WEBGIORNALE 23-25 Ottobre
2009
Diritti e valori: i confini dell’Europa. Le strade dell’integrazione e
della pace
Pubblichiamo un
ampio stralcio del discorso che Claudio Magris ha pronunciato domenica alla
Paulskirche di Francoforte, in occasione della consegna del «Friedenspreis».
Magris, primo
italiano a vincere il prestigioso premio per la Pace (assegnato in passato
anche a Hermann Hesse, Vaclav Havel e Susan Sontag), ha ricevuto le
congratulazioni del presidente Napolitano. Lo scrittore ha letto il discorso in
tedesco dopo la «laudatio» pronunciata da Karl Schlögel. Alla cerimonia, che si
svolge nel giorno di chiusura della Buchmesse, hanno partecipato circa mille
invitati fra i quali il Nobel per la Letteratura Herta Müller.
A Trieste, nei
grandi capannoni e cortili di una vecchia caserma abbandonata, si possono
vedere, affiancati o sparsi in disordine come carcasse di mostri marini
lasciati su una spiaggia dal riflusso di un maremoto, carri armati,
sommergibili squarciati, cannoni anticarro, autoblinde, aeroplani dall’ala
fracassata; in altri vani si allineano relitti guerreschi più piccoli, gavette
sfondate, cornette telefoniche da campo strappate, bossoli, elmetti, manifesti
di guerra.
Un tempo quello
era il regno di un personaggio bizzarro, Diego de Henriquez, il quale aveva
dedicato tutta la sua esistenza — sacrificando spietatamente a tale missione se
stesso e la propria famiglia — alla raccolta di un immenso e delirante
materiale bellico, al sogno di costruire, come aveva scritto, un «Museo Storico
di Guerra per la pace», un «Centro per la lettura e modifica del passato e del
futuro»; quell’esposizione universale della guerra avrebbe dovuto creare un
orrore tale per quest’ultima da sradicarla nei cuori, creando così la pace
perpetua.
Il professore
poliglotta, oberato di debiti astronomici come quelli di una grande potenza
militare, morì in un misterioso, forse doloso incendio nel 1974, che devastò il
Museo e bruciò anche lui nella bara adattata a letto in cui egli dormiva, fra i
suoi Sturmgeschütze e le sue littorine blindate. Ci fu anche un processo, che
non giunse ad alcuna conclusione, perché pare stesse raccogliendo e ricopiando
dei graffiti incisi sulle luride pareti di vecchi cessi pubblici vicino alla
Risiera, il campo di sterminio — l’unico in Italia — che i nazisti avevano
installato a Trieste; graffiti in cui alcune vittime avrebbero denunciato le complicità
di alcuni personaggi dell’alta società triestina di quel tempo nella denuncia
di ebrei finiti nella camera a gas. Comunque siano andate le cose, le pareti di
quei vespasiani sono state imbiancate con la calce. Dopo la guerra, viene la
pace, che ha pure il bianco colore del sepolcro e di tanti cuori ridotti a
sepolcri imbiancati.
Non so se il
febbrile collezionismo bellico di de Henriquez nascondesse, nonostante il suo
certo sincero intento pacifista, una segreta, ossessiva fascinazione per la
guerra. Per cercare di saperlo, occorre la letteratura, che — diceva Manzoni —
non accerta i fatti, come la storia, ma cerca di immaginare come gli uomini li
hanno vissuti. È per questo che da tempo convivo con l’ombra di quest’uomo, che
le fiamme del suo rogo hanno proiettato anche sulla mia mente e sulla carta su
cui cerco di scrivere.
Quell’ombra mi
interessa forse perché è pure una grottesca parabola di uno dei tanti abbagli
che insidiano la pace già nelle nostre teste prima ancora che nella realtà. Una
di queste insidie è essere ossessionati dall’universalità della guerra e
credere che essa sia inevitabile, inseparabile dalla vita, come nella Grande
illusione di Renoir. Non dimenticherò mai il discorso di un anziano leader
nord-vietnamita, ascoltato per caso molti anni fa alla televisione francese,
durante il conflitto nel suo Paese. Per gli uomini della sua età, disse
parlando con affabile e ferma malinconia, la vita si era quasi identificata con
la guerra, combattuta in quelle terre per tanti decenni e in quel momento
ancora in corso; è questo, aggiungeva, il pericolo per noi più insidioso,
l’abitudine a considerare la guerra necessaria come la vita e il respiro,
l’incapacità di pensare la vita senza la guerra.
Tutto congiura a
farcelo credere e a cedere rassegnati a questa necessità; non a caso la
letteratura occidentale inizia con un grande poema di guerra, l’ Iliade , e
grandi libri sacri che fondano il mondo, come il Mahabharata e in parte l’
Antico Testamento , sono pure libri di guerra. Ma il senso della vita consiste
nel resistere alle seduzioni idolatriche di ciò che si proclama fatale, nello
sperare contra spem . «Was darf ich hoffen?» (che cosa posso sperare?, ndr ),
si chiede Kant, dinanzi al Male radicale che si presenta vittorioso, e risponde
che proprio la vista della devastazione esige che essa non sia l’unica realtà e
giustifica la speranza, esperta di disperazione.
La speranza è la
più grande virtù, incalza Péguy, proprio perché è così difficile — ma appunto
perciò necessario — vedere come vanno le cose e sperare che ciononostante
domani andranno altrimenti. Talvolta una speranza di luce balena perfino nel
cuore di tenebre che sembrano definitive. Nel 1943, dal treno che lo sta
portando ad Auschwitz, Aron Lieukant — il quale, a differenza di altri, è ben
consapevole del suo destino — trova il modo di inviare una lettera ai figli,
Berte e Simon, nella quale raccomanda loro di non bere bevande ghiacciate
quando sono sudati. Rispetto a lui e ad altri come lui, a questa forza e a
questa umanità indistruttibile, il Terzo Reich, che si proclamava millenario
appare soltanto «una banale Medusa», come scriveva Joseph Roth, destinata alla
sconfitta; non è durata mille anni, ma dodici, meno del mio scaldabagno.
C’è un’altra
insidia alla pace reale, che si annida nella timorata, progressista convinzione
che il progresso sia già realizzato, che la civiltà abbia vinto la barbarie e
che la guerra, almeno nel nostro mondo, sia stata debellata, come la febbre
gialla o il vaiolo lo sono stati dai vaccini. La guerra non si nomina, neanche
quando c’è; non la si dichiara, neanche quando si gettano le bombe.
Quando la Nato — e
dunque pure l’Italia — bombardava Belgrado e la Serbia, i giornali italiani,
annunciando il ritiro dell’ambasciatore italiano da Belgrado, esprimevano la
preoccupazione che tale misura potesse pregiudicare le buone relazioni fra la
Serbia e l’Italia. Questa paura di guardare in faccia la realtà — in questo
caso la guerra — aiuta l’orrore, che non si vuol vedere, a diffondersi, come un
cancro di cui il malato non voglia accorgersi. Ci si vuole ingannare, in orrida
buonafede. C’è un terribile aneddoto, non so se vero o falso, su Nelson:
interrogato perché avesse continuato a bombardare per due ore, anche dopo che i
danesi si erano arresi, la loro flotta e Copenaghen, egli avrebbe risposto:
«I’m damned if I have seen it! Avevo messo il cannocchiale sull’occhio
bendato». Vero o falso, l’aneddoto mostra come non si veda, non si voglia
vedere la violenza. La Terza Guerra Mondiale c’è stata, anche se la maggior
parte degli europei ha avuto la fortuna di non pagarne il prezzo di sangue.
Venti milioni di morti dopo il 1945, più o meno; a differenza delle vittime
della Seconda, pressoché ignorati e dimenticati, esposti all’ulteriore violenza
dell’oblio. Indulgiamo all’illusione di vivere senza guerra, perché il Reno non
è più un confine conteso con ecatombi di soldati o perché sul Carso non c’è più
quella frontiera, vicina a Trieste, che era l’invalicabile Cortina di Ferro e
una miccia accesa. (...) Sono altri oggi i confini che minacciano la pace,
confini talora invisibili all’interno delle nostre città, fra noi e i nuovi
arrivati da ogni parte del mondo, che stentiamo perfino a vedere perché, come
dice la canzone di Mackie Messer, sono al buio. Nel 2000 un noto uomo politico
italiano, divenuto poi Ministro della Repubblica, si recò a Lodi, in Lombardia,
nel luogo in cui si doveva costruire una moschea, tirandosi dietro al
guinzaglio un maiale per offendere gli immigrati musulmani che chiedevano
quella moschea. Pure questo è un piccolo atto di guerra.
Ora nel mio Paese
c’è una legge che viola un fondamentale principio democratico, in quanto
autorizza gruppi di privati cittadini a controllare l’ordine e la sicurezza —
beni certo essenziali e da difendere con fermezza — specialmente nei confronti
degli immigrati.
Spero, da patriota
italiano, che il mio peraltro incantevole Paese non sia, ancora una volta,
all’avanguardia in senso negativo: il fascismo, dopotutto, in Europa, lo
abbiamo inventato noi, anche se poi altri ci hanno ben superato nello zelo. Un
nuovo populismo, oggi serpeggiante un po’ dovunque in Europa, sta creando, ha
scritto Massimo Salvatori, democrazie senza democrazia. Esso è una minaccia a
quest’ultima e alla pace — ogni minaccia alla democrazia è minaccia alla pace,
qualsiasi forma essa assuma — e non ha nulla a che vedere col classico
fascismo, termine tirato in ballo a sproposito come uno stupido ritornello.
Questo populismo è
una gelatinosa totalità sociale, che distrugge alcuni valori fondamentali, ogni
sentimento del lecito e dell’illecito, del rapporto tra il bene dell’individuo
e il bene comune. Sentimento che non è sufficiente ma è necessario avere, per
poter almeno sperare di costruire giustizia e dunque pace. Senza la prima, non
c’è la seconda; l’insofferenza crescente per la legge che persegue i reati e la
limitazione del potere della magistratura che li persegue esprimono il torvo
sogno di una vita senza legge o con meno legge possibile, ossia di una giungla,
di una condizione di bellum omnium contra omnes , in cui i forti trovino pochi
ostacoli nello schiacciare i deboli. In un’intervista televisiva del 3 maggio
2003, riportata due giorni dopo sul «Corriere della Sera », il professore di
filosofia Toni Negri — delle cui elucubrazioni pseudo rivoluzionarie si sono
verosimilmente nutrite le Brigate Rosse sotto il cui imbecille piombo
reazionario sono caduti molti rappresentanti dell’Italia migliore, quella più
aperta e volta ad una società diversa e più libera — ha dichiarato
pubblicamente la propria solidarietà a Berlusconi, in quanto entrambi
perseguitati dalla magistratura.
Ma questi
rischiano di essere discorsi soltanto morali, come se le minacce di guerra
derivassero solo dall’indegnità di alcune, anche numerose, persone. La guerra è
nell’aria come una minaccia o una realtà oggettiva. (...) Quest’ultima sta
assumendo tanti volti; si insinua e si mimetizza nelle più diverse
manifestazioni; non è solo la strage del Biafra, l’11 settembre a New York o le
tonnellate di isocianato di metile a Bhopal, che hanno fatto tanti più morti.
Guerra è il traffico di organi strappati a bambini assassinati a tal fine, è
l’ininterrotta catena di assassinati dalla mafia per difendere il suo fatturato
di grande multinazionale. Oggi la guerra è «senza limiti», come dice il
capolavoro di Qiao Liang e Wang Xiangsui, un vero Clausewitz del Duemila.
Dinanzi alle dimensioni mondiali di tali possibili catastrofi, l’attuale
debolezza e sconnessione dell’Europa appaiono doppiamente penose e colpevoli.
Solo un’Europa realmente unita, un vero Stato — naturalmente federale,
decentrato — potrebbe avere la capacità (e avrebbe il dovere) di affrontare
problemi che non sono più nazionali. All’Europa spetta il grandioso e arduo
compito di aprirsi alle nuove culture dei nuovi europei provenienti da tutto il
mondo, che vengono ad arricchirla con le loro diversità. Si tratterà di mettere
in discussione noi stessi e di aprirsi al massimo dialogo possibile con altri
sistemi di valori, ma tracciando le frontiere di un minimo ma preciso quantum
di valori non più negoziabili, da considerare acquisiti per sempre e da
rispettare come assoluti che non vengono più messi in discussione. Pochi ma
netti valori, come ad esempio l’uguaglianza di diritti fra tutti i cittadini a
prescindere da ogni differenza di sesso, di religione o di etnia. Ma finché
l’Europa sarà ancora un’Azione parallela, la nostra realtà, come quella
musiliana, sarà campata in aria. (Traduzione di Ragni Maria Gschwend)
Claudio Magris CdS
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Ue, più garanzie per chi ha diritto all’asilo
BRUXELLES - La
Commissione Europea ha proposto ieri delle misure per migliorare la protezione
di chi ha diritto all’asilo e un’armonizzazione a livello Ue delle procedure.
Si tratta in particolare di una modifica alle normative attuali, una è la
direttiva sulla qualifica e sullo status delle persone bisognose di protezione
internazionale, l’altra è la direttiva sulle procedure di asilo. «Le misure
previste - si legge in un comunicato diffuso a Bruxelles - offrono una maggiore
protezione alle vittime di persecuzioni, come richiesto dal Consiglio europeo
nel patto sull’immigrazione e l’asilo». Allo stesso tempo, «le proposte
dovrebbero migliorare la coerenza degli strumenti di cui l’Ue dispone in questo
settore e semplificare e consolidare le norme di protezione sostanziali e
procedurali in tutta l’Unione, prevenendo così le frodi e migliorando
l’efficacia della procedura di asilo». Le proposte dovranno adesso superare il
vaglio dei governi.
«La Commissione
porta a compimento il sistema comune europeo di asilo - ha dichiarato il
commissario europeo alla Giustizia, la libertà e la sicurezza Jacques Barrot -
negli ultimi anni abbiamo realizzato notevoli progressi grazie all’attuazione
di norme comuni, ma sussistono ancora grandi differenze tra gli Stati membri.
Le nostre proposte segnano un importante passo verso norme di protezione più
elevate, condizioni più eque e un sistema più coerente ed efficace».
Bruxelles vuole
inoltre rendere più efficace la procedura di esame delle domande, anzitutto
introducendo di un termine generale di sei mesi per ultimare le procedure di
primo grado. Infine, le proposte della Commissione mirano ad assicurare
l’accesso dei richiedenti asilo a un ricorso effettivo in linea con gli
obblighi imposti agli Stati membri dal diritto comunitario e internazionale. Im
22
Un nuovo binario per l'immigrazione
Un gruppo
trasversale di parlamentari (PdL, Pd, Udc, IdV) appare decisamente intenzionato
a rimettere in moto il treno dell’integrazione. La linea su cui il treno è
avviato è chiara: ai doveri, ai comportamenti virtuosi che esigiamo dagli
immigrati, devono corrispondere anche meritati diritti. Riparte quindi la
proposta di fare uno sconto sui tempi di attesa per ottenere la cittadinanza
italiana: uno sconto riservato a quegli immigrati regolari che dimostrino di
conoscere sufficientemente la nostra lingua, la vita civile e i valori
costituzionali del nostro Paese. Torna sul tappeto l’idea di favorire i bambini
nati in Italia o che, arrivati da piccoli, vi abbiano studiato e quindi siano
qui presumibilmente bene inseriti. Di nuovo, si profila la possibilità di
concedere, a certe condizioni, il voto locale anche agli immigrati non
comunitari. I comunitari, romeni in primis - come si sa - godono già di questo
diritto. Il vice-ministro Urso vorrebbe anche mettere un mattone nella
costruzione di un Islam italiano; propone, infatti, di sottrarre l’insegnamento
religioso dei bambini musulmani dall’influenza di possibili cattivi maestri per
consegnarlo ad insegnanti affidabili, nelle rassicuranti mura della nostra
scuola pubblica. Questo è un vagone più isolato, sia per motivi tecnici che per
ragioni culturali. È difficile trovare un interlocutore unitario in un ambiente
complesso e conflittuale come quello dei musulmani in Italia ed è un problema
trovare oggi insegnanti adeguati. C’è poi un arroccamento difensivo da parte di
una sezione del mondo cattolico. E però va detto che a simili ostacoli in
alcuni Laender tedeschi una soluzione si è trovata, e che la costruzione di un
Islam europeo è da tempo un’ispirazione di fondo in diversi Paesi dell’Unione.
Comunque,
nell’insieme, tira proprio un’aria nuova nelle politiche migratorie italiane. E
non solo e non tanto per i contenuti delle proposte: si tratta, infatti, di
misure ampiamente sperimentate in Europa e che, seppure con diverse sfumature,
sono già state presentate in passato nel Parlamento italiano. La grossa novità
sta nel modo, nell’evidente unione trasversale dei proponenti. Sta nel timing,
nel momento, nel clima politico in cui cadono queste proposte. La recente
politica italiana si è infatti caratterizzata per un severo contrasto
dell’immigrazione irregolare. È un contrasto che prevede la classica mistura di
«slittamento» e «sovrapposizione» delle frontiere. Da una parte, si fa
«slittare» la nostra frontiera al di fuori dei confini, in particolare
attraverso il rafforzamento degli accordi con la Libia che dovrebbero bloccare
la principale rotta via mare, e lo si fa anche a rischio di ledere diritti
umani. Dall’altra, si «sovrappongono» alle barriere agli ingressi le barriere
ai diritti: il reato di immigrazione clandestina e di permanenza irregolare,
l’attestazione di regolarità per la fruizione di servizi e diritti servono a
sbarrare l’accesso a prestazioni sociali e al compimento di atti civili. E
anche quando - come nel caso della sanità - la nuova legge sulla sicurezza non
ha annullato il divieto per medici e operatori sanitari di denunciare i
pazienti non in regola con il permesso di soggiorno, la paura diffusa opera
come potente dissuasore. Insomma, mentre gli ultimi provvedimenti legislativi
avevano aumentato la repressione sugli irregolari, non si profilava nessun
bilanciamento a favore dei regolari.
Anzi, troppe volte
abbiamo ascoltato leader di maggioranza dichiarare di non volere che l’Italia
diventasse un Paese multietnico, detto altrimenti, un Paese di immigrazione,
quale peraltro l’Italia è già ed è destinata ad essere in futuro. Né sono
mancate offese gratuite alle comunità immigrate, in particolare a quella
musulmana. Ora il bilanciamento finalmente si profila, e il treno guidato dal
gruppo politicamente trasversale appare instradato su un binario decisamente
nuovo. C’è il rischio che si riveli un binario morto? In modo più o meno
brusco, qualcuno sta già manovrando sugli scambi ferroviari, ma sarebbe un
peccato per il Paese. In ogni caso, dovunque vada a finire, il nuovo treno
costituisce un evento positivo. Dimostra sia che c’è una parte del
centro-destra italiano che vuole essere europeo, alla Merkel e alla Sarkozy,
sia che c’è una parte del centro-sinistra che non si limita a contrastare, ma
che è disposto a collaborare per costruire.
GIOVANNA ZINCONE LS 22
Informazione, all'Europarlamento bocciate le risoluzioni sul caso Italia
Centrodestra e
centrosinistra avevano presentato due diversi documenti
La mozione del
gruppo Socialisti e Democratici non passa per tre voti. E' polemica
Un eurodeputato
dell'Idv dice di aver votato no per sbaglio e chiede la rettifica. Due
irlandesi avrebbero "subito pressioni ad alto livello" - dal nostro
inviato MARCO MAROZZI
STRASBURGO - Tre
deputati liberali irlandesi che si sono astenuti. Vincenzo Iovine, dell'Italia
dei valori, che ha votato contro e tre ore dopo ha fatto sapere di essersi
"solo sbagliato di bottone" e di aver "già fatto domanda di
rettifica del suo voto alla risoluzione". Con questi voti a sorpresa,
scomparsi dalla maggioranza, il Parlamento europeo ha bocciato la risoluzione
sulla libertà di stampa presentata dai gruppi del centrosinistra. Il documento
- firmato dai Socialisti e Democratici, i Verdi, la Sinistra unitaria del Gue,
i liberali Alde a cui appartengono i voti spariti - denunciava anomalie nel
sistema di informazione in Italia e accusava il governo Berlusconi di fare
pressioni sui media del nsotro Paese ed europei. Il no alla risoluzione è
prevalso per tre soli voti: infatti, su 686 votanti, 335 sono stati i
favorevoli, 338 i contrari e 13 gli astenuti.
Secondo i
regolamenti di Strasburgo è possibile cambiare un voto fino al giorno
successivo, quindi la scelta di Iovine dovrebbe aver cambiato sponda. Per i tre
irlandesi l'ultima parola è fissata alle 18, quando si riunirà il gruppo Alde:
l'ex premier belga, Guy Verofstadt, primo firmatario della mozione, è
furibondo. Gli irlandesi Pat "the Cope" Gallagher, Brian Crowley e
Liam Aylward fino alla precedente legislatura erano nel gruppo Europa delle
Nazioni con Lega ed An. Pino Arlacchi, dell'Italia dei Valori, ha detto che
Gallagher e Aylward gli hanno detto di aver avuto "pressioni" ad
"altissimo livello". "Dal governo irlandese", hanno
specificato.
Poco prima era
stata bocciata, con 322 voti contrari, 297 favorevoli e 25 astenuti, anche una
risoluzione del centrodestra in cui si affermava che in Italia non c'è nessuna
minaccia alla libertà di stampa. Al centro dell'argomentazione, le parole del
Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che un mese fa ha invitato i
politici italiani a non usare Strasburgo come "istanza di appello"
delle decisioni nazionali. Cavallo di battaglia usato anche negli emendamenti
presentati dal Ppe alla mozione degli avversari. Il centrosinistra aveva
parlato di "manovra degli uomini di Berlusconi, con l'intento di
coinvolgere il Capo dello Stato in uno scontro politico".
L'esito del voto è
stato accolto da esplosioni di gioia tra i banchi del centrodestra, da cui
erano partite urla e "buuuu" durante lo sgranarsi delle votazioni che
sembravano a lungo favorevoli al centrosinistra.
L'aula di
Strasburgo aveva in precedenza bocciato con una discreta maggioranza sia le
risoluzioni del centrodestra sia gli undici emendamenti presentati dal Ppe al
testo del centrosinistra. Inoltre, ancor più sorprendente, la bocciatura della
risoluzione del centrosinistra è arrivata dopo che il Parlamento aveva
approvato le singole parti del testo. A conferma dell'imprevedibilità del
risultato, dopo la bocciatura del testo comune ha rischiato di passare la
risoluzione presentata dal solo gruppo Alde, che ha ottenuto un clamoroso 'pareggio':
338 voti a favore, 338 contrari e 8 astenuti. Il pareggio equivale a una
bocciatura.
Una delle ragioni
del ribaltamento sulla mozione S&D-Alde-Verdi-Gue potrebbe essere il
cambiar di posizione, in corso di votazioni, di alcuni dei 27 Non Iscritti, NI
(i senza gruppo). Sono considerati un po' i paria del Parlamento, quasi tutti
di estrema destra, con cui il Ppe ha trattato, il centrosinistra no. Sedici
hanno votato con il Ppe, quattro con il centrosinistra, tre si sono astenuti
come sette popolari, soprattutto dell'Udc, da De Mita a Carlo Casini. Una
svolta, ammettono nello stesso Pd, potrebbe essere dovuto al fatto che la
sinistra ha impedito la votazione di un emendamento orale presentato in aula
dall'ungherese Jozsef Szajer. Il deputato Ppe ha denunciato pressioni sulla
stampa da parte del ministro delle Finanze del governo socialista di Budapest,
e chiesto di condannarle. nella risoluzione. "Perché non vi siamo due pesi
e due misure". LR 21
Tre nodi per l'Ue. La solidarietà come criterio guida per scioglierli
È tempo di scelte
politiche e di decisioni operative, fra Strasburgo e Bruxelles, e l'Europa
comunitaria s'interroga, ancora una volta, sul proprio futuro. La sessione
plenaria dell'Europarlamento del 19-22 ottobre, l'attività della Commissione
(il cui mandato scadrà a fine mese), il Consiglio dei capi di Stato e di
governo convocato per il 29 e 30 ottobre, si concentrano su tre nodi
prioritari.
Il primo riguarda,
ovviamente, la crisi economica e finanziaria: finora l'Ue ha coordinato gli
interventi dei singoli Stati e ha aggiunto qualche risorsa propria per
tamponare i guasti sociali e occupazionali dovuti alla recessione. Ma ci si
rende conto che ciò non basta: le difficoltà in cui navigano le imprese, lo
spettro della disoccupazione, il rischio-povertà cui sono esposte ampie fasce
di popolazione, impongono un immediato colpo d'ala ai governanti e all'Ue nel
suo insieme: la crisi è globale e se ne esce solamente insieme, serrando i
ranghi, sostenendo le produzioni e i consumi, vigilando sui conti pubblici e
definendo regole precise per i mercati dei capitali.
