WEBGIORNALE  28-29  Ottobre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Una parola da chiarire. Integrazione non è sinonimo di assimilazione  1

2.       Non affondiamo la speranza”. A colloquio con Laura Boldrini (UNHCR) 1

3.       La Caritas sui barconi degli immigrati: non più rinviabile un intervento “serio”  2

4.       Berlusconi non sarà al vertice Ue. Frattini conferma: "E' malato"  2

5.       Convention CCIE. Augusto Strianese è il nuovo Presidente di Assocamerestero  2

6.       Espatria dove ti porta il cuore: storie d’amore oltre il confine  3

7.       Primarie Pd: 12.500 i votanti nella Circoscrizione estero, dei quali più di 2000 hanno votato on line  4

8.       Trionfo di Dario Franceschini in Germania e in Europa, ma non basta  4

9.       Primarie PD in Europa e in Germania: ha vinto la mozione Franceschini. Da oggi il PD riparte insieme! 4

10.   Amburgo la città tedesca con il maggior numero di voti per Bersani 4

11.   Radio Colonia. Bersani vince e rilancia. Le primarie del PD in Germania  5

12.   Amburgo. Il 30 ottobre una partita di calcio “Italia-Germania” per salvare il consolato  5

13.   PD-Svizzera. Grazie a Franceschini, auguri a Bersani 5

14.   Primarie PD in Belgio. A Bruxelles vince Bersani, negli altri seggi Franceschini 5

15.   Chiude oggi la Convention delle Camere di Commercio Italiane all’estero  6

16.   Usa, piano shock per la pandemia. "Niente cure ad anziani e disabili"  6

17.   Iraq. I pericoli del fronte dimenticato  7

18.   Un autunno difficile. Il morso della crisi, lo scadimento dei valori 7

19.   Come coniugare rigore e crescita. Due linee a confronto  7

20.   Pd, Bersani è il nuovo segretario. "Siamo un partito senza padrone"  8

21.   Pier Luigi rivoluzione dolce  8

22.   Bersani e il pragmatismo. Il senso di una sfida ai problemi del Paese  9

23.   Bersani, primo giorno da segretario  9

24.   Il commento. Una bella giornata per la democrazia  10

25.   Primarie PD. La svolta e il ritorno all'antico  10

26.   Laura Garavini: “Con Bersani segretario il PD vince partendo dal territorio“  10

27.   Italia-Razzismo. Quel barcone di migranti e l’identità del Pd  11

28.   Dietro le quinte. Il Cavaliere: come faccio ad andare avanti così?  11

29.   Berlusconi già esplora un successore  11

30.   Pd, Rutelli annuncia lo strappo. "Percorso diverso, con persone diverse"  12

31.   Pari opportunità, Italia in discesa  12

32.   Thyssen, i manager tedeschi senza interprete non rispondono  12

33.   Convention CCIE. A Salerno il vice ministro per lo Sviluppo Economico  13

34.   Presentata alla Convention delle CCIE l’indagine tra gli imprendotori italiani all’estero  13

35.   Le parole per battere la mafia  13

36.   «Immigrati, lepri a cui sparare». Gentilini, multa e niente comizi 14

37.   Otto migranti muoiono nell'Egeo, cinque bambini tra le vittime  14

38.   Bari: premiazione dei “Pugliesi nel Mondo” alla Fiera del Levante  15

 

 

1.       Italiens Opposition. Berlusconis Herausforderer 15

2.       Neuer Oppositionsführer in Italien. Exkommunist setzt sich durch  15

3.       Italien. Neuer "harter Gegner" für Berlusconi 16

4.       Mafia als Müllwerker. Gift per Schiffe versenken entsorgt 16

5.       Italien. Der pünktliche Skandal 16

6.       Italien: Sex-Skandal. Falle im Halbdunkel 17

7.       UN-Klimagipfel. Kopenhagen auf der Kippe  17

8.       Irak. Das Motiv der Attentäter hat sich verändert 18

9.       Leitartikel. Iraq. Der Krieg als Wiedergänger 18

10.   Kriegsverbrechen. Prozess gegen Karadzic beginnt 19

11.   Karadzic-Prozess in Den Haag. Die Qual der Gerechtigkeit 19

12.   EU-Kommissar Oettinger. Nicht willkommen in Brüssel 20

13.   Von Stuttgart nach Brüssel. Ganz Brüssel spottet über Oettinger 21

14.   Kommentar. Brüssel als Abschiebeplatz  21

15.   Der 17. Deutsche Bundestag. Kein Spiegel der Gesellschaft 21

16.   Koalitionsvertrag. Mehr Schulden, weniger Steuern  22

17.   Leitartikel. Anklänge einer neuen Melodie  23

18.   Die Koalition. Pragmatismus auf Pump  23

19.   Schwarz-gelbe Koalition. Bedingt regierungsfähig  24

20.   Gewerkschafterin Sehrbrock im Interview. "Weit weg von sozialer Marktwirtschaft"  24

21.   Koalitionsvertrag. Das Manifest der Hornissen  25

22.   Gesundheitsminister Philipp Rösler. Einmal Asiat, immer Asiat 25

23.   Grünen-Parteitag. Ab durch die Mitte  26

24.   Brandenburg. Rot-Rot steht 26

25.   Thüringen: Schwarz-Rot steht. Sieg der Vernunft 26

26.   Flüchtlingsboot in Ägäis gesunken. Acht Frauen und Kinder tot 26

27.   Dresdner Mordprozess. Hass auf Muslime  27

28.   Babylonische Sprachverwirrung. Das realitätsnahe Stück "Pizza senza Mamma"  27

29.   Der Italienische Theaterherbst in Berlin. Der Clan der Castellucci 27

 

 

 

Una parola da chiarire. Integrazione non è sinonimo di assimilazione

 

Nell'ottobre 2008 la Fondazione Migrantes della Cei ha promosso il primo convegno su "L'integrazione degli immigrati in Italia", durante il quale sono state poste le basi per una riflessione approfondita sulle implicazioni del termine "integrazione". A seguito di quell'incontro la settimana scorsa sono stati avviati i lavori di un "Gruppo di studio sull'integrazione" che lavorerà su due filoni, quello dell'integrazione ecclesiale e quello dell'integrazione sociale degli immigrati in Italia.

 

Una partita urgente. "La questione dell'integrazione - spiega padre Gianromano Gnesotto, direttore dell'Ufficio nazionale per la pastorale degli immigrati in Italia della Fondazione Migrantes - è all'ordine del giorno nelle agende politiche degli Stati europei e comprende l'aspetto culturale, sociale, religioso. Si tratta di percorsi fondamentali per la convivenza pacifica e costruttiva in contesti che sono diventati multietnici, multiculturali e multireligiosi in maniera irreversibile". Eppure, quando si cerca di dire cosa si intende per "integrazione" - aggiunge il religioso - c'è "il fiato corto, e le stesse scelte istituzionali lasciano sottotraccia questo aspetto decisivo per il presente e il futuro dell'Italia. La partita che si sta giocando, ciò che è urgente elaborare, non sono tanto le misure di contenimento dell'immigrazione, ma quelle di inclusione e di incontro fruttuoso".

 

Gli obiettivi del Gruppo di studio. "Ci stiamo impegnando a dire qualcosa di valido e segnare con intelligenza percorsi praticabili sul terreno impervio dell'integrazione", spiega padre Gnesotto. La Fondazione Migrantes, dopo il convegno dell'ottobre 2008, ha pubblicato gli atti di quell'incontro che ha coinvolto molti direttori nazionali della Cei: "Ora continuiamo ad approfondire l'argomento anche dal punto di vista sociale con un Gruppo di studio composto da 60 esperti provenienti dalle varie Regioni italiane, impegnati concretamente con gli immigrati dal punto di vista giuridico, pastorale, sociale e istituzionale". Al termine di questi incontri è previsto un convegno nazionale. La parola "integrazione", prosegue Gnesotto, "piace a pochi, perché richiama percorsi battuti prima di noi da Francia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, con esiti non del tutto soddisfacenti. Per non dire quando integrazione è sinonimo di assimilazione".

"Quel che è chiaro - aggiunge - è che si tratta di un percorso laborioso e progressivo che privilegia la via del dialogo e dell'incontro, il reciproco rispetto e l'apprezzamento delle rispettive diversità. Un percorso biunivoco che deve vedere impegnati sia chi è accolto sia chi accoglie". In ambito ecclesiale, spiega ancora il direttore per la pastorale degli immigrati della Migrantes, il termine più "appropriato" da utilizzare potrebbe essere "comunione", mentre in ambito sociale potrebbe essere "inter-azione". "Portiamo con noi - aggiunge - una lunga esperienza ecclesiale che mette in evidenza i legami profondi tra le esigenze evangeliche della missione e l'impegno per la promozione delle persone e, di conseguenza, per la costruzione di una società degna dell'uomo. Allo stesso tempo ci rendiamo conto che siamo di fronte ad una sfida culturale decisiva".

 

Una mappa dello spirito. Citando il volume "I centri pastorali per gli immigrati cattolici in Italia", a cura della Migrantes, padre Gnesotto sottolinea la "ricchezza e l'impegno delle nostre diocesi e parrocchie. Ci si trova davanti ad una sorta di mappa dello Spirito. Si tratta di una realtà in continuo sviluppo e potenziamento. L'aspetto importante che va continuamente riproposto è che la pastorale specifica per i cattolici stranieri deve sempre più rientrare nel grande quadro della pastorale ordinaria delle diocesi e delle parrocchie". "E lo stiamo facendo - assicura - con una rete capillare che dal centro, con la Migrantes e con la Commissione episcopale per le migrazioni, si estende in ogni Regione italiana con i vescovi incaricati regionali, i direttori regionali e diocesani Migrantes, i coordinatori etnici nazionali, i cappellani etnici e tanti laici che esercitano con impegno il compito di guida e accompagnamento all'itinerario catecumenale e sacramentale. Anche molti presbiteri, specie coloro che hanno fatto ritorno dalle missioni all'estero, dedicano tempo ed energie per l'apostolato specifico a favore dei fratelli e delle sorelle migranti". Padre Gnesotto ricorda infine l'iniziativa intrapresa dal suo ufficio: un corso di formazione giuridica che sarà arricchito dal manuale "Diritto delle migrazioni" di prossima pubblicazione, rivolto al volontariato cattolico. L'iniziativa è volta "alla crescita di una cultura giuridica della legalità, opportuna e fondamentale, perché chi opera con i migranti non può prescindere da una buona conoscenza della normativa" e rende concreta, conclude, "la necessità di coniugare legalità e accoglienza, giustizia e solidarietà".

RAFFAELE IARIA, sir

 

 

 

 

Non affondiamo la speranza”. A colloquio con Laura Boldrini (UNHCR)

 

Il provvedimento italiano sui respingimenti fa discutere e rende il dibattito sempre più acceso. A scendere in campo anche l’Unione europea, attraverso il commissario europeo alla giustizia, Jacques Barrot, che ha annunciato un piano-pilota per il diritto d’asilo. Intanto l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati cerca di portare aiuto e assistenza a quanti vivono questo dramma. Luisa Boldrini ne è la portavoce per l’Italia". Ad intervistare la Boldrini è Claudio Zerbetto, autore di questo articolo che sarà pubblicato nell’edizione di ottobre del "Messaggero di sant’Antonio – edizione per l’estero", mensile diretto da padre Luciano Segafreddo.

 

D. Possiamo fare il punto sui movimenti migratori provenienti dal Sud del mondo, che tanto fanno discutere in queste settimane?

R. Oggi siamo di fronte a un cambio nella politica di gestione del flusso migratorio del Mediterraneo. E questo mette in discussione alcuni punti fondamentali. Com’è noto, gli arrivi via mare non rappresentano il cuore della questione illegalità. Sulle coste italiane giungono soltanto il 10 o 15 per cento degli irregolari che ci sono in Italia. Questo significa che la stragrande maggioranza degli irregolari entra nel nostro Paese da altre direttrici.

 

D. Chi arriva via mare?

R. Sono aumentati in maniera consistente i richiedenti asilo. Lo scorso anno il 75 per cento di chi è approdato sulle nostre coste ha fatto, poi, domanda di asilo. Sono somali, eritrei, nigeriani, ivoriani: persone in cerca di un’esistenza dignitosa. Circa il 50 per cento di essi ha ottenuto la protezione internazionale.

 

D. C’è chi afferma che l’Italia sia la nazione con la più alta concentrazione di rifugiati politici…

R. Questo è un mito da sfatare. In Italia ci sono 47 mila rifugiati, ma in Germania ce ne sono 600 mila, nel Regno Unito 300 mila e in Francia 150 mila. Quello che è aumentato, è il numero dei richiedenti asilo nel nostro Paese. Erano 14 mila nel 2007, sono passati a 31 mila nel 2008. E questo è dovuto, soprattutto, alla situazione dei Paesi di provenienza, che non è migliorata.

 

D. Il recente provvedimento sui respingimenti ha creato una serie di reazioni a livello nazionale e internazionale, a cominciare dall’Unione europea. Qual è la sua posizione?

R. L’Italia, per anni, ha gestito i flussi migratori identificando le persone, dando loro la possibilità di fare domanda d’asilo e consegnando a chi non aveva titolo un decreto di respingimento. Dal mese di maggio, invece, è stato deciso che chiunque tenti di arrivare in Italia via mare deve essere respinto indietro indistintamente, a prescindere dalla condizione individuale. Per l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati questo è un provvedimento che entra in rotta di collisione con il diritto di asilo.

 

D. Cos’è cambiato rispetto al passato?

R. In passato, chi arrivava in Italia via mare veniva identificato, riceveva assistenza, aveva la possibilità di essere informato sulla condizione di irregolare in cui si trovava e poteva fare domanda di asilo. Oggi, con la nuova politica dei respingimenti, ciò non avviene: tutti indietro indistintamente. Un provvedimento collettivo, questo, che non rispetta i diritti individuali della persona.

 

D. L’Italia ha stipulato un accordo di collaborazione con la Libia per quanto riguarda l’attività dei respingimenti. Qual è la situazione attuale?

R. Per noi è particolarmente difficile sapere, a tutt’oggi, in quale centro di detenzione vengono portate le persone rimandate indietro dalle motovedette. La Libia non ha mai riconosciuto formalmente l’Unhcr come ufficio di rappresentanza nel Paese, non ha una legge d’asilo e non ha ratificato la Convenzione di Ginevra. Per noi è molto difficile offrire aiuto e assistenza a quanti vengono respinti: abbiamo accesso a 4 o 5 centri vicini a Tripoli. Tutti gli altri ci sono preclusi.

 

D. Lei ha contestato più volte l’uso del termine "clandestino". Perché?

R. Siamo di fronte a delle persone migranti. E come tali vanno trattate. Purtroppo, non tutti hanno il privilegio di avere i documenti. I rifugiati spesso non li possiedono. In Italia è facile diventare irregolari: in base alla legge Bossi-Fini, se un immigrato perde il lavoro e non ne trova un altro entro sei mesi, diventa irregolare. L’invito che noi facciamo agli operatori dell’informazione è di usare un linguaggio preciso, perché diversa è la condizione di queste persone. Il termine "clandestino" è un termine spregiativo, di cui si abusa. Un conto è essere irregolare, altra cosa clandestino.

 

D. Il nostro Paese potrebbe fare di più su questo fronte?

R. Occorre lavorare sulla conoscenza reciproca e sulla convivenza civile. In Italia, purtroppo, passa l’immagine negativa degli immigrati e dei rifugiati. Spesso sono considerati soggetti pericolosi per la sicurezza. Ci sono immigrati che delinquono, ma la stragrande maggioranza fa il proprio dovere, lavora e vive in pace con tutti. Spesso, poi, si dimentica l’utilità sociale di queste persone, il grande apporto culturale e il grande contributo offerto all’economia italiana.

 

D. Papa Benedetto XVI, nella recente enciclica Caritas in veritate, sottolinea l’importanza dell’accoglienza dei fratelli immigrati, invitando tutti ad assisterli e a favorirne l’integrazione. È un riconoscimento anche al vostro lavoro…

R. Assolutamente sì. L’invito di Benedetto XVI fa riflettere sulla condizione degli immigrati ed è uno stimolo ad andare oltre luoghi comuni e pregiudizi. È una posizione di civiltà, oltre che spirituale. Noi ci auguriamo che questi messaggi siano davvero ascoltati e messi in pratica da tutti. Spesso siamo tentati di cedere ai pregiudizi e alle paure. Invece bisogna cercare di capire l’altro, immedesimarsi nella sua difficile condizione e andargli incontro.

 

D. Come raggiungere una maggiore solidarietà globale?

R. Il mondo oggi è una casa comune. Quello che avviene lontano da noi, ci riguarda comunque. Non si possono ridurre gli aiuti allo sviluppo, alla cooperazione, alle emergenze umanitarie e poi chiudere i canali legali dell’emigrazione e dell’asilo. Bisogna riconsiderare uno sfruttamento più equo delle risorse a livello globale, rivedere i meccanismi economici di esclusione di tanti Paesi dai mercati internazionali, rilanciare i negoziati di pace in quelle aree colpite da devastanti conflitti civili.

 

D. Qualche esempio?

R. In Somalia c’è una guerra che dura da 20 anni. A Mogadiscio la situazione è disperata: migliaia di persone scappano da inaudite atrocità e violenze. E poi ci meravigliamo se i somali arrivano a Lampedusa o a Malta?

 

D. Cosa la preoccupa di più in questo momento?

R. Oggi ci sono troppi conflitti, focolai di guerre ancora accesi, pericolose tensioni e una povertà diffusa. Esiste, poi, una minaccia ambientale che penalizza soprattutto i più poveri, perché riduce le risorse disponibili sul pianeta. I responsabili dei singoli Stati non possono rimanere ancorati a posizioni nazionalistiche. Serve una visione globale, che guardi al futuro e al benessere delle nuove generazioni. Occorre tentare di risolvere tante situazioni di povertà e di sottosviluppo con aiuti concreti, impegnarsi per porre fine a tanta sofferenza causata dalle guerre e dalla violazione dei diritti umani.

Claudio Zerbetto, Messaggero di sant’Antonio per l’estero, ottobre

 

 

 

 

La Caritas sui barconi degli immigrati: non più rinviabile un intervento “serio”

 

“Abbiamo appreso con favore l’impegno del nostro Paese di aver permesso l’arrivo in Italia di un barcone che per alcuni giorni vagava in mare in tempesta, scortato da una petroliera italiana che in qualche modo ha dato prova di come il soccorso in mare non sia una opzione ma un dovere di tutti a partire dalle forze navali dei diversi Paesi che diversamente hanno dimostrato una sorte di disinteresse”. Così Olivero Forti, responsabile del settore Caritas per l’Immigrazione, parla al Sir del barcone pieno di immigrati – circa 300 – che per tre giorni ha vagato in mare aperto. Ieri il barcone, soccorso da mezzi italiani, ha raggiunto Pozzallo (Ragusa). Tra i migranti anche un morto. La situazione di questi giorni – aggiunge Forti – “rimette sul piatto un problema che pone all’attenzione dell’opinione pubblica la necessità di dare effettività ad un diritto internazionale che impone a chiunque di intervenire tempestivamente per i soggetti in difficoltà. Ancor di più la questione si fa urgente e va affrontata in maniera seria affinché non ci si ritrovi tra qualche giorno o settimana nelle stesse condizioni in cui qualcuno, pur sapendo quello che sta succedendo non interviene sperando che lo facciano altri all’ultimo momento”.

“Questa volta – aggiunge il responsabile Caritas per l’immigrazione in Italia - l’ha fatto l’Italia” ma occorre “tentare un accordo in quest’area interessata da questi flussi, che possa andare nell’interesse di persone che rischiano la morte per raggiungere le coste europee sfidando, come è successo anche in questi giorni, condizioni meteo proibitive e in cui rimandare il soccorso potrebbe causare la morte”. Da qui la richiesta di un intervento “serio” che “non è più rinviabile come quello del soccorso in mare di uomini, donne e bambini che si trovano in evidente stato di difficoltà”. sir

 

 

 

Berlusconi non sarà al vertice Ue. Frattini conferma: "E' malato"

 

Il ministro degli Esteri rappresenterà l'Italia al posto del premier a Bruxelles

"Allo stato i medici gli impediscono di muoversi". Il Cavaliere avrebbe la scarlattina

 

ROMA - Il premier Silvio Berlusconi non sarà a Bruxelles per il Consiglio europeo. A rappresentare l'Italia giovedì e venerdì al vertice sarà il ministro degli Esteri Franco Frattini. Lo ha riferito lo stesso Frattini a Lussemburgo precisando che "allo stato i medici impediscono a Berlusconi di muoversi".

 

"Stamattina - ha riferito il capo della Farnesina - ho sentito il presidente del Consiglio, allo stato credo che i medici non gli consentiranno di muoversi". "Dovrete accontentarvi di me", ha aggiunto scherzando con i giornalisti.

 

Già da ieri si era diffusa la notizia dell'indisposizione di Berlusconi, legata a una lieve forma di scarlattina che gli sarebbe stata trasmessa da uno dei nipotini. Il premier è pertanto ancora a Milano. Sebbene non sia stato detto ufficialmente, è improbabile anche che domani Berlusconi si trasferisca a Roma per presiedere il Consiglio dei ministri a Palazzo Chigi. CdS 27

 

 

 

 

Convention CCIE. Augusto Strianese è il nuovo Presidente di Assocamerestero

 

Salerno - Augusto Strianese è il nuovo Presidente di Assocamerestero, l’associazione che raggruppa le Camere di Commercio Italiane all’Estero. L’elezione è avvenuta domenica 25 ottobre, al termine della seconda giornata di lavori della Convention che vede riunite le CCIE a Salerno.

Classe 1939, nato a Salerno, dove tuttora risiede, Strianese è laureato in Giurisprudenza. In oltre 50 anni di lavoro, ha dato vita ad una pluralità di attività tra cui quella industriale nel campo della prefabbricazione metallica, che si è imposta grazie al continuo ricorso all’innovazione. Dal 1982 a tutt’oggi è componente della Giunta Esecutiva di Confindustria Salerno.

Dal 1986 al 1990 è stato Presidente dell’Associazione Industriali (ora Confindustria Salerno) e Componente del Comitato Esecutivo di Federindustria Campania. Dal 1° marzo 2000 a tutt’oggi, è Presidente della Camera di Commercio Industria, Artigianato e Agricoltura di Salerno ed ha contribuito a creare una sinergia istituzionale che in pochi anni ha inciso sullo sviluppo e sulla realizzazione di alcuni presupposti infrastrutturali di sistema.

Dal 2000 al 2006 è stato Vicepresidente di Unioncamere, delegato all’Internazionalizzazione. Fino a ieri era il Vice Presidente di Assocamerestero.

Dopo dieci anni al vertice della Camera di Commercio di Salerno, Strianese assume quindi la carica ricoperta dal 2006 da Edoardo Pollastri: "nel 2000 fui eletto Presidente della Camera di Commercio di Salerno; sono un imprenditore dal 1960, quindi ho un’esperienza di quarant’anni alle spalle", ha esordito il neo Presidente che ha tracciato le linee guida del suo programma di lavoro sostenendo l’importanza decisiva di puntare soprattutto sulle piccole e micro imprese di cui l’Italia vanta esempi di grande eccellenza.

"Prima di parlare del futuro desidero dare uno sguardo al passato. Voglio ringraziare il Presidente Edoardo Pollastri per il lavoro svolto e per i lunghi anni di collaborazione che ci ha permessi di lavorare insieme per lunghi anni e crescere insieme e far crescere soprattutto il sistema. Un sistema – ha sottolineato – che io oggi prendo in mano in condizioni davvero molto forti e ottimali. La mia deformazione professionale mi porta all’impresa. Il core business delle attività deve essere l’impresa e il successo dell’impresa, non si tratta più di pensare alle imprese del territorio di Salerno ma, ovviamente, alle imprese di tutto il territorio nazionale. È importante sottolineare che di queste imprese, circa il 90% sono piccole anzi micro imprese. Anche se queste piccole imprese rappresentano il 40-45 % del fatturato delle esportazioni italiane, l’Italia non può rinunciare a questa importante percentuale. Il Sistema Camerale Italiano deve, dunque, guardare con massima attenzione a queste piccole realtà economiche".

Nelle parole del neo-eletto Presidente di Assocamestero, un richiamo alla collaborazione con le Istituzioni consolidate del nostro Paese. "Non dimentichiamo che in Italia abbiamo un organismo governativo molto importante che è l’ICE (Istituto Nazionale per il Commercio Estero) che si occupa soprattutto delle medie e grandi imprese e del Made in Italy. Credo sia auspicabile rafforzare l’alleanza tra il Sistema delle Camere di Commercio Italiane all’Estero e l’ICE, nell’obiettivo di sostenere imprese di tipologie diverse". Guardando con fiducia alla riprese dell’economia del nostro Paese, il Presidente ha evidenziato come l’uscita dalla crisi passi necessariamente attraverso il rilancio del "Made in Mezzogiorno". "L’Italia – ha detto in proposito – non può più sopportare il peso di una parte del Paese. Noi dobbiamo rimboccarci le maniche, lavorare di più e recuperare quello che non è stato fatto. È interesse nostro, del Mezzogiorno, che questa parte del Paese cresca. Se ancora oggi sul mercato del Mezzogiorno circa il 90% dei prodotti proviene dal nord, penalizzando pesantemente il prodotto "Made in Mezzogiorno", ciò è dovuto essenzialmente alla mancanza di una cultura d’impresa che spinga l’imprenditore a investire prima di tutto sul proprio territorio".

Oltre a Strianese, il nuovo Consiglio insediatosi ieri è composto da altri 28 membri: alcuni in rappresentanza delle CCIE, altri delle Camere di Commercio in Italia, altri ancora delegati dalle istituzioni. Seguono i probi viri e il collegio dei sindaci.

Strianese avrà come Vicepresidente Leonardo Simonelli (CCIE Londra). Nel consiglio i rappresentanti di area: Mercosur Edoardo Pollastri (San Paolo); Europa Marco Silvio Pizzi (Madrid); Asia/Sud Africa Davide Cucino (Pechino); Centro America Giorgio Trevisi (Caracas); Area Mediterranea Ronni Benatoff (Tel Aviv); Australia Robert A. Berton LL. B (Adelaide); Area Nafta Paolo Torello Viera (New York).

