WEBGIORNALE 30 Settembre – 1 Ottobre 2009
È anche un progetto etico. Unione europea: in attesa del referendum
irlandese (il 2 ottobre)
L'esito del
referendum sul Trattato di Lisbona, sul quale si pronunceranno gli irlandesi il
2 ottobre, è decisivo per il futuro dell'Europa. Infatti, solo se la
maggioranza degli irlandesi si pronuncerà a favore, il trattato della riforma - che deve garantire maggiore capacità di
azione, maggior trasparenza e maggiore democrazia nell'Unione europea - entrerà
finalmente in vigore, dopo che tutti gli altri 26 Stati membri hanno già dato
il loro via libera.
Ma che cos'è
esattamente questa Unione europea, che riunisce oramai 27 Stati, che ha
costruito un'organizzazione imponente, il
cui compito è sviluppare e realizzare politiche comuni nell'interesse dei propri membri sulla
base di trattati che richiedono revisioni costanti a distanza di pochi anni?
Si tratta di
un'alleanza o di una federazione, di una confederazione di Stati o di uno Stato
federale? Esistono molte risposte da cui traspaiono non solo sensazioni
personali, aspettative e convinzioni politiche, ma anche concetti della
finalità dell'Unione europea. Che cosa ne sarà dell'Ue? La molteplicità di
risposte e concetti a disposizione dimostra che il futuro della nostra comunità
europea resterà aperto fintantoché i membri non si metteranno d'accordo sui
suoi fini. L'Unione europea si trova pertanto
- anche dopo l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona - in un
processo aperto: è un progetto politico, in cui la determinazione dei suoi
contenuti resta poco chiara, così come la sua portata geografica.
Nel libro „Der
unvollendete Bundesstaat" (1969) - in italiano: Europa: Federazione
incompiuta, con una prefazione di Giuseppe Petrilli, 1970 -, Walter Hallstein,
uno degli architetti dei trattati europei e primo presidente della Commissione
della Comunità europea (1958 - 1968), ha descritto il sistema politico-istituzionale
della Comunità europea sulla base della propria esperienza. Hallstein era
convinto che la logica evoluzione della Comunità europea dovesse essere in
direzione di un ordinamento federale di nuovo tipo.
E ciò perché
l'ordinamento della comunità descritto dal Trattato di Roma (1957) contiene già
tutti gli elementi per uno sviluppo di questo genere, sebbene le diverse
funzioni del sistema di governo siano distribuiti tra gli organi europei in
modo diverso rispetto a quanto avviene in uno Stato federale classico, ossia in
modo innovativo, corrispondente allo stato di sviluppo del processo
d'integrazione. Nell'ambito dei compiti attribuiti alla Comunità, le funzioni
legislative vengono svolte sia dal parlamento, sia dal Consiglio dei ministri, che
dalla Commissione; quelle esecutive sono svolte dalla Commissione e dal
Consiglio dei ministri; quelle giuridiche sono svolte dalla Corte di giustizia,
ma anche dalla Commissione.
Per descrivere ed
individuare l'Unione europea quale comunità sovranazionale, che necessariamente
dovrà essere strutturata come ordinamento federativo, i concetti della scienza
politica classica (Stato federale, federazione di Stati, ecc.) non ci appaiono
particolarmente utili. Solo l'osservazione della realtà e della sua evoluzione
portano alla comprensione di questo nuovo sistema politico e del suo carattere
processuale. La scienza politica parla oggi giustamente di un sistema a più
livelli: i diversi livelli (regione, nazione, Unione), hanno le loro
possibilità di organizzazione, l'intera struttura funziona tuttavia solo con il
concorso di tutti.
La realtà
dell'Unione europea e della sua evoluzione ci ha portato oggi alla soglia
dell'Unione politica descritta nel Trattato di Lisbona. A questa realtà
appartiene più di quanto contenuto nei Trattati. La dinamica del processo
politico, l'interazione permanente degli organi e degli attori, l'interazione
fattuale e progressiva tra i sistemi di potere dei diversi livelli di
responsabilità, il crescente potere di controllo e organizzazione del
Parlamento europeo, il ruolo e l'influsso dei partiti europei e dei relativi
gruppi sovranazionali, il processo di progressiva transnazionalizzazione della
società civile, la costante europeizzazione dell'opinione pubblica, e infine,
anche l'Unione monetaria realizzata con successo in modo federalistico - tutto
ciò caratterizza l'Unione europea al di là di quanto appare dal sistema
decisionale formalizzato nei trattati.
In nessun caso va
tuttavia dimenticato che l'Unione europea è anche un progetto etico, poiché la
sua istituzione e la realizzazione delle sue politiche formulate a livello
comunitario devono servire primariamente alla riconciliazione e alla pace, alla
giustizia e alla solidarietà tra i popoli e gli Stati europei. Finché questa motivazione
resterà viva, si dovrà sopportare il fatto che l'unione europea debba
continuare a cercare la propria identità, tanto più che con le determinazioni
tramite l'organizzazione democratica dell'Unione, contenute nel Trattato di
Lisbona, è stata tracciata una direzione positiva in tal senso. THOMAS JANSEN, SIR EU
Queste elezioni
resteranno probabilmente uno spartiacque per la socialdemocrazia tedesca, che
per la prima volta scende al di sotto del 25 per cento.
In realtà, si
potrebbe sostenere che l’esito elettorale non costituisce una débâcle assoluta
per la sinistra della Germania, poiché sommando i voti di Spd, Linke e Verdi si
ottiene, se gli exit poll saranno confermati, una cifra non troppo distante da
quella conquistata da cristiano-democratici e liberali. Ma non è così che vanno
letti i risultati: ciò che rivelano è il venir meno della capacità
maggioritaria dei socialdemocratici, la perdita della loro funzione di cardine
centrale della sinistra tedesca. Da queste elezioni, l’immagine e il ruolo
della socialdemocrazia escono appannati e compromessi come non mai e diventa
difficile ipotizzare la via che la Spd potrà percorrere, per tentare di
recuperare lo spazio politico che ora le è sfuggito.
Con la crisi
globale si è di fatto chiuso un ciclo della socialdemocrazia europea, di cui la
Spd ha rappresentato un asse fondamentale. Gli anni in cui Gerhard Schröder era
alla guida della Germania come cancelliere e prometteva una stagione di
stabilità e di crescita economica sono definitivamente archiviati. Era quella
l’epoca in cui i socialdemocratici al governo pensavano di pilotare la
trasformazione della società da un «nuovo centro», capace di andare oltre i
confini politici del passato e di ottenere un consenso sempre più largo e
interclassista. Ai tempi in cui il richiamo del New Labour di Tony Blair era
vincente, verso la fine del decennio Novanta, era risuonata una forte nota di
sintonia tra laburisti inglesi e socialdemocratici tedeschi, uniti nel
teorizzare un superamento delle tradizionali barriere sociali che avevano fino
ad allora segmentato l’elettorato. Per un buon tratto, i due maggiori partiti
di derivazione socialista dell’Europa avevano scommesso sulla possibilità di
gestire i frutti buoni della globalizzazione, raffigurandosi come i soggetti in
grado di accelerare un processo di sviluppo economico tale da poter
generalizzare i suoi effetti di ricchezza all’intera società. Il capitalismo
non era più descritto come una forza economica da imbrigliare e disciplinare,
ma come l’agente di un progresso materiale che poteva essere esteso a tutti. Di
qui il rilievo posto sulle misure di flessibilità del mercato del lavoro,
secondo un’angolatura che mirava in primo luogo a rafforzare le dotazioni
individuali dei lavoratori in luogo della tutela collettiva esercitata
attraverso la mediazione sindacale.
La Spd si è spinta
meno in questa direzione rispetto al New Labour che, sebbene ancora al governo
nel Regno Unito, appare travagliato da una crisi e da un’incertezza politiche
ancora più profonde. Ma nel corso degli ultimi dieci anni la Spd ha sbiadito la
propria identità storica senza riuscire a darsene una nuova. Ha creato
disaffezione e disorientamento nel suo elettorato di riferimento, senza
acquistare consensi in altri bacini sociali. La crisi economica che ha colpito
duramente la Germania come tutto il mondo sviluppato ha messo ancor più in
rilievo la fragilità e la contraddittorietà dell’ottimismo del recente passato.
Le diseguaglianze sociali sono cresciute al pari della precarietà delle
prospettive economiche, anche delle grandi imprese, come dimostra la tortuosa
gestione del caso Opel.
Sulla disaffezione
degli elettori socialdemocratici ha fatto leva la campagna delle altre
componenti della sinistra tedesca, a cominciare dalla Linke, una formazione
politica controversa nata dall’accostamento di due distinte anime della
sinistra radicale, quella che a Ovest fa capo a Oskar Lafontaine, l’antagonista
della svolta moderata della Spd, e a Est ai residui della tradizione comunista.
C’è da credere che la Spd non avrà la vita facile, sottoposta alla pressione
incalzante della Linke, tutt’altro che riluttante a ricorrere a slogan
demagogici, come si è visto dalla propaganda elettorale.
La sconfitta dei
socialdemocratici tedeschi è l’ultimo e più grave campanello d’allarme per la
sinistra europea. Dinanzi alla crisi globale essa è stata afasica, come può
esserlo una forza tradita da un corso degli avvenimenti che non ha saputo
presagire né correggere con l’autorevolezza delle proprie posizioni.
Per la Spd come
per i socialisti francesi e, in un assai probabile domani, per i laburisti
inglesi si prospetta una lunga fase d’opposizione, a cui i partiti della
sinistra non potranno scampare fino a quando non avranno messo a punto una
visione inedita e originale della loro funzione di governo entro società che
presentano lineamenti confusi e frastagliati. È all’interno di questa cornice
problematica che attende di essere declinata una nuova politica
dell’eguaglianza e dell’inclusione sociale.
Giuseppe Berta, LS
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Merkel, 40 giorni per la svolta di centro-destra
Nuovo governo con
i liberali entro il 9 novembre, il ventennale della caduta del Muro - di WALTER
RAUHE
BERLINO «Formerò
il nuovo governo entro il prossimo nove di novembre», ha annunciato ieri
raggiante la cancelliera Angela Merkel. Dopo la vittoria del polo
liberal-conservatore alle elezioni legislative tedesche di domenica, la Merkel
è in piena forma e preme sull’acceleratore. «Il nove novembre, quando
celebreremo il ventesimo anniversario della caduta del Muro, mi piacerebbe
davvero ricevere i numerosi capi di Stato e di governo, oltre agli altri
ospiti, con un nuovo esecutivo», ha spiegato ieri la Merkel incontrando i
giornalisti nella sede della Konrad Adenauer Haus. La cancelliera aveva già
invitato a Berlino tutti i capi di Stato e di governo dei Ventisette per
partecipare alle celebrazioni del nove novembre. Nel frattempo, ha ricordato la
Merkel, il nuovo Bundestag dovrà essere pronto entro il 27 ottobre, come
prevede la Costituzione.
Già nei prossimi
giorni inizieranno le prime consultazioni tra l’Unione cristiano-democratica e
il partito Liberale di Guido Westerwelle che, rafforzato dal suo trionfale
risultato di ben il 14,5% alle politiche di domenica, è intenzionato a
rivendicare per il suo partito quattro ministeri compreso quello degli Esteri
occupato finora dal socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier. I liberali
auspicano ampie riforme fiscali ed economiche di stampo neoliberista, ma la
cancelliera ha lasciato intendere che la sua linea di governo futura rispetterà
comunque il giusto equilibrio tra le esigenze di giustizia sociale e quelle del
libero mercato.
Sulla Willy Brandt
Haus di Berlino, intanto, la bandiera dell’Spd non è ancora stata messa a
mezz’asta, ma all’interno della sede nazionale del partito socialdemocratico
tedesco regnava ieri davvero un’atmosfera funerea. Il negozio di souvenir al
pian terreno dell’avveniristico palazzo è rimasto deserto e nessuno voleva
acquistare le penne stilografiche, gli orsacchiotti o le foto ricordo che
rievocano i tempi più gloriosi di un partito fondato nel lontano 1863 e che ha
visto alla sua guida leader del calibro di Willy Brandt o Helmut Schmidt.
Con Steinmeier
l’Spd ha incassato domenica il suo peggior risultato dal 1949 perdendo rispetto
al voto del 2005 ben l’11% dei consensi. Un tracollo davvero disastroso che
rischia di spaccare il partito dopo undici anni di presenze al governo, sette
sotto la guida di Gerhard Schroeder e quattro all’interno della Grande
coalizione.
Il presidente dei
socialdemocratici tedeschi Franz Muentefering non ha escluso l’ipotesi di sue
dimissioni entro il prossimo congresso straordinario convocato per il mese di
novembre. «Ho chiarito di essere cosciente delle mie responsabilità come leader
di partito», ha detto Muentefering nel corso di una conferenza stampa
aggiungendo che ogni decisione in merito verrà presa comunque all’interno del
direttivo dell’Spd nelle prossime due settimane.
Il congresso di
partito si preannuncia comunque burrascoso dal momento che i socialdemocratici
dovranno scegliere fondamentalmente tra due possibili vie.
Quella di un abbandono
anticipato della svolta “blairiana” e moderata introdotta a suo tempo da
Gerhard Schroeder e quella di un ritorno alle radici storiche laburiste e più
marcatamente di sinistra che comprenderebbe anche una riconciliazione con gli
ex esponenti dell’ala di sinistra confluiti negli ultimi anni nel nuovo partito
post-comunista di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi. Un partito che sottrae sempre
più consensi ai socialdemocratici e che domenica ha raggiunto il 12% delle
preferenze. IM 29
La crisi attuale
segna un profondo cambiamento d’epoca. Non si tratta soltanto di una crisi
finanziaria, economica e ormai pesantemente sociale; si tratta di una crisi
politica e culturale.
Si chiude un ciclo
caratterizzato da una globalizzazione senza regole, dal dominio dell’ideologia
ultraliberale. Tramonta l’illusione dogmatica dell’infallibilità del mercato.
Al centro del dibattito pubblico tornano idee fondamentali che sono proprie
della tradizione socialista.
Ma - ecco il
paradosso - di fronte a questa grande svolta sembra proprio il socialismo in
Europa a essere più in difficoltà. Non mancano speranze e segnali di novità,
tuttavia gran parte del nostro continente è oggi governata da una leadership
conservatrice e il declino della destra neoliberista sembra andare non a
vantaggio dei progressisti ma, in molti paesi europei, a vantaggio di un’altra
destra nazionalista, populista, talora apertamente reazionaria e razzista.
Eppure, mentre in Europa accade questo, nel resto del mondo sono le grandi
forze progressiste che guidano l’impegno per aprire una nuova prospettiva oltre
la crisi e gettare le basi di una nuova stagione economica e politica. Sono i
Democratici negli Stati Uniti d’America, così come sono progressisti di diversa
natura i leader e i partiti alla guida dei grandi Paesi emergenti, dall’India
al Brasile all’Africa del Sud. Persino il Giappone, dopo 54 anni di egemonia
politica liberale e conservatrice, si è affidato a una forza democratica e
progressista. Non solo, ma in massima parte questi partiti non appartengono
alla tradizione e alla cultura socialista, anche se con l’Internazionale
socialista collaborano o dialogano intensamente. Perché dunque proprio qui,
nella vecchia Europa, sembra essere così difficile la sfida per i progressisti?
Il problema è che
il socialismo europeo, sia nelle sue componenti più tradizionali, sia nei
settori più innovativi, non è riuscito, di fronte alla globalizzazione, ad
andare oltre l’orizzonte del riformismo nazionale. In particolare - questa è la
mia opinione - la grande opportunità legata al processo d’integrazione politica
dell’Europa è stata colta solo in piccola parte. Dopo l’avvento della moneta
unica sarebbe stato il momento per un salto di qualità. Era necessario
armonizzare le politiche di sviluppo, le politiche fiscali e di bilancio, le
politiche della ricerca e dell’innovazione. Era necessario costruire una vera
Europa sociale e governare insieme e in modo solidale la sfida
dell’immigrazione. Era necessario quindi rafforzare il bilancio e i poteri
dell’Unione europea aprendo la strada a un «riformismo europeo» capace di
superare i limiti dell’esperienza degli Stati nazionali. Questa era la
prospettiva che era stata indicata da Jacques Delors.
Non dimentichiamo
che in quel momento 11 Paesi su 15 dell’Unione erano guidati da leader
socialisti. Cercammo di indicare una nuova via con il Consiglio europeo di
Lisbona. Ma quel programma riformista, che pure era coraggioso, non era
sostenuto da istituzioni forti, risorse adeguate, una chiara volontà politica.
Ci vuole una forza
progressista europea che abbia il coraggio di rimettersi in gioco, che apra le
vele per cogliere il vento del cambiamento internazionale, voltando pagina
rispetto alle timidezze e al profilo basso degli ultimi anni. Si capisce che
proprio in Europa il crollo del comunismo, il progressivo logoramento del
compromesso socialdemocratico e la cosiddetta caduta delle ideologie (non di
tutte, in realtà, se si pensa a quanto «ideologica» è stata l’egemonia
neoliberista) hanno pesato su una sinistra rimasta prigioniera del suo
disincanto e timorosa di andare al di là di un pragmatismo ispirato al buon
senso, alla razionalità economica e alla coesione sociale. Ma è - io credo -
anche per questo che una sinistra così priva di identità è apparsa disarmata di
fronte al populismo sanguigno della destra. Il problema è che la destra
risponde, a modo suo, a un bisogno di identità e di speranza con il riferimento
alla terra, al sangue, alle radici religiose della nostra civiltà che, per
quanto prospettato in termini distorti e regressivi, appare un ancoraggio
robusto rispetto all’incertezza e allo smarrimento del mondo globalizzato.
Non sembra oggi
che la cultura socialdemocratica sia in grado di rispondere al bisogno dei
progressisti di dotarsi di una visione del futuro capace di suscitare
partecipazione e speranze. Insomma, la socialdemocrazia con i suoi ideali e la
sua visione della società non sembra in grado di produrre una «grande
narrazione» come fu nel passato. Quella esperienza rimane irrimediabilmente
racchiusa in un’altra epoca, legata a una struttura delle società europee, ad
una organizzazione del lavoro, ad una composizione sociale che non esistono
più. Ma la via d’uscita non è nell’idea di un centrosinistra post-identitario.
Né soltanto nel far precedere i discorsi politici da un elenco di grandi valori
o dalla evocazione di buoni sentimenti. La sfida appare quella di costruire una
nuova identità forte legata ai bisogni sociali, alle contraddizioni e alle
attese del tempo in cui viviamo. Questo segna un superamento del passato
socialdemocratico, che non è un ripudio, ma capacità di ricollocarne gli
elementi vitali in un contesto nuovo, in un nuovo paradigma. Indicando nella
democrazia, nell’eguaglianza e nella cultura dell’innovazione le idee-forza per
una risposta progressista alla crisi ho cercato di definire non soltanto i
titoli di un programma, ma anche le coordinate di un progetto. Se è così,
chiamare democratico il nuovo partito dei progressisti è certamente un buon punto
di partenza. Ma se il problema è quello di legare a questo nome un’identità e
un progetto forti - come pare necessario - allora vuol dire che c’è ancora
molto da lavorare. Se però guardiamo al mondo che ci circonda e ai grandi
cambiamenti che sono in atto, credo che ci sia ragione di essere ottimisti.
Estratto
dall’editoriale di Massimo D’Alema in edicola a ottobre sulla rivista
«Italianieuropei» LS 29
Il commento. Angela, la corona e le spine
La
cristiano-democratica Angela Merkel ha vinto, resta cancelliera federale, ma
non ha trionfato. Mentre i suoi ormai vecchi partner, i socialdemocratici,
hanno subito la peggiore sconfitta nella storia del partito, dal dopoguerra.
Dal 1949. Cosi è defunta ieri la "grande coalizione", da quattro anni
al governo in Germania. A quell'alleanza di ragione, tra cristiano-democratici
e socialdemocratici, succede adesso una "piccola coalizione", come
nel linguaggio politico tedesco si chiama quella in cui una delle grandi
formazioni è affiancata da uno o più partiti minori.
In questo caso il
partito minore, quello liberale (FDP) di Guido Westerwelle, risulta il vero
vincitore delle elezioni. E' infatti il suo successo (15%, un quoziente storico
per i liberali)) a determinare il passaggio da un governo di centro - sinistra
a un governo di centro-destra.
Angela Merkel
auspicava questa svolta ed è stata riconfermata alla testa dell'esecutivo, ma
non lo è stata con lo slancio che ci si aspettava. La sua personale popolarità
non si è riverberata sul suo partito, la Cdu, che stando ai dati ancora
provvisori ha perduto due punti (ottenendo un mediocre 33,5, quoziente
inferiore a quello ottenuto nel 2005, e tra i peggiori nella storia dei
cristiano-democratici). Un'emorragia di voti in verità insignificante rispetto
al crollo dei socialdemocratici, che Frank-Walter Steinmeier, candidato della
Spd, annunciando il passaggio all'opposizione, ha definito subito "una
disfatta di sapore amaro".
Per la
socialdemocrazia tedesca, e per la sinistra europea (della quale la Spd è il
più vecchio partito), il 23,5 per cento uscito dalle urne è un risultato più
che amaro. Significa una frana di più di dieci punti rispetto alle ultime
elezioni politiche. E' il pesante prezzo pagato per quattro anni di governo con
il grande partito di centro destra. Ed è anche una sentenza che può essere
considerata ingiusta, poiché, se non ha governato in modo esaltante, la
"grande coalizione" ha guidato non senza meriti il paese durante la
crisi. E i socialdemocratici sono stati leali partner dei cristiano-democratici.
Ma gli elettori tedeschi hanno deciso che la formula era provvisoria, e non
poteva durare.
Se il successo, a
destra, dei liberali consente ad Angela Merkel di formare l'auspicata
"piccola coalizione", la forte avanzata, a sinistra, di Die Linke,
che ha ottenuto un eccezionale 13%, ha contribuito alla disfatta dei
socialdemocratici. Die Linke (La Sinistra) raccoglie numerose correnti. Vi si
ritrovano gli anziani o gli eredi del partito comunista della defunta
Repubblica democratica tedesca; i militanti di varie formazioni dell'estrema
sinistra della Germania occidentale; gli ex socialdemocratici usciti dalla Spd,
insieme a Oskar Lafontaine.
Die Linke ha
sottratto al partito socialdemocratico l'appoggio di non pochi sindacalisti,
che alimentavano la sua base elettorale. Più che all'impopolarità della
"grande coalizione", la disfatta della Spd viene attribuita al
programma di riforme (l'Agenda 2010) lanciato da Gerhard Schroeder, il
predecessore socialdemocratico alla cancellieria di Angela Merkel.
Riforme tese a
ridurre i costi del lavoro e a ridimensionare l'assistenza sociale per
adeguarsi alla mondializzazione. I socialdemocratici le hanno spesso subite ma
applicate, anche durante la coabitazione con Angela Merkel, che le ha
continuate.
La sconfitta è
destinata a provocare una forte agitazione nella Spd. Alcuni pronosticano
un'inevitabile sostituzione dell'attuale gruppo dirigente, refrattario, ostile,
ad ogni rapporto con Die Linke. La sinistra del partito potrebbe acquistare
forza e chiedere un dialogo, e col tempo un'alleanza, con quella che viene
considerata "la sinistra della sinistra". La "piccola
coalizione", stando ai dati che si conoscono, potrà contare su una robusta
maggioranza al Bundestag.
Dopo un'astinenza
di undici anni i liberali ritornano al governo, guidati da Guido Westerwelle,
al quale spetterà la carica di vice cancelliere e probabilmente quella di
ministro degli esteri, finora ricoperte da Frank-Walter Steinmeier. Del quale
ieri sera non si poteva non apprezzare lo stile, l'eleganza, con la quale ha
annunciato la propria sconfitta.
Angela Merkel
condivide con i liberali l'intenzione di ridurre la pressione fiscale. Ma non è
d'accordo sulle proporzioni del ribasso. Trova eccessivi i 50 miliardi di euro
suggeriti da Guido Westerwelle. L'intesa sull'energia nucleare sarà più facile.
I liberali saranno più decisi dei cristiano-democratici nel chiedere riforme
tese a ridurre i costi sociali. Ma più aperti per quanto riguarda la sicurezza
e le leggi sulla famiglia (diritti degli omosessuali compresi).
Il ruolo di Angela
Merkel non dovrebbe mutare. Resta tuttavia un enigma il modo come i tedeschi la
considerano. Molti di loro hanno pensato che debba restare al suo posto. Ma dal
mediocre risultato della Cdu sembra di capire che la vorrebbero cancelliera
senza il suo partito. Altro paradosso, si ha l'impressione che l'apprezzino per
quel che è, e non tanto per quel che fa. BERNARDO VALLI LR 28
Merkel accelera sul governo giallo-nero. Nell’Spd in rotta inizia la resa
dei conti
Archiviata
l’esperienza della «Grosse Koalition», Angela Merkel ha fretta di voltar
pagina. Le trattative per il varo della nuova maggioranza giallo-nera sono di
fatto già iniziate, anche se per ora in via informale. «Il nuovo governo sarà
pronto entro il 9 novembre, quando festeggeremo i venti anni della caduta del
Muro con tutti leader europei» ha dichiarato ieri la cancelliera al termine di
un minivertice con Guido Westerwelle ed altri dirigenti della Fdp. I conteggi
definitivi delle schede hanno definito per la coalizione vincente una
maggioranza sostanziosa nel nuovo Bundestag: Cdu, Csu e Fdp potranno contare in
tutto su 332 deputati, una quarantina più di tutte le opposizioni messe
insieme.Eanche nel Bundesrat, la camera dei Länder la cui approvazione è
necessaria per molti provvedimenti in materia economica e sociale, la
maggioranza giallo-nera ha un discreto margine di sicurezza.
