WEBGIORNALE 12-14 Aprile
2010
Migranti, le linee guida della Ue. "Salvaguardare il diritto
d'asilo"
Approvate il 25
marzo scorso dal Parlamento europeo, sono centrate sui pattugliamenti - Per la
politica italiana la commissaria Malmström ha parlato di "errori" da
non ripetere - di VITTORIO LONGHI
L'Europa conferma
la politica dei pattugliamenti in mare ma assicura il rispetto dei richiedenti
asilo. Il 25 marzo il Parlamento europeo ha approvato le linee guida
"sulla ricerca, il soccorso e lo sbarco degli immigrati in pericolo in
mare" con il potenziamento di Frontex, l'agenzia di controllo delle coste
mediterranee. La commissaria agli Affari interni, la svedese liberale Cecilia
Malmström, vuole dotare Frontex di maggiori strumenti e autonomia, mentre gli
Stati membri dovranno mettere a disposizione più attrezzature e mezzi. Il
budget dell'agenzia è passato dai 6,2 milioni del 2005 agli oltre 83 del 2009.
L'obiettivo è quello di pattugliare in modo sempre più accurato le coste e
"riaccompagnare" i migranti intercettati fino al porto di partenza o,
se le condizioni non lo permettono, di consegnarli al porto europeo che ospita
la missione Frontex. Il governo maltese da tempo protesta contro questa regola
d'ingaggio perché l'onere finora è spesso ricaduto su La Valletta. In ogni
caso, la Commissione tiene ad assicurare il rispetto dei diritti fondamentali
delle categorie vulnerabili, come minori e donne in gravidanza, e dei
richiedenti asilo, per i quali dovrebbe valere il principio del
non-respingimento. Riguardo all'Italia e ai potenziali rifugiati respinti nei
mesi scorsi, la commissaria ha parlato di "errori" che non dovranno
più essere commessi.
Verso un sistema
di asilo europeo - L'approvazione di questa politica, comunque basata sulla
ulteriore sorveglianza dei confini, è arrivata nel momento in cui gli
europarlamentari stavano discutendo della creazione di un sistema comune di
asilo. L'idea, almeno sulla carta, è quella di aumentare in Europa il numero
dei reinsediamenti volontari dei rifugiati, che ora nel mondo sono ospitati
prevalentemente - l'80 per cento - dai Paesi in
via di sviluppo. Inoltre, si cerca di avviare un processo di condivisione della
responsabilità intra-europeo, nel pieno rispetto della Convenzione di Ginevra
sul diritto d'asilo. La predisposizione di un sistema comune eviterebbe, ad
esempio, che le misure di contrasto dei flussi migratori messe in atto dai
singoli Paesi ricadano poi su altri, come avviene tra Italia, Malta e Grecia.
Secondo questa visione, l'asilo e la protezione dovrebbero essere percepiti
dagli europei come "beni pubblici internazionali", di cui tutti i
Paesi dell'Unione beneficierebbero, in termini di maggiore sicurezza e di
stabilità. Alle buone intenzioni il Parlamento dovrà far seguire però un
sistema chiaro di standard comuni per le condizioni di accoglienza.
La partnership
Italia-Malta-Libia - Nei progetti europei di gestione dei flussi migratori è
prevista anche una maggiore collaborazione con i Paesi d'origine e di transito.
Ma non è chiaro se ci si riferisca a quella dell'Italia con la Libia. Durante
l'ultima visita del presidente della Camera al ministro degli esteri maltese Borg,
Fini ha epresso grande apprezzamento per quella che ha chiamato la
"partnership Italia-Malta-Libia", grazie alla quale negli ultimi mesi
si è fortemente ridimensionato il numero degli sbarchi sulle coste italiane e
maltesi. Ciò che Fini non ha detto è che cosa succede ai migranti quando sono
respinti. Secondo le testimonianze raccolte dalla Ong Jesuit Refugee Services,
chi è riuscito ad arrivare a Malta dopo il respigimento, deuncia casi di
violenza, di razzismo e maltrattamenti subìti nei centri di detenzione libici.
Ancora più grave è quanto denuncia Human Rights Watch. Le autorità libiche
darebbero libero accesso ai funzionari del governo eritreo nei centri di
detenzione per controllare chi è scappato dal loro Paese. Una evidente
violazione del diritto di asilo, dato che buona parte dei respinti in
Libia - è noto - è costituita da eritrei in fuga dalla
persecuzione del regime. LR 9
L'Italia ricorre contro l’eliminazione della lingua italiana dai nuovi
concorsi dell'UE
L'Italia
presenterà ricorso contro “l'inaccettabile discriminazione” della lingua
italiana dai nuovi concorsi dell'Unione europea. Ad annunciarlo è il ministro
per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, dopo la pubblicazione del nuovo
bando di concorso dell'Ufficio di selezione del persone della Ue (Epso), il
primo nel nuovo formato che dovrebbe selezionare in tempi rapidi i futuri
funzionari europei. “Le modalità con cui si svolgeranno i nuovi concorsi
dell'Unione Europea sono inaccettabili”, denuncia Ronchi. “L'Italia, aggiunge,
non può assistere passivamente all'affermazione di un trilinguismo di fatto e
per questo il governo italiano è intenzionato a presentare ricorso. Non è così
che si costruisce l'Europa”. “I nuovi concorsi EPSO, spiega Ronchi, pur
introducendo novità importanti per la selezione del personale delle istituzioni
europee, come la minore durata dei concorsi, continuano a presentare una
inammissibile discriminazione linguistica sia come prove di concorso che nella
stessa compilazione della domanda (solo in Francese, Inglese e Tedesco). Il
concorso recentemente pubblicato per amministratori ci risulta che preveda
prove di pre-selezione da svolgere solo in una delle tre lingue privilegiate:
inglese, francese o tedesco. Superato questo test, il bando richiede la conoscenza
approfondita di una delle lingue ufficiali dell'Unione e la conoscenza
soddisfacente di una seconda lingua da scegliere sempre tra francese, inglese o
tedesco. Una penalizzazione nei confronti della lingua italiana che deve
terminare”. “Il danno per l'italiano, continua Ronchi, come per le altre lingue
escluse è chiaro: d'ora in poi chi vorrà lavorare nell'UE sa che dovrà studiare
