WEBGIORNALE 26-27 Ottobre
2009
Berlusconi-Sarkozy: lettera all'Ue su immigrazione. «Azioni concrete»
In vista del Consiglio
europeo del 29-30 ottobre: «Basta parole. Ora condivisione delle
responsabilità»
ROMA - «La
solidarietà europea non può restare a livello di parole, ma deve tradursi in
autentica condivisione delle responsabilità». L'invito, rivolto all'Ue e ai partner
europei, è contenuto in una lettera congiunta sull'immigrazione che il
presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas
Sarkozy hanno inviato al premier della Svezia Fredrik Reinfeldt, presidente di
turno dell'Unione europea, e al presidente della Commissione europea, José
Manuel Barroso, in vista del Consiglio Europeo del 29-30 ottobre.
MISURE CONCRETE -
Berlusconi e Sarkozy sottolineano che l'immigrazione irregolare, specialmente
nel Mediterraneo, rappresenta «una sfida importante» per l'Europa e che il
Mediterraneo «costituisce un banco di prova per la credibilità dell'azione
europea». I due leader chiedono:
- misure precise
per il rafforzamento di Frontex (l'agenzia europea per la gestione della
cooperazione operativa alle frontiere esterne)
- la conclusione
di un accordo con la Libia che aiuti Tripoli a controllare meglio i propri
confini e a gestire in maniera più efficace gli immigrati
- un'azione
europea nei confronti dei Paesi di origine, transito e destinazione dei
migranti per contrastare e prevenire l'immigrazione clandestina.
Berlusconi e
Sarkozy ribadiscono che la solidarietà europea «non può restare a livello di
parole», ma deve «tradursi in autentica condivisione delle responsabilità» e si
aspettano che «a partire dal prossimo Consiglio europeo vengano prese decisioni
concrete». CdS 23
Napolitano: "Mai dimenticare che siamo stati emigranti"
Il capo dello
Stato interviene all'inaugurazione del Museo dell'emigrazione italiana
Per il Presidente
della Repubblica "è stato un capitolo essenziale della nostra storia"
A metà novembre
riceverà a Napoli la laurea Honoris Causa in Politiche dell'Europa
ROMA - Mai
dimenticare che "siamo stati emigranti", mai dimenticare "un
capitolo essenziale della nostra storia". Lo ha detto il Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano al termine dell'inaugurazione, al Vittoriano di
Roma, del nuovo Museo dell'emigrazione italiana. Gli italiani emigrarono con un
"flusso straordinario" verso altri paesi, andarono lì "in
condizioni durissime che non dovremmo mai dimenticare", ha aggiunto il
capo dello Stato. "Accogliamo gli immigrati ricordando la nostra
storia".
Napolitano ha
ricordato che quello dell'emigrazione "è stato un capitolo essenziale
della storia dell'italia e nel momento in cui ci apprestiamo a celebrare il
150° anniversario dell'unità non possiamo dimenticare il fatto che nell'italia,
seppure unita, tanti italiani non poterono trovare lavoro e modo di vivere e
furono costretti a partire". Per il presidente della Repubblica il
fenomeno dell'emigrazione degli italiani in altri paesi "è stato
prezioso". "Abbiamo seminato tracce della presenza italiana in tutto
il mondo e quello che è oggi il patrimonio di simpatia e di amicizia per
l'Italia in tutti i Paesi che ho visitato ha il segno di quello che hanno fatto
i nostri connazionali quando sono andati là". L'Italia di oggi, dunque,
nell'accogliere immigrati e nell'affrontare i problemi connessi
all'immigrazione non deve "dimenticare di essere stata un paese di
emigrazione".
Il presidente
riceve laurea "Honoris Causa" - L'Università degli studi di Napoli
L'Orientale conferirà il 14 novembre la laurea honoris causa in "Politiche
ed istituzioni dell'Europa" al presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano. A motivo della scelta il contributo di Napolitano, "al
perfezionamento e al consolidamento delle istituzioni politiche europee".
LR 23
L’ultimo degli euroscettici cede al Trattato di Lisbona
Un solo uomo si frappone
tra l’Europa del futuro e quella del passato. Un uomo paragonato, forse a
torto, a Margaret Thatcher; e che con la ex Lady di ferro condivide il partito,
neanche tanto sparuto, degli euroscettici. Un uomo definito, dal suo avversario
Vaclav Havel, «molto irresponsabile e pericoloso». Il nome di quest’uomo è
Vaclav Klaus, presidente in carica della Repubblica ceca, Paese di appena dieci
milioni di anime e il cui inno nazionale recita: «Dov’è la mia casa?»
Oggi Klaus sembra
rassegnato a firmare l’odiato Trattato di Lisbona, l’accordo ”di seconda
scelta” reso inevitabile dal fallimento della Carta fondamentale, abbastanza
macchinoso e complicato da rendere la sua strada difficile e perigliosa. Quando
lo farà, anche la Repubblica ceca entrerà a pieno titolo nella nuova “casa”
europea.
Tutti i Paesi
dell’Ue hanno ratificato questo documento, che prevede tra le altre cose la
nomina di un Presidente europeo e la decisione a maggioranza in molti campi.
Manca soltanto la ratifica di Praga, e la firma di Klaus in calce al Trattato.
Klaus aveva tentato di rinviare la data fatidica adducendo, come scusa, il
referendum indetto in Irlanda. Alla fine, anche l’Irlanda ha detto “sì”. E pure
la riottosa Polonia si è dovuta piegare alla ratifica.
L’ultimo disperato
tentativo di Klaus è stato di chiedere una clausola di opt-out, di deroga
dell’ultimo minuto dalla Carta dei diritti, inclusa nel documento. E tutto
perché il presidente temeva che i tedeschi espulsi dopo la Seconda Guerra
mondiale avrebbero potuto chiedere risarcimenti o il reintegro delle proprietà
perdute. La mossa dilatoria è stata vincente. La Slovacchia, teatro di una
simile espulsione di massa, si è precipitata a minacciare il veto a una simile
scappatoia, che aprirebbe contenziosi legali a non finire.
Ora, la presidenza
svedese dell’Unione sembra decisa a concedere a Klaus l’agognata clausola, che
gli concederebbe di salvare la faccia. Secondo gli ultimi sondaggi, il 65%
della popolazione, per quanto strano possa sembrare, appoggia le rivendicazioni
del suo presidente. Ancora non è chiara la formulazione precisa della
scappatoia offerta a Praga, ma una volta superato questo scoglio, il Trattato
entrerà finalmente in vigore. E la Svezia vuole immediatamente dedicare le
proprie energie a un accordo sul futuro presidente della Ue. Un posto ancora
vacante e che alcuni vorrebbero, non senza polemiche, assegnare a Tony Blair.
Il compromesso, salvo sorprese dell’ultima ora, potrebbe salvare la costruzione
europea, giunta ormai all’ingovernabilità con 27 stati membri che operano
ancora secondo la vecchia normativa del Trattato di Nizza. Ma che amarezza.
«Ogni volta che sento che qualcuno sta giocando questa carta mi sembra che la
guerra non sia mai finita», ha detto alla rivista Time lo storico Jaroslav
Rudis, autore di libri sui tedeschi espulsi nel dopoguerra. E’ come se Klaus
venisse «da un altro pianeta». RICCARDO DE PALO IM 24
Il Governatore del Lazio Marrazzo si è dimesso. «Piero responsabile,
Berlusconi prenda esempio»
D’Alema: «I
comportamenti privati hanno rilevanza pubblica». Franceschini: Marrazzo doveva
dimettersi
ROMA - Lui,
Marrazzo, al telefono non s’è fatto trovare per tutta la mattinata. Hanno
chiamato in tanti dal Pd, Franceschini, Bersani Marino, Zingaretti, Gentiloni,
Fioroni. Il tempo, il governatore del Lazio l’ha usato per meditare con se
stesso, affrontare una situazione da tetto che ti crolla addosso, stendere il
comunicato con il quale annunciare che non è più presidente di Regione. Ma la
mattinata dei democratici era cominciata che peggio non si potrebbe. In giro
per l’ultimo giorno di campagna primarie, dirigenti e supporter sentivano
irritazione, «chiunque si avvicinava ripeteva lo stesso concetto, “non è che
possiamo attaccare Berlusconi per le escort e se poi ci casca uno dei nostri non
si fa niente”», raccontava Paolo Gentiloni che se n’era andato fino a
Montesacro per mercati a sostenere Franceschini. A completare il quadro, una
messe di dichiarazioni di solidarietà dal Pdl a base di garantismo peloso
(Cicchitto, Maroni, Lupi), e la situazione rischiava di ingarbugliarsi. Se ne
sono accorti al Pd, e son corsi ai ripari. Capovolgendo il quadro. «Dobbiamo
subito far capire che se Berlusconi nonostante escort e affini rimane dov’è,
anzi invoca silenzio e impunità, da noi, nel Pd, questo non avviene», ha
dettato la linea Dario Franceschini, al punto di trovare non proprio reticente
ma comunque non all’altezza la dichiarazione di autosospensione di Marrazzo.
«Bisogna dire chiaro che si dimette», martellava il segretario che punta alla
riconferma, «tanto, si voti a gennaio piuttosto che a marzo o viceversa, se non
siamo chiari e tentenniamo, gli elettori ci puniscono lo stesso».
E partiva la
controffensiva democratica. Tra i più espliciti Massimo D’Alema: «I
comportamenti privati di un uomo pubblico hanno una rilevanza pubblica. Penso
che questo principio valga per tutti: per il presidente del Consiglio come per
il presidente della Regione Lazio. Apprezzo la sensibilità dell’uomo pubblico
che si è reso conto che la sua posizione era diventata insostenibile». E
Gentiloni: «Chi esercita responsabilità pubbliche di rilievo non può essere
vulnerabile ad attacchi e manovre ricattatorie sui suoi comportamenti privati».
E Chiti: «Un comportamento come quello di Marrazzo nei Paesi democratici è la regola,
la destra non continui a far finta di non capire». N.B.M. IM 25
Inaugurato il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana
Un mix di
tradizione e offerta multimediale per raccontare le nostre comunità
Mantica :
“Vogliamo far conoscere agli italiani e in particolare ai giovani, la
storia e la realtà dei nostri connazionali all’estero”.Nicosia: “Il Vittoriano
rappresenta i simboli che sono insiti nell’emigrazione, parlo dell’identità
italiana e della patria”
ROMA - Il Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano ed il Presidente della Camera Gianfranco Fini, insieme al ministro
per i Beni Culturali, Sandro Bondi e al sottosegretario agli Esteri,
Alfredo Mantica, hanno inaugurato a Roma, presso il Complesso Monumentale del
Vittoriano, il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana. Un’esposizione a 360
gradi che propone, anche con supporti multimediali, la storia
dell’emigrazione italiana dalla fine del 1800 sino ai giorni nostri. Un
percorso storico cronologico che parte dunque dalle migrazioni pre- unitarie
per arrivare, dopo le grandi diaspore di fine ottocento e a cavallo fra i due
conflitti mondiali, ai nuovi flussi del secondo dopoguerra e all’attuale realtà
degli italiani nel mondo viene inquadrata dal 1977 ai giorni nostri. Nella
mostra il visitatore troverà sia le testimonianze tangibili della nostra
emigrazione, come le classiche valigie di cartone, i cimeli di famiglia, le
cartoline e le fotografie ingiallite o i test utilizzati per saggiare le
capacità cognitive dei nostri migranti al momento del loro arrivo in terra
straniera, sia moderni supporti interattivi e multimediali che permettono al
pubblico di ascoltare la musica degli emigranti, di guardare i video storici
delle Teche Rai o di individuare, fra le liste d’imbarco dei piroscafi carichi
di connazionali che partivano dal porto di Genova, l’eventuale presenza dei
propri discendenti. Tra le testimonianze che colpiscono segnaliamo l’avviso del
prefetto di Castel Franco Veneto che nel 1896 vietava ai cittadini “qualsiasi
operazione di emigrazione verso il Brasile” dove gli italiani avrebbero di
fatto sostituito gli schiavi, il modellino del transatlantico “Roma” varato nel
1926, gli spartiti dei canti dell’emigrazione o il libro di ricette “La cucina
napoletana per golosi o buongustai”.
La mostra è anche arricchita da un variegato
carteggio del Mae sugli avvenimenti che hanno coinvolto gli italiani all’estero
e la nostra rete diplomatico – consolare. Nell’ultima parte del museo troviamo
infine , oltre ad una nutrita libreria con 500 volumi sull’emigrazione che può
essere consultata liberamente dal pubblico, una sezione sull’immigrazione in
Italia con 60 scatti dedicati ai diversi volti degli stranieri che vivono
e lavorano nel nostro paese. Un aspetto, quello della presenza degli immigrati
Italia, che è stato affrontato il Presidente Napolitano. “Oggi che accogliamo
gli immigrati e siamo diventati un paese di grande immigrazione - ha spiegato
il Capo dello Stato - non dovremmo mai dimenticare di essere stati un paese di
emigrazione. Abbiamo seminato le tracce della presenza italiana in tutto il
mondo. - ha proseguito il Presidente - Quello che oggi e’ il patrimonio
di simpatia e di amicizia per l’Italia, in tutti i Paesi che io ho visitato, ha
anche il segno di quello che hanno fatto i nostri emigrati quando sono andati
all’estero’’.
Secondo il ministro degli Esteri Franco
Frattini la nascita del Museo nazionale dell’Emigrazione Italiana ha un duplice
significato: “riconoscere il ruolo e dare senso al sacrificio
esistenziale di molti nostri connazionali del passato e essere il luogo dove
risuona il monito per molti connazionali nel mondo, soprattutto oggi che
l’Italia è cambiata, affinché sentano chiaro un senso di appartenenza ad
un’Italia che li considera parte di un sistema allargato e coordinato, che li
riconosce come un patrimonio capace di aiutare l’immagine italiana a crescere”
“ A questi italiani che da lontano hanno
contribuito a creare quello che siamo oggi, - scrive nella prefazione del
Catalogo della mostra il ministro Bondi - è dedicato questo museo che riconosce
nell’esperienza migratoria un elemento fondamentale dell’identità
nazionale”
Durante la conferenza stampa il
sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica ha spiegato come la Mostra, in
pratica il primo evento promosso dal Comitato per i 150 dell’Unità d’Italia,
diverrà, dopo il 2011, un esposizione itinerante. La ricca documentazione del
museo sarà infatti esposta sia nei paesi del mondo dove si registra una
maggiore presenza dei nostri connazionali, sia presso le variegate realtà
regionali italiane in cui questa materia è approfondita da 54 musei
locali . Mantica ha inoltre sottolineato come il museo, grazie al materiale
video e musicale già catalogato ed a quello ancora da raccogliere e recuperare
presso le collezioni private, potrebbe affiancare all’attività espositiva
quella di ricerca, divenendo un centro nazionale per lo studio
dell’emigrazione.
Ma secondo il sottosegretario la vocazione itinerante
della mostra dovrebbe interessare solo una quota parte dell’imponente materiale
raccolto. “ Una mia missione – ha infatti precisato Mantica - è quella di far
restare al Vittoriano la mostra, perché questo monumento ha un valore
particolare, in quanto simbolo della nostra patria e dell’unità d’Italia… Il
Vittoriano - ha proseguito il sottosegretario - è visitato ogni anno da
circa un milione di persone. Molti di questi sono studenti delle scuole medie
ed elementari ed è soprattutto per loro che io ho voluto realizzare questa
mostra. Il mio obiettivo è infatti quello di far conoscere agli italiani e in
particolare ai giovani, anche per questo l’esposizione è ricca di postazioni
interattive e di video, l’esistenza della storia e della realtà degli italiani
all’estero. In questa direzione va anche la mia idea che prevede, in caso di
reperimento di fondi adeguati, la realizzazione di un piccolo libro, formato
dai contenuti dei pannelli storici della mostra e da specifiche testimonianze
fotografiche, da distribuire nelle scuole italiane”. Dopo aver ricordato il
prezioso apporto alla mostra degli archivi storici del Mae, Mantica, ha
espresso la propria gratitudine all’associazione Italian American Museum che
gli ha recentemente conferito il premio Ambasciatore Medal per il suo impegno
in favore della promozione della cultura italiana nel mondo.
“Questa mostra - ha spiegato Alessandro
Nicosia, direttore del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana - nasce da
un’esigenza forte. Se ne parlava da tanti anni, ma mancava un punto di
riferimento, una casa comune dell’emigrazione nel nostro paese. Vi erano
tantissimi musei regionali, 75 a livello locale, ma non esisteva un momento di
coagulo, un monitoraggio e un punto di riferimento per tutti. Il Vittoriano era
il luogo più idoneo ad ospitare la mostra perché questo monumento rappresenta
ed è portatore dei simboli che sono insiti nell’emigrazione parlo dell’identità
italiana e della patria. Voglio inoltre ricordare che nel colonnato del
Vittoriano vi sono 16 sculture rappresentanti le regioni che furono fatte
nel 1911 in occasione dell’inaugurazione del complesso monumentale e non è un
caso che l’emigrazione italiana abbia una forte base regionalista.
Questo museo – ha proseguito Nicosia – ha un
percorso storiografico con cinque sezioni che però, poiché il fenomeno va letto
nella sua interezza e nella logica dei 150 anni dell’Unità d’Italia,
servono solo a mettere ordine. In ogni caso credo che non si possa leggere la
nostra storia senza aprire un focus sull’emigrazione, perché 29 milioni di
persone che lasciano il nostro paese rappresentano un dato imbarazzante. E’
chiaro – conclude Nicosia - che abbiamo dovuto realizzare un’esposizione con
logiche molto moderne, per cui pannelli metodologicamente inattaccabili, un
Comitato scientifico prestigioso, tanta medianità, virtualità, film e molte
istallazioni scenografiche che a prima vista possono sembrare banali, ma che
possiedono un valore simbolico e aiutano a sensibilizzare, attraverso una
comunicazione integrata, il grande pubblico popolare del Vittoriano.
Goffredo Morgia -
Inform
Francoforte. A Grazia Sperone la 2ª edizione del premio giornalistico
“Matilde Serao”
Francoforte - Il
Museo Storico di Francoforte sul Meno ha ospitato sabato 24 ottobre, alle ore
15:00, la 2ª edizione del premio giornalistico “Matilde Serao”. Ad aprire i
lavori è stata la direttrice del giornale «Clic Donne 2000», Marcella
Continanza, che ha ideato e organizzato il premio, con il patrocinio della
presidenza della Regione Campania. Un premio, questo – ha evidenziato la
Continanza –, che vuole onorare la memoria della nota giornalista napoletana,
fondatrice de «Il Mattino» e scrittrice di grande valore, proponendosi di
privilegiare l’importanza e la serietà di un certo tipo di giornalismo,
restituito alla sua vera funzione ossia a quella di “informare”.
È stato ricordato, inoltre, come la 1ª
edizione, tenutasi nell’ottobre del 2008, durante la Buchmesse, all’Hotel
Maritim, in occasione del decennale di «Clic Donne 2000», alla presenza del
Console Generale d’Italia, ministro Bernardo Carloni, e di vari editori e
giornalisti, avesse già riscosso un notevole successo e come sul premio stesso
si fossero pronunciati favorevolmente il presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, rilevandone il prestigioso contributo culturale e sociale, il
presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e Domenico De Sossi, presidente
della FUSIE.
Anche quest’anno il premio ha attirato
l’attenzione di varie autorità, che sono intervenute, tra cui la dott.ssa Maria
Cristina Ruggeri del Consolato Italiano di Francoforte, la dott.ssa Marina
Demaria, consigliere comunale dei Verdi, Teresa Baronchelli da Friburgo e
numerosi esponenti della stampa locale, cui sono stati donati dalla ditta “Arreditalia”
di Santa Maria La Carità (NA) degli orologi in ceramica per ricordare questa 2ª
edizione.
Nel corso della manifestazione sono stati
letti i vari telegrammi di auguri, giunti in redazione nei giorni precedenti,
del sindaco di Napoli, Rosa Iervolino Russo, che plaude «al rilevante
appuntamento, ma soprattutto all’interessante attività editoriale», formulando
i suoi migliori complimenti; dell’on. Franco Narducci della Circoscrizione
estero dell’Europa, già partecipante alla 1ª edizione, di Anna Santoliquido,
presidente del Movimento Internazionale “Donne e Poesia” di Bari, secondo la
quale «il premio giornalistico “Matilde Serao” suggella un patto con il
passato, stimolando la riflessione su tematiche attuali e in divenire», di
Giovanna Li Volti Guzzardi, presidente dell’ALIAS, da Melbourne; e, in ultimo,
ma non meno importante, quello del presidente della Regione Campania, Antonio
Bassolino, che ha espresso le sue più calorose e sentite felicitazioni.
Particolarmente emozionante è stata poi la lettura di una poesia intitolata
“Gioielli”, scritta dalla Serao stessa e tratta da “Mosconi in giro”, fatta
gentilmente pervenire da un collega de «L’Espresso», affinché fosse reso noto
anche il lato poetico della giornalista napoletana.
Allietato dagli
intermezzi musicali della giovane arpista Merle Meyer, l’evento si è, infine,
concluso con la consegna di una targa d’argento, offerta dalla presidenza della
Regione Campania, alla vincitrice del premio, Grazia Sperone.
Alessandra
Dagostini, de.it.press
Berlino. Un premio per gli studenti italiani in Germania più meritevoli
Le domande di
partecipazione entro il 30 novembre – Sul sito dell’Ambasciata
http://www.ambberlino.esteri.it/Ambasciata_Berlino
il bando del concorso
Berlino -
Incentivare l’impegno degli alunni italiani che frequentano la scuola tedesca,
sensibilizzare la loro coscienza del valore e del successo scolastico quale
strumento di realizzazione umana e professionale, nonché motivare le famiglie,
in particolare, i genitori, a seguire il percorso formativo dei propri figli
incoraggiandoli a perseguire traguardi elevati: questi gli obiettivi del Premio
annuale istituito del presidente della Repubblica rivolto agli studenti
italiani più meritevoli che risiedono in Germania.
Il premio – si legge
nel bando – è nato quale riconoscimento dell’impegno scolastico dei ragazzi
italiani in una Paese in cui le difficoltà scolastiche della nostra
collettività rappresentano da anni uno dei principali ostacoli alla sua piena
integrazione. Allo stesso tempo, con esso si vuole dare un segno di attenzione
per le nuove generazioni, manifestare l’importanza dello sforzo nello studio e
del sostegno delle famiglie per il futuro professionale dei ragazzi e per il
progresso dell’Italia, della Germania e dell’Europa.
La partecipazione
al premio è completamente gratuita. Possono concorrere al premio tutti gli
alunni italiani che frequentano la scuola tedesca di ogni ordine e grado dalla
seconda elementare alla Maturità (n. 12 classi), iscritti all’anagrafe
consolare e/o all’AIRE, ad esclusione dei figli di dipendenti pubblici in
servizio temporaneo in Germania.
Condizione per
partecipare è di aver ottenuto, nella pagella dell’anno scolastico 2008/2009,
la media compresa tra 1,0 e 2,5 o il giudizio complessivo di "sehr
gut" (ottimo) o "gut" (buono), e voti in tedesco e matematica
tra 1,0 e 3,0.
Le famiglie
dovranno inviare alla nostra Ambasciata a Berlino la fotocopia delle pagelle
degli anni scolastici 2008/09 e 2007/2008. I partecipanti sono invitati ad
inviare anche un piccolo testo in italiano (10-20 righe) sulla loro esperienza
di studio e sui suggerimenti che darebbero ad altri ragazzi su come riuscire
meglio a scuola. Le pagelle dovranno pervenire all’Ambasciata entro il 30
novembre prossimo.
L’Ambasciata procederà
all’esame delle pagelle dell’anno scolastico 2008/2009 inserendo i dati in un
programma informatico di calcolo e confronto delle votazioni riportate nelle
singole materie per identificare gli alunni con la migliore media di voti,
nell’ambito di ciascuna classe e ordine di istituzione scolastica , ripartiti
per aree regionali. A tutti gli alunni che, con la media di voti più alta nel
Land, nell’ordine di scuola e nella classe di appartenenza, si saranno
qualificati per la preselezione, sarà consegnato un attestato di merito.
Le pagelle dei
qualificati nella preselezione verranno poi valutate per la selezione finale,
attraverso il confronto del miglioramento tra la media matematica delle
votazioni riportate nell’anno scolastico 2008/2009 rispetto a quella dell’anno
scolastico 2007/2008. I cinque alunni che avranno registrato il successo
maggiore nel miglioramento del profitto verranno selezionati per il premio e
invitati il prossimo autunno, assieme ai direttori delle rispettive scuole,
nell’Ambasciata d’Italia, dove l’Ambasciatore consegnerà, a nome del Presidente
della Repubblica, le medaglie appositamente coniate. Ciascuno dei premiati
riceverà anche un premio in denaro del valore di 500 euro. (aise)
Francoforte. In arrivo la prima esposizione monografica in Germania
dedicata a Sandro Botticelli
Francoforte - Dal
13 novembre 2009 fino al 28 febbraio 2010 il Museo Städel presenta la prima
esposizione monografica dedicata a Sandro Botticelli (1444/45-1510) in area di
lingua tedesca. Partendo dalla sua monumentale “Immagine ideale femminile”, una
delle principali opere della collezione del Museo Städel, la mostra espone,
circa 500 anni dopo la morte di Botticelli (17 maggio 1510), numerose opere
appartenenti alle diverse fasi artistiche del più grande Maestro italiano del
Rinascimento. Nella prima parte, i ritratti e le rappresentazioni allegoriche
mostrano come l’artista fosse padrone di queste tecniche e le arricchisse con
nuovi impulsi personali. Al centro della seconda parte vi sono le famose rappresentazioni
mitologiche di divinità ed eroine simbolo delle qualità femminili, mentre nella
terza sezione l’esposizione dà rilievo alla ricchissima produzione di immagini
religiose. La mostra, che espone più di quaranta opere di Botticelli e della
sua bottega, propone una vasta selezione dei lavori dell’artista, conservati in
tutto il mondo. Gli altri quaranta, tra cui le opere di pittori contemporanei
come Andrea del Verrocchio, Filippino Lippi o Antonio del Pollaiuolo, collocano
le preziose creazioni di Botticelli nel contesto storico della loro produzione.
L’esposizione è stata realizzata grazie alla concessione di straordinarie opere
provenienti dalle più importanti pinacoteche europee e americane. Tra queste
sono da annoverare gli Uffizi di Firenze, il Louvre di Parigi, The National
Gallery di Londra, le Gemäldegalerie (le pinacoteche) di Berlino e Dresda, il
Metropolitan Museum di New York e infine The National Gallery of Art di
Washington.
La mostra è
realizzata grazie al sostegno della Fondazione Commerzbank.
Sandro Botticelli
è diventato il simbolo per eccellenza del Rinascimento italiano. La gracile
bellezza, l’elegante grazia e la particolare magia delle sue melanconiche
immagini, fanno dell’opera di Botticelli l’incarnazione dell’arte fiorentina
nell’età d’oro, ai tempi del governo della famiglia de’ Medici con Lorenzo il
Magnifico. Botticelli, che iniziò a lavorare come orafo e poi assolse il suo
apprendistato nella bottega di Fra Filippo Lippi, divenne, insieme al
Ghirlandaio, Verrocchio e i fratelli Pollaiuolo, uno dei pittori di maggior
successo nella Firenze della seconda metà del Quattrocento. A partire dal 1470
riuscì ad assicurarsi gli appalti pubblici di maggior prestigio confermandosi
così quale pittore di grandi pale d’altare. Ancora in vita, Botticelli godeva
del favore della famiglia de’ Medici e del loro seguito. Nella realizzazione
dei loro desideri di forme di decorazione pittoriche innovative, il Maestro
poteva rifarsi tanto alla sua conoscenza delle tradizioni pittoriche fiorentine
e di quelle dell’arte antica, quanto anche ai concetti e suggerimenti concreti
suggeriti dal circolo di umanisti che orbitavano intorno alla figura di Lorenzo
de’ Medici. Come pittore di tavole e di affreschi Botticelli godeva del massimo
della stima anche oltre i confini della sua città, tanto da essere annoverato
tra i pittori che Papa Sisto IV (1481) chiamò a decorare la Cappella Sistina a
Roma. Ma soprattutto il suo stile più tardivo e tanto discusso, dà massimo
risalto ai dettagli caratteristici del suo personalissimo tratto. Influenzato
dalla tecnica del disegno - la mostra vanta una selezione di schizzi
preparatori di inestimabile valore - Botticelli esprime la sua passione per la
rappresentazione di figure dai tratti marcati, in grande movimento e che
movimentano la scena con molti gesti e in questo modo, piuttosto che sistemarle
in spazio e volume, le delinea con linee e sezioni di superfici. La sua pittura
quindi si distingue fin dai primissimi anni di attività dalla concorrenza e dai
correnti crismi teorici. Questo è uno dei motivi per i quali la ricerca degli
storici dell’arte, che dall’inizio del 1900 ha dedicato a Botticelli numerose
monografie e studi, riconosce a questo maestro, anche 500 anni dopo la sua
morte (17 maggio 1510), una posizione assolutamente privilegiata.
Punto di partenza
e centro della esaustiva mostra comprensiva di diversi generi è un’opera della
collezione del Museo Städel famosa non solo a Francoforte: il ritratto ideale
di una giovane donna, che può probabilmente essere identificata con Simonetta
Vespucci, l’amante-dama del torneo, il fratello di Lorenzo il Magnifico,
Giuliano de Medici. In questo ritratto non si tratta tanto di un’immagine
realistica, quanto piuttosto dell’ideale di una donna riflessa anche nella
poesia dell’epoca, che si distingue per la sua perfetta bellezza e per
l’altrettanto perfetta virtù. Questo ideale non si contrappone a quello
dell’antichità: la bella donna indossa infatti un gioiello al collo che si rifà
in maniera evidente ad una pietra antica rappresentante Apollo e Marzia, che
può anch’essa essere ammirata nella mostra. A Francoforte il famoso ritratto di
Giuliano della National Gallery of Art di Washington dipinto da Botticelli sarà
messo a confronto con quello della sua amante Simonetta. Entrambi i dipinti si
trovano al centro della prima parte della mostra che è dedicata all’arte
pittorica di Botticelli e a celebri esempi che mostrano il gioco alterno tra la
norma sociale e la forma artistica, così come tra le diverse convenzioni del
ritratto maschile e femminile.