LE SPINE DI
ANGELA - Sbaglierebbe tuttavia chi
pensasse che per la Merkel la strada sia tutta in discesa. Intanto c’è da fare
i conti con un risultato della Cdu (33,8%) tutt’altro che buono, il peggiore
dal 1949. Di solito la poltrona di cancelliere porta un bonus supplementare di
voti al partito che la detiene, ma questa volta non è accaduto e ciò suscita
qualchemalumore nelle file dei cristianodemocratici. Malumore che comunque
rimane in sordina e nessuno se la sente per questo di mettere in discussione la
leadership Merkel.Maè chiaro che la coabitazione quadriennale con la Spd e il
continuo ondeggiare tra spinte liberiste e misure socialdemocratiche alla lunga
ha logorato anche la base elettorale della Cdu. Quanto alle trattative con la
Fdp per ora non si è parlato di contenuti, ma presto Merkel e Westerwelle
dovranno incontrarsi per decidere organigrammi e strategie. Ci sono punti sui
quali sarà facile trovare unaccordo, come per esempio la riduzione del carico
fiscale con una semplificazione delle aliquote e la decisione di proseguire
nell’utilizzo delle centrali nucleari. Ma su altre questioni la dissonanza è
forte: La Cdu difende le riforme di sanità e welfare realizzate dalla «Grosse
Koalition», mentre Westerwelle in campagna elettorale ha ripetutamente parlato
di privatizzazione del sistema sanitario e di massima flessibilità per il
mercato del lavoro (ivi compresa la libertà di licenziare). E lo stesso
Westerwelle è stato uno strenuo oppositore del piano di salvataggio della Opel
con forti costi per l’erario pubblico. Insomma, le trattative non saranno
facili e la cancelliera dovrà mettere alla prova le sue proverbiali qualità di
mediatrice per evitare di finire ostaggio dei liberali o di trasformarsi in una
Thatcher germanica compiendo l’ennesima svolta camaleontica. Il day after
dell’Spd è stato all’insegna dell’incredulità e della massima cautela. Per ora
ci si lecca le ferite e si rinvia al congresso di metànovembrela resa dei
conti, anche se il presidente Müntefering ha datoad intendere la propria
disponibilità a farsi da parte. Il processo è iniziato però sulla stampa. Più o
meno tutti i principali giornali mettono il dito nella piaga interrogandosi
sulla crisi di identità e sull’opportunità diunperiodo all’apposizione per
rigenerarsi.
IL TRACOLLO A
SINISTRA - Il commento più impietoso si legge su Der Spiegel che arriva al
punto di prospettare l’estinzione politica dei socialdemocratici. Tra i
dirigenti è uscito allo scoperto solo l’ex presidente Kurt Beck, disarcionato
un anno fa dalla guida del partito, il quale ha individuato la causa della
sconfitta nei tagli allo stato sociale e ha invitato a battere nuove strade
avanzando subito proposte di collaborazione con i Verdi e Linke. Gherardo
Ugolinitutti L’U 29
Il voto in Germania. Una lezione per l'Italia
Avevamo capito da
parecchio tempo che la maggioranza dei tedeschi voleva essere governata, per
una seconda legislatura, da Angela Merkel. Ma la Germania, purtroppo, si è
italianizzata. Ha smesso di essere tendenzialmente bipolare per diventare
pentapolare, e produce così risultati elettorali che contengono in sé,
teoricamente, quattro o cinque coalizioni possibili. Avremo probabilmente, come
era nelle speranze del cancelliere, un governo composto da
cristiano-democratici e liberali. Ma il vecchio consenso tedesco, fondato
sull’alternanza tra forze politiche altrettanto responsabili e affidabili, si è
incrinato. La Repubblica federale è meno stabile e prevedibile oggi di quanto
fosse nel 2002, quando i due maggiori partiti (come ha ricordato Roberto
D’Alimonte sul Sole 24 ore di ieri) avevano il 77% dei voti e l’83% dei seggi,
o addirittura negli anni Settanta, quando avevano il 90% degli uni e degli
altri.
Vi è un altro
aspetto di queste elezioni, tuttavia, a cui dovremmo guardare con invidia. Nel
corso della loro campagna elettorale Merkel e Frank-Walter Steinmeier hanno
evitato di esasperare le loro differenze e di proporsi al Paese come scelte
radicalmente diverse. Sappiamo che Steinmeier desiderava la continuazione della
Grosse Koalition e che Merkel preferiva un governo con i liberali in cui
sarebbe stata più «domina» di quanto sia stata negli ultimi quattro anni. Ma
ciò che ha maggiormente colpito nelle scorse settimane è l’assenza di
aggressività, di battibecchi, di scontri frontali, di accuse reciproche. Questa
non è soltanto buona educazione. I due leader hanno responsabilità di governo,
hanno affrontato insieme tutti i maggiori problemi degli ultimi anni,
potrebbero lavorare insieme in futuro e sanno soprattutto che la grande
recessione ha ulteriormente ristretto la libertà di azione di un governo
nazionale.
Quando fece
campagna per il suo primo mandato Merkel aveva un progetto liberista. Avrebbe
voluto diminuire le tasse, ridurre l’intervento dello Stato nell’economia ed
essere ancora più coraggiosamente riformista del suo predecessore. È stata
invece prudente, pragmatica e, quando la crisi ha colpito le banche e le
industrie, non meno interventista, proporzionalmente, del governo laburista di
Gordon Brown. Anche se provengono da famiglie politiche diverse Merkel e
Steinmeier sanno che si governa soltanto tenendo d’occhio il centro del Paese e
che il centro è ovunque un amalgama contraddittorio di spiriti liberali e
interessi corporativi, aspirazioni riformatrici e riflessi conservatori. È
inutile e pericoloso fare promesse che non verranno mantenute o dipingere come
una minaccia nazionale l’avversario con cui prima o dopo bisognerà mettersi
d’accordo. È inutile creare un clima di contrasti insanabili quando occorrono
anzitutto collaborazione e consenso. Sotto questo profilo le elezioni tedesche
contengono, indipendentemente dal loro risultato finale, un messaggio per
l’Italia dove accade da qualche anno esattamente il contrario. I risultati
piaceranno al Pdl e spiaceranno al Pd, ma lo stile della campagna elettorale
contiene una lezione per entrambi. Sergio Romano CdS 28
Il voto di Berlino. La sferzata che può rilanciare l’Europa
Il risultato delle
elezioni regionali del 31 agosto in Germania aveva spinto a presagire che che
il risultato delle elezioni di ieri per il Bundestag sarebbe stato quanto mai
incerto. L’analisi dei primi dati che emergono dal voto smentiscono solo in
parte queste previsioni. Il successo di Angela Merkel, a capo della Cdu, cioè
del partito democristiano, alleato con i confratelli bavaresi e con alcune
formazioni minori è consistente e superiore alle aspettative. I democristiani,
che avevano ottenuto nel 2005, 222 seggi, ne ottengono ora 228 e ottengono così
un lieve incremento di seggi. Assieme ai liberali, che registrano un clamoroso
successo, con circa il 15 per cento dei voti e 94 seggi, possono contare su una
maggioranza di 322 voti, che consentirebbe, come Angela Merkel ha subito
dichiarato, la fine della “grande coalizione” e il ritorno alla più
tradizionale alleanza con i liberali, secondo il persistente clima europeo. Su
un totale di 616 seggi, la Merkel godrebbe di una maggioranza non ampia ma
solida e coesa. I socialdemocratici del vice-cancelliere Steinmeier, assediati
dalla Linke di Lafontaine e degli ex-comunisti tedesco-orientali, subiscono una
sconfitta clamorosa. Verdi e Linke, possono confortarsi di aver guadagnato un
buon numero di seggi ciascuno (i Verdi passerebbero dai 51 a 66 seggi e la
Sinistra da 54 a 80.
Superato
l’ostacolo elettorale, la Merkel dovrà ora affrontare il tema delle riforme
strutturali.
Affioreranno
allora tutte le questioni che durante la campagna elettorale sono state in
larga misura sottaciute, dando alla competizione il carattere di una un pacato
dibattito. In realtà, sotto la pacatezza esisteva la chiara visione del fatto
che dire, prima del voto, agli elettori tedeschi cose amare sarebbe stato
controproducente, eppure le cose amare esistevano e esistono e il nuovo governo
sarà chiamato a affrontarle. Sino a ieri tutti erano consapevoli in Germania
che la crisi economica era un tema globale, non imputabile né a situazioni né a
persone, né a scelte di partito chiaramente individuabili. Del resto la morbida
gestione della crisi attuata dal governo della “grande coalizione” sosteneva
questa interpretazione universalistica.
Ora, passato il
momento più acuto della crisi economica, sarà inevitabile affrontare i problemi
di fondo del paese e si aprirà la fase dei sacrifici resi necessari dal dovere
di prendere decisioni impopolari. Durante la campagna elettorale nessuno ha
parlato della ricaduta della crisi sulla popolazione; nessuno ha parlato della
dolorosa necessità di ristrutturare parecchie industrie germaniche, che
richiederanno, come prevedono i giornali economici tedeschi, “massicci tagli di
posti di lavoro”. Nessuno ha parlato di riforma fiscale. E nessuno ha parlato
nemmeno dei tagli ai programmi di sicurezza sociale che, salvo imprevisti
miracoli economici, il governo sarà chiamato a compiere.
Dopo le elezioni
sarà però più facile affrontare questi temi misure senza subirne troppo le
conseguenze politiche. La Merkel da sempre preferiva associarsi ai liberali di
Guido Westerwelle rispetto ai socialdemocratici: il modo circospetto con il
quale ha toccato questo tema durante la campagna elettorale mette in evidenza
sino a che punto la Cancelliera intende governare una situazione politica non
facile. Una situazione politica nella quale, dopo tutto, il governo dovrà tener
conto anche della maggioranza esistente nel Bundesrat, cioè nel “parlamento
delle regioni”, dove ogni elezione in qualsiasi land tedesco può avere
ripercussioni pericolose, se il governo non possiede una maggioranza propria e
sicura. E proprio questo aspetto del problema può riverberarsi sulla stessa
composizione del governo: forte di una propria maggioranza ma non così forte da
potersi considerare in acque tranquille
Tutto ciò riguarda
non solo la Germania ma l’Europa tutta, come modello delle prospettive
riformistiche. L’economia tedesca e la sua organizzazione sono sempre stati un
esempio di efficacia e funzionalità. Il ruolo di “locomotiva” che essa ha
esercitato in passato potrà così essere ripreso proprio grazie alle riforme che
il nuovo governo avvierà. L’azione tedesca avrà un peso particolare
sull’Italia, considerato che la Germania è il primo partner commerciale
dell’Italia. Ma, più in generale, considerato anche il fatto che una forte
rinascita della Germania restituirebbe a tutta l’Unione europea quel dinamismo
che ora pare smarrito. ENNIO DI NOLFO IM 28
Ora Angela farà come la Thatcher
I prossimi
compagni di governo chiedono politiche più drastiche. E a molti elettori non
piace la sua elasticità da democristiana – di Marcello Sorgi
Merkel modello
Thatcher. Fino a due giorni fa, dirlo era impensabile. Le due, si sa, non si
sono mai amate e «Angie» s’era lasciata scappare una volta che non dimentica
che Margaret fu tra i contrari alla Germania riunificata. Adesso, invece, dopo
il voto di ieri, dovrà ripensarci.
Per tre ragioni.
La Cancelliera è uscita confermata, il suo successo personale è servito a
tamponare la flessione dell’alleanza Cdu-Csu, la Grande coalizione è finita
travolgendo la Spd, ma le incognite del nuovo governo da formare sono tante. E
il trionfatore di questa tornata, il leader liberale Guido Wester-welle, dopo
undici anni all’opposizione, si prepara a sedersi al tavolo delle trattative
con idee molto precise.
Le stesse che lo
hanno portato alla vittoria. Delle tre partite aperte nella mezz’ora in cui i
risultati hanno cambiato il volto politico della Germania, quella della
Cancelliera si presenta indubbiamente come la più complicata. Angela Merkel
aveva impostato la campagna elettorale nel suo stile, sfuggendo
democristianamente alle domande più insidiose, tiepida verso l’obiettivo
dichiarato di una nuova coalizione con i liberali, e in realtà aperta a ogni
ipotesi, senza escludere neppure di continuare con la Spd o accordarsi con i
Verdi, premiati anche loro dalla scossa elettorale.
Ma a sorpresa, il
pragmatismo, l’arte del rinvio, la ricerca continua di un minimo comune
denominatore, e insomma quelle che si erano rivelate le doti personali più
apprezzate della Cancelliera, non hanno più trovato il gradimento sperato. Non
è piaciuta l’immagine della Merkel che andava d’accordo con il suo vice
Steinmeier al punto da sembrare, anche lei, socialdemocratica. L’appoggio avuto
dagli alleati sull’aumento delle tasse e sulle politiche di risanamento
economico, una scelta obbligata, pagata in massima parte dalla Spd, ha dato
inaspettatamente a una parte degli elettori democristiani più tradizionali la
sensazione di un cedimento. A mediazioni eccessive e a politiche sociali troppo
spinte e lontane dalla tradizione Cdu-Csu (come ad esempio i congedi per
maternità concessi anche agli uomini). A una mancanza del tradizionale rigore
tedesco nell’amministrazione, che ha finito col pesare sui conti dello Stato. E
a una smodata logica dell’emergenza. Sul caso Opel, per fare un esempio, non
solo il ministro dell’Economia zu Guttemberg, ma gran parte degli elettori,
avevano delle riserve. Piuttosto che aiuti di Stato, avrebbero preferito maggior
rispetto delle regole di mercato. Anche a costo dell’insolvenza e della
possibile liquidazione dell’azienda.
E’ tutto ciò che
rende problematica l’annunciata, e ormai prossima, collaborazione tra Merkel e
liberali nel futuro governo nero-giallo. Westerwelle - che ieri ai
festeggiamenti è arrivato non a caso con il suo maestro Hans Dietrich Genscher,
ministro liberale degli Esteri con Helmut Kohl - ha vinto le elezioni, oltre
che per abilità personale e capacità di comunicazione, sfoggiate in tutta la
campagna, su un classico programma liberista. Meno tasse, alzare la soglia di
reddito per l’esenzione totale dal fisco a ottomila euro. Stipendi al lordo, il
più possibile vicini al netto. Più merito e meno salario minimo (una bandiera
che la Spd si vantava di aver piantato sulla schiena della Cancelliera).
Drastica riduzione dei sussidi di disoccupazione (se paghiamo la gente per
stare a casa, è stato uno dei cavalli di battaglia di Guido, come possiamo
chiedere a chi va a lavorare di impegnarsi di più?). E poi, ancora: scuole più
dure, più formative, più legate a criteri di selezione, con un aumento degli
investimenti statali per istruzione e ricerca fino al 10% del pil (oggi sono al
tre). Insomma, un programma molto tagliato e molto connotato, sulla base del
quale Westerwelle ha offerto a Merkel un’alleanza di governo esclusiva e una
maggioranza delimitata, chiusa cioè ad altre possibili intese, come appunto con
i Verdi. Se Angela, per usare un’antica metafora di Fanfani, pensava di diluire
il vino di Guido, troppo forte, con l’acqua fresca degli ecologisti,
quest’opzione è esclusa in partenza. E d’altra parte non si vede come
potrebbero democristiani e liberali, che hanno in comune la posizione a favore
del mantenimento delle centrali nucleari almeno fino a che la ricerca sulle
energie alternative darà risultati concreti (cioè, per un lasso di tempo
indefinito), accordarsi con i Verdi, che già al tempo della loro alleanza con
Schroeder sottoscrissero con la Spd un accordo per la progressiva chiusura delle
diciassette centrali tedesche ancora attive entro il 2021.
L’identità del
nuovo governo è dunque ancora tutta da definire. E’ chiaro solo che dovrà
essere molto diversa da quella della Grande Coalizione appena bocciata. Anche
se una svolta liberista potrebbe rendere per la Merkel più complicata del
previsto la gestione di un autunno che s’annuncia assai caldo, per l’esaurirsi
degli effetti dei provvedimenti anticrisi (a cominciare dalla settimana
cortissima, grazie alla quale sono stati evitati migliaia di licenziamenti) e
per le probabili reazioni delle aziende a una mancata, benché annunciata,
ripresa economica. In questo quadro si giocherà anche il nuovo ruolo della
sinistra tedesca, che torna tutta insieme all’opposizione, e ci torna con
rapporti di forza assai mutati al suo interno.
Socialdemocratici
e sinistra radicale, insieme, fanno oggi molto meno dei voti che al momento
della sua vittoria nel 1998 faceva da sola la Spd guidata da Schroeder. Dietro
la calma ostentata ieri nelle dichiarazioni ufficiali, che parlavano di amara
sconfitta, Steinmeier e Muentefering sanno di aver portato a casa il peggior
risultato della storia del loro partito, mentre Lafontaine e Gysi festeggiano
quello migliore della Linke. Quasi due milioni di elettori socialdemocratici si
sono astenuti. Più di un altro milione si sono spostati sulla Linke.
Un’alleanza tra le due sinistre, che fin qui l’avevano esclusa, sarebbe stata
comprensibile, e in qualche modo auspicabile, con una Spd battuta, sì, ma
ancora forte, e una Linke contenuta nel dieci per cento, più o meno la
percentuale che tocca a tutte le opposizioni radicali in Europa.
Con questi numeri
sarebbe stato realistico il progetto di un’evoluzione di tutta la sinistra nel
suo complesso, guidata dalla parte riformista, e accompagnata da una
trasformazione di quella estrema, nel quadro di una collaborazione che già
esiste, tra i due tronconi, in molte amministrazioni locali, a cominciare da
quella di Berlino. Ma al contrario, ora diventano concreti, da una parte, il
rischio di un inseguimento gridaiolo, sull’onda dell’inasprimento della
situazione sociale e delle proteste che hanno fatto crescere la Linke, e
dall’altra gli effetti imprevedibili della «Ostalgie», il sentimento
irrazionale di rimpianto che s’affaccia, e ha fatto sentire il suo peso, nelle
urne, nel territorio e nelle pieghe della ex-Germania comunista.
Tutto è più
chiaro, così, tutto è più scandito, dopo quattro anni in cui, all’interno della
Grande Coalizione, le cose tendevano troppo a mescolarsi. Ma detto questo, non
è affatto sicuro che la Germania, da ieri, sia diventata più stabile. LS 28
«La Spd in rotta. La sinistra affronti questa crisi epocale»
I risultati delle
elezioni tedesche, la bruciante sconfitta della socialdemocrazia, il successo
delle opposizioni analizzate da uno dei più autorevoli germanisti: Angelo
Bolaffi. Professor Bolaffi, qual è il segno generale del voto tedesco?
«Il dato generale
è che l’elettorato tedesco ha bocciato la formula della Grosse Koalition, e in
particolare ha punito la Spd. Esiste una maggioranza parlamentare per formare
un governo, quello che Angela Merkel ha sempre sognato, e cioè ungoverno con i
liberali. Con un particolare non trascurabile, però».
Quale?
«La cancelliera
non avrebbe mai pensato di dover formare un governo con un Partito liberale
così forte. Questo significa che la leader della Cdu avrà dei grandi problemi».
Quali?
«La Cdu dovrà
riequilibrare il prevedibile liberismo economico del Fdp di Guido Westerwelle
con una sorta di politica “cripto socialdemocratica ».
Per la Spd è una
giornata amara, è stato il primo commento del leader del partito, Frank Walter
Steinmeier.
«Più che una amara
sconfitta, questa per la Spd è una vera e propria catastrofe. La Spd aveva
indicato come limite vitale il 25%. Il risultato ottenuto, il 23,3%, è il
peggiore del dopoguerra. Questo significa che inevitabilmente ci sarà un
ricambio di tutta la classe dirigente, ed è fin troppo facile prevedere che
davanti a sé la Spd ha una sorta di traversata del deserto, senza che si possa
ancora neppure immaginare dove questa traversata potrà portare. Il tracollo del
Partito storico del movimento operaio europeo suggella la crisi epocale della
sinistra socialdemocratica europea».
In questa ottica
come leggere il risultato della Linke (Sinistra) di Oskar Lafontaine?
«Il successo della
Linke è il risultato di un dato contingente e di uno strutturale. Quello
strutturale è che in tutti i Paesi europei esiste una sinistra- sinistra capace
di raccogliere il10%del consenso elettorale. Il dato contingente è che la
partecipazione alla Grosse Koalition della Spd, ha spinto una parte
dell’elettorato socialdemocratico a votare per protesta la Linke. In ogni caso
anche in Germania, tenendo conto dell’ottimo risultato dei Verdi, si tratta di
ripensare forma e contenuto della sinistra».
Dopo i successi
della Linke e dei Verdi, il Parlamento tedesco è più o meno governabile?
«Nel Parlamento
tedesco sono presenti ormai stabilmente 5 formazioni politiche, e non soltanto,
come una volta, 2 molto forti e 3 in qualche modo minori. Questo probabilmente
conferma l’idea che nell’Europa continentale, il modello bipolare non piace
molto all’elettorato».
Quale ricaduta può
avere in chiave europeista il voto tedesco?
«La Germania ha
avuto ultimamente delle incertezze nel suo atteggiamentoverso la prospettiva
europeista. Non solo la sentenza della Corte Costituzionale sul Trattato di
Lisbona, ma la gestione stessa della crisi della Opel lasciano intravedere una
sorta di raffreddamento del tradizionale europeismo tedesco.È ragionevole
pensare che il prossimo governo democristiano-liberale potrebbe riaprire in
senso positivo il dossier-Europa».
Ripensare la
sinistra, non solo in Germania, a partire dal voto tedesco…
«Il problema che
si pone è duplice: da una parte la grave sconfitta della Spd rende
impraticabile la prospettiva di quanti ritengono che per uscire dalla crisi
della sinistra europea basti dar vita a un Partito socialdemocratico. D’altra
parte, la scelta dell’elettorato tedesco - che potremmo definire di sinistra –
di dare il proprio appoggio a tre formazioni politiche che in modo diverso si
richiamano alla sinistra, indica come impraticabile la via di una radicale
semplificazione del modello politicocomevia maestra che consentirebbe alla
sinistra di uscire dalla sua crisi attuale». Umberto De Giovannangel L’U 28
La vittoria del centrodestra in Germania, spinta liberale in Europa
Roma – “La
vittoria della Merkel e degli alleati liberali di Westerwelle rappresenta il
segnale più forte di rinnovamento politico e sociale di un Europa che vuole
superare l’immobilismo di una certa sinistra senza idee né programmi
condivisi”. Lo dichiara Aldo Di Biagio, responsabile italiani nel Mondo del
PdL.
“Dopo undici anni
torna al governo della Germania una coalizione formata dal partito
cristiano-democratico (Unione Cdu/Csu) e dai liberaldemocratici (Fdp) –
continua – che al momento può contare su di una solida maggioranza, e che
invita al riflettere sul futuro politico dell’Europa tutta”.
“Molti nostri
connazionali residenti in Germania – sottolinea Di Biagio - hanno espresso le
loro preferenze contribuendo a definire la vittoria del centrodestra,
confermano l’andamento delle elezioni europee: infatti non dimentichiamo che in
Germania gli elettori di origine italiana o in possesso della doppia
cittadinanza sono circa 20mila”.
“Le elezioni
tedesche sottolineano ancora una volta la forza di una leader capace e
carismatica come Angela Merkel, - conclude - oltre alla volontà da parte del
popolo tedesco di innovarsi e di riconoscere nel dinamismo politico dei
liberali e dei cristiano democratici la chiave del futuro del Paese e del
superamento della crisi economica. Emerge l’esigenza di archiviare l’esperienza
della Grosse Koalition, fatta di sfumature diverse a volte critiche e limitate,
a vantaggio di posizioni chiare e maggiormente pragmatiche. La sinistra, con i suoi programmi retrò e con
la sua demagogia improduttiva ha perso un’altra partita in Europa, ma lascia
emergere un’occasione di analisi che ci si augura serva anche alla nostra controparte
italiana”.
(de.it.press)
Il Comites di Monaco di Baviera sulla chiusura del Consolato di Norimberga
Ecco la mozione
approvata all'unanimità dal Comites di Monaco di Baviera nella seduta del 25
settembre 2009
Di fronte alle
recenti notizie secondo le quali la Direzione
Generale per le
Risorse Umane del Ministero degli Affari Esteri
avrebbe annunciato
la chiusura del Consolato di Norimberga entro
il 1 giugno 2010 e
l'assegnazione dell'area di sua competenza
al Consolato
Generale di Monaco di Baviera, il Comites di Monaco
di Baviera (pur in
considerazione della necessità di una
ristrutturazione
della attuale rete diplomatico-consolare
che aggiorni la
presenza internazionale dell'Italia) segnala:
- quanto
pesantemente tale decisione graverebbe sui nostri
connazionali della Franconia, costretti a numerose ore di
viaggio per collegarsi con la capitale bavarese;
- l'inadeguatezza
delle strutture fisiche del Consolato Generale
di
Monaco di Baviera, già oggi non a norma secondo la legge
sulla
sicurezza e l'igiene dei luoghi di lavoro e bisognose
di
una ristrutturazione architettonica per accogliere uffici
più
grandi, sale di attesa adeguate ed archivi in grado di
assorbire la documentazione relativa ai circa 38.000
connazionali oggi residenti nella circoscrizione di Norimberga;
- l'inadeguatezza
della struttura organica del Consolato Generale
di
Monaco di Baviera che - a fusione avvenuta - risulterà
fortemente ridotta rispetto alla somme dell'attuale personale
di
Monaco e Norimberga, fortemente ridottisi negli ultimi mesi
ed in
via di ulteriore contrazione. Ciò finirà per penalizzare
i
cittadini italiani in termini di qualità e celerità dei
servizi erogati ed in termini di presenza esterna presso le
realtà associative della nostra comunità e verso le autorità
bavaresi e cittadine.
Il Comites di
Monaco di Baviera esprime la propria solidarietà
ai connazionali
della Circoscrizione Consolare di Norimberga
impegnati in
questa delicata, ma importante vertenza a difesa
dei propri diritti
di piena cittadinanza ed invita il Ministero
a rivedere una
decisione che - così concepita e gestita - rischia
di avere un forte
impatto sulla qualità del servizio per tutti
gli italiani
residenti in Baviera. De.it.press
L’Ambasciata di Berlino ha ripartito i fondi per l’assistenza d’intesa con
i Consolati
Mantica risponde
alla interrogazione dell’on. Garavini (PD)
Roma - Nel luglio
scorso, l’onorevole Laura Garavini (Pd) insieme ai colleghi Farina, Fedi,
Narducci e Porta, ha presentato una interrogazione ai Ministri Frattini e
Tremonti per avere chiarimenti sulla distribuzione dei fondi per l’assistenza
ai connazionali all’estero effettuata dalle Ambasciate. La deputata, in
particolare, segnalava il fatto che "la riduzione della spesa per le
attività di assistenza è stata gestita attribuendo alle Ambasciate di ciascun
Paese la facoltà di ridistribuire i tagli sulle singole circoscrizioni
consolari, il che in molti casi è stato fatto con direttive piovute dall'alto
che, di fatto, hanno espropriato i poteri di controllo e di parere degli
istituti di rappresentanza delle nostre comunità, in particolare dei
Comites". Quindi, nell’interrogazione si riportava il caso della Germania
dove "la ridistribuzione adottata dall'ambasciata ha comportato una
riduzione di fondi per le singole circoscrizioni consolari che oscillano dai
livelli dell'anno precedente a una diminuzione del 44%, senza che siano stati
resi noti i criteri seguiti per una tale operazione".
