WEBGIORNALE 5-6 Ottobre
2009
La tragedia di Messina. Frane d'Italia
Novantanove anni
ci mise l’Italia a dotarsi della carta geologica in scala 1 a 100 mila: dal
1877 al 1976, da Agostino Depretis ad Aldo Moro. E per la nuova, in scala 1 a
50 mila (che gli esperti considerano già insufficiente) stiamo messi male: dal
1988 a oggi, dice l’ultimo rapporto del Progetto Carg dell’Ispra, siamo a 44
fogli completati (più 26 «in corso di completamento» e 255 iniziati) su 652. In
ventuno anni. Dopo di che, spesi 81.259.000 euro (fate voi i conti) il progetto
pare essere rimasto a secco di finanziamenti. Non porta voti, fare la carta
geologica.
Ci sono
insensatezze come queste, dietro la tragedia di Messina. Insensatezze di un
Paese che, come ha detto Napolitano, sogna opere faraoniche e trascura (che
noia!) la manutenzione quotidiana. Quella che per secoli salvò, al contrario,
la delicatissima Venezia che ai piromani e a chi era sorpreso a tagliare un
albero abusivamente attentando all’equilibrio idrogeologico infliggeva quindici
anni di esilio «da tutte terre e luoghi del serenissimo dominio» e ai recidivi
«sette anni in galera de condenati, a vogar il remo con ferri ai piedi».
Quanti hanno
pagato davvero per le frane assassine del Vajont, della Val di Stava, di Sarno,
di Soverato e tantissime altre? Solenni proclami sul tema «mai più! mai più!»,
processi interminabili, diluvi di eccezioni procedurali, avvocati pignolissimi,
fascicoli di milioni di pagine e infine sentenze lette in tono burocratico tra
le lacrime dei parenti: «Non è giusto, non è giusto…». E via di nuovo, sperando
nella buona sorte, con leggi sempre più permissive e distratte, come quel piano
casa che fino alla mattina del terremoto a L’Aquila aveva un articolo 6,
precipitosamente soppresso, con scritto: «Semplificazioni in materia
antisismica » .
«Per mettere in
sicurezza tutto il nostro Paese occorrerebbero tra i 20 e i 25 miliardi di
euro», ha detto il sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso.
Tanti. E non è detto che basterebbero. Ma comunque meno di quanto i governi
hanno dovuto spendere negli ultimi decenni per intervenire «dopo », con le file
di teli bianchi stesi sui morti. Più ancora che un enorme sforzo finanziario,
più che mai impegnativo di questi tempi, servirebbe però una svolta culturale.
La consapevolezza che uno Stato serio non può affidarsi alla dea bendata o ai rattoppi
d’emergenza. Ma anche che un pezzo di responsabilità della vita propria e di
quella altrui è del cittadino. Il singolo cittadino. Che non può infischiarsene
«prima» delle regole, quelle scritte e quelle del buon senso, per invocare lo
Stato «dopo».
La storia di
Messina, purtroppo, è esemplare. Lo dicono le 8 mila pratiche non ancora
esaminate dal Comune (su 16 mila!) degli sventurati condoni del 1994 e del 1985
(un quarto di secolo fa) più altre 3 mila della sanatoria 2003. Lo dice il
totale disinteresse per i rapporti dei geologi che già avevano previsto tutto
negli anni 90. Lo dice l’assalto di questi anni di assatanati palazzinari alle
sabbiose colline cittadine grazie a un piano regolatore che avrebbe dovuto
vietare tutto e fu varato invece con quasi 800 deroghe che permettevano tutto.
Di queste, 33 erano per Giampilieri.
Gian Antonio
Stella CdS 4
Trattato Ue, l'Irlanda ha detto sì: 67,1%. Barroso: è un grande giorno per
l'Europa
Il premier Cowen:
«E' nata un'Europa più forte» - Ora si aspettano solo le ratifiche di Polonia e
Repubblica Ceca
ROMA - Il partito del "sì" ha vinto in
maniera inequivocabile il secondo referendum irlandese sul Trattato di Lisbona:
i dati ufficiali definitivi hanno confermato quanto emerso già dagli exit poll
della nottata e dai primi conteggi. Il "sì" si è imposto con il 67,1%
dei voti, mentre il "no" ha raccolto il restante 32,9%: sono questi i
dati definitivi annunciati dalla tv pubblica Rte. L'affluenza è stata del 58%.
Il passaggio di voti dal "no" al "sì" è stato del 20,5%
rispetto al 2008, quando i contrari erano stati il 53,4%.
Il premier
irlandese: il sì ha vinto, nasce un'Europa più forte. «Il "sì" ha
vinto - ha detto il premier irlandese Brian Cowen - La gente ha parlato, questo
è un buon giorno per l'Irlanda e per l'Europa. Gli irlandesi hanno parlato con
voce chiara. Insieme all'Europa, siamo migliori e più forti. Il Trattato farà
nascere un'Europa più forte e un'Irlanda migliore».
Il leader del
partito del "no" ammette la sconfitta. «E' una vittoria molto
convincente del "sì"» ha ammesso il leader del gruppo anti-Lisbona
Libertas, l'imprenditore Declan Ganley che nel 2008 fu il protagonista della
campagna vittoriosa contro Lisbona. «Rispetto il risultato, in ogni caso, la gente
si è espressa» ha detto Ganley, che ha elogiato il premier Brian Cowen per la
sua battaglia referendaria: «Dal punto di vista politico ha condotto una
campagna fenomenale. E' una vittoria convincente, un mandato, gli auguro ogni
fortuna». La vittoria del "sì" era stata prevista da Richard Green,
portavoce del gruppo anti-Lisbona Coir, che ha condotto una delle campagne più
aggressive per il "no" e che nella sua campagna aveva previsto la
fine della sovranità nazionale irlandese se fosse passato il sì: «Voglio esprimere
la mia solidarietà e compassione per tutte quelle persone che si sono impegnate
spinte dall'amore per il proprio Paese. Siamo molto delusi, la voce della gente
non è stata ascoltata, lo scorso anno, e hanno voluto ripetere il referendum».
Ora riflettori
puntati su Polonia e Repubblica Ceca. La campagna referendaria ha avuto toni
anche molto aspri, con i favorevoli che vedevano l'Europa come ancoraggio certo
per uscire dalla pesante recessione (facendo notare come la catastrofe
economica sia già stata evitata solo grazie all'Ue), e i contrari che
prevedevano fine della neutralità, imposizione di sistemi fiscali, e leggi
permissive sull'aborto come conseguenza della vittoria dei "sì". Ora,
con l'approvazione del Trattato da parte degli irlandesi, la pressione si
sposta su Polonia e Repubblica Ceca, i cui leader euroscettici hanno rinviato
la ratifica di Lisbona.
Barroso: è un
grande giorno per l'Europa. «E' un grande giorno per l'Europa, grazie agli
irlandesi che hanno detto un enorme sì al trattato di Lisbona - ha commentato
il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso - Con il "sì"
espresso dagli irlandesi, tutti gli Stati membri della Ue hanno approvato
democraticamente il nuovo trattato. Spero che ora le procedure per far entrare
in vigore il nuovo Trattato siano completate al più presto possibile anche da
Repubblica Ceca e Polonia».
Il Parlamento Ue
saluta la vittoria del "sì". Soddisfazione al Parlamento europeo per
i risultati del referendum sul trattato di Lisbona, che indicano una netta
vittoria del sì. «Mi complimento con gli elettori irlandesi per la loro
saggezza nel distinguere fra verità e menzogne. Il voto non potrà che
rafforzare l'Unione europea» ha commentato Joseph Daul, capo del principale
gruppo parlamentare, il Partito popolare europeo (Ppe). «L'Irlanda ha votato
per l'Europa» ha commentato soddisfatto il capogruppo liberale, Alexander Graf
Lambsdorff, rivolgendosi poi al presidente ceco, l'antieuropeista Vaclav Klaus,
perché si affretti a firmare la ratifica del trattato. Klaus, ha affermato,
«deve rinunciare alle sue tattiche di blocco, perché il Parlamento ha chiarito
la volontà del popolo ceco. La firma di Klaus sembra ora l'ultimo ostacolo
all'entrata in vigore del trattato. Anche il presidente polacco deve ancora firmare
la ratifica del Parlamento, ma ha già fatto sapere che lo farà se l'esito del
referendum irlandese sarà positivo. Nella Repubblica Ceca il Parlamento ha
ratificato il trattato in maggio, ma Klaus non ha ancora firmato. Martedì un
gruppo di senatori ha presentato un ricorso contro il trattato alla Corte
costituzionale, allungando ulteriormente i tempi.
Frattini: avevamo
fiducia negli irlandesi. «Avevamo fiducia nella capacità degli irlandesi di
comprendere che hanno costruito una parte importante delle loro fortune
economiche grazie al sostegno della Ue»: così il ministro degli Esteri, Franco
Frattini, ha giudicato i primi responsi del referendum sul Trattato di Lisbona.
«Credo - ha detto Frattini - che l'Europa non si possa e non si debba fermare e
gli irlandesi hanno compreso benissimo che dinnanzi a loro vi era una grande
sfida: essere davvero parte della strada che il Trattato di Lisbona aprirà o
restare su un binario morto». IM 3
L’informazione in Italia. Un'anomalia per l'Occidente
SE è ancora
possibile, nel mezzo dello scontro politico che divide l'Italia, vorrei provare
ad uscire dagli slogan per ragionare su qualcosa che non è di destra o di
sinistra e fa parte dei fondamentali di ogni normale democrazia, così come
tutti noi la intendiamo: il diritto dei cittadini di sapere, cui corrisponde il
dovere dei giornali di informare. Questo diritto nella democrazia italiana di
ogni giorno è a mio parere fortemente indebolito. Il controllo dell'intero
universo televisivo da parte di un solo soggetto - che è anche capo di un
partito, della maggioranza parlamentare e del governo - è un'anomalia in tutto
l'Occidente.
Già questo
dovrebbe farci riflettere come cittadini, così com'è anomalo il silenzio che
ormai circonda il conflitto di interessi, quasi fosse un male incurabile, con
cui convivere finché qualcuno inventerà il vaccino.
Stiamo parlando di
lui, del cittadino. Non dei giornali o dei telegiornali, che sono soltanto
strumenti della cittadinanza, in quanto libere imprese dell'informazione. Quel
cittadino - in nome del quale si svolge oggi a Roma la manifestazione per la
libertà di stampa - se esposto soltanto alla luce berlusconiana dei
telegiornali pubblici e privati, sa solo ciò che vuole il potere.
Ad esempio, non sa
nulla dello scandalo che da sei mesi circonda il Capo del governo, lo
ossessiona portandolo ad insultare i giornali che ne parlano, e gli impedisce
di far politica liberamente, ostaggio com'è delle sue contraddizioni e delle
sue bugie. Qualunque medio lettore di qualsiasi giornale europeo ne sa molto di
più. Soprattutto, essendo informato, è in condizione di formulare un'opinione
consapevole sulla rilevanza o meno di questo scandalo, e di esprimere un
giudizio avvertito e autonomo.
Nei grandi
scandali sollevati dalla libera stampa in altri Paesi, infatti, il concerto
spontaneo tra i giornali che indagavano e i grandi network televisivi che
rilanciavano le notizie ha reso coscienti e partecipi i cittadini, finché i
leader politici coinvolti nelle vicende - tra tutti, Richard Nixon - hanno
dovuto rispondere e rendere conto non solo alle domande di un'inchiesta
giornalistica permanente, ma alla pubblica opinione, il cui peso è stato
determinante.
Da noi, è successo
il contrario. Quando Repubblica ha notato contraddizioni e bugie nel racconto
affannato e affannoso che Berlusconi ha via via fatto della vicenda, gli ha
chiesto un'intervista e non avendola ottenuta gli ha rivolto in pubblico dieci
domande, quelle bugie e quelle contraddizioni sono rimaste un problema di
Repubblica e dei giornali stranieri. Eppure la menzogna del potere è un
problema della democrazia, dunque di tutti e principalmente del cittadino
elettore: oltre che uno spazio naturale e obbligatorio per ogni libero
giornalismo.
Abbiamo dunque
avuto di fronte - noi e i grandi giornali europei - una chiara e semplice
questione di verità. Non so chiamarla altrimenti. Il silenzio del Premier,
riempito da urla e insulti come non accade altrove, ingigantiva infatti
un'ultima, definitiva domanda: signor Presidente, qual è la ragione oscura ma a
lei ben nota, che le impedisce di dire la verità al suo stesso Paese, e la
costringe a mentire ai suoi concittadini?
Sarebbe
sufficiente tutto questo, e cioè l'incapacità-impossibilità del potere di
spiegare i suoi abusi, per chiedere pubblicamente che il diritto-dovere
d'informazione venga rispettato. Ma c'è molto di più. Costretto da se stesso al
silenzio su ciò che non può chiarire, il Presidente del Consiglio ha cercato
nel crescendo degli ultimi mesi di costringere al silenzio chi indaga su di
lui.
Prima ha parlato
di complotto della stampa, come se esistesse un'internazionale del giornalismo
ispirata dalle cancellerie. Poi di una manovra eversiva per farlo cadere, come
se le critiche fossero un golpe. Quindi ha insultato i giornalisti di
Repubblica ("delinquenti") che tentavano di rivolgergli una domanda,
le poche volte in cui non sfugge ai cronisti. Dalla tribuna di un convegno di
Confindustria ha ufficialmente invitato gli imprenditori a non far pubblicità
sui giornali che lo criticano e cioè ha tentato di sovvertire il libero mercato
per soffocare economicamente Repubblica, come ha spiegato la sera stessa ai
cronisti.
Al corrispondente
del Paìs colpevole di chiedergli conto del danno provocato all'Italia da questi
scandali ha augurato il fallimento del suo giornale. In tre occasioni ha
invitato gli italiani a non leggere i quotidiani, denigrandoli, in una quarta
ha spiegato che la televisione è la parte buona dell'informazione e la stampa
quella cattiva. Sulla sua poltrona più comoda, quella di Porta a Porta, ha
proclamato che ci sono troppi "farabutti" nei giornali e in
televisione, ovviamente al riparo dalle querele grazie allo scudo che si è
costruito con le sue mani.
Davanti alle
telecamere della Rai ha definito "inaccettabile" che il servizio
pubblico possa criticare il governo, indicando poi per nome le trasmissioni
colpevoli. Ha annunciato che risponderà solo a domande di suo gradimento. E ha
certificato, definitivamente, che chi lo critica è anti-italiano: come se fosse
italiano, e patriottico, registrare in silenzio tutto questo, e far finta di
niente.
Veniamo poi
all'ultimo atto. Non potendo rispondere alle dieci domande di Repubblica, il
Premier le ha portate in tribunale, chiedendo al giudice di farle tacere,
cancellandole. Ha denunciato i grandi giornali europei e Repubblica per aver
ripreso le loro inchieste, quasi fosse possibile alzare un muro alla libera
circolazione in Europa delle idee, delle opinioni e del giornalismo, purché gli
italiani non sappiano, rimangano all'oscuro e non possano giudicare. Ha
querelato l'Unità per aver riportato sullo scandalo giudizi del senatore
Guzzanti che invece non è mai stato querelato, forse perché ha annunciato di
avere molte cose da raccontare ai magistrati.
Infine, il
killeraggio attraverso i giornali. Ad agosto il direttore del Giornale - di
proprietà della famiglia Berlusconi - viene licenziato e spiega nel suo ultimo
articolo il perché: ha fatto tutte le battaglie, ma si è rifiutato di rovistare
"nei letti di direttori ed editori" di altri quotidiani. Ecco la
concezione della stampa e del giornalismo del Presidente editore ed
imprenditore. Infatti, col nuovo corso quel giornale colpisce a tutte colonne
il direttore di Avvenire (il giornale dei vescovi) colpevole di aver criticato
il Premier, rilanciando una vecchia vicenda già pubblicata un anno prima e
spacciando per documento paragiudiziario una velina anonima che parla di
omosessualità, scritta nel linguaggio dei servizi.
È un ammonimento
alla Chiesa, perché non dia giudizi sullo scandalo berlusconiano, e ai
direttori di giornale, perché girino al largo, se non vogliono finire nel
mirino. Poco dopo, lo stesso giornale lancia un avvertimento con minaccia
preventiva a Fini, perché si rimetta in riga se non vuole che si ripeschino
vecchie vicende che si fanno balenare con esplicite allusioni sessuali.
Fermiamoci un
momento, visto che discutiamo di informazione. Tutti hanno parlato di character
assassination, ma nessun giornale ha illuminato la figura gigantesca del
mandante. Eppure in ogni criminal story che si rispetti chi preme il grilletto
merita poche righe, conta l'ispiratore e il movente. Allora diciamo le cose
come stanno. Si è cercato di coartare la libertà politica e personale della
terza carica dello Stato, e lo si è fatto non solo per ciò che Fini ha detto
fin qui, ma soprattutto per ciò che potrebbe dire e fare. Colpendo lui, si
lavora già per l'agonia berlusconiana, sparando nel buio del futuro per
spaventare tutti.
La questione di
verità, così, è diventata per forza di cose una questione di libertà. Perché è
un vero e proprio problema di libertà - anche se molti fingono di non
accorgersene - doversi domandare se il Presidente del Consiglio stia usando i
servizi e le polizie contro le ragazze che testimoniano dopo gli incontri con
lui, i magistrati che indagano, i giornalisti che fanno le domande. È un
problema di libertà il fatto che un gruppo di cittadini in questo Paese usi
nelle telefonate, negli incontri, negli spostamenti le stesse cautele che si
usavano in altri tempi e in altri Paesi non liberi. C'è un problema di libertà
se i giornalisti intimiditi a mezzo stampa devono pensare alla loro sorte
personale quando accendono il computer per scrivere un articolo che contenga
qualche critica, magari timida, al Presidente del Consiglio.
In ogni Paese, un
leader che si sente attaccato ha il diritto di difendersi. Negli altri Paesi,
ci si difende usando le armi delle idee, della politica, del ruolo straordinario
che una grande leadership ha davanti all'opinione pubblica quando si presenta a
dire la sua verità su una questione controversa, e sa assumersene la
responsabilità: come ha suggerito più volte a Berlusconi Giuliano Ferrara. In
nessun Paese libero si colpisce personalmente o si minaccia esplicitamente di
colpire chi critica il potere, riducendo la stampa di proprietà ad arma
impropria: salvo dissociarsi alle cinque del pomeriggio, ad esequie della
vittima avvenute.
Resta dunque
l'ultima questione: si può governare una grande democrazia, nel cuore
dell'Europa e del 2009, a colpi di dossier? Che immagine dà di sé un potere
spaventato e spaventoso che sostituisce la leadership con l'intimidazione? Che
futuro può avere un Premier che annulla la politica con le minacce? E fin dove
arriverà, fin dove arriva già oggi, la rete dei ricatti e dei veleni che si
allarga sotto il doppiopetto presidenziale?
Insomma, a furia
di non rispondere restano solo le domande. E non finiscono mai. di EZIO MAURO
LR 3
Dopo il sì irlandese. Fare l’Europa, non ci sono più alibi
Anche questa volta
l’Europa ce l’ha fatta, sia pure, e nemmeno questa è una novità, con qualche
battuta d’arresto di troppo. Se una buona fetta di elettori irlandesi, per
fortuna più consistente del previsto, non avesse votato diversamente rispetto
al referendum del giugno 2008 sul Trattato di Lisbona, l’intera costruzione
europea avrebbe visto annullato il cammino di quest’ultimo decennio (qualcosa
di mezzo fra il gioco dell’oca, la tela di Penelope e il supplizio di Sisifo);
oppure, alternativa non improbabile, sarebbe stata costretta a procedere a
ranghi ridotti. Ora si può ragionevolmente pensare che il risultato irlandese
agisca come stimolo per rimuovere le residue remore euroscettiche di Repubblica
Ceca e Polonia. E che il cammino verso l’integrazione politica proceda, non
importa se lentamente e a piccoli strappi (come è avvenuto sinora), ma comunque
senza invertire la direzione di marcia.
Del resto, le
vicende europee di questi ultimi anni - il difficile e macchinoso parto del
precedente trattato di Nizza, i risultati traumatici dei referendum del 2005 in
Francia e in Olanda, non solo segnalano quanto ampie e tenaci siano le
resistenze di larghe fasce dell’opinione pubblica nei confronti di un processo
di integrazione che appare ai più troppo burocratico e calato dall’alto (un
dato, questo, che oggi sarebbe sbagliato ignorare o sottovalutare). Ma
dimostrano al tempo stesso l’insostenibilità di un meccanismo che
periodicamente affida le sorti dell’intera Unione al giudizio di singole quote
degli elettorati nazionali: nessun organismo sovranazionale, anche quando non
aspiri a trasformarsi in superstato, può ragionevolmente sopravvivere se è
costretto a verificare giorno per giorno le ragioni del suo esistere e a
contrattare in eterno le sue regole di funzionamento con ciascuno dei suoi
soci.
Il Trattato di
Lisbona, che rispetto al precedente testo rappresenta un aggiustamento ispirato
più che altro alle ragioni del realismo, non elimina del tutto queste
contraddizioni. Ma almeno allarga l’area delle decisioni di competenza delle
autorità europee (ad esempio in materia di energia, di immigrazione e di lotta
alla criminalità).
E pone le premesse
per una progressiva fuoriuscita dalla logica di una Unione intesa come semplice
sommatoria di Stati sovrani, ognuno dei quali capace di bloccare l’intera
macchina. Certo, si può anche essere contrari all’Unione europea in quanto
tale, in nome della difesa delle tradizioni nazionali o delle antiche
statualità. Ma questa è oggi una posizione minoritaria e difficile da sostenere
con argomenti convincenti. Dovrebbe essere evidente a tutti quanto l’Europa,
intesa come l’insieme dei cittadini europei, sia danneggiata dalla sua
incapacità di parlare con una sola voce e di far valere il suo non indifferente
peso economico e demografico: sia che si tratti di politica internazionale, di
Afghanistan e di Medio Oriente, sia che si discuta sulle vie migliori per
uscire dalla crisi e per rimettere in moto la crescita, sia infine che ci si
riferisca ai problemi interni dell’euro-area (uno per tutti: la gestione del
fenomeno migratorio). Senza contare il fatto che l’Unione europea è anche un
club di Stati democratici: farne parte (il discorso vale soprattutto per i
Paesi usciti da poco dall’autoritarismo comunista) significa acquisire una
solida garanzia contro le minacce al pluralismo politico e alle istituzioni
rappresentative.
Questi vantaggi, e
i molti altri che sarebbe facile elencare, costano naturalmente un prezzo in
termini di sovranità. Un prezzo tanto più difficile da accettare in quanto il
beneficiario è un’entità priva di radici territoriali e di una lingua comune.
Ma è anche vero che la storia dello Stato moderno e della stessa civiltà
europea è il frutto di progressive cessioni di sovranità (altrimenti saremmo
ancora all’età dei feudi e delle città-Stato). E non è affatto detto che la
forma dello Stato nazionale rappresenti l’esito ultimo e definitivo di quella
storia. GIOVANNI SABBATUCCI Im 4
Cosa vuol dire libertà di stampa
Molti si
chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di
stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran.
Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa,
vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati
sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni
opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra
dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.
Oggi, chiunque
decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un'opinione
opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E
persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione
devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere
ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni.
Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non
dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all'altro troncato un
percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.
Vorrei parlare
apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: "Ma che
volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per
primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private
erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati
con la stessa moneta?". Infatti la questione non è morale. La
responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi
scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della
propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della
possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso,
un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in
cui i ruoli di entrambi sono rispettati.
Per un
giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la
sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può
essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita
privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata
per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve
rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si
diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le
azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica
pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita.
In questi anni ho
avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero
gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere
giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l'incriminazione
delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi
contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella
loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l'informazione e chi
cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di
potere formale?
Chi ha votato per
l'attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi
o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa
valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia
funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?
Il paese sta
diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi:
qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro
stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati
ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di
prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo
chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica.
Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto
bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di
poter mai affrontare i problemi veri dell'Italia?
Il ricatto cui è
sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di
altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio
della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In
più ci sono aspetti che rendono l'Italia da tempo anomala e più fragile di
altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della
povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi.
Nel 2003 John
Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un
documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre
dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110
miliardi di dollari all'anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in
Europa. L'Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo
la Colombia.
È il paese europeo
che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e
minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è
proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge.
Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate
dall'opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente
minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l'esperienza di chi sa
quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.
Il capo del
cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva "sei alleato di una
persona solo quando la ricatti". Un potere ricattabile e ricattatore, un
potere che si serve dell'intimidazione, non può rappresentare una democrazia
fondata sullo stato di diritto.
Conosco una
tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva
dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra,
molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto
nella mia terra l'alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal
coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la
bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore
condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante
altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni
principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di
centrodestra, volete tutto questo?
Questa
manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad
aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che
la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione
personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.