Il secondo aspetto
riguarda il cambiamento climatico. Appare chiaro che i reiterati allarmi degli
scienziati erano supportati da analisi corrette e, per i più scettici, da
visibili mutamenti ambientali. I disastri cui assistiamo nei quattro angoli del
mondo, l'inquinamento crescente, lo smodato sfruttamento delle risorse
naturali, hanno bisogno di interventi efficaci e - anche in questo caso - di
regole condivise fra paesi ricchi, paesi di recente sviluppo, nazioni in attesa
(quanta attesa!) di sviluppo. A poche settimane dalla Conferenza Onu di
Copenaghen, l'Ue deve decidere una posizione comune per approcciare il
dopo-Kyoto e mediante la quale convincere anche Stati Uniti, Cina, India, a
fare la loro parte per salvaguardare il pianeta.
Il terzo punto che
impone una convergenza dei paesi aderenti concerne il Trattato di Lisbona.
Salvo sorprese, a breve dovrebbe cadere, con la firma del testo da parte del
presidente ceco Klaus, l'ultima resistenza che blocca il processo di ratifica.
A quel punto occorrerà predisporre ogni aspetto politico e giuridico per
l'entrata in vigore del Trattato, necessario per il funzionamento dell'Ue27.
Bisognerà procedere con la nomina delle due principali figure introdotte a
Lisbona, quella del presidente "stabile" del Consiglio Ue e quella
dell'Alto rappresentante della politica estera, nonché della nuova Commissione.
Inutile dire che anche in tal caso la convergenza su nomi all'altezza dei ruoli
sarà un passaggio obbligato per sbloccare l'impasse.
Ecco dunque
imporsi una riflessione sui criteri in base ai quali giocare l'intera partita.
Se ciascuno Stato membro pensasse di condurre delle "trattative"
volte al proprio esclusivo interesse, partirebbe col piede sbagliato. In un
frangente tanto delicato della vicenda comunitaria, nessuno può credere di far
prevalere l'interesse di una parte sul tutto. La solidarietà riemerge quale
criterio-guida dell'integrazione europea. E per andare avanti, occorrerà
rifarsi un'altra volta alla storia, traendo dalle origini della Comunità i
motivi ispiratori per le scelte del presente. È quanto ha ricordato il
cardinale Dionigi Tettamanzi l'8 ottobre durante la messa di apertura delle
Giornate sociali cattoliche per l'Europa a Danzica. L'Arcivescovo di Milano ha
citato la Dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950: "L'Europa non
potrà farsi in una sola volta né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da
realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto".
Tettamanzi ha aggiunto: "Mi pare davvero significativa e stimolante
l'espressione 'solidarietà di fatto', perché rimanda a una solidarietà che non
può esaurirsi nelle intenzioni e nei sentimenti ma deve esprimersi nella
concretezza del vissuto quotidiano". È esattamente di questa solidarietà,
concreta, ispirata da valori alti, che l'Europa ha bisogno.
GIANNI BORSA,
BRUXELLES
ROMA - La
Commissione Esteri del Senato della Repubblica, nella seduta del 21 ottobre, ha
espresso parere favorevole (con osservazioni) allo schema di decreto del
Presidente della Repubblica concernente: “Regolamento di semplificazione
recante norme in materia di autonomia gestionale e finanziaria delle
rappresentanze diplomatiche e degli uffici consolari di I categoria del
Ministero degli Affari Esteri”.
Nel decreto, tra l’altro, è previsto che gli
uffici all’estero possano stipulare “contratti di sponsorizzazione con soggetti
pubblici o privati, imprese, associazioni, fondazioni, cittadini e in generale
con qualsiasi soggetto, italiano o straniero, che non svolga attività in
conflitto con l’interesse pubblico”. Così pure si prevede che gli uffici all’estero
possano ricevere “donazioni e liberalità da soggetto pubblici o privati,
italiani o stranieri”.
E’ sulle sponsorizzazioni che si è accentrato
l’interesse di alcuni membri della commissione, in particolare i senatori
Pedica e Bettamio del Pd e Peterlini (Svp), mentre il senatore Micheloni (Pd)
ha fatto presente come, al di là di interventi settoriali sulla rete
diplomatico e consolare, quale quello in esame, manchi ancora l'istituzione di
un tavolo di confronto tra Parlamento e Governo sul tema complessivo della
ristrutturazione degli uffici all'estero. Ed ha ricordato che il tema della
ristrutturazione è estremamente sentito presso la collettività italiana ed è
stato oggetto di specifica attenzione nella riunione della Commissione
continentale per l'Europa del Consiglio generale per gli italiani all'estero
che si è conclusa a Barcellona il 17 ottobre.
Il relatore Amoruso (Pdl) ha sottolineato
come sia una vantaggiosa opportunità per la rete diplomatica e consolare quella
di avvalersi di contratti di sponsorizzazione che consentono la realizzazione
di iniziative altrimenti non possibili, quali restauri di opere d'arte ed
organizzazione di eventi, e come in materia sia opportuno riconoscere uno
spazio di valutazione adeguato ai responsabili locali.
Pr il governo era presente il sottosegretario
agli Esteri Stefania Craxi. Relativamente alle osservazioni del senatore
Micheloni, ha confermato l'impegno del governo a riferire sollecitamente al
Parlamento sul processo di ristrutturazione della rete diplomatica e consolare
in via di elaborazione e definizione.
Qui di seguito il testo del parere approvato
dalla Commissione Esteri del Senato.
“La Commissione, esaminato lo schema di
decreto in titolo, esprime parere favorevole, osservando tuttavia che:
1. Circa la struttura della rendicontazione,
si ritiene opportuno evitare di prevedere procedure differenziate a seconda
delle sedi, dal punto di vista formale, in un'ottica di semplificazione; appare
inoltre importante che siano evidenziati per tutti gli uffici, al momento della
chiusura del bilancio consuntivo, non solo i risultati dalla gestione
finanziaria, ma anche il risultato di amministrazione che fa stato della
situazione complessiva debitoria e creditoria.
2. Per quanto riguarda le sponsorizzazioni,
nella consapevolezza che si tratta di un aspetto di grande delicatezza, si
ritiene opportuno non assoggettare l’accettazione della sponsorizzazione ad
espressa autorizzazione ministeriale, privilegiando le valutazioni compiute dal
titolare dell'ufficio in loco”. (Inform)
Sabato 24 ottobre XI Congresso delle Acli Germania a Francoforte
Francoforte –
“Abitare il presente e servire il futuro: superare la crisi nello spirito di
solidaretà”. E’ questo lo slogan, o meglio l’ambizioso programma che si propone
l’XI Congresso delle Acli Germania, che si terrà sabato 24 ottobre, con inizio
alle ore 10,00 presso l’Hotel Spenerhaus di Francoforte.
“A oltre 60 anni
dalla loro fondazione e a piu di 50 anni di presenza in Germania le Acli sono
chiamate a continuare nel ‘grande compito’, sempre attente alle cose nuove,
rimanendo fedeli al futuro. Le Acli, con responsabilità e fiducia, con fatica e
sofferenza – recitano gli orientamenti congressuali – devono affrontare le
novità, accettandone i rischi, ma rimanendo attente ai segni dei tempi che indicano i fermenti
sociali nel percorso della storia. L’impegno che ci aspetta é quello di essere
nuovamente protagonisti per rendere
protagonisti gli uomini e le donne del nostro tempo, perchè siano promossi,
garantiti e tutelati i loro diritti”.
L’apertura
ufficiale dei lavori sarà preceduta da un momento di spiritualità, guidato da
don Pio Visentin, delegato nazionale delle Missioni italiane in Germania e
Scandinavia. Quindi il via con l’elezione dell’Ufficio di Presidenza del Congresso e delle Comissioni, subito
seguita dalla relazione della presidenza uscente, dal saluto degli ospiti e
dagli interventi dei delegati.
Dopo la pausa del
pranzo, il pomeriggio sarà ancora ampiamente dedicato agli interventi dei
delegati, per concludersi con l’approvazione dello statuto delle Acli Germania,
la presentazione delle mozioni congressuali, l’elezione del nuovo Consiglio
nazionale e, dopo le operazioni di scrutinio, la proclamazione degli eletti.
Per aiutare la
comprensione di quanto bolle nel movimento e quali sono i problemi e gli
orientamenti attuali nei circoli in Germania, pubblichiamo qui di seguito la
mozione unica conclusiva approvata al recente IX congresso delle Acli Baviera.
“Premessa - Le
ACLI Baviera esprimono profondo
cordoglio per l’efferato attentato
suicida di Kabul, in Afghanistan dei giorni scorsi dove hanno perso la vita sei
Militari italiani, decine di civili afgani, tra cui donne e bambini, in una
spirale di morte ed odio fomentato da un estremismo islamico, di natura
terroristica senza precedenti. Le ACLI Baviera si uniscono al dolore delle
Famiglie colpite e all’intera Nazione che piange i Suoi figli in servizio per
una missione di pace in terre così lontane.
1) Una FAI da
rilanciare - Le ACLI Baviera, attraverso i propri Delegati, riuniti, in data 19
Settembre 2009 a Monaco di Baviera per
il proprio Congresso, richiedono alla
Federazione delle ACLI internazionale un ruolo di maggiore visibilità, profilo
ed incidenza. In particolare, a livello delle ACLI in Europa, la prospettiva di intensificare i rapporti,
le relazioni, lo scambio di esperienze, costituisce un arricchimento ed
approfondimento di tematiche ed iniziative di profondo senso valoriale.
La FAI, nelle
originarie intenzioni, proietta le ACLI nel futuro, in un abbraccio ideale con
tutte le realtà in cui l’Associazione,
nel mondo, trova sbocchi e risposte adeguate a precise istanze, pur nelle
diverse fertilità dei territori ove opera e diffonde messaggi di pace e
solidarietà. Le ACLI Baviera, in quest’ottica, richiedono con convinzione
percorsi comuni a sostegno dei Circoli e Servizi, in una rete dove le maglie
s’infittiscono e non si diradano.
Le ACLI Baviera
affermano la propria dimensione ed originalità europea. S’impegnano per gli
ideali di cittadinanza europea e per una costituzione in Europa che, nel suo
preambolo, confermi le radici cristiane dell’occidente, fondamentali nei processi storici che ne caratterizzano le evoluzioni.
2) Movimento e Servizi ACLI in Baviera - L’Assemblea
dei Delegati del Congresso delle Acli Baviera
richiede un impegno totale da
parte degli Organi eletti (Consiglio e
Presidenza regionale) per un rilancio di contenuti e di immagine delle ACLI in
Baviera. Il tesseramento ACLI costituisce un riferimento centrale della
presenza sul territorio e
dell’articolazione dei Circoli. Il Congresso impegna i Servizi delle ACLI
(Patronato ed ENAIP) ad una fattiva cooperazione ai fini di aumentare le iscrizioni alle ACLI
e costituzione di nuovi Circoli, rinsaldando
i legami e collaborazione con gli attuali. Il Congresso richiede elaborazione di strategie per diffondere il
Tesseramento ACLI nel prossimo quadriennio, dove la comunicazione e
l’informazione assumano ruoli di centrale vitalità per l’Associazione. Inoltre
i Delegati impegnano la nuova Presidenza per una sistemazione più consona alle
esigenze degli Uffici di Patronato nella Pettenkoferstrasse a Monaco ed un
ccoordinamento più fattivo e corrispondente all’ENAIP di Monaco di Baviera
3) KAB e Diocesi e
Missioni Cattoliche
- L’elezione di Papa Benedetto XVI, di origine
tedesca, ha reso alla cristianità un Pontefice, interprete e protagonista
dell’universalità della Chiesa cattolica. Le testimonianze di fede di milioni
di fedeli e pellegrini a Roma e nel mondo sono la riprova, coinvolgendo anche
le giovani generazioni, di come la forza e il fascino della parola di Cristo
siano attuali e pilastri della storia moderna.
In coerenza con la
profonda ispirazione cristiana che anima il lavoro e lo spirito di servizio
delle ACLI, il Congresso impegna il Movimento ed i Servizi ad un dialogo
aperto, a tutto campo, di profonda sinergia, con il KAB, Diocesi e Missioni
cattoliche locali. Le ACLI Baviera,
denunciando il disagio di tante famiglie nelle nostre Collettività a cogliere
il senso di un’attiva integrazione nella Chiesa locale, ragione per cui si
registra un numero crescente di
abbandono della Chiesa cattolica, si impegnano per un ruolo vivificante nel
cammino di fede e di testimonianza della
parola di Cristo all’interno della Chiesa. Non si tralascerà occasione per
approfondire forme di costruttiva collaborazione e di contributo per una
crescita socio-religiosa delle nostre Collettività, perché esistiamo per
testimoniare nel mondo il progetto di Salvezza che Dio ha stabilito nel Suo
Figlio. Le ACLI si distinguono per questa propria doppia natura di
perseguimento di valori
spirituali e civili, impegnate,
appunto, per il rigenerarsi dell’Uomo nella Chiesa, per
l’invocazione di una rinnovata evangelizzazione nella preghiera e per un percorso
di critico confronto in una
società che, per autodefinizione, è
funzionale e utilitaristica.
Bisognerà che il
rapporto con il KAB sia ridefinito e
ritemprato anche alla luce della nuova ristrutturazione e riorganizzazione che
il KAB al suo interno persegue. Questo è
un mandato che il Congresso affida, non solo al nuovo Consiglio regionale e
alla Presidenza, ma, in una dimensione più vasta, agli organi preposti a livello
federale di ACLI Germania.
4) Promozione
umana e sociale - Le ACLI, che nel mondo dell’associazionismo cattolico e
non, ribadiscono il proprio carisma democratico e
profondamente laicale perché profondamente cristiane, riunite in congresso,
impegnano il Movimento ed i Servizi nella testimonianza della Parola nel mondo
del lavoro, assieme alla famiglia, considerato come luogo privilegiato della
comunità per l’affermazione dei
valori di giustizia, solidarietà e dignità umana.
Preminente rimane
per le ACLI Baviera la problematica del
lavoro che in una società sempre più telematizzata e globalizzante comprime ed accelera i ritmi di produzione,
che per alcuni potrebbe rappresentare l’approdo entusiasta alla modernità, ma
per le ACLI significa un’erosione continua alla dignità del lavoratore e dei
suoi diritti, soprattutto in questo momento di crisi. Proprio in questi
frangenti è necessario esaltare il valore del lavoro come collante delle
società moderne. La crisi che assume aspetti anche valoriali e tra le nuove
generazioni diffonde chimere di facili guadagni votati al dio denaro,
superficialità nei costumi, conflitti di interesse, politica consumata nella
corruzione, impone un colpo di reni e la proclamazione di essenze
irrinunciabili contenute nel messaggio evangelico.
Inoltre il rispetto
e la conservazione della domenica, giorno di riposo dedicato a Dio alla
Famiglia e al Prossimo, rimane per le ACLI un punto fermo, inequivocabile.
5) Carta del
Cittadino - Le ACLI Baviera riunite in congresso impegnano il Movimento e
i Servizi per una convinta
profusione di mezzi ed energie al fine di sensibilizzare le Collettività e
sollecitare le Istituzioni preposte per sollecitare, rivalutare la
partecipazione compiuta delle nostre Collettività alla vita socio-politica del
Paese di accoglienza, anche tramite l’acquisizione della doppia
cittadinanza.
Le ACLI
Baviera s’impegnano per
promuovere il ruolo della
politica e dell’impegno
sociale, anche a livello comunale.
In ogni caso, dove
sono presenti i nostri Circoli, questi principi rappresentano il salto di
qualità e momenti di profilo del nostro lavoro sul territorio, contando, per il
futuro, che ben più numerosi Esponenti delle ACLI possano apportare un
contributo di Idee ed azione nei rispettivi Consigli Comunali.
Le ACLI Baviera
rinnovano la loro fiducia ai processi di unificazione europea. La strada
maestra da percorrere insieme ad altri Movimenti cattolici dei lavoratori in
Europa è la solidarietà, ma anche una coraggiosa creatività di soggetti e
situazioni che fornisca sempre orizzonti più vasti d’intervento. Fondamentale
rimane l’incentivazione del volontariato come risorsa imprescindibile
dell’associazionismo. Le ACLI Baviera
sostengono l’Europa dei cittadini e della cittadinanza, sensibile alle problematiche della famiglia, della
scuola, della formazione professionale, del lavoro, dell’economia sociale,
lontana dagli apparati burocratici e dagli interessi delle multinazionali.
Anche la doppia
cittadinanza per gli Italiani in Germania, per cui si sono battute, rappresenta
una qualificazione della nostra presenza e un’opportunità attualmente da
cogliere.
6) Partiti,
Sindacati, Associazioni e Comitati - Le ACLI Baviera si schierano per un
Associazionismo che esalta il ruolo strategico di soggetti sociali, (Sindacati,
Associazioni, Comitati) che riescano ad esprimere una loro capacità di interazione, di contrattazione, di movimento
e di orientamento rispetto ai grandi problemi
della presenza italiana nel mondo, un’emigrazione ormai adulta e capace
di guidare il proprio sviluppo ed
articolare una propria identità.
I partiti, per
intrinseca natura, marcano un limite alla mediazione e risentono di un diffuso
scetticismo nei loro confronti.
Le ACLI Baviera s’impegnano per l’unità delle
lavoratrici e lavoratori, per un solido rapporto con il Sindacato e con le
Associazioni.
Nei confronti
dell’istituzione Comites, le ACLI Baviera si adoperano per un rafforzamento dei
compiti e del ruolo di rappresentanza e non mancheranno, per essere, ormai da
decenni, componente di riferimento nella Collettività italiana
circoscrizionale, di fornire sostegno e convinta partecipazione
7) La scuola e la formazione professionale,
l’imprenditoria - Le ACLI Baviera
rinnovano il proprio impegno e spirito di servizio per facilitare il successo scolastico dei giovani discenti italiani e denunciano
l’insufficiente attenzione, anche di mezzi, per affrontare seriamente la
questione da parte dello Stato italiano. Per troppi anni il reiterarsi di
situazioni di disagio e d’insuccesso ripropone la necessità di un progetto
d’ampio respiro e di scelte strategiche che permettano un reale salto di
qualità. Le ACLI Baviera considerano l’apprendimento della lingua e cultura
italiana irrinunciabile per l’equilibrio della personalità e dell’identità dei
nostri giovani. Seguono con massima preoccupazione, confermati anche dalle
statistiche, l’andamento e le prospettive delle frequenze ai corsi di lingua e
cultura italiana che negli ultimi anni registra una presenza, nella fascia
della scuola dell’obbligo, pari a circa al 20%.
Le ACLI Baviera,
s’impegnano, dopo la decisione del Governo bavarese del settembre 2004 di
disimpegnarsi a partire da questo anno scolastico dai corsi di lingua e cultura italiana, di
richiedere al Governo italiano di garantire dignitosamente questo servizio per
il futuro, con risorse sufficienti, con adeguate competenze e supporti alla
nuova generazioni di Insegnanti.
Le ACLI Baviera,
attraverso il proprio Ente (ENAIP), perseguono il fine del miglioramento
dell’offerta di formazione professionale ai nostri giovani connazionali. Per
arginare l’abbandono prematuro della scuola dell’obbligo e di precoci, nonché
preoccupanti forme di disoccupazioni, le ACLI Baviera solleciteranno e si
renderanno disponibili per piani di recupero di formazione professionale e di
organizzazione per i corsi di sostegno
per alunni in difficoltà di apprendimento.
Anche nei
confronti dell’imprenditoria locale italiana è fondamentale riuscire a
sviluppare forme di coinvolgimento strutturali, per essere una componente
importante del profilo italiano all’estero.
8) Formazione
quadri dirigenti e l’impegno politico -
Le ACLI Baviera impegnano il Movimento e Servizi per una
specifica pianificazione ai fini di una costante formazione di quadri
dirigenti. La nostra è un’Associazione di donne e uomini che vogliono porsi
come interlocutori attivi a consapevoli del
loro ruolo nella società d’accoglienza in Germania. Ma proprio perché
parte interattiva in una realtà globalizzata e globalizzante in continuo
evolversi, l’aggiornamento e la formazione risultano processi e necessità
ineludibili.
La passione
politica, per noi delle ACLI, è una
naturale espressione e dimensione della passione civile. Le ACLI Baviera
non mancheranno di fornire il proprio contributo di idee ed azione nelle
competizioni politiche a tutti i livelli a favore di un cattolicesimo democratico e riformatore,
per una rinnovata speranza civile, per l’affermazione del lavoro, per la difesa
del patrimonio naturale, per la ricchezza delle autonomie in un federalismo
compiuto, per una solidarietà vissuta, per la politica intesa come
partecipazione e servizio.
9) I giovani, lo
sport e il tempo libero - Le ACLI
Baviera impegnano il proprio Movimento ed i Servizi ad una forte e
decisa attenzione ai giovani, alle loro
attese ed esigenze. Bisognerà richiedere e liberare risorse per la costituzione
a livello regionale di Gioventù Aclista, un movimento di giovani per giovani,
che oltre ad una militanza attiva all’interno della Chiesa, possa organizzare
lo sport ed il tempo libero e costituire la prospettiva futura
dell’Associazione. L’Unione sportiva ACLI e l’ENARS, opportunamente coinvolte,
potranno rappresentare ulteriori
contenitori e fertilità di programmazione.
10) Rapporti con
le Regioni d’Italia ed Istituzioni Europee - Il Congresso impegna il Movimento
delle ACLI Baviera ed i Servizi a continuare sulla strada di una fattiva
collaborazione con le ACLI
Emilia-Romagna, con le quali intrattengono un rapporto di gemellaggio,
ai fini di significative progettualità e di scambio di esperienze. Anche con le
ACLI del Meridione d’Italia (fino a questo momento soprattutto Sicilia e
recentemente Campania) le relazioni
vorranno intensificarsi e
migliorare.
Anche le
progettualità che a livello europeo sono proposte rappresentano una capacità di
dialogo ed interazione. A questo proposito le ACLI chiedono forme di
coordinamento in Europa che permettano l’accesso a queste forme di
finanziamento d’iniziative.
Le ACLI Baviera
sono linfa della società civile e ritengono il loro impegno nell’ambito di un
Associazionismo sempre più diffuso prioritario ed imprescindibile. Richiedono
all’Amministrazione Italiana un’attenzione nel potenziamento delle strutture e
dell’efficacia dei servizi. Il ruolo che la Collettività italiana saprà
ritagliarsi ed i margini d’incidenza nella società tedesca d’accoglienza, con
la quale bisognerà sempre più interloquire, dipendono dalla capacità e
sensibilità propositiva che la realtà italiana in Baviera riuscirà ad
esprimere”. (de.it.press)
1 - L’appello di
Carozza e Garavini (pro Bersani) agli italiani in Europa
“Domenica è
PD-day: ci appelliamo a tutti gli italiani in Europa di andare a votare alle
primarie e di cogliere questa grande occasione di democrazia diretta. Anche noi
italiani all’estero abbiamo la possibilità di partecipare alla costruzione di
un Partito che saprà vivere nel e con il territorio, che rappresenterà l’Italia
migliore e che contribuirà a ridare all’Italia il ruolo di un grande Paese. Più
cittadini italiani in Italia e all’estero andranno a votare più forte sarà
l’alternativa reale al governo della Destra. Ogni voto è prezioso: noi
chiediamo il voto per le liste “Uniti per Bersani”. La mozione Bersani, secondo
noi, è la base migliore per dare gambe e cuore al Pd, per creare un partito
radicato nella vita vera di tutte le generazioni, anche in Europa. Da lunedì in
poi tutti noi, iscritti al Pd, lavoreremo insieme. Domenica però dobbiamo tutti
prendere una decisione: in quale direzione fare andare il Pd – ognuno, con il
suo voto, può contribuire a questa scelta. Pier Luigi Bersani con la sua storia
e le sua esperienza di amministratore locale e regionale, di militante, di
Ministro rappresenta una vera garanzia. È la persona giusta al posto giusto”. È
questo l’appello di Elio Carozza, Segretario generale del Consiglio Generale
degli Italiani all’Estero, e di Laura Garavini, deputata Pd eletta nella
circoscrizione Europa, entrambi candidati alla lista europea “Uniti per
Bersani”. De.it.press
2 - Narducci:
perchè sostengo Franceschini
Il 25 ottobre i
cittadini che si identificano o simpatizzano con il Partito Democratico
sceglieranno il segretario nazionale attraverso il grande appuntamento delle
Primarie, una risorsa innovativa su cui è fondata la nascita stessa del Partito
Democratico. Molti altri partiti europei appartenenti all'area politica e
culturale del centrosinistra - ma non solo - guardano con attenzione a questo
appuntamento, ritenendo che le scelte incideranno innegabilmente sul futuro e
sulle prospettive delle forze politiche social-riformiste europee.
