WEBGIORNALE  5-6  Ottobre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       La tragedia di Messina. Frane d'Italia  1

2.       Trattato Ue, l'Irlanda ha detto sì: 67,1%. Barroso: è un grande giorno per l'Europa  1

3.       L’informazione in Italia. Un'anomalia per l'Occidente  2

4.       Dopo il sì irlandese. Fare l’Europa, non ci sono più alibi 3

5.       Cosa vuol dire libertà di stampa  3

6.       Ue. MFE: la Repubblica Ceca deve scegliere: dentro o fuori! Basta con i ricatti! 4

7.       Germania. «Torniamo allo spirito della riunificazione»  4

8.       Anche noi siamo stati stranieri 4

9.       Berlino. Gli italiani in piazza per la libertà di stampa in Italia  5

10.   Primarie PD. Bersani preferito anche a Stoccarda  5

11.   Franceschini in Germania : un ottimo risultato  5

12.   A Francoforte la prima enoteca in terra tedesca dedicata ai vini e ai prodotti tipici dell’Emilia-Romagna  6

13.   Le primarie del PD nella Ripartizione Europa. I dati ufficiali 6

14.   Baviera. Roberto Saviano ha vinto il „Geschwister-Scholl-Preis“ del 2009  6

15.   Il 15 ottobre a Francoforte la proiezione del video “Il dovere di ricordare: riflessioni sulla Shoah”  6

16.   Alcuni eventi di Monaco di Baviera e dintorni 7

17.   La "Cavalleria rusticana " del Gruppo Folk-Acli di Kaufbeuren alla Expo di Metz, in Lorena  7

18.   Per una politica seria in favore dei ricercatori, invece di una tantum finanziata con soldi sporchi 7

19.   Bruxelles per la libertà di stampa: centinaia di italiani in piazza  8

20.   Primarie del PD all’estero. I democratici svizzeri con Dario Franceschini 8

21.   Dibattito in Commissione Esteri sulla razionalizzazione della rete consolare  8

22.   Il Governo risponde all’interrogazione sulla rete consolare. Il Consolato di Amburgo non verrà chiuso  8

23.   Rete consolare. Interrogazione a risposta immediata in Commissione  9

24.   Ginevra. Linea diretta del Console Alberto Colella con la comunità italiana della Circoscrizione  9

25.   Daniele Renzoni il nuovo direttore di Rai Italia  9

26.   "La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi". Ricerca Caritas Migrantes  10

27.   Crolla il muro della finzione  10

28.   Il grande sacco dell'Italia  11

29.   Centinaia di migliaia in piazza. "Giù le mani dall'informazione"  11

30.   Libertà di stampa, Italia all’ultimo posto in Europa  12

31.   L’apocalisse annunciata sulla collina del cemento  12

32.   Non diteci che nessuno sapeva  13

33.   Emergenza, egoismi e occhi chiusi 13

34.   Basta con le bestemmie separatiste  14

35.   Scudo fiscale, Napolitano firma. Di Pietro: «È un atto vile»  15

36.   Proibire moltiplica  15

37.   Come ti nego i diritti di cittadinanza  15

38.   Fini rinuncia al Lodo Alfano. Il Pd plaude, disagio nel Pdl 16

39.   La ricerca “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”  16

40.   Riunione del direttivo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo  17

41.   A Bologna oggi e domani gli stati generali dell’emigrazione emiliano-romagnola  17

 

 

1.       Regenfällen und Erdrutschen auf Sizilien: mindestens 20 Menschen getötet und 80 verletzt 17

2.       Pressefreiheit. Zehntausende demonstrieren gegen Berlusconis Medienmacht 18

3.       Richter-Bestechung. Berlusconi-Konzern soll 750 Millionen Euro zahlen  18

4.       Schzarz-Grüne Einigkeit. Die dritte Einheit: mit Migranten  18

5.       Migration als Chance begreifen  19

6.       Für eine Neuausrichtung der Integrations- und Migrationspolitik  19

7.       Prekäre Beschäftigung und Arbeitnehmende mit Migrationshintergrund: 20

8.       Die Iren stimmen mit deutlicher Mehrheit für den EU-Reformvertrag von Lissabon  20

9.       EU-Vertrag. Druck auf Polen und Tschechien wächst 21

10.   EU: Lissabonner Vertrag. Ein Mann gegen ganz Europa  21

11.   Union und FDP: Koalitionsverhandlungen. Ein Kampf der Kulturen  21

12.   Schwarz-Gelbe Koalition. Köpfe im Nebel 22

13.   Nach der Bundestagswahl. Unkalkulierbare Verhältnisse  23

14.   Sozialdemokratie in der Krise. Götterdämmerung für die SPD. Wer verantwortet das Gesamte?  24

15.   Krach in der SPD. Neue Parteispitze heftig umstritten  24

16.   Leitartikel. SPD in die Kur 25

17.   Sozialpolitik. Union und FDP wollen Pflegeversicherung umbauen  25

18.   Gehälter-Prognose für 2010. Übung in Bescheidenheit 26

19.   Äußerungen über Migranten in Berlin. "Welt"-Chef verteidigt Sarrazin  26

20.   Causa Sarrazin. Türkische Gemeinde bleibt gelassen  26

21.   Dominik Brunner. Bundesverdienstkreuz für Münchner S-Bahn-Held  27

22.   Hochschule für Jüdische Studien. Im frischen Gewand  27

23.   Verfassungsrichter geben Metzger recht. Der Schächter von Hessen  28

 

 

 

 

La tragedia di Messina. Frane d'Italia

 

Novantanove anni ci mise l’Italia a dotarsi della carta geologica in scala 1 a 100 mila: dal 1877 al 1976, da Agostino Depretis ad Aldo Moro. E per la nuova, in scala 1 a 50 mila (che gli esperti considerano già insufficiente) stiamo messi male: dal 1988 a oggi, dice l’ultimo rapporto del Progetto Carg dell’Ispra, siamo a 44 fogli completati (più 26 «in corso di completamento» e 255 iniziati) su 652. In ventuno anni. Dopo di che, spesi 81.259.000 euro (fate voi i conti) il progetto pare essere rimasto a secco di finanziamenti. Non porta voti, fare la carta geologica.

 

Ci sono insensatezze come queste, dietro la tragedia di Messina. Insensatezze di un Paese che, come ha detto Napolitano, sogna opere faraoniche e trascura (che noia!) la manutenzione quotidiana. Quella che per secoli salvò, al contrario, la delicatissima Venezia che ai piromani e a chi era sorpreso a tagliare un albero abusivamente attentando all’equilibrio idrogeologico infliggeva quindici anni di esilio «da tutte terre e luoghi del serenissimo dominio» e ai recidivi «sette anni in galera de condenati, a vogar il remo con ferri ai piedi».

 

Quanti hanno pagato davvero per le frane assassine del Vajont, della Val di Stava, di Sarno, di Soverato e tantissime altre? Solenni proclami sul tema «mai più! mai più!», processi interminabili, diluvi di eccezioni procedurali, avvocati pignolissimi, fascicoli di milioni di pagine e infine sentenze lette in tono burocratico tra le lacrime dei parenti: «Non è giusto, non è giusto…». E via di nuovo, sperando nella buona sorte, con leggi sempre più permissive e distratte, come quel piano casa che fino alla mattina del terremoto a L’Aquila aveva un articolo 6, precipitosamente soppresso, con scritto: «Semplificazioni in materia antisismica » .

 

«Per mettere in sicurezza tutto il nostro Paese occorrerebbero tra i 20 e i 25 miliardi di euro», ha detto il sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso. Tanti. E non è detto che basterebbero. Ma comunque meno di quanto i governi hanno dovuto spendere negli ultimi decenni per intervenire «dopo », con le file di teli bianchi stesi sui morti. Più ancora che un enorme sforzo finanziario, più che mai impegnativo di questi tempi, servirebbe però una svolta culturale. La consapevolezza che uno Stato serio non può affidarsi alla dea bendata o ai rattoppi d’emergenza. Ma anche che un pezzo di responsabilità della vita propria e di quella altrui è del cittadino. Il singolo cittadino. Che non può infischiarsene «prima» delle regole, quelle scritte e quelle del buon senso, per invocare lo Stato «dopo».

 

La storia di Messina, purtroppo, è esemplare. Lo dicono le 8 mila pratiche non ancora esaminate dal Comune (su 16 mila!) degli sventurati condoni del 1994 e del 1985 (un quarto di secolo fa) più altre 3 mila della sanatoria 2003. Lo dice il totale disinteresse per i rapporti dei geologi che già avevano previsto tutto negli anni 90. Lo dice l’assalto di questi anni di assatanati palazzinari alle sabbiose colline cittadine grazie a un piano regolatore che avrebbe dovuto vietare tutto e fu varato invece con quasi 800 deroghe che permettevano tutto. Di queste, 33 erano per Giampilieri.

Gian Antonio Stella CdS 4

 

 

 

 

Trattato Ue, l'Irlanda ha detto sì: 67,1%. Barroso: è un grande giorno per l'Europa

 

Il premier Cowen: «E' nata un'Europa più forte» - Ora si aspettano solo le ratifiche di Polonia e Repubblica Ceca

 

ROMA  - Il partito del "sì" ha vinto in maniera inequivocabile il secondo referendum irlandese sul Trattato di Lisbona: i dati ufficiali definitivi hanno confermato quanto emerso già dagli exit poll della nottata e dai primi conteggi. Il "sì" si è imposto con il 67,1% dei voti, mentre il "no" ha raccolto il restante 32,9%: sono questi i dati definitivi annunciati dalla tv pubblica Rte. L'affluenza è stata del 58%. Il passaggio di voti dal "no" al "sì" è stato del 20,5% rispetto al 2008, quando i contrari erano stati il 53,4%.

 

Il premier irlandese: il sì ha vinto, nasce un'Europa più forte. «Il "sì" ha vinto - ha detto il premier irlandese Brian Cowen - La gente ha parlato, questo è un buon giorno per l'Irlanda e per l'Europa. Gli irlandesi hanno parlato con voce chiara. Insieme all'Europa, siamo migliori e più forti. Il Trattato farà nascere un'Europa più forte e un'Irlanda migliore».

 

Il leader del partito del "no" ammette la sconfitta. «E' una vittoria molto convincente del "sì"» ha ammesso il leader del gruppo anti-Lisbona Libertas, l'imprenditore Declan Ganley che nel 2008 fu il protagonista della campagna vittoriosa contro Lisbona. «Rispetto il risultato, in ogni caso, la gente si è espressa» ha detto Ganley, che ha elogiato il premier Brian Cowen per la sua battaglia referendaria: «Dal punto di vista politico ha condotto una campagna fenomenale. E' una vittoria convincente, un mandato, gli auguro ogni fortuna». La vittoria del "sì" era stata prevista da Richard Green, portavoce del gruppo anti-Lisbona Coir, che ha condotto una delle campagne più aggressive per il "no" e che nella sua campagna aveva previsto la fine della sovranità nazionale irlandese se fosse passato il sì: «Voglio esprimere la mia solidarietà e compassione per tutte quelle persone che si sono impegnate spinte dall'amore per il proprio Paese. Siamo molto delusi, la voce della gente non è stata ascoltata, lo scorso anno, e hanno voluto ripetere il referendum».

 

Ora riflettori puntati su Polonia e Repubblica Ceca. La campagna referendaria ha avuto toni anche molto aspri, con i favorevoli che vedevano l'Europa come ancoraggio certo per uscire dalla pesante recessione (facendo notare come la catastrofe economica sia già stata evitata solo grazie all'Ue), e i contrari che prevedevano fine della neutralità, imposizione di sistemi fiscali, e leggi permissive sull'aborto come conseguenza della vittoria dei "sì". Ora, con l'approvazione del Trattato da parte degli irlandesi, la pressione si sposta su Polonia e Repubblica Ceca, i cui leader euroscettici hanno rinviato la ratifica di Lisbona.

 

Barroso: è un grande giorno per l'Europa. «E' un grande giorno per l'Europa, grazie agli irlandesi che hanno detto un enorme sì al trattato di Lisbona - ha commentato il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso - Con il "sì" espresso dagli irlandesi, tutti gli Stati membri della Ue hanno approvato democraticamente il nuovo trattato. Spero che ora le procedure per far entrare in vigore il nuovo Trattato siano completate al più presto possibile anche da Repubblica Ceca e Polonia».

 

Il Parlamento Ue saluta la vittoria del "sì". Soddisfazione al Parlamento europeo per i risultati del referendum sul trattato di Lisbona, che indicano una netta vittoria del sì. «Mi complimento con gli elettori irlandesi per la loro saggezza nel distinguere fra verità e menzogne. Il voto non potrà che rafforzare l'Unione europea» ha commentato Joseph Daul, capo del principale gruppo parlamentare, il Partito popolare europeo (Ppe). «L'Irlanda ha votato per l'Europa» ha commentato soddisfatto il capogruppo liberale, Alexander Graf Lambsdorff, rivolgendosi poi al presidente ceco, l'antieuropeista Vaclav Klaus, perché si affretti a firmare la ratifica del trattato. Klaus, ha affermato, «deve rinunciare alle sue tattiche di blocco, perché il Parlamento ha chiarito la volontà del popolo ceco. La firma di Klaus sembra ora l'ultimo ostacolo all'entrata in vigore del trattato. Anche il presidente polacco deve ancora firmare la ratifica del Parlamento, ma ha già fatto sapere che lo farà se l'esito del referendum irlandese sarà positivo. Nella Repubblica Ceca il Parlamento ha ratificato il trattato in maggio, ma Klaus non ha ancora firmato. Martedì un gruppo di senatori ha presentato un ricorso contro il trattato alla Corte costituzionale, allungando ulteriormente i tempi.

 

Frattini: avevamo fiducia negli irlandesi. «Avevamo fiducia nella capacità degli irlandesi di comprendere che hanno costruito una parte importante delle loro fortune economiche grazie al sostegno della Ue»: così il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha giudicato i primi responsi del referendum sul Trattato di Lisbona. «Credo - ha detto Frattini - che l'Europa non si possa e non si debba fermare e gli irlandesi hanno compreso benissimo che dinnanzi a loro vi era una grande sfida: essere davvero parte della strada che il Trattato di Lisbona aprirà o restare su un binario morto». IM 3

 

 

 

 

 

L’informazione in Italia. Un'anomalia per l'Occidente

 

SE è ancora possibile, nel mezzo dello scontro politico che divide l'Italia, vorrei provare ad uscire dagli slogan per ragionare su qualcosa che non è di destra o di sinistra e fa parte dei fondamentali di ogni normale democrazia, così come tutti noi la intendiamo: il diritto dei cittadini di sapere, cui corrisponde il dovere dei giornali di informare. Questo diritto nella democrazia italiana di ogni giorno è a mio parere fortemente indebolito. Il controllo dell'intero universo televisivo da parte di un solo soggetto - che è anche capo di un partito, della maggioranza parlamentare e del governo - è un'anomalia in tutto l'Occidente.

 

Già questo dovrebbe farci riflettere come cittadini, così com'è anomalo il silenzio che ormai circonda il conflitto di interessi, quasi fosse un male incurabile, con cui convivere finché qualcuno inventerà il vaccino.

Stiamo parlando di lui, del cittadino. Non dei giornali o dei telegiornali, che sono soltanto strumenti della cittadinanza, in quanto libere imprese dell'informazione. Quel cittadino - in nome del quale si svolge oggi a Roma la manifestazione per la libertà di stampa - se esposto soltanto alla luce berlusconiana dei telegiornali pubblici e privati, sa solo ciò che vuole il potere.

 

Ad esempio, non sa nulla dello scandalo che da sei mesi circonda il Capo del governo, lo ossessiona portandolo ad insultare i giornali che ne parlano, e gli impedisce di far politica liberamente, ostaggio com'è delle sue contraddizioni e delle sue bugie. Qualunque medio lettore di qualsiasi giornale europeo ne sa molto di più. Soprattutto, essendo informato, è in condizione di formulare un'opinione consapevole sulla rilevanza o meno di questo scandalo, e di esprimere un giudizio avvertito e autonomo.

 

Nei grandi scandali sollevati dalla libera stampa in altri Paesi, infatti, il concerto spontaneo tra i giornali che indagavano e i grandi network televisivi che rilanciavano le notizie ha reso coscienti e partecipi i cittadini, finché i leader politici coinvolti nelle vicende - tra tutti, Richard Nixon - hanno dovuto rispondere e rendere conto non solo alle domande di un'inchiesta giornalistica permanente, ma alla pubblica opinione, il cui peso è stato determinante.

 

Da noi, è successo il contrario. Quando Repubblica ha notato contraddizioni e bugie nel racconto affannato e affannoso che Berlusconi ha via via fatto della vicenda, gli ha chiesto un'intervista e non avendola ottenuta gli ha rivolto in pubblico dieci domande, quelle bugie e quelle contraddizioni sono rimaste un problema di Repubblica e dei giornali stranieri. Eppure la menzogna del potere è un problema della democrazia, dunque di tutti e principalmente del cittadino elettore: oltre che uno spazio naturale e obbligatorio per ogni libero giornalismo.

 

Abbiamo dunque avuto di fronte - noi e i grandi giornali europei - una chiara e semplice questione di verità. Non so chiamarla altrimenti. Il silenzio del Premier, riempito da urla e insulti come non accade altrove, ingigantiva infatti un'ultima, definitiva domanda: signor Presidente, qual è la ragione oscura ma a lei ben nota, che le impedisce di dire la verità al suo stesso Paese, e la costringe a mentire ai suoi concittadini?

 

Sarebbe sufficiente tutto questo, e cioè l'incapacità-impossibilità del potere di spiegare i suoi abusi, per chiedere pubblicamente che il diritto-dovere d'informazione venga rispettato. Ma c'è molto di più. Costretto da se stesso al silenzio su ciò che non può chiarire, il Presidente del Consiglio ha cercato nel crescendo degli ultimi mesi di costringere al silenzio chi indaga su di lui.

 

Prima ha parlato di complotto della stampa, come se esistesse un'internazionale del giornalismo ispirata dalle cancellerie. Poi di una manovra eversiva per farlo cadere, come se le critiche fossero un golpe. Quindi ha insultato i giornalisti di Repubblica ("delinquenti") che tentavano di rivolgergli una domanda, le poche volte in cui non sfugge ai cronisti. Dalla tribuna di un convegno di Confindustria ha ufficialmente invitato gli imprenditori a non far pubblicità sui giornali che lo criticano e cioè ha tentato di sovvertire il libero mercato per soffocare economicamente Repubblica, come ha spiegato la sera stessa ai cronisti.

 

Al corrispondente del Paìs colpevole di chiedergli conto del danno provocato all'Italia da questi scandali ha augurato il fallimento del suo giornale. In tre occasioni ha invitato gli italiani a non leggere i quotidiani, denigrandoli, in una quarta ha spiegato che la televisione è la parte buona dell'informazione e la stampa quella cattiva. Sulla sua poltrona più comoda, quella di Porta a Porta, ha proclamato che ci sono troppi "farabutti" nei giornali e in televisione, ovviamente al riparo dalle querele grazie allo scudo che si è costruito con le sue mani.

 

Davanti alle telecamere della Rai ha definito "inaccettabile" che il servizio pubblico possa criticare il governo, indicando poi per nome le trasmissioni colpevoli. Ha annunciato che risponderà solo a domande di suo gradimento. E ha certificato, definitivamente, che chi lo critica è anti-italiano: come se fosse italiano, e patriottico, registrare in silenzio tutto questo, e far finta di niente.

 

Veniamo poi all'ultimo atto. Non potendo rispondere alle dieci domande di Repubblica, il Premier le ha portate in tribunale, chiedendo al giudice di farle tacere, cancellandole. Ha denunciato i grandi giornali europei e Repubblica per aver ripreso le loro inchieste, quasi fosse possibile alzare un muro alla libera circolazione in Europa delle idee, delle opinioni e del giornalismo, purché gli italiani non sappiano, rimangano all'oscuro e non possano giudicare. Ha querelato l'Unità per aver riportato sullo scandalo giudizi del senatore Guzzanti che invece non è mai stato querelato, forse perché ha annunciato di avere molte cose da raccontare ai magistrati.

 

Infine, il killeraggio attraverso i giornali. Ad agosto il direttore del Giornale - di proprietà della famiglia Berlusconi - viene licenziato e spiega nel suo ultimo articolo il perché: ha fatto tutte le battaglie, ma si è rifiutato di rovistare "nei letti di direttori ed editori" di altri quotidiani. Ecco la concezione della stampa e del giornalismo del Presidente editore ed imprenditore. Infatti, col nuovo corso quel giornale colpisce a tutte colonne il direttore di Avvenire (il giornale dei vescovi) colpevole di aver criticato il Premier, rilanciando una vecchia vicenda già pubblicata un anno prima e spacciando per documento paragiudiziario una velina anonima che parla di omosessualità, scritta nel linguaggio dei servizi.

 

È un ammonimento alla Chiesa, perché non dia giudizi sullo scandalo berlusconiano, e ai direttori di giornale, perché girino al largo, se non vogliono finire nel mirino. Poco dopo, lo stesso giornale lancia un avvertimento con minaccia preventiva a Fini, perché si rimetta in riga se non vuole che si ripeschino vecchie vicende che si fanno balenare con esplicite allusioni sessuali.

 

Fermiamoci un momento, visto che discutiamo di informazione. Tutti hanno parlato di character assassination, ma nessun giornale ha illuminato la figura gigantesca del mandante. Eppure in ogni criminal story che si rispetti chi preme il grilletto merita poche righe, conta l'ispiratore e il movente. Allora diciamo le cose come stanno. Si è cercato di coartare la libertà politica e personale della terza carica dello Stato, e lo si è fatto non solo per ciò che Fini ha detto fin qui, ma soprattutto per ciò che potrebbe dire e fare. Colpendo lui, si lavora già per l'agonia berlusconiana, sparando nel buio del futuro per spaventare tutti.

 

La questione di verità, così, è diventata per forza di cose una questione di libertà. Perché è un vero e proprio problema di libertà - anche se molti fingono di non accorgersene - doversi domandare se il Presidente del Consiglio stia usando i servizi e le polizie contro le ragazze che testimoniano dopo gli incontri con lui, i magistrati che indagano, i giornalisti che fanno le domande. È un problema di libertà il fatto che un gruppo di cittadini in questo Paese usi nelle telefonate, negli incontri, negli spostamenti le stesse cautele che si usavano in altri tempi e in altri Paesi non liberi. C'è un problema di libertà se i giornalisti intimiditi a mezzo stampa devono pensare alla loro sorte personale quando accendono il computer per scrivere un articolo che contenga qualche critica, magari timida, al Presidente del Consiglio.

 

In ogni Paese, un leader che si sente attaccato ha il diritto di difendersi. Negli altri Paesi, ci si difende usando le armi delle idee, della politica, del ruolo straordinario che una grande leadership ha davanti all'opinione pubblica quando si presenta a dire la sua verità su una questione controversa, e sa assumersene la responsabilità: come ha suggerito più volte a Berlusconi Giuliano Ferrara. In nessun Paese libero si colpisce personalmente o si minaccia esplicitamente di colpire chi critica il potere, riducendo la stampa di proprietà ad arma impropria: salvo dissociarsi alle cinque del pomeriggio, ad esequie della vittima avvenute.

 

Resta dunque l'ultima questione: si può governare una grande democrazia, nel cuore dell'Europa e del 2009, a colpi di dossier? Che immagine dà di sé un potere spaventato e spaventoso che sostituisce la leadership con l'intimidazione? Che futuro può avere un Premier che annulla la politica con le minacce? E fin dove arriverà, fin dove arriva già oggi, la rete dei ricatti e dei veleni che si allarga sotto il doppiopetto presidenziale?

Insomma, a furia di non rispondere restano solo le domande. E non finiscono mai. di EZIO MAURO LR 3

 

 

 

 

 

Dopo il sì irlandese. Fare l’Europa, non ci sono più alibi

 

Anche questa volta l’Europa ce l’ha fatta, sia pure, e nemmeno questa è una novità, con qualche battuta d’arresto di troppo. Se una buona fetta di elettori irlandesi, per fortuna più consistente del previsto, non avesse votato diversamente rispetto al referendum del giugno 2008 sul Trattato di Lisbona, l’intera costruzione europea avrebbe visto annullato il cammino di quest’ultimo decennio (qualcosa di mezzo fra il gioco dell’oca, la tela di Penelope e il supplizio di Sisifo); oppure, alternativa non improbabile, sarebbe stata costretta a procedere a ranghi ridotti. Ora si può ragionevolmente pensare che il risultato irlandese agisca come stimolo per rimuovere le residue remore euroscettiche di Repubblica Ceca e Polonia. E che il cammino verso l’integrazione politica proceda, non importa se lentamente e a piccoli strappi (come è avvenuto sinora), ma comunque senza invertire la direzione di marcia.

