WEBGIORNALE 28-29 Ottobre
2009
Una parola da chiarire. Integrazione non è sinonimo di assimilazione
Nell'ottobre 2008
la Fondazione Migrantes della Cei ha promosso il primo convegno su
"L'integrazione degli immigrati in Italia", durante il quale sono
state poste le basi per una riflessione approfondita sulle implicazioni del
termine "integrazione". A seguito di quell'incontro la settimana
scorsa sono stati avviati i lavori di un "Gruppo di studio
sull'integrazione" che lavorerà su due filoni, quello dell'integrazione
ecclesiale e quello dell'integrazione sociale degli immigrati in Italia.
Una partita urgente.
"La questione dell'integrazione - spiega padre Gianromano Gnesotto,
direttore dell'Ufficio nazionale per la pastorale degli immigrati in Italia
della Fondazione Migrantes - è all'ordine del giorno nelle agende politiche
degli Stati europei e comprende l'aspetto culturale, sociale, religioso. Si
tratta di percorsi fondamentali per la convivenza pacifica e costruttiva in
contesti che sono diventati multietnici, multiculturali e multireligiosi in
maniera irreversibile". Eppure, quando si cerca di dire cosa si intende
per "integrazione" - aggiunge il religioso - c'è "il fiato
corto, e le stesse scelte istituzionali lasciano sottotraccia questo aspetto
decisivo per il presente e il futuro dell'Italia. La partita che si sta
giocando, ciò che è urgente elaborare, non sono tanto le misure di contenimento
dell'immigrazione, ma quelle di inclusione e di incontro fruttuoso".
Gli obiettivi del
Gruppo di studio. "Ci stiamo impegnando a dire qualcosa di valido e
segnare con intelligenza percorsi praticabili sul terreno impervio
dell'integrazione", spiega padre Gnesotto. La Fondazione Migrantes, dopo
il convegno dell'ottobre 2008, ha pubblicato gli atti di quell'incontro che ha
coinvolto molti direttori nazionali della Cei: "Ora continuiamo ad
approfondire l'argomento anche dal punto di vista sociale con un Gruppo di
studio composto da 60 esperti provenienti dalle varie Regioni italiane,
impegnati concretamente con gli immigrati dal punto di vista giuridico,
pastorale, sociale e istituzionale". Al termine di questi incontri è
previsto un convegno nazionale. La parola "integrazione", prosegue
Gnesotto, "piace a pochi, perché richiama percorsi battuti prima di noi da
Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, con esiti non del tutto
soddisfacenti. Per non dire quando integrazione è sinonimo di
assimilazione".
"Quel che è
chiaro - aggiunge - è che si tratta di un percorso laborioso e progressivo che
privilegia la via del dialogo e dell'incontro, il reciproco rispetto e
l'apprezzamento delle rispettive diversità. Un percorso biunivoco che deve
vedere impegnati sia chi è accolto sia chi accoglie". In ambito
ecclesiale, spiega ancora il direttore per la pastorale degli immigrati della
Migrantes, il termine più "appropriato" da utilizzare potrebbe essere
"comunione", mentre in ambito sociale potrebbe essere
"inter-azione". "Portiamo con noi - aggiunge - una lunga
esperienza ecclesiale che mette in evidenza i legami profondi tra le esigenze
evangeliche della missione e l'impegno per la promozione delle persone e, di
conseguenza, per la costruzione di una società degna dell'uomo. Allo stesso
tempo ci rendiamo conto che siamo di fronte ad una sfida culturale
decisiva".
Una mappa dello
spirito. Citando il volume "I centri pastorali per gli immigrati cattolici
in Italia", a cura della Migrantes, padre Gnesotto sottolinea la
"ricchezza e l'impegno delle nostre diocesi e parrocchie. Ci si trova
davanti ad una sorta di mappa dello Spirito. Si tratta di una realtà in
continuo sviluppo e potenziamento. L'aspetto importante che va continuamente
riproposto è che la pastorale specifica per i cattolici stranieri deve sempre
più rientrare nel grande quadro della pastorale ordinaria delle diocesi e delle
parrocchie". "E lo stiamo facendo - assicura - con una rete capillare
che dal centro, con la Migrantes e con la Commissione episcopale per le
migrazioni, si estende in ogni Regione italiana con i vescovi incaricati
regionali, i direttori regionali e diocesani Migrantes, i coordinatori etnici
nazionali, i cappellani etnici e tanti laici che esercitano con impegno il
compito di guida e accompagnamento all'itinerario catecumenale e sacramentale.
Anche molti presbiteri, specie coloro che hanno fatto ritorno dalle missioni
all'estero, dedicano tempo ed energie per l'apostolato specifico a favore dei fratelli
e delle sorelle migranti". Padre Gnesotto ricorda infine l'iniziativa
intrapresa dal suo ufficio: un corso di formazione giuridica che sarà
arricchito dal manuale "Diritto delle migrazioni" di prossima
pubblicazione, rivolto al volontariato cattolico. L'iniziativa è volta
"alla crescita di una cultura giuridica della legalità, opportuna e
fondamentale, perché chi opera con i migranti non può prescindere da una buona
conoscenza della normativa" e rende concreta, conclude, "la necessità
di coniugare legalità e accoglienza, giustizia e solidarietà".
RAFFAELE IARIA,
sir
Non affondiamo la speranza”. A colloquio con Laura Boldrini (UNHCR)
Il provvedimento
italiano sui respingimenti fa discutere e rende il dibattito sempre più acceso.
A scendere in campo anche l’Unione europea, attraverso il commissario europeo
alla giustizia, Jacques Barrot, che ha annunciato un piano-pilota per il
diritto d’asilo. Intanto l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i
rifugiati cerca di portare aiuto e assistenza a quanti vivono questo dramma.
Luisa Boldrini ne è la portavoce per l’Italia". Ad intervistare la
Boldrini è Claudio Zerbetto, autore di questo articolo che sarà pubblicato
nell’edizione di ottobre del "Messaggero di sant’Antonio – edizione per
l’estero", mensile diretto da padre Luciano Segafreddo.
D. Possiamo fare
il punto sui movimenti migratori provenienti dal Sud del mondo, che tanto fanno
discutere in queste settimane?
R. Oggi siamo di
fronte a un cambio nella politica di gestione del flusso migratorio del
Mediterraneo. E questo mette in discussione alcuni punti fondamentali. Com’è
noto, gli arrivi via mare non rappresentano il cuore della questione
illegalità. Sulle coste italiane giungono soltanto il 10 o 15 per cento degli
irregolari che ci sono in Italia. Questo significa che la stragrande
maggioranza degli irregolari entra nel nostro Paese da altre direttrici.
D. Chi arriva via
mare?
R. Sono aumentati
in maniera consistente i richiedenti asilo. Lo scorso anno il 75 per cento di
chi è approdato sulle nostre coste ha fatto, poi, domanda di asilo. Sono
somali, eritrei, nigeriani, ivoriani: persone in cerca di un’esistenza
dignitosa. Circa il 50 per cento di essi ha ottenuto la protezione
internazionale.
D. C’è chi afferma
che l’Italia sia la nazione con la più alta concentrazione di rifugiati
politici…
R. Questo è un
mito da sfatare. In Italia ci sono 47 mila rifugiati, ma in Germania ce ne sono
600 mila, nel Regno Unito 300 mila e in Francia 150 mila. Quello che è
aumentato, è il numero dei richiedenti asilo nel nostro Paese. Erano 14 mila
nel 2007, sono passati a 31 mila nel 2008. E questo è dovuto, soprattutto, alla
situazione dei Paesi di provenienza, che non è migliorata.
D. Il recente
provvedimento sui respingimenti ha creato una serie di reazioni a livello
nazionale e internazionale, a cominciare dall’Unione europea. Qual è la sua
posizione?
R. L’Italia, per
anni, ha gestito i flussi migratori identificando le persone, dando loro la
possibilità di fare domanda d’asilo e consegnando a chi non aveva titolo un
decreto di respingimento. Dal mese di maggio, invece, è stato deciso che
chiunque tenti di arrivare in Italia via mare deve essere respinto indietro
indistintamente, a prescindere dalla condizione individuale. Per l’Alto commissariato
delle Nazioni unite per i rifugiati questo è un provvedimento che entra in
rotta di collisione con il diritto di asilo.
D. Cos’è cambiato
rispetto al passato?
R. In passato, chi
arrivava in Italia via mare veniva identificato, riceveva assistenza, aveva la
possibilità di essere informato sulla condizione di irregolare in cui si
trovava e poteva fare domanda di asilo. Oggi, con la nuova politica dei
respingimenti, ciò non avviene: tutti indietro indistintamente. Un
provvedimento collettivo, questo, che non rispetta i diritti individuali della
persona.
D. L’Italia ha
stipulato un accordo di collaborazione con la Libia per quanto riguarda
l’attività dei respingimenti. Qual è la situazione attuale?
R. Per noi è
particolarmente difficile sapere, a tutt’oggi, in quale centro di detenzione
vengono portate le persone rimandate indietro dalle motovedette. La Libia non
ha mai riconosciuto formalmente l’Unhcr come ufficio di rappresentanza nel
Paese, non ha una legge d’asilo e non ha ratificato la Convenzione di Ginevra.
Per noi è molto difficile offrire aiuto e assistenza a quanti vengono respinti:
abbiamo accesso a 4 o 5 centri vicini a Tripoli. Tutti gli altri ci sono
preclusi.
D. Lei ha
contestato più volte l’uso del termine "clandestino". Perché?
R. Siamo di fronte
a delle persone migranti. E come tali vanno trattate. Purtroppo, non tutti
hanno il privilegio di avere i documenti. I rifugiati spesso non li possiedono.
In Italia è facile diventare irregolari: in base alla legge Bossi-Fini, se un
immigrato perde il lavoro e non ne trova un altro entro sei mesi, diventa
irregolare. L’invito che noi facciamo agli operatori dell’informazione è di
usare un linguaggio preciso, perché diversa è la condizione di queste persone.
Il termine "clandestino" è un termine spregiativo, di cui si abusa.
Un conto è essere irregolare, altra cosa clandestino.
D. Il nostro Paese
potrebbe fare di più su questo fronte?
R. Occorre
lavorare sulla conoscenza reciproca e sulla convivenza civile. In Italia,
purtroppo, passa l’immagine negativa degli immigrati e dei rifugiati. Spesso
sono considerati soggetti pericolosi per la sicurezza. Ci sono immigrati che
delinquono, ma la stragrande maggioranza fa il proprio dovere, lavora e vive in
pace con tutti. Spesso, poi, si dimentica l’utilità sociale di queste persone,
il grande apporto culturale e il grande contributo offerto all’economia
italiana.
D. Papa Benedetto
XVI, nella recente enciclica Caritas in veritate, sottolinea l’importanza
dell’accoglienza dei fratelli immigrati, invitando tutti ad assisterli e a
favorirne l’integrazione. È un riconoscimento anche al vostro lavoro…
R. Assolutamente
sì. L’invito di Benedetto XVI fa riflettere sulla condizione degli immigrati ed
è uno stimolo ad andare oltre luoghi comuni e pregiudizi. È una posizione di
civiltà, oltre che spirituale. Noi ci auguriamo che questi messaggi siano
davvero ascoltati e messi in pratica da tutti. Spesso siamo tentati di cedere
ai pregiudizi e alle paure. Invece bisogna cercare di capire l’altro,
immedesimarsi nella sua difficile condizione e andargli incontro.
D. Come
raggiungere una maggiore solidarietà globale?
R. Il mondo oggi è
una casa comune. Quello che avviene lontano da noi, ci riguarda comunque. Non
si possono ridurre gli aiuti allo sviluppo, alla cooperazione, alle emergenze
umanitarie e poi chiudere i canali legali dell’emigrazione e dell’asilo.
Bisogna riconsiderare uno sfruttamento più equo delle risorse a livello
globale, rivedere i meccanismi economici di esclusione di tanti Paesi dai
mercati internazionali, rilanciare i negoziati di pace in quelle aree colpite
da devastanti conflitti civili.
D. Qualche
esempio?
R. In Somalia c’è
una guerra che dura da 20 anni. A Mogadiscio la situazione è disperata:
migliaia di persone scappano da inaudite atrocità e violenze. E poi ci
meravigliamo se i somali arrivano a Lampedusa o a Malta?
D. Cosa la
preoccupa di più in questo momento?
R. Oggi ci sono
troppi conflitti, focolai di guerre ancora accesi, pericolose tensioni e una
povertà diffusa. Esiste, poi, una minaccia ambientale che penalizza soprattutto
i più poveri, perché riduce le risorse disponibili sul pianeta. I responsabili
dei singoli Stati non possono rimanere ancorati a posizioni nazionalistiche.
Serve una visione globale, che guardi al futuro e al benessere delle nuove
generazioni. Occorre tentare di risolvere tante situazioni di povertà e di
sottosviluppo con aiuti concreti, impegnarsi per porre fine a tanta sofferenza
causata dalle guerre e dalla violazione dei diritti umani.
Claudio Zerbetto,
Messaggero di sant’Antonio per l’estero, ottobre
La Caritas sui barconi degli immigrati: non più rinviabile un intervento
“serio”
“Abbiamo appreso
con favore l’impegno del nostro Paese di aver permesso l’arrivo in Italia di un
barcone che per alcuni giorni vagava in mare in tempesta, scortato da una
petroliera italiana che in qualche modo ha dato prova di come il soccorso in
mare non sia una opzione ma un dovere di tutti a partire dalle forze navali dei
diversi Paesi che diversamente hanno dimostrato una sorte di disinteresse”.
Così Olivero Forti, responsabile del settore Caritas per l’Immigrazione, parla
al Sir del barcone pieno di immigrati – circa 300 – che per tre giorni ha
vagato in mare aperto. Ieri il barcone, soccorso da mezzi italiani, ha
raggiunto Pozzallo (Ragusa). Tra i migranti anche un morto. La situazione di
questi giorni – aggiunge Forti – “rimette sul piatto un problema che pone
all’attenzione dell’opinione pubblica la necessità di dare effettività ad un
diritto internazionale che impone a chiunque di intervenire tempestivamente per
i soggetti in difficoltà. Ancor di più la questione si fa urgente e va
affrontata in maniera seria affinché non ci si ritrovi tra qualche giorno o
settimana nelle stesse condizioni in cui qualcuno, pur sapendo quello che sta
succedendo non interviene sperando che lo facciano altri all’ultimo momento”.
“Questa volta –
aggiunge il responsabile Caritas per l’immigrazione in Italia - l’ha fatto
l’Italia” ma occorre “tentare un accordo in quest’area interessata da questi
flussi, che possa andare nell’interesse di persone che rischiano la morte per
raggiungere le coste europee sfidando, come è successo anche in questi giorni,
condizioni meteo proibitive e in cui rimandare il soccorso potrebbe causare la
morte”. Da qui la richiesta di un intervento “serio” che “non è più rinviabile
come quello del soccorso in mare di uomini, donne e bambini che si trovano in
evidente stato di difficoltà”. sir
Berlusconi non sarà al vertice Ue. Frattini conferma: "E' malato"
Il ministro degli
Esteri rappresenterà l'Italia al posto del premier a Bruxelles
"Allo stato i
medici gli impediscono di muoversi". Il Cavaliere avrebbe la scarlattina
ROMA - Il premier
Silvio Berlusconi non sarà a Bruxelles per il Consiglio europeo. A
rappresentare l'Italia giovedì e venerdì al vertice sarà il ministro degli
Esteri Franco Frattini. Lo ha riferito lo stesso Frattini a Lussemburgo
precisando che "allo stato i medici impediscono a Berlusconi di muoversi".
"Stamattina -
ha riferito il capo della Farnesina - ho sentito il presidente del Consiglio,
allo stato credo che i medici non gli consentiranno di muoversi".
"Dovrete accontentarvi di me", ha aggiunto scherzando con i
giornalisti.
Già da ieri si era
diffusa la notizia dell'indisposizione di Berlusconi, legata a una lieve forma
di scarlattina che gli sarebbe stata trasmessa da uno dei nipotini. Il premier
è pertanto ancora a Milano. Sebbene non sia stato detto ufficialmente, è
improbabile anche che domani Berlusconi si trasferisca a Roma per presiedere il
Consiglio dei ministri a Palazzo Chigi. CdS 27
Convention CCIE. Augusto Strianese è il nuovo Presidente di Assocamerestero
Salerno - Augusto
Strianese è il nuovo Presidente di Assocamerestero, l’associazione che
raggruppa le Camere di Commercio Italiane all’Estero. L’elezione è avvenuta
domenica 25 ottobre, al termine della seconda giornata di lavori della
Convention che vede riunite le CCIE a Salerno.
Classe 1939, nato
a Salerno, dove tuttora risiede, Strianese è laureato in Giurisprudenza. In
oltre 50 anni di lavoro, ha dato vita ad una pluralità di attività tra cui
quella industriale nel campo della prefabbricazione metallica, che si è imposta
grazie al continuo ricorso all’innovazione. Dal 1982 a tutt’oggi è componente
della Giunta Esecutiva di Confindustria Salerno.
Dal 1986 al 1990 è
stato Presidente dell’Associazione Industriali (ora Confindustria Salerno) e
Componente del Comitato Esecutivo di Federindustria Campania. Dal 1° marzo 2000
a tutt’oggi, è Presidente della Camera di Commercio Industria, Artigianato e
Agricoltura di Salerno ed ha contribuito a creare una sinergia istituzionale
che in pochi anni ha inciso sullo sviluppo e sulla realizzazione di alcuni
presupposti infrastrutturali di sistema.
Dal 2000 al 2006 è
stato Vicepresidente di Unioncamere, delegato all’Internazionalizzazione. Fino
a ieri era il Vice Presidente di Assocamerestero.
Dopo dieci anni al
vertice della Camera di Commercio di Salerno, Strianese assume quindi la carica
ricoperta dal 2006 da Edoardo Pollastri: "nel 2000 fui eletto Presidente
della Camera di Commercio di Salerno; sono un imprenditore dal 1960, quindi ho
un’esperienza di quarant’anni alle spalle", ha esordito il neo Presidente
che ha tracciato le linee guida del suo programma di lavoro sostenendo
l’importanza decisiva di puntare soprattutto sulle piccole e micro imprese di
cui l’Italia vanta esempi di grande eccellenza.
"Prima di
parlare del futuro desidero dare uno sguardo al passato. Voglio ringraziare il
Presidente Edoardo Pollastri per il lavoro svolto e per i lunghi anni di
collaborazione che ci ha permessi di lavorare insieme per lunghi anni e
crescere insieme e far crescere soprattutto il sistema. Un sistema – ha
sottolineato – che io oggi prendo in mano in condizioni davvero molto forti e
ottimali. La mia deformazione professionale mi porta all’impresa. Il core
business delle attività deve essere l’impresa e il successo dell’impresa, non
si tratta più di pensare alle imprese del territorio di Salerno ma, ovviamente,
alle imprese di tutto il territorio nazionale. È importante sottolineare che di
queste imprese, circa il 90% sono piccole anzi micro imprese. Anche se queste
piccole imprese rappresentano il 40-45 % del fatturato delle esportazioni italiane,
l’Italia non può rinunciare a questa importante percentuale. Il Sistema
Camerale Italiano deve, dunque, guardare con massima attenzione a queste
piccole realtà economiche".
Nelle parole del
neo-eletto Presidente di Assocamestero, un richiamo alla collaborazione con le
Istituzioni consolidate del nostro Paese. "Non dimentichiamo che in Italia
abbiamo un organismo governativo molto importante che è l’ICE (Istituto
Nazionale per il Commercio Estero) che si occupa soprattutto delle medie e
grandi imprese e del Made in Italy. Credo sia auspicabile rafforzare l’alleanza
tra il Sistema delle Camere di Commercio Italiane all’Estero e l’ICE,
nell’obiettivo di sostenere imprese di tipologie diverse". Guardando con
fiducia alla riprese dell’economia del nostro Paese, il Presidente ha
evidenziato come l’uscita dalla crisi passi necessariamente attraverso il
rilancio del "Made in Mezzogiorno". "L’Italia – ha detto in
proposito – non può più sopportare il peso di una parte del Paese. Noi dobbiamo
rimboccarci le maniche, lavorare di più e recuperare quello che non è stato
fatto. È interesse nostro, del Mezzogiorno, che questa parte del Paese cresca.
Se ancora oggi sul mercato del Mezzogiorno circa il 90% dei prodotti proviene
dal nord, penalizzando pesantemente il prodotto "Made in
Mezzogiorno", ciò è dovuto essenzialmente alla mancanza di una cultura
d’impresa che spinga l’imprenditore a investire prima di tutto sul proprio
territorio".
Oltre a Strianese,
il nuovo Consiglio insediatosi ieri è composto da altri 28 membri: alcuni in
rappresentanza delle CCIE, altri delle Camere di Commercio in Italia, altri
ancora delegati dalle istituzioni. Seguono i probi viri e il collegio dei
sindaci.
Strianese avrà
come Vicepresidente Leonardo Simonelli (CCIE Londra). Nel consiglio i rappresentanti
di area: Mercosur Edoardo Pollastri (San Paolo); Europa Marco Silvio Pizzi
(Madrid); Asia/Sud Africa Davide Cucino (Pechino); Centro America Giorgio
Trevisi (Caracas); Area Mediterranea Ronni Benatoff (Tel Aviv); Australia
Robert A. Berton LL. B (Adelaide); Area Nafta Paolo Torello Viera (New York).
Il rappresentante
dei Segretari Generali delle CCIE sarà Nicola Carè (Sydney); eletto
dall'Assemblea dei Presidenti delle CCIE, invece, Alessandro Stricca
(Budapest).
Ad essi si
aggiungono i rappresentanti del Sistema Camerale Italiano: Ferruccio Dardanello
(Unioncamere); Paolo Doglioni (Belluno); Lucio Dattola (Reggio Calabria); Carlo
Edoardo Valli (Monza e Brianza); Vasco Galgani (Firenze); Eliseo Zanasi
(Foggia); Antonio Paoletti (Trieste); Roberto Nardi (Livorno); Alessandro
Barberis (Torino).
Seguono i
Consiglieri indicati dalle Amministrazioni:Pietro Celi (Ministero Sviluppo
Economico); Giandomenico Magliano (Ministero Affari Esteri), ancora da nominare
il componente dell’ICE.
Il Collegio dei
sindaci è composto da Alberto Ravecca (Presidente), Giovanni Antonio Cocco e
Sandro Pettinato. Formano il Collegio dei Probiviri Marco Citterio, Francesco
Cordano e Giovanni Sardi de Letto. (aise)
Espatria dove ti porta il cuore: storie d’amore oltre il confine
Andare a lavorare
in un altro paese per migliorare la propria situazione economica o
professionale non sembra strano a nessuno. Perché dovrebbe esserlo invece
lasciare la terra natia per stare vicino a quella persona che ci pare speciale?
Le reticenze familiari, l’adattamento a una nuova cultura e le barriere
linguistiche, i problemi da superare… Tre storie di amore oltre
le frontiere.
Un giovane
francese scrive piccoli poemi in spagnolo a una ragazza colombiana
nell’appartamento che condividono per caso a Londra. «Nessun colombiano mi
aveva mai scritto qualcosa del genere», ricorda commossa Liliana Muñoz, da
Nimes. Oggi i due sono felicemente sposati con un bambino di appena tre anni
che danza in giro per la casa. Nell’ascoltarla si percepiscono ancora la
felicità delle sue parole, l’emozione nel ricordare quei primi momenti carichi
di incertezze e insicurezze, quei primi giorni nei quali ogni dettaglio
assumeva importanza per cercare di capire se l’altra persona provava le stesse
cose, le prime pennellate di un quadro ancora lontano
dall’essere terminato.
Rompere col
proprio passato - Avevano scelto Londra per migliorare il loro livello di
inglese, invece la casualità – o il destino, nel quale Liliana crede fermamente
– ha voluto che finissero nello stesso appartamento della City londinese. «Ad
aprirmi la porta fu nient’altro che un colpo di fulmine. Da quel giorno non ci
siamo quasi più separati», racconta Liliana. E la verità è che le cose non
furono affatto facili per loro. Lei era arrivata nel paese britannico lasciando
in Colombia il suo fidanzato, con cui stava da più di 8 anni. «Il mio ragazzo
che era rimasto in Colombia la prese molto male e volle venire a Londra per
cercare di riconquistarmi, io gli dissi al telefono che volevo stare con
un’altra persona e che non avrei più potuto rimanere con lui. Venne lo stesso,
ma quando lo vidi non sentii nulla».
Mi preoccupava
l’idea che per lui fosse solo una passeggera storia d’estate
Oggi Liliana
lavora nel settore della gioielleria e si sente perfettamente integrata nella
vita francese, per quanto ogni anno ritorni a Bogotá, la sua città natale, per
far visita alla sua famiglia e non perdere le sue radici. «Mi preoccupava
l’idea che per lui fosse solo una passeggera storia d’estate, ma quando mi
dimostrò che era veramente interessato a me, decisi di andarmene in Francia con
lui. Fu una sfida passare dall’avere tutto in Colombia all’iniziare da zero,
senza la mia famiglia – che mi appoggiò in ogni istante – senza amicizie, senza
avere alcuna conoscenza della lingua».
Da Kuala Lumpur
a Colonia - Un’altra storia simile quella di una malesiana e di un tedesco
che si conoscono in Australia e, dopo due anni di relazione a distanza, lei
lascia tutto per accompagnare l’amore della sua vita direttamente al paese del
Reno, Colonia. Mélanie studiava in Australia e si era iscritta per aiutare i
nuovi alunni che arrivavano alla sua Università, tra di loro c’era il suo
futuro ragazzo. «Credo che si rivolse a me perché il mio nome era l’unico che
gli pareva familiare, gli altri erano troppo esotici», commenta divertita. Lì
iniziò una relazione che dopo il ritorno di lui in Germania diventò complicata.