La deputata
chiedeva di sapere "se il ministro degli affari esteri non intenda dare
immediate disposizioni perché i criteri adottati per la proiezione dei tagli
sulle circoscrizioni consolari, e in particolare su quelle delle Germania,
siano resi immediatamente evidenti e discussi con i rappresentanti locali dei
Comites e del CGIE".
A rispondere
all’interrogazione è stato il sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica che
ha esordito ricordando che "la riduzione percentuale applicata per il
corrente anno ai capitoli di spesa destinati all'assistenza dei connazionali
indigenti all'estero è stata, rispetto al 2008, del 22,32% per quanto riguarda
l'assistenza diretta (Capitolo 3121) e del 26,28% per i contributi devoluti
agli Enti che svolgono attività di assistenza indiretta in favore dei connazionali
(Capitolo 3105). Il Ministero degli esteri (Mae), dopo aver attentamente
considerato l'insieme delle esigenze rappresentate dalle sedi
diplomatico-consolari in materia di assistenza in favore dei connazionali
indigenti e le relative richieste di fabbisogno a valere sul capitolo 3121,
tenuto conto delle risorse disponibili, ha provveduto ad effettuare
l'assegnazione dei fondi ai singoli uffici all'estero, in linea con quanto
concesso per l'attività ordinaria nel corso dell'esercizio precedente. Ha altresì
invitato ciascuna sede ad ottimizzare l'impiego dei fondi assegnati, con
particolare riguardo alla ricerca di soluzioni in grado da un lato di
soddisfare le esigenze della collettività residente e dall'altro di interagire
prioritariamente con i sistemi locali di sicurezza e previdenza sociale".
Quanto ai
contributi assegnati agli enti che svolgono attività di assistenza indiretta,
Mantica ha precisato che "il Mae si è trovato costretto ad adottare un
criterio estremamente selettivo, dando priorità, nell'ambito degli interventi
programmati a favore dei connazionali indigenti, a quelli rivolti alle
categorie in situazioni di maggiore difficoltà nei Paesi in cui le prestazioni
dei locali organismi di assistenza risultano essere particolarmente carenti. Sulla
base di tale criterio si è provveduto a differenziare le riduzioni di spesa,
privilegiando i finanziamenti predisposti per i Paesi dell'America latina e
dell'Africa e Medio oriente rispetto a quelli per i Paesi dell'Unione europea,
dell'Australia, del Canada e degli Stati uniti, dotati di un sistema di welfare
più avanzato".
Infine, sulla
ripartizione dei fondi per la Germania, il sottosegretario ha assicurato che
"tenuto presente il parere, di carattere obbligatorio ma non vincolante,
dei singoli Comites (Comitati degli italiani all'estero) e d'intesa con le
competenti sedi consolari - l'Ambasciata d'Italia in Berlino ha proposto, come
previsto dalla relativa circolare ministeriale (n. 1 del 2003), un piano di
ripartizione dei contributi da assegnare nelle diverse circoscrizioni consolari
dipendenti". (aise)
Reti di Donne in Europa: le Italiane in Germania
Le donne italiane
in Germania, da tempo attive in numerosi progetti a sostegno delle comunità
locali e presenti nelle varie città e regioni, si sono riunite il 19 settembre
a Francoforte per creare un’Associazione operante a livello nazionale nella
Repubblica Federale. L’iniziativa è nata dall’esigenza delle emigrate italiane
di comunicare e di creare una rete di collegamento a tutti i livelli di rappresentanza. L’Associazione vuole promuovere il progresso
e la crescita culturale di tutte le europee valorizzando in particolare le
risorse, esperienze e competenze che l’emigrazione
rappresenta. Le emigrate partecipano a
pieno titolo sia della realtà nazionale tedesca che di quella italiana ed hanno
quindi una naturale vocazione ad operare e a pensare in modo “sopranazionale”.
Sono interlocutrici di tutte le donne e intendono offrire loro una piattaforma
di confronto e di dialogo. Una delle attività principali dell’Associazione sarà
l’informazione sulle iniziative e le notizie che nella Rete si producono. Nell’ambito dell’integrazione delle minoranze
italiane all’estero, condotta nel pieno rispetto della cultura di provenienza,
le donne intendono dimostrare di essere
presenti nella riflessione e nella concretezza del “cosa fare?”.
Riteniamo quindi
di poter e dover dire la nostra su quanto accade e non accade in Italia e speriamo che si avverta l’opportunità di
rendere pubblica la nostra posizione, dando la voce a donne che, vivendo e
operando all’estero, sono partecipi dei
destini del loro paese.
Lettera ai quotidiani
Abbiamo seguito il
dibattito iniziato dal documento della SIS (Società Italiana delle Storiche)
„Rompiamo il silenzio“ e contribuito a pubblicizzarlo in Germania, dove viviamo
e lavoriamo da tempo. Sulla base della nostra esperienza ci uniamo a quanto già
espresso da più parti sulla disastrosa immagine e sulla ancor più disastrosa
situazione di fatto delle donne in Italia.
Ultimamente sono
stati comunicati i dati sulle violenze perpetrate da mariti e partner nei
confronti delle loro compagne. Ma di che
cosa ci si meraviglia? In mancanza di centri di accoglienza e soprattutto di
prospettive di indipendenza economica, le donne sono un soggetto debole, strutturalmente esposto all’aggressività di
uomini da cui dipendono economicamente.
La prima violenza sulle donne è l’assoluta trascuratezza del governo
italiano per i loro annosi problemi. All’estero- e noi lo possiamo ampiamente
testimoniare- il nodo pubblico/ privato, la doverosa ridistribuzione dei ruoli
tra i due sessi, l’impianto di strutture di assistenza ai minori ed agli
anziani sono argomento di dibattito pubblico e parlamentare e di conseguenti
misure e congrui stanziamenti adottati e
da adottare per venire incontro alle
esigenze delle donne e permettere loro di avere famiglia e figli senza esserne
penalizzate nel lavoro e nella vita politica e sociale. In Italia non se ne
parla proprio oppure si accenna vagamente ad aiuti per le famiglie. Come se non
si sapesse che da sempre sono le donne a tirare la carretta e a supplire alle
insufficienze dello Stato! E con ciò rinunciano alle ambizioni di carriera, di
cui ben sarebbero capaci, come dimostrano
le loro prestazioni nel campo dell’istruzione, nettamente superiori a
quelle degli uomini.
Invece di
provvedere alle necessarie strutture- asili nido, scuole materne, case per
anziani, servizi di assistenza a domicilio, in cui potrebbero essere
regolarmente impiegate le persone- donne e uomini, italiani e stranieri- con orari e tariffe umanamente accettabili e
controllabili e modi di operare verificabili, il governo italiano dà facoltà di
regolarizzare colf e badanti: con ciò riconferma di disinteressarsi dei
problemi di gestione del privato, delegandoli nuovamente alle donne e
ritenendoli mansioni dequalificate e di
mera sorveglianza. E non solo risparmia
a loro spese, ma ci guadagna pure.
Come se non
bastasse, l’unica istituzione finora funzionante, la scuola elementare
italiana, viene completamente smantellata. Essa ci era invidiataci all’estero
per la sua impostazione a perseguire una reale parità di chance, in cui la
presenza di insegnanti di sostegno permetteva di seguire individualmente gli
scolari e di rispondere alle loro differenze di provenienza sociale e
culturale. Il principio di lavorare individualmente con il bambino premiando i
suoi progressi dalla situazione di partenza e non giudicandone semplicemente le prestazioni
scolastiche, non è più applicabile con il ritorno al maestro unico. Così viene
distrutto il lavoro delle insegnanti, donne per la stragrande maggioranza.
Siamo sconfortate
da questo panorama e speriamo solo che le donne in Italia abbiano la forza di
difendere “ l‘a, b, c, delle nostre libertà” (come si è scritto) ossia il
patrimonio civile di tutte/i. (Liana,
Coordinamento Donne, De.it.press)
A Berlino la mostra “Linguaggi del Futurismo”
Dal 2 ottobre
all’11 gennaio al Martin-Gropius-Bau tutti gli aspetti del movimento in una
mostra promossa dall’IIC e dal MART
BERLINO - Il
Martin-Gropius-Bau e l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino festeggiano il
centesimo anniversario del “Manifesto del Futurismo” dedicando alla produzione
artistica di questo movimento in tutte le sue espressioni una grande mostra dal
titolo “Linguaggi del Futurismo”.
Dal 2 ottobre all’11 gennaio sarà possibile
visitare nel noto edificio situato nel quartiere di Kreuzberg un allestimento
volto a mettere in luce letteratura, pittura, scultura, musica, teatro e fotografia
caratteristici del Futurismo. Un’importante sezione sarà dedicata alla
rivoluzione della pittura accelerata dal nucleo storico dei Futuristi -
Boccioni, Balla, Severini, Russolo, Soffici e Carrà – mentre il fulcro della
mostra è costituito dalle innovazioni che, dal 1916, rappresentarono
un’eccezionale epoca creativa del movimento. Tutte le forme espressive
dell’arte, dal design alla pubblicità, dalla moda all’arte culinaria, entrarono
in gioco per risolvere alla maniera “futurista” i problemi della quotidianità.
Con questo allestimento, Berlino offre dunque la possibilità di approfondire
gli aspetti meno noti del movimento, rispetto alle opere pittoriche più
conosciute.
La mostra nasce in collaborazione con
l’Istituto Italiano di Cultura e il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di
Trento e Rovereto (MART), la cui collezione consta di oltre 4000 opere - tra
cui capolavori di Carrà, Severini, Russolo e Balla- e che dispone di un
voluminoso archivio di documenti e libri dei più importanti rappresentanti del
movimento d’avanguardia. Al Museo e al Centro Studi appartiene anche la Casa
Museo Depero, primo museo futurista italiano fondato dallo stesso Fortunato
Depero in collaborazione con la città di Rovereto e inaugurato nel 1959.
La curatrice della mostra berlinese è
Gabriella Belli, direttrice del MART.
Dedicare proprio a Berlino una mostra al
Futurismo ha un significato particolare perché la città svolse un ruolo
importante per i Futuristi e la diffusione in Germania delle loro idee
rivoluzionarie grazie all’impegno di Herwarth Walden (1887-1941). Nel 1912 il
Manifesto Futurista venne pubblicato sulla rivista Der Sturm, fondata dallo
stesso Walden e da Alfred Döblin e poco tempo dopo nell’omonima galleria di
Walden, nella Tiergartenstraße 34a, ebbe luogo la prima mostra futurista in
Germania. L’esposizione, che contò fino a 1000 visitatori al giorno, presentava
35 quadri dei futuristi Boccioni, Carrà, Russolo e Severini. Walden, Boccioni e
Marinetti presero a girare per la città di Berlino su una decappottabile dalla
forma aerodinamica e a distribuire volantini che riportavano la dicitura
“Evviva Futurista”. A questo primo evento seguirono altre apparizioni dei
Futuristi sia nella rivista sia nella galleria di Herwarth Walden, come
illustra la scelta di documenti nella mostra al Martin-Gropius-Bau. Qui, per il
1° ottobre alle ore 11, è prevista la conferenza stampa di presentazione della
mostra (orari di apertura dal mercoledì al lunedì dalle ore 10 alle ore 20;
chiuso il martedì). (Inform)
Norimberga non si arrende: il Consolato deve rimanere
Dopo la riuscita
manifestazione di protesta a Norimberga del 19.09.2009 contro la chiusura del
Consolato d’Italia in Norimberga, ritengo di potermi permettere un momento di
riflessione che desidero condividere con la collettività italiana all’estero,
con i rappresentanti per la circoscrizione estera nel Parlamento della
Repubblica ed anche con la stampa. Prima di cominciare non posso fare a meno di rivolgere un commosso
omaggio ai soldati italiani vittime dell’attentato a Kabul, ai quali è andato
anche il pensiero di tutti i partecipanti alla manifestazione di sabato.
La straordinaria
reazione delle associazioni e degli italiani della Franconia che, dopo l’annuncio
ufficiale del Sottosegretario Mantica di chiusura del Consolato di Norimberga a
breve o medio termine, hanno trovato, in brevissimo tempo, una coesione
straordinaria e stanno combattendo, in
maniera compatta e decisa, per il mantenimento dell’unica istituzione ufficiale
italiana nel nord della Baviera e contro una decisione palesemente ingiusta e
superficiale.
Da sottolineare è
inoltre - a mio modesto avviso – la
maturità mostrata dalle organizzazione italiane sul territorio (Com.It.Es.,
associazioni tutte, enti) e dai singoli cittadini che, da subito, si sono resi
conto dei motivi della decisione, ne hanno capito la ragione ed hanno avanzato proposte
alternative ad una chiusura. Proposte
avanzate a tutti I livelli ed interlocutori che non hanno, fino ad oggi,
suscitato alcuna reazione ufficiale.
Le uniche certezze
sono le seguenti:
che il Consolato
di Norimberga era ed è tra iI Consolati che, secondo il piano del
Sottosegretario Mantica, dovevano essere chiusi;
che il Consolato
di Norimberga doveva essere chiuso già nell’autunno 2009;
che la Commissione
Esteri ha approvato nel mese di luglio 2009 all’unanimità la risoluzione degli
onorevoli Narducci Bi Biagio di rivedere le
modalità di razionalizzazione della rete consolare all’estero;
che il
Sottosegretario Mantica, accogliendo la proposta Narducci-Di Biagio ha
rimandato le chiusure ed ufficialmente
confermato che, entro il 31. dicembre
2009, non avverranno chiusura, ma solo
declassamenti.
Quest’ultima
affermazione non ci conforta per nulla. Se il Consolato di Norimberga dovesse
essere chiuso il 1 di gennaio 2010, il Sottosegretario Mantica potrebbe
comunque affermare , senza mentire, di avere mantenuto la parola. Attendiamo,
di conseguenza, il più presto possibile , dal Governo italiano e dal Ministero
degli Affari Esteri, decisioni ufficiali
e definitive di accoglimento delle richieste della colletività italiana
all’estero e di revisione del piano di
chiusure con il mantenimento del Consolato di Norimberga.
La collettività
italiana di Norimberga vuole mantenere il suo Consolato, pur essendo disposta a
concordare con l’amministrazione italiana misure di ristrutturazione adeguate
alle esigenze di risparmio. I servizi consolari sono un diritto dei cittadini
italiani all’estero.
La maggioranza
della collettività potrebbe accettare una trasformazione del Consolato in
agenzia consolare, ma non l’ipotesi di uno sportello o un Consolato onorario.
Queste due ultime possibilità sono superficiali e non garantiscono nè
l’efficienza dei servizi, nè la continuità, nè la rappresentatività ed I
diritti democratici. Chiediamo il mantenimento in servizio a Norimberga del
personale locale già in servizio e di una ristretta cerchia di personale di
ruolo. Ed ecco che i risparmi sarebbero consistent e reali, Onorevole Mantica!
La seconda parte
della mia riflessione riguarda le dimostrazioni di solidarietá e simpatia
giunte al Comitato di coordinamento per il mantenimento del Consolato d’Italia
in Norimberga, che tanto ha fatto in questi mesi, ed al Com.It.Es. da rappresentanti di Enti,
istituzioni, persone private, personalità della vita economica e politica della
Franconia e della Baviera.
Allego una breve
sintesi di queste comunicazioni e ci tengo a sottolineare che tali reazioni
sono una dimostrazione dell’importanza della presenza italiana in Franconia e
del suo ottimo inserimento nella società locale. Gli italiani in Franconia
sono, in primo luogo, italiani, ma anche
cittadini della Franconia, cittadini europei
riconosciuti a pieno dalla società locale e qui altamente apprezzati. Il
mio appello è che L’Italia non rinunci a tale prezioso patrimonio e costringa
una parte molto grande di loro a voltare le spalle alla patria.
Mi permetto di
citare alcuni importanti paladini del mantenimento del Consolato a Norimberga
e, nello stesso tempo, di ringraziarli nuovamente: il gruppo consiliare della
CSU e della SPD presso il Consiglio
Comunale di Norimberga, il Dpetuato
Regionale Jürgen W. Heike, il Ministro Bavarese per gli Affari Europei
Onorevole Emilia Müller, il deputato Regionale nel Parlamento Bavarese
Onorevole Markus Söder, il Sottosegretario Federale agli Esteri Onorevole
Günter Gloser, il Sottosegretario per gli Affari Ecomonici Signora Dagmar Wöhrl
che ci ha concesso l’onore di partecipare alla dimostrazione del 19 settembre.
Un importante apporto alla manifestazione
del 19 settembre è stato fornito dal punto di vista organizzativo, così
come dei contenuti, dal DGB (Federazione dei Sindacati Tedeschi) rappresentata
dal Segretario Regionale Stephan Doll.
Non da ultimo
desidero ricordare, in tale contesto, il Sindaco di Norimberga Dr. Ulrich Maly,
un grande conoscitore dell’italia, della sua cultura e della sua lingua, che,
quale rappresentante del Comune di Norimberga, ma anche dell’omonima Regione
Europea Metropolitana. Egli, anche quale Commendatore della Repubblica, ha
scritto, già all’inizio di giugno, al
Ministro Frattini (lettera rimasta fino ad oggi senza risposta) ed
all’Ambasciatore d’Italia a Berlino, Sua Eccellenza Valensise, espondendo le
ragioni per il mantenimento del Consolato.
Per finire
ribadisco che tutti noi, gli italiani della Franconia, non ci arrenderemo e
continueremo a realizzare tutte le iniziative del caso e chiedo, per l’ennesima
volta, un confronto serio, democratico e diretto con l’amministrazione
italiana.
Segue la lista,
non esaustiva, dei documenti di
solidarietà, dei servizi stampa e delle espressioni di solidarietà sulla
chiusura del Consolato di Norimberga.
Lucio Albanese,
CTIM Franconia e membro Com.It.Es (de.it.press)
Colonia. Uscito il nuovo numero di “Comites per tutti noi”
Colonia - E’
uscito il nuovo numero della rivista del Comites di Colonia, che annuncia
innanzitutto l’uscita di due significativi contributi del Comitato destinati
agli italiani della Circoscrizione consolare. Il primo è un calendario per
l’anno 2010, che attraverso immagini e brevi profili racconta la storia
dell’emigrazione italiana in Germania al femminile. Il secondo contributo è
sottoforma di un Dvd, il cui titolo è “Una lingua in più. Crescere in Germania
con l’italiano”. Questo Dvd vuole mostrare attraverso esperienze dirette e
consigli come sia possibile educare i propri figli crescendoli fra due lingue e
culture. Sia il calendario che il Dvd saranno disponibili a partire da ottobre.
Sulla prima pagina
della rivista si ricorda la caduta del Muro di Berlino avvenuta vent’anni fa e
si comunica il cambio di guardia nell’ambasciata italiana di Berlino. Il nuovo
ambasciatore è il giurista e diplomatico Michele Valensise.
Questa edizione di
“COMITES per tutti noi” - riferisce Rosella Benati presidente del Comites
di Colonia - contiene poi informazioni utili sull’inizio del nuovo anno
scolastico, sui nuovi cambiamenti legislativi (riguardanti ad esempio
testamento biologico), sulle borse di studio per i ragazzi italiani in
emigrazione che voglio studiare un anno all’estero o sull’iniziativa della
Caritas NRW per risparmiare energia. In un articolo vengono presentati i
candidati italiani, che dopo le ultime elezioni comunali nel Land
Nordreno-Vestfalia faranno parte dei Consigli comunali di Düsseldorf, Remscheid
e Solingen.
Infine è la promozione della lingua italiana
ad avere uno spazio particolare. Il Land del Nordreno-Vestfalia offre
gratuitamente ai bambini di origine straniera la possibilità di frequentare
corsi di madrelingua a partire dalla prima elementare, fino ad un massimo di 5
ore alla settimana. Un’intera pagina della rivista è dedicato invece al
“Concorso a premi per la IX Settimana della lingua italiana nel mondo” indetto
dal Comites in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia.
Gli interessati possono partecipare risolvendo il cruciverba e inviandolo
all’indirizzo del Comites.
Anche questo numero di “COMITES per tutti
noi” dimostra di essere uno strumento di servizio e di informazione essenziale
per i connazionali italiani residenti in Germania, in particolare nella regione
Nord Reno Vestfalia.
L’edizione completa di “COMITES per tutti
noi” può essere scaricata anche dal sito internet del Comites. di Colonia
www.comitescolonia.de . (Imform)
Hannover. Il programma del Comites per i prossimi tre mesi
Di seguito il
Programma che realizzerà il Comites di Hannover nei mesi di ottobre dicembre
2009
- un convegno
sulla salute e la prevenzione di alcune malattie;
- una ricerca
sulla situazione degli anziani;
- una tavola
rotonda sulla prevenzione della criminalità;
- una mostra
fotografica sugli anni cinquanta;
- tre Manifestazioni
culturali per gli italiani
- la seconda
edizione del premio Comites
- Iniziative per
sensibilizzare alla doppia cittadinanza
- Iniziative
rivolte all’integrazione in loco
- Informazione
- stampa materiale e distribuzione 2
numeri Bollettino
- Ricerca per
stabilire il grado di partecipazionealla vita sociale e culturale del posto
nonchè il loro grado di integrazione ( insieme ad altri quattro comites
della Germania). Il Presidente Dott. Giuseppe Scigliano (de.it.press)
Primarie all’estero. I circoli PD di
Amburgo e di Berlino votano Bersani
Domenica 27
settembre si è svolto ad Amburgo il congresso congiunto dei circoli di
Amburgo-Mitte e di Amburgo-Wilhelmsburg. I lavori sono stati presieduti da
Eligio Losito. Il programma della mozione Bersani è stato presentato da Matteo
Neri; le altre mozioni invece da Bruno Besana, presente come garante; il
presidente Losito ha ringraziato Besana per la sua correttezza e imparzialità.
Al congresso hanno partecipato 18 iscritti. Tutti gli intervenuti si sono
espressi per Bersani, la cui lista, capeggiata da Matteo Neri, è stata votata
all’unanimità. „Bersani, ha detto Neri, è l’unico che per esperienza e
competenza può guidare il Partito Democratico. Vogliamo un partito radicato nel
territorio, un partito riformista che si candidi alla guida del Paese
alleandosi con tutte quelle forze in parlamento che vogliono mandare a casa
Berlusconi.“
Anche Berlino
sceglie Bersani. L’ex ministro dell’Economia vince la sfida congressuale fra i
connazionali della metropoli più giovane d´Europa. Nel congresso della capitale
tedesca, da qualche anno meta di tantissimi giovani emigrati italiani, il 54,5
per cento degli iscritti Pd hanno votato la mozione Bersani. “È un risultato
significativo in un contesto determinato da italiani che non si sentono tanto
emigrati bensì italiani europei”, ha commentato Laura Garavini, deputata Pd
eletta nella circoscrizione Europa. Per la mozione Marino hanno votato il 40,9
per cento degli iscritti e per la mozione Franceschini il 4,5 per cento.
(de.it.press)
Berlino: dal 3 ottobre al 21 novembre le iniziative dell’IIC dedicate a
Pier Paolo Pasolini
Gli eventi sono
organizzati, in collaborazione con l’ICI Kulturlabor Berlin, in occasione della
mostra al Literaturhaus sullo scrittore italiano
Berlino – Fino al
22 ottobre sarà visitabile, presso il Literaturhaus di Berlino, la mostra dal
titolo “Pier Paolo Pasolini |Wer ich bin”. Una raccolta, con documenti
letterari, foto, disegni e una videoinstallazione, che prende spunto dalla poesia
autobiografica “Who is me” che Pasolini scrisse, nell’agosto del 1966, durante
un soggiorno a New York.
Per l’occasione l´Istituto Italiano di
Cultura di Berlino organizza, in collaborazione con l´ICI Kulturlabor di
Berlino, un ampio programma di eventi collaterali. Alle 20 di sabato 3 ottobre
sarà infatti proiettato, presso l’ICI Kulturlabor Berlin (Haus 8,
Berlin-Prenzlauer Berg), il documentario “La voce di Pasolini”, realizzato da
Matteo Cerami e Mario Sesti nel 2006. Il film ripropone testi autografi, foto
d’archivio inedite, e una registrazione audio originale di Pasolini, nella
quale l’autore ricostruisce un progetto al quale stava lavorando poco
prima della sua morte, Porno Theo Kolossal. Dopo la proiezione Graziella
Chiarcossi, erede del poeta e curatrice, tra gli altri volumi, del romanzo
postumo Petrolio, l’autrice e regista Agnese Grieco ed il filologo Manuele
Gragnolati discuteranno sul tema “Pasolini e il cinema”.
La manifestazione si svolgerà in italiano e
tedesco. Alle 20 del 19 novembre, sempre all’ICI Kulturlabor Berlin ,
l’attore Frank Arnold leggerà in tedesco alcuni brani dall’opera incompiuta di
Pier Paolo Pasolini “Petrolio”. Un evento ideato e curato da Agnese Grieco.
Alla stessa ora del giorno seguente verrà presentato, nel medesimo luogo, uno
spettacolo di musica e letture sceniche, in tedesco e italiano, dal titolo
“Pier Paolo Pasolini – voci, poesie e canzoni”. Parteciperanno la cantante
Lucia Chiarla, l’attore Frank Arnold e il sassofonista William Ramsay.
