WEBGIORNALE  30  Settembre – 1 Ottobre  2009

 

Inhaltsverzeichnis

1.       È anche un progetto etico. Unione europea: in attesa del referendum irlandese (il 2 ottobre) 1

2.       Europa senza sinistra  1

3.       Merkel, 40 giorni per la svolta di centro-destra  2

4.       La sinistra europea disarmata  2

5.       Il commento. Angela, la corona e le spine  3

6.       Merkel accelera sul governo giallo-nero. Nell’Spd in rotta inizia la resa dei conti 3

7.       Il voto in Germania. Una lezione per l'Italia  4

8.       Il voto di Berlino. La sferzata che può rilanciare l’Europa  4

9.       Ora Angela farà come la Thatcher 4

10.   «La Spd in rotta. La sinistra affronti questa crisi epocale»  5

11.   La vittoria del centrodestra in Germania, spinta liberale in Europa  5

12.   Il Comites di Monaco di Baviera sulla chiusura del Consolato di Norimberga  6

13.   L’Ambasciata di Berlino ha ripartito i fondi per l’assistenza d’intesa con i Consolati 6

14.   Reti di Donne in Europa: le Italiane in Germania  7

15.   A Berlino la mostra “Linguaggi del Futurismo”  7

16.   Norimberga non si arrende: il Consolato deve rimanere  7

17.   Colonia. Uscito il nuovo numero di “Comites per tutti noi”  8

18.   Hannover. Il programma del Comites per i prossimi tre mesi 9

19.   Primarie all’estero. I circoli  PD di Amburgo e di Berlino votano Bersani 9

20.   Berlino: dal 3 ottobre al 21 novembre le iniziative dell’IIC dedicate a Pier Paolo Pasolini 9

21.   Monaco di Baviera. Rinascita flash 5/2009 è online. Il 5 ottobre incontro con Micheloni 9

22.   Colonia. La mostra "Saverio Barbaro. Olii 1949-2009" all’IIC fino al 23 ottobre  9

23.   Primarie PD all’estero. Marino ottiene degli ottimi risultati nelle grandi città  10

24.   II Conferenza sull’immigrazione. Formigoni propone di passare alle Regioni la gestione dei flussi 10

25.   Lo straniero e il cittadino. Regole severe ma senso di giustizia  10

26.   Times sull’Italia: "Centrodestra razzista e machista". Ogoniok: "Il bulletto delle donne"  11

27.   Da Marx a Kohl, le due vite della ex “ragazza dell’Est”  11

28.   Westerwelle liberale oltre i cliché  12

29.   Berlino. «Alla sinistra mancano leader giovani»  12

30.   La fine amara dei figli di Brandt. Ora la Spd processa se stessa  13

31.   L’Ambasciatore Puri Purini: ma non cambia la politica sociale di mercato  13

32.   Germania, la crisi profonda dell'Spd. E il nuovo centrodestra è già al lavoro  13

33.   Lo choc tedesco investe la sinistra italiana  14

34.   Il mondo dopo Pittsburgh. L’ascesa del G20 e il declino dell’Europa  14

35.   Verso le primarie. Penati: «Al Pd serve gestione collegiale». Franceschini: «Il segretario sono io»  15

36.   Mancino contro Brunetta. "Basta violenza verbale"  15

37.   Laura Garavini presenta PRIME ai ricercatori italiani a Manchester 15

38.   Sanatoria di badanti e colf: oltre 200 mila domande  16

39.   Convegno Eza-Unaie a Levico Terme. “Globalizzazione, flexicurity e tutela del lavoratore”  16

 

 

1.       Zum Wahlausgang. So schön bunt hier. Warum Deutschland keine italienischen Verhältnisse hat 17

2.       Aufstand gegen Steinmeier. Gabriel wird SPD-Chef, Steinbrück und Heil gehen  17

3.       SPD in der Krise. Steinmeier zum Fraktionsvorsitzenden gewählt 18

4.       Wahlanalyse. Die Schere schließt sich  18

5.       Kanzlerschaft. Merkels Macht. Die Kanzlerin aller Deutschen  19

6.       Nach der Wahl. Merkel hat es eilig – und Müntefering geht 19

7.       Leitartikel. Keine Experimente! 20

8.       Kommentar. Da ändert sich was. Machtwechsel - und dann?  20

9.       SPD in der Krise. Rumpelstilzchen in der Hölle  21

10.   SPD-Linke macht mobil. Revolte gegen Steinmeier 21

11.   Bundestagswahl 2009. Die Angst vor der sozialen Kälte  22

12.   Hintergrund: Der Niedergang der SPD  23

13.   CSU nach der Wahl. Stratege des Niedergangs  23

14.   Sachsen. Tillich als Ministerpräsident wiedergewählt 23

15.   Wirtschaft und FDP dringen auf Kurskorrekturen  24

16.   Leitartikel. Die Krisenregierung  24

17.   Der Chef des UN-Umweltprogramms: "Der Wandel der Weltwirtschaft hat begonnen"  25

18.   Regierungsbildung. Schwarz-Gelb soll bis 9. November stehen  26

19.   An den rand gedrängt. NPD und DVU bleiben draußen  26

20.   Analyse. Braune Macht im Alltag  27

21.   In Bangkok wird über einen Vertragstext für den Klimagipfel in Kopenhagen gestritten  27

22.   Konflikt in Honduras. Ausnahmezustand erklärt 27

23.   Köln. Cinema! Italia! Neue italienische Filme  28

 

 

 

 

 

È anche un progetto etico. Unione europea: in attesa del referendum irlandese (il 2 ottobre)

 

L'esito del referendum sul Trattato di Lisbona, sul quale si pronunceranno gli irlandesi il 2 ottobre, è decisivo per il futuro dell'Europa. Infatti, solo se la maggioranza degli irlandesi si pronuncerà a favore, il trattato della riforma  - che deve garantire maggiore capacità di azione, maggior trasparenza e maggiore democrazia nell'Unione europea - entrerà finalmente in vigore, dopo che tutti gli altri 26 Stati membri hanno già dato il loro via libera.

Ma che cos'è esattamente questa Unione europea, che riunisce oramai 27 Stati, che ha costruito un'organizzazione imponente, il  cui compito è sviluppare e realizzare politiche  comuni nell'interesse dei propri membri sulla base di trattati che richiedono revisioni costanti a distanza di pochi anni?

Si tratta di un'alleanza o di una federazione, di una confederazione di Stati o di uno Stato federale? Esistono molte risposte da cui traspaiono non solo sensazioni personali, aspettative e convinzioni politiche, ma anche concetti della finalità dell'Unione europea. Che cosa ne sarà dell'Ue? La molteplicità di risposte e concetti a disposizione dimostra che il futuro della nostra comunità europea resterà aperto fintantoché i membri non si metteranno d'accordo sui suoi fini. L'Unione europea si trova pertanto  - anche dopo l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona - in un processo aperto: è un progetto politico, in cui la determinazione dei suoi contenuti resta poco chiara, così come la sua portata geografica. 

Nel libro „Der unvollendete Bundesstaat" (1969) - in italiano: Europa: Federazione incompiuta, con una prefazione di Giuseppe Petrilli, 1970 -, Walter Hallstein, uno degli architetti dei trattati europei e primo presidente della Commissione della Comunità europea (1958 - 1968), ha descritto il sistema politico-istituzionale della Comunità europea sulla base della propria esperienza. Hallstein era convinto che la logica evoluzione della Comunità europea dovesse essere in direzione di un ordinamento federale di nuovo tipo.

E ciò perché l'ordinamento della comunità descritto dal Trattato di Roma (1957) contiene già tutti gli elementi per uno sviluppo di questo genere, sebbene le diverse funzioni del sistema di governo siano distribuiti tra gli organi europei in modo diverso rispetto a quanto avviene in uno Stato federale classico, ossia in modo innovativo, corrispondente allo stato di sviluppo del processo d'integrazione. Nell'ambito dei compiti attribuiti alla Comunità, le funzioni legislative vengono svolte sia dal parlamento, sia dal Consiglio dei ministri, che dalla Commissione; quelle esecutive sono svolte dalla Commissione e dal Consiglio dei ministri; quelle giuridiche sono svolte dalla Corte di giustizia, ma anche dalla Commissione.

Per descrivere ed individuare l'Unione europea quale comunità sovranazionale, che necessariamente dovrà essere strutturata come ordinamento federativo, i concetti della scienza politica classica (Stato federale, federazione di Stati, ecc.) non ci appaiono particolarmente utili. Solo l'osservazione della realtà e della sua evoluzione portano alla comprensione di questo nuovo sistema politico e del suo carattere processuale. La scienza politica parla oggi giustamente di un sistema a più livelli: i diversi livelli (regione, nazione, Unione), hanno le loro possibilità di organizzazione, l'intera struttura funziona tuttavia solo con il concorso di tutti.

La realtà dell'Unione europea e della sua evoluzione ci ha portato oggi alla soglia dell'Unione politica descritta nel Trattato di Lisbona. A questa realtà appartiene più di quanto contenuto nei Trattati. La dinamica del processo politico, l'interazione permanente degli organi e degli attori, l'interazione fattuale e progressiva tra i sistemi di potere dei diversi livelli di responsabilità, il crescente potere di controllo e organizzazione del Parlamento europeo, il ruolo e l'influsso dei partiti europei e dei relativi gruppi sovranazionali, il processo di progressiva transnazionalizzazione della società civile, la costante europeizzazione dell'opinione pubblica, e infine, anche l'Unione monetaria realizzata con successo in modo federalistico - tutto ciò caratterizza l'Unione europea al di là di quanto appare dal sistema decisionale formalizzato nei trattati.

In nessun caso va tuttavia dimenticato che l'Unione europea è anche un progetto etico, poiché la sua istituzione e la realizzazione delle sue politiche formulate a livello comunitario devono servire primariamente alla riconciliazione e alla pace, alla giustizia e alla solidarietà tra i popoli e gli Stati europei. Finché questa motivazione resterà viva, si dovrà sopportare il fatto che l'unione europea debba continuare a cercare la propria identità, tanto più che con le determinazioni tramite l'organizzazione democratica dell'Unione, contenute nel Trattato di Lisbona, è stata tracciata una direzione positiva in tal senso.  THOMAS JANSEN, SIR EU

 

 

 

 

Europa senza sinistra

 

Queste elezioni resteranno probabilmente uno spartiacque per la socialdemocrazia tedesca, che per la prima volta scende al di sotto del 25 per cento.

 

In realtà, si potrebbe sostenere che l’esito elettorale non costituisce una débâcle assoluta per la sinistra della Germania, poiché sommando i voti di Spd, Linke e Verdi si ottiene, se gli exit poll saranno confermati, una cifra non troppo distante da quella conquistata da cristiano-democratici e liberali. Ma non è così che vanno letti i risultati: ciò che rivelano è il venir meno della capacità maggioritaria dei socialdemocratici, la perdita della loro funzione di cardine centrale della sinistra tedesca. Da queste elezioni, l’immagine e il ruolo della socialdemocrazia escono appannati e compromessi come non mai e diventa difficile ipotizzare la via che la Spd potrà percorrere, per tentare di recuperare lo spazio politico che ora le è sfuggito.

 

Con la crisi globale si è di fatto chiuso un ciclo della socialdemocrazia europea, di cui la Spd ha rappresentato un asse fondamentale. Gli anni in cui Gerhard Schröder era alla guida della Germania come cancelliere e prometteva una stagione di stabilità e di crescita economica sono definitivamente archiviati. Era quella l’epoca in cui i socialdemocratici al governo pensavano di pilotare la trasformazione della società da un «nuovo centro», capace di andare oltre i confini politici del passato e di ottenere un consenso sempre più largo e interclassista. Ai tempi in cui il richiamo del New Labour di Tony Blair era vincente, verso la fine del decennio Novanta, era risuonata una forte nota di sintonia tra laburisti inglesi e socialdemocratici tedeschi, uniti nel teorizzare un superamento delle tradizionali barriere sociali che avevano fino ad allora segmentato l’elettorato. Per un buon tratto, i due maggiori partiti di derivazione socialista dell’Europa avevano scommesso sulla possibilità di gestire i frutti buoni della globalizzazione, raffigurandosi come i soggetti in grado di accelerare un processo di sviluppo economico tale da poter generalizzare i suoi effetti di ricchezza all’intera società. Il capitalismo non era più descritto come una forza economica da imbrigliare e disciplinare, ma come l’agente di un progresso materiale che poteva essere esteso a tutti. Di qui il rilievo posto sulle misure di flessibilità del mercato del lavoro, secondo un’angolatura che mirava in primo luogo a rafforzare le dotazioni individuali dei lavoratori in luogo della tutela collettiva esercitata attraverso la mediazione sindacale.

 

La Spd si è spinta meno in questa direzione rispetto al New Labour che, sebbene ancora al governo nel Regno Unito, appare travagliato da una crisi e da un’incertezza politiche ancora più profonde. Ma nel corso degli ultimi dieci anni la Spd ha sbiadito la propria identità storica senza riuscire a darsene una nuova. Ha creato disaffezione e disorientamento nel suo elettorato di riferimento, senza acquistare consensi in altri bacini sociali. La crisi economica che ha colpito duramente la Germania come tutto il mondo sviluppato ha messo ancor più in rilievo la fragilità e la contraddittorietà dell’ottimismo del recente passato. Le diseguaglianze sociali sono cresciute al pari della precarietà delle prospettive economiche, anche delle grandi imprese, come dimostra la tortuosa gestione del caso Opel.

 

Sulla disaffezione degli elettori socialdemocratici ha fatto leva la campagna delle altre componenti della sinistra tedesca, a cominciare dalla Linke, una formazione politica controversa nata dall’accostamento di due distinte anime della sinistra radicale, quella che a Ovest fa capo a Oskar Lafontaine, l’antagonista della svolta moderata della Spd, e a Est ai residui della tradizione comunista. C’è da credere che la Spd non avrà la vita facile, sottoposta alla pressione incalzante della Linke, tutt’altro che riluttante a ricorrere a slogan demagogici, come si è visto dalla propaganda elettorale.

 

La sconfitta dei socialdemocratici tedeschi è l’ultimo e più grave campanello d’allarme per la sinistra europea. Dinanzi alla crisi globale essa è stata afasica, come può esserlo una forza tradita da un corso degli avvenimenti che non ha saputo presagire né correggere con l’autorevolezza delle proprie posizioni.

 

Per la Spd come per i socialisti francesi e, in un assai probabile domani, per i laburisti inglesi si prospetta una lunga fase d’opposizione, a cui i partiti della sinistra non potranno scampare fino a quando non avranno messo a punto una visione inedita e originale della loro funzione di governo entro società che presentano lineamenti confusi e frastagliati. È all’interno di questa cornice problematica che attende di essere declinata una nuova politica dell’eguaglianza e dell’inclusione sociale.

Giuseppe Berta, LS 28

 

 

 

Merkel, 40 giorni per la svolta di centro-destra

 

Nuovo governo con i liberali entro il 9 novembre, il ventennale della caduta del Muro - di WALTER RAUHE

 

BERLINO «Formerò il nuovo governo entro il prossimo nove di novembre», ha annunciato ieri raggiante la cancelliera Angela Merkel. Dopo la vittoria del polo liberal-conservatore alle elezioni legislative tedesche di domenica, la Merkel è in piena forma e preme sull’acceleratore. «Il nove novembre, quando celebreremo il ventesimo anniversario della caduta del Muro, mi piacerebbe davvero ricevere i numerosi capi di Stato e di governo, oltre agli altri ospiti, con un nuovo esecutivo», ha spiegato ieri la Merkel incontrando i giornalisti nella sede della Konrad Adenauer Haus. La cancelliera aveva già invitato a Berlino tutti i capi di Stato e di governo dei Ventisette per partecipare alle celebrazioni del nove novembre. Nel frattempo, ha ricordato la Merkel, il nuovo Bundestag dovrà essere pronto entro il 27 ottobre, come prevede la Costituzione.

Già nei prossimi giorni inizieranno le prime consultazioni tra l’Unione cristiano-democratica e il partito Liberale di Guido Westerwelle che, rafforzato dal suo trionfale risultato di ben il 14,5% alle politiche di domenica, è intenzionato a rivendicare per il suo partito quattro ministeri compreso quello degli Esteri occupato finora dal socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier. I liberali auspicano ampie riforme fiscali ed economiche di stampo neoliberista, ma la cancelliera ha lasciato intendere che la sua linea di governo futura rispetterà comunque il giusto equilibrio tra le esigenze di giustizia sociale e quelle del libero mercato.

Sulla Willy Brandt Haus di Berlino, intanto, la bandiera dell’Spd non è ancora stata messa a mezz’asta, ma all’interno della sede nazionale del partito socialdemocratico tedesco regnava ieri davvero un’atmosfera funerea. Il negozio di souvenir al pian terreno dell’avveniristico palazzo è rimasto deserto e nessuno voleva acquistare le penne stilografiche, gli orsacchiotti o le foto ricordo che rievocano i tempi più gloriosi di un partito fondato nel lontano 1863 e che ha visto alla sua guida leader del calibro di Willy Brandt o Helmut Schmidt.

Con Steinmeier l’Spd ha incassato domenica il suo peggior risultato dal 1949 perdendo rispetto al voto del 2005 ben l’11% dei consensi. Un tracollo davvero disastroso che rischia di spaccare il partito dopo undici anni di presenze al governo, sette sotto la guida di Gerhard Schroeder e quattro all’interno della Grande coalizione.

Il presidente dei socialdemocratici tedeschi Franz Muentefering non ha escluso l’ipotesi di sue dimissioni entro il prossimo congresso straordinario convocato per il mese di novembre. «Ho chiarito di essere cosciente delle mie responsabilità come leader di partito», ha detto Muentefering nel corso di una conferenza stampa aggiungendo che ogni decisione in merito verrà presa comunque all’interno del direttivo dell’Spd nelle prossime due settimane.

Il congresso di partito si preannuncia comunque burrascoso dal momento che i socialdemocratici dovranno scegliere fondamentalmente tra due possibili vie.

Quella di un abbandono anticipato della svolta “blairiana” e moderata introdotta a suo tempo da Gerhard Schroeder e quella di un ritorno alle radici storiche laburiste e più marcatamente di sinistra che comprenderebbe anche una riconciliazione con gli ex esponenti dell’ala di sinistra confluiti negli ultimi anni nel nuovo partito post-comunista di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi. Un partito che sottrae sempre più consensi ai socialdemocratici e che domenica ha raggiunto il 12% delle preferenze.  IM 29

 

 

 

La sinistra europea disarmata

 

La crisi attuale segna un profondo cambiamento d’epoca. Non si tratta soltanto di una crisi finanziaria, economica e ormai pesantemente sociale; si tratta di una crisi politica e culturale.

 

Si chiude un ciclo caratterizzato da una globalizzazione senza regole, dal dominio dell’ideologia ultraliberale. Tramonta l’illusione dogmatica dell’infallibilità del mercato. Al centro del dibattito pubblico tornano idee fondamentali che sono proprie della tradizione socialista.

 

Ma - ecco il paradosso - di fronte a questa grande svolta sembra proprio il socialismo in Europa a essere più in difficoltà. Non mancano speranze e segnali di novità, tuttavia gran parte del nostro continente è oggi governata da una leadership conservatrice e il declino della destra neoliberista sembra andare non a vantaggio dei progressisti ma, in molti paesi europei, a vantaggio di un’altra destra nazionalista, populista, talora apertamente reazionaria e razzista. Eppure, mentre in Europa accade questo, nel resto del mondo sono le grandi forze progressiste che guidano l’impegno per aprire una nuova prospettiva oltre la crisi e gettare le basi di una nuova stagione economica e politica. Sono i Democratici negli Stati Uniti d’America, così come sono progressisti di diversa natura i leader e i partiti alla guida dei grandi Paesi emergenti, dall’India al Brasile all’Africa del Sud. Persino il Giappone, dopo 54 anni di egemonia politica liberale e conservatrice, si è affidato a una forza democratica e progressista. Non solo, ma in massima parte questi partiti non appartengono alla tradizione e alla cultura socialista, anche se con l’Internazionale socialista collaborano o dialogano intensamente. Perché dunque proprio qui, nella vecchia Europa, sembra essere così difficile la sfida per i progressisti?

 

Il problema è che il socialismo europeo, sia nelle sue componenti più tradizionali, sia nei settori più innovativi, non è riuscito, di fronte alla globalizzazione, ad andare oltre l’orizzonte del riformismo nazionale. In particolare - questa è la mia opinione - la grande opportunità legata al processo d’integrazione politica dell’Europa è stata colta solo in piccola parte. Dopo l’avvento della moneta unica sarebbe stato il momento per un salto di qualità. Era necessario armonizzare le politiche di sviluppo, le politiche fiscali e di bilancio, le politiche della ricerca e dell’innovazione. Era necessario costruire una vera Europa sociale e governare insieme e in modo solidale la sfida dell’immigrazione. Era necessario quindi rafforzare il bilancio e i poteri dell’Unione europea aprendo la strada a un «riformismo europeo» capace di superare i limiti dell’esperienza degli Stati nazionali. Questa era la prospettiva che era stata indicata da Jacques Delors.

 

Non dimentichiamo che in quel momento 11 Paesi su 15 dell’Unione erano guidati da leader socialisti. Cercammo di indicare una nuova via con il Consiglio europeo di Lisbona. Ma quel programma riformista, che pure era coraggioso, non era sostenuto da istituzioni forti, risorse adeguate, una chiara volontà politica.

 

Ci vuole una forza progressista europea che abbia il coraggio di rimettersi in gioco, che apra le vele per cogliere il vento del cambiamento internazionale, voltando pagina rispetto alle timidezze e al profilo basso degli ultimi anni. Si capisce che proprio in Europa il crollo del comunismo, il progressivo logoramento del compromesso socialdemocratico e la cosiddetta caduta delle ideologie (non di tutte, in realtà, se si pensa a quanto «ideologica» è stata l’egemonia neoliberista) hanno pesato su una sinistra rimasta prigioniera del suo disincanto e timorosa di andare al di là di un pragmatismo ispirato al buon senso, alla razionalità economica e alla coesione sociale. Ma è - io credo - anche per questo che una sinistra così priva di identità è apparsa disarmata di fronte al populismo sanguigno della destra. Il problema è che la destra risponde, a modo suo, a un bisogno di identità e di speranza con il riferimento alla terra, al sangue, alle radici religiose della nostra civiltà che, per quanto prospettato in termini distorti e regressivi, appare un ancoraggio robusto rispetto all’incertezza e allo smarrimento del mondo globalizzato.

 

Non sembra oggi che la cultura socialdemocratica sia in grado di rispondere al bisogno dei progressisti di dotarsi di una visione del futuro capace di suscitare partecipazione e speranze. Insomma, la socialdemocrazia con i suoi ideali e la sua visione della società non sembra in grado di produrre una «grande narrazione» come fu nel passato. Quella esperienza rimane irrimediabilmente racchiusa in un’altra epoca, legata a una struttura delle società europee, ad una organizzazione del lavoro, ad una composizione sociale che non esistono più. Ma la via d’uscita non è nell’idea di un centrosinistra post-identitario. Né soltanto nel far precedere i discorsi politici da un elenco di grandi valori o dalla evocazione di buoni sentimenti. La sfida appare quella di costruire una nuova identità forte legata ai bisogni sociali, alle contraddizioni e alle attese del tempo in cui viviamo. Questo segna un superamento del passato socialdemocratico, che non è un ripudio, ma capacità di ricollocarne gli elementi vitali in un contesto nuovo, in un nuovo paradigma. Indicando nella democrazia, nell’eguaglianza e nella cultura dell’innovazione le idee-forza per una risposta progressista alla crisi ho cercato di definire non soltanto i titoli di un programma, ma anche le coordinate di un progetto. Se è così, chiamare democratico il nuovo partito dei progressisti è certamente un buon punto di partenza. Ma se il problema è quello di legare a questo nome un’identità e un progetto forti - come pare necessario - allora vuol dire che c’è ancora molto da lavorare. Se però guardiamo al mondo che ci circonda e ai grandi cambiamenti che sono in atto, credo che ci sia ragione di essere ottimisti.

Estratto dall’editoriale di Massimo D’Alema in edicola a ottobre sulla rivista «Italianieuropei» LS 29

 

 

 

 

Il commento. Angela, la corona e le spine

 

La cristiano-democratica Angela Merkel ha vinto, resta cancelliera federale, ma non ha trionfato. Mentre i suoi ormai vecchi partner, i socialdemocratici, hanno subito la peggiore sconfitta nella storia del partito, dal dopoguerra. Dal 1949. Cosi è defunta ieri la "grande coalizione", da quattro anni al governo in Germania. A quell'alleanza di ragione, tra cristiano-democratici e socialdemocratici, succede adesso una "piccola coalizione", come nel linguaggio politico tedesco si chiama quella in cui una delle grandi formazioni è affiancata da uno o più partiti minori.

 

In questo caso il partito minore, quello liberale (FDP) di Guido Westerwelle, risulta il vero vincitore delle elezioni. E' infatti il suo successo (15%, un quoziente storico per i liberali)) a determinare il passaggio da un governo di centro - sinistra a un governo di centro-destra.

 

Angela Merkel auspicava questa svolta ed è stata riconfermata alla testa dell'esecutivo, ma non lo è stata con lo slancio che ci si aspettava. La sua personale popolarità non si è riverberata sul suo partito, la Cdu, che stando ai dati ancora provvisori ha perduto due punti (ottenendo un mediocre 33,5, quoziente inferiore a quello ottenuto nel 2005, e tra i peggiori nella storia dei cristiano-democratici). Un'emorragia di voti in verità insignificante rispetto al crollo dei socialdemocratici, che Frank-Walter Steinmeier, candidato della Spd, annunciando il passaggio all'opposizione, ha definito subito "una disfatta di sapore amaro".

 

Per la socialdemocrazia tedesca, e per la sinistra europea (della quale la Spd è il più vecchio partito), il 23,5 per cento uscito dalle urne è un risultato più che amaro. Significa una frana di più di dieci punti rispetto alle ultime elezioni politiche. E' il pesante prezzo pagato per quattro anni di governo con il grande partito di centro destra. Ed è anche una sentenza che può essere considerata ingiusta, poiché, se non ha governato in modo esaltante, la "grande coalizione" ha guidato non senza meriti il paese durante la crisi. E i socialdemocratici sono stati leali partner dei cristiano-democratici. Ma gli elettori tedeschi hanno deciso che la formula era provvisoria, e non poteva durare.