una delle tre lingue privilegiate. In questo modo, saranno penalizzati tutti
gli altri idiomi compreso il nostro. Con il forte rischio che i posti vengano
comunque assegnati sempre più a francofoni, germanofoni o anglofobi”. Grtv
Flusso crescente di migranti provenienti da Africa e Asia
“Ogni anno sono
sempre di più i migranti che raggiungono l’America Latina dall’Africa e
dall’Asia, un fenomeno “nuovo e crescente”, secondo i risultati preliminari di
uno studio diffuso a Washington dall’Organizzazione degli stati americani
(Oea/Oas). Pur non offrendo numeri, il documento segnala che in base alle
informazioni ricevute dai governi dei singoli paesi i ‘nuovi’ immigrati
provengono per lo più da Eritrea, Etiopia, Nigeria, Somalia, Cina, Bangladesh e
Nepal. La commissione speciale per le questioni migratorie dell’Oea/Oas ammette
le difficoltà di reperire cifre reali su questi nuovi flussi, considerati
comunque in continuo aumento. A loro spese si rafforzano tuttavia anche le
organizzazioni dedite al traffico internazionale di persone. “Dobbiamo
analizzare questi flussi da una prospettiva integrale, tenendo conto del
diritto internazionale e con l’obiettivo di promuovere la cooperazione al
livello mondiale” ha detto Araceli Azuaera, coordinatrice del Programma di
migrazione e sviluppo (Mide) del dipartimento per lo sviluppo sociale e il
lavoro dell’organismo panamericano. Risulta, tra l’altro, che raramente i pochi
immigrati africani a cui è stato concesso lo status di rifugiato restano nel
paese d’accoglienza: il permesso, secondo lo studio, viene perso o ceduto ai
trafficanti di esseri umani; per una grande maggioranza di questi immigrati
l’obiettivo finale è raggiungere gli Stati Uniti o il Canada. Nonostante la
scarsa preparazione nell’affrontare il nuovo fenomeno, i paesi d’accoglienza
latinoamericani hanno cominciato a rispondere con rapidità con programmi di
cooperazione internazionale e riforme delle politiche migratorie.“ Misna 9
Vaticano: "L'accordo Italia-Libia sta violando i diritti umani"
Mons.Marchetto
punta l'indice contro il trattamento riservato ai migranti
"Non si può
espellere chi nel suo paese rischia la morte e la tortura"
CITTA' DEL
VATICANO - La Santa Sede si pronuncia contro l'accordo siglato tra l'Italia e
la Libia per il respingimento degli immigrati. "Nessuno può essere
trasferito, espulso o estradato verso uno Stato - ha detto l'arcivescovo
Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei
Migranti - in cui esiste il serio pericolo che la persona sarà condannata a
morte, torturata o sottoposta ad altre forme di punizione o trattamento
degradante o disumano".
Persone
vulnerabili. Nell'intervento previsto domani alla seconda conferenza europea
sul tema "I diritti umani nella formazione dell'avvocato europeo", a
Roma, l'arcivescovo Marchetto si riferisce a un rapporto dello Human Rights
Watch che, nel settembre scorso, denunciava che le guardie costiere italiane
avevano intercettato migranti e richiedenti asilo africani che navigavano nel
Mediterraneo e - come previsto dall'accordo bilaterale stipulato con Tripoli -
li avevano respinti forzatamente in Libia. Un patto "stipulato dall'Italia
senza valutare la possibilità che vi fossero fra di loro rifugiati o persone in
qualche modo vulnerabili". Monsignor Marchetto evidenzia che in Libia
"esistono centri di detenzione e di rimpatrio dove le condizioni variano
da accettabili a disumane e degradanti".
Il diritto di
emigrare. L'arcivescovo rileva una tendenza, tra i Paesi europei, che è quella
"di delocalizzare i controlli delle frontiere, incoraggiando i loro
partner delle coste meridionali del Mare nostro, Mare dei diritti, ad
effettuare controlli più rigidi sui migranti, ma dando loro la possibilità di
chiedervi asilo. Ci sono però serie questioni umanitarie - ha aggiunto -
connesse a tale tendenza, anche per la situazione concreta di vari Paesi".
Ad esempio "le intercettazioni e i decentramenti operati dalle 'autorità'
europee in molti casi rende impossibile a migliaia di persone di raggiungere la
costa nord del Mediterraneo, o persino di lasciare il loro Paese di origine o di
transito". Monsignor Marchetto ricorda che "il diritto a emigrare è
incluso nella Dichiarazione universale dei Diritti umani del 1948" e non
c'è nemmeno bisogno di "ricorrere alla dottrina sociale della Chiesa, che
pure è esplicita in materia".
In fuga da
persecuzioni. "Il paradosso - dichiara - è che molti Paesi europei
riconoscono come rifugiati persone che sono arrivati nel loro territorio per
via non marittima, ma provenienti dagli stessi Paesi da cui giungono i migranti
intercettati e respinti nel mare nostro, nel mare dei diritti".
L'arcivescovo conferma la sua posizione "di condanna a chi non osserva il
principio di non refoulement, che sta alla base del trattamento da farsi a
quanti fuggono da persecuzione".
I profughi del
Corno d'Africa. "Sentir parlare di uomini diretti in Italia che vengono
rispediti nelle prigioni libiche non può lasciare tranquilla la coscienza di un
governo che si dice civile e democratico". Lo ha detto il presidente del
Centro Astalli, padre Giovanni La Manna, commentando il rapporto annuale
sull'attività dell'associazione dei Gesuiti che offre aiuto ai rifugiati.
Secondo padre La Manna, da un lato "il governo dice di voler tutelare i
diritti dei rifugiati"; dall'altro, "con i respingimenti nega loro
ogni diritto". Inoltre, ha aggiunto, "ora non ci sporchiamo neanche
più le mani" perché lo facciamo fare ai libici. L'accordo con la Libia del
maggio scorso - ha sorttolineato il religioso - ha fatto diminuire gli sbarchi
di persone provenienti dal Corno d'Africa, "la parte più debole", ma questo
non impedisce di arrivare nel nostro Paese in altro modo: "Abbiamo sentito
racconti di senagalesi che sbarcano al porto di Napoli, arrivano dal porto di
Patrasso via terra, o con passaporti falsi in Romania".