Ideazione e regia a cura di Agnese Grieco. In tedesco e italiano. Per ulteriori
informazioni consultate il sito www.ici-berlin.org. (Inform)
Monaco di Baviera. Rinascita flash 5/2009 è online. Il 5 ottobre
incontro con Micheloni
Monaco di Baviera
- Il bimestrale di rinascita e.V., a colori, può essere letto e/o stampato
cliccando su: http://www.rinascita.de/rinascitaFlash.html. Gli articoli di questo numero: Un’altra Italia è
possibile di Sandra Cartacci; La Baviera riconosce i titoli di studio ottenuti
all’estero di Marinella Vicinanza Ott; L'ultima stagione di Berlusconi di
Marcello Tava; Piccolo Führer di Lucio Rossi; Fra nuovo nazionalismo e vecchie
ideologie di Norma Mattarei; Cultura e immagine, la Sicilia e chi la svende di
Daniela Di Benedetto; Intervista a Giacomo Rosa, volontario di Libera Terra a
cura della redazione; Il PD italiano a una svolta? di Claudio Paroli; Il Grillo
presidente di Franco Casadidio; I
quattro gatti di Benedetto di Corrado Conforti; Ru486: la pillola della
discordia di Cristiano Tassinari; Impegniamoci a difendere la natura di Enrico
Turrini; Artrosi: una patologia in aumento di Sandra Galli.
Lunedì 5 ottobre
il senatore del Pd eletto nella ripartizione Europa Claudio Micheloni sarà
ospite della manifestazione “Il Futuro del Pd”, promossa a Monaco di Baviera alle ore 18.30
presso la sede dell’SPD (Daiserstr. 27). Introdurrà l’incontro Daniela Di
Benedetto, segretario del circolo del Pd “Sezione Monaco di Baviera”, che
organizza l’appuntamento con la collettività italiana residente in Baviera. Micheloni,
nato in provincia di Teramo ed emigrato nel 1960 in Svizzera, è stato per oltre
15 anni membro del Cgie (sino al 2006). E’presidente, dal 1997, della
Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera. Eletto nel 2006 senatore
della Repubblica italiana con il governo Prodi, è stato riconfermato nel 2008.
de.it.press
Colonia. La mostra "Saverio Barbaro. Olii 1949-2009" all’IIC fino
al 23 ottobre
Colonia -
Proseguirà sino al 23 ottobre, negli spazi dell'Istituto Italiano di Cultura di
Colonia la mostra "Saverio Barbaro. Olii 1949-2009".
Saverio Barbaro,
uno degli artisti veneziani più importanti del dopoguerra, nasce a Venezia nel
1924. Qui segue gli studi classici e comincia ad esporre nel 1948 alla Fondazione
Bevilacqua La Masa. Nel 1950 ottiene il premio "Omero Soppesa" per un
giovane artista alla XXV Biennale Internazionale d’Arte di Venezia e nel 1951
partecipa, su invito, alla VI Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma, dove sarà
nuovamente invitato nel 1959.
Partecipa alla
Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma, ricevendo numerosi premi ed
espone numerosissime volte sia in Italia sia all’estero.
La cultura
mediterranea e del medio oriente attrae particolarmente l’artista che, dopo un
periodo in Spagna, si reca in Marocco, Tunisia e Algeria. Questo proposito lo
porta a conoscere e a partecipare con impegno etico ed estetico al alcuni
aspetti della cultura arabo-islamica, che tanta parte ha nella sua tematica
pittorica. Saverio Barbaro è una delle più straordinarie personalità del mondo
artistico contemporaneo. (aise)
Primarie PD all’estero. Marino ottiene degli ottimi risultati nelle grandi
città
Quando manca poco
alla fine dei congressi di circolo, i dati complessivi ci dicono che i democratici
in europa hanno fiducia in Ignazio Marino, con un risultato intorno al 21% che
è una dato ben al di sopra della media nazionale.
Marino ottiene
degli ottimi risultati nelle grandi città (Parigi 77%, Madrid 44% Berlino 41%,
Ginevra 36%, Francoforte 31%, Berna 25%, Bruxelles 19%).
Ma va bene anche
in tutta la Svizzera (14%), la Germania (15%) e il Lussemburgo (18%) secondo i
primi dati pervenutici. Nella piccola Thun, il primo circolo dove si è votato
in Svizzera, per esempio, Marino ha ottenuto un inaspettato 36%. Un risultato
che ci ha subito fatto ben sperare e che si sta confermando essere stato di
buon augurio.
Nei prossimi
giorni si voterà a Londra, Amsterdam, Monaco di Baviera, dove speriamo di
consolidare e migliorare il risultato della mozione Marino in Europa.
Riccardo Spezia,
Coordinatore Comitato Italiani nel Mondo per Marino (de.it.press)
II Conferenza sull’immigrazione. Formigoni propone di passare alle Regioni
la gestione dei flussi
Milano - "Per
gestire al meglio la situazione migratoria sarebbe necessario superare la
gestione centralizzata dei flussi e attribuire alle Regioni competenze in
materia, come peraltro la Lombardia chiede da tempo; ciò sarebbe peraltro in
linea con quella maggior autonomia verso la quale stanno andando le Regioni
stesse". La proposta è stata avanzata dal presente della Regione
Lombardia, Roberto Formigoni, nel suo intervento di apertura alla "Seconda
Conferenza Nazionale sull'Immigrazione" tenutasi a Milano.
"Potendo
stabilire l'entità dei flussi, sapremmo, infatti, - ha detto - quantificarli
meglio in relazione sia alle reali necessità di lavoro, casa e assistenza sia
alle nostre capacità di accoglienza".
Su come affrontare
il problema dell'integrazione, tema centrale di tutti gli interventi del
convegno, il presidente Formigoni ha voluto precisare che "l'Italia ha
davanti a sé la strada spianata per pensare ad un nuovo modello di integrazione
dopo il fallimento dei due modelli di convivenza più diffusi: il multiculturalismo
e l'assimilazionismo".
"Il primo, di
stampo anglosassone - ha spiegato - basato sulla certezza che sia possibile
convivere pacificamente mantenendo idee e costumi in contrasto, ha creato
ghetti spaventosi; il secondo, l'assimilazionismo, di stampo francese, che
impone a ciascuno di rinunciare alla propria identità per aderire ad un
patriottismo laicista, ha prodotto le rivolte delle banlieu. Noi ora invece
possiamo sperimentare un nuovo modello, che potremmo definire "di
meticciato", dove una cultura dominante, che per noi è quella cristiana e
liberale, ponga regole chiare e valori indiscutibili, ma per il resto sia
capace di assorbire apporti culturali e identità differenti. In questa ottica
la scuola è fondamentale".
"Sono oltre
152mila gli alunni stranieri che frequentano le scuole lombarde", ha poi
precisato l'assessore alla Famiglia e Solidarietà sociale Giulio Boscagli.
"Sono un quarto di tutti i ragazzi immigrati d'Italia e costituiscono il
10% del totale degli alunni lombardi, contro una media nazionale del
6,4%". L'assessore ha poi illustrato la situazione dell'immigrazione in
Lombardia e gli interventi della Regione in questo settore.
"Si stima –
ha detto - che gli immigrati nella nostra regione siano 1.170.000 e che siano
aumentati, nell'ultimo anno, di 110.000 unità. Il loro numero è triplicato dal
2001. Sono presenti 180 nazionalità, anche se più della metà degli immigrati
sono rumeni, albanesi e marocchini. Dal 2001 inoltre si è assistito a una
notevole diffusione della loro presenza sul territorio: si sono spostati dalle
grandi città (Milano e Brescia) verso i piccoli centri: nel 2001 il 34% di essi
gravitava sulla provincia di Milano, oggi la percentuale è del 20%".
"Questa
grande varietà di nazionalità - ha concluso l'assessore - ha comportato
ovviamente molti problemi. Da molti anni però la Regione sta lavorando per
affrontarli e realizzare una vera integrazione".
Tra le tante
iniziative l'assessore ha ricordato "Certifica il tuo italiano",
"Telefono Mondo", "Tutti a scuola", guida per famiglie rom
e sinti, e "Abitare in Lombardia" per aiutare le fasce deboli della
popolazione a cercare casa. (aise)
Lo straniero e il cittadino. Regole severe ma senso di giustizia
Anche chi, come
chi scrive, è favorevole alla pratica dei respingimenti e alla sanzione
dell’immigrazione clandestina — respingimenti e sanzioni adottati di fatto
oltre che dall'Italia anche dalla Francia e dalla Spagna, cioè dai Paesi che
rappresentano i 4/5 del confine mediterraneo dell'Unione Europea — non può ovviamente
pensare che sia solo con questi mezzi che vada affrontato il fenomeno
migratorio. Insomma, è necessario, sì, cercare di arginare e legalizzare i
flussi degli arrivi, ma insieme (sottolineo: insieme) è necessario sia
accogliere civilmente chi viene in Italia sia promuoverne al massimo
l'integrazione. Fino a dargli la possibilità, se vuole, di diventare italiano.
Per due ragioni
fondamentali: da un lato per il forte calo demografico che incombe sulla
penisola, con in prospettiva la conseguente perdita di vitalità economica e non
solo; dall'altro per la necessità di attenuare il più possibile il potenziale
di anomia, di disordine e di vera e propria illegalità che si accompagna
fisiologicamente al fenomeno migratorio. La prospettiva di diventare cittadino
a pieno titolo del nuovo Paese costituisce un potente incentivo psicologico a
osservarne le leggi, impararne la lingua, guardarne con simpatia i costumi e la
storia.
Finora, però,
diventare italiano è stato, per uno straniero, difficilissimo. Noi, infatti,
abbiamo una legge sulla cittadinanza che è quanto mai restrittiva nei confronti
di chi non può vantare almeno un genitore o un coniuge italiano ma solo la
semplice residenza. Basti dire che in un anno tipo, come il 2005, non solo le
concessioni della cittadinanza italiana sono state meno di ventimila contro le
154 mila della Francia e le 117 mila della Germania, ma che circa i 4/5 di tali
concessioni sono avvenute per matrimonio e non per residenza.
Dunque, chi vuole
realmente cercare di integrare gli immigrati — e, aggiungerei, chi crede
davvero nei valori umani, culturali e politici dell'Italia, e dunque nella loro
reale capacità di attrazione verso gli estranei — non può che mirare ad
allargare la legge sulla cittadinanza. Ed è per l'appunto questo l’obiettivo
meritorio della proposta di legge appena presentata alla Camera dai deputati da
Andrea Sarubbi e Fabio Granata. Secondo la quale, innanzitutto, d'ora in avanti
potranno diventare automaticamente cittadini italiani due categorie di soggetti:
a) chi nasce in Italia da un genitore ivi legalmente soggiornante da almeno
cinque anni; b) lo straniero nato in Italia o che vi è arrivato prima di aver
compiuto i cinque anni di età e vi ha legalmente soggiornato fino alla maggiore
età. Può da ultimo diventare cittadino italiano, su richiesta, anche qualunque
minore straniero che abbia completato con successo un corso d’istruzione
scolastico, anche primaria o di formazione professionale, presso un istituto
italiano. Si vuole favorire, insomma, la possibilità per qualunque giovane
straniero, immerso di fatto fin dall’inizio della sua vita nella cultura
italiana, di diventare italiano a tutti gli effetti, e dunque di non sentirsi
diverso o addirittura in una posizione d'inferiorità rispetto ai suoi coetanei.
Non basta. L’altra
grande novità della proposta riguarda gli stranieri adulti. Essa consiste nella
riduzione da dieci a cinque anni del periodo di tempo necessario per ottenere
la cittadinanza. Ma a un’importante condizione: l’accertamento in un colloquio
della conoscenza dell’italiano nonché della «vita civile dell’Italia e della
Costituzione».
Questa, a grandi
linee, la proposta di legge. Naturalmente alcuni aspetti andranno meglio messi
a fuoco: per esempio, il livello A2 richiesto per la conoscenza dell’italiano è
probabilmente un livello troppo elementare, così come bisognerebbe fare in
modo, già nella lettera della legge, che l’accertamento della conoscenza
anzidetta e quello della cultura e della Costituzione italiane non obbediscano
all’andazzo permissivistico che l’ambiente politico-burocratico nostrano adotta
troppo spesso in casi simili.
Ma l’importante è
che si sia imboccata la strada giusta e nel modo giusto. Cioè con un testo
frutto del lavoro congiunto di un rappresentante della maggioranza e di uno
dell’opposizione, come sono per l’appunto Sarubbi e Granata.
E’ vero che
proprio per questo l’inguaribile retroscenismo nazionale ha già battezzato la
proposta in questione «la legge di Fini», considerandola una sorta di ballon
d'essai del supposto trasversalismo politico del presidente della Camera.
A costo però di
apparire fin troppo ingenui, a noi piace pensare che non sia così. Ci piace
credere, più semplicemente, che, poiché circa il modo come si diventa cittadini
della Repubblica è bene che siano d’accordo il maggior numero d’italiani, una
volta tanto esponenti della destra e sinistra lo abbiano capito, e una volta
tanto abbiano agito di conseguenza. Ernesto
Galli della Loggia CdS 29
Times sull’Italia: "Centrodestra razzista e machista". Ogoniok:
"Il bulletto delle donne"
Duro editoriale
del quotidiano britannico dopo l'ennesima battuta di Berlusconi
sugli Obama
"abbronzati". Guardian: "Annozero punito per l'intervista a
D'Addario"
Ampia inchiesta
del settimanale russo, che intervista anche Ezio Mauro: "Chi vincerà in
Italia? il potere senza principi o i principi senza potere?" - dal
corrispondente Enrico Franceschini
LONDRA - Definire
per la seconda volta Barack Obama come un leader "abbronzato", e
aggiungerci per l'occasione che è "abbronzata" anche sua moglie, la
first-lady Michelle, deve sembrare una brillante spiritosaggine a Silvio
Berlusconi, ed evidentemente anche agli attivisti del Popolo della Libertà che
si sono sganasciati dalle risate a sentirglielo dire nei giorni scorsi al
ritorno dal summit del G20 di Pittsburgh. Ma per il Times di Londra l'abitudine
del premier italiano a fare battute controverse, o a pronunciare gaffe col
sorriso sulle labbra, rivela un atteggiamento più grave e preoccupante. In un
breve, duro editoriale, il quotidiano britannico afferma che nella coalizione
di centro-destra c'è "una traccia di razzismo e xenofobia", oltre che
di complicità maschile nell'accettare il dongiovannismo di un leader che si
vanta di promuovere il valore della famiglia. E "insultare Michelle
Obama" potrebbe rivelarsi un passo troppo lungo per lui, scrive il Times.
La settimana
prossima la Corte Costituzionale deciderà se la legge che "egli ha fatto
approvare per ottenere l'immunità giudiziaria" è valida, osserva
l'editoriale. Se la legge verrà cancellata, scoppierà "un pandemonio"
e Berlusconi "potrebbe indire elezioni anticipate, fiducioso di essere
riconfermato" a furor di popolo. "Ma coloro che all'interno del
centro-destra temono che il suo comportamento arrogante danneggi la reputazione
dell'Italia nel mondo e metta in pericolo la sua democrazia interna, potrebbero
avere un'altra opinione". Un'allusione alla possibilità che i suoi stessi
alleati, in caso di un verdetto contrario alla legge da parte della Corte
Costituzionale, gli si rivoltino contro.
L'editoriale del
Times, firmato da Richard Owen, è accompagnato da una corrispondenza di Lucy
Bannerman sulla battuta sulla first-lady. Titolo: "Nel caso che qualcuno
non l'avesse sentita la prima volta, Berlusconi ripete la gaffe sugli Obama
abbronzati". Sullo stesso tema ci sono stamani articoli anche sul Daily
Telegraph, su El Mundo, in prima pagina sull'autorevole quotidiano americano
Christian Science Monitor e su svariati altri giornali stranieri.
Un altro argomento
seguito dalla stampa internazionale è la campagna lanciata da "giornali di
famiglia" di Berlusconi, come Il Giornale e Libero, per esortare gli
italiani a non pagare più il canone di abbonamento alla Rai, per protesta
contro la trasmissione "Annozero". Un'iniziativa presa, scrive il
Guardian di Londra, per "punire un programma che ha trasmesso
un'intervista con una escort che ha detto di ave passato la notte con il primo
ministro".
Australia.
Patrizia D'Addario, la escort in questione, è stata intervistata anche dalla
Australian Broadcasting Corporation, la principale rete televisiva australiana,
alla quale ha ripetuto la sua versione degli eventi: "Per Berlusconi, i
party erano una maniera di incontrare ragazze. Per le ragazze, era chiaro che
si trattava di un'opportunità, una facile strada sulla scala verso il
successo".
Francia. Tra gli
altri articoli sul caso Berlusconi, oggi c'è anche una lettera
dell'ambasciatore italiano a Parigi al quotidiano francese Libération: il
diplomatico definisce "insulti" e "calunnie" un servizio
pubblicato nei giorni scorsi sullo scandalo attorno al premier da Libération.
Russia. La
copertina e un'ampia inchiesta sulla vicenda escort, seguita da un'intervista
al direttore di Repubblica Ezio Mauro, sul settimanale russo Ogoniok. Il titolo
è "Il bulletto delle donne". E così il giornale russo introduce la
vicenda: "La libertà di stampa e il coinvolgimento dei giornalisti per
essa e per se stessi non è solo un problema italiano ma in Italia, nello
scontro tra il primo ministro Berlusconi e il quotidiano La Repubblica tutto è
più teatrale, più sessuale, più coinvolgente per il pubblico. Chi vincerà: il
potere senza principi o i principi senza potere?". LR 29
Da Marx a Kohl, le due vite della ex “ragazza dell’Est”
Militante dei
giovani socialisti nella Ddr, la svolta dopo la caduta del Muro
di Marco Berti
Ci sono due anime
nella storia di Angela Merkel, il Cancelliere venuto dall’Est che la rivista
Forbes ha posto per il quarto anno consecutivo in vetta alla classifica delle
cento lady più potenti del mondo e che si appresta a guidare la Germania con un
nuovo convinto mandato. A separarle sono il Muro di Berlino e la sua caduta, di
cui proprio quest’anno si celebra il ventennale.
Oggi la Merkel è
alla guida dei conservatori della Cdu, l’Unione Democratica Cristiana, ma in
passato ha rivestito un ruolo importante e di grande responsabilità in ben
altra forza, i socialisti della Ddr, come responsabile del dipartimento della
propaganda.
Angela Dorotea
Kasner (Merkel è il nome del primo marito, l’attuale si chiama Joachim Sauer) è
nata ad Amburgo il 17 luglio del 1954. Il padre, Horst Kasner, era un pastore
luterano che, insieme alla moglie Herlind fece la scelta, quando Angela era
ancora piccola, di passare a Est, una svolta decisamente controcorrente in quel
periodo storico. Non solo, ma l’uomo godeva evidentemente dei favori del regime
in quanto aveva privilegi riservati all’epoca a pochi eletti: la possibilità di
viaggiare senza problemi fra l’Est e l’Ovest della Germania, nonostante le
severe restrizioni riservate ai comuni mortali, e il possesso di ben due
automobili.
Ed è in questo
contesto che è cresciuta la Merkel, divisa fra Martin Lutero e Karl Marx. Ha
fatto parte del movimento socialista “Libera Gioventù Tedesca” ed è stata
membro prima, e segretario poi, del dipartimento “Agitprop”, agitazione e
propaganda. Si muoveva sovente all’interno del blocco sovietico, con Mosca come
meta preferita, al punto da parlare correntemente la lingua russa. Laureata in
fisica all’Università di Lipsia, ha lavorato come ricercatrice per dodici anni
all’Istituto Centrale per la Chimica-Fisica dell’Accademia delle Scienze di
Berlino-Adlershof.
Poi la svolta
ideologica, subito dopo il crollo del Muro, alla fine del 1989. Fu in quei
giorni che aderì al nuovo partito “Risveglio Democratico”, nato sull’onda di
quegli avvenimenti. Un anno dopo la caduta del Muro entrò nel Bundestag e, dopo
la fusione del suo partito con la Cdu, fu nominata primo ministro per le Donne
e i Giovani nel terzo governo di Helmut Kohl, poi ministro per l’Ambiente e la
Sicurezza dei Reattori. Fu soprannominata “das Mädchen”, la ragazza, in
considerazione della sua giovane età.
Nel 2000 fu scelta
alla guida del partito, cinque anni dopo ottenne la nomination per la Cdu/Csu
(omologo, quest’ultimo partito, dei cristiano democratici in Baviera) come
sfidante del cancelliere Gerhard Schroeder (Spd). Vinsero i conservatori, ma di
misura strettissima, al punto da non essere in grado di formare una maggioranza
di governo. I due raggiunsero un accordo che prevedeva la Merkel cancelliere e
otto dei sedici ministeri all’Spd.
Il resto è storia
di oggi, storia della donna più potente del mondo che non ha mai, nemmeno per
un momento, mischiato la sua vita privata a quella pubblica, senza prestare il
fianco al gossip, dando di sé un’immagine di donna alle prese con i problemi di
tutte le donne e al contempo di un animale politico di forte temperamento. Non
a caso è stata più volte paragonata all’ex premier britannico Margaret
Thatcher. IM 28
Westerwelle liberale oltre i cliché
La sintesi di un
risultato per tanti aspetti inedito e travolgente l’ha data in due colpi
precisi un giornale di Berlino: «Guido Westerwelle trionfa, Angela Merkel
governa».
Lo tsunami
Westerwelle, nome che in italiano potremmo tradurre «Onda dell’Occidente», è
difatti la novità di punta di un’elezione che assegna al giovanile e
spregiudicato leader liberale la medaglia del vincitore reale.
Mentre riconferma
alla Merkel, togliendo punti ai due partiti democristiani che la spalleggiano,
lo scontato bis personale alla Cancelleria e decreta, con la sconfitta di
Steinmeier, la catastrofe storica della più antica socialdemocrazia europea.
Completa il quadro, estremamente mosso, la notevole ma pur sempre marginale
avanzata della Linke di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi, figure di testimonianza
di una «sinistra delle sinistre» che ha rastrellato voti di protesta fra gli
elettori insoddisfatti dell’Ovest e quelli nostalgici dello scomparso Stato
assistenziale dell’Est.
La vittoria netta
di Westerwelle e del suo partito, la Fdp, Freie Demokratische Partei,
emarginata per undici anni all’opposizione, ma ora balzata dal 9,8% al 15, ha
tanti significati non solo sul piano politico, ma anche su quello del costume e
direi perfino dell’estetica politica. Vediamo il liberalismo tedesco
occidentale, che dall’epoca di Adenauer e di Erhard fino ai tempi di Brandt e
di Kohl aveva esercitato la funzione dirimente dell’ago della bilancia nelle
formule di governo, lo vediamo uscire da un mezzo coma e rompere a galoppo su
una scena in crisi cavalcato da un personaggio anomalo, che fino all’altroieri
veniva dileggiato dagli avversari come una scheggia mondana impazzita o
applaudito dai seguaci ipnotizzati come un attore trasgressivo e dissacrante.
Lo ricordo nei
depressi convegni liberali di fine secolo in Renania. Tentava di rivitalizzare
con spericolate battute di spirito il terzo partito germanico in calo di
consenso, annunciando alle platee, non so se allibite o fiocamente rallegrate,
che la Fdp per rinascere avrebbe dovuto nientemeno che mimetizzarsi in una
«Spasspartei»: partito dello spasso e del divertimento. S’attagliavano
perfettamente all’annuncio, considerato da molti profanatorio, l’aspetto
esibizionistico e il portamento pubblico anticonvenzionale del giovane
segretario generale. Nell’omosessuale dichiarato, nei suoi abiti eccentrici e
raffinati, nella prestanza ginnica, nelle battute ricalcate sugli aforismi di
Wilde, già allora non c’era quasi nulla dell’aplomb severo dei grandi borghesi
liberali come il presidente della Repubblica Walter Scheel e il pressoché
inamovibile ministro degli Esteri Dietrich Genscher, che certo disdegnavano Wilde
e certamente leggevano Max Weber.
Definire quindi
uomo di destra un imprevedibile picaro della politica postmoderna (così direbbe
lui), classificare la sua estroversa entrata nella Piccola Coalizione accanto
alla materna Angela come una «svolta a destra» dell’asse politico tedesco, mi
sembra alla fin fine improprio. Applicare i soliti cliché di un lessico
topografico antiquato a un corridore stravagante, proteiforme e inafferrabile
come Westerwelle, appare approssimativo o quantomeno prematuro. Si mescolano,
in lui, un radical chic politicamente scorretto, un liberista estremo, un
oppositore del fisco punitivo, un fautore dello Stato magro, attentissimo però
alla questione dei diritti civili, all’ecologia ragionata, alla libertà
individuale, alla protezione perfino esaltata della diversità che egli stesso
non occulta e pratica apertamente, a fianco del suo compagno, nella vita
privata. Lo si direbbe un miscuglio asimmetrico, radicalizzato alla tedesca,
tra il miscredente Zapatero e lo spregiudicato conservatore Cameron. Per
qualche altro lato può evocare più il liberalismo radicale di un Pannella che
quello tradizionale di Malagodi. Se diverrà vicecancelliere e ministro degli
Esteri, su certi argomenti civili, per usare il vecchio vocabolario, potrà scavalcare
a sinistra la stessa Merkel, parzialmente contagiata e socialdemocratizzata dal
suo ex vice Steinmeier.
Oggi appoggiano
l’animale di successo la grande industria, le dame da salotto abbienti e
influenti, il ceto medio benestante che deplora la tassazione eccessiva subita
durante i quattro anni semiassistenzialisti del connubio cristiano-socialista.
Ma l’inattesa ondata Westerwelle ha lambito e inghiottito anche il voto di
ecologisti urtati dall’incontinenza ideologica dei Verdi, di molti metalmeccanici
e perfino di tanti disoccupati delusi dal cerchiobottismo caritatevole della
Grande Coalizione. Il sorprendente personaggio ha ribaltato le regole del
compromesso storico germanico, che aveva visto fidanzarsi in senso politico,
durante la campagna elettorale, la cautissima candidata Merkel e il
prudentissimo candidato Steinmeier, non più rivali ma quasi complici navigati e
astuti.
La punizione
reattiva da parte dell’elettorato è stata esemplare e molto mirata. Hanno
imbalsamato per una seconda legislatura la Merkel, hanno limato però lo zoccolo
duro Cdu-Csu che la sosteneva, hanno inabissato la Spd e scartato il mito o, se
vogliamo, il placebo del perfetto bipartitismo di governo. Hanno in definitiva
premiato l’outsider imperfetto ma velocissimo che, da domani in poi, dovrà
vedersela coi duri fatti di una crisi che continua ad attanagliare e
destabilizzare con tre milioni di disoccupati il Paese più importante
dell’Unione Europea. ENZO BETTIZA LS 29
Berlino. «Alla sinistra mancano leader giovani»
L’analista
Krippendorf: «Si devono riconciliare con l’ala radicale»
BERLINO - Il noto
professore di storia e politica alla Freie Universitaet di Berlino e teorico
della sinistra tedesca Eckhardt Krippendorf è membro dell’Spd fin dal 1957, ma
per il futuro del più vecchio partito socialdemocratico europeo vede ugualmente
nero.
