WEBGIORNALE  26-27  Ottobre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Berlusconi-Sarkozy: lettera all'Ue su immigrazione. «Azioni concrete»  1

2.       Napolitano: "Mai dimenticare che siamo stati emigranti"  1

3.       L’ultimo degli euroscettici cede al Trattato di Lisbona  1

4.       Il Governatore del Lazio Marrazzo si è dimesso. «Piero responsabile, Berlusconi prenda esempio»  1

5.       Inaugurato il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana  2

6.       Francoforte. A Grazia Sperone la 2ª edizione del premio giornalistico “Matilde Serao”  2

7.       Berlino. Un premio per gli studenti italiani in Germania più meritevoli 3

8.       Francoforte. In arrivo la prima esposizione monografica in Germania dedicata a Sandro Botticelli 3

9.       Autonomia dei Consolati. Il dibattito in Commissione Affari Esteri del Senato  4

10.   Al via l'Anno contro povertà ed esclusione sociale  5

11.   In corso a Salerno  la XVIII Convention mondiale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero  5

12.   Jean-Lèonard Touadi, dal Congo alla politica. Nel Pd come simbolo dell'integrazione  5

13.   Geopolitica. Il mondo che verrà, la partita Governance  6

14.   Le Primarie, al di là delle sorti del PD. Il cittadino e la politica  6

15.   Il caso Tremonti scuote il governo. Consiglio dei ministri rinviato, Bossi tuona: "Giulio non si tocca"  7

16.   Sfide riformiste. Ma chi si ricorda dei poveri?  7

17.   Caso Mastella. Il costo collettivo  7

18.   Il commento (di Scalfari). L'aria torbida di fine regno  8

19.   Il caso Marrazzo. Garanzie e trasparenza del ruolo Il chiarimento necessario  9

20.   Marrazzo si autosospende: «Una debolezza privata»  9

21.   Non accolliamo alla Natura i drammi d’Italia  10

22.   E Fini avverte il Cavaliere: rischi la fine del berlusconismo. La possibilità del voto anticipato  11

23.   Fra sesso e mafia, vince il sesso nei media  11

24.   Non può essere solo sfortuna  11

25.   Tasse, come si può ridurle  12

26.   Un'altra tassa che non sarà mai abolita  12

27.   Berlusconi striglia Tremonti sull'Irap  13

28.   Barcone di migranti nel Mediterraneo, possibile respingimento in Libia  13

29.   La scelta di Touadi. Chiocchetti: noi migranti ne siamo fieri 14

30.   Anche la Camera favorevole al regolamento sull’autonomia finanziaria dei Consolati 14

31.   Museo dell’emigrazione. Di Biagio: l’Italia fa i conti con la propria storia  14

 

 

1.       Italian Women in the World alla Convention delle Camere di Commercio Italiane all’estero  15

2.       Italien. Krisengeschüttelt 15

3.       Berlusconi und Putin. Eine geopolitische Männerfreundschaft 15

4.       Italiens Linke wählt neue Spitze. US-Modell oder Good Old Europe  16

5.       Geheimpapier. Italien verhandelte mit der Mafia  16

6.       Italien. Sexskandal erschüttert größte Oppositionspartei 17

7.       Tschechiens Präsident gibt nach. Kompromiss mit EU in Reichweite  17

8.       Afrikanische Staaten vereinbaren Garantien für Flüchtlinge  17

9.       Taliban: Ganz Pakistan ist Kampfgebiet 17

10.   Philipp Rösler, das erste Kabinettsmitglied mit Migrationshintergrund  18

11.   Afghanistan. Was bringt eine Stichwahl?  18

12.   Der Koalitionsvertrag. Das Wichtigste aus 130 Seiten  19

13.   Schwarz-gelber Koalitionsvertrag sorgt für Kritik  19

14.   Neues Kabinett steht. Sie werden Deutschland regieren  20

15.   Das neue Kabinett. Schäuble und die anderen  20

16.   Gastkommentar. Schwarz-gelbe Geisterfahrer 21

17.   Koalitionsgeplänkel. Drei Wochen dünne Suppe  22

18.   Schwarz-Gelb. Der Blindflug des Guido Westerwelle  22

19.   Bundesverfassungsgericht. Karlsruhe stärkt Regierung bei Auslandseinsätzen  23

20.   Analyse: Systemwechsel bei Gesundheit steht bevor 23

21.   Zentralrat der Juden. Das Ende eines Tabus  23

22.   Leitartikel. Unterwegs mit Angela Merkel 24

23.   SPD. Der Zeitgeist steht gegen sie  25

24.   Acht Antworten zur Schweinegrippe. Soll ich mich impfen lassen?  25

25.   Kommentar zum Magna-Einstieg. Das falsche Spiel um Opel 26

26.   Bildung. Özdemir lobt Deutsch-Quote für Problemschulen  26

27.   Pro & Contra. Ist Günter Wallraff ein Aufklärer?  26

28.   Berlin. Auszeichnung für Pfadfinder der Integration. Reuter-Stiftung ehrt zwei Migrantenprojekte  27

29.   Programm gegen Extremismus. Schwarz-Gelb verharmlost Nazigewalt 27

30.   Dietzenbach. Ausländerbeirat will Brunner-Straße  27

 

 

 

 

Berlusconi-Sarkozy: lettera all'Ue su immigrazione. «Azioni concrete»

 

In vista del Consiglio europeo del 29-30 ottobre: «Basta parole. Ora condivisione delle responsabilità»

 

ROMA - «La solidarietà europea non può restare a livello di parole, ma deve tradursi in autentica condivisione delle responsabilità». L'invito, rivolto all'Ue e ai partner europei, è contenuto in una lettera congiunta sull'immigrazione che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno inviato al premier della Svezia Fredrik Reinfeldt, presidente di turno dell'Unione europea, e al presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, in vista del Consiglio Europeo del 29-30 ottobre.

MISURE CONCRETE - Berlusconi e Sarkozy sottolineano che l'immigrazione irregolare, specialmente nel Mediterraneo, rappresenta «una sfida importante» per l'Europa e che il Mediterraneo «costituisce un banco di prova per la credibilità dell'azione europea». I due leader chiedono:

- misure precise per il rafforzamento di Frontex (l'agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne)

- la conclusione di un accordo con la Libia che aiuti Tripoli a controllare meglio i propri confini e a gestire in maniera più efficace gli immigrati

- un'azione europea nei confronti dei Paesi di origine, transito e destinazione dei migranti per contrastare e prevenire l'immigrazione clandestina.

Berlusconi e Sarkozy ribadiscono che la solidarietà europea «non può restare a livello di parole», ma deve «tradursi in autentica condivisione delle responsabilità» e si aspettano che «a partire dal prossimo Consiglio europeo vengano prese decisioni concrete». CdS 23

 

 

 

 

Napolitano: "Mai dimenticare che siamo stati emigranti"

 

Il capo dello Stato interviene all'inaugurazione del Museo dell'emigrazione italiana

Per il Presidente della Repubblica "è stato un capitolo essenziale della nostra storia"

A metà novembre riceverà a Napoli la laurea Honoris Causa in Politiche dell'Europa

 

ROMA - Mai dimenticare che "siamo stati emigranti", mai dimenticare "un capitolo essenziale della nostra storia". Lo ha detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al termine dell'inaugurazione, al Vittoriano di Roma, del nuovo Museo dell'emigrazione italiana. Gli italiani emigrarono con un "flusso straordinario" verso altri paesi, andarono lì "in condizioni durissime che non dovremmo mai dimenticare", ha aggiunto il capo dello Stato. "Accogliamo gli immigrati ricordando la nostra storia".

 

Napolitano ha ricordato che quello dell'emigrazione "è stato un capitolo essenziale della storia dell'italia e nel momento in cui ci apprestiamo a celebrare il 150° anniversario dell'unità non possiamo dimenticare il fatto che nell'italia, seppure unita, tanti italiani non poterono trovare lavoro e modo di vivere e furono costretti a partire". Per il presidente della Repubblica il fenomeno dell'emigrazione degli italiani in altri paesi "è stato prezioso". "Abbiamo seminato tracce della presenza italiana in tutto il mondo e quello che è oggi il patrimonio di simpatia e di amicizia per l'Italia in tutti i Paesi che ho visitato ha il segno di quello che hanno fatto i nostri connazionali quando sono andati là". L'Italia di oggi, dunque, nell'accogliere immigrati e nell'affrontare i problemi connessi all'immigrazione non deve "dimenticare di essere stata un paese di emigrazione".

Il presidente riceve laurea "Honoris Causa" - L'Università degli studi di Napoli L'Orientale conferirà il 14 novembre la laurea honoris causa in "Politiche ed istituzioni dell'Europa" al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A motivo della scelta il contributo di Napolitano, "al perfezionamento e al consolidamento delle istituzioni politiche europee". LR 23

 

 

 

L’ultimo degli euroscettici cede al Trattato di Lisbona

 

Un solo uomo si frappone tra l’Europa del futuro e quella del passato. Un uomo paragonato, forse a torto, a Margaret Thatcher; e che con la ex Lady di ferro condivide il partito, neanche tanto sparuto, degli euroscettici. Un uomo definito, dal suo avversario Vaclav Havel, «molto irresponsabile e pericoloso». Il nome di quest’uomo è Vaclav Klaus, presidente in carica della Repubblica ceca, Paese di appena dieci milioni di anime e il cui inno nazionale recita: «Dov’è la mia casa?»

Oggi Klaus sembra rassegnato a firmare l’odiato Trattato di Lisbona, l’accordo ”di seconda scelta” reso inevitabile dal fallimento della Carta fondamentale, abbastanza macchinoso e complicato da rendere la sua strada difficile e perigliosa. Quando lo farà, anche la Repubblica ceca entrerà a pieno titolo nella nuova “casa” europea.

Tutti i Paesi dell’Ue hanno ratificato questo documento, che prevede tra le altre cose la nomina di un Presidente europeo e la decisione a maggioranza in molti campi. Manca soltanto la ratifica di Praga, e la firma di Klaus in calce al Trattato. Klaus aveva tentato di rinviare la data fatidica adducendo, come scusa, il referendum indetto in Irlanda. Alla fine, anche l’Irlanda ha detto “sì”. E pure la riottosa Polonia si è dovuta piegare alla ratifica.

L’ultimo disperato tentativo di Klaus è stato di chiedere una clausola di opt-out, di deroga dell’ultimo minuto dalla Carta dei diritti, inclusa nel documento. E tutto perché il presidente temeva che i tedeschi espulsi dopo la Seconda Guerra mondiale avrebbero potuto chiedere risarcimenti o il reintegro delle proprietà perdute. La mossa dilatoria è stata vincente. La Slovacchia, teatro di una simile espulsione di massa, si è precipitata a minacciare il veto a una simile scappatoia, che aprirebbe contenziosi legali a non finire.

Ora, la presidenza svedese dell’Unione sembra decisa a concedere a Klaus l’agognata clausola, che gli concederebbe di salvare la faccia. Secondo gli ultimi sondaggi, il 65% della popolazione, per quanto strano possa sembrare, appoggia le rivendicazioni del suo presidente. Ancora non è chiara la formulazione precisa della scappatoia offerta a Praga, ma una volta superato questo scoglio, il Trattato entrerà finalmente in vigore. E la Svezia vuole immediatamente dedicare le proprie energie a un accordo sul futuro presidente della Ue. Un posto ancora vacante e che alcuni vorrebbero, non senza polemiche, assegnare a Tony Blair. Il compromesso, salvo sorprese dell’ultima ora, potrebbe salvare la costruzione europea, giunta ormai all’ingovernabilità con 27 stati membri che operano ancora secondo la vecchia normativa del Trattato di Nizza. Ma che amarezza. «Ogni volta che sento che qualcuno sta giocando questa carta mi sembra che la guerra non sia mai finita», ha detto alla rivista Time lo storico Jaroslav Rudis, autore di libri sui tedeschi espulsi nel dopoguerra. E’ come se Klaus venisse «da un altro pianeta». RICCARDO DE PALO IM 24

 

 

 

Il Governatore del Lazio Marrazzo si è dimesso. «Piero responsabile, Berlusconi prenda esempio»

 

D’Alema: «I comportamenti privati hanno rilevanza pubblica». Franceschini: Marrazzo doveva dimettersi

 

ROMA - Lui, Marrazzo, al telefono non s’è fatto trovare per tutta la mattinata. Hanno chiamato in tanti dal Pd, Franceschini, Bersani Marino, Zingaretti, Gentiloni, Fioroni. Il tempo, il governatore del Lazio l’ha usato per meditare con se stesso, affrontare una situazione da tetto che ti crolla addosso, stendere il comunicato con il quale annunciare che non è più presidente di Regione. Ma la mattinata dei democratici era cominciata che peggio non si potrebbe. In giro per l’ultimo giorno di campagna primarie, dirigenti e supporter sentivano irritazione, «chiunque si avvicinava ripeteva lo stesso concetto, “non è che possiamo attaccare Berlusconi per le escort e se poi ci casca uno dei nostri non si fa niente”», raccontava Paolo Gentiloni che se n’era andato fino a Montesacro per mercati a sostenere Franceschini. A completare il quadro, una messe di dichiarazioni di solidarietà dal Pdl a base di garantismo peloso (Cicchitto, Maroni, Lupi), e la situazione rischiava di ingarbugliarsi. Se ne sono accorti al Pd, e son corsi ai ripari. Capovolgendo il quadro. «Dobbiamo subito far capire che se Berlusconi nonostante escort e affini rimane dov’è, anzi invoca silenzio e impunità, da noi, nel Pd, questo non avviene», ha dettato la linea Dario Franceschini, al punto di trovare non proprio reticente ma comunque non all’altezza la dichiarazione di autosospensione di Marrazzo. «Bisogna dire chiaro che si dimette», martellava il segretario che punta alla riconferma, «tanto, si voti a gennaio piuttosto che a marzo o viceversa, se non siamo chiari e tentenniamo, gli elettori ci puniscono lo stesso».

E partiva la controffensiva democratica. Tra i più espliciti Massimo D’Alema: «I comportamenti privati di un uomo pubblico hanno una rilevanza pubblica. Penso che questo principio valga per tutti: per il presidente del Consiglio come per il presidente della Regione Lazio. Apprezzo la sensibilità dell’uomo pubblico che si è reso conto che la sua posizione era diventata insostenibile». E Gentiloni: «Chi esercita responsabilità pubbliche di rilievo non può essere vulnerabile ad attacchi e manovre ricattatorie sui suoi comportamenti privati». E Chiti: «Un comportamento come quello di Marrazzo nei Paesi democratici è la regola, la destra non continui a far finta di non capire». N.B.M. IM 25

 

 

 

 

Inaugurato il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana

 

Un mix di tradizione e offerta multimediale per raccontare le nostre comunità

Mantica : “Vogliamo far conoscere agli italiani e in particolare ai giovani, la  storia e la realtà dei nostri connazionali all’estero”.Nicosia: “Il Vittoriano rappresenta i simboli che sono insiti nell’emigrazione, parlo dell’identità italiana e della patria”

 

  ROMA - Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed il Presidente della Camera Gianfranco Fini, insieme al ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi  e al sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, hanno inaugurato a Roma, presso il Complesso Monumentale del Vittoriano, il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana. Un’esposizione a 360 gradi che propone, anche con supporti multimediali,  la storia dell’emigrazione italiana dalla fine del 1800 sino ai giorni nostri. Un percorso storico cronologico che parte dunque dalle migrazioni pre- unitarie per arrivare, dopo le grandi diaspore di fine ottocento e a cavallo fra i due conflitti mondiali, ai nuovi flussi del secondo dopoguerra e all’attuale realtà degli italiani nel mondo viene inquadrata dal 1977 ai giorni nostri. Nella mostra il visitatore troverà sia le testimonianze tangibili della nostra emigrazione, come le classiche valigie di cartone, i cimeli di famiglia, le cartoline e le fotografie ingiallite  o i test utilizzati per saggiare le capacità cognitive dei nostri migranti al momento del loro arrivo in terra straniera, sia moderni supporti interattivi e multimediali che permettono al pubblico di ascoltare la musica degli emigranti, di guardare i video storici delle Teche Rai o di individuare, fra le liste d’imbarco dei piroscafi carichi di connazionali che partivano dal porto di Genova, l’eventuale presenza dei propri discendenti. Tra le testimonianze che colpiscono segnaliamo l’avviso del prefetto di Castel Franco Veneto che nel 1896 vietava ai cittadini “qualsiasi operazione di emigrazione verso il Brasile” dove gli italiani avrebbero di fatto sostituito gli schiavi, il modellino del transatlantico “Roma” varato nel 1926, gli spartiti dei canti dell’emigrazione o il libro di ricette “La cucina napoletana per golosi o buongustai”.

  La mostra è anche arricchita da un variegato carteggio del Mae sugli avvenimenti che hanno coinvolto gli italiani all’estero e la nostra rete diplomatico – consolare. Nell’ultima parte del museo troviamo infine , oltre ad una nutrita libreria con 500 volumi sull’emigrazione che può essere consultata liberamente dal pubblico, una sezione sull’immigrazione in Italia con  60 scatti dedicati ai diversi volti degli stranieri che vivono e lavorano nel nostro paese. Un aspetto, quello della presenza degli immigrati Italia, che è stato affrontato il Presidente Napolitano. “Oggi che accogliamo gli immigrati e siamo diventati un paese di grande immigrazione - ha spiegato il Capo dello Stato - non dovremmo mai dimenticare di essere stati un paese di emigrazione. Abbiamo seminato le tracce della presenza italiana in tutto il mondo. - ha proseguito il Presidente  - Quello che oggi e’ il patrimonio di simpatia e di amicizia per l’Italia, in tutti i Paesi che io ho visitato, ha anche il segno di quello che hanno fatto i nostri emigrati quando sono andati all’estero’’.

  Secondo il ministro degli Esteri Franco Frattini la nascita del Museo nazionale dell’Emigrazione Italiana ha un duplice significato:  “riconoscere il ruolo e dare senso al sacrificio esistenziale di molti nostri connazionali del passato e essere il luogo dove risuona il monito per molti connazionali nel mondo,  soprattutto oggi che l’Italia è cambiata, affinché sentano chiaro un senso di appartenenza ad un’Italia che li considera parte di un sistema allargato e coordinato, che li riconosce come un patrimonio capace di aiutare l’immagine italiana a crescere”

  “ A questi italiani che da lontano hanno contribuito a creare quello che siamo oggi,  - scrive nella prefazione del Catalogo della mostra il ministro Bondi - è dedicato questo museo che riconosce nell’esperienza migratoria un elemento fondamentale dell’identità nazionale”        

  Durante la conferenza stampa il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica ha spiegato come la Mostra, in pratica il primo evento promosso dal Comitato per i 150 dell’Unità d’Italia, diverrà, dopo il 2011, un esposizione itinerante. La ricca documentazione del museo sarà infatti esposta sia nei paesi del mondo dove si registra una maggiore presenza dei nostri connazionali, sia presso le variegate realtà regionali italiane in cui  questa materia è approfondita da 54 musei locali . Mantica ha inoltre sottolineato come il museo, grazie al materiale video e musicale già catalogato ed a quello ancora da raccogliere e recuperare  presso le collezioni private,  potrebbe affiancare all’attività espositiva quella di ricerca, divenendo un centro nazionale per lo studio dell’emigrazione.

  Ma secondo il sottosegretario la vocazione itinerante della mostra dovrebbe interessare solo una quota parte dell’imponente materiale raccolto. “ Una mia missione – ha infatti precisato Mantica - è quella di far restare al Vittoriano la mostra, perché questo monumento ha un valore particolare, in quanto simbolo della nostra patria e dell’unità d’Italia… Il Vittoriano - ha proseguito il sottosegretario  - è visitato ogni anno da circa un milione di persone. Molti di questi sono studenti delle scuole medie ed elementari ed è soprattutto per loro che io ho voluto realizzare questa mostra. Il mio obiettivo è infatti quello di far conoscere agli italiani e in particolare ai giovani, anche per questo l’esposizione è ricca di postazioni interattive e di video, l’esistenza della  storia e della realtà degli italiani all’estero. In questa direzione va anche la mia idea che prevede, in caso di reperimento di fondi adeguati, la realizzazione di un piccolo libro, formato dai contenuti dei pannelli storici della mostra e da specifiche testimonianze fotografiche, da distribuire nelle scuole italiane”. Dopo aver ricordato il prezioso apporto alla mostra degli archivi storici del Mae, Mantica, ha espresso la propria gratitudine all’associazione Italian American Museum che gli ha recentemente conferito il premio Ambasciatore Medal per il suo impegno in favore della promozione della cultura italiana nel mondo.   

  “Questa mostra - ha spiegato Alessandro Nicosia, direttore del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana - nasce da un’esigenza forte. Se ne parlava da tanti anni, ma mancava un punto di riferimento, una casa comune dell’emigrazione nel nostro paese. Vi erano tantissimi musei regionali, 75 a livello locale, ma non esisteva un momento di coagulo, un monitoraggio e un punto di riferimento per tutti. Il Vittoriano era il luogo più idoneo ad ospitare la mostra perché questo monumento rappresenta ed è portatore dei simboli che sono insiti nell’emigrazione parlo dell’identità italiana e della patria. Voglio inoltre ricordare che nel colonnato del Vittoriano vi sono  16 sculture rappresentanti le regioni che furono fatte nel 1911 in occasione dell’inaugurazione del complesso monumentale e non è un caso che l’emigrazione italiana abbia una forte base regionalista.

  Questo museo – ha proseguito Nicosia – ha un percorso storiografico con cinque sezioni che però, poiché il fenomeno va letto nella sua interezza e nella  logica dei 150 anni dell’Unità d’Italia, servono solo a mettere ordine. In ogni caso credo che non si possa leggere la nostra storia senza aprire un focus sull’emigrazione, perché 29 milioni di persone che lasciano il nostro paese rappresentano un dato imbarazzante. E’ chiaro – conclude Nicosia - che abbiamo dovuto realizzare un’esposizione con logiche molto moderne, per cui pannelli metodologicamente inattaccabili, un Comitato scientifico prestigioso, tanta medianità, virtualità, film e molte istallazioni scenografiche che a prima vista possono sembrare banali, ma che possiedono un valore simbolico e aiutano a sensibilizzare, attraverso una comunicazione integrata, il grande pubblico popolare del Vittoriano.

Goffredo Morgia - Inform

 

 

 

 

Francoforte. A Grazia Sperone la 2ª edizione del premio giornalistico “Matilde Serao”

 

Francoforte - Il Museo Storico di Francoforte sul Meno ha ospitato sabato 24 ottobre, alle ore 15:00, la 2ª edizione del premio giornalistico “Matilde Serao”. Ad aprire i lavori è stata la direttrice del giornale «Clic Donne 2000», Marcella Continanza, che ha ideato e organizzato il premio, con il patrocinio della presidenza della Regione Campania. Un premio, questo – ha evidenziato la Continanza –, che vuole onorare la memoria della nota giornalista napoletana, fondatrice de «Il Mattino» e scrittrice di grande valore, proponendosi di privilegiare l’importanza e la serietà di un certo tipo di giornalismo, restituito alla sua vera funzione ossia a quella di “informare”.

     È stato ricordato, inoltre, come la 1ª edizione, tenutasi nell’ottobre del 2008, durante la Buchmesse, all’Hotel Maritim, in occasione del decennale di «Clic Donne 2000», alla presenza del Console Generale d’Italia, ministro Bernardo Carloni, e di vari editori e giornalisti, avesse già riscosso un notevole successo e come sul premio stesso si fossero pronunciati favorevolmente il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rilevandone il prestigioso contributo culturale e sociale, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e Domenico De Sossi, presidente della FUSIE.

     Anche quest’anno il premio ha attirato l’attenzione di varie autorità, che sono intervenute, tra cui la dott.ssa Maria Cristina Ruggeri del Consolato Italiano di Francoforte, la dott.ssa Marina Demaria, consigliere comunale dei Verdi, Teresa Baronchelli da Friburgo e numerosi esponenti della stampa locale, cui sono stati donati dalla ditta “Arreditalia” di Santa Maria La Carità (NA) degli orologi in ceramica per ricordare questa 2ª edizione.

     Nel corso della manifestazione sono stati letti i vari telegrammi di auguri, giunti in redazione nei giorni precedenti, del sindaco di Napoli, Rosa Iervolino Russo, che plaude «al rilevante appuntamento, ma soprattutto all’interessante attività editoriale», formulando i suoi migliori complimenti; dell’on. Franco Narducci della Circoscrizione estero dell’Europa, già partecipante alla 1ª edizione, di Anna Santoliquido, presidente del Movimento Internazionale “Donne e Poesia” di Bari, secondo la quale «il premio giornalistico “Matilde Serao” suggella un patto con il passato, stimolando la riflessione su tematiche attuali e in divenire», di Giovanna Li Volti Guzzardi, presidente dell’ALIAS, da Melbourne; e, in ultimo, ma non meno importante, quello del presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino, che ha espresso le sue più calorose e sentite felicitazioni. Particolarmente emozionante è stata poi la lettura di una poesia intitolata “Gioielli”, scritta dalla Serao stessa e tratta da “Mosconi in giro”, fatta gentilmente pervenire da un collega de «L’Espresso», affinché fosse reso noto anche il lato poetico della giornalista napoletana.

Allietato dagli intermezzi musicali della giovane arpista Merle Meyer, l’evento si è, infine, concluso con la consegna di una targa d’argento, offerta dalla presidenza della Regione Campania, alla vincitrice del premio, Grazia Sperone.

Alessandra Dagostini, de.it.press

    

 

 

Berlino. Un premio per gli studenti italiani in Germania più meritevoli

 

Le domande di partecipazione entro il 30 novembre – Sul sito dell’Ambasciata

http://www.ambberlino.esteri.it/Ambasciata_Berlino il bando del concorso

 

Berlino - Incentivare l’impegno degli alunni italiani che frequentano la scuola tedesca, sensibilizzare la loro coscienza del valore e del successo scolastico quale strumento di realizzazione umana e professionale, nonché motivare le famiglie, in particolare, i genitori, a seguire il percorso formativo dei propri figli incoraggiandoli a perseguire traguardi elevati: questi gli obiettivi del Premio annuale istituito del presidente della Repubblica rivolto agli studenti italiani più meritevoli che risiedono in Germania.

Il premio – si legge nel bando – è nato quale riconoscimento dell’impegno scolastico dei ragazzi italiani in una Paese in cui le difficoltà scolastiche della nostra collettività rappresentano da anni uno dei principali ostacoli alla sua piena integrazione. Allo stesso tempo, con esso si vuole dare un segno di attenzione per le nuove generazioni, manifestare l’importanza dello sforzo nello studio e del sostegno delle famiglie per il futuro professionale dei ragazzi e per il progresso dell’Italia, della Germania e dell’Europa.

La partecipazione al premio è completamente gratuita. Possono concorrere al premio tutti gli alunni italiani che frequentano la scuola tedesca di ogni ordine e grado dalla seconda elementare alla Maturità (n. 12 classi), iscritti all’anagrafe consolare e/o all’AIRE, ad esclusione dei figli di dipendenti pubblici in servizio temporaneo in Germania.

Condizione per partecipare è di aver ottenuto, nella pagella dell’anno scolastico 2008/2009, la media compresa tra 1,0 e 2,5 o il giudizio complessivo di "sehr gut" (ottimo) o "gut" (buono), e voti in tedesco e matematica tra 1,0 e 3,0.

Le famiglie dovranno inviare alla nostra Ambasciata a Berlino la fotocopia delle pagelle degli anni scolastici 2008/09 e 2007/2008. I partecipanti sono invitati ad inviare anche un piccolo testo in italiano (10-20 righe) sulla loro esperienza di studio e sui suggerimenti che darebbero ad altri ragazzi su come riuscire meglio a scuola. Le pagelle dovranno pervenire all’Ambasciata entro il 30 novembre prossimo.

L’Ambasciata procederà all’esame delle pagelle dell’anno scolastico 2008/2009 inserendo i dati in un programma informatico di calcolo e confronto delle votazioni riportate nelle singole materie per identificare gli alunni con la migliore media di voti, nell’ambito di ciascuna classe e ordine di istituzione scolastica , ripartiti per aree regionali. A tutti gli alunni che, con la media di voti più alta nel Land, nell’ordine di scuola e nella classe di appartenenza, si saranno qualificati per la preselezione, sarà consegnato un attestato di merito.

Le pagelle dei qualificati nella preselezione verranno poi valutate per la selezione finale, attraverso il confronto del miglioramento tra la media matematica delle votazioni riportate nell’anno scolastico 2008/2009 rispetto a quella dell’anno scolastico 2007/2008. I cinque alunni che avranno registrato il successo maggiore nel miglioramento del profitto verranno selezionati per il premio e invitati il prossimo autunno, assieme ai direttori delle rispettive scuole, nell’Ambasciata d’Italia, dove l’Ambasciatore consegnerà, a nome del Presidente della Repubblica, le medaglie appositamente coniate. Ciascuno dei premiati riceverà anche un premio in denaro del valore di 500 euro. (aise)

 

 

 

 

 

Francoforte. In arrivo la prima esposizione monografica in Germania dedicata a Sandro Botticelli

 

Francoforte - Dal 13 novembre 2009 fino al 28 febbraio 2010 il Museo Städel presenta la prima esposizione monografica dedicata a Sandro Botticelli (1444/45-1510) in area di lingua tedesca. Partendo dalla sua monumentale “Immagine ideale femminile”, una delle principali opere della collezione del Museo Städel, la mostra espone, circa 500 anni dopo la morte di Botticelli (17 maggio 1510), numerose opere appartenenti alle diverse fasi artistiche del più grande Maestro italiano del Rinascimento. Nella prima parte, i ritratti e le rappresentazioni allegoriche mostrano come l’artista fosse padrone di queste tecniche e le arricchisse con nuovi impulsi personali. Al centro della seconda parte vi sono le famose rappresentazioni mitologiche di divinità ed eroine simbolo delle qualità femminili, mentre nella terza sezione l’esposizione dà rilievo alla ricchissima produzione di immagini religiose. La mostra, che espone più di quaranta opere di Botticelli e della sua bottega, propone una vasta selezione dei lavori dell’artista, conservati in tutto il mondo. Gli altri quaranta, tra cui le opere di pittori contemporanei come Andrea del Verrocchio, Filippino Lippi o Antonio del Pollaiuolo, collocano le preziose creazioni di Botticelli nel contesto storico della loro produzione. L’esposizione è stata realizzata grazie alla concessione di straordinarie opere provenienti dalle più importanti pinacoteche europee e americane. Tra queste sono da annoverare gli Uffizi di Firenze, il Louvre di Parigi, The National Gallery di Londra, le Gemäldegalerie (le pinacoteche) di Berlino e Dresda, il Metropolitan Museum di New York e infine The National Gallery of Art di Washington.