«Dopo due anni a distanza eravamo stanchi di volare ogni tre mesi per stare
insieme». Per questo, armandosi di coraggio, lei si lanciò nell’avventura
tedesca, una società molto diversa dalla sua. «I miei primi giorni furono
strani, una lingua nuova, cibo non piccante, portare le nostre borse
al supermercato…»
L’accoglienza non
avrebbe potuto essere migliore: la famiglia del suo ragazzo la accolse come una
figlia in più, il che tranquillizzò i suoi genitori che, nonostante la normale
tristezza per la sua partenza, condividevano la felicità della figlia.
Tutt’altra storia fu abituarsi al carattere dei tedeschi: «Sono una persona
molto estroversa, fu pesante rendersi conto del fatto che per i tedeschi non
era normale parlare con sconosciuti, mi sembrò qualcosa di molto freddo».
Tuttavia, la sua percezione sull’approccio distaccato dei tedeschi cambiò nel
corso del tempo. «mi aiutavano molto a comunicare in tedesco e, quando lo
appresi con scioltezza, iniziai a intrattenere conversazioni molto interessanti
sui treni con altri passeggeri». Già adattatasi alla sua nuova vita, Mélanie è
contenta della sua decisione: «Cambiare paese ha arricchito la mia vita».
Arrivederci in
Canada - Anna e Hans, rispettivamente statunitense e colombiano, presero una
decisione salomonica. nessuno dei due avrebbe seguito l’altro. «Scegliemmo
Montreal perché è una città aperta e bilingue», commenta Anna. «Le possibilità
di lavoro, la lingua e la vicinanza familiare fecero pendere la bilancia»,
conclude Hans, nonostante la Colombia non si trovi proprio
dietro l’angolo.
«A mia madre non
piaceva il fatto di non poterlo conoscere più a fondo, e mi impedivano di
andare in Colombia, data la sua fama di paese pericoloso»
Le loro strade si
incrociarono poco più di due anni fa, mentre lavoravano come animatori per un
campo intensivo di lingua francese, in Minnesota. Quando il campo terminò,
dovettero affrontare la dura realtà di un fidanzamento a distanza. «La prima
difficoltà fu la lingua: lui parlava spagnolo e io inglese, ma tuttavia
comunicavamo in francese. Per me all’inizio fu difficile, però andavo
migliorando poco a poco», racconta Anna tornando indietro con la memoria. E non
furono gli unici ostacoli. Alla famiglia di Anna costò digerire la relazione:
«A mia madre non piaceva il fatto di non poterlo conoscere più a fondo a causa
della distanza, e mi impedivano di andare in Colombia, data la sua fama di
paese pericoloso».
Dato tutto questo
questo, Montreal è diventata la cornice ideale per questa relazione. «È
meraviglioso scoprire un nuovo paese e una nuova cultura insieme, costruire il
nostro futuro. È come essere sempre in vacanza”, racconta Anna
con entusiasmo.
La casualità – o
il destino, come ama dire Liliana – volle che queste coppie si trovassero ad
affrontare una situazione sempre più comune anche se non esente dalle
difficoltà: innamorarsi di una persona che vive non in un’altra città o
regione, bensì in un altro paese e persino in un altro continente. Il villaggio
globale è una realtà. Il calo dei prezzi dei voli e il progresso delle
comunicazioni hanno favorito questa “globalizzazione dell’amore”. Magari molto
presto una delle domande ineludibili che faremo ainostri amici potrebbe essere
“di che paese è il tuo ragazzo?”.
di Álvaro Sánchez
Traduzione: Anna Lodeserto, Cafebabel
ROMA - “Sono
stati 12.500 i votanti alle primarie nella Circoscrizione estero, dei quali
oltre 2000 hanno votato utilizzando internet” informa il coordinatore
Pd/Italiani nel mondo Maurizio Chiocchietti. Che esprime tutta la sua
soddisfazione: “Una grande partecipazione anche tra gli italiani che vivono nel
mondo a significare che i nostri connazionali vogliono partecipare in prima
persona alla vita politica del Partito Democratico”.
“In Italia e nel
mondo – prosegue Chiocchetti - ha prevalso Bersani e a lui va il nostro più
sincero buon lavoro. Tutti gli italiani democratici che vivono all’estero
ne hanno apprezzato le qualità e la tenacia. Ora, con Bersani segretario del
Pd, costruiremo una alternativa al governo della destra che possa portarci, quando
arriverà il momento, al governo del Paese. Sappiamo anche che Bersani ha
a cuore le sorti dei connazionali che vivono nel mondo. Sappia – conclude
Chiocchetti - che noi lo sosterremo con convinzione”. (Inform)
Trionfo di Dario Franceschini in Germania e in Europa, ma non basta
Con lo scarso 50%
dei consensi, Dario Franceschini è risultato il piú eletto nei 30 seggi
istituiti in Europa. A Bersani è andato il 38% e a Marino il 12,4%.
Anche
l’emigrazione italiana in Europa ha partecipato alle Primarie del PD per
eleggere il futuro Segretario. Se in Italia a trionfare è stato Pier Luigi
Bersani, non così è stato in Europa e in Germania. Nei 30 seggi sono affluiti
3.844 votanti. Si ricorda che anche all’estero potevano votare, per uno dei tre
candidati, iscritti e simpatizzanti che avessero compiuto il 16° anno di etá.
Le preferenze
uscite dalle urne sono: Franceschini 1.905 = 49,56%; Bersani1.461 = 38,01 % ;
Marino478 = 12,43 %
Ancora più netta
la vittoria di Franceschini in Germania che ha ottenuto 1.223 preferenze contro
le 760 per Bersani e le 189 per Marino. Le sezioni in cui il Segretario uscente
ha conseguito il maggior numero di consensi sono state a Schwalbach 181 contro
gli 8 di Bersani e i 7 di Marino; a Stoccarda Centro 144 contro i 2 per Bersani
e i 2 per Marino e a Esslingen 118 contro 1 per Bersani e 0 per Marino.
La roccaforte di
Bersani è stata Amburgo con 110 preferenze. A Franceschini e a Marino ne sono
andate 3 a testa. Marino ha primeggiato solo a Monaco con 28 preferenze, contro
le 24 per Bersani e 16 per Franceschini. Tuttavia il dato politico complessivo
emerso dalle Primarie è di eleggere Pier Lugi Bersani a Segretario del PD.
Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)
Con i loro quasi
tre milioni di elettori, le primarie PD del 2009 hanno rappresentato per
l'Italia un grande momento di Democrazia. In Europa hanno partecipato circa
8.500 concittadini., nella nostra sottoripartizione, Europa 2 - Germania,
Belgio, Lussemburgo, Olanda, Regno Unito - si parla di 4.816 persone che hanno
raggiunto i nostri
seggi per esprimere un voto. Un risultato di rilievo, reso possibile dalla
presenza e dall'impegno dei tanti circoli del PD fioriti negli ultimi 3 anni.
In Europa ha vinto
senza mezzi termini la mozione Franceschini, superando di circa 10 punti
percentuali quella Bersani. I grandi Paesi dell'emigrazione Italiana, Germania,
Belgio, Svizzera hanno proposto un risultato profondamente diverso da quello
nazionale e lo hanno promosso in modo appassionato. E' segno evidente del
fatto che in
Europa esiste un'ampio e radicato gruppo dirigente e militante fatto di giovani
e meno giovani, persone che provengono dai due partiti che hanno fondato il PD,
come anche di molte persone nuove. Questo gruppo è maggioritario, crede in un
PD ampio e plurale e si è riconosciuto nella candidatura di Franceschini.
Da questo in
Europa si deve ripartire.
La candidatura di
Marino ha poi reso vivace il confronto nelle primarie caratterizzandosi in modo
particolare su temi e istanze che in Europa sono un dato di fatto acquisito e
che in Italia devono invece ancora essere conquistate. Il dibattito arricchito
da questi contenuti ha dato a molti giovani, soprattutto ricercatori ma non
solo, la spinta
necessaria ad accostarsi alla politica ed al PD. Crediamo che si debba partire
anche da questo e noi intendiamo impegnarci al tal fine insieme a tutti.
Avendo seguito il
lavoro di molti seggi possiamo dire che la stragrande maggioranza di questi
hanno operato con convinzione e proposto una splendida immagine del nostro
partito: un PD che vuole lavorare, che lo fa insieme, che rispetta le opinioni
di chi la pensa diversamente e che vuole guardare oltre per il bene della comunità.
Tutto ciò vale
anche per il PD Germania. Il confronto al quale abbiamo assistito e la nuova
consapevolezza, anche numerica, del partito è una ricchezza. Prendiamone atto:
riempiamo di contenuti i numeri delle primarie e restituiamo con ciò al nostro
Paese quella grande risorsa che la sua migrazione rappresenta. Allo stesso
tempo lavoriamo insieme perché il nostro paese ci riconosca e sostenga nella
nostra esperienza migratoria.
E' il 27 Ottobre
e, come ci era stato promesso, da ieri abbiamo il nuovo segretario. Pierluigi
Bersani sta lavorando alla propria squadra e a tenere unito il partito. E'
questo il grande successo che deve fungere da sprono per chiunque abbia creduto
alla mobilitazione delle Primarie. Anche noi ci siamo e faremo la nostra parte
Oggi siamo di più di ieri e siamo una squadra!
Daniela Di
Benedetto, Monaco di Baviera, Capolista mozione Franceschini-Europa 2
(de.it.press)
Amburgo la città tedesca con il maggior numero di voti per Bersani
Amburgo - Con 110
voti, Amburgo è stata la città tedesca in cui la lista "Uniti per
Bersani" ha raccolto il maggior numero di consensi nelle primarie svolte
ieri in Italia e nel Mondo che hanno decretato la vittoria dell’ex ministro
come successore di Franceschini alla Segreteria del Partito Democratico. Grande
soddisfazione è stata espressa dai segretari dei tre circoli PD della città, Matteo
Neri, Eligio Losito e Marina Mannarini: "siamo contenti che Bersani sia il
nuovo segretario del Partito Democratico. Siamo contenti anche del risultato di
Amburgo. Desideriamo ringraziare gli iscritti e i simpatizzanti che sono venuti
a votare nei due seggi che avevamo aperto in città. Ringraziamo gli scrutatori
che hanno lavorato 12 ore di fila. Grazie ai presidenti delle associazioni
italiane che ci hanno sostenuto mettendo a disposizione i loro locali, Emanuele
Padula, dell’Associazione Basilicata, e Pietro Trotta, del Club Castello
74".
"In queste
primarie – continuano i tre esponenti del PD – ha vinto non una mozione, ma
tutto il partito; lo testimoniano più di 3 milioni di elettrici ed elettori;
nessuno si aspettava una simile affluenza; è la prova che il PD è un partito
vitale, popolare. Da oggi inizia la grande rimonta nei confronti di Berlusconi
e della Lega. Auspichiamo che il PD recuperi l’unità e la compattezza
necessarie per affrontare le sfide future. In Germania vogliamo un partito ove non
esistano più steccati né veti incrociati; "un partito – come ha detto bene
Bersani – "senza padrone". La politica del muro contro muro non ci ha
portati da nessuna parte. Occorre adesso dialogo e rispetto reciproco fra tutte
le componenti del partito. Nessuno – concludono – si deve sentire escluso o
emarginato". (aise)
Radio Colonia. Bersani vince e rilancia. Le primarie del PD in Germania
È Pier Luigi
Bersani il nuovo leader del Pd - Nella sua prima giornata da segretario
generale del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani sfida Berlusconi:
"Con una nuova politica economica riporteremo il partito al governo"
Non perde tempo il
nuovo leader del Pd, che nel suo primo intervento dopo le elezioni ha
presentato la ricetta per rilanciare l'opposizione. Punto centrale del suo
programma sarà l'occupazione, soprattutto con la lotta alla precarietà. Secondo
il giornalista ed editorialista Curzio Maltese la politica economica è
sicuramente una delle carte più importanti in mano a Bersani. Davanti a sè, il
leader del PD ha però una vasta gamma di opzioni. Prima tra tutte, la questione
morale. La vasta partecipazione alle primarie, sostiene inoltre Maltese,
testimonia la forte voglia di cambiare da parte di un paese stanco di un
premier considerato inaffidabile.
Alle primarie di
domenica Bersani è stato eletto nuovo segretario generale del Pd con oltre il
50% dei voti. In Italia hanno votato circa 3 milioni di persone, in Germania
invece hanno partecipato alle primarie 2157. Ma in testa alle preferenze degli
italiani in Germania c'è Franceschini con il 57% dei voti, Bersani è solo
secondo, con il 35%, e ultimo è Marino con l'8%. Comunque soddisfatta dell'esito
delle elezioni è Laura Garavini, deputata Pd eletta in Germania, che aveva
sostenuto la candidatura di Bersani. La puoi sentire direttamente cliccando sul
seguente link:
Per ulteriori
approfondimenti puoi ascoltare l'intervista a Curzio Maltese
C'era la
possibilità del voto telematico, in internet. Ma soprattutto di andare a uno
dei 28 seggi allestiti domenica 25 ottobre 2009 in tutta la Germania per
consentire agli italiani legati al Partito Democratico di eleggere il nuovo
leader della sinistra moderata italiana. In un seggio di Berlino ha seguito il
voto anche Laura Garavini, parlamentare del Pd eletta nella Circoscrizione
estero, Europa. Il timore della deputata sul fatto che i recenti fatti di
cronaca scandalistica che hanno coinvolto Piero Marrazzo, governatore
dimissionario della Regione Lazio, Pd, potessero influire negativamente sulla
partecipazione al voto non sembrano confermati. Molto alta, infatti, è stata
l'affluenza in Italia, con code in tutti i seggi. Nessuna coda si è vista
invece in quelli di Berlino, dove però si è registrata una partecipazione
sentita e interessata. L'elettorato italo-tedesco è diviso sui tre candidati,
ma tutti sono d'accordo sul fatto che il Partito Democratico e la sinistra
europea, più che di leader, hanno bisogno di programmi ed idee nuove e
concrete.
Per ulteriori
dettagli sul voto a Berlino ascolta il servizio audio di Enzo Savignano
http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2009/091025_vorwahlenpd.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2009/091025_vorwahlenpd.mp3. (RC,
de.it.press)
Amburgo. Il 30 ottobre una partita di calcio “Italia-Germania” per salvare il
consolato
Amburgo – Il
Comitato “Salviamo il consolato di Amburgo” parteciperà il 30 ottobre ad
un’iniziativa sportiva organizzata nell’ambito degli eventi per il mantenimento
della sede consolare italiana in città.
Si tratta di una
partita di calcio tra la squadra del Comitato e la tedesca “Hamburgischen
Bürgerscahftskicker” – squadra del parlamento amburghese -, in programma alle
ore 18 presso il campo sportivo della polizia nel parco di Sternschanze, ad
Amburgo. Il Comitato invita ad assistere all’incontro “Italia-Germania” tutti
gli amanti del calcio e coloro che si oppongono all’ipotesi di chiusura del
consolato. (Inform)
PD-Svizzera. Grazie a Franceschini, auguri a Bersani
Il Partito
democratico in Svizzera ringrazia le elettrici e gli elettori, che numerosi
hanno partecipato alle elezioni primarie per l’elezione del Segretario
nazionale e dei rappresentanti all’Assemblea nazionale. I numerosi dirigenti,
gli attivisti e gli iscritti assieme ai simpatizzanti hanno creato le
condizioni per ampliare la partecipazione elettorale, che alla chiusura delle
urne ci consegna un partito più forte e presente in tutta la Confederazione.
Esprimiamo i più
vivi e sinceri auguri di successo e di buon lavoro al nostro Segretario
nazionale Pierlugi Bersani al quale garantiamo tutto il nostro sostegno e il
nostro impegno politico, continuando a mettere in campo tutte le nostre storie
di donne e uomini residenti all’estero, la nostra passione che nel nuovo
Partito potranno diventare bagaglio culturale e politico per rinnovare il
destino dell’Italia, che vogliamo più democratica e attenta al bene comune.
Ringraziamo il
segretario uscente, Dario Franceschini per l’impegno ed il lavoro svolto in condizioni
difficili negli ultimi otto mesi. Parimenti ringraziamo il Senatore Ignazio
Marino per aver arricchito di contenuti e di passione il dibattito congressuale
portando nuova linfa al Partito democratico. PD-Svizzera.
Primarie PD in Belgio. A Bruxelles vince Bersani, negli altri seggi
Franceschini
Mentre i 15 seggi
allestiti in Belgio fanno registrare la vittoria di Franceschini
(566 voti, 44,7%)
contro Bersani (518 voti, 40,9%) e Marino (182 voti, 14,3%),
i tre seggi di
Bruxelles fanno i conti con i 628 voti espressi nella regionecapitale,
a fronte dei 1266
di tutto il Paese. Secondo i dati definitivi raccolti nei
tre seggi di
Bruxelles, Bersani si ferma al 48,7%, Marino arriva secondo con il
26,33% e
Franceschini raggiunge il 24,8%.
“In tempi difficili
per il Pd – commenta il segretario di circolo Davide Pernice –
nessuno di noi si
aspettava che la risposta degli elettori fosse tanto
significativa”. In
base ai dati, infatti, “la comunità italiana di Bruxelles reagisce
con una
partecipazione che nulla ha da invidiare alle primarie del 2007,
quando i seggi a
Bruxelles erano più del doppio”. Per il segretario dei
democratici di
Bruxelles “le primarie di Bruxelles dimostrano che anche negli
ambiti del
consenso più largo, quello degli elettori del Pd, nessuno dei
candidati gode
della fiducia assoluta, anzi il quadro è molto più aperto di
quanto non sia in
Italia rispetto al dato nazionale”.
“Insomma –
conclude Pernice – chi si ostina a dire che, per fare politica, un
circolo deve
votarsi interamente a una scelta di mozione dovrà ricredersi:
nella capitale
belga nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta,
malgrado le
energie e le risorse messe in campo da Bruxelles nelle liste dei
candidati
all’assemblea nazionale delle tre mozioni”. Per il segretario di
Bruxelles “è la
prova del fatto che chi pensa di schiacciare la comunità italiana
di Bruxelles su
un’unica identità, sia essa dell’emigrazione storica o dei
cosiddetti
‘cervelli in fuga’, è votato a costruire un partito di minoranza, più
piccolo di quanto
potrebbe essere un Pd che si fa carico delle domande e
delle aspettative
delle sue comunità più vaste”. PD-Bruxelles, De.it.press
Chiude oggi la Convention delle Camere di Commercio Italiane all’estero
Il ruolo delle
istituzioni nelle sfide del mercato globale. A confronto aziende e istituzioni
- Interventi del presidente Ice Umberto Vattani e del sottosegretario agli
Esteri Vincenzo Scotti
SALERNO - La
mattinata della giornata pubblica della XVIII Convention mondiale delle Canmere
di Commercio (CCIE) in svolgimento dal 24 e fino al 28 ottobre si è conclusa
con la sessione di lavoro dal titolo “Le domande delle imprese ed il ruolo
delle istituzioni nelle sfide del mercato globale” Ovvero: le nuove sfide poste
alle imprese dal mercato a seguito della crisi internazionale riportano al
ruolo determinante che le istituzioni nazionali, locali e i soggetti del
territorio devono garantire alle singole imprese attraverso politiche adeguate
che rivolgano una particolare attenzione alle PMI. E’ su questo filo
conduttore che si è animato il dibattito.
Umberto Vattani, presidente Ice, ha ribadito
l’impegno e il sostegno alle imprese. Infatti l’Ice rivolge da tempo la propria
attenzione alle aziende italiane interessate ad insediarsi in nuovi territori,
promuovendo incontri B2b: “Vorrei prima di tutto ringraziare il presidente
Pollastri e il presidente Augusto Strianese per questo invito. Di fronte alla
crisi attuale la riflessione non può non partire da un confronto tra noi
dell’Ice, le Camere di Commercio e il Sistema delle banche.
L’obiettivo tra noi e le Camere di Commercio
è quello di individuare i settori nei quali il rendimento è maggiore e dove c’è
più bisogno di un’azione congiunta, per mettere in piedi progettualità da
presentare al sistema bancario che deve cominciare ad essere più aperto nei
confronti delle imprese. Sinergia è la parola che corrisponde alle esigenze di
tutti”.
Enzo Scotti, sottosegretario agli Affari
Esteri ha sottolineato che “il sostegno al sistema italiano all’estero è il
risultato di una azione molto articolata che chiama in causa molti
soggetti che devono essere capaci di giocare in squadra”. I problemi, quindi,
in questo momento di crisi, non sono solo quelli commerciali : la crisi da
spunti di riflessione. Secondo il sottosegretario “necessari sono gli accordi
tra chi gestisce le relazioni estere del nostro Paese e chi si occupa, giorno
dopo giorno del sistema produttivo italiano nei mercati globali. E’
dall’insieme dell’azione, concertata ed organizzata della diplomazia,
della politica estera italiana, del sistema delle camere di Commercio, degli
imprenditori, delle università, delle banche che si raggiunge un determinato
obiettivo”. Il sottosegretario Enzo Scotti ha sottolineato, poi, l’importanza
della coesione perché in questo momento, nel contesto mondiale, il
problema di un Paese diviene il problema di tutti. L’Italia lavora bene in
questa direzione, dimostrazione ne sono il G8, il G20. E’ La capacità che
i Paesi industriali hanno avuto in questi importanti contesti di fronteggiare
in modo coordinato gli effetti disastrosi della crisi e di intervenire
con posizioni di coordinamento che si deve veicolare l’azione, dal contenimento
della crisi alla ripresa e allo sviluppo. “Le due grandi sfide sul settore
dell’integrazione sono partite: America Latina e Mediterraneo.
Dobbiamo lavorare su questa strada per un futuro più fruttuoso”.
Il dibattito era stato aperto da Luca
Rosamilia, responsabile Commerciale Water Consulting Srl, ha aperto il dibattito
presentando la sua azienda nata nel ‘96, specializzata nel trattamento delle
acque, esclusivista su molti prodotti. “Abbiamo la possibilità di
intraprendere, e lo stiamo già facendo, un interessante percorso
nell’internazionalizzazione con il supporto delle CCIE ed delle aziende
speciali- Promo Firenze e Vicenza qualità – che hanno permesso di valutare la
strada migliore da intraprendere per organizzare una missione imprenditoriale
in India conclusasi un mese fa. Abbiamo così avuto la possibilità di incontrare
venti aziende molto importanti in modo da avere un quadro più chiaro dei
possibili scenari futuri. L’internazionalizzazione, per un’azienda come la
nostra, rappresenta una sfida, un momento di crescita che, con l’aiuto delle
CCIE ci consente più facilmente di entrare nei mercati esteri. Importante è un
affiancamento continuo tra le parti, sviluppare un mercato all’estero, un
mercato solido. Inizio di un nuovo percorso ”.
Intervenuto Giuseppe Castagna, responsabile
Corporate Relationship Management Banca Intesa : “Forse le banche non stanno
facendo abbastanza per il rilancio delle imprese sul mercato italiano, in
questo delicatissimo momento in cui anche il modello insurcing deve essere
rivalutato. La risposta che gli istituti di credito intendono dare a tutte
quelle aziende che vogliono resistere sul mercato (e che rappresentano il
54% delle medie imprese italiane) è un adeguato supporto attraverso importanti
sostegni finanziari”.
Giancarlo Lanna, presidente Simest,
finanziaria di sviluppo e promozione delle imprese italiane all’estero ha
detto: “Partirei dall’accordo sottoscritto con il Presidente Pollastri, cioè
creare una sinergia tra la nostra Azienda e le CCIE, nel
convincimento che le stesse continuano a rappresentare un tassello importante
di questo mosaico di soggetti che si muovono sul piano
dell’internazionalizzazione a sostegno del Made in Italy nel mondo. Questo
accordo ha dato i suo frutti con la valorizzazione dei nostri prodotti e
l’apertura di una serie di canali preferenziali che rappresentano per noi un
sostanziale aiuto e un elemento importante per continuare una politica di
espansione”. In questo scenario le risorse ci sono. Secondo il presidente
Simest: “va qualificata la spesa attraverso un sistema che consenta alle imprese
di andare ad operare sui mercati internazionali” .Pensiero condiviso da Edoardo
Imperiale,direttore generale Città della Scienza “Questo significa andare a
creare delle reti di cooperazioni, azioni congiunte sviluppate nel medio-lungo
periodo”. Le strutture finanziarie sono un punto cardine in tutto questo
panorama. Tra le leve di competitività bisogna puntare essenzialmente su
determinati settori strategici come quello tecnologico.
La conclusione del
dibattito ha coinciso con le conclusioni della mattinata tenute da Adolfo Urso,
vice ministro allo Sviluppo Economico. (Inform)
Usa, piano shock per la pandemia. "Niente cure ad anziani e
disabili"
Lo rivela il New
York Times. È già polemica sulla selezione dei pazienti da salvare
in caso di
razionamento forzoso delle prestazioni sanitarie d'emergenza
dal nostro
corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK - Barack
Obama ha già decretato da sabato l'emergenza sanitaria nazionale, l'influenza A
colpisce ormai 46 Stati Usa con milioni di pazienti contagiati, 20.000 casi
ricoverati, mille morti. E gli approvvigionamenti di vaccini stentano a tener
dietro alla domanda. In questo contesto il New York Times rivela un retroscena
che fa rabbrividire. In molti Stati le autorità sanitarie si stanno preparando
all'eventualità più tragica: il razionamento forzoso delle cure. In vista di
uno scenario estremo, simile all'epidemia dell'influenza spagnola nel 1918,
bisogna avere pronti i criteri e le regole per una selezione crudele, la
decisione su chi va salvato e chi sarà abbandonato al suo destino. Perché se il
contagio oltrepassa una certa soglia, le strutture sanitarie esploderanno e i
reparti di rianimazione dovranno per forza fare delle scelte.