Ho deciso di
sostenere Dario Franceschini con l'ambizione di costruire anche in Europa un
partito rispondente alle ragioni che ne hanno motivato la nascita e per
continuare insieme questa grande avventura, iniziata due anni fa, e che oggi,
con Franceschini, può entrare più decisamente in una fase che aiuti
l'Italia ad uscire dalle difficoltà che l'attanagliano.
Ho scelto di
sostenere Franceschini perché - come sostiene Piero Fassino nella sua lettera
per Dario “va evitato in ogni modo l'errore di trasformare l'elezione del
segretario del Partito Democratico in una competizione tra ex DS ed ex
Margherita”. Anche io, come Dario Franceschini, credo nell'imperativo di
riappropriarci della vera identità politica del centrosinistra la cui azione
riformista offra pari dignità e concorra al bene comune. Un partito che guardi
al futuro, un futuro che è rappresentato dalle nuove generazioni e non dalle
prossime elezioni. Un futuro in cui gli italiani all'estero possano contribuire
al processo di modernizzazione del Paese.
Per questo Ti
invito a partecipare a questo momento di grande espressione democratica andando
a votare la lista “Democratici con Dario Franceschini” per sostenere Dario
Franceschini alla segreteria nazionale.
Io sono candidato
per l'Assemblea Nazionale (scheda azzurra), nel Collegio Europa 1, (Svizzera,
Francia, Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, etc..) assieme a Michele
Schiavone, Barbara Revelli, Angelica Sorrentino, Fabrizio Macrì, Nella
Sempio-Brignolo, Raffaele Fiore, Anna Piccirilli Santovito, Cirino Caltabiano,
Anna D'Angelo, Alessandro Girardi, Antonia Pichi, Luigi Zanolli.
Mentre nel
Collegio Europa 2, (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Grecia,
Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia) vi invito a sostenere
gli amici Daniela Di Benedetto, Claudio Micheloni, Giovanna Circo, Rocco Di
Filippo, Patrizia Anastasi, Michele Santoriello, Irene Fusco, Mario Tommasi,
Giovanna Esposito, Luca Paolini, Ornella Sarti, Ernesto Vecchio.
Alle primarie del
25 ottobre possono votare tutti i cittadini italiani residenti all'estero
iscritti all'Aire. Hanno diritto di voto anche i cittadini temporaneamente
all'estero. Rientrano in tale categoria anche i militari in missione, il
personale del corpo diplomatico e consolare, gli studenti Erasmus, i
ricercatori universitari all'estero.
Il voto si può
esprimere in due modi: - presso i seggi appositamente istituiti come in
Italia (per avere notizie sulla dislocazione dei seggi consultare il sito
www.partitodemocratico.it cliccando “speciale primarie “); - attraverso il voto online possono votare
online coloro che alla data del 25 ottobre abbiano compiuto sedici anni di età
e che si siano registrati sul sito entro le ore 24.00 di venerdì 23 ottobre
2009. Il voto online si potrà effettuare dalle ore 22 del 24 ottobre alle ore
20 del 25 ottobre (ora italiana).
3 - Riccardo
Spezia (Comitato per Marino): le nostre liste di appoggio
Sono state
presentate le liste in appoggio alla candidatura di Ignazio Marino come
segretario nazionale del PD anche in Europa. Nei due collegi in cui è diviso il
continente è stato scelto di candidare come capoliste due giovani donne,
Beatrice Biagini per l’Europa Sud-Occidentale e Simona Milio per l’Europa
Nord-Orientale, provenienti da esperienze nuove e diverse di immigrazione, o
meglio di mobilità come dovrebbe essere onestamente vista l’immigrazione
nell’Europa del 2000.
“Rispetto dei
militanti, ricambio della dirigenza, attenzione ai diritti civili, proposte
serie per lavoro e precariato.” Ci dice Beatrice Biagini, 34 anni, candidata
alle elezioni politiche in Europa nel 2008, operatrice culturale, che continua
“Un progetto culturale di rinnovamento del nostro partito e la creazione di
un'alternativa credibile per il governo del paese. Io sostengo Ignazio
Marino perchè credo nel valore della politica. Credo nella laicità come rispetto
e attenzione ai diritti di tutti. Credo nel Partito Democratico e vorrei che
gli italiani avessero un'alternativa in cui investire le loro speranze. Credo
che si possa cambiare l'Italia. E sostengo Marino perché la sua proposta e la
sua esperienza sono le più credibili e trasparenti”. Attenta ai temi economici
e del Welfare è Simona Milio, 34 anni anche lei, di origini siciliane, vive a
Londra dove si occupa dei fondi strutturali europei e di come attrarre
investimenti diretti esteri. Insegna Welfare e politiche sociali e ha
pubblicato diversi studi sullo sviluppo economico del mezzogiorno e sul ruolo
della classe politica in Italia sull’economia.
Diversità di
esperienze e sensibilità anche per Stefano Malvolti, da Zurigo, e Davide
Pernice, da Bruxelles, secondi nelle due liste europee per Marino.
"Ho scelto di
candidarmi a sostegno della mozione di Ignazio Marino perché si tratta di una
occasione unica per una svolta veramente progressista per il paese e per il PD.
Per l'Italia, perché sostenere, senza incertezze, un programma che riporti
concetti quali quelli di Coraggio, Merito, Apertura, Libertà e Protezione al
centro della proposta politca rappresenta la necessaria discontinuità con un
presente che umilia il nostro paese e i suoi cittadini. Per il PD perché
proporre la definzione delle priorità programmatiche e la scelta dei gruppi
dirigenti attraverso un meccanismo partecipativo rappresenta un cambiamento nel
modo e nel metodo di fare politica altrettanto necessario.", dichiara
Stefano Malvolti, 40 anni, spezzino, in Svizzera da 8 anni dopo averne
passati 3 a Bruxelles.
E da Bruxelles,
Davide Pernice, romano di 34 anni: "Ho scelto di sostenere
Ignazio Marino alle primarie del 25 ottobre perché penso che ciò
che è mancato al Pd in questi due anni di vita è un metodo di
lavoro, fondato su pochi ma chiari obiettivi: un assetto federale del
partito fondato sul protagonismo dei circoli e non delle
correnti; una sensibilità politica votata al bipolarismo e
all'alternanza di governo, affinché gli elettori siano chiamati a votare una
coalizione che si candida al governo del Paese; un approccio ai temi della
politica che sia fondato sull'esercizio della laicità quale metodo di
confronto aperto e scelta. "
Il 25 ottobre si
potrà votare in Europa nei tanti seggi allestiti, a Londra, Berlino, Parigi,
Bruxelles, Ginevra, Zurigo, Madrid, solo per fare alcuni esempi, o anche
on-line, previa registrazione entro il 23 ottobre sul sito
http://votoestero.partitodemocratico.it/P0_WELCOME.aspx. (de.it.press)
Allo scrittore Claudio Magris il più importante premio culturale tedesco
Francoforte - Dopo
Umberto Eco, ecco un altro importante riconoscimento in Germania per un autore
italiano. Lo scrittore e professore di germanistica Claudio Magris ha ricevuto
domenica 18 ottobre il Premio per la pace dell'Associazione dei Librai
tedeschi, il riconoscimento culturale più prestigioso in Germania, che gli è
stato consegnato, come ogni anno, nell'ultima giornata della Fiera del Libro di
Francoforte con una solenne cerimonia svoltasi nella Paulskirche, la Chiesa di
San Paolo, di Francoforte, sede storica del primo parlamento tedesco nel 1848.
La premiazione, a
cui hanno partecipato i più importanti politici e protagonisti del mondo della
cultura, tra cui anche il Premio Nobel per la letteratura 2009 Helga Müller, è
stata trasmessa in televisione in tempo reale. La laudatio è stata pronunciata
dallo storico Karl Schlögel. La motivazione del premio riconosce uno scrittore
che come "nessun altro si è dedicato al problema della convivenza e
dell’interazione tra culture diverse". Tutto per dimostrare "quanto
possa essere creativa la diversità se viene rispettata ed osservata nella sua
particolarità".
L’elenco illustre
dei premiati precedenti annovera Premi Nobel come Albert Schweitzer, Octavio
Paz, Günter Grass, Orhan Pamuk con Vaclav Havel, Karl Jaspers, Jürgen Habermas
o Susan Sonntag. La laudatio e l’allocuzione di ringraziamento offrono ogni
anno impulsi per importanti dibattiti culturali e politici e riscontrano la
massima attenzione in Germania.
L'Ambasciatore
tedesco in Italia, Michael Steiner, che si era congratulato con il vincitore
del premio già a giugno al momento della comunicazione ufficiale
dell'assegnazione, era anch'egli a Francoforte domenica per rendere omaggio a
Magris durante la cerimonia di conferimento del premio.
In una
conversazione telefonica con Magris, l’Ambasciatore Steiner ha nuovamente posto
in rilievo l’importanza del "Magris letterario che si muove tra mondi
diversi e supera le frontiere". Grazie alla sua opera Steiner ha
approfondito anche le proprie conoscenze sull’Italia, perché il germanista è,
sempre nelle parole di Steiner, "non solo un conoscitore ispiratore della
cultura mitteleuropea, un mediatore tra Germania ed Italia, ma anche un
rappresentante della grandiosa Italia della cultura e dei valori che io ammiro
profondamente".
Claudio Magris
"si batte per un’Europa che raggiunga la propria identità non solo sotto
gli aspetti economici bensì che tenga presente e rivendichi la sua tradizione e
ricchezza storica e culturale", ha scritto l'Associazione dei Librai
tedeschi. "È la filosofia di un umanesimo dell’individuo che viene dalla
tradizione culturale mitteleuropea e che è all’altezza di quanto Claudio
Magris", che ha "scoperto il mondo tramite la lignua tedesca",
chiama "il nostro ironico senso per la diversità". (aise)
SWR. Riunita la Commissione Europa del Cgie. Politiche giovanili per gli
italiani all’estero
Riunita in questi
giorni a Barcellona la Commissione continentale Europa e Africa del Nord del
Cgie. Al centro del dibattito: nuovi flussi migratori italiani,
ristrutturazioni dei servizi consolari, difficoltà dei corsi di italiano quale
strumento di identificazione con il paese di origine. L’attenzione del
Consiglio generale degli italiani all’estero verso le questioni giovanili è in
netto aumento
Le generazioni
degli emigrati all’estero sono in piena evoluzione.
Mentre l’emigrazione
italiana in America latina, Stati Uniti, Canada e Australia ha ormai superato
il secolo, in Europa siamo a metà strada e con questioni irrisolte.
Soprattutto nei
paesi di lingua tedesca, Svizzera, Austria e Germania, il problema centrale è
l’integrazione nelle società di accoglimento.
A differenza del
primo ventennio (1955/75) in cui l’emigrazione sostanzialmente era
principalmente maschile, instabile e pendolare, successivamente la tendenza è
stata sempre più proiettata verso il ricongiungimento familiare e la
stabilizzazione.
La grande ondata
di rientri fu però registrata nel ’73 a causa della crisi petrolifera e della
conseguente recessione congiunturale.
Allora,
soprattutto la Germania favorì addirittura con dei premi fino a 200.000 marchi,
il rientro volontario nei propri paesi di origine (Rotationsprinzip e
freiwillige Rückkehr).
Due anni dopo si
registrò una ripresa e, con la libera circolazione della Comunità Economica
Europea (Cee), sempre più italiani decisero di rimanere in Svizzera e Germania,
ma sempre col sogno nel cassetto di far ritorno nella terra d’origine.
Questo senso di
nostalgia e di instabilità psicologica favorì involontariamente una scarsa
integrazione scolastica in loco ed un forte pendolarismo dei propri figli.
Basterebbe
ricordare i collegi per figli di emigrati all’estero nel Trentino e nelle
Marche e le colonie estive in Veneto, Romagna, Toscana e Sicilia.
A determinare
questa situazione fu il terrore della Sonderschule.
Infatti in quegli
anni la presenza di alunni italiani in questo tipo di scuola era altissima. Nel
solo Baden-Württemberg superava le 3.500 unità.
Una delle cause
principali era la scarsa conoscenza della lingua tedesca derivante dalla non
frequenza dell’asilo.
Oggi la situazione
è migliorata, ma il cruccio dell’insoddisfacente successo scolastico rimane.
Esso si riflette poi inevitabilmente nella scarsa presenza italiana nelle
università e in posti di responsabilità nella società produttiva.
Per accostare,
però, quei giovani ben inseriti nella società tedesca anche alla vita sociale e
politica più italiana,e quindi agli organismi di rappresentanza consolare come
i Comites, il Cgie ha realizzato l’anno scorso una serie di conferenze in
diversi paesi europei ed extra europei, culminata in un grande raduno mondiale
a Roma, presso la FAO.
Ma passata la
festa, gabbato lu Santu! No, non
sembrerebbe da quando emerge dalla nostra intervista radio realizzata con il
segretario generale del Cgie Elio Carozza, emigrato in Belgio da oltre 30 anni.
Per ascoltare,
basta cliccare su questo stesso sito: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5516328/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1ypss0j/index.html.
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Intervista di Radio Colonia all’Ambasciatore italiano a Berlino Michele
Valensise
È arrivato da
pochi mesi, ma già si è distinto per la sua schiettezza e apertura. Michele
Valensise è il nuovo ambasciatore d'Italia a Berlino.
È arrivato a
Berlino in un momento di grandi cambiamenti nella politica tedesca, ma è sicuro
che anche col nuovo governo nulla cambierà nei rapporti con l'Italia. Lo ha
dichiarato Michele Valensise, nuovo ambasciatore a Berlino, nell'intervista
rilasciata ai nostri microfoni. Per quanto riguarda l'immagine negativa e piena
di cliché che i media tedeschi a volte presentano degli italiani che vivono in Germania,
Michele Valensise promette costante attenzione, naturalmente nel rispetto della
libertà di espressione e di critica.
Ma sono
soprattutto i temi della scuola e dell'integrazione degli italiani in Germania
che preoccupano il nuovo ambasciatore. Da un lato Valensise chiede un maggiore
impegno da parte tedesca, ma anche agli italiani in Germania, per la soluzione
dei problemi in questi campi; dall'altro intende impegnarsi in prima persona,
ad esempio incontrando ai primi di novembre i Comites, i comitati di
rappresentanza degli italiani all'estero, i consiglieri del CGIE, il Consiglio
generale degli italiani all'estero, e rappresentanti dei consolati italiani.
Alla riunione parteciperà anche il sottosegretario agli affari esteri Alfredo
Mantica. Michele Valensise arriva a Berlino dopo cinque anni passati
all'ambasciata italiana in Brasile.
Per ascolatre
l’intervista di Radio Colonia all’ambasciatore Valensise clica su
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2009/091021_interviewvalensise1.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2009/091021_interviewvalensise1.mp3 (prima parte) e
per ascoltare la seconda parte dell’intervista su http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2009/091021_interviewvalensise2.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2009/091021_interviewvalensise2.mp3. (RC,
de.it.press)
Assia/Renania Palatinato. Alla quarta edizione il premio Pagella d’oro del
Comites
Francoforte - Il
Consolato Generale di Francoforte e il Comites di Francoforte, composto dai
rappresentanti eletti dai cittadini italiani in Assia e Renania/Palatinato, si
apprestano a festeggiare la quarta edizione del premio per le migliori pagelle
degli alunni italiani nelle classi finali di ogni ordine e grado della scuola
tedesca.
La manifestazione
si svolgerà domenica 1 Novembre alle ore 15,00 presso la Römersaal del Comune
di Francoforte (al Römerberg 27).
“L’alta
percentuale d’insuccesso scolastico dei figli degli emigrati italiani in
Germania – scrivono nell’invito il Console Generale Min. Plen. Bernardo Carloni
ed il Presidente Comites Cav. Stefano Lo Bello - è oggetto da anni di
riflessioni nonché tema di convegni e congressi. Con questa iniziativa, alla
quale parteciperanno, oltre alle autorità scolastiche delle due Regioni di
competenza, anche numerosi rappresentanti delle istituzioni italiane, si
intende incoraggiare e sostenere il percorso scolastico degli alunni italiani,
nella consapevolezza che il riconoscimento pubblico dell’eccellenza può essere
di stimolo e motivazione anche per i coetanei”.
La partecipazione
alla manifestazione è aperta a tutti, ma per ragioni organizzative si chiede di
confermare la propria presenza entro il 28 ottobre, per fax al numero
06103-604825, o per e-mail all’indirizzo comites.frankfurt@t-online.de, o per
telefono al numero 06103-67709. (de.it.press)
In scena a Darmstadt la fiaba per bambini “Strassilo lo spaventapasseri”
Darmstadt. Sabato
14 novembre, alle ore 15.30 (ca. 60 min.) presso la chiesa degli Avventisti di
Darmstadt (Heidelberger Str. 16, dove anche la Missione celebra la messa
domenicale), ha luogo lo spettaccolo teatrale per bambini (e non solo per
loro!) “Strassilo lo spaventapasseri”
È Bob, il
simpatico cantastorie, a narrare la fiaba di Strassilo, un vagabondo che viene
trasformato da una strega in uno spaventapasseri. Il nostro eroe si oppone con
tutte le sue forze alla terribile sorte che lo vede inchiodato su una
collinetta (lui così voglioso di girare e conoscere il mondo!) oramai utile
solo a mettere in fuga i passeri affamati ed a proteggere il raccolto dai topi.
Con l'aiuto dei suoi amici/conviventi (abitano le ampie tasche del suo
pastrano) il professor Arcibaldo (un porcospino sempre dedito alla lettura di
libri di scienza) e Mimì (una puzzola con la passione per il canto) ordiscono
geniali piani di fuga. Si, ma come può fuggire uno spaventapasseri senza piedi
e in più appeso ad un ramo? Il nostro Strassilo sembra quasi rassegnarsi al suo
amaro destino, quand'ecco che qualcosa di magico accade...
Fiaba teatrale a
cui fa da sfondo il mondo contadino con i suoi riti ed il suo magico rapporto
con la natura. Soprattutto però uno spettacolo buffo e divertente per bambini
dai tre anni in sù.
Ecco alcuni dati
tecnici sullo spettacolo. Autore: Eduardo Mulone-Finnbar Ryan.
Regia: Finnbar
Ryan. Scenografia: Petra Föhrenbach. Costumi/requisiti: della Compagnia.
Pupazzi: Finnbar Ryan/Petra Föhrenbach. Musiche:Eduardo Mulone.
Età consigliata:
dai 3 anni in poi. Durata: 45 min. ca. Tecnica utilizzata: tecnica mista di
attore-burattini e musica. (de.it.press)
La polizia italiana all’Oktoberfest per aiutare i colleghi tedeschi
Monaco di baviera
- Hanno lavorato al fianco dei colleghi tedeschi durante l'Oktoberfest i
poliziotti italiani in servizio in Alto Adige che, grazie al bilinguismo e
vista la presenza di molti nostri connazionali alla storica manifestazione di
Monaco di Baviera, hanno portato la loro esperienza e un supporto operativo
nella città tedesca.
Questo particolare
servizio congiunto italo-tedesco, che ha ottenuto il riconoscimento ed il
plauso delle autorità locali e dell'opinione pubblica, ha permesso di risolvere
le più svariate situazioni che hanno visto coinvolti anche cittadini italiani,
ad iniziare dalle risse, per finire con aggressioni e furti.
Il compito dei
poliziotti italiani è stato quello di contribuire ai servizi di prevenzione e
di rappresentare un utile elemento di mediazione, portando nel periodo
dell'intera durata della festa al deferimento all'Autorità Giudiziaria tedesca
di 118 connazionali, la maggior parte dei quali per violazione della normativa
sugli stupefacenti, per reati contro il patrimonio e contro la persona, mentre
altri otto sono stati arrestati per reati vari.
Gli agenti della
Polizia di Stato hanno assistito anche 41 cittadini italiani divenuti vittime
di reato.
L'impegno per il
mantenimento dell'ordine pubblico è stato completato dai servizi di controllo
operati dalla Polizia Stradale di Bolzano lungo la tratta autostradale che
collega Rosenheim a Monaco di Baviera, mentre nei fine settimana della festa,
nella zona della stazione ferroviaria di Monaco, hanno operato anche agenti della
Polizia Ferroviaria. (aise)
La rassegna "Donne e Poesia" sabato 24 ottobre a Francoforte
Francoforte -
Torna la rassegna "Donne e Poesia", giunta alla sua XVIII edizione.
La organizza l'associazione "Donne e Poesia Isabella Morra" e dal
giornale delle italiane in Germania "Clic Donne 2000", diretto dalla
giornalista Marcella Continanza. Si svolgerà sabato prossimo 24 ottobre, alle
ore 15,00, presso l’Historisches Museum di Francoforte sul Meno (Saalgasse 9).
"Donne e
Poesia" è la rassegna annuale di poesia italiana, nata per dare voce alle
donne italiane residenti in Germania, con l’intento di valorizzare ed
evidenziare la loro creatività. In questo caso, la poesia si rivela una
testimonianza storica, una voce che racconta l’esperienza delle donne all’estero.
La giornata sarà
introdotta da Marcella Continanza, cui si deve il progetto della rassegna.
Seguirà il saluto del Console Generale Bernardo Carloni. Quindi, moderate dalla
consigliera comunale e direttrice dell’asilo bilingue di Francoforte Marina
Demaria, le poetesse reciteranno le loro poesie, in italiano. All'attrice Petra
Fehrmann è invece affidata la lettura delle poesie in tedesco. La
manifestazione sarà accompagnata dalla musica all’arpa di Merle Meyer.
De.it.press
A Monaco di Baviera la presentazione del libro “Mondi al limite”
Cari amici
dell'Istituto Italiano di Cultura, abbiamo il piacere
di invitarVi alla serata letteraria con Silvia di Natale e
Marina Berdini, che presenteranno il libro »Mondi al limite«. L’evento avrà
luogo mercoledì 28 ottobre 2009, alle ore 19, presso l’Istituto Italiano di
Cultura, Hermann-Schmid Straße 8, a Monaco di Baviera. In lingua italiana
Organizzatori:
Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con Medici senza Frontiere e la
Casa Editrice Feltrinelli (Milano). Ingresso libero con prenotazione tramite la
nostra pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica “Calendario”
oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26.
Dalla Thailandia
alla Cambogia, dalla Somalia alla Repubblica Democratica del Congo, dal Brasile
alla Colombia, dal Pakistan all'Italia: nove scrittori italiani (Alessandro
Baricco, Stefano Benni, Gianrico Carofiglio, Mauro Covacich, Sandrone Dazieri,
Silvia Di Natale, Paolo Giordano, Antonio Pascale, Domenico Starnone)
raccontano la realtà di alcune aree, in cui Medici Senza Frontiere opera, per
sensibilizzare un largo pubblico sui temi della violenza urbana, della
prostituzione, delle guerre, delle malattie e di tutte quelle crisi dimenticate
che colpiscono le popolazioni indifese. Il volume offre un affresco di
ritratti, storie, realtà dure e drammatiche, dipinti in maniera agile e
"leggera", dalla variegata sensibilità degli scrittori, per la prima
volta a contatto con situazioni al limite. Situazioni che cattureranno e
coinvolgeranno il lettore nella complessità di quelle crisi invisibili che
affliggono il cosiddetto Sud del mondo.
L'opera, edita da
Feltrinelli e corredata dai disegni di Emilio Giannelli, verrà presentata da
Marina Berdini, di „Medici senza frontiere“, e Silvia Di Natale, che leggerà
una parte del suo racconto Il risveglio di Roxana.
Info:
culturale.iicmonaco@esteri.it www.iicmonaco.esteri.it (de.it.press)
Chiarita a Stoccarda la situazione dei corsi di lingua italiana
Dopo la segnalazione
di Comites e Uil-Scuola, l’Ufficio scolastico consolare sottolinea il carattere
volontario e facoltativo dei contributi per il materiale didattico
STOCCARDA – La
Uil-Scuola del Baden Württemberg rende noto che l’Ufficio scolastico consolare
di Stoccarda ha inviato una lettera di chiarimento ai genitori degli alunni dei
corsi di italiano statali, regolati dalla legge 153/71, a seguito di poteste
del Comites locale e della lettera di segnalazione inviata dallo stesso
sindacato al console italiano della città.