Il rappresentante dei Segretari Generali delle CCIE sarà Nicola Carè (Sydney); eletto dall'Assemblea dei Presidenti delle CCIE, invece, Alessandro Stricca (Budapest).

Ad essi si aggiungono i rappresentanti del Sistema Camerale Italiano: Ferruccio Dardanello (Unioncamere); Paolo Doglioni (Belluno); Lucio Dattola (Reggio Calabria); Carlo Edoardo Valli (Monza e Brianza); Vasco Galgani (Firenze); Eliseo Zanasi (Foggia); Antonio Paoletti (Trieste); Roberto Nardi (Livorno); Alessandro Barberis (Torino).

Seguono i Consiglieri indicati dalle Amministrazioni:Pietro Celi (Ministero Sviluppo Economico); Giandomenico Magliano (Ministero Affari Esteri), ancora da nominare il componente dell’ICE.

Il Collegio dei sindaci è composto da Alberto Ravecca (Presidente), Giovanni Antonio Cocco e Sandro Pettinato. Formano il Collegio dei Probiviri Marco Citterio, Francesco Cordano e Giovanni Sardi de Letto. (aise)

 

 

 

 

Espatria dove ti porta il cuore: storie d’amore oltre il confine

 

Andare a lavorare in un altro paese per migliorare la propria situazione economica o professionale non sembra strano a nessuno. Perché dovrebbe esserlo invece lasciare la terra natia per stare vicino a quella persona che ci pare speciale? Le reticenze familiari, l’adattamento a una nuova cultura e le barriere linguistiche, i problemi da superare… Tre storie di amore oltre le frontiere.

 

Un giovane francese scrive piccoli poemi in spagnolo a una ragazza colombiana nell’appartamento che condividono per caso a Londra. «Nessun colombiano mi aveva mai scritto qualcosa del genere», ricorda commossa Liliana Muñoz, da Nimes. Oggi i due sono felicemente sposati con un bambino di appena tre anni che danza in giro per la casa. Nell’ascoltarla si percepiscono ancora la felicità delle sue parole, l’emozione nel ricordare quei primi momenti carichi di incertezze e insicurezze, quei primi giorni nei quali ogni dettaglio assumeva importanza per cercare di capire se l’altra persona provava le stesse cose, le prime pennellate di un quadro ancora lontano dall’essere terminato.

 

Rompere col proprio passato - Avevano scelto Londra per migliorare il loro livello di inglese, invece la casualità – o il destino, nel quale Liliana crede fermamente – ha voluto che finissero nello stesso appartamento della City londinese. «Ad aprirmi la porta fu nient’altro che un colpo di fulmine. Da quel giorno non ci siamo quasi più separati», racconta Liliana. E la verità è che le cose non furono affatto facili per loro. Lei era arrivata nel paese britannico lasciando in Colombia il suo fidanzato, con cui stava da più di 8 anni. «Il mio ragazzo che era rimasto in Colombia la prese molto male e volle venire a Londra per cercare di riconquistarmi, io gli dissi al telefono che volevo stare con un’altra persona e che non avrei più potuto rimanere con lui. Venne lo stesso, ma quando lo vidi non sentii nulla».

Mi preoccupava l’idea che per lui fosse solo una passeggera storia d’estate

Oggi Liliana lavora nel settore della gioielleria e si sente perfettamente integrata nella vita francese, per quanto ogni anno ritorni a Bogotá, la sua città natale, per far visita alla sua famiglia e non perdere le sue radici. «Mi preoccupava l’idea che per lui fosse solo una passeggera storia d’estate, ma quando mi dimostrò che era veramente interessato a me, decisi di andarmene in Francia con lui. Fu una sfida passare dall’avere tutto in Colombia all’iniziare da zero, senza la mia famiglia – che mi appoggiò in ogni istante – senza amicizie, senza avere alcuna conoscenza della lingua».

 

Da Kuala Lumpur a Colonia - Un’altra storia simile quella di una malesiana e di un tedesco che si conoscono in Australia e, dopo due anni di relazione a distanza, lei lascia tutto per accompagnare l’amore della sua vita direttamente al paese del Reno, Colonia. Mélanie studiava in Australia e si era iscritta per aiutare i nuovi alunni che arrivavano alla sua Università, tra di loro c’era il suo futuro ragazzo. «Credo che si rivolse a me perché il mio nome era l’unico che gli pareva familiare, gli altri erano troppo esotici», commenta divertita. Lì iniziò una relazione che dopo il ritorno di lui in Germania diventò complicata. «Dopo due anni a distanza eravamo stanchi di volare ogni tre mesi per stare insieme». Per questo, armandosi di coraggio, lei si lanciò nell’avventura tedesca, una società molto diversa dalla sua. «I miei primi giorni furono strani, una lingua nuova, cibo non piccante, portare le nostre borse al supermercato…»

L’accoglienza non avrebbe potuto essere migliore: la famiglia del suo ragazzo la accolse come una figlia in più, il che tranquillizzò i suoi genitori che, nonostante la normale tristezza per la sua partenza, condividevano la felicità della figlia. Tutt’altra storia fu abituarsi al carattere dei tedeschi: «Sono una persona molto estroversa, fu pesante rendersi conto del fatto che per i tedeschi non era normale parlare con sconosciuti, mi sembrò qualcosa di molto freddo». Tuttavia, la sua percezione sull’approccio distaccato dei tedeschi cambiò nel corso del tempo. «mi aiutavano molto a comunicare in tedesco e, quando lo appresi con scioltezza, iniziai a intrattenere conversazioni molto interessanti sui treni con altri passeggeri». Già adattatasi alla sua nuova vita, Mélanie è contenta della sua decisione: «Cambiare paese ha arricchito la mia vita».

 

Arrivederci in Canada - Anna e Hans, rispettivamente statunitense e colombiano, presero una decisione salomonica. nessuno dei due avrebbe seguito l’altro. «Scegliemmo Montreal perché è una città aperta e bilingue», commenta Anna. «Le possibilità di lavoro, la lingua e la vicinanza familiare fecero pendere la bilancia», conclude Hans, nonostante la Colombia non si trovi proprio dietro l’angolo.

«A mia madre non piaceva il fatto di non poterlo conoscere più a fondo, e mi impedivano di andare in Colombia, data la sua fama di paese pericoloso»

 

Le loro strade si incrociarono poco più di due anni fa, mentre lavoravano come animatori per un campo intensivo di lingua francese, in Minnesota. Quando il campo terminò, dovettero affrontare la dura realtà di un fidanzamento a distanza. «La prima difficoltà fu la lingua: lui parlava spagnolo e io inglese, ma tuttavia comunicavamo in francese. Per me all’inizio fu difficile, però andavo migliorando poco a poco», racconta Anna tornando indietro con la memoria. E non furono gli unici ostacoli. Alla famiglia di Anna costò digerire la relazione: «A mia madre non piaceva il fatto di non poterlo conoscere più a fondo a causa della distanza, e mi impedivano di andare in Colombia, data la sua fama di paese pericoloso».

Dato tutto questo questo, Montreal è diventata la cornice ideale per questa relazione. «È meraviglioso scoprire un nuovo paese e una nuova cultura insieme, costruire il nostro futuro. È come essere sempre in vacanza”, racconta Anna con entusiasmo.

La casualità – o il destino, come ama dire Liliana – volle che queste coppie si trovassero ad affrontare una situazione sempre più comune anche se non esente dalle difficoltà: innamorarsi di una persona che vive non in un’altra città o regione, bensì in un altro paese e persino in un altro continente. Il villaggio globale è una realtà. Il calo dei prezzi dei voli e il progresso delle comunicazioni hanno favorito questa “globalizzazione dell’amore”. Magari molto presto una delle domande ineludibili che faremo ainostri amici potrebbe essere “di che paese è il tuo ragazzo?”.

di Álvaro Sánchez Traduzione: Anna Lodeserto, Cafebabel

 

 

 

 

Primarie Pd: 12.500 i votanti nella Circoscrizione estero, dei quali più di 2000 hanno votato on line

 

ROMA  - “Sono stati 12.500 i votanti alle primarie nella Circoscrizione estero, dei quali oltre 2000 hanno votato utilizzando internet” informa il coordinatore Pd/Italiani nel mondo Maurizio Chiocchietti. Che esprime tutta la sua soddisfazione: “Una grande partecipazione anche tra gli italiani che vivono nel mondo a significare che i nostri connazionali vogliono partecipare in prima persona alla vita politica del Partito Democratico”.

“In Italia e nel mondo – prosegue Chiocchetti - ha prevalso Bersani e a lui va il nostro più sincero buon lavoro. Tutti gli  italiani democratici che vivono all’estero ne hanno apprezzato le qualità e la tenacia. Ora, con Bersani segretario del Pd, costruiremo una alternativa al governo della destra che possa portarci, quando arriverà il momento, al governo del Paese.  Sappiamo anche che Bersani ha a cuore le sorti dei connazionali che vivono nel mondo. Sappia – conclude Chiocchetti - che noi lo sosterremo con convinzione”. (Inform)

 

 

 

 

Trionfo di Dario Franceschini in Germania e in Europa, ma non basta

 

Con lo scarso 50% dei consensi, Dario Franceschini è risultato il piú eletto nei 30 seggi istituiti in Europa. A Bersani è andato il 38% e a Marino il 12,4%.

 

Anche l’emigrazione italiana in Europa ha partecipato alle Primarie del PD per eleggere il futuro Segretario. Se in Italia a trionfare è stato Pier Luigi Bersani, non così è stato in Europa e in Germania. Nei 30 seggi sono affluiti 3.844 votanti. Si ricorda che anche all’estero potevano votare, per uno dei tre candidati, iscritti e simpatizzanti che avessero compiuto il 16° anno di etá.

Le preferenze uscite dalle urne sono: Franceschini 1.905 = 49,56%; Bersani1.461 = 38,01 % ; Marino478 = 12,43 %

 

Ancora più netta la vittoria di Franceschini in Germania che ha ottenuto 1.223 preferenze contro le 760 per Bersani e le 189 per Marino. Le sezioni in cui il Segretario uscente ha conseguito il maggior numero di consensi sono state a Schwalbach 181 contro gli 8 di Bersani e i 7 di Marino; a Stoccarda Centro 144 contro i 2 per Bersani e i 2 per Marino e a Esslingen 118 contro 1 per Bersani e 0 per Marino.

La roccaforte di Bersani è stata Amburgo con 110 preferenze. A Franceschini e a Marino ne sono andate 3 a testa. Marino ha primeggiato solo a Monaco con 28 preferenze, contro le 24 per Bersani e 16 per Franceschini. Tuttavia il dato politico complessivo emerso dalle Primarie è di eleggere Pier Lugi Bersani a Segretario del PD. Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Primarie PD in Europa e in Germania: ha vinto la mozione Franceschini. Da oggi il PD riparte insieme!

 

Con i loro quasi tre milioni di elettori, le primarie PD del 2009 hanno rappresentato per l'Italia un grande momento di Democrazia. In Europa hanno partecipato circa 8.500 concittadini., nella nostra sottoripartizione, Europa 2 - Germania, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Regno Unito - si parla di 4.816 persone che hanno

raggiunto i nostri seggi per esprimere un voto. Un risultato di rilievo, reso possibile dalla presenza e dall'impegno dei tanti circoli del PD fioriti negli ultimi 3 anni.

In Europa ha vinto senza mezzi termini la mozione Franceschini, superando di circa 10 punti percentuali quella Bersani. I grandi Paesi dell'emigrazione Italiana, Germania, Belgio, Svizzera hanno proposto un risultato profondamente diverso da quello nazionale e lo hanno promosso in modo appassionato. E' segno evidente del

fatto che in Europa esiste un'ampio e radicato gruppo dirigente e militante fatto di giovani e meno giovani, persone che provengono dai due partiti che hanno fondato il PD, come anche di molte persone nuove. Questo gruppo è maggioritario, crede in un PD ampio e plurale e si è riconosciuto nella candidatura di Franceschini.

Da questo in Europa si deve ripartire.

La candidatura di Marino ha poi reso vivace il confronto nelle primarie caratterizzandosi in modo particolare su temi e istanze che in Europa sono un dato di fatto acquisito e che in Italia devono invece ancora essere conquistate. Il dibattito arricchito da questi contenuti ha dato a molti giovani, soprattutto ricercatori ma non

solo, la spinta necessaria ad accostarsi alla politica ed al PD. Crediamo che si debba partire anche da questo e noi intendiamo impegnarci al tal fine insieme a tutti.

Avendo seguito il lavoro di molti seggi possiamo dire che la stragrande maggioranza di questi hanno operato con convinzione e proposto una splendida immagine del nostro partito: un PD che vuole lavorare, che lo fa insieme, che rispetta le opinioni di chi la pensa diversamente e che vuole guardare oltre per il bene della comunità.

Tutto ciò vale anche per il PD Germania. Il confronto al quale abbiamo assistito e la nuova consapevolezza, anche numerica, del partito è una ricchezza. Prendiamone atto: riempiamo di contenuti i numeri delle primarie e restituiamo con ciò al nostro Paese quella grande risorsa che la sua migrazione rappresenta. Allo stesso tempo lavoriamo insieme perché il nostro paese ci riconosca e sostenga nella nostra esperienza migratoria.

E' il 27 Ottobre e, come ci era stato promesso, da ieri abbiamo il nuovo segretario. Pierluigi Bersani sta lavorando alla propria squadra e a tenere unito il partito. E' questo il grande successo che deve fungere da sprono per chiunque abbia creduto alla mobilitazione delle Primarie. Anche noi ci siamo e faremo la nostra parte Oggi siamo di più di ieri e siamo una squadra!

Daniela Di Benedetto, Monaco di Baviera, Capolista mozione Franceschini-Europa 2

(de.it.press)

 

 

 

Amburgo la città tedesca con il maggior numero di voti per Bersani

 

Amburgo - Con 110 voti, Amburgo è stata la città tedesca in cui la lista "Uniti per Bersani" ha raccolto il maggior numero di consensi nelle primarie svolte ieri in Italia e nel Mondo che hanno decretato la vittoria dell’ex ministro come successore di Franceschini alla Segreteria del Partito Democratico. Grande soddisfazione è stata espressa dai segretari dei tre circoli PD della città, Matteo Neri, Eligio Losito e Marina Mannarini: "siamo contenti che Bersani sia il nuovo segretario del Partito Democratico. Siamo contenti anche del risultato di Amburgo. Desideriamo ringraziare gli iscritti e i simpatizzanti che sono venuti a votare nei due seggi che avevamo aperto in città. Ringraziamo gli scrutatori che hanno lavorato 12 ore di fila. Grazie ai presidenti delle associazioni italiane che ci hanno sostenuto mettendo a disposizione i loro locali, Emanuele Padula, dell’Associazione Basilicata, e Pietro Trotta, del Club Castello 74".

"In queste primarie – continuano i tre esponenti del PD – ha vinto non una mozione, ma tutto il partito; lo testimoniano più di 3 milioni di elettrici ed elettori; nessuno si aspettava una simile affluenza; è la prova che il PD è un partito vitale, popolare. Da oggi inizia la grande rimonta nei confronti di Berlusconi e della Lega. Auspichiamo che il PD recuperi l’unità e la compattezza necessarie per affrontare le sfide future. In Germania vogliamo un partito ove non esistano più steccati né veti incrociati; "un partito – come ha detto bene Bersani – "senza padrone". La politica del muro contro muro non ci ha portati da nessuna parte. Occorre adesso dialogo e rispetto reciproco fra tutte le componenti del partito. Nessuno – concludono – si deve sentire escluso o emarginato". (aise)

 

 

 

 

Radio Colonia. Bersani vince e rilancia. Le primarie del PD in Germania

 

È Pier Luigi Bersani il nuovo leader del Pd - Nella sua prima giornata da segretario generale del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani sfida Berlusconi: "Con una nuova politica economica riporteremo il partito al governo"

 

Non perde tempo il nuovo leader del Pd, che nel suo primo intervento dopo le elezioni ha presentato la ricetta per rilanciare l'opposizione. Punto centrale del suo programma sarà l'occupazione, soprattutto con la lotta alla precarietà. Secondo il giornalista ed editorialista Curzio Maltese la politica economica è sicuramente una delle carte più importanti in mano a Bersani. Davanti a sè, il leader del PD ha però una vasta gamma di opzioni. Prima tra tutte, la questione morale. La vasta partecipazione alle primarie, sostiene inoltre Maltese, testimonia la forte voglia di cambiare da parte di un paese stanco di un premier considerato inaffidabile.

 

Alle primarie di domenica Bersani è stato eletto nuovo segretario generale del Pd con oltre il 50% dei voti. In Italia hanno votato circa 3 milioni di persone, in Germania invece hanno partecipato alle primarie 2157. Ma in testa alle preferenze degli italiani in Germania c'è Franceschini con il 57% dei voti, Bersani è solo secondo, con il 35%, e ultimo è Marino con l'8%. Comunque soddisfatta dell'esito delle elezioni è Laura Garavini, deputata Pd eletta in Germania, che aveva sostenuto la candidatura di Bersani. La puoi sentire direttamente cliccando sul seguente link:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/ital/2009/091026_garavini.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/ital/2009/091026_garavini.mp3.

Per ulteriori approfondimenti puoi ascoltare l'intervista a Curzio Maltese

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/ital/2009/091026_bersani.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/ital/2009/091026_bersani.mp3.

 

C'era la possibilità del voto telematico, in internet. Ma soprattutto di andare a uno dei 28 seggi allestiti domenica 25 ottobre 2009 in tutta la Germania per consentire agli italiani legati al Partito Democratico di eleggere il nuovo leader della sinistra moderata italiana. In un seggio di Berlino ha seguito il voto anche Laura Garavini, parlamentare del Pd eletta nella Circoscrizione estero, Europa. Il timore della deputata sul fatto che i recenti fatti di cronaca scandalistica che hanno coinvolto Piero Marrazzo, governatore dimissionario della Regione Lazio, Pd, potessero influire negativamente sulla partecipazione al voto non sembrano confermati. Molto alta, infatti, è stata l'affluenza in Italia, con code in tutti i seggi. Nessuna coda si è vista invece in quelli di Berlino, dove però si è registrata una partecipazione sentita e interessata. L'elettorato italo-tedesco è diviso sui tre candidati, ma tutti sono d'accordo sul fatto che il Partito Democratico e la sinistra europea, più che di leader, hanno bisogno di programmi ed idee nuove e concrete.

Per ulteriori dettagli sul voto a Berlino ascolta il servizio audio di Enzo Savignano

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/italgermania/2009/091025_vorwahlenpd.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/italgermania/2009/091025_vorwahlenpd.mp3.  (RC, de.it.press)

 

 

 

 

Amburgo. Il 30 ottobre una partita di calcio “Italia-Germania” per salvare il consolato

 

Amburgo – Il Comitato “Salviamo il consolato di Amburgo” parteciperà il 30 ottobre ad un’iniziativa sportiva organizzata nell’ambito degli eventi per il mantenimento della sede consolare italiana in città.

Si tratta di una partita di calcio tra la squadra del Comitato e la tedesca “Hamburgischen Bürgerscahftskicker” – squadra del parlamento amburghese -, in programma alle ore 18 presso il campo sportivo della polizia nel parco di Sternschanze, ad Amburgo. Il Comitato invita ad assistere all’incontro “Italia-Germania” tutti gli amanti del calcio e coloro che si oppongono all’ipotesi di chiusura del consolato. (Inform)

 

 

 

 

 

PD-Svizzera. Grazie a Franceschini, auguri a Bersani

 

Il Partito democratico in Svizzera ringrazia le elettrici e gli elettori, che numerosi hanno partecipato alle elezioni primarie per l’elezione del Segretario nazionale e dei rappresentanti all’Assemblea nazionale. I numerosi dirigenti, gli attivisti e gli iscritti assieme ai simpatizzanti hanno creato le condizioni per ampliare la partecipazione elettorale, che alla chiusura delle urne ci consegna un partito più forte e presente in tutta la Confederazione.

Esprimiamo i più vivi e sinceri auguri di successo e di buon lavoro al nostro Segretario nazionale Pierlugi Bersani al quale garantiamo tutto il nostro sostegno e il nostro impegno politico, continuando a mettere in campo tutte le nostre storie di donne e uomini residenti all’estero, la nostra passione che nel nuovo Partito potranno diventare bagaglio culturale e politico per rinnovare il destino dell’Italia, che vogliamo più democratica e attenta al bene comune.

Ringraziamo il segretario uscente, Dario Franceschini per l’impegno ed il lavoro svolto in condizioni difficili negli ultimi otto mesi. Parimenti ringraziamo il Senatore Ignazio Marino per aver arricchito di contenuti e di passione il dibattito congressuale portando nuova linfa al Partito democratico. PD-Svizzera.

 

 

 

 

Primarie PD in Belgio. A Bruxelles vince Bersani, negli altri seggi Franceschini

 

Mentre i 15 seggi allestiti in Belgio fanno registrare la vittoria di Franceschini

(566 voti, 44,7%) contro Bersani (518 voti, 40,9%) e Marino (182 voti, 14,3%),

i tre seggi di Bruxelles fanno i conti con i 628 voti espressi nella regionecapitale,

a fronte dei 1266 di tutto il Paese. Secondo i dati definitivi raccolti nei

tre seggi di Bruxelles, Bersani si ferma al 48,7%, Marino arriva secondo con il

26,33% e Franceschini raggiunge il 24,8%.

“In tempi difficili per il Pd – commenta il segretario di circolo Davide Pernice –

nessuno di noi si aspettava che la risposta degli elettori fosse tanto

significativa”. In base ai dati, infatti, “la comunità italiana di Bruxelles reagisce

con una partecipazione che nulla ha da invidiare alle primarie del 2007,

quando i seggi a Bruxelles erano più del doppio”. Per il segretario dei

democratici di Bruxelles “le primarie di Bruxelles dimostrano che anche negli

ambiti del consenso più largo, quello degli elettori del Pd, nessuno dei

candidati gode della fiducia assoluta, anzi il quadro è molto più aperto di

quanto non sia in Italia rispetto al dato nazionale”.

“Insomma – conclude Pernice – chi si ostina a dire che, per fare politica, un

circolo deve votarsi interamente a una scelta di mozione dovrà ricredersi:

nella capitale belga nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta,

malgrado le energie e le risorse messe in campo da Bruxelles nelle liste dei

candidati all’assemblea nazionale delle tre mozioni”. Per il segretario di

Bruxelles “è la prova del fatto che chi pensa di schiacciare la comunità italiana

di Bruxelles su un’unica identità, sia essa dell’emigrazione storica o dei

cosiddetti ‘cervelli in fuga’, è votato a costruire un partito di minoranza, più

piccolo di quanto potrebbe essere un Pd che si fa carico delle domande e

delle aspettative delle sue comunità più vaste”. PD-Bruxelles, De.it.press

 

 

 

 

 

Chiude oggi la Convention delle Camere di Commercio Italiane all’estero

 

Il ruolo delle istituzioni nelle sfide del mercato globale. A confronto aziende e istituzioni - Interventi del presidente Ice Umberto Vattani e del sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti

 

SALERNO - La mattinata della giornata pubblica della XVIII Convention mondiale delle Canmere di Commercio (CCIE) in svolgimento dal 24 e fino al 28 ottobre si è conclusa con la sessione di lavoro dal titolo “Le domande delle imprese ed il ruolo delle istituzioni nelle sfide del mercato globale” Ovvero: le nuove sfide poste alle imprese dal mercato a seguito della crisi internazionale riportano al ruolo determinante che le istituzioni nazionali, locali e i soggetti del territorio devono garantire alle singole imprese attraverso politiche adeguate che rivolgano una particolare attenzione alle PMI.  E’ su questo filo conduttore che si è animato il dibattito.

  Umberto Vattani, presidente Ice, ha ribadito l’impegno e il sostegno alle imprese. Infatti l’Ice rivolge da tempo la propria attenzione alle aziende italiane interessate ad insediarsi in nuovi territori, promuovendo incontri B2b: “Vorrei prima di tutto ringraziare il presidente Pollastri e il presidente Augusto Strianese per questo invito. Di fronte alla crisi attuale la riflessione non può non partire da un confronto tra  noi dell’Ice, le Camere di Commercio e il Sistema delle banche.

  L’obiettivo tra noi e le Camere di Commercio è quello di individuare i settori nei quali il rendimento è maggiore e dove c’è più bisogno di un’azione congiunta, per mettere in piedi progettualità da presentare al sistema bancario che deve cominciare ad essere più aperto nei confronti delle imprese. Sinergia è la parola che corrisponde alle esigenze di tutti”.

  Enzo Scotti, sottosegretario agli Affari Esteri ha sottolineato che “il sostegno al sistema italiano all’estero è il risultato di una  azione molto articolata che chiama in causa molti soggetti che devono essere capaci di giocare in squadra”. I problemi, quindi, in questo momento di crisi, non sono solo quelli commerciali : la crisi da spunti di riflessione. Secondo il sottosegretario “necessari sono gli accordi tra chi gestisce le relazioni estere del nostro Paese e chi si occupa, giorno dopo giorno del sistema produttivo italiano nei mercati globali. E’ dall’insieme dell’azione,  concertata ed organizzata della diplomazia, della politica estera italiana, del sistema delle camere di Commercio, degli imprenditori, delle università, delle banche che si raggiunge un determinato obiettivo”. Il sottosegretario Enzo Scotti ha sottolineato, poi, l’importanza della coesione perché in questo momento, nel contesto mondiale,  il problema di un Paese diviene il problema di tutti. L’Italia lavora bene in questa direzione, dimostrazione ne sono il G8, il G20.  E’ La capacità che i Paesi industriali hanno avuto in questi importanti contesti di fronteggiare in modo coordinato gli effetti disastrosi della crisi e  di intervenire con posizioni di coordinamento che si deve veicolare l’azione, dal contenimento della crisi alla ripresa e allo sviluppo. “Le due grandi sfide sul settore dell’integrazione sono partite: America Latina e  Mediterraneo.  Dobbiamo lavorare su questa strada per un futuro più fruttuoso”.