Le linee-guida per
questa terribile discriminazione ora vengono alla luce. Quattro categorie di
pazienti saranno le prime a essere sacrificate: i "Do Not
Resuscitate", come vengono chiamati coloro che hanno dato disposizione nel
testamento biologico di volersi sottrarre a ogni accanimento terapeutico; gli
anziani; i pazienti in dialisi; infine quelli con severe patologie
neurologiche. In questi casi - se l'epidemia supera una soglia di guardia - le
autorità sanitarie potranno "negare il ricovero nelle strutture
ospedaliere, o negare l'uso dei respiratori artificiali", secondo quanto
rivela il New York Times. Lo Stato dello Utah inoltre ha stabilito una tabella
di marcia precisa: questo tipo di razionamento e di rifiuto delle cure partirà
anzitutto dagli ospizi per anziani non-autosufficienti, dai penitenziari e
dagli istituti per disabili, fino a estendere gli stessi criteri selettivi alla
totalità della popolazione.
È una terrificante
logica darwiniana, di selezione dei più forti, o dei più adatti a sopravvivere.
Ma è inevitabile, sostengono i responsabili delle task-force anti-influenza,
perché in uno "scenario 1918" sarebbe ipocrita fare finta di poter
curare tutti.
Lo Stato di New
York ha codificato queste regole estreme, che sono accessibili al pubblico, e
corredate da 90 pagine di commenti raccolti dallo Health Department.
"Triage", ovvero "smistamento", è la parola-chiave che
affiora in mezzo a quel documento, la foglia di fico che nel gergo tecnico sta
per razionamento. Mary Buckley-Davis, una specialista di rianimazione con 30
anni di esperienza alle spalle, ha denunciato pubblicamente alle autorità
sanitarie quelle regole. "Ci saranno sommosse per le vie di New York -
scrive la Buckley-Davis - non appena si viene a sapere che gli ospedali
staccano la maschera respiratoria ad alcuni pazienti. Non c'è campagna di
comunicazione che possa fare accettare alle famiglie la decisione di cessare le
cure ai loro cari". Le autorità statali si difendono spiegando che il
peggio è lasciare queste scelte - inevitabili - all'improvvisazione del
personale sanitario travolto da un'emergenza. Sarebbe ingiusto, oltre che
inefficiente. "La prospettiva cambia - spiega la dottoressa Ann Knebel del
Department of Health - se anziché pensare al paziente individuale si guarda
alla comunità degli ammalati".
La Knebel porta il
titolo di ammiraglio, perché proviene dai servizi medici delle Forze armate.
Non a caso. I piani di razionamento infatti sono stati studiati e sperimentati
inizialmente proprio sul fronte di guerra, dove gli ufficiali medici possono
essere costretti a scelte crudeli: chi curare per primo quando i mezzi
scarseggiano. E le direttive che ora vengono rispolverate per l'influenza A
hanno avuto il loro battesimo dopo l'11 settembre: per uno scenario di attacco
terroristico con armi biologiche o nucleari, e una strage a Manhattan. LR 26
Iraq. I pericoli del fronte dimenticato
Il mostruoso
duplice attentato che ieri a Baghdad ha causato oltre 130 morti e 500 feriti
può essere interpretato attraverso due chiavi di lettura complementari.
Un’interpretazione
è più concentrata sulle dinamiche interne irachene, l’altra più attenta al dato
regionale. Dal punto di vista interno, occorre sottolineare che a Baghdad la
sicurezza è così peggiorata da arrivare vicino all’ordinaria contabilità del
terrore precedente il «surge» del generale Petraeus. La tensione tra sciiti e
sunniti è ormai oltre il livello di guardia, con sparizioni, omicidi e «piccoli
attentati» pressoché quotidiani. Il governo di Al Maliki resta in una
condizione di debolezza estrema e la prossimità della scadenza elettorale
spinge tutti i suoi oppositori a impiegare qualunque mezzo per fare sì che
l’appuntamento per le elezioni parlamentari (il 16 gennaio) coincida con il
licenziamento di Al Maliki.
Significativamente
l’attentato di ieri ha preceduto di poche ore un importante incontro tra i
diversi leader iracheni, che avrebbe dovuto arrivare a un accordo in extremis
sulla riforma elettorale, scongiurando così il pericolo di un rinvio delle
elezioni. La cronica litigiosità dei protagonisti del circuito politico
ufficiale del Paese offre infatti enorme spazio di manovra sia agli
irriducibili saddamisti sia, soprattutto, alle cellule di Al Qaeda, che si sono
andate riorganizzando in seguito alla sostanziale diminuzione della pressione
militare americana in Iraq, che non è stata compensata da un miglioramento
delle capacità di intelligence e difensive del nuovo Stato iracheno. A quasi
sette anni dall'invasione che portò al crollo del regime di Saddam Hussein,
nonostante lo sforzo militare profuso e a prescindere dalle somme promesse e
(talvolta) elargite per rimettere in piedi le istituzioni irachene, la
situazione resta ampiamente insoddisfacente.
Se allarghiamo lo
sguardo all'intera regione mediorientale, poi, è impossibile non constatare
come nessuna delle crisi che si sono aperte o aggravate in conseguenza dell’11
settembre 2001 è stata avviata a soluzione. La strage di ieri ha costretto
tutti a tornare a interrogarsi sul futuro dell’Iraq; ma le notizie che
quotidianamente giungono dall’Afghanistan non sono certo più incoraggianti, con
la prospettiva di un ballottaggio presidenziale che paralizzerà ulteriormente
il già diviso esecutivo afghano, a meno che un’improbabile governo di unità
nazionale non riesca a scongiurarlo.
Anche a causa del
protrarsi del conflitto afghano, la situazione pachistana rimane senza grandi
prospettive positive di evoluzione e non pare neppure che la trattativa sul
nucleare iraniano registri significativi progressi. In sostanza, mentre i nuovi
fronti di tensione si moltiplicano, non si riesce a chiuderne nessuno di quelli
aperti da più tempo. La crisi politico-istituzionale in Libano continua a
peggiorare pericolosamente, e persino le modalità con cui si cerca di
tamponarla (si pensi al relativo disallineamento del maronita Michel Aoun
rispetto agli alleati sciiti di Hezbollah) potrebbe finire col surriscaldare il
clima politico. A Gaza, infine, non sembra proprio che la presa di Hamas sulla
stremata popolazione palestinese (ma chi ne parla più?) si stia allentando.
Il paradosso è che
gli Stati Uniti non sono mai stati così pesantemente e direttamente presenti in
Medio Oriente come negli ultimi nove anni, eppure non sono mai apparsi così
lontani dall'assicurare una stabilità soddisfacente all’intera area. Era assai
maggiore la capacità americana di condizionare l’ordine mediorientale quando
questa era esercitata off shore - politicamente e militarmente, attraverso gli
inviati speciali e le portaerei stazionate nel Mediterraneo, nel Golfo Persico
e nell’Oceano Indiano - di quanto non sia oggi, che si può avvalere di
divisioni corazzate e proconsoli. Se l’intervento politico-militare diretto non
ha portato i frutti che gli Usa speravano, è però evidente che tornare
semplicemente alla situazione precedente, ritirandosi dall’intero scacchiere, è
di fatto impossibile. Allo stesso tempo l’America non può permettersi (e
neppure l’Europa, per la verità) di abbandonare l’Afghanistan al suo destino,
di lasciare che l’Iran raggiunga lo status di grande potenza regionale «in
cambio di niente», o che l’Iraq precipiti in una situazione tipo Libano 1980.
L'equazione «ritiro dall’Iraq e maggior coinvolgimento in Afghanistan», così
elegantemente sostenuta da Barack Obama durante la campagna elettorale,
efficace anche per la sua semplicità, potrebbe risultare semplicistica, così da
costringere le teste d’uovo dell'amministrazione democratica a concepire una
nuova vision americana per il Medio Oriente: diversa e, auspicabilmente, più
efficace di quella partorita dai neocons di George W. Bush, ma non per questo
meno articolata e meno ambiziosa. VITTORIO EMANUELE PARSI LS 26
Un autunno difficile. Il morso della crisi, lo scadimento dei valori
Ci attendavamo un
autunno difficile per la prevista difficoltà della situazione economica, il
duro morso della crisi occupazionale e l’allargarsi del divario sociale e
territoriale segnati da una crescente quota di disuguaglianza e da un aumento
significativo delle fasce di povertà.
Sapevamo che
sarebbe accaduto, e avevamo auspicato che una prima risposta potesse venire da
un nuovo ordine mondiale che restituisse trasparenza e vigore alla finanza
globale in termini di regole e controlli, ma avevamo anche richiamato
l’esigenza di dare risposte concrete, tangibili, ciascuno in casa propria. Per l’Italia
si tratta di affrontare i capitoli chiave di un libro mai completato che si
chiamano produttività, investimenti, riforme dell’età effettiva di
pensionamento e così via.Purtroppo, è amaro constatarlo, a fronte di tutto ciò,
dopo una fase in cui si è tenuta ben salda la rotta della finanza pubblica
rispettando i nostri noti vincoli senza rinunciare a finanziare gli
ammortizzatori sociali, si è fatto poco e niente, e lo dimostrano peraltro
anche le gravi tensioni che sembrano attraversare il governo e i suoi ministri
proprio sui temi della politica economica e delle tante riforme da varare e
finanziare.
Quello che, però,
mi preoccupa maggiormente è che alla prevista, difficile, situazione economica
si aggiungono manifestazioni di un diffuso scadimento dei valori e una
debolezza delle istituzioni che rischiano, insieme, di rendere davvero
difficile padroneggiare la situazione. Certo, è bene ricordarlo, c’è il
presidio forte, saldo e autorevole del Quirinale che esprime la sintesi più
alta e concreta dell’unità della Nazione e rappresenta, quindi, una garanzia
per tutti. Occorre, però, che l’azione di governo recuperi in fretta incisività
e prontezza esecutiva, non si lasci appannare dalle solite diatribe italiane,
dimostri con i fatti di volere onorare l’impegno assunto con i suoi elettori a
fare le cose di cui questo Paese ha vitale bisogno da tempo e che appaiono
ormai urgentissime.
Guai, se lo
scadimento diffuso dei valori si incrocia con la debolezza delle istituzioni e
determina l’immobilismo. L’azione riformatrice è, a questo punto, obbligatoria.
Si deve sentire nei fatti, si deve tradurre in atti concreti. L’attuale
coalizione di governo si è impegnata più volte a cambiare, a decidere, a
intervenire. La delicatezza del momento e l’urgenza della crisi non consentono
più di continuare a promettere, obbligano a passare dalle parole ai fatti.
CARLO AZEGLIO CIAMPI IM 26
Come coniugare rigore e crescita. Due linee a confronto
Il governo è in un
vicolo cieco. Col trascorrere delle settimane è evidente che la scelta del
ministro dell’Economia di attendere che passi la tempesta, nonostante il
deficit sia cresciuto meno che altrove, non riesce a far fronte alla caduta dei
consumi e all'aumento della disoccupazione. Non solo. Senza riforme, il giorno
in cui la crisi finirà riprenderemo a crescere dell’1% l’anno: la
disoccupazione rimarrà elevata per oltre un decennio.
Ma non appena la
posizione di Giulio Tremonti è apparsa indebolirsi, si è fatto avanti il
«partito della spesa». Il gettito dello scudo fiscale è stato speso più volte,
prima ancora che sia rientrato un solo euro. Gli emendamenti alla Finanziaria
presentati per il Pdl dal senatore Mario Baldassarri aumenterebbero
significativamente il deficit. I 37 miliardi di minori tasse e maggiori spese
in infrastrutture che egli propone sono perlopiù finanziati da tagli agli
acquisti delle pubbliche amministrazioni. Vi è certamente molta spesa pubblica
inefficiente, ma chiunque abbia osservato, per esempio, le condizioni in cui
versano i nostri edifici scolastici converrà che questa copertura è non più che
una speranza.
Giulio Tremonti fa
bene a resistere al partito della spesa ma, poiché non riesce ad arginare la
caduta del reddito, il debito cresce comunque: era sceso al 104% del Pil,
tornerà al 118 fra un anno. A questo punto serve una svolta. Occorre capire che
per mantenere stabile il debito, il rigore finanziario deve essere coniugato
con politiche che accelerino la crescita.
La pressione
fiscale, che all’inizio del decennio era scesa verso il 40%, è tornata sopra il
43: la riduzione delle tasse sul lavoro e sulle imprese è quindi la prima
condizione. Ma poiché il nostro debito è quasi il doppio di quello tedesco, non
ci possiamo permettere di seguire la signora Merkel e semplicemente tagliare le
tasse. Interventi come l’eliminazione dell’Irap debbono essere parte di un
pacchetto di misure che ne compensino (in tempi brevi) le conseguenze sul
deficit e soprattutto ne amplifichino gli effetti sulla crescita.
Tra le molte cose
che si potrebbero fare: accelerare l’aumento dell'età della pensione
ripristinando lo spirito delle norme Maroni cancellate dal governo Prodi;
pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese private. Si
stima ammontino a 60 miliardi, un aiuto che vale quasi il doppio della
eliminazione dell’Irap (e senza effetti sul debito, poiché sono spese già
contabilizzate). Allineare la tassazione delle rendite finanziarie a quanto si
fa in Europa. Avvicinare le tasse ai cittadini, cioè diminuire le imposte
destinate allo Stato e sostituirle con tasse locali che hanno un enorme
vantaggio: i cittadini possono prima decidere come destinarle e poi controllare
la qualità dei servizi forniti. Due esempi. Ripristinare l’Ici al di sopra di
un reddito minimo e rimuovere il vincolo di legge sulle tasse universitarie
consentendo agli atenei di modularle sul reddito familiare, con borse di studio
per i meno abbienti. Si chiama federalismo fiscale? Bene, allora cominciamo ad
attuarlo subito.
Queste misure,
accompagnate da qualche liberalizzazione (ad esempio l’apertura dei servizi
pubblici locali) e dalle riforme sul pubblico impiego del ministro Renato
Brunetta, accelererebbero la crescita e forse consentirebbero a Silvio
Berlusconi di adottare, entro fine legislatura, le tre aliquote che ha promesso
agli italiani.
Francesco Gavazzi
CdS 27
Pd, Bersani è il nuovo segretario. "Siamo un partito senza
padrone"
Confermato l'esito
dei congressi. "Con Dario e Ignazio lavoreremo assieme" - Nel suo
progetto un partito "popolare", fortemente radicato nel territorio,
la fine della vocazione maggioritaria. E una nuova politica delle alleanze - di
MATTEO TONELLI
ROMA - Nessun
tempo supplementare. Le primarie lasciano sul campo un verdetto inequivocabile:
Pierluigi Bersani è il nuovo segretario del Pd. E' lo stesso Dario
Franceschini, quando non sono stati ancora diffusi i dati ufficiali, a
riconoscere la vittoria dello sfidante. Una vittoria che conferma il verdetto
degli iscritti ("Non sono marziani", commenta D'Alema") e che
vede l'ex ministro dell'Economia assumersi la guida del più grande partito
d'opposizione. Con un vantaggio in più: non essere solo il segretario degli
iscritti. Ma aver saputo mietere consensi anche tra i semplici simpatizzanti
del Pd.
"Farò il
leader a modo mio. Sarà partito senza padroni, non di un uomo solo, ma un
collettivo di protagonisti. E sarà un partito dell'alternativa". Così dice
il nuovo leader a giochi fatti. Senza enfasi, come nel suo stile. Aggiungendo
(e riconfermando) la sua volontà di aprire "una linea di collaborazione
con tutte le opposizioni" e spendendo parole di unità sul futuro:
"Con Dario e Ignazio lavoreremo assieme. Sono orgoglioso per i tre milioni
di elettori a queste primarie".
Sono quasi le 22
quando il responsabile dell'organizzazione Miglivacca comincia a snocciolare i
dati nella sede del Pd a Roma. Lo fa con cautela, sottolineando come
l'affluenza, sopra le previsioni, abbia rallentato la macchina organizzativa. I
numeri, però, non lasciano spazio al dubbio. E' stato un successo: "Hanno
votato più di 2 milioni e mezzo di persone" dice Migliavacca. Che
minimizza le voci che rilanciano un calo dei votati nel Lazio, legato
all'effetto Marrazzo. "Non ci risulta, anzi, Lazio, Lombardia ed Emilia
Romagna sono le regioni in cui si è votato di più". Per i dati ufficiali
bisognerà attendere ancora. "Ci sono ritardi, ci vediamo verso
mezzanotte" taglia corto Migliavacca. Le indiscrezioni, però, si
rincorrono. Come quella che parla di un buon risultato di Marino e di un
Bersani sopra il 50%. Sul sito di Repubblica, i primi dati da Puglia, Emilia
confermano il successo dell'ex ministro dell'Economia. E dal suo quartier
generale arriva la conferma: "Siano ampiamente sopra il 50%".
Una tendenza che,
con il passare dei minuti, diventa certezza. Niente assemblea e niente
ballottaggio. Il responso delle primarie basta per decidere che guiderà il
Pd.Al comitato, in piazza SS. Apostoli, Bersani attende le proiezioni con
Massimo D'Alema, Enrico Letta, Rosy Bindi. E quando i dati chiudono la partita,
si lascia andare ad un brindisi, affidando a twitter la sua soddisfazione:
"E' la vittoria di tutti, anche la mia".
Si apre così lo
scenario previsto dai più. Quello di un Pd guidato dall'ex ministro
dell'Economia che punti ad un partito "popolare", fortemente radicato
sul territorio, che coltivi una politica delle alleanze e metta nel
dimenticatoio la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria. E' una sfida
non facile quella che si apre davanti al nuovo leader del Pd. Quella di dare
identità ad un partito che, negli ultimi mesi, è sembrato smarrirla più volte.
Un partito che potrebbe perdere pezzi, a partire dai teocon che non hanno fatto
mistero di non voler stare in una formazione "socialdemocratica".
Potrebbero fare le valigie la Binetti, Fioroni, lo stesso Rutelli. Uscite
eventuali che, però, non sembrano levare il sonno al neosegretario.
A Bersani, che può
contare sul sostegno di un Massimo D'Alema che continua a pesare moltissimo
negli equlibri interni del partito, toccherà trovare la strada per creare
un'alternativa credibile a Berlusconi. Facendo un'opposizione che, come ricorda
D'Alema, "non si limiti all'antiberlusconismo". Creando un
partito" dell'alternativa più che dell'opposizione"
La prima sfida,
per Bersani, saranno le Regionali di marzo. Banco di prova per testare quando,
quella "ditta" (così il neosegretario definisce bonariamente il
partito), avrà messo radici in una società che il riformismo emiliano di
Bersani si prefigge di cambiare. LR 26
La storia di Pier
Luigi Bersani è iniziata con un odore, l’odore insistente dei macchinari
tessili, dell’olio di lavorazione e del cotone grezzo.
Sono le 15,28
quando il nuovo segretario del Pd entra dentro il capannone della Fornitura
tessile Villanti alle porte di Prato. Faticosamente Bersani si fa strada tra
operai, artigiani, ingegneri, cassintegrati che vorrebbero stringergli la mano.
Ha voluto iniziare da qui, da Prato, uno degli epicentri della crisi italiana,
piuttosto che da qualche cimitero, dove far simbolico omaggio a qualche padre
spirituale del centrosinistra. E dalle prime mosse si è capito che la musica è
cambiata. I cameraman e i giornalisti spingono, chiedono, pressano, lui è
disponibile con tutti, poi ad un certo punto tra sé e sé mormora: «Dio bono, ma
mi lasciano parlare con la gente?». Altri dieci minuti di spintoni e sudore fra
telai e orditoi e finalmente spunta un microfono. Bersani inizia, molti non lo
vedono e allora lui afferra una sedia, ci sale sopra e - come Lenin alle
acciaierie - fa da lì il suo saluto: «Ho pensato: dove li porto in giro questi
3 milioni di cittadini delle Primarie? Li ho portati qui, dagli artigiani,
perché vorrei provare a buttar giù un muro, quello che impedisce di sapere che
ci sono milioni di persone, lavoratori, piccoli imprenditori e famiglie che in
queste settimane hanno paura!». E gli artigiani applaudono, sembrano apprezzare
quell’uomo in piedi sulla sedia, nel suo gessato grigio ferro e con quelle
scarpe nere con la punta stretta.
Applaudono i
passaggi nei quali Bersani parla un linguaggio diretto. Lavoratori e artigiani
non lo sanno ma in quella immagine c’è una certa differenza rispetto ai «set»
preparati a tavolino dai comunicatori dei segretari precedenti. E c’è anche
un’idea di partito, diversa dal «partito mediatico» di Veltroni, un partito che
si rivolgeva al ceto medio benestante ed informato, ai lettori dei quotidiani
amici. Bersani va alla caccia di un «target» interclassista. In due giorni Pier
Luigi il piacentino lo ha ripetuto già tre volte, vuole dire che l’idea è
questa: «Voglio un partito popolare, delle piccole imprese, dei lavoratori,
delle famiglie». Dunque, anche i piccoli imprenditori, per i quali invoca
«soldi da far affluire direttamente e non attraverso la mediazione delle
banche». Con proposte a pie’ di lista, ma chiare per chi è in crisi: credito
agevolato, detassazioni.
Dunque, le prime
ore da segretario cominciano a raccontare che partito sarà quello di Bersani.
Una rivoluzione dolce, ma una rivoluzione. La prima novità è il messaggio: si
parla di vita, di diritti elementari e non di diritti civili. Gli chiedono
delle «prodezze» di Marrazzo e di Berlusconi e lui taglia corto: «Non parlo di
vite private». Con un piglio più deciso, un po’ meno emiliano e «alla Ferrini»
di quello sfoggiato in campagna elettorale: «Nascondere la crisi è una
vergogna, una vergogna!», ripete tante volte. E la plancia di comando del
partito? Dice un’amica del neosegretario: «Non si creda che Bersani abbia già
deciso tutto, magari assieme a D’Alema. Pier Luigi è un solitario». E in queste
ore D’Alema ripete: «Del partito si occupa Bersani». Un solitario che prepara
le prime mosse: nelle prossime settimane il Pd potrebbe farsi promotore di una
proposta elettorale nettamente diversa da quelle finora presentate: un’ipotesi
«alla tedesca», capace di coinvolgere l’Udc ma anche soggetti (Sinistra e libertà,
Verdi, socialisti) che un domani potrebbero entrare nel Pd. Per quanto riguarda
gli «affari interni» c’è il problema dei capigruppo parlamentari. Il presidente
dei deputati, Antonello Soro, vicino a Franceschini, con uno stile d’altri
tempi, ha già fatto sapere che rimetterà il suo mandato al nuovo segretario. Il
gesto di Soro prelude, magari non a breve, ad un cambio ai vertici dei gruppi.
Alla guida di quello di Montecitorio andrà salvo sorprese Enrico Letta (ma
corre anche come vicesegretario), mentre al Senato non è ancora chiaro se Anna
Finocchiaro riuscirà a superare le diffidenze dei dalemiani che non hanno
dimenticato l’appoggio che la presidentessa chiese a Walter Veltroni ad inizio
legislatura. Corrono per la possibile successione in tre: Luigi Zanda, Vannino
Chiti e Marco Follini. Ancora tutta da costruire la segreteria e il «governo»
del partito, con gli incarichi-chiave: Organizzazione, Comunicazione (favorito
il dalemiano Gianni Cuperlo). E poi c’è il problema delle strutture parallele a
suo tempo messe su da Massimo D’Alema allo scopo di contrastare la segreteria
Veltroni: l’Associazione e la televisione Red. Negli ultimi mesi l’Associazione
ha quasi cessato le attività, Bersani sarebbe interessato ad una ripresa sul
versante politico-culturale, mentre sulla possibile fusione - o sulle sinergie
- delle due Tv di area Pd (YouDem e Red), il nuovo segretario non ha ancora
preso una decisione. FABIO MARTINI LS 27
Bersani e il pragmatismo. Il senso di una sfida ai problemi del Paese
Il partito
democratico ha dunque, finalmente, un leader, legittimato da una duplice
investitura popolare (quella degli iscritti e quella degli elettori) e dal
pieno riconoscimento dei suoi competitori interni. Sarà, quella di Pierluigi
Bersani, una leadership pragmatica, poco incline ai toni urlati e alle
contrapposizioni esasperate, attenta piuttosto alla ricerca delle alleanze e al
rapporto con le articolazioni reali della società civile, segnatamente con i
ceti produttivi: significativa in tal senso la scelta di inaugurare la sua
segreteria non con uno sventolìo di bandiere o con una visita alla tomba di
qualche padre fondatore, ma con un incontro con gli artigiani di Prato. Non è
detto che tutto questo basti a far uscire il maggior partito di opposizione
dalla condizione cronicamente minoritaria in cui versa da tempo. Né è scontato
che i contrasti interni (di strategia, di stile politico, anche di
personalità), ora miracolosamente accantonati sull’onda di un successo
numericamente incontestabile, non si ripresentino di qui a qualche settimana,
magari riproducendo le vecchie linee di frattura (cattolici contro laici,
dalemiani contro veltroniani, moderati contro radicali). Ma intanto il Pd può
guardare con soddisfazione alla prova superata, compiacendosi con se stesso per
aver scampato un pericolo grave e per avere nel contempo assunto una robusta
dose di tonico.
Il pericolo era
quello di una frattura “orizzontale” fra iscritti e popolo delle primarie: se i
due elettorati si fossero espressi in modo difforme, grazie al complicato e un
po’ perverso meccanismo messo a punto per questa elezione, gli effetti sulla
compattezza del partito e sulla stabilità del suo gruppo dirigente sarebbero
stati probabilmente letali: assai più di quelli paventati in relazione alla
storia personale e al profilo ideologico (per alcuni troppo socialdemocratico)
di Pierluigi Bersani. Così non è stato. E il partito può profittare di questo
risultato per presentarsi all’opinione pubblica come un soggetto politico
solido e solidale, capace di sviluppare un’intensa dialettica al suo interno
per poi ritrovarsi unito nel confronto con gli avversari.