Del resto, le vicende europee di questi ultimi anni - il difficile e macchinoso parto del precedente trattato di Nizza, i risultati traumatici dei referendum del 2005 in Francia e in Olanda, non solo segnalano quanto ampie e tenaci siano le resistenze di larghe fasce dell’opinione pubblica nei confronti di un processo di integrazione che appare ai più troppo burocratico e calato dall’alto (un dato, questo, che oggi sarebbe sbagliato ignorare o sottovalutare). Ma dimostrano al tempo stesso l’insostenibilità di un meccanismo che periodicamente affida le sorti dell’intera Unione al giudizio di singole quote degli elettorati nazionali: nessun organismo sovranazionale, anche quando non aspiri a trasformarsi in superstato, può ragionevolmente sopravvivere se è costretto a verificare giorno per giorno le ragioni del suo esistere e a contrattare in eterno le sue regole di funzionamento con ciascuno dei suoi soci.

Il Trattato di Lisbona, che rispetto al precedente testo rappresenta un aggiustamento ispirato più che altro alle ragioni del realismo, non elimina del tutto queste contraddizioni. Ma almeno allarga l’area delle decisioni di competenza delle autorità europee (ad esempio in materia di energia, di immigrazione e di lotta alla criminalità).

E pone le premesse per una progressiva fuoriuscita dalla logica di una Unione intesa come semplice sommatoria di Stati sovrani, ognuno dei quali capace di bloccare l’intera macchina. Certo, si può anche essere contrari all’Unione europea in quanto tale, in nome della difesa delle tradizioni nazionali o delle antiche statualità. Ma questa è oggi una posizione minoritaria e difficile da sostenere con argomenti convincenti. Dovrebbe essere evidente a tutti quanto l’Europa, intesa come l’insieme dei cittadini europei, sia danneggiata dalla sua incapacità di parlare con una sola voce e di far valere il suo non indifferente peso economico e demografico: sia che si tratti di politica internazionale, di Afghanistan e di Medio Oriente, sia che si discuta sulle vie migliori per uscire dalla crisi e per rimettere in moto la crescita, sia infine che ci si riferisca ai problemi interni dell’euro-area (uno per tutti: la gestione del fenomeno migratorio). Senza contare il fatto che l’Unione europea è anche un club di Stati democratici: farne parte (il discorso vale soprattutto per i Paesi usciti da poco dall’autoritarismo comunista) significa acquisire una solida garanzia contro le minacce al pluralismo politico e alle istituzioni rappresentative.

Questi vantaggi, e i molti altri che sarebbe facile elencare, costano naturalmente un prezzo in termini di sovranità. Un prezzo tanto più difficile da accettare in quanto il beneficiario è un’entità priva di radici territoriali e di una lingua comune. Ma è anche vero che la storia dello Stato moderno e della stessa civiltà europea è il frutto di progressive cessioni di sovranità (altrimenti saremmo ancora all’età dei feudi e delle città-Stato). E non è affatto detto che la forma dello Stato nazionale rappresenti l’esito ultimo e definitivo di quella storia. GIOVANNI SABBATUCCI Im 4

 

 

 

 

 

Cosa vuol dire libertà di stampa

 

Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.

 

Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un'opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all'altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.

 

Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: "Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?". Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati.

 

Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita.

 

In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l'incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l'informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale?

 

Chi ha votato per l'attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?

Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell'Italia?

 

Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l'Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi.

 

Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all'anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L'Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia.

 

È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall'opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l'esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.

Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva "sei alleato di una persona solo quando la ricatti". Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell'intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto.

 

Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l'alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo?

 

Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.

Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un'informazione libera.

 

In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell'Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato.

ROBERTO SAVIANO LA/LR 2

(articolo pubblicato anche da El Paìs, The Times, Le Figaro, Die Zeit, dallo svedese Expressen e dal portoghese Espresso)

 

 

 

 

Ue. MFE: la Repubblica Ceca deve scegliere: dentro o fuori! Basta con i ricatti!

 

La netta vittoria del sì nel referendum in Irlanda apre la via ad una ratifica definitiva del Trattato di Lisbona. Con il sì dell’Irlanda, tutti i popoli dell’UE (direttamente tramite referendum o indirettamente attraverso un voto dei rispettivi Parlamenti) si sono pronunciati a favore del Trattato di Lisbona.

I Presidenti euroscettici della Polonia e della Repubblica Ceca, la cui firma è l’elemento mancante per completare il processo di ratifica, non hanno più argomenti per bloccare l’entrata in vigore del Trattato. Eppure Vaclav Klaus ha  dichiarato che la sua firma non è all'ordine del giorno. Il  piano del Presidente ceco è noto: ritardare la ratifica fino alle elezioni inglesi, con la speranza che i conservatori, una volta tornati al potere, affossino il Trattato.

Per due volte di seguito i governi europei si sono dimostrati imprevidenti ed insipienti, sottoponendo ad una ratifica unanime prima la Costituzione europea e poi il Trattato di Lisbona.  Se ora accettano il ricatto di un solo uomo, si espongono al ridicolo. La Repubblica ceca sia posta di fronte ad una alternativa secca: o completa la ratifica con la firma del Presidente o esce dall'Unione.

Per evitare il ripetersi  di simili vicende, in futuro bisognerà prendere altre strade. Il Trattato di Lisbona è un passo nella giusta direzione. Infatti,  anche se ha abbandonato ogni riferimento al linguaggio costituzionale, esso sviluppa la costituzionalizzazione e la democratizzazione dell’UE: la Carta dei diritti assume valore vincolante, le materie assegnate alla codecisione tra Parlamento e Consiglio passano dal 60% al 90%, si introducono le cariche permanenti del Presidente del Consiglio europeo e di un quasi-ministro degli esteri. L'Unione europea rimane però senza un governo e senza una Costituzione, dunque un organismo poco efficiente e poco democratico. Per trasformarla in una federazione occorre farla finita con il diritto di veto in settori cruciali come la politica estera, la fiscalità e, soprattutto, la revisione dei Trattati. Affidarsi anche in futuro alle ratifiche unanimi significa impedire all'Unione di riformarsi e di rispondere alle sfide del nostro tempo.

Avanti verso un Governo ed una Costituzione europea!

Movimento Federalista Europeo (de.it.press)

 

 

 

 

Germania. «Torniamo allo spirito della riunificazione»

 

La Merkel rievoca «il coraggio di quei giorni» alla festa per il 19° anniversario

 di WALTER RAUHE

 

BERLINO - Due gigantesche marionette di legno e acciaio si sono aggirate ieri per le strade di Berlino. Le due figure - una bambina e il suo zio vestito da palombaro - si erano perse di vista per molti anni e dopo lunghe ricerche si sono ritrovate finalmente ai piedi della Porta di Brandeburgo per riabbracciarsi. La compagnia teatrale francese Royal de Luxe ha messo in scena questa fiaba poetica come un’allegoria della divisione tedesca e come un regalo alla capitale della Germania in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Questo si festeggia in realtà solo il prossimo 9 novembre, ma già ieri è ricorso nel frattempo il diciannovesimo anniversario dell’unificazione del Paese portata a termine un anno dopo la caduta del Muro.

Allora erano in tanti, Margaret Thatcher e Francois Mitterrand in testa, a temere il ritorno di una Germania egemone, sovrana e ingrandita nella quale sarebbero potuti rinascere sentimenti nazionalistici e rivendicazioni di potenza. «A diciannove anni dalla riunificazione, celebrata in pompa magna da Helmut Kohl, Willy Brandt e dall’intera leadership politica d’allora sull’oceanico piazzale antistante il palazzo del Reichstag (sede del parlamento federale), questa Germania non sembra più far paura a nessuno», ha commentato ieri un cronista britannico.

Berlino resta incantata da due marionette giganti e dalla suggestiva fiaba raccontata dalla compagnia teatrale francese. Centinaia di migliaia di persone assistono commosse al loro riabbraccio alla Porta di Brandeburgo, corrono dietro alle marionette di legno mosse da decine di assistenti sulla Unter den Linden, il viale che un tempo servì da sfondo alle inquietanti parate militari di Adolf Hitler e alla fiaccolate notturne dei battaglioni dell SS. Settant’anni separano i due avvenimenti, ma sono anni luce quelli che separano le Germanie di allora e di oggi.

Anche la cancelliera Angela Merkel ha ribadito ieri che «lo spirito della rivoluzione pacifica che nel 1989 ha portato alla caduta del Muro di Berlino e un anno dopo alla riunificazione delle due Germanie deve rimanere un esempio anche per i giorni nostri e per superare la crisi». Angela Merkel (Cdu) ha invitato i tedeschi ad avere il “coraggio” di allora e di guardare al futuro con un senso di responsabilità più forte, lasciando alle spalle i conflitti del passato. Serve uno stato di «inquietudine produttiva permanente, come quello che abbiamo vissuto nel 1989», ha sottolineato la cancelliera partecipando alla cerimonia ufficiale in occasione dell’anniversario dell’unificazione svoltasi a Saarbruecken (Germania occidentale). «Il desiderio di libertà ha portato la Germania alla riunificazione e questa è stata resa possibile grazie al coraggio di migliaia di tedeschi che hanno dimostrato la grande forza del Paese». L’unità, ha concluso, «non è piovuta dal cielo ma è stata il risultato di scelte coraggiose, di determinazione e di valore civico».  IM 4

 

 

 

Anche noi siamo stati stranieri

 

La Stampa ha pubblicato negli ultimi giorni due storie esemplari: quella dell’avvocato Loredana Ionita, romena residente a Torino, dove si è trasferita otto anni fa, e dove ha fatto, anche da clandestina, quattro mestieri, compreso quello di badante, prima di veder riconosciuti i titoli di studio che aveva conseguito nel suo Paese e di venire iscritta all’Ordine degli Avvocati torinese. E quella di Massimo Tagliati, che in Piemonte è giunto quarant’anni fa dal Veneto.

 

Non sapeva l’italiano, ma solo il suo bel dialetto, e la sua prima maestra lo cacciò di classe definendolo «un selvaggio». Ha «lottato con caparbietà» per arrivare a essere accettato, ora fa un lavoro dignitoso e si è fatto una famiglia e degli amici.

Commentando questa lettera, Mario Calabresi ha osservato che il tema dell’integrazione «sta diventando il più sentito dai lettori, quello che appassiona e divide di più». Lo è, e non da ieri, ma da diversi decenni.

Torino è stata, nel ricco Nord-Ovest, forse ancor più di Milano, l’«America» per moltitudini di emigranti venuti dalle regioni più povere d’Italia, e poi del mondo. Prima dei meridionali furono i contadini veneti, fin dagli Anni Trenta, a venire a cercare la fortuna nella città dell’auto. Questo giornale, fedele alla vocazione democratica e liberale sua e della città, ha sempre svolto un ruolo responsabile nel favorire il processo di «integrazione» dei nuovi arrivati, non sempre facile in una società dalla forte identità e piuttosto orgogliosa delle sue tradizioni; ma sempre assai civile (ricordate quando si pubblicava in pagina di cronaca la «Posta Nord-Sud»?).

 

Un fenomeno che divide

«Integrazione» è parola corretta. Ma non esprime la drammaticità e complessità di un fenomeno che ancora «divide», oggi forse più che mai. L’Italia non conosceva afflussi di massa di popolazioni straniere dai tempi delle invasioni barbariche; e solo da pochi anni, ultima tra le grandi nazioni dell’Europa ricca, è diventata la meta di moltitudini di emigranti in cerca di fortuna. Molti di loro, per lo più, sono decisamente «abbronzati». E anche se sappiamo bene, o dovremmo sapere, che i nuovi arrivati sono essenziali per la crescita della nostra economia e del nostro benessere, molti di noi rimangono turbati e offesi dal contatto con tanti «diversi».

Nel libro di terza elementare di mio nonno (nato nel 1858), che veniva ancora conservato nella biblioteca di casa, noi ragazzi leggevamo, trovandolo molto divertente, un dialogo tra padre e figlio che diceva così: «Padre, ieri mi venne veduto un uomo nero. Figlio, quell’uomo è un negro. Padre, ma io ho paura. Figlio, ma anch’egli è figlio di Dio». Noi, all’epoca, gli uomini neri li avevamo visti solo nei film americani, dove la loro parlata veniva doppiata con un accento che faceva ridere. Gli unici «non bianchi» che conoscevamo erano i cinesi che vendevano «clavatte una lila» agli angoli delle strade, e non facevano paura.

Poi, nel corso della mia vita (sono stato emigrante anch’io) ho incontrato tante dure realtà di immigrati, o di «diversi», che aspiravano a «integrarsi», a essere riconosciuti come eguali, e che venivano visti con paura o con disprezzo.

 

Il dramma degli immigrati

Non ho l’età per avere assistito al grande dramma della nostra emigrazione disperata nelle Americhe, ma non l’ho certo dimenticato, come l’hanno dimenticato la maggior parte dei miei compatrioti: cosa di cui non so capacitarmi. Ma non vi rendete conto che il dramma odierno degli immigrati in Italia era stato prima il nostro identico dramma? E che buoni cristiani siete, per disprezzare «lo straniero che vive in mezzo a noi», invece di amarlo, come prescrive duramente la vostra fede?

Ho assistito personalmente, come inviato, nel «profondo Sud» del Mississippi, alle drammatiche giornate dell’autunno 1964, quando la rivoluzione negra faceva i primi passi timorosi, quando i giovani bianchi venuti dal Nord per aiutare i negri a iscriversi per il voto nelle elezioni presidenziali (vinse Johnson) rischiavano a ogni passo di venire ammazzati.

E ne vennero ammazzati tre. Che atmosfera spessa di odio e di paura si respirava a Jackson, soltanto per essere uno straniero bianco, quindi amico dei negri! La rivivo ogni volta che rivedo quel grande film che è Mississippi burning. Quanto lontana, inimmaginabile la meta della parità. Impensabile che dopo mezzo secolo l’America avrebbe eletto un negro Presidente.

L’integrazione è difficile in ogni Stato, in ogni condizione. Perfino in Israele, i profughi delle ondate nordafricana o russa faticano ancora a essere considerati uguali dagli «olim» europei delle prime ondate. E nelle civilissime Francia e Inghilterra si hanno le «rivolte dei ghetti». A maggior ragione bisogna saper favorire, con accortezza e generosità d’animo, nell’interesse loro e nostro (la civiltà nasce da tanti incroci tra genti diverse), l’integrazione dello «straniero che vive in mezzo a noi». Perché anche noi fummo stranieri in terre ostili e lontane. ARRIGO LEVI  LS 2

 

 

 

 

 

Berlino. Gli italiani in piazza per la libertà di stampa in Italia

 

Anche gli italiani in Germania dicono: „Siamo tutti farabutti“. Più di duecento connazionali in piazza d’avanti all’Ambasciata italiana di Berlino per la libertà di stampa in Italia, in solidarietà con i manifestanti a Roma. Alla manifestazione, organizzata da diverse associazioni degli italiani a Berlino e dalla sezione locale del PD, hanno aderito anche i rappresentanti delle due maggiori sindacati dei giornalisti tedeschi DJV e DJU. “Non può essere”, ha detto Laura Garavini, deputata eletta nelle circoscrizione Europa, nel suo discorso, “che a volte sulla stampa qua all’estero si apprenda di più su alcuni scandali in Italia che non su diversi media italiani. Le intimidazioni di Berlusconi verso i giornalisti indipendenti sono una vergogna per uno degli stati fondatori dell’Unione europea. Garantire la libertà di stampa in Italia – ha aggiunto la Garavini – deve essere una delle prime priorità del centrosinistra”.

De.it.press 

 

 

 

 

 

Primarie PD. Bersani preferito anche a Stoccarda

 

Stoccarda - Questo è l’esito del congresso del Circolo PD Stuttgart 1 che si è svolto con grande e animata pertecipazione lunedì scorso, 28 settembre 2009, presso il circolo ARCES di Stoccarda-Möhringen.

Un forte momento democratico che ha visto il nostro Circolo al centro di un interessante dibattito sulle tre mozioni presentate dai tre candidati alla carica di Segretario del PD. Nel corso della serata più volte sono state esaminate e apprezzate tutte e tre le mozioni (Franceschini, Bersani e Marino) ed è stato riconosciuto il contributo di idee dei singoli candidati alla costruzione del nostro partito. La mozione però che ha convinto di più gli iscritti del nostro Circolo è stata quella di Bersani perchè quella più affine al discorso politico che abbiamo portato avanti in questi ultimi mesi: costruzione di un’identità politica riconoscibile soprattutto all’esterno e creazione di un’organizzazione che sappia coinvolgere e raccogliere le interessanti idee che ruotano attorno al nostro partito. Il Circolo Pd Stuttgart 1 ha premiato, per così dire, la concretezza di un programma che sente suo votando quasi all'unanimità la lista Bersani.  

Anche a nome del nostro Presidente, Giuseppe Di Maggio, desidero ringraziare tutti gli iscritti che hanno partecipato al congresso, in particolare Giovanni Baruzzi per l’esposizione della lista „Insieme per Bersani“ e il comitato di presidenza composto da  Giuseppe Tabbì, Carmela Cocci, Michele Genco e Domenico De Palma, nonché il Signor Rocco De Filippo che ha assistito da garante al corretto svolgimento della votazione.

Le Primarie dei Circoli sono oramai concluse, adesso il nostro lavoro si concentrerà sulle Primarie del prossimo 25 ottobre, un altro importante appuntamento democratico che vedrà coinvolti iscritti e simpatizzanti del Pd per votare il futuro Segretario del Partito democratico. Vi aspettiamo dunque!

Cristina Rizzotti, Segretario Circolo PD Stuttgart1

 

 

 

Franceschini in Germania : un ottimo risultato

 

Dario Franceschini in Germania ottiene un ottimo risultato, questo lo testimoniano i dati ufficiali che danno alla lista di Franceschini il 44% dei voti validi. Nessun candidato supera il 50% dei voti attestandosi la lista Bersani a solo il 48, 5%, dei voti,   quindi una quasi sostanziale parità tra i due candidati.

La partecipazione nei circoli è stata di  348 votanti, pari al 36 %, degli iscritti. I voti risultano così ripartiti: Bersani 169, Franceschini 153, Marino 26, pari al 7,5 %. Dopo questa prima fase riservata agli iscritti,  passa ora la parola alle elettrici e  agli elettori  del PD che il 25 ottobre potranno partecipare alle Primarie e scegliere Dario Franceschini come futuro segretario del PD.

Si aprirà così il vero dibattito su quale PD si vuole costruire, su quale contributo gli italiani che vivono in Germania sapranno dare alla forma di questo partito che vogliamo, radicato, ampio e plurale.

Dario Franceschini è  il più giovane dei candidati alla segreteria, parla una lingua lontana tanto dal politichese quanto dai tecnicismi, è vicino alla gente ed è un leader capace, crede nell’unità identitaria del PD e si fa garante di un bipolarismo forte.

La segreteria di Dario Franceschini in questa fase è l’unica che faccia crescere un PD  che sia la casa di tutti i Riformisti Democratici .

Solo con Franceschini la strada del progressismo Europeo da egli stesso promossa potrà diventare un successo di  solidarietá internazionale. Per questo invitiamo elettrici ed elettori a partecipare con forza ed entusiasmo alle Primarie.

Michele Santoriello (Pd Circolo di Francoforte), Daniela Di Benedetto (Pd Circolo di Monaco di Baviera)

 

 

 

A Francoforte la prima enoteca in terra tedesca dedicata ai vini e ai prodotti tipici dell’Emilia-Romagna

 

Francoforte – Da qualche giorno a Francoforte ha aperto i battenti “InCantina”, enoteca dedicata ai vini e alle specialità gastronomiche emiliano romagnole. E’ la prima enoteca in Germania esclusivamente dedicata ai vini e alle specialità gastronomiche tipiche dell’Emilia-Romagna. L’iniziativa si colloca nel quadro delle politiche agricole regionali emiliano romagnole impegnate nella promozione e valorizzazione dei prodotti  del territorio.

Obiettivo è “far conoscere la cultura del prodotto tipico emiliano romagnolo e del suo corretto abbinamento con i vini della regione con un’attenzione particolare alla qualità”. Il locale si propone anche come “luogo di socializzazione con la possibilità di diventare sede di eventi ed iniziative”.

Il locale, inaugurato dall’assessore regionale all’agricoltura Tiberio Rabboni e dal presidente dell´Enoteca regionale Emilia Romagna Gian Alfonso Roda, nasce dalla collaborazione degli imprenditori Enzo Zauli e Daniele Morini con Enoteca Regionale Emilia Romagna.

Posizionata nel cuore del distretto finanziario di Francoforte (Taunusstrasse 6, Frankfurt Am Main, aperto dal lunedì al sabato dalle 9 alle 19:30) “InCantina” può contare su una  superficie di 200 mq alla base del grattacielo Skyper con uno spazio eventi dotato di  ingresso autonomo. Potrà dunque ospitare anche workshop, temporary store, mostre d’arte, incontri con gli importatori, ma anche degustazioni guidate, corsi, momenti di approfondimento, party ed eventi di lavoro.

Ogni mese il menu sarà aggiornato in base ai prodotti attentamente selezionati che arriveranno dall’Italia; lo stesso vale per le 200 etichette selezionate da Enoteca Regionale Emilia Romagna tra le oltre 1000 della sua mostra permanente. “InCantina” ha inoltre scelto di dotarsi quasi esclusivamente di personale emiliano romagnolo. (Inform)

 

 

 

Le primarie del PD nella Ripartizione Europa. I dati ufficiali

 

Dopo numerose ore di lavoro, la Commissione di Ripartizione Europa è riuscita a completare il conteggio dei voti e di distribuzione dei seggi sulla base dei 66 congressi di circolo che si sono tenuti nella Ripartizione Europa. Dati ufficiali, anche se perfettibili, che ora la Commissione del PD comunica per evitare speculazioni che sono in giro

 

In tutta la ripartizione Europa hanno votato 1160 iscritti sui 2899 della ripartizione (pari al 40,1%). Bersani ha ottenuto 496 voti, 42,7%,  per un totale di 54 seggi. Franceschini ha totalizzato 492 voti, 42,4%, per un totale di 53 seggi. E Marino ha avuto 172 voti, 14,8%, per un totale di 19 seggi.

Appena ci saranno nuovi aggiornamenti, verranno subito comunicati, precisa la Commissione di Ripartizione Europa. (de.it.press)

 

 

 

 

Baviera. Roberto Saviano ha vinto il „Geschwister-Scholl-Preis“ del 2009

 

Roberto Saviano ha vinto il „Geschwister-Scholl-Preis“ del 2009, un premio letterario tedesco, che gli sarà consegnato a Monaco di Baviera il 16 novembre prossimo. Il premio ricorda i fratelli Scholl, Sophia e Hans, studenti dell’università di Monaco di Baviera e attivisti del movimento antinazista « La rosa bianca », condannati a morte nel 1943 per aver diffuso dei volantini all’università.  Nel 2008 il premio è stato assegnato allo scrittore israeliano Davis Grossmann e nel 2007 alla giornalista russa Anna Politowkaja.

 

I fratelli Scholl, come pure Anna Politoiwskaja, fan parte di coloro che "ha[nno] pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha[nno] scritto e fatto a servizio di un'informazione libera" (Roberto Saviano, „Cosa vuol dire libertà di stampa“,  in La Repubblica del 2 ottobre, vedi sopra).

  

Vi cito un passaggio dal comunicato stampa diffuso sul sito del Premio (http://www.geschwister-scholl-preis.de/preistraeger_2000-2009/2009/index.php) e ve lo traduco:  „Es ist die Klarheit und Intensität seiner Sprache, die seine Essays, Reportagen und Erzählungen so erschütternd macht: nüchtern, gleichzeitig empathisch, zart und in höchstem Maße poetisch. Seine literarische Wucht ist gespeist aus dem Zorn über die weltweite Macht der organisierten Kriminalität – trotzdem ist Roberto Saviano fähig wie kein anderer, die komplexen Sachverhalte eindringlich und allgemeinverständlich darzustellen“ (Sono la chiarezza e l’intensità del suo linguaggio a rendere così commoventi i suoi saggi, i suoi reportage e i suoi racconti: sobrio e nello stesso tempo empatico, tenero e altamente poetico. Il suo impeto letterario è alimentato dalla rabbia nei confronti del potere – esteso al mondo intero - della criminalità organizzata. Ciò nonostante Roberto Saviano è in grado – come nessun altro – di rappresentare circostanze complesse in modo vigoroso e di renderle comprensibili a tutti).

Se volte saperne di più, sui fratelli Scholl, cliccate su: http://it.wikipedia.org/wiki/RosaBianca o http://it.wikipedia.org/wiki/Sophie_Scholl.