 

Se il successo, a destra, dei liberali consente ad Angela Merkel di formare l'auspicata "piccola coalizione", la forte avanzata, a sinistra, di Die Linke, che ha ottenuto un eccezionale 13%, ha contribuito alla disfatta dei socialdemocratici. Die Linke (La Sinistra) raccoglie numerose correnti. Vi si ritrovano gli anziani o gli eredi del partito comunista della defunta Repubblica democratica tedesca; i militanti di varie formazioni dell'estrema sinistra della Germania occidentale; gli ex socialdemocratici usciti dalla Spd, insieme a Oskar Lafontaine.

 

Die Linke ha sottratto al partito socialdemocratico l'appoggio di non pochi sindacalisti, che alimentavano la sua base elettorale. Più che all'impopolarità della "grande coalizione", la disfatta della Spd viene attribuita al programma di riforme (l'Agenda 2010) lanciato da Gerhard Schroeder, il predecessore socialdemocratico alla cancellieria di Angela Merkel.

Riforme tese a ridurre i costi del lavoro e a ridimensionare l'assistenza sociale per adeguarsi alla mondializzazione. I socialdemocratici le hanno spesso subite ma applicate, anche durante la coabitazione con Angela Merkel, che le ha continuate.

 

La sconfitta è destinata a provocare una forte agitazione nella Spd. Alcuni pronosticano un'inevitabile sostituzione dell'attuale gruppo dirigente, refrattario, ostile, ad ogni rapporto con Die Linke. La sinistra del partito potrebbe acquistare forza e chiedere un dialogo, e col tempo un'alleanza, con quella che viene considerata "la sinistra della sinistra". La "piccola coalizione", stando ai dati che si conoscono, potrà contare su una robusta maggioranza al Bundestag.

 

Dopo un'astinenza di undici anni i liberali ritornano al governo, guidati da Guido Westerwelle, al quale spetterà la carica di vice cancelliere e probabilmente quella di ministro degli esteri, finora ricoperte da Frank-Walter Steinmeier. Del quale ieri sera non si poteva non apprezzare lo stile, l'eleganza, con la quale ha annunciato la propria sconfitta.

Angela Merkel condivide con i liberali l'intenzione di ridurre la pressione fiscale. Ma non è d'accordo sulle proporzioni del ribasso. Trova eccessivi i 50 miliardi di euro suggeriti da Guido Westerwelle. L'intesa sull'energia nucleare sarà più facile. I liberali saranno più decisi dei cristiano-democratici nel chiedere riforme tese a ridurre i costi sociali. Ma più aperti per quanto riguarda la sicurezza e le leggi sulla famiglia (diritti degli omosessuali compresi).

 

Il ruolo di Angela Merkel non dovrebbe mutare. Resta tuttavia un enigma il modo come i tedeschi la considerano. Molti di loro hanno pensato che debba restare al suo posto. Ma dal mediocre risultato della Cdu sembra di capire che la vorrebbero cancelliera senza il suo partito. Altro paradosso, si ha l'impressione che l'apprezzino per quel che è, e non tanto per quel che fa. BERNARDO VALLI LR 28

 

 

 

 

 

Merkel accelera sul governo giallo-nero. Nell’Spd in rotta inizia la resa dei conti

 

Archiviata l’esperienza della «Grosse Koalition», Angela Merkel ha fretta di voltar pagina. Le trattative per il varo della nuova maggioranza giallo-nera sono di fatto già iniziate, anche se per ora in via informale. «Il nuovo governo sarà pronto entro il 9 novembre, quando festeggeremo i venti anni della caduta del Muro con tutti leader europei» ha dichiarato ieri la cancelliera al termine di un minivertice con Guido Westerwelle ed altri dirigenti della Fdp. I conteggi definitivi delle schede hanno definito per la coalizione vincente una maggioranza sostanziosa nel nuovo Bundestag: Cdu, Csu e Fdp potranno contare in tutto su 332 deputati, una quarantina più di tutte le opposizioni messe insieme.Eanche nel Bundesrat, la camera dei Länder la cui approvazione è necessaria per molti provvedimenti in materia economica e sociale, la maggioranza giallo-nera ha un discreto margine di sicurezza.

 

LE SPINE DI ANGELA  - Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse che per la Merkel la strada sia tutta in discesa. Intanto c’è da fare i conti con un risultato della Cdu (33,8%) tutt’altro che buono, il peggiore dal 1949. Di solito la poltrona di cancelliere porta un bonus supplementare di voti al partito che la detiene, ma questa volta non è accaduto e ciò suscita qualchemalumore nelle file dei cristianodemocratici. Malumore che comunque rimane in sordina e nessuno se la sente per questo di mettere in discussione la leadership Merkel.Maè chiaro che la coabitazione quadriennale con la Spd e il continuo ondeggiare tra spinte liberiste e misure socialdemocratiche alla lunga ha logorato anche la base elettorale della Cdu. Quanto alle trattative con la Fdp per ora non si è parlato di contenuti, ma presto Merkel e Westerwelle dovranno incontrarsi per decidere organigrammi e strategie. Ci sono punti sui quali sarà facile trovare unaccordo, come per esempio la riduzione del carico fiscale con una semplificazione delle aliquote e la decisione di proseguire nell’utilizzo delle centrali nucleari. Ma su altre questioni la dissonanza è forte: La Cdu difende le riforme di sanità e welfare realizzate dalla «Grosse Koalition», mentre Westerwelle in campagna elettorale ha ripetutamente parlato di privatizzazione del sistema sanitario e di massima flessibilità per il mercato del lavoro (ivi compresa la libertà di licenziare). E lo stesso Westerwelle è stato uno strenuo oppositore del piano di salvataggio della Opel con forti costi per l’erario pubblico. Insomma, le trattative non saranno facili e la cancelliera dovrà mettere alla prova le sue proverbiali qualità di mediatrice per evitare di finire ostaggio dei liberali o di trasformarsi in una Thatcher germanica compiendo l’ennesima svolta camaleontica. Il day after dell’Spd è stato all’insegna dell’incredulità e della massima cautela. Per ora ci si lecca le ferite e si rinvia al congresso di metànovembrela resa dei conti, anche se il presidente Müntefering ha datoad intendere la propria disponibilità a farsi da parte. Il processo è iniziato però sulla stampa. Più o meno tutti i principali giornali mettono il dito nella piaga interrogandosi sulla crisi di identità e sull’opportunità diunperiodo all’apposizione per rigenerarsi.

 

IL TRACOLLO A SINISTRA - Il commento più impietoso si legge su Der Spiegel che arriva al punto di prospettare l’estinzione politica dei socialdemocratici. Tra i dirigenti è uscito allo scoperto solo l’ex presidente Kurt Beck, disarcionato un anno fa dalla guida del partito, il quale ha individuato la causa della sconfitta nei tagli allo stato sociale e ha invitato a battere nuove strade avanzando subito proposte di collaborazione con i Verdi e Linke. Gherardo Ugolinitutti L’U 29

 

 

 

 

Il voto in Germania. Una lezione per l'Italia

 

Avevamo capito da parecchio tempo che la maggioranza dei tedeschi voleva essere governata, per una seconda legislatura, da Angela Merkel. Ma la Germania, purtroppo, si è italianizzata. Ha smesso di essere tendenzialmente bipolare per diventare pentapolare, e produce così risultati elettorali che contengono in sé, teoricamente, quattro o cinque coalizioni possibili. Avremo probabilmente, come era nelle speranze del cancelliere, un governo composto da cristiano-democratici e liberali. Ma il vecchio consenso tedesco, fondato sull’alternanza tra forze politiche altrettanto responsabili e affidabili, si è incrinato. La Repubblica federale è meno stabile e prevedibile oggi di quanto fosse nel 2002, quando i due maggiori partiti (come ha ricordato Roberto D’Alimonte sul Sole 24 ore di ieri) avevano il 77% dei voti e l’83% dei seggi, o addirittura negli anni Settanta, quando avevano il 90% degli uni e degli altri.

Vi è un altro aspetto di queste elezioni, tuttavia, a cui dovremmo guardare con invidia. Nel corso della loro campagna elettorale Merkel e Frank-Walter Steinmeier hanno evitato di esasperare le loro differenze e di proporsi al Paese come scelte radicalmente diverse. Sappiamo che Steinmeier desiderava la continuazione della Grosse Koalition e che Merkel preferiva un governo con i liberali in cui sarebbe stata più «domina» di quanto sia stata negli ultimi quattro anni. Ma ciò che ha maggiormente colpito nelle scorse settimane è l’assenza di aggressività, di battibecchi, di scontri frontali, di accuse reciproche. Questa non è soltanto buona educazione. I due leader hanno responsabilità di governo, hanno affrontato insieme tutti i maggiori problemi degli ultimi anni, potrebbero lavorare insieme in futuro e sanno soprattutto che la grande recessione ha ulteriormente ristretto la libertà di azione di un governo nazionale.

Quando fece campagna per il suo primo mandato Merkel aveva un progetto liberista. Avrebbe voluto diminuire le tasse, ridurre l’intervento dello Stato nell’economia ed essere ancora più coraggiosamente riformista del suo predecessore. È stata invece prudente, pragmatica e, quando la crisi ha colpito le banche e le industrie, non meno interventista, proporzionalmente, del governo laburista di Gordon Brown. Anche se provengono da famiglie politiche diverse Merkel e Steinmeier sanno che si governa soltanto tenendo d’occhio il centro del Paese e che il centro è ovunque un amalgama contraddittorio di spiriti liberali e interessi corporativi, aspirazioni riformatrici e riflessi conservatori. È inutile e pericoloso fare promesse che non verranno mantenute o dipingere come una minaccia nazionale l’avversario con cui prima o dopo bisognerà mettersi d’accordo. È inutile creare un clima di contrasti insanabili quando occorrono anzitutto collaborazione e consenso. Sotto questo profilo le elezioni tedesche contengono, indipendentemente dal loro risultato finale, un messaggio per l’Italia dove accade da qualche anno esattamente il contrario. I risultati piaceranno al Pdl e spiaceranno al Pd, ma lo stile della campagna elettorale contiene una lezione per entrambi. Sergio Romano CdS 28

 

 

 

 

Il voto di Berlino. La sferzata che può rilanciare l’Europa

 

Il risultato delle elezioni regionali del 31 agosto in Germania aveva spinto a presagire che che il risultato delle elezioni di ieri per il Bundestag sarebbe stato quanto mai incerto. L’analisi dei primi dati che emergono dal voto smentiscono solo in parte queste previsioni. Il successo di Angela Merkel, a capo della Cdu, cioè del partito democristiano, alleato con i confratelli bavaresi e con alcune formazioni minori è consistente e superiore alle aspettative. I democristiani, che avevano ottenuto nel 2005, 222 seggi, ne ottengono ora 228 e ottengono così un lieve incremento di seggi. Assieme ai liberali, che registrano un clamoroso successo, con circa il 15 per cento dei voti e 94 seggi, possono contare su una maggioranza di 322 voti, che consentirebbe, come Angela Merkel ha subito dichiarato, la fine della “grande coalizione” e il ritorno alla più tradizionale alleanza con i liberali, secondo il persistente clima europeo. Su un totale di 616 seggi, la Merkel godrebbe di una maggioranza non ampia ma solida e coesa. I socialdemocratici del vice-cancelliere Steinmeier, assediati dalla Linke di Lafontaine e degli ex-comunisti tedesco-orientali, subiscono una sconfitta clamorosa. Verdi e Linke, possono confortarsi di aver guadagnato un buon numero di seggi ciascuno (i Verdi passerebbero dai 51 a 66 seggi e la Sinistra da 54 a 80.

Superato l’ostacolo elettorale, la Merkel dovrà ora affrontare il tema delle riforme strutturali.

Affioreranno allora tutte le questioni che durante la campagna elettorale sono state in larga misura sottaciute, dando alla competizione il carattere di una un pacato dibattito. In realtà, sotto la pacatezza esisteva la chiara visione del fatto che dire, prima del voto, agli elettori tedeschi cose amare sarebbe stato controproducente, eppure le cose amare esistevano e esistono e il nuovo governo sarà chiamato a affrontarle. Sino a ieri tutti erano consapevoli in Germania che la crisi economica era un tema globale, non imputabile né a situazioni né a persone, né a scelte di partito chiaramente individuabili. Del resto la morbida gestione della crisi attuata dal governo della “grande coalizione” sosteneva questa interpretazione universalistica.

Ora, passato il momento più acuto della crisi economica, sarà inevitabile affrontare i problemi di fondo del paese e si aprirà la fase dei sacrifici resi necessari dal dovere di prendere decisioni impopolari. Durante la campagna elettorale nessuno ha parlato della ricaduta della crisi sulla popolazione; nessuno ha parlato della dolorosa necessità di ristrutturare parecchie industrie germaniche, che richiederanno, come prevedono i giornali economici tedeschi, “massicci tagli di posti di lavoro”. Nessuno ha parlato di riforma fiscale. E nessuno ha parlato nemmeno dei tagli ai programmi di sicurezza sociale che, salvo imprevisti miracoli economici, il governo sarà chiamato a compiere.

Dopo le elezioni sarà però più facile affrontare questi temi misure senza subirne troppo le conseguenze politiche. La Merkel da sempre preferiva associarsi ai liberali di Guido Westerwelle rispetto ai socialdemocratici: il modo circospetto con il quale ha toccato questo tema durante la campagna elettorale mette in evidenza sino a che punto la Cancelliera intende governare una situazione politica non facile. Una situazione politica nella quale, dopo tutto, il governo dovrà tener conto anche della maggioranza esistente nel Bundesrat, cioè nel “parlamento delle regioni”, dove ogni elezione in qualsiasi land tedesco può avere ripercussioni pericolose, se il governo non possiede una maggioranza propria e sicura. E proprio questo aspetto del problema può riverberarsi sulla stessa composizione del governo: forte di una propria maggioranza ma non così forte da potersi considerare in acque tranquille

Tutto ciò riguarda non solo la Germania ma l’Europa tutta, come modello delle prospettive riformistiche. L’economia tedesca e la sua organizzazione sono sempre stati un esempio di efficacia e funzionalità. Il ruolo di “locomotiva” che essa ha esercitato in passato potrà così essere ripreso proprio grazie alle riforme che il nuovo governo avvierà. L’azione tedesca avrà un peso particolare sull’Italia, considerato che la Germania è il primo partner commerciale dell’Italia. Ma, più in generale, considerato anche il fatto che una forte rinascita della Germania restituirebbe a tutta l’Unione europea quel dinamismo che ora pare smarrito. ENNIO DI NOLFO IM 28

 

 

 

 

Ora Angela farà come la Thatcher

 

I prossimi compagni di governo chiedono politiche più drastiche. E a molti elettori non piace la sua elasticità da democristiana – di Marcello Sorgi

 

Merkel modello Thatcher. Fino a due giorni fa, dirlo era impensabile. Le due, si sa, non si sono mai amate e «Angie» s’era lasciata scappare una volta che non dimentica che Margaret fu tra i contrari alla Germania riunificata. Adesso, invece, dopo il voto di ieri, dovrà ripensarci.

 

Per tre ragioni. La Cancelliera è uscita confermata, il suo successo personale è servito a tamponare la flessione dell’alleanza Cdu-Csu, la Grande coalizione è finita travolgendo la Spd, ma le incognite del nuovo governo da formare sono tante. E il trionfatore di questa tornata, il leader liberale Guido Wester-welle, dopo undici anni all’opposizione, si prepara a sedersi al tavolo delle trattative con idee molto precise.

 

Le stesse che lo hanno portato alla vittoria. Delle tre partite aperte nella mezz’ora in cui i risultati hanno cambiato il volto politico della Germania, quella della Cancelliera si presenta indubbiamente come la più complicata. Angela Merkel aveva impostato la campagna elettorale nel suo stile, sfuggendo democristianamente alle domande più insidiose, tiepida verso l’obiettivo dichiarato di una nuova coalizione con i liberali, e in realtà aperta a ogni ipotesi, senza escludere neppure di continuare con la Spd o accordarsi con i Verdi, premiati anche loro dalla scossa elettorale.

 

Ma a sorpresa, il pragmatismo, l’arte del rinvio, la ricerca continua di un minimo comune denominatore, e insomma quelle che si erano rivelate le doti personali più apprezzate della Cancelliera, non hanno più trovato il gradimento sperato. Non è piaciuta l’immagine della Merkel che andava d’accordo con il suo vice Steinmeier al punto da sembrare, anche lei, socialdemocratica. L’appoggio avuto dagli alleati sull’aumento delle tasse e sulle politiche di risanamento economico, una scelta obbligata, pagata in massima parte dalla Spd, ha dato inaspettatamente a una parte degli elettori democristiani più tradizionali la sensazione di un cedimento. A mediazioni eccessive e a politiche sociali troppo spinte e lontane dalla tradizione Cdu-Csu (come ad esempio i congedi per maternità concessi anche agli uomini). A una mancanza del tradizionale rigore tedesco nell’amministrazione, che ha finito col pesare sui conti dello Stato. E a una smodata logica dell’emergenza. Sul caso Opel, per fare un esempio, non solo il ministro dell’Economia zu Guttemberg, ma gran parte degli elettori, avevano delle riserve. Piuttosto che aiuti di Stato, avrebbero preferito maggior rispetto delle regole di mercato. Anche a costo dell’insolvenza e della possibile liquidazione dell’azienda.

 

E’ tutto ciò che rende problematica l’annunciata, e ormai prossima, collaborazione tra Merkel e liberali nel futuro governo nero-giallo. Westerwelle - che ieri ai festeggiamenti è arrivato non a caso con il suo maestro Hans Dietrich Genscher, ministro liberale degli Esteri con Helmut Kohl - ha vinto le elezioni, oltre che per abilità personale e capacità di comunicazione, sfoggiate in tutta la campagna, su un classico programma liberista. Meno tasse, alzare la soglia di reddito per l’esenzione totale dal fisco a ottomila euro. Stipendi al lordo, il più possibile vicini al netto. Più merito e meno salario minimo (una bandiera che la Spd si vantava di aver piantato sulla schiena della Cancelliera). Drastica riduzione dei sussidi di disoccupazione (se paghiamo la gente per stare a casa, è stato uno dei cavalli di battaglia di Guido, come possiamo chiedere a chi va a lavorare di impegnarsi di più?). E poi, ancora: scuole più dure, più formative, più legate a criteri di selezione, con un aumento degli investimenti statali per istruzione e ricerca fino al 10% del pil (oggi sono al tre). Insomma, un programma molto tagliato e molto connotato, sulla base del quale Westerwelle ha offerto a Merkel un’alleanza di governo esclusiva e una maggioranza delimitata, chiusa cioè ad altre possibili intese, come appunto con i Verdi. Se Angela, per usare un’antica metafora di Fanfani, pensava di diluire il vino di Guido, troppo forte, con l’acqua fresca degli ecologisti, quest’opzione è esclusa in partenza. E d’altra parte non si vede come potrebbero democristiani e liberali, che hanno in comune la posizione a favore del mantenimento delle centrali nucleari almeno fino a che la ricerca sulle energie alternative darà risultati concreti (cioè, per un lasso di tempo indefinito), accordarsi con i Verdi, che già al tempo della loro alleanza con Schroeder sottoscrissero con la Spd un accordo per la progressiva chiusura delle diciassette centrali tedesche ancora attive entro il 2021.

 

L’identità del nuovo governo è dunque ancora tutta da definire. E’ chiaro solo che dovrà essere molto diversa da quella della Grande Coalizione appena bocciata. Anche se una svolta liberista potrebbe rendere per la Merkel più complicata del previsto la gestione di un autunno che s’annuncia assai caldo, per l’esaurirsi degli effetti dei provvedimenti anticrisi (a cominciare dalla settimana cortissima, grazie alla quale sono stati evitati migliaia di licenziamenti) e per le probabili reazioni delle aziende a una mancata, benché annunciata, ripresa economica. In questo quadro si giocherà anche il nuovo ruolo della sinistra tedesca, che torna tutta insieme all’opposizione, e ci torna con rapporti di forza assai mutati al suo interno.

 

Socialdemocratici e sinistra radicale, insieme, fanno oggi molto meno dei voti che al momento della sua vittoria nel 1998 faceva da sola la Spd guidata da Schroeder. Dietro la calma ostentata ieri nelle dichiarazioni ufficiali, che parlavano di amara sconfitta, Steinmeier e Muentefering sanno di aver portato a casa il peggior risultato della storia del loro partito, mentre Lafontaine e Gysi festeggiano quello migliore della Linke. Quasi due milioni di elettori socialdemocratici si sono astenuti. Più di un altro milione si sono spostati sulla Linke. Un’alleanza tra le due sinistre, che fin qui l’avevano esclusa, sarebbe stata comprensibile, e in qualche modo auspicabile, con una Spd battuta, sì, ma ancora forte, e una Linke contenuta nel dieci per cento, più o meno la percentuale che tocca a tutte le opposizioni radicali in Europa.

 

Con questi numeri sarebbe stato realistico il progetto di un’evoluzione di tutta la sinistra nel suo complesso, guidata dalla parte riformista, e accompagnata da una trasformazione di quella estrema, nel quadro di una collaborazione che già esiste, tra i due tronconi, in molte amministrazioni locali, a cominciare da quella di Berlino. Ma al contrario, ora diventano concreti, da una parte, il rischio di un inseguimento gridaiolo, sull’onda dell’inasprimento della situazione sociale e delle proteste che hanno fatto crescere la Linke, e dall’altra gli effetti imprevedibili della «Ostalgie», il sentimento irrazionale di rimpianto che s’affaccia, e ha fatto sentire il suo peso, nelle urne, nel territorio e nelle pieghe della ex-Germania comunista.

 

Tutto è più chiaro, così, tutto è più scandito, dopo quattro anni in cui, all’interno della Grande Coalizione, le cose tendevano troppo a mescolarsi. Ma detto questo, non è affatto sicuro che la Germania, da ieri, sia diventata più stabile. LS 28

 

 

 

 

 

«La Spd in rotta. La sinistra affronti questa crisi epocale»

 

I risultati delle elezioni tedesche, la bruciante sconfitta della socialdemocrazia, il successo delle opposizioni analizzate da uno dei più autorevoli germanisti: Angelo Bolaffi. Professor Bolaffi, qual è il segno generale del voto tedesco?

«Il dato generale è che l’elettorato tedesco ha bocciato la formula della Grosse Koalition, e in particolare ha punito la Spd. Esiste una maggioranza parlamentare per formare un governo, quello che Angela Merkel ha sempre sognato, e cioè ungoverno con i liberali. Con un particolare non trascurabile, però».

 

Quale?

«La cancelliera non avrebbe mai pensato di dover formare un governo con un Partito liberale così forte. Questo significa che la leader della Cdu avrà dei grandi problemi».

 

Quali?

«La Cdu dovrà riequilibrare il prevedibile liberismo economico del Fdp di Guido Westerwelle con una sorta di politica “cripto socialdemocratica ».

 

Per la Spd è una giornata amara, è stato il primo commento del leader del partito, Frank Walter Steinmeier.

«Più che una amara sconfitta, questa per la Spd è una vera e propria catastrofe. La Spd aveva indicato come limite vitale il 25%. Il risultato ottenuto, il 23,3%, è il peggiore del dopoguerra. Questo significa che inevitabilmente ci sarà un ricambio di tutta la classe dirigente, ed è fin troppo facile prevedere che davanti a sé la Spd ha una sorta di traversata del deserto, senza che si possa ancora neppure immaginare dove questa traversata potrà portare. Il tracollo del Partito storico del movimento operaio europeo suggella la crisi epocale della sinistra socialdemocratica europea».

 

In questa ottica come leggere il risultato della Linke (Sinistra) di Oskar Lafontaine?

«Il successo della Linke è il risultato di un dato contingente e di uno strutturale. Quello strutturale è che in tutti i Paesi europei esiste una sinistra- sinistra capace di raccogliere il10%del consenso elettorale. Il dato contingente è che la partecipazione alla Grosse Koalition della Spd, ha spinto una parte dell’elettorato socialdemocratico a votare per protesta la Linke. In ogni caso anche in Germania, tenendo conto dell’ottimo risultato dei Verdi, si tratta di ripensare forma e contenuto della sinistra».

 

Dopo i successi della Linke e dei Verdi, il Parlamento tedesco è più o meno governabile?

«Nel Parlamento tedesco sono presenti ormai stabilmente 5 formazioni politiche, e non soltanto, come una volta, 2 molto forti e 3 in qualche modo minori. Questo probabilmente conferma l’idea che nell’Europa continentale, il modello bipolare non piace molto all’elettorato».

 

Quale ricaduta può avere in chiave europeista il voto tedesco?

«La Germania ha avuto ultimamente delle incertezze nel suo atteggiamentoverso la prospettiva europeista. Non solo la sentenza della Corte Costituzionale sul Trattato di Lisbona, ma la gestione stessa della crisi della Opel lasciano intravedere una sorta di raffreddamento del tradizionale europeismo tedesco.È ragionevole pensare che il prossimo governo democristiano-liberale potrebbe riaprire in senso positivo il dossier-Europa».

 

Ripensare la sinistra, non solo in Germania, a partire dal voto tedesco…

«Il problema che si pone è duplice: da una parte la grave sconfitta della Spd rende impraticabile la prospettiva di quanti ritengono che per uscire dalla crisi della sinistra europea basti dar vita a un Partito socialdemocratico. D’altra parte, la scelta dell’elettorato tedesco - che potremmo definire di sinistra – di dare il proprio appoggio a tre formazioni politiche che in modo diverso si richiamano alla sinistra, indica come impraticabile la via di una radicale semplificazione del modello politicocomevia maestra che consentirebbe alla sinistra di uscire dalla sua crisi attuale». Umberto De Giovannangel L’U 28

 

 

 

La vittoria del centrodestra in Germania, spinta liberale in Europa

 

Roma – “La vittoria della Merkel e degli alleati liberali di Westerwelle rappresenta il segnale più forte di rinnovamento politico e sociale di un Europa che vuole superare l’immobilismo di una certa sinistra senza idee né programmi condivisi”. Lo dichiara Aldo Di Biagio, responsabile italiani nel Mondo del PdL.

“Dopo undici anni torna al governo della Germania una coalizione formata dal partito cristiano-democratico (Unione Cdu/Csu) e dai liberaldemocratici (Fdp) – continua – che al momento può contare su di una solida maggioranza, e che invita al riflettere sul futuro politico dell’Europa tutta”.