La seconda sezione
della mostra è dedicata ai quadri mitologici di Botticelli, che appartengono
alle prime creazioni dell’artista. Gli Uffizi di Firenze, che custodiscono la
più vasta e importante collezione di opere del Botticelli di tutto il mondo,
hanno tra l’altro offerto il loro contributo alla mostra di Francoforte con una
delle opere più conosciute dell’artista: il famoso dipinto Pallade e il
centauro, quadro mitologico monumentale, che si trova nello spazio dedicato ai
ritratti medicei. Insieme alla Primavera di Botticelli; un tempo l’opera era
affissa nella stanza da letto di un palazzo fiorentino appartenente ad una
famiglia di banchieri. Minerva, qui con la sua saggezza e virtù, riesce a
domare il selvaggio centauro, (alla presenza della quale sacrifica le sue
passioni). Il dominio e il controllo delle emozioni è un tema centrale della
filosofia antica e – in unione con il pensiero cristiano – anche del
Rinascimento. Tra i pittori questi motivi hanno trovato in Botticelli il loro
più congeniale interprete. Nello stesso tempo la dimensione politica e la
relazione con la famiglia committente sono simbolicamente presenti nella forma
di anelli di diamante incrociati uno nell’altro sulla veste di Minerva, i quali
rappresentano l’emblema dei Medici. Un’altra importante immagine femminile
nell’opera dell’artista fiorentino è la Venere. Nella sua Venere, rappresentata
a grandezza naturale nella Pinacoteca di Berlino, Botticelli ripropone la
figura centrale, esposta negli Uffizi, della Nascita di Venere (non disponibile
in questa mostra), che il pittore ha isolato dal contesto scenico e ha posto su
uno sfondo nero. In questo modo Botticelli ha realizzato una delle prime
monumentali rappresentazioni di nudo femminile della pittura tardo-antica.
La terza sezione
della mostra è dedicata infine alle immagini religiose di Botticelli. Accanto
ai ritratti e alle scene mitologiche si trovano soprattutto molte
rappresentazioni della Madonna, a cui Botticelli deve fino ad oggi la sua fama.
Secondo la rappresentazione biblica Maria, tra i santi, è l’idealizzazione
della donna: la più virtuosa e allo stesso tempo la più bella, (la sposa
cantata nelle lodi religiose). La mostra di Francoforte, accanto a molte altre
opere che vanno dai primi lavori sotto l’influsso del suo maestro Fra Filippo
Lippi fino allo stile tardo, espone una delle più belle Madonne di Botticelli:
Vergine adorante il bambino. Nel quadro proveniente dalla National Gallery of
Scotland di Edimburgo, la cui brillante cromaticità è stata riportata alla luce
un paio di anni fa grazie ad un restauro, la fisionomia della Madonna si
conforma allo stesso ideale tipo di femminilità che il pittore ha sviluppato
per i ritratti ideali e per le dee dell’antichità. Andando avanti nella sezione
si possono ammirare i quadri narrativi, tra cui un affresco dell’Annunciazione
che una volta si trovava nell’ingresso dell’Ospedale di San Martino alla Scala
e che oggi viene custodito negli Uffizi a Firenze. Non solo la grandezza
imponente dell’affresco (243x550 cm), ma anche la sua qualità pittorica,
testimonia lo straordinario valore di Botticelli nella tecnica dell’affresco.
Il punto chiave e l’apice della mostra è rappresentato dalle quattro tavole con
scene di vita di San Zenobio, uno dei primi arcivescovi e santo Patrono di
Firenze. Custodite separatamente nei musei di Londra, Dresda e New York, sono
state nuovamente riunite in occasione di questa mostra. Annoverate tra le più
importanti creazioni della sua maturità e tra i suoi ultimi lavori, queste
tavole denotano l’inconfondibile eredità artistica di Botticelli.
Luogo della
mostra: Städel Museum, Schaumainkai 63, 60596 Frankfurt
Durata della
mostra: 13 novembre 2009 – 28 febbraio 2010
Orari di apertura:
martedì, venerdì fino a domenica dalle ore 10.00 alle 18.00, mercoledì e
giovedì dalle ore 10.00 alle ore 21.00
Informazioni:
www.staedelmuseum.de, info@staedelmuseum.de
Telefono +49
(0)69-605098-0, Fax +49 (0)69-605098-111
Ingresso:
martedì-giovedì: 10 Euro, ridotto 8 Euro, biglietto famiglia 20 Euro; sabato e
domenica: 12 Euro, ridotto 10 Euro, biglietto famiglia 20 Euro; ingresso
gratuito per bambini fino ai 12 anni. Biglietti ingresso online:
www.arttourist.com, tickets@arttourist.com. (de.it.press)
Autonomia dei Consolati. Il dibattito in Commissione Affari Esteri del
Senato
ROMA - Nella seduta di mercoledì, in Commissione
Affari Esteri del Senato è proseguito l’esame dello schema di decreto del
Presidente della Repubblica sul "Regolamento di semplificazione recante
norme in materia di autonomia gestionale e finanziaria delle rappresentanze
diplomatiche e degli uffici consolari di I categoria del Ministero degli affari
esteri". Dopo che la scorsa settimana il senatore Amoruso (Pdl) da relatore
ne aveva illustrato gli articoli – 40 – ieri alla presenza del sottosegretario
Craxi i senatori hanno chiesto chiarimenti soprattutto sull’articolo che dà la
possibilità ai Consoli di chiedere sponsorizzazioni. Ipotesi, ha chiarito loro
Amoruso, che di fatto dà agli stessi una "vantaggiosa opportunità"
cioè quella di "avvalersi di contratti che consentono la realizzazione di
iniziative altrimenti non possibili, quali restauri di opere d'arte ed
organizzazione di eventi".
Di diverso tenore
l’intervento del senatore Micheloni (Pd) che ha voluto far presente che
"al di là di interventi settoriali sulla rete diplomatico e consolare,
come quello che stiamo esaminando, manca ancora l'istituzione di un tavolo di
confronto tra Parlamento e Governo sul tema complessivo della ristrutturazione
degli uffici all'estero. Vi ricordo – ha aggiunto, rivolto ai colleghi - che il
tema è estremamente sentito presso la collettività italiana e che è stato
oggetto di specifica attenzione nella riunione della Commissione continentale per
l'Europa del Consiglio generale per gli italiani all'estero, conclusa nei
giorni scorsi a Barcellona".
Rispondendo a
Micheloni, Bettamio (Pdl) ha sostenuto che "l'assetto della rete
diplomatica deve essere valutato a livello mondiale, tenendo conto delle
esigenze dei paesi emergenti". Quanto alle sponsorizzazioni, il senatore
ha sottolineato che "numerosi eventi ed iniziative sono possibili solo
mediante l'apporto di capitali esterni e venendo incontro ad esigenze avvertite
presso i paesi stranieri. Ricordo, a tal proposito, l'istituzione di
un'apposita sede per la Camera di commercio italo-brasiliana".
Rimanendo in tema,
Perduca (Pd) ha osservato che "sarebbe stato preferibile individuare una
soglia oltre la quale rendere necessaria l'autorizzazione ministeriale per la
sottoscrizione del contratto di sponsorizzazione. Ciò anche alla luce
dell'esigenza di una valutazione del soggetto da cui i fondi dovrebbero essere
erogati".
Ultimo ad
intervenire, il senatore Peterlini (Udc) ha prima preannunciato il voto favorevole
sulla proposta di parere formulata dal relatore, anche dal punto di vista della
possibilità di sottoscrizione dei contratti di sponsorizzazione e poi
sottolineato che "un problema rilevante per la rete degli uffici
all'estero è costituito dalla non unificazione in un'unica struttura di
istituti che si occupano della promozione commerciale e culturale
dell'Italia".
È toccato al
sottosegretario Craxi rispondere alle osservazione dei senatori, ricordando a
Peterlini che "in Giappone mediante lo strumento delle sponsorizzazioni è
stata possibile la realizzazione di numerose e proficue manifestazioni per
promuovere l'impresa italiana" e che "la razionalizzazione degli
istituti di sostegno economico dell'Italia all'estero è possibile, anche dal
punto di vista logistico, solo ove le condizioni ambientali lo
consentano".
Rispetto
all'ipotesi-soglia prospettata da Perduca, il sottosegretario ha fatto presente
che "anche un'eventuale valutazione ministeriale della sottoscrizione di
un contratto di sponsorizzazione non potrebbe che fondarsi sugli elementi
forniti dagli uffici all'estero".
A Micheloni,
infine, il sottosegretario ha "confermato l'impegno del Governo a riferire
sollecitamente al Parlamento sul processo di ristrutturazione della rete
diplomatica e consolare in via di elaborazione e definizione".
Passando al voto,
la Commissione ha approvato la proposta di parere favorevole con osservazioni
formulata dal relatore, che qui riportiamo.
"La
Commissione, esaminato lo schema di decreto in titolo, esprime parere
favorevole, osservando tuttavia che:
1. Circa la
struttura della rendicontazione, si ritiene opportuno evitare di prevedere
procedure differenziate a seconda delle sedi, dal punto di vista formale, in
un'ottica di semplificazione; appare inoltre importante che siano evidenziati
per tutti gli uffici, al momento della chiusura del bilancio consuntivo, non
solo i risultati dalla gestione finanziaria, ma anche il risultato di
amministrazione che fa stato della situazione complessiva debitoria e creditoria.
2. Per quanto
riguarda le sponsorizzazioni, nella consapevolezza che si tratta di un aspetto
di grande delicatezza, si ritiene opportuno non assoggettare l’accettazione
della sponsorizzazione ad espressa autorizzazione ministeriale, privilegiando
le valutazioni compiute dal titolare dell'Ufficio in loco". (aise)
Al via l'Anno contro povertà ed esclusione sociale
L'Unione europea
ha proclamato il 2010 "Anno europeo della lotta alla povertà e
all'esclusione sociale": il programma verrà presentato con una conferenza
che si svolgerà a Bruxelles il 28 e 29 ottobre dal titolo "La povertà, tra
percezione e realtà. La sfida della comunicazione". Il dibattito, rivolto
a politici, ong, associazioni di volontariato e giornalisti, potrà essere seguito
in diretta sull'apposito spazio web, inaugurato per l'occasione, all'indirizzo
http://2010againstpoverty.eu. "Il primo giorno sarà dedicato a un
seminario che raccoglierà in particolare i giornalisti che si occupano di temi
sociali", spiegano gli organizzatori della Commissione. "I
partecipanti potranno inoltre scoprire alcuni progetti contro la povertà già in
atto a Bruxelles". Il secondo giorno, invece, i 400 partecipanti si
vedranno presentare uno specifico sondaggio realizzato da Eurobarometro, "centrato
sulla percezione che gli europei hanno delle conseguenze sociali della crisi
economica". Lo stesso sondaggio sarà diffuso in anticipo alla stampa, in
modo da darne diffusione allo scopo di attirare l'attenzione dell'opinione
pubblica sul fenomeno della povertà in Europa e sugli obiettivi dell'Anno
speciale. La Commissione ricorda fra l'altro che nell'Ue quasi 80 milioni di
persone si trovano in condizione di indigenza. "Malgrado un miglioramento
complessivo delle condizioni di vita degli europei negli ultimi dieci anni,
povertà ed esclusione sociale restano elemento di preoccupazione in diversi
Stati membri". Molteplici gli obiettivi assegnati al prossimo Anno
europeo; tra questi figurano: "incoraggiare il coinvolgimento e l'impegno
politico di tutta la società nella lotta alla povertà e all'esclusione a
livello" continentale e locale; "coinvolgere i cittadini nella lotta
contro la povertà"; "collaborare con la società civile e le
organizzazioni non governative" che operano in questo campo;
"eliminare i luoghi comuni che riguardano la povertà";
"sostenere la solidarietà tra generazioni".
De.it.press
In corso a Salerno la XVIII
Convention mondiale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero
Ha preso avvio sabato
24 ottobre la XVIII Convention delle Camere di Commercio Italiane all’Estero. A
Salerno, fino al 28 ottobre sono giorni di lavori intensi per i rappresentanti
delle 74 Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) organizzate in
Assocamerestero. Nelle giornate del 24 e del 25 ottobre il programma prevedeva
lavori interni e impegni associativi. Tra gli adempimenti che il sistema CCIE
affronta: il rinnovo delle cariche di Assocamerestero, ivi compresa la
Presidenza.
Il 26 ottobre,
giornata pubblica, cuore della manifestazione, con il convegno “Made in Italy e
territori oltre la crisi: nuovi mercati e alleanze concrete”. Prevista la
partecipazione dei vertici dell’economia nazionale e delle Istituzioni
nazionali e locali. Tra i relatori, Adolfo Urso vice ministro allo Sviluppo
Economico, i sottosegretari Enzo Scotti e Giuseppe Maria Reina.
Nel corso della
giornata sarà presentata l’Indagine Assocamerestero-Unioncamere dal titolo
“Ve(n)dere oltre la crisi”, profilo e strategie di risposta delle imprese italiane
alla crisi internazionale, che ha coinvolto 66 Camere di Commercio Italiane
presenti in 46 Paesi esteri, e i rappresentanti degli oltre 24mila imprenditori
collegati alle CCIE. Nel corso della Convention verrà sottoscritto l’accordo di
programma Ministero dello Sviluppo Economico-Unioncamere-Assocamerestero.
Le giornate del 27
e del 28 ottobre daranno spazio ai “fatti del business” con gli incontri One to
one tra le imprese della Campania e i protagonisti del sistema camerale
italiano all’estero e la pattuglia di 112 buyers che il sistema delle CCIE ha
portato a Salerno. Il 27 ottobre, parallelamente allo svolgimento degli
incontri “One-to-one”, si terrà una sessione di incontri tra i buyer
selezionati dalle CCIE Europee e Mediterranee e le imprese del territorio
campano. Il 28 ottobre la Convention prevede gli incontri finalizzati a
costruire piattaforme di collaborazione multilaterale tra Camere di Paesi
diversi per l’anno 2010 e incontri bilaterali tra i delegati esteri e i
rappresentanti del sistema dei consorzi export associati a Federexport.
Il “Salone delle Camere di Commercio Italiane
all’Estero” CCIE è lo spazio dove si terranno gli incontri one to one tra le
aziende e i rappresentanti delle Camere di Commercio Italiane all’Estero,
finalizzati a conoscere le reali possibilità di posizionamento commerciale dei
prodotti/servizi delle imprese campane all’estero. “Partecipare a questi
incontri permetterà alle imprese di avere un valido orientamento rispetto alle
opportunità che i loro prodotti possono trovare sui mercati individuati come
potenzialmente interessanti, senza la necessità di visitare fisicamente tutti i
paesi scelti, con un consistente risparmio di tempi e costi ”, spiegano da
Assocamerestero. Le imprese interessate potranno avvalersi dell’esperienza
degli export manager camerali, della conoscenza del sistema giuridico e
istituzionale e del mercato di sbocco. Gli incontri potranno favorire
importanti partnership per programmi congiunti nei settori dell’ambiente, ICT,
formazione, cultura ecc. nonché scambio di best practice.
I numeri della
Convention. I numeri sono imponenti: previsti 950 incontri, durante i quali i
rappresentanti delle CCIE incontrano: 125 imprese, 9 Comuni, 21 Associazioni, 7
strutture camerali, 6 consulenti, 1 ordine professionale, 1 scuola. I 950
incontri vedono il protagonismo assoluto dell’Europa, con le Camere di Londra,
Mosca, Monaco di Baviera, Parigi che si assicurano il 57% degli incontri, Asia
il 15%, Australia 3%, Nord America 20%, Centro e Sud America 5%, con le Camere
di Rio e San Paolo che la fanno da padroni.
I buyers presenti
a Salerno per incontrare le aziende sono 112. Diverse le aree geografiche di
appartenenza, da quella più vasta euro-mediterranea a quella degli Emirati
Arabi. Le imprese campane protagoniste degli incontri sono 185, operanti in
diversi settori merceologici: agroalimentare, florovivaismo, gioielleria,
legno-arredo-edilizia, nautica, tessile abbigliamento e turismo. Negli spazi
appositamente allestiti nel Grand Hotel Salerno, si tengono circa 2.000
incontri d’affari tra i 112 operatori esteri e le 185 imprese campane: poco
meno del 50% vedranno protagoniste le imprese operanti nel settore
agroalimentare. Seguono gli incontri dedicati ai complementi d’arredo e
gioielleria, pari al 15% circa, quelli della nautica pari al 12%, gli incontri
organizzati per le imprese del settore turistico, pari al 9% del totale, per
concludere con i business meeting riguardanti imprese campane e del
florovivaismo e del tessile abbigliamento, che sono pari rispettivamente al 8%
e al 6% circa del totale incontri d’affari. (Inform, de.it.press)
Jean-Lèonard Touadi, dal Congo alla politica. Nel Pd come simbolo
dell'integrazione
Nato in Africa 50
anni fa, giornalista e professore universitario in politica deve tutto a Walter
Veltroni, che lo volle nella sua giunta - di GIOVANNA VITALE
E dire che, per
farsi eleggere in Parlamento, Jean-Léonard Touadi dovette chiedere ospitalità
ad Antonio Di Pietro. E sì perché il giornalista di colore che ora Dario
Franceschini vuole come vice in caso di elezione alla segreteria nazionale del
Pd, rischiò seriamente di restare fuori dalle liste (bloccate) per le politiche
2008: recuperato in extremis grazie al pressing sull'Italia dei Valori, che lo
inserì in un posto sicuro, dell'allora candidato premier Walter Veltroni.
L'uomo a cui Touadi, politicamente parlando, deve tutto. Essendoselo inventato
come assessore alla Sicurezza del Comune di Roma, all'inizio del suo secondo
mandato. Simbolo in carne ed ossa di quell'integrazione riuscita che Veltroni
avrebbe voluto realizzare per tutti gli immigrati nella città eterna.
Nato nella
repubblica del Congo cinquant'anni fa, a 20 Touadi si trasferisce nella
capitale d'Italia, dove si laurea in filosofia all'Università Gregoriana e successivamente
in Giornalismo e Scienze politiche alla Luiss. Dal 1993 entra in Rai, dove
comincia a collaborare a numerosi programmi radiofonici e televisivi. Tra gli
altri, "Permesso di Soggiorno" (Radiouno), "C'era una
volta" (Rai Tre), e "Un Mondo a Colori" (Rai Due) di cui è stato
autore e conduttore. Suo fiore all'occhiello: il progetto Civis, frutto della
collaborazione tra la Rai e il ministero degli Interni, nonché i corsi di
italiano per stranieri realizzati dalla televisione pubblica con il ministero
per gli Affari sociali.
Davvero
instancabile, Touadi scrive per numerose testate italiane e straniere, compreso
Nigrizia di cui è opinionista, e pubblica diversi saggi sulle questioni legate
all'intercultura, ai rapporti Nord-Sud e alla globalizzazione. Dal 1998 è
docente di Storia e Geopolitica africana al corso para-universitario del Centro
Unitario Missionario di Verona. Dal 2004 al 2006 insegna "Cultura dei
Paesi di Lingua francese" alla Statale di Milano e attualmente
"Geografia dello sviluppo in Africa" presso la Facoltà di Lettere e
Filosofia dell'Università di Tor Vergata. Attività che non gli impedisce di
iniziare la carriera politica.
Nel maggio 2006
Veltroni lo vuole con sé in Campidoglio, sulla poltrona di assessore alle
Politiche Giovanili, Rapporti con le Università e soprattutto Sicurezza.
Incarico che gli varrà l'elezione alla vicepresidenza del Forum Europeo sulla
Sicurezza Urbana. Ma dura poco meno di due anni. A Febbraio del 2008 Veltroni
si dimette da sindaco per candidarsi alla guida del Paese e Touadi lo segue.
Grazie al "passaggio" offerto dall'Idv, abbandonato pochi mesi dopo
in polemica con Di Pietro, conquista un seggio a Montecitorio e si trasferisce
nel gruppo democratico.
Stacanovista con
oltre l'81% di presenze in aula, annoverato dalla prestigiosa rivista francese
"Jeune Afrique" fra le 100 personalità più importanti della diaspora
nera, il giornalista-deputato ha firmato praticamente tutti i progetti di legge
presentati dall'ex segretario del Pd. E' una delle sue ombre. E ora si appresta
a seguirne le orme anche nel partito. Per il momento come vice se Franceschini
si confermerà leader. Dopo, chissà. LR 23
Geopolitica. Il mondo che verrà, la partita Governance
Forti speranze in vista
dell’ultimo passo, quello che si attende dalla repubblica ceca, per una nuova
gestione dell’Unione europea con la nomina di un presidente non più semestrale,
per il quale si fa il nome di Blair, e con la nomina di un alto rappresentante,
cioè di un ministro degli esteri dell’intera Unione europea. Si potrà così
cominciare a guardare più avanti per la impostazione di politiche che
coinvolgano tutti insieme gli attuali 27 paesi dell’Unione, oltre che quelli
prossimi venturi. Si potrà tentare di uscire dalle secche delle politiche
nazionali costrette dalle scadenze elet-torali - elezioni europee, nazionali,
regionali, comunali - che si succedono a scadenza ravvicinata e che non danno
respiro ai politici nazionali. Aveva proprio ragione un grande economista-demografo
francese, il quale sosteneva che la politica è come la lancetta dei secondi
sull’orologio: corre via ra-pidissima e i politici non possono che starle
dietro; l’economia è come la lancetta dei minuti che pur spostandosi assai più
lentamente è tuttavia abbastanza veloce e costringe a tener conto di frazioni
di tempo come i 5 o i 10 minuti; demografia, energia, ambiente sono come la
lancetta delle ore che sembra ferma e che sembra darti tutto il tempo di cui
hai bisogno, ma che poi, se non la tieni d’occhio, ti sorprende e ti fa passare
dal giorno alla notte.
Il problema quindi
è quello di riuscire a guardare l’ora correttamente. Sui grandi temi di lungo
periodo, però, come si diceva la politica nazionale è in affanno ed è quindi
davvero essenziale che a preoccuparsi in particolare della lancetta delle ore
siano gli organismi internazionali o quelli sovranazionali. Ecco perché, fra
l’altro, diventa vitale la nomina di due alti esponenti della nostra Unione.
Ecco perché acquistano grande importanza alcune analisi e scenari che vengono
disegnati per cercare di intravedere il mondo che verrà: non che sia semplice e
sicuro immaginare il futuro, tutt’altro; ma si può monitorare il percorso che
si sta facendo cercando almeno di assecondare le tendenze in atto se sono
giudicate positive o di contrastarle se invece sono giudicate negative.
Con questo intento
la Commissione europea assai recentemente si è “esercitata” in una si-mulazione
che disegna il mondo al 2025, cercando di individuare le tendenze, le tensioni,
le pro-spettive politiche. Riguardo alle tendenze non si può non evidenziare
che questo è il secolo dell’Asia, dal momento che nel 2025 circa due persone su
tre vivranno in Asia, mentre solo una per-sona su 16 vivrà nella Unione
europea, la quale per di più avrà la più alta proporzione al mondo di anziani e
vecchi. L’Asia, sia pure con crescenti ineguaglianze, diventerà il primo
produttore e consumatore del mondo. Il gruppo costituito da Cina, India e Corea
peserà come l’intera Unione eu-ropea, ma con l’aggiunta di Giappone, Tailandia,
Taiwan, Indonesia, … raggiungerà più del 30 per cento della ricchezza del
pianeta e sorpasserà quella della Unione stimata a poco più del 20 per cen-to.
Prima del 2025 la Cina diventerà la seconda potenza economica mondiale e
l’India la sesta, sor-passando l’Italia. E contemporaneamente crescerà
intensamente una “classe media globale” (con un reddito da 4 a 17 mila dollari
all’anno) che conterà circa 1 miliardo di persone, della quali il 90 per cento
nei paesi attualmente in via di sviluppo, con forti implicazioni politiche e
sociali; fra l’altro con l’Unione europea che non sarà più il primo esportatore
nel mondo. E ancora, se continuano le tendenze in atto, nel 2025 gli Stati
Uniti e l’Europa avranno perduto la loro supremazia scientifica e tecnologica a
beneficio dell’Asia, il che significa che dovranno essere conciliate scienza e
tecnolo-gia globali con le esigenze, cruciali per l’Europa, di sviluppare le
tecnologie che risparmino energia, di accrescere la ricerca sullo sviluppo
sostenibile e i cambiamenti climatici, sulla salute e la diffu-sione di nuove
(e vecchie) malattie, sulla sicurezza, sulla sicurezza del cibo, sulle scienze
sociali, il tutto per arrivare a una convincente transizione socio-ecologica
nel mondo. Transizione tanto più necessaria per fronteggiare la povertà e i
suoi intollerabili paradossi, con un terzo della popolazione mondiale che è
sottonutrita e con una obesità crescente nei paesi economicamente avanzati; per
fronteggiare epocali flussi di migranti, senza i quali la popolazione europea
comincerà a diminuire dal 2012, mentre con i flussi, il declino comincerebbe
dal 2035 (e comunque la diminuzione della popolazione in età lavorativa è già
cominciata in diverse aree europee, Italia compresa).
C’è poi da mettere
in conto una crescente scarsità di risorse naturali, che con la riduzione
dell’importanza del petrolio a beneficio di altre fonti energetiche e
dell’energia rinnovabile disegne-rà una nuova geopolitica dell’energia, che
darà un peso crescente a Russia (gas), Cina (carbone) e Kazakhstan, mentre
dovrebbe iniziare il declino relativo dell’importanza strategica del Medio
O-riente, con la possibile eccezione dell’Iran che potrebbe diventare la
prossima superpotenza per il gas. Tutto questo potrebbe portare tensioni tra
gli attuali metodi di produzione e di consumo e la fu-tura disponibilità di
risorse non rinnovabili, o tensioni sociali derivanti da una crescente
prossimità territoriale nelle grandi aree urbane che spesso si coniuga con una
crescente distanza culturale.
Diventa quindi
necessario stabilizzare il mondo riconoscendo i nuovi attori e il loro ruolo e
avviare una transizione politico-culturale verso un nuovo universalismo.
Insomma l’Europa può da-re un contributo essenziale sul cosa fare e sul come
farlo. Purché abbia la voglia e la forza di essere presente. E’ anche per
questo che diventa essenziale che alla sua guida si abbiano persone che
sap-piano guardare alla lancetta delle ore. E ne abbiano la possibilità. di Antonio Golini IM 24
Le Primarie, al di là delle sorti del PD. Il cittadino e la politica
Nella giornata di
oggi gli italiani disposti a dichiararsene elettori possono, spendendo due
euro, scegliere il capo di uno dei due partiti politici che si contendono il
governo del Paese. Anche prima che si sappia quanti risponderanno all'invito e
chi sarà l'eletto, l'avvenimento merita una riflessione.
È inconsueto che
un partito si rivolga a tutti i suoi elettori per scegliere il proprio capo.
Ovunque, questa scelta la fanno militanti iscritti, che partecipano attivamente
(o così dovrebbero) alla vita del partito, al dibattito interno, alle campagne
elettorali. Le primarie, dove ci sono, riguardano non la guida del partito
bensì quella del governo, per la quale, del resto, designano solo un candidato.
La procedura
inconsueta è il sintomo certo, e il rimedio sperato, di un grave male che oggi
mina la democrazia, non soltanto la nostra: un corrompimento del rapporto tra
popolo e potere, che si manifesta in entrambi i versanti della demo-crazia. Dal
lato del Kratos, osserviamo il male quando chi esercita il potere (o si propone
per esercitarlo, dunque anche il partito all'opposizione) dimentica un punto
essenziale: che ben-governare significa, certo, non opprimere il popolo, ma
significa anche non assecondarlo sempre e tantomeno blandirne gli istinti
peggiori. Dal lato del Demos, il corrompimento consiste nell'indifferenza, nel
biasimare il potere senza mai criticare se stessi, nell’accettare l'inganno
populista sentendosene vittime anziché corresponsabili.
La democrazia
definisce la scelta di chi governa, non dice che cosa significhi governare:
governare significa — per l'appunto —guidare, dunque rendere il popolo
consapevole di dure necessità, persuaderlo ad accettare il prezzo per realizzare
speranze e vincere sfide.
Nella società vi è
assai di più che il popolo e i potenti; e per curare i mali della democrazia è
essenziale guardare anche a strutture che stanno tra il Demos e il Kratos. In
Italia, sono proprio esse ad avere maggiormente mancato: in primo luogo i
partiti e la classe dirigente. Credere che il buongoverno democratico sia
possibile senza l'opera attiva di queste strutture intermedie sarebbe un fatale
errore.
Il fatto che oggi
il gruppo dirigente di un partito guardi al di fuori di se stesso e chiami chi
lo desidera a dare una mano dovrebbe perciò essere salutato con favore da ogni
cittadino. È segno che quel gruppo dirigente risponde al sintomo e cerca un
rimedio. Altrettanto positivo è che si tratti di un'elezione vera, dall'esito
incerto.
Le primarie
saranno anche rimedio, oltre che sintomo? Non lo sappiamo. Dipenderà
innanzitutto dall'affluenza di oggi. Meglio sarebbe stato, a mio giudizio,
legare la partecipazione a un'adesione di simpatia meno stringente del
dichiararsi elettore di un partito che, agli occhi di molti, il voto deve
ancora guadagnarselo.
La campagna delle
scorse settimane non ha aiutato a capire come sarà il partito di domani e che
differenza faccia—su questioni fondamentali—la scelta che oggi si pone. Ma
proprio per questo tutti, destra e sinistra, dovrebbero auspicare una forte
partecipazione di cittadini (dis)interessati; cittadini a cui la politica sta a
cuore, che si accostano ad essa per passione dell'interesse pubblico, non per
interesse privato.
Tommaso Padoa-Schioppa
CdS 25
Bagarre nel
governo, Tremonti in rotta di collisione con Berlusconi e parte dei ministri.
Lui nega dimissioni, ma la situazione non è per nulla chiarita. Il consiglio
dei ministri, che era convocato per la tarda mattinata è stato rinviato.
Ufficialmente, secondo notizie provenienti da palazzo Chigi e riportate dalle
agenzie, perchè il premier è stato trattenuto a San Pietroburgo, dove era in
visita "privata", per una tempesta di neve.
Ma in realtà il
maltempo non c'entra niente, come si capisce da una battuta dello stesso
Tremonti: "Tempesta di neve? Forse nebbia, molto ma molto fitta". Infatti
il chiarimento annunciato di ora in ora non c'è stato e alla fine si è saputo
che Berlusconi era in gita sul lago in compagnia di Putin.
La vicenda rischia
di trasformarsi in un colpo durissimo al governo. Tremonti è indignato per gli
attacchi ricevuti, anche dopo le parole sul posto fisso come valore, ma
soprattutto è in rotta di collisione con parte dell'esecutivo per la vicenda
dell'Irap. Il premier ha annunciato il taglio, Tremonti sa che i conti non lo
permettono. Per questo si parla da giorni di possibili dimissioni. Secondo
alcune voci che si sono diffuse in mattinata Berlusconi sarebbe persino
intenzionato ad accettare le dimissioni, e al posto del superministro andrebbe
Brunetta o Scajola. Proprio Brunetta e Sacconi, secondo alcune voci riportate
da Notapolitica.it, sarebbero autori di un nuovo documento contro Tremonti, ma
gli interessati hanno smentito.