Nella lettera si
evidenziava come “anomala” la richiesta di contributo per materiale didattico a
favore di un ente gestore privato, fatto pervenire alle famiglie dal personale
della scuola, così come riscontrato – segnalava la nota al console Alessandro
Giovine - nel corso delle ultime riunioni del collegio dei docenti. “Nella
lettera di chiarimento – informa la Uil-Scuola - inviata a tutti i genitori
degli alunni frequentanti i corsi statali, è stato ribadito il carattere
volontario e facoltativo di tali versamenti”. (Inform)
SWR. Accordo raggiunto per il nuovo governo di Kiel
La coalizione
governativa fra la CDU (democristiani) e la FDP (liberali) ha tagliato il
traguardo. I negoziatori di entrambi gli schieramenti hanno firmato l´accordo
che dev´essere però ratificato dai congressi straordinari dei rispettivi
partiti
A tempo di record
si sono chiuse le trattative per la formazione del futuro governo, che sarà
composto dalla maggioranza espressa dalle recenti elezioni del 27 settembre
scorso. Anche lo Schleswig-Holstein, il land più a nord della Germania, sarà
guidato da un governo di centro-destra. Dopo ben 38 anni di opposizione i
liberali potranno determinare la politica del land insieme con la CDU. Di
contro la SPD dopo 21 anni è fuori gioco e passerà ad occupare i banchi
dell´opposizione. La guida della futura compagine governativa sarà riaffidata a
Peter Harry Cartensen, che con una ferma posizione di rottura con la SPD di
Ralf Stenger aveva provocato, nello scuro mese di giugno, di fatto le elezioni
anticipate. Nuovo partner sarà il capo dei liberali dello Schleswig-Holstein,
Wolfgang Kubicki.
Di tre ministeri
rivendicati, alla FDP ne andranno solo due: Educazione e Affari Sociali. La
CDU, oltre al Ministropresidente si accaparra: Finanze, Economia, Università ed
Interni. Ancora incerta è la designazione della guida del Ministero
dell´Agricoltura e Ambiente. Secondo l´opposizione l´accordo di coalizione è
superficiale e non contiene nessuna proposta risolutiva dei gravi problemi
dell´economia, dell´occupazione, della scuola, degli investimenti e di come
salvare dal fallimento la HSH-Nordbank.
Nel campo della
Scuola vi è infine il pericolo di un ritorno alla reintroduzione della
Hauptschule, quindi di un ritorno al vecchio sistema dei tre indirizzi: Haupt-,
Realschule e Gymnasium. Attualmente esiste una Gemeinschaftsschule
(elementare), una Regionalschule (media unificata Haupt- e Realschule) e i
Gymnasien (licei con diversi indirizzi).
Quanto agli altri
settori della politica non mancano novità ed impegni.
Finanze:
restrizioni di bilancio fino al 2010. Entro il 2020 saranno ridotti 5.600 posti
di lavoro. Interni e Giustizia: regole chiare per la registrazione di dati
sensibili e per le intercettazioni ambientali. La polizia dovrà essere
sollevata da manzioni non legate alla sicurezza. Economia: abolizione del
monopolio di lotterie con l´obiettivo di favorire un maggiore introito alle
casse dello Stato. Energia: graduale chiusura di centrali nucleari ed
incremento di energie rinnovabvili. Elezioni: la CDU/FDP intende ridurre il
numero dei parlamentari regionali dagli attuali 95 a 69.
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Eventi ed iniziative culturali a Monaco di Baviera e dintorni
A Monaco di
Baviera oggi venerdì 23 ottobre un incontro dedicato alla lotta alla mafia e
alla corruzione in Italia è previsto alle ore 18 presso la Neuhausen Trafo
(Nymphenburgerstr. 171) con Francesca Rossi. Al termine si potranno degustare
prodotti di “Liberaterra”, provenienti dalle proprietà confiscate alla
criminalità organizzata (ingesso 5 euro). Sempre oggi presso l’IIC alle ore 19.30 è
prevista una conferenza del professor Johannes Noll sugli acquedotti e il
sistema idrico dell’antica Roma.
Appuntamenti anche
a Bamberg, domenica 25 e mercoledì 28 ottobre presso il Cinema Odeon – ore 19 -
con “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti e lunedì 26 ottobre con il
consueto “Stammtisch italiano”, il mattino, alle ore 10, presso il Cafè Da Pia
(Kleberstr. 3).
Mercoledì 28
ottobre presso l’IIC di Monaco alle ore 19 in programma la presentazione del
libro “Mondi al limite” sull’esperienza di Medici di Senza Frontiere pubblicato
della Feltrinelli. Sarà presente una delle autrici, Silvia Di Natale, con la responsabile
dell’ufficio stampa di Msf Marina Berdini (ingresso libero).
Giovedì 29 ottobre
è previsto presso la EineWeltHaus (Schwanthalerstr. 80) un seminario
sull’integrazione dal punto di vista femminile dalle ore 9.30 alle 17 (http://www.muenchen.de/cms/prod2/mde/_de/rubriken/Rathaus/85_soz/04_wohnenmigration/31_interkulti/downloads/feministische_sicht.pdf
), mentre all’IIC un incontro dedicato alla formazione dei docenti si svolgerà
alle ore 18. Si tratta di un appuntamento relativo al progetto Jura, sulla
traduzione in ambito giuridico italo-tedesco (ingresso libero con
prenotazione).
A Monaco dal 29
ottobre al 7 novembre è in calendario, infine, il Festival internazionale di
cinema cubano (informazioni al sito: www.ficcu.com), mentre il 30 ottobre un
Festival di musiche e danze della culture presenti in città si svolgerà alle
ore 20 al Gasteig (informazioni al sito: www.music-fun-concerts.de). dip
Riunito il Consiglio generale dei pugliesi nel mondo
Vendola: “Uscire
dal nostro recinto territoriale per tornare arricchiti delle ‘tante Puglie’
sparse per il mondo”
Bari - Le “tante
Puglie” sparse per il mondo riunite in Consiglio regionale pugliese. I
componenti del Consiglio generale dei pugliesi nel mondo sono stati accolti dal
presidente del Consiglio regionale della Puglia Pietro Pepe.
“Saluto con affetto tutti i partecipanti a
questa sessione ordinaria del Consiglio generale – ha esordito Pepe – una
presenza qualificata in quella che è, a tutti gli effetti, la ‘casa dei
pugliesi’”.
Pepe ha sottolineato che “scopo dell’incontro
è riconoscere la dignità statutaria di autorità di garanzia all’organismo che
rappresenta i pugliesi sparsi in tutti i continenti. Del resto – ha
aggiunto - sono loro i migliori ambasciatori della qualità dei nostri
prodotti e della continuità delle tradizioni”. La presidenza del Consiglio
regionale – ricorda una nota - si è contraddistinta nell’impegno concreto con
diverse associazioni, realizzando protocolli d’intesa con i Paesi stranieri,
specie l’Argentina, dove è densa la presenza di comunità pugliesi.
Il presidente della Regione Nichi Vendola -
anche presidente del Consiglio generale dei pugliesi nel mondo – ha affermato
che è “necessario uscire dal nostro recinto territoriale, per tornare
arricchiti delle ‘tante Puglie’ sparse per il mondo”. “Dobbiamo impegnarci – ha
sottolineato Vendola - su temi importanti come l’aiuto e la
solidarietà, da parte di quanti si sono distinti nelle professioni, a tutti
quei pugliesi che non ce l’hanno fatta e che oggi vivono in condizioni di
indigenza”.
All’assessore ai servizi sociali Elena
Gentile è andato il plauso di Vendola e Pepe per l’impegno profuso e per la
capacità di gestire e coordinare le politiche dei flussi migratori e i rapporti
con le associazioni pugliesi nel mondo. “L’obiettivo – ha detto l’assessore
Gentile – è rendere la nostra regione sempre più internazionale, in quest’epoca
di globalizzazione”. (Inform)
I lavori della Consulta
dell’emigrazione della Liguria
Genova - È cominciata mertedì la settimana dei
liguri nel mondo con venti giovani discendenti degli emigrati in Sudamerica e i
rappresentanti delle 45 associazioni sparse in 5 continenti. Obiettivo, ha
spiegato l'assessore Enrico Vesco, "dar vita alla prima conferenza
regionale dei giovani liguri all'estero e cominciare a pensare a un ricambio
generazionale e magari tentare di abbassare l'età media dei nostri
rappresentanti in giro per il mondo. E naturalmente anche un'occasione di
aggregazione per portare i ragazzi a visitare il territorio".
Mercoledì 21
ottobre, la delegazione dei giovani discendenti liguri è stata a Savona,
Albisola, nel Finalese e nell'Albenganese, giovedì nell'Imperiese con una
visita a Dolceacqua e a Villa Hanbury, alla Mortola di Ventimiglia, venerdì a
Portofino e nel centro storico di Genova, sabato alla Spezia e nelle Cinque
Terre.
Mercoledì, nella
sede della Regione Liguria, sono cominciati i lavori della Consulta
dell'Emigrazione, organismo guidato dall'assessore Enrico Vesco che rappresenta
i corregionali liguri all'estero, riuniti in una rete di 45 associazioni sparse
in tutto il mondo.
Nei mesi scorsi,
per far parlare tra di loro, a costo zero, le quarantacinque associazioni dei
liguri nel mondo la Regione Liguria ha puntato sella tecnologia e su Skipe. Da
Genova, la Regione ha spedito agli utenti in Argentina, Cile, Perù, Paraguay,
Uruguay e altri Paesi dell'America Latina, Usa e Canada in Nord America, Sidney
e Melbourne, in Australia e in diverse città europee, il kit con l'attrezzatura
necessaria per usufruire del servizio: telefoni cordless, web cam e penne Usb.
Con una curiosità: la presentazione e le istruzioni su come installare il
software di Skype sono state scritte e fatte, anche attraverso un filmato,
rigorosamente in lingua genovese, accompagnate da un messaggio video in
dialetto del presidente Claudio Burlando e degli assessori Enrico Vesco e
Giovanni Battista Pittaluga. E con il Coro Monte Bianco di Genova che intona
"Ma se ghe pensu".
La Settimana dei
liguri nel Mondo ospita anche la mostra fotografica "I liguri in
Australia, la storia vissuta dei liguri emigrati in Australia dagli anni '50 ai
giorni nostri".
La mostra è aperta
fino al 25 ottobre al Muma - Galata Museo del Mare, Saletta dell'Arte, a Genova
ed è stata realizzata dall'Associazione dei Liguri di Sidney in occasione del
ventennale dell'Associazione. Al termine della rassegna tutti i materiali
saranno donati alla Regione Liguria per nuove iniziative sul tema
dell'emigrazione. (aise)
Oggi l’inaugurazione del Museo Nazionale dell'Emigrazione Italiana
Il sottosegretario
Mantica: “E’ il nostro tributo a tutti coloro che con la loro presenza e
operosità hanno contribuito a fare amare l'Italia all'estero”
ROMA – Oggi
venerdì 23 ottobre sarà inaugurato in forma solenne il Museo Nazionale
dell'Emigrazione Italiana, alla presenza del Capo dello Stato Giorgio
Napolitano, del ministro agli Affari Esteri Franco Frattini, del ministro dei
Beni Culturali Sandro Bondi e del direttore del Complesso del Vittoriano
Alessandro Nicosia.
Come spiega il
sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, promotore dell’iniziativa, “il
Museo tende a reinserire nella storia d'Italia la storia dell’emigrazione
spesso misconosciuta e considerata di serie inferiore. Non si tratterà di uno
spazio dedicato a una seconda Italia, ma alla nostra italianità: non a caso
sarà ospitato nel grembo del Vittoriano a testimonianza della partecipazione e
del dialogo delle comunità italiane all'estero”.
Il Museo
dell'emigrazione è costituito da tre sezioni principali: la prima ripercorre la
nascita e lo sviluppo della grande emigrazione italiana, la seconda sezione
traccia una geografia dell'emigrazione e l’ultima sarà un percorso interattivo
in cui il visitatore potrà accedere ad una banca dati composta da film, canzoni
e documentari inediti. Ovviamente non mancheranno gli oggetti della memoria.
“Il materiale a
disposizione dei visitatori - continua Mantica - spazia dalla letteratura agli
oggetti della vita quotidiana e ha richiesto un’ingente mole di lavoro: uno dei
nostri obiettivi è, ad esempio, quello di raccogliere ogni testo scritto sul
fenomeno migratorio nella biblioteca del Museo. Nel 2011, in occasione
dell'anniversario dell'Unità d'Italia, vorremmo che questo museo diventasse
itinerante e raccontasse le singole emigrazioni regionali attraverso i nostri
istituti di cultura sparsi in tutto il mondo. Il fenomeno dell’emigrazione
italiana - conclude il senatore Mantica - potrà essere finalmente affrontato
nella sua completezza. squarciando il velo del silenzio di cui fino ad oggi è
stato ricoperto: è il nostro tributo a tutti coloro la cui presenza e operosità
ha contribuito a fare amare l'Italia all'estero”. (Inform)
Reporter tedesco cambia pelle. «Il razzismo in Germania esiste ancora»
Per 14 mesi Günter
Wallraff si è finto emigrato somalo in Germania. Pronto un
documentario-denuncia
MILANO - Un
viaggio-inchiesta di oltre 6.000 km per dimostrare che il razzismo più becero è
ancora onnipresente in Germania. Sarà proiettato per la prima volta nei cinema
tedeschi giovedì, ma ha già scatenato una montagna di polemiche. S'intitola
Schawarz auf Weiss («Nero su Bianco») ed è il documentario-denuncia di Günter
Wallraff, il giornalista investigativo più famoso di Germania che ha portato a
termine un lungo reportage sulle discriminazioni razziali nel paese teutonico.
Sotto il falso nome di Kwami Ogonno e dopo aver dipinto il suo volto di nero,
il sessantasettenne ha finto di essere un immigrato di colore originario della
Somalia e ha girato in lungo e in largo le città tedesche per 14 mesi assieme
al regista Pagonis Pagonakis e all'assistente Susanne Jaeger. Il film, da cui è
tratto anche un libro intitolato «Aus der schönen neuen Welt» («Fuori dal mondo
meraviglioso»), è un autentico pugno nello stomaco per quegli intellettuali
tedeschi che affermano che il razzismo in Germania è solo un brutto ricordo del
passato.
NIENTE AFFITTO E
NUMEROSE UMILIAZIONI – Come dimostrano le immagini, girate con una telecamera
nascosta, molti tedeschi non hanno timore a dimostrare il proprio razzismo. Ad
esempio quando il finto immigrato somalo arriva in un campeggio e chiede uno
spazio per montare la sua tenda: il guardiano lo allontana dichiarando
tranquillamente che il colore della sua pelle è un problema e perciò non gli
può assegnare uno spazio all'interno del camping. Stessa situazione quando
cerca di affittare un appartamento: molti proprietari, chi esplicitamente, chi
giustificandosi con futili motivi, gli negano la possibilità di vivere in una casa.
Quando invece va alle feste di paese, molte persone, anche di giovane età, si
rifiutano di bere la birra sulla panchina dove lui è seduto. Inoltre molti
tedeschi con cui parla, lo chiamano continuamente «negro». Infine il finto
somalo rischia di essere picchiato da un gruppo di hooligan che provengono
dalla Germania orientale.
DISCRIMINAZIONE
LEGATA ALLO STATUS SOCIALE - Una delle realtà che Wallraff denuncia nel suo
film è che la discriminazione razziale è strettamente legata allo status
sociale. Ad esempio quando Kwami Ogonno va in giro senza indossare la giacca,
portando solo un sacchetto di plastica in mano e parlando un tedesco stentato,
è di solito trattato come un emarginato. Invece se indossa vestiti eleganti e
parla un tedesco senza accento, è trattato con la massima cortesia. «Con questo
personaggio ho tentato di dimostrare come il razzismo sia ancora presente nella
vita quotidiana» dichiara il giornalista al sito di Der Spiegel. «Quando tu sei
nero - afferma il giornalista sessantasettenne in uno dei pochi commenti
presenti nel film - le persone si soffermano sempre e solo sul colore della tua
pelle e non pensano a che persona sei». Dello stesso avviso il regista Pagonis
Pagonakis che al sito di Deutsche Welledichiara: «Dopo 14 mesi ho compreso che
il razzismo è ovunque. Parlo del razzismo di tutto i giorni. Se sei nero tu non
riesci a trovare né un appartamento dove vivere né un lavoro per sostenerti. Ti
siedi al bar e subito incontri qualcuno che ti chiama senza problemi
"negro"».
CRITICHE - Nonostante
il suo lavoro certosino, Wallraff che negli ultimi 30 anni ha condotto in
Germania decine di inchieste scottanti, ha ricevuto numerose critiche, anche
dalla comunità tedesca di colore. Secondo quest'ultima, il film affronta il
problema della discriminazione razziale, ma il giornalista non ha intervistato
nessun uomo di colore che potesse raccontare la sua versione. «Come spesso
accade – taglia corto Tahir Della, portavoce dell’associazione "Initiative
of Black People in Germany" (ISD) – qualcuno sta parlando di noi senza
parlare con noi». Dello stesso avviso alcuni membri della comunità nera che
sottolineano come negli ultimi 25 anni sono cambiate, in meglio, tante cose in
Germania: «Siamo felici che questo film parli di razzismo - sottolinea lo scrittore
e musicista Noah Sow - ma i gruppi che difendono le minoranze nere fanno la
stessa cosa da oltre 25 anni». Wallraff è anche accusato di sfruttare il
problema del razzismo per aumentare la sua fama: «Scimmiotta le minoranze
represse e in cambio riceve soldi, fama e rispetto».
Francesco Tortora
CdS 22
Karzai ha
accettato. Il rivale Abdullah Abdullah pure. La comunità internazionale si
congratula e gli afghani non si capacitano. “Perché dobbiamo tornare a votare?
Perché ancora? Chi ci dice che non ci saranno brogli questa volta e i nostri
voti non verranno sprecati?”, ci dice Hamid, che fa l’autista e che lo scorso
agosto ha votato. Sono in molti a pensarla così, quello che gli afghani
faticano a comprendere è che il ballottaggio che è stato deciso dopo che la
Commissione Reclami ha invalidato un milione di voti, serve più all’occidente
che agli afghani, per donare un po’ di credibilità della politica di Karzai.
Nessuno però si
illude che elezioni in due settimane saranno un’impresa facile: stampare le
schede, portale tra valli e montagne, allestire i seggi, far venire gli
osservatori, risistemare gli hangar della commissione elettorale ancora piena
delle vecchie schede, convincere la gente ad andare a votare, riportare le
schede a Kabul. Insomma si ricomincia da capo, senza nessuna garanzia. A Karzai
fa comodo accettare, ormai conosce il sistema, può contare sul voto delle
alleanze che ha stretto con signori della guerra e i trafficanti, assorbire i
voti del quarto candidato, Ashraf Ghani, ex ministro delle Finanze, che più o
meno aveva il suo stesso background etnico.
Il tagico
Abdullah, invece, prenderà i voti di quelli a cui non piace Karzai, la gente
del nord e dell’est, ma ancora non abbastanza da poter far si che prevarichi.
Queste elezioni serviranno solo a dare più legittimità a Karzai. Sempre che, ed
è quello che la comunità internazionale auspica, non si raggiunga un accordo
prima, con un governo di unità nazionale, dove Karzai resti presidente con
qualche potere in meno e Abdullah entri nell’esecutivo come premier o ruolo
simile con qualche mansione in più. Intanto un passo avanti comunque è stato
fatto, che entrambi accettino di tornare al voto, significa anche che Abdullah,
che per primo ha gridato al broglio dopo le elezioni del 20 agosto, in qualche
modo, crede ancora nel processo elettorale. E Karzai si mostra disponibile ad
un passo indietro anche perché in questo momento tutta la questione afghana è
paralizzata. L’invio di nuove truppe, di aiuti economici, il normale
svolgimento delle questioni interne, sono tutte in attesa di poter capire come
procedere.
“Chiedo che si
colga questa opportunità (il ballottaggio) per far fare un passo avanti al
paese, sfortunatamente le elezioni sono state diffamanti, il risultato che ne è
uscito non è in grado di garantire legittimità”, ha detto Karzai, senza
esprimere una parola di rimpianto per le irregolarità commesse, affiancato dal
sottosegretario americano Kerry e al’inviato delle Nazioni Unite che ha
promesso tutto l’aiuto possibile e l’assistenza che già è stata fornita per il
primo turno.
Nodo centrale
resta quello della sicurezza, saranno i soldati afghani sostenuti da quelli
della Nato a dover garantire che il pericolo sia quanto meno accettabile per
gli elettori, lo scorso agosto, i talebani intenzionati a sabotare le elezioni
lanciarono decine di attacchi, tagliarono nasi e orecchie, dimostrarono di avere
il controllo su buona parte del territorio. “Abbiamo sul campo le forze
necessarie per aiutare e garantire la sicurezza del secondo turno delle
elezioni, a sostegno delle forze nazionali afghane”, ha detto il segretario
generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen.
L’Italia dal canto suo ha già dato la disponibilità a rinviare il
ritorno dei 400 soldati in più che erano giunti per seguire le elezioni scorse.
Barbara
Schiavulli, IM 21
Le certezze garantite dalla corte
Il lodo Alfano è
ormai consegnato agli archivi del diritto, come la sentenza costituzionale che
ne ha decretato i funerali. Ma a leggere le 34 pagine di questa decisione, c’è
un punto su cui la Consulta batte come un chiodo: la regola formale s’impone su
quella sostanziale, la norma scritta è più potente di quella applicata nel
nostro vissuto quotidiano. Così, il presidente del Consiglio resta un primus
inter pares, benché le leggi elettorali lo abbiano trasformato in un sovrano.
Così, le immunità della politica sono esclusivamente quelle scolpite sulla
Carta, benché la politica a sua volta ne estenda sempre più il perimetro per
proteggersi dalle incursioni giudiziarie. Così, più in generale, le garanzie
costituzionali rimangono intangibili per la maggioranza di governo, benché la
maggioranza vi contrapponga il consenso del popolo sovrano.
Potremmo salutarla
come una buona novella, una parola chiara nel buio delle Gazzette ufficiali.
Non è così, o forse è così soltanto in questo caso. Perché la stessa Corte, pur
sancendo il primato della regola scritta, ha dovuto ammettere al contempo
l’esistenza della regola non scritta. Perché questo doppio registro normativo
innesca una perenne fonte di tensione, oltre che d’incertezza circa la soglia
fra il lecito e l’illecito. E perché infine l’incertezza non tocca unicamente
gli equilibri tra i poteri dello Stato. Non si limita ad opporre legittimità a
legittimità, di qua il governo, di là i custodi del governo. No, ci riguarda
tutti, avvolge la nostra esperienza come un guanto.
Le prove? Alzi la
mano chi non ha mai incontrato un medico, un avvocato, un artigiano che alla
fine della giostra non gli abbia sottoposto la scelta fra due prezzi: uno con
fattura, uno (più basso) senza. Chi non si è mai messo in coda davanti a uno
sportello sentendosi poi dire che in quell’ufficio la procedura era diversa
rispetto all’ufficio dirimpetto. Chi non è mai inciampato su normative
schizofreniche viaggiando su e giù lungo la Penisola. Chi non ha un conoscente
assunto per chiamata diretta, quando la regola costituzionale imporrebbe la
prova del concorso. Chi non ha mai partecipato a una riunione fra condomini
dove l’uno oppone all’altro una diversa regola legale, ambedue vigenti, ambedue
infine scalzate da una terza regola forgiata dalla prassi.