Ciao a tutte/i, Pasquale (de.it.press)

 

 

 

Il 15 ottobre a Francoforte la proiezione del video “Il dovere di ricordare: riflessioni sulla Shoah”

 

Presenti all’evento, realizzato dall’Istituto Italiano di Cultura in occasione della Fiera del Libro di Francoforte, gli autori del Dvd Moni Ovadia e Elisa Savi

 

Francoforte – Nell’ambito delle iniziative promosse dall’Istituto Italiano di Cultura  in occasione della Fiera del Libro di Francoforte, alle 19 del 15 ottobre si terrà, presso il Goethe Institut (Diesterwegplatz 72, 60594 Frankfurt/M) la proiezione del video “Il dovere di ricordare: riflessioni sulla Shoah,” narrato da Moni Ovadia e ideato da Elisa Savi, che ne ha curato anche la regia. Nel cast del DVD, che affronta il tema della Shoah riepilogandone i principali tratti salienti dal punto di vista storico, troviamo, oltre ad Ovadia, Antonio Albanese, Mauro Berruto, Nicoletta Braschi, Lorenzo Cherubini, Maurizio Dehó, Luciano Ligabue, Luciana Litizzetto e Shel Shapiro. Nel DVD la voce narrante di Ovadia cerca di rendere in modo efficace il clima culturale e sociale da cui si è potuto sviluppare lo sterminio degli ebrei. Oltre che un dovere verso il passato, la memoria della Shoah diviene così un modo per sorvegliare i rischi della nostra società e per fare una scommessa sul presente. Il video é allegato al nuovo manuale “Di fronte alla storia” realizzato dalla Palumbo Editore.

  Ospiti d’onore della serata, patrocinata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Francoforte, lo stesso Moni Ovadia e la sceneggiatrice Elisa Savi. E’ inoltre prevista una lettura scenica in tedesco a cura della regista ed attrice Elettra de Salvo.

  A margine dell’incontro sarà possibile prendere visione di alcuni prodotti della Palumbo editore, tra cui la serie “Dal testo allo schermo” (nuova collana di audiovisivi diretta da Giovanna Taviani dal taglio interdisciplinare, dedicata ai grandi film della storia del cinema, italiano e straniero, che si sono ispirati alla letteratura), “Lezioni d’autore” (lezioni dedicate ad autori, temi e testi della letteratura italiana e di quelle straniere, realizzate dai migliori critici italiani e diretta da Romano Luperini e Pietro Cataldi) e “Le idee e le immagini”, una collana di audiovisivi diretta da Romano Luperini e Pietro Cataldi, dedicata ai grandi autori o ai grandi movimenti più significativi della letteratura Italiana: da Leopardi a Calvino, dal Postmoderno al Neorealismo.

  Moni Ovadia: musicista, attore, regista e scrittore poliedrico. E’ autore e interprete di opere teatrali di successo, tra cui ricordiamo: “Oylem Goylem” (“Il mondo è scemo” in lingua yiddish), “L’armata a cavallo, La bella utopia” e numerosissimi altri successi nazionali e internazionali. Per il cinema Ovadia ha lavorato, tra gli altri, con Bruno Ganz nel film “Diario senza date” di Roberto Andò e con Nanni Moretti in “Caro diario”. Ha al suo attivo diverse produzioni musicali e la collaborazione con i Modena City Ramblers per l’album “Appunti partigiani”, dedicato ai 60 anni della liberazione dell’Italia all’occupazione nazifascista.

  Elisa Savi: Sceneggiatrice e creatrice di moda, dal 1997 si occupa dell’immagine di Ovadia, curandone le pubblicazioni, la regia ed il montaggio dei dvd dei suoi spettacoli e delle sue interviste. Elisa Savi ha introdotto nel teatro una sua visione originale che si avvale delle esperienze maturate nell’ambito della produzione industriale, utilizzando tecniche di confezione, stampa, tintura, nonché l’utilizzo di tessuti e materiali insoliti per la tradizione costumistica teatrale. (Inform)

 

 

 

 

Alcuni eventi di Monaco di Baviera e dintorni

 

Monaco di Baviera – Di seguito riportiamo le iniziative segnalate ai connazionali nelle prossime settimane dalle Pagine Italo-tedesche di Claudio Cumani, a Monaco di Baviera e dintorni.

Lunedì 5 ottobre alle ore 18.30 è atteso al circolo della SPD Sud (Daiserstr.27) Claudio Micheloni per un incontro sul futuro del Pd (vedi Inform n.178 del 29 settembre: http://www.mclink.it/com/inform/art/09n17810.htm), mentre martedì 6 ottobre presso l’IIC viene segnalata la presentazione del film “Galileo” di Liliana Cavani nell’ambito della rassegna “Cinema e scienza”, alle ore 19. Ancora a Galileo sarà dedicato l’incontro di giovedì 8 ottobre con Claudio Cumani presso l’IIC, alle ore 19, nell’ambito degli eventi per la “Settimana della cultura italiana”.

Venerdì 9 ottobre al Liceo Dante (Wackersbergerstr. 61) alle ore 15 è previsto un seminario per insegnati di italiano nei licei bavaresi, curato da Emilia Sonni Dolce, mentre alle ore 19.30 all’IIC vi sarà un incontro con Norbert Wolf sul dipinto “Ecce Homo” realizzato da Tiziano.

Un concerto di sostegno intitolato “Artisti per un’altra Italia” è in calendario per lunedì 12 ottobre alle ore 20 presso la Steinwayhaus (Landsbergerstr. 336), organizzato dall’associazione “Un’altra Italia). Un nuovo appuntamento nell’ambito di “Cinema e scienza” è previsto martedì 13 ottobre all’IIC – ore 19 – con “I ragazzi di via Pansiperna” di Gianni Amelio (ingresso libero), mentre mercoledì 14 alle ore 19.30 “Il papà di Giovanna” di Pupi Avati sarà proiettato al Cinema Breitwand di Starnberg per la rassegna “Il cinema italiano introdotto e commentato da Ambra Sorrentino”. Mercoledì 14 è in programma inoltre presso la libreria Kunigund di Bamberg, alle ore 16.15, un “Pomeriggio di letture internazionali per i bambini a Gartenstadt, organizzato dall’associazione Mosaico italiano.

Una mostra dell’artista goriziano Silvano Spessot, intitolata “L’anima e il segno”, verrà inaugurata giovedì 15 ottobre alle ore 19 presso l’IIC di Monaco. Quadri a tecnica mista e sculture in vetro di Murano potranno essere ammirate sino al 30 novembre (ingresso libero).

Venerdì 16 ottobre ci sarà un incontro sulla storia della canzone italiana dedicato agli anni ’80 presso la o EineWeltHaus alle ore 19 con la partecipazione di Marinella Vicinanza Ott e del gruppo musicale Folk’core (ingresso gratuito). Alle ore 20, a Bamberg (al Neues Palais) è previsto un approfondimento sulla presenza degli ebrei in Italia “unico luogo in Europa con più di 2000 anni di storia, cultura e arte ebraica” con D. Turello dell’Università di Bamberg.

Infine, domenica 18 ottobre, il consueto appuntamento per i bambini con “Il laboratorio dell’italiano” presso il Bewohnertreff II (Elisabeth-Kohn-Str. 15) dalle ore 10.30 alle ore 11.15 per i bambini fino a 5 anni di età e dalle 11.15 alle 12.30 per quelli fino a 10 anni (per informazioni rivolgersi a Marinella Vicinanza-Ott: maviott@arcor.de); presso il Familienzentrum Laim (Valpichlerstr. 36) alle ore 10.30 l’incontro per genitori e bambini di famiglie multinazionali (per informazioni rivolgersi a Sara Benedetti-Baumans: sara_benedetti@web.de , Claudia Cella: cella10@web.de, o Lucianna Filidoro: lucianna.filidoro@gmx.de). (Inform)

 

 

 

 

La "Cavalleria rusticana " del Gruppo Folk-Acli di Kaufbeuren alla Expo di Metz, in Lorena

 

Continua il giro di rappresentazioni della "Cavalleria rusticana " del Folk-Acli di Kaufbeuren, fondato nel 1988, in Europa.

Nello scorso fine settimana, sabato3 ottobre, il Gruppo Folk-Acli si è esibito in Francia all'interno della Expo-Metz, in Lorena, in occasione dell'inaugurazione  del padiglione italiano, alla presenza del Console generale di Metz Marco Tornetta e del Presidente della Camera di Commercio italiana in Francia Alessandro Reitelli e di Salvatore Tabone, Presidente della camera italiana di commercio di Metz. La Fiera internazionale di Metz, 55milametri quadrati di ampiezza espositiva, importante propulsore economico della regione ed oltre, con centinaia di migliaia di visitatori, costuisce uno degli appuntamenti  annuali più significativi.

Alle ore 20,00 nell'Anfiteatro della Fiera, capace di contenere seicento spettatori, il Folk-ACLI  di Kaufbeuren ha presentato la "Cavalleria rusticana", un  musical in chiave folclorico-siciliana tratto liberamente dall'omonima opera di Pietro Mascagni che ha riscontrato, nell'interpretazione dei 25 giovani componenti  del Folk-Acli, con scene, costumi e musiche dal vivo, il pieno apprezzamento del pubblico che nelle numerose precedenti  esibizioni ha ormai di gran lunga superato  il numero di quattromila spettatori.

Il giorno successivo, domenica 4 ottobre 200 il Folk-Acli ha ripresentato la "Cavalleria rusticana" ad Hayange, dove risiede una numerosa comunità italiana, presso la Salle  Le Palace, in collaborazione con il Comune di Hayange ed il Circolo Acli locale.

Il Presidente federale delle Acli Germania Carmine Macaluso ha accompagnato il Gruppo Folk-Acli di Kaufbeuren.

Sono previste ulteriori rappresentazioni anche nel corso dei prossimi mesi e le Acli ringraziano tutti coloro che hanno sostenuto questo progetto  di recupero di tradizioni popolari e culturali e che, per essere interpretato da giovani italiani all'estero, si inserisce nella scia di positivo protagonismo richiesto presso le nostre Collettività  alle giovani generazioni.

Inoltre essa rappresenta una viva testimonianza della vitalità dell'Associazionismo italiano all'estero e della modernità e freschezza delle proposte di coinvolgimento  alle nuove leve di aclisti. De.it.press

 

 

 

Per una politica seria in favore dei ricercatori, invece di una tantum finanziata con soldi sporchi

 

Laura Garavini commenta l’annuncio del premier

 

“Le promesse di Berlusconi servono soltanto a spacciare meglio il regalo che il Governo ha fatto agli evasori e ai mafiosi attraverso lo scudo fiscale. Sono promesse di un Governo che finora ha fatto solo del male all’università e alla ricerca italiana”. L’on. Laura Garavini commenta così le ultime dichiarazioni di Silvio Berlusconi che in un’intervista al TG5 aveva detto che i soldi che rientreranno in Italia con lo scudo fiscale serviranno “per spese di buon senso, come università e sanità” e per dare una mano ai bisognosi.

 

“Viene da chiedersi, tuttavia, come mai il Governo si ricordi solo adesso dello stato deplorevole della ricerca italiana”, dice la deputata eletta nella circoscrizione estero e prima firmataria della proposta di legge PRIME. Dal blocco del turnover al colpo di forbice ai fondi per le università: per la Garavini “l’ultima Finanziaria ha semmai contribuito ad accelerare ulteriormente la fuga dei cervelli che è diventata ormai un vero e proprio esodo”. Nasce così un sospetto: “Che l’ultimo annuncio di Berlusconi sia soltanto un’altra mossa di marketing politico.”

 

È improbabile, secondo la parlamentare, “che da un’imposta una tantum arrivi granché per il sistema della ricerca scientifica in Italia. Impossibile dire oggi a quanto ammonterà il ‘tesoretto’ da destinare alla ricerca”. Poi l’affondo della Garavini: “Il sostegno alla ricerca italiana non si dovrebbe basare su soldi sporchi che provengono da affari quali il traffico di droghe, armi e esseri umani. Ci vuole una politica seria per la ricerca e l’università. I nostri ricercatori in Italia e all’estero chiedono un piano di finanziamento sostenibile, a lungo termine e un sistema della ricerca che si basi sul merito”. De.it.press

 

 

 

 

 

Bruxelles per la libertà di stampa: centinaia di italiani in piazza

 

Bruxelles - Diverse centinaia di italiani imbavagliati hanno partecipato, questa mattina a Bruxelles, alla manifestazione che il coordinamento "Informazione è Libertà" ha promosso in sostegno alla manifestazione prevista per il 3 ottobre a Roma.

Tra i partecipanti, bandiere dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, dei

partiti del centrosinistra italiano e tanti semplici italiani venuti ad esprimere la

propria solidarietà all'iniziativa della Federazione Nazionale della Stampa.

Con loro, tanti funzionari delle istituzioni europee, membri e rappresentanti di

associazioni ricreative, lavoratori e studenti italiani.

Per Davide Pernice, segretario del circolo di Bruxelles del Pd e tra gli

organizzatori della manifestazione, "si è trattato di una manifestazione come

non se ne vedevano da tempo tra gli italiani del Belgio, segno che le ragioni di

chi si batte per la libertà di stampa vanno oltre le categorie di appartenenza ai

partiti politici".

"In particolare - continua Pernice - stupisce la quantità di giovani e

giovanissimi italiani di seconda generazione, tutti con il loro cartello 'Siamo tutti farabutti’, a testimonianza del fatto che i deliri del Presidente del

Consiglio ormai hanno una eco planetaria, e che preoccupano non solo gli

italiani in Italia, ma i tantissimi italiani all'estero che seguono con ansia e

preoccupazione le recenti intimidazioni della maggioranza di governo ai danni

dei giornalisti liberi". De.it.press

 

 

 

 

Primarie del PD all’estero. I democratici svizzeri con Dario Franceschini

 

Il Partito democratico è un partito di recente formazione che sta tracciando, non senza sforzi e contraddizioni, le linee maestre che guideranno il percorso politico e strategico del centrosinistra nei prossimi anni. Da quando ha ricevuto il mandato, Dario Franceschini, ha dimostrato non solo di essere un ottimo segretario, ma anche di avere le idee chiare circa il futuro del PD in particolare e dell'assetto politico dell'Italia, più in generale.

Le recenti sconfitte inanellate dal PD, di cui tutti i candidati alla segreteria sono corresponsabili, per la semplice ragione che tutti hanno fatto campagna sotto la stessa bandiera, si inseriscono all'interno -e dunque come parte- della cornice di un quadro europeo ben più complesso ed articolato, che fa da sfondo all'attuale fase di "dominio delle destre" che, volenti o nolenti, sta caratterizzando la transitoria scena politica europea. Il recente, ma non inatteso, crollo della SPD in Germania dovrebbe, a ragion veduta, servire da monito per  promuovere nuove prospettive sociali e politiche. Il continuo cambio di segretario non giova a nessun partito! Esso, infatti, viene percepito dall’opinione pubblica, dai simpatizzanti e dagli osservatori come sintomo di debolezza e disorientamento.

E a nulla servirà il ritorno alla conservazione con la radicalizzazione a sinistra alla quale la SPD sarà costretta per tentare di recuperare voti e profilo. Alla prossima tornata elettorale  il fiasco sarà totale! Per quale oscura e masochistica ragione l'attuale PD, che poggia su solide gambe riformiste e democratiche, dovrebbe rinunciare ad un futuro innovativo a favore di un passato e di una Nomenklatura che non vogliono tramontare? Radicalizzare le posizioni del PD significherebbe ipso facto decretarne la fine ante festum! La tedesca SPD ha già imboccato questa via, ... noi non vogliamo seguirla! Marco Minoletti, De.it.press

 

 

 

 

Dibattito in Commissione Esteri sulla razionalizzazione della rete consolare

 

Auspicato un adeguato confronto parlamentare sulla materia. Gli interventi dei senatori Micheloni (Pd), Marinaro (Pd), Bettamio (Pdl) e del presidente Dini

 

ROMA – Il tema della razionalizzazione della rete consolare è stato discusso dalla Commissione Esteri del Senato. Durante il dibattito il senatore del Pd Claudio Micheloni, eletto nella ripartizione Europa, ha ricordato come in occasione delle ultime audizioni del sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica si fosse convenuto, per quanto riguarda il processo di razionalizzazione della rete degli uffici all’estero, di costruire un luogo di confronto tra Parlamento e Governo prima di assumere decisioni definitive in materia.

  Da Micheloni è stato inoltre fatto notare come, in assenza di questa comune riflessione, il Mae stia procedendo sulla strada del piano di razionalizzazione.

Francesca Marinaro (Pd) ha evidenziato come a tutt’oggi sia indispensabile un confronto parlamentare su questa ristrutturazione, che deve essere inserita in una più complessiva analisi circa le funzioni che la nostra diplomazia deve e dovrà svolgere.

Dalla Marinaro è stato inoltre ricordato come il Trattato di Lisbona preveda la creazione di un servizio diplomatico al quale anche il nostro Paese, attraverso l’amministrazione del Ministero degli Esteri, dovrà dare un contributo qualitativamente e quantitativamente significativo.

Il presidente della Commissione Esteri Lamberto Dini, dopo aver auspicato un confronto parlamentare adeguato sulla materia, ha ricordato come il sottosegretario agli Esteri Mantica abbia manifestato l’intenzione di invitare una rappresentanza della Commissione ad un sopralluogo a Bruxelles per verificare il funzionamento sperimentale del “consolato digitale”.

Un’innovazione da cui il Mae conta di ricavare risparmi e una maggiore efficienza nelle procedure funzionali che garantiscano un’efficace ristrutturazione della rete consolare.

Un’esigenza, quella di portare avanti un approfondito dibattito parlamentare sulla ristrutturazione degli uffici all’estero, che è stata evidenziata anche da Giampaolo Bettamio (Pdl) che si è inoltre detto disponibile ad aderire all’iniziativa preannunciata dal sottosegretario Mantica.

La seduta è stata chiusa dall’intervento del senatore Micheloni che ha auspicato una visita della delegazione della Commissione, invitata da Mantica a Bruxelles, anche al consolato di  Charleroi, al fine di constatarne il funzionamento ed il carico da lavoro. Questo ufficio, nel caso come ipotizzato fosse soppresso il consolato di Liegi, dovrebbe infatti estendere la sua competenza a tutto il Sud del Belgio. (Inform)

 

 

 

 

Il Governo risponde all’interrogazione sulla rete consolare. Il Consolato di Amburgo non verrà chiuso

 

Narducci, rete consolare: il Governo s’impegna a garantire i servizi, l’Amministrazione decide le chiusure

 

Il Sottosegretario agli Affari esteri, on. Stefania Craxi, ha risposto all’interrogazione  a risposta immediata presentata dai deputati Narducci, Fedi e Maran in Commissione affari esteri martedì 22 settembre (vedi sotto, ndr), con cui gli interroganti chiedevano “quali atti amministrativi ha nel frattempo prodotto il Governo, o è in procinto di produrre, sulla ristrutturazione delle rete diplomatico-consolare italiana, conformemente alle  determinazioni della risoluzione 8-00050 approvata dalla Commissione stessa il 21 luglio 2009.

Nel frattempo, il 21 settembre scorso, la Direzione Generale per le Risorse Umane ha informato le organizzazione di rappresentanza del personale del MAE che a conclusione di una fase di riflessione il consiglio di amministrazione della Farnesina ha maturato di procedere in due fasi, delle quali la prima comporterebbe modifiche sostanziali come il declassamento a Consolato di Basilea e Karachi dall’1.12.2009; l’accorpamento, a decorrere dall’1.6.2010, del Consolato Generale di Bruxelles e dell’Agenzia d’Italia di Genk all’ Ambasciata di Bruxelles,  del Consolato di Mulhouse al Consolato Generale  di Metz, del Consolato di  Saarbruecken al Consolato Generale di Francoforte, dell’Agenzia Consolare di  Coira al Consolato di  San Gallo, del Consolato di Norimberga al Consolato Generale di Monaco di Baviera.

Insomma, salvo le ragionevoli rinunce alla chiusura di Amburgo, Detroit, Losanna o degli uffici in Australia, la tabella di marcia ipotizzata dal Consiglio d’Amministrazione del MAE confermerebbe quanto previsto nella proposta originaria che, giova ricordarlo, ha seminato rancore e malcontento nelle comunità italiane all’estero, fino a sfociare in pubbliche manifestazioni di protesta, e a provocare numerosi interventi di alte cariche istituzionali delle nazioni o delle regioni colpite dai provvedimenti di chiusura.

Nell’ipotesi prospettata dal Consiglio d’amministrazione del MAE non s’intravedono innovazioni rilevanti: non passano le richieste di declassamento anziché di chiusura degli uffici, i risparmi continuano ad essere del tutto ipotetici, s’impongono ai cittadini italiani trasferte di centinaia di chilometri, non si recepiscono gli orientamenti espressi dalle competenti istanze politiche e dagli organismi di rappresentanza, non si considerano debitamente gli interessi economici e culturali – strettamente connessi tra di loro – del sistema Italia.

A fronte di tutto ciò l’interrogazione si è proposta di acquisire le determinazioni e la volontà del Governo, così come il grado di rispetto della risoluzione approvata con il placet del Governo stesso.

Le risposte date dal Governo all’interrogazione dei summenzionati deputati hanno un tono vago: da una parte s’intravede la volontà di rassicurare le comunità, dall’altra si promettono interventi per aumentare l’efficienza (l’informatizzazione come panacea di tutti i problemi). In concreto, il Governo ha risposto che

- “il Ministero degli Affari Esteri sta procedendo agli approfondimenti necessari della prevista realizzazione della rete estera, laddove essa presenti aspetti di particolare complessità di natura organizzativa e logistica relativa alle sedi coinvolte nel processo”.

- “particolare attenzione viene posta al profilo dei servizi da erogare alla collettività italiana, che si intendono mantenere ad un livello qualitativo elevato”.

- ”parallelamente, prosegue l’impegno della Farnesina nella realizzazione di innovative piattaforme informatiche, al fine di consentire all’intera rete consolare di a) aumentare il livello di produttività degli Uffici, rendendoli sempre più efficienti e rispondenti alle esigenze dei connazionali e b) fornire all’utenza adeguati servizi telematici a distanza”.

- “nelle ultime settimane, il Consiglio di Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri ha preso nota delle linee generali della realizzazione e ha espresso un parere su alcuni provvedimenti che potrebbero divenire operativi a partire dal 1° dicembre 2009 (il ridimensionamento di rango per due sedi consolari) e dal 1° giugno 2010 (per gli accorpamenti di alcuni Uffici consolari)”.

- “il Governo ribadisce l’impegno a prendere al Parlamento un quadro complessivo della prevista razionalizzazione non appena completato il processo di approfondimento in corso, così come previsto della risoluzione 8-00050 approvata il 21 luglio scorso”.

Cosa sta bollendo veramente in pentola e quali determinazioni saranno assunte? Prima di esprimere un giudizio è doveroso attendere le comunicazioni del Governo e il dibattito che ne seguirà in sede parlamentare. Come italiani, ancorché come parlamentari, confidiamo che il Governo abbia colto appieno le ragioni espresse da tantissime parti in causa, istituzionali e della società civile, e che non prevalgono esclusivamente gli orientamenti dei dirigenti ministeriali. De.it.press

 

 

 

 

 

Rete consolare. Interrogazione a risposta immediata in Commissione

 

presentata dai Deputati Franco Narducci, Alessandro Maran e Marco Fedi martedì 22 settembre 2009

 

Al Ministro degli affari esteri per sapere. - Premesso che:

-  la III Commissione affari esteri e comunitari ha discusso più volte la proposta di riorganizzazione della rete diplomatica e consolare italiana nel mondo, singolarmente e anche congiuntamente con la commissioni Affari esteri del Senato, presentata dal Ministero degli affari esteri;

-  il progetto di riorganizzazione della rete diplomatica e consolare, con le relative decisioni, reso noto il 14 giugno 2009 dal Ministero degli Affari esteri, ha suscitato un forte malcontento nelle comunità italiane residenti nelle circoscrizioni consolari colpite dalle decisioni di chiusura degli uffici, nonché numerose manifestazioni pubbliche di protesta, l’ultima delle quali in ordine di tempo si è svolta il 19 settembre a Norimberga (Germania);

-  la riorganizzazione della rete consolare ha visto anche uno straordinario interessamento delle autorità istituzionali e politiche, nonché di numerose organizzazioni (associazioni, Caritas, ecc.) delle nazioni in cui si progetta di chiudere gli uffici consolari e che ospitano popolose comunità di cittadini italiani, che si sono rivolti sia al Presidente del Consiglio sia al Ministro degli Affari esteri, On. Franco Frattini, chiedendo di mantenere le nostre sedi di rappresentanza e offrendo, in alcuni casi, supporto logistico;

-  la III Commissione affari esteri e comunitari ha discusso, il 21 luglio 2009, la risoluzione 7-00193 (Narducci e altri) sul processo di razionalizzazione della rete degli Uffici all'estero, presentata con spirito bipartisan da numerosi parlamentari della Commissione, al fine di ricercare soluzioni adeguate agli interessi del nostro Paese e delle comunità italiane emigrate confrontate con la soppressione di servizi di primaria importanza

(approvazione della risoluzione numero 8-00050).