Vorrei che
ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che
tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in
Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e
fatto a servizio di un'informazione libera.
In nome di
Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un
reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera
del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna
Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro
battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la
vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell'Occidente
come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in
Italia quel sogno non sia sporcato.
ROBERTO SAVIANO LA/LR
2
(articolo pubblicato
anche da El Paìs, The Times, Le Figaro, Die Zeit, dallo svedese Expressen e dal
portoghese Espresso)
Ue. MFE: la Repubblica Ceca deve scegliere: dentro o fuori! Basta con i
ricatti!
La netta vittoria
del sì nel referendum in Irlanda apre la via ad una ratifica definitiva del
Trattato di Lisbona. Con il sì dell’Irlanda, tutti i popoli dell’UE
(direttamente tramite referendum o indirettamente attraverso un voto dei
rispettivi Parlamenti) si sono pronunciati a favore del Trattato di Lisbona.
I Presidenti
euroscettici della Polonia e della Repubblica Ceca, la cui firma è l’elemento
mancante per completare il processo di ratifica, non hanno più argomenti per
bloccare l’entrata in vigore del Trattato. Eppure Vaclav Klaus ha dichiarato che la sua firma non è all'ordine
del giorno. Il piano del Presidente ceco
è noto: ritardare la ratifica fino alle elezioni inglesi, con la speranza che i
conservatori, una volta tornati al potere, affossino il Trattato.
Per due volte di
seguito i governi europei si sono dimostrati imprevidenti ed insipienti,
sottoponendo ad una ratifica unanime prima la Costituzione europea e poi il
Trattato di Lisbona. Se ora accettano il
ricatto di un solo uomo, si espongono al ridicolo. La Repubblica ceca sia posta
di fronte ad una alternativa secca: o completa la ratifica con la firma del
Presidente o esce dall'Unione.
Per evitare il
ripetersi di simili vicende, in futuro
bisognerà prendere altre strade. Il Trattato di Lisbona è un passo nella giusta
direzione. Infatti, anche se ha
abbandonato ogni riferimento al linguaggio costituzionale, esso sviluppa la
costituzionalizzazione e la democratizzazione dell’UE: la Carta dei diritti
assume valore vincolante, le materie assegnate alla codecisione tra Parlamento
e Consiglio passano dal 60% al 90%, si introducono le cariche permanenti del Presidente
del Consiglio europeo e di un quasi-ministro degli esteri. L'Unione europea
rimane però senza un governo e senza una Costituzione, dunque un organismo poco
efficiente e poco democratico. Per trasformarla in una federazione occorre
farla finita con il diritto di veto in settori cruciali come la politica
estera, la fiscalità e, soprattutto, la revisione dei Trattati. Affidarsi anche
in futuro alle ratifiche unanimi significa impedire all'Unione di riformarsi e
di rispondere alle sfide del nostro tempo.
Avanti verso un
Governo ed una Costituzione europea!
Movimento
Federalista Europeo (de.it.press)
Germania. «Torniamo allo spirito della riunificazione»
La Merkel rievoca
«il coraggio di quei giorni» alla festa per il 19° anniversario
di WALTER RAUHE
BERLINO - Due
gigantesche marionette di legno e acciaio si sono aggirate ieri per le strade
di Berlino. Le due figure - una bambina e il suo zio vestito da palombaro - si
erano perse di vista per molti anni e dopo lunghe ricerche si sono ritrovate
finalmente ai piedi della Porta di Brandeburgo per riabbracciarsi. La compagnia
teatrale francese Royal de Luxe ha messo in scena questa fiaba poetica come
un’allegoria della divisione tedesca e come un regalo alla capitale della
Germania in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro di
Berlino. Questo si festeggia in realtà solo il prossimo 9 novembre, ma già ieri
è ricorso nel frattempo il diciannovesimo anniversario dell’unificazione del
Paese portata a termine un anno dopo la caduta del Muro.
Allora erano in
tanti, Margaret Thatcher e Francois Mitterrand in testa, a temere il ritorno di
una Germania egemone, sovrana e ingrandita nella quale sarebbero potuti
rinascere sentimenti nazionalistici e rivendicazioni di potenza. «A diciannove
anni dalla riunificazione, celebrata in pompa magna da Helmut Kohl, Willy
Brandt e dall’intera leadership politica d’allora sull’oceanico piazzale
antistante il palazzo del Reichstag (sede del parlamento federale), questa
Germania non sembra più far paura a nessuno», ha commentato ieri un cronista
britannico.
Berlino resta
incantata da due marionette giganti e dalla suggestiva fiaba raccontata dalla
compagnia teatrale francese. Centinaia di migliaia di persone assistono
commosse al loro riabbraccio alla Porta di Brandeburgo, corrono dietro alle
marionette di legno mosse da decine di assistenti sulla Unter den Linden, il
viale che un tempo servì da sfondo alle inquietanti parate militari di Adolf
Hitler e alla fiaccolate notturne dei battaglioni dell SS. Settant’anni
separano i due avvenimenti, ma sono anni luce quelli che separano le Germanie
di allora e di oggi.
Anche la
cancelliera Angela Merkel ha ribadito ieri che «lo spirito della rivoluzione
pacifica che nel 1989 ha portato alla caduta del Muro di Berlino e un anno dopo
alla riunificazione delle due Germanie deve rimanere un esempio anche per i
giorni nostri e per superare la crisi». Angela Merkel (Cdu) ha invitato i
tedeschi ad avere il “coraggio” di allora e di guardare al futuro con un senso di
responsabilità più forte, lasciando alle spalle i conflitti del passato. Serve
uno stato di «inquietudine produttiva permanente, come quello che abbiamo
vissuto nel 1989», ha sottolineato la cancelliera partecipando alla cerimonia
ufficiale in occasione dell’anniversario dell’unificazione svoltasi a
Saarbruecken (Germania occidentale). «Il desiderio di libertà ha portato la
Germania alla riunificazione e questa è stata resa possibile grazie al coraggio
di migliaia di tedeschi che hanno dimostrato la grande forza del Paese».
L’unità, ha concluso, «non è piovuta dal cielo ma è stata il risultato di
scelte coraggiose, di determinazione e di valore civico». IM 4
Anche noi siamo stati stranieri
La Stampa ha
pubblicato negli ultimi giorni due storie esemplari: quella dell’avvocato
Loredana Ionita, romena residente a Torino, dove si è trasferita otto anni fa,
e dove ha fatto, anche da clandestina, quattro mestieri, compreso quello di
badante, prima di veder riconosciuti i titoli di studio che aveva conseguito
nel suo Paese e di venire iscritta all’Ordine degli Avvocati torinese. E quella
di Massimo Tagliati, che in Piemonte è giunto quarant’anni fa dal Veneto.
Non sapeva
l’italiano, ma solo il suo bel dialetto, e la sua prima maestra lo cacciò di
classe definendolo «un selvaggio». Ha «lottato con caparbietà» per arrivare a
essere accettato, ora fa un lavoro dignitoso e si è fatto una famiglia e degli
amici.
Commentando questa
lettera, Mario Calabresi ha osservato che il tema dell’integrazione «sta
diventando il più sentito dai lettori, quello che appassiona e divide di più». Lo
è, e non da ieri, ma da diversi decenni.
Torino è stata,
nel ricco Nord-Ovest, forse ancor più di Milano, l’«America» per moltitudini di
emigranti venuti dalle regioni più povere d’Italia, e poi del mondo. Prima dei
meridionali furono i contadini veneti, fin dagli Anni Trenta, a venire a
cercare la fortuna nella città dell’auto. Questo giornale, fedele alla
vocazione democratica e liberale sua e della città, ha sempre svolto un ruolo responsabile
nel favorire il processo di «integrazione» dei nuovi arrivati, non sempre
facile in una società dalla forte identità e piuttosto orgogliosa delle sue
tradizioni; ma sempre assai civile (ricordate quando si pubblicava in pagina di
cronaca la «Posta Nord-Sud»?).
Un fenomeno che
divide
«Integrazione» è
parola corretta. Ma non esprime la drammaticità e complessità di un fenomeno
che ancora «divide», oggi forse più che mai. L’Italia non conosceva afflussi di
massa di popolazioni straniere dai tempi delle invasioni barbariche; e solo da
pochi anni, ultima tra le grandi nazioni dell’Europa ricca, è diventata la meta
di moltitudini di emigranti in cerca di fortuna. Molti di loro, per lo più,
sono decisamente «abbronzati». E anche se sappiamo bene, o dovremmo sapere, che
i nuovi arrivati sono essenziali per la crescita della nostra economia e del
nostro benessere, molti di noi rimangono turbati e offesi dal contatto con
tanti «diversi».
Nel libro di terza
elementare di mio nonno (nato nel 1858), che veniva ancora conservato nella
biblioteca di casa, noi ragazzi leggevamo, trovandolo molto divertente, un
dialogo tra padre e figlio che diceva così: «Padre, ieri mi venne veduto un
uomo nero. Figlio, quell’uomo è un negro. Padre, ma io ho paura. Figlio, ma anch’egli
è figlio di Dio». Noi, all’epoca, gli uomini neri li avevamo visti solo nei
film americani, dove la loro parlata veniva doppiata con un accento che faceva
ridere. Gli unici «non bianchi» che conoscevamo erano i cinesi che vendevano
«clavatte una lila» agli angoli delle strade, e non facevano paura.
Poi, nel corso
della mia vita (sono stato emigrante anch’io) ho incontrato tante dure realtà
di immigrati, o di «diversi», che aspiravano a «integrarsi», a essere
riconosciuti come eguali, e che venivano visti con paura o con disprezzo.
Il dramma degli
immigrati
Non ho l’età per
avere assistito al grande dramma della nostra emigrazione disperata nelle
Americhe, ma non l’ho certo dimenticato, come l’hanno dimenticato la maggior
parte dei miei compatrioti: cosa di cui non so capacitarmi. Ma non vi rendete
conto che il dramma odierno degli immigrati in Italia era stato prima il nostro
identico dramma? E che buoni cristiani siete, per disprezzare «lo straniero che
vive in mezzo a noi», invece di amarlo, come prescrive duramente la vostra
fede?
Ho assistito
personalmente, come inviato, nel «profondo Sud» del Mississippi, alle
drammatiche giornate dell’autunno 1964, quando la rivoluzione negra faceva i
primi passi timorosi, quando i giovani bianchi venuti dal Nord per aiutare i
negri a iscriversi per il voto nelle elezioni presidenziali (vinse Johnson)
rischiavano a ogni passo di venire ammazzati.
E ne vennero
ammazzati tre. Che atmosfera spessa di odio e di paura si respirava a Jackson,
soltanto per essere uno straniero bianco, quindi amico dei negri! La rivivo
ogni volta che rivedo quel grande film che è Mississippi burning. Quanto
lontana, inimmaginabile la meta della parità. Impensabile che dopo mezzo secolo
l’America avrebbe eletto un negro Presidente.
L’integrazione è
difficile in ogni Stato, in ogni condizione. Perfino in Israele, i profughi
delle ondate nordafricana o russa faticano ancora a essere considerati uguali
dagli «olim» europei delle prime ondate. E nelle civilissime Francia e
Inghilterra si hanno le «rivolte dei ghetti». A maggior ragione bisogna saper
favorire, con accortezza e generosità d’animo, nell’interesse loro e nostro (la
civiltà nasce da tanti incroci tra genti diverse), l’integrazione dello
«straniero che vive in mezzo a noi». Perché anche noi fummo stranieri in terre
ostili e lontane. ARRIGO LEVI LS 2
Berlino. Gli italiani in piazza per la libertà di stampa in Italia
Anche gli italiani
in Germania dicono: „Siamo tutti farabutti“. Più di duecento connazionali in
piazza d’avanti all’Ambasciata italiana di Berlino per la libertà di stampa in
Italia, in solidarietà con i manifestanti a Roma. Alla manifestazione,
organizzata da diverse associazioni degli italiani a Berlino e dalla sezione
locale del PD, hanno aderito anche i rappresentanti delle due maggiori
sindacati dei giornalisti tedeschi DJV e DJU. “Non può essere”, ha detto Laura
Garavini, deputata eletta nelle circoscrizione Europa, nel suo discorso, “che a
volte sulla stampa qua all’estero si apprenda di più su alcuni scandali in Italia
che non su diversi media italiani. Le intimidazioni di Berlusconi verso i
giornalisti indipendenti sono una vergogna per uno degli stati fondatori
dell’Unione europea. Garantire la libertà di stampa in Italia – ha aggiunto la
Garavini – deve essere una delle prime priorità del centrosinistra”.
De.it.press
Primarie PD. Bersani preferito anche a Stoccarda
Stoccarda - Questo
è l’esito del congresso del Circolo PD Stuttgart 1 che si è svolto con grande e
animata pertecipazione lunedì scorso, 28 settembre 2009, presso il circolo
ARCES di Stoccarda-Möhringen.
Un forte momento
democratico che ha visto il nostro Circolo al centro di un interessante
dibattito sulle tre mozioni presentate dai tre candidati alla carica di
Segretario del PD. Nel corso della serata più volte sono state esaminate e
apprezzate tutte e tre le mozioni (Franceschini, Bersani e Marino) ed è stato
riconosciuto il contributo di idee dei singoli candidati alla costruzione del
nostro partito. La mozione però che ha convinto di più gli iscritti del nostro
Circolo è stata quella di Bersani perchè quella più affine al discorso politico
che abbiamo portato avanti in questi ultimi mesi: costruzione di un’identità
politica riconoscibile soprattutto all’esterno e creazione di un’organizzazione
che sappia coinvolgere e raccogliere le interessanti idee che ruotano attorno
al nostro partito. Il Circolo Pd Stuttgart 1 ha premiato, per così dire, la
concretezza di un programma che sente suo votando quasi all'unanimità la lista
Bersani.
Anche a nome del
nostro Presidente, Giuseppe Di Maggio, desidero ringraziare tutti gli iscritti
che hanno partecipato al congresso, in particolare Giovanni Baruzzi per
l’esposizione della lista „Insieme per Bersani“ e il comitato di presidenza
composto da Giuseppe Tabbì, Carmela
Cocci, Michele Genco e Domenico De Palma, nonché il Signor Rocco De Filippo che
ha assistito da garante al corretto svolgimento della votazione.
Le Primarie dei
Circoli sono oramai concluse, adesso il nostro lavoro si concentrerà sulle Primarie
del prossimo 25 ottobre, un altro importante appuntamento democratico che vedrà
coinvolti iscritti e simpatizzanti del Pd per votare il futuro Segretario del
Partito democratico. Vi aspettiamo dunque!
Cristina Rizzotti,
Segretario Circolo PD Stuttgart1
Franceschini in Germania : un ottimo risultato
Dario Franceschini
in Germania ottiene un ottimo risultato, questo lo testimoniano i dati
ufficiali che danno alla lista di Franceschini il 44% dei voti validi. Nessun
candidato supera il 50% dei voti attestandosi la lista Bersani a solo il 48,
5%, dei voti, quindi una quasi sostanziale parità tra i due
candidati.
La partecipazione
nei circoli è stata di 348 votanti, pari al 36 %, degli iscritti. I voti
risultano così ripartiti: Bersani 169, Franceschini 153, Marino 26, pari al 7,5
%. Dopo questa prima fase riservata agli iscritti, passa ora la parola
alle elettrici e agli elettori del PD che il 25 ottobre potranno
partecipare alle Primarie e scegliere Dario Franceschini come futuro segretario
del PD.
Si aprirà così il
vero dibattito su quale PD si vuole costruire, su quale contributo gli italiani
che vivono in Germania sapranno dare alla forma di questo partito che vogliamo,
radicato, ampio e plurale.
Dario Franceschini
è il più giovane dei candidati alla segreteria, parla una lingua lontana
tanto dal politichese quanto dai tecnicismi, è vicino alla gente ed è un leader
capace, crede nell’unità identitaria del PD e si fa garante di un bipolarismo
forte.
La segreteria di
Dario Franceschini in questa fase è l’unica che faccia crescere un PD che
sia la casa di tutti i Riformisti Democratici .
Solo con
Franceschini la strada del progressismo Europeo da egli stesso promossa potrà
diventare un successo di solidarietá internazionale. Per questo invitiamo
elettrici ed elettori a partecipare con forza ed entusiasmo alle Primarie.
Michele
Santoriello (Pd Circolo di Francoforte), Daniela Di Benedetto (Pd Circolo di
Monaco di Baviera)
Francoforte – Da
qualche giorno a Francoforte ha aperto i battenti “InCantina”, enoteca dedicata
ai vini e alle specialità gastronomiche emiliano romagnole. E’ la prima enoteca
in Germania esclusivamente dedicata ai vini e alle specialità gastronomiche
tipiche dell’Emilia-Romagna. L’iniziativa si colloca nel quadro delle politiche
agricole regionali emiliano romagnole impegnate nella promozione e
valorizzazione dei prodotti del territorio.
Obiettivo è “far
conoscere la cultura del prodotto tipico emiliano romagnolo e del suo corretto
abbinamento con i vini della regione con un’attenzione particolare alla
qualità”. Il locale si propone anche come “luogo di socializzazione con la
possibilità di diventare sede di eventi ed iniziative”.
Il locale,
inaugurato dall’assessore regionale all’agricoltura Tiberio Rabboni e dal
presidente dell´Enoteca regionale Emilia Romagna Gian Alfonso Roda, nasce dalla
collaborazione degli imprenditori Enzo Zauli e Daniele Morini con Enoteca
Regionale Emilia Romagna.
Posizionata nel
cuore del distretto finanziario di Francoforte (Taunusstrasse 6, Frankfurt Am
Main, aperto dal lunedì al sabato dalle 9 alle 19:30) “InCantina” può contare
su una superficie di 200 mq alla base del grattacielo Skyper con uno
spazio eventi dotato di ingresso autonomo. Potrà dunque ospitare anche
workshop, temporary store, mostre d’arte, incontri con gli importatori, ma
anche degustazioni guidate, corsi, momenti di approfondimento, party ed eventi
di lavoro.
Ogni mese il menu
sarà aggiornato in base ai prodotti attentamente selezionati che arriveranno
dall’Italia; lo stesso vale per le 200 etichette selezionate da Enoteca
Regionale Emilia Romagna tra le oltre 1000 della sua mostra permanente. “InCantina”
ha inoltre scelto di dotarsi quasi esclusivamente di personale emiliano
romagnolo. (Inform)
Le primarie del PD nella Ripartizione Europa. I dati ufficiali
Dopo numerose ore
di lavoro, la Commissione di Ripartizione Europa è riuscita a completare il
conteggio dei voti e di distribuzione dei seggi sulla base dei 66 congressi di
circolo che si sono tenuti nella Ripartizione Europa. Dati ufficiali, anche se
perfettibili, che ora la Commissione del PD comunica per evitare speculazioni
che sono in giro
In tutta la
ripartizione Europa hanno votato 1160 iscritti sui 2899 della ripartizione
(pari al 40,1%). Bersani ha ottenuto 496 voti, 42,7%, per un totale
di 54 seggi. Franceschini ha totalizzato 492 voti, 42,4%, per un totale di
53 seggi. E Marino ha avuto 172 voti, 14,8%, per un totale di 19
seggi.
Appena ci saranno
nuovi aggiornamenti, verranno subito comunicati, precisa la Commissione di
Ripartizione Europa. (de.it.press)
Baviera. Roberto Saviano ha vinto il „Geschwister-Scholl-Preis“ del 2009
Roberto Saviano ha
vinto il „Geschwister-Scholl-Preis“ del 2009, un premio letterario tedesco, che
gli sarà consegnato a Monaco di Baviera il 16 novembre prossimo. Il premio
ricorda i fratelli Scholl, Sophia e Hans, studenti dell’università di Monaco di
Baviera e attivisti del movimento antinazista « La rosa bianca », condannati
a morte nel 1943 per aver diffuso dei volantini all’università. Nel
2008 il premio è stato assegnato allo scrittore israeliano Davis Grossmann e
nel 2007 alla giornalista russa Anna Politowkaja.
I fratelli Scholl,
come pure Anna Politoiwskaja, fan parte di coloro che "ha[nno] pagato con
la vita stessa per ogni cosa che ha[nno] scritto e fatto a servizio di
un'informazione libera" (Roberto Saviano, „Cosa vuol dire libertà di stampa“,
in La Repubblica del 2 ottobre, vedi sopra).
Vi cito un passaggio dal comunicato
stampa diffuso sul sito del Premio
(http://www.geschwister-scholl-preis.de/preistraeger_2000-2009/2009/index.php)
e ve lo traduco: „Es ist die Klarheit
und Intensität seiner Sprache, die seine Essays, Reportagen und Erzählungen so
erschütternd macht: nüchtern, gleichzeitig empathisch, zart und in höchstem
Maße poetisch. Seine literarische Wucht ist gespeist aus dem Zorn über die
weltweite Macht der organisierten Kriminalität – trotzdem ist Roberto Saviano
fähig wie kein anderer, die komplexen Sachverhalte eindringlich und
allgemeinverständlich darzustellen“ (Sono la chiarezza e l’intensità del suo
linguaggio a rendere così commoventi i suoi saggi, i suoi reportage e i suoi
racconti: sobrio e nello stesso tempo empatico, tenero e altamente poetico. Il suo impeto letterario è alimentato dalla rabbia nei
confronti del potere – esteso al mondo intero - della criminalità organizzata.
Ciò nonostante Roberto Saviano è in grado – come nessun altro – di
rappresentare circostanze complesse in modo vigoroso e di renderle
comprensibili a tutti).
Se volte saperne
di più, sui fratelli Scholl, cliccate su: http://it.wikipedia.org/wiki/RosaBianca o http://it.wikipedia.org/wiki/Sophie_Scholl.
Ciao a tutte/i,
Pasquale (de.it.press)
Presenti
all’evento, realizzato dall’Istituto Italiano di Cultura in occasione della
Fiera del Libro di Francoforte, gli autori del Dvd Moni Ovadia e Elisa Savi
Francoforte –
Nell’ambito delle iniziative promosse dall’Istituto Italiano di Cultura
in occasione della Fiera del Libro di Francoforte, alle 19 del 15 ottobre si
terrà, presso il Goethe Institut (Diesterwegplatz 72, 60594 Frankfurt/M) la proiezione
del video “Il dovere di ricordare: riflessioni sulla Shoah,” narrato da Moni
Ovadia e ideato da Elisa Savi, che ne ha curato anche la regia. Nel cast del
DVD, che affronta il tema della Shoah riepilogandone i principali tratti
salienti dal punto di vista storico, troviamo, oltre ad Ovadia, Antonio
Albanese, Mauro Berruto, Nicoletta Braschi, Lorenzo Cherubini, Maurizio Dehó,
Luciano Ligabue, Luciana Litizzetto e Shel Shapiro. Nel DVD la voce narrante di
Ovadia cerca di rendere in modo efficace il clima culturale e sociale da cui si
è potuto sviluppare lo sterminio degli ebrei. Oltre che un dovere verso il
passato, la memoria della Shoah diviene così un modo per sorvegliare i rischi
della nostra società e per fare una scommessa sul presente. Il video é allegato
al nuovo manuale “Di fronte alla storia” realizzato dalla Palumbo Editore.
Ospiti d’onore della serata, patrocinata
dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Francoforte, lo stesso Moni Ovadia
e la sceneggiatrice Elisa Savi. E’ inoltre prevista una lettura scenica in
tedesco a cura della regista ed attrice Elettra de Salvo.
A margine dell’incontro sarà possibile
prendere visione di alcuni prodotti della Palumbo editore, tra cui la serie
“Dal testo allo schermo” (nuova collana di audiovisivi diretta da Giovanna
Taviani dal taglio interdisciplinare, dedicata ai grandi film della storia del
cinema, italiano e straniero, che si sono ispirati alla letteratura), “Lezioni
d’autore” (lezioni dedicate ad autori, temi e testi della letteratura italiana
e di quelle straniere, realizzate dai migliori critici italiani e diretta da
Romano Luperini e Pietro Cataldi) e “Le idee e le immagini”, una collana di
audiovisivi diretta da Romano Luperini e Pietro Cataldi, dedicata ai grandi
autori o ai grandi movimenti più significativi della letteratura Italiana: da
Leopardi a Calvino, dal Postmoderno al Neorealismo.
Moni Ovadia: musicista, attore, regista e
scrittore poliedrico. E’ autore e interprete di opere teatrali di successo, tra
cui ricordiamo: “Oylem Goylem” (“Il mondo è scemo” in lingua yiddish),
“L’armata a cavallo, La bella utopia” e numerosissimi altri successi nazionali
e internazionali. Per il cinema Ovadia ha lavorato, tra gli altri, con Bruno
Ganz nel film “Diario senza date” di Roberto Andò e con Nanni Moretti in “Caro
diario”. Ha al suo attivo diverse produzioni musicali e la collaborazione con i
Modena City Ramblers per l’album “Appunti partigiani”, dedicato ai 60 anni
della liberazione dell’Italia all’occupazione nazifascista.
