WEBGIORNALE  9-11  Ottobre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       L'immunità illegittima  1

2.       La Consulta boccia l’immunità nel merito e nel metodo: «Costituzione violata»  1

3.       La forza della democrazia  2

4.       Riunito l'ufficio politico del Pdl: contrari a manifestazioni di piazza  3

5.       Fini: «Berlusconi rispetti le istituzioni»  3

6.       Il Parlamento europeo discute della libertà di stampa in Italia  3

7.       Tre milioni di italiani soffrono la fame  4

8.       Il Times: "Silvio deve dimettersi, ha gettato vergogna sull'Italia"  4

9.       Immigrati. Allarmi immotivati. A proposito di criminalità e pericolosità sociale  5

10.   Istat, aumentano gli immigrati in Italia. Quasi 4 milioni, metà da Europa dell'Est 6

11.   A Roma presentata la ricerca sul rapporto tra immigrati e criminalità in Italia  6

12.   PD-Svizzera. Silvio Berlusconi deve dimettersi 6

13.   Il Capo dello stato e la Consulta garanti della Costituzione. Gli italiani all’estero sono con loro. 7

14.   Radio Colonia. Il Lodo Alfano è incostituzionale  7

15.   Concerti e film italiani a Stoccarda. Sabato 10 ottobre concerto per i terremotati dell’Abruzzo  7

16.   Da Galileo a Leonardo, le iniziative dell’IIC di Monaco di Baviera  7

17.   Stoccarda. Il Comites contrario al contributo per i bambini che frequentano i corsi di lingua italiana  8

18.   Amburgo. L’artista Bruno Bruni si iscrive al PD. Lo ha convinto Bersani 8

19.   La settimana della lingua italiana a Colonia e Bonn. Cinema, musica e letteratura  8

20.   Gli immigrati internazionalizzano la Volksfest di Stoccarda  9

21.   Nuovo appuntamento per sabato 10 ottobre de „l'Italia a Francoforte 2009“  9

22.   Interventi. Con Rosy Bindi Silvio Berlusconi offende tutte le donne  9

23.   Riunito il Comitato permanente sugli Italiani all’Estero della Camera  9

24.   IX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (19-25 ottobre 2009) 10

25.   Lavoro dignitoso nel mondo e integrazione sociale dei migranti 10

26.   Lezione alla politica  10

27.   Pd e Udc: niente dimissioni, il governo vada avanti 11

28.   Oltre ogni limite  11

29.   La vera questione, l’interesse del Paes  12

30.   Lodo Alfano. Le reazioni della stampa estera: «Berlusconi lotta per la carriera»  12

31.   La tedesca di origine romena Herta Muller Nobel per la letteratura  12

32.   Manifestazione antimafia a Niscemi. “Lo Stato deve essere al fianco di coloro che denunciano le mafie”  13

33.   Messina, sabato lutto nazionale  13

34.   150° anniversario dell’unità d’Italia  14

35.   Congressi Pd, vince Bersani 14

36.   Sotto il burqa niente  14

37.   Fini: "Cittadinanza a 11 anni agli stranieri nati in Italia"  14

38.   Conferenza a Bologna dei presidenti delle Associazioni di emiliano romagnoli nel mondo  15

39.   Con l’Unità in piazza contro il razzismo il 17 ottobre a Roma  15

 

 

1.       Italien. Berlusconi verliert seine Immunität 15

2.       Verfassungsgericht. Berlusconi ist nicht mehr immun  16

3.       Italien. Berlusconi kann angeklagt werden  17

4.       Berlusconi wird wieder angreifbar 17

5.       Kommentar. Lahme Ente Berlusconi 17

6.       Berlusconi verliert Immunität - Italien, was nun?  18

7.       Kommentar. In Italien ist es vorbei mit der politischen Ruhe  18

8.       Eklat nach Immunitätsverlust. Berlusconi brüskiert Italiens Staatspräsidenten  18

9.       Berlusconi beschimpft Obersten Gerichtshof und Staatspräsidenten  19

10.   Prozess in Rom. Lex Berlusconi vor Gericht 19

11.   Silvio Berlusconi. Der gerichtsnotorische Premierminister 20

12.   Flüchtlinge auf Sizilien. "Es geht um das Recht auf Leben"  20

13.   Italien und die Cap Anamur. Freispruch für Bierdel 21

14.   Cap Anamur. Retter, nicht Schlepper 21

15.   Schiffbrüchige zu retten, ist eine Pflicht. Justiziable Flüchtlingspolitik  22

16.   Cap Anamur. Kommentar. Überfälliger Freispruch  22

17.   Zuwanderungsströme. "Migration müsste gelassener behandelt werden"  22

18.   Literatur-Nobelpreis für Rumäniendeutsche Herta Müller 23

19.   Literatur-Nobelpreis für Herta Müller. Heimatlose Deutsche mit universellem Anspruch  23

20.   EU-Reformvertrag. Tschechien sagt Unterschrift zu  24

21.   Initiative zum Schutz von Flüchtlingen: EU-Kommission stellt Neuansiedlungsprogramm vor 24

22.   Ende der großen Koalition. Zwerge, Riesen, Sensationen  24

23.   Koalitionsverhandlungen. Kindergeld soll steigen  25

24.   Hartz IV wird schwarz-gelb  25

25.   Ursula von der Leyen: „Sprache ist der Schlüssel zur Welt“  26

26.   Cap Anamur. Flüchtlingshelfer gerettet 26

27.   Hilfsorganisation. Freisprüche für „Cap Anamur“-Führung  26

28.   Migranten in Berlin. Die Stadt des Thilo Sarrazin. Armut und Unwissen, nicht Genetik  27

29.   Berlins Ausländerbeauftragte John über Sarrazin. "Das ist Stammtisch-Talk"  27

30.   Firmen sollen Migranten mehr fördern. Stefan von Holtzbrinck will Mentoren gewinnen  28

31.   Serap Çileli erhält Elisabeth-Selbert-Preis 2009 für Frauenrechte  28

32.   Razzia in Berlin. Islamisten planten Terroranschläge in Russland  29

33.   Unicef-Bericht. Die unsichtbaren Kinder 29

34.   Reiseziel Apulien Wo Italiens Stiefelabsatz glänzt 29

 

 

 

 

L'immunità illegittima

 

SE SI mette la sordina alla rituale filastrocca di Berlusconi (giudici comunisti) e alle intimidazioni di Bossi; se si lasciano in un canto le stralunate favole dell'avvocato Ghedini (processi evanescenti) e si legge - lontano dal rumore - la decisione della Corte costituzionale, si può dire che è finita come doveva finire.

 

Come si sapeva sarebbe finita, perché non c'era nulla di più scontato che la bocciatura della legge immunitaria che l'Egoarca s'era apparecchiato. La Consulta dichiara illegittimo l'articolo 1 della "legge Alfano" - legge perché è del tutto improprio e abusivo parlare di "lodo" che è un arbitrato condiviso, mentre quella legge è al più un arbitrio. Nell'art. 1 si legge che "i processi penali nei confronti del (...) presidente del Consiglio (è il solo tra le quattro alte cariche dello Stato che ha di questi grattacapi, ndr) sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l'assunzione della carica o della funzione".

 

La previsione viola, dicono i giudici, due principi costituzionali perché "tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge" (art. 3) e "le leggi di revisione della Costituzione sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni (...)" (art. 138). Ora è in discussione qui non il che cosa, ma il come. La Corte ha già riconosciuto, nella bocciatura della "legge Schifani", che è di "interesse apprezzabile" l'"esigenza di protezione della serenità dello svolgimento delle rilevanti funzioni connesse a quelle cariche". Detto in altro modo, i giudici costituzionali non ritengono avventato (incostituzionale) che si voglia offrire - nell'interesse dei governati - un "ombrello" protettivo a chi governa il Paese, presiede lo Stato e il Parlamento. D'altronde fino al 1993, la Costituzione ha previsto l'immunità per i parlamentari (potevano essere inquisiti, processati o arrestati solo con l'autorizzazione della Camera di appartenenza).

 

Dunque, va bene un'immunità che tuteli la "serenità" di chi governa, ma attraverso quale percorso legislativo la si deve garantire? L'iter deve essere quello ordinario che può essere combinato con una maggioranza semplice o quello più complesso che impone al Parlamento due deliberazioni a distanza di tre mesi e una maggioranza dei due terzi, senza la quale la legge - prima della sua entrata in vigore - può essere sottoposta a referendum popolare? Era questa la questione che doveva decidere la Corte.

 

Ecco, la Consulta ha concluso (e non è una sorpresa) che per assicurare serenità a chi governa, si deve correggere la Costituzione e quindi non è sufficiente una legge ordinaria. L'obiezione che governo e maggioranza oppongono, con furore, a questa conclusione è: potevate dircelo prima; ne avete avuto l'occasione, non lo avete fatto: perché? Esplicitamente, il ministro di Giustizia, Angelino Alfano, protesta: "È incomprensibile come i giudici costituzionali abbiano potuto spendere, nel 2004, pagine su pagine di motivazioni senza fare alcun riferimento alla necessità di una legge costituzionale. Tale argomento, preliminare e risolutivo, è inspiegabile che venga evocato quest'oggi". L'accusa di Alfano, che riecheggia anche nelle proteste di Berlusconi ("Sono stato preso in giro"), non ha fondamento.

 

Come hanno spiegato, più di un anno fa e in ogni occasione utile, cento costituzionalisti con un pubblico appello. Nel 2004, alla Corte fu sufficiente la constatazione preliminare dei difetti di legittimità della "legge Schifani" per affondare quello "scudo", "assorbito - si leggeva nella sentenza - ogni altro profilo di illegittimità costituzionale". Era, è la frase chiave di quella sentenza. Oggi chi protesta la dimentica o preferisce dimenticarla. La Corte non rinnega principi da se stessa già enunciati, come tende a dire la maggioranza, perché, nel 2004, "si limitò a constatare che la previsione legislativa difettava di tanti requisiti e condizioni (la doverosa indicazione dei reati a cui l'immunità andrebbe applicata, il doveroso pari trattamento dei ministri e dei parlamentari nell'ipotesi dell'immunità del premier e dei presidenti delle due Camere), tali da renderla inevitabilmente contrastante con i principi dello Stato di diritto".

 

Ma le osservazioni critiche della Consulta non pregiudicavano la questione di fondo: "la necessità che qualsiasi forma di prerogativa che comporta deroghe al principio di eguale sottoposizione di tutti alla giurisdizione penale debba essere introdotta necessariamente ed esclusivamente con una legge costituzionale". Ripetiamolo allora. Si può attenuare il principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma soltanto se si riscrive la Costituzione e, per farlo, bisogna muoversi nel solco delle regole previste dalla revisione costituzionale, perché una legge ordinaria non è idonea a introdurre nel nostro ordinamento una disposizione che affievolisca il principio che ci rende tutti uguali davanti alle legge, anche se la volontà popolare ti ha spedito a Palazzo Chigi.

 

Le polemiche che infiammano ora la scena politica non parlano dell'esito - prevedibilissimo perché già scritto - della decisione della Corte Costituzionale, ma di un conflitto tra il primato del diritto e i diritti dell'investitura popolare. Berlusconi ritiene che, sostenuto dalla maggioranza del Paese, debba essere liberato da ogni controllo e reso immune da un potere che immagina sottordinato, subalterno. Egli si ritiene l'unico e solo depositario (proprietario?) del "vero e reale diritto del popolo" e, in quanto tale, gli deve essere concesso di agire e di decidere anche contra legem.

 

Il suo potere non deve trovare ostacoli, non deve essere limitato o condizionato dal contesto politico e istituzionale, dal Parlamento, dai contrappesi, dalla stessa Costituzione e dai suoi garanti. Egli è il popolo, è l'Italia e grida "Viva l'Italia, viva Berlusconi". Questa identificazione gli consente - lo pretende - di liberarsi di un passato oscuro, di avere mano libera nell'esercizio del comando e della decisione. Quando, imputato nel processo Sme, il 16 giugno del 2003 finalmente si presentò in un'aula di Tribunale non per essere interrogato (sempre si è avvalso della facoltà di non rispondere), ma per rendere dichiarazioni spontanee, Berlusconi esordì con la stessa prepotenza di queste ore.

 

Disse al presidente del Tribunale che gli ricordava che la legge è uguale per tutti, "Sì, è vero la legge è uguale per tutti ma per me è più uguale che per gli altri perché mi ha votato la maggioranza degli italiani". È quel che dice e ripete oggi e pretenderà che diventi reale, domani. Ci aspettano giorni tristi. GIUSEPPE D'AVANZO LR 8

 

 

 

 

La Consulta boccia l’immunità nel merito e nel metodo: «Costituzione violata»

«Negato il principio di uguaglianza. Serviva una legge costituzionale» - di Massimo Marinelli

 

ROMA - La decisione era presa poco prima dell’ora di pranzo, quando i quindici giudici supremi hanno sospeso la camera di consiglio in anticipo rispetto alla tabella di marcia. All’una esatta di ieri, sul piatto della bilancia della Corte Costituzionale c’erano nove voti favorevoli alla bocciatura completa del Lodo Alfano, nella forma e nel contenuto. Il riferimento all’articolo 138 della Carta Costituzionale contenuto nel dispositivo, indica infatti che quella tutela giudiziaria per le quattro più alte cariche dello Stato prevista dal Lodo poteva essere apprestata solo da una legge costituzionale. Mentre l’indicazione dell’articolo 3 richiama quel concetto di sostanza che è uno dei principi irrinunciabili della Costituzione, e che sancisce che tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge.

La strada in salita che era già nota alla vigilia dell’udienza, con lo schieramento di otto giudici supremi contrari al Lodo contro i cinque favorevoli e tre indecisi a fare da ago della bilancia, si è dimostrata troppo ripida da percorrere per i legali del premier. Che alla fine sono riusciti a spostare a loro favore solo uno dei voti ancora in bilico. Sui componenti dei due opposti schieramenti che ieri si sono dialetticamente fronteggiati in camera di consiglio è possibile solo fare supposizioni. In base alle quali può apparire verosimile che fossero già favorevoli alla bocciatura del Lodo il presidente Francesco Amirante, il vicepresidente Ugo De Siervo e poi Sabino Cassese, Alessandro Cruiscuolo, Gaetano Silvestri, Giuseppe Tesauro e il relatore Franco Gallo. Dall’altra parte, oltre ai tre giudici eletti dal centrodestra, Luigi Mazzella, Paolo Maria Napolitano e Giuseppe Frigo, era ipotizzabile individuare Alfio Finocchiaro e Alfonso Quaranta, il primo nominato dalla Corte di Cassazione e il secondo dal Consiglio di Stato. Fuori, nel ristrettissimo recinto degli indecisi, c’erano quindi Maria Rita Saulle, nominata dal presidente Ciampi; Paolo Maddalena, eletto dalla Corte dei Conti e Paolo Grossi, nominato dal presidente Napolitano. E quindi, secondo indiscrezioni difficili da verificare che tuttavia hanno un qualche fondamento, è possibile individuare in Maddalena il giudice che ha votato a favore del Lodo e in Grossi e Saulle quelli che si sono espressi per la bocciatura.

Ma aldilà delle preferenze espresse nel segreto della camera di consiglio, è facile intravedere nella decisione della Corte Suprema una ricerca di aderenza rigidissima e quasi scolastica al dettato costituzionale: così, con la stessa determinazione con la quale due giorni fa era stata respinta la costituzione in giudizio del professor Alessandro Pace per conto della Procura di Milano (poichè la giurisprudenza della Corte andava in questa direzione), allo stesso modo ieri i giudici supremi hanno bocciato il Lodo sposando proprio due delle cinque ragioni per le quali Pace si apprestava a contestare la legge sospendi-processi per le quattro più alte cariche dello Stato. Ma inevitabilmente, a rendere granitici i due blocchi contrapposti in seno alla corte c’è stato anche l’irrigidimento di una parte dei giudici supremi dopo la ormai famosa cena della scorsa primavera a casa del giudice Mazzella, alla quale parteciparaono tra gli altri il premier, il Guardasigilli Alfano e l’altro giudice costituzionale Napolitano.  IM 8

 

 

 

 

La forza della democrazia

 

Il commento / Lodo Alfano, Berlusconi accusa la Corte, la magistratura e il capo dello Stato - Un gesto di disperazione ma anche la prova della sua instabilità istituzionale - di EZIO MAURO

 

Era dunque incostituzionale il lodo Alfano, come abbiamo sempre sostenuto, in un Paese dove è saltata l'intercapedine liberale, e l'estremismo del potere viene benedetto da un finto establishment e dai suoi cantori, incapaci di richiamare il rispetto delle regole perché incapaci di ogni responsabilità generale. Ecco dunque il risultato. Il presidente del Consiglio, insofferente dell'autonoma e libera pronuncia di un supremo organo di garanzia, che opera a tutela della Carta fondamentale, dà fuoco alla Civitas e al sistema dei poteri che la regola, travolgendo nelle sue accuse la Corte, la magistratura e persino il capo dello Stato. Un gesto certo di disperazione, ma anche la prova dell'instabilità istituzionale di questo leader che nessuna prova di governo, nessun picchetto d'onore, nessun vertice internazionale è riuscito a trasformare, quindici anni dopo, in uomo di Stato.

 

Terrorizzato dai suoi giudici, e più ancora dal suo passato, il premier non si è accorto di reagire pubblicamente alla sentenza della Corte come se fosse una condanna. Prima che la grande mistificazione d'abitudine cali sui cittadini dal kombinat politico-mediatico che ci governa, è bene ricordare due aspetti.

 

Prima di tutto, la Corte ha sollevato un problema di merito e uno di metodo, combinandoli tra di loro, e nel farlo ha guardato soltanto alla Costituzione, com'è sua abitudine e suo dovere. Nel merito, il lodo Alfano viola l'articolo 3 della Costituzione, che vuole tutti i cittadini uguali di fronte alla legge, qualunque sia il loro incarico, il loro potere, la loro ricchezza. Proprio per questa ragione - e siamo al metodo - se si vuole sottrarre alla legge il Presidente del Consiglio occorre adottare una norma di revisione costituzionale, e non una norma ordinaria. Dunque il Lodo è illegittimo, perché viola gli articoli 3 e 138 della Costituzione.

 

Il secondo aspetto riguarda il clima di lesa maestà che ha incendiato la serata della destra, dopo la pronuncia della Corte, come se il Capo del governo fosse stato consegnato dalla Consulta ai carabinieri. In realtà, anche se nessuno lo ricorderà oggi, è doveroso notare che il Primo Ministro attraverso questa sentenza costituzionale viene restituito allo status di normale cittadino, con la piena titolarità dei suoi diritti e naturalmente dei doveri: semplicemente, e com'è giusto e doveroso, dovrà rispondere ai giudizi che lo riguardano pendenti nei Tribunali, che il lodo aveva provvidamente sospeso.

 

Con questo status e in quelle sedi, uguale a tutti gli altri italiani che sono chiamati in giudizio per rispondere di reati, potrà far valere le sue ragioni, nel rispetto della legge ordinaria: che intanto - e non è cosa da poco - torna da oggi uguale per tutti.

 

Il puro riferimento alla Costituzione rende limpida la decisione della Corte. Ma oggi che cade il privilegio regale attribuito dal Premier a se stesso (rex è lex, anzi "non c'è limite legale al potere del re, vicario di Dio sulla terra", come diceva Giacomo I nel 1616) bisogna pur notare che quella specialissima guarentigia non era una norma esistente nel nostro ordinamento, ma una legge apposita costruita dal Presidente del Consiglio in fretta e furia per sfuggire al suo giudice naturale e alle sentenza ormai prossima per un reato commesso quando ancora era un semplice imprenditore, lontano dalla politica.

 

In una formula - aberrante, e salutata con applausi soltanto in Italia - si potrebbe dire che il Capo dell'esecutivo ha in questo caso usato il legislativo per sfuggire al giudiziario, fabbricando con le sue mani e con quelle di una maggioranza prona un salvacondotto su misura per la sua persona, in modo da mantenere il potere senza fare i conti con la giustizia.

 

La Corte non ha ovviamente considerato questo aspetto che è rilevante dal punto di vista della morale pubblica, della coscienza privata, dell'autorevolezza politica, ma non ha valore Costituzionale. Alla Corte è bastato rilevare ciò che il Paese (e anche alcuni giornali) non volevano vedere: e cioè che attraverso questa procedura d'eccezione, proterva e insieme impaurita, il Premier violava il principio fondamentale del nostro ordinamento che vuole i cittadini uguali di fronte alla legge. Nel ribadirlo, la Corte ha fatto semplicemente giustizia costituzionale. Ma non si può tacere che per giungere a questa pronuncia i giudici della Consulta hanno dovuto nella loro coscienza individuale e di collegio dare prova di libertà intellettuale e personale e di autonomia istituzionale: perché in questo sfortunato Paese sulla Corte Costituzionale, prima della pronuncia, si è abbattuta una tempesta di intimidazioni, di preavvisi e di minacce che tendeva proprio a coartarne la libertà e l'autonomia.

 

Se è ancora consentito dirlo, in mezzo agli strepiti, la democrazia ha invece dimostrato ieri la sua forza di libertà. Non tutto si lascia intimidire dalla violenza del potere e dei suoi apparati, nell'Italia 2009, non tutto è ricattabile, non tutto è acquistabile. Pur in epoca di poteri che si sentono sovraordinati a tutti gli altri, fuori dall'equilibrio istituzionale della Carta, pur in anni sventurati di unzione del Signore, pur davanti a legali-parlamentari che teorizzano per il Premier lo status nuovissimo di "primus super pares", vige ancora la Costituzione nata con la libertà riconquistata dopo la dittatura, e vige la sua trama di equilibri tra i poteri di una democrazia occidentale. Esistono ancora, anche in questo Paese che ha cupidigia di sovrani e di dominio, gli organismi di garanzia, essenziali nel loro equilibrio e nella loro responsabilità super partes, nonostante gli attacchi irresponsabili dei qualunquisti antipolitici e di quelle opposizioni interessate a lucrare soltanto qualche decimale elettorale in più.

 

E infatti la reazione rabbiosa del Presidente del Consiglio è tutta contro gli organi supremi di garanzia. La Corte, ridotta per rabbia iconoclasta a congrega di uomini di sinistra. E soprattutto il Capo dello Stato, additato al Paese e al popolo di destra - aizzato irresponsabilmente - come un uomo di parte ("sapete tutti da che parte sta") in uno sfogo sovraeccitato in cui tornano tutti i fantasmi fissi del berlusconismo sotto schiaffo, i magistrati, il Quirinale, la Consulta, i giornali, in un crescendo forsennato di "sinistre", "rossi" e "comunisti": per concludere con il titanismo spaventato di un urlo ("Viva l'Italia, viva Berlusconi") che rivela la concezione grottesca di un Premier che vede se stesso come destino perenne della Nazione.

Napolitano ha risposto ribadendo prima il rispetto per la pronuncia della Corte, poi ricordando che il Capo dello Stato sta, molto semplicemente, con la Costituzione. Viene da domandarsi piuttosto dove sta il Capo del governo, rispetto alla Costituzione, cioè al regolare gioco democratico tra le istituzioni. Ieri ha detto che il modo in cui i giudici costituzionali vengono designati altera l'equilibrio tra i poteri dello Stato: proprio lui che in pochi minuti ha tentato di delegittimare tre magistrature, attaccando i giudici, il Quirinale e la Corte. E siamo solo all'inizio.

 

Il peggio, infatti, deve ancora accadere. Altro che andare alle urne, come minacciavano nei giorni scorsi gli uomini di destra per far pesare il rischio di ingovernabilità e instabilità sulla Corte. Ieri Berlusconi si è affrettato a dire che il governo è solidissimo come la sua maggioranza, e andrà avanti. In realtà il Premier soffre il suo indebolimento progressivo, sente il rischio dei processi sospesi che tornano a pretendere il loro imputato, avverte soprattutto il peso della corruzione che la sentenza civile sulla Mondadori gli ha scaricato addosso, è consapevole di aver politicamente azzerato negli scandali dell'estate la forza della sua maggioranza parlamentare, sa che il suo sistema non produce più politica da mesi, prigioniero com'è di una vicenda di verità e di libertà.

 

Non è la Corte che lo denuda: è l'incapacità politica di fronteggiare la sua storia personale, nel momento in cui nodi grandi e piccoli vengono al pettine e l'unica reazione è la furia contro certi giornali. Il futuro del Premier dipende proprio da questo, dalla capacità di un'assunzione convincente di responsabilità, di fronte alla giustizia, al parlamento, alla pubblica opinione: finora non è stato capace di farlo, o forse non ha potuto farlo. Ed è per questo che con tutta la propaganda dei sondaggi che lo circonda, il Capo del governo sente che tutto il sistema politico è al suo capezzale, e ogni giorno gli tasta il polso politico.