A difesa di
Tremonti è però sceso in campo Bossi. "C'è un tentativo di far fuori il
ministro dell'Economia, ma io lo proteggo".
In queste ore,
mentre il premier fa gite sul lago, si sta tentando di far rientrare la
tempesta (quella vera). Dal ministero dell'economia vengono voci
rassicuranti, ma a conferma della confusione che regna nel governo lo
stesso Tremonti ha fatto una criptica dichiarazione nel primo pomeriggio:
"Nessuna nota circolata corrisponde a verità". «Produzione di note di
agenzie a mezzo note di agenzie. Ho difficoltà a riconoscermi in questo tipo di
catena produttiva. Per quanto mi riguarda nessuna delle note in circolazione
corrisponde a verità». Questa l'affermazione testuale del ministro
dell'Economia Giulio Tremonti contenuta in una nota diffusa dal Tesoro.
Dichiarazione che ha il potere di infittire il mistero.
L'unica certezza è
che il chiarimento con Berlusconi (rientrato direttamente a MIlano) non c'è
stato e che la confusione è al massimo. Tra l'altro lo stesso Gianni Letta,
duramnte l'incontro con le Regioni ha chiarito che l'annuncio di Berlusconi del
taglio dell'Irap, che avrebbe fatto arrabbiare Tremonti, è solo un progetto ben
lontano dalla fase operativa. Insomma un annuncio e basta. Anche Confindustria
se ne renderà conto presto. L’U 23
Sfide riformiste. Ma chi si ricorda dei poveri?
NEL corso
dell’ultima generazione la distribuzione del reddito è peggiorata anche
all’interno di quasi tutti i Paesi sviluppati del mondo. Le loro economie hanno
continuato a progredire ma le differenze di reddito e di ricchezza fra ricchi e
poveri sono progressivamente aumentate. Anche le famose classi medie, a cui tutti
i programmi politici si rivolgono, hanno ben poco guadagnato. Anzi hanno
soprattutto perduto.
Questa tendenza si
è manifestata tanto negli Stati Uniti quanto nella maggioranza dei Paesi
europei. Anche in Italia la disuguaglianza, che era diminuita fino al 1982, ha
avuto poi un forte aumento all’inzio degli anni novanta ed è ancora oggi tra le
più elevate di tutti i Paesi dell’Ocse nonostante alcuni non trascurabili
trasferimenti di bilancio a favore dei più poveri.
Rileggendo
attentamente le analisi degli economisti e, soprattutto, riflettendo sui dati
statistici disponibili, si trovano spiegazioni abbastanza convincenti sulle
cause di questo generale aumento delle distanze tra ricchi e poveri.
La prima causa è
la crescita costante, fino alla recente crisi, del valore dei beni posseduti.
Sia dei beni immobili che dei titoli finanziari. È chiaro che se il valore
delle case o delle azioni raddoppia cresce anche la differenza fra chi ha e chi
non ha.
In secondo luogo
la distanza è aumentata per il prevalere di politiche fiscali che hanno
abbassato le aliquote delle imposte sui redditi più elevati e sulla ricchezza
posseduta. Negli Stati Uniti, nel periodo del dopoguerra, l’aliquota massima è
progressivamente passata da oltre il 60% al 36% e quest’esempio è stato seguito
da quasi tutti gli altri Paesi del mondo, in una concorrenza volta anche ad
evitare la migrazione dei capitali verso i Paesi a più basso livello di
imposizione fiscale.
Una terza causa è
la drastica riduzione delle imposte di successione che, pur essendo oggetto di
frequenti elusioni ed evasioni, avevano in passato avuto l’effetto di
riequilibrare la distribuzione della ricchezza nel lungo periodo.
Un quarto fattore
riguarda i cambiamenti nel mondo del lavoro. Gli immigrati hanno infatti
contribuito a mantenere depresso il salario dei lavoratori, soprattutto di
quelli a basso livello di specializzazione. A questo si aggiunge la perdita di
potere dei sindacati e il passaggio dei lavoratori da posizioni più protette
verso un precariato sempre più diffuso.
Per anni abbiamo
sentito predicare le virtù del precariato per accorgerci solo ora di quali
siano i suoi vizi.
Tutti questi
fattori di cambiamento sono stati giustificati e benedetti da una radicale
mutazione di carattere etico e culturale per cui anche le più macroscopiche
differenze di reddito non sono più guardate con occhio scandalizzato o
negativo. Differenze dell’ordine delle centinaia fra il salario dei massimi
dirigenti e dei lavoratori della stessa impresa sono oggi ritenute naturali.
Nessuno più si scandalizza delle crescenti disparità.
Come si vede, le
forze che spingono verso una sempre più iniqua distribuzione del reddito sono
potenti e molto popolari anche presso le categorie che ne vengono svantaggiate
nel lungo termine.
Basta riflettere sull’appoggio
generalizzato alle politiche fiscali che sono state tra le maggiori cause delle
crescenti iniquità.
Queste
osservazioni ci rendono pessimisti anche riguardo al futuro perché nessun
politico, nemmeno tra coloro che si definiscono riformisti, sembra avere la
forza di proporre una politica distributiva più giusta senza la quasi certezza
di perdere le elezioni. La giustizia distributiva gioca un ruolo di primo piano
nelle dichiarazioni generali ma viene relegata in ultima fila quando il
programma deve tradursi in decisioni concrete.
È chiaro che sto
parlando di un mondo in cui la contraddizione fra giustizia e democrazia è
sempre più evidente conducendoci passo passo verso una crisi definitiva dei
fondamenti di solidarietà e di convivenza della nostra società. Ed è proprio
questa rottura che coloro che si definiscono riformisti debbono con ogni sforzo
evitare. Distinguendo fra demagogia e democrazia, fra i vantaggi di oggi e
l’impoverimento futuro, spiegando il ruolo necessario e positivo dello Stato in
una società moderna e proponendo con coerenza le azioni da compiere perché le
crescenti ingiustizie non distruggano il nostro futuro. Il che significa
ritornare anche a spiegare con serenità il vecchio ma ancora attuale concetto
della giusta fiscalità. Credo che sia giunta l’ora di ricominciare a parlare di
tutte queste cose. Lo credo perché lo sfarinamento della società e l’egoismo
personale stanno arrivando al punto di mettere in crisi il funzionamento stesso
della nostra convivenza.
Da mesi si dibatte
sulle ragioni per cui i partiti riformisti stanno perdendo quasi ovunque le
elezioni. E se la spiegazione fosse semplicemente che queste forze hanno
perduto il coraggio di essere riformiste?
ROMANO PRODI IM 25
Caso Mastella. Il costo collettivo
Mai preso una
lira. La dichiarazione di Mastella all’indomani dell’indagine sui presunti
favori e posti di lavoro all’Arpac fa riflettere.
Niente soldi, solo
innocenti «segnalazioni»per aiutare della povera gente in difficoltà. Al di là
della vicenda giudiziaria in sé, sulla quale indagherà la magistratura, questa
reazione mette in luce un sistema di gestione della cosa pubblica e delle
relazioni politiche che per decenni è stato considerato del tutto normalee
innocuo. In Italia si pensa sempre che tutti i mali siano legati alle mazzette,
alla corruzione «economica ».Mail funzionamento del nostro sistema non è
corrotto solo da mazzette, ma anche da sistemi clientelari che spesso ci
impongono impiegati, funzionari e dirigenti incapaci. È sempre stato così, non
lo hannocerto inventato i coniugi
Mastella. Così
sono nati i sistemi locali del pubblico impiego, e anche a questo in fondo sono
serviti: a creare una base stabile di posti di lavoro con cui dare una mano a
tanta «povera gente»: amici, vicini di casa, parenti, persone che avevano
bisogno di una mano per sistemare se stessi o i propri figli. Nonera, di per
sé, un sistema criminale. Nell’Italia del dopoguerra che si stava rimettendo in
piedi è stato in un certo senso uno strumento di ricostruzione di tante
comunità, di affermazione dello Stato, di gestione delconsenso.
Oltretutto,affermandosi in un periodo di forte espansione e in un’economia
ancora poco globalizzata in cui il ruolo del talento e delle competenze
altamente specializzate eramenopervasivo di oggi, questo sistema generava
inefficienze tutto sommato tollerabili.
Ma tutto è
cambiato a partire dalla fine degli Anni Ottanta. L’avvento delle nuove
tecnologie, la compressione inevitabile dei sistemi di impiego pubblico, la
crescente globalizzazione e soprattutto la crescente complessità dei servizi e
dellecompetenzecon cui si sono dovute misurare organizzazioni pubbliche e
private hanno reso questi sistemi di assunzione localistica e clientelare
insostenibili e dannosi. Insostenibili da un punto di vista economico e
sociale. Economico, perché hanno rallentato la modernizzazione dei nostri
servizi, hanno aumentato vertiginosamente i costi, costringendo spesso a
ricorrere a consulenzepercompensare lamancanzadi competenzeinterne,hanno moltiplicato
le inefficienze e i tempi di realizzazione di progetti.Ma insostenibili anche
dal punto di vista sociale, perché il persistere di questi sistemi di
«segnalazioni» e favori ha finito per minare la fiducia degli stessi cittadini
nelle istituzioni e nello Stato. Perché anche loro sono cambiati. Tanti
cittadini che prima vedevano nell’ente pubblico localeunrifugio eunaprotezione
sociale, oggi vedononell’ente pubblico un erogatore di servizi importanti, e
non accettano più inefficienze in nome di una protezione occupazionale che in
ogni caso l'ente non è più in gradodi garantirecomeuntempo. Tantepersoneche
primavedevanonel sistema clientelareunarisorsa sicura, abbondantee accessibile,
oggi vi vedono un ostacolo alla propria realizzazione e al proprio benessere.
Perchélamancanzadi servizi funzionali impedisce loro di realizzare legittime
ambizioni personali e professionali, e perché le inefficienze delle pubbliche
amministrazionisi ripercuotonosu di loro, il loro lavoro, le loro attività
commerciali e professionali, nonché sulleopportunitàdi studioecrescita dei
propri figli.
Insomma, in questi
ultimi venti anni è cambiato radicalmente lo scenario economico e sociale in
cui il nostro Paese si trova a competere e operare.Mai poveri coniugi Mastella
sono rimasti all’Italia di 40 anni fa e pensano quindi di aver fatto poco
danno. Fanno quasi tenerezza. Non si rendono conto che il problema non risiede
tanto nell’eventuale guadagno privato che possono averne derivato o no, ma nel
costo collettivo del loro comportamento. Il dramma è: quanti Mastella
cisonoancorain giro perl’Italiaa «piazzare»amici econoscenti nelle nostre
pubbliche amministrazioni ignari o noncuranti dei costi
chequestocomportamentoinfliggeatutto il Paese? IRENE TINAGLI LS 23
Il commento (di Scalfari). L'aria torbida di fine regno
L'ARIA che si
respira in questi giorni è di fine della seconda Repubblica. Non è detto che
sia anche la fine di Berlusconi perché le due cose non sono necessariamente
coincidenti. Può darsi che la fine della seconda Repubblica porti con sé e
travolga chi su di essa ha regnato; ma può darsi anche che sia proprio lui ad
affossarla sostituendola con una Repubblica autoritaria, senza organi di
garanzia capaci di preservare lo Stato di diritto e l'equilibrio tra i vari poteri
costituzionali.
Il Partito
democratico ha presentato in Parlamento il 22 ottobre, con la firma di Anna
Finocchiaro, Luigi Zanda e Nicola Latorre, una mozione che fotografa con
efficacia questa situazione. Se ne è parlato poco sui giornali, ma è l'atto
parlamentare più drammaticamente documentato del bivio cui il paese è arrivato,
mentre la crisi economica mondiale è ancora ben lontana dall'aver ceduto il
posto ad una ripresa.
I sintomi di
questa "fin du règne" sono molteplici. Ne elenco i principali:
l'attacco martellante e continuativo del presidente del Consiglio contro la
Corte costituzionale e la magistratura; la definitiva presa di distanza del
medesimo nei confronti del Capo dello Stato; il disagio crescente di Gianfranco
Fini verso la linea del Pdl e in particolare verso le candidature dei
governatori in alcune regioni e in particolare il Veneto, il Piemonte, la
Campania; l'irrigidimento della Lega su Veneto e Piemonte da lei rivendicate.
E poi il dissenso
sempre più profondo tra una parte del Pdl (Scajola, Verdini, Baldassarri,
Fitto, Gelmini) e Tremonti e la difficoltà di Berlusconi a ricomporre questo
scontro che sta spaccando in due il centrodestra; la rivolta degli artigiani
del Nordest contro la politica economica del governo; l'analoga rivolta di
molti imprenditori lombardi; i casi giudiziari della famiglia Mastella; i casi
giudiziari di un gruppo di imprenditori collegati a Formigoni; il caso Marrazzo
e le sue possibili conseguenze politiche ed elettorali; gli attacchi dei
giornali berlusconiani contro Tremonti e la sua minaccia di dimettersi. Infine
la preoccupazione del presidente della Repubblica che aumenta ogni giorno di
più e si manifesta in ripetuti e pressanti richiami a mandare avanti le riforme
in un clima di condivisione.
L'elenco è lungo e
sicuramente incompleto, ma ampiamente sufficiente ad alimentare la percezione
di un processo di "disossamento" del paese, d'una guerra di tutti
contro tutti, di un'azione di governo basata su frenetici annunci ai quali non
segue alcun fatto. Si procede alla cieca. Siamo addirittura ad una sorta di
fuga del premier che si è andato a nascondere nella duma personale di Putin e
lì sta ancora mentre scriviamo (trattenuto a quanto si dice da una furiosa
tempesta di neve della quale peraltro non c'è traccia nel bollettino
meteorologico) dopo aver disertato la visita di Stato del re e della regina di
Giordania ed aver rinviato a data da destinare il Consiglio dei ministri che
era stato convocato per venerdì mattina. Forse per sfuggire al chiarimento con
Tremonti?
Di sicuro si sa
soltanto che il nostro premier è con il dittatore russo da tre giorni durante i
quali hanno parlato "anche" di affari. Insomma, tira un'aria brutta,
anzi mefitica.
Per non correr
dietro alle voci sussurrate o gridate, stiamo ai fatti e soprattutto a quelli
economici che maggiormente interessano i cittadini, cominciando con l'annuncio
(ancora un annuncio) fatto dal premier prima di partire per San Pietroburgo, di
voler dare inizio ad un graduale ribasso dell'imposta Irap.
L'annuncio fu
lanciato la prima volta nel 2001 e poi rinnovato nel 2005, ma seguiti concreti
non ce ne furono. Questa è dunque la terza volta; ma mentre dieci anni fa
nessuno si oppose all'interno del centrodestra, questa volta c'è un
"no" secco del ministro dell'Economia per mancanza di copertura.
Oltre al suo, c'è
anche un "no" della Cgil e delle Regioni, a fronte di un completo
appoggio da parte della Confindustria.
Si discute di
un'imposta voluta a suo tempo da Vincenzo Visco, che unificò nell'Irap sette
imposte precedenti, destinandone il gettito al finanziamento del Servizio
sanitario nazionale. Il gettito attuale dell'imposta rende 37 miliardi l'anno.
Grava sulle imprese ed anche sui lavoratori così come vi gravavano le sette
imposte precedenti. Il graduale ribasso annunciato da Berlusconi non è stato
ancora definito nella sua concretezza, visto che spetterebbe a Tremonti di
farlo ma è proprio lui che vi si rifiuta. I consiglieri del premier pensano ad
una riduzione dell'imposta tra i tre e i quattro miliardi a vantaggio delle
imprese, soprattutto di quelle di piccole dimensioni. I medesimi consiglieri
suggeriscono di trovare la copertura utilizzando i fondi accantonati per il
Mezzogiorno o quelli derivanti dallo scudo fiscale. Tremonti - l'abbiamo già
detto - ha risposto con la minaccia di immediate dimissioni.
Nel frattempo ha
fatto il giro di tutti i giornali un documento anonimo ma proveniente da alcuni
"colonnelli" del Pdl, che avanzava una serie di critiche alla linea
rigorista del ministro dell'Economia. Non si dovrebbe dar peso ai documenti
anonimi senonché proprio ieri è stato presentato un documento con tanto di
egregia firma da parte del presidente della commissione Finanze e Tesoro del
Senato, Baldassarri. In esso la linea rigorista del ministro viene
completamente smontata dal vice ministro, il quale propone tagli di spesa e
diminuzione di imposte da riversare a vantaggio dei consumatori, dei lavoratori
e delle imprese per un totale della rispettabile cifra di 37 miliardi.
Le dimensioni di
questa manovra di fronte alla legge finanziaria del 2010 ancora in discussione
in Parlamento, è imponente: 37 miliardi per modificare una Finanziaria che
ammonta a un miliardo e mezzo. È evidente che in questo caso non ci saranno
compromessi possibili: o viene smentito Baldassarri o se ne va Tremonti.
Ma non è tutto nel
campo della politica economica. C'è la questione della Banca del Sud, che sta
molto a cuore a Tremonti ed è stata già approvata nell'ultimo Consiglio dei
ministri.
Si tratta anche in
questo caso di un semplice annuncio sotto forma di un disegno di legge che
configura per ora uno scatolone vuoto, del quale non si conoscono neppure i
proprietari, cioè gli azionisti. Uno scatolone consimile fu battezzato anche
dal medesimo Tremonti nel 2003, ma dopo un paio di mesi la gestazione fu
interrotta per procurato aborto: la proposta infatti fu ritirata. Accadrà così
anche questa volta?
La proposta (e
sembra paradossale ma non lo è) incontra l'opposizione dei ministri
meridionali, delle regioni meridionali, e dell'opposizione. Il perché è facile
da capire: si tratta d'una banca autorizzata a raccogliere fondi sul mercato
usandoli per finanziare imprese nel Sud a tassi particolarmente allettanti per
i debitori. Lo Stato si accollerebbe la differenza. Si creerebbe così un
circuito creditizio virtuoso per chi riceverà quei prestiti, ma un circuito
perverso per le imprese già operanti con tassi tre volte più alti dei clienti
della Banca. Clienti è la parola giusta perché si tratterà di una vera e propria
clientela facente capo al ministro dell'Economia, fondatore e protettore della
Banca in questione.
Va detto che
l'agevolazione sui prestiti dovrà preliminarmente ottenere l'ok della
Commissione Europea e infine quella della Banca d'Italia, la quale non sembra
entusiasta d'una Banca così concepita.
Accenno a qualche
altro problema più che mai aperto nella politica economica. Ho parlato prima di
una rivolta degli artigiani del Nordest e del disagio tra le molte imprese che
operano in Brianza. Si tratta di elettori in gran parte del centrodestra, molti
dei quali finora hanno spesso intonato con convinzione il ritornello "meno
male che Silvio c'è". Non pare che siano ora così entusiasti. Lamentano
soprattutto due cose: la mancanza d'una riduzione fiscale tante volte promessa
e mai avvenuta e il tempo maledettamente lungo impiegato dalle pubbliche
amministrazioni locali e centrali per pagare i debiti contratti con quelle
imprese. Una volta si trattava di 30 giorni, poi di 60; adesso ne passano
mediamente 130, cinque mesi, prima di incassare qualche spicciolo.
Per rimediare a
questo tardivo spicciolame, cresce vertiginosamente il numero di piccole
imprese che imboccano la via del concordato.
Si parla di
concordato quando un'azienda si trovi in una situazione di pre-fallimento.
Invece di fallire propone un concordato ai creditori. Un tempo il concordato si
faceva intorno al 50 per cento dei crediti. Coi tempi che corrono è sceso
vertiginosamente: siamo in media intorno al 20 con punte al ribasso che arrivano
fino al 7 per cento. I creditori, anziché perder tutto, accettano e l'impresa
può riprendere il suo cammino con un vantaggio notevole rispetto ai
concorrenti. Proprio per questa ragione sta aumentando il ritmo dei concordati
e non è un bel vedere perché scarica sui creditori il peso dell'insolvenza
debitoria. I creditori sono in gran parte banche e questo spiega perché il
credito bancario si sta progressivamente restringendo e ancor più si
restringerà.
Cito un episodio
che tutti i giornali hanno pubblicato ma sul quale forse l'opinione pubblica
non ha riflettuto abbastanza. Il governo ha concesso notevoli incentivi
all'industria automobilistica, soprattutto per quanto riguarda la rottamazione
di vecchi modelli e la fabbricazione di auto non inquinanti. L'industria
dell'auto ne ha avuto un discreto sollievo ma Marchionne, amministratore
delegato della Fiat, ha rivelato che finora (ed è passato quasi un anno) non ha
ancora ricevuto un soldo ed ha provveduto finanziando a se stesso (cioè alla
Fiat) gli incentivi e scrivendo sul bilancio un credito verso l'erario. Cioè:
la Fiat ha chiesto alle banche di finanziarle un credito che lo Stato non ha
ancora onorato. Vedete un po' a che punto siamo.
Ci vorrebbe un
programma di "exit strategy" ma ci pensano in pochi sia in Italia sia
in Europa. Trichet, presidente della Banca centrale europea, ci pensa e ne
parla. Draghi ci pensa e ne parla. Monti ci pensa e ne parla. Bernanke,
presidente della Fed americana, ci pensa e ne parla. E basta. Cioè: ci pensano
e ne parlano le autorità monetarie e alcuni esperti informati in materia. I
politici di governo annaspano.
La discussione
verte su due modelli: un'uscita dalla crisi a forma di L oppure a forma di W. La
prima ipotesi è che si fermi la caduta ma la ripresa sia molto lenta e si
dilunghi tre o quattro anni. Il secondo modello è invece che vi sia una ripresa
consistente ma di breve durata, cui seguirebbe una forte ricaduta e poi una
nuova ripresa. La durata di questo secondo modello è di sei o sette anni.
L'economia
italiana, che procede a bassa produttività, sarebbe in entrambi i casi tra le
più sfavorite e lente a dispetto di quanto i due amici-nemici Berlusconi e
Tremonti vanno predicando da anni e cioè che noi usciremo dalla crisi meglio di
tutti gli altri.
Le politiche
necessarie per accelerare senza ricadute la ripresa economica sono diverse tra
gli Usa e l'Europa. Senza entrare in troppi dettagli, per l'Europa si consiglia
una robusta detrazione fiscale in favore dei consumatori-lavoratori per
rilanciare la domanda interna e, insieme, una serie di provvedimenti da
trasformare in legge con esecutività postergata per ribassare in misura
consistente il debito pubblico. In alternativa un'imposta pro tempore sui
patrimoni al di sopra di un limite, con applicazione per due-tre anni al
massimo. Oppure un contenimento della spesa corrente che negli ultimi due anni
non c'è stato affatto facendola lievitare di ben 35 miliardi.
Questo sì, è un
dibattito serio. Il resto sono chiacchiere e annunci sgangherati, sempre più
percepiti come bubbole per guadagnar tempo prima di far le valigie e andarsene.
Non posso chiudere
questo mio "domenicale" senza ricordare che mentre leggete questo
giornale si stanno svolgendo le primarie del Partito democratico per l'elezione
del segretario nazionale e dell'Assemblea.
L'appuntamento è
importante e interessa non solo il Pd ma tutta l'opposizione. Seguirò anzi il
suggerimento datoci ieri da Andrea Manzella, di scrivere Opposizione, con la
maiuscola perché la prova di forza dell'affluenza può anzi dovrebbe interessare
l'Opposizione nella sua totalità e non soltanto gli iscritti a quel partito.
Le primarie del Pd
offrono infatti all'Opposizione una piattaforma organizzativa. Sento parlare di
sondaggi di un milione e mezzo o due milioni di votanti. Secondo me non sono
sufficienti. Ce ne vogliono almeno tre milioni e questa sì, sarebbe una prova
di forza ben riuscita.
Oggi l'Opposizione
si può materializzare con tutta la forza che possiede purché superi
indifferenza e scetticismo. Mi auguro che ciò avvenga per la salute della
democrazia italiana. EUGENIO SCALFARI LR
25
Il caso Marrazzo. Garanzie e trasparenza del ruolo Il chiarimento
necessario
Certamente la
politica italiana sta raggiungendo «livelli intollerabili di barbarie». La
melma dei ricatti, delle indiscrezioni compromettenti, delle intrusioni corsare
nella vita privata di tutti sta sommergendo ciò che resta del dibattito
pubblico. È una giungla di dossier, di video, di foto rubate, di registrazioni
devastanti, di pedinamenti che sta sostituendo da mesi la lotta politica. Che
non è mai un minuetto, ma neanche può diventare una rissa senza argini e senza
esclusione di colpi, preferibilmente molto bassi.
Ed è sventurato il
Paese in cui Piero Marrazzo, governatore di una Regione decisiva
nell’equilibrio politico nazionale, si vede costretto a dar conto della sua
sfera più personale. In cui l’opinione pubblica viene messa al corrente delle
scelte sessuali di un esponente di rilievo della politica. In cui chi,
all’interno delle forze dell’ordine, deve badare alla sicurezza dei cittadini e
al perseguimento dei reati viene invece associato a una trama di ricatti che
sembra il canovaccio di un film sulla Los Angeles corrotta degli anni Venti e
Trenta. Ricatti che travolgono la vita privata di un politico, non gli atti
della sua vicenda pubblica. E anche questo degradante capitolo della vita
nazionale, purtroppo, rischia di diventare materia di un gossip internazionale
che da un po’ di tempo in qua tiene nel mirino l’Italia.
Anche in questo
caso, il garantismo non può essere un’opzione facoltativa, da subordinare alla
logica della convenienza politica. E perciò costituirebbe un ulteriore
sprofondamento nella «barbarie» sottoporre Marrazzo alla gogna. Resta solo da
chiedersi se e quanto sia stata condizionata l’attività pubblica di un
presidente della Regione che da mesi vive costantemente in una condizione di
ricattabilità. Se fosse vero, ma è tutto da dimostrare e da documentare oltre
ogni dubbio, che il presidente del Lazio ha dovuto pagare per neutralizzare le
manovre dei suoi estorsori, questo significherebbe che da molto tempo Marrazzo
è costretto a vivere in una condizione di minorità politica e amministrativa.
Un governatore sotto ricatto è un governatore politicamente dimezzato e
azzoppato, impossibilitato a svolgere con serenità e responsabilità
istituzionale le funzioni che gli sono proprie e che vanno ben al di là delle
sue privatissime vicende, nelle quali l’opinione pubblica non deve emettere
giudizi.
Si tratta di un
punto delicatissimo, in cui la sensibilità politica dei protagonisti dovrebbe
far premio su ogni altra considerazione giudiziaria ed etica. Se l’eventuale
accettazione di un sordido ricatto è stata la scelta di un rappresentante delle
istituzioni, è difficile non immaginare che le istituzioni stesse debbano
essere messe al riparo da ogni sospetto e da ogni interferenza. Non spetta ai
giornali fare processi o anticipare sentenze. Ma certo Marrazzo deve valutare
se fare un passo indietro non sia l’unico gesto pieno di dignità in un momento
della nostra politica in cui la dignità sembra tristemente smarrita, sommersa
da una «barbarie» cui bisogna mettere, per sempre, la parola fine. Pierluigi
Battista CdS 24
Marrazzo si autosospende: «Una debolezza privata»
In Regione le
lacrime e poi la lettera: «Ho fatto una grande fesseria, con la politica ho
chiuso per sempre» - di MAURO EVANGELISTI
ROMA - L’ultima immagine
del film di Piero Marrazzo, presidente della Regione Lazio, è quella di un uomo
che tossisce, ha la febbre, che parla a bassa voce. Che piange. Ha pagato - ben
oltre la gravità dei suoi errori - un prezzo altissimo, perché le sue debolezze
più intime sono finite nell’enorme piazza mediatica. Senza sfumature. Hanno
distrutto la sua vita, fatto soffrire la sua famiglia, «sono distrutto, non ce
la faccio più, lascio tutto», dice, mentre cade in un abisso che si è aperto
all’improvviso.
Sono le 15 di ieri.
Siamo in una sede di rappresentanza della Regione Lazio, a Villa Piccolomini,
sull’Aurelia Antica, area storica, zona sud di Roma. E’ immersa nel verde,
sembra un’isola di pace, ma per Marrazzo è il luogo dell’addio triste e
umiliante alla Regione. A un pezzo della sua vita. Prima di sottoscrivere la
lettera con cui si autosospende, anticamera delle dimissioni che arriveranno a
novembre per votare a marzo, parla al telefono con Dario Franceschini e
Pierluigi Bersani. Poi si sfoga con Esterino Montino, il suo vice, che
diventerà plenipotenziario in una Regione che non ha mai vissuto un momento
tanto difficile, con Astorre (presidente del Consiglio regionale) e con
Maruccio (assessore dell’Italia dei Valori).
Racconta tutto,
perché ormai tutto è già stato raccontato. Trans, segreti, ricatti, paure. «Ho
fatto una grande fesseria, non pensavo si potesse ripercuotere in un modo così
tremendo sulla mia vita, in quella dei miei familiari, contro l’istituzione
Regione. Mi conoscete, come presidente ho sempre svolto il mio ruolo con
trasparenza. Quella è stata una mia debolezza». Fatica a parlare, è una
sofferenza anche per chi lo ascolta. Anche per i suoi due collaboratori più
fidati, Cristaldi e Zamperini, quelli che lo aiutavano a trovare le parole
giuste, che hanno condiviso con lui oneri e onori. Gli avevano creduto fino
all’ultimo quando aveva detto, mentendo, «è tutta una bufala». Marrazzo a
tratti si commuove, piange, è debole. E’ il giorno in cui il grande fango è
uscito dai fascicoli giudiziari con storie di trans, frequentazioni, ricatti,
video, bugie. E quelle paure, quelle maledette mezze verità da parte sua.
Conclude Marrazzo, in quell’ultimo vertice di Villa Piccolomini, sempre con una
voce debole: «Ho chiuso con la politica, per sempre. Voglio cercare del tempo
per riflettere, per ricostruire la mia vita. Mi riposerò, ho molte cose su cui
riflettere». E’ finita. Dopo due ore di colloqui, di confessioni, di lacrime,
si alza e abbraccia Montino e gli altri. Perché è vero che la politica è un
lavoro per squali, ma un barlume di amicizia comunque c’è sempre. «Fatti
coraggio, se hai bisogno, per qualsiasi cosa noi siamo qua», gli dicono quasi a
spazzare via la rabbia delle ore precedenti, quando in tanti nella maggioranza
hanno rimproverato a Marrazzo le bugie, l’avventatezza della ricandidatura
quando da luglio sapeva di essere ricattabile. Quando resta solo, insieme ai
suoi collaboratori, Marrazzo ripensa al 2004: accettò la proposta di lasciare
il giornalismo e candidarsi alla Regione Lazio, ripensa alla festa nel 2005 per
una vittoria molto sofferta. Gli uomini di quegli anni trionfali che hanno
segnato Roma, a partire da Veltroni, sono tutti usciti di scena ormai. Ma
Marrazzo deve averlo pensato: avesse scelto di restare in Rai, il grande fango
non lo avrebbe travolto, quanto meno non con questa forza. «Marrazzo - si
arrabbia Montino mentre l’auto lo riporta in Regione per una nuova riunione di
giunta - merita rispetto, avrà fatto degli errori determinati dalla paura, ma
ricordatevi sempre: è una vittima, non ha commesso reati. Ha governato bene,
non è uno che se ne va perché ha preso tangenti. E’ stato un ottimo presidente
e dimettendosi ha dato un esempio a un Paese in cui non si sta dimettendo
nessuno per fatti ben più gravi».