L’effetto tonico
viene naturalmente dall’alto tasso di partecipazione alle primarie di domenica:
consultazione in sé discutibile quanto alla procedura (come ogni elezione in
cui non sia preventivamente definito il corpo elettorale) e per nulla adatta
alla scelta di un segretario di partito (essendo il partito un’associazione
privata su base volontaria, i cui membri hanno tutto il diritto di scegliersi i
loro dirigenti), ma indubbiamente efficace come testimonianza di vitalità e
come occasione di mobilitazione democratica. Una testimonianza tanto più
significativa in quanto espressa in un momento difficile, mentre il Pd è
attraversato da ricorrenti crisi di identità, da scandali locali, da piccole e
grandi “questioni morali”, a cominciare da qualche storiaccia di inquinamento
malavitoso in Campania per finire con le disavventure private del presidente
della Regione Lazio.
Queste e altre
vicende poco edificanti scuotono la fiducia del militante democratico medio. E
ne rendono più problematica l’auto-identificazione con la “parte sana” del
Paese, ovvero l’affermazione di una costitutiva superiorità morale sugli
avversari. Ma proprio per questo costringono il partito a puntare sulla qualità
della propria proposta politica, a renderla più articolata e più allettante,
più aderente ai bisogni concreti del suo elettorato potenziale. Un partito, e
soprattutto un partito di massa, non è l’esercito della salvezza, non è
un’opera pia né un ordine cavalleresco: è un pezzo di società che si organizza
non solo per proclamare i suoi ideali, ma anche per perseguire i suoi interessi
(purché leciti, s’intende). Scegliendo Pierluigi Bersani l’uomo dai toni
pacati, il figlio dell’Emilia rossa, l’amico delle cooperative e delle piccole
e medie imprese, il liberalizzatore non sempre fortunato dei tempi del governo
Prodi gli iscritti e gli elettori del Pd hanno implicitamente mostrato di
optare non solo per un leader, per un modello di partito o per una politica
delle alleanze, ma anche per un approccio più concreto e pragmatico ai problemi
del Paese: un Paese che avverte acutamente il bisogno di uscire dal clima di
rissa perenne in cui da troppo tempo è immerso. GIOVANNI SABBATUCCI IM 27
Bersani, primo giorno da segretario
Pier Luigi Bersani
è il segretario del Pd. «Farò il leader del Pd, ma lo farò a modo mio. Non il
partito di un uomo solo ma un collettivo di protagonisti» ha detto il leader
eletto del Partito democratico. Per Dario Franceschini «non è il giorno della
delusione, ma è una festa per tutti perché ha vinto il Pd». E Ignazio Marino
non ha nascosto la soddisfazione per l’affermazione della sua mozione. Ma
innanzitutto c’è stato da parte di tutti entusiasmo per un risultato che nessun
scrutinio avrebbe potuto mettere in discussione. La partecipazione
straordinaria è stata da subito un dato inconfutabile. Incredibile, al di là
delle previsioni. Così come il messaggio che era stato mandato da tanta gente
che con quel voto ha voluto trasmette un desiderio di buona politica e anche di
unità in un partito fin qui troppo impegnato in sterili dispute interne. Alla
tredicesima ora, allo scoccar delle venti, a seggi appena chiusi ma non per i
tanti votanti ancora in fila, c’era già un risultato. Inconfutabile. Al di là
del segretario è stato evidente che i democratici ci sono. Sono un popolo
compatto e combattivo. Che crede nelle Primarie. Ci sono ovunque. Lungo tutta
la penisola, nella grandi città e nei piccoli paesi, nei luoghi in cui si
soffre di più per la mancanza del lavoro e lì dove il lavoro c’era ed è stato
perso, nelle periferie e nei centri storici, in montagna e in vista del mare.
Non solo nelle roccaforti di quelli che furono i partiti tradizionali della
sinistra e del centro, uniti poi nella sfida di dare all’Italia un grande
partito capace di rispondere alle esigenze concrete ed al cuore di chi ancora
crede nella politica, ma ovunque. A dispetto di un centrodestra che mastica
amaro già solo davanti ad una affluenza incredibile e identifica in essa i
segnali di uno «sbando» che invece, data la innegabile tensione che regna nel
governo, sembra appartenere più a chi trancia il giudizio. E’ la solita
questione della trave e della pagliuzza... Il popolo del Pd che non è restato a
casa. Ed ha affollato i gazebo, in fila, ordinato, passando il tempo, a volte
anche ore, a discutere e confrontarsi. A commentare, inevitabilmente, un fatto
doloroso come quello che ha visto coinvolto il governatore del Lazio, che
qualcuno l’ha anche demoralizzato, ed diventato per tutti un’altra «nottata» da
far passare. Come tante altre prove, anche se di diversa natura, che però non
sono riuscite ad indebolire la passione, la speranza e la fiducia di chi ha
fatto la fila, ha detto nome e cognome, ha messo mano al portafoglio ed ha dato
almeno due euro per mettere due croci sulle schede convinto così di garantirsi
un futuro migliore. Se Berlusconi si dice sicuro di poter fare di tutto perché
ha il popolo alle spalle, ebbene da ieri c’è la certificazione che c’è tutto un
altro popolo che alle sue spalle non ci sta e farà di tutto perché lui se ne
torni a casa. Democraticamente. Ma a casa. In modo che l’Italia torni ad essere
un paese normale, senza un solo padrone che pensa innanzitutto ai propri interessi.
Che la giornata fosse di quelle da non dimenticare lo si era capito già alla
prima rilevazione sull’affluenza. Alle 11,30 della mattina erano quasi
novecentomila quelli che si erano recati ai seggi. Un segnale confortante che,
facendo un po’ di grossolani conti, lasciava intendere che alla chiusura
sarebbe stato registrato un risultato entusiasmante. Che uno dopo l’altro, una
croce dietro l’altra, in una domenica di fine ottobre riscaldata da un tiepido
sole, si era andato costruendo un muro invalicabile da chi crede di essere
l’unico che conta e può decidere in questo paese. Ovviamente da solo.
Dall’altra parte ci sono quei quasi tre milioni con cui fare i conti. Al di là
di tutto, dunque, restano quelle tredici ore di voto in cui è stato dimostrato
che il popolo del Pd c’è. di Marcella Ciarnelli L’U 26
Il commento. Una bella giornata per la democrazia
Tre milioni di
votanti, cinquantamila volontari in diecimila seggi, decine di milioni di euro
raccolti. Se qualcuno nel Pd ha ancora dubbi sulle primarie è un pazzo. Sono
l'elemento più identitario del partito, dal giorno della nascita.
È stata una grande
giornata per l'unico partito al mondo che coinvolga tanti cittadini nella
scelta del segretario, ma soprattutto per la democrazia. Il voto degli elettori
ha confermato nella sostanza quello degli iscritti. Bersani è il vincitore, ma
Franceschini e Marino non escono sconfitti. Il segretario uscente ha avuto
proprio ieri la conferma d'aver svolto bene la missione di salvare il Pd nella
stagione peggiore e oggi può consegnarlo al successo in ottima salute. Ignazio
Marino è stata la sorpresa del voto popolare, a riprova che i temi del
rinnovamento e della laicità sono assai avvertiti dalla base.
La vera notizia è
la partecipazione. Tre milioni non li aveva previsti nessuno. Tanto meno dopo
l'ultimo desolante caso di Piero Marrazzo. Il popolo democratico ha invece
reagito con un atto di generosità e responsabilità, qualità più rare ai
vertici. La corsa alle primarie può segnare un punto di svolta nello stallo
politico. È una scossa positiva per il Pd, in cerca d'identità da troppo tempo.
Ed è una spallata al governo Berlusconi, già avvitato in un evidente declino.
Una spallata vera e potente, che non arriva dalle élites e dai palazzi
complottardi di cui favoleggiano i demagoghi, ma piuttosto da milioni
d'italiani. Cittadini normali che si sono svegliati presto di domenica, messi
in fila, versato un contributo, atteso i risultati fino a notte. Non perché
Bersani, Franceschini o Marino siano leader di travolgente carisma, né
sull'onda di un entusiasmante dibattito congressuale. Ma nella speranza
d'infondere al principale partito d'opposizione la forza necessaria per mandare
a casa il peggior governo della storia repubblicana.
Questo è il
chiarissimo mandato che i tre milioni consegnano nelle mani del vincitore
Bersani, ma anche a Franceschini e Marino, da oggi chiamati a collaborare come
rappresentanti delle minoranze interne a un grande progetto. Si tratta di
vedere se la nuova dirigenza saprà interpretarlo o, chiusi i gazebo, tornerà a
rinchiudersi nelle stanze affumicate di strategie tanto sottili quanto
perdenti. Come è sempre accaduto finora. Il nuovo leader democratico ha davanti
compiti difficili e tempi strettissimi, da qui alle regionali. Il primo è rilanciare
il Pd alla guida di un'opposizione seria nei toni, ma dura nella sostanza. Più
dura di quanto non sia stata finora. Di "tregue" a Berlusconi, più o
meno volontarie, il centrosinistra ne ha offerte già troppe in questi anni.
Un'ulteriore resa a un Cavaliere a fine corsa, almeno nell'opinione mondiale,
sarebbe interpretata come un tradimento degli elettori e si tradurrebbe in una
catastrofe politica.
Il secondo compito
è quello di affrontare il rinnovamento interno al partito, che non sia la
solita mano di bianco sulla nomenklatura. Nei confronti dei casi inquietanti
segnalati qua e là, la base si aspetta da Bersani che agisca con rapidità e
chiarezza. Per fare l'esempio più recente, che convinca Marrazzo, dopo
l'opportuno gesto dell'autosospensione, a tagliare la testa al toro e
rassegnare subito le dimissioni da governatore.
Occorre certo un
po' di coraggio, quello che è sempre mancato ai leader, davvero non al popolo di
centrosinistra. Ma il coraggio, se uno non l'ha, milioni di voti glielo
potrebbero pur dare. A Prodi e a Veltroni non erano bastati. Bersani ne ha
presi molti meno, ma alla fine di primarie vere e combattute fino all'ultimo.
Ora ha l'occasione di dimostrare nei fatti quanto aveva ragione a criticare i
predecessori. di CURZIO MALTESE LR 26
Primarie PD. La svolta e il ritorno all'antico
E’perfino ovvio,
dopo una domenica come quella di ieri, dire che giornate così fanno certamente
bene al Pd - lo rianimano, lo confortano - ma fanno bene, più in generale,
all’intero Paese: che quasi tre milioni di italiani si autogestiscano in una
prova di democrazia come le primarie testimonia di un Paese forse stanco ma non
ancora fiaccato, nonostante le risse politiche di pessima lega e l’aria pesante
che tira. Ma la massiccia affluenza alle urne - pur importante e oltre le
aspettative, considerata la slavina di guai abbattutasi sul Pd - è solo la
cornice entro la quale è maturata una svolta politica che potrebbe produrre
novità in tempi anche molto brevi.
Infatti, il cambio
di leadership e l’elezione di Pier Luigi Bersani, se non rappresentano già da
soli una svolta, certo si candidano a esserne la premessa.
C’è una frase -
pronunciata dal neosegretario nella fase finale della campagna per le primarie
- che forse aiuta a capire più di tanti discorsi la bussola con la quale
orienterà la sua leadership: «Il più antiberlusconiano è quello che lo manda a
casa». Sottinteso: non quello che strilla di più. In fondo, è stato questo il
vero spartiacque politico che ha diviso durante la sfida il vecchio segretario,
Franceschini, da quello nuovo: il carattere e il profilo da dare
all’opposizione e, dunque, anche al cosiddetto antiberlusconismo. L’obiettivo -
sconfiggere il presidente del Consiglio - era ed è ovviamente identico per
l’uno e per l’altro: sono i toni, i temi e lo stile politico col quale
procedere che potrebbero invece rivelarsi profondamente diversi.
Dario
Franceschini, e in dirittura d’arrivo anche Ignazio Marino, hanno definito
questa possibile svolta come «il ritorno del vecchio». Se con questo s’intende
il ritorno a qualcosa di noto, di già visto, è assai probabile che abbiano
ragione. Non c’è dubbio, infatti, che tanto il nuovo segretario quanto il più
convinto dei suoi sponsor - cioè Massimo D’Alema - non abbiano per nulla
condiviso, da un certo punto in poi, la traiettoria nervosa e solitaria
impressa al Pd dagli ultimi mesi della segreteria Veltroni, prima, e da quella
di Franceschini poi: e ora, dunque, è ovvio attendersi delle correzioni. Nulla
che non sia già in qualche modo noto: perché se è vero che durante la sua
campagna Bersani non ha snocciolato i soliti dodici o tredici punti del solito
programma, è altrettanto vero che la rotta che intende prendere l’ha tracciata
a sufficienza.
Pochi punti, e
pochissimi svolazzi. Primo: metter mano alla legge elettorale, certo per
restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari, ma
probabilmente anche per dare una sistemata ad un bipolarismo che va degenerando
tanto nei toni quanto nei risultati che produce. Secondo: visto che «il più
antiberlusconiano è quello che lo manda a casa», ritessere una tela di alleanze
che permetta di raggiungere lo scopo, abbassare i toni di polemiche che possono
risultare addirittura vantaggiose per il premier e spostare l’attenzione su
quel che poi alla fine orienta davvero il voto della gente (la crisi prima di
tutto, e la perdita di posti di lavoro). Terzo: pensare al Pd come a un partito
europeo piuttosto che americano, un partito non di opinione ma «di massa» e
radicato sul territorio, come si diceva un po’ di tempo fa.
Che queste
direttrici di marcia - ammesso che siano poi davvero percorse - segnino il
ritorno a qualcosa di già visto (al «prima», appunto, come ha contestato
Franceschini) è fuor di dubbio. Che questo sia un male per il Pd, per l’idea
che lo generò e perfino per il Paese, è cosa che ora tocca a Bersani riuscire a
smentire. E tra le tante annotazioni possibili, per concludere, ne scegliamo due.
Una dice che molte delle possibilità di riuscita del nuovo segretario stanno
nel grado di unità che saprà costruire nel partito e nell’auspicio che gli
altri leader non seminino il suo cammino di trappole, com’è avvenuto sia con
Veltroni che con Franceschini. L’altra, più che una annotazione, è una
speranza: che il «nuovo corso» contribuisca, per quanto gli spetta, a
ricondurre il confronto politico a qualcosa che somigli - appunto - a un
confronto, piuttosto che a una continua rissa. Già questo renderebbe l’aria più
respirabile. E non sarebbe poco. FEDERICO GEREMICCA LS 26
Laura Garavini: “Con Bersani segretario il PD vince partendo dal
territorio“
“Sono felice per
la netta vittoria di Bersani alle primarie,” ha dichiarato Laura Garavini,
parlamentare del PD eletta dagli italiani in Europa, commentando l´elezione di
Pier Luigi Bersani a nuovo segretario del PD, con oltre il 53% dei voti.
“È un risultato
straordinario che nasce dai consensi che Bersani ha raccolto sia in Italia sia
presso le comunità all´estero,” ha proseguito la Garavini. “Credo che Bersani
sia la persona giusta per dare una svolta al progetto del PD. Con lui avremo un
partito radicato sul territorio che pone al centro dell´attenzione le esigenze
degli italiani, a partire dalla singole realtà locali in Italia e nel mondo. Il
coinvolgimento della base sarà un elemento determinante per la politica di
Bersani e sono sicura che proprio da qui partirà il rilancio per il PD, verso
l´obiettivo di diventare la prossima forza di governo.” De.it.press
Italia-Razzismo. Quel barcone di migranti e l’identità del Pd
Ora che
l’estenuante procedura per l’elezione del nuovo segretario del Pd è infine
conclusa, ora viene il bello. Che, in genere, è assai poco bello e tende,
piuttosto, al brutto. O al pessimo. Come nel caso di quel barcone con oltre 200
migranti (tra cui donne e bambini) che, per molti giorni, è stato in balia
delle onde. Sulle loro vite è stata giocata un’oscena partita tra attori tutti
scarsamente affidabili: il governo libico, quello maltese, quello italiano. E
questo ci consegna una verità inconfutabile. Dice, cioè, a quale livello di
deprezzamento sia giunta la caduta del valore della vita umana nelle opinioni
pubbliche e nelle relazioni di potere nazionale e sovranazionale. E dice,
ancora, di quale sordità sia capace – di fronte a bambini in pericolo di vita –
quell’Italia sempre dipinta come inguaribilmente “mammona”. Quell’Italia sembra
essersi estinta e, a prestare ascolto e aiuto, sembrano rimasti solo preti e
monache. È qui, proprio qui, che il discorso torna prepotentemente al Pd. Quei
tre milioni di persone che domenica hanno afferrato al volo l’opportunità di
partecipazione offerta loro, sono disposti – vogliamo crederlo – a mobilitarsi
perché quel barcone non diventi la bara per l’ennesima strage di innocenti. È
ovvio: partecipare alle primarie e aderire al Pd non garantisce automaticamente
che, di fronte alla tragedia dell’immigrazione, si stia dalla parte giusta.
Assolutamente no. Ma dovrebbe garantire che la nuova leadership voglia esserlo
davvero, dalla parte giusta: quella del riconoscimento pieno dei diritti degli
immigrati. Può essere poco remunerativo sul piano elettorale (ma ne dubitiamo
fortemente): è, in ogni caso, una delle occasioni preziose per dare al Pd una
identità e un sistema di valori. L’U 27
Dietro le quinte. Il Cavaliere: come faccio ad andare avanti così?
ROMA — Berlusconi
non ha più soltanto un problema di carattere governativo. Non è più solo la
politica economica, la titolarità degli annunci, la primazia sulle scelte, il
problema del Cavaliere nei confronti del suo ministro dell’Economia. Ieri il
premier, in un momento di sconforto, e alle prese con una leggera forma di
scarlattina (presa forse da uno dei nipotini), si è fatto da solo una domanda,
che al momento non trova risposte: «Come faccio ad andare avanti in questo
modo? ». Il «modo» che si è nel corso dei mesi definito, sedimentato e alla
fine posto come nodo non più rinviabile è al momento per il presidente del
Consiglio una sorta di «cul de sac», per usare le parole di un autorevole
ministro dell’esecutivo. Berlusconi vorrebbe non dover fare a meno di Tremonti,
così come vorrebbe fare a meno della sterminata fila di ministri e sottosegretari
che ogni giorno gli dicono di non essere più in grado di lavorare e discutere
in modo armonico con il titolare dell’Economia. Tentare una ricomposizione, un
compromesso è una strada obbligata quanto al momento difficile. Anche per il
logoramento complessivo dei rapporti umani. Compresi quelli fra lo stesso
presidente del Consiglio e il suo ministro più importante.
«Non riesco a
parlarci nemmeno quando parliamo...», chiosa il premier quando gli viene
chiesto degli incontri con Tremonti. Compreso l’ultimo, sabato scorso ad
Arcore. Convocare gli organi del partito, prima un vertice di Berlusconi con i
coordinatori, poi l’ufficio di presidenza, infine (sembra) anche i gruppi
parlamentari, appare al momento una strada che si fa carico di due obiettivi:
assicurare una fiducia ampia e definitiva ad un ministro che nelle ultime ore
si è sentito messo in discussione, ma al contempo ribadire che la stessa
fiducia deve arrivare dal partito della Libertà prima che dalla coalizione,
ovvero dalla Lega Tremonti si è presentato ad Arcore, sabato scorso, con Bossi
e Calderoli. Nel Pdl ci ironizzano su, ma nemmeno tanto: «Sembra sia diventato
un ministro della Lega». E il percorso che sembra sia stato scelto per cercare
di far rientrare la crisi si muove proprio in questa cornice: ricondurre la
legittimazione politica di Tremonti, che come dice Brunetta «non avrebbe
bisogno di galloni nè di altro, perché è il miglior ministro economico d’Europa
», in seno a una bilancia che lo sganci dalla Lega e ricordi a tutti che l’Economia
è un ministero chiave che è stato appunto attribuito al Pdl e non certo ai
leghisti. Non c’è dubbio che l’incontro ad Arcore, anche nel formato, abbia
complicato più che appianare le cose.
Tremonti continua
a smentirlo, ma da Arcore si continua a confermare che a Berlusconi è stato
presentato una sorta di aut-aut. La carica di vicepremier come condizione per
restare nel governo. Due versioni Scarlattina Il presidente del consiglio ha
preso la scarlattina, forse da uno dei nipotini diverse con una sola certezza:
il percorso ufficiale dentro il partito servirebbe anche a ratificare in modo
ufficiale un no alla richiesta (ammesso che sia mai veramente esistita).
Qualcuno racconta anche di ultimatum, di scadenze temporali che sarebbero già
trascorse, di un umore del premier che oscilla a tal punto da prendere anche in
considerazione un’evoluzione traumatica del rapporto con Tremonti. Viene fatto
circolare, da entrambe le parti, il nome di Mario Draghi: da una parte come
possibile sostituto; dall’altra come quel Supertecnico che è comunque
inverosimile ipotizzare alla corte del Cavaliere. Tanto basta per capire che
l’atmosfera ha ormai ampiamente superato il livello di guardia, che la crisi
umana e politica non è più latente, ma manifesta. A porte chiuse, beninteso, ma
senza che al momento nessuno sia in grado di dire con certezza che chiuse
resteranno. In ballo c’è a questo punto anche l’immagine del capo del governo e
lo stesso Berlusconi ne è consapevole: a sinistra da mesi gli rimproverano di
essere soltanto un simulacro delle vere scelte dell’esecutivo che presiede,
prese in realtà da Tremonti; dentro il suo partito sempre più persone chiedono
in queste ore che questa immagine sia in modo tangibile spazzata via,
attraverso una gestione collegiale delle scelte strategiche per il Paese,
attraverso una scelta non solo meramente finanziaria delle priorità del
governo.
Marco Galluzzo CdS
26
Berlusconi già esplora un successore
«In Europa tutti
tagliano le tasse, Tremonti mi ha preso in giro. Vuole dimettersi? Sono qui» - di
MARCO CONTI
ROMA - «Cosa
pensava Giulio, che mettendomi con le spalle al muro mi sarei arreso? O che con
i diktat e facendosi accompagnare come uno scolaretto mi sarei lasciato
convincere? La verità è che lui mi aveva assicurato che in Europa nessun paese
era in condizioni di ridurre la pressione fiscale. Invece Germania e Francia lo
stanno facendo. E io, secondo lui, dovrei stare ad aspettare? Ma cosa, che
decidano di ridurre le tasse dopo di me?».
Silvio Berlusconi
ieri mattina era una furia e davanti ai tre coordinatori del Pdl, Bondi,
Cicchitto e Verdini non ha usato giri di parole per contestare il ministro
dell’Economia che «sta dando un’immagine negativa del governo riuscendo, con la
sua polemica, ad oscurare persino il caos che c’è nel Pd. Per carità, ciò che è
accaduto a Marrazzo è una barbaria e provo i brividi a pensare alla sua
famiglia. Io ne so qualcosa».
Malgrado un po’ di
alterazione e il mal di gola dovuto a quello che ufficialmente si definisce
come «scarlattina», Berlusconi ieri mattina era una vera e propria furia.
«Secondo lui, io prima di parlare dovrei consultarlo e avere la sua
approvazione, magari dopo aver concordato il tutto con i suoi amici della
Lega». Basiti e anche un po’ scioccati per la veemenza del Cavaliere, i tre
coordinatori nemmeno hanno aperto le cartelline dentro le quali erano appuntati
i problemi che gruppo e partito hanno da mesi con il superministro. Malgrado
Sandro Bondi, da ministro della Cultura, abbia visto abbattersi pesantemente la
scure del titolare di via XX Settembre, ieri mattina ha provato difendere anche
le ragioni di Tremonti dal lato della difesa dei conti pubblici e del deficit
pubblico che sta volando oltre quota 120%.
Berlusconi però,
convinto che alla fine la Lega messa alle strette abbandonerà al suo destino il
superministro come nel 2004, non intende cedere di un millimetro. In gioco il
gettito dello scudo fiscale sul quale non solo Berlusconi vuol dir la sua con
il taglio dell’Irap, ma anche Fini e la pattuglia di An guidata da Mario
Baldassarri. Forte dell’appoggio del partito, il premier è pronto anche ad
accogliere la lettera di dimissioni che Tremonti ha messo sul tavolo da qualche
giorno. «Se ci tiene sono pronto ad accontentarlo», ha sbuffato il Cavaliere
che da ieri l’altro con Gianni Letta ha cominciato a valutare ipotesi
alternative all’attuale ministro. Le possibilità che il governatore della Banca
d’Italia possa accettare di succedere a Tremonti sono scarse, ma il presidente
del Consiglio è convinto di avere una rosa di nomi di tecnici ed economisti in
grado di raccogliere l’eredità e di garantire i mercati come Tremonti.
Berlusconi ha dalla sua tutti i ministri e buona parte dei gruppi parlamentari
e dei componenti le commissioni i quali da mesi lamentano l’assenza di
collegialità del superministro che a loro giudizio impone scelte senza dare
spiegazioni.
La difesa di Bossi
e la reiterata sponsorizzazione leghista per una promozione a vicepremier non
agevola Tremonti. Al punto che qualcuno comincia a sospettare una manovra a
tenaglia di Berlusconi e Bossi per ridimensionarlo. Il primo scatenando
ministri e partito, il secondo gonfiando a dismisura l’attesa per una carica,
sapendo che non arriverà mai. Ovviamente sul piatto resta la partita delle
candidature per le regionali di marzo e il ruolo di Tremonti rischia di finire
nella trattativa con il Carroccio. Una trattativa di fatto non ancora
cominciata, con il Veneto ancora non assegnato alla Lega e una Lombardia
tornata pesantemente in gioco nel risiko delle candidature. IM 27
Pd, Rutelli annuncia lo strappo. "Percorso diverso, con persone
diverse"
L'ex leader della
Margherita conferma di voler lasciare i democratici
"Il
centrosinistra sta ripercorrendo le strade del passato, è un errore"
ROMA - Non dice in
modo diretto "me ne vado". Ma di fatto per Francesco Rutelli oggi è
il giorno dello strappo dal Pd. Prima sussurrato, poi reso sempre più
esplicito. Manca l'ufficializzazione, ma probabilmente non c'è bisogno. Da Milano,
durante la presentazione del suo libro, le parole l'ex leader della Margherita
che pronuncia non lasciano margini di dubbio: "Occorre iniziare un
percorso diverso, con persone diverse. Davanti a noi c'è un altro
tragitto". E, si capisce, un altro partito. Dunque il Pd fara a meno di
lui, e viceversa. Per il presidente del Copasir si apre la strada di un
raccordo con Casini, Pezzotta e forse con quell'aggregato centrista che sogna
Luca Cordero di Montezemolo. Un nuovo partito che non può essere il Pd che, con
l'elezione di Bersani, "ripropone strade del passato". D'altronde
"coloro che oggi sono nel pd hanno aderito a quattro partiti, pci, pds, ds
e pd ma il problema è che sono convinti di far parte sempre dello stesso
partito".
