discriminazioni, il caso Italia sotto esame all'Onu  1

2.       Da euro-scettici a entusiasti: la crisi spinge l’Irlanda verso il “sì” al Trattato Ue  1

3.       La Spd fa i conti con la disfatta. Gli "schroederiani" verso l'addio  2

4.       Merkel apprendista liberale  2

5.       Salvadori: «La Germania insegna, se il socialismo è di centro è destinato a perdere»  2

6.       Il crollo della Spd in Germania. Europa, la sinistra smarrita  3

7.       Dalla Germania grande adesione alla manifestazione del 3 ottobre per la libertà di stampa  4

8.       A Berlino sabato 3 ottobre manifestazione davanti al Consolato per la libertà di informazione  5

9.       Stoccarda, la SWF sul voto tedesco. Westerwelle futuro partner della Merkel 5

10.   Radio Colonia. SPD al bivio. Escono a testa china i due leader SPD Steinmeier e Müntefering  5

11.   Francoforte. Integrazione italiana in Germania e sistema scolastico tedesco  6

12.   Il Presidente della Baviera Seehofer scrive a Frattini per il mantenimento del Consolato di Norimberga  6

13.   „Giro d' Italia“. Nuovo appuntamento sabato 3 ottobre de „l'Italia a Francoforte 2009“  6

14.   Il Patronato EPAS si insedia anche in Germania, a Waiblingen  7

15.   Primarie PD. Bersani in testa in Germania (50%). Segue Franceschini col 41,79%   7

16.   Alcune iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 7

17.   Oggi a Stoccarda Piacenza porta la tradizione lirica italiana  9

18.   Colonia. "Curva minore contemporary sounds”, la Musica  italiana in un workshop ed in concerto  9

19.   Westerwelle al giornalista della Bbc: «Siamo in Germania, parli tedesco»  9

20.   Festa dell’Unità tedesca a Roma, con il Premier italiano e l’Ambasciatore Steiner 9

21.   Il flussi dal Messico. Immigrati, un morto al giorno negli Usa  10

22.   2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza dell’ONU  10

23.   Trema ancora Sumatra, migliaia sotto le macerie. Tsunami nel Pacifico, distrutte le Samoa  11

24.   Sumatra, forte scossa: "Migliaia di morti". Il mondo si mobilita, appelli per gli aiuti 11

25.   Il mondo non finirà nel 2012  12

26.   Nucleare, svolta nel negoziato. "Presto ispezioni Onu in Iran"  12

27.   Il discorso di Ahmadinejad all’Assemblea dell’ONU  13

28.   Economist sull’Italia: "Come con Mussolini, museruola a chi informa"  13

29.   La crisi della sinistra europea. Il coraggio di inventare un nuovo Welfare  13

30.   La sfida tra Bersani e Franceschini. Le due anime di un Pd scosso  14

31.   Informazione, sabato tutti un piazza. L'Fnsi: "Altro che farsa, siamo serissimi"  14

32.   Mafia, l'eterna riscoperta  15

33.   Di Pietro si prepara a picconare il Colle che non può arruolare  15

34.   “Con lo scudo fiscale il Governo favorisce gli affari sporchi delle mafie”  16

35.   La sanatoria delle badanti è un flop. 266.000 domande, Maroni: "No proroghe"  16

36.   Pd, gli iscritti dicono Bersani. A Franceschini 4 regioni 16

37.   Bianca Berlinguer al Tg3, Daniele Renzoni a Rai International, via libera del cda della Rai 17

38.   Proposta di legge per ridurre del 70% la tassa sui rifiuti pagata dagli italiani all’estero per la casa in Italia  17

39.   Chiesta una sanatoria per gli indebiti dei pensionati italiani all’estero  17

40.   Consiglio regionale della Basilicata: approvati programmi annuale e triennale per i lucani all’estero  18

41.   Germania e Francia i Paesi privilegiati dalle Marche per i gemellaggi 18

42.   In fuga dal Sud, un libro sull’emigrazione qualificata dal Mezzogiorno  18

43.   "Sogni di sabbia. Storie di Migranti", un libro fotografico del Cisp  18

 

 

1.       Hunderte Erdbebenopfer in Sumatra. Hilfsorganisationen bitten um Spenden  18

2.       Das Festival „Cinema Italia“ in Deutschland  19

3.       Integrationspolitik. Ausländer hoffen auf die FDP  19

4.       Ein Job für Yunus. Die Muslime müssen mehr für die Integration tun, als ihre Rechte einzuklagen  20

5.       Heidelberger Hochschule. Deutsch-jüdische Kultur? Ein Phantom! 20

6.       Neustart bei Menschenrechten gefordert. Schutzschirm für Flüchtlinge  21

7.       Europa hat die Wahl 22

8.       EU-Referendum in Irland. Iren könnten die EU lahmlegen  22

9.       Atomstreit mit Iran. Das Tauwetter ist vorbei 22

10.   Kommentar. Gespräche über Irans Atomprogramm. Militäroption rückt näher 23

11.   Leitartikel. Der Niedergang von Labour 23

12.   Deutsch-jüdisches Verhältnis. Pau und Kohl 24

13.   60 Jahre Volksrepublik China. Dem Ende entgegen  24

14.   Wegen Staatsschulden. EU will Strafverfahren gegen Deutschland eröffnen  25

15.   Nach der Wahl. Außenpolitik Deutschland von außen. Starke Führungsfigur Merkel 25

16.   Münteferings Nachfolger. Einigung auf Sigmar Gabriel als SPD-Chef 26

17.   CSU-Chef Seehofer. Kein Heilsbringer 26

18.   Sozialdemokraten nach der Wahl. Die SPD sucht ihren Kurs  27

19.   Orientierungslose SPD. Wer hat das wieder entschieden?  27

20.   Wahlergebnisse. Das Potential der Volksparteien  27

21.   Sachsen nach der Wahl. Tillich stellt neue Regierung vor 28

22.   SPD-Debakel. Tödliche Umarmung  28

23.   Leitartikel. Agenda 2013  29

24.   Arbeitsmarkt im September. Zahl der Arbeitslosen leicht gesunken  29

25.   Arbeitsmarkt im Umbruch. Schwere Zeiten stehen bevor 30

26.   Magna verliert Fiat-Aufträge. Sergio sagt: "No, grazie"  30

27.   Kleines Kolosseum vor den Toren Roms entdeckt 31

28.   Olympia 2016. Die Grenzen des Wachstums  31

29.   Formel 1. Ferrari bestätigt Verpflichtung von Alonso  32

30.   Fashion Week Mailand. Die Macht der Kurven  32

 

 

 

 

Respingimenti e discriminazioni, il caso Italia sotto esame all'Onu

 

Immigrazione Il rapporto del governo e la replica dei sindacati confederali sul tavolo

dell'Organizzazione internazionale del lavoro. Si valuta il rispetto della Convenzione 143 - di VITTORIO LONGHI

 

Una manifestazione per la regolarizzazione degli immigrati senza permesso in Italia

Dalla discriminazione degli immigrati sul lavoro ai nuovi accordi con la Libia. Con un rapporto di trenta pagine il governo ha risposto all'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), agenzia Onu che aveva espresso perplessità e chiesto chiarimenti sul trattamento degli immigrati in Italia. Al documento dell'esecutivo ieri è seguito il commento, altrettanto dettagliato, dei tre sindacati confederali che, con il governo e le imprese, rappresentano l'Italia all'interno dell'Ilo. "Tutte le osservazioni critiche in materia di discriminazione dei migranti già espresse dai rappresentanti dei lavoratori italiani davanti alla Commissione dell'Ilo sono, purtroppo, completamente confermate", scrivono dagli uffici internazionale e immigrazione di Cgil, Cisl e Uil.

 

Le domande dell'Ilo I sindacati avevano già manifestato il proprio dissenso sulla politica dell'immigrazione a giugno, quando l'Ilo aveva chiamato il governo alla Conferenza internazionale del lavoro, a Ginevra, per rispondere della mancata applicazione della convenzione 143, che tutela gli immigrati da abusi e discriminazioni. L'Italia era tra i 25 paesi - nessun altro europeo - accusati di violare gli standard internazionali del lavoro, tanto che il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha disertato la conferenza ed ha protestato con l'Organizzazione per la convocazione. Al termine dell'audizione, l'agenzia Onu ha chiesto formalmente una serie di chiarimenti sulle situazioni di discriminazione denunciate dal sindacato, sull'introduzione del reato di clandestinità e sull'accordo con la Libia, dato che la convenzione 143 prevede anche la tutela per le vittime di abusi e di tratta, in evidente contrasto con la politica dei respingimenti indiscriminati.

 

Il reato di clandestinità e i respingimenti A quelle obiezioni il governo ha risposto rivendicando l'istituzione del reato di clandestinità e negando i respingimenti. "Le norme internazionali in materia di protezione dei diritti umani - sostiene nel documento - non escludono espressamente il principio che allo straniero possano essere applicate anche sanzioni di carattere penale, fermo restando gli obblighi relativi alla protezione internazionale e al rispetto del principio di non refoulement". Secondo il sindacato, invece, nella pratica avviene proprio il contrario, con il "refoulement", il respingimento senza alcuna distinzione, che contravviene al diritto costituzionale e a quello internazionale.

 

L'intesa con la Libia Anche sull'accordo con Gheddafi, Cgil, Cisl e Uil ribadiscono "la profonda preoccupazione per la nuova politica inaugurata lo scorso 7 maggio", mentre l'esecutivo ne fa un motivo di vanto: "La Libia sta collaborando in modo più efficace rispetto al passato - scrive il governo - , dal maggio scorso, 679 clandestini, partiti dalle coste libiche a bordo di più imbarcazioni e intercettati da unità italiane in acque internazionali a sud di Lampedusa, sono stati soccorsi e riconsegnati alle autorità libiche, su esplicita richiesta di queste ultime, ai cui controlli si erano sottratti".

 

Gli accordi di rimpatrio Nel rapporto ci sono anche alcune anticipazioni, come il potenziamento dell'Ufficio dell'esperto immigrazione italiano a Tripoli con componenti investigative, per un raccordo diretto con la polizia libica. Inoltre, viene menzionato il Progetto per il potenziamento dei sistemi di controllo delle frontiere meridionali della Libia, cioè nel deserto, per respingere direttamente in Africa. La Commissione europea avrebbe incaricato il ministero dell'Interno italiano di elaborare e implementare questo progetto - ora fermo perché Tripoli non ha ancora aderito - stanziando fondi per 10 milioni di euro, a cui si aggiungono i 600 mila euro già assegnati dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza e della Polizia delle Frontiere. Con l'elenco numerico dei migranti rimpatriati nell'ultimo anno, sono citati anche altri accordi bilaterali in corso con Nigeria, Algeria, Egitto, Ghana, Niger, Senegal e Gambia, tutti mirati a rispedire a casa chi arriva irregolarmente in Italia, ma senza fare alcuna considerazione sul motivo della fuga da quei paesi.

 

Discriminazioni sul lavoro Riguardo alla discriminazione degli immigrati sul lavoro, in forme dirette e indirette, l'esecutivo ha ripetuto le iniziative dell'Ufficio per la promozione della parità di trattamento (Unar), come corsi di formazione, la creazione di siti web e di un numero verde. "È evidente - scrivono i confederali - che si tratta di un'elencazione di buoni propositi di attività promozionale e propagandistica, di piccoli progetti sperimentali che non hanno inciso minimamente sul fenomeno né offerto tutela reale a casi specifici e concreti". Anche perché, spiegano i sindacati, la funzione principale dell'Unar è ostacolata dall'assoluta mancanza di autonomia rispetto all'esecutivo. Cgil, Cisl e Uil citano nuove e varie forme di discriminazione diretta che rendono sempre più difficile ai lavoratori migranti l'accesso a un'occupazione regolare, a condizioni eque, a benefici previdenziali e servizi sociali. Una situazione ulteriormente aggravata dalla crisi economica. Ad esempio, il limite di sei mesi nel permesso di soggiorno per ricerca di occupazione di fatto discrimina il lavoratore straniero rispetto all'indennità di disoccupazione o alla mobilità, mentre i lavoratori italiani possono goderne fino a dodici o ventiquattro mesi.

 

Rapporto sotto esame La lista delle obiezioni del sindacato è lunga, insomma, e tocca tutta la problematica dell'immigrazione, dalle pensioni alle regolarizzazioni delle badanti. A questo punto, il documento sarà valutato dalla Commissione di esperti Ilo, che terrà conto anche dei commenti delle organizzazioni sindacali e deciderà se le informazioni e le iniziative dell'esecutivo sono sufficienti a garantire il rispetto della convenzione 143 oppure se le violazioni persistono. LR 1

 

 

 

 

Da euro-scettici a entusiasti: la crisi spinge l’Irlanda verso il “sì” al Trattato Ue

 

LONDRA - Dopo sedici mesi e una catastrofica crisi finanziaria, l’Irlanda si avvia alle urne per decidere, per la seconda volta, se intende approvare o meno il trattato di Lisbona. Un anno e mezzo fa il no aveva stravinto lasciando l’Europa a cavillarsi su come recuperare dieci anni di lavoro perduto. Ma venerdì, stando a quanto dicono i primi sondaggi, gli irlandesi si trasformeranno da euro-scettici a euro-entusiasti.

Potere della recessione, che nell’Isola di Smeraldo ha picchiato durissimo. Il deficit nazionale è il doppio di quello medio della Ue, il livello di disoccupazione è al secondo posto tra i più alti d’Europa e l’autunno caldo di aumenti delle tasse e tagli alla spesa pubblica sta per arrivare. Il timore di allontanare investitori stranieri e la chiusura dei cordoni della borsa della banca europea hanno fatto cambiare idea agli irlandesi, che in occasione della prima votazione erano ancora forti della cavalcata della tigre celtica (il boom economico finito nel 2008) e poco disposti ai compromessi. Allora soprattutto le classi medio-basse, come i contadini, avevano contribuito al respingimento del trattato.

Oggi, secondo un recente sondaggio, il 68% degli agricoltori sostiene Lisbona e vari altri sondaggi danno la vittoria del sì a 3 a 2. Del resto il governo irlandese ha investito tutto il possibile per sostenere la campagna. Tutti i parlamentari (tranne quattro) hanno espresso parere favorevole a Lisbona e il premier Brian Cowen ci ha messo la faccia. Se il referendum dovesse andare male il suo mandato è a rischio. Grandi aziende come Ryanair e Intel sono scese in campo (la prima ha comprato intere pagine di giornali offrendo un milione di voli gratis in cambio del sì). Così come le più alte gerarchie della Chiesa cattolica e persino due stelle del cinema, i registi Jim Sheridan e Neil Jordan, vincitore dell’Oscar per La moglie del soldato, che durante una manifestazione ha commentato: «Un no avrebbe eco in tutta Europa, con conseguenze per tutti. I conservatori britannici, tra gli altri, ne approfitterebbero».

Anche se i sondaggi sono confortanti il fronte del no resta forte e compatto. E’ tornato in campo anche Declan Ganley, l’imprenditore che aveva guidato l’euro-rivolta del 2008 con la sua organizzazione Libertas. «Non possiamo basare il nostro voto - ha attaccato - su paure e preoccupazioni, causate dalla crisi economica, che è stata provocata dal nostro governo, lo stesso che ora ci dice di accettare un trattato che non ci ha spiegato». A dargli man forte poi ci sono l’estrema destra e l’estrema sinistra più il Sinn Fein.

Ma se le urne si aprono a Dublino un occhio la Ue deve tenerlo anche alla Repubblica Ceca, che insieme alla Polonia è l’unico Paese Ue a non avere ancora completato il processo di ratifica delle norme sui nuovi assetti istituzionali dell’unione europea (tra cui il presidente del Consiglio non a rotazione e il ministro degli Esteri Ue). Ieri il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso ha incontrato Mirek Topolanek, ex premier ceco e leader dei Civici Democratici, lo stesso partito del presidente euro-scettico Vaclav Klaus, il quale ha già fatto sapere che non firmerà il trattato prima di conoscere i risultati delle urne irlandesi.

Dublino, dunque, ha sulle spalle una bella responsabilità. DEBORAH AMERI Im 30

 

 

 

 

 

La Spd fa i conti con la disfatta. Gli "schroederiani" verso l'addio

 

Il presidente del partito, Muentefering, ha già fatto capire di voler lasciare. E si apre la strada alla collaborazione con la Linke di Oskar Lafontaine - dal corrispondente Andrea Tarquini

 

BERLINO - Nella Spd, la socialdemocrazia tedesca tramortita e sotto shock dopo la Stalingrado elettorale di domenica, il terremoto al vertice ormai infuria e ha la forza di una svolta storica. Non solo il presidente del partito, Franz Muentefering, ha fatto capire che vuole lasciare. Frank Walter Steinmeier, candidato alla cancelleria sconfitto da Angela Merkel al voto e ministro degli esteri e vicecancelliere uscente (della grosse Koalition a fine mandato), ha fatto sapere che non vuole guidare il partito ma solo la pur influente Bundestagsfraktion, il gruppo parlamentare.

 

Presidente della Spd al posto di Muentefering, probabilmente, sarà il ministro uscente dell'Ambiente, Sigmar Gabriel. Ma sarà sotto il tiro di influenti vice giovani e aperti alla collaborazione e al dialogo sempre più intensi, all'opposizione, con la Linke, la sinistra radicale di Oskar Lafontaine e dei postcomunisti dell'est di Gysi e Bisky.

       

Si chiude insomma l'epoca storica degli "schroederiani", i leader che hanno fatto carriera e politica sull'onda del riformismo (in stile Tony Blair ma in salsa tedesca) di Gerhard Schroeder, il leader che sconfisse l'artefice della riunificazione democristiano Helmut Kohl. Schroeder che fu cancelliere dal 1998 al 2005 e introdusse le idee di modernizzazione, pace col mondo economico e riforme dolorose.

 

Oltre a Muentefering anche il ministro delle Finanze uscente, Peer Steinbrueck, ha fatto sapere di non volere incarichi nel partito. Del resto prima delle elezioni si era detto che la cancelliera Angela Merkel, riconoscente con lui per l'ottimo lavoro svolto nella grosse Koalition nella politica di aiuti a economia e banche per contrastare la crisi finanziaria ed economica internazionale, lo vorrebbe premiare con buon stile bipartisan cercando per lui un ruolo di rango a rappresentare la Germania in istituzioni internazionali.

 

Ma comunque nella Spd suona l'ora dei giovani dell'ala sinistra. A cominciare da Klaus Wowereit, il popolare 'schrill'(anticonformista, inconsueto) governatore-borgomastro di Berlino-città stato, gay dichiarato amato dagli elettori anche per questa franchezza. O la signora Andrea Nahles, da sempre massimalista e vicina alle ragioni delle voci di chi protesta per i costi sociali delle riforme schroederiane proseguite dalla grosse Koalition.

       

Il possibile futuro presidente della Spd, Sigmar Gabriel appunto, è stato finora uno schroederiano, ma negli ultimi tempi ha lanciato segnali di pace sia alla Linke sia all'ala sinistra del partito, cioè leader come Wowereit e Andrea Nahles. Alcuni dicono che Wowereit, detto 'Wowì dai seguaci, avendo dalla sua parte la giovane età e il prestigio di governatore-borgomastro di Berlino, abbia grandi sogni che potrebbe tentare di realizzare con un avvicinamento lento ma irreversibile tra Spd e Linke: spera senza modestia, forse, di ripercorrere le orme dell'eroe della pace Willy Brandt che fu prima borgomastro di Berlino Ovest e poi cancelliere.

 

Nel futuro comunque stabile della democrazia tedesca si profila insomma anche una possibile sfida tra due giovani leader, entrambi postmoderni e gay dichiarati: Wowereit contro Guido Westerwelle, il numero uno liberale vero trionfatore delle politiche delle domeniche, e grazie alla cui forza la Merkel resta cancelliera.  LR 29

 

 

 

 

Merkel apprendista liberale

 

In vista di una più stabile maggioranza coi liberali, Angela Merkel ha commentato i risultati delle elezioni dicendo che «stasera possiamo festeggiare, ma poi avremo molto da lavorare». Forse nel lavoro che si aspetta c’è anche la definizione delle linee di fondo di un programma politico-economico per la nuova alleanza di centro-destra. Che sarà magari stato già deciso, visto che l’esito elettorale non è una gran sorpresa, ma non è stato rivelato, anche se le campagne dei due partiti hanno avuto punti in comune. Comunque, quel che non è deciso non sarà facile decidere. La nuova, probabile coalizione ha un sapore più normale e robusto, meno provvisorio di quella «grande» con i socialdemocratici sconfitti. Ma il proporzionalismo elettorale e l’organizzazione federale della Germania, col ruolo della Camera dei Laender, non favorisce alternanze programmatiche bipolari di nitore angloamericano. A spingere verso la polarizzazione sarà invece l’avvicinamento dei socialdemocratici all’estrema sinistra. Non è detto che ne risulterà una politica economica tedesca più chiara e lineare. Né è chiaro l’effetto sull’europeismo della Germania, che da tempo latita: la costruzione europea tende a soffrire quando le politiche nazionali si radicalizzano, perché le sedi comunitarie, di per sé, non hanno ancora abbastanza autonomia per comporre i contrasti in modo costruttivo.

 

Si parla di riduzioni di imposte, che entrambi i partiti della prevedibile futura coalizione hanno promesso in campagna elettorale. Ma, a parte il fatto che i tagli proposti da Merkel sono molto inferiori a quelli che vorrebbero i liberali, non è evidente come la Germania possa basare la sua politica economica su tagli di tasse con un deficit pubblico che nei prossimi anni è diretto a superare il doppio dei limiti di Maastricht e un debito che è previsto andare oltre l’80% del Pil. Il nuovo governo dovrà impegnarsi subito a far chiarezza sui margini di manovra che vede nel bilancio pubblico. La Commissione europea sta cominciando a ricordare ai Paesi membri che dovrà presto iniziare il rientro degli stimoli fiscali indotti dalla crisi: una coalizione tedesca lanciata sul taglio delle tasse rischia di stonare, a meno che non trovi spazi importanti per ridurre le spese.