Leoluca
Orlando. "Silvio Berlusconi bacia le mani a chi viola i diritti
umani. I suoi ossequiosi inchini al leader libico Gheddafi, in onore a
interessi economici di alcuni suoi amici, fanno ribrezzo e scandalizzano, non
da ora, anche le istituzioni ecclesiastiche, sistematicamente invocate per
ragioni di bottega e sistematicamente ignorate per quanto guarda i diritti
umani". Lo ha affermato il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca
Orlando, a commento delle dichiarazioni di monsignor Agostino Marchetto. LR 9
La Merkel e la crisi della Grecia. La scelta tedesca: egoisti e isolati
Un anno fa, due
decisioni hanno mutato la posizione della Germania verso l’Europa. Il
parlamento ha inserito nella Costituzione tedesca una clausola che obbliga (dal
2016) il governo federale al pareggio di bilancio e una sentenza della Corte
Costituzionale ha sancito che la politica fiscale è materia degli stati
nazionali e non può essere soggetta a un coordinamento europeo.
Forte di queste
decisioni il presidente della Bundesbank, Axel Weber, ha assunto una posizione
molto dura nei confronti della crisi greca: è contrario non solo a un
intervento coordinato europeo (che a questo punto giudica incostituzionale), ma
anche ad aiuti del Fondo monetario internazionale, che egli accusa di non
essere sufficientemente severo con Atene. Insomma è favorevole a consentire che
la crisi di Atene arrivi al suo epilogo naturale: il default, cioè
l’impossibilità di fare fronte ai debiti, e, forse, l’uscita dall’euro.
Il 9 maggio si
vota nella Renania settentrionale-Vestfalia, 18 milioni di abitanti, il più
popoloso stato tedesco, dove si produce quasi un quarto del reddito della
Germania. Dopo le elezioni dello scorso settembre è il primo test elettorale
per il governo di Angela Merkel e dei liberali di Guido Westerwelle. La Grecia
è al centro della campagna elettorale e la dura posizione della Bundesbank ha
obbligato il cancelliere tedesco, prima favorevole a un intervento europeo, a
cambiare parere. La Germania si appresta a porre il veto alla richiesta
italiana e francese di azioni europee a favore di Atene. Li accetterebbe solo
se fossero a condizioni di mercato e quindi a questo punto inutili. E un
eventuale intervento del Fmi deve ottenere l’approvazione dei suoi azionisti
perché il finanziamento di cui Atene ha bisogno eccede la quota greca nel
Fondo. Gli europei potrebbero quindi dividersi nel consiglio di amministrazione
del Fmi, cosa finora (credo) mai accaduta. E per essere chiara fino in fondo,
Berlino fa sapere che della successione a Jean-Claude Trichet alla presidenza
della Banca centrale europea non si discuterà più: quella d’ora in poi sarà una
posizione tedesca.
Ma tutto questo è
davvero nell’interesse della Germania? Da dieci anni i deficit di Grecia,
Spagna e Portogallo sono finanziati per lo più dalla Germania. La quota di
questi tre Paesi sul totale degli investimenti esteri tedeschi è cresciuta
dall’8 al 14% (al confronto gli investimenti tedeschi negli Usa sono solo l’8%
del totale). Diversamente dalla Cina, la Germania rifiuta di far crescere i
propri consumi interni e di sostituirsi agli Usa come nuovo motore della
domanda nel mondo. Difende la propria scelta di risparmiare e investire
all’estero pensando al proprio futuro. Ma la saggezza di quegli investimenti
oggi appare discutibile.
Molti in Germania
si sono pentiti di aver aderito all’unione monetaria. Forse è troppo tardi.
L’iniziale intuizione di Angela Merkel pare più coerente con gli interessi
tedeschi dell’inflessibilità di Axel Weber. Saggezza suggerirebbe di attendere
l’esito delle elezioni del 9 maggio. Purtroppo il default di Atene potrebbe
arrivare prima.
Francesco Gavazzi
CdS 11
Naso rifatto e sbiancamento della pelle. La scorciatoia per l'integrazione
Cresce il numero
degli immigrati che si sottopongo a interventi di chirurgia estetica
Pratiche che però,
come l'uso di creme agli idrochinoni, possono essere pericolose
di MICHELE BOCCI E
VLADIMIRO POLCHI
ROMA - Delia si è
fatta diminuire la larghezza delle narici e ridurre lo spessore della punta.
Per operarsi al naso, ha dovuto indebitarsi con una finanziaria. Delia è
dominicana, fa le pulizie e vive a Bergamo. L'intervento di rinoplastica le è
servito per "sembrare bella come un'italiana".
La via più facile
all'integrazione? Semplice: rifarsi il naso. Anche in Italia, come già avviene
negli Usa, crescono le richieste degli immigrati che vogliono adeguarsi ai
canoni estetici occidentali: lo chiamano "naso etnico". La
rinoplastica è infatti l'intervento più richiesto dalle comunità straniere,
perché ridurrebbe gli elementi somatici considerati difformi dalle società
"ospitanti". Non solo. Altre strade vengono percorse per assomigliare
agli europei: sugli scaffali di molti negozi etnici delle maggiori città
italiane si trovano, in mezzo ai cosmetici, pomate sbiancanti. Si tratta spesso
di prodotti pericolosi e vietati.
"Nel 2008,
negli Stati Uniti si è registrato un calo generale del 9% degli interventi di
chirurgia estetica, ma le operazioni sono cresciute del 12% tra le minoranze
etniche (asiatici, afroamericani, ispanici) - spiega Enrico Robotti, direttore
dell'unità operativa di chirurgia plastica degli Ospedali Riuniti di
Bergamo - per l'Italia non ci sono ancora statistiche ufficiali, ma
la tendenza è confermata, così come è emerso anche dal Second Bergamo Biennial
Open Rhinoplasty Course". Insomma il "fenomeno della chirurgia tra
gli immigrati è in costante crescita, nonostante sia a pagamento, visto che
questi interventi non sono certo coperti dal Servizio sanitario
nazionale". Robotti ricorda il caso di Delia e non solo: "Un ragazzo
ecuadoregno mi ha detto di non voler più assomigliare a un "maya" e
per questo mi ha chiesto una punta del naso più europea, insieme a una gobba
meno accentuata".
"Questa
tendenza è emblematica del desiderio di uscire dai confini della minoranza
d'appartenenza - sostiene Aly Baba Faye, sociologo d'origine senegalese
- in tal modo, infatti, i gruppi subalterni cercano di corrispondere ai
canoni di bellezza dei gruppi dominanti, operando purtroppo un taglio netto nei
confronti dell'identità originaria. Negli Usa, la tendenza si è consolidata
fino al punto di chiedere il cambio anagrafico del nome
"etnico"".