Da qui un fattore
d’inflazione normativa, perché la norma non scritta si somma a quella scritta,
ne fa le veci in particolari circostanze, a seconda degli umori individuali. Ma
da qui - per paradosso - anche un vuoto normativo, perché in altre circostanze
le due norme s’elidono a vicenda. D’altronde è paradossale pure la condizione
dei cittadini che in buona fede vorrebbero obbedire ai precetti del diritto, e
che loro malgrado rischiano invece di violarlo. Come quel bambino cui mamma e
papà, per il suo compleanno, regalano due paia di scarpe nuove. Lui indossa le
scarpe comprate dalla mamma, e subito dopo patisce il rimbrotto del papà: «Non
ti farò mai più un regalo, dato che non hai messo le mie scarpe». Ecco, noi
tutti abbiamo solo un paio di piedi. Se la disapplicazione della legge, ovvero
la sua distorta applicazione, diventa essa stessa legge vincolante, se insomma
genera un altro paio di scarpe normative, nel dubbio finiremo per camminare a
piedi nudi. Senza scarpe, senza regole per il nostro viaggio. MICHELE AINIS LS
21
Il Sud travolto dalle inchieste. L'emergenza meridionale
L’inchiesta che
coinvolge l’ex ministro della giustizia Clemente Mastella, alcuni suoi
familiari ed esponenti dell’Udeur è l’ultimo tassello che si aggiunge alle
affollatissime cronache politico- giudiziarie campane. Ha scioccato tutti il
caso di Castellammare di Stabia: il camorrista con tessera del Pd che ha
ammazzato un consigliere comunale del suo stesso partito. Poi c’è stata la
sconsolata intervista ( Corriere , 20 ottobre), di fatto una dichiarazione di
impotenza, di Enrico Morando, commissario straordinario del Partito democratico
in Campania. Mentre, a pochi giorni ormai dalle primarie del Pd, si discute se
sospenderle o no in Campania, date le condizioni in cui versa il partito (come
dimostrano i tesseramenti gonfiati dalle lotte di corrente). Una débâcle per il
Pd in una regione nella quale la sinistra è dominante da decenni. Si aggiunga,
per completare il quadro campano, che anche a destra, nelle fila
dell’opposizione, non se la passano bene. Come mostra il conflitto, interno al
Pdl, sulla candidatura alle regionali di Nicola Cosentino, a sua volta
coinvolto in un’indagine per presunte relazioni con la camorra.
Premesso che
l’unico modo per salvaguardare un minimo di civiltà è tenersi abbarbicati alla
presunzione di non colpevolezza per qualunque indagato, resta che i discorsi
che si sentono fare sanno di vecchio. Si può continuare a guardare il dito
anziché la luna e raccontarsi che il problema sono le «infiltrazioni »
criminali nei partiti o il clientelismo dei politici. Ma significa prendersi in
giro. I partiti, organizzati o no, pesanti o leggeri, sono strutture che si
adattano all’ambiente. L’ambiente è il Paradiso? I partiti saranno composti da
angeli. L’ambiente è l’inferno? Prevarranno i diavoli. L’ambiente chiede
sostegno al mercato? E’ ciò che i partiti daranno. L’ambiente chiede spesa
pubblica e clientelismo? I partiti soddisferanno la richiesta.
Non è dai partiti
ma dalla società che dovrebbe partire la bonifica. Il problema (che sta
mettendo a rischio l’unità stessa del Paese) della Campania, come di vaste zone
del Sud, è che non c’è più da decenni un progetto plausibile per lo sviluppo
nel Mezzogiorno. Non ce l’ha la destra come non ce l’ha la sinistra. A meno che
non si dica che il progetto per il Mezzogiorno sia il federalismo fiscale (si
può immaginare l’effetto catartico del federalismo fiscale su Castellammare di
Stabia). O la banca del Sud. O i piani per una «Lega Sud» (che sarebbe anche
una buona idea ma solo se il suo slogan fosse «mettiamoci a fare denaro», ossia
impegnamoci per lo sviluppo, anziché «dateci i denari»).
Forse sarebbe il
caso di convenire che in ampie zone del Sud (non in tutte, certo) mancano
attualmente le condizioni minime che rendono praticabile la democrazia locale
(comunale, provinciale, forse anche regionale) e che un commissariamento
centrale si rende, per quelle zone, e per molti anni, indispensabile. In modo
da coordinare interamente dal centro sia la guerra alle organizzazioni
criminali sia l’imposizione (per lo più, contro le classi dirigenti locali) di
progetti di sviluppo. Occorrerebbe un accordo di ferro fra maggioranza e
opposizione. Siccome quell’accordo non si può fare, continueremo ad ascoltare
impotenti le notizie che arrivano dalla Campania e da altre zone del Sud
lamentando le solite infiltrazioni, la solita corruzione, il solito
clientelismo.
Angelo Panebianco
CdS 22
Per uscire dalla crisi. La vera sfida dell’Italia si chiama produttività
Nel Consiglio
Europeo dei ministri dell’Economia tenutosi ieri a Lussemburgo si sono
registrate due importanti convergenze, la prima sul consolidamento delle
finanze pubbliche degli Stati membri, la seconda sulla creazione dell’Autorità
europea di vigilanza antirischi finanziari che apre la strada all’avvio del
negoziato nell’Europarlamento.
Il consolidamento
delle finanze pubbliche rappresenta il ritorno al rispetto del patto europeo di
stabilità, vale a dire a disavanzi pubblici inferiori al 3% del Pil e a debiti
pubblici in riduzione rispetto al Pil. Con esso si attuerebbe la prima
condizione necessaria per l’uscita dalla crisi finanziaria, per la cosiddetta
exit strategy. La seconda condizione, non menzionata dal Consiglio perché di
competenza della Banca Centrale Europea, è l’adozione di misure monetarie e
creditizie restrittive che peraltro si può presumere saranno gradualmente
adottate insieme ai consolidamenti fiscali.
Il consolidamento
delle finanze pubbliche potrà avvenire solo quando le previsioni della
Commissione Europea confermeranno che una ripresa si sta rafforzando
autoalimentandosi da sola. Il Consiglio tuttavia indica che esso possa avvenire
nel 2011 per la generalità dei Paesi e prima di tale data per alcuni Paesi.
Questa indicazione
del Consiglio è importante perché rinvia al 2011 l’adozione di misure di
bilancio restrittive, consentendo di fatto che le politiche di bilancio
espansive adottate possano continuare a sostenere la domanda sino a quando la
crisi sarà superata. La ripresa resta fragile e non è ancora il tempo di
ritirare il sostegno all’economia e al settore finanziario assicurato dai
governi.
In questo scenario
i margini di libertà offerti alle politiche di bilancio attuate nel nostro
Paese rimangono quelli limitati esistenti, dato lo stato precario dei nostri
conti pubblici e l’elevato e crescente debito pubblico. Non si può criticare il
nostro ministro dell’Economia di essersi fatto carico della situazione a
rischio dei nostri conti pubblici, concentrando le risorse disponibili a favore
delle situazioni più disagiate.
I vincoli
esistenti possono essere attenuati solo mediante riforme capaci di ridurre
strutturalmente la spesa pubblica corrente e l’imposizione sulle imprese e sul
lavoro con la concreta adozione del federalismo fiscale, con le riforme della
spesa sociale, dalla previdenza alla sanità, agli ammortizzatori sociali e con
il recupero del sommerso e dell’evasione.
Un ruolo
importante può essere esercitato dal rilancio della spesa per la ricerca e per
le infrastrutture, nell’energia, nelle telecomunicazioni e nei trasporti, anche
attraverso l’emissione di titoli pubblici europei posti fuori dai vincoli dei
patti di stabilità e mediante l’azione coordinata delle Casse Depositi e
Prestiti dei diversi Paesi europei.
Nella direzione
dell’uscita dalla crisi e del riavvio dello sviluppo sono leve importanti le
politiche per accrescere la flessibilità e la produttività. La strada da
percorrere non è il ritorno al posto fisso. Gli autorevoli richiami devono
essere intesi come un invito a ridurre l’insicurezza dei lavoratori precari e
delle loro famiglie, non come un ritorno ad un passato che le trasformazioni
della competizione globale hanno reso obsoleto.
I posti di lavoro
si conquistano e si mantengono se si riesce a rompere il circolo vizioso della
perdita di produttività del sistema. Il dibattito politico dovrebbe abbandonare
le questioni irrilevanti o peggio antistoriche e concentrarsi invece sui modi
per contrastare la perdita di produttività e per aumentare il prodotto ad un
tasso più sostenuto di quello tendenziale. PAOLO REVIGLIO IM 21
Primarie del PD. L'ortodosso, il liberale, il tradizionalista
E’ andata. C’è
voluto un mese di lavoro, ma alla fine abbiamo avuto le risposte di tutti e
tre. Non davamo per scontato che rispondessero al questionario della Stampa.
Questo perché un
politico ha il diritto di scegliere se, quando e a chi rispondere, così come i
cittadini hanno tutto il diritto di giudicarlo in base alle sue eventuali
non-risposte. Perciò, innanzitutto: grazie a tutti e tre!
C’è un’altra cosa
che non davamo per scontata, e cioè che emergessero differenze significative
fra i tre candidati. E invece alcune differenze ci sono, e si vedono a occhio
nudo.
Differenze
politiche, innanzitutto. Solo Marino è a favore dell’abolizione del valore
legale della laurea e punta su una sensibile riduzione delle tasse. E ancora
solo Marino ha una posizione netta sul testamento biologico, rigorosamente
imperniata sulla volontà del malato. Solo Franceschini dice in modo chiaro ed
esplicito che punterebbe su un aumento dei posti in carcere. Solo Marino
vorrebbe il salario minimo fissato per legge e uguale su tutto il territorio
nazionale, Bersani e Franceschini non lo vorrebbero per legge ma «per via di
contratto». Solo Bersani e Franceschini dicono chiaramente che sono contrari
alle adozioni da parte di coppie omosessuali, e ancora solo Bersani e
Franceschini dicono esplicitamente che le intercettazioni non sono troppe.
Le differenze sono
così tante che viene da chiedersi: ma c’è anche qualcosa su cui i tre candidati
alla segreteria del Pd sono d’accordo ? Sì, ma non è moltissimo. Su 12 domande,
sono solo due quelle che hanno ricevuto la medesima risposta: sì al voto agli
immigrati, no alla separazione delle carriere dei magistrati. Ce ne sono poi
altre due, sulle pensioni e sul nucleare, in cui Marino e Franceschini sono
d’accordo (sì all'aumento dell’età pensionabile, no assoluto al nucleare),
mentre Bersani preferisce aggirare la domanda. Su tutto il resto le opinioni divergono,
come il lettore può constatare confrontando le risposte riportate qui accanto.
Se avessi a disposizione una sola parola per segnalare le differenze fra i tre
candidati li definirei l'ortodosso (Bersani), il liberale (Marino), il
tradizionalista (Franceschini).
Ma la scoperta più
interessante, almeno per me, non è stata di contenuto, bensì di stile. I tempi
di attesa, per cominciare: Marino ha mandato le sue risposte per primo, poi è
arrivato Franceschini, infine - giusto in tempo - sono arrivate le risposte di
Bersani. E poi, cosa ben più informativa, il modo in cui i tre candidati hanno
«preso» l’idea del questionario, in particolare la circostanza che la maggior
parte delle domande fossero a risposte chiuse.
Franceschini è
stato il solo ad accettare il questionario per quello che è: uno strumento
imperfetto per capire, all’ingrosso, le posizioni dei vari candidati. Bersani e
Marino no, per loro la gabbia del questionario era troppo stretta. È accaduto
così che il questionario di Franceschini contenesse 11 riposte «secche» (senza
precisazioni) su 12, quello di Marino 4, quello di Bersani 3. Quanto alle
risposte che, in un modo o nell’altro, finiscono per eludere la domanda, io non
ne ho trovata nessuna in Franceschini, ne ho trovate 3 in Marino, almeno 4 in
Bersani. Ma naturalmente il lettore può essere di diverso avviso, e trovare
schematiche le risposte di Franceschini, profonde e articolate le riflessioni
di Marino e Bersani, riportate integralmente qui a fianco.
Quel che posso
aggiungere, a titolo assolutamente personale, è che la lettura del questionario
ha modificato la mia immagine dei tre candidati come personaggi pubblici.
Sapevo che Bersani era un politico, ma non mi ero reso conto che fosse così
politico nel linguaggio e nelle risposte. Quanto a Marino, che erroneamente
supponevo un po’ inesperto, ho scoperto che è già diventato un politico a tutti
gli effetti. L'esatto opposto di Franceschini, che ho sempre immaginato come un
politico navigato, e che oggi invece - dopo aver letto le risposte al
questionario - scopro semplice e quasi indifeso, senza la corazza delle
precisazioni e dei distinguo. Insomma, non so se lo sceglierei come segretario
del Pd, ma almeno credo di aver capito quello che pensa. LUCA RICOLFI LS 22
Il posto fisso. Agenda fuori tempo
A scanso di
equivoci va detto subito: ne avremmo volentieri fatto a meno. L’animata
discussione che nelle ultime 48 ore si è aperta sugli innegabili vantaggi del
posto fisso (contrapposto all’aleatorietà del mercato) e che ha coinvolto, con
toni anche appassionati, il capo e i ministri del governo di centrodestra, i
principali esponenti dell’opposizione e i leader delle organizzazioni di
rappresentanza, appare del tutto fuori tempo rispetto alla lenta evoluzione
della crisi. L’impressione che un comune cittadino ne ricava è quella di avere
a che fare con agende improvvisate che servono di più ad «emozionare » gli
elettorati che a delineare convinte strategie di governo. Quasi che la logica
del talk show dettasse le regole.
È bene che la politica
si occupi del popolo, organizzi il monitoraggio della società, si chieda se gli
elettori paghino o no le tasse, trovino oppure no lavoro, siano contenti delle
nostre università o preferiscano mandare i loro figli a studiare all’estero e
via di questo passo. Ma ogni idea o programma (si può dire riforma?) che viene
sottoposta al vaglio dell’opinione pubblica deve poi essere tradotto in leggi,
normative e istituti che migliorino l’esistente. È sacrosanto, quindi, che il
governo discuta dell’occupazione e dei guasti provocati da una flessibilità
corsara, ma fino a ieri la strada tracciata dal ministro Maurizio Sacconi — per
altro in una logica bipartisan — prevedeva il completamento delle riforme Treu
e Biagi con lo scopo di garantire la tutela del lavoro flessibile anche nei
periodi di non impiego. Tutto ciò va rottamato?
L’occupazione in
Italia finora ha retto grazie alla cassa integrazione, considerato a torto un
ferro vecchio e che invece ci ha permesso di oltrepassare la fase più acuta
della crisi. Ma attenzione: il grande freddo non è finito. Con uno di quei
paradossi di cui è ricca la storia è ripartita prima l’economia di carta,
simboleggiata dalle «famigerate» borse valori, e invece quella reale è ancora
lì, a leccarsi le ferite. Non basta un convegno per spegnere le inquietudini
dei piccoli imprenditori e artigiani, anche di quelli del Varesotto che pure
hanno votato in massa i partiti di governo e si spellano le mani per Umberto
Bossi. Ma quante di quelle imprese sopravvivranno al grande freddo? E si tratta
di posti (fissi) che vengono cancellati da un giorno all’altro e di territori
che rischiano di veder azzerata la vocazione produttiva. C’è qualche ministro
disposto a dir loro la verità e invitarli a rinunciare all’atavico
individualismo e aggregarsi piuttosto che morire? La crisi, poi, non mette solo
a repentaglio le micro-imprese, sta anche falciando il già debole terziario
italiano. Quanti sono gli Invisibili professionisti che non riescono più a
mettere assieme uno stipendio decente e sono costretti però a pagare i costi di
un welfare di cui non usufruiranno mai? Troppi per partecipare a un talk show.
Dario Di Vico CdS 21
Il posto fisso. Due voci nel gelo della steppa
Stavolta Giulio
Tremonti ha del tutto ragione. La sorpresa manifestata dal ministro
dell’Economia di fronte al gran polverone sollevato dalla sua affermazione che
«il posto fisso è un valore», è giustificata. «Non capisco i giornali - ha
spiegato ieri da Lussemburgo -. Ho detto una cosa scontata: come che tra stare
al caldo e stare al freddo, preferisco stare al caldo». L’esempio è perfetto.
Perché sostenere,
con la crisi economica (e occupazionale) ancora imperversante, che il «posto
fisso» è meglio di un contratto a tempo, è appunto come imprecare - persi nella
steppa siberiana - sul fatto che il caldo è meglio del freddo. Una cosa
scontata. E anche inutile, considerata la sua irrealizzabilità. Il caso,
quindi, potrebbe essere considerato chiuso qui. Se non fosse che resta una
domanda: perché una personalità come Tremonti - cui certo l’acume non fa
difetto - una mattina qualunque decide di andare a un convegno di importanti
banchieri a raccontare «cose scontate», se non proprio banali?
Fatto rimbalzare
nei palazzi della politica, l’interrogativo riceve una risposta tanto vaga
quanto univoca: il ministro si sta preparando. E a cosa si starebbe preparando,
il ministro? Qui le opinioni divergono un po’, ma solo un po’. Secondo alcuni,
starebbe scaldando i motori in vista del «dopo» (e naturalmente ci si riferisce
all’unico «dopo» del quale si parla nei palazzi della politica da 15 anni a
questa parte: il dopo-Berlusconi). E si starebbe preparando a questo esoterico
dopo, strizzando l’occhio ai sindacati, al Pd del post-primarie, alla Lega ed
alla sua base, perfino all’anima «sociale» di quella parte di An confluita nel
Pdl: quasi a voler testimoniare che esiste un’altra destra, capace di fare la
faccia «buona» (sul «posto fisso» e forse non solo) dopo le tante facce
«cattive» mostrate dal premier. Il quale premier, però, a dimostrazione che
quindici anni in politica hanno fatto anche di lui un «professionista», si è
ben guardato dal dargli addosso: «Sono in totale sintonia con Tremonti», ha
fatto sapere ieri. Come a dire che ora sono in due, nel gelo della steppa, a
sostenere che stare al caldo è meglio che morire di freddo.
Noi, naturalmente,
non sappiamo se Giulio Tremonti stia davvero accendendo i motori in vista di un
sempre evocato «dopo». Si ha il sospetto, però, che precisamente questo sia
quello che invece pensano il presidente del Consiglio e il suo vasto mondo di
riferimento. Quando una settimana fa «Il Giornale» rivelò il contenuto della
lettera riservata con la quale Tremonti invitava personalità selezionate ad un
convegno Aspen nientemeno che su «Costruire il dopo e rinnovare la leadership
del Paese», si è inteso che il coperchio stava per saltare. Molti, infatti - a
torto o a ragione - hanno considerato lo scoop del quotidiano di famiglia alla
stregua di una sorta di avvertimento politico: del genere di quelli fatti
giungere nelle settimane precedenti a «nemici» come Dino Boffo ed Ezio Mauro,
ma anche ad «amici» troppo scalpitanti, come Gianfranco Fini, al quale fu
ricordata l’esistenza di un «dossier a luci rosse» (con seguito di querela).
E nemmeno
sappiamo, in verità, se mentre scriveva la sua lettera di invito al convegno
Aspen (occorre «in Italia una leadership complessiva sul piano di un consenso
che non sia solo immediato e mediatico») Giulio Tremonti lo faceva sapendo di
varcare un suo personalissimo Rubicone: un passo, cioè, che agli occhi del
premier lo faceva rientrare a pieno titolo nel cono d’ombra dei possibili
«congiurati», e dunque meritevole di sospetti e di attenzioni. Non una
condizione nuova, per Tremonti, si dirà. Ed è vero. Ma forse è nuova la
situazione. Il Popolo della libertà, infatti, è un ribollire di opinioni
diverse circa l’opportunità di andare avanti a colpi d’ascia contro le
opposizioni, i magistrati, l’informazione e compagnia cantando; la Lega reclama
un clima più disteso, capace di favorire - nella seconda parte della
legislatura - il varo di qualche riforma; e Fini ed i suoi seguaci non fanno
mistero, e ormai da tempo, di ritenere che la rotta vada rapidamente corretta.
Non proprio un quadro da calma piatta, insomma. E se in questo quadro anche
Tremonti si mette a discettare della leadership futura...
Comunque sia,
l’ovvia sensazione è quella di aver visto in scena solo il primo atto di una
pièce tutt’altro che vicina alla fine. Un atto per il quale Tremonti sta
facendo ora i conti con le critiche che gli piovono addosso da Confindustria e
da ministri amici e con la controffensiva - magari solo provocatoria - della
Cgil. Ieri Epifani è stato netto: «Considerate le dichiarazioni del ministro
Tremonti e la nota diffusa dal presidente del Consiglio a proposito del valore
del posto fisso, la Cgil chiede di avviare subito un tavolo di confronto...».
Come a dire che se erano solo «cose scontate», se era insomma tutto uno
scherzo, il ministro dell’Economia venisse a raccontarlo lì. FEDERICO GEREMICCA LS 21
Scuola e università. Annunci ad effetto, riforme mancate
CHE succede delle
riforme annunciate? La domanda non è peregrina, perché ormai la fretta di far
sapere che, come ha detto anche di recente il premier, «si è preso il toro per
le corna», è tale che individuato un tema critico si dichiara subito che sarà
risolto. Il meccanismo è psicologicamente comprensibile: per troppi anni si è
stati abituati a un andamento sonnacchioso nell’affrontare le criticità del
nostro sistema, a limitare le prese di posizione a dichiarazioni generiche di
buona volontà (si farà, si vedrà) per di più rivolte ad un generico e generale
problema astratto. Adesso la gente chiede che si volti pagina e, sempre per
usare una frase fatta, che si affondi il coltello nella piaga.
Tuttavia c’è da
chiedersi se sia proprio sempre sano davanti ad un problema far precedere
l’annuncio della sua soluzione ad un serio studio del problema medesimo. La
riflessione è venuta in mente di fronte ai risultati di una ricerca del nostro
giornale su cosa è successo per l’introduzione nella scuola elementare del
maestro unico o maestro prevalente che dir si voglia. Si è scoperto che
l’applicazione della misura, in sé molto ragionevole, ha comportato problemi
pratici per la copertura complessiva delle ore, sicché alla fine ci sono classi
passate da due fino a sei, sette maestri. Certo uno sarà anche “prevalente”,
ma, insomma, il carosello degli altri cinque o sei non è che sia proprio nello
spirito della riforma annunciata.
Il fatto è che
troppo spesso l’ansia di “dare risposte ai cittadini”, sacrosanta per carità,
genera poi soluzioni abborracciate che non risolvono più di tanto. L’abbiamo
scritto di recente per esempio a proposito dell’introduzione ipotetica dell’ora
di religione islamica: a prescindere da ogni altra considerazione, dove si
troveranno dal nulla tutti questi insegnanti non integralisti, di lingua e
cultura italiana, capaci però di non essere rifiutati dalle comunità a cui si
indirizzano?
Senza voler essere
pessimisti è la cultura del realismo che troppo spesso manca nei nostri
riformatori, di destra o di sinistra che siano. La scuola e l’università sono
terreni meravigliosi per verificare questa frattura fra fantasia al potere (era
uno slogan del 68, ma ha avuto anche troppo successo) e situazione reale delle
istituzioni che si vorrebbero riformare. Infatti la gran parte dei progetti di
riforma sono stati fatti da gente che non si è minimamente posta il problema di
come poi sarebbe stato possibile renderli operativi, o meglio che ha pensato,
molto prima di Obama, che bastasse recitare la formuletta magica del “yes we
can”.
La scuola italiana
ha cambiato non sappiamo quante volte orientamenti e programmi, con il solo
risultato di qualche affare per l’editoria del settore che aveva una ragione
per cambiare i libri adeguandoli ai nuovi programmi ministeriali. Nessuno si
preoccupava di sapere se e come si sarebbero adeguati gli insegnanti, formati
ad altri orientamenti e programmi. Se è lecito, chi scrive può raccontare un
episodietto accadutogli: avendo di fronte anni fa un allora esperto del
ministero che voleva far insegnare anche la civiltà dei Maya nel programma di
storia delle scuole medie e manifestando le sue perplessità, perché non vedeva
dove i poveri professori avrebbero attinto le competenze per intervenire in
maniera credibile su una materia non proprio semplice, si vide rispondere che
agli insegnanti «bastava documentarsi».
Naturalmente la
storia delle riforme universitarie è altrettanto piena di questi esempi. Sono
dodici anni che si fanno e si disfano i curricula dei corsi di studio (Penelope
con la sua tela era una dilettante al confronto dei poveretti che hanno dovuto
sorbirsi queste fatiche): arriva sempre un insieme di regole astratte dal
ministero e dal Cun, inspiegabili ai non addetti ai lavori, dove si mettono
vincoli e paletti senza tenere minimamente conto di quale possa essere la
situazione reale su cui si dovrà calare la riforma. Detto banalmente: senza
pensare per esempio che per coprire corsi che non c’erano ci vorrebbero risorse
nuove e che per impedire che questi nuovi carichi si sommino semplicemente con
il permanere di quelli vecchi andrebbe previsto cosa fare di chi non è più
rispondente ai nuovi parametri.
Non abbiamo
nessuna intenzione di negare che ci siano abusi e talora autentiche
malversazioni nella distribuzione delle materie, accese o spente non di rado
più per interessi delle corporazioni docenti che per necessità formative degli
studenti. Solo che se non si vuol creare il caos bisogna tenerne conto e
individuare gli strumenti per intervenire su quelle storture concrete, non
disegnare in astratto il modello del corso che si ritiene perfetto.