 

Tutto è possibile, in questo quadro, soprattutto il peggio. Ma intanto ieri quindici giudici hanno ricordato al Premier che pretende di rappresentare il tutto, in unione col popolo, che esiste ancora la separazione dei poteri: quando non c'è più, avvertiva Norberto Bobbio quindici anni fa, ciò che comincia è il dispotismo. LR 8

 

 

 

 

Riunito l'ufficio politico del Pdl: contrari a manifestazioni di piazza

 

Il premier rilancia agli attacchi al Colle. Fini: "Rispetto per il capo dello Sato"

Di Pietro: "Si dimetta". Franceschini chiama "il popolo delle primarie"

Berlusconi: 'Vado avanti'. Tensione nel Pdl. I presidenti delle Camere al Quirinale

 

ROMA - Il giorno dopo la bocciatura del lodo Alfano, Silvio Berlusconi rincara gli attacchi e non abbassa i toni. Intorno a lui Pdl fa quadrato. Con i fedelissimi che rilanciano l'accusa di una sentenza politica ma devono fare i conti con i distinguo di Gianfranco Fini. Che, ancora una volta, si smarca dal Cavaliere. Proprio mentre Berlusconi annuncia: "Vedrete di che pasta sono fatto". Ma la giornata è segnata dall'incontro - caso piuttosto raro - al Quirinale delle tre massima cariche istituzionali. Nel pomeriggio, per un'ora, vertice con il capo dello Stato del presidente del Senato, Schifani, e quello della Camera.

 

Dopo lo sfogo di ieri sera e l'attacco alla Consulta e al Colle, il premier, in mattinata, torna ad alzare la voce."C'e' un Capo dello Stato di sinistra e c'è una Corte costituzionale con undici giudici di sinistra, che non è certamente un organo di garanzia, ma è un organo politico"Vedrete di che pasta sono fatto. Ci sono due processi-farsa, assurdi. Farò esporre al ridicolo i miei accusatori e farò vedere a loro e agli italiani di che pasta sono fatto" dice il presidente del consiglio. Che lancia la sua strategia mediatica: "Andrò in tv a spiegare le miei ragioni, voglio vedere se mi condanneranno". E' un fiume in piena il Cavaliere. E trova il conforto dei fedelissimi. Da Cicchitto a Gasparri, la linea è identica. Il popolo è con noi e questo basta. E anche il presidente del Senato Renato Schifani fa capire come la pensa: "Maggioranza e l'opposizione sono decise dal voto del popolo. Via di fuga parallele non sono praticabili".

 

A rompere l'unanimismo, però, arriva Fini. "Riaffermo il sostengno a Berlusconi ma la Consulta e Napolitano vanno rispettati". Parole che non piacciono al ministro Sandro Bondi, da sempre vicinissimo al Cavaliere: "E' una posizione incapace di comprendere la sostanza dei problemi storici e politici che stiamo vivendo da oltre un decennio".

 

Di fronte al diluvio di accuse i giudici si difendono. "La rozzezza delle accuse stavolta non ha proprio avuto un limite - taglia corto il vice presidente del Csm Nicola Mancino - La Corte svolge il suo ruolo i giudici hanno le loro convinzioni e dire che giudicano politicizzando le questioni in loro esame mi sembra un ritornello".

 

Ma anche l'opposizione si fa sentire. Pur se con toni diversi. Da una parte Antonio Di Pietro che rilancia la richiesta di dimissioni di Berlusconi e lancia l'idea di una manifestazione per chiedere che si torni al voto. Dall'altra il Pd che di elezioni anticipate non vuol sentir parlare, che fa quadrato intorno a Rosy Bindi insultata in diretta tv da Berlusconi e che, con Franceschini, chiama "il popolo delle primare a difesa della Costituzione".

 

In casa Pdl, intanto, è l'ora delle decisioni. L'ufficio politico si riusnisce per stabilire le linea guida per il futuro. Decidendo come fronteggiare una questione, quella dei processi al premier, che Berlusconi aveva sperato di archiviare con il lodo. Da quel che si apprende il Pdl non scenderà in piazza. Nei giorni scorsi dirigenti avevano lanciato la proposta di manifestare nel caso la Corte costituzionale avesse deciso di bocciare il lodo Alfano. Secondo quanto si apprende, il Cavaliere avrebbe spiegato che non si tratta di una strada da percorrere adesso.

 

L'incontro al Quirinale. Nelle stesse ore Fini e Schifani salgono al Colle. Un colloquio di un'ora per provare a calmare le acque di un conflitto istituzionale senza precedenti. Sintetizzato così dall'Avvenire: "Una giornata tra le più difficili della storia repubblicana, presenta tinte talmente fosche da alimentare paradossalmente un'unica speranza: che tutti si rendano conto del rischio di avvitamento istituzionale che si sta correndo".  LR 8

 

 

 

Fini: «Berlusconi rispetti le istituzioni»

 

«Il suo diritto di governare non può fare venir meno il dovere di rispettare la Consulta e il Capo dello Stato»

 

ROMA - Gianfranco Fini tenta di frenare Berlusconi e di smorzare i toni dell'attacco del premier contro le istituzioni, dopo la bocciatura del Lodo Alfano: «L'incontestabile diritto politico di Silvio Berlusconi di governare, conferitogli dagli elettori, e di riformare il Paese - ha detto il presidente della Camera - non può fare venir meno il suo preciso dovere costituzionale di rispettare la Corte Costituzionale e il capo dello Stato». Nel pomeriggio, poi, Fini è salito al Colle con il presidente del Senato, Renato Schifani, proprio per un colloquio con il Capo dello Stato Giorgio Napolitano.

UFFICIO POLITICO PDL - A Palazzo Grazioli si è invece riunito l'ufficio politico del Pdl. Alla riunione, presieduta dal premier, i coordinatori del partito, i ministri del Popolo della libertà, i governatori regionali, i capigruppo di Camera e Senato e i loro vice. Secondo quanto si apprende da partecipanti all'incontro, Berlusconi avrebbe escluso al momento qualsiasi ipotesi di manifestazione di piazza.

BONDI - A proposito delle polemiche tra Berlusconi e Napolitano, Bondi, anche se con cautela, prende le distanze da Fini: «Nei momenti più delicati si ha il dovere di esprimere chiaramente la propria opinione. La posizione espressa dal presidente della Camera è ineccepibile dal punto di vista formale, ma al pari di quella resa nota dal Capo dello Stato, appare a mio avviso incapace di comprendere la sostanza dei problemi storici e politici che stiamo vivendo da oltre un decennio» dice il coordinatore nazionale del Popolo della libertà, che aggiunge: «Le posizioni freddamente istituzionali a contatto con una realtà incandescente, che vive drammaticamente nella coscienza dei milioni di uomini e di donne, rischiano di tradire una forte assunzione di responsabilità non solo dal punto di vista politico, ma ancor più istituzionale».

MANCINO: «DA BERLUSCONI ROZZEZZA SENZA LIMITI» - «La rozzezza delle accuse stavolta non ha proprio avuto un limite» afferma invece il vice presidente del Csm, Nicola Mancino. «Non credo che tra le funzioni del Capo dello Stato - aggiunge Mancino - ci sia quella di persuadere i giudici costituzionali, anche per rispetto della loro autorevolezza scientifica». giudici della Corte Costituzionale sono di sinistra? «Che devono essere di destra, o celestiali?» ha poi detto Mancino commentando le dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi che, dopo la sentenza della Consulta sul Lodo Alfano, li ha definiti giudici di sinistra. Mancino ha sottolineato come la Corte «svolge il suo ruolo, i giudici hanno le loro convinzioni, e dire che giudicano politicizzando le questioni in loro esame mi sembra il solito ritornello». «Gli effetti di questa sentenza non sono riproducibili sul terreno politico - ha poi aggiunto il vicepresidente del Csm. C'è una maggioranza espressa dal corpo elettorale, che va avanti con le proposte contenute nel suo programma».

CALDEROLI - Da segnalare anche l'intervento del ministro per la Semplificazione amministrativa Roberto Calderoli (Lega Nord) che rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se fosse «dalla parte di Napolitano o di Berlusconi» sottolinea: «Non sto dalla parte di nessuno. La Costituzione dice che tutti sono uguali davanti alla legge ma io chiedo che le leggi siano uguali per tutti». «Se vedo una persona presa in giro, devo dire che è il presidente della Repubblica, anzi diciamo che è "fifty - fifty"».

CdS 8

 

 

 

 

Il Parlamento europeo discute della libertà di stampa in Italia

 

Gli eurodeputati Pd e Idv chiedono una direttiva per i Paesi membri - L'appello del commissario Ue "Garantire il pluralismo nei media"

 

La libertà d'espressione, d'opinione, di informazione, così come il pluralismo vanno rispettati. A ribadirlo il commissario Ue ai media, Viviane Reding, nel corso del dibattito nell'aula semideserta del Parlamento europeo, a Bruxelles, sulla libertà d'informazione in Italia.

 

''La libertà di informazione è un fondamento della società libera e del pluralismo'', ha aggiunto ricordando che tale principio è un ''fermo convincimento'' di tutte le istituzioni Ue (Commissione, Consiglio e Parlamento) che hanno sottoscritto la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Reding ha però fatto appello perché le istituzionieuroppe non siano strumentalizzate "per risolvere delle questioni che dovrebbero essere risolte dai governi nazionali". Bruxelles - ha detto Reding - è gia' intervenuta con la direttiva 'Televisione senza frontiere' e sulla liberta' di accesso alle frequenze tv. La Commissione, ha ricordato, ha avviato una procedura nei confronti dell'Italia: ''La politica comunitaria è di assicurare che tutti gli attori abbiano un accesso non discriminato alle frequenze televisive''. Dopo la sentenza di procedura contro l'Italia nel 2006 sull'accesso discriminato alle frequenze televisive, ha ricordato, ''le autorita' italiane stanno cambiando il loro approccio''.

 

Gli eurodeputati del Pd e dell'Italia dei valori chiedono comunque un'apposita direttiva Ue sulla libertà di stampa: ''La direttiva che vogliamo dalla Commissione - ha detto David Sassoli del Pd - deve essere rivolta a tutti i paesi europei. Non c'è una questione italiana, ma una questione europea. Per questo vogliamo che venga modificata l'interrogazione che presenteremo a Strasburgo: deve trattare la diffusione del pluralismo in Italia e in Europa''. "L'Unione europea ha la responsabilità di garantire le libertà fondamentali su cui si fonda, per questo - hanno detto gli eurodeputati Idv - chiederemo alla Commissione europea che proponga con urgenza l'introduzione di una direttiva sul pluralismo dei media, avvalendosi della già esistente base legale e alla luce dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona".  LR 8

 

 

 

 

 

Tre milioni di italiani soffrono la fame

 

Il 4,4% delle famiglie residenti in Italia, ovvero tre milioni di persone, vive sotto la soglia di povertà alimentare. È quanto rileva una ricerca realizzata dalla Fondazione per la Sussidarietà insieme alle università Cattolica e Milano-Bicocca.

 

L'indagine, che è stata presentata stamattina al Campidoglio, anticipa la realizzazione di un'osservatorio permanete sul fenomeno. Se la spesa per cibo e bevande è inferiore a 222,29 euro al mese scatta l'allarme indigenza, è questo il limite individuato a livello nazionale dallo studio, che ha messo a punto anche indici regionali per tenere conto del differente costo della vita. Così le soglie di povertà oscillano a Nord tra i 233-252 euro, al centro tra i 207-233 euro e nel Mezzogiorno tra i 196-207 euro.

 

Un milione e mezzo di famiglie si trova, quindi, in grave difficoltà ad acquistare quelli che sono prodotti necessari per vivere, come pane, pasta, carne. L'analisi, che si basa sui dati della Rete della Fondazione Banco Alimentare, una onlus che offre assistenza alimentare in tutta la Penisola, traccia anche il profilo dei poveri d'Italia: meridionali, disoccupati, con un titolo di studio basso e una famiglia numerosa.

 

La perdita del lavoro è la causa principale (60% dei casi) di un portafoglio troppo leggero per far fronte alla spesa. Ecco che l'incidenza della povertà alimentare è particolarmente alta tra i disoccupati (12,4%) e assai minore tra chi un posto ce l'ha (3,4%).

 

Dallo studio emerge, inoltre, un dato contrario all'idea comune di persona sola in difficoltà economiche, più spesso a impoverire gli italiani è proprio la famiglia, che più è numerosa e più si ritrova a fare economia a tavola: il 10,3% delle coppie con tre o più figli vivono sotto la soglia di povertà alimentare. Mentre sono i single a poter spendere di più per mangiare e bere. Solo l'1,7 % vive con meno di 222 euro al mese per nutrirsi. E sta nella media nazionale (4,5%) l'anziano che vive solo.

 

L'analisi, che rielabora dati Istat del 2007, invece conferma il divario tra Nord e Sud: nelle Isole oltre il 10% della popolazione fa fatica a trovare i soldi per mangia e bere; mentre in Toscana, Liguria, Veneto e Trentino Alto Adige «soffre la fame» una percentuale molto più bassa di persone, meno del 3%. Altro fattore influente, come si può immaginare, è il titolo di studio: il 6,7 delle famiglie che ne sono prive è indigente mentre si difende bene dalla povertà chi ha la laurea, solo 1,6% è sotto la soglia minima.

 

Il rapporto, infine, stila quella che si può definire la dieta dei poveri. Lo scontrino mensile non prevede più di 28 euro di pane e cereali, 35 di carne e salumi, 14 di frutta, 10 di pesce, 14 di frutta e 9 di bevande. L’U 8

 

 

 

 

Il Times: "Silvio deve dimettersi, ha gettato vergogna sull'Italia"

 

Le reazioni della stampa straniera dopo la sentenza sul lodo Alfano

Si parla di un premier "indebolito". La sentenza un segno di indipendenza della magistratura - dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

 

LONDRA - "I giudici infliggono un duro colpo a Silvio Berlusconi". Lo stesso titolo campeggia sulla prima pagina di oggi dei maggiori quotidiani del mondo. Financial Times e Wall Street Journal, i due più importanti quotidiani finanziari del pianeta, lo accompagnano con la stessa foto del capo del governo che passa in rassegna un picchetto d'onore a Palazzo Chigi, cupo, a testa bassa. Qualcuno, come il Times di Londra, definisce la decisione della Corte Costituzionale "un colpo mortale" e sostiene che a questo punto il primo ministro italiano "deve dimettersi". Tutti parlano di un premier "indebolito" e di una crisi politica sempre più grave e dagli sbocchi sempre più incerti. Ma i media internazionali salutano la sentenza della Consulta come una prova di indipendenza della magistratura e di difesa della democrazia.

 

"Silvio Berlusconi lotta per la sua sopravvivenza politica": comincia così l'articolo di prima pagina di Lucy Bannerman sul Times, accanto a un riquadro che stima in 150 milioni di sterline, circa 160 milioni di euro, l'ammontare delle spese legali affrontate sinora dal premier per difendersi nei numerosi processi in cui è stato incriminato sino ad ora. Il verdetto dell'Alta Corte, afferma il quotidiano londinese, potrebbe "portare al collasso del governo" di centro-destra e in ogni caso porterà Berlusconi sul banco degli imputati in una serie di processi "per frode, corruzione ed evasione fiscale".

 

"I giudici infliggono a Berlusconi un colpo mortale" è il titolo del servizio di prima pagina del Times, cui segue un editoriale non firmato a pagina due, dunque espressione della direzione del giornale, nel quale si sostiene che il premier "ha svergognato il suo incarico e il suo paese" dimostrando "disprezzo" per la legge, oltre che attraverso i suoi "ridicoli" scandali privati di sesso e la sua "inquietante" amicizia con leader come Putin e Gheddafi.

 

"Berlusconi può restare al potere solo se i suoi alleati lo appoggiano", osserva l'editoriale del Times. "Essi sarebbero folli a farlo. Il danno causato dal premier alla reputazione dell'Italia comincia a vedersi, simboleggiato dal rifiuto di Michelle Obama di accettare il suo abbraccio, e del resto anche il suo indice di popolarità nei sondaggi sta cadendo. Egli ha cercato di vivere al di sopra della legge, ma ora, con i nuovi processi che lo attendono, sarà consumato dalla legge. E' certamente tempo che Berlusconi smetta di mettere i suoi interessi prima degli interessi della nazione. Dovrebbe dimettersi".

 

Il Times dedica a Berlusconi altre due intere pagine all'interno. Un ritratto del premier, firmato da Richard Owen, afferma che la sentenza della Corte potrebbe segnare "l'inizio della fine" per il Cavaliere; e in un altro articolo lo stesso corrispondente da Roma del quotidiano londinese valuta le varie possibilità dei mesi a venire: Berlusconi continua a governare facendo finta di niente, "difficile", si dimette e convoca elezioni anticipate, "potrebbe averne la tentazione", viene rovesciato da un golpe interno dei suoi alleati guidato da Gianfranco Fini, "forse non subito, ma potrebbe accadere nei prossimi mesi se la situazione del premier si destabilizza ulteriormente", si dimette e va in esilio come Craxi, "improbabile, ma non da escludere se fosse minacciato di finire in prigione".

 

Sempre sul Times, un'analisi di Bronwen Maddox, principale commentatore di affari internazionali, osserva che, con la sentenza della consulta, "l'Italia ha ribadito la sua aderenza alla democrazia, riparando almeno parzialmente le crepe arrecate dal controllo dei media di Berlusconi, che insultano i fondamentali principi democratici a tal punto che se l'Italia chiedesse oggi di entrare nell'Unione Europea potrebbe non essere accettata".

 

La Maddox interpella due esperti. Marc Weller, docente di diritto internazionale alla Cambridge University, nota che nel mondo c'è la tendenza a ritenere responsabili i leader davanti alla legge per crimini di particolare gravità, come la tortura e il genocidio, ma non per decisioni contestate e controverse, come quella di Tony Blair di partecipare alla guerra in Iraq. Riguardo alle leggi nazionali, tuttavia, mettere un primo ministro al di sopra della legge, come ha fatto finora il Lod Alfano, significa "rinunciare al certificato di piena salute democratica".

 

L'altro esperto, Charles Grant, direttore della think tank Center for European Reform, osserva che l'Unione Europea tira fuori un "cartellino giallo" per gli stati che non rispettano i criteri della democrazia, ma il solo vero scrutinio in merito avviene nel momento in cui la Ue valuta se accettare o meno un nuovo membro nelle sue fila: "Se un paese in cui un uomo possiede tutte le televisioni chiedesse di entrare, verrebbe respinto".

 

Anche l'Economist mette la decisione della Consulta in testa alle sue pagine sull%u2019Europa. In un articolo sul numero che sarà in edicola domani, l%u2019autorevole settimanale britannico scrive, a proposito della reazione di Berlusconi alla sentenza, che ora "la Corte Costituzionale è stata aggiunta alla lunga lista di istituzioni italiane sovversive". I processi in cui il leader del Popolo delle Libertà si ritroverà ora imputato, scrive l'Economist, potrebbero soltanto imbarazzarlo, perché rischiano di essere lunghi e di venire fermati, ancora una volta, dalla scadenza dei termini per essere perseguiti, ma aggravano "i recenti problemi di Berlusconi”, dall'indagine di Bari su escort e droga alla sentenza civile che lo ha condannato a pagare 750 milioni di euro di danni alla Cir di Carlo De Benedetti (l%u2019editore di Repubblica) e riconosciuto "corresponsabile di corruzione". Il premier "è oggi molto più debole politicamente di qualche mese fa", scrive il settimanale, notando che Berlusconi ora minaccia di cambiare la composizione dell%u2019Alta Corte per ristabilire "il corretto equilibrio" trai poteri dello stato: ciò, conclude l%u2019Economist, potrebbe essere "azzardato e perfino pericoloso".

 

Il Financial Times dedica due articoli alla vicenda, scrivendo che "la tensione politica è destinata a salire" e che "il prestigio internazionale di Berlusconi è destinato a calare". Il Wall Street Journal afferma che la sentenza potrebbe "ulteriormente destabilizzare il governo Berlusconi e distrarre ancora di più un premier già imbarazzato dalle rivelazioni sulla sua vita personale".

 

Il New York Times commenta che la decisione della Corte potrebbe portare a "un periodo di instabilità politica" e osserva che in un altro paese la saga di problemi legali di Berlusconi "avrebbe probabilmente messo fine alla sua carriera politica". Il Guardian, quotidiano londinese di centro-sinistra, parla di un "severo colpo" a Berlusconi e del "chiaro rischio di una crisi istituzionale" dopo le accuse da parte del premier di un complotto contro di lui. Il Telegraph, quotidiano londinese conservatore, cita Franco Pavoncello, docente di scienze politiche alla John Cabot University di Roma: "Berlusconi prima era un intoccabile, ora non lo è più".

 

Commenti analoghi sull'Independent, sul Daily Mail, sul Mirror, per quel che riguarda la stampa britannica. In America, il Boston Globe scrive che si tratta di "uno dei più duri colpi inferti a Berlusconi nei suoi 16 anni di vita politica", e il Los Angeles Times afferma che la sentenza mette "un punto interrogativo sul futuro di Berlusconi e dell'Italia". In Irlanda, l'Irish Times prevede "una drammatica crisi politica". In Spagna, El Pais osserva che la decisione dell'Alta Corte "rafforza la fiducia nella giustizia rivadendo che il premier deve rispondere alla legge come tutti i cittadini", e ricorda, in un altro articolo, le nuove accuse di connivenze mafiose emerse nei confronti di Forza Italia e dello stretto collaboratore di Berlusconi, Marcello Dell'Utri, "già condannato a nove anni in primo grado per associazione mafiosa", da parte del pentito Ciancimino. El Comercio scrive che "i giudici hanno dato prova di indipendenza a dispetto delle forte pressioni" esercitate dal governo nei loro confronti.

 

E in Francia, dove tutti i giornali, da Liberation a Le Monde, parlano della sentenza, il quotidiano Figaro scrive che "paradossalmente l'uomo politico Berlusconi è stato messo in crisi dall'uomo d'affari", ovvero dalle accuse di corruzione ed evasione fiscale nel costruire il suo impero mediatico che hanno continuato a rincorrerlo durante tutta la sua carriera. LR 8

 

 

 

Immigrati. Allarmi immotivati. A proposito di criminalità e pericolosità sociale

 

Gli allarmi sulla criminalità legati all'immigrazione sono immotivati: "Non corrisponde al vero l'affermazione che il tasso di criminalità degli immigrati è di 5-6 volte superiore a quello degli italiani come spesso si afferma". Il dato è stato fornito dalla ricerca "La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi", presentata il 6 ottobre a Roma e realizzata dall'équipe del "Dossier statistico immigrazione" Caritas/Migrantes e dall'Agenzia "Redattore Sociale". La ricerca sarà pubblicata parzialmente nel prossimo "Dossier statistico immigrazione" che sarà presentato a Roma e in diverse città italiane contemporaneamente il prossimo 28 ottobre e integralmente nella prossima edizione della "Guida per l'informazione sociale 2010" che "Redattore Sociale" presenterà a fine novembre.

 

Il tasso di criminalità degli stranieri. Secondo i ricercatori "nonostante condizioni sociali e normative sfavorevoli", il "tasso di criminalità" degli immigrati regolari nel nostro Paese è "solo leggermente più alto di quello degli italiani (tra l'1,23% e l'1,40%, contro lo 0,75%) e, se si tiene conto della differenza di età, questo tasso è uguale a quello degli italiani. A influire al riguardo, infatti, sono le fasce di età più giovani, mentre è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni". Secondo la ricerca, il coinvolgimento degli immigrati in attività criminose è legato in maniera "preponderante alla condizione di irregolarità: oscilla infatti tra il 70 e l'80% la quota di irregolari tra le persone denunciate. Va però tenuto conto, per non trasformare gli irregolari in delinquenti, dei cosiddetti reati strumentali o relativi alla condizione stessa dell'immigrato, che incidono per almeno un quarto sul carico penale degli stranieri".

 

"Reati di stranieri". Quando si leggono i dati su immigrazione e criminalità - spiegano ancora i curatori della ricerca - occorre tener presente che in Italia la "stragrande maggioranza dei reati ascritti agli immigrati" sono classificati come "reati di stranieri", in quanto "sono pochissimi gli immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza italiana". Inoltre il "contributo" degli immigrati alla criminalità, "pur essendo visibile in alcune fattispecie gravi, è prevalentemente limitato a episodi di microcriminalità, comunque preoccupanti e non sottovalutabili". Tra i reati commessi, la maggioranza spetta a quelli relativi alle Leggi in materia di immigrazione. Secondo i ricercatori l'incidenza degli stranieri sulla criminalità viene solitamente calcolata come se le due popolazioni (italiani e immigrati) avessero la stessa composizione anagrafica. In realtà la popolazione immigrata è caratterizzata da una concentrazione di soggetti giovani molto più forte. La differenza tra italiani e stranieri si concentra tra i ventenni e i trentenni, una fascia di età in cui è più frequente che gli immigrati iniziano la loro vicenda migratoria. Dai 40 anni in poi, quando l'inserimento si è consolidato, il "tasso di delinquenza" - rileva la ricerca - è "minore" degli italiani. Considerando poi i reati commessi "in quanto stranieri" (con infrazioni legate alla normativa che li riguarda in maniera specifica) "il tasso di delinquenza tra italiani e stranieri è equiparabile. Anzi, se si tenesse conto delle più sfavorevoli condizioni socio-economico-familiari degli immigrati, la bilancia finirebbe per pendere dalla loro parte".