Elisa Savi: Sceneggiatrice e creatrice di
moda, dal 1997 si occupa dell’immagine di Ovadia, curandone le pubblicazioni,
la regia ed il montaggio dei dvd dei suoi spettacoli e delle sue interviste.
Elisa Savi ha introdotto nel teatro una sua visione originale che si avvale
delle esperienze maturate nell’ambito della produzione industriale, utilizzando
tecniche di confezione, stampa, tintura, nonché l’utilizzo di tessuti e
materiali insoliti per la tradizione costumistica teatrale. (Inform)
Alcuni eventi di Monaco di Baviera e dintorni
Monaco di Baviera
– Di seguito riportiamo le iniziative segnalate ai connazionali nelle prossime
settimane dalle Pagine Italo-tedesche di Claudio Cumani, a Monaco di Baviera e
dintorni.
Lunedì 5 ottobre
alle ore 18.30 è atteso al circolo della SPD Sud (Daiserstr.27) Claudio
Micheloni per un incontro sul futuro del Pd (vedi Inform n.178 del 29
settembre: http://www.mclink.it/com/inform/art/09n17810.htm), mentre martedì 6
ottobre presso l’IIC viene segnalata la presentazione del film “Galileo” di
Liliana Cavani nell’ambito della rassegna “Cinema e scienza”, alle ore 19.
Ancora a Galileo sarà dedicato l’incontro di giovedì 8 ottobre con Claudio
Cumani presso l’IIC, alle ore 19, nell’ambito degli eventi per la “Settimana
della cultura italiana”.
Venerdì 9 ottobre
al Liceo Dante (Wackersbergerstr. 61) alle ore 15 è previsto un seminario per
insegnati di italiano nei licei bavaresi, curato da Emilia Sonni Dolce, mentre
alle ore 19.30 all’IIC vi sarà un incontro con Norbert Wolf sul dipinto “Ecce
Homo” realizzato da Tiziano.
Un concerto di
sostegno intitolato “Artisti per un’altra Italia” è in calendario per lunedì 12
ottobre alle ore 20 presso la Steinwayhaus (Landsbergerstr. 336), organizzato
dall’associazione “Un’altra Italia). Un nuovo appuntamento nell’ambito di
“Cinema e scienza” è previsto martedì 13 ottobre all’IIC – ore 19 – con “I
ragazzi di via Pansiperna” di Gianni Amelio (ingresso libero), mentre mercoledì
14 alle ore 19.30 “Il papà di Giovanna” di Pupi Avati sarà proiettato al Cinema
Breitwand di Starnberg per la rassegna “Il cinema italiano introdotto e
commentato da Ambra Sorrentino”. Mercoledì 14 è in programma inoltre presso la
libreria Kunigund di Bamberg, alle ore 16.15, un “Pomeriggio di letture
internazionali per i bambini a Gartenstadt, organizzato dall’associazione
Mosaico italiano.
Una mostra
dell’artista goriziano Silvano Spessot, intitolata “L’anima e il segno”, verrà
inaugurata giovedì 15 ottobre alle ore 19 presso l’IIC di Monaco. Quadri a
tecnica mista e sculture in vetro di Murano potranno essere ammirate sino al 30
novembre (ingresso libero).
Venerdì 16 ottobre
ci sarà un incontro sulla storia della canzone italiana dedicato agli anni ’80
presso la o EineWeltHaus alle ore 19 con la partecipazione di Marinella
Vicinanza Ott e del gruppo musicale Folk’core (ingresso gratuito). Alle ore 20,
a Bamberg (al Neues Palais) è previsto un approfondimento sulla presenza degli
ebrei in Italia “unico luogo in Europa con più di 2000 anni di storia, cultura
e arte ebraica” con D. Turello dell’Università di Bamberg.
Infine, domenica
18 ottobre, il consueto appuntamento per i bambini con “Il laboratorio
dell’italiano” presso il Bewohnertreff II (Elisabeth-Kohn-Str. 15) dalle ore
10.30 alle ore 11.15 per i bambini fino a 5 anni di età e dalle 11.15 alle
12.30 per quelli fino a 10 anni (per informazioni rivolgersi a Marinella
Vicinanza-Ott: maviott@arcor.de); presso il Familienzentrum Laim
(Valpichlerstr. 36) alle ore 10.30 l’incontro per genitori e bambini di
famiglie multinazionali (per informazioni rivolgersi a Sara Benedetti-Baumans:
sara_benedetti@web.de , Claudia Cella: cella10@web.de, o Lucianna Filidoro:
lucianna.filidoro@gmx.de). (Inform)
La "Cavalleria rusticana " del Gruppo Folk-Acli di
Kaufbeuren alla Expo di Metz, in Lorena
Continua il giro
di rappresentazioni della "Cavalleria rusticana " del Folk-Acli di
Kaufbeuren, fondato nel 1988, in Europa.
Nello scorso fine
settimana, sabato3 ottobre, il Gruppo Folk-Acli si è esibito in
Francia all'interno della Expo-Metz, in Lorena, in occasione
dell'inaugurazione del padiglione italiano, alla presenza del
Console generale di Metz Marco Tornetta e del Presidente della Camera di
Commercio italiana in Francia Alessandro Reitelli e di Salvatore Tabone,
Presidente della camera italiana di commercio di Metz. La Fiera internazionale
di Metz, 55milametri quadrati di ampiezza espositiva, importante propulsore
economico della regione ed oltre, con centinaia di migliaia di visitatori,
costuisce uno degli appuntamenti annuali più significativi.
Alle ore 20,00
nell'Anfiteatro della Fiera, capace di contenere seicento spettatori, il
Folk-ACLI di Kaufbeuren ha presentato la "Cavalleria
rusticana", un musical in chiave folclorico-siciliana tratto
liberamente dall'omonima opera di Pietro Mascagni che ha
riscontrato, nell'interpretazione dei 25 giovani componenti del
Folk-Acli, con scene, costumi e musiche dal vivo, il pieno apprezzamento del
pubblico che nelle numerose precedenti esibizioni ha ormai di gran lunga
superato il numero di quattromila spettatori.
Il giorno
successivo, domenica 4 ottobre 200 il Folk-Acli ha ripresentato la
"Cavalleria rusticana" ad Hayange, dove risiede una numerosa comunità
italiana, presso la Salle Le Palace, in collaborazione con il Comune di
Hayange ed il Circolo Acli locale.
Il Presidente
federale delle Acli Germania Carmine Macaluso ha accompagnato il Gruppo
Folk-Acli di Kaufbeuren.
Sono previste
ulteriori rappresentazioni anche nel corso dei prossimi mesi e le Acli
ringraziano tutti coloro che hanno sostenuto questo progetto di recupero
di tradizioni popolari e culturali e che, per essere interpretato da giovani
italiani all'estero, si inserisce nella scia di positivo protagonismo richiesto
presso le nostre Collettività alle giovani generazioni.
Inoltre essa
rappresenta una viva testimonianza della vitalità dell'Associazionismo italiano
all'estero e della modernità e freschezza delle proposte di
coinvolgimento alle nuove leve di aclisti. De.it.press
Per una politica seria in favore dei ricercatori, invece di una tantum
finanziata con soldi sporchi
Laura Garavini
commenta l’annuncio del premier
“Le promesse di
Berlusconi servono soltanto a spacciare meglio il regalo che il Governo ha
fatto agli evasori e ai mafiosi attraverso lo scudo fiscale. Sono promesse di
un Governo che finora ha fatto solo del male all’università e alla ricerca
italiana”. L’on. Laura Garavini commenta così le ultime dichiarazioni di Silvio
Berlusconi che in un’intervista al TG5 aveva detto che i soldi che rientreranno
in Italia con lo scudo fiscale serviranno “per spese di buon senso, come
università e sanità” e per dare una mano ai bisognosi.
“Viene da
chiedersi, tuttavia, come mai il Governo si ricordi solo adesso dello stato deplorevole
della ricerca italiana”, dice la deputata eletta nella circoscrizione estero e
prima firmataria della proposta di legge PRIME. Dal blocco del turnover al
colpo di forbice ai fondi per le università: per la Garavini “l’ultima
Finanziaria ha semmai contribuito ad accelerare ulteriormente la fuga dei
cervelli che è diventata ormai un vero e proprio esodo”. Nasce così un
sospetto: “Che l’ultimo annuncio di Berlusconi sia soltanto un’altra mossa di
marketing politico.”
È improbabile,
secondo la parlamentare, “che da un’imposta una tantum arrivi granché per il
sistema della ricerca scientifica in Italia. Impossibile dire oggi a quanto
ammonterà il ‘tesoretto’ da destinare alla ricerca”. Poi l’affondo della
Garavini: “Il sostegno alla ricerca italiana non si dovrebbe basare su soldi
sporchi che provengono da affari quali il traffico di droghe, armi e esseri
umani. Ci vuole una politica seria per la ricerca e l’università. I nostri
ricercatori in Italia e all’estero chiedono un piano di finanziamento sostenibile,
a lungo termine e un sistema della ricerca che si basi sul merito”. De.it.press
Bruxelles per la libertà di stampa: centinaia di italiani in piazza
Bruxelles -
Diverse centinaia di italiani imbavagliati hanno partecipato, questa mattina a
Bruxelles, alla manifestazione che il coordinamento "Informazione è
Libertà" ha promosso in sostegno alla manifestazione prevista per il 3
ottobre a Roma.
Tra i partecipanti,
bandiere dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, dei
partiti del
centrosinistra italiano e tanti semplici italiani venuti ad esprimere la
propria
solidarietà all'iniziativa della Federazione Nazionale della Stampa.
Con loro, tanti
funzionari delle istituzioni europee, membri e rappresentanti di
associazioni
ricreative, lavoratori e studenti italiani.
Per Davide
Pernice, segretario del circolo di Bruxelles del Pd e tra gli
organizzatori
della manifestazione, "si è trattato di una manifestazione come
non se ne vedevano
da tempo tra gli italiani del Belgio, segno che le ragioni di
chi si batte per
la libertà di stampa vanno oltre le categorie di appartenenza ai
partiti
politici".
"In
particolare - continua Pernice - stupisce la quantità di giovani e
giovanissimi
italiani di seconda generazione, tutti con il loro cartello 'Siamo tutti
farabutti’, a testimonianza del fatto che i deliri del Presidente del
Consiglio ormai
hanno una eco planetaria, e che preoccupano non solo gli
italiani in
Italia, ma i tantissimi italiani all'estero che seguono con ansia e
preoccupazione le
recenti intimidazioni della maggioranza di governo ai danni
dei giornalisti
liberi". De.it.press
Primarie del PD all’estero. I democratici svizzeri con Dario Franceschini
Il Partito
democratico è un partito di recente formazione che sta tracciando, non senza
sforzi e contraddizioni, le linee maestre che guideranno il percorso politico e
strategico del centrosinistra nei prossimi anni. Da quando ha ricevuto il
mandato, Dario Franceschini, ha dimostrato non solo di essere un ottimo
segretario, ma anche di avere le idee chiare circa il futuro del PD in
particolare e dell'assetto politico dell'Italia, più in generale.
Le recenti
sconfitte inanellate dal PD, di cui tutti i candidati alla segreteria sono
corresponsabili, per la semplice ragione che tutti hanno fatto campagna sotto
la stessa bandiera, si inseriscono all'interno -e dunque come parte- della
cornice di un quadro europeo ben più complesso ed articolato, che fa da sfondo
all'attuale fase di "dominio delle destre" che, volenti o nolenti,
sta caratterizzando la transitoria scena politica europea. Il recente, ma non
inatteso, crollo della SPD in Germania dovrebbe, a ragion veduta, servire da
monito per promuovere nuove prospettive
sociali e politiche. Il continuo cambio di segretario non giova a nessun
partito! Esso, infatti, viene percepito dall’opinione pubblica, dai
simpatizzanti e dagli osservatori come sintomo di debolezza e disorientamento.
E a nulla servirà
il ritorno alla conservazione con la radicalizzazione a sinistra alla quale la
SPD sarà costretta per tentare di recuperare voti e profilo. Alla prossima
tornata elettorale il fiasco sarà
totale! Per quale oscura e masochistica ragione l'attuale PD, che poggia su solide
gambe riformiste e democratiche, dovrebbe rinunciare ad un futuro innovativo a
favore di un passato e di una Nomenklatura che non vogliono tramontare?
Radicalizzare le posizioni del PD significherebbe ipso facto decretarne la fine
ante festum! La tedesca SPD ha già imboccato questa via, ... noi non vogliamo
seguirla! Marco Minoletti, De.it.press
Dibattito in Commissione Esteri sulla razionalizzazione della rete
consolare
Auspicato un
adeguato confronto parlamentare sulla materia. Gli interventi dei senatori
Micheloni (Pd), Marinaro (Pd), Bettamio (Pdl) e del presidente Dini
ROMA – Il tema
della razionalizzazione della rete consolare è stato discusso dalla Commissione
Esteri del Senato. Durante il dibattito il senatore del Pd Claudio Micheloni,
eletto nella ripartizione Europa, ha ricordato come in occasione delle ultime
audizioni del sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica si fosse convenuto,
per quanto riguarda il processo di razionalizzazione della rete degli uffici
all’estero, di costruire un luogo di confronto tra Parlamento e Governo prima
di assumere decisioni definitive in materia.
Da Micheloni è stato inoltre fatto notare
come, in assenza di questa comune riflessione, il Mae stia procedendo sulla
strada del piano di razionalizzazione.
Francesca Marinaro
(Pd) ha evidenziato come a tutt’oggi sia indispensabile un confronto
parlamentare su questa ristrutturazione, che deve essere inserita in una più
complessiva analisi circa le funzioni che la nostra diplomazia deve e dovrà
svolgere.
Dalla Marinaro è
stato inoltre ricordato come il Trattato di Lisbona preveda la creazione di un
servizio diplomatico al quale anche il nostro Paese, attraverso
l’amministrazione del Ministero degli Esteri, dovrà dare un contributo
qualitativamente e quantitativamente significativo.
Il presidente
della Commissione Esteri Lamberto Dini, dopo aver auspicato un confronto
parlamentare adeguato sulla materia, ha ricordato come il sottosegretario agli
Esteri Mantica abbia manifestato l’intenzione di invitare una rappresentanza
della Commissione ad un sopralluogo a Bruxelles per verificare il funzionamento
sperimentale del “consolato digitale”.
Un’innovazione da
cui il Mae conta di ricavare risparmi e una maggiore efficienza nelle procedure
funzionali che garantiscano un’efficace ristrutturazione della rete consolare.
Un’esigenza,
quella di portare avanti un approfondito dibattito parlamentare sulla
ristrutturazione degli uffici all’estero, che è stata evidenziata anche da
Giampaolo Bettamio (Pdl) che si è inoltre detto disponibile ad aderire
all’iniziativa preannunciata dal sottosegretario Mantica.
La seduta è stata
chiusa dall’intervento del senatore Micheloni che ha auspicato una visita della
delegazione della Commissione, invitata da Mantica a Bruxelles, anche al
consolato di Charleroi, al fine di constatarne il funzionamento ed il
carico da lavoro. Questo ufficio, nel caso come ipotizzato fosse soppresso il
consolato di Liegi, dovrebbe infatti estendere la sua competenza a tutto il Sud
del Belgio. (Inform)
Narducci, rete
consolare: il Governo s’impegna a garantire i servizi, l’Amministrazione decide
le chiusure
Il Sottosegretario
agli Affari esteri, on. Stefania Craxi, ha risposto all’interrogazione a
risposta immediata presentata dai deputati Narducci, Fedi e Maran in
Commissione affari esteri martedì 22 settembre (vedi sotto, ndr), con cui gli
interroganti chiedevano “quali atti amministrativi ha nel frattempo prodotto il
Governo, o è in procinto di produrre, sulla ristrutturazione delle rete
diplomatico-consolare italiana, conformemente alle determinazioni della
risoluzione 8-00050 approvata dalla Commissione stessa il 21 luglio 2009.
Nel frattempo, il
21 settembre scorso, la Direzione Generale per le Risorse Umane ha informato le
organizzazione di rappresentanza del personale del MAE che a conclusione di una
fase di riflessione il consiglio di amministrazione della Farnesina ha maturato
di procedere in due fasi, delle quali la prima comporterebbe modifiche
sostanziali come il declassamento a Consolato di Basilea e Karachi
dall’1.12.2009; l’accorpamento, a decorrere dall’1.6.2010, del Consolato
Generale di Bruxelles e dell’Agenzia d’Italia di Genk all’ Ambasciata di
Bruxelles, del Consolato di Mulhouse al Consolato Generale di Metz,
del Consolato di Saarbruecken al Consolato Generale di Francoforte,
dell’Agenzia Consolare di Coira al Consolato di San Gallo, del
Consolato di Norimberga al Consolato Generale di Monaco di Baviera.
Insomma, salvo le
ragionevoli rinunce alla chiusura di Amburgo, Detroit, Losanna o degli uffici
in Australia, la tabella di marcia ipotizzata dal Consiglio d’Amministrazione
del MAE confermerebbe quanto previsto nella proposta originaria che, giova
ricordarlo, ha seminato rancore e malcontento nelle comunità italiane
all’estero, fino a sfociare in pubbliche manifestazioni di protesta, e a
provocare numerosi interventi di alte cariche istituzionali delle nazioni o
delle regioni colpite dai provvedimenti di chiusura.
Nell’ipotesi
prospettata dal Consiglio d’amministrazione del MAE non s’intravedono
innovazioni rilevanti: non passano le richieste di declassamento anziché di
chiusura degli uffici, i risparmi continuano ad essere del tutto ipotetici,
s’impongono ai cittadini italiani trasferte di centinaia di chilometri, non si
recepiscono gli orientamenti espressi dalle competenti istanze politiche e
dagli organismi di rappresentanza, non si considerano debitamente gli interessi
economici e culturali – strettamente connessi tra di loro – del sistema Italia.
A fronte di tutto
ciò l’interrogazione si è proposta di acquisire le determinazioni e la volontà
del Governo, così come il grado di rispetto della risoluzione approvata con il
placet del Governo stesso.
Le risposte date
dal Governo all’interrogazione dei summenzionati deputati hanno un tono vago:
da una parte s’intravede la volontà di rassicurare le comunità, dall’altra si
promettono interventi per aumentare l’efficienza (l’informatizzazione come
panacea di tutti i problemi). In concreto, il Governo ha risposto che
- “il Ministero
degli Affari Esteri sta procedendo agli approfondimenti necessari della
prevista realizzazione della rete estera, laddove essa presenti aspetti di
particolare complessità di natura organizzativa e logistica relativa alle sedi
coinvolte nel processo”.
- “particolare
attenzione viene posta al profilo dei servizi da erogare alla collettività italiana,
che si intendono mantenere ad un livello qualitativo elevato”.
- ”parallelamente,
prosegue l’impegno della Farnesina nella realizzazione di innovative
piattaforme informatiche, al fine di consentire all’intera rete consolare di a)
aumentare il livello di produttività degli Uffici, rendendoli sempre più
efficienti e rispondenti alle esigenze dei connazionali e b) fornire all’utenza
adeguati servizi telematici a distanza”.
- “nelle ultime
settimane, il Consiglio di Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri ha
preso nota delle linee generali della realizzazione e ha espresso un parere su
alcuni provvedimenti che potrebbero divenire operativi a partire dal 1°
dicembre 2009 (il ridimensionamento di rango per due sedi consolari) e dal 1°
giugno 2010 (per gli accorpamenti di alcuni Uffici consolari)”.
- “il Governo
ribadisce l’impegno a prendere al Parlamento un quadro complessivo della
prevista razionalizzazione non appena completato il processo di approfondimento
in corso, così come previsto della risoluzione 8-00050 approvata il 21 luglio
scorso”.
Cosa sta bollendo
veramente in pentola e quali determinazioni saranno assunte? Prima di esprimere
un giudizio è doveroso attendere le comunicazioni del Governo e il dibattito
che ne seguirà in sede parlamentare. Come italiani, ancorché come parlamentari,
confidiamo che il Governo abbia colto appieno le ragioni espresse da tantissime
parti in causa, istituzionali e della società civile, e che non prevalgono
esclusivamente gli orientamenti dei dirigenti ministeriali. De.it.press
Rete consolare. Interrogazione a risposta immediata in Commissione
presentata dai
Deputati Franco Narducci, Alessandro Maran e Marco Fedi martedì 22 settembre
2009
Al Ministro degli
affari esteri per sapere. - Premesso che:
- la III Commissione affari esteri e comunitari
ha discusso più volte la proposta di riorganizzazione della rete diplomatica e
consolare italiana nel mondo, singolarmente e anche congiuntamente con la
commissioni Affari esteri del Senato, presentata dal Ministero degli affari
esteri;
- il progetto di riorganizzazione della rete
diplomatica e consolare, con le relative decisioni, reso noto il 14 giugno 2009
dal Ministero degli Affari esteri, ha suscitato un forte malcontento nelle
comunità italiane residenti nelle circoscrizioni consolari colpite dalle
decisioni di chiusura degli uffici, nonché numerose manifestazioni pubbliche di
protesta, l’ultima delle quali in ordine di tempo si è svolta il 19 settembre a
Norimberga (Germania);
- la riorganizzazione della rete consolare ha
visto anche uno straordinario interessamento delle autorità istituzionali e
politiche, nonché di numerose organizzazioni (associazioni, Caritas, ecc.)
delle nazioni in cui si progetta di chiudere gli uffici consolari e che
ospitano popolose comunità di cittadini italiani, che si sono rivolti sia al
Presidente del Consiglio sia al Ministro degli Affari esteri, On. Franco
Frattini, chiedendo di mantenere le nostre sedi di rappresentanza e offrendo,
in alcuni casi, supporto logistico;
- la III Commissione affari esteri e comunitari
ha discusso, il 21 luglio 2009, la risoluzione 7-00193 (Narducci e altri) sul
processo di razionalizzazione della rete degli Uffici all'estero, presentata
con spirito bipartisan da numerosi parlamentari della Commissione, al fine di
ricercare soluzioni adeguate agli interessi del nostro Paese e delle comunità
italiane emigrate confrontate con la soppressione di servizi di primaria
importanza
(approvazione
della risoluzione numero 8-00050).
- la risoluzione
sopra menzionata impegna il Governo a “riconsiderare le modalità di
razionalizzazione degli uffici consolari all'estero” e a presentare il progetto
complessivo al Parlamento e al CGIE entro il 2009. Inoltre, la risoluzione
impegna il Governo “a verificare le modalità transnazionali di accesso alle
strutture consolari da parte dei nostri cittadini per evitare loro di dover
percorrere centinaia di chilometri (esempio: Mulhouse/Basilea anziché Metz), in
considerazione del fatto che gli Stati interessati dalle chiusure in Europa
appartengono tutti “all’area Schengen”;
tutto ciò
premesso, gli interroganti chiedono
quali atti
amministrativi ha nel frattempo prodotto il Governo, o è in procinto di
produrre, sulla ristrutturazione delle rete diplomatico-consolare italiana,
conformemente alle determinazioni della
risoluzione sopra richiamata.
On. Franco
Narducci, On. Marco Fedi, Il Capo Gruppo On. Alessandro Maran
(de.it.press)
Ginevra. Linea diretta del Console Alberto Colella con la comunità italiana
della Circoscrizione
Nell’ambito della
strategia di comunicazione implementata da qualche mese del Consolato Generale
d’Italia, è stata attivata in questi giorni una nuova iniziativa denominata
“Parla con il Console”. Visitando la pagina del sito del Consolato
http://www.consginevra.esteri.it/Consolato_Ginevra/Menu/Il_Consolato/Il_Console/
è possibile scrivere un’e-mail personalmente al Console generale Alberto
Colella, formulando proposte, osservazioni, commenti e – perché no – anche
critiche sull’attività del Consolato generale a Ginevra.
Colella è
determinato a fornire una risposta personale a tutti coloro che usufruiranno di
questa inedita opportunità.
Già presente in
quasi tutte le manifestazioni organizzate dalla comunità italiana del Cantone,
l’iniziativa del Console Generale Colella mira a migliorare la comunicazione
tra la comunità e le autorità consolari, instaurando un rapporto diretto tra il
Consolato, il Console e il singolo cittadino. I commenti e le osservazioni
formulate serviranno anche a misurare il grado di soddisfazione dei
connazionali circa i servizi consolari, e ad adottare le necessarie riforme e
migliorie. De.it.press
Daniele Renzoni il nuovo direttore di Rai Italia
ROMA - È Daniele
Renzoni il nuovo direttore di Rai Italia. È quanto deciso dal Consiglio
d’Amministrazione della Rai che nella seduta di oggi, 1 ottobre, ha provveduto
a nominare il successore di Piero Badaloni.
Oltre alla
direzione di Rai Italia, il Cda ha cambiato anche la guida del Tg3: con la
nomina di Bianca Berlinguer, da anni volto del tg della terza rete, sono state
completate le nomine ai tre telegiornali della Rai, dopo quelle di Augusto
Minzolini al Tg1 e Mario Orfeo al Tg2.