  Il dibattito era stato aperto da Luca Rosamilia, responsabile Commerciale Water Consulting Srl, ha aperto il dibattito presentando la sua azienda nata nel ‘96, specializzata nel trattamento delle acque, esclusivista su molti prodotti.  “Abbiamo la possibilità di intraprendere, e lo stiamo già facendo,  un interessante percorso nell’internazionalizzazione con il supporto delle CCIE ed delle aziende speciali- Promo Firenze e Vicenza qualità – che hanno permesso di valutare la strada migliore da intraprendere per organizzare una missione imprenditoriale in India conclusasi un mese fa.  Abbiamo così avuto la possibilità di incontrare venti aziende molto importanti in modo da avere un quadro più chiaro dei possibili scenari futuri. L’internazionalizzazione, per un’azienda come la nostra, rappresenta una sfida, un momento di crescita che, con l’aiuto delle CCIE ci consente più facilmente di entrare nei mercati esteri. Importante è un affiancamento continuo tra le parti, sviluppare un mercato all’estero, un mercato solido. Inizio di un nuovo percorso ”.

  Intervenuto Giuseppe Castagna, responsabile Corporate Relationship Management Banca Intesa : “Forse le banche non stanno facendo abbastanza per il rilancio delle imprese sul mercato italiano, in questo delicatissimo momento in cui anche il modello insurcing deve essere rivalutato. La risposta che gli istituti di credito intendono dare a tutte quelle aziende che vogliono resistere sul mercato  (e che rappresentano il 54% delle medie imprese italiane) è un adeguato supporto attraverso importanti sostegni finanziari”.

  Giancarlo Lanna, presidente Simest, finanziaria di sviluppo e promozione delle imprese italiane all’estero ha detto: “Partirei dall’accordo sottoscritto con il Presidente Pollastri, cioè creare una sinergia  tra la nostra Azienda e le CCIE,  nel convincimento che le stesse continuano a rappresentare un tassello importante di questo mosaico di soggetti che si muovono sul piano dell’internazionalizzazione a sostegno del Made in Italy nel mondo. Questo accordo ha dato i suo frutti con la valorizzazione dei nostri prodotti e l’apertura di una serie di canali preferenziali che rappresentano per noi un sostanziale aiuto e un elemento importante per continuare una politica di espansione”.  In questo scenario le risorse ci sono. Secondo il presidente Simest: “va qualificata la spesa attraverso un sistema che consenta alle imprese  di andare ad operare sui mercati internazionali” .Pensiero condiviso da Edoardo Imperiale,direttore generale Città della Scienza “Questo significa andare a creare delle reti di cooperazioni, azioni congiunte sviluppate nel medio-lungo periodo”. Le strutture finanziarie sono un punto cardine in tutto questo panorama. Tra le leve di competitività bisogna puntare essenzialmente su determinati settori strategici come quello tecnologico.

La conclusione del dibattito ha coinciso con le conclusioni della mattinata tenute da Adolfo Urso, vice ministro allo Sviluppo Economico. (Inform)

 

 

 

Usa, piano shock per la pandemia. "Niente cure ad anziani e disabili"

 

Lo rivela il New York Times. È già polemica sulla selezione dei pazienti da salvare

in caso di razionamento forzoso delle prestazioni sanitarie d'emergenza

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI

 

NEW YORK - Barack Obama ha già decretato da sabato l'emergenza sanitaria nazionale, l'influenza A colpisce ormai 46 Stati Usa con milioni di pazienti contagiati, 20.000 casi ricoverati, mille morti. E gli approvvigionamenti di vaccini stentano a tener dietro alla domanda. In questo contesto il New York Times rivela un retroscena che fa rabbrividire. In molti Stati le autorità sanitarie si stanno preparando all'eventualità più tragica: il razionamento forzoso delle cure. In vista di uno scenario estremo, simile all'epidemia dell'influenza spagnola nel 1918, bisogna avere pronti i criteri e le regole per una selezione crudele, la decisione su chi va salvato e chi sarà abbandonato al suo destino. Perché se il contagio oltrepassa una certa soglia, le strutture sanitarie esploderanno e i reparti di rianimazione dovranno per forza fare delle scelte.

 

Le linee-guida per questa terribile discriminazione ora vengono alla luce. Quattro categorie di pazienti saranno le prime a essere sacrificate: i "Do Not Resuscitate", come vengono chiamati coloro che hanno dato disposizione nel testamento biologico di volersi sottrarre a ogni accanimento terapeutico; gli anziani; i pazienti in dialisi; infine quelli con severe patologie neurologiche. In questi casi - se l'epidemia supera una soglia di guardia - le autorità sanitarie potranno "negare il ricovero nelle strutture ospedaliere, o negare l'uso dei respiratori artificiali", secondo quanto rivela il New York Times. Lo Stato dello Utah inoltre ha stabilito una tabella di marcia precisa: questo tipo di razionamento e di rifiuto delle cure partirà anzitutto dagli ospizi per anziani non-autosufficienti, dai penitenziari e dagli istituti per disabili, fino a estendere gli stessi criteri selettivi alla totalità della popolazione.

 

È una terrificante logica darwiniana, di selezione dei più forti, o dei più adatti a sopravvivere. Ma è inevitabile, sostengono i responsabili delle task-force anti-influenza, perché in uno "scenario 1918" sarebbe ipocrita fare finta di poter curare tutti.

 

Lo Stato di New York ha codificato queste regole estreme, che sono accessibili al pubblico, e corredate da 90 pagine di commenti raccolti dallo Health Department. "Triage", ovvero "smistamento", è la parola-chiave che affiora in mezzo a quel documento, la foglia di fico che nel gergo tecnico sta per razionamento. Mary Buckley-Davis, una specialista di rianimazione con 30 anni di esperienza alle spalle, ha denunciato pubblicamente alle autorità sanitarie quelle regole. "Ci saranno sommosse per le vie di New York - scrive la Buckley-Davis - non appena si viene a sapere che gli ospedali staccano la maschera respiratoria ad alcuni pazienti. Non c'è campagna di comunicazione che possa fare accettare alle famiglie la decisione di cessare le cure ai loro cari". Le autorità statali si difendono spiegando che il peggio è lasciare queste scelte - inevitabili - all'improvvisazione del personale sanitario travolto da un'emergenza. Sarebbe ingiusto, oltre che inefficiente. "La prospettiva cambia - spiega la dottoressa Ann Knebel del Department of Health - se anziché pensare al paziente individuale si guarda alla comunità degli ammalati".

 

La Knebel porta il titolo di ammiraglio, perché proviene dai servizi medici delle Forze armate. Non a caso. I piani di razionamento infatti sono stati studiati e sperimentati inizialmente proprio sul fronte di guerra, dove gli ufficiali medici possono essere costretti a scelte crudeli: chi curare per primo quando i mezzi scarseggiano. E le direttive che ora vengono rispolverate per l'influenza A hanno avuto il loro battesimo dopo l'11 settembre: per uno scenario di attacco terroristico con armi biologiche o nucleari, e una strage a Manhattan. LR 26

 

 

 

 

Iraq. I pericoli del fronte dimenticato

 

Il mostruoso duplice attentato che ieri a Baghdad ha causato oltre 130 morti e 500 feriti può essere interpretato attraverso due chiavi di lettura complementari.

 

Un’interpretazione è più concentrata sulle dinamiche interne irachene, l’altra più attenta al dato regionale. Dal punto di vista interno, occorre sottolineare che a Baghdad la sicurezza è così peggiorata da arrivare vicino all’ordinaria contabilità del terrore precedente il «surge» del generale Petraeus. La tensione tra sciiti e sunniti è ormai oltre il livello di guardia, con sparizioni, omicidi e «piccoli attentati» pressoché quotidiani. Il governo di Al Maliki resta in una condizione di debolezza estrema e la prossimità della scadenza elettorale spinge tutti i suoi oppositori a impiegare qualunque mezzo per fare sì che l’appuntamento per le elezioni parlamentari (il 16 gennaio) coincida con il licenziamento di Al Maliki.

 

Significativamente l’attentato di ieri ha preceduto di poche ore un importante incontro tra i diversi leader iracheni, che avrebbe dovuto arrivare a un accordo in extremis sulla riforma elettorale, scongiurando così il pericolo di un rinvio delle elezioni. La cronica litigiosità dei protagonisti del circuito politico ufficiale del Paese offre infatti enorme spazio di manovra sia agli irriducibili saddamisti sia, soprattutto, alle cellule di Al Qaeda, che si sono andate riorganizzando in seguito alla sostanziale diminuzione della pressione militare americana in Iraq, che non è stata compensata da un miglioramento delle capacità di intelligence e difensive del nuovo Stato iracheno. A quasi sette anni dall'invasione che portò al crollo del regime di Saddam Hussein, nonostante lo sforzo militare profuso e a prescindere dalle somme promesse e (talvolta) elargite per rimettere in piedi le istituzioni irachene, la situazione resta ampiamente insoddisfacente.

 

Se allarghiamo lo sguardo all'intera regione mediorientale, poi, è impossibile non constatare come nessuna delle crisi che si sono aperte o aggravate in conseguenza dell’11 settembre 2001 è stata avviata a soluzione. La strage di ieri ha costretto tutti a tornare a interrogarsi sul futuro dell’Iraq; ma le notizie che quotidianamente giungono dall’Afghanistan non sono certo più incoraggianti, con la prospettiva di un ballottaggio presidenziale che paralizzerà ulteriormente il già diviso esecutivo afghano, a meno che un’improbabile governo di unità nazionale non riesca a scongiurarlo.

 

Anche a causa del protrarsi del conflitto afghano, la situazione pachistana rimane senza grandi prospettive positive di evoluzione e non pare neppure che la trattativa sul nucleare iraniano registri significativi progressi. In sostanza, mentre i nuovi fronti di tensione si moltiplicano, non si riesce a chiuderne nessuno di quelli aperti da più tempo. La crisi politico-istituzionale in Libano continua a peggiorare pericolosamente, e persino le modalità con cui si cerca di tamponarla (si pensi al relativo disallineamento del maronita Michel Aoun rispetto agli alleati sciiti di Hezbollah) potrebbe finire col surriscaldare il clima politico. A Gaza, infine, non sembra proprio che la presa di Hamas sulla stremata popolazione palestinese (ma chi ne parla più?) si stia allentando.

 

Il paradosso è che gli Stati Uniti non sono mai stati così pesantemente e direttamente presenti in Medio Oriente come negli ultimi nove anni, eppure non sono mai apparsi così lontani dall'assicurare una stabilità soddisfacente all’intera area. Era assai maggiore la capacità americana di condizionare l’ordine mediorientale quando questa era esercitata off shore - politicamente e militarmente, attraverso gli inviati speciali e le portaerei stazionate nel Mediterraneo, nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano - di quanto non sia oggi, che si può avvalere di divisioni corazzate e proconsoli. Se l’intervento politico-militare diretto non ha portato i frutti che gli Usa speravano, è però evidente che tornare semplicemente alla situazione precedente, ritirandosi dall’intero scacchiere, è di fatto impossibile. Allo stesso tempo l’America non può permettersi (e neppure l’Europa, per la verità) di abbandonare l’Afghanistan al suo destino, di lasciare che l’Iran raggiunga lo status di grande potenza regionale «in cambio di niente», o che l’Iraq precipiti in una situazione tipo Libano 1980. L'equazione «ritiro dall’Iraq e maggior coinvolgimento in Afghanistan», così elegantemente sostenuta da Barack Obama durante la campagna elettorale, efficace anche per la sua semplicità, potrebbe risultare semplicistica, così da costringere le teste d’uovo dell'amministrazione democratica a concepire una nuova vision americana per il Medio Oriente: diversa e, auspicabilmente, più efficace di quella partorita dai neocons di George W. Bush, ma non per questo meno articolata e meno ambiziosa. VITTORIO EMANUELE PARSI  LS 26

 

 

 

 

Un autunno difficile. Il morso della crisi, lo scadimento dei valori

 

Ci attendavamo un autunno difficile per la prevista difficoltà della situazione economica, il duro morso della crisi occupazionale e l’allargarsi del divario sociale e territoriale segnati da una crescente quota di disuguaglianza e da un aumento significativo delle fasce di povertà.

Sapevamo che sarebbe accaduto, e avevamo auspicato che una prima risposta potesse venire da un nuovo ordine mondiale che restituisse trasparenza e vigore alla finanza globale in termini di regole e controlli, ma avevamo anche richiamato l’esigenza di dare risposte concrete, tangibili, ciascuno in casa propria. Per l’Italia si tratta di affrontare i capitoli chiave di un libro mai completato che si chiamano produttività, investimenti, riforme dell’età effettiva di pensionamento e così via.Purtroppo, è amaro constatarlo, a fronte di tutto ciò, dopo una fase in cui si è tenuta ben salda la rotta della finanza pubblica rispettando i nostri noti vincoli senza rinunciare a finanziare gli ammortizzatori sociali, si è fatto poco e niente, e lo dimostrano peraltro anche le gravi tensioni che sembrano attraversare il governo e i suoi ministri proprio sui temi della politica economica e delle tante riforme da varare e finanziare.

Quello che, però, mi preoccupa maggiormente è che alla prevista, difficile, situazione economica si aggiungono manifestazioni di un diffuso scadimento dei valori e una debolezza delle istituzioni che rischiano, insieme, di rendere davvero difficile padroneggiare la situazione. Certo, è bene ricordarlo, c’è il presidio forte, saldo e autorevole del Quirinale che esprime la sintesi più alta e concreta dell’unità della Nazione e rappresenta, quindi, una garanzia per tutti. Occorre, però, che l’azione di governo recuperi in fretta incisività e prontezza esecutiva, non si lasci appannare dalle solite diatribe italiane, dimostri con i fatti di volere onorare l’impegno assunto con i suoi elettori a fare le cose di cui questo Paese ha vitale bisogno da tempo e che appaiono ormai urgentissime.

Guai, se lo scadimento diffuso dei valori si incrocia con la debolezza delle istituzioni e determina l’immobilismo. L’azione riformatrice è, a questo punto, obbligatoria. Si deve sentire nei fatti, si deve tradurre in atti concreti. L’attuale coalizione di governo si è impegnata più volte a cambiare, a decidere, a intervenire. La delicatezza del momento e l’urgenza della crisi non consentono più di continuare a promettere, obbligano a passare dalle parole ai fatti. CARLO AZEGLIO CIAMPI IM 26

 

 

 

 

Come coniugare rigore e crescita. Due linee a confronto

 

Il governo è in un vicolo cieco. Col trascorrere delle settimane è evidente che la scelta del ministro dell’Economia di attendere che passi la tempesta, nonostante il deficit sia cresciuto meno che altrove, non riesce a far fronte alla caduta dei consumi e all'aumento della disoccupazione. Non solo. Senza riforme, il giorno in cui la crisi finirà riprenderemo a crescere dell’1% l’anno: la disoccupazione rimarrà elevata per oltre un decennio.

 

Ma non appena la posizione di Giulio Tremonti è apparsa indebolirsi, si è fatto avanti il «partito della spesa». Il gettito dello scudo fiscale è stato speso più volte, prima ancora che sia rientrato un solo euro. Gli emendamenti alla Finanziaria presentati per il Pdl dal senatore Mario Baldassarri aumenterebbero significativamente il deficit. I 37 miliardi di minori tasse e maggiori spese in infrastrutture che egli propone sono perlopiù finanziati da tagli agli acquisti delle pubbliche amministrazioni. Vi è certamente molta spesa pubblica inefficiente, ma chiunque abbia osservato, per esempio, le condizioni in cui versano i nostri edifici scolastici converrà che questa copertura è non più che una speranza.

Giulio Tremonti fa bene a resistere al partito della spesa ma, poiché non riesce ad arginare la caduta del reddito, il debito cresce comunque: era sceso al 104% del Pil, tornerà al 118 fra un anno. A questo punto serve una svolta. Occorre capire che per mantenere stabile il debito, il rigore finanziario deve essere coniugato con politiche che accelerino la crescita.

 

La pressione fiscale, che all’inizio del decennio era scesa verso il 40%, è tornata sopra il 43: la riduzione delle tasse sul lavoro e sulle imprese è quindi la prima condizione. Ma poiché il nostro debito è quasi il doppio di quello tedesco, non ci possiamo permettere di seguire la signora Merkel e semplicemente tagliare le tasse. Interventi come l’eliminazione dell’Irap debbono essere parte di un pacchetto di misure che ne compensino (in tempi brevi) le conseguenze sul deficit e soprattutto ne amplifichino gli effetti sulla crescita.

Tra le molte cose che si potrebbero fare: accelerare l’aumento dell'età della pensione ripristinando lo spirito delle norme Maroni cancellate dal governo Prodi; pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni verso le imprese private. Si stima ammontino a 60 miliardi, un aiuto che vale quasi il doppio della eliminazione dell’Irap (e senza effetti sul debito, poiché sono spese già contabilizzate). Allineare la tassazione delle rendite finanziarie a quanto si fa in Europa. Avvicinare le tasse ai cittadini, cioè diminuire le imposte destinate allo Stato e sostituirle con tasse locali che hanno un enorme vantaggio: i cittadini possono prima decidere come destinarle e poi controllare la qualità dei servizi forniti. Due esempi. Ripristinare l’Ici al di sopra di un reddito minimo e rimuovere il vincolo di legge sulle tasse universitarie consentendo agli atenei di modularle sul reddito familiare, con borse di studio per i meno abbienti. Si chiama federalismo fiscale? Bene, allora cominciamo ad attuarlo subito.

 

Queste misure, accompagnate da qualche liberalizzazione (ad esempio l’apertura dei servizi pubblici locali) e dalle riforme sul pubblico impiego del ministro Renato Brunetta, accelererebbero la crescita e forse consentirebbero a Silvio Berlusconi di adottare, entro fine legislatura, le tre aliquote che ha promesso agli italiani.

Francesco Gavazzi CdS 27

 

 

 

Pd, Bersani è il nuovo segretario. "Siamo un partito senza padrone"

 

Confermato l'esito dei congressi. "Con Dario e Ignazio lavoreremo assieme" - Nel suo progetto un partito "popolare", fortemente radicato nel territorio, la fine della vocazione maggioritaria. E una nuova politica delle alleanze - di MATTEO TONELLI

 

ROMA - Nessun tempo supplementare. Le primarie lasciano sul campo un verdetto inequivocabile: Pierluigi Bersani è il nuovo segretario del Pd. E' lo stesso Dario Franceschini, quando non sono stati ancora diffusi i dati ufficiali, a riconoscere la vittoria dello sfidante. Una vittoria che conferma il verdetto degli iscritti ("Non sono marziani", commenta D'Alema") e che vede l'ex ministro dell'Economia assumersi la guida del più grande partito d'opposizione. Con un vantaggio in più: non essere solo il segretario degli iscritti. Ma aver saputo mietere consensi anche tra i semplici simpatizzanti del Pd.

 

"Farò il leader a modo mio. Sarà partito senza padroni, non di un uomo solo, ma un collettivo di protagonisti. E sarà un partito dell'alternativa". Così dice il nuovo leader a giochi fatti. Senza enfasi, come nel suo stile. Aggiungendo (e riconfermando) la sua volontà di aprire "una linea di collaborazione con tutte le opposizioni" e spendendo parole di unità sul futuro: "Con Dario e Ignazio lavoreremo assieme. Sono orgoglioso per i tre milioni di elettori a queste primarie".

 

Sono quasi le 22 quando il responsabile dell'organizzazione Miglivacca comincia a snocciolare i dati nella sede del Pd a Roma. Lo fa con cautela, sottolineando come l'affluenza, sopra le previsioni, abbia rallentato la macchina organizzativa. I numeri, però, non lasciano spazio al dubbio. E' stato un successo: "Hanno votato più di 2 milioni e mezzo di persone" dice Migliavacca. Che minimizza le voci che rilanciano un calo dei votati nel Lazio, legato all'effetto Marrazzo. "Non ci risulta, anzi, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna sono le regioni in cui si è votato di più". Per i dati ufficiali bisognerà attendere ancora. "Ci sono ritardi, ci vediamo verso mezzanotte" taglia corto Migliavacca. Le indiscrezioni, però, si rincorrono. Come quella che parla di un buon risultato di Marino e di un Bersani sopra il 50%. Sul sito di Repubblica, i primi dati da Puglia, Emilia confermano il successo dell'ex ministro dell'Economia. E dal suo quartier generale arriva la conferma: "Siano ampiamente sopra il 50%".

 

Una tendenza che, con il passare dei minuti, diventa certezza. Niente assemblea e niente ballottaggio. Il responso delle primarie basta per decidere che guiderà il Pd.Al comitato, in piazza SS. Apostoli, Bersani attende le proiezioni con Massimo D'Alema, Enrico Letta, Rosy Bindi. E quando i dati chiudono la partita, si lascia andare ad un brindisi, affidando a twitter la sua soddisfazione: "E' la vittoria di tutti, anche la mia".

 

Si apre così lo scenario previsto dai più. Quello di un Pd guidato dall'ex ministro dell'Economia che punti ad un partito "popolare", fortemente radicato sul territorio, che coltivi una politica delle alleanze e metta nel dimenticatoio la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria. E' una sfida non facile quella che si apre davanti al nuovo leader del Pd. Quella di dare identità ad un partito che, negli ultimi mesi, è sembrato smarrirla più volte. Un partito che potrebbe perdere pezzi, a partire dai teocon che non hanno fatto mistero di non voler stare in una formazione "socialdemocratica". Potrebbero fare le valigie la Binetti, Fioroni, lo stesso Rutelli. Uscite eventuali che, però, non sembrano levare il sonno al neosegretario.

 

A Bersani, che può contare sul sostegno di un Massimo D'Alema che continua a pesare moltissimo negli equlibri interni del partito, toccherà trovare la strada per creare un'alternativa credibile a Berlusconi. Facendo un'opposizione che, come ricorda D'Alema, "non si limiti all'antiberlusconismo". Creando un partito" dell'alternativa più che dell'opposizione"

 

La prima sfida, per Bersani, saranno le Regionali di marzo. Banco di prova per testare quando, quella "ditta" (così il neosegretario definisce bonariamente il partito), avrà messo radici in una società che il riformismo emiliano di Bersani si prefigge di cambiare. LR 26

 

 

 

 

Pier Luigi rivoluzione dolce

 

La storia di Pier Luigi Bersani è iniziata con un odore, l’odore insistente dei macchinari tessili, dell’olio di lavorazione e del cotone grezzo.

 

Sono le 15,28 quando il nuovo segretario del Pd entra dentro il capannone della Fornitura tessile Villanti alle porte di Prato. Faticosamente Bersani si fa strada tra operai, artigiani, ingegneri, cassintegrati che vorrebbero stringergli la mano. Ha voluto iniziare da qui, da Prato, uno degli epicentri della crisi italiana, piuttosto che da qualche cimitero, dove far simbolico omaggio a qualche padre spirituale del centrosinistra. E dalle prime mosse si è capito che la musica è cambiata. I cameraman e i giornalisti spingono, chiedono, pressano, lui è disponibile con tutti, poi ad un certo punto tra sé e sé mormora: «Dio bono, ma mi lasciano parlare con la gente?». Altri dieci minuti di spintoni e sudore fra telai e orditoi e finalmente spunta un microfono. Bersani inizia, molti non lo vedono e allora lui afferra una sedia, ci sale sopra e - come Lenin alle acciaierie - fa da lì il suo saluto: «Ho pensato: dove li porto in giro questi 3 milioni di cittadini delle Primarie? Li ho portati qui, dagli artigiani, perché vorrei provare a buttar giù un muro, quello che impedisce di sapere che ci sono milioni di persone, lavoratori, piccoli imprenditori e famiglie che in queste settimane hanno paura!». E gli artigiani applaudono, sembrano apprezzare quell’uomo in piedi sulla sedia, nel suo gessato grigio ferro e con quelle scarpe nere con la punta stretta.

 

Applaudono i passaggi nei quali Bersani parla un linguaggio diretto. Lavoratori e artigiani non lo sanno ma in quella immagine c’è una certa differenza rispetto ai «set» preparati a tavolino dai comunicatori dei segretari precedenti. E c’è anche un’idea di partito, diversa dal «partito mediatico» di Veltroni, un partito che si rivolgeva al ceto medio benestante ed informato, ai lettori dei quotidiani amici. Bersani va alla caccia di un «target» interclassista. In due giorni Pier Luigi il piacentino lo ha ripetuto già tre volte, vuole dire che l’idea è questa: «Voglio un partito popolare, delle piccole imprese, dei lavoratori, delle famiglie». Dunque, anche i piccoli imprenditori, per i quali invoca «soldi da far affluire direttamente e non attraverso la mediazione delle banche». Con proposte a pie’ di lista, ma chiare per chi è in crisi: credito agevolato, detassazioni.