«Credo che il
tracollo elettorale di domenica ha evidenziato soprattutto un dilemma nel quale
si trova il partito di Muentefering e Steinmeier. Quello cioè della mancanza
quasi completa di nuovo personale e di leader giovani in grado di prendere in
mano le redini del partito e di salvarne le sorti. I leader attuali sono tutti
oltre i cinquant’anni, anzi, molti di loro sono ben oltre la soglia dei
sessanta ed undici anni di permanenza al governo li hanno consumati».
È quindi un
problema solo generazionale?
«Non solo
generazionale forse, ma se consideriamo che il leader del partito liberale
Guido Westerwelle ha oggi 48 anni e si accinge a diventare ministro degli
esteri e che la cancelliera Merkel che è in carica già dal 2005 ha oggi 55
anni, credo che quello dell’età e dell’invecchiamento della classe dirigente
socialdemocratica non sia un problema trascurabile».
Il partito ha però
anche bisogno di correggere la sua rotta e di ridefinire un suo profilo
politico ora che è all’opposizione.
«In questo senso
non c’è altra alternativa per la vecchia Spd se non quella di una
riconciliazione con la sinistra radicale della Linke, nata due anni fa proprio
da una costola socialdemocratica. Personalmente comprendo le diffidenze di
molti dirigenti socialdemocratici nei confronti della facile demagogia
populista della Linke».
Una demagogia che
fa però presa sugli elettori.
«Sì, è vero, ma
sono tutte ricette che risalgono ai partiti socialisti di cinquant’anni fa. Se
oggi un partito vuole essere in grado di governare non può limitarsi a fare
promesse impossibili alla gente, a promettere ricchezza e regali che nessuno
stato è in grado di permettersi. E poi un leader come Oskar Lafontaine è molto
discutibile».
Cos’ha contro
Lafontaine?
«Io sono forse
troppo moralista, ma quando Lafontaine si dimise da ministro delle Finanze e da
tutti i suoi altri incarichi di partito in seno all’Spd, incassò per un lungo
periodo ben tre pensioni: quella di ex governatore del Saarland, di ex ministro
e di ex deputato. Per un tribuno della giustizia sociale e dell’egualitarismo
mi sembra francamente un atteggiamento a dir poco discutibile».
Con l’amara sconfitta
di domenica, si può dire che si chiude anche il capitolo della svolta moderata
socialdemocratica e quello di leader come Tony Blair o Gerhard Schröder che
hanno conquistato il potere portando i loro partiti su posizioni quasi
neoliberiste?
«Non so se questo
significa necessariamente un fallimento della terza via e del pragmatismo
moderno del centro sinistra tedesco o di quello britannico. Vero è che il
chiaro risultato di domenica ridà vita ai vecchi schieramenti antagonisti tra
loro. Ad un centro-sinistra più fedele ai suoi principi e forse anche ad un
centro destra che però attualmente in Germania sotto Angela Merkel è più un
centro-centro».
Wa.Rau. IM 29
La fine amara dei figli di Brandt. Ora la Spd processa se stessa
«Non torneremo
indietro, non abbiamo governato invano» - dal nostro inviato Mara Gergolet
BERLINO — Si
presentano come a un processo. Senza nascondersi e prendere tempo. Frank-Walter
Steinmeier, candidato cancelliere dell’Spd, e Franz Müntefering, presidente del
partito, escono davanti alle telecamere mezz’ora dopo che i maxischermi tv,
sparsi su tutti i muri della Willy Brandt Haus, hanno zittito la platea
socialdemocratica. Il 23 per cento di queste elezioni è il peggior risultato
del dopoguerra, e i due leader che escono a caricarsene il peso, sono i volti
del tracollo della socialdemocrazia tedesca dopo un secolo e mezzo di storia.
GIORNO AMARO - «È
un giorno amarissimo — esordisce piatto Steinmeier — Un bruttissimo risultato
che non si può negare». Cravatta nera a pallini rossi per lui, la classica
cravatta rossa (amata da Schröder) che usava nei tempi gloriosi per
Müntefering, parlano sotto il braccio alzato della statua di Willy Brandt. Come
se avessero previsto questo risultato da tempo, come se mettesse fine a tutte
le lotte e dispute interne, Steinmeier sembra quasi lieto di annunciare:
«Andremo all’opposizione, saremo un’opposizione responsabile che farà da
guardia al governo su ogni singolo argomento. Non torneremo agli anni Novanta,
non abbiamo governato invano: quella Germania è sparita». Si sforza di mostrare
orgoglio: «Io non ho tradito». («Mostra orgoglio — gli ha suggerito due giorni
fa l’ex cancelliere Helmut Schmidt, in una pausa della campagna elettorale —
sii orgoglioso degli uomini migliori di questo partito»). E come un capo che
non retrocede, che «ha portato la responsabilità», annuncia che guiderà il
gruppo socialdemocratico in Parlamento: «Io non fuggirò». Non fuggirà, ma se
vorranno cacciarlo, uccidere il padre d’un umiliante sconfitta? Non pensa di
dimettersi, chiede impietosa una giornalista a Müntefering (ritenuto da molti
in bilico, anche più di Steinmeier) e lui non ne vede il motivo. Avremo,
annuncia soltanto, un congresso a novembre, si deciderà.
RESA - Ma anche
prima del «processo», prima di questa assunzione di colpa pubblica, la Willy
Brandt Haus era la resa di tutto un partito. Nel palazzo di vetro e acciaio di
otto piani con librerie e bar — la prova di forza (architettonica) nella
Berlino 2000 di un Volkspartei che aveva in pugno la Germania — ieri ti
chiedevi dov’era la folla tatuata, le coppie che si baciavano, i riccioli
alternativi che gremivano il tendone della Linke o dei Verdi. Il popolo Spd
(anche trentenne, quelli più giovani sono pochi) porta vestiti neri, come il
milionario rosso Harald Christ, consigliere economico di Steinmeier, la divisa
seria (ma senza cravatta, ci sono già i liberali) di una «sinistra
responsabile». E sembra che sia al «party» per dovere d’ufficio. Perché è
successo? Così caro il prezzo da pagare, come sostiene lo storico Paul Nolte,
per le riforme Schröder e la coabitazione con la Merkel (in nome della difesa
della socialdemocrazia) privandosi del potere di critica «mentre lo Stato
sociale è il nodo di tutte le fobie tedesche?». Però i numeri sono lì, e il
partito fondato nel 1863 da Ferdinand Lassalle, come imparano tutti i bambini
tedeschi a scuola, non è quasi più — secondo i canoni tedeschi — un
Volkspartei, un partito del popolo.
STORIA - Eppure,
nessuno in Europa può vantare la storia della socialdemocrazia tedesca,
sopravvissuta al nazismo che l’aveva bandita, riformata a Bad Godesberg
(rinnegando quell’articolo del vecchio statuto che auspicava «la lotta al
capitalismo delle proprietà private» attraverso «la proprietà sociale»). Quasi
nessuno ha un’icona così potente come Willy Brandt che si inginocchia nel
ghetto di Varsavia. Ha ragione Steinmeier a essere orgoglioso. La Germania che
rivendica è quella di Schröder, che — ricorda il politologo Oskar Niedermayer —
è tornata alle missioni internazionali di guerra, ha lanciato l’economia verde,
ha riformulato i rapporti con la Russia. «Non siamo più quelli degli anni
Novanta», dice Steinmeier. Ma la domanda che tutti oggi si fanno è: dove
andranno i socialdemocratici? Andrà costruita, come auspica l’ala di sinistra,
un’alleanza alternativa con la Linke e magari con i verdi? Le prime risposte
nei prossimi giorni, quelle più serie da novembre. Non è detto che Steinmeier
guidi la risalita. Ai socialdemocratici (come ai democratici Usa) non è mai
mancato — dai tempi di Brandt a quelli di Schröder — il gusto delle guerre
intestine. CdS 28
L’Ambasciatore Puri Purini: ma non cambia la politica sociale di mercato
«Sarà un’alleanza
con forze più omogenee, ma non cambierà la caratteristica tedesca dell’economia
sociale di mercato». Lo afferma in quest’intervista Antonio Puri Purini, fino a
poche settimane fa ambasciatore italiano a Berlino ed ex consigliere
diplomatico di Carlo Azeglio Ciampi.
Ambasciatore, un
risultato che premia la Cdu e i liberali e panalizza fortemente i
socialdemocratici. Quale è il senso di questo voto?
«I risultati
confermano che la Germania è una democrazia straordinariamente matura che ha
votato dopo un dibattito forse noioso ma certo migliore delle campagne
elettorali basate su contrapposizioni populistiche. E’ stato un voto esercitato
con senso di responsabilità, che contiene in sè una sua logica».
Ma perché la
socialdemocrazia ha ottenuto un risultato così deludente?
«E’ stata
l’abilità della Merkel che ha portato la Cdu più a sinistra a togliere spazio
all’Spd. Comunque bisogna stare attenti: un governo nero-giallo non
significherà assolutamente un cambiamento nel cuore del pensiero
politico-economico tedesco. E cioè l’economia sociale di mercato, un concetto
che viene continuamente aggiornato per conciliare crescita economica e
giustizia sociale».
Quali effetti sono
prevedibili per l’unità europea?
«La Germania sarà
maggiormente in grado di riprendere il suo ruolo propulsivo in Europa. Sono
convinto che la Merkel riproporrà in maniera incisiva il tema del rilancio
dell’integrazione europea che non è solo l’attuazione del Trattato di Lisbona.
Il problema è che la Germania va affiancata, non deve essere lasciata sola con
la Francia».
Per l’Italia si
aprono nuovi spazi di collaborazione?
«Un fatto positivo
nei rapporti italo-tedeschi è stato, a suo tempo, l’azione di Ciampi. Anche il
governo Prodi ha dato un importante contributo così come anche il primo periodo
del terzo governo Berlusconi ha fatto registrare un buon approccio bilaterale.
C’è solo da sperare che l’Italia si renda conto di quanto questo partner sia
fondamentale per far progredire l’Europa. E il presidente Napolitano sta dando
una significativa testimonianza in questo senso». PAOLO CACACE IM 28
Germania, la crisi profonda dell'Spd. E il nuovo centrodestra è già al
lavoro
Dopo il voto di
domenica, sotto shock il popolo della sinistra tradizionale
Per Merkel e
Westerwelle al via i negoziati per il programma e la distribuzione degli
incarichi - dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO - La Spd,
cuore antico della sinistra europea, è in una crisi da cui non si sa se ce la
farà a uscire, ha detto l'autorevole direttore dello splendido settimanale Die
Zeit, Giovanni Di Lorenzo. Riunioni d'emergenza, il leader del partito pronto a
gettare la spugna, congresso straordinario a novembre, il popolo di sinistra
tradizionale sotto shock. Il nuovo centrodestra del giovane, dinamico leader
liberale (Fdp) Guido Westerwelle e della cancelliera democristiana (CduCsu)
Angela Merkel invece è già al lavoro.
Merkel e
Westerwelle hanno avuto un primo colloquio esplorativo ed entro la prossima
settimana cominceranno a ritmo serrato i negoziati per il programma di governo
e la distribuzione degli incarichi ministeriali nella nuova coalizione.
"Angie" e Guido hanno fretta: il nuovo Bundestag, cioè il Parlamento
federale uscito dalla svolta storica delle elezioni di domenica, terrà la sua
seduta costitutiva-inaugurale entro il 27 ottobre. E la cancelliera venuta
dall'est ci tiene a che il governo "nero-giallo" (dai colori dei due
partiti, cioè nero per la CduCsu e giallo per la Fdp) sia varato entro il 9
novembre, l'anniversario ventennale della caduta del Muro di Berlino.
"Vogliamo
lavorare spediti, ma anche seriamente e a fondo", ha spiegato a noi
giornalisti Guido Westerwelle. Forte del volo del suo partito, la Fdp appunto,
vuole ottenere che nel programma di governo per una coalizione con una CduCsu
indebolita "sia tradotto in pratica il massimo possibile del programma di
noi liberali". Cioè meno tasse, vistosi sgravi tributari, incentivi quindi
all'economia per creare più posti di lavoro, più spese per l'istruzione.
Westerwelle
iscrive tra le sue priorità anche il pacifismo: "Ci piace moltissimo e ci
entusiasma la proposta del presidente Usa Barack Obama per un disarmo radicale,
fatta propria dall'Onu con la richiesta di un mondo senza più armi atomiche",
ha detto, "io voglio che siano ritirate le ultime testate nucleari in
Germania, un relitto della guerra fredda".
Le atomiche di cui
"superGuido" vuole il ritiro sono testate delle US Armed Forces in
dotazione alla Nato, affidate al comando Nato e alla decisione politica
d'impiego o di minaccia d'impiego in mano a Washington, all'Alleanza e ai
governi nazionali dei paesi dove sono schierate. I vettori sono spesso
bombardieri dei paesi europei ospitanti, come i Tornado della Luftwaffe o
dell'Aeronautica militare italiana.
Sui tagli al fisco
non si escludono frizioni tra gli ambiziosi piani della Fdp che vuole sgravi
rapidi in due fasi di qui al massimo il 2013 e la prudenza dei democristiani
della cancelliera. Non a caso Angela Merkel ha detto oggi lunedì di voler
essere e restare la garante dell'equilibrio sociale tra i redditi e
dell'economia sociale di mercato.
Quanto alle
poltrone nel futuro governo, nessuno dei due si sbilancia ma è assolutamente
scontato che Guido Westerwelle sarà ministro degli Esteri e vicecancelliere. In
politica estera ed europea vuole sostenere l'integrazione della Ue sulla via
del Trattato di Lisbona ma al tempo stesso è contro ogni pressing dei paesi
forti e grandi della Ue (come la Germania) sui più piccoli. LR 28
Lo choc tedesco investe la sinistra italiana
Fassino: troppe
insicurezze, siamo spiazzati. Ranieri: cercare altre strade
ROMA — Lo
smottamento della Spd, il partito socialdemocratico tedesco, è stato talmente
grosso che anche una persona tenuta per mestiere a tacere di fronte a certi
eventi, o a ricorrere a espressioni vaghe e circospette, non si è sentita
obbligata a tortuosi giri di parole. «I socialdemocratici devono reinventarsi»,
diceva domenica sera l’ambasciatore di Germania in Italia, Michael Steiner,
sulla terrazza di un suo collaboratore, Andreas von Brandt, che sovrasta quasi
tutta Roma. «La debolezza del centro-sinistra che c’era in Francia, Italia e
Gran Bretagna adesso è comune anche alla Germania. Questi centro-sinistra
devono parlarsi, ragionano troppo in termini nazionali e devono pensare in modo
europeo», sosteneva Steiner, dal 1998 al 2001 consigliere diplomatico
dell’allora cancelliere Gerhard Schröder, Spd.
CROLLO - È anche
per questo mal comune che domenica numerosi dirigenti del Partito democratico
hanno seguito gli exit poll nei quali si ravvisava un crollo di oltre il 10%
dei socialdemocratici tedeschi, dal 34,2% delle elezioni politiche del 2005 a
circa il 23%. Un mal comune che suscita riflessioni di vario tipo. «Viene da
mordersi le mani a pensare che nel nostro Paese il Pd, un anno fa, ha perso le
elezioni per il Parlamento superando il 33% dei voti, e in meno di un anno non
è riuscito a farne un punto di forza da cui ripartire. La crisi del socialismo
europeo è una conferma che bisognava cercare altre strade rispetto ai partiti
precedenti», dice per esempio Umberto Ranieri, già dirigente del Pci, oggi
membro della direzione del Pd. A sinistra c’è chi dà un’interpretazione dei
risultati piuttosto lineare. «La Spd paga il prezzo della partecipazione alla
Grande coalizione. È la considerazione più banale, ma anche la più vera. Poi si
può riflettere sul fatto che abbia compiuto una scelta al servizio del Paese e
ne paghi le conseguenze», osserva Enrico Boselli, già segretario dei Socialisti
democratici italiani. «In più ha pesato la difficoltà nel trovarne un leader
adeguato per il dopo-Schröder», aggiunge questo ex dirigente del Psi.
COMPITI URGENTI -
Riemerge tuttavia una necessità di ripensare che cosa debba significare essere
di sinistra, o di centro-sinistra, in società sviluppate e in crisi come la
tedesca e l’italiana. Per gli schieramenti in questione, il voto tedesco la
catapulta ancora una volta tra i compiti urgenti. Piero Fassino, oggi
responsabile della politica estera del Pd, era negli anni Ottanta e Novanta,
come Ranieri, uno di quei dirigenti del Pci che guardavano alla Spd come a un
interlocutore utile per trascinare il proprio partito del tutto fuori dalla
tradizione comunista internazionale. E adesso che quel modello è inceppato,
Fassino riconosce: «Nelle nostre società c’è un sentimento di insicurezza che
determina una domanda di sicurezza più forte del passato. Il bagaglio culturale
della sinistra ne è spiazzato». È un’ammissione dalla quale l’ex responsabile
del Pci per la Fiat fa derivare un’analisi: «La sinistra che ha avuto ruolo di
governo deve ridefinire il suo modo di affrontare la modernità. La
globalizzazione sull’uscio di casa fa scoppiare nuove contraddizioni e paure.
Il lavoro è meno certo, il reddito più magro, irrompono nella quotidianità
nuovi competitori». Fassino si riferisce a una delle reazioni che in parti
deboli della società scattano con l’aumento dell’immigrazione. Ma anche ad
altro: «Noi abbiamo costruito la nostra politica del lavoro sul fordismo, oggi
superato, quella dello Stato sociale quando i tassi di crescita erano molto
alti e la competizione internazionale non era aggressiva quanto oggi, non c’era
la delocalizzazione in India o Romania. Al riformismo serve una 'nuova
frontiera'. Non perché abbia sbagliato. Perché il mondo è cambiato». Secondo
Ranieri, non va inseguita la sinistra della sinistra, capace di raccogliere più
voti che però non la porteranno a governare. «Il rischio è che il successo
della Linke sia visto come l’indicazione per una svolta radicale», dice
Ranieri. Mentre Roberto Gualtieri, eurodeputato del Pd, avverte: «Trarre dal
voto in Germania lezioni per il congresso del Pd o le elezioni in Italia è
esercizio da risparmiare. La Grande coalizione è stata un ottimo governo, il
consenso della Linke è legato a una questione tedesca, quella dell’Est». Citata
o no, nel congresso del Pd la Germania però è già entrata.
Maurizio Caparra
CdS 28
Il mondo dopo Pittsburgh. L’ascesa del G20 e il declino dell’Europa
IL VERTICE del G20
di Pittsburgh ha deciso di ripartirsi i compiti con il G8, riservando a se
stesso quello di trattare i temi economici e all’altro quelli politici. In
questo modo si ritiene d’aver soddisfatto sia l’istanza di dare una maggiore
rappresentatività ai Paesi che negli ultimi lustri hanno acquistato peso
economico, sia quella di riservare a una cerchia più ristretta il potere di
indirizzo politico generale e, ove ritenuto necessario, di intervento su
singoli casi. La decisione non soddisfa pienamente l’istanza della
rappresentatività perché restano fuori dal G20 Paesi importanti come Spagna,
Irlanda, Norvegia, Venezuela, Cile e importanti Paesi africani, mentre entrano
Paesi con minor peso o tradizioni come Indonesia e Corea del Sud. Si può obiettare
che l’Unione europea può rappresentare i Paesi del Vecchio Continente esclusi
essendo membro di questo consesso; ma, se così fosse, nell’Ue vi sarebbero
figli e figliastri, alcuni direttamente rappresentati e altri no.
Il passaggio dagli
8 ai 20 fa sorgere inoltre ulteriori complicazioni nei processi decisionali,
perché mettere d’accordo un numero più che doppio di Paesi sarà ancora più
difficile che metterne d’accordo meno della metà. L’esperienza delle difficoltà
nate dall’allargamento dell’Unione europea non insegna evidentemente nulla alla
comunità internazionale.
Ultimo problema,
ma non il minore, è che la ripartizione indicata non appare né sostenibile, né
praticabile. Affermare che i Capi di Stato del G20 possano trattare i problemi
economici indipendentemente dalla politica (e viceversa) mi sembra un esercizio
che, senza scomodare il materialismo storico, contrasta con la concezione
stessa dei legami tra politica ed economia e con i suoi risvolti pratici. Non
si vede quindi quali siano i guadagni che dobbiamo attenderci dal rafforzamento
del ruolo internazionale del G20 rispetto alla soluzione sperimentata a
L’Aquila di un G8 a “geometria variabile”, associando di volta in volta alle
decisioni i Paesi direttamente interessati al problema. Se questa soluzione si
fosse palesata difficile da gestire, ma non sembra il caso delle esperienze
fatte, allora il G14, ossia una soluzione che incorporasse al G7 in via
definitiva i Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e Sud Africa, Messico ed
Egitto apparirebbe più praticabile. Come noto, a tale proposta avanzata da
Germania e Francia si opposero tempo addietro Stati Uniti e Giappone, mentre
Italia, Canada e Russia mostrarono freddezza. Il Regno Unito, membro autorevole
ma restio dell’Ue, ha invece operato attivamente nella direzione di un G20 più
influente.
Da questa
cronistoria un po’ noiosa e un po’ deludente emerge un punto molto chiaro:
quello che con un ossimoro si può definire “la divisione dell’Unione” danneggia
ciascun Paese europeo e li danneggerà nuovamente quando si parlerà di quote del
Fondo monetario internazionale. Procedendo divisi, ciascun Paese membro finirà
con il contare sempre meno nelle scelte internazionali, come testimonia il
disinteresse mostrato per le posizioni “forti” prese dalla Francia, dalla
Germania e dall’Italia in materia di governance finanziaria globale e, di
converso, l’accreditamento di quelle dei Paesi che avrebbero ottenuto molto
meno se l’Unione europea fosse veramente tale. L’Europa unita ideata e voluta
dai nostri padri era retta anche da questa coscienza: senza mettere insieme le
diverse sovranità per avere più peso nella scelta di soluzione delle emergenze
planetarie dal commercio mondiale alla finanza, all’ambiente e alla sicurezza
il risultato sarà quello che abbiamo sotto i nostri occhi nel dopo Pittsburgh.
Alcuni hanno
salutato la vittoria della Merkel come un passo verso il rilancio dell’Unione.
Certamente sulle decisioni di Pittsburgh hanno pesato le incertezze nascenti
dal rinnovo del presidente della Commissione e della Germania e dalla debolezza
internazionale di alcuni importanti Capi di Stato europei. Se la Merkel, forte
del surplus di bilancia corrente estera di cui gode il suo Paese (ormai pari al
passivo dell’intera euroarea), prendesse le redini delle scelte dell’Unione,
certamente il quadro descritto cambierebbe. Ma è poi vero che lo voglia?
PAOLO SAVONA IM 29
Verso le primarie. Penati: «Al Pd serve gestione collegiale». Franceschini:
«Il segretario sono io»
Il coordinatore
della mozione Bersani: «I 2/3 del partito non sta con Dario». Il leader chiama
il "rivale" e D'Alema
MILANO - Filippo
Penati propone una «gestione collegiale» del partito e all'interno del Pd
esplode una nuova polemica (che si aggiunge alle fibrillazioni legate al sempre
più probabile addio di Rutelli). A pochi giorni dal congresso dell'11 ottobre e
a meno di un mese dalle primarie del 25. Il coordinatore della mozione Bersani
afferma infatti che «Franceschini di fatto non è più il segretario perché non
ha ottenuto il consenso da parte di due terzi del partito che sta gestendo» ed
è dunque necessario predisporre una gestione collegiale del partito fino alle
primarie.
POLEMICA - Frasi
che provocano un vero e proprio terremoto all'interno del Pd. Secondo Piero
Fassino, «Penati mina l'unità del partito». Ignazio Marino, candidato alla
segreteria, invita Bersani a smentire «immediatamente le dichiarazioni del
coordinatore nazionale della sua mozione. Altrimenti - prosegue - non si
capisce perché abbia riempito le città di manifesti che invitano a voltarlo
alle primarie del Partito Democratico». Il capogruppo del Pd alla Camera,
Antonello Soro, definisce «stonate» le affermazioni di Penati, anche perché
arrivate «nelle ore in cui i gruppi parlamentari del Pd sono impegnati in una
dura battaglia per la difesa della legalità nel nostro paese».
FRANCESCHINI - Non
tarda ad arrivare la reazione di Dario Franceschini. Il segretario del Pd,
decisamente irritato, sconvoca la segreteria prevista per mercoledì e telefona
a Bersani e D'Alema per ricordare che il segretario - come prevede lo statuto -
sarà eletto con le primarie del 25 ottobre e chiedendo di prendere le distanze
da Penati. Fonti vicine a Franceschini fanno notare che la situazione è grave
dal momento che di fatto una gestione «condivisa» c'è già: da quando è stato
indetto il congresso, infatti, ad ogni riunione di segreteria partecipano anche
Bersani e Ignazio Marino o, in loro assenza, i coordinatori delle rispettive
mozioni. Questo - viene spiegato - proprio per garantire la massima condivisione
possibile.
BERSANI - Poco
dopo, arriva l'intervento dell'altro candidato alla segreteria, vale a dire
Bersani: «Sgombriamo il campo da ogni equivoco più o meno interessato.
Franceschini, come è ovvio e come è giusto, è a pieno titolo il segretario del
Pd così come prevede lo statuto, e ha la nostra piena collaborazione come è
stato fin qui». CdS 29
Mancino contro Brunetta. "Basta violenza verbale"
Vicepresidente Csm
dopo lo scontro Associazione magistrati-ministro Funzione pubblica - Anm:
"Il taglio del personale degli uffici giudiziari è stato deciso dal
governo"
ROMA - "Le
affermazioni sopra le righe riducono ulteriormente il prestigio dello
Stato". E' infuriato il vicepresidente del Csm Nicola Mancino per le
accuse pronunciate da Renato Brunetta. Il ministro della Pubblica
aministrazione ha definito il "sindacato delle toghe" un
"mostro" e annunciato controlli più stringenti sulla produttività dei
giudici "che si sono montati la testa". Così non va, dice Mancino.