La mostra è realizzata grazie al sostegno della Fondazione Commerzbank.

Sandro Botticelli è diventato il simbolo per eccellenza del Rinascimento italiano. La gracile bellezza, l’elegante grazia e la particolare magia delle sue melanconiche immagini, fanno dell’opera di Botticelli l’incarnazione dell’arte fiorentina nell’età d’oro, ai tempi del governo della famiglia de’ Medici con Lorenzo il Magnifico. Botticelli, che iniziò a lavorare come orafo e poi assolse il suo apprendistato nella bottega di Fra Filippo Lippi, divenne, insieme al Ghirlandaio, Verrocchio e i fratelli Pollaiuolo, uno dei pittori di maggior successo nella Firenze della seconda metà del Quattrocento. A partire dal 1470 riuscì ad assicurarsi gli appalti pubblici di maggior prestigio confermandosi così quale pittore di grandi pale d’altare. Ancora in vita, Botticelli godeva del favore della famiglia de’ Medici e del loro seguito. Nella realizzazione dei loro desideri di forme di decorazione pittoriche innovative, il Maestro poteva rifarsi tanto alla sua conoscenza delle tradizioni pittoriche fiorentine e di quelle dell’arte antica, quanto anche ai concetti e suggerimenti concreti suggeriti dal circolo di umanisti che orbitavano intorno alla figura di Lorenzo de’ Medici. Come pittore di tavole e di affreschi Botticelli godeva del massimo della stima anche oltre i confini della sua città, tanto da essere annoverato tra i pittori che Papa Sisto IV (1481) chiamò a decorare la Cappella Sistina a Roma. Ma soprattutto il suo stile più tardivo e tanto discusso, dà massimo risalto ai dettagli caratteristici del suo personalissimo tratto. Influenzato dalla tecnica del disegno - la mostra vanta una selezione di schizzi preparatori di inestimabile valore - Botticelli esprime la sua passione per la rappresentazione di figure dai tratti marcati, in grande movimento e che movimentano la scena con molti gesti e in questo modo, piuttosto che sistemarle in spazio e volume, le delinea con linee e sezioni di superfici. La sua pittura quindi si distingue fin dai primissimi anni di attività dalla concorrenza e dai correnti crismi teorici. Questo è uno dei motivi per i quali la ricerca degli storici dell’arte, che dall’inizio del 1900 ha dedicato a Botticelli numerose monografie e studi, riconosce a questo maestro, anche 500 anni dopo la sua morte (17 maggio 1510), una posizione assolutamente privilegiata.

Punto di partenza e centro della esaustiva mostra comprensiva di diversi generi è un’opera della collezione del Museo Städel famosa non solo a Francoforte: il ritratto ideale di una giovane donna, che può probabilmente essere identificata con Simonetta Vespucci, l’amante-dama del torneo, il fratello di Lorenzo il Magnifico, Giuliano de Medici. In questo ritratto non si tratta tanto di un’immagine realistica, quanto piuttosto dell’ideale di una donna riflessa anche nella poesia dell’epoca, che si distingue per la sua perfetta bellezza e per l’altrettanto perfetta virtù. Questo ideale non si contrappone a quello dell’antichità: la bella donna indossa infatti un gioiello al collo che si rifà in maniera evidente ad una pietra antica rappresentante Apollo e Marzia, che può anch’essa essere ammirata nella mostra. A Francoforte il famoso ritratto di Giuliano della National Gallery of Art di Washington dipinto da Botticelli sarà messo a confronto con quello della sua amante Simonetta. Entrambi i dipinti si trovano al centro della prima parte della mostra che è dedicata all’arte pittorica di Botticelli e a celebri esempi che mostrano il gioco alterno tra la norma sociale e la forma artistica, così come tra le diverse convenzioni del ritratto maschile e femminile.

 

La seconda sezione della mostra è dedicata ai quadri mitologici di Botticelli, che appartengono alle prime creazioni dell’artista. Gli Uffizi di Firenze, che custodiscono la più vasta e importante collezione di opere del Botticelli di tutto il mondo, hanno tra l’altro offerto il loro contributo alla mostra di Francoforte con una delle opere più conosciute dell’artista: il famoso dipinto Pallade e il centauro, quadro mitologico monumentale, che si trova nello spazio dedicato ai ritratti medicei. Insieme alla Primavera di Botticelli; un tempo l’opera era affissa nella stanza da letto di un palazzo fiorentino appartenente ad una famiglia di banchieri. Minerva, qui con la sua saggezza e virtù, riesce a domare il selvaggio centauro, (alla presenza della quale sacrifica le sue passioni). Il dominio e il controllo delle emozioni è un tema centrale della filosofia antica e – in unione con il pensiero cristiano – anche del Rinascimento. Tra i pittori questi motivi hanno trovato in Botticelli il loro più congeniale interprete. Nello stesso tempo la dimensione politica e la relazione con la famiglia committente sono simbolicamente presenti nella forma di anelli di diamante incrociati uno nell’altro sulla veste di Minerva, i quali rappresentano l’emblema dei Medici. Un’altra importante immagine femminile nell’opera dell’artista fiorentino è la Venere. Nella sua Venere, rappresentata a grandezza naturale nella Pinacoteca di Berlino, Botticelli ripropone la figura centrale, esposta negli Uffizi, della Nascita di Venere (non disponibile in questa mostra), che il pittore ha isolato dal contesto scenico e ha posto su uno sfondo nero. In questo modo Botticelli ha realizzato una delle prime monumentali rappresentazioni di nudo femminile della pittura tardo-antica.

 

La terza sezione della mostra è dedicata infine alle immagini religiose di Botticelli. Accanto ai ritratti e alle scene mitologiche si trovano soprattutto molte rappresentazioni della Madonna, a cui Botticelli deve fino ad oggi la sua fama. Secondo la rappresentazione biblica Maria, tra i santi, è l’idealizzazione della donna: la più virtuosa e allo stesso tempo la più bella, (la sposa cantata nelle lodi religiose). La mostra di Francoforte, accanto a molte altre opere che vanno dai primi lavori sotto l’influsso del suo maestro Fra Filippo Lippi fino allo stile tardo, espone una delle più belle Madonne di Botticelli: Vergine adorante il bambino. Nel quadro proveniente dalla National Gallery of Scotland di Edimburgo, la cui brillante cromaticità è stata riportata alla luce un paio di anni fa grazie ad un restauro, la fisionomia della Madonna si conforma allo stesso ideale tipo di femminilità che il pittore ha sviluppato per i ritratti ideali e per le dee dell’antichità. Andando avanti nella sezione si possono ammirare i quadri narrativi, tra cui un affresco dell’Annunciazione che una volta si trovava nell’ingresso dell’Ospedale di San Martino alla Scala e che oggi viene custodito negli Uffizi a Firenze. Non solo la grandezza imponente dell’affresco (243x550 cm), ma anche la sua qualità pittorica, testimonia lo straordinario valore di Botticelli nella tecnica dell’affresco. Il punto chiave e l’apice della mostra è rappresentato dalle quattro tavole con scene di vita di San Zenobio, uno dei primi arcivescovi e santo Patrono di Firenze. Custodite separatamente nei musei di Londra, Dresda e New York, sono state nuovamente riunite in occasione di questa mostra. Annoverate tra le più importanti creazioni della sua maturità e tra i suoi ultimi lavori, queste tavole denotano l’inconfondibile eredità artistica di Botticelli.

 

Luogo della mostra: Städel Museum, Schaumainkai 63, 60596 Frankfurt

Durata della mostra: 13 novembre 2009 – 28 febbraio 2010

Orari di apertura: martedì, venerdì fino a domenica dalle ore 10.00 alle 18.00, mercoledì e giovedì dalle ore 10.00 alle ore 21.00

Informazioni: www.staedelmuseum.de, info@staedelmuseum.de

Telefono +49 (0)69-605098-0, Fax +49 (0)69-605098-111

Ingresso: martedì-giovedì: 10 Euro, ridotto 8 Euro, biglietto famiglia 20 Euro; sabato e domenica: 12 Euro, ridotto 10 Euro, biglietto famiglia 20 Euro; ingresso gratuito per bambini fino ai 12 anni. Biglietti ingresso online: www.arttourist.com, tickets@arttourist.com. (de.it.press)

 

 

 

 

 

Autonomia dei Consolati. Il dibattito in Commissione Affari Esteri del Senato

 

ROMA  - Nella seduta di mercoledì, in Commissione Affari Esteri del Senato è proseguito l’esame dello schema di decreto del Presidente della Repubblica sul "Regolamento di semplificazione recante norme in materia di autonomia gestionale e finanziaria delle rappresentanze diplomatiche e degli uffici consolari di I categoria del Ministero degli affari esteri". Dopo che la scorsa settimana il senatore Amoruso (Pdl) da relatore ne aveva illustrato gli articoli – 40 – ieri alla presenza del sottosegretario Craxi i senatori hanno chiesto chiarimenti soprattutto sull’articolo che dà la possibilità ai Consoli di chiedere sponsorizzazioni. Ipotesi, ha chiarito loro Amoruso, che di fatto dà agli stessi una "vantaggiosa opportunità" cioè quella di "avvalersi di contratti che consentono la realizzazione di iniziative altrimenti non possibili, quali restauri di opere d'arte ed organizzazione di eventi".

Di diverso tenore l’intervento del senatore Micheloni (Pd) che ha voluto far presente che "al di là di interventi settoriali sulla rete diplomatico e consolare, come quello che stiamo esaminando, manca ancora l'istituzione di un tavolo di confronto tra Parlamento e Governo sul tema complessivo della ristrutturazione degli uffici all'estero. Vi ricordo – ha aggiunto, rivolto ai colleghi - che il tema è estremamente sentito presso la collettività italiana e che è stato oggetto di specifica attenzione nella riunione della Commissione continentale per l'Europa del Consiglio generale per gli italiani all'estero, conclusa nei giorni scorsi a Barcellona".

Rispondendo a Micheloni, Bettamio (Pdl) ha sostenuto che "l'assetto della rete diplomatica deve essere valutato a livello mondiale, tenendo conto delle esigenze dei paesi emergenti". Quanto alle sponsorizzazioni, il senatore ha sottolineato che "numerosi eventi ed iniziative sono possibili solo mediante l'apporto di capitali esterni e venendo incontro ad esigenze avvertite presso i paesi stranieri. Ricordo, a tal proposito, l'istituzione di un'apposita sede per la Camera di commercio italo-brasiliana".

Rimanendo in tema, Perduca (Pd) ha osservato che "sarebbe stato preferibile individuare una soglia oltre la quale rendere necessaria l'autorizzazione ministeriale per la sottoscrizione del contratto di sponsorizzazione. Ciò anche alla luce dell'esigenza di una valutazione del soggetto da cui i fondi dovrebbero essere erogati".

Ultimo ad intervenire, il senatore Peterlini (Udc) ha prima preannunciato il voto favorevole sulla proposta di parere formulata dal relatore, anche dal punto di vista della possibilità di sottoscrizione dei contratti di sponsorizzazione e poi sottolineato che "un problema rilevante per la rete degli uffici all'estero è costituito dalla non unificazione in un'unica struttura di istituti che si occupano della promozione commerciale e culturale dell'Italia".

È toccato al sottosegretario Craxi rispondere alle osservazione dei senatori, ricordando a Peterlini che "in Giappone mediante lo strumento delle sponsorizzazioni è stata possibile la realizzazione di numerose e proficue manifestazioni per promuovere l'impresa italiana" e che "la razionalizzazione degli istituti di sostegno economico dell'Italia all'estero è possibile, anche dal punto di vista logistico, solo ove le condizioni ambientali lo consentano".

Rispetto all'ipotesi-soglia prospettata da Perduca, il sottosegretario ha fatto presente che "anche un'eventuale valutazione ministeriale della sottoscrizione di un contratto di sponsorizzazione non potrebbe che fondarsi sugli elementi forniti dagli uffici all'estero".

A Micheloni, infine, il sottosegretario ha "confermato l'impegno del Governo a riferire sollecitamente al Parlamento sul processo di ristrutturazione della rete diplomatica e consolare in via di elaborazione e definizione".

Passando al voto, la Commissione ha approvato la proposta di parere favorevole con osservazioni formulata dal relatore, che qui riportiamo.

"La Commissione, esaminato lo schema di decreto in titolo, esprime parere favorevole, osservando tuttavia che:

 

1. Circa la struttura della rendicontazione, si ritiene opportuno evitare di prevedere procedure differenziate a seconda delle sedi, dal punto di vista formale, in un'ottica di semplificazione; appare inoltre importante che siano evidenziati per tutti gli uffici, al momento della chiusura del bilancio consuntivo, non solo i risultati dalla gestione finanziaria, ma anche il risultato di amministrazione che fa stato della situazione complessiva debitoria e creditoria.

2. Per quanto riguarda le sponsorizzazioni, nella consapevolezza che si tratta di un aspetto di grande delicatezza, si ritiene opportuno non assoggettare l’accettazione della sponsorizzazione ad espressa autorizzazione ministeriale, privilegiando le valutazioni compiute dal titolare dell'Ufficio in loco". (aise)

 

 

 

 

 

Al via l'Anno contro povertà ed esclusione sociale

 

L'Unione europea ha proclamato il 2010 "Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale": il programma verrà presentato con una conferenza che si svolgerà a Bruxelles il 28 e 29 ottobre dal titolo "La povertà, tra percezione e realtà. La sfida della comunicazione". Il dibattito, rivolto a politici, ong, associazioni di volontariato e giornalisti, potrà essere seguito in diretta sull'apposito spazio web, inaugurato per l'occasione, all'indirizzo http://2010againstpoverty.eu. "Il primo giorno sarà dedicato a un seminario che raccoglierà in particolare i giornalisti che si occupano di temi sociali", spiegano gli organizzatori della Commissione. "I partecipanti potranno inoltre scoprire alcuni progetti contro la povertà già in atto a Bruxelles". Il secondo giorno, invece, i 400 partecipanti si vedranno presentare uno specifico sondaggio realizzato da Eurobarometro, "centrato sulla percezione che gli europei hanno delle conseguenze sociali della crisi economica". Lo stesso sondaggio sarà diffuso in anticipo alla stampa, in modo da darne diffusione allo scopo di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica sul fenomeno della povertà in Europa e sugli obiettivi dell'Anno speciale. La Commissione ricorda fra l'altro che nell'Ue quasi 80 milioni di persone si trovano in condizione di indigenza. "Malgrado un miglioramento complessivo delle condizioni di vita degli europei negli ultimi dieci anni, povertà ed esclusione sociale restano elemento di preoccupazione in diversi Stati membri". Molteplici gli obiettivi assegnati al prossimo Anno europeo; tra questi figurano: "incoraggiare il coinvolgimento e l'impegno politico di tutta la società nella lotta alla povertà e all'esclusione a livello" continentale e locale; "coinvolgere i cittadini nella lotta contro la povertà"; "collaborare con la società civile e le organizzazioni non governative" che operano in questo campo; "eliminare i luoghi comuni che riguardano la povertà"; "sostenere la solidarietà tra generazioni".

De.it.press

 

 

 

 

In corso a Salerno  la XVIII Convention mondiale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero

 

Ha preso avvio sabato 24 ottobre la XVIII Convention delle Camere di Commercio Italiane all’Estero. A Salerno, fino al 28 ottobre sono giorni di lavori intensi per i rappresentanti delle 74 Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) organizzate in Assocamerestero. Nelle giornate del 24 e del 25 ottobre il programma prevedeva lavori interni e impegni associativi. Tra gli adempimenti che il sistema CCIE affronta: il rinnovo delle cariche di Assocamerestero, ivi compresa la Presidenza.

Il 26 ottobre, giornata pubblica, cuore della manifestazione, con il convegno “Made in Italy e territori oltre la crisi: nuovi mercati e alleanze concrete”. Prevista la partecipazione dei vertici dell’economia nazionale e delle Istituzioni nazionali e locali. Tra i relatori, Adolfo Urso vice ministro allo Sviluppo Economico, i sottosegretari Enzo Scotti e Giuseppe Maria Reina.

Nel corso della giornata sarà presentata l’Indagine Assocamerestero-Unioncamere dal titolo “Ve(n)dere oltre la crisi”, profilo e strategie di risposta delle imprese italiane alla crisi internazionale, che ha coinvolto 66 Camere di Commercio Italiane presenti in 46 Paesi esteri, e i rappresentanti degli oltre 24mila imprenditori collegati alle CCIE. Nel corso della Convention verrà sottoscritto l’accordo di programma Ministero dello Sviluppo Economico-Unioncamere-Assocamerestero.

Le giornate del 27 e del 28 ottobre daranno spazio ai “fatti del business” con gli incontri One to one tra le imprese della Campania e i protagonisti del sistema camerale italiano all’estero e la pattuglia di 112 buyers che il sistema delle CCIE ha portato a Salerno. Il 27 ottobre, parallelamente allo svolgimento degli incontri “One-to-one”, si terrà una sessione di incontri tra i buyer selezionati dalle CCIE Europee e Mediterranee e le imprese del territorio campano. Il 28 ottobre la Convention prevede gli incontri finalizzati a costruire piattaforme di collaborazione multilaterale tra Camere di Paesi diversi per l’anno 2010 e incontri bilaterali tra i delegati esteri e i rappresentanti del sistema dei consorzi export associati a Federexport.

  Il “Salone delle Camere di Commercio Italiane all’Estero” CCIE è lo spazio dove si terranno gli incontri one to one tra le aziende e i rappresentanti delle Camere di Commercio Italiane all’Estero, finalizzati a conoscere le reali possibilità di posizionamento commerciale dei prodotti/servizi delle imprese campane all’estero. “Partecipare a questi incontri permetterà alle imprese di avere un valido orientamento rispetto alle opportunità che i loro prodotti possono trovare sui mercati individuati come potenzialmente interessanti, senza la necessità di visitare fisicamente tutti i paesi scelti, con un consistente risparmio di tempi e costi ”, spiegano da Assocamerestero. Le imprese interessate potranno avvalersi dell’esperienza degli export manager camerali, della conoscenza del sistema giuridico e istituzionale e del mercato di sbocco. Gli incontri potranno favorire importanti partnership per programmi congiunti nei settori dell’ambiente, ICT, formazione, cultura ecc. nonché scambio di best practice.

I numeri della Convention. I numeri sono imponenti: previsti 950 incontri, durante i quali i rappresentanti delle CCIE incontrano: 125 imprese, 9 Comuni, 21 Associazioni, 7 strutture camerali, 6 consulenti, 1 ordine professionale, 1 scuola. I 950 incontri vedono il protagonismo assoluto dell’Europa, con le Camere di Londra, Mosca, Monaco di Baviera, Parigi che si assicurano il 57% degli incontri, Asia il 15%, Australia 3%, Nord America 20%, Centro e Sud America 5%, con le Camere di Rio e San Paolo che la fanno da padroni.

I buyers presenti a Salerno per incontrare le aziende sono 112. Diverse le aree geografiche di appartenenza, da quella più vasta euro-mediterranea a quella degli Emirati Arabi. Le imprese campane protagoniste degli incontri sono 185, operanti in diversi settori merceologici: agroalimentare, florovivaismo, gioielleria, legno-arredo-edilizia, nautica, tessile abbigliamento e turismo. Negli spazi appositamente allestiti nel Grand Hotel Salerno, si tengono circa 2.000 incontri d’affari tra i 112 operatori esteri e le 185 imprese campane: poco meno del 50% vedranno protagoniste le imprese operanti nel settore agroalimentare. Seguono gli incontri dedicati ai complementi d’arredo e gioielleria, pari al 15% circa, quelli della nautica pari al 12%, gli incontri organizzati per le imprese del settore turistico, pari al 9% del totale, per concludere con i business meeting riguardanti imprese campane e del florovivaismo e del tessile abbigliamento, che sono pari rispettivamente al 8% e al 6% circa del totale incontri d’affari. (Inform, de.it.press)

 

 

 

 

 

Jean-Lèonard Touadi, dal Congo alla politica. Nel Pd come simbolo dell'integrazione

 

Nato in Africa 50 anni fa, giornalista e professore universitario in politica deve tutto a Walter Veltroni, che lo volle nella sua giunta - di GIOVANNA VITALE

 

E dire che, per farsi eleggere in Parlamento, Jean-Léonard Touadi dovette chiedere ospitalità ad Antonio Di Pietro. E sì perché il giornalista di colore che ora Dario Franceschini vuole come vice in caso di elezione alla segreteria nazionale del Pd, rischiò seriamente di restare fuori dalle liste (bloccate) per le politiche 2008: recuperato in extremis grazie al pressing sull'Italia dei Valori, che lo inserì in un posto sicuro, dell'allora candidato premier Walter Veltroni. L'uomo a cui Touadi, politicamente parlando, deve tutto. Essendoselo inventato come assessore alla Sicurezza del Comune di Roma, all'inizio del suo secondo mandato. Simbolo in carne ed ossa di quell'integrazione riuscita che Veltroni avrebbe voluto realizzare per tutti gli immigrati nella città eterna.

 

Nato nella repubblica del Congo cinquant'anni fa, a 20 Touadi si trasferisce nella capitale d'Italia, dove si laurea in filosofia all'Università Gregoriana e successivamente in Giornalismo e Scienze politiche alla Luiss. Dal 1993 entra in Rai, dove comincia a collaborare a numerosi programmi radiofonici e televisivi. Tra gli altri, "Permesso di Soggiorno" (Radiouno), "C'era una volta" (Rai Tre), e "Un Mondo a Colori" (Rai Due) di cui è stato autore e conduttore. Suo fiore all'occhiello: il progetto Civis, frutto della collaborazione tra la Rai e il ministero degli Interni, nonché i corsi di italiano per stranieri realizzati dalla televisione pubblica con il ministero per gli Affari sociali.

 

Davvero instancabile, Touadi scrive per numerose testate italiane e straniere, compreso Nigrizia di cui è opinionista, e pubblica diversi saggi sulle questioni legate all'intercultura, ai rapporti Nord-Sud e alla globalizzazione. Dal 1998 è docente di Storia e Geopolitica africana al corso para-universitario del Centro Unitario Missionario di Verona. Dal 2004 al 2006 insegna "Cultura dei Paesi di Lingua francese" alla Statale di Milano e attualmente "Geografia dello sviluppo in Africa" presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Tor Vergata. Attività che non gli impedisce di iniziare la carriera politica.

 

Nel maggio 2006 Veltroni lo vuole con sé in Campidoglio, sulla poltrona di assessore alle Politiche Giovanili, Rapporti con le Università e soprattutto Sicurezza. Incarico che gli varrà l'elezione alla vicepresidenza del Forum Europeo sulla Sicurezza Urbana. Ma dura poco meno di due anni. A Febbraio del 2008 Veltroni si dimette da sindaco per candidarsi alla guida del Paese e Touadi lo segue. Grazie al "passaggio" offerto dall'Idv, abbandonato pochi mesi dopo in polemica con Di Pietro, conquista un seggio a Montecitorio e si trasferisce nel gruppo democratico.

 

Stacanovista con oltre l'81% di presenze in aula, annoverato dalla prestigiosa rivista francese "Jeune Afrique" fra le 100 personalità più importanti della diaspora nera, il giornalista-deputato ha firmato praticamente tutti i progetti di legge presentati dall'ex segretario del Pd. E' una delle sue ombre. E ora si appresta a seguirne le orme anche nel partito. Per il momento come vice se Franceschini si confermerà leader. Dopo, chissà. LR 23

 

 

 

 

Geopolitica. Il mondo che verrà, la partita Governance

 

Forti speranze in vista dell’ultimo passo, quello che si attende dalla repubblica ceca, per una nuova gestione dell’Unione europea con la nomina di un presidente non più semestrale, per il quale si fa il nome di Blair, e con la nomina di un alto rappresentante, cioè di un ministro degli esteri dell’intera Unione europea. Si potrà così cominciare a guardare più avanti per la impostazione di politiche che coinvolgano tutti insieme gli attuali 27 paesi dell’Unione, oltre che quelli prossimi venturi. Si potrà tentare di uscire dalle secche delle politiche nazionali costrette dalle scadenze elet-torali - elezioni europee, nazionali, regionali, comunali - che si succedono a scadenza ravvicinata e che non danno respiro ai politici nazionali. Aveva proprio ragione un grande economista-demografo francese, il quale sosteneva che la politica è come la lancetta dei secondi sull’orologio: corre via ra-pidissima e i politici non possono che starle dietro; l’economia è come la lancetta dei minuti che pur spostandosi assai più lentamente è tuttavia abbastanza veloce e costringe a tener conto di frazioni di tempo come i 5 o i 10 minuti; demografia, energia, ambiente sono come la lancetta delle ore che sembra ferma e che sembra darti tutto il tempo di cui hai bisogno, ma che poi, se non la tieni d’occhio, ti sorprende e ti fa passare dal giorno alla notte.

Il problema quindi è quello di riuscire a guardare l’ora correttamente. Sui grandi temi di lungo periodo, però, come si diceva la politica nazionale è in affanno ed è quindi davvero essenziale che a preoccuparsi in particolare della lancetta delle ore siano gli organismi internazionali o quelli sovranazionali. Ecco perché, fra l’altro, diventa vitale la nomina di due alti esponenti della nostra Unione. Ecco perché acquistano grande importanza alcune analisi e scenari che vengono disegnati per cercare di intravedere il mondo che verrà: non che sia semplice e sicuro immaginare il futuro, tutt’altro; ma si può monitorare il percorso che si sta facendo cercando almeno di assecondare le tendenze in atto se sono giudicate positive o di contrastarle se invece sono giudicate negative.

Con questo intento la Commissione europea assai recentemente si è “esercitata” in una si-mulazione che disegna il mondo al 2025, cercando di individuare le tendenze, le tensioni, le pro-spettive politiche. Riguardo alle tendenze non si può non evidenziare che questo è il secolo dell’Asia, dal momento che nel 2025 circa due persone su tre vivranno in Asia, mentre solo una per-sona su 16 vivrà nella Unione europea, la quale per di più avrà la più alta proporzione al mondo di anziani e vecchi. L’Asia, sia pure con crescenti ineguaglianze, diventerà il primo produttore e consumatore del mondo. Il gruppo costituito da Cina, India e Corea peserà come l’intera Unione eu-ropea, ma con l’aggiunta di Giappone, Tailandia, Taiwan, Indonesia, … raggiungerà più del 30 per cento della ricchezza del pianeta e sorpasserà quella della Unione stimata a poco più del 20 per cen-to. Prima del 2025 la Cina diventerà la seconda potenza economica mondiale e l’India la sesta, sor-passando l’Italia. E contemporaneamente crescerà intensamente una “classe media globale” (con un reddito da 4 a 17 mila dollari all’anno) che conterà circa 1 miliardo di persone, della quali il 90 per cento nei paesi attualmente in via di sviluppo, con forti implicazioni politiche e sociali; fra l’altro con l’Unione europea che non sarà più il primo esportatore nel mondo. E ancora, se continuano le tendenze in atto, nel 2025 gli Stati Uniti e l’Europa avranno perduto la loro supremazia scientifica e tecnologica a beneficio dell’Asia, il che significa che dovranno essere conciliate scienza e tecnolo-gia globali con le esigenze, cruciali per l’Europa, di sviluppare le tecnologie che risparmino energia, di accrescere la ricerca sullo sviluppo sostenibile e i cambiamenti climatici, sulla salute e la diffu-sione di nuove (e vecchie) malattie, sulla sicurezza, sulla sicurezza del cibo, sulle scienze sociali, il tutto per arrivare a una convincente transizione socio-ecologica nel mondo. Transizione tanto più necessaria per fronteggiare la povertà e i suoi intollerabili paradossi, con un terzo della popolazione mondiale che è sottonutrita e con una obesità crescente nei paesi economicamente avanzati; per fronteggiare epocali flussi di migranti, senza i quali la popolazione europea comincerà a diminuire dal 2012, mentre con i flussi, il declino comincerebbe dal 2035 (e comunque la diminuzione della popolazione in età lavorativa è già cominciata in diverse aree europee, Italia compresa).

C’è poi da mettere in conto una crescente scarsità di risorse naturali, che con la riduzione dell’importanza del petrolio a beneficio di altre fonti energetiche e dell’energia rinnovabile disegne-rà una nuova geopolitica dell’energia, che darà un peso crescente a Russia (gas), Cina (carbone) e Kazakhstan, mentre dovrebbe iniziare il declino relativo dell’importanza strategica del Medio O-riente, con la possibile eccezione dell’Iran che potrebbe diventare la prossima superpotenza per il gas. Tutto questo potrebbe portare tensioni tra gli attuali metodi di produzione e di consumo e la fu-tura disponibilità di risorse non rinnovabili, o tensioni sociali derivanti da una crescente prossimità territoriale nelle grandi aree urbane che spesso si coniuga con una crescente distanza culturale.

Diventa quindi necessario stabilizzare il mondo riconoscendo i nuovi attori e il loro ruolo e avviare una transizione politico-culturale verso un nuovo universalismo. Insomma l’Europa può da-re un contributo essenziale sul cosa fare e sul come farlo. Purché abbia la voglia e la forza di essere presente. E’ anche per questo che diventa essenziale che alla sua guida si abbiano persone che sap-piano guardare alla lancetta delle ore. E ne abbiano la possibilità.  di Antonio Golini IM 24

 

 

 

 

Le Primarie, al di là delle sorti del PD. Il cittadino e la politica

 

Nella giornata di oggi gli italiani disposti a dichiararsene elettori possono, spendendo due euro, scegliere il capo di uno dei due partiti politici che si contendono il governo del Paese. Anche prima che si sappia quanti risponderanno all'invito e chi sarà l'eletto, l'avvenimento merita una riflessione.

È inconsueto che un partito si rivolga a tutti i suoi elettori per scegliere il proprio capo. Ovunque, questa scelta la fanno militanti iscritti, che partecipano attivamente (o così dovrebbero) alla vita del partito, al dibattito interno, alle campagne elettorali. Le primarie, dove ci sono, riguardano non la guida del partito bensì quella del governo, per la quale, del resto, designano solo un candidato.

La procedura inconsueta è il sintomo certo, e il rimedio sperato, di un grave male che oggi mina la democrazia, non soltanto la nostra: un corrompimento del rapporto tra popolo e potere, che si manifesta in entrambi i versanti della demo-crazia. Dal lato del Kratos, osserviamo il male quando chi esercita il potere (o si propone per esercitarlo, dunque anche il partito all'opposizione) dimentica un punto essenziale: che ben-governare significa, certo, non opprimere il popolo, ma significa anche non assecondarlo sempre e tantomeno blandirne gli istinti peggiori. Dal lato del Demos, il corrompimento consiste nell'indifferenza, nel biasimare il potere senza mai criticare se stessi, nell’accettare l'inganno populista sentendosene vittime anziché corresponsabili.