 

Dunque, le prime ore da segretario cominciano a raccontare che partito sarà quello di Bersani. Una rivoluzione dolce, ma una rivoluzione. La prima novità è il messaggio: si parla di vita, di diritti elementari e non di diritti civili. Gli chiedono delle «prodezze» di Marrazzo e di Berlusconi e lui taglia corto: «Non parlo di vite private». Con un piglio più deciso, un po’ meno emiliano e «alla Ferrini» di quello sfoggiato in campagna elettorale: «Nascondere la crisi è una vergogna, una vergogna!», ripete tante volte. E la plancia di comando del partito? Dice un’amica del neosegretario: «Non si creda che Bersani abbia già deciso tutto, magari assieme a D’Alema. Pier Luigi è un solitario». E in queste ore D’Alema ripete: «Del partito si occupa Bersani». Un solitario che prepara le prime mosse: nelle prossime settimane il Pd potrebbe farsi promotore di una proposta elettorale nettamente diversa da quelle finora presentate: un’ipotesi «alla tedesca», capace di coinvolgere l’Udc ma anche soggetti (Sinistra e libertà, Verdi, socialisti) che un domani potrebbero entrare nel Pd. Per quanto riguarda gli «affari interni» c’è il problema dei capigruppo parlamentari. Il presidente dei deputati, Antonello Soro, vicino a Franceschini, con uno stile d’altri tempi, ha già fatto sapere che rimetterà il suo mandato al nuovo segretario. Il gesto di Soro prelude, magari non a breve, ad un cambio ai vertici dei gruppi. Alla guida di quello di Montecitorio andrà salvo sorprese Enrico Letta (ma corre anche come vicesegretario), mentre al Senato non è ancora chiaro se Anna Finocchiaro riuscirà a superare le diffidenze dei dalemiani che non hanno dimenticato l’appoggio che la presidentessa chiese a Walter Veltroni ad inizio legislatura. Corrono per la possibile successione in tre: Luigi Zanda, Vannino Chiti e Marco Follini. Ancora tutta da costruire la segreteria e il «governo» del partito, con gli incarichi-chiave: Organizzazione, Comunicazione (favorito il dalemiano Gianni Cuperlo). E poi c’è il problema delle strutture parallele a suo tempo messe su da Massimo D’Alema allo scopo di contrastare la segreteria Veltroni: l’Associazione e la televisione Red. Negli ultimi mesi l’Associazione ha quasi cessato le attività, Bersani sarebbe interessato ad una ripresa sul versante politico-culturale, mentre sulla possibile fusione - o sulle sinergie - delle due Tv di area Pd (YouDem e Red), il nuovo segretario non ha ancora preso una decisione.  FABIO MARTINI LS 27

 

 

 

 

Bersani e il pragmatismo. Il senso di una sfida ai problemi del Paese

 

Il partito democratico ha dunque, finalmente, un leader, legittimato da una duplice investitura popolare (quella degli iscritti e quella degli elettori) e dal pieno riconoscimento dei suoi competitori interni. Sarà, quella di Pierluigi Bersani, una leadership pragmatica, poco incline ai toni urlati e alle contrapposizioni esasperate, attenta piuttosto alla ricerca delle alleanze e al rapporto con le articolazioni reali della società civile, segnatamente con i ceti produttivi: significativa in tal senso la scelta di inaugurare la sua segreteria non con uno sventolìo di bandiere o con una visita alla tomba di qualche padre fondatore, ma con un incontro con gli artigiani di Prato. Non è detto che tutto questo basti a far uscire il maggior partito di opposizione dalla condizione cronicamente minoritaria in cui versa da tempo. Né è scontato che i contrasti interni (di strategia, di stile politico, anche di personalità), ora miracolosamente accantonati sull’onda di un successo numericamente incontestabile, non si ripresentino di qui a qualche settimana, magari riproducendo le vecchie linee di frattura (cattolici contro laici, dalemiani contro veltroniani, moderati contro radicali). Ma intanto il Pd può guardare con soddisfazione alla prova superata, compiacendosi con se stesso per aver scampato un pericolo grave e per avere nel contempo assunto una robusta dose di tonico.

Il pericolo era quello di una frattura “orizzontale” fra iscritti e popolo delle primarie: se i due elettorati si fossero espressi in modo difforme, grazie al complicato e un po’ perverso meccanismo messo a punto per questa elezione, gli effetti sulla compattezza del partito e sulla stabilità del suo gruppo dirigente sarebbero stati probabilmente letali: assai più di quelli paventati in relazione alla storia personale e al profilo ideologico (per alcuni troppo socialdemocratico) di Pierluigi Bersani. Così non è stato. E il partito può profittare di questo risultato per presentarsi all’opinione pubblica come un soggetto politico solido e solidale, capace di sviluppare un’intensa dialettica al suo interno per poi ritrovarsi unito nel confronto con gli avversari.

L’effetto tonico viene naturalmente dall’alto tasso di partecipazione alle primarie di domenica: consultazione in sé discutibile quanto alla procedura (come ogni elezione in cui non sia preventivamente definito il corpo elettorale) e per nulla adatta alla scelta di un segretario di partito (essendo il partito un’associazione privata su base volontaria, i cui membri hanno tutto il diritto di scegliersi i loro dirigenti), ma indubbiamente efficace come testimonianza di vitalità e come occasione di mobilitazione democratica. Una testimonianza tanto più significativa in quanto espressa in un momento difficile, mentre il Pd è attraversato da ricorrenti crisi di identità, da scandali locali, da piccole e grandi “questioni morali”, a cominciare da qualche storiaccia di inquinamento malavitoso in Campania per finire con le disavventure private del presidente della Regione Lazio.

Queste e altre vicende poco edificanti scuotono la fiducia del militante democratico medio. E ne rendono più problematica l’auto-identificazione con la “parte sana” del Paese, ovvero l’affermazione di una costitutiva superiorità morale sugli avversari. Ma proprio per questo costringono il partito a puntare sulla qualità della propria proposta politica, a renderla più articolata e più allettante, più aderente ai bisogni concreti del suo elettorato potenziale. Un partito, e soprattutto un partito di massa, non è l’esercito della salvezza, non è un’opera pia né un ordine cavalleresco: è un pezzo di società che si organizza non solo per proclamare i suoi ideali, ma anche per perseguire i suoi interessi (purché leciti, s’intende). Scegliendo Pierluigi Bersani l’uomo dai toni pacati, il figlio dell’Emilia rossa, l’amico delle cooperative e delle piccole e medie imprese, il liberalizzatore non sempre fortunato dei tempi del governo Prodi gli iscritti e gli elettori del Pd hanno implicitamente mostrato di optare non solo per un leader, per un modello di partito o per una politica delle alleanze, ma anche per un approccio più concreto e pragmatico ai problemi del Paese: un Paese che avverte acutamente il bisogno di uscire dal clima di rissa perenne in cui da troppo tempo è immerso. GIOVANNI SABBATUCCI IM 27

 

 

 

Bersani, primo giorno da segretario

 

Pier Luigi Bersani è il segretario del Pd. «Farò il leader del Pd, ma lo farò a modo mio. Non il partito di un uomo solo ma un collettivo di protagonisti» ha detto il leader eletto del Partito democratico. Per Dario Franceschini «non è il giorno della delusione, ma è una festa per tutti perché ha vinto il Pd». E Ignazio Marino non ha nascosto la soddisfazione per l’affermazione della sua mozione. Ma innanzitutto c’è stato da parte di tutti entusiasmo per un risultato che nessun scrutinio avrebbe potuto mettere in discussione. La partecipazione straordinaria è stata da subito un dato inconfutabile. Incredibile, al di là delle previsioni. Così come il messaggio che era stato mandato da tanta gente che con quel voto ha voluto trasmette un desiderio di buona politica e anche di unità in un partito fin qui troppo impegnato in sterili dispute interne. Alla tredicesima ora, allo scoccar delle venti, a seggi appena chiusi ma non per i tanti votanti ancora in fila, c’era già un risultato. Inconfutabile. Al di là del segretario è stato evidente che i democratici ci sono. Sono un popolo compatto e combattivo. Che crede nelle Primarie. Ci sono ovunque. Lungo tutta la penisola, nella grandi città e nei piccoli paesi, nei luoghi in cui si soffre di più per la mancanza del lavoro e lì dove il lavoro c’era ed è stato perso, nelle periferie e nei centri storici, in montagna e in vista del mare. Non solo nelle roccaforti di quelli che furono i partiti tradizionali della sinistra e del centro, uniti poi nella sfida di dare all’Italia un grande partito capace di rispondere alle esigenze concrete ed al cuore di chi ancora crede nella politica, ma ovunque. A dispetto di un centrodestra che mastica amaro già solo davanti ad una affluenza incredibile e identifica in essa i segnali di uno «sbando» che invece, data la innegabile tensione che regna nel governo, sembra appartenere più a chi trancia il giudizio. E’ la solita questione della trave e della pagliuzza... Il popolo del Pd che non è restato a casa. Ed ha affollato i gazebo, in fila, ordinato, passando il tempo, a volte anche ore, a discutere e confrontarsi. A commentare, inevitabilmente, un fatto doloroso come quello che ha visto coinvolto il governatore del Lazio, che qualcuno l’ha anche demoralizzato, ed diventato per tutti un’altra «nottata» da far passare. Come tante altre prove, anche se di diversa natura, che però non sono riuscite ad indebolire la passione, la speranza e la fiducia di chi ha fatto la fila, ha detto nome e cognome, ha messo mano al portafoglio ed ha dato almeno due euro per mettere due croci sulle schede convinto così di garantirsi un futuro migliore. Se Berlusconi si dice sicuro di poter fare di tutto perché ha il popolo alle spalle, ebbene da ieri c’è la certificazione che c’è tutto un altro popolo che alle sue spalle non ci sta e farà di tutto perché lui se ne torni a casa. Democraticamente. Ma a casa. In modo che l’Italia torni ad essere un paese normale, senza un solo padrone che pensa innanzitutto ai propri interessi. Che la giornata fosse di quelle da non dimenticare lo si era capito già alla prima rilevazione sull’affluenza. Alle 11,30 della mattina erano quasi novecentomila quelli che si erano recati ai seggi. Un segnale confortante che, facendo un po’ di grossolani conti, lasciava intendere che alla chiusura sarebbe stato registrato un risultato entusiasmante. Che uno dopo l’altro, una croce dietro l’altra, in una domenica di fine ottobre riscaldata da un tiepido sole, si era andato costruendo un muro invalicabile da chi crede di essere l’unico che conta e può decidere in questo paese. Ovviamente da solo. Dall’altra parte ci sono quei quasi tre milioni con cui fare i conti. Al di là di tutto, dunque, restano quelle tredici ore di voto in cui è stato dimostrato che il popolo del Pd c’è. di Marcella Ciarnelli L’U 26

 

 

 

Il commento. Una bella giornata per la democrazia

 

Tre milioni di votanti, cinquantamila volontari in diecimila seggi, decine di milioni di euro raccolti. Se qualcuno nel Pd ha ancora dubbi sulle primarie è un pazzo. Sono l'elemento più identitario del partito, dal giorno della nascita.

 

È stata una grande giornata per l'unico partito al mondo che coinvolga tanti cittadini nella scelta del segretario, ma soprattutto per la democrazia. Il voto degli elettori ha confermato nella sostanza quello degli iscritti. Bersani è il vincitore, ma Franceschini e Marino non escono sconfitti. Il segretario uscente ha avuto proprio ieri la conferma d'aver svolto bene la missione di salvare il Pd nella stagione peggiore e oggi può consegnarlo al successo in ottima salute. Ignazio Marino è stata la sorpresa del voto popolare, a riprova che i temi del rinnovamento e della laicità sono assai avvertiti dalla base.

 

La vera notizia è la partecipazione. Tre milioni non li aveva previsti nessuno. Tanto meno dopo l'ultimo desolante caso di Piero Marrazzo. Il popolo democratico ha invece reagito con un atto di generosità e responsabilità, qualità più rare ai vertici. La corsa alle primarie può segnare un punto di svolta nello stallo politico. È una scossa positiva per il Pd, in cerca d'identità da troppo tempo. Ed è una spallata al governo Berlusconi, già avvitato in un evidente declino. Una spallata vera e potente, che non arriva dalle élites e dai palazzi complottardi di cui favoleggiano i demagoghi, ma piuttosto da milioni d'italiani. Cittadini normali che si sono svegliati presto di domenica, messi in fila, versato un contributo, atteso i risultati fino a notte. Non perché Bersani, Franceschini o Marino siano leader di travolgente carisma, né sull'onda di un entusiasmante dibattito congressuale. Ma nella speranza d'infondere al principale partito d'opposizione la forza necessaria per mandare a casa il peggior governo della storia repubblicana.

 

Questo è il chiarissimo mandato che i tre milioni consegnano nelle mani del vincitore Bersani, ma anche a Franceschini e Marino, da oggi chiamati a collaborare come rappresentanti delle minoranze interne a un grande progetto. Si tratta di vedere se la nuova dirigenza saprà interpretarlo o, chiusi i gazebo, tornerà a rinchiudersi nelle stanze affumicate di strategie tanto sottili quanto perdenti. Come è sempre accaduto finora. Il nuovo leader democratico ha davanti compiti difficili e tempi strettissimi, da qui alle regionali. Il primo è rilanciare il Pd alla guida di un'opposizione seria nei toni, ma dura nella sostanza. Più dura di quanto non sia stata finora. Di "tregue" a Berlusconi, più o meno volontarie, il centrosinistra ne ha offerte già troppe in questi anni. Un'ulteriore resa a un Cavaliere a fine corsa, almeno nell'opinione mondiale, sarebbe interpretata come un tradimento degli elettori e si tradurrebbe in una catastrofe politica.

 

Il secondo compito è quello di affrontare il rinnovamento interno al partito, che non sia la solita mano di bianco sulla nomenklatura. Nei confronti dei casi inquietanti segnalati qua e là, la base si aspetta da Bersani che agisca con rapidità e chiarezza. Per fare l'esempio più recente, che convinca Marrazzo, dopo l'opportuno gesto dell'autosospensione, a tagliare la testa al toro e rassegnare subito le dimissioni da governatore.

 

Occorre certo un po' di coraggio, quello che è sempre mancato ai leader, davvero non al popolo di centrosinistra. Ma il coraggio, se uno non l'ha, milioni di voti glielo potrebbero pur dare. A Prodi e a Veltroni non erano bastati. Bersani ne ha presi molti meno, ma alla fine di primarie vere e combattute fino all'ultimo. Ora ha l'occasione di dimostrare nei fatti quanto aveva ragione a criticare i predecessori. di CURZIO MALTESE  LR 26

 

 

 

Primarie PD. La svolta e il ritorno all'antico

 

E’perfino ovvio, dopo una domenica come quella di ieri, dire che giornate così fanno certamente bene al Pd - lo rianimano, lo confortano - ma fanno bene, più in generale, all’intero Paese: che quasi tre milioni di italiani si autogestiscano in una prova di democrazia come le primarie testimonia di un Paese forse stanco ma non ancora fiaccato, nonostante le risse politiche di pessima lega e l’aria pesante che tira. Ma la massiccia affluenza alle urne - pur importante e oltre le aspettative, considerata la slavina di guai abbattutasi sul Pd - è solo la cornice entro la quale è maturata una svolta politica che potrebbe produrre novità in tempi anche molto brevi.

 

Infatti, il cambio di leadership e l’elezione di Pier Luigi Bersani, se non rappresentano già da soli una svolta, certo si candidano a esserne la premessa.

 

C’è una frase - pronunciata dal neosegretario nella fase finale della campagna per le primarie - che forse aiuta a capire più di tanti discorsi la bussola con la quale orienterà la sua leadership: «Il più antiberlusconiano è quello che lo manda a casa». Sottinteso: non quello che strilla di più. In fondo, è stato questo il vero spartiacque politico che ha diviso durante la sfida il vecchio segretario, Franceschini, da quello nuovo: il carattere e il profilo da dare all’opposizione e, dunque, anche al cosiddetto antiberlusconismo. L’obiettivo - sconfiggere il presidente del Consiglio - era ed è ovviamente identico per l’uno e per l’altro: sono i toni, i temi e lo stile politico col quale procedere che potrebbero invece rivelarsi profondamente diversi.

 

Dario Franceschini, e in dirittura d’arrivo anche Ignazio Marino, hanno definito questa possibile svolta come «il ritorno del vecchio». Se con questo s’intende il ritorno a qualcosa di noto, di già visto, è assai probabile che abbiano ragione. Non c’è dubbio, infatti, che tanto il nuovo segretario quanto il più convinto dei suoi sponsor - cioè Massimo D’Alema - non abbiano per nulla condiviso, da un certo punto in poi, la traiettoria nervosa e solitaria impressa al Pd dagli ultimi mesi della segreteria Veltroni, prima, e da quella di Franceschini poi: e ora, dunque, è ovvio attendersi delle correzioni. Nulla che non sia già in qualche modo noto: perché se è vero che durante la sua campagna Bersani non ha snocciolato i soliti dodici o tredici punti del solito programma, è altrettanto vero che la rotta che intende prendere l’ha tracciata a sufficienza.

 

Pochi punti, e pochissimi svolazzi. Primo: metter mano alla legge elettorale, certo per restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari, ma probabilmente anche per dare una sistemata ad un bipolarismo che va degenerando tanto nei toni quanto nei risultati che produce. Secondo: visto che «il più antiberlusconiano è quello che lo manda a casa», ritessere una tela di alleanze che permetta di raggiungere lo scopo, abbassare i toni di polemiche che possono risultare addirittura vantaggiose per il premier e spostare l’attenzione su quel che poi alla fine orienta davvero il voto della gente (la crisi prima di tutto, e la perdita di posti di lavoro). Terzo: pensare al Pd come a un partito europeo piuttosto che americano, un partito non di opinione ma «di massa» e radicato sul territorio, come si diceva un po’ di tempo fa.

 

Che queste direttrici di marcia - ammesso che siano poi davvero percorse - segnino il ritorno a qualcosa di già visto (al «prima», appunto, come ha contestato Franceschini) è fuor di dubbio. Che questo sia un male per il Pd, per l’idea che lo generò e perfino per il Paese, è cosa che ora tocca a Bersani riuscire a smentire. E tra le tante annotazioni possibili, per concludere, ne scegliamo due. Una dice che molte delle possibilità di riuscita del nuovo segretario stanno nel grado di unità che saprà costruire nel partito e nell’auspicio che gli altri leader non seminino il suo cammino di trappole, com’è avvenuto sia con Veltroni che con Franceschini. L’altra, più che una annotazione, è una speranza: che il «nuovo corso» contribuisca, per quanto gli spetta, a ricondurre il confronto politico a qualcosa che somigli - appunto - a un confronto, piuttosto che a una continua rissa. Già questo renderebbe l’aria più respirabile. E non sarebbe poco. FEDERICO GEREMICCA LS 26

 

 

 

Laura Garavini: “Con Bersani segretario il PD vince partendo dal territorio“

 

“Sono felice per la netta vittoria di Bersani alle primarie,” ha dichiarato Laura Garavini, parlamentare del PD eletta dagli italiani in Europa, commentando l´elezione di Pier Luigi Bersani a nuovo segretario del PD, con oltre il 53% dei voti.

 

“È un risultato straordinario che nasce dai consensi che Bersani ha raccolto sia in Italia sia presso le comunità all´estero,” ha proseguito la Garavini. “Credo che Bersani sia la persona giusta per dare una svolta al progetto del PD. Con lui avremo un partito radicato sul territorio che pone al centro dell´attenzione le esigenze degli italiani, a partire dalla singole realtà locali in Italia e nel mondo. Il coinvolgimento della base sarà un elemento determinante per la politica di Bersani e sono sicura che proprio da qui partirà il rilancio per il PD, verso l´obiettivo di diventare la prossima forza di governo.” De.it.press

 

 

 

Italia-Razzismo. Quel barcone di migranti e l’identità del Pd

 

Ora che l’estenuante procedura per l’elezione del nuovo segretario del Pd è infine conclusa, ora viene il bello. Che, in genere, è assai poco bello e tende, piuttosto, al brutto. O al pessimo. Come nel caso di quel barcone con oltre 200 migranti (tra cui donne e bambini) che, per molti giorni, è stato in balia delle onde. Sulle loro vite è stata giocata un’oscena partita tra attori tutti scarsamente affidabili: il governo libico, quello maltese, quello italiano. E questo ci consegna una verità inconfutabile. Dice, cioè, a quale livello di deprezzamento sia giunta la caduta del valore della vita umana nelle opinioni pubbliche e nelle relazioni di potere nazionale e sovranazionale. E dice, ancora, di quale sordità sia capace – di fronte a bambini in pericolo di vita – quell’Italia sempre dipinta come inguaribilmente “mammona”. Quell’Italia sembra essersi estinta e, a prestare ascolto e aiuto, sembrano rimasti solo preti e monache. È qui, proprio qui, che il discorso torna prepotentemente al Pd. Quei tre milioni di persone che domenica hanno afferrato al volo l’opportunità di partecipazione offerta loro, sono disposti – vogliamo crederlo – a mobilitarsi perché quel barcone non diventi la bara per l’ennesima strage di innocenti. È ovvio: partecipare alle primarie e aderire al Pd non garantisce automaticamente che, di fronte alla tragedia dell’immigrazione, si stia dalla parte giusta. Assolutamente no. Ma dovrebbe garantire che la nuova leadership voglia esserlo davvero, dalla parte giusta: quella del riconoscimento pieno dei diritti degli immigrati. Può essere poco remunerativo sul piano elettorale (ma ne dubitiamo fortemente): è, in ogni caso, una delle occasioni preziose per dare al Pd una identità e un sistema di valori. L’U 27

 

 

 

 

Dietro le quinte. Il Cavaliere: come faccio ad andare avanti così?

 

ROMA — Berlusconi non ha più soltanto un problema di carattere governativo. Non è più solo la politica economica, la titolarità degli annunci, la primazia sulle scelte, il problema del Cavaliere nei confronti del suo ministro dell’Economia. Ieri il premier, in un momento di sconforto, e alle prese con una leggera forma di scarlattina (presa forse da uno dei nipotini), si è fatto da solo una domanda, che al momento non trova risposte: «Come faccio ad andare avanti in questo modo? ». Il «modo» che si è nel corso dei mesi definito, sedimentato e alla fine posto come nodo non più rinviabile è al momento per il presidente del Consiglio una sorta di «cul de sac», per usare le parole di un autorevole ministro dell’esecutivo. Berlusconi vorrebbe non dover fare a meno di Tremonti, così come vorrebbe fare a meno della sterminata fila di ministri e sottosegretari che ogni giorno gli dicono di non essere più in grado di lavorare e discutere in modo armonico con il titolare dell’Economia. Tentare una ricomposizione, un compromesso è una strada obbligata quanto al momento difficile. Anche per il logoramento complessivo dei rapporti umani. Compresi quelli fra lo stesso presidente del Consiglio e il suo ministro più importante.

«Non riesco a parlarci nemmeno quando parliamo...», chiosa il premier quando gli viene chiesto degli incontri con Tremonti. Compreso l’ultimo, sabato scorso ad Arcore. Convocare gli organi del partito, prima un vertice di Berlusconi con i coordinatori, poi l’ufficio di presidenza, infine (sembra) anche i gruppi parlamentari, appare al momento una strada che si fa carico di due obiettivi: assicurare una fiducia ampia e definitiva ad un ministro che nelle ultime ore si è sentito messo in discussione, ma al contempo ribadire che la stessa fiducia deve arrivare dal partito della Libertà prima che dalla coalizione, ovvero dalla Lega Tremonti si è presentato ad Arcore, sabato scorso, con Bossi e Calderoli. Nel Pdl ci ironizzano su, ma nemmeno tanto: «Sembra sia diventato un ministro della Lega». E il percorso che sembra sia stato scelto per cercare di far rientrare la crisi si muove proprio in questa cornice: ricondurre la legittimazione politica di Tremonti, che come dice Brunetta «non avrebbe bisogno di galloni nè di altro, perché è il miglior ministro economico d’Europa », in seno a una bilancia che lo sganci dalla Lega e ricordi a tutti che l’Economia è un ministero chiave che è stato appunto attribuito al Pdl e non certo ai leghisti. Non c’è dubbio che l’incontro ad Arcore, anche nel formato, abbia complicato più che appianare le cose.

 

Tremonti continua a smentirlo, ma da Arcore si continua a confermare che a Berlusconi è stato presentato una sorta di aut-aut. La carica di vicepremier come condizione per restare nel governo. Due versioni Scarlattina Il presidente del consiglio ha preso la scarlattina, forse da uno dei nipotini diverse con una sola certezza: il percorso ufficiale dentro il partito servirebbe anche a ratificare in modo ufficiale un no alla richiesta (ammesso che sia mai veramente esistita). Qualcuno racconta anche di ultimatum, di scadenze temporali che sarebbero già trascorse, di un umore del premier che oscilla a tal punto da prendere anche in considerazione un’evoluzione traumatica del rapporto con Tremonti. Viene fatto circolare, da entrambe le parti, il nome di Mario Draghi: da una parte come possibile sostituto; dall’altra come quel Supertecnico che è comunque inverosimile ipotizzare alla corte del Cavaliere. Tanto basta per capire che l’atmosfera ha ormai ampiamente superato il livello di guardia, che la crisi umana e politica non è più latente, ma manifesta. A porte chiuse, beninteso, ma senza che al momento nessuno sia in grado di dire con certezza che chiuse resteranno. In ballo c’è a questo punto anche l’immagine del capo del governo e lo stesso Berlusconi ne è consapevole: a sinistra da mesi gli rimproverano di essere soltanto un simulacro delle vere scelte dell’esecutivo che presiede, prese in realtà da Tremonti; dentro il suo partito sempre più persone chiedono in queste ore che questa immagine sia in modo tangibile spazzata via, attraverso una gestione collegiale delle scelte strategiche per il Paese, attraverso una scelta non solo meramente finanziaria delle priorità del governo.

Marco Galluzzo CdS 26

 

 

 

 

Berlusconi già esplora un successore

 

«In Europa tutti tagliano le tasse, Tremonti mi ha preso in giro. Vuole dimettersi? Sono qui» - di MARCO CONTI

 

ROMA - «Cosa pensava Giulio, che mettendomi con le spalle al muro mi sarei arreso? O che con i diktat e facendosi accompagnare come uno scolaretto mi sarei lasciato convincere? La verità è che lui mi aveva assicurato che in Europa nessun paese era in condizioni di ridurre la pressione fiscale. Invece Germania e Francia lo stanno facendo. E io, secondo lui, dovrei stare ad aspettare? Ma cosa, che decidano di ridurre le tasse dopo di me?».

Silvio Berlusconi ieri mattina era una furia e davanti ai tre coordinatori del Pdl, Bondi, Cicchitto e Verdini non ha usato giri di parole per contestare il ministro dell’Economia che «sta dando un’immagine negativa del governo riuscendo, con la sua polemica, ad oscurare persino il caos che c’è nel Pd. Per carità, ciò che è accaduto a Marrazzo è una barbaria e provo i brividi a pensare alla sua famiglia. Io ne so qualcosa».

