WEBGIORNALE 9-11 Ottobre
2009
SE SI mette la
sordina alla rituale filastrocca di Berlusconi (giudici comunisti) e alle
intimidazioni di Bossi; se si lasciano in un canto le stralunate favole
dell'avvocato Ghedini (processi evanescenti) e si legge - lontano dal rumore -
la decisione della Corte costituzionale, si può dire che è finita come doveva
finire.
Come si sapeva
sarebbe finita, perché non c'era nulla di più scontato che la bocciatura della
legge immunitaria che l'Egoarca s'era apparecchiato. La Consulta dichiara
illegittimo l'articolo 1 della "legge Alfano" - legge perché è del
tutto improprio e abusivo parlare di "lodo" che è un arbitrato
condiviso, mentre quella legge è al più un arbitrio. Nell'art. 1 si legge che
"i processi penali nei confronti del (...) presidente del Consiglio (è il
solo tra le quattro alte cariche dello Stato che ha di questi grattacapi, ndr)
sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o
della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti
antecedenti l'assunzione della carica o della funzione".
La previsione
viola, dicono i giudici, due principi costituzionali perché "tutti i
cittadini sono eguali davanti alla legge" (art. 3) e "le leggi di
revisione della Costituzione sono adottate da ciascuna Camera con due
successive deliberazioni (...)" (art. 138). Ora è in discussione qui non
il che cosa, ma il come. La Corte ha già riconosciuto, nella bocciatura della
"legge Schifani", che è di "interesse apprezzabile"
l'"esigenza di protezione della serenità dello svolgimento delle rilevanti
funzioni connesse a quelle cariche". Detto in altro modo, i giudici
costituzionali non ritengono avventato (incostituzionale) che si voglia offrire
- nell'interesse dei governati - un "ombrello" protettivo a chi
governa il Paese, presiede lo Stato e il Parlamento. D'altronde fino al 1993,
la Costituzione ha previsto l'immunità per i parlamentari (potevano essere
inquisiti, processati o arrestati solo con l'autorizzazione della Camera di
appartenenza).
Dunque, va bene
un'immunità che tuteli la "serenità" di chi governa, ma attraverso
quale percorso legislativo la si deve garantire? L'iter deve essere quello
ordinario che può essere combinato con una maggioranza semplice o quello più
complesso che impone al Parlamento due deliberazioni a distanza di tre mesi e
una maggioranza dei due terzi, senza la quale la legge - prima della sua
entrata in vigore - può essere sottoposta a referendum popolare? Era questa la
questione che doveva decidere la Corte.
Ecco, la Consulta
ha concluso (e non è una sorpresa) che per assicurare serenità a chi governa,
si deve correggere la Costituzione e quindi non è sufficiente una legge
ordinaria. L'obiezione che governo e maggioranza oppongono, con furore, a
questa conclusione è: potevate dircelo prima; ne avete avuto l'occasione, non
lo avete fatto: perché? Esplicitamente, il ministro di Giustizia, Angelino
Alfano, protesta: "È incomprensibile come i giudici costituzionali abbiano
potuto spendere, nel 2004, pagine su pagine di motivazioni senza fare alcun
riferimento alla necessità di una legge costituzionale. Tale argomento, preliminare
e risolutivo, è inspiegabile che venga evocato quest'oggi". L'accusa di
Alfano, che riecheggia anche nelle proteste di Berlusconi ("Sono stato
preso in giro"), non ha fondamento.
Come hanno
spiegato, più di un anno fa e in ogni occasione utile, cento costituzionalisti
con un pubblico appello. Nel 2004, alla Corte fu sufficiente la constatazione
preliminare dei difetti di legittimità della "legge Schifani" per
affondare quello "scudo", "assorbito - si leggeva nella sentenza
- ogni altro profilo di illegittimità costituzionale". Era, è la frase
chiave di quella sentenza. Oggi chi protesta la dimentica o preferisce
dimenticarla. La Corte non rinnega principi da se stessa già enunciati, come
tende a dire la maggioranza, perché, nel 2004, "si limitò a constatare che
la previsione legislativa difettava di tanti requisiti e condizioni (la
doverosa indicazione dei reati a cui l'immunità andrebbe applicata, il doveroso
pari trattamento dei ministri e dei parlamentari nell'ipotesi dell'immunità del
premier e dei presidenti delle due Camere), tali da renderla inevitabilmente
contrastante con i principi dello Stato di diritto".
Ma le osservazioni
critiche della Consulta non pregiudicavano la questione di fondo: "la
necessità che qualsiasi forma di prerogativa che comporta deroghe al principio
di eguale sottoposizione di tutti alla giurisdizione penale debba essere
introdotta necessariamente ed esclusivamente con una legge
costituzionale". Ripetiamolo allora. Si può attenuare il principio
dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma soltanto se si riscrive
la Costituzione e, per farlo, bisogna muoversi nel solco delle regole previste
dalla revisione costituzionale, perché una legge ordinaria non è idonea a
introdurre nel nostro ordinamento una disposizione che affievolisca il
principio che ci rende tutti uguali davanti alle legge, anche se la volontà
popolare ti ha spedito a Palazzo Chigi.
Le polemiche che
infiammano ora la scena politica non parlano dell'esito - prevedibilissimo
perché già scritto - della decisione della Corte Costituzionale, ma di un
conflitto tra il primato del diritto e i diritti dell'investitura popolare.
Berlusconi ritiene che, sostenuto dalla maggioranza del Paese, debba essere
liberato da ogni controllo e reso immune da un potere che immagina
sottordinato, subalterno. Egli si ritiene l'unico e solo depositario
(proprietario?) del "vero e reale diritto del popolo" e, in quanto
tale, gli deve essere concesso di agire e di decidere anche contra legem.
Il suo potere non
deve trovare ostacoli, non deve essere limitato o condizionato dal contesto
politico e istituzionale, dal Parlamento, dai contrappesi, dalla stessa
Costituzione e dai suoi garanti. Egli è il popolo, è l'Italia e grida
"Viva l'Italia, viva Berlusconi". Questa identificazione gli consente
- lo pretende - di liberarsi di un passato oscuro, di avere mano libera
nell'esercizio del comando e della decisione. Quando, imputato nel processo
Sme, il 16 giugno del 2003 finalmente si presentò in un'aula di Tribunale non
per essere interrogato (sempre si è avvalso della facoltà di non rispondere),
ma per rendere dichiarazioni spontanee, Berlusconi esordì con la stessa
prepotenza di queste ore.
Disse al
presidente del Tribunale che gli ricordava che la legge è uguale per tutti,
"Sì, è vero la legge è uguale per tutti ma per me è più uguale che per gli
altri perché mi ha votato la maggioranza degli italiani". È quel che dice
e ripete oggi e pretenderà che diventi reale, domani. Ci aspettano giorni
tristi. GIUSEPPE D'AVANZO LR 8
La Consulta boccia l’immunità nel merito e nel metodo: «Costituzione
violata»
«Negato il
principio di uguaglianza. Serviva una legge costituzionale» - di Massimo
Marinelli
ROMA - La
decisione era presa poco prima dell’ora di pranzo, quando i quindici giudici
supremi hanno sospeso la camera di consiglio in anticipo rispetto alla tabella
di marcia. All’una esatta di ieri, sul piatto della bilancia della Corte
Costituzionale c’erano nove voti favorevoli alla bocciatura completa del Lodo
Alfano, nella forma e nel contenuto. Il riferimento all’articolo 138 della
Carta Costituzionale contenuto nel dispositivo, indica infatti che quella
tutela giudiziaria per le quattro più alte cariche dello Stato prevista dal
Lodo poteva essere apprestata solo da una legge costituzionale. Mentre
l’indicazione dell’articolo 3 richiama quel concetto di sostanza che è uno dei
principi irrinunciabili della Costituzione, e che sancisce che tutti i
cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge.
La strada in
salita che era già nota alla vigilia dell’udienza, con lo schieramento di otto
giudici supremi contrari al Lodo contro i cinque favorevoli e tre indecisi a
fare da ago della bilancia, si è dimostrata troppo ripida da percorrere per i
legali del premier. Che alla fine sono riusciti a spostare a loro favore solo
uno dei voti ancora in bilico. Sui componenti dei due opposti schieramenti che
ieri si sono dialetticamente fronteggiati in camera di consiglio è possibile
solo fare supposizioni. In base alle quali può apparire verosimile che fossero
già favorevoli alla bocciatura del Lodo il presidente Francesco Amirante, il
vicepresidente Ugo De Siervo e poi Sabino Cassese, Alessandro Cruiscuolo,
Gaetano Silvestri, Giuseppe Tesauro e il relatore Franco Gallo. Dall’altra
parte, oltre ai tre giudici eletti dal centrodestra, Luigi Mazzella, Paolo
Maria Napolitano e Giuseppe Frigo, era ipotizzabile individuare Alfio
Finocchiaro e Alfonso Quaranta, il primo nominato dalla Corte di Cassazione e
il secondo dal Consiglio di Stato. Fuori, nel ristrettissimo recinto degli
indecisi, c’erano quindi Maria Rita Saulle, nominata dal presidente Ciampi;
Paolo Maddalena, eletto dalla Corte dei Conti e Paolo Grossi, nominato dal
presidente Napolitano. E quindi, secondo indiscrezioni difficili da verificare
che tuttavia hanno un qualche fondamento, è possibile individuare in Maddalena
il giudice che ha votato a favore del Lodo e in Grossi e Saulle quelli che si
sono espressi per la bocciatura.
Ma aldilà delle
preferenze espresse nel segreto della camera di consiglio, è facile intravedere
nella decisione della Corte Suprema una ricerca di aderenza rigidissima e quasi
scolastica al dettato costituzionale: così, con la stessa determinazione con la
quale due giorni fa era stata respinta la costituzione in giudizio del
professor Alessandro Pace per conto della Procura di Milano (poichè la
giurisprudenza della Corte andava in questa direzione), allo stesso modo ieri i
giudici supremi hanno bocciato il Lodo sposando proprio due delle cinque
ragioni per le quali Pace si apprestava a contestare la legge sospendi-processi
per le quattro più alte cariche dello Stato. Ma inevitabilmente, a rendere
granitici i due blocchi contrapposti in seno alla corte c’è stato anche
l’irrigidimento di una parte dei giudici supremi dopo la ormai famosa cena
della scorsa primavera a casa del giudice Mazzella, alla quale parteciparaono
tra gli altri il premier, il Guardasigilli Alfano e l’altro giudice
costituzionale Napolitano. IM 8
Il commento / Lodo
Alfano, Berlusconi accusa la Corte, la magistratura e il capo dello Stato - Un
gesto di disperazione ma anche la prova della sua instabilità istituzionale - di
EZIO MAURO
Era dunque
incostituzionale il lodo Alfano, come abbiamo sempre sostenuto, in un Paese
dove è saltata l'intercapedine liberale, e l'estremismo del potere viene
benedetto da un finto establishment e dai suoi cantori, incapaci di richiamare
il rispetto delle regole perché incapaci di ogni responsabilità generale. Ecco
dunque il risultato. Il presidente del Consiglio, insofferente dell'autonoma e
libera pronuncia di un supremo organo di garanzia, che opera a tutela della
Carta fondamentale, dà fuoco alla Civitas e al sistema dei poteri che la
regola, travolgendo nelle sue accuse la Corte, la magistratura e persino il
capo dello Stato. Un gesto certo di disperazione, ma anche la prova
dell'instabilità istituzionale di questo leader che nessuna prova di governo,
nessun picchetto d'onore, nessun vertice internazionale è riuscito a
trasformare, quindici anni dopo, in uomo di Stato.
Terrorizzato dai
suoi giudici, e più ancora dal suo passato, il premier non si è accorto di
reagire pubblicamente alla sentenza della Corte come se fosse una condanna.
Prima che la grande mistificazione d'abitudine cali sui cittadini dal kombinat
politico-mediatico che ci governa, è bene ricordare due aspetti.
Prima di tutto, la
Corte ha sollevato un problema di merito e uno di metodo, combinandoli tra di
loro, e nel farlo ha guardato soltanto alla Costituzione, com'è sua abitudine e
suo dovere. Nel merito, il lodo Alfano viola l'articolo 3 della Costituzione,
che vuole tutti i cittadini uguali di fronte alla legge, qualunque sia il loro
incarico, il loro potere, la loro ricchezza. Proprio per questa ragione - e siamo
al metodo - se si vuole sottrarre alla legge il Presidente del Consiglio
occorre adottare una norma di revisione costituzionale, e non una norma
ordinaria. Dunque il Lodo è illegittimo, perché viola gli articoli 3 e 138
della Costituzione.
Il secondo aspetto
riguarda il clima di lesa maestà che ha incendiato la serata della destra, dopo
la pronuncia della Corte, come se il Capo del governo fosse stato consegnato
dalla Consulta ai carabinieri. In realtà, anche se nessuno lo ricorderà oggi, è
doveroso notare che il Primo Ministro attraverso questa sentenza costituzionale
viene restituito allo status di normale cittadino, con la piena titolarità dei
suoi diritti e naturalmente dei doveri: semplicemente, e com'è giusto e
doveroso, dovrà rispondere ai giudizi che lo riguardano pendenti nei Tribunali,
che il lodo aveva provvidamente sospeso.
Con questo status
e in quelle sedi, uguale a tutti gli altri italiani che sono chiamati in
giudizio per rispondere di reati, potrà far valere le sue ragioni, nel rispetto
della legge ordinaria: che intanto - e non è cosa da poco - torna da oggi
uguale per tutti.
Il puro
riferimento alla Costituzione rende limpida la decisione della Corte. Ma oggi
che cade il privilegio regale attribuito dal Premier a se stesso (rex è lex,
anzi "non c'è limite legale al potere del re, vicario di Dio sulla
terra", come diceva Giacomo I nel 1616) bisogna pur notare che quella
specialissima guarentigia non era una norma esistente nel nostro ordinamento,
ma una legge apposita costruita dal Presidente del Consiglio in fretta e furia
per sfuggire al suo giudice naturale e alle sentenza ormai prossima per un
reato commesso quando ancora era un semplice imprenditore, lontano dalla
politica.
In una formula -
aberrante, e salutata con applausi soltanto in Italia - si potrebbe dire che il
Capo dell'esecutivo ha in questo caso usato il legislativo per sfuggire al
giudiziario, fabbricando con le sue mani e con quelle di una maggioranza prona
un salvacondotto su misura per la sua persona, in modo da mantenere il potere
senza fare i conti con la giustizia.
La Corte non ha
ovviamente considerato questo aspetto che è rilevante dal punto di vista della
morale pubblica, della coscienza privata, dell'autorevolezza politica, ma non
ha valore Costituzionale. Alla Corte è bastato rilevare ciò che il Paese (e
anche alcuni giornali) non volevano vedere: e cioè che attraverso questa
procedura d'eccezione, proterva e insieme impaurita, il Premier violava il
principio fondamentale del nostro ordinamento che vuole i cittadini uguali di
fronte alla legge. Nel ribadirlo, la Corte ha fatto semplicemente giustizia
costituzionale. Ma non si può tacere che per giungere a questa pronuncia i
giudici della Consulta hanno dovuto nella loro coscienza individuale e di
collegio dare prova di libertà intellettuale e personale e di autonomia
istituzionale: perché in questo sfortunato Paese sulla Corte Costituzionale,
prima della pronuncia, si è abbattuta una tempesta di intimidazioni, di
preavvisi e di minacce che tendeva proprio a coartarne la libertà e
l'autonomia.
Se è ancora
consentito dirlo, in mezzo agli strepiti, la democrazia ha invece dimostrato
ieri la sua forza di libertà. Non tutto si lascia intimidire dalla violenza del
potere e dei suoi apparati, nell'Italia 2009, non tutto è ricattabile, non
tutto è acquistabile. Pur in epoca di poteri che si sentono sovraordinati a
tutti gli altri, fuori dall'equilibrio istituzionale della Carta, pur in anni
sventurati di unzione del Signore, pur davanti a legali-parlamentari che
teorizzano per il Premier lo status nuovissimo di "primus super
pares", vige ancora la Costituzione nata con la libertà riconquistata dopo
la dittatura, e vige la sua trama di equilibri tra i poteri di una democrazia
occidentale. Esistono ancora, anche in questo Paese che ha cupidigia di sovrani
e di dominio, gli organismi di garanzia, essenziali nel loro equilibrio e nella
loro responsabilità super partes, nonostante gli attacchi irresponsabili dei
qualunquisti antipolitici e di quelle opposizioni interessate a lucrare
soltanto qualche decimale elettorale in più.
E infatti la
reazione rabbiosa del Presidente del Consiglio è tutta contro gli organi
supremi di garanzia. La Corte, ridotta per rabbia iconoclasta a congrega di
uomini di sinistra. E soprattutto il Capo dello Stato, additato al Paese e al
popolo di destra - aizzato irresponsabilmente - come un uomo di parte ("sapete
tutti da che parte sta") in uno sfogo sovraeccitato in cui tornano tutti i
fantasmi fissi del berlusconismo sotto schiaffo, i magistrati, il Quirinale, la
Consulta, i giornali, in un crescendo forsennato di "sinistre",
"rossi" e "comunisti": per concludere con il titanismo
spaventato di un urlo ("Viva l'Italia, viva Berlusconi") che rivela
la concezione grottesca di un Premier che vede se stesso come destino perenne
della Nazione.
Napolitano ha
risposto ribadendo prima il rispetto per la pronuncia della Corte, poi
ricordando che il Capo dello Stato sta, molto semplicemente, con la
Costituzione. Viene da domandarsi piuttosto dove sta il Capo del governo,
rispetto alla Costituzione, cioè al regolare gioco democratico tra le
istituzioni. Ieri ha detto che il modo in cui i giudici costituzionali vengono
designati altera l'equilibrio tra i poteri dello Stato: proprio lui che in
pochi minuti ha tentato di delegittimare tre magistrature, attaccando i
giudici, il Quirinale e la Corte. E siamo solo all'inizio.
Il peggio,
infatti, deve ancora accadere. Altro che andare alle urne, come minacciavano
nei giorni scorsi gli uomini di destra per far pesare il rischio di
ingovernabilità e instabilità sulla Corte. Ieri Berlusconi si è affrettato a
dire che il governo è solidissimo come la sua maggioranza, e andrà avanti. In
realtà il Premier soffre il suo indebolimento progressivo, sente il rischio dei
processi sospesi che tornano a pretendere il loro imputato, avverte soprattutto
il peso della corruzione che la sentenza civile sulla Mondadori gli ha
scaricato addosso, è consapevole di aver politicamente azzerato negli scandali
dell'estate la forza della sua maggioranza parlamentare, sa che il suo sistema
non produce più politica da mesi, prigioniero com'è di una vicenda di verità e
di libertà.
Non è la Corte che
lo denuda: è l'incapacità politica di fronteggiare la sua storia personale, nel
momento in cui nodi grandi e piccoli vengono al pettine e l'unica reazione è la
furia contro certi giornali. Il futuro del Premier dipende proprio da questo,
dalla capacità di un'assunzione convincente di responsabilità, di fronte alla
giustizia, al parlamento, alla pubblica opinione: finora non è stato capace di
farlo, o forse non ha potuto farlo. Ed è per questo che con tutta la propaganda
dei sondaggi che lo circonda, il Capo del governo sente che tutto il sistema
politico è al suo capezzale, e ogni giorno gli tasta il polso politico.
Tutto è possibile,
in questo quadro, soprattutto il peggio. Ma intanto ieri quindici giudici hanno
ricordato al Premier che pretende di rappresentare il tutto, in unione col
popolo, che esiste ancora la separazione dei poteri: quando non c'è più,
avvertiva Norberto Bobbio quindici anni fa, ciò che comincia è il dispotismo.
LR 8
Riunito l'ufficio politico del Pdl: contrari a manifestazioni di piazza
Il premier
rilancia agli attacchi al Colle. Fini: "Rispetto per il capo dello
Sato"
Di Pietro:
"Si dimetta". Franceschini chiama "il popolo delle
primarie"
Berlusconi: 'Vado
avanti'. Tensione nel Pdl. I presidenti delle Camere al Quirinale
ROMA - Il giorno
dopo la bocciatura del lodo Alfano, Silvio Berlusconi rincara gli attacchi e
non abbassa i toni. Intorno a lui Pdl fa quadrato. Con i fedelissimi che
rilanciano l'accusa di una sentenza politica ma devono fare i conti con i
distinguo di Gianfranco Fini. Che, ancora una volta, si smarca dal Cavaliere.
Proprio mentre Berlusconi annuncia: "Vedrete di che pasta sono
fatto". Ma la giornata è segnata dall'incontro - caso piuttosto raro - al
Quirinale delle tre massima cariche istituzionali. Nel pomeriggio, per un'ora,
vertice con il capo dello Stato del presidente del Senato, Schifani, e quello
della Camera.
Dopo lo sfogo di
ieri sera e l'attacco alla Consulta e al Colle, il premier, in mattinata, torna
ad alzare la voce."C'e' un Capo dello Stato di sinistra e c'è una Corte
costituzionale con undici giudici di sinistra, che non è certamente un organo
di garanzia, ma è un organo politico"Vedrete di che pasta sono fatto. Ci
sono due processi-farsa, assurdi. Farò esporre al ridicolo i miei accusatori e
farò vedere a loro e agli italiani di che pasta sono fatto" dice il
presidente del consiglio. Che lancia la sua strategia mediatica: "Andrò in
tv a spiegare le miei ragioni, voglio vedere se mi condanneranno". E' un
fiume in piena il Cavaliere. E trova il conforto dei fedelissimi. Da Cicchitto
a Gasparri, la linea è identica. Il popolo è con noi e questo basta. E anche il
presidente del Senato Renato Schifani fa capire come la pensa:
"Maggioranza e l'opposizione sono decise dal voto del popolo. Via di fuga
parallele non sono praticabili".
A rompere
l'unanimismo, però, arriva Fini. "Riaffermo il sostengno a Berlusconi ma
la Consulta e Napolitano vanno rispettati". Parole che non piacciono al
ministro Sandro Bondi, da sempre vicinissimo al Cavaliere: "E' una
posizione incapace di comprendere la sostanza dei problemi storici e politici
che stiamo vivendo da oltre un decennio".
Di fronte al
diluvio di accuse i giudici si difendono. "La rozzezza delle accuse
stavolta non ha proprio avuto un limite - taglia corto il vice presidente del
Csm Nicola Mancino - La Corte svolge il suo ruolo i giudici hanno le loro
convinzioni e dire che giudicano politicizzando le questioni in loro esame mi
sembra un ritornello".
Ma anche
l'opposizione si fa sentire. Pur se con toni diversi. Da una parte Antonio Di
Pietro che rilancia la richiesta di dimissioni di Berlusconi e lancia l'idea di
una manifestazione per chiedere che si torni al voto. Dall'altra il Pd che di
elezioni anticipate non vuol sentir parlare, che fa quadrato intorno a Rosy
Bindi insultata in diretta tv da Berlusconi e che, con Franceschini, chiama
"il popolo delle primare a difesa della Costituzione".
In casa Pdl,
intanto, è l'ora delle decisioni. L'ufficio politico si riusnisce per stabilire
le linea guida per il futuro. Decidendo come fronteggiare una questione, quella
dei processi al premier, che Berlusconi aveva sperato di archiviare con il
lodo. Da quel che si apprende il Pdl non scenderà in piazza. Nei giorni scorsi
dirigenti avevano lanciato la proposta di manifestare nel caso la Corte
costituzionale avesse deciso di bocciare il lodo Alfano. Secondo quanto si
apprende, il Cavaliere avrebbe spiegato che non si tratta di una strada da
percorrere adesso.
L'incontro al
Quirinale. Nelle stesse ore Fini e Schifani salgono al Colle. Un colloquio di
un'ora per provare a calmare le acque di un conflitto istituzionale senza
precedenti. Sintetizzato così dall'Avvenire: "Una giornata tra le più
difficili della storia repubblicana, presenta tinte talmente fosche da
alimentare paradossalmente un'unica speranza: che tutti si rendano conto del
rischio di avvitamento istituzionale che si sta correndo". LR 8
Fini: «Berlusconi rispetti le istituzioni»
«Il suo diritto di
governare non può fare venir meno il dovere di rispettare la Consulta e il Capo
dello Stato»
ROMA - Gianfranco
Fini tenta di frenare Berlusconi e di smorzare i toni dell'attacco del premier
contro le istituzioni, dopo la bocciatura del Lodo Alfano: «L'incontestabile
diritto politico di Silvio Berlusconi di governare, conferitogli dagli
elettori, e di riformare il Paese - ha detto il presidente della Camera - non
può fare venir meno il suo preciso dovere costituzionale di rispettare la Corte
Costituzionale e il capo dello Stato». Nel pomeriggio, poi, Fini è salito al
Colle con il presidente del Senato, Renato Schifani, proprio per un colloquio
con il Capo dello Stato Giorgio Napolitano.