La democrazia definisce la scelta di chi governa, non dice che cosa significhi governare: governare significa — per l'appunto —guidare, dunque rendere il popolo consapevole di dure necessità, persuaderlo ad accettare il prezzo per realizzare speranze e vincere sfide.

Nella società vi è assai di più che il popolo e i potenti; e per curare i mali della democrazia è essenziale guardare anche a strutture che stanno tra il Demos e il Kratos. In Italia, sono proprio esse ad avere maggiormente mancato: in primo luogo i partiti e la classe dirigente. Credere che il buongoverno democratico sia possibile senza l'opera attiva di queste strutture intermedie sarebbe un fatale errore.

Il fatto che oggi il gruppo dirigente di un partito guardi al di fuori di se stesso e chiami chi lo desidera a dare una mano dovrebbe perciò essere salutato con favore da ogni cittadino. È segno che quel gruppo dirigente risponde al sintomo e cerca un rimedio. Altrettanto positivo è che si tratti di un'elezione vera, dall'esito incerto.

Le primarie saranno anche rimedio, oltre che sintomo? Non lo sappiamo. Dipenderà innanzitutto dall'affluenza di oggi. Meglio sarebbe stato, a mio giudizio, legare la partecipazione a un'adesione di simpatia meno stringente del dichiararsi elettore di un partito che, agli occhi di molti, il voto deve ancora guadagnarselo.

La campagna delle scorse settimane non ha aiutato a capire come sarà il partito di domani e che differenza faccia—su questioni fondamentali—la scelta che oggi si pone. Ma proprio per questo tutti, destra e sinistra, dovrebbero auspicare una forte partecipazione di cittadini (dis)interessati; cittadini a cui la politica sta a cuore, che si accostano ad essa per passione dell'interesse pubblico, non per interesse privato.

Tommaso Padoa-Schioppa CdS 25

 

 

 

Il caso Tremonti scuote il governo. Consiglio dei ministri rinviato, Bossi tuona: "Giulio non si tocca"

 

Bagarre nel governo, Tremonti in rotta di collisione con Berlusconi e parte dei ministri. Lui nega dimissioni, ma la situazione non è per nulla chiarita. Il consiglio dei ministri, che era convocato per la tarda mattinata è stato rinviato. Ufficialmente, secondo notizie provenienti da palazzo Chigi e riportate dalle agenzie, perchè il premier è stato trattenuto a San Pietroburgo, dove era in visita "privata", per una tempesta di neve.

 

Ma in realtà il maltempo non c'entra niente, come si capisce da una battuta dello stesso Tremonti: "Tempesta di neve? Forse nebbia, molto ma molto fitta". Infatti il chiarimento annunciato di ora in ora non c'è stato e alla fine si è saputo che Berlusconi era in gita sul lago in compagnia di Putin.

 

La vicenda rischia di trasformarsi in un colpo durissimo al governo. Tremonti è indignato per gli attacchi ricevuti, anche dopo le parole sul posto fisso come valore, ma soprattutto è in rotta di collisione con parte dell'esecutivo per la vicenda dell'Irap. Il premier ha annunciato il taglio, Tremonti sa che i conti non lo permettono. Per questo si parla da giorni di possibili dimissioni. Secondo alcune voci che si sono diffuse in mattinata Berlusconi sarebbe persino intenzionato ad accettare le dimissioni, e al posto del superministro andrebbe Brunetta o Scajola. Proprio Brunetta e Sacconi, secondo alcune voci riportate da Notapolitica.it, sarebbero autori di un nuovo documento contro Tremonti, ma gli interessati hanno smentito.

 

A difesa di Tremonti è però sceso in campo Bossi. "C'è un tentativo di far fuori il ministro dell'Economia, ma io lo proteggo".

 

In queste ore, mentre il premier fa gite sul lago, si sta tentando di far rientrare la tempesta (quella vera). Dal ministero dell'economia vengono voci rassicuranti,  ma a conferma della confusione che regna nel governo lo stesso Tremonti ha fatto una criptica dichiarazione nel primo pomeriggio: "Nessuna nota circolata corrisponde a verità". «Produzione di note di agenzie a mezzo note di agenzie. Ho difficoltà a riconoscermi in questo tipo di catena produttiva. Per quanto mi riguarda nessuna delle note in circolazione corrisponde a verità». Questa l'affermazione testuale del ministro dell'Economia Giulio Tremonti contenuta in una nota diffusa dal Tesoro. Dichiarazione che ha il potere di infittire il mistero.

 

L'unica certezza è che il chiarimento con Berlusconi (rientrato direttamente a MIlano) non c'è stato e che la confusione è al massimo. Tra l'altro lo stesso Gianni Letta, duramnte l'incontro con le Regioni ha chiarito che l'annuncio di Berlusconi del taglio dell'Irap, che avrebbe fatto arrabbiare Tremonti, è solo un progetto ben lontano dalla fase operativa. Insomma un annuncio e basta. Anche Confindustria se ne renderà conto presto. L’U 23

 

 

 

 

Sfide riformiste. Ma chi si ricorda dei poveri?

 

NEL corso dell’ultima generazione la distribuzione del reddito è peggiorata anche all’interno di quasi tutti i Paesi sviluppati del mondo. Le loro economie hanno continuato a progredire ma le differenze di reddito e di ricchezza fra ricchi e poveri sono progressivamente aumentate. Anche le famose classi medie, a cui tutti i programmi politici si rivolgono, hanno ben poco guadagnato. Anzi hanno soprattutto perduto.

Questa tendenza si è manifestata tanto negli Stati Uniti quanto nella maggioranza dei Paesi europei. Anche in Italia la disuguaglianza, che era diminuita fino al 1982, ha avuto poi un forte aumento all’inzio degli anni novanta ed è ancora oggi tra le più elevate di tutti i Paesi dell’Ocse nonostante alcuni non trascurabili trasferimenti di bilancio a favore dei più poveri.

Rileggendo attentamente le analisi degli economisti e, soprattutto, riflettendo sui dati statistici disponibili, si trovano spiegazioni abbastanza convincenti sulle cause di questo generale aumento delle distanze tra ricchi e poveri.

La prima causa è la crescita costante, fino alla recente crisi, del valore dei beni posseduti. Sia dei beni immobili che dei titoli finanziari. È chiaro che se il valore delle case o delle azioni raddoppia cresce anche la differenza fra chi ha e chi non ha.

In secondo luogo la distanza è aumentata per il prevalere di politiche fiscali che hanno abbassato le aliquote delle imposte sui redditi più elevati e sulla ricchezza posseduta. Negli Stati Uniti, nel periodo del dopoguerra, l’aliquota massima è progressivamente passata da oltre il 60% al 36% e quest’esempio è stato seguito da quasi tutti gli altri Paesi del mondo, in una concorrenza volta anche ad evitare la migrazione dei capitali verso i Paesi a più basso livello di imposizione fiscale.

Una terza causa è la drastica riduzione delle imposte di successione che, pur essendo oggetto di frequenti elusioni ed evasioni, avevano in passato avuto l’effetto di riequilibrare la distribuzione della ricchezza nel lungo periodo.

Un quarto fattore riguarda i cambiamenti nel mondo del lavoro. Gli immigrati hanno infatti contribuito a mantenere depresso il salario dei lavoratori, soprattutto di quelli a basso livello di specializzazione. A questo si aggiunge la perdita di potere dei sindacati e il passaggio dei lavoratori da posizioni più protette verso un precariato sempre più diffuso.

Per anni abbiamo sentito predicare le virtù del precariato per accorgerci solo ora di quali siano i suoi vizi.

Tutti questi fattori di cambiamento sono stati giustificati e benedetti da una radicale mutazione di carattere etico e culturale per cui anche le più macroscopiche differenze di reddito non sono più guardate con occhio scandalizzato o negativo. Differenze dell’ordine delle centinaia fra il salario dei massimi dirigenti e dei lavoratori della stessa impresa sono oggi ritenute naturali. Nessuno più si scandalizza delle crescenti disparità.

Come si vede, le forze che spingono verso una sempre più iniqua distribuzione del reddito sono potenti e molto popolari anche presso le categorie che ne vengono svantaggiate nel lungo termine.

Basta riflettere sull’appoggio generalizzato alle politiche fiscali che sono state tra le maggiori cause delle crescenti iniquità.

Queste osservazioni ci rendono pessimisti anche riguardo al futuro perché nessun politico, nemmeno tra coloro che si definiscono riformisti, sembra avere la forza di proporre una politica distributiva più giusta senza la quasi certezza di perdere le elezioni. La giustizia distributiva gioca un ruolo di primo piano nelle dichiarazioni generali ma viene relegata in ultima fila quando il programma deve tradursi in decisioni concrete.

È chiaro che sto parlando di un mondo in cui la contraddizione fra giustizia e democrazia è sempre più evidente conducendoci passo passo verso una crisi definitiva dei fondamenti di solidarietà e di convivenza della nostra società. Ed è proprio questa rottura che coloro che si definiscono riformisti debbono con ogni sforzo evitare. Distinguendo fra demagogia e democrazia, fra i vantaggi di oggi e l’impoverimento futuro, spiegando il ruolo necessario e positivo dello Stato in una società moderna e proponendo con coerenza le azioni da compiere perché le crescenti ingiustizie non distruggano il nostro futuro. Il che significa ritornare anche a spiegare con serenità il vecchio ma ancora attuale concetto della giusta fiscalità. Credo che sia giunta l’ora di ricominciare a parlare di tutte queste cose. Lo credo perché lo sfarinamento della società e l’egoismo personale stanno arrivando al punto di mettere in crisi il funzionamento stesso della nostra convivenza.

Da mesi si dibatte sulle ragioni per cui i partiti riformisti stanno perdendo quasi ovunque le elezioni. E se la spiegazione fosse semplicemente che queste forze hanno perduto il coraggio di essere riformiste?  ROMANO PRODI IM 25

 

 

 

 

Caso Mastella. Il costo collettivo

 

Mai preso una lira. La dichiarazione di Mastella all’indomani dell’indagine sui presunti favori e posti di lavoro all’Arpac fa riflettere.

 

Niente soldi, solo innocenti «segnalazioni»per aiutare della povera gente in difficoltà. Al di là della vicenda giudiziaria in sé, sulla quale indagherà la magistratura, questa reazione mette in luce un sistema di gestione della cosa pubblica e delle relazioni politiche che per decenni è stato considerato del tutto normalee innocuo. In Italia si pensa sempre che tutti i mali siano legati alle mazzette, alla corruzione «economica ».Mail funzionamento del nostro sistema non è corrotto solo da mazzette, ma anche da sistemi clientelari che spesso ci impongono impiegati, funzionari e dirigenti incapaci. È sempre stato così, non lo hannocerto inventato i coniugi

 

Mastella. Così sono nati i sistemi locali del pubblico impiego, e anche a questo in fondo sono serviti: a creare una base stabile di posti di lavoro con cui dare una mano a tanta «povera gente»: amici, vicini di casa, parenti, persone che avevano bisogno di una mano per sistemare se stessi o i propri figli. Nonera, di per sé, un sistema criminale. Nell’Italia del dopoguerra che si stava rimettendo in piedi è stato in un certo senso uno strumento di ricostruzione di tante comunità, di affermazione dello Stato, di gestione delconsenso. Oltretutto,affermandosi in un periodo di forte espansione e in un’economia ancora poco globalizzata in cui il ruolo del talento e delle competenze altamente specializzate eramenopervasivo di oggi, questo sistema generava inefficienze tutto sommato tollerabili.

 

Ma tutto è cambiato a partire dalla fine degli Anni Ottanta. L’avvento delle nuove tecnologie, la compressione inevitabile dei sistemi di impiego pubblico, la crescente globalizzazione e soprattutto la crescente complessità dei servizi e dellecompetenzecon cui si sono dovute misurare organizzazioni pubbliche e private hanno reso questi sistemi di assunzione localistica e clientelare insostenibili e dannosi. Insostenibili da un punto di vista economico e sociale. Economico, perché hanno rallentato la modernizzazione dei nostri servizi, hanno aumentato vertiginosamente i costi, costringendo spesso a ricorrere a consulenzepercompensare lamancanzadi competenzeinterne,hanno moltiplicato le inefficienze e i tempi di realizzazione di progetti.Ma insostenibili anche dal punto di vista sociale, perché il persistere di questi sistemi di «segnalazioni» e favori ha finito per minare la fiducia degli stessi cittadini nelle istituzioni e nello Stato. Perché anche loro sono cambiati. Tanti cittadini che prima vedevano nell’ente pubblico localeunrifugio eunaprotezione sociale, oggi vedononell’ente pubblico un erogatore di servizi importanti, e non accettano più inefficienze in nome di una protezione occupazionale che in ogni caso l'ente non è più in gradodi garantirecomeuntempo. Tantepersoneche primavedevanonel sistema clientelareunarisorsa sicura, abbondantee accessibile, oggi vi vedono un ostacolo alla propria realizzazione e al proprio benessere. Perchélamancanzadi servizi funzionali impedisce loro di realizzare legittime ambizioni personali e professionali, e perché le inefficienze delle pubbliche amministrazionisi ripercuotonosu di loro, il loro lavoro, le loro attività commerciali e professionali, nonché sulleopportunitàdi studioecrescita dei propri figli.

 

Insomma, in questi ultimi venti anni è cambiato radicalmente lo scenario economico e sociale in cui il nostro Paese si trova a competere e operare.Mai poveri coniugi Mastella sono rimasti all’Italia di 40 anni fa e pensano quindi di aver fatto poco danno. Fanno quasi tenerezza. Non si rendono conto che il problema non risiede tanto nell’eventuale guadagno privato che possono averne derivato o no, ma nel costo collettivo del loro comportamento. Il dramma è: quanti Mastella cisonoancorain giro perl’Italiaa «piazzare»amici econoscenti nelle nostre pubbliche amministrazioni ignari o noncuranti dei costi chequestocomportamentoinfliggeatutto il Paese? IRENE TINAGLI LS 23

 

 

 

 

 

Il commento (di Scalfari). L'aria torbida di fine regno

 

L'ARIA che si respira in questi giorni è di fine della seconda Repubblica. Non è detto che sia anche la fine di Berlusconi perché le due cose non sono necessariamente coincidenti. Può darsi che la fine della seconda Repubblica porti con sé e travolga chi su di essa ha regnato; ma può darsi anche che sia proprio lui ad affossarla sostituendola con una Repubblica autoritaria, senza organi di garanzia capaci di preservare lo Stato di diritto e l'equilibrio tra i vari poteri costituzionali.

 

Il Partito democratico ha presentato in Parlamento il 22 ottobre, con la firma di Anna Finocchiaro, Luigi Zanda e Nicola Latorre, una mozione che fotografa con efficacia questa situazione. Se ne è parlato poco sui giornali, ma è l'atto parlamentare più drammaticamente documentato del bivio cui il paese è arrivato, mentre la crisi economica mondiale è ancora ben lontana dall'aver ceduto il posto ad una ripresa.

I sintomi di questa "fin du règne" sono molteplici. Ne elenco i principali: l'attacco martellante e continuativo del presidente del Consiglio contro la Corte costituzionale e la magistratura; la definitiva presa di distanza del medesimo nei confronti del Capo dello Stato; il disagio crescente di Gianfranco Fini verso la linea del Pdl e in particolare verso le candidature dei governatori in alcune regioni e in particolare il Veneto, il Piemonte, la Campania; l'irrigidimento della Lega su Veneto e Piemonte da lei rivendicate.

 

E poi il dissenso sempre più profondo tra una parte del Pdl (Scajola, Verdini, Baldassarri, Fitto, Gelmini) e Tremonti e la difficoltà di Berlusconi a ricomporre questo scontro che sta spaccando in due il centrodestra; la rivolta degli artigiani del Nordest contro la politica economica del governo; l'analoga rivolta di molti imprenditori lombardi; i casi giudiziari della famiglia Mastella; i casi giudiziari di un gruppo di imprenditori collegati a Formigoni; il caso Marrazzo e le sue possibili conseguenze politiche ed elettorali; gli attacchi dei giornali berlusconiani contro Tremonti e la sua minaccia di dimettersi. Infine la preoccupazione del presidente della Repubblica che aumenta ogni giorno di più e si manifesta in ripetuti e pressanti richiami a mandare avanti le riforme in un clima di condivisione.

 

L'elenco è lungo e sicuramente incompleto, ma ampiamente sufficiente ad alimentare la percezione di un processo di "disossamento" del paese, d'una guerra di tutti contro tutti, di un'azione di governo basata su frenetici annunci ai quali non segue alcun fatto. Si procede alla cieca. Siamo addirittura ad una sorta di fuga del premier che si è andato a nascondere nella duma personale di Putin e lì sta ancora mentre scriviamo (trattenuto a quanto si dice da una furiosa tempesta di neve della quale peraltro non c'è traccia nel bollettino meteorologico) dopo aver disertato la visita di Stato del re e della regina di Giordania ed aver rinviato a data da destinare il Consiglio dei ministri che era stato convocato per venerdì mattina. Forse per sfuggire al chiarimento con Tremonti?

Di sicuro si sa soltanto che il nostro premier è con il dittatore russo da tre giorni durante i quali hanno parlato "anche" di affari. Insomma, tira un'aria brutta, anzi mefitica.

 

Per non correr dietro alle voci sussurrate o gridate, stiamo ai fatti e soprattutto a quelli economici che maggiormente interessano i cittadini, cominciando con l'annuncio (ancora un annuncio) fatto dal premier prima di partire per San Pietroburgo, di voler dare inizio ad un graduale ribasso dell'imposta Irap.

L'annuncio fu lanciato la prima volta nel 2001 e poi rinnovato nel 2005, ma seguiti concreti non ce ne furono. Questa è dunque la terza volta; ma mentre dieci anni fa nessuno si oppose all'interno del centrodestra, questa volta c'è un "no" secco del ministro dell'Economia per mancanza di copertura.

Oltre al suo, c'è anche un "no" della Cgil e delle Regioni, a fronte di un completo appoggio da parte della Confindustria.

 

Si discute di un'imposta voluta a suo tempo da Vincenzo Visco, che unificò nell'Irap sette imposte precedenti, destinandone il gettito al finanziamento del Servizio sanitario nazionale. Il gettito attuale dell'imposta rende 37 miliardi l'anno. Grava sulle imprese ed anche sui lavoratori così come vi gravavano le sette imposte precedenti. Il graduale ribasso annunciato da Berlusconi non è stato ancora definito nella sua concretezza, visto che spetterebbe a Tremonti di farlo ma è proprio lui che vi si rifiuta. I consiglieri del premier pensano ad una riduzione dell'imposta tra i tre e i quattro miliardi a vantaggio delle imprese, soprattutto di quelle di piccole dimensioni. I medesimi consiglieri suggeriscono di trovare la copertura utilizzando i fondi accantonati per il Mezzogiorno o quelli derivanti dallo scudo fiscale. Tremonti - l'abbiamo già detto - ha risposto con la minaccia di immediate dimissioni.

 

Nel frattempo ha fatto il giro di tutti i giornali un documento anonimo ma proveniente da alcuni "colonnelli" del Pdl, che avanzava una serie di critiche alla linea rigorista del ministro dell'Economia. Non si dovrebbe dar peso ai documenti anonimi senonché proprio ieri è stato presentato un documento con tanto di egregia firma da parte del presidente della commissione Finanze e Tesoro del Senato, Baldassarri. In esso la linea rigorista del ministro viene completamente smontata dal vice ministro, il quale propone tagli di spesa e diminuzione di imposte da riversare a vantaggio dei consumatori, dei lavoratori e delle imprese per un totale della rispettabile cifra di 37 miliardi.

 

Le dimensioni di questa manovra di fronte alla legge finanziaria del 2010 ancora in discussione in Parlamento, è imponente: 37 miliardi per modificare una Finanziaria che ammonta a un miliardo e mezzo. È evidente che in questo caso non ci saranno compromessi possibili: o viene smentito Baldassarri o se ne va Tremonti.

 

Ma non è tutto nel campo della politica economica. C'è la questione della Banca del Sud, che sta molto a cuore a Tremonti ed è stata già approvata nell'ultimo Consiglio dei ministri.

 

Si tratta anche in questo caso di un semplice annuncio sotto forma di un disegno di legge che configura per ora uno scatolone vuoto, del quale non si conoscono neppure i proprietari, cioè gli azionisti. Uno scatolone consimile fu battezzato anche dal medesimo Tremonti nel 2003, ma dopo un paio di mesi la gestazione fu interrotta per procurato aborto: la proposta infatti fu ritirata. Accadrà così anche questa volta?

La proposta (e sembra paradossale ma non lo è) incontra l'opposizione dei ministri meridionali, delle regioni meridionali, e dell'opposizione. Il perché è facile da capire: si tratta d'una banca autorizzata a raccogliere fondi sul mercato usandoli per finanziare imprese nel Sud a tassi particolarmente allettanti per i debitori. Lo Stato si accollerebbe la differenza. Si creerebbe così un circuito creditizio virtuoso per chi riceverà quei prestiti, ma un circuito perverso per le imprese già operanti con tassi tre volte più alti dei clienti della Banca. Clienti è la parola giusta perché si tratterà di una vera e propria clientela facente capo al ministro dell'Economia, fondatore e protettore della Banca in questione.

 

Va detto che l'agevolazione sui prestiti dovrà preliminarmente ottenere l'ok della Commissione Europea e infine quella della Banca d'Italia, la quale non sembra entusiasta d'una Banca così concepita.

Accenno a qualche altro problema più che mai aperto nella politica economica. Ho parlato prima di una rivolta degli artigiani del Nordest e del disagio tra le molte imprese che operano in Brianza. Si tratta di elettori in gran parte del centrodestra, molti dei quali finora hanno spesso intonato con convinzione il ritornello "meno male che Silvio c'è". Non pare che siano ora così entusiasti. Lamentano soprattutto due cose: la mancanza d'una riduzione fiscale tante volte promessa e mai avvenuta e il tempo maledettamente lungo impiegato dalle pubbliche amministrazioni locali e centrali per pagare i debiti contratti con quelle imprese. Una volta si trattava di 30 giorni, poi di 60; adesso ne passano mediamente 130, cinque mesi, prima di incassare qualche spicciolo.

 

Per rimediare a questo tardivo spicciolame, cresce vertiginosamente il numero di piccole imprese che imboccano la via del concordato.

 

Si parla di concordato quando un'azienda si trovi in una situazione di pre-fallimento. Invece di fallire propone un concordato ai creditori. Un tempo il concordato si faceva intorno al 50 per cento dei crediti. Coi tempi che corrono è sceso vertiginosamente: siamo in media intorno al 20 con punte al ribasso che arrivano fino al 7 per cento. I creditori, anziché perder tutto, accettano e l'impresa può riprendere il suo cammino con un vantaggio notevole rispetto ai concorrenti. Proprio per questa ragione sta aumentando il ritmo dei concordati e non è un bel vedere perché scarica sui creditori il peso dell'insolvenza debitoria. I creditori sono in gran parte banche e questo spiega perché il credito bancario si sta progressivamente restringendo e ancor più si restringerà.

 

Cito un episodio che tutti i giornali hanno pubblicato ma sul quale forse l'opinione pubblica non ha riflettuto abbastanza. Il governo ha concesso notevoli incentivi all'industria automobilistica, soprattutto per quanto riguarda la rottamazione di vecchi modelli e la fabbricazione di auto non inquinanti. L'industria dell'auto ne ha avuto un discreto sollievo ma Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha rivelato che finora (ed è passato quasi un anno) non ha ancora ricevuto un soldo ed ha provveduto finanziando a se stesso (cioè alla Fiat) gli incentivi e scrivendo sul bilancio un credito verso l'erario. Cioè: la Fiat ha chiesto alle banche di finanziarle un credito che lo Stato non ha ancora onorato. Vedete un po' a che punto siamo.

 

Ci vorrebbe un programma di "exit strategy" ma ci pensano in pochi sia in Italia sia in Europa. Trichet, presidente della Banca centrale europea, ci pensa e ne parla. Draghi ci pensa e ne parla. Monti ci pensa e ne parla. Bernanke, presidente della Fed americana, ci pensa e ne parla. E basta. Cioè: ci pensano e ne parlano le autorità monetarie e alcuni esperti informati in materia. I politici di governo annaspano.

La discussione verte su due modelli: un'uscita dalla crisi a forma di L oppure a forma di W. La prima ipotesi è che si fermi la caduta ma la ripresa sia molto lenta e si dilunghi tre o quattro anni. Il secondo modello è invece che vi sia una ripresa consistente ma di breve durata, cui seguirebbe una forte ricaduta e poi una nuova ripresa. La durata di questo secondo modello è di sei o sette anni.

 

L'economia italiana, che procede a bassa produttività, sarebbe in entrambi i casi tra le più sfavorite e lente a dispetto di quanto i due amici-nemici Berlusconi e Tremonti vanno predicando da anni e cioè che noi usciremo dalla crisi meglio di tutti gli altri.

Le politiche necessarie per accelerare senza ricadute la ripresa economica sono diverse tra gli Usa e l'Europa. Senza entrare in troppi dettagli, per l'Europa si consiglia una robusta detrazione fiscale in favore dei consumatori-lavoratori per rilanciare la domanda interna e, insieme, una serie di provvedimenti da trasformare in legge con esecutività postergata per ribassare in misura consistente il debito pubblico. In alternativa un'imposta pro tempore sui patrimoni al di sopra di un limite, con applicazione per due-tre anni al massimo. Oppure un contenimento della spesa corrente che negli ultimi due anni non c'è stato affatto facendola lievitare di ben 35 miliardi.

 

Questo sì, è un dibattito serio. Il resto sono chiacchiere e annunci sgangherati, sempre più percepiti come bubbole per guadagnar tempo prima di far le valigie e andarsene.

 

Non posso chiudere questo mio "domenicale" senza ricordare che mentre leggete questo giornale si stanno svolgendo le primarie del Partito democratico per l'elezione del segretario nazionale e dell'Assemblea.

L'appuntamento è importante e interessa non solo il Pd ma tutta l'opposizione. Seguirò anzi il suggerimento datoci ieri da Andrea Manzella, di scrivere Opposizione, con la maiuscola perché la prova di forza dell'affluenza può anzi dovrebbe interessare l'Opposizione nella sua totalità e non soltanto gli iscritti a quel partito.

 

Le primarie del Pd offrono infatti all'Opposizione una piattaforma organizzativa. Sento parlare di sondaggi di un milione e mezzo o due milioni di votanti. Secondo me non sono sufficienti. Ce ne vogliono almeno tre milioni e questa sì, sarebbe una prova di forza ben riuscita.

Oggi l'Opposizione si può materializzare con tutta la forza che possiede purché superi indifferenza e scetticismo. Mi auguro che ciò avvenga per la salute della democrazia italiana.  EUGENIO SCALFARI LR 25

 

 

 

 

Il caso Marrazzo. Garanzie e trasparenza del ruolo Il chiarimento necessario

 

Certamente la politica italiana sta raggiungendo «livelli intollerabili di barbarie». La melma dei ricatti, delle indiscrezioni compromettenti, delle intrusioni corsare nella vita privata di tutti sta sommergendo ciò che resta del dibattito pubblico. È una giungla di dossier, di video, di foto rubate, di registrazioni devastanti, di pedinamenti che sta sostituendo da mesi la lotta politica. Che non è mai un minuetto, ma neanche può diventare una rissa senza argini e senza esclusione di colpi, preferibilmente molto bassi.

Ed è sventurato il Paese in cui Piero Marrazzo, governatore di una Regione decisiva nell’equilibrio politico nazionale, si vede costretto a dar conto della sua sfera più personale. In cui l’opinione pubblica viene messa al corrente delle scelte sessuali di un esponente di rilievo della politica. In cui chi, all’interno delle forze dell’ordine, deve badare alla sicurezza dei cittadini e al perseguimento dei reati viene invece associato a una trama di ricatti che sembra il canovaccio di un film sulla Los Angeles corrotta degli anni Venti e Trenta. Ricatti che travolgono la vita privata di un politico, non gli atti della sua vicenda pubblica. E anche questo degradante capitolo della vita nazionale, purtroppo, rischia di diventare materia di un gossip internazionale che da un po’ di tempo in qua tiene nel mirino l’Italia.

Anche in questo caso, il garantismo non può essere un’opzione facoltativa, da subordinare alla logica della convenienza politica. E perciò costituirebbe un ulteriore sprofondamento nella «barbarie» sottoporre Marrazzo alla gogna. Resta solo da chiedersi se e quanto sia stata condizionata l’attività pubblica di un presidente della Regione che da mesi vive costantemente in una condizione di ricattabilità. Se fosse vero, ma è tutto da dimostrare e da documentare oltre ogni dubbio, che il presidente del Lazio ha dovuto pagare per neutralizzare le manovre dei suoi estorsori, questo significherebbe che da molto tempo Marrazzo è costretto a vivere in una condizione di minorità politica e amministrativa. Un governatore sotto ricatto è un governatore politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere con serenità e responsabilità istituzionale le funzioni che gli sono proprie e che vanno ben al di là delle sue privatissime vicende, nelle quali l’opinione pubblica non deve emettere giudizi.

Si tratta di un punto delicatissimo, in cui la sensibilità politica dei protagonisti dovrebbe far premio su ogni altra considerazione giudiziaria ed etica. Se l’eventuale accettazione di un sordido ricatto è stata la scelta di un rappresentante delle istituzioni, è difficile non immaginare che le istituzioni stesse debbano essere messe al riparo da ogni sospetto e da ogni interferenza. Non spetta ai giornali fare processi o anticipare sentenze. Ma certo Marrazzo deve valutare se fare un passo indietro non sia l’unico gesto pieno di dignità in un momento della nostra politica in cui la dignità sembra tristemente smarrita, sommersa da una «barbarie» cui bisogna mettere, per sempre, la parola fine. Pierluigi Battista CdS 24

 

 

 

 

Marrazzo si autosospende: «Una debolezza privata»

 

In Regione le lacrime e poi la lettera: «Ho fatto una grande fesseria, con la politica ho chiuso per sempre» - di MAURO EVANGELISTI

 

ROMA - L’ultima immagine del film di Piero Marrazzo, presidente della Regione Lazio, è quella di un uomo che tossisce, ha la febbre, che parla a bassa voce. Che piange. Ha pagato - ben oltre la gravità dei suoi errori - un prezzo altissimo, perché le sue debolezze più intime sono finite nell’enorme piazza mediatica. Senza sfumature. Hanno distrutto la sua vita, fatto soffrire la sua famiglia, «sono distrutto, non ce la faccio più, lascio tutto», dice, mentre cade in un abisso che si è aperto all’improvviso.