Malgrado un po’ di alterazione e il mal di gola dovuto a quello che ufficialmente si definisce come «scarlattina», Berlusconi ieri mattina era una vera e propria furia. «Secondo lui, io prima di parlare dovrei consultarlo e avere la sua approvazione, magari dopo aver concordato il tutto con i suoi amici della Lega». Basiti e anche un po’ scioccati per la veemenza del Cavaliere, i tre coordinatori nemmeno hanno aperto le cartelline dentro le quali erano appuntati i problemi che gruppo e partito hanno da mesi con il superministro. Malgrado Sandro Bondi, da ministro della Cultura, abbia visto abbattersi pesantemente la scure del titolare di via XX Settembre, ieri mattina ha provato difendere anche le ragioni di Tremonti dal lato della difesa dei conti pubblici e del deficit pubblico che sta volando oltre quota 120%.

Berlusconi però, convinto che alla fine la Lega messa alle strette abbandonerà al suo destino il superministro come nel 2004, non intende cedere di un millimetro. In gioco il gettito dello scudo fiscale sul quale non solo Berlusconi vuol dir la sua con il taglio dell’Irap, ma anche Fini e la pattuglia di An guidata da Mario Baldassarri. Forte dell’appoggio del partito, il premier è pronto anche ad accogliere la lettera di dimissioni che Tremonti ha messo sul tavolo da qualche giorno. «Se ci tiene sono pronto ad accontentarlo», ha sbuffato il Cavaliere che da ieri l’altro con Gianni Letta ha cominciato a valutare ipotesi alternative all’attuale ministro. Le possibilità che il governatore della Banca d’Italia possa accettare di succedere a Tremonti sono scarse, ma il presidente del Consiglio è convinto di avere una rosa di nomi di tecnici ed economisti in grado di raccogliere l’eredità e di garantire i mercati come Tremonti. Berlusconi ha dalla sua tutti i ministri e buona parte dei gruppi parlamentari e dei componenti le commissioni i quali da mesi lamentano l’assenza di collegialità del superministro che a loro giudizio impone scelte senza dare spiegazioni.

La difesa di Bossi e la reiterata sponsorizzazione leghista per una promozione a vicepremier non agevola Tremonti. Al punto che qualcuno comincia a sospettare una manovra a tenaglia di Berlusconi e Bossi per ridimensionarlo. Il primo scatenando ministri e partito, il secondo gonfiando a dismisura l’attesa per una carica, sapendo che non arriverà mai. Ovviamente sul piatto resta la partita delle candidature per le regionali di marzo e il ruolo di Tremonti rischia di finire nella trattativa con il Carroccio. Una trattativa di fatto non ancora cominciata, con il Veneto ancora non assegnato alla Lega e una Lombardia tornata pesantemente in gioco nel risiko delle candidature. IM 27

 

 

 

 

Pd, Rutelli annuncia lo strappo. "Percorso diverso, con persone diverse"

 

L'ex leader della Margherita conferma di voler lasciare i democratici

"Il centrosinistra sta ripercorrendo le strade del passato, è un errore"

 

ROMA - Non dice in modo diretto "me ne vado". Ma di fatto per Francesco Rutelli oggi è il giorno dello strappo dal Pd. Prima sussurrato, poi reso sempre più esplicito. Manca l'ufficializzazione, ma probabilmente non c'è bisogno. Da Milano, durante la presentazione del suo libro, le parole l'ex leader della Margherita che pronuncia non lasciano margini di dubbio: "Occorre iniziare un percorso diverso, con persone diverse. Davanti a noi c'è un altro tragitto". E, si capisce, un altro partito. Dunque il Pd fara a meno di lui, e viceversa. Per il presidente del Copasir si apre la strada di un raccordo con Casini, Pezzotta e forse con quell'aggregato centrista che sogna Luca Cordero di Montezemolo. Un nuovo partito che non può essere il Pd che, con l'elezione di Bersani, "ripropone strade del passato". D'altronde "coloro che oggi sono nel pd hanno aderito a quattro partiti, pci, pds, ds e pd ma il problema è che sono convinti di far parte sempre dello stesso partito".

 

Un nuovo percorso, dunque. Perché l'orizzonte di oggi, ragiona Rutelli (che in in 30 anni è passato per quattro partiti, Radicali, Verdi, Margherita e Pd) non autorizza speranze. "Il centrodestra è diventato destra e il centrosinistra con il Pd, alleato con l'Idv, ripercorre strade del passato. C'è poi la Lega al nord ed è prossima la nascita di un partito del Sud, un cambiamento dello scenario politico italiano di fronte al quale un centrosinistra non avrebbe parole da spendere e finirebbe in minoranza". Il paese rischia "una rottura nel pieno di una crisi ormai sociale, una crisi profonda e una risposta della politica che si limita a dire 'c'è una destra e c'è un centrosinistra che ripercorre strade del passato' sarebbe un errore".

 

Il dado è tratto. E a nulla valgono gli inviti di un suo ex compagno di partito come Beppe Fioroni. In mattinata l'ex ministro della Pubblica istruzione gli aveva chiesto di "riflettere" tenendo conto "degli oltre due milioni e mezzo alle primarie". Nulla da fare. E, adesso, resta l'interrogativo su cosa farà quella composta di parlamentari democratici vicini a Rutelli. Come si compoteranno Paola Binetti e Linda Lanzillotta? E lo stesso Fioroni? Seguiranno Rutelli nella sua ennesima avventura politica?

 

Perché l'interrogativo è questo. Capire quanti si accoderanno alla scelta rutelliana. Quantificare quanti si getteranno nella creazione del "Grande Centro" o "Kadima italiano", come lo si voglia chiamare. E, ancor di più, capire l'effettivo peso in termini di voti di chi andrà via. Quante truppe hanno Rutelli e i suoi? E' questa, forse, la vera questione su cui il Pd, alle prese con una campagna elettorale difficile, dovrà interrogarsi. LR 27

 

 

 

 

Pari opportunità, Italia in discesa

 

Pesano disuguaglianze nei salari e nella partecipazione al lavoro. Il 52% delle donne nella popolazione attiva

 

MILANO - Al di là delle classifiche, che hanno una valenza indicativa, sono i numeri che fanno effetto, anche se fotografano una situazione nota. È il caso del rapporto 2009 sulle pari opportunità tra uomini e donne («gender gap») stilato dal World Economic Forum, dove l'Italia scende dalla 67esima al 72esima posizione. Pesa «la persistenza di indici negativi sulla partecipazione delle donne alla vita economica», in primis la disparità di salari e redditi rispetto agli uomini. L'Italia è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay, precede di poco la Tanzania, è terzultima in Europa (il rapporto in pdf, in inglese).

PAESI SCANDINAVI - La classifica stilata dal Wef, istituzione che organizza il forum di Davos, copre il 93% della popolazione mondiale, assegnando ai Paesi scandinavi il podio delle pari opportunità. Al primo posto si piazza l'Islanda (quarta nel 2008), davanti a Finlandia, Norvegia e Svezia. Seguono Nuova Zelanda, Sudafrica, Danimarca e Irlanda. Sorprendente il Lesotho al decimo posto (dal 16esimo), davanti a tutti i big europei: la Germania è 12esima, il Regno Unito 15esimo (entrambi in leggero calo), la Spagna 17esima e la Francia 18esima. Agli ultimi posti nel Vecchio Continente Repubblica Ceca (74esima) e Grecia (86esima). Il rapporto assegna poi il 31esimo posto gli Usa, in discesa di 3 posizioni e il 75esimo al Giappone.

REDDITO E PARTECIPAZIONE - A spingere l'Italia nella retroguardia è soprattutto l'indice su «partecipazione e opportunità nell'economia» (96esimo posto), a causa delle disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da lavoro (91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo). Solo il 52% delle donne fanno parte della popolazione attiva contro il 75% degli uomini e il reddito medio delle donne è la metà rispetto agli uomini, 19.168 dollari l'anno contro 38.878. Vanno molto meglio le aree di «potere politico» (45esimo, grazie alle donne che siedono in Parlamento e al governo) e «scuola e istruzione» (46esimo posto), meno bene di quanto ci si potrebbe aspettare il settore «salute e attesa di vita» (88esimo posto). Tra gli altri dati evidenziati la differenza nella disoccupazione tra donne (7,87%) e uomini (4,88%). Rispetto al 2006, anno del primo rapporto, il voto all'Italia è solo marginalmente migliorato: laddove 1 rappresenta la parità, la Penisola è passata dallo 0,646% allo 0,68%, mentre l'Islanda e i principali Paesi nordici veleggiano sullo 0,82%. All'estremo opposto Pakistan, Chad e, ultimo, lo Yemen (0,46%). CdS 27

 

 

 

 

Thyssen, i manager tedeschi senza interprete non rispondono

 

Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz hanno letto una dichiarazione nella quale sostenevano di non conoscere l’italiano a sufficienza per affrontare

le domande. Saranno ascoltati il 4 novembre

 

Torino - «Vengono, di più non posso dire». L’avvocato Ezio Audisio era stato laconico ieri con i cronisti, eppure aveva confermato indirettamente che Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, i due imputati tedeschi del processo per la morte dei sette operai, bruciati vivi, non si sarebbero sottoposti all’esame dei pm oggi in Corte d’assise.  E infatti, così è stato: si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

 

Entrambi hanno letto una breve dichiarazione nella quale hanno spigato che, avendo i giudici respinto la richiesta della difesa di nominare un interprete, non conoscono l’italiano a sufficienza e quindi non sono in grado di affrontare le domande. I due tedeschi, comunque, hanno annunciato che presenteranno una memoria scritta.

Dopo la lettura, in un italiano stentato e un forte accento tedesco, della breve dichiarazione, la corte ha sospeso la seduta.

 

La Corte d’Assise, dopo una breve sospensione, ha disposto che i due tedeschi vengano ascoltati con un interprete il 4 novembre. I giudici, comunque, non sono tornati indietro rispetto alla loro decisione sulle richieste di nullità della difesa legate alla traduzione degli atti.

 

L’udienza è continuata con l’interrogatorio del primo testimone della difesa, l’operaio Antonino Miceli, il responsabile di una delle squadre che lavoravano alla linea 5, quella andata a fuoco. Miceli ha riferito cose differenti da quelle emerse durante le audizioni di numerosi testi dell’accusa. Ha detto, per esempio, che «non c’era nessun divieto di usare il pulsante di emergenza, quando era necessario lo poteva premere chiunque».

 

«Fuocherelli - ha spiegato - ne capitavano, e li si spegneva subito. Alla 5 convivevamo con la carta (materiale di scarto della lavorazione, ndr) e io la carta l’ho sempre spenta con l’idrante. Al mattino arrivavo e, per togliere gli eccessi dagli impianti, ci soffiavo sopra con la gomma dell’aria, e a volte, quando necessario, fermavo la linea. Ma eravamo quattro squadre e ogni squadra lavorava a modo suo». LS 27

 

 

 

 

Convention CCIE. A Salerno il vice ministro per lo Sviluppo Economico

 

Adolfo Urso: “La crisi, opportunità che le imprese italiane devono saper cogliere”

“Ma abbiamo bisogno di regole più certe, di mercati più aperti e reciprocamente leali”

 

SALERNO - A conclusione della prima sessione dei lavori della XVIII Convention mondiale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero, in svolgimento a Salerno fino al 28 ottobre, è intervenuto  il vice ministro allo Sviluppo Economico Adolfo Urso.

  Urso ha sottolineato l’importante traguardo raggiunto con la firma di un accordo con Unioncamere e Camere di Commercio Italiane all’Estero accordo teso a una più razionale organizzazione del “sistema italia” soprattutto per le piccole e medie imprese.

  “Questa – ha detto Urso - è una  fase di radicali cambiamenti degli scenari mondiali , cambiamenti che significano crisi da una parte ma anche opportunità dall’altra. Il sistema Italia deve agire all’unisono con tutti i suoi strumenti pubblici privati e associazionistici. Il mondo ha ripreso a correre. Abbiamo attraversato e stiamo attraversando una crisi straordinaria, senza precedenti;  ma rispetto alla crisi degli anni Trenta siamo riusciti ad evitare la conseguenza terribile della depressione. Non è recessione. E’ rivoluzione economica”.

  La crisi economica non è superata; i dati dell’ultimo quadrimestre del 2008 e quelli relativi ai primi tre mesi del 2009 lo dimostrano ma, come ha sottolineato Urso,“possiamo dire che il peggio è passato per il sistema globale. Il mondo ha reagito insieme, con una nuova volontà di governance   globale evitando di cadere nelle tentazioni protezionistiche.  Evitando di alzare le barriere ma aprendosi di più, intervenendo in maniera sinergica nei punti focali di crisi. Il sistema italiano  ha peraltro reagito meglio rispetto ad altri Paesi europei.  Abbiamo perso evidentemente qualcosa ma abbiamo perso meno di altri paesi esportatori. Tra i grandi Paesi occidentali siamo il paese che ha perso di meno sui mercati mondiali e ha tenuto di più come sistema produttivo. Anche perché noi abbiamo mantenuto un sistema produttivo di  economia reale. Noi siamo il secondo sistema industriale in Europa dopo la Germania, il secondo sistema agricolo dopo la Francia, primi per esportazione alimentare. Quindi primi nel settore dell’ agroindustria e secondo paese come sistema turistico dopo la Spagna. Certo la situazione è ancora difficile, i colpi di coda di questa crisi devono ancora venire, ma è vero che le nostre imprese hanno trovato il modo per fronteggiarla. Il nostro sistema produttivo è stato più veloce degli altri anche perché fatto da imprese più dinamiche e flessibili,  dunque più competitive”.

  Merito della miglior tenuta dell’Italia rispetto ad altri Paesi coinvolti nella crisi  è  anche dell’impegno a mantenere produttivo un settore come quello manifatturiero che, ha detto il vice ministro, “abbiamo mantenuto solido anche quando c’era chi sosteneva che non serviva a nulla perché le industrie manifatturiere avrebbero dovuto essere de localizzate nei paesi d’oriente . Non abbiamo ceduto alle lusinghe della finanza facile.”

  L’invito del vice ministro Urso è a guardare anche ai mercati emergenti. Oggi il mondo cresce soprattutto nell’aria del sud-est. Quasi tutti i Paesi che stanno crescendo economicamente si trovano a Sud del Mondo: dai Paesi del Sudamerica, all’Australia, all’India,.”Lo sviluppo economico si sta spostando a sud. E’ uno spostamento degli assetti economici del pianeta perché è in atto una vera e propria rivoluzione economica che si contraddistingue per  due  fenomeni: la quantità della crescita e la qualità della crescita. La quantità della crescita ci dice che lo sviluppo si sta spostando a sud-est del pianeta. Il sud-est è la parte del mondo in cui cresce l’economia e noi dobbiamo guardare a questi nuovi mercati .L’Italia è in una posizione geografica ideale, nel cuore del mediterraneo dove si sta spostando questa crescita economica. L’Italia c’è sia nella quantità sia nella qualità. Il  Made in Italy è sinonimo  di qualità ed è ciò che ci permette di essere sempre saldi i sui mercati tradizionali”.

  Concludendo il suo intervento, il vice ministro Urso ha ricordato che “la crisi è un’opportunità che le imprese italiane devono saper cogliere. Abbiamo però bisogno di regole più certe, di mercati più aperti e reciprocamente leali. Mercati globali con sistemi doganali più semplificati. In questa direzione, l’operato delle Camere di Commercio italiane all’estero è fondamentale per informare e migliorare, oltre che assistere, le imprese nel processo di internazionalizzazione”. (Inform)

 

 

 

 

Presentata alla Convention delle CCIE l’indagine tra gli imprendotori italiani all’estero

 

Salerno - I morsi della crisi si fanno sentire, ma le PMI italiane le tengono testa e aprono la strada alla ripresa puntando sull’apertura all’estero come opportunità di crescita e innovazione. Questo è quanto emerge da un’indagine sul profilo e le strategie di risposta degli imprenditori italiani alla crisi internazionale – condotta da Assocamerestero e Unioncamere con il contributo di 66 Camere di Commercio Italiane presenti in 46 Paesi e presentata oggi, 26 ottobre, a Salerno durante la Convention mondiale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE).

Il 54% dei rappresentanti degli oltre 24mila imprenditori collegati alle CCIE dichiara che è ripresa l’attività sull’estero e per il 65% le imprese che si stanno rilanciando attraverso la ricerca di nuovi segmenti di mercato sono di media dimensione.

Dall’indagine le imprese che "vedono oltre la crisi" appartengono a tre tipologie: l’impresa market seeking, propensa a sviluppare la proiezione internazionale ritagliandosi nuove nicchie di mercato ancora poco esplorate, dove la qualità dei prodotti italiani risulta fortemente competitiva (50%) oppure incrementando alleanze e collaborazioni con i soggetti locali per accrescere la competitività (26%); l’impresa market keeping, che presidia e consolida le posizioni già acquisite sui mercati esteri, puntando soprattutto sulla capacità di aprirsi a nuove relazioni e inserirsi, attraverso specifici accordi sviluppati in loco, in nuove reti logistiche e distributive (31%), o facendo ricorso a modalità di presenza più innovative, come investimenti in catene distributive e servizi post-vendita al cliente (30%); l’impresa market leaving, che “ripiega” sul mercato domestico, riducendo l’attività su quello estero (per il 21% degli intervistati).

È quindi opinione consolidata, per l’80% degli intervistati, che si stiano facendo strada sui mercati esteri queste due tipologie di imprese - market seeking e market keeping - che mettono al centro del loro sviluppo l’internazionalizzazione.

"La crisi economica, che ha innescato una profonda recessione a livello mondiale, sembra non aver mutato l’orientamento delle imprese italiane, rivelando una volta di più la forza di un’economia che può contare su un tessuto produttivo fatto di piccole e medie imprese che vedono nell’apertura verso l’estero un’opportunità per innovare le proprie policies e per la crescita futura dell’azienda", sottolinea Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere. "Il Sistema camerale italiano ha intensificato l’azione di promozione delle imprese, riqualificando le missioni all’estero e la partecipazione a fiere con azioni più decise di ricerca partnership, anche grazie allo stretto raccordo con le Camere italiane all’estero, riferimento diretto per il nostro sistema, ma anche con l’ICE, le Ambasciate e gli altri soggetti di promozione. Confermiamo così il nostro impegno nel realizzare progetti utili, che consentano economie di scala mettendo a frutto le specificità di ognuno, nel comune obiettivo di favorire lo sviluppo e la competitività del nostro sistema imprenditoriale".

"I risultati dell’indagine rivelano il volto di un’impresa italiana realmente "globale" - afferma Augusto Strianese, neo Presidente di Assocamerestero e Presidente della Camera di Commercio di Salerno, ospite dell’evento – che di fronte alla crisi ha innescato una profonda ridefinizione, dettata dalla consapevolezza che per essere competitivi è necessario investire in nuove forme di alleanze e aggregazione con altre imprese. Perché l’internazionalizzazione rappresenti davvero uno strumento di crescita e rilancio per le PMI italiane bisogna assicurare alle imprese un supporto coeso e integrato, aiutandole a dotarsi di una buona strategia d’attacco, fatta di una profonda conoscenza dei mercati internazionali. Proprio su questo aspetto le CCIE, in qualità di soggetti binazionali radicati sui territori esteri e in stretto raccordo con il sistema camerale italiano, possono dare un contributo strategico e qualificato".

Tra i servizi ritenuti necessari per qualificare la presenza italiana all’estero in questa fase di crisi, oltre un terzo dei rappresentanti delle business communities collegate alle CCIE (36%) individua come ambito prioritario d’intervento la ricerca di partner locali con cui attivare joint venture o accordi di collaborazione, mentre per il 20% degli intervistati sono le missioni commerciali a rappresentare uno strumento fondamentale per esplorare le opportunità offerte dai mercati internazionali.

A seguire, troviamo l’esigenza di reperire analisi di mercato dettagliate e aggiornate (13%), prerequisito fondamentale per approfondire le caratteristiche dei Paesi in cui le imprese scelgono di operare. Altro elemento indispensabile viene individuato in una maggiore e qualificata informazione su normative doganali, gare d’appalto, bandi nazionali e comunitari (11%). Analoga percentuale indica la partecipazione alle manifestazioni fieristiche, ritenuta un’occasione concreta per aprire nuove strade alla commercializzazione dei propri prodotti. Chiudono la classifica gli imprenditori per i quali la conclusione di partnership implica la necessità di garantire informazioni puntuali circa l’affidabilità e la solvibilità delle controparti estere (9%). (aise)

 

 

 

 

Le parole per battere la mafia

 

L'intervento agli stati generali di Libera: è il momento di dire quello che conosciamo

 

Da anni ci interroghiamo su questo male che non viene estirpato, la mafia: in particolare sulla lunga storia di trattative fra una parte dello Stato e la malavita, con poteri occulti che mediano fra due potenze facendone entità paragonabili. Anche per il potere della malavita, non solo per il potere legale, dovrebbero valere le parole di Montesquieu: «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere».

 

Forse però è venuto il momento di dire quello che sappiamo, e non solo di farci domande. Di dire, come fece Pasolini il 14 novembre 1974 a proposito delle trame eversive italiane, che in realtà: noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se non abbiamo tutte le prove e gli indizi. Sappiamo che le trattative sono esistite, prolungandosi fino al 2004. Sappiamo che viviamo ancor oggi - con le leggi che ostacolano la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale che premia l’evasione - sotto l’ombra di un patto. Sappiamo il sangue che mafia, camorra, ’ndrangheta hanno versato lungo i decenni. Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città: sacco che continua. Sappiamo che l’Italia si va sgretolando davanti a noi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni e di buon cemento non fornito dalla mafia - sì, noi l’abbiamo accettato, noi che eleggiamo chi ha il potere di favorire o frenare la malavita. Sappiamo che basta leggere le sentenze - anche quelle che assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione - per conoscere le responsabilità di politici che, per aver conquistato e mantenuto il potere grazie alla malavita, non dovrebbero essere chiamati coi nomi, nobili, di rappresentanti del popolo o di statisti.

 

Tutte queste cose, come avviene nei paesi che vivono sotto il giogo di un potere totalitario, le sappiamo grazie a persone che hanno deciso di denunciare, di testimoniare, e non solo di testimoniare ma di rimboccarsi le maniche e cominciare a costruire un’Italia diversa: tra i primi l’associazione Libera, e i giudici che hanno indagato su mafia e politica sapendo che avrebbero pagato con la vita, e uomini come Roberto Saviano, e giornalisti che esplorano le terre di mafia come Anna Politkovskaja esplorava, sapendo di essere mortalmente minacciata, gli orrori della guerra russa contro i ceceni.

 

Sono i medici dell’Italia. Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice, risanatrice. Nella sostanza, l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni offesa e danno volontario. Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in Ippocrate, che comanda: «Tutto ciò ch’io vedrò e ascolterò nell’esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta».

 

Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo alla complicità, al delitto di omertà: questa parola che offende e storpia la radice da cui viene e che rimanda all’umiltà, all’umirtà. La vera umiltà consiste nell’infrangere il segreto, nel far letteralmente parlare le pietre e il cemento, le terre e i mari inquinati, poiché è denunciando il male che esso vien conosciuto e la guarigione può iniziare. Per questo l’informazione indipendente è così importante, in Italia: spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma, prima di esser aiutata a divenire civica, essa deve essere bene informata: con parole semplici, non specialiste, con esempi concreti. I medici di cui ho parlato - medici dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate - combattono proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi, copre oscuri patti fra Stato e mafia, lascia senza protezione le loro vittime. I medici danno alle cose un nome, e su questa base agiscono.

 

C’è un modo di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte un doppio Stato. Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, don Giuseppe Puglisi, don Giuseppe Diana e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale allo Stato. Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia quando fu invasa da Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non coincide con la geografia; quel che rappresento è «una certa idea della Francia», che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide di entrare in resistenza e sperare in un mutamento.

 

La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra sotto i piedi. E quando dico territorio perduto dico le case che franano non appena s’alza la tempesta, i terremoti che uccidono più che in altre nazioni, l’abitare che diventa aleatorio, brutto, perché la costruzione delle case avviene con cemento finto, fatto di sabbia più che di ferro, procurato dalle mafie. Come nella lettera di Paolo ai Romani, è dalla debolezza che si parte, altrimenti non ci sarebbe bisogno di sperare: «Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza».

 

Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: una cultura della legalità, una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo decentemente. Per ora abbiamo una certa idea dell’Italia, della lotta alla mafia. Ma se sappiamo quel che accade da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è percorsa e l’agire diventa non solo necessario ma possibile. Anche questo Paolo lo spiega bene, quando elenca le tappe della speranza. Prima viene l’afflizione, la conoscenza del dolore. L’afflizione produce la pazienza, e questa a sua volta la virtù provata. È sul suolo della virtù provata che nasce la speranza, e a questo punto la prospettiva cambia. A questo punto sappiamo una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si comincia con la prova dell’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva - già qui, ora - di un futuro possibile. Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa non dimenticabile: «Se essi sono morti (parlava di Falcone, Borsellino) è perché noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell’ingiustizia; non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa». Per questo corriamo il rischio, sempre, di disimparare perfino la speranza. BARBARA SPINELLI LS 26

 

 

 

 

 

«Immigrati, lepri a cui sparare». Gentilini, multa e niente comizi

 

VENEZIA - Aveva tuonato davanti alla sua platea più congeniale, i militanti del Carroccio alla Festa dei Popoli Padani a Venezia, ma le frasi usate da Giancarlo Gentilini, lo “sceriffo” prosindaco di Treviso, gli sono costate prima un’inchiesta per istigazione all’odio razziale e ieri una condanna. Il Gup di Venezia Luca Marini, al termine del rito abbreviato, ha condannato Gentilini a 4.000 euro di multa e al divieto per tre anni di partecipare a comizi politici, con la sospensione di entrambe le pene.

Alla festa della Lega a Venezia, il 14 settembre del 2008, il prosindaco trevigiano era salito sul palco infiammando il popolo del Carroccio. Con voce tuonante e piglio deciso, aveva toccato tutti i temi caldi già trattati in altre occasioni, con relativa apertura di polemiche e prese di posizione, come quando aveva deciso di togliere le panchine o provocatoriamente aveva detto di travestire gli immigrati da “leprotti” per addestrare i cacciatori. A Venezia erano state così lanciate frasi pesanti sull’immigrazione clandestina, sulle presenze di nomadi, fino alle possibili realizzazioni di moschee in territorio veneto.