"Serve un confronto costruttivo e non la violenza verbale", avverte
il numero due del Consiglio superiore della magistratura. "Le affermazioni
sopra le righe - prosegue Mancino - possono solo ridurre ulteriormente il
prestigio dello Stato, bene che va difeso soprattutto quando si hanno
responsabilità politiche ed istituzionali".
Anm: "Il
ministro non sa di cosa parla". A Brunetta replica duro anche il
presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara: "Brunetta
non sa di cosa parla. Ma se è stato proprio il governo, l'anno scorso, a
tagliare drasticamente gli organici del personale degli uffici giudiziari. E
sempre il governo ha chiesto ai magistrati di non fissare udienze
pomeridianeper l'impossibilità di assicurare lo straordinario al personale di
cancelleria. Evidentemente - chiude Palamara - è più facile insultare e fare
propaganda, che assumersi la responsabilità del proprio operato".
Brunetta:
"Anm è un mostro". Il botta e risposta tra Anm e Brunetta era
iniziato già ieri alla presentazione del libro di Stefano Livadiotti
"Magistrati. L'ultracasta" a cui era stato invitato oltre al ministro
anche il vicepresidente dall'Associazione Gioacchino Natoli. "Anm è un
mostro" aveva detto il ministro Brunetta. "Penso ad un badge che controlli
le presenze e la produttività dei magistrati: sono servitori dello Stato come
tutti gli altri. Al Tribunale di Roma mi hanno detto che alle 14 non c'è più
nessuno".
"Colpa del
governo". "Questo succede perché un suo collega di governo ha
tagliato gli stanziamenti per gli straordinari", aveva ribattuto Natoli.
"Lei dice cose non vere", fu la replica secca del ministro Brunetta.
"L'Anm determina, al netto dei membri laici, la composizione dell'organo
di governo autonomo che è il Csm", aveva continuato Brunetta. "Tutti
i problemi legati all'autonomia della magistratura vengono determinati per via
sindacale".
"Il ministro
non conosce la realtà". Ma Anm non abbassa la guardia e ribatte con
puntiglio alle parole del ministro: "La situazione di inefficienza -
spiega il presidente dell'Anm di Roma e del Lazio Paolo Auriemma - è dovuta
alla consistente carenza di mezzi, alla riduzione progressiva del personale
amministrativo e alla presenza di leggi farraginose e confuse. Le espressioni
del ministro - conclude Auriemma - mostrano quanto sia lontana dalla realtà la
conoscenza da parte di alcuni esponenti politici della situazione
esistente". LR 29
Laura Garavini presenta PRIME ai ricercatori italiani a Manchester
“Al sistema delle
baronie e dei clientelismi opponiamo il valore del merito”
“Un profondo
rinnovamento di tutto il sistema, per fermare l’esodo delle nostri menti più
eccellenti verso l’estero e per migliorare la qualità della ricerca in Italia”.
È questa l’idea che sta dietro la proposta di legge ‘PRIME – Per una Ricerca
Italiana di Merito ed Eccellenza’ che l’on. Laura Garavini (PD) ha presentato
alla Prima Conferenza della VIA-Academy a Manchester. In un animato dibattito
con cervelli ‘fuggiti’ dall’Italia, studiosi stranieri e colleghi parlamentari,
la deputata eletta nella circoscrizione Europa ha discusso su come riformare il
sistema universitario italiano, in declino per l’impoverimento di talenti
emigrati all’estero. Largo consenso tra i partecipanti – erano presenti Mauro
Degli Esposti, Lucio Pirillo, Silvia Massini, Michele Zito e Francesco
Cerisoli, l’on. Antonio Borghesi e il prof. James Newell – sulla necessità di
introdurre un criterio di meritocrazia.
“Vogliamo dare
un’iniezione di internazionalità e trasparenza al sistema universitario
italiano”, ha affermato la Garavini illustrando la sua proposta di legge, nata
in seno alla comunità di giovani ricercatori italiani all’estero. “Il mio, il
nostro obiettivo: fermare la ‘fuga dei cervelli’ e convincere le nostre menti
eccellenti a tornare. Sono convinta che il rigoroso ricorso al peer review con
esperti esterni internazionali, uno dei punti cardine di PRIME, può
effettivamente porre fine al sistema delle “scorciatoie” e dei favori”.
La parlamentare
ha, infine, espresso il suo apprezzamento e riconoscimento agli organizzatori
della VIA – Virtual Italian Academy. “È un approccio estremamente positivo e
promettente: il tentativo di mettere in rete ricercatori e studiosi italiani a
Manchester e nel resto dell’Inghilterra è un bell’esempio di come sfruttare le
nuove opportunità offerte dal web 2.0”, così la Garavini. “Innanzitutto, però,
dimostra come tanti italiani non si arrendano al vizio delle baronie e dei
clientelismi ma continuano a credere nel valore del merito e dell’onestà”.
De.it.press
Sanatoria di badanti e colf: oltre 200 mila domande
ROMA - Quando
mancano 24 ore allo stop della procedura on line, sono poco più di 230mila le
domande per la sanatoria di colf e badanti extracomunitari presentate dai
datori di lavoro al Viminale. Richiesti, inoltre, circa 290mila moduli. Alla
fine si arriverà, presumibilmente, a superare le 300mila domande. Meno della
metà di quelle previste, protesta l’Adoc, che chiede una proroga dei termini.
Ma al ministero
parlano di «un buon numero» e ritengono di «difficile attuazione» la proposta
dell’associazione. Occorrerebbe un nuovo decreto-legge.
La procedura on
line per sanare colf e badanti irregolari è partita il primo settembre scorso e
scade domani. I datori devono versare 500 euro per regolarizzare ciascun lavoratore.
Finora sono stati versati 115 milioni di euro. L’incasso dello Stato diventerà
di 150 milioni se si raggiungerà la cifra di 300mila domande. Alle 17 di ieri
sono arrivate richieste per 137.952 colf e 63.616 badanti, più 26.817 richieste
di badante per altra persona. Dalla provincia di Milano, il maggior numero di
domande di moduli (oltre 45mila, il 15,84% del totale); seguono le province di
Roma (33mila), Napoli (22mila) e Brescia (quasi 11mila). Sono gli ucraini i
lavoratori più richiesti (38.499 moduli, il 13% del totale), seguiti da
marocchini (34.025), moldavi (27.809) e cinesi (18.904). Critica l’associazione
dei consumatori Adoc. «L’eccessiva onerosità della domanda, la paura di essere
schedati e la mancanza di un’adeguata campagna informativa - spiega il
presidente Carlo Pileri - hanno rallentato visibilmente il numero delle
richieste di regolarizzazione che, secondo le nostre stime, avrebbero dovuto
essere almeno il doppio. Va detto, inoltre - aggiunge - che né le associazioni
dei consumatori, né le associazioni religiose e degli immigrati sono state
sentite e coinvolte nel processo di sanatoria».
«Anche noi -
commenta il direttore del Dipartimento libertà civili ed immigrazione del
ministero dell’Interno, Mario Morcone - ci aspettavano più domande, ma se alla
fine saranno 300mila, non è un cattivo numero e, guarda caso, è la cifra che
avevamo messo nella relazione tecnica che accompagnava il provvedimento. Certo
più emersione c’è, più questo diventa un Paese normale». Im 29
Convegno Eza-Unaie a Levico Terme. “Globalizzazione, flexicurity e tutela
del lavoratore”
“Globalizzazione,
flexicurity e tutela del lavoratore” questo il tema del convegno annuale di EZA
(Centro europeo per le questioni dei lavoratori ) e dell’Unaie (Unione nazionale
delle associazioni di immigrazione e d emigrazione) che si è tenuto dal 25 al
27 settembre a Levico Terme (TN). L’evento, inserito nell’ambito del dialogo
sociale voluto dall’UE, ha visto la partecipazione di numerosi rappresentanti
di organizzazioni del Terzo settore provenienti da tutta Europa.
Il tema della
flexicurity è stato affrontato sotto i vari punti di vista con il contributo di
autorevoli esperti italiani e stranieri provenienti sia dal mondo accademico
che dal mondo produttivo e sociale e della pubblica amministrazione.
Il confronto
interdisciplinare coniugato all’esperienza concreta sul campo è lo strumento
più prezioso per individuar adeguati piani di azione capaci di affrontare la
crisi e rilanciare il sistema economico magari con le dovute correzioni per
essere più rispondenti alle reali esigenze della persona che deve sempre essere
al centro dell’azione politica secondo l’EZA e l’Unaie.
Il 25 settembre,
il convegno, moderato Maurizio Tomasi, è stato introdotto dal Presidente
dell’Associazione dei Trentini nel mondo, Alberto Tafner ed dal presidente
dell’Unaie, on. Franco Narducci. Hanno portato i loro saluti anche il sindaco
di Levico Terme, Carlo Stefanelli, che non ha fatto mancare il suo plauso
all’iniziativa e l’on. Laura Froner.
Narducci in
particolare ha rilevato che l’attuale crisi “si inserisce, in Italia, nel
percorso di riflessione avviato sul modello di welfare che ha bisogno di valide
alternative anche in seguito all’ampliarsi di fasce della popolazione a rischio
di disagio e di emarginazione che richiama la necessità di opportune e adeguate
misure di contrasto all’insicurezza sociale”. E dopo aver definito le nuove
generazioni come appartenenti alla categoria delle “generazioni flessibili” ha
sottolineato che per attuare una buona governance dei sistemi flessibili vi è
il bisogno dell’avvio “di soluzioni di welfare di tipo universalistico, verso
cui sembrano indirizzarsi alcune esperienze concrete” sottolineando che
“l’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare ad una progressiva
armonizzazione dei sistemi di flexicurity, a livello europeo, attraverso il
metodo aperto del coordinamento, in un processo in cui le strategie e gli
obiettivi comuni sono rispettose della diversità degli strumenti e delle
identità nazionali”.
E con l’auspicio
“che il Convegno di Levico contribuirà a chiarirci quali politiche implementare
concretamente, in un periodo di crisi, affinché la Flexicuritysia veramente il
paradigma della strategia europea per accrescere l’occupazione e migliorare le
opportunità reali di tutti senza distinzione di età o di genere” si è aperta la
prima sessione con gli interventi del Prof Paolo Barbieri dell’Università di
Trento, che ha illustrato gli aspetti della “flexicurity tra luci ed ombre”.
Poi il prof. Daniel Navas Vega ha parlato di “ flexicurity e crisi economica”
sottolineando che è necessario affondare il nuovo scenario in maniera creativa
trovando opportune combinazioni di nuove politiche del lavoro anche attraverso
il contributo della flexicurity e una forte negoziazione.
Prima del
dibattito è intervenuto l’on. Franco Narducci sul tema “Fexicurity e strategie
per un welfare condiviso”, egli ha evidenziato che nel contesto attuale “non è
crollata la globalizzazione ma è crollata l’interpretazione finanziaria della
globalizzazione” e poi ha ribadito che “la flessibilità deve essere
accompagnata da una adeguata sicurezza sociale che copra anche i periodi di
passaggio da un lavoro a un altro concludendo che “i sistemi di protezione
sociali vanno pertanto migliorati per far fronte alle nuove sfide” e “ pertanto
i mercati europei devono raccogliere la sfida di conciliare una maggiore
flessibilità con una maggiore sicurezza per tutti”.
Sabato 26
settembre il Convegno ha posto l’accento sugli aspetti più pratici che sono
legati ai sistemi di globalizzazione e flexicurity.
Infatti moderati
dal fondatore dell’associazione europea Dialoghi, Gianni Lattanzio, sono
intervenuti il Dr. Ward Roofthooft del Belgio sul tema “Formazione e
permanente: condanna o benedizione?” e il dott. Luciano Galletti, Direttore
dell’Ufficio Fondo Sociale Europeo della Provincia Autonome di Trento, sul tema
Flexicurity e formazione permanente: cosa si fa in Trentino”.
Dopo la pausa
pranzo, la Sessione pomeridiana ha visto gli interventi dell’avv. Felice Scalvini,
già presidente di Federsolidarietà-confcooperative e attualmente membro del
comitato esecutivo di ICA (International CO-operative Alliance), sul tema
“Crisi globale e opportunità cooperativa – Il caso europeo”; il Dr. Jan
Hendeliowitz dell’ufficio del lavoro di Copenachen e Sjelland (Danimarca), che
ha parlato di “Flexicurity e sicurezza sociale”; il Dr. Stefano Maines
della Federazione Trentina della Cooperazione con un intervento sul tema “Le
cooperative di lavoro trentine di fronte alla crisi” e la prof.ssa Edith
Pichler della Humboldt Universitat di Berlino che ha illustrato la situazione
della “Precarizzazione ed esclusione – gli immigrati in Germania”.
Secondo Roofthooft
la formazione continua è la premessa per il successo e la felicità, poiché la
conoscenza è alla base per potersi orientare nei processi di innovazione e
Galletti ha sottolineato che “la società della conoscenza è un luogo decisivo
per la democrazia” e che la provincia di Trento ha introdotto strumenti
inerenti gli ammortizzatori sociali ulteriori rispetto a quelli classici
presenti nel nostro Paese. Ricordando, poi, l’importanza della formazione
continua ha sottolineato che ormai dobbiamo avvicinarci al concetto di
“learnfare” poiché “il concetto di workfare è superato” anche perché “non basta
il lavoro per essere inseriti nella società”.
Invece Felice
Scalvini ha ricordato che “l’equilibrio tra flessibilità e sicurezza è insita
nell’azienda cooperativa stessa” e ha messo in evidenza come nei momenti di
crisi i modelli solidaristici emergono proprio perché più aderenti alla
dimensione propria della persona. Concetto ripreso da Maines che ha fatto
notare come la cooperazione trentina abbia una forte connotazione popolare con
una vasta adesione in ogni settore, poiché viene percepito come uno strumento
buono per lo sviluppo e la crescita diffusa.
Dall’estero
invece, Hendeliowitz ha illustrato il modello di flexicurity danese che riesce
ad assicurare una sostenibilità ottima in un Paese fortemente orientato alla
realtà sociale. Infatti in Danimarca, di fronte a normative permissive in tema
di licenziamento, si riesce ad implementare un welfare in grado di garantire il
90% del salario a chi perde il lavoro, in una prima fase; e si pongono in
essere politiche efficaci di attivazione al lavoro anche attraverso
l’introduzione di piani di azione individuali. Il principio attuato, secondo
Hendeliowitz, è quello di “sviluppare l’economia per garantire la disponibilità
di lavoro e non del posto di lavoro”.
Dalla Germania,
poi, la Pichler ha messo in evidenza come la crisi ha fatto aumentare al
precarietà portando ad un abbassamento del senso di solidarietà e
partecipazione e se “il passaggio ad un capitalismo finanziario ed ad una
flessibilizzazione del lavoro incrementa la divisione della società del
lavoro in differenti zone” e desta preoccupazione l’aumento della zona della
precarietà e dell’esclusione, infatti la precarietà non garantisce un’esistenza
sopra i minimi standard e si osserva una difficoltà ad instaurare soddisfacenti
rapporti sociali sul posto di lavoro e ad integrarsi nelle reti sociali
oltre al fatto che si restringe le possibilità di pianificare la vita nel
futuro, portando alla diminuzione dell’autostima e ad una perdita del
senso-valore dell’esistenza.
Gli immigrati sono
quelli più a rischio di precarizzazione e “una bassa scolarizzazione e
insufficiente o inadeguata qualifica professionale rende difficile l’accesso
nella zona dell’integrazione” anche perché le possibilità di partecipare a
corsi di qualifica o riqualifica, specialmente in settori innovativi risultano
ridotte.
Tutto ciò causa il
ritorno di attribuzioni stereotipate che la Pichler sintetizza in :
“precari perché incapaci e non volonterosi, immigrati = Unterschicht-Underdogs;
Sozialschmarotzer-scrocconi del sistema sociale”.
Affermazioni che
hanno provocato un dibattito molto partecipato tra i convegnisti proseguendo
nell’analisi dei problemi anche nella giornata conclusiva. De.it.press
Zum Wahlausgang. So schön bunt hier. Warum Deutschland keine italienischen Verhältnisse hat
Die stärkste Industrienation des
Kontinents wird bald von einer Frau und einem bekennenden Homosexuellen
geführt. Das wäre in Italien ausgeschlossen. Von G. Seibt
Seit 150 Jahren eilen die großen
Weichenstellungen der italienischen Politik den Entwicklungen in Deutschland
immer wieder um ein Jahrzehnt voraus: 1860 wurde Italien zum Nationalstaat
vereinigt, 1871 war es in Kleindeutschland so weit. 1922 kam ein Diktator der
Rechten legal an die Macht, 1933 in Deutschland. In beiden Fällen handelt es
sich auch um Nachwirkungen des Ersten Weltkrieges. Deutschland war im Kalten
Krieg geteilt, in Italien spaltete er das Parteiwesen so tief, dass ein legaler
Regierungswechsel zwischen den beiden großen Lagern, den Christdemokraten
einerseits und den Kommunisten andererseits, bis 1989 nicht möglich war.
Starke wirtschaftliche Einzelinteressen
Das Ende der Blockkonfrontation ließ
dann in Italien das bipolare Parteiensystem innerhalb weniger Jahre zerfallen.
Die Erosion begann bei der Linken, bei den Sozialisten und dem PCI (der einst
so stolzen kommunistischen Partei Italiens), zog aber bald auch das
christlich-konservative Lager in seinen Strudel. Seither traten regionale und
ökonomische Klientelismen, die es immer gegeben hatte, ans parlamentarische
Tageslicht. Es entstanden antizentralistische Regionalparteien und
Gruppierungen, die starke wirtschaftliche Einzelinteressen vertraten.
Ist Deutschland diesen Vorgängen -
wiederum im Abstand eines guten Jahrzehnts - jetzt nachgefolgt? Es gibt ein
paar Analogien: Die CSU als Regionalpartei eines stark prosperierenden,
konservativ verfassten Landes nähme dann die Stelle der italienischen
"Lega Nord" ein; die im Osten starke Links-Partei aber würde jenen
modernisierten Neofaschisten in der "Alleanza Nazionale" ähneln, die
sich von einer einst diskreditierten Gruppierung mit diktatorischer
Vergangenheit zum Sprachrohr der sozial Abgehängten nicht zuletzt im
italienischen Süden, dem "Mezzogiorno", verwandelte. Das Chaos
dazwischen wurde in Italien erst einmal von Berlusconi aufgesammelt.
Und hier enden die Vergleiche, sodass
man hoffen darf, der schon 1923 von einem deutschen Kommentator geprägte
prophetische Satz "Italia docet" treffe heute nicht zu. Die Analogien
betreffen vor allem die Auflösung der großen Milieus mit ihren politischen
Religionen, also einen Säkularisierungsvorgang, der sich überall in den
demokratischen Staaten zeigt. Aber während in Italien daraus vor allem rabiate
Interessenpolitik entstand, in der Figur Berlusconis sogar mit extremistischen
und karikaturistischen Zügen, zeigt sich in Deutschland vorerst eine kulturelle
Auffächerung, die nichts mit der neuen Polarisierung und demokratischen
Klimavergiftung in Italien zu tun hat.
Ranziger Machismo
Das liegt nicht nur am Fehlen einer
einzelnen sinistren Figur wie Silvio Berlusconi, mit seinem Hang zu einfachen
Formeln und leeren Versprechungen; sondern am insgesamt anderen Zuschnitt der
neuen politischen Klasse, die sich in Deutschland jetzt herauszubilden scheint.
Der etwas ranzige Machismo der Schröder-Fischer-Jahre wurde schon von der
großen Koalition abgeräumt. Wer die beiden Elefantenrunden 2005 und 2009
vergleicht, registriert einen Zugewinn an Zivilität, der sich nicht zuletzt in
der starken Präsenz ironischer Sprechweisen ausprägt.
Die schwarz-gelbe, also eigentlich
bürgerlich-konservative Konstellation des Wahlausgangs führt jetzt erst einmal
dazu, dass die stärkste Industrienation des Kontinents von einer Frau und einem
bekennenden Homosexuellen geführt werden. Das wäre in Italien, wo die Ära
Berlusconi zu einer Stärkung des innenpolitischen Einflusses der katholischen
Kirche führte und sich das Land gleichzeitig mit Prostituierten im Dienste des
Regierungschefs konfrontiert sieht, immer noch ausgeschlossen.
Überhaupt zeigt das politische Personal
in Deutschland inzwischen eine Vielfarbigkeit wie kaum in einer anderen
europäischen Demokratie, was umso bemerkenswerter ist, als wir keine ethnischen
Minderheiten aus kolonialer Vergangenheit haben wie England und Frankreich,
sondern nur eine historisch ganz junge Wirtschaftseinwanderung.
Trotzdem haben wir nicht nur Männer,
Frauen und Schwule in bunter Reihe, sondern auch einen schlagfertigen
Landesminister mit asiatischen Zügen und einen schwäbisch redenden Parteivorsitzenden
mit türkischem Namen; Kandidaten mit indischen und türkischen Namen traten
sogar in Ostdeutschland, übrigens auch bei der CDU, auf. Es würde zur
Entspannung im politischen Klima beitragen, wenn die Regionalismen der
Links-Partei allmählich in solchen Vergleichen wahrgenommen werden könnten, als
liebenswerte historische Besonderheit.
Funktionierender Sozialstaat
Bemerkenswert ist auch, dass die
andere, alte Regionalpartei CSU, die sich in Gestalt Seehofers stark
exponierte, nicht belohnt wurde - hier hat eine populistische
"Lega-Nord"-Stimmung eben nicht verfangen. Und der Erfolg der
wirtschaftsfreundlichen FDP verdankt sich keineswegs dem Rückenwind durch eine
von ökonomischen Interessen bestimmte öffentliche Meinung; diese verhielt sich
zur FDP und ihrem Vorsitzenden sogar so mäklerisch, wie man es gegenüber der
Links-Partei und ihren immer noch präsenten fragwürdigen Altbeständen nicht
wahrnehmen konnte.
Schließlich: Am rechten Rand hat sich
nichts getan, dafür haben wir einen Achtungserfolg der Piratenpartei. All das
zeigt nur einen Zwischenstand an, der wenig langfristige Prognosen erlaubt;
aber eben auch Leben, eine Demokratie in Bewegung.
Wie es weitergeht, scheint so offen wie
noch nie, aber vielleicht kann ein weiterer Unterschied zwischen Deutschland
und Italien die mögliche Richtung anzeigen: Deutschland verfügt über einen
funktionierenden Sozialstaat, während in Italien der Staat von Einzelinteressen
betrogen und geplündert wird. Ein guter Sozialstaat macht die Menschen frei zu
demokratischer Politik, die zu mehr da ist als zum eigenen Überleben. Daran
wird sich auch in Deutschland mehr entscheiden als die Zukunft der Parteien. SZ
29
Aufstand gegen Steinmeier. Gabriel wird SPD-Chef, Steinbrück und Heil gehen
In einem brutalen SPD-Machtkampf hat
sich Sigmar Gabriel gegen Kanzlerkandidat Frank-Walter Steinmeier durchgesetzt.
Steinmeier verzichtet zugunsten Gabriels auf den Parteivorsitz. Jetzt ist noch
Steinmeiers Wahl zum Fraktionsvorsitzenden gefährdet. Peer Steinbrück
verzichtet auf alle Parteiämter.
Sigmar Gabriel wird aller Voraussicht
nach neuer Vorsitzender der SPD. Er setzte sich in einem brutalen
parteiinternen Machtkampf gegen Kanzlerkandidat Frank-Walter Steinmeier durch.
Steinmeier erklärte schließlich seinen Verzicht auf das Amt.
Gabriel wurde in der Auseinandersetzung
von den Netzwerkern unterstützt. Der Sprecherkreis des „Netzwerks“ verständigte
sich im Rahmen einer Telefonschaltkonferenz bereits am Montag auf die
Gabriel-Lösung. Hinter dem Namen verbirgt sich eine Gruppe reformorientierter
Politiker, die sich als ideologische Mitte der Partei verstehen. Ihr gehören in
der neuen Legislaturperiode 28 SPD-Bundestagsabgeordnete an, unter ihnen
Gabriel, der scheidende Generalsekretär Hubertus Heil und Fraktionsgeschäftsführer
Thomas Oppermann.
Auch außerhalb der Netzwerker gab es
schnell Sympathie für die Gabriel-Lösung. Der SPD-Bundestagsabgeordnete
Hans-Peter Bartels sprach sich bereits offen für ihn aus. „Sigmar Gabriel hat
Regierungserfahrung und steht dennoch für einen junge, neue SPD. Er wäre ein
Parteivorsitzender mit hohem Hinguck-Faktor“, sagte Bartels WELT ONLINE: „Das
letzte, was wir uns jetzt leisten können, ist oppositionelle Langeweile.“ Da
die SPD am Sonntag viele Regierungsämter verloren habe, sei es „absurd, die
Partei zu verengen“, sagte Bartels. Damit wandte er sich gegen das Ansinnen,
Steinmeier solle Fraktion und Partei führen.
Allerdings wollte Kanzlerkandidat
Frank-Walter Steinmeier seinen Anspruch auf dieses Amt nicht widerstandslos
aufgeben. Die Suche nach einer Lösung wurde durch Anträge mehrerer
SPD-Landesgruppen erschwert, die die für den Nachmittag geplante Wahl
Steinmeiers zum Vorsitzenden der Bundestagsfraktion verschieben wollten. Damit
kämpfte Steinmeier um zwei Ämter: das des Fraktionsvorsitzenden und das des
Vorsitzenden. Seine Chance verschlechterten sich jedoch stetig, denn auch der
linke Parteiflügel sperrte sich gegen den Einzug Steinmeiers ins
Willy-Brandt-Haus.
Neben Gabriel werden auch für die
weitere SPD-Spitze werden bereits Namen genannt. Demnach soll Andrea Nahles
Generalsekretärin der Sozialdemokraten werden. Klaus Wowereit, der Regierende
Bürgermeister von Berlin, könnte SPD-Vize werden. Ebenso Arbeitsminister Olaf
Scholz. Finanzminister Peer Steinbrück erklärte seinen Verzicht auf alle Ämter
in der Parteitspitze und der Fraktion.