Novità, infine,
per il Tg regionali dove a sostituire Angela Buttiglione è stato chiamato
Alberto Maccari
Classe 1949,
Renzoni è in Rai dal 1988. Inizia come redattore nella Sede Rai del Lazio e,
nel maggio 1990, viene promosso Capo Servizio. Nel 1991 viene assegnato al Tg2
dove negli anni diventa responsabile della redazione “Interni”. Caporedattore
centrale dal 1998, a fine 1999 Renzoni viene assegnato alle dirette dipendenze
del Direttore del Tg 2 con l’incarico di seguire l’inserimento e lo sviluppo
delle nuove tecnologie e dei nuovi media all’interno della Testata.
Nel 2002 gli
vengono affidate le funzioni di Vice Direttore del Tg 2, mentre l’anno seguente
viene nominato corrispondente-responsabile per i servizi giornalistici
radiofonici e televisivi dalla Francia e trasferito a Parigi, dover rimane fino
al 2005.
All’inizio del
2006 gli viene affidato l’incarico di Vice Direttore responsabile degli
"Approfondimenti di Informazione e Rubriche" di Rai Due, incarico che
mantiene anche nelle successive articolazioni organizzative della Rai fino al
settembre di quest’anno.
Negli anni ha
condotto la rubrica Dossier del Tg2, (memorabile l’annuncio in diretta della
Guerra nel Golfo), è stato autore di "Confronti", programma di
approfondimento condotto da Gigi Moncalvo, e, infine, autore e conduttore del
"Magazine sul due" programma che propone i ritratti di personaggi
della cultura, del costume e dello spettacolo che hanno un particolare appeal
anche a livello internazionale. (m.c.\aise)
"La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e
pregiudizi". Ricerca Caritas Migrantes
ROMA - Il
"tasso di criminalità" degli immigrati regolari nel nostro paese è
leggermente più alto di quello degli italiani, ma solo per le fasce di età più
giovani e, prendendo in considerazione alcuni altri fattori, i due tassi si
equivalgono. Il coinvolgimento degli immigrati in attività criminose è legato
in maniera preponderante alla condizione di irregolarità. Non esiste alcuna
corrispondenza tra l’aumento degli immigrati e l’aumento dei reati in Italia. I
cosiddetti reati "strumentali" o relativi alla condizione stessa di
immigrato incidono moltissimo sul carico penale delle persone immigrate. Sono
alcune delle principali conclusioni de "La criminalità degli immigrati: dati,
interpretazioni e pregiudizi", ricerca realizzata dall’équipe del Dossier
Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes insieme con l’Agenzia Redattore
Sociale che verrà presentata martedì prossimo, 6 ottobre, dalle 11 nella sede
romana della Federazione Nazionale Stampa Italiana.
Avvalendosi della
"circolarità delle fonti", di inedite correlazioni, di confronti su
periodi temporali omogenei e sufficientemente lunghi, la ricerca offre nuovi
strumenti per la comprensione delle delicata tematica e ridimensiona in modo
netto la portata di numerose affermazioni che in questi anni hanno contribuito
ad alimentare l’allarme per "l’emergenza criminalità" degli
stranieri.
Dopo i saluti di
Franco Siddi, segretario della Fnsi, moderati da Stefano Trasatti, Direttore dell’Agenzia
Redattore Sociale, interverranno Franco Pittau, Coordinatore Dossier
Immigrazione Caritas-Migrantes, Lucio Barletta, Avvocato ed esperto di
immigrazione, Vittorio Rizzi, Capo della Squadra Mobile di Roma della Polizia
di Stato, Roberto Natale, Presidente della Federazione Nazionale Stampa
Italiana, e Laura Boldrini, Portavoce Unhcr Italia. (aise)
C'ERA un solo
Paese, fino a ieri, dove si potesse definire una "farsa" una
manifestazione per la libertà di stampa in Italia. Indovinate un po', il
nostro. Nel resto d'Europa e dell'universo democratico, l'anomalia italiana è
ormai evidente a tutti. Bene, da oggi diventa più difficile per il potere
negarla. La folla di cittadini che ha riempito all'inverosimile Piazza del
Popolo e dintorni ha avuto l'effetto di far crollare un muro di finzione.
Ha portato un
pezzo di realtà sulla scena pubblica, restituito un senso alle parole rubate
dal marketing politico, come popolo e libertà, segnalato l'esistenza e la
resistenza di un'Italia aperta al mondo, allegra e pronta a scendere in piazza
per i propri diritti. Ed è un segnale del paradosso orwelliano in cui ci tocca
vivere che proprio questa Italia si presenti in piazza al grido: "Siamo
tutti farabutti".
È crollata in un pomeriggio
una finzione costruita da mesi e anni di propaganda. Quella per cui la
questione della libertà d'informazione in Italia è soltanto una lotta di élites
nemiche, di qui Berlusconi e i suoi media, di là Repubblica e un pugno di
giornalisti di tv e carta stampata, spalleggiati dalla fantomatica Spectre
internazionale del giornalismo di sinistra. Se così fosse, aggiungiamo, avremmo
già perso da un pezzo, visto i rapporti di forza.
Ma la questione è
altra ed è quella che vede benissimo l'opinione pubblica internazionale. Da un
lato c'è una concezione classica delle libertà democratiche, per cui il governo
e l'informazione fanno ciascuno il proprio mestiere. Dall'altro, il fronte
berlusconiano, dove è affermata ormai a chiare lettere una concezione di democrazia
mutilata in cui i media debbono astenersi dal criticare il potere politico,
perfino dal porre domande non previste dal protocollo. Altrimenti rischiano
ritorsioni economiche, politiche, giudiziarie.
Sullo sfondo di un
irrisolto e monumentale conflitto d'interessi, il progetto di Berlusconi è di
costringere l'intero campo dell'informazione a due sole possibilità. Una metà
militante a favore del padrone, cioè servile. E l'altra metà comunque
deferente.
Nei quindici anni
di carriera politica, Berlusconi non era mai giunto tanto vicino a raggiungere
questo obiettivo come al principio del suo terzo mandato. Una televisione e una
stampa prone ai voleri del governo, in molti casi liete di fare da semplici
megafoni, hanno scortato il premier fra infinite passerelle nella luna di miele
con l'elettorato. Poi qualcosa si è rotto. Le voci non servili o non deferenti
rimangono poche, ma suonano forte e soprattutto sono sostenute da un crescente
sostegno popolare.
Perfino il
pubblico televisivo, il "popolo" di Berlusconi, ha cominciato a
ribellarsi a una rassegnata deriva. Per il re delle antenne, abituato a
riferire dell'azione di governo prima (o solo) in tv piuttosto che in
Parlamento, far segnare record negativi di ascolti, quando il
"nemico" Santoro polverizza un primato dopo l'altro, è davvero un
brutto segno di declino. La risposta di massa in piazza all'appello del
sindacato giornalisti è un altro pessimo segnale. Pessimo, s'intende, per
l'egemone. Magnifico per chi continua a pensare all'Italia come a una grande
democrazia occidentale.
Non sappiamo se
l'opinione pubblica è davvero e ancora "una forza superiore a quella dei
governi", come scriveva Saint Simon agli albori della democrazia.
Nell'Italia di oggi è in ogni caso una forza superiore a quella di
un'opposizione politica divisa, confusa e a giudicare dagli ultimi voti
parlamentari anche distratta. Il potere ne è consapevole e infatti gli attacchi
agli organi d'informazione in questi mesi hanno raggiunto toni mai toccati
dalla polemica politica.
Per finire con una
nota grottesca, parliamo del Tg1, ormai scaduto a bollettino governativo. Ieri
sera il direttore Augusto Minzolini è intervenuto con un editoriale nel quale,
dopo aver esordito definendo una manifestazione di cittadini in favore della
libertà di stampa "incomprensibile per me" (nel suo caso, si
capisce), ha ripetuto parola per parola gli slogan appena usati nel pastone politico
dagli esponenti del Pdl.
Minzolini, che è
quello senza occhiali - per distinguerlo da Capezzone - non è l'ennesimo
portavoce del premier, ma un dipendente del servizio pubblico, pagato coi soldi
del canone versato anche dai manifestanti. Anzi, forse più da loro che da
altri. Dovrebbe tenerne conto e dare qualche notizia in più, invece di
propinarci per la seconda volta il Berlusconi-pensiero mascherato da
editoriale. Corzio Maltese LR 4
Lo chiamano
nubifragio, quello che ha ucciso decine di persone nei villaggi del Messinese e
gettato nel fango le loro case, e invece la natura matrigna non c’entra. Non è
lei a tradire, ingannare. C’entra invece lo Stato matrigno, e c’entrano le
opere pubbliche, le infrastrutture, gli amministratori matrigni. È a loro e non
alla natura che occorre rivolgersi con la domanda che Leopardi lancia alla
natura: «Perché non rendi poi/Quel che prometti allor?/ perché di tanto/
Inganni i figli tuoi?». È l'Italia che vediamo piano piano autodistruggersi, e
non solo nel modo in cui si governa ma nel suo stesso fisico stare in piedi,
nel suo esser terra, fiumi, colline, modi di abitare. Si va sgretolando davanti
ai nostri occhi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta,
anziché di mattoni. Che ciascuno di noi accetta - per noia, per fretta, per
indolente fatalismo - di fare di carta.
E’ essenziale
leggere Gomorra per capire l’estensione del dominio del male ma basta mettere
in fila i tanti disastri visti in televisione, e il cittadino non si sottrarrà
all’impressione di un Paese dove perfino la terra frana a causa di questo lungo
dominio.
Inutile dividere i
mali italiani in compartimenti stagni: la morte della politica da una parte,
l’informazione ammaestrata o corriva dall’altra, le speculazioni edilizie da
un’altra ancora. Tutte queste cose sono ormai legate, fanno un unico grumo di
misfatti e peccati d'omissione che mescola vizi antichi e nuovi. È l’illegalità
che uccide l’Italia politica e anche quella fisica, la sua stima di sé, la sua
speranza, con tutti i vizi che all’illegalità s’accompagnano: la menzogna che
il politico dice all’elettore e quella che ciascuno dice a se stesso, il
silenzio di molte classi dirigenti su abusivismo e piani regolatori
rimaneggiati, il territorio che infine soccombe. Nella recente storia non sono
caduti uccisi solo eroici servitori della Repubblica, che hanno voluto metter
fine all’anti-Stato che mina la nazione dagli Anni 60. Muoiono alla fine gli
uomini comuni, en masse: abbattuti dalla menzogna, dall’abusivismo, dalla
disinvoltura con cui si costruiscono case, scuole, ospedali con materiali di
scarto. Non da oggi ma da decenni, destre e sinistre confuse.
Il servizio
pubblicato ieri su La Stampa da Francesco La Licata è tremendo. Non è solo
Giampilieri che l’abusivismo ha colpito, perché le fondamenta del villaggio
erano inaridite da disboscamenti irrazionali e poggiavano «su creta incerta,
massacrata dalla furia della corsa al cemento» - in particolare dal cemento
«allungato», che le mafie usano per guadagnare molto e presto, senza pensare al
domani: l’ingordigia delle mafie e soprattutto l’impunità di cui esse godono
nella penisola minacciano opere pubbliche di mezza Sicilia (gli aeroporti di
Palermo e Trapani, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del
Vallo, il commissariato di polizia che si sta costruendo a Castelvetrano). La
terra trema in Italia e il gran traditore non è la natura ma l’omertà di
un’intera società. Omertà è una parola etimologicamente incerta: pare provenga
da umirtà, e sia dunque una versione succube, perversa dell’umiltà. L’abbiamo
sentito dire quando ci fu il disastro abruzzese e lo stesso vale per Messina:
in Giappone o in Germania non ci sarebbero tanti morti, in presenza di
intemperie. Giampilieri non è un’eccezione che conferma buone regole ma è la
nostra regola.
È diventata la
nostra regola perché tutto, appunto, si tiene: la cultura dell’illegalità che
si tollera e l’abusivismo che si accetta sperando di trarne, individualmente,
qualche vantaggio immediato. Perché tutto trema in contemporanea: terra e
politica, senso dello Stato e maestà della legge. Perché intere regioni (non
solo a Sud) sfuggono al controllo dei poteri pubblici, intrise di mafia e
omertà. E perché l’informazione non circola, non aiuta le autorità municipali,
regionali, nazionali a correggersi, essendo inascoltata e dando solo fastidio.
L’informazione indipendente irrita quando denuncia lo svilimento dello Stato
che nasce dalle condotte private di un presidente del Consiglio. Irrita quando
ricorda che il ponte di Messina è una sfarzosa e temeraria tenda su
infrastrutture siciliane degradate. Allo stesso modo danno fastidio, e non solo
all’attuale governo, le indagini di Legambiente o della magistratura. La Licata
spiega come non manchino indagini e moniti che da anni denunciano la
criminalità edilizia, i brogli sui piani regolatori, la cementificazione fatta
di molta sabbia e poco ferro: sono a rischio di crollo trenta capannoni
dell’area industriale di Partinico, sono sotto inchiesta la Calcestruzzi Spa e
la Calcestruzzi Mazara Spa. In un Paese dove la legalità non ha buon nome è
ovvio che l’informazione in sé fa paura, quando porta chiarezza.
Dipende da ciascun
cittadino far sì che queste abitudini cessino. Finché penseremo che i disastri
sono naturali, non faremo nulla e sprofonderemo. È un po' come nella Dolce vita
di Fellini. Nella campagna romana, una famiglia aristocratica possiede una
villa del '500 caduta a pezzi e nessuno l’aggiusta. Il capofamiglia s’aggira
sconsolato fra le rovine, sogna di mettere un pilastro qui, una trave lì. Si
lamenta col figlio che non fa nulla per riparare, che bighellona a Roma stanco
di tutto. «Ma cosa vuoi che faccia, papà?», replica quest’ultimo, stomacato. È
la cinica, accidiosa risposta che l’italiano continua a dare a se stesso, ai
propri padri e anche ai propri figli.
L’indebolirsi
della politica e la non volontà di governare il territorio li tocchiamo con
mano e hanno ormai un loro teatrale, quasi macabro rituale. L’Italia è divenuta
massima esperta in funerali, opere misericordiose, messe riparatrici, offerte
di miracoli stile padre Pio. Tutta l’attenzione si concentra, spasmodica,
compiaciuta, sulla nostra inclinazione a piangere, a ricevere le stigmate da
impersonali forze esterne, a ripartire da zero nella convinzione (falsamente
umile, ancora una volta) che da zero comunque si ricomincia sempre. Come vi
sentite lì all’addiaccio? avete voglia di ricostruire? forza di credere,
sopportare? così fruga l’inviato tv, il microfono brandito come una croce
davanti ai flagellanti, e le lacrime sono assai domandate. L’occhio della
telecamera punta su ricostruzione e espiazione, più che sul crimine che viene
trattato alla stregua di fatalità. Importante è vivere serenamente il disastro,
più che evitarlo cercandone con rabbia le cause. Anche il politico agisce così:
non lo interessa la stortura, ma l’anelito alla lacrima e alle esequie
teletrasmesse. Simbolo del disastro riparato più che prevenuto, la Protezione
Civile è oggi un immenso lazzaretto, un potere divoratore di soldi e non
controllato.
Di fronte a tanta
catastrofe viene in mente il grido di Rosaria Costa, la vedova di un agente di
scorta morto con Giovanni Falcone a Capaci. La giovane prese la parola il
giorno dei funerali di Stato, il 25 maggio 1992 nella chiesa di San Domenico a
Palermo, e disse: «Mi rivolgo agli uomini della mafia, vi perdono ma voi vi
dovete mettere in ginocchio, dovete avere il coraggio di cambiare». D'un tratto
la voce si rompe e grida: «Ma voi non cambiate, io lo so che voi non cambiate».
Nulla può cambiare se l’impunità continua. Se l’informazione non circola, non
esce dai recinti di Internet, di Legambiente, delle associazioni volontarie
antimafia. Se la gente non smette di ascoltare solo messe funebri. Mario Calabresi
ha scritto ai lettori indignati di questo giornale, ieri, che il «grande sacco
dell’Italia» è avvenuto e avviene perché esiste un terreno fertile a
disposizione di mafie e criminalità: non c’è politica seria se al primo posto
non sarà messo il ripristino della legalità. Legalità e parola libera sono il
farmaco di cui c'è bisogno, Falcone ne era convinto quando diceva: «Chi tace e
piega la testa muore ogni volta che lo fa. Chi parla e cammina a testa alta
muore una volta sola». Per questo tutto si tiene: la manifestazione di ieri
sulla stampa indipendente e l’indignazione per il disastro di Messina. Barbara
Spinelli LS 4
Centinaia di migliaia in piazza. "Giù le mani dall'informazione"
Il centro di Roma
gremito per la manifestazione per la libertà di informare
Giornalisti,
sindacati e tanti giovani. Saviano ricorda i cronisti caduti - di MATTEO
TONELLI
ROMA - "Il
cittadino non informato o informato male è meno libero". Basterebbe questa
frase, detta dal palco dal presidente emerito della Corte Costituzionale
Valerio Onida, per spiegare il senso della giornata. Questo 3 ottobre che ha
visto 300mila persone (secondo la stima degli organizzatori, 60mila per la
questura) stipare all'inverosimile piazza del Popolo a Roma, fino a creare un
muro di persone in buona parte delle vie del centro.
Dovere di
informare e diritto di essere informati, è lo slogan di cui si è fatta
promotrice la Federazione nazionale della stampa. E all'appello hanno risposto
in centinaia di migliaia. Arrivati in piazza del Popolo per applaudire Roberto
Saviano che elenca nomi dei giornalisti caduti mentre facevano il loro
mestiere. Chiedendo che non si "infanghi" il loro nome. Ricordando
che "verità e potere non coincidono mai". In piazza per gridare la
loro solidarietà a Repubblica, L'unità, Annozero, Report e a tutti coloro che,
da tempo, sono nel mirino dell'esecutivo. Per riconoscersi. Per dire e, dirsi,
che la libera informazione è il tassello fondamentale della democrazia. Per
cantare che "libertà e partecipazione".
E' una piazza
davvero affollata quella baciata da un primaverile sole romano. Con la voglia
di far sentire la sua voce. Di dire che non tutto "è reality", che
"un'altra Italia è possibile". Una piazza militante, certo. Con i
cartelli contro Berlusconi. Che fischia sonoramente quando i precari nominano
il ministro Gelmini. Ma che non fa sconti nemmeno a sinistra. "D'Alema
chiedi scusa e poi vattene", recita un cartello.
E' una piazza che
esprime un bisogno di partecipazione, di mobilitazione. Piena di ragazzi e
ragazze. Sono davvero tanti quelli venuti a piazza del Popolo. Gente che cita
Gramsci e il suo "odio per gli indifferenti". Una piazza variegata.
Ci sono i giornalisti, davvero tanti. Anche quelli della stampa cattolica, da
Avvenire a Famiglia Cristiana, il cui direttore Don Sciortino manda un messagio
per dire che è "diabolico far credere che questa manifestazione sia una
farsa. La legittimazione del voto popolare non autorizza nessuno a colonizzare
lo Stato e a spalmare il Paese di un pensiero unico senza diritto di
replica". Si schiera anche il cdr di Mediaset.
Ci sono cittadini
che a farsi dare dei "farabutti" dal premier non ci stanno. Anche se
quelli di Rai3 se lo scrivono, beffardamente, in uno striscione. Giornalisti
che vedono minacciata la loro professione. "Il governo ritiri il dl Alfano
e le querele contro Repubblica e Unità" dice il segretario della Fnsi,
Franco Siddi.
E ci sono i
partiti e le loro bandiere, anche se gli organizzatori avevano chiesto un passo
indietro. Franceschini e Bersani (che per un giorno dimenticano la sfida
congressuale), Bertinotti, Di Pietro. C'è la Cgil di Guglielmo Epifani che ha
organizzato molti pullman. Mancano Cisl e Uil e la piazza li fischia. Ed ancora
l'associazionismo, l'Arci, Giustizia e Libertà. Gli universitari con il
bavaglio sulla bocca. Ma anche il mondo della cultura, preoccupato per i tagli,
altra forma di restringimento della libertà. Nanni Moretti si mischia tra la
folla e lancia un affondo al centrosinistra "che negli ultimi 15 anni ha
sbagliato tutto". Serena Dandini incassa applausi. E ci sono i precari
della scuola che oggi a Roma si sono ritrovati in corteo. E tantissimi semplici
cittadini.
Come Paola Franchi
e Graziella e Donatella Andreani. Sono partite da Verona alle sette della
mattina. Il perché lo spiegano così: "Bisogna difendere la democrazia,
oggi è sempre più difficile far conoscere verità. Lo diciamo anche ai
giornalisti: tenete la schiena dritta".
C'è gente così a
questa manifestazione che non è una festa, non è una farsa (come l'ha definita
Berlusconi) e non è nemmeno uno spettacolo (nonostante ci siano i cantanti). "E'
l'ennesima manifestazione contro Berlusconi" tuona la destra. E di sicuro,
da queste parti, il premier non riscuote simpatie. Ma non è lui il
protagonista, stavolta. Certo, alcuni cartelli lo sbeffeggiano. Richiamano la
vicende delle escort a palazzo Grazioli. "L'infomazione rende liberi, papi
ci rende schiavi". "Dieci ragazze per me posson bastare".
"Le notizie non si coprono con il cerone". Un cartello ricorda le
dieci domande di Repubblica a cui il premier non ha mai risposto.
L'antiberlusconismo c'è. I fischi al Tg4 e a Feltri pure. Ma c'è anche molto
altro. Ci sono cartelli che citano Calamandrei quando paragona la libertà
all'aria. Altri che ricordano come non essere ascoltati non sia una buona
ragione per tacere. Se c'è un messaggio che questa piazza lancia è proprio
questo. Non è più tempo di feste e spettacoli. E quando Marina Rei canta Gaber,
quel "libertà è partecipazione" sembra l'unica colonna sonora
possibile per una giornata così. LR 3
Libertà di stampa, Italia all’ultimo posto in Europa
C’è un capitolo
sull’Italia nel monitoraggio di Reporters sans frontieres dedicato allo stato
di salute della libertà di stampa nel mondo. Inizia con queste parole: «I
giornalisti in Italia affrontano la peggiore condizione lavorativa di tutta
l’Unione Europea». Le principali difficoltà, si spiega «sono di carattere
giuridoco- legale e di sicurezza personale». Queste cose, però, nessun
telegiornale italiano le ha mai riportate. Chiosa il deputato Giuseppe
Giulietti esponente di Articolo 21: «Eppure è lo stesso rapporto ampiamente
citato in Italia quando è venuto Chavez ».
Insomma, gli
italiani «sanno tutto dei problemi della libertà di stampa in Cina, a Cuba o in
Venezuelama non sanno niente di ciò che un osservatorio indipendente e
internazionale dice dell’Italia». Guardiamoci, allora, attraverso lo specchio
dell’associazione di cui è attualmente segretario generale Jean-François
Julliard e presidente per l’Italia è una grande firma del nostro giornalismo,
Mimmo Càndito. Il titolo del rapporto è “i predatori della libertà di stampa”
e, in undocumento presentato alla vigilia della manifestazione di piazza del
Popolo si dice «Berlusconi si avvicina alla lista dei predatori». «L’Italia è
l’unico paese al mondo nel quale il premier controlla direttamente la quasi
totalità delle reti televisive nazionali: i canali di Stato in quanto primo
ministro e il più grande network privato».
Ma il rapporto va
oltre la fotografia ormai nota di quell’immenso potere: «La tv è la principale
fonte di informazione per l’80 % della popolazione e, in molti casi,
addirittura l’unica. Attira altissime percentuali degli introiti pubblicitari e
la legge Gasparri ha di fatto annullato qualsiasi limite anti- trust».
Aggiungono i reporter senza frontiere che, il nostro premier, non contento di
ciò che controlla se la prende anche con le testate indipendenti e con quelle
estere come El Pais e Nouvel Observateur. Manon è finita, gruppi economici e
istituzioni in Italia: «Si rifiutano di fornire informazioni ai giornalisti,
facendosi scudo con la privacy». Reporters sans frontier ci critica anche per
l’accesso corporativo alla professione che impone l’esame di Stato e
l’iscrizione all’ordine. C’è poi grande preoccupazione per la nuova legge sulle
intercettazioni che deve essere esaminata al Senato: «Il nuovo disegno di legge
vieta di pubblicare qualsiasi atto, fino alla chiusura delle indagini ». Ed è
sempre vietata «la pubblicazione di conversazioni o flussi di comunicazione di
cui sia stata ordinata la distruzione ». Le pene - denuncia l’organizzazione
internazionale - sono molto pesanti: il carcere fino a sei mesi e pesanti
sanzioni che colpisconoanche gli editori: multe fino a quasimezzomilione di
euro,un’ammenda 18 volte superiore a quanto previsto per i reati finanziari.
Con il rischio di un’ulteriore pressione sui giornalisti da parte dell’editore.