«Voglio eliminare - aveva detto - i campi nomadi, voglio eliminare dalle strade quei bambini che vanno a rubare in casa degli anziani» ed ancora «voglio una rivoluzione contro chi vuole aprire moschee e tempi islamici», dicendosi pronto «ad aprire una fabbrica di tappeti per regalarli agli islamici perchè vadano a pregare nel deserto e non a casa nostra».

Un discorso documentato dalla Digos ma anche da tanta gente con videocamera tanto da far diventare il suo intervento - per breve tempo - un video “cult” su youtube. Il difensore di Gentilini, Luigi Ravagnan, ha respinto con forza la decisione del Gup e ha annunciato - in attesa delle motivazioni della sentenza - il ricorso in appello. Per il legale, nelle frasi di Gentilini, «non c’era nessuna maliziosità contro le razze, bensì il sostegno ad idee ben note del mio assistito finalizzate all’integrazione tra etnie diverse». IM 27

 

 

 

Otto migranti muoiono nell'Egeo, cinque bambini tra le vittime

 

La barca con una quindicina di afgani si schianta sulle rocce al largo di Lesbo

Erano partiti dalla Turchia diretti in Grecia. Un piccolo ancora disperso

 

ATENE - Almeno otto persone sono morte a bordo di una piccola imbarcazione che trasportava un gruppo di migranti e che è affondata al largo dell'isola greca di Lesbo, nel mar Egeo, dopo aver urtato delle rocce. Lo hanno annunciato le autorità greche, precisando che fra le vittime, in fuga dall'Afghanistan, c'erano cinque bambini.

 

Un comunicato della guardia costiera ha informato che i soccorritori hanno localizzato una decina di superstiti; una persona, forse un bambino, risulta ancora dispersa. Elicotteri e imbarcazioni della guardia costiera sono impegnati nelle ricerche. L'incidente è avvenuto intorno alle 8 del mattino locali (le 7 in italia), quando la barca ha urtato le rocce nell'area di Korakas, nella costa nordorientale di Lesbo.

 

I migranti erano partiti dalla costa turca con un forte vento, a bordo di una imbarcazione di legno che si è schiantata contro gli scogli dell'isola Mytilini.

 

Decine di migliaia di migranti provenienti da Africa e Medio Oriente partono ogni anno dalla costa turca per raggiungere la Grecia. Nel 2008 oltre 13mila migranti sono sbarcati sull'isola di Mytilini.  LR 27

 

 

 

 

Bari: premiazione dei “Pugliesi nel Mondo” alla Fiera del Levante

 

  BARI - Alla Sala Tridente della Fiera del Levante di Bari, è avvenuta la cerimonia di assegnazione del premio Internazionale “Pugliesi nel Mondo” edizione 2009, a cura dell’associazione Internazionale Pugliesi nel Mondo, che opera allo scopo che i pugliesi emigrati in altre regioni o in altri Paesi, continuano ad avere un legame con la nostra terra.

  “Tutti i pugliesi sono grandi – esordisce un emozionato Giuseppe Cuscito, presidente dell’associazione – dall’operaio all’artista, ed è bello poter vedere come questo legame con la terra d’origine non si ferma solo a chi vi è nato, ma anche a quella generazione, figli di emigranti, che senza aver mai messo piede ne parla bene, perché la Puglia è una terra trainante, sia con i suoi prodotti che con le sue tradizioni”.

  Ad ospitare la manifestazione per il secondo anno consecutivo, la Fiera del Levante e il presidente Cosimo Lacirignola è intervenuto rivelando : “io stesso mi considero un emigrante. Ho incominciato il mio lavoro a Bruxelles, poi mi sono spostato in Francia e nel Medio Oriente ed è per questo motivo che mi sento testimone e ambasciatore di essere pugliese. Non è campanilismo è un dono dell’anima che ci rende orgogliosi”.

  Per Francesco Schittulli, presidente della Provincia di Bari, la Puglia è “luogo di fucina imprenditoriale. L’ONU ha calcolato che 175 milioni di persone vivono in paesi diversi da quelli in cui sono nati. E dal 1890 al 1920 circa 12 milioni sono i nostri giovani che hanno abbandonato la nostra terra arricchendo altri Paesi e impoverendo la nostra Puglia.

  Compito principe della politica, quella con la “P” maiuscola – conclude Schittulli - è far svolgere il rientro consapevole”.

  Angelo Giammario, Consigliere Regionale in Lombardia, con incarico di Vicepresidente della Commissione Ambiente e Protezione Civile, ha stimato che nella sola provincia di Milano ci sono 160.000 pugliesi ed è per questo che “a Milano abbiamo dedicato una festa dei pugliesi , per farli avvinare alla nostra terra. Insomma li abbiamo presi per la gola”.

  Perla Suma, consigliera della pari opportunità della provincia di Taranto, ha ribadito il concetto che le donne riescono ad emergere in ogni settore ma un premio di merito va a tutte quelle donne straordinarie che con la loro meridionalità, riescono a mantenere le famiglie e trasmettere i nostri valori.

  A rappresentare il Sindaco di Bari, l’assessore Gianluca Paparesta, che ribadisce il concetto che i premiati rappresentano l’eccellenza del nostro territorio e che sono una risorsa del nostro Paese.

  Un parterre d’eccezione alla Sala Tridente, molti i sindaci dei comuni pugliesi, molti i volti noti e meno noti, ma non per questo meno importanti, anzi con il loro lavoro ci hanno reso famosi nel mondo, perché essere pugliesi è indipendente dal luogo da dove si risiede, perché essere pugliese significa essere protagonista del cambiamento ed essere testimone della nostra cultura. Anna deMarzo, Puglialive.net

 

 

 

 

Italiens Opposition. Berlusconis Herausforderer

 

Rom. Die größte Oppositionspartei Italiens, die Partito Democratico (PD), hat einen neuen Chef. "Ich werde die PD auf meine Art führen - als Partei nicht eines einzigen Leaders, sondern als Partei eines Kollektivs von Hauptfiguren", erklärte Pier Luigi Bersani, als am späten Sonntagabend sein Sieg feststand.

 

Der ehemalige Kommunist Bersani kam bei der Urnenwahl auf 52 Prozent der Stimmen, der bisherige Übergangschef Dario Franceschini auf 34 Prozent und der als Außenseiter angetretene Ignazio Marino auf 14 Prozent. Diese Reihenfolge hatte sich zuvor schon bei den Abstimmungen in den Parteisektionen ergeben.

 

An der Wahl vom Wochenende konnten sich nicht nur Parteimitglieder beteiligen, sondern alle über 16-jährigen Italiener und Ausländer, die sich schriftlich verpflichteten, bei den nächsten Wahlen PD zu wählen und bereit waren, einen Obolus von zwei Euro zu entrichten. Dass sich über drei Millionen Bürgerinnen und Bürger an einem Sonntag in die langen Warteschlangen vor den rund 10.000 Wahllokalen stellten, wertete Wahlverlierer Franceschini als Zeichen der ungebrochenen Vitalität des PD: "Heute ist ein schöner Tag, nicht nur für die Opposition, sondern auch für die Demokratie in Italien."

 

Tatsächlich hat die Wahlbeteiligung die Erwartungen der Parteispitze weit übertroffen: Schon zwei Millionen Wähler wären als Erfolg verbucht worden. Der Massenaufmarsch vor den Wahllokalen bedeutet für die Partei nicht nur neuen Schwung, sondern muss auch als Auftrag der Basis an die neue Führung gewertet werden, die internen Querelen, die die PD seit ihrer Gründung vor zwei Jahren gelähmt haben, endlich aufzugeben und stattdessen der angeschlagenen Regierung von Silvio Berlusconi eine harte und effiziente Oppositionspolitik entgegenzusetzen.

Der Philosoph mag Wirtschaft

 

Bersani ist zwar nicht das "neue Gesicht", das sich mancher erhofft hatte, doch dem 58-Jährigen aus dem norditalienischen Piacenza ist es zuzutrauen, dass er das Ruder in der bisher konzeptlosen PD herumreißt und der Partei eine erkennbare Kontur gibt. "Bersani hat große Fähigkeiten, ich bin überzeugt davon, dass er die Partei erneuern kann", erklärte gestern der frühere Ministerpräsident Romano Prodi.

 

Bersani hat schon mehrfach Regierungsverantwortung getragen, zuletzt als Industrieminister unter Prodi. Zwischen 2006 und 2008 hat er mit zwei Gesetzespaketen mehr Liberalisierungen durchgesetzt als Berlusconi zuvor in fünf Jahren. Obwohl nicht vom Fach - Bersani hat Philosophie studiert - gilt er innerhalb der PD als der wirtschaftspolitische Experte schlechthin. Seine Prioritäten sind nun auch der Arbeitsmarkt und die Überwindung der Krise.

 

Bersani will die Partei, die unter Veltroni mit den Kommunisten gebrochen hatte, wieder für Allianzen nach links öffnen; gleichzeitig kann er sich aber auch eine Zusammenarbeit mit der katholischen Mitte-Partei UDC vorstellen. Nicht auszuschließen ist, dass mit der Wahl des laizistischen Bersani einige besonders vatikantreue Exponenten die PD verlassen werden: Der prominenteste Vertreter des klerikalen Flügels, Francesco Rutelli, hat dies schon angedeutet. Der internen Befriedung der Partei wäre dies gewiss nicht abträglich. Eine Spaltung der Partei gilt indessen als eher unwahrscheinlich. DOMINIK STRAUB FR 27

 

 

 

Neuer Oppositionsführer in Italien. Exkommunist setzt sich durch

 

Der frühere Wirtschaftsminister Pier Luigi Bersani siegt bei den Urwahlen für den Vorsitz der oppositionellen Demokratischen Partei mit gut 50 Prozent der Stimmen. VON MICHAEL BRAUN

 

ROM - Italien hat einen neuen Oppositionsführer. Bei den am Sonntag von der Demokratischen Partei abgehaltenen Urwahlen für den neuen Parteichef konnte sich der 58-jährige Pier Luigi Bersani mit gut 50 Prozent klar gegen seine beiden Mitbewerber durchsetzen. Der seit Februar als Übergangsparteichef amtierende Dario Franceschini erhielt etwa 33 Prozent, während der Außenseiterkandidat Ignazio Marino mit rund 16 Prozent ein überraschend gutes Ergebnis erzielte.

Zum Erfolg wurden die Urwahlen für die Demokratische Partei allein schon wegen der hohen Beteiligung. Mehr als drei Millionen Mitglieder und Anhänger gaben in den 10.000 Wahllokalen ihre Stimme ab. Teilnehmen durften alle Italiener sowie regulär in Italien lebende Ausländer über 16 Jahre. Diese mussten bereit sein, 2 Euro zu entrichten und eine Erklärung zu unterzeichnen, in der sie sich als Wähler der Partito Democratico (PD) bekannten.

 

Die hohe Beteiligung steht für die Sehnsucht großer Teile der oppositionell gesinnten Wählerschaft, eine Partei zu bekommen, die sich gegen Silvio Berlusconi in Stellung bringt, statt ihre Energien in internen Auseinandersetzungen zu verschleißen. Dieses hatte die im Herbst 2007 aus der Fusion der Linksdemokraten mit der Mittepartei Margherita entstandene PD seit Berlusconis Wahlsieg im April 2008 ununterbrochen getan.

Die Auseinandersetzungen überschatteten auch die Urwahlen. Der frühere Christdemokrat Dario Franceschini hatte schon dem ersten PD-Vorsitzenden Walter Veltroni als Vize gedient. Gemeinsam mit Veltroni hatte er das Modell einer "fluiden" Partei nach US-amerikanischem Zuschnitt verfochten. Zugleich sollte diese Partei ohne weitere Bündnispartner die Mitte der Wählerschaft erobern, kurz: "allein mehrheitsfähig" sein.

Pier Luigi Bersani dagegen setzt auf bewährte Politikmuster. Bersani, noch in der glorreichen KPI groß geworden, stammt aus der Emilia Romagna, der Kernregion der italienischen Linken - einer Linken, die dort seit Jahrzehnten regiert und durch eine lange Schule des politischen Pragmatismus gegangen ist. Bersani, von 2006 bis 2008 Wirtschaftsminister, will zurück zu soliden Parteistrukturen.

Statt der Fixierung auf Urwahlen will er die Ortsvereine aufwerten. Zugleich gibt er sich überzeugt, dass Berlusconi nur zu schlagen ist, wenn die Partei Bündnisse sowohl zur christdemokratischen Mitte hin als auch an ihrem linken Rand eingeht. Wenn der neue Chef Erfolg haben will, muss er jedoch auch das deutliche Votum für Ignazio Marino zur Kenntnis nehmen.

Der Chirurg kam erst bei den Wahlen 2008 als politischer Seiteneinsteiger ins Parlament. Selbst bekennender Katholik, streitet Marino vehement für größeres Selbstbewusstsein der PD gegenüber dem Vatikan bei Ethik- und Bürgerrechtsthemen wie Sterbehilfe und Homoehe. In den Großstädten wie Rom oder Mailand überzeugte er damit deutlich mehr als 20 Prozent der Parteianhänger. Auf einem anderen Politikfeld wird Bersani von sich aus die Partei nach links rücken: Er will sie wieder klar als Vertreterin der Interessen der Arbeitnehmer positionieren. Taz 26

 

 

 

 

Italien. Neuer "harter Gegner" für Berlusconi

 

Sie sprechen von einem "großen, fantastischen Tag für die Demokratie": An der Urwahl zum neuen Vorsitzenden der Demokratischen Partei (PD) in Italien haben etwa drei Millionen Mitglieder und Anhänger teilgenommen. Von Paul Kreiner

 

Italien - Das waren um die Hälfte mehr, als Italiens größte Oppositionspartei erwartet hatte – die Mobilisierung ist also gelungen; die Zukunft der Partei bleibt aber ungewiss. Der „Partito Democratico“ ist erst vor zwei Jahren entstanden, als sich Italiens über mehrere Stationen gewandelte Kommunisten mit den Resten der Christdemokraten zusammenschlossen. Ihre inneren Brüche hat die Partei bis heute nicht überwunden.

 

In der Urwahl am Sonntag stimmten die Anhänger des PD mehrheitlich gegen den Christdemokraten Franceschini und kürten den Linken Pier Luigi Bersani zum Parteichef. Der 58-Jährige, der sein Philosophiestudium mit einer Arbeit über Papst Gregor den Großen abgeschlossen hatte und politisch bei den Kommunisten groß geworden war, galt in der Partei als der „ewige Zweite“: In der Regierung von Romano Prodi (2006-2008) verschaffte er sich als Industrie- und Entwicklungsminister mit entschlossenen Reformen ein Profil als Wirtschaftsliberaler. Zuletzt erklärte er, Schwierigkeiten zu haben, „in einer Partei zu bleiben, in der das Wort ,Sozialismus’ tabu ist“ – schon warnen Zentristen und Christdemokraten im PD vor einem Linksruck.

 

Bersani selbst will seinen Oppositionskurs nicht auf eine populistische, laute und womöglich kontraproduktive Gegnerschaft zu Berlusconi beschränken; sondern für Italien „eine politische Alternative“ aufbauen.  Tsp 27

 

 

 

 

Mafia als Müllwerker. Gift per Schiffe versenken entsorgt

 

Die Mafia entsorgte jahrelang Gift, indem sie beladene Schiffe versenkte. Weil die Regierung kaum was tut, den Skandal aufzuklären, gingen nun 20.000 Kalabrier auf die Straße. VON MICHAEL BRAUN

 

ROM - "Vergiftet von der Ndrangheta - vergiftet vom Staat": Griffig formulierte ein Transparent, warum am Samstag mehr als 20.000 Menschen in der kalabresischen Kleinstadt Amantea demonstrierten. Menschen, die Opfer eines gigantischen Umweltskandals sind, der von der Regierung kleingeredet wird.

Anfang September fand ein Tauchroboter nur wenige Kilometer vor der kalabresischen Küste das Wrack der "Cunsky", eines nach den Aussagen des Ndrangheta-Kronzeugen Francesco Forti erst mit Giftmüll beladenen und dann versenkten Schiffs. Die jahrelang von den Umweltverbänden Greenpeace und Legambiente geäußerte Vermutung, die kalabresische Mafia habe systematisch per Schiffeversenken vor Italiens Küsten das Meer in eine Sondermülldeponie verwandelt, wurde so bestätigt.

Von 30 bis 50 nicht bloß mit Schwermetallen, sondern auch mit radioaktiven Abfällen beladenen und dann zwischen 1987 und 1995 versenkten Wracks auf dem Meeresgrund gehen die Ermittler heute aus. Zugleich wurden sie in der Nähe Aiellos auch auf dem Festland fündig. Unweit des kalabresischen Dorfes war im Jahr 1990 die "Jolly Rosso" auf Grund gelaufen. Heimlich wurde, unter Schutz der Behörden, die Ladung ausgeräumt und bei Nacht verbuddelt. Heute strahlt ein Hügel bei Aiello radioaktiv, während die Tumorzahlen in der Gegend wuchsen.

Doch die Regierung Berlusconi tut so, als habe sie es mit einer Bagatelle zu tun. Erst in diesen Tagen, mehr als sechs Wochen nach Auffinden der "Cunsky", schickte das Umweltministerium ein Spezialschiff, das weitere Untersuchungen vornehmen soll. Doch die Öffentlichkeit wird über die Pläne das Ministeriums nicht informiert. Auch gibt es keine Anzeichen, dass auch die Suche nach den anderen Wracks aufgenommen werden soll.

Dagegen protestierten jetzt Tausende Bürger, an ihrer Seite Gewerkschaften, Umweltverbände und die Oppositionsparteien. Umweltministerin Stefania Prestigiacomo warf ihnen vor, ihr Protest sei ein Akt "unverantwortlicher Spekulation". Einkommenseinbußen zum Beispiel in Fischerei und Tourismus verantworten nach Logik der Ministerin nicht etwa die Verursacher der Umweltkatastrophe - sondern die Protestierer, die von ihr reden, statt wie die Regierung einfach gnädig über sie zu schweigen. Taz 26

 

 

 

Italien. Der pünktliche Skandal

 

Rom. Die Wahl des neuen Parteichefs sollte der kriselnden Partito Democratico (PD) vor allem zwei Dinge verschaffen: neuen Schwung und eine positive Medienpräsenz. Doch statt der Kandidaten für den Parteivorsitz beherrschte während des Wochenendes ein anderer PD-Politiker die Schlagzeilen: Piero Marrazzo.

 

Der Präsident der Hauptstadtregion Latium hat sich am Samstag selbst suspendiert, nachdem aufgeflogen war, dass er sich von vier Carabinieri mit Videos hatte erpressen lassen, die ihn in einem Transsexuellen -Bordell zeigten.

 

 

Dass die Affäre ausgerechnet am Wochenende der Parteichefwahlen der PD und nur wenige Monate vor den anstehenden Regionalwahlen aufflog, halten nicht nur Vertreter der PD für einen merkwürdigen Zufall. Die vier inhaftierten Polizisten erklären unisono: "Wir sind Opfer der gleichen Maschinerie. Es geht um einen Plan, Marrazzo zu diskreditieren, der von jemandem angeordnet wurde, der sehr viel höher positioniert ist als wir."

 

Das klingt zwar wie eine Verschwörungstheorie, aber Marrazzo wäre nicht der erste Prominente, der in den vergangenen Monaten wegen verleumderischer Behauptungen oder inszenierter Sexaffären sein Amt verloren hat: Im August traf es den Chefredakteur der Zeitung der Bischöfe, Dino Boffo, der von der Berlusconi-Postille Il Giornale mit einem getürkten Dossier zum Rücktritt gedrängt wurde. Und Ministerpräsident Silvio Berlusconi sieht sich seit Monaten als Opfer einer Schmuddelkampagne.

 

Land mit doppeltem Boden - Die Politik in Italien hat jedenfalls "ein nicht mehr tolerierbares Maß an Barbarei" angenommen, wie der Corriere della Sera jetzt kommentierte: "Der Schlamm aus Erpressung, kompromittierenden Indiskretionen, Eindringen in die Privatsphäre ertränkt das, was vom politischen Diskurs noch übrig war. Ein Dschungel aus Dossiers, Videos, gestohlenen Fotos, vernichtenden Tonbandaufnahmen und heimlichem Ausspionieren ersetzt die politische Auseinandersetzung."

 

Die Bekämpfung des politischen Gegners mit gefälschten Dossiers und gesteuerten Sexskandalen erlebt zwar seit den - nicht erfundenen - Affären rund um Berlusconi Hochkonjunktur, ist aber nichts Neues in Italien. Der Belpaese war schon immer ein Land mit doppeltem Boden, wo fehlgeleitete Geheimdienste, Freimaurer und andere obskure Gruppierungen ihr politisches Süppchen kochten - zum Teil auf Geheiß oder zumindest mit Wissen der jeweiligen Regierung.

 

Auch Ex-Ministerpräsident Romano Prodi sollte so ausgeschaltet werden: Die von der zweiten Regierung Berlusconi ins Leben gerufene "Mitroshkin"-Kommission versuchte mit gefälschten Dossiers und bestellten Zeugen zu "beweisen", dass Prodi ein KGB-Spion gewesen sei.

 

Ironie der Geschichte: Das Transsexuellen-Bordell, das Marazzo zum Verhängnis wurde, befindet sich im gleichen Häuserblock wie ein einstiges Versteck der Roten Brigaden zu Zeiten der Entführung von Aldo Moro. In unmittelbarer Umgebung dieses Verstecks, stellte sich später heraus, hatte auch der Geheimdienst Wohnungen gemietet - was zusammen mit zahlreichen anderen Ungereimtheiten für viele ein Indiz dafür gewesen war, dass die Entführung und Ermordung des christdemokratischen Spitzenpolitikers ebenfalls eine Inszenierung gewesen sei - von jenen politischen Kräften, die gegen die von Moro verfolgte Politik der Zusammenarbeit mit den Kommunisten gewesen waren. DOMINIK STRAUB FR 27

 

 

 

Italien: Sex-Skandal. Falle im Halbdunkel

 

Eine verworrene Geschichte über Sex, Drogen, Videos und Politik: Auch Italiens Opposition hat jetzt ihren Skandal. Von Andrea Bachstein

 

Sex, Drogen, Videos und Politik sind die Zutaten eines Skandals, der in Italien die Schlagzeilen beherrscht. Die Hauptfigur, Piero Marrazzo, ist Regionspräsident von Latium. Er hat am Samstag die Amtsgeschäfte niederlegt. Ein sehr unglücklicher Zeitpunkt für die größte Oppositionspartei Partito Democratico (PD), der Marrazzo angehört, und deren Vorsitzender am Sonntag zur Wahl stand. Die Partei hatte auf diese - für alle Bürger offene - Wahl besondere Hoffnung gelegt. Sie wünschte sich eine möglichst große Teilnahme, um ihr Gewicht gegenüber der Regierung zu vergrößern. Nun war nicht nur ein Spitzenpolitiker schwer beschädigt, die Wahl wurde als Thema in den Medien zeitweise vom ersten Platz verdrängt.

 

Der Regionspräsident, das Amt entspricht etwa dem eines deutschen Ministerpräsidenten, wurde von vier Carabinieri erpresst. Sie waren im Besitz eines Videos, das den 51-jährigen Politiker angeblich halbnackt mit einem Transsexuellen zeigt. Zu sehen ist demnach auch Kokain auf einem Tisch. Zu hören sein soll, wie Marrazzo bittet: "Ruiniert mich nicht. Tut mir nicht weh."

 

Ans Licht gekommen ist die Affäre durch interne Ermittlungen gegen die Polizisten. Sie sollen im Juli in die Wohnung eines Transsexuellen namens "Natalie" eingedrungen sein und von Marrazzo 20.000 Euro verlangt haben. Der Politiker ist mit einer Fernsehjournalistin verheiratet. Marrazzo gab den Erpressern das Geld in Form von Schecks - und saß damit in der Falle.

So weit wäre der Fall nachvollziehbar. Auch ist klar, warum Marrazzo die Geschäfte nur ruhen lässt und erst im Dezember zurücktritt. Bei einem formellen Rücktritt müssten binnen 90 Tagen Neuwahlen stattfinden - und solche sind für März ohnehin geplant. Verworrener wird die Geschichte aber, je mehr über die Details der Ermittlungen berichtet wird. Die Polizisten haben die erpressten Schecks nie eingelöst, doch das Video wurde im September über einen Mittelsmann für 200 000 Euro Journalisten angeboten. Es ist nie veröffentlicht worden, aber letzte Woche wurde eine Kopie bei Chi beschlagnahmt, einem Klatschblatt. Es erscheint in der Verlagsgruppe Mondadori, deren Chefin eine Tochter von Silvio Berlusconi ist.

Noch ein deutlicheres Video?

 

Ob Intrige im Spiel sein könnte, ist unklar. Die Zeitung Repubblica schreibt, im September habe eine "regierungsnahe Quelle" gestreut, es kursiere ein Video von Marrazzo, das ihn mit zwei Transsexuellen beim Koksen zeige. Der Corriere della Sera berichtet, die Carabinieri hätten ausgesagt, sie seien nur Spielfiguren von Machenschaften höherer Kreise.

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Inzwischen gibt es Hinweise, dass noch ein deutlicheres Video existiert, das Marrazzo mit zwei Transsexuellen zeigt. Es soll von Prostituierten gefilmt worden sein. Ermittlungen in der Szene haben ergeben, dass Marrazzo sich offenbar öfter mit Transsexuellen traf. "Natalie" soll ausgesagt haben, er betrachte sich als seine "feste Freundin". In Roms Halbwelt wurde Reportern erzählt, viele Prominente seien Kunden, die Treffen kosteten Tausende Euro, es werde reichlich Kokain konsumiert.

Vertreter seiner Partei PD begrüßten, dass Marrazzo die Konsequenz zieht. Innenminister Roberto Maroni von der Lega Nord hingegen sagte, es gehe um persönliche Dinge, ein Rücktritt sei nicht nötig. Dies liegt auf der Linie der Regierungsparteien im Zusammenhang mit den Skandalen von Premier Silvio Berlusconi. Demnach hätten die privaten Affären keinen Einfluss auf die Amtsführung. SZ 26

 

 

 

 

UN-Klimagipfel. Kopenhagen auf der Kippe

 

Der UN-Klimagipfel in Kopenhagen naht, und die Debatten um das Post-Kyoto-Abkommen gehen in die letzte Runde. Große Bedeutung hat das US-Klimagesetz. "Wir tun, was wir können", sagt John Kerry.