L’addio di
Marrazzo è scritto in una lettera, preparata insieme ai suoi, le ultime parole
scritte dai suoi ghost writer. Spiega le mezze verità, spiega perché per due
giorni ha raccontato, mentendo, che si trattava di una grande bufala, quando
invece gli atti giudiziari dicono altro: «Ho detto la verità ai magistrati
prima che l’intera vicenda fosse di pubblico dominio. L’inchiesta sta
procedendo speditamente anche grazie a quelle dichiarazioni, che sono state
improntate dall’inizio alla massima trasparenza. Si tratta di una vicenda
personale in cui sono entrate in gioco mie debolezze inerenti alla mia sfera
privata, e in cui ho sempre agito da solo. Nelle condizioni di vittima in cui
mi sono trovato ho sempre avuto come obiettivo principale quello di tutelare la
mia famiglia e i miei affetti più cari; gli errori che ho compiuto non hanno in
alcun modo interferito nella mia attività politica e di governo». Poi, il
passaggio sull’autosospensione «al fine di evitare nel giudizio dell’opinione
pubblica la sovrapposizione tra la valutazione delle vicende personali e quella
sull’esperienza politico-amministrativa». Ancora: «Ho quindi deciso di
autosospendermi immediatamente e a tal fine ho conferito al vicepresidente la
delega ad assumere la provvisoria responsabilità di governo e di rappresentanza
ai sensi della normativa vigente, rinunciando a ogni indennità e beneficio
connessi alla carica».
Le mezze verità di
Marrazzo, frutto dell’umana debolezza, sono finite qui. Anzi, erano finite
venerdì sera, quando i verbali dell’inchiesta erano stati letti, nel suo
ufficio, insieme ai collaboratori, a Montino e a parte della giunta. La linea:
no alle dimissioni, anzi sì alla ricandidatura, difesa per tutta la giornata di
venerdì, ha poi cominciato a vacillare. Trascorsa la notte, ieri mattina ecco il
grande fango, i trans che parlano, i sette anni di incontri, il video con
Marrazzo in mutande; non risparmiano niente all’uomo Marrazzo. E forse prima o
poi bisognerà chiedersi se tutto questo è giusto (per lui e per altri). Parte
di lì la decisione delle dimissioni, dell’ultimo incontro a Villa Piccolomini,
dell’abbraccio. «Ora devo ricostruire la mia vita», sussurra Marrazzo, l’uomo
che doveva rinnovare la politica. IM 25
Non accolliamo alla Natura i drammi d’Italia
Il terremoto in
Abruzzo e l’alluvione nel Messinese.
Tragedie delle quali sono responsabili soprattutto i cittadini e i
politici. Fino a quando?
“O natura, o natura, perché non rendi poi
quel che prometti allor? / perché di tanto inganni i figli tuoi?”. Di primo
acchito, a seguire le tragedie, imputate al clima e alla geologia, che hanno
travolto due Regioni italiane, viene spontaneo andare con la mente ai versi con
i quali Giacomo Leopardi, sconvolto per la morte di Silvia, se la prendeva con
la natura matrigna. Cos’è, se non un fatto naturale, il terremoto che ha
distrutto, in Abruzzo, case e vite? E chi è responsabile, se non l’abbondante
pioggia, dell’alluvione che in Sicilia ha provocato sciagure e rovine con terra
e massi che precipitano dalla montagna? Poi senti il Vescovo di Messina, Mons.
La Piana, che, con occhi carichi di pietà e tono severo, accusa: “Non è colpa
della natura. Qui le responsabilità sono terrene. Adesso è tempo di solidarietà
e di soccorso. Ma deve pur essere indicata la vera colpa”. E ti chiedi chi ha
ragione, se il vescovo di Messina o il poeta di Recanati. A dare la risposta è
il Presidente della Protezione Civile, Bertolaso, il quale imputa i crolli e le
vittime alle costruzioni mal fatte nell’Aquilano e all’ambiente dissestato da
incendi ed edilizia abusiva nel Messinese.
Qui, nell’ultimo decennio, le precipitazioni
avevano già provocato danni e smottamenti, soprattutto nel 2007, quando la
pioggia aveva fatto straripare 8 dei 35 fiumicelli che attraversano il
territorio. Non si registrarono morti, per fortuna, ma fu ugualmente ordinato
all'Ispettorato Forestale di effettuare una indagine in merito, i cui risultati
non lasciavano dubbi. Tra l’altro, nella relazione finale, nella quale si fa
riferimento anche alle precipitazioni del 1996, considerate come “avvisaglie
molto significative”, si legge: “Costruire a ridosso di una montagna è sempre
sconsigliato, ma nel caso di Giampilieri, dove i boschi non sono più integri e
in alcun modo possono ostacolare il piano di scorrimento di una eventuale
frana, è da considerarsi assolutamente rischioso”. E già nel 2002 il Wwf aveva
denunciato “il venir meno della vegetazione boschiva nell'area di Giampilieri,
soprattutto per via di incendi”.
Denunce che s’incrociavano con quella di
Legambiente e della Protezione Civile, secondo cui 273 Comuni siciliani, dei
quali 91 in provincia di Messina, sono a rischio idrogeologico a causa di “un
sempre maggiore carico urbanistico dell'area”. Alle quali, tuttavia, non è
stato dato seguito e che, quest’anno, hanno trovato conferma nei due Comuni
maggiormente colpiti da frane e smottamenti, Scaletta Zanclea e Giampilieri,
ove sono andate in rovina parecchie edifici abusivi costruiti perfino
nell'alveo del torrente. E dove, tuttavia, i primi cittadini continuano ad
addossare la colpa alla natura che ha fatto piovere “più del solito”, non
all’incuria dell’Amministrazione e al mancato controllo dell’abusivismo.
Eppure a Giampilieri, degli 11 milioni di
euro stanziati allo scopo nel 2007, ne furono spesi solo 900 mila. Non per risanare
il territorio, bensì per “esigenze politiche”, come dire “per relazioni
pubbliche, di rappresentanza e di funzionamento del sindaco”. A rivelarlo è uno
dei consiglieri dell’Ordine dei geologi, Pinnizzotto, che aggiunge: “Spesso
accade che i finanziamenti destinati a mettere in sicurezza il territorio
finiscano altrove. A ogni emergenza se ne parla un po’ e poi non si fa niente,
lasciando che acqua e fango dilaghino in modo selvaggio”. Salvo poi, a tragedia
avvenuta, ripiegare sull’immancabile scaricabarile: la Regione dà la colpa
“alla gente che fa abusivismo”; la Protezione Civile siciliana “agli
amministratori locali che non controllano”; questi alla Giunta Regionale “che
promette ma non fa” o ai politici nazionali e alla stessa Protezione Civile “che
non danno soldi e permessi”; la Procura a chi ha rilasciato i permessi edilizi;
i vigili alle amministrazioni comunali che non fanno pagare le multe.
Non a caso il capo del Genio Civile
messinese, Gaetano Sciacca, accusa: “A Messina… manca innanzitutto la
consapevolezza di quanto sia necessaria la difesa del territorio se realmente
si vogliono evitare tragedie come quella di Scaletta e Giampilieri. In questa
città non si è mosso mai nulla tranne poi fare bei discorsi quando ci sono i
morti”. In effetti, sembra che siano state ignorate e mai eseguite le centinaia
di demolizioni ordinate dalla Magistratura: 1.191 negli ultimi tre anni. Tanto
da spingere la Procura locale a riconoscere: "Si è tollerato troppo".
Ora, a firma del procuratore Lo Forte, apre un’inchiesta per disastro colposo
“contro ignoti” e promette che “riesaminerà tutte le pratiche”. Ma restano i
dubbi: riuscirà a stabilire chi, tra Regione, Protezione Civile, Prefettura e
Comuni, è più responsabile? E chi, nel frattempo, provvederà a che valanghe e
smottamenti, con relativi morti, non continuino?
Qui e altrove. Perché, purtroppo, non è solo
la Sicilia a trovarsi nei guai: da Nord a Sud, il territorio italiano continua
da tempo ad uccidere. Secondo Legambiente, le costruzioni abusive esistono nel
77% di paesi e città, “5.581 dei quali sono a rischio idrogeologico”. O hanno
già subìto danni e vittime. Basta pensare a Sarno e dintorni, ove, nel 1998,
140 frane uccisero 160 persone; o ai morti registrati per gli stessi motivi,
tra il 2008 ed il 2009, in Sardegna, nel Cadore, nel Trapanese e a Roma.
Nonostante l’articolo 9 della Costituzione reciti: “La Repubblica tutela il
paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
Ha ragione il Ministro Brunetta a chiedere
“un bell'esame di coscienza” per la tragedia di Messina, perché quanto successo
è “il frutto della cattiva Italia, della nostra cattiva coscienza, politica e
collettiva”. Di quella cattiva Italia cui il già citato Leopardi diceva:
“Piangi e di te stessa ti disdegna / Che senza sdegno omai la doglia è stolta”.
Egidio Todeschini, de.it.press
E Fini avverte il Cavaliere: rischi la fine del berlusconismo. La
possibilità del voto anticipato
ROMA - «Berlusconi
sa che deve passare sul mio corpo per andare alle elezioni anticipate, ma sa
anche che di me può fidarsi, che non darò mai il mio assenso a un governo senza
il mandato popolare». Da settimane Fini ripete questo concetto nei suoi
colloqui riservati. Da settimane il presidente della Camera osserva quella
porta che conduce alle urne e che vuole resti chiusa. Ieri però, al termin e
della conversazione con il premier, ha avuto come l’impressione che nell’uscio
si fosse aperto uno spiraglio, sebbene appaia impensabile una crisi provocata
dal braccio di ferro tra il premier e Tremonti, che chiede per sé la
vicepresidenza del Consiglio e la delega dell’economia. Non gli è chiaro se il
Cavaliere voglia usare strumentalmente lo scontro con il Professore per
anticipare la fine della legislatura, anche perché non gli è chiaro
l’atteggiamento della Lega, che non è compatta dietro il titolare di via XX
settembre. Semmai gli è chiaro cosa accadrebbe se Berlusconi concedesse a
Tremonti quello che pretende. «Silvio il problema è tuo», gli ha detto Fini,
secondo il quale un cedimento del premier rappresenterebbe il suo
«commissariamento » e «la fine del berlusconismo », con «conseguenze disastrose
nel Pdl, alleanze comprese ». Infatti il Cavaliere ha detto «no» al Professore,
che si lamenta per essere «isolato» nel governo, «senza incarichi» nel partito,
e vorrebbe perciò un riconoscimento. «Tremonti non cambierà mai». Per formarsi
questa opinione l’inquilino di Montecitorio non ha avuto bisogno di sapere ciò
che gli ha riferito Berlusconi del vertice di ieri: «Giulio è sempre lo stesso,
è sempre la stessa storia. Come nel 2004». Allora Fini era vicepremier e accusò
il collega di governo di «truccare i bilanci dello Stato» la sera in cui
ottenne le sue dimissioni. Stavolta non è così semplice, e la rottura sarebbe
traumatica, sebbene ieri il Cavaliere fosse infuriato dopo l’incontro, perché
avanti così «un tecnico alla Banca d’Italia si trova sempre». Pare che Tremonti
se ne sia reso conto e abbia capito il rischio.
Berlusconi non può
permettersi una simile figuraccia: un conto è assecondare il suo ministro sulla
linea del rigore, rinviare il sogno del taglio dell’Irap, invitare alla calma
gli altri rappresentanti del governo; altra cosa è lasciare al Professore il
controllo di palazzo Chigi e da lì di tutti i dicasteri, consegnargli la testa
di Gianni Letta, e di fatto anche la sua. Così aspetterà l’incontro con Bossi e
Fini per trovare un’intesa sulle Regionali, siccome — è il ragionamento del
presidente della Camera — il leader del Carroccio si starebbe muovendo dietro
Tremonti per ottenere i candidati governatori di Veneto e Piemonte. Quando sarà
chiusa quella vertenza, si andrà al «chiarimento» definitivo con il
responsabile di via XX settembre. Nel frattempo il premier ha iniziato un
sondaggio nel partito per avere un’opinione sull’ipotesi di «promuovere Giulio
». È un’assoluta novità: quando mai il Cavaliere ha avuto bisogno di sentire i
dirigenti del Pdl per prendere una decisione? Non l’ha mai fatto. Se l’ha fatto
stavolta l’obiettivo era quello di scatenare la rivolta. E c’è riuscito. Ieri
sera non c’erano distinzioni tra ex forzisti ed ex aennini, mai si è registrata
una tale unanimità di giudizi, con un’intensità superiore alle attese. Già nei
conciliaboli prima del referendum su Tremonti, il Pdl era una tonnara. «Sarebbe
uno sbracamento», ha urlato Scajola a un collega di partito. A Fitto manco a
domandarlo. Alla Prestigiacomo nemmeno, lei che aveva saputo di un colloquio
tra Tremonti e Miccichè dopo la sciagura di Messina. Il Professore si era
rivolto al sottosegretario siciliano per cercare di far pace con «Stefania», e
in quell’occasione si era sentito perorare la richiesta di fondi per il
dicastero dell’Ambiente: «Ma per risolvere i problemi dell’ambiente lei non
deve venire da me. Deve rivolgersi a Dio», era stata la risposta salace di
Tremonti giunta alle orecchie della ministra. Ieri, nel commentare l’eventuale
«promozione di Giulio», la voce di La Russa era più roca del solito: «Simili
decisioni non si prendono nè stasera nè domani, ma nell’ufficio di presidenza
del partito. Poi è chiaro che non è ininfluente quanto dice Berlusconi ». E giù
una staffilata contro Tremonti ormai considerato un ministro leghista: «Un uomo
del Pdl non ha bisogno di avvocati difensori». Chiara l’allusione alla presenza
di Bossi e Calderoli al vertice di Arcore, una presenza «superflua, se non
dannosa ». Per una volta tutti uniti. Persino Fini e Schifani d’accordo:
«Giulio stavolta ha esagerato». Francesco Verderami CdS 25
Fra sesso e mafia, vince il sesso nei media
Marrazzo fa la parte
del leone, il pentito Spatuzza che accusa il Premier in seconda fila.
Venerdì 23 ottobre
sono arrivate alle redazioni dei media italiani due “notazioni”, l’arresto di
quattro carabinieri che avevano ricattato il Presidente PD della Regione Lazio,
Giuseppe Marrazzo, per un video da camera da letto “impropria”, e le
rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulla presunta santa alleanza dei boss
Graviano, i due fratelli siciliani con frequentazioni milanesi, e Silvio
Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
Marrazzo e gli
avvocati di Berlusconi, e Marcello Dell’Utri, hanno smentito ogni cosa, si
ritengono vittime di un complotto ai loro danni. Per Ghedini, avvocato del
Premier, si tratta di “cose insensate”, per Marrazzo è un tentativo di metterlo
fuori gioco alla vigilia delle elezioni regionale.
Sia a Marrazzo
quanto Berlusconi e Dell’Utri, allo stato, non può essere addebitato alcunché,
anzi potrebbero essere vittime entrambe di attacchi di natura politica, miranti
a determinarne la defenestrazione. Mentre il video dei ricattatori non accusa
di alcun reato il Presidente della Regione Lazio, ma ne fa il protagonista,
semmai, di una storia di sesso “diverso”, le rivelazioni di Gaspare Spatuzza,
autore di delitti ed esecutore di stragi, chiama in causa il Presidente del Consiglio
su presunti collegamenti con la mafia, che se accertati – e non c’è alcuna
ragione per ritenere probabile tale accertamento– manderebbero sul banco degli
imputati il sospettato.
In più, dopo il
caso Andreotti - imputato di concorso in associazione mafiosa in un processo, e
di omicidio in un altro (ma in entrambi assolto e prosciolto), le accuse di
Spatuzza a Berlusconi provocherebbero un terremoto politico, perché a
differenza di Andreotti, Berlusconi è il capo del governo in carica. In
qualsiasi Paese al mondo, le rivelazioni del collaboratore di giustizia
avrebbero avuto ben altro rilievo rispetto alle presunte abitudini
“transessuali” di Marrazzo (questo il video rivelerebbe).
I media italiani
hanno invece puntato sul sesso e sul caso Marrazzo, e concesso un modesto
spazio all’inchiesta sulle stragi del 92 e sui rapporti fra politica e mafia. I
network, addirittura, non ne hanno nemmeno fato menzione nelle edizioni
nazionali.
C'è chi ritiene
che ormai le accuse a Berlusconi non facciano notizia perché non c'è giorno che
non ne arrivi una. Può darsi che sia così. Ciò non toglie che l’informazione
debba dare conto di tutto. Riferire un fato non significa mettere in croce
alcuno, perché c’è modo e modo di raccontare una storia o una notizia.
Se i media
avessero rappresentato le scelte degli italiani sui casi Marrazzo e
Berlusconi-Dell’Utri, ne dovremmo dedurre che nel nostro Paese le storie di
sesso contano di più di quelle, terribili, di sangue, violenza e mafia. Ma non
siamo affatto convinti che i media siano, sempre, rappresentativi degli umori
prevalenti.
L’informazione si
è arrogata privilegi che non ha, per esempio quello di rappresentare l’opinione
pubblica, tanto che si usavano fino qualche decennio addietro, espressione come
queste: "L’opinione pubblica ritiene…” o “la gente pensa che…”, oppure:
“sono molti a supporre che….”; oppure ancora il più semplice, ma non meno
colpevole: “si dice che…”.
Usando questi
mezzucci si gettava addosso ad una folla anonima sospetti, opinioni, illazioni.
Non si tratta di vigliaccheria, ma di un costume, un’abitudine, un modo per
togliersi di dosso responsabilità che, in realtà, rimangono a capo degli autori
e del giornale.
Oggi non è più
così, per fortuna, ma al momento giusto, quando si addebita all’informazione una
propensione allo scandalismo, la risposta è la stessa di una volta: è questo
che vogliono i nostri lettori, i nostri telespettatori, radioascoltatori,
utenti della rete. Forse non è cambiato proprio niente. SicInf 24
Di sicuro non se
la immaginavano così, questa fredda domenica delle primarie. E certo non alla
fine di un percorso interminabile e già costellato - qua e là - di «incidenti»
più che imbarazzanti.
Non potevano
supporre che il colpo finale fosse quello che trovano stampato proprio oggi
sulla prima pagina di ogni quotidiano. Magari titoli del tipo «Ricatti e trans,
Marrazzo si dimette»: il primo tra i governatori del Pd - per l’importanza
della Regione che amministra - costretto, insomma, a gettare la spugna per una
storia di «vizi privati», ricatti non denunciati, carabinieri arrestati e zone
d’ombra ancora tutte da rischiarare.
Non lo potevano
supporre, certo, gli iscritti e gli elettori democratici che oggi - con che
animo è facile immaginare - andranno a deporre nelle urne milioni di schede per
scegliere il loro segretario. Ma non lo potevano supporre, crediamo, neppure i
duellanti per la leadership e il gruppo dirigente del Pd: che pure avevano
avuto modo di verificare, nel corso della loro «campagna», quanto anche questo
nuovo partito fosse esposto - a Roma come in periferia - a quella sorta di
erosione morale che è il presupposto di ogni genere di inquinamento.
E così,
l’appuntamento che doveva segnare l’avvio della riscossa si trasforma in un
giorno nel quale, per il Pd, guardarsi allo specchio diventa ancor più
indispensabile. Che cosa racconta la parabola di Piero Marrazzo? E cosa
segnalano, più in generale, gli «incidenti» a questo o a quell’iscritto che
hanno accompagnato il lungo cammino verso le primarie?
Per i democratici
non è stato certo un periodo fortunato: dallo stupratore «seriale»,
coordinatore di un circolo Pd di Roma arrestato a luglio, passando per il
giovane dirigente emiliano che cercava su Facebook qualcuno che uccidesse Berlusconi,
per finire alla sparatoria tra boss camorristi «iscritti» al partito a
Castellammare, se ne sono viste e lette per tutti i gusti. E se non fosse
bastato, ecco l’ultimo disastro: il capitombolo di Marrazzo. Onestamente, non
può essere solo sfortuna.
Che
l’indimenticata «diversità» proclamata ai tempi di Berlinguer fosse un ricordo
del passato, l’avevano già dimostrato a sufficienza episodi accavallatisi nel
corso degli ultimi tre lustri almeno. Prenderne atto fino in fondo -
modificando, dunque, linguaggio, argomenti e postulati del nuovo partito -
sarebbe stata cosa utile: per non farsi, almeno, trovare impreparati. Si è
preferito, invece - in occasioni anche recenti - vestire la tunica bianca del
Cavaliere senza macchia, pronto alla guerra col Male che è, naturalmente,
sempre e soltanto dall’altra parte. Come se, per altro, prendere atto di una
realtà a volte diversa da quella proclamata volesse dire accettarla e darla per
scontata: mentre è indubbio che il primo passo per combattere inquinamenti e
deviazioni è riconoscerne l’esistenza, chiamarli col loro nome e indicarli con
chiarezza come fenomeni da debellare.
Suscitavano
tenerezza e tristezza le immagini di Piero Marrazzo, passate ieri sera in tutti
i tg, con la sua faccia di bravo ragazzo al tempo di «Mi manda Rai3» e di uomo
perbene nei panni di governatore. Ha dubitato qualche ora che dimettersi fosse
la scelta migliore, poi ha deciso con saggezza. Ecco, se proprio si vuole, quel
che resta della «diversità» di cui dicevamo, si è rifugiata qui: nella
diversità - appunto - dei comportamenti di fronte a inchieste e fatti più o
meno criminosi. Dire che «dall’altra parte» ci sia una propensione assai meno
spiccata a utilizzare lo strumento delle dimissioni non è una tesi a difesa: è
una constatazione. Che certo non attutisce il pesantissimo colpo che i
democratici subiscono nel giorno delle loro primarie, ma può rappresentare -
proprio in una domenica così - il possibile punto della ripartenza.
A condizione,
naturalmente, di un lungo bagno di concretezza e realismo, le caratteristiche
forse meno evocate dall’atto di nascita del Pd in poi: ma senza le quali, come
troppe cose dimostrano, è difficile trasformare un’idea in un partito.
Trasformarla, cioè, in una comunità di uomini e donne che sbagliano come gli
altri, che impastano il Male e il Bene e che si danno l’obiettivo di migliorare
il mondo. Non di evocarne uno che non c’è. FEDERICO GEREMICCA LS 25
Silvio Berlusconi
entrò in politica promettendo (febbraio 1994) più libertà per l'impresa
privata, uno Stato più efficiente e meno tasse per tutti. Nel primo anno e
mezzo di questa legislatura il suo governo ha seguito una strategia opposta. Il
ministro dell’Economia escludeva che ci fosse alcuno spazio per ridurre le
tasse, il ministro del Welfare ripeteva che il nostro modello si è dimostrato
il migliore al mondo e andrebbe esportato, altro che migliorato! Quindi niente
riforme. Quanto alla libertà d'impresa, chiedere che vengano rimossi i vincoli
che escludono i privati da ampie aree dell'attività economica ( in primis i
servizi pubblici locali) era quasi pronunciare un'eresia.
L'obiezione che
tasse elevate, un welfare che esclude molti e non protegge chi ne ha davvero
bisogno, ampie riserve pubbliche, sono alcuni dei motivi per cui da 15 anni
l'Italia cresce meno della media Europea, era respinta con disprezzo ed
arroganza. Eravamo incamminati sulla via di una ripresa lentissima. Se altri
Paesi impiegheranno sette-otto anni per recuperare i livelli di occupazione precedenti
la crisi, noi, crescendo di meno, ne avremmo impiegati quindici.
Se questa era la
linea prevalente nel governo, non era la sola. Alcuni ministri, in primis
Mariastella Gelmini e Renato Brunetta, sono apparsi perplessi, se non
apertamente contrari, e quando le decisioni hanno riguardato le aree di loro
competenza non hanno avuto dubbi nello scegliere le riforme. Ma era una
minoranza mal sopportata, soprattutto perché (guarda, guarda) questi ministri
sembravano anche relativamente popolari. Altre tensioni si sono avute sulla
Banca del Mezzogiorno, apparsa ad alcuni — ad esempio al ministro Fitto — fumo
negli occhi per non affrontare i problemi, ad altri un ritorno a politiche che
il Sud lo hanno affossato, altro che fatto crescere!
L'esempio più recente
si è verificato due giorni fa quando Mariastella Gelmini ha chiesto che venisse
messo all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di oggi la sua riforma
dell'università, e Giulio Tremonti si è opposto. Se l'Italia è il nuovo paese
di Bengodi in cui tutto funziona a meraviglia, che bisogno c'è di riforme?
Perché cambiare i vecchi concorsi universitari?
Da qualche giorno
l'equilibrio pare essersi spostato. Quella riforma al Consiglio dei ministri di
oggi verrà presentata e probabilmente approvata. Non sarà perfetta, ma è un
passo avanti importante. Soprattutto dice chiaramente «no» alla richiesta dei
sindacati (e del Pd) che ventimila ricercatori vengano promossi professori ope
legis.
Un buon modo per
chiudere una settimana che il ministro dell'Economia aveva aperta tessendo gli
elogi della stabilizzazione sul posto di lavoro.
Anche sulla
riduzione delle tasse è cambiata l'aria. Ha riacquistato credito l’opinione che
dal debito pubblico non si esce con più tasse, ma con più crescita e che per
accelerarla le tasse occorre ridurle. Berlusconi stesso, con una chiarezza che
gli va riconosciuta, ha detto che si può cominciare riducendo l'Irap,
un'imposta odiosa che colpisce indifferentemente le imprese che guadagnano e
quelle che perdono. Di qui al ritorno al progetto originario di tre sole
aliquote il passo potrebbe essere breve.
Francesco Giavazzi
CdS 23
Un'altra tassa che non sarà mai abolita
Spero di
sbagliarmi, ma non credo che entro la fine di questa legislatura Berlusconi abolirà
l’Irap. Non ci credo, innanzitutto, perché è dal 1994 che promette riduzioni
delle tasse, e non ha mai mantenuto la promessa di «abbattere la pressione
fiscale» (dal «Contratto con gli italiani»). Non ha abolito l’Irap, non ha
portato al 33% l’aliquota massima dell’imposta sui redditi. Durante i suoi
governi la pressione fiscale non è mai diminuita. Per l’anno prossimo il
governo stesso, nei suoi documenti, prevede un ulteriore aumento della
pressione fiscale (dal 42,8% al 43,0%). Non ci credo perché, come elettore,
constato che il 95% della politica è fatta di annunci, e non ho motivo di
supporre che nel restante 5% di cose fatte e non solo annunciate debba ricadere
proprio l’abolizione dell’Irap, un’operazione che da sola costerebbe la
bellezza di 40 miliardi l’anno. Non ci credo, infine, perché l’abolizione
dell’Irap è, al tempo stesso, la tipica cosa che si dovrebbe fare e che fare
non si può.
Perché sarebbe
bene abolire (sottolineo: abolire, non limare o «rimodulare») un’imposta come
l’Irap? La ragione di fondo è che, più di qualsiasi altra imposta, l’Irap pesa
sui produttori - grandi imprese, piccole imprese, artigiani, professionisti - e
per questa via abbassa il tasso di crescita dell’Italia. Se si ritiene che il
«padre di tutti i problemi» dell’Italia sia la crescita, e che senza crescita
c’è ben poco da redistribuire, l’Irap è la prima tassa da sopprimere, tanto più
se si considera che ha due difetti molto gravi: penalizza le imprese che
impiegano molto lavoro, si deve pagare anche quando l’impresa è in perdita.
Ma l’Irap non si
può abolire e non si abolirà, per tanti motivi. Il motivo ovvio, che suppongo
stia dietro le perplessità del ministro Tremonti, è che la soppressione costa
circa 40 miliardi di euro l’anno e il nostro debito pubblico, recentemente
schizzato a 1750 miliardi (il 115% del Pil), ci impone la massima prudenza. Il
motivo meno ovvio è che le cosiddette forze sociali sono compattamente
contrarie: Cgil, Cisl, Uil e Ugl hanno già detto di no, l’opposizione di
sinistra ha fatto sapere che preferirebbe altre misure. Perché?
Fondamentalmente
per il timore che l’abolizione dell’Irap venga finanziata con una riduzione
della spesa pubblica, per di più non compensata da vantaggi fiscali per i
lavoratori dipendenti e i pensionati, che costituiscono la larga maggioranza
degli iscritti a queste organizzazioni. La preoccupazione non è infondata, ma è
miope. E’ vero che, a breve, un’eventuale abolizione dell’Irap non lascerebbe
nulla alle decine e decine di gruppi, categorie e clan che, specie in vista di
una Finanziaria, si accalcano nell’anticamera del ministro dell’Economia per
spartirsi le briciole della spesa pubblica. Ma è altrettanto vero che, se non
si torna a crescere, di spesa pubblica ce ne sarà sempre di meno, e le briciole
ora distribuite un po’ a tutti si pagheranno con meno posti di lavoro, meno
opportunità di mercato, meno risorse per il completamento del nostro
disarmonico Stato sociale (care forze sociali, vi siete dimenticate che mancano
quasi del tutto asili nido, ammortizzatori sociali, aiuti per i poveri e i non
autosufficienti?).
So bene che, a
questa riflessione, si obietta che se si devono abbassare le tasse si può
cominciare dai lavoratori e dalle loro famiglie, con la riduzione del cuneo
fiscale, la detassazione delle prossime tredicesime, eccetera. Ma l’obiezione è
scarsamente compatibile con quel che si sa del funzionamento di un’economia di
mercato, e soprattutto non fa i conti con quello che abbiamo imparato durante
l’ultimo periodo di crescita (2001-2007). I Paesi che crescono di più non sono
quelli con la pressione fiscale aggregata più bassa, ma quelli che hanno i
migliori servizi e le imposte societarie più basse. La Finlandia e la Svezia,
ad esempio, sono cresciute a un tasso molto più rapido del nostro nonostante
una pressione fiscale altissima perché avevano imposte societarie basse (circa
10 punti meno di noi) e un Welfare efficiente. Simmetricamente Paesi come la
Germania e il Giappone sono cresciuti poco perché, pur avendo una pressione
fiscale aggregata relativamente bassa, soffrivano di imposte societarie troppo
alte. In concreto vuol dire che, se l’obiettivo è aumentare il tasso di
crescita dell’Italia, uno sgravio di 100 euro sull’Irap ha un impatto
decisamente maggiore di uno sgravio di 100 euro sull’Irpef o sull’Iva.