 

Per una convivenza interetnica. "È evidente - si legge nello studio - che se la criminalità dovesse crescere di pari passo con l'immigrazione, questa sarebbe a ragione una fonte di allarme sociale; in realtà, molto spesso gli stranieri sono diventati spesso un capro espiatorio per lenire l'insicurezza degli italiani in una fase di forti cambiamenti culturali e di crisi economica". Per questo la questione merita di essere "inquadrata in maniera più corretta". Da qui il bisogno di individuare "strategie più adatte a favorire una fruttuosa convivenza interetnica" e l'attuazione di politiche sociali più "inclusive". "La criminalità deve essere duramente contrastata - è la conclusione - perché offusca le valenze positive dell'immigrazione, sulle quali a più riprese è ritornato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e la parola d'ordine deve essere integrazione".

"Non si tratta di fare prediche - dice al SIR Franco Pittau - ma di generare convinzioni sulla base di una documentazione statistica in parte innovativa. Alla fine di questo sforzo conoscitivo, i più di 4 milioni di immigrati che vivono in Italia, quelli della porta accanto, quelli dei quali siamo portati ad avere paura, appaiono poveri diavoli come noi italiani, all'incirca con lo stesso tasso di delinquenza, alle prese più con i difficili compiti di questa fase di crisi che con comportamenti delittuosi". Questa ricerca, conclude Pittau, "ci sembra un supporto concreto alla raccomandazione della Cei di coniugare sicurezza e integrazione e, perciò, siamo lieti di averla portata a termine".  Sir 7

 

 

 

 

Istat, aumentano gli immigrati in Italia. Quasi 4 milioni, metà da Europa dell'Est

 

Romeni i più numerosi, cittadinanze in crescia a causa dei matrimoni, ma aumenta anche chi torna a casa

             

ROMA  - Continua a salire il numero degli immigrati in Italia: lo rende noto l'Istat, secondo cui gli stranieri residenti nel nostro paese al primo gennaio 2009 sono 3.891.295 e costituiscono il 6,5% della popolazione residente, a fronte del 5,8% dell'anno precedente.

 

Romeni comunità più numerosa. Sul totale dei residenti di cittadinanza straniera quasi 519 mila sono nati in Italia, mentre i minorenni sono circa 862 mila. La metà degli stranieri residenti proviene dai paesi dell'Est europeo, un quarto dai paesi di nuova adesione (796 mila sono romeni). La comunità romena è quindi quella più numerosa (20,5%); segue quella albanese che lo scorso anno è aumentata del 9,8% e quella marocchina, +10,3%; i cinesi, come gli indiani sono cresciti dell'8%, gli ucraini del 16%.

 

Cittadinanza: +18 per cento per matrimonio. Le cittadinanze concesse nel 2008 sono state 53.696. La maggior parte sono dovute a matrimonio: si stima che siano circa 726 mila i cittadini extracomunitari con la cittadinanza italiana, e poichè i matrimoni misti si celebrano per lo più tra donne straniere e uomini italiani, tra i nuovi cittadini sono più numerose le donne.

 

Ma aumenta anche chi torna a casa. Nel 2008 si sono cancellati dalle anagrafi, perchè tornati nel loro stato o trasferiti in un altro stato estero, 27.023 stranieri, un numero in aumento del 33% rispetto al 2007.

 

Italia si avvicina ai dati della Francia. Il 6,5% degli immigrati avvicina l'Italia ad altri paesi europei. Per esempio, alla Francia dove questa percentuale è del 5,8%. In Spagna invece la quota degli stranieri è dell'11,7%.

 

Sei stranieri su 10 risiedono al Nord. Per quanto riguarda la distribuzione geografica, oltre il 60% degli stranieri risiede al nord, il 25,1% al centro, il 12,8% nel mezzogiorno. IM 8

 

 

 

 

A Roma presentata la ricerca sul rapporto tra immigrati e criminalità in Italia

 

Un’indagine del Dossier Caritas/Migrantes in collaborazione con l’agenzia Redattore sociale per combattere pregiudizi e luoghi comuni. Pittau: “Non c’è un’emergenza criminalità in Italia, né corrispondenza tra aumento di immigrati regolari e numero di reati”

 

  ROMA – Presentata questa mattina a Roma, presso la sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, la ricerca “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”, realizzata dal gruppo di lavoro del Dossier statistico sull’immigrazione Caritas/Migrantes in collaborazione con l’agenzia Redattore Sociale.

  Un’analisi che muove dalla percezione degli immigrati nell’opinione pubblica del nostro Paese, la cui presenza viene spesso associata nell’immaginario collettivo ad un aumento della criminalità e dell’insicurezza sociale – 6 italiani su 10, secondo quanto ricordato da Franco Pittau, coordinatore del Dossier Caritas/Migrantes, nel corso della presentazione, sono convinti che siano più spesso gli stranieri a delinquere nel nostro Paese. Ma quanto di questa opinione corrisponde alla realtà dei fatti? Questa la domanda a cui l’analisi cerca di rispondere.

  Una risposta che la Fnsi si impegna ad assumere come dato cui attribuire un peso maggiore nel modo di fare informazione in Italia. “Siamo contenti di accogliere qui oggi chi in questo Paese alimenta progetti e dibattiti che accrescono il confronto civile – ha detto Franco Siddi, segretario della Fnsi, aprendo l’incontro. – La vostra ricerca riguarda luoghi comuni che spesso purtroppo anche i media ripercorrono e che devono essere combattuti proprio per squarciare l’uso e la tentazione di confezionare per il pubblico una realtà manipolata”.

  Stefano Trasatti, direttore dell’agenzia Redattore Sociale, ha ricordato come questioni sociali di così grande rilievo vadano trattate con la necessaria serenità: “L’analisi ordina in modo sistematico numeri spesso non facilmente disponibili e soggetti a divergenti logiche interpretative – ha aggiunto. – Occorre invece che chi fa il nostro mestiere sia in grado di utilizzare con accuratezza i dati e presentarli in un modo corretto”.

  Pittau, presentando i risultati, segnala che “non è nostra intenzione ostentare interpretazioni estrinseche, ma proporre uno studio attraverso dati, seguendo il quale ciascuno possa maturare convinzioni personali suffragate da elementi oggettivamente analizzati”. Alla luce dei numeri raccolti, egli aggiunge che “non esiste un’emergenza criminalità nel nostro Paese. Il tasso di reati è andato aumentando con continuità nel corso degli anni ’70 e ’80, in parallelo al processo di industrializzazione, raggiungendo l’apice negli anni ’90”. L’Italia nel 2001 – secondo dati del Ministero dell’Interno – aveva un numero di denuncie all’incirca pari a quello del 1990, proprio quando si data l’inizio dell’immigrazione di massa nel nostro Paese  – e di un suo tentativo di regolamentazione con la legge Martelli. “Non vi è alcuna corrispondenza tra l’aumento degli immigrati regolari e l’aumento dei reati in Italia – aggiunge Pittau: - tra il 2001 e il 2005 mentre le presenza dei primi è cresciuta del 100%, le denuncie nei loro confronti sono aumentate del 45,9%”. Diversi sono i confronti effettuati che avvalorano questo dato e che fanno emergere un collegamento preponderante tra reati e condizione di irregolarità, “anche se dobbiamo tenere presente la natura di questi atti, le particolari condizioni emergenziali in cui vengono compiuti e una certa cautela, se pensiamo che dei 4 milioni circa di immigrati regolari attualmente presenti in Italia, circa 2 milioni hanno attraversato una situazione di irregolarità”. Anche l’equivalenza criminalità e clandestinità appare dunque una forzatura di ciò che succede realmente nel nostro Paese.

  Che molti reati commessi da stranieri siano dovuti alla trasgressione della normativa attuale sull’immigrazione viene confermato anche da Lucio Barletta, avvocato esperto in materia migratoria. “L’attuale normativa considera con troppa superficialità la condizione di irregolarità di coloro che si trovano in Italia – aggiunge Barletta: - non tutti gli irregolari sono clandestini; alcuni perdono il lavoro e non possono rinnovare il permesso di soggiorno, fuoriuscendo dalla regolarità forzatamente. La normativa dovrebbe essere rivista approfondendo casistiche per cui oggi l’unico provvedimento sembra essere l’espulsione”.

  Alcuni dati sulla criminalità nella capitale sono stati forniti dal capo della squadra mobile di Roma, Vittorio Rizzi, che ha ricordato come la situazione sia molto diversa tra città e tra aree geografiche distinte. “Un elemento positivo è l’aumento della cooperazione internazionale per la lotta alla criminalità – ha segnalato Rizzi – e matura anche il nostro modo di operare su crimini commessi da stranieri puntando sulla collaborazione di reti pubbliche e private impegnate nel sociale”.

  Sul ruolo dei media nella percezione di un’eccessiva insicurezza sociale ha insistito Roberto Natale, presidente della Fnsi. “Assistiamo ad uno scarto allarmante tra i fenomeni reali e ciò che viene diffuso dalla comunicazione generalista, di cui siamo responsabili. L’informazione avvelenata – ha aggiunto Natale – inquina tutto il dibattito di una società, per questo occorre insistere su iniziative come la Carta di Roma che sollecitano un maggior rispetto per la verità sostanziale dei fatti osservati”.

  Infine Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr), ha evidenziato come il tema migratorio venga affrontato dai mezzi di comunicazione “in modo fuorviante. Non dobbiamo dimenticare che molti di coloro che sono costretti ad un’emigrazione forzata sono essi stessi vittime di criminali, che si arricchiscono sulla loro pelle”. Esempio di questa cattiva informazione l’allarmismo associato agli sbarchi via mare: “Questi ultimi rappresentano solo il 13% di tutto il fenomeno immigratorio in Italia – afferma Laura Boldrini. – Di coloro che giungono così in Italia, il 75 % circa è rappresentato da richiedenti asilo che chiedono protezione dalla violenza di regime o subita in guerra. E’ un paradosso della paura, temere chi arriva in queste condizioni”.  In merito ai rifugiati Boldirni ricorda poi i numeri del fenomeno: 2,5 milioni sono i rifugiati in Europa; 17 milioni in Asia e 10 milioni in Africa. “L’80% delle persone sradicate vive nel Sud del mondo: perché invece leggiamo che vorrebbero venire tutti in Europa? E’ il momento di cambiare linguaggio e di restituire un’immagine più fedele di chi sono oggi gli immigrati, cosa lasciano e cosa rappresentano invece per il nostro futuro, anche in termini di produttività. Occorre ragionare su questi dati – conclude Boldrini – accantonando finalmente dannose e stupide scorciatoie”. (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 

PD-Svizzera. Silvio Berlusconi deve dimettersi

 

ZURIGO - Seguendo le notizie provenienti dall’Italia ci rendiamo conto di assistere a forme di autoritarismo istituzionale, che ci riporta alla memoria avvenimenti paragonabili ai trascorsi più bui della storia del nostro Paese. In giro per il mondo sale la preoccupazione per il futuro del nostro Paese, per la tenuta delle istituzioni e della democrazia. In questo passaggio molto delicato e difficile la nostra fiducia  è posta nella mani e nell’autorevolezza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al quale esprimiamo un forte sentimento di vicinanza e di gratitudine per l’encomiabile ruolo di garante delle istituzioni repubblicane.

Di fronte all’esplosione del mal governo, degli abusi di potere da parte dell’attuale esecutivo l’ impegno degli italiani all’estero muove dalla necessità di riportare il nostro Paese sui binari di una democrazia liberale forte del rispetto delle regole e delle norme che tengono assieme un popolo ed una nazione.

I democratici italiani in Svizzera, inoltre, chiedono al presidente del consiglio di dimettersi perchè in questi quindici mesi di governo oltre a creare un’insanabile frattura nei rapporti civili. sociali ed istituzionali che hanno portato allo svuotamento delle funzioni del parlamento, ha  gettato vergogna su se stesso e sull’Italia. Non ci sentiamo rappresentati da chi usa il potere per meri ed esclusivi interessi personali e di casta, e chiediamo agli italiani di resistere per aprire una nuova stagione di rinascita nazionale.

Michele Schiavone Segretario del Partito democratico in Svizzera (de.it.press)

 

 

 

Il Capo dello stato e la Consulta garanti della Costituzione. Gli italiani all’estero sono con loro.

 

Non solo i media tedeschi, ma anche gli italiani all’estero, sono rimasti sbalorditi, increduli  e preoccupati, quando ieri sera hanno ascoltato le affermazioni autoritarie e irrispettose del Capo del Governo italiano di fronte alla sentenza della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano. Una sentenza chiara  in termini di diritto che ha ribadito due  principi di democrazia sostanziale, ovverosia  tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che l’iter da seguire per disciplinari situazioni che possono  “assicurare prerogative” a chi governa deve avvenire attraverso una legge costituzionale, non una legge ordinaria come quella prevista per proteggere Berlusconi.

In definitiva, nessuno è al di sopra della Costituzione, della legge e dei suoi principi.

 

Sia la Corte Costituzionale che Giorgio Napolitano  hanno difeso  le regole fondative dello Stato,  ognuno nei rispettivi ruoli e con le garanzie di loro competenza. Il “non mi interessa”  e le accuse di partigianeria mosse dal  Capo del Governo  ai due organi costituzionali devono  preoccupare fortemente tutti, le italiane e gli italiani che hanno a cuore il nostro Paese e le sue istituzioni democratiche.

 

Appare sempre più chiaro che una  parte  consistente della maggioranza, ed esponenti importanti del Governo Berlusconi , vorrebbero stravolgere o piegare a loro fini l’assetto istituzionale di una democrazia parlamentare, quale quella italiana.

 

È compito anche degli italiani all’estero esprimere solidarietà a Giorgio Napolitano ed insieme ai partiti d’opposizione difendere la Consulta, il dettato costituzionale nonchè  il ruolo  di imparzialità e garanzia del Capo dello Stato, ineccepibile ancora una volta nel suo comportamento istituzionale.

 

La società civile e la democrazia in Italia hanno dimostrato di essere  forti e di avere gli anticorpi sufficienti per contrastare abusi di potere e una volontà di aperto scontro tra le istituzioni. Anche noi italiani all’estero siamo parte di questa Italia che difende il Presidente della Repubblica e la nostra Costituzione.

Michele Santoriello (Pd Circolo di Francoforte), de.it.press

 

 

 

 

Radio Colonia. Il Lodo Alfano è incostituzionale

 

La Corte Costituzionale ha bocciato l'immunità per le alte cariche dello Stato approvata dal governo Berlusconi.

Alla Consulta fanno sapere che la violazione costituzionale riscontrata consiste nel mancato ricorso alla procedura di revisione della Costituzione prevista dall'articolo 138. Sarebbe servita dunque una legge costituzionale per legittimare lo scudo processuale per le prime quattro cariche dello Stato. Nell'intervista, Gianfranco Pasquino, politologo e costituzionalista della Facoltà di Scienze Politiche dell'università di Bologna, sottolinea le implicazioni giuridiche e politiche del Lodo. L'intervista è stata realizzata in attesa della decisione della Corte Costituzionale ed

è andata in onda nella trasmissione di Radio Colonia di mercoledì sera.

Per ascoltare l'intervista a Gianfranco Pasquino basta cliccare su

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/ital/2009/091006_lodo_alfano.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/ital/2009/091006_lodo_alfano.mp3.

RC, de.it.press

 

 

 

 

 

Concerti e film italiani a Stoccarda. Sabato 10 ottobre concerto per i terremotati dell’Abruzzo

 

Stoccarda. Dopo il grande successo del concerto di romanze e arie d’opera ”Piacenza a Stoccarda: italico in... canto” venerdì 2 ottobre nella splendida cornice del Municipio di Stoccarda, il locale Istituto Italiano di Cultura continua ad impegnarsi per presentare alla popolazione locale aspetti diversi della ricca realtà italiana e promuovere scambi culturali sempre più intensi tra Italia e Germania.

 

Sabato 10 ottobre è la volta di un concerto di beneficenza nella Markuskirche di Stoccarda per i danni arrecati dal tragico terremoto che il 6 aprile 2009 ha scosso L’Aquila e la sua provincia. Tra i paesi maggiormente colpiti dal sisma c’è il centro di Onna, già teatro di scontri con le truppe di occupazione tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale e ora praticamente raso al suolo dalla violenza delle scosse telluriche. Per rendere omaggio alle vittime del sisma e raccogliere fondi per la ricostruzione, le due musiciste Sibylle Berweck (flauto) e Gabriele Schinnerling (pianoforte e cembalo) presenteranno nella storica chiesa un variegato programma di musica da camera che spazia dal Seicento al Novecento.

 

Si inaugura inoltre giovedì 8 ottobre a Pforzeim la prima tappa nel Baden-Württemberg del festival itinerante dedicato alla più recente produzione cinematografica italiana “Cinema! Italia!”. In contemporanea con la settimana del cinema italiano di Pforzheim i film di “Cinema! Italia!” verranno proiettati  fino al 14 ottobre nella città universitaria di Tubinga, seguiranno nel Baden-Württemberg le tappe di Friburgo e Karlsruhe, dal 29 ottobre al 4 novembre, ed infine Heidelberg, dal 26 novembre al 2 dicembre. Anche quest’anno gli spettatori potranno votare per il miglior film che si aggiudicherà la distribuzione in tutta la Germania. De.it.press

 

 

 

 

 

Da Galileo a Leonardo, le iniziative dell’IIC di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - È la proiezione del film "Galileo" (198) di Liliana Cavani ad aprire martedì sera le iniziative organizzate dall'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera nell'ambito della IX Settimana della lingua italiana nel mondo.

La pellicola, che presentata al pubblico tedesco in versione originale, narra la vita di Galileo Galilei, da quando questi ebbe i primi dubbi sulla veridicità del sistema tolemaico a quando abiurò alla sua teoria rivoluzionaria sotto le pressioni dell’Inquisizione. Imperniato sul tema del dialogo e del conflitto (tra uomo di cultura e censura, tra il credente e l’autorità della Chiesa), il film esula dagli schemi convenzionali del cinema biografico e trasforma la ricostruzione del passato in azione presente.

Ancora il genio di Galileo al centro dell’incontro di ieri, giovedì 8 ottobre, sempre nella sede del’Istituto con il fisico Claudio Cumani sul tema "Il gigante Galileo". Cumani, che lavora lavora dal 1993 presso l'ESO (European Organisation for Astronomical Research in the Southern Hemisphere), dove è responsabile per lo sviluppo del software di controllo della strumentazione ottica, ha esaminato l'influsso del grande scienziato nella nascita del pensiero e del metodo scientifico moderni, nell'Europa del Seicento. L’incontro è stato organizzato in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, il Consolato Generale Svizzero di Monaco, il locale comitato della Società Dante Alighieri, ESO Garching, Hochschule/ University of Applied Sciences München e Istituto di Filologia Italiana dell'Università LMU di Monaco.

Martedì prossimo, 13 ottobre, alle ore 19.00, si proseguirà con l film di Gianni Amelio "I ragazzi di via Panisperna" (1988), nell'ambito della IX rassegna "Cinema e scienza". Interpretato da Andrea Prodan, Ennio Fantastichini, Mario Adorf, Laura Morante e Virna Lisi, il film è ambientato negli anni ’30 a Roma, ove nell'istituto di Fisica di Via Panisperna opera un gruppo di giovani di grande impegno e talento sotto la guida di Enrico Fermi, giovanissimo professore e già Accademico d'Italia. Nel 1934 i ragazzi di via Panisperna riescono a portare a termine il primo esperimento nucleare. Solo Fermi e Majorana, il suo allievo più geniale, intuiscono quale tremenda responsabilità gravi sulle loro spalle, anche tenendo conto del periodo storico in cui vivono. Il pragmatico e più disinvolto professore è molto diverso dall’allievo, consapevole delle conseguenze, anche terribili, che la nuova scoperta impone sul piano morale ed umano alla responsabilità degli scienziati. L'incontro-scontro fra i due diviene così inevitabile. Mentre Fermi, emigrato in America a causa delle leggi razziali, riceve il Premio Nobel per la scoperta, Majorana continua la sua attività di ricerca e insegnamento in solitudine, fino al momento della sua misteriosa scomparsa.

"Dialogo sopra l'ultimo uomo" è il titolo dell’opera in quattro atti per tenore, baritono, flauto con elettronica, chitarra e percussioni, di scena lunedì, 19 ottobre, alle ore 19.30, al Gasteig - Black Box di Monaco. Uno scambio tra Leonardo da Vinci e Galileo Galilei, nel quale arte e scienza si rispecchiano, su libretto di Fabio Ciolli, con testi di Galileo Galilei e Leonardo da Vinci, su musica di Stefano Taglietti, da una idea di Rai Trade Musica Contemporanea - Commissione del Ministero per gli Affari Esteri. L’incontro tra i due geni avviene su una scena essenziale, segnato da risvolti inattesi: dove si aspetta il fisico, si trova un prosatore accattivante; invece del freddo pittore, un attento tassonomo delle emozioni umane.

L’opera sarà rappresentata l’indomani, martedì 20 ottobre, alla Hochschule für Musik di Würzburg e mercoledì 21 all’E.T.A.-Hoffmann-Theater di Bamberg, che hanno collaborato all’organizzazione dell’evento insieme a Consolato Generale Svizzero di Monaco, Dante Alighieri di Monaco e Würzburg, Istituto di Filologia Italiana dell'Università LMU di Monaco, e Hochschule/ University of Applied Sciences di Monaco.

Il 20 e 27 ottobre torna ancora l’appuntamento con la rassegna "Cinema e scienza", che, sempre nell’ambito della Settimana, porterà all’Istituto Italiano di Cultura altre due pellicole: "Morte di un matematico napoletano" (1992) di Mario Martone e "Vajont" (2001) di Renzo Martinelli.

La prima, con Carlo Cecchi, Anna Bonaiuto, Renato Carpentieri e Toni Servillo, racconta di Renato Caccioppoli, un matematico geniale e anticonformista, un pensatore irriducibile e non riconciliato, si suicida a Napoli nel 1959. Ai suoi funerali il disagio si nasconde dietro la retorica. Lo scomodo personaggio, in vita, come in morte, ha turbato la città. Il film è un'interessante riflessione sulla delusione di un professore universitario, metafora e simbolo di un'intera generazione. Gli scienziati infatti non vivono in un mondo ideale e astratto, ma sono coinvolti negli avvenimenti della società civile come tutti noi. In alcuni casi poi la loro acuta sensibilità li rende più fragili nell’affrontare la vita quotidiana.

Il film è valso il premio della giuria alla mostra di Venezia 1993 e, nello stesso anno, il David di Donatello per il migliore regista esordiente.

Era il 9 ottobre del 1963 quando 260 milioni di metri cubi di terra e rocce del monte Toc si staccarono e franarono nel lago artificiale della diga del Vajont. L'anomala, immensa onda relativa sommerse Longarone. Morirono oltre 2000 persone. Si parlò di fatalità, ma non era così. C'era stato chi aveva previsto la tragedia essendo la diga costruita su un terreno inadatto. La giornalista Tina Merlin cercò di portare alla luce la verità, indagando fra omertà e scarichi di responsabilità. Un funzionario si tolse la vita. Il processo, durato decenni, non fece giustizia.

Di tutto ciò rende conto, in forma, certo, romanzata ma sempre rispondente alla realtà dei fatti, il film di Martinelli "Vajont", interpretato da Michel Serrault, Daniel Auteuil, Laura Morante e Philippe Leroy.  (aise, de.it.press)

 

 

 

 

Stoccarda. Il Comites contrario al contributo per i bambini che frequentano i corsi di lingua italiana

 

Stoccarda - Con una lettera inviata ai genitori dei bambini che frequentano i corsi di lingua e cultura italiana, il Comites di Stoccarda manifesta ampie riserve a proposito della decisione del Consolato d’Italia di introdurre il pagamento di 40 euro a bambino per fornitura di materiale didattico, rilevando che finora i corsi sono stati sempre gratuiti e che l’ente gestore Enaip già usufruisce di un contributo ministeriale a questo riguardo.