“Molti nostri connazionali residenti in Germania – sottolinea Di Biagio - hanno espresso le loro preferenze contribuendo a definire la vittoria del centrodestra, confermano l’andamento delle elezioni europee: infatti non dimentichiamo che in Germania gli elettori di origine italiana o in possesso della doppia cittadinanza sono circa 20mila”.

“Le elezioni tedesche sottolineano ancora una volta la forza di una leader capace e carismatica come Angela Merkel, - conclude - oltre alla volontà da parte del popolo tedesco di innovarsi e di riconoscere nel dinamismo politico dei liberali e dei cristiano democratici la chiave del futuro del Paese e del superamento della crisi economica. Emerge l’esigenza di archiviare l’esperienza della Grosse Koalition, fatta di sfumature diverse a volte critiche e limitate, a vantaggio di posizioni chiare e maggiormente pragmatiche.  La sinistra, con i suoi programmi retrò e con la sua demagogia improduttiva ha perso un’altra partita in Europa, ma lascia emergere un’occasione di analisi che ci si augura serva anche alla nostra controparte italiana”.

(de.it.press)

 

 

 

 

Il Comites di Monaco di Baviera sulla chiusura del Consolato di Norimberga

 

Ecco la mozione approvata all'unanimità dal Comites di Monaco di Baviera nella seduta del 25 settembre 2009

 

Di fronte alle recenti notizie secondo le quali la Direzione

Generale per le Risorse Umane del Ministero degli Affari Esteri

avrebbe annunciato la chiusura del Consolato di Norimberga entro

il 1 giugno 2010 e l'assegnazione dell'area di sua competenza

al Consolato Generale di Monaco di Baviera, il Comites di Monaco

di Baviera (pur in considerazione della necessità di una

ristrutturazione della attuale rete diplomatico-consolare

che aggiorni la presenza internazionale dell'Italia) segnala:

 

- quanto pesantemente tale decisione graverebbe sui nostri

   connazionali della Franconia, costretti a numerose ore di

   viaggio per collegarsi con la capitale bavarese;

 

- l'inadeguatezza delle strutture fisiche del Consolato Generale

   di Monaco di Baviera, già oggi non a norma secondo la legge

   sulla sicurezza e l'igiene dei luoghi di lavoro e bisognose

   di una ristrutturazione architettonica per accogliere uffici

   più grandi, sale di attesa adeguate ed archivi in grado di

   assorbire la documentazione relativa ai circa 38.000

   connazionali oggi residenti nella circoscrizione di Norimberga;

 

- l'inadeguatezza della struttura organica del Consolato Generale

   di Monaco di Baviera che - a fusione avvenuta - risulterà

   fortemente ridotta rispetto alla somme dell'attuale personale

   di Monaco e Norimberga, fortemente ridottisi negli ultimi mesi

   ed in via di ulteriore contrazione. Ciò finirà per penalizzare

   i cittadini italiani in termini di qualità e celerità dei

   servizi erogati ed in termini di presenza esterna presso le

   realtà associative della nostra comunità e verso le autorità

   bavaresi e cittadine.

 

Il Comites di Monaco di Baviera esprime la propria solidarietà

ai connazionali della Circoscrizione Consolare di Norimberga

impegnati in questa delicata, ma importante vertenza a difesa

dei propri diritti di piena cittadinanza ed invita il Ministero

a rivedere una decisione che - così concepita e gestita - rischia

di avere un forte impatto sulla qualità del servizio per tutti

gli italiani residenti in Baviera. De.it.press

 

 

 

 

 

L’Ambasciata di Berlino ha ripartito i fondi per l’assistenza d’intesa con i Consolati

 

Mantica risponde alla interrogazione dell’on. Garavini (PD)

 

Roma - Nel luglio scorso, l’onorevole Laura Garavini (Pd) insieme ai colleghi Farina, Fedi, Narducci e Porta, ha presentato una interrogazione ai Ministri Frattini e Tremonti per avere chiarimenti sulla distribuzione dei fondi per l’assistenza ai connazionali all’estero effettuata dalle Ambasciate. La deputata, in particolare, segnalava il fatto che "la riduzione della spesa per le attività di assistenza è stata gestita attribuendo alle Ambasciate di ciascun Paese la facoltà di ridistribuire i tagli sulle singole circoscrizioni consolari, il che in molti casi è stato fatto con direttive piovute dall'alto che, di fatto, hanno espropriato i poteri di controllo e di parere degli istituti di rappresentanza delle nostre comunità, in particolare dei Comites". Quindi, nell’interrogazione si riportava il caso della Germania dove "la ridistribuzione adottata dall'ambasciata ha comportato una riduzione di fondi per le singole circoscrizioni consolari che oscillano dai livelli dell'anno precedente a una diminuzione del 44%, senza che siano stati resi noti i criteri seguiti per una tale operazione".

La deputata chiedeva di sapere "se il ministro degli affari esteri non intenda dare immediate disposizioni perché i criteri adottati per la proiezione dei tagli sulle circoscrizioni consolari, e in particolare su quelle delle Germania, siano resi immediatamente evidenti e discussi con i rappresentanti locali dei Comites e del CGIE".

A rispondere all’interrogazione è stato il sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica che ha esordito ricordando che "la riduzione percentuale applicata per il corrente anno ai capitoli di spesa destinati all'assistenza dei connazionali indigenti all'estero è stata, rispetto al 2008, del 22,32% per quanto riguarda l'assistenza diretta (Capitolo 3121) e del 26,28% per i contributi devoluti agli Enti che svolgono attività di assistenza indiretta in favore dei connazionali (Capitolo 3105). Il Ministero degli esteri (Mae), dopo aver attentamente considerato l'insieme delle esigenze rappresentate dalle sedi diplomatico-consolari in materia di assistenza in favore dei connazionali indigenti e le relative richieste di fabbisogno a valere sul capitolo 3121, tenuto conto delle risorse disponibili, ha provveduto ad effettuare l'assegnazione dei fondi ai singoli uffici all'estero, in linea con quanto concesso per l'attività ordinaria nel corso dell'esercizio precedente. Ha altresì invitato ciascuna sede ad ottimizzare l'impiego dei fondi assegnati, con particolare riguardo alla ricerca di soluzioni in grado da un lato di soddisfare le esigenze della collettività residente e dall'altro di interagire prioritariamente con i sistemi locali di sicurezza e previdenza sociale".

Quanto ai contributi assegnati agli enti che svolgono attività di assistenza indiretta, Mantica ha precisato che "il Mae si è trovato costretto ad adottare un criterio estremamente selettivo, dando priorità, nell'ambito degli interventi programmati a favore dei connazionali indigenti, a quelli rivolti alle categorie in situazioni di maggiore difficoltà nei Paesi in cui le prestazioni dei locali organismi di assistenza risultano essere particolarmente carenti. Sulla base di tale criterio si è provveduto a differenziare le riduzioni di spesa, privilegiando i finanziamenti predisposti per i Paesi dell'America latina e dell'Africa e Medio oriente rispetto a quelli per i Paesi dell'Unione europea, dell'Australia, del Canada e degli Stati uniti, dotati di un sistema di welfare più avanzato".

Infine, sulla ripartizione dei fondi per la Germania, il sottosegretario ha assicurato che "tenuto presente il parere, di carattere obbligatorio ma non vincolante, dei singoli Comites (Comitati degli italiani all'estero) e d'intesa con le competenti sedi consolari - l'Ambasciata d'Italia in Berlino ha proposto, come previsto dalla relativa circolare ministeriale (n. 1 del 2003), un piano di ripartizione dei contributi da assegnare nelle diverse circoscrizioni consolari dipendenti". (aise)

 

 

 

 

Reti di Donne in Europa: le Italiane in Germania

 

Le donne italiane in Germania, da tempo attive in numerosi progetti a sostegno delle comunità locali e presenti nelle varie città e regioni, si sono riunite il 19 settembre a Francoforte per creare un’Associazione operante a livello nazionale nella Repubblica Federale. L’iniziativa è nata dall’esigenza delle emigrate italiane di comunicare e  di creare una rete  di collegamento  a tutti i livelli di rappresentanza.   L’Associazione vuole promuovere il progresso e la crescita culturale di tutte le europee valorizzando in particolare le risorse, esperienze e competenze  che l’emigrazione rappresenta. Le emigrate partecipano  a pieno titolo sia della realtà nazionale tedesca che di quella italiana ed hanno quindi una naturale vocazione ad operare e a pensare in modo “sopranazionale”. Sono interlocutrici di tutte le donne e intendono offrire loro una piattaforma di confronto e di dialogo. Una delle attività principali dell’Associazione sarà l’informazione sulle iniziative e le notizie che nella Rete si producono.  Nell’ambito dell’integrazione delle minoranze italiane all’estero, condotta nel pieno rispetto della cultura di provenienza, le donne intendono dimostrare  di essere presenti nella riflessione e nella concretezza del “cosa fare?”.

Riteniamo quindi di poter e dover dire la nostra su quanto accade e non accade in Italia  e speriamo che si avverta l’opportunità di rendere pubblica la nostra posizione, dando la voce a donne che, vivendo e operando all’estero, sono  partecipi dei destini del loro paese.

 

Lettera  ai quotidiani

Abbiamo seguito il dibattito iniziato dal documento della SIS (Società Italiana delle Storiche) „Rompiamo il silenzio“ e contribuito a pubblicizzarlo in Germania, dove viviamo e lavoriamo da tempo. Sulla base della nostra esperienza ci uniamo a quanto già espresso da più parti sulla disastrosa immagine e sulla ancor più disastrosa situazione di fatto delle donne in Italia.

Ultimamente sono stati comunicati i dati sulle violenze perpetrate da mariti e partner nei confronti delle loro compagne.  Ma di che cosa ci si meraviglia? In mancanza di centri di accoglienza e soprattutto di prospettive di indipendenza economica, le donne sono un soggetto debole,  strutturalmente esposto all’aggressività di uomini da cui dipendono economicamente.  La prima violenza sulle donne è l’assoluta trascuratezza del governo italiano per i loro annosi problemi. All’estero- e noi lo possiamo ampiamente testimoniare- il nodo pubblico/ privato, la doverosa ridistribuzione dei ruoli tra i due sessi, l’impianto di strutture di assistenza ai minori ed agli anziani sono argomento di dibattito pubblico e parlamentare e di conseguenti misure e congrui stanziamenti  adottati e da adottare  per venire incontro alle esigenze delle donne e permettere loro di avere famiglia e figli senza esserne penalizzate nel lavoro e nella vita politica e sociale. In Italia non se ne parla proprio oppure si accenna vagamente ad aiuti per le famiglie. Come se non si sapesse che da sempre sono le donne a tirare la carretta e a supplire alle insufficienze dello Stato! E con ciò rinunciano alle ambizioni di carriera, di cui ben sarebbero capaci, come dimostrano  le loro prestazioni nel campo dell’istruzione, nettamente superiori a quelle degli uomini. 

Invece di provvedere alle necessarie strutture- asili nido, scuole materne, case per anziani, servizi di assistenza a domicilio, in cui potrebbero essere regolarmente impiegate le persone- donne e uomini,  italiani e stranieri-  con orari e tariffe umanamente accettabili e controllabili e modi di operare verificabili, il governo italiano dà facoltà di regolarizzare colf e badanti: con ciò riconferma di disinteressarsi dei problemi di gestione del privato, delegandoli nuovamente alle donne e ritenendoli  mansioni dequalificate e di mera sorveglianza.  E non solo risparmia a loro spese, ma ci guadagna pure.

Come se non bastasse, l’unica istituzione finora funzionante, la scuola elementare italiana, viene completamente smantellata. Essa ci era invidiataci all’estero per la sua impostazione a perseguire una reale parità di chance, in cui la presenza di insegnanti di sostegno permetteva di seguire individualmente gli scolari e di rispondere alle loro differenze di provenienza sociale e culturale. Il principio di lavorare individualmente con il bambino premiando i suoi progressi dalla situazione di partenza e non  giudicandone semplicemente le prestazioni scolastiche, non è più applicabile con il ritorno al maestro unico. Così viene distrutto il lavoro delle insegnanti, donne per la stragrande maggioranza.

Siamo sconfortate da questo panorama e speriamo solo che le donne in Italia abbiano la forza di difendere “ l‘a, b, c, delle nostre libertà” (come si è scritto) ossia il patrimonio civile di tutte/i.  (Liana, Coordinamento Donne, De.it.press)

 

 

 

 

A Berlino la mostra “Linguaggi del Futurismo”

 

Dal 2 ottobre all’11 gennaio al Martin-Gropius-Bau tutti gli aspetti del movimento in una mostra promossa dall’IIC e dal MART

 

BERLINO - Il Martin-Gropius-Bau e l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino festeggiano il centesimo anniversario del “Manifesto del Futurismo” dedicando alla produzione artistica di questo movimento in tutte le sue espressioni una grande mostra dal titolo “Linguaggi del Futurismo”.

  Dal 2 ottobre all’11 gennaio sarà possibile visitare nel noto edificio situato nel quartiere di Kreuzberg un allestimento volto a mettere in luce letteratura, pittura, scultura, musica, teatro e fotografia caratteristici del Futurismo. Un’importante sezione sarà dedicata alla rivoluzione della pittura accelerata dal nucleo storico dei Futuristi - Boccioni, Balla, Severini, Russolo, Soffici e Carrà – mentre il fulcro della mostra è costituito dalle innovazioni che, dal 1916, rappresentarono un’eccezionale epoca creativa del movimento. Tutte le forme espressive dell’arte, dal design alla pubblicità, dalla moda all’arte culinaria, entrarono in gioco per risolvere alla maniera “futurista” i problemi della quotidianità. Con questo allestimento, Berlino offre dunque la possibilità di approfondire gli aspetti meno noti del movimento, rispetto alle opere pittoriche più conosciute.

 

  La mostra nasce in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (MART), la cui collezione consta di oltre 4000 opere - tra cui capolavori di Carrà, Severini, Russolo e Balla-  e che dispone di un voluminoso archivio di documenti e libri dei più importanti rappresentanti del movimento d’avanguardia. Al Museo e al Centro Studi appartiene anche la Casa Museo Depero, primo museo futurista italiano fondato dallo stesso Fortunato Depero in collaborazione con la città di Rovereto e inaugurato nel 1959.

  La curatrice della mostra berlinese è Gabriella Belli, direttrice del MART.

  Dedicare proprio a Berlino una mostra al Futurismo ha un significato particolare perché la città svolse un ruolo importante per i Futuristi e la diffusione in Germania delle loro idee rivoluzionarie grazie all’impegno di Herwarth Walden (1887-1941). Nel 1912 il Manifesto Futurista venne pubblicato sulla rivista Der Sturm, fondata dallo stesso Walden e da Alfred Döblin e poco tempo dopo nell’omonima galleria di Walden, nella Tiergartenstraße 34a, ebbe luogo la prima mostra futurista in Germania. L’esposizione, che contò fino a 1000 visitatori al giorno, presentava 35 quadri dei futuristi Boccioni, Carrà, Russolo e Severini. Walden, Boccioni e Marinetti presero a girare per la città di Berlino su una decappottabile dalla forma aerodinamica e a distribuire volantini che riportavano la dicitura “Evviva Futurista”. A questo primo evento seguirono altre apparizioni dei Futuristi sia nella rivista sia nella galleria di Herwarth Walden, come illustra la scelta di documenti nella mostra al Martin-Gropius-Bau. Qui, per il 1° ottobre alle ore 11, è prevista la conferenza stampa di presentazione della mostra (orari di apertura dal mercoledì al lunedì dalle ore 10 alle ore 20; chiuso il martedì). (Inform)

 

 

 

 

 

 

Norimberga non si arrende: il Consolato deve rimanere

 

Dopo la riuscita manifestazione di protesta a Norimberga del 19.09.2009 contro la chiusura del Consolato d’Italia in Norimberga, ritengo di potermi permettere un momento di riflessione che desidero condividere con la collettività italiana all’estero, con i rappresentanti per la circoscrizione estera nel Parlamento della Repubblica ed anche con la stampa. Prima di cominciare   non posso fare a meno di rivolgere un commosso omaggio ai soldati italiani vittime dell’attentato a Kabul, ai quali è andato anche il pensiero di tutti i partecipanti alla manifestazione di sabato.

 

La straordinaria reazione delle associazioni e degli italiani della Franconia che, dopo l’annuncio ufficiale del Sottosegretario Mantica di chiusura del Consolato di Norimberga a breve o medio termine, hanno trovato, in brevissimo tempo, una coesione straordinaria e stanno  combattendo, in maniera compatta e decisa, per il mantenimento dell’unica istituzione ufficiale italiana nel nord della Baviera e contro una decisione palesemente ingiusta e superficiale.

 

Da sottolineare è inoltre  - a mio modesto avviso – la maturità mostrata dalle organizzazione italiane sul territorio (Com.It.Es., associazioni tutte, enti) e dai singoli cittadini che, da subito, si sono resi conto dei motivi della decisione, ne hanno capito  la ragione ed hanno avanzato proposte alternative ad una chiusura.  Proposte avanzate a tutti I livelli ed interlocutori che non hanno, fino ad oggi, suscitato alcuna reazione ufficiale.

 

Le uniche certezze sono le seguenti:

che il Consolato di Norimberga era ed è tra iI Consolati che, secondo il piano del Sottosegretario Mantica, dovevano essere chiusi;

che il Consolato di Norimberga doveva essere chiuso già nell’autunno 2009;

che la Commissione Esteri ha approvato nel mese di luglio 2009 all’unanimità la risoluzione degli onorevoli Narducci Bi Biagio di rivedere le  modalità di razionalizzazione della rete consolare all’estero;

che il Sottosegretario Mantica, accogliendo la proposta Narducci-Di Biagio ha rimandato le chiusure ed  ufficialmente confermato che,  entro il 31. dicembre 2009, non avverranno chiusura,  ma solo declassamenti.

 

Quest’ultima affermazione non ci conforta per nulla. Se il Consolato di Norimberga dovesse essere chiuso il 1 di gennaio 2010, il Sottosegretario Mantica potrebbe comunque affermare , senza mentire, di avere mantenuto la parola. Attendiamo, di conseguenza, il più presto possibile , dal Governo italiano e dal Ministero degli Affari Esteri,  decisioni ufficiali e definitive di accoglimento delle richieste della colletività italiana all’estero  e di revisione del piano di chiusure  con il  mantenimento del Consolato di Norimberga.

La collettività italiana di Norimberga vuole mantenere il suo Consolato, pur essendo disposta a concordare con l’amministrazione italiana misure di ristrutturazione adeguate alle esigenze di risparmio. I servizi consolari sono un diritto dei cittadini italiani all’estero.

 

La maggioranza della collettività potrebbe accettare una trasformazione del Consolato in agenzia consolare, ma non l’ipotesi di uno sportello o un Consolato onorario. Queste due ultime possibilità sono superficiali e non garantiscono nè l’efficienza dei servizi, nè la continuità, nè la rappresentatività ed I diritti democratici. Chiediamo il mantenimento in servizio a Norimberga del personale locale già in servizio e di una ristretta cerchia di personale di ruolo. Ed ecco che i risparmi sarebbero consistent e reali, Onorevole Mantica!

 

La seconda parte della mia riflessione riguarda le dimostrazioni di solidarietá e simpatia giunte al Comitato di coordinamento per il mantenimento del Consolato d’Italia in Norimberga, che tanto ha fatto in questi mesi,  ed al Com.It.Es. da rappresentanti di Enti, istituzioni, persone private, personalità della vita economica e politica della Franconia e della Baviera.

 

Allego una breve sintesi di queste comunicazioni e ci tengo a sottolineare che tali reazioni sono una dimostrazione dell’importanza della presenza italiana in Franconia e del suo ottimo inserimento nella società locale. Gli italiani in Franconia sono, in primo luogo,  italiani, ma anche cittadini della Franconia, cittadini europei  riconosciuti a pieno dalla società locale e qui altamente apprezzati. Il mio appello è che L’Italia non rinunci a tale prezioso patrimonio e costringa una parte molto grande di loro a voltare le spalle alla patria.

 

Mi permetto di citare alcuni importanti paladini del mantenimento del Consolato a Norimberga e, nello stesso tempo, di ringraziarli nuovamente: il gruppo consiliare della CSU e della SPD  presso il Consiglio Comunale di Norimberga,  il Dpetuato Regionale Jürgen W. Heike, il Ministro Bavarese per gli Affari Europei Onorevole Emilia Müller, il deputato Regionale nel Parlamento Bavarese Onorevole Markus Söder, il Sottosegretario Federale agli Esteri Onorevole Günter Gloser, il Sottosegretario per gli Affari Ecomonici Signora Dagmar Wöhrl che ci ha concesso l’onore di partecipare alla dimostrazione del 19 settembre. Un importante apporto alla manifestazione  del 19 settembre è stato fornito dal punto di vista organizzativo, così come dei contenuti, dal DGB (Federazione dei Sindacati Tedeschi) rappresentata dal Segretario Regionale Stephan Doll.

 

Non da ultimo desidero ricordare, in tale contesto, il Sindaco di Norimberga Dr. Ulrich Maly, un grande conoscitore dell’italia, della sua cultura e della sua lingua, che, quale rappresentante del Comune di Norimberga, ma anche dell’omonima Regione Europea Metropolitana. Egli, anche quale Commendatore della Repubblica, ha scritto, già all’inizio di giugno,  al Ministro Frattini (lettera rimasta fino ad oggi senza risposta) ed all’Ambasciatore d’Italia a Berlino, Sua Eccellenza Valensise, espondendo le ragioni per il mantenimento del Consolato.

 

Per finire ribadisco che tutti noi, gli italiani della Franconia, non ci arrenderemo e continueremo a realizzare tutte le iniziative del caso e chiedo, per l’ennesima volta, un confronto serio, democratico e diretto con l’amministrazione italiana.

 

Segue la lista, non esaustiva, dei documenti  di solidarietà, dei servizi stampa e delle espressioni di solidarietà sulla chiusura del Consolato di Norimberga.

Lucio Albanese, CTIM Franconia e membro Com.It.Es (de.it.press)

 

 

 

 

 

 

Colonia. Uscito il nuovo numero di “Comites per tutti noi”

 

Colonia - E’ uscito il nuovo numero della rivista del Comites di Colonia, che annuncia innanzitutto l’uscita di due significativi contributi del Comitato destinati agli italiani della Circoscrizione consolare. Il primo è un calendario per l’anno 2010, che attraverso immagini e brevi profili racconta la storia dell’emigrazione italiana in Germania al femminile. Il secondo contributo è sottoforma di un Dvd, il cui titolo è “Una lingua in più. Crescere in Germania con l’italiano”. Questo Dvd vuole mostrare attraverso esperienze dirette e consigli come sia possibile educare i propri figli crescendoli fra due lingue e culture. Sia il calendario che il Dvd saranno disponibili a partire da ottobre.

Sulla prima pagina della rivista si ricorda la caduta del Muro di Berlino avvenuta vent’anni fa e si comunica il cambio di guardia nell’ambasciata italiana di Berlino. Il nuovo ambasciatore è il giurista e diplomatico Michele Valensise.

Questa edizione di “COMITES per tutti noi”  - riferisce Rosella Benati presidente del Comites di Colonia - contiene poi informazioni utili sull’inizio del nuovo anno scolastico, sui nuovi cambiamenti legislativi (riguardanti ad esempio testamento biologico), sulle borse di studio per i ragazzi italiani in emigrazione che voglio studiare un anno all’estero o sull’iniziativa della Caritas NRW per risparmiare energia. In un articolo vengono presentati i candidati italiani, che dopo le ultime elezioni comunali nel Land Nordreno-Vestfalia faranno parte dei Consigli comunali di Düsseldorf, Remscheid e Solingen.

  Infine è la promozione della lingua italiana ad avere uno spazio particolare. Il Land del Nordreno-Vestfalia offre gratuitamente ai bambini di origine straniera la possibilità di frequentare corsi di madrelingua a partire dalla prima elementare, fino ad un massimo di 5 ore alla settimana. Un’intera pagina della rivista è dedicato invece al “Concorso a premi per la IX Settimana della lingua italiana nel mondo” indetto dal Comites in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia. Gli interessati possono partecipare risolvendo il cruciverba e inviandolo all’indirizzo del Comites.

  Anche questo numero di “COMITES per tutti noi” dimostra di essere uno strumento di servizio e di informazione essenziale per i connazionali italiani residenti in Germania, in particolare nella regione Nord Reno Vestfalia.

  L’edizione completa di “COMITES per tutti noi” può essere scaricata anche dal sito internet del Comites. di Colonia www.comitescolonia.de . (Imform)

 

 

 

 

 

Hannover. Il programma del Comites per i prossimi tre mesi

 

Di seguito il Programma che realizzerà il Comites di Hannover nei mesi di ottobre dicembre 2009 

- un convegno sulla salute e la prevenzione di alcune malattie;

- una ricerca sulla situazione degli anziani;

- una tavola rotonda sulla prevenzione della criminalità;

- una mostra fotografica sugli anni cinquanta;

- tre Manifestazioni culturali per gli italiani

- la seconda edizione del premio Comites

- Iniziative per sensibilizzare alla doppia cittadinanza

- Iniziative rivolte all’integrazione in loco

- Informazione -  stampa materiale e distribuzione 2 numeri Bollettino

- Ricerca per stabilire il grado di partecipazionealla vita sociale e culturale del posto nonchè il loro grado di integrazione ( insieme ad altri quattro comites della Germania). Il Presidente Dott. Giuseppe Scigliano (de.it.press)

 

 

 

 

 

Primarie all’estero. I circoli  PD di Amburgo e di Berlino votano Bersani

 

Domenica 27 settembre si è svolto ad Amburgo il congresso congiunto dei circoli di Amburgo-Mitte e di Amburgo-Wilhelmsburg. I lavori sono stati presieduti da Eligio Losito. Il programma della mozione Bersani è stato presentato da Matteo Neri; le altre mozioni invece da Bruno Besana, presente come garante; il presidente Losito ha ringraziato Besana per la sua correttezza e imparzialità. Al congresso hanno partecipato 18 iscritti. Tutti gli intervenuti si sono espressi per Bersani, la cui lista, capeggiata da Matteo Neri, è stata votata all’unanimità. „Bersani, ha detto Neri, è l’unico che per esperienza e competenza può guidare il Partito Democratico. Vogliamo un partito radicato nel territorio, un partito riformista che si candidi alla guida del Paese alleandosi con tutte quelle forze in parlamento che vogliono mandare a casa Berlusconi.“

 

Anche Berlino sceglie Bersani. L’ex ministro dell’Economia vince la sfida congressuale fra i connazionali della metropoli più giovane d´Europa. Nel congresso della capitale tedesca, da qualche anno meta di tantissimi giovani emigrati italiani, il 54,5 per cento degli iscritti Pd hanno votato la mozione Bersani. “È un risultato significativo in un contesto determinato da italiani che non si sentono tanto emigrati bensì italiani europei”, ha commentato Laura Garavini, deputata Pd eletta nella circoscrizione Europa. Per la mozione Marino hanno votato il 40,9 per cento degli iscritti e per la mozione Franceschini il 4,5 per cento. (de.it.press)

 

 

 

 

 

Berlino: dal 3 ottobre al 21 novembre le iniziative dell’IIC dedicate a Pier Paolo Pasolini

 

Gli eventi sono organizzati, in collaborazione con l’ICI Kulturlabor Berlin, in occasione della mostra al Literaturhaus sullo scrittore italiano

 

Berlino – Fino al 22 ottobre sarà visitabile, presso il Literaturhaus di Berlino, la mostra dal titolo “Pier Paolo Pasolini |Wer ich bin”. Una raccolta, con documenti letterari, foto, disegni e una videoinstallazione, che prende spunto dalla poesia autobiografica “Who is me” che Pasolini scrisse, nell’agosto del 1966, durante un soggiorno a New York.