Un nuovo percorso,
dunque. Perché l'orizzonte di oggi, ragiona Rutelli (che in in 30 anni è
passato per quattro partiti, Radicali, Verdi, Margherita e Pd) non autorizza
speranze. "Il centrodestra è diventato destra e il centrosinistra con il
Pd, alleato con l'Idv, ripercorre strade del passato. C'è poi la Lega al nord
ed è prossima la nascita di un partito del Sud, un cambiamento dello scenario
politico italiano di fronte al quale un centrosinistra non avrebbe parole da
spendere e finirebbe in minoranza". Il paese rischia "una rottura nel
pieno di una crisi ormai sociale, una crisi profonda e una risposta della
politica che si limita a dire 'c'è una destra e c'è un centrosinistra che
ripercorre strade del passato' sarebbe un errore".
Il dado è tratto.
E a nulla valgono gli inviti di un suo ex compagno di partito come Beppe
Fioroni. In mattinata l'ex ministro della Pubblica istruzione gli aveva chiesto
di "riflettere" tenendo conto "degli oltre due milioni e mezzo
alle primarie". Nulla da fare. E, adesso, resta l'interrogativo su cosa
farà quella composta di parlamentari democratici vicini a Rutelli. Come si
compoteranno Paola Binetti e Linda Lanzillotta? E lo stesso Fioroni? Seguiranno
Rutelli nella sua ennesima avventura politica?
Perché
l'interrogativo è questo. Capire quanti si accoderanno alla scelta rutelliana.
Quantificare quanti si getteranno nella creazione del "Grande Centro"
o "Kadima italiano", come lo si voglia chiamare. E, ancor di più,
capire l'effettivo peso in termini di voti di chi andrà via. Quante truppe
hanno Rutelli e i suoi? E' questa, forse, la vera questione su cui il Pd, alle
prese con una campagna elettorale difficile, dovrà interrogarsi. LR 27
Pari opportunità, Italia in discesa
Pesano
disuguaglianze nei salari e nella partecipazione al lavoro. Il 52% delle donne
nella popolazione attiva
MILANO - Al di là
delle classifiche, che hanno una valenza indicativa, sono i numeri che fanno
effetto, anche se fotografano una situazione nota. È il caso del rapporto 2009
sulle pari opportunità tra uomini e donne («gender gap») stilato dal World
Economic Forum, dove l'Italia scende dalla 67esima al 72esima posizione. Pesa
«la persistenza di indici negativi sulla partecipazione delle donne alla vita
economica», in primis la disparità di salari e redditi rispetto agli uomini.
L'Italia è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay, precede di poco la
Tanzania, è terzultima in Europa (il rapporto in pdf, in inglese).
PAESI SCANDINAVI -
La classifica stilata dal Wef, istituzione che organizza il forum di Davos,
copre il 93% della popolazione mondiale, assegnando ai Paesi scandinavi il
podio delle pari opportunità. Al primo posto si piazza l'Islanda (quarta nel
2008), davanti a Finlandia, Norvegia e Svezia. Seguono Nuova Zelanda,
Sudafrica, Danimarca e Irlanda. Sorprendente il Lesotho al decimo posto (dal
16esimo), davanti a tutti i big europei: la Germania è 12esima, il Regno Unito
15esimo (entrambi in leggero calo), la Spagna 17esima e la Francia 18esima.
Agli ultimi posti nel Vecchio Continente Repubblica Ceca (74esima) e Grecia
(86esima). Il rapporto assegna poi il 31esimo posto gli Usa, in discesa di 3
posizioni e il 75esimo al Giappone.
REDDITO E
PARTECIPAZIONE - A spingere l'Italia nella retroguardia è soprattutto l'indice
su «partecipazione e opportunità nell'economia» (96esimo posto), a causa delle
disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da
lavoro (91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo). Solo il
52% delle donne fanno parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini
e il reddito medio delle donne è la metà rispetto agli uomini, 19.168 dollari
l'anno contro 38.878. Vanno molto meglio le aree di «potere politico» (45esimo,
grazie alle donne che siedono in Parlamento e al governo) e «scuola e istruzione»
(46esimo posto), meno bene di quanto ci si potrebbe aspettare il settore
«salute e attesa di vita» (88esimo posto). Tra gli altri dati evidenziati la
differenza nella disoccupazione tra donne (7,87%) e uomini (4,88%). Rispetto al
2006, anno del primo rapporto, il voto all'Italia è solo marginalmente
migliorato: laddove 1 rappresenta la parità, la Penisola è passata dallo 0,646%
allo 0,68%, mentre l'Islanda e i principali Paesi nordici veleggiano sullo
0,82%. All'estremo opposto Pakistan, Chad e, ultimo, lo Yemen (0,46%). CdS 27
Thyssen, i manager tedeschi senza interprete non rispondono
Harald Espenhahn e
Gerald Priegnitz hanno letto una dichiarazione nella quale sostenevano di non
conoscere l’italiano a sufficienza per affrontare
le domande.
Saranno ascoltati il 4 novembre
Torino - «Vengono,
di più non posso dire». L’avvocato Ezio Audisio era stato laconico ieri con i
cronisti, eppure aveva confermato indirettamente che Harald Espenhahn e Gerald
Priegnitz, i due imputati tedeschi del processo per la morte dei sette operai,
bruciati vivi, non si sarebbero sottoposti all’esame dei pm oggi in Corte
d’assise. E infatti, così è stato: si
sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
Entrambi hanno
letto una breve dichiarazione nella quale hanno spigato che, avendo i giudici
respinto la richiesta della difesa di nominare un interprete, non conoscono
l’italiano a sufficienza e quindi non sono in grado di affrontare le domande. I
due tedeschi, comunque, hanno annunciato che presenteranno una memoria scritta.
Dopo la lettura,
in un italiano stentato e un forte accento tedesco, della breve dichiarazione,
la corte ha sospeso la seduta.
La Corte d’Assise,
dopo una breve sospensione, ha disposto che i due tedeschi vengano ascoltati
con un interprete il 4 novembre. I giudici, comunque, non sono tornati indietro
rispetto alla loro decisione sulle richieste di nullità della difesa legate
alla traduzione degli atti.
L’udienza è
continuata con l’interrogatorio del primo testimone della difesa, l’operaio
Antonino Miceli, il responsabile di una delle squadre che lavoravano alla linea
5, quella andata a fuoco. Miceli ha riferito cose differenti da quelle emerse
durante le audizioni di numerosi testi dell’accusa. Ha detto, per esempio, che
«non c’era nessun divieto di usare il pulsante di emergenza, quando era
necessario lo poteva premere chiunque».
«Fuocherelli - ha
spiegato - ne capitavano, e li si spegneva subito. Alla 5 convivevamo con la
carta (materiale di scarto della lavorazione, ndr) e io la carta l’ho sempre
spenta con l’idrante. Al mattino arrivavo e, per togliere gli eccessi dagli
impianti, ci soffiavo sopra con la gomma dell’aria, e a volte, quando
necessario, fermavo la linea. Ma eravamo quattro squadre e ogni squadra
lavorava a modo suo». LS 27
Convention CCIE. A Salerno il vice ministro per lo Sviluppo Economico
Adolfo Urso: “La
crisi, opportunità che le imprese italiane devono saper cogliere”
“Ma abbiamo
bisogno di regole più certe, di mercati più aperti e reciprocamente leali”
SALERNO - A
conclusione della prima sessione dei lavori della XVIII Convention mondiale
delle Camere di Commercio Italiane all’Estero, in svolgimento a Salerno fino al
28 ottobre, è intervenuto il vice ministro allo Sviluppo Economico Adolfo
Urso.
Urso ha sottolineato l’importante traguardo
raggiunto con la firma di un accordo con Unioncamere e Camere di Commercio
Italiane all’Estero accordo teso a una più razionale organizzazione del
“sistema italia” soprattutto per le piccole e medie imprese.
“Questa
– ha detto Urso - è una fase di radicali cambiamenti degli scenari
mondiali , cambiamenti che significano crisi da una parte ma anche opportunità
dall’altra. Il sistema Italia deve agire all’unisono con tutti i suoi strumenti
pubblici privati e associazionistici. Il mondo ha ripreso a correre. Abbiamo
attraversato e stiamo attraversando una crisi straordinaria, senza
precedenti; ma rispetto alla crisi degli anni Trenta siamo riusciti ad
evitare la conseguenza terribile della depressione. Non è recessione. E’
rivoluzione economica”.
La crisi economica non è superata; i dati
dell’ultimo quadrimestre del 2008 e quelli relativi ai primi tre mesi del 2009
lo dimostrano ma, come ha sottolineato Urso,“possiamo dire che il peggio è
passato per il sistema globale. Il mondo ha reagito insieme, con una nuova
volontà di governance globale evitando di cadere nelle tentazioni
protezionistiche. Evitando di alzare le barriere ma aprendosi di più,
intervenendo in maniera sinergica nei punti focali di crisi. Il sistema
italiano ha peraltro reagito meglio rispetto ad altri Paesi
europei. Abbiamo perso evidentemente qualcosa ma abbiamo perso meno di
altri paesi esportatori. Tra i grandi Paesi occidentali siamo il paese che ha
perso di meno sui mercati mondiali e ha tenuto di più come sistema produttivo.
Anche perché noi abbiamo mantenuto un sistema produttivo di economia
reale. Noi siamo il secondo sistema industriale in Europa dopo la Germania, il
secondo sistema agricolo dopo la Francia, primi per esportazione alimentare.
Quindi primi nel settore dell’ agroindustria e secondo paese come sistema
turistico dopo la Spagna. Certo la situazione è ancora difficile, i colpi di
coda di questa crisi devono ancora venire, ma è vero che le nostre imprese
hanno trovato il modo per fronteggiarla. Il nostro sistema produttivo è stato
più veloce degli altri anche perché fatto da imprese più dinamiche e
flessibili, dunque più competitive”.
Merito della miglior tenuta dell’Italia
rispetto ad altri Paesi coinvolti nella crisi è anche dell’impegno
a mantenere produttivo un settore come quello manifatturiero che, ha detto il
vice ministro, “abbiamo mantenuto solido anche quando c’era chi sosteneva che
non serviva a nulla perché le industrie manifatturiere avrebbero dovuto essere
de localizzate nei paesi d’oriente . Non abbiamo ceduto alle lusinghe della
finanza facile.”
L’invito del vice ministro Urso è a guardare
anche ai mercati emergenti. Oggi il mondo cresce soprattutto nell’aria del
sud-est. Quasi tutti i Paesi che stanno crescendo economicamente si trovano a
Sud del Mondo: dai Paesi del Sudamerica, all’Australia, all’India,.”Lo sviluppo
economico si sta spostando a sud. E’ uno spostamento degli assetti economici
del pianeta perché è in atto una vera e propria rivoluzione economica che si
contraddistingue per due fenomeni: la quantità della crescita e la
qualità della crescita. La quantità della crescita ci dice che lo sviluppo si
sta spostando a sud-est del pianeta. Il sud-est è la parte del mondo in cui cresce
l’economia e noi dobbiamo guardare a questi nuovi mercati .L’Italia è in una
posizione geografica ideale, nel cuore del mediterraneo dove si sta spostando
questa crescita economica. L’Italia c’è sia nella quantità sia nella qualità.
Il Made in Italy è sinonimo di qualità ed è ciò che ci permette di
essere sempre saldi i sui mercati tradizionali”.
Concludendo il suo intervento, il vice
ministro Urso ha ricordato che “la crisi è un’opportunità che le imprese
italiane devono saper cogliere. Abbiamo però bisogno di regole più certe, di
mercati più aperti e reciprocamente leali. Mercati globali con sistemi doganali
più semplificati. In questa direzione, l’operato delle Camere di Commercio
italiane all’estero è fondamentale per informare e migliorare, oltre che assistere,
le imprese nel processo di internazionalizzazione”. (Inform)
Presentata alla Convention delle CCIE l’indagine tra gli imprendotori
italiani all’estero
Salerno - I morsi
della crisi si fanno sentire, ma le PMI italiane le tengono testa e aprono la
strada alla ripresa puntando sull’apertura all’estero come opportunità di
crescita e innovazione. Questo è quanto emerge da un’indagine sul profilo e le
strategie di risposta degli imprenditori italiani alla crisi internazionale –
condotta da Assocamerestero e Unioncamere con il contributo di 66 Camere di
Commercio Italiane presenti in 46 Paesi e presentata oggi, 26 ottobre, a
Salerno durante la Convention mondiale delle Camere di Commercio Italiane
all’Estero (CCIE).
Il 54% dei
rappresentanti degli oltre 24mila imprenditori collegati alle CCIE dichiara che
è ripresa l’attività sull’estero e per il 65% le imprese che si stanno
rilanciando attraverso la ricerca di nuovi segmenti di mercato sono di media
dimensione.
Dall’indagine le
imprese che "vedono oltre la crisi" appartengono a tre tipologie:
l’impresa market seeking, propensa a sviluppare la proiezione internazionale
ritagliandosi nuove nicchie di mercato ancora poco esplorate, dove la qualità
dei prodotti italiani risulta fortemente competitiva (50%) oppure incrementando
alleanze e collaborazioni con i soggetti locali per accrescere la competitività
(26%); l’impresa market keeping, che presidia e consolida le posizioni già
acquisite sui mercati esteri, puntando soprattutto sulla capacità di aprirsi a
nuove relazioni e inserirsi, attraverso specifici accordi sviluppati in loco,
in nuove reti logistiche e distributive (31%), o facendo ricorso a modalità di
presenza più innovative, come investimenti in catene distributive e servizi
post-vendita al cliente (30%); l’impresa market leaving, che “ripiega” sul
mercato domestico, riducendo l’attività su quello estero (per il 21% degli
intervistati).
È quindi opinione
consolidata, per l’80% degli intervistati, che si stiano facendo strada sui
mercati esteri queste due tipologie di imprese - market seeking e market
keeping - che mettono al centro del loro sviluppo l’internazionalizzazione.
"La crisi
economica, che ha innescato una profonda recessione a livello mondiale, sembra
non aver mutato l’orientamento delle imprese italiane, rivelando una volta di
più la forza di un’economia che può contare su un tessuto produttivo fatto di
piccole e medie imprese che vedono nell’apertura verso l’estero un’opportunità
per innovare le proprie policies e per la crescita futura dell’azienda",
sottolinea Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere. "Il Sistema
camerale italiano ha intensificato l’azione di promozione delle imprese,
riqualificando le missioni all’estero e la partecipazione a fiere con azioni più
decise di ricerca partnership, anche grazie allo stretto raccordo con le Camere
italiane all’estero, riferimento diretto per il nostro sistema, ma anche con
l’ICE, le Ambasciate e gli altri soggetti di promozione. Confermiamo così il
nostro impegno nel realizzare progetti utili, che consentano economie di scala
mettendo a frutto le specificità di ognuno, nel comune obiettivo di favorire lo
sviluppo e la competitività del nostro sistema imprenditoriale".
"I risultati
dell’indagine rivelano il volto di un’impresa italiana realmente
"globale" - afferma Augusto Strianese, neo Presidente di
Assocamerestero e Presidente della Camera di Commercio di Salerno, ospite
dell’evento – che di fronte alla crisi ha innescato una profonda ridefinizione,
dettata dalla consapevolezza che per essere competitivi è necessario investire
in nuove forme di alleanze e aggregazione con altre imprese. Perché
l’internazionalizzazione rappresenti davvero uno strumento di crescita e
rilancio per le PMI italiane bisogna assicurare alle imprese un supporto coeso
e integrato, aiutandole a dotarsi di una buona strategia d’attacco, fatta di
una profonda conoscenza dei mercati internazionali. Proprio su questo aspetto
le CCIE, in qualità di soggetti binazionali radicati sui territori esteri e in
stretto raccordo con il sistema camerale italiano, possono dare un contributo
strategico e qualificato".
Tra i servizi
ritenuti necessari per qualificare la presenza italiana all’estero in questa
fase di crisi, oltre un terzo dei rappresentanti delle business communities
collegate alle CCIE (36%) individua come ambito prioritario d’intervento la
ricerca di partner locali con cui attivare joint venture o accordi di
collaborazione, mentre per il 20% degli intervistati sono le missioni
commerciali a rappresentare uno strumento fondamentale per esplorare le
opportunità offerte dai mercati internazionali.
A seguire,
troviamo l’esigenza di reperire analisi di mercato dettagliate e aggiornate
(13%), prerequisito fondamentale per approfondire le caratteristiche dei Paesi
in cui le imprese scelgono di operare. Altro elemento indispensabile viene
individuato in una maggiore e qualificata informazione su normative doganali,
gare d’appalto, bandi nazionali e comunitari (11%). Analoga percentuale indica
la partecipazione alle manifestazioni fieristiche, ritenuta un’occasione
concreta per aprire nuove strade alla commercializzazione dei propri prodotti.
Chiudono la classifica gli imprenditori per i quali la conclusione di
partnership implica la necessità di garantire informazioni puntuali circa
l’affidabilità e la solvibilità delle controparti estere (9%). (aise)
Le parole per battere la mafia
L'intervento agli
stati generali di Libera: è il momento di dire quello che conosciamo
Da anni ci
interroghiamo su questo male che non viene estirpato, la mafia: in particolare
sulla lunga storia di trattative fra una parte dello Stato e la malavita, con
poteri occulti che mediano fra due potenze facendone entità paragonabili. Anche
per il potere della malavita, non solo per il potere legale, dovrebbero valere
le parole di Montesquieu: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli
arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere
occorre che il potere arresti il potere».
Forse però è
venuto il momento di dire quello che sappiamo, e non solo di farci domande. Di
dire, come fece Pasolini il 14 novembre 1974 a proposito delle trame eversive
italiane, che in realtà: noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se non
abbiamo tutte le prove e gli indizi. Sappiamo che le trattative sono esistite,
prolungandosi fino al 2004. Sappiamo che viviamo ancor oggi - con le leggi che
ostacolano la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale che premia l’evasione -
sotto l’ombra di un patto. Sappiamo il sangue che mafia, camorra, ’ndrangheta
hanno versato lungo i decenni. Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città:
sacco che continua. Sappiamo che l’Italia si va sgretolando davanti a noi come
fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni e
di buon cemento non fornito dalla mafia - sì, noi l’abbiamo accettato, noi che
eleggiamo chi ha il potere di favorire o frenare la malavita. Sappiamo che
basta leggere le sentenze - anche quelle che assolvono gli imputati per
mancanza di prove o, peggio, per prescrizione - per conoscere le responsabilità
di politici che, per aver conquistato e mantenuto il potere grazie alla
malavita, non dovrebbero essere chiamati coi nomi, nobili, di rappresentanti
del popolo o di statisti.
Tutte queste cose,
come avviene nei paesi che vivono sotto il giogo di un potere totalitario, le
sappiamo grazie a persone che hanno deciso di denunciare, di testimoniare, e
non solo di testimoniare ma di rimboccarsi le maniche e cominciare a costruire
un’Italia diversa: tra i primi l’associazione Libera, e i giudici che hanno
indagato su mafia e politica sapendo che avrebbero pagato con la vita, e uomini
come Roberto Saviano, e giornalisti che esplorano le terre di mafia come Anna
Politkovskaja esplorava, sapendo di essere mortalmente minacciata, gli orrori
della guerra russa contro i ceceni.
Sono i medici
dell’Italia. Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di
tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice, risanatrice. Nella
sostanza, l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni offesa e danno
volontario. Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in Ippocrate, che
comanda: «Tutto ciò ch’io vedrò e ascolterò nell’esercizio della mia
professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli
uomini, e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa
segreta».
Il paragrafo del
giuramento cade, perché troppo contiguo alla complicità, al delitto di omertà:
questa parola che offende e storpia la radice da cui viene e che rimanda
all’umiltà, all’umirtà. La vera umiltà consiste nell’infrangere il segreto, nel
far letteralmente parlare le pietre e il cemento, le terre e i mari inquinati,
poiché è denunciando il male che esso vien conosciuto e la guarigione può
iniziare. Per questo l’informazione indipendente è così importante, in Italia:
spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma, prima di esser aiutata
a divenire civica, essa deve essere bene informata: con parole semplici, non
specialiste, con esempi concreti. I medici di cui ho parlato - medici
dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate - combattono proprio
contro questo silenzio, che protegge i mafiosi, copre oscuri patti fra Stato e
mafia, lascia senza protezione le loro vittime. I medici danno alle cose un
nome, e su questa base agiscono.
C’è un modo di
servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che
esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte un doppio Stato.
Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, don Giuseppe Puglisi, don
Giuseppe Diana e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale
allo Stato. Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia
quando fu invasa da Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non
coincide con la geografia; quel che rappresento è «una certa idea della
Francia», che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide
di entrare in resistenza e sperare in un mutamento.
La riconquista del
territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa sempre paradossale.
Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo
Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra sotto i
piedi. E quando dico territorio perduto dico le case che franano non appena
s’alza la tempesta, i terremoti che uccidono più che in altre nazioni,
l’abitare che diventa aleatorio, brutto, perché la costruzione delle case
avviene con cemento finto, fatto di sabbia più che di ferro, procurato dalle
mafie. Come nella lettera di Paolo ai Romani, è dalla debolezza che si parte,
altrimenti non ci sarebbe bisogno di sperare: «Ciò che si spera, se visto, non
è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo?
Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza».
Ecco, per ora
speriamo quel che non ancora vediamo: una cultura della legalità, una politica
del territorio restituito a chi vuole abitarlo decentemente. Per ora abbiamo
una certa idea dell’Italia, della lotta alla mafia. Ma se sappiamo quel che
accade da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è
percorsa e l’agire diventa non solo necessario ma possibile. Anche questo Paolo
lo spiega bene, quando elenca le tappe della speranza. Prima viene
l’afflizione, la conoscenza del dolore. L’afflizione produce la pazienza, e
questa a sua volta la virtù provata. È sul suolo della virtù provata che nasce
la speranza, e a questo punto la prospettiva cambia. A questo punto sappiamo
una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si
comincia con la prova dell’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la
speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva - già qui, ora
- di un futuro possibile. Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa non
dimenticabile: «Se essi sono morti (parlava di Falcone, Borsellino) è perché
noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo
scandalizzati dell’ingiustizia; non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle
professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa». Per questo
corriamo il rischio, sempre, di disimparare perfino la speranza. BARBARA
SPINELLI LS 26
«Immigrati, lepri a cui sparare». Gentilini, multa e niente comizi
VENEZIA - Aveva
tuonato davanti alla sua platea più congeniale, i militanti del Carroccio alla
Festa dei Popoli Padani a Venezia, ma le frasi usate da Giancarlo Gentilini, lo
“sceriffo” prosindaco di Treviso, gli sono costate prima un’inchiesta per
istigazione all’odio razziale e ieri una condanna. Il Gup di Venezia Luca
Marini, al termine del rito abbreviato, ha condannato Gentilini a 4.000 euro di
multa e al divieto per tre anni di partecipare a comizi politici, con la sospensione
di entrambe le pene.
Alla festa della
Lega a Venezia, il 14 settembre del 2008, il prosindaco trevigiano era salito
sul palco infiammando il popolo del Carroccio. Con voce tuonante e piglio
deciso, aveva toccato tutti i temi caldi già trattati in altre occasioni, con
relativa apertura di polemiche e prese di posizione, come quando aveva deciso
di togliere le panchine o provocatoriamente aveva detto di travestire gli
immigrati da “leprotti” per addestrare i cacciatori. A Venezia erano state così
lanciate frasi pesanti sull’immigrazione clandestina, sulle presenze di nomadi,
fino alle possibili realizzazioni di moschee in territorio veneto.
«Voglio eliminare
- aveva detto - i campi nomadi, voglio eliminare dalle strade quei bambini che
vanno a rubare in casa degli anziani» ed ancora «voglio una rivoluzione contro
chi vuole aprire moschee e tempi islamici», dicendosi pronto «ad aprire una
fabbrica di tappeti per regalarli agli islamici perchè vadano a pregare nel
deserto e non a casa nostra».
Un discorso
documentato dalla Digos ma anche da tanta gente con videocamera tanto da far
diventare il suo intervento - per breve tempo - un video “cult” su youtube. Il
difensore di Gentilini, Luigi Ravagnan, ha respinto con forza la decisione del
Gup e ha annunciato - in attesa delle motivazioni della sentenza - il ricorso
in appello. Per il legale, nelle frasi di Gentilini, «non c’era nessuna
maliziosità contro le razze, bensì il sostegno ad idee ben note del mio
assistito finalizzate all’integrazione tra etnie diverse». IM 27
Otto migranti muoiono nell'Egeo, cinque bambini tra le vittime
La barca con una
quindicina di afgani si schianta sulle rocce al largo di Lesbo
Erano partiti
dalla Turchia diretti in Grecia. Un piccolo ancora disperso
ATENE - Almeno
otto persone sono morte a bordo di una piccola imbarcazione che trasportava un
gruppo di migranti e che è affondata al largo dell'isola greca di Lesbo, nel
mar Egeo, dopo aver urtato delle rocce. Lo hanno annunciato le autorità greche,
precisando che fra le vittime, in fuga dall'Afghanistan, c'erano cinque
bambini.
Un comunicato
della guardia costiera ha informato che i soccorritori hanno localizzato una
decina di superstiti; una persona, forse un bambino, risulta ancora dispersa.
Elicotteri e imbarcazioni della guardia costiera sono impegnati nelle ricerche.