- la risoluzione sopra menzionata impegna il Governo a “riconsiderare le modalità di razionalizzazione degli uffici consolari all'estero” e a presentare il progetto complessivo al Parlamento e al CGIE entro il 2009. Inoltre, la risoluzione impegna il Governo “a verificare le modalità transnazionali di accesso alle strutture consolari da parte dei nostri cittadini per evitare loro di dover percorrere centinaia di chilometri (esempio: Mulhouse/Basilea anziché Metz), in considerazione del fatto che gli Stati interessati dalle chiusure in Europa appartengono tutti “all’area Schengen”;

tutto ciò premesso, gli interroganti chiedono

quali atti amministrativi ha nel frattempo prodotto il Governo, o è in procinto di produrre, sulla ristrutturazione delle rete diplomatico-consolare italiana, conformemente alle  determinazioni della risoluzione sopra richiamata.

On. Franco Narducci, On. Marco Fedi, Il Capo Gruppo On. Alessandro Maran

(de.it.press)

 

 

 

 

Ginevra. Linea diretta del Console Alberto Colella con la comunità italiana della Circoscrizione

 

Nell’ambito della strategia di comunicazione implementata da qualche mese del Consolato Generale d’Italia, è stata attivata in questi giorni una nuova iniziativa denominata “Parla con il Console”. Visitando la pagina del sito del Consolato http://www.consginevra.esteri.it/Consolato_Ginevra/Menu/Il_Consolato/Il_Console/ è possibile scrivere un’e-mail personalmente al Console generale Alberto Colella, formulando proposte, osservazioni, commenti e – perché no – anche critiche sull’attività del Consolato generale a Ginevra.

Colella è determinato a fornire una risposta personale a tutti coloro che usufruiranno di questa inedita opportunità.

 

Già presente in quasi tutte le manifestazioni organizzate dalla comunità italiana del Cantone, l’iniziativa del Console Generale Colella mira a migliorare la comunicazione tra la comunità e le autorità consolari, instaurando un rapporto diretto tra il Consolato, il Console e il singolo cittadino. I commenti e le osservazioni formulate serviranno anche a misurare il grado di soddisfazione dei connazionali circa i servizi consolari, e ad adottare le necessarie riforme e migliorie. De.it.press

 

 

 

 

Daniele Renzoni il nuovo direttore di Rai Italia

 

ROMA - È Daniele Renzoni il nuovo direttore di Rai Italia. È quanto deciso dal Consiglio d’Amministrazione della Rai che nella seduta di oggi, 1 ottobre, ha provveduto a nominare il successore di Piero Badaloni.

Oltre alla direzione di Rai Italia, il Cda ha cambiato anche la guida del Tg3: con la nomina di Bianca Berlinguer, da anni volto del tg della terza rete, sono state completate le nomine ai tre telegiornali della Rai, dopo quelle di Augusto Minzolini al Tg1 e Mario Orfeo al Tg2.

Novità, infine, per il Tg regionali dove a sostituire Angela Buttiglione è stato chiamato Alberto Maccari

Classe 1949, Renzoni è in Rai dal 1988. Inizia come redattore nella Sede Rai del Lazio e, nel maggio 1990, viene promosso Capo Servizio. Nel 1991 viene assegnato al Tg2 dove negli anni diventa responsabile della redazione “Interni”. Caporedattore centrale dal 1998, a fine 1999 Renzoni viene assegnato alle dirette dipendenze del Direttore del Tg 2 con l’incarico di seguire l’inserimento e lo sviluppo delle nuove tecnologie e dei nuovi media all’interno della Testata.

Nel 2002 gli vengono affidate le funzioni di Vice Direttore del Tg 2, mentre l’anno seguente viene nominato corrispondente-responsabile per i servizi giornalistici radiofonici e televisivi dalla Francia e trasferito a Parigi, dover rimane fino al 2005.

All’inizio del 2006 gli viene affidato l’incarico di Vice Direttore responsabile degli "Approfondimenti di Informazione e Rubriche" di Rai Due, incarico che mantiene anche nelle successive articolazioni organizzative della Rai fino al settembre di quest’anno.

Negli anni ha condotto la rubrica Dossier del Tg2, (memorabile l’annuncio in diretta della Guerra nel Golfo), è stato autore di "Confronti", programma di approfondimento condotto da Gigi Moncalvo, e, infine, autore e conduttore del "Magazine sul due" programma che propone i ritratti di personaggi della cultura, del costume e dello spettacolo che hanno un particolare appeal anche a livello internazionale. (m.c.\aise)

 

 

 

 

 

 

 

"La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi". Ricerca Caritas Migrantes

 

ROMA - Il "tasso di criminalità" degli immigrati regolari nel nostro paese è leggermente più alto di quello degli italiani, ma solo per le fasce di età più giovani e, prendendo in considerazione alcuni altri fattori, i due tassi si equivalgono. Il coinvolgimento degli immigrati in attività criminose è legato in maniera preponderante alla condizione di irregolarità. Non esiste alcuna corrispondenza tra l’aumento degli immigrati e l’aumento dei reati in Italia. I cosiddetti reati "strumentali" o relativi alla condizione stessa di immigrato incidono moltissimo sul carico penale delle persone immigrate. Sono alcune delle principali conclusioni de "La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi", ricerca realizzata dall’équipe del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes insieme con l’Agenzia Redattore Sociale che verrà presentata martedì prossimo, 6 ottobre, dalle 11 nella sede romana della Federazione Nazionale Stampa Italiana.

Avvalendosi della "circolarità delle fonti", di inedite correlazioni, di confronti su periodi temporali omogenei e sufficientemente lunghi, la ricerca offre nuovi strumenti per la comprensione delle delicata tematica e ridimensiona in modo netto la portata di numerose affermazioni che in questi anni hanno contribuito ad alimentare l’allarme per "l’emergenza criminalità" degli stranieri.

Dopo i saluti di Franco Siddi, segretario della Fnsi, moderati da Stefano Trasatti, Direttore dell’Agenzia Redattore Sociale, interverranno Franco Pittau, Coordinatore Dossier Immigrazione Caritas-Migrantes, Lucio Barletta, Avvocato ed esperto di immigrazione, Vittorio Rizzi, Capo della Squadra Mobile di Roma della Polizia di Stato, Roberto Natale, Presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana, e Laura Boldrini, Portavoce Unhcr Italia. (aise)

 

 

 

 

 

Crolla il muro della finzione

 

C'ERA un solo Paese, fino a ieri, dove si potesse definire una "farsa" una manifestazione per la libertà di stampa in Italia. Indovinate un po', il nostro. Nel resto d'Europa e dell'universo democratico, l'anomalia italiana è ormai evidente a tutti. Bene, da oggi diventa più difficile per il potere negarla. La folla di cittadini che ha riempito all'inverosimile Piazza del Popolo e dintorni ha avuto l'effetto di far crollare un muro di finzione.

 

Ha portato un pezzo di realtà sulla scena pubblica, restituito un senso alle parole rubate dal marketing politico, come popolo e libertà, segnalato l'esistenza e la resistenza di un'Italia aperta al mondo, allegra e pronta a scendere in piazza per i propri diritti. Ed è un segnale del paradosso orwelliano in cui ci tocca vivere che proprio questa Italia si presenti in piazza al grido: "Siamo tutti farabutti".

 

È crollata in un pomeriggio una finzione costruita da mesi e anni di propaganda. Quella per cui la questione della libertà d'informazione in Italia è soltanto una lotta di élites nemiche, di qui Berlusconi e i suoi media, di là Repubblica e un pugno di giornalisti di tv e carta stampata, spalleggiati dalla fantomatica Spectre internazionale del giornalismo di sinistra. Se così fosse, aggiungiamo, avremmo già perso da un pezzo, visto i rapporti di forza.

 

Ma la questione è altra ed è quella che vede benissimo l'opinione pubblica internazionale. Da un lato c'è una concezione classica delle libertà democratiche, per cui il governo e l'informazione fanno ciascuno il proprio mestiere. Dall'altro, il fronte berlusconiano, dove è affermata ormai a chiare lettere una concezione di democrazia mutilata in cui i media debbono astenersi dal criticare il potere politico, perfino dal porre domande non previste dal protocollo. Altrimenti rischiano ritorsioni economiche, politiche, giudiziarie.

 

Sullo sfondo di un irrisolto e monumentale conflitto d'interessi, il progetto di Berlusconi è di costringere l'intero campo dell'informazione a due sole possibilità. Una metà militante a favore del padrone, cioè servile. E l'altra metà comunque deferente.

 

Nei quindici anni di carriera politica, Berlusconi non era mai giunto tanto vicino a raggiungere questo obiettivo come al principio del suo terzo mandato. Una televisione e una stampa prone ai voleri del governo, in molti casi liete di fare da semplici megafoni, hanno scortato il premier fra infinite passerelle nella luna di miele con l'elettorato. Poi qualcosa si è rotto. Le voci non servili o non deferenti rimangono poche, ma suonano forte e soprattutto sono sostenute da un crescente sostegno popolare.

 

Perfino il pubblico televisivo, il "popolo" di Berlusconi, ha cominciato a ribellarsi a una rassegnata deriva. Per il re delle antenne, abituato a riferire dell'azione di governo prima (o solo) in tv piuttosto che in Parlamento, far segnare record negativi di ascolti, quando il "nemico" Santoro polverizza un primato dopo l'altro, è davvero un brutto segno di declino. La risposta di massa in piazza all'appello del sindacato giornalisti è un altro pessimo segnale. Pessimo, s'intende, per l'egemone. Magnifico per chi continua a pensare all'Italia come a una grande democrazia occidentale.

 

Non sappiamo se l'opinione pubblica è davvero e ancora "una forza superiore a quella dei governi", come scriveva Saint Simon agli albori della democrazia. Nell'Italia di oggi è in ogni caso una forza superiore a quella di un'opposizione politica divisa, confusa e a giudicare dagli ultimi voti parlamentari anche distratta. Il potere ne è consapevole e infatti gli attacchi agli organi d'informazione in questi mesi hanno raggiunto toni mai toccati dalla polemica politica.

 

Per finire con una nota grottesca, parliamo del Tg1, ormai scaduto a bollettino governativo. Ieri sera il direttore Augusto Minzolini è intervenuto con un editoriale nel quale, dopo aver esordito definendo una manifestazione di cittadini in favore della libertà di stampa "incomprensibile per me" (nel suo caso, si capisce), ha ripetuto parola per parola gli slogan appena usati nel pastone politico dagli esponenti del Pdl.

 

Minzolini, che è quello senza occhiali - per distinguerlo da Capezzone - non è l'ennesimo portavoce del premier, ma un dipendente del servizio pubblico, pagato coi soldi del canone versato anche dai manifestanti. Anzi, forse più da loro che da altri. Dovrebbe tenerne conto e dare qualche notizia in più, invece di propinarci per la seconda volta il Berlusconi-pensiero mascherato da editoriale. Corzio Maltese LR 4

 

 

 

 

Il grande sacco dell'Italia

 

Lo chiamano nubifragio, quello che ha ucciso decine di persone nei villaggi del Messinese e gettato nel fango le loro case, e invece la natura matrigna non c’entra. Non è lei a tradire, ingannare. C’entra invece lo Stato matrigno, e c’entrano le opere pubbliche, le infrastrutture, gli amministratori matrigni. È a loro e non alla natura che occorre rivolgersi con la domanda che Leopardi lancia alla natura: «Perché non rendi poi/Quel che prometti allor?/ perché di tanto/ Inganni i figli tuoi?». È l'Italia che vediamo piano piano autodistruggersi, e non solo nel modo in cui si governa ma nel suo stesso fisico stare in piedi, nel suo esser terra, fiumi, colline, modi di abitare. Si va sgretolando davanti ai nostri occhi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni. Che ciascuno di noi accetta - per noia, per fretta, per indolente fatalismo - di fare di carta.

 

E’ essenziale leggere Gomorra per capire l’estensione del dominio del male ma basta mettere in fila i tanti disastri visti in televisione, e il cittadino non si sottrarrà all’impressione di un Paese dove perfino la terra frana a causa di questo lungo dominio.

 

Inutile dividere i mali italiani in compartimenti stagni: la morte della politica da una parte, l’informazione ammaestrata o corriva dall’altra, le speculazioni edilizie da un’altra ancora. Tutte queste cose sono ormai legate, fanno un unico grumo di misfatti e peccati d'omissione che mescola vizi antichi e nuovi. È l’illegalità che uccide l’Italia politica e anche quella fisica, la sua stima di sé, la sua speranza, con tutti i vizi che all’illegalità s’accompagnano: la menzogna che il politico dice all’elettore e quella che ciascuno dice a se stesso, il silenzio di molte classi dirigenti su abusivismo e piani regolatori rimaneggiati, il territorio che infine soccombe. Nella recente storia non sono caduti uccisi solo eroici servitori della Repubblica, che hanno voluto metter fine all’anti-Stato che mina la nazione dagli Anni 60. Muoiono alla fine gli uomini comuni, en masse: abbattuti dalla menzogna, dall’abusivismo, dalla disinvoltura con cui si costruiscono case, scuole, ospedali con materiali di scarto. Non da oggi ma da decenni, destre e sinistre confuse.

 

Il servizio pubblicato ieri su La Stampa da Francesco La Licata è tremendo. Non è solo Giampilieri che l’abusivismo ha colpito, perché le fondamenta del villaggio erano inaridite da disboscamenti irrazionali e poggiavano «su creta incerta, massacrata dalla furia della corsa al cemento» - in particolare dal cemento «allungato», che le mafie usano per guadagnare molto e presto, senza pensare al domani: l’ingordigia delle mafie e soprattutto l’impunità di cui esse godono nella penisola minacciano opere pubbliche di mezza Sicilia (gli aeroporti di Palermo e Trapani, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo, il commissariato di polizia che si sta costruendo a Castelvetrano). La terra trema in Italia e il gran traditore non è la natura ma l’omertà di un’intera società. Omertà è una parola etimologicamente incerta: pare provenga da umirtà, e sia dunque una versione succube, perversa dell’umiltà. L’abbiamo sentito dire quando ci fu il disastro abruzzese e lo stesso vale per Messina: in Giappone o in Germania non ci sarebbero tanti morti, in presenza di intemperie. Giampilieri non è un’eccezione che conferma buone regole ma è la nostra regola.

 

È diventata la nostra regola perché tutto, appunto, si tiene: la cultura dell’illegalità che si tollera e l’abusivismo che si accetta sperando di trarne, individualmente, qualche vantaggio immediato. Perché tutto trema in contemporanea: terra e politica, senso dello Stato e maestà della legge. Perché intere regioni (non solo a Sud) sfuggono al controllo dei poteri pubblici, intrise di mafia e omertà. E perché l’informazione non circola, non aiuta le autorità municipali, regionali, nazionali a correggersi, essendo inascoltata e dando solo fastidio. L’informazione indipendente irrita quando denuncia lo svilimento dello Stato che nasce dalle condotte private di un presidente del Consiglio. Irrita quando ricorda che il ponte di Messina è una sfarzosa e temeraria tenda su infrastrutture siciliane degradate. Allo stesso modo danno fastidio, e non solo all’attuale governo, le indagini di Legambiente o della magistratura. La Licata spiega come non manchino indagini e moniti che da anni denunciano la criminalità edilizia, i brogli sui piani regolatori, la cementificazione fatta di molta sabbia e poco ferro: sono a rischio di crollo trenta capannoni dell’area industriale di Partinico, sono sotto inchiesta la Calcestruzzi Spa e la Calcestruzzi Mazara Spa. In un Paese dove la legalità non ha buon nome è ovvio che l’informazione in sé fa paura, quando porta chiarezza.

 

Dipende da ciascun cittadino far sì che queste abitudini cessino. Finché penseremo che i disastri sono naturali, non faremo nulla e sprofonderemo. È un po' come nella Dolce vita di Fellini. Nella campagna romana, una famiglia aristocratica possiede una villa del '500 caduta a pezzi e nessuno l’aggiusta. Il capofamiglia s’aggira sconsolato fra le rovine, sogna di mettere un pilastro qui, una trave lì. Si lamenta col figlio che non fa nulla per riparare, che bighellona a Roma stanco di tutto. «Ma cosa vuoi che faccia, papà?», replica quest’ultimo, stomacato. È la cinica, accidiosa risposta che l’italiano continua a dare a se stesso, ai propri padri e anche ai propri figli.

 

L’indebolirsi della politica e la non volontà di governare il territorio li tocchiamo con mano e hanno ormai un loro teatrale, quasi macabro rituale. L’Italia è divenuta massima esperta in funerali, opere misericordiose, messe riparatrici, offerte di miracoli stile padre Pio. Tutta l’attenzione si concentra, spasmodica, compiaciuta, sulla nostra inclinazione a piangere, a ricevere le stigmate da impersonali forze esterne, a ripartire da zero nella convinzione (falsamente umile, ancora una volta) che da zero comunque si ricomincia sempre. Come vi sentite lì all’addiaccio? avete voglia di ricostruire? forza di credere, sopportare? così fruga l’inviato tv, il microfono brandito come una croce davanti ai flagellanti, e le lacrime sono assai domandate. L’occhio della telecamera punta su ricostruzione e espiazione, più che sul crimine che viene trattato alla stregua di fatalità. Importante è vivere serenamente il disastro, più che evitarlo cercandone con rabbia le cause. Anche il politico agisce così: non lo interessa la stortura, ma l’anelito alla lacrima e alle esequie teletrasmesse. Simbolo del disastro riparato più che prevenuto, la Protezione Civile è oggi un immenso lazzaretto, un potere divoratore di soldi e non controllato.

 

Di fronte a tanta catastrofe viene in mente il grido di Rosaria Costa, la vedova di un agente di scorta morto con Giovanni Falcone a Capaci. La giovane prese la parola il giorno dei funerali di Stato, il 25 maggio 1992 nella chiesa di San Domenico a Palermo, e disse: «Mi rivolgo agli uomini della mafia, vi perdono ma voi vi dovete mettere in ginocchio, dovete avere il coraggio di cambiare». D'un tratto la voce si rompe e grida: «Ma voi non cambiate, io lo so che voi non cambiate». Nulla può cambiare se l’impunità continua. Se l’informazione non circola, non esce dai recinti di Internet, di Legambiente, delle associazioni volontarie antimafia. Se la gente non smette di ascoltare solo messe funebri. Mario Calabresi ha scritto ai lettori indignati di questo giornale, ieri, che il «grande sacco dell’Italia» è avvenuto e avviene perché esiste un terreno fertile a disposizione di mafie e criminalità: non c’è politica seria se al primo posto non sarà messo il ripristino della legalità. Legalità e parola libera sono il farmaco di cui c'è bisogno, Falcone ne era convinto quando diceva: «Chi tace e piega la testa muore ogni volta che lo fa. Chi parla e cammina a testa alta muore una volta sola». Per questo tutto si tiene: la manifestazione di ieri sulla stampa indipendente e l’indignazione per il disastro di Messina. Barbara Spinelli  LS 4

 

 

 

Centinaia di migliaia in piazza. "Giù le mani dall'informazione"

 

Il centro di Roma gremito per la manifestazione per la libertà di informare

Giornalisti, sindacati e tanti giovani. Saviano ricorda i cronisti caduti - di MATTEO TONELLI

 

ROMA - "Il cittadino non informato o informato male è meno libero". Basterebbe questa frase, detta dal palco dal presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, per spiegare il senso della giornata. Questo 3 ottobre che ha visto 300mila persone (secondo la stima degli organizzatori, 60mila per la questura) stipare all'inverosimile piazza del Popolo a Roma, fino a creare un muro di persone in buona parte delle vie del centro.

 

Dovere di informare e diritto di essere informati, è lo slogan di cui si è fatta promotrice la Federazione nazionale della stampa. E all'appello hanno risposto in centinaia di migliaia. Arrivati in piazza del Popolo per applaudire Roberto Saviano che elenca nomi dei giornalisti caduti mentre facevano il loro mestiere. Chiedendo che non si "infanghi" il loro nome. Ricordando che "verità e potere non coincidono mai". In piazza per gridare la loro solidarietà a Repubblica, L'unità, Annozero, Report e a tutti coloro che, da tempo, sono nel mirino dell'esecutivo. Per riconoscersi. Per dire e, dirsi, che la libera informazione è il tassello fondamentale della democrazia. Per cantare che "libertà e partecipazione".

 

E' una piazza davvero affollata quella baciata da un primaverile sole romano. Con la voglia di far sentire la sua voce. Di dire che non tutto "è reality", che "un'altra Italia è possibile". Una piazza militante, certo. Con i cartelli contro Berlusconi. Che fischia sonoramente quando i precari nominano il ministro Gelmini. Ma che non fa sconti nemmeno a sinistra. "D'Alema chiedi scusa e poi vattene", recita un cartello.

 

E' una piazza che esprime un bisogno di partecipazione, di mobilitazione. Piena di ragazzi e ragazze. Sono davvero tanti quelli venuti a piazza del Popolo. Gente che cita Gramsci e il suo "odio per gli indifferenti". Una piazza variegata. Ci sono i giornalisti, davvero tanti. Anche quelli della stampa cattolica, da Avvenire a Famiglia Cristiana, il cui direttore Don Sciortino manda un messagio per dire che è "diabolico far credere che questa manifestazione sia una farsa. La legittimazione del voto popolare non autorizza nessuno a colonizzare lo Stato e a spalmare il Paese di un pensiero unico senza diritto di replica". Si schiera anche il cdr di Mediaset.

 

Ci sono cittadini che a farsi dare dei "farabutti" dal premier non ci stanno. Anche se quelli di Rai3 se lo scrivono, beffardamente, in uno striscione. Giornalisti che vedono minacciata la loro professione. "Il governo ritiri il dl Alfano e le querele contro Repubblica e Unità" dice il segretario della Fnsi, Franco Siddi.

 

E ci sono i partiti e le loro bandiere, anche se gli organizzatori avevano chiesto un passo indietro. Franceschini e Bersani (che per un giorno dimenticano la sfida congressuale), Bertinotti, Di Pietro. C'è la Cgil di Guglielmo Epifani che ha organizzato molti pullman. Mancano Cisl e Uil e la piazza li fischia. Ed ancora l'associazionismo, l'Arci, Giustizia e Libertà. Gli universitari con il bavaglio sulla bocca. Ma anche il mondo della cultura, preoccupato per i tagli, altra forma di restringimento della libertà. Nanni Moretti si mischia tra la folla e lancia un affondo al centrosinistra "che negli ultimi 15 anni ha sbagliato tutto". Serena Dandini incassa applausi. E ci sono i precari della scuola che oggi a Roma si sono ritrovati in corteo. E tantissimi semplici cittadini.

 

Come Paola Franchi e Graziella e Donatella Andreani. Sono partite da Verona alle sette della mattina. Il perché lo spiegano così: "Bisogna difendere la democrazia, oggi è sempre più difficile far conoscere verità. Lo diciamo anche ai giornalisti: tenete la schiena dritta".

 

C'è gente così a questa manifestazione che non è una festa, non è una farsa (come l'ha definita Berlusconi) e non è nemmeno uno spettacolo (nonostante ci siano i cantanti). "E' l'ennesima manifestazione contro Berlusconi" tuona la destra. E di sicuro, da queste parti, il premier non riscuote simpatie. Ma non è lui il protagonista, stavolta. Certo, alcuni cartelli lo sbeffeggiano. Richiamano la vicende delle escort a palazzo Grazioli. "L'infomazione rende liberi, papi ci rende schiavi". "Dieci ragazze per me posson bastare". "Le notizie non si coprono con il cerone". Un cartello ricorda le dieci domande di Repubblica a cui il premier non ha mai risposto. L'antiberlusconismo c'è. I fischi al Tg4 e a Feltri pure. Ma c'è anche molto altro. Ci sono cartelli che citano Calamandrei quando paragona la libertà all'aria. Altri che ricordano come non essere ascoltati non sia una buona ragione per tacere. Se c'è un messaggio che questa piazza lancia è proprio questo. Non è più tempo di feste e spettacoli. E quando Marina Rei canta Gaber, quel "libertà è partecipazione" sembra l'unica colonna sonora possibile per una giornata così. LR 3

 

 

 

Libertà di stampa, Italia all’ultimo posto in Europa

 

C’è un capitolo sull’Italia nel monitoraggio di Reporters sans frontieres dedicato allo stato di salute della libertà di stampa nel mondo. Inizia con queste parole: «I giornalisti in Italia affrontano la peggiore condizione lavorativa di tutta l’Unione Europea». Le principali difficoltà, si spiega «sono di carattere giuridoco- legale e di sicurezza personale». Queste cose, però, nessun telegiornale italiano le ha mai riportate. Chiosa il deputato Giuseppe Giulietti esponente di Articolo 21: «Eppure è lo stesso rapporto ampiamente citato in Italia quando è venuto Chavez ».