 

NEW YORK/SYDNEY - Wenige Wochen vor Beginn des UN-Klimagipfels haben die Vereinten Nationen ihre Erwartungen an die Konferenz deutlich heruntergeschraubt. Angesichts vieler noch ungeklärter Fragen sei es unklar, was die Konferenz erreichen könne, sagte Janos Pasztor vom Beraterstab des Generalsekretärs Ban Ki Moon.

Er verwies darauf, dass der US-Kongress sich noch nicht auf ein Klimagesetz verständigt habe und dass sich auch die Industrieländer noch nicht auf Ziele zur Reduzierung ihres Kohlendioxidausstoßes geeinigt hätten.

"Wir arbeiten weiter. Wir tun, was wir können"

Zu den Klimagesetz-Verhandlungen in den USA erklärte der demokratische Senator John Kerry, UN-Generalsekretär Ban Ki Moon habe am Montag noch mit dem Mehrheitsführer im Senat, Harry Reid, telefoniert, um ihm deutlich zu machen, wie wichtig "etwas Bewegung im Senat" für die Verhandlungen in Kopenhagen wäre. "Wir arbeiten weiter. Wir tun, was wir können", sagte Kerry nach einem Treffen mit Reid. Er schränkte aber ein, dass angesichts des engen Zeitplans des Senats und der Konzentration auf die Reform der Gesundheitspolitik Fortschritte in der Klimapolitik schwierig seien.

Weißes Haus unterstützt Klimagesetz-Entwurf

Das Weiße Haus unterstützt voll und ganz den 900-seitigen Gesetzentwurf zum Klimagesetz, der vorsieht, den Ausstoß an klimaschädlichen Gasen in den nächsten 40 Jahren um 80 Prozent zu senken. Einen ähnlichen Entwurf hat auch schon das Repräsentantenhaus beschlossen.

Vorgesehen ist, dass Kraftwerke und Fabriken ihren Schadstoffausstoß schrittweise senken. Geregelt werden soll dies über Schadstoffzertifikate, die von der Regierung ausgegeben werden und deren Umfang allmählich reduziert wird, um die Zielvorgaben zu erreichen. Die Republikaner kritisierten dies als massive Energiesteuer.

UN-Klimaabkommen ist für Generalsekretär Priorität

Generalsekretär Ban Ki Moon ist zum Erfolg verdammt: Er hat die Verhandlungen über ein neues UN-Klimaabkommen zur Priorität seiner Politik erklärt. Hierfür wäre es naturgemäß sehr hilfreich, wenn Bewegung in die bisher bei internationalen Abkommen eher blockierende US-Politik käme.

Ban-Ki-Moon-Berater Janos Pasztor Pasztor hob am Montag auf einer Pressekonferenz in New York hervor, es gebe bei vielen Regierungen und auch auf internationaler Ebene intensive Verhandlungen zur Vorbereitung des Klimagipfels Anfang Dezember in Kopenhagen. 

... ein neues Abkommen erreichen

Diese Vorarbeit sei wichtig, um ein neues Abkommen zu erreichen. Er deutete aber gleichzeitig an, dass es in Kopenhagen wohl kein neues Abkommen geben werde. Trotzdem müssten die Regierungen versuchen, sich so weit wie möglich auf die Inhalte des Abkommens zu verständigen.

Pasztor hob hervor, dass es vor Kopenhagen noch eine Verhandlungsrunde vom 2. bis 6. November in Barcelona gebe. Zudem gebe es auch bei dem Treffen asiatischer und pazifischer Staaten am 14. und 15. November in Singapur, zu dem auch US-Präsiden Barack Obama erwartet werde, eine Gelegenheit, weiter über das Klimaabkommen zu sprechen, sagte Pasztor. Der UN-Klimagipfel findet vom 7. bis 18. Dezember statt.

Klimabericht: Auch australische Küste gefährdet

Auch Australien ist laut einer Studie in Gefahr: Vom Anstieg des Meeresspiegels bedroht sind demnach mehrere tausend Kilometer Küste. Es müsse deshalb erwogen werden, das Wohnen in gefährdeten Gebieten zu verbieten, heißt es in dem am Montagabend vorgestellten Regierungsbericht. Im Küstenbereich leben 80 Prozent der Bevölkerung des Kontinents.

Die Frage sei von nationaler Bedeutung, und die Zeit zum Handeln sei gekommen, erklärte der Ständige Ausschuss für Klimawandel, Wasser, Umwelt und die Künste. Der Ausschuss sprach zugleich 47 Empfehlungen aus, wie sich das Land besser auf die Auswirkungen des Klimawandels vorbereiten könne.

"Climate Change starts here. Less talk, more money!"

Unterdes haben Greenpeace-Aktivisten heute in Riau auf der indonesischen Insel Sumatra gegen das Abholzen der Urwälder für Palmölplantagen protestiert. Die Umweltschützer entrollten auf kürzlich gerodeten Urwaldboden ein Banner mit dem Konterfei von Bundeskanzlerin Angela Merkel und dem Slogan: "Climate Change starts here. Less talk, more money!" (Klimawandel beginnt hier. Weniger Reden, mehr Geld).

Die Aktion in Indonesien war der Auftakt eines internationalen Klima- und Waldschutz-Camps von Greenpeace. Zeitgleich mit dem Konterfei von Kanzlerin Merkel enthüllten die Aktivisten auch ein Banner des französischen Präsidenten Nicolas Sarkozy. ap/dpa  27

 

 

 

 

Irak. Das Motiv der Attentäter hat sich verändert

 

Im Irak rücken die Parlamentswahlen näher, und die Gewalt nimmt wieder zu. Die Zahl der Anschläge liegt zwar erheblich unter jenen, die im vergangenen Jahr um diese Zeit registriert wurden, und im langfristigen Trend gehen die Gewaltakte und die Zahl der Opfer stetig zurück. Daher verzerren Attentate mit vielen Toten und Verletzten wie zuletzt am Sonntag und am 19. August das Bild. Doch an Mutmaßungen, dass die Gewalt vor den nächsten Wahlen wieder zunehmen werde, fehlt es nicht.

Verändert hat sich jedoch das Motiv der Attentäter. So nehme der Terrorismus von Al Qaida ab, sagt Mustafa Alani, der Leiter der Abteilung für Sicherheitsfragen am Gulf Research Center (GRC) in Dubai. Zugleich nehme die politische motivierte Gewalt zu, um Ministerpräsident Maliki bis zum Wahltag zu schwächen.

 

Die beiden großen Doppelanschläge der jüngsten Zeit waren gegen Einrichtungen der Regierung und des Staats gerichtet. Am 19. August kamen durch Bomben, die vor den Ministerien für Äußeres und für Finanzen detonierten, mehr als hundert Menschen ums Leben. Bis zum Sonntagnachmittag wurden nach den Anschlägen vor dem Justizministerium und dem Gebäude der Provinzverwaltung von Bagdad mehr als 130 Tote gezählt. (Siehe auch: Mehr als hundert Tote bei Anschlägen in Bagdad) Der Zeitpunkt der Anschläge war präzise kalkuliert. Kurz nach der Detonation der Bomben wollten sich Ministerpräsident Maliki und andere führende Politiker treffen, um sich doch noch über das Wahlgesetz zu einigen.

Seit Monaten debattiert das Parlament ohne Ergebnis über unterschiedliche Entwürfe. Ohne neues Wahlgesetz kann die Wahl aber nicht wie vorgesehen am 16. Januar stattfinden. Maliki sagte daher am Samstag, bei einer Verschiebung würden Parlament und Regierung ihre Legitimität verlieren, was leicht zu einem Wiederaufflammen der Konflikte zwischen Anhängern verschiedener Konfessionen und Religionen führen könne. Unter dem Eindruck des Anschlags fand das vorgesehene Treffen nicht statt.

Weiterhin unüberbrückbar erscheinen die Meinungsverschiedenheiten über das neue Wahlverfahren. Maliki plädiert für offene Wahllisten und weiß dabei die Mehrheit der Iraker hinter sich. Die Bevölkerung möchte für einzelne Personen stimmen und nicht en bloc für eine Liste. Offene Listen gäben ihnen die Gelegenheit, als besonders korrupt geltende Politiker abzuwählen. Dagegen fordern der schiitische „Hohe Islamische Rat des Irak“ (Isci) unter Ammar al Hakim, die Bewegung des Schiitenführers Muqtada al Sadr und auch die großen kurdischen Parteien geschlossene Wahllisten. Deren Vorsitzende könnten befürchten, dass sie auf offenen Listen nicht reüssieren würden.

Noch ist nicht abzuschätzen, ob Hakim und Sadr ihre Meinung ändern. Allerdings hat sich am Freitag Großajatollah Sistani, die höchste Autorität der irakischen Schiiten, erstmals für offene Wahllisten ausgesprochen. Der Sprecher Sistanis, Scheich Abdulmahdi Karbalai, hatte ferner vor einem „konstitutionellen und politischen Vakuum“ mit Folgen für die Sicherheit gewarnt, sollten sich die verschiedenen Gruppen und Kräfte nicht auf ein neues Wahlgesetz einigen.

Sollte Maliki diskreditiert werden?

In der bevorstehenden Wahl wird sich Maliki, der als Spitzenkandidat eines überkonfessionellen Bündnisses antritt, gegen den Schiitenblock von Hakim und Sadr behaupten müssen. Derzeit sieht es so aus, dass Malikis Bündnis die meisten Stimmen erhalten könnte, ohne dass er zugleich über eine Regierungsmehrheit verfügt. Sollte Maliki den Kurden nicht weiter nicht entgegenkommen, könnten diese gegen ihn ihr Veto einlegen wie sie es im Jahr 2005 erfolgreich gegen den damaligen Ministerpräsidenten Dschaafari getan hatten.

Maliki wollte als der Überwinder der innerislamischen Gräben und als Garant für die Sicherheit um Stimmen werben. Tatsächlich hat sich während seiner Amtszeit die Sicherheitslage erheblich verbessert, insbesondere in den vergangenen 18 Monaten. Daher vermuten viele Beobachter, die jüngsten Anschläge hätten vor allem das Ziel, Maliki zu diskreditieren.

So fällt auf, dass alle vier Anschlagsort in Stadtteilen Bagdads mit einem hohen Anteil von Schiiten wie von Straßensperren liegen. Mit Ausnahme des Außenministeriums, das von dem Kurden Zebari geleitet wird, stehen Schiiten an der Spitze der angegriffenen Institutionen. Um die Sperren leicht passieren zu können, mussten die Attentäter bekannt sein. Auch das spricht für die These, dass die Anschläge politisch motiviert sind und nicht als zielloser Terror betrachtet werden müssen.

Zu einer heftigen innenpolitischen Kontroverse war es nach den Anschlägen am 19. August gekommen, als sie Bomben während einer Unterredung Malikis mit dem syrischen Staatspräsidenten Assad in Damaskus detonierten. Der irakische Geheimdienst vermutete Hakims Isci hinter dem Anschlag, Maliki beschuldigte Syrien. Die Gewaltakte verschlechterten die bilateralen Beziehungen erheblich – was die Absicht gewesen sein könnte.

Von politischer Stabilität noch weit entfernt

Im Zentralirak führen die Zellen von Al Qaida kaum mehr Anschläge aus. Die sunnitischen „Erweckungsräte“ haben sie aus ihrer Hochburg, der Provinz Anbar, vertrieben. Daher sind sie heute nur noch für Anschläge in den Provinzen Diyala und Ninive/Mossul verantwortlich. Dort machen sie sich die wachsenden Spannungen zwischen Arabern und Kurden zunutze. Ein weiteres Risiko birgt der Umstand, dass die Regierung Maliki ihr Versprechen, die Milizen der Erweckungsräte in die Sicherheitskräfte zu integrieren, bislang nur unzureichend eingelöst hat. In diesen Kreisen nimmt daher die Verärgerung über den schiitischen Ministerpräsidenten zu. Es ist nicht auszuschließen, dass einige Sunniten wieder zu den Waffen greifen.

Kaum abzuwenden scheint jedoch die Gefahr einer Eskalation der Gewalt aus Anlass der bevorstehenden Wahlen. Nach der irakischen Verfassung müssen sie bis zum 31. Januar stattfinden. Am Samstag äußerte General Ali Ghaidan Madschid, der Kommandeur des Heeres, dass eine Verschiebung der Wahlen „Sicherheitsprobleme“ schaffen könne. Die Armee habe aber auch einen „Plan B“ für den Fall erarbeitet, dass die Wahlen verschoben werden sollten.

Instabil wird die politische Lage aber wohl auch nach der Wahl bleiben. Angesichts der großen Zahl von Parteien und Allianzen, die an der Wahl teilnehmen wollen, dürfte die Regierungsbildung kompliziert und langwierig sein. Schon nach der Parlamentswahl im Dezember 2005 zogen sich die Verhandlungen über eine Regierungsbildung fünf Monate hin. Mögen sich die Lebensbedingungen in den vergangenen Jahren auch erheblich gebessert haben und das Land von einem Terror wie in Pakistan nicht heimgesucht werden, so ist der Irak von politischer Stabilität noch weit entfernt. Rainer Hermann Faz 26

 

 

 

 

Leitartikel. Iraq. Der Krieg als Wiedergänger

 

In Bagdad bebte die Erde. Das im August zerschmetterte Außenministerium ist noch nicht ganz repariert, das Wirtschaftsministerium erst teilweise wieder arbeitsfähig, da verwandelte am Sonntag die nächste Lastwagenbombe das Justizministerium in eine rauchende Ruine. Drei zentrale Säulen der irakischen Bundesregierung plus die Provinzverwaltung von Bagdad wurden in den vergangenen zwei Monaten von Attentätern in Schutt und Asche gelegt. Mehr als 250 Menschen starben, die Verletzten gehen in die tausende.

 

Angesichts dieses Infernos von Tod und Zerstörung wachsen in den Vereinigten Staaten zu Recht die Sorgen, genauso wie in den europäischen Hauptstädten und bei der Nato. Denn die mörderischen Selbstmordattentate könnten der jungen Post-Saddam-Republik das Rückgrat brechen, noch bevor sie ganz auf die eigenen Beine gekommen ist.

 

Die Attentäter und ihre Hintermänner wollen die ölreiche Nation in einen religiös-ethnischen Bruderkrieg zurückbomben, sie in Chaos und Zerfall hineintreiben sowie demonstrieren, dass die schiitisch dominierte Regierung unter Premier Nuri al-Maliki unfähig ist, ihre Bürger zu schützen.

 

Gleichzeitig könnte ihr mörderisches Treiben aber auch dem Weißen Haus seinen militärischen Rückzugsplan durchkreuzen. Nicht nur für al-Maliki, auch für US-Präsident Barack Obama steht viel auf dem Spiel. Schließlich kann die westliche Supermacht, die die Invasion in den Irak vor sechs Jahren an der Spitze einer "Koalition der Willigen" vom Zaun brach, im August 2010 nicht einfach ein Volk zurücklassen, das in Blut und Bürgerkrieg versinkt.

750.000 Mann in Uniform

 

Können die US-Truppen jedoch nicht wie geplant abrücken, ginge das zu Lasten der gerade neu justierten amerikanischen Prioritäten in der Region. Und die lauten: den Krieg gegen die Taliban in Afghanistan intensivieren, die innere Lage in der Atommacht Pakistan stabilisieren und eine neue Nuklearmacht Iran verhindern.

 

Doch die irakische Krise wird nicht nur geschürt durch Bomben und Selbstmordattentäter, sondern auch durch das Versagen einheimischer Politiker und die Unfähigkeit der Sicherheitskräfte. Dem Irak stehen 750.000 Mann in Uniform zur Verfügung - als Polizisten und Soldaten. Bei jedem neuen Anschlag stellt sich heraus, dass die Bewacher ihrer Arbeit nur lax und unwillig nachgehen.

 

Im August waren Kontrollposten im Regierungsviertel bestochen, so dass sie die beiden Lastwagen mit ihren tonnenschweren Todesladungen passieren ließen. Am Sonntag gelangte sogar ein Lastwagen sogar aus dem entfernten Falludschah mit 1000 Kilogramm Sprengstoff direkt bis vor die Haustür der Provinzregierung. Ähnlich trübe sieht es bei der politischen Entschärfung der ethnischen und religiösen Spannungen aus. Auch hier geht nichts voran.

Neues Gesetz will mehr Bürgernähe schaffen

 

Alle Bevölkerungsgruppen und Regionen haben Rechnungen offen - Kirkuk ist nur das bekannteste Beispiel. Und im Streit um das neue Wahlgesetz haben sich Parlament und Regierung in eine Totalblockade hineinmanövriert. Im Januar 2010 will der Irak erstmals in Eigenregie eine nationale Parlamentswahl organisieren. Das politische Establishment des Landes jedoch ist bislang nicht bereit, durch eine Reform des Wahlsystems der weit verbreiteten Frustration im Volk über seine Volksvertreter Rechnung zu tragen.

 

In den vergangenen vier Jahren agierten die Abgeordneten in ihrem hoch gesicherten Raumschiff "Grüne Zone" in Bagdad - von den Menschen isoliert und keinem Wahlkreis verpflichtet. Das neue Gesetz will mehr Bürgernähe schaffen, indem es die Macht der Parteigewaltigen beschränkt, die konfessionellen Einheitslisten öffnet und Direktmandate einführt. So könnten künftig Kandidaten verschiedener religiöser oder ethnischer Herkunft in neuen Parteien zusammenfinden und alte Gräben überwinden. Ministerpräsident Nuri al-Maliki befürwortet diese Modernisierung, kann sich aber bisher nicht durchsetzen.

 

Selbst am Sonntagabend unter dem Schock der jüngsten Riesenexplosionen und per Telefon live von US-Präsident Barack Obama ins Gebet genommen, weigerte sich der "Politische Rat für Nationale Sicherheit", dem alle irakischen Parteichefs angehören, den gordischen Knoten zu durchschlagen. Denn viele Abgeordnete fürchten, unter dem neuen Wahlsystem ihre Mandate zu verlieren. Sie fordern bessere Aussichten für sich selbst. Das sind keine guten Aussichten für den Irak.

Martin Gehlen FR 27

 

 

 

Kriegsverbrechen. Prozess gegen Karadzic beginnt

 

Der frühere bosnische Serben-Führer Radovan Karadzic will den Auftakt seines Kriegsverbrecherprozesses boykottieren. Er werde am Montag nicht vor Gericht erscheinen, weil er nicht genug Zeit zur Vorbereitung gehabt habe, schrieb Karadzic vergangene Woche dem Internationalen Strafgerichtshof für das ehemalige Jugoslawien in Den Haag.

Das Tribunal erklärte jedoch, der Prozess werde wie geplant eröffnet. Gerichtssprecherin Nerma Jelacic sagte, es gebe derzeit keinerlei Anzeichen dafür, dass der Prozess nicht wie geplant beginnen werde. Die Kontrolle über das Verfahren liege aber allein in den Händen der Richter. Von Seiten der Anklage könne der Prozess beginnen, erklärte die Sprecherin von UN-Chefankläger Serge Brammertz, Olga Kavran.

Karadzic plädiert auf unschuldig

Karadzic muss sich in elf Anklagepunkten vor dem UN-Tribunal verantworten, darunter Kriegsverbrechen, Verbrechen gegen die Menschlichkeit und Völkermord während des Bosnien-Kriegs (1992-1995). Die Klagen beziehen sich unter anderem auf die mehrjährige Belagerung der bosnischen Hauptstadt Sarajevo, während der rund 10.000 Menschen ums Leben kamen, und auf das Massaker an mehr als 7000 muslimischen Männern und Jungen in Srebrenica im Juli 1995.

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Karadzic plädiert auf unschuldig, bei einer Verurteilung droht ihm lebenslange Haft.Der Angeklagte war im vergangenen Jahr nach elfjähriger Flucht verhaftet worden, während der er als Heilpraktiker unter falschem Namen in Serbien lebte.

In dem Schreiben, das von seinem Rechtsberater Peter Robinson verbreitet wurde, klagt Karadzic über „ungleiche und ungerechte“ Bedingungen in dem Verfahren. Er benötige mehr Zeit, um die Prozessakten zu lesen, die neben der Anklageschrift knapp eine Million Seiten Beweismaterial und hunderte Zeugenaussagen enthalten. „Kein Anwalt der Welt hätte sich in dieser Zeit vorbereiten können“, schreibt Karadzic, der sich im Prozess selbst verteidigen will.

Massaker von Srebrenica im Mittelpunkt

Der frühere Serbenführer hatte bereits Anfang September um eine Verschiebung des Prozesses gebeten, war jedoch mit einem Antrag gescheitert, den Prozess um zehn Monate hinauszuzögern. Der Chefankläger des UN-Tribunals, Serge Brammertz, erklärte aber, der Angeklagte habe mit 15 Monaten ausreichend Zeit gehabt, seine Verteidigung vorzubereiten.

Karadzic hat alle Vorwürfe abgestritten. Im Mittelpunkt stehen das Massaker von Srebrenica, bei dem 1995 rund 8000 Muslime getötet wurden, und die 43 Monate dauernde Belagerung der bosnischen Hauptstadt Sarajewo.

Plavsic war Vize-Präsidentin der Serbischen Republik und wurde Karadzics Nachfolgerin, als dieser sein Amt 1996 auf internationalen Druck aufgab. Im Februar 2003 wurde sie vom Tribunal in Den Haag wegen Verbrechen gegen die Menschlichkeit in Bosnien zu elf Jahren Haft verurteilt. Ihre Strafe verbüßt sie in einem Gefängnis in Schweden. Im September hatte das Kriegsverbrechertribunal einer vorzeitigen Entlassung zugestimmt. Eine Sprecherin des schwedischen Justizministeriums teilte nun mit, Plavsic werde am Dienstag vorzeitig auf freien Fuß gesetzt. dpa/Reuters 26

 

 

 

 

Karadzic-Prozess in Den Haag. Die Qual der Gerechtigkeit

 

14 Jahre nach dem Massaker von Srebrenica steht Radovan Karadzic in Den Haag vor Gericht. Der Druck auf das Kriegsverbrechertribunal ist hoch - es braucht einen schnellen Sieg. Ein Kommentar von Marc Hoch

 

Wie lang und schwer der Weg zur Gerechtigkeit ist, wissen am besten die Opfer von Radovan Karadzic. Dieser skrupellose und moralisch verdorbene Mensch, dessen Gesicht zum Symbol geworden ist für die Gewalt auf dem Balkan, konnte sich eine (gefühlte) halbe Ewigkeit seiner Verhaftung entziehen.

Zu einer Zeit, als die Verbrechen des Bosnien-Krieges längst bekannt waren, lebte er unbehelligt als Wunderdoktor im Verborgenen und in der Freiheit wirrer Gedanken. Für seine Opfer war das eine Qual, und auch für das Ideal der Gerechtigkeit sind die 14 Jahre, die von der ersten Anklage bis zum Prozessbeginn vergangen sind, eine Schande. Dafür sind viele verantwortlich.

Schuld daran tragen nicht allein die Serben, die ihre kriminelle Führerfigur - bei Strafe ihrer internationalen Ächtung - im Untergrund versteckten. Auch der Westen hält seinen Anteil.

 

Katz-und-Maus-Spiel - In den Jahren nach dem Krieg wäre es für die Nato mit ihren immerhin 60.000 Soldaten in Bosnien leicht gewesen, Karadzic zu verhaften. Doch in den westlichen Hauptstädten fehlte dazu der politische Wille, was die frühere Chefanklägerin Carla del Ponte sarkastisch als Katz-und-Maus-Spiel beschrieben hat: "Die meiste Zeit haben die Katzen (der Westen) sich die Augen verbunden, sodass die Mäuse (die Kriegsverbrecher) von einem Loch zum anderen liefen."

 

Jetzt endlich, mit 14 Jahren Verspätung, wird dem mutmaßlichen Initiator der ethnischen Vertreibung der Prozess gemacht, und viele Menschen in Bosnien wünschen der Gerechtigkeit und ihren Helfern einen schnellen Sieg. Den hat das Haager Tribunal auch dringend nötig.

Denn nachdem das Gericht zunächst jahrelang auf die wichtigsten Angeklagten warten musste, hat es seither nur wenige Hauptverantwortliche schuldig sprechen können. Slobodan Milosevic starb während der Verhandlung, und in dem bisher größten Srebrenica-Verfahren gibt es immer noch kein Urteil, obwohl schon seit 2006 verhandelt wird.

Ein unerträgliches Jahr für die Opfer

Das Gericht muss sich den Vorwurf gefallen lassen, sein juristisches Mahlwerk laufe zu langsam, weil die Anklagen überfrachtet seien. Und in der Tat: Die Anklage gegen Milosevic umfasste 66 Punkte, von denen zum Zeitpunkt seines Todes nach insgesamt 466 zum Teil chaotischen Verhandlungstagen nicht ein einziger entschieden war.

Auch die Karadzic-Anklage enthält so viele Punkte, dass sich der Eindruck aufdrängt, die Staatsanwälte hätten nicht viel aus dem Milosevic-Verfahren gelernt.

Von der Verhaftung Karadzics im Juli 2008 bis zum Prozessbeginn ist wieder ein für die Opfer unerträglich langes Jahr vergangen - in der Hauptsache nur deshalb, weil das Gericht mit den Staatsanwälten über den Umfang der gewaltigen Anklage stritt. Diese Anklage legt nun dem früheren Psychiater nicht nur zahllose Verbrechen in ganz Bosnien zur Last. Die Ankläger unternehmen darüber hinaus den ehrgeizigen Versuch, die ethnische Vertreibung juristisch als Genozid anzuklagen. Wozu dieser enorme Aufwand, wo doch ein schneller Schuldspruch etwa für die Belagerung von Sarajewo relativ leicht zu erreichen wäre?