Perciò, alla fine,
resto della mia idea. L’Irap verrà «rimodulata» un pochino, giusto per salvare
la faccia. Qualche briciola sarà concessa alle forze sociali e agli enti
locali, perché la politica è la politica. I sindacati si diranno parzialmente
soddisfatti, la Confindustria dirà «meglio che niente». Nessuno avvertirà
vantaggi significativi, nessuno sarà troppo penalizzato. Insomma, più o meno lo
spettacolo cui assistiamo impotenti da una ventina d’anni. LUCA RICOLFI LS 24
Berlusconi striglia Tremonti sull'Irap
Sessanta minuti da
soli - Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti uno di fronte all’altro - e 120
insieme a Umberto Bossi e Roberto Calderoli. Il vertice «salva-Tremonti» si è
consumato in tre ore, ieri ad Arcore. L’inizio non è stato affatto facile per
il fiscalista di Sondrio chiamato a tenere la cassa della coalizione. Pare che
il premier, di ritorno dalla dacia di Putin, non sia stato per nulla tenero:
freddo come la neve di San Pietroburgo. Non sono serviti, a scioglierlo,
neanche i segnali di appeasement lanciati in mattinata da alcuni big della
destra, da Maurizio Sacconi a Italo Bocchino. «Non voglio sentirmi
contraddetto» avrebbe detto al suo ministro più bizzoso, e meno controllabile.
«L’agenda di governo spetta al leader e il leader sono io», avrebbe aggiunto.
Dettaglio non secondario, visti i movimenti (neanche tanto sotterranei) dei
delfini pronti a sostituirlo.
LA TASSA PIÙ
ODIATA DALLE IMPRESE Tradotta in termini fiscali la richiesta di Berlusconi si
chiama con un solo nome: Irap. Se agenda dev’esserci, si parte dall’imposta più
odiata dalle imprese. Tanto più che Emma Marcegaglia insiste a chiedere meno
tasse. Lo slogan è partito, e nelle lande nordiste ha un effetto
moltiplicatore, utile in tempo di amministrative. Lo annuncia Gianni Letta, lo
ripete Marcegaglia, lo bisbiglia il piccolo artigiano, lo sogna la partita Iva.
Berlusconi detta, Tremonti scrive. Il ministro non si sarebbe affatto tirato
indietro. L’Irap si abbasserà, ma alle sue condizioni. Il primo paletto
riguarda la copertura, politica, che il premier dovrà dare al titolare
dell’Economia. «Sono pronto ad attuare l’agenda, ma non a farmi stritolare
dalle richieste di tutti», avrebbe chiarito Tremonti. Basta assalti alla
diligenza, basta lamentele sui cordoni della borsa. La seconda condizione,
collegata alla prima, è che i conti non vengano messi a rischio (più a rischio
di così). Tanto che in serata Bonaiuti dichiara che lo sgravio si farà quando
ci sarà copertura. Insomma, il rinvio dal punto di vista di Tremonti potrebbe
essere anche sine die. Altro che agenda. Che fare quindi con il premier che
scalpita e il ministro che frena? A questo punto è stato il fiuto politico di
Bossi a trovare la quadra. «La elimineremo con il tempo», dichiara il leader del
Carroccio al termine del summit, mentre Calderoli smorza: «Non se ne è
parlato». Eppure proprio sull’Irap si concentrerà il dibattito d’autunno.
Difficile credere che dopo l’annuncio di Berlusconi e l’operazione a tenaglia
della maggioranza, si sia disposti a prendere tempo. I senatori guidati da
Mario Baldassarri (autore del primo documento anti-Tremonti) vorranno vedere
qualcosa già da subito. Per questo la Finanziaria non sarà affatto una
passeggiata. Se ieri Bossi è riuscito a chiudere la partita con una semplice
frase, «è tutto a posto», non sarà così nelle aule parlamentari. Così l’esito
conclusivo del vertice diventa una dichiarazione d’intenti tanto sfumata da
somigliare molto a una formula in perfetto stile prima repubblica. Il premier
ha rinnovato la fiducia al titolare di via XX settembre purché le sue proposte
siano sempre vagliate alla luce di un confronto con i colleghi di governo (sia
di ex An che di ex Fi). Non si cita la cabina di regia, ma ci si è molto
vicini. E fu proprio quella richiesta di collegialità che costò a Tremonti la
poltrona nell’estate del 2004. Per i leghisti, veri sponsor del ministro, conta
il risultato politico. E quello c’è tutto. Il premier, con la pax tremontiana,
accontenta Bossi e rinsalda l’asse nordista. E il leader delle camicie verdi
conferma il suo patto d’acciaio con il titolare del Tesoro. «Finché sono vivo
io - manda a dire ai suoi alleati - Tremonti non corre alcun pericolo». Secondo
Bossi quella di ieri è stata una bella giornata. «Non ho fatto io da paciere
tra Berlusconi e Tremonti - si schernisce - si sono pacificati da soli,
Tremonti non se ne va e penso che l’incidente sia chiuso».
UN MINISTRO COME
GLI ALTRI Tremonti resta ma sarà un vertice con i leader a decidere la
strategia d’autunno. Non più un monarca assoluto assiso in Via Venti Settembre,
ma un ministro come gli altri. I passi si dovranno concordare anche con
Gianfranco Fini. Ma ieri è stata la lega a cantare vittoria. Il governo «è
solido, siamo una stessa famiglia: è inutile dare spazio a chi fa casino e
basta», ha dichiarato il leader leghista. Che ha lanciato parecchie bordate ai
suoi alleati di centrodestra. I problemi tra Tremonti e Berlusconi sarebbero
dovuti soltanto ai «soliti pasticcioni del loro partito, in ogni partito ci
sono persone invidiose -sostiene Bossi riferendosi al Pdl- gente che vuole
spendere perché pensa che solo spendendo viene eletta. Invece la gente ti vota
solo se ha stima di te e ora non si può spendere perché l’Europa ci uccide». Il
senatur spara le sue cartucce da Arcore. Ma a Roma lo attendono le schiere
parlamentari. È tutto un altro gioco. Bianca Di Giovanni L’U 25
Barcone di migranti nel Mediterraneo, possibile respingimento in Libia
L'imbarcazione con
a bordo 200 africani è "scortata" da una petroliera italiana
Malta avrebbe
autorizzato Tripoli a inviare una nave da guerra per riportarli indietro
PALERMO - Rischia
di essere respinto in Libia il barcone con oltre 200 migranti, tra i quali
donne e minori, che da due giorni sta navigando nel mare in burrasca
"scortato" dalla petroliera italiana Antignano.
L'imbarcazione si
trova in questo momento in acque Sar (ricerca e soccorso) di competenza
maltese, ma le autorità dell'isola - secondo indiscrezioni raccolte alla
Valletta - avrebbero autorizzato Tripoli a inviare la nave da guerra Al Hani
per riportare in Libia gli immigrati. Tecnicamente non si tratterebbe di un
vero e proprio respingimento, ma della rinuncia da parte dei Paesi dell'Unione
Europea a prestare soccorso al barcone, delegando alla Libia ogni
responsabilità.
Questa mattina la
centrale operativa delle Capitanerie di Porto di Roma aveva inviato una nuova
segnalazione alla Marina maltese, sollecitando l'intervento delle loro
motovedette.
Secondo le Forza
Armate dell'isola, tuttavia, gli extracomunitari non sarebbero in pericolo e
dunque non si configurerebbe la necessità di un intervento di soccorso.
Era stata la
Guardia costiera italiana, dopo l'Sos lanciato con un telefono satellitare
dall'imbarcazione, a dirottare venerdì sera nella zona, al confine tra le acque
libiche e quelle maltesi, la petroliera Antignano. La nave, oltre a rifornire
gli immigrati di viveri e generi di prima necessità, ha navigato a ridosso del
barcone per proteggerlo dalle onde. Tra gli extracomunitari a bordo del barcone
vi sarebbero dei potenziali rifugiati, come alcuni profughi eritrei in grado di
fare richiesta d'asilo. LR 25
La scelta di Touadi. Chiocchetti: noi migranti ne siamo fieri
Dichiarazione di
Maurizio Chiocchetti, coordinatore Pd degli Italiani nel mondo.
“La scelta
compiuta da Dario Franceschini di nominare suo vice Leonard Touadi, immigato
congolese, ci riempie di gioia. Touadi rappresenta infatti i tanti immigrati
che sono arrivati nel nostro Paese in questi anni e al contempo manda un
segnale chiaro anche alle nostre comunità italiane che vivono all’estero. Una
scelta dunque che mira a rappresentare tutti i fenomeni migratori come ha
detto esplicitamente Franceschini.”
Lo afferma in una
nota Maurizio Chiocchetti, coordinatore PD/Italiani nel mondo e capolista come
Touadi a Roma per la lista semplicemente democratici per Franceschini.
“Lo abbiamo
scritto anche nel nostro documento a sostegno della candidatura Franceschini
tra i nostri connazionali che vivono nel mondo, dal titolo “noi, migranti”.
Serve al PD un grande dipartimento che faccia i conti con tutte le migrazioni.
Touadi da questo punto di vista ci può dare una grande mano per affrontare in
maniera nuova uno dei fenomeni più straordinari del nostro tempo.” De.it.press
Anche la Camera favorevole al regolamento sull’autonomia finanziaria dei
Consolati
ROMA - Dopo quella
del Senato, anche la Commissione Affari Esteri della Camera ha approvato un
parere favorevole, con osservazioni, allo schema di Regolamento sull’autonomia
gestionale e finanziaria dei Consolati. Nella seduta di ieri mattina, cui ha
partecipato il sottosegretario agli esteri Vincenzo Scotti, il relatore -
Enrico Pianetta (Pdl) – ha presentato la sua proposta di parere; quindi è
seguito un breve dibattito cui sono intervenuti i deputati del Pd Corsini e
Narducci.
Il primo per
esprime "soddisfazione per l'accoglimento nella proposta di parere di
alcune valutazioni e intenti assunti dal Governo precedente, nonché degli
argomenti portati anche dai gruppi di opposizione al dibattito sullo schema di
regolamento". Corsini è quindi tornato sulla questione delle
sponsorizzazioni, definendole "uno strumento che velocizza da un lato le
procedure e dall'altro, responsabilizzando il titolare dell'ufficio, migliora la
serietà e la qualità delle decisioni". Il deputato ha infine ribadito
"l'auspicio per una sollecita calendarizzazione delle proposte di legge,
assegnate congiuntamente alla Commissione affari esteri e alla Commissione
cultura, in tema di riforma degli istituti di cultura", ottenendo in
merito rassicurazioni dal presidente della Commissione Stefani.
Dal canto suo,
Franco Narducci è intervenuto per ribadire l’importanza che "la riforma degli
IIC proceda parallelamente alla riforma della legge n. 153 del 1971
sull'insegnamento della lingua italiana a favore dei lavoratori italiani e i
loro congiunti". Dopo aver espresso "apprezzamento per il sollecito
iter di esame dello schema di questo regolamento, assai atteso dagli operatori
nelle sedi estere", Narducci ha raccomandato al sottosegretario Scotti
"particolare cautela nel procedere ai successivi interventi normativi di
rango regolamentare per non deteriorare la delicata situazione in cui versa la
rete diplomatico-consolare".
La Commissione ha
quindi votato e approvato la proposta di parere favorevole con osservazioni del
relatore, che qui riportiamo integralmente.
"La III
Commissione (affari esteri e comunitari),
esaminato lo
Schema di regolamento di semplificazione recante norme in materia di autonomia
gestionale e finanziaria delle rappresentanze diplomatiche degli uffici
consolari di I categoria del Ministero degli affari esteri; condivisa
l'esigenza di autonomia gestionale e di maggiore flessibilità finanziaria da
parte delle rappresentanze diplomatiche e dagli uffici consolari a fronte di
una tendenziale contrazione delle dotazioni finanziarie; apprezzato il fatto
che il provvedimento opera una consistente semplificazione e razionalizzazione
della normativa che viene abrogata all'entrata in vigore della normativa
regolamentare; ribadita l'esigenza di assicurare risorse congrue alla nostra
rete all'estero nell'ambito della manovra finanziaria in corso;
in particolare,
valutata positivamente la previsione, di cui all'articolo 4 dello schema di
regolamento, che in tema di gestione di cassa riconosce la possibilità di
rinvio all'esercizio successivo degli eventuali avanzi di gestione, consentendo
benefici in termini di programmazione della spesa, efficiente allocazione delle
risorse pubbliche e un margine di operatività più ampio ed elastico per il
singolo ufficio; ritenuta altresì significativa le disposizioni, di cui agli
articoli 28 e 29 del provvedimento, che riconoscono la possibilità di offrire
servizi a pagamento alle imprese e, qualora non sussistano istituti di cultura
in aree specifiche, la possibilità di offrire servizi in forma di
organizzazione di corsi di lingua e cultura italiana;
esprime PARERE
FAVOREVOLE con le seguenti osservazioni:
valuti il Governo
l'opportunità di consolidare analoga strategia di semplificazione e
razionalizzazione normativa e contabile nel settore degli istituti di cultura e
di avviarla in quello della cooperazione allo sviluppo;
all'articolo 10,
comma 1, dopo la parola: "la dotazione finanziaria", valuti il
Governo l'inserimento della seguente: "assegnata";
dopo l'articolo
38, si valuti l'inserimento del seguente articolo: "38-bis.
Dall'attuazione del presente regolamento non devono derivare nuovi o maggiori
oneri a carico del bilancio dello Stato";
per quanto
concerne la struttura della rendicontazione e in un'ottica di trasparenza e
semplificazione, valuti il Governo di evitare procedure differenziate tra le
sedi e di disporre che tutti gli uffici, al momento della chiusura del bilancio
consuntivo, evidenzino non solo i risultati dalla gestione finanziaria, ma
anche il risultato di amministrazione che fa stato della situazione complessiva
debitoria e creditoria;
in tema di
sponsorizzazioni, si ritiene opportuno non assoggettare l'accettazione della
sponsorizzazione ad espressa autorizzazione ministeriale, per valorizzare il
ruolo e la competenza del titolare dell'ufficio in loco;
valuti il Governo
come definire delle chiare linee di azione che consentano di gestire nel
migliore dei modi e, soprattutto, nella massima trasparenza, eventuali rapporti
commerciali ed economici dei nostri uffici diplomatici all'estero". (aise)
Museo dell’emigrazione. Di Biagio: l’Italia fa i conti con la propria
storia
Roma, 23 ottobre
2009 – “L’inaugurazione del Museo dell’emigrazione stamane al Vittoriano
rappresenta uno dei punti più alti del percorso di riconoscimento e di
riabilitazione da parte dell’Italia di un pezzo della storia del nostro Paese”.
Lo ha dichiarato Aldo Di Biagio, Responsabile Italiani nel Mondo del PdL.
“La presenza del
Presidente Napolitano, unita a quella del Presidente Fini in una occasione
solenne come l’inaugurazione del Museo – dice - ha dato un’ulteriore conferma
del profondo rispetto che l’Italia ha incominciato a tratteggiare nei confronti
di un fenomeno tanto complesso come l’emigrazione italiana nel corso dei
decenni”.
“Questo doveroso e
solenne tributo all’emigrazione - continua -
che ha trovato il pieno sostegno delle più alte cariche dello Stato,
segna un approccio nuovo, costruttivo del nostro Paese verso il fenomeno
dell’emigrazione di italiani che si è prolungata negli anni, soprattutto sotto
il profilo educativo e formativo dello stesso fenomeno. Plaudo sentitamente
all’iniziativa e ringrazio con sincera ammirazione la sensibilità del
Presidente della Repubblica e del Presidente della Camera”.
“La nascita del
Museo dell’emigrazione, nel luogo simbolo dell’Italia e della sua storia, ha un
valore profondamente simbolico per chi, nel corso degli anni ha dovuto lasciare
la propria terra per una vita migliore. Ha quasi il sapore di una resa dei
conti, di un Paese che affronta a viso aperto quello che è stato un pezzo della
sua storia, e gli rende quel tributo tanto meritato”. Così ancora Aldo Di
Biagio.
“Davanti a questo
tributo all’emigrazione – continua - mi rendo conto di un approccio nuovo,
costruttivo del nostro Paese verso il fenomeno dell’emorragia di italiani che
si è prolungata negli anni, una dinamica di riabilitazione di una questione che
è rimasta per anni in secondo piano. Sicuramente questa struttura nel cuore
dell’Italia, potrà essere un riferimento soprattutto per le giovani
generazioni, che girovagando tra le sue sale, scorgendo gli utensili e le
fotografie scattate anni orsono, potranno cogliere il dolore ma allo stesso
tempo la ricchezza che milioni di Italiani hanno portato con loro, lasciando la
propria terra”.
“Credo, non senza
un briciolo di emozione, che proprio con questo museo e con i suoi ricchi
tesori si possa aprire un nuovo modo di curare la storia anche sul versante
formativo: in questa logica – sottolinea Di Biagio - l’ipotesi di un progetto
museale itinerante che si appoggi agli istituti di cultura italiani all’estero,
in occasione dell’anniversario dell’Unità di Italia nel 2011, così come
anticipata dal Sottosegretario Mantica, possa creare un profondo e sentito
percorso di avvicinamento dei nostri connazionali emigrati alla loro terra. Con
il Museo del Vittoriano, il nostro Paese rende vivido il rispetto dovuto ai
tanti italiani emigrati nel corso degli ultimi due secoli, e che vogliono
sinceramente ancora sentirsi tali, malgrado la piena integrazione nei territori
di residenza e la soddisfazione professionale ed economica raggiunta nel corso
degli anni”.
“L’Italia –
conclude - deve essere pienamente consapevole della ricchezza che questi uomini
e donne rappresentano, e del loro importante contributo alla crescita stessa
del Paese dal quale si sono allontanati: i nostri emigranti, di vecchia e nuova
generazione, hanno contribuito a strutturare il culto per il made in Italy e
hanno avvicinato le varie sfaccettature della civiltà italiana alle diverse
società. Plaudo all’iniziativa portata avanti da questo Governo ed al forte
sostegno del Sottosegretario Mantica, che in prima persona ha inteso dare forza
a questo progetto, promuovendo l’iniziativa e richiamando l’attenzione
dell’intero Paese”. De.it.press
Italian Women in the World alla Convention delle Camere di Commercio
Italiane all’estero
SALERNO - Si è
appena concluso l’appuntamento di Italian Women in the World al Festival di
Firenze, dedicato all’Anno Europeo della Creatività e Innovazione, che la rete
è di nuovo in viaggio.
Nuova tappa (prima
di Bologna,New York, Tokyo) la Convention Mondiale delle Camere Italiane di
Commercio, a Salerno il 25 ottobre, dove IWW ha presentato il know how della
rete e la capacità di organizzare eventi internazionali con budget inesistenti
o ridotti.
Patrizia Angelini,
presidente di IWW, ha annunciato i prossimi progetti della rete.
Un’organizzazione dedicata a eventi low budget all’estero, PR, nonché alla
diffusione del made in italy e dell’eccellenza italiana all’estero.
“Durante il 2009,
Anno Europeo della Creatività - ha spiegato Patrizia Angelini- mi è sembrato
doveroso intitolare il Premio Bologna 2010, preceduto dalla tavola rotonda del
Festival di Firenze, dedicata all’innovazione”. Un tema che ha suscitato anche
l’interesse della vice presidente dell’Europarlamento, Roberta Angelilli,
espresso in una lettera con i suoi più sinceri auspici verso i progetti attivi
ed in cantiere di Italian Women in The World.
Patrizia Angelini
ha anche ribadito i riconoscimenti e la visibilità di Iww all’estero: sinonimo
di considerazione ed efficacia del progetto da parte dei media e degli addetti
ai lavori, annunciando la terza edizione del Premio Globo Tricolore - 2011
Tokyo e N.Y.C.
“Ma nel nostro
paese – ha precisato Angelini - la situazione è lenta, è in work in progress.
Per questo motivo ci conoscono ancora poco. Il Premio Bologna 2010 sarà
un’occasione per parlare non solo di italiani di successo ma anche di noi”.
La seconda
edizione del Premio "Il globo tricolore-Iww nel Mondo: Creatività ed
Innovazione” si terrà a Palazzo Re Renzo,il 18 settembre 2010. Un bando
internazionale che si rivolge a tutti gli italiani - residenti all'estero e
oriundi - agli italiani che operano "da e per l'estero" anche
temporaneamente; ai figli o discendenti dei connazionali all'estero, nelle tre
categorie: "Donne", "Uomo", "Under 25". Il premio
è in collaborazione con Assocamerestero, Unioncamere Emilia-Romagna, Il Resto
del Carlino/Qn e con il patrocinio di: Enit, Consiglio dei Ministri –
Dipartimento per le Pari Opportunità , Regione Emilia Romagna, Regione Liguria,
Regione Molise, Consiglio Regionale Trentino Alto Adige, Assessorato al Turismo
Regione Liguria, Provincia di Firenze, Provincia di Bologna e Comune di
Bologna.
Iww assegnerà 7
riconoscimenti a profili eccellenti nelle aree: comunicazione ed eventi;
nutrizione, salute e bellezza; arte e design; performing arts; energie
alternativi e prodotti riciclati; information and communication technologies;
scienza, ricerca, tecnologia ed ingegneria; tessile e moda; turismo.
Al Festival della
Creatività di Firenze “Creatività imprenditoriale, innovazione anti-crisi. Il
progresso delle imprese in rosa. Comunicare l’imprenditoria attraverso nuovi
canali editoriali. New media, la web tv- etica. Il canale tv dedicato a IWW, il
libro di Patrizia Angelini e Giorgia Petrini dedicato a storie italiane di successo”
erano stati i temi affrontati dai relatori alla tavola rotonda “Quando la
Creatività incontra l’innovazione” curata da Iww. Un focus sull’innovazione
nell’imprenditoria, nel marketing e nella comunicazione.
Presentata la 1°
web tv etica da Maria Moreni, presidente Di Pyseon No profit per lo sviluppo
della professionalità competitiva, etica e solidale. Durante l’intervento
dell’esperta in Corporate Social Responsability , oltre a richiedere la
collaborazione di Iww nella web tv “con un canale dedicato alla rete”, ha
espresso l’obiettivo della rete che vuole dimostrare come “la buona
comunicazione” possa diffondere effettivamente valori etici,
meritocratici,responsabilità etiche, sociali e culturali per rendere il “mondo,
un posto migliore”.
Tra le imprenditrici
presenti alla conferenza Vanessa Barcaccia, giovane imprenditrice e designer
italofrancese con la sua linea gioielli Vanessa B. Sarà Italian Women in the
World a promuovere il marchio in Italia e all’estero. Primo fra tutti il lancio
della nuova linea accessori dedicata al Globo Tricolore Iww, realizzata in
esclusiva dalla azienda. (Inform, de.it.press)
Rom. Das hatte dem Partito Democratico
(PD) gerade noch gefehlt: Vergangene Woche stellte sich heraus, dass die Partei
offenbar auch einen Camorra-Killer auf den Mitgliederlisten führte. Der Mann
war laut Staatsanwaltschaft Teil des vierköpfigen Mordkommandos, das im
Frühjahr einen Stadtrat im süditalienischen Castellammare di Stabia liquidiert
hatte. Auch das Opfer war Parteigänger des PD gewesen und hatte sich wohl mit
dem organisierten Verbrechen eingelassen.
Infiltrationen der Mafia sind nicht das
einzige Problem der größten Oppositionspartei Italiens. Die Partei, die im
Herbst 2007 aus der Fusion von Linksdemokraten und christlich-sozialer
Margherita-Partei entstanden war, hat in den zwei Jahren ihres Bestehens nie zu
einer erfolgversprechenden Strategie gegen Silvio Berlusconi gefunden - obwohl
der Cavaliere durch seine Skandale schwer angeschlagen ist.
Am kommenden Wochenende hofft der PD
mit der Kür des dritten Parteichefs innerhalb von zwei Jahren, die permanenten
internen Streitereien beilegen zu können. Zur Wahl stehen Pierluigi Bersani
(58), ehemaliger Industrieminister unter Romano Prodi, Interims-Parteichef
Dario Franceschini (51) sowie, als krasser Außenseiter, der PD-Senator und Arzt
Ignazio Marino (54).
Favorit ist Bersani: Der modern und
offen politisierende Pragmatiker steht für eine Rückkehr zum Modell des Ulivo,
also zu einer breiten Koalition der Linksparteien, mit der Prodi bei zwei
Wahlen Berlusconi besiegte (1996 und 2006). Gleichzeitig möchte Bersani die
Partei wieder stärker lokal verankern.
Bei der in den letzten Wochen
durchgeführten Wahl durch die Parteimitglieder hat der Ex-Minister mit 55
Prozent der Stimmen eine deutliche Mehrheit erhalten. Dennoch ist das Rennen
nicht entschieden: Der PD leistet sich die Extravaganz, auch noch eine
Volkswahl durchzuführen, bei der auch Sympathisanten mitbestimmen können. Die
Parteispitzen erhoffen sich dank einer hohen Beteiligung bei der Wahl vom 25.
Oktober neuen Schwung für die Monate bis zu den Regionalwahlen im kommenden
Frühling - erwartet werden in den rund 10000 Wahllokalen des PD zweieinhalb bis
drei Millionen Wähler. DOMINIK STRAUB FR 24
Berlusconi und Putin. Eine geopolitische Männerfreundschaft
Als „inoffiziell“ und „privat“ war die
Reise des italienischen Ministerpräsidenten Silvio Berlusconi nach Sankt
Petersburg bezeichnet worden. Dazu passte, dass Berlusconi, wie italienische
Zeitungen berichteten, mehrere Flaschen Wein für seinen Gastgeber, den
russischen Ministerpräsidenten Wladimir Putin, im Gepäck hatte. Dieser wurde am
7. Oktober 57 Jahre alt. Doch der dreitägige Besuch Berlusconis ist weit mehr
als eine nachträgliche Geburtstagsfeier für seinen russischen Freund. Schon
vorab war in der Zeitung „Il Giornale“, die zur Familie Berlusconis gehört, zu
lesen, dass die beiden auch über Öl, Gas und Geopolitik reden wollten.
So kam es - und die beiden zogen am
Donnerstag als Dritten per Videoschaltung den türkischen Ministerpräsidenten
Erdogan hinzu, um über die geplante Gaspipeline „South Stream“ zu sprechen, die
vom russischen Gasmonopolisten Gasprom als Konkurrenz zum EU-Projekt „Nabucco“
vorangetrieben wird. Immerhin wurden Gerüchte nicht bestätigt, der frühere
Bundeskanzler Schröder solle zu der Begegnung hinzustoßen.
„Positive Dynamik“ - „Nabucco“ soll den
Europäern an Russland vorbei über den Südkaukasus Zugang zu den großen
Gasvorkommen im Kaspischen Becken und Zentralasien verschaffen. Der
italienische Energieversorger Eni indes ist schon lange Partner von Gasprom bei
der Verwirklichung von „South Stream“; im August unterzeichneten schließlich
Russland und die Türkei eine Vereinbarung, die es Russland erlaubt, die
Pipeline durch die türkische Wirtschaftszone im Schwarzen Meer zu führen. Für
„South Stream“ war das ein entscheidender Schritt, denn sonst hätte die Leitung
durch die ukrainische Wirtschaftszone geführt werden müssen - was angesichts
der gespannten Gas-Beziehungen zwischen Moskau und Kiew viel Konfliktpotential
geboten hätte. Die Pipeline soll 2013 fertig sein, ein Jahr vor „Nabucco“,
dessen Bau von den beteiligten Staaten, darunter der Türkei, im Juli vereinbart
worden ist.
Bei der Videoschaltung mit Erdogan
sprach Putin am Donnerstag von einer „positiven Dynamik“. Er wies darauf hin,
dass russische und italienische Unternehmen schon viel Erfahrung beim Bau der
Gaspipeline „Blue Stream“ auf dem Grund des Schwarzen Meeres zwischen Russland
und der Türkei gesammelt hätten. Zuvor hatte Erdogan versichert, dass der
Zeitplan für den Bau von „South Stream“ eingehalten werden könne. Alle
Vorarbeiten in Bezug auf Sicherheit und Umwelt sowie eine Erdbebengefahr seien
genehmigt worden und schritten voran.
Politik unter Freunden
Schon zur Unterzeichnung der
türkisch-russischen Vereinbarung über „South Stream“ war Berlusconi im August
überraschend nach Ankara gekommen. Vergangene Woche schlossen Italien, Russland
und die Türkei dazu noch einen Vertrag über eine Erdölleitung ab, die von
Samsun am Schwarzen Meer durch die Türkei zum türkischen Mittelmeerhafen Ceyhan
führen soll. Das Abkommen solle die Sicherheit der Energieversorgung
verbessern, teilte der italienische Energiekonzern Eni mit. Der Konzern werde
die Pipeline zusammen mit dem türkischen Unternehmen Calik Enerji bauen.
Russland und Kasachstan sollten das Erdöl liefern.
In Italien wird nun vor allem der
Alleingang Berlusconis kritisiert. Senator Francesco Rutelli von der
oppositionellen Demokratischen Partei sprach von einer „Geheimmission“, der
frühere Regierungschef Massimo D'Alema verurteilte die sonderbaren
Männerfreundschaften Berlusconis zu Putin oder dem libyschen Staatschef Muammar
al Gaddafi. Berlusconi müsse endlich begreifen, dass es für ihn keine „privaten
Reisen“ und keine „privaten Freundschaften mit Staatschefs“ gebe.
Verteidigungsminister Ignazio La Russa beruhigte hingegen, er könne „keine
Verschwörung“ erkennen: „Ein Regierungschef kann doch private Beziehungen zum
Ministerpräsidenten eines anderen Landes haben.“ Außenminister Franco Frattini
fügte hinzu: „Das ist ein Treffen zwischen Freunden, die über Außenpolitik und
über Außenwirtschaft reden.“ Doch das beruhigte die Kritiker nicht. Berlusconi
behandle Italien wie sein Privatunternehmen, hieß es am Donnerstag von mancher
Seite - wann werde Berlusconi über seine Energiepolitik im Parlament beraten
lassen?