Cercare la
somiglianza con i gruppi dominanti può essere anche pericoloso. Sugli scaffali
di molti "Africa market" delle nostre città non è difficile trovare
creme a base di idrochinoni. "Servono a sbiancare la pelle, ma sono
pericolosissime - avverte il presidente della Società italiana di
dermatologia, Torello Lotti - e infatti l'Emea, l'autorità europea
per i farmaci, ha bandito tutti i prodotti che hanno almeno il 2% di
concentrazione di idrochinone. Chi se li spalma rischia gravi danni, anche
tumori". Talvolta questi prodotti vengono usati anche dagli italiani che
voglio cancellare macchie della pelle, ma finiscono soprattutto addosso a
persone di colore. "Curiamo molti immigrati che hanno tentato di
schiarirsi - conferma Lotti - con l'uso di idrochinone gli viene fuori una
pelle che definiamo "confetti-like": certe aree sono depigmentate e
altre iperpigmentate". Di recente i Nas hanno proceduto a sequestri di
prodotti a base di idrochinone a Roma, Torino, Firenze e Parma.
Un altro pericolo,
questa volta legato alla chirurgia, arriva dalle strutture clandestine.
"Ovviamente è impossibile sapere con precisione quanti posti di quel tipo
ci sono nel nostro Paese - spiega Francesco D'Andrea, segretario nazionale
della Società di chirurgia plastica - fanno spendere meno ma espongono a grandi
rischi". Secondo il medico in Italia non siamo ancora ai livelli degli Usa
in fatto di interventi su minoranze etniche. "Credo che un fenomeno così
accentuato lo vedremo tra qualche anno, con le seconde e terze generazioni di
immigrati. Oggi mi sembra ci siano molti immigrati che tornano nei loro Paesi
di origine, dove fanno interventi di chirurgia plastica "low cost"
per poi rientrare in Italia". LR 11
Il segretario generale del Cgie Elio Carozza fa il punto sulla riunione del
comitato di presidenza
“I capitoli di
spesa per i connazionali nel mondo sono ormai ad un livello di allarme al di
sotto del quale rischiano di divenire inutili. Non accettabile un altro rinvio
delle elezioni dei Comites e del Cgie”
ROMA –Il segretario generale del Cgie Elio Carozza,
al termine della riunione del comitato di presidenza svoltasi alla Farnesina il
26 e 27 marzo, ci ha illustrato i punti salienti della due giorni di lavoro.
“Le politiche per gli italiani all’estero – ha esordito Carozza - stanno
attraversando un periodo abbastanza complesso e delicato. In due anni tutti i
finanziamenti e contributi sui capitoli di spesa per i connazionali nel mondo,
che già erano ridotti all’osso, sono infatti stati decurtati del 50 per cento.
Siamo ad un livello di allarme al di sotto del quale si rischia, lo
diremo alla prossima plenaria del Cgie, di far divenire inutili e di
sprecare tali finanziamenti”. A tal proposito Carozza ha ricordato come i tagli
delle risorse pubbliche abbiano di fatto portato alla riduzione della durata e
degli orari dei corsi di lingua e cultura italiana all’estero, riducendo al
minimo l’attività didattica.
Dal segretario generale sono stati
segnalati anche passi indietro, rispetto a quello che era stato conquistato,
per quanto riguarda gli interventi di assistenza in favore dei nostri
connazionali all’estero indigenti, presenti soprattutto in America Latina.
Sull’assistenza indiretta Carozza ha invece precisato come il comitato di
presidenza abbia avviato una riflessione sull’opportunità di evitare la
polverizzazione delle già scarse risorse con finanziamenti a pioggia - oggi ad
esempio vi sono alcuni enti che ricevono solo 400 0 600 euro - concentrando lo
sforzo finanziario dell’Italia sui paesi dove i bisogni sono maggiori. Su
questo punto Carozza ha inoltre avuto parole di
apprezzamento per
il lavoro svolto dalla direzione generale del Mae per gli Italiani all’estero e
le Politiche migratorie che in piena trasparenza ha fornito al Comitato di
presidenza dati dettagliati sui contributi per l’assistenza diretta ed
indiretta.
Carozza ha poi dato pieno sostegno alla
stampa italiana all’estero, che recentemente ha subito la decurtazione al 50
per cento dei contributi previsti dalla legge sull’editoria, ed ha annunciato
che l’argomento sarà trattato nel corso della prossima plenaria del Cgie. Nella
medesima assemblea, che si svolgerà a fine aprile, si parlerà anche della
elezioni e della riforma dei Comites e del Cgie e dell’esercizio del voto
all’estero.
“Io credo – ha spiegato Carozza – che in questi
giorni si sia parlato del voto all’estero, da parte di alcune delle più alte
autorità del nostro paese e della stampa italiana, senza conoscere a fondo i
problemi. A seguito della vicenda Di Girolamo sono venute fuori considerazioni
poco eleganti rispetto agli italiani all’estero, ma io voglio ricordare che i
nostri connazionali nel mondo sono onesti quanto quelli che risiedono in
Italia. Il nostro è un paese civile, democratico e moderno e non può rimettere
in discussione tutto il diritto di voto perché vi è stato qualche abuso. Vanno
invece perfezionate le modalità di controllo del territorio e di esercizio del
suffragio nel mondo. In ogni caso – ha proseguito Carozza – io credo che, oltre
ai tagli delle risorse per le politiche degli italiani all’estero, alle
critiche alla rappresentanza intermedia (Comites, Cgie, associazioni) e alla
riduzione dei fondi per la stampa specializzata, il vero attacco frontale sia
contro la presenza in Parlamento degli eletti della circoscrizione Estero. Per
sostenere con forza il voto all’estero chiederemo dunque che durante la
prossima assemblea plenaria si svolgano incontri con i rappresentanti
istituzionali affinché venga fatta chiarezza su questo punto.. Bisogna che
questo paese dica chiaramente se vuole un rappresentanza degli italiani
all’estero o no”.
Il segretario generale si poi soffermato sul
rinnovo e sulla riforma degli organi di rappresentanza degli italiani nel mondo
sottolineando la necessità di andare al voto in tempi brevi per il rinnovo dei
Comites e del Cgie. “Siamo a fine marzo – ha spiegato Carozza - e la legge di
riforma degli organi di rappresentanza, contrariamente a quanto promesso dal
Governo, è ancora in discussione al Senato. Visti i tempi dell’iter
parlamentare del provvedimento vi è dunque il rischio che il Governo rinvii
ulteriormente le elezioni dei Comites e del Cgie, un’ipotesi che non possiamo
accettare. Per questo motivo scriverò al sottosegretario Mantica per chiedergli
di esprimersi chiaramente nell’assemblea del Cgie di aprile sullo svolgimento
delle elezioni entro quest’anno, oppure su un’ulteriore rinvio. Perché se le
consultazioni avverranno nel 2010 sarà necessario indire le elezioni entro fine
maggio o nei primi giorni di giugno , onde avere il tempo necessario per
consentire anche il rinnovo del Consiglio Generale. Se invece la risposta sarà
quella di un altro rinvio, allora decideremo quali iniziative prendere come
Cgie, insieme ai Comites e alle associazioni, per far comprendere
l’inaccettabilità di tale decisione, in quanto noi non siamo cittadini di
seconda categoria e le regole vanno rispettate”.