Mit der Gabriel-Lösung sind alle
Planspiele passé, wonach Partei- und Fraktionsvorsitz künftig in einer Hand –
und zwar der von Steinmeier – verbunden wären. Eine solche Lösung war in der
SPD zeitweilig erwogen werden.
Gegen Steinmeiers Wahl zum Vorsitzenden
der Bundestagsfraktion meldeten Abgeordnete ihren Widerstand an. Sie drohten
damit, ihm ihre Stimme zu verweigern.
Einige Vorstandsmitglieder der Berliner
SPD forderten am Montagabend die fünf Bundestagsabgeordneten aus der Hauptstadt
auf, gegen Steinmeier als Fraktionschef zu stimmen. Diese gelte auch für den
Fall, dass dieser der einzige Kandidat sein sollte. Wowereits rechte Hand, der
Landesvorsitzende Michael Müller, nannte wenige Stunden später die Namen, derer
die der Partei künftig ein Gesicht geben sollen: Neben Wowereit auch Gabriel,
Nahles und Scholz.
G. Lachmann u. D. Sturm DW 29
SPD in der Krise. Steinmeier zum Fraktionsvorsitzenden gewählt
Der unterlegene SPD-Kanzlerkandidat
Frank-Walter Steinmeier ist neuer Fraktionschef seiner Partei im Bundestag. Er
erhielt rund 88 Prozent der Stimmen, wie der bisherige Fraktionschef Peter
Struck mitteilte. Den ganzen Tag lang hatten Gerüchte über die künftige Partei-
und Fraktionsführung die SPD in Atem gehalten.
Der gescheiterte SPD-Kanzlerkandidat
Frank-Walter Steinmeier ist zum Vorsitzenden der neuen Bundestagsfraktion der
Sozialdemokraten gewählt worden.
Von den 146 Abgeordneten stimmten 126
mit Ja. Der 53-jährige Steinmeier war seit 2005 Außenminister und Vize-Kanzler
im Kabinett Angela Merkels. Nun führt er die von 221 auf 146 Abgeordnete
zusammengeschrumpfte SPD-Fraktion in die Opposition.
Vor der Wahl zum Fraktionsvorsitzenden
hatte Steinmeier auf den Parteivorsitz verzichtet. Zur Begründung habe er
gesagt, die Verantwortung in Partei und Fraktion solle auf mehrere Schultern
verteilt werden, hieß es aus Fraktionskreisen.
Wer demnächst die Partei anführen
könnte
Den ganzen Tag über hatte es
Spekulationen über die künftige SPD-Spitze gegeben. Der bisherige
SPD-Generalsekretär Hubertus Heil gab seinen Verzicht auf eine Neuwahl bekannt.
Auch der bisherige SPD-Vize Peer Steinbrück kündigte am Rande der
Fraktionssitzung an, er werde weder für ein Vorstands- noch Fraktionsamt
kandidieren. „Ich bin zu dieser Entscheidung nicht gedrängt worden“, sagte er.
Nach 16 Jahren als Landes- und
Bundesminister sei es sicherlich verständlich, „dass ich über meine eigene Zeit
etwas freier verfügen will“. Er wolle mit seinem Schritt auch für Jüngere in
der Partei Platz machen.
Der amtierende SPD-Vorsitzende
Müntefering bestätigte seine Absicht, auf dem Parteitag Mitte November in
Dresden sein Amt aufzugeben. Bis dahin wolle er noch den Übergang organisieren,
sagte Müntefering laut Teilnehmern vor der Bundestagsfraktion. Die Entscheidung
über seinen Nachfolger und die Zusammensetzung der künftigen engste
Parteispitze werde zügig vorbereitet. Als Münteferings Nachfolger ist der
bisherige Umweltminister Sigmar Gabriel im Gespräch.
Die Berliner SPD hatte als erster
Landesverband nach der dramatischen Wahlniederlage vom Sonntag den Aufstand
gegen die bei der Bundestagswahl gescheiterte Führungsriege geprobt. In einer
mit großer Mehrheit verabschiedeten Resolution fordert der Landesvorstand eine
Erneuerung und Verjüngung der engsten Bundesspitze.
Die bisherige Parteiführung mit
Steinmeier, Müntefering und Steinbrück sei „untrennbar mit der Agenda-Politik
ab 2003 bzw. der abgewählten großen Koalition ab 2005 verbunden“, heißt es.
Hinter der Berliner Resolution steht auch der Regierende Bürgermeister Klaus
Wowereit, der das Papier mitdiskutiert hat.
AP/dpa 29
Wahlanalyse. Die Schere schließt sich
Bestes, höchstes, niedrigstes - das
Wahlverhalten der Deutschen am 27. September lässt sich auch am Tag danach nur
unter Zuhilfenahme einer bisher für kaum möglich gehaltenen Anzahl von
Superlativen interpretieren. Der Verlust von mehr als sechs Millionen oder annähernd
40 Prozent der Zweitstimmen im Vergleich zur Bundestagswahl von 2005 bescherten
der SPD mit annähernd zehn Millionen Zweitstimmen und einem Stimmenanteil von
23 Prozent (minus 11,2 Prozentpunkte) das absolut wie relativ schlechteste
Wahlergebnis seit 1949.
Die CDU unter dem Vorsitz von
Bundeskanzlerin Merkel büßte im Vergleich zu 2005 1,3 Millionen oder zehn
Prozent der Stimmen ein. Aufgrund der mit 70,8 Prozent niedrigsten
Wahlbeteiligung seit 1949 erzielte die CDU dennoch einen gegenüber 2005 nur geringfügig
niedrigeren Stimmenanteil von 27,3 Prozent. Die Verluste der Schwesterpartei
CSU waren prozentual noch höher als die der CDU. In Bayern büßte die CSU im
Vergleich zur vergangenen Bundestagswahl mehr als 600 000 oder 15 Prozent der
Stimmen ein. Zum Gesamtergebnis der Unionsparteien von 33,8 Prozent trug die
CSU 6,5 Prozent bei.
Die drei „kleinen“ Parteien FDP,
Linkspartei und Grüne erzielten ihr jeweils bestes Ergebnis bei einer
Bundestagswahl. Mit einem Stimmenzuwachs um etwa 30 Prozent und einem Stimmenanteil
von 14,6 Prozent (plus 4,7 Prozentpunkte) wurden die Freien Demokraten mehr als
doppelt so stark wie die CSU. Die Linkspartei wurde am Sonntag von annähernd
5,2 Millionen Bürgern gewählt, einer Million mehr als vier Jahre zuvor. Mit
11,9 (plus 2,7 Punkte) Prozent der Stimmen verwies die aus dem Zusammenschluss
von PDS und WASG hervorgegangene Partei die Grünen auf den fünften und letzten
Rang der im Deutschen Bundestag vertretenen Parteien. Nach 3,8 Millionen
Zweitstimmen im Jahr 2005 entfielen diesmal 4,65 Millionen Stimmen oder 10,7
Prozent auf die Grünen.
Überdurchschnittlich hoch fielen die
Verluste der SPD in den neuen Ländern Sachsen-Anhalt (minus 15,9), Thüringen
(minus 12,2) und Mecklenburg-Vorpommern (minus 15,2) aus. In allen neuen Ländern
einschließlich Berlins gewann die CDU gegen den Trend bis zu 5,5 Prozentpunkte
hinzu.
In Sachsen, Thüringen und Berlin wurde
die CDU sogar stärkste Partei vor der ansonsten dominierenden Linkspartei, die
aufgrund der Schwäche der SPD in den neuen Ländern erstmals auch außerhalb
Berlins Wahlkreise direkt gewann, allen voran in Sachsen-Anhalt.
Überdurchschnittliche Verluste erlitt die CDU in Schleswig-Holstein (minus 4,2
Punkte) und Baden-Württemberg (minus 4,8). Noch stärker (minus 6,7 Punkte)
verlor nur noch die CSU.
Abwanderung ins Lager der Nichtwähler
Wer Sonntag anders als vor vier Jahren
nicht mehr die SPD wählen wollte, machte nach Berechnungen des
Meinungsforschungsinstituts infratest-dimap seine Stimme mehrheitlich von
seinem Wahlrecht keinen Gebrauch. Sie dürften am ehesten unter den fast 67
Prozent der Deutschen sein, die der Aussage zustimmen, die SPD habe ihre
sozialdemokratischen Prinzipien aufgegeben. Immerhin glaubten von den
verbliebenen SPD-Wählern noch fast zwei Drittel, dass ihre Partei Deutschland
am besten durch die aktuelle Wirtschafts- und Finanzkrise führen könne.
In der Gesamtbevölkerung wird diese
Überzeugung indes nicht einmal von einem Viertel der Bürger geteilt. Gleichwohl
wählten ehemalige SPD-Wähler nur zu einem relativ geringen Teil die
Unionsparteien, obwohl fast die Hälfte der Bürger CDU und CSU im allgemeinen
und Bundeskanzlerin Merkel im besonderen als Losten in der Krise vertrauen - so
sehr, dass Frau Merkel nach Ergebungen der Mannheimer Forschungsgruppe Wahlen
in der Bevölkerung ein besseres Ansehen genoss als jeder Kanzlerkandidat seit
1990.
„Taktisches“ Wahlverhalten weniger
ausgeprägt als angenommen
Dennoch gaben enttäuschte SPD-Wähler
eher ihre Stimme den Grünen und den Linken. Und das gleich doppelt.
Denn wer erwartet hätte, dass die
Wähler bei der Bundestagswahl 2009 stärker als bisher von dem Möglichkeit der
Aufteilung von Erst- und Zweitstimme auf verschiedene Parteien Gebrauch gemacht
hätten, wird durch das Wahlergebnis eines besseren belehrt. Zwar ist der Anteil
der Erststimmen von SPD und CDU/CSU nach wie vor deutlich höher als der Anteil
der Zweitstimmen - doch im Verhältnis zu den Zweitstimmen nicht höher als zu
den Zeiten in denen die „kleinen“ Parteien nicht zusammen auf mehr als 35
Prozent der Zweitstimmen kamen.
Vielmehr stieg der Anteil der
Erststimmen von FDP, Linkspartei und Grünen am Sonntag fast ebenso stark wie
der jeweilige Anteil der Zweitstimmen - auf die Grünen entfiel sogar ein noch
höherer Zuwachs an Erst- (plus 3,8 Punkte) als an Zweitstimmen.
„Gewachsene Bedeutung der Kandidaten“
Insgesamt war das „taktische“
Wahlverhalten am Sonntag damit weniger ausgeprägt als bei allen
Bundestagswahlen zuvor: Zehn Prozent der Erststimmen für die FDP in Bayern
(plus 5,6 Punkte), ein nach wie vor überdurchschnittlich gutes
Erststimmenergebnis der baden-württembergischen CDU von 42,5 Prozent oder auch
ein besseres Erststimmenergebnis des CDU in Sachsen-Anhalt sprechen auf der
Ebene der Wahlkreise die gleiche Sprache wie das Ergebnis der Konkurrenz
zwischen Frau Merkel und dem SPD-Kanzlerkandidaten Steinmeier: Von einer
„gewachsenen Bedeutung der Kandidaten“ berichtet die Mannheimer
Forschungsgruppe Wahlen.
Gleichwohl sind die Wahrnehmungen der
Bürger von den Stärken und Schwächen der Parteien als solcher nicht zu
unterschätzen. Die Linkspartei wurde am ehesten von denjenigen Bürgern gewählt,
die sich auf der Verliererseite der wirtschaftlichen Entwicklung sehen und das
Gefühl haben, dass es in Deutschland eher ungerecht zugehe. Die Grünen stehen
nach wie vor im Ruf, gute Umweltpolitik betreiben zu können - viel mehr aber
auch nicht. Die Freien Demokraten rekrutierten neue Wähler vor allem unter
denen, die sich von ihnen eine Neuorientierung der Wirtschafts- und
Finanzpolitik erhofften. Die meisten dieser Wähler, etwa 1,1 Millionen, hatten
zuletzt für die Unionsparteien gestimmt - jetzt stärkten sie den „liberalen“
Flügel der künftigen Berliner Koalition. Diesen Aderlass konnten die etwa
620.000 ehemaligen SPD-Wähler, die sich am Sonntag für die Union entschieden, nicht
einmal numerisch ausgleichen.
Immer weniger auf langfristige
Parteiloyalitäten
Bleibt die Frage, ob das Wahlergebnis
vom 27. September mit seinen extremen Ausschlägen im wesentlichen ein Reflex
der Wirtschafts- und Finanzkrise ist oder ob die Krise nicht Tendenzen im
Wahlverhalten der Bevölkerung verstärkt hat, die längst angelegt waren.
CDU und CSU etwa haben wieder einmal
nur in der starken Gruppe der über 60jährigen ein überdurchschnittliches
Ergebnis erzielt, die SPD erreichte unter den Wählern im Alter bis zu 45 Jahren
kaum einen Stimmenanteil von 20 Prozent. Signifikant höhere Stimmenanteile als
im Durchschnitt entfielen in den jüngeren Wählergruppen dagegen auf FDP und
Grüne. Der Schluss liegt daher nicht zum ersten Mal nahe, dass CDU/CSU und SPD
immer weniger auf langfristige Parteiloyalitäten vertrauen können.
Festen Rückhalt haben beide Parteien
nur noch in den älteren Jahrgängen der in der alten Bundesrepublik
aufgewachsenen Deutschen. Diese Kohorte wird aufgrund ihrer Größe noch lange
jede Wahl und damit auch die Programmatik der Parteien entscheidend
beeinflussen. Aber ihr relatives Gewicht war noch nie so gering wie am Sonntag,
dem 27. September 2009. Daniel Deckers Faz 29
Kanzlerschaft. Merkels Macht. Die Kanzlerin aller Deutschen
Ein Kommentar von Nico Fried
Wer Angela Merkel unterschätzt, hat
schon verloren: Die Kanzlerin wird auch mit einer FDP fertig werden, die gerade
überall lesen darf, sie habe die Wahl gewonnen.
Mit Koalitionspartnern, die sich für
die wahren Sieger einer Bundestagswahl halten, hat Angela Merkel gute
Erfahrungen gemacht: 2005 glaubte die SPD, Merkel als Kanzlerin von
sozialdemokratischen Gnaden installieren zu können. Die ganze Anlage der großen
Koalition war damals von SPD-Chef Franz Müntefering darauf ausgerichtet, die
Regierungschefin bewegungsunfähig und damit zu einer kurzen politischen Episode
zu machen.
Im Ergebnis ist nun die SPD ihrem
eigenen Untergang näher denn je gekommen, während Merkel mit mildem Spott über
jene Einwände hinweggehen kann, wonach das Ergebnis der CDU sooo toll aber
nicht gewesen sei.
Jetzt hat es die Kanzlerin mit einer
FDP zu tun, die überall lesen darf, dass sie die Wahl gewonnen habe. Eine
starke FDP also, vor der sich Merkel fürchten soll. Die Kanzlerin allerdings
hat ohne Regierungserfahrung eine große Koalition zu ihren Gunsten nutzbar
gemacht - da darf man ihr schon zutrauen, dass sie mit Erfahrung ein Bündnis
mit einem kleineren Partner zu organisieren vermag.
Es gehört zu den Konstanten im
politischen Leben Merkels, dass in der Art und Weise, wie sie ein Ziel
erreicht, immer gleich der Grund dafür gesehen wird, warum sie am nächsten Ziel
scheitern wird. Nur gestimmt hat es bis jetzt noch nie. Horst Seehofer lässt
sich gerne mit dem Satz zitieren, wer Merkel unterschätze, habe schon verloren.
Das ist richtig - und lässt sich an niemandem besser studieren als an Horst
Seehofer.
Merkel wird sich eine Koalition
zusammenbasteln, die aus ihrer Sicht drei Erfordernissen entsprechen muss.
Erstens der Stabilität ihrer Macht, zweitens der Stabilität ihrer Macht und
drittens der Stabilität ihrer Macht. Je besser ihr das gelingt, desto freier
wird sich die Kanzlerin fühlen, auch dem eigentlichen Wählerauftrag
nachzukommen - erfolgreich zu regieren.
Die Reihenfolge Macht vor Machen aber
ist für Merkel zwingend, sie beruht auf ihrer persönlichen politischen
Erfahrung innerhalb der Union und aus dem, was sie von anderen Kanzlern gelernt
hat. Macht ist für Merkel ein Instrument, keine Belohnung.
Was die eigene Partei angeht, hat es
die CDU-Vorsitzende zunächst einmal leichter. Die neue Koalition bietet mehr
Posten als die alte. So lassen sich Wohlwollen und Loyalität bei Parteifreunden
ein wenig stimulieren, wo sie immer noch nicht ausreichend entwickelt sein
sollten.
Aber auch den Ministerpräsidenten, die
ihre Posten mehr oder weniger aus eigener Kraft haben, wird es nun noch
schwerer fallen, Merkels Führung anzuzweifeln oder gar zu hintertreiben. Es
wäre schwer zu vermitteln, wenn die schwarz-gelben Regierungen im Bundesrat,
die fast alles mitgemacht haben, was die große Koalition ihnen abverlangte, nun
ausgerechnet die Politik der Koalition blockierten, für die sie selber stehen.
Für den Umgang mit der FDP wird sich
Merkel am Vorbild Helmut Kohls orientieren, den sie acht Jahre lang im Kabinett
erleben konnte. Dessen Prinzip war es, dem Koalitionspartner Luft zum Atmen zu
lassen und gelegentlich sogar einen Erfolg zu gönnen.
Gegenüber der FDP wird Merkel das auch
leichter fallen als in der großen Koalition gegenüber den Sozialdemokraten,
weil die Liberalen solche Punktgewinne einfach nur für sich verbuchen werden,
während die SPD stets darauf bedacht war, jeden noch so kleinen Erfolg gleich
gegen Merkel zu wenden.
Was aber macht die Kanzlerin, wenn die
Macht gesichert ist? Der Wirtschaftsflügel und die Mittelstandsvereinigung der
Union, zwei tigerhafte Gruppen, die eigentlich schon als die größten
Bettvorleger der vergangenen vier Jahre ins Haus der Geschichte gehören, werden
ihr Haupt erheben und sich mit den Marktradikalen der FDP verbünden.
Das aber muss Merkel nicht fürchten,
sie muss es sich sogar wünschen. Denn nur in der Abgrenzung zu diesem Flügel
kann sie sich als die Kanzlerin aller Deutschen inszenieren, als die sie sich
am Wahlabend empfohlen hat.
In der großen Koalition profitierte die
Kanzlerin in hohem Maße davon, dass die SPD sie zwang, sich von ihrer Leipziger
Vergangenheit zu verabschieden. Etwas Besseres hätte Merkel nicht passieren
können.
So ist sie in die Mitte gerückt, die
sie nun publikumswirksam gegen die Begehrlichkeiten ihrer neuen Partner
verteidigen kann. Oder glaubt irgendjemand, dass Merkel vom Mindestlohn bis zum
Gesundheitsfonds irgendetwas von dem rückgängig macht, was sie in der großen
Koalition vereinbart hat?
Die Macht der Straße, die manch einer
nun schon gegen Schwarz-Gelb vorrücken sieht, wird auf sich warten lassen. Wer
soll sie organisieren? Die SPD? Mit oder ohne Linkspartei? In den Ländern mit,
im Bund ohne? Auch die Gewerkschaften werden es vorerst nicht sein. Merkel hat
sie vier Jahre lang sorgsam umhegt, was ihr die Gewerkschaftsbosse mit einem
freundlichen Besuch mitten im Wahlkampf dankten.
Angela Merkel steht nach dieser Wahl
stärker da, als es das nackte Ergebnis ausdrückt. In Guido Westerwelle hat sie
einen Partner, der sich hüten wird, das Fitzelchen Macht, das er abkriegt,
gleich wieder zu verspielen.
Nur eines fehlt der Kanzlerin: eine
Opposition, die der wichtigsten Anforderung der Demokratie an die Opposition
entspricht, nämlich jederzeit in der Lage zu sein, die Regierung abzulösen.
Erst dieses Defizit verdeutlicht die ganze Dimension von Merkels Sieg. SZ 29
Nach der Wahl. Merkel hat es eilig – und Müntefering geht
Der Tag nach der Wahl: Die Kanzlerin
trifft sich mit Westerwelle, der SPD-Chef bietet Steinmeier den Parteivorsitz
an, die Steuern sollen gesenkt werden, aber ohne Zeitplan und die Koalition von
Schwarz-Gelb soll am 9. November stehen.
Von Lutz Haverkamp
Berlin - Einen Tag nach der
Bundestagswahl sind die ersten wichtigen Weichen gestellt worden. Während Union
und FDP sich um die schnelle Bildung einer neuen Bundesregierung bemühten, bot
SPD-Parteichef Franz Müntefering dem unterlegenen Kanzlerkandidaten Frank-
Walter Steinmeier den Parteivorsitz an.
Bereits am Montagnachmittag kamen
Kanzlerin Angela Merkel und der Parteichef der Liberalen, Guido Westerwelle, zu
einem Vier-Augen-Gespräch im Bundeskanzleramt zusammen. Merkel kündigte nach
einer Sitzung des CDU-Präsidiums an, die schwarz-gelbe Bundesregierung solle
noch vor dem Jahrestag des Mauerfalls am 9. November stehen und damit die große
Koalition ablösen.
Die Sozialdemokraten planen nach dem
Wahldebakel vom Sonntag eine grundlegende Erneuerung. Müntefering schloss einen
Rückzug von seinem Amt nicht aus und brachte Steinmeier als neuen Parteichef
ins Spiel. „Ich habe deutlich gemacht, dass ich als Parteivorsitzender um meine
Verantwortung weiß“, sagte Müntefering. Zu Spekulationen über seinen Abschied
sagte er, dies sei „nah an der Wahrheit“. Für ihn sei es „sofort akzeptabel,
wenn Steinmeier neben der Fraktion auch die Partei“ führen wolle. Am Dienstag
will die SPD Steinmeier zum Fraktionschef wählen.
Die Regierungsbildung solle „zügig“
vorangehen, aber „Qualität geht vor Schnelligkeit“, sagte Merkel. Sie trug
zugleich Westerwelle den Posten des Außenministers an: „Wenn die Regierung
gebildet wird, ist von Stund an natürlich jemand von der FDP nach menschlichem
Ermessen Außenminister.“ Die Kanzlerin und CDU-Vorsitzende versicherte, sie
werde auch in der künftigen Regierung mit der FDP darauf achten, „die Balance
der sozialen Marktwirtschaft auszutarieren“. Trotz des guten Abschneidens der
FDP werde es „mehr Union geben in der neuen Regierung, als wir in der anderen
hatten“. Schließlich hätten Union und SPD die große Koalition als fast gleich
starke Partner gebildet, während der Abstand zur FDP größer sei. Als wichtigste
Aufgaben für die ersten 100 Tage der neuen Regierung nannte Merkel die
Haushaltsplanung 2010 und die Abgleichung der steuerpolitischen Vorschläge von
CDU, CSU und FDP.
Auf einen Zeitpunkt für Steuersenkungen
wollte sich Merkel nicht festlegen. Im Raum stünden die Jahre 2011, 2012 oder
2013, sagte sie. Merkel machte deutlich, dass ihre Kompromissbereitschaft
Grenzen hat: „An den Mindestlohnplänen nehme ich nichts zurück“, sagte sie.
Auch an der Grundstruktur des Gesundheitsfonds dürfe nicht gerüttelt werden.
Einschnitte ins soziale Netz schloss Merkel aus. Westerwelle versicherte, seine
Partei werde trotz des Rekordergebnisses von 14,6 Prozent „nicht abheben“. Die
Koalitionsgespräche sollten zügig, aber gründlich geführt werden.
An der Spitze der Hamburger SPD dreht
sich nach dem Wahldebakel das Personalkarussell. Nach dem überraschenden
Rücktritt von Landeschef Ingo Egloff will der bisherige SPD-Bundesarbeitsminister
Olaf Scholz das Amt übernehmen. Berlins SPD erwartet trotz ihrer massiven
Stimmenverluste bei der Bundestagswahl künftig eine „herausgehobene Rolle“ für
den Regierenden Bürgermeister Klaus Wowereit in der Bundespartei. Wowereit sei
der „bekannteste und profilierteste“ sozialdemokratische Ministerpräsident,
sagte SPD-Fraktionsgeschäftsführer Christian Gaebler. Aus diesem Grund sollte
Wowereit „selbstverständlich eine führende Rolle“ übernehmen.
Grüne und Linkspartei kündigten eine
harte Opposition an. „Wir werden es ihnen schwer machen“, sagte Spitzenkandidat
Jürgen Trittin. Linken-Chef Oskar Lafontaine forderte die SPD auf, über
Koalitionen im Saarland, in Brandenburg und Thüringen Einfluss auf die
Bundespolitik zu nehmen und einen sozialen „Kahlschlag“ zu verhindern.
In Brandenburg will Ministerpräsident
Matthias Platzeck (SPD) nach der Landtagswahl erst mit der Linkspartei und dann
mit dem bisherigen Koalitionspartner CDU sprechen. Der Koalitionsvertrag für
die neue Regierung solle „Anfang bis Mitte November“ stehen, sagte Platzeck.
Der schleswig-holsteinische Ministerpräsident Peter Harry Carstensen (CDU) hat
nach dem knappen Wahlerfolg von Schwarz-Gelb zügige Koalitionsverhandlungen mit
der FDP angekündigt.
Tsp 29
Leitartikel. Keine Experimente!
Stabilität statt Reformen wünschten die
Wähler. Wenn sie das mal kriegen von einem Bündnis aus lädierter CDU,
hypernervöser CSU und einer vor Selbstbewusstsein strotzenden FDP. Von Karl
Doemens
Nein, diesem Anfang wohnt kein Zauber
inne. Nur zögerlich machten sich die Kurse an den deutschen Aktienbörsen nach
dem Berliner Regierungswechsel gestern auf einen vorsichtigen Zickzackkurs nach
oben. Und die Bürger auf der Straße? Zucken mit den Achseln: Merkel bleibt
Kanzlerin. Wird schon nicht so schlimm werden. Eine schwarz-gelbe Agenda? Ein
gemeinsames Projekt? Ein Plan für den Weg aus der Krise? Fehlanzeige.