Nella lettera si fa presente tra l’altro che il Comites, quale organo di rappresentanza della comunità, non è stato né interpellato né informato né coinvolto in questa decisione e che il pagamento di 40 euro rischierebbe di demotivare ulteriormente i genitori che già fanno dei sacrifici per mandare i figli ai corsi. Il Comites suggerisce ai genitori di limitarsi al pagamento del solo libro di testo. (Inform)

 

 

 

 

 

 

Amburgo. L’artista Bruno Bruni si iscrive al PD. Lo ha convinto Bersani

 

L’artista Bruno Bruni, famoso in tutto il mondo per i suoi disegni, le sue pitture e le sue sculture, ha preso la tessera del Partito Democratico. „Penso – ha dichiarato il maestro – che sia giunto il momento anche per me di assumermi le mie responsabilità. Berlusconi ci sta conducendo al disastro civile, morale oltreché economico. La scesa in campo di Bersani mi ha ridato fiducia e speranza. Voglio impegnarmi in prima persona a costruire un grande partito popolare. Finalmente in Italia si può riparlare di sinistra.“

„Per il Partito Democratico di Amburgo (città nella quale Bruno Bruni vive e lavora) – ha detto Matteo Neri – è un grande onore avere tra i suoi iscritti Bruno Bruni.“

(de.it.press)

 

 

 

 

 

La settimana della lingua italiana a Colonia e Bonn. Cinema, musica e letteratura

 

Colonia - Cinema, musica, letteratura e molto altro a Colonia, in occasione della IX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, promossa da Ministero degli Affari Esteri e Accademia della Crusca intorno al tema "L' Italiano tra arte, scienza e tecnologia", e alla quale partecipano tutti gli Istituti Italiani di Cultura. Tra questi anche quello di Colonia, dove da martedì 13 a mercoledì 28 ottobre si susseguiranno numerosi eventi, che si allargheranno sino alla città di Bonn.

Tra le manifestazioni in programma la rassegna "Cinema e scienza", in collaborazione con Medusa e Rai Teche, con la presentazione di tre film dedicati agli scienziati e ai loro temi: il 13 ottobre, alle ore 19.30, si inizia con "Giordano Bruno" (1973) di Giuliano Montaldo; il 14 sarà la volta de "L’orizzonte degli eventi" (2005) di Daniele Vicari ed il 15 di "Vajont. 9 ottobre 1963" (1997) di Marco Paolini.

L’inaugurazione ufficiale della Settimana si terrà però solo il 20 ottobre, alle ore 19.00, alla presenza del Console Generale d’Italia in Colonia, Eugenio Sgrò. Seguirà lo spettacolo teatrale "4 Cosmicomiche" con Graziella Galvani, Mario Mariani e Beatrice Pucci sulla base di testi di Italo Calvino.

"Utopiano" è il titolo del concerto che Mario Mariani terrà l’indomani, 21 ottobre, alle ore 19.30. mentre nei giorni seguenti ampio spazio sarà dedicato agli approfondimenti con una serie di conferenze dagli ospiti illustri. Il 22 ottobre, alle ore 18.00, Giovanni Bignami discuterà di "Galileo, un artista nel cielo" e, a conclusione della serata, sarà presentato il film "Galileo" (1969) di Liliana Cavani; il 26 ottobre, alle ore 19.30, la parola passerà a Rita Unfer Lukoschik di Berlino, per una conferenza su "Letteratura e scienza: da Primo Levi a Paolo Giordano". Infine il 28 ottobre, alle ore 19.30, Antonello Monti, direttore dell’Institute for Automation of Complex Power Systems presso l’E.ON Energy Research Center dell’Università di Aquisgrana, terrà una conferenza su "Energia Sostenibile: la grande sfida del futuro".

Negli stessi giorni alcuni eventi si svolgeranno presso l'Università di Bonn: il 21 ottobre, alle ore 18.00, Peter Kammerer parlerà di Italo Calvino e l'attrice Graziella Galvani leggerà brani tratti da "2 Cosmicomiche"; il 23 poi si terrà il colloquio su "Galileo e la lingua".

Altre manifestazioni avranno luogo presso le Università di Aquisgrana, Bochum, Düsseldorf, Colonia e Siegen. (aise)

 

 

 

 

Gli immigrati internazionalizzano la Volksfest di Stoccarda

 

Stoccarda - La grande festa popolare voluta nel 1818 da Guglielmo I, re del Württemberg, per ringraziare la popolazione di essere riuscita a superare una delicata fase di carestia, ha ormai assunto connotati internazionali. A Stoccarda come a Monaco scorrono fiumi di birra e si consumano tonnellate di carne di pollo e di manzo. Giostre, montagne russe, megaruote panoramiche, scivoli, autoscontri e tanti divertimenti offrono a piccoli e grandi 15 giorni di ebbrezza ed emozioni. Vi lavorano 17.000 persone, di cui la metà sono immigrati. Sono proprio gli stranieri i migliori ambasciatori della Volksfest nei loro paesi di origine

Non vi è angolo in cui non si senta parlare lingue diverse. Ormai anche la Volksfest assume contorni sempre più internazionali. Stoccarda, città nota nel mondo per le grandi case automobilistiche Mercedes e Porsche e tante altre industrie meccaniche, elettriche ed elettroniche, ha saputo integrare anche nella tradizione popolare sveva le diverse culture. Da alcuni anni, infatti, sempre piú associazioni di immigrati partecipano attivamente alla tradizionale sfilata di contadini delle diverse cittadine e contrade, accompagnate da bande musicali in costumi del tempo. Fra gli oltre 70 gruppi folkloristici quest’anno hanno sfilato anche gruppi di immigrati: croati, sloveni, romeni, spagnoli e portoghesi. Fino a qualche anno fa a rappresentare la collettività italiana vi era il locale circolo culturale sardo “Su Nuraghe”, il primo nel suo genere in Germania, che nel corso degli anni però ha accusato la crisi di un ricambio generazionale. Non avendo più rincalzi, il gruppo si è sciolto e la comunità italiana si è così autoesclusa da quest’importante appuntamento locale tedesco. Più fortemente legati alla propria tradizione popolare sono gli immigrati dei paesi balcani e della penisola iberica. A loro, quindi, il compito e l’onore di rappresentare le comunità di migranti, che nel capoluogo svevo costituiscono il 25% dei 600.000 abitanti. Gli italiani propongono ai milioni di visitatori invece pizze e servizio in cucina e nei grandi capannoni che contengono fino a 3.000 posti.

Le attese e le speranze degli organizzatori sono di superare la soglia dei 5 milioni di visitatori. Soltanto lo scorso fine-settimana ne sono stati stimati 2 milioni, fra questi anche diverse migliaia di italiani provenienti dalla Lombardia.

Altri particolari sono nel servizio audio: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=5456910/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/k08knb/index.html. 

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

Nuovo appuntamento per sabato 10 ottobre de „l'Italia a Francoforte 2009“

 

Sabato  10 ottobre, alle ore 11.00, fra le sale del Museo di Arte applicata di Francoforte (Schaumainkai 17, Francoforte) sono  in programma una visita guidata e un  laboratorio creativo per  i bambini italiani e i loro compagni di classe  alla scoperta di tutto ciò che parla italiano, ma non solo. L' incontro si svolgerà in italiano e  in tedesco.

L' Italia a Francoforte  è un progetto curato e promosso dall' „Associazione amici dell' Istituto italiano di Cultura - Italiani in Deutschland e.V“, ed è destinato in modo particolare ai bambini di origine italiana in età scolare e alle loro famiglie. L' iniziativa si svolge in collaborazione con l' Istituto italiano di Cultura di Francoforte, il Consolato d' Italia a Francoforte, la città di Francoforte, l' Ufficio cultura della città  e l' AMKA. Il programma completo e dettagliato delle iniziative per l' anno 2009, in formato PDF, lo  si  trova sul sito: www.iicfrancoforte.esteri.it.

Ulteriori informazioni: Rosa Maria Liguori Pace (curatrice del progetto). Tel.: 069 75306 611; Ufficio stampa Italiani in Deutschland  e.V.,  Luciana Mella. Tel.:  0170.9000 179 (de.it.press)

 

 

 

Interventi. Con Rosy Bindi Silvio Berlusconi offende tutte le donne

 

La superiorità e lo stile mettono in difficoltà Silvio Berlusconi: questa la conclusione che si trae avendo ascoltato l'improbabile giudizio espresso da quest'ultimo su Rosy Bindi. Il premier non è altro che una vittima del suo stesso messaggio di asservimento all'immagine e reagisce aggredendo chi sovverte con i contenuti la scala di non valori che egli invece da decenni promuove.

 

Berlusconi offende Rosy Bindi e con lei tutte le donne e anche a causa di questo atteggiamento pregnante di machismo, rappresenta un pessimo esempio di Italianità oltre che di uomo di Stato.

 

L'indipendenza intellettuale ed il coraggio politico spaventano ed inducono all'aggressione chi non ha altri mezzi, chi è abituato a fare esercizio di potere, chi promuove un approccio consumistico alla vita stessa in ogni sua sfaccettatura.

 

La persona al centro del dibattito politico, il rispetto per la legge, per le regole e per le Istituzioni, sobrietà, eleganza, umiltà, tolleranza delle diversità e delle opinioni, capacità di dialogo sono elementi la cui mancanza mi preoccupano come persona e come militante politico e mi offendono profondamente come donna.

 L'Italia di Berlusconi non è l'Italia che sogno.

Daniela Di Benedetto (PD Monaco di Baviera), de.it.press

 

 

 

 

Riunito il Comitato permanente sugli Italiani all’Estero della Camera

 

  ROMA – Si è riunito mercoledì mattina il Comitato permanente sugli Italiani all’Estero della Camera. Durante la riunione sono stati affrontati vari argomenti come ad esempio l’ammodernamento della  rete consolare e la questione della cittadinanza. Per saperne di più abbiamo raggiunto telefonicamente il presidente del Comitato Marco Zacchera. “Durante il dibattito abbiamo convenuto sulla necessità di andare il 27 ottobre a Bruxelles, per verificare il funzionamento del primo consolato digitale che verrà presentato in quella sede. E’ stato inoltre deciso di porre all’ordine del giorno del Comitato, al fine di approfondire le questioni previdenziali dei nostri connazionali all’estero, le audizioni dei rappresentanti dei patronati”. “Abbiamo infine stabilito - ha aggiunto Zacchera - di avviare nel prossimo bimestre un approfondimento sui vari aspetti della nuova legge sulla cittadinanza su cui il Parlamento sta lavorando”.

 

La seduta del Comitato permanente sugli Italiani all’Estero è stata introdotta dal  presidente Marco Zacchera che ha ricordato l’imminente trasmissione al Comitato, da parte del ministero degli Esteri, del  programma per la missione presso il Consolato d’Italia a Bruxelles, prevista per martedì 7 ottobre, finalizzata alla dimostrazione dei nuovi sistemi informatici per l’erogazione dei servizi consolari. Alla missione saranno invitati i rappresentanti delle Commissioni Esteri e dei Comitati di Camera e Senato che si occupano di italiani nel mondo. Zacchera ha poi invitato i gruppi del Comitato a formulare proposte concrete sui soggetti da audire, come concordato prima della pausa estiva, nel settore dell’informazione per gli italiani all’estero e della promozione della nostra cultura. Il presidente ha altresì ricordato che in questo ambito era stata ipotizzata l’eventualità di procedere ad un’indagine conoscitiva che fornisse uno strumento procedurale più incisivo. Zacchera ha infine sottolineato, anche alla luce del dibattito in corso sulle proposte di razionalizzazione della rete degli uffici all’estero, la necessità di approfondire l’adeguatezza della rete consolare rispetto alle esigenze, in continua evoluzione, delle comunità italiane nel mondo.  

  Il vice presidente del Comitato Fabio Porta (Pd) ha chiesto di procedere quanto prima ad una verifica sulla produttività dei lavori del Comitato, a partire dal fattivo coinvolgimento dei membri appartenenti alla maggioranza di governo che, secondo il deputato del Pd, risultano  spesso assenti. Porta , dopo aver sollecitato la ripresa delle audizioni a  partire da quella informale dei sindacati dei pensionati che era già stata preventivata,  ha sottolineato la necessità di una definizione chiara dei poteri e delle attribuzioni del Comitato della Camera sugli italiani all’estero, anche in relazione all’analogo organismo del Senato che ha un diverso status. Un punto, quest’ultimo, che sarà presto discusso dai membri del Comitato con il Presidente della Camera Fini. Anche il deputato del Pd Marco Fedi ha evidenziato come i problemi di status del Comitato incidano negativamente sulla qualità dei lavori ed ha auspicato un fattivo colloquio sulla materia con il Presidente della Camera, che consenta di rendere più incisivo il ruolo del Comitato nella Commissione Esteri. Fedi ha anche chiesto di esaminare la problematica della cittadinanza in relazione all’esame delle proposte di legge sulla materia attualmente in discussione alla Commissione Affari Costituzionali. In proposito il deputato del Pd ha ricordato come a tutt’oggi la proposta bipartisan Sarubbi-Granata abbia raccolto molti dei suggerimenti degli eletti italiani all’estero. Fedi ha infine sottolineato l’utilità della riforma della legge 153/71.

  Antonio Razzi (Idv) si è detto d’accordo con le valutazioni di Fedi sull’importanza dei temi della cittadinanza ed ha ricordato come nella passata legislatura si fosse raggiunta una intesa di massima nel limitarne la concessione della cittadinanza ai discendenti da cittadini italiani fino alla seconda generazione. Razzi ha inoltre precisato che la sua proposta, volta a creare consolati onorari al posto di quelli che saranno soppressi dalla razionalizzazione della rete consolare, rappresenta, in modo particolare per il caso di Lucerna, un male minore rispetto alla chiusura della sede. Una soluzione di compromesso che, per Razzi,  lascia comunque la possibilità  di fornire alcuni servizi alla collettività italiana.

  In chiusura di dibattito il presidente Zacchera ha ricordato, per quanto riguarda la questione della scarsa partecipazione ai lavori del Comitato dei deputati di maggioranza, di avere già inviato una lettera al presidente della Commissione Stefani e ai capigruppo interessati. Sui problemi di status Zacchera ha ribadito la disponibilità del Presidente Fini ad un incontro con una delegazione del Comitato. Un colloquio, quest’ultimo, che secondo il deputato del Pdl consentirà di individuare per questo problema almeno una soluzione parziale. Zacchera ha poi confermato lo svolgimento dell’audizione dei rappresentanti dei sindacati dei pensionati degli italiani all’estero. Un colloquio che dovrebbe avere preferibilmente luogo entro il mese ottobre. Il presidente ha inoltre convenuto sulla necessità di affrontare concretamente le proposte di legge in materia di cittadinanza, al fine di raggiungere un punto di vista unitario del Comitato da far pervenire alla commissione competente. (Inform)

 

 

 

IX Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (19-25 ottobre 2009)

 

ROMA - L’italiano tra arte, scienza e tecnologia sarà il tema della nona edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, in programma dal 19 al 25 ottobre 2009, in concomitanza con alcuni significativi anniversari: i 400 anni dalle prime osservazioni astronomiche di Galileo con il cannocchiale e i 100 anni dalla nascita del Futurismo. Inoltre il 2009 è stato scelto dall’ONU quale “Anno Internazionale dell’Astronomia”. L’evento fa parte delle celebrazioni per il “2009 Anno europeo della creatività e dell’innovazione” indetto dalla Commissione Europea.

Le manifestazioni culturali della IX Settimana metteranno in rilievo la creatività italiana nell’arte, nella scienza e nella tecnologia e il suo rapporto con la creatività linguistica, che nel corso della storia ha fornito tanti contributi al patrimonio linguistico europeo e universale: dalla musica alla lirica, dall’arte figurativa all’architettura, dalla scienza alla tecnologia, dalla moda al design, dalla canzone allo sport, dall’alimentazione all’arte della cucina.

La Settimana della Lingua italiana nel Mondo nasce nel 2001 da un’idea dell’Accademia della Crusca e della Direzione Generale per la Promozione e Cooperazione Culturale e, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, ogni anno acquisisce maggior forza e un numero sempre più grande di adesioni da parte di Istituti di cultura e Ambasciate, che promuovono eventi. (dip)

 

 

 

 

Lavoro dignitoso nel mondo e integrazione sociale dei migranti

 

ROMA - Un ottobre intenso sul versante sociale e sindacale,quello che ci viene incontro,in particolare anche per ciò che riguarda la problematica-migrazioni. Tra gli appuntamenti in agenda,la giornata mondiale del 7  per il lavoro dignitoso, sostenuta con forza dalla Confederazione internazionale dei sindacati, Icftu, e quello che il 10 impegnerà la Cisl, sulla traccia "Non c'è integrazione senza diritti, doveri, lavoro e sicurezza", che vedrà manifestare assieme per la prima volta le organizzazioni delle forze di polizia  e della sicurezza, Siulp e Fns, con l'associazione degli immigrati Anolf, e si concluderà col comizio di Raffaele  Bonanni, leader della nostra Confederazione. Nella più vasta cornice istituzionale poi, ci  sono gli impegni  a livello del parlamento italiano e della UE  sulla riforma della legge di cittadinanza e sull'emergenza  immigrazione: più precisamente, sugli aspetti che riguardano non tanto i flussi migratori, quanto le questioni umanitarie e di diritto internazionale verso chi fugge da guerre e persecuzioni e chiede ricetto, in nome dei più antichi "fondamentali" di tutte le civiltà finora comparse sul pianeta che abitiamo.

  Si tratta di questioni  che il sentimento maggioritario  non solo del movimento dei lavoratori ma anche della politica e della società, nelle sue componenti più consapevoli e riflessive, giudica  con logiche sufficientemente omogenee per poter fare qualche passo avanti verso normative  meno chiuse ed arcigne. Non vogliamo e non dobbiamo infatti cedere al luogo comune più gridato, e solo apparentemente dominante sulla scena pubblica, che paventa per certi versi l'imbarbarimento e per altri versi soffia irresponsabilmente sul fuoco del senso di insicurezza e di smarrimento, che insidia anche gli strati popolari più esposti alle intemperie della  crisi che stiamo attraversando. Difatti la crisi è esplosa sì  sul terreno economico-finanziario, ma ha le sue cause più profonde nella crisi dei valori della convivenza, a cominciare da quel valore  di giustizia distributiva che dà legittimità vera  alla politica, alle istituzioni e  agli uomini che ne hanno la rappresentanza democratica.

  La consapevolezza di tale scenario e delle radici del malessere non è certo appannaggio esclusivo (e guai se lo fosse!)  di quanti manifesteranno nei prossimi giorni , testimoniando i propri convincimenti .Ma è indispensabile che appaiano all'orizzonte segnali limpidi  di ripresa di vigore istituzionale, per i quali non mancheranno occasioni né in Italia, né a livello europeo e mondiale. E valgano in proposito poche citazioni. C'è ad esempio la discussione avviata alla Camera dei  deputati e degnamente lumeggiata dal presidente Fini, sulla revisione  della legge 91/1992 in materia di cittadinanza (un tema che riguarda ad esempio  anche i discendenti di italiani ex sudditi austro-ungarici, tanto per dirne una)  per la quale si  registra una buona base di equilibrio tra i principi del tradizionale jus sanguinis e quello dello jus soli, con particolare riferimento ai bambini che nascono in Italia da genitori stranieri: e qui parliamo della integrazione di più di mezzo milione di "personcine", che hanno tutte le positive potenzialità in questo senso. Ma il ragionamento vale altresì  per le istituzioni europee. E parliamo, ad esempio, del controllo comune delle frontiere, certo per  contrastare il fenomeno della clandestinità; ma anche della necessità che i governi nazionali  deleghino alla UE  - e nel concreto all'agenzia Frontex -  poteri e risorse, tra l'altro, per l'organizzazione coordinata dei salvataggi in mare e per la ripartizione tra gli stati dei flussi di quanti hanno diritto di asilo, o per attuare misure di  contenimento verso le disperate avventure dell'attraversamento del canale di Sicilia coi barconi della morte.

  Non si tratta, in conclusione, di inseguire astrazioni ideologiche velleitarie per capovolgere il mondo: ma di concrete azioni mirate di quotidiano riformismo, per accrescere il tasso di inclusione  sociale nella dignità, nella sicurezza e nell'equilibrio dei diritti e dei doveri. Esattamente ciò che  tutta la  Cisl dirà il 10 ottobre, in una piazza Navona che,  fin nella sua struttura urbanistico-architettonica, è simbolo di quel dna di accoglienza ed integrazione  che è nel genio storico-culturale di  Roma, fin dal tempo della sua mitica fondazione. (Corrispondenza Italia)

 

 

 

 

Lezione alla politica

 

Lì alla Consulta avranno bisogno di un ombrello. Sentenza politica, ha subito osservato il sottosegretario Bonaiuti. La Corte è ormai al tramonto, non è più un organo di garanzia, risponde a logiche partitiche anziché costituzionali, ha aggiunto di rincalzo il costituzionalista Gasparri. E intanto Bossi, tanto per sedare gli animi, evoca i rumori della piazza. Prima d’avventurarsi in un commento a caldo su questa calda decisione, sarà bene perciò mettere nero su bianco due premesse.

 

Uno: ogni sentenza di costituzionalità ha carattere politico. Lo capirebbe anche un bambino, dato che le pronunzie costituzionali hanno sempre una legge per oggetto, e dato inoltre che la legge rappresenta il veicolo della decisione politica. Due: non è la piazza a decidere i principi che regolano la nostra convivenza. Se lo Stato di diritto s’affida a un corpo di custodi, è perché la piazza a suo tempo mandò a morte Gesù per salvare Barabba, perché la stessa piazza durante il secolo ventesimo acclamò feroci dittatori, perché insomma le Costituzioni liberali presidiano un sistema di valori, e li sottraggono al dominio delle folle.

 

Meglio posare l’occhio, dunque, sulle ragioni giuridiche di questa decisione. E sia pure con qualche approssimazione, dato che fin qui ne abbiamo in mano l’osso, non la polpa. Difatti in ogni sentenza - e specialmente in una sentenza di legittimità costituzionale - è la motivazione che illustra gli argomenti di cui si nutre poi il dispositivo. È la motivazione, quindi, il metro di misura che ci consente d’esprimere un giudizio ponderato, una critica, un plauso a mani aperte. Noi però non la conosciamo, perché non è ancora stata scritta. Conosciamo un comunicato di tre righe, che ci informa sull’invalidità del lodo Alfano per contrasto con gli articoli 3 e 138 della Costituzione. Il primo enunzia il principio d’eguaglianza; il secondo detta il procedimento di revisione costituzionale. Che significa questo doppio richiamo?

Significa anzitutto che la Consulta ha respinto soluzioni pasticciate, che molti davano per certe nei corridoi dei palazzi romani.

 

Dalla prima all’ultima parola

No, il lodo è illegittimo dalla prima all’ultima parola, non c’è spazio per interventi di restauro. Ed è illegittimo non tanto per ciò che dice, bensì per come lo dice. Non perché elargisce una speciale immunità alle maggiori cariche istituzionali del Paese, bensì perché confeziona il dono in una legge ordinaria, anziché in una legge costituzionale. Tale massima si poteva già vedere in controluce nel più diretto antecedente della pronunzia sul lodo Alfano, ovvero la sentenza n. 24 del 2004. Ma averla posta a fondamento di quest’ultima decisione ha un valore straordinario, e per almeno due ragioni.

In primo luogo, perché riafferma il primato del principio d’eguaglianza sulle volubili scelte del legislatore. Le immunità della politica infliggono altrettante deroghe all’eguaglianza di tutti i cittadini, ma la deroga è ammissibile purché sancita dalla Costituzione stessa o da una fonte normativa equipollente. Vale per i parlamentari (art. 68), per i consiglieri regionali (art. 122), per il governo (art. 96), per il Capo dello Stato (art. 90). Solo il procedimento di revisione costituzionale può introdurre un limite alla parità fra i consociati: può farlo perché è un procedimento che coinvolge anche le opposizioni, e perché quando si modificano le regole del gioco devono essere d’accordo tutti i giocatori.

 

L’insegnamento di Hans Kelsen

Non la sola maggioranza, dunque; o altrimenti non senza interrogare gli elettori attraverso un referendum, come stabilisce per l’appunto l’art. 138 della Carta. Risuona qui, del resto, l’insegnamento di Hans Kelsen, il più grande giurista del Novecento: ogni vizio materiale della legge (derivante dal suo contenuto) è in realtà un vizio formale, dipende dalla scelta della legge ordinaria anziché costituzionale.