 

La questione non è indifferente neanche per la politica monetaria, poiché il ritorno a tassi di interesse più normali è più arduo se i disavanzi pubblici non scendono. La Bce è in un momento particolarmente importante e delicato, anche perché sta per ricevere nuovi compiti di vigilanza finanziaria: ha bisogno di tutta la sua autorevolezza e indipendenza. La Germania ha sempre insistito più degli altri per assicurargliele. Su questo fronte la posizione del nuovo governo tedesco andrà presto svelata con limpidezza, sarà determinante ma non è affatto scontata: finora la gestione della crisi bancaria tedesca è stata molto meno che trasparente, con qualche reticenza nel comunicare le informazioni agli altri vigilanti europei; e nella Grande coalizione questo atteggiamento è forse da attribuirsi più alla Cdu che alla Spd.

 

Da un governo più «liberale» dovremmo attenderci comportamenti diversi dall’intrusivo nazionalismo nella vicenda della Opel. Ma le prime dichiarazioni di Merkel paiono voler moderare le aspettative di discontinuità. Dovremmo attenderci liberalizzazioni e rilancio degli investimenti interni, della domanda interna in generale, con una minor dipendenza dalle esportazioni. Questo andrebbe benissimo per il riequilibrio macroeconomico mondiale: anche il G20 ha chiesto che al freno della spesa Usa corrisponda una riduzione della propensione a esportare delle economie con bilancia dei pagamenti in avanzo permanente. La struttura produttiva tedesca ha passato gli ultimi anni a comprimere i costi, soprattutto quelli del lavoro. Ora dovrebbe convincersi che esser competitivi non significa massimizzare le esportazioni. È meno rigida di una volta: ma cambiarle rotta è ancora come far virare un grande bastimento.

 

Anche il tema dell’energia è entrato nella campagna dei partiti che pensano di allearsi. Potremmo aspettarci più nucleare e meno dipendenza da fonti tradizionali di origine russa, in un quadro di più deciso coordinamento europeo. Ma la questione è intrisa di politica estera e dunque, oggi, ardua da prevedere quanto da affrontare. La Germania ha ottenuto un risultato innovativo da elezioni mantenute su toni moderati ed educati. L’Italia che, come ha ricordato Sergio Romano, dovrebbe imparare, spera che il nuovo governo tedesco dia presto il buon esempio anche sul piano delle realizzazioni e torni a combattere come una volta perché l’Europa avanzi la sua integrazione economica e politica.  FRANCO BRUNI LS 30

 

 

 

 

Salvadori: «La Germania insegna, se il socialismo è di centro è destinato a perdere»

 

Le socialdemocrazie hanno inseguito un centro che non c’era più e si sono appiattite su posizioni moderate. Perciò sono in crisi. Ma di qui a stilare diagnosi di morte ce ne corre». Giudizio netto quello di Massimo Salvadori, tra i massimi storici del movimento operaio e della socialdemocrazia, oggi professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino. E analisi imperniata su un dato: non è vero che nelle nostre società è sparito il lavoro dipendente, con trionfo di lavoro autonomo e ceti medi. Al contrario, sostiene Salvadori, «c’è stata una polarizzazione sociale, e un aumento delle diseguaglianze, proprio sotto la sferza della bufera finanziaria e liberista, oggi in preda allo tsunami ». Una dinamica che i socialisti europei non hanno compreso, fino al punto da smarrire la percezione della realtà, e quella della loro identità. Vediamo come e perché.

 

Professor Salvadori, «campane a morte per il socialismo europeo», dicono un po’ tutti, progressisti moderati in prima fila. Davvero il socialismo si sta estinguendo, come titola l’« Herald Tribune»?

«Per tutto il 900 hanno risuonato quelle campane, per l’una e l’altra forza politica, salvo assistere a impreviste rinascite. La condizione del socialismo europeo è certo allarmante, ma non sappiamo se siamo in fase terminale. Anche il liberismo fu dato per spacciato e invece è ritornato alla grande. La Spd e il Psf oggi sono alle corde? È vero, ma è già iniziata una forte discussione interna. In Germania comunque c’è il 23 %della Spd, e il 12,7% della Linke: sintomo di una forte richiesta di sinistra. Quindi ci vuole cautela, perché i numeri dicono che una base politico-sociale esiste per un’opposizione programmatica».

 

Michele Salvati ha scritto: c’e stata l’ondata neoliberista e la socialdemocrazia doveva assecondarla, ma verranno tempi migliori. Condivide?

«Ma allora perché col neoliberismo in crisi non c’è stata la risalita delle forze socialiste? Invece abbiamo visto il contrario. In realtà c’è stato un appannamento del ruolo socialista. Sicché l’Spd, che ha giocato sul fronte moderato, ha perso. Mentre la Linke, che è stata radicale, ha avuto successo. No, non credo che i socialisti dovessero per forza cavalcare l’ondata neoliberista. Credo all’opposto che proprio tale scelta moderata, in Europa, abbia portato alla sconfitta, alla mancanza di presa. Perché se si tratta di fare i “centristi”, questo sanno farlo molto meglio altri partiti. Blair ha trasformato Londra nella seconda Wall Street delle oligarchie finanziarie, illudendosi di espandere il benessere. Così non è stato, e oggi il Labour è allo stremo. I socialisti si sono “confusi” con i conservatori su terreni cruciali, a cominciare dalla deregulation finanziaria, denunciata da Obama. Neè derivato unosmarrimento di identità, una perdita della ragion d’essere».

 

E il paradosso è che la destra assume in proprio certe ragioni di sinistra, a cominciare dal governo dell’economia...

«Ovvio. Le forze di centrodestra hanno imbracciato subito l’intervento pubblico, malgrado le maledizioni del passato, e a proposito di campane a morto...Nessun imbarazzo nel salvare le banche, con regole prima reputate mortifere. Ora è evidente che senza catturare il centro non si vincono le elezioni. Però un conto è puntare alla conquista di quella zona sociale, altro appiattirsi su di essa, inseguendo il fantasma di un ceto medio che non c’è più, e che si è impoverito. Dinanzi a questo, dinanzi alla finanza trionfante, la sinistra non ha saputo leggere le “implicazioni di processo”, rinunciando così a un programma che partisse dagli interessi veri: ceto medio minacciato, precarietà, disoccupati, e lavoro dipendente ancora maggioritario. È passata un’analisi falsa, che ha frainteso le diseguaglianze di reddito crescenti, ed enfatizzato la realtà- spesso miserevole - dello stesso lavoro autonomo, largamente minoritario. Conclusione: la sinistra deve mobilitare e riorganizzare tutte queste realtà. Certo, non secondo una visione vetero-classista e polarizzante che non tiene più - la “centralità operaia” -main base a unageografia sociale aderente alla realtà. Il che significa che i diritti sociali - l’altra gamba della democrazia assieme ai diritti politici - devono diventare strategici perun programma di governo».

 

Dunque, governo dell’economia, diritti sociali, redistribuzione, qualità dello sviluppo e democrazia industriale devono ridiventare cruciali per i socialisti?

«Naturalmente.Senza queste ragioni il divario delle socialdemocrazie con il loro retroterra e con quello sociale più ampio - inasprito da crescenti diseguaglianze - è destinato ad approfondirsi. Fino alla cancellazione del loro ruolo». C’è una lezione da trarre anche per l’Italia, dove il Pd appare solcato da una discussione proprio su identità e rappresentanza? «Sono convinto che il Pd manchi di un’identità, sulle questioni di fondo. Ci sono posizioni opposte e minacce di secessione da una parte e dall’altra. È in corso bene o male un congresso, chiamato a dare una risposta. Bersani ha detto con chiarezza due cose: il Pd sarà un partito nuovo, che deve tenersi la propria tradizione di sinistra. E ancora: la categoria della sinistra non può essere esclusa dall’identità del Pd. Sappiamo però quanti nel partito rifiutino una vocazione di sinistra...».

 

Tenersi quest’identità è un contributo alla crisi italiana, nonché alla crisi delle socialdemocrazie?

«Penso proprio di sì. Anche in virtù di una considerazione più generale, estesa al contesto internazionale più vasto. Ebbene, senza dubbio alcuno, i centrodestra europei sono più moderni e dignitosi di quello italiano. Però dobbiamo chiederci. Se i partiti socialdemocratici sono ormai qualcosa di residuale, davvero il centrodestra è in grado di offrire una risposta ai problemi sul tappeto? Le destre hanno sul serio un programma espansivo, capace di assorbire e includere le domande che vengono da una società a forte disoccupazione, dal ceto medio così impoverito e così bisognoso di sicurezze? C’è nel centrodestra un paradigma di valori, e di cultura economica e politica, stabilizzante, dinanzi alle emergenze presenti, tale da poter far morire la sinistra?».

 

Francamente questo pericolo esiste, almeno sul piano demagogico immediato, e fino al punto da far smottare la sinistra. Non le pare?

«Il centrodestra potrebbe sfondare, ma solo a condizione che sappia replicare incisivamente a tutti quei problemi che hanno sempre costituito la grammatica della sinistra: dall’immigrazione, al lavoro, alla precarietà, alla sicurezza sociale, all’ambiente. Ma che siano in condizione di farlo, sino a far smottare le basi sociali della sinistra, io non lo credo ».

 

Insisto, il rischio è concreto, e se ne vedono le avvisaglie in Europa.

«D’accordo, non sarebbe la prima volta che la sinistra viene messa in ginocchio. Eppure non è morta, ed è risorta. Vedremo come va a finire. In passato si diceva: è il secolo del fascismo, è il secolo del liberalismo, è il secolo della socialdemocrazia, del comunismo. Che questo sia il secolo del conservatorismo e del centrosinistra io non lo credo. Oltretutto nel mondo ci sono realtà progressiste e di sinistra al governo, in India, in America Latina, e c’è Obama. Il che accresce il paradosso europeo, della destra sugli scudi malgrado la crisi liberista. Ma accresce pure le speranze ».

Bruno Gravagnuolo L’U 30

 

 

 

 

Il crollo della Spd in Germania. Europa, la sinistra smarrita

 

Il Partito socialdemocratico tedesco ha subito domenica un vero e proprio tracollo. Commentatori e politici fingono di interrogarsi sul “perché?”, e allargano pensosamente l’orizzonte al declino dei partiti di “sinistra” in atto da tempo nell’intera Europa. Fingono, perché mai spiegazione fu più lapalissiana e sotto gli occhi di tutti. La “sinistra” perde in Europa, puntualmente e sistematicamente, perché da tempo ha smesso di essere di sinistra. Da tempo ha smesso di fare della eguaglianza la sua bandiera, la sua bussola, la sua strategia. E dire che la realtà economica e sociale non fa che offrire alimento ad una battaglia sempre più sacrosanta e doverosa per ogni persona minimamente civile: una generazione fa la distanza, nella stessa azienda, fra il reddito di un operaio e quello del super-manager poteva essere di 1:30, 1:40 (una enormità). Oggi tocca tranquillamente la cifra, esorbitante e mostruosa, di uno a trecento o quattrocento. Ma ci sono casi non rari in cui viene superato il rapporto uno a mille.

 

La sinistra, intesa come socialdemocrazia, si sta avvitando in un declino rapido e galoppante perché è sempre più indistinguibile dalla destra, questa è l’ovvia verità. E dovendo scegliere tra due destre, una dichiarata coerente e orgogliosa dei suoi “valori”, l’altra titubante e ipocrita, che qui lo dice e qui lo nega, l’elettore reazionario o il mitico “moderato” che sogna un futuro di privilegio, sceglierà ovviamente la prima, mentre l’elettore democratico finirà per restare a casa – dopo due o tre “ultime volte” in cui ha volenterosamente votato tappandosi il naso. Eppure i commenti di tutti i dirigenti del Partito democratico ai risultati delle elezioni tedesche non fanno che ripetere la giaculatoria d’ordinanza: attenti a non ascoltare le sirene estremiste (sarebbe Lafontaine!), non dobbiamo rinunciare alla “cultura di governo”, l’unica anzi che alla lunga ci farà vincere (“nel lungo periodo saremo tutti morti” ammoniva il grande Keynes. Anche lui estremista, evidentemente).

 

Giaculatoria masochista, con la quale la “sinistra” non vincerà mai più, ma giaculatoria obbligata, perché ammanta di nobiltà (“cultura di governo”) la realtà mediocre e spesso sordida di una nomenklatura (nazionale e locale) totalmente succube dell’establishment e pronta a difenderne gli interessi, garantirne i privilegi e financo soddisfarne i capricci – e soprattutto le illegalità - anziché riequilibrare radicalmente redditi e potere a vantaggio dei meno abbienti.

Perché non è affatto vero che in Europa la sinistra sia sconfitta, e non è stato vero neppure in Germania domenica scorsa. I voti di Spd, Die Linke, Verdi e “Pirati” equivalgono e forse superano la somma dei suffragi cristiano-democratici e liberali. L’elettorato per un’alternativa alla signora Merkel ci sarebbe, insomma. E in Francia è bastato che Dany Cohn-Bendit inventasse un nuovo e credibile partito ecologista per ottenere alle europee un risultato equivalente a quello del declinante Partito socialista.

 

Perché dunque i partiti socialdemocratici perseverano nella politica diabolica che li sta portando all’estinzione, anziché mettersi a disposizione delle istanze di “giustizia e libertà” che percorrono massicciamente le società civili della vecchia Europa? Perché non colgono l’occasione di una crisi drammatica, colpevolmente prodotta dai padroni della finanza e governi complici, per guidare le masse nell’imporre all’avidità sfrenata e inefficiente delle classi dirigenti un sacrosanto redde rationem?

 

Perché hanno smesso da tempo di “rappresentare” forze popolari, e istanze di critica ai privilegi (sempre più smisurati) e all’establishment. Perché di quell’establishment sono parte integrante, benché subalterna, perché aspirano solo a partecipare alla torta di quei privilegi, anziché a sostituirvi un agape più fraterno. Perché sono casta, partitocrazia autoreferenziale, e di conseguenza strutturalmente incapaci di indicare nei nemici dell’eguaglianza i propri nemici. Ma senza indicarli, senza proporre misure che colpiscano i finanzieri della speculazione, e gli imprenditori che “delocalizzano” (cioè licenziano in patria per iper-sfruttare con profitti iperbolici nei paesi più poveri), e il dilagare dell’intreccio corruttivo-politico-criminale (le mafie ormai impazzano, dagli Urali alla penisola iberica), senza rilanciare il welfare tassando i più ricchi, la socialdemocrazia non solo non fa più politica ma è ormai morta.

 

Si tratta di seppellirla al più presto nella consapevolezza degli elettori, perché lo zombie di quella che fu una sinistra è oggi l’ostacolo maggiore alla nascita di nuove organizzazioni di “giustizia e libertà”.

Tentare di riformare le socialdemocrazie è una perdita di tempo. Cercare di “superarle” in una sintesi con pulsioni e illusioni “centriste” è ancora peggio, una dissipazione di energie democratiche e di passione civile. Le lezione ripetuta e convergente che da anni viene dalle urne elettorali in Europa dice invece che è maturo il momento per dare al bricolage politico dei movimenti di opinione una forma organizzativa, autonoma dai partiti, capace di non riprodurne i difetti e le derive di omologazione. Tanto più in Italia, dove sponde ecologiste o alla “die Linke” sono state cancellate definitivamente dalla corriva nullità dei gruppi dirigenti.

Paolo Flores d'Arcais, Fatto Quotidiano 29

 

 

 

 

Dalla Germania grande adesione alla manifestazione del 3 ottobre per la libertà di stampa

 

Sabato 3 ottobre, sindacati, associazioni e movimenti, ampi settori della società civile italiana si ritroveranno a Roma, su iniziativa della Federazione nazionale della stampa, per ribadire che “l’informazione non si fa mettere il guinzaglio”.

 

"Non è la prima volta che in Italia – spiega Franco Siddi, Segretario della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) - si rende necessaria una corale mobilitazione in difesa della libertà di stampa. L’informazione libera è una merce preziosa e la sua difesa riguarda tutti: abbiamo protestato a suo tempo contro il Centrosinistra, giungendo a scioperare e a manifestare contro le norme volute da Mastella, ministro della Giustizia nel Governo Prodi. Oggi rileviamo che negli ultimi mesi c’e stata e continua ancora una pressione che sta incidendo sul senso comune, sulla percezione dei valori essenziali della convivenza. Una cronaca giudiziaria limitata o impedita, pretesti sulla privacy di persone dall’assoluta caratura pubblica, crescente fastidio, talvolta disprezzo, del potere odierno, troppo spesso espresso dal presidente del Consiglio, che non desidera si disturbi il manovratore circa questioni sociali, immigrazione, povertà, crisi del lavoro. Tutto questo con l’evidente scopo di introdurre censure e autocensure. La vicenda Avvenire rappresenta, a suo modo, un’intimidazione: attenti, chi tocca i fili cade! Ogni giorno, esternazione dopo esternazione, denuncia dopo denuncia, si moltiplicano le ragioni di chi teme a ragion veduta che si voglia arrivare all’opzione secca: applauso o silenzio. Bandita ogni possibilità di dissenso o di critica. E intanto il presidente del Consiglio dei ministri dice di sentirsi diffamato dagli articoli e dagli editoriali pubblicati da due quotidiani italiani e da diversi organi di stampa stranieri: a Repubblica ha chiesto un milione di euro a mo’ di risarcimento; all’Unità, due. Intanto, i mezzi di comunicazione che fanno capo direttamente o indirettamente al suo impero mediatico linciano chi, come l’ormai ex direttore di Avvenire Dino Boffo (al quale rinnovo la mia solidarietà), interviene con misura e civiltà nel dibattito politico in corso ovvero formula più che legittime riserve sulla condotta del premier. Affondo finale o assenza del senso del ridicol l’allarme per la diminuita libertà di stampa, secondo Berlusconi, è null’altro che ‘una barzelletta della minoranza comunista e cattocomunista che detiene la proprietà del 90 per cento dei giornali’.

 

Si tratta di una risposta civica – continua Siddi - per recuperare piena consapevolezza dei principi costituzionali, del valore della libertà dell’informazione in ogni stagione. Un segnale pubblico e chiaro anche al presidente del Consiglio che, pur avendo sui media una visibilità mai avuta prima da nessun altro uomo politico, si lamenta con durezza di un sistema che è sfigurato dal suo stesso colossale conflitto di interessi. In un Paese normale l’informazione non sarebbe considerata un disturbo, e non si farebbe di tutto per limitarne i diritti. Non è possibile che la buona informazione sia solo quella che accondiscende alle posizioni del Governo (lo diciamo per oggi e per domani), che plaude alle azioni pubbliche e private del premier, chiunque esso sia. Una risposta limpida, forte e partecipata a tutto questo sarà di grande significat per noi giornalisti, interessati a salvaguardare le condizioni essenziali di esercizio del nostro lavoro e per tutti i cittadini che non vogliono vedere ulteriormente ridimensionati gli spazi di racconto dell’Italia reale".

 

L’iniziativa della Fnsi ha raccolto ampi consensi ed adesioni anche all’estero, in particolare in Germania. Ci saranno manifestazioni a Colonia, a Monaco di Baviera ed a Berlino. Tra le prese di posizione e di solidarietà, ricordiamo il comunicato del MediaCulb Germania (vedi Webgiornale del 28-28 settembre, ndr), a firma del suo presidente Renzo Brizzi.

 

“Il MediaClub Germania,  l‘associazione degli operatori dell’informazione di origine italiana in Germania, si associa  alla giornata proclamata dalla FNSI per il 3 ottobre 2009 in difesa delle libertà di stampa e ne condivide gli intenti.

Da anni il MediaClub Germania si  impegna attraverso varie  iniziative e attività  a valorizzare il ruolo e la professionalità dei giornalisti italiani e di origine italiana in Germania e in Europa.

Mai come in questo momento politico in Italia l’uso strumentale dei servizi d’informazione pubblici, le crescenti  intimidazioni alle testate e ai singoli giornalisti, i tentativi di limitare la libertà di stampa attraverso provvedimenti legislativi e  il perdurare  da anni di una inconcepibile concentrazione di potere mediatico e potere politico nelle mani di una singola persona hanno danneggiato l’immagine della nostra comunità all’estero e e vanificato il nostro impegno di giornalisti.

Il MediaClub Germania oltre a respingere le minacce alla libertà di stampa  auspica una maggiore responsabilità  e una maggiore indipendenza del giornalismo italiano dal potere politico e economico. Un auspicio che rivolgiamo in particolare alla Rai come servizio pubblico, che non solo da oggi, è considerata dal potere politico un proprio strumento.   Alla Rai e non solo ad essa – conclude il comunicato del MediaClub - chiediamo inoltre di rafforzare la sua funzione informativa tenendo conto di quei milioni di cittadini  che  nonostante  siano sparsi in Europa e nel mondo  continuano e vogliono restare italiani”.

 

Un ulteriore appello a sostegno della manifestazione di sabato 3 ottobre è stato lanciato tra i giornalisti italiani in Germania da Luciana Mella. “I giornalisti in Germania sono a fianco dei colleghi italiani per la tutela e per  il diritto di informare e criticare”, scrivono i primi firmatari dell’appello Angela Sinesi e Cristina Giordano di Colonia, Giuseppe Guglielmi di Neustadt, Federico Hermanin di Francoforte e Michele Santoriello di Heppenheim.