L’allarme di
Reporters sans Frontieres è anche per la sicurezza personale dei giornalisti
che si occupano di criminalità organizzata. Cita i casi di Roberto Saviano,
Lino Abbate, Rosanna Capacchione. Ma queste persone costrette a vivere sotto
scorta non sono le sole ad aver subito minacce. Vi sono decine di casi di
minacceo attacchicomel’incendio della porta di casa o danni all’auto, anche
verso i giornalisti sportivi da parte di frange ultra delle tifoserie.
Preoccupazioni che hanno portato Reporters sans frontieres a scrivere al
premier. La lettera è firmata da Jean-François Julliard e Mimmo Candito e
chiede un incontro, citando le querele contro l’Unità e la Repubblica e gli
interventi «sulla programmazione televisiva». Un’altra lettera è indirizzata ai
senatori a proposito del Ddl sulle intercettazioni. Vi si sottolinea che
«L’utilizzo di svariate registrazioni ha permesso ai media italiani di portare
a galla gravi vicende di corruzione». «Per conoscere i nomi dei responsabili
del crack della Parmalat -commenta Roberto Natale della Fnsi - gli italiani
avrebbero dovuto aspettare anni». Jolanda Bufalinitutti L’U 3
L’apocalisse annunciata sulla collina del cemento
Due anni fa è
franata la stessa zona, ma nulla si è fatto nonostante le denunce
MESSINA – Nella
città dove con lacrime e dolore dilaga la rabbia per quest’ondata di lutti che
in parte si poteva evitare, c’è un sindaco rimasto a ripetere che ha piovuto
tanto, tantissimo, come se davvero l’apocalisse su montagne senza alberi e su
torrenti cementificati fosse solo colpa della natura e non una tragedia
annunciata. Ed è sotto la montagna sfregiata del borgo di Giampilieri che
echeggia il rimprovero a denti stretti del vescovo di Messina, Calogero La
Piana, gli occhi carichi di pietà, il tono severo: «Non è colpa della natura.
Qui le responsabilità
sono terrene. Adesso è tempo di solidarietà e di soccorso. Ma deve pur essere
indicata la vera colpa. A due anni da un altro disastro simile, seppure non
luttuoso, ci saremmo aspettati maggiore attenzione ». Già, perché la stessa
montagna che campeggia sul convento di Sant’Antonio, dove tre anziane suore
rifocillano due pullman di terrorizzati turisti israeliani, franò nell’ottobre
del 2007 e il fango scivolò giù sulle fiumare ingessate, verso Scaletta,
travolgendo ogni cosa, ma risparmiando vite umane. Una fortuna. Un miracolo.
Forse, un monito lanciato agli uomini per arginare la devastazione di spiagge e
colline. A modo suo, la politica promise, s’impegnò, stanziò e in pompa magna
annunciò una spesa di 11 milioni di euro per il territorio di questa Messina
stretta sui fianchi dei Peloritani, fatta a strisce lungo fiumare zeppe di
calcestruzzo. La svolta si rivelò però un proclama subito tradito e tradotto in
interventi minimi per appena 900 mila euro malamente spesi, come adesso si
lamenta uno dei consiglieri dell’Ordine dei geologi, Vincenzo Pinnizzotto, che
i vizi della sua città li conosce da vicino: «Spesso accade che i finanziamenti
destinati a mettere in sicurezza il territorio finiscano altrove. Esigenze
politiche... A ogni emergenza se ne parla un po’ e poi non si fa niente
lasciando che acqua e fango dilaghino in modo selvaggio».
È materia per la
Procura di Guido Lo Forte, deciso a indagare sul reato di «disastro colposo». E
tanti mettono le mani avanti. Con il governatore Raffaele Lombardo che annuncia
summit e nuovi piani invocando Berlusconi («Da soli non possiamo farcela») e il
ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, che irrompe minacciosa quando
scopre la brutta fine fatta dai fondi del suo dicastero: «Basta con questo modo
irrazionale di distribuire i fondi per il dissesto del territorio. Ora si
tratta di mettere fine a questo malgoverno, intervenire rapidamente e
richiamare anche i sindaci della provincia di Messina a una più attenta
programmazione urbanistica». Fanno la voce grossa in Procura, ma qualche dubbio
viene anche agli ambientalisti qui spesso considerati solo dei rompiscatole.
Sarà perché sono state frettolosamente archiviate ad aprile due delle quattro
denunce presentate dal Wwf, ma un po’ scettica si mostra l’eroina sempre
schierata nella trincea verde di una Messina ostile, Anna Giordano: «Brucia il
silenzio, lo sberleffo e l’indifferenza, insomma il muro contro cui abbiamo
dovuto sbattere la faccia noi cassandre. Se avessero rispettato le norme,
sospeso la variante al piano regolatore e rimodulate le opere necessarie, forse
un giorno terribile come questo non ci sarebbe stato».
Battaglia dura,
soprattutto dall’agosto del 2007, quando il Comune istituì la cosiddetta
«Commissione valutazione di incidenza», indicata dalla Giordano come un
bubbone: «Appena due mesi dopo la costituzione, nonostante le alluvioni
dell’ottobre 2007, ha fatto danni a mai finire, oltre ad approvare ovviamente
tutto, dalla a alla zeta. E fino a ieri al Comune si accaparravano sul piano triennale
delle opere pubbliche, cemento su cemento, asfalto a go-go, con le ruspe che
continuano ovunque, senza mai fermare cantieri, lottizzazioni, palazzi, ville,
casermoni, strade nuove, centri commerciali a due passi dal mare, sui
torrenti... ». Una denuncia accorata, in sintonia con quella di Alberto
Fiorillo che dagli uffici romani di Legambiente estrae lo studio fatto con la
Protezione civile sui 273 comuni siciliani a rischio idrogeologico: «Di questi
91 stanno in provincia di Messina. Abbiamo mandato un questionario. Ma ha
risposto il 37 per cento. E di quei pochi il 52 per cento dichiarano di avere
interi quartieri in area a rischio... ».
Uno studio
riflesso nel disastro che si è presentato davanti a Bertolaso quando per
guadagnare la strada del mare fra le sabbie mobili di Scaletta ha dovuto
varcare una delle case abbandonate, lungo la schiera che separa la statale
Messina Catania, da spiaggia e ferrovia, un muro, anzi una muraglia senza
continuità. Ma, violando un soggiorno abbandonato e entrando in un corridoio
con i quadretti infangati, s’è accorto di camminare su un mini torrente
inglobato in quella casa senza padroni. L’ha capito arrivando all’orto,
ricavato a ridosso dei binari della ferrovia. E lui, esplodendo con i suoi, con
gli accompagnatori siciliani: «Lo vedete come si lascia costruire a due passi
dai binari, tappando i corsi d’acqua, senza che se ne accorga nessuno, a tutti
apparendo cosa normale. Da otto anni ripeto le stesse cose...». Poi gli stivali
affondano lungo la spiaggia e marciando in parallelo con la statale si arriva
al punto interrotto, un’intera palazzina piegata su se stessa, un convento di
suore e un’altra casa spazzate via perché edificate sul letto del torrente che
scende giù da Scaletta Superiore. «È l’ora che cambi tutto...» si sfoga infine
mentre argina la rabbia di chi scava con le mani per trovare amici e parenti,
bloccato al ritorno dal proprietario della casa attigua a quella del corridoio
col torrente tappato, un agente di assicurazioni che impreca contro le autorità,
ignaro di avere contribuito al disastro, fiero di stringere le mani a Bertolaso
che vorrebbe rimproverarlo, stoppato: «Me lo saluta Berlusconi?». Felice Cavallaro, CdS 3
E’ proprio un
Paese bizzarro l’Italia, pensate che d’autunno piove - qualche volta a lungo -,
i fiumi straripano e le tempeste mangiano le spiagge. E pensate che, se avete
costruito nel letto di un fiume, ci sono buone probabilità che la vostra casa
venga spazzata via per colpa delle alluvioni. Un fenomeno nuovo, si potrebbe
pensare, mai segnalato finora, specialmente nel Mezzogiorno: chi potrebbe
immaginare che intere colline d’argilla franino a mare portandosi con sé case e
persone? Non serviva un geologo, bastava un archivista che avesse rovistato nei
documenti comunali.
Per sancire come
le frane siano un fenomeno comune, esattamente come le mareggiate, nel
Messinese: le ultime quattro vittime nel 1998, appena a Nord della città. Ma in
Italia avviene, in media, uno smottamento ogni 45 minuti e periscono, per
frana, di media, sette persone al mese. Già questo è un dato poco compatibile
con un Paese moderno, ma se si scende nel dettaglio si vede che, dal 1918 al
2009, si sono riscontrate addirittura oltre 15 mila gravi frane. E non solo
frane, ma anche alluvioni (oltre 5 mila le gravi, sempre dal 1918), spesso
intimamente connesse agli smottamenti. Questo nonostante oggi la protezione
civile sia molto più efficiente di solo venti anni fa. Le frane sono un
fenomeno naturale, ma non lo sono le migliaia di morti né le azioni dell’uomo
che le innescano al di là delle condizioni naturali.
Tutto questo era
ben noto fino dal tempo della commissione De Marchi, che fotografò, per la
prima volta in modo organico (nel 1966), il dissesto idrogeologico del territorio
italiano in otto volumi in cui si suggerivano anche alcuni interventi
indispensabili e ritenuti urgenti fino da allora. Sono passati decenni e c’è
ancora chi si stupisce oggi. Non solo: la situazione è stata aggravata dalla
massa assurda delle nuove costruzioni, da centinaia di chilometri di strade, da
disboscamenti insensati e dagli incendi mirati, dai condoni edilizi che
espongono al rischio migliaia di cittadini che hanno scelto deliberatamente di
delinquere. Ma come volevate che finissero quelle case, magari abusive, che
strozzano i letti dei corsi d’acqua, come dovevano finire i viadotti troppo
bassi, le strade e il cemento che hanno sclerotizzato il territorio?
Eppure - a
differenza dei terremoti - le frane possono essere previste e i nomi sono già
storia: Ancona (1982), il Monte Toc al Vajont (1963), la Valtellina (1987),
Niscemi (1997), Sarno (1998), l’autostrada del Brennero (1998), Soverato (2002)
e così via disastrando. Secondo il Cnr il totale del territorio a rischio di
frane, o comunque vulnerabile dal punto di vista idrogeologico, in Italia, è
pari al 47,6%. Quasi il 15% del totale nazionale delle frane, e quasi il 7%
delle inondazioni, avviene in Campania (1600 in 75 anni), dove 230 Comuni su
551 sono a rischio di smottamento. La superficie vulnerabile per frane e
alluvioni è, in Campania, pari al 50,3% del territorio regionale.
Il Trentino sfiora
l’86% - in vetta alla graduatoria -, le Marche arrivano all’85% e il Friuli è
ben sopra il 50%: resta da chiedersi come mai però nel Mezzogiorno quel rischio
potenziale si traduce più spesso che altrove in catastrofe, con Basilicata,
Calabria e Sicilia che vanno comunque oltre il 60% del territorio a rischio. Ma
la risposta la conosciamo già: l’incuria del territorio è qui diventata prassi
quotidiana, perché gli amministratori preferiscono costruire un’opera pubblica,
anche se inutile, purché si veda e porti consenso: chi si accorgerà invece di
una manutenzione ordinaria, spesso invisibile, del territorio?
Per non parlare
dell’incivile tolleranza all’abusivismo o dell’ignoranza di qualsiasi principio
fisico che informi il territorio: che ne sanno gli amministratori che una frana
è uno spettacolare esempio di un fenomeno geologico del tutto naturale, che
porta al trasferimento di materiale dall’alto in basso grazie alla forza di
gravità? E che le cause generali delle frane sono molte, ma, in tutto il mondo,
l’intervento dell’uomo gioca un ruolo fondamentale? Fra qualche giorno nessuno
ricorderà i morti di Messina e si continuerà a inseguire il sogno di un ponte
inutile che renderà ineluttabile il dissesto idrogeologico, quando non vedrà
compromessa addirittura la stabilità complessiva di un intero settore della
penisola. Stornando risorse che dovrebbero essere spese per salvare vite e non
per inseguire follie faraoniche.
LS 3
Emergenza, egoismi e occhi chiusi
Terra “siccagna”
dicevano della loro isola i vecchi contadini siciliani; senz’acqua, né di
cielo, né di montagna, per la gran parte dell’anno. Chiedendosi perplesso come i
viaggiatori arabi avessero potuto trovarvi “giardini e frescure”
magnificandoli, tanto a Siracusa, quanto a Palermo e dappertutto, Leonardo
Sciascia scrisse un libricino intitolato, con una punta d’ironia, “Le acque di
Sicilia”: ricordò le sue illusorie avventure alla Tom Sayer sul greto di un tal
Torrente Boffalora vicino casa, a Racalmuto, che tutto sembrava meno che un
torrente essendo perennemente all’asciutto.
Eppure, questa
terra “siccagna” può all’improvviso produrre valanghe di fango distruttivo che
precipitano a valle trascinando ogni cosa incontrata lungo il percorso. Allora,
l’acqua agognata per mesi e mesi, chiesta in processione come acqua santa,
diventa una maledizione. Succede spesso all’inizio dell’inverno nella zona di
Trapani, in quella di Enna, nelle valli agrigentine. Stavolta è più grave per
via della conformazione morfologica dell’area nord-orientale dell’isola. Qui la
catena dei Peloritani - composta da rocce di ricoprimento che convivono con
asfalti e sabbie - è solcata da molti corsi d’acqua solitamente “siccagni” non
per nulla chiamati fiumare: letti larghi e selciosi, pacifici finché non si
gonfiano di pioggia. L’altro giorno di pioggia ne è caduta per l’equivalente di
250 millimetri in tre ore e una massa enorme di acqua, fango, detriti, alberi
sradicati, casette spazzate via, si è scagliata giù per la ripidissima discesa
che in quel punto cala verso il piano dalla cime di montagne alte oltre i 1.300
metri.
Sotto questo
profilo i Peloritani sono pericolosi in entrambi i versanti. Su lato del mare,
sia Tirreno, sia Jonio, hanno pendenza molto accentuata; le fiumare aprono le
loro foci tra le case di paesi e paesetti allargati fino all’inverosimile
dall’avidità edilizia. Sul lato interno, le discese dalla cima sono meno ripide
ma s’incanalano in valloni facili a trasformarsi in fiumi d’acqua e di fango.
Si tratta di aree delicatissime in entrambi i casi; rese molto più rischiose di
prima da tre questioni molto sottovalutate.
La prima - se ne
accennava sopra - concerne l’aggressione al territorio costiero. Andando da
Catania a Messina lungo il mare non c’è più un metro senza villette, condomini,
casupole, costruzioni di vario genere, tutto edificato non soltanto sulla riva
ma anche alle spalle di questa, non solo nei terreni, diciamo così, liberi, ma
pure in prossimità dei greti delle fiumare, delle strade statali, delle vie di
montagna. Uno scempio dovuto alla stupidità, all’egoismo ed alla pessima
politica permissiva degli ultimi sessanta anni. Il secondo problema è quello
della manutenzione dei boschi. Nel Mezzogiorno non si vuol capire - o forse si
capisce benissimo e se ne vorrebbe fare arma di ricatto - l’importanza della
loro cura. Un tempo, quand’eravamo poveri, un piccolo esercito di buoni diavoli
girava per le montagne alla ricerca del sottobosco e faceva piccolo commercio
di ciò che raccoglieva. E’ un lavoro che non fa più nessuno (o quasi), anche
laddove sono state assunte migliaia di guardie forestali. Al posto del libero
boscaiolo hanno messo l’uomo con l’ascia in mano, il disboscatore che apre il
vuoto per la villetta abusiva .. . Terza questione sottovalutata, le reti di
comunicazione.
Ieri il
sottosegretario Bertolaso ha detto che gli uomini della Protezione Civile hanno
incontrato serie difficoltà a portare i soccorsi nel messinese colpito dal
nubifragio sia perchè a un certo punto si sono rese contemporaneamente
inagibili l’autostrada Catania- Messina, la statale e la linea ferrata, sia
perché la rete elettrica di pali e fili - in parte non segnalata - ha bloccato
le squadre con elicottero. Ha detto inoltre che nella parte dei Peloritani
rivolta verso l’interno dell’isola ci sono poche aree utilizzabili come
piazzole di elicotteri. Insomma, chi avrebbe dovuto disegnare nel territorio le
attrezzature necessarie ad eventuali emergenze non l’ha fatto con la dovuta
previdenza.
Che si diceva
all’inizio del Novecento? Si diceva che “il Sud è uno sfascio geologico”. Cosa
si potrebbe dire adesso di fronte a tragedie come quella che stanno vivendo nei
paesi dei Peloritani? Si potrebbe dire che nel Sud non cambia mai nulla.
Purtroppo. ROBERTO CIUNI IM 3
Basta con le bestemmie separatiste
I protagonisti e
le forze motrici del Risorgimento non potevano pensare un’Italia di cui non
fossero parte integrante le regioni del Regno delle Due Sicilie (così come le
regioni dello Stato pontificio e Roma).
E in quell’Europa
nella quale, alla metà dell’Ottocento, tra le maggiori nazioni solo quella
italiana e quella germanica non erano ancora riuscite a prender corpo in Stati
nazionali, non avrebbe potuto assumere un ruolo effettivo un’Italia che fosse
rimasta monca, che non avesse, soprattutto, abbracciato il Mezzogiorno nel
nuovo Stato unitario.
E’ questo un dato
storico, il cui valore attuale non può oggi sfuggire, e che va ribadito di fronte
a certe fantasticherie che si stanno sentendo in polemica con l’esigenza di una
forte, inequivoca celebrazione e riaffermazione dell’unità e indivisibilità
dell’Italia. Di quell’unità dell’Italia tutta fu, come uomo del Mezzogiorno, il
più consapevole e ardente assertore Giustino Fortunato. Egli fu sempre vigile
nel cogliere, con ansia ed allarme, il pericolo mortale rappresentato per
l’Italia, anche decenni dopo l’unificazione, dall’emergere di tendenze
particolaristiche e disgregatrici. A fine secolo, egli vedeva quel pericolo
come conseguenza della «corruttela parlamentare delle province meridionali»
addebitabile in primo luogo allo stesso governo, e guardando soprattutto alla
Sicilia parlò di «bestemmie separatiste». Bestemmie separatiste che gli sembravano
trovare allora come non mai «terreno propizio», non essendosi mai prima
«proclamato con maggiore impudenza insuperabile il dissidio tra l’alta Italia e
l’Italia meridionale» (altre, «bestemmie separatiste» si sarebbero nuovamente
sentite, sul finire della Seconda guerra mondiale e anche in tempi più recenti,
insieme con non meno «impudenti proclamazioni» della insuperabilità del solco
tra Nord e Sud).
Il Mezzogiorno,
peraltro, il suo posto nel nuovo Stato unitario se l’era guadagnato sul campo,
con un contributo peculiare e decisivo al moto risorgimentale. E pur nel quadro
di un’incontestabile egemonia moderata sotto la guida del Piemonte sabaudo, la
componente democratica del movimento risorgimentale ebbe un ruolo cruciale
nella liberazione dell’Italia meridionale.
La scelta che finì
per imporsi della «annessione immediata e incondizionata» - per plebiscito -
delle province meridionali, non può condurre a definire il Mezzogiorno come
oggetto di una «conquista», anziché soggetto attivo e determinante del processo
che condusse all’unità d’Italia, alla fondazione dello Stato nazionale
unitario. Il Mezzogiorno si era aperto la strada verso la conquista della
libertà con il suo '48 e con il sostegno all’impresa di Garibaldi; i plebisciti
valsero a confermare quella conquista e a creare le basi per la configurazione
istituzionale del nuovo Stato.
Naturalmente, le
celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità potranno ben offrire occasioni e
sedi per una rivisitazione complessiva del moto unitario, anche con riferimento
ai passaggi più controversi. Nessuno può volere rimozioni o censure, a favore
di una rappresentazione acritica o addirittura agiografica. \
L’idea della
sopraffazione di una parte sull’altra, che ha dato luogo ad una lunga serie di
polemiche recriminatorie, ha ceduto il passo alla ricerca delle ragioni per cui
il liberalismo moderato ebbe la prevalenza nel momento conclusivo e gli
orientamenti federalisti vennero accantonati.
Successivamente, e
ben presto, le tensioni tra il governo nazionale e il Mezzogiorno avrebbero
ruotato intorno a due poli: la mortificazione delle aspirazioni autonomistiche
e la delusione delle attese di sviluppo e di giustizia sul piano economico e
sociale. La reazione a condizioni di miseria e oppressione sociale, che già era
serpeggiata nel corso della campagna siciliana e meridionale di Garibaldi,
sarebbe addirittura esplosa nelle forme estreme di feroce ribellione del
brigantaggio che, portando in sé l'impronta e l’insidia del revanscismo
borbonico, sarebbe stato sanguinosamente represso.
E in quanto alle
istanze dell’autonomismo, innanzitutto siciliano, esse furono negate da una
rigida unificazione legislativa e amministrativa secondo il modello piemontese,
e da scelte di governo centralizzatrici. \ L'uniformità fu tuttavia un prezzo
che tutto il paese, e non solo il Mezzogiorno, dovette pagare. (Oggi) dobbiamo
pur porci degli interrogativi di fondo.
Risultati non
trascurabili si sono ottenuti, cambiamenti non lievi per determinati aspetti si
sono prodotti nel Mezzogiorno, ma i termini di quell’antico divario, pur
oscillando nel tempo, conoscendo a più riprese alti e bassi, e in parte mutando
di natura, risultano tuttora drammatici e tendenzialmente stagnanti. E allora,
si studino le esperienze dei decenni passati, senza superficiali nostalgismi,
senza tentazioni impossibili di ritorno indietro, si formulino ipotesi nuove,
partendo tuttavia dalla lezione fondamentale di stampo fortunatiano. E’ cioè la
politica generale dello Stato che deve cambiare guardando alla valorizzazione
del Mezzogiorno nell’interesse di tutto il paese; e deve l’insieme della
società italiana muoversi nello stesso senso: le sue forze produttive, le
energie imprenditoriali, non solo le forze politiche, impegnate nel governo
della cosa pubblica. Possiamo ben dire, con le parole di Giustino Fortunato:
governo e paese «non ignorino di avere, nella questione meridionale, il
maggiore dei loro doveri di politica interna». Anche perché «se la nuova Italia
non riuscirà a risolvere il problema economico del Mezzogiorno, essa verrà meno
a una delle maggiori finalità per le quali è risorta».
Sì, il maggiore
dei nostri doveri, oggi, e con ancor maggior forza, è l’affrontare la
«questione meridionale» come - ha ragione Galasso - «questione italiana». Le
celebrazioni del 150° dell’Unità debbono assumere come impegno centrale quello
di promuovere una rinnovata consapevolezza di quel dovere, oscuratasi da troppi
anni per effetto dello spegnersi del dibattito culturale e politico
meridionalista e dell’esaurirsi di una strategia nazionale per il Mezzogiorno.
Ma anche per effetto - non possiamo sottacerlo - del diffondersi nell’opinione
pubblica settentrionale di un’illusione di sviluppo autosufficiente, destinato
a dispiegarsi pienamente una volta liberatosi dal peso frenante del
Mezzogiorno. Sono convinto che si possa ben rendere invece comprensibile e
convincente l’esigenza comune di un rilancio delle potenzialità dello sviluppo
meridionale come condizione imprescindibile per una rinnovata crescita
dell’economia italiana, ben più sostenuta di quella dell’ultimo decennio.
Le celebrazioni
del centocinquantenario hanno senso perché l’Italia ha bisogno di più unità, di
nuova e più forte coscienza unitaria; l’unità nazionale conquistata un secolo e
mezzo fa si consolida affrontando con nuovo slancio la sfida dell’incompiutezza
della nostra unificazione.
In conclusione, le
celebrazioni del 150° dell’Unità italiana dovrebbero favorire il diffondersi di
un clima nuovo, al Nord e al Sud. Da un lato, con l’abbandono di pregiudizi e
luoghi comuni attorno al Mezzogiorno e ai meridionali, di atteggiamenti
spregiativi che ignorano quel che il Mezzogiorno ha dato all'Italia in varii
periodi storici, e in particolare la ricchezza degli apporti della sua
intellettualità, delle sue élite culturali essenziali nel concorrere
all’unificazione del paese. \
Dall’altro lato ci
vuole una seria riflessione critica della società meridionale su se stessa. Il
bilancio delle istituzioni regionali nel Mezzogiorno non è uniforme, comprende
esperienze positive - come quella della Basilicata - ma nell’insieme è tale da
farci dubitare che le forze dirigenti meridionali abbiano retto alla prova dell’autogoverno.