UFFICIO POLITICO
PDL - A Palazzo Grazioli si è invece riunito l'ufficio politico del Pdl. Alla
riunione, presieduta dal premier, i coordinatori del partito, i ministri del
Popolo della libertà, i governatori regionali, i capigruppo di Camera e Senato
e i loro vice. Secondo quanto si apprende da partecipanti all'incontro, Berlusconi
avrebbe escluso al momento qualsiasi ipotesi di manifestazione di piazza.
BONDI - A
proposito delle polemiche tra Berlusconi e Napolitano, Bondi, anche se con
cautela, prende le distanze da Fini: «Nei momenti più delicati si ha il dovere
di esprimere chiaramente la propria opinione. La posizione espressa dal
presidente della Camera è ineccepibile dal punto di vista formale, ma al pari
di quella resa nota dal Capo dello Stato, appare a mio avviso incapace di
comprendere la sostanza dei problemi storici e politici che stiamo vivendo da
oltre un decennio» dice il coordinatore nazionale del Popolo della libertà, che
aggiunge: «Le posizioni freddamente istituzionali a contatto con una realtà
incandescente, che vive drammaticamente nella coscienza dei milioni di uomini e
di donne, rischiano di tradire una forte assunzione di responsabilità non solo
dal punto di vista politico, ma ancor più istituzionale».
MANCINO: «DA
BERLUSCONI ROZZEZZA SENZA LIMITI» - «La rozzezza delle accuse stavolta non ha
proprio avuto un limite» afferma invece il vice presidente del Csm, Nicola
Mancino. «Non credo che tra le funzioni del Capo dello Stato - aggiunge Mancino
- ci sia quella di persuadere i giudici costituzionali, anche per rispetto
della loro autorevolezza scientifica». giudici della Corte Costituzionale sono
di sinistra? «Che devono essere di destra, o celestiali?» ha poi detto Mancino
commentando le dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi che, dopo la
sentenza della Consulta sul Lodo Alfano, li ha definiti giudici di sinistra.
Mancino ha sottolineato come la Corte «svolge il suo ruolo, i giudici hanno le
loro convinzioni, e dire che giudicano politicizzando le questioni in loro
esame mi sembra il solito ritornello». «Gli effetti di questa sentenza non sono
riproducibili sul terreno politico - ha poi aggiunto il vicepresidente del Csm.
C'è una maggioranza espressa dal corpo elettorale, che va avanti con le
proposte contenute nel suo programma».
CALDEROLI - Da
segnalare anche l'intervento del ministro per la Semplificazione amministrativa
Roberto Calderoli (Lega Nord) che rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano
se fosse «dalla parte di Napolitano o di Berlusconi» sottolinea: «Non sto dalla
parte di nessuno. La Costituzione dice che tutti sono uguali davanti alla legge
ma io chiedo che le leggi siano uguali per tutti». «Se vedo una persona presa
in giro, devo dire che è il presidente della Repubblica, anzi diciamo che è
"fifty - fifty"».
CdS 8
Il Parlamento europeo discute della libertà di stampa in Italia
Gli eurodeputati
Pd e Idv chiedono una direttiva per i Paesi membri - L'appello del commissario
Ue "Garantire il pluralismo nei media"
La libertà
d'espressione, d'opinione, di informazione, così come il pluralismo vanno
rispettati. A ribadirlo il commissario Ue ai media, Viviane Reding, nel corso
del dibattito nell'aula semideserta del Parlamento europeo, a Bruxelles, sulla
libertà d'informazione in Italia.
''La libertà di
informazione è un fondamento della società libera e del pluralismo'', ha
aggiunto ricordando che tale principio è un ''fermo convincimento'' di tutte le
istituzioni Ue (Commissione, Consiglio e Parlamento) che hanno sottoscritto la
Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Reding ha però fatto
appello perché le istituzionieuroppe non siano strumentalizzate "per
risolvere delle questioni che dovrebbero essere risolte dai governi
nazionali". Bruxelles - ha detto Reding - è gia' intervenuta con la
direttiva 'Televisione senza frontiere' e sulla liberta' di accesso alle
frequenze tv. La Commissione, ha ricordato, ha avviato una procedura nei
confronti dell'Italia: ''La politica comunitaria è di assicurare che tutti gli
attori abbiano un accesso non discriminato alle frequenze televisive''. Dopo la
sentenza di procedura contro l'Italia nel 2006 sull'accesso discriminato alle
frequenze televisive, ha ricordato, ''le autorita' italiane stanno cambiando il
loro approccio''.
Gli eurodeputati
del Pd e dell'Italia dei valori chiedono comunque un'apposita direttiva Ue
sulla libertà di stampa: ''La direttiva che vogliamo dalla Commissione - ha
detto David Sassoli del Pd - deve essere rivolta a tutti i paesi europei. Non
c'è una questione italiana, ma una questione europea. Per questo vogliamo che
venga modificata l'interrogazione che presenteremo a Strasburgo: deve trattare
la diffusione del pluralismo in Italia e in Europa''. "L'Unione europea ha
la responsabilità di garantire le libertà fondamentali su cui si fonda, per
questo - hanno detto gli eurodeputati Idv - chiederemo alla Commissione europea
che proponga con urgenza l'introduzione di una direttiva sul pluralismo dei
media, avvalendosi della già esistente base legale e alla luce dell'entrata in
vigore del Trattato di Lisbona". LR
8
Tre milioni di italiani soffrono la fame
Il 4,4% delle
famiglie residenti in Italia, ovvero tre milioni di persone, vive sotto la
soglia di povertà alimentare. È quanto rileva una ricerca realizzata dalla
Fondazione per la Sussidarietà insieme alle università Cattolica e
Milano-Bicocca.
L'indagine, che è
stata presentata stamattina al Campidoglio, anticipa la realizzazione di
un'osservatorio permanete sul fenomeno. Se la spesa per cibo e bevande è
inferiore a 222,29 euro al mese scatta l'allarme indigenza, è questo il limite
individuato a livello nazionale dallo studio, che ha messo a punto anche indici
regionali per tenere conto del differente costo della vita. Così le soglie di
povertà oscillano a Nord tra i 233-252 euro, al centro tra i 207-233 euro e nel
Mezzogiorno tra i 196-207 euro.
Un milione e mezzo
di famiglie si trova, quindi, in grave difficoltà ad acquistare quelli che sono
prodotti necessari per vivere, come pane, pasta, carne. L'analisi, che si basa
sui dati della Rete della Fondazione Banco Alimentare, una onlus che offre
assistenza alimentare in tutta la Penisola, traccia anche il profilo dei poveri
d'Italia: meridionali, disoccupati, con un titolo di studio basso e una
famiglia numerosa.
La perdita del
lavoro è la causa principale (60% dei casi) di un portafoglio troppo leggero
per far fronte alla spesa. Ecco che l'incidenza della povertà alimentare è
particolarmente alta tra i disoccupati (12,4%) e assai minore tra chi un posto
ce l'ha (3,4%).
Dallo studio
emerge, inoltre, un dato contrario all'idea comune di persona sola in
difficoltà economiche, più spesso a impoverire gli italiani è proprio la
famiglia, che più è numerosa e più si ritrova a fare economia a tavola: il
10,3% delle coppie con tre o più figli vivono sotto la soglia di povertà alimentare.
Mentre sono i single a poter spendere di più per mangiare e bere. Solo l'1,7 %
vive con meno di 222 euro al mese per nutrirsi. E sta nella media nazionale
(4,5%) l'anziano che vive solo.
L'analisi, che
rielabora dati Istat del 2007, invece conferma il divario tra Nord e Sud: nelle
Isole oltre il 10% della popolazione fa fatica a trovare i soldi per mangia e
bere; mentre in Toscana, Liguria, Veneto e Trentino Alto Adige «soffre la fame»
una percentuale molto più bassa di persone, meno del 3%. Altro fattore
influente, come si può immaginare, è il titolo di studio: il 6,7 delle famiglie
che ne sono prive è indigente mentre si difende bene dalla povertà chi ha la
laurea, solo 1,6% è sotto la soglia minima.
Il rapporto,
infine, stila quella che si può definire la dieta dei poveri. Lo scontrino
mensile non prevede più di 28 euro di pane e cereali, 35 di carne e salumi, 14
di frutta, 10 di pesce, 14 di frutta e 9 di bevande. L’U 8
Il Times: "Silvio deve dimettersi, ha gettato vergogna
sull'Italia"
Le reazioni della
stampa straniera dopo la sentenza sul lodo Alfano
Si parla di un
premier "indebolito". La sentenza un segno di indipendenza della
magistratura - dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - "I
giudici infliggono un duro colpo a Silvio Berlusconi". Lo stesso titolo
campeggia sulla prima pagina di oggi dei maggiori quotidiani del mondo.
Financial Times e Wall Street Journal, i due più importanti quotidiani
finanziari del pianeta, lo accompagnano con la stessa foto del capo del governo
che passa in rassegna un picchetto d'onore a Palazzo Chigi, cupo, a testa
bassa. Qualcuno, come il Times di Londra, definisce la decisione della Corte
Costituzionale "un colpo mortale" e sostiene che a questo punto il
primo ministro italiano "deve dimettersi". Tutti parlano di un
premier "indebolito" e di una crisi politica sempre più grave e dagli
sbocchi sempre più incerti. Ma i media internazionali salutano la sentenza
della Consulta come una prova di indipendenza della magistratura e di difesa
della democrazia.
"Silvio
Berlusconi lotta per la sua sopravvivenza politica": comincia così
l'articolo di prima pagina di Lucy Bannerman sul Times, accanto a un riquadro
che stima in 150 milioni di sterline, circa 160 milioni di euro, l'ammontare
delle spese legali affrontate sinora dal premier per difendersi nei numerosi
processi in cui è stato incriminato sino ad ora. Il verdetto dell'Alta Corte,
afferma il quotidiano londinese, potrebbe "portare al collasso del
governo" di centro-destra e in ogni caso porterà Berlusconi sul banco
degli imputati in una serie di processi "per frode, corruzione ed evasione
fiscale".
"I giudici
infliggono a Berlusconi un colpo mortale" è il titolo del servizio di
prima pagina del Times, cui segue un editoriale non firmato a pagina due,
dunque espressione della direzione del giornale, nel quale si sostiene che il
premier "ha svergognato il suo incarico e il suo paese" dimostrando
"disprezzo" per la legge, oltre che attraverso i suoi
"ridicoli" scandali privati di sesso e la sua "inquietante"
amicizia con leader come Putin e Gheddafi.
"Berlusconi
può restare al potere solo se i suoi alleati lo appoggiano", osserva
l'editoriale del Times. "Essi sarebbero folli a farlo. Il danno causato
dal premier alla reputazione dell'Italia comincia a vedersi, simboleggiato dal
rifiuto di Michelle Obama di accettare il suo abbraccio, e del resto anche il
suo indice di popolarità nei sondaggi sta cadendo. Egli ha cercato di vivere al
di sopra della legge, ma ora, con i nuovi processi che lo attendono, sarà
consumato dalla legge. E' certamente tempo che Berlusconi smetta di mettere i
suoi interessi prima degli interessi della nazione. Dovrebbe dimettersi".
Il Times dedica a
Berlusconi altre due intere pagine all'interno. Un ritratto del premier,
firmato da Richard Owen, afferma che la sentenza della Corte potrebbe segnare
"l'inizio della fine" per il Cavaliere; e in un altro articolo lo
stesso corrispondente da Roma del quotidiano londinese valuta le varie
possibilità dei mesi a venire: Berlusconi continua a governare facendo finta di
niente, "difficile", si dimette e convoca elezioni anticipate,
"potrebbe averne la tentazione", viene rovesciato da un golpe interno
dei suoi alleati guidato da Gianfranco Fini, "forse non subito, ma
potrebbe accadere nei prossimi mesi se la situazione del premier si
destabilizza ulteriormente", si dimette e va in esilio come Craxi,
"improbabile, ma non da escludere se fosse minacciato di finire in prigione".
Sempre sul Times,
un'analisi di Bronwen Maddox, principale commentatore di affari internazionali,
osserva che, con la sentenza della consulta, "l'Italia ha ribadito la sua
aderenza alla democrazia, riparando almeno parzialmente le crepe arrecate dal
controllo dei media di Berlusconi, che insultano i fondamentali principi
democratici a tal punto che se l'Italia chiedesse oggi di entrare nell'Unione
Europea potrebbe non essere accettata".
La Maddox
interpella due esperti. Marc Weller, docente di diritto internazionale alla
Cambridge University, nota che nel mondo c'è la tendenza a ritenere
responsabili i leader davanti alla legge per crimini di particolare gravità,
come la tortura e il genocidio, ma non per decisioni contestate e controverse,
come quella di Tony Blair di partecipare alla guerra in Iraq. Riguardo alle
leggi nazionali, tuttavia, mettere un primo ministro al di sopra della legge,
come ha fatto finora il Lod Alfano, significa "rinunciare al certificato
di piena salute democratica".
L'altro esperto,
Charles Grant, direttore della think tank Center for European Reform, osserva
che l'Unione Europea tira fuori un "cartellino giallo" per gli stati
che non rispettano i criteri della democrazia, ma il solo vero scrutinio in
merito avviene nel momento in cui la Ue valuta se accettare o meno un nuovo
membro nelle sue fila: "Se un paese in cui un uomo possiede tutte le
televisioni chiedesse di entrare, verrebbe respinto".
Anche l'Economist
mette la decisione della Consulta in testa alle sue pagine sull%u2019Europa. In
un articolo sul numero che sarà in edicola domani, l%u2019autorevole
settimanale britannico scrive, a proposito della reazione di Berlusconi alla
sentenza, che ora "la Corte Costituzionale è stata aggiunta alla lunga
lista di istituzioni italiane sovversive". I processi in cui il leader del
Popolo delle Libertà si ritroverà ora imputato, scrive l'Economist, potrebbero
soltanto imbarazzarlo, perché rischiano di essere lunghi e di venire fermati,
ancora una volta, dalla scadenza dei termini per essere perseguiti, ma
aggravano "i recenti problemi di Berlusconi”, dall'indagine di Bari su
escort e droga alla sentenza civile che lo ha condannato a pagare 750 milioni
di euro di danni alla Cir di Carlo De Benedetti (l%u2019editore di Repubblica)
e riconosciuto "corresponsabile di corruzione". Il premier "è
oggi molto più debole politicamente di qualche mese fa", scrive il
settimanale, notando che Berlusconi ora minaccia di cambiare la composizione
dell%u2019Alta Corte per ristabilire "il corretto equilibrio" trai
poteri dello stato: ciò, conclude l%u2019Economist, potrebbe essere
"azzardato e perfino pericoloso".
Il Financial Times
dedica due articoli alla vicenda, scrivendo che "la tensione politica è
destinata a salire" e che "il prestigio internazionale di Berlusconi
è destinato a calare". Il Wall Street Journal afferma che la sentenza
potrebbe "ulteriormente destabilizzare il governo Berlusconi e distrarre
ancora di più un premier già imbarazzato dalle rivelazioni sulla sua vita
personale".
Il New York Times
commenta che la decisione della Corte potrebbe portare a "un periodo di
instabilità politica" e osserva che in un altro paese la saga di problemi
legali di Berlusconi "avrebbe probabilmente messo fine alla sua carriera
politica". Il Guardian, quotidiano londinese di centro-sinistra, parla di
un "severo colpo" a Berlusconi e del "chiaro rischio di una
crisi istituzionale" dopo le accuse da parte del premier di un complotto
contro di lui. Il Telegraph, quotidiano londinese conservatore, cita Franco
Pavoncello, docente di scienze politiche alla John Cabot University di Roma:
"Berlusconi prima era un intoccabile, ora non lo è più".
Commenti analoghi
sull'Independent, sul Daily Mail, sul Mirror, per quel che riguarda la stampa
britannica. In America, il Boston Globe scrive che si tratta di "uno dei
più duri colpi inferti a Berlusconi nei suoi 16 anni di vita politica", e
il Los Angeles Times afferma che la sentenza mette "un punto interrogativo
sul futuro di Berlusconi e dell'Italia". In Irlanda, l'Irish Times prevede
"una drammatica crisi politica". In Spagna, El Pais osserva che la
decisione dell'Alta Corte "rafforza la fiducia nella giustizia rivadendo
che il premier deve rispondere alla legge come tutti i cittadini", e
ricorda, in un altro articolo, le nuove accuse di connivenze mafiose emerse nei
confronti di Forza Italia e dello stretto collaboratore di Berlusconi, Marcello
Dell'Utri, "già condannato a nove anni in primo grado per associazione
mafiosa", da parte del pentito Ciancimino. El Comercio scrive che "i
giudici hanno dato prova di indipendenza a dispetto delle forte pressioni"
esercitate dal governo nei loro confronti.
E in Francia, dove
tutti i giornali, da Liberation a Le Monde, parlano della sentenza, il
quotidiano Figaro scrive che "paradossalmente l'uomo politico Berlusconi è
stato messo in crisi dall'uomo d'affari", ovvero dalle accuse di
corruzione ed evasione fiscale nel costruire il suo impero mediatico che hanno
continuato a rincorrerlo durante tutta la sua carriera. LR 8
Immigrati. Allarmi immotivati. A proposito di criminalità e pericolosità
sociale
Gli allarmi sulla
criminalità legati all'immigrazione sono immotivati: "Non corrisponde al
vero l'affermazione che il tasso di criminalità degli immigrati è di 5-6 volte
superiore a quello degli italiani come spesso si afferma". Il dato è stato
fornito dalla ricerca "La criminalità degli immigrati: dati,
interpretazioni e pregiudizi", presentata il 6 ottobre a Roma e realizzata
dall'équipe del "Dossier statistico immigrazione" Caritas/Migrantes e
dall'Agenzia "Redattore Sociale". La ricerca sarà pubblicata
parzialmente nel prossimo "Dossier statistico immigrazione" che sarà
presentato a Roma e in diverse città italiane contemporaneamente il prossimo 28
ottobre e integralmente nella prossima edizione della "Guida per
l'informazione sociale 2010" che "Redattore Sociale" presenterà
a fine novembre.
Il tasso di
criminalità degli stranieri. Secondo i ricercatori "nonostante condizioni
sociali e normative sfavorevoli", il "tasso di criminalità"
degli immigrati regolari nel nostro Paese è "solo leggermente più alto di
quello degli italiani (tra l'1,23% e l'1,40%, contro lo 0,75%) e, se si tiene
conto della differenza di età, questo tasso è uguale a quello degli italiani. A
influire al riguardo, infatti, sono le fasce di età più giovani, mentre è
addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni". Secondo la ricerca,
il coinvolgimento degli immigrati in attività criminose è legato in maniera
"preponderante alla condizione di irregolarità: oscilla infatti tra il 70
e l'80% la quota di irregolari tra le persone denunciate. Va però tenuto conto,
per non trasformare gli irregolari in delinquenti, dei cosiddetti reati
strumentali o relativi alla condizione stessa dell'immigrato, che incidono per
almeno un quarto sul carico penale degli stranieri".
"Reati di
stranieri". Quando si leggono i dati su immigrazione e criminalità -
spiegano ancora i curatori della ricerca - occorre tener presente che in Italia
la "stragrande maggioranza dei reati ascritti agli immigrati" sono
classificati come "reati di stranieri", in quanto "sono
pochissimi gli immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza italiana".
Inoltre il "contributo" degli immigrati alla criminalità, "pur
essendo visibile in alcune fattispecie gravi, è prevalentemente limitato a
episodi di microcriminalità, comunque preoccupanti e non sottovalutabili".
Tra i reati commessi, la maggioranza spetta a quelli relativi alle Leggi in
materia di immigrazione. Secondo i ricercatori l'incidenza degli stranieri
sulla criminalità viene solitamente calcolata come se le due popolazioni
(italiani e immigrati) avessero la stessa composizione anagrafica. In realtà la
popolazione immigrata è caratterizzata da una concentrazione di soggetti
giovani molto più forte. La differenza tra italiani e stranieri si concentra
tra i ventenni e i trentenni, una fascia di età in cui è più frequente che gli
immigrati iniziano la loro vicenda migratoria. Dai 40 anni in poi, quando
l'inserimento si è consolidato, il "tasso di delinquenza" - rileva la
ricerca - è "minore" degli italiani. Considerando poi i reati
commessi "in quanto stranieri" (con infrazioni legate alla normativa
che li riguarda in maniera specifica) "il tasso di delinquenza tra italiani
e stranieri è equiparabile. Anzi, se si tenesse conto delle più sfavorevoli
condizioni socio-economico-familiari degli immigrati, la bilancia finirebbe per
pendere dalla loro parte".
Per una convivenza
interetnica. "È evidente - si legge nello studio - che se la criminalità
dovesse crescere di pari passo con l'immigrazione, questa sarebbe a ragione una
fonte di allarme sociale; in realtà, molto spesso gli stranieri sono diventati
spesso un capro espiatorio per lenire l'insicurezza degli italiani in una fase
di forti cambiamenti culturali e di crisi economica". Per questo la
questione merita di essere "inquadrata in maniera più corretta". Da
qui il bisogno di individuare "strategie più adatte a favorire una
fruttuosa convivenza interetnica" e l'attuazione di politiche sociali più
"inclusive". "La criminalità deve essere duramente contrastata -
è la conclusione - perché offusca le valenze positive dell'immigrazione, sulle
quali a più riprese è ritornato il presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, e la parola d'ordine deve essere integrazione".
"Non si
tratta di fare prediche - dice al SIR Franco Pittau - ma di generare
convinzioni sulla base di una documentazione statistica in parte innovativa.
Alla fine di questo sforzo conoscitivo, i più di 4 milioni di immigrati che
vivono in Italia, quelli della porta accanto, quelli dei quali siamo portati ad
avere paura, appaiono poveri diavoli come noi italiani, all'incirca con lo
stesso tasso di delinquenza, alle prese più con i difficili compiti di questa
fase di crisi che con comportamenti delittuosi". Questa ricerca, conclude
Pittau, "ci sembra un supporto concreto alla raccomandazione della Cei di
coniugare sicurezza e integrazione e, perciò, siamo lieti di averla portata a
termine". Sir 7
Istat, aumentano gli immigrati in Italia. Quasi 4 milioni, metà da Europa
dell'Est
Romeni i più
numerosi, cittadinanze in crescia a causa dei matrimoni, ma aumenta anche chi
torna a casa
ROMA - Continua a salire il numero degli immigrati
in Italia: lo rende noto l'Istat, secondo cui gli stranieri residenti nel
nostro paese al primo gennaio 2009 sono 3.891.295 e costituiscono il 6,5% della
popolazione residente, a fronte del 5,8% dell'anno precedente.
Romeni comunità
più numerosa. Sul totale dei residenti di cittadinanza straniera quasi 519 mila
sono nati in Italia, mentre i minorenni sono circa 862 mila. La metà degli
stranieri residenti proviene dai paesi dell'Est europeo, un quarto dai paesi di
nuova adesione (796 mila sono romeni). La comunità romena è quindi quella più
numerosa (20,5%); segue quella albanese che lo scorso anno è aumentata del 9,8%
e quella marocchina, +10,3%; i cinesi, come gli indiani sono cresciti dell'8%,
gli ucraini del 16%.
Cittadinanza: +18
per cento per matrimonio. Le cittadinanze concesse nel 2008 sono state 53.696.
La maggior parte sono dovute a matrimonio: si stima che siano circa 726 mila i
cittadini extracomunitari con la cittadinanza italiana, e poichè i matrimoni
misti si celebrano per lo più tra donne straniere e uomini italiani, tra i
nuovi cittadini sono più numerose le donne.
Ma aumenta anche
chi torna a casa. Nel 2008 si sono cancellati dalle anagrafi, perchè tornati
nel loro stato o trasferiti in un altro stato estero, 27.023 stranieri, un
numero in aumento del 33% rispetto al 2007.
Italia si avvicina
ai dati della Francia. Il 6,5% degli immigrati avvicina l'Italia ad altri paesi
europei. Per esempio, alla Francia dove questa percentuale è del 5,8%. In
Spagna invece la quota degli stranieri è dell'11,7%.