Dopo aver ribadito la contrarietà del
Consiglio Generale all’attuale proposta di riforma dei Comites e del Cgie, un
testo che andrebbe discusso con calma insieme al mondo della rappresentanza,
Carozza ha ricordato che il prossimo 30 aprile si svolgerà in Senato, a latere
dei lavori della plenaria, il secondo incontro, dopo quello di Parigi, con i
rappresentanti dei Consigli Generali e di altri organismi omologhi degli Stati
membri dell’Unione Europea. L’evento sarà finalizzato a promuovere la creazione
di un organismo di rappresentanza consultivo, presso la Commissione
europea, che si faccia portavoce delle esigenze e dei bisogni dei
cittadini dell’Unione che vivono sia in uno Stato membro diverso da quello di
origine (oggi in tutto circa 20 milioni di persone) sia al di fuori dei confini
dell’Ue. In pratica si cercherà di istituire una specie di Cgie di livello
europeo. “Questo sarà il punto centrale del documento politico – ha precisato
Carozza - che verrà discusso il 30 aprile e in cui chiederemo anche di
svolgere il prossimo incontro entro quest’anno presso il Parlamento europeo.
Noi come Cgie – ha aggiunto il segretario generale – crediamo inoltre
nella necessità d’inserire l’insegnamento dei valori fondanti dell’Europa nei
programmi scolastici di ogni livello, dalla scuola elementare all’università”.
Carozza ha inoltre annunciato l’invio, da
parte del Cgie, di una lettera a Carlo Azeglio Ciampi, quale presidente del
Comitato organizzatore degli eventi per il centocinquantesimo anniversario
dell’Unità d’Italia. Nella lettera si chiederà di festeggiare all’estero questo
anniversario, nella data del 17 marzo, nei vari paesi di residenza con il
contributo delle comunità, dei Comites, del Cgie, delle associazioni e della
rete diplomatica e consolare. Saaranno anche richieste le modalità di
partecipazione ad un degli eventi previsti in Italia di un delegazione di
giovani connazionali residenti all’estero, scelti fra quelli che hanno preso
parte alla prima Conferenza mondiale dei giovani.
Per quanto riguarda infine il programma di
riorganizzazione della rete consolare Carozza ha rilevato come a tutt’oggi le
pressioni esercitate, anche tramite i canali parlamentari, per l’apertura di un
tavolo di confronto con il Governo non abbiano dato alcun esito. “Dopo la forte
protesta dei cittadini italiani all’estero ma anche delle autorità straniere di
alcuni paesi - ha precisato il segretario generale - il governo ci dice
oggi che potrebbe lasciare aperti in alcune realtà, pur mantenendo la prevista
chiusura degli uffici, degli sportelli consolari. Per saperne di più abbiamo
chiesto chiarimenti sulle caratteristiche e sulle mansioni di tali sportelli.
Vedremo in occasione dell’Assemblea plenaria le risposte del Governo”.
(Goffredo Morgia – Inform)
Vertice italo-tedesco domenica 18 aprile ad Hannover
Si terranno il
prossimo 18 aprile ad Hannover le 28/e consultazioni di governo''
italo-tedesche. Al centro del vertice bilaterale "temi di politica europea
e internazionali". Lo segnala un comunicato dell'esecutivo tedesco diffuso
a Berlino. Le delegazioni, che si incontreranno negli ''Herrenhaeuser Gaerten''
della citta' settentrionale tedesca, sono guidate dal cancelliere Angela Merkel
e dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi, conferma la nota. Oltre ai
ministri degli Esteri parteciperanno alle consultazioni anche i titolari dei
dicasteri dell'Economia e quelli dei Trasporti dei due paesi. Merkel, informa
inoltre la nota, accogliera' Berlusconi con onori militari alle 15.30. Per le
17 circa e' previsto un ''incontro con la stampa'' da parte dei due capi di
governo. Grtv
Francoforte. 3ª edizione del Festival della Poesia Europea il 6-8 maggio
2010
Buona idea, quella
di progettare un “Festival della Poesia Europea” a Francoforte, città di
Goethe, dalla vocazione interculturale. Da giovedì 6 a sabato 8 maggio
accoglierà la terza edizione del Festival, che coinvolge poeti noti e
pluripremiati, quali il tedesco Kurt Drawert, l’italiano Paolo Ruffilli, il
greco Haris Vlavianos e lo sloveno Brane Mozetic.
Ora ci si incontra nei caffè, nelle
librerie o nel parco sotto l’albero di Goethe, fra gli “amici del Festival”,
per la fase preparatoria. Si indicano i temi delle serate, tra cui “Il ruolo
del poeta e del suo linguaggio nella società dalle nuove tecnologie di
comunicazione”, o si parla di “poesia nel cinema”, come nel film “Il cerchio
perfetto” (1997) di Ademir kenovic. Un film toccante e suggestivo, che,
difendendo le ragioni della poesia, racconta, con una sorta di realismo che
riesce a essere quasi magico, del rapporto tra il poeta Hamfa e due ragazzi
sullo sfondo di una Sarajevo bombardata. «Grazie alla poesia – dice il regista
– molti di noi hanno trovato il modo di sopravvivere a una realtà disumana».
Dunque, la poesia come testimonianza su come si possa vivere e sperare. Oppure
ancora si parla di “poesia come viaggio”; viaggio nella polis greca, perché è
lì che nasce la lirica, ma si tratta, in realtà, di un viaggio nei versi dei
poeti contemporanei. È proprio la poesia, infatti, che ci induce alla bellezza,
ci arricchisce col suo linguaggio, facendoci uscire dall’opacità e dalla
piattezza del parlare quotidiano. Così queste riunioni pomeridiane o sere di
incontri sono preludio al Festival.