Berlusconi und Putin pflegen seit ihrer
ersten Begegnung 2001 eine enge Beziehung. Als Putin noch Präsident war, machte
seine Familie im Anwesen Berlusconis auf Sardinien Urlaub; im Gegenzug wurde
der italienische Ministerpräsident in den russischen Schwarzmeerort Sotschi
eingeladen. Auch, dass Berlusconi gleichzeitig ein enges Verhältnis zum
amerikanischen Präsidenten George W. Bush pflegte, zu dessen Regierung der
Kreml ein äußerst gespanntes Verhältnis hatte, hat seiner Beziehung zu Putin
nicht geschadet. Denn in Berlusconi hat Putin einen verlässlichen Fürsprecher
innerhalb der EU. Das zeigte sich auch während des russisch-georgischen Kriegs
im August 2008: Der italienische Ministerpräsident warnte damals vor einer
„antirussischen Front“ und setzte sich mit Nachdruck gegen die Verhängung von
Sanktionen gegen Russland ein. Berlusconi zeigte damals Verständnis dafür, dass
die Anerkennung des Kosovos durch die EU für Russland eine „Provokation“
gewesen sei. Geschäftlich sind sich Putin und Berlusconi nicht nur bei „South
Stream“ nahe: Eni und Gasprom machen auch mit Libyen gemeinsame Geschäfte. Jörg
Bremer und Reinhard Veser Faz 23
Italiens Linke wählt neue Spitze. US-Modell oder Good Old Europe
Bei der Urwahl der italienischen
Opposition am Sonntag geht es um mehr als bloß den nächsten Parteichef.
Abgestimmt wird auch über die zukünftige Struktur des linken Lagers. VON
MICHAEL BRAUN
Am Sonntag sind Mitglieder und Anhänger
der Demokratischen Partei in ganz Italien aufgerufen, per Urwahl den neuen
Parteichef und damit linken Oppositionsführer zu küren. Drei Kandidaten treten
an, doch nur zweien wird Aussicht auf Erfolg eingeräumt: dem früheren
Christdemokraten Dario Franceschini und dem früheren Linksdemokraten Pierluigi
Bersani.
Der 58-jährige Bersani, der seine
Karriere noch in der glorreichen Kommunistischen Partei Italiens begonnen
hatte, und der 51-jährige Franceschini sind beide schon seit mehr als 30 Jahre
im politischen Geschäft. Sie kämpfen jetzt - erstmals in der Geschichte der
noch jungen Demokratischen Partei - in einer offenen Konfrontation um die
Parteiführung. Schon zweimal in den letzten Jahren hatte das Mitte-links-Lager
zu Urwahlen gegriffen, mit jeweils spektakulären Mobilisierungserfolgen. Im
Herbst 2005 wurde Romano Prodi von etwa vier Millionen Abstimmenden zum
Spitzenkandidaten gegen Berlusconi in den Parlamentswahlen 2006 berufen. Im
Oktober 2007 fanden drei Millionen Bürger an die Urnen, um Walter Veltroni als
ersten Vorsitzenden der gerade entstandenen Demokratischen Partei auf den
Schild zu heben. Damals hieß es, die so Gewählten verfügten dank der grandiosen
Beteiligung über eine "überzeugende Legitimation". Das nützte jedoch
weder Prodi noch Veltroni. Prodi scheiterte in nur 18 Monaten als
Ministerpräsident an einer völlig zerstrittenen Koalition. Auch Veltroni war
schnell mit seinem Latein am Ende, nachdem er im April 2008 für die Demokraten
zwar gut 33 Prozent einfahren konnte, aber gegen Berlusconi dennoch verlor.
In der aus der Fusion der
Linksdemokraten mit der Mitte-Partei Margherita entstandenen Demokratischen
Partei standen sich nämlich nicht bloß frühere Christdemokraten und
Exkommunisten gegenüber - auch zwischen den Exkommunisten verliefen und
verlaufen tiefe Gräben. Veltroni stand für das US-Modell, das auf eine
klassische Mitgliederstruktur verzichtete und stattdessen die breite
Anhängerschaft per Urwahlen am Parteileben teilhaben lassen wollte. Sein
Stellvertreter damals hieß Dario Franceschini - der jetzt in dieser Kontinuität
weitermachen möchte. Als "europäischer Sozialdemokrat" präsentiert
sich dagegen Bersani; er will der Partei eine solide Organisation verpassen und
sie wieder als Vertreterin von Arbeitnehmerinteressen positionieren.
Bersani werden die besseren Chancen
eingeräumt. In einer ersten Abstimmungsrunde im September, die für die
Parteimitglieder reserviert war, erhielt er im September 56 Prozent;
Franceschini musste sich mit 36 Prozent bescheiden, auch wenn frühere
Linksdemokraten wie Veltroni oder Piero Fassino, der letzte Vorsitzende der
Linksdemokraten vor der Fusion 2007, ihn jetzt unterstützen. Dennoch ist ein
Überraschungssieg Franceschinis möglich, da zwei bis drei Millionen
Parteianhänger an der Urwahl teilnehmen und das Resultat der
Mitgliederbefragung auf den Kopf stellen könnten. Taz 24
Geheimpapier. Italien verhandelte mit der Mafia
Rom. Das war von einem hochrangigen
Vertreter des Staates noch nie zu hören gewesen: "Es hatte Verhandlungen zwischen
dem Staat und der Mafia gegeben. Die Mafia hatte begriffen, dass sie den Staat
erpressen konnte", erklärte Piero Grasso, Chef der Anti-Mafia-Behörde im
Fernsehen.
Grassos Aussagen beziehen sich auf eine
der düstersten Epochen der italienischen Nachkriegsgeschichte: Die Zeit um das
Jahr 1992, als sich die sizilianische Mafia, die Cosa Nostra, auf eine
"Strategie der Blutbäder" verlegt hatte und innerhalb von zwei
Monaten die beiden hartnäckigsten Mafiajäger, Richter Giovanni Falcone und
Paolo Borsellino, mit Bomben ermordet hatte.
Der von Grasso nun bestätigte Verdacht,
es habe damals Verhandlungen des Staates über eine Art Waffenstillstand mit der
Mafia gegeben, stand schon lange im Raum - und neue, spektakuläre Ermittlungen
der Staatsanwaltschaft von Palermo könnten nun Licht in das Dunkel bringen.
Schlüsselfigur und Kronzeuge ist aber
nicht ein reuiger Mafioso, sondern Massimo Ciancimino, Sohn des damaligen
Stadtpräsidenten von Palermo, Vito Ciancimino. Er hatte den Staatsanwälten vor
einigen Tagen einen Zettel gefaxt, auf welchem zwölf Forderungen aufgeführt
sind, die der damals noch flüchtige "Boss der Bosse", Toto Riina,
höchstpersönlich in Handschrift aufgelistet haben soll. Unter anderem fordert
die Mafia in diesem "papello" eine Revision des
"Maxi-Prozesses", bei dem Ende der 80er Jahre Hunderte von Bossen in
die Gefägnisse wanderten, sowie die Abschaffung der Isolationshaft für die
Mafiosi.
Keine der Forderungen wurde erfüllt -
Im Gegenzug sollte das Morden aufhören: "Die Kontakte mit der Mafia hätten
dazu dienen sollen, weitere Bluttaten an Politikern zu verhindern",
betonte Grasso im Fernsehen. Das Original des "papello" lässt
freilich noch auf sich warten, und so ist die Authentizität fraglich.
Don Vito, wie der später wegen
Mafiaverwicklungen verurteilte und vor einigen Jahren verstorbene
Stadtpräsidenten von Palermo, Ciancimino, genannt wurde, war jahrelang ein
Vertrauter der Mafia und nach Darstellung seines Sohnes zusammen mit dem
Carabinieri-General Mario Mori Schaltstelle für die Verhandlungen zwischen der
Regierung und den Bossen gewesen.
Zwei weitere Akteure der Epoche, der
damalige Innenminister Nicola Mancino und sein Kollege im Justizministerium,
Claudio Martelli, bestreiten, dass es Verhandlungen gegeben habe. Nervös
verweisen sie darauf, dass keine der Forderungen erfüllt worden sei.
Am nervösesten ist aber Silvio
Berlusconi. Man möge doch, sagte der italienische Regierungschef, "jene
Zeit ruhen lassen, da rührt man bloß in alten Wunden". Dem Premier schwant
Böses: Von "feindlichen Staatsanwälten" erneut in Mafia-Ermittlungen
einbezogen zu werden, wäre "reiner Wahnsinn", sagte Berlusconi.
DOMINIK STRAUB FR 23
Italien. Sexskandal erschüttert größte Oppositionspartei
Der wegen einer möglichen Sexaffäre
erpresste Präsident der mittelitalienischen Region Latium, Piero Marrazzo, ist
zurückgetreten. Zuvor war bekanntgeworden, dass in Rom vier Carabinieri
festgenommen worden waren. Sie hatten den Politiker der Mitte-Links-Partei PD
mit einem Video erpressen wollen.
Nach den jüngsten Skandalgeschichten um den
italienischen Ministerpräsidenten Silvio Berlusconi wird nun auch die
oppositionelle Demokratische Partei (PD) von einer Sexaffäre erschüttert. Laut
Medienberichten gibt es ein Video, das den ranghohen PD-Politiker Piero Marrazzo
mit einem Transsexuellen in einer römischen Wohnung zeigt. Vier Polizisten
seien in Haft, weil sie versucht hätten, den 51-jährigen Marrazzo mit dem Video
zu erpressen.
Die Behörden erklärten, dass
entsprechende Ermittlungen im Gange seien. Die Existenz des Videos selbst wurde
aber nicht bestätigt. Marrazzo erklärte, es handele sich dabei um eine
Fälschung, mit der er aus der Politik gedrängt werden solle. Gleichwohl legte
er sein Amt des Regionalpräsidenten von Latium nieder. Zu der Region gehört auch
Rom.
Er wolle der Linkspartei nicht schaden
und auch seine Familie aus der Debatte um seine Person heraushalten, betonte
Marrazzo. „Es ist eine persönliche Angelegenheit, in der Schwächen, die mit
meiner Privatsphäre zu tun haben, ins Spiel kommen“, sagte er in einer
Erklärung. „Die Fehler, die ich gemacht habe, haben in keiner Weise mein
öffentliches Handeln beeinflusst.“
Der Skandal kam kurz vor der Urwahl
eines neuen PD-Vorsitzenden ans Tageslicht. Eine Vorwahl findet 25. Oktober
statt. Um den Posten bewerben sich Amtsinhaber Dario Franceschini sowie der
frühere Industrieminister Pier Luigi Bersani und Iganzio Marino.
Letzterer gilt als Außenseiter, Bersani
indes als Favorit. Die größte Oppositionspartei hat sich von ihrer Niederlage
gegen Berlusconis Konservative im April 2008 noch nicht erholt. Alessandra Rizzo AP 25
Tschechiens Präsident gibt nach. Kompromiss mit EU in Reichweite
Nach langer Weigerung will Tschechiens Präsident
Vaclav Klaus nun offenbar den Lissabon-Vertrag unterzeichnen. Dafür erhielt er
Ausnahmeregelungen.
Grossbild
Der tschechische Präsident Vaclav Klaus
hat einen Kompromiss-Vorschlag der schwedischen EU-Ratspräsidentschaft im
Streit um den Lissabon-Vertrag begrüßt. Klaus habe zu den Prager Forderungen im
Zusammenhang mit der EU-Grundrechtecharta ein Angebot erhalten, "das den
Ideen des Präsidenten entspricht und mit dem gearbeitet werden kann",
teilte sein Sprecher Radim Ochvat in Prag mit.
Was genau Tschechien angeboten wurde,
wurde nicht bekannt. Seitdem Klaus seine Forderung nach einer Ausnahmeklausel
Anfang Oktober bekanntgab, verhandelt Schweden mit dem Land.
Klaus will für Tschechien ein Aussetzen
der EU-Grundrechtecharta erreichen, um sein Land vor Rückgabeforderungen von im
Zweiten Weltkrieg Vertriebenen zu schützen. Polen und Großbritannien haben
bereits Ausnahmen für die dem Lissabon-Vertrag angehängte Charta erreicht.
Damit der EU-Reformvertrag in Kraft
treten kann, fehlt europaweit nur noch die Unterschrift des tschechischen
Präsidenten. Die EU will bei ihrem Gipfel Ende nächster Woche über die
Forderungen von Klaus beraten, der auch noch ein Urteil des einheimischen
Verfassungsgerichts abwartet. (dpa/AP 23)
Afrikanische Staaten vereinbaren Garantien für Flüchtlinge
Mit einer bahnbrechenden Entscheidung
haben die afrikanischen Staaten Garantien für die 17 Millionen Flüchtlinge und
Vertriebenen auf ihrem Kontinent auf den Weg gebracht. Auf einem Gipfeltreffen
in der ugandischen Hauptstadt Kampala vereinbarten die Vertreter von 46 der 53
Mitgliedsstaaten der Afrikanischen Union (AU), die Pflicht auf Hilfsmaßnahmen
für Flüchtlinge einzuführen. Afrika ist der Kontinent mit den meisten
Flüchtlingen. Die Mehrzahl lebt allerdings als Binnenflüchtlinge in ihren oft
riesigen Heimatländern. Der zweitägige Gipfel in Kampala zielte darauf ab,
"dauerhafte Lösungen für die tieferen Ursachen" des
Flüchtlingsproblems zu benennen, wie der ugandische Minister für Flüchtlinge,
Tarsis Kabwegyere, sagte. Vereinbart wurden eine Konvention, die rechtlich
bindend werden soll, und ein zweiter Text, der nicht bindend sein wird. Die
Konvention soll in Kraft treten, wenn sie von 15 Staaten abschließend
ratifiziert wurde. Sie sieht vor, dass beispielsweise älteren Flüchtlingen
Sonderhilfen gewährt werden müssen. "Afrika zählt ungefähr ein Drittel
aller Flüchtlinge der Welt", sagte AU-Kommissionspräsident Jean Ping am
Eröffnungstag. "Es geht um die Zukunft des Kontinents." (AFP 23)
Taliban: Ganz Pakistan ist Kampfgebiet
Terrorwelle erschüttert das Land /
Heftige Kämpfe in Süd-Wasiristan
Von Christine Möllhoff, Neu Delhi
„Rah-i-Nijaat“, Pfad der Erlösung, hat
das Militär die Offensive getauft, die Medien sprechen von Pakistans „großer
Schlacht“. Seit einer Woche greifen 28 000 Soldaten die Taliban in ihrer
Hochburg Süd-Wasiristan an der afghanischen Grenze an. Doch die Militanten
wehren sich erbittert. Am Freitag erschütterte erneut eine blutige Terrorserie
den Atomstaat. Ganz Pakistan sei nun Kampfgebiet, drohte Qari Hussain, einer
der Taliban-Führer. In nur drei Wochen starben bald 200 Menschen durch
Terrorakte.
Nahe der Luftwaffenbasis Kamra, 65
Kilometer von Islamabad, sprengte sich ein Selbstmordattentäter an einer Straßensperre
in die Luft. Sieben Menschen wurden getötet. Kamra wurde in Zusammenhang mit
Atomwaffen erwähnt. Die Armee bestreitet dies. Im Nordwesten fuhr eine
Hochzeitsgesellschaft auf eine Landmine, die vermutlich für die Armee bestimmt
war. 18 Menschen, darunter vier Kinder, starben. In Peshawar explodierte eine
Autobombe vor einem Restaurant, 15 Menschen wurden verletzt.
Amerikanische und indische
Militärexperten äußern Sorge, ob Pakistan die Schlacht gewinnen kann. Die
Offensive zielt auf den Verband Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) und seinen
neuen Führer Hakimullah Mehsud. Die Militanten scheinen stärker als gedacht.
Seit Tagen liefern sich Militär und Extremisten heftige Kämpfe um die Stadt
Kotkai, die als Tor zu den Taliban-Stützpunkten gilt.
Lange hatte sich Pakistans Führung in
dem Glauben gewiegt, sie könne sich mit den Taliban arrangieren. Doch immer
dreister greifen nun Hakimullahs Kämpfer, die angeblich mit Al Qaida vernetzt
und vereint sind, Staat und Sicherheitskräfte an. 5000 bis 15 000 Taliban-
und Al Qaida-Kämpfer sollen sich in Süd-Wasiristan tummeln, darunter auch 2000
usbekische und arabische Kämpfer.
Die Menschen sind in Angst. Die
Verunsicherung sei riesengroß, sagt Gregor Enste von der Heinrich-Böll-Stiftung
in Lahore. Vor allem der Anschlag auf die Islamische Universität in Islamabad
am Dienstag, bei dem sechs Menschen starben, sendete Schockwellen aus. Damit
überschritten die Extremisten eine neue Grenze. Die Regierung ließ alle
Universitäten und Schulen bis auf Weiteres schließen. Studenten demonstrierten
gegen diese Entscheidung, die sie für die falsche Antwort halten.
Die zivile Regierung gibt keine allzu
gute Figur ab. Die meisten Politiker ducken sich weg und lassen die Menschen
allein mit der Angst. „Wo sind unsere Führer?“, fragte die Zeitung Dawn
irritiert. Rund 120 000 Menschen sollen vor den Kämpfen geflohen sein. Es
gibt Kritik, dass die Notcamps nicht für die absehbaren Menschenmassen
gewappnet sind. Im Kampfgebiet sollen Zivilisten im Kreuzfeuer sterben. Mindestens
300 Häuser sollen zerbombt worden sein.
Auch in Pakistans Nachbarländern nährt
die Offensive Angst vor Terrorakten. Die Extremisten könnten versuchen, mit
Anschlägen Grenzkonflikte zu entfachen, damit die Armee die Offensive in
Süd-Wasiristan abbrechen muss. In Indien geht die Angst vor einem „zweiten
Mumbai“ um. Der Iran vermutete, dass Kräfte aus Pakistan in den Anschlag auf
die Revolutionsgarden mit 41 Toten am vergangenen Sonntag verwickelt sind.
Der Ausgang der „großen Schlacht“ um
Süd-Wasiristan ist ungewiss. Zwar erwägt das Militär, die Zahl der Soldaten in
Süd-Wasiristan von 28 000 auf 60 000 aufzustocken. Doch Sri Lanka brauchte drei
Jahre und 100 000 Soldaten, um die 10 000 Tamilen-Rebellen der LTTE
zu besiegen. Indien soll zeitweise bis zu 600 000 Soldaten im Unruheherd
Kaschmir stationiert gehabt haben. Und in Afghanistan erlebt man, dass
100 000 ausländische Truppen offenbar viel zu wenig sind, um der Taliban
Herr zu werden. Auch das Gezänk in den USA über die neue Strategie für die
Region stärkt den Kampfeswillen in Pakistan kaum. Tsp 24
Philipp Rösler, das erste Kabinettsmitglied mit Migrationshintergrund
Philipp Rösler wird
Gesundheitsminister. Der neue Bauchredner.
Er ist leidenschaftlicher Bauchredner,
aber als Spaßpolitiker gilt er nicht: Philipp Rösler, FDP-Landesvorsitzender
und Wirtschaftsminister in Niedersachsen zieht nach Berlin und soll dort der
neue Bundesgesundheitsminister werden.
Dafür qualifiziert ihn vor allem eins:
Er ist Arzt. Doch als sich am Freitagabend alle Anzeichen verdichteten, dass
die Union der FDP die Gesundheitspolitik überlassen würde, war die Überraschung
groß. Schließlich galt Familienministerin Ursula von der Leyen (CDU) lange als
die klare Favoritin.
In den vergangen Wochen verhandelte sie
mit Rösler die Gesundheitspolitik der neuen Koalition. So zäh und langwierig
die Verhandlungen auch waren, Rösler trat immer betont smart, sachlich und
ausgleichend auf. Nur einmal fuhr er von der Leyen in die Parade, weil sie
nachts vor laufender Kamera beim Gesundheitsfonds vorpreschte. Doch der dürfte
jetzt - wohl ein erster Erfolg Röslers - Geschichte sein. Am Ende feierten
schließlich die Freidemokraten die geplante Einführung von pauschalen Beiträgen
als Sieg.
Mit Rösler sitzt im schwarz-gelben
Kabinett nun der erste Bundesminister mit Migrationshintergrund. Er wurde 1973
in Vietnam geboren und als Baby von einem deutschen Ehepaar adoptiert. Als er
vier Jahre alt war, trennten sich die Eltern. Rösler blieb bei seinem
Adoptivater, einem Berufssoldaten. 1992 folgte er seinem Vater und ging zur
Bundeswehr, wurde dort Sanitätsoffizier und studierte Medizin in Hannover.
Fast zeitgleich wurde Rösler Mitglied
der FDP und 1996 Landesvorsitzender der Jungen Liberalen. Schnell erarbeitet er
sich bundesweit den Ruf als FDP-Nachwuchstalent. 2003 hängte er die Uniform
dann an den Nagel und wurde Berufspolitiker. Gleich sein erster Auftritt im
Landtag reichte, um aus ihm einen Star mindestens für die Verhältnisse der
niedersächsischen Landespolitik zu machen.
Rösler redete frei und druckreif, fand
genau den richtigen Mittelweg zwischen Angriffslust und Seriosität. Meist
deutlich in der Sache aber unerschütterlich fröhlich-freundlich im Ton, das
verschaffte ihm Respekt. Um die Karriereplanung in der Politik schien er sich
nie groß Sorgen zu machen. Noch bevor er sein Ministeramt in Niedersachsen
angetreten hatte, überraschte er mit dem Gedanken an seinen Abschied aus der
Politik. Immer wieder erklärte er: "Mit 45 ist Schluss." (dpa/afp 24)
Afghanistan. Was bringt eine Stichwahl?
Die Nato diskutiert über ihre
Afghanistanstrategie und mögliche Truppenaufstockungen. Allerdings erschwert
die ungewisse politische Lage nach der manipulierten Präsidentenwahl eine
Entscheidung. Kann die Stichwahl das ändern?
Von Martin Gerner
In der Stichwahl soll ausgeschlossen
werden, dass es wieder zu Betrug im großen Stil kommt. Deswegen wird jetzt die
Hälfte der Wahllokalleiter ausgetauscht. 200 von 380 Leitern seien entlassen
worden, erklärten die Vereinten Nationen in Kabul. Die Rekrutierung der neuen
Wahlleiter laufe. Die Wahlzettel seien gedruckt, das nötige Material sei
gepackt und werde nun im ganzen Land verschickt. Die zweite Runde der
Präsidentenwahl ist für den 7. November geplant. Sie ist nicht nur für das Land
selbst wichtig, sondern wird auch von den Nato- Staaten mit Spannung erwartet.
US-Präsident Barack Obama sagte zwar am Mittwoch, dass Washington die neue
Strategie für Afghanistan möglicherweise „noch vor den Ergebnissen der zweiten
Wahlrunde“ festlegen werde. Zugleich schränkte er aber ein, dass diese
Strategie möglicherweise nicht sofort öffentlich werde.
Die Anzahl der Wahllokale in
Afghanistan wird allem Anschein nach kräftig reduziert. Statt 25 000 sollen es
jetzt nur noch 16 000 sein. Lokale, die aus Furcht vor Anschlägen in der ersten
Runde schlecht besucht waren oder in denen überproportional manipuliert wurde,
blieben geschlossen, heißt es. Nimmt man die Provinz Kundus als Beispiel, würde
die Wahl im Wesentlichen in der Stadt und in einigen Kreisstädten stattfinden.
Im ersten Wahlgang konnte in Kundus nach offiziellen Angaben aufgrund der
prekären Sicherheitslage in mehr als 20 Orten nicht gewählt werden. Diese Zahl
könnte jetzt noch höher liegen. Seit Ende August hat sich die Sicherheitslage
in der Provinz erneut verschärft.
Die Wähler, so heißt es nun von
Organisatorenseite, müssten versuchen, in andere Wahllokale auszuweichen. Nur
wenige aber dürften freiwillig längere und gefährlichere Wege in Kauf nehmen.
Entsprechend prognostizieren Beobachter schon jetzt eine noch geringere
Wahlbeteiligung. Die nach dem ersten Wahlgang offiziell notierten 38,7 Prozent
waren eine Fantasiezahl. Unabhängige Beobachter gingen im August von kaum mehr
als 20 Prozent aus.
Auch die Zahl unabhängiger Beobachter
wird voraussichtlich geringer sein als beim ersten Wahlgang. Das betrifft auch
die EU-Beobachtermission: Der schwedische Außenminister und amtierende EU-
Ratspräsident Carl Bildt sagte, es sei unmöglich, bis zum Wahltag eine große
Zahl von Wahlbeobachtern zu mobilisieren. Das Gleiche gilt für Afghanistans
größte Beobachterorganisation Fefa. „Ich bin nicht sonderlich zuversichtlich,
was die Stichwahl angeht“, sagte eine Fefa-Mitarbeiterin. „Sie kostet viel
Geld, und das Risiko ist hoch. Ich glaube auch nicht, dass sich viele Bürger
daran beteiligen werden. Welche Garantien gibt es denn, dass es diesmal nicht
erneut zu Manipulationen kommt?“
Neben unabhängigen Wahlbeobachtern
haben auch Mitarbeiter der Kandidaten das Recht, die Stimmabgabe zu überwachen.
Von diesen parteiischen Beobachtern tummelten sich in der ersten Runde
verdächtig viele in den Wahllokalen. Karsais Herausforderer Abdullah, dessen
Lager ebenfalls keine weiße Weste hat, kündigte Vorschläge an, um Betrug bei
den Stichwahlen zu verhindern. Mittlerweile fordern afghanische Politiker auch
eine Revision der Ergebnisse der Provinzratwahlen, die parallel zur
Präsidentschaftswahl am 20. August stattfanden. „Wenn Fälschung und Betrug der
Provinzratswahlen nicht umgehend aufgeklärt werden, werde ich den Wählern
empfehlen, zur Stichwahl zu Hause zu bleiben“, erklärte Shukrullah Mashkoor,
Kandidat für den Provinzrat in Nangarhar.
Viele einfache Menschen in Afghanistan,
die immer noch unter den Spätfolgen von Krieg und Korruption leiden, werden
wohl wie diese Frau aus Kabul denken: „Wir können einmal mehr wählen, aber wir
haben immer noch keinen Kandidaten, den wir gerne wählen würden.“ Tsp 23
Der Koalitionsvertrag. Das Wichtigste aus 130 Seiten
Nach langem Ringen haben Union und FDP
den Koalitionsvertrag verabredet und damit den Grundstein für vier Jahre
Politik gelegt. Doch was bedeuten die Ergebnisse für den Bürger? Wer gewinnt,
wer verliert? Ein erster Überblick.
Einkommensteuer: Schon am 1. Januar 2010
sinken die Steuern. Vermögende Familien profitieren durch einen höheren
Kinderfreibetrag, der auf 7008 Euro steigt. Für die Geringverdiener ist das
Kindergeld entscheidender. Es steigt um je 20 Euro, für das erste und zweite
Kind also von 164 auf 184 Euro. Ein Ehepaar mit einem Kind wird dadurch bei
einem zu versteuernden Einkommen von 60 000 Euro und weniger um rund 200 Euro
im Jahr entlastet (siehe Tabelle). Bei höheren Einkommen steigt die Entlastung
bis auf 435 Euro im Jahr. Hinzu kommen die Entlastungen, die noch die Große
Koalition im Rahmen des Konjunkturpakets beschlossen hat, die ebenfalls Anfang
kommenden Jahres wirken. In einem zweiten Schritt sollen die Steuern möglichst
Anfang 2011 weiter sinken. Kinderfreibetrag und Kindergeld sollen dann weiter
steigen. Spekuliert wurde des Öfteren über ein Kindergeld von 200 Euro und
einen Freibetrag von 8004 Euro. Kommt es so, würden die Bürger noch einmal in
ähnlicher Höhe entlastet wie durch das 2010 steigende Kindergeld und die
höheren Kinderfreibeträge. Anfang 2011 soll zudem das Steuersystem auf einen
stufenförmig ansteigenden Tarif umgestellt werden und damit den bisher meist
linear steigenden Tarifverlauf ersetzen. Bleiben es wenige Stufen, kann sich
jeder Bürger selbst seinen Steuersatz ausrechnen und muss nicht in Tabellen
nachsehen. Das vereinfacht das System. Auf der gleichen Stufe werden zehn
zusätzlich verdiente Euro im Gegensatz zum derzeitigen System nicht höher
besteuert als das bisherige Gehalt. Die vielzitierte kalte Progression wird damit
auf der gleichen Stufe beseitigt, was den Anreiz für Mehrarbeit erhöhen soll.
Es baut damit auch den berühmten Mittelstandsbauch ab, der besagt, dass die
Steuersätze vor allem bei mittleren Einkommen schnell ansteigen. Wie viele
Stufen eingezogen werden, ist noch offen. Insgesamt sollen die Bürger um 24
Milliarden Euro im Jahr entlastet werden. Über die Gegenfinanzierung ist nichts
zu lesen.
Steuerrecht: Steuererklärungen sollen
ohne Papierbelege abgegeben werden können, auf Wunsch können Bürger eine vom Finanzamt
vorausgefüllte Steuererklärung anfordern. Gedacht wird auch an eine
Steuererklärung für zwei Jahre. Das häufig kritisierte Kontenabrufverfahren,
mit dem der Fiskus die Existenz von Konten feststellen kann, wird überprüft,
die Rentnerbesteuerung vereinfacht. Steuerberaterkosten sollen wieder absetzbar
sein. Zudem wird die Besteuerung von Dienstwagen geprüft.
Erbschaftsteuer: Wer von seinen
Geschwistern, seiner Tante oder dem Onkel erbt oder beschenkt wird, muss seit
Anfang 2009 meist mehr zahlen als früher. Das will die Koalition ändern.
Künftig soll diese Gruppe nur noch Erbschaftsteuer zwischen 15 und 43 Prozent
je nach Höhe des Erbes oder der Schenkung entrichten. Bisher sind es zwischen
30 und 50 Prozent. Bleiben die Freibeträge gleich, würde etwa eine Schenkung
von 50 000 Euro 4500 Euro Steuern statt bisher 9000 Euro kosten. Auch die
Übertragung von Unternehmen auf Angehörige soll steuerlich erleichtert werden.
Der Zeitraum, in dem das Unternehmen vom Nachfolger fortgeführt und bestimmte
Lohnsummen überschritten werden müssen, um steuerfrei verschenkt werden zu
können, wird verringert. Auch die Höhe der verlangten Lohnsummen sinkt. Noch
prüft man, ob die Länder künftig unterschiedliche Steuersätze und Freibeträge
erheben dürfen.
Unternehmensteuer: Die Unternehmen
werden noch an anderer Stelle und schon zum 1. Januar 2010 entlastet. Bei der
Unternehmensbesteuerung sollen die Bestimmungen, die die finanzielle Lage in
der aktuellen Wirtschaftskrise verschärfen, abgemildert werden.