È anche troppo
facile ricorrere alla solita immagine della montagna che partorisce il
topolino, ma annunci roboanti di soluzioni che poi non diventano realtà danno
solo impulso al cinismo in cui si radica il degrado del “tutto cambi perché
tutto resti come prima”. Prendiamo, sempre per restare nel campo
dell’università, il problema della riforma dei concorsi: è stata annunciata
decine di volte negli ultimi anni, ogni volta con l’invenzione di marchingegni
fantastici per impedire inquinamenti e nepotismi, e non solo non si è ancora
approdati ad una soluzione legislativa, ma si continuano a bandire nuovi posti
(proprio in questi giorni una nuova infornata di posti da ricercatore) senza
che si sappia se questi potranno essere assegnati con norme diverse da quelle
attuali che sono state svillaneggiate ampiamente.
Non scriviamo certo
queste cose per sostenere la pessima abitudine, molto radicata in questo Paese,
di considerare i problemi così aggrovigliati e insolubili che allora è meglio
limitarsi, secondo il famoso motto di un personaggio del Manzoni, a «sopire e
troncare, troncare e sopire». Vogliamo però dire che fare i riformatori è un
mestiere arduo e che varrebbe la pena considerarlo una difficile professione e
non una maschera per agitare i talk show o le conferenze stampa con qualche
annuncio ad effetto. PAOLO POMBENI IM 22
Interventi. Neri/Cristalli: non siamo d’accordo con Chiocchetti
Matteo Neri e
Michele Cristalli condannano le inaudite dichiarazioni rilasciate da Maurizio
Chiocchetti, responsabile del PD-Mondo, sul candidato alla segreteria del PD
Pierluigi Bersani. „Siamo sconcertati per quanto affermato da Chiocchetti sul
conto di Bersani. Come si fa – si chiedono Neri e Cristalli – ad accostare il
nome di Bersani a quello di uno Storace e di un Alemanno, i quali non hanno mai
fatto mistero delle proprie simpatie per il fascismo? Come si fa a mettere
sullo stesso piano Bersani, la Lega e Berlusconi? Bersani, certo – continuano i
due noti esponenti del PD della Germania –, non ha bisogno di difese né di
attestati di antifascismo: tutta una vita dedicata alla causa della democrazia
e dei lavoratori lo testimonia. Se la Destra adesso pretende di fare il tifo
per Bersani – è il ragionamento di Neri e di Cristalli –, è perché in realtà lo
teme, perché sa che un PD a guida Bersani rappresenta una seria minaccia allo
strapotere di Berlusconi e dei suoi cortigiani. Sostenendo la candidatura di
Bersani alla segretaria del PD, i vari Storace, Alemanno, ecc. mirano abilmente
a screditarlo agli occhi dei suoi elettori. In questa trappola c’è purtroppo
cascato anche Maurizio Chiocchetti.“ De.it.press
Gli amici di Bersani in Germania: Per un Segretario che sappia
concretizzare i sogni
Dare un senso a
questa storia: per un Segretario che sappia concretizzare i sogni.
Con le parole
della canzone di Vasco Rossi, che funge da sfondo musicale alla campagna
elettorale di Pierluigi Bersani, vogliamo ricordare a tutta la collettività
italiana in Germania l’importante appuntamento democratico di domenica
prossima, 25 ottobre 2009: le Primarie per eleggere il Segretario del Partito
democratico, alle quali anche noi dall’estero possiamo partecipare, sia
recandoci ai seggi preposti nelle varie città sia con il voto online:
http://votoestero.partitodemocratico.it.
Noi sostenitori
della mozione Bersani in Germania vogliamo che tutti quegli stimoli e quelle
preziose idee che circolano attorno al nostro Partito si traducano finalmente
in un programma concreto e, soprattutto, visibile per tutte quelle persone, che
deluse dalla politica dell’attuale Governo, sono in cerca di un‘alternativa
seria. Una politica sensata, retta da un „consenso“ e da una persona di buon
senso, come Pierluigi Bersani.
Vogliamo un
Segretario che non sappia solo sognare, ma che sappia anche realizzare i sogni
e vogliamo un Partito con un’identità chiara e decisa.
Per questo
aiutateci anche voi a concretizzare questo „senso“: votate e fate votare
Pierluigi Bersani alle Primarie.
Cristina Rizzotti
(Circolo PD Stuttgart 1); Michele Cristalli (Coordinatore Circoli PD
Süd-Baden); Marina Mannarini (Circolo telematico PD Le Donne); Matteo Neri
(Circolo PD Amburgo); Lucia Spinello (Circolo PD Donaueschingen); Giuseppe
Maggio (Circolo PD Villingen); Antonella Di Cataldo (Circolo PD Lüdenscheid);
Diodora Cocca (Circolo PD Kassel); Angelo Turano (Circolo PD Metzingen);
Giorgio Pomillo (Circolo PD Aschaffenburg); Fabio Angilé (Circolo PD Berlino);
Santo Vitellaro (Circolo PD Hannover); Giampietro Randazzo (Circolo PD
Leonberg); Maurizio Singh (Circolo telematico PD); Eligio Losito (Circolo PD
Amburgo-Wilhelmsburg); Salvatore Galluzzo (Circolo PD Pforzheim). De.it.press
I filoni del malaffare. Il solito copione
Da Milano a Napoli
- sì, di nuovo Napoli, ma senza dimenticare Bari, l’Abruzzo e la Calabria -, la
grande Idra continua a divorare se stessa, e l’ondata di scandali nati
dall’intreccio tra amministrazioni e imprenditorie locali non accenna a
fermarsi. Dalla prima inchiesta campana, che rivelò l’anno scorso una sorta di
svolta manageriale nella corruzione - con cervelli e snodi ormai fuori dei
partiti, soggetti a meccanismi perfezionati e lontani da qualsiasi logica
politica -, il sistema pare ormai essersi diffuso dappertutto, al Nord al
Centro e al Sud, con caratteristiche simili e funzionamento purtroppo
collaudato. Siamo in pratica a una «napoletanizzazione» dell’Italia: ovunque i
filoni del malaffare sono la sanità e la gestione ecologica (si fa per dire)
dei rifiuti, ma è soprattutto nel primo, che muove localmente masse di danaro
superiori a quelle amministrate direttamente dal governo nazionale, che la
malversazione si fa industria.
C’è ormai una
specie di copione che prevede come protagonista un imprenditore ricco o
arricchito, che è insieme appaltatore e appaltante, cioè partecipa alle gare ed
è in grado di determinare la composizione della commissione che ne deciderà le
sorti, e a seguire, ovviamente, la scelta di dirigenti e funzionari chiamati a
realizzare i progetti, i necessari pacchetti di assunzioni, gli acquisti di
macchinari, le verifiche, i collaudi e tutto quel che ci vuole.
Che poi, com’è
successo in Campania, un singolo filone d’inchiesta riveli che un partito, o un
ex partito che ha la sua roccaforte in un’area ristretta, come quello di
Mastella, possa tenere sotto controllo nel suo territorio un intero settore
ospedaliero - dal meccanismo clientelare delle assunzioni, alle promozioni di
complici e comprimari, alle rimozioni di quelli che non ci stanno -, conferma,
anziché smentire, la mutazione genetica che la macchina della corruzione ha
subito in periferia. Dietro gli elenchi di «segnalatori» e «segnalati», di
minacce mirate a far mollare i dipendenti onesti, di valutazioni e ordinazioni
mutevoli secondo convenienza, e non secondo necessità, non c’è più il deprecato
metodo della lottizzazione, su cui il potere a qualsiasi livello s’era retto
per decenni. Non c’è neppure logica, né equilibrio, né altra regola che non
quella della prepotenza e del profitto illegale, di cui è perfino intuibile che
solo una minima parte è destinata alle necessità della politica.
Solo così si
spiega come accanto al nome del maggiore fruitore politico (o «utilizzatore
finale», per usare una definizione più recente), oggi Mastella, domani chissà
chi, tracce grandi e piccole di benefici indirizzati ad altri leader, o
ministri, o assessori, assicurino il pieno coinvolgimento di tutti o quasi
tutti, destra e sinistra, maggioranza e opposizione, esponenti locali e
nazionali. Come appunto a Bari, dove l’imprenditore Tarantini avviluppa nelle
sue spire prima la giunta regionale di centrosinistra e poi, nientemeno, il
presidente del Consiglio e leader del centrodestra. O a Napoli, dove si
comincia con gli assessori della Iervolino e si finisce con Mastella, i Verdi,
alcuni stretti collaboratori di Bassolino, i vertici dell’ex Forza Italia in
cui è in corso da tempo una resa dei conti interna, e perfino il figlio di Di
Pietro. O ancora a Milano, dove l’imprenditore che ha in mano il sistema può
permettersi il lusso di gestire (e incastrare!) il potente capo della segreteria
del ministro Bondi, semplicemente mettendogli tra le mani le chiavi di una
Porsche.
Quel che invece si
capisce meno, a questo punto, è come possa la politica - il governo
soprattutto, ma anche qualche settore dell’opposizione - avviarsi al rinnovo di
gran parte delle amministrazioni locali previsto in primavera mettendo in
cantiere, nel contempo, una riforma della giustizia che per il momento in cui
viene proposta, prima ancora che per i contenuti, s’annuncia assai
intempestiva. Che la macchina giudiziaria non funzioni e necessiti di un
cambiamento, e che il protagonismo di certi procuratori sia intollerabile, non
c’è dubbio. Ma è davvero incomprensibile che invece di prendersela con gli
imprenditori, o sedicenti tali, che li hanno espropriati, appaltandosi in nome
di interessi esclusivi gran parte del loro potere, i politici, anche in questo
momento, pensino a regolare i conti con i magistrati. La politica, prima della
giustizia, dovrebbe pensare urgentemente a riformare se stessa.
MARCELLO SORGI LS
22
Epifani: governo devastante. A dicembre sciopero
L’occasione è
l’assemblea nazionale a Roma delle rappresentanze sindacali unitaria della
Conoscenza. Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ascolta tutti gli
interventi: i precari della scuola e della ricerca, i collaboratori scolastici
e gli amministrativi. Poi non fa in tempo ad avvicinarsi al microfono, che
scatta l’applausometro. Epifani tocca tutte le questioni, i “guai” - spiega -
in cui “siamo precipitati nel sistema Paese”, analizzando tutti i nodi del
“devastante” governo. E a Berlusconi, che rilancia il taglio dell’Irap, replica:
“Il primo atto da fare è ridurre le tasse ai lavoratori e pensionati. Questo
impone l’equità e la condizione dei consumi”. E sulla scuola dove il malessere
è sempre più crescente, il sindacato annuncia la “tabellina” delle
mobilitazioni dal 7 al 21 novembre. Fino ad uno sciopero esteso a tutto il
pubblico impiego in dicembre.
Crisi e governo
“devastante”. In Italia - esordice il segretario della Cgil - ci sono «una
crisi devastante e un governo che lo è altrettanto. Ha agito con fubizia -
sottolinea -. Ha deciso di galleggiare perché non affronta seriamente nessuno
dei grandi problemi. La questione del Mezzogiorno non la risolve il Ponte sullo
stretto. Vuoi fare qualcosca per il Sud? La maggior parte dei precari della
scuola sono proprio di queste regioni. E’finita forse la crisi della Borsa e
della grande finanza - ha sottolinato Epifani -, mentre c’è un silenzio
assordante sulla condizione vera delle persone: sono 570mila i lavoratori che
hanno perso il lavoro nell’ultimo anno”. E il sindacato che aveva previsto
l’enorme emorragia è stato detto di essere un “disfattista”. Per il leader
della Cgil, la crisi non la si affronta con una finanziaria ordinaria.
Occorrerebbe piuttosto “una tassa su tutte le transazioni finanaziarie. Per una
questione di giustizia”: non è giusto che paghi chi non è responsabile della
crisi.
La questione
morale che sta dentro questa crisi - accusa Epifani - “è vergognosamente
scomparsa”. Ci sono responsabilità politiche di chi sapeva e non si è posto
alcun problema. Sono stati spesi miliardi di euro per sollevare le banche.
“Trovo incredibile che quella montagna di debito pubblico creata per salvare le
banche - ha detto Epifani - ci venga poi messa davanti quando chiederemo
investimenti per la scuola, per le realtà produttive, per i giovani”.
Scuola e ricerca.
La Cgil è pronta a mettere sul tappeto anche uno sciopero della scuola se le
cose non cambieranno. «C’è un vero malessere nella scuola ha detto Epifani -.
La questione dei precari è solo parzialmente risolta. Il fatto che manchino
investimenti per avere scuole sicure, per il sostegno, per il tempo pieno, per
avere classi meno numerose, il fatto che non si consideri la scuola e la
formazione temi centrali in un periodo di crisi fanno sì che ci sia tra i
lavoratori della scuola un malessere crescente. In ragione di tutto ciò la Cgil
e il sindacato di categoria, la Flc, promuovono una grande manifestazione a
Roma per il 21 novembre e, se non cambieranno le cose, pensano anche a uno
sciopero». Per Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, i precari che restano
fuori dal provvedimento di governo sono circa 100mila. Pantaleo insiste sul
“flagello dei tagli” per l’istuzione tra scuola e Atenei. E annuncia
l’iniziativa del 7 novembre a Roma, in piazza Navona, e in contemporanea in
cento piazze d’Italia per la Conoscenza; seguiranno l’iniziativa del 19
novembre: rapporto tra ricerca e politica industriale. Fino allo sciopero di
tutto il pubblico impiego in dicembre. Maristella Iervasitutti L’U 22
Soffia un vento da
fine Repubblica, un clima da '92, nelle vicende di questi giorni. Si è tornati
a parlare delle stragi di Falcone e Borsellino, delle trattative fra mafia e
stato intorno al "papello", il mistero più oscuro all'origine della
Seconda Repubblica.
Le cronache
tornano a riempirsi di storiacce di appalti e tangenti, di sistemi politici
criminali scoperchiati, di arresti eccellenti fra Napoli e Milano. È come se il
muro di omertà, mascherato da ideologie, steso da un decennio sulla corruzione
fosse in procinto di cadere in pezzi, rivelando l'eterna attualità della
questione morale.
La corruzione in
Italia è da sempre la vera emergenza, un fattore che condiziona la vita
politica ed economica. Ma il circo di media e politica, passata la tempesta di
Mani Pulite, ha finto che non esistesse più. Alimentando una fabbrica di
chiacchiere generiche, appese alle nuvole e fondate sul nulla. La forza delle
cose s'incarica poi di restituirci alla realtà. Alla luce delle notizie di
queste ore, alcuni dei temi privilegiati dal dibattito pubblico assumono un
significato grottesco. Il posto fisso è un valore o bisogna accettare la
flessibilità? Nel reame di Ceppaloni il conflitto era risolto in una mirabile
sintesi hegeliana. Posti fissi o mobili, progetti a termine e consulenze
milionarie, erano assegnati senza distinzioni fra destra e sinistra, laureati e
asini, da un unico e gigantesco ufficio di collocamento clientelare. La signora
Lonardi, moglie dell'ex ministro del centrosinistra, ora europarlamentare del centrodestra,
dice che le "è crollato il mondo addosso" quando ha ricevuto l'ordine
dei magistrati di non rimettere piede in Campania. Si figuri, signora, com'è
crollato il mondo ai giovani meridionali. A quelli ancora convinti che per
trovare un lavoro occorrano studio, impegno, talento.
Da anni destra e
sinistra discutono sulla forma del federalismo futuro. Quali funzioni potrà
svolgere il meraviglioso stato federale, soluzione di ogni conflitto, quali
(poche) dovranno rimanere all'orrido Stato centralista, con quali contrappesi
solidali. Fingono tutti di non sapere e di non vedere che cos'è il federalismo
nell'unico settore in cui è già stato realizzato: la sanità. La voce che da
sola occupa i due terzi dei bilanci delle Regioni. Un'orgia di sprechi, mazzette,
appalti truccati, affari sporchi fatti, non metaforicamente, sulla pelle dei
cittadini. Dalla Puglia alla Lombardia, nelle regioni rosse come in quelle
berlusconiane. Regni di trafficanti bipartisan come il Tarantini di Bari, che
organizzava festini per il premier e dopocena per gli assessori della giunta di
Vendola. In cambio di che cosa, lo diranno i magistrati. Potentati economici e
politici, come la sanità lombarda, governata da quel Giancarlo Abelli sfiorato
da decine di inchieste e in ultimo toccato da quella sulle bonifiche delle aree
edificabili di Santa Giulia, dell'ex Falck di Sesto San Giovanni e di
Pioltello, per cui è già in carcere la signora Abelli, Rosanna Gariboldi.
Perché sia chiaro che i clan familisti non allignano soltanto nel Mezzogiorno.
Non è il
"ritorno della corruzione", come titola qualche notiziario. Perché la
corruzione non se n'era mai andata. Ha continuato a far parte della vita
quotidiana di milioni d'italiani dopo Tangentopoli e ora forse più di prima. È
forse il ritorno di un clima sociale. O ancora più probabilmente, si tratta dei
morsi della crisi economica. "Quando circolano meno soldi nelle tasche, i
cittadini s'indignano più facilmente" chiosava anni fa uno dei
protagonisti del pool milanese, Pier Camillo Davigo. Oggi, come allora, la
crisi rende insostenibile per molti imprenditori la tassa della corruzione, che
si erano rassegnati a pagare. Sono loro a sollevare il coperchio, gli esclusi
dagli appalti di partito, i bocciati al concorso truccato. Corrono a chiedere
giustizia a una magistratura senza mezzi e sotto minaccia, forte soltanto della
propria indipendenza dal potere politico, garantita dalla Costituzione. Ancora
per quanto, non si sa. CURZIO MALTESE LR 22
Narducci (PD): Lo scudo fiscale minaccia il lavoro transfrontaliero
Ci risiamo! Ancora
una volta una legge dello Stato italiano colpisce in modo deplorevole un
rilevante numero di cittadini, poiché durante il suo iter di approvazione non
sono state valutate gli effetti e le ripercussioni che avrebbe avuto su una
significativa parte di popolazione.
Stiamo parlando
delle lavoratrici e dei lavoratori frontalieri che quotidianamente o
settimanalmente varcano il confine con la Svizzera, dove sono occupati, una
forma di emigrazione antica che si perde nel tempo, con una dimensione numerica
impressionante: sono più di 40 mila i frontalieri occupati in Svizzera,
provenienti dalle Regioni italiane di confine, 17 mila circa dalla Provincia di
Varese e 15 mila da quella di Como.
Una consistenza
destinata ad accrescersi per effetto della mobilità occupazionale e delle
disposizioni di legge per l'accesso al mercato del lavoro elvetico, frutto
degli accordi bilaterali stipulati con l'Unione Europea e relativa introduzione
della libera circolazione delle persone e alle facilitazioni in materia di
permessi di residenza: si può essere frontalieri pur essendo domiciliati a
Palermo, Roma, o Berlino.
La conversione del
decreto legge 3 agosto 2009, n. 103, recante disposizioni correttive del
decreto-legge anticrisi n. 78 del 2009”, meglio nota come “Scudo fiscale” per
l'emersione e il rimpatrio dei capitali esportati all'estero, ha suscitato
moltissime preoccupazioni tra i lavoratori frontalieri per quanto concerne
l'applicazione sia dello scudo stesso, sia per la circolare n. 43/E emanata
dall'Agenzia delle entrate per “l'emersione di attività detenute all'estero”.
Lo scudo fiscale -
approvato fra mille polemiche dal Parlamento italiano - pone molti
interrogativi ai lavoratori frontalieri che, come accade ovunque, hanno un
conto salario in una banca svizzera sul quale il datore di lavoro versa la
retribuzione dovuta. Spesso il predetto conto resta acceso per custodire i
risparmi messi faticosamente da parte, anche ad attività lavorativa terminata.
L'Agenzia, nell'ambito
dell'azione di contrasto agli illeciti finanziari internazionali, ha inviato
dunque circa 40 mila comunicazioni a contribuenti che negli ultimi cinque anni
sono stati iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero.
Il questionario
allegato alla comunicazione, oltre a richiamare alcuni specifici obblighi
dichiarativi (redditi prodotti all'estero e soggetti in Italia all'imposta
personale sul reddito o a imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e degli
investimenti e delle attività finanziarie suscettibili di produrre redditi di
fonte estera imponibili in Italia), reca le sanzioni previste in caso di
inosservanza.
La lotta
all'evasione e agli illeciti finanziari è sacrosanta ma qui non stiamo parlando
di persone che hanno trovato rifugio nei paradisi fiscali, bensì di persone che
per decenni hanno attraversato il confine (in molti casi in condizioni di
traffico e climatiche durissime, basti pensare ai passi alpini), trovando un
impiego nell'edilizia, nella costruzione di strade e tunnel, o in fabbrica.
Sono cittadini che hanno regolarmente pagato le tasse in Svizzera - come
disposto dagli accordi sulla doppia imposizione fiscale - ed hanno contribuito,
va detto al loro merito, a sviluppare l'economia dei Paesi di confine evitando
anche lo spopolamento di interi comuni. Questa distinzione è doverosa e va
fatta.
Al Ministro
Tremonti – valtellinese e quindi ben a conoscenza di queste problematiche –
chiediamo di intervenire a fare chiarezza e ad esonerare questi lavoratori sia
dallo scudo che dal monitoraggio fiscale. De.it.press
La Regione Lazio istituisce l'Osservatorio contro il razzismo
L’Assessore Di
Liegro: “Uno strumento per dare risposte concrete agli atti di violenza e al
clima di intolleranza che si vanno sempre più diffondendo”
Roma - La Giunta
Marrazzo ha approvato oggi la delibera con cui si istituisce l’Osservatorio
regionale contro il Razzismo e la Discriminazione, previsto dalla legge
regionale sull’immigrazione n. 10 del 2008.
“Con questo atto - dichiara Luigina Di Liegro,
Assessore alle Politiche Sociali e delle Sicurezze della Regione Lazio – le
Istituzioni si impegnano a dare una risposta concreta di contrasto al razzismo
e agli episodi di violenza che sempre di più si vanno diffondendo.”
L’Osservatorio
regionale avrà compiti di monitoraggio, analisi e contrasto legale del razzismo
e della discriminazione e oltre che da sarà composto da 11 membri di cui 5
nominati dal Presidente della Regione Lazio su proposta dell’Assessore alle
Politiche Sociali e delle Sicurezze, gli altri 6 componenti saranno eletti tra
le reti territoriali, in rappresentanza degli immigrati delle diverse province
della regione (2 per la provincia di Roma e 1 per ognuna delle altre).
L’Osservatorio
regionale costituisce un imprescindibile strumento di sussidiarietà e
coordinamento dell’azione degli organismi e degli attori locali, al fine di
rendere maggiormente efficaci e sinergiche le politiche di prevenzione e
contrasto dei fenomeni di razzismo e discriminazione in maniera omogenea, su
tutto il territorio regionale.
L’Osservatorio
regionale metterà a disposizione un Contact center per le segnalazione dei casi
di discriminazione razziale sul territorio regionale e una Task Force
multidisciplinare per fornire assistenza legale alle vittime. Potrà anche
promuovere studi e ricerche.
“Con questo
strumento – dichiara anche il Consigliere Anna Pizzo – si compie il percorso di
attuazione della legge. Non si tratta però di un atto formale, bensì un’azione
concreta che evidenzia come nell’agenda politica della Giunta Marrazzo, la
lotta ad ogni tipo di discriminazione sia prioritaria.”
“Siamo convinti
che un organismo come questo – conclude Di Liegro - non possa svolgere in modo
efficace la sua azione restando isolato. Per questo l’Osservatorio sarà in
collegamento costante con gli sportelli delle associazioni e delle reti attive
sui diversi territori della regione. La lotta al razzismo si fa costruendo un
tessuto sociale che non lascia passare sotto silenzio i casi di
discriminazione, è pronto ad aiutare le vittime e sviluppa una cultura
dell’accoglienza e del dialogo tra le culture e le fedi.” M.B., de.it.press
Il ministro degli Esteri incontra la Presidenza del Sinodo per l’Africa
Frattini: A breve
l’UE approverà la proposta italiana di un’agenzia europea per il diritto di
asilo e i rifugiati
ROMA - Pace e
giustizia, diritti umani, sviluppo economico e crisi regionali come Somalia e
Darfur: questi temi sono stati al centro del colloquio, alla Farnesina, tra il
ministro degli Esteri Franco Frattini e la Presidenza del Sinodo per l’Africa.