Ci si mette sulle tracce dell’iter poetico
di Martina Weber, poeta francofortese, che il 6 maggio aprirà il primo incontro
dei “Caffè col Poeta”. O si leggono versi di Paolo Ruffilli insieme alla
dott.ssa Anna Maria Arrighetti dell’Università di Mainz nell’antico Café
Hauptwache. E ancora cenando al “Dichtung und Wahrheit”, accanto alla
casa-museo di Goethe, rendendo così tangibile l’idea di un “convivio” con i
poeti. E con Hartmut Barth Engelbart il ricordo della prima volta del Festival:
24 maggio 2008. C’erano – e chi li dimentica? –, oltre a lui, Daniela Crasnaru,
Titos Patrikios, Mario Trufelli, Carmelo Vera Saura. Poeti che aderirono con
generosità e slancio incondizionato “in nome della Poesia”.
La scommessa non era facile da vincere per
l’ideatrice del Festival, Marcella Continanza, che ne ha assunto anche la
direzione artistica, e per l’Associazione Donne e Poesia “Isabella Morra”, che
lo promuove insieme al giornale “Clic Donne 2000” con il patrocinio del Comune
di Francoforte. Ma, dietro al successo del Festival, che in poco tempo ha
raggiunto notorietà e prestigio tanto da essere definito “il maggio poetico
francofortese”, si celano passione, tenacia e lavoro del team organizzativo, un
team tutto al femminile, il cui motto è “unione e continuità”; parole che non
vanno molto di moda, ma che salgono alla ribalta con loro: Grazia Sperone,
Valentina Smith, Rosa Spitaleri, Maria Venera F. Russo e Gerdi Tschimmel,
coordinate da Daria Leuzzi. Alessandra Dagostini, de.it.press
25 aprile, la Festa della Liberazione a Monaco di Baviera
Monaco di Baviera.
Anche quest'anno il Consolato Generale d'Italia ed il Comites
celebrano
congiuntamente la Festa della Liberazione. La tradizionale cerimonia
commemorativa si terrà domenica 25 aprile, alle ore 16.30 ca. presso l'ex Campo
di Concentramento di Flossenbürg (Oberpfalz).
La ricorrenza
verrà celebrata, con la deposizione di corone di fiori, presso il monumento
votivo che nella "Valle della Morte", adiacente all'Appellplatz,
ricorda gli oltre 3000 nostri connazionali che furono internati nel campo.
La celebrazione
avrà luogo subito dopo la celebrazione ufficiale del 65° anniversario della
liberazione del Campo, cui interverranno Horst Seehofer, Ministro Presidente
della Baviera, Charlotte Knobloch, Presidente del Consiglio Centrale delle
Comunità Israelite tedesche, Romani Rose, Presidente del Consiglio Centrale dei
Rom e dei Sinti in Germania, nonché Leon Weintraub, in rappresentanza degli
ex-internati
nel Campo.
I connazionali
sono invitati a partecipare numerosi alla cerimonia in occasione della Festa
della Liberazione che intende ricordare e celebrare un momento storico di alto
significato.
Il Consolato
Generale d'Italia ed il Comites parteciperanno poi domenica 2 maggio, alle ore 10.30
presso l'ex Campo di Concentramento di Dachau alla solenne celebrazione
ufficiale in occasione del 65° anniversario della liberazione del Campo, alla
presenza del Presidente Federale tedesco, Horst Köhler.
In considerazione
delle aggiuntive misure di sicurezza legate alla presenza del Capo dello Stato
tedesco, i connazionali interessati a presenziare sono pregati di fornire via
fax (089-477999) o per email (segreteria.monacobaviera@esteri.it) i propri
nominativi alla Segreteria del Consolato Generale d'Italia entro il 18 aprile,
ai fini della loro
successiva comunicazione agli organizzatori della celebrazione.
Adriano Chiodi
Cianfarani, Console Generale
Claudio Cumani,
presidente del Comites (de.it.press)
Le attività 2010 dell’Associazione Emilia Romagna di Stoccarda
Stoccarda – Le
attività 2010 dell’Associazione Emilia-Romagna a Stoccarda (Germania)
inizieranno il 30 aprile alle ore 20 con il concerto del Coro Farnesiano di
Piacenza presso la cattedrale di Sankt Eberhard di Stoccarda, con replica
il 1° maggio 2010, sempre alle ore 20, presso la Christuskirche di Reutlingen.
Saranno eseguite composizioni di Monteverdi, Palestrina, Scarlatti, Brahms,
Zelenka, Fauré.
Dal 1° al 5 ottobre l’associazione
organizzerà per i soci un viaggio di cinque giorni alla scoperta di Parma,
Piacenza e dei luoghi verdiani. Ancora in autunno, ma in data da stabilire, è
prevista la proiezione, tra giovedì e sabato, di tre film di registi
emiliano-romagnoli, tra cui sicuramente Pupi Avati e Marco Bellocchio. Una delle
tre sere vedrà come ospite Gideon Bachmann, che è stato amico personale di
Federico Fellini e ha girato il film "Ciao Federico" sul grande
regista. L’evento sarà ospitato nella saletta d´essai della Filmgalerie 451 di
Stoccarda. Infine, il 22 ottobre (data da confermare) all´Akademie für
gesprochenes Wort di Stoccarda si svolgerà la manifestazione "Dialetti in
duello", dove il dialetto bolognese si cimenterà con il dialetto svevo in
uno "scontro fra titani". L’evento ha luogo all’interno della X
Settimana della Lingua Italiana, in collaborazione con l´Istituto Italiano di
Cultura di Stuttgart e la Akademie für gesprochenes Wort. (Inform)
Hannover - In
collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e la IGS Leonardo Da Vinci di
Wolfsburg, l’Ufficio Scuola del Consolato di Hannover ha organizzato la terza
gara di lettura per gli alunni frequentanti scuole bilingui o corsi di italiano
nelle scuole tedesche.
Nell’invito alle
istituzioni scolastiche, il Consolato ricorda che "la seconda edizione
della gara, che ha avuto luogo il 24 novembre scorso, ha registrato un vistoso
aumento della partecipazione: ben nove scuole provenienti da tutta la Germania
hanno preso parte alla competizione svoltasi in una serena, gioiosa
atmosfera".
Quest'anno la gara
si terrà il 25 novembre dalle 9.00 alle 16.30 presso la Gesamtschule Leonardo
da Vinci di Wolfsburg.