 

La redazione del Webgiornale ribadisce in pieno la propria adesione alla manifestazione del 3 ottobre. Ogni minaccia alla libertà di informazione è sempre una minaccia anche alla democrazia. Troppi segnali, visti in particolare da chi vive all’estero, documentano in Italia un pericoloso declino di strutture e di sensibilità basilari per le libertà democratiche e per la stessa democrazia.  (de.it.press)

 

 

 

 

A Berlino sabato 3 ottobre manifestazione davanti al Consolato per la libertà di informazione

 

Berlino - Anche gli italiani in Germania si mobilitano per la libertà di stampa e vanno in piazza a Berlino. “La libertà d’informazione e d’opinione è pilastro di ogni democrazia. Informare vuol dire fornire ai cittadini la materia prima che forma la coscienza e permette loro di poter decidere, scegliere, esistere e votare. In Italia, questo diritto oggi è a rischio. È proprio attorno al problema della libertà di stampa che si sta allargando una ragnatela che lentamente avvolge e immobilizza la democrazia del nostro Paese”, dice l’on. Laura Garavini, coordinatrice pro-tempore del PD Berlino, a due giorni dalla manifestazione questo sabato nella capitale tedesca.

 

“Il sistema di comunicazione italiano è da tempo considerato da istituzioni internazionali come Freedom House parzialmente a rischio, soprattutto per i problemi legati al conflitto d’interesse e alla concentrazione dei media”, spiega la deputata eletta nella circoscrizione estero. “Le recenti azioni giudiziarie di Silvio Berlusconi contro alcuni quotidiani italiani e quelle minacciate a giornali esteri come El Pais e Nouvel Observateur sono solo la punta dell’iceberg dell’emergenza. In realtà siamo quotidianamente confrontati con i tanti tasselli di quel che sembra un unico disegno volto a eliminare qualsiasi forma di dissenso alla linea del governo: dalle pressioni sugli operatori dell’informazione alle norme sulle intercettazioni, dai tagli all’editoria e al sistema culturale all’uso delle risorse pubblicitarie”.

 

“Noi italiane e italiani a Berlino diciamo No al bavaglio”, sottolinea la Garavini. “Per questo abbiamo deciso di manifestare anche noi per la libertà di stampa questo sabato 3 ottobre,  a partire dalle ore 12, davanti all’Ambasciata d’Italia di Berlino, in Hiroshimastr. 1”. L’evento, in parallelo con la grande manifestazione organizzata dalla FNSI a Roma, si inserisce in una serie di simili iniziative promosse dalla rete europea degli italiani all’estero, ad esempio a Bruxelles, il 2 ottobre e a Madrid, il 3 ottobre. “Invitiamo tutti coloro – italiani e non italiani – che si indignano per i continui attacchi alla libertà d’informazione e d’opinione in una delle più antiche democrazie d’Europa a partecipare attivamente e a far sentire la loro voce”. De.it.press

 

 

 

 

Stoccarda, la SWF sul voto tedesco. Westerwelle futuro partner della Merkel

 

La tornata elettorale per il rinnovo del Bundestag ha sancito il cambio di guardia alla guida della Germania. Il leggero calo dell’1,4% della CDU (33,8%) ed il crollo storico dei socialdemocratici sceso al 22,9% (-11,3%), pongono la parola fine alla grande coalizione. La Merkel avrà come nuovo partner Guido Westerwelle che ha portato i liberali al massimo storico ottenendo col 14,6% dei consensi ben 93 seggi, 32 in più rispetto all’ormai passata legislatura. Vincono die Linke/la Sinistra (12%) e die Grünen/i Verdi 10,7% (+2,6%).

Vincitore di questa tornata elettorale è senza dubbio Guido Westerwelle che con la sua FDP ha sbalordito tutti. Neanche Theodor Heuss, primo liberale presidente della Repubblica federale, aveva raggiunto un risultato così eclatante. Quando quattro anni fa al tradizionale appuntamento dell’Epifania Westerwelle auspicò di raggiungere nel Baden-Württemberg, culla del partito liberale, il 18% dei consensi fu deriso.

In questo land, peró, in questa tornata elettorale è realtà: 18,8%.

L’elettorato, questa volta, ha voluto dire no alla grande coalizione. Ai liberali ci sono voluti ben 11 anni per ritornare a far parte della compagine governativa. L’ultimo ministro degli esteri e vice cancelliere è stato Klaus Kinkel, succeduto ad Hans-Dietrich Genscher nei 16 anni di governo Kohl.

La Merkel ha ottenuto veramente ciò che veramente voleva? I liberali saranno disposti a rinunciare alla riduzione della pressione fiscale, cavallo di battaglia nell’ultimo decennio? Come vorranno contenere o addirittura ridurre il debito pubblico che ha ormai toccato i 1.600 miliardi di euro?

La Merkel, che in questa campagna elettorale non ha brillato e quindi registrato un sensibile calo dei consensi soprattutto nel mondo degli agricoltori e degli allevatori, avrà il partito dalla sua parte?`

Ma mentre Angela Merkel, nonostante tutti questi quesiti è riuscita a conservare il suo posto alla guida del paese, non così è per l’SPD del concorrente Frank-Walter Steinmeier col quale per la verità ha avuto una buona intesa. Ed è stata forse proprio quest’armonia a determinare la pesantissima sconfitta elettorale dei socialdemocratici.

Il dopo-Schröder è stato gestito male. Lo spostamento a centro e il sempre maggiore distacco dal sindacato, dalla base operaia e dalle fasce piú deboli hanno consentito alla Sinistra di Gysi e Lafontaine di rosicchiare terreno. Basti ricordare che Die Linke, fino al 2007 PDS, ha presentato per la prima volta liste in tutti i 299 collegi elettorali. Con il 12% dei consensi Die Linke sono diventati la quarta forza al Bundestag, scavalcando i Verdi.

Alla Sinistra quindi vanno 76 seggi (+22); mentre ai Verdi che dall’8,1% sono passati al 10,7% di seggi ne hanno conquistati 68 (+17).

Le analisi di questo scossone elettorale sono ancora in corso. Tuttavia, certo è che in casa Spd si arriverà già in questi giorni alla resa dei conti.

Müntefering, presidente dei socialdemocratici ha già manifestato l’intenzione di lasciare il timone. Steinmeier invece ha offerto la propria disponibilità ad assumere il ruolo di capogruppo dei 147 parlamentari socialdemocratici.

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

Radio Colonia. SPD al bivio. Escono a testa china i due leader SPD Steinmeier e Müntefering

 

Il sindacalista della IGBCE Giovanni Pollice fà analizza i motivi del crollo della Spd e propone alcune indicazioni per uscire dalla grave crisi

 

Colonia - Dopo la catastrofe elettorale che ha tolto ai socialdemocratici lo status di partito di massa, vertici e militanti del partito si interrogano su che strada prendere per tornare agli antichi splendori. Ma la SPD, stretta tra l'ala sociale della CDU e la Linke sembra a corto di idee.

Il partito più antico del panorama politico tedesco sta vivendo il periodo più nero della sua storia. Abbandonato dagli elettori, cacciato all'opposizione dai conservatori trionfanti e soprattutto senza una line apolitica chiara, la SPD non sa neanche da dove ricominciare con la ricostruzione.

 

Al suo interno è cominciata la resa dei conti tra sinistra e moderati sul programma dei prossimi anni, sul rapporto coi "fratelli-coltelli" della Linke e sul personale politico a cui toccherà prendere in mano il destino del partito.

 

In un’intervista rilasciata martedì a Radio Colonia, la trasmissione per gli italiani in Germania, il sindacalista della IGBCE, e militante socialdemocratico Giovanni Pollice fa il punto sulla sconfitta elettorale subita alle ultime elezioni politiche dall’Spd. Pollice sottolinea come questa grave sconfitta del partito socialdemocratico sia stata, almeno per quanto riguarda le dimensioni, inaspettata. Una debacle elettorale che, secondo il sindacalista,  andrebbe  imputata sia alla grande coalizione di governo, un’alleanza con la Cdu che la gente non ha compreso, sia alla capacità del partito di sinistra di coagulare il malcontento della popolazione nei confronti di alcuni provvedimenti presi dal Governo e quindi dall’Spd.

“Per quel che riguarda il futuro – ha aggiunto Pollice - io credo che sicuramente vi dovrà essere un rinnovamento e un ripensamento dei rapporti dell’Spd con i singoli partiti, ed in modo particolare con il partito di sinistra. Questa forza politica avrà infatti tanti difetti, vi sono ancora delle ideologie che non convincono, ma a mio giudizio demonizzare il partito di sinistra è stato un errore e spero che la Spd capisca questo perché l’apertura verso questa forza di sinistra è una strada obbligata”.

Pollice ha poi sottolineato la necessità di valorizzare le giovani leve e di non affidare ad una sola persona l’incarico di presidente e capogruppo del partito.

Per ascoltare il testo completo dell’intervista cliccare su http://www.funkhaus-europa.de/audio/radio_colonia/deut/2009/090929_spd.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2009/090929_spd.mp3  (de.it.press)

 

 

 

 

Francoforte. Integrazione italiana in Germania e sistema scolastico tedesco

 

Un’intervista di Luigi Brillante (consigliere comunale a Francoforte) sulle difficoltà che ancora pesano sull’integrazione dei connazionali emigrati

 

Francoforte – Luigi Brillante, consigliere comunale della città di Francoforte per “Europa Liste” e direttore in loco del patronato Inca, è stato intervistato alcuni giorni fa, nell’ambito della trasmissione “Non solo Italia” di Radio Articolo Uno, in merito al livello di integrazione raggiunto dai connazionali in Germania e sul sistema scolastico tedesco.

  “Per integrazione io intendo un processo che deve consentire un’equa partecipazione a tutti i settori della vita locale – spiega Brillante - e che si può ottenere solo se si riceve un’ottima formazione professionale. Se ciò non avviene si avranno difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro e l’integrazione necessariamente ne risente”.

  Elemento centrale, dunque, il sistema scolastico, che sino ad oggi ha penalizzato in molti casi i bambini italiani. “Le difficoltà sono dovute a due ordini di problemi – prosegue Brillante: - nelle stesse famiglie italiane molte persone non sono coscienti dell’importanza del successo scolastico dei figli, da cui dipende poi la scelta di professioni e sbocchi di rilievo nella società tedesca; il sistema scolastico tedesco, unico in Europa, è inoltre molto selettivo e il successo scolastico è spesso funzione della posizione sociale dei genitori”.

  “Sono i genitori a decidere cosa farà il figlio da grande – evidenzia Brillante - e spesso la scelta ricalca risultati conseguiti in famiglia. Il 90% dei figli di accademici o benestanti ottiene la maturità (che dà l’accesso all’università), mentre solo il 10% dei figli di lavoratori fa altrettanto”. Si tratta di un dato che è interesse della stessa società tedesca cambiare: “l’industria avverte la mancanza di personale qualificato nelle aziende – afferma l’esponente di “Europa Liste”.

  Il difetto principale da correggere, nel sistema scolastico tedesco, è la precoce scelta della qualità formativa da destinare ai ragazzi: già a 10 anni si impone il bivio tra ginnasio -e quindi l’università, - la Realschule e la Hauptschule, più orientate all’inserimento lavorativo (la frequenza dell’Hauptschule poi non consente, a differenza della Realschule, un’integrazione qualora si decidesse di conseguire ugualmente la maturità). Una scelta orientata dagli insegnanti e spesso assecondata dalle famiglie – con lievi differenze a seconda del governo regionale a cui spetta la competenza in materia.

  Altra annosa questione, le scuole differenziali. “Qui vengono iscritti bambini che hanno difficoltà di apprendimento, ma molto spesso – avverte Brillante - queste difficoltà non sono reali. E’ un dato di fatto che esse risultino quasi esclusivamente frequentante da bambini di origine straniera. Qui gli italiani sono sovra rappresentati. Chi finisce questo tipo di percorso spesso da adulto non sa bene né l’italiano né il tedesco, né tantomeno sa scrivere bene. Ciò comporta un’estrema difficoltà a trovare lavoro e un grosso handicap all’integrazione. Non avere un buon lavoro incide sull’emarginazione sociale avvertita dagli italiani”.

  Brillante, a seguito di questi dati, contesta l’opportunità indicata dal ministro Gelmini di introdurre una soglia alla presenza di bambini stranieri nella classi italiane: “dividere gli stranieri o mettere limiti agli stranieri nella stessa classe è una strada sbagliata. Seguiamo quello che avviene in Italia con molta rabbia perché vediamo replicare meccanismi che da anni contestiamo qui in Germania”.

  “Un’emigrazione di ricambio” quella italiana, così come la definisce Brillante ripercorrendo 50 anni di arrivi in Germania dal nostro Paese. “Solo 700.000 sono gli italiani che si sono stabilizzati in Germania (rispetto ai cittadini di origine turca, che sono invece circa 4 milioni). Su questi 700.000, però, sono circa 4 milioni gli italiani che hanno avuto un’esperienza lavorativa tedesca”. Il consigliere ricorda che proprio questo fenomeno ha impedito che si potesse parlare per i connazionali di un’ottima formazione professionale e scolastica. “Ora però una parte degli italiani sa che non tornerà più in Italia. Maturata questa consapevolezza – conclude Brillante – è nella logica dei fatti che si presti più attenzione alla formazione scolastica dei propri figli”. (V.P.-Inform)

 

 

 

Il Presidente della Baviera Seehofer scrive a Frattini per il mantenimento del Consolato di Norimberga

 

Norimberga - Il Ctim (Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo) della Franconia, dopo aver interessato il Deputato regionale Jürgen W. Heike e il Ministro bavarese dell'Ambiente e Salute Markus Söder (ambedue CSU), apprende con grande soddisfazione dallo stesso Deputato dell'intervento del Ministro Presidente della Baviera, Horst Seehofer.

 

In una lettera al Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, il Ministro Presidente si esprime contro la chiusura del Consolato di Norimberga, sottolineando l'importanza degli ottimi rapporti esistenti tra la Baviera e l'Italia; questo, grazie anche al supporto dei Consolati di Monaco e Norimberga. Esprimendo la sua preoccupazione per la possibile chiusura del Consolato di Norimberga, fa appello al Ministro degli Affari Esteri italiano affinché si possa, anche per il futuro, contare su questa Rappresentanza della Repubblica Italiana nel Nord della Baviera.

 

Il Ctim-Franconia nota - dopo i molteplici interventi del Sindaco e dell'intero Consiglio comunale di Norimberga, dei diversi Deputati regionali, di Sottosegretari e Ministri bavaresi e, ora, del Ministro Presidente Seehöfer - che questa decisione "di ristrutturare " la rete diplomatica italiana all'estero eliminando importanti sedi consolari, viene vista anche dai politici locali in modo sfavorevole e preoccupante.  

 

Il Ctim-Franconia, condividendo questa preoccupazione, rivolge, anche a nome del locale Comites, del Comitato per il mantenimento del Consolato e, soprattutto, dei tanti connazionali (oltre 28.000) che vivono nella circoscrizione consolare di Norimberga, un chiaro e forte appello ai responsabili del Governo, affinché avvenga una seria, interessata e pacata riflessione su questa cosiddetta "ristrutturazione", in modo da poter trovare una via d'uscita, o un compromesso, che salvaguardi gli interessi di tutti.

 

Soprattutto, come da noi già da tempo proposto, si chiede di valutare seriamente le possibilità di risparmio esistenti sui diversi capitoli di spesa, quali, ad es., i costi della locazione e del personale di ruolo. Le alternative ci sono; ciò che occorre, ora, è la volontà politica dei nostri governanti.

La volontà, dati alla mano, di confrontare i singoli costi per permettere allo Stato un reale risparmio senza danneggiare l'immagine dell'Italia e del Made in Italy - e senza sminuire il diritto della nostra comunità ai servizi amministrativi del proprio Paese di appartenenza.

 

Noi del Ctim, del Comitato per il mantenimento del Consolato, del Comites, le Associazioni e gli Enti tutti qui operanti e, ora, anche il Ministro-Presidente bavarese Seehofer, ci aspettiamo che queste possibilità e proposte vengano prese seriamente in considerazione, e non ignorate o frettolosamente liquidate.

 

La chiusura del Consolato di Norimberga significherebbe la perdita di un importante punto di riferimento non solo per la nostra numerosa comunità e per le Istituzioni locali, ma anche per le aziende italiane e tedesche che hanno, o desiderano, rapporti con l'Italia.

 

In considerazione del fatto che lo Stato Libero di Baviera (che è il maggior Land tedesco e gode come regione una particolarità istituzionale e una legislazione autonoma) vede nell'Italia il primo partner per gli scambi economici, ci auspichiamo che, nell'interesse di tutti e contrariamente a quanto avvenuto con il Presidente del Saarland Peter Müller, venga data ora un'urgente risposta al Ministro Presidente Seehofer - e a noi.

 

Lucio Albanese, Presidente Ctim-Germania, Coordinatore Ctim-Franconia

Consigliere Comites Norimberga (de.it.press)

 

 

 

 

„Giro d' Italia“. Nuovo appuntamento sabato 3 ottobre de „l'Italia a Francoforte 2009“

 

Francoforte - Sabato  3 ottobre, dalle ore 14.00 alle ore 16.00, al Museo Städel di Francoforte (nella Schaumainkai 63) è in programma una visita guidata e un  laboratorio creativo per bambini italiani e per i loro amichetti tedeschi per condurli in un affascinante viaggio tra i „tesori“ italiani esposti nel Museo. Titolo del laboratorio: „Giro d' Italia“. L'incontro si svolgerà in italiano e  in tedesco.

 

L'Italia a Francoforte  è un progetto curato e promosso dall'„Associazione amici dell'Istituto italiano di Cultura - Italiani in Deutschland e.V“, ed è destinato in modo particolare ai bambini di origine italiana in età scolare e alle loro famiglie. L'iniziativa si svolge in collaborazione con l'Istituto italiano di Cultura di Francoforte, il Consolato Generale d' Italia, la città di Francoforte, l'Ufficio cultura della città  e l' AMKA.

 

Il programma completo e dettagliato delle iniziative per l'anno 2009, in formato PDF, lo si trova sul sito www.iicfrancoforte.esteri.it. Ulteriori informazioni si possono avere da Rosa Maria Liguori Pace, curatrice del progetto (tel. 069 75306 611) o presso l’Ufficio stampa di “Italiani in Deutschland  e.V.”, da Luciana Mella (tel.  0170.9000 179). De.it.press

 

 

 

Il Patronato EPAS si insedia anche in Germania, a Waiblingen

 

L’ente di patronato per l’assistenza sociale EPAS della Federazione Nazionale Agricoltura (ENA) ha inaugurato in questi giorni la sua prima sede in Germania. La località prescelta è Waiblingen, una città di provincia di 54.000 abitanti a 20 km da Stoccarda. In questa provincia vi abitano circa 8.000 italiani, in maggioranza calabresi.

 

Buon gioco per Cosimo Nesci, presidente fondatore della FNA e del Patronato EPAS. Questa scelta di insediarsi in una città di periferia non contrasta affatto con gli altri grandi e tradizionali enti di patronato quali Inca/Ggiel, Inas/Cisl, Ital/Uil, Acli ed Enas che hanno aperto le loro sedi nelle grandi città tedesche come Monaco, Stoccarda, Francoforte, Colonia, Düsseldorf, Norimberga, Saarbrücken e Wolfsburg.

La logica d’insediamento si rifà alla la forte presenza di connazionali. Alcuni patronati, però, come quello delle Acli e della Uil, hanno scelto anche città minori come Ludwigshafen, Friburgo e Villingen. In un momento di forte recessione economica e di licenziamenti di molti connazionali che non sono molto ferrati nella lingua tedesca, il patronato può essere loro di grande aiuto nel servizio di consulenza e orientamento. Compito principale del patronato tuttavia è l’assistenza al connazionale che si avvicina alla pensione. Ha bisogno fra l’altro di ricostruire la cartella dei contributi versati in Italia e/o in altri paesi di emigrazione, e di avviare pratiche per gli assegni familiari, rendite per infortuni e malattie professionali ecc.

Tutto questo meticoloso lavoro di ricostruzione con gli enti previdenziali e assistenziali tedeschi necessità di conoscenze specifiche che il nostro connazionale non sempre possiede. Il servizio di patronato quindi diventa l’àncora di salvezza sia per il connazionale assistito, sia per le aziende e gli enti tedeschi.

Waiblingen sarà un banco di prova per questo giovane patronato che dalla fine degli Anni’90 ad oggi ha aperto 311 sedi in Italia e 4 all’estero: in Australia, Canada, Svizzera ed ora anche in Germania. Gli operatori sono un mezzo migliaio. Se l’esperienza dovesse andar subito bene nella città degli Staufer si creeranno le premesse per aprire in un futuro ravvicinato una sede anche a Krefeld. Per ogni sede l’investimento annuo è di 60/70.000 euro che se utilizzati bene dalla collettività, potrebbe facilitare una ramificazione di altre sedi sul territorio tedesco. Alla cerimonia inaugurale della sede di Waiblingen, che consta di una novantina di metri quadrati, sono intervenute rappresentanze della collettività e del comune di Waiblingen.

I particolari sono contenuti nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5403978/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1wjfde9/index.html

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Primarie PD. Bersani in testa in Germania (50%). Segue Franceschini col 41,79%

 

La mozione Bersani vince anche in Germania, con oltre il 50% dei consensi. “Gli iscritti italiani in Germania chiedono un cambiamento di rotta” commenta Laura Garavini, deputata Pd residente nella Repubblica Federale Tedesca, “Il progetto del Pd è più attuale che mai. Abbiamo però bisogno di farlo decollare e di dare gambe alle nostre idee. Bersani è il leader che offre le garanzie migliori per radicare il Pd e farlo crescere”.