Sei stranieri su
10 risiedono al Nord. Per quanto riguarda la distribuzione geografica, oltre il
60% degli stranieri risiede al nord, il 25,1% al centro, il 12,8% nel
mezzogiorno. IM 8
A Roma presentata la ricerca sul rapporto tra immigrati e criminalità in
Italia
Un’indagine del
Dossier Caritas/Migrantes in collaborazione con l’agenzia Redattore sociale per
combattere pregiudizi e luoghi comuni. Pittau: “Non c’è un’emergenza
criminalità in Italia, né corrispondenza tra aumento di immigrati regolari e
numero di reati”
ROMA – Presentata questa mattina a Roma,
presso la sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, la ricerca
“La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”,
realizzata dal gruppo di lavoro del Dossier statistico sull’immigrazione
Caritas/Migrantes in collaborazione con l’agenzia Redattore Sociale.
Un’analisi che muove dalla percezione degli
immigrati nell’opinione pubblica del nostro Paese, la cui presenza viene spesso
associata nell’immaginario collettivo ad un aumento della criminalità e
dell’insicurezza sociale – 6 italiani su 10, secondo quanto ricordato da Franco
Pittau, coordinatore del Dossier Caritas/Migrantes, nel corso della
presentazione, sono convinti che siano più spesso gli stranieri a delinquere
nel nostro Paese. Ma quanto di questa opinione corrisponde alla realtà dei
fatti? Questa la domanda a cui l’analisi cerca di rispondere.
Una risposta che la Fnsi si impegna ad
assumere come dato cui attribuire un peso maggiore nel modo di fare informazione
in Italia. “Siamo contenti di accogliere qui oggi chi in questo Paese alimenta
progetti e dibattiti che accrescono il confronto civile – ha detto Franco
Siddi, segretario della Fnsi, aprendo l’incontro. – La vostra ricerca riguarda
luoghi comuni che spesso purtroppo anche i media ripercorrono e che devono
essere combattuti proprio per squarciare l’uso e la tentazione di confezionare
per il pubblico una realtà manipolata”.
Stefano Trasatti, direttore dell’agenzia
Redattore Sociale, ha ricordato come questioni sociali di così grande rilievo
vadano trattate con la necessaria serenità: “L’analisi ordina in modo
sistematico numeri spesso non facilmente disponibili e soggetti a divergenti
logiche interpretative – ha aggiunto. – Occorre invece che chi fa il nostro
mestiere sia in grado di utilizzare con accuratezza i dati e presentarli in un
modo corretto”.
Pittau, presentando i risultati, segnala che
“non è nostra intenzione ostentare interpretazioni estrinseche, ma proporre uno
studio attraverso dati, seguendo il quale ciascuno possa maturare convinzioni
personali suffragate da elementi oggettivamente analizzati”. Alla luce dei
numeri raccolti, egli aggiunge che “non esiste un’emergenza criminalità nel
nostro Paese. Il tasso di reati è andato aumentando con continuità nel corso
degli anni ’70 e ’80, in parallelo al processo di industrializzazione,
raggiungendo l’apice negli anni ’90”. L’Italia nel 2001 – secondo dati del
Ministero dell’Interno – aveva un numero di denuncie all’incirca pari a quello
del 1990, proprio quando si data l’inizio dell’immigrazione di massa nel nostro
Paese – e di un suo tentativo di regolamentazione con la legge Martelli.
“Non vi è alcuna corrispondenza tra l’aumento degli immigrati regolari e
l’aumento dei reati in Italia – aggiunge Pittau: - tra il 2001 e il 2005 mentre
le presenza dei primi è cresciuta del 100%, le denuncie nei loro confronti sono
aumentate del 45,9%”. Diversi sono i confronti effettuati che avvalorano questo
dato e che fanno emergere un collegamento preponderante tra reati e condizione
di irregolarità, “anche se dobbiamo tenere presente la natura di questi atti,
le particolari condizioni emergenziali in cui vengono compiuti e una certa
cautela, se pensiamo che dei 4 milioni circa di immigrati regolari attualmente
presenti in Italia, circa 2 milioni hanno attraversato una situazione di
irregolarità”. Anche l’equivalenza criminalità e clandestinità appare dunque
una forzatura di ciò che succede realmente nel nostro Paese.
Che molti reati commessi da stranieri siano
dovuti alla trasgressione della normativa attuale sull’immigrazione viene
confermato anche da Lucio Barletta, avvocato esperto in materia migratoria.
“L’attuale normativa considera con troppa superficialità la condizione di
irregolarità di coloro che si trovano in Italia – aggiunge Barletta: - non
tutti gli irregolari sono clandestini; alcuni perdono il lavoro e non possono
rinnovare il permesso di soggiorno, fuoriuscendo dalla regolarità forzatamente.
La normativa dovrebbe essere rivista approfondendo casistiche per cui oggi
l’unico provvedimento sembra essere l’espulsione”.
Alcuni dati sulla criminalità nella capitale
sono stati forniti dal capo della squadra mobile di Roma, Vittorio Rizzi, che
ha ricordato come la situazione sia molto diversa tra città e tra aree
geografiche distinte. “Un elemento positivo è l’aumento della cooperazione
internazionale per la lotta alla criminalità – ha segnalato Rizzi – e matura
anche il nostro modo di operare su crimini commessi da stranieri puntando sulla
collaborazione di reti pubbliche e private impegnate nel sociale”.
Sul ruolo dei media nella percezione di
un’eccessiva insicurezza sociale ha insistito Roberto Natale, presidente della
Fnsi. “Assistiamo ad uno scarto allarmante tra i fenomeni reali e ciò che viene
diffuso dalla comunicazione generalista, di cui siamo responsabili.
L’informazione avvelenata – ha aggiunto Natale – inquina tutto il dibattito di
una società, per questo occorre insistere su iniziative come la Carta di Roma
che sollecitano un maggior rispetto per la verità sostanziale dei fatti
osservati”.
Infine Laura Boldrini, portavoce dell’Alto
commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr), ha evidenziato come il tema
migratorio venga affrontato dai mezzi di comunicazione “in modo fuorviante. Non
dobbiamo dimenticare che molti di coloro che sono costretti ad un’emigrazione
forzata sono essi stessi vittime di criminali, che si arricchiscono sulla loro
pelle”. Esempio di questa cattiva informazione l’allarmismo associato agli
sbarchi via mare: “Questi ultimi rappresentano solo il 13% di tutto il fenomeno
immigratorio in Italia – afferma Laura Boldrini. – Di coloro che giungono così
in Italia, il 75 % circa è rappresentato da richiedenti asilo che chiedono
protezione dalla violenza di regime o subita in guerra. E’ un paradosso della
paura, temere chi arriva in queste condizioni”. In merito ai rifugiati
Boldirni ricorda poi i numeri del fenomeno: 2,5 milioni sono i rifugiati in
Europa; 17 milioni in Asia e 10 milioni in Africa. “L’80% delle persone sradicate
vive nel Sud del mondo: perché invece leggiamo che vorrebbero venire tutti in
Europa? E’ il momento di cambiare linguaggio e di restituire un’immagine più
fedele di chi sono oggi gli immigrati, cosa lasciano e cosa rappresentano
invece per il nostro futuro, anche in termini di produttività. Occorre
ragionare su questi dati – conclude Boldrini – accantonando finalmente dannose
e stupide scorciatoie”. (Viviana Pansa – Inform)
PD-Svizzera. Silvio Berlusconi deve dimettersi
ZURIGO - Seguendo
le notizie provenienti dall’Italia ci rendiamo conto di assistere a forme di
autoritarismo istituzionale, che ci riporta alla memoria avvenimenti
paragonabili ai trascorsi più bui della storia del nostro Paese. In giro per il
mondo sale la preoccupazione per il futuro del nostro Paese, per la tenuta
delle istituzioni e della democrazia. In questo passaggio molto delicato e
difficile la nostra fiducia è posta
nella mani e nell’autorevolezza del Presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, al quale esprimiamo un forte sentimento di vicinanza e di
gratitudine per l’encomiabile ruolo di garante delle istituzioni repubblicane.
Di fronte
all’esplosione del mal governo, degli abusi di potere da parte dell’attuale
esecutivo l’ impegno degli italiani all’estero muove dalla necessità di
riportare il nostro Paese sui binari di una democrazia liberale forte del
rispetto delle regole e delle norme che tengono assieme un popolo ed una
nazione.
I democratici
italiani in Svizzera, inoltre, chiedono al presidente del consiglio di
dimettersi perchè in questi quindici mesi di governo oltre a creare
un’insanabile frattura nei rapporti civili. sociali ed istituzionali che hanno
portato allo svuotamento delle funzioni del parlamento, ha gettato vergogna su se stesso e sull’Italia.
Non ci sentiamo rappresentati da chi usa il potere per meri ed esclusivi
interessi personali e di casta, e chiediamo agli italiani di resistere per
aprire una nuova stagione di rinascita nazionale.
Michele Schiavone
Segretario del Partito democratico in Svizzera (de.it.press)
Il Capo dello stato e la Consulta garanti della Costituzione. Gli italiani
all’estero sono con loro.
Non solo i media
tedeschi, ma anche gli italiani all’estero, sono rimasti sbalorditi,
increduli e preoccupati, quando ieri sera hanno ascoltato le affermazioni
autoritarie e irrispettose del Capo del Governo italiano di fronte alla
sentenza della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano. Una sentenza chiara
in termini di diritto che ha ribadito due principi di democrazia
sostanziale, ovverosia tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e
che l’iter da seguire per disciplinari situazioni che possono “assicurare
prerogative” a chi governa deve avvenire attraverso una legge costituzionale,
non una legge ordinaria come quella prevista per proteggere Berlusconi.
In definitiva,
nessuno è al di sopra della Costituzione, della legge e dei suoi principi.
Sia la Corte
Costituzionale che Giorgio Napolitano hanno difeso le regole
fondative dello Stato, ognuno nei rispettivi ruoli e con le garanzie di
loro competenza. Il “non mi interessa” e le accuse di partigianeria mosse
dal Capo del Governo ai due organi costituzionali devono
preoccupare fortemente tutti, le italiane e gli italiani che hanno a cuore il
nostro Paese e le sue istituzioni democratiche.
Appare sempre più
chiaro che una parte consistente della maggioranza, ed esponenti
importanti del Governo Berlusconi , vorrebbero stravolgere o piegare a loro
fini l’assetto istituzionale di una democrazia parlamentare, quale quella
italiana.
È compito anche
degli italiani all’estero esprimere solidarietà a Giorgio Napolitano ed insieme
ai partiti d’opposizione difendere la Consulta, il dettato costituzionale
nonchè il ruolo di imparzialità e garanzia del Capo dello Stato,
ineccepibile ancora una volta nel suo comportamento istituzionale.
La società civile
e la democrazia in Italia hanno dimostrato di essere forti e di avere gli
anticorpi sufficienti per contrastare abusi di potere e una volontà di aperto
scontro tra le istituzioni. Anche noi italiani all’estero siamo parte di questa
Italia che difende il Presidente della Repubblica e la nostra Costituzione.
Michele
Santoriello (Pd Circolo di Francoforte), de.it.press
Radio Colonia. Il Lodo Alfano è incostituzionale
La Corte
Costituzionale ha bocciato l'immunità per le alte cariche dello Stato approvata
dal governo Berlusconi.
Alla Consulta
fanno sapere che la violazione costituzionale riscontrata consiste nel mancato
ricorso alla procedura di revisione della Costituzione prevista dall'articolo
138. Sarebbe servita dunque una legge costituzionale per legittimare lo scudo
processuale per le prime quattro cariche dello Stato. Nell'intervista,
Gianfranco Pasquino, politologo e costituzionalista della Facoltà di Scienze
Politiche dell'università di Bologna, sottolinea le implicazioni giuridiche e
politiche del Lodo. L'intervista è stata realizzata in attesa della decisione
della Corte Costituzionale ed
è andata in onda
nella trasmissione di Radio Colonia di mercoledì sera.
Per ascoltare
l'intervista a Gianfranco Pasquino basta cliccare su
RC, de.it.press
Concerti e film italiani a Stoccarda. Sabato 10 ottobre concerto per i
terremotati dell’Abruzzo
Stoccarda. Dopo il
grande successo del concerto di romanze e arie d’opera ”Piacenza a Stoccarda:
italico in... canto” venerdì 2 ottobre nella splendida cornice del Municipio di
Stoccarda, il locale Istituto Italiano di Cultura continua ad impegnarsi per
presentare alla popolazione locale aspetti diversi della ricca realtà italiana
e promuovere scambi culturali sempre più intensi tra Italia e Germania.
Sabato 10 ottobre
è la volta di un concerto di beneficenza nella Markuskirche di Stoccarda per i
danni arrecati dal tragico terremoto che il 6 aprile 2009 ha scosso L’Aquila e
la sua provincia. Tra i paesi maggiormente colpiti dal sisma c’è il centro di
Onna, già teatro di scontri con le truppe di occupazione tedesche durante la
Seconda Guerra Mondiale e ora praticamente raso al suolo dalla violenza delle
scosse telluriche. Per rendere omaggio alle vittime del sisma e raccogliere fondi
per la ricostruzione, le due musiciste Sibylle Berweck (flauto) e Gabriele
Schinnerling (pianoforte e cembalo) presenteranno nella storica chiesa un
variegato programma di musica da camera che spazia dal Seicento al Novecento.
Si inaugura
inoltre giovedì 8 ottobre a Pforzeim la prima tappa nel Baden-Württemberg del
festival itinerante dedicato alla più recente produzione cinematografica
italiana “Cinema! Italia!”. In contemporanea con la settimana del cinema
italiano di Pforzheim i film di “Cinema! Italia!” verranno proiettati fino al 14 ottobre nella città universitaria
di Tubinga, seguiranno nel Baden-Württemberg le tappe di Friburgo e Karlsruhe,
dal 29 ottobre al 4 novembre, ed infine Heidelberg, dal 26 novembre al 2
dicembre. Anche quest’anno gli spettatori potranno votare per il miglior film
che si aggiudicherà la distribuzione in tutta la Germania. De.it.press
Da Galileo a Leonardo, le iniziative dell’IIC di Monaco di Baviera
Monaco di Baviera -
È la proiezione del film "Galileo" (198) di Liliana Cavani ad aprire
martedì sera le iniziative organizzate dall'Istituto Italiano di Cultura di
Monaco di Baviera nell'ambito della IX Settimana della lingua italiana nel
mondo.
La pellicola, che presentata
al pubblico tedesco in versione originale, narra la vita di Galileo Galilei, da
quando questi ebbe i primi dubbi sulla veridicità del sistema tolemaico a
quando abiurò alla sua teoria rivoluzionaria sotto le pressioni
dell’Inquisizione. Imperniato sul tema del dialogo e del conflitto (tra uomo di
cultura e censura, tra il credente e l’autorità della Chiesa), il film esula
dagli schemi convenzionali del cinema biografico e trasforma la ricostruzione
del passato in azione presente.
Ancora il genio di
Galileo al centro dell’incontro di ieri, giovedì 8 ottobre, sempre nella sede
del’Istituto con il fisico Claudio Cumani sul tema "Il gigante
Galileo". Cumani, che lavora lavora dal 1993 presso l'ESO (European
Organisation for Astronomical Research in the Southern Hemisphere), dove è
responsabile per lo sviluppo del software di controllo della strumentazione
ottica, ha esaminato l'influsso del grande scienziato nella nascita del
pensiero e del metodo scientifico moderni, nell'Europa del Seicento. L’incontro
è stato organizzato in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, il
Consolato Generale Svizzero di Monaco, il locale comitato della Società Dante
Alighieri, ESO Garching, Hochschule/ University of Applied Sciences München e
Istituto di Filologia Italiana dell'Università LMU di Monaco.
Martedì prossimo,
13 ottobre, alle ore 19.00, si proseguirà con l film di Gianni Amelio "I
ragazzi di via Panisperna" (1988), nell'ambito della IX rassegna
"Cinema e scienza". Interpretato da Andrea Prodan, Ennio
Fantastichini, Mario Adorf, Laura Morante e Virna Lisi, il film è ambientato
negli anni ’30 a Roma, ove nell'istituto di Fisica di Via Panisperna opera un
gruppo di giovani di grande impegno e talento sotto la guida di Enrico Fermi,
giovanissimo professore e già Accademico d'Italia. Nel 1934 i ragazzi di via Panisperna
riescono a portare a termine il primo esperimento nucleare. Solo Fermi e
Majorana, il suo allievo più geniale, intuiscono quale tremenda responsabilità
gravi sulle loro spalle, anche tenendo conto del periodo storico in cui vivono.
Il pragmatico e più disinvolto professore è molto diverso dall’allievo,
consapevole delle conseguenze, anche terribili, che la nuova scoperta impone
sul piano morale ed umano alla responsabilità degli scienziati.
L'incontro-scontro fra i due diviene così inevitabile. Mentre Fermi, emigrato
in America a causa delle leggi razziali, riceve il Premio Nobel per la
scoperta, Majorana continua la sua attività di ricerca e insegnamento in
solitudine, fino al momento della sua misteriosa scomparsa.
"Dialogo
sopra l'ultimo uomo" è il titolo dell’opera in quattro atti per tenore,
baritono, flauto con elettronica, chitarra e percussioni, di scena lunedì, 19
ottobre, alle ore 19.30, al Gasteig - Black Box di Monaco. Uno scambio tra
Leonardo da Vinci e Galileo Galilei, nel quale arte e scienza si rispecchiano,
su libretto di Fabio Ciolli, con testi di Galileo Galilei e Leonardo da Vinci,
su musica di Stefano Taglietti, da una idea di Rai Trade Musica Contemporanea -
Commissione del Ministero per gli Affari Esteri. L’incontro tra i due geni
avviene su una scena essenziale, segnato da risvolti inattesi: dove si aspetta
il fisico, si trova un prosatore accattivante; invece del freddo pittore, un
attento tassonomo delle emozioni umane.
L’opera sarà
rappresentata l’indomani, martedì 20 ottobre, alla Hochschule für Musik di
Würzburg e mercoledì 21 all’E.T.A.-Hoffmann-Theater di Bamberg, che hanno
collaborato all’organizzazione dell’evento insieme a Consolato Generale
Svizzero di Monaco, Dante Alighieri di Monaco e Würzburg, Istituto di Filologia
Italiana dell'Università LMU di Monaco, e Hochschule/ University of Applied
Sciences di Monaco.
Il 20 e 27 ottobre
torna ancora l’appuntamento con la rassegna "Cinema e scienza", che,
sempre nell’ambito della Settimana, porterà all’Istituto Italiano di Cultura
altre due pellicole: "Morte di un matematico napoletano" (1992) di
Mario Martone e "Vajont" (2001) di Renzo Martinelli.
La prima, con
Carlo Cecchi, Anna Bonaiuto, Renato Carpentieri e Toni Servillo, racconta di
Renato Caccioppoli, un matematico geniale e anticonformista, un pensatore
irriducibile e non riconciliato, si suicida a Napoli nel 1959. Ai suoi funerali
il disagio si nasconde dietro la retorica. Lo scomodo personaggio, in vita,
come in morte, ha turbato la città. Il film è un'interessante riflessione sulla
delusione di un professore universitario, metafora e simbolo di un'intera
generazione. Gli scienziati infatti non vivono in un mondo ideale e astratto,
ma sono coinvolti negli avvenimenti della società civile come tutti noi. In
alcuni casi poi la loro acuta sensibilità li rende più fragili nell’affrontare
la vita quotidiana.
Il film è valso il
premio della giuria alla mostra di Venezia 1993 e, nello stesso anno, il David
di Donatello per il migliore regista esordiente.
Era il 9 ottobre
del 1963 quando 260 milioni di metri cubi di terra e rocce del monte Toc si
staccarono e franarono nel lago artificiale della diga del Vajont. L'anomala,
immensa onda relativa sommerse Longarone. Morirono oltre 2000 persone. Si parlò
di fatalità, ma non era così. C'era stato chi aveva previsto la tragedia
essendo la diga costruita su un terreno inadatto. La giornalista Tina Merlin
cercò di portare alla luce la verità, indagando fra omertà e scarichi di
responsabilità. Un funzionario si tolse la vita. Il processo, durato decenni,
non fece giustizia.
Di tutto ciò rende
conto, in forma, certo, romanzata ma sempre rispondente alla realtà dei fatti,
il film di Martinelli "Vajont", interpretato da Michel Serrault,
Daniel Auteuil, Laura Morante e Philippe Leroy.
(aise, de.it.press)
Stoccarda - Con
una lettera inviata ai genitori dei bambini che frequentano i corsi di lingua e
cultura italiana, il Comites di Stoccarda manifesta ampie riserve a proposito
della decisione del Consolato d’Italia di introdurre il pagamento di 40 euro a
bambino per fornitura di materiale didattico, rilevando che finora i corsi sono
stati sempre gratuiti e che l’ente gestore Enaip già usufruisce di un
contributo ministeriale a questo riguardo.
Nella lettera si
fa presente tra l’altro che il Comites, quale organo di rappresentanza della
comunità, non è stato né interpellato né informato né coinvolto in questa
decisione e che il pagamento di 40 euro rischierebbe di demotivare
ulteriormente i genitori che già fanno dei sacrifici per mandare i figli ai
corsi. Il Comites suggerisce ai genitori di limitarsi al pagamento del solo
libro di testo. (Inform)
Amburgo. L’artista Bruno Bruni si iscrive al PD. Lo ha convinto Bersani
L’artista Bruno
Bruni, famoso in tutto il mondo per i suoi disegni, le sue pitture e le sue
sculture, ha preso la tessera del Partito Democratico. „Penso – ha dichiarato
il maestro – che sia giunto il momento anche per me di assumermi le mie
responsabilità. Berlusconi ci sta conducendo al disastro civile, morale
oltreché economico. La scesa in campo di Bersani mi ha ridato fiducia e
speranza. Voglio impegnarmi in prima persona a costruire un grande partito
popolare. Finalmente in Italia si può riparlare di sinistra.“
„Per il Partito
Democratico di Amburgo (città nella quale Bruno Bruni vive e lavora) – ha detto
Matteo Neri – è un grande onore avere tra i suoi iscritti Bruno Bruni.“
(de.it.press)
La settimana della lingua italiana a Colonia e Bonn. Cinema, musica e
letteratura
Colonia - Cinema,
musica, letteratura e molto altro a Colonia, in occasione della IX Settimana
della Lingua Italiana nel Mondo, promossa da Ministero degli Affari Esteri e
Accademia della Crusca intorno al tema "L' Italiano tra arte, scienza e
tecnologia", e alla quale partecipano tutti gli Istituti Italiani di
Cultura. Tra questi anche quello di Colonia, dove da martedì 13 a mercoledì 28
ottobre si susseguiranno numerosi eventi, che si allargheranno sino alla città
di Bonn.
Tra le manifestazioni
in programma la rassegna "Cinema e scienza", in collaborazione con
Medusa e Rai Teche, con la presentazione di tre film dedicati agli scienziati e
ai loro temi: il 13 ottobre, alle ore 19.30, si inizia con "Giordano Bruno"
(1973) di Giuliano Montaldo; il 14 sarà la volta de "L’orizzonte degli
eventi" (2005) di Daniele Vicari ed il 15 di "Vajont. 9 ottobre
1963" (1997) di Marco Paolini.
L’inaugurazione
ufficiale della Settimana si terrà però solo il 20 ottobre, alle ore 19.00,
alla presenza del Console Generale d’Italia in Colonia, Eugenio Sgrò. Seguirà
lo spettacolo teatrale "4 Cosmicomiche" con Graziella Galvani, Mario
Mariani e Beatrice Pucci sulla base di testi di Italo Calvino.
"Utopiano"
è il titolo del concerto che Mario Mariani terrà l’indomani, 21 ottobre, alle
ore 19.30. mentre nei giorni seguenti ampio spazio sarà dedicato agli
approfondimenti con una serie di conferenze dagli ospiti illustri. Il 22
ottobre, alle ore 18.00, Giovanni Bignami discuterà di "Galileo, un
artista nel cielo" e, a conclusione della serata, sarà presentato il film
"Galileo" (1969) di Liliana Cavani; il 26 ottobre, alle ore 19.30, la
parola passerà a Rita Unfer Lukoschik di Berlino, per una conferenza su
"Letteratura e scienza: da Primo Levi a Paolo Giordano". Infine il 28
ottobre, alle ore 19.30, Antonello Monti, direttore dell’Institute for
Automation of Complex Power Systems presso l’E.ON Energy Research Center
dell’Università di Aquisgrana, terrà una conferenza su "Energia
Sostenibile: la grande sfida del futuro".