L'incidente è avvenuto intorno alle 8 del mattino locali (le 7 in italia),
quando la barca ha urtato le rocce nell'area di Korakas, nella costa
nordorientale di Lesbo.
I migranti erano
partiti dalla costa turca con un forte vento, a bordo di una imbarcazione di
legno che si è schiantata contro gli scogli dell'isola Mytilini.
Decine di migliaia
di migranti provenienti da Africa e Medio Oriente partono ogni anno dalla costa
turca per raggiungere la Grecia. Nel 2008 oltre 13mila migranti sono sbarcati
sull'isola di Mytilini. LR 27
Bari: premiazione dei “Pugliesi nel Mondo” alla Fiera del Levante
BARI - Alla Sala Tridente della Fiera del
Levante di Bari, è avvenuta la cerimonia di assegnazione del premio
Internazionale “Pugliesi nel Mondo” edizione 2009, a cura dell’associazione
Internazionale Pugliesi nel Mondo, che opera allo scopo che i pugliesi emigrati
in altre regioni o in altri Paesi, continuano ad avere un legame con la nostra
terra.
“Tutti i pugliesi sono grandi – esordisce un
emozionato Giuseppe Cuscito, presidente dell’associazione – dall’operaio
all’artista, ed è bello poter vedere come questo legame con la terra d’origine
non si ferma solo a chi vi è nato, ma anche a quella generazione, figli di
emigranti, che senza aver mai messo piede ne parla bene, perché la Puglia è una
terra trainante, sia con i suoi prodotti che con le sue tradizioni”.
Ad ospitare la manifestazione per il secondo
anno consecutivo, la Fiera del Levante e il presidente Cosimo Lacirignola è
intervenuto rivelando : “io stesso mi considero un emigrante. Ho incominciato
il mio lavoro a Bruxelles, poi mi sono spostato in Francia e nel Medio Oriente
ed è per questo motivo che mi sento testimone e ambasciatore di essere
pugliese. Non è campanilismo è un dono dell’anima che ci rende orgogliosi”.
Per Francesco Schittulli, presidente della
Provincia di Bari, la Puglia è “luogo di fucina imprenditoriale. L’ONU ha
calcolato che 175 milioni di persone vivono in paesi diversi da quelli in cui
sono nati. E dal 1890 al 1920 circa 12 milioni sono i nostri giovani che hanno
abbandonato la nostra terra arricchendo altri Paesi e impoverendo la nostra
Puglia.
Compito principe della politica, quella con
la “P” maiuscola – conclude Schittulli - è far svolgere il rientro
consapevole”.
Angelo Giammario, Consigliere Regionale in
Lombardia, con incarico di Vicepresidente della Commissione Ambiente e
Protezione Civile, ha stimato che nella sola provincia di Milano ci sono
160.000 pugliesi ed è per questo che “a Milano abbiamo dedicato una festa dei
pugliesi , per farli avvinare alla nostra terra. Insomma li abbiamo presi per
la gola”.
Perla Suma, consigliera della pari
opportunità della provincia di Taranto, ha ribadito il concetto che le donne
riescono ad emergere in ogni settore ma un premio di merito va a tutte quelle
donne straordinarie che con la loro meridionalità, riescono a mantenere le
famiglie e trasmettere i nostri valori.
A rappresentare il Sindaco di Bari, l’assessore
Gianluca Paparesta, che ribadisce il concetto che i premiati rappresentano
l’eccellenza del nostro territorio e che sono una risorsa del nostro Paese.
Un parterre d’eccezione alla Sala Tridente,
molti i sindaci dei comuni pugliesi, molti i volti noti e meno noti, ma non per
questo meno importanti, anzi con il loro lavoro ci hanno reso famosi nel mondo,
perché essere pugliesi è indipendente dal luogo da dove si risiede, perché
essere pugliese significa essere protagonista del cambiamento ed essere
testimone della nostra cultura. Anna deMarzo, Puglialive.net
Italiens Opposition. Berlusconis Herausforderer
Rom. Die größte Oppositionspartei
Italiens, die Partito Democratico (PD), hat einen neuen Chef. "Ich werde
die PD auf meine Art führen - als Partei nicht eines einzigen Leaders, sondern
als Partei eines Kollektivs von Hauptfiguren", erklärte Pier Luigi
Bersani, als am späten Sonntagabend sein Sieg feststand.
Der ehemalige Kommunist Bersani kam bei
der Urnenwahl auf 52 Prozent der Stimmen, der bisherige Übergangschef Dario
Franceschini auf 34 Prozent und der als Außenseiter angetretene Ignazio Marino
auf 14 Prozent. Diese Reihenfolge hatte sich zuvor schon bei den Abstimmungen
in den Parteisektionen ergeben.
An der Wahl vom Wochenende konnten sich
nicht nur Parteimitglieder beteiligen, sondern alle über 16-jährigen Italiener
und Ausländer, die sich schriftlich verpflichteten, bei den nächsten Wahlen PD
zu wählen und bereit waren, einen Obolus von zwei Euro zu entrichten. Dass sich
über drei Millionen Bürgerinnen und Bürger an einem Sonntag in die langen
Warteschlangen vor den rund 10.000 Wahllokalen stellten, wertete Wahlverlierer
Franceschini als Zeichen der ungebrochenen Vitalität des PD: "Heute ist
ein schöner Tag, nicht nur für die Opposition, sondern auch für die Demokratie
in Italien."
Tatsächlich hat die Wahlbeteiligung die
Erwartungen der Parteispitze weit übertroffen: Schon zwei Millionen Wähler
wären als Erfolg verbucht worden. Der Massenaufmarsch vor den Wahllokalen
bedeutet für die Partei nicht nur neuen Schwung, sondern muss auch als Auftrag
der Basis an die neue Führung gewertet werden, die internen Querelen, die die
PD seit ihrer Gründung vor zwei Jahren gelähmt haben, endlich aufzugeben und
stattdessen der angeschlagenen Regierung von Silvio Berlusconi eine harte und
effiziente Oppositionspolitik entgegenzusetzen.
Der Philosoph mag Wirtschaft
Bersani ist zwar nicht das "neue
Gesicht", das sich mancher erhofft hatte, doch dem 58-Jährigen aus dem
norditalienischen Piacenza ist es zuzutrauen, dass er das Ruder in der bisher
konzeptlosen PD herumreißt und der Partei eine erkennbare Kontur gibt.
"Bersani hat große Fähigkeiten, ich bin überzeugt davon, dass er die
Partei erneuern kann", erklärte gestern der frühere Ministerpräsident
Romano Prodi.
Bersani hat schon mehrfach
Regierungsverantwortung getragen, zuletzt als Industrieminister unter Prodi.
Zwischen 2006 und 2008 hat er mit zwei Gesetzespaketen mehr Liberalisierungen
durchgesetzt als Berlusconi zuvor in fünf Jahren. Obwohl nicht vom Fach -
Bersani hat Philosophie studiert - gilt er innerhalb der PD als der
wirtschaftspolitische Experte schlechthin. Seine Prioritäten sind nun auch der
Arbeitsmarkt und die Überwindung der Krise.
Bersani will die Partei, die unter
Veltroni mit den Kommunisten gebrochen hatte, wieder für Allianzen nach links
öffnen; gleichzeitig kann er sich aber auch eine Zusammenarbeit mit der
katholischen Mitte-Partei UDC vorstellen. Nicht auszuschließen ist, dass mit
der Wahl des laizistischen Bersani einige besonders vatikantreue Exponenten die
PD verlassen werden: Der prominenteste Vertreter des klerikalen Flügels,
Francesco Rutelli, hat dies schon angedeutet. Der internen Befriedung der
Partei wäre dies gewiss nicht abträglich. Eine Spaltung der Partei gilt
indessen als eher unwahrscheinlich. DOMINIK STRAUB FR 27
Neuer Oppositionsführer in Italien. Exkommunist setzt sich durch
Der frühere Wirtschaftsminister Pier
Luigi Bersani siegt bei den Urwahlen für den Vorsitz der oppositionellen
Demokratischen Partei mit gut 50 Prozent der Stimmen. VON MICHAEL BRAUN
ROM - Italien hat einen neuen
Oppositionsführer. Bei den am Sonntag von der Demokratischen Partei
abgehaltenen Urwahlen für den neuen Parteichef konnte sich der 58-jährige Pier
Luigi Bersani mit gut 50 Prozent klar gegen seine beiden Mitbewerber
durchsetzen. Der seit Februar als Übergangsparteichef amtierende Dario
Franceschini erhielt etwa 33 Prozent, während der Außenseiterkandidat Ignazio
Marino mit rund 16 Prozent ein überraschend gutes Ergebnis erzielte.
Zum Erfolg wurden die Urwahlen für die
Demokratische Partei allein schon wegen der hohen Beteiligung. Mehr als drei
Millionen Mitglieder und Anhänger gaben in den 10.000 Wahllokalen ihre Stimme
ab. Teilnehmen durften alle Italiener sowie regulär in Italien lebende
Ausländer über 16 Jahre. Diese mussten bereit sein, 2 Euro zu entrichten
und eine Erklärung zu unterzeichnen, in der sie sich als Wähler der Partito
Democratico (PD) bekannten.
Die hohe Beteiligung steht für die
Sehnsucht großer Teile der oppositionell gesinnten Wählerschaft, eine Partei zu
bekommen, die sich gegen Silvio Berlusconi in Stellung bringt, statt ihre
Energien in internen Auseinandersetzungen zu verschleißen. Dieses hatte die im
Herbst 2007 aus der Fusion der Linksdemokraten mit der Mittepartei Margherita
entstandene PD seit Berlusconis Wahlsieg im April 2008 ununterbrochen getan.
Die Auseinandersetzungen überschatteten
auch die Urwahlen. Der frühere Christdemokrat Dario Franceschini hatte schon
dem ersten PD-Vorsitzenden Walter Veltroni als Vize gedient. Gemeinsam mit
Veltroni hatte er das Modell einer "fluiden" Partei nach
US-amerikanischem Zuschnitt verfochten. Zugleich sollte diese Partei ohne
weitere Bündnispartner die Mitte der Wählerschaft erobern, kurz: "allein
mehrheitsfähig" sein.
Pier Luigi Bersani dagegen setzt auf
bewährte Politikmuster. Bersani, noch in der glorreichen KPI groß geworden,
stammt aus der Emilia Romagna, der Kernregion der italienischen Linken - einer
Linken, die dort seit Jahrzehnten regiert und durch eine lange Schule des
politischen Pragmatismus gegangen ist. Bersani, von 2006 bis 2008
Wirtschaftsminister, will zurück zu soliden Parteistrukturen.
Statt der Fixierung auf Urwahlen will
er die Ortsvereine aufwerten. Zugleich gibt er sich überzeugt, dass Berlusconi
nur zu schlagen ist, wenn die Partei Bündnisse sowohl zur christdemokratischen
Mitte hin als auch an ihrem linken Rand eingeht. Wenn der neue Chef Erfolg
haben will, muss er jedoch auch das deutliche Votum für Ignazio Marino zur
Kenntnis nehmen.
Der Chirurg kam erst bei den Wahlen
2008 als politischer Seiteneinsteiger ins Parlament. Selbst bekennender
Katholik, streitet Marino vehement für größeres Selbstbewusstsein der PD
gegenüber dem Vatikan bei Ethik- und Bürgerrechtsthemen wie Sterbehilfe und
Homoehe. In den Großstädten wie Rom oder Mailand überzeugte er damit deutlich
mehr als 20 Prozent der Parteianhänger. Auf einem anderen Politikfeld wird
Bersani von sich aus die Partei nach links rücken: Er will sie wieder klar als
Vertreterin der Interessen der Arbeitnehmer positionieren. Taz 26
Italien. Neuer "harter Gegner" für Berlusconi
Sie sprechen von einem "großen,
fantastischen Tag für die Demokratie": An der Urwahl zum neuen
Vorsitzenden der Demokratischen Partei (PD) in Italien haben etwa drei
Millionen Mitglieder und Anhänger teilgenommen. Von Paul Kreiner
Italien - Das waren um die Hälfte mehr,
als Italiens größte Oppositionspartei erwartet hatte – die Mobilisierung ist
also gelungen; die Zukunft der Partei bleibt aber ungewiss. Der „Partito
Democratico“ ist erst vor zwei Jahren entstanden, als sich Italiens über
mehrere Stationen gewandelte Kommunisten mit den Resten der Christdemokraten
zusammenschlossen. Ihre inneren Brüche hat die Partei bis heute nicht
überwunden.
In der Urwahl am Sonntag stimmten die
Anhänger des PD mehrheitlich gegen den Christdemokraten Franceschini und kürten
den Linken Pier Luigi Bersani zum Parteichef. Der 58-Jährige, der sein
Philosophiestudium mit einer Arbeit über Papst Gregor den Großen abgeschlossen
hatte und politisch bei den Kommunisten groß geworden war, galt in der Partei
als der „ewige Zweite“: In der Regierung von Romano Prodi (2006-2008)
verschaffte er sich als Industrie- und Entwicklungsminister mit entschlossenen
Reformen ein Profil als Wirtschaftsliberaler. Zuletzt erklärte er,
Schwierigkeiten zu haben, „in einer Partei zu bleiben, in der das Wort
,Sozialismus’ tabu ist“ – schon warnen Zentristen und Christdemokraten im PD
vor einem Linksruck.
Bersani selbst will seinen
Oppositionskurs nicht auf eine populistische, laute und womöglich
kontraproduktive Gegnerschaft zu Berlusconi beschränken; sondern für Italien
„eine politische Alternative“ aufbauen. Tsp 27
Mafia als Müllwerker. Gift per Schiffe versenken entsorgt
Die Mafia entsorgte jahrelang Gift,
indem sie beladene Schiffe versenkte. Weil die Regierung kaum was tut, den
Skandal aufzuklären, gingen nun 20.000 Kalabrier auf die Straße. VON MICHAEL
BRAUN
ROM - "Vergiftet von der
Ndrangheta - vergiftet vom Staat": Griffig formulierte ein Transparent,
warum am Samstag mehr als 20.000 Menschen in der kalabresischen Kleinstadt
Amantea demonstrierten. Menschen, die Opfer eines gigantischen Umweltskandals
sind, der von der Regierung kleingeredet wird.
Anfang September fand ein Tauchroboter
nur wenige Kilometer vor der kalabresischen Küste das Wrack der
"Cunsky", eines nach den Aussagen des Ndrangheta-Kronzeugen Francesco
Forti erst mit Giftmüll beladenen und dann versenkten Schiffs. Die jahrelang
von den Umweltverbänden Greenpeace und Legambiente geäußerte Vermutung, die
kalabresische Mafia habe systematisch per Schiffeversenken vor Italiens Küsten
das Meer in eine Sondermülldeponie verwandelt, wurde so bestätigt.
Von 30 bis 50 nicht bloß mit Schwermetallen,
sondern auch mit radioaktiven Abfällen beladenen und dann zwischen 1987 und
1995 versenkten Wracks auf dem Meeresgrund gehen die Ermittler heute aus.
Zugleich wurden sie in der Nähe Aiellos auch auf dem Festland fündig. Unweit
des kalabresischen Dorfes war im Jahr 1990 die "Jolly Rosso" auf
Grund gelaufen. Heimlich wurde, unter Schutz der Behörden, die Ladung
ausgeräumt und bei Nacht verbuddelt. Heute strahlt ein Hügel bei Aiello
radioaktiv, während die Tumorzahlen in der Gegend wuchsen.
Doch die Regierung Berlusconi tut so,
als habe sie es mit einer Bagatelle zu tun. Erst in diesen Tagen, mehr als
sechs Wochen nach Auffinden der "Cunsky", schickte das
Umweltministerium ein Spezialschiff, das weitere Untersuchungen vornehmen soll.
Doch die Öffentlichkeit wird über die Pläne das Ministeriums nicht informiert.
Auch gibt es keine Anzeichen, dass auch die Suche nach den anderen Wracks
aufgenommen werden soll.
Dagegen protestierten jetzt Tausende
Bürger, an ihrer Seite Gewerkschaften, Umweltverbände und die
Oppositionsparteien. Umweltministerin Stefania Prestigiacomo warf ihnen vor,
ihr Protest sei ein Akt "unverantwortlicher Spekulation".
Einkommenseinbußen zum Beispiel in Fischerei und Tourismus verantworten nach
Logik der Ministerin nicht etwa die Verursacher der Umweltkatastrophe - sondern
die Protestierer, die von ihr reden, statt wie die Regierung einfach gnädig
über sie zu schweigen. Taz 26
Italien. Der pünktliche Skandal
Rom. Die Wahl des neuen Parteichefs
sollte der kriselnden Partito Democratico (PD) vor allem zwei Dinge
verschaffen: neuen Schwung und eine positive Medienpräsenz. Doch statt der
Kandidaten für den Parteivorsitz beherrschte während des Wochenendes ein
anderer PD-Politiker die Schlagzeilen: Piero Marrazzo.
Der Präsident der Hauptstadtregion
Latium hat sich am Samstag selbst suspendiert, nachdem aufgeflogen war, dass er
sich von vier Carabinieri mit Videos hatte erpressen lassen, die ihn in einem
Transsexuellen -Bordell zeigten.
Dass die Affäre ausgerechnet am
Wochenende der Parteichefwahlen der PD und nur wenige Monate vor den
anstehenden Regionalwahlen aufflog, halten nicht nur Vertreter der PD für einen
merkwürdigen Zufall. Die vier inhaftierten Polizisten erklären unisono: "Wir
sind Opfer der gleichen Maschinerie. Es geht um einen Plan, Marrazzo zu
diskreditieren, der von jemandem angeordnet wurde, der sehr viel höher
positioniert ist als wir."
Das klingt zwar wie eine
Verschwörungstheorie, aber Marrazzo wäre nicht der erste Prominente, der in den
vergangenen Monaten wegen verleumderischer Behauptungen oder inszenierter
Sexaffären sein Amt verloren hat: Im August traf es den Chefredakteur der
Zeitung der Bischöfe, Dino Boffo, der von der Berlusconi-Postille Il Giornale
mit einem getürkten Dossier zum Rücktritt gedrängt wurde. Und Ministerpräsident
Silvio Berlusconi sieht sich seit Monaten als Opfer einer Schmuddelkampagne.
Land mit doppeltem Boden - Die Politik
in Italien hat jedenfalls "ein nicht mehr tolerierbares Maß an Barbarei"
angenommen, wie der Corriere della Sera jetzt kommentierte: "Der Schlamm
aus Erpressung, kompromittierenden Indiskretionen, Eindringen in die
Privatsphäre ertränkt das, was vom politischen Diskurs noch übrig war. Ein
Dschungel aus Dossiers, Videos, gestohlenen Fotos, vernichtenden
Tonbandaufnahmen und heimlichem Ausspionieren ersetzt die politische
Auseinandersetzung."
Die Bekämpfung des politischen Gegners
mit gefälschten Dossiers und gesteuerten Sexskandalen erlebt zwar seit den -
nicht erfundenen - Affären rund um Berlusconi Hochkonjunktur, ist aber nichts
Neues in Italien. Der Belpaese war schon immer ein Land mit doppeltem Boden, wo
fehlgeleitete Geheimdienste, Freimaurer und andere obskure Gruppierungen ihr
politisches Süppchen kochten - zum Teil auf Geheiß oder zumindest mit Wissen
der jeweiligen Regierung.
Auch Ex-Ministerpräsident Romano Prodi
sollte so ausgeschaltet werden: Die von der zweiten Regierung Berlusconi ins
Leben gerufene "Mitroshkin"-Kommission versuchte mit gefälschten
Dossiers und bestellten Zeugen zu "beweisen", dass Prodi ein
KGB-Spion gewesen sei.
Ironie der Geschichte: Das
Transsexuellen-Bordell, das Marazzo zum Verhängnis wurde, befindet sich im
gleichen Häuserblock wie ein einstiges Versteck der Roten Brigaden zu Zeiten
der Entführung von Aldo Moro. In unmittelbarer Umgebung dieses Verstecks,
stellte sich später heraus, hatte auch der Geheimdienst Wohnungen gemietet -
was zusammen mit zahlreichen anderen Ungereimtheiten für viele ein Indiz dafür
gewesen war, dass die Entführung und Ermordung des christdemokratischen
Spitzenpolitikers ebenfalls eine Inszenierung gewesen sei - von jenen
politischen Kräften, die gegen die von Moro verfolgte Politik der
Zusammenarbeit mit den Kommunisten gewesen waren. DOMINIK STRAUB FR 27
Italien: Sex-Skandal. Falle im Halbdunkel
Eine verworrene Geschichte über Sex,
Drogen, Videos und Politik: Auch Italiens Opposition hat jetzt ihren Skandal.
Von Andrea Bachstein
Sex, Drogen, Videos und Politik sind
die Zutaten eines Skandals, der in Italien die Schlagzeilen beherrscht. Die
Hauptfigur, Piero Marrazzo, ist Regionspräsident von Latium. Er hat am Samstag
die Amtsgeschäfte niederlegt. Ein sehr unglücklicher Zeitpunkt für die größte
Oppositionspartei Partito Democratico (PD), der Marrazzo angehört, und deren
Vorsitzender am Sonntag zur Wahl stand. Die Partei hatte auf diese - für alle
Bürger offene - Wahl besondere Hoffnung gelegt. Sie wünschte sich eine
möglichst große Teilnahme, um ihr Gewicht gegenüber der Regierung zu
vergrößern. Nun war nicht nur ein Spitzenpolitiker schwer beschädigt, die Wahl
wurde als Thema in den Medien zeitweise vom ersten Platz verdrängt.
Der Regionspräsident, das Amt
entspricht etwa dem eines deutschen Ministerpräsidenten, wurde von vier
Carabinieri erpresst. Sie waren im Besitz eines Videos, das den 51-jährigen
Politiker angeblich halbnackt mit einem Transsexuellen zeigt. Zu sehen ist
demnach auch Kokain auf einem Tisch. Zu hören sein soll, wie Marrazzo bittet: "Ruiniert
mich nicht. Tut mir nicht weh."
Ans Licht gekommen ist die Affäre durch
interne Ermittlungen gegen die Polizisten. Sie sollen im Juli in die Wohnung
eines Transsexuellen namens "Natalie" eingedrungen sein und von
Marrazzo 20.000 Euro verlangt haben. Der Politiker ist mit einer
Fernsehjournalistin verheiratet. Marrazzo gab den Erpressern das Geld in Form
von Schecks - und saß damit in der Falle.
So weit wäre der Fall nachvollziehbar.
Auch ist klar, warum Marrazzo die Geschäfte nur ruhen lässt und erst im
Dezember zurücktritt. Bei einem formellen Rücktritt müssten binnen 90 Tagen
Neuwahlen stattfinden - und solche sind für März ohnehin geplant. Verworrener
wird die Geschichte aber, je mehr über die Details der Ermittlungen berichtet
wird. Die Polizisten haben die erpressten Schecks nie eingelöst, doch das Video
wurde im September über einen Mittelsmann für 200 000 Euro Journalisten
angeboten. Es ist nie veröffentlicht worden, aber letzte Woche wurde eine Kopie
bei Chi beschlagnahmt, einem Klatschblatt. Es erscheint in der Verlagsgruppe
Mondadori, deren Chefin eine Tochter von Silvio Berlusconi ist.
Noch ein deutlicheres Video?
Ob Intrige im Spiel sein könnte, ist
unklar. Die Zeitung Repubblica schreibt, im September habe eine
"regierungsnahe Quelle" gestreut, es kursiere ein Video von Marrazzo,
das ihn mit zwei Transsexuellen beim Koksen zeige. Der Corriere della Sera
berichtet, die Carabinieri hätten ausgesagt, sie seien nur Spielfiguren von
Machenschaften höherer Kreise.
Grossbild
Inzwischen gibt es Hinweise, dass noch
ein deutlicheres Video existiert, das Marrazzo mit zwei Transsexuellen zeigt.
Es soll von Prostituierten gefilmt worden sein. Ermittlungen in der Szene haben
ergeben, dass Marrazzo sich offenbar öfter mit Transsexuellen traf. "Natalie"
soll ausgesagt haben, er betrachte sich als seine "feste Freundin".
In Roms Halbwelt wurde Reportern erzählt, viele Prominente seien Kunden, die
Treffen kosteten Tausende Euro, es werde reichlich Kokain konsumiert.
Vertreter seiner Partei PD begrüßten,
dass Marrazzo die Konsequenz zieht. Innenminister Roberto Maroni von der Lega
Nord hingegen sagte, es gehe um persönliche Dinge, ein Rücktritt sei nicht
nötig. Dies liegt auf der Linie der Regierungsparteien im Zusammenhang mit den
Skandalen von Premier Silvio Berlusconi. Demnach hätten die privaten Affären
keinen Einfluss auf die Amtsführung. SZ 26
UN-Klimagipfel. Kopenhagen auf der Kippe
Der UN-Klimagipfel in Kopenhagen naht,
und die Debatten um das Post-Kyoto-Abkommen gehen in die letzte Runde. Große
Bedeutung hat das US-Klimagesetz. "Wir tun, was wir können", sagt
John Kerry.
NEW YORK/SYDNEY - Wenige Wochen vor
Beginn des UN-Klimagipfels haben die Vereinten Nationen ihre Erwartungen an die
Konferenz deutlich heruntergeschraubt. Angesichts vieler noch ungeklärter
Fragen sei es unklar, was die Konferenz erreichen könne, sagte Janos Pasztor
vom Beraterstab des Generalsekretärs Ban Ki Moon.
Er verwies darauf, dass der US-Kongress
sich noch nicht auf ein Klimagesetz verständigt habe und dass sich auch die
Industrieländer noch nicht auf Ziele zur Reduzierung ihres
Kohlendioxidausstoßes geeinigt hätten.