Sono le 15 di ieri. Siamo in una sede di rappresentanza della Regione Lazio, a Villa Piccolomini, sull’Aurelia Antica, area storica, zona sud di Roma. E’ immersa nel verde, sembra un’isola di pace, ma per Marrazzo è il luogo dell’addio triste e umiliante alla Regione. A un pezzo della sua vita. Prima di sottoscrivere la lettera con cui si autosospende, anticamera delle dimissioni che arriveranno a novembre per votare a marzo, parla al telefono con Dario Franceschini e Pierluigi Bersani. Poi si sfoga con Esterino Montino, il suo vice, che diventerà plenipotenziario in una Regione che non ha mai vissuto un momento tanto difficile, con Astorre (presidente del Consiglio regionale) e con Maruccio (assessore dell’Italia dei Valori).

Racconta tutto, perché ormai tutto è già stato raccontato. Trans, segreti, ricatti, paure. «Ho fatto una grande fesseria, non pensavo si potesse ripercuotere in un modo così tremendo sulla mia vita, in quella dei miei familiari, contro l’istituzione Regione. Mi conoscete, come presidente ho sempre svolto il mio ruolo con trasparenza. Quella è stata una mia debolezza». Fatica a parlare, è una sofferenza anche per chi lo ascolta. Anche per i suoi due collaboratori più fidati, Cristaldi e Zamperini, quelli che lo aiutavano a trovare le parole giuste, che hanno condiviso con lui oneri e onori. Gli avevano creduto fino all’ultimo quando aveva detto, mentendo, «è tutta una bufala». Marrazzo a tratti si commuove, piange, è debole. E’ il giorno in cui il grande fango è uscito dai fascicoli giudiziari con storie di trans, frequentazioni, ricatti, video, bugie. E quelle paure, quelle maledette mezze verità da parte sua. Conclude Marrazzo, in quell’ultimo vertice di Villa Piccolomini, sempre con una voce debole: «Ho chiuso con la politica, per sempre. Voglio cercare del tempo per riflettere, per ricostruire la mia vita. Mi riposerò, ho molte cose su cui riflettere». E’ finita. Dopo due ore di colloqui, di confessioni, di lacrime, si alza e abbraccia Montino e gli altri. Perché è vero che la politica è un lavoro per squali, ma un barlume di amicizia comunque c’è sempre. «Fatti coraggio, se hai bisogno, per qualsiasi cosa noi siamo qua», gli dicono quasi a spazzare via la rabbia delle ore precedenti, quando in tanti nella maggioranza hanno rimproverato a Marrazzo le bugie, l’avventatezza della ricandidatura quando da luglio sapeva di essere ricattabile. Quando resta solo, insieme ai suoi collaboratori, Marrazzo ripensa al 2004: accettò la proposta di lasciare il giornalismo e candidarsi alla Regione Lazio, ripensa alla festa nel 2005 per una vittoria molto sofferta. Gli uomini di quegli anni trionfali che hanno segnato Roma, a partire da Veltroni, sono tutti usciti di scena ormai. Ma Marrazzo deve averlo pensato: avesse scelto di restare in Rai, il grande fango non lo avrebbe travolto, quanto meno non con questa forza. «Marrazzo - si arrabbia Montino mentre l’auto lo riporta in Regione per una nuova riunione di giunta - merita rispetto, avrà fatto degli errori determinati dalla paura, ma ricordatevi sempre: è una vittima, non ha commesso reati. Ha governato bene, non è uno che se ne va perché ha preso tangenti. E’ stato un ottimo presidente e dimettendosi ha dato un esempio a un Paese in cui non si sta dimettendo nessuno per fatti ben più gravi».

L’addio di Marrazzo è scritto in una lettera, preparata insieme ai suoi, le ultime parole scritte dai suoi ghost writer. Spiega le mezze verità, spiega perché per due giorni ha raccontato, mentendo, che si trattava di una grande bufala, quando invece gli atti giudiziari dicono altro: «Ho detto la verità ai magistrati prima che l’intera vicenda fosse di pubblico dominio. L’inchiesta sta procedendo speditamente anche grazie a quelle dichiarazioni, che sono state improntate dall’inizio alla massima trasparenza. Si tratta di una vicenda personale in cui sono entrate in gioco mie debolezze inerenti alla mia sfera privata, e in cui ho sempre agito da solo. Nelle condizioni di vittima in cui mi sono trovato ho sempre avuto come obiettivo principale quello di tutelare la mia famiglia e i miei affetti più cari; gli errori che ho compiuto non hanno in alcun modo interferito nella mia attività politica e di governo». Poi, il passaggio sull’autosospensione «al fine di evitare nel giudizio dell’opinione pubblica la sovrapposizione tra la valutazione delle vicende personali e quella sull’esperienza politico-amministrativa». Ancora: «Ho quindi deciso di autosospendermi immediatamente e a tal fine ho conferito al vicepresidente la delega ad assumere la provvisoria responsabilità di governo e di rappresentanza ai sensi della normativa vigente, rinunciando a ogni indennità e beneficio connessi alla carica».

Le mezze verità di Marrazzo, frutto dell’umana debolezza, sono finite qui. Anzi, erano finite venerdì sera, quando i verbali dell’inchiesta erano stati letti, nel suo ufficio, insieme ai collaboratori, a Montino e a parte della giunta. La linea: no alle dimissioni, anzi sì alla ricandidatura, difesa per tutta la giornata di venerdì, ha poi cominciato a vacillare. Trascorsa la notte, ieri mattina ecco il grande fango, i trans che parlano, i sette anni di incontri, il video con Marrazzo in mutande; non risparmiano niente all’uomo Marrazzo. E forse prima o poi bisognerà chiedersi se tutto questo è giusto (per lui e per altri). Parte di lì la decisione delle dimissioni, dell’ultimo incontro a Villa Piccolomini, dell’abbraccio. «Ora devo ricostruire la mia vita», sussurra Marrazzo, l’uomo che doveva rinnovare la politica. IM 25

 

 

 

 

Non accolliamo alla Natura i drammi d’Italia

 

Il terremoto in Abruzzo e l’alluvione nel Messinese.  Tragedie delle quali sono responsabili soprattutto i cittadini e i politici. Fino a quando?

 

   “O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? / perché di tanto inganni i figli tuoi?”. Di primo acchito, a seguire le tragedie, imputate al clima e alla geologia, che hanno travolto due Regioni italiane, viene spontaneo andare con la mente ai versi con i quali Giacomo Leopardi, sconvolto per la morte di Silvia, se la prendeva con la natura matrigna. Cos’è, se non un fatto naturale, il terremoto che ha distrutto, in Abruzzo, case e vite? E chi è responsabile, se non l’abbondante pioggia, dell’alluvione che in Sicilia ha provocato sciagure e rovine con terra e massi che precipitano dalla montagna? Poi senti il Vescovo di Messina, Mons. La Piana, che, con occhi carichi di pietà e tono severo, accusa: “Non è colpa della natura. Qui le responsabilità sono terrene. Adesso è tempo di solidarietà e di soccorso. Ma deve pur essere indicata la vera colpa”. E ti chiedi chi ha ragione, se il vescovo di Messina o il poeta di Recanati. A dare la risposta è il Presidente della Protezione Civile, Bertolaso, il quale imputa i crolli e le vittime alle costruzioni mal fatte nell’Aquilano e all’ambiente dissestato da incendi ed edilizia abusiva nel Messinese.

   Qui, nell’ultimo decennio, le precipitazioni avevano già provocato danni e smottamenti, soprattutto nel 2007, quando la pioggia aveva fatto straripare 8 dei 35 fiumicelli che attraversano il territorio. Non si registrarono morti, per fortuna, ma fu ugualmente ordinato all'Ispettorato Forestale di effettuare una indagine in merito, i cui risultati non lasciavano dubbi. Tra l’altro, nella relazione finale, nella quale si fa riferimento anche alle precipitazioni del 1996, considerate come “avvisaglie molto significative”, si legge: “Costruire a ridosso di una montagna è sempre sconsigliato, ma nel caso di Giampilieri, dove i boschi non sono più integri e in alcun modo possono ostacolare il piano di scorrimento di una eventuale frana, è da considerarsi assolutamente rischioso”. E già nel 2002 il Wwf aveva denunciato “il venir meno della vegetazione boschiva nell'area di Giampilieri, soprattutto per via di incendi”.  

   Denunce che s’incrociavano con quella di Legambiente e della Protezione Civile, secondo cui 273 Comuni siciliani, dei quali 91 in provincia di Messina, sono a rischio idrogeologico a causa di “un sempre maggiore carico urbanistico dell'area”. Alle quali, tuttavia, non è stato dato seguito e che, quest’anno, hanno trovato conferma nei due Comuni maggiormente colpiti da frane e smottamenti, Scaletta Zanclea e Giampilieri, ove sono andate in rovina parecchie edifici abusivi costruiti perfino nell'alveo del torrente. E dove, tuttavia, i primi cittadini continuano ad addossare la colpa alla natura che ha fatto piovere “più del solito”, non all’incuria dell’Amministrazione e al mancato controllo dell’abusivismo.

   Eppure a Giampilieri, degli 11 milioni di euro stanziati allo scopo nel 2007, ne furono spesi solo 900 mila. Non per risanare il territorio, bensì per “esigenze politiche”, come dire “per relazioni pubbliche, di rappresentanza e di funzionamento del sindaco”. A rivelarlo è uno dei consiglieri dell’Ordine dei geologi, Pinnizzotto, che aggiunge: “Spesso accade che i finanziamenti destinati a mettere in sicurezza il territorio finiscano altrove. A ogni emergenza se ne parla un po’ e poi non si fa niente, lasciando che acqua e fango dilaghino in modo selvaggio”. Salvo poi, a tragedia avvenuta, ripiegare sull’immancabile scaricabarile: la Regione dà la colpa “alla gente che fa abusivismo”; la Protezione Civile siciliana “agli amministratori locali che non controllano”; questi alla Giunta Regionale “che promette ma non fa” o ai politici nazionali e alla stessa Protezione Civile “che non danno soldi e permessi”; la Procura a chi ha rilasciato i permessi edilizi; i vigili alle amministrazioni comunali che non fanno pagare le multe.

   Non a caso il capo del Genio Civile messinese, Gaetano Sciacca, accusa: “A Messina… manca innanzitutto la consapevolezza di quanto sia necessaria la difesa del territorio se realmente si vogliono evitare tragedie come quella di Scaletta e Giampilieri. In questa città non si è mosso mai nulla tranne poi fare bei discorsi quando ci sono i morti”. In effetti, sembra che siano state ignorate e mai eseguite le centinaia di demolizioni ordinate dalla Magistratura: 1.191 negli ultimi tre anni. Tanto da spingere la Procura locale a riconoscere: "Si è tollerato troppo". Ora, a firma del procuratore Lo Forte, apre un’inchiesta per disastro colposo “contro ignoti” e promette che “riesaminerà tutte le pratiche”. Ma restano i dubbi: riuscirà a stabilire chi, tra Regione, Protezione Civile, Prefettura e Comuni, è più responsabile? E chi, nel frattempo, provvederà a che valanghe e smottamenti, con relativi morti, non continuino?

   Qui e altrove. Perché, purtroppo, non è solo la Sicilia a trovarsi nei guai: da Nord a Sud, il territorio italiano continua da tempo ad uccidere. Secondo Legambiente, le costruzioni abusive esistono nel 77% di paesi e città, “5.581 dei quali sono a rischio idrogeologico”. O hanno già subìto danni e vittime. Basta pensare a Sarno e dintorni, ove, nel 1998, 140 frane uccisero 160 persone; o ai morti registrati per gli stessi motivi, tra il 2008 ed il 2009, in Sardegna, nel Cadore, nel Trapanese e a Roma. Nonostante l’articolo 9 della Costituzione reciti: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

   Ha ragione il Ministro Brunetta a chiedere “un bell'esame di coscienza” per la tragedia di Messina, perché quanto successo è “il frutto della cattiva Italia, della nostra cattiva coscienza, politica e collettiva”. Di quella cattiva Italia cui il già citato Leopardi diceva: “Piangi e di te stessa ti disdegna / Che senza sdegno omai la doglia è stolta”. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

E Fini avverte il Cavaliere: rischi la fine del berlusconismo. La possibilità del voto anticipato

 

ROMA - «Berlusconi sa che deve passare sul mio corpo per andare alle elezioni anticipate, ma sa anche che di me può fidarsi, che non darò mai il mio assenso a un governo senza il mandato popolare». Da settimane Fini ripete questo concetto nei suoi colloqui riservati. Da settimane il presidente della Camera osserva quella porta che conduce alle urne e che vuole resti chiusa. Ieri però, al termin e della conversazione con il premier, ha avuto come l’impressione che nell’uscio si fosse aperto uno spiraglio, sebbene appaia impensabile una crisi provocata dal braccio di ferro tra il premier e Tremonti, che chiede per sé la vicepresidenza del Consiglio e la delega dell’economia. Non gli è chiaro se il Cavaliere voglia usare strumentalmente lo scontro con il Professore per anticipare la fine della legislatura, anche perché non gli è chiaro l’atteggiamento della Lega, che non è compatta dietro il titolare di via XX settembre. Semmai gli è chiaro cosa accadrebbe se Berlusconi concedesse a Tremonti quello che pretende. «Silvio il problema è tuo», gli ha detto Fini, secondo il quale un cedimento del premier rappresenterebbe il suo «commissariamento » e «la fine del berlusconismo », con «conseguenze disastrose nel Pdl, alleanze comprese ». Infatti il Cavaliere ha detto «no» al Professore, che si lamenta per essere «isolato» nel governo, «senza incarichi» nel partito, e vorrebbe perciò un riconoscimento. «Tremonti non cambierà mai». Per formarsi questa opinione l’inquilino di Montecitorio non ha avuto bisogno di sapere ciò che gli ha riferito Berlusconi del vertice di ieri: «Giulio è sempre lo stesso, è sempre la stessa storia. Come nel 2004». Allora Fini era vicepremier e accusò il collega di governo di «truccare i bilanci dello Stato» la sera in cui ottenne le sue dimissioni. Stavolta non è così semplice, e la rottura sarebbe traumatica, sebbene ieri il Cavaliere fosse infuriato dopo l’incontro, perché avanti così «un tecnico alla Banca d’Italia si trova sempre». Pare che Tremonti se ne sia reso conto e abbia capito il rischio.

Berlusconi non può permettersi una simile figuraccia: un conto è assecondare il suo ministro sulla linea del rigore, rinviare il sogno del taglio dell’Irap, invitare alla calma gli altri rappresentanti del governo; altra cosa è lasciare al Professore il controllo di palazzo Chigi e da lì di tutti i dicasteri, consegnargli la testa di Gianni Letta, e di fatto anche la sua. Così aspetterà l’incontro con Bossi e Fini per trovare un’intesa sulle Regionali, siccome — è il ragionamento del presidente della Camera — il leader del Carroccio si starebbe muovendo dietro Tremonti per ottenere i candidati governatori di Veneto e Piemonte. Quando sarà chiusa quella vertenza, si andrà al «chiarimento» definitivo con il responsabile di via XX settembre. Nel frattempo il premier ha iniziato un sondaggio nel partito per avere un’opinione sull’ipotesi di «promuovere Giulio ». È un’assoluta novità: quando mai il Cavaliere ha avuto bisogno di sentire i dirigenti del Pdl per prendere una decisione? Non l’ha mai fatto. Se l’ha fatto stavolta l’obiettivo era quello di scatenare la rivolta. E c’è riuscito. Ieri sera non c’erano distinzioni tra ex forzisti ed ex aennini, mai si è registrata una tale unanimità di giudizi, con un’intensità superiore alle attese. Già nei conciliaboli prima del referendum su Tremonti, il Pdl era una tonnara. «Sarebbe uno sbracamento», ha urlato Scajola a un collega di partito. A Fitto manco a domandarlo. Alla Prestigiacomo nemmeno, lei che aveva saputo di un colloquio tra Tremonti e Miccichè dopo la sciagura di Messina. Il Professore si era rivolto al sottosegretario siciliano per cercare di far pace con «Stefania», e in quell’occasione si era sentito perorare la richiesta di fondi per il dicastero dell’Ambiente: «Ma per risolvere i problemi dell’ambiente lei non deve venire da me. Deve rivolgersi a Dio», era stata la risposta salace di Tremonti giunta alle orecchie della ministra. Ieri, nel commentare l’eventuale «promozione di Giulio», la voce di La Russa era più roca del solito: «Simili decisioni non si prendono nè stasera nè domani, ma nell’ufficio di presidenza del partito. Poi è chiaro che non è ininfluente quanto dice Berlusconi ». E giù una staffilata contro Tremonti ormai considerato un ministro leghista: «Un uomo del Pdl non ha bisogno di avvocati difensori». Chiara l’allusione alla presenza di Bossi e Calderoli al vertice di Arcore, una presenza «superflua, se non dannosa ». Per una volta tutti uniti. Persino Fini e Schifani d’accordo: «Giulio stavolta ha esagerato». Francesco Verderami CdS 25

 

 

 

Fra sesso e mafia, vince il sesso nei media

 

Marrazzo fa la parte del leone, il pentito Spatuzza che accusa il Premier in seconda fila.

 

Venerdì 23 ottobre sono arrivate alle redazioni dei media italiani due “notazioni”, l’arresto di quattro carabinieri che avevano ricattato il Presidente PD della Regione Lazio, Giuseppe Marrazzo, per un video da camera da letto “impropria”, e le rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulla presunta santa alleanza dei boss Graviano, i due fratelli siciliani con frequentazioni milanesi, e Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

Marrazzo e gli avvocati di Berlusconi, e Marcello Dell’Utri, hanno smentito ogni cosa, si ritengono vittime di un complotto ai loro danni. Per Ghedini, avvocato del Premier, si tratta di “cose insensate”, per Marrazzo è un tentativo di metterlo fuori gioco alla vigilia delle elezioni regionale.

Sia a Marrazzo quanto Berlusconi e Dell’Utri, allo stato, non può essere addebitato alcunché, anzi potrebbero essere vittime entrambe di attacchi di natura politica, miranti a determinarne la defenestrazione. Mentre il video dei ricattatori non accusa di alcun reato il Presidente della Regione Lazio, ma ne fa il protagonista, semmai, di una storia di sesso “diverso”, le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, autore di delitti ed esecutore di stragi, chiama in causa il Presidente del Consiglio su presunti collegamenti con la mafia, che se accertati – e non c’è alcuna ragione per ritenere probabile tale accertamento– manderebbero sul banco degli imputati il sospettato.

In più, dopo il caso Andreotti - imputato di concorso in associazione mafiosa in un processo, e di omicidio in un altro (ma in entrambi assolto e prosciolto), le accuse di Spatuzza a Berlusconi provocherebbero un terremoto politico, perché a differenza di Andreotti, Berlusconi è il capo del governo in carica. In qualsiasi Paese al mondo, le rivelazioni del collaboratore di giustizia avrebbero avuto ben altro rilievo rispetto alle presunte abitudini “transessuali” di Marrazzo (questo il video rivelerebbe).

I media italiani hanno invece puntato sul sesso e sul caso Marrazzo, e concesso un modesto spazio all’inchiesta sulle stragi del 92 e sui rapporti fra politica e mafia. I network, addirittura, non ne hanno nemmeno fato menzione nelle edizioni nazionali.

C'è chi ritiene che ormai le accuse a Berlusconi non facciano notizia perché non c'è giorno che non ne arrivi una. Può darsi che sia così. Ciò non toglie che l’informazione debba dare conto di tutto. Riferire un fato non significa mettere in croce alcuno, perché c’è modo e modo di raccontare una storia o una notizia.

Se i media avessero rappresentato le scelte degli italiani sui casi Marrazzo e Berlusconi-Dell’Utri, ne dovremmo dedurre che nel nostro Paese le storie di sesso contano di più di quelle, terribili, di sangue, violenza e mafia. Ma non siamo affatto convinti che i media siano, sempre, rappresentativi degli umori prevalenti.

L’informazione si è arrogata privilegi che non ha, per esempio quello di rappresentare l’opinione pubblica, tanto che si usavano fino qualche decennio addietro, espressione come queste: "L’opinione pubblica ritiene…” o “la gente pensa che…”, oppure: “sono molti a supporre che….”; oppure ancora il più semplice, ma non meno colpevole: “si dice che…”.

Usando questi mezzucci si gettava addosso ad una folla anonima sospetti, opinioni, illazioni. Non si tratta di vigliaccheria, ma di un costume, un’abitudine, un modo per togliersi di dosso responsabilità che, in realtà, rimangono a capo degli autori e del giornale.

Oggi non è più così, per fortuna, ma al momento giusto, quando si addebita all’informazione una propensione allo scandalismo, la risposta è la stessa di una volta: è questo che vogliono i nostri lettori, i nostri telespettatori, radioascoltatori, utenti della rete. Forse non è cambiato proprio niente. SicInf 24

 

 

 

 

Non può essere solo sfortuna

Di sicuro non se la immaginavano così, questa fredda domenica delle primarie. E certo non alla fine di un percorso interminabile e già costellato - qua e là - di «incidenti» più che imbarazzanti.

 

Non potevano supporre che il colpo finale fosse quello che trovano stampato proprio oggi sulla prima pagina di ogni quotidiano. Magari titoli del tipo «Ricatti e trans, Marrazzo si dimette»: il primo tra i governatori del Pd - per l’importanza della Regione che amministra - costretto, insomma, a gettare la spugna per una storia di «vizi privati», ricatti non denunciati, carabinieri arrestati e zone d’ombra ancora tutte da rischiarare.

 

Non lo potevano supporre, certo, gli iscritti e gli elettori democratici che oggi - con che animo è facile immaginare - andranno a deporre nelle urne milioni di schede per scegliere il loro segretario. Ma non lo potevano supporre, crediamo, neppure i duellanti per la leadership e il gruppo dirigente del Pd: che pure avevano avuto modo di verificare, nel corso della loro «campagna», quanto anche questo nuovo partito fosse esposto - a Roma come in periferia - a quella sorta di erosione morale che è il presupposto di ogni genere di inquinamento.

 

E così, l’appuntamento che doveva segnare l’avvio della riscossa si trasforma in un giorno nel quale, per il Pd, guardarsi allo specchio diventa ancor più indispensabile. Che cosa racconta la parabola di Piero Marrazzo? E cosa segnalano, più in generale, gli «incidenti» a questo o a quell’iscritto che hanno accompagnato il lungo cammino verso le primarie?

 

Per i democratici non è stato certo un periodo fortunato: dallo stupratore «seriale», coordinatore di un circolo Pd di Roma arrestato a luglio, passando per il giovane dirigente emiliano che cercava su Facebook qualcuno che uccidesse Berlusconi, per finire alla sparatoria tra boss camorristi «iscritti» al partito a Castellammare, se ne sono viste e lette per tutti i gusti. E se non fosse bastato, ecco l’ultimo disastro: il capitombolo di Marrazzo. Onestamente, non può essere solo sfortuna.

 

Che l’indimenticata «diversità» proclamata ai tempi di Berlinguer fosse un ricordo del passato, l’avevano già dimostrato a sufficienza episodi accavallatisi nel corso degli ultimi tre lustri almeno. Prenderne atto fino in fondo - modificando, dunque, linguaggio, argomenti e postulati del nuovo partito - sarebbe stata cosa utile: per non farsi, almeno, trovare impreparati. Si è preferito, invece - in occasioni anche recenti - vestire la tunica bianca del Cavaliere senza macchia, pronto alla guerra col Male che è, naturalmente, sempre e soltanto dall’altra parte. Come se, per altro, prendere atto di una realtà a volte diversa da quella proclamata volesse dire accettarla e darla per scontata: mentre è indubbio che il primo passo per combattere inquinamenti e deviazioni è riconoscerne l’esistenza, chiamarli col loro nome e indicarli con chiarezza come fenomeni da debellare.

 

Suscitavano tenerezza e tristezza le immagini di Piero Marrazzo, passate ieri sera in tutti i tg, con la sua faccia di bravo ragazzo al tempo di «Mi manda Rai3» e di uomo perbene nei panni di governatore. Ha dubitato qualche ora che dimettersi fosse la scelta migliore, poi ha deciso con saggezza. Ecco, se proprio si vuole, quel che resta della «diversità» di cui dicevamo, si è rifugiata qui: nella diversità - appunto - dei comportamenti di fronte a inchieste e fatti più o meno criminosi. Dire che «dall’altra parte» ci sia una propensione assai meno spiccata a utilizzare lo strumento delle dimissioni non è una tesi a difesa: è una constatazione. Che certo non attutisce il pesantissimo colpo che i democratici subiscono nel giorno delle loro primarie, ma può rappresentare - proprio in una domenica così - il possibile punto della ripartenza.

 

A condizione, naturalmente, di un lungo bagno di concretezza e realismo, le caratteristiche forse meno evocate dall’atto di nascita del Pd in poi: ma senza le quali, come troppe cose dimostrano, è difficile trasformare un’idea in un partito. Trasformarla, cioè, in una comunità di uomini e donne che sbagliano come gli altri, che impastano il Male e il Bene e che si danno l’obiettivo di migliorare il mondo. Non di evocarne uno che non c’è. FEDERICO GEREMICCA LS 25

 

 

 

Tasse, come si può ridurle

 

Silvio Berlusconi entrò in politica promettendo (febbraio 1994) più libertà per l'impresa privata, uno Stato più efficiente e meno tasse per tutti. Nel primo anno e mezzo di questa legislatura il suo governo ha seguito una strategia opposta. Il ministro dell’Economia escludeva che ci fosse alcuno spazio per ridurre le tasse, il ministro del Welfare ripeteva che il nostro modello si è dimostrato il migliore al mondo e andrebbe esportato, altro che migliorato! Quindi niente riforme. Quanto alla libertà d'impresa, chiedere che vengano rimossi i vincoli che escludono i privati da ampie aree dell'attività economica ( in primis i servizi pubblici locali) era quasi pronunciare un'eresia.

 

L'obiezione che tasse elevate, un welfare che esclude molti e non protegge chi ne ha davvero bisogno, ampie riserve pubbliche, sono alcuni dei motivi per cui da 15 anni l'Italia cresce meno della media Europea, era respinta con disprezzo ed arroganza. Eravamo incamminati sulla via di una ripresa lentissima. Se altri Paesi impiegheranno sette-otto anni per recuperare i livelli di occupazione precedenti la crisi, noi, crescendo di meno, ne avremmo impiegati quindici.

 

Se questa era la linea prevalente nel governo, non era la sola. Alcuni ministri, in primis Mariastella Gelmini e Renato Brunetta, sono apparsi perplessi, se non apertamente contrari, e quando le decisioni hanno riguardato le aree di loro competenza non hanno avuto dubbi nello scegliere le riforme. Ma era una minoranza mal sopportata, soprattutto perché (guarda, guarda) questi ministri sembravano anche relativamente popolari. Altre tensioni si sono avute sulla Banca del Mezzogiorno, apparsa ad alcuni — ad esempio al ministro Fitto — fumo negli occhi per non affrontare i problemi, ad altri un ritorno a politiche che il Sud lo hanno affossato, altro che fatto crescere!

 

L'esempio più recente si è verificato due giorni fa quando Mariastella Gelmini ha chiesto che venisse messo all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di oggi la sua riforma dell'università, e Giulio Tremonti si è opposto. Se l'Italia è il nuovo paese di Bengodi in cui tutto funziona a meraviglia, che bisogno c'è di riforme? Perché cambiare i vecchi concorsi universitari?

Da qualche giorno l'equilibrio pare essersi spostato. Quella riforma al Consiglio dei ministri di oggi verrà presentata e probabilmente approvata. Non sarà perfetta, ma è un passo avanti importante. Soprattutto dice chiaramente «no» alla richiesta dei sindacati (e del Pd) che ventimila ricercatori vengano promossi professori ope legis.

 

Un buon modo per chiudere una settimana che il ministro dell'Economia aveva aperta tessendo gli elogi della stabilizzazione sul posto di lavoro.

 

Anche sulla riduzione delle tasse è cambiata l'aria. Ha riacquistato credito l’opinione che dal debito pubblico non si esce con più tasse, ma con più crescita e che per accelerarla le tasse occorre ridurle. Berlusconi stesso, con una chiarezza che gli va riconosciuta, ha detto che si può cominciare riducendo l'Irap, un'imposta odiosa che colpisce indifferentemente le imprese che guadagnano e quelle che perdono. Di qui al ritorno al progetto originario di tre sole aliquote il passo potrebbe essere breve.

Francesco Giavazzi CdS 23

 

 

 

 

Un'altra tassa che non sarà mai abolita

 

Spero di sbagliarmi, ma non credo che entro la fine di questa legislatura Berlusconi abolirà l’Irap. Non ci credo, innanzitutto, perché è dal 1994 che promette riduzioni delle tasse, e non ha mai mantenuto la promessa di «abbattere la pressione fiscale» (dal «Contratto con gli italiani»). Non ha abolito l’Irap, non ha portato al 33% l’aliquota massima dell’imposta sui redditi. Durante i suoi governi la pressione fiscale non è mai diminuita. Per l’anno prossimo il governo stesso, nei suoi documenti, prevede un ulteriore aumento della pressione fiscale (dal 42,8% al 43,0%). Non ci credo perché, come elettore, constato che il 95% della politica è fatta di annunci, e non ho motivo di supporre che nel restante 5% di cose fatte e non solo annunciate debba ricadere proprio l’abolizione dell’Irap, un’operazione che da sola costerebbe la bellezza di 40 miliardi l’anno. Non ci credo, infine, perché l’abolizione dell’Irap è, al tempo stesso, la tipica cosa che si dovrebbe fare e che fare non si può.

 

Perché sarebbe bene abolire (sottolineo: abolire, non limare o «rimodulare») un’imposta come l’Irap? La ragione di fondo è che, più di qualsiasi altra imposta, l’Irap pesa sui produttori - grandi imprese, piccole imprese, artigiani, professionisti - e per questa via abbassa il tasso di crescita dell’Italia. Se si ritiene che il «padre di tutti i problemi» dell’Italia sia la crescita, e che senza crescita c’è ben poco da redistribuire, l’Irap è la prima tassa da sopprimere, tanto più se si considera che ha due difetti molto gravi: penalizza le imprese che impiegano molto lavoro, si deve pagare anche quando l’impresa è in perdita.