Negli stessi
giorni alcuni eventi si svolgeranno presso l'Università di Bonn: il 21 ottobre,
alle ore 18.00, Peter Kammerer parlerà di Italo Calvino e l'attrice Graziella
Galvani leggerà brani tratti da "2 Cosmicomiche"; il 23 poi si terrà
il colloquio su "Galileo e la lingua".
Altre
manifestazioni avranno luogo presso le Università di Aquisgrana, Bochum,
Düsseldorf, Colonia e Siegen. (aise)
Gli immigrati internazionalizzano la Volksfest di Stoccarda
Stoccarda - La
grande festa popolare voluta nel 1818 da Guglielmo I, re del Württemberg, per
ringraziare la popolazione di essere riuscita a superare una delicata fase di
carestia, ha ormai assunto connotati internazionali. A Stoccarda come a Monaco
scorrono fiumi di birra e si consumano tonnellate di carne di pollo e di manzo.
Giostre, montagne russe, megaruote panoramiche, scivoli, autoscontri e tanti
divertimenti offrono a piccoli e grandi 15 giorni di ebbrezza ed emozioni. Vi
lavorano 17.000 persone, di cui la metà sono immigrati. Sono proprio gli
stranieri i migliori ambasciatori della Volksfest nei loro paesi di origine
Non vi è angolo in
cui non si senta parlare lingue diverse. Ormai anche la Volksfest assume
contorni sempre più internazionali. Stoccarda, città nota nel mondo per le grandi
case automobilistiche Mercedes e Porsche e tante altre industrie meccaniche,
elettriche ed elettroniche, ha saputo integrare anche nella tradizione popolare
sveva le diverse culture. Da alcuni anni, infatti, sempre piú associazioni di
immigrati partecipano attivamente alla tradizionale sfilata di contadini delle
diverse cittadine e contrade, accompagnate da bande musicali in costumi del
tempo. Fra gli oltre 70 gruppi folkloristici quest’anno hanno sfilato anche
gruppi di immigrati: croati, sloveni, romeni, spagnoli e portoghesi. Fino a
qualche anno fa a rappresentare la collettività italiana vi era il locale
circolo culturale sardo “Su Nuraghe”, il primo nel suo genere in Germania, che
nel corso degli anni però ha accusato la crisi di un ricambio generazionale.
Non avendo più rincalzi, il gruppo si è sciolto e la comunità italiana si è
così autoesclusa da quest’importante appuntamento locale tedesco. Più
fortemente legati alla propria tradizione popolare sono gli immigrati dei paesi
balcani e della penisola iberica. A loro, quindi, il compito e l’onore di
rappresentare le comunità di migranti, che nel capoluogo svevo costituiscono il
25% dei 600.000 abitanti. Gli italiani propongono ai milioni di visitatori
invece pizze e servizio in cucina e nei grandi capannoni che contengono fino a
3.000 posti.
Le attese e le
speranze degli organizzatori sono di superare la soglia dei 5 milioni di
visitatori. Soltanto lo scorso fine-settimana ne sono stati stimati 2 milioni,
fra questi anche diverse migliaia di italiani provenienti dalla Lombardia.
Altri particolari
sono nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5456910/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/k08knb/index.html.
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
Nuovo appuntamento per sabato 10 ottobre de „l'Italia a Francoforte 2009“
Sabato 10
ottobre, alle ore 11.00, fra le sale del Museo di Arte applicata di Francoforte
(Schaumainkai 17, Francoforte) sono in programma una visita guidata e
un laboratorio creativo per i bambini italiani e i loro compagni di
classe alla scoperta di tutto ciò che parla italiano, ma non solo. L'
incontro si svolgerà in italiano e in tedesco.
L' Italia a
Francoforte è un progetto curato e promosso dall' „Associazione amici
dell' Istituto italiano di Cultura - Italiani in Deutschland e.V“, ed è
destinato in modo particolare ai bambini di origine italiana in età scolare e
alle loro famiglie. L' iniziativa si svolge in collaborazione con l' Istituto
italiano di Cultura di Francoforte, il Consolato d' Italia a Francoforte, la
città di Francoforte, l' Ufficio cultura della città e l' AMKA. Il
programma completo e dettagliato delle iniziative per l' anno 2009, in formato
PDF, lo si trova sul sito: www.iicfrancoforte.esteri.it.
Ulteriori
informazioni: Rosa Maria Liguori Pace (curatrice del progetto). Tel.: 069 75306
611; Ufficio stampa Italiani in Deutschland e.V., Luciana Mella. Tel.:
0170.9000 179 (de.it.press)
Interventi. Con Rosy Bindi Silvio Berlusconi offende tutte le donne
La superiorità e
lo stile mettono in difficoltà Silvio Berlusconi: questa la conclusione che si
trae avendo ascoltato l'improbabile giudizio espresso da quest'ultimo su Rosy
Bindi. Il premier non è altro che una vittima del suo stesso messaggio di
asservimento all'immagine e reagisce aggredendo chi sovverte con i contenuti la
scala di non valori che egli invece da decenni promuove.
Berlusconi offende
Rosy Bindi e con lei tutte le donne e anche a causa di questo atteggiamento
pregnante di machismo, rappresenta un pessimo esempio di Italianità oltre che
di uomo di Stato.
L'indipendenza
intellettuale ed il coraggio politico spaventano ed inducono all'aggressione
chi non ha altri mezzi, chi è abituato a fare esercizio di potere, chi promuove
un approccio consumistico alla vita stessa in ogni sua sfaccettatura.
La persona al
centro del dibattito politico, il rispetto per la legge, per le regole e per le
Istituzioni, sobrietà, eleganza, umiltà, tolleranza delle diversità e delle
opinioni, capacità di dialogo sono elementi la cui mancanza mi preoccupano come
persona e come militante politico e mi offendono profondamente come donna.
L'Italia di
Berlusconi non è l'Italia che sogno.
Daniela Di
Benedetto (PD Monaco di Baviera), de.it.press
Riunito il Comitato permanente sugli Italiani all’Estero della Camera
ROMA – Si è riunito mercoledì mattina il
Comitato permanente sugli Italiani all’Estero della Camera. Durante la riunione
sono stati affrontati vari argomenti come ad esempio l’ammodernamento
della rete consolare e la questione della cittadinanza. Per saperne di
più abbiamo raggiunto telefonicamente il presidente del Comitato Marco
Zacchera. “Durante il dibattito abbiamo convenuto sulla necessità di andare il
27 ottobre a Bruxelles, per verificare il funzionamento del primo consolato
digitale che verrà presentato in quella sede. E’ stato inoltre deciso di porre
all’ordine del giorno del Comitato, al fine di approfondire le questioni
previdenziali dei nostri connazionali all’estero, le audizioni dei
rappresentanti dei patronati”. “Abbiamo infine stabilito - ha aggiunto Zacchera
- di avviare nel prossimo bimestre un approfondimento sui vari aspetti della
nuova legge sulla cittadinanza su cui il Parlamento sta lavorando”.
La seduta del
Comitato permanente sugli Italiani all’Estero è stata introdotta dal
presidente Marco Zacchera che ha ricordato l’imminente trasmissione al
Comitato, da parte del ministero degli Esteri, del programma per la
missione presso il Consolato d’Italia a Bruxelles, prevista per martedì 7
ottobre, finalizzata alla dimostrazione dei nuovi sistemi informatici per
l’erogazione dei servizi consolari. Alla missione saranno invitati i
rappresentanti delle Commissioni Esteri e dei Comitati di Camera e Senato che
si occupano di italiani nel mondo. Zacchera ha poi invitato i gruppi del
Comitato a formulare proposte concrete sui soggetti da audire, come concordato
prima della pausa estiva, nel settore dell’informazione per gli italiani
all’estero e della promozione della nostra cultura. Il presidente ha altresì
ricordato che in questo ambito era stata ipotizzata l’eventualità di procedere
ad un’indagine conoscitiva che fornisse uno strumento procedurale più incisivo.
Zacchera ha infine sottolineato, anche alla luce del dibattito in corso sulle
proposte di razionalizzazione della rete degli uffici all’estero, la necessità
di approfondire l’adeguatezza della rete consolare rispetto alle esigenze, in
continua evoluzione, delle comunità italiane nel mondo.
Il vice presidente del Comitato Fabio Porta
(Pd) ha chiesto di procedere quanto prima ad una verifica sulla produttività
dei lavori del Comitato, a partire dal fattivo coinvolgimento dei membri
appartenenti alla maggioranza di governo che, secondo il deputato del Pd,
risultano spesso assenti. Porta , dopo aver sollecitato la ripresa delle
audizioni a partire da quella informale dei sindacati dei pensionati che
era già stata preventivata, ha sottolineato la necessità di una
definizione chiara dei poteri e delle attribuzioni del Comitato della Camera
sugli italiani all’estero, anche in relazione all’analogo organismo del Senato
che ha un diverso status. Un punto, quest’ultimo, che sarà presto discusso dai
membri del Comitato con il Presidente della Camera Fini. Anche il deputato del
Pd Marco Fedi ha evidenziato come i problemi di status del Comitato incidano
negativamente sulla qualità dei lavori ed ha auspicato un fattivo colloquio
sulla materia con il Presidente della Camera, che consenta di rendere più
incisivo il ruolo del Comitato nella Commissione Esteri. Fedi ha anche chiesto di
esaminare la problematica della cittadinanza in relazione all’esame delle
proposte di legge sulla materia attualmente in discussione alla Commissione
Affari Costituzionali. In proposito il deputato del Pd ha ricordato come a
tutt’oggi la proposta bipartisan Sarubbi-Granata abbia raccolto molti dei
suggerimenti degli eletti italiani all’estero. Fedi ha infine sottolineato
l’utilità della riforma della legge 153/71.
Antonio Razzi (Idv) si è detto d’accordo con
le valutazioni di Fedi sull’importanza dei temi della cittadinanza ed ha
ricordato come nella passata legislatura si fosse raggiunta una intesa di
massima nel limitarne la concessione della cittadinanza ai discendenti da
cittadini italiani fino alla seconda generazione. Razzi ha inoltre precisato che
la sua proposta, volta a creare consolati onorari al posto di quelli che
saranno soppressi dalla razionalizzazione della rete consolare, rappresenta, in
modo particolare per il caso di Lucerna, un male minore rispetto alla chiusura
della sede. Una soluzione di compromesso che, per Razzi, lascia comunque
la possibilità di fornire alcuni servizi alla collettività italiana.
In chiusura di dibattito il presidente
Zacchera ha ricordato, per quanto riguarda la questione della scarsa
partecipazione ai lavori del Comitato dei deputati di maggioranza, di avere già
inviato una lettera al presidente della Commissione Stefani e ai capigruppo
interessati. Sui problemi di status Zacchera ha ribadito la disponibilità del
Presidente Fini ad un incontro con una delegazione del Comitato. Un colloquio,
quest’ultimo, che secondo il deputato del Pdl consentirà di individuare per
questo problema almeno una soluzione parziale. Zacchera ha poi confermato lo
svolgimento dell’audizione dei rappresentanti dei sindacati dei pensionati
degli italiani all’estero. Un colloquio che dovrebbe avere preferibilmente
luogo entro il mese ottobre. Il presidente ha inoltre convenuto sulla necessità
di affrontare concretamente le proposte di legge in materia di cittadinanza, al
fine di raggiungere un punto di vista unitario del Comitato da far pervenire
alla commissione competente. (Inform)
IX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (19-25 ottobre 2009)
ROMA - L’italiano
tra arte, scienza e tecnologia sarà il tema della nona edizione della Settimana
della Lingua Italiana nel Mondo, in programma dal 19 al 25 ottobre 2009, in
concomitanza con alcuni significativi anniversari: i 400 anni dalle prime
osservazioni astronomiche di Galileo con il cannocchiale e i 100 anni dalla
nascita del Futurismo. Inoltre il 2009 è stato scelto dall’ONU quale “Anno
Internazionale dell’Astronomia”. L’evento fa parte delle celebrazioni per il
“2009 Anno europeo della creatività e dell’innovazione” indetto dalla
Commissione Europea.
Le manifestazioni
culturali della IX Settimana metteranno in rilievo la creatività italiana
nell’arte, nella scienza e nella tecnologia e il suo rapporto con la creatività
linguistica, che nel corso della storia ha fornito tanti contributi al
patrimonio linguistico europeo e universale: dalla musica alla lirica,
dall’arte figurativa all’architettura, dalla scienza alla tecnologia, dalla
moda al design, dalla canzone allo sport, dall’alimentazione all’arte della
cucina.
La Settimana della
Lingua italiana nel Mondo nasce nel 2001 da un’idea dell’Accademia della Crusca
e della Direzione Generale per la Promozione e Cooperazione Culturale e, sotto
l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, ogni anno acquisisce maggior
forza e un numero sempre più grande di adesioni da parte di Istituti di cultura
e Ambasciate, che promuovono eventi. (dip)
Lavoro dignitoso nel mondo e integrazione sociale dei migranti
ROMA - Un ottobre
intenso sul versante sociale e sindacale,quello che ci viene incontro,in
particolare anche per ciò che riguarda la problematica-migrazioni. Tra gli
appuntamenti in agenda,la giornata mondiale del 7 per il lavoro
dignitoso, sostenuta con forza dalla Confederazione internazionale dei
sindacati, Icftu, e quello che il 10 impegnerà la Cisl, sulla traccia "Non
c'è integrazione senza diritti, doveri, lavoro e sicurezza", che vedrà
manifestare assieme per la prima volta le organizzazioni delle forze di
polizia e della sicurezza, Siulp e Fns, con l'associazione degli
immigrati Anolf, e si concluderà col comizio di Raffaele Bonanni, leader
della nostra Confederazione. Nella più vasta cornice istituzionale poi,
ci sono gli impegni a livello del parlamento italiano e della
UE sulla riforma della legge di cittadinanza e sull'emergenza
immigrazione: più precisamente, sugli aspetti che riguardano non tanto i flussi
migratori, quanto le questioni umanitarie e di diritto internazionale verso chi
fugge da guerre e persecuzioni e chiede ricetto, in nome dei più antichi
"fondamentali" di tutte le civiltà finora comparse sul pianeta che
abitiamo.
Si tratta di questioni che il
sentimento maggioritario non solo del movimento dei lavoratori ma anche
della politica e della società, nelle sue componenti più consapevoli e
riflessive, giudica con logiche sufficientemente omogenee per poter fare
qualche passo avanti verso normative meno chiuse ed arcigne. Non vogliamo
e non dobbiamo infatti cedere al luogo comune più gridato, e solo
apparentemente dominante sulla scena pubblica, che paventa per certi versi
l'imbarbarimento e per altri versi soffia irresponsabilmente sul fuoco del
senso di insicurezza e di smarrimento, che insidia anche gli strati popolari
più esposti alle intemperie della crisi che stiamo attraversando. Difatti
la crisi è esplosa sì sul terreno economico-finanziario, ma ha le sue
cause più profonde nella crisi dei valori della convivenza, a cominciare da
quel valore di giustizia distributiva che dà legittimità vera alla
politica, alle istituzioni e agli uomini che ne hanno la rappresentanza
democratica.
La consapevolezza di tale scenario e delle
radici del malessere non è certo appannaggio esclusivo (e guai se lo
fosse!) di quanti manifesteranno nei prossimi giorni , testimoniando i
propri convincimenti .Ma è indispensabile che appaiano all'orizzonte segnali
limpidi di ripresa di vigore istituzionale, per i quali non mancheranno
occasioni né in Italia, né a livello europeo e mondiale. E valgano in proposito
poche citazioni. C'è ad esempio la discussione avviata alla Camera dei
deputati e degnamente lumeggiata dal presidente Fini, sulla revisione
della legge 91/1992 in materia di cittadinanza (un tema che riguarda ad
esempio anche i discendenti di italiani ex sudditi austro-ungarici, tanto
per dirne una) per la quale si registra una buona base di
equilibrio tra i principi del tradizionale jus sanguinis e quello dello jus
soli, con particolare riferimento ai bambini che nascono in Italia da genitori
stranieri: e qui parliamo della integrazione di più di mezzo milione di
"personcine", che hanno tutte le positive potenzialità in questo
senso. Ma il ragionamento vale altresì per le istituzioni europee. E
parliamo, ad esempio, del controllo comune delle frontiere, certo per
contrastare il fenomeno della clandestinità; ma anche della necessità che i governi
nazionali deleghino alla UE - e nel concreto all'agenzia Frontex
- poteri e risorse, tra l'altro, per l'organizzazione coordinata dei
salvataggi in mare e per la ripartizione tra gli stati dei flussi di quanti
hanno diritto di asilo, o per attuare misure di contenimento verso le
disperate avventure dell'attraversamento del canale di Sicilia coi barconi
della morte.
Non si tratta, in conclusione, di inseguire
astrazioni ideologiche velleitarie per capovolgere il mondo: ma di concrete
azioni mirate di quotidiano riformismo, per accrescere il tasso di
inclusione sociale nella dignità, nella sicurezza e nell'equilibrio dei
diritti e dei doveri. Esattamente ciò che tutta la Cisl dirà il 10
ottobre, in una piazza Navona che, fin nella sua struttura
urbanistico-architettonica, è simbolo di quel dna di accoglienza ed
integrazione che è nel genio storico-culturale di Roma, fin dal
tempo della sua mitica fondazione. (Corrispondenza Italia)
Lì alla Consulta
avranno bisogno di un ombrello. Sentenza politica, ha subito osservato il
sottosegretario Bonaiuti. La Corte è ormai al tramonto, non è più un organo di
garanzia, risponde a logiche partitiche anziché costituzionali, ha aggiunto di
rincalzo il costituzionalista Gasparri. E intanto Bossi, tanto per sedare gli
animi, evoca i rumori della piazza. Prima d’avventurarsi in un commento a caldo
su questa calda decisione, sarà bene perciò mettere nero su bianco due
premesse.
Uno: ogni sentenza
di costituzionalità ha carattere politico. Lo capirebbe anche un bambino, dato
che le pronunzie costituzionali hanno sempre una legge per oggetto, e dato
inoltre che la legge rappresenta il veicolo della decisione politica. Due: non
è la piazza a decidere i principi che regolano la nostra convivenza. Se lo
Stato di diritto s’affida a un corpo di custodi, è perché la piazza a suo tempo
mandò a morte Gesù per salvare Barabba, perché la stessa piazza durante il
secolo ventesimo acclamò feroci dittatori, perché insomma le Costituzioni
liberali presidiano un sistema di valori, e li sottraggono al dominio delle
folle.
Meglio posare
l’occhio, dunque, sulle ragioni giuridiche di questa decisione. E sia pure con
qualche approssimazione, dato che fin qui ne abbiamo in mano l’osso, non la
polpa. Difatti in ogni sentenza - e specialmente in una sentenza di legittimità
costituzionale - è la motivazione che illustra gli argomenti di cui si nutre
poi il dispositivo. È la motivazione, quindi, il metro di misura che ci
consente d’esprimere un giudizio ponderato, una critica, un plauso a mani
aperte. Noi però non la conosciamo, perché non è ancora stata scritta.
Conosciamo un comunicato di tre righe, che ci informa sull’invalidità del lodo
Alfano per contrasto con gli articoli 3 e 138 della Costituzione. Il primo
enunzia il principio d’eguaglianza; il secondo detta il procedimento di
revisione costituzionale. Che significa questo doppio richiamo?
Significa
anzitutto che la Consulta ha respinto soluzioni pasticciate, che molti davano
per certe nei corridoi dei palazzi romani.
Dalla prima
all’ultima parola
No, il lodo è
illegittimo dalla prima all’ultima parola, non c’è spazio per interventi di
restauro. Ed è illegittimo non tanto per ciò che dice, bensì per come lo dice.
Non perché elargisce una speciale immunità alle maggiori cariche istituzionali
del Paese, bensì perché confeziona il dono in una legge ordinaria, anziché in
una legge costituzionale. Tale massima si poteva già vedere in controluce nel
più diretto antecedente della pronunzia sul lodo Alfano, ovvero la sentenza n.
24 del 2004. Ma averla posta a fondamento di quest’ultima decisione ha un
valore straordinario, e per almeno due ragioni.
In primo luogo,
perché riafferma il primato del principio d’eguaglianza sulle volubili scelte
del legislatore. Le immunità della politica infliggono altrettante deroghe
all’eguaglianza di tutti i cittadini, ma la deroga è ammissibile purché sancita
dalla Costituzione stessa o da una fonte normativa equipollente. Vale per i
parlamentari (art. 68), per i consiglieri regionali (art. 122), per il governo
(art. 96), per il Capo dello Stato (art. 90). Solo il procedimento di revisione
costituzionale può introdurre un limite alla parità fra i consociati: può farlo
perché è un procedimento che coinvolge anche le opposizioni, e perché quando si
modificano le regole del gioco devono essere d’accordo tutti i giocatori.
L’insegnamento di
Hans Kelsen
Non la sola
maggioranza, dunque; o altrimenti non senza interrogare gli elettori attraverso
un referendum, come stabilisce per l’appunto l’art. 138 della Carta. Risuona
qui, del resto, l’insegnamento di Hans Kelsen, il più grande giurista del
Novecento: ogni vizio materiale della legge (derivante dal suo contenuto) è in
realtà un vizio formale, dipende dalla scelta della legge ordinaria anziché
costituzionale.
E c’è poi una
seconda ragione, forse ancora più importante della prima. Gli avvocati del
presidente Berlusconi avevano puntato tutte le fiches sull’espansione del suo
ruolo in questo torno d’anni: un primus super pares, secondo l’immaginifica
espressione di Pecorella. Se dunque nella Costituzione materiale ormai abita un
Premier, la Costituzione scritta è diventata carta straccia. E se il Premier ha
tutt’altro spessore rispetto ai vecchi presidenti del Consiglio, serve
un’immunità tagliata su misura. Ma che cos’è la Costituzione materiale? Una
nuvola che cambia forma a ogni soffio di vento, un fantasma che nessuno può
toccare con le dita. Rigettando quest’impostazione, la Consulta ha altresì
affermato la supremazia della Costituzione scritta, della legge scolpita su
tavole di bronzo. E ha infine impartito una lezione - questa sì, non scritta -
alla politica: rispettate la Costituzione, o altrimenti correggetela nelle
dovute forme. MICHELE AINIS LS 8
Pd e Udc: niente dimissioni, il governo vada avanti
Di Pietro:
sentenza, schiaffo al Colle. Bersani: giù le mani da Napolitano. Casini: il
Presidente corretto
ROMA - Arriva al
Nazareno Anna Finocchiaro di scuro vestita, scende dall’auto, faccia severa, si
ferma con i giornalisti e scandisce: «L’onorevole Di Pietro e il senatore
Quagliariello si sono ritrovati uniti nell’attaccare il Quirinale. Sono
entrambi degli irresponsabili. La Corte ha sindacato in passato l’illegittimità
di centinaia di norme, è questo il suo mestiere, e nessuno ha mai avuto da
ridire». Ma se la polemica con il vice capogruppo del Pdl è quasi d’obbligo,
quella con Di Pietro è foriera di sviluppi: la capogruppo al Senato dà voce a
tutto il Pd che non accetta e non accetterà mai attacchi al Colle, chi tocca
Giorgio Napolitano non la passa liscia. «Se Di Pietro continua così e non la
smette di criticare il Quirinale, sarà rottura irreversibile», replicano con le
stesse parole sia Franceschini che Bersani. Attacchi inaccettabili per il Pd,
che a maggior ragione in questo momento «deve essere paladino di tutte le
istituzioni», dice Bersani. «Non ho difficoltà a dire che le parole di Di
Pietro sono fuori luogo e sbagliate», è l’altolà di Franceschini. L’ex pm è
tornato a criticare il Colle, considera la sentenza sul lodo Alfano una sorta
di sconfessione di Napolitano perché «l’aveva firmato in 24 ore», ma su questo
trova tutto il resto dell’opposizione, dal Pd all’Udc, ferma nel contrastarlo.
E’ sempre Di Pietro, poi, a chiedere apertamente le dimissioni di Silvio Berlusconi,
come se queste dovessero dipendere dalla sentenza della Consulta. Sul
pronunciamento della Corte, Pier Ferdinando Casini invita a prendere atto e a
non prefigurare scenari da guerra civile, «non è il giudizio universale».
Casini fa anche usbergo al Colle: «Napolitano è stato in questi giorni
bersaglio di Di Pietro, adesso lo è anche di Berlusconi, il Presidente della
Repubblica è stato corretto», dice a Porta a porta.