E c’è poi una seconda ragione, forse ancora più importante della prima. Gli avvocati del presidente Berlusconi avevano puntato tutte le fiches sull’espansione del suo ruolo in questo torno d’anni: un primus super pares, secondo l’immaginifica espressione di Pecorella. Se dunque nella Costituzione materiale ormai abita un Premier, la Costituzione scritta è diventata carta straccia. E se il Premier ha tutt’altro spessore rispetto ai vecchi presidenti del Consiglio, serve un’immunità tagliata su misura. Ma che cos’è la Costituzione materiale? Una nuvola che cambia forma a ogni soffio di vento, un fantasma che nessuno può toccare con le dita. Rigettando quest’impostazione, la Consulta ha altresì affermato la supremazia della Costituzione scritta, della legge scolpita su tavole di bronzo. E ha infine impartito una lezione - questa sì, non scritta - alla politica: rispettate la Costituzione, o altrimenti correggetela nelle dovute forme. MICHELE AINIS LS 8

 

 

 

 

Pd e Udc: niente dimissioni, il governo vada avanti

Di Pietro: sentenza, schiaffo al Colle. Bersani: giù le mani da Napolitano. Casini: il Presidente corretto

ROMA - Arriva al Nazareno Anna Finocchiaro di scuro vestita, scende dall’auto, faccia severa, si ferma con i giornalisti e scandisce: «L’onorevole Di Pietro e il senatore Quagliariello si sono ritrovati uniti nell’attaccare il Quirinale. Sono entrambi degli irresponsabili. La Corte ha sindacato in passato l’illegittimità di centinaia di norme, è questo il suo mestiere, e nessuno ha mai avuto da ridire». Ma se la polemica con il vice capogruppo del Pdl è quasi d’obbligo, quella con Di Pietro è foriera di sviluppi: la capogruppo al Senato dà voce a tutto il Pd che non accetta e non accetterà mai attacchi al Colle, chi tocca Giorgio Napolitano non la passa liscia. «Se Di Pietro continua così e non la smette di criticare il Quirinale, sarà rottura irreversibile», replicano con le stesse parole sia Franceschini che Bersani. Attacchi inaccettabili per il Pd, che a maggior ragione in questo momento «deve essere paladino di tutte le istituzioni», dice Bersani. «Non ho difficoltà a dire che le parole di Di Pietro sono fuori luogo e sbagliate», è l’altolà di Franceschini. L’ex pm è tornato a criticare il Colle, considera la sentenza sul lodo Alfano una sorta di sconfessione di Napolitano perché «l’aveva firmato in 24 ore», ma su questo trova tutto il resto dell’opposizione, dal Pd all’Udc, ferma nel contrastarlo. E’ sempre Di Pietro, poi, a chiedere apertamente le dimissioni di Silvio Berlusconi, come se queste dovessero dipendere dalla sentenza della Consulta. Sul pronunciamento della Corte, Pier Ferdinando Casini invita a prendere atto e a non prefigurare scenari da guerra civile, «non è il giudizio universale». Casini fa anche usbergo al Colle: «Napolitano è stato in questi giorni bersaglio di Di Pietro, adesso lo è anche di Berlusconi, il Presidente della Repubblica è stato corretto», dice a Porta a porta.

«Nervi saldi», è la parola d’ordine che circola al vertice del Pd convocato per una riunione straordinaria in serata a sentenza della Consulta emessa. Nessuna richiesta di dimissioni, «il premier governi e si sottoponga ai processi come tutti i cittadini», è la linea concordata anche con Casini; difesa della Consulta e del capo dello Stato in netta rottura con l’alleato Di Pietro. Difesa del capo dello Stato anche dagli attacchi del centrodestra. In una nota ufficiale, il Pd definisce «inaccettabili» le parole del premier contro Colle e Consulta. «La Corte costituzionale mette un punto fermo e dice che Berlusconi è un cittadino come tutti gli altri ed è tenuto a sottoporsi a giudizio», è la lettura, a caldo, di Bersani che poco prima aveva risposto con toni minacciosi al leader della Lega Umberto Bossi che a sua volta minaccioso aveva evocato «popoli in piazza» contro giudici e Consulta, ma poi si è capito che erano più pressioni sulla Corte che reali minacce. «Il popolo non ce l’ha solo lui», aveva comunque avvertito Bersani.

Nessuna richiesta di dimissioni neanche dal segretario Dario Franceschini: «Si è semplicemente ristabilito il principio dell’uguaglianza davanti alla legge, Berlusconi se ne faccia una ragione e rispetti la legge». Ma davanti a una sentenza che tutt’altro è che «politica», la richiesta di dimissioni non solo è fuori tema «visto che Berlusconi va battuto sul terreno politico», ma finirebbe per ricompattare la maggioranza. «Spero che nessuno in questo momento perda la lucidità, ho visto dichiarazioni abbastanza preoccupanti», chiosava Massimo D’Alema. N.B.M. IM 8

 

 

 

 

Oltre ogni limite

Silvio Berlusconi ha pieno diritto di annunciare che andrà avanti, anche dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il lodo Alfano e aperto la strada alla ripresa dei processi penali che lo vedono imputato. Quel che invece non può dire, come ha detto ieri, purtroppo, a caldo dopo la sentenza, è che la Corte ha deciso così «perché è di sinistra» e fa parte di uno schieramento che vuole soggiogare il Paese.

 

In questa che definisce «una minoranza», composta, sono parole sue, dal «settantadue per cento della stampa» e dai «comici che prendono in giro il governo», Berlusconi ha incredibilmente inserito il Capo dello Stato: alzando così a un livello insopportabile lo scontro istituzionale, e dimenticando che Napolitano aveva firmato il testo del ministro di Giustizia Alfano, proprio in base al verdetto con cui la Consulta aveva chiesto prima una serie di aggiustamenti per il precedente lodo Schifani.

 

Stavolta invece la Corte ha scelto una via più chiara: cassata la legge ordinaria, contingente e rappezzata sul testo del vecchio lodo, già sottoposto del resto a questione di costituzionalità, è come se avesse suggerito di ricorrere a una nuova legge costituzionale, per eliminare alla radice i problemi fin qui rivelatisi insolubili. Per un governo che poggia su una larga maggioranza, vanta una forte capacità «di fare» e nell’altra legislatura in cui era stato al potere era riuscito a cambiare quasi metà della Costituzione, non dovrebbe essere difficile, in tempi ragionevoli, realizzare un simile obiettivo. Né temibile affrontare il referendum confermativo previsto dall’articolo 138, che seguirà. Un referendum, è vero, che fu negativo per le riforme costituzionali introdotte dal centrodestra tra il 2001 e il 2006, ma stavolta si risolverebbe in un plebiscito su Berlusconi. E come tale potrebbe contare sul favore popolare, che ogni giorno il premier misura nei sondaggi e non si stanca di ricordare.

 

Anche senza conoscere le motivazioni di principio della Corte, si può provare a ragionare su alcuni dati concreti, che probabilmente non saranno stati estranei al ragionamento dei giudici della Consulta. Benché convinto di essere vittima di una persecuzione, Berlusconi infatti è arrivato a governare con fino ad 11 processi pendenti sulla sua testa. Ha sopportato condanne poi trasformatesi in assoluzioni, s’è salvato talvolta con le prescrizioni. E tutto ciò non gli ha impedito di vincere o perdere le elezioni, e tornare per la terza volta a Palazzo Chigi, a prescindere dalla pressione giudiziaria che si addensava su di lui, e in qualche caso avvalendosene anche come strumento di propaganda. Anche adesso, per spiacevole che sia visto il tenore delle accuse, quello che lo attende a Milano non è un patibolo. È un normale procedimento, che sarà celebrato da un collegio diverso da quello che ha posto la questione di costituzionalità ed andrà incontro a un termine di prescrizione nel febbraio del prossimo anno.

 

Inoltre, a riproporre in Parlamento la questione dell’immunità in generale, e non solo di quella che lo interessa, il premier potrebbe pure avere qualche sorpresa, se non da tutta, da settori dell’opposizione. L’immunità, si sa, era già prevista dalla Costituzione all’articolo 68. Ma ciò che i nostri Padri costituenti avevano inserito nel testo della Carta, a garanzia della libertà e della sicurezza della politica, fu modificato frettolosamente dai loro successori sull’onda di Tangentopoli e della cosiddetta «rivoluzione italiana».

 

Da allora in poi, e sono sedici anni, l’equilibrio tra i poteri (governo, Parlamento, magistratura) è cambiato. Si è passati dalla protezione assoluta di cui (grazie anche a frequenti amnistie che si concedevano) godevano parlamentari e uomini di governo nella Prima Repubblica, ad una minima, spesso insignificante, di cui i politici debbono oggi vergognarsi e alla quale si risolvono a rinunciare frequentemente, sotto la spinta di una gogna pubblica senza regole o limiti.

 

Non è un mistero che una situazione del genere non comprenda il solo Berlusconi, né il suo schieramento in particolare e neppure solo i parlamentari. Piuttosto, ormai, l’insieme della politica nel suo complesso, in un sistema in cui moltissimi, eletti o no, cittadini semplici o eccellenti, sono accusati, inquisiti, intercettati, ma si dimettono, o non si dimettono, dai loro incarichi pubblici, in pratica solo quando gli va, e sempre indipendentemente da processi, condanne e assoluzioni. Problemi come questi, non a caso, hanno riguardato in passato, tra gli altri, anche Prodi e D’Alema. Che hanno reagito con una diversa varietà di reazioni, ma con più rispetto per la magistratura e senza fare casi personali.

 

Certo era troppo aspettarsi che la Corte Costituzionale, occupandosi del caso dell’imputato pubblico numero uno Silvio Berlusconi, affrontasse anche una questione che la politica, fin qui, nei lunghi anni della transizione italiana, ha provato inutilmente a risolvere, e di fronte alla quale forse s’è arresa. Ma non c’è dubbio che il problema rimane.  MARCELLO SORGI LS 8

 

 

 

La vera questione, l’interesse del Paes

 

NERVI saldi ed una analisi capace di cogliere la complessità del momento: ecco che cosa serve di fronte alla decisione della Corte Costituzionale che sta già provocando un mare di polemiche strumentali da una parte e dall’altra dello schieramento politico.

Noi vorremmo proporre almeno un tentativo di analisi distaccata di quello che abbiamo davanti. Il primo punto è ovviamente il rispetto della Corte Costituzionale: non perché questo sia un organo infallibile (in democrazia non ne esistono), ma perché ad essa è affidato il compito di dirimere le questioni sulla costituzionalità delle leggi, per cui se la si considerasse buona o cattiva a seconda del nostro grado di consenso con la sua visione dei fatti, si distruggerebbe la legittimazione di un organo di garanzia che è essenziale in tutti i sistemi costituzionali.

Detto questo, la decisione della Corte va inquadrata in senso proprio: è una pronuncia su una norma di tecnica legislativa a tutela del vertice di un organo costituzionale (il governo), non un giudizio sulla “bontà” della persona che lo riveste pro tempore e men che meno una messa in discussione della sua investitura che deriva dal pronunciamento elettorale e da nessun’altra fonte.

Bisogna riconoscere che invece il clima che si era creato nel Paese tendeva a confondere le carte e a rendere questo pronunciamento “tecnico” un giudizio “politico” sul governo e sulla maggioranza, giudizio che invece non compete alla Corte Costituzionale, così come non compete al governo metterne in discussione i verdetti. Ciò che si può serenamente rilevare è che la norma non poteva essere di per sé “manifestamente incostituzionale”, altrimenti il Capo dello Stato non la avrebbe promulgata. Poi la Corte ha motivato la sua valutazione e questo, anche se è ovviamente discutibile, fa testo.

Purtroppo sembra invece che non si riesca in questo Paese ad affrontare il vero tema sul campo, che è una riforma della giustizia che includa anche solide garanzie circa il mantenimento del procedimento giudiziario al riparo della manipolabilità da parte delle ideologie politiche. Il tema è un classico nella storia politica e sino a questi anni recenti era un tema caro alla sinistra che vedeva la “giustizia borghese” all’opera per azzoppare i riformatori (per citare solo un caso di scuola non controverso, la contrapposizione fra Roosvelt e l’Alta Corte per le politiche del New Deal). Ora invece sembra che si debba vedere nelle Corti italiani gli angeli vendicatori di non si sa quale riscossa contro presunte deviazioni politiche.

Spetta però alla politica fare argine contro manipolazioni nell’interpretazione della sentenza sul lodo Alfano. È interesse di tutti, ricordando che in regime di alternanza quello che oggi viene fatto a te, domani potrebbe essere fatto a me, non lasciarsi andare ad usi impropri delle pronunce degli organi di garanzia.

Berlusconi non è oggi meno legittimato di ieri a governare ed a portare avanti la sua politica: su questo hanno giudicato e giudicano gli elettori e il Parlamento. Però il premier deve essere il primo ad esserne consapevole, evitando il vittimismo e le denunce alla leggera, che non lo rafforzano, ma aiutano invece i suoi avversari a sostenere che sente la terra tremargli sotto i piedi. Deve invece rafforzare la sua legittimazione governando e mostrando di saper risolvere i problemi del Paese.

La prova delle urne verrà quando deve venire e ci permettiamo di dire sommessamente che sarebbe un errore snaturare le prossime elezioni regionali in un referendum pro o contro il premier: nel quadro ormai di un sistema che si avvia al federalismo c’è bisogno che i cittadini scelgano ciò che ritengono meglio per i governi locali, a cui sono e saranno sempre più affidati poteri rilevanti.

Il problema invece di trovare i modi perché si fermi questa contrapposizione assurda fra il ceto dei magistrati e la politica, chiudendo la fase in cui una parte non piccola dei primi si sente assegnato un compito improprio come una presunta tutela di quello che loro considerano pubblica moralità è reale e va serenamente affrontato. L’iniziativa della Procura di Milano di tentare di costituirsi in giudizio davanti alla Corte Costituzionale, sentendosi “parte in causa” e non un’articolazione del sistema legale dello Stato, non è stato un bell’episodio. Respingendo questa pretesa la Corte ha mostrato, e le va dato atto, di non poter accettare questa interpretazione. Anche questo è un fatto su cui vale la pena di riflettere.

In definitiva c’è da fare un invito alla politica e alla magistratura da parte dei cittadini: abbiamo un mare di problemi, i tempi non sono tranquilli e dunque c’è bisogno di un “sistema Italia” che non si inceppi in dispute che non giovano al Paese. C’è stato un giudizio su un meccanismo giuridico che si pensava da alcuni a tutela di possibili interferenze sul lavoro, costituzionalmente rilevante del governo. Questo è stato giudicato non conforme alla nostra Carta.

La questione finisce e deve finire qui. PAOLO POMBENI  IM 8

 

 

 

 

 

Lodo Alfano. Le reazioni della stampa estera: «Berlusconi lotta per la carriera»

 

MILANO - La notizia della bocciatura del ’lodo Alfano’ apre quasi tutti i grandi siti web internazionali. Grande evidenza sul sito del britannico The Times, che ha seguito con attenzione le vicende del governo italiano negli ultimi mesi: «La massima corte italiana toglie l’immunità a Berlusconi. Il premier italiano lotta per la sua carriera».

Il francese Le Monde scrive sulla banda gialla dell’ultim’ora: «L’immunità di Silvio Berlusconi giudicata incostituzionale». Titolone su Liberation sempre in Francia: «Invalidata l’immunità penale di Berlusconi. Questa decisione della Corte costituzionale potrebbe aprire la porta a procedimenti giudiziari contro il presidente del Consiglio».

In Spagna per El Pais è il terzo titolo: «La Consulta apre la porta ai processi di Silvio Berlusconi. La legge d’immunità nota come Lodo Alfano tiene paralizzati quattro processi contro di lui» scrive il corrispondente del quotidiano di sinistra. Prima notizia invece sul sito de El Mundo: «Berlusconi smette di essere immune davanti alla giustizia. I 15 giudici della Corte costituzionale invalidano la legge che dava l’immunità alle 4 massime cariche dello Stato». Prima notizia anche sul sito del Wall Streer Journal: «Corte annulla l’immunità di Berlusconi» e il quotidiano americano aggiunge «La sentenza potrebbe mettergli pressione per dare le dimissioni e aprire a elezioni anticipate». Seconda posizione per il sito del New York Times con il medesimo titolo. La notizia è la prima del sito della inglese Bbc: «Bocciata la legge sull’immunità di Berlusconi». La Corte Costituzionale, prosegue la Bbc, ha annullato la legge che «gli aveva evitato diversi casi giudiziari. In uno, doveva affrontare accuse di corruzione».  CdS 7

 

 

 

 

La tedesca di origine romena Herta Muller Nobel per la letteratura

 

Herta Muller è nata in Romania nel 1953La scrittrice tedesca ha raccontato

la dittatura romena di Ceasescu «con la concisione della poesia e la schiettezza tipica della prosa»

 

STOCCOLMA - Herta Mueller, saggista e poetessa tedesca di origine romena ha vinto il premio Nobel per la letteratura. La Mueller, nata nel 1953, ha «tratteggiato il panorama dei diseredati» in Romania sotto la dittatura di Nicolae Ceasescu «con la concisione della poesia e la schiettezza della prosa», ha scritto l’Accademia di Svezia.

 

Scrittrice di lingua tedesca, la Mueller appartiene alla minoranza germanofona del Banato rumeno. Riparata in Germania per sfuggire alle persecuzioni del regime dittatoriale di Ceausescu è a tutt’oggi considerata la più importante scrittrice vivente in lingua tedesca e un autore di culto sia per la Germania sia per la Romania. In Italia, Keller editore ha pubblicato ’Il paese delle prugne verdì, ritratto impietoso di un paese dominato dalla paura e dall’oppressione della dittatura. Tradotto in 15 lingue il romanzo, in realtà un autentico poema in prosa, si è aggiudicato anche l’Impac, il premio più internazionale dopo il Nobel per la Letteratura.

 

La stampa svedese aveva inserito già l’anno scorso il suo nome tra i dieci favoriti per il Nobel. Scrittrice quasi sconosciuta in Italia, la Mueller è stata pubblicata dalla giovane casa editrice Keller di Rovereto. Il suo unico romanzo in commercio è un ’bildungsroman’, un romanzo di formazione, che segue la vicenda di quattro studenti universitari in Romania negli anni della dittatura. La mancanza di libertà è resa costantemente da un senso di soffocamento che pervade tutto il romanzo. Morte, follia, fuga sono gli esiti dell’esistenza della maggior parte dei personaggi. Ma è anche un libro che parla di amicizia e, appunto, di crescita, nel momento in cui i ragazzi devono affrontare l’impatto con la morte di una compagna.

 

Durante gli ultimi tre anni della dittatura in Romania, alla fine degli anni Ottanta, la scrittrice si era trasferita in Germania, anche se dichiara di non essersi del tutto integrata nel Paese, dove è considerata una rumena, così come in Romania era considerata una tedesca. La sua lingua è riconosciuta come un tedesco di confine, quale del resto era il tedesco di Kafka. Il suo stile procede per metafore, per immagini rendendo la narrazione poetica, quasi lirica anche quando descrive episodi abbastanza crudi. La scrittura metaforica fa parte del modo esprimersi degli scrittori dell’est, costretti ad eludere la censura anche nella corrispondenza personale, come accade ai quattro protagonisti del "Paese delle prugne verdi" che sviluppano un loro codice per rimanere in contatto tramite le lettere che sanno essere sottoposte al controllo della censura.

 

La poesia, ha detto una volta, è la forma letteraria che più facilmente si diffonde durante un regime dittatoriale sia perchè si esprime frequentemente per metafore sia perchè è una forma breve più facile da ricordare a memoria. Ci sono stati momenti - ad esempio gli interrogatori della polizia - durante i quali recitare una poesia tra sè e sè svolgeva per lei, non credente, una funzione molto simile a quella che una preghiere deve avere per un credente. LS 8

 

 

 

 

Manifestazione antimafia a Niscemi. “Lo Stato deve essere al fianco di coloro che denunciano le mafie”

 

 “Lo Stato deve essere al fianco di quelle amministrazioni che spingono i propri cittadini a denunciare le mafie.” Con queste parole la capogruppo del PD in Commissione Antimafia, Laura Garavini, ha commentato la sua presenza alla fiaccolata ‘Affinché il sale non diventi scìpito’, organizzata dall’amministrazione cittadina di Niscemi, in Sicilia, a denuncia delle infiltrazioni locali di cosa nostra. Al suo fianco Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, Monsignor Michele Pennini, Vescovo di Piazza Armerina, Gabriele Santoni di Avviso Pubblico ed esponenti della magistratura, della Commissione antimafia, di Confindustria e il sindaco di Niscemi, organizzatore dell’iniziativa, Giovanni di Martino.

 

“E’ molto positiva l’intenzione dell’amministrazione di Niscemi di creare un Comitato permanente antimafia. Può diventare uno strumento prezioso, un punto di riferimento per tutti quei cittadini indignati che vogliono porre fine all’immagine omertosa che danneggia la parte sana del paese”.

 

“La presenza dello Stato è importante.” ha concluso la parlamentare “Soprattutto in un periodo come questo in cui il Governo svilisce la lotta contro le mafie. Al di là dei proclami, infatti, l’esecutivo contrasta l’egregio lavoro delle forze dell’ordine tagliando loro le risorse, attacca quotidianamente la magistratura e sforna leggi con le quali condona il rientro dei capitali mafiosi”. De.it.press

 

 

 

 

Messina, sabato lutto nazionale

 

Nello Jonio si cercano cadaveriForse extracomunitari e turisti. Cento milioni per la messa in sicurezza di NINO CIRILLO

 

MESSINA - Finora erano in due a sostenere cocciuti una tesi suggestiva ma impalpabile, e cioè che nelle acque dello Jonio, proprio dirimpetto al disastro, ci siano ancora altri corpi da nessuno reclamati. Due, il giovane sacerdote congolese Jean Claude, che in quanto congolese veniva preso con le pinze, e il farmacista di Scaletta Zanclea, Lucio Zangla, che in quanto farmacista veniva sospettato di aver assunto qualche strana sostanza. Dalle Twin Towers in poi, del resto -e passando per L’Aquila-, è sempre circolata la leggenda che i morti siano stati molti di più di quelli contati, che gli “irregolari” -siano essi cuochi messicani, muratori rumeni o senegalesi venditori di cianfrusaglie sul lungomare di Messina- siccome non li cerca nessuno, nessuno li trova.

Ma ieri pomeriggio, dall’aula di Montecitorio, durante l’audizione prevista, è arrivata anche la voce autorevole del sottosegretario Bertolaso: «E’ possibile che fra le vittime ci siano degli extracomunitari». E allora bisogna darci una regolata, bisogna guardare con un occhio diverso al bilancio ufficiale di questa tremenda alluvione che ancora parla di 25 cadaveri recuperati e di 10 dispersi.

Più che padre Jean Claude, più che il dottor Zangla, viene in aiuto la storia di Roberto Carullo, 50 anni, sovrintendente della Polfer, che ha già ricevuto l’onore dei primi funerali solenni, martedì pomeriggio, con la partecipazione del ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano. Ebbene Carullo, al volante della sua auto, quella tragica sera si presentò al casello dell’autostrada Messina-Catania e gli dissero che era stata appena chiusa. Se voleva tornare a casa, a Forza D’Agrò, avrebbe dovuto percorrere la Statale 114. Lui così fece, e fu un errore che pagò con la vita perché l’onda di fango lo uccise all’altezza di Giampilieri Marina.

Un errore non suo, a dirla tutta, ma di chi, senza coordinamento alcuno, in quei decisivi momenti, decise di chiudere l’arteria relativamente più sicura -l’autostrada- e di lasciare aperta, quella trappola che poi si sarebbe rivelata la statale. Quasi banale sarebbe stato decidere il contrario: autostrada aperta e statale chiusa, o almeno chiuse tutte e due, tanto per evitare dei morti sicuri.

Fu una trappola per Carullo, fu una trappola per altre auto ancora e lo fu, presumibilmente, anche per i “fantasmi” di cui hanno parlato per primi il sacerdote e il farmacista e e di cui parla ora anche Bertolaso.

«Extracomunitari» dice il sottosegretario alle grandi emergenze, «turisti» aggiunge il farmacista di Scaletta -una famiglia tedesca, un pensionato inglese, un americano habitué della vicina Taormina-, gente che su quella striscia di cinquanta metri fra la montagna e il mare non ebbe altra scelta che morire.

Se una qualche consolazione potrà portare, è arrivata finalmente quaggiù anche la notizia del lutto nazionale. Sabato bandiere a mezz’asta in tutta Italia e funerali con il premier Berlusconi e il presidente del Senato Schifani, alle 10 e mezza, nel Duomo di Messina, celebrati dall’arcivescovo Calogero La Piana. Berlusconi sarà a Messina fin dal pomeriggio di domani, per fare il punto della situazione con la Protezione civile e per incontrare di nuovo gli sfollati.