Deutlicher als erwartet haben Union und
FDP die Bundestagswahl gewonnen. Ihre Mehrheit steht auch ohne Rückgriff auf die
heiklen Überhangmandate. Doch anders als 2005, als beide Parteien mit einem
klaren wirtschaftsfreundlichen Reformkonzept antraten, um sich von Rot-Grün
abzusetzen, bleibt ihr Profil dieses Mal schwammig. Einzig das Versprechen von
Steuererleichterungen haben beide im Wahlkampf wie eine Monstranz vor sich
hergetragen. Ach ja, und gelegentlich hörte man etwas vom
"Bürokratieabbau".
Die inhaltliche Anspruchslosigkeit hat
Gründe. Nicht nur ist die Union 2005 mit ihrem Kopfpauschalen-Wahlkampf
grandios gescheitert. In der Zwischenzeit hat sich vor allem das Umfeld
deutlich verändert. Unter dem Eindruck des Beinahe-Kollapses der Finanzmärkte
ist die Gesellschaft insgesamt eher nach links gerückt.
"Privatisierung", "Deregulierung" oder "Liberalisierung"
sind Schlagwörter von gestern. Ideologisch gesehen kommt Schwarz-Gelb
eigentlich vier Jahre zu spät.
Zwei Phänomene haben CDU/CSU und FDP
trotzdem den Wahlsieg beschert: zum einen die niedrige Wahlbeteiligung und das
Desaster der SPD. Schaut man sich die absoluten Zahlen an, dann ist das Lager
der schwarz-gelben Wähler gegenüber 2005 keineswegs gewachsen. Die FDP hat
exakt so viel hinzugewonnen, wie die Union verloren hat. Unter dem Strich
bleiben 21 Millionen Kreuzchen für Merkel/Westerwelle. Doch die wenigsten Wähler
wollten dieses Mal wohl für die Lockerung des Kündigungsschutzes oder die
Abschaffung von Mindestlöhnen votieren, wie sie im FDP-Programm stehen. Auch
glaubt kaum ein Bürger bei klarem Verstand, dass ein Land mit 100 Milliarden
Euro Neuverschuldung tatsächlich massiv die Steuern senken kann. Damit wären
wir beim zweiten Phänomen: der Sorge vieler Menschen um die Arbeitsplätze. Die
Sicherung der Jobs traut eine Mehrheit der Deutschen offenbar Schwarz-Gelb eher
zu als einer SPD mit ungewisser Machtoption. "Keine Experimente!" und
nicht etwa "Reformen jetzt!" lautet die Botschaft vom Sonntag.
Dass sich das neue Dreierbündnis einer
lädierten CDU mit einer hypernervösen CSU und einer vor Selbstbewusstsein
strotzenden FDP im politischen Alltag tatsächlich als stabil erweist, ist
freilich keineswegs garantiert. Im Wahlprogramm der Liberalen findet sich von
der 35-Milliarden-Steuerreform über die Ausnahmen vom Kündigungsschutz, die
Verkürzung des Arbeitslosengelds, die Abschaffung des Gesundheitsfonds und die Umstellung
der Krankenversicherung auf Kopfprämien bis zur Abschaffung der Wehrpflicht
vieles, das von der Union abgelehnt wird. Ziemlich deutlich hat Angela Merkel
als "Kanzlerin aller Deutschen" schon Korrekturen an schwarz-roten
Beschlüssen abgelehnt und versichert, zentrale FDP-Forderungen in der
Sozialpolitik würden mit ihr nicht Wirklichkeit.
Das können sich die von ihrem
Wahlerfolg berauschten Liberalen kaum bieten lassen. Natürlich könnte sich
Schwarz-Gelb relativ leicht auf eine Mini-Steuerreform in Trippelschritten
einigen, die im löchrigen Etat einigermaßen zu verstecken wäre. Auch die
Anhebung des Schonvermögens für Langzeitarbeitslose und kosmetische
Veränderungen beim Gesundheitsfonds wären denkbar. Aber werden solche Placebos
der FDP-Klientel genügen?
Andererseits kann sich Merkel von der
FDP nicht auf einen wirtschaftsnahen Kurs zurück nach Leipzig drängen lassen.
Schließlich beruht ihre Popularität gerade auf ihrem ausgleichend-präsidialen
Image. Außerdem stehen im nächsten Mai Landtagswahlen in Nordrhein-Westfalen
an, und der selbst ernannte CDU-Arbeiterführer Jürgen Rüttgers lehnt schon
prophylaktisch mögliche "Zumutungen" ab. Ganz so harmonisch, wie die
strahlenden Sieger derzeit suggerieren, werden die Verhandlungen also nicht
ablaufen. Noch ist zumindest offen, ob Schwarz-Gelb beim zentralen Kampf gegen
Ursachen und Folgen der Finanzmarktkrise tatsächlich überzeugender agieren wird
als die große Koalition. FR 29
Kommentar. Da ändert sich was. Machtwechsel - und dann?
Gerd Appenzeller kommentiert das
Ergebnis der Bundestagswahl.
Das ist ein Machtwechsel, zum Teil,
denn die Chefin bleibt ja im Amt. Ob Angela Merkel mit ihrem neuen, dem
Wunschpartner, Politik auch anders gestaltet, wird man sehen. Auf jeden Fall
hat die CDU-Chefin jetzt nicht mehr die Ausrede, es sei ja die SPD gewesen, die
die sozialdemokratische Unterwanderung der Christdemokraten quasi ertrotzt
habe. CDU / CSU und FDP haben eine Mehrheit, auch ohne die Überhangmandate, die
das Regieren freilich komfortabler machen könnten.
Diesmal hat es, anders als vor vier
Jahren, für Schwarz-Gelb gereicht. Mehr noch als 2005 erwiesen sich die
Liberalen als die Beständigen in diesem Bündnis. Das sind sie auch dank des
Westerwelle’schen Absolutheitsanspruches in der Koalitionsfrage – Union über
alles. Doch ist das ebenfalls ein „Windfall Profit“. Denn viele Unionsanhänger
wählten sicherheitshalber FDP, um eine Neuauflage der großen Koalition mit
Sicherheit zu verhindern.
Der kleinere Partner der Union in der
großen Koalition, die SPD, erlebte gestern ein Debakel und steckt in einer
existenziellen Krise. Zwar hat auch die CDU das zweitschlechteste Ergebnis der
Geschichte eingefahren, und die Betonung des Begriffs Volkspartei durch die
Vorsitzende klingt wie das Stoßgebet, es möge so bleiben. Aber die SPD ist
gescheitert, nicht nur prozentual um fast ein Drittel, sondern auch
programmatisch und personell. Es gehört wenig Prophetie dazu, im gewachsenen
Lager der Nichtwähler SPD-Anhänger auszumachen, die bei aller Sympathie für
sozialdemokratische Ideale an der Wirklichkeit verzagten.
Wo es Geschlagene gibt, finden sich
stets auch Sieger. Die Linke gehört dazu. Dank Oskar Lafontaine und Hartz IV
ist ihr der Sprung Richtung Westen geglückt. Sie präsentiert sich heute nicht
als Nachfolgerin von PDS oder gar SED, sondern als Hüter sozialdemokratischen
und sozialistischen Erbes. Aber was sie im Westen gewann, ging ihr im Osten
verloren. Dennoch wird die Linkspartei aus der Opposition heraus die SPD unter
Druck setzen. Das kann einen Umschwung in der Parteispitze auslösen, dem sich
weder Franz Müntefering noch Frank-Walter Steinmeier erfolgreich werden
entgegenstemmen können.
Den Grünen hätte ihr Erfolg nur
genützt, wenn man sie für eine Jamaika-Koalition gebraucht hätte. So aber haben
sie zumindest die Chance, die einzige bürgerliche Oppositionspartei zu werden.
Daraus erwächst, wegen der ökologischen Komponente, eben doch eine künftige
Machtoption für die nächste Bundestagswahl, denn Umwelt ist weder bei CDU noch
FDP ein dominierendes Thema.
Die programmatische Ausrichtung der
deutschen Parteien orientiert sich mit dieser Wahl weiter nach links, selbst
wenn die Etablierung des schwarz-gelben Bündnisses auf den ersten Blick dagegen
zu sprechen scheint. Sowohl die CDU/CSU als auch die FDP des Jahres 2009 sind
viel weniger marktradikal als 2005. Die SPD hat sich von Gerhard Schröders
Reform-Agenda weitgehend abgewandt und wird vermutlich mit der Linken eine
Schnittmenge suchen, die deutlich weiter links der Mitte liegt, als dies vor
vier Jahren der Fall gewesen wäre.
Schwarz-Gelb ist mit einem
Reformversprechen angetreten. Vor allem bei der FDP setzen die jungen Wähler
auf dessen Einlösung. Frischer Wind kann Deutschland nach der großen Koalition
gut tun, wenn Union und FDP darauf achten, dass dieser Wind nicht zum Sturm
wird, der die Gesellschaft noch mehr auseinandertreibt.
Tsp 28
SPD in der Krise. Rumpelstilzchen in der Hölle
Ein Kommentar von Kurt Kister
Die Wähler haben die SPD halbiert, sie
entzweigeschlagen, weil sie die Partei stets mit doppeltem Gesicht anblickte.
Das Führungstrio Steinmeier, Müntefering, Steinbrück wird nicht mehr lange
bestehen - und die Partei wird nach links rücken.
Die SPD liegt in Trümmern. Sie hat am
Sonntag 23 Prozent erzielt, nicht einmal ein Viertel der Wähler hat sie hinter
sich gebracht. Nur noch rund zehn Millionen Deutsche gaben der
traditionsreichsten Volkspartei ihre Stimme. Vor elf Jahren, als die
Sozialdemokraten unter Gerhard Schröder und Oskar Lafontaine in Bonn an die
Macht kamen, waren es knapp 41 Prozent und 20 Millionen Wähler. Wenn damals in
der lauen Bonner Septembernacht so etwas wie die Apotheose der Sozialdemokratie
stattfand, die Erhebung in den politischen Himmel, hat man Sonntagnacht in
Berlin den Absturz der Partei in die Hölle erlebt.
Die SPD wurde halbiert. Der Wähler
schlug sie entzwei, weil ihn die Partei stets mit einem doppelten Gesicht
anblickte. Da war die Regierungs-SPD mit ihren Symbolfiguren Steinmeier und
Steinbrück, die das Erbe Schröders aufrechterhielten. Da war aber auch jener
Teil der Partei, der sich schon vor 2005 von der Schröderschen Agenda-SPD
distanziert hatte und der danach nur noch wuchs.
Die, vereinfacht gesagt, SPD-Linke
identifizierte sich nie mit der großen Koalition und ließ wenig Gelegenheiten
aus, um der Regierungs-SPD lächelnd in den Rücken zu fallen. Einmal, am
Schwielowsee, schlug die Regierungs-SPD zurück. Müntefering und Steinmeier
stürzten den eher rechten SPD-Chef Kurt Beck, auch weil der sich von der Linken
hatte instrumentalisieren lassen.
Die Zerrissenheit der SPD zwischen
neuer Mitte und alten Linken wurde im Wahlkampf nur mühsam überdeckt. Nicht nur
der Wähler hat die Partei halbiert, sondern sie hat sich in einer Manier, die
man von der SPD, der deutschen Linken ganz allgemein, nur zu gut kennt, auch
selbst in der Mitte auseinandergerissen, als sei sie Rumpelstilzchen.
Die eine Hälfte von Rumpelstilzchen
wird liegenbleiben. Das Führungstrio Steinmeier, Müntefering, Steinbrück wird
nicht mehr lange bestehen. Die Regierungs-SPD ist perdu. Wenn die
Merkel/Westerwelle-Regierung ein Schritt zurück in die achtziger Jahre ist, wie
das viele in der SPD kolportieren, dann bedeutet die zu erwartende
Neuaufstellung der SPD den Schritt zurück in die Neunziger, als Oskar
Lafontaine in seiner ersten Erscheinungsform Parteichef war.
Franz Müntefering wird nicht noch
einmal zum Parteichef gewählt werden. Er zieht Wut und Kritik der Genossen auf
sich. Müntefering wird all das abbekommen, was Steinmeier nicht abbekommen
darf, weil man an ihm festhalten will. Manche SPD-Funktionäre sagen schon
jetzt: Mangels Alternative muss man erst mal an Steinmeier festhalten. Es
kümmert keinen mehr, dass Müntefering nach der Rückkehr auf den SPD-Thron
gefeiert worden war, als sei er zwar nicht der Kopf, aber doch der Körper der
Partei. Der Parteitag wird im November diesen Körper endgültig vom Kopf
trennen.
Peer Steinbrück, der Zweite im Bunde,
wird wohl von sich aus das Feld räumen. Er ist loyal, also kein Wolfgang
Clement, aber er hat, salopp gesagt, die Schnauze voll von den Stegners und
Wowereits, die in ihren Ländern schlechte Ergebnisse erzielen, aber die Schuld
von sich ab- und der SPD zuweisen, weil sie zu wenig erkennbar links sei.
Bleibt Frank-Walter Steinmeier. Die
stark geschrumpfte, mehrheitlich linke SPD-Fraktion wird ihn am Dienstag zum
Chef wählen. Er hat seinen Anspruch am Abend der Niederlage verkündet, obwohl
er es eigentlich wegen der Dimension der Niederlage nicht wollte.
Nun muss die Fraktion ihm folgen, denn
sonst stünde die Partei wirklich vor dem Schisma. Weil Steinmeier ein Moderator
ist und kein Zuchtmeister, wird er auch für den Parteivorsitz gehandelt. Die
SPD-Funktionäre werden von ihm die Öffnung hin zur Linkspartei verlangen. Er
wird es entweder tun und damit jene Prinzipien verraten, deretwegen er noch
2009 eine Koalition mit den Roten ausgeschlossen hat. Oder er wird es nicht
tun, und dann wird er 2013 weder Spitzenkandidat noch Parteivorsitzender sein.
Die SPD wird sich von ihrem Debakel
wieder erholen. Sie wird nicht sterben. Aber das Desaster vom Sonntag wird dazu
führen, dass sie nach links rückt. Sie wird sich außerdem gegen die
schwarz-gelbe Regierung profilieren und manches, was sie bisher vertrat, nicht
mehr vertreten: die Rente mit 67 zum Beispiel, Münteferings Coup.
Wenn es also in zwei, drei Jahren zwei
Linksparteien geben wird, von denen die eine SPD heißt, was machen dann all
jene Wähler, die der Schröder-SPD 1998 und 2002 zur Mehrheit verholfen haben
und die man die "Neue Mitte" nannte? Manche von ihnen, die nicht
Union oder FDP wählen wollten, sind 2009 zu Hause geblieben. Andere sind doch
zur CDU gewandert. Und, für die SPD noch wichtiger: Wozu braucht Deutschland
zwei linke Parteien, die sich ein nicht wachsendes Wählerpotential teilen
müssen? (Die Mehrheit, man darf das nicht vergessen, ist heute erstaunlich
stabil schwarz-gelb.) Ist die parlamentarische Linke auf dem Weg zu einer
anderen Form der CDU/CSU? Die Linkspartei als semi-sozialistische CSU des
Ostens, die SPD dagegen als moderatere Linkspartei des Westens?
Nein, es hat beileibe keinen Linksruck
bei dieser Wahl gegeben, im Gegenteil. Aber gerade diese Tatsache wird die SPD
dazu bringen, die Mitte zu verlassen und nach links zu treten. SZ 29
SPD-Linke macht mobil. Revolte gegen Steinmeier
Nach dem Debakel bei der Bundestagswahl
streitet die SPD über Kurs und Personal. Die SPD-Linke fordert nach der
Rückzugsankündigung von Parteichef Franz Müntefering eine personelle und
programmatische Erneuerung. "Die SPD könnte diejenigen nach vorne bringen,
die in der Lage sind, programmatische Alternativen zu entwickeln", sagte
der Sprecher der Parteilinken, Björn Böhning, am Dienstag im Deutschlandfunk.
Der ebenfalls zum linken Parteiflügel
gehörende Ottmar Schreiner sprach sich für eine Trennung von Partei- und
Fraktionsvorsitz auf. "Ich hielte eine Zweier-Lösung für sinnvoller",
sagte der Vorsitzende der SPD-Arbeitsgemeinschaft für Arbeitnehmerfragen in der
ARD.
"Wir haben eine Reihe von jüngeren
Kräften, die jetzt auch gefordert sind, Verantwortung zu übernehmen." Zum
Fraktionsvorsitzenden will sich am Dienstag der gescheiterte
SPD-Kanzlerkandidat Frank-Walter Steinmeier wählen lassen. Offen ist, ob
Steinmeier auch den Parteivorsitz von Müntefering übernehmen könnte und somit
eine Doppelfunktion innehätte.
Schreiner forderte eine schonungslose
Aufarbeitung von Versäumnissen der jüngsten Zeit. So müssten Schwachstellen der
Agenda 2010 wie die Hartz IV und die Ein-Euro-Jobs grundlegend diskutiert
werden. Sie seien ein Grund dafür, dass die SPD seit Jahren Probleme habe, bei
den Wählern anzukommen.
Böhning kritisierte, die SPD sei
zuletzt offensichtlich "nicht sozialdemokratisch genug" gewesen. Ihr
schwaches Abschneiden bei der Wahl trotz einer hohen Akzeptanz in der
Bevölkerung für sozialdemokratische Inhalte wie einen Mindestlohn offenbare
eine Kluft zwischen Partei und Wählern, die geschlossen werden müsse.
Der Sprecher des konservativen
"Seeheimer Kreises", Johannes Kahrs, sprach sich dagegen aus, dass
Spitzenkandidat Frank-Walter Steinmeier neben dem Fraktionsvorsitz auch das Amt
des Parteichefs übernimmt. Er sagte am Dienstag im Deutschlandfunk: "Das
sollte man keinem Menschen zumuten, beide Aufgaben gleichzeitig zu übernehmen."
Weder Kahrs noch Schreiner wollten sich
auf Namen festlegen. "Da gibt es viele bei uns, die das könnten",
sagte Kahrs. Der Sprecher der SPD-Linken, Björn Böhning, forderte eine
Verjüngung der Parteiführung. Auch er nannte keine Namen: "Das würde nur
einen Keil in die SPD treiben."
"Der Generationenwechsel muss auch
personell spürbar sein"
Fraktionsvize Joachim Poß sagte im
ARD-"Morgenmagazin", der oder die künftige Parteivorsitzende müsse
"führungsstark, berechenbar und belastbar" sein. Wichtig sei es
jetzt, Stabilität in die SPD zu bringen.
Der erweiterte Landesvorstand der
Berliner Sozialdemokraten sprach sich für einen personellen Neuanfang auf
Bundesebene aus. Dieser sei glaubwürdig nur ohne Frank-Walter Steinmeier, Franz
Müntefering und Peer Steinbrück möglich, heißt es nach einem Bericht der
rbb-Welle "RadioBerlin 88,8" vom Dienstag in einem internen Papier.
SPD-Landeschef Michael Müller sagte
dazu im rbb-Inforadio: "Wir wollen neue Gesichter und neue Namen. Der
Generationenwechsel muss jetzt auch personell spürbar sein." Geeignet
dafür seien die stellvertretende Parteivorsitzende Andrea Nahles, die
bisherigen Bundesminister Sigmar Gabriel (Umwelt) und Olaf Scholz (Arbeit)
sowie Berlins Regierender Bürgermeister Klaus Wowereit.
Wowereit selbst plädierte für einen
entspannten Umgang mit der Linkspartei auch in der Bundespolitik. "Wir
haben kategorisch erklärt, auf der Bundesebene geht es mit der Linkspartei nie
und nimmer", sagte Wowereit am Montagabend in der ARD-Talksendung
"Beckmann". Dies sei "wirklich eine Tabuisierung". Er
plädiere dafür, dass dieses Tabu wegfällt.
Die SPD solle die Linkspartei
"behandeln wie andere Parteien", sagte Wowereit. "Auch mit der
FDP hätten wir in vielen Punkten keine Grundlage für eine Koalition gehabt -
das haben wir aber nicht zum Tabu gemacht." Nach der "tragischen
Wahlniederlage" sei es nun die dringendste Aufgabe, "die
Profilschärfe der SPD herauszuarbeiten". (dpa/afp 29)
Bundestagswahl 2009. Die Angst vor der sozialen Kälte
Ein unerwarteter politischer Ruck ging
1989, noch vor dem Fall der Mauer, durchs Land, als die rechtsextremen
Republikaner mit über sieben Prozent der Stimmen sowohl ins Europaparlament als
auch ins Berliner Abgeordnetenhaus einzogen. Plötzlich waren sie da, und die
sie gewählt hatten, wohnten gleich nebenan. Ein Gefühl der sozialen Verstörung
ging um, und die herkömmlichen Wahlanalysen vermochten nicht zu erfassen, was
als harte Veränderung der politischen Stimmungslage erlebt wurde.
Machtpolitisch war wenig passiert, aber das Koordinatensystem der Parteien war
heftig durcheinandergeraten.
Wenn die Ablösung der großen Koalition
nun als Zäsur in der bundesrepublikanischen Geschichte beschrieben werden muss,
dann spielt Angst dabei eine untergeordnete Rolle. Trotz der Krise zeichnete
sich das Wahlvolk durch auffällige Gelassenheit aus. Das Interesse an
dramatisierten Wertkonflikten schien eher begrenzt. Möglicherweise bestand ein
Fehler der SPD ja gerade darin, eine schwarzgelbe Gefahr heraufzubeschwören,
die von den Wählern als solche nicht wahrgenommen wurde. Im Ergebnis ist die
Wahl vom Sonntag nicht zuletzt ein Rückgriff auf eine politische Verbindung,
die in der Geschichte der Bundesrepublik hinreichend erprobt ist. Rastet das
politische System angesichts der bevorstehenden Aufgaben also dort wieder ein,
wo es vor Beginn der rotgrünen Zwischenphase unterbrochen wurde?
Die gesellschaftliche Dynamik verläuft
anders, als die erprobten Variationen der politischen Farbskala vermuten
lassen. Die Verluste der SPD sind allerdings viel zu dramatisch, als dass man
als fairer demokratischer Verlierer beruhigt zur Kenntnis nehmen könnte, dass
durch die nächsten Jahre im schicken Retro-Modell navigiert werden soll. So
lustig wie die bunten Winkelemente des Wahlkampfs wird die soziale Wirklichkeit
nicht werden, die nun von einer stabilen Zweierkoalition angeleitet werden
wird.
Der klaren Konstellation, die aus der
Wahl am Sonntag hervorgegangen ist, steht ein Gestrüpp komplexer Sachfragen
gegenüber. Die vermeintliche Langeweile des Wahlkampfs könnte schon bald in
einem gesellschaftlichen Rumoren münden. Im Mittelpunkt werden dabei Fragen
nach sozialer Gerechtigkeit stehen, deren vertrautes Gefüge von den Folgen der
Finanzmarktkrise allem Anschein nach noch nicht annähernd erfasst ist. Was
unter sozialer Gerechtigkeit zu verstehen ist, scheint unklarer denn je. Der
Wahlgewinner FDP ist der signifikanteste Ausdruck dieses volksspsychologischen
Rätsels. Die stabilen Umfragewerte der Westerwelle-Partei waren über Monate
hinweg von der ungläubigen Frage begleitet, warum ausgerechnet eine Partei, die
sich einem liberalen Wirtschaftsrigorismus verschrieben hat, als
Krisengewinnler reüssieren konnte. Es spricht einiges dafür, dass diese
seltsame Anhänglichkeit keineswegs eine irrationale Wählerverirrung war. Es ist
vielmehr zu vermuten, dass sich viele von einer schwarzgelben Lösung Schutz für
ihre bürgerlichen Existenzgrundlagen versprochen haben. Die Logik von
gesellschaftlichen Gewinnen und Verlusten ist komplexer denn je. Trotz aller
neoliberalen Attitüden scheint die schwarzgelbe Konstellation für viele eine
attraktive Alternative zu den Prinzipien linker Umverteilungsvorstellungen zu
sein. Dass die Hartz-IV-Gesetzgebung ein Wortungetüm wie Schonvermögen
hervorgebracht hat, verrät bereits, dass eine klare Linie zwischen arm und
reich kaum noch einfach gezogen werden kann.
Gegen die vereinfachende Vorstellung,
dass soziale Kälte parteipolitisch zuzuordnen sei, bedarf es unbedingt einer
postideologischen Auseinandersetzung um den Begriff der sozialen Gerechtigkeit,
um den in den Sozialwissenschaften bereits seit einiger Zeit ergiebig
gestritten wird.
Dabei muss man nicht so weit gehen wie
der Karlsruher Philosoph Peter Sloterdijk, der den Sozialstaat unlängst als
institutionalisierte Kleptokratie diffamiert hat. In einer engagiert
vorgetragenen Polemik hat sich zuletzt der Frankfurter Philosoph Axel Honneth
in der Zeit gegen Sloterdijks affektgetriebenen Überdruss am Sozialstaat zur
Wehr gesetzt und so kurz vor der Wahl die Frage nach sozialer Gerechtigkeit,
Staat und Umverteilung auf die Agenda der intellektuellen Debatte gesetzt. Es
ist lange her, dass mit solcher Wucht um politische Fragen gestritten wurde.
Einige Schritte zurück ist indes der
Berliner Soziologe Wolfgang Engler gegangen, der in seinem jüngsten Buch
("Lüge als Prinzip") den antiquiert anmutenden Begriff der
Aufrichtigkeit gegen eine Kultur maßloser Glückserwartungen mobilisiert hat.
Der Berliner Medienwissenschaftler Norbert Bolz plädiert derweil dafür, sich
von eindimensionalen Gleichheitsidealen zu lösen und schlägt die Idee eines
Sozialkapitalismus vor, in dem die Akkumulation von Vermögen und Reichtum von
Begriffen wie Anerkennung und sozialer Akzeptanz geprägt sein sollen.
All diesen Überlegungen ist das
Bedürfnis anzumerken, das Verhältnis von Staat und Fürsorge im Zeichen
bevorstehender sozialer Kämpfe neu zu durchdenken. Es wird für die schwarzgelbe
Regierung wie für die aus drei Parteien bestehende linke Opposition darauf
ankommen, Gerechtigkeitsfragen mit den Themen der gesellschaftlichen Innovation
zu verbinden. Letzteres verheißt nicht zwangsläufig Geborgenheit und Wärme. Die
Halbwertzeit künftiger Regierungen wird aber davon abhängen, wie überzeugend
sie die notwendigen Zukunftsentscheidungen mit sozialer Akzeptanz zu koppeln
weiß. HARRY NUTT FR 29