Un’occasione per annunciare ai vescovi africani che “a breve l’Unione Europea
approverà la proposta italiana di istituire un’agenzia europea per il diritto
di asilo e i rifugiati”. “Uno strumento – ha spiegato il ministro
Frattini – per “avere criteri omogenei europei di valutazione” nella
gestione dei flussi dei migranti. L’agenzia, che “collocheremo in un Paese
europeo preferibilmente mediterraneo” e che “avrà una rete di antenne” in altri
Paesi per raccogliere informazioni e dati.
Sul fronte degli aiuti allo sviluppo, il
ministro degli Esteri ha sottolineato che bisogna “invertire la logica”,
attuando una “nuova politica della responsabilità”, perchè “non possiamo più
immaginare che 70 euro su 100 si perdano in corruzione e burocrazia”. Bisogna
piuttosto “partire prima dai risultati” con la “persona al centro delle
politiche di cooperazione”, ha spiegato Frattini, ricordando che questa
strategia è stata lanciata dalla Presidenza italiana del G8 a L’Aquila e che il
Canada, a cui spetterà la Presidenza nel 2010, trasformerà in “modello
operativo”.
Un impegno importante dei donatori, secondo
il titolare della Farnesina, deve essere quello della “lotta globale alla
speculazione sui prezzi dei prodotti alimentari”, perché “se oscilla il prezzo
del petrolio ci vanno di mezzo le imprese, ma se oscilla il prezzo del grano o
del riso per le speculazioni ci vanno di mezzo i poveri”. In ogni caso,
l’Africa è “un’opportunità e non un problema” ed è necessaria una partnership
“tra eguali” che sia “anzitutto politica, non solo economica”. (Inform)
Abi, mutui sospesi da gennaio per le famiglie disagiate
Moratoria di un
anno per i cassintegrati e per chi ha perso il lavoro - di ROSARIO DIMITO
ROMA - Prende corpo
il ”piano-famiglie” dell’Abi per soccorrere quei nuclei in difficoltà nel
pagamento delle rate dei mutui. Da gennaio 2010 partirà la sospensione per 12
mesi dei rimborsi a favore di famiglie che si trovano in particolari situazioni
di disagio. La moratoria ai privati si aggiunge alle agevolazioni concesse a
favore delle imprese. Ieri l’esecutivo dell’Associazione riunitosi a Milano -
assenti Alessandro Profumo, Giuseppe Mussari, Antonio Vigni - ha dato mandato
al presidente Corrado Faissola e al direttore generale Giovanni Sabatini di
«avviare le azioni necessarie a coordinare ed estendere le misure già in atto a
sostegno dei rapporti di credito con le famiglie in difficoltà a seguito della
crisi». Il periodo di proroga è stato fissato in un anno allungando la vita del
mutuo con l’aggiunta delle rate momentaneamente non pagate: la proposta
originaria di Faissola era di concedere una sospensione di 18 mesi.
Dal pacchetto di
agevolazioni, a seguito della presa di posizione di alcuni grandi banchieri,
sarebbero stati tolti i crediti personali. L’organismo di vertice delle banche
avrebbe anche definito la posizione che Faissola assumerà alla Giornata del
Risparmio organizzata dall’Acri, in calendario venerdì 29 alla presenza di
Giulio Tremonti e Mario Draghi. Il numero uno dell’Abi dovrebbe assumere una
linea severa che metta fine ai ripetuti attacchi rivolti da mesi agli istituti
e che di recente sarebbe sfociata in una lettera al premier Silvio Berlusconi.
Il massimo responsabile dei banchieri dovrà ripercorrere le evoluzioni del
sistema, sottolineare il carattere di imprese delle banche che da sempre non
lesinano il sostegno all’economia. E soprattutto rilanciare la necessità che
gli istituti abbiano finalmente delle contropartite. In particolare la richiesta
che sta più a cuore riguarda la defiscalizzazione sugli accantonamenti a fronte
dei crediti in sofferenza: in Italia l’esenzione si attesta solo al 27,5% ed è
tra le più penalizzanti rispetto agli altri paesi europei dove si attesta al
100%. Le banche lamentano che Tremonti ha promesso durante l’assemblea Abi
dell’8 luglio scorso un intervento legislativo come conseguenza
dell’applicazione della moratoria a favore delle imprese: siccome la
sospensione dei pagamenti al mondo produttivo viene applicata a tutto campo,
ora gli istituti ritengono di dover incassare la promessa fatta. Per fine
ottobre comunque Faissola dovrebbe fornire un’indicazione completa degli
interventi effettuati dal sistema bancario in linea con quelli richiesti: al
momento la risposta delle banche alle richieste di moratoria delle imprese
supera il 90%. Il nuovo soccorso a favore delle famiglie comunque avrebbe
sollevato discussioni nell’esecutivo di ieri, al punto che la decisione
maturata di intervenire tiene conto di tutte le iniziative in corso da parte
delle banche che da tempo autonomamente vengono incontro alle famiglie in
difficoltà, dilazionando le rate dei mutui. «Queste misure su imprese e
famiglie le applichiamo da molto tempo» ha tuonato uno dei banchieri più
focosi, «se le moratorie dovessero trasformarsi in sofferenze, però, saremo noi
a doverle gestire» ha concluso rivendicando uno spirito di servizio condiviso
da molti colleghi. Al dibattito sarebbero intervenuti fra gli altri Giovanni
Berneschi, Corrado Passera, Pierfrancesco Saviotti, Roberto Nicastro, Carmine
Lamanda, Antonio Patuelli, Luigi Abete. Il pacchetto che Faissola e Sabatini
dovranno mettere a punto confrontandosi con Associazioni dei consumatori,
Governo, enti pubblici e soggetti privati riguarda quelle famiglie in
difficoltà per la perdita del posto di lavoro dipendente a tempo indeterminato
o per termine del contratto di lavoro dipendente a tempo determinato,
parasubordinato o assimilato; cessazione dell’attività di lavoro autonomo;
morte di uno dei componenti il nucleo familiare percettore del reddito di
sostegno della famiglia; interventi di sostegno al reddito per la sospensione
del lavoro (cig e cigs).
Il Piano famiglie
punta a raggiungere tre obiettivi, spiega l’Abi: innalzare la sostenibilità
finanziaria delle operazioni di credito alle famiglie, adottando una misura di
sospensione dei rimborsi di mutui in essere; gestire il confronto coi
principali interlocutori pubblici e privati; coordinare e comunicare
efficacemente gli strumenti di incentivazione già esistenti, molti dei quali
costruiti in partnership con le amministrazioni pubbliche. Nel prossimo
esecutivo si definirà compiutamente il piano-famiglie in modo da farlo
decollare col prossimo anno. La Popolare di Vicenza si è mossa in anticipo e da
ieri aderisce formalmente all’iniziativa attuando la sospensione delle rate. IM
22
Lo scandalo del prof negazionista. Il rettore: "Vada a Dachau"
Antonio Caracciolo
è docente di Filosofia del diritto. Alemanno: "Accertamenti anche
sull'iscrizione a Forza Italia" - La Sapienza annuncia provvedimenti dopo
l'articolo di Repubblica - La Comunità ebraica: "Solo in Italia personaggi
del genere non vengono puniti" - di MARCO PASQUA
ROMA - Dalla
comunità ebraica romana al rettore, sono durissime le reazioni alle tesi
negazioniste del ricercatore Antonio Caracciolo, docente di filosofia del
diritto alla Sapienza di Roma. Il rettore della Sapienza Luigi Frati, invita
"il professore ad andare a Dachau". La Comunità ebraica romana
preannuncia un'iniziativa legale: "Ci sono molti "signor
nessuno" - dice il presidente, Riccardo Pacifici, parlando da Israele -
che pensano di aver una ribalta e una notorietà cercando di sorprendere o di
stupire. Questi signori devono sapere che i tempi dell'indignazione della protesta
non hanno più senso. L'Italia. l'Europa le Nazioni Unite hanno fatto propria la
lezione della Shoah a tal punto che il 27 gennaio, Giornata della Memoria è
celebrata ovunque. Questi "signori" in alcuni paesi europei,
purtroppo ancora non in Italia, sono perseguiti dalla legge per le tesi che
sostengono. Ed è per questo che, come abbiamo fatto con altri, adiremo le vie
legali".
Il sindaco, Gianni
Alemanno, che domenica volerà ad Auschwitz nell'ambito dell'iniziativa del
Viaggio della Memoria, chiede che si prendano provvedimenti: "Mi attiverò
con il rettore - ha spiegato - affinché il professore venga sospeso. Chiederò
ovviamente accertamenti. Ho letto che è anche iscritto a un club di Forza
Italia. Faremo verifiche anche in questo senso". Per Alemanno il
professore "o è in malafede o non ha nessun fondamento culturale".
Gli risponde subito Frati, che preannuncia provvedimenti: "Ringrazio il
sindaco per la sollecitudine in questa circostanza. Ci stiamo attivando per
valutare un provvedimento disciplinare nei confronti di Caracciolo".
Il presidente
della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, si dice certo che "sarà
l'università stessa a reagire": "Le notizie apparse oggi su
Repubblica sono la drammatica conferma di quello che diciamo da tempo: la nostra
missione è evitare che la memoria diventi storia e che si perda la forza che
deve avere la comprensione dei fatti storici. La cosa che più mi preoccupa è
che ci sono tanti casi di negazionismi non affermati con questa spudoratezza ma
che vivono nell'ambiguità di posizioni di non coerenza, che sono anche peggiori
di chi si assume la responsabilità di dirlo".
Tra quanti
chiedono l'allontanamento del docente, Flavio Arzarello, coordinatore nazionale
della Fgci, e il presidente del consiglio comunale di Roma, Marco Pomarici,
secondo il quale "non è tollerabile che determinate affermazioni circolino
liberamente nella più grande Università europea, per di più, in un corso dove
si insegna la filosofia del Diritto. Simili teorie possono generare odio e recrudescenze
di antisemitismo è di tutta evidenza quindi che Caracciolo non è adatto
all'insegnamento e va allontanato".
L'importanza
dell'educazione e della formazione dei giovani viene, invece, sottolineata
dall'assessore capitolino alla Cultura, Umberto Croppi: "È necessario
coltivare e approfondire il tema della memoria e la scuola riveste un ruolo
fondamentale. Serve una presenza pedagogica su questo punto". Il sito
"Informazione Corretta", che già seguiva i blog del docente, commenta:
"In altri paesi sarebbe già stato condannato da un tribunale, in Italia
no. La legge c'è, è la Mancino, ma non è mai stata applicata. Finirà a
tarallucci e vino anche questa volta".
Interviene anche
il presidente della Regione, Piero Marrazzo, che vorrebbe "poter guardare
negli occhi questo professore", per potergli "trasmettere le immagini
che io mi sono portato da Auschwitz, dallo Yad Vashem". E, sulla linea di
quanto affermato da Frati, che aveva auspicato un viaggio del docente a Dachau,
Marrazzo dice: "Vorrei che lui andasse a Birkenau ed entrasse nella stanza
dei bambini". L'eco della notizia arriva anche al Festival Internazionale
del Film, in corso a Roma e dove i fratelli Joel e Ethan Coen, nell'ambito
della presentazione del loro ultimo lavoro, hanno commentato: "Mamma mia!
Ci sono molti pazzi nel mondo, è molto strano sentire cose di questo genere in
un contesto accademico".
Il docente non
sembra voler arretrare rispetto alle sue posizioni: "Mi sento in una botte
di ferro, io sono un ricercatore e ho l'obbligo e il diritto di ricerca".
Parla di un "attacco" da parte dei "sionisti", e chiama in
causa gli "avversari di 'Informazione corretta', un gruppo sionista il
quale ritiene che a prescindere da tutto bisogna sempre essere favorevoli a
Israele". "Ai miei studenti - dice a proposito della sua attività
accademica - insegno a ragionare. Ne ho pochi, meno di una decina, perché
Scienze politiche non è molto frequentata, il programma di quest'anno verte su
un libro di Carl Schmitt che io ho tradotto, quindi non tratto i temi
dell'Olocausto". Caracciolo ci tiene anche a sottolineare di aver tradotto
e curato, con un propria prefazione, diversi libri del giurista e filosofo
politico tedesco Carl Schmitt, sostenitore del regime nazista. LR 22
«Noi, dissidenti e artisti della Ddr al crocevia della storia con la Stasi»
Questa è la
paradossale storia del muro che ha spaccato il mondo in due e che, da quando è
crollato, ha diviso il mondo nuovo da quello vecchio. Ed è pure la storia di
quelli senza i quali quell’infinita barriera che ancora oggi è uno squarcio
nell’identità dei berlinesi non sarebbe mai venuta giù, il 9 novembre 1989.
Ralf Bartholomäus è uno di loro. Prima della «svolta»,come la chiamano i
tedeschi, lui era il più provocatorio gallerista della Ddr. «Quelli della Stasi
mi venivano a trovare spesso», racconta divertito nella sua Galerie Weisser
Elefant, che sta a due passi dal Checkpoint Charlie. Ovvio: lemostre che
ospitava Bartholomäus erano deri veri e propri happening della controcultura.
Performance anche feroci, come quella di Else Gabriel, che ficcava la testa in
un secchio pieno di sangue. Cose incomprensibili, per il regime di Erich
Honecker. «Tanto incomprensibili che nonsapevano nemmeno cosa esattamente
vietare». C’era Gundula Schulze, che fotografava parate militari e uomini in
uniforme: ma in ogni foto c’era sempre qualcosa di strano, di obliquo, di
disturbante. «Arrivavano e dicevano: no, questo proprio non va bene. E noi
rispondevamo: “E perché? A noi ci piacciono tanto le uniformi, noi stessi vorremmo
sempre marciare per il Socialismo”, e lui se ne andava con le pive nel sacco».
La resistenza al regime si faceva anche così, nonostante i tanti fermi, i
tentativi di fuga finiti nel sangue, le pressioni e gli interrogatori. È anche
in questi ambienti - tra gli artisti di Prenzlauer Berg e di Mitte - che è
iniziata la «rivoluzione pacifica» che ha portato alla dissoluzione della Ddr.
Le marce silenziose, la folla accalcata alla Porta di Brandeburgo, quelli del
«Wir sind ein Volk - Siamo un solo popolo» sono arrivate dopo, quando già
avevano cominciato a dissolversi le barriere invisibili, prim’ancora di quelle
materiali.
Era stata quella
ristretta cerchia di intellettuali, di artisti, di pittori, ed in più gli
ambienti quella chiesa evangelica con le loro veglie, ad osare l’impensabile.
«Si avvertiva che le cose stavano cambiando sin dall’estate dell’89», dice
Bartholomäus. «Semplicemente, non avevamo più paura». Dalle labbra sfuggivano
improvvisamente liberate le parole che nessuno credeva di poter dire:
«Democrazia adesso... o mai!». Dall’ottobre in poi si susseguirono le
manifestazioni, di giorno in giorno sempre più imponenti. «Io sono sicuro che
alla fine dentro i cortei ci fossero anche dei provocatori infiltrati: erano
quelli che invitavano alla rivolta violenta, cercavano lo scontro. Noi
imploravamo “niente assalti”, perché sarebbe stato un bagno di sangue: il
regime non aspettava altro ». Eppure, il 9 novembre arrivò in qualche modo
inaspettato. «Mi chiedevo: ma da dove viene tutta questa gente? Davveronon
sapevo che fossimo così tanti ad opporci a Honecker e alla sua banda. Tutto era
successo così in fretta... vede, noinemmeno la volevamo, la caduta del muro.
Non subito almeno. Speravamo che ci sarebbero state delle vere riforme,
temevamoquello che in effetti poi è stato: l’essere fagocitati dall’Occidente
». Nondimeno, il sollievo di Ralf fu immenso, dopo la caduta. È una storia
nella storia, questa. «Comesi sa, il problema da noi all’est erano le spie
della Stasi: chiunque poteva essere uno prezzolato dal Ministero per la
Sicurezza di Stato». Stavano dappertutto. «Ci furono casi clamorosi anche tra
le figure più in vista: gente che guidava la dissidenza e al tempo stesso
faceva la spia, comelo scrittore Sascha Anderson. Perché lo faceva? Io credo
che ci fosse unsenso di onnipotenza in questo atteggiamento: l’illusione di
poter controllare sia oppressi che oppressori». Una spirale perversa, che finì
per inghiottire lo stesso Bartholomäus. Lui stesso venne accusato dai suoi
compagni del «giro» degli artisti di essere stato assoldato dalla Stasi. «Mi
trovavo in una situazione particolare », racconta guardandoti dritto negli
occhi. «Spesso avevo avuto a che fare con gli uomini della Staatsicherheit: ero
una specie di “osservato speciale” per le azioni nella galleria, per i discorsi
che tenevamo pubblicamente: per esempio il giorno del massacro di Tien An Men
decidemmodi discuterne liberamente in Galleria, ma lasciammo le finestre aperte
in modo che quelli della Stasi sentissero bene. Al tempo stesso avevo imparato
a conoscere la loro lingua, per così dire: era l’unico mododi
sfangarla».Uncrocevia pericoloso.
LA SINDROME DEL
SOSPETTO - Un giorno capitò l’imprevisto: alla sua amica e collega Gundula
Schulze, che aveva fatto richiesta per un viaggio all’Ovest, era stato
inaspettamente ritirato il passaporto. «Quelli della Stasi avevano saputo che
lei voleva stabilirsi a Parigi. Ero l’unico a cui l’aveva detto. Era convinta
che non potessi che esser stato che io. Mi odiava». Un peso che si sciolse solo
dopo che il muro era crollato. «Fu solo quando si poterono leggere tutti gli
atti della Stasi che fu chiarita la mia posizione. Si scoprì che a tradirla fu
un artista dell’Ovest. Un insospettabile. Straordinario, no?». Dopo il 9
novembre tutto cambiò, ovviamente. L’effervescenza creativa dei mesi precedenti
la «rivoluzione pacifica» si spense. «Gli artisti si dispersero. Tutti volevano
farsi conoscere all’Ovest». La Germania riprese la sua strada, un lungo viaggio
che porta all’immensa vivacità culturale della Berlino di oggi. Ralf
Bartholomäus sorride: ilmuro e le sue ferite lui le conosce bene.
Roberto
Brunellitutti L’U 22
Italia, il popolo dei piccoli immigrati. Sono il 10% della popolazione
infantile
Studio dell'Unicef
sui minori nelle famiglie di stranieri in 8 Paesi ricchi
Qui erano 350mila
nel 2003, sono arrivati a oltre 660mila nel 2007
Affrontano sfide
educative maggiori e tassi di povertà più alti dei coetanei italiani
I curatori dello
studio: "Le risposte politiche sono ancora inadeguate"
ROMA - Il numero
dei bambini stranieri in Italia è raddoppiato negli ultimi anni. Oggi
rappresentano il 10% del totale complessivo della popolazione infantile. Lo
rivela il rapporto "Innocenti Insight" dell'Unicef, che presenta lo studio
sulla situazione dei bambini in famiglie di immigrati in otto Paesi ricchi.
Rispetto agli altri, il nostro Paese rimane ancora il fanalino di coda: nel
Regno Unito i bimbi stranieri rappresentano il 16%, in Francia il 17%, nei
Paesi Bassi e negli Stati Uniti d'America il 22%, in Germania il 26%, in
Australia il 33% e in Svizzera il 39%.
I mutamenti
demografici. Secondo i dati del censimento 2001, i bambini tra 0 e 17 anni
presenti sul territorio italiano, ma nati all'estero o con almeno uno dei genitori
nati all'estero, erano oltre 900mila. Di questi, oltre 500mila avevano almeno
un genitore proveniente da un paese a medio o basso reddito. Complessivamente,
i bambini rappresentavano il 23 per cento della popolazione immigrata. Nel
2006, circa 57mila nuovi nati in Italia avevano entrambi i genitori stranieri,
oltre il 10 per cento delle nascite avvenute nel Paese quell'anno. ll numero di
bambini che vivono in famiglie di immigrati è cresciuto rapidamente,
raddoppiando negli ultimi 5 anni e quadruplicando nell'ultimo decennio. I
bambini di nazionalità straniera erano poco più di 350mila nel 2003, ma oltre
660mila nel 2007. Una delle caratteristiche salienti è il vasto ventaglio dei
paesi di origine delle famiglie, uno dei più ampi d'Europa.
Le condizioni di
vita. La situazione socioeconomica e le condizioni di vita dei bambini di
famiglie immigrate in Italia sono tutt'altro che omogenee. La provenienza da un
paese ad alto reddito o da un paese a medio e basso reddito è un importante
fattore di differenziazione, così come la regione del mondo di origine. In
media, il 92 per cento dei bambini in famiglie migranti vive con entrambi i
genitori. La stessa percentuale vale per i bambini in famiglie native.
Tuttavia, per alcuni gruppi (ad esempio per i figli di genitori provenienti
dall'Eritrea, la Somalia, la Moldavia, l'Ecuador o il Perù) la percentuale di
bambini che vive in famiglie in cui il padre è assente è di oltre il 15 per
cento.
Scolarizzazione e
lavoro. Soltanto un quarto dei giovani tra 18 e 24 anni che vive in famiglie
immigrate in Italia è impegnato in un corso di insegnamento (scuola o
università), contro il 40 % dei loro coetanei italiani. I giovani che vivono
nelle famiglie straniere sono più presenti nelle scuole professionali e tendono
generalmente a trovarsi in una situazione di svantaggio sul mercato del lavoro.
Anche i genitori provenienti da paesi di origine con flussi storici di
immigrazione verso l'Italia tendono ad avere posti di lavoro meno qualificati.
"Risposte
politiche inadeguate". Nelle conclusioni dello specifico studio
sull'Italia, curato da Letizia Mencarini dell'università di Torino, Emiliana
Baldoni dell'università di Firenze e Gianpiero Dalla Zuanna dell'università di
Padova, si sottolinea che "in Italia, il numero dei bambini figli di
migranti è in crescita ed è destinato ad aumentare ancora negli anni a venire
in termini assoluti e come proporzione della popolazione di età 0-17. I bambini
in famiglie migranti rappresentano una realtà importante, variegata, con molte
potenzialità e allo stesso tempo poco conosciuta". La "diagnosi"
finale è poco rassicurante. "Le risposte politiche non sono ben coordinate
e non riflettono una visione o un coordinamento d'insieme". LR 22
Biblioteche, porte aperte agli stranieri
Volumi in lingua
originale e corsi d´italiano per mamme arabe e cinesi
di Chiara Righetti
Dai gialli di
Agatha Christie in romeno a Pippi Calzelunghe in polacco, dal Bhagavadgita con
testo sanscrito a fronte a Giufà, che ha fatto sognare nella stessa lingua generazioni
di siciliani, arabi e turchi. Ma anche mostre, corsi, dibattiti: le biblioteche
di Roma e provincia aprono agli stranieri. Dice Gabriella Sanna, responsabile
Servizio Intercultura delle biblioteche romane: «Oggi gli immigrati sono l´8%
dei nostri utenti, e dei nuovi iscritti: un´incidenza superiore a quella degli
stranieri sulla popolazione di Roma». Da qui la decisione di avviare la
campagna "Benvenuti in biblioteca". Che passa prima di tutto dal
potenziamento degli scaffali in lingua, ormai presenti in quasi tutti i
municipi. Qualche esempio? Se chi cerca testi in farsi deve rivolgersi al Caffè
letterario sull´Ostiense, ci sono libri in cinese a San Lorenzo e al Pigneto.
Mentre si trovano volumi in ucraino, spagnolo, albanese a Flaminio, Torre Spaccata,
Trieste.
«Da un lato - dice
Sanna - vogliamo valorizzare il plurilinguismo. Dall´altro vediamo la
biblioteca come spazio laico, alternativo a chiesa e moschea, che può diventare
luogo d´integrazione». Da qui i corsi d´italiano, anche questi presenti in vari
municipi, dalla Borghesiana a Ostia al Prenestino, e anche questi calati nel
territorio: se a Marconi, dove è forte la presenza egiziana, ce n´è uno per
sole donne, quello al Pigneto è dedicato ai cinesi. Altri ingredienti della
campagna di benvenuto sono ormai storici, come il portale Romamultietnica.it,
che oltre alle news settimanali offre una guida della città in base alle
nazionalità presenti a Roma; o "Storie del mondo", progetto per le
scuole che propone la lettura di classici da India, Africa, Sudamerica come
punto di partenza per l´incontro fra culture.