 

Bersani ha vinto su tutto il territorio della Germania: da Berlino ad Hannover, da Amburgo a Stoccarda, dalla Foresta Nera alla Ruhr, da Wolfsburg ad Aschaffenburg. Con il 50,77% dei consensi la mozione Bersani è al primo posto, seguita dalla mozione Franceschini. La mozione dell’attuale segretario ha raggiunto il 41,79 % , vincendo a Monaco e a Saarbrücken, ma soprattutto nella regione della Svevia, attorno a Stoccarda, dove ha raccolto più dei due terzi dei suoi voti. La mozione Marino ha raggiunto il 7,4% % dei consensi, conseguendo dei buoni risultati a Francoforte, Berlino e Monaco. De.it.press

 

 

 

 

Alcune iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

- venerdì 2 ottobre, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   "Spaziergang durch Neapel"

   Relatore: dott. Corrado Conforti, Univ. Eichstätt

   Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

 

- sabato 3 ottobre, ore 11:00-16:00, c/o Karlsplatz - Stachus (München)

   Manifestazione per la libertà di informazione e di stampa in Italia

   Per il diritto alla pluralità dell'informazione e contro

   l'asservimento dei media

   Organizzano: Un'altra Italia, Circolo Cento Fiori, Rinascita e.V.,

   USEF - Unione Siciliana Emigrati e Famiglie

 

- sabato 3 ottobre, ore 20:00, c/o Tams Theater (Haimhauserstr. 13,

   München)

   Teatro: "Non ti pago" (di Eudardo de Filippo)

   a cura del'ensemble "Quelli che il teatro..."

   Regia: Aurelio Ferrara

   In lingua italiana

   Ingresso: €15,00

   Organizza: "Quelli che il teatro..."

 

- domenica 4 ottobre, ore 13:45, c/o Theatiner Filmkunst

   (Theatinerstr. 32, München)

   Film: "La terra" (Regia: Sergio Rubini, Italia 2006, 109')

   Organizza: Theatiner Filmkunst

 

- domenica 4 ottobre, ore 19:30, c/o Tams Theater (Haimhauserstr. 13,

   München)

   Teatro: "Non ti pago" (di Eudardo de Filippo)

   a cura del'ensemble "Quelli che il teatro..."

   Regia: Aurelio Ferrara

   In lingua italiana

   Ingresso: €15,00

   Organizza: "Quelli che il teatro..."

 

- lunedì 5 ottobre, ore 18:30, c/o SPD Bürgerbüro München Süd

   (Daiserstr.27, München - U3/U6 "Implerstrasse")

   "Il futuro del PD"

   Incontro col Sen.Claudio Micheloni

   Introduce: Daniela Di Benedetto

   Organizza: Partito Democratico - Circolo di Monaco di Baviera

 

- martedì 6 ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   Nell'ambito della rassegna "Cinema e scienza"

   Film: "Galileo" (Regia: Liliana Cavani, Italia 1968, 108 Min., OF)

   Ingresso libero

   Organizza: Istituto Italiano di Cultura

 

- giovedì 8 ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   Nell'ambito della "Settimana della cultura italiana"

   "Il gigante Galileo"

   relatore: Claudio Cumani, dell'ESO

   Ingresso libero

   Organizza: Istituto Italiano di Cultura

 

- venerdì 9 ottobre, ore 15:00, c/o Dante Gymnasium

   (Wackersbergerstr. 61, München, tel. 089-233433)

   Seminario per insegnanti di italiano nei licei bavaresi

   Relatrice: Emilia Sonni Dolce

 

- venerdì 9 ottobre, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

 

   "Ecce Homo" - ein weltberühmtes Tizianbild und seine Neuinterpretation

   Relatore: Dr. Norbert Wolf

   Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V.

 

- lunedì 12 ottobre, ore 20:00, c/o Steinwayhaus (Landsbergerstr. 336,

   München-Laim, tel. 089-5467970)

   Concerto di sostegno "Artisti per un'altra Italia"

   Ingresso: € 7,-

   Organizza: Un'altra Italia München

 

- martedì 13 ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   Nell'ambito della rassegna "Cinema e scienza"

   Film: "I ragazzi di via Panisperna" (Regia: Gianni Amelio, Italia

   1988, 122 Min., OF)

   Ingresso libero

   Organizza: Istituto Italiano di Cultura

 

- mercoledì 14 ottobre, ore 16:15, c/o Bücherei St. Kunigund

   (Seehofstr. 41, Bamberg)

   "Pomeriggio di letture internazionali per bambini a Gartenstadt"

   Organizza: Mosaico Italiano, Bamberg

 

- mercoledì 14 ottobre, ore 19:30, c/o Kino Breitwand Starnberg

   (Wittelsbacherstr.10, Starnberg, Tel: 08151-971800, www.breitwand.com)

   nell'ambito della rassegna "il Cinema Italiano introdotto e commentato

   da Ambra Sorrentino"

   Film: "Il papà di Giovanna" (Regia: Pupi Avati, Italia 2008, 104')

 

- giovedì 15 ottobre, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   Silvano Spessot: "L'anima e il segno"

   Inaugurazione della mostra dell'artista di Cormons (Gorizia), quadri a

   tecnica mista e sculture in vetro di Murano

   Durata della mostra: dal 16 ottobre al 30 novembre (orari di apertura

   dell'Istituto)

   Ingresso libero

   Organizza: Istituto Italiano di Cultura

 

- venerdì 16 ottobre, ore 19:00, c/o EineWeltHaus, sala 108

   (Schwanthalerstr. 80, München)

   "Storia della canzone italiana: gli anni '80"

   con la partecipazione di Marinella Vicinanza Ott e del gruppo musicale

   Folk'core

   Ingresso gratuito

   Organizza: Rinascita e.V.

 

- venerdì 16 ottobre, ore 20:00, c/o Neues Palais (Luitpoldstr. 40a,

   Bamberg)

   "Die Juden in Italien – Das einzige Land in Europa mit 2000 Jahren

   jüdischer Geschichte, Kunst und Kultur"

   Relatore: Dr. D. Turello, Univ. Bamberg

   Ingresso: € 5,-/3,-

   Organizza: Mosaico Italiano, Bamberg

 

- domenica 18 ottobre, ore 10:30-11:15 (per i piccolini, fino a 5 anni

   e mezzo), ore 11:15-12:30 (per i grandicelli, dai 5 anni e mezzo a

   10 anni), c/o Bewohnertreff II (Elisabeth-Kohn-Str. 15, München -

   tram 27 e 12, bus 53 e 154)

   "Il laboratorio dell'italiano"

   Lo scopo delle attività è migliorare le competenze linguistiche,

   sociali e culturali dei bambini di bilinguismo (o plurilinguismo)

   italiano. Ballando, giocando, cantando e disegnando impareremo

   divertendoci.

   Per maggiori informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott

   (tel. 089/30 70 76 35 - maviott@arcor.de)

   Organizza: Rinascita e.V.

 

- domenica 18 ottobre, ore 10:30-12:30, c/o Familienzentrum Laim

   (Valpichlerstr. 36 - München),

   Deutsch-Italienische Spielgruppe

   Incontro per genitori e bambini (dai 0 ai 6 anni) di famiglie

   multinazionali

   Partecipazione: 2 € per gruppo familiare.

   Per informazioni rivolgersi a Sara Benedetti-Baumans

   (sara_benedetti@web.de), Claudia Cella (cella10@web.de)

   o Lucianna Filidoro (lucianna.filidoro@gmx.de)

 

 

 

 

Oggi a Stoccarda Piacenza porta la tradizione lirica italiana

 

Stoccarda - Oggi venerdì 2 ottobre al Municipio di Stoccarda, il locale Istituto Italiano di Cultura presenta il concerto ”Piacenza a Stoccarda: italico in... canto”. Giovanna Beretta (soprano), Luca Bodini (tenore), Simone Tannini (baritono) e Patrizia Bernelich (pianoforte) si esibiranno nelle più belle romanze e arie d’opera di Rossini, Verdi, Puccini, Mozart e Bellini. Il concerto è una manifestazione voluta dalla neonata Associazione Emilia-Romagna Stoccarda in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda, l’Associazione Piacenza nel Mondo e il Comune di Stoccarda, con il costegno della Fondazione Piacenza e Vigevano, della provincia di Piacenza e della Regione Emilia-Romagna – Consulta degli Emiliano-Romagnoli nel Mondo. Alla manifestazione sarà presente l’Assessore alla Cultura della Città di Stoccarda, Dr. Susanne Eisenmann. De.it.press

 

 

 

 

Colonia. "Curva minore contemporary sounds”, la Musica  italiana in un workshop ed in concerto

 

Colonia - "Curva minore contemporary sounds. L'esperienza della Musica Contemporanea a Palermo e in Sicilia negli ultimi 13 anni" è il tema del workshop e del concerto con Lelio Giannetto che tenuti  a Colonia mercoledì e ieri.

Dopo un periodo di residenza artistica conclusosi a Palermo il 18 dicembre 2008, in cui il compositore Andreas Wagner ha incontrato i musicisti di Contemporary Sounds Unity per la realizzazione in prima assoluta di Fraktale 9, si sono svolte il 30 settembre ed il 1° ottobre a Colonia due giornate di incontri organizzate insieme all’Istituto Italiano di Cultura di Colonia e alla KGNM (Kölner Gesellschaft für Neue Musik).

L’iniziativa, nata da un’idea di Curva minore e da questa supportata, si inserisce nell’ambito del programma di residenza artistica e scambio culturale tra Sicilia e Germania promosso e sostenuto dal Goethe-Institut di Palermo.

Il workshop si è tenuto mercoledì presso il LOFT di Colonia, il concerto invece ieri presso l’Istituto Italiano di Cultura. E’ stato un incontro musicale d'improvvisazione tra i musicisti di KGNM (Kölner Gesellschaft für Neue Musik) e CSU (Contemporary Sounds Unity), ovvero tra Germania e Sicilia: da un lato Andreas Wagner e dall’altro Eva Geraci ai flauti, Alessandro Librio al violino, Angelo Di Mino al violoncello, Valerio Mirone al contrabbasso e al koto, Giulia Tagliavia al pianoforte e Lelio Giannetto al contrabbasso, tutti della Contemporary Sounds Unity.

Quest’ultima unisce musicisti di diverse generazioni e origine, dai diversi percorsi musicali, in accordo con lo sviluppo della sensibilitá e del modo di pensare della musica di oggi. Fondato e prodotto da Curva minore, Contemporary Sounds Unit diffonde accanto alle tradizionali forme scritte, anche l’uso dell’improvvisazione.

Andreas Wagner non è soltanto membro di diversi gruppi di improvvisazione, ma anche attivo nel campo video, sculture di suono e arte figurativa. Ha studiato alla Kölner Musikhochschule con Johannes Fritsch. È impegnato con la Frei Improvisierter Musik e Neuer Musik come sassofonista e clarinettista. La gamma delle sue composizioni si estende dalla musica trascritta con precisione (assoli, musica per orchestra ed elettronica) a forme più aperte (Fraktale 1-8) e progetti che cercano sempre di collegare le rappresentazioni con il pubblico. Vive a Colonia e lavora come musicista, compositore e artista figurativo. (aise, de.it.press)

 

 

 

 

Westerwelle al giornalista della Bbc: «Siamo in Germania, parli tedesco»

 

Il reporter inglese chiede come potrebbe cambiare la politica estera: lo soccorre la traduttrice simultanea

 

BERLINO - Nessuna eccezione per la britannica Bbc: nella prima conferenza stampa dopo la vittoria elettorale di domenica scorsa, il capo della Fdp Guido Westerwelle - considerato il prossimo capo della diplomazia tedesca - si rifiuta di rispondere ad una domanda in inglese, non la vuole neppure ascoltare. «Siamo in Germania, la prego di parlare in tedesco», esorta Westerwelle.

LA DOMANDA - A dire il vero il reporter inglese voleva soltanto sapere come cambierà la politica estera tedesca con Westerwelle possibile ministro degli Esteri. Una domanda che il giornalista gli pone in inglese durante la conferenza stampa della Fdp - pregandolo di una risposta, in via eccezionale, anche nella sua madre lingua. Ma il trionfatore delle elezioni politiche - dopo qualche secondo d'imbarazzo - ammonisce: «La prego, con tutta la comprensione possibile. Così com'è ovvio che in Gran Bretagna si parla in inglese, così qui in Germania si parla in tedesco». Insomma, nessuna domanda in inglese, tantomeno una risposta in questa lingua. Il giornalista della Bbc però non demorde e stavolta - con l'aiuto di una traduttrice simultanea - riesce a fare l'agognata domanda.

VIDEO CULT - Westerwelle, 48 anni, non nasconde l'ambizione di diventare ministro degli Esteri, posto occupato da prestigiosi predecessori liberali. A differenza di molti suoi colleghi politici a Berlino però, il suo inglese sembra zoppicare un po', annota lo Spiegel. È già diventato una hit, infatti, un video postato qualche tempo fa su YouTube che documenta la parlata inglese non troppo perfetta di Westerwelle. Sulla vicenda scherza il britannico Independent: «Il tutto è un assaggio del nuovo orgoglio teutonico negli affari internazionali». Elmar Burchia CdS 30

 

 

 

 

Festa dell’Unità tedesca a Roma, con il Premier italiano e l’Ambasciatore Steiner

 

ROMA - La presenza, ieri giovedì 1 ottobre a Roma, alla Festa dell’Unità Tedesca, del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e di altri esponenti del governo e dei partiti è una testimonianza dei solidi legami tra Italia e Germania e dello spirito di partecipazione del popolo italiano allo storico evento della caduta del Muro di Berlino il 9 novembre del 1989. Ne è convinto l’ambasciatore tedesco a Roma, Michael Steiner, che così si è espresso nella conferenza stampa di presentazione dell’evento, che quest’anno è dedicato al 20esimo anniversario di quella caduta del Muro, "determinante non solo per la riunificazione tedesca, ma per l’allargamento dell’unità europea".

Nei giorni scorsi, nello splendido, ampio giardino di Villa Almone, la residenza romana dell’ambasciatore sulla Cristoforo Colombo, si è lavorato alacremente per costruire un simbolico "muro di Berlino", che giovedì sera ha fatto da schermo e da passerella per una suggestiva ricostruzione della storia di Berlino prima, durante e dopo il Muro: "un omaggio - ha detto Steiner - a quel grande spirito di solidarietà italiano ed europeo verso la Germania in occasione della caduta del Muro. Caduta che dimostrò che tutto è possibile".

"Di quello spirito, di quella forza dell’ottimismo - ha aggiunto – ha bisogno oggi l’Europa per una incisiva spinta al processo di integrazione".

E dopo le elezioni di domenica scorsa, l’ambasciatore Steiner auspica che la nuova coalizione a Berlino dei cristiano-democratici e dei liberali e il governo italiano concordino nuove iniziative per il futuro dell’Europa. Steiner ha ribadito, inoltre, che da parte del futuro nuovo governo a Berlino ci sarà continuità in politica estera, dove riscontra una larga convergenza con l’Italia.

Sui risultati elettorali, poi, Steiner esprime un giudizio positivo. Riconosce che la Grande Coalizione tra cristiano-democratici e socialdemocratici ha fatto cose notevoli, ma ritiene importante per la vita democratica del paese che in Parlamento ci sia ora una maggioranza stabile (al Bundestag Cdu/Csu e FDP con 332 su 622 seggi) ed una forte opposizione (Spd, Die Linke, Verdi).

Alla domanda sull’assenza degli italiani in Germania alle elezioni politiche, mentre altre etnie hanno avuto candidati nelle liste dei partiti tedeschi, in particolare i turchi con 24 (dato denunciato da Giuseppe Scigliano, presidente Comites Hannover) Steiner ha risposto che probabilmente è dovuta al fatto che gli italiani in Germania si sentono parte integrante dell’Unione Europea, sono vicini all’Italia, di cui seguono le vicende politiche. Nel corso dell’incontro con i giornalisti italiani l’ambasciatore Steiner ha ricordato che nell’ambito dell’impegno della Germania a favore di Onna, il paesino abruzzese tra i più colpiti dal terremoto, è imminente l’avvio dei lavori per la costruzione della "Nuova Casa", ovvero dell’edificio polifunzionale destinato ai momenti di aggregazione sociale e culturale che egli spera di consegnare agli onnesi per giugno dell’anno prossimo. (Aniello Verde, aise/de.it.press)

 

 

 

 

Il flussi dal Messico. Immigrati, un morto al giorno negli Usa

 

L'allarme dei responsabili delle dogane: in troppi muoiono di fame nel deserto dopo aver varcato il confine

 

WASHINGTON – Da dieci anni oltre 1 clandestino al giorno, in genere latino americani, muore nel tentativo di entrare illegalmente dal Messico negli Stati Uniti. E sebbene nel 2007 e 2008 questa immigrazione si sia dimezzata in seguito alla crisi economica, quest’anno le vittime sono già state 416. E’ possibile che nel 2009 si superi il macabro record di 494 morti del 2005. Lo rivelano l’Aclu (American Civil liberty union) di San Diego in California e l’Agenzia dei diritti umani messicana, che pubblicheranno un rapporto al riguardo entro 24 ore.

«CRISI UMANITARIA» - «E’ una crisi umanitaria di tragiche dimensioni - ammoniscono - che richiede nuove politiche da parte dei governi». A uccidere i clandestini sono per lo più le montagne e i deserti dell’Arizona e del Texas, come in Italia, Grecia ecc lo sono le acque del Mediterraneo. Da quindici anni, gli Stati Uniti hanno sbarrato le stazioni di frontiera più comode, presso le città, e l’immigrazione illegale si è spostata nelle regioni più inospitali. Come in Europa, i clandestini pagano cifre ingenti per il trasporto a gruppi di trafficanti senza scrupoli, ma vengono abbandonati nottetempo subito dopo il confine. Molti si smarriscono e muoiono di fame o di sete.

«CONTROLLI IMPOSSIBILI» - David Hoffman, un dirigente della Dogana americana, sottolinea che nel ’98 furono identificate le zone più rischiose per l’immigrazione illegale, e che esse vengono pattugliate accuratamente sia sul versante Usa sia su quello messicano: «Negli ultimi sei anni abbiamo salvato 11 mila clandestini». Ma ammette che le vittime sono troppe, 4.111 dal ’98 secondo i suoi dati, e che occorre cambiare strategia: «Nel 2005 fermammo 1 milione 200 mila persone, rimandandole quasi tutte indietro. Quest’anno il livello è sceso, siamo a 516 mila. Ma è impossibile controllare oltre 3 mila km di frontiera».

IL FRONTE POLITICO - L’Aclu e l’Agenzia dei diritti umani messicana vogliono che i governi di Washington e di Città del Messico facciano di più. Chiedono che si negozi un aumento dell’immigrazione legale; che sia permesso alle associazioni umanitarie di svolgere opera di ricerca e di soccorso dei clandestini da entrambe le parti dei confini; e che venga a messo a disposizione di tutti un numero telefonico verde per le emergenze.

LE POLEMICHE - Come in Italia, così negli Stati uniti, dove si calcola che gli immigrati illegali siano 12 milioni, è polemica sulle varie responsabilità. All’ingresso alla Casa Bianca, il presidente Obama si impegnò a risolvere il problema legalizzando gran parte dei clandestini già negli Stati uniti e accettando un maggior numero di nuovi immigrati. Ma a causa della battaglia sulla riforma sanitaria il Congresso non ha ancora discusso il relativo disegno di legge. Ennio Caretto CdS 30

 

 

 

 

2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza dell’ONU

 

L'Assemblea generale dell'Onu ha fissato al 2 ottobre di ogni anno la

Giornata internazionale della nonviolenza. La data e' stata scelta in quanto

anniversario della nascita di Gandhi, ispiratore dei movimenti per la pace,

la giustizia, la liberta' di tutto il mondo. In una risoluzione approvata

dai 192 Stati membri dell'Onu, su proposta del governo indiano, l'Assemblea

invita tutti i paesi, organizzazioni e individui a "commemorare questo

giorno per promuovere una cultura della pace, della tolleranza, della

comprensione e della nonviolenza". E' infatti con Gandhi che nasce la

nonviolenza moderna. Certo, essa e' sempre esistita, e' "antica come le

montagne", ma prima del Mahatma era sempre stata intesa come via personale

alla salvezza, come codice individuale, come precetto valido per

l'individuo. E' solo con la straordinaria esperienza gandhiana, prima in

Sudafrica e poi in India, che la nonviolenza diventa politica, strumento

collettivo di liberazione.

La nonviolenza e' stata la vera, grande, unica, rivoluzione del XX secolo.

Le ideologie del Novecento si sono frantumate alla prova della storia, sono

state sepolte nelle tragedie dei campi di sterminio e nei gulag, sono morte

nei massacri della prima e della seconda guerra mondiale.

Solo la nonviolenza resta ad indicare una nuova via. La nonviolenza e' un

mezzo e un fine, e' uno strumento per risolvere i conflitti che la vita ci

presenta, a livello individuale e sociale (poverta', discriminazioni,

esclusioni,  ecc.); la violenza mira a sconfiggere o eliminare l'avversario;

la nonviolenza vuole far emergere la verita' e offrire una via d'uscita per

tutti; preferisce convincere piuttosto che vincere. Non c'e' un nemico da

criminalizzare, ma un avversario da conquistare.

Oggi la vita stessa del pianeta e' a rischio. Crisi ecologica e crisi

belliche rendono il futuro incerto.