"Scopo della
Gara di Lettura Nazionale – precisano da Hannover – è come sempre quello di
fornire ai ragazzi e alle ragazze delle nostre scuole un ulteriore incentivo
allo studio della lingua italiana, conseguito tramite il premio messo in palio
per i vincitori della gara e l'invito a coniugare lo studio della lingua con la
pratica della recitazione. L'aumento delle scuole partecipanti rende
naturalmente più difficile il lavoro organizzativo. Per questo motivo,
preghiamo le scuole interessate di comunicare in forma scritta entro e non
oltre il 30 aprile alla IGS Leonardo Da Vinci la propria intenzione di
partecipare alla gara".
Il Consolato ha
quindi predisposto un "percorso operativo" per le scuole: dal 3
maggio al 15 ottobre dovrebbero tenersi le gare interne di ciascuna scuola, al
termine delle quali verrebbero selezionati due studenti appartenenti alle fasce
d'età 7-12 e 13-18. Requisito di partecipazione alla gara è di non aver mai
vinto in precedenza la Gara di Lettura Nazionale.
Quindi, il 25
novembre, la gara finale organizzata presso la IGS Leonardo Da Vinci, con la
consegna dei premi e rinfresco.
La gara nazionale
sarà organizzata non in due, ma in tre fasce di età: 7-10, 11-14 e 15-18,
"questo – spiegano dal Consolato – per dare a più ragazzi la possibilità
di vincere, senza gravare troppo al tempo stesso sul1e spese di viaggio delle
scuole, che dovranno mandare soltanto due ragazzi".
Avranno luogo,
quindi, tre diverse competizioni per ciascuna fascia. Ma c’è una novità: a
vincere sarà un gruppo (al cui interno verranno poi premiati i singoli membri).
All’inizio della giornata ci sarà una prima fase di competizione individuale
per la quale verrà assegnato un punteggio anch'esso individuale (secondo i tre
parametri della pronuncia, dell'intonazione e delle capacitä espressive).
Poi ragazzi e
ragazze di scuole diverse (ma della stessa fascia di età) saranno riuniti in
diversi gruppi. Questi gruppi dovranno lavorare insieme - in italiano! - per
preparare una lettura di gruppo, che verrà valutata in base alle capacitä di
drammatizzazione e collaborazione dei membri del gruppo medesimo. Al punteggio
ottenuto dal gruppo nel suo insieme si sommerà quello ottenuto precedentemente
dai singoli membri durante la prima fase di competizione individuale.
Il gruppo
vincitore sarà alla fine quello che avrà ottenuto il maggior punteggio
complessivo (punteggi individuali della prima fase più punteggio di gruppo
della seconda fase).
Il premio per la
prima fascia d'età (7-10) sarà uno strumento musicale; per gli 11-14 un Ipod
Apple; per i 15-18 un biglietto aereo per l'Italia (destinazione a scelta).
(aise)
La “Settimana della Cultura Siciliana” a Colonia e Berlino
Colonia/Berlino.
Nell’ambito della “Settimana della
Cultura Siciliana”, Sicilia Mondo ha celebrato in Germania , a Colonia e
Berlino la Conferenza –dibattito sul tema “Il carteggio fra Luigi e Setefano
Pirandello”, realizzando così una parte del progetto “per una Grande Sicilia”
approvato nel febbraio 2008 dalla Assemblea dei Presidenti delle Associazioni
aderenti in occasione dei 40 anni di attività della Associazione.
Pirandello, poeta, saggista, narratore,
premio Nobel per la Letteratura nel 1934, è il personaggio emblematico della
sicilianità che Sicilia Mondo ha portato in Australia a Melbourne, negli Stati
Uniti a Saint Louis nel Missouri, a Lodi nel New Jersey, a New York, in Europa
a Parigi nel luglio 2009 ed ora a Colonia e Berlino dove è conosciutissimo.
Nelle Conferenze-dibattito di Colonia e
Berlino, Sarah Muscarà, Ordinaria di Letteratura Italiana all’Università di
Catania, con la professionalità che Le è propria, è penetrata in profondità
nella vita tormentata e difficile della famiglia Pirandello. Ne descrive i
personaggi, le passioni, le relazioni, la quotidianità, i rapporti con il mondo
esterno della cultura e del teatro. Riscoprendo fatti ed eventi del tutto
inediti per i quali ha dato il suo prezioso contributo di studiosa
pirandelliana. Nel contesto di permanente discontinuità della famiglia
Pirandello, la Muscarà fa rivivere personaggi e momenti di straordinaria
sensibilità che si riscontrano nel carteggio privato con il figlio primogenito
Stefano, collaboratore, segretario, ma anche interlocutore privilegiato del
padre essendo lui stesso scrittore e drammaturgo, pur con il carattere appartato e schivo. Circostanza questa di
inevitabili conflittualità familiari ma anche di relazioni difficili con i
giornalisti e scrittori del tempo. Ne viene fuori un quadro del tutto inedito
della famiglia Pirandello. Emblematico il carteggio tra padre e figlio dal
quale emerge, in una dimensione nuova e straordinaria, la figura di Stefano,
uomo di cultura e di sentimenti fino ad oggi oscurata dal successo del padre.
La relazione di Sarah Muscarà,
applauditissima, è stata poi supportata dal commento di Enzo Zappulla, Presidente
dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano, anche Lui studioso di
Pirandello, con la illustrazione attenta dei riquadri contenuti nella vistosa
mostra fotografica esposta nelle sale delle Conferenze sia a Colonia che a
Berlino. Ripercorrendo date, aspetti ed eventi significativi, alcuni nuovi ed inediti dell’universo pirandelliano,
ancora tutto da scoprire.
Due Conferenze in una, quella di Sarah
Muscarà e di Enzo Zappulla, che hanno galvanizzato l’uditorio, trasferendo
nella sala tutta la magia pirandelliana vivificata dalla loro eccezionale
bravura premiata da lunghi applausi sia a Colonia che a Berlino.
Azzia nelle sue relazioni introduttive,
ha sostenuto che la cultura rappresenta l’aggregante magico che tiene vivo il
rapporto di relazione con le comunità siciliane all’estero. Il loro
coinvolgimento e mobilitazione, per la promozione e la diffusione della cultura
siciliana nelle società di insediamento, ricompatta l’orgoglio e l’amore della
identità siciliana.
La consapevolezza del patrimonio
straordinario della Sicilia sul piano culturale, artistico, paesaggistico e di
mercato turistico dei suoi prodotti ineguagliabili, cioè la cultura siciliana,
rappresenta la loro forza, li sensibilizza e li trasforma in promotori
entusiasti di una Sicilia mai dismessa e dimenticata. Non può spiegarsi diversamente la spontaneità
e l’entusiasmo della loro presenza alla iniziativa pirandelliana.