Il sindaco di Messina Buzzanca, che questo lutto nazionale aveva tanto invocato, potrà dire ora di aver vinto lui. Ma la controprova non c’è, Palazzo Chigi avrebbe potuto prendere la stessa decisione anche senza le sue proteste. Resta invece nell’aria il refrain: «Trattateci almeno come i terremotati dell’Aquila». Che è quello che dice ancora il sindaco Buzzanca, reclamando l’istituto di un numero di Sms per la raccolta dei fondi, per incanalare in qualche modo la solidarietà verso Messina, ed è quello che sostiene con sfumature diverse il catanese Fiorello: «Questa tragedia merita dignità». Tutto nato dal pasticcio combinato dalla Lega Calcio, che domenica scorsa negò il minuto di silenzio sui campi. Da lì una serie di equivoci che il lutto nazionale di sabato dovrebbe finalmente far svanire.

Arrivano soldi. La Regione Sicilia ha fatto sapere che a breve almeno 100 milioni di euro saranno disponibili per mettere in sicurezza le zone disastrate. Silenzio, invece, dalla Procura, che sta continuando a raccogliere vecchie denunce, segnalazioni, esposti, tutto quel che può portare acqua al mulino della nuova inchiesta. Lavorano in silenzio anche gli uomini del Ris del maggiore Schiavone. Dei 25 corpi recuperati, tre non hanno ancora un nome e i carabinieri sperano disperatamente di farli combaciare con tre nomi delle persone ufficialmente dispersi. Per non aggiungere dolore a dolore. IM 8

 

 

 

 

150° anniversario dell’unità d’Italia

 

L’on. Narducci (Unaie) ringrazia il Presidente Ciampi per la difesa del ruolo della lingua italiana nelle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia.

 

Arriva proprio in prossimità delle  celebrazioni della nona edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (l’italiano tra arte, scienza e tecnologia) l’esortazione del Comitato dei Garanti per il 150° dell’unità d’Italia, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, a porre al centro dei festeggiamenti un'idea condivisa di unità nazionale e il relativo patrimonio identitario anche attraverso la valorizzazione della lingua italiana.

Infatti si propone l’allestimento di un museo della lingua italiana per rappresentare “l'importanza del vincolo linguistico come elemento fondamentale dell'unità culturale del Paese”.

“Grazie Presidente Ciampi per aver difeso il ruolo insostituibile della lingua italiana nel percorso di unificazione nazionale e di formazione di una coscienza identitaria comune a tutti gli italiani ovunque si trovino”. Lo ha detto il presidente dell’UNAIE (Unione nazionale associazioni di immigrazione ed emigrazione) , on. Franco Narducci, in seguito alla diffusione delle considerazione dei Garanti sul programma per i festeggiamenti del 2011 presentato dal  ministro Sandro Bondi.

Narducci ha, inoltre, sottolineato come sia “fortemente sentita, tra le comunità italiane all’estero, la necessità di recuperare la memoria che si realizza anche attraverso la difesa e la promozione della lingua italiana” ed ha ringraziato profondamente il Presidente Ciampi per “il ruolo fondamentale che ha avuto nel promuovere, durante il suo settennato al Quirinale, il senso di identità nazionale tra tutti gli italiani, l’amor patrio, anche attraverso la riscoperta dell’Inno di Mameli e della Bandiera tricolore come patrimonio di ogni famiglia”. De.it.press

 

 

 

 

Congressi Pd, vince Bersani

 

Pier Luigi Bersani ha vinto il congresso del Partito Democratico al termine del voto nei congressi di circolo. Su 467mila votanti, l'ex ministro ha ottenuto il 55,13%, mentre Dario Franceschini ha il 36,95% e Ignazio Marino raggiunge il 7,92%. Sono questi i dati definitivi dei congressi diffusi dal Pd.

 

Nei 7.221 congressi hanno votato 466.573 iscritti, pari al 56,40 per cento degli iscritti aventi diritto. Pier Luigi Bersani ha ottenuto 255.189 voti, pari al 55,13 %, Dario Franceschini 171.041 voti pari al 36,95 % e Ignazio Marino 36.674 voti pari al 7,92 %.

 

«È con viva soddisfazione - afferma la commissione nazionale - che sottolineiamo la straordinaria partecipazione di tante iscritte e iscritti diffusa su tutto il territorio nazionale e la trasparenza e la qualità del dibattito che ha visto migliaia di persone prendere la parola per dare il proprio contributo».

 

La Commissione nazionale per le elezioni del 25 ottobre «ringrazia le iscritte e gli iscritti al Pd e tutti coloro che hanno reso possibile questo importante risultato». «A tutti gli iscritti - continua la commissione - e ai tanti elettori del Pd che vogliono un futuro diverso del Paese chiediamo ora un impegno per fare delle primarie del 25 ottobre un grande fatto che rafforzi la qualità della democrazia italiana». L’U 8

 

 

 

 

Sotto il burqa niente

Bisognerà arrestare anche i motociclisti rispettosi delle regole, con il casco che nasconde la faccia e che non di rado viene usato come copertura nel corso di rapine o altri reati, che negli anni del terrorismo proprio per questo era proibito? Dovranno scattare le manette pure per chi porta la mascherina bianca temendo di venir contagiato dell’influenza suina, per i poliziotti in assetto da scontro con la visiera calata, per gli operai che si riparano da fuoco e scintille, per i lavoratori della nettezza urbana che si difendono dai miasmi, per le signore con cappello e veletta fitta?

 

Naturalmente sappiamo tutti che la Lega una ne fa e cento ne pensa, che è creativa al massimo nell’invenzione di qualcosa che confermi la propria esistenza e il proprio attivismo nella linea (diciamo così) politica che la distingue. Sappiamo tutti che nella gara a chi la dice più grossa la Lega non arriva a superare il presidente del Consiglio ma che insomma ci prova di continuo. Sappiamo che il gruppo governativo è così fragile da spaventarsi subito per la patetica minaccia di venir abbandonato e che la Lega ogni tanto ha il sopravvento. Ma proporre una modifica di legge che per qualsiasi ragione punisca burqa e nijab con l’arresto immediato, due anni di carcere e duemila euro di multa è davvero un attacco assurdo ad alcune donne islamiche abitanti in Italia.

 

È un’eventualità sproporzionata sino al ridicolo e inutile: se per identificare le musulmane bastasse vederle in faccia, il lavoro della polizia tra gli immigrati mediorientali sarebbe meno lungo, difficile e infruttuoso. Poco utile anche perché le indossatrici di simili indumenti sono poche, e diminuiscono progressivamente. Dannosa proposta, poi, manca di rispetto, prevarica sulla volontà personale. Cosa avremmo fatto noi, non troppi anni fa, se una polizia avesse preteso di arrestare, incarcerare e privare di duemila euro le donne con il capo coperto, col fascino mutilato da capelli e dal viso nascosti? Come avremmo reagito se, senza valutare i dettami religiosi, una polizia avesse strappato dal collo la croce o dalla testa il copricapo obbligatorio in chiesa delle cattoliche? I Vespri siciliani? Magari è inutile scaldarsi, non se ne farà nulla. Ma il guaio è che con questo genere di cose veniamo indotti a chiacchiere o polemiche, distolti da faccende serie, incoraggiati a quella vana loquacità che è sin troppo una caratteristica nazionale. LIETTA TORNABUONI LS 8

 

 

 

 

Fini: "Cittadinanza a 11 anni agli stranieri nati in Italia"

 

La proposta lanciata dal presidente della Camera all'assemblea annuale dell'Anci

Lo stesso diritto "anche a chi è arrivato qui piccolissimo" - L'attribuzione del diritto scatterebbe "dopo il compimento del ciclo scolastico" senza le consuete verifiche di tipo linguistico, etico e culturale

 

TORINO - Un bambino straniero che nasce in Italia o che vi arriva molto piccolo, a uno o due anni, merita il riconoscimento della cittadinanza italiana all'età di 11 anni se resta ininterrottamente nel nostro Paese e frequenta il ciclo scolastico. Ad affermarlo è il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenuto, oggi, a Torino all'assemblera annuale dell'Anci.

 

''Discutere di cittadinanza - ha spiegato Fini - significa porsi il problema dell'opportunità o meno di non considerare come meritevole di un percorso privilegiato e agevolato coloro che nascono qui, o che arrivano qui bambini, piccolissimi, percorso privilegiato che si potrebbe concludere ad esempio dopo il compimento di un ciclo scolastico''.

 

"Io non credo - ha aggiunto il presidente della Camera - che il cosiddetto ius soli possa essere automaticamente riportato nel nostro ordinamento come hanno fatto altri Paesi. Credo che un bambino che nasce qui, o che arriva qui a uno o due anni, se rimane in Italia ininterrottamente fino al compimento degli 11 anni, e se frequenta la scuola elementare, sia meritevole, se chi esercita la patria potestà lo richiede, di vedersi riconosciuto il titolo di cittadino italiano".

 

Tutto questo, ha precisato ancora il presidente della Camera, "senza attendere che maturi il 18esimo anno di età, e soprattutto senza verificare l'adesione ad alcuni valori della nostra società, alla corretta conoscenza della nostra lingua, ad un minimo di cultura di carattere storico, alla conoscenza del nostro territorio geografico, ma soltanto il riconoscimento di una cittadinanza in ragione del fatto che è trascorso un certo numero di anni e ci siano adempimenti di tipo burocratico". LR 8

 

 

 

 

Conferenza a Bologna dei presidenti delle Associazioni di emiliano romagnoli nel mondo

 

Interventi all’apertura dei lavori: Vasco Errani, Silvia Bartolini, Monica Donini, Elio Carozza

 

BOLOGNA – Si è aperta a Bologna la Conferenza dei presidenti delle associazioni degli emiliano-romagnoli nel mondo, per un confronto - che proseguirà fino a venerdì - sulle politiche regionali per l’emigrazione, sull’andamento della legge regionale di riferimento e sui progetti proposti sia dalla Regione Emilia Romagna sia dalle associazioni all’estero.

  La Conferenza è anche l’occasione per aggiornare presidenti e consultori sulla situazione dell’Emilia-Romagna e sui vari strumenti di comunicazione messi a disposizione dalla Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo per mantenere i legami e scambiare informazioni.

  I lavori sono stati aperti dal presidente della Consulta degli emiliano romagnoli nel mondo Silvia Bartolini, nell’aula polivalente della Regione, alla presenza dei gonfaloni di numerosi enti locali.  “Oggi possiamo dire di avere creato, in questi anni, una vera rete associativa - ha affermato Bartolini  - sulla quale la Regione e le politiche internazionali possono contare per le loro iniziative all’estero”. “Una rete che sta crescendo - ha aggiunto il presidente della Consulta - perché ci siamo sempre mossi su un doppio binario: quello dei valori e quello della concretezza. Abbiamo cercato di operare in modo trasversale, coinvolgendo tutti gli assessorati della Regione, valorizzando la cultura della memoria e il radicamento delle istituzioni che operano in questo settore non solo qui in Italia ma anche all’estero”.  “Per questo ogni nostra iniziativa prevede la partecipazione del CGIE - ha sottolineato Silvia Bartolini  - e a ogni missione estera c’è l’incontro con i Comites - che svolgono un ruolo fondamentale per noi”. “Il nostro compito - ha concluso - è tenere i rapporti con le comunità all’estero in modo nuovo e qualificato, far conoscere l’Emilia-Romagna com’è oggi, con i suoi valori e le sue peculiarità che la rendono una delle prime regioni europee, sia dal punto di vista economico sia come qualità della vita”.

  “La scelta che tutti insieme abbiamo fatto è stata quella di investire sulle associazioni, sugli emiliano- romagnoli nel mondo, con un’ambizione e uno spirito nuovo, ossia con la volontà di promuovere quella che è una sfida per voi e per noi: far sì che l’esperienza della associazioni non sia solo un modo per rinnovare il sentimento della nostalgia, ma anche per svolgere un ruolo in grado di coltivare le radici e al tempo stesso di fare un’azione di rappresentanza dell’Emilia-Romagna e dell’Italia nel mondo”. Così ha esordito il presidente della Regione Vasco Errani nel lungo intervento alla Conferenza dei presidenti degli emiliano-romagnoli nel mondo, in cui ha parlato anche dei problemi della società globale, da quelli economici a quelli ambientali, “che ormai nessuno può ignorare e che sono di tutti”. In merito alla legge regionale sull’emigrazione, ha riferito che si può già trarre un bilancio positivo della sua applicazione. “E’ stato compiuto un salto di qualità - ha sottolineato - promuovendo un processo di innovazione, investendo sui giovani, ma senza lasciare indietro nessuno.” Secondo il presidente Errani, in questo momento si avverte la necessità di valorizzare la terza e la quarta generazione di emigrati per dare continuità all’associazionismo. “Abbiamo bisogno che queste generazioni abbiano un rapporto culturale con la Regione, e soprattutto che abbiano un ruolo attivo nei loro Paesi, coltivando i rapporti con le ambasciate, con gli istituti culturali. Dobbiamo alimentare anche una cultura di ritorno, con il contributo del Cgie”. “Dobbiamo pensare - ha detto Errani - a progetti che costruiscono l’identità dell’Italia negli altri Paesi e muoverci poi secondo le vocazioni delle singole zone”. Infine il presidente della Regione ha salutato la platea con un messaggio: “Fate sì che l’esperienza dell’Emilia-Romagna sia un contributo all’Italia e alla sua immagine nei vostri paesi, l’immagine di una regione sana dove la solidarietà e’ un elemento intrinseco del benessere, che racchiude anche quello del vicino”.  L’emigrazione dell’Emilia-Romagna in termini numerici è costituita – ricapitola la Consulta - da più di un milione e trecentomila persone, dall’800 fino ai giorni nostri. Oggi le associazioni degli emiliano-romagnoli nel mondo sono 108, provenienti da 24 paesi e 4 continenti diversi. Alcune hanno più di 70 anni di vita, altre sono sorte con le ultime generazioni di emigrati, che hanno portato all’estero professionisti, laureati e imprenditori.

  Un caloroso benvenuto è stato espresso nel suo saluto dal presidente dell’Assemblea legislativa della Regione Monica Donini. “La vostra esperienza - ha detto Donini  - serve non solo per celebrarci come appartenenti a una stessa identità culturale, ma anche per comprendere meglio alcuni fenomeni della globalizzazione”. “Voi -  ha commentato Donini - vivete in altri paesi, con le vostre famiglie, conoscete sistemi diversi e potete confrontare i diversi modelli, arricchendovi e arricchendoci. Stando insieme e trasferendoci le nostre diverse esperienze, possiamo contribuire al miglioramento della società”.

  Elio Carozza, segretario generale del Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE) ha lamentato nel suo intervento l’assenza dello Stato in questi ultimi mesi nei confronti degli italiani all’estero. “Una situazione che non si avverte in Emilia Romagna - ha rilevato  - dove l’associazionismo viene sostenuto e troviamo un esempio positivo di come mantenere i rapporti con gli emiliano-romagnoli all’estero”.

  Carozza ha poi parlato della Conferenza Stato-Regioni CGIE, auspicando un seguito del dettato legislativo che ha dato vita a questo organismo. “Bisogna guardare agli italiani all’estero come a un sistema-paese” ha concluso Carozza. (Inform)

 

 

 

 

Con l’Unità in piazza contro il razzismo il 17 ottobre a Roma

 

Meno dieci. Sono i giorni che mancano alla manifestazione antirazzista che si terrà a Roma il prossimo 17 ottobre. L’Unità - assieme alla Cgil, all’Arci e a decine di altre associazioni locali e nazionali - ha deciso di aderire e di dare ai lettori unainformazione puntuale sulle ragioni di questa protesta. Lo faremo a partire da oggi e fino a quando - alle 14,30 di quel sabato - da Piazza della Repubblica partirà il corteo. I promotori sono ottimisti. Lo siamo anche noi. La manifestazione per dire no al razzismo potrebbe essere la più grande tra quelle che si sono svolte nel nostro paese negli ultimi vent’anni. La prima si tenne il 7 ottobre del 1989, quando un’Italia inconsapevole e distratta aveva appena cominciato a conoscere gli immigrati. E ancora era convinta di essere un paese totalmente immune da pulsioni razziste. Certo, la Lega Nord, nata qualche anno prima, già se la prendeva con i meridionali. Ma appariva ancora un fenomeno folkloristico, passeggero. Molto probabilmente lo stesso Umberto Bossi non aveva idea che di lì a qualche anno sarebbe stato costretto a sostituire nelle suecampagned’odio i calabresi, i siciliani e i sardi con i «Bingo bongo».

 

Quella del 7 ottobre del 1989 fu una manifestazione gigantesca. Qualche mese prima, il 24 agosto, a Villa Literno era stato ucciso un ragazzo sudafricano, Jerry Masslo e una parte di noi aveva cominciato a intuire cheuna serie di valori fondamentali, che ci parevano ormai acquisiti, rischiavano di essere messi tragicamente in discussione. Macerto nessuno in quegli anni - mentre la Prima Repubblica era in procinto di dissolversi in Tangentopoli - poteva immaginare che nel 2009, il nostro oggi, ci saremmo ridotti così. Siamo diventati un paese sotto osservazione da parte delle Nazioni Unite e di Amnesty International. Siamo stati già condannati più di una volta per violazione dei diritti umani. Abbiamo visto approvare un «pacchetto sicurezza» che trasforma una condizione - quella di immigrato irregolare - in un crimine. Siamo diventati il feroce posto di guardia della «Fortezza Europa». Respingiamo boat people carichi di uomini donne e bambini in un paese, la Libia, che non ha mai aderito alle fondamentali convenzioni internazionali umanitarie, a partire da quella di Ginevra sui rifugiati politici. L’elenco delle nostre infamie nazionali è lunghissimo. Questi dieci giorni non basteranno certo a completarlo. Ma, forse, basteranno per preparareunatto di protesta che potrebbe aiutare a interromperlo.

Giovanni Maria Bellu L’U 7

 

 

 

 

Italien. Berlusconi verliert seine Immunität

 

Das italienische Verfassungsgericht hat am Mittwoch in Rom das Immunitätsgesetz „Lodo Alfano“ für verfassungswidrig erklärt. Mit dem Gesetz hatten sich Ministerpräsident Silvio Berlusconi und drei weitere ranghohe Politiker im Jahr 2008 die juristische Unantastbarkeit sichern wollen.

„Wir müssen weiterregieren, mit oder ohne Immunitätsgesetz“, sagte der Ministerpräsident am Abend nach dem Urteil. „Ich habe nie daran geglaubt, dass die Norm bestätigt würde bei elf linken Richtern.“ Er schloss seine kurze Erklärung mit den Worten: „Lang lebe Italien! Lang lebe Berlusconi!“ Sein Sprecher, Paolo Bonaiuti, hatte die Entscheidung zuvor bereits als „politisches Urteil“ bezeichnet und erklärt, die Regierung werde das Wählermandat respektieren.

Die Entscheidung der Richter war mit Spannung erwartet worden. Die Regierung Berlusconi hoffte auf eine Zustimmung, um „irreparablen Schaden für die gewählten Politiker oder gar den Rücktritt“ von Ministerpräsident Berlusconi abzuwenden, wie Regierungsanwalt Glauco Neri in seinem Abschlussplädoyer vor Gericht gesagt hatte. Das Gesetz sei die einzige Möglichkeit und das „geringere Übel“, um das Funktionieren der Regierung angesichts suspendierter Verfahren gegen Berlusconi zu gewährleisten.

 

„Verfassungswidriges Privileg“ - In der Opposition hatte man hingegen auf ein Nein der Richter gehofft und argumentiert, Berlusconi solle sich wie jeder Bürger vor Gericht verantworten müssen. Der Präsident des Abgeordnetenhauses Fini, der zwar zur selben Partei gehört wie der Ministerpräsident, sich aber seit kurzem von Berlusconi abzusetzen sucht, teilte mit, er wolle den ihm zustehenden Immunitätsschutz nicht in Anspruch nehmen.

Die Opposition erhielt von Staatsanwälten Unterstützung, die das Gesetz als „verfassungswidriges Privileg“ gegen den Gleichheitsgrundsatz bezeichneten. Die Mailänder Staatsanwälte werfen Berlusconi vor, seinen früheren Anwalt Mills für Falschaussagen in Prozessen in den neunziger Jahren bezahlt zu haben. Mills hatte im Juli 2004 eingestanden, 1998 von der Finanzgruppe Fininvest 600.000 Dollar erhalten zu haben, um seine Aussagen in zwei Berlusconi-Prozessen zu ändern. Fininvest, 1978 von Berlusconi gegründet, ist eine der größten Finanzholdings in Italien und wird heute offiziell von einer Tochter des Regierungschefs geleitet.

Im ersten der beiden Fälle hatte sich Berlusconi gegen den Vorwurf verteidigen müssen, er habe zu Beginn seiner ersten Amtszeit 1994 die „Guardia Finanza“ geschmiert. Im zweiten Fall war Berlusconi vorgeworfen worden, der Sozialistischen Partei Italiens über die Offshore Gesellschaft „All Iberian“ illegal Mittel zugeschoben zu haben. In beiden Prozessen kam es 1998 zunächst zu Verurteilungen, dann zu Revisionen und Freisprüchen Berlusconis.

 

Gremium war lange Zeit gespalten - Das Alfano-Gesetz – benannt nach dem derzeitigen Justizminister – war Ende Juli 2008 vom italienischen Parlament verabschiedet worden. Der aus dem Lager der Opposition stammende Staatspräsident Napolitano hatte das Gesetz unterschrieben. Das Gesetz sieht die Immunität des Staatspräsidenten, der Präsidenten von Senat und Abgeordnetenkammer sowie des Ministerpräsidenten vor. Die in der EU einzigartige Regelung erfasst auch Straftaten, die nicht mit der Wahrnehmung des Amtes in Verbindung stehen oder vor dem Amtsantritt verübt wurden. Selbst solche Fälle werden gedeckt, in denen der Betroffene auf frischer Tat ertappt wird.

Vor der Entscheidung des Verfassungsgerichts hatte die Opposition zwei Richtern vorgeworfen, sie hätten sich Ende September durch die Annahme einer Einladung zum Abendessen mit Berlusconi kompromittiert. Noch am Montag war inoffiziell aus dem Gericht verlautet, dass das aus 15 Richtern bestehende Gremium gespalten sei: Nur sieben wollten die Regelung genauso zu Fall bringen wie den ersten Versuch eines Immunitätsgesetzes („Lodo Schifani“), das 2004 als verfassungswidrig abgelehnt worden war. jöb./Faz.net 8

 

 

 

Verfassungsgericht. Berlusconi ist nicht mehr immun

 

Rom. Das Verfassungsgericht Italiens hat die juristische Immunität des Ministerpräsidenten aufgehoben. Damit schützt ein Gesetz, das Silvio Berlusconi vor Strafverfolgung sichern sollte, ihn nicht mehr. Es wurde für verfassungswidrig erklärt, wie aus Justizkreisen am Mittwoch verlautete. Es verletze den Verfassungsgrundsatz, dass jeder vor dem Gesetz gleich sei, hieß es.

 

Wie italienische Medien berichteten, erklärten die 15 Richter das umstrittene Gesetz für nicht verfassungskonform. Zudem reiche es nicht aus, eine Immunität gegen Strafverfolgung in einem Gesetz festzuschreiben, berichtete Ansa weiter. Dies müsse laut Gericht in der Verfassung verankert werden.

 

Das Immunitätsgesetz hatte Berlusconi selbst initiiert. Er wollte damit sich und drei weiteren ranghohen Politikern 2008 die juristische Unantastbarkeit garantieren. Die Opposition hatte gegen das Immunitätsgesetz protestiert und sie als "Lex Berlusconi" verurteilt.

 

Damit droht dem seit Monaten von Schlagzeilen über angebliche Frauengeschichten und wilde Partys geplagten konservativen Regierungschef nun die Wiederaufnahme gleich mehrerer Verfahren, unter anderem wegen des Vorwurfs der Bestechung und wegen Steuervergehen.

 

In einem besonders aufsehenerregenden Prozess muss sich der 73-Jährige womöglich wegen Beeinflussung von Justizbehörden verantworten. Berlusconi wird vorgeworfen, seinen früheren Anwalt David Mills für Falschaussagen in Prozessen in den 90er Jahren bezahlt zu haben. Deswegen hatte in Mailänder Gericht eine Beschwerde eingereicht.

 

In dem Verfahren wegen Bestechung des britischen Anwalts David Mills, der bereits zu viereinhalb Jahren Haft verurteilt wurde, kann der bislang verschonte Mitangeklagte Berlusconi - wie schon in anderen Verfahren - auf Verjährung hoffen. Berlusconi wurde im Prozess als derjenige benannt, der den Rechtsanwalt für eine gerichtliche Falschaussage mit 600.000 Dollar bestochen hatte.

 

Darauf werden seine Anwälte gewiss auch in dem Verfahren um Unregelmäßigkeiten bei dem Handel mit Filmrechten hinarbeiten. Dazu kam eine weitere Beschwerde kam aus Mailand, wo das Verfahren um Unregelmäßigkeiten beim Handel mit Filmrechten durch Berlusconis Medienkonzern Mediaset läuft.