Dobbiamo rovesciare il motto "se vuoi la pace prepara la guerra" nel suo

giusto verso "se vuoi la pace prepara la pace", a partire dal ripudio della

guerra e degli strumenti che la rendono possibile: eserciti e armi. Dobbiamo

invertire la rotta, se siamo ancora in tempo. Dobbiamo disarmare, le nostre

menti innanzitutto, per "svuotare gli arsenali e riempire i granai".

In questa occasione il Movimento Nonviolento (fondato da Aldo Capitini, che

ha introdotto in Italia il pensiero ed il metodo di Gandhi), ha promosso una

iniziativa comune nazionale. Tutti gli iscritti, i simpatizzanti, i singoli

amici della nonviolenza, gruppi e centri del Movimento, hanno organizzato

nella propria citta' o nel proprio paese un'iniziativa pubblica: una

presenza in piazza, un banchetto, l'esposizione della nostra bandiera, una

conferenza, una fiaccolata, la distribuzione di un volantino; un'azione che

il 2 ottobre colleghera' idealmente tutte le realta' degli amici della

nonviolenza a livello nazionale. Abbiamo voluto coinvolgere soprattutto le

scuole (dalle elementari ai licei) affinche' presidi ed insegnanti

sensibili, insieme agli studenti, ricordino la figura di Gandhi e affrontino

il tema dell'educazione alla pace. E' stata anche realizzata una diffusione

straordinaria del numero speciale della rivista "Azione nonviolenta",

dedicato all'attualita' del pensiero di Gandhi.

Abbiamo notizie di eventi organizzati in ogni regione italiana, e segnaliamo

un'iniziativa anche in Svizzera...

 

Per informazioni e contatti: Movimento Nonviolento: tel. 0458009803, cell.

3482863190, fax: 0458009212, e-mail: an@nonviolenti.org,  sito:

www.nonviolenti.org. (de.it.press)

 

 

 

 

 

Trema ancora Sumatra, migliaia sotto le macerie. Tsunami nel Pacifico, distrutte le Samoa

 

La natura si è scatenata nel sud-est del mondo. Migliaia di persone sono morte e centinaia di migliaia hanno perso tutto negli ultimi cinque giorni tra l'arcipelago delle Samoa, in pieno oceano Pacifico, e l'isola di Sumatra affacciata sull'oceano Indiano. A colpire, in tragica successione, un tifone, uno tsunami ed un terremoto: è lungo una immaginaria linea rossa di oltre 9.500 chilometri che si legge la mappa delle devastazioni. Tutto era cominciato sabato scorso con il tifone Ketsana che aveva fatto centinaia di morti nelle Filippine per poi dirigersi verso Vietnam, Laos e Cambogia mietendo altre vittime e cancellando le case di centinaia di migliaia di sfollati. Ieri è stato lo tsunami a devastare le Samoa e Tonga. Ieri e stamattina all'alba è stato il terremoto a colpire Sumatra, l'isola più occidentale dell'Indonesia. Tra ieri e oggi in meno di 24 ore la terra ha tremato due volte nell'Anello di Fuoco, quell'immenso complesso di faglie che corre lungo le coste del Pacifico passando tanto per la California quanto per il Giappone.

 

In Indonesia una scossa di magnitudo 7,6 Richter ha colpito la costa occidentale dell'isola indonesiana di Sumatra, con epicentro collocato in mare, circa 600 km a nord-ovest della città di Padang. Una seconda scossa di magnitudo 5,5 è stata registrata poco dopo. Geologicamente è la stessa area dello tsunami del 2004, generato dal più violento e devastante terremoto della storia. Il bilancio ancora provvisorio stimato dalle autorità locali è di 75 vittime, ma le prime immagini che arrivano da Padang e Pariaman, le città più colpite, hanno mostrato palazzi crollati e migliaia di persone in fuga. Ieri sera un terremoto sul fondo del Pacifico (magnitudo 8,0 Richter, localizzato a 18 km. di profondità al largo delle Samoa) aveva scatenato lo tsunami: onde alte fino a otto metri si sono abbattute con indescrivibile violenza sulle isole Samoa e Tonga, nel Pacifico orientale.

 

L'allerta era stata lanciata dalle Hawaii, ma i pochi che hanno ricevuto il messaggio di emergenza hanno avuto solo quattro minuti per cercare salvezza. Il bilancio ufficiale è, finora, di 113 morti. Ma ci sono villaggi di cui non si sa ancora nulla. E nel fine settimane era stato il tifone a seminare morte e distruzione tra le Filippine ed il sudest asiatico. Ketsana ha lasciato dietro di sè il pesante bilancio di 331 morti e almeno 230.000 senzatetto nelle Filippine, oltre a un danno economico stimato dalle autorità in quasi 68 milioni di euro. Un'emergenza che ha indotto il governo ad aprire persino il palazzo presidenziale per dare asilo agli sfollati. Arrivato ieri in Vietnam, Ketsana ha consegnato altre immagini di distruzione: abitazioni trascinate via dalla violenza dell'acqua e persone rifugiate sui tetti. La regione più colpita dal tifone, il più devastante degli ultimi 40 anni, è stata quella centrale, intorno alla città di Danang. L'evacuazione di 170.000 persone non è bastata a salvare 74 vite. E nella vicina Cambogia sono 11 le vittime finora accertate. Anchè lì, come in Laos, migliaia di sfollati. In nessuno dei luoghi colpiti dai disastri naturali, molti dei quali vicini a località turistiche, ci sono state per il momento vittime italiane, secondo quanto confermato dalla Farnesina. Ma ora una sottile paura si diffonde. Secondo alcuni geologi americani gli sconvolgimenti degli ultimi giorni si ripercuoteranno sull'equilibrio dell'intero sottosuolo terrestre. Sumatra si trova nel Pacifico all'interno del cosiddetto «anello di fuoco», dove è alta l'attività vulcanica e sismica. Un terremoro all'inizio di questo mese sull'isola di Giava aveva provocato 123 vittime.  L’U 1

 

 

 

Sumatra, forte scossa: "Migliaia di morti". Il mondo si mobilita, appelli per gli aiuti

 

Un sisma di magnitudo 6.8 ha scosso questa mattina l'isola indonesiana

Si scava con le mani tra le macerie di Padang. Crescono le vittime anche a Samoa

Altri due terremoti nelle scorse ore, in Perù e nella Kamchatcka, senza vittime

Partiti i primi soccorsi: 3 milioni di euro dalla Ue, personale da Croce Rossa e Medici senza frontiere

 

GIAKARTA - Un nuovo forte sisma di magnitudo 6.8 ha scosso questa mattina l'isola indonesiana Sumatra, dove ieri un terremoto di 7.6 gradi sulla scala Richter ha devastato la costa occidentale. I morti, secondo le autorità, potrebbero essere migliaia soprattutto nella città di Padang. Gli abitanti della città stanno partecipando alle ricerche, che sono però complicate dalla pioggia e la mancanza di ruspe per portare via le macerie. Tantissimi residenti sono alla ricerca dei loro congiunti scomparsi da ieri. Allo stato attuale il numero dei morti accertati è salito a 770 morti e 2.400 feriti; di questi, 249 sono in condizioni gravi.

 

Si cercano superstiti. Secondo le stime degli esperti, ci sarebbe una "finestra temporale" di 72 ore per avere speranze di trovare ancora sopravvissuti sotto le macerie. "Dipende anche dalla gravità delle ferite e dalla resistenza della persona ma, in genere, le prime settantadue ore sono cruciali", ha spiegato Seiji Amano, un responsabile dell'agenzia giapponese per la gestione delle catastrofi.

 

Le ricerche a Padang sono rese difficili dalla pioggia, e i soccorritori si scontrano anche con la carenza di macchinari. "Dobbiamo liberare i superstiti dalle macerie, ma siamo a corto di macchinari da cantiere", ha spiegato Priyadi Kardono, portavoce dell'agenzia per la gestione delle catastrofi a Giakarta. "La cosa più complicata è trasportarli nella zona del disastro", ha aggiunto.

 

Nessun italiano. Non ci sarebbero vittime italiane a Sumatra. Lo ha dichiarato Luigi Diodati, consigliere all'Ambasciata d'Italia a Giakarta. Alcuni connazionali sono stati contattati direttamente dall'ambasciata: tra questi una religiosa nella città di Padang, che ha confermato di non avere notizia di italiani coinvolti. Ma Diodati invita alla prudenza: "E' ancora da verificare se, quando il sisma ha colpito, c'erano italiani di passaggio". E ha aggiunto: "Ci sono ancora molte persone intrappolate sotto le macerie, i cellulari non funzionano ancora, mentre le linee fisse cominciano solo ora ad essere riattivate".

 

Gli aiuti - In soccorso della popolazione indonesiana sono partiti i primi aiuti dall'estero. La Commissione europea ha destinato 3 milioni di euro. Karel De Guch, commissario per gli aiuti umanitari, ha spiegato in un comunicato che i fondi permetteranno di indirizzare rapidamente un primo intervento, ma la Ue è pronta a fornire altri aiuti. La Germania ha aggiunto a titolo di contributo nazionale 1 milione di euro e la Svizzera è pronta ad inviare del personale per il pronto soccorso e dei beni di prima necessità. Anche un team di Medici Senza Frontiere è in partenza da Bruxelles e Parigi per assistere le vittime del terremoto al fianco degli operatori indonesiani. "E' essenziale sostenere e rinforzare il sistema di assistenza sanitaria locale che in simili situazioni è evidentemente sottoposto a una tremenda pressione", ha sottolineato Kostas Moschochoritis, direttore in Italia di Msf. La Croce Rossa ha mobilitato nella regione migliaia di volontari e personale specializzato. Grazie ai sistemi di allerta precoce, parte della popolazione è stata evacuata dalle zone prima dell'arrivo del Tifone e dello tsunami, mentre sono stati predisposti rifugi, preposizionati stock di beni di prima necessità e distribuiti cibo e acqua.

 

La situazione a Samoa. Continua a crescere, intanto il bilancio dei morti a causa dello tsunami abbattutosi due giorni fa sulle isole Samoa e Tonga, nell'oceano Pacifico, dopo un sisma di magnitudo 8: per ora i morti sono almeno 148, secondo gli ultimi dati diffusi dalle autorità locali. Numeroso ma ancora imprecisato il numero dei dispersi. Devastati interi villaggi e le strutture alberghiere, e di molti centri abitati ancora non si sa nulla.

 

Perù e Kamchatcka. Altri due eventi sismici nella notte: nessun ferito nè gravi danni per una scossa di magnitudo 6.3 nella regione peruviana di Puno. Scossa di 5 gradi in Kamchatcka, anche qui senza vittime né danni segnalati.

 

Il bilancio. Ai morti a Samoa e Sumatra sono da aggiungere anche le vittime del tifone Ketsana che ha colpito Filippine e Vietnam: almeno 380, mentre è allerta per l'arrivo di Parma, una tempesta con una potenza ancora maggiore, con venti fino a 150 chilometri orari, che potrebbe abbattersi sulle Filippine già sabato. Sono più di mille, dunque, i morti accertati in un bilancio destinato drammaticamente ad aumentare per i disastri naturali che hanno colpito l'Asia sudorientale e il Pacifico negli ultimi giorni.

 

Nessun legame. Una catena di eventi impressionante, ma, assicura in un'intervista alla Stampa il presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Enzo Boschi, "è stata una coincidenza. Non esiste alcun nesso di causa-effetto fra i due terremoti. Quello in mezzo al Pacifico e quello in Indonesia sono stati indipendenti uno dall'altro". D'altra parte, ricorda Boschi, "il Sudest asiatico è una delle zone del pianeta più attive a livello sismico".  LR 1

 

 

 

 

Il mondo non finirà nel 2012

 

Due terremoti di spaventosa potenza (superiori a magnitudo 7 Richter, come a dire diverse centinaia di bombe paragonabili a quella di Hiroshima che esplodono nel sottosuolo contemporaneamente) in rapida successione bastano a riportarci alla condizione umana su un pianeta che mette in gioco energie e tempi incommensurabilmente più grandi di noi. Ma anche a farci tremare per una fine del mondo che sembra essere ormai prossima. Se però conoscessimo bene la Terra sapremmo che non è così e, anzi, dovremmo ricordare che forse sono proprio le crisi tettoniche ad aver permesso ai nostri antenati di evolversi qualche milione di anni fa nell’Africa orientale.

 

Grazie ai terremoti il mondo della foresta fu diviso da quello della savana, e, in quel nuovo ambiente, appena scesi dagli alberi, gli ominidi hanno sviluppato la stazione eretta, le strategie di sopravvivenza, in definitiva, il cervello. Insomma siamo figli dei terremoti e della geologia di un pianeta inquieto, nonostante il fatto che negli ultimi mille anni i sismi hanno ucciso otto milioni di persone e tutto lascia intendere che le cose potrebbero andare peggio nel prossimo futuro, su una Terra più popolata proprio nelle regioni a rischio. In tremila anni di storia la Cina ha visto 13 milioni di vittime e ogni anno muoiono, in media, fra le 10 mila e le 15 mila persone a causa dei terremoti, se si considerano anche i maremoti, le carestie e le pestilenze connesse.

 

Il terremoto è la catastrofe per antonomasia, etimologicamente è lo stravolgimento completo delle esistenze, a partire dalle abitazioni distrutte o, in aggiunta, dalle gigantesche ondate di maremoto, che in certe regioni del mondo, non sembrano mancare mai. E cosa c’è di peggio di quando ci manca la terra sotto i piedi, di quando traballano i punti di riferimento, o di quando le crisi si susseguono come guidate da una mano invisibile che disegna un meccanismo perverso? Ma le catastrofi naturali non esistono, esistono solo le sciagurate conseguenze di comportamenti insensati degli uomini che abitano dove non dovrebbero e costruiscono troppo e male. E il terremoto è un fenomeno assolutamente «normale» e molto frequente sulla Terra, almeno come le tempeste: ogni anno si registrano milioni di scosse e solo una decina superano, in media, la magnitudo 7 Richter, che possiamo idealmente assumere come limite dei terremoti più violenti. Non c’è un tetto superiore della cosiddetta scala Richter: il massimo mai raggiunto è poco superiore a 9, come nel caso di Sumatra (2004) o del Cile (1960), ma in teoria sono possibili terremoti anche molto più energetici.

 

Non c'è quindi alcuna fine del mondo che si approssima, ma solo la casuale giustapposizione di scosse molto forti in un settore apparentemente piccolo del mondo: il sisma delle isole Samoa è migliaia di chilometri lontano da quello di Sumatra, e c’è un intero continente in mezzo, più un pezzo di oceano. Inoltre sono due strutture geologiche differenti, due scontri diversi di placche geologiche lontane. Eppure questi eventi vengono letti come il medesimo segno di una crisi geologica che non c’è: il pianeta fa semplicemente il suo mestiere e solo per caso due scosse molto forti si susseguono ravvicinate nel tempo e (peraltro un po’ meno) nello spazio.

 

Ma il terremoto evoca la nostra atavica debolezza, l’incapacità di confrontarsi con la natura quando la riteniamo davvero arrabbiata: in realtà la natura fa il suo corso senza curarsi di noi o di altri viventi e non ci sarà nessuna fine del mondo per congiunzioni astrali di pianeti nel 2012 o per un susseguirsi di terremoti violenti. La tremenda sequenza calabrese della fine del XVIII secolo, i vari big-one della California o del Giappone, gli tsunami del Sud-Est asiatico, le scosse dell’intero «anello di fuoco» del Pacifico sono solo i segni di un pianeta attivo e dinamico che dovremmo semplicemente guardare con rispetto.  MARIO TOZZI LS 1

 

 

 

 

Nucleare, svolta nel negoziato. "Presto ispezioni Onu in Iran"

 

Ginevra, nel negoziato 5+1 primo incontro bilaterale Usa-Iran - Solana: "Nelle prossime settimane inviati Aiea nell'impianto di Qom" - dal nostro inviato VINCENZO NIGRO

 

GINEVRA - Sono positivi i primi segnali che arrivano dai colloqui fra il gruppo dei "5+1" con l'Iran. Questa mattina dopo la sessione plenaria in cui la delegazione iraniana ha incontrato i 5+1 (i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania), il negoziatore iraniano Sade Jalili si è riunito assieme ai suoi colleghi con la delegazione americana guidata dall'ambasciatore William Burns. Dai tempi della rivoluzione iraniana del 1979 questo è l'incontro bilaterale più importante che americani ed iraniani siano mai riusciti ad organizzare. E in serata è arrivato l'annuncio: gli ispettori dell'Agenzia per l'energia atomica Aiea avranno accesso all'impianto nucleare iraniano di Qom "nelle prossime settimane". Lo ha annunciato l'alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue Javier Solana, affermando che la delegazione iraniana a Ginevra ha concordato di volere "conformarsi in modo pieno ed immediato" alle richieste della comunità internazionale.

 

Nel primo pomeriggio si era capito che rispetto alle dichiarazioni della vigilia, l'Iran è arrivato a Ginevra con un atteggiamento negoziale possibilista. Il negoziatore Jalili nel suo discorso introduttivo ha affrontato il tema nucleare per rivendicare il diritto del suo paese all'energia atomica ma comunque accettando di discutere la questione e non rifiutando di farlo come Teheran aveva minacciato alla vigilia dei negoziati.

 

Un diplomatico occidentale ha detto ad Al Jazeera che "gli iraniani si sono mostrati morbidi dopo che noi abbiamo detto chiaramente che non eravamo venuti a Ginevra per ascoltare le loro idee sui problemi del mondo, ma che abbiamo due quesiti a cui esigiamo una risposta: se l'Iran vuole discutere del programma nucleare e se è disponibile per un'ispezione immediata del nuovo impianto di Qom". La risposta di Jalili non sarebbe stata una chiusura netta, anche se è vero che gli iraniani sono maestri nel negoziato e soprattutto nella tattica del rinvio di qualsiasi decisione.

 

 

Dopo 3 ore di discussione gli inviati hanno sospeso i colloqui per il pranzo e per permettere l'incontro Usa-Iran. Secondo Cristina Gallach, portavoce del "ministro degli Esteri" Ue Javier Solana, "la discussione si è svolta in un clima positivo e corretto". Le delegazioni si sono lasciate la porta aperta a qualsiasi sviluppo: il summit potrebbe continuare anche con altri incontri bilaterali e soprattutto tutte le delegazioni hanno mantenuto per stanotte le prenotazioni degli alberghi di Ginevra, in previsione del fatto che il negoziato possa terminare con un breakfast domattina.

 

Altro segnale interessante è arrivato da Washington, dove ieri sera il ministro degli Esteri iraniano si era spostato da New York. Secondo l'agenzia iraniana Irna, nella capitale Usa Manoucher Mottaki ha incontrato due deputati della Commissione esteri per discutere proprio della possibilità del nucleare. Il ministro aveva accompagnato a New York il presidente Ahmadinejad ed era rimasto negli Usa per altri incontri a margine dell'assemblea generale dell'Onu. Gli Usa gli hanno concesso un visto per visitare anche Washington con la scusa di un incontro con i diplomatici dell'ambasciata pachistana che rappresenta gli interessi iraniani negli Usa. Ma il vero motivo di questa tappa a Washington è stato l'incontro con i due deputati americani, la prima riunione fra un ministro iraniano e due congressmen dai tempi dell'amministrazione Clinton.

 

Ieri, prima di partire per Ginevra, il capo-negoziatore Jalili (che alla vigilia del nuovo governo era stato dato anche come possibile ministro degli Esteri) aveva detto di essere pronto a "creare un clima positivo". Lo stesso presidente Ahmadinejad, dopo aver ripetuto con forza che "l'Iran non tratterà sul suo diritto all'energia nucleare", aveva avanzato proposte per ricevere dall'estero l'uranio arricchito necessario per il programma nazionale. Una proposta a cui la Francia ha detto di essere "piuttosto favorevole": il ministro degli Esteri di Parigi Bernard Kouchner ne ha parlato in queste ore con i dirigenti russi che ha incontrato a Mosca. L'anno scorso il presidente iraniano Ahmadinejad aveva rifiutato completamente l'idea che l'uranio arricchito potesse essere fornito all'Iran dall'estero, la stessa proposta che sarebbe disposto a prendere in considerazione. LR 1

 

 

 

 

Il discorso di Ahmadinejad all’Assemblea dell’ONU

 

Riguardo all’intervento di Ahmadinejad e Gheddafi all’Onu, un lettore scrive che certi personaggi non dovrebbero essere autorizzati a servirsi del proprio seggio per minacciare e calunniare un altro Paese o per attaccare l’Onu stessa ( Corriere , 25 settembre).

Io penso invece che per raggiungere la pace qualche volta bisogna dar voce anche al più atroce «nemico». D’altro canto il muro contro muro non ha mai risolto nessun problema. In ogni caso non dobbiamo dimenticare che per combattere certi soprusi abbiamo un’arma potentissima, che consiste nell’abbandonare la piazza quando questi prendono la parola. Come hanno fatto i delegati del nostro Paese nell’ultima riunione nel Palazzo di Vetro con il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Silvano Stoppa, | silvano.stoppa@poste.it

 

Caro Stoppa, Ogni discussione sulle parole di Ahmadinejad all’Onu dovrebbe cominciare dal testo del discorso. L’ho letto nella versione inglese e cerco di riassumerne, molto sommariamente, i punti essenziali.

Ahmadinejad ha esordito con alcune riflessioni sul monoteismo, sul ruolo storico dei grandi profeti (Noè, Abramo, Mosè, Gesù e Maometto) per la redenzione dell’umanità, sull’importanza delle fede e della spiritualità nelle relazioni internazionali. Gli accenti ecumenici del discorso sarebbero piaciuti a Giovanni XXIII, il duro giudizio sull’agnosticismo (una forma di relativismo) dovrebbe essere piaciuto a Benedetto XVI.