«Nervi saldi», è
la parola d’ordine che circola al vertice del Pd convocato per una riunione
straordinaria in serata a sentenza della Consulta emessa. Nessuna richiesta di
dimissioni, «il premier governi e si sottoponga ai processi come tutti i
cittadini», è la linea concordata anche con Casini; difesa della Consulta e del
capo dello Stato in netta rottura con l’alleato Di Pietro. Difesa del capo
dello Stato anche dagli attacchi del centrodestra. In una nota ufficiale, il Pd
definisce «inaccettabili» le parole del premier contro Colle e Consulta. «La
Corte costituzionale mette un punto fermo e dice che Berlusconi è un cittadino
come tutti gli altri ed è tenuto a sottoporsi a giudizio», è la lettura, a
caldo, di Bersani che poco prima aveva risposto con toni minacciosi al leader
della Lega Umberto Bossi che a sua volta minaccioso aveva evocato «popoli in
piazza» contro giudici e Consulta, ma poi si è capito che erano più pressioni
sulla Corte che reali minacce. «Il popolo non ce l’ha solo lui», aveva comunque
avvertito Bersani.
Nessuna richiesta
di dimissioni neanche dal segretario Dario Franceschini: «Si è semplicemente
ristabilito il principio dell’uguaglianza davanti alla legge, Berlusconi se ne
faccia una ragione e rispetti la legge». Ma davanti a una sentenza che
tutt’altro è che «politica», la richiesta di dimissioni non solo è fuori tema
«visto che Berlusconi va battuto sul terreno politico», ma finirebbe per
ricompattare la maggioranza. «Spero che nessuno in questo momento perda la
lucidità, ho visto dichiarazioni abbastanza preoccupanti», chiosava Massimo
D’Alema. N.B.M. IM 8
Silvio Berlusconi
ha pieno diritto di annunciare che andrà avanti, anche dopo che la Corte
Costituzionale ha dichiarato illegittimo il lodo Alfano e aperto la strada alla
ripresa dei processi penali che lo vedono imputato. Quel che invece non può
dire, come ha detto ieri, purtroppo, a caldo dopo la sentenza, è che la Corte
ha deciso così «perché è di sinistra» e fa parte di uno schieramento che vuole
soggiogare il Paese.
In questa che
definisce «una minoranza», composta, sono parole sue, dal «settantadue per
cento della stampa» e dai «comici che prendono in giro il governo», Berlusconi
ha incredibilmente inserito il Capo dello Stato: alzando così a un livello
insopportabile lo scontro istituzionale, e dimenticando che Napolitano aveva
firmato il testo del ministro di Giustizia Alfano, proprio in base al verdetto
con cui la Consulta aveva chiesto prima una serie di aggiustamenti per il
precedente lodo Schifani.
Stavolta invece la
Corte ha scelto una via più chiara: cassata la legge ordinaria, contingente e
rappezzata sul testo del vecchio lodo, già sottoposto del resto a questione di
costituzionalità, è come se avesse suggerito di ricorrere a una nuova legge
costituzionale, per eliminare alla radice i problemi fin qui rivelatisi
insolubili. Per un governo che poggia su una larga maggioranza, vanta una forte
capacità «di fare» e nell’altra legislatura in cui era stato al potere era
riuscito a cambiare quasi metà della Costituzione, non dovrebbe essere
difficile, in tempi ragionevoli, realizzare un simile obiettivo. Né temibile
affrontare il referendum confermativo previsto dall’articolo 138, che seguirà.
Un referendum, è vero, che fu negativo per le riforme costituzionali introdotte
dal centrodestra tra il 2001 e il 2006, ma stavolta si risolverebbe in un
plebiscito su Berlusconi. E come tale potrebbe contare sul favore popolare, che
ogni giorno il premier misura nei sondaggi e non si stanca di ricordare.
Anche senza
conoscere le motivazioni di principio della Corte, si può provare a ragionare
su alcuni dati concreti, che probabilmente non saranno stati estranei al
ragionamento dei giudici della Consulta. Benché convinto di essere vittima di
una persecuzione, Berlusconi infatti è arrivato a governare con fino ad 11
processi pendenti sulla sua testa. Ha sopportato condanne poi trasformatesi in
assoluzioni, s’è salvato talvolta con le prescrizioni. E tutto ciò non gli ha
impedito di vincere o perdere le elezioni, e tornare per la terza volta a
Palazzo Chigi, a prescindere dalla pressione giudiziaria che si addensava su di
lui, e in qualche caso avvalendosene anche come strumento di propaganda. Anche
adesso, per spiacevole che sia visto il tenore delle accuse, quello che lo
attende a Milano non è un patibolo. È un normale procedimento, che sarà
celebrato da un collegio diverso da quello che ha posto la questione di
costituzionalità ed andrà incontro a un termine di prescrizione nel febbraio
del prossimo anno.
Inoltre, a
riproporre in Parlamento la questione dell’immunità in generale, e non solo di
quella che lo interessa, il premier potrebbe pure avere qualche sorpresa, se
non da tutta, da settori dell’opposizione. L’immunità, si sa, era già prevista
dalla Costituzione all’articolo 68. Ma ciò che i nostri Padri costituenti
avevano inserito nel testo della Carta, a garanzia della libertà e della
sicurezza della politica, fu modificato frettolosamente dai loro successori
sull’onda di Tangentopoli e della cosiddetta «rivoluzione italiana».
Da allora in poi,
e sono sedici anni, l’equilibrio tra i poteri (governo, Parlamento,
magistratura) è cambiato. Si è passati dalla protezione assoluta di cui (grazie
anche a frequenti amnistie che si concedevano) godevano parlamentari e uomini
di governo nella Prima Repubblica, ad una minima, spesso insignificante, di cui
i politici debbono oggi vergognarsi e alla quale si risolvono a rinunciare
frequentemente, sotto la spinta di una gogna pubblica senza regole o limiti.
Non è un mistero
che una situazione del genere non comprenda il solo Berlusconi, né il suo
schieramento in particolare e neppure solo i parlamentari. Piuttosto, ormai,
l’insieme della politica nel suo complesso, in un sistema in cui moltissimi,
eletti o no, cittadini semplici o eccellenti, sono accusati, inquisiti,
intercettati, ma si dimettono, o non si dimettono, dai loro incarichi pubblici,
in pratica solo quando gli va, e sempre indipendentemente da processi, condanne
e assoluzioni. Problemi come questi, non a caso, hanno riguardato in passato,
tra gli altri, anche Prodi e D’Alema. Che hanno reagito con una diversa varietà
di reazioni, ma con più rispetto per la magistratura e senza fare casi
personali.
Certo era troppo
aspettarsi che la Corte Costituzionale, occupandosi del caso dell’imputato
pubblico numero uno Silvio Berlusconi, affrontasse anche una questione che la
politica, fin qui, nei lunghi anni della transizione italiana, ha provato
inutilmente a risolvere, e di fronte alla quale forse s’è arresa. Ma non c’è
dubbio che il problema rimane. MARCELLO
SORGI LS 8
La vera questione, l’interesse del Paes
NERVI saldi ed una
analisi capace di cogliere la complessità del momento: ecco che cosa serve di
fronte alla decisione della Corte Costituzionale che sta già provocando un mare
di polemiche strumentali da una parte e dall’altra dello schieramento politico.
Noi vorremmo
proporre almeno un tentativo di analisi distaccata di quello che abbiamo
davanti. Il primo punto è ovviamente il rispetto della Corte Costituzionale:
non perché questo sia un organo infallibile (in democrazia non ne esistono), ma
perché ad essa è affidato il compito di dirimere le questioni sulla
costituzionalità delle leggi, per cui se la si considerasse buona o cattiva a
seconda del nostro grado di consenso con la sua visione dei fatti, si
distruggerebbe la legittimazione di un organo di garanzia che è essenziale in
tutti i sistemi costituzionali.
Detto questo, la
decisione della Corte va inquadrata in senso proprio: è una pronuncia su una
norma di tecnica legislativa a tutela del vertice di un organo costituzionale
(il governo), non un giudizio sulla “bontà” della persona che lo riveste pro
tempore e men che meno una messa in discussione della sua investitura che
deriva dal pronunciamento elettorale e da nessun’altra fonte.
Bisogna riconoscere
che invece il clima che si era creato nel Paese tendeva a confondere le carte e
a rendere questo pronunciamento “tecnico” un giudizio “politico” sul governo e
sulla maggioranza, giudizio che invece non compete alla Corte Costituzionale,
così come non compete al governo metterne in discussione i verdetti. Ciò che si
può serenamente rilevare è che la norma non poteva essere di per sé
“manifestamente incostituzionale”, altrimenti il Capo dello Stato non la
avrebbe promulgata. Poi la Corte ha motivato la sua valutazione e questo, anche
se è ovviamente discutibile, fa testo.
Purtroppo sembra
invece che non si riesca in questo Paese ad affrontare il vero tema sul campo,
che è una riforma della giustizia che includa anche solide garanzie circa il
mantenimento del procedimento giudiziario al riparo della manipolabilità da
parte delle ideologie politiche. Il tema è un classico nella storia politica e
sino a questi anni recenti era un tema caro alla sinistra che vedeva la
“giustizia borghese” all’opera per azzoppare i riformatori (per citare solo un
caso di scuola non controverso, la contrapposizione fra Roosvelt e l’Alta Corte
per le politiche del New Deal). Ora invece sembra che si debba vedere nelle
Corti italiani gli angeli vendicatori di non si sa quale riscossa contro
presunte deviazioni politiche.
Spetta però alla
politica fare argine contro manipolazioni nell’interpretazione della sentenza
sul lodo Alfano. È interesse di tutti, ricordando che in regime di alternanza
quello che oggi viene fatto a te, domani potrebbe essere fatto a me, non
lasciarsi andare ad usi impropri delle pronunce degli organi di garanzia.
Berlusconi non è
oggi meno legittimato di ieri a governare ed a portare avanti la sua politica:
su questo hanno giudicato e giudicano gli elettori e il Parlamento. Però il
premier deve essere il primo ad esserne consapevole, evitando il vittimismo e
le denunce alla leggera, che non lo rafforzano, ma aiutano invece i suoi
avversari a sostenere che sente la terra tremargli sotto i piedi. Deve invece rafforzare
la sua legittimazione governando e mostrando di saper risolvere i problemi del
Paese.
La prova delle
urne verrà quando deve venire e ci permettiamo di dire sommessamente che
sarebbe un errore snaturare le prossime elezioni regionali in un referendum pro
o contro il premier: nel quadro ormai di un sistema che si avvia al federalismo
c’è bisogno che i cittadini scelgano ciò che ritengono meglio per i governi
locali, a cui sono e saranno sempre più affidati poteri rilevanti.
Il problema invece
di trovare i modi perché si fermi questa contrapposizione assurda fra il ceto
dei magistrati e la politica, chiudendo la fase in cui una parte non piccola
dei primi si sente assegnato un compito improprio come una presunta tutela di
quello che loro considerano pubblica moralità è reale e va serenamente
affrontato. L’iniziativa della Procura di Milano di tentare di costituirsi in
giudizio davanti alla Corte Costituzionale, sentendosi “parte in causa” e non
un’articolazione del sistema legale dello Stato, non è stato un bell’episodio.
Respingendo questa pretesa la Corte ha mostrato, e le va dato atto, di non
poter accettare questa interpretazione. Anche questo è un fatto su cui vale la
pena di riflettere.
In definitiva c’è
da fare un invito alla politica e alla magistratura da parte dei cittadini:
abbiamo un mare di problemi, i tempi non sono tranquilli e dunque c’è bisogno
di un “sistema Italia” che non si inceppi in dispute che non giovano al Paese.
C’è stato un giudizio su un meccanismo giuridico che si pensava da alcuni a
tutela di possibili interferenze sul lavoro, costituzionalmente rilevante del
governo. Questo è stato giudicato non conforme alla nostra Carta.
La questione
finisce e deve finire qui. PAOLO POMBENI
IM 8
Lodo Alfano. Le reazioni della stampa estera: «Berlusconi lotta per la
carriera»
MILANO - La
notizia della bocciatura del ’lodo Alfano’ apre quasi tutti i grandi siti web
internazionali. Grande evidenza sul sito del britannico The Times, che ha
seguito con attenzione le vicende del governo italiano negli ultimi mesi: «La
massima corte italiana toglie l’immunità a Berlusconi. Il premier italiano
lotta per la sua carriera».
Il francese Le
Monde scrive sulla banda gialla dell’ultim’ora: «L’immunità di Silvio
Berlusconi giudicata incostituzionale». Titolone su Liberation sempre in
Francia: «Invalidata l’immunità penale di Berlusconi. Questa decisione della
Corte costituzionale potrebbe aprire la porta a procedimenti giudiziari contro
il presidente del Consiglio».
In Spagna per El
Pais è il terzo titolo: «La Consulta apre la porta ai processi di Silvio
Berlusconi. La legge d’immunità nota come Lodo Alfano tiene paralizzati quattro
processi contro di lui» scrive il corrispondente del quotidiano di sinistra.
Prima notizia invece sul sito de El Mundo: «Berlusconi smette di essere immune
davanti alla giustizia. I 15 giudici della Corte costituzionale invalidano la
legge che dava l’immunità alle 4 massime cariche dello Stato». Prima notizia
anche sul sito del Wall Streer Journal: «Corte annulla l’immunità di
Berlusconi» e il quotidiano americano aggiunge «La sentenza potrebbe mettergli
pressione per dare le dimissioni e aprire a elezioni anticipate». Seconda
posizione per il sito del New York Times con il medesimo titolo. La notizia è
la prima del sito della inglese Bbc: «Bocciata la legge sull’immunità di
Berlusconi». La Corte Costituzionale, prosegue la Bbc, ha annullato la legge
che «gli aveva evitato diversi casi giudiziari. In uno, doveva affrontare
accuse di corruzione». CdS 7
La tedesca di origine romena Herta Muller Nobel per la letteratura
Herta Muller è
nata in Romania nel 1953La scrittrice tedesca ha raccontato
la dittatura
romena di Ceasescu «con la concisione della poesia e la schiettezza tipica
della prosa»
STOCCOLMA - Herta
Mueller, saggista e poetessa tedesca di origine romena ha vinto il premio Nobel
per la letteratura. La Mueller, nata nel 1953, ha «tratteggiato il panorama dei
diseredati» in Romania sotto la dittatura di Nicolae Ceasescu «con la concisione
della poesia e la schiettezza della prosa», ha scritto l’Accademia di Svezia.
Scrittrice di
lingua tedesca, la Mueller appartiene alla minoranza germanofona del Banato
rumeno. Riparata in Germania per sfuggire alle persecuzioni del regime
dittatoriale di Ceausescu è a tutt’oggi considerata la più importante
scrittrice vivente in lingua tedesca e un autore di culto sia per la Germania
sia per la Romania. In Italia, Keller editore ha pubblicato ’Il paese delle
prugne verdì, ritratto impietoso di un paese dominato dalla paura e
dall’oppressione della dittatura. Tradotto in 15 lingue il romanzo, in realtà
un autentico poema in prosa, si è aggiudicato anche l’Impac, il premio più
internazionale dopo il Nobel per la Letteratura.
La stampa svedese
aveva inserito già l’anno scorso il suo nome tra i dieci favoriti per il Nobel.
Scrittrice quasi sconosciuta in Italia, la Mueller è stata pubblicata dalla
giovane casa editrice Keller di Rovereto. Il suo unico romanzo in commercio è
un ’bildungsroman’, un romanzo di formazione, che segue la vicenda di quattro
studenti universitari in Romania negli anni della dittatura. La mancanza di
libertà è resa costantemente da un senso di soffocamento che pervade tutto il
romanzo. Morte, follia, fuga sono gli esiti dell’esistenza della maggior parte
dei personaggi. Ma è anche un libro che parla di amicizia e, appunto, di
crescita, nel momento in cui i ragazzi devono affrontare l’impatto con la morte
di una compagna.
Durante gli ultimi
tre anni della dittatura in Romania, alla fine degli anni Ottanta, la
scrittrice si era trasferita in Germania, anche se dichiara di non essersi del
tutto integrata nel Paese, dove è considerata una rumena, così come in Romania
era considerata una tedesca. La sua lingua è riconosciuta come un tedesco di
confine, quale del resto era il tedesco di Kafka. Il suo stile procede per
metafore, per immagini rendendo la narrazione poetica, quasi lirica anche
quando descrive episodi abbastanza crudi. La scrittura metaforica fa parte del
modo esprimersi degli scrittori dell’est, costretti ad eludere la censura anche
nella corrispondenza personale, come accade ai quattro protagonisti del
"Paese delle prugne verdi" che sviluppano un loro codice per rimanere
in contatto tramite le lettere che sanno essere sottoposte al controllo della
censura.
La poesia, ha
detto una volta, è la forma letteraria che più facilmente si diffonde durante
un regime dittatoriale sia perchè si esprime frequentemente per metafore sia
perchè è una forma breve più facile da ricordare a memoria. Ci sono stati
momenti - ad esempio gli interrogatori della polizia - durante i quali recitare
una poesia tra sè e sè svolgeva per lei, non credente, una funzione molto
simile a quella che una preghiere deve avere per un credente. LS 8
“Lo Stato deve essere al fianco di quelle
amministrazioni che spingono i propri cittadini a denunciare le mafie.” Con
queste parole la capogruppo del PD in Commissione Antimafia, Laura Garavini, ha
commentato la sua presenza alla fiaccolata ‘Affinché il sale non diventi
scìpito’, organizzata dall’amministrazione cittadina di Niscemi, in Sicilia, a
denuncia delle infiltrazioni locali di cosa nostra. Al suo fianco Don Luigi
Ciotti, presidente di Libera, Monsignor Michele Pennini, Vescovo di Piazza
Armerina, Gabriele Santoni di Avviso Pubblico ed esponenti della magistratura,
della Commissione antimafia, di Confindustria e il sindaco di Niscemi,
organizzatore dell’iniziativa, Giovanni di Martino.
“E’ molto positiva
l’intenzione dell’amministrazione di Niscemi di creare un Comitato permanente
antimafia. Può diventare uno strumento prezioso, un punto di riferimento per
tutti quei cittadini indignati che vogliono porre fine all’immagine omertosa
che danneggia la parte sana del paese”.
“La presenza dello
Stato è importante.” ha concluso la parlamentare “Soprattutto in un periodo
come questo in cui il Governo svilisce la lotta contro le mafie. Al di là dei
proclami, infatti, l’esecutivo contrasta l’egregio lavoro delle forze
dell’ordine tagliando loro le risorse, attacca quotidianamente la magistratura
e sforna leggi con le quali condona il rientro dei capitali mafiosi”.
De.it.press
Messina, sabato lutto nazionale
Nello Jonio si
cercano cadaveriForse extracomunitari e turisti. Cento milioni per la messa in
sicurezza di NINO CIRILLO
MESSINA - Finora
erano in due a sostenere cocciuti una tesi suggestiva ma impalpabile, e cioè
che nelle acque dello Jonio, proprio dirimpetto al disastro, ci siano ancora
altri corpi da nessuno reclamati. Due, il giovane sacerdote congolese Jean
Claude, che in quanto congolese veniva preso con le pinze, e il farmacista di
Scaletta Zanclea, Lucio Zangla, che in quanto farmacista veniva sospettato di
aver assunto qualche strana sostanza. Dalle Twin Towers in poi, del resto -e
passando per L’Aquila-, è sempre circolata la leggenda che i morti siano stati
molti di più di quelli contati, che gli “irregolari” -siano essi cuochi
messicani, muratori rumeni o senegalesi venditori di cianfrusaglie sul
lungomare di Messina- siccome non li cerca nessuno, nessuno li trova.
Ma ieri
pomeriggio, dall’aula di Montecitorio, durante l’audizione prevista, è arrivata
anche la voce autorevole del sottosegretario Bertolaso: «E’ possibile che fra
le vittime ci siano degli extracomunitari». E allora bisogna darci una
regolata, bisogna guardare con un occhio diverso al bilancio ufficiale di
questa tremenda alluvione che ancora parla di 25 cadaveri recuperati e di 10 dispersi.
Più che padre Jean
Claude, più che il dottor Zangla, viene in aiuto la storia di Roberto Carullo,
50 anni, sovrintendente della Polfer, che ha già ricevuto l’onore dei primi
funerali solenni, martedì pomeriggio, con la partecipazione del ministro di
Grazia e Giustizia Angelino Alfano. Ebbene Carullo, al volante della sua auto,
quella tragica sera si presentò al casello dell’autostrada Messina-Catania e
gli dissero che era stata appena chiusa. Se voleva tornare a casa, a Forza
D’Agrò, avrebbe dovuto percorrere la Statale 114. Lui così fece, e fu un errore
che pagò con la vita perché l’onda di fango lo uccise all’altezza di
Giampilieri Marina.
Un errore non suo,
a dirla tutta, ma di chi, senza coordinamento alcuno, in quei decisivi momenti,
decise di chiudere l’arteria relativamente più sicura -l’autostrada- e di
lasciare aperta, quella trappola che poi si sarebbe rivelata la statale. Quasi
banale sarebbe stato decidere il contrario: autostrada aperta e statale chiusa,
o almeno chiuse tutte e due, tanto per evitare dei morti sicuri.
Fu una trappola
per Carullo, fu una trappola per altre auto ancora e lo fu, presumibilmente,
anche per i “fantasmi” di cui hanno parlato per primi il sacerdote e il
farmacista e e di cui parla ora anche Bertolaso.
«Extracomunitari»
dice il sottosegretario alle grandi emergenze, «turisti» aggiunge il farmacista
di Scaletta -una famiglia tedesca, un pensionato inglese, un americano habitué
della vicina Taormina-, gente che su quella striscia di cinquanta metri fra la
montagna e il mare non ebbe altra scelta che morire.
Se una qualche
consolazione potrà portare, è arrivata finalmente quaggiù anche la notizia del
lutto nazionale. Sabato bandiere a mezz’asta in tutta Italia e funerali con il
premier Berlusconi e il presidente del Senato Schifani, alle 10 e mezza, nel
Duomo di Messina, celebrati dall’arcivescovo Calogero La Piana. Berlusconi sarà
a Messina fin dal pomeriggio di domani, per fare il punto della situazione con
la Protezione civile e per incontrare di nuovo gli sfollati.
Il sindaco di
Messina Buzzanca, che questo lutto nazionale aveva tanto invocato, potrà dire
ora di aver vinto lui. Ma la controprova non c’è, Palazzo Chigi avrebbe potuto
prendere la stessa decisione anche senza le sue proteste. Resta invece
nell’aria il refrain: «Trattateci almeno come i terremotati dell’Aquila». Che è
quello che dice ancora il sindaco Buzzanca, reclamando l’istituto di un numero
di Sms per la raccolta dei fondi, per incanalare in qualche modo la solidarietà
verso Messina, ed è quello che sostiene con sfumature diverse il catanese
Fiorello: «Questa tragedia merita dignità». Tutto nato dal pasticcio combinato
dalla Lega Calcio, che domenica scorsa negò il minuto di silenzio sui campi. Da
lì una serie di equivoci che il lutto nazionale di sabato dovrebbe finalmente
far svanire.
Arrivano soldi. La
Regione Sicilia ha fatto sapere che a breve almeno 100 milioni di euro saranno
disponibili per mettere in sicurezza le zone disastrate. Silenzio, invece,
dalla Procura, che sta continuando a raccogliere vecchie denunce, segnalazioni,
esposti, tutto quel che può portare acqua al mulino della nuova inchiesta.
Lavorano in silenzio anche gli uomini del Ris del maggiore Schiavone. Dei 25
corpi recuperati, tre non hanno ancora un nome e i carabinieri sperano
disperatamente di farli combaciare con tre nomi delle persone ufficialmente
dispersi. Per non aggiungere dolore a dolore. IM 8
150° anniversario dell’unità d’Italia
L’on. Narducci
(Unaie) ringrazia il Presidente Ciampi per la difesa del ruolo della lingua
italiana nelle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia.
Arriva proprio in
prossimità delle celebrazioni della nona edizione della Settimana della
Lingua Italiana nel Mondo (l’italiano tra arte, scienza e tecnologia)
l’esortazione del Comitato dei Garanti per il 150° dell’unità d’Italia,
presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, a porre al centro dei festeggiamenti
un'idea condivisa di unità nazionale e il relativo patrimonio identitario anche
attraverso la valorizzazione della lingua italiana.
Infatti si propone
l’allestimento di un museo della lingua italiana per rappresentare
“l'importanza del vincolo linguistico come elemento fondamentale dell'unità
culturale del Paese”.