In provincia
invece s´intitola "Biblioteche dal mondo" il progetto per l´apertura
di uno scaffale multiculturale in otto Comuni a forte presenza straniera. Il
primo apre il 20 novembre a Ladispoli; poi Anzio, Bracciano, Fiumicino,
Lanuvio, Mazzano Romano, Tivoli e Zagarolo. Ogni scaffale ospiterà circa 200
volumi, dai classici dei Paesi d´origine a manuali bilingue, riviste e
giornali. Non solo: le Biblioteche del mondo proporranno una serie d´iniziative
sull´intercultura. Con "Le nuove generazioni si raccontano" G2, rete
di giovani di seconda generazione, farà tappa nei Comuni coinvolgendo i
coetanei in laboratori di scrittura e di sceneggiatura. Un secondo progetto si
intitola "Così vicine così lontane: tate, colf e badanti"; prevede
una mostra, ma anche un´indagine sui consumi culturali delle colf, cineforum e
circoli di lettura. «La nostra popolazione è cambiata - osserva Cecilia D´Elia,
assessore alle Politiche culturali della Provincia - e anche le nostre
politiche devono farlo. La sfida è far sì che le biblioteche diventino un luogo
in cui i migranti, oltre che utenti, possano essere sempre più protagonisti».
LS 21
Premio “Pugliesi nel Mondo”: il 24 ottobre a Bari
BARI – Premio
internazionale “Pugliesi nel Mondo”: il 24 ottobre a Bari, presso la Fiera del
Levante, si terrà la cerimonia di assegnazione dei premi dell’edizione 2009. Il
Premio è promosso dall’Associazione Internazionale Pugliesi nel Mondo.
Saranno premiati:
Albina Guarnieri, parlamentare e più volte ministro (Canada); Giovanni
Castellaneta, che è stato ambasciatore italiano negli Stati Uniti; Angelo
Galasso, stilista e imprenditore, Londra (Regno Unito); Manila Nazzaro, già
Miss Italia, attrice; Livia Pomodoro, presidente Tribunale di Milano;
Emilio Solfrizzi, attore; Joe Rutigliano, imprenditore, maggiore importatore
prodotti Agroalimentari Italia (Stati Uniti); Giuseppe Tartaglione,
amministratore delegato Volkswagen Group Italia Spa; Anna Dello Russo, Fashion
Director Vogue Japan; Antonio Marano, vice direttore generale Rai;
Monica Setta, giornalista e conduttrice televisiva; Matteo Addamiano,
presidente Addamiano Group; Cataldo Doria, direttore Div.Trapianti Jefferson
Università Philadelphia (Usa); Francesca Antonaci in arte Gegia, attrice;
Alfredo Altavilla, manager e Amministratore delegato Fiat Powertrain;
Technologies Spa, n.2 Gruppo Fiat; Virginia Barrett, regista e attrice;
Federica Fornabaio, direttore d’orchestra, pianista e compositrice; Nicola Girasoli,
Arcivescovo di Egnazia Appula,Nunzio Apostolico in Zambia e Malawi; Leonardo
Gallitelli, comandante generale Arma dei Carabinieri; Francesco Tagliente,
questore di Firenze; Antonia dell’Atte, modella, attrice e presentatrice,
Barcellona (Spagna); Michele e Antonio Digennaro, imprenditori settore
ristorazione e prodotti italiani, Germania; Michele Placido, attore e
regista; Gianfranco Perri, geologo, docente Università C.del Venezuela a
Caracas; Gianni Alemanno, sindaco di Roma; Paride De Masi, presidente Italgest
Spa, coordinatore energie rinnovabili della Confindustria; Loredana Petranca,
titolare Eagles Europe Personalvermittlung, Dortmund (Germania); Stefano
Miceli, direttore orchestra,pianista, consulente artistico Melbourne Italian
Festival; Marco Ficarelli. amministratore delegato e general manager Elizabeth
Arden Italy; Michele Ambrosini, presidente Banca delle Marche Spa;
Vincenzo Montuori, amministratore delegato Caffarel Spa; Mario Mauro,
presidente deputati Pdl Parlamento Europeo; Daniela Calò, doppiatrice e
attrice.
Il Premio è
patrocinato da Presidenza Consiglio dei Ministri, Consolato Generale degli
Stati Uniti; Ministero del Lavoro, Ministero per le Pari Opportunità, Regione
Puglia, Regione Lombardia, Regione Veneto, Regione Toscana, Regione Emilia
Romagna, UnionCamere Puglia, Fiera del Levante, Camera di Commercio Bari;
Confindustria Taranto, Provincia Bari, Provincia Lecce, Provincia Foggia,
Provincia Taranto, Comune Brindisi, Comune Nova Milanese (Monza), Comune
Cerignola, Comune Grottaglie, Comune Gioia del Colle, Comune Andria, Comune
Francavilla Fontana, Comune Faeto, Comune Gallipoli, Comune Verona, Comune
Bari; Comune Taranto, Comune Ruvo di Puglia.
La cerimonia,
presentata da Beppe Convertini, inizierà alle ore 16 presso la Sala Convegni
Tridente (http://www.puglianelmondo.com/) (Inform)
Regione Veneto: riunito il Direttivo della Consulta
Ricordata Angela
Cristina De Oliveira Silva, morta nella sciagura dell’airbus dell’Air France lo
scorso giugno
VENEZIA – Regione Veneto: la programmazione
triennale 2007-2009 in materia di immigrazione sta procedendo verso il suo
completamento con l’attuazione dell’annualità 2009 che dispiegherà i suoi
effetti anche nel 2010. In considerazione però del fatto che il prossimo anno
si chiuderà la legislatura regionale, il Direttivo della Consulta per
l’Immigrazione, riunito a Mestre (Venezia) nella sede di Veneto Lavoro
dall’assessore ai flussi migratori Oscar De Bona, ha deciso di mettere nero su
bianco alcune indicazioni e riflessioni sulle possibili politiche di
accoglienza e integrazione, maturate alla luce dell’esperienza di questi cinque
anni, che saranno raccolte nell’arco di qualche settimana e lasciate come
proposta per la prossima programmazione regionale di settore.
“L’immigrazione in questi ultimi cinque anni
– sottolinea l’assessore De Bona - ha subito un’ulteriore trasformazione
rispetto al passato. Ormai la presenza complessiva degli stranieri in Veneto è
intorno alle 500 mila unità, pari a quasi il 10 per cento della popolazione
veneta. Anche il livello di rappresentanza del mondo degli immigrati si è
progressivamente qualificato e abbiamo lavorato bene nell’ambito della
Consulta, insieme anche ai soggetti pubblici e privati impegnati nel campo
dell’integrazione e dell’accoglienza. Siamo quindi nella condizione ideale per
consegnare alla prossima legislatura idee e suggerimenti su cui poter elaborare
nuove politiche”. La riflessione ha riguardato anche le ricadute negative della
generale situazione di crisi sulle dinamiche economiche e occupazionali. Il
Direttivo ha ricordato, inoltre, Angela Cristina De Oliveira Silva, componente
della Consulta regionale dell’immigrazione, rimasta vittima dell’incidente
dell’airbus dell’Air France all’inizio dello scorso giugno, esprimendo la
volontà di partecipare alle iniziative che saranno promosse per commemorarla.
E domani saranno firmate a Palazzo Balbi,
sede della Giunta veneta, dai rappresentanti delle Conferenze dei sindaci delle
21 Ulss del Veneto le convenzioni relative all’attuazione del Programma di
integrazione sociale e scolastica (anno scolastico 2009-2010) in materia di
immigrazione, alla presenza dell’assessore De Bona (v. Inform
http://www.mclink.it/com/inform/art/09n19307.htm ) (Inform)
TREVISO - Dopo le
elezioni a cadenza triennale, avvenute all’assemblea generale annuale che si è
svolta presso il centro congressi “Antica Postumia” di Vedelago, il consiglio
direttivo neoeletto della Trevisani nel Mondo ha espresso il suo nuovo
organigramma dirigenziale come segue: Giuseppe Zanini è stato
riconfermato all’unanimità e per alzata di mano quale presidente del sodalizio
emigratorio. Si tratta di un fatto eccezionale in quanto questo si ripete per
la nona volta consecutiva, vale a dire che Zanini, dopo 25 anni di presidenza
ininterrotta, si accinge a riassumere tale guida per altri tre anni
Con altrettanta
unanimità è stato confermata la figura di direttore generale con rinnovato
incarico a Riccardo Masini e così dicasi per Lorenzo Sartori. A sua volta
confermati quale vicario cofondatore Tiziani Daltin e vice
presidente Loretta Pizzato , mentre con lo stesso incarico Guido
Campagnolo è entrato ex novo. Di nomina interna Rino Carniel in veste di
referente.
A completare il
quadro di giunta sono Guerrino Maggiotto (con incarico per rimpatriate e
gemellaggi), Gaetano Lanaro e Elena Barbarotto (con incarico per la scuola) ,
mons. Noè Tamati quale consulente ecclesiastico provinciale e mons.
Canuto Toso in quanto fondatore storico e direttore della rivista
omonima. Completano il quadro come componenti del consiglio i membri del
collegio dei probiviri Aldo Benato , Emanuele Mazzarolo e Roberto Zanon ed i
revisori dei conti Algeo Mario e Alessandro Benvegnù. Altri consiglieri sono:
Florio Durante, Cimiero Silvio, Dino Polles, Ampelio Sossai, Angelo Zanatta e
Olivo Zanette
Sono state operate
alcune cooptazioni. In pectore e in attesa di avallo anche altri significativi
inserimenti.
La Trevisani nel
Mondo è nata nel 1973, per l’intuizione di don Canuto Toso seguito da pochi
altri. Artigianale il suo inizio, ma l’immediata uscita di un giornale di
testata omonima, lungamente in modesto bianco-nero e da alcuni anni in 40
pagine formato rivista e a colori, ha rappresentato tramite e reticolo
insostituibili di tutta una tessitura di collegamenti . L’Atm è apparsa da
sempre in prima linea sul campo delle rivendicazioni dei diritti sociali
e umani del conterraneo all’estero, con convegni, conferenze e seminari
formativi ad hoc, per percepire bisogni e richieste, scambi di esperienze,
ricerche sul fenomeno e supporti a tesi tematiche, documenti inviati agli
organi preposti e anche collaborazioni istituzionali a vasto raggio, iniziative
di solidarietà, difesa della cultura e della lingua italiana,
presenze nella scuola con incentivazioni e testimonianze dirette,
rimpatriate, gemellaggi, monumenti, eccetera.
Esprime attualmente una potenzialità di 145
sezioni di cui circa la metà distribuite in provincia e nel territorio
nazionale e le altre dislocate in tutte le parti del mondo. Da dove guardano
alla “ Trevisani” come alla casa di tutti senza preclusioni ideologiche, coma
una capatina in famiglia tra amici comuni..
Nel corso del costruttivo incontro in cui
sono state distribuite le cariche è stato ribadito il riscontro che in questi
36 anni di esperienza l’Atm ha tenuto fede a dei presupposti fondamentali che
le hanno consentito di essere fedele alle indicazioni statutarie, che l’hanno
animata nei valori di partenza e resa libera da ogni vincolo di parte che non
fosse quello della promozione dell’uomo in emigrazione in quanto tale, fermo
restando il richiamo statutario alla matrice cristiana. Riccardo
Masini
Silvio Berlusconi. "Es ist ein schweres Leben"
Italiens Ministerpräsident inzeniert
sich ungeniert als barmherzigen Samariter, der sich selbstlos für sein Land
opfert. Doch langsam regt sich Widerstand: 98.000 Frauen fordern Berlusconis
Festnahme.
Silvio Berlusconi wurde schon vieles
vorgeworfen, doch mangelnde Eitelkeit zählte bislang nicht dazu. Italiens
Premier pflegt sein Aussehen wie sein Image als Frauenschwarm, inszeniert sich
auf der Bühne der Politik als Macher, Macho und Milliardär.
Seit die Verfassungsrichter in Rom ein
Gesetz verwarfen, das den vier höchsten politischen Amtsträgern Italiens
Straffreiheit gewährte, scheint Berlusconi seine Imagepflege noch zu
intensivieren.
Zwei Tage nach dem Urteil startete
Berlusconi seine Werbeoffensive und verkündete gewohnt selbstbewusst, er sei
der "beste Premier aller Zeiten". Weitere drei Tage später gab der
Cavaliere den Startschuss für ein strategisches Imageprojekt.
Mit einer "Taskforce gegen
schlechte Presse", geleitet von der attraktiven Tourismusministerin
Michela Vittoria Brambilla, steuert Berlusconi seither gezielt unliebsamer
Berichterstattung über Italien und seine Person entgegen.
Jüngster Coup der
Berlusconi-Werbeoffensive: ein ausführliches Interview mit dem US-Nachrichtensender
CNN, in dem sich Italiens Regierungschef ungeniert als barmherziger Samariter
inszeniert, der sich selbstlos und pflichtbewusst für sein Land opfert.
"Bei allem was ich tue, bin ich
bereit, Opfer zu bringen", erklärte er dem Fernsehsender. Um das zu
untermauern, ergänzt er: "Ich mache das nicht gern. Überhaupt nicht".
Er fülle das Amt nur aus, weil er die einzige Führungskraft sei, die die
Rechts-Mitte-Koalition zusammenhalten kann.
Dann lamentiert er über dreckige Deals
und die "schamlose" und "kranke" Presse, um zum Schluss zu
kommen: "Es ist ein schweres Leben, wenn man dafür verantwortlich ist, die
Regierung in einem Land wie Italien zu führen".
Dann erhält Berlusconi noch ausführlich
Gelegenheit, seine zahlreichen Fehltritte zu dementieren, um schließlich zu
erklären, dass ihm im Leben noch kein Ausrutscher unterlaufen sei. Nie habe er
dafür bezahlt, dass ihn Frauen begleitet hätten. Nie habe er sich vor anderen
Staatsoberhäuptern blamiert. Alles sei von der Presse erfunden worden, erklärt
der Medienmogul, der mehrere Zeitungen besitzt und fast die Hälfte aller
italienischen TV-Kanäle kontrolliert.
Schließlich gewährt der 73-Jährige auch
noch Einblick in das Geheimnis seines Erfolgs: "Jeder weiß, dass ich
Freundschaften pflege, loyal bin, immer sage was ich denke, keine
Hintergedanken habe, nie etwas verheimliche und offen spreche". Tiefe
Einblicke in die Seele eines Ministerpräsidenten.
In Italien jedenfalls würden viele
Menschen der Selbstcharakterisierung nicht widersprechen. Hier erfreut sich
Berlusconi aller Skandale zum Trotz großer Beliebtheit. "Ich bin nah am
Herzen vieler Italiener", stellt der Cavaliere fest. "Wenn ich
umhergehe ist es beschämend, wie viel Zuneigung sich über mich ergießt."
Doch nicht alle Italiener sind restlos
begeistert von ihrem Premier. Mehr als 98.000 Frauen unterzeichneten bis
Mittwoch eine Petition, die zur Festnahme Berlusconis aufruft. "Dieser
Mann beleidigt uns", heißt es in der vor etwa zehn Tagen von der linken
Zeitung La Repubblica initiierten Petition. Anlass war eine Fernsehdiskussion,
in der Berlusconi die 58 Abgeordnete Bindi als "eher schön als
intelligent" titulierte.
Berlusconi falle mit seinen anzüglichen
Bemerkungen zu Alter und Aussehen von Frauen in eine "Epoche vor dem
Feminismus" zurück, erklärte die Schriftstellerin Lidia Ravera, eine der
Unterzeichnerinnen. Die ehemalige linke Ministerin Giovanna Melandri konterte,
Berlusconi sei "eher groß als gut erzogen".
(Wolfgang Jaschensky, sueddeutsche.de
21)
Neue EU-Vorschläge zum Asylrecht. Wenn Europa die Flucht ergreift
EU-Justizkommissar Barrot will ein
besseres EU-Asylrecht. Aber zugleich wehren EU-Boote Flüchtlinge schon auf
hoher See ab und bestehende Standards werden ignoriert. VON DANIELA WEINGÄRTNER
Jaqcues Barrot ist ein ehrenwerter und
moralischer Mann. Wann immer der für Flüchtlingsfragen und Justiz zuständige
französische EU-Kommissar auf Reisen geht, kommt er ehrlich schockiert zurück.
Zum Beispiel aus einem Flüchtlingslager in Lyon, wo er mit gequälten und misshandelten
Frauen gesprochen hatte. Diese Frauen seien oft viel zu traumatisiert, um den
Beamten im Lager von ihren Erlebnissen zu berichten. Im Asylverfahren müsse
sichergestellt werden, dass ihnen dadurch keine Nachteile für ihren Antrag
erwüchsen, sagte Barrot gestern auf einer Pressekonferenz in Brüssel.
Mit Nachbesserungen beim einheitlichen
Asylverfahren und bei der Definition des Kreises schutzberechtigter Personen
will die Kommission die EU-einheitliche Asylgesetzgebung abschließen. So soll
Verfolgung wegen ethnischer Zugehörigkeit oder Geschlecht stärker
berücksichtigt werden. Der neue Vorschlag zum Asylverfahren beinhaltet, dass
jedem Bewerber "sofort" alle wichtigen Informationen und ein
Rechtsberater zur Seite gestellt werden müssen.
Wie soll das auf hoher See geschehen,
bevor ein Flüchtlingsboot von den Patrouillenbooten der EU-Grenzschutzagentur
Frontex zur Umkehr gezwungen wird? Darauf wusste Barrot keine befriedigende
Antwort zu geben. Auf die Frage, ob nicht die tägliche Praxis in einzelnen
Mitgliedstaaten jedes Bemühen um Mindeststandards torpediere, antwortete Barrot
fast trotzig: "Der Rat hat uns ja selbst beauftragt, hier nachzubessern.
Das Recht auf Asyl ist ein grundlegender Bestandteil des europäischen
Selbstverständnisses. Aber das System kann nur funktionieren, wenn es echte
europäische Solidarität gibt."
Die aber gibt es nicht. Die
Mittelmeeranrainer Griechenland, Malta und Italien fühlen sich chronisch
überfordert von den Hilfesuchenden, die an ihren Küsten landen. Die Länder des
Nordens aber weigern sich, auf freiwilliger Basis Asylbewerber von dort zu
übernehmen.
Griechenland sei derzeit so überlastet,
dass es die Verfahren nicht korrekt durchführen könne, erklärte Barrot. Deshalb
würden einige EU-Länder, darunter Deutschland, von dort anreisende Flüchtlinge
nicht mehr zurückschicken. Eigentlich muss ein Asylantrag in dem Land
bearbeitet werden, wo ein Flüchtling zum ersten Mal EU-Boden betritt. Davon
kann zwar bei extremer Belastung eines Landes abgewichen werden. Griechenland erhalte
aber bereits großzügige Hilfe aus EU-Mitteln. Barrot kündigte an, sich Anfang
November selbst ein Bild über die Lage dort zu machen. "Griechenland muss
die Gesetze befolgen, was es nicht immer tut." Falls nötig, werde er ein
Vertragsverletzungsverfahren einleiten.
Um den Druck zu vermindern, müsse auch
mit den Transitländern verhandelt werden. "In wenigen Tagen", so
kündigte Barrot an, "reise ich zu Gesprächen nach Libyen und Syrien."
Auch mit der Türkei seien Gespräche geplant. Mittelfristig müsse in jedem
Transitland eine Anlaufstelle der UN für Flüchtlinge eingerichtet werden. Taz
22
EU-Asylrecht. Gleiche Chance auf gleichen Schutz
Brüssel. Jacques Barrot geizt nicht mit
großen Worten: "Einen wichtigen Schritt nach vorne" habe die
EU-Kommission gemacht, unterstreicht der EU-Innenkommissar. Er präsentierte am
Mittwoch in Brüssel zwei Gesetzesvorschläge, die sicherstellen sollen, dass
künftig überall in den 27 Mitgliedstaaten der Union gemeinsame Regeln für
Asylverfahren gelten. Die beiden Konzepte "werden entscheidend zu besseren
Schutzstandards, einheitlicheren Rahmenbedingungen in den einzelnen EU-Ländern
sowie einem effizienteren und kohärenteren System beitragen".
Einfacher gesagt: Überall zwischen dem
Schwarzen Meer und dem Atlantik sollen Flüchtlingen nach den gleichen Normen
Schutz erhalten. So soll verhindert werden, dass derselbe Flüchtling in
verschiedenen Staaten eines Europas ohne Binnengrenzen unterschiedliche Chancen
auf Schutz hat.
Bislang bestehen immer noch
beträchtliche Unterschiede in den Asylverfahren der einzelnen Unionsstaaten.
Das führt Barrot zufolge zu einer "Asyl-Lotterie". Mit ihren
Vorstellungen habe die Kommission "die letzten Grundlagen für das
gemeinsame Europäische Asylsystem geschaffen", betonte der Kommissar. Er
sei zuversichtlich, dass aus seinen Vorschlägen, denen das Europäische
Parlament und die Innenminister der einzelnen Mitgliedstaaten zustimmen müssen,
ein Gesetz wird, das spätestens im Jahr 2012 in Kraft tritt.
Verbindliche Liste von sicheren
Herkunftstaaten - Vor allem die Zustimmung der Innenminister gilt aber als
äußerst fraglich. In der Vergangenheit waren ihnen nationale Interessen - etwa
Arbeitsmarkt und Sozialpolitik - stets wichtiger als das gemeinsame
Asylverfahren in einem gemeinsamen Markt. Im einzelnen will die Kommission,
dass künftig innerhalb von einem halben Jahr in erster Instanz über Asylanträge
entschieden sein soll.
Während der laufenden Verfahren sollen
die Antragsteller kostenlosen Rechtsbeistand und Übersetzungshilfen erhalten.
Folteropfern, Minderjährigen und Frauen sollen besonders rücksichtsvolle
Verfahren garantiert werden. Gegen die Asylbescheide der Behörden sollen
Betroffene Rechtsmittel mit aufschiebender Wirkung einlegen können.
Barrots Konzept sieht allerdings nicht
vor, dass eine unionsweit verbindliche Liste von sicheren Herkunftstaaten
formuliert wird. So bliebe - selbst wenn der Kommissionsvorschlag Gesetz würde
- den einzelnen Mitgliedstaaten die Entscheidung überlassen, in welche
Herkunftsländer sie Asylsuchende zurückschicken könnten, weil sie die Nationen
als "sicher" definieren.
Sozialhilfe-Bezug erleichtern
Neben den Asylverfahren will der
EU-Innenkommissar auch die Anerkennungskriterien für Flüchtlinge
vereinheitlichen. Denn vor den Behörden sind derzeit noch längst nicht alle
Flüchtlinge gleich. Sie unterscheiden nach Ankömmlingen, die sich auf die
Leitlinien der Genfer Flüchtlingskonvention berufen können, und solchen, auf
die deren Kriterien nicht zutreffen, obwohl auch sie in ihren Heimatländern von
Folter bedroht sind. Letztere gelten als "schutzbedürftige Personen"
und haben weniger Rechte - etwa kürzere Aufenthaltserlaubnisse - als erstere.
Beseitigen will Barrot neben den
Unterschieden bei den Aufenthaltstiteln auch die in einzelnen Unionsländern
verschiedenartigen Zugänge zur Sozialhilfe, zur medizinischen Versorgung und
zum Erhalt einer Arbeitserlaubnis.
Genau dies dürfte den Regierungen der
Mitgliedstaaten als Eingriff in ihre Kompetenzen nicht gefallen. Deshalb ist zu
befürchten, dass sie - obwohl die EU-Kommission das vorgelegte Konzept in ihrem
Auftrag entwickelt hat - die Vorschläge verwässern werden. VON WERNER BALSEN FR 22
Reporter ohne Grenzen rügen Europa. Pressefreiheit in Gefahr. Italien verlor fünf Plätze auf Rang 49
Demokratische Staaten wie Frankreich,
Italien oder die Slowakei verlieren bei der Pressefreiheit an Boden –
"Reporter ohne Grenzen" sind besorgt. Europa laufe Gefahr, seine
Vorbildfunktion zu verlieren.
BERLIN/PARIS - Die Organisation Reporter ohne Grenzen (ROG)
hat sich besorgt über die Verschlechterung des Schutzes der Pressefreiheit in
mehreren EU-Ländern gezeigt. Es sei beunruhigend, dass "demokratische
Staaten wie Frankreich, Italien oder die Slowakei" in dieser Hinsicht Jahr
für Jahr an Boden verlören, teilte die Organisation am Dienstag bei der
Vorstellung ihrer jährlichen Rangliste zur Pressefreiheit mit.
Europa laufe Gefahr, seine langjährige
Vorbildfunktion zu verlieren. Einige EU-Staaten seien bereits von Demokratien
in Afrika oder Lateinamerika überholt worden. Dagegen schafften es die USA dank
"Obama-Effekt" wieder unter die Top 20.