E pur riservandoci e sollecitando un approfondimento obbiettivo delle ragioni
di un bilancio a dir poco insoddisfacente, non possiamo - lasciate che lo dica
in questo momento da meridionale e da convinto meridionalista - non possiamo
permetterci alcuna autoindulgenza. Non possiamo nascondere inefficienze e
distorsioni dietro la denuncia delle responsabilità altrui, e soprattutto
dietro le responsabilità dello Stato e dei governi che lo hanno retto. La
critica di indirizzi e di comportamenti, di omissioni e di penalizzazioni, di
cui il Mezzogiorno ha sofferto è legittima e anzi doverosa, purché seria e
fondata, ma non può coprire le responsabilità di quanti si sono nel corso di
lunghi anni avvicendati nel rappresentare e guidare le Regioni meridionali e le
istituzioni locali, o hanno comunque espresso le forze della società civile.
Essenziale sarà
soprattutto uno scatto di volontà, di senso morale e di consapevolezza civile
da cui emergano nel Mezzogiorno nuove forze idonee a meglio affrontare la prova
dell’autogoverno e della partecipazione al governo del paese.
C'è materia,
credo, per un esame di coscienza che unisca gli italiani nel celebrare il
momento fondativo del loro Stato nazionale.
GIORGIO NAPOLITANO
Estratto del discorso pronunciato ieri da Giorgio Napolitano a Potenza LS 4
Scudo fiscale, Napolitano firma. Di Pietro: «È un atto vile»
Il presidente
della Repubblica promulga il provvedimento. Duro il leader Idvs
RIONERO IN VULTURE
(Potenza) - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al ritorno dal
viaggio in Basilicata, ha promulgato il decreto legge che contiene lo scudo
fiscale, come aveva annunciato a Potenza. «Non firmare non significa niente»,
aveva risposto il Capo dello Stato a un cittadino che gli chiedeva di non
apporre la sua firma alla legge («Lo faccia per le persone oneste»), spiegando
che la Costituzione prevede che la legge possa essere nuovamente approvata e in
quel caso lui sarebbe «obbligato» a firmare.
DI PIETRO: «ATTO
DI VILTÀ» - «Nella Costituzione c'è scritto che il presidente promulga le
leggi. Se non firmo oggi, il Parlamento rivota un'altra volta la stessa legge e
a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Se mi dite
non firmare, non significa niente», ha detto Napolitano. Durissima la replica
di Antonio Di Pietro: «Il presidente della Repubblica ha compiuto un atto di
viltà e abdicazione. È proprio la Costituzione - ha affermato il leader di
Italia dei valori - che affida al capo dello Stato il compito di rimandare le
leggi alle Camere controllando in prima istanza la loro costituzionalità. Così
facendo Napolitano si assume la responsabilità di questa legge».
NORD-SUD - Il capo
dello Stato, nella sua visita in Basilicata, ha parlato anche del federalismo,
stigmatizzando le «bestemmie separatiste» di cui parlò già il meridionalista
Giustino Fortunato alla fine dell'Ottocento, «bestemmie che negano il valore
dello Stato unitario e che sono tornate varie volte. L'Italia ha bisogno di più
unità, di nuova e più forte coscienza unitaria, un valore attuale che va
ribadito di fronte a certe fantasticherie che si stanno sentendo». Napolitano
però ha detto che anche i meridionali devono abbandonare il loro vittimismo:
«Lasciate che lo dica da meridionale e da convinto meridionalista: non possiamo
permetterci alcuna autoindulgenza, non possiamo nascondere l'inefficienze e
distorsioni dietro la denuncia delle responsabilità altrui e dello Stato e dei
governi. Occorre una seria riflessione critica su se stessi. Il bilancio delle
istituzioni meridionali nel Mezzogiorno non è uniforme, comprende esperienze
positive, ma nell’insieme è tale da farci dubitare che le forze dirigenti
meridionali abbiano retto alla prova dell’autogoverno».
REPLICA BOSSI - Il
leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ha replicato con una sola battuta alle
parole del presidente della Repubblica sulle «bestemmie separatiste». «L'unità
d'Italia se non la sostiene lui chi la sostiene?», ha detto Bossi. «Io mi
considero amico di Napolitano, è una persona abbastanza saggia, per cui su
qualsiasi cosa si può ragionare». CdS 3
Una storia di
sesso & potere, sepolta da tempo sotto cumuli di battutine e sbadigli, è
riuscita a radunare davanti al focolare televisivo oltre 7 milioni di italiani.
Strapazzando
colossi come don Matteo e il dottor House. Certo, la trasmissione era ben
costruita e ben condotta, e anche la voce del centrodestra ha avuto modo di
farsi sentire con vigore (l’interrogatorio di Belpietro alla D'Addario - teso a
dimostrare che la signora è a libro paga degli accusatori del premier - aveva
l’incisività di un episodio di Perry Mason).
Certo, l’argomento
era pruriginoso e si sa come siamo noi telespettatori: schizofrenici. Con una
mano scriviamo ai giornali che sarebbe ora di occuparsi di cose serie e con
l’altra digitiamo sul telecomando alla ricerca di un’inchiesta sotto le
lenzuola che appaghi la nostra sete di morbosità e funga da pretesto per
indignarci di nuovo. Certo, la corte del Capo, servile al pari di tutte le corti,
con le sue minacce spuntate di censura ha lanciato il programma come il
migliore degli uffici stampa, creando un’attesa che ha reso ancora più
peccaminosa, e quindi irresistibile, la tentazione di sbirciare Annozero.
Sta di fatto che
un terzo del pubblico televisivo si è bevuto lo show di Santoro dall’inizio
alla fine. E un terzo di quel terzo, oltre due milioni di persone evidentemente
non paghe, si è poi trasferito con Belpietro nel salotto di Bruno Vespa
dedicato ai commenti del post-partita. Così, dopo aver taciuto sull’argomento
per mesi, la Rai ha parlato della D’Addario dalle nove di sera fino all’una e
mezzo di notte, e sui due canali «berlusconiani» per giunta, mentre la terza
rete «comunista» trasmetteva un film di evasione. Il mondo alla rovescia, come
mille altre volte in questo strano Paese. Ma se tutto questo è potuto
succedere, è perché ancora una volta i cortigiani del potente di turno (e il
potente medesimo, obnubilato dalla sua stessa potenza) hanno sottovalutato una
legge infallibile della storia: il proibizionismo non paga, anzi, moltiplica
gli effetti di ciò che si vuol proibire.
Che tu nasconda
whisky o notizie scomode, alla fine otterrai l’unico risultato di veder
ricomparire quei «mostri», ingigantiti dalle aspettative e dal fascino del
peccato. Nel frullatore nevrotico dell’informazione moderna, dove persino Obama
dopo meno di un anno è già venuto a noia, aver negato per tutta l’estate
l’esistenza televisiva della D’Addario ha realizzato la bella impresa di
consegnarla intatta alla curiosità morbosa dell’autunno. E meno male che i
berluscones erano dei maghi nella comunicazione… MASSIMO GRAMELLINI LS 3
Come ti nego i diritti di cittadinanza
Unicuique suum: a
ciascuno il suo. E’ questo il motto che potrebbe essere applicato al c.d.
“pacchetto sicurezza”, approvato con la legge n. 94/2009 , entrata in vigore
l’8 agosto.
Questa legge è un
coacervo di misure discriminatorie e persecutorie nei confronti dei gruppi
sociali più deboli. Se hanno suscitato qualche protesta le misure persecutorie
più assurde nei confronti degli immigrati irregolari (come il reato di
clandestinità, il divieto di matrimonio ed il divieto per le madri di
riconoscere i propri figli), poca attenzione è stata rivolta alle norme
discriminatorie riservate ad altri gruppi sociali. In realtà, per quanto
possano apparire disomogenee le materie trattate, c’è un filo conduttore che
organizza le disposizioni in materia di sicurezza pubblica. C’è una logica in
questa follia: tutto gravita intorno al principio delle discriminazione dei
soggetti deboli. Se gli immigrati (regolari o irregolari) sono particolarmente
vessati, non per questo il legislatore leghista si è dimenticato dei Rom, dei
senza casa, e dei poveri in genere, ed ha dato a ciascuno il suo.
Per quanto
riguarda il popolo Rom, a parte le misure penali di aggravamento dei reati
connessi alla povertà, nel pacchetto sicurezza vi è una specifica disposizione
discriminatoria, passata quasi inosservata. Si tratta della norma relativa alle
iscrizioni anagrafiche (art. 1, comma 18).
Questa norma,
nella sua versione originaria, in pratica, impediva ai poveri di ottenere
l’iscrizione nei registri dell’anagrafe, subordinando l’iscrizione e la
richiesta di variazione anagrafica alla verifica, da parte dei competenti
uffici comunali delle condizioni igienico-sanitarie dell’immobile in cui il
richiedente intendeva fissare la propria residenza. In questo modo decine di
migliaia di famiglie povere avrebbero perso – automaticamente - il diritto alla
residenza. Si pensi, per es. alle migliaia di famiglie che ancora vivono nei
“bassi” in una città come Napoli.
Ciò avrebbe
comportato qualche problema con l’opinione pubblica, specie in quelle fasce
sociali, più umili, che vivono ancora nel mito del berlusconismo.
Per questo la
norma è stata cambiata alla Camera, con l’emendamento sul quale il Governo ha
posto la fiducia.
Nella nuova
versione i comuni non devono più accertare la sussistenza del requisito
igienico sanitario dell’immobile, tuttavia “l’iscrizione e la richiesta di
variazione anagrafica possono dar luogo alla verifica da parte dei competenti
uffici comunali delle condizioni igienico sanitarie dell’immobile”.
Insomma ogni
comune è libero – a sua discrezione – di non iscrivere nei registri anagrafici
quelle persone che abitano in alloggi inadeguati. Quindi ogni comune è libero
di scegliere quali poveri tenersi e quali buttare via.
In questo modo si
è realizzata la quadratura del cerchio. Il requisito igienico sanitario
dell’alloggio diventerà un ottimo strumento politico per selezionare le
minoranze indesiderabili ed escluderle dal circuito della cittadinanza, senza
mettere a rischio il consenso politico di cui gode l’attuale maggioranza.
Ci vuol poco a
capire che questa minoranze indesiderabili per i cittadini del Bel Paese sono
soprattutto, se non esclusivamente, i Rom. Chi vive in un campo nomadi è
difficile che disponga di un alloggio dotato dei requisiti igienico-sanitari
richiesti dalla norme vigenti. Conseguentemente costoro – a discrezione dei sindaci
– possono perdere il diritto ad essere iscritti nell’anagrafe delle persone
residenti.
Senonchè
l’iscrizione nell’anagrafe delle persone residenti è presupposto indispensabile
per l’esercizio dei diritti di cittadinanza. A partire dall’esercizio del diritto
di voto, per finire all’iscrizione al Servizio Sanitario nazionale, alla scelta
del medico di base ed all’iscrizione dei propri figli alla scuola dell’obbligo.
In conclusione,
invece di rimuoverli, come impone l’art. 3 della Costituzione, la legge utilizza
gli ostacoli di ordine economico e sociale come pretesto per limitare - di
diritto - la libertà e l’eguaglianza delle persone ed escludere dalla
cittadinanza quelle minoranze destinate ad essere discriminate.
Domenico Gallo,
Liberazione 16 settembre
Fini rinuncia al Lodo Alfano. Il Pd plaude, disagio nel Pdl
Il presidente
della Camera si smarca e fa a meno dell'immunità nel caso
nato dalla querela
del pm Woodcock che poi rinuncia: "E' stato molto leale"
ROMA - Il
presidente della Camera spiazza la sua maggioranza confermando la rinuncia allo
"scudo" per affrontare un processo per diffamazione. E ciò proprio a
pochi giorni dell’atteso pronunciamento della Corte Costituzionale sul Lodo
Alfano, la legge che impedisce di processare le più alte cariche dello Stato
fino alla fine del loro mandato.
La vicenda
giudiziaria che interessa Fini - sottolinea Giulia Bongiorno, presidente dela
commissione Giustizia della Camera e avvocato dell’ex leader di An - ha
soltanto una coincidenza temporale con l’attesa pronuncia della Consulta. E sin
da quando venne approvato il Lodo, nel luglio del 2008, il presidente della
Camera avvertì che dell’ombrello processuale non se ne sarebbe mai voluto
avvalere. Ma un qualche disagio nel centrodestra questa situazione l’ha creata
in giornata anche se, alla fine, l’allora Pm di Potenza che lo aveva querelato,
Henry John Woodcock, nel pomeriggio ha annunciato di rinunciarvi, colpito dal
"beau geste" del presidente della Camera. «Da magistrato e da uomo
dello Stato - ha detto nello spiegare la sua decisione - in questo momento
ritengo doveroso rimettere una querela nei confronti di chi ha mostrato leale
collaborazione tra le istituzioni e, soprattutto, fiducia nell’azione della
magistratura».
Il 7 maggio del
2008, spiega oggi il quotidiano "Fatto Quotidiano", il Gip Mariella
Finiti, approvando la tesi dell’accusa, aveva ordinato di spedire le carte alla
Camera per l’autorizzazione a procedere. Ma di fatto il fascicolo resta in un
cassetto per 16 mesi. In seguito all’interessamento del giornale diretto da
Antonio Padellaro, il legale di Fini Giulia Bongiorno va a vedere che fine ha
fatto il provvedimento e si rende conto che tutto è rimasto bloccato per colpa
del Lodo Alfano. Fini invita quindi il suo avvocato a sbloccare la situazione
per affrontare il giudizio contro Woodcock. E quello che viene subito
ribattezzato inizialmente, in ambienti parlamentari di Montecitorio, come lo
"strappo" del presidente della Camera, non passa inosservato.
I cosiddetti
tecnici della giustizia del centrodestra, a cominciare dal deputato del Pdl e
legale del premier Niccolò Ghedini, evitano ogni commento. Mentre in
Transatlantico era palpabile il malumore tra i deputati della maggioranza.
Alcuni addirittura hanno malignato: «Si fa presto a rinunciare al lodo Alfano -
ha osservato un deputato del Pdl - perchè tanto poi resta in piedi la questione
dell’insindacabilità...». E già, perchè se anche la Bongiorno ha reso noto di
aver avviato la procedura per rinunciare all’ombrello del Lodo Alfano, dovrà
essere sempre la Giunta per le Autorizzazioni della Camera a dire l’ultima
parola sull’insindacabilità delle parole di Fini contro il Pm («Woodcock è un
signore che in un paese serio avrebbe già cambiato mestiere.. è noto per una
certa fantasia investigativa»). La rinuncia al giudizio di sindacabilità o meno
delle dichiarazioni fatte da un parlamentare, infatti non rientra nella
disponibilità del singolo individuo, ma dell’istituzione. Così, anche se un
deputato dichiarasse di voler rinunciare alla cosiddetta immunità, dovranno
essere sempre la Giunta, prima, e l’Aula, poi, a pronunciarsi, anche contro la
volontà, spesso di natura propagandistica, del diretto interessato. Ma in
questo caso non si dovrà arrivare a tanto visto che l’ex pm di Potenza ha
rinunciato alla sua querela.
Fini non ha voluto
alimentare altre polemiche: «Nessun commento - ha tagliato corto con i cronisti
in serata - da me non avrete una parola». L’opposizione però commenta con
favore l’iniziativa del presidente di Montecitorio: «È un atto che dimostra
grande sensibilità democratica» osserva Ermete Realacci (Pd), perchè
«indipendentemente da quanto stabilirà la Corte, Fini onora e rispetta gli
italiani che credono nel dettato fondamentale della Costituzione: la legge è
uguale per tutti». «Stimiamo Fini - prosegue il capogruppo dell’Idv Massimo
Donadi - il suo è un comportamento da galantuomo a differenza di altri...». LS
2
La ricerca “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e
pregiudizi”
L’indagine sarà
presentata il 6 ottobre a Roma presso la sede della Federazione Nazionale
Stampa Italiana
ROMA – Alle 11 di domani 6 ottobre verrà
presentata a Roma, presso la Sala conferenze Fnsi (Corso Vittorio Emanuele n.
349) la ricerca, realizzata dall’équipe del Dossier Statistico
Immigrazione Caritas/Migrantes ie dall’Agenzia Redattore Sociale, dal titolo
“La criminalità degli immigrati:
dati, interpretazioni e pregiudizi”.
L’incontro si aprirà con il saluto di Franco Siddi, segretario della
Federazione Nazionale Stampa Italiana. Prenderanno poi la parola Franco Pittau,
coordinatore del Dossier Immigrazione Caritas-Migrantes, Lucio Barletta,
avvocato ed esperto di immigrazione, Vittorio Rizzi, capo della Squadra Mobile
di Roma, Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale Stampa
Italiana e la portavoce dell’Unhcr Italia Laura Boldrini. L’intervento
conclusivo sarà affidato a Stefano Trasatti, direttore dell’Agenzia Redattore
Sociale.
Dall’indagine si evince come il “tasso
di criminalità” degli immigrati regolari nel nostro paese sia leggermente più
alto di quello degli italiani, ma solo per le fasce di età più giovani.
Prendendo invece in considerazione alcuni altri fattori, i due tassi finiscono
per equivalere. La ricerca evidenzia inoltre come il coinvolgimento degli
immigrati in attività criminose sia legato in maniera preponderante alla
condizione di irregolarità e non esista alcuna corrispondenza tra l’aumento
degli immigrati e la crescita dei reati in Italia. Numerosi inoltre i reati
“strumentali” ovvero quelli relativi alla condizione stessa di immigrato
che incidono moltissimo sul carico penale degli stranieri.
“Avvalendosi della ‘circolarità delle fonti’,
di inedite correlazioni, di confronti su periodi temporali omogenei e
sufficientemente lunghi,- spiegano gli autori dell’indagine - la ricerca
offre nuovi strumenti per la comprensione delle delicata tematica. E
ridimensiona in modo netto la portata di numerose affermazioni che in questi
anni hanno contribuito ad alimentare l’allarme per ‘l’emergenza criminalità’
degli stranieri”. (Inform)
Riunione del direttivo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo
Belluno - Seconda
riunione, il 24 settembre, del nuovo Consiglio direttivo dell’Associazione
Bellunesi nel Mondo eletto dall’assemblea dell’estate scorsa, nella quale
sono stati affrontati alcuni importanti problemi, introdotti da
apposite relazioni del presidente Gioachino Bratti. Nello specifico si è
ipotizzata la suddivisione del lavoro del Consiglio anche attraverso delle
commissioni, ognuna operativa in un particolare settore di
attività. E’ seguita, sempre con approvazione unanime, la decisione di cooptare
all’interno dell’Associazione un rappresentante della Camera di Commercio di
Belluno, da tempo affiancata all’ABM in alcuni significative iniziative.
Il presidente ha poi illustrato i progetti 2009-2010 sorretti da contributo
regionale e le ipotesi operative e finanziarie che ne potrebbero conseguire nel
caso di ritardate liquidazioni dei relativi fondi dalla Regione; a tal fine
sono state suggerite varie soluzioni. Rinviata alla prossima seduta
l’illustrazione al nuovo direttivo dell’importante progetto
bellunoradici.net mirante a coinvolgere le nuove professionalità bellunesi
all’estero, illustrati i più importanti eventi associativi dei prossimi mesi,
il Consiglio ha ricevuto, infine, alcune comunicazioni del Presidente, tra cui
la designazione a vicepresidente vicario di Renato De Fanti. dip
A Bologna oggi e domani gli stati generali dell’emigrazione
emiliano-romagnola
Il 5 ottobre si
riunisce la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo
Dal 6 al 9 la
Conferenza dei presidenti delle 108 associazioni all’estero
BOLOGNA - Convocati a Bologna gli stati
generali dell’emigrazione emiliano-romagnola. Arrivano da 24 Paesi e quattro
continenti i presidenti delle 108 associazioni di corregionali all’estero:
saranno loro i protagonisti della Conferenza che si svolgerà dal 6 al 9 ottobre
a Bologna, al Savoia Hotel Regency, con conclusione nella Sala Borsa.
Prevista dalla legge regionale di settore
almeno una volta nella legislatura, la Conferenza dei presidenti delle
associazioni di emiliano-romagnoli nel mondo sarà preceduta, il 5 ottobre per
l’intera giornata, dalla Consulta, il “parlamentino” degli emiliano-romagnoli
all’estero - costituito da 52 membri più la presidente Silvia Bartolini - in
rappresentanza delle comunità all’estero, delle province della Regione,
dell’Assemblea Legislativa regionale, delle associazioni regionali che si
occupano di emigrazione. All’ordine del giorno della riunione della Consulta,
presso l’Hotel Savoia, la discussione del piano annuale delle attività per il
2010 e del piano triennale con cui vengono programmate le attività a favore delle
nostre comunità.
Il 6 ottobre alle ore 16.30, presso la sala
polivalente dell’Assemblea legislativa regionale, in viale Aldo Moro 50, si
apriranno i lavori della Conferenza dei presidenti delle associazioni degli
emiliano-romagnoli nel mondo con il saluto di Monica Donini, presidente
dell’Assemblea legislativa regionale, e gli interventi di Silvia Bartolini,
presidente della Consulta, e di Elio Carozza, segretario generale del CGIE
(Consiglio generale degli italiani all’estero). Concluderà il presidente della
Regione Emilia-Romagna Vasco Errani. A seguire, la consegna di otto
attestazioni di merito ad altrettanti emigrati che si sono distinti per le
attività a favore delle comunità emiliano-romagnole nei Paesi di residenza.
Alle ore 18, presso le sale espositive della
Fondazione Carisbo in Palazzo Saraceni (via Farini 15), sarà inaugurata la
mostra “Architetti e ingegneri dell’Emilia-Romagna nel mondo”, che presenta per
la prima volta, attraverso un percorso di 46 pannelli e un documentato
catalogo, il genio costruttivo, ricco di passione civile, di quindici
architetti, ingegneri, cartografi originari della nostra regione, che hanno
lasciato all’estero testimonianze preziose, dalle fortezze caraibiche degli
Antonelli inserite nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, alle chiese
neoclassiche di Giuseppe Antonio Landi nell’Amazzonia Brasiliana, dal Palazzo
delle Belle Arti di Adamo Boari a Città del Messico, alla Reading Room della
British Library firmata a Londra da Antonio Panizzi. La mostra resterà aperta
fino al 22 ottobre, per trasferirsi poi a novembre alla VIII Biennale di
Architettura di San Paolo del Brasile, e quindi nel marzo 2010 a Montevideo,
città la cui piazza centrale è stata ideata dal reggiano Carlo Zucchi.
La giornata del 7 ottobre, introdotta dalla
relazione di Silvia Bartolini, sarà dedicata alla “formazione e informazione”
dei consultori, cui saranno illustrati i progetti a favore delle comunità
all’estero che usufruiranno del contributo regionale (esporrà Marco Capodaglio,
responsabile delle relazioni internazionali della Regione), il progetto di
museo virtuale dell’emigrazione e lo studio statistico sull’emigrazione
emiliano-romagnola.
Il pomeriggio riprenderà con la presentazione
delle attività di informazione, comunicazione e promozione realizzate dalla
Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo. Nell’ordine, si parlerà di ER
News, la newsletter allegata al trimestrale ER; sarà presentato dall’assessore
regionale al turismo e commercio Guido Pasi il dvd “Emilia-Romagna, terra
con l’anima”, da utilizzare nelle missioni all’estero della Regione (a
cura di Apt e Consulta); saranno illustrati i nuovi contenuti del sito
Emilianoromagnolinelmondo.it e del sito ReportER.it dedicato ai giovani
delle associazioni; verrà infine presentata la radio in podcasting della
Regione, RadioEmiliaRomagna.it: un progetto, curato dall’Agenzia Informazione e
Ufficio Stampa della Giunta regionale, che esiste da tre anni ed è in continua
evoluzione.
La giornata dell’8 ottobre al Savoia Hotel
Regency sarà dedicata interamente ai lavori della Conferenza dei presidenti.
Il 9 ottobre all’Auditorium Enzo Biagi della
Sala Borsa si svolgerà la tavola rotonda su “Le politiche regionali rivolte
agli italiani nel mondo”, introdotta dai saluti del sindaco di Bologna Flavio
Delbono. Parteciperanno Laura Garavini, deputata emiliano-romagnola eletta
nella circoscrizione estero, Silvana Mangione, vicesegretario generale del
CGIE, Damiano Guagliardi, assessore all’emigrazione della Regione Calabria,
Pietro Simonetti, presidente della Commissione lucani all’estero, Lorenzo
Murgia, vicepresidente vicario del Consiglio dei toscani all’estero, Fabrizio
Bruno, responsabile emigrazione Regione Piemonte. Dopo gli interventi dei
presidenti delle nostre associazioni all’estero, le conclusioni saranno
affidate a Maria Giuseppina Muzzarelli, vicepresidente della Giunta
regionale.
Nel pomeriggio i presidenti visiteranno a
Ferrara la mostra “Boldini nella Parigi degli impressionisti” ospitata a
Palazzo dei Diamanti. (Inform)
Regenfällen und Erdrutschen auf Sizilien: mindestens 20 Menschen getötet und 80 verletzt
Rom - Bei schweren Regenfällen und
Erdrutschen auf Sizilien sind mindestens 20 Menschen getötet und 80 verletzt
worden.