 

  Per l’occasione l´Istituto Italiano di Cultura di Berlino organizza, in collaborazione con l´ICI Kulturlabor di Berlino, un ampio programma di eventi collaterali. Alle 20 di sabato 3 ottobre sarà infatti proiettato, presso l’ICI Kulturlabor Berlin (Haus 8, Berlin-Prenzlauer Berg), il documentario “La voce di Pasolini”, realizzato da Matteo Cerami e Mario Sesti nel 2006. Il film ripropone testi autografi, foto d’archivio inedite, e una registrazione audio originale di Pasolini, nella quale  l’autore ricostruisce un progetto al quale stava lavorando poco prima della sua morte, Porno Theo Kolossal. Dopo la proiezione Graziella Chiarcossi, erede del poeta e curatrice, tra gli altri volumi, del romanzo postumo Petrolio, l’autrice e regista Agnese Grieco ed il filologo Manuele Gragnolati discuteranno sul tema “Pasolini e il cinema”.

  La manifestazione si svolgerà in italiano e tedesco.  Alle 20 del 19 novembre, sempre all’ICI Kulturlabor Berlin , l’attore Frank Arnold leggerà in tedesco alcuni brani dall’opera incompiuta di Pier Paolo Pasolini “Petrolio”. Un evento ideato e curato da Agnese Grieco. Alla stessa ora del giorno seguente verrà presentato, nel medesimo luogo, uno spettacolo di musica e letture sceniche, in tedesco e italiano, dal titolo “Pier Paolo Pasolini – voci, poesie e canzoni”. Parteciperanno la cantante Lucia Chiarla, l’attore Frank Arnold e il sassofonista William Ramsay. Ideazione e regia a cura di Agnese Grieco. In tedesco e italiano. Per ulteriori informazioni consultate il sito www.ici-berlin.org. (Inform)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Rinascita flash 5/2009 è online. Il 5 ottobre incontro con Micheloni

 

Monaco di Baviera - Il bimestrale di rinascita e.V., a colori, può essere letto e/o stampato cliccando su: http://www.rinascita.de/rinascitaFlash.html. Gli articoli di questo numero: Un’altra Italia è possibile di Sandra Cartacci; La Baviera riconosce i titoli di studio ottenuti all’estero di Marinella Vicinanza Ott; L'ultima stagione di Berlusconi di Marcello Tava; Piccolo Führer di Lucio Rossi; Fra nuovo nazionalismo e vecchie ideologie di Norma Mattarei; Cultura e immagine, la Sicilia e chi la svende di Daniela Di Benedetto; Intervista a Giacomo Rosa, volontario di Libera Terra a cura della redazione; Il PD italiano a una svolta? di Claudio Paroli; Il Grillo presidente di Franco Casadidio;  I quattro gatti di Benedetto di Corrado Conforti; Ru486: la pillola della discordia di Cristiano Tassinari; Impegniamoci a difendere la natura di Enrico Turrini; Artrosi: una patologia in aumento di Sandra Galli.

 

Lunedì 5 ottobre il senatore del Pd eletto nella ripartizione Europa Claudio Micheloni sarà ospite della manifestazione “Il Futuro del Pd”,  promossa a Monaco di Baviera alle ore 18.30 presso la sede dell’SPD (Daiserstr. 27). Introdurrà l’incontro Daniela Di Benedetto, segretario del circolo del Pd “Sezione Monaco di Baviera”, che organizza l’appuntamento con la collettività italiana residente in Baviera. Micheloni, nato in provincia di Teramo ed emigrato nel 1960 in Svizzera, è stato per oltre 15 anni membro del Cgie (sino al 2006). E’presidente, dal 1997, della Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera. Eletto nel 2006 senatore della Repubblica italiana con il governo Prodi, è stato riconfermato nel 2008. de.it.press

 

 

 

 

Colonia. La mostra "Saverio Barbaro. Olii 1949-2009" all’IIC fino al 23 ottobre

 

Colonia - Proseguirà sino al 23 ottobre, negli spazi dell'Istituto Italiano di Cultura di Colonia la mostra "Saverio Barbaro. Olii 1949-2009".

Saverio Barbaro, uno degli artisti veneziani più importanti del dopoguerra, nasce a Venezia nel 1924. Qui segue gli studi classici e comincia ad esporre nel 1948 alla Fondazione Bevilacqua La Masa. Nel 1950 ottiene il premio "Omero Soppesa" per un giovane artista alla XXV Biennale Internazionale d’Arte di Venezia e nel 1951 partecipa, su invito, alla VI Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma, dove sarà nuovamente invitato nel 1959.

Partecipa alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma, ricevendo numerosi premi ed espone numerosissime volte sia in Italia sia all’estero.

La cultura mediterranea e del medio oriente attrae particolarmente l’artista che, dopo un periodo in Spagna, si reca in Marocco, Tunisia e Algeria. Questo proposito lo porta a conoscere e a partecipare con impegno etico ed estetico al alcuni aspetti della cultura arabo-islamica, che tanta parte ha nella sua tematica pittorica. Saverio Barbaro è una delle più straordinarie personalità del mondo artistico contemporaneo. (aise) 

 

 

 

Primarie PD all’estero. Marino ottiene degli ottimi risultati nelle grandi città

 

Quando manca poco alla fine dei congressi di circolo, i dati complessivi ci dicono che i democratici in europa hanno fiducia in Ignazio Marino, con un risultato intorno al 21% che è una dato ben al di sopra della media nazionale.

Marino ottiene degli ottimi risultati nelle grandi città (Parigi 77%, Madrid 44% Berlino 41%, Ginevra 36%, Francoforte 31%, Berna 25%, Bruxelles 19%).

Ma va bene anche in tutta la Svizzera (14%), la Germania (15%) e il Lussemburgo (18%) secondo i primi dati pervenutici. Nella piccola Thun, il primo circolo dove si è votato in Svizzera, per esempio, Marino ha ottenuto un inaspettato 36%. Un risultato che ci ha subito fatto ben sperare e che si sta confermando essere stato di buon augurio.

Nei prossimi giorni si voterà a Londra, Amsterdam, Monaco di Baviera, dove speriamo di consolidare e migliorare il risultato della mozione Marino in Europa.

Riccardo Spezia, Coordinatore Comitato Italiani nel Mondo per Marino (de.it.press)

 

 

 

 

II Conferenza sull’immigrazione. Formigoni propone di passare alle Regioni la gestione dei flussi

 

Milano - "Per gestire al meglio la situazione migratoria sarebbe necessario superare la gestione centralizzata dei flussi e attribuire alle Regioni competenze in materia, come peraltro la Lombardia chiede da tempo; ciò sarebbe peraltro in linea con quella maggior autonomia verso la quale stanno andando le Regioni stesse". La proposta è stata avanzata dal presente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, nel suo intervento di apertura alla "Seconda Conferenza Nazionale sull'Immigrazione" tenutasi a Milano.

"Potendo stabilire l'entità dei flussi, sapremmo, infatti, - ha detto - quantificarli meglio in relazione sia alle reali necessità di lavoro, casa e assistenza sia alle nostre capacità di accoglienza".

Su come affrontare il problema dell'integrazione, tema centrale di tutti gli interventi del convegno, il presidente Formigoni ha voluto precisare che "l'Italia ha davanti a sé la strada spianata per pensare ad un nuovo modello di integrazione dopo il fallimento dei due modelli di convivenza più diffusi: il multiculturalismo e l'assimilazionismo".

"Il primo, di stampo anglosassone - ha spiegato - basato sulla certezza che sia possibile convivere pacificamente mantenendo idee e costumi in contrasto, ha creato ghetti spaventosi; il secondo, l'assimilazionismo, di stampo francese, che impone a ciascuno di rinunciare alla propria identità per aderire ad un patriottismo laicista, ha prodotto le rivolte delle banlieu. Noi ora invece possiamo sperimentare un nuovo modello, che potremmo definire "di meticciato", dove una cultura dominante, che per noi è quella cristiana e liberale, ponga regole chiare e valori indiscutibili, ma per il resto sia capace di assorbire apporti culturali e identità differenti. In questa ottica la scuola è fondamentale".

"Sono oltre 152mila gli alunni stranieri che frequentano le scuole lombarde", ha poi precisato l'assessore alla Famiglia e Solidarietà sociale Giulio Boscagli. "Sono un quarto di tutti i ragazzi immigrati d'Italia e costituiscono il 10% del totale degli alunni lombardi, contro una media nazionale del 6,4%". L'assessore ha poi illustrato la situazione dell'immigrazione in Lombardia e gli interventi della Regione in questo settore.

"Si stima – ha detto - che gli immigrati nella nostra regione siano 1.170.000 e che siano aumentati, nell'ultimo anno, di 110.000 unità. Il loro numero è triplicato dal 2001. Sono presenti 180 nazionalità, anche se più della metà degli immigrati sono rumeni, albanesi e marocchini. Dal 2001 inoltre si è assistito a una notevole diffusione della loro presenza sul territorio: si sono spostati dalle grandi città (Milano e Brescia) verso i piccoli centri: nel 2001 il 34% di essi gravitava sulla provincia di Milano, oggi la percentuale è del 20%".

"Questa grande varietà di nazionalità - ha concluso l'assessore - ha comportato ovviamente molti problemi. Da molti anni però la Regione sta lavorando per affrontarli e realizzare una vera integrazione".

Tra le tante iniziative l'assessore ha ricordato "Certifica il tuo italiano", "Telefono Mondo", "Tutti a scuola", guida per famiglie rom e sinti, e "Abitare in Lombardia" per aiutare le fasce deboli della popolazione a cercare casa. (aise)

 

 

 

 

 

Lo straniero e il cittadino. Regole severe ma senso di giustizia

 

Anche chi, come chi scrive, è favorevole alla pratica dei respingimenti e alla sanzione dell’immigrazione clandestina — respingimenti e sanzioni adottati di fatto oltre che dall'Italia anche dalla Francia e dalla Spagna, cioè dai Paesi che rappresentano i 4/5 del confine mediterraneo dell'Unione Europea — non può ovviamente pensare che sia solo con questi mezzi che vada affrontato il fenomeno migratorio. Insomma, è necessario, sì, cercare di arginare e legalizzare i flussi degli arrivi, ma insieme (sottolineo: insieme) è necessario sia accogliere civilmente chi viene in Italia sia promuoverne al massimo l'integrazione. Fino a dargli la possibilità, se vuole, di diventare italiano.

 

Per due ragioni fondamentali: da un lato per il forte calo demografico che incombe sulla penisola, con in prospettiva la conseguente perdita di vitalità economica e non solo; dall'altro per la necessità di attenuare il più possibile il potenziale di anomia, di disordine e di vera e propria illegalità che si accompagna fisiologicamente al fenomeno migratorio. La prospettiva di diventare cittadino a pieno titolo del nuovo Paese costituisce un potente incentivo psicologico a osservarne le leggi, impararne la lingua, guardarne con simpatia i costumi e la storia.

 

Finora, però, diventare italiano è stato, per uno straniero, difficilissimo. Noi, infatti, abbiamo una legge sulla cittadinanza che è quanto mai restrittiva nei confronti di chi non può vantare almeno un genitore o un coniuge italiano ma solo la semplice residenza. Basti dire che in un anno tipo, come il 2005, non solo le concessioni della cittadinanza italiana sono state meno di ventimila contro le 154 mila della Francia e le 117 mila della Germania, ma che circa i 4/5 di tali concessioni sono avvenute per matrimonio e non per residenza.

 

Dunque, chi vuole realmente cercare di integrare gli immigrati — e, aggiungerei, chi crede davvero nei valori umani, culturali e politici dell'Italia, e dunque nella loro reale capacità di attrazione verso gli estranei — non può che mirare ad allargare la legge sulla cittadinanza. Ed è per l'appunto questo l’obiettivo meritorio della proposta di legge appena presentata alla Camera dai deputati da Andrea Sarubbi e Fabio Granata. Secondo la quale, innanzitutto, d'ora in avanti potranno diventare automaticamente cittadini italiani due categorie di soggetti: a) chi nasce in Italia da un genitore ivi legalmente soggiornante da almeno cinque anni; b) lo straniero nato in Italia o che vi è arrivato prima di aver compiuto i cinque anni di età e vi ha legalmente soggiornato fino alla maggiore età. Può da ultimo diventare cittadino italiano, su richiesta, anche qualunque minore straniero che abbia completato con successo un corso d’istruzione scolastico, anche primaria o di formazione professionale, presso un istituto italiano. Si vuole favorire, insomma, la possibilità per qualunque giovane straniero, immerso di fatto fin dall’inizio della sua vita nella cultura italiana, di diventare italiano a tutti gli effetti, e dunque di non sentirsi diverso o addirittura in una posizione d'inferiorità rispetto ai suoi coetanei.

Non basta. L’altra grande novità della proposta riguarda gli stranieri adulti. Essa consiste nella riduzione da dieci a cinque anni del periodo di tempo necessario per ottenere la cittadinanza. Ma a un’importante condizione: l’accertamento in un colloquio della conoscenza dell’italiano nonché della «vita civile dell’Italia e della Costituzione».

Questa, a grandi linee, la proposta di legge. Naturalmente alcuni aspetti andranno meglio messi a fuoco: per esempio, il livello A2 richiesto per la conoscenza dell’italiano è probabilmente un livello troppo elementare, così come bisognerebbe fare in modo, già nella lettera della legge, che l’accertamento della conoscenza anzidetta e quello della cultura e della Costituzione italiane non obbediscano all’andazzo permissivistico che l’ambiente politico-burocratico nostrano adotta troppo spesso in casi simili.

Ma l’importante è che si sia imboccata la strada giusta e nel modo giusto. Cioè con un testo frutto del lavoro congiunto di un rappresentante della maggioranza e di uno dell’opposizione, come sono per l’appunto Sarubbi e Granata.

E’ vero che proprio per questo l’inguaribile retroscenismo nazionale ha già battezzato la proposta in questione «la legge di Fini», considerandola una sorta di ballon d'essai del supposto trasversalismo politico del presidente della Camera.

A costo però di apparire fin troppo ingenui, a noi piace pensare che non sia così. Ci piace credere, più semplicemente, che, poiché circa il modo come si diventa cittadini della Repubblica è bene che siano d’accordo il maggior numero d’italiani, una volta tanto esponenti della destra e sinistra lo abbiano capito, e una volta tanto abbiano agito di conseguenza.  Ernesto Galli della Loggia CdS 29

 

 

 

Times sull’Italia: "Centrodestra razzista e machista". Ogoniok: "Il bulletto delle donne"

 

Duro editoriale del quotidiano britannico dopo l'ennesima battuta di Berlusconi

sugli Obama "abbronzati". Guardian: "Annozero punito per l'intervista a D'Addario"

Ampia inchiesta del settimanale russo, che intervista anche Ezio Mauro: "Chi vincerà in Italia? il potere senza principi o i principi senza potere?" - dal corrispondente Enrico Franceschini

 

LONDRA - Definire per la seconda volta Barack Obama come un leader "abbronzato", e aggiungerci per l'occasione che è "abbronzata" anche sua moglie, la first-lady Michelle, deve sembrare una brillante spiritosaggine a Silvio Berlusconi, ed evidentemente anche agli attivisti del Popolo della Libertà che si sono sganasciati dalle risate a sentirglielo dire nei giorni scorsi al ritorno dal summit del G20 di Pittsburgh. Ma per il Times di Londra l'abitudine del premier italiano a fare battute controverse, o a pronunciare gaffe col sorriso sulle labbra, rivela un atteggiamento più grave e preoccupante. In un breve, duro editoriale, il quotidiano britannico afferma che nella coalizione di centro-destra c'è "una traccia di razzismo e xenofobia", oltre che di complicità maschile nell'accettare il dongiovannismo di un leader che si vanta di promuovere il valore della famiglia. E "insultare Michelle Obama" potrebbe rivelarsi un passo troppo lungo per lui, scrive il Times.

 

La settimana prossima la Corte Costituzionale deciderà se la legge che "egli ha fatto approvare per ottenere l'immunità giudiziaria" è valida, osserva l'editoriale. Se la legge verrà cancellata, scoppierà "un pandemonio" e Berlusconi "potrebbe indire elezioni anticipate, fiducioso di essere riconfermato" a furor di popolo. "Ma coloro che all'interno del centro-destra temono che il suo comportamento arrogante danneggi la reputazione dell'Italia nel mondo e metta in pericolo la sua democrazia interna, potrebbero avere un'altra opinione". Un'allusione alla possibilità che i suoi stessi alleati, in caso di un verdetto contrario alla legge da parte della Corte Costituzionale, gli si rivoltino contro.

 

L'editoriale del Times, firmato da Richard Owen, è accompagnato da una corrispondenza di Lucy Bannerman sulla battuta sulla first-lady. Titolo: "Nel caso che qualcuno non l'avesse sentita la prima volta, Berlusconi ripete la gaffe sugli Obama abbronzati". Sullo stesso tema ci sono stamani articoli anche sul Daily Telegraph, su El Mundo, in prima pagina sull'autorevole quotidiano americano Christian Science Monitor e su svariati altri giornali stranieri.

 

Un altro argomento seguito dalla stampa internazionale è la campagna lanciata da "giornali di famiglia" di Berlusconi, come Il Giornale e Libero, per esortare gli italiani a non pagare più il canone di abbonamento alla Rai, per protesta contro la trasmissione "Annozero". Un'iniziativa presa, scrive il Guardian di Londra, per "punire un programma che ha trasmesso un'intervista con una escort che ha detto di ave passato la notte con il primo ministro".

 

Australia. Patrizia D'Addario, la escort in questione, è stata intervistata anche dalla Australian Broadcasting Corporation, la principale rete televisiva australiana, alla quale ha ripetuto la sua versione degli eventi: "Per Berlusconi, i party erano una maniera di incontrare ragazze. Per le ragazze, era chiaro che si trattava di un'opportunità, una facile strada sulla scala verso il successo".

 

Francia. Tra gli altri articoli sul caso Berlusconi, oggi c'è anche una lettera dell'ambasciatore italiano a Parigi al quotidiano francese Libération: il diplomatico definisce "insulti" e "calunnie" un servizio pubblicato nei giorni scorsi sullo scandalo attorno al premier da Libération.

 

Russia. La copertina e un'ampia inchiesta sulla vicenda escort, seguita da un'intervista al direttore di Repubblica Ezio Mauro, sul settimanale russo Ogoniok. Il titolo è "Il bulletto delle donne". E così il giornale russo introduce la vicenda: "La libertà di stampa e il coinvolgimento dei giornalisti per essa e per se stessi non è solo un problema italiano ma in Italia, nello scontro tra il primo ministro Berlusconi e il quotidiano La Repubblica tutto è più teatrale, più sessuale, più coinvolgente per il pubblico. Chi vincerà: il potere senza principi o i principi senza potere?". LR 29

 

 

 

 

Da Marx a Kohl, le due vite della ex “ragazza dell’Est”

 

Militante dei giovani socialisti nella Ddr, la svolta dopo la caduta del Muro

di Marco Berti

 

Ci sono due anime nella storia di Angela Merkel, il Cancelliere venuto dall’Est che la rivista Forbes ha posto per il quarto anno consecutivo in vetta alla classifica delle cento lady più potenti del mondo e che si appresta a guidare la Germania con un nuovo convinto mandato. A separarle sono il Muro di Berlino e la sua caduta, di cui proprio quest’anno si celebra il ventennale.

Oggi la Merkel è alla guida dei conservatori della Cdu, l’Unione Democratica Cristiana, ma in passato ha rivestito un ruolo importante e di grande responsabilità in ben altra forza, i socialisti della Ddr, come responsabile del dipartimento della propaganda.

Angela Dorotea Kasner (Merkel è il nome del primo marito, l’attuale si chiama Joachim Sauer) è nata ad Amburgo il 17 luglio del 1954. Il padre, Horst Kasner, era un pastore luterano che, insieme alla moglie Herlind fece la scelta, quando Angela era ancora piccola, di passare a Est, una svolta decisamente controcorrente in quel periodo storico. Non solo, ma l’uomo godeva evidentemente dei favori del regime in quanto aveva privilegi riservati all’epoca a pochi eletti: la possibilità di viaggiare senza problemi fra l’Est e l’Ovest della Germania, nonostante le severe restrizioni riservate ai comuni mortali, e il possesso di ben due automobili.

Ed è in questo contesto che è cresciuta la Merkel, divisa fra Martin Lutero e Karl Marx. Ha fatto parte del movimento socialista “Libera Gioventù Tedesca” ed è stata membro prima, e segretario poi, del dipartimento “Agitprop”, agitazione e propaganda. Si muoveva sovente all’interno del blocco sovietico, con Mosca come meta preferita, al punto da parlare correntemente la lingua russa. Laureata in fisica all’Università di Lipsia, ha lavorato come ricercatrice per dodici anni all’Istituto Centrale per la Chimica-Fisica dell’Accademia delle Scienze di Berlino-Adlershof.

Poi la svolta ideologica, subito dopo il crollo del Muro, alla fine del 1989. Fu in quei giorni che aderì al nuovo partito “Risveglio Democratico”, nato sull’onda di quegli avvenimenti. Un anno dopo la caduta del Muro entrò nel Bundestag e, dopo la fusione del suo partito con la Cdu, fu nominata primo ministro per le Donne e i Giovani nel terzo governo di Helmut Kohl, poi ministro per l’Ambiente e la Sicurezza dei Reattori. Fu soprannominata “das Mädchen”, la ragazza, in considerazione della sua giovane età.

Nel 2000 fu scelta alla guida del partito, cinque anni dopo ottenne la nomination per la Cdu/Csu (omologo, quest’ultimo partito, dei cristiano democratici in Baviera) come sfidante del cancelliere Gerhard Schroeder (Spd). Vinsero i conservatori, ma di misura strettissima, al punto da non essere in grado di formare una maggioranza di governo. I due raggiunsero un accordo che prevedeva la Merkel cancelliere e otto dei sedici ministeri all’Spd.

Il resto è storia di oggi, storia della donna più potente del mondo che non ha mai, nemmeno per un momento, mischiato la sua vita privata a quella pubblica, senza prestare il fianco al gossip, dando di sé un’immagine di donna alle prese con i problemi di tutte le donne e al contempo di un animale politico di forte temperamento. Non a caso è stata più volte paragonata all’ex premier britannico Margaret Thatcher. IM 28

 

 

 

 

 

Westerwelle liberale oltre i cliché

 

La sintesi di un risultato per tanti aspetti inedito e travolgente l’ha data in due colpi precisi un giornale di Berlino: «Guido Westerwelle trionfa, Angela Merkel governa».

 

Lo tsunami Westerwelle, nome che in italiano potremmo tradurre «Onda dell’Occidente», è difatti la novità di punta di un’elezione che assegna al giovanile e spregiudicato leader liberale la medaglia del vincitore reale.

 

Mentre riconferma alla Merkel, togliendo punti ai due partiti democristiani che la spalleggiano, lo scontato bis personale alla Cancelleria e decreta, con la sconfitta di Steinmeier, la catastrofe storica della più antica socialdemocrazia europea. Completa il quadro, estremamente mosso, la notevole ma pur sempre marginale avanzata della Linke di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi, figure di testimonianza di una «sinistra delle sinistre» che ha rastrellato voti di protesta fra gli elettori insoddisfatti dell’Ovest e quelli nostalgici dello scomparso Stato assistenziale dell’Est.

 

La vittoria netta di Westerwelle e del suo partito, la Fdp, Freie Demokratische Partei, emarginata per undici anni all’opposizione, ma ora balzata dal 9,8% al 15, ha tanti significati non solo sul piano politico, ma anche su quello del costume e direi perfino dell’estetica politica. Vediamo il liberalismo tedesco occidentale, che dall’epoca di Adenauer e di Erhard fino ai tempi di Brandt e di Kohl aveva esercitato la funzione dirimente dell’ago della bilancia nelle formule di governo, lo vediamo uscire da un mezzo coma e rompere a galoppo su una scena in crisi cavalcato da un personaggio anomalo, che fino all’altroieri veniva dileggiato dagli avversari come una scheggia mondana impazzita o applaudito dai seguaci ipnotizzati come un attore trasgressivo e dissacrante.

 

Lo ricordo nei depressi convegni liberali di fine secolo in Renania. Tentava di rivitalizzare con spericolate battute di spirito il terzo partito germanico in calo di consenso, annunciando alle platee, non so se allibite o fiocamente rallegrate, che la Fdp per rinascere avrebbe dovuto nientemeno che mimetizzarsi in una «Spasspartei»: partito dello spasso e del divertimento. S’attagliavano perfettamente all’annuncio, considerato da molti profanatorio, l’aspetto esibizionistico e il portamento pubblico anticonvenzionale del giovane segretario generale. Nell’omosessuale dichiarato, nei suoi abiti eccentrici e raffinati, nella prestanza ginnica, nelle battute ricalcate sugli aforismi di Wilde, già allora non c’era quasi nulla dell’aplomb severo dei grandi borghesi liberali come il presidente della Repubblica Walter Scheel e il pressoché inamovibile ministro degli Esteri Dietrich Genscher, che certo disdegnavano Wilde e certamente leggevano Max Weber.