“Grazie Presidente
Ciampi per aver difeso il ruolo insostituibile della lingua italiana nel
percorso di unificazione nazionale e di formazione di una coscienza identitaria
comune a tutti gli italiani ovunque si trovino”. Lo ha detto il presidente
dell’UNAIE (Unione nazionale associazioni di immigrazione ed emigrazione) , on.
Franco Narducci, in seguito alla diffusione delle considerazione dei Garanti
sul programma per i festeggiamenti del 2011 presentato dal ministro
Sandro Bondi.
Narducci ha,
inoltre, sottolineato come sia “fortemente sentita, tra le comunità italiane all’estero,
la necessità di recuperare la memoria che si realizza anche attraverso la
difesa e la promozione della lingua italiana” ed ha ringraziato profondamente
il Presidente Ciampi per “il ruolo fondamentale che ha avuto nel promuovere,
durante il suo settennato al Quirinale, il senso di identità nazionale tra
tutti gli italiani, l’amor patrio, anche attraverso la riscoperta dell’Inno di
Mameli e della Bandiera tricolore come patrimonio di ogni famiglia”.
De.it.press
Pier Luigi Bersani
ha vinto il congresso del Partito Democratico al termine del voto nei congressi
di circolo. Su 467mila votanti, l'ex ministro ha ottenuto il 55,13%, mentre
Dario Franceschini ha il 36,95% e Ignazio Marino raggiunge il 7,92%. Sono questi
i dati definitivi dei congressi diffusi dal Pd.
Nei 7.221
congressi hanno votato 466.573 iscritti, pari al 56,40 per cento degli iscritti
aventi diritto. Pier Luigi Bersani ha ottenuto 255.189 voti, pari al 55,13 %,
Dario Franceschini 171.041 voti pari al 36,95 % e Ignazio Marino 36.674 voti
pari al 7,92 %.
«È con viva
soddisfazione - afferma la commissione nazionale - che sottolineiamo la
straordinaria partecipazione di tante iscritte e iscritti diffusa su tutto il
territorio nazionale e la trasparenza e la qualità del dibattito che ha visto
migliaia di persone prendere la parola per dare il proprio contributo».
La Commissione
nazionale per le elezioni del 25 ottobre «ringrazia le iscritte e gli iscritti
al Pd e tutti coloro che hanno reso possibile questo importante risultato». «A
tutti gli iscritti - continua la commissione - e ai tanti elettori del Pd che
vogliono un futuro diverso del Paese chiediamo ora un impegno per fare delle
primarie del 25 ottobre un grande fatto che rafforzi la qualità della democrazia
italiana». L’U 8
Bisognerà
arrestare anche i motociclisti rispettosi delle regole, con il casco che
nasconde la faccia e che non di rado viene usato come copertura nel corso di
rapine o altri reati, che negli anni del terrorismo proprio per questo era
proibito? Dovranno scattare le manette pure per chi porta la mascherina bianca
temendo di venir contagiato dell’influenza suina, per i poliziotti in assetto
da scontro con la visiera calata, per gli operai che si riparano da fuoco e
scintille, per i lavoratori della nettezza urbana che si difendono dai miasmi,
per le signore con cappello e veletta fitta?
Naturalmente
sappiamo tutti che la Lega una ne fa e cento ne pensa, che è creativa al
massimo nell’invenzione di qualcosa che confermi la propria esistenza e il
proprio attivismo nella linea (diciamo così) politica che la distingue.
Sappiamo tutti che nella gara a chi la dice più grossa la Lega non arriva a
superare il presidente del Consiglio ma che insomma ci prova di continuo.
Sappiamo che il gruppo governativo è così fragile da spaventarsi subito per la
patetica minaccia di venir abbandonato e che la Lega ogni tanto ha il
sopravvento. Ma proporre una modifica di legge che per qualsiasi ragione
punisca burqa e nijab con l’arresto immediato, due anni di carcere e duemila
euro di multa è davvero un attacco assurdo ad alcune donne islamiche abitanti
in Italia.
È un’eventualità
sproporzionata sino al ridicolo e inutile: se per identificare le musulmane
bastasse vederle in faccia, il lavoro della polizia tra gli immigrati
mediorientali sarebbe meno lungo, difficile e infruttuoso. Poco utile anche
perché le indossatrici di simili indumenti sono poche, e diminuiscono
progressivamente. Dannosa proposta, poi, manca di rispetto, prevarica sulla
volontà personale. Cosa avremmo fatto noi, non troppi anni fa, se una polizia
avesse preteso di arrestare, incarcerare e privare di duemila euro le donne con
il capo coperto, col fascino mutilato da capelli e dal viso nascosti? Come
avremmo reagito se, senza valutare i dettami religiosi, una polizia avesse
strappato dal collo la croce o dalla testa il copricapo obbligatorio in chiesa
delle cattoliche? I Vespri siciliani? Magari è inutile scaldarsi, non se ne
farà nulla. Ma il guaio è che con questo genere di cose veniamo indotti a
chiacchiere o polemiche, distolti da faccende serie, incoraggiati a quella vana
loquacità che è sin troppo una caratteristica nazionale. LIETTA TORNABUONI LS 8
Fini: "Cittadinanza a 11 anni agli stranieri nati in Italia"
La proposta
lanciata dal presidente della Camera all'assemblea annuale dell'Anci
Lo stesso diritto
"anche a chi è arrivato qui piccolissimo" - L'attribuzione del
diritto scatterebbe "dopo il compimento del ciclo scolastico" senza
le consuete verifiche di tipo linguistico, etico e culturale
TORINO - Un
bambino straniero che nasce in Italia o che vi arriva molto piccolo, a uno o
due anni, merita il riconoscimento della cittadinanza italiana all'età di 11
anni se resta ininterrottamente nel nostro Paese e frequenta il ciclo
scolastico. Ad affermarlo è il presidente della Camera, Gianfranco Fini,
intervenuto, oggi, a Torino all'assemblera annuale dell'Anci.
''Discutere di
cittadinanza - ha spiegato Fini - significa porsi il problema dell'opportunità
o meno di non considerare come meritevole di un percorso privilegiato e
agevolato coloro che nascono qui, o che arrivano qui bambini, piccolissimi,
percorso privilegiato che si potrebbe concludere ad esempio dopo il compimento
di un ciclo scolastico''.
"Io non credo
- ha aggiunto il presidente della Camera - che il cosiddetto ius soli possa
essere automaticamente riportato nel nostro ordinamento come hanno fatto altri
Paesi. Credo che un bambino che nasce qui, o che arriva qui a uno o due anni,
se rimane in Italia ininterrottamente fino al compimento degli 11 anni, e se
frequenta la scuola elementare, sia meritevole, se chi esercita la patria
potestà lo richiede, di vedersi riconosciuto il titolo di cittadino
italiano".
Tutto questo, ha
precisato ancora il presidente della Camera, "senza attendere che maturi
il 18esimo anno di età, e soprattutto senza verificare l'adesione ad alcuni
valori della nostra società, alla corretta conoscenza della nostra lingua, ad
un minimo di cultura di carattere storico, alla conoscenza del nostro
territorio geografico, ma soltanto il riconoscimento di una cittadinanza in
ragione del fatto che è trascorso un certo numero di anni e ci siano
adempimenti di tipo burocratico". LR 8
Conferenza a Bologna dei presidenti delle Associazioni di emiliano
romagnoli nel mondo
Interventi
all’apertura dei lavori: Vasco Errani, Silvia Bartolini, Monica Donini, Elio
Carozza
BOLOGNA – Si è
aperta a Bologna la Conferenza dei presidenti delle associazioni degli
emiliano-romagnoli nel mondo, per un confronto - che proseguirà fino a venerdì
- sulle politiche regionali per l’emigrazione, sull’andamento della legge
regionale di riferimento e sui progetti proposti sia dalla Regione Emilia Romagna
sia dalle associazioni all’estero.
La Conferenza è anche l’occasione per
aggiornare presidenti e consultori sulla situazione dell’Emilia-Romagna e sui
vari strumenti di comunicazione messi a disposizione dalla Consulta degli
emiliano-romagnoli nel mondo per mantenere i legami e scambiare informazioni.
I lavori sono stati aperti dal presidente
della Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo Silvia Bartolini, nell’aula
polivalente della Regione, alla presenza dei gonfaloni di numerosi enti
locali. “Oggi possiamo dire di avere creato, in questi anni, una vera
rete associativa - ha affermato Bartolini - sulla quale la Regione e le
politiche internazionali possono contare per le loro iniziative all’estero”.
“Una rete che sta crescendo - ha aggiunto il presidente della Consulta - perché
ci siamo sempre mossi su un doppio binario: quello dei valori e quello della
concretezza. Abbiamo cercato di operare in modo trasversale, coinvolgendo tutti
gli assessorati della Regione, valorizzando la cultura della memoria e il
radicamento delle istituzioni che operano in questo settore non solo qui in
Italia ma anche all’estero”. “Per questo ogni nostra iniziativa prevede
la partecipazione del CGIE - ha sottolineato Silvia Bartolini - e a ogni
missione estera c’è l’incontro con i Comites - che svolgono un ruolo
fondamentale per noi”. “Il nostro compito - ha concluso - è tenere i rapporti
con le comunità all’estero in modo nuovo e qualificato, far conoscere
l’Emilia-Romagna com’è oggi, con i suoi valori e le sue peculiarità che la
rendono una delle prime regioni europee, sia dal punto di vista economico sia
come qualità della vita”.
“La scelta che tutti insieme abbiamo fatto è
stata quella di investire sulle associazioni, sugli emiliano- romagnoli nel
mondo, con un’ambizione e uno spirito nuovo, ossia con la volontà di promuovere
quella che è una sfida per voi e per noi: far sì che l’esperienza della
associazioni non sia solo un modo per rinnovare il sentimento della nostalgia,
ma anche per svolgere un ruolo in grado di coltivare le radici e al tempo
stesso di fare un’azione di rappresentanza dell’Emilia-Romagna e dell’Italia
nel mondo”. Così ha esordito il presidente della Regione Vasco Errani nel lungo
intervento alla Conferenza dei presidenti degli emiliano-romagnoli nel mondo,
in cui ha parlato anche dei problemi della società globale, da quelli economici
a quelli ambientali, “che ormai nessuno può ignorare e che sono di tutti”. In
merito alla legge regionale sull’emigrazione, ha riferito che si può già trarre
un bilancio positivo della sua applicazione. “E’ stato compiuto un salto di
qualità - ha sottolineato - promuovendo un processo di innovazione, investendo
sui giovani, ma senza lasciare indietro nessuno.” Secondo il presidente Errani,
in questo momento si avverte la necessità di valorizzare la terza e la quarta
generazione di emigrati per dare continuità all’associazionismo. “Abbiamo
bisogno che queste generazioni abbiano un rapporto culturale con la Regione, e
soprattutto che abbiano un ruolo attivo nei loro Paesi, coltivando i rapporti
con le ambasciate, con gli istituti culturali. Dobbiamo alimentare anche una
cultura di ritorno, con il contributo del Cgie”. “Dobbiamo pensare - ha detto
Errani - a progetti che costruiscono l’identità dell’Italia negli altri Paesi e
muoverci poi secondo le vocazioni delle singole zone”. Infine il presidente
della Regione ha salutato la platea con un messaggio: “Fate sì che l’esperienza
dell’Emilia-Romagna sia un contributo all’Italia e alla sua immagine nei vostri
paesi, l’immagine di una regione sana dove la solidarietà e’ un elemento
intrinseco del benessere, che racchiude anche quello del vicino”.
L’emigrazione dell’Emilia-Romagna in termini numerici è costituita – ricapitola
la Consulta - da più di un milione e trecentomila persone, dall’800 fino ai
giorni nostri. Oggi le associazioni degli emiliano-romagnoli nel mondo sono
108, provenienti da 24 paesi e 4 continenti diversi. Alcune hanno più di 70
anni di vita, altre sono sorte con le ultime generazioni di emigrati, che hanno
portato all’estero professionisti, laureati e imprenditori.
Un caloroso benvenuto è stato espresso nel
suo saluto dal presidente dell’Assemblea legislativa della Regione Monica
Donini. “La vostra esperienza - ha detto Donini - serve non solo per
celebrarci come appartenenti a una stessa identità culturale, ma anche per
comprendere meglio alcuni fenomeni della globalizzazione”. “Voi - ha
commentato Donini - vivete in altri paesi, con le vostre famiglie, conoscete
sistemi diversi e potete confrontare i diversi modelli, arricchendovi e
arricchendoci. Stando insieme e trasferendoci le nostre diverse esperienze,
possiamo contribuire al miglioramento della società”.
Elio Carozza, segretario generale del
Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE) ha lamentato nel suo
intervento l’assenza dello Stato in questi ultimi mesi nei confronti degli
italiani all’estero. “Una situazione che non si avverte in Emilia Romagna - ha
rilevato - dove l’associazionismo viene sostenuto e troviamo un esempio
positivo di come mantenere i rapporti con gli emiliano-romagnoli all’estero”.
Carozza ha poi parlato della Conferenza
Stato-Regioni CGIE, auspicando un seguito del dettato legislativo che ha dato
vita a questo organismo. “Bisogna guardare agli italiani all’estero come a un
sistema-paese” ha concluso Carozza. (Inform)
Con l’Unità in piazza contro il razzismo il 17 ottobre a Roma
Meno dieci. Sono i
giorni che mancano alla manifestazione antirazzista che si terrà a Roma il
prossimo 17 ottobre. L’Unità - assieme alla Cgil, all’Arci e a decine di altre
associazioni locali e nazionali - ha deciso di aderire e di dare ai lettori
unainformazione puntuale sulle ragioni di questa protesta. Lo faremo a partire
da oggi e fino a quando - alle 14,30 di quel sabato - da Piazza della
Repubblica partirà il corteo. I promotori sono ottimisti. Lo siamo anche noi.
La manifestazione per dire no al razzismo potrebbe essere la più grande tra
quelle che si sono svolte nel nostro paese negli ultimi vent’anni. La prima si
tenne il 7 ottobre del 1989, quando un’Italia inconsapevole e distratta aveva
appena cominciato a conoscere gli immigrati. E ancora era convinta di essere un
paese totalmente immune da pulsioni razziste. Certo, la Lega Nord, nata qualche
anno prima, già se la prendeva con i meridionali. Ma appariva ancora un
fenomeno folkloristico, passeggero. Molto probabilmente lo stesso Umberto Bossi
non aveva idea che di lì a qualche anno sarebbe stato costretto a sostituire
nelle suecampagned’odio i calabresi, i siciliani e i sardi con i «Bingo bongo».
Quella del 7
ottobre del 1989 fu una manifestazione gigantesca. Qualche mese prima, il 24
agosto, a Villa Literno era stato ucciso un ragazzo sudafricano, Jerry Masslo e
una parte di noi aveva cominciato a intuire cheuna serie di valori
fondamentali, che ci parevano ormai acquisiti, rischiavano di essere messi
tragicamente in discussione. Macerto nessuno in quegli anni - mentre la Prima
Repubblica era in procinto di dissolversi in Tangentopoli - poteva immaginare
che nel 2009, il nostro oggi, ci saremmo ridotti così. Siamo diventati un paese
sotto osservazione da parte delle Nazioni Unite e di Amnesty International. Siamo
stati già condannati più di una volta per violazione dei diritti umani. Abbiamo
visto approvare un «pacchetto sicurezza» che trasforma una condizione - quella
di immigrato irregolare - in un crimine. Siamo diventati il feroce posto di
guardia della «Fortezza Europa». Respingiamo boat people carichi di uomini
donne e bambini in un paese, la Libia, che non ha mai aderito alle fondamentali
convenzioni internazionali umanitarie, a partire da quella di Ginevra sui
rifugiati politici. L’elenco delle nostre infamie nazionali è lunghissimo.
Questi dieci giorni non basteranno certo a completarlo. Ma, forse, basteranno
per preparareunatto di protesta che potrebbe aiutare a interromperlo.
Giovanni Maria
Bellu L’U 7
Italien. Berlusconi verliert seine Immunität
Das italienische Verfassungsgericht hat
am Mittwoch in Rom das Immunitätsgesetz „Lodo Alfano“ für verfassungswidrig
erklärt. Mit dem Gesetz hatten sich Ministerpräsident Silvio Berlusconi und
drei weitere ranghohe Politiker im Jahr 2008 die juristische Unantastbarkeit
sichern wollen.
„Wir müssen weiterregieren, mit oder
ohne Immunitätsgesetz“, sagte der Ministerpräsident am Abend nach dem Urteil.
„Ich habe nie daran geglaubt, dass die Norm bestätigt würde bei elf linken
Richtern.“ Er schloss seine kurze Erklärung mit den Worten: „Lang lebe Italien!
Lang lebe Berlusconi!“ Sein Sprecher, Paolo Bonaiuti, hatte die Entscheidung
zuvor bereits als „politisches Urteil“ bezeichnet und erklärt, die Regierung
werde das Wählermandat respektieren.
Die Entscheidung der Richter war mit
Spannung erwartet worden. Die Regierung Berlusconi hoffte auf eine Zustimmung,
um „irreparablen Schaden für die gewählten Politiker oder gar den Rücktritt“
von Ministerpräsident Berlusconi abzuwenden, wie Regierungsanwalt Glauco Neri
in seinem Abschlussplädoyer vor Gericht gesagt hatte. Das Gesetz sei die
einzige Möglichkeit und das „geringere Übel“, um das Funktionieren der
Regierung angesichts suspendierter Verfahren gegen Berlusconi zu gewährleisten.
„Verfassungswidriges Privileg“ - In der
Opposition hatte man hingegen auf ein Nein der Richter gehofft und
argumentiert, Berlusconi solle sich wie jeder Bürger vor Gericht verantworten
müssen. Der Präsident des Abgeordnetenhauses Fini, der zwar zur selben Partei
gehört wie der Ministerpräsident, sich aber seit kurzem von Berlusconi
abzusetzen sucht, teilte mit, er wolle den ihm zustehenden Immunitätsschutz
nicht in Anspruch nehmen.
Die Opposition erhielt von
Staatsanwälten Unterstützung, die das Gesetz als „verfassungswidriges Privileg“
gegen den Gleichheitsgrundsatz bezeichneten. Die Mailänder Staatsanwälte werfen
Berlusconi vor, seinen früheren Anwalt Mills für Falschaussagen in Prozessen in
den neunziger Jahren bezahlt zu haben. Mills hatte im Juli 2004 eingestanden,
1998 von der Finanzgruppe Fininvest 600.000 Dollar erhalten zu haben, um seine
Aussagen in zwei Berlusconi-Prozessen zu ändern. Fininvest, 1978 von Berlusconi
gegründet, ist eine der größten Finanzholdings in Italien und wird heute
offiziell von einer Tochter des Regierungschefs geleitet.
Im ersten der beiden Fälle hatte sich
Berlusconi gegen den Vorwurf verteidigen müssen, er habe zu Beginn seiner
ersten Amtszeit 1994 die „Guardia Finanza“ geschmiert. Im zweiten Fall war
Berlusconi vorgeworfen worden, der Sozialistischen Partei Italiens über die
Offshore Gesellschaft „All Iberian“ illegal Mittel zugeschoben zu haben. In beiden
Prozessen kam es 1998 zunächst zu Verurteilungen, dann zu Revisionen und
Freisprüchen Berlusconis.
Gremium war lange Zeit gespalten - Das
Alfano-Gesetz – benannt nach dem derzeitigen Justizminister – war Ende Juli
2008 vom italienischen Parlament verabschiedet worden. Der aus dem Lager der
Opposition stammende Staatspräsident Napolitano hatte das Gesetz
unterschrieben. Das Gesetz sieht die Immunität des Staatspräsidenten, der
Präsidenten von Senat und Abgeordnetenkammer sowie des Ministerpräsidenten vor.
Die in der EU einzigartige Regelung erfasst auch Straftaten, die nicht mit der
Wahrnehmung des Amtes in Verbindung stehen oder vor dem Amtsantritt verübt
wurden. Selbst solche Fälle werden gedeckt, in denen der Betroffene auf
frischer Tat ertappt wird.
Vor der Entscheidung des
Verfassungsgerichts hatte die Opposition zwei Richtern vorgeworfen, sie hätten
sich Ende September durch die Annahme einer Einladung zum Abendessen mit
Berlusconi kompromittiert. Noch am Montag war inoffiziell aus dem Gericht verlautet,
dass das aus 15 Richtern bestehende Gremium gespalten sei: Nur sieben wollten
die Regelung genauso zu Fall bringen wie den ersten Versuch eines
Immunitätsgesetzes („Lodo Schifani“), das 2004 als verfassungswidrig abgelehnt
worden war. jöb./Faz.net 8
Verfassungsgericht. Berlusconi ist nicht mehr immun
Rom. Das Verfassungsgericht Italiens
hat die juristische Immunität des Ministerpräsidenten aufgehoben. Damit schützt
ein Gesetz, das Silvio Berlusconi vor Strafverfolgung sichern sollte, ihn nicht
mehr. Es wurde für verfassungswidrig erklärt, wie aus Justizkreisen am Mittwoch
verlautete. Es verletze den Verfassungsgrundsatz, dass jeder vor dem Gesetz
gleich sei, hieß es.
Wie italienische Medien berichteten,
erklärten die 15 Richter das umstrittene Gesetz für nicht verfassungskonform.
Zudem reiche es nicht aus, eine Immunität gegen Strafverfolgung in einem Gesetz
festzuschreiben, berichtete Ansa weiter. Dies müsse laut Gericht in der
Verfassung verankert werden.
Das Immunitätsgesetz hatte Berlusconi
selbst initiiert. Er wollte damit sich und drei weiteren ranghohen Politikern
2008 die juristische Unantastbarkeit garantieren. Die Opposition hatte gegen
das Immunitätsgesetz protestiert und sie als "Lex Berlusconi" verurteilt.
Damit droht dem seit Monaten von
Schlagzeilen über angebliche Frauengeschichten und wilde Partys geplagten
konservativen Regierungschef nun die Wiederaufnahme gleich mehrerer Verfahren,
unter anderem wegen des Vorwurfs der Bestechung und wegen Steuervergehen.
In einem besonders aufsehenerregenden
Prozess muss sich der 73-Jährige womöglich wegen Beeinflussung von
Justizbehörden verantworten. Berlusconi wird vorgeworfen, seinen früheren
Anwalt David Mills für Falschaussagen in Prozessen in den 90er Jahren bezahlt
zu haben. Deswegen hatte in Mailänder Gericht eine Beschwerde eingereicht.
In dem Verfahren wegen Bestechung des
britischen Anwalts David Mills, der bereits zu viereinhalb Jahren Haft
verurteilt wurde, kann der bislang verschonte Mitangeklagte Berlusconi - wie
schon in anderen Verfahren - auf Verjährung hoffen. Berlusconi wurde im Prozess
als derjenige benannt, der den Rechtsanwalt für eine gerichtliche Falschaussage
mit 600.000 Dollar bestochen hatte.
Darauf werden seine Anwälte gewiss auch
in dem Verfahren um Unregelmäßigkeiten bei dem Handel mit Filmrechten
hinarbeiten. Dazu kam eine weitere Beschwerde kam aus Mailand, wo das Verfahren
um Unregelmäßigkeiten beim Handel mit Filmrechten durch Berlusconis
Medienkonzern Mediaset läuft.
Und schließlich brauchen Richter in Rom
Klarheit, ob sie eine Verhandlung gegen den Premier wegen des Vorwurfs eröffnen
können, er habe Senatoren mittels Bestechung zum Sturz der früheren Regierung
Prodi angestachelt. Dieser Prozess ist noch in einem frühen Stadium. Er wurde
mit Blick auf die anstehende Entscheidung des Verfassungsgerichts eigens
angehalten.
Lex Berlusconi
Schon 2004 war ein Vorgängergesetz, das
Berlusconi in einer früheren Regierungszeit vor Strafverfolgung gerettet hatte,
vom Verfassungsgericht verworfen worden. Gleich nach dem neuerlichen Wahlsieg
2008 hatte dann der junge Justizminister Angelino Alfano das jetzt gekippte
Gesetz ausgearbeitet, "Lodo Alfano" genannt, das nach Ansicht der
Regierungsmehrheit den höchstrichterlichen Bedenken Rechnung trug. Es betrifft
zwar auch den Staatspräsidenten und die Präsidenten von Senat und
Deputiertenkammer, ist aber auf die Interessen von Ministerpräsident Berlusconi
zugeschnitten.