Italiens Ministerpräsident Silvio
Berlusconi befürchtete gar, die Zahl der Opfer könnte sich noch mehr als
verdoppeln. 30 Menschen wurden noch immer vermisst, Hunderte verloren ihre
Häuser. Auf der Suche nach Überlebenden gruben sich Such- und
Rettungsmannschaften auch am Wochenende durch die Schlammmassen, die in Folge
des schweren Unwetters vom Donnerstag zahlreiche Häuser, Straßen und Schienen
unter sich begraben hatten. Doch die Hoffnung schwand stündlich.
Italienische Medien machten eine
fehlende Einhaltung der Bauvorschriften für die Katastrophe mitverantwortlich.
Sie kritisierten den Bau von Häusern direkt an Flussbetten und der Küste - in
einer Region, die bereits vor zwei Jahren von Erdrutschen heimgesucht worden
war. Die Tageszeitung "La Repubblica" titelte am Wochenende:
"Messina, eine prophezeite Tragödie". Italiens Umweltministerin
Stefanie Prestigiacomo sprach von einer "gefährlichen Situation" in
der Stadt. Katastrophen wie diese lägen auf der Hand, sagte sie "La
Stampa". Zugleich beklagte sie, ihrem Ministerium stünden nicht die Mittel
zur Verfügung, um die Lage in den Griff zu bekommen.
"Ein Haus war auf dem Flussufer
gebaut", sagte ein Überlebender im Fernsehen. "Was kann man da
erwarten? Das Wasser findet seinen Weg, und wenn Häuser nicht dort gebaut
werden, wo sie es sollten, ist das das Ergebnis."
Unkontrollierte Bebauung ist in Italien
weit verbreitet, besonders in der Mitte und im Süden des Landes. Im April hatte
ein schweres Erdbeben die Stadt L'Aquila erschüttert. Dabei kamen 300 Menschen
ums Leben. Die Behörden hatten damals Baupfusch für die hohe Opferzahl
verantwortlich gemacht. (Reuters 4)
Pressefreiheit. Zehntausende demonstrieren gegen Berlusconis Medienmacht
Groß-Demo gegen Berlusconi: "Nein
zum Informations-Maulkorb"
Silvio Berlusconi überzieht die
italienische Presse mit Klagen, weil sie seine privaten Verfehlungen
thematisiert, und versetzt das Volk damit in Aufruhr: Mindestens 60.000 Bürger
haben in Rom gegen den Einfluss ihres Ministerpräsidenten auf die Medien
protestiert.
Rom - Zehntausende Menschen haben am
Samstag in Rom für die Pressefreiheit und gegen den Einfluss von
Ministerpräsident Silvio Berlusconi auf die italienischen Medien demonstriert.
Zu dem Protest hatten der italienische Journalistenverband FNSI sowie linke
Parteien und Gewerkschaften aufgerufen.
Nach Angaben der Organisatoren nahmen
an der Veranstaltung mehr als 100.000 Menschen teil, die Behörden sprachen von
60.000 Demonstranten. Dem Journalistenverband zufolge war die Versammlung in
Italien "die größte Demonstration, die jemals für die Pressefreiheit
organisiert wurde".
Auslöser der Proteste waren die
Schadensersatzforderungen, mit denen der konservative Berlusconi gegen die
linken Zeitungen "La Repubblica" und "L'Unità" wegen der
kritischen Berichterstattung über sein pikantes Privatleben vorgeht. Beide
Blätter sollen dem Regierungschef Schadenersatz in Millionen-Höhe zahlen, was
Journalisten als Versuch kritisieren, sie zum Schweigen zu bringen.
"Nein zum
Informations-Maulkorb" lautete entsprechend einer der Slogans auf der
Kundgebung. Auf Plakaten und Transparenten war Kritik an Berlusconis
Medienmacht und dem daraus resultierenden Interessenkonflikt mit seinem Amt als
Regierungschef zu lesen. Die Demonstranten warfen dem Medienmagnaten vor, die
Arbeit der Presse zu behindern und eine kritische Berichterstattung über seine
privaten Skandale unterdrücken zu wollen.
Italiens Premier besitzt drei der
sieben privaten terrestrischen TV-Sender des Landes und eine Reihe weiterer
Medienunternehmen. Die Organisation Reporter ohne Grenzen Italiens hatte ihn am
Freitag zur Achtung der Pressefreiheit aufgefordert und ihm mit der Aufnahme in
ihre Liste der "Feinde der Pressefreiheit" gedroht. Es wäre das erste
Mal, dass ein europäischer Regierungschef in diese Liste aufgenommen würde.
Berlusconi hatte die Demo im Vorfeld
als "absolute Farce" bezeichnet. In keinem anderen westlichen Land
sei die Freiheit so groß wie in Italien.
AFP/dpa 4
Richter-Bestechung. Berlusconi-Konzern soll 750 Millionen Euro zahlen
Urteil gegen Berlusconis
"Fininvest": "Zutiefst ungerechte Entscheidung"
Es ist ein Schlag für den Premier und
Medienzar: Der von Silvio Berlusconi kontrollierte Fininvest-Konzern soll
seinem Rivalen CIR rund 750 Millionen Euro Entschädigung zahlen - Folge einer
Affäre um einen bestochenen Richter. In Rom protestierten gleichzeitig
Zehntausende gegen den Regierungschef.
Rom - Der Mailänder Zivilrichter
Raimondo Mesiano entschied am Samstag in erster Instanz, dass Fininvest 750
Millionen Euro Entschädigung zahlen muss. Der Streit geht auf das Jahr 1991
zurück, als der noch von Berlusconi selbst geleitete Konzern vom römischen
Berufungsgericht die Kontrolle über das Mondadori-Unternehmen zugesprochen
bekam. Auf der Strecke blieb dabei der Konkurrent, die CIR-Holding von Carlo De
Benedetti.
Dieser Deal war laut einem Strafurteil
von 2007 durch Bestechung eines Richters erkauft worden. Berlusconi wurde wegen
Verjährung in der Sache nicht belangt, konnte aber mit dem Geschäft seinen
Einfluss im Printmedien- und Verlagsbereich kräftig ausbauen. Der Rivale De
Benedetti bekam die römische Zeitung "La Repubblica" und das Magazin
"L'Espresso" - heute die schärfsten Kritiker des Ministerpräsidenten.
Der Urteilsspruch zu der Entschädigung
muss sofort umgesetzt werden, auch wenn Fininvest-Präsidentin Marina Berlusconi
alles in Bewegung setzen will, um diese "zutiefst ungerechte
Entscheidung" noch vor der zweiten Instanz aufzuhalten. Das Urteil werde
zu einer Zeit gefällt, in der ihr Vater politischen Attacken ausgesetzt sei,
erklärte die Unternehmerin. Fininvest habe immer nur "höchst korrekt"
gearbeitet. Auch Berlusconis Parteigenossen von der PDL ("Volk der
Freiheit") witterten umgehend ein "Manöver gegen Berlusconi".
Großkundgebung gegen Berlusconis
"Medien-Maulkorb"
Kurz nach dem Urteil gingen in Rom
Zehntausende von Journalisten, Gewerkschaftern und besorgten Bürgern auf die
Straße und demonstrierten für mehr Medienfreiheit und gegen
"Einschüchterungsversuche" durch die Regierung Berlusconi. Die
Protestler warfen dem italienischen Ministerpräsidenten vor, eine kritische und
offene Berichterstattung über sein pikantes Privatleben unterdrücken zu wollen.
"Nein zum Informations-Maulkorb", lautete einer der Slogans auf der
Kundgebung, zu der der nationale Journalistenverband FNSI aufgerufen hatte. Dem
Veranstalter zufolge kamen rund 300.000 Menschen auf die Piazza del Popolo, die
römische Polizei zählte nur 60.000.
Berlusconi tat die Kundgebung als
"absolute Farce" ab und erklärte, die Medien in Italien seien frei.
Auslöser der Proteste waren die
Schadensersatzforderungen, mit denen der konservative Berlusconi gegen die
linken Zeitungen "La Repubblica" und "L'Unità" wegen der
kritischen Berichterstattung über seine angeblichen Sexaffären und wilden
Partys vorgeht. Beide Blätter sollen dem Regierungschef Schadenersatz in
Millionenhöhe zahlen, was Journalisten als Versuch anprangern, sie zum
Schweigen zu bringen.
Sie werden in einer Welle der
Solidarität von Oppositionellen, Kulturschaffenden und Intellektuellen
unterstützt. "Wir kämpfen dafür, in Ruhe arbeiten zu können, ohne mit
einer Verdrehung der Tatsachen rechnen zu müssen", sagte der Journalist
und Anti-Mafia-Aktivist Roberto Saviano laut "Corriere della Sera".
"Heute haben wir gezeigt, dass dieses Land seine Ehre wiederfinden
will", so der Autor des Bestsellers "Gomorra".
Der Parteichef des demokratischen
Bündnisses Italia dei Valori (IDV), Antonio di Pietro, erklärte, man sei
gekommen, um das Recht auf Information einzufordern, das "elementar ist
für die Demokratie, die heute bedroht ist". Die Mission ist klar: Man
kämpfe "für die Pressefreiheit und gegen die Regierung Berlusconi".
Auch deutsche Kulturschaffende unterstützten ihre Kollegen aus Italien, so
Literatur-Nobelpreisträger Günter Grass, Doris Lessing und Elfriede Jelinek.
Wie andere europäische Organisationen
begrüßte auch der Deutsche Journalisten-Verband (DJV) die
Anti-Berlusconi-Protestaktion. "Die ständigen Versuche Berlusconis, Presse
und Rundfunk gefügig zu machen, sind mit den Grundprinzipien von
Meinungsfreiheit und Demokratie nicht vereinbar", kritisierte der
DJV-Bundesvorsitzende Michael Konken. Auch in anderen europäischen Hauptstädten
wie Paris und London gab es - kleinere - Aktionen gegen eine Einflussnahme des
Medienzars auf die Presse und das öffentlich-rechtliche Fernsehen in Italien.
ala/dpa 4
Schzarz-Grüne Einigkeit. Die dritte Einheit: mit Migranten
Integrationsminister Armin Laschet von
der CDU wirbt für eine neue Republik – und bekommt dafür den Beifall des Grünen
Daniel Cohn-Bendit, einst in Frankfurt der erste Dezernent für
Multikulturelles. Von Andrea Dernbach
Berlin - Die Moderatorin mühte sich,
ein bisschen zu zündeln, aber ein Streitgespräch schien mit den beiden auf dem
Podium des „Zeit-Forums Politik“ einfach nicht zu machen. In beinahe allen Punkten
waren sie ein Herz und eine Seele, der „rote Dany“ und der Schwarze Laschet:
Daniel Cohn-Bendit, vor 20 Jahren in Frankfurt am Main erster Dezernent für
Multikulturelles und der Christdemokrat Armin Laschet, seit 2005
Integrationsminister in Nordrhein-Westfalen, auch er der erste bundesweit.
Thema des schwarz-grünen Treffens war
Laschets soeben erschienenes Buch „Die Aufsteigerrepublik“, eine Art
Zwischenbilanz nach vier Jahren im Amt und ein Manifest für das, was Laschet
die „dritte deutsche Einheit“ nennt: nach der Integration der Vertriebenen
in Nachkriegsdeutschland, dem Zusammenwachsen von Ost und West nun das der
Mehrheitsdeutschen und der Migranten: Ist es auch ein Bewerbungsschreiben
für die anlaufenden Koalitionsverhandlungen in Berlin? Dass dem alerten Laschet
Düsseldorf irgendwann zu eng werden dürfte, ist zu vermuten. Erst kürzlich
musste er sich ein entschuldigendes Wort für seinen Ministerpräsidenten
einfallen lassen, der sich über die angeblich laxe rumänische Arbeitsmoral
ausgelassen hatte. Cohn-Bendit jedenfalls, der 1992 unter ähnlich
optimistischem Titel („Heimat Babylon“) die ersten Jahre im Frankfurter Amt
resümiert hatte, setzte den Punkt gleich zu Beginn: „Ich bin hier, weil
ich ein politisches Projekt habe“, verkündete er. „Ich will, dass Armin Laschet
Integrationsminister dieser Bundesregierung wird.“ Was blieb dem anderes, als
zu widersprechen? Dass die Zukunftsfrage Integration ein Ministerium
braucht, steht zwar auch zwischen den Zeilen von Laschets Buch, aber, so der Autor,
das müsse ein Migrant machen.
Über so vieles war man sich
einig: Dass „die sozialen Leitern nicht funktionieren“ (Cohn-Bendit), dass
sozialer Aufstieg, wie in den Kinderjahren der Bundesrepublik noch möglich,
wieder möglich werden müsse (Laschet), und dass es keine doppelten Standards
für Christen, Juden und Muslime geben darf: „Auf der EC-Karte meiner Bank
steht ,Die katholische Bank für Christen’“, sagte Laschet. „Was ist aber los,
wenn ein Muslim sein Konto bei einer islamischen Bank hat?“
Richtigen Dissens gab es nur darüber,
wie multikulti Laschets Union denn schon sei. Nicht nur der Grüne auf dem
Podium zweifelte. Im Publikum erinnerte der SPD-Innenpolitiker Michael Bürsch
an die Widerstände gegen doppelte Staatsbürgerschaft und Bleiberecht. Nein, protestierte
Laschet, er sei da nicht allein. Cohn-Bendit will lieber den Praxistest
abwarten: „Ich wäre froh, ihr würdet uns überraschen.“ Tsp 4
Migration als Chance begreifen
Kommentar von Annelie Buntenbach,
Mitglied des Geschäftsführenden Bundesvorstands des DGB
Der Wahlkampf war gestern, aber die
beleidigenden Äußerungen von Jürgen Rüttgers gegenüber den
rumänischenArbeitern, die um bessereArbeitsbedingungen kämpfen, sind nicht
vergessen. Gleichwohl haben Politikerinnen und Politiker der demokratischen
Parteien „Respekt für Grundwerte im Wahlkampf“ gezeigt. Dies war die Forderung
für eine sachorientierte Auseinandersetzung, die von Gewerkschaften und vielen
anderen Organisationen unterstützt erhoben wurde.
Die Gewinner und Verlierer der
Bundestagswahl stehen fest, ebenso die künftige Regierungskoalition. Offen
dagegen ist der Kurs bei der Bewältigung der Finanzmarkt- und Wirtschaftskrise.
Müssen die Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer, die Rentnerinnen und Rentner
sowie die Arbeitslosen die Folgen tragen? Wir fordern einen solidarischen und
sozial gerechten Lastenausgleich, weitere Maßnahmen zur Stabilisierung der
Binnenkonjunktur und zur Regulierung des Finanzmarktsystems.
In den nächsten Wochen wird sich auch
entscheiden, nach welchen Leitlinien die künftige Migrations-, Integrations-
und Antirassismuspolitik gestaltet wird. Die Unionsparteien jedenfalls
verstehen Deutschland nicht als Einwanderungs- sondern als Integrationsland.
Sie sind überzeugt, dass eine erfolgreiche Integration „Identifikation mit
unserem Land“ bedeutet, heißt es in ihrem Wahlprogramm. Auch die FDP sieht
einen Nachholbedarf bei der Integration. „Jeder Zuwanderer ist in erster Linie
selbst gefordert, für sich und seine Familie Verantwortung zu übernehmen“, heißt
es in ihrem Programm.
Wir als Gewerkschaften sind überzeugt:
Integration und die Schaffung von Partizipationsmöglichkeiten sind untrennbar
miteinander verbunden. Und, die Migration muss als ökonomische und kulturelle
Bereicherung verstanden werden. Gefordert ist eine Kultur der Anerkennung. Dazu
gehören die Verbesserungen der Teilhabechancen in Bildung und Arbeitsmarkt, die
Anerkennung von im Ausland erworbenen Schul- und Berufsabschlüssen, die
Förderung der Herkunftssprache und Qualitätsverbesserungen bei den
Integrationskursen. Wir halten fest an unseren Forderungen nach Abschaffung des
Optionszwangs und der doppelten Staatsbürgerschaft und nicht zuletzt zur
Einführung eines kommunalen Wahlrechts für Drittstaatsangehörige.
Zum Schluss noch zwei erfreuliche
Ergebnisse desWahltages: Erstens haben die Brandenburger die bisher im Landtag
vertretene DVU abgewählt und in die Bedeutungslosigkeit geschickt. Zweitens hat
die NPD – trotz niedriger Wahlbeteiligung – auf ganzer Linie verloren. Der
Rechtsextremismus ist damit nicht beseitigt. Die Maßnahmen und Aktivitäten
gegen die weit verbreiteten rassistischen und antisemitischen Einstellungen
müssen fortgeführt und verstärkt werden.
Forum Migration Oktober 2009
Für eine Neuausrichtung der Integrations- und Migrationspolitik
Zum Dringlichkeitskatalog des
Sachverständigenrats deutscher Stiftungen
für Integration und Migration (SVR)
erklärt Cem Özdemir,
Bundesvorsitzender von BÜNDNIS 90/DIE
GRÜNEN:
„Deutschland verweigert sich weiterhin
stur einer aktiven und
zukunftsfähigen Steuerung der
Arbeitsmigration. Deshalb sind die
Forderungen nach einer Neuausrichtung
der Integrations- und
Migrationspolitik mehr als berechtigt.
Die Arbeitsmigration muss endlich aktiv
gestaltet werden. Und das nicht
zuletzt, weil Deutschland inzwischen
selbst zum Auswanderungsland
geworden ist. Sinnvoll wäre nicht nur,
die Beschränkung der
Arbeitsnehmerfreizügigkeit innerhalb
der EU sofort zu beenden, sondern
auch die Einführung eines Punktesystems
mit klaren Kriterien für
potenzielle Einwanderer. Außerdem muss
der Arbeitsmarktzugang für
ausländische Studierende nach ihrem
Studienabschluss weiter erleichtert
werden. Das Potenzial unserer
Universitäten, ausländische Talente
anzuziehen und dauerhaft an Deutschland
zu binden, ist ebenfalls noch
lange nicht ausgeschöpft. Das zeigt,
dass eine gute Bildungs- und
Hochschulpolitik zugleich auch eine
wichtige Säule der
Einwanderungspolitik sein kann.
Wir Grüne fordern bereits seit Langem,
die Optionspflicht im
Staatsangehörigkeitsrecht sofort
auszusetzen und abzuschaffen. Das
Optionsmodell stärkt nicht die Bindung
der Menschen an unser Land,
sondern stellt diese vielmehr in Frage.
Die offizielle Vermeidung
doppelter Staatsbürgerschaften gehört
endgültig auf den
integrationspolitischen Müllhaufen,
denn schließlich darf heute schon
jeder zweite Eingebürgerte seinen
früheren Pass behalten. Dieses
Einbürgerungsrecht erster und zweiter
Klasse muss dringend korrigiert
werden.
Eine interessengeleitete
Einwanderungspolitik darf jedoch nicht
bedeuten, die Aufnahme von Flüchtlingen
zu vernachlässigen. Vielmehr
müssen wir eine Regelung schaffen, um
schutzbedürftige Flüchtlinge aus
Drittstaaten aktiv aufnehmen zu können.
Korrigiert werden muss auch die
Bleiberechtsregelung für langjährig
Geduldete, die von der
Wirtschaftskrise und den Folgen auf dem
Arbeitsmarkt besonders betroffen
sind. Die Innenministerien sollten die
Ausländerbehörden auffordern, bei
der Erteilung von
Aufenthaltserlaubnissen Ermessensspielräume auch
tatsächlich zu nutzen.“ De.it.press
Prekäre Beschäftigung und Arbeitnehmende mit Migrationshintergrund:
Kumpelverein legt Ergebnisse eines
zweijährigen Projekts vor
Im August ist in der Reihe
Arbeitspapiere der Hans-Böckler-Stiftung (HBS) die Handreichung „Prekäre
Beschäftigung und Arbeitnehmende mit Migrationshintergrund“ erschienen.
Grundlage ist das Projekt „GleichbeRECHTigt?!“, das der Verein „Mach meinen
Kumpel nicht an!“ im Auftrag der HBS durchführte.
Ein prekäres Arbeitsverhältnis
unterscheidet sich vom so genannten Normalarbeitsverhältnis dadurch, dass die
gewachsene Koppelung von Lohnarbeit und sozialem Schutz aufgebrochen wurde. Im
Wesentlichen fehlt ein dauerhaft Existenz sicherndes Einkommen. Von der Form
her sind prekäre Arbeitsverhältnisse oft Teilzeitarbeit, befristete Verträge
und Leiharbeit.
Um herauszufinden, wie sich die
Situation in den Betrieben darstellt, hat der Kumpelverein zwischen April 2007
und Mai 2009 über 20 Gewerkschafterinnen und Gewerkschafter sowie Betriebsratsmitglieder
interviewt.
Im Mittelpunkt stand die Frage, wie
prekäre Beschäftigungsverhältnisse und Diskriminierung von Migrantinnen und
Migranten zusammenhängen und welche Möglichkeiten das Betriebsverfassungsgesetz
bietet, mit prekärer Beschäftigung umzugehen und welche Möglichkeiten der
betrieblichen Antidiskriminierungsarbeit bestehen.
Ein Fazit: Prekäre Beschäftigung wird
von allen Befragten als zunehmendes Problem wahrgenommen, mit dem
Gewerkschaften und Betriebsräte sich auseinandersetzen müssen. Als
Handlungsziel auf betrieblicher Ebene formulieren die Befragten die
Zurückdrängung von Lohndumping durch die Durchsetzung des alten
gewerkschaftlichen Grundsatzes „Gleicher Lohn für gleiche Arbeit“.
Die Einschätzungen zur Diskriminierung
von Migrantinnen und Migranten fallen uneinheitlich aus. Für viele Befragte
steht fest, dass sie oft mit den schlechtesten Arbeitsbedingungen konfrontiert
und von prekären Verhältnissen besonders betroffen sind. Andererseits wird auf
mangelnde Qualifikationen verwiesen, ohne nach deren Ursache zu fragen.
Wörtlich heißt es dazu: „Strukturen, die zu ... Ungleichheiten führen, werden
nicht zwingend als Ursachen für Diskriminierungen wahrgenommen. Hier bestätigt
sich die grundsätzliche Schwierigkeit, strukturelle Diskriminierung als solche
wahrzunehmen: Ihr Vorhandensein scheint weniger offensichtlich und sie ist auf
Entscheidungsebene schwer nachweisbar. Somit droht die Gefahr, ihre Exstenz
komplett zu leugnen.“
Das verweist auf die Schwierigkeit,
dass der gute Wille, gegen Diskriminierung anzugehen, allein noch nicht hilft.
Diskriminierungstatbestände müssen zunächst einmal erkannt werden. Deshalb
bleibt das Arbeitspapier nicht dabei stehen, die Situation zu analysieren,
sondern hat auf der Basis der Interviews Seminarmodule entwickelt, die während
des Projektes beispielhaft gestestet wurden. Diese Module, die die
Möglichkeiten der Sensibilisierung sowie betriebliche Handlungsmöglichkeiten
gegen prekäre Beschäftigung und Diskriminierung vorstellen, sind ebenfalls in
der Handreichung dokumentiert.
„Prekäre Beschäftigung und
Arbeitnehmende mit Migrationshintergrund“ (Arbeitspapier 179 der
Hans-Böckler-Stiftung) steht im Internet unter:
http://www.gelbehand.de/data/2009_ap_179_1.pdf
Forum Migration Oktober
Die Iren stimmen mit deutlicher Mehrheit für den EU-Reformvertrag von Lissabon
Sanktionen sind theoretisch ein feines
Instrument internationaler Politik: Sie sind weniger kostspielig und
gefährlich als ein Militärschlag, aber schmerzlicher als diplomatische Proteste
und ergebnislose Verhandlungen. Unilaterale Sanktionen allerdings erweisen sich
in einer globalisierten Welt als völlig ineffizient. Daher wird – seit dem Ende
des Ost-West-Konfliktes in den 90er Jahren – verstärkt der UN-Sicherheitsrat
angerufen, um Sanktionen auf eine breite Grundlage zu stellen. Dennoch ist die
Bilanz von Sanktionen, um politische Ziele durchzusetzen, sehr durchwachsen.
Als leuchtendes Beispiel dafür, dass
wirtschaftliche, politische und militärische Sanktionen gefruchtet haben,
werden oft Südafrika und Libyen herangezogen. Doch im Falle Südafrikas meinen
viele Experten, dass das Apartheidsregime eher aufgrund seiner mangelnden
moralischen Grundlage in sich selbst zusammengebrochen ist. Die Sanktionen
mögen dazu beigetragen haben. Libyen, das seine Massenvernichtungswaffen
aufgab, scheint eines der wenigen Beispiele zu sein, welche bei wohlwollender
Lesart die Effizienz von Sanktionen belegen. Im Fall Iraks, der seit der
Invasion Kuwaits mit dem bisher umfassendsten Embargo belegt wurde, ist
unbestritten, dass es die Entwicklung von Massenvernichtungswaffen verlangsamte
oder verhinderte. Doch es führte nicht zu einem Einlenken des Regimes, das erst
duch einen Krieg gestürzt wurde. Vor allem aber war der humanitäre Preis der
13-jährigen Sanktionen so hoch, dass sie bald ihre moralische Grundlage
verloren hatten und gegen das Völkerrecht verstießen: Hunderttausende starben
an den indirekten Folgen des Embargos, und eine hoch gebildete Gesellschaft
wurde in ihrer Entwicklung um Jahrzehnte zurückgeworfen. Derart umfassende
Sanktionen sind nach dem Debakel nicht mehr durchzusetzen.