 

Insomma, gli italiani «sanno tutto dei problemi della libertà di stampa in Cina, a Cuba o in Venezuelama non sanno niente di ciò che un osservatorio indipendente e internazionale dice dell’Italia». Guardiamoci, allora, attraverso lo specchio dell’associazione di cui è attualmente segretario generale Jean-François Julliard e presidente per l’Italia è una grande firma del nostro giornalismo, Mimmo Càndito. Il titolo del rapporto è “i predatori della libertà di stampa” e, in undocumento presentato alla vigilia della manifestazione di piazza del Popolo si dice «Berlusconi si avvicina alla lista dei predatori». «L’Italia è l’unico paese al mondo nel quale il premier controlla direttamente la quasi totalità delle reti televisive nazionali: i canali di Stato in quanto primo ministro e il più grande network privato».

 

Ma il rapporto va oltre la fotografia ormai nota di quell’immenso potere: «La tv è la principale fonte di informazione per l’80 % della popolazione e, in molti casi, addirittura l’unica. Attira altissime percentuali degli introiti pubblicitari e la legge Gasparri ha di fatto annullato qualsiasi limite anti- trust». Aggiungono i reporter senza frontiere che, il nostro premier, non contento di ciò che controlla se la prende anche con le testate indipendenti e con quelle estere come El Pais e Nouvel Observateur. Manon è finita, gruppi economici e istituzioni in Italia: «Si rifiutano di fornire informazioni ai giornalisti, facendosi scudo con la privacy». Reporters sans frontier ci critica anche per l’accesso corporativo alla professione che impone l’esame di Stato e l’iscrizione all’ordine. C’è poi grande preoccupazione per la nuova legge sulle intercettazioni che deve essere esaminata al Senato: «Il nuovo disegno di legge vieta di pubblicare qualsiasi atto, fino alla chiusura delle indagini ». Ed è sempre vietata «la pubblicazione di conversazioni o flussi di comunicazione di cui sia stata ordinata la distruzione ». Le pene - denuncia l’organizzazione internazionale - sono molto pesanti: il carcere fino a sei mesi e pesanti sanzioni che colpisconoanche gli editori: multe fino a quasimezzomilione di euro,un’ammenda 18 volte superiore a quanto previsto per i reati finanziari. Con il rischio di un’ulteriore pressione sui giornalisti da parte dell’editore.

 

L’allarme di Reporters sans Frontieres è anche per la sicurezza personale dei giornalisti che si occupano di criminalità organizzata. Cita i casi di Roberto Saviano, Lino Abbate, Rosanna Capacchione. Ma queste persone costrette a vivere sotto scorta non sono le sole ad aver subito minacce. Vi sono decine di casi di minacceo attacchicomel’incendio della porta di casa o danni all’auto, anche verso i giornalisti sportivi da parte di frange ultra delle tifoserie. Preoccupazioni che hanno portato Reporters sans frontieres a scrivere al premier. La lettera è firmata da Jean-François Julliard e Mimmo Candito e chiede un incontro, citando le querele contro l’Unità e la Repubblica e gli interventi «sulla programmazione televisiva». Un’altra lettera è indirizzata ai senatori a proposito del Ddl sulle intercettazioni. Vi si sottolinea che «L’utilizzo di svariate registrazioni ha permesso ai media italiani di portare a galla gravi vicende di corruzione». «Per conoscere i nomi dei responsabili del crack della Parmalat -commenta Roberto Natale della Fnsi - gli italiani avrebbero dovuto aspettare anni». Jolanda Bufalinitutti  L’U 3

 

 

 

 

L’apocalisse annunciata sulla collina del cemento

 

Due anni fa è franata la stessa zona, ma nulla si è fatto nonostante le denunce

 

MESSINA – Nella città dove con lacrime e dolore dilaga la rabbia per quest’ondata di lutti che in parte si poteva evitare, c’è un sindaco rimasto a ripetere che ha piovuto tanto, tantissimo, come se davvero l’apocalisse su montagne senza alberi e su torrenti cementificati fosse solo colpa della natura e non una tragedia annunciata. Ed è sotto la montagna sfregiata del borgo di Giampilieri che echeggia il rimprovero a denti stretti del vescovo di Messina, Calogero La Piana, gli occhi carichi di pietà, il tono severo: «Non è colpa della natura.

Qui le responsabilità sono terrene. Adesso è tempo di solidarietà e di soccorso. Ma deve pur essere indicata la vera colpa. A due anni da un altro disastro simile, seppure non luttuoso, ci saremmo aspettati maggiore attenzione ». Già, perché la stessa montagna che campeggia sul convento di Sant’Antonio, dove tre anziane suore rifocillano due pullman di terrorizzati turisti israeliani, franò nell’ottobre del 2007 e il fango scivolò giù sulle fiumare ingessate, verso Scaletta, travolgendo ogni cosa, ma risparmiando vite umane. Una fortuna. Un miracolo. Forse, un monito lanciato agli uomini per arginare la devastazione di spiagge e colline. A modo suo, la politica promise, s’impegnò, stanziò e in pompa magna annunciò una spesa di 11 milioni di euro per il territorio di questa Messina stretta sui fianchi dei Peloritani, fatta a strisce lungo fiumare zeppe di calcestruzzo. La svolta si rivelò però un proclama subito tradito e tradotto in interventi minimi per appena 900 mila euro malamente spesi, come adesso si lamenta uno dei consiglieri dell’Ordine dei geologi, Vincenzo Pinnizzotto, che i vizi della sua città li conosce da vicino: «Spesso accade che i finanziamenti destinati a mettere in sicurezza il territorio finiscano altrove. Esigenze politiche... A ogni emergenza se ne parla un po’ e poi non si fa niente lasciando che acqua e fango dilaghino in modo selvaggio».

È materia per la Procura di Guido Lo Forte, deciso a indagare sul reato di «disastro colposo». E tanti mettono le mani avanti. Con il governatore Raffaele Lombardo che annuncia summit e nuovi piani invocando Berlusconi («Da soli non possiamo farcela») e il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, che irrompe minacciosa quando scopre la brutta fine fatta dai fondi del suo dicastero: «Basta con questo modo irrazionale di distribuire i fondi per il dissesto del territorio. Ora si tratta di mettere fine a questo malgoverno, intervenire rapidamente e richiamare anche i sindaci della provincia di Messina a una più attenta programmazione urbanistica». Fanno la voce grossa in Procura, ma qualche dubbio viene anche agli ambientalisti qui spesso considerati solo dei rompiscatole. Sarà perché sono state frettolosamente archiviate ad aprile due delle quattro denunce presentate dal Wwf, ma un po’ scettica si mostra l’eroina sempre schierata nella trincea verde di una Messina ostile, Anna Giordano: «Brucia il silenzio, lo sberleffo e l’indifferenza, insomma il muro contro cui abbiamo dovuto sbattere la faccia noi cassandre. Se avessero rispettato le norme, sospeso la variante al piano regolatore e rimodulate le opere necessarie, forse un giorno terribile come questo non ci sarebbe stato».

Battaglia dura, soprattutto dall’agosto del 2007, quando il Comune istituì la cosiddetta «Commissione valutazione di incidenza», indicata dalla Giordano come un bubbone: «Appena due mesi dopo la costituzione, nonostante le alluvioni dell’ottobre 2007, ha fatto danni a mai finire, oltre ad approvare ovviamente tutto, dalla a alla zeta. E fino a ieri al Comune si accaparravano sul piano triennale delle opere pubbliche, cemento su cemento, asfalto a go-go, con le ruspe che continuano ovunque, senza mai fermare cantieri, lottizzazioni, palazzi, ville, casermoni, strade nuove, centri commerciali a due passi dal mare, sui torrenti... ». Una denuncia accorata, in sintonia con quella di Alberto Fiorillo che dagli uffici romani di Legambiente estrae lo studio fatto con la Protezione civile sui 273 comuni siciliani a rischio idrogeologico: «Di questi 91 stanno in provincia di Messina. Abbiamo mandato un questionario. Ma ha risposto il 37 per cento. E di quei pochi il 52 per cento dichiarano di avere interi quartieri in area a rischio... ».

Uno studio riflesso nel disastro che si è presentato davanti a Bertolaso quando per guadagnare la strada del mare fra le sabbie mobili di Scaletta ha dovuto varcare una delle case abbandonate, lungo la schiera che separa la statale Messina Catania, da spiaggia e ferrovia, un muro, anzi una muraglia senza continuità. Ma, violando un soggiorno abbandonato e entrando in un corridoio con i quadretti infangati, s’è accorto di camminare su un mini torrente inglobato in quella casa senza padroni. L’ha capito arrivando all’orto, ricavato a ridosso dei binari della ferrovia. E lui, esplodendo con i suoi, con gli accompagnatori siciliani: «Lo vedete come si lascia costruire a due passi dai binari, tappando i corsi d’acqua, senza che se ne accorga nessuno, a tutti apparendo cosa normale. Da otto anni ripeto le stesse cose...». Poi gli stivali affondano lungo la spiaggia e marciando in parallelo con la statale si arriva al punto interrotto, un’intera palazzina piegata su se stessa, un convento di suore e un’altra casa spazzate via perché edificate sul letto del torrente che scende giù da Scaletta Superiore. «È l’ora che cambi tutto...» si sfoga infine mentre argina la rabbia di chi scava con le mani per trovare amici e parenti, bloccato al ritorno dal proprietario della casa attigua a quella del corridoio col torrente tappato, un agente di assicurazioni che impreca contro le autorità, ignaro di avere contribuito al disastro, fiero di stringere le mani a Bertolaso che vorrebbe rimproverarlo, stoppato: «Me lo saluta Berlusconi?».  Felice Cavallaro, CdS 3

 

 

 

Non diteci che nessuno sapeva

 

E’ proprio un Paese bizzarro l’Italia, pensate che d’autunno piove - qualche volta a lungo -, i fiumi straripano e le tempeste mangiano le spiagge. E pensate che, se avete costruito nel letto di un fiume, ci sono buone probabilità che la vostra casa venga spazzata via per colpa delle alluvioni. Un fenomeno nuovo, si potrebbe pensare, mai segnalato finora, specialmente nel Mezzogiorno: chi potrebbe immaginare che intere colline d’argilla franino a mare portandosi con sé case e persone? Non serviva un geologo, bastava un archivista che avesse rovistato nei documenti comunali.

 

Per sancire come le frane siano un fenomeno comune, esattamente come le mareggiate, nel Messinese: le ultime quattro vittime nel 1998, appena a Nord della città. Ma in Italia avviene, in media, uno smottamento ogni 45 minuti e periscono, per frana, di media, sette persone al mese. Già questo è un dato poco compatibile con un Paese moderno, ma se si scende nel dettaglio si vede che, dal 1918 al 2009, si sono riscontrate addirittura oltre 15 mila gravi frane. E non solo frane, ma anche alluvioni (oltre 5 mila le gravi, sempre dal 1918), spesso intimamente connesse agli smottamenti. Questo nonostante oggi la protezione civile sia molto più efficiente di solo venti anni fa. Le frane sono un fenomeno naturale, ma non lo sono le migliaia di morti né le azioni dell’uomo che le innescano al di là delle condizioni naturali.

 

Tutto questo era ben noto fino dal tempo della commissione De Marchi, che fotografò, per la prima volta in modo organico (nel 1966), il dissesto idrogeologico del territorio italiano in otto volumi in cui si suggerivano anche alcuni interventi indispensabili e ritenuti urgenti fino da allora. Sono passati decenni e c’è ancora chi si stupisce oggi. Non solo: la situazione è stata aggravata dalla massa assurda delle nuove costruzioni, da centinaia di chilometri di strade, da disboscamenti insensati e dagli incendi mirati, dai condoni edilizi che espongono al rischio migliaia di cittadini che hanno scelto deliberatamente di delinquere. Ma come volevate che finissero quelle case, magari abusive, che strozzano i letti dei corsi d’acqua, come dovevano finire i viadotti troppo bassi, le strade e il cemento che hanno sclerotizzato il territorio?

 

Eppure - a differenza dei terremoti - le frane possono essere previste e i nomi sono già storia: Ancona (1982), il Monte Toc al Vajont (1963), la Valtellina (1987), Niscemi (1997), Sarno (1998), l’autostrada del Brennero (1998), Soverato (2002) e così via disastrando. Secondo il Cnr il totale del territorio a rischio di frane, o comunque vulnerabile dal punto di vista idrogeologico, in Italia, è pari al 47,6%. Quasi il 15% del totale nazionale delle frane, e quasi il 7% delle inondazioni, avviene in Campania (1600 in 75 anni), dove 230 Comuni su 551 sono a rischio di smottamento. La superficie vulnerabile per frane e alluvioni è, in Campania, pari al 50,3% del territorio regionale.

 

Il Trentino sfiora l’86% - in vetta alla graduatoria -, le Marche arrivano all’85% e il Friuli è ben sopra il 50%: resta da chiedersi come mai però nel Mezzogiorno quel rischio potenziale si traduce più spesso che altrove in catastrofe, con Basilicata, Calabria e Sicilia che vanno comunque oltre il 60% del territorio a rischio. Ma la risposta la conosciamo già: l’incuria del territorio è qui diventata prassi quotidiana, perché gli amministratori preferiscono costruire un’opera pubblica, anche se inutile, purché si veda e porti consenso: chi si accorgerà invece di una manutenzione ordinaria, spesso invisibile, del territorio?

 

Per non parlare dell’incivile tolleranza all’abusivismo o dell’ignoranza di qualsiasi principio fisico che informi il territorio: che ne sanno gli amministratori che una frana è uno spettacolare esempio di un fenomeno geologico del tutto naturale, che porta al trasferimento di materiale dall’alto in basso grazie alla forza di gravità? E che le cause generali delle frane sono molte, ma, in tutto il mondo, l’intervento dell’uomo gioca un ruolo fondamentale? Fra qualche giorno nessuno ricorderà i morti di Messina e si continuerà a inseguire il sogno di un ponte inutile che renderà ineluttabile il dissesto idrogeologico, quando non vedrà compromessa addirittura la stabilità complessiva di un intero settore della penisola. Stornando risorse che dovrebbero essere spese per salvare vite e non per inseguire follie faraoniche.

LS 3

 

 

 

 

Emergenza, egoismi e occhi chiusi

 

Terra “siccagna” dicevano della loro isola i vecchi contadini siciliani; senz’acqua, né di cielo, né di montagna, per la gran parte dell’anno. Chiedendosi perplesso come i viaggiatori arabi avessero potuto trovarvi “giardini e frescure” magnificandoli, tanto a Siracusa, quanto a Palermo e dappertutto, Leonardo Sciascia scrisse un libricino intitolato, con una punta d’ironia, “Le acque di Sicilia”: ricordò le sue illusorie avventure alla Tom Sayer sul greto di un tal Torrente Boffalora vicino casa, a Racalmuto, che tutto sembrava meno che un torrente essendo perennemente all’asciutto.

Eppure, questa terra “siccagna” può all’improvviso produrre valanghe di fango distruttivo che precipitano a valle trascinando ogni cosa incontrata lungo il percorso. Allora, l’acqua agognata per mesi e mesi, chiesta in processione come acqua santa, diventa una maledizione. Succede spesso all’inizio dell’inverno nella zona di Trapani, in quella di Enna, nelle valli agrigentine. Stavolta è più grave per via della conformazione morfologica dell’area nord-orientale dell’isola. Qui la catena dei Peloritani - composta da rocce di ricoprimento che convivono con asfalti e sabbie - è solcata da molti corsi d’acqua solitamente “siccagni” non per nulla chiamati fiumare: letti larghi e selciosi, pacifici finché non si gonfiano di pioggia. L’altro giorno di pioggia ne è caduta per l’equivalente di 250 millimetri in tre ore e una massa enorme di acqua, fango, detriti, alberi sradicati, casette spazzate via, si è scagliata giù per la ripidissima discesa che in quel punto cala verso il piano dalla cime di montagne alte oltre i 1.300 metri.

Sotto questo profilo i Peloritani sono pericolosi in entrambi i versanti. Su lato del mare, sia Tirreno, sia Jonio, hanno pendenza molto accentuata; le fiumare aprono le loro foci tra le case di paesi e paesetti allargati fino all’inverosimile dall’avidità edilizia. Sul lato interno, le discese dalla cima sono meno ripide ma s’incanalano in valloni facili a trasformarsi in fiumi d’acqua e di fango. Si tratta di aree delicatissime in entrambi i casi; rese molto più rischiose di prima da tre questioni molto sottovalutate.

La prima - se ne accennava sopra - concerne l’aggressione al territorio costiero. Andando da Catania a Messina lungo il mare non c’è più un metro senza villette, condomini, casupole, costruzioni di vario genere, tutto edificato non soltanto sulla riva ma anche alle spalle di questa, non solo nei terreni, diciamo così, liberi, ma pure in prossimità dei greti delle fiumare, delle strade statali, delle vie di montagna. Uno scempio dovuto alla stupidità, all’egoismo ed alla pessima politica permissiva degli ultimi sessanta anni. Il secondo problema è quello della manutenzione dei boschi. Nel Mezzogiorno non si vuol capire - o forse si capisce benissimo e se ne vorrebbe fare arma di ricatto - l’importanza della loro cura. Un tempo, quand’eravamo poveri, un piccolo esercito di buoni diavoli girava per le montagne alla ricerca del sottobosco e faceva piccolo commercio di ciò che raccoglieva. E’ un lavoro che non fa più nessuno (o quasi), anche laddove sono state assunte migliaia di guardie forestali. Al posto del libero boscaiolo hanno messo l’uomo con l’ascia in mano, il disboscatore che apre il vuoto per la villetta abusiva .. . Terza questione sottovalutata, le reti di comunicazione.

Ieri il sottosegretario Bertolaso ha detto che gli uomini della Protezione Civile hanno incontrato serie difficoltà a portare i soccorsi nel messinese colpito dal nubifragio sia perchè a un certo punto si sono rese contemporaneamente inagibili l’autostrada Catania- Messina, la statale e la linea ferrata, sia perché la rete elettrica di pali e fili - in parte non segnalata - ha bloccato le squadre con elicottero. Ha detto inoltre che nella parte dei Peloritani rivolta verso l’interno dell’isola ci sono poche aree utilizzabili come piazzole di elicotteri. Insomma, chi avrebbe dovuto disegnare nel territorio le attrezzature necessarie ad eventuali emergenze non l’ha fatto con la dovuta previdenza.

Che si diceva all’inizio del Novecento? Si diceva che “il Sud è uno sfascio geologico”. Cosa si potrebbe dire adesso di fronte a tragedie come quella che stanno vivendo nei paesi dei Peloritani? Si potrebbe dire che nel Sud non cambia mai nulla. Purtroppo. ROBERTO CIUNI IM 3

 

 

 

Basta con le bestemmie separatiste

 

I protagonisti e le forze motrici del Risorgimento non potevano pensare un’Italia di cui non fossero parte integrante le regioni del Regno delle Due Sicilie (così come le regioni dello Stato pontificio e Roma).

 

E in quell’Europa nella quale, alla metà dell’Ottocento, tra le maggiori nazioni solo quella italiana e quella germanica non erano ancora riuscite a prender corpo in Stati nazionali, non avrebbe potuto assumere un ruolo effettivo un’Italia che fosse rimasta monca, che non avesse, soprattutto, abbracciato il Mezzogiorno nel nuovo Stato unitario.

 

E’ questo un dato storico, il cui valore attuale non può oggi sfuggire, e che va ribadito di fronte a certe fantasticherie che si stanno sentendo in polemica con l’esigenza di una forte, inequivoca celebrazione e riaffermazione dell’unità e indivisibilità dell’Italia. Di quell’unità dell’Italia tutta fu, come uomo del Mezzogiorno, il più consapevole e ardente assertore Giustino Fortunato. Egli fu sempre vigile nel cogliere, con ansia ed allarme, il pericolo mortale rappresentato per l’Italia, anche decenni dopo l’unificazione, dall’emergere di tendenze particolaristiche e disgregatrici. A fine secolo, egli vedeva quel pericolo come conseguenza della «corruttela parlamentare delle province meridionali» addebitabile in primo luogo allo stesso governo, e guardando soprattutto alla Sicilia parlò di «bestemmie separatiste». Bestemmie separatiste che gli sembravano trovare allora come non mai «terreno propizio», non essendosi mai prima «proclamato con maggiore impudenza insuperabile il dissidio tra l’alta Italia e l’Italia meridionale» (altre, «bestemmie separatiste» si sarebbero nuovamente sentite, sul finire della Seconda guerra mondiale e anche in tempi più recenti, insieme con non meno «impudenti proclamazioni» della insuperabilità del solco tra Nord e Sud).

 

Il Mezzogiorno, peraltro, il suo posto nel nuovo Stato unitario se l’era guadagnato sul campo, con un contributo peculiare e decisivo al moto risorgimentale. E pur nel quadro di un’incontestabile egemonia moderata sotto la guida del Piemonte sabaudo, la componente democratica del movimento risorgimentale ebbe un ruolo cruciale nella liberazione dell’Italia meridionale.

 

La scelta che finì per imporsi della «annessione immediata e incondizionata» - per plebiscito - delle province meridionali, non può condurre a definire il Mezzogiorno come oggetto di una «conquista», anziché soggetto attivo e determinante del processo che condusse all’unità d’Italia, alla fondazione dello Stato nazionale unitario. Il Mezzogiorno si era aperto la strada verso la conquista della libertà con il suo '48 e con il sostegno all’impresa di Garibaldi; i plebisciti valsero a confermare quella conquista e a creare le basi per la configurazione istituzionale del nuovo Stato.

 

Naturalmente, le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità potranno ben offrire occasioni e sedi per una rivisitazione complessiva del moto unitario, anche con riferimento ai passaggi più controversi. Nessuno può volere rimozioni o censure, a favore di una rappresentazione acritica o addirittura agiografica. \

 

L’idea della sopraffazione di una parte sull’altra, che ha dato luogo ad una lunga serie di polemiche recriminatorie, ha ceduto il passo alla ricerca delle ragioni per cui il liberalismo moderato ebbe la prevalenza nel momento conclusivo e gli orientamenti federalisti vennero accantonati.

 

Successivamente, e ben presto, le tensioni tra il governo nazionale e il Mezzogiorno avrebbero ruotato intorno a due poli: la mortificazione delle aspirazioni autonomistiche e la delusione delle attese di sviluppo e di giustizia sul piano economico e sociale. La reazione a condizioni di miseria e oppressione sociale, che già era serpeggiata nel corso della campagna siciliana e meridionale di Garibaldi, sarebbe addirittura esplosa nelle forme estreme di feroce ribellione del brigantaggio che, portando in sé l'impronta e l’insidia del revanscismo borbonico, sarebbe stato sanguinosamente represso.

 

E in quanto alle istanze dell’autonomismo, innanzitutto siciliano, esse furono negate da una rigida unificazione legislativa e amministrativa secondo il modello piemontese, e da scelte di governo centralizzatrici. \ L'uniformità fu tuttavia un prezzo che tutto il paese, e non solo il Mezzogiorno, dovette pagare. (Oggi) dobbiamo pur porci degli interrogativi di fondo.

 

Risultati non trascurabili si sono ottenuti, cambiamenti non lievi per determinati aspetti si sono prodotti nel Mezzogiorno, ma i termini di quell’antico divario, pur oscillando nel tempo, conoscendo a più riprese alti e bassi, e in parte mutando di natura, risultano tuttora drammatici e tendenzialmente stagnanti. E allora, si studino le esperienze dei decenni passati, senza superficiali nostalgismi, senza tentazioni impossibili di ritorno indietro, si formulino ipotesi nuove, partendo tuttavia dalla lezione fondamentale di stampo fortunatiano. E’ cioè la politica generale dello Stato che deve cambiare guardando alla valorizzazione del Mezzogiorno nell’interesse di tutto il paese; e deve l’insieme della società italiana muoversi nello stesso senso: le sue forze produttive, le energie imprenditoriali, non solo le forze politiche, impegnate nel governo della cosa pubblica. Possiamo ben dire, con le parole di Giustino Fortunato: governo e paese «non ignorino di avere, nella questione meridionale, il maggiore dei loro doveri di politica interna». Anche perché «se la nuova Italia non riuscirà a risolvere il problema economico del Mezzogiorno, essa verrà meno a una delle maggiori finalità per le quali è risorta».

 

Sì, il maggiore dei nostri doveri, oggi, e con ancor maggior forza, è l’affrontare la «questione meridionale» come - ha ragione Galasso - «questione italiana». Le celebrazioni del 150° dell’Unità debbono assumere come impegno centrale quello di promuovere una rinnovata consapevolezza di quel dovere, oscuratasi da troppi anni per effetto dello spegnersi del dibattito culturale e politico meridionalista e dell’esaurirsi di una strategia nazionale per il Mezzogiorno. Ma anche per effetto - non possiamo sottacerlo - del diffondersi nell’opinione pubblica settentrionale di un’illusione di sviluppo autosufficiente, destinato a dispiegarsi pienamente una volta liberatosi dal peso frenante del Mezzogiorno. Sono convinto che si possa ben rendere invece comprensibile e convincente l’esigenza comune di un rilancio delle potenzialità dello sviluppo meridionale come condizione imprescindibile per una rinnovata crescita dell’economia italiana, ben più sostenuta di quella dell’ultimo decennio.