Premier fühlt sich verfolgt
Hätte das Verfassungsgericht Berlusconi
Recht gegeben, wollte die Partei Italia dei Valori (Italien der Werte) ein
Referendum anstrengen. Das ist nicht nötig – vielmehr wird erwartet, dass der
Ministerpräsident mit einem Dekret für ein neues "Lodo Alfano" jedes
Sicherheitsrisiko für sich ausschließen will. Ob er das kann, hängt von der
Urteilsbegründung ab. Fraglich ist in jedem Fall, ob Staatschef Giorgio
Napolitano es unterzeichnen würde.
Während die Opposition nach dem Urteil
des Verfassungsgerichts von einem erhofften Rücktritt des "Cavaliere"
und einer "Übergangslösung" sprach, schloss die Regierungsmannschaft
des Medienmoguls dies kategorisch aus. "Wenn Berlusconi fällt, dann
schreiten wir zu den Urnen", hatte das Berlusconi-Lager einstimmig
verlauten lassen.
Auch Berlusconis Drohungen, sich mit vorgezogenen
Neuwahlen eine neue Legitimation zu verschaffen, könnten an den Rechten des
Staatspräsidenten scheitern. Berlusconi hatte ohenhin jüngst angekümndigt, er
werde unabhängig von der Entscheidung des Gerichts "auf jeden Fall bis zum
Ende der Legislaturperiode weiterregieren".
Und der Chef der ausländerfeindlichen,
rechtspopulistischen Regierungspartei "Lega Nord", Umberto Bossi,
hatte noch kurz vor der Urteilsverkündung gedroht, das Gericht wolle doch nicht
"den Zorn des Volkes heraufbeschwören".
Die Regierungspartei Popolo della
Libertà denkt daran, dem Premier mit einer Großdemonstration Anfang Dezember
neuen Rückenwind zu geben. Der Regierungschef selber, nervös und erregt wie
selten, sieht sich wieder einmal von Komplotten und Umsturzversuchen bedroht.
Roman Arens FR 8
Italien. Berlusconi kann angeklagt werden
Rom - Schwere Niederlage für den
Regierungschef: Das italienische Verfassungsgericht hat das umstrittene
Immunitätsgesetz für ungültig erklärt, durch das Silvio Berlusconi bisher vor
Strafverfolgung geschützt war. Jetzt muss er mit der Wiederaufnahme mehrerer
Korruptionsverfahren rechnen.
Der italienische Regierungschef Silvio
Berlusconi kann jetzt strafrechtlich verfolgt werden. Das ist die Konsequenz
eines Urteils des Verfassungsgerichts vom Mittwochabend. Die Richter verwarfen
mit neun zu sechs Stimmen ein Gesetz, das den vier höchsten politischen
Amtsträgern Italiens, unter ihnen dem Premierminister, für die Dauer ihres
Mandats Straffreiheit gewährt. Berlusconi drohen nun zwei Gerichtsverfahren.
Vertreter des Regierungslagers
kritisierten das Urteil als "politisch". Die Opposition begrüßte den
Richterspruch. Die Mehrheit der Richterkammer hielt die nach Justizminister
Angelino Alfano benannte und vergangenes Jahr vom Parlament verabschiedete
Immunitätsregelung ("Lodo Alfano") in zwei Punkten für
verfassungswidrig.
Zum einen sei sie nicht, wie notwendig,
durch eine Verfassungsänderung in Kraft getreten, sondern durch einfache
Parlamentsmehrheiten. Außerdem verletze die Norm den Gleichheitsgrundsatz.
Berlusconis Anwälte hatten argumentiert, der Premier sei ein"primus super
pares", also "Erster über Gleichen".
Das Urteil war mit besonderer Spannung
erwartet worden, weil es politische Konsequenzen für Berlusconi haben könnte.
So hatten Regierungspolitiker die Möglichkeit von Neuwahlen ins Spiel gebracht,
falls das Gericht ein ablehnendes Urteil fällen würde. Berlusconi, der über
hohe Sympathiewerte bei der Bevölkerung verfügt, schloss diese Möglichkeit aus:
"Das Verfassungsgericht steht auf der Seite der Linken. Ich werde
weitermachen", sagte er. Berlusconi wird sich nun in zwei
Gerichtsverfahren verantworten müssen.
Der Premier ist in Mailand angeklagt,
weil er den englischen Anwalt David Mills bestochen haben soll. Mills wurde
deshalb in erster Instanz zu viereinhalb Jahren Haft verurteilt. Dem Mailänder
Gericht zufolge hatte Berlusconi dem Anwalt 1998 mindestens 600.000 Dollar
(440.000 Euro) bezahlt, damit er in mehreren Gerichtsverfahren zugunsten des
Politikers aussage. Nach dem Urteil des Verfassungsgerichts wird sich
Berlusconi nun vor dem Gericht in Mailand verantworten müssen. Zudem läuft ein
Verfahren gegen den Premier wegen Steuerbetrugs.
Die Staatsanwaltschaft Mailand hatten
die verfassungsrechtliche Überprüfung des Immunitätsgesetzes beantragt, nach
dem der Staatspräsident, die Präsidenten der beiden Parlamentskammern sowie der
Ministerpräsident vor Strafverfolgung geschützt sind. Bereits 2004 hatte
Berlusconi versucht, seine juristischen Probleme mit einem Immunitätsgesetz zu
lösen. Das damalige Gesetz beurteilte das Gericht als verfassungswidrig, weil
es keine zeitliche Begrenzung der Immunität vorsehe. Im "Lodo Alfano"
war die Immunität für die Dauer der Amtszeit begrenzt und die Verjährung
aufgeschoben.
Die Regierung hatte das Gesetz damit
gerechtfertigt, dass der Ministerpräsident sich wegen der von
"politisierten Juristen" gegen ihn geführten Prozesse nicht
ausreichend seinem Amt widmen könne. Kritiker behaupten, Berlusconi wolle sich
mit dem Immunitätsgesetz der Strafverfolgung entziehen. "Es hat sich
gezeigt, dass der Regierungschef ein Bürger wie alle anderen ist", sagte
Pierluigi Bersani von der oppositionellen Demokratischen Partei. Julius
Müller-Meiningen SZ 8
Berlusconi wird wieder angreifbar
Aufhebung der Immunität des
italienischen Premiers durch Verfassungsgericht mit klarer Mehrheit - Von Paul
Kreiner, Rom
Italiens Ministerpräsident Silvio
Berlusconi hat eine unerwartet schwere Niederlage erlitten: Das
Verfassungsgericht in Rom verwarf am Mittwoch Abend das Gesetz, mit dem sich
Berlusconi als einziger italienische Spitzenpolitiker vor Strafverfolgung
bewahren wollte. Das Gesetz war vor einem Jahr in Kraft getreten und erspart
dem Regierungschef aktuell drei Prozesse wegen Bestechung von Justizorganen und
wegen Steuervergehen; dabei geht es unter anderem um den Ankauf von
Fernsehrechten durch Berlusconis Medienkonzern Fininvest und das Anlegen
schwarzer Kassen im Ausland.
Berlusconis Staatssekretär bezeichnete
die Entscheidung am Mittwoch Abend als „politisches Urteil"; die Regierung
werde sich in ihrem Weg, den sie den Wählern 2008 versprochen habe, nicht
beirren lassen und weitermachen.
Formell galt die nach dem
Justizminister benannte „Lex Alfano" auch für die anderen drei höchsten
Repräsentanten des Staates - den Staats- und die beiden Parlamentspräsidenten
-, faktisch kam sie allein Berlusconi zugute. Dessen Verteidiger hatten vor den
höchsten Gericht erklärt, es handele sich um keine Immunität, weil die Prozesse
gegen den Ministerpräsidenten nicht beendet, sondern nur für die Dauer von
dessen Amtszeit auf Eis gelegt worden seien.
Das Verfassungsgericht hebelte die „Lex
Alfano" - mit der überraschend klaren Mehrheit von neun zu sechs Stimmen -
aus gleich zwei Gründen aus. Zum einen verletze sie die grundlegende
„Gleichheit der Bürger vor dem Gesetz", zum anderen sei sie mit einem
schweren Formfehler geboren: Berlusconi hatte die Regelung als einfaches Gesetz
verabschieden lassen; die Richter hingegen sagen, er hätte dazu formell die Verfassung
ändern müssen. Genau diese Klippe hat Berlusconi vor einem Jahr umschifft, weil
er dafür nicht die nötige Zwei-Drittel-Mehrheit im Parlament zustande gebracht
hätte und andernfalls eine Volksabstimmung hätte machen müssen, deren Ausgang
unsicher gewesen gewesen.
Vor den Verfassungsrichtern hatten
Berlusconis Anwälte, die gleichzeitig Parlamentarier sind, gefordert, der
Regierungschef müsse mit Rücksicht auf sein umfassendes Amt anders behandelt
werden als die restlichen Spitzenpolitiker; nur bei einer Befreiung von
Strafprozessen könne er sich „mit voller Kraft seiner Regierungsaufgabe"
widmen.
Wie es in Italien nun weitergeht, blieb
am Mittwoch Abend offen. Der offizielle Rechtsvertreter des italienischen
Staates, Glauco Nori, hatte vor einigen Tagen den Rücktritt Berlusconis ins
Gespräch gebracht. Ein Rücktritt Berlusconis oder Neuwahlen sind aber weder
zwingend noch sehr wahrscheinlich. Schon am Montagabend hatte der Medienmogul
ärgerlich geschworen, er werde „auf jeden Fall bis zum Ende der
Legislaturperiode regieren und dem Mandat der Wähler treubleiben“. Mindestens
zwei Prozesse würden automatisch wiedereröffnet, sagte Franco Pavoncello,
Politikprofessor an der John-Cabot-Universität in Rom. Dazu komme noch der
Sex-Skandal. „Er war unangreifbar, und er wirdjetzt wieder angreifbar“, sagte
er.
Daniele Capezzone, der Sprecher von
Berlusconis Partei PDL, erklärte, Berlusconi werde sich den Verfassungsrichtern
nicht unterwerfen: „Der einzige Richter, der entscheidet, wer regiert und wer
in Opposition geht, sind die Wähler." Umberto Bossi, Regierungspartner
Berlusconis und Chef der rechtsextremen Lega Nord, hatte das Verfassungsgericht
während der Entscheidungsfindung sogar offen bedroht: „Die werden es nicht
wagen, gegen den Zorn des Volkes zu entscheiden. Wir haben das Volk. Wir
ziehen, wir schleppen es gegen diese Entscheidung auf die Straßen."
Tsp 8
Kommentar. Lahme Ente Berlusconi
Eines ist sicher: Berlusconi gibt in
der schwierigsten Lage nicht auf, nicht freiwillig. Auch nicht, nachdem er
jetzt binnen weniger Tage gleich zwei Tiefschläge einstecken musste.
Zuerst brandmarkte ihn ein Gericht
einmal mehr als Bestecher und brummte ihm eine Entschädigung von 750 Millionen
Euro auf. Dann scheiterte das Immunitätsgesetz komplett vor dem
Verfassungsgericht, das schlimmstmögliche Ende für den Premier. Was nun?
Berlusconi kann nur vorerst noch auf
seine starke Mehrheit bauen, in der sich greifbare Nervosität und
Dialogunfähigkeit zwischen Rechten und Moderaten breit gemacht haben. Kann der
Premier die unterschiedlichen regionalen Interessen und Gruppenziele mit seiner
Macht weiter unter einen, unter seinen Hut bringen? Oder geht es jetzt mit ihm
bergab, wird er zur lahmen Ente?
Es ist viel zusammengekommen, lange vor
dem Verlust der Immunität. Seit ihm die eigene Ehefrau den Stuhl vor die Tür
stellte, weil er Show-Mädels zu Abgeordneten machen wollte und in einen
Sexskandal mit Minderjährigen verwickelt ist, ist der Regierungschef
angeschlagen und vor allem mit Selbstverteidigung beschäftigt. Die glanzvolle
Organisation des G8-Gipfels in L’Aquila lenkte nur kurz von seinen Problemen
ab.
Berlusconis wütendes Vorgehen gegen
kritische Medien belegt seine Schwäche. Auch wenn er in seinen nächsten
Prozessen wie früher ungeschoren davonkommen sollte – irgendwann ist das Maß
der Zumutungen voll. Alles dreht sich um ihn, der sein Land wie sein Eigentum
regiert, während es tiefer in der Krise steckt als andere. Irgendwann werden
das auch seine Wähler bitter merken. ROMAN ARENS FR 8
Berlusconi verliert Immunität - Italien, was nun?
Rom. Die Spannung im römischen
Regierungspalast war beständig gestiegen, nun platzte die Bombe: Das oberste
italienische Gericht erklärte ein von Ministerpräsident Silvio Berlusconi 2008
unmittelbar nach seiner Wiederwahl verabschiedetes Immunitätsgesetz für
verfassungswidrig.
Begründung: Das Gesetz hätte eine
Verfassungsänderung erfordert. Berlusconi hatte die Norm hingegen kurz nach
seiner Wiederwahl unter dem Eindruck drohender Prozesse per
Vertrauensabstimmung durchgedrückt. Nun droht dem seit Monaten durch Affären
gebeutelten Ministerpräsidenten die Wiederaufnahme gleich mehrerer
Strafverfahren, unter anderem wegen des Vorwurfs der Bestechung und wegen
Steuervergehen.
Das Urteil kam nicht ganz unerwartet.
In der Opposition wie auch im Regierungslager war schon in den vergangenen
Tagen ganz offen über die möglichen Folgen einer Ablehnung des "Lodo
Alfano", wie das umstrittene Gesetz heißt, diskutiert worden. Während die
Opposition vom Rücktritt des "Cavaliere" und einer
"Übergangslösung" träumte, schloss die Regierungsmannschaft des
Medienmoguls dies kategorisch aus. "Wenn Berlusconi fällt, dann schreiten
wir zu den Urnen", hieß es einstimmig vom Berlusconi-treuen
Europa-Minister, Andrea Ronchi, bis hin zum Berlusconi-kritischen Präsidenten
des Abgeordnetenhauses, Gianfranco Fini. Und der Chef der ausländerfeindlichen,
rechts- populistischen Regierungspartei "Lega Nord", Umberto Bossi,
drohte gar, das Gericht wolle doch wohl kaum "den Zorn des Volkes
heraufbeschwören".
Ein Rücktritt Berlusconis oder
Neuwahlen sind aber weder zwingend noch sehr wahrscheinlich. Solange der für
seine zahlreichen Probleme mit der Justiz bekannte Premier nicht aus eigenem
Antrieb den Hut nimmt oder vom Parlament per Misstrauensvotum gestürzt wird,
ändert sich rechtlich erst einmal nichts. "Wenn die Richter das Gesetz
ablehnen, verliert das Land kostbare Zeit", zitierten Zeitungen Berlusconi
am Mittwoch. Dann müsse er sich nämlich ab und an in Gerichtssälen tummeln.
Schon am Montagabend hatte der Medienmogul ärgerlich geschworen, er
werde "auf jeden Fall bis zum Ende der Legislaturperiode regieren und
dem Mandat der Wähler treubleiben".
"Was sollen wir denn die Wähler
fragen", erklärten auch Mitglieder seiner Partei "Volk der
Freiheit" (PDL). Berlusconi habe schließlich die volle Unterstützung der
Bevölkerung. So scheint es wahrscheinlich, dass das Immunitätsgesetz zurück ans
Parlament geht, um "noch einmal überarbeitet" zu werden. Neuwahlen
kämen im übrigen kaum jemandem in Italien zu Pass. Nach letzten
Meinungsumfragen würde im Moment einzig die ausländerfeindliche, rechts-populistische
Regierungspartei Lega Nord profitieren. Sie konnte bereits bei den Europawahlen
auf Kosten von Berlusconis PDL punkten.
Nach Umfragen Berlusconi-treuer
Zeitungen vom Mittwoch stehen weiter sieben von zehn Italienern hinter dem
Regierungschef. Nach letzten Berichten der regierungskritischen Zeitung
"La Repubblica" lag die Zustimmung immerhin noch bei etwa 52 Prozent.
Die größte Oppositionspartei, die links von der Mitte stehende PD hat es seit
der schweren Wahlschlappe von 2008 nicht geschafft, wieder einen Fuß auf den
Boden zu bekommen und sich ein Profil zu geben, das über den bloßen
Anti-Berlusconismus hinausginge. Ende Oktober soll ein neuer Parteichef der
Demokraten gewählt werden. Für einen Wahlkampf wäre es ein für das linke Lager
ein denkbar schlechter Zeitpunkt.
Ungelegen kommt die Entscheidung
Berlusconi dennoch. Erst am Wochenende demonstrierten nach Angaben der
Veranstalter rund 300 000 Menschen in Rom für mehr Pressefreiheit und
gegen die "Medien- Knebelung" durch Berlusconi. Gleichzeitig wurde
ein Urteil veröffentlicht, in dem der Regierungschef zusammen mit seinem
Fininvest-Konzern wegen Bestechung verurteilt wird. Seitdem er sich nach dem
schweren Erdbeben Anfang April in den Abruzzen medienwirksam als sorgender
Landesvater in Szene gesetzt hatte, ist der Regierungschef aus der Kritik nicht
mehr herausgekommen. Sein anrüchiges Privatleben hatten ihm international
schwer zugesetzt. Doch der 73-Jährige gibt sich gern unverwüstlich. (dpa 8)
Kommentar. In Italien ist es vorbei mit der politischen Ruhe
Der italienische Ministerpräsident
Silvio Berlusconi muss ab sofort wegen seiner Verwicklung in zahlreiche
Bestechungsskandale wieder mit Strafverfolgung rechnen. Eine bisher geltende
Immunitätsregelung wurde als verfassungswidrig eingestuft. Damit stehen Italien
stürmische Zeiten bevor.
Silvio Berlusconi sei „ein Pharao“,
hieß es auf Plakaten, die Italiens Premier am Wochenende nach dem verheerenden
Erdrutsch in Sizilien im Protest entgegen gehalten wurden, und sein Plan, eine
Brücke über die Meerenge von Messina schlagen zu lassen, lasse sich nur mit dem
Bau der Pyramiden vergleichen.
Da ist etwas dran - und zumindest aus
diesen Plänen wird nun wohl nichts mehr. Denn der Bau dieser Brücke wäre
wirklich ein Jahrhundertwerk, gigantisch, himmelstürmend, vielleicht
größenwahnsinnig – der allerdings auch den Verkehr noch einmal neu auf die
Insel gelenkt haben würde, wie die Pyramiden schon seit 3000 Jahren zahlende
Gäste nach Ägypten locken. Von diesem Gedankenspiel muss sich die Phantasie
vieler Italiener nun verabschieden.
Der Entscheid des Verfassungsgerichtes
nämlich, nun – entgegen des seit einem Jahr geltenden und von Berlusconi
initiierten Immunitätsgesetzes – auch in der laufenden Amtszeit der Regierung
verschiedene hängende Prozesse gegen Premier Silvio Berlusconi, Präsident
Giorgio Napolitano, Kammerpräsident Gianfranco Fini und Senatspräsident Renato
Schifani wieder aufzunehmen, wird dem Land vieles bescheren, nur eines nicht:
politische Ruhe und waghalsige Zukunftsprojekte.
So wird Italien mit diesem Entscheid
also wieder ein Stück normaler werden, könnte man sagen, auch europäischer –
und verliert doch gleichzeitig auch ein Stück seiner genuinen historischen
Erinnerung, etwa an den souveränen Borgia-Papst Alexander VI., der moralisch in
vieler Hinsicht verwerflich war, aber ein ausgezeichneter und gerissener
Politiker für die Belange und Interessen seines Reiches. Paul Badde DW 8
Eklat nach Immunitätsverlust. Berlusconi brüskiert Italiens Staatspräsidenten
Silvio Berlusconi wittert überall
politische Feinde, nachdem Italiens Verfassungsrichter den Weg für seine
Strafverfolgung frei gemacht haben. Der Ministerpräsident ledert auch gegen
Staatsoberhaupt Napolitano - das Präsidialamt reagiert scharf.
Nach der Aberkennung seiner Immunität
durch das Verfassungsgericht hat Italiens Ministerpräsident die Justiz und den
Staatspräsidenten Giorgio Napolitano kritisiert.
Berlusconi bezeichnete das
Verfassungsgericht nach dessen Entscheidung als "politisches Organ",
das von den Linken beherrscht werde. Wörtlich sagte der Chef der
Mitte-Rechts-Koalition: "Ich habe nie daran geglaubt, dass die Norm
bestätigt würde bei elf linken Richtern." Auch die Medien favorisierten
die Linken, erklärte der Milliardär, der selbst über ein Medienimperium verfügt.
Staatsoberhaupt Napolitano bezeichnete
Berlusconi als parteiisch. Der Staatspräsident hatte zuvor erklärt, er
respektiere die Entscheidung der Verfassungsrichter. Berlusconi erklärte
daraufhin, ihn interessiere die Meinung des Präsidenten nicht. "Man weiß
doch, auf welcher Seite er steht", sagte ein sichtlich gestresst wirkender
Berlusconi am Mittwochabend vor seiner Residenz.
Aus dem Präsidentenpalast kam auf
diesen Vorwurf umgehend eine scharfe Reaktion: "Jeder weiß, auf welcher
Seite der Präsident steht. Auf der Seite der Verfassung, und er übt seine
Funktionen mit absoluter Unparteilichkeit aus."
Berlusconis wenig staatsmännische
Erwiderung, es interessiere ihn nicht, was der Staatschef erkläre, sorgte bei
der Opposition für Proteste. Solche Äußerungen seien in anderen Ländern
unmöglich, "und waren es bis vor einigen Jahren auch in Italien",
sagte der Generalsekretär der Demokratischen Partei, Dario Franceschini.
Berlusconis Verhalten sei vollkommen "unverantwortlich".
Trotzige Sprüche mit geballter Faust -
Das Verhältnis des rechten Regierungschefs zu Napolitano ist seit jeher äußerst
schwierig gewesen. Der 84-Jährige kämpfte einst gegen die Faschisten und trug
maßgeblich dazu bei, dass die italienischen Kommunisten sich zu einer
sozialdemokratischen Partei wandelten.
Das Verfassungsgericht hatte am
Mittwoch eine bisher geltende Immunitätsregelung für verfassungswidrig erklärt,
die von Berlusconis Regierung im Juli 2008 verabschiedet worden war. Berlusconi
muss nach dem Urteil mit der umgehenden Wiederaufnahme von zwei
Korruptionsverfahren rechnen.
Berlusconi hatte noch vor kurzem
erklärt, er werde unabhängig von der Entscheidung des Gerichts dem
Wählerauftrag treubleiben und "auf jeden Fall bis zum Ende der
Legislaturperiode weiterregieren". Und der Chef der ausländerfeindlichen,
rechtspopulistischen Regierungspartei „Lega Nord“, Umberto Bossi, hatte noch
kurz vor der Urteilsverkündung gedroht, das Gericht wolle doch wohl kaum
"den Zorn des Volkes heraufbeschwören".
Trotz des Urteils werde er an der Spitze
der Regierung bleiben, betonte Berlusconi. Die Gerichtsverhandlungen gegen ihn
seien eine Farce. "Es lebe Italien und es lebe Berlusconi" rief der
Ministerpräsident mit geballter Faust nach der Urteilsverkündung. (dpa 9)
Berlusconi beschimpft Obersten Gerichtshof und Staatspräsidenten
Rom - Nach dem Verlust seiner
juristischen Immunität teilt Italiens Ministerpräsident Silvio Berlusconi aus.
In einem verbalen Rundumschlag
attackierte der unter Korruptionsverdacht stehende Regierungschef den Obersten
Gerichtshof, die linksgerichtete Opposition und kritische Medien. Selbst
Staatsoberhaupt Giorgio Napolitano blieb von den Angriffen des 73-jährigen
Konservativen nicht verschont. Kommentatoren reagierten entsetzt. Inmitten der
schweren Wirtschaftskrise droht der Rechtsstreit die italienische Politik auf
Monate, wenn nicht sogar Jahre zu lähmen.
Im einem Radiointerview kündigte
Berlusconi am Donnerstag einen entschiedenen Kampf vor Gericht an. "Die
zwei Verfahren gegen mich sind falsch, lächerlich, absurd, und ich werde das
den Italienern beweisen, indem ich vor die Kameras trete. Und ich werde mich
persönlich im Gerichtssaal verteidigen und meine Gegner der Lächerlichkeit
preisgeben und allen zeigen, aus welchem Holz sie geschnitzt sind und aus
welchem Holz ich geschnitzt bin." Seine Regierung werde "gelassen,
ruhig und mit noch mehr Schneid" weitermachen.