 

Und schließlich brauchen Richter in Rom Klarheit, ob sie eine Verhandlung gegen den Premier wegen des Vorwurfs eröffnen können, er habe Senatoren mittels Bestechung zum Sturz der früheren Regierung Prodi angestachelt. Dieser Prozess ist noch in einem frühen Stadium. Er wurde mit Blick auf die anstehende Entscheidung des Verfassungsgerichts eigens angehalten.

Lex Berlusconi

 

Schon 2004 war ein Vorgängergesetz, das Berlusconi in einer früheren Regierungszeit vor Strafverfolgung gerettet hatte, vom Verfassungsgericht verworfen worden. Gleich nach dem neuerlichen Wahlsieg 2008 hatte dann der junge Justizminister Angelino Alfano das jetzt gekippte Gesetz ausgearbeitet, "Lodo Alfano" genannt, das nach Ansicht der Regierungsmehrheit den höchstrichterlichen Bedenken Rechnung trug. Es betrifft zwar auch den Staatspräsidenten und die Präsidenten von Senat und Deputiertenkammer, ist aber auf die Interessen von Ministerpräsident Berlusconi zugeschnitten.

Premier fühlt sich verfolgt

 

Hätte das Verfassungsgericht Berlusconi Recht gegeben, wollte die Partei Italia dei Valori (Italien der Werte) ein Referendum anstrengen. Das ist nicht nötig – vielmehr wird erwartet, dass der Ministerpräsident mit einem Dekret für ein neues "Lodo Alfano" jedes Sicherheitsrisiko für sich ausschließen will. Ob er das kann, hängt von der Urteilsbegründung ab. Fraglich ist in jedem Fall, ob Staatschef Giorgio Napolitano es unterzeichnen würde.

 

Während die Opposition nach dem Urteil des Verfassungsgerichts von einem erhofften Rücktritt des "Cavaliere" und einer "Übergangslösung" sprach, schloss die Regierungsmannschaft des Medienmoguls dies kategorisch aus. "Wenn Berlusconi fällt, dann schreiten wir zu den Urnen", hatte das Berlusconi-Lager einstimmig verlauten lassen.

 

Auch Berlusconis Drohungen, sich mit vorgezogenen Neuwahlen eine neue Legitimation zu verschaffen, könnten an den Rechten des Staatspräsidenten scheitern. Berlusconi hatte ohenhin jüngst angekümndigt, er werde unabhängig von der Entscheidung des Gerichts "auf jeden Fall bis zum Ende der Legislaturperiode weiterregieren".

 

Und der Chef der ausländerfeindlichen, rechtspopulistischen Regierungspartei "Lega Nord", Umberto Bossi, hatte noch kurz vor der Urteilsverkündung gedroht, das Gericht wolle doch nicht "den Zorn des Volkes heraufbeschwören".

 

Die Regierungspartei Popolo della Libertà denkt daran, dem Premier mit einer Großdemonstration Anfang Dezember neuen Rückenwind zu geben. Der Regierungschef selber, nervös und erregt wie selten, sieht sich wieder einmal von Komplotten und Umsturzversuchen bedroht. Roman Arens FR 8

 

 

 

 

Italien. Berlusconi kann angeklagt werden

 

Rom - Schwere Niederlage für den Regierungschef: Das italienische Verfassungsgericht hat das umstrittene Immunitätsgesetz für ungültig erklärt, durch das Silvio Berlusconi bisher vor Strafverfolgung geschützt war. Jetzt muss er mit der Wiederaufnahme mehrerer Korruptionsverfahren rechnen.

Der italienische Regierungschef Silvio Berlusconi kann jetzt strafrechtlich verfolgt werden. Das ist die Konsequenz eines Urteils des Verfassungsgerichts vom Mittwochabend. Die Richter verwarfen mit neun zu sechs Stimmen ein Gesetz, das den vier höchsten politischen Amtsträgern Italiens, unter ihnen dem Premierminister, für die Dauer ihres Mandats Straffreiheit gewährt. Berlusconi drohen nun zwei Gerichtsverfahren.

Vertreter des Regierungslagers kritisierten das Urteil als "politisch". Die Opposition begrüßte den Richterspruch. Die Mehrheit der Richterkammer hielt die nach Justizminister Angelino Alfano benannte und vergangenes Jahr vom Parlament verabschiedete Immunitätsregelung ("Lodo Alfano") in zwei Punkten für verfassungswidrig.

Zum einen sei sie nicht, wie notwendig, durch eine Verfassungsänderung in Kraft getreten, sondern durch einfache Parlamentsmehrheiten. Außerdem verletze die Norm den Gleichheitsgrundsatz. Berlusconis Anwälte hatten argumentiert, der Premier sei ein"primus super pares", also "Erster über Gleichen".

Das Urteil war mit besonderer Spannung erwartet worden, weil es politische Konsequenzen für Berlusconi haben könnte. So hatten Regierungspolitiker die Möglichkeit von Neuwahlen ins Spiel gebracht, falls das Gericht ein ablehnendes Urteil fällen würde. Berlusconi, der über hohe Sympathiewerte bei der Bevölkerung verfügt, schloss diese Möglichkeit aus: "Das Verfassungsgericht steht auf der Seite der Linken. Ich werde weitermachen", sagte er. Berlusconi wird sich nun in zwei Gerichtsverfahren verantworten müssen.

 

Der Premier ist in Mailand angeklagt, weil er den englischen Anwalt David Mills bestochen haben soll. Mills wurde deshalb in erster Instanz zu viereinhalb Jahren Haft verurteilt. Dem Mailänder Gericht zufolge hatte Berlusconi dem Anwalt 1998 mindestens 600.000 Dollar (440.000 Euro) bezahlt, damit er in mehreren Gerichtsverfahren zugunsten des Politikers aussage. Nach dem Urteil des Verfassungsgerichts wird sich Berlusconi nun vor dem Gericht in Mailand verantworten müssen. Zudem läuft ein Verfahren gegen den Premier wegen Steuerbetrugs.

Die Staatsanwaltschaft Mailand hatten die verfassungsrechtliche Überprüfung des Immunitätsgesetzes beantragt, nach dem der Staatspräsident, die Präsidenten der beiden Parlamentskammern sowie der Ministerpräsident vor Strafverfolgung geschützt sind. Bereits 2004 hatte Berlusconi versucht, seine juristischen Probleme mit einem Immunitätsgesetz zu lösen. Das damalige Gesetz beurteilte das Gericht als verfassungswidrig, weil es keine zeitliche Begrenzung der Immunität vorsehe. Im "Lodo Alfano" war die Immunität für die Dauer der Amtszeit begrenzt und die Verjährung aufgeschoben.

Die Regierung hatte das Gesetz damit gerechtfertigt, dass der Ministerpräsident sich wegen der von "politisierten Juristen" gegen ihn geführten Prozesse nicht ausreichend seinem Amt widmen könne. Kritiker behaupten, Berlusconi wolle sich mit dem Immunitätsgesetz der Strafverfolgung entziehen. "Es hat sich gezeigt, dass der Regierungschef ein Bürger wie alle anderen ist", sagte Pierluigi Bersani von der oppositionellen Demokratischen Partei. Julius Müller-Meiningen SZ 8

 

 

 

 

Berlusconi wird wieder angreifbar

 

Aufhebung der Immunität des italienischen Premiers durch Verfassungsgericht mit klarer Mehrheit - Von Paul Kreiner, Rom

 

Italiens Ministerpräsident Silvio Berlusconi hat eine unerwartet schwere Niederlage erlitten: Das Verfassungsgericht in Rom verwarf am Mittwoch Abend das Gesetz, mit dem sich Berlusconi als einziger italienische Spitzenpolitiker vor Strafverfolgung bewahren wollte. Das Gesetz war vor einem Jahr in Kraft getreten und erspart dem Regierungschef aktuell drei Prozesse wegen Bestechung von Justizorganen und wegen Steuervergehen; dabei geht es unter anderem um den Ankauf von Fernsehrechten durch Berlusconis Medienkonzern Fininvest und das Anlegen schwarzer Kassen im Ausland.

 

Berlusconis Staatssekretär bezeichnete die Entscheidung am Mittwoch Abend als „politisches Urteil"; die Regierung werde sich in ihrem Weg, den sie den Wählern 2008 versprochen habe, nicht beirren lassen und weitermachen.

 

Formell galt die nach dem Justizminister benannte „Lex Alfano" auch für die anderen drei höchsten Repräsentanten des Staates - den Staats- und die beiden Parlamentspräsidenten -, faktisch kam sie allein Berlusconi zugute. Dessen Verteidiger hatten vor den höchsten Gericht erklärt, es handele sich um keine Immunität, weil die Prozesse gegen den Ministerpräsidenten nicht beendet, sondern nur für die Dauer von dessen Amtszeit auf Eis gelegt worden seien.

 

Das Verfassungsgericht hebelte die „Lex Alfano" - mit der überraschend klaren Mehrheit von neun zu sechs Stimmen - aus gleich zwei Gründen aus. Zum einen verletze sie die grundlegende „Gleichheit der Bürger vor dem Gesetz", zum anderen sei sie mit einem schweren Formfehler geboren: Berlusconi hatte die Regelung als einfaches Gesetz verabschieden lassen; die Richter hingegen sagen, er hätte dazu formell die Verfassung ändern müssen. Genau diese Klippe hat Berlusconi vor einem Jahr umschifft, weil er dafür nicht die nötige Zwei-Drittel-Mehrheit im Parlament zustande gebracht hätte und andernfalls eine Volksabstimmung hätte machen müssen, deren Ausgang unsicher gewesen gewesen.

 

Vor den Verfassungsrichtern hatten Berlusconis Anwälte, die gleichzeitig Parlamentarier sind, gefordert, der Regierungschef müsse mit Rücksicht auf sein umfassendes Amt anders behandelt werden als die restlichen Spitzenpolitiker; nur bei einer Befreiung von Strafprozessen könne er sich „mit voller Kraft seiner Regierungsaufgabe" widmen.

 

Wie es in Italien nun weitergeht, blieb am Mittwoch Abend offen. Der offizielle Rechtsvertreter des italienischen Staates, Glauco Nori, hatte vor einigen Tagen den Rücktritt Berlusconis ins Gespräch gebracht. Ein Rücktritt Berlusconis oder Neuwahlen sind aber weder zwingend noch sehr wahrscheinlich. Schon am Montagabend hatte der Medienmogul ärgerlich geschworen, er werde „auf jeden Fall bis zum Ende der Legislaturperiode regieren und dem Mandat der Wähler treubleiben“. Mindestens zwei Prozesse würden automatisch wiedereröffnet, sagte Franco Pavoncello, Politikprofessor an der John-Cabot-Universität in Rom. Dazu komme noch der Sex-Skandal. „Er war unangreifbar, und er wirdjetzt wieder angreifbar“, sagte er.

 

Daniele Capezzone, der Sprecher von Berlusconis Partei PDL, erklärte, Berlusconi werde sich den Verfassungsrichtern nicht unterwerfen: „Der einzige Richter, der entscheidet, wer regiert und wer in Opposition geht, sind die Wähler." Umberto Bossi, Regierungspartner Berlusconis und Chef der rechtsextremen Lega Nord, hatte das Verfassungsgericht während der Entscheidungsfindung sogar offen bedroht: „Die werden es nicht wagen, gegen den Zorn des Volkes zu entscheiden. Wir haben das Volk. Wir ziehen, wir schleppen es gegen diese Entscheidung auf die Straßen."  

Tsp 8

 

 

 

 

Kommentar. Lahme Ente Berlusconi

 

Eines ist sicher: Berlusconi gibt in der schwierigsten Lage nicht auf, nicht freiwillig. Auch nicht, nachdem er jetzt binnen weniger Tage gleich zwei Tiefschläge einstecken musste.

 

Zuerst brandmarkte ihn ein Gericht einmal mehr als Bestecher und brummte ihm eine Entschädigung von 750 Millionen Euro auf. Dann scheiterte das Immunitätsgesetz komplett vor dem Verfassungsgericht, das schlimmstmögliche Ende für den Premier. Was nun?

 

Berlusconi kann nur vorerst noch auf seine starke Mehrheit bauen, in der sich greifbare Nervosität und Dialogunfähigkeit zwischen Rechten und Moderaten breit gemacht haben. Kann der Premier die unterschiedlichen regionalen Interessen und Gruppenziele mit seiner Macht weiter unter einen, unter seinen Hut bringen? Oder geht es jetzt mit ihm bergab, wird er zur lahmen Ente?

 

Es ist viel zusammengekommen, lange vor dem Verlust der Immunität. Seit ihm die eigene Ehefrau den Stuhl vor die Tür stellte, weil er Show-Mädels zu Abgeordneten machen wollte und in einen Sexskandal mit Minderjährigen verwickelt ist, ist der Regierungschef angeschlagen und vor allem mit Selbstverteidigung beschäftigt. Die glanzvolle Organisation des G8-Gipfels in L’Aquila lenkte nur kurz von seinen Problemen ab.

 

Berlusconis wütendes Vorgehen gegen kritische Medien belegt seine Schwäche. Auch wenn er in seinen nächsten Prozessen wie früher ungeschoren davonkommen sollte – irgendwann ist das Maß der Zumutungen voll. Alles dreht sich um ihn, der sein Land wie sein Eigentum regiert, während es tiefer in der Krise steckt als andere. Irgendwann werden das auch seine Wähler bitter merken. ROMAN ARENS FR 8

 

 

 

Berlusconi verliert Immunität - Italien, was nun?

 

Rom. Die Spannung im römischen Regierungspalast war beständig gestiegen, nun platzte die Bombe: Das oberste italienische Gericht erklärte ein von Ministerpräsident Silvio Berlusconi 2008 unmittelbar nach seiner Wiederwahl verabschiedetes Immunitätsgesetz für verfassungswidrig.

 

Begründung: Das Gesetz hätte eine Verfassungsänderung erfordert. Berlusconi hatte die Norm hingegen kurz nach seiner Wiederwahl unter dem Eindruck drohender Prozesse per Vertrauensabstimmung durchgedrückt. Nun droht dem seit Monaten durch Affären gebeutelten Ministerpräsidenten die Wiederaufnahme gleich mehrerer Strafverfahren, unter anderem wegen des Vorwurfs der Bestechung und wegen Steuervergehen.

 

Das Urteil kam nicht ganz unerwartet. In der Opposition wie auch im Regierungslager war schon in den vergangenen Tagen ganz offen über die möglichen Folgen einer Ablehnung des "Lodo Alfano", wie das umstrittene Gesetz heißt, diskutiert worden. Während die Opposition vom Rücktritt des "Cavaliere" und einer "Übergangslösung" träumte, schloss die Regierungsmannschaft des Medienmoguls dies kategorisch aus. "Wenn Berlusconi fällt, dann schreiten wir zu den Urnen", hieß es einstimmig vom Berlusconi-treuen Europa-Minister, Andrea Ronchi, bis hin zum Berlusconi-kritischen Präsidenten des Abgeordnetenhauses, Gianfranco Fini. Und der Chef der ausländerfeindlichen, rechts- populistischen Regierungspartei "Lega Nord", Umberto Bossi, drohte gar, das Gericht wolle doch wohl kaum "den Zorn des Volkes heraufbeschwören".

 

Ein Rücktritt Berlusconis oder Neuwahlen sind aber weder zwingend noch sehr wahrscheinlich. Solange der für seine zahlreichen Probleme mit der Justiz bekannte Premier nicht aus eigenem Antrieb den Hut nimmt oder vom Parlament per Misstrauensvotum gestürzt wird, ändert sich rechtlich erst einmal nichts. "Wenn die Richter das Gesetz ablehnen, verliert das Land kostbare Zeit", zitierten Zeitungen Berlusconi am Mittwoch. Dann müsse er sich nämlich ab und an in Gerichtssälen tummeln. Schon am Montagabend hatte der Medienmogul ärgerlich geschworen, er werde "auf jeden Fall bis zum Ende der Legislaturperiode regieren und dem Mandat der Wähler treubleiben".

 

"Was sollen wir denn die Wähler fragen", erklärten auch Mitglieder seiner Partei "Volk der Freiheit" (PDL). Berlusconi habe schließlich die volle Unterstützung der Bevölkerung. So scheint es wahrscheinlich, dass das Immunitätsgesetz zurück ans Parlament geht, um "noch einmal überarbeitet" zu werden. Neuwahlen kämen im übrigen kaum jemandem in Italien zu Pass. Nach letzten Meinungsumfragen würde im Moment einzig die ausländerfeindliche, rechts-populistische Regierungspartei Lega Nord profitieren. Sie konnte bereits bei den Europawahlen auf Kosten von Berlusconis PDL punkten.

 

Nach Umfragen Berlusconi-treuer Zeitungen vom Mittwoch stehen weiter sieben von zehn Italienern hinter dem Regierungschef. Nach letzten Berichten der regierungskritischen Zeitung "La Repubblica" lag die Zustimmung immerhin noch bei etwa 52 Prozent. Die größte Oppositionspartei, die links von der Mitte stehende PD hat es seit der schweren Wahlschlappe von 2008 nicht geschafft, wieder einen Fuß auf den Boden zu bekommen und sich ein Profil zu geben, das über den bloßen Anti-Berlusconismus hinausginge. Ende Oktober soll ein neuer Parteichef der Demokraten gewählt werden. Für einen Wahlkampf wäre es ein für das linke Lager ein denkbar schlechter Zeitpunkt.

 

Ungelegen kommt die Entscheidung Berlusconi dennoch. Erst am Wochenende demonstrierten nach Angaben der Veranstalter rund 300 000 Menschen in Rom für mehr Pressefreiheit und gegen die "Medien- Knebelung" durch Berlusconi. Gleichzeitig wurde ein Urteil veröffentlicht, in dem der Regierungschef zusammen mit seinem Fininvest-Konzern wegen Bestechung verurteilt wird. Seitdem er sich nach dem schweren Erdbeben Anfang April in den Abruzzen medienwirksam als sorgender Landesvater in Szene gesetzt hatte, ist der Regierungschef aus der Kritik nicht mehr herausgekommen. Sein anrüchiges Privatleben hatten ihm international schwer zugesetzt. Doch der 73-Jährige gibt sich gern unverwüstlich. (dpa 8)

 

 

 

 

Kommentar. In Italien ist es vorbei mit der politischen Ruhe

 

Der italienische Ministerpräsident Silvio Berlusconi muss ab sofort wegen seiner Verwicklung in zahlreiche Bestechungsskandale wieder mit Strafverfolgung rechnen. Eine bisher geltende Immunitätsregelung wurde als verfassungswidrig eingestuft. Damit stehen Italien stürmische Zeiten bevor.

 

Silvio Berlusconi sei „ein Pharao“, hieß es auf Plakaten, die Italiens Premier am Wochenende nach dem verheerenden Erdrutsch in Sizilien im Protest entgegen gehalten wurden, und sein Plan, eine Brücke über die Meerenge von Messina schlagen zu lassen, lasse sich nur mit dem Bau der Pyramiden vergleichen.

Da ist etwas dran - und zumindest aus diesen Plänen wird nun wohl nichts mehr. Denn der Bau dieser Brücke wäre wirklich ein Jahrhundertwerk, gigantisch, himmelstürmend, vielleicht größenwahnsinnig – der allerdings auch den Verkehr noch einmal neu auf die Insel gelenkt haben würde, wie die Pyramiden schon seit 3000 Jahren zahlende Gäste nach Ägypten locken. Von diesem Gedankenspiel muss sich die Phantasie vieler Italiener nun verabschieden.

Der Entscheid des Verfassungsgerichtes nämlich, nun – entgegen des seit einem Jahr geltenden und von Berlusconi initiierten Immunitätsgesetzes – auch in der laufenden Amtszeit der Regierung verschiedene hängende Prozesse gegen Premier Silvio Berlusconi, Präsident Giorgio Napolitano, Kammerpräsident Gianfranco Fini und Senatspräsident Renato Schifani wieder aufzunehmen, wird dem Land vieles bescheren, nur eines nicht: politische Ruhe und waghalsige Zukunftsprojekte.

So wird Italien mit diesem Entscheid also wieder ein Stück normaler werden, könnte man sagen, auch europäischer – und verliert doch gleichzeitig auch ein Stück seiner genuinen historischen Erinnerung, etwa an den souveränen Borgia-Papst Alexander VI., der moralisch in vieler Hinsicht verwerflich war, aber ein ausgezeichneter und gerissener Politiker für die Belange und Interessen seines Reiches. Paul Badde DW 8

 

 

Eklat nach Immunitätsverlust. Berlusconi brüskiert Italiens Staatspräsidenten

 

Silvio Berlusconi wittert überall politische Feinde, nachdem Italiens Verfassungsrichter den Weg für seine Strafverfolgung frei gemacht haben. Der Ministerpräsident ledert auch gegen Staatsoberhaupt Napolitano - das Präsidialamt reagiert scharf.

 

Nach der Aberkennung seiner Immunität durch das Verfassungsgericht hat Italiens Ministerpräsident die Justiz und den Staatspräsidenten Giorgio Napolitano kritisiert.

Berlusconi bezeichnete das Verfassungsgericht nach dessen Entscheidung als "politisches Organ", das von den Linken beherrscht werde. Wörtlich sagte der Chef der Mitte-Rechts-Koalition: "Ich habe nie daran geglaubt, dass die Norm bestätigt würde bei elf linken Richtern." Auch die Medien favorisierten die Linken, erklärte der Milliardär, der selbst über ein Medienimperium verfügt.

Staatsoberhaupt Napolitano bezeichnete Berlusconi als parteiisch. Der Staatspräsident hatte zuvor erklärt, er respektiere die Entscheidung der Verfassungsrichter. Berlusconi erklärte daraufhin, ihn interessiere die Meinung des Präsidenten nicht. "Man weiß doch, auf welcher Seite er steht", sagte ein sichtlich gestresst wirkender Berlusconi am Mittwochabend vor seiner Residenz.

 

Aus dem Präsidentenpalast kam auf diesen Vorwurf umgehend eine scharfe Reaktion: "Jeder weiß, auf welcher Seite der Präsident steht. Auf der Seite der Verfassung, und er übt seine Funktionen mit absoluter Unparteilichkeit aus."

Berlusconis wenig staatsmännische Erwiderung, es interessiere ihn nicht, was der Staatschef erkläre, sorgte bei der Opposition für Proteste. Solche Äußerungen seien in anderen Ländern unmöglich, "und waren es bis vor einigen Jahren auch in Italien", sagte der Generalsekretär der Demokratischen Partei, Dario Franceschini. Berlusconis Verhalten sei vollkommen "unverantwortlich".

 

Trotzige Sprüche mit geballter Faust - Das Verhältnis des rechten Regierungschefs zu Napolitano ist seit jeher äußerst schwierig gewesen. Der 84-Jährige kämpfte einst gegen die Faschisten und trug maßgeblich dazu bei, dass die italienischen Kommunisten sich zu einer sozialdemokratischen Partei wandelten.

Das Verfassungsgericht hatte am Mittwoch eine bisher geltende Immunitätsregelung für verfassungswidrig erklärt, die von Berlusconis Regierung im Juli 2008 verabschiedet worden war. Berlusconi muss nach dem Urteil mit der umgehenden Wiederaufnahme von zwei Korruptionsverfahren rechnen.

Berlusconi hatte noch vor kurzem erklärt, er werde unabhängig von der Entscheidung des Gerichts dem Wählerauftrag treubleiben und "auf jeden Fall bis zum Ende der Legislaturperiode weiterregieren". Und der Chef der ausländerfeindlichen, rechtspopulistischen Regierungspartei „Lega Nord“, Umberto Bossi, hatte noch kurz vor der Urteilsverkündung gedroht, das Gericht wolle doch wohl kaum "den Zorn des Volkes heraufbeschwören".

Trotz des Urteils werde er an der Spitze der Regierung bleiben, betonte Berlusconi. Die Gerichtsverhandlungen gegen ihn seien eine Farce. "Es lebe Italien und es lebe Berlusconi" rief der Ministerpräsident mit geballter Faust nach der Urteilsverkündung. (dpa 9)

 

 

 

 

Berlusconi beschimpft Obersten Gerichtshof und Staatspräsidenten

 

Rom - Nach dem Verlust seiner juristischen Immunität teilt Italiens Ministerpräsident Silvio Berlusconi aus.

In einem verbalen Rundumschlag attackierte der unter Korruptionsverdacht stehende Regierungschef den Obersten Gerichtshof, die linksgerichtete Opposition und kritische Medien. Selbst Staatsoberhaupt Giorgio Napolitano blieb von den Angriffen des 73-jährigen Konservativen nicht verschont. Kommentatoren reagierten entsetzt. Inmitten der schweren Wirtschaftskrise droht der Rechtsstreit die italienische Politik auf Monate, wenn nicht sogar Jahre zu lähmen.