Wirtschaftssanktionen sind leicht zu
umgehen, weil sich meist Länder finden – im Falle Irans sind das China,
Venezuela oder auch Russland –, die nicht mitziehen. Die UN verfügen nicht über
ausreichende technische und finanzielle Ressourcen, um Sanktionen durchzusetzen
und zu überwachen. Daher haben sie sich oft als wenig effizient erwiesen.
Sanktionen gegen den Finanzsektor haben den Vorteil, dass sie schwieriger zu
umgehen sind, weil die politische und wirtschaftliche Instabilität, die dadurch
geschürt wird, alternative Geldgeber eher abschreckt. Außerdem treffen sie die
Bevölkerung weniger direkt. Als Grundregel gilt jedoch: Je kleiner und abhängiger
ein Land ist und je bescheidener das Ziel der Sanktionen ist, umso größer sind
die Erfolgschancen. Vor diesem Hintergrund ist fraglich, ob Sanktionen zu einem
Politikwechsel in Teheran führen werden: Das große Land lebt seit 30
Jahren mit Sanktionen und hat starke Verbündete. Und: Der Iran sieht bei seinem
Atomprogramm das internationale Recht auf seiner Seite, was rein formal zum
Teil auch stimmt.
Kaum waren am Samstagmorgen die ersten
Wahlurnen geöffnet und die ersten Stimmzettel gebündelt, stand das Ergebnis des
zweiten irischen Referendums über den Lissabonner Vertrag auch schon fest. Die
Iren hatten am Freitag offenbar mehrheitlich Ja gesagt und im Verlaufe von 15
Monaten ihre Meinung geändert. Das amtliche Endergebnis am Abend dann ließ keinen
Raum für Zweifel: 67,1 Prozent hatten der Ratifikation zugestimmt, nur noch
32,9 Prozent waren dagegen. Am 12. Juni 2008, beim ersten Referendum über
denselben Vertrag, hatten nur 46 Prozent eingewilligt; das war nicht genug
gewesen.
Der überraschend deutliche
Meinungsumschwung ist weitgehend auf die tiefe Wirtschaftskrise zurückzuführen,
die zwischen den beiden Urnengängen über Irland hereingebrochen ist. Die
Befürchtung, nach einer erneuten Ablehnung die großzügige Unterstützung der
Europäischen Zentralbank zu verlieren oder von der restlichen EU an den Rand
gedrängt zu werden, mag manchen Bürger und manche Bürgerin dazu bewogen haben,
ihre inhaltlichen Bedenken gegenüber dem Vertrag herunter zu schlucken. Die
Garantie der EU, dass alle Länder künftig ihren eigenen EU-Kommissar behalten
dürfen, half.
Premierminister Brian Cowen war
sichtlich erleichtert: Das Ergebnis sei „gut für Irland, gut für Europa“. Die
Stimmbürger waren offensichtlich trotz der verheerenden Wirtschaftslage der
Versuchung nicht erlegen, seiner zutiefst unpopulären Regierung eine erneute
Niederlage zu bescheren. Doch unübersehbar blieb der soziale Aspekt des
Wählerverhaltens auch diesmal: Ärmliche Arbeiterviertel blieben bei ihrer
Ablehnung. Sie mögen die – irreführende – gegnerische Propaganda geglaubt
haben, wonach der irische Mindestlohn unterspült werde. Doch es scheint auch,
dass zahlreiche ehemalige Gegner diesmal einfach zuHause blieben. Eine
Wählerbefragung ergab nämlich, dass 17 Prozent derjenigen, die tatsächlich am
Freitag zur Urne gingen, beim ersten Mal nicht teilgenommen hatten. Da aber die
Stimmbeteiligung um fast sechs Punkte auf 58 Prozent zunahm, darf man
schließen, dass die einst stummen Befürworter diesmal den Weg ins Wahllokal
antraten.
Nach der Zustimmung der Iren zum
EU-Reformvertrag will Polens Präsident Lech Kaczynski „unverzüglich“ seine
Unterschrift unter das Dokument setzen. Das sagte der Chef der
Präsidentenkanzlei, Wladyslaw Stasiak, am Samstag nach Angaben der polnischen
Nachrichtenagentur PAP in Warschau. In Tschechien steht neben der Unterschrift
von Präsident Vaclav Klaus auch noch eine Entscheidung des Verfassungsgerichts
in Prag aus. Man rechne mit zwei bis drei Wochen, bis diese vorliege, in dieser
Zeit sei es „sehr wichtig, dass die Präsidentschaft Europa aktiv auf die
weitere Entwicklung vorbereitet“, sagte der amtierende EU-Ratspräsident Fredrik
Reinfeldt. Andrea Nüsse Tsp 4
EU-Vertrag. Druck auf Polen und Tschechien wächst
Nach dem irischen "Yes" zur
EU-Reform könnte der Lissabon-Vertrag schon Anfang 2010 in Kraft treten. Doch
noch sind nicht alle Hürden überwunden. Die Polen wollen unterschreiben, aber
der tschechische Präsident Václav Klaus stellt sich quer. Er möchte erst eine
andere Entscheidung abwarten.
Noch bevor die Anhänger des Lissabon-Vertrags
ihren Triumph verkünden konnten, gingen bereits die Verlierer an die
Öffentlichkeit. „Der Sieg der Yes-Seite ist klar und eindeutig“, erklärte
Declan Ganley, der prominenteste irische Lissabon-Gegner. Vor 16 Monaten hatte
der Geschäftsmann den EU-Vertrag auf seiner Heimatinsel zu Fall bringen können.
Gestern jedoch fand Ganleys Kampagne gegen „Brüssels Allmachtgelüste“ ihr Ende.
Fast acht Jahre nachdem der Europäische
Rat die Erarbeitung einer Verfassung für die Union in Auftrag gab, steht die
reformierte EU-Rechtsgrundlage kurz vor ihrem Inkrafttreten. Noch sind aber
nicht alle Hürden überwunden: Zwar kündigte Polens Präsident Lech Kaczynski an,
den Vertrag nach dem Ja der Iren wie zugesagt „unverzüglich“ zu unterzeichnen.
Doch sein tschechischer Amtskollege Václav Klaus bekämpft das Vertragswerk
weiter bitter. Gerade reichte ein Verbündeter des Präsidenten eine Klage gegen
den Vertrag beim tschechischen Verfassungsgericht ein. Erst nach dem Urteil
will Klaus sich entscheiden, ob er unterschreibt.
In der Vergangenheit hatten die Richter
den Lissabon-Vertrag jedoch stets als verfassungskonform erklärt.
Euro-Optimisten gehen davon aus, dass der Druck aus den eigenen Reihen und von
Klaus’ europäischen Amtskollegen so stark wird, dass der euroskeptische
Tscheche nachgeben wird. Der Reformvertrag von Lissabon könnte dann Anfang 2010
in Kraft treten. Eine Übersicht der wichtigen Änderungen.
Zügigere Entscheidungen: Künftig reicht
in vielen Bereichen für Beschlüsse, die bisher einstimmig getroffen werden
müssen, eine qualifizierte Mehrheit. Dies gilt vor allem für Entscheidungen zur
Justiz- und Polizeizusammenarbeit. In diesem Bereich bekommt die EU jetzt mehr
Gewicht. Dies soll helfen, Probleme wie Terrorismus, illegale Immigration und
internationale Kriminalität besser bekämpfen zu können. In Bereichen wie
Steuern, soziale Sicherheit, EU-Haushalt und Außenpolitik bedarf es aber
weiterhin der Einstimmigkeit.
Neue Stimmverteilung: Ab 2014 gilt in
der EU die doppelte Mehrheit – mindestens 55 Prozent der Staaten, die zugleich
65 Prozent der Bevölkerung repräsentieren, reichen dann für eine Entscheidung
aus. Das stärkt unter anderem Deutschland, das bisher im Verhältnis zu seiner
Größe ein geringes Stimmgewicht hatte. Kleine Mitgliedstaaten werden zugleich
durch eine Blockaderegelung vor „den Großen“ abgesichert: Wenn sich mindestens
vier Staaten und 35 Prozent der Bevölkerung finden, können sie
Gesetzesvorschläge der EU-Kommission blockieren.
Ein Präsident für Europa: Mit dem
Vertrag von Lissabon bekommt die EU einen ständigen Präsidenten, der jeweils
zweieinhalb Jahre im Amt bleibt. Er leitet den EU-Rat der Staats- und
Regierungschefs und führt damit die politischen Geschäfte. Für den
prestigereichen Posten sind bereits einige potenzielle Kandidaten im Gespräch:
Der Brite Tony Blair, der Spanier Felipe González und der Niederländer Jan
Peter Balkenende. Ein weiterer Spitzenposten ist der des Hohen Vertreters für
Außen- und Sicherheitspolitik, der die internationale Stimme der EU in der Welt
werden soll.
Mehr Demokratie: Das EU-Parlament
bekommt durch Lissabon ein größeres Mitentscheidungsrecht. Die nationalen
Parlamente können die Einhaltung des Subsidiaritätsprinzip kontrollieren. Und
wenn sich mehr als eine Million EU-Bürger aus verschiedenen Ländern
zusammenfinden, können sie die Kommission zu einem Gesetzesvorschlag
auffordern. St. Bolzen und Chr. B. Schiltz
DW 4
EU: Lissabonner Vertrag. Ein Mann gegen ganz Europa
Tschechiens Staatspräsident Vaclav
Klaus ist einer der großen Narzisten Europas. Der Lissabonner Vertrag könnte an
seiner Unbeugsamkeit scheitern.
Er mag es, wenn das große Bühnenlicht
auf ihn gerichtet ist. Vaclav Klaus, der tschechische Staatspräsident, der als
Europas oberster EU-Kritiker bekannt ist, hat schon vor Monaten stolz
verkündet, von allen Staatschefs der 27 EU-Länder werde er als letzter
entscheiden, ob er seine Unterschrift unter die Ratifikationsurkunde des
Lissabonner Vertrags setzt. Vermutlich wird es auch so kommen.
Zwar haben beide Kammern des Prager
Parlaments schon im Frühjahr die Organisationsreform der EU mit großer Mehrheit
gebilligt. Doch 17 Senatoren, die das Inkrafttreten des Vertragswerks noch
immer torpedieren möchten, haben jüngst erneut das tschechische
Verfassungsgericht angerufen. Und Klaus will nicht nur das irische Referendum,
sondern auch den Spruch der Obersten Richter in Brünn abwarten, ehe er aktiv
wird. Auch wenn die Verfassungshüter den Weg freigeben, könnte der Lissabonner
Vertrag also immer noch auf den allerletzten Metern an der Unbeugsamkeit eines
einzelnen Politikers scheitern.
Vaclav Klaus sitzt am längsten Hebel,
und offenkundig findet der Neoliberale und Marktradikale, der seine
Überzeugungen stets in elegantem Stil, aber mit kämpferischer Verve vorträgt,
an dieser Schlüsselrolle Gefallen. Kritiker haben ihn längst neben Silvio
Berlusconi und Nicolas Sarkozy in die großen Narzisten Europas eingereiht.
Populismus ist ihm nicht fremd. Jüngst wetterte er gegen die Abschaffung der
Glühbirnen durch die EU-Kommission. Und wie eh und je rennt er gegen alle
Umwelt- und Klimaschützer an.
Dass die 17 Senatoren, die ihm in die
Hände arbeiten, mit ihren neuerlichen Vorstößen beim Verfassungsgericht Erfolg
haben, wird allerdings nicht erwartet. Und offenkundig sind die Richter ebenso
wie die Prager Regierung bemüht, die Angelegenheit möglichst rasch zu
behandeln. Aber was tut Klaus, wenn ihm das Heft des Handelns in die Hand
gegeben wird?
Dass er sich am Ende allein gegen alle
anderen Institutionen der Tschechischen Republik stellen wird, halten Kenner in
Prag für unwahrscheinlich. Der 68-Jährige werde, wenn der Druck wächst,
nachgeben, sagt ein früherer Freund, der lange mit ihm eng zusammen gearbeitet
hat. In Regierungskreisen kalkuliert man ebenso. Nach einem Bericht der Zeitung
Hospodarske noviny erwägen Juristen eine Klage gegen Klaus wegen Inaktivität.
Ansatzpunkt wäre ein Zusatz zum Vertrag über eine Europäische Sozialcharta, den
der Präsident seit vier Jahren schmoren lässt.
In einem ähnlichen Fall hat man ihm
Beine gemacht: Im Sommer wurde eine Anzeige erwogen, weil Klaus den vom
Parlament vor einem Jahr gebilligten Vertrag über einen Internationalen
Strafgerichtshof nach neun Monaten noch nicht unterzeichnet hatte. Er tat dies
jedoch sofort, als er von dem geplanten Vorstoß hörte.
Klaus Brill SZ 2
Afghanistan. Im Unfrieden
Zu den Belastungen der internationalen
Afghanistan-Mission gehört der immer wieder aufflammende Streit zwischen den
dort tätigen Organisationen. Bekannt ist, dass es Reibereien zwischen dem
Missionschef der Vereinten Nationen, dem Norweger Kai Eide, und führenden
Offizieren der von der Nato geführten Isaf-Truppe gegeben hat. Ähnliches gilt
für die Hundertschaft von Nichtregierungsorganisationen, die in Afghanistan
tätig sind. Nun hat es offenbar auch Krach an der Spitze der UN gegeben: Eide
hat sich über die Frage, wie mit den Fälschungen bei der Präsidentenwahl
umgegangen werden solle, mit seinem Stellvertreter, einem Amerikaner,
überworfen.
Hinter persönlichen
Unverträglichkeiten, die dabei eine Rolle spielen, steht ein sachlicher
Dissens: Während die Amerikaner schon seit langem an Präsident Karzai
herumnörgeln, dessen Regierungsstil in der Tat Anlass zu Kritik bietet,
verhalten sich die UN strikt legalistisch. Wer da recht hat, ist schwer zu
entscheiden; im Zweifelsfall derjenige, der dafür plädiert, die Afghanen ihre
Probleme selbst regeln zu lassen. Günther Nonnenmacher Faz 2
Union und FDP: Koalitionsverhandlungen. Ein Kampf der Kulturen
Ein Kommentar von Heribert Prantl
Auf dem Feld der inneren Sicherheit
trifft die Sicherheitskultur der Union auf die Freiheitskultur der FDP. Es geht
um einen liberalen Stärketest: Wenn die FDP Deutschland verändern will, sollte
sie sich nicht das Justizministerium, sondern das Innenministerium sichern und
eine alte Tradition fortsetzen.
Man kann es mit einem Kalauer
beschreiben: Wie lieben sich Stachelschweine? Die Antwort lautet bekanntlich:
Ganz, ganz vorsichtig. Aber es geht nicht um Liebe und es hilft auch kein
Kalauer.
Bei den Koalitionsverhandlungen
zwischen Union und FDP zur inneren Sicherheit geht es um eine
Grundentscheidung: Noch mehr Sicherheit - oder wieder mehr Freiheit? Es geht um
die Grundentscheidung, ob die Politik der Sicherheitsgesetze, der
Computerdurchsuchungen, Lauschangriffe und heimlichen Grundrechtseingriffe
weitergeht - oder ob sie gestoppt oder gar umgedreht wird. Wirtschaftspolitik,
Steuerpolitik, Finanzpolitik, Arbeitsmarktpolitik, Bildungspolitik - in all
diesen Fragen sind sich Union und FDP nah.
In Fragen der inneren Sicherheit stehen
sie sich konträr gegenüber. Die Union proklamiert ein ungeschriebenes
Grundrecht auf Sicherheit, das der Staat fürsorglich für seine Bürger ausüben
soll. Die FDP verficht das Grundrecht der Bürger auf ihre Grundrechte, das
ihnen nicht mit Winkelzügen genommen werden sollen.
Die Liste, mit der die FDP in die
Verhandlungen geht, ist für die Union ein Horrorkatalog. Zu viel Grundrecht,
meint die Union, sei schlecht für den Staat. Für die FDP wiederum ist die Liste
ein Horrorkatalog, mit der die Union in die Verhandlungen geht: Die Union will
noch mehr Sicherheitsgesetze, noch mehr Computerdurchsuchung, noch mehr
Telefonüberwachung, noch mehr Lauschangriff, noch mehr Vorratsdatenspeicherung,
noch schärfere Strafgesetze, noch mehr Sicherungsverwahrung.
Die FDP dagegen will die Bürgerrechte
stärken, sie will die bisherigen Verschärfungen der Strafgesetze überprüfen und
die Sicherungsverwahrung, die in den vergangenen Jahren in Gesetz und Praxis
massiv und unübersichtlich ausgebaut worden ist, prüfen, bewerten und in einem
Gesamtsystem neu ordnen. Das Gesetz über das Bundeskriminalamt, das dem BKA
Ermittlungsbefugnisse auch im sogenannten Vorfeld von Straftaten gegeben hat,
soll re-reformiert werden.
Das Gesetz über Internetsperren, das
noch nicht in Kraft ist, soll aufgehoben werden. Und schließlich soll das
Zeugnisverweigerungsrecht, gegen alle heimlichen Abhör- und Eingriffsmaßnahmen
des Staates, wieder in sein Recht gesetzt werden.
Da prallen Kulturen aufeinander: Die
Sicherheitskultur der Union - und die alte Freiheitskultur der FDP. Diese
Koalitonsverhandlungen zur inneren Sicherheit sind ein Kulturkampf. Bei dieser
Auseinandersetzung wird sich zeigen, wie stark die FDP wirklich ist, und ob und
wie sie sich in den elf Jahren der Opposition erholt und als
rechtsstaatsliberale Partei regeneriert hat.
Am Ende des Regierungszeit Kohl war es
mit der FDP, dem damals noch viel kleineren Koalitionspartner der Union, so:
Das Wort Rechtsstaat, das die FDP einst mit ganz großen Buchstaben geschrieben
hatte, war der Kleinschreibung verfallen. Die Sensibilität für die Grundrechte,
jahrzehntelang das Kennzeichen der FDP, war einer verfassungsrechtlichen
Gefühlskälte gewichen.
Die FDP schämte sich der Zeiten, da ihr
das Asylrecht als "Freiheitsstatue im Hafen der Verfassung" gegolten
hatte. Sie wollte auch nicht mehr wissen, welchen Wert die Rechtsschutzgarantie
hat. Der Rücktritt der FDP-Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger, die 1995 den Weg ihrer Partei in den großen
Lauschangriff nicht mitmachen wollte, war das Menetekel.
Die Tradition der liberalen
Innenminister
Jetzt, 14 Jahre später, ist ebendiese
Sabine Leutheusser-Schnarrenberger die Verhandlungsführerin ihrer Partei auf
dem Feld der inneren Sicherheit bei den Koalitionsgesprächen. Sie wird kaum als
Ministerin in die neue Regierung eintreten können, um dann wenig später wieder
enttäuscht zurückzutreten. Das heißt: Sie wird ein Ministeramt nur dann
annehmen können, wenn es ihr und der FDP gelingt, im Koalitionsvertrag die
Bürgerrechte stark zu machen.
Sabine Leutheusser-Schnarrenberger gilt
als die Kandidatin für das Amt der Justizministerin. Das Justizministeramt ist
üblicherweise der Konterpart zum Innenminister - und meist sitzt da der
Justizminister am kürzeren Hebel. Im Innenministerium wird über die Grundlinien
der inneren Sicherheit und über das rechts- und innenpolitische Klima
entschieden.
Die FDP täte also gut daran, sich in
den Koalitionsverhandlungen das Bundesinnenministerium zu sichern - und so an
alte liberale Zeiten anknüpfen: 13 Jahre lang, von 1969 bis 1982 wurde das Land
von liberalen Innenministern regiert: erst fünf Jahre lang von Hans-Dietrich
Genscher, dann vier Jahre von Werner Maihofer, dann vier Jahre von Gerhart
Baum. Seine Bewährungsprobe im Kampf gegen die RAF hat die Bundesrepublik also
mit liberalen Innenministern bestanden.
Die Koalitionsverhandlungen handeln
nicht nur von ein paar Gesetzen, von ein paar Änderungen, von ein paar
Korrekturen. Sie entscheiden über die deutsche Sicherheitsarchitektur. Diese
Sicherheitsarchitektur ähnelt einer gigantischen Sanduhr. Im oberen Gefäß
befinden sich die Freiheits- und Bürgerrechte, im unteren die
Sicherheitsparagraphen. Das obere Gefäß wird immer leerer, das untere immer
voller. Die Koalitionsverhandlungen werden zeigen, ob es der FDP gelingt, die
Uhr umzudrehen. Es ist dies in liberaler Stärketest. sueddeutsche.de 2
Schwarz-Gelbe Koalition. Köpfe im Nebel
Eigentlich hätte es für FDP und Union
die Woche des großen Aufatmens werden müssen. Aber seltsam – es scheint, als
hielten alle kollektiv den Atem an. Und keiner wagt zu sagen, wie die Zukunft
denn nun aussehen soll. Szenen aus den ersten schwarz-gelben Tagen nach der
Wahl vom Sonntag. Von Robert Birnbaum
Manchmal huscht die Wahrheit in einem
Nebensatz vorbei, und manchmal steckt sie in dem Nebensatz, der fehlt. Diesmal
fällt er mitten im Trubel. Erstes Treffen der Unionsfraktion. Die frisch
gewählten Grünschnäbel eilen draußen durch unbekannte Flure; zweie beäugen
durch die Glasfronten auf der Fraktionsebene schon mal den künftigen
Arbeitsplatz, den Plenarsaal tief unter ihnen. Die Davongekommenen strahlen.
„Geschafft!“, ruft der Baden-Württemberger Andreas Schockenhoff. Die
Ausgeschiedenen nehmen Abschied. Laurenz Meyer zeigt gefasste Wehmut, na ja,
war irgendwie vorher klar, dass das nichts wird mit dem Direktmandat in
Hamm-Unna II: Am Rande vom Ruhrpott is nu ma rotes Revier. Andreas Storm, der
schon immer die leicht gebückte Haltung großer Menschen hatte, sieht von hinten
noch gebückter aus. Der Rentenfachmann hat in Darmstadt gegen Brigitte Zypries
verloren. Er ist die ärmste Sau von allen. 46 Stimmen fehlten. Die anderen
flüstern sich die Zahl zu, als klebe Gift an ihr,und drücken mitleidschaudernd
Storm die Hand.
Und dann ist da mitten im Gewimmel
dieser kleine ältere Abgeordnete, der auf einen der Wichtigen in der
Unionsfraktionsführung zustürzt, ihn am Arm packt und ihm zuwispert – aber das
Wispern gerät ihm doch ziemlich laut: „Westerwelle spinnt!“ Der Wichtige guckt
an dem aufgeregten Mann vorbei. „Ach ja“, sagt er, „auf der einen Seite freut
man sich ...“
Wenn etwas diese neue Regierung im
Werden charakterisiert, dann ist es der Halbsatz, der da fehlt. Sie haben
gewonnen. Und jetzt?
Es scheint neuerdings das Schicksal
deutscher Wunschkoalitionen zu sein, dass sie zu spät kommen für das, was sie
verändern wollten. Rot-Grün ging es so – mindestens vier, wahrscheinlich sogar
acht Jahre zu spät; der Atomkonsens roch schon nostalgisch, als er endlich
unter Dach und Fach war. 2005 hätte Schwarz-Gelb in den Zeitgeist gepasst, die
Koalition der großen Reformen. Stattdessen kam die große Koalition. Die war,
als ob Schalke und Dortmund zusammen spielen müssen. Eine Zeit lang hat so was
den Reiz des Neuen, in der Krise erwies es sich als richtig gut; aber
Schalke-Fans finden Dortmunder trotzdem blöde.
Man hätte also am Wahlabend, spätestens
am Montag, ein riesiges Aufatmen hören müssen. Die Unionsfraktion erinnert aber
zwei Tage später immer noch eher an ein Etwas, das kollektiv die Luft anhält.
Als warteten sie darauf, ob endlich mal einer das Signal zum Freuen gibt. Oder
zum Aufbruch. Oder jedenfalls irgendein Signal. Die einzige Botschaft hat sich
aber bisher auf den T-Shirts gefunden, die der CDU-Generalsekretär Ronald
Pofalla noch am Wahlabend ausgeteilt hat. „Wir bleiben Kanzlerin“ steht da
drauf.