"Wir arbeiten weiter. Wir tun, was
wir können"
Zu den Klimagesetz-Verhandlungen in den
USA erklärte der demokratische Senator John Kerry, UN-Generalsekretär Ban Ki
Moon habe am Montag noch mit dem Mehrheitsführer im Senat, Harry Reid,
telefoniert, um ihm deutlich zu machen, wie wichtig "etwas Bewegung im
Senat" für die Verhandlungen in Kopenhagen wäre. "Wir arbeiten
weiter. Wir tun, was wir können", sagte Kerry nach einem Treffen mit Reid.
Er schränkte aber ein, dass angesichts des engen Zeitplans des Senats und der
Konzentration auf die Reform der Gesundheitspolitik Fortschritte in der
Klimapolitik schwierig seien.
Weißes Haus unterstützt
Klimagesetz-Entwurf
Das Weiße Haus unterstützt voll und
ganz den 900-seitigen Gesetzentwurf zum Klimagesetz, der vorsieht, den Ausstoß
an klimaschädlichen Gasen in den nächsten 40 Jahren um 80 Prozent zu senken.
Einen ähnlichen Entwurf hat auch schon das Repräsentantenhaus beschlossen.
Vorgesehen ist, dass Kraftwerke und
Fabriken ihren Schadstoffausstoß schrittweise senken. Geregelt werden soll dies
über Schadstoffzertifikate, die von der Regierung ausgegeben werden und deren
Umfang allmählich reduziert wird, um die Zielvorgaben zu erreichen. Die
Republikaner kritisierten dies als massive Energiesteuer.
UN-Klimaabkommen ist für
Generalsekretär Priorität
Generalsekretär Ban Ki Moon ist zum
Erfolg verdammt: Er hat die Verhandlungen über ein neues UN-Klimaabkommen zur
Priorität seiner Politik erklärt. Hierfür wäre es naturgemäß sehr hilfreich,
wenn Bewegung in die bisher bei internationalen Abkommen eher blockierende
US-Politik käme.
Ban-Ki-Moon-Berater Janos Pasztor
Pasztor hob am Montag auf einer Pressekonferenz in New York hervor, es gebe bei
vielen Regierungen und auch auf internationaler Ebene intensive Verhandlungen
zur Vorbereitung des Klimagipfels Anfang Dezember in Kopenhagen.
... ein neues Abkommen erreichen
Diese Vorarbeit sei wichtig, um ein
neues Abkommen zu erreichen. Er deutete aber gleichzeitig an, dass es in
Kopenhagen wohl kein neues Abkommen geben werde. Trotzdem müssten die
Regierungen versuchen, sich so weit wie möglich auf die Inhalte des Abkommens
zu verständigen.
Pasztor hob hervor, dass es vor
Kopenhagen noch eine Verhandlungsrunde vom 2. bis 6. November in Barcelona
gebe. Zudem gebe es auch bei dem Treffen asiatischer und pazifischer Staaten am
14. und 15. November in Singapur, zu dem auch US-Präsiden Barack Obama erwartet
werde, eine Gelegenheit, weiter über das Klimaabkommen zu sprechen, sagte
Pasztor. Der UN-Klimagipfel findet vom 7. bis 18. Dezember statt.
Klimabericht: Auch australische Küste
gefährdet
Auch Australien ist laut einer Studie
in Gefahr: Vom Anstieg des Meeresspiegels bedroht sind demnach mehrere tausend
Kilometer Küste. Es müsse deshalb erwogen werden, das Wohnen in gefährdeten
Gebieten zu verbieten, heißt es in dem am Montagabend vorgestellten
Regierungsbericht. Im Küstenbereich leben 80 Prozent der Bevölkerung des
Kontinents.
Die Frage sei von nationaler Bedeutung,
und die Zeit zum Handeln sei gekommen, erklärte der Ständige Ausschuss für
Klimawandel, Wasser, Umwelt und die Künste. Der Ausschuss sprach zugleich 47
Empfehlungen aus, wie sich das Land besser auf die Auswirkungen des
Klimawandels vorbereiten könne.
"Climate
Change starts here. Less talk, more money!"
Unterdes haben Greenpeace-Aktivisten
heute in Riau auf der indonesischen Insel Sumatra gegen das Abholzen der Urwälder
für Palmölplantagen protestiert. Die Umweltschützer entrollten auf kürzlich
gerodeten Urwaldboden ein Banner mit dem Konterfei von Bundeskanzlerin Angela
Merkel und dem Slogan: "Climate Change starts here. Less talk, more
money!" (Klimawandel beginnt hier. Weniger Reden, mehr Geld).
Die Aktion in Indonesien war der
Auftakt eines internationalen Klima- und Waldschutz-Camps von Greenpeace.
Zeitgleich mit dem Konterfei von Kanzlerin Merkel enthüllten die Aktivisten
auch ein Banner des französischen Präsidenten Nicolas Sarkozy. ap/dpa 27
Irak. Das Motiv der Attentäter hat sich verändert
Im Irak rücken die Parlamentswahlen
näher, und die Gewalt nimmt wieder zu. Die Zahl der Anschläge liegt zwar
erheblich unter jenen, die im vergangenen Jahr um diese Zeit registriert
wurden, und im langfristigen Trend gehen die Gewaltakte und die Zahl der Opfer
stetig zurück. Daher verzerren Attentate mit vielen Toten und Verletzten wie
zuletzt am Sonntag und am 19. August das Bild. Doch an Mutmaßungen, dass die Gewalt
vor den nächsten Wahlen wieder zunehmen werde, fehlt es nicht.
Verändert hat sich jedoch das Motiv der
Attentäter. So nehme der Terrorismus von Al Qaida ab, sagt Mustafa Alani, der
Leiter der Abteilung für Sicherheitsfragen am Gulf Research Center (GRC) in
Dubai. Zugleich nehme die politische motivierte Gewalt zu, um Ministerpräsident
Maliki bis zum Wahltag zu schwächen.
Die beiden großen Doppelanschläge der
jüngsten Zeit waren gegen Einrichtungen der Regierung und des Staats gerichtet.
Am 19. August kamen durch Bomben, die vor den Ministerien für Äußeres und für
Finanzen detonierten, mehr als hundert Menschen ums Leben. Bis zum
Sonntagnachmittag wurden nach den Anschlägen vor dem Justizministerium und dem
Gebäude der Provinzverwaltung von Bagdad mehr als 130 Tote gezählt. (Siehe
auch: Mehr als hundert Tote bei Anschlägen in Bagdad) Der Zeitpunkt der
Anschläge war präzise kalkuliert. Kurz nach der Detonation der Bomben wollten
sich Ministerpräsident Maliki und andere führende Politiker treffen, um sich doch
noch über das Wahlgesetz zu einigen.
Seit Monaten debattiert das Parlament
ohne Ergebnis über unterschiedliche Entwürfe. Ohne neues Wahlgesetz kann die
Wahl aber nicht wie vorgesehen am 16. Januar stattfinden. Maliki sagte daher am
Samstag, bei einer Verschiebung würden Parlament und Regierung ihre Legitimität
verlieren, was leicht zu einem Wiederaufflammen der Konflikte zwischen
Anhängern verschiedener Konfessionen und Religionen führen könne. Unter dem
Eindruck des Anschlags fand das vorgesehene Treffen nicht statt.
Weiterhin unüberbrückbar erscheinen die
Meinungsverschiedenheiten über das neue Wahlverfahren. Maliki plädiert für
offene Wahllisten und weiß dabei die Mehrheit der Iraker hinter sich. Die
Bevölkerung möchte für einzelne Personen stimmen und nicht en bloc für eine
Liste. Offene Listen gäben ihnen die Gelegenheit, als besonders korrupt
geltende Politiker abzuwählen. Dagegen fordern der schiitische „Hohe Islamische
Rat des Irak“ (Isci) unter Ammar al Hakim, die Bewegung des Schiitenführers Muqtada
al Sadr und auch die großen kurdischen Parteien geschlossene Wahllisten. Deren
Vorsitzende könnten befürchten, dass sie auf offenen Listen nicht reüssieren
würden.
Noch ist nicht abzuschätzen, ob Hakim
und Sadr ihre Meinung ändern. Allerdings hat sich am Freitag Großajatollah
Sistani, die höchste Autorität der irakischen Schiiten, erstmals für offene
Wahllisten ausgesprochen. Der Sprecher Sistanis, Scheich Abdulmahdi Karbalai,
hatte ferner vor einem „konstitutionellen und politischen Vakuum“ mit Folgen
für die Sicherheit gewarnt, sollten sich die verschiedenen Gruppen und Kräfte
nicht auf ein neues Wahlgesetz einigen.
Sollte Maliki diskreditiert werden?
In der bevorstehenden Wahl wird sich
Maliki, der als Spitzenkandidat eines überkonfessionellen Bündnisses antritt,
gegen den Schiitenblock von Hakim und Sadr behaupten müssen. Derzeit sieht es
so aus, dass Malikis Bündnis die meisten Stimmen erhalten könnte, ohne dass er
zugleich über eine Regierungsmehrheit verfügt. Sollte Maliki den Kurden nicht
weiter nicht entgegenkommen, könnten diese gegen ihn ihr Veto einlegen wie sie
es im Jahr 2005 erfolgreich gegen den damaligen Ministerpräsidenten Dschaafari
getan hatten.
Maliki wollte als der Überwinder der
innerislamischen Gräben und als Garant für die Sicherheit um Stimmen werben.
Tatsächlich hat sich während seiner Amtszeit die Sicherheitslage erheblich
verbessert, insbesondere in den vergangenen 18 Monaten. Daher vermuten viele
Beobachter, die jüngsten Anschläge hätten vor allem das Ziel, Maliki zu diskreditieren.
So fällt auf, dass alle vier
Anschlagsort in Stadtteilen Bagdads mit einem hohen Anteil von Schiiten wie von
Straßensperren liegen. Mit Ausnahme des Außenministeriums, das von dem Kurden
Zebari geleitet wird, stehen Schiiten an der Spitze der angegriffenen
Institutionen. Um die Sperren leicht passieren zu können, mussten die
Attentäter bekannt sein. Auch das spricht für die These, dass die Anschläge
politisch motiviert sind und nicht als zielloser Terror betrachtet werden
müssen.
Zu einer heftigen innenpolitischen
Kontroverse war es nach den Anschlägen am 19. August gekommen, als sie Bomben
während einer Unterredung Malikis mit dem syrischen Staatspräsidenten Assad in
Damaskus detonierten. Der irakische Geheimdienst vermutete Hakims Isci hinter
dem Anschlag, Maliki beschuldigte Syrien. Die Gewaltakte verschlechterten die
bilateralen Beziehungen erheblich – was die Absicht gewesen sein könnte.
Von politischer Stabilität noch weit
entfernt
Im Zentralirak führen die Zellen von Al
Qaida kaum mehr Anschläge aus. Die sunnitischen „Erweckungsräte“ haben sie aus
ihrer Hochburg, der Provinz Anbar, vertrieben. Daher sind sie heute nur noch
für Anschläge in den Provinzen Diyala und Ninive/Mossul verantwortlich. Dort
machen sie sich die wachsenden Spannungen zwischen Arabern und Kurden zunutze.
Ein weiteres Risiko birgt der Umstand, dass die Regierung Maliki ihr
Versprechen, die Milizen der Erweckungsräte in die Sicherheitskräfte zu
integrieren, bislang nur unzureichend eingelöst hat. In diesen Kreisen nimmt
daher die Verärgerung über den schiitischen Ministerpräsidenten zu. Es ist
nicht auszuschließen, dass einige Sunniten wieder zu den Waffen greifen.
Kaum abzuwenden scheint jedoch die
Gefahr einer Eskalation der Gewalt aus Anlass der bevorstehenden Wahlen. Nach
der irakischen Verfassung müssen sie bis zum 31. Januar stattfinden. Am Samstag
äußerte General Ali Ghaidan Madschid, der Kommandeur des Heeres, dass eine
Verschiebung der Wahlen „Sicherheitsprobleme“ schaffen könne. Die Armee habe
aber auch einen „Plan B“ für den Fall erarbeitet, dass die Wahlen verschoben
werden sollten.
Instabil wird die politische Lage aber
wohl auch nach der Wahl bleiben. Angesichts der großen Zahl von Parteien und
Allianzen, die an der Wahl teilnehmen wollen, dürfte die Regierungsbildung
kompliziert und langwierig sein. Schon nach der Parlamentswahl im Dezember 2005
zogen sich die Verhandlungen über eine Regierungsbildung fünf Monate hin. Mögen
sich die Lebensbedingungen in den vergangenen Jahren auch erheblich gebessert
haben und das Land von einem Terror wie in Pakistan nicht heimgesucht werden,
so ist der Irak von politischer Stabilität noch weit entfernt. Rainer Hermann Faz
26
Leitartikel. Iraq. Der Krieg als Wiedergänger
In Bagdad bebte die Erde. Das im August
zerschmetterte Außenministerium ist noch nicht ganz repariert, das
Wirtschaftsministerium erst teilweise wieder arbeitsfähig, da verwandelte am
Sonntag die nächste Lastwagenbombe das Justizministerium in eine rauchende
Ruine. Drei zentrale Säulen der irakischen Bundesregierung plus die
Provinzverwaltung von Bagdad wurden in den vergangenen zwei Monaten von
Attentätern in Schutt und Asche gelegt. Mehr als 250 Menschen starben, die
Verletzten gehen in die tausende.
Angesichts dieses Infernos von Tod und
Zerstörung wachsen in den Vereinigten Staaten zu Recht die Sorgen, genauso wie
in den europäischen Hauptstädten und bei der Nato. Denn die mörderischen
Selbstmordattentate könnten der jungen Post-Saddam-Republik das Rückgrat
brechen, noch bevor sie ganz auf die eigenen Beine gekommen ist.
Die Attentäter und ihre Hintermänner
wollen die ölreiche Nation in einen religiös-ethnischen Bruderkrieg
zurückbomben, sie in Chaos und Zerfall hineintreiben sowie demonstrieren, dass
die schiitisch dominierte Regierung unter Premier Nuri al-Maliki unfähig ist,
ihre Bürger zu schützen.
Gleichzeitig könnte ihr mörderisches
Treiben aber auch dem Weißen Haus seinen militärischen Rückzugsplan
durchkreuzen. Nicht nur für al-Maliki, auch für US-Präsident Barack Obama steht
viel auf dem Spiel. Schließlich kann die westliche Supermacht, die die Invasion
in den Irak vor sechs Jahren an der Spitze einer "Koalition der
Willigen" vom Zaun brach, im August 2010 nicht einfach ein Volk
zurücklassen, das in Blut und Bürgerkrieg versinkt.
750.000 Mann in Uniform
Können die US-Truppen jedoch nicht wie
geplant abrücken, ginge das zu Lasten der gerade neu justierten amerikanischen
Prioritäten in der Region. Und die lauten: den Krieg gegen die Taliban in
Afghanistan intensivieren, die innere Lage in der Atommacht Pakistan
stabilisieren und eine neue Nuklearmacht Iran verhindern.
Doch die irakische Krise wird nicht nur
geschürt durch Bomben und Selbstmordattentäter, sondern auch durch das Versagen
einheimischer Politiker und die Unfähigkeit der Sicherheitskräfte. Dem Irak
stehen 750.000 Mann in Uniform zur Verfügung - als Polizisten und Soldaten. Bei
jedem neuen Anschlag stellt sich heraus, dass die Bewacher ihrer Arbeit nur lax
und unwillig nachgehen.
Im August waren Kontrollposten im
Regierungsviertel bestochen, so dass sie die beiden Lastwagen mit ihren
tonnenschweren Todesladungen passieren ließen. Am Sonntag gelangte sogar ein
Lastwagen sogar aus dem entfernten Falludschah mit 1000 Kilogramm Sprengstoff
direkt bis vor die Haustür der Provinzregierung. Ähnlich trübe sieht es bei der
politischen Entschärfung der ethnischen und religiösen Spannungen aus. Auch
hier geht nichts voran.
Neues Gesetz will mehr Bürgernähe
schaffen
Alle Bevölkerungsgruppen und Regionen
haben Rechnungen offen - Kirkuk ist nur das bekannteste Beispiel. Und im Streit
um das neue Wahlgesetz haben sich Parlament und Regierung in eine Totalblockade
hineinmanövriert. Im Januar 2010 will der Irak erstmals in Eigenregie eine
nationale Parlamentswahl organisieren. Das politische Establishment des Landes
jedoch ist bislang nicht bereit, durch eine Reform des Wahlsystems der weit
verbreiteten Frustration im Volk über seine Volksvertreter Rechnung zu tragen.
In den vergangenen vier Jahren agierten
die Abgeordneten in ihrem hoch gesicherten Raumschiff "Grüne Zone" in
Bagdad - von den Menschen isoliert und keinem Wahlkreis verpflichtet. Das neue
Gesetz will mehr Bürgernähe schaffen, indem es die Macht der Parteigewaltigen
beschränkt, die konfessionellen Einheitslisten öffnet und Direktmandate
einführt. So könnten künftig Kandidaten verschiedener religiöser oder
ethnischer Herkunft in neuen Parteien zusammenfinden und alte Gräben überwinden.
Ministerpräsident Nuri al-Maliki befürwortet diese Modernisierung, kann sich
aber bisher nicht durchsetzen.
Selbst am Sonntagabend unter dem Schock
der jüngsten Riesenexplosionen und per Telefon live von US-Präsident Barack
Obama ins Gebet genommen, weigerte sich der "Politische Rat für Nationale
Sicherheit", dem alle irakischen Parteichefs angehören, den gordischen
Knoten zu durchschlagen. Denn viele Abgeordnete fürchten, unter dem neuen
Wahlsystem ihre Mandate zu verlieren. Sie fordern bessere Aussichten für sich
selbst. Das sind keine guten Aussichten für den Irak.
Martin Gehlen FR 27
Kriegsverbrechen. Prozess gegen Karadzic beginnt
Der frühere bosnische Serben-Führer
Radovan Karadzic will den Auftakt seines Kriegsverbrecherprozesses
boykottieren. Er werde am Montag nicht vor Gericht erscheinen, weil er nicht
genug Zeit zur Vorbereitung gehabt habe, schrieb Karadzic vergangene Woche dem
Internationalen Strafgerichtshof für das ehemalige Jugoslawien in Den Haag.
Das Tribunal erklärte jedoch, der
Prozess werde wie geplant eröffnet. Gerichtssprecherin Nerma Jelacic sagte, es
gebe derzeit keinerlei Anzeichen dafür, dass der Prozess nicht wie geplant
beginnen werde. Die Kontrolle über das Verfahren liege aber allein in den
Händen der Richter. Von Seiten der Anklage könne der Prozess beginnen, erklärte
die Sprecherin von UN-Chefankläger Serge Brammertz, Olga Kavran.
Karadzic plädiert auf unschuldig
Karadzic muss sich in elf
Anklagepunkten vor dem UN-Tribunal verantworten, darunter Kriegsverbrechen,
Verbrechen gegen die Menschlichkeit und Völkermord während des Bosnien-Kriegs
(1992-1995). Die Klagen beziehen sich unter anderem auf die mehrjährige
Belagerung der bosnischen Hauptstadt Sarajevo, während der rund 10.000 Menschen
ums Leben kamen, und auf das Massaker an mehr als 7000 muslimischen Männern und
Jungen in Srebrenica im Juli 1995.
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Karadzic plädiert auf unschuldig, bei
einer Verurteilung droht ihm lebenslange Haft.Der Angeklagte war im vergangenen
Jahr nach elfjähriger Flucht verhaftet worden, während der er als Heilpraktiker
unter falschem Namen in Serbien lebte.
In dem Schreiben, das von seinem
Rechtsberater Peter Robinson verbreitet wurde, klagt Karadzic über „ungleiche
und ungerechte“ Bedingungen in dem Verfahren. Er benötige mehr Zeit, um die
Prozessakten zu lesen, die neben der Anklageschrift knapp eine Million Seiten
Beweismaterial und hunderte Zeugenaussagen enthalten. „Kein Anwalt der Welt
hätte sich in dieser Zeit vorbereiten können“, schreibt Karadzic, der sich im
Prozess selbst verteidigen will.
Massaker von Srebrenica im Mittelpunkt
Der frühere Serbenführer hatte bereits
Anfang September um eine Verschiebung des Prozesses gebeten, war jedoch mit
einem Antrag gescheitert, den Prozess um zehn Monate hinauszuzögern. Der
Chefankläger des UN-Tribunals, Serge Brammertz, erklärte aber, der Angeklagte
habe mit 15 Monaten ausreichend Zeit gehabt, seine Verteidigung vorzubereiten.
Karadzic hat alle Vorwürfe
abgestritten. Im Mittelpunkt stehen das Massaker von Srebrenica, bei dem 1995
rund 8000 Muslime getötet wurden, und die 43 Monate dauernde Belagerung der
bosnischen Hauptstadt Sarajewo.
Plavsic war Vize-Präsidentin der
Serbischen Republik und wurde Karadzics Nachfolgerin, als dieser sein Amt 1996
auf internationalen Druck aufgab. Im Februar 2003 wurde sie vom Tribunal in Den
Haag wegen Verbrechen gegen die Menschlichkeit in Bosnien zu elf Jahren Haft
verurteilt. Ihre Strafe verbüßt sie in einem Gefängnis in Schweden. Im
September hatte das Kriegsverbrechertribunal einer vorzeitigen Entlassung
zugestimmt. Eine Sprecherin des schwedischen Justizministeriums teilte nun mit,
Plavsic werde am Dienstag vorzeitig auf freien Fuß gesetzt. dpa/Reuters 26
Karadzic-Prozess in Den Haag. Die Qual der Gerechtigkeit
14 Jahre nach dem Massaker von
Srebrenica steht Radovan Karadzic in Den Haag vor Gericht. Der Druck auf das
Kriegsverbrechertribunal ist hoch - es braucht einen schnellen Sieg. Ein
Kommentar von Marc Hoch
Wie lang und schwer der Weg zur
Gerechtigkeit ist, wissen am besten die Opfer von Radovan Karadzic. Dieser
skrupellose und moralisch verdorbene Mensch, dessen Gesicht zum Symbol geworden
ist für die Gewalt auf dem Balkan, konnte sich eine (gefühlte) halbe Ewigkeit
seiner Verhaftung entziehen.
Zu einer Zeit, als die Verbrechen des
Bosnien-Krieges längst bekannt waren, lebte er unbehelligt als Wunderdoktor im
Verborgenen und in der Freiheit wirrer Gedanken. Für seine Opfer war das eine
Qual, und auch für das Ideal der Gerechtigkeit sind die 14 Jahre, die von der
ersten Anklage bis zum Prozessbeginn vergangen sind, eine Schande. Dafür sind
viele verantwortlich.
Schuld daran tragen nicht allein die
Serben, die ihre kriminelle Führerfigur - bei Strafe ihrer internationalen Ächtung
- im Untergrund versteckten. Auch der Westen hält seinen Anteil.
Katz-und-Maus-Spiel - In den Jahren
nach dem Krieg wäre es für die Nato mit ihren immerhin 60.000 Soldaten in
Bosnien leicht gewesen, Karadzic zu verhaften. Doch in den westlichen Hauptstädten
fehlte dazu der politische Wille, was die frühere Chefanklägerin Carla del
Ponte sarkastisch als Katz-und-Maus-Spiel beschrieben hat: "Die meiste
Zeit haben die Katzen (der Westen) sich die Augen verbunden, sodass die Mäuse
(die Kriegsverbrecher) von einem Loch zum anderen liefen."
Jetzt endlich, mit 14 Jahren
Verspätung, wird dem mutmaßlichen Initiator der ethnischen Vertreibung der
Prozess gemacht, und viele Menschen in Bosnien wünschen der Gerechtigkeit und
ihren Helfern einen schnellen Sieg. Den hat das Haager Tribunal auch dringend
nötig.
Denn nachdem das Gericht zunächst
jahrelang auf die wichtigsten Angeklagten warten musste, hat es seither nur
wenige Hauptverantwortliche schuldig sprechen können. Slobodan Milosevic starb
während der Verhandlung, und in dem bisher größten Srebrenica-Verfahren gibt es
immer noch kein Urteil, obwohl schon seit 2006 verhandelt wird.
Ein unerträgliches Jahr für die Opfer
Das Gericht muss sich den Vorwurf
gefallen lassen, sein juristisches Mahlwerk laufe zu langsam, weil die Anklagen
überfrachtet seien. Und in der Tat: Die Anklage gegen Milosevic umfasste 66
Punkte, von denen zum Zeitpunkt seines Todes nach insgesamt 466 zum Teil
chaotischen Verhandlungstagen nicht ein einziger entschieden war.
Auch die Karadzic-Anklage enthält so
viele Punkte, dass sich der Eindruck aufdrängt, die Staatsanwälte hätten nicht
viel aus dem Milosevic-Verfahren gelernt.
Von der Verhaftung Karadzics im Juli
2008 bis zum Prozessbeginn ist wieder ein für die Opfer unerträglich langes Jahr
vergangen - in der Hauptsache nur deshalb, weil das Gericht mit den
Staatsanwälten über den Umfang der gewaltigen Anklage stritt. Diese Anklage
legt nun dem früheren Psychiater nicht nur zahllose Verbrechen in ganz Bosnien
zur Last. Die Ankläger unternehmen darüber hinaus den ehrgeizigen Versuch, die
ethnische Vertreibung juristisch als Genozid anzuklagen. Wozu dieser enorme
Aufwand, wo doch ein schneller Schuldspruch etwa für die Belagerung von
Sarajewo relativ leicht zu erreichen wäre?
Viele Menschen auf dem Balkan können
die lange Verfahrensdauer nicht verstehen. Sie sähen es am liebsten, wenn der
64-Jährige im Sinne der makabren Forderung verurteilt würde, die der ehemalige
sowjetische Generalstaatsanwalt Andrei Wyschinski kurz vor den NS-Prozessen als
Trinkspruch ausbrachte: "Möge ihr Weg direkt vom Gericht ins Grab
führen." Und auch den Geldgebern des Tribunals wäre es lieb, wenn die
teure Einrichtung bald schließen könnte.
Gegen Geschichtsfälschung
Der Druck auf das Tribunal ist diesmal
viel größer als vor dem Milosevic-Verfahren. Doch die Ankläger haben ihm zu
Recht widerstanden, weil es ihnen um mehr geht, als ihren wichtigsten
Angeklagten wie einen Strauchdieb abzuurteilen.