Viele Menschen auf dem Balkan können die lange Verfahrensdauer nicht verstehen. Sie sähen es am liebsten, wenn der 64-Jährige im Sinne der makabren Forderung verurteilt würde, die der ehemalige sowjetische Generalstaatsanwalt Andrei Wyschinski kurz vor den NS-Prozessen als Trinkspruch ausbrachte: "Möge ihr Weg direkt vom Gericht ins Grab führen." Und auch den Geldgebern des Tribunals wäre es lieb, wenn die teure Einrichtung bald schließen könnte.

Gegen Geschichtsfälschung

Der Druck auf das Tribunal ist diesmal viel größer als vor dem Milosevic-Verfahren. Doch die Ankläger haben ihm zu Recht widerstanden, weil es ihnen um mehr geht, als ihren wichtigsten Angeklagten wie einen Strauchdieb abzuurteilen.

Denn in diesem möglicherweise letzten großen Prozess zu den Kriegsverbrechen auf dem Balkan geht es noch einmal um die komplexe historische Dimension des Krieges und seines mutmaßlichen Haupttäters.

Karadzics Schuld als demagogischer Hintermann der Bluttaten zu zeigen, ihm zu beweisen, dass er mit anderen den Plan der ethnischen Säuberungen verabredete und umsetzte - das ist das große Ziel dieses Prozesses. Noch einmal sollen die Gräuel der Bosnien-Kriege in aller Brutalität und Komplexität erfasst werden, um gegen Geschichtsfälschung und Legendenbildung, die vor allem auf dem Balkan wuchern, die Macht der Fakten zu setzen.

Den Opfern aber, die schon so lange auf ein Urteil warten, mutet dieses Verfahren weitere Geduldsproben zu. Sie werden es ertragen müssen, dass Karadzic mit immer neuen Winkelzügen den Zeitplan durchkreuzen wird, wie das gleich zur Prozesseröffnung deutlich wurde. Reue, wie sie bei den Nürnberger Prozessen einst Wilhelm Keitel zeigte, oder gar ein Geständnis wie von Karadzics freigekommener Stellvertreterin Biljana Plavsic, wird man von diesem Schurken nicht erwarten dürfen.

Das Urteil wird frühestens 2012 ergehen - 20 Jahre nach den ersten Schüssen in Bosnien. Gerechtigkeit kann qualvoll sein. Trost kann den Opfern nur diese Gewissheit geben: Karadzics Name wird von der Geschichte verflucht werden. SZ 27

 

 

 

 

EU-Kommissar Oettinger. Nicht willkommen in Brüssel

 

Brüssel. Nachdem sich die Überraschung über die Berufung Günther Oettingers zum künftigen EU-Kommissar sich in Brüssel langsam setzt, rückt dessen bisheriges europapolitisches Wirken in den Vordergrund. Für die meisten ist Oettinger da ein unbeschriebenes Blatt. Seine Nominierung nahm deshalb selbst die Unions-Fraktion im europäischen Parlament "zurückhaltend" auf.

 

"Das ist ein europapolitischer No-Name", betont der deutsche Chef der Sozialisten, Martin Schulz, mehrfach. Schulz hält dessen Ernennung für "eine Demütigung der zahlreichen qualifizierten CDU-Politiker in Berlin und Brüssel".

 

 

In der Debatte über das VW-Gesetz ist der Ministerpräsident von Baden-Württemberg in Brüssel kurz aufgefallen, als er aus der Interessenlage des Ländles heraus mit Blick auf Porsche die Position der EU-Kommission teilte und eine Abschaffung des speziellen VW-Regelwerkes forderte. Ansonsten fällt Oettingers Kritik an den Kommissionsvorschlägen für die Begrenzung der Auto-Schadstoffe ein. Auch dabei vertrat er die Interessen der heimischen Industrie.

 

Schon deshalb ist er für die Grünen als künftiger Kommissar "der falsche Mann zur falschen Zeit am falschen Ort". Rebecca Harms, die Fraktionschefin in Straßburg, betont, gerade "in Zeiten der Klima- und Wirtschaftskrise braucht Europa einen Politiker, der Umwelt und Wirtschaft zusammen denkt". So einer sei Oettinger nicht.

"Was soll das?"

 

Der SPD-Europa-Abgeordnete Matthias Groote macht auf die frühere Mitgliedschaft des CDU-Politikers im "rechtsgerichteten und europaskeptischen" Studienzentrum Weikersheim aufmerksam. Das "Europa-Manifest" der christlich-konservativen Denkfabrik lehnte den europäische Verfassungsentwurf ab und beklagte vor allem den fehlenden Gottesbezug. Der ist auch im Vertrag von Lissabon nicht zu finden, der aus dem Entwurf hervorgegangen ist. Kein Wunder, so Groote, dass deshalb "selbst ein Erzkonservativer" wie EU-Kommissionspräsident José Manuel Barroso "von dieser Personalie nichts hält", die einen Europaskeptiker zum EU-Kommissar mache.

 

Nachdem die Bundesregierung Oettinger nominiert hatte, rief Barroso deutsche Europapolitiker an und fragte: "Was soll das?" Groote will bei den Anhörungen im Parlament, denen sich die Kommissionsmitglieder stellen müssen, Oettinger fragen, wie er zu dem Studienzentrum und dessen Inhalten stehe. Obwohl die jeweiligen Regierungen ihre Kommissare für Brüssel bestimmen, müssen sie vom Europäischen Parlament bestätigt werden. Das ist keine reine Formsache, wie die Wahl vor fünf Jahren zeigte. Damals erzwang das Parlament den Rückzug der von Lettland und Italien ernannten Kommissare.

 

Schulz will bei der Befragung auf die Kompetenzen Oettingers abstellen, der "überhaupt keine Erfahrung mit EU-Politik und keinerlei Netzwerk in Europa" habe. Die Beurteilung der Sozialisten werde davon abhängen, "was der kann". Dabei spiele auch das Ressort eine Rolle, das Barroso Oettinger zuweise. Dass Oettinger für sich ein wirtschaftsbezogenes Kommissariat fordert, stößt in Brüssel übel auf. Dennoch gehen viele davon aus, dass Deutschland nicht mit einem Mini-Ressort abgespeist wird. "Dazu ist Barroso Angela Merkel zu sehr zu Dank verpflichtet", meint Schulz. WERNER BALSEN FR 27

 

 

 

 

 

Von Stuttgart nach Brüssel. Ganz Brüssel spottet über Oettinger

 

Günther Oettinger geht nach Brüssel. International gilt Baden-Württembergs Ministerpräsident als unerfahren. Kein Wunder, dass EU-Politiker irritiert reagieren.

Von Thomas Gack, Brüssel

 

„Wer zur Hölle ist Oettinger?“ fragt der Kollege des britischen Guardian irritiert. Aus Berlin war gerade die überraschende Nachricht eingetroffen, dass der Ministerpräsident Baden-Württembergs als deutscher EU-Kommissar nach Brüssel geschickt werden soll. Im deutschen Milieu der Europahauptstadt kennt man zwar den Namen des Mannes, der in wenigen Wochen den SPD-Politiker Günter Verheugen im Gremium der 27 EU-Kommissare ablösen soll. Die Überraschung war aber nicht geringer. Deutsche Beamte im Ministerrat und in der EU-Kommission reagierten mit Ungläubigkeit, dann mit Verblüffung und Unverständnis. EU-Kommissionspräsident José Manuel Barroso selbst soll sich am Samstag telefonisch bei deutschen Europapolitikern erstaunt nach der Personalie erkundigt haben. In einem Telefonat habe er gefragt: „Was soll das?“, berichtet der „Kölner Stadt-Anzeiger“.

 

Oettinger gilt auf internationalem Parkett als unerfahren. In Brüssel hat er als Ministerpräsident zwar mehrfach bei EU-Kommissionspräsident Barroso vorgesprochen. Der Schwabe gilt hier aber als ein Mann aus der Provinz. „Die Fassungslosigkeit ist hier geradezu flächendeckend,“ berichtete ein deutscher Beamter am Sonntag über die Entscheidung der Kanzlerin.

 

Tatsächlich hatte keiner in den sonst gut unterrichteten EU-Kreisen mit Oettinger gerechnet. Zuletzt waren drei Namen immer wieder genannt worden: Hessens Ministerpräsident Roland Koch, der europaerfahrene Elmar Brok und Familienministerin Ursula von der Leyen.

 

Doch während der Europaabgeordnete Brok, der maßgeblich an der Ausarbeitung des neuen EU-Vertrags beteiligt war, das komplizierte Räderwerk der europäischen Politik genau kennt, fragen sich viele in Brüssel, ob sich der Landespolitiker in der internationalen Atmosphäre Brüssels zurechtfinden wird. „Deutschland schickt jetzt einen Mann aus der Regionalliga zur Europameisterschaft,“ meint fast schadenfroh ein SPD-Politiker. Den designierten Kommissar selber ficht das alles nicht an. „Wenn jemand argwöhnt, dass dies eine Abschiebung sei, kann ich darüber nur lachen“, sagte Oettinger. Er sei zwar von der Nominierung überrascht worden. Er könne in seinem neuen Amt aber mehr für Deutschland tun als in seinem jetzigen Posten. „Dieses Angebot kann man nicht ablehnen.“

 

Nicht alles spricht ja auch gegen einen EU-Kommissar aus der europäischen Provinz. So kommen die Erfahrungen eines Ministerpräsidenten dem Gremium der Kommissare in der obersten Etage der Brüsseler EU-Behörde durchaus zugute. Die Gefahr sei aber groß, dass Oettinger in Brüssel mit einem unwichtigen Arbeitsbereich abgefunden wird, meint ein deutscher EU-Politiker am Wochenende. Vielleicht, so fügt er hinzu, sei das aber gar keine Katastrophe. Vermutlich setze die Kanzlerin nämlich weit mehr als auf den deutschen Kommissar auf ihren Draht zu Barroso. Tsp 26

 

 

 

Kommentar. Brüssel als Abschiebeplatz

 

Träumt noch jemand davon, dass die EU-Regierungen endlich einmal eine Exzellenz-Initiative starten für die Besetzung von Posten in Brüssel und damit der europäischen Sache Gewicht verleihen? Vergesst es! Das deutsche Überraschungspaket ist geplatzt und herausspringen ließ die Kanzlerin als "unseren" EU-Kommissiar Günther Oettinger. Ein Überzeugungstäter, ein deutsches Schwergewicht für Brüssel?

 

Das waren Merkels Kriterien nicht - auch wenn sie und andere ihm Wirtschaftskompetenz mit hohem Brüsseler Gebrauchswert zubilligen. Merkel suchte ein Austrag-Stüberl für einen schwächelnden Ministerpräsidenten, damit er der CDU nicht die nächste Wahl in Baden-Württemberg verdirbt. Sie schiebt aber auch einen nach Europa ab, der zuhause als politisch unkalkulierbar und thematisch irrlichternd aufgefallen ist - zu Merkels Verdruss.

 

So griff sie ein, als Oettinger den NS-Marinerichter Hans Filbinger zum Widerstandskämpfer stilisierte. Gilt hier das Kalkül, Oettinger richte in Brüssel weniger Schaden an, ist das nicht nur ein Signal kleinkarierter Parteitaktik. Es ist auch eine gefährliche Geringschätzung der EU-Institutionen - und das in Krisenzeiten.

 

Da entlastet nicht, dass auch andere, wie Nicolas Sarkozy für seinen gefallenen Kabinett-Star Raschida Dati, die EU zur Entsorgung nutzen. Oettinger immerhin wird nur mit dem Segen des Europaparlaments Kommissar. Aber das hat ja auch den ungeliebten Merkel-Freund José Barroso als Kommissionschef durchgewinkt. Mit Tony Blair als Speerspitze des Ministerrats wäre das Europa der alten Gesichter komplett. Die haben ausgesorgt, Europa nicht. Brigitte Kols FR 26

 

 

 

Der 17. Deutsche Bundestag. Kein Spiegel der Gesellschaft

 

In Kürschners Volkshandbuch zum Deutschen Bundestag, dessen Auflage für die 17. Wahlperiode zurzeit erarbeitet wird, sind kleinen typographischen Extras wichtige Hinweise zu entnehmen. Wie Fußballnationalspieler stolz ihre Sterne auf der Brust tragen, die für die Weltmeistertitel stehen, zieren die Abgeordneten neben ihrem Porträt kleine Sternchen. Bei „Dr. Schäuble, CDU“ werden künftig derer elf stehen – für elf Wahlperioden.

Wolfgang Schäuble zog 1972 erstmals in den Bundestag ein, als dieser noch am Rhein stand, die Republik „Willy“ wählte und die SPD auf ihrem Zenit war. Der Südbadener ist der Abgeordnete mit den meisten Sternchen. Gefolgt wird er unter anderem von „Müntefering, SPD“ mit zehn Sternchen. Während der eine wieder der neuen Bundesregierung angehören wird, nimmt der andere als einfacher Abgeordneter in den Reihen der Opposition Platz. Beide zählen zu den letzten aktiven Parlamentariern, die noch die sozialliberale Koalition im Bundestag erlebt haben. Eine Handvoll Parlamentarier hat neun Sternchen – auch sie waren somit Beteiligte der Wende von 1982, der bislang letzten Anwendung des Artikel 67 Absatz 1 des Grundgesetzes, des konstruktiven Misstrauensvotums.

Der Altersdurchschnitt liegt bei 49 Jahren

Beide, Schäuble und Müntefering, gehören zu den ältesten Abgeordneten – der Sozialdemokrat wird im Januar 70, der Christliche Demokrat ist 67 Jahre alt. Ältestes Mitglied des Hohen Hauses ist der CDU-Abgeordnete Heinz Riesenhuber (73), dessen Porträt übrigens ebenfalls zehn Sternchen schmücken. Er wird an diesem Dienstag die konstituierende Sitzung des 17. Deutschen Bundestages als Alterspräsident eröffnen. Riesenhuber zog 1976 erstmals in den Bundestag ein, ebenso wie Michael Glos (CSU). Zehn Prozent der Abgeordneten des neuen Bundestages wurden während der damaligen Wahlperiode oder später geboren.

Abgeordnete jenseits der 67 Jahre gibt es nicht viele. Die meisten MdBs – 62 Prozent – sind zwischen 40 und 60 Jahre alt. Der Altersdurchschnitt liegt bei 49 Jahren. Zwei Prozent der Abgeordneten sind jünger als 30 Jahre. Der jüngste ist mit 22 Jahren Florian Bernschneider von der FDP, die nach den Grünen über die durchschnittlich zweitjüngste Fraktion im Bundestag verfügt. Die durchschnittlich älteste Fraktion stellt die SPD mit 52 Jahren. Sie zählt nur noch 146 Abgeordnete, 76 weniger als 2005. Nur 28 Mitglieder der SPD-Fraktion sind Parlamentsneulinge. Proportional den höchsten Anteil an Neulingen stellt die FDP mit 40 von 93 Abgeordneten, gefolgt von CDU/CSU mit 73 von 239.

Der Frauenanteil variiert von Fraktion zu Fraktion. Bei Grünen und Linkspartei sind sie in der Mehrheit, in der SPD-Fraktion stellen sie 56 von 146 Abgeordneten, in der FDP 23 von 93, in der CDU 42 von 194 – und in der CSU-Landesgruppe nur 6 von 45. Insgesamt sind von den 622 Abgeordneten 204 weiblich – 33 Prozent gegenüber 32 in der Wahlperiode zuvor. Die Entwicklung liegt im allgemeinen Trend der vergangenen Jahrzehnte, in denen der Frauenanteil stetig gestiegen ist. Jedoch waren es früher meist gleich Sprünge um fünf Prozentpunkte.

Die Verlangsamung hat zwei Gründe. Zum einen lässt sich sagen: Je höher das erreichte Niveau, desto geringer der proportionale Anstieg. Zum anderen hängt der leicht rückläufige Anstieg mit dem starken Einbruch in der SPD-Fraktion zusammen, die traditionell über eine relativ hohe Zahl weiblicher Abgeordneter verfügt. Bisheriger Tiefpunkt der Frauenrepräsentation waren im Übrigen nicht etwa die vermeintlich rückständigen fünfziger Jahre, sondern die angeblich so progressive sozialliberale Ära. In der Wahlperiode 1972 bis 1976 betrug der Frauenanteil 5,8 Prozent. Mehr Demokratie wagen – das war offenbar zunächst Männersache.

Je bürgerlicher, desto mehr Juristen

Das Parlament am Spreeufer ist auch unabhängig von der Geschlechterfrage kein Spiegel der deutschen Gesellschaft, wie es idealistische Parlamentarismustheorien nahelegen. Repräsentation ist keine Widerspiegelung, sondern Vertretung. In der CSU heißt Repräsentation vor allem Rechtsvertretung. Die christlich-soziale Landesgruppe hat mit 18 von 45 den höchsten Anteil Juristen in ihren Reihen, gefolgt von der CDU mit 62 von 194 und der FDP mit 21 von 93. Selbst bei den Grünen ist der Anteil mit 12 von 68 relativ hoch. Generell lässt sich sagen: Je bürgerlicher die Partei, desto mehr Rechtswissenschaftler hat sie in ihren Reihen.

Bei der SPD ist traditionell der Anteil der Lehrer und der Funktionäre aus Gewerkschaften und aus der Partei selbst recht hoch. Das eint sie mit der Linkspartei. Abgeordnete mit Arbeiterhintergrund sind hingegen kaum im Parlament vertreten – auch nicht bei den Genossen. Die höchste berufliche Diversität weisen die Christlichen Demokraten auf mit Handwerkern, kirchlichen Mitarbeitern, Professoren, Landwirten und Unternehmern. Bei letzteren ist der Anteil nicht etwa in der FDP am höchsten (5 von 93), sondern in der CSU (7 von 45).

Zunehmende Professionalisierung

Der hohe Akademisierungsgrad und der große Anteil an Berufspolitikern – mehr als die Hälfte der Abgeordneten gehen neben ihrem Mandat keinem anderen, „bürgerlichen“ Beruf nach – spricht für die zunehmende Professionalisierung des Politikerberufes beziehungsweise für die weitere Ausprägung eines regelrechten Berufspolitikertums.

Zu den freiwilligen Angaben der Abgeordneten gehört der Ehestatus und die Konfession. Was Scheidungsrate (und auch das Thema Homosexualität) sowie die kirchliche Bindung betrifft, ist das Parlament durchaus Spiegel der Gesellschaft. 67 Prozent der Abgeordneten sind verheiratet, 10 Prozent ledig – die restlichen Parlamentarier geben dazu keine Auskunft. Michael Kauch (FDP) gibt eine eingetragene Lebenspartnerschaft an, Gerhard Schick (Grüne) bezeichnet sich im Handbuch als „verpartnert“.

Die Zahl der Kirchenmitglieder nimmt stetig ab: Von den 622 Abgeordneten sind 195 evangelisch – 14 weniger als in der Wahlperiode zuvor – und 176 katholisch (nur drei weniger). Quelle dieser Zahlen ist die Evangelische Nachrichtenagentur Idea. Damit gehören 59,7 Prozent der Bundestagsabgeordneten einer Kirche an. 246 Parlamentarier machen keine Angaben. Die meisten Kirchenmitglieder finden sich in der Unions-Fraktion: Ihr Anteil beträgt 93,7 Prozent – 95 sind evangelisch, 129 katholisch. Mehrere Mitglieder des Bundestages stammen aus Einwandererfamilien. Nur einer von ihnen macht Angaben zur Konfession: Omid Nouripour von den Grünen. Er ist Muslim. Majid Sattar Faz 27

 

 

 

Koalitionsvertrag. Mehr Schulden, weniger Steuern

 

Die Koalition will Steuern senken - und damit vor allem gutsituierte Familien belohnen. Die Verlierer stehen auch schon fest. Von C. Hulverscheidt und G. Bohsem

 

Sind Sie Besserverdiener, privat oder freiwillig gesetzlich krankenversichert, haben Kinder, produzieren kaum Müll und erledigen Ihren Schriftverkehr per E-Mail? Dann haben Sie allen Grund, heute Abend eine Flasche Sekt aufzumachen, denn Sie gehören zu den Menschen, die vom kommenden Jahr an tatsächlich "mehr Netto vom Brutto" haben werden - ganz so, wie es die künftige Regierungskoalition aus Union und FDP im Wahlkampf versprochen hatte.

Allerdings: Mit der Feierlaune könnte es rasch vorbei sein, denn in den Folgejahren wird ein großer Teil der Steuernachlässe von höheren Sozialversicherungskosten wieder aufgefressen werden.

Noch ärmer dran sind kinderlose, weniger gut verdienende Briefeschreiber, die viel Müll produzieren: Sie müssen sich mittelfristig auf höhere Belastungen einstellen - unter anderem deshalb, weil Schwarz-Gelb die Umsatzsteuerprivilegien öffentlicher Firmen und der Post abschaffen will. Damit könnten die Müllgebühren und das Briefporto steigen.

Natürlich, die Fälle sind konstruiert, dennoch zeigen sie, wer für CDU, CSU und FDP in den kommenden vier Jahren im Mittelpunkt ihrer Steuer- und Abgabenpolitik stehen soll: moderne, zumindest einigermaßen gut situierte Familien, die gleich von einem ganzen Maßnahmenbündel profitieren sollen: So wird der steuerliche Kinderfreibetrag ab Januar 2010 in einem ersten Schritt von heute 6024 auf dann 7008 Euro angehoben.

 

Zugleich steigt das Kindergeld um 20 Euro. Damit erhalten Eltern für das erste und zweite Kind künftig je 184, für das dritte Kind 190 Euro und für jedes weitere Kind 215 Euro pro Monat. Dem Staat entstehen dadurch Kosten von insgesamt etwa 4,5 Milliarden Euro.

Für 2011 sind weitere Erhöhungen der Kinderleistungen geplant, hinzu kommen Steuersatzsenkungen. Gesamtvolumen: 17 Milliarden Euro. Zudem soll auf Drängen der FDP der linear-progressive, also stetig ansteigende, Einkommensteuertarif durch einen Stufentarif ersetzt werden - auch wenn der Bürger davon nichts hat. Eltern, die auf einen staatlich geförderten Betreuungsplatz verzichten und Kinder unter drei Jahren daheim erziehen, sollen ab 2013 überdies ein Betreuungsgeld von 150 Euro im Monat erhalten.

Damit sie den Zuschuss nicht für Bier und Zigaretten ausgeben, wird in Einzelfällen statt Bargeld ein "Bildungsgutschein" verschickt. Rechnet man zu den schwarz-gelben Plänen die für 2010 bereits beschlossenen Steuernachlässe der alten Koalition aus Union und SPD in Höhe von 14 Milliarden Euro hinzu, ergibt sich für den eingangs erwähnten Besserverdiener und E-Mail-Fan mit beispielsweise drei Kindern eine Gesamtentlastung von mehr als 200 Euro im Monat. Allein durch den höheren Freibetrag kommen bis zu 120 Euro zusammen.

Der kinderlose Briefeschreiber

Ein Gering- oder Durchschnittsverdiener dagegen erhält für seine drei Kinder nur 60 Euro mehr. Die Ungleichbehandlung ist keine Erfindung der FDP, sondern geht auf eine Entscheidung des Bundesverfassungsgerichts zurück. Es hatte verlangt, dass der Teil des elterlichen Einkommens, der zur Sicherung des Existenzminimums der Kinder verwendet wird, nicht besteuert werden darf. Wegen des progressiven Steuertarifs führt das je nach Verdienst zu unterschiedlich hohen Entlastungen.

Der kinderlose Briefeschreiber wird die Steuernachlässe dagegen kaum bemerken, er muss sich im Gegenteil wegen der anstehenden Mehrbelastungen im Bereich der Sozialkassen auf ein Minus einstellen. So sollen nach den Plänen von Union und Liberalen steigende Sozialausgaben nicht länger die Kosten von Arbeitgebern in die Höhe treiben.

 

Das bedeutet nichts anderes, als dass die Arbeitnehmer die Belastungen des demographischen Wandels und des medizinischen Fortschritts künftig allein werden tragen müssen. So soll die bisher rein beitragsfinanzierte Pflegeversicherung durch eine zweite, kapitalgedeckte Säule ergänzt werden. Im Unterschied zur Riester-Rente wird die private Pflegevorsorge aber verpflichtend sein und wohl nicht staatlich gefördert werden. Mit der Ausarbeitung wird eine Expertenkommission beauftragt. Fachleute halten es aber für plausibel, dass auf eine Familie Mehrkosten von 20 bis 40 Euro im Monat zukommen könnten.

Noch offen ist hingegen, wie die Zukunft der Gesetzlichen Krankenversicherung aussieht. Zwar waren CSU und FDP an der Formulierung der entsprechenden Passagen im Koalitionsvertrag beteiligt, sie interpretieren sie jedoch völlig unterschiedlich: Während die Christsozialen zumindest im Grundsatz am einkommensabhängigen Beitrag festhalten wollen, streben die Liberalen eine Kopfpauschale mit steuerfinanziertem Sozialausgleich für Geringverdiener an.

Derzeit spricht einiges dafür, dass sich CDU und FDP durchsetzen werden. Da schon heute viele Krankenkassen nicht mehr mit dem zur Verfügung stehenden Geld auskommen, dürften viele von ihnen schon ab 2010 einkommensunabhängige Zusatzbeiträge von ihren Mitgliedern erheben. Diese Prämien könnten bei 10 bis 15 Euro im Monat liegen.

Bei einer Umstellung auf die Kopfpauschale könnten Spitzenverdiener die Verlierer sein, da der Sozialausgleich nicht mehr innerhalb des Beitragssystems organisiert und die Solidarität somit nicht mehr an der Beitragsbemessungsgrenze enden würde. Vielmehr würde jeder Steuerzahler mit seinem gesamten Einkommen zur Finanzierung herangezogen. Alternativ könnte die Regierung die Mehrwertsteuer erhöhen oder eine neue Steuer einführen. Beides gilt als unwahrscheinlich.

Weitere 16 Verlierer stehen dagegen bereits fest: die Bundesländer. Sie saßen nicht mit am Verhandlungstisch, müssen aber mehr als die Hälfte der Kosten tragen, die die Steuersenkungen mit sich bringen. Nach Berechnungen der Berliner Senatsverwaltung für Finanzen entfallen von