 

Definire quindi uomo di destra un imprevedibile picaro della politica postmoderna (così direbbe lui), classificare la sua estroversa entrata nella Piccola Coalizione accanto alla materna Angela come una «svolta a destra» dell’asse politico tedesco, mi sembra alla fin fine improprio. Applicare i soliti cliché di un lessico topografico antiquato a un corridore stravagante, proteiforme e inafferrabile come Westerwelle, appare approssimativo o quantomeno prematuro. Si mescolano, in lui, un radical chic politicamente scorretto, un liberista estremo, un oppositore del fisco punitivo, un fautore dello Stato magro, attentissimo però alla questione dei diritti civili, all’ecologia ragionata, alla libertà individuale, alla protezione perfino esaltata della diversità che egli stesso non occulta e pratica apertamente, a fianco del suo compagno, nella vita privata. Lo si direbbe un miscuglio asimmetrico, radicalizzato alla tedesca, tra il miscredente Zapatero e lo spregiudicato conservatore Cameron. Per qualche altro lato può evocare più il liberalismo radicale di un Pannella che quello tradizionale di Malagodi. Se diverrà vicecancelliere e ministro degli Esteri, su certi argomenti civili, per usare il vecchio vocabolario, potrà scavalcare a sinistra la stessa Merkel, parzialmente contagiata e socialdemocratizzata dal suo ex vice Steinmeier.

 

Oggi appoggiano l’animale di successo la grande industria, le dame da salotto abbienti e influenti, il ceto medio benestante che deplora la tassazione eccessiva subita durante i quattro anni semiassistenzialisti del connubio cristiano-socialista. Ma l’inattesa ondata Westerwelle ha lambito e inghiottito anche il voto di ecologisti urtati dall’incontinenza ideologica dei Verdi, di molti metalmeccanici e perfino di tanti disoccupati delusi dal cerchiobottismo caritatevole della Grande Coalizione. Il sorprendente personaggio ha ribaltato le regole del compromesso storico germanico, che aveva visto fidanzarsi in senso politico, durante la campagna elettorale, la cautissima candidata Merkel e il prudentissimo candidato Steinmeier, non più rivali ma quasi complici navigati e astuti.

 

La punizione reattiva da parte dell’elettorato è stata esemplare e molto mirata. Hanno imbalsamato per una seconda legislatura la Merkel, hanno limato però lo zoccolo duro Cdu-Csu che la sosteneva, hanno inabissato la Spd e scartato il mito o, se vogliamo, il placebo del perfetto bipartitismo di governo. Hanno in definitiva premiato l’outsider imperfetto ma velocissimo che, da domani in poi, dovrà vedersela coi duri fatti di una crisi che continua ad attanagliare e destabilizzare con tre milioni di disoccupati il Paese più importante dell’Unione Europea.  ENZO BETTIZA LS 29

 

 

 

 

Berlino. «Alla sinistra mancano leader giovani»

 

L’analista Krippendorf: «Si devono riconciliare con l’ala radicale»

 

BERLINO - Il noto professore di storia e politica alla Freie Universitaet di Berlino e teorico della sinistra tedesca Eckhardt Krippendorf è membro dell’Spd fin dal 1957, ma per il futuro del più vecchio partito socialdemocratico europeo vede ugualmente nero.

«Credo che il tracollo elettorale di domenica ha evidenziato soprattutto un dilemma nel quale si trova il partito di Muentefering e Steinmeier. Quello cioè della mancanza quasi completa di nuovo personale e di leader giovani in grado di prendere in mano le redini del partito e di salvarne le sorti. I leader attuali sono tutti oltre i cinquant’anni, anzi, molti di loro sono ben oltre la soglia dei sessanta ed undici anni di permanenza al governo li hanno consumati».

È quindi un problema solo generazionale?

«Non solo generazionale forse, ma se consideriamo che il leader del partito liberale Guido Westerwelle ha oggi 48 anni e si accinge a diventare ministro degli esteri e che la cancelliera Merkel che è in carica già dal 2005 ha oggi 55 anni, credo che quello dell’età e dell’invecchiamento della classe dirigente socialdemocratica non sia un problema trascurabile».

Il partito ha però anche bisogno di correggere la sua rotta e di ridefinire un suo profilo politico ora che è all’opposizione.

«In questo senso non c’è altra alternativa per la vecchia Spd se non quella di una riconciliazione con la sinistra radicale della Linke, nata due anni fa proprio da una costola socialdemocratica. Personalmente comprendo le diffidenze di molti dirigenti socialdemocratici nei confronti della facile demagogia populista della Linke».

Una demagogia che fa però presa sugli elettori.

«Sì, è vero, ma sono tutte ricette che risalgono ai partiti socialisti di cinquant’anni fa. Se oggi un partito vuole essere in grado di governare non può limitarsi a fare promesse impossibili alla gente, a promettere ricchezza e regali che nessuno stato è in grado di permettersi. E poi un leader come Oskar Lafontaine è molto discutibile».

Cos’ha contro Lafontaine?

«Io sono forse troppo moralista, ma quando Lafontaine si dimise da ministro delle Finanze e da tutti i suoi altri incarichi di partito in seno all’Spd, incassò per un lungo periodo ben tre pensioni: quella di ex governatore del Saarland, di ex ministro e di ex deputato. Per un tribuno della giustizia sociale e dell’egualitarismo mi sembra francamente un atteggiamento a dir poco discutibile».

Con l’amara sconfitta di domenica, si può dire che si chiude anche il capitolo della svolta moderata socialdemocratica e quello di leader come Tony Blair o Gerhard Schröder che hanno conquistato il potere portando i loro partiti su posizioni quasi neoliberiste?

«Non so se questo significa necessariamente un fallimento della terza via e del pragmatismo moderno del centro sinistra tedesco o di quello britannico. Vero è che il chiaro risultato di domenica ridà vita ai vecchi schieramenti antagonisti tra loro. Ad un centro-sinistra più fedele ai suoi principi e forse anche ad un centro destra che però attualmente in Germania sotto Angela Merkel è più un centro-centro».

Wa.Rau. IM 29

 

 

 

 

La fine amara dei figli di Brandt. Ora la Spd processa se stessa

 

«Non torneremo indietro, non abbiamo governato invano» - dal nostro inviato Mara Gergolet

 

BERLINO — Si presentano come a un processo. Senza nascondersi e prendere tempo. Frank-Walter Steinmeier, candidato cancelliere dell’Spd, e Franz Müntefering, presidente del partito, escono davanti alle telecamere mezz’ora dopo che i maxischermi tv, sparsi su tutti i muri della Willy Brandt Haus, hanno zittito la platea socialdemocratica. Il 23 per cento di queste elezioni è il peggior risultato del dopoguerra, e i due leader che escono a caricarsene il peso, sono i volti del tracollo della socialdemocrazia tedesca dopo un secolo e mezzo di storia.

GIORNO AMARO - «È un giorno amarissimo — esordisce piatto Steinmeier — Un bruttissimo risultato che non si può negare». Cravatta nera a pallini rossi per lui, la classica cravatta rossa (amata da Schröder) che usava nei tempi gloriosi per Müntefering, parlano sotto il braccio alzato della statua di Willy Brandt. Come se avessero previsto questo risultato da tempo, come se mettesse fine a tutte le lotte e dispute interne, Steinmeier sembra quasi lieto di annunciare: «Andremo all’opposizione, saremo un’opposizione responsabile che farà da guardia al governo su ogni singolo argomento. Non torneremo agli anni Novanta, non abbiamo governato invano: quella Germania è sparita». Si sforza di mostrare orgoglio: «Io non ho tradito». («Mostra orgoglio — gli ha suggerito due giorni fa l’ex cancelliere Helmut Schmidt, in una pausa della campagna elettorale — sii orgoglioso degli uomini migliori di questo partito»). E come un capo che non retrocede, che «ha portato la responsabilità», annuncia che guiderà il gruppo socialdemocratico in Parlamento: «Io non fuggirò». Non fuggirà, ma se vorranno cacciarlo, uccidere il padre d’un umiliante sconfitta? Non pensa di dimettersi, chiede impietosa una giornalista a Müntefering (ritenuto da molti in bilico, anche più di Steinmeier) e lui non ne vede il motivo. Avremo, annuncia soltanto, un congresso a novembre, si deciderà.

RESA - Ma anche prima del «processo», prima di questa assunzione di colpa pubblica, la Willy Brandt Haus era la resa di tutto un partito. Nel palazzo di vetro e acciaio di otto piani con librerie e bar — la prova di forza (architettonica) nella Berlino 2000 di un Volkspartei che aveva in pugno la Germania — ieri ti chiedevi dov’era la folla tatuata, le coppie che si baciavano, i riccioli alternativi che gremivano il tendone della Linke o dei Verdi. Il popolo Spd (anche trentenne, quelli più giovani sono pochi) porta vestiti neri, come il milionario rosso Harald Christ, consigliere economico di Steinmeier, la divisa seria (ma senza cravatta, ci sono già i liberali) di una «sinistra responsabile». E sembra che sia al «party» per dovere d’ufficio. Perché è successo? Così caro il prezzo da pagare, come sostiene lo storico Paul Nolte, per le riforme Schröder e la coabitazione con la Merkel (in nome della difesa della socialdemocrazia) privandosi del potere di critica «mentre lo Stato sociale è il nodo di tutte le fobie tedesche?». Però i numeri sono lì, e il partito fondato nel 1863 da Ferdinand Lassalle, come imparano tutti i bambini tedeschi a scuola, non è quasi più — secondo i canoni tedeschi — un Volkspartei, un partito del popolo.

STORIA - Eppure, nessuno in Europa può vantare la storia della socialdemocrazia tedesca, sopravvissuta al nazismo che l’aveva bandita, riformata a Bad Godesberg (rinnegando quell’articolo del vecchio statuto che auspicava «la lotta al capitalismo delle proprietà private» attraverso «la proprietà sociale»). Quasi nessuno ha un’icona così potente come Willy Brandt che si inginocchia nel ghetto di Varsavia. Ha ragione Steinmeier a essere orgoglioso. La Germania che rivendica è quella di Schröder, che — ricorda il politologo Oskar Niedermayer — è tornata alle missioni internazionali di guerra, ha lanciato l’economia verde, ha riformulato i rapporti con la Russia. «Non siamo più quelli degli anni Novanta», dice Steinmeier. Ma la domanda che tutti oggi si fanno è: dove andranno i socialdemocratici? Andrà costruita, come auspica l’ala di sinistra, un’alleanza alternativa con la Linke e magari con i verdi? Le prime risposte nei prossimi giorni, quelle più serie da novembre. Non è detto che Steinmeier guidi la risalita. Ai socialdemocratici (come ai democratici Usa) non è mai mancato — dai tempi di Brandt a quelli di Schröder — il gusto delle guerre intestine.  CdS 28

 

 

 

 

L’Ambasciatore Puri Purini: ma non cambia la politica sociale di mercato

 

«Sarà un’alleanza con forze più omogenee, ma non cambierà la caratteristica tedesca dell’economia sociale di mercato». Lo afferma in quest’intervista Antonio Puri Purini, fino a poche settimane fa ambasciatore italiano a Berlino ed ex consigliere diplomatico di Carlo Azeglio Ciampi.

Ambasciatore, un risultato che premia la Cdu e i liberali e panalizza fortemente i socialdemocratici. Quale è il senso di questo voto?

«I risultati confermano che la Germania è una democrazia straordinariamente matura che ha votato dopo un dibattito forse noioso ma certo migliore delle campagne elettorali basate su contrapposizioni populistiche. E’ stato un voto esercitato con senso di responsabilità, che contiene in sè una sua logica».

Ma perché la socialdemocrazia ha ottenuto un risultato così deludente?

«E’ stata l’abilità della Merkel che ha portato la Cdu più a sinistra a togliere spazio all’Spd. Comunque bisogna stare attenti: un governo nero-giallo non significherà assolutamente un cambiamento nel cuore del pensiero politico-economico tedesco. E cioè l’economia sociale di mercato, un concetto che viene continuamente aggiornato per conciliare crescita economica e giustizia sociale».

Quali effetti sono prevedibili per l’unità europea?

«La Germania sarà maggiormente in grado di riprendere il suo ruolo propulsivo in Europa. Sono convinto che la Merkel riproporrà in maniera incisiva il tema del rilancio dell’integrazione europea che non è solo l’attuazione del Trattato di Lisbona. Il problema è che la Germania va affiancata, non deve essere lasciata sola con la Francia».

Per l’Italia si aprono nuovi spazi di collaborazione?

«Un fatto positivo nei rapporti italo-tedeschi è stato, a suo tempo, l’azione di Ciampi. Anche il governo Prodi ha dato un importante contributo così come anche il primo periodo del terzo governo Berlusconi ha fatto registrare un buon approccio bilaterale. C’è solo da sperare che l’Italia si renda conto di quanto questo partner sia fondamentale per far progredire l’Europa. E il presidente Napolitano sta dando una significativa testimonianza in questo senso». PAOLO CACACE IM 28

 

 

 

 

Germania, la crisi profonda dell'Spd. E il nuovo centrodestra è già al lavoro

 

Dopo il voto di domenica, sotto shock il popolo della sinistra tradizionale

Per Merkel e Westerwelle al via i negoziati per il programma e la distribuzione degli incarichi - dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO - La Spd, cuore antico della sinistra europea, è in una crisi da cui non si sa se ce la farà a uscire, ha detto l'autorevole direttore dello splendido settimanale Die Zeit, Giovanni Di Lorenzo. Riunioni d'emergenza, il leader del partito pronto a gettare la spugna, congresso straordinario a novembre, il popolo di sinistra tradizionale sotto shock. Il nuovo centrodestra del giovane, dinamico leader liberale (Fdp) Guido Westerwelle e della cancelliera democristiana (CduCsu) Angela Merkel invece è già al lavoro.

 

Merkel e Westerwelle hanno avuto un primo colloquio esplorativo ed entro la prossima settimana cominceranno a ritmo serrato i negoziati per il programma di governo e la distribuzione degli incarichi ministeriali nella nuova coalizione. "Angie" e Guido hanno fretta: il nuovo Bundestag, cioè il Parlamento federale uscito dalla svolta storica delle elezioni di domenica, terrà la sua seduta costitutiva-inaugurale entro il 27 ottobre. E la cancelliera venuta dall'est ci tiene a che il governo "nero-giallo" (dai colori dei due partiti, cioè nero per la CduCsu e giallo per la Fdp) sia varato entro il 9 novembre, l'anniversario ventennale della caduta del Muro di Berlino.

 

"Vogliamo lavorare spediti, ma anche seriamente e a fondo", ha spiegato a noi giornalisti Guido Westerwelle. Forte del volo del suo partito, la Fdp appunto, vuole ottenere che nel programma di governo per una coalizione con una CduCsu indebolita "sia tradotto in pratica il massimo possibile del programma di noi liberali". Cioè meno tasse, vistosi sgravi tributari, incentivi quindi all'economia per creare più posti di lavoro, più spese per l'istruzione.

 

Westerwelle iscrive tra le sue priorità anche il pacifismo: "Ci piace moltissimo e ci entusiasma la proposta del presidente Usa Barack Obama per un disarmo radicale, fatta propria dall'Onu con la richiesta di un mondo senza più armi atomiche", ha detto, "io voglio che siano ritirate le ultime testate nucleari in Germania, un relitto della guerra fredda".

 

Le atomiche di cui "superGuido" vuole il ritiro sono testate delle US Armed Forces in dotazione alla Nato, affidate al comando Nato e alla decisione politica d'impiego o di minaccia d'impiego in mano a Washington, all'Alleanza e ai governi nazionali dei paesi dove sono schierate. I vettori sono spesso bombardieri dei paesi europei ospitanti, come i Tornado della Luftwaffe o dell'Aeronautica militare italiana.

 

Sui tagli al fisco non si escludono frizioni tra gli ambiziosi piani della Fdp che vuole sgravi rapidi in due fasi di qui al massimo il 2013 e la prudenza dei democristiani della cancelliera. Non a caso Angela Merkel ha detto oggi lunedì di voler essere e restare la garante dell'equilibrio sociale tra i redditi e dell'economia sociale di mercato.

 

Quanto alle poltrone nel futuro governo, nessuno dei due si sbilancia ma è assolutamente scontato che Guido Westerwelle sarà ministro degli Esteri e vicecancelliere. In politica estera ed europea vuole sostenere l'integrazione della Ue sulla via del Trattato di Lisbona ma al tempo stesso è contro ogni pressing dei paesi forti e grandi della Ue (come la Germania) sui più piccoli. LR 28

 

 

 

 

Lo choc tedesco investe la sinistra italiana

 

Fassino: troppe insicurezze, siamo spiazzati. Ranieri: cercare altre strade

 

ROMA — Lo smottamento della Spd, il partito socialdemocratico tedesco, è stato talmente grosso che anche una persona tenuta per mestiere a tacere di fronte a certi eventi, o a ricorrere a espressioni vaghe e circospette, non si è sentita obbligata a tortuosi giri di parole. «I socialdemocratici devono reinventarsi», diceva domenica sera l’ambasciatore di Germania in Italia, Michael Steiner, sulla terrazza di un suo collaboratore, Andreas von Brandt, che sovrasta quasi tutta Roma. «La debolezza del centro-sinistra che c’era in Francia, Italia e Gran Bretagna adesso è comune anche alla Germania. Questi centro-sinistra devono parlarsi, ragionano troppo in termini nazionali e devono pensare in modo europeo», sosteneva Steiner, dal 1998 al 2001 consigliere diplomatico dell’allora cancelliere Gerhard Schröder, Spd.

CROLLO - È anche per questo mal comune che domenica numerosi dirigenti del Partito democratico hanno seguito gli exit poll nei quali si ravvisava un crollo di oltre il 10% dei socialdemocratici tedeschi, dal 34,2% delle elezioni politiche del 2005 a circa il 23%. Un mal comune che suscita riflessioni di vario tipo. «Viene da mordersi le mani a pensare che nel nostro Paese il Pd, un anno fa, ha perso le elezioni per il Parlamento superando il 33% dei voti, e in meno di un anno non è riuscito a farne un punto di forza da cui ripartire. La crisi del socialismo europeo è una conferma che bisognava cercare altre strade rispetto ai partiti precedenti», dice per esempio Umberto Ranieri, già dirigente del Pci, oggi membro della direzione del Pd. A sinistra c’è chi dà un’interpretazione dei risultati piuttosto lineare. «La Spd paga il prezzo della partecipazione alla Grande coalizione. È la considerazione più banale, ma anche la più vera. Poi si può riflettere sul fatto che abbia compiuto una scelta al servizio del Paese e ne paghi le conseguenze», osserva Enrico Boselli, già segretario dei Socialisti democratici italiani. «In più ha pesato la difficoltà nel trovarne un leader adeguato per il dopo-Schröder», aggiunge questo ex dirigente del Psi.

COMPITI URGENTI - Riemerge tuttavia una necessità di ripensare che cosa debba significare essere di sinistra, o di centro-sinistra, in società sviluppate e in crisi come la tedesca e l’italiana. Per gli schieramenti in questione, il voto tedesco la catapulta ancora una volta tra i compiti urgenti. Piero Fassino, oggi responsabile della politica estera del Pd, era negli anni Ottanta e Novanta, come Ranieri, uno di quei dirigenti del Pci che guardavano alla Spd come a un interlocutore utile per trascinare il proprio partito del tutto fuori dalla tradizione comunista internazionale. E adesso che quel modello è inceppato, Fassino riconosce: «Nelle nostre società c’è un sentimento di insicurezza che determina una domanda di sicurezza più forte del passato. Il bagaglio culturale della sinistra ne è spiazzato». È un’ammissione dalla quale l’ex responsabile del Pci per la Fiat fa derivare un’analisi: «La sinistra che ha avuto ruolo di governo deve ridefinire il suo modo di affrontare la modernità. La globalizzazione sull’uscio di casa fa scoppiare nuove contraddizioni e paure. Il lavoro è meno certo, il reddito più magro, irrompono nella quotidianità nuovi competitori». Fassino si riferisce a una delle reazioni che in parti deboli della società scattano con l’aumento dell’immigrazione. Ma anche ad altro: «Noi abbiamo costruito la nostra politica del lavoro sul fordismo, oggi superato, quella dello Stato sociale quando i tassi di crescita erano molto alti e la competizione internazionale non era aggressiva quanto oggi, non c’era la delocalizzazione in India o Romania. Al riformismo serve una 'nuova frontiera'. Non perché abbia sbagliato. Perché il mondo è cambiato». Secondo Ranieri, non va inseguita la sinistra della sinistra, capace di raccogliere più voti che però non la porteranno a governare. «Il rischio è che il successo della Linke sia visto come l’indicazione per una svolta radicale», dice Ranieri. Mentre Roberto Gualtieri, eurodeputato del Pd, avverte: «Trarre dal voto in Germania lezioni per il congresso del Pd o le elezioni in Italia è esercizio da risparmiare. La Grande coalizione è stata un ottimo governo, il consenso della Linke è legato a una questione tedesca, quella dell’Est». Citata o no, nel congresso del Pd la Germania però è già entrata.

Maurizio Caparra CdS 28

 

 

 

 

Il mondo dopo Pittsburgh. L’ascesa del G20 e il declino dell’Europa

 

IL VERTICE del G20 di Pittsburgh ha deciso di ripartirsi i compiti con il G8, riservando a se stesso quello di trattare i temi economici e all’altro quelli politici. In questo modo si ritiene d’aver soddisfatto sia l’istanza di dare una maggiore rappresentatività ai Paesi che negli ultimi lustri hanno acquistato peso economico, sia quella di riservare a una cerchia più ristretta il potere di indirizzo politico generale e, ove ritenuto necessario, di intervento su singoli casi. La decisione non soddisfa pienamente l’istanza della rappresentatività perché restano fuori dal G20 Paesi importanti come Spagna, Irlanda, Norvegia, Venezuela, Cile e importanti Paesi africani, mentre entrano Paesi con minor peso o tradizioni come Indonesia e Corea del Sud. Si può obiettare che l’Unione europea può rappresentare i Paesi del Vecchio Continente esclusi essendo membro di questo consesso; ma, se così fosse, nell’Ue vi sarebbero figli e figliastri, alcuni direttamente rappresentati e altri no.

Il passaggio dagli 8 ai 20 fa sorgere inoltre ulteriori complicazioni nei processi decisionali, perché mettere d’accordo un numero più che doppio di Paesi sarà ancora più difficile che metterne d’accordo meno della metà. L’esperienza delle difficoltà nate dall’allargamento dell’Unione europea non insegna evidentemente nulla alla comunità internazionale.

Ultimo problema, ma non il minore, è che la ripartizione indicata non appare né sostenibile, né praticabile. Affermare che i Capi di Stato del G20 possano trattare i problemi economici indipendentemente dalla politica (e viceversa) mi sembra un esercizio che, senza scomodare il materialismo storico, contrasta con la concezione stessa dei legami tra politica ed economia e con i suoi risvolti pratici. Non si vede quindi quali siano i guadagni che dobbiamo attenderci dal rafforzamento del ruolo internazionale del G20 rispetto alla soluzione sperimentata a L’Aquila di un G8 a “geometria variabile”, associando di volta in volta alle decisioni i Paesi direttamente interessati al problema. Se questa soluzione si fosse palesata difficile da gestire, ma non sembra il caso delle esperienze fatte, allora il G14, ossia una soluzione che incorporasse al G7 in via definitiva i Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e Sud Africa, Messico ed Egitto apparirebbe più praticabile. Come noto, a tale proposta avanzata da Germania e Francia si opposero tempo addietro Stati Uniti e Giappone, mentre Italia, Canada e Russia mostrarono freddezza. Il Regno Unito, membro autorevole ma restio dell’Ue, ha invece operato attivamente nella direzione di un G20 più influente.

Da questa cronistoria un po’ noiosa e un po’ deludente emerge un punto molto chiaro: quello che con un ossimoro si può definire “la divisione dell’Unione” danneggia ciascun Paese europeo e li danneggerà nuovamente quando si parlerà di quote del Fondo monetario internazionale. Procedendo divisi, ciascun Paese membro finirà con il contare sempre meno nelle scelte internazionali, come testimonia il disinteresse mostrato per le posizioni “forti” prese dalla Francia, dalla Germania e dall’Italia in materia di governance finanziaria globale e, di converso, l’accreditamento di quelle dei Paesi che avrebbero ottenuto molto meno se l’Unione europea fosse veramente tale. L’Europa unita ideata e voluta dai nostri padri era retta anche da questa coscienza: senza mettere insieme le diverse sovranità per avere più peso nella scelta di soluzione delle emergenze planetarie dal commercio mondiale alla finanza, all’ambiente e alla sicurezza il risultato sarà quello che abbiamo sotto i nostri occhi nel dopo Pittsburgh.

Alcuni hanno salutato la vittoria della Merkel come un passo verso il rilancio dell’Unione. Certamente sulle decisioni di Pittsburgh hanno pesato le incertezze nascenti dal rinnovo del presidente della Commissione e della Germania e dalla debolezza internazionale di alcuni importanti Capi di Stato europei. Se la Merkel, forte del surplus di bilancia corrente estera di cui gode il suo Paese (ormai pari al passivo dell’intera euroarea), prendesse le redini delle scelte dell’Unione, certamente il quadro descritto cambierebbe. Ma è poi vero che lo voglia?

PAOLO SAVONA IM 29

 

 

 

 

Verso le primarie. Penati: «Al Pd serve gestione collegiale». Franceschini: «Il segretario sono io»

 

Il coordinatore della mozione Bersani: «I 2/3 del partito non sta con Dario». Il leader chiama il "rivale" e D'Alema

 

MILANO - Filippo Penati propone una «gestione collegiale» del partito e all'interno del Pd esplode una nuova polemica (che si aggiunge alle fibrillazioni legate al sempre più probabile addio di Rutelli). A pochi giorni dal congresso dell'11 ottobre e a meno di un mese dalle primarie del 25. Il coordinatore della mozione Bersani afferma infatti che «Franceschini di fatto non è più il segretario perché non ha ottenuto il consenso da parte di due terzi del partito che sta gestendo» ed è dunque necessario predisporre una gestione collegiale del partito fino alle primarie.

 

POLEMICA - Frasi che provocano un vero e proprio terremoto all'interno del Pd. Secondo Piero Fassino, «Penati mina l'unità del partito». Ignazio Marino, candidato alla segreteria, invita Bersani a smentire «immediatamente le dichiarazioni del coordinatore nazionale della sua mozione. Altrimenti - prosegue - non si capisce perché abbia riempito le città di manifesti che invitano a voltarlo alle primarie del Partito Democratico». Il capogruppo del Pd alla Camera, Antonello Soro, definisce «stonate» le affermazioni di Penati, anche perché arrivate «nelle ore in cui i gruppi parlamentari del Pd sono impegnati in una dura battaglia per la difesa della legalità nel nostro paese».