 

Ma l’Irap non si può abolire e non si abolirà, per tanti motivi. Il motivo ovvio, che suppongo stia dietro le perplessità del ministro Tremonti, è che la soppressione costa circa 40 miliardi di euro l’anno e il nostro debito pubblico, recentemente schizzato a 1750 miliardi (il 115% del Pil), ci impone la massima prudenza. Il motivo meno ovvio è che le cosiddette forze sociali sono compattamente contrarie: Cgil, Cisl, Uil e Ugl hanno già detto di no, l’opposizione di sinistra ha fatto sapere che preferirebbe altre misure. Perché?

 

Fondamentalmente per il timore che l’abolizione dell’Irap venga finanziata con una riduzione della spesa pubblica, per di più non compensata da vantaggi fiscali per i lavoratori dipendenti e i pensionati, che costituiscono la larga maggioranza degli iscritti a queste organizzazioni. La preoccupazione non è infondata, ma è miope. E’ vero che, a breve, un’eventuale abolizione dell’Irap non lascerebbe nulla alle decine e decine di gruppi, categorie e clan che, specie in vista di una Finanziaria, si accalcano nell’anticamera del ministro dell’Economia per spartirsi le briciole della spesa pubblica. Ma è altrettanto vero che, se non si torna a crescere, di spesa pubblica ce ne sarà sempre di meno, e le briciole ora distribuite un po’ a tutti si pagheranno con meno posti di lavoro, meno opportunità di mercato, meno risorse per il completamento del nostro disarmonico Stato sociale (care forze sociali, vi siete dimenticate che mancano quasi del tutto asili nido, ammortizzatori sociali, aiuti per i poveri e i non autosufficienti?).

 

So bene che, a questa riflessione, si obietta che se si devono abbassare le tasse si può cominciare dai lavoratori e dalle loro famiglie, con la riduzione del cuneo fiscale, la detassazione delle prossime tredicesime, eccetera. Ma l’obiezione è scarsamente compatibile con quel che si sa del funzionamento di un’economia di mercato, e soprattutto non fa i conti con quello che abbiamo imparato durante l’ultimo periodo di crescita (2001-2007). I Paesi che crescono di più non sono quelli con la pressione fiscale aggregata più bassa, ma quelli che hanno i migliori servizi e le imposte societarie più basse. La Finlandia e la Svezia, ad esempio, sono cresciute a un tasso molto più rapido del nostro nonostante una pressione fiscale altissima perché avevano imposte societarie basse (circa 10 punti meno di noi) e un Welfare efficiente. Simmetricamente Paesi come la Germania e il Giappone sono cresciuti poco perché, pur avendo una pressione fiscale aggregata relativamente bassa, soffrivano di imposte societarie troppo alte. In concreto vuol dire che, se l’obiettivo è aumentare il tasso di crescita dell’Italia, uno sgravio di 100 euro sull’Irap ha un impatto decisamente maggiore di uno sgravio di 100 euro sull’Irpef o sull’Iva.

 

Perciò, alla fine, resto della mia idea. L’Irap verrà «rimodulata» un pochino, giusto per salvare la faccia. Qualche briciola sarà concessa alle forze sociali e agli enti locali, perché la politica è la politica. I sindacati si diranno parzialmente soddisfatti, la Confindustria dirà «meglio che niente». Nessuno avvertirà vantaggi significativi, nessuno sarà troppo penalizzato. Insomma, più o meno lo spettacolo cui assistiamo impotenti da una ventina d’anni. LUCA RICOLFI LS 24

 

 

 

 

Berlusconi striglia Tremonti sull'Irap

 

Sessanta minuti da soli - Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti uno di fronte all’altro - e 120 insieme a Umberto Bossi e Roberto Calderoli. Il vertice «salva-Tremonti» si è consumato in tre ore, ieri ad Arcore. L’inizio non è stato affatto facile per il fiscalista di Sondrio chiamato a tenere la cassa della coalizione. Pare che il premier, di ritorno dalla dacia di Putin, non sia stato per nulla tenero: freddo come la neve di San Pietroburgo. Non sono serviti, a scioglierlo, neanche i segnali di appeasement lanciati in mattinata da alcuni big della destra, da Maurizio Sacconi a Italo Bocchino. «Non voglio sentirmi contraddetto» avrebbe detto al suo ministro più bizzoso, e meno controllabile. «L’agenda di governo spetta al leader e il leader sono io», avrebbe aggiunto. Dettaglio non secondario, visti i movimenti (neanche tanto sotterranei) dei delfini pronti a sostituirlo.

LA TASSA PIÙ ODIATA DALLE IMPRESE Tradotta in termini fiscali la richiesta di Berlusconi si chiama con un solo nome: Irap. Se agenda dev’esserci, si parte dall’imposta più odiata dalle imprese. Tanto più che Emma Marcegaglia insiste a chiedere meno tasse. Lo slogan è partito, e nelle lande nordiste ha un effetto moltiplicatore, utile in tempo di amministrative. Lo annuncia Gianni Letta, lo ripete Marcegaglia, lo bisbiglia il piccolo artigiano, lo sogna la partita Iva. Berlusconi detta, Tremonti scrive. Il ministro non si sarebbe affatto tirato indietro. L’Irap si abbasserà, ma alle sue condizioni. Il primo paletto riguarda la copertura, politica, che il premier dovrà dare al titolare dell’Economia. «Sono pronto ad attuare l’agenda, ma non a farmi stritolare dalle richieste di tutti», avrebbe chiarito Tremonti. Basta assalti alla diligenza, basta lamentele sui cordoni della borsa. La seconda condizione, collegata alla prima, è che i conti non vengano messi a rischio (più a rischio di così). Tanto che in serata Bonaiuti dichiara che lo sgravio si farà quando ci sarà copertura. Insomma, il rinvio dal punto di vista di Tremonti potrebbe essere anche sine die. Altro che agenda. Che fare quindi con il premier che scalpita e il ministro che frena? A questo punto è stato il fiuto politico di Bossi a trovare la quadra. «La elimineremo con il tempo», dichiara il leader del Carroccio al termine del summit, mentre Calderoli smorza: «Non se ne è parlato». Eppure proprio sull’Irap si concentrerà il dibattito d’autunno. Difficile credere che dopo l’annuncio di Berlusconi e l’operazione a tenaglia della maggioranza, si sia disposti a prendere tempo. I senatori guidati da Mario Baldassarri (autore del primo documento anti-Tremonti) vorranno vedere qualcosa già da subito. Per questo la Finanziaria non sarà affatto una passeggiata. Se ieri Bossi è riuscito a chiudere la partita con una semplice frase, «è tutto a posto», non sarà così nelle aule parlamentari. Così l’esito conclusivo del vertice diventa una dichiarazione d’intenti tanto sfumata da somigliare molto a una formula in perfetto stile prima repubblica. Il premier ha rinnovato la fiducia al titolare di via XX settembre purché le sue proposte siano sempre vagliate alla luce di un confronto con i colleghi di governo (sia di ex An che di ex Fi). Non si cita la cabina di regia, ma ci si è molto vicini. E fu proprio quella richiesta di collegialità che costò a Tremonti la poltrona nell’estate del 2004. Per i leghisti, veri sponsor del ministro, conta il risultato politico. E quello c’è tutto. Il premier, con la pax tremontiana, accontenta Bossi e rinsalda l’asse nordista. E il leader delle camicie verdi conferma il suo patto d’acciaio con il titolare del Tesoro. «Finché sono vivo io - manda a dire ai suoi alleati - Tremonti non corre alcun pericolo». Secondo Bossi quella di ieri è stata una bella giornata. «Non ho fatto io da paciere tra Berlusconi e Tremonti - si schernisce - si sono pacificati da soli, Tremonti non se ne va e penso che l’incidente sia chiuso».

UN MINISTRO COME GLI ALTRI Tremonti resta ma sarà un vertice con i leader a decidere la strategia d’autunno. Non più un monarca assoluto assiso in Via Venti Settembre, ma un ministro come gli altri. I passi si dovranno concordare anche con Gianfranco Fini. Ma ieri è stata la lega a cantare vittoria. Il governo «è solido, siamo una stessa famiglia: è inutile dare spazio a chi fa casino e basta», ha dichiarato il leader leghista. Che ha lanciato parecchie bordate ai suoi alleati di centrodestra. I problemi tra Tremonti e Berlusconi sarebbero dovuti soltanto ai «soliti pasticcioni del loro partito, in ogni partito ci sono persone invidiose -sostiene Bossi riferendosi al Pdl- gente che vuole spendere perché pensa che solo spendendo viene eletta. Invece la gente ti vota solo se ha stima di te e ora non si può spendere perché l’Europa ci uccide». Il senatur spara le sue cartucce da Arcore. Ma a Roma lo attendono le schiere parlamentari. È tutto un altro gioco. Bianca Di Giovanni L’U 25

 

 

 

 

Barcone di migranti nel Mediterraneo, possibile respingimento in Libia

 

L'imbarcazione con a bordo 200 africani è "scortata" da una petroliera italiana

Malta avrebbe autorizzato Tripoli a inviare una nave da guerra per riportarli indietro

 

PALERMO - Rischia di essere respinto in Libia il barcone con oltre 200 migranti, tra i quali donne e minori, che da due giorni sta navigando nel mare in burrasca "scortato" dalla petroliera italiana Antignano.

 

L'imbarcazione si trova in questo momento in acque Sar (ricerca e soccorso) di competenza maltese, ma le autorità dell'isola - secondo indiscrezioni raccolte alla Valletta - avrebbero autorizzato Tripoli a inviare la nave da guerra Al Hani per riportare in Libia gli immigrati. Tecnicamente non si tratterebbe di un vero e proprio respingimento, ma della rinuncia da parte dei Paesi dell'Unione Europea a prestare soccorso al barcone, delegando alla Libia ogni responsabilità.

 

Questa mattina la centrale operativa delle Capitanerie di Porto di Roma aveva inviato una nuova segnalazione alla Marina maltese, sollecitando l'intervento delle loro motovedette.

Secondo le Forza Armate dell'isola, tuttavia, gli extracomunitari non sarebbero in pericolo e dunque non si configurerebbe la necessità di un intervento di soccorso.

 

Era stata la Guardia costiera italiana, dopo l'Sos lanciato con un telefono satellitare dall'imbarcazione, a dirottare venerdì sera nella zona, al confine tra le acque libiche e quelle maltesi, la petroliera Antignano. La nave, oltre a rifornire gli immigrati di viveri e generi di prima necessità, ha navigato a ridosso del barcone per proteggerlo dalle onde. Tra gli extracomunitari a bordo del barcone vi sarebbero dei potenziali rifugiati, come alcuni profughi eritrei in grado di fare richiesta d'asilo. LR 25

 

 

 

La scelta di Touadi. Chiocchetti: noi migranti ne siamo fieri

 

Dichiarazione di Maurizio Chiocchetti, coordinatore Pd degli Italiani nel mondo.

 

“La scelta compiuta da Dario Franceschini di nominare suo vice Leonard Touadi, immigato congolese, ci riempie di gioia. Touadi rappresenta infatti i tanti immigrati che sono arrivati nel nostro Paese in questi anni  e al contempo manda un segnale chiaro anche alle nostre comunità italiane che vivono all’estero. Una scelta dunque che mira a rappresentare tutti i fenomeni  migratori come ha detto esplicitamente Franceschini.”

 

Lo afferma in una nota Maurizio Chiocchetti, coordinatore PD/Italiani nel mondo e capolista come Touadi a Roma per la lista semplicemente democratici per Franceschini.

“Lo abbiamo scritto anche nel nostro documento a sostegno della candidatura Franceschini tra i nostri connazionali che vivono nel mondo, dal titolo “noi, migranti”. Serve al PD un grande dipartimento che faccia i conti con tutte le migrazioni. Touadi da questo punto di vista ci può dare una grande mano per affrontare in maniera nuova uno dei fenomeni più straordinari del nostro tempo.” De.it.press

 

 

 

Anche la Camera favorevole al regolamento sull’autonomia finanziaria dei Consolati

 

ROMA - Dopo quella del Senato, anche la Commissione Affari Esteri della Camera ha approvato un parere favorevole, con osservazioni, allo schema di Regolamento sull’autonomia gestionale e finanziaria dei Consolati. Nella seduta di ieri mattina, cui ha partecipato il sottosegretario agli esteri Vincenzo Scotti, il relatore - Enrico Pianetta (Pdl) – ha presentato la sua proposta di parere; quindi è seguito un breve dibattito cui sono intervenuti i deputati del Pd Corsini e Narducci.

Il primo per esprime "soddisfazione per l'accoglimento nella proposta di parere di alcune valutazioni e intenti assunti dal Governo precedente, nonché degli argomenti portati anche dai gruppi di opposizione al dibattito sullo schema di regolamento". Corsini è quindi tornato sulla questione delle sponsorizzazioni, definendole "uno strumento che velocizza da un lato le procedure e dall'altro, responsabilizzando il titolare dell'ufficio, migliora la serietà e la qualità delle decisioni". Il deputato ha infine ribadito "l'auspicio per una sollecita calendarizzazione delle proposte di legge, assegnate congiuntamente alla Commissione affari esteri e alla Commissione cultura, in tema di riforma degli istituti di cultura", ottenendo in merito rassicurazioni dal presidente della Commissione Stefani.

Dal canto suo, Franco Narducci è intervenuto per ribadire l’importanza che "la riforma degli IIC proceda parallelamente alla riforma della legge n. 153 del 1971 sull'insegnamento della lingua italiana a favore dei lavoratori italiani e i loro congiunti". Dopo aver espresso "apprezzamento per il sollecito iter di esame dello schema di questo regolamento, assai atteso dagli operatori nelle sedi estere", Narducci ha raccomandato al sottosegretario Scotti "particolare cautela nel procedere ai successivi interventi normativi di rango regolamentare per non deteriorare la delicata situazione in cui versa la rete diplomatico-consolare".

La Commissione ha quindi votato e approvato la proposta di parere favorevole con osservazioni del relatore, che qui riportiamo integralmente.

"La III Commissione (affari esteri e comunitari),

esaminato lo Schema di regolamento di semplificazione recante norme in materia di autonomia gestionale e finanziaria delle rappresentanze diplomatiche degli uffici consolari di I categoria del Ministero degli affari esteri; condivisa l'esigenza di autonomia gestionale e di maggiore flessibilità finanziaria da parte delle rappresentanze diplomatiche e dagli uffici consolari a fronte di una tendenziale contrazione delle dotazioni finanziarie; apprezzato il fatto che il provvedimento opera una consistente semplificazione e razionalizzazione della normativa che viene abrogata all'entrata in vigore della normativa regolamentare; ribadita l'esigenza di assicurare risorse congrue alla nostra rete all'estero nell'ambito della manovra finanziaria in corso;

in particolare, valutata positivamente la previsione, di cui all'articolo 4 dello schema di regolamento, che in tema di gestione di cassa riconosce la possibilità di rinvio all'esercizio successivo degli eventuali avanzi di gestione, consentendo benefici in termini di programmazione della spesa, efficiente allocazione delle risorse pubbliche e un margine di operatività più ampio ed elastico per il singolo ufficio; ritenuta altresì significativa le disposizioni, di cui agli articoli 28 e 29 del provvedimento, che riconoscono la possibilità di offrire servizi a pagamento alle imprese e, qualora non sussistano istituti di cultura in aree specifiche, la possibilità di offrire servizi in forma di organizzazione di corsi di lingua e cultura italiana;

esprime PARERE FAVOREVOLE con le seguenti osservazioni:

valuti il Governo l'opportunità di consolidare analoga strategia di semplificazione e razionalizzazione normativa e contabile nel settore degli istituti di cultura e di avviarla in quello della cooperazione allo sviluppo;

all'articolo 10, comma 1, dopo la parola: "la dotazione finanziaria", valuti il Governo l'inserimento della seguente: "assegnata";

dopo l'articolo 38, si valuti l'inserimento del seguente articolo: "38-bis. Dall'attuazione del presente regolamento non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato";

per quanto concerne la struttura della rendicontazione e in un'ottica di trasparenza e semplificazione, valuti il Governo di evitare procedure differenziate tra le sedi e di disporre che tutti gli uffici, al momento della chiusura del bilancio consuntivo, evidenzino non solo i risultati dalla gestione finanziaria, ma anche il risultato di amministrazione che fa stato della situazione complessiva debitoria e creditoria;

in tema di sponsorizzazioni, si ritiene opportuno non assoggettare l'accettazione della sponsorizzazione ad espressa autorizzazione ministeriale, per valorizzare il ruolo e la competenza del titolare dell'ufficio in loco;

 

valuti il Governo come definire delle chiare linee di azione che consentano di gestire nel migliore dei modi e, soprattutto, nella massima trasparenza, eventuali rapporti commerciali ed economici dei nostri uffici diplomatici all'estero". (aise)

 

 

 

Museo dell’emigrazione. Di Biagio: l’Italia fa i conti con la propria storia

 

Roma, 23 ottobre 2009 – “L’inaugurazione del Museo dell’emigrazione stamane al Vittoriano rappresenta uno dei punti più alti del percorso di riconoscimento e di riabilitazione da parte dell’Italia di un pezzo della storia del nostro Paese”. Lo ha dichiarato Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL.

“La presenza del Presidente Napolitano, unita a quella del Presidente Fini in una occasione solenne come l’inaugurazione del Museo – dice - ha dato un’ulteriore conferma del profondo rispetto che l’Italia ha incominciato a tratteggiare nei confronti di un fenomeno tanto complesso come l’emigrazione italiana nel corso dei decenni”.

“Questo doveroso e solenne tributo all’emigrazione - continua -  che ha trovato il pieno sostegno delle più alte cariche dello Stato, segna un approccio nuovo, costruttivo del nostro Paese verso il fenomeno dell’emigrazione di italiani che si è prolungata negli anni, soprattutto sotto il profilo educativo e formativo dello stesso fenomeno. Plaudo sentitamente all’iniziativa e ringrazio con sincera ammirazione la sensibilità del Presidente della Repubblica e del Presidente della Camera”.

“La nascita del Museo dell’emigrazione, nel luogo simbolo dell’Italia e della sua storia, ha un valore profondamente simbolico per chi, nel corso degli anni ha dovuto lasciare la propria terra per una vita migliore. Ha quasi il sapore di una resa dei conti, di un Paese che affronta a viso aperto quello che è stato un pezzo della sua storia, e gli rende quel tributo tanto meritato”. Così ancora Aldo Di Biagio.

“Davanti a questo tributo all’emigrazione – continua - mi rendo conto di un approccio nuovo, costruttivo del nostro Paese verso il fenomeno dell’emorragia di italiani che si è prolungata negli anni, una dinamica di riabilitazione di una questione che è rimasta per anni in secondo piano. Sicuramente questa struttura nel cuore dell’Italia, potrà essere un riferimento soprattutto per le giovani generazioni, che girovagando tra le sue sale, scorgendo gli utensili e le fotografie scattate anni orsono, potranno cogliere il dolore ma allo stesso tempo la ricchezza che milioni di Italiani hanno portato con loro, lasciando la propria terra”.

“Credo, non senza un briciolo di emozione, che proprio con questo museo e con i suoi ricchi tesori si possa aprire un nuovo modo di curare la storia anche sul versante formativo: in questa logica – sottolinea Di Biagio - l’ipotesi di un progetto museale itinerante che si appoggi agli istituti di cultura italiani all’estero, in occasione dell’anniversario dell’Unità di Italia nel 2011, così come anticipata dal Sottosegretario Mantica, possa creare un profondo e sentito percorso di avvicinamento dei nostri connazionali emigrati alla loro terra. Con il Museo del Vittoriano, il nostro Paese rende vivido il rispetto dovuto ai tanti italiani emigrati nel corso degli ultimi due secoli, e che vogliono sinceramente ancora sentirsi tali, malgrado la piena integrazione nei territori di residenza e la soddisfazione professionale ed economica raggiunta nel corso degli anni”.

“L’Italia – conclude - deve essere pienamente consapevole della ricchezza che questi uomini e donne rappresentano, e del loro importante contributo alla crescita stessa del Paese dal quale si sono allontanati: i nostri emigranti, di vecchia e nuova generazione, hanno contribuito a strutturare il culto per il made in Italy e hanno avvicinato le varie sfaccettature della civiltà italiana alle diverse società. Plaudo all’iniziativa portata avanti da questo Governo ed al forte sostegno del Sottosegretario Mantica, che in prima persona ha inteso dare forza a questo progetto, promuovendo l’iniziativa e richiamando l’attenzione dell’intero Paese”. De.it.press

 

 

 

 

Italian Women in the World alla Convention delle Camere di Commercio Italiane all’estero

 

SALERNO - Si è appena concluso l’appuntamento di Italian Women in the World al Festival di Firenze, dedicato all’Anno Europeo della Creatività e Innovazione, che la rete è di nuovo in viaggio.

Nuova tappa (prima di Bologna,New York, Tokyo) la Convention Mondiale delle Camere Italiane di Commercio, a Salerno il 25 ottobre, dove IWW ha presentato il know how della rete e la capacità di organizzare eventi internazionali con budget inesistenti o ridotti.

Patrizia Angelini, presidente di IWW, ha annunciato i prossimi progetti della rete. Un’organizzazione dedicata a eventi low budget all’estero, PR, nonché alla diffusione del made in italy e dell’eccellenza italiana all’estero.

“Durante il 2009, Anno Europeo della Creatività - ha spiegato Patrizia Angelini- mi è sembrato doveroso intitolare il Premio Bologna 2010, preceduto dalla tavola rotonda del Festival di Firenze, dedicata all’innovazione”. Un tema che ha suscitato anche l’interesse della vice presidente dell’Europarlamento, Roberta Angelilli, espresso in una lettera con i suoi più sinceri auspici verso i progetti attivi ed in cantiere di Italian Women in The World.

Patrizia Angelini ha anche ribadito i riconoscimenti e la visibilità di Iww all’estero: sinonimo di considerazione ed efficacia del progetto da parte dei media e degli addetti ai lavori, annunciando la terza edizione del Premio Globo Tricolore - 2011 Tokyo e N.Y.C.

“Ma nel nostro paese – ha precisato Angelini - la situazione è lenta, è in work in progress. Per questo motivo ci conoscono ancora poco. Il Premio Bologna 2010 sarà un’occasione per parlare non solo di italiani di successo ma anche di noi”.

La seconda edizione del Premio "Il globo tricolore-Iww nel Mondo: Creatività ed Innovazione” si terrà a Palazzo Re Renzo,il 18 settembre 2010. Un bando internazionale che si rivolge a tutti gli italiani - residenti all'estero e oriundi - agli italiani che operano "da e per l'estero" anche temporaneamente; ai figli o discendenti dei connazionali all'estero, nelle tre categorie: "Donne", "Uomo", "Under 25". Il premio è in collaborazione con Assocamerestero, Unioncamere Emilia-Romagna, Il Resto del Carlino/Qn e con il patrocinio di: Enit, Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità , Regione Emilia Romagna, Regione Liguria, Regione Molise, Consiglio Regionale Trentino Alto Adige, Assessorato al Turismo Regione Liguria, Provincia di Firenze, Provincia di Bologna e Comune di Bologna.

Iww assegnerà 7 riconoscimenti a profili eccellenti nelle aree: comunicazione ed eventi; nutrizione, salute e bellezza; arte e design; performing arts; energie alternativi e prodotti riciclati; information and communication technologies; scienza, ricerca, tecnologia ed ingegneria; tessile e moda; turismo.

Al Festival della Creatività di Firenze “Creatività imprenditoriale, innovazione anti-crisi. Il progresso delle imprese in rosa. Comunicare l’imprenditoria attraverso nuovi canali editoriali. New media, la web tv- etica. Il canale tv dedicato a IWW, il libro di Patrizia Angelini e Giorgia Petrini dedicato a storie italiane di successo” erano stati i temi affrontati dai relatori alla tavola rotonda “Quando la Creatività incontra l’innovazione” curata da Iww. Un focus sull’innovazione nell’imprenditoria, nel marketing e nella comunicazione.

Presentata la 1° web tv etica da Maria Moreni, presidente Di Pyseon No profit per lo sviluppo della professionalità competitiva, etica e solidale. Durante l’intervento dell’esperta in Corporate Social Responsability , oltre a richiedere la collaborazione di Iww nella web tv “con un canale dedicato alla rete”, ha espresso l’obiettivo della rete che vuole dimostrare come “la buona comunicazione” possa diffondere effettivamente valori etici, meritocratici,responsabilità etiche, sociali e culturali per rendere il “mondo, un posto migliore”.

Tra le imprenditrici presenti alla conferenza Vanessa Barcaccia, giovane imprenditrice e designer italofrancese con la sua linea gioielli Vanessa B. Sarà Italian Women in the World a promuovere il marchio in Italia e all’estero. Primo fra tutti il lancio della nuova linea accessori dedicata al Globo Tricolore Iww, realizzata in esclusiva dalla azienda. (Inform, de.it.press)

 

 

 

Italien. Krisengeschüttelt

 

Rom. Das hatte dem Partito Democratico (PD) gerade noch gefehlt: Vergangene Woche stellte sich heraus, dass die Partei offenbar auch einen Camorra-Killer auf den Mitgliederlisten führte. Der Mann war laut Staatsanwaltschaft Teil des vierköpfigen Mordkommandos, das im Frühjahr einen Stadtrat im süditalienischen Castellammare di Stabia liquidiert hatte. Auch das Opfer war Parteigänger des PD gewesen und hatte sich wohl mit dem organisierten Verbrechen eingelassen.

 

Infiltrationen der Mafia sind nicht das einzige Problem der größten Oppositionspartei Italiens. Die Partei, die im Herbst 2007 aus der Fusion von Linksdemokraten und christlich-sozialer Margherita-Partei entstanden war, hat in den zwei Jahren ihres Bestehens nie zu einer erfolgversprechenden Strategie gegen Silvio Berlusconi gefunden - obwohl der Cavaliere durch seine Skandale schwer angeschlagen ist.

 

Am kommenden Wochenende hofft der PD mit der Kür des dritten Parteichefs innerhalb von zwei Jahren, die permanenten internen Streitereien beilegen zu können. Zur Wahl stehen Pierluigi Bersani (58), ehemaliger Industrieminister unter Romano Prodi, Interims-Parteichef Dario Franceschini (51) sowie, als krasser Außenseiter, der PD-Senator und Arzt Ignazio Marino (54).

 

Favorit ist Bersani: Der modern und offen politisierende Pragmatiker steht für eine Rückkehr zum Modell des Ulivo, also zu einer breiten Koalition der Linksparteien, mit der Prodi bei zwei Wahlen Berlusconi besiegte (1996 und 2006). Gleichzeitig möchte Bersani die Partei wieder stärker lokal verankern.

 

Bei der in den letzten Wochen durchgeführten Wahl durch die Parteimitglieder hat der Ex-Minister mit 55 Prozent der Stimmen eine deutliche Mehrheit erhalten. Dennoch ist das Rennen nicht entschieden: Der PD leistet sich die Extravaganz, auch noch eine Volkswahl durchzuführen, bei der auch Sympathisanten mitbestimmen können. Die Parteispitzen erhoffen sich dank einer hohen Beteiligung bei der Wahl vom 25. Oktober neuen Schwung für die Monate bis zu den Regionalwahlen im kommenden Frühling - erwartet werden in den rund 10000 Wahllokalen des PD zweieinhalb bis drei Millionen Wähler. DOMINIK STRAUB FR 24

 

 

 

Berlusconi und Putin. Eine geopolitische Männerfreundschaft

 

Als „inoffiziell“ und „privat“ war die Reise des italienischen Ministerpräsidenten Silvio Berlusconi nach Sankt Petersburg bezeichnet worden. Dazu passte, dass Berlusconi, wie italienische Zeitungen berichteten, mehrere Flaschen Wein für seinen Gastgeber, den russischen Ministerpräsidenten Wladimir Putin, im Gepäck hatte. Dieser wurde am 7. Oktober 57 Jahre alt. Doch der dreitägige Besuch Berlusconis ist weit mehr als eine nachträgliche Geburtstagsfeier für seinen russischen Freund. Schon vorab war in der Zeitung „Il Giornale“, die zur Familie Berlusconis gehört, zu lesen, dass die beiden auch über Öl, Gas und Geopolitik reden wollten.

So kam es - und die beiden zogen am Donnerstag als Dritten per Videoschaltung den türkischen Ministerpräsidenten Erdogan hinzu, um über die geplante Gaspipeline „South Stream“ zu sprechen, die vom russischen Gasmonopolisten Gasprom als Konkurrenz zum EU-Projekt „Nabucco“ vorangetrieben wird. Immerhin wurden Gerüchte nicht bestätigt, der frühere Bundeskanzler Schröder solle zu der Begegnung hinzustoßen.

 

„Positive Dynamik“ - „Nabucco“ soll den Europäern an Russland vorbei über den Südkaukasus Zugang zu den großen Gasvorkommen im Kaspischen Becken und Zentralasien verschaffen. Der italienische Energieversorger Eni indes ist schon lange Partner von Gasprom bei der Verwirklichung von „South Stream“; im August unterzeichneten schließlich Russland und die Türkei eine Vereinbarung, die es Russland erlaubt, die Pipeline durch die türkische Wirtschaftszone im Schwarzen Meer zu führen. Für „South Stream“ war das ein entscheidender Schritt, denn sonst hätte die Leitung durch die ukrainische Wirtschaftszone geführt werden müssen - was angesichts der gespannten Gas-Beziehungen zwischen Moskau und Kiew viel Konfliktpotential geboten hätte. Die Pipeline soll 2013 fertig sein, ein Jahr vor „Nabucco“, dessen Bau von den beteiligten Staaten, darunter der Türkei, im Juli vereinbart worden ist.

Bei der Videoschaltung mit Erdogan sprach Putin am Donnerstag von einer „positiven Dynamik“. Er wies darauf hin, dass russische und italienische Unternehmen schon viel Erfahrung beim Bau der Gaspipeline „Blue Stream“ auf dem Grund des Schwarzen Meeres zwischen Russland und der Türkei gesammelt hätten. Zuvor hatte Erdogan versichert, dass der Zeitplan für den Bau von „South Stream“ eingehalten werden könne. Alle Vorarbeiten in Bezug auf Sicherheit und Umwelt sowie eine Erdbebengefahr seien genehmigt worden und schritten voran.

Politik unter Freunden

Schon zur Unterzeichnung der türkisch-russischen Vereinbarung über „South Stream“ war Berlusconi im August überraschend nach Ankara gekommen. Vergangene Woche schlossen Italien, Russland und die Türkei dazu noch einen Vertrag über eine Erdölleitung ab, die von Samsun am Schwarzen Meer durch die Türkei zum türkischen Mittelmeerhafen Ceyhan führen soll. Das Abkommen solle die Sicherheit der Energieversorgung verbessern, teilte der italienische Energiekonzern Eni mit. Der Konzern werde die Pipeline zusammen mit dem türkischen Unternehmen Calik Enerji bauen. Russland und Kasachstan sollten das Erdöl liefern.