Zinsaufwendungen sollen weniger stark versteuert werden müssen, Verluste
leichter absetzbar sein und Abschreibungen erleichtert werden. Die Entlastungen
in der Unternehmen-, Erbschaft- und Einkommensteuer, die Anfang 2010 in Kraft
treten, kosten 21 Milliarden Euro.
Umsatzsteuer: Sie sinkt am 1. Januar
2010 für Beherbergungsleistungen im Hotel- und Gastronomiegewerbe von 19 auf 7
Prozent. Es wird zudem geprüft, welche Güter mit diesem ermäßigten Satz
besteuert werden sollen. Nicht alles erscheint hier logisch. So werden Nahrungsmittel
unterschiedlich besteuert. Und Nahverkehrstickets werden mit 7,
Fernverkehrsfahrkarten mit 19 Prozent belastet. Für einige Waren könnte künftig
der normale Steuersatz drohen. Teurer könnten auch Dienstleistungen kommunaler
Anbieter werden. Denn sie sollen bei der Umsatzsteuer nicht mehr gegenüber den
privaten Anbietern bevorzugt werden. Aufgaben der Daseinsvorsorge wie etwa die
Wasserversorgung sollen nicht stärker belastet werden.
Gesundheit und Pflege: Die Bürger
müssen künftig mehr für ihre Krankenkasse bezahlen. Das Defizit im kommenden
Jahr von erwarteten 7,5 Milliarden Euro will die Koalition zum Teil aus Steuern
bezahlen. Den Rest müssen die Kassen aus Rücklagen beisteuern oder
Zusatzbeiträge erheben. Viele werden das schon 2010 tun. Dann sind diese
Beiträge auf ein Prozent des Einkommens, maximal 37,50 Euro im Monat,
gedeckelt. Ab 2011 ist alles offen. Dann soll das Gesundheitssystem stark
umgebaut werden. Die Zusatzbeiträge sollen höher ausfallen können und
einkommensunabhängig verlangt werden. Die Arbeitgeberbeiträge werden zudem
eingefroren. Das hilft, die Lohnnebenkosten zu begrenzen, führt aber dazu, dass
die Arbeitnehmer alle künftigen Kostensteigerungen selbst tragen müssen. Und
die dürften unweigerlich kommen, zumal auch die Gebührenordnungen der Ärzte
angepasst werden. Die Kassenbeiträge sollen allerdings regional unterschiedlich
hoch sein können. Das dürfte den Versicherten in einigen Ländern wie Bayern
etwas Entlastung bringen. Für Gutverdienende gibt es ab 2011 einen weiteren
Fortschritt. Sie dürfen in die Privatversicherung wechseln, wenn sie die
Einkommensschwelle in einem Jahr überschritten haben. Die 3-Jahres-Regel wird
abgeschafft. Die Pflegeversicherung wird hingegen künftig einen zusätzlichen
Beitrag erheben, der – am Kapitalmarkt angelegt – eine Rücklage aufbauen soll
für die Zeit, wenn die Demographie hohe Kosten in der Pflegeversicherung
verursacht.
Rente: Wer ein Leben lang Vollzeit
gearbeitet hat, soll eine Rente oberhalb der Grundsicherung bekommen, auch wenn
er zu wenig dafür verdient hat.
Familienförderung: Eltern sollen ab dem
Jahr 2013 für jedes Kind unter drei Jahren zusätzlich zum Kindergeld ein
Betreuungsgeld von 150 Euro bekommen. Dies kann auch als Gutschein etwa für
eine Kindertagesstätte ausgegeben werden. Das Elterngeld soll für
Teilzeitarbeitende attraktiv gemacht werden.
Arbeit: Der Kündigungsschutz wird nicht
angetastet. Tariflöhne können für allgemeinverbindlich erklärt werden und
wirken dann wie ein Mindestlohn. Hartz-IV-Empfänger sollen von ihrer Altersvorsorge
750 Euro je Lebensjahr behalten dürfen, dreimal so viel wie bisher. Der Rest
muss zum Lebensunterhalt genutzt werden. Allerdings haben nur etwa 11 000
Menschen ein so hohes Vermögen, dass sie von der Neuregelung profitieren.
Bildung und Forschung: Der Bund will
die Forschungsförderung um drei Milliarden Euro jährlich steigern. Für jedes
neugeborene Kind wird ein Zukunftskonto eingerichtet, von dem aus
Bildungsaufwendungen bezahlt werden. Der Staat zahlt ein Startguthaben von 150
Euro und fördert Einzahlungen der Familie mit einer Prämie. Ein nationales
Stipendienprogramm mit Geldern aus der Wirtschaft soll den Anteil der
Stipendiaten auf zehn Prozent erhöhen. Bis zu 300 Euro werden nicht beim Bafög
angerechnet.
Den kompletten Koalitionsvertrag mit
noch mehr Neuerungen finden Sie unter www.faz.net/koalitionsvertrag. Dyrk Scherff Fas 25
Schwarz-gelber Koalitionsvertrag sorgt für Kritik
Berlin - Der auf eine massive
Neuverschuldung ausgerichtete Koalitionsvertrag von Union und FDP stößt bei
Gewerkschaften, Sozialverbänden und der Opposition auf scharfe Ablehnung.
Vertreter warnten am Wochenende vor
einer sozialen Spaltung in Deutschland. Auch aus der Union selbst kam Kritik.
Der Ministerpräsident von Sachsen-Anhalt, Wolfgang Böhmer, stellte die
Zustimmung seines Landes im Bundesrat zur Umsetzung der Beschlüsse infrage.
Dagegen begrüßten die Arbeitgeberverbände den Kurs der künftigen Regierung.
Die Spitzen der künftigen Koalition
verteidigten das in der Nacht zu Samstag nach zähen Verhandlungen ausgehandelte
Vertragswerk. Dieses sieht Entlastungen für Bürger und Unternehmen bei den
Steuern im Umfang von bis zu 24 Milliarden Euro vor. Außerdem soll ab Januar
2011 ein Stufentarif bei der Einkommensteuer gelten, wie ihn die FDP gefordert
hat. Zahl und Verlauf der Stufen bleiben aber offen.
Schon im kommenden Jahr profitieren
Familien von einer Anhebung des Kinderfreibetrags von 6024 auf 7008 Euro und
einer Erhöhung des Kindergeldes um 20 Euro auf 184 Euro. Die Sozialbeiträge für
Unternehmen und Beschäftigte sollen stabil bleiben. Ein Sonderfonds, der
"Schutzschirm für die Arbeitnehmer" genannt wird, soll die Defizite
bei der Arbeitslosen- und Krankenversicherung decken. Zur GegenfinanzieHrung setzt
die Koalition auf wirtschaftliches Wachstum. Am Samstag gaben die Fraktionen
von Union und FDP für den Vertrag grünes Licht.
MERKEL SCHLIESST WEITERE BELASTUNGEN
NICHT AUS - Kanzlerin Angela Merkel wertete die Beschlüsse als angemessene
Antwort auf die Herausforderungen. Ziel sei es, mutig in die Zukunft zu gehen
und den Zusammenhalt der Gesellschaft zu sichern. "Wir gehen einen mutigen
Weg." Vor allem die Jahre 2010 und 2011 seien geprägt von der Überwindung
der Krise. Eine weitere Erhöhung der Abgaben schloss sie nicht aus.
Steuererhöhungen erteilte die CDU-Chefin aber eine klare Absage. Auch FDP-Chef
Guido Westerwelle und der CSU-Vorsitzende Horst Seehofer verteidigten die
Vereinbarung. Der Vertrag trage eine "klare liberale Handschrift",
sagte Westerwelle. Dies gelte nicht nur für das vereinbarte einfachere und
niedrigere Steuersystem sondern für sämtliche Politikfelder.
Allerdings zeichneten sich erste
Unstimmigkeiten ab. So relativierte Seehofer den Kompromiss zur Finanzierung
der Krankenversicherung über einkommensunabhängige Prämien. Zunächst ändere
sich in der Gesundheitspolitik nichts. Mit der langfristigen Ausrichtung werde
sich ab 2010 "in aller Ruhe" die geplante Regierungskommission
beschäftigen, "nicht mehr und nicht weniger". Man müsse "jetzt
mal schauen, zu welchen Ergebnissen diese Kommission kommt". Westerwelle
bekräftigte dagegen, es werde hier zu einem Systemwechsel kommen.
STEINMEIER: GRANDIOSER FEHLSTART -
Oppositionsführer Frank-Walter Steinmeier kritisierte den Koalitionsvertrag als
"grandiosen Fehlstart". Für die Menschen werde sehr vieles unsicherer
und teurer. "Schwarz-Gelb wird die soziale Spaltung in unserem Land
vertiefen", sagte er der "Bild am Sonntag". Der designierte
SPD-Chef Sigmar Gabriel sprach von einem "Klientel-Koalitionsvertrag".
Die Steuern würden für diejenigen gesenkt, die es gar nicht nötig hätten.
Grünen-Chefin Claudia Roth sagte, mit Schwarz-Gelb sei eine "soziale
Eiszeit" angebrochen. Der Co-Vorsitzende Cem Özdemir fügte hinzu, mit
Steuern auf Pump machten Union und FDP eine Politik zulasten der künftigen
Generationen. Linken-Fraktionschef Gregor Gysi kritisierte das schwarz-gelbe
Bündnis als "Koalition der sozialen Spaltung, Tricksereien und
neoliberalen Entstaatlichung". Von einem "Angriff auf den Sozialstaat",
sprach DGB-Chef Michael Sommer.
Positive Reaktionen kamen aus der
Wirtschaft: "Wenn die Koalition so den eingeschlagenen Weg mutig
fortsetzt, kann er zum Erfolg führen", erklärte DIHK-Präsident Hans
Heinrich Driftmann. Arbeitgeberpräsident Dieter Hundt sagte der "Welt am
Sonntag", die Vereinbarung weise für die nächsten Jahre den richtigen Weg.
Sachsen-Anhalts Ministerpräsident Böhmer (CDU) sagte im ZDF, er halte von dem
Koalitionsvertrag einiges im Bundesrat nicht für zustimmungsfähig. "Ich
kann nicht einer Regelung zustimmen, die die jetzt vorhandenen Haushaltslöcher
noch größer machen würde."
Merkel kündigte für 2011 eine
Zwischenbilanz der Regierungsarbeit an, deren Folge auch eine Kurskorrektur
sein könne. Der designierte Finanzminister Wolfgang Schäuble nannte einen
ausgeglichenen Bundeshaushalt in den nächsten vier Jahren utopisch. Es sei
ehrgeizig genug, angesichts der exorbitanten Schulden die Schuldenbremse des
Grundgesetzes einzuhalten, sagte er der "Welt am Sonntag".
FDP-Finanzexperte Otto Fricke kündigte an, die Regierung werde sich auch die
Ausgaben vornehmen. In den Koalitionsverhandlungen sei dafür nicht genügend
Zeit gewesen. (Reuters 25)
Neues Kabinett steht. Sie werden Deutschland regieren
Das künftige Bundeskabinett von Kanzlerin
Angela Merkel ist komplett. Größte Überraschung bei der Besetzung von
Schlüsselposten in der neuen Regierung: Der bisherige Innenminister Wolfgang
Schäuble (CDU) wird neuer Bundesfinanzminister - und zwar auf Wunsch von
Kanzlerin Merkel. Der überaus erfahrene Schäuble, der Wirtschaftsjurist ist,
hatte sich in der Vergangenheit auch in der Finanzpolitik einen Namen gemacht.
Die CDU erhält einschließlich von
Bundeskanzlerin Merkel acht Posten, wie am Freitag kurz vor dem Ende der
dreiwöchigen Koalitionsverhandlungen bekannt wurde. Die FDP soll fünf Ressorts
erhalten. Die CSU kommt auf drei Posten.
Unerwartet ist auch, dass der
niedersächsische Wirtschaftsminister Philipp Rösler (FDP) neuer
Gesundheitsminister wird. Ebenso eine kleine Sensation ist der Wechsel von
Verteidigungsminister Franz Josef Jung (CDU) in das Arbeitsressort. Sein
Nachfolger wird der politische Shootingstar der letzten Monate, Karl-Theodor zu
Guttenberg (CSU).
Der bisherige Kanzleramtschef Thomas de
Maizière übernimmt anstelle von Schäuble das wichtige Innenressort. Aufgewertet
wird das Familienressort von Ursula von der Leyen (CDU). Sie erhält den Bereich
Soziales hinzu, also zum Beispiel die Rentenpolitik.
Neu in die Ministerriege kommt auch
Norbert Röttgen (CDU). Der bisherige Parlamentarische Geschäftsführer der
Unions-Bundestagsfraktion übernimmt das Umweltministerium. Entgegen den
bisherigen Spekulationen geht CDU-Generalsekretär Ronald Pofalla ins Kanzleramt
und wird dort die Regierungsgeschäfte im Ministerrang koordinieren.
Sabine Leutheusser-Schnarrenberger
(FDP) wird wie in den Jahren 1993-1996 Justizministerin. Der bisherige
Generalsekretär Dirk Niebel kann sich künftig um die Entwicklungspolitik
kümmern. Ursprünglich wollte die FDP dieses Ministerium eigentlich abschaffen.
Ilse Aigner von der CSU bleibt
Landwirtschaftsministerin. CSU- Landesgruppenchef Peter Ramsauer übernimmt das
Ressort Verkehr, Bau, Wohnen. Das für die Zukunft bedeutsame
Bildungsministerium bleibt in den Händen von Annette Schavan (CDU).
Die "Westdeutsche Zeitung"
berichtete, dass der bisherige Staatsminister im Kanzleramt, Hermann Gröhe, als
neuer CDU- Generalsekretär in das Konrad-Adenauer-Haus einzieht. Er würde damit
Nachfolger von Ronald Pofalla, der als neuer Kanzleramtschef vorgesehen ist.
Die Spitzen von Union und FDP haben
nach Angaben aus Verhandlungskreisen bei der Bildung der neuen Koalition jedoch
alle inhaltlichen Fragen grundsätzlich geklärt.
Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU),
FDP-Chef Guido Westerwelle und der CSU-Vorsitzende Horst Seehofer erzielten in
der Nacht zum Freitag eine entsprechende Einigung, erfuhr die Deutsche
Presse-Agentur dpa aus Kreisen der Koalitionspartner. (dpa/rtr)
Das neue Kabinett. Schäuble und die anderen
Der Schattenhaushalt! Mit Lug und Trug
beginnt Schwarz-Gelb die Arbeit. Das jedenfalls ist die öffentliche Reaktion
auf die Idee der Koalitionäre, die tiefen Finanzlöcher zu kaschieren. Es ist
kein Zufall, dass gerade Wolfgang Schäuble, der Innenminister, diesen Vorschlag
zerstört. Zwar sagt Schäuble am Freitagmorgen noch in vertrauter Runde, er
wisse nicht, wie sein weiteres Leben aussehen wird, bevor er zu den
Koalitionsverhandlungen aufbricht. Doch keine zwei Stunden später ist klar: Der
Mann, der vor 25 Jahren zum ersten Mal Bundesminister wurde, nämlich Minister
für besondere Aufgaben im Kanzleramt, übernimmt zum Ende seiner Karriere noch
einmal eine besondere Aufgabe: Finanzminister! Es ist das schwierigste
Ministeramt. Und das wichtigste. Aber Schäuble wäre nicht Schäuble, reizte ihn
diese Herausforderung nicht. Natürlich versteht es der Badener, seine Lust an
der Politik als preußische Pflichterfüllung zu tarnen. Und er bemerkt ab und zu
süffisant, er müsse ja gar nichts mehr werden. Aber gebraucht werden will er
schon.
Schäuble bleibe Minister, hieß es schon
kurz nach der Wahl aus dem Umfeld der Kanzlerin. Nur das Ressort sei offen.
Angela Merkel hatte ihn da schon in eines ihrer Szenarien, eine ihrer
Versuchsanordnungen eingebaut, mit denen sie die Zukunft plant. Der
Innenminister selbst hatte in den vergangenen Monaten immer wieder Steinchen
ins Wasser geworfen, um sich ins Gespräch für eine andere Aufgabe zu bringen.
In zahlreichen Interviews äußert er sich zur Opel-Krise, zu Managergehältern
und zum Bankensystem, im Februar spricht er bei einem Besuch der London School
of Economics über die Finanzkrise und die „Lektionen, die wir lernen müssen“.
Zuletzt veröffentlicht er ein Bändchen: Zukunft mit Maß. Was wir aus der Krise
lernen können.
Schäuble: „Ich bin unabhängig, loyal und
frei“ - Schäuble bringt viele Vorteile für das neue Amt mit. Natürlich die
Erfahrung, die von seinen Anfängen im Freiburger Finanzamt reicht, über die
Steuerreform, die er als Fraktionschef aushandelte (und die im Bundesrat
steckenblieb), bis hin zu den Jahren in diversen Ministerämtern. Aber vor allem
steht Schäuble, der vorigen Monat 67 geworden ist, am Ende seiner Karriere. Er
kann mehr als jeder andere unbequem sein, nein sagen. „Ich muss niemandem nach
dem Mund reden“, hat er unlängst gesagt. Oder: „Ich bin unabhängig, loyal und
frei.“ Seine Loyalität zur Kanzlerin hat er in den vergangenen vier Jahren
bewiesen. Er ist der starke Mann, der Merkel nicht gefährlich werden kann.
Zugleich ist er als Finanzminister weniger autonom, als er es im Innenressort
war. Sein Amt ist auch ein Schleudersitz.
So viel ist vor den entscheidenden
Runden am Freitag klar: Angela Merkel will die Zuständigkeit für Finanzen nicht
der FDP überlassen, die Anspruch darauf erhoben hatte. Doch bei der Debatte um
den künftigen Etat scheinen die Liberalen ihrem Gegenüber nicht gewachsen, was
sich im Hin und Her über den Schattenhaushalt zeigt. Frau Merkel kommt das
Durcheinander zur Wochenmitte nur recht. Ihr bisheriger Kanzleramtschef Thomas
de Maizière gilt schnell als Favorit für das Amt. Öffentlich hatte er keine
Präferenzen gezeigt. Der Sohn eines Generalinspekteurs der Bundeswehr erfüllt
seine Pflicht da, wo er gebraucht wird. De Maizière wäre wohl gern
Finanzminister geworden. Doch Schäuble hat in der CDU, auch gerade bei den süd-
und westdeutschen Parteigranden, das größere Gewicht, ihm traut man mehr
Unabhängigkeit zu, zur Not auch von der Kanzlerin. De Maizière wird das
Innenressort übernehmen.
Schon am Donnerstagmittag hatte
Westerwelle mit den FDP-Vertretern in der großen Verhandlungsrunde über die
künftige Postenverteilung gesprochen: Wie beim Zahnarzt saßen sie im „Saal
Lippe“, dem Raum der FDP-Delegation, und wurden einer nach dem anderen von ihm
ins Kaminzimmer geholt. Birgit Homburger kam als Erste dran, Cornelia Pieper
zog sich nach dem Gespräch sofort zurück.
Brüderle: das „soziale Gesicht“ der FDP
Vor dem Parteipräsidium sagte
Westerwelle, die Union sei auf den Finanzminister von vornherein festgelegt
gewesen. Also beanspruchten die Liberalen das Wirtschaftsministerium – so
wollen es die Gesetze der Koalitionsarithmetik. Der 64 Jahre alte FDP-Vize
Rainer Brüderle darf endlich Bundesminister werden. Schon in Rheinland-Pfalz
war er einst Minister gewesen, dann strebte er nach Höherem, wechselte in den
Bundestag – und lauerte elf Jahre auf seine Stunde. Von Koalitionsverhandlungen
versteht er etwas. Außer Konkurrenz lief Sabine Leutheusser-Schnarrenberger,
sie wird Justizministerin. Das war sie schon von 1992 bis 1996, bevor sie nach
einem FDP-Mitgliederentscheid über den Großen Lauschangriff zurücktrat. Anders
als seine Koalitionspartnerin Merkel beweist Westerwelle mit seiner Mannschaft
Mut: Er schart starke, selbstbewusste Charaktere um sich, die zudem alle einen
Landesverband führen und damit eine Hausmacht haben. Überlegungen mögen dabei
eine Rolle spielen, dass das Land auch regiert und die Partei geführt werden
muss, während er im Ausland ist. Hinzu kommt, dass weder Brüderle noch Frau
Leutheusser-Schnarrenberger als das gelten, was gemeinhin als „neoliberal“ verschrien
ist – im Gegenteil: Sie geben der Partei ein soziales Gesicht.
Das gilt erst recht für Philipp Rösler:
Schon früh hatte der gläubige Katholik in einem Papier verlangt, die Partei
müsse sympathischer, emotionaler werden. Zusammen mit anderen jüngeren Liberalen
forderte er laut ein neues Grundsatzprogramm. Nun soll er, der ausgebildete
Arzt, in Vietnam geboren und als Baby von einem deutschen Ehepaar adoptiert,
das schwierige Amt des Gesundheitsministers übernehmen, und das mit 36 Jahren.
Westerwelle kann mit dieser Besetzung
zeigen, dass die FDP sehr viel jünger ist, als es nach außen manchmal scheint.
Er kann auch einen möglichen Rivalen einbinden: Auf Parteitagen wird es ganz
still, wenn Rösler ans Mikrofon tritt – die Leute sind fasziniert von seiner
frischen Art. Erst im Februar war er, der niedersächsische FDP-Chef,
Wirtschaftsminister in Hannover geworden. Wenn es gut läuft für ihn, könnte er
bald Kult werden – und damit zu Guttenberg Konkurrenz machen. Weil aber alle
guten Dinge bekanntlich fünf sind, wird zudem Dirk Niebel, bisher
FDP-Generalsekretär, künftig auf dem Stuhl der „roten Heidi“ Platz nehmen und
den Entwicklungsminister geben. Warum gerade fünf FDP-Minister? Na, ganz
einfach: Weil die CSU drei Regierungsposten beansprucht. Und das hängt wiederum
mit dem Amt des Finanzministers zusammen. Drei statt zwei Ministerien für die
CSU ist der Preis dafür, dass auch die bayerische Schwester auf das Ressort
verzichtete. Die FDP aber braucht mindestens zwei Minister mehr als die Bayern
– schließlich hat sie 14,6 Prozent, also mehr als doppelt so viele
Prozentpunkte wie die CSU (6,5 Prozent) bei der Bundestagswahl geholt.
Wohin mit Guttenberg?
Die CSU muss am Freitag vor allem das
„Problem Guttenberg“ lösen. Der 37 Jahre alte populäre Wirtschaftsminister kann
nicht das ordnungspolitische Gewissen der Union bleiben, weil das Ressort an
die FDP geht. Guttenberg, der sich zunächst als Außen- und Sicherheitspolitiker
einen Namen gemacht hat, entscheidet sich bei einem Gespräch mit der Kanzlerin
und CSU-Parteichef Horst Seehofer für das Verteidigungs- und gegen das
Innenressort. Dass der Unteroffizier der Reserve, der bei den Gebirgsjägern
seinen Wehrdienst leistete, als jüngster Verteidigungsminister die Bundeswehr
führen wird, hat Brisanz. Denn von den Regierungsparteien fordert gerade die
CSU vehement, den sicherheitspolitischen Kurs zu ändern und auf einen baldigen
Abzug der Bundeswehr aus Afghanistan hinzuarbeiten. Guttenberg aber wird den
Einsatz verteidigen müssen. Zugleich hat er die Chance, in dem Ressort, das
unter dem CDU-Mann Franz Josef Jung Strahlkraft verloren hat, zu brillieren.
Das wird nicht einfach. „Nun muss er auch mal anfangen, Politik zu machen“,
sagt ein Unions-Mann.
Es gibt Ressorts – Verteidigung,
Gesundheit, Finanzen gehören dazu –, in denen ist es, anders als etwa beim
Ressort Außen, fast unmöglich, populär zu werden. Angela Merkel hat die Posten
darum geschickt verteilt. Einen juckt das wenig: Schäuble. Wenn es während der
Koalitionsverhandlungen in der Arbeitsgruppe Inneres und Recht mit den
FDP-Kollegen nicht voranging, fragte er sie einfach: „Wollen Sie das wirklich
Herrn Westerwelle aufbürden?“ So wurden alle strittigen Fragen gelöst.
Oliver Hoischen und Markus Wehner Faz
24
Gastkommentar. Schwarz-gelbe Geisterfahrer
Man kann aus Schaden klug werden. Man
muss es aber nicht. Kopfpauschale und Pflege-Riester sind ein Angriff auf den
Sozialstaat, schreibt der frühere Arbeits- und Sozialminister Norbert Blüm
(CDU) in einem Gastkommentar für den Tagesspiegel.
Von Norbert Blüm
Mit der Kopfpauschale ging die CDU in
der Bundestagswahl 2005 baden. 2009, nach der Bundestagswahl, versucht sie es
wieder mit dem einkommensunabhängigen Beitrag zur Krankenversicherung, der für
alle gleich hoch sein soll. Wenn der Chef den gleichen Beitrag zur
Krankenversicherung zahlt wie sein Chauffeur und der Meister den gleichen wie
der Hausmeister, musst Du nicht Plato, Aristoteles oder Kant gelesen haben, um
das für ungerecht zu halten. Es genügt der gesunde Menschenverstand. Der hat
für solche Fälle seit alters her die Faustformel: „gleiches gleich und
ungleiches ungleich zu behandeln“.
Die Kopfpauschale behandelt Ungleiches
gleich. Mit der Kopfpauschale soll die gleiche Geldsumme aufgebracht werden,
die bisher mit dem einkommensproportionalen Beiträgen für die
Krankenversicherung beschafft wurde. Die Kopfpauschale wirkt wie eine
Durchschnittsregel, der Durchschnitt entsteht, indem die einen mehr, die
anderen weniger zahlen. Mehr zahlen die, welche weniger verdienen, und weniger
zahlen die, welche mehr verdienen. Das ist die Logik der Kopfpauschale. Sechs
Punkte lassen sich als ihr Ergebnis festhalten, und sie fallen allesamt negativ
aus.
Erstens: Die Kopfpauschale ist ein
Schlag gegen die Gerechtigkeit. Der soziale Ausgleich, der bisher mit Hilfe des
einkommenproportionalen Beitrags krankenversicherungsintern zustande kam, soll
jetzt durch das Finanzamt organisiert werden. Die einkommensschwachen
Versicherten sollen einen staatlichen Zuschuss zu ihrer Kopfpauschale erhalten.
Zweitens: Die Kopfpauschale löst mehr
Staat und Transfer aus. Oberhalb der Einkommensgrenzen, bis zu der staatlicher
Zuschuss gezahlt wird, bleibt es bei der nivellierenden Wirkung der
Kopfpauschale, die alle Einkommensunterschiede über einen Kamm schert. Die
mittleren Einkommen zahlen die Zeche. Die sollten eigentlich durch die
Steuerreform besonders entlastet werden.
Drittens: Die Finanzierung des
steuerfinanzierten Zuschusses steht im Widerspruch zu den Zielen der Steuerreform.
Bei Ermittlung der Zuschussbedürftigkeit kann die Lohnhöhe nicht das einzige
Kriterium sein. Ein Teilzeit arbeitender Millionär würde sonst zum
Zuschussberechtigten erklärt. Also müssen alle Einkommensverhältnisse der
Zuschussempfänger aufgeblättert werden. Hartz IV lässt grüßen. Der Sozialstaat
mendelt sich so zur allgemeinen Bedürfnisprüfungsanstalt.
Viertens: Die Kopfpauschale hat mehr
Bürokratie im Gefolge. Der Arbeitgeberanteil an der Finanzierung der
Krankenversicherung soll eingefroren werden. Damit zahlen die Arbeitnehmer alle
zukünftigen Kostensteigerungen allein. Die Arbeitgeber sind aus der Anstrengung
zur Dämpfung der Gesundheitskosten entlassen. Die Bundesvereinigung der
Arbeitgeberverbände kann ihr Mitglied Pharmaindustrie von der Kette lassen. Die
Entwicklung der Gesundheitskosten interessiert die Arbeitgeber fortan nicht
mehr.
Fünftens: Das Festschreiben des
Arbeitgeberbeitrages mindert den Druck auf die Kostensenkung. Die paritätische
Finanzierung der Sozialversicherung und die Selbstverwaltung waren die Schule
der Sozialpartnerschaft. In ihr wurde der Interessenausgleich zwischen
Arbeitnehmer und Arbeitgeber eingeübt. Nach der Riester-Rente wird der
schleichende Ausstieg aus der gemeinsamen Verantwortung der Sozialpartner für den
Sozialstaat fortgesetzt. Der Krankenversicherung folgt die Pflegeversicherung.
Die Pflegeversicherung soll durch eine kapitalgedeckte private
Zusatz-Pflichtversicherung ergänzt werden, die nur von den Arbeitnehmern
bezahlt werden soll.
Sechstens: Die Sozialpartnerschaft wird
langsam, aber stetig plattgemacht. Am Ende des Weges steht das Bündnis der
Verstaatlicher und der Privatisierer. Die einen brauchen den anderen. Die
Verstaatlicher bedürfen der Privatisierer, weil sie die Aufgabe einer relativen
Lebensstandardsicherung nicht lösen können. Die Privatisierer sind auf die
Verstaatlicher angewiesen, denn sie haben keine Antwort auf das Armutsproblem.
Armut ist nämlich kein Geschäft.
Siebtens: Die Kopfpauschale und ihre
Folgen führen in einen anderen Sozialstaat. Auf der Strecke bleibt die
subsidiäre Solidarität, wie sie in einer auf Gegenseitigkeit angelegten und mit
sozialem Ausgleich ausgestatteten Sozialversicherung grundgelegt ist.
Eine Reform des Sozialstaats müsste auf
mehr staatsfreie, selbstverwaltete Solidarität zielen. Das Gegenteil ist der
Fall. Die Geisterfahrer haben Vorfahrt.
Kopfpauschale oder Bürgerversicherung –
in diesem Streit geht es um die Frage: „Wie kommt die Krankenversicherung ans
Geld der Leute?“ Es sollte nicht der Sinn und Zweck der Krankenversicherung
vergessen werden: Heilung von Kranken!
Und wo sind die Grenzen der
Solidarität? Die Krankenversicherung ist nicht für alles zuständig, was das
Wohlbefinden beeinträchtigt.
Der Autor war von 1982 bis 1998
CDU-Bundesminister für Arbeit und Sozialordnung Tsp 25
Koalitionsgeplänkel. Drei Wochen dünne Suppe
BERLIN. Zum Glück gibt es die Schlitze.
Eigentlich sollen die Jalousien den Raum "Düsseldorf" vor neugierigen
Blicken abschirmen. Aber die Lamellen schließen nicht dicht. Auch eine eilig
hergeschobene Zimmerpflanze gibt kaum Deckung. So kann man am späten Abend von
der Hiroshimastraße aus beobachten, wie die Parteichefs von CDU, CSU und FDP in
der ersten Etage der Nordrhein-Westfalen-Vertretung am Gesundheitskompromiss
feilen.