Im einem Radiointerview kündigte Berlusconi am Donnerstag einen entschiedenen Kampf vor Gericht an. "Die zwei Verfahren gegen mich sind falsch, lächerlich, absurd, und ich werde das den Italienern beweisen, indem ich vor die Kameras trete. Und ich werde mich persönlich im Gerichtssaal verteidigen und meine Gegner der Lächerlichkeit preisgeben und allen zeigen, aus welchem Holz sie geschnitzt sind und aus welchem Holz ich geschnitzt bin." Seine Regierung werde "gelassen, ruhig und mit noch mehr Schneid" weitermachen.

Bereits kurz nach der Entscheidung des Obersten Gerichtshofs gegen einen Schutz vor Strafverfolgung hatte Berlusconi am Mittwochabend erklärt, er müsse nun "seinen öffentlichen Dienst für ein paar Stunden ruhen lassen, um vor den Gerichten zu erscheinen und um zu beweisen, dass sie alle Lügner sind". Die Gerichtsverhandlungen gegen ihn seien eine Farce. "Es lebe Italien und es lebe Berlusconi", rief der Ministerpräsident mit geballter Faust nach der Urteilsverkündung.

Berlusconi bezeichnete das Gericht als "politisches Organ", das von den Linken beherrscht werde. Auch der italienische Präsident Napolitano und die Medien favorisierten die gegnerische Seite. Napolitano wies den Vorwurf der Parteilichkeit in ungewöhnlich scharfen Worten zurück. Daraufhin erklärte Berlusconi: "Mir ist egal, was das Staatsoberhaupt sagt. Ich habe das Gefühl, dass ich hier zum Narren gehalten werde."

Das Gericht befand, dass das von Berlusconi initiierte Gesetz gegen den Verfassungsgrundsatz verstoße, dass jeder Mensch vor dem Gesetz gleich ist. Mit dem Urteil könnten gleich mehrere Prozesse gegen den umstrittenen Politiker wieder aufgenommen werden. Dabei geht es sowohl um Steuerhinterziehung als auch um Korruptionsvorwürfe. Hinzu kommt noch der seit einigen Monaten schwelende Sex-Skandal um Berlusconi. So sollen Prostituierte bei Feiern in seinem Haus anwesend gewesen sein.

"Dies könnte destabilisierende Auswirkungen auf die Politik und den Gesetzgebungsprozess haben", kommentierte die angesehene Wirtschaftszeitung "Il Sole 24". Die einzige Lösung für diese Krise könne nur sein, "mit Geduld einen Regierungsstil zu suchen, der der wirtschaftlichen und sozialen Lage des Landes angemessen" sei. Tito Boeri, Wirtschaftsprofessor an der Mailänder Bocconi-Universität sagte, für Italien sei das Urteil eine schlechte Nachricht. Berlusconi sei schon eine "lame duck" (lahme Ente) an der Spitze einer schwachen Regierung. Dies werde nun noch schlimmer. Gleichzeitig brauche das konjunkturschwache Italien dringend Reformen, um die Wirtschaft in Gang zu bringen. Berlusconi werde sich nun noch weniger darauf konzentrieren.

Das Immunitätsgesetz sollte auch den Präsidenten des Landes und die Parlamentspräsidenten vor Strafverfolgung schützen. Es war aber eindeutig auf Berlusconi zugeschnitten, der in mehreren Verfahren wegen Betrugs und Korruption angeklagt ist. Die Opposition feierte das Urteil. Die Verbündeten Berlusconis aus dem Mitte-Rechts-Lager kündigten eine Massenkundgebung zur Unterstützung des Ministerpräsidenten an. (Reuters 9)

 

 

 

 

Prozess in Rom. Lex Berlusconi vor Gericht

 

Wird es tatsächlich eng für Silvio Berlusconi? In Italien wird in letzter Instanz über ein Immunitätsgesetz geurteilt - kippt es, gerät der Premier in Schwierigkeiten.

 

Italien wartet gespannt auf ein Urteil des höchsten Gerichts, das über die politische Zukunft von Ministerpräsident Silvio Berlusconi entscheiden könnte. Das Gericht beurteilt die Verfassungsmäßigkeit eines 2008 verabschiedeten Immunitäts-Gesetzes. Danach werden Strafverfahren gegen die Inhaber der vier höchsten Staatsämter - Staatspräsident, die beiden Parlamentspräsidenten sowie Ministerpräsident - für die Mandatszeit ausgesetzt.

Regierungschef Berlusconi hat sich so mehrere Gerichtsprozesse, in denen er angeklagt ist, vom Leib gehalten. Sollte das Verfassungsgericht die nach Justizminister Angelino Alfano benannte "Lex Alfano" - de facto eine "Lex Berlusconi", da es auf ihn zugeschnitten ist - verwerfen, könnte das den Regierungschef in schwere Bedrängnis bringen.

Am Dienstag begann die 15-köpfige Richterkammer mit der Beratung. Es ist bereits das zweite Mal, dass ein Immunitätsgesetz vor dem Verfassungsgericht verhandelt wird. Vor sechs Jahren lehnten die Richter eine ähnliche Regelung ab. Nun hofft Berlusconi, dass die modifizierte Version Anerkennung findet. Danach soll die Immunität nur für die Dauer der Amtszeit gelten und die Verjährungsregeln für diese Zeit sollen aufgehoben sein. Diese Punkte hatten die Verfassungsrichter 2003 beanstandet.

750 Millionen für gekauftes Urteil

Das Urteil wird in einer Zeit fallen, in der Berlusconi politisch und wirtschaftlich in Schwierigkeiten ist. Gerade verurteilte ein Gericht in Mailand seine Familien-Holding Fininvest zu Schadenersatz in Höhe von 750 Millionen Euro wegen eines gekauften Gerichtsurteils aus dem Jahr 1991. Die Holding Cir des Medienunternehmers Carlo De Benedetti habe einen wirtschaftlichen Schaden in dieser Höhe erlitten, weil das Gericht auf illegale Weise Mondadori, das größte Verlagshaus Italiens, Berlusconis Fininvest zugesprochen hatte.

In der Urteilsbegründung wird Berlusconi nun als "mitverantwortlich" für die von seinen Anwälten ausgeführte Korruption bezeichnet. Mehrere Anwälte, unter ihnen der Berlusconi-Intimus und spätere Justizminister Cesare Previti, wurden dafür bereits zu Haftstrafen verurteilt. Berlusconis strafrechtliche Verantwortung ist bereits verjährt. Der 73-jährige Ministerpräsident zeigte sich angesichts des Mondadori-Urteils "bestürzt" und bezeichnete den Spruch als "jenseits von Gut und Böse". Alle Gegner sollten wissen, dass die Regierung ihre fünfjährige Mission zu Ende bringen werde. Damit wollte der Ministerpräsident Gerüchten entgegentreten, nach denen seine Regierung in Folge eines negativen Entscheids des Verfassungsgerichts zurücktreten und Neuwahlen notwendig würden.

 

Drei Verfahren gegen "ilCavaliere" - Berlusconi müsste sich in drei Verfahren rechtfertigen, sollte die Immunitätsregelung als verfassungswidrig beurteilt werden. Für diesen Fall sehen Beobachter die Handlungsfähigkeit der Regierung als eingeschränkt an. Unter anderem müsste Berlusconi sich wegen der Bestechung des englischen Anwalts David Mills verantworten, den er zu mehreren Falschaussagen in Prozessen angestiftet haben soll. Mills wurde erstinstanzlich bereits zu viereinhalb Jahren Haft verurteilt. Auch dem Ministerpräsidenten drohte eine Verurteilung.

Zudem ist Berlusconi wegen Steuerbetrugs im Zusammenhang mit dem Kauf von Fernsehrechten seiner Firma Mediaset angeklagt. Außerdem muss er sich gegen den Vorwurf wehren, mehrere Senatoren aus dem Regierungslager gegen Geld abgeworben und so den Sturz der Regierung von Romano Prodi 2008 befördert zu haben.

 

"Verschwörung von Justiz und Linken" - Die Regierungsmehrheit im Parlament stellte sich demonstrativ auf die Seite Berlusconis. In einer Erklärung der Fraktionsvorsitzenden ist die Rede von einem "umstürzlerischen Plan" der Justiz und der Linken, um den Fall Berlusconis heraufzubeschwören. Der Zeitpunkt des Mondadori-Urteils kurz vor der Verhandlung über die "Lex Alfano" sei verdächtig, argumentierten die Politiker und entwarfen so das Bild einer Verschwörung gegen den Premier.

Neben den Urteilen sieht sich die Regierung außerdem heftigem politischen Protest ausgesetzt, auch wenn die Koalition aus Berlusconis Volk der Freiheit und Lega Nord aktuellen Umfragen zufolge über 56Prozent Zustimmung verfügt. Die Opposition hatte kürzlich die Amnestie für Steuerhinterzieher, die Kapital ins Ausland geschafft hatten, als "mafiös" bezeichnet. Anscheinend hat auch die Massen-Demonstration gegen die Beschneidung der Pressefreiheit vom vergangenen Samstag ihre Wirkung gehabt. Julius Müller-Meiningen SZ

 

 

 

 

Silvio Berlusconi. Der gerichtsnotorische Premierminister

 

Mit der italienischen Justiz hat Silvio Berlusconi schon mehrfach nähere Bekanntschaft gemacht. Die Vorwürfe gegen den heute 73 Jahre alten Ministerpräsidenten und Medienmogul reichten von Meineid über Steuerbetrug bis zur Bestechung. Einige Verfahren endeten in erster Instanz sogar mit Gefängnisstrafen für den Konzernchef und Politiker, die Urteile wurden später aber aufgehoben.

 

Auch eigens erlassene Gesetze halfen dem Premier, Staatsanwälte und Richter abzuschütteln. So wurde 2008 ein Korruptionsprozess gegen Berlusconi ausgesetzt, weil ein neues Gesetz den vier ranghöchsten Politikern des Landes Immunität gewährte. Die Beschwerde gegen dieses Gesetz war jetzt erfolgreich.

 

Zuvor musste sich der Medien-Milliardär in Mailand wegen der Bestechung des britischen Anwalts David Mills verantworten. 1998 soll Berlusconi ihm 600.000 US-Dollar bezahlt haben, damit dieser in Prozessen gegen seinen Medienkonzern Mediaset Falschaussagen macht. Im Februar 2009 wurde Mills deshalb zu viereinhalb Jahren Haft verurteilt. Das zuständige Gericht gehörte jetzt zu den Beschwerdeführern vor dem Verfassungsgericht, weil es auch Berlusconi verfolgen will.

 

Vorwürfe wegen Bilanzfälschung ließ ein Gericht 2002 nach auffällig langen Beratungen als verjährt fallen. Angeblich hatte Berlusconi als Präsident des Fußballclubs AC Mailand 1992 den Millionentransfer für einen Spieler teils mit Schwarzgeld bezahlt und zu niedrig deklariert.

 

Auch ein Verfahren um Korruption beim Kauf des Buchverlags Mondadori durch Berlusconis Mediaset-Konzern stellten die Richter 2001 wegen Verjährung ein. Angeblich hatte Berlusconi im Verlauf der Transaktion die römische Justiz bestochen.

 

1999 wurde Berlusconi gerichtlich von dem Vorwurf freigesprochen, es habe beim Kauf eines privaten Grundstücks Unregelmäßigkeiten gegen.

 

Wegen illegaler Parteienfinanzierung verurteilte ein Gericht Berlusconi 1998 zu 28 Monaten Haft. Ein Jahr später wurde das Urteil aufgehoben. Es ging um Zahlungen von rund 10,2 Millionen Euro auf schwarze Konten des ehemaligen sozialistischen Ministerpräsidenten Bettino Craxi.

 

Der Verdacht, Berlusconis früheres Unternehmen Fininvest habe Anfang der 90er Jahre mehr als 160.000 Euro Schmiergeld an Steuerprüfer gezahlt, endete 1998 mit Berlusconis Verurteilung zu 33 Monaten Haft. In einem Berufungsverfahren im Jahr 2000 wurde der damalige Oppositionschef aber freigesprochen.

 

Wegen Bilanzfälschung beim Erwerb der Filmverleihfirma Medusa in den 1980er Jahren verurteilte ein Gericht Berlusconi 1997 zu 16 Monaten Haft. Im Jahr 2000 wurde er wegen "erwiesener Unschuld" freigesprochen.

 

Weil er seine Mitgliedschaft in der berüchtigten Geheimloge P2 abgestritten hatte, wurde Berlusconi 1990 wegen Meineids verurteilt. Das Urteil wurde in einer Berufungsverhandlung bestätigt, verfiel dann aber wegen einer Amnestie. (dpa 8 )

 

 

 

 

Flüchtlinge auf Sizilien. "Es geht um das Recht auf Leben"

 

Der Pfarrer ist wütend. Er sitzt hinter seinem mit Papierstapeln, Fotos und Holzschnitzereien vollgestopften Schreibtisch und schäumt: "Da geht es nicht um Almosen, nicht um christliche Nächstenliebe und nicht um Flüchtlingskonventionen," sagt er, während das Telefon schellt. "Da geht es schlicht und einfach um das Recht auf das Leben. Wir haben alle ein natürliches Recht auf das Leben. Kapiert es hier niemand? " Dann muss Don Carlo ans Telefon. Einmal wieder hat ein Arbeitgeber, ein Hotelier, einem seiner Schützlinge den vereinbarten Lohn verweigert. Was immer wieder passiert auf Sizilien, wenn der Arbeitgeber ein Italiener ist und der Arbeitnehmer ein Ausländer, der aus einem Nicht-EU-Land eingewandert ist. Weshalb Don Carlo immer wieder einschreiten muss.

 

Don Carlo ist der Pfarrer von Bosco Minniti, einem Viertel am Stadtrand von Syrakus, das so aussieht, wie die süditalienische Peripherie meistens aussieht: verfallende Neubauten, Abfall, Schrott, verrostete Drahtzäune, augenscheinliche Verwahrlosung. Hier geht es niemandem gut, auch den Einheimischen nicht. Aber ausgerechnet hier hat Don Carlo das Pfarrhaus zum Aufnahmelager, Gästehaus und Anlaufstelle für Migranten umfunktioniert.

 

Seit über 30 Jahren gibt er allen Flüchtlingen Obdach, die an die Tür der Pfarrei klopfen. Seit ungefähr zehn Jahren, meint er, stammen seine Gäste fast ausschließlich aus afrikanischen Ländern, die sich im Krieg oder in Auflösung– d.h. in der Gewalt von Warlords – befinden. Aus solchen Ländern kommen ja die Migranten, die über das Mittelmeer Italien erreichen. Wenn sie überhaupt das Land erreichen.

 

Vor Portopalo, dem Fischerhafen nahe Syrakus, den die Migranten- Boote aus Afrika anlaufen, wenn sie von der Route nach Lampedusa abirren, wurden jahrelang Leichen aus dem Meer gefischt. In diesem Sommer sind 73 Eritreer beim Versuch gestorben, mit einem Schlauchboot nach Lampedusa zu kommen. Hunderte anderer Einreisewilligen wurden von der italienischen Küstenwache abgefangen und nach Libyen abgeschoben.

 

Was nach dem Vatikan und der EU die UN-Kommissarin für Menschenrechte Navi Pillay auf den Plan rief: Da würden Menschen abgeschoben, rügte sie die italienische Regierung, die wahrscheinlich Kriegsflüchtlinge sind, ohne dass ihnen die Möglichkeit gegeben würde, einen Asylantrag zu stellen. Ein Vorgang, der gegen die Genfer Flüchtlingskonvention verstößt.

 

Für Padre Carlo braucht man gar nicht zu diskutieren, ob Migranten Anrecht auf Asyl haben oder nicht. Auch nicht, ob die Kirche ihnen helfen müsse oder nicht. Um dies zu tun hat er auch den Streit mit der Kirchenobrigkeit nicht gescheut. Einmal, als so viele Flüchtlinge in einer Nacht ankamen, dass es weder in den stets überfüllten sizilianischen Aufnahmelagern noch in den Gemeinderäumen Platz für sie gab, verwandelte der Pfarrer das Gotteshaus in ein Schlaflager – und handelte sich deswegen einen Anpfiff des Bischofs ein.

 

Inzwischen finden im Gemeindehaus von Bosco Minniti weniger Neuankömmlinge Zuflucht, als Migranten, die schon lange in Italien leben und arbeiten. Menschen, die im Norden der Halbinsel einen Job gefunden haben, aber regelmäßig nach Sizilien fahren müssen, um ihre Aufenthaltsgenehmigung zu verlängern – bei der Fixheit italienischer Behörden eine Angelegenheit, die Monate in Anspruch nehmen kann. Andere sind Saisonarbeiter, die sich auf sizilianischen Landgütern als Tagelöhner verdingen und keine andere Bleibe finden.

 

Aber nach den Streitigkeiten mit den kirchlichen Hierarchien haben nun auch die Gemeindemitglieder – bis auf drei einzige treue Mitstreiter - Don Carlo in Stich gelassen. "Wegen der Schwarzen da", erklärten die Bewohner des Viertels ihrem Pfarrer. Don Carlo spricht das Wort Rassismus nicht aus, deutet aber, dass "diese Denkweise" in Italien inzwischen an der Tagesordnung ist. "Dank der Propaganda." Die Menschen würden permanent einer Gehirnwäsche unterzogen. So konnte das jüngste "Sicherheitsgesetz", das im August in Kraft getreten ist, den Migranten praktisch jedes Recht entziehen, ohne dass sich Widerstand regte.

 

Das Paragrafenbündel lässt zwar prinzipiell die Möglichkeit zu, Asylantrag zu stellen, macht aber aus jedem Ausländer, der ohne gültige Papiere aufgegriffen wird, einen Straftäter. Dem drohen Haftstrafen, Geldbußen bis zu 10 000 Euro und die sofortige Abschiebung. Egal, ob der "illegale" Ausländer deswegen über kein Visum verfügt, weil er aus einem Kriegsgebiet stammt oder politisch verfolgt wird – erst einmal wird gegen ihn Klage erhoben.

Zirka eine Million clandestini (illegale Einwanderer) leben nach Schätzungen in Italien.

 

"Wenn diese Menschen wirklich das Land verlassen würden", sagt Pater Carlo, "bräche hier auf Sizilien und in den anderen Regionen Süditaliens die gesamte Landwirtschaft zusammen. Wie auch die Manufaktur-Wirtschaft im italienischen Nord-Osten." Beide Wirtschaftszweige, die auf Billigst-Arbeitskräfte angewiesen sind, um auf den globalen Märkten konkurrenzfähig zu bleiben. Und als Billigst-Arbeitskräfte können stets erpressbare illegale Migranten am Besten dienen.

 

Schon vor dem Inkrafttreten des "Sicherheitsgesetzes", weiß Don Carlo zu berichten, sorgte das Procedere der italienischen Behörden dafür, dass die meisten Migranten Illegale blieben. In den sizilianischen Aufnahmelagern werden Migranten oft gar nicht auf die Möglichkeit hingewiesen, Asylantrag zu stellen, noch auf das Land vorbereitet. Nach einer Weile werden sie einfach vor die Tore des Lagers gesetzt – entweder mit der Aufforderung, in einem anderen Aufnahmelager Italiens vorstellig zu werden, oder mit der Anweisung, binnen fünf Tagen das Land zu verlassen. Da sie aber in der Regel kein Italienisch können, nicht einmal wissen, wo sie sich befinden, werden sie flugs zu "clandestini": Illegalen. Sprich: Menschenware in den Händen von so genannten "caporali", die zwischen Arbeit suchenden Ausländern und Unternehmern vermitteln. Überall auf Sizilien, aber auch in italienischen Großstädten wie Rom, gibt es Plätze, an denen "caporali" illegale Migranten in der Morgenfrühe aufsammeln und zu den Feldern oder Fabriken fahren, wo sie für Hungerlöhne schuften.

 

In Cassibile etwa, einem Städtchen im Hinterland von Syrakus, findet die Anheuerung von Februar bis April jeden Tag um halb vier auf der großen Piazza statt. Die Ausländer arbeiten den ganzen Tag in den Ländereien des Umlands; abends sieht man sie kurz über die Straßen zu ihren Schlafstätten huschen. "Sie dürfen sich nicht blicken lassen", sagt Don Carlo, "wenn die Italiener spazieren gehen. Denn die Italiener finden, dass sie stören, dass sie dreckig sind und stinken. Sie leben hier unter den gleichen Bedingungen, in denen die Sklaven im antiken Griechenland oder zu Zeiten Spartakus lebten."

 

Auf Sizilien wohnen die meisten clandestini in Ruinen aufgelassener Bauernhöfe, unter Bäumen oder auf den Feldern, die sie tags bearbeiten. Nur wenige von ihnen können für Preise, die normalerweise für echte Wohnungen bezahlt werden, elende Behausungen oder Garagen mieten. Besser gesagt: sie konnten. Denn das "Sicherheitsgesetz" stellt jetzt auch das Vermieten von Wohnstätten an illegale Migranten unter hohen Strafen.

 

Don Carlo hegt keinen Zweifel, dass mit den neuen Regelungen keineswegs bezweckt wird, der illegalen Einwanderung einen Riegel vorzuschieben. Das Ziel sei es, eine neue Klasse von Sklaven hervorzubringen: jene verfügbare Menschenmasse, die eine Wirtschaft benötigt, die nur noch bei Null-Arbeitskosten in Gang gehalten werden kann.

 

Eine aktuelle Studie der Banca d’Italia scheint dem Pfarrer implizit Recht zu geben: Sie weist darauf hin, dass die ausländischen Billiglohn-Arbeiter den Italienern keine Jobs wegnehmen, vielmehr würden sie zu ihrem Wohlstand beitragen.

AURELIANA SORRENTO FR 8

 

 

 

 

Italien und die Cap Anamur. Freispruch für Bierdel

 

Ein italienisches Gericht spricht den ehemaligen Cap-Anamur-Vorsitzenden Elias Bierdel und seinen damaligen Kapitän frei. Grund für die Anklage: Begünstigung illegaler Einwanderung.

 

Der wegen Beihilfe zur illegalen Einwanderung nach Italien angeklagte frühere Vorsitzende der Hilfsorganisation Cap Anamur, Elias Bierdel, ist freigesprochen worden.

Das Gericht im sizilianischen Agrigento sprach auch den Kapitän des Schiffs Cap Anamur, Stefan Schmidt, sowie den Ersten Offizier, den Russen Wladimir Dschkewitsch, frei. Die drei hatten im Juni 2004 vor der italienischen Küste 37 Flüchtlinge aus Seenot gerettet.

Erleichterung in Köln

Bierdel und Schmidt hatten wegen Beihilfe zur illegalen Einwanderung in einem besonders schweren Fall vier Jahre Haft und 400.000 Euro Bußgeld gedroht.

Die Hilfsorganisation reagierte mit großer Erleichterung: "Der Freispruch ist das folgerichtige Urteil eines fragwürdigen Strafprozesses. Denn die Rettung von Menschenleben darf nicht juristisch geahndet werden", erklärte das Notärztekomitee in Köln unmittelbar nach dem Urteil.

 

Die beiden Männer hatten im Sommer 2004 mit dem Hilfsschiff Cap Anamur II im Mittelmeer 37 Afrikaner aus einem überfüllten Schlauchboot gerettet, das zu sinken drohte.

Die Bootsflüchtlinge durften erst nach einer dreiwöchigen Irrfahrt durchs Mittelmeer in Sizilien an Land gehen. Die italienischen Behörden vertraten damals den Standpunkt, die Flüchtlinge hätten in Malta an Land gehen müssen, da sie in maltesischen Gewässern aufgegriffen worden seien. Die Urteilsbegründung werde erst in drei Monaten veröffentlicht, teilte das Gericht an diesem Mittwoch mit.

Die Kölner Organisation Cap Anamur wurde 1979 von dem Journalisten Rupert Neudeck gegründet. Zu internationaler Bekanntheit kam sie in den achtziger Jahren durch die Rettung Tausender Vietnam-Flüchtlinge im Südchinesischen Meer.

(sueddeutsche.de 7)

 

 

 

 

 

Cap Anamur. Retter, nicht Schlepper

 

Dem Sieger ist überhaupt nicht nach Feiern zumute. Fünf Jahre musste sich der Ex-Vorsitzende der Hilfsorganisation Cap Anamur, Elias Bierdel, mit dem Vorwurf der italienischen Justiz auseinandersetzen, er habe Beihilfe zur illegalen Einwanderung geleistet. Doch als am Mittwoch der Freispruch des Gerichts im sizilianischen Agrigento bekannt wird, sagte Bierdel der FR: "Für mich ist das kein Grund zum Jubel." Gerade seien an der sizilianischen Küste wieder sieben Flüchtlinge ertrunken - während im Gerichtssaal verhandelt wurde, ob die Aufnahme solcher M