 

FRANCESCHINI - Non tarda ad arrivare la reazione di Dario Franceschini. Il segretario del Pd, decisamente irritato, sconvoca la segreteria prevista per mercoledì e telefona a Bersani e D'Alema per ricordare che il segretario - come prevede lo statuto - sarà eletto con le primarie del 25 ottobre e chiedendo di prendere le distanze da Penati. Fonti vicine a Franceschini fanno notare che la situazione è grave dal momento che di fatto una gestione «condivisa» c'è già: da quando è stato indetto il congresso, infatti, ad ogni riunione di segreteria partecipano anche Bersani e Ignazio Marino o, in loro assenza, i coordinatori delle rispettive mozioni. Questo - viene spiegato - proprio per garantire la massima condivisione possibile.

 

BERSANI - Poco dopo, arriva l'intervento dell'altro candidato alla segreteria, vale a dire Bersani: «Sgombriamo il campo da ogni equivoco più o meno interessato. Franceschini, come è ovvio e come è giusto, è a pieno titolo il segretario del Pd così come prevede lo statuto, e ha la nostra piena collaborazione come è stato fin qui». CdS 29

 

 

 

 

Mancino contro Brunetta. "Basta violenza verbale"

 

Vicepresidente Csm dopo lo scontro Associazione magistrati-ministro Funzione pubblica - Anm: "Il taglio del personale degli uffici giudiziari è stato deciso dal governo"

 

ROMA - "Le affermazioni sopra le righe riducono ulteriormente il prestigio dello Stato". E' infuriato il vicepresidente del Csm Nicola Mancino per le accuse pronunciate da Renato Brunetta. Il ministro della Pubblica aministrazione ha definito il "sindacato delle toghe" un "mostro" e annunciato controlli più stringenti sulla produttività dei giudici "che si sono montati la testa". Così non va, dice Mancino. "Serve un confronto costruttivo e non la violenza verbale", avverte il numero due del Consiglio superiore della magistratura. "Le affermazioni sopra le righe - prosegue Mancino - possono solo ridurre ulteriormente il prestigio dello Stato, bene che va difeso soprattutto quando si hanno responsabilità politiche ed istituzionali".

 

Anm: "Il ministro non sa di cosa parla". A Brunetta replica duro anche il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara: "Brunetta non sa di cosa parla. Ma se è stato proprio il governo, l'anno scorso, a tagliare drasticamente gli organici del personale degli uffici giudiziari. E sempre il governo ha chiesto ai magistrati di non fissare udienze pomeridianeper l'impossibilità di assicurare lo straordinario al personale di cancelleria. Evidentemente - chiude Palamara - è più facile insultare e fare propaganda, che assumersi la responsabilità del proprio operato".

 

Brunetta: "Anm è un mostro". Il botta e risposta tra Anm e Brunetta era iniziato già ieri alla presentazione del libro di Stefano Livadiotti "Magistrati. L'ultracasta" a cui era stato invitato oltre al ministro anche il vicepresidente dall'Associazione Gioacchino Natoli. "Anm è un mostro" aveva detto il ministro Brunetta. "Penso ad un badge che controlli le presenze e la produttività dei magistrati: sono servitori dello Stato come tutti gli altri. Al Tribunale di Roma mi hanno detto che alle 14 non c'è più nessuno".

 

"Colpa del governo". "Questo succede perché un suo collega di governo ha tagliato gli stanziamenti per gli straordinari", aveva ribattuto Natoli. "Lei dice cose non vere", fu la replica secca del ministro Brunetta. "L'Anm determina, al netto dei membri laici, la composizione dell'organo di governo autonomo che è il Csm", aveva continuato Brunetta. "Tutti i problemi legati all'autonomia della magistratura vengono determinati per via sindacale".

 

"Il ministro non conosce la realtà". Ma Anm non abbassa la guardia e ribatte con puntiglio alle parole del ministro: "La situazione di inefficienza - spiega il presidente dell'Anm di Roma e del Lazio Paolo Auriemma - è dovuta alla consistente carenza di mezzi, alla riduzione progressiva del personale amministrativo e alla presenza di leggi farraginose e confuse. Le espressioni del ministro - conclude Auriemma - mostrano quanto sia lontana dalla realtà la conoscenza da parte di alcuni esponenti politici della situazione esistente". LR 29

 

 

 

 

 

Laura Garavini presenta PRIME ai ricercatori italiani a Manchester

 

“Al sistema delle baronie e dei clientelismi opponiamo il valore del merito”

 

“Un profondo rinnovamento di tutto il sistema, per fermare l’esodo delle nostri menti più eccellenti verso l’estero e per migliorare la qualità della ricerca in Italia”. È questa l’idea che sta dietro la proposta di legge ‘PRIME – Per una Ricerca Italiana di Merito ed Eccellenza’ che l’on. Laura Garavini (PD) ha presentato alla Prima Conferenza della VIA-Academy a Manchester. In un animato dibattito con cervelli ‘fuggiti’ dall’Italia, studiosi stranieri e colleghi parlamentari, la deputata eletta nella circoscrizione Europa ha discusso su come riformare il sistema universitario italiano, in declino per l’impoverimento di talenti emigrati all’estero. Largo consenso tra i partecipanti – erano presenti Mauro Degli Esposti, Lucio Pirillo, Silvia Massini, Michele Zito e Francesco Cerisoli, l’on. Antonio Borghesi e il prof. James Newell – sulla necessità di introdurre un criterio di meritocrazia.

 

“Vogliamo dare un’iniezione di internazionalità e trasparenza al sistema universitario italiano”, ha affermato la Garavini illustrando la sua proposta di legge, nata in seno alla comunità di giovani ricercatori italiani all’estero. “Il mio, il nostro obiettivo: fermare la ‘fuga dei cervelli’ e convincere le nostre menti eccellenti a tornare. Sono convinta che il rigoroso ricorso al peer review con esperti esterni internazionali, uno dei punti cardine di PRIME, può effettivamente porre fine al sistema delle “scorciatoie” e dei favori”.

 

La parlamentare ha, infine, espresso il suo apprezzamento e riconoscimento agli organizzatori della VIA – Virtual Italian Academy. “È un approccio estremamente positivo e promettente: il tentativo di mettere in rete ricercatori e studiosi italiani a Manchester e nel resto dell’Inghilterra è un bell’esempio di come sfruttare le nuove opportunità offerte dal web 2.0”, così la Garavini. “Innanzitutto, però, dimostra come tanti italiani non si arrendano al vizio delle baronie e dei clientelismi ma continuano a credere nel valore del merito e dell’onestà”. De.it.press

 

 

 

 

 

Sanatoria di badanti e colf: oltre 200 mila domande

 

ROMA - Quando mancano 24 ore allo stop della procedura on line, sono poco più di 230mila le domande per la sanatoria di colf e badanti extracomunitari presentate dai datori di lavoro al Viminale. Richiesti, inoltre, circa 290mila moduli. Alla fine si arriverà, presumibilmente, a superare le 300mila domande. Meno della metà di quelle previste, protesta l’Adoc, che chiede una proroga dei termini.

Ma al ministero parlano di «un buon numero» e ritengono di «difficile attuazione» la proposta dell’associazione. Occorrerebbe un nuovo decreto-legge.

La procedura on line per sanare colf e badanti irregolari è partita il primo settembre scorso e scade domani. I datori devono versare 500 euro per regolarizzare ciascun lavoratore. Finora sono stati versati 115 milioni di euro. L’incasso dello Stato diventerà di 150 milioni se si raggiungerà la cifra di 300mila domande. Alle 17 di ieri sono arrivate richieste per 137.952 colf e 63.616 badanti, più 26.817 richieste di badante per altra persona. Dalla provincia di Milano, il maggior numero di domande di moduli (oltre 45mila, il 15,84% del totale); seguono le province di Roma (33mila), Napoli (22mila) e Brescia (quasi 11mila). Sono gli ucraini i lavoratori più richiesti (38.499 moduli, il 13% del totale), seguiti da marocchini (34.025), moldavi (27.809) e cinesi (18.904). Critica l’associazione dei consumatori Adoc. «L’eccessiva onerosità della domanda, la paura di essere schedati e la mancanza di un’adeguata campagna informativa - spiega il presidente Carlo Pileri - hanno rallentato visibilmente il numero delle richieste di regolarizzazione che, secondo le nostre stime, avrebbero dovuto essere almeno il doppio. Va detto, inoltre - aggiunge - che né le associazioni dei consumatori, né le associazioni religiose e degli immigrati sono state sentite e coinvolte nel processo di sanatoria».

«Anche noi - commenta il direttore del Dipartimento libertà civili ed immigrazione del ministero dell’Interno, Mario Morcone - ci aspettavano più domande, ma se alla fine saranno 300mila, non è un cattivo numero e, guarda caso, è la cifra che avevamo messo nella relazione tecnica che accompagnava il provvedimento. Certo più emersione c’è, più questo diventa un Paese normale». Im 29

 

 

 

 

 

 

Convegno Eza-Unaie a Levico Terme. “Globalizzazione, flexicurity e tutela del lavoratore”

 

“Globalizzazione, flexicurity e tutela del lavoratore” questo il tema del convegno annuale di EZA (Centro europeo per le questioni dei lavoratori ) e dell’Unaie (Unione nazionale delle associazioni di immigrazione e d emigrazione) che si è tenuto dal 25 al 27 settembre a Levico Terme (TN). L’evento, inserito nell’ambito del dialogo sociale voluto dall’UE, ha visto la partecipazione di numerosi rappresentanti di organizzazioni del Terzo settore provenienti da tutta Europa.

Il tema della flexicurity è stato affrontato sotto i vari punti di vista con il contributo di autorevoli esperti italiani e stranieri provenienti sia dal mondo accademico che dal mondo produttivo e sociale e della pubblica amministrazione.

Il confronto interdisciplinare coniugato all’esperienza concreta sul campo è lo strumento più prezioso per individuar adeguati piani di azione capaci di affrontare la crisi e rilanciare il sistema economico magari con le dovute correzioni per essere più rispondenti alle reali esigenze della persona che deve sempre essere al centro dell’azione politica secondo l’EZA e l’Unaie.

Il 25 settembre, il convegno, moderato Maurizio Tomasi, è stato introdotto dal Presidente dell’Associazione dei Trentini nel mondo, Alberto Tafner ed dal presidente dell’Unaie, on. Franco Narducci. Hanno portato i loro saluti anche il sindaco di Levico Terme, Carlo Stefanelli,  che non ha fatto mancare il suo plauso all’iniziativa e l’on. Laura Froner.

Narducci in particolare ha rilevato che l’attuale crisi “si inserisce, in Italia, nel percorso di riflessione avviato sul modello di welfare che ha bisogno di valide alternative anche in seguito all’ampliarsi di fasce della popolazione a rischio di disagio e di emarginazione che richiama la necessità di opportune e adeguate misure di contrasto all’insicurezza sociale”. E dopo aver definito le nuove generazioni come appartenenti alla categoria delle “generazioni flessibili” ha sottolineato che per attuare una buona governance dei sistemi flessibili vi è il bisogno dell’avvio “di soluzioni di welfare di tipo universalistico, verso cui sembrano indirizzarsi alcune esperienze concrete” sottolineando che “l’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare ad una progressiva armonizzazione dei sistemi di flexicurity, a livello europeo, attraverso il metodo aperto del coordinamento, in un processo in cui le strategie e gli obiettivi comuni sono rispettose della diversità degli strumenti e delle identità nazionali”.

E con l’auspicio “che il Convegno di Levico contribuirà a chiarirci quali politiche implementare concretamente, in un periodo di crisi, affinché la Flexicuritysia veramente il paradigma della strategia europea per accrescere l’occupazione e migliorare le opportunità reali di tutti senza distinzione di età o di genere” si è aperta la prima sessione con gli interventi del Prof Paolo Barbieri dell’Università di Trento, che ha illustrato gli aspetti della “flexicurity tra luci ed ombre”. Poi il prof. Daniel Navas Vega ha parlato di “ flexicurity e crisi economica” sottolineando che è necessario affondare il nuovo scenario in maniera creativa trovando opportune combinazioni di nuove politiche del lavoro anche attraverso il contributo della flexicurity e una forte negoziazione.

Prima del dibattito è intervenuto l’on. Franco Narducci sul tema “Fexicurity e strategie per un welfare condiviso”, egli ha evidenziato che nel contesto attuale “non è crollata la globalizzazione ma è crollata l’interpretazione finanziaria della globalizzazione” e poi ha ribadito che “la flessibilità deve essere accompagnata da una adeguata sicurezza sociale che copra anche i periodi di passaggio da un lavoro a un altro concludendo che “i sistemi di protezione sociali vanno pertanto migliorati per far fronte alle nuove sfide” e “ pertanto i mercati europei devono raccogliere la sfida di conciliare una maggiore flessibilità con una maggiore sicurezza per tutti”.

Sabato 26 settembre il Convegno ha posto l’accento sugli aspetti più pratici che sono legati ai sistemi di globalizzazione e flexicurity.

Infatti moderati dal fondatore dell’associazione europea Dialoghi, Gianni Lattanzio, sono intervenuti il Dr. Ward Roofthooft del Belgio sul tema “Formazione e permanente: condanna o benedizione?” e il dott. Luciano Galletti, Direttore dell’Ufficio Fondo Sociale Europeo della Provincia Autonome di Trento, sul tema Flexicurity e formazione permanente: cosa si fa in Trentino”.

Dopo la pausa pranzo, la Sessione pomeridiana ha visto gli interventi dell’avv. Felice Scalvini, già presidente di Federsolidarietà-confcooperative e attualmente membro del comitato esecutivo di ICA (International CO-operative Alliance), sul tema “Crisi globale e opportunità cooperativa – Il caso europeo”; il Dr. Jan Hendeliowitz dell’ufficio del lavoro di Copenachen e Sjelland (Danimarca), che ha parlato di “Flexicurity e sicurezza sociale”;  il Dr. Stefano Maines della Federazione Trentina della Cooperazione con un intervento sul tema “Le cooperative di lavoro trentine di fronte alla crisi” e la prof.ssa Edith Pichler della Humboldt Universitat di Berlino che ha illustrato la situazione della “Precarizzazione ed esclusione – gli immigrati in Germania”.

Secondo Roofthooft la formazione continua è la premessa per il successo e la felicità, poiché la conoscenza è alla base per potersi orientare nei processi di innovazione e Galletti ha sottolineato che “la società della conoscenza è un luogo decisivo per la democrazia” e che la provincia di Trento ha introdotto strumenti inerenti gli ammortizzatori sociali ulteriori rispetto a quelli classici presenti nel nostro Paese. Ricordando, poi, l’importanza della formazione continua ha sottolineato che ormai dobbiamo avvicinarci al concetto di “learnfare” poiché “il concetto di workfare è superato” anche perché “non basta il lavoro per essere inseriti nella società”.

Invece Felice Scalvini ha ricordato che “l’equilibrio tra flessibilità e sicurezza è insita nell’azienda cooperativa stessa” e ha messo in evidenza come nei momenti di crisi i modelli solidaristici emergono proprio perché più aderenti alla dimensione propria della persona. Concetto ripreso da Maines che ha fatto notare come la cooperazione trentina abbia una forte connotazione popolare con una vasta adesione in ogni settore, poiché viene percepito come uno strumento buono per lo sviluppo e la crescita diffusa.

Dall’estero invece, Hendeliowitz ha illustrato il modello di flexicurity danese che riesce ad assicurare una sostenibilità ottima in un Paese fortemente orientato alla realtà sociale. Infatti in Danimarca, di fronte a normative permissive in tema di licenziamento, si riesce ad implementare un welfare in grado di garantire il 90% del salario a chi perde il lavoro, in una prima fase; e si pongono in essere politiche efficaci di attivazione al lavoro anche attraverso l’introduzione di piani di azione individuali. Il principio attuato, secondo Hendeliowitz, è quello di “sviluppare l’economia per garantire la disponibilità di lavoro e non del posto di lavoro”.

Dalla Germania, poi, la Pichler ha messo in evidenza come la crisi ha fatto aumentare al precarietà portando ad un abbassamento del senso di solidarietà e partecipazione e se “il passaggio ad un capitalismo finanziario ed ad una flessibilizzazione del lavoro incrementa la divisione della società del lavoro in differenti zone” e desta preoccupazione l’aumento della zona della precarietà e dell’esclusione, infatti la precarietà non garantisce un’esistenza sopra i minimi standard e si osserva una difficoltà ad instaurare soddisfacenti rapporti sociali  sul posto di lavoro e ad integrarsi nelle reti sociali oltre al fatto che si restringe le possibilità di pianificare la vita nel  futuro, portando alla diminuzione dell’autostima e ad una perdita del senso-valore dell’esistenza.

Gli immigrati sono quelli più a rischio di precarizzazione e “una bassa scolarizzazione e insufficiente o inadeguata qualifica professionale rende difficile l’accesso nella zona dell’integrazione” anche perché le possibilità di partecipare a corsi di qualifica o riqualifica, specialmente in settori innovativi risultano ridotte.

Tutto ciò causa il ritorno di attribuzioni stereotipate che la Pichler sintetizza in  : “precari perché incapaci e non volonterosi, immigrati = Unterschicht-Underdogs; Sozialschmarotzer-scrocconi del sistema sociale”.

Affermazioni che hanno provocato un dibattito molto partecipato tra i convegnisti proseguendo nell’analisi dei problemi anche nella giornata conclusiva. De.it.press

 

 

 

 

Zum Wahlausgang. So schön bunt hier. Warum Deutschland keine italienischen Verhältnisse hat

 

Die stärkste Industrienation des Kontinents wird bald von einer Frau und einem bekennenden Homosexuellen geführt. Das wäre in Italien ausgeschlossen. Von G. Seibt

 

Seit 150 Jahren eilen die großen Weichenstellungen der italienischen Politik den Entwicklungen in Deutschland immer wieder um ein Jahrzehnt voraus: 1860 wurde Italien zum Nationalstaat vereinigt, 1871 war es in Kleindeutschland so weit. 1922 kam ein Diktator der Rechten legal an die Macht, 1933 in Deutschland. In beiden Fällen handelt es sich auch um Nachwirkungen des Ersten Weltkrieges. Deutschland war im Kalten Krieg geteilt, in Italien spaltete er das Parteiwesen so tief, dass ein legaler Regierungswechsel zwischen den beiden großen Lagern, den Christdemokraten einerseits und den Kommunisten andererseits, bis 1989 nicht möglich war.

Starke wirtschaftliche Einzelinteressen

Das Ende der Blockkonfrontation ließ dann in Italien das bipolare Parteiensystem innerhalb weniger Jahre zerfallen. Die Erosion begann bei der Linken, bei den Sozialisten und dem PCI (der einst so stolzen kommunistischen Partei Italiens), zog aber bald auch das christlich-konservative Lager in seinen Strudel. Seither traten regionale und ökonomische Klientelismen, die es immer gegeben hatte, ans parlamentarische Tageslicht. Es entstanden antizentralistische Regionalparteien und Gruppierungen, die starke wirtschaftliche Einzelinteressen vertraten.

Ist Deutschland diesen Vorgängen - wiederum im Abstand eines guten Jahrzehnts - jetzt nachgefolgt? Es gibt ein paar Analogien: Die CSU als Regionalpartei eines stark prosperierenden, konservativ verfassten Landes nähme dann die Stelle der italienischen "Lega Nord" ein; die im Osten starke Links-Partei aber würde jenen modernisierten Neofaschisten in der "Alleanza Nazionale" ähneln, die sich von einer einst diskreditierten Gruppierung mit diktatorischer Vergangenheit zum Sprachrohr der sozial Abgehängten nicht zuletzt im italienischen Süden, dem "Mezzogiorno", verwandelte. Das Chaos dazwischen wurde in Italien erst einmal von Berlusconi aufgesammelt.

 

Und hier enden die Vergleiche, sodass man hoffen darf, der schon 1923 von einem deutschen Kommentator geprägte prophetische Satz "Italia docet" treffe heute nicht zu. Die Analogien betreffen vor allem die Auflösung der großen Milieus mit ihren politischen Religionen, also einen Säkularisierungsvorgang, der sich überall in den demokratischen Staaten zeigt. Aber während in Italien daraus vor allem rabiate Interessenpolitik entstand, in der Figur Berlusconis sogar mit extremistischen und karikaturistischen Zügen, zeigt sich in Deutschland vorerst eine kulturelle Auffächerung, die nichts mit der neuen Polarisierung und demokratischen Klimavergiftung in Italien zu tun hat.

Ranziger Machismo

Das liegt nicht nur am Fehlen einer einzelnen sinistren Figur wie Silvio Berlusconi, mit seinem Hang zu einfachen Formeln und leeren Versprechungen; sondern am insgesamt anderen Zuschnitt der neuen politischen Klasse, die sich in Deutschland jetzt herauszubilden scheint. Der etwas ranzige Machismo der Schröder-Fischer-Jahre wurde schon von der großen Koalition abgeräumt. Wer die beiden Elefantenrunden 2005 und 2009 vergleicht, registriert einen Zugewinn an Zivilität, der sich nicht zuletzt in der starken Präsenz ironischer Sprechweisen ausprägt.

Die schwarz-gelbe, also eigentlich bürgerlich-konservative Konstellation des Wahlausgangs führt jetzt erst einmal dazu, dass die stärkste Industrienation des Kontinents von einer Frau und einem bekennenden Homosexuellen geführt werden. Das wäre in Italien, wo die Ära Berlusconi zu einer Stärkung des innenpolitischen Einflusses der katholischen Kirche führte und sich das Land gleichzeitig mit Prostituierten im Dienste des Regierungschefs konfrontiert sieht, immer noch ausgeschlossen.

Überhaupt zeigt das politische Personal in Deutschland inzwischen eine Vielfarbigkeit wie kaum in einer anderen europäischen Demokratie, was umso bemerkenswerter ist, als wir keine ethnischen Minderheiten aus kolonialer Vergangenheit haben wie England und Frankreich, sondern nur eine historisch ganz junge Wirtschaftseinwanderung.

Trotzdem haben wir nicht nur Männer, Frauen und Schwule in bunter Reihe, sondern auch einen schlagfertigen Landesminister mit asiatischen Zügen und einen schwäbisch redenden Parteivorsitzenden mit türkischem Namen; Kandidaten mit indischen und türkischen Namen traten sogar in Ostdeutschland, übrigens auch bei der CDU, auf. Es würde zur Entspannung im politischen Klima beitragen, wenn die Regionalismen der Links-Partei allmählich in solchen Vergleichen wahrgenommen werden könnten, als liebenswerte historische Besonderheit.

Funktionierender Sozialstaat

Bemerkenswert ist auch, dass die andere, alte Regionalpartei CSU, die sich in Gestalt Seehofers stark exponierte, nicht belohnt wurde - hier hat eine populistische "Lega-Nord"-Stimmung eben nicht verfangen. Und der Erfolg der wirtschaftsfreundlichen FDP verdankt sich keineswegs dem Rückenwind durch eine von ökonomischen Interessen bestimmte öffentliche Meinung; diese verhielt sich zur FDP und ihrem Vorsitzenden sogar so mäklerisch, wie man es gegenüber der Links-Partei und ihren immer noch präsenten fragwürdigen Altbeständen nicht wahrnehmen konnte.

Schließlich: Am rechten Rand hat sich nichts getan, dafür haben wir einen Achtungserfolg der Piratenpartei. All das zeigt nur einen Zwischenstand an, der wenig langfristige Prognosen erlaubt; aber eben auch Leben, eine Demokratie in Bewegung.

Wie es weitergeht, scheint so offen wie noch nie, aber vielleicht kann ein weiterer Unterschied zwischen Deutschland und Italien die mögliche Richtung anzeigen: Deutschland verfügt über einen funktionierenden Sozialstaat, während in Italien der Staat von Einzelinteressen betrogen und geplündert wird. Ein guter Sozialstaat macht die Menschen frei zu demokratischer Politik, die zu mehr da ist als zum eigenen Überleben. Daran wird sich auch in Deutschland mehr entscheiden als die Zukunft der Parteien. SZ 29

 

 

 

Aufstand gegen Steinmeier. Gabriel wird SPD-Chef, Steinbrück und Heil gehen

 

In einem brutalen SPD-Machtkampf hat sich Sigmar Gabriel gegen Kanzlerkandidat Frank-Walter Steinmeier durchgesetzt. Steinmeier verzichtet zugunsten Gabriels auf den Parteivorsitz. Jetzt ist noch Steinmeiers Wahl zum Fraktionsvorsitzenden gefährdet. Peer Steinbrück verzichtet auf alle Parteiämter.

Sigmar Gabriel wird aller Voraussicht nach neuer Vorsitzender der SPD. Er setzte sich in einem brutalen parteiinternen Machtkampf gegen Kanzlerkandidat Frank-Walter Steinmeier durch. Steinmeier erklärte schließlich seinen Verzicht auf das Amt.

Gabriel wurde in der Auseinandersetzung von den Netzwerkern unterstützt. Der Sprecherkreis des „Netzwerks“ verständigte sich im Rahmen einer Telefonschaltkonferenz bereits am Montag auf die Gabriel-Lösung. Hinter dem Namen verbirgt sich eine Gruppe reformorientierter Politiker, die sich als ideologische Mitte der Partei verstehen. Ihr gehören in der neuen Legislaturperiode 28 SPD-Bundestagsabgeordnete an, unter ihnen Gabriel, der scheidende Generalsekretär Hubertus Heil und Fraktionsgeschäftsführer Thomas Oppermann.

Auch außerhalb der Netzwerker gab es schnell Sympathie für die Gabriel-Lösung. Der SPD-Bundestagsabgeordnete Hans-Peter Bartels sprach sich bereits offen für ihn aus. „Sigmar Gabriel hat Regierungserfahrung und steht dennoch für einen junge, neue SPD. Er wäre ein Parteivorsitzender mit hohem Hinguck-Faktor“, sagte Bartels WELT ONLINE: „Das letzte, was wir uns jetzt leisten können, ist oppositionelle Langeweile.“ Da die SPD am Sonntag viele Regierungsämter verloren habe, sei es „absurd, die Partei zu verengen“, sagte Bartels. Damit wandte er sich gegen das Ansinnen, Steinmeier solle Fraktion und Partei führen.