Denn in diesem möglicherweise letzten
großen Prozess zu den Kriegsverbrechen auf dem Balkan geht es noch einmal um
die komplexe historische Dimension des Krieges und seines mutmaßlichen
Haupttäters.
Karadzics Schuld als demagogischer
Hintermann der Bluttaten zu zeigen, ihm zu beweisen, dass er mit anderen den
Plan der ethnischen Säuberungen verabredete und umsetzte - das ist das große
Ziel dieses Prozesses. Noch einmal sollen die Gräuel der Bosnien-Kriege in
aller Brutalität und Komplexität erfasst werden, um gegen Geschichtsfälschung
und Legendenbildung, die vor allem auf dem Balkan wuchern, die Macht der Fakten
zu setzen.
Den Opfern aber, die schon so lange auf
ein Urteil warten, mutet dieses Verfahren weitere Geduldsproben zu. Sie werden
es ertragen müssen, dass Karadzic mit immer neuen Winkelzügen den Zeitplan
durchkreuzen wird, wie das gleich zur Prozesseröffnung deutlich wurde. Reue,
wie sie bei den Nürnberger Prozessen einst Wilhelm Keitel zeigte, oder gar ein
Geständnis wie von Karadzics freigekommener Stellvertreterin Biljana Plavsic,
wird man von diesem Schurken nicht erwarten dürfen.
Das Urteil wird frühestens 2012 ergehen
- 20 Jahre nach den ersten Schüssen in Bosnien. Gerechtigkeit kann qualvoll
sein. Trost kann den Opfern nur diese Gewissheit geben: Karadzics Name wird von
der Geschichte verflucht werden. SZ 27
EU-Kommissar Oettinger. Nicht willkommen in Brüssel
Brüssel. Nachdem sich die Überraschung
über die Berufung Günther Oettingers zum künftigen EU-Kommissar sich in Brüssel
langsam setzt, rückt dessen bisheriges europapolitisches Wirken in den
Vordergrund. Für die meisten ist Oettinger da ein unbeschriebenes Blatt. Seine
Nominierung nahm deshalb selbst die Unions-Fraktion im europäischen Parlament
"zurückhaltend" auf.
"Das ist ein europapolitischer
No-Name", betont der deutsche Chef der Sozialisten, Martin Schulz,
mehrfach. Schulz hält dessen Ernennung für "eine Demütigung der
zahlreichen qualifizierten CDU-Politiker in Berlin und Brüssel".
In der Debatte über das VW-Gesetz ist
der Ministerpräsident von Baden-Württemberg in Brüssel kurz aufgefallen, als er
aus der Interessenlage des Ländles heraus mit Blick auf Porsche die Position
der EU-Kommission teilte und eine Abschaffung des speziellen VW-Regelwerkes
forderte. Ansonsten fällt Oettingers Kritik an den Kommissionsvorschlägen für
die Begrenzung der Auto-Schadstoffe ein. Auch dabei vertrat er die Interessen
der heimischen Industrie.
Schon deshalb ist er für die Grünen als
künftiger Kommissar "der falsche Mann zur falschen Zeit am falschen
Ort". Rebecca Harms, die Fraktionschefin in Straßburg, betont, gerade
"in Zeiten der Klima- und Wirtschaftskrise braucht Europa einen Politiker,
der Umwelt und Wirtschaft zusammen denkt". So einer sei Oettinger nicht.
"Was soll das?"
Der SPD-Europa-Abgeordnete Matthias
Groote macht auf die frühere Mitgliedschaft des CDU-Politikers im
"rechtsgerichteten und europaskeptischen" Studienzentrum Weikersheim
aufmerksam. Das "Europa-Manifest" der christlich-konservativen
Denkfabrik lehnte den europäische Verfassungsentwurf ab und beklagte vor allem
den fehlenden Gottesbezug. Der ist auch im Vertrag von Lissabon nicht zu
finden, der aus dem Entwurf hervorgegangen ist. Kein Wunder, so Groote, dass
deshalb "selbst ein Erzkonservativer" wie EU-Kommissionspräsident
José Manuel Barroso "von dieser Personalie nichts hält", die einen
Europaskeptiker zum EU-Kommissar mache.
Nachdem die Bundesregierung Oettinger
nominiert hatte, rief Barroso deutsche Europapolitiker an und fragte: "Was
soll das?" Groote will bei den Anhörungen im Parlament, denen sich die
Kommissionsmitglieder stellen müssen, Oettinger fragen, wie er zu dem
Studienzentrum und dessen Inhalten stehe. Obwohl die jeweiligen Regierungen
ihre Kommissare für Brüssel bestimmen, müssen sie vom Europäischen Parlament
bestätigt werden. Das ist keine reine Formsache, wie die Wahl vor fünf Jahren
zeigte. Damals erzwang das Parlament den Rückzug der von Lettland und Italien
ernannten Kommissare.
Schulz will bei der Befragung auf die
Kompetenzen Oettingers abstellen, der "überhaupt keine Erfahrung mit
EU-Politik und keinerlei Netzwerk in Europa" habe. Die Beurteilung der
Sozialisten werde davon abhängen, "was der kann". Dabei spiele auch
das Ressort eine Rolle, das Barroso Oettinger zuweise. Dass Oettinger für sich
ein wirtschaftsbezogenes Kommissariat fordert, stößt in Brüssel übel auf.
Dennoch gehen viele davon aus, dass Deutschland nicht mit einem Mini-Ressort
abgespeist wird. "Dazu ist Barroso Angela Merkel zu sehr zu Dank
verpflichtet", meint Schulz. WERNER BALSEN FR 27
Von Stuttgart nach Brüssel. Ganz Brüssel spottet über Oettinger
Günther Oettinger geht nach Brüssel.
International gilt Baden-Württembergs Ministerpräsident als unerfahren. Kein
Wunder, dass EU-Politiker irritiert reagieren.
Von Thomas Gack, Brüssel
„Wer zur Hölle ist Oettinger?“ fragt
der Kollege des britischen Guardian irritiert. Aus Berlin war gerade die
überraschende Nachricht eingetroffen, dass der Ministerpräsident
Baden-Württembergs als deutscher EU-Kommissar nach Brüssel geschickt werden
soll. Im deutschen Milieu der Europahauptstadt kennt man zwar den Namen des
Mannes, der in wenigen Wochen den SPD-Politiker Günter Verheugen im Gremium der
27 EU-Kommissare ablösen soll. Die Überraschung war aber nicht geringer.
Deutsche Beamte im Ministerrat und in der EU-Kommission reagierten mit
Ungläubigkeit, dann mit Verblüffung und Unverständnis. EU-Kommissionspräsident
José Manuel Barroso selbst soll sich am Samstag telefonisch bei deutschen
Europapolitikern erstaunt nach der Personalie erkundigt haben. In einem
Telefonat habe er gefragt: „Was soll das?“, berichtet der „Kölner
Stadt-Anzeiger“.
Oettinger gilt auf internationalem
Parkett als unerfahren. In Brüssel hat er als Ministerpräsident zwar mehrfach
bei EU-Kommissionspräsident Barroso vorgesprochen. Der Schwabe gilt hier aber
als ein Mann aus der Provinz. „Die Fassungslosigkeit ist hier geradezu
flächendeckend,“ berichtete ein deutscher Beamter am Sonntag über die
Entscheidung der Kanzlerin.
Tatsächlich hatte keiner in den sonst
gut unterrichteten EU-Kreisen mit Oettinger gerechnet. Zuletzt waren drei Namen
immer wieder genannt worden: Hessens Ministerpräsident Roland Koch, der
europaerfahrene Elmar Brok und Familienministerin Ursula von der Leyen.
Doch während der Europaabgeordnete
Brok, der maßgeblich an der Ausarbeitung des neuen EU-Vertrags beteiligt war,
das komplizierte Räderwerk der europäischen Politik genau kennt, fragen sich
viele in Brüssel, ob sich der Landespolitiker in der internationalen Atmosphäre
Brüssels zurechtfinden wird. „Deutschland schickt jetzt einen Mann aus der
Regionalliga zur Europameisterschaft,“ meint fast schadenfroh ein
SPD-Politiker. Den designierten Kommissar selber ficht das alles nicht an.
„Wenn jemand argwöhnt, dass dies eine Abschiebung sei, kann ich darüber nur
lachen“, sagte Oettinger. Er sei zwar von der Nominierung überrascht worden. Er
könne in seinem neuen Amt aber mehr für Deutschland tun als in seinem jetzigen
Posten. „Dieses Angebot kann man nicht ablehnen.“
Nicht alles spricht ja auch gegen einen
EU-Kommissar aus der europäischen Provinz. So kommen die Erfahrungen eines
Ministerpräsidenten dem Gremium der Kommissare in der obersten Etage der
Brüsseler EU-Behörde durchaus zugute. Die Gefahr sei aber groß, dass Oettinger
in Brüssel mit einem unwichtigen Arbeitsbereich abgefunden wird, meint ein
deutscher EU-Politiker am Wochenende. Vielleicht, so fügt er hinzu, sei das
aber gar keine Katastrophe. Vermutlich setze die Kanzlerin nämlich weit mehr
als auf den deutschen Kommissar auf ihren Draht zu Barroso. Tsp 26
Kommentar. Brüssel als Abschiebeplatz
Träumt noch jemand davon, dass die
EU-Regierungen endlich einmal eine Exzellenz-Initiative starten für die
Besetzung von Posten in Brüssel und damit der europäischen Sache Gewicht
verleihen? Vergesst es! Das deutsche Überraschungspaket ist geplatzt und herausspringen
ließ die Kanzlerin als "unseren" EU-Kommissiar Günther Oettinger. Ein
Überzeugungstäter, ein deutsches Schwergewicht für Brüssel?
Das waren Merkels Kriterien nicht -
auch wenn sie und andere ihm Wirtschaftskompetenz mit hohem Brüsseler
Gebrauchswert zubilligen. Merkel suchte ein Austrag-Stüberl für einen
schwächelnden Ministerpräsidenten, damit er der CDU nicht die nächste Wahl in
Baden-Württemberg verdirbt. Sie schiebt aber auch einen nach Europa ab, der
zuhause als politisch unkalkulierbar und thematisch irrlichternd aufgefallen
ist - zu Merkels Verdruss.
So griff sie ein, als Oettinger den
NS-Marinerichter Hans Filbinger zum Widerstandskämpfer stilisierte. Gilt hier
das Kalkül, Oettinger richte in Brüssel weniger Schaden an, ist das nicht nur ein
Signal kleinkarierter Parteitaktik. Es ist auch eine gefährliche
Geringschätzung der EU-Institutionen - und das in Krisenzeiten.
Da entlastet nicht, dass auch andere,
wie Nicolas Sarkozy für seinen gefallenen Kabinett-Star Raschida Dati, die EU
zur Entsorgung nutzen. Oettinger immerhin wird nur mit dem Segen des
Europaparlaments Kommissar. Aber das hat ja auch den ungeliebten Merkel-Freund
José Barroso als Kommissionschef durchgewinkt. Mit Tony Blair als Speerspitze
des Ministerrats wäre das Europa der alten Gesichter komplett. Die haben
ausgesorgt, Europa nicht. Brigitte Kols FR 26
Der 17. Deutsche Bundestag. Kein Spiegel der Gesellschaft
In Kürschners Volkshandbuch zum
Deutschen Bundestag, dessen Auflage für die 17. Wahlperiode zurzeit erarbeitet
wird, sind kleinen typographischen Extras wichtige Hinweise zu entnehmen. Wie
Fußballnationalspieler stolz ihre Sterne auf der Brust tragen, die für die
Weltmeistertitel stehen, zieren die Abgeordneten neben ihrem Porträt kleine
Sternchen. Bei „Dr. Schäuble, CDU“ werden künftig derer elf stehen – für elf
Wahlperioden.
Wolfgang Schäuble zog 1972 erstmals in
den Bundestag ein, als dieser noch am Rhein stand, die Republik „Willy“ wählte
und die SPD auf ihrem Zenit war. Der Südbadener ist der Abgeordnete mit den
meisten Sternchen. Gefolgt wird er unter anderem von „Müntefering, SPD“ mit
zehn Sternchen. Während der eine wieder der neuen Bundesregierung angehören
wird, nimmt der andere als einfacher Abgeordneter in den Reihen der Opposition
Platz. Beide zählen zu den letzten aktiven Parlamentariern, die noch die
sozialliberale Koalition im Bundestag erlebt haben. Eine Handvoll
Parlamentarier hat neun Sternchen – auch sie waren somit Beteiligte der Wende
von 1982, der bislang letzten Anwendung des Artikel 67 Absatz 1 des
Grundgesetzes, des konstruktiven Misstrauensvotums.
Der Altersdurchschnitt liegt bei 49
Jahren
Beide, Schäuble und Müntefering,
gehören zu den ältesten Abgeordneten – der Sozialdemokrat wird im Januar 70,
der Christliche Demokrat ist 67 Jahre alt. Ältestes Mitglied des Hohen Hauses
ist der CDU-Abgeordnete Heinz Riesenhuber (73), dessen Porträt übrigens
ebenfalls zehn Sternchen schmücken. Er wird an diesem Dienstag die
konstituierende Sitzung des 17. Deutschen Bundestages als Alterspräsident
eröffnen. Riesenhuber zog 1976 erstmals in den Bundestag ein, ebenso wie
Michael Glos (CSU). Zehn Prozent der Abgeordneten des neuen Bundestages wurden
während der damaligen Wahlperiode oder später geboren.
Abgeordnete jenseits der 67 Jahre gibt
es nicht viele. Die meisten MdBs – 62 Prozent – sind zwischen 40 und 60 Jahre
alt. Der Altersdurchschnitt liegt bei 49 Jahren. Zwei Prozent der Abgeordneten
sind jünger als 30 Jahre. Der jüngste ist mit 22 Jahren Florian Bernschneider
von der FDP, die nach den Grünen über die durchschnittlich zweitjüngste
Fraktion im Bundestag verfügt. Die durchschnittlich älteste Fraktion stellt die
SPD mit 52 Jahren. Sie zählt nur noch 146 Abgeordnete, 76 weniger als 2005. Nur
28 Mitglieder der SPD-Fraktion sind Parlamentsneulinge. Proportional den
höchsten Anteil an Neulingen stellt die FDP mit 40 von 93 Abgeordneten, gefolgt
von CDU/CSU mit 73 von 239.
Der Frauenanteil variiert von Fraktion
zu Fraktion. Bei Grünen und Linkspartei sind sie in der Mehrheit, in der
SPD-Fraktion stellen sie 56 von 146 Abgeordneten, in der FDP 23 von 93, in der
CDU 42 von 194 – und in der CSU-Landesgruppe nur 6 von 45. Insgesamt sind von
den 622 Abgeordneten 204 weiblich – 33 Prozent gegenüber 32 in der Wahlperiode
zuvor. Die Entwicklung liegt im allgemeinen Trend der vergangenen Jahrzehnte,
in denen der Frauenanteil stetig gestiegen ist. Jedoch waren es früher meist
gleich Sprünge um fünf Prozentpunkte.
Die Verlangsamung hat zwei Gründe. Zum
einen lässt sich sagen: Je höher das erreichte Niveau, desto geringer der
proportionale Anstieg. Zum anderen hängt der leicht rückläufige Anstieg mit dem
starken Einbruch in der SPD-Fraktion zusammen, die traditionell über eine
relativ hohe Zahl weiblicher Abgeordneter verfügt. Bisheriger Tiefpunkt der
Frauenrepräsentation waren im Übrigen nicht etwa die vermeintlich rückständigen
fünfziger Jahre, sondern die angeblich so progressive sozialliberale Ära. In
der Wahlperiode 1972 bis 1976 betrug der Frauenanteil 5,8 Prozent. Mehr
Demokratie wagen – das war offenbar zunächst Männersache.
Je bürgerlicher, desto mehr Juristen
Das Parlament am Spreeufer ist auch
unabhängig von der Geschlechterfrage kein Spiegel der deutschen Gesellschaft,
wie es idealistische Parlamentarismustheorien nahelegen. Repräsentation ist
keine Widerspiegelung, sondern Vertretung. In der CSU heißt Repräsentation vor
allem Rechtsvertretung. Die christlich-soziale Landesgruppe hat mit 18 von 45
den höchsten Anteil Juristen in ihren Reihen, gefolgt von der CDU mit 62 von
194 und der FDP mit 21 von 93. Selbst bei den Grünen ist der Anteil mit 12 von
68 relativ hoch. Generell lässt sich sagen: Je bürgerlicher die Partei, desto
mehr Rechtswissenschaftler hat sie in ihren Reihen.
Bei der SPD ist traditionell der Anteil
der Lehrer und der Funktionäre aus Gewerkschaften und aus der Partei selbst
recht hoch. Das eint sie mit der Linkspartei. Abgeordnete mit
Arbeiterhintergrund sind hingegen kaum im Parlament vertreten – auch nicht bei
den Genossen. Die höchste berufliche Diversität weisen die Christlichen
Demokraten auf mit Handwerkern, kirchlichen Mitarbeitern, Professoren,
Landwirten und Unternehmern. Bei letzteren ist der Anteil nicht etwa in der FDP
am höchsten (5 von 93), sondern in der CSU (7 von 45).
Zunehmende Professionalisierung
Der hohe Akademisierungsgrad und der große
Anteil an Berufspolitikern – mehr als die Hälfte der Abgeordneten gehen neben
ihrem Mandat keinem anderen, „bürgerlichen“ Beruf nach – spricht für die
zunehmende Professionalisierung des Politikerberufes beziehungsweise für die
weitere Ausprägung eines regelrechten Berufspolitikertums.
Zu den freiwilligen Angaben der
Abgeordneten gehört der Ehestatus und die Konfession. Was Scheidungsrate (und
auch das Thema Homosexualität) sowie die kirchliche Bindung betrifft, ist das
Parlament durchaus Spiegel der Gesellschaft. 67 Prozent der Abgeordneten sind
verheiratet, 10 Prozent ledig – die restlichen Parlamentarier geben dazu keine
Auskunft. Michael Kauch (FDP) gibt eine eingetragene Lebenspartnerschaft an,
Gerhard Schick (Grüne) bezeichnet sich im Handbuch als „verpartnert“.
Die Zahl der Kirchenmitglieder nimmt
stetig ab: Von den 622 Abgeordneten sind 195 evangelisch – 14 weniger als in
der Wahlperiode zuvor – und 176 katholisch (nur drei weniger). Quelle dieser
Zahlen ist die Evangelische Nachrichtenagentur Idea. Damit gehören 59,7 Prozent
der Bundestagsabgeordneten einer Kirche an. 246 Parlamentarier machen keine
Angaben. Die meisten Kirchenmitglieder finden sich in der Unions-Fraktion: Ihr
Anteil beträgt 93,7 Prozent – 95 sind evangelisch, 129 katholisch. Mehrere
Mitglieder des Bundestages stammen aus Einwandererfamilien. Nur einer von ihnen
macht Angaben zur Konfession: Omid Nouripour von den Grünen. Er ist Muslim. Majid
Sattar Faz 27
Koalitionsvertrag. Mehr Schulden, weniger Steuern
Die Koalition will Steuern senken - und
damit vor allem gutsituierte Familien belohnen. Die Verlierer stehen auch schon
fest. Von C. Hulverscheidt und G. Bohsem
Sind Sie Besserverdiener, privat oder
freiwillig gesetzlich krankenversichert, haben Kinder, produzieren kaum Müll
und erledigen Ihren Schriftverkehr per E-Mail? Dann haben Sie allen Grund,
heute Abend eine Flasche Sekt aufzumachen, denn Sie gehören zu den Menschen,
die vom kommenden Jahr an tatsächlich "mehr Netto vom Brutto" haben
werden - ganz so, wie es die künftige Regierungskoalition aus Union und FDP im
Wahlkampf versprochen hatte.
Allerdings: Mit der Feierlaune könnte
es rasch vorbei sein, denn in den Folgejahren wird ein großer Teil der
Steuernachlässe von höheren Sozialversicherungskosten wieder aufgefressen
werden.
Noch ärmer dran sind kinderlose,
weniger gut verdienende Briefeschreiber, die viel Müll produzieren: Sie müssen
sich mittelfristig auf höhere Belastungen einstellen - unter anderem deshalb,
weil Schwarz-Gelb die Umsatzsteuerprivilegien öffentlicher Firmen und der Post
abschaffen will. Damit könnten die Müllgebühren und das Briefporto steigen.
Natürlich, die Fälle sind konstruiert,
dennoch zeigen sie, wer für CDU, CSU und FDP in den kommenden vier Jahren im
Mittelpunkt ihrer Steuer- und Abgabenpolitik stehen soll: moderne, zumindest
einigermaßen gut situierte Familien, die gleich von einem ganzen
Maßnahmenbündel profitieren sollen: So wird der steuerliche Kinderfreibetrag ab
Januar 2010 in einem ersten Schritt von heute 6024 auf dann 7008 Euro
angehoben.
Zugleich steigt das Kindergeld um 20
Euro. Damit erhalten Eltern für das erste und zweite Kind künftig je 184, für
das dritte Kind 190 Euro und für jedes weitere Kind 215 Euro pro Monat. Dem
Staat entstehen dadurch Kosten von insgesamt etwa 4,5 Milliarden Euro.
Für 2011 sind weitere Erhöhungen der
Kinderleistungen geplant, hinzu kommen Steuersatzsenkungen. Gesamtvolumen: 17
Milliarden Euro. Zudem soll auf Drängen der FDP der linear-progressive, also
stetig ansteigende, Einkommensteuertarif durch einen Stufentarif ersetzt werden
- auch wenn der Bürger davon nichts hat. Eltern, die auf einen staatlich
geförderten Betreuungsplatz verzichten und Kinder unter drei Jahren daheim
erziehen, sollen ab 2013 überdies ein Betreuungsgeld von 150 Euro im Monat
erhalten.
Damit sie den Zuschuss nicht für Bier
und Zigaretten ausgeben, wird in Einzelfällen statt Bargeld ein
"Bildungsgutschein" verschickt. Rechnet man zu den schwarz-gelben
Plänen die für 2010 bereits beschlossenen Steuernachlässe der alten Koalition
aus Union und SPD in Höhe von 14 Milliarden Euro hinzu, ergibt sich für den
eingangs erwähnten Besserverdiener und E-Mail-Fan mit beispielsweise drei
Kindern eine Gesamtentlastung von mehr als 200 Euro im Monat. Allein durch den
höheren Freibetrag kommen bis zu 120 Euro zusammen.
Der kinderlose Briefeschreiber
Ein Gering- oder Durchschnittsverdiener
dagegen erhält für seine drei Kinder nur 60 Euro mehr. Die Ungleichbehandlung
ist keine Erfindung der FDP, sondern geht auf eine Entscheidung des
Bundesverfassungsgerichts zurück. Es hatte verlangt, dass der Teil des
elterlichen Einkommens, der zur Sicherung des Existenzminimums der Kinder
verwendet wird, nicht besteuert werden darf. Wegen des progressiven
Steuertarifs führt das je nach Verdienst zu unterschiedlich hohen Entlastungen.
Der kinderlose Briefeschreiber wird die
Steuernachlässe dagegen kaum bemerken, er muss sich im Gegenteil wegen der
anstehenden Mehrbelastungen im Bereich der Sozialkassen auf ein Minus
einstellen. So sollen nach den Plänen von Union und Liberalen steigende
Sozialausgaben nicht länger die Kosten von Arbeitgebern in die Höhe treiben.
Das bedeutet nichts anderes, als dass
die Arbeitnehmer die Belastungen des demographischen Wandels und des
medizinischen Fortschritts künftig allein werden tragen müssen. So soll die
bisher rein beitragsfinanzierte Pflegeversicherung durch eine zweite,
kapitalgedeckte Säule ergänzt werden. Im Unterschied zur Riester-Rente wird die
private Pflegevorsorge aber verpflichtend sein und wohl nicht staatlich
gefördert werden. Mit der Ausarbeitung wird eine Expertenkommission beauftragt.
Fachleute halten es aber für plausibel, dass auf eine Familie Mehrkosten von 20
bis 40 Euro im Monat zukommen könnten.
Noch offen ist hingegen, wie die
Zukunft der Gesetzlichen Krankenversicherung aussieht. Zwar waren CSU und FDP
an der Formulierung der entsprechenden Passagen im Koalitionsvertrag beteiligt,
sie interpretieren sie jedoch völlig unterschiedlich: Während die
Christsozialen zumindest im Grundsatz am einkommensabhängigen Beitrag
festhalten wollen, streben die Liberalen eine Kopfpauschale mit
steuerfinanziertem Sozialausgleich für Geringverdiener an.
Derzeit spricht einiges dafür, dass
sich CDU und FDP durchsetzen werden. Da schon heute viele Krankenkassen nicht
mehr mit dem zur Verfügung stehenden Geld auskommen, dürften viele von ihnen
schon ab 2010 einkommensunabhängige Zusatzbeiträge von ihren Mitgliedern
erheben. Diese Prämien könnten bei 10 bis 15 Euro im Monat liegen.
Bei einer Umstellung auf die
Kopfpauschale könnten Spitzenverdiener die Verlierer sein, da der
Sozialausgleich nicht mehr innerhalb des Beitragssystems organisiert und die
Solidarität somit nicht mehr an der Beitragsbemessungsgrenze enden würde.
Vielmehr würde jeder Steuerzahler mit seinem gesamten Einkommen zur
Finanzierung herangezogen. Alternativ könnte die Regierung die Mehrwertsteuer
erhöhen oder eine neue Steuer einführen. Beides gilt als unwahrscheinlich.
Weitere 16 Verlierer stehen dagegen bereits fest: die Bundesländer. Sie saßen nicht mit am Verhandlungstisch, müssen aber mehr als die Hälfte der Kosten tragen, die die Steuersenkungen mit sich bringen. Nach Berechnungen der Berliner Senatsverwaltung für Finanzen entfallen von