 

Le celebrazioni del centocinquantenario hanno senso perché l’Italia ha bisogno di più unità, di nuova e più forte coscienza unitaria; l’unità nazionale conquistata un secolo e mezzo fa si consolida affrontando con nuovo slancio la sfida dell’incompiutezza della nostra unificazione.

 

In conclusione, le celebrazioni del 150° dell’Unità italiana dovrebbero favorire il diffondersi di un clima nuovo, al Nord e al Sud. Da un lato, con l’abbandono di pregiudizi e luoghi comuni attorno al Mezzogiorno e ai meridionali, di atteggiamenti spregiativi che ignorano quel che il Mezzogiorno ha dato all'Italia in varii periodi storici, e in particolare la ricchezza degli apporti della sua intellettualità, delle sue élite culturali essenziali nel concorrere all’unificazione del paese. \

 

Dall’altro lato ci vuole una seria riflessione critica della società meridionale su se stessa. Il bilancio delle istituzioni regionali nel Mezzogiorno non è uniforme, comprende esperienze positive - come quella della Basilicata - ma nell’insieme è tale da farci dubitare che le forze dirigenti meridionali abbiano retto alla prova dell’autogoverno. E pur riservandoci e sollecitando un approfondimento obbiettivo delle ragioni di un bilancio a dir poco insoddisfacente, non possiamo - lasciate che lo dica in questo momento da meridionale e da convinto meridionalista - non possiamo permetterci alcuna autoindulgenza. Non possiamo nascondere inefficienze e distorsioni dietro la denuncia delle responsabilità altrui, e soprattutto dietro le responsabilità dello Stato e dei governi che lo hanno retto. La critica di indirizzi e di comportamenti, di omissioni e di penalizzazioni, di cui il Mezzogiorno ha sofferto è legittima e anzi doverosa, purché seria e fondata, ma non può coprire le responsabilità di quanti si sono nel corso di lunghi anni avvicendati nel rappresentare e guidare le Regioni meridionali e le istituzioni locali, o hanno comunque espresso le forze della società civile.

 

Essenziale sarà soprattutto uno scatto di volontà, di senso morale e di consapevolezza civile da cui emergano nel Mezzogiorno nuove forze idonee a meglio affrontare la prova dell’autogoverno e della partecipazione al governo del paese.

 

C'è materia, credo, per un esame di coscienza che unisca gli italiani nel celebrare il momento fondativo del loro Stato nazionale.

GIORGIO NAPOLITANO Estratto del discorso pronunciato ieri da Giorgio Napolitano a Potenza LS 4

 

 

 

Scudo fiscale, Napolitano firma. Di Pietro: «È un atto vile»

 

Il presidente della Repubblica promulga il provvedimento. Duro il leader Idvs

 

RIONERO IN VULTURE (Potenza) - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al ritorno dal viaggio in Basilicata, ha promulgato il decreto legge che contiene lo scudo fiscale, come aveva annunciato a Potenza. «Non firmare non significa niente», aveva risposto il Capo dello Stato a un cittadino che gli chiedeva di non apporre la sua firma alla legge («Lo faccia per le persone oneste»), spiegando che la Costituzione prevede che la legge possa essere nuovamente approvata e in quel caso lui sarebbe «obbligato» a firmare.

DI PIETRO: «ATTO DI VILTÀ» - «Nella Costituzione c'è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi, il Parlamento rivota un'altra volta la stessa legge e a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite non firmare, non significa niente», ha detto Napolitano. Durissima la replica di Antonio Di Pietro: «Il presidente della Repubblica ha compiuto un atto di viltà e abdicazione. È proprio la Costituzione - ha affermato il leader di Italia dei valori - che affida al capo dello Stato il compito di rimandare le leggi alle Camere controllando in prima istanza la loro costituzionalità. Così facendo Napolitano si assume la responsabilità di questa legge».

NORD-SUD - Il capo dello Stato, nella sua visita in Basilicata, ha parlato anche del federalismo, stigmatizzando le «bestemmie separatiste» di cui parlò già il meridionalista Giustino Fortunato alla fine dell'Ottocento, «bestemmie che negano il valore dello Stato unitario e che sono tornate varie volte. L'Italia ha bisogno di più unità, di nuova e più forte coscienza unitaria, un valore attuale che va ribadito di fronte a certe fantasticherie che si stanno sentendo». Napolitano però ha detto che anche i meridionali devono abbandonare il loro vittimismo: «Lasciate che lo dica da meridionale e da convinto meridionalista: non possiamo permetterci alcuna autoindulgenza, non possiamo nascondere l'inefficienze e distorsioni dietro la denuncia delle responsabilità altrui e dello Stato e dei governi. Occorre una seria riflessione critica su se stessi. Il bilancio delle istituzioni meridionali nel Mezzogiorno non è uniforme, comprende esperienze positive, ma nell’insieme è tale da farci dubitare che le forze dirigenti meridionali abbiano retto alla prova dell’autogoverno».

REPLICA BOSSI - Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ha replicato con una sola battuta alle parole del presidente della Repubblica sulle «bestemmie separatiste». «L'unità d'Italia se non la sostiene lui chi la sostiene?», ha detto Bossi. «Io mi considero amico di Napolitano, è una persona abbastanza saggia, per cui su qualsiasi cosa si può ragionare».  CdS 3

 

 

 

Proibire moltiplica

 

Una storia di sesso & potere, sepolta da tempo sotto cumuli di battutine e sbadigli, è riuscita a radunare davanti al focolare televisivo oltre 7 milioni di italiani.

 

Strapazzando colossi come don Matteo e il dottor House. Certo, la trasmissione era ben costruita e ben condotta, e anche la voce del centrodestra ha avuto modo di farsi sentire con vigore (l’interrogatorio di Belpietro alla D'Addario - teso a dimostrare che la signora è a libro paga degli accusatori del premier - aveva l’incisività di un episodio di Perry Mason).

 

Certo, l’argomento era pruriginoso e si sa come siamo noi telespettatori: schizofrenici. Con una mano scriviamo ai giornali che sarebbe ora di occuparsi di cose serie e con l’altra digitiamo sul telecomando alla ricerca di un’inchiesta sotto le lenzuola che appaghi la nostra sete di morbosità e funga da pretesto per indignarci di nuovo. Certo, la corte del Capo, servile al pari di tutte le corti, con le sue minacce spuntate di censura ha lanciato il programma come il migliore degli uffici stampa, creando un’attesa che ha reso ancora più peccaminosa, e quindi irresistibile, la tentazione di sbirciare Annozero.

 

Sta di fatto che un terzo del pubblico televisivo si è bevuto lo show di Santoro dall’inizio alla fine. E un terzo di quel terzo, oltre due milioni di persone evidentemente non paghe, si è poi trasferito con Belpietro nel salotto di Bruno Vespa dedicato ai commenti del post-partita. Così, dopo aver taciuto sull’argomento per mesi, la Rai ha parlato della D’Addario dalle nove di sera fino all’una e mezzo di notte, e sui due canali «berlusconiani» per giunta, mentre la terza rete «comunista» trasmetteva un film di evasione. Il mondo alla rovescia, come mille altre volte in questo strano Paese. Ma se tutto questo è potuto succedere, è perché ancora una volta i cortigiani del potente di turno (e il potente medesimo, obnubilato dalla sua stessa potenza) hanno sottovalutato una legge infallibile della storia: il proibizionismo non paga, anzi, moltiplica gli effetti di ciò che si vuol proibire.

 

Che tu nasconda whisky o notizie scomode, alla fine otterrai l’unico risultato di veder ricomparire quei «mostri», ingigantiti dalle aspettative e dal fascino del peccato. Nel frullatore nevrotico dell’informazione moderna, dove persino Obama dopo meno di un anno è già venuto a noia, aver negato per tutta l’estate l’esistenza televisiva della D’Addario ha realizzato la bella impresa di consegnarla intatta alla curiosità morbosa dell’autunno. E meno male che i berluscones erano dei maghi nella comunicazione… MASSIMO GRAMELLINI LS 3

 

 

 

 

 

Come ti nego i diritti di cittadinanza

 

Unicuique suum: a ciascuno il suo. E’ questo il motto che potrebbe essere applicato al c.d. “pacchetto sicurezza”, approvato con la legge n. 94/2009 , entrata in vigore l’8 agosto.

 

Questa legge è un coacervo di misure discriminatorie e persecutorie nei confronti dei gruppi sociali più deboli. Se hanno suscitato qualche protesta le misure persecutorie più assurde nei confronti degli immigrati irregolari (come il reato di clandestinità, il divieto di matrimonio ed il divieto per le madri di riconoscere i propri figli), poca attenzione è stata rivolta alle norme discriminatorie riservate ad altri gruppi sociali. In realtà, per quanto possano apparire disomogenee le materie trattate, c’è un filo conduttore che organizza le disposizioni in materia di sicurezza pubblica. C’è una logica in questa follia: tutto gravita intorno al principio delle discriminazione dei soggetti deboli. Se gli immigrati (regolari o irregolari) sono particolarmente vessati, non per questo il legislatore leghista si è dimenticato dei Rom, dei senza casa, e dei poveri in genere, ed ha dato a ciascuno il suo.

 

Per quanto riguarda il popolo Rom, a parte le misure penali di aggravamento dei reati connessi alla povertà, nel pacchetto sicurezza vi è una specifica disposizione discriminatoria, passata quasi inosservata. Si tratta della norma relativa alle iscrizioni anagrafiche (art. 1, comma 18).

 

Questa norma, nella sua versione originaria, in pratica, impediva ai poveri di ottenere l’iscrizione nei registri dell’anagrafe, subordinando l’iscrizione e la richiesta di variazione anagrafica alla verifica, da parte dei competenti uffici comunali delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile in cui il richiedente intendeva fissare la propria residenza. In questo modo decine di migliaia di famiglie povere avrebbero perso – automaticamente - il diritto alla residenza. Si pensi, per es. alle migliaia di famiglie che ancora vivono nei “bassi” in una città come Napoli.

 

Ciò avrebbe comportato qualche problema con l’opinione pubblica, specie in quelle fasce sociali, più umili, che vivono ancora nel mito del berlusconismo.

 

Per questo la norma è stata cambiata alla Camera, con l’emendamento sul quale il Governo ha posto la fiducia.

 

Nella nuova versione i comuni non devono più accertare la sussistenza del requisito igienico sanitario dell’immobile, tuttavia “l’iscrizione e la richiesta di variazione anagrafica possono dar luogo alla verifica da parte dei competenti uffici comunali delle condizioni igienico sanitarie dell’immobile”.

 

Insomma ogni comune è libero – a sua discrezione – di non iscrivere nei registri anagrafici quelle persone che abitano in alloggi inadeguati. Quindi ogni comune è libero di scegliere quali poveri tenersi e quali buttare via.

 

In questo modo si è realizzata la quadratura del cerchio. Il requisito igienico sanitario dell’alloggio diventerà un ottimo strumento politico per selezionare le minoranze indesiderabili ed escluderle dal circuito della cittadinanza, senza mettere a rischio il consenso politico di cui gode l’attuale maggioranza.

 

Ci vuol poco a capire che questa minoranze indesiderabili per i cittadini del Bel Paese sono soprattutto, se non esclusivamente, i Rom. Chi vive in un campo nomadi è difficile che disponga di un alloggio dotato dei requisiti igienico-sanitari richiesti dalla norme vigenti. Conseguentemente costoro – a discrezione dei sindaci – possono perdere il diritto ad essere iscritti nell’anagrafe delle persone residenti.

 

Senonchè l’iscrizione nell’anagrafe delle persone residenti è presupposto indispensabile per l’esercizio dei diritti di cittadinanza. A partire dall’esercizio del diritto di voto, per finire all’iscrizione al Servizio Sanitario nazionale, alla scelta del medico di base ed all’iscrizione dei propri figli alla scuola dell’obbligo.

 

In conclusione, invece di rimuoverli, come impone l’art. 3 della Costituzione, la legge utilizza gli ostacoli di ordine economico e sociale come pretesto per limitare - di diritto - la libertà e l’eguaglianza delle persone ed escludere dalla cittadinanza quelle minoranze destinate ad essere discriminate.

Domenico Gallo, Liberazione 16 settembre

 

 

 

 

Fini rinuncia al Lodo Alfano. Il Pd plaude, disagio nel Pdl

 

Il presidente della Camera si smarca e fa a meno dell'immunità nel caso

nato dalla querela del pm Woodcock che poi rinuncia: "E' stato molto leale"

 

ROMA - Il presidente della Camera spiazza la sua maggioranza confermando la rinuncia allo "scudo" per affrontare un processo per diffamazione. E ciò proprio a pochi giorni dell’atteso pronunciamento della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, la legge che impedisce di processare le più alte cariche dello Stato fino alla fine del loro mandato.

 

La vicenda giudiziaria che interessa Fini - sottolinea Giulia Bongiorno, presidente dela commissione Giustizia della Camera e avvocato dell’ex leader di An - ha soltanto una coincidenza temporale con l’attesa pronuncia della Consulta. E sin da quando venne approvato il Lodo, nel luglio del 2008, il presidente della Camera avvertì che dell’ombrello processuale non se ne sarebbe mai voluto avvalere. Ma un qualche disagio nel centrodestra questa situazione l’ha creata in giornata anche se, alla fine, l’allora Pm di Potenza che lo aveva querelato, Henry John Woodcock, nel pomeriggio ha annunciato di rinunciarvi, colpito dal "beau geste" del presidente della Camera. «Da magistrato e da uomo dello Stato - ha detto nello spiegare la sua decisione - in questo momento ritengo doveroso rimettere una querela nei confronti di chi ha mostrato leale collaborazione tra le istituzioni e, soprattutto, fiducia nell’azione della magistratura».

 

Il 7 maggio del 2008, spiega oggi il quotidiano "Fatto Quotidiano", il Gip Mariella Finiti, approvando la tesi dell’accusa, aveva ordinato di spedire le carte alla Camera per l’autorizzazione a procedere. Ma di fatto il fascicolo resta in un cassetto per 16 mesi. In seguito all’interessamento del giornale diretto da Antonio Padellaro, il legale di Fini Giulia Bongiorno va a vedere che fine ha fatto il provvedimento e si rende conto che tutto è rimasto bloccato per colpa del Lodo Alfano. Fini invita quindi il suo avvocato a sbloccare la situazione per affrontare il giudizio contro Woodcock. E quello che viene subito ribattezzato inizialmente, in ambienti parlamentari di Montecitorio, come lo "strappo" del presidente della Camera, non passa inosservato.

 

I cosiddetti tecnici della giustizia del centrodestra, a cominciare dal deputato del Pdl e legale del premier Niccolò Ghedini, evitano ogni commento. Mentre in Transatlantico era palpabile il malumore tra i deputati della maggioranza. Alcuni addirittura hanno malignato: «Si fa presto a rinunciare al lodo Alfano - ha osservato un deputato del Pdl - perchè tanto poi resta in piedi la questione dell’insindacabilità...». E già, perchè se anche la Bongiorno ha reso noto di aver avviato la procedura per rinunciare all’ombrello del Lodo Alfano, dovrà essere sempre la Giunta per le Autorizzazioni della Camera a dire l’ultima parola sull’insindacabilità delle parole di Fini contro il Pm («Woodcock è un signore che in un paese serio avrebbe già cambiato mestiere.. è noto per una certa fantasia investigativa»). La rinuncia al giudizio di sindacabilità o meno delle dichiarazioni fatte da un parlamentare, infatti non rientra nella disponibilità del singolo individuo, ma dell’istituzione. Così, anche se un deputato dichiarasse di voler rinunciare alla cosiddetta immunità, dovranno essere sempre la Giunta, prima, e l’Aula, poi, a pronunciarsi, anche contro la volontà, spesso di natura propagandistica, del diretto interessato. Ma in questo caso non si dovrà arrivare a tanto visto che l’ex pm di Potenza ha rinunciato alla sua querela.

 

Fini non ha voluto alimentare altre polemiche: «Nessun commento - ha tagliato corto con i cronisti in serata - da me non avrete una parola». L’opposizione però commenta con favore l’iniziativa del presidente di Montecitorio: «È un atto che dimostra grande sensibilità democratica» osserva Ermete Realacci (Pd), perchè «indipendentemente da quanto stabilirà la Corte, Fini onora e rispetta gli italiani che credono nel dettato fondamentale della Costituzione: la legge è uguale per tutti». «Stimiamo Fini - prosegue il capogruppo dell’Idv Massimo Donadi - il suo è un comportamento da galantuomo a differenza di altri...». LS 2

 

 

 

 

 

 

La ricerca “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”

 

L’indagine sarà presentata il 6 ottobre a Roma presso la sede della Federazione Nazionale Stampa Italiana

 

  ROMA – Alle 11 di domani 6 ottobre verrà presentata a Roma, presso la Sala conferenze Fnsi (Corso Vittorio Emanuele n. 349) la ricerca,  realizzata dall’équipe del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes ie dall’Agenzia Redattore Sociale, dal titolo “La criminalità degli immigrati:

  dati, interpretazioni e pregiudizi”. L’incontro si aprirà con il saluto di Franco Siddi, segretario della Federazione Nazionale Stampa Italiana. Prenderanno poi la parola Franco Pittau, coordinatore del Dossier Immigrazione Caritas-Migrantes, Lucio Barletta, avvocato ed esperto di immigrazione, Vittorio Rizzi, capo della Squadra Mobile di Roma, Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana  e la portavoce dell’Unhcr Italia Laura Boldrini. L’intervento conclusivo sarà affidato a Stefano Trasatti, direttore dell’Agenzia Redattore Sociale.

  Dall’indagine si evince come  il “tasso di criminalità” degli immigrati regolari nel nostro paese sia leggermente più alto di quello degli italiani, ma solo per le fasce di età più giovani. Prendendo invece in considerazione alcuni altri fattori, i due tassi finiscono per equivalere. La ricerca evidenzia inoltre come il coinvolgimento degli immigrati in attività criminose sia legato in maniera preponderante alla condizione di irregolarità e non esista alcuna corrispondenza tra l’aumento degli immigrati e la crescita dei reati in Italia. Numerosi inoltre i reati  “strumentali” ovvero quelli relativi alla condizione stessa di immigrato che incidono moltissimo sul carico penale degli stranieri.

  “Avvalendosi della ‘circolarità delle fonti’, di inedite correlazioni, di confronti su periodi temporali omogenei e sufficientemente lunghi,- spiegano gli autori dell’indagine -  la ricerca offre nuovi strumenti per la comprensione delle delicata tematica. E ridimensiona in modo netto la portata di numerose affermazioni che in questi anni hanno contribuito ad alimentare l’allarme per ‘l’emergenza criminalità’ degli stranieri”. (Inform)

 

 

 

 

 

Riunione del direttivo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo

 

Belluno - Seconda riunione, il 24 settembre, del nuovo Consiglio direttivo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo eletto dall’assemblea dell’estate scorsa, nella quale  sono stati  affrontati alcuni importanti problemi, introdotti da  apposite relazioni del presidente Gioachino Bratti. Nello specifico si è ipotizzata la suddivisione del lavoro del Consiglio anche attraverso delle commissioni, ognuna  operativa in  un particolare settore di attività. E’ seguita, sempre con approvazione unanime, la decisione di cooptare all’interno dell’Associazione un rappresentante della Camera di Commercio di Belluno, da tempo affiancata all’ABM in alcuni significative  iniziative. Il presidente ha poi illustrato i progetti 2009-2010 sorretti da contributo regionale e le ipotesi operative e finanziarie che ne potrebbero conseguire nel caso di ritardate liquidazioni dei relativi fondi dalla Regione; a tal fine sono state suggerite varie soluzioni. Rinviata alla prossima seduta l’illustrazione al nuovo  direttivo dell’importante progetto bellunoradici.net mirante a coinvolgere le nuove professionalità bellunesi all’estero, illustrati i più importanti eventi associativi dei prossimi mesi, il Consiglio ha ricevuto, infine, alcune comunicazioni del Presidente, tra cui la designazione a vicepresidente vicario di Renato De Fanti. dip

 

 

 

 

 

A Bologna oggi e domani gli stati generali dell’emigrazione emiliano-romagnola

 

Il 5 ottobre si riunisce la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo

Dal 6 al 9 la Conferenza dei presidenti delle 108 associazioni all’estero

 

  BOLOGNA - Convocati a Bologna gli stati generali dell’emigrazione emiliano-romagnola. Arrivano da 24 Paesi e quattro continenti i presidenti delle 108 associazioni di corregionali all’estero: saranno loro i protagonisti della Conferenza che si svolgerà dal 6 al 9 ottobre a Bologna, al Savoia Hotel Regency, con conclusione nella Sala Borsa.

  Prevista dalla legge regionale di settore almeno una volta nella legislatura, la Conferenza dei presidenti delle associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo sarà preceduta, il 5 ottobre per l’intera giornata, dalla Consulta, il “parlamentino” degli emiliano-romagnoli all’estero - costituito da 52 membri più la presidente Silvia Bartolini - in rappresentanza delle comunità all’estero, delle province della Regione, dell’Assemblea Legislativa regionale, delle associazioni regionali che si occupano di emigrazione. All’ordine del giorno della riunione della Consulta, presso l’Hotel Savoia, la discussione del piano annuale delle attività per il 2010 e del piano triennale con cui vengono programmate le attività a favore delle nostre comunità.

  Il 6 ottobre alle ore 16.30, presso la sala polivalente dell’Assemblea legislativa regionale, in viale Aldo Moro 50, si apriranno i lavori della Conferenza dei presidenti delle associazioni degli emiliano-romagnoli nel mondo con il saluto di Monica Donini, presidente dell’Assemblea legislativa regionale, e gli interventi di Silvia Bartolini, presidente della Consulta, e di Elio Carozza, segretario generale del CGIE (Consiglio generale degli italiani all’estero). Concluderà il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani. A seguire, la consegna di otto attestazioni di merito ad altrettanti emigrati che si sono distinti per le attività a favore delle comunità emiliano-romagnole nei Paesi di residenza.

  Alle ore 18, presso le sale espositive della Fondazione Carisbo in Palazzo Saraceni (via Farini 15), sarà inaugurata la mostra “Architetti e ingegneri dell’Emilia-Romagna nel mondo”, che presenta per la prima volta, attraverso  un percorso di 46 pannelli e un documentato catalogo, il genio costruttivo, ricco di passione civile, di quindici architetti, ingegneri, cartografi originari della nostra regione, che hanno lasciato all’estero testimonianze preziose, dalle fortezze caraibiche degli Antonelli inserite nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, alle chiese neoclassiche di Giuseppe Antonio Landi nell’Amazzonia Brasiliana, dal Palazzo delle Belle Arti di Adamo Boari a Città del Messico, alla Reading Room della British Library firmata a Londra da Antonio Panizzi. La mostra resterà aperta fino al 22 ottobre, per trasferirsi poi a novembre alla VIII Biennale di Architettura di San Paolo del Brasile, e quindi nel marzo 2010 a Montevideo, città la cui piazza centrale è stata ideata dal reggiano Carlo Zucchi.

  La giornata del 7 ottobre, introdotta dalla relazione di Silvia Bartolini, sarà dedicata alla “formazione e informazione” dei consultori, cui saranno illustrati i progetti a favore delle comunità all’estero che usufruiranno del contributo regionale (esporrà Marco Capodaglio, responsabile delle relazioni internazionali della Regione), il progetto di museo virtuale dell’emigrazione e lo studio statistico sull’emigrazione emiliano-romagnola.

  Il pomeriggio riprenderà con la presentazione delle attività di informazione, comunicazione e promozione realizzate dalla Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo. Nell’ordine, si parlerà di ER News, la newsletter allegata al trimestrale ER; sarà presentato dall’assessore regionale al turismo e commercio Guido Pasi il dvd  “Emilia-Romagna, terra con l’anima”, da utilizzare nelle missioni all’estero  della Regione (a cura di Apt e Consulta); saranno illustrati i nuovi contenuti del sito Emilianoromagnolinelmondo.it  e del sito ReportER.it dedicato ai giovani delle associazioni; verrà infine presentata la radio in podcasting della Regione, RadioEmiliaRomagna.it: un progetto, curato dall’Agenzia Informazione e Ufficio Stampa della Giunta regionale, che esiste da tre anni ed è in continua evoluzione.

  La giornata dell’8 ottobre al Savoia Hotel Regency sarà dedicata interamente ai lavori della Conferenza dei presidenti.