In Italien wird nun vor allem der Alleingang Berlusconis kritisiert. Senator Francesco Rutelli von der oppositionellen Demokratischen Partei sprach von einer „Geheimmission“, der frühere Regierungschef Massimo D'Alema verurteilte die sonderbaren Männerfreundschaften Berlusconis zu Putin oder dem libyschen Staatschef Muammar al Gaddafi. Berlusconi müsse endlich begreifen, dass es für ihn keine „privaten Reisen“ und keine „privaten Freundschaften mit Staatschefs“ gebe. Verteidigungsminister Ignazio La Russa beruhigte hingegen, er könne „keine Verschwörung“ erkennen: „Ein Regierungschef kann doch private Beziehungen zum Ministerpräsidenten eines anderen Landes haben.“ Außenminister Franco Frattini fügte hinzu: „Das ist ein Treffen zwischen Freunden, die über Außenpolitik und über Außenwirtschaft reden.“ Doch das beruhigte die Kritiker nicht. Berlusconi behandle Italien wie sein Privatunternehmen, hieß es am Donnerstag von mancher Seite - wann werde Berlusconi über seine Energiepolitik im Parlament beraten lassen?

Berlusconi und Putin pflegen seit ihrer ersten Begegnung 2001 eine enge Beziehung. Als Putin noch Präsident war, machte seine Familie im Anwesen Berlusconis auf Sardinien Urlaub; im Gegenzug wurde der italienische Ministerpräsident in den russischen Schwarzmeerort Sotschi eingeladen. Auch, dass Berlusconi gleichzeitig ein enges Verhältnis zum amerikanischen Präsidenten George W. Bush pflegte, zu dessen Regierung der Kreml ein äußerst gespanntes Verhältnis hatte, hat seiner Beziehung zu Putin nicht geschadet. Denn in Berlusconi hat Putin einen verlässlichen Fürsprecher innerhalb der EU. Das zeigte sich auch während des russisch-georgischen Kriegs im August 2008: Der italienische Ministerpräsident warnte damals vor einer „antirussischen Front“ und setzte sich mit Nachdruck gegen die Verhängung von Sanktionen gegen Russland ein. Berlusconi zeigte damals Verständnis dafür, dass die Anerkennung des Kosovos durch die EU für Russland eine „Provokation“ gewesen sei. Geschäftlich sind sich Putin und Berlusconi nicht nur bei „South Stream“ nahe: Eni und Gasprom machen auch mit Libyen gemeinsame Geschäfte. Jörg Bremer und Reinhard Veser Faz 23

 

 

 

 

Italiens Linke wählt neue Spitze. US-Modell oder Good Old Europe

 

Bei der Urwahl der italienischen Opposition am Sonntag geht es um mehr als bloß den nächsten Parteichef. Abgestimmt wird auch über die zukünftige Struktur des linken Lagers. VON MICHAEL BRAUN

 

Am Sonntag sind Mitglieder und Anhänger der Demokratischen Partei in ganz Italien aufgerufen, per Urwahl den neuen Parteichef und damit linken Oppositionsführer zu küren. Drei Kandidaten treten an, doch nur zweien wird Aussicht auf Erfolg eingeräumt: dem früheren Christdemokraten Dario Franceschini und dem früheren Linksdemokraten Pierluigi Bersani.

Der 58-jährige Bersani, der seine Karriere noch in der glorreichen Kommunistischen Partei Italiens begonnen hatte, und der 51-jährige Franceschini sind beide schon seit mehr als 30 Jahre im politischen Geschäft. Sie kämpfen jetzt - erstmals in der Geschichte der noch jungen Demokratischen Partei - in einer offenen Konfrontation um die Parteiführung. Schon zweimal in den letzten Jahren hatte das Mitte-links-Lager zu Urwahlen gegriffen, mit jeweils spektakulären Mobilisierungserfolgen. Im Herbst 2005 wurde Romano Prodi von etwa vier Millionen Abstimmenden zum Spitzenkandidaten gegen Berlusconi in den Parlamentswahlen 2006 berufen. Im Oktober 2007 fanden drei Millionen Bürger an die Urnen, um Walter Veltroni als ersten Vorsitzenden der gerade entstandenen Demokratischen Partei auf den Schild zu heben. Damals hieß es, die so Gewählten verfügten dank der grandiosen Beteiligung über eine "überzeugende Legitimation". Das nützte jedoch weder Prodi noch Veltroni. Prodi scheiterte in nur 18 Monaten als Ministerpräsident an einer völlig zerstrittenen Koalition. Auch Veltroni war schnell mit seinem Latein am Ende, nachdem er im April 2008 für die Demokraten zwar gut 33 Prozent einfahren konnte, aber gegen Berlusconi dennoch verlor.

In der aus der Fusion der Linksdemokraten mit der Mitte-Partei Margherita entstandenen Demokratischen Partei standen sich nämlich nicht bloß frühere Christdemokraten und Exkommunisten gegenüber - auch zwischen den Exkommunisten verliefen und verlaufen tiefe Gräben. Veltroni stand für das US-Modell, das auf eine klassische Mitgliederstruktur verzichtete und stattdessen die breite Anhängerschaft per Urwahlen am Parteileben teilhaben lassen wollte. Sein Stellvertreter damals hieß Dario Franceschini - der jetzt in dieser Kontinuität weitermachen möchte. Als "europäischer Sozialdemokrat" präsentiert sich dagegen Bersani; er will der Partei eine solide Organisation verpassen und sie wieder als Vertreterin von Arbeitnehmerinteressen positionieren.

Bersani werden die besseren Chancen eingeräumt. In einer ersten Abstimmungsrunde im September, die für die Parteimitglieder reserviert war, erhielt er im September 56 Prozent; Franceschini musste sich mit 36 Prozent bescheiden, auch wenn frühere Linksdemokraten wie Veltroni oder Piero Fassino, der letzte Vorsitzende der Linksdemokraten vor der Fusion 2007, ihn jetzt unterstützen. Dennoch ist ein Überraschungssieg Franceschinis möglich, da zwei bis drei Millionen Parteianhänger an der Urwahl teilnehmen und das Resultat der Mitgliederbefragung auf den Kopf stellen könnten. Taz 24

 

 

 

Geheimpapier. Italien verhandelte mit der Mafia

 

Rom. Das war von einem hochrangigen Vertreter des Staates noch nie zu hören gewesen: "Es hatte Verhandlungen zwischen dem Staat und der Mafia gegeben. Die Mafia hatte begriffen, dass sie den Staat erpressen konnte", erklärte Piero Grasso, Chef der Anti-Mafia-Behörde im Fernsehen.

 

Grassos Aussagen beziehen sich auf eine der düstersten Epochen der italienischen Nachkriegsgeschichte: Die Zeit um das Jahr 1992, als sich die sizilianische Mafia, die Cosa Nostra, auf eine "Strategie der Blutbäder" verlegt hatte und innerhalb von zwei Monaten die beiden hartnäckigsten Mafiajäger, Richter Giovanni Falcone und Paolo Borsellino, mit Bomben ermordet hatte.

 

Der von Grasso nun bestätigte Verdacht, es habe damals Verhandlungen des Staates über eine Art Waffenstillstand mit der Mafia gegeben, stand schon lange im Raum - und neue, spektakuläre Ermittlungen der Staatsanwaltschaft von Palermo könnten nun Licht in das Dunkel bringen.

 

Schlüsselfigur und Kronzeuge ist aber nicht ein reuiger Mafioso, sondern Massimo Ciancimino, Sohn des damaligen Stadtpräsidenten von Palermo, Vito Ciancimino. Er hatte den Staatsanwälten vor einigen Tagen einen Zettel gefaxt, auf welchem zwölf Forderungen aufgeführt sind, die der damals noch flüchtige "Boss der Bosse", Toto Riina, höchstpersönlich in Handschrift aufgelistet haben soll. Unter anderem fordert die Mafia in diesem "papello" eine Revision des "Maxi-Prozesses", bei dem Ende der 80er Jahre Hunderte von Bossen in die Gefägnisse wanderten, sowie die Abschaffung der Isolationshaft für die Mafiosi.

 

Keine der Forderungen wurde erfüllt - Im Gegenzug sollte das Morden aufhören: "Die Kontakte mit der Mafia hätten dazu dienen sollen, weitere Bluttaten an Politikern zu verhindern", betonte Grasso im Fernsehen. Das Original des "papello" lässt freilich noch auf sich warten, und so ist die Authentizität fraglich.

 

Don Vito, wie der später wegen Mafiaverwicklungen verurteilte und vor einigen Jahren verstorbene Stadtpräsidenten von Palermo, Ciancimino, genannt wurde, war jahrelang ein Vertrauter der Mafia und nach Darstellung seines Sohnes zusammen mit dem Carabinieri-General Mario Mori Schaltstelle für die Verhandlungen zwischen der Regierung und den Bossen gewesen.

 

Zwei weitere Akteure der Epoche, der damalige Innenminister Nicola Mancino und sein Kollege im Justizministerium, Claudio Martelli, bestreiten, dass es Verhandlungen gegeben habe. Nervös verweisen sie darauf, dass keine der Forderungen erfüllt worden sei.

 

Am nervösesten ist aber Silvio Berlusconi. Man möge doch, sagte der italienische Regierungschef, "jene Zeit ruhen lassen, da rührt man bloß in alten Wunden". Dem Premier schwant Böses: Von "feindlichen Staatsanwälten" erneut in Mafia-Ermittlungen einbezogen zu werden, wäre "reiner Wahnsinn", sagte Berlusconi.

DOMINIK STRAUB FR 23

 

 

 

Italien. Sexskandal erschüttert größte Oppositionspartei

 

Der wegen einer möglichen Sexaffäre erpresste Präsident der mittelitalienischen Region Latium, Piero Marrazzo, ist zurückgetreten. Zuvor war bekanntgeworden, dass in Rom vier Carabinieri festgenommen worden waren. Sie hatten den Politiker der Mitte-Links-Partei PD mit einem Video erpressen wollen.

 Nach den jüngsten Skandalgeschichten um den italienischen Ministerpräsidenten Silvio Berlusconi wird nun auch die oppositionelle Demokratische Partei (PD) von einer Sexaffäre erschüttert. Laut Medienberichten gibt es ein Video, das den ranghohen PD-Politiker Piero Marrazzo mit einem Transsexuellen in einer römischen Wohnung zeigt. Vier Polizisten seien in Haft, weil sie versucht hätten, den 51-jährigen Marrazzo mit dem Video zu erpressen.

Die Behörden erklärten, dass entsprechende Ermittlungen im Gange seien. Die Existenz des Videos selbst wurde aber nicht bestätigt. Marrazzo erklärte, es handele sich dabei um eine Fälschung, mit der er aus der Politik gedrängt werden solle. Gleichwohl legte er sein Amt des Regionalpräsidenten von Latium nieder. Zu der Region gehört auch Rom.

Er wolle der Linkspartei nicht schaden und auch seine Familie aus der Debatte um seine Person heraushalten, betonte Marrazzo. „Es ist eine persönliche Angelegenheit, in der Schwächen, die mit meiner Privatsphäre zu tun haben, ins Spiel kommen“, sagte er in einer Erklärung. „Die Fehler, die ich gemacht habe, haben in keiner Weise mein öffentliches Handeln beeinflusst.“

Der Skandal kam kurz vor der Urwahl eines neuen PD-Vorsitzenden ans Tageslicht. Eine Vorwahl findet 25. Oktober statt. Um den Posten bewerben sich Amtsinhaber Dario Franceschini sowie der frühere Industrieminister Pier Luigi Bersani und Iganzio Marino.

Letzterer gilt als Außenseiter, Bersani indes als Favorit. Die größte Oppositionspartei hat sich von ihrer Niederlage gegen Berlusconis Konservative im April 2008 noch nicht erholt.  Alessandra Rizzo AP 25

 

 

 

 

Tschechiens Präsident gibt nach. Kompromiss mit EU in Reichweite

 

Nach langer Weigerung will Tschechiens Präsident Vaclav Klaus nun offenbar den Lissabon-Vertrag unterzeichnen. Dafür erhielt er Ausnahmeregelungen.

Grossbild

Der tschechische Präsident Vaclav Klaus hat einen Kompromiss-Vorschlag der schwedischen EU-Ratspräsidentschaft im Streit um den Lissabon-Vertrag begrüßt. Klaus habe zu den Prager Forderungen im Zusammenhang mit der EU-Grundrechtecharta ein Angebot erhalten, "das den Ideen des Präsidenten entspricht und mit dem gearbeitet werden kann", teilte sein Sprecher Radim Ochvat in Prag mit.

Was genau Tschechien angeboten wurde, wurde nicht bekannt. Seitdem Klaus seine Forderung nach einer Ausnahmeklausel Anfang Oktober bekanntgab, verhandelt Schweden mit dem Land.

 

Klaus will für Tschechien ein Aussetzen der EU-Grundrechtecharta erreichen, um sein Land vor Rückgabeforderungen von im Zweiten Weltkrieg Vertriebenen zu schützen. Polen und Großbritannien haben bereits Ausnahmen für die dem Lissabon-Vertrag angehängte Charta erreicht.

Damit der EU-Reformvertrag in Kraft treten kann, fehlt europaweit nur noch die Unterschrift des tschechischen Präsidenten. Die EU will bei ihrem Gipfel Ende nächster Woche über die Forderungen von Klaus beraten, der auch noch ein Urteil des einheimischen Verfassungsgerichts abwartet. (dpa/AP 23)

 

 

 

 

Afrikanische Staaten vereinbaren Garantien für Flüchtlinge

 

Mit einer bahnbrechenden Entscheidung haben die afrikanischen Staaten Garantien für die 17 Millionen Flüchtlinge und Vertriebenen auf ihrem Kontinent auf den Weg gebracht. Auf einem Gipfeltreffen in der ugandischen Hauptstadt Kampala vereinbarten die Vertreter von 46 der 53 Mitgliedsstaaten der Afrikanischen Union (AU), die Pflicht auf Hilfsmaßnahmen für Flüchtlinge einzuführen. Afrika ist der Kontinent mit den meisten Flüchtlingen. Die Mehrzahl lebt allerdings als Binnenflüchtlinge in ihren oft riesigen Heimatländern. Der zweitägige Gipfel in Kampala zielte darauf ab, "dauerhafte Lösungen für die tieferen Ursachen" des Flüchtlingsproblems zu benennen, wie der ugandische Minister für Flüchtlinge, Tarsis Kabwegyere, sagte. Vereinbart wurden eine Konvention, die rechtlich bindend werden soll, und ein zweiter Text, der nicht bindend sein wird. Die Konvention soll in Kraft treten, wenn sie von 15 Staaten abschließend ratifiziert wurde. Sie sieht vor, dass beispielsweise älteren Flüchtlingen Sonderhilfen gewährt werden müssen. "Afrika zählt ungefähr ein Drittel aller Flüchtlinge der Welt", sagte AU-Kommissionspräsident Jean Ping am Eröffnungstag. "Es geht um die Zukunft des Kontinents."  (AFP 23)

 

 

 

 

 

Taliban: Ganz Pakistan ist Kampfgebiet

 

Terrorwelle erschüttert das Land / Heftige Kämpfe in Süd-Wasiristan

Von Christine Möllhoff, Neu Delhi

 

„Rah-i-Nijaat“, Pfad der Erlösung, hat das Militär die Offensive getauft, die Medien sprechen von Pakistans „großer Schlacht“. Seit einer Woche greifen 28 000 Soldaten die Taliban in ihrer Hochburg Süd-Wasiristan an der afghanischen Grenze an. Doch die Militanten wehren sich erbittert. Am Freitag erschütterte erneut eine blutige Terrorserie den Atomstaat. Ganz Pakistan sei nun Kampfgebiet, drohte Qari Hussain, einer der Taliban-Führer. In nur drei Wochen starben bald 200 Menschen durch Terrorakte.

 

Nahe der Luftwaffenbasis Kamra, 65 Kilometer von Islamabad, sprengte sich ein Selbstmordattentäter an einer Straßensperre in die Luft. Sieben Menschen wurden getötet. Kamra wurde in Zusammenhang mit Atomwaffen erwähnt. Die Armee bestreitet dies. Im Nordwesten fuhr eine Hochzeitsgesellschaft auf eine Landmine, die vermutlich für die Armee bestimmt war. 18 Menschen, darunter vier Kinder, starben. In Peshawar explodierte eine Autobombe vor einem Restaurant, 15 Menschen wurden verletzt.

 

Amerikanische und indische Militärexperten äußern Sorge, ob Pakistan die Schlacht gewinnen kann. Die Offensive zielt auf den Verband Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) und seinen neuen Führer Hakimullah Mehsud. Die Militanten scheinen stärker als gedacht. Seit Tagen liefern sich Militär und Extremisten heftige Kämpfe um die Stadt Kotkai, die als Tor zu den Taliban-Stützpunkten gilt.

 

Lange hatte sich Pakistans Führung in dem Glauben gewiegt, sie könne sich mit den Taliban arrangieren. Doch immer dreister greifen nun Hakimullahs Kämpfer, die angeblich mit Al Qaida vernetzt und vereint sind, Staat und Sicherheitskräfte an. 5000 bis 15 000 Taliban- und Al Qaida-Kämpfer sollen sich in Süd-Wasiristan tummeln, darunter auch 2000 usbekische und arabische Kämpfer.

 

Die Menschen sind in Angst. Die Verunsicherung sei riesengroß, sagt Gregor Enste von der Heinrich-Böll-Stiftung in Lahore. Vor allem der Anschlag auf die Islamische Universität in Islamabad am Dienstag, bei dem sechs Menschen starben, sendete Schockwellen aus. Damit überschritten die Extremisten eine neue Grenze. Die Regierung ließ alle Universitäten und Schulen bis auf Weiteres schließen. Studenten demonstrierten gegen diese Entscheidung, die sie für die falsche Antwort halten.

 

Die zivile Regierung gibt keine allzu gute Figur ab. Die meisten Politiker ducken sich weg und lassen die Menschen allein mit der Angst. „Wo sind unsere Führer?“, fragte die Zeitung Dawn irritiert. Rund 120 000 Menschen sollen vor den Kämpfen geflohen sein. Es gibt Kritik, dass die Notcamps nicht für die absehbaren Menschenmassen gewappnet sind. Im Kampfgebiet sollen Zivilisten im Kreuzfeuer sterben. Mindestens 300 Häuser sollen zerbombt worden sein.

 

Auch in Pakistans Nachbarländern nährt die Offensive Angst vor Terrorakten. Die Extremisten könnten versuchen, mit Anschlägen Grenzkonflikte zu entfachen, damit die Armee die Offensive in Süd-Wasiristan abbrechen muss. In Indien geht die Angst vor einem „zweiten Mumbai“ um. Der Iran vermutete, dass Kräfte aus Pakistan in den Anschlag auf die Revolutionsgarden mit 41 Toten am vergangenen Sonntag verwickelt sind.

 

Der Ausgang der „großen Schlacht“ um Süd-Wasiristan ist ungewiss. Zwar erwägt das Militär, die Zahl der Soldaten in Süd-Wasiristan von 28 000 auf 60 000 aufzustocken. Doch Sri Lanka brauchte drei Jahre und 100 000 Soldaten, um die 10 000 Tamilen-Rebellen der LTTE zu besiegen. Indien soll zeitweise bis zu 600 000 Soldaten im Unruheherd Kaschmir stationiert gehabt haben. Und in Afghanistan erlebt man, dass 100 000 ausländische Truppen offenbar viel zu wenig sind, um der Taliban Herr zu werden. Auch das Gezänk in den USA über die neue Strategie für die Region stärkt den Kampfeswillen in Pakistan kaum.  Tsp 24

 

 

 

 

Philipp Rösler, das erste Kabinettsmitglied mit Migrationshintergrund

 

Philipp Rösler wird Gesundheitsminister. Der neue Bauchredner.

 

Er ist leidenschaftlicher Bauchredner, aber als Spaßpolitiker gilt er nicht: Philipp Rösler, FDP-Landesvorsitzender und Wirtschaftsminister in Niedersachsen zieht nach Berlin und soll dort der neue Bundesgesundheitsminister werden.

 

Dafür qualifiziert ihn vor allem eins: Er ist Arzt. Doch als sich am Freitagabend alle Anzeichen verdichteten, dass die Union der FDP die Gesundheitspolitik überlassen würde, war die Überraschung groß. Schließlich galt Familienministerin Ursula von der Leyen (CDU) lange als die klare Favoritin.

 

In den vergangen Wochen verhandelte sie mit Rösler die Gesundheitspolitik der neuen Koalition. So zäh und langwierig die Verhandlungen auch waren, Rösler trat immer betont smart, sachlich und ausgleichend auf. Nur einmal fuhr er von der Leyen in die Parade, weil sie nachts vor laufender Kamera beim Gesundheitsfonds vorpreschte. Doch der dürfte jetzt - wohl ein erster Erfolg Röslers - Geschichte sein. Am Ende feierten schließlich die Freidemokraten die geplante Einführung von pauschalen Beiträgen als Sieg.

 

Mit Rösler sitzt im schwarz-gelben Kabinett nun der erste Bundesminister mit Migrationshintergrund. Er wurde 1973 in Vietnam geboren und als Baby von einem deutschen Ehepaar adoptiert. Als er vier Jahre alt war, trennten sich die Eltern. Rösler blieb bei seinem Adoptivater, einem Berufssoldaten. 1992 folgte er seinem Vater und ging zur Bundeswehr, wurde dort Sanitätsoffizier und studierte Medizin in Hannover.

 

Fast zeitgleich wurde Rösler Mitglied der FDP und 1996 Landesvorsitzender der Jungen Liberalen. Schnell erarbeitet er sich bundesweit den Ruf als FDP-Nachwuchstalent. 2003 hängte er die Uniform dann an den Nagel und wurde Berufspolitiker. Gleich sein erster Auftritt im Landtag reichte, um aus ihm einen Star mindestens für die Verhältnisse der niedersächsischen Landespolitik zu machen.

 

Rösler redete frei und druckreif, fand genau den richtigen Mittelweg zwischen Angriffslust und Seriosität. Meist deutlich in der Sache aber unerschütterlich fröhlich-freundlich im Ton, das verschaffte ihm Respekt. Um die Karriereplanung in der Politik schien er sich nie groß Sorgen zu machen. Noch bevor er sein Ministeramt in Niedersachsen angetreten hatte, überraschte er mit dem Gedanken an seinen Abschied aus der Politik. Immer wieder erklärte er: "Mit 45 ist Schluss." (dpa/afp 24)

 

 

 

Afghanistan. Was bringt eine Stichwahl?

 

Die Nato diskutiert über ihre Afghanistanstrategie und mögliche Truppenaufstockungen. Allerdings erschwert die ungewisse politische Lage nach der manipulierten Präsidentenwahl eine Entscheidung. Kann die Stichwahl das ändern?

Von Martin Gerner

 

In der Stichwahl soll ausgeschlossen werden, dass es wieder zu Betrug im großen Stil kommt. Deswegen wird jetzt die Hälfte der Wahllokalleiter ausgetauscht. 200 von 380 Leitern seien entlassen worden, erklärten die Vereinten Nationen in Kabul. Die Rekrutierung der neuen Wahlleiter laufe. Die Wahlzettel seien gedruckt, das nötige Material sei gepackt und werde nun im ganzen Land verschickt. Die zweite Runde der Präsidentenwahl ist für den 7. November geplant. Sie ist nicht nur für das Land selbst wichtig, sondern wird auch von den Nato- Staaten mit Spannung erwartet. US-Präsident Barack Obama sagte zwar am Mittwoch, dass Washington die neue Strategie für Afghanistan möglicherweise „noch vor den Ergebnissen der zweiten Wahlrunde“ festlegen werde. Zugleich schränkte er aber ein, dass diese Strategie möglicherweise nicht sofort öffentlich werde.

 

Die Anzahl der Wahllokale in Afghanistan wird allem Anschein nach kräftig reduziert. Statt 25 000 sollen es jetzt nur noch 16 000 sein. Lokale, die aus Furcht vor Anschlägen in der ersten Runde schlecht besucht waren oder in denen überproportional manipuliert wurde, blieben geschlossen, heißt es. Nimmt man die Provinz Kundus als Beispiel, würde die Wahl im Wesentlichen in der Stadt und in einigen Kreisstädten stattfinden. Im ersten Wahlgang konnte in Kundus nach offiziellen Angaben aufgrund der prekären Sicherheitslage in mehr als 20 Orten nicht gewählt werden. Diese Zahl könnte jetzt noch höher liegen. Seit Ende August hat sich die Sicherheitslage in der Provinz erneut verschärft.

 

Die Wähler, so heißt es nun von Organisatorenseite, müssten versuchen, in andere Wahllokale auszuweichen. Nur wenige aber dürften freiwillig längere und gefährlichere Wege in Kauf nehmen. Entsprechend prognostizieren Beobachter schon jetzt eine noch geringere Wahlbeteiligung. Die nach dem ersten Wahlgang offiziell notierten 38,7 Prozent waren eine Fantasiezahl. Unabhängige Beobachter gingen im August von kaum mehr als 20 Prozent aus.

 

Auch die Zahl unabhängiger Beobachter wird voraussichtlich geringer sein als beim ersten Wahlgang. Das betrifft auch die EU-Beobachtermission: Der schwedische Außenminister und amtierende EU- Ratspräsident Carl Bildt sagte, es sei unmöglich, bis zum Wahltag eine große Zahl von Wahlbeobachtern zu mobilisieren. Das Gleiche gilt für Afghanistans größte Beobachterorganisation Fefa. „Ich bin nicht sonderlich zuversichtlich, was die Stichwahl angeht“, sagte eine Fefa-Mitarbeiterin. „Sie kostet viel Geld, und das Risiko ist hoch. Ich glaube auch nicht, dass sich viele Bürger daran beteiligen werden. Welche Garantien gibt es denn, dass es diesmal nicht erneut zu Manipulationen kommt?“

 

Neben unabhängigen Wahlbeobachtern haben auch Mitarbeiter der Kandidaten das Recht, die Stimmabgabe zu überwachen. Von diesen parteiischen Beobachtern tummelten sich in der ersten Runde verdächtig viele in den Wahllokalen. Karsais Herausforderer Abdullah, dessen Lager ebenfalls keine weiße Weste hat, kündigte Vorschläge an, um Betrug bei den Stichwahlen zu verhindern. Mittlerweile fordern afghanische Politiker auch eine Revision der Ergebnisse der Provinzratwahlen, die parallel zur Präsidentschaftswahl am 20. August stattfanden. „Wenn Fälschung und Betrug der Provinzratswahlen nicht umgehend aufgeklärt werden, werde ich den Wählern empfehlen, zur Stichwahl zu Hause zu bleiben“, erklärte Shukrullah Mashkoor, Kandidat für den Provinzrat in Nangarhar.

Viele einfache Menschen in Afghanistan, die immer noch unter den Spätfolgen von Krieg und Korruption leiden, werden wohl wie diese Frau aus Kabul denken: „Wir können einmal mehr wählen, aber wir haben immer noch keinen Kandidaten, den wir gerne wählen würden.“ Tsp 23

 

 

 

 

Der Koalitionsvertrag. Das Wichtigste aus 130 Seiten

 

Nach langem Ringen haben Union und FDP den Koalitionsvertrag verabredet und damit den Grundstein für vier Jahre Politik gelegt. Doch was bedeuten die Ergebnisse für den Bürger? Wer gewinnt, wer verliert? Ein erster Überblick.

Einkommensteuer: Schon am 1. Januar 2010 sinken die Steuern. Vermögende Familien profitieren durch einen höheren Kinderfreibetrag, der auf 7008 Euro steigt. Für die Geringverdiener ist das Kindergeld entscheidender. Es steigt um je 20 Euro, für das erste und zweite Kind also von 164 auf 184 Euro. Ein Ehepaar mit einem Kind wird dadurch bei einem zu versteuernden Einkommen von 60 000 Euro und weniger um rund 200 Euro im Jahr entlastet (siehe Tabelle). Bei höheren Einkommen steigt die Entlastung bis auf 435 Euro im Jahr. Hinzu kommen die Entlastungen, die noch die Große Koalition im Rahmen des Konjunkturpakets beschlossen hat, die ebenfalls Anfang kommenden Jahres wirken. In einem zweiten Schritt sollen die Steuern möglichst Anfang 2011 weiter sinken. Kinderfreibetrag und Kindergeld sollen dann weiter steigen. Spekuliert wurde des Öfteren über ein Kindergeld von 200 Euro und einen Freibetrag von 8004 Euro. Kommt es so, würden die Bürger noch einmal in ähnlicher Höhe entlastet wie durch das 2010 steigende Kindergeld und die höheren Kinderfreibeträge. Anfang 2011 soll zudem das Steuersystem auf einen stufenförmig ansteigenden Tarif umgestellt werden und damit den bisher meist linear steigenden Tarifverlauf ersetzen. Bleiben es wenige Stufen, kann sich jeder Bürger selbst seinen Steuersatz ausrechnen und muss nicht in Tabellen nachsehen. Das vereinfacht das System. Auf der gleichen Stufe werden zehn zusätzlich verdiente Euro im Gegensatz zum derzeitigen System nicht höher besteuert als das bisherige Gehalt. Die vielzitierte kalte Progression wird damit auf der gleichen Stufe beseitigt, was den Anreiz für Mehrarbeit erhöhen soll. Es baut damit auch den berühmten Mittelstandsbauch ab, der besagt, dass die Steuersätze vor allem bei mittleren Einkommen schnell ansteigen. Wie viele Stufen eingezogen werden, ist noch offen. Insgesamt sollen die Bürger um 24 Milliarden Euro im Jahr entlastet werden. Über die Gegenfinanzierung ist nichts zu lesen.

Steuerrecht: Steuererklärungen sollen ohne Papierbelege abgegeben werden können, auf Wunsch können Bürger eine vom Finanzamt vorausgefüllte Steuererklärung anfordern. Gedacht wird auch an eine Steuererklärung für zwei Jahre. Das häufig kritisierte Kontenabrufverfahren, mit dem der Fiskus die Existenz von Konten feststellen kann, wird überprüft, die Rentnerbesteuerung vereinfacht. Steuerberaterkosten sollen wieder absetzbar sein. Zudem wird die Besteuerung von Dienstwagen geprüft.