Es ist ein Film ohne Ton, den man mit
zusammengekniffenen Augen verfolgen kann. Mal sitzen sechs, mal neun Leute um
ein Geviert von Bürotischen. Am linken Ende erkennt man Kanzlerin Angela Merkel
im cremefarbenen Sakko. Ihr gegenüber sitzt gefühlte zehn Meter entfernt
kerzengerade FDP-Chef Guido Westerwelle.
Leider wendet CSU-Chef Horst Seehofer
dem Volk den Rücken zu. Merkel redet und gestikuliert ruhig. Während beide
Männer an Erkältungen herumlaborieren, scheint sie von dem Verhandlungsmarathon
unbeeindruckt. Um 23.30 Uhr wird Rotwein ausgeschenkt. Es wirkt, als habe
Merkel die Sache im Griff.
Eine Etage tiefer kann man einen
anderen Eindruck gewinnen. Erst beerdigt Kanzleramtsminister Thomas de Maizière
mit einem kurzen Statement den seit Tagen diskutierten Schattenhaushalt. Dann
dementieren Gesprächsteilnehmer, dass die Müllgebühren steigen werden, wie es
zuvor aus der Runde herausgedrungen war. Und die von CDU-Leuten verkündete
Einigung bei der Wehrpflicht? Nein, heißt es bei der FDP, auch die gebe es
nicht. Das Thema sei nicht abgeschlossen.
Für die wartenden Journalisten sind die
Koalitionsverhandlungen wahrlich kein Vergnügen. Zwar gibt es Suppe und heiße
Getränke, aber drei Wochen lang praktisch keine belastbaren Informationen. So
sprießen Indiskretionen und Gerüchte. Auch Mitglieder des CDU-Präsidiums
zweifeln inzwischen, ob es nicht besser gewesen wäre, zumindest Teilergebnisse
zu veröffentlichen.
Es riecht nach Einigung
Immerhin: "Wir kommen zum
Endspurt", kündigt FDP-Generalsekretär Dirk Niebel am Freitag ein Ende des
Wartens an. Und grinst die Kanzlerin beim Hereingehen heute nicht besonders
zufrieden in die Kameras? Sie trägt ein feierliches anthrazitfarbenes Kostüm.
Das riecht nach Einigung, auch wenn Noch-Wirtschaftsminister Karl-Theodor zu
Guttenberg betont lässig im schwarzen Cordsakko und Jeans aufgelaufen ist. Für
Samstagvormittag haben Union und FDP den Saal der Bundespressekonferenz
geblockt. Dann soll der Koalitionsvertrag präsentiert werden.
Einen kleinen Appetithappen sollen am
Freitagvormittag bereits die Gesundheits-Unterhändler bieten. Doch so richtig
harmonisch wirkt die Präsentation nicht: Ursula von der Leyen kann sich einen
Seitenhieb gegen den FDP-Kollegen Philipp Rösler nicht verkneifen. Der
Gesundheitsfonds bleibe erhalten, wie sie immer erklärt habe: "Es hat nur
drei Tage gedauert, bis es noch einmal sackte." Rösler lächelt und betont,
es werde einen "einkommensunabhängigen Beitrag" geben. Im Volksmund
heißt so etwas Kopfpauschale. Nach sechs Minuten sind alle Klarheiten
beseitigt. Das wird kaum besser, als CSU-Generalsekretär Alexander Dobrindt
später behauptet, es bleibe bei den "lohnbezogenen Beiträgen".
Auch beim zentralen Steuerthema gibt es
noch erheblichen Abstimmungsbedarf in der nächtlichen Sitzung. Vor Mitternacht
solle niemand mit Ergebnissen rechen, hat CSU-Landesgruppenchef Peter Ramsauer
schon gewarnt. Bis dahin heißt es warten.
In der Hiroshimastraße ist es im Laufe
der Wochen Herbst geworden. Die Blätter sind verwelkt, und der Regen hat selbst
die Dauer-Demonstranten vertrieben. Hinter den Jalousien aber steigt die
Stimmung. "Ich freue mich", sagt Unions-Fraktionschef Volker Kauder,
"dass die Regierung des Aufbruchs und der bürgerlichen Mitte nun endlich
zeigen kann, was in ihr steckt." KARL DOEMENS FR 24
Schwarz-Gelb. Der Blindflug des Guido Westerwelle
Ein Kommentar von Claus Hulverscheidt
Die FDP will nach elf Jahren Opposition
eigene Akzente setzen. Das ist verständlich, doch ihr Programm passt nicht zur
wirtschaftlichen Lage.
Das eigentlich Ärgerliche an der
Diskussion über Schatten-, Nachtrags- und Nebenhaushalte ist, dass viele jetzt
wieder sagen werden, sie hätten es ja immer gewusst. So sind sie halt, unsere
Politiker, wird es heißen - vor der Wahl versprechen sie, den Etat zu sanieren,
nach der Wahl ruinieren sie ihn. Am besten also alle in einen Sack und feste
druff, man trifft ja automatisch den Richtigen! Wer wollte da im Familien- oder
Freundeskreis noch den Versuch wagen, Politiker gegen solch dümmliche
Pauschalurteile in Schutz zu nehmen?
Politisch ist es durchaus verständlich,
dass die FDP nach elf Jahren in der Opposition nicht einfach das Erbe der
großen Koalition verwalten, sondern eigene Akzente setzen will. Daran wäre
überhaupt nichts auszusetzen, wenn das freidemokratische Programm
(Steuersenkungen) und die wirtschaftlichen Gegebenheiten (Finanzkrise,
Haushaltsmisere) zueinander passten.
Das tun sie aber nicht - woraus die
Liberalen den sehr eigenwilligen Schluss ziehen, dass sich nicht die FDP an die
Welt anpassen muss, sondern die Welt an die FDP. Krampfhaft suchen die
Parteioberen nun nach "Steuersenkungsspielräumen" und schrecken dabei
auch vor Tricks nicht zurück - nicht einmal vor der beinahe zynischen
Behauptung, der Aufbau eines Schattenetats sei ein Beitrag zu mehr Transparenz.
Immerhin: Mit dem Versuch, die Kosten
dieses Unfugs auch noch auf das Konto der Vorgängerregierung zu buchen, sind
die Liberalen am Donnerstag gescheitert. Für 2010 wird die Idee eines
"Sondervermögens" aber weiter diskutiert.
Die CDU muss gehörig aufpassen, dass
sie nicht unter die Räder des Koalitionspartners gerät. Ihre
haushaltspolitische Glaubwürdigkeit - angeblich ein Markenkern der Partei - hat
in den vergangenen Tagen bereits heftig gelitten. Nun ist auch ihr Charakter
als Volkspartei in Gefahr, wenn sie der FDP zuliebe einen Teil der
Gesellschaft, nämlich die Steuerzahler, in großem Umfang entlastet, die Kosten
dafür aber der Gesamtbevölkerung aufbürdet: in Form von steigenden Müllgebühren
oder höheren Pflege- wie Krankenversicherungskosten.
Angela Merkel unterminiert damit nicht
zuletzt ein Projekt, das einstmals zu ihren zentralen Politikzielen zählte und
das unverändert vernünftig wäre: die Umstellung des einkommensabhängigen
Krankenversicherungsbeitrags auf eine Kopfpauschale.
Eine solche Prämie wäre weitaus
gerechter als das bisherige System, weil der zugehörige Sozialausgleich über
das Steuersystem organisiert würde: Das hieße, dass alle Bürger, auch Anwälte,
Apotheker und Millionenerben, zur Finanzierung herangezogen würden - und zwar
nicht nur bis zur Beitragsbemessungsgrenze, sondern mit ihrem gesamten
Einkommen.
Um ein solches System umzusetzen,
bräuchte man statt geringerer höhere Steuereinnahmen. Union und FDP verbauen
mit ihrem finanzpolitischen Blindflug der vergangenen Tage also nicht nur dem
Land die Zukunft, sondern auch sich selbst.
SZ 23
Bundesverfassungsgericht. Karlsruhe stärkt Regierung bei Auslandseinsätzen
Das Bundesverfassungsgericht hat die Kompetenzen
der Bundesregierung bei Auslandseinsätzen gestärkt, die unter veränderten
politischen Rahmenbedingungen stattfinden. Demnach durfte die Bundesregierung
nach der Unabhängigkeitserklärung des Kosovos im Februar 2008 am dortigen
Bundeswehreinsatz festhalten, ohne umgehend den Bundestag befragen zu müssen.
Die Karlsruher Richter verwarfen in dem am Freitag veröffentlichten Beschluss
eine dagegen gerichtete Organklage der Linksfraktion im Bundestag.
Aus Sicht der Fraktion hätte die
Bundesregierung vor der Fortsetzung des Kfor-Einsatzes der Bundeswehr den
Bundestag abermals um Zustimmung ersuchen müssen, da sich durch die
kosovarische Unabhängigkeitserklärung politische und rechtliche Umstände des
Einsatzes wesentlich verändert hätten. Die rechtliche Grundlage des
Kfor-Einsatzes im Kosovo war die Resolution 1244 des UN-Sicherheitsrates vom
10. Juni 1999. Nach Auffassung der Linksfraktion deckte diese Resolution aber
nur solche Maßnahmen, die die Verwaltung des Kosovos als Teil der Republik
Serbien und nicht als unabhängigen Staat betrafen.
Zweifel reichen nicht aus
Die Unabhängigkeitserklärung und die
völkerrechtliche Anerkennung durch die Bundesregierung hätten die politischen
und rechtlichen Rahmenbedingungen des Bundeswehreinsatzes derart deutlich verändert,
dass der Einsatz als „neuer Einsatz“ zu werten sei, argumentierte die Fraktion.
Dieser neue Einsatz sei weder vom UN-Mandat noch vom Zustimmungsbeschluss des
Bundestages aus dem Jahr 2007 gedeckt gewesen.
Seit 1999 beteiligt sich die Bundeswehr
an der internationalen Kfor-Mission im Kosovo, die auf der Grundlage eines
UN-Mandats unter Führung der Nato steht. Ziel ist es, ein Wiederaufflammen der
gewaltsamen Kämpfe zwischen Serben und Kosovo-Albanern zu verhindern. Am 17.
Februar 2008 erklärte sich der Kosovo unter Loslösung von Serbien einseitig für
unabhängig und wurde seither von zahlreichen Staaten, darunter Deutschland,
völkerrechtlich anerkannt. Knapp vier Monate später, am 5. Juni 2008, hatte der
Bundestag den Bundeswehr-Einsatz dann verlängert. Nur die Linksfraktion stimmte
dagegen.
Aus Sicht des Verfassungsgerichts gab
es aber keine Verpflichtung der Regierung, den Bundestag unverzüglich um
Zustimmung zu bitten. Die einseitige Loslösung des Kosovos von Serbien habe
nicht in „evidenter“ Weise das völkerrechtliche Einsatzmandat entfallen lassen.
Das UN-Mandat für die Kfor-Mission sei vielmehr bis heute weder aufgehoben noch
durch eine neue Resolution ersetzt worden und sei somit „unbefristet in Kraft“,
befanden die Richter.
Wegen des Parlamentsvorbehalts müsse
die Bundesregierung eine abermalige Zustimmung des Bundestages zu einem
Streitkräfteeinsatz dann herbeiführen, wenn tatsächliche oder rechtliche
Umstände „wegfallen“, die Bedingungen für den Einsatz waren. Ein ursprünglicher
parlamentarischer Zustimmungsbeschluss verliere seine Wirkung aber nicht schon
dann, wenn es „lediglich zweifelhaft wird“, dass Umstände, an die der Bundestag
seine Zustimmung geknüpft hat, fortbestehen.
AZ: 2 BvE 4/08 - Beschluss vom 13.
Oktober 2009 Faz.net 23
Analyse: Systemwechsel bei Gesundheit steht bevor
Berlin. Union und FDP wollen den
Gesundheitsfonds zur kurzen Zwischenetappe hin zu einem System mit pauschalen
Beiträgen machen. Im ersten Jahr der schwarz-gelben Koalition soll bei den
gesetzlichen Krankenkassen noch alles beim Alten bleiben.
Das Milliardenloch werden 2010 wohl die
Steuerzahler und zu einem geringeren Teil die Kassenmitglieder stopfen. Doch
2011 sollen dann die seit Jahren heiß umstrittenen Gesundheitsprämien kommen.
"Prämie" - nur die CSU-Politikerin
Barbara Stamm nimmt bei der Präsentation des Kompromisses am Freitag das heikle
Wort in den Mund. Die Christsozialen lehnten pauschale Beiträge immer ab. Der
jetzige Parteichef Horst Seehofer trat vor fünf Jahren wegen eines
entsprechenden Kompromisses von CDU und CSU sogar schon einmal als
Fraktionsvize zurück. Stamm betont, es gehe "nicht nur in Richtung
Prämie".
Die Verhandlungsführer Ursula von der
Leyen (CDU) und Philipp Rösler (FDP) nennen das Ding lieber
"einkommensunabhängigen Beitrag". Kommt damit also die für alle
gleiche Kopfpauschale? Nein - vielmehr sollen die Kassen diese Pauschalen von
ihren Mitgliedern erheben können. Geringverdiener müssen dann aber genauso viel
Prämie zum Beispiel an eine AOK zahlen wie Gutverdiener. Doch sie sollen dafür
einen Ausgleich vom Steuerzahler bekommen. Rösler: "Das ist wesentlich
gerechter, als wenn man den Ausgleich zwischen Arm und Reich nur innerhalb der
gesetzlich Versicherten hätte, denn das steuerliche System umfasst dann
alle."
Dass es so kommen würde, zeichnete sich
seit Tagen ab. Dennoch kommt ein lauter Aufschrei von Opposition,
Sozialverbänden und einzelnen Kassen. Schließlich sollen die
Arbeitgeberbeiträge voraussichtlich auf dem heutigen Stand von sieben Prozent
eingefroren werden. "Wir haben einen Weg aufgezeigt, der Arbeitsplätze in
Deutschland sichern wird", verspricht von der Leyen. Arbeitgeber, Ärzte,
Apotheker, Arzneihersteller und Privatversicherer reagieren erfreut auf die
schwarz-gelben Ankündigungen.
DGB-Vorstandsmitglied Annelie Buntenbach
wettert: "Das ist nicht nur unsolidarisch und ungerecht, sondern der
Beginn einer ungekannten Belastungswelle der 70 Millionen gesetzlich
Krankenversicherten." Tatsächlich dürften die meisten Versicherten wohl
künftig tiefer in die Tasche greifen müssen für ihre Krankheitsabsicherung.
Schwingt aber schon die Abrissbirne gegen das jahrzehntelang bestehende Gebäude
des Sozialsystems Krankenversicherung?
"Der Weg zum reinen Prämienmodell
wird nicht kommen", beeilt sich CSU-Generalsekretär Alexander Dobrindt
klarzustellen. "Es wird ein lohnbezogener Beitrag weiterhin sein."
Mit ihrem Kompromiss haben sich die künftigen Koalitionäre quasi in letzter
Minute vor Verhandlungsende Zeit verschafft. Den Umbau des System soll nun erst
einmal eine Regierungskommission vorbereiten. Nach den Erfahrungen der
vergangenen Jahre ist es wahrscheinlich, dass sich die schwarz-gelben Bautrupps
noch heftig im Klein-Klein des komplizierten Gesundheitssystems verhaken.
Bayerns CSU-Gesundheitsminister Markus Söder: "Es wird noch ein hartes
Ringen werden."
Wieviel Steuermittel künftig ins System
fließen werden, welchen Spielraum es dann überhaupt noch im Haushalt gibt, ob
überhaupt noch genug Geld da ist, das zwischen den unterschiedlich von
Krankheitslasten betroffenen Kassen verteilt werden kann - diese und viele
andere Fragen ließen die Koalitionspartner in spe vorerst offen. Mehr Geld
könne wohl in Bayern bleiben, frohlockt schon Söder. Schon deshalb ist der
Aufschrei der Ostländer programmiert.
Unklar sind auch noch die Details für
die milliardenschweren Steuerhilfen an die Kassen 2010. Mehr als vier
Milliarden Euro sollen wohl aus dem geplanten Sondervermögen fließen - ob als
Zuschuss oder Darlehen ist unklar. Den Rest, immerhin rund drei Milliarden,
müssten dann die Kassen anders aufbringen - durch Einsparungen oder
Zusatzbeiträge zulasten ihrer Mitglieder. Vielleicht ist es für die fassungslos
am Rand stehende SPD ein Trost, dass diese Extraprämien vorerst die von ihr
durchgesetzte Obergrenze von einem Prozent behalten sollen. (dpa 24)
Zentralrat der Juden. Das Ende eines Tabus
Publizist Henryk M. Broder will
Zentralrats-Präsident werden. Wie manche lustige Idee hat auch diese einen
ernsten Hintergrund: Der Zentralrat der Juden ist in schlechter Verfassung. Ein
Kommentar von M. Drobinski
Wenn der Publizist Henryk M. Broder
schreibt, geht es immer munter zu. Mal beschimpft er die Deutschen, die vor den
Muslimen einknicken, dann nennt er den Grünen-Politiker Hans-Christian Ströbele
einen "linken Antisemiten", jetzt hat er sich den Zentralrat der
Juden vorgenommen. Die Vertretung der Juden in Deutschland sei in einem
"erbärmlichen Zustand", Präsidentin Charlotte Knobloch überfordert,
ihre Stellvertreter belauerten sich gegenseitig.
Der Zentralrat trete als
"Reue-Entgegennahme-Instanz" auf und betreibe Beschäftigungstherapie.
Die Lösung: Broder bewirbt sich als Zentralrats-Präsident. Er wolle ein Ende
dieses "kleinkarierten Größenwahns", die Aufhebung der Holocaustleugnung
als Straftatbestand, gute Beziehungen "zu den in Deutschland lebenden
Moslems" (da hat er was zu tun) und "für eine säkulare Gesellschaft
eintreten". Na dann: Broder for President!
Wie so manche lustige Idee hat auch
Broders Selbstbewerbung wenig Aussicht auf Erfolg, aber einen ernsten
Hintergrund. Dem Zentralrat der Juden geht es nicht gut. Treten seine Vertreter
öffentlich auf, wird es manchmal peinlich. Im Januar brach die
Zentralrats-Präsidentin aus Verärgerung über die Aufwertung der antijüdischen
Piusbrüder durch Papst Benedikt XVI. den Dialog mit "der katholischen
Kirche" ab, ohne recht sagen zu können, wen sie damit meinte.
Innere Verunsicherung und Hilflosigkeit
Und jetzt, im Herbst, stellte ihr
Generalsekretär Stephan Kramer den Stammtischplauderer von der Bundesbank,
Thilo Sarrazin, in eine Reihe mit Göring, Goebbels und Hitler - um sich bald
darauf demütig zu entschuldigen. Jedesmal kommt die eine, entscheidende
Schraubendrehung zu viel, das Gewinde knackt und bricht, und alles ist kaputt.
Es sind äußere Zeichen innerer
Verunsicherung und Hilflosigkeit. Das Judentum in Deutschland steckt mitten im
Generationen- und Mentalitätenwechsel. Es stirbt die Generation der
Holocaust-Überlebenden; die kleine Schar ihrer Nachkommen, die für das
Nachkriegsjudentum in Deutschland steht, mit all seinen Ängsten und
Verletzungen, geht unter in der Mehrheit der Zuwanderer aus Osteuropa.
Das Judentum, das die Geschichte der
Bundesrepublik mitgeprägt hat, wird es bald nicht mehr geben, ein neues wird
wachsen, von dem noch niemand weiß, wie es aussehen wird. Damit wird aber auch
der meist unausgesprochene Konsens zwischen Mehrheit und jüdischer Minderheit
brüchig.
Der ging so: Wenn Juden etwas zur
Vergangenheit, zum Rechtsextremismus, zur politischen Kultur sagen, ist das
besonders gewichtig. Sie sind moralische Instanz und Gewissen des Landes. Wenn
ein Journalist ein knackiges Zitat gegen Neonazis brauchte, rief er beim
Zentralrat an - und bekam das Gewünschte. Umgekehrt redete er nur mit gesenkter
Stimme über die jüdische Community, die er kaum kannte.
Das Verhältnis der meisten Deutschen zu
den Juden war nicht Nächsten-, sondern Fernstenliebe auf der Basis der
Befangenheit.
Nach außen hin lebte der Zentralrat,
lebten die Gemeinden recht gut mit diesen Ritualen, vor allem, als sie
tatsächlich einen weithin verbreiteten Antisemitismus politisch kleinhalten
halfen. Auch Henryk M. Broder, der lustvolle Störer des Friedens, lebte und
lebt übrigens gut von diesen Ritualen.
Nach innen aber war das Leben der
kleinen Gemeinschaft mit nur wenigen Dutzend wirklich politik- und
diskursfähigen Mitgliedern als moralische Instanz fürchterlich überfordert. Der
Zentralrats-Präsident Ignatz Bubis überdeckte das großartig und um den Preis
der Selbstzerstörung, sein Nachfolger Paul Spiegel schaffte es noch mit Mühe,
Charlotte Knobloch gelingt es kaum noch. Dies nicht nur, weil sie keine so
guten Pressemitteilungen schreiben kann wie Bubis. Für sie, die Überlebende,
ist der ritualisierte Konsens eine Lebensversicherung.
Je weniger er funktioniert, desto mehr
nehmen bei Juden aus ihrer Generation die Verunsicherungen zu: Was mag hinter
der Kritik vieler Deutscher am Vorgehen der israelischen Armee in Gaza und im
Libanon wirklich stecken? Was treibt Papst Benedikt, was Thilo Sarrazin? Und der
vermeintliche Verrat der sicher geglaubten Freunde schmerzt mehr als der Hass
der altbekannten Feinde.
Tabus und Rituale können aber hohl
werden
Tabus und Rituale haben ihren Sinn. Nur
so ist es zu rechtfertigen, dass die Leugnung des Holocausts in Deutschland
unter Strafe steht. Tabus und Rituale können aber hohl werden. Die jüdische
Minderheit sollte sich von der Last befreien, moralische Instanz der Mehrheit
zu sein; die Mehrheit sollte ihr diese Last abnehmen. Es ist ja ihre Sache,
dass in Deutschland Rassisten und Antisemiten bekämpft, Demokratie und
Menschenrechte geachtet werden.
Dann könnte der Zentralrat völlig
unbefangen Henryk M. Broder zum Vorsitzenden wählen, der dann seine Kolumne
"Schmock der Woche" auf die Zentralrats-Homepage stellen dürfte.
Und wenn der Streitbare müde wird oder
man des Streitbaren müde ist - vielleicht als Nachfolgerin eine junge Frau,
deren Eltern aus Russland kamen, und die für das neue jüdische Leben in Deutschland
steht: mit seinen guten und schlechten Seiten, seinen frommen und weniger
frommen Menschen - Menschen, auf die Jahwe mal stolz ist und über die er
manchmal nur lachen kann. SZ 23
Leitartikel. Unterwegs mit Angela Merkel
Die alte und neue Bundeskanzlerin
Angela Merkel besitzt die bemerkenswerte Fähigkeit, an mehreren Orten
gleichzeitig sein zu können. Eben war sie noch in der politischen Mitte zu
finden, die sie der SPD erklärtermaßen endgültig entreißen will. Und doch
taucht sie kurz darauf wieder im wirtschaftsliberalen Leipzig ihrer Partei auf,
wo sie sich einst so die Finger verbrannt hat.
Merkel hat dieses Talent der
Gleichzeitigkeit über Jahre hinweg so perfektioniert, dass es nun in den
Verhandlungen zur schwarz-gelben Regierungskoalition voll zur Geltung kam. Eine
solche Kunst aber ist auch dem größten politischen Talent nur dann möglich,
wenn Charakter und Projekt gerade zueinanderfinden. Bei Angela Merkel ist das
nun geschehen.
Die Bundeskanzlerin hat in ihren
Subbotschaften schon in den vergangenen Wochen erkennen lassen, worauf sich die
Koalition nun einigen musste: die Ausdehnung der Union nach rechts wie nach
links. Es ist dies die Lehre, die sie selbst gezogen hat aus den vergangenen
zwei Bundestagswahlen.
Aus ihrer ersten, als sie auch wegen
ihres offensiven Wirtschaftskurses abgestraft wurde. Und aus ihrer zweiten, als
sie im Wahlkampf von Franz Müntefering für politisch weniger Interessierte kaum
unterscheidbar war. Nun will sie irgendwie die Vorteile beider Merkels vereinen.
Die Leipziger Merkel ist in der
künftigen schwarz-gelben Gesundheitspolitik eindeutig wiederzuerkennen. Auch
wenn Details noch erarbeitet werden müssen, so steht das Bekenntnis zur
Kopfpauschale schon jetzt fest. Es ist dies die schwarz-gelbe Antwort auf die
finanzielle Hoffnungslosigkeit im Gesundheitssystem.
Eine freundliche Botschaft an die
Arbeitgeber, die nun - wie auch bei der Pflege - Planungssicherheit bekommen
sollen. Die Planungssicherheit der Arbeitnehmer besteht zunächst darin, dass
sie wissen, dass es teurer wird. Wie der geplante soziale Ausgleich über
Steuermittel die Lasten für die Geringverdiener allerdings verkraftbar machen
soll, bleibt ein Geheimnis, das eine Regierungskommission klären soll.
Dieses Vorgehen entspricht den Merkel´schen
Vorlieben nur zu genau, verschwindet sie doch mitunter gern eine Zeit lang am
Ort der politischen Versenkung, wo es sich mit derlei Fragen offenbar besser
leben lässt.
Die Gesundheit gehört wie die
Steuersenkungen zu jenen Themen, die sich zunächst zwar die FDP als politischen
Erfolg ans Revers heften darf. Merkel aber wird sie in den kommenden Jahren so
ausfüllen, dass es ihrer Wirtschafts-Klientel als ein Ur-Merkel´sches Projekt
erscheinen wird. Es ist dies ein Tribut an jenen Flügel, den sie so verärgert
hat in der schwarz-roten Periode. An die Anhänger, die sie in großer Zahl an
ihren gelben Koalitionspartner verloren hat.
Hier ist die Bundeskanzlerin Merkel
ganz die Parteivorsitzende. Sie weiß, dass sie - anders als Gerhard Schröder in
seiner Rest-Kanzlerzeit - ihre Partei zumindest auf mittlere Distanz im Ganzen
hinter sich wissen muss. Dass ihre Macht sonst endlich ist. Und sie nutzt diese
Koalition deshalb zugleich, um den Sozialflügel um CDU-Arbeiterführer Jürgen
Rüttgers zu befrieden. So jedenfalls sind die schwarz-gelben
Hartz-IV-Korrekturen zu verstehen, die ihre volle Wirkung vor allem in der
Symbolik entfalten. Die Erhöhung der Schonvermögen ist dabei so richtig wie
überfällig. Und sie fällt Merkel leichter als so manchem Sozialdemokraten.
An einem Ort übrigens war Merkel in den
vergangenen Tagen nicht zu finden. An dem der politischen Peinlichkeit nämlich,
an dem der Schattenhaushalt erst verkündet und dann wieder einkassiert wurde.
Der Makel dieses glücklosen Versuchs wird zwar an Schwarz-Gelb hängen bleiben,
wohl kaum aber an der Kanzlerin selbst.
Bei aller demonstrativen Harmonie
dürfte die Kanzlerin in den Koalitionsverhandlungen gefühlt haben, dass
Schwarz-Gelb kein natürliches Projekt mehr sein kann, da die erstarkte FDP
künftig ein aufmüpfigerer Partner sein muss.
Allerdings liegt Merkel auch nichts
ferner als ein "politisches Projekt". Sie hat sich in ihrer gesamten
Laufbahn als lernendes System erwiesen. Sie ahnt, dass Schwarz-Gelb ebenso erschütterbar
sein dürfte wie der internationale Finanzmarkt. Und sie ist überzeugt, dass
ihre eigene Beweglichkeit der Union die ideale Voraussetzung für Wahlsiege
verschaffen wird. Für die Parteivorsitzende Merkel war die Reise von Leipzig
zur politischen Mitte einst ein weiter Weg, die Kanzlerin fühlt sich inzwischen
an beiden Orten zu Hause. Rouven Schellenberger FR 24
SPD. Der Zeitgeist steht gegen sie
Berlin. Es hätte eine große Feier
werden können. Es hätten Filme und Bilder von früher gezeigt werden können.
Altvordere hätten schildern können, wie die SPD damals in Bad Godesberg den Weg
zur Volks- und sieben Jahre später zur Regierungspartei in der Bundesrepublik
Deutschland eingeschlagen habe. Es hätte ein wirklich rundes Jubiläum begangen
werden können, die Erinnerung an große Namen, große Ereignisse, große Tage. 13.
November bis 15. November 1959. Der Parteitag, den die SPD in diesem Jahr in
Dresden abhält, findet exakt fünfzig Jahre nach „Godesberg“ statt. Das Erbe ist
verzehrt.
Erst langsam beginnt die SPD zu
begreifen, welche Folgen ihr 23,0-Prozent-Ergebnis der Bundestagswahl in der
politischen Wirklichkeit nach sich zieht und noch weiter nach sich ziehen kann.
Der tumultuarische Verlauf einer SPD-“Basisveranstaltung“ in Thüringen - Gegenstand
war ein Aufstand gegen die Position des Landesvorstands, statt eines rot-roten
Bündnisses eine schwarz-rote Koalition anzustreben - hatte etwas
Sektiererisches an sich. In Thüringen wie auch im Saarland wandten sich die
Grünen von der SPD ab. Als Kanzlerkandidat hatte Steinmeier „Rückenwind“ nach
den Landtagswahlen in den beiden Bundesländern im August spüren wollen. Er
wurde zum Wirbelsturm.
Strategisches Dilemma
Die schwarz-grüne Koalition in Hamburg
und das im Saarland nun beabsichtigte Bündnis von CDU, FDP und Grünen
offenbaren ein strategisches Dilemma der SPD. Die koalitionspolitische
Neuausrichtung der Grünen hat in beiden Bundesländern nicht bloß mit der
Schwäche der SPD, sondern auch mit der Linkspartei zu tun. In Hamburg lehnte
die SPD ein Bündnis mit der Linkspartei ab. Im Saarland verweigerten sich die
Grünen. Mit weitreichenden Angeboten lockte die CDU, und so können die Grünen
die Wahlkampfforderung der SPD, „Weg mit den Studiengebühren“, im Saarland ohne
sie verwirklichen. Die Sozialdemokraten werden das nicht kritisieren können,
nicht einmal dann, wenn es demnächst auch in Nordrhein-Westfalen so kommen
sollte.
Vom Anf