Ha detto che i maggiori pericoli, per l’umanità sono le armi di distruzione di massa e il terrorismo, fra cui in particolare il terrorismo di Stato.

Ha ricordato che Saddam, durante la guerra contro l’Iran, fu armato dall’Occidente e impiegò armi chimiche.

Ha affermato che Al Qaeda nacque dal sostegno degli Usa ad alcuni gruppi della resistenza antisovietica e che l’arsenale nucleare israeliano ha beneficiato della complicità americana.

Ha duramente descritto le vessazioni subite dai palestinesi nella loro terra. Ha sostenuto che alcuni Paesi cercano d’impedire ad altri il libero accesso alle tecnologie del progresso.

Ha rivendicato il carattere democratico dell’Iran: un Paese in cui, dopo la rivoluzione, «si è votato 27 volte».

Ha auspicato un maggiore impegno dell’Onu per il disarmo e ha chiesto all’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia atomica) di promuovere l’applicazione dell’art. IV del Trattato di non proliferazione sul libero accesso dei Paesi firmatari alle tecnologie nucleari.

Ha ripetuto che l’Iran non vuole armi nucleari, ma che potrebbe, se vi fosse costretto dalle circostanze, riconsiderare la sua politica.

Ha denunciato il «regime sionista di occupazione», ma non ha auspicato la distruzione di Israele e non ha negato la realtà del genocidio ebraico.

Ha dichiarato di essere pronto e negoziare.

Alcune delle affermazioni di Ahmadinejad sono contestabili o grossolanamente esagerate. Ma altre sono vere (la benevolenza degli Usa per l’Iraq durante le guerra contro l’Iran) o, come quelle sui palestinesi, riflettono i sentimenti e le convinzioni della grande maggioranza del mondo musulmano. Le otto delegazioni che hanno abbandonato la sala (tra cui Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Paesi Bassi, Stati Uniti) avrebbero fatto meglio ad ascoltarlo fino in fondo. Certe forme di diplomazia spettacolo (come l’interminabile discorso di Gheddafi all’Onu) sono infantili, demagogiche e, in ultima analisi, inutili. Sergio Romano CdS 30.9.

 

 

 

 

Economist sull’Italia: "Come con Mussolini, museruola a chi informa"

 

Durissimo attacco del settimanale britannico: "I giornalisti hanno ragione

a preoccuparsi e protestare. Italia democrazia fragile, come all'Est" - El Pais: "Berlusconi dichiara guerra alla Rai". Sulla stampa estera molti titoli sullo scudo fiscale: "amnistia per gli evasori" - dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA - Sono anni che definisce Silvio Berlusconi "inadatto" a governare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi mediatico e dei numerosi processi a cui è stato sottoposto, ma adesso il settimanale l'Economist aumenta se possibile ancora di più il livello della critica, paragonando l'Italia del Cavaliere a una delle deboli democrazie dell'Est Europa, sempre più lontana dal concetto di democrazia occidentale, ed evocando perfino il fantasma del Duce.

 

"E' dai tempi di Mussolini che non si aveva un governo italiano che interferisse con i media in maniera così lampante e allarmante", scrive l'autorevole settimanale, britannico come sede centrale ma globale nella diffusione poiché vende al di fuori del Regno Unito i due terzi della sua tiratura di quasi un milione e mezzo di copie. "I giornalisti, e gli altri italiani, hanno ogni motivo di protestare", continua l'articolo, intitolato "Museruola a chi informa", alludendo alla manifestazione in difesa della libertà di stampa indetta per questo fine settimana in tutta Italia e anche all'estero. "Questo sabato 3 ottobre si terrà a Roma una manifestazione per difendere la libertà di stampa", scrive l'Economist, "non in una lontana dittatura, ma proprio in Italia. Ebbene, i giornalisti che l'hanno indetta hanno buone ragioni per preoccuparsi".

 

Il settimanale osserva poi che basta consultare la classifica 2009 sull'indipendenza dei media di Freedom House, l'istituto americano di controllo e studio sulla libertà di informazione e di pensiero, per accorgersi che l'Italia è declassata nella categoria di quelli "parzialmente liberi", al 73esimo posto, su un totale di 195, appena sopra alla Bulgaria. Quanto meno sotto questo aspetto, afferma l'Economist, "l'Italia di Berlusconi si sta allontanando dall'Europa occidentale per diventare più simile alle deboli democrazie dell'est". Il giornale fa poi una lunga ricostruzione degli ultimi sviluppi, dalle domande di Repubblica al premier alla richiesta di danni per diffamazione avanzata da Berlusconi per tali domande, fino al caso della trasmissione AnnoZero e alla campagna lanciata dal Giornale, "quotidiano vicino al primo ministro, contro il pagamento del canone Rai, da cui dipendono almeno la metà degli introiti dell'azienda pubblica". Conclude l'Economist: "Le ordinanze di Berlusconi sembrano parte di un progetto per spazzare via le ultime enclavi ribelli rimaste in Italia".

 

Del caso Berlusconi continua ad occuparsi anche il resto della stampa internazionale. Il quotidiano spagnolo El Pais pubblica oggi un ampio servizio intitolato: "Berlusconi dichiara guerra alla Rai". Il corrispondente da Roma, Miguel Mora, racconta gli attacchi alla trasmissione "AnnoZero" per la puntata dedicata allo scandalo delle escort e all'intervista a Patrizia D'Addario, soffermandosi sulla campagna lanciata "dai media del Cavaliere" per esortare gli italiani a non pagare più il canone d'abbonamento alla Rai in segno di protesta. "Berlusconi ha celebrato il suo 73esimo compleanno dichiarando guerra non solo a Michele Santoro", il conduttore della trasmissione in questione, "ma a tutti i programmi che lo criticano", scrive El Pais, affermando che l'invito a non pagare il canone è "un'iniziativa teatrale del tutto priva di legalità, in pratica una chiamata generale all'evasione fiscale, un'abitudine quest'ultima assai popolare in Italia e a cui lo stesso Berlusconi non è alieno, come testimoniano i suoi numerosi processi in materia".

 

Un altro tema a cui i giornali stranieri dedicano l'attenzione è per l'appunto il perdono fiscale per coloro che rimpatriano capitali dall'estero. "Berlusconi prepara un colossale perdono, il più grosso d'Europa", titola il Clarin. "Il governo Berlusconi ha imposto un voto di fiducia in parlamento per far passare la sua amnistia fiscale", titola Les Echos. "Berlusconi concede l'amnistia agli evasori dei paradisi", titola El Mundo.

 

Il settimanale francese L'Express torna invece sulle polemiche degli ultimi mesi tra la Chiesa cattolica e il nostro primo ministro, con un lungo reportage intitolato "Divorzio all'italiana", che ripercorre tutte le tappe della vicenda, dalle proteste nelle chiese per i party con escort e veline nelle ville del presidente del Consiglio, alle critiche espresse dall'Avvenire e da Famiglia Cristiana, agli attacchi del Giornale al direttore dell'Avvenire e alle dimissioni di quest'ultimo. Il settimanale riporta il parere di un assicuratore di 59 anni di nome Giorgio che dice: "Non comprendo più la mia Chiesa. Mi sento perduto davanti alla sua sottomissione a Berlusconi, alla sua politica, al suo modello di una società barbara". Tuttavia, afferma L'Express, numerosi segnali indicano che la Chiesa sta preparandosi "al dopo-Berlusconi".

 

E una notizia che nei giorni scorsi ha riempito le pagine dei giornali in Occidente è arrivata stamani fino in Pakistan, dove la Plus News Pakistan riporta la gaffe di Berlusconi su Michelle Obama, definita "abbronzata" come suo marito dal premier italiano al ritorno dal summit del G20. LR 1

 

 

 

La crisi della sinistra europea. Il coraggio di inventare un nuovo Welfare

 

POCO meno di cento anni fa, nel 1911, Benedetto Croce annunciava in una celebre intervista alla “Voce”, “la morte del socialismo”. Quella diagnosi, condivisa da molti fra i maggiori intellettuali dell’epoca, si sarebbe rivelata quanto meno prematura: tant’è che qualcuno, in tempi più recenti, ha definito il Novecento “il secolo socialdemocratico”. Un giudizio anch’esso azzardato (il Novecento è stato troppe cose insieme, in Europa e nel resto del mondo, per poter essere ricondotto a un’unica chiave interpretativa), ma certo indicativo di un indiscutibile e durevole successo. Ora, a partire dai risultati delle ultime elezioni europee e ancor più dalla secca sconfitta di quello che fu a lungo il modello e la guida del movimento operaio nel vecchio continente, la Spd tedesca, il tema della fine del socialismo, o della sua crisi irreversibile, torna a essere agitato nel dibattito pubblico. E questa volta con qualche maggior fondamento: o almeno così sembrerebbe, visto il crollo verticale dei partiti europei di più antica tradizione (il Labour e la Sfio, oltre alla Spd), visto il calo dei consensi subìto anche dai socialismi mediterranei tuttora al potere e visto soprattutto l’assottigliarsi dei margini economici e finanziari che rendevano possibili le politiche redistributive di marca socialdemocratica (è falso che le crisi dell’economia capitalistica favoriscano i partiti di sinistra: nella storia del Novecento è accaduto piuttosto il contrario).

Prima di formulare giudizi definitivi e diagnosi catastrofiche, sarebbe bene però interrogarsi su che cosa si intenda oggi col termine socialismo, o meglio su quale socialismo sia quello di cui ci si appresta a constatare la morte. Va detto allora che il socialismo in quanto costruzione utopica, in quanto progetto di radicale ridisegno della società tramite la collettivizzazione dei mezzi di produzione e la sostituzione dell’economia pianificata a quella di mercato, è morto da un pezzo, nella pratica prima che nella teoria del movimento operaio europeo, o almeno delle sue espressioni maggioritarie: la sua fine fu decretata ufficialmente nel 1959 a Bad Godesberg dalla socialdemocrazia tedesca, ma era già stata di fatto introiettata nella concretezza della pratica quotidiana, con le prime esperienze di governo democratico (negli anni attorno alla prima guerra mondiale).

E più ancora nel confronto-scontro col comunismo sovietico, esempio vivente (anche se non sempre ben compreso) degli esiti totalitari del socialismo utopico e costruttivista.

Una volta deposto, più o meno dichiaratamente, il vecchio armamentario teorico di derivazione marxista (ma non solo), i socialisti europei seppero ugualmente rappresentare la maggioranza delle classi lavoratrici e sostenerne le aspirazioni adottando gli istituti e gli strumenti di una realtà, quella del Welfare State, che altri (dal conservatore Bismarck al liberale Beveridge) avevano inventato, ma che il movimento operaio aveva praticato assiduamente e di fatto innervato con le sue organizzazioni e con la sua azione rivendicativa. L’utopia accantonata nella sua versione rivoluzionaria veniva così recuperata nella prospettiva di un progresso indefinito verso i traguardi del benessere e della giustizia distributiva. Non c’è da stupirsi allora se, una volta entrato in crisi quel modello (vuoi per la controffensiva degli avversari, vuoi per circostanze oggettive legate al ciclo economico e ai vincoli della finanza pubblica), i socialisti hanno dovuto prima impegnare una faticosa battaglia di retroguardia volta a salvare il salvabile, poi riciclarsi in un progressismo dai tratti alquanto generici. Non volendo più smerciare utopie e non potendo vendere promesse di benessere crescente, si sono limitati ad accreditare se stessi come portatori di valori più nobili e di uno stile di governo più corretto ed efficiente di quello dei loro avversari.

Tutto questo evidentemente non basta. I partiti socialisti come ha detto Giuliano Amato in una recente intervista devono mantenere per quanto possibile il legame organico con la loro storica costituency (il mondo del lavoro dipendente) e al tempo stesso prendere atto dei mutamenti, quantitativi e qualitativi, intervenuti in quel mondo: dunque reinventare il Welfare, renderlo più articolato e flessibile, riadattarlo alle esigenze di una realtà sociale non più definibile con le vecchie categorie di analisi. Di fronte a sfide così impegnative e a compiti così ardui, appare francamente inadeguato il dibattito precongressuale oggi in corso nel Partito democratico italiano. Dove si discute astrattamente di vecchio e di nuovo, di leggero e di pesante. E dove ci si scontra sul tasso di “socialismo” compatibile con la ragione sociale del partito. Se è vero quel che ho cercato di spiegare, il problema semplicemente non sussiste. di GIOVANNI SABBATUCCI IM 1

 

 

 

 

La sfida tra Bersani e Franceschini. Le due anime di un Pd scosso

 

Circolo dopo circolo, si stanno concludendo le votazioni tra gli iscritti del Partito Democratico e il 25 ottobre i tre candidati — Bersani, Franceschini e Marino — saranno presentati al voto degli elettori e dei simpatizzanti: in pratica di chiunque manifesti l'interesse a influire sulla scelta delle cariche direttive del partito. Gia in quella data, o al più un paio di settimane più tardi se sarà necessario un ballottaggio, sapremo chi è il nuovo segretario del Pd. Prima di discutere del significato di questa scelta, tre commenti di natura generale.

 

Il primo è che hanno partecipato al voto, sinora, circa 350.000 persone, più della metà degli iscritti: non una piccola prova di democrazia, in un momento in cui gran parte dei commentatori danno per spacciato, e con buone ragioni, il ruolo democratico dei partiti. E a questa occorrerà aggiungere la consultazione del 25 ottobre. Il secondo commento è che laddove il partito è maggiormente radicato, nelle regioni rosse e nelle grandi città, nell'ambito dei circoli si è svolto un dibattito serio tra i sostenitori delle diverse candidature: questa volta, a differenza di precedenti investiture pilotate dall'alto, prima del voto gli esiti erano realmente incerti. Oggi il risultato è noto: Bersani ha ottenuto circa il 56%, Franceschini circa il 36 e Marino il restante 8. Ma l'incertezza permane per il voto degli elettori, il 25 ottobre, perché gli iscritti e i simpatizzanti generici sono due popolazioni abbastanza diverse. Il terzo commento è che la linea di divisione tra le posizioni politiche espresse dalle tre candidature non è più quella delle diverse provenienze partitiche, gli ex Ds ed ex Dl: per ognuna di esse il sostegno è molto misto, e segnala un processo di osmosi piuttosto avanzato. Se la linea di divisione non è questa, qual è?

 

E' abbastanza facile dirlo per Marino, il vero outsider di questo congresso. Egli è portatore di un messaggio fortemente critico nei confronti delle ambiguità del Pd, che imputa in parte ad un'analisi sbagliata del fenomeno Berlusconi — … come se si trattasse di un avversario politico normale — in parte ad una eccessiva tolleranza per le posizioni clericali o integralistiche che ogni tanto emergono tra gli esponenti cattolici del partito. Questa è l'analisi ribadita ogni giorno dai giornali più letti dal popolo della sinistra e non meraviglia il buon successo della mozione nelle grandi città, tra i giovani e le persone istruite. Insistendo su queste critiche, proclamando una politica della decisione e della nettezza, del 'Sì-sì' 'No-no' di evangelica memoria, Marino si stacca nettamente dagli altri due candidati e si avvicina alla posizione dell'Idv di Di Pietro, una permanente tentazione per il Partito Democratico.

 

Più difficile distinguere le altre due mozioni, quelle degli insider, di Bersani e Franceschini, e non è di grande aiuto leggere attentamente i testi, sottolineare frasi più o meno felici, reticenze o silenzi più o meno sapienti: entrambe dicono cose simili, generiche e gradite al popolo di centrosinistra chiamate a votarle. La mozione di Bersani è sicuramente la più critica nei confronti della breve storia del Pd di Veltroni.

Critiche alla segreteria Veltroni implicitamente le muove anche Dario Franceschini, ma il dubbio che suscita la posizione di Bersani è che le critiche non riguardino solo le scelte tattiche del recente passato, ma lo stesso disegno strategico, lo stesso impianto culturale sul quale l’Ulivo prima e il Pd poi sono stati costruiti. In altre parole: il dubbio è che un Pd guidato da Bersani — per ora costretto in un contesto bipolare dalla legge elettorale voluta dal centrodestra — sarebbe ben disposto a mutarlo qualora se ne presentasse l’occasione. In questo caso il senso della storia di cui parla Bersani, il suo possibile esito, sarebbe un ritorno al proporzionale, dove un Pd più nettamente «laico» e «di sinistra » lascia il compito di conquistare gli elettori più moderati a un rinnovato partito centrista, neo-democristiano, confidando poi in una alleanza di governo.

 

Si tratta di una posizione politica più che legittima, ma è l’esatto opposto della scommessa da cui era partito l’Ulivo e sulla quale si è formato il Partito democratico: quella di un partito di ispirazione democratico-liberale, che nutre l’ambizione di governare il Paese a capo di una coalizione di cui è la componente maggiore e politicamente egemone. Un partito che non vuole nascondersi dietro una forza politica e a un presidente del Consiglio centristi, e rifiuta come scoraggiante e sbagliata l’idea che un partito di centrosinistra non riuscirà mai, in un contesto bipolare, a governare un Paese «organicamente» di centrodestra. Credo che spetti a Bersani chiarire, di fronte a ragionevoli dubbi, se la sua critica al progetto originario del Pd è così radicale. Se lo è, il confronto con Franceschini acquisterebbe un senso molto più chiaro di quello che è possibile desumere dalla lettura delle due mozioni.

Michele Salvati, CdS 1

 

 

 

 

Informazione, sabato tutti un piazza. L'Fnsi: "Altro che farsa, siamo serissimi"

 

Il presidente Roberto Natale presenta la kermessa di piazza del Popolo

"da tempo c'è un clima pesante, farsi sentire è sacrosanto" - di MATTEO TONELLI

 

ROMA - "Altro che farsa, sarà una manifestazione seria. C'è un clima pensante e scendere in piazza è sacrosanto". Il presidente della Fnsi Roberto Natale, spiega così il senso della manifestazione per la libertà di informazione che si terrà sabato pomeriggio a Roma. Lo fa usando la parola ("farsa") con cui Silvio Berlusconi aveva bollato la kermesse e rilanciando l'urgenza di un forte segnale. "Chi non gradisce questa manifestazione dice che è a sostengno di una sola testata ma non è così. Così come non scopriamo da oggi il tema della libertà di informare".

 

Elenca quelli che definisce "attacchi nel segno del fastidio per l'autonomia dell'informazione", il presidente dell'Fnsi. Dal decreto legge sulle intercettazioni, all'affondo contro Annozero. Con una premessa: "Non pensiamo che i problemi siano cominciati con Berlusconi e che ci sia solo il conflitto di interessi che riguarda il premier". E con una precisazione: "Questa non è una manifestazione corporativa. Quanto ai partiti, ci sono sigle che hanno aderito ma abbiamo chiesto a tutti che la manifestazione resti autonoma".

 

Duro, invece, il giudizio sull'attuale vertice Rai: "Non vediamo una grande passione verso l'autonomia aziendale. Vi sono situazioni inaccettabili non solo dal punto di vista del pluralismo informativo ma anche e persino dal punto di vista della più elementare logica di mercato. E poi si polemizza spesso contro gli eccessi polemici di taluni giornalisti, mai contro gli eccessi di zelo o di servilismo di talaltri. Si afferma anche giustamente che le trasmissioni tv non devono essere contro (lo aveva fatto il dg Masi ndr) ma poi non si aggiunge che non devono neanche essere a favore".

 

La manifestazione di sabato prossimo inizierà alle 15,30 e sarà condotta da Andrea Vianello. Sul palco salitanno il segretario dell'Fnsi, Franco Siddi, il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, lo scrittore Roberto Saviano. Ed ancora esponenti del mondo dello spettacolo, del giornalismo e del sindacato. Eppoi musica (Teresa De Sio, Marina Rey, Nicky Nicolai) e l'attrice Jasmine Trinca che leggerà gli scritti di Anna Politkovskaya, la giornalista russa assassinata per aver denunciato gli orrori della guerra in Cecenia. Un programma che sarà arricchito da altre presenze di cui si stanno completando i dettagli.

 

Contemporaneamente all'iniziativa romana, altri eventi sono programmati in una dozzina di città fra cui Milano, Torino, Trieste e, all'estero, Londra, Parigi, Barcellona e Bruxelles.

 

Per quanto riguarda la copertura televisiva, la manifestazione sarà trasmessa da Repubblica Tv, YouDem, Cgil.it e altre emittenti. Ancora da definire, invece, il comportamento della Rai. "Ci pare che sia un avvenimento meritevole di copertura" dice Natale. Che chiude con una sottolineatura: "Si rischia di dare l'idea che sia una manifestazione promossa da questo o quel partito o da questo o quel direttore di giornale. E invece non è così". LR 1

 

 

 

 

Mafia, l'eterna riscoperta

 

Non sarà certamente colpa del Censis, che per dovere d’ufficio si limita «semplicemente» a fotografare una situazione, né di Beppe Pisanu che alla presidenza della commissione Antimafia è giunto da meno di un anno. Eppure è difficile sfuggire al senso di frustrazione, di impotenza proveniente da un’analisi che sembra certificare l’impossibilità di redenzione per un quarto del territorio nazionale.

 

La capacità invasiva delle organizzazioni criminali, la loro espansione verso spazi nazionali e internazionali che sembravano immuni da qualsiasi pericolo di contagio, il “prezzo” pagato dal Meridione d’Italia alla presenza del malaffare, il divario Nord-Sud accentuato dalla palla al piede mafiosa in almeno quattro regioni, il problema del “consenso” delle popolazioni e della classe dirigente del Sud ai poteri criminali: tutti temi affrontati e mai risolti - da nessun governo, né di centrodestra né di centrosinistra - perché immobilizzati dentro schemi di politiche di parte. Un errore, questo, a suo tempo segnalato da uomini del valore di Giovanni Falcone che avvertiva: «La lotta alla mafia non deve avere colore politico perchè condotta nell’interesse di tutti».