Erbschaftsteuer: Wer von seinen Geschwistern, seiner Tante oder dem Onkel erbt oder beschenkt wird, muss seit Anfang 2009 meist mehr zahlen als früher. Das will die Koalition ändern. Künftig soll diese Gruppe nur noch Erbschaftsteuer zwischen 15 und 43 Prozent je nach Höhe des Erbes oder der Schenkung entrichten. Bisher sind es zwischen 30 und 50 Prozent. Bleiben die Freibeträge gleich, würde etwa eine Schenkung von 50 000 Euro 4500 Euro Steuern statt bisher 9000 Euro kosten. Auch die Übertragung von Unternehmen auf Angehörige soll steuerlich erleichtert werden. Der Zeitraum, in dem das Unternehmen vom Nachfolger fortgeführt und bestimmte Lohnsummen überschritten werden müssen, um steuerfrei verschenkt werden zu können, wird verringert. Auch die Höhe der verlangten Lohnsummen sinkt. Noch prüft man, ob die Länder künftig unterschiedliche Steuersätze und Freibeträge erheben dürfen.

Unternehmensteuer: Die Unternehmen werden noch an anderer Stelle und schon zum 1. Januar 2010 entlastet. Bei der Unternehmensbesteuerung sollen die Bestimmungen, die die finanzielle Lage in der aktuellen Wirtschaftskrise verschärfen, abgemildert werden. Zinsaufwendungen sollen weniger stark versteuert werden müssen, Verluste leichter absetzbar sein und Abschreibungen erleichtert werden. Die Entlastungen in der Unternehmen-, Erbschaft- und Einkommensteuer, die Anfang 2010 in Kraft treten, kosten 21 Milliarden Euro.

Umsatzsteuer: Sie sinkt am 1. Januar 2010 für Beherbergungsleistungen im Hotel- und Gastronomiegewerbe von 19 auf 7 Prozent. Es wird zudem geprüft, welche Güter mit diesem ermäßigten Satz besteuert werden sollen. Nicht alles erscheint hier logisch. So werden Nahrungsmittel unterschiedlich besteuert. Und Nahverkehrstickets werden mit 7, Fernverkehrsfahrkarten mit 19 Prozent belastet. Für einige Waren könnte künftig der normale Steuersatz drohen. Teurer könnten auch Dienstleistungen kommunaler Anbieter werden. Denn sie sollen bei der Umsatzsteuer nicht mehr gegenüber den privaten Anbietern bevorzugt werden. Aufgaben der Daseinsvorsorge wie etwa die Wasserversorgung sollen nicht stärker belastet werden.

Gesundheit und Pflege: Die Bürger müssen künftig mehr für ihre Krankenkasse bezahlen. Das Defizit im kommenden Jahr von erwarteten 7,5 Milliarden Euro will die Koalition zum Teil aus Steuern bezahlen. Den Rest müssen die Kassen aus Rücklagen beisteuern oder Zusatzbeiträge erheben. Viele werden das schon 2010 tun. Dann sind diese Beiträge auf ein Prozent des Einkommens, maximal 37,50 Euro im Monat, gedeckelt. Ab 2011 ist alles offen. Dann soll das Gesundheitssystem stark umgebaut werden. Die Zusatzbeiträge sollen höher ausfallen können und einkommensunabhängig verlangt werden. Die Arbeitgeberbeiträge werden zudem eingefroren. Das hilft, die Lohnnebenkosten zu begrenzen, führt aber dazu, dass die Arbeitnehmer alle künftigen Kostensteigerungen selbst tragen müssen. Und die dürften unweigerlich kommen, zumal auch die Gebührenordnungen der Ärzte angepasst werden. Die Kassenbeiträge sollen allerdings regional unterschiedlich hoch sein können. Das dürfte den Versicherten in einigen Ländern wie Bayern etwas Entlastung bringen. Für Gutverdienende gibt es ab 2011 einen weiteren Fortschritt. Sie dürfen in die Privatversicherung wechseln, wenn sie die Einkommensschwelle in einem Jahr überschritten haben. Die 3-Jahres-Regel wird abgeschafft. Die Pflegeversicherung wird hingegen künftig einen zusätzlichen Beitrag erheben, der – am Kapitalmarkt angelegt – eine Rücklage aufbauen soll für die Zeit, wenn die Demographie hohe Kosten in der Pflegeversicherung verursacht.

Rente: Wer ein Leben lang Vollzeit gearbeitet hat, soll eine Rente oberhalb der Grundsicherung bekommen, auch wenn er zu wenig dafür verdient hat.

Familienförderung: Eltern sollen ab dem Jahr 2013 für jedes Kind unter drei Jahren zusätzlich zum Kindergeld ein Betreuungsgeld von 150 Euro bekommen. Dies kann auch als Gutschein etwa für eine Kindertagesstätte ausgegeben werden. Das Elterngeld soll für Teilzeitarbeitende attraktiv gemacht werden.

Arbeit: Der Kündigungsschutz wird nicht angetastet. Tariflöhne können für allgemeinverbindlich erklärt werden und wirken dann wie ein Mindestlohn. Hartz-IV-Empfänger sollen von ihrer Altersvorsorge 750 Euro je Lebensjahr behalten dürfen, dreimal so viel wie bisher. Der Rest muss zum Lebensunterhalt genutzt werden. Allerdings haben nur etwa 11 000 Menschen ein so hohes Vermögen, dass sie von der Neuregelung profitieren.

Bildung und Forschung: Der Bund will die Forschungsförderung um drei Milliarden Euro jährlich steigern. Für jedes neugeborene Kind wird ein Zukunftskonto eingerichtet, von dem aus Bildungsaufwendungen bezahlt werden. Der Staat zahlt ein Startguthaben von 150 Euro und fördert Einzahlungen der Familie mit einer Prämie. Ein nationales Stipendienprogramm mit Geldern aus der Wirtschaft soll den Anteil der Stipendiaten auf zehn Prozent erhöhen. Bis zu 300 Euro werden nicht beim Bafög angerechnet.

Den kompletten Koalitionsvertrag mit noch mehr Neuerungen finden Sie unter www.faz.net/koalitionsvertrag.  Dyrk Scherff Fas 25

 

 

 

 

Schwarz-gelber Koalitionsvertrag sorgt für Kritik

 

Berlin - Der auf eine massive Neuverschuldung ausgerichtete Koalitionsvertrag von Union und FDP stößt bei Gewerkschaften, Sozialverbänden und der Opposition auf scharfe Ablehnung.

Vertreter warnten am Wochenende vor einer sozialen Spaltung in Deutschland. Auch aus der Union selbst kam Kritik. Der Ministerpräsident von Sachsen-Anhalt, Wolfgang Böhmer, stellte die Zustimmung seines Landes im Bundesrat zur Umsetzung der Beschlüsse infrage. Dagegen begrüßten die Arbeitgeberverbände den Kurs der künftigen Regierung.

Die Spitzen der künftigen Koalition verteidigten das in der Nacht zu Samstag nach zähen Verhandlungen ausgehandelte Vertragswerk. Dieses sieht Entlastungen für Bürger und Unternehmen bei den Steuern im Umfang von bis zu 24 Milliarden Euro vor. Außerdem soll ab Januar 2011 ein Stufentarif bei der Einkommensteuer gelten, wie ihn die FDP gefordert hat. Zahl und Verlauf der Stufen bleiben aber offen.

Schon im kommenden Jahr profitieren Familien von einer Anhebung des Kinderfreibetrags von 6024 auf 7008 Euro und einer Erhöhung des Kindergeldes um 20 Euro auf 184 Euro. Die Sozialbeiträge für Unternehmen und Beschäftigte sollen stabil bleiben. Ein Sonderfonds, der "Schutzschirm für die Arbeitnehmer" genannt wird, soll die Defizite bei der Arbeitslosen- und Krankenversicherung decken. Zur GegenfinanzieHrung setzt die Koalition auf wirtschaftliches Wachstum. Am Samstag gaben die Fraktionen von Union und FDP für den Vertrag grünes Licht.

MERKEL SCHLIESST WEITERE BELASTUNGEN NICHT AUS - Kanzlerin Angela Merkel wertete die Beschlüsse als angemessene Antwort auf die Herausforderungen. Ziel sei es, mutig in die Zukunft zu gehen und den Zusammenhalt der Gesellschaft zu sichern. "Wir gehen einen mutigen Weg." Vor allem die Jahre 2010 und 2011 seien geprägt von der Überwindung der Krise. Eine weitere Erhöhung der Abgaben schloss sie nicht aus. Steuererhöhungen erteilte die CDU-Chefin aber eine klare Absage. Auch FDP-Chef Guido Westerwelle und der CSU-Vorsitzende Horst Seehofer verteidigten die Vereinbarung. Der Vertrag trage eine "klare liberale Handschrift", sagte Westerwelle. Dies gelte nicht nur für das vereinbarte einfachere und niedrigere Steuersystem sondern für sämtliche Politikfelder.

Allerdings zeichneten sich erste Unstimmigkeiten ab. So relativierte Seehofer den Kompromiss zur Finanzierung der Krankenversicherung über einkommensunabhängige Prämien. Zunächst ändere sich in der Gesundheitspolitik nichts. Mit der langfristigen Ausrichtung werde sich ab 2010 "in aller Ruhe" die geplante Regierungskommission beschäftigen, "nicht mehr und nicht weniger". Man müsse "jetzt mal schauen, zu welchen Ergebnissen diese Kommission kommt". Westerwelle bekräftigte dagegen, es werde hier zu einem Systemwechsel kommen.

STEINMEIER: GRANDIOSER FEHLSTART - Oppositionsführer Frank-Walter Steinmeier kritisierte den Koalitionsvertrag als "grandiosen Fehlstart". Für die Menschen werde sehr vieles unsicherer und teurer. "Schwarz-Gelb wird die soziale Spaltung in unserem Land vertiefen", sagte er der "Bild am Sonntag". Der designierte SPD-Chef Sigmar Gabriel sprach von einem "Klientel-Koalitionsvertrag". Die Steuern würden für diejenigen gesenkt, die es gar nicht nötig hätten. Grünen-Chefin Claudia Roth sagte, mit Schwarz-Gelb sei eine "soziale Eiszeit" angebrochen. Der Co-Vorsitzende Cem Özdemir fügte hinzu, mit Steuern auf Pump machten Union und FDP eine Politik zulasten der künftigen Generationen. Linken-Fraktionschef Gregor Gysi kritisierte das schwarz-gelbe Bündnis als "Koalition der sozialen Spaltung, Tricksereien und neoliberalen Entstaatlichung". Von einem "Angriff auf den Sozialstaat", sprach DGB-Chef Michael Sommer.

Positive Reaktionen kamen aus der Wirtschaft: "Wenn die Koalition so den eingeschlagenen Weg mutig fortsetzt, kann er zum Erfolg führen", erklärte DIHK-Präsident Hans Heinrich Driftmann. Arbeitgeberpräsident Dieter Hundt sagte der "Welt am Sonntag", die Vereinbarung weise für die nächsten Jahre den richtigen Weg. Sachsen-Anhalts Ministerpräsident Böhmer (CDU) sagte im ZDF, er halte von dem Koalitionsvertrag einiges im Bundesrat nicht für zustimmungsfähig. "Ich kann nicht einer Regelung zustimmen, die die jetzt vorhandenen Haushaltslöcher noch größer machen würde."

Merkel kündigte für 2011 eine Zwischenbilanz der Regierungsarbeit an, deren Folge auch eine Kurskorrektur sein könne. Der designierte Finanzminister Wolfgang Schäuble nannte einen ausgeglichenen Bundeshaushalt in den nächsten vier Jahren utopisch. Es sei ehrgeizig genug, angesichts der exorbitanten Schulden die Schuldenbremse des Grundgesetzes einzuhalten, sagte er der "Welt am Sonntag". FDP-Finanzexperte Otto Fricke kündigte an, die Regierung werde sich auch die Ausgaben vornehmen. In den Koalitionsverhandlungen sei dafür nicht genügend Zeit gewesen. (Reuters 25)

 

 

 

Neues Kabinett steht. Sie werden Deutschland regieren

 

Das künftige Bundeskabinett von Kanzlerin Angela Merkel ist komplett. Größte Überraschung bei der Besetzung von Schlüsselposten in der neuen Regierung: Der bisherige Innenminister Wolfgang Schäuble (CDU) wird neuer Bundesfinanzminister - und zwar auf Wunsch von Kanzlerin Merkel. Der überaus erfahrene Schäuble, der Wirtschaftsjurist ist, hatte sich in der Vergangenheit auch in der Finanzpolitik einen Namen gemacht.

 

Die CDU erhält einschließlich von Bundeskanzlerin Merkel acht Posten, wie am Freitag kurz vor dem Ende der dreiwöchigen Koalitionsverhandlungen bekannt wurde. Die FDP soll fünf Ressorts erhalten. Die CSU kommt auf drei Posten.

 

Unerwartet ist auch, dass der niedersächsische Wirtschaftsminister Philipp Rösler (FDP) neuer Gesundheitsminister wird. Ebenso eine kleine Sensation ist der Wechsel von Verteidigungsminister Franz Josef Jung (CDU) in das Arbeitsressort. Sein Nachfolger wird der politische Shootingstar der letzten Monate, Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU).

 

Der bisherige Kanzleramtschef Thomas de Maizière übernimmt anstelle von Schäuble das wichtige Innenressort. Aufgewertet wird das Familienressort von Ursula von der Leyen (CDU). Sie erhält den Bereich Soziales hinzu, also zum Beispiel die Rentenpolitik.

 

Neu in die Ministerriege kommt auch Norbert Röttgen (CDU). Der bisherige Parlamentarische Geschäftsführer der Unions-Bundestagsfraktion übernimmt das Umweltministerium. Entgegen den bisherigen Spekulationen geht CDU-Generalsekretär Ronald Pofalla ins Kanzleramt und wird dort die Regierungsgeschäfte im Ministerrang koordinieren.

 

Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) wird wie in den Jahren 1993-1996 Justizministerin. Der bisherige Generalsekretär Dirk Niebel kann sich künftig um die Entwicklungspolitik kümmern. Ursprünglich wollte die FDP dieses Ministerium eigentlich abschaffen.

 

Ilse Aigner von der CSU bleibt Landwirtschaftsministerin. CSU- Landesgruppenchef Peter Ramsauer übernimmt das Ressort Verkehr, Bau, Wohnen. Das für die Zukunft bedeutsame Bildungsministerium bleibt in den Händen von Annette Schavan (CDU).

 

Die "Westdeutsche Zeitung" berichtete, dass der bisherige Staatsminister im Kanzleramt, Hermann Gröhe, als neuer CDU- Generalsekretär in das Konrad-Adenauer-Haus einzieht. Er würde damit Nachfolger von Ronald Pofalla, der als neuer Kanzleramtschef vorgesehen ist.

 

Die Spitzen von Union und FDP haben nach Angaben aus Verhandlungskreisen bei der Bildung der neuen Koalition jedoch alle inhaltlichen Fragen grundsätzlich geklärt.

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), FDP-Chef Guido Westerwelle und der CSU-Vorsitzende Horst Seehofer erzielten in der Nacht zum Freitag eine entsprechende Einigung, erfuhr die Deutsche Presse-Agentur dpa aus Kreisen der Koalitionspartner. (dpa/rtr)

 

 

 

Das neue Kabinett. Schäuble und die anderen

 

Der Schattenhaushalt! Mit Lug und Trug beginnt Schwarz-Gelb die Arbeit. Das jedenfalls ist die öffentliche Reaktion auf die Idee der Koalitionäre, die tiefen Finanzlöcher zu kaschieren. Es ist kein Zufall, dass gerade Wolfgang Schäuble, der Innenminister, diesen Vorschlag zerstört. Zwar sagt Schäuble am Freitagmorgen noch in vertrauter Runde, er wisse nicht, wie sein weiteres Leben aussehen wird, bevor er zu den Koalitionsverhandlungen aufbricht. Doch keine zwei Stunden später ist klar: Der Mann, der vor 25 Jahren zum ersten Mal Bundesminister wurde, nämlich Minister für besondere Aufgaben im Kanzleramt, übernimmt zum Ende seiner Karriere noch einmal eine besondere Aufgabe: Finanzminister! Es ist das schwierigste Ministeramt. Und das wichtigste. Aber Schäuble wäre nicht Schäuble, reizte ihn diese Herausforderung nicht. Natürlich versteht es der Badener, seine Lust an der Politik als preußische Pflichterfüllung zu tarnen. Und er bemerkt ab und zu süffisant, er müsse ja gar nichts mehr werden. Aber gebraucht werden will er schon.

Schäuble bleibe Minister, hieß es schon kurz nach der Wahl aus dem Umfeld der Kanzlerin. Nur das Ressort sei offen. Angela Merkel hatte ihn da schon in eines ihrer Szenarien, eine ihrer Versuchsanordnungen eingebaut, mit denen sie die Zukunft plant. Der Innenminister selbst hatte in den vergangenen Monaten immer wieder Steinchen ins Wasser geworfen, um sich ins Gespräch für eine andere Aufgabe zu bringen. In zahlreichen Interviews äußert er sich zur Opel-Krise, zu Managergehältern und zum Bankensystem, im Februar spricht er bei einem Besuch der London School of Economics über die Finanzkrise und die „Lektionen, die wir lernen müssen“. Zuletzt veröffentlicht er ein Bändchen: Zukunft mit Maß. Was wir aus der Krise lernen können.

 

Schäuble: „Ich bin unabhängig, loyal und frei“ - Schäuble bringt viele Vorteile für das neue Amt mit. Natürlich die Erfahrung, die von seinen Anfängen im Freiburger Finanzamt reicht, über die Steuerreform, die er als Fraktionschef aushandelte (und die im Bundesrat steckenblieb), bis hin zu den Jahren in diversen Ministerämtern. Aber vor allem steht Schäuble, der vorigen Monat 67 geworden ist, am Ende seiner Karriere. Er kann mehr als jeder andere unbequem sein, nein sagen. „Ich muss niemandem nach dem Mund reden“, hat er unlängst gesagt. Oder: „Ich bin unabhängig, loyal und frei.“ Seine Loyalität zur Kanzlerin hat er in den vergangenen vier Jahren bewiesen. Er ist der starke Mann, der Merkel nicht gefährlich werden kann. Zugleich ist er als Finanzminister weniger autonom, als er es im Innenressort war. Sein Amt ist auch ein Schleudersitz.

So viel ist vor den entscheidenden Runden am Freitag klar: Angela Merkel will die Zuständigkeit für Finanzen nicht der FDP überlassen, die Anspruch darauf erhoben hatte. Doch bei der Debatte um den künftigen Etat scheinen die Liberalen ihrem Gegenüber nicht gewachsen, was sich im Hin und Her über den Schattenhaushalt zeigt. Frau Merkel kommt das Durcheinander zur Wochenmitte nur recht. Ihr bisheriger Kanzleramtschef Thomas de Maizière gilt schnell als Favorit für das Amt. Öffentlich hatte er keine Präferenzen gezeigt. Der Sohn eines Generalinspekteurs der Bundeswehr erfüllt seine Pflicht da, wo er gebraucht wird. De Maizière wäre wohl gern Finanzminister geworden. Doch Schäuble hat in der CDU, auch gerade bei den süd- und westdeutschen Parteigranden, das größere Gewicht, ihm traut man mehr Unabhängigkeit zu, zur Not auch von der Kanzlerin. De Maizière wird das Innenressort übernehmen.

Schon am Donnerstagmittag hatte Westerwelle mit den FDP-Vertretern in der großen Verhandlungsrunde über die künftige Postenverteilung gesprochen: Wie beim Zahnarzt saßen sie im „Saal Lippe“, dem Raum der FDP-Delegation, und wurden einer nach dem anderen von ihm ins Kaminzimmer geholt. Birgit Homburger kam als Erste dran, Cornelia Pieper zog sich nach dem Gespräch sofort zurück.

Brüderle: das „soziale Gesicht“ der FDP

Vor dem Parteipräsidium sagte Westerwelle, die Union sei auf den Finanzminister von vornherein festgelegt gewesen. Also beanspruchten die Liberalen das Wirtschaftsministerium – so wollen es die Gesetze der Koalitionsarithmetik. Der 64 Jahre alte FDP-Vize Rainer Brüderle darf endlich Bundesminister werden. Schon in Rheinland-Pfalz war er einst Minister gewesen, dann strebte er nach Höherem, wechselte in den Bundestag – und lauerte elf Jahre auf seine Stunde. Von Koalitionsverhandlungen versteht er etwas. Außer Konkurrenz lief Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, sie wird Justizministerin. Das war sie schon von 1992 bis 1996, bevor sie nach einem FDP-Mitgliederentscheid über den Großen Lauschangriff zurücktrat. Anders als seine Koalitionspartnerin Merkel beweist Westerwelle mit seiner Mannschaft Mut: Er schart starke, selbstbewusste Charaktere um sich, die zudem alle einen Landesverband führen und damit eine Hausmacht haben. Überlegungen mögen dabei eine Rolle spielen, dass das Land auch regiert und die Partei geführt werden muss, während er im Ausland ist. Hinzu kommt, dass weder Brüderle noch Frau Leutheusser-Schnarrenberger als das gelten, was gemeinhin als „neoliberal“ verschrien ist – im Gegenteil: Sie geben der Partei ein soziales Gesicht.

Das gilt erst recht für Philipp Rösler: Schon früh hatte der gläubige Katholik in einem Papier verlangt, die Partei müsse sympathischer, emotionaler werden. Zusammen mit anderen jüngeren Liberalen forderte er laut ein neues Grundsatzprogramm. Nun soll er, der ausgebildete Arzt, in Vietnam geboren und als Baby von einem deutschen Ehepaar adoptiert, das schwierige Amt des Gesundheitsministers übernehmen, und das mit 36 Jahren.

 

Westerwelle kann mit dieser Besetzung zeigen, dass die FDP sehr viel jünger ist, als es nach außen manchmal scheint. Er kann auch einen möglichen Rivalen einbinden: Auf Parteitagen wird es ganz still, wenn Rösler ans Mikrofon tritt – die Leute sind fasziniert von seiner frischen Art. Erst im Februar war er, der niedersächsische FDP-Chef, Wirtschaftsminister in Hannover geworden. Wenn es gut läuft für ihn, könnte er bald Kult werden – und damit zu Guttenberg Konkurrenz machen. Weil aber alle guten Dinge bekanntlich fünf sind, wird zudem Dirk Niebel, bisher FDP-Generalsekretär, künftig auf dem Stuhl der „roten Heidi“ Platz nehmen und den Entwicklungsminister geben. Warum gerade fünf FDP-Minister? Na, ganz einfach: Weil die CSU drei Regierungsposten beansprucht. Und das hängt wiederum mit dem Amt des Finanzministers zusammen. Drei statt zwei Ministerien für die CSU ist der Preis dafür, dass auch die bayerische Schwester auf das Ressort verzichtete. Die FDP aber braucht mindestens zwei Minister mehr als die Bayern – schließlich hat sie 14,6 Prozent, also mehr als doppelt so viele Prozentpunkte wie die CSU (6,5 Prozent) bei der Bundestagswahl geholt.

Wohin mit Guttenberg?

Die CSU muss am Freitag vor allem das „Problem Guttenberg“ lösen. Der 37 Jahre alte populäre Wirtschaftsminister kann nicht das ordnungspolitische Gewissen der Union bleiben, weil das Ressort an die FDP geht. Guttenberg, der sich zunächst als Außen- und Sicherheitspolitiker einen Namen gemacht hat, entscheidet sich bei einem Gespräch mit der Kanzlerin und CSU-Parteichef Horst Seehofer für das Verteidigungs- und gegen das Innenressort. Dass der Unteroffizier der Reserve, der bei den Gebirgsjägern seinen Wehrdienst leistete, als jüngster Verteidigungsminister die Bundeswehr führen wird, hat Brisanz. Denn von den Regierungsparteien fordert gerade die CSU vehement, den sicherheitspolitischen Kurs zu ändern und auf einen baldigen Abzug der Bundeswehr aus Afghanistan hinzuarbeiten. Guttenberg aber wird den Einsatz verteidigen müssen. Zugleich hat er die Chance, in dem Ressort, das unter dem CDU-Mann Franz Josef Jung Strahlkraft verloren hat, zu brillieren. Das wird nicht einfach. „Nun muss er auch mal anfangen, Politik zu machen“, sagt ein Unions-Mann.

 

Es gibt Ressorts – Verteidigung, Gesundheit, Finanzen gehören dazu –, in denen ist es, anders als etwa beim Ressort Außen, fast unmöglich, populär zu werden. Angela Merkel hat die Posten darum geschickt verteilt. Einen juckt das wenig: Schäuble. Wenn es während der Koalitionsverhandlungen in der Arbeitsgruppe Inneres und Recht mit den FDP-Kollegen nicht voranging, fragte er sie einfach: „Wollen Sie das wirklich Herrn Westerwelle aufbürden?“ So wurden alle strittigen Fragen gelöst.

Oliver Hoischen und Markus Wehner Faz 24

 

 

 

 

Gastkommentar. Schwarz-gelbe Geisterfahrer

 

Man kann aus Schaden klug werden. Man muss es aber nicht. Kopfpauschale und Pflege-Riester sind ein Angriff auf den Sozialstaat, schreibt der frühere Arbeits- und Sozialminister Norbert Blüm (CDU) in einem Gastkommentar für den Tagesspiegel.

Von Norbert Blüm

 

Mit der Kopfpauschale ging die CDU in der Bundestagswahl 2005 baden. 2009, nach der Bundestagswahl, versucht sie es wieder mit dem einkommensunabhängigen Beitrag zur Krankenversicherung, der für alle gleich hoch sein soll. Wenn der Chef den gleichen Beitrag zur Krankenversicherung zahlt wie sein Chauffeur und der Meister den gleichen wie der Hausmeister, musst Du nicht Plato, Aristoteles oder Kant gelesen haben, um das für ungerecht zu halten. Es genügt der gesunde Menschenverstand. Der hat für solche Fälle seit alters her die Faustformel: „gleiches gleich und ungleiches ungleich zu behandeln“.

 

Die Kopfpauschale behandelt Ungleiches gleich. Mit der Kopfpauschale soll die gleiche Geldsumme aufgebracht werden, die bisher mit dem einkommensproportionalen Beiträgen für die Krankenversicherung beschafft wurde. Die Kopfpauschale wirkt wie eine Durchschnittsregel, der Durchschnitt entsteht, indem die einen mehr, die anderen weniger zahlen. Mehr zahlen die, welche weniger verdienen, und weniger zahlen die, welche mehr verdienen. Das ist die Logik der Kopfpauschale. Sechs Punkte lassen sich als ihr Ergebnis festhalten, und sie fallen allesamt negativ aus.

 

Erstens: Die Kopfpauschale ist ein Schlag gegen die Gerechtigkeit. Der soziale Ausgleich, der bisher mit Hilfe des einkommenproportionalen Beitrags krankenversicherungsintern zustande kam, soll jetzt durch das Finanzamt organisiert werden. Die einkommensschwachen Versicherten sollen einen staatlichen Zuschuss zu ihrer Kopfpauschale erhalten.

 

Zweitens: Die Kopfpauschale löst mehr Staat und Transfer aus. Oberhalb der Einkommensgrenzen, bis zu der staatlicher Zuschuss gezahlt wird, bleibt es bei der nivellierenden Wirkung der Kopfpauschale, die alle Einkommensunterschiede über einen Kamm schert. Die mittleren Einkommen zahlen die Zeche. Die sollten eigentlich durch die Steuerreform besonders entlastet werden.

 

Drittens: Die Finanzierung des steuerfinanzierten Zuschusses steht im Widerspruch zu den Zielen der Steuerreform. Bei Ermittlung der Zuschussbedürftigkeit kann die Lohnhöhe nicht das einzige Kriterium sein. Ein Teilzeit arbeitender Millionär würde sonst zum Zuschussberechtigten erklärt. Also müssen alle Einkommensverhältnisse der Zuschussempfänger aufgeblättert werden. Hartz IV lässt grüßen. Der Sozialstaat mendelt sich so zur allgemeinen Bedürfnisprüfungsanstalt.

 

Viertens: Die Kopfpauschale hat mehr Bürokratie im Gefolge. Der Arbeitgeberanteil an der Finanzierung der Krankenversicherung soll eingefroren werden. Damit zahlen die Arbeitnehmer alle zukünftigen Kostensteigerungen allein. Die Arbeitgeber sind aus der Anstrengung zur Dämpfung der Gesundheitskosten entlassen. Die Bundesvereinigung der Arbeitgeberverbände kann ihr Mitglied Pharmaindustrie von der Kette lassen. Die Entwicklung der Gesundheitskosten interessiert die Arbeitgeber fortan nicht mehr.

 

Fünftens: Das Festschreiben des Arbeitgeberbeitrages mindert den Druck auf die Kostensenkung. Die paritätische Finanzierung der Sozialversicherung und die Selbstverwaltung waren die Schule der Sozialpartnerschaft. In ihr wurde der Interessenausgleich zwischen Arbeitnehmer und Arbeitgeber eingeübt. Nach der Riester-Rente wird der schleichende Ausstieg aus der gemeinsamen Verantwortung der Sozialpartner für den Sozialstaat fortgesetzt. Der Krankenversicherung folgt die Pflegeversicherung. Die Pflegeversicherung soll durch eine kapitalgedeckte private Zusatz-Pflichtversicherung ergänzt werden, die nur von den Arbeitnehmern bezahlt werden soll.

 

Sechstens: Die Sozialpartnerschaft wird langsam, aber stetig plattgemacht. Am Ende des Weges steht das Bündnis der Verstaatlicher und der Privatisierer. Die einen brauchen den anderen. Die Verstaatlicher bedürfen der Privatisierer, weil sie die Aufgabe einer relativen Lebensstandardsicherung nicht lösen können. Die Privatisierer sind auf die Verstaatlicher angewiesen, denn sie haben keine Antwort auf das Armutsproblem. Armut ist nämlich kein Geschäft.

 

Siebtens: Die Kopfpauschale und ihre Folgen führen in einen anderen Sozialstaat. Auf der Strecke bleibt die subsidiäre Solidarität, wie sie in einer auf Gegenseitigkeit angelegten und mit sozialem Ausgleich ausgestatteten Sozialversicherung grundgelegt ist.

Eine Reform des Sozialstaats müsste auf mehr staatsfreie, selbstverwaltete Solidarität zielen. Das Gegenteil ist der Fall. Die Geisterfahrer haben Vorfahrt.

 

Kopfpauschale oder Bürgerversicherung – in diesem Streit geht es um die Frage: „Wie kommt die Krankenversicherung ans Geld der Leute?“ Es sollte nicht der Sinn und Zweck der Krankenversicherung vergessen werden: Heilung von Kranken!

Und wo sind die Grenzen der Solidarität? Die Krankenversicherung ist nicht für alles zuständig, was das Wohlbefinden beeinträchtigt.