Bereits kurz nach der Entscheidung des
Obersten Gerichtshofs gegen einen Schutz vor Strafverfolgung hatte Berlusconi
am Mittwochabend erklärt, er müsse nun "seinen öffentlichen Dienst für ein
paar Stunden ruhen lassen, um vor den Gerichten zu erscheinen und um zu
beweisen, dass sie alle Lügner sind". Die Gerichtsverhandlungen gegen ihn
seien eine Farce. "Es lebe Italien und es lebe Berlusconi", rief der
Ministerpräsident mit geballter Faust nach der Urteilsverkündung.
Berlusconi bezeichnete das Gericht als
"politisches Organ", das von den Linken beherrscht werde. Auch der
italienische Präsident Napolitano und die Medien favorisierten die gegnerische
Seite. Napolitano wies den Vorwurf der Parteilichkeit in ungewöhnlich scharfen
Worten zurück. Daraufhin erklärte Berlusconi: "Mir ist egal, was das
Staatsoberhaupt sagt. Ich habe das Gefühl, dass ich hier zum Narren gehalten
werde."
Das Gericht befand, dass das von
Berlusconi initiierte Gesetz gegen den Verfassungsgrundsatz verstoße, dass
jeder Mensch vor dem Gesetz gleich ist. Mit dem Urteil könnten gleich mehrere
Prozesse gegen den umstrittenen Politiker wieder aufgenommen werden. Dabei geht
es sowohl um Steuerhinterziehung als auch um Korruptionsvorwürfe. Hinzu kommt
noch der seit einigen Monaten schwelende Sex-Skandal um Berlusconi. So sollen
Prostituierte bei Feiern in seinem Haus anwesend gewesen sein.
"Dies könnte destabilisierende
Auswirkungen auf die Politik und den Gesetzgebungsprozess haben",
kommentierte die angesehene Wirtschaftszeitung "Il Sole 24". Die
einzige Lösung für diese Krise könne nur sein, "mit Geduld einen
Regierungsstil zu suchen, der der wirtschaftlichen und sozialen Lage des Landes
angemessen" sei. Tito Boeri, Wirtschaftsprofessor an der Mailänder
Bocconi-Universität sagte, für Italien sei das Urteil eine schlechte Nachricht.
Berlusconi sei schon eine "lame duck" (lahme Ente) an der Spitze
einer schwachen Regierung. Dies werde nun noch schlimmer. Gleichzeitig brauche
das konjunkturschwache Italien dringend Reformen, um die Wirtschaft in Gang zu
bringen. Berlusconi werde sich nun noch weniger darauf konzentrieren.
Das Immunitätsgesetz sollte auch den
Präsidenten des Landes und die Parlamentspräsidenten vor Strafverfolgung
schützen. Es war aber eindeutig auf Berlusconi zugeschnitten, der in mehreren
Verfahren wegen Betrugs und Korruption angeklagt ist. Die Opposition feierte
das Urteil. Die Verbündeten Berlusconis aus dem Mitte-Rechts-Lager kündigten
eine Massenkundgebung zur Unterstützung des Ministerpräsidenten an. (Reuters 9)
Prozess in Rom. Lex Berlusconi vor Gericht
Wird es tatsächlich eng für Silvio
Berlusconi? In Italien wird in letzter Instanz über ein Immunitätsgesetz
geurteilt - kippt es, gerät der Premier in Schwierigkeiten.
Italien wartet gespannt auf ein Urteil
des höchsten Gerichts, das über die politische Zukunft von Ministerpräsident
Silvio Berlusconi entscheiden könnte. Das Gericht beurteilt die Verfassungsmäßigkeit
eines 2008 verabschiedeten Immunitäts-Gesetzes. Danach werden Strafverfahren
gegen die Inhaber der vier höchsten Staatsämter - Staatspräsident, die beiden
Parlamentspräsidenten sowie Ministerpräsident - für die Mandatszeit ausgesetzt.
Regierungschef Berlusconi hat sich so
mehrere Gerichtsprozesse, in denen er angeklagt ist, vom Leib gehalten. Sollte
das Verfassungsgericht die nach Justizminister Angelino Alfano benannte
"Lex Alfano" - de facto eine "Lex Berlusconi", da es auf
ihn zugeschnitten ist - verwerfen, könnte das den Regierungschef in schwere
Bedrängnis bringen.
Am Dienstag begann die 15-köpfige
Richterkammer mit der Beratung. Es ist bereits das zweite Mal, dass ein
Immunitätsgesetz vor dem Verfassungsgericht verhandelt wird. Vor sechs Jahren
lehnten die Richter eine ähnliche Regelung ab. Nun hofft Berlusconi, dass die
modifizierte Version Anerkennung findet. Danach soll die Immunität nur für die
Dauer der Amtszeit gelten und die Verjährungsregeln für diese Zeit sollen
aufgehoben sein. Diese Punkte hatten die Verfassungsrichter 2003 beanstandet.
750 Millionen für gekauftes Urteil
Das Urteil wird in einer Zeit fallen,
in der Berlusconi politisch und wirtschaftlich in Schwierigkeiten ist. Gerade
verurteilte ein Gericht in Mailand seine Familien-Holding Fininvest zu
Schadenersatz in Höhe von 750 Millionen Euro wegen eines gekauften
Gerichtsurteils aus dem Jahr 1991. Die Holding Cir des Medienunternehmers Carlo
De Benedetti habe einen wirtschaftlichen Schaden in dieser Höhe erlitten, weil
das Gericht auf illegale Weise Mondadori, das größte Verlagshaus Italiens,
Berlusconis Fininvest zugesprochen hatte.
In der Urteilsbegründung wird
Berlusconi nun als "mitverantwortlich" für die von seinen Anwälten
ausgeführte Korruption bezeichnet. Mehrere Anwälte, unter ihnen der
Berlusconi-Intimus und spätere Justizminister Cesare Previti, wurden dafür
bereits zu Haftstrafen verurteilt. Berlusconis strafrechtliche Verantwortung
ist bereits verjährt. Der 73-jährige Ministerpräsident zeigte sich angesichts des
Mondadori-Urteils "bestürzt" und bezeichnete den Spruch als
"jenseits von Gut und Böse". Alle Gegner sollten wissen, dass die
Regierung ihre fünfjährige Mission zu Ende bringen werde. Damit wollte der
Ministerpräsident Gerüchten entgegentreten, nach denen seine Regierung in Folge
eines negativen Entscheids des Verfassungsgerichts zurücktreten und Neuwahlen
notwendig würden.
Drei Verfahren gegen
"ilCavaliere" - Berlusconi müsste sich in drei Verfahren
rechtfertigen, sollte die Immunitätsregelung als verfassungswidrig beurteilt
werden. Für diesen Fall sehen Beobachter die Handlungsfähigkeit der Regierung
als eingeschränkt an. Unter anderem müsste Berlusconi sich wegen der Bestechung
des englischen Anwalts David Mills verantworten, den er zu mehreren Falschaussagen
in Prozessen angestiftet haben soll. Mills wurde erstinstanzlich bereits zu
viereinhalb Jahren Haft verurteilt. Auch dem Ministerpräsidenten drohte eine
Verurteilung.
Zudem ist Berlusconi wegen
Steuerbetrugs im Zusammenhang mit dem Kauf von Fernsehrechten seiner Firma
Mediaset angeklagt. Außerdem muss er sich gegen den Vorwurf wehren, mehrere
Senatoren aus dem Regierungslager gegen Geld abgeworben und so den Sturz der
Regierung von Romano Prodi 2008 befördert zu haben.
"Verschwörung von Justiz und
Linken" - Die Regierungsmehrheit im Parlament stellte sich demonstrativ
auf die Seite Berlusconis. In einer Erklärung der Fraktionsvorsitzenden ist die
Rede von einem "umstürzlerischen Plan" der Justiz und der Linken, um
den Fall Berlusconis heraufzubeschwören. Der Zeitpunkt des Mondadori-Urteils
kurz vor der Verhandlung über die "Lex Alfano" sei verdächtig,
argumentierten die Politiker und entwarfen so das Bild einer Verschwörung gegen
den Premier.
Neben den Urteilen sieht sich die
Regierung außerdem heftigem politischen Protest ausgesetzt, auch wenn die
Koalition aus Berlusconis Volk der Freiheit und Lega Nord aktuellen Umfragen
zufolge über 56Prozent Zustimmung verfügt. Die Opposition hatte kürzlich die
Amnestie für Steuerhinterzieher, die Kapital ins Ausland geschafft hatten, als
"mafiös" bezeichnet. Anscheinend hat auch die Massen-Demonstration
gegen die Beschneidung der Pressefreiheit vom vergangenen Samstag ihre Wirkung
gehabt. Julius Müller-Meiningen SZ
Silvio Berlusconi. Der gerichtsnotorische Premierminister
Mit der italienischen Justiz hat Silvio
Berlusconi schon mehrfach nähere Bekanntschaft gemacht. Die Vorwürfe gegen den
heute 73 Jahre alten Ministerpräsidenten und Medienmogul reichten von Meineid
über Steuerbetrug bis zur Bestechung. Einige Verfahren endeten in erster
Instanz sogar mit Gefängnisstrafen für den Konzernchef und Politiker, die
Urteile wurden später aber aufgehoben.
Auch eigens erlassene Gesetze halfen
dem Premier, Staatsanwälte und Richter abzuschütteln. So wurde 2008 ein Korruptionsprozess
gegen Berlusconi ausgesetzt, weil ein neues Gesetz den vier ranghöchsten
Politikern des Landes Immunität gewährte. Die Beschwerde gegen dieses Gesetz
war jetzt erfolgreich.
Zuvor musste sich der Medien-Milliardär
in Mailand wegen der Bestechung des britischen Anwalts David Mills
verantworten. 1998 soll Berlusconi ihm 600.000 US-Dollar bezahlt haben, damit
dieser in Prozessen gegen seinen Medienkonzern Mediaset Falschaussagen macht.
Im Februar 2009 wurde Mills deshalb zu viereinhalb Jahren Haft verurteilt. Das
zuständige Gericht gehörte jetzt zu den Beschwerdeführern vor dem
Verfassungsgericht, weil es auch Berlusconi verfolgen will.
Vorwürfe wegen Bilanzfälschung ließ ein
Gericht 2002 nach auffällig langen Beratungen als verjährt fallen. Angeblich
hatte Berlusconi als Präsident des Fußballclubs AC Mailand 1992 den
Millionentransfer für einen Spieler teils mit Schwarzgeld bezahlt und zu
niedrig deklariert.
Auch ein Verfahren um Korruption beim
Kauf des Buchverlags Mondadori durch Berlusconis Mediaset-Konzern stellten die
Richter 2001 wegen Verjährung ein. Angeblich hatte Berlusconi im Verlauf der
Transaktion die römische Justiz bestochen.
1999 wurde Berlusconi gerichtlich von
dem Vorwurf freigesprochen, es habe beim Kauf eines privaten Grundstücks
Unregelmäßigkeiten gegen.
Wegen illegaler Parteienfinanzierung
verurteilte ein Gericht Berlusconi 1998 zu 28 Monaten Haft. Ein Jahr später
wurde das Urteil aufgehoben. Es ging um Zahlungen von rund 10,2 Millionen Euro
auf schwarze Konten des ehemaligen sozialistischen Ministerpräsidenten Bettino
Craxi.
Der Verdacht, Berlusconis früheres
Unternehmen Fininvest habe Anfang der 90er Jahre mehr als 160.000 Euro
Schmiergeld an Steuerprüfer gezahlt, endete 1998 mit Berlusconis Verurteilung
zu 33 Monaten Haft. In einem Berufungsverfahren im Jahr 2000 wurde der damalige
Oppositionschef aber freigesprochen.
Wegen Bilanzfälschung beim Erwerb der
Filmverleihfirma Medusa in den 1980er Jahren verurteilte ein Gericht Berlusconi
1997 zu 16 Monaten Haft. Im Jahr 2000 wurde er wegen "erwiesener
Unschuld" freigesprochen.
Weil er seine Mitgliedschaft in der
berüchtigten Geheimloge P2 abgestritten hatte, wurde Berlusconi 1990 wegen
Meineids verurteilt. Das Urteil wurde in einer Berufungsverhandlung bestätigt,
verfiel dann aber wegen einer Amnestie. (dpa 8 )
Flüchtlinge auf Sizilien. "Es geht um das Recht auf Leben"
Der Pfarrer ist wütend. Er sitzt hinter
seinem mit Papierstapeln, Fotos und Holzschnitzereien vollgestopften
Schreibtisch und schäumt: "Da geht es nicht um Almosen, nicht um
christliche Nächstenliebe und nicht um Flüchtlingskonventionen," sagt er,
während das Telefon schellt. "Da geht es schlicht und einfach um das Recht
auf das Leben. Wir haben alle ein natürliches Recht auf das Leben. Kapiert es
hier niemand? " Dann muss Don Carlo ans Telefon. Einmal wieder hat ein
Arbeitgeber, ein Hotelier, einem seiner Schützlinge den vereinbarten Lohn
verweigert. Was immer wieder passiert auf Sizilien, wenn der Arbeitgeber ein
Italiener ist und der Arbeitnehmer ein Ausländer, der aus einem Nicht-EU-Land
eingewandert ist. Weshalb Don Carlo immer wieder einschreiten muss.
Don Carlo ist der Pfarrer von Bosco
Minniti, einem Viertel am Stadtrand von Syrakus, das so aussieht, wie die
süditalienische Peripherie meistens aussieht: verfallende Neubauten, Abfall,
Schrott, verrostete Drahtzäune, augenscheinliche Verwahrlosung. Hier geht es
niemandem gut, auch den Einheimischen nicht. Aber ausgerechnet hier hat Don
Carlo das Pfarrhaus zum Aufnahmelager, Gästehaus und Anlaufstelle für Migranten
umfunktioniert.
Seit über 30 Jahren gibt er allen
Flüchtlingen Obdach, die an die Tür der Pfarrei klopfen. Seit ungefähr zehn
Jahren, meint er, stammen seine Gäste fast ausschließlich aus afrikanischen
Ländern, die sich im Krieg oder in Auflösung– d.h. in der Gewalt von Warlords –
befinden. Aus solchen Ländern kommen ja die Migranten, die über das Mittelmeer
Italien erreichen. Wenn sie überhaupt das Land erreichen.
Vor Portopalo, dem Fischerhafen nahe
Syrakus, den die Migranten- Boote aus Afrika anlaufen, wenn sie von der Route
nach Lampedusa abirren, wurden jahrelang Leichen aus dem Meer gefischt. In
diesem Sommer sind 73 Eritreer beim Versuch gestorben, mit einem Schlauchboot
nach Lampedusa zu kommen. Hunderte anderer Einreisewilligen wurden von der
italienischen Küstenwache abgefangen und nach Libyen abgeschoben.
Was nach dem Vatikan und der EU die
UN-Kommissarin für Menschenrechte Navi Pillay auf den Plan rief: Da würden
Menschen abgeschoben, rügte sie die italienische Regierung, die wahrscheinlich
Kriegsflüchtlinge sind, ohne dass ihnen die Möglichkeit gegeben würde, einen
Asylantrag zu stellen. Ein Vorgang, der gegen die Genfer Flüchtlingskonvention
verstößt.
Für Padre Carlo braucht man gar nicht
zu diskutieren, ob Migranten Anrecht auf Asyl haben oder nicht. Auch nicht, ob
die Kirche ihnen helfen müsse oder nicht. Um dies zu tun hat er auch den Streit
mit der Kirchenobrigkeit nicht gescheut. Einmal, als so viele Flüchtlinge in
einer Nacht ankamen, dass es weder in den stets überfüllten sizilianischen
Aufnahmelagern noch in den Gemeinderäumen Platz für sie gab, verwandelte der
Pfarrer das Gotteshaus in ein Schlaflager – und handelte sich deswegen einen
Anpfiff des Bischofs ein.
Inzwischen finden im Gemeindehaus von
Bosco Minniti weniger Neuankömmlinge Zuflucht, als Migranten, die schon lange
in Italien leben und arbeiten. Menschen, die im Norden der Halbinsel einen Job
gefunden haben, aber regelmäßig nach Sizilien fahren müssen, um ihre
Aufenthaltsgenehmigung zu verlängern – bei der Fixheit italienischer Behörden
eine Angelegenheit, die Monate in Anspruch nehmen kann. Andere sind
Saisonarbeiter, die sich auf sizilianischen Landgütern als Tagelöhner verdingen
und keine andere Bleibe finden.
Aber nach den Streitigkeiten mit den
kirchlichen Hierarchien haben nun auch die Gemeindemitglieder – bis auf drei
einzige treue Mitstreiter - Don Carlo in Stich gelassen. "Wegen der
Schwarzen da", erklärten die Bewohner des Viertels ihrem Pfarrer. Don
Carlo spricht das Wort Rassismus nicht aus, deutet aber, dass "diese
Denkweise" in Italien inzwischen an der Tagesordnung ist. "Dank der
Propaganda." Die Menschen würden permanent einer Gehirnwäsche unterzogen.
So konnte das jüngste "Sicherheitsgesetz", das im August in Kraft
getreten ist, den Migranten praktisch jedes Recht entziehen, ohne dass sich
Widerstand regte.
Das Paragrafenbündel lässt zwar
prinzipiell die Möglichkeit zu, Asylantrag zu stellen, macht aber aus jedem
Ausländer, der ohne gültige Papiere aufgegriffen wird, einen Straftäter. Dem
drohen Haftstrafen, Geldbußen bis zu 10 000 Euro und die sofortige Abschiebung.
Egal, ob der "illegale" Ausländer deswegen über kein Visum verfügt,
weil er aus einem Kriegsgebiet stammt oder politisch verfolgt wird – erst
einmal wird gegen ihn Klage erhoben.
Zirka eine Million clandestini
(illegale Einwanderer) leben nach Schätzungen in Italien.
"Wenn diese Menschen wirklich das
Land verlassen würden", sagt Pater Carlo, "bräche hier auf Sizilien
und in den anderen Regionen Süditaliens die gesamte Landwirtschaft zusammen.
Wie auch die Manufaktur-Wirtschaft im italienischen Nord-Osten." Beide
Wirtschaftszweige, die auf Billigst-Arbeitskräfte angewiesen sind, um auf den
globalen Märkten konkurrenzfähig zu bleiben. Und als Billigst-Arbeitskräfte
können stets erpressbare illegale Migranten am Besten dienen.
Schon vor dem Inkrafttreten des
"Sicherheitsgesetzes", weiß Don Carlo zu berichten, sorgte das
Procedere der italienischen Behörden dafür, dass die meisten Migranten Illegale
blieben. In den sizilianischen Aufnahmelagern werden Migranten oft gar nicht auf
die Möglichkeit hingewiesen, Asylantrag zu stellen, noch auf das Land
vorbereitet. Nach einer Weile werden sie einfach vor die Tore des Lagers
gesetzt – entweder mit der Aufforderung, in einem anderen Aufnahmelager
Italiens vorstellig zu werden, oder mit der Anweisung, binnen fünf Tagen das
Land zu verlassen. Da sie aber in der Regel kein Italienisch können, nicht
einmal wissen, wo sie sich befinden, werden sie flugs zu
"clandestini": Illegalen. Sprich: Menschenware in den Händen von so
genannten "caporali", die zwischen Arbeit suchenden Ausländern und
Unternehmern vermitteln. Überall auf Sizilien, aber auch in italienischen
Großstädten wie Rom, gibt es Plätze, an denen "caporali" illegale
Migranten in der Morgenfrühe aufsammeln und zu den Feldern oder Fabriken fahren,
wo sie für Hungerlöhne schuften.
In Cassibile etwa, einem Städtchen im
Hinterland von Syrakus, findet die Anheuerung von Februar bis April jeden Tag
um halb vier auf der großen Piazza statt. Die Ausländer arbeiten den ganzen Tag
in den Ländereien des Umlands; abends sieht man sie kurz über die Straßen zu
ihren Schlafstätten huschen. "Sie dürfen sich nicht blicken lassen",
sagt Don Carlo, "wenn die Italiener spazieren gehen. Denn die Italiener
finden, dass sie stören, dass sie dreckig sind und stinken. Sie leben hier
unter den gleichen Bedingungen, in denen die Sklaven im antiken Griechenland
oder zu Zeiten Spartakus lebten."
Auf Sizilien wohnen die meisten
clandestini in Ruinen aufgelassener Bauernhöfe, unter Bäumen oder auf den
Feldern, die sie tags bearbeiten. Nur wenige von ihnen können für Preise, die
normalerweise für echte Wohnungen bezahlt werden, elende Behausungen oder
Garagen mieten. Besser gesagt: sie konnten. Denn das
"Sicherheitsgesetz" stellt jetzt auch das Vermieten von Wohnstätten
an illegale Migranten unter hohen Strafen.
Don Carlo hegt keinen Zweifel, dass mit
den neuen Regelungen keineswegs bezweckt wird, der illegalen Einwanderung einen
Riegel vorzuschieben. Das Ziel sei es, eine neue Klasse von Sklaven
hervorzubringen: jene verfügbare Menschenmasse, die eine Wirtschaft benötigt,
die nur noch bei Null-Arbeitskosten in Gang gehalten werden kann.
Eine aktuelle Studie der Banca d’Italia
scheint dem Pfarrer implizit Recht zu geben: Sie weist darauf hin, dass die
ausländischen Billiglohn-Arbeiter den Italienern keine Jobs wegnehmen, vielmehr
würden sie zu ihrem Wohlstand beitragen.
AURELIANA SORRENTO FR 8
Italien und die Cap Anamur. Freispruch für Bierdel
Ein italienisches Gericht spricht den
ehemaligen Cap-Anamur-Vorsitzenden Elias Bierdel und seinen damaligen Kapitän
frei. Grund für die Anklage: Begünstigung illegaler Einwanderung.
Der wegen Beihilfe zur illegalen
Einwanderung nach Italien angeklagte frühere Vorsitzende der Hilfsorganisation
Cap Anamur, Elias Bierdel, ist freigesprochen worden.
Das Gericht im sizilianischen Agrigento
sprach auch den Kapitän des Schiffs Cap Anamur, Stefan Schmidt, sowie den
Ersten Offizier, den Russen Wladimir Dschkewitsch, frei. Die drei hatten im
Juni 2004 vor der italienischen Küste 37 Flüchtlinge aus Seenot gerettet.
Erleichterung in Köln
Bierdel und Schmidt hatten wegen
Beihilfe zur illegalen Einwanderung in einem besonders schweren Fall vier Jahre
Haft und 400.000 Euro Bußgeld gedroht.
Die Hilfsorganisation reagierte mit
großer Erleichterung: "Der Freispruch ist das folgerichtige Urteil eines
fragwürdigen Strafprozesses. Denn die Rettung von Menschenleben darf nicht
juristisch geahndet werden", erklärte das Notärztekomitee in Köln
unmittelbar nach dem Urteil.
Die beiden Männer hatten im Sommer 2004
mit dem Hilfsschiff Cap Anamur II im Mittelmeer 37 Afrikaner aus einem
überfüllten Schlauchboot gerettet, das zu sinken drohte.
Die Bootsflüchtlinge durften erst nach
einer dreiwöchigen Irrfahrt durchs Mittelmeer in Sizilien an Land gehen. Die
italienischen Behörden vertraten damals den Standpunkt, die Flüchtlinge hätten
in Malta an Land gehen müssen, da sie in maltesischen Gewässern aufgegriffen
worden seien. Die Urteilsbegründung werde erst in drei Monaten veröffentlicht,
teilte das Gericht an diesem Mittwoch mit.
Die Kölner Organisation Cap Anamur
wurde 1979 von dem Journalisten Rupert Neudeck gegründet. Zu internationaler
Bekanntheit kam sie in den achtziger Jahren durch die Rettung Tausender
Vietnam-Flüchtlinge im Südchinesischen Meer.
(sueddeutsche.de 7)
Cap Anamur. Retter, nicht Schlepper
Dem Sieger ist überhaupt nicht nach Feiern zumute. Fünf Jahre musste sich der Ex-Vorsitzende der Hilfsorganisation Cap Anamur, Elias Bierdel, mit dem Vorwurf der italienischen Justiz auseinandersetzen, er habe Beihilfe zur illegalen Einwanderung geleistet. Doch als am Mittwoch der Freispruch des Gerichts im sizilianischen Agrigento bekannt wird, sagte Bierdel der FR: "Für mich ist das kein Grund zum Jubel." Gerade seien an der sizilianischen Küste wieder sieben Flüchtlinge ertrunken - während im Gerichtssaal verhandelt wurde, ob die Aufnahme solcher M