  Il 9 ottobre all’Auditorium Enzo Biagi della Sala Borsa si svolgerà la tavola rotonda su “Le politiche regionali rivolte agli italiani nel mondo”, introdotta dai saluti del sindaco di Bologna Flavio Delbono. Parteciperanno Laura Garavini, deputata emiliano-romagnola eletta nella circoscrizione estero, Silvana Mangione, vicesegretario generale del CGIE, Damiano Guagliardi, assessore all’emigrazione della Regione Calabria, Pietro Simonetti, presidente della Commissione lucani all’estero, Lorenzo Murgia, vicepresidente vicario del Consiglio dei toscani all’estero, Fabrizio Bruno, responsabile emigrazione Regione Piemonte. Dopo gli interventi dei presidenti delle nostre associazioni all’estero, le conclusioni saranno affidate a  Maria Giuseppina Muzzarelli, vicepresidente della Giunta regionale.

  Nel pomeriggio i presidenti visiteranno a Ferrara la mostra “Boldini nella Parigi degli impressionisti” ospitata a Palazzo dei Diamanti.  (Inform)

 

 

 

 

 

Regenfällen und Erdrutschen auf Sizilien: mindestens 20 Menschen getötet und 80 verletzt

 

Rom - Bei schweren Regenfällen und Erdrutschen auf Sizilien sind mindestens 20 Menschen getötet und 80 verletzt worden.

Italiens Ministerpräsident Silvio Berlusconi befürchtete gar, die Zahl der Opfer könnte sich noch mehr als verdoppeln. 30 Menschen wurden noch immer vermisst, Hunderte verloren ihre Häuser. Auf der Suche nach Überlebenden gruben sich Such- und Rettungsmannschaften auch am Wochenende durch die Schlammmassen, die in Folge des schweren Unwetters vom Donnerstag zahlreiche Häuser, Straßen und Schienen unter sich begraben hatten. Doch die Hoffnung schwand stündlich.

Italienische Medien machten eine fehlende Einhaltung der Bauvorschriften für die Katastrophe mitverantwortlich. Sie kritisierten den Bau von Häusern direkt an Flussbetten und der Küste - in einer Region, die bereits vor zwei Jahren von Erdrutschen heimgesucht worden war. Die Tageszeitung "La Repubblica" titelte am Wochenende: "Messina, eine prophezeite Tragödie". Italiens Umweltministerin Stefanie Prestigiacomo sprach von einer "gefährlichen Situation" in der Stadt. Katastrophen wie diese lägen auf der Hand, sagte sie "La Stampa". Zugleich beklagte sie, ihrem Ministerium stünden nicht die Mittel zur Verfügung, um die Lage in den Griff zu bekommen.

"Ein Haus war auf dem Flussufer gebaut", sagte ein Überlebender im Fernsehen. "Was kann man da erwarten? Das Wasser findet seinen Weg, und wenn Häuser nicht dort gebaut werden, wo sie es sollten, ist das das Ergebnis."

Unkontrollierte Bebauung ist in Italien weit verbreitet, besonders in der Mitte und im Süden des Landes. Im April hatte ein schweres Erdbeben die Stadt L'Aquila erschüttert. Dabei kamen 300 Menschen ums Leben. Die Behörden hatten damals Baupfusch für die hohe Opferzahl verantwortlich gemacht. (Reuters 4)

 

 

 

 

 

Pressefreiheit. Zehntausende demonstrieren gegen Berlusconis Medienmacht

 

Groß-Demo gegen Berlusconi: "Nein zum Informations-Maulkorb"

Silvio Berlusconi überzieht die italienische Presse mit Klagen, weil sie seine privaten Verfehlungen thematisiert, und versetzt das Volk damit in Aufruhr: Mindestens 60.000 Bürger haben in Rom gegen den Einfluss ihres Ministerpräsidenten auf die Medien protestiert.

 

Rom - Zehntausende Menschen haben am Samstag in Rom für die Pressefreiheit und gegen den Einfluss von Ministerpräsident Silvio Berlusconi auf die italienischen Medien demonstriert. Zu dem Protest hatten der italienische Journalistenverband FNSI sowie linke Parteien und Gewerkschaften aufgerufen.

Nach Angaben der Organisatoren nahmen an der Veranstaltung mehr als 100.000 Menschen teil, die Behörden sprachen von 60.000 Demonstranten. Dem Journalistenverband zufolge war die Versammlung in Italien "die größte Demonstration, die jemals für die Pressefreiheit organisiert wurde".

Auslöser der Proteste waren die Schadensersatzforderungen, mit denen der konservative Berlusconi gegen die linken Zeitungen "La Repubblica" und "L'Unità" wegen der kritischen Berichterstattung über sein pikantes Privatleben vorgeht. Beide Blätter sollen dem Regierungschef Schadenersatz in Millionen-Höhe zahlen, was Journalisten als Versuch kritisieren, sie zum Schweigen zu bringen.

"Nein zum Informations-Maulkorb" lautete entsprechend einer der Slogans auf der Kundgebung. Auf Plakaten und Transparenten war Kritik an Berlusconis Medienmacht und dem daraus resultierenden Interessenkonflikt mit seinem Amt als Regierungschef zu lesen. Die Demonstranten warfen dem Medienmagnaten vor, die Arbeit der Presse zu behindern und eine kritische Berichterstattung über seine privaten Skandale unterdrücken zu wollen.

Italiens Premier besitzt drei der sieben privaten terrestrischen TV-Sender des Landes und eine Reihe weiterer Medienunternehmen. Die Organisation Reporter ohne Grenzen Italiens hatte ihn am Freitag zur Achtung der Pressefreiheit aufgefordert und ihm mit der Aufnahme in ihre Liste der "Feinde der Pressefreiheit" gedroht. Es wäre das erste Mal, dass ein europäischer Regierungschef in diese Liste aufgenommen würde.

Berlusconi hatte die Demo im Vorfeld als "absolute Farce" bezeichnet. In keinem anderen westlichen Land sei die Freiheit so groß wie in Italien.  AFP/dpa 4

 

 

 

 

Richter-Bestechung. Berlusconi-Konzern soll 750 Millionen Euro zahlen

 

Urteil gegen Berlusconis "Fininvest": "Zutiefst ungerechte Entscheidung"

Es ist ein Schlag für den Premier und Medienzar: Der von Silvio Berlusconi kontrollierte Fininvest-Konzern soll seinem Rivalen CIR rund 750 Millionen Euro Entschädigung zahlen - Folge einer Affäre um einen bestochenen Richter. In Rom protestierten gleichzeitig Zehntausende gegen den Regierungschef.

 

Rom - Der Mailänder Zivilrichter Raimondo Mesiano entschied am Samstag in erster Instanz, dass Fininvest 750 Millionen Euro Entschädigung zahlen muss. Der Streit geht auf das Jahr 1991 zurück, als der noch von Berlusconi selbst geleitete Konzern vom römischen Berufungsgericht die Kontrolle über das Mondadori-Unternehmen zugesprochen bekam. Auf der Strecke blieb dabei der Konkurrent, die CIR-Holding von Carlo De Benedetti.

Dieser Deal war laut einem Strafurteil von 2007 durch Bestechung eines Richters erkauft worden. Berlusconi wurde wegen Verjährung in der Sache nicht belangt, konnte aber mit dem Geschäft seinen Einfluss im Printmedien- und Verlagsbereich kräftig ausbauen. Der Rivale De Benedetti bekam die römische Zeitung "La Repubblica" und das Magazin "L'Espresso" - heute die schärfsten Kritiker des Ministerpräsidenten.

Der Urteilsspruch zu der Entschädigung muss sofort umgesetzt werden, auch wenn Fininvest-Präsidentin Marina Berlusconi alles in Bewegung setzen will, um diese "zutiefst ungerechte Entscheidung" noch vor der zweiten Instanz aufzuhalten. Das Urteil werde zu einer Zeit gefällt, in der ihr Vater politischen Attacken ausgesetzt sei, erklärte die Unternehmerin. Fininvest habe immer nur "höchst korrekt" gearbeitet. Auch Berlusconis Parteigenossen von der PDL ("Volk der Freiheit") witterten umgehend ein "Manöver gegen Berlusconi".

Großkundgebung gegen Berlusconis "Medien-Maulkorb"

Kurz nach dem Urteil gingen in Rom Zehntausende von Journalisten, Gewerkschaftern und besorgten Bürgern auf die Straße und demonstrierten für mehr Medienfreiheit und gegen "Einschüchterungsversuche" durch die Regierung Berlusconi. Die Protestler warfen dem italienischen Ministerpräsidenten vor, eine kritische und offene Berichterstattung über sein pikantes Privatleben unterdrücken zu wollen. "Nein zum Informations-Maulkorb", lautete einer der Slogans auf der Kundgebung, zu der der nationale Journalistenverband FNSI aufgerufen hatte. Dem Veranstalter zufolge kamen rund 300.000 Menschen auf die Piazza del Popolo, die römische Polizei zählte nur 60.000.

Berlusconi tat die Kundgebung als "absolute Farce" ab und erklärte, die Medien in Italien seien frei.

Auslöser der Proteste waren die Schadensersatzforderungen, mit denen der konservative Berlusconi gegen die linken Zeitungen "La Repubblica" und "L'Unità" wegen der kritischen Berichterstattung über seine angeblichen Sexaffären und wilden Partys vorgeht. Beide Blätter sollen dem Regierungschef Schadenersatz in Millionenhöhe zahlen, was Journalisten als Versuch anprangern, sie zum Schweigen zu bringen.

Sie werden in einer Welle der Solidarität von Oppositionellen, Kulturschaffenden und Intellektuellen unterstützt. "Wir kämpfen dafür, in Ruhe arbeiten zu können, ohne mit einer Verdrehung der Tatsachen rechnen zu müssen", sagte der Journalist und Anti-Mafia-Aktivist Roberto Saviano laut "Corriere della Sera". "Heute haben wir gezeigt, dass dieses Land seine Ehre wiederfinden will", so der Autor des Bestsellers "Gomorra".

Der Parteichef des demokratischen Bündnisses Italia dei Valori (IDV), Antonio di Pietro, erklärte, man sei gekommen, um das Recht auf Information einzufordern, das "elementar ist für die Demokratie, die heute bedroht ist". Die Mission ist klar: Man kämpfe "für die Pressefreiheit und gegen die Regierung Berlusconi". Auch deutsche Kulturschaffende unterstützten ihre Kollegen aus Italien, so Literatur-Nobelpreisträger Günter Grass, Doris Lessing und Elfriede Jelinek.

Wie andere europäische Organisationen begrüßte auch der Deutsche Journalisten-Verband (DJV) die Anti-Berlusconi-Protestaktion. "Die ständigen Versuche Berlusconis, Presse und Rundfunk gefügig zu machen, sind mit den Grundprinzipien von Meinungsfreiheit und Demokratie nicht vereinbar", kritisierte der DJV-Bundesvorsitzende Michael Konken. Auch in anderen europäischen Hauptstädten wie Paris und London gab es - kleinere - Aktionen gegen eine Einflussnahme des Medienzars auf die Presse und das öffentlich-rechtliche Fernsehen in Italien.

ala/dpa 4

 

 

 

 

Schzarz-Grüne Einigkeit. Die dritte Einheit: mit Migranten

 

Integrationsminister Armin Laschet von der CDU wirbt für eine neue Republik – und bekommt dafür den Beifall des Grünen Daniel Cohn-Bendit, einst in Frankfurt der erste Dezernent für Multikulturelles. Von Andrea Dernbach

 

Berlin - Die Moderatorin mühte sich, ein bisschen zu zündeln, aber ein Streitgespräch schien mit den beiden auf dem Podium des „Zeit-Forums Politik“ einfach nicht zu machen. In beinahe allen Punkten waren sie ein Herz und eine Seele, der „rote Dany“ und der Schwarze Laschet: Daniel Cohn-Bendit, vor 20 Jahren in Frankfurt am Main erster Dezernent für Multikulturelles und der Christdemokrat Armin Laschet, seit 2005 Integrationsminister in Nordrhein-Westfalen, auch er der erste bundesweit.

 

Thema des schwarz-grünen Treffens war Laschets soeben erschienenes Buch „Die Aufsteigerrepublik“, eine Art Zwischenbilanz nach vier Jahren im Amt und ein Manifest für das, was Laschet die „dritte deutsche Einheit“ nennt: nach der Integration der Vertriebenen in Nachkriegsdeutschland, dem Zusammenwachsen von Ost und West nun das der Mehrheitsdeutschen und der Migranten: Ist es auch ein Bewerbungsschreiben für die anlaufenden Koalitionsverhandlungen in Berlin? Dass dem alerten Laschet Düsseldorf irgendwann zu eng werden dürfte, ist zu vermuten. Erst kürzlich musste er sich ein entschuldigendes Wort für seinen Ministerpräsidenten einfallen lassen, der sich über die angeblich laxe rumänische Arbeitsmoral ausgelassen hatte. Cohn-Bendit jedenfalls, der 1992 unter ähnlich optimistischem Titel („Heimat Babylon“) die ersten Jahre im Frankfurter Amt resümiert hatte, setzte den Punkt gleich zu Beginn: „Ich bin hier, weil ich ein politisches Projekt habe“, verkündete er. „Ich will, dass Armin Laschet Integrationsminister dieser Bundesregierung wird.“ Was blieb dem anderes, als zu widersprechen? Dass die Zukunftsfrage Integration ein Ministerium braucht, steht zwar auch zwischen den Zeilen von Laschets Buch, aber, so der Autor, das müsse ein Migrant machen.

 

Über so vieles war man sich einig: Dass „die sozialen Leitern nicht funktionieren“ (Cohn-Bendit), dass sozialer Aufstieg, wie in den Kinderjahren der Bundesrepublik noch möglich, wieder möglich werden müsse (Laschet), und dass es keine doppelten Standards für Christen, Juden und Muslime geben darf: „Auf der EC-Karte meiner Bank steht ,Die katholische Bank für Christen’“, sagte Laschet. „Was ist aber los, wenn ein Muslim sein Konto bei einer islamischen Bank hat?“

 

Richtigen Dissens gab es nur darüber, wie multikulti Laschets Union denn schon sei. Nicht nur der Grüne auf dem Podium zweifelte. Im Publikum erinnerte der SPD-Innenpolitiker Michael Bürsch an die Widerstände gegen doppelte Staatsbürgerschaft und Bleiberecht. Nein, protestierte Laschet, er sei da nicht allein. Cohn-Bendit will lieber den Praxistest abwarten: „Ich wäre froh, ihr würdet uns überraschen.“  Tsp 4

 

 

 

 

Migration als Chance begreifen

 

Kommentar von Annelie Buntenbach, Mitglied des Geschäftsführenden Bundesvorstands des DGB

 

Der Wahlkampf war gestern, aber die beleidigenden Äußerungen von Jürgen Rüttgers gegenüber den rumänischenArbeitern, die um bessereArbeitsbedingungen kämpfen, sind nicht vergessen. Gleichwohl haben Politikerinnen und Politiker der demokratischen Parteien „Respekt für Grundwerte im Wahlkampf“ gezeigt. Dies war die Forderung für eine sachorientierte Auseinandersetzung, die von Gewerkschaften und vielen anderen Organisationen unterstützt erhoben wurde.

Die Gewinner und Verlierer der Bundestagswahl stehen fest, ebenso die künftige Regierungskoalition. Offen dagegen ist der Kurs bei der Bewältigung der Finanzmarkt- und Wirtschaftskrise. Müssen die Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer, die Rentnerinnen und Rentner sowie die Arbeitslosen die Folgen tragen? Wir fordern einen solidarischen und sozial gerechten Lastenausgleich, weitere Maßnahmen zur Stabilisierung der Binnenkonjunktur und zur Regulierung des Finanzmarktsystems.

In den nächsten Wochen wird sich auch entscheiden, nach welchen Leitlinien die künftige Migrations-, Integrations- und Antirassismuspolitik gestaltet wird. Die Unionsparteien jedenfalls verstehen Deutschland nicht als Einwanderungs- sondern als Integrationsland. Sie sind überzeugt, dass eine erfolgreiche Integration „Identifikation mit unserem Land“ bedeutet, heißt es in ihrem Wahlprogramm. Auch die FDP sieht einen Nachholbedarf bei der Integration. „Jeder Zuwanderer ist in erster Linie selbst gefordert, für sich und seine Familie Verantwortung zu übernehmen“, heißt es in ihrem Programm.

Wir als Gewerkschaften sind überzeugt: Integration und die Schaffung von Partizipationsmöglichkeiten sind untrennbar miteinander verbunden. Und, die Migration muss als ökonomische und kulturelle Bereicherung verstanden werden. Gefordert ist eine Kultur der Anerkennung. Dazu gehören die Verbesserungen der Teilhabechancen in Bildung und Arbeitsmarkt, die Anerkennung von im Ausland erworbenen Schul- und Berufsabschlüssen, die Förderung der Herkunftssprache und Qualitätsverbesserungen bei den Integrationskursen. Wir halten fest an unseren Forderungen nach Abschaffung des Optionszwangs und der doppelten Staatsbürgerschaft und nicht zuletzt zur Einführung eines kommunalen Wahlrechts für Drittstaatsangehörige.

Zum Schluss noch zwei erfreuliche Ergebnisse desWahltages: Erstens haben die Brandenburger die bisher im Landtag vertretene DVU abgewählt und in die Bedeutungslosigkeit geschickt. Zweitens hat die NPD – trotz niedriger Wahlbeteiligung – auf ganzer Linie verloren. Der Rechtsextremismus ist damit nicht beseitigt. Die Maßnahmen und Aktivitäten gegen die weit verbreiteten rassistischen und antisemitischen Einstellungen müssen fortgeführt und verstärkt werden.

Forum Migration Oktober 2009

 

 

 

 

Für eine Neuausrichtung der Integrations- und Migrationspolitik

 

Zum Dringlichkeitskatalog des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen

für Integration und Migration (SVR) erklärt Cem Özdemir,

Bundesvorsitzender von BÜNDNIS 90/DIE GRÜNEN:

 

„Deutschland verweigert sich weiterhin stur einer aktiven und

zukunftsfähigen Steuerung der Arbeitsmigration. Deshalb sind die

Forderungen nach einer Neuausrichtung der Integrations- und

Migrationspolitik mehr als berechtigt.

 

Die Arbeitsmigration muss endlich aktiv gestaltet werden. Und das nicht

zuletzt, weil Deutschland inzwischen selbst zum Auswanderungsland

geworden ist. Sinnvoll wäre nicht nur, die Beschränkung der

Arbeitsnehmerfreizügigkeit innerhalb der EU sofort zu beenden, sondern

auch die Einführung eines Punktesystems mit klaren Kriterien für

potenzielle Einwanderer. Außerdem muss der Arbeitsmarktzugang für

ausländische Studierende nach ihrem Studienabschluss weiter erleichtert

werden. Das Potenzial unserer Universitäten, ausländische Talente

anzuziehen und dauerhaft an Deutschland zu binden, ist ebenfalls noch

lange nicht ausgeschöpft. Das zeigt, dass eine gute Bildungs- und

Hochschulpolitik zugleich auch eine wichtige Säule der

Einwanderungspolitik sein kann.

 

Wir Grüne fordern bereits seit Langem, die Optionspflicht im

Staatsangehörigkeitsrecht sofort auszusetzen und abzuschaffen. Das

Optionsmodell stärkt nicht die Bindung der Menschen an unser Land,

sondern stellt diese vielmehr in Frage. Die offizielle Vermeidung

doppelter Staatsbürgerschaften gehört endgültig auf den

integrationspolitischen Müllhaufen, denn schließlich darf heute schon

jeder zweite Eingebürgerte seinen früheren Pass behalten. Dieses

Einbürgerungsrecht erster und zweiter Klasse muss dringend korrigiert

werden.

 

Eine interessengeleitete Einwanderungspolitik darf jedoch nicht

bedeuten, die Aufnahme von Flüchtlingen zu vernachlässigen. Vielmehr

müssen wir eine Regelung schaffen, um schutzbedürftige Flüchtlinge aus

Drittstaaten aktiv aufnehmen zu können. Korrigiert werden muss auch die

Bleiberechtsregelung für langjährig Geduldete, die von der

Wirtschaftskrise und den Folgen auf dem Arbeitsmarkt besonders betroffen

sind. Die Innenministerien sollten die Ausländerbehörden auffordern, bei

der Erteilung von Aufenthaltserlaubnissen Ermessensspielräume auch

tatsächlich zu nutzen.“ De.it.press

 

 

 

 

Prekäre Beschäftigung und Arbeitnehmende mit Migrationshintergrund:

 

Kumpelverein legt Ergebnisse eines zweijährigen Projekts vor

Im August ist in der Reihe Arbeitspapiere der Hans-Böckler-Stiftung (HBS) die Handreichung „Prekäre Beschäftigung und Arbeitnehmende mit Migrationshintergrund“ erschienen. Grundlage ist das Projekt „GleichbeRECHTigt?!“, das der Verein „Mach meinen Kumpel nicht an!“ im Auftrag der HBS durchführte.

 

Ein prekäres Arbeitsverhältnis unterscheidet sich vom so genannten Normalarbeitsverhältnis dadurch, dass die gewachsene Koppelung von Lohnarbeit und sozialem Schutz aufgebrochen wurde. Im Wesentlichen fehlt ein dauerhaft Existenz sicherndes Einkommen. Von der Form her sind prekäre Arbeitsverhältnisse oft Teilzeitarbeit, befristete Verträge und Leiharbeit.

Um herauszufinden, wie sich die Situation in den Betrieben darstellt, hat der Kumpelverein zwischen April 2007 und Mai 2009 über 20 Gewerkschafterinnen und Gewerkschafter sowie Betriebsratsmitglieder interviewt.

Im Mittelpunkt stand die Frage, wie prekäre Beschäftigungsverhältnisse und Diskriminierung von Migrantinnen und Migranten zusammenhängen und welche Möglichkeiten das Betriebsverfassungsgesetz bietet, mit prekärer Beschäftigung umzugehen und welche Möglichkeiten der betrieblichen Antidiskriminierungsarbeit bestehen.

Ein Fazit: Prekäre Beschäftigung wird von allen Befragten als zunehmendes Problem wahrgenommen, mit dem Gewerkschaften und Betriebsräte sich auseinandersetzen müssen. Als Handlungsziel auf betrieblicher Ebene formulieren die Befragten die Zurückdrängung von Lohndumping durch die Durchsetzung des alten gewerkschaftlichen Grundsatzes „Gleicher Lohn für gleiche Arbeit“.

Die Einschätzungen zur Diskriminierung von Migrantinnen und Migranten fallen uneinheitlich aus. Für viele Befragte steht fest, dass sie oft mit den schlechtesten Arbeitsbedingungen konfrontiert und von prekären Verhältnissen besonders betroffen sind. Andererseits wird auf mangelnde Qualifikationen verwiesen, ohne nach deren Ursache zu fragen. Wörtlich heißt es dazu: „Strukturen, die zu ... Ungleichheiten führen, werden nicht zwingend als Ursachen für Diskriminierungen wahrgenommen. Hier bestätigt sich die grundsätzliche Schwierigkeit, strukturelle Diskriminierung als solche wahrzunehmen: Ihr Vorhandensein scheint weniger offensichtlich und sie ist auf Entscheidungsebene schwer nachweisbar. Somit droht die Gefahr, ihre Exstenz komplett zu leugnen.“

Das verweist auf die Schwierigkeit, dass der gute Wille, gegen Diskriminierung anzugehen, allein noch nicht hilft. Diskriminierungstatbestände müssen zunächst einmal erkannt werden. Deshalb bleibt das Arbeitspapier nicht dabei stehen, die Situation zu analysieren, sondern hat auf der Basis der Interviews Seminarmodule entwickelt, die während des Projektes beispielhaft gestestet wurden. Diese Module, die die Möglichkeiten der Sensibilisierung sowie betriebliche Handlungsmöglichkeiten gegen prekäre Beschäftigung und Diskriminierung vorstellen, sind ebenfalls in der Handreichung dokumentiert.

„Prekäre Beschäftigung und Arbeitnehmende mit Migrationshintergrund“ (Arbeitspapier 179 der Hans-Böckler-Stiftung) steht im Internet unter: http://www.gelbehand.de/data/2009_ap_179_1.pdf

Forum Migration Oktober

 

 

 

 

Die Iren stimmen mit deutlicher Mehrheit für den EU-Reformvertrag von Lissabon

 

Sanktionen sind theoretisch ein feines Instrument internationaler Politik: Sie sind weniger kostspielig und gefährlich als ein Militärschlag, aber schmerzlicher als diplomatische Proteste und ergebnislose Verhandlungen. Unilaterale Sanktionen allerdings erweisen sich in einer globalisierten Welt als völlig ineffizient. Daher wird – seit dem Ende des Ost-West-Konfliktes in den 90er Jahren – verstärkt der UN-Sicherheitsrat angerufen, um Sanktionen auf eine breite Grundlage zu stellen. Dennoch ist die Bilanz von Sanktionen, um politische Ziele durchzusetzen, sehr durchwachsen.