Der Autor war von 1982 bis 1998 CDU-Bundesminister für Arbeit und Sozialordnung Tsp 25

 

 

 

Koalitionsgeplänkel. Drei Wochen dünne Suppe

 

BERLIN. Zum Glück gibt es die Schlitze. Eigentlich sollen die Jalousien den Raum "Düsseldorf" vor neugierigen Blicken abschirmen. Aber die Lamellen schließen nicht dicht. Auch eine eilig hergeschobene Zimmerpflanze gibt kaum Deckung. So kann man am späten Abend von der Hiroshimastraße aus beobachten, wie die Parteichefs von CDU, CSU und FDP in der ersten Etage der Nordrhein-Westfalen-Vertretung am Gesundheitskompromiss feilen.

 

Es ist ein Film ohne Ton, den man mit zusammengekniffenen Augen verfolgen kann. Mal sitzen sechs, mal neun Leute um ein Geviert von Bürotischen. Am linken Ende erkennt man Kanzlerin Angela Merkel im cremefarbenen Sakko. Ihr gegenüber sitzt gefühlte zehn Meter entfernt kerzengerade FDP-Chef Guido Westerwelle.

 

Leider wendet CSU-Chef Horst Seehofer dem Volk den Rücken zu. Merkel redet und gestikuliert ruhig. Während beide Männer an Erkältungen herumlaborieren, scheint sie von dem Verhandlungsmarathon unbeeindruckt. Um 23.30 Uhr wird Rotwein ausgeschenkt. Es wirkt, als habe Merkel die Sache im Griff.

 

Eine Etage tiefer kann man einen anderen Eindruck gewinnen. Erst beerdigt Kanzleramtsminister Thomas de Maizière mit einem kurzen Statement den seit Tagen diskutierten Schattenhaushalt. Dann dementieren Gesprächsteilnehmer, dass die Müllgebühren steigen werden, wie es zuvor aus der Runde herausgedrungen war. Und die von CDU-Leuten verkündete Einigung bei der Wehrpflicht? Nein, heißt es bei der FDP, auch die gebe es nicht. Das Thema sei nicht abgeschlossen.

 

Für die wartenden Journalisten sind die Koalitionsverhandlungen wahrlich kein Vergnügen. Zwar gibt es Suppe und heiße Getränke, aber drei Wochen lang praktisch keine belastbaren Informationen. So sprießen Indiskretionen und Gerüchte. Auch Mitglieder des CDU-Präsidiums zweifeln inzwischen, ob es nicht besser gewesen wäre, zumindest Teilergebnisse zu veröffentlichen.

Es riecht nach Einigung

 

Immerhin: "Wir kommen zum Endspurt", kündigt FDP-Generalsekretär Dirk Niebel am Freitag ein Ende des Wartens an. Und grinst die Kanzlerin beim Hereingehen heute nicht besonders zufrieden in die Kameras? Sie trägt ein feierliches anthrazitfarbenes Kostüm. Das riecht nach Einigung, auch wenn Noch-Wirtschaftsminister Karl-Theodor zu Guttenberg betont lässig im schwarzen Cordsakko und Jeans aufgelaufen ist. Für Samstagvormittag haben Union und FDP den Saal der Bundespressekonferenz geblockt. Dann soll der Koalitionsvertrag präsentiert werden.

 

Einen kleinen Appetithappen sollen am Freitagvormittag bereits die Gesundheits-Unterhändler bieten. Doch so richtig harmonisch wirkt die Präsentation nicht: Ursula von der Leyen kann sich einen Seitenhieb gegen den FDP-Kollegen Philipp Rösler nicht verkneifen. Der Gesundheitsfonds bleibe erhalten, wie sie immer erklärt habe: "Es hat nur drei Tage gedauert, bis es noch einmal sackte." Rösler lächelt und betont, es werde einen "einkommensunabhängigen Beitrag" geben. Im Volksmund heißt so etwas Kopfpauschale. Nach sechs Minuten sind alle Klarheiten beseitigt. Das wird kaum besser, als CSU-Generalsekretär Alexander Dobrindt später behauptet, es bleibe bei den "lohnbezogenen Beiträgen".

 

Auch beim zentralen Steuerthema gibt es noch erheblichen Abstimmungsbedarf in der nächtlichen Sitzung. Vor Mitternacht solle niemand mit Ergebnissen rechen, hat CSU-Landesgruppenchef Peter Ramsauer schon gewarnt. Bis dahin heißt es warten.

 

In der Hiroshimastraße ist es im Laufe der Wochen Herbst geworden. Die Blätter sind verwelkt, und der Regen hat selbst die Dauer-Demonstranten vertrieben. Hinter den Jalousien aber steigt die Stimmung. "Ich freue mich", sagt Unions-Fraktionschef Volker Kauder, "dass die Regierung des Aufbruchs und der bürgerlichen Mitte nun endlich zeigen kann, was in ihr steckt." KARL DOEMENS FR 24

 

 

 

Schwarz-Gelb. Der Blindflug des Guido Westerwelle

 

Ein Kommentar von Claus Hulverscheidt

 

Die FDP will nach elf Jahren Opposition eigene Akzente setzen. Das ist verständlich, doch ihr Programm passt nicht zur wirtschaftlichen Lage.

 

Das eigentlich Ärgerliche an der Diskussion über Schatten-, Nachtrags- und Nebenhaushalte ist, dass viele jetzt wieder sagen werden, sie hätten es ja immer gewusst. So sind sie halt, unsere Politiker, wird es heißen - vor der Wahl versprechen sie, den Etat zu sanieren, nach der Wahl ruinieren sie ihn. Am besten also alle in einen Sack und feste druff, man trifft ja automatisch den Richtigen! Wer wollte da im Familien- oder Freundeskreis noch den Versuch wagen, Politiker gegen solch dümmliche Pauschalurteile in Schutz zu nehmen?

Politisch ist es durchaus verständlich, dass die FDP nach elf Jahren in der Opposition nicht einfach das Erbe der großen Koalition verwalten, sondern eigene Akzente setzen will. Daran wäre überhaupt nichts auszusetzen, wenn das freidemokratische Programm (Steuersenkungen) und die wirtschaftlichen Gegebenheiten (Finanzkrise, Haushaltsmisere) zueinander passten.

 

Das tun sie aber nicht - woraus die Liberalen den sehr eigenwilligen Schluss ziehen, dass sich nicht die FDP an die Welt anpassen muss, sondern die Welt an die FDP. Krampfhaft suchen die Parteioberen nun nach "Steuersenkungsspielräumen" und schrecken dabei auch vor Tricks nicht zurück - nicht einmal vor der beinahe zynischen Behauptung, der Aufbau eines Schattenetats sei ein Beitrag zu mehr Transparenz.

Immerhin: Mit dem Versuch, die Kosten dieses Unfugs auch noch auf das Konto der Vorgängerregierung zu buchen, sind die Liberalen am Donnerstag gescheitert. Für 2010 wird die Idee eines "Sondervermögens" aber weiter diskutiert.

Die CDU muss gehörig aufpassen, dass sie nicht unter die Räder des Koalitionspartners gerät. Ihre haushaltspolitische Glaubwürdigkeit - angeblich ein Markenkern der Partei - hat in den vergangenen Tagen bereits heftig gelitten. Nun ist auch ihr Charakter als Volkspartei in Gefahr, wenn sie der FDP zuliebe einen Teil der Gesellschaft, nämlich die Steuerzahler, in großem Umfang entlastet, die Kosten dafür aber der Gesamtbevölkerung aufbürdet: in Form von steigenden Müllgebühren oder höheren Pflege- wie Krankenversicherungskosten.

Angela Merkel unterminiert damit nicht zuletzt ein Projekt, das einstmals zu ihren zentralen Politikzielen zählte und das unverändert vernünftig wäre: die Umstellung des einkommensabhängigen Krankenversicherungsbeitrags auf eine Kopfpauschale.

Eine solche Prämie wäre weitaus gerechter als das bisherige System, weil der zugehörige Sozialausgleich über das Steuersystem organisiert würde: Das hieße, dass alle Bürger, auch Anwälte, Apotheker und Millionenerben, zur Finanzierung herangezogen würden - und zwar nicht nur bis zur Beitragsbemessungsgrenze, sondern mit ihrem gesamten Einkommen.

Um ein solches System umzusetzen, bräuchte man statt geringerer höhere Steuereinnahmen. Union und FDP verbauen mit ihrem finanzpolitischen Blindflug der vergangenen Tage also nicht nur dem Land die Zukunft, sondern auch sich selbst.

SZ 23

 

 

 

Bundesverfassungsgericht. Karlsruhe stärkt Regierung bei Auslandseinsätzen

 

Das Bundesverfassungsgericht hat die Kompetenzen der Bundesregierung bei Auslandseinsätzen gestärkt, die unter veränderten politischen Rahmenbedingungen stattfinden. Demnach durfte die Bundesregierung nach der Unabhängigkeitserklärung des Kosovos im Februar 2008 am dortigen Bundeswehreinsatz festhalten, ohne umgehend den Bundestag befragen zu müssen. Die Karlsruher Richter verwarfen in dem am Freitag veröffentlichten Beschluss eine dagegen gerichtete Organklage der Linksfraktion im Bundestag.

Aus Sicht der Fraktion hätte die Bundesregierung vor der Fortsetzung des Kfor-Einsatzes der Bundeswehr den Bundestag abermals um Zustimmung ersuchen müssen, da sich durch die kosovarische Unabhängigkeitserklärung politische und rechtliche Umstände des Einsatzes wesentlich verändert hätten. Die rechtliche Grundlage des Kfor-Einsatzes im Kosovo war die Resolution 1244 des UN-Sicherheitsrates vom 10. Juni 1999. Nach Auffassung der Linksfraktion deckte diese Resolution aber nur solche Maßnahmen, die die Verwaltung des Kosovos als Teil der Republik Serbien und nicht als unabhängigen Staat betrafen.

Zweifel reichen nicht aus

Die Unabhängigkeitserklärung und die völkerrechtliche Anerkennung durch die Bundesregierung hätten die politischen und rechtlichen Rahmenbedingungen des Bundeswehreinsatzes derart deutlich verändert, dass der Einsatz als „neuer Einsatz“ zu werten sei, argumentierte die Fraktion. Dieser neue Einsatz sei weder vom UN-Mandat noch vom Zustimmungsbeschluss des Bundestages aus dem Jahr 2007 gedeckt gewesen.

Seit 1999 beteiligt sich die Bundeswehr an der internationalen Kfor-Mission im Kosovo, die auf der Grundlage eines UN-Mandats unter Führung der Nato steht. Ziel ist es, ein Wiederaufflammen der gewaltsamen Kämpfe zwischen Serben und Kosovo-Albanern zu verhindern. Am 17. Februar 2008 erklärte sich der Kosovo unter Loslösung von Serbien einseitig für unabhängig und wurde seither von zahlreichen Staaten, darunter Deutschland, völkerrechtlich anerkannt. Knapp vier Monate später, am 5. Juni 2008, hatte der Bundestag den Bundeswehr-Einsatz dann verlängert. Nur die Linksfraktion stimmte dagegen.

Aus Sicht des Verfassungsgerichts gab es aber keine Verpflichtung der Regierung, den Bundestag unverzüglich um Zustimmung zu bitten. Die einseitige Loslösung des Kosovos von Serbien habe nicht in „evidenter“ Weise das völkerrechtliche Einsatzmandat entfallen lassen. Das UN-Mandat für die Kfor-Mission sei vielmehr bis heute weder aufgehoben noch durch eine neue Resolution ersetzt worden und sei somit „unbefristet in Kraft“, befanden die Richter.

Wegen des Parlamentsvorbehalts müsse die Bundesregierung eine abermalige Zustimmung des Bundestages zu einem Streitkräfteeinsatz dann herbeiführen, wenn tatsächliche oder rechtliche Umstände „wegfallen“, die Bedingungen für den Einsatz waren. Ein ursprünglicher parlamentarischer Zustimmungsbeschluss verliere seine Wirkung aber nicht schon dann, wenn es „lediglich zweifelhaft wird“, dass Umstände, an die der Bundestag seine Zustimmung geknüpft hat, fortbestehen.

AZ: 2 BvE 4/08 - Beschluss vom 13. Oktober 2009 Faz.net 23

 

 

 

Analyse: Systemwechsel bei Gesundheit steht bevor

 

Berlin. Union und FDP wollen den Gesundheitsfonds zur kurzen Zwischenetappe hin zu einem System mit pauschalen Beiträgen machen. Im ersten Jahr der schwarz-gelben Koalition soll bei den gesetzlichen Krankenkassen noch alles beim Alten bleiben.

 

Das Milliardenloch werden 2010 wohl die Steuerzahler und zu einem geringeren Teil die Kassenmitglieder stopfen. Doch 2011 sollen dann die seit Jahren heiß umstrittenen Gesundheitsprämien kommen.

 

"Prämie" - nur die CSU-Politikerin Barbara Stamm nimmt bei der Präsentation des Kompromisses am Freitag das heikle Wort in den Mund. Die Christsozialen lehnten pauschale Beiträge immer ab. Der jetzige Parteichef Horst Seehofer trat vor fünf Jahren wegen eines entsprechenden Kompromisses von CDU und CSU sogar schon einmal als Fraktionsvize zurück. Stamm betont, es gehe "nicht nur in Richtung Prämie".

 

Die Verhandlungsführer Ursula von der Leyen (CDU) und Philipp Rösler (FDP) nennen das Ding lieber "einkommensunabhängigen Beitrag". Kommt damit also die für alle gleiche Kopfpauschale? Nein - vielmehr sollen die Kassen diese Pauschalen von ihren Mitgliedern erheben können. Geringverdiener müssen dann aber genauso viel Prämie zum Beispiel an eine AOK zahlen wie Gutverdiener. Doch sie sollen dafür einen Ausgleich vom Steuerzahler bekommen. Rösler: "Das ist wesentlich gerechter, als wenn man den Ausgleich zwischen Arm und Reich nur innerhalb der gesetzlich Versicherten hätte, denn das steuerliche System umfasst dann alle."

 

Dass es so kommen würde, zeichnete sich seit Tagen ab. Dennoch kommt ein lauter Aufschrei von Opposition, Sozialverbänden und einzelnen Kassen. Schließlich sollen die Arbeitgeberbeiträge voraussichtlich auf dem heutigen Stand von sieben Prozent eingefroren werden. "Wir haben einen Weg aufgezeigt, der Arbeitsplätze in Deutschland sichern wird", verspricht von der Leyen. Arbeitgeber, Ärzte, Apotheker, Arzneihersteller und Privatversicherer reagieren erfreut auf die schwarz-gelben Ankündigungen.

 

DGB-Vorstandsmitglied Annelie Buntenbach wettert: "Das ist nicht nur unsolidarisch und ungerecht, sondern der Beginn einer ungekannten Belastungswelle der 70 Millionen gesetzlich Krankenversicherten." Tatsächlich dürften die meisten Versicherten wohl künftig tiefer in die Tasche greifen müssen für ihre Krankheitsabsicherung. Schwingt aber schon die Abrissbirne gegen das jahrzehntelang bestehende Gebäude des Sozialsystems Krankenversicherung?

 

"Der Weg zum reinen Prämienmodell wird nicht kommen", beeilt sich CSU-Generalsekretär Alexander Dobrindt klarzustellen. "Es wird ein lohnbezogener Beitrag weiterhin sein." Mit ihrem Kompromiss haben sich die künftigen Koalitionäre quasi in letzter Minute vor Verhandlungsende Zeit verschafft. Den Umbau des System soll nun erst einmal eine Regierungskommission vorbereiten. Nach den Erfahrungen der vergangenen Jahre ist es wahrscheinlich, dass sich die schwarz-gelben Bautrupps noch heftig im Klein-Klein des komplizierten Gesundheitssystems verhaken. Bayerns CSU-Gesundheitsminister Markus Söder: "Es wird noch ein hartes Ringen werden."

 

Wieviel Steuermittel künftig ins System fließen werden, welchen Spielraum es dann überhaupt noch im Haushalt gibt, ob überhaupt noch genug Geld da ist, das zwischen den unterschiedlich von Krankheitslasten betroffenen Kassen verteilt werden kann - diese und viele andere Fragen ließen die Koalitionspartner in spe vorerst offen. Mehr Geld könne wohl in Bayern bleiben, frohlockt schon Söder. Schon deshalb ist der Aufschrei der Ostländer programmiert.

 

Unklar sind auch noch die Details für die milliardenschweren Steuerhilfen an die Kassen 2010. Mehr als vier Milliarden Euro sollen wohl aus dem geplanten Sondervermögen fließen - ob als Zuschuss oder Darlehen ist unklar. Den Rest, immerhin rund drei Milliarden, müssten dann die Kassen anders aufbringen - durch Einsparungen oder Zusatzbeiträge zulasten ihrer Mitglieder. Vielleicht ist es für die fassungslos am Rand stehende SPD ein Trost, dass diese Extraprämien vorerst die von ihr durchgesetzte Obergrenze von einem Prozent behalten sollen. (dpa 24)

 

 

 

Zentralrat der Juden. Das Ende eines Tabus

 

Publizist Henryk M. Broder will Zentralrats-Präsident werden. Wie manche lustige Idee hat auch diese einen ernsten Hintergrund: Der Zentralrat der Juden ist in schlechter Verfassung. Ein Kommentar von M. Drobinski

 

Wenn der Publizist Henryk M. Broder schreibt, geht es immer munter zu. Mal beschimpft er die Deutschen, die vor den Muslimen einknicken, dann nennt er den Grünen-Politiker Hans-Christian Ströbele einen "linken Antisemiten", jetzt hat er sich den Zentralrat der Juden vorgenommen. Die Vertretung der Juden in Deutschland sei in einem "erbärmlichen Zustand", Präsidentin Charlotte Knobloch überfordert, ihre Stellvertreter belauerten sich gegenseitig.

Der Zentralrat trete als "Reue-Entgegennahme-Instanz" auf und betreibe Beschäftigungstherapie. Die Lösung: Broder bewirbt sich als Zentralrats-Präsident. Er wolle ein Ende dieses "kleinkarierten Größenwahns", die Aufhebung der Holocaustleugnung als Straftatbestand, gute Beziehungen "zu den in Deutschland lebenden Moslems" (da hat er was zu tun) und "für eine säkulare Gesellschaft eintreten". Na dann: Broder for President!

Wie so manche lustige Idee hat auch Broders Selbstbewerbung wenig Aussicht auf Erfolg, aber einen ernsten Hintergrund. Dem Zentralrat der Juden geht es nicht gut. Treten seine Vertreter öffentlich auf, wird es manchmal peinlich. Im Januar brach die Zentralrats-Präsidentin aus Verärgerung über die Aufwertung der antijüdischen Piusbrüder durch Papst Benedikt XVI. den Dialog mit "der katholischen Kirche" ab, ohne recht sagen zu können, wen sie damit meinte.

Innere Verunsicherung und Hilflosigkeit

Und jetzt, im Herbst, stellte ihr Generalsekretär Stephan Kramer den Stammtischplauderer von der Bundesbank, Thilo Sarrazin, in eine Reihe mit Göring, Goebbels und Hitler - um sich bald darauf demütig zu entschuldigen. Jedesmal kommt die eine, entscheidende Schraubendrehung zu viel, das Gewinde knackt und bricht, und alles ist kaputt.

Es sind äußere Zeichen innerer Verunsicherung und Hilflosigkeit. Das Judentum in Deutschland steckt mitten im Generationen- und Mentalitätenwechsel. Es stirbt die Generation der Holocaust-Überlebenden; die kleine Schar ihrer Nachkommen, die für das Nachkriegsjudentum in Deutschland steht, mit all seinen Ängsten und Verletzungen, geht unter in der Mehrheit der Zuwanderer aus Osteuropa.

 

Das Judentum, das die Geschichte der Bundesrepublik mitgeprägt hat, wird es bald nicht mehr geben, ein neues wird wachsen, von dem noch niemand weiß, wie es aussehen wird. Damit wird aber auch der meist unausgesprochene Konsens zwischen Mehrheit und jüdischer Minderheit brüchig.

Der ging so: Wenn Juden etwas zur Vergangenheit, zum Rechtsextremismus, zur politischen Kultur sagen, ist das besonders gewichtig. Sie sind moralische Instanz und Gewissen des Landes. Wenn ein Journalist ein knackiges Zitat gegen Neonazis brauchte, rief er beim Zentralrat an - und bekam das Gewünschte. Umgekehrt redete er nur mit gesenkter Stimme über die jüdische Community, die er kaum kannte.

Das Verhältnis der meisten Deutschen zu den Juden war nicht Nächsten-, sondern Fernstenliebe auf der Basis der Befangenheit.

Nach außen hin lebte der Zentralrat, lebten die Gemeinden recht gut mit diesen Ritualen, vor allem, als sie tatsächlich einen weithin verbreiteten Antisemitismus politisch kleinhalten halfen. Auch Henryk M. Broder, der lustvolle Störer des Friedens, lebte und lebt übrigens gut von diesen Ritualen.

Nach innen aber war das Leben der kleinen Gemeinschaft mit nur wenigen Dutzend wirklich politik- und diskursfähigen Mitgliedern als moralische Instanz fürchterlich überfordert. Der Zentralrats-Präsident Ignatz Bubis überdeckte das großartig und um den Preis der Selbstzerstörung, sein Nachfolger Paul Spiegel schaffte es noch mit Mühe, Charlotte Knobloch gelingt es kaum noch. Dies nicht nur, weil sie keine so guten Pressemitteilungen schreiben kann wie Bubis. Für sie, die Überlebende, ist der ritualisierte Konsens eine Lebensversicherung.

 

Je weniger er funktioniert, desto mehr nehmen bei Juden aus ihrer Generation die Verunsicherungen zu: Was mag hinter der Kritik vieler Deutscher am Vorgehen der israelischen Armee in Gaza und im Libanon wirklich stecken? Was treibt Papst Benedikt, was Thilo Sarrazin? Und der vermeintliche Verrat der sicher geglaubten Freunde schmerzt mehr als der Hass der altbekannten Feinde.

Tabus und Rituale können aber hohl werden

Tabus und Rituale haben ihren Sinn. Nur so ist es zu rechtfertigen, dass die Leugnung des Holocausts in Deutschland unter Strafe steht. Tabus und Rituale können aber hohl werden. Die jüdische Minderheit sollte sich von der Last befreien, moralische Instanz der Mehrheit zu sein; die Mehrheit sollte ihr diese Last abnehmen. Es ist ja ihre Sache, dass in Deutschland Rassisten und Antisemiten bekämpft, Demokratie und Menschenrechte geachtet werden.

Dann könnte der Zentralrat völlig unbefangen Henryk M. Broder zum Vorsitzenden wählen, der dann seine Kolumne "Schmock der Woche" auf die Zentralrats-Homepage stellen dürfte.

Und wenn der Streitbare müde wird oder man des Streitbaren müde ist - vielleicht als Nachfolgerin eine junge Frau, deren Eltern aus Russland kamen, und die für das neue jüdische Leben in Deutschland steht: mit seinen guten und schlechten Seiten, seinen frommen und weniger frommen Menschen - Menschen, auf die Jahwe mal stolz ist und über die er manchmal nur lachen kann. SZ 23

 

 

 

 

Leitartikel. Unterwegs mit Angela Merkel

 

Die alte und neue Bundeskanzlerin Angela Merkel besitzt die bemerkenswerte Fähigkeit, an mehreren Orten gleichzeitig sein zu können. Eben war sie noch in der politischen Mitte zu finden, die sie der SPD erklärtermaßen endgültig entreißen will. Und doch taucht sie kurz darauf wieder im wirtschaftsliberalen Leipzig ihrer Partei auf, wo sie sich einst so die Finger verbrannt hat.

 

Merkel hat dieses Talent der Gleichzeitigkeit über Jahre hinweg so perfektioniert, dass es nun in den Verhandlungen zur schwarz-gelben Regierungskoalition voll zur Geltung kam. Eine solche Kunst aber ist auch dem größten politischen Talent nur dann möglich, wenn Charakter und Projekt gerade zueinanderfinden. Bei Angela Merkel ist das nun geschehen.

 

Die Bundeskanzlerin hat in ihren Subbotschaften schon in den vergangenen Wochen erkennen lassen, worauf sich die Koalition nun einigen musste: die Ausdehnung der Union nach rechts wie nach links. Es ist dies die Lehre, die sie selbst gezogen hat aus den vergangenen zwei Bundestagswahlen.

 

Aus ihrer ersten, als sie auch wegen ihres offensiven Wirtschaftskurses abgestraft wurde. Und aus ihrer zweiten, als sie im Wahlkampf von Franz Müntefering für politisch weniger Interessierte kaum unterscheidbar war. Nun will sie irgendwie die Vorteile beider Merkels vereinen.

 

Die Leipziger Merkel ist in der künftigen schwarz-gelben Gesundheitspolitik eindeutig wiederzuerkennen. Auch wenn Details noch erarbeitet werden müssen, so steht das Bekenntnis zur Kopfpauschale schon jetzt fest. Es ist dies die schwarz-gelbe Antwort auf die finanzielle Hoffnungslosigkeit im Gesundheitssystem.

 

Eine freundliche Botschaft an die Arbeitgeber, die nun - wie auch bei der Pflege - Planungssicherheit bekommen sollen. Die Planungssicherheit der Arbeitnehmer besteht zunächst darin, dass sie wissen, dass es teurer wird. Wie der geplante soziale Ausgleich über Steuermittel die Lasten für die Geringverdiener allerdings verkraftbar machen soll, bleibt ein Geheimnis, das eine Regierungskommission klären soll.

 

Dieses Vorgehen entspricht den Merkel´schen Vorlieben nur zu genau, verschwindet sie doch mitunter gern eine Zeit lang am Ort der politischen Versenkung, wo es sich mit derlei Fragen offenbar besser leben lässt.

 

Die Gesundheit gehört wie die Steuersenkungen zu jenen Themen, die sich zunächst zwar die FDP als politischen Erfolg ans Revers heften darf. Merkel aber wird sie in den kommenden Jahren so ausfüllen, dass es ihrer Wirtschafts-Klientel als ein Ur-Merkel´sches Projekt erscheinen wird. Es ist dies ein Tribut an jenen Flügel, den sie so verärgert hat in der schwarz-roten Periode. An die Anhänger, die sie in großer Zahl an ihren gelben Koalitionspartner verloren hat.

 

Hier ist die Bundeskanzlerin Merkel ganz die Parteivorsitzende. Sie weiß, dass sie - anders als Gerhard Schröder in seiner Rest-Kanzlerzeit - ihre Partei zumindest auf mittlere Distanz im Ganzen hinter sich wissen muss. Dass ihre Macht sonst endlich ist. Und sie nutzt diese Koalition deshalb zugleich, um den Sozialflügel um CDU-Arbeiterführer Jürgen Rüttgers zu befrieden. So jedenfalls sind die schwarz-gelben Hartz-IV-Korrekturen zu verstehen, die ihre volle Wirkung vor allem in der Symbolik entfalten. Die Erhöhung der Schonvermögen ist dabei so richtig wie überfällig. Und sie fällt Merkel leichter als so manchem Sozialdemokraten.

 

An einem Ort übrigens war Merkel in den vergangenen Tagen nicht zu finden. An dem der politischen Peinlichkeit nämlich, an dem der Schattenhaushalt erst verkündet und dann wieder einkassiert wurde. Der Makel dieses glücklosen Versuchs wird zwar an Schwarz-Gelb hängen bleiben, wohl kaum aber an der Kanzlerin selbst.

 

Bei aller demonstrativen Harmonie dürfte die Kanzlerin in den Koalitionsverhandlungen gefühlt haben, dass Schwarz-Gelb kein natürliches Projekt mehr sein kann, da die erstarkte FDP künftig ein aufmüpfigerer Partner sein muss.

 

Allerdings liegt Merkel auch nichts ferner als ein "politisches Projekt". Sie hat sich in ihrer gesamten Laufbahn als lernendes System erwiesen. Sie ahnt, dass Schwarz-Gelb ebenso erschütterbar sein dürfte wie der internationale Finanzmarkt. Und sie ist überzeugt, dass ihre eigene Beweglichkeit der Union die ideale Voraussetzung für Wahlsiege verschaffen wird. Für die Parteivorsitzende Merkel war die Reise von Leipzig zur politischen Mitte einst ein weiter Weg, die Kanzlerin fühlt sich inzwischen an beiden Orten zu Hause. Rouven Schellenberger FR 24

 

 

 

 

SPD. Der Zeitgeist steht gegen sie

 

Berlin. Es hätte eine große Feier werden können. Es hätten Filme und Bilder von früher gezeigt werden können. Altvordere hätten schildern können, wie die SPD damals in Bad Godesberg den Weg zur Volks- und sieben Jahre später zur Regierungspartei in der Bundesrepublik Deutschland eingeschlagen habe. Es hätte ein wirklich rundes Jubiläum begangen werden können, die Erinnerung an große Namen, große Ereignisse, große Tage. 13. November bis 15. November 1959. Der Parteitag, den die SPD in diesem Jahr in Dresden abhält, findet exakt fünfzig Jahre nach „Godesberg“ statt. Das Erbe ist verzehrt.

Erst langsam beginnt die SPD zu begreifen, welche Folgen ihr 23,0-Prozent-Ergebnis der Bundestagswahl in der politischen Wirklichkeit nach sich zieht und noch weiter nach sich ziehen kann. Der tumultuarische Verlauf einer SPD-“Basisveranstaltung“ in Thüringen - Gegenstand war ein Aufstand gegen die Position des Landesvorstands, statt eines rot-roten Bündnisses eine schwarz-rote Koalition anzustreben - hatte etwas Sektiererisches an sich. In Thüringen wie auch im Saarland wandten sich die Grünen von der SPD ab. Als Kanzlerkandidat hatte Steinmeier „Rückenwind“ nach den Landtagswahlen in den beiden Bundesländern im August spüren wollen. Er wurde zum Wirbelsturm.

Strategisches Dilemma

Die schwarz-grüne Koalition in Hamburg und das im Saarland nun beabsichtigte Bündnis von CDU, FDP und Grünen offenbaren ein strategisches Dilemma der SPD. Die koalitionspolitische Neuausrichtung der Grünen hat in beiden Bundesländern nicht bloß mit der Schwäche der SPD, sondern auch mit der Linkspartei zu tun. In Hamburg lehnte die SPD ein Bündnis mit der Linkspartei ab. Im Saarland verweigerten sich die Grünen. Mit weitreichenden Angeboten lockte die CDU, und so können die Grünen die Wahlkampfforderung der SPD, „Weg mit den Studiengebühren“, im Saarland ohne sie verwirklichen. Die Sozialdemokraten werden das nicht kritisieren können, nicht einmal dann, wenn es demnächst auch in Nordrhein-Westfalen so kommen sollte.

Vom Anf