 

La fotografia che ci dà oggi il Censis è identica alle numerose altre accumulate negli anni: lo stesso Pisanu è costretto a sottolineare l’attualità dell’analisi di uno dei primi meridionalisti, Leopoldo Franchetti, che, nel 1876, sulla capacità di penetrazione della mafia scriveva: «Essa ha ormai relazioni di interesse così molteplici e variate con tutte le parti della popolazione; sono tanto numerose le persone a lei obbligate per la riconoscenza o la speranza dei suoi servigi, che essa ha ormai infiniti mezzi per influire all’infuori del timore e delle violenza, per quanto la sua esistenza si fondi proprio su questa». Così quindici anni dopo l’Unità d’Italia. Ma oggi non va meglio, se dobbiamo dar credito alle analisi attuali. In tema di crisi del Meridione, si sta a discutere ancora - addirittura - se il sottosviluppo sia causa o effetto della presenza mafiosa.

 

Certo, la burocrazia, il malgoverno, le Regioni che non funzionano o sbandano. E’ di ieri l’incredibile “rivelazione” del governatore di Sicilia: «La mafia è a Roma». Anche qui nulla di nuovo sotto il sole: questi ritornelli li avevamo sentiti da una pletora di politici discutibili, “in difesa” del “buon nome” della Sicilia. Ma c’è una via d’uscita a tanto conformismo, che periodicamente scopre - per esempio - l’incompatibilità della presenza mafiosa con le libertà più elementari, non ultimo il libero mercato?

 

Si predica la fiducia nello Stato, anche se spesso i governi fanno di tutto per sfiancare pure i più fiduciosi. Ma forse andrebbe conseguito, oltre alla necessaria repressione giudiziaria, un obiettivo “semplice”: capovolgere il rapporto di forza oggi esistente - almeno in gran parte del Meridione - tra cittadino e poteri illegali, rendendo “conveniente” la scelta della legalità. Solo così si potrà interrompere il sistematico ricorso alla protezione mafiosa, percepita come più efficiente dello Stato. 

FRANCESCO LA LICATA LS 1

 

 

 

 

Di Pietro si prepara a picconare il Colle che non può arruolare

 

Si stanno creando le premesse per trasformare di nuovo il Quirinale in un parafulmine delle tensioni sullo scudo fiscale. La firma di Giorgio Napolitano al decreto del governo è prevista fra domani e sabato, per evitare che il provvedimento decada. Ed il rischio che la decisione venga strumentalizzata sembra quasi inevitabile. Gli avversari di Silvio Berlusconi sono decisi ad accreditare la tesi di un pericolo per la democrazia. Antonio Di Pietro con la sua Idv sta già lanciando avvertimenti al capo dello Stato perché non sia «connivente»; ed attacca un Pd assenteista per riproporsi come «unica opposizione » .

 

Ma si intravede anche il rischio opposto: che nel Pdl si additi un «sì» presidenziale al decreto per velare le perplessità che accompagnano lo «scudo fiscale». Insomma, a Napolitano è affidato comunque il ruolo più difficile. Il capo dello Stato non può che prendere atto di una misura che già sta producendo i suoi effetti. Ma sa che ogni decisione diversa dalla bocciatura scatenerà una minoranza pregiudizialmente contro il governo; e contro un Quirinale imputato di scarso antiberlusconismo.

 

Gianfranco Fini ieri ha spiegato che è «legittimo» fare di tutto per evitare che il decreto contro la crisi decada; e non si è nascosto le numerose «anomalie» della procedura scelta dal governo. Ma paradossalmente, i contraccolpi più vistosi si indovinano nelle file dell’opposizione. L’assenza di molti parlamentari del Pd nelle votazioni alla Camera è stata considerata imperdonabile. Ed ha consentito a Di Pietro di rilanciare il mantra dell’Idv come «unica alternativa credibile».

 

Così, mentre il governo otteneva il 25? voto di fiducia, l’ex pm ha delineato un’offensiva contro Berlusconi e la sua legge «fatta per i criminali»; ma anche contro gli alleati del Pd e Napolitano. Sono giorni che il Quirinale lascia capire di essere rassegnato a firmare lo «scudo fiscale» per evitare guai peggiori, e perché non sussistono elementi di incostituzionalità. Di Pietro ne è consapevole, eppure si prepara a sparare contro la firma del presidente della Repubblica: a protestare comunque, anche se fosse accompagnata da qualche riserva scritta.

 

«Non è più il tempo della letterina d’accompagnamento. Rimandi indietro una norma incostituzionale», avverte insieme con Rifondazione comunista. Ha l’aria non di un altolà, ma di un alibi per attaccare Napolitano in previsione del «via libera». La differenza con il Pd e l’Udc di Casini è che questi ultimi contestano «l’amnistia mascherata» per gli evasori fiscali; ma si guardano bene dal coinvolgere Napolitano. Di Pietro fa invece un gioco avventuroso, ma non improvvisato: nell’impossibilità di arruolare il Quirinale, si prepara a picconarlo. Massimo Franco CdS 1

 

 

 

 

 “Con lo scudo fiscale il Governo favorisce gli affari sporchi delle mafie”

 

“Berlusconi il ‘paladino della sicurezza’? Altroché: con lo scudo fiscale, questo Governo fa regali alla criminalità organizzata, alla faccia di tutti i cittadini onesti che continuano a credere nella legalità e vogliono che l’Italia torni a essere un Paese serio, legale e credibile”. Una dura critica al Governo, l’intervento dell’on. Laura Garavini (PD) sulle disposizioni correttive del decreto anticrisi, attualmente in discussione al Parlamento.

 

“Berlusconi sembra già aver dimenticato il suo proclamo ferragostiano di voler andare alla storia come il Presidente del consiglio che ha distrutto le mafie. La realtà è un’altra: con questo Governo le mafie sono a nozze”, ha ammonito la capogruppo del PD in Commissione Antimafia. “Questo maxi-condono voluto dalla maggioranza apre le porte agli evasori, ai corruttori e ai riciclatori. È un modo per affossare la lotta alla criminalità organizzata, cancellando con un colpo di spugna le norme anti-riciclaggio e garantendo di fatto la totale impunità a chi rimpatria gli sporchi guadagni accumulati all’estero con il traffico di droghe, armi ed esseri umani”.

 

“Noi democratici, invece, non vogliamo che vengano fatti sconti alla criminalità organizzata”, ha concluso la Garavini. “Vogliamo delle norme anti-riciclaggio all’altezza con Paesi come gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, la stessa Svizzera, che negli ultimi tempi stanno facendo scelte storiche nella lotta al giro internazionale di capitali sporchi, adottando provvedimenti contro i paradisi fiscali e contro l’evasione finanziaria”. De.it.press

 

 

 

La sanatoria delle badanti è un flop. 266.000 domande, Maroni: "No proroghe"

 

Rispetto alle stime, riuscito a metà il maxicondono per la regolarizzazione dei clandestini - Le associazioni di assistenza agli immigrati: allungare i tempi ed estendere i criteri - di VLADIMIRO POLCHI

 

«L'abbiamo spedita a metà mese. Ora non ci resta che aspettare e pregare». Irina è una giovane moldava. Fa la colf per una famiglia di professionisti romani. Oggi è un'invisibile, un'immigrata irregolare. Ma è stata fortunata: «I miei datori di lavoro hanno presentato domanda di sanatoria». Solo così Irina potrà salvarsi dai rigori del nuovo reato di clandestinità. Come lei, tante sono le immigrate che stanno cercando di emergere. Quante? Meno delle previsioni del Viminale, in verità.

 

Il maxicondono di colf e badanti straniere ha infatti partorito una minisanatoria. I numeri parlano chiaro: dal 1 al 30 settembre alle ore 9 (la procedura on line chiuderà oggi a mezzanotte) sono state 266.092 le domande di regolarizzazione trasmesse on-line.

 

I moduli richiesti riguardano soprattutto lavoratori ucraini (42mila), marocchini (38mila), moldavi (29mila) e cinesi (22mila). Le domande più numerose provengono dalla provincia di Milano con oltre 50mila moduli scaricati, seguita da Roma con oltre 37mila. A essere richieste sono soprattutto colf (161mila).

 

Nonostante la notevole accelerazione degli ultimi giorni, non sono state rispettate le stime originarie del ministero dell'Interno, che prevedeva tra le 500 e le 750mila domande. Perché? Innanzitutto, molti datori di lavoro hanno preferito rimanere nel sommerso, per convenienza (non dover presentare il 740) o paura. Non solo. Secondo alcune associazioni a frenare la regolarizzazione sarebbero stati anche i requisiti imposti: l'idoneità dell'alloggio del lavoratore, il limite di reddito (20mila euro) richiesto al datore di lavoro per le colf, il minimo di 20 ore settimanali dovute da contratto.

 

Per questo Asgi, Arci e Cgil hanno chiesto al governo di emanare un decreto-legge per estendere a tutti i lavoratori stranieri (e non solo colf e badanti) la facoltà di regolarizzare la propria posizione; di consentire la sanatoria anche degli immigrati che svolgono contestualmente più rapporti di lavoro a tempo parziale e infine di prorogare il termine per accedere alla regolarizzazione. Anche l'Adoc, la Uil e l'Associazione nazionale datori di lavoro domestico auspicano una proroga dei termini di regolarizzazione.

 

Ma il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, fa sapere che non ci sarà alcuna proroga: «Chi non ha usufruito della norma per la regolarizzazione ha deciso di continuare nel lavoro irregolare e sarà soggetto a sanzioni previste dalla legge». Il ministro contesta anche chi ha parlato di flop per la regolarizzazione: «Si sono fatte stime a casaccio, chi ha parlato di 500mila, 700mila, o un milione di domande, ma la norma è stata fatta per fare emergere il lavoro nero di colf e badanti e basarsi sulle stime fatte per dire che è stato un flop è sbagliato». LR 30

 

 

 

 

Pd, gli iscritti dicono Bersani. A Franceschini 4 regioni

 

Gli iscritti stanno con Bersani. Chiusi i congressi di circolo del Pd, si conferma un dato annunciato da giorni. L’ex ministro incassa il 56% delle preferenze, Franceschini il36% e Marinol’8%. Le percentuali definitive arriveranno domani, ma al di là di piccole variazioni il risultato è questo. Bersani è il candidato più votato in 16 regioni, l’attuale segretario in 4, mentre il senatore chirurgo supera la soglia del 5% e ottiene il via libera per le primarie. È proprio sull’appuntamento del 25 che Franceschini punta tutto. La «valutazione politica» del voto, la «riflessione» sul verdetto degli iscritti sollecitata da Filippo Penati con parole che hanno fatto scoppiare una bufera non del tutto superata, non è arrivata ieri dal segretario. In parte Franceschini lo farà oggi, all’iniziativa titolata «Generazione primarie». L’ex vice di Veltroni dirà che «non si deve tornare indietro rispetto al partito aperto» e che sebbene sia importante il ruolo e il voto degli iscritti, «i nostri azionisti sono gli elettori». Il risultato che conta è insomma quello delle primarie, non solo per ragioni di regolamento. E Franceschini è convinto che nonostante tra gli iscritti sia rimasto sotto il 40% dei consensi, la partita è «del tutto aperta».

 

LA RINCORSA DI FRANCESCHINI  - Il ragionamento che fa è questo: in percentuale è dietro di circa venti punti (ma dovrebbero essere meno quando verranno registrati anche i risultati degli ultimi congressi) ma questo, in valore assoluto, significa una distanza di poco più di 80 mila voti (alla fine dei conti dovrebbero aver votato circa la metàdegli 820 mila iscritti), che è nulla se proiettato su unaplatea di due milioni di potenziali elettori delle primarie. Per questo mentre già i suoi sostenitori puntano il dito sul record di preferenze incassato da Bersani al Sud («dove si sono registrati tesseramenti che lasciano perplessi»), Franceschini punta a caratterizzare la sua candidatura come quella che più difende il valore delle primarie. «Sfido tutti a dire che se il 25 ottobre si aggiungeranno centinaia di migliaia di votanti, quello sarà un giorno positivo».

 

L’APPELLO AGLI ISCRITTI  - Bersani sta attento a non passare per quello che teme il verdetto degli elettori del Pd. Ha convocato per oggi unaconferenza stampa percommentare il voto dei congressi di circolo ed esprimere la sua «grande soddisfazione »: «La mia proposta evidentemente è stata compresa. Ora c’è la prova delle primarie e sono molto fiducioso. La partecipazione è stata straordinaria e confido che ci sarà tanta gente anche alle primarie». L’ex ministro, convinto che nonci sia «differenza antropologica» tra iscritti ed elettori, è anche convinto che il voto del 25 nonriserverà sorprese. Eanche D’Alema, finito nel mirino dei sostenitori di Franceschini perunvirgolettato attribuitogli da Corsera («noi seguiremo i nostri iscritti») per altro da lui smentito, dice: «L’esito del congresso non è una pura procedura formale, l’impegno di chi ci ha offerto tempo e denaro va rispettato. D’ora in poi lavoreremo per confermare e ampliare questo risultato con il coinvolgimento degli stessi iscritti». In pratica, un appello a chi ha fatto vincere Bersani nei circoli a impegnarsi ora per la battaglia decisiva del 25. Simone Collinitutti, L’U 1

 

 

 

 

Bianca Berlinguer al Tg3, Daniele Renzoni a Rai International, via libera del cda della Rai

 

Consiglio d'amministrazione, votate le nomine ma non all'unanimità la giornalista subentra all'attuale direttore, Antonio Di Bella - Alberto Maccari al vertice dei tg regionali - Alla guida della terza rete Rai dovrebbe restare Paolo Ruffini

 

ROMA - Bianca Berlinguer sarà il nuovo direttore del Tg3. La decisione, a quanto si apprende, è stata presa dal cda della Rai riunito a viale Mazzini. Bianca Berlinguer prende il posto dell'attuale direttore Antonio Di Bella. Il cda ha dato il via libera anche alle nuove nomine ai vertici dei telegiornali regionali e di Rai International, rispettivamente con Alberto Maccari e Daniele Renzoni.

 

Il voto non è stato, tuttavia, all'unanimità. Le nomine sarebbero state votate a maggioranza, con risultati diversi nel numero di voti favorevoli in un caso o nell'altro, a seconda del parere del presidente della Rai, Paolo Garimberti.

 

Il cda ha nominato oggi anche i vicedirettori di Rai Sport e Rai Sport Più: sono Jacopo Volpi, Giampiero Bellardi, Auro Bulbarelli, Sandro Fioravanti, Bruno Gentili, Maurizio Losa e Raimondo Maurizi.

 

Il giro di nomine non dovrebbe riguardare la direzione di RaiTre, dove dovrebbe restare Paolo Ruffini, anche se nelle passate settimane si era parlato di Giovanni Minoli - prossimo però alla pensione - o anche di un passaggio di Di Bella alla Rete.

 

Bianca Berlinguer, 49 anni, è la più grande dei quattro figli - Maria Stella, Marco, Laura - del leader del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer. Gli inizi alla Gazzetta di Mantova, poi il passaggio al quotidiano romano Il Messaggero, nei primi anni Ottanta, poi l'esperienza televisiva con Mixer prima di passare al Tg3 dell'era Curzi e alla conduzione della rubrica di approfondimento Primo piano.  LR 1

 

 

 

 

Proposta di legge per ridurre del 70% la tassa sui rifiuti pagata dagli italiani all’estero per la casa in Italia

 

Presentata alla camera da Gino Bucchino e da tutti i deputati eletti all’estero

 

ROMA – “La tariffa sui rifiuti solidi urbani dovrebbe essere ridotta del 70 per cento nei confronti dei cittadini italiani residenti all’estero e proprietari di unità immobiliare in Italia”. Lo afferma il deputato del Pd Gino Bucchino, eletto nella ripartizione America Settentrionale e Centrale, che ha presentato nei giorni scorsi una proposta di legge per la riduzione dalla Tarsu a favore dei residenti all’estero sottoscritta da tutti i deputati della circoscrizione Estero di maggioranza e di opposizione.

  Gli eletti dalle nostre comunità nel mondo hanno concordato sulla necessità di ridurre la tassa ai connazionali non residenti e proprietari di abitazione in Italia che usano sporadicamente queste case nel corso dell’anno. Hanno sottoscritto l’iniziativa anche i parlamentari Mirko Tremaglia (Pdl) , Marina Sereni (Pd) e Antonello Soro, capogruppo del Partito democratico alla Camera.

  Nella relazione tecnica alla proposta di legge Bucchino spiega come dalla normativa attualmente in vigore e dalle circolari applicative del ministero delle Finanze, si evinca una presunzione legale di esenzione-riduzione per i residenti all’estero che finora non ha sorprendentemente trovato piena attuazione (alcuni comuni hanno solo introdotto limitate riduzioni ed agevolazioni fiscali).

  Secondo il parlamentare del Pd la legge di riforma della tassa sui rifiuti n. 507/93 prevede infatti che “non sono soggetti alla tassa i locali e le aree che non possono produrre rifiuti o per loro natura o per il particolare uso cui sono stabilmente destinati o perché risultino in obiettive condizioni di non utilizzabilità nel corso dell’anno, qualora tali circostanze siano indicate nella denuncia originaria o di variazione e debitamente riscontrate in base a elementi obiettivi direttamente rilevabili o a idonea documentazione”. Bucchino ricorda anche come la Circolare n.95/E del 1994 del ministero delle Finanze asserisca che “il comma 2 dell’articolo 62 menziona esplicitamente i casi di esonero o di esclusione dalla tassa per la sussistenza di condizioni obiettive che impediscono la presunzione di rifiuti riguardanti: a) la natura o l'assetto delle superfici (ad es. luoghi impraticabili o interclusi o in abbandono, non soggetti a manutenzione o stabilmente muniti di attrezzature che impediscono la produzione dei rifiuti), b) il particolare uso delle superfici (ad es. locali non presidiati o con presenza sporadica dell’uomo)”.

  Bucchino spiega come questi principi legislativi e normativi che avrebbero dovuto esentare i proprietari di unità immobiliari in Italia residenti all’estero dal pagamento della tassa sui rifiuti, o spingere i comuni a chiedere il pagamento di una tassa commisurata all’utilizzo dell’immobile,  abbiano in realtà stentato a farsi strada nella giurisprudenza di merito e di legittimità e quindi, nonostante i precetti contenuti nell’articolo 62 del Dlgs 507/93, essi non abbiano ancora trovato attuazione concreta nella casistica della Corte Suprema che li ha finora interpretati in maniera restrittiva circoscrivendo il concetto di “inutilizzabilità” alla materiale impossibilità di utilizzare le abitazioni (ad esempio per mancanza di servizi, di gas, di elettricità, di acqua, ecc.).Un quadro giuridico incerto,  da una parte la legge n. 507 del 1993 e la circolare ministeriale 95/E del 1994, dall’altra le pronunce della Corte di Cassazione, che comporta per gli  italiani residenti all’estero proprietari di unità immobiliari in Italia non locate che la utilizzano solo per  brevi periodi di vacanza, la continuazione del pagamento integrale del tributo sui rifiuti.

  La proposta di legge, presentata da Bucchino e dagli altri cofirmatari, chiede dunque di modificare il decreto legislativo del 15 novembre 1993, n. 507 al fine di introdurre una riduzione del  70% della tassa sui rifiuti a favore di cittadini italiani  proprietari di unità immobiliari in Italia e residenti all’estero che utilizzano la loro abitazione per periodi molto brevi nel corso dell’anno e che producono quindi rifiuti solidi urbani assolutamente irrilevanti. (Inform)

 

 

 

 

Chiesta una sanatoria per gli indebiti dei pensionati italiani all’estero

 

Roma - Deputati del Pd eletti all’estero, Laura Garavini, Gino Bucchino e Fabio Porta hanno presentato una interrogazione al Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi, per chiedere per il 2010 una sanatoria degli indebiti dei pensionati italiani all’estero nei confronti dell’Inps alla luce della avviata campagna "Red-Est".

"L'INPS – spiegano i deputati nella premessa – con la campagna "Red-Est", ha promosso un'ampia verifica dei redditi percepiti dai cittadini italiani all'estero per gli anni 2006, 2007 e 2008 e una rilevazione delle situazioni in sospeso relativamente agli anni 2002, 2004 e 2005; il fatto che l'accertamento abbia avuto carattere triennale, nonostante la prescrizione dell'articolo 13, comma 2, della legge n. 412 del 1991 che prevede la verifica annuale delle situazioni reddituali dei pensionati, ha determinato un grande e complesso impegno di ricostruzione delle situazioni reddituali e, nello stesso tempo, l'accumularsi di indebiti nei confronti dell'Istituto, la cui restituzione mette in grave difficoltà i pensionati interessati".

"La situazione, dal punto di vista degli adempimenti amministrativi, è – per i deputati – complicata dal fatto che l'importo dei redditi percepiti all'estero è comunicato all'INPS non dall'ente erogatore, ma dallo stesso pensionato, con l'assistenza dei patronati; la scadenza dei novanta giorni imposta dall'istituto italiano per la presentazione della documentazione ha creato gravi difficoltà sia per i pensionati che per i patronati, che sono restati investiti dall'onda delle richieste, tanto più che lo stesso Istituto previdenziale non ha tenuto conto dei dati anagrafici e postali già inviati dagli stessi patronati".