Allerdings wollte Kanzlerkandidat Frank-Walter Steinmeier seinen Anspruch auf dieses Amt nicht widerstandslos aufgeben. Die Suche nach einer Lösung wurde durch Anträge mehrerer SPD-Landesgruppen erschwert, die die für den Nachmittag geplante Wahl Steinmeiers zum Vorsitzenden der Bundestagsfraktion verschieben wollten. Damit kämpfte Steinmeier um zwei Ämter: das des Fraktionsvorsitzenden und das des Vorsitzenden. Seine Chance verschlechterten sich jedoch stetig, denn auch der linke Parteiflügel sperrte sich gegen den Einzug Steinmeiers ins Willy-Brandt-Haus.

Neben Gabriel werden auch für die weitere SPD-Spitze werden bereits Namen genannt. Demnach soll Andrea Nahles Generalsekretärin der Sozialdemokraten werden. Klaus Wowereit, der Regierende Bürgermeister von Berlin, könnte SPD-Vize werden. Ebenso Arbeitsminister Olaf Scholz. Finanzminister Peer Steinbrück erklärte seinen Verzicht auf alle Ämter in der Parteitspitze und der Fraktion.

Mit der Gabriel-Lösung sind alle Planspiele passé, wonach Partei- und Fraktionsvorsitz künftig in einer Hand – und zwar der von Steinmeier – verbunden wären. Eine solche Lösung war in der SPD zeitweilig erwogen werden.

 

Gegen Steinmeiers Wahl zum Vorsitzenden der Bundestagsfraktion meldeten Abgeordnete ihren Widerstand an. Sie drohten damit, ihm ihre Stimme zu verweigern.

Einige Vorstandsmitglieder der Berliner SPD forderten am Montagabend die fünf Bundestagsabgeordneten aus der Hauptstadt auf, gegen Steinmeier als Fraktionschef zu stimmen. Diese gelte auch für den Fall, dass dieser der einzige Kandidat sein sollte. Wowereits rechte Hand, der Landesvorsitzende Michael Müller, nannte wenige Stunden später die Namen, derer die der Partei künftig ein Gesicht geben sollen: Neben Wowereit auch Gabriel, Nahles und Scholz.

G. Lachmann u. D. Sturm DW 29

 

 

 

 

SPD in der Krise. Steinmeier zum Fraktionsvorsitzenden gewählt

 

Der unterlegene SPD-Kanzlerkandidat Frank-Walter Steinmeier ist neuer Fraktionschef seiner Partei im Bundestag. Er erhielt rund 88 Prozent der Stimmen, wie der bisherige Fraktionschef Peter Struck mitteilte. Den ganzen Tag lang hatten Gerüchte über die künftige Partei- und Fraktionsführung die SPD in Atem gehalten.

Der gescheiterte SPD-Kanzlerkandidat Frank-Walter Steinmeier ist zum Vorsitzenden der neuen Bundestagsfraktion der Sozialdemokraten gewählt worden.

Von den 146 Abgeordneten stimmten 126 mit Ja. Der 53-jährige Steinmeier war seit 2005 Außenminister und Vize-Kanzler im Kabinett Angela Merkels. Nun führt er die von 221 auf 146 Abgeordnete zusammengeschrumpfte SPD-Fraktion in die Opposition.

Vor der Wahl zum Fraktionsvorsitzenden hatte Steinmeier auf den Parteivorsitz verzichtet. Zur Begründung habe er gesagt, die Verantwortung in Partei und Fraktion solle auf mehrere Schultern verteilt werden, hieß es aus Fraktionskreisen.

Wer demnächst die Partei anführen könnte

Den ganzen Tag über hatte es Spekulationen über die künftige SPD-Spitze gegeben. Der bisherige SPD-Generalsekretär Hubertus Heil gab seinen Verzicht auf eine Neuwahl bekannt. Auch der bisherige SPD-Vize Peer Steinbrück kündigte am Rande der Fraktionssitzung an, er werde weder für ein Vorstands- noch Fraktionsamt kandidieren. „Ich bin zu dieser Entscheidung nicht gedrängt worden“, sagte er.

Nach 16 Jahren als Landes- und Bundesminister sei es sicherlich verständlich, „dass ich über meine eigene Zeit etwas freier verfügen will“. Er wolle mit seinem Schritt auch für Jüngere in der Partei Platz machen.

 

Der amtierende SPD-Vorsitzende Müntefering bestätigte seine Absicht, auf dem Parteitag Mitte November in Dresden sein Amt aufzugeben. Bis dahin wolle er noch den Übergang organisieren, sagte Müntefering laut Teilnehmern vor der Bundestagsfraktion. Die Entscheidung über seinen Nachfolger und die Zusammensetzung der künftigen engste Parteispitze werde zügig vorbereitet. Als Münteferings Nachfolger ist der bisherige Umweltminister Sigmar Gabriel im Gespräch.

Die Berliner SPD hatte als erster Landesverband nach der dramatischen Wahlniederlage vom Sonntag den Aufstand gegen die bei der Bundestagswahl gescheiterte Führungsriege geprobt. In einer mit großer Mehrheit verabschiedeten Resolution fordert der Landesvorstand eine Erneuerung und Verjüngung der engsten Bundesspitze.

Die bisherige Parteiführung mit Steinmeier, Müntefering und Steinbrück sei „untrennbar mit der Agenda-Politik ab 2003 bzw. der abgewählten großen Koalition ab 2005 verbunden“, heißt es. Hinter der Berliner Resolution steht auch der Regierende Bürgermeister Klaus Wowereit, der das Papier mitdiskutiert hat. 

AP/dpa 29

 

 

 

Wahlanalyse. Die Schere schließt sich

 

Bestes, höchstes, niedrigstes - das Wahlverhalten der Deutschen am 27. September lässt sich auch am Tag danach nur unter Zuhilfenahme einer bisher für kaum möglich gehaltenen Anzahl von Superlativen interpretieren. Der Verlust von mehr als sechs Millionen oder annähernd 40 Prozent der Zweitstimmen im Vergleich zur Bundestagswahl von 2005 bescherten der SPD mit annähernd zehn Millionen Zweitstimmen und einem Stimmenanteil von 23 Prozent (minus 11,2 Prozentpunkte) das absolut wie relativ schlechteste Wahlergebnis seit 1949.

Die CDU unter dem Vorsitz von Bundeskanzlerin Merkel büßte im Vergleich zu 2005 1,3 Millionen oder zehn Prozent der Stimmen ein. Aufgrund der mit 70,8 Prozent niedrigsten Wahlbeteiligung seit 1949 erzielte die CDU dennoch einen gegenüber 2005 nur geringfügig niedrigeren Stimmenanteil von 27,3 Prozent. Die Verluste der Schwesterpartei CSU waren prozentual noch höher als die der CDU. In Bayern büßte die CSU im Vergleich zur vergangenen Bundestagswahl mehr als 600 000 oder 15 Prozent der Stimmen ein. Zum Gesamtergebnis der Unionsparteien von 33,8 Prozent trug die CSU 6,5 Prozent bei.

Die drei „kleinen“ Parteien FDP, Linkspartei und Grüne erzielten ihr jeweils bestes Ergebnis bei einer Bundestagswahl. Mit einem Stimmenzuwachs um etwa 30 Prozent und einem Stimmenanteil von 14,6 Prozent (plus 4,7 Prozentpunkte) wurden die Freien Demokraten mehr als doppelt so stark wie die CSU. Die Linkspartei wurde am Sonntag von annähernd 5,2 Millionen Bürgern gewählt, einer Million mehr als vier Jahre zuvor. Mit 11,9 (plus 2,7 Punkte) Prozent der Stimmen verwies die aus dem Zusammenschluss von PDS und WASG hervorgegangene Partei die Grünen auf den fünften und letzten Rang der im Deutschen Bundestag vertretenen Parteien. Nach 3,8 Millionen Zweitstimmen im Jahr 2005 entfielen diesmal 4,65 Millionen Stimmen oder 10,7 Prozent auf die Grünen.

Überdurchschnittlich hoch fielen die Verluste der SPD in den neuen Ländern Sachsen-Anhalt (minus 15,9), Thüringen (minus 12,2) und Mecklenburg-Vorpommern (minus 15,2) aus. In allen neuen Ländern einschließlich Berlins gewann die CDU gegen den Trend bis zu 5,5 Prozentpunkte hinzu.

In Sachsen, Thüringen und Berlin wurde die CDU sogar stärkste Partei vor der ansonsten dominierenden Linkspartei, die aufgrund der Schwäche der SPD in den neuen Ländern erstmals auch außerhalb Berlins Wahlkreise direkt gewann, allen voran in Sachsen-Anhalt. Überdurchschnittliche Verluste erlitt die CDU in Schleswig-Holstein (minus 4,2 Punkte) und Baden-Württemberg (minus 4,8). Noch stärker (minus 6,7 Punkte) verlor nur noch die CSU.

Abwanderung ins Lager der Nichtwähler

Wer Sonntag anders als vor vier Jahren nicht mehr die SPD wählen wollte, machte nach Berechnungen des Meinungsforschungsinstituts infratest-dimap seine Stimme mehrheitlich von seinem Wahlrecht keinen Gebrauch. Sie dürften am ehesten unter den fast 67 Prozent der Deutschen sein, die der Aussage zustimmen, die SPD habe ihre sozialdemokratischen Prinzipien aufgegeben. Immerhin glaubten von den verbliebenen SPD-Wählern noch fast zwei Drittel, dass ihre Partei Deutschland am besten durch die aktuelle Wirtschafts- und Finanzkrise führen könne.

In der Gesamtbevölkerung wird diese Überzeugung indes nicht einmal von einem Viertel der Bürger geteilt. Gleichwohl wählten ehemalige SPD-Wähler nur zu einem relativ geringen Teil die Unionsparteien, obwohl fast die Hälfte der Bürger CDU und CSU im allgemeinen und Bundeskanzlerin Merkel im besonderen als Losten in der Krise vertrauen - so sehr, dass Frau Merkel nach Ergebungen der Mannheimer Forschungsgruppe Wahlen in der Bevölkerung ein besseres Ansehen genoss als jeder Kanzlerkandidat seit 1990.

„Taktisches“ Wahlverhalten weniger ausgeprägt als angenommen

Dennoch gaben enttäuschte SPD-Wähler eher ihre Stimme den Grünen und den Linken. Und das gleich doppelt.

Denn wer erwartet hätte, dass die Wähler bei der Bundestagswahl 2009 stärker als bisher von dem Möglichkeit der Aufteilung von Erst- und Zweitstimme auf verschiedene Parteien Gebrauch gemacht hätten, wird durch das Wahlergebnis eines besseren belehrt. Zwar ist der Anteil der Erststimmen von SPD und CDU/CSU nach wie vor deutlich höher als der Anteil der Zweitstimmen - doch im Verhältnis zu den Zweitstimmen nicht höher als zu den Zeiten in denen die „kleinen“ Parteien nicht zusammen auf mehr als 35 Prozent der Zweitstimmen kamen.

Vielmehr stieg der Anteil der Erststimmen von FDP, Linkspartei und Grünen am Sonntag fast ebenso stark wie der jeweilige Anteil der Zweitstimmen - auf die Grünen entfiel sogar ein noch höherer Zuwachs an Erst- (plus 3,8 Punkte) als an Zweitstimmen.

„Gewachsene Bedeutung der Kandidaten“

Insgesamt war das „taktische“ Wahlverhalten am Sonntag damit weniger ausgeprägt als bei allen Bundestagswahlen zuvor: Zehn Prozent der Erststimmen für die FDP in Bayern (plus 5,6 Punkte), ein nach wie vor überdurchschnittlich gutes Erststimmenergebnis der baden-württembergischen CDU von 42,5 Prozent oder auch ein besseres Erststimmenergebnis des CDU in Sachsen-Anhalt sprechen auf der Ebene der Wahlkreise die gleiche Sprache wie das Ergebnis der Konkurrenz zwischen Frau Merkel und dem SPD-Kanzlerkandidaten Steinmeier: Von einer „gewachsenen Bedeutung der Kandidaten“ berichtet die Mannheimer Forschungsgruppe Wahlen.

Gleichwohl sind die Wahrnehmungen der Bürger von den Stärken und Schwächen der Parteien als solcher nicht zu unterschätzen. Die Linkspartei wurde am ehesten von denjenigen Bürgern gewählt, die sich auf der Verliererseite der wirtschaftlichen Entwicklung sehen und das Gefühl haben, dass es in Deutschland eher ungerecht zugehe. Die Grünen stehen nach wie vor im Ruf, gute Umweltpolitik betreiben zu können - viel mehr aber auch nicht. Die Freien Demokraten rekrutierten neue Wähler vor allem unter denen, die sich von ihnen eine Neuorientierung der Wirtschafts- und Finanzpolitik erhofften. Die meisten dieser Wähler, etwa 1,1 Millionen, hatten zuletzt für die Unionsparteien gestimmt - jetzt stärkten sie den „liberalen“ Flügel der künftigen Berliner Koalition. Diesen Aderlass konnten die etwa 620.000 ehemaligen SPD-Wähler, die sich am Sonntag für die Union entschieden, nicht einmal numerisch ausgleichen.

Immer weniger auf langfristige Parteiloyalitäten

Bleibt die Frage, ob das Wahlergebnis vom 27. September mit seinen extremen Ausschlägen im wesentlichen ein Reflex der Wirtschafts- und Finanzkrise ist oder ob die Krise nicht Tendenzen im Wahlverhalten der Bevölkerung verstärkt hat, die längst angelegt waren.

CDU und CSU etwa haben wieder einmal nur in der starken Gruppe der über 60jährigen ein überdurchschnittliches Ergebnis erzielt, die SPD erreichte unter den Wählern im Alter bis zu 45 Jahren kaum einen Stimmenanteil von 20 Prozent. Signifikant höhere Stimmenanteile als im Durchschnitt entfielen in den jüngeren Wählergruppen dagegen auf FDP und Grüne. Der Schluss liegt daher nicht zum ersten Mal nahe, dass CDU/CSU und SPD immer weniger auf langfristige Parteiloyalitäten vertrauen können.

Festen Rückhalt haben beide Parteien nur noch in den älteren Jahrgängen der in der alten Bundesrepublik aufgewachsenen Deutschen. Diese Kohorte wird aufgrund ihrer Größe noch lange jede Wahl und damit auch die Programmatik der Parteien entscheidend beeinflussen. Aber ihr relatives Gewicht war noch nie so gering wie am Sonntag, dem 27. September 2009. Daniel Deckers Faz 29

 

 

 

 

Kanzlerschaft. Merkels Macht. Die Kanzlerin aller Deutschen

 

Ein Kommentar von Nico Fried

 

Wer Angela Merkel unterschätzt, hat schon verloren: Die Kanzlerin wird auch mit einer FDP fertig werden, die gerade überall lesen darf, sie habe die Wahl gewonnen.

 

Mit Koalitionspartnern, die sich für die wahren Sieger einer Bundestagswahl halten, hat Angela Merkel gute Erfahrungen gemacht: 2005 glaubte die SPD, Merkel als Kanzlerin von sozialdemokratischen Gnaden installieren zu können. Die ganze Anlage der großen Koalition war damals von SPD-Chef Franz Müntefering darauf ausgerichtet, die Regierungschefin bewegungsunfähig und damit zu einer kurzen politischen Episode zu machen.

Im Ergebnis ist nun die SPD ihrem eigenen Untergang näher denn je gekommen, während Merkel mit mildem Spott über jene Einwände hinweggehen kann, wonach das Ergebnis der CDU sooo toll aber nicht gewesen sei.

Jetzt hat es die Kanzlerin mit einer FDP zu tun, die überall lesen darf, dass sie die Wahl gewonnen habe. Eine starke FDP also, vor der sich Merkel fürchten soll. Die Kanzlerin allerdings hat ohne Regierungserfahrung eine große Koalition zu ihren Gunsten nutzbar gemacht - da darf man ihr schon zutrauen, dass sie mit Erfahrung ein Bündnis mit einem kleineren Partner zu organisieren vermag.

 

Es gehört zu den Konstanten im politischen Leben Merkels, dass in der Art und Weise, wie sie ein Ziel erreicht, immer gleich der Grund dafür gesehen wird, warum sie am nächsten Ziel scheitern wird. Nur gestimmt hat es bis jetzt noch nie. Horst Seehofer lässt sich gerne mit dem Satz zitieren, wer Merkel unterschätze, habe schon verloren. Das ist richtig - und lässt sich an niemandem besser studieren als an Horst Seehofer.

Merkel wird sich eine Koalition zusammenbasteln, die aus ihrer Sicht drei Erfordernissen entsprechen muss. Erstens der Stabilität ihrer Macht, zweitens der Stabilität ihrer Macht und drittens der Stabilität ihrer Macht. Je besser ihr das gelingt, desto freier wird sich die Kanzlerin fühlen, auch dem eigentlichen Wählerauftrag nachzukommen - erfolgreich zu regieren.

Die Reihenfolge Macht vor Machen aber ist für Merkel zwingend, sie beruht auf ihrer persönlichen politischen Erfahrung innerhalb der Union und aus dem, was sie von anderen Kanzlern gelernt hat. Macht ist für Merkel ein Instrument, keine Belohnung.

Was die eigene Partei angeht, hat es die CDU-Vorsitzende zunächst einmal leichter. Die neue Koalition bietet mehr Posten als die alte. So lassen sich Wohlwollen und Loyalität bei Parteifreunden ein wenig stimulieren, wo sie immer noch nicht ausreichend entwickelt sein sollten.

Aber auch den Ministerpräsidenten, die ihre Posten mehr oder weniger aus eigener Kraft haben, wird es nun noch schwerer fallen, Merkels Führung anzuzweifeln oder gar zu hintertreiben. Es wäre schwer zu vermitteln, wenn die schwarz-gelben Regierungen im Bundesrat, die fast alles mitgemacht haben, was die große Koalition ihnen abverlangte, nun ausgerechnet die Politik der Koalition blockierten, für die sie selber stehen.

Für den Umgang mit der FDP wird sich Merkel am Vorbild Helmut Kohls orientieren, den sie acht Jahre lang im Kabinett erleben konnte. Dessen Prinzip war es, dem Koalitionspartner Luft zum Atmen zu lassen und gelegentlich sogar einen Erfolg zu gönnen.

Gegenüber der FDP wird Merkel das auch leichter fallen als in der großen Koalition gegenüber den Sozialdemokraten, weil die Liberalen solche Punktgewinne einfach nur für sich verbuchen werden, während die SPD stets darauf bedacht war, jeden noch so kleinen Erfolg gleich gegen Merkel zu wenden.

Was aber macht die Kanzlerin, wenn die Macht gesichert ist? Der Wirtschaftsflügel und die Mittelstandsvereinigung der Union, zwei tigerhafte Gruppen, die eigentlich schon als die größten Bettvorleger der vergangenen vier Jahre ins Haus der Geschichte gehören, werden ihr Haupt erheben und sich mit den Marktradikalen der FDP verbünden.

Das aber muss Merkel nicht fürchten, sie muss es sich sogar wünschen. Denn nur in der Abgrenzung zu diesem Flügel kann sie sich als die Kanzlerin aller Deutschen inszenieren, als die sie sich am Wahlabend empfohlen hat.

 

In der großen Koalition profitierte die Kanzlerin in hohem Maße davon, dass die SPD sie zwang, sich von ihrer Leipziger Vergangenheit zu verabschieden. Etwas Besseres hätte Merkel nicht passieren können.

So ist sie in die Mitte gerückt, die sie nun publikumswirksam gegen die Begehrlichkeiten ihrer neuen Partner verteidigen kann. Oder glaubt irgendjemand, dass Merkel vom Mindestlohn bis zum Gesundheitsfonds irgendetwas von dem rückgängig macht, was sie in der großen Koalition vereinbart hat?

Die Macht der Straße, die manch einer nun schon gegen Schwarz-Gelb vorrücken sieht, wird auf sich warten lassen. Wer soll sie organisieren? Die SPD? Mit oder ohne Linkspartei? In den Ländern mit, im Bund ohne? Auch die Gewerkschaften werden es vorerst nicht sein. Merkel hat sie vier Jahre lang sorgsam umhegt, was ihr die Gewerkschaftsbosse mit einem freundlichen Besuch mitten im Wahlkampf dankten.

Angela Merkel steht nach dieser Wahl stärker da, als es das nackte Ergebnis ausdrückt. In Guido Westerwelle hat sie einen Partner, der sich hüten wird, das Fitzelchen Macht, das er abkriegt, gleich wieder zu verspielen.

Nur eines fehlt der Kanzlerin: eine Opposition, die der wichtigsten Anforderung der Demokratie an die Opposition entspricht, nämlich jederzeit in der Lage zu sein, die Regierung abzulösen. Erst dieses Defizit verdeutlicht die ganze Dimension von Merkels Sieg. SZ 29

 

 

 

 

Nach der Wahl. Merkel hat es eilig – und Müntefering geht

 

Der Tag nach der Wahl: Die Kanzlerin trifft sich mit Westerwelle, der SPD-Chef bietet Steinmeier den Parteivorsitz an, die Steuern sollen gesenkt werden, aber ohne Zeitplan und die Koalition von Schwarz-Gelb soll am 9. November stehen.

Von Lutz Haverkamp

 

Berlin - Einen Tag nach der Bundestagswahl sind die ersten wichtigen Weichen gestellt worden. Während Union und FDP sich um die schnelle Bildung einer neuen Bundesregierung bemühten, bot SPD-Parteichef Franz Müntefering dem unterlegenen Kanzlerkandidaten Frank- Walter Steinmeier den Parteivorsitz an.

 

Bereits am Montagnachmittag kamen Kanzlerin Angela Merkel und der Parteichef der Liberalen, Guido Westerwelle, zu einem Vier-Augen-Gespräch im Bundeskanzleramt zusammen. Merkel kündigte nach einer Sitzung des CDU-Präsidiums an, die schwarz-gelbe Bundesregierung solle noch vor dem Jahrestag des Mauerfalls am 9. November stehen und damit die große Koalition ablösen.

 

Die Sozialdemokraten planen nach dem Wahldebakel vom Sonntag eine grundlegende Erneuerung. Müntefering schloss einen Rückzug von seinem Amt nicht aus und brachte Steinmeier als neuen Parteichef ins Spiel. „Ich habe deutlich gemacht, dass ich als Parteivorsitzender um meine Verantwortung weiß“, sagte Müntefering. Zu Spekulationen über seinen Abschied sagte er, dies sei „nah an der Wahrheit“. Für ihn sei es „sofort akzeptabel, wenn Steinmeier neben der Fraktion auch die Partei“ führen wolle. Am Dienstag will die SPD Steinmeier zum Fraktionschef wählen.

 

Die Regierungsbildung solle „zügig“ vorangehen, aber „Qualität geht vor Schnelligkeit“, sagte Merkel. Sie trug zugleich Westerwelle den Posten des Außenministers an: „Wenn die Regierung gebildet wird, ist von Stund an natürlich jemand von der FDP nach menschlichem Ermessen Außenminister.“ Die Kanzlerin und CDU-Vorsitzende versicherte, sie werde auch in der künftigen Regierung mit der FDP darauf achten, „die Balance der sozialen Marktwirtschaft auszutarieren“. Trotz des guten Abschneidens der FDP werde es „mehr Union geben in der neuen Regierung, als wir in der anderen hatten“. Schließlich hätten Union und SPD die große Koalition als fast gleich starke Partner gebildet, während der Abstand zur FDP größer sei. Als wichtigste Aufgaben für die ersten 100 Tage der neuen Regierung nannte Merkel die Haushaltsplanung 2010 und die Abgleichung der steuerpolitischen Vorschläge von CDU, CSU und FDP.

 

Auf einen Zeitpunkt für Steuersenkungen wollte sich Merkel nicht festlegen. Im Raum stünden die Jahre 2011, 2012 oder 2013, sagte sie. Merkel machte deutlich, dass ihre Kompromissbereitschaft Grenzen hat: „An den Mindestlohnplänen nehme ich nichts zurück“, sagte sie. Auch an der Grundstruktur des Gesundheitsfonds dürfe nicht gerüttelt werden. Einschnitte ins soziale Netz schloss Merkel aus. Westerwelle versicherte, seine Partei werde trotz des Rekordergebnisses von 14,6 Prozent „nicht abheben“. Die Koalitionsgespräche sollten zügig, aber gründlich geführt werden.

 

An der Spitze der Hamburger SPD dreht sich nach dem Wahldebakel das Personalkarussell. Nach dem überraschenden Rücktritt von Landeschef Ingo Egloff will der bisherige SPD-Bundesarbeitsminister Olaf Scholz das Amt übernehmen. Berlins SPD erwartet trotz ihrer massiven Stimmenverluste bei der Bundestagswahl künftig eine „herausgehobene Rolle“ für den Regierenden Bürgermeister Klaus Wowereit in der Bundespartei. Wowereit sei der „bekannteste und profilierteste“ sozialdemokratische Ministerpräsident, sagte SPD-Fraktionsgeschäftsführer Christian Gaebler. Aus diesem Grund sollte Wowereit „selbstverständlich eine führende Rolle“ übernehmen.

 

Grüne und Linkspartei kündigten eine harte Opposition an. „Wir werden es ihnen schwer machen“, sagte Spitzenkandidat Jürgen Trittin. Linken-Chef Oskar Lafontaine forderte die SPD auf, über Koalitionen im Saarland, in Brandenburg und Thüringen Einfluss auf die Bundespolitik zu nehmen und einen sozialen „Kahlschlag“ zu verhindern.

 

In Brandenburg will Ministerpräsident Matthias Platzeck (SPD) nach der Landtagswahl erst mit der Linkspartei und dann mit dem bisherigen Koalitionspartner CDU sprechen. Der Koalitionsvertrag für die neue Regierung solle „Anfang bis Mitte November“ stehen, sagte Platzeck. Der schleswig-holsteinische Ministerpräsident Peter Harry Carstensen (CDU) hat nach dem knappen Wahlerfolg von Schwarz-Gelb zügige Koalitionsverhandlungen mit der FDP angekündigt.

Tsp 29

 

 

 

 

 

Leitartikel. Keine Experimente!

 

Stabilität statt Reformen wünschten die Wähler. Wenn sie das mal kriegen von einem Bündnis aus lädierter CDU, hypernervöser CSU und einer vor Selbstbewusstsein strotzenden FDP. Von Karl Doemens

 

Nein, diesem Anfang wohnt kein Zauber inne. Nur zögerlich machten sich die Kurse an den deutschen Aktienbörsen nach dem Berliner Regierungswechsel gestern auf einen vorsichtigen Zickzackkurs nach oben. Und die Bürger auf der Straße? Zucken mit den Achseln: Merkel bleibt Kanzlerin. Wird schon nicht so schlimm werden. Eine schwarz-gelbe Agenda? Ein gemeinsames Projekt? Ein Plan für den Weg aus der Krise? Fehlanzeige.