 

Als leuchtendes Beispiel dafür, dass wirtschaftliche, politische und militärische Sanktionen gefruchtet haben, werden oft Südafrika und Libyen herangezogen. Doch im Falle Südafrikas meinen viele Experten, dass das Apartheidsregime eher aufgrund seiner mangelnden moralischen Grundlage in sich selbst zusammengebrochen ist. Die Sanktionen mögen dazu beigetragen haben. Libyen, das seine Massenvernichtungswaffen aufgab, scheint eines der wenigen Beispiele zu sein, welche bei wohlwollender Lesart die Effizienz von Sanktionen belegen. Im Fall Iraks, der seit der Invasion Kuwaits mit dem bisher umfassendsten Embargo belegt wurde, ist unbestritten, dass es die Entwicklung von Massenvernichtungswaffen verlangsamte oder verhinderte. Doch es führte nicht zu einem Einlenken des Regimes, das erst duch einen Krieg gestürzt wurde. Vor allem aber war der humanitäre Preis der 13-jährigen Sanktionen so hoch, dass sie bald ihre moralische Grundlage verloren hatten und gegen das Völkerrecht verstießen: Hunderttausende starben an den indirekten Folgen des Embargos, und eine hoch gebildete Gesellschaft wurde in ihrer Entwicklung um Jahrzehnte zurückgeworfen. Derart umfassende Sanktionen sind nach dem Debakel nicht mehr durchzusetzen.

 

Wirtschaftssanktionen sind leicht zu umgehen, weil sich meist Länder finden – im Falle Irans sind das China, Venezuela oder auch Russland –, die nicht mitziehen. Die UN verfügen nicht über ausreichende technische und finanzielle Ressourcen, um Sanktionen durchzusetzen und zu überwachen. Daher haben sie sich oft als wenig effizient erwiesen. Sanktionen gegen den Finanzsektor haben den Vorteil, dass sie schwieriger zu umgehen sind, weil die politische und wirtschaftliche Instabilität, die dadurch geschürt wird, alternative Geldgeber eher abschreckt. Außerdem treffen sie die Bevölkerung weniger direkt. Als Grundregel gilt jedoch: Je kleiner und abhängiger ein Land ist und je bescheidener das Ziel der Sanktionen ist, umso größer sind die Erfolgschancen. Vor diesem Hintergrund ist fraglich, ob Sanktionen zu einem Politikwechsel in Teheran führen werden: Das große Land lebt seit 30 Jahren mit Sanktionen und hat starke Verbündete. Und: Der Iran sieht bei seinem Atomprogramm das internationale Recht auf seiner Seite, was rein formal zum Teil auch stimmt.

 

Kaum waren am Samstagmorgen die ersten Wahlurnen geöffnet und die ersten Stimmzettel gebündelt, stand das Ergebnis des zweiten irischen Referendums über den Lissabonner Vertrag auch schon fest. Die Iren hatten am Freitag offenbar mehrheitlich Ja gesagt und im Verlaufe von 15 Monaten ihre Meinung geändert. Das amtliche Endergebnis am Abend dann ließ keinen Raum für Zweifel: 67,1 Prozent hatten der Ratifikation zugestimmt, nur noch 32,9 Prozent waren dagegen. Am 12. Juni 2008, beim ersten Referendum über denselben Vertrag, hatten nur 46 Prozent eingewilligt; das war nicht genug gewesen.

 

Der überraschend deutliche Meinungsumschwung ist weitgehend auf die tiefe Wirtschaftskrise zurückzuführen, die zwischen den beiden Urnengängen über Irland hereingebrochen ist. Die Befürchtung, nach einer erneuten Ablehnung die großzügige Unterstützung der Europäischen Zentralbank zu verlieren oder von der restlichen EU an den Rand gedrängt zu werden, mag manchen Bürger und manche Bürgerin dazu bewogen haben, ihre inhaltlichen Bedenken gegenüber dem Vertrag herunter zu schlucken. Die Garantie der EU, dass alle Länder künftig ihren eigenen EU-Kommissar behalten dürfen, half.

 

Premierminister Brian Cowen war sichtlich erleichtert: Das Ergebnis sei „gut für Irland, gut für Europa“. Die Stimmbürger waren offensichtlich trotz der verheerenden Wirtschaftslage der Versuchung nicht erlegen, seiner zutiefst unpopulären Regierung eine erneute Niederlage zu bescheren. Doch unübersehbar blieb der soziale Aspekt des Wählerverhaltens auch diesmal: Ärmliche Arbeiterviertel blieben bei ihrer Ablehnung. Sie mögen die – irreführende – gegnerische Propaganda geglaubt haben, wonach der irische Mindestlohn unterspült werde. Doch es scheint auch, dass zahlreiche ehemalige Gegner diesmal einfach zuHause blieben. Eine Wählerbefragung ergab nämlich, dass 17 Prozent derjenigen, die tatsächlich am Freitag zur Urne gingen, beim ersten Mal nicht teilgenommen hatten. Da aber die Stimmbeteiligung um fast sechs Punkte auf 58 Prozent zunahm, darf man schließen, dass die einst stummen Befürworter diesmal den Weg ins Wahllokal antraten.

 

Nach der Zustimmung der Iren zum EU-Reformvertrag will Polens Präsident Lech Kaczynski „unverzüglich“ seine Unterschrift unter das Dokument setzen. Das sagte der Chef der Präsidentenkanzlei, Wladyslaw Stasiak, am Samstag nach Angaben der polnischen Nachrichtenagentur PAP in Warschau. In Tschechien steht neben der Unterschrift von Präsident Vaclav Klaus auch noch eine Entscheidung des Verfassungsgerichts in Prag aus. Man rechne mit zwei bis drei Wochen, bis diese vorliege, in dieser Zeit sei es „sehr wichtig, dass die Präsidentschaft Europa aktiv auf die weitere Entwicklung vorbereitet“, sagte der amtierende EU-Ratspräsident Fredrik Reinfeldt.  Andrea Nüsse  Tsp 4

 

 

 

 

 

EU-Vertrag. Druck auf Polen und Tschechien wächst

 

Nach dem irischen "Yes" zur EU-Reform könnte der Lissabon-Vertrag schon Anfang 2010 in Kraft treten. Doch noch sind nicht alle Hürden überwunden. Die Polen wollen unterschreiben, aber der tschechische Präsident Václav Klaus stellt sich quer. Er möchte erst eine andere Entscheidung abwarten.

Noch bevor die Anhänger des Lissabon-Vertrags ihren Triumph verkünden konnten, gingen bereits die Verlierer an die Öffentlichkeit. „Der Sieg der Yes-Seite ist klar und eindeutig“, erklärte Declan Ganley, der prominenteste irische Lissabon-Gegner. Vor 16 Monaten hatte der Geschäftsmann den EU-Vertrag auf seiner Heimatinsel zu Fall bringen können. Gestern jedoch fand Ganleys Kampagne gegen „Brüssels Allmachtgelüste“ ihr Ende.

Fast acht Jahre nachdem der Europäische Rat die Erarbeitung einer Verfassung für die Union in Auftrag gab, steht die reformierte EU-Rechtsgrundlage kurz vor ihrem Inkrafttreten. Noch sind aber nicht alle Hürden überwunden: Zwar kündigte Polens Präsident Lech Kaczynski an, den Vertrag nach dem Ja der Iren wie zugesagt „unverzüglich“ zu unterzeichnen. Doch sein tschechischer Amtskollege Václav Klaus bekämpft das Vertragswerk weiter bitter. Gerade reichte ein Verbündeter des Präsidenten eine Klage gegen den Vertrag beim tschechischen Verfassungsgericht ein. Erst nach dem Urteil will Klaus sich entscheiden, ob er unterschreibt.

In der Vergangenheit hatten die Richter den Lissabon-Vertrag jedoch stets als verfassungskonform erklärt. Euro-Optimisten gehen davon aus, dass der Druck aus den eigenen Reihen und von Klaus’ europäischen Amtskollegen so stark wird, dass der euroskeptische Tscheche nachgeben wird. Der Reformvertrag von Lissabon könnte dann Anfang 2010 in Kraft treten. Eine Übersicht der wichtigen Änderungen.

 

 

Zügigere Entscheidungen: Künftig reicht in vielen Bereichen für Beschlüsse, die bisher einstimmig getroffen werden müssen, eine qualifizierte Mehrheit. Dies gilt vor allem für Entscheidungen zur Justiz- und Polizeizusammenarbeit. In diesem Bereich bekommt die EU jetzt mehr Gewicht. Dies soll helfen, Probleme wie Terrorismus, illegale Immigration und internationale Kriminalität besser bekämpfen zu können. In Bereichen wie Steuern, soziale Sicherheit, EU-Haushalt und Außenpolitik bedarf es aber weiterhin der Einstimmigkeit.

 

Neue Stimmverteilung: Ab 2014 gilt in der EU die doppelte Mehrheit – mindestens 55 Prozent der Staaten, die zugleich 65 Prozent der Bevölkerung repräsentieren, reichen dann für eine Entscheidung aus. Das stärkt unter anderem Deutschland, das bisher im Verhältnis zu seiner Größe ein geringes Stimmgewicht hatte. Kleine Mitgliedstaaten werden zugleich durch eine Blockaderegelung vor „den Großen“ abgesichert: Wenn sich mindestens vier Staaten und 35 Prozent der Bevölkerung finden, können sie Gesetzesvorschläge der EU-Kommission blockieren.

Ein Präsident für Europa: Mit dem Vertrag von Lissabon bekommt die EU einen ständigen Präsidenten, der jeweils zweieinhalb Jahre im Amt bleibt. Er leitet den EU-Rat der Staats- und Regierungschefs und führt damit die politischen Geschäfte. Für den prestigereichen Posten sind bereits einige potenzielle Kandidaten im Gespräch: Der Brite Tony Blair, der Spanier Felipe González und der Niederländer Jan Peter Balkenende. Ein weiterer Spitzenposten ist der des Hohen Vertreters für Außen- und Sicherheitspolitik, der die internationale Stimme der EU in der Welt werden soll.

Mehr Demokratie: Das EU-Parlament bekommt durch Lissabon ein größeres Mitentscheidungsrecht. Die nationalen Parlamente können die Einhaltung des Subsidiaritätsprinzip kontrollieren. Und wenn sich mehr als eine Million EU-Bürger aus verschiedenen Ländern zusammenfinden, können sie die Kommission zu einem Gesetzesvorschlag auffordern. St. Bolzen und Chr. B. Schiltz  DW 4

 

 

 

EU: Lissabonner Vertrag. Ein Mann gegen ganz Europa

 

Tschechiens Staatspräsident Vaclav Klaus ist einer der großen Narzisten Europas. Der Lissabonner Vertrag könnte an seiner Unbeugsamkeit scheitern.

Er mag es, wenn das große Bühnenlicht auf ihn gerichtet ist. Vaclav Klaus, der tschechische Staatspräsident, der als Europas oberster EU-Kritiker bekannt ist, hat schon vor Monaten stolz verkündet, von allen Staatschefs der 27 EU-Länder werde er als letzter entscheiden, ob er seine Unterschrift unter die Ratifikationsurkunde des Lissabonner Vertrags setzt. Vermutlich wird es auch so kommen.

Zwar haben beide Kammern des Prager Parlaments schon im Frühjahr die Organisationsreform der EU mit großer Mehrheit gebilligt. Doch 17 Senatoren, die das Inkrafttreten des Vertragswerks noch immer torpedieren möchten, haben jüngst erneut das tschechische Verfassungsgericht angerufen. Und Klaus will nicht nur das irische Referendum, sondern auch den Spruch der Obersten Richter in Brünn abwarten, ehe er aktiv wird. Auch wenn die Verfassungshüter den Weg freigeben, könnte der Lissabonner Vertrag also immer noch auf den allerletzten Metern an der Unbeugsamkeit eines einzelnen Politikers scheitern.

 

 

 

Vaclav Klaus sitzt am längsten Hebel, und offenkundig findet der Neoliberale und Marktradikale, der seine Überzeugungen stets in elegantem Stil, aber mit kämpferischer Verve vorträgt, an dieser Schlüsselrolle Gefallen. Kritiker haben ihn längst neben Silvio Berlusconi und Nicolas Sarkozy in die großen Narzisten Europas eingereiht. Populismus ist ihm nicht fremd. Jüngst wetterte er gegen die Abschaffung der Glühbirnen durch die EU-Kommission. Und wie eh und je rennt er gegen alle Umwelt- und Klimaschützer an.

Dass die 17 Senatoren, die ihm in die Hände arbeiten, mit ihren neuerlichen Vorstößen beim Verfassungsgericht Erfolg haben, wird allerdings nicht erwartet. Und offenkundig sind die Richter ebenso wie die Prager Regierung bemüht, die Angelegenheit möglichst rasch zu behandeln. Aber was tut Klaus, wenn ihm das Heft des Handelns in die Hand gegeben wird?

Dass er sich am Ende allein gegen alle anderen Institutionen der Tschechischen Republik stellen wird, halten Kenner in Prag für unwahrscheinlich. Der 68-Jährige werde, wenn der Druck wächst, nachgeben, sagt ein früherer Freund, der lange mit ihm eng zusammen gearbeitet hat. In Regierungskreisen kalkuliert man ebenso. Nach einem Bericht der Zeitung Hospodarske noviny erwägen Juristen eine Klage gegen Klaus wegen Inaktivität. Ansatzpunkt wäre ein Zusatz zum Vertrag über eine Europäische Sozialcharta, den der Präsident seit vier Jahren schmoren lässt.

In einem ähnlichen Fall hat man ihm Beine gemacht: Im Sommer wurde eine Anzeige erwogen, weil Klaus den vom Parlament vor einem Jahr gebilligten Vertrag über einen Internationalen Strafgerichtshof nach neun Monaten noch nicht unterzeichnet hatte. Er tat dies jedoch sofort, als er von dem geplanten Vorstoß hörte.

Klaus Brill SZ 2

 

Afghanistan. Im Unfrieden

 

Zu den Belastungen der internationalen Afghanistan-Mission gehört der immer wieder aufflammende Streit zwischen den dort tätigen Organisationen. Bekannt ist, dass es Reibereien zwischen dem Missionschef der Vereinten Nationen, dem Norweger Kai Eide, und führenden Offizieren der von der Nato geführten Isaf-Truppe gegeben hat. Ähnliches gilt für die Hundertschaft von Nichtregierungsorganisationen, die in Afghanistan tätig sind. Nun hat es offenbar auch Krach an der Spitze der UN gegeben: Eide hat sich über die Frage, wie mit den Fälschungen bei der Präsidentenwahl umgegangen werden solle, mit seinem Stellvertreter, einem Amerikaner, überworfen.

Hinter persönlichen Unverträglichkeiten, die dabei eine Rolle spielen, steht ein sachlicher Dissens: Während die Amerikaner schon seit langem an Präsident Karzai herumnörgeln, dessen Regierungsstil in der Tat Anlass zu Kritik bietet, verhalten sich die UN strikt legalistisch. Wer da recht hat, ist schwer zu entscheiden; im Zweifelsfall derjenige, der dafür plädiert, die Afghanen ihre Probleme selbst regeln zu lassen. Günther Nonnenmacher Faz 2

 

 

 

 

Union und FDP: Koalitionsverhandlungen. Ein Kampf der Kulturen

 

Ein Kommentar von Heribert Prantl

 

Auf dem Feld der inneren Sicherheit trifft die Sicherheitskultur der Union auf die Freiheitskultur der FDP. Es geht um einen liberalen Stärketest: Wenn die FDP Deutschland verändern will, sollte sie sich nicht das Justizministerium, sondern das Innenministerium sichern und eine alte Tradition fortsetzen.

 

Man kann es mit einem Kalauer beschreiben: Wie lieben sich Stachelschweine? Die Antwort lautet bekanntlich: Ganz, ganz vorsichtig. Aber es geht nicht um Liebe und es hilft auch kein Kalauer.

Bei den Koalitionsverhandlungen zwischen Union und FDP zur inneren Sicherheit geht es um eine Grundentscheidung: Noch mehr Sicherheit - oder wieder mehr Freiheit? Es geht um die Grundentscheidung, ob die Politik der Sicherheitsgesetze, der Computerdurchsuchungen, Lauschangriffe und heimlichen Grundrechtseingriffe weitergeht - oder ob sie gestoppt oder gar umgedreht wird. Wirtschaftspolitik, Steuerpolitik, Finanzpolitik, Arbeitsmarktpolitik, Bildungspolitik - in all diesen Fragen sind sich Union und FDP nah.

In Fragen der inneren Sicherheit stehen sie sich konträr gegenüber. Die Union proklamiert ein ungeschriebenes Grundrecht auf Sicherheit, das der Staat fürsorglich für seine Bürger ausüben soll. Die FDP verficht das Grundrecht der Bürger auf ihre Grundrechte, das ihnen nicht mit Winkelzügen genommen werden sollen.

Die Liste, mit der die FDP in die Verhandlungen geht, ist für die Union ein Horrorkatalog. Zu viel Grundrecht, meint die Union, sei schlecht für den Staat. Für die FDP wiederum ist die Liste ein Horrorkatalog, mit der die Union in die Verhandlungen geht: Die Union will noch mehr Sicherheitsgesetze, noch mehr Computerdurchsuchung, noch mehr Telefonüberwachung, noch mehr Lauschangriff, noch mehr Vorratsdatenspeicherung, noch schärfere Strafgesetze, noch mehr Sicherungsverwahrung.

 

Die FDP dagegen will die Bürgerrechte stärken, sie will die bisherigen Verschärfungen der Strafgesetze überprüfen und die Sicherungsverwahrung, die in den vergangenen Jahren in Gesetz und Praxis massiv und unübersichtlich ausgebaut worden ist, prüfen, bewerten und in einem Gesamtsystem neu ordnen. Das Gesetz über das Bundeskriminalamt, das dem BKA Ermittlungsbefugnisse auch im sogenannten Vorfeld von Straftaten gegeben hat, soll re-reformiert werden.

Das Gesetz über Internetsperren, das noch nicht in Kraft ist, soll aufgehoben werden. Und schließlich soll das Zeugnisverweigerungsrecht, gegen alle heimlichen Abhör- und Eingriffsmaßnahmen des Staates, wieder in sein Recht gesetzt werden.

Da prallen Kulturen aufeinander: Die Sicherheitskultur der Union - und die alte Freiheitskultur der FDP. Diese Koalitonsverhandlungen zur inneren Sicherheit sind ein Kulturkampf. Bei dieser Auseinandersetzung wird sich zeigen, wie stark die FDP wirklich ist, und ob und wie sie sich in den elf Jahren der Opposition erholt und als rechtsstaatsliberale Partei regeneriert hat.

Am Ende des Regierungszeit Kohl war es mit der FDP, dem damals noch viel kleineren Koalitionspartner der Union, so: Das Wort Rechtsstaat, das die FDP einst mit ganz großen Buchstaben geschrieben hatte, war der Kleinschreibung verfallen. Die Sensibilität für die Grundrechte, jahrzehntelang das Kennzeichen der FDP, war einer verfassungsrechtlichen Gefühlskälte gewichen.

Die FDP schämte sich der Zeiten, da ihr das Asylrecht als "Freiheitsstatue im Hafen der Verfassung" gegolten hatte. Sie wollte auch nicht mehr wissen, welchen Wert die Rechtsschutzgarantie hat. Der Rücktritt der FDP-Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, die 1995 den Weg ihrer Partei in den großen Lauschangriff nicht mitmachen wollte, war das Menetekel.

Die Tradition der liberalen Innenminister

Jetzt, 14 Jahre später, ist ebendiese Sabine Leutheusser-Schnarrenberger die Verhandlungsführerin ihrer Partei auf dem Feld der inneren Sicherheit bei den Koalitionsgesprächen. Sie wird kaum als Ministerin in die neue Regierung eintreten können, um dann wenig später wieder enttäuscht zurückzutreten. Das heißt: Sie wird ein Ministeramt nur dann annehmen können, wenn es ihr und der FDP gelingt, im Koalitionsvertrag die Bürgerrechte stark zu machen.

Sabine Leutheusser-Schnarrenberger gilt als die Kandidatin für das Amt der Justizministerin. Das Justizministeramt ist üblicherweise der Konterpart zum Innenminister - und meist sitzt da der Justizminister am kürzeren Hebel. Im Innenministerium wird über die Grundlinien der inneren Sicherheit und über das rechts- und innenpolitische Klima entschieden.

Die FDP täte also gut daran, sich in den Koalitionsverhandlungen das Bundesinnenministerium zu sichern - und so an alte liberale Zeiten anknüpfen: 13 Jahre lang, von 1969 bis 1982 wurde das Land von liberalen Innenministern regiert: erst fünf Jahre lang von Hans-Dietrich Genscher, dann vier Jahre von Werner Maihofer, dann vier Jahre von Gerhart Baum. Seine Bewährungsprobe im Kampf gegen die RAF hat die Bundesrepublik also mit liberalen Innenministern bestanden.

Die Koalitionsverhandlungen handeln nicht nur von ein paar Gesetzen, von ein paar Änderungen, von ein paar Korrekturen. Sie entscheiden über die deutsche Sicherheitsarchitektur. Diese Sicherheitsarchitektur ähnelt einer gigantischen Sanduhr. Im oberen Gefäß befinden sich die Freiheits- und Bürgerrechte, im unteren die Sicherheitsparagraphen. Das obere Gefäß wird immer leerer, das untere immer voller. Die Koalitionsverhandlungen werden zeigen, ob es der FDP gelingt, die Uhr umzudrehen. Es ist dies in liberaler Stärketest.  sueddeutsche.de 2

 

 

 

Schwarz-Gelbe Koalition. Köpfe im Nebel

 

Eigentlich hätte es für FDP und Union die Woche des großen Aufatmens werden müssen. Aber seltsam – es scheint, als hielten alle kollektiv den Atem an. Und keiner wagt zu sagen, wie die Zukunft denn nun aussehen soll. Szenen aus den ersten schwarz-gelben Tagen nach der Wahl vom Sonntag. Von Robert Birnbaum

 

Manchmal huscht die Wahrheit in einem Nebensatz vorbei, und manchmal steckt sie in dem Nebensatz, der fehlt. Diesmal fällt er mitten im Trubel. Erstes Treffen der Unionsfraktion. Die frisch gewählten Grünschnäbel eilen draußen durch unbekannte Flure; zweie beäugen durch die Glasfronten auf der Fraktionsebene schon mal den künftigen Arbeitsplatz, den Plenarsaal tief unter ihnen. Die Davongekommenen strahlen. „Geschafft!“, ruft der Baden-Württemberger Andreas Schockenhoff. Die Ausgeschiedenen nehmen Abschied. Laurenz Meyer zeigt gefasste Wehmut, na ja, war irgendwie vorher klar, dass das nichts wird mit dem Direktmandat in Hamm-Unna II: Am Rande vom Ruhrpott is nu ma rotes Revier. Andreas Storm, der schon immer die leicht gebückte Haltung großer Menschen hatte, sieht von hinten noch gebückter aus. Der Rentenfachmann hat in Darmstadt gegen Brigitte Zypries verloren. Er ist die ärmste Sau von allen. 46 Stimmen fehlten. Die anderen flüstern sich die Zahl zu, als klebe Gift an ihr,und drücken mitleidschaudernd Storm die Hand.

 

Und dann ist da mitten im Gewimmel dieser kleine ältere Abgeordnete, der auf einen der Wichtigen in der Unionsfraktionsführung zustürzt, ihn am Arm packt und ihm zuwispert – aber das Wispern gerät ihm doch ziemlich laut: „Westerwelle spinnt!“ Der Wichtige guckt an dem aufgeregten Mann vorbei. „Ach ja“, sagt er, „auf der einen Seite freut man sich ...“

 

Wenn etwas diese neue Regierung im Werden charakterisiert, dann ist es der Halbsatz, der da fehlt. Sie haben gewonnen. Und jetzt?

 

Es scheint neuerdings das Schicksal deutscher Wunschkoalitionen zu sein, dass sie zu spät kommen für das, was sie verändern wollten. Rot-Grün ging es so – mindestens vier, wahrscheinlich sogar acht Jahre zu spät; der Atomkonsens roch schon nostalgisch, als er endlich unter Dach und Fach war. 2005 hätte Schwarz-Gelb in den Zeitgeist gepasst, die Koalition der großen Reformen. Stattdessen kam die große Koalition. Die war, als ob Schalke und Dortmund zusammen spielen müssen. Eine Zeit lang hat so was den Reiz des Neuen, in der Krise erwies es sich als richtig gut; aber Schalke-Fans finden Dortmunder trotzdem blöde.

 

Man hätte also am Wahlabend, spätestens am Montag, ein riesiges Aufatmen hören müssen. Die Unionsfraktion erinnert aber zwei Tage später immer noch eher an ein Etwas, das kollektiv die Luft anhält. Als warteten sie darauf, ob endlich mal einer das Signal zum Freuen gibt. Oder zum Aufbruch. Oder jedenfalls irgendein Signal. Die einzige Botschaft hat sich aber bisher auf den T-Shirts gefunden, die der CDU-Generalsekretär Ronald Pofalla noch am Wahlabend ausgeteilt hat. „Wir bleiben Kanzlerin“ steht da drauf.