Alla luce di tali considerazioni – e posto che nei giorni scorsi l’Inps ha comunicato la proroga al 30 ottobre per la ricezione dei moduli – i deputati hanno chiesto a Sacconi "se non intenda accertare che l'INPS consideri la scadenza fissata per la presentazione della documentazione come un termine puramente ordinario disponendosi a recuperare, quindi, anche le comunicazioni non pervenute entro tale data" e "se il Governo, in considerazione del disposto del citato articolo 13, comma 2 della legge n. 412 del 1991 che prevede il recupero entro l'anno successivo di quanto eventualmente pagato dall'INPS in eccedenza, non debba assumere le opportune iniziative per prevedere con i documenti finanziari relativi al 2010 una sanatoria, la cui entità andrebbe definita con equilibrio, degli indebiti il cui peso risulta obiettivamente insostenibile per i pensionati interessati in ragione del reddito di cui possono disporre". (aise)

 

 

 

 

Consiglio regionale della Basilicata: approvati programmi annuale e triennale per i lucani all’estero

 

POTENZA –In Consiglio regionale della Basilicata è stato approvato a maggioranza il programma annuale delle attività a favore dei lucani all’estero per il 2009 e quello triennale 2009 / 2011

Lo stanziamento per il 2009 ammonta a 300 mila euro. Accanto a misure ormai consolidate, quali la concessione di contributi per il sostegno ad ogni associazione e federazione regolarmente iscritta all’albo regionale, è prevista la realizzazione di scambi culturali con giovani discendenti di emigrati lucani per la valorizzazione della lingua italiana, l’istituzione di un altro “Sportello Basilicata” in America Latina (dopo quelli già aperti in Uruguay e in Argentina) e l’incremento del capitolo di spesa per l’istituzione del Centro lucani nel mondo “Nino Calice”, che potrà avere anche caratteristiche museali e promuoverà iniziative per ricostruire e valorizzare la storia dell’emigrazione lucana. La struttura avrà sede nel prestigioso castello federiciano di Lagopesole. (Inform)

 

 

 

 

Germania e Francia i Paesi privilegiati dalle Marche per i gemellaggi

 

Ancona - Il Servizio Internazionalizzazione - Promozione all’estero, Cooperazione allo sviluppo e Marchigiani nel mondo – della regione Marche ha promosso un’indagine su gemellaggi ed accordi di collaborazione tra gli Enti (Regione, Comuni, Province, Università, Comunità montane ecc…) e i corrispettivi esteri svolti negli ultimi anni. Il Responsabile del progetto, Valentino Torbidoni, ha coordinato il lavoro di Maria Francesca Chiodi, Roberta Papacella, Manuela Serresi e Daniela Pirani, che ha compiuto una mappatura dei gemellaggi e degli accordi di collaborazione attivati.

Dai questionari compilati e restituiti da 86 Comuni marchigiani, dalle 4 Province (Pesaro-Urbino, Macerata, Ancona e Ascoli Piceno) e dalla Comunità Montana Alto e Medio Metauro, Urbania, emerge che i gemellaggi mirano prevalentemente a ricostruire il legame con l’emigrazione marchigiana in Europa del secolo scorso: Germania, Francia, Austria e Svizzera sono i Paesi verso cui si orientarono i lavoratori marchigiani e con i quali ora sono presenti importanti gemellaggi.

In particolare, Germania e Francia sono gli Stati privilegiati per porre in essere iniziative di partenariato.

Molti sono anche i gemellaggi attivati con i Paesi dell’Est Europa (Albania, Romania), finalizzati sia alla cooperazione reciproca, sia alla creazione di legami forti con popoli dalla lingua e dai costumi assai differenti.

Seguono poi i gemellaggi con il Sud America, in particolare con l’Argentina, ove ingente fu l’emigrazione marchigiana agli inizi del secolo XX.

Degni di rilievo anche i gemellaggi instaurati con Paesi Africani, per lo più con finalità di cooperazione, promozione e sviluppo (7), quelli con il Nord America (6) e i primi 3 con la Cina. (aise)

 

 

 

 

In fuga dal Sud, un libro sull’emigrazione qualificata dal Mezzogiorno

 

Francesco Maria Pezzulli, In fuga dal Sud. Migranti qualificati e poteri locali nel Mezzogiorno, Milano 2009

 

Il libro è il risultato di cinque annidi ricerca, tre dei quali sul campo, nei quali è stata messa alla prova unaipotesi: le migrazioni meridionali qualificate dipendono dallo scarto esistentetra la soggettività dei migranti, in continua crescita, e le reti sociali eprofessionali nei quali sono coinvolti nei contesti di provenienza,sostanzialmente arretrate.

Nonostante la solida bibliografia, lacostruzione di un questionario ad hoc (compilato da cinquecento soggetti) el'uso delle statistiche migratorie, i documenti principali sui quali si articolail lavoro sono le storie di vita (sessanta in totale), considerate come"espressioni singolari di una storia sociale". Da quest'angolazione i braniriportati nel testo ci portano davanti ai migranti in carne ed ossa, alletestimonianze circa la scelta di partire, ai racconti sul mercato locale dellavoro: sui soggetti che ne tessono le trame e sull'indisponibilità a rimanereimbrigliati nelle loro reti.

All’interno del variegato gruppo dei professionisti avanzati, sono affrontati i casi degli informatici e dei ricercatori. Per i primi, testimoni di un nuovo dualismo nazionale, iltrasferimento coincide spesso con la sottovalutazione delle competenze acquisitee conseguente blocco della crescita professionale. Per i ricercatori, invece, lafuga dai chiusi ed auto referenziali Dipartimenti italiani, spesso dopodelusioni ed esperienze frustranti, è tramite di crescita soggettiva eprofessionale.

Un libro che descrive le matricipolitico clientelari della cosiddetta fuga deicervelli.

De.it.press

 

 

 

 

"Sogni di sabbia. Storie di Migranti", un libro fotografico del Cisp

 

Roma - "Nessuno considera clandestino lo straniero irregolare che bada a sua madre, gli pota la vigna o fa le pulizie nel condominio. Clandestini sono sempre gli altri: buttateli fuori!", è il grido d’allarme che Gad Lerner affida ad un suo testo nel libro fotografico "Sogni di sabbia. Storie di Migranti", curato da Sandro De Luca con le immagini del fotografo algerino Kays Djilali e pubblicato di recente da Infinito edizioni (pp.96, euro 15,00).

Non tutti i viaggi terminano con la destinazione sognata e non tutti quelli che partono riescono a realizzare il loro progetto. Per tanti migranti il miraggio diventa un incubo, una trappola da cui non riescono più a uscire. Lo raccontano i protagonisti di questo libro corredato da splendide foto, che con i loro volti ci raccontano che cosa c’è, in questo caso in Algeria, prima di Lampedusa.

Partiti dal Congo, dal Niger, dal Mali, dal deserto del Sahara, sono tanti, sempre di più, quelli che non vedranno mai l’Europa. Perché rimangono bloccati nei Paesi del Maghreb, in un limbo da cui non riescono più a uscire.

Scoprire il viaggio prima del viaggio, la loro vita prima della partenza, può aiutare a comprendere, a smontare pregiudizi e stereotipi. Per ricordare che prima di diventare migranti, irregolari o clandestini, sono persone. Come noi. E "non è vero", ammonisce Ubah Cristina Ali Farah nella prefazione, "che questi giovani migranti non hanno nulla da perdere. Hanno solo il coraggio di rischiare. Buttarsi a capofitto con quel briciolo di incoscienza necessario per affrontare l’impossibilità"

I diritti d’autore di questo libro sono destinati ai progetti del CISP, ong promotrice del libro, cui appartiene il curatore Sandro De Luca, a sostegno dei diritti dei migranti.

Il Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (CISP) è un’organizzazione non governativa costituita nel 1983 con sede centrale a Roma. Il CISP opera nei campi della cooperazione internazionale e della lotta all’esclusione sociale e ha fino a oggi realizzato più di 600 progetti in 40 Paesi europei, africani, asiatici, latino americani, dei quali hanno beneficiato circa 3 milioni di persone. Il CISP intende sostenere processi di sviluppo e programmi di lotta alla povertà tramite progetti umanitari, di riabilitazione e di sviluppo e l’attivazione di campagne di solidarietà. Sul fronte della migrazione il CISP promuove i diritti dei migranti con interventi realizzati insieme a partner dell’Africa Sub Sahariana e del Maghreb, realizzando campagne di sensibilizzazione sui diritti e le opportunità, e creando progetti di sostegno economico ai migranti che decidono di tornare nei loro Paesi. (aise)

 

 

 

 

 

Hunderte Erdbebenopfer in Sumatra. Hilfsorganisationen bitten um Spenden

 

Hamburg. Zerstörte Dörfer, Straßen und Boote - nach den Naturkatastrophen in Asien und der Südsee sind die Menschen dort auf massive Unterstützung angewiesen. Mehrere Hilfsorganisationen riefen zu Spenden auf.

 

Zur Lage auf den Philippinen sagte Carlos Padolina von der Organisation CDRC: "Die Hilfe durch die Regierung läuft nur schleppend, sehr viele Menschen sind auf sich selbst gestellt." Das Citizens' Disaster Response Center (CDRC) ist ein Partner der Diakonie Katastrophenhilfe.

 

Es seien bereits Kinder an Grippe und Durchfall erkrankt, einige Familien harrten noch immer von der Außenwelt abgeschnitten auf Hausdächern aus, berichtete Padolina. CDRC kaufe Zelte und Nahrungspakete für rund 60 000 Menschen. Jedes Paket mit Reis, Bohnen, Zucker, Speiseöl, Trinkwasser und Hygieneartikeln sichere das Überleben einer sechsköpfigen Familie für drei Tage.

 

Das christliche Hilfswerk World Vision teilte mit, dass die Helfer in den vom Tropensturm "Ketsana" verwüsteten Gebieten im Dauereinsatz seien. Auf den Philippinen sei ein erstes Kinderbetreuungszentrum eingerichtet worden. "Wir machen uns insbesondere große Sorgen um die Kinder", sagte Silvia Holten, Sprecherin von World Vision Deutschland. "Neben körperlichen Verletzungen haben sie nach solch einer Katastrophe oft auch schwere seelische Probleme zu verarbeiten."

 

Auch in Padang auf der Insel Sumatra seien bereits Mitarbeiter eingetroffen. Mehr als 2700 Nothilfe-Pakete mit Lebensmitteln, Decken und Kleidung lägen für die Erdbebenopfer bereit. Das Hilfswerk bat um Spenden für weitere medizinische Hilfe, Trinkwasser und Nahrungsmittel.

 

Auf Sumatra ist auch ein internationales Caritas-Team im Einsatz. Auch auf Samoa und Tonga wurde nach dem verheerenden Tsunami die Nothilfe gestartet, teilte die Hilfsorganisation mit. Ein Gemeindezentrum auf der Samoa-Insel Savaii werde als medizinische Notfallstation genutzt.

 

Die Organisation Humedica entsandte ein Ärzteteam nach Sumatra. Auf den Philippinen sei bereits ein Team unterwegs, das Medikamente und Verbandstoffe in das Katastrophengebiet um Manila brachte. Die Kindernothilfe gab an, 50 000 Euro Sofortmittel bereitgestellt zu haben. Über lokale Partner würden 3000 Familien in Manila und den Provinzen Laguna und Batangas erreicht. Sie bekämen Reis, Wasser, Milch und Kleidung.

 

Das Deutsche Rote Kreuz (DRK) teilte mit, Obdachlose würden in Asien und der Südsee mit Moskitonetzen, Wasserkanistern, Hygienepaketen und Kochausrüstung versorgt. Auch Care Deutschland- Luxemburg, ASB, Johanniter, Help und Malteser baten um Spenden für Hilfsmaßnahmen.

 

Die Menschen in der Region haben in den vergangenen Tagen Schlimmes erlebt: Erst zog ein verheerender Tropensturm über die Philippinen, Vietnam, Laos und Kambodscha, dann traf nach einem Beben ein Tsunami die Samoa-Inseln und Tonga, schließlich ließ ein schweres Erdbeben vor Sumatra hunderte Häuser einstürzen.

 

SPENDENKONTEN: Aktion Deutschland Hilft: Konto 10 20 30, Bank für Sozialwirtschaft, BLZ 370 205 00, Stichwort "Katastrophen Südostasien"

 

Caritas international: Konto 202, Bank für Sozialwirtschaft Karlsruhe, BLZ 660 205 00, Stichwort "Erdbeben Sumatra"

 

Diakonie Katastrophenhilfe: Konto 502 707, Postbank Stuttgart, BLZ 600 100 70, Stichwort "Sturmhilfe Asien"

 

Care Deutschland-Luxemburg: Konto 4 40 40, Sparkasse KölnBonn, BLZ 370 50 198

 

Humedica: Konto 47 47, Sparkasse Kaufbeuren, BLZ 734 500 00, Stichwort "Fluthilfe Philippinen"

 

Kindernothilfe: Konto 45 45 40, KD Bank, BLZ 350 601 90, Stichwort "Taifun Asien"

 

www.worldvision.de, www.aktion-deutschland-hilft.de,

www.caritas-international.de, www.diakonie-katastrophenhilfe.de,

www.drk.de, www.care.de, www.humedica.org, www.kindernothilfe.de

(dpa)

 

 

 

 

Das Festival „Cinema Italia“ in Deutschland

 

Das Festival „Cinema Italia“ geht ins zwölfte Jahr, und es ist mir eine ganz besondere Freude, dass ich dieser für den deutsch–italienischen Kulturaustausch so wichtigen Initiative gleich zu Beginn meiner Amtszeit als Italienischer Botschafter in Deutschland meine Glückwünsche aussprechen darf.

Das Festival hat sich aus mehreren Gründen einen außerordentlichen Stellenwert erarbeiten können, wobei die hervorragende Zusammenarbeit der beteiligten Institutionen sicher zu den wichtigsten gehört. Neben der Unterstützung durch das Ministero per i Beni e le Attività Culturali können die Organisatoren - von italienischer Seite die Vereinigung Made in Italy aus Rom, und von deutscher Seite der Kairos-Filmverleih - auf die enge Kooperation mit der Italienischen Botschaft, den Italienischen Generalkonsulaten und Italienischen Kulturinstituten in Deutschland, dem Italienischen Institut für Außenhandel und natürlich den lokalen Kinos bauen. Es hat sich eine ebenso vertrauensvolle wie fruchtbare Partnerschaft entwickelt, die für die Etablierung des Festivals sicher maßgeblich war.

Vor allem aber zeigt der Erfolg, dass sich die Grundidee dieser Initiative durchgesetzt hat: dem deutschen Publikum die interessantesten Filme der letzten zwei Jahre aus Italien zu präsentieren und es zu einem Dialog mit den teilnehmenden Filmschaffenden aus Italien einzuladen.

Und so werden auch in diesem Jahr sechs der aktuellsten Produktionen aus Italien gezeigt, die erfolgreich im eigenen Land gelaufen sind und nun dank der Cinema Italia – Tournee in insgesamt 27 Städten Deutschlands zu sehen sein werden. Pupi Avati, ein sicher auch in Deutschland bekannter Regisseur, ist mit „Il Papà di Giovanna“ (2008) dabei, Edoardo Winspeare mit „Galantuomini“ (2008) und die ebenso vielversprechenden Filmemacher Fausto Brizzi mit „Ex“ (2008), Giuseppe Piccioni mit „Giulia non esce la sera“ (2009), Giulio Manfredonia mit „Si può fare“ (2008) und Andrea Molaioli mit „La ragazza del lago“ (2007). Die deutschen Zuschauer werden ihren Lieblingsfilm auswählen, der zum Abschluss der Tournée in Berlin mit dem Publikumspreis ausgezeichnet wird und dann auch in den deutschen Verleih kommen soll.

Unser aller Anliegen ist es, den italienischen Film noch stärker in den Blickpunkt des deutschen Filmmarkts zu rücken und die Zahl der deutschen Anhänger des italienischen Films weiter zu erhöhen.

Italien als modernes Land in all seinen unterschiedlichen Facetten zu präsentieren, Offenheit für die gesellschaftliche Wirklichkeit einer anderen Kultur herzustellen, Neugierde für die ganz eigene Sprache des Filmemachens zu wecken und all dies in den Kontext der Vielfalt europäischer Filmtraditionen einzuordnen – all das versucht dieses Festival zu leisten, und hierfür gebührt ihm große Anerkennung. Mein Dank richtet sich an Francesco Bono, Franco Montini und Pietro Spila von Made in Italy und an Helge Schweckendiek und Wilfried Arnold vom Kairos-Filmverleih für den so engagierten Beitrag zur kulturellen deutsch - italienischen Zusammenarbeit.

Und dem Festival im Jahr 2009 wünsche ich den allerbesten Erfolg!

Michele Valensise, Botschafter der Republik Italien in Deutschland, de.it.press

 

 

 

 

Integrationspolitik. Ausländer hoffen auf die FDP

 

Berlin. Im Wahlkampf hatte das Thema keine Rolle gespielt. Doch nun stehen die Konstrukteure einer schwarz-gelben Regierung unter Druck, sich auch in der Integrations-, Zuwanderungs- und Flüchtlingspolitik auf eine politische Architektur zu einigen. Das könnte für die FDP zur Nagelprobe werden, denn hier hat sie bei den Koalitionsgesprächen einen Ruf zu verlieren. Als Bürgerrechtspartei steht sie unter scharfer Beobachtung.

 

Amnesty International und Pro Asyl legten am Mittwoch der schwarz-gelben Koalition in Gründung schon einmal einen Forderungskatalog für einen "Neuanfang" in der Asyl- und Flüchtlingspolitik vor.

 

 

Ganz oben auf ihrer Erwartungsliste steht dabei eine Neufassung der schwarz-roten Bleiberechtsregelung. Die läuft zum 31. Dezember aus und Amnesty und Pro Asyl fordern jetzt nicht nur eine bloße Verlängerung dieser Altfallregelung, sondern eine sichere Aufenthaltserlaubnis für die 60000 nur geduldeten Ausländer, die länger als sechs Jahre in Deutschland leben.

 

Dagegen wird sich vor allem die Union stemmen. Sie wird allenfalls einer Verlängerung der Altfallregelung zustimmen - unter der kaum erfüllbaren Bedingung, dass die Flüchtlinge einen Job nachweisen. Die FDP hält sich an der Stelle bisher noch bedeckt.

 

Mit dem Kopf gegen die harte schwarze Wand - Farbe bekennen müssen die Freidemokraten, die laut Programm "für eine humanitäre Zuwanderungspolitik auf Grundlage des internationalen Flüchtlingsrechts" stehen, auch bei der Frage der Zurückweisung von Asylbewerbern an den EU-Außengrenzen und der Forderung einem europäischen Aufnahmeprogramm für Flüchtlinge.

 

Die Union und ihr Innenminister Wolfgang Schäuble (CDU) hatten sich jüngst zurückhaltend gegenüber einem solchen Resettlement-Programm verhalten, das die UN seit Jahren fordern. Die FDP, so zumindest ihr Generalsekretär Dirk Niebel, begrüßt es hingegen "ausdrücklich".

 

Disput zwischen Gelb und Schwarz dürfte es auch über die deutsche Haltung zur EU-Asylpolitik geben. Die FDP warnt, die europäische Harmonisierung dürfe nicht zu einer " Absenkung der Zuwanderung auf das niedrigste Niveau führen". Die Union, die wohl wieder den Innenminister stellen wird, sperrt sich jedoch gegen fast alle EU Vorgaben, die für Flüchtlinge in Deutschland Erleichterungen bringen würden.

 

Auch mit ihrer Forderung nach einer gezielten Zuwanderungspolitik per Punktesystem könnte die FDP in den Koalitionsverhandlungen gegen eine harte schwarze Wand laufen, wie auch mit ihrem - allerdings vorsichtigen - Plädoyer für einen großzügigere Hinnahme des Doppelpasses. VERA GASEROW FR 1

 

 

 

 

Ein Job für Yunus. Die Muslime müssen mehr für die Integration tun, als ihre Rechte einzuklagen

 

Yunus heißt das aktuelle Beispiel für gelungene Integration: Anders als viele Jungen in seinem Alter – er ist 16 – wäscht sich der Deutsch-Türke fünfmal täglich und bewegt sich regelmäßig. Wenn es Streit gibt, kloppt er sich nicht, er geht vor Gericht. Selbstbewusst ist er auch, wer hat schon die Traute, seine eigene Schule zu verklagen? Und welcher deutsche Teenager steht freiwillig, wie er, im Morgengrauen auf? Gut, Yunus sagt „Isch“ statt „Ich“, aber mal ehrlich, damit fangen auch schon die Deutschen an. Wir könnten stolz sein auf Yunus, das Mustermigrantenkind. Wenn nur die Sache mit dem Beten nicht wäre.

 

Ja, Yunus betet. Fünf Mal am Tag. Eher auffällig, wie Muslime eben beten. Einmal davon darf er es in der Schule, sagt ein Gericht. Großer Aufschrei. Nur: Wo ist eigentlich das Problem?

 

Die Berliner Schulbehörde behauptet, nun sei ein Präzedenzfall geschaffen. Nun müssten Gebetsräume her. So ist er eben, der Deutsche: Wenn er nicht grundsätzlich wird, denkt er in Extremen. Der Präzedenzfall geht nicht auf das Konto von Yunus, sondern auf das der Schule. Man muss nicht mit dem Grundgesetz unterm Arm in der Gegend herumlaufen, um zu wissen, dass Gebetsverbote, ob sie nun für Schulen, Bahnhöfe, Behörden oder Autobahnrastplätze ausgesprochen werden, verfassungswidrig sind. Bei allem Respekt, wie können Lehrer ernsthaft gegenteiliger Auffassung sein?

 

Yunus darf in einem ehemaligen Computerraum beten, wenn er einen Lehrer findet, der ihm aufschließt. Seine Freunde, die auch beten wollten, durften nicht. Sie hatten nicht geklagt, für