 

Deutlicher als erwartet haben Union und FDP die Bundestagswahl gewonnen. Ihre Mehrheit steht auch ohne Rückgriff auf die heiklen Überhangmandate. Doch anders als 2005, als beide Parteien mit einem klaren wirtschaftsfreundlichen Reformkonzept antraten, um sich von Rot-Grün abzusetzen, bleibt ihr Profil dieses Mal schwammig. Einzig das Versprechen von Steuererleichterungen haben beide im Wahlkampf wie eine Monstranz vor sich hergetragen. Ach ja, und gelegentlich hörte man etwas vom "Bürokratieabbau".

 

Die inhaltliche Anspruchslosigkeit hat Gründe. Nicht nur ist die Union 2005 mit ihrem Kopfpauschalen-Wahlkampf grandios gescheitert. In der Zwischenzeit hat sich vor allem das Umfeld deutlich verändert. Unter dem Eindruck des Beinahe-Kollapses der Finanzmärkte ist die Gesellschaft insgesamt eher nach links gerückt. "Privatisierung", "Deregulierung" oder "Liberalisierung" sind Schlagwörter von gestern. Ideologisch gesehen kommt Schwarz-Gelb eigentlich vier Jahre zu spät.

 

Zwei Phänomene haben CDU/CSU und FDP trotzdem den Wahlsieg beschert: zum einen die niedrige Wahlbeteiligung und das Desaster der SPD. Schaut man sich die absoluten Zahlen an, dann ist das Lager der schwarz-gelben Wähler gegenüber 2005 keineswegs gewachsen. Die FDP hat exakt so viel hinzugewonnen, wie die Union verloren hat. Unter dem Strich bleiben 21 Millionen Kreuzchen für Merkel/Westerwelle. Doch die wenigsten Wähler wollten dieses Mal wohl für die Lockerung des Kündigungsschutzes oder die Abschaffung von Mindestlöhnen votieren, wie sie im FDP-Programm stehen. Auch glaubt kaum ein Bürger bei klarem Verstand, dass ein Land mit 100 Milliarden Euro Neuverschuldung tatsächlich massiv die Steuern senken kann. Damit wären wir beim zweiten Phänomen: der Sorge vieler Menschen um die Arbeitsplätze. Die Sicherung der Jobs traut eine Mehrheit der Deutschen offenbar Schwarz-Gelb eher zu als einer SPD mit ungewisser Machtoption. "Keine Experimente!" und nicht etwa "Reformen jetzt!" lautet die Botschaft vom Sonntag.

 

Dass sich das neue Dreierbündnis einer lädierten CDU mit einer hypernervösen CSU und einer vor Selbstbewusstsein strotzenden FDP im politischen Alltag tatsächlich als stabil erweist, ist freilich keineswegs garantiert. Im Wahlprogramm der Liberalen findet sich von der 35-Milliarden-Steuerreform über die Ausnahmen vom Kündigungsschutz, die Verkürzung des Arbeitslosengelds, die Abschaffung des Gesundheitsfonds und die Umstellung der Krankenversicherung auf Kopfprämien bis zur Abschaffung der Wehrpflicht vieles, das von der Union abgelehnt wird. Ziemlich deutlich hat Angela Merkel als "Kanzlerin aller Deutschen" schon Korrekturen an schwarz-roten Beschlüssen abgelehnt und versichert, zentrale FDP-Forderungen in der Sozialpolitik würden mit ihr nicht Wirklichkeit.

 

Das können sich die von ihrem Wahlerfolg berauschten Liberalen kaum bieten lassen. Natürlich könnte sich Schwarz-Gelb relativ leicht auf eine Mini-Steuerreform in Trippelschritten einigen, die im löchrigen Etat einigermaßen zu verstecken wäre. Auch die Anhebung des Schonvermögens für Langzeitarbeitslose und kosmetische Veränderungen beim Gesundheitsfonds wären denkbar. Aber werden solche Placebos der FDP-Klientel genügen?

 

Andererseits kann sich Merkel von der FDP nicht auf einen wirtschaftsnahen Kurs zurück nach Leipzig drängen lassen. Schließlich beruht ihre Popularität gerade auf ihrem ausgleichend-präsidialen Image. Außerdem stehen im nächsten Mai Landtagswahlen in Nordrhein-Westfalen an, und der selbst ernannte CDU-Arbeiterführer Jürgen Rüttgers lehnt schon prophylaktisch mögliche "Zumutungen" ab. Ganz so harmonisch, wie die strahlenden Sieger derzeit suggerieren, werden die Verhandlungen also nicht ablaufen. Noch ist zumindest offen, ob Schwarz-Gelb beim zentralen Kampf gegen Ursachen und Folgen der Finanzmarktkrise tatsächlich überzeugender agieren wird als die große Koalition. FR 29

 

 

 

 

Kommentar. Da ändert sich was. Machtwechsel - und dann?

 

Gerd Appenzeller kommentiert das Ergebnis der Bundestagswahl.

 

Das ist ein Machtwechsel, zum Teil, denn die Chefin bleibt ja im Amt. Ob Angela Merkel mit ihrem neuen, dem Wunschpartner, Politik auch anders gestaltet, wird man sehen. Auf jeden Fall hat die CDU-Chefin jetzt nicht mehr die Ausrede, es sei ja die SPD gewesen, die die sozialdemokratische Unterwanderung der Christdemokraten quasi ertrotzt habe. CDU / CSU und FDP haben eine Mehrheit, auch ohne die Überhangmandate, die das Regieren freilich komfortabler machen könnten.

 

Diesmal hat es, anders als vor vier Jahren, für Schwarz-Gelb gereicht. Mehr noch als 2005 erwiesen sich die Liberalen als die Beständigen in diesem Bündnis. Das sind sie auch dank des Westerwelle’schen Absolutheitsanspruches in der Koalitionsfrage – Union über alles. Doch ist das ebenfalls ein „Windfall Profit“. Denn viele Unionsanhänger wählten sicherheitshalber FDP, um eine Neuauflage der großen Koalition mit Sicherheit zu verhindern.

 

Der kleinere Partner der Union in der großen Koalition, die SPD, erlebte gestern ein Debakel und steckt in einer existenziellen Krise. Zwar hat auch die CDU das zweitschlechteste Ergebnis der Geschichte eingefahren, und die Betonung des Begriffs Volkspartei durch die Vorsitzende klingt wie das Stoßgebet, es möge so bleiben. Aber die SPD ist gescheitert, nicht nur prozentual um fast ein Drittel, sondern auch programmatisch und personell. Es gehört wenig Prophetie dazu, im gewachsenen Lager der Nichtwähler SPD-Anhänger auszumachen, die bei aller Sympathie für sozialdemokratische Ideale an der Wirklichkeit verzagten.

 

Wo es Geschlagene gibt, finden sich stets auch Sieger. Die Linke gehört dazu. Dank Oskar Lafontaine und Hartz IV ist ihr der Sprung Richtung Westen geglückt. Sie präsentiert sich heute nicht als Nachfolgerin von PDS oder gar SED, sondern als Hüter sozialdemokratischen und sozialistischen Erbes. Aber was sie im Westen gewann, ging ihr im Osten verloren. Dennoch wird die Linkspartei aus der Opposition heraus die SPD unter Druck setzen. Das kann einen Umschwung in der Parteispitze auslösen, dem sich weder Franz Müntefering noch Frank-Walter Steinmeier erfolgreich werden entgegenstemmen können.

 

Den Grünen hätte ihr Erfolg nur genützt, wenn man sie für eine Jamaika-Koalition gebraucht hätte. So aber haben sie zumindest die Chance, die einzige bürgerliche Oppositionspartei zu werden. Daraus erwächst, wegen der ökologischen Komponente, eben doch eine künftige Machtoption für die nächste Bundestagswahl, denn Umwelt ist weder bei CDU noch FDP ein dominierendes Thema.

Die programmatische Ausrichtung der deutschen Parteien orientiert sich mit dieser Wahl weiter nach links, selbst wenn die Etablierung des schwarz-gelben Bündnisses auf den ersten Blick dagegen zu sprechen scheint. Sowohl die CDU/CSU als auch die FDP des Jahres 2009 sind viel weniger marktradikal als 2005. Die SPD hat sich von Gerhard Schröders Reform-Agenda weitgehend abgewandt und wird vermutlich mit der Linken eine Schnittmenge suchen, die deutlich weiter links der Mitte liegt, als dies vor vier Jahren der Fall gewesen wäre.

 

Schwarz-Gelb ist mit einem Reformversprechen angetreten. Vor allem bei der FDP setzen die jungen Wähler auf dessen Einlösung. Frischer Wind kann Deutschland nach der großen Koalition gut tun, wenn Union und FDP darauf achten, dass dieser Wind nicht zum Sturm wird, der die Gesellschaft noch mehr auseinandertreibt.

Tsp 28

 

 

 

 

SPD in der Krise. Rumpelstilzchen in der Hölle

 

Ein Kommentar von Kurt Kister

 

Die Wähler haben die SPD halbiert, sie entzweigeschlagen, weil sie die Partei stets mit doppeltem Gesicht anblickte. Das Führungstrio Steinmeier, Müntefering, Steinbrück wird nicht mehr lange bestehen - und die Partei wird nach links rücken.

 

Die SPD liegt in Trümmern. Sie hat am Sonntag 23 Prozent erzielt, nicht einmal ein Viertel der Wähler hat sie hinter sich gebracht. Nur noch rund zehn Millionen Deutsche gaben der traditionsreichsten Volkspartei ihre Stimme. Vor elf Jahren, als die Sozialdemokraten unter Gerhard Schröder und Oskar Lafontaine in Bonn an die Macht kamen, waren es knapp 41 Prozent und 20 Millionen Wähler. Wenn damals in der lauen Bonner Septembernacht so etwas wie die Apotheose der Sozialdemokratie stattfand, die Erhebung in den politischen Himmel, hat man Sonntagnacht in Berlin den Absturz der Partei in die Hölle erlebt.

 

Die SPD wurde halbiert. Der Wähler schlug sie entzwei, weil ihn die Partei stets mit einem doppelten Gesicht anblickte. Da war die Regierungs-SPD mit ihren Symbolfiguren Steinmeier und Steinbrück, die das Erbe Schröders aufrechterhielten. Da war aber auch jener Teil der Partei, der sich schon vor 2005 von der Schröderschen Agenda-SPD distanziert hatte und der danach nur noch wuchs.

 

Die, vereinfacht gesagt, SPD-Linke identifizierte sich nie mit der großen Koalition und ließ wenig Gelegenheiten aus, um der Regierungs-SPD lächelnd in den Rücken zu fallen. Einmal, am Schwielowsee, schlug die Regierungs-SPD zurück. Müntefering und Steinmeier stürzten den eher rechten SPD-Chef Kurt Beck, auch weil der sich von der Linken hatte instrumentalisieren lassen.

Die Zerrissenheit der SPD zwischen neuer Mitte und alten Linken wurde im Wahlkampf nur mühsam überdeckt. Nicht nur der Wähler hat die Partei halbiert, sondern sie hat sich in einer Manier, die man von der SPD, der deutschen Linken ganz allgemein, nur zu gut kennt, auch selbst in der Mitte auseinandergerissen, als sei sie Rumpelstilzchen.

Die eine Hälfte von Rumpelstilzchen wird liegenbleiben. Das Führungstrio Steinmeier, Müntefering, Steinbrück wird nicht mehr lange bestehen. Die Regierungs-SPD ist perdu. Wenn die Merkel/Westerwelle-Regierung ein Schritt zurück in die achtziger Jahre ist, wie das viele in der SPD kolportieren, dann bedeutet die zu erwartende Neuaufstellung der SPD den Schritt zurück in die Neunziger, als Oskar Lafontaine in seiner ersten Erscheinungsform Parteichef war.

Franz Müntefering wird nicht noch einmal zum Parteichef gewählt werden. Er zieht Wut und Kritik der Genossen auf sich. Müntefering wird all das abbekommen, was Steinmeier nicht abbekommen darf, weil man an ihm festhalten will. Manche SPD-Funktionäre sagen schon jetzt: Mangels Alternative muss man erst mal an Steinmeier festhalten. Es kümmert keinen mehr, dass Müntefering nach der Rückkehr auf den SPD-Thron gefeiert worden war, als sei er zwar nicht der Kopf, aber doch der Körper der Partei. Der Parteitag wird im November diesen Körper endgültig vom Kopf trennen.

Peer Steinbrück, der Zweite im Bunde, wird wohl von sich aus das Feld räumen. Er ist loyal, also kein Wolfgang Clement, aber er hat, salopp gesagt, die Schnauze voll von den Stegners und Wowereits, die in ihren Ländern schlechte Ergebnisse erzielen, aber die Schuld von sich ab- und der SPD zuweisen, weil sie zu wenig erkennbar links sei.

Bleibt Frank-Walter Steinmeier. Die stark geschrumpfte, mehrheitlich linke SPD-Fraktion wird ihn am Dienstag zum Chef wählen. Er hat seinen Anspruch am Abend der Niederlage verkündet, obwohl er es eigentlich wegen der Dimension der Niederlage nicht wollte.

Nun muss die Fraktion ihm folgen, denn sonst stünde die Partei wirklich vor dem Schisma. Weil Steinmeier ein Moderator ist und kein Zuchtmeister, wird er auch für den Parteivorsitz gehandelt. Die SPD-Funktionäre werden von ihm die Öffnung hin zur Linkspartei verlangen. Er wird es entweder tun und damit jene Prinzipien verraten, deretwegen er noch 2009 eine Koalition mit den Roten ausgeschlossen hat. Oder er wird es nicht tun, und dann wird er 2013 weder Spitzenkandidat noch Parteivorsitzender sein.

Die SPD wird sich von ihrem Debakel wieder erholen. Sie wird nicht sterben. Aber das Desaster vom Sonntag wird dazu führen, dass sie nach links rückt. Sie wird sich außerdem gegen die schwarz-gelbe Regierung profilieren und manches, was sie bisher vertrat, nicht mehr vertreten: die Rente mit 67 zum Beispiel, Münteferings Coup.

 

Wenn es also in zwei, drei Jahren zwei Linksparteien geben wird, von denen die eine SPD heißt, was machen dann all jene Wähler, die der Schröder-SPD 1998 und 2002 zur Mehrheit verholfen haben und die man die "Neue Mitte" nannte? Manche von ihnen, die nicht Union oder FDP wählen wollten, sind 2009 zu Hause geblieben. Andere sind doch zur CDU gewandert. Und, für die SPD noch wichtiger: Wozu braucht Deutschland zwei linke Parteien, die sich ein nicht wachsendes Wählerpotential teilen müssen? (Die Mehrheit, man darf das nicht vergessen, ist heute erstaunlich stabil schwarz-gelb.) Ist die parlamentarische Linke auf dem Weg zu einer anderen Form der CDU/CSU? Die Linkspartei als semi-sozialistische CSU des Ostens, die SPD dagegen als moderatere Linkspartei des Westens?

Nein, es hat beileibe keinen Linksruck bei dieser Wahl gegeben, im Gegenteil. Aber gerade diese Tatsache wird die SPD dazu bringen, die Mitte zu verlassen und nach links zu treten. SZ 29

 

 

 

 

SPD-Linke macht mobil. Revolte gegen Steinmeier

 

Nach dem Debakel bei der Bundestagswahl streitet die SPD über Kurs und Personal. Die SPD-Linke fordert nach der Rückzugsankündigung von Parteichef Franz Müntefering eine personelle und programmatische Erneuerung. "Die SPD könnte diejenigen nach vorne bringen, die in der Lage sind, programmatische Alternativen zu entwickeln", sagte der Sprecher der Parteilinken, Björn Böhning, am Dienstag im Deutschlandfunk.

 

Der ebenfalls zum linken Parteiflügel gehörende Ottmar Schreiner sprach sich für eine Trennung von Partei- und Fraktionsvorsitz auf. "Ich hielte eine Zweier-Lösung für sinnvoller", sagte der Vorsitzende der SPD-Arbeitsgemeinschaft für Arbeitnehmerfragen in der ARD.

 

"Wir haben eine Reihe von jüngeren Kräften, die jetzt auch gefordert sind, Verantwortung zu übernehmen." Zum Fraktionsvorsitzenden will sich am Dienstag der gescheiterte SPD-Kanzlerkandidat Frank-Walter Steinmeier wählen lassen. Offen ist, ob Steinmeier auch den Parteivorsitz von Müntefering übernehmen könnte und somit eine Doppelfunktion innehätte.

 

Schreiner forderte eine schonungslose Aufarbeitung von Versäumnissen der jüngsten Zeit. So müssten Schwachstellen der Agenda 2010 wie die Hartz IV und die Ein-Euro-Jobs grundlegend diskutiert werden. Sie seien ein Grund dafür, dass die SPD seit Jahren Probleme habe, bei den Wählern anzukommen.

 

Böhning kritisierte, die SPD sei zuletzt offensichtlich "nicht sozialdemokratisch genug" gewesen. Ihr schwaches Abschneiden bei der Wahl trotz einer hohen Akzeptanz in der Bevölkerung für sozialdemokratische Inhalte wie einen Mindestlohn offenbare eine Kluft zwischen Partei und Wählern, die geschlossen werden müsse.

 

Der Sprecher des konservativen "Seeheimer Kreises", Johannes Kahrs, sprach sich dagegen aus, dass Spitzenkandidat Frank-Walter Steinmeier neben dem Fraktionsvorsitz auch das Amt des Parteichefs übernimmt. Er sagte am Dienstag im Deutschlandfunk: "Das sollte man keinem Menschen zumuten, beide Aufgaben gleichzeitig zu übernehmen."

 

Weder Kahrs noch Schreiner wollten sich auf Namen festlegen. "Da gibt es viele bei uns, die das könnten", sagte Kahrs. Der Sprecher der SPD-Linken, Björn Böhning, forderte eine Verjüngung der Parteiführung. Auch er nannte keine Namen: "Das würde nur einen Keil in die SPD treiben."

 

"Der Generationenwechsel muss auch personell spürbar sein"

Fraktionsvize Joachim Poß sagte im ARD-"Morgenmagazin", der oder die künftige Parteivorsitzende müsse "führungsstark, berechenbar und belastbar" sein. Wichtig sei es jetzt, Stabilität in die SPD zu bringen.

 

Der erweiterte Landesvorstand der Berliner Sozialdemokraten sprach sich für einen personellen Neuanfang auf Bundesebene aus. Dieser sei glaubwürdig nur ohne Frank-Walter Steinmeier, Franz Müntefering und Peer Steinbrück möglich, heißt es nach einem Bericht der rbb-Welle "RadioBerlin 88,8" vom Dienstag in einem internen Papier.

 

SPD-Landeschef Michael Müller sagte dazu im rbb-Inforadio: "Wir wollen neue Gesichter und neue Namen. Der Generationenwechsel muss jetzt auch personell spürbar sein." Geeignet dafür seien die stellvertretende Parteivorsitzende Andrea Nahles, die bisherigen Bundesminister Sigmar Gabriel (Umwelt) und Olaf Scholz (Arbeit) sowie Berlins Regierender Bürgermeister Klaus Wowereit.

 

Wowereit selbst plädierte für einen entspannten Umgang mit der Linkspartei auch in der Bundespolitik. "Wir haben kategorisch erklärt, auf der Bundesebene geht es mit der Linkspartei nie und nimmer", sagte Wowereit am Montagabend in der ARD-Talksendung "Beckmann". Dies sei "wirklich eine Tabuisierung". Er plädiere dafür, dass dieses Tabu wegfällt.

 

Die SPD solle die Linkspartei "behandeln wie andere Parteien", sagte Wowereit. "Auch mit der FDP hätten wir in vielen Punkten keine Grundlage für eine Koalition gehabt - das haben wir aber nicht zum Tabu gemacht." Nach der "tragischen Wahlniederlage" sei es nun die dringendste Aufgabe, "die Profilschärfe der SPD herauszuarbeiten". (dpa/afp 29)

 

 

 

Bundestagswahl 2009. Die Angst vor der sozialen Kälte

 

Ein unerwarteter politischer Ruck ging 1989, noch vor dem Fall der Mauer, durchs Land, als die rechtsextremen Republikaner mit über sieben Prozent der Stimmen sowohl ins Europaparlament als auch ins Berliner Abgeordnetenhaus einzogen. Plötzlich waren sie da, und die sie gewählt hatten, wohnten gleich nebenan. Ein Gefühl der sozialen Verstörung ging um, und die herkömmlichen Wahlanalysen vermochten nicht zu erfassen, was als harte Veränderung der politischen Stimmungslage erlebt wurde. Machtpolitisch war wenig passiert, aber das Koordinatensystem der Parteien war heftig durcheinandergeraten.

 

Wenn die Ablösung der großen Koalition nun als Zäsur in der bundesrepublikanischen Geschichte beschrieben werden muss, dann spielt Angst dabei eine untergeordnete Rolle. Trotz der Krise zeichnete sich das Wahlvolk durch auffällige Gelassenheit aus. Das Interesse an dramatisierten Wertkonflikten schien eher begrenzt. Möglicherweise bestand ein Fehler der SPD ja gerade darin, eine schwarzgelbe Gefahr heraufzubeschwören, die von den Wählern als solche nicht wahrgenommen wurde. Im Ergebnis ist die Wahl vom Sonntag nicht zuletzt ein Rückgriff auf eine politische Verbindung, die in der Geschichte der Bundesrepublik hinreichend erprobt ist. Rastet das politische System angesichts der bevorstehenden Aufgaben also dort wieder ein, wo es vor Beginn der rotgrünen Zwischenphase unterbrochen wurde?

 

Die gesellschaftliche Dynamik verläuft anders, als die erprobten Variationen der politischen Farbskala vermuten lassen. Die Verluste der SPD sind allerdings viel zu dramatisch, als dass man als fairer demokratischer Verlierer beruhigt zur Kenntnis nehmen könnte, dass durch die nächsten Jahre im schicken Retro-Modell navigiert werden soll. So lustig wie die bunten Winkelemente des Wahlkampfs wird die soziale Wirklichkeit nicht werden, die nun von einer stabilen Zweierkoalition angeleitet werden wird.

 

Der klaren Konstellation, die aus der Wahl am Sonntag hervorgegangen ist, steht ein Gestrüpp komplexer Sachfragen gegenüber. Die vermeintliche Langeweile des Wahlkampfs könnte schon bald in einem gesellschaftlichen Rumoren münden. Im Mittelpunkt werden dabei Fragen nach sozialer Gerechtigkeit stehen, deren vertrautes Gefüge von den Folgen der Finanzmarktkrise allem Anschein nach noch nicht annähernd erfasst ist. Was unter sozialer Gerechtigkeit zu verstehen ist, scheint unklarer denn je. Der Wahlgewinner FDP ist der signifikanteste Ausdruck dieses volksspsychologischen Rätsels. Die stabilen Umfragewerte der Westerwelle-Partei waren über Monate hinweg von der ungläubigen Frage begleitet, warum ausgerechnet eine Partei, die sich einem liberalen Wirtschaftsrigorismus verschrieben hat, als Krisengewinnler reüssieren konnte. Es spricht einiges dafür, dass diese seltsame Anhänglichkeit keineswegs eine irrationale Wählerverirrung war. Es ist vielmehr zu vermuten, dass sich viele von einer schwarzgelben Lösung Schutz für ihre bürgerlichen Existenzgrundlagen versprochen haben. Die Logik von gesellschaftlichen Gewinnen und Verlusten ist komplexer denn je. Trotz aller neoliberalen Attitüden scheint die schwarzgelbe Konstellation für viele eine attraktive Alternative zu den Prinzipien linker Umverteilungsvorstellungen zu sein. Dass die Hartz-IV-Gesetzgebung ein Wortungetüm wie Schonvermögen hervorgebracht hat, verrät bereits, dass eine klare Linie zwischen arm und reich kaum noch einfach gezogen werden kann.

 

Gegen die vereinfachende Vorstellung, dass soziale Kälte parteipolitisch zuzuordnen sei, bedarf es unbedingt einer postideologischen Auseinandersetzung um den Begriff der sozialen Gerechtigkeit, um den in den Sozialwissenschaften bereits seit einiger Zeit ergiebig gestritten wird.

 

Dabei muss man nicht so weit gehen wie der Karlsruher Philosoph Peter Sloterdijk, der den Sozialstaat unlängst als institutionalisierte Kleptokratie diffamiert hat. In einer engagiert vorgetragenen Polemik hat sich zuletzt der Frankfurter Philosoph Axel Honneth in der Zeit gegen Sloterdijks affektgetriebenen Überdruss am Sozialstaat zur Wehr gesetzt und so kurz vor der Wahl die Frage nach sozialer Gerechtigkeit, Staat und Umverteilung auf die Agenda der intellektuellen Debatte gesetzt. Es ist lange her, dass mit solcher Wucht um politische Fragen gestritten wurde.

 

Einige Schritte zurück ist indes der Berliner Soziologe Wolfgang Engler gegangen, der in seinem jüngsten Buch ("Lüge als Prinzip") den antiquiert anmutenden Begriff der Aufrichtigkeit gegen eine Kultur maßloser Glückserwartungen mobilisiert hat. Der Berliner Medienwissenschaftler Norbert Bolz plädiert derweil dafür, sich von eindimensionalen Gleichheitsidealen zu lösen und schlägt die Idee eines Sozialkapitalismus vor, in dem die Akkumulation von Vermögen und Reichtum von Begriffen wie Anerkennung und sozialer Akzeptanz geprägt sein sollen.

 

All diesen Überlegungen ist das Bedürfnis anzumerken, das Verhältnis von Staat und Fürsorge im Zeichen bevorstehender sozialer Kämpfe neu zu durchdenken. Es wird für die schwarzgelbe Regierung wie für die aus drei Parteien bestehende linke Opposition darauf ankommen, Gerechtigkeitsfragen mit den Themen der gesellschaftlichen Innovation zu verbinden. Letzteres verheißt nicht zwangsläufig Geborgenheit und Wärme. Die Halbwertzeit künftiger Regierungen wird aber davon abhängen, wie überzeugend sie die notwendigen Zukunftsentscheidungen mit sozialer Akzeptanz zu koppeln weiß. HARRY NUTT FR 29