Una politica della cultura e della sua
promozione che Sicilia Mondo considera assolutamente prioritaria per il
coinvolgimento dei siciliani all’estero sulle cose che avvengono in Sicilia.
Nello stesso tempo, la cultura rappresenta una risorsa straordinaria per promuovere, presso le società ospitanti,
interessi capaci di produrre turismo culturale di ritorno in Sicilia.
L’associazionismo di emigrazione – ha
ribadito Azzia – conferma così tutta la sua centralità ed attualità nel ruolo
di soggetto sociale capace di creare relazioni e ponti operativi culturali,
finalizzati non solo a rinsaldare i rapporti identitari di origine ma anche
occasione per produrre risorsa contributiva ai progetti di
sviluppo della Sicilia.
A Colonia, la Conferenza stampa,
organizzata in concorso con l’Istituto Italiano di Cultura ed il suo ottimo
Direttore Stefania Falone, si è tenuta nella grande sala del Consolato d’Italia
dove è stata esposta la mostra fotografica di Pirandello.
Nella mattinata, le delegazione
siciliana si era incontrata con i corregionali, accolta dalla delegata Silia
Bonsignore, attivissima. Ha poi fatto visita di cortesia al Console Eugenio
Sgrò, che aveva conosciuto a Chicago nel 2007.
Nel pomeriggio la Conferenza stampa è
stata aperta dal saluto di benvenuto da parte della Dr.ssa Stefania Falone e da
una dotta introduzione su Pirandello da parte del Console Eugenio Sgrò.
E’ stata poi la volta della relazione di
Azzia, dei conferenzieri, applauditissimi.
Con la consegna di medaglie commemorative al Console Sgrò, al Direttore
Falone, a Silia Bonsignore, a Pino Tizza, Delegato di Dusseldorf.
A Berlino, la “Settimana della Cultura
Siciliana” è stata organizzata con la collaborazione della Associazione “Amici
del Ciao Italia” e del suo impareggiabile Presidente Mario Ferrera, siciliano
doc di eccezione.
La Conferenza è stata preceduta da una
visita all’Ambasciata d’Italia, lo storico edificio che Hitler donò a
Mussolini.
La delegazione siciliana è stata
ricevuta dall’Ambasciatore Michele Valensise che ha intrattenuto gli ospiti
siciliani con una gradevole conversazione sui temi dell’associazionismo, della
cultura, della Conferenza su Pirandello e sulle priorità del momento relative
alla presenza italiana in Germania.
Al termine dell’Incontro, l’Ambasciatore
Valensise, cortesissimo, ha rilasciato una breve intervista con parole di
incoraggiamento per le iniziative culturali di Sicilia Mondo, sottolineando la
attenzione dello Stato nei confronti della comunità italiana, della sua cultura
e della sua visibilità nella società ospitante.
La Conferenza si è tenuta nella sala
della Trattoria “Toscana”, affollata di siciliani, connazionali e tedeschi
studiosi di Pirandello. La delegazione di Sicilia Mondo ha ricevuto il saluto
di benvenuto del Presidente Mario Ferrera. Sono seguite le relazioni di Azzia, di Francesca Cuffari sulle
tematiche giovanili, le Conferenze di Sarah Muscarà ed Enzo Zappulla, la lettura commentata di
alcuni brani di Pirandello da parte di Pino Tizza. Interessante l’indagine di
mercato condotta dal collaboratore Carmelo Sergi.
Nel corso di una serata effervescente
tutta siciliana che si è protratta fino a notte fonda, Azzia ha consegnato a
Mario Ferrera, una medaglia di Sicilia Mondo, una bandiera della Sicilia, una
bandiera Tricolore italiana per la costituenda Associazione Sicilia Mondo.
In una atmosfera di grande socialità,
sono state consegnate medaglie commemorative di Sicilia Mondo all’On. Massimo
Romagnoli appositamente arrivato dalla Grecia, a Mauro Montanari, Direttore de
“Il Corriere d’Italia”, al Primo
Consigliere Ministro Lelio Crivellaro, al Primo Segretario Tommaso Sansone, al
Direttore ICE Ines Aronadio, alla Segretaria
di Ambasciata Tiziana Neri, a Carmelo e Pino Ferrera, fratelli di Mario,
organizzatori e chefs ineguagliabili di straordinaria gastronomia siciliana.
Una settimana culturale di successo
mirabilmente condotta dal Vice Presidente Paolo Russitto. Sicilia Mondo,
de.it.press
Karsruhe. Collaborazione tra Patronato ACLI di Karlsruhe e la la AOK
Baden-Württemberg
Karlsruhe -
Dall’ottobre scorso, il Patronato ACLI di Karlsruhe offre ai connazionali la
possibilità di incontrare la dott.ssa Angela Riccardo, della AOK Baden-Württemberg.
Gli interessati
possono porre domande e richiedere informazioni più specifiche riguardanti
l’assistenza sanitaria: dall’indennità di malattia, alle assicurazioni
volontarie, alle cure mediche, alla compilazione di moduli per ottenere la
copertura assicurativa in Germania quali titolari di sole pensioni italiane.
La consulente è
presente ogni giovedì dalle 13 alle 14 nella sede del patronato ACLI di
Karlsruhe sito in Friedenstrasse n. 24.
Per maggiori
informazioni rivolgersi presso la sede del Patronato ACLI di Karlsruhe ai
seguenti contatti: tel. 0721-816381, Fax: 0721-9812910, e-mail:
karlsruhe@patronato.acli.it (de.it.press)
Concerto di beneficenza dell’Ambasciata tedesca per i terremotati di Onna
Roma - Mercoledì
sera 7 aprile nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, il Münchener
Bach-Chor e il Bach Collegium München si sono esibiti in un concerto di
beneficenza a sostegno della ricostruzioni di Onna, promosso dall’Ambasciata
tedesca a Roma. Un concerto introdotto dall'Ambasciatore Michael Steiner che,
dopo aver salutato le autorità e gli onnesi presenti, ha ricordato il dolore e
le vittime causate dal terremoto del 6 aprile 2009 che ha distrutto L’Aquila e
diversi comuni del circondario, tra cui, appunto, la frazione di Onna.
"La Pasqua è
dolore e morte, ma anche il loro superamento e la gioia della rinascita",
ha esordito Steiner. "Ieri era (6 aprile - ndr) la notte del dolore e del
ricordo. Del ricordo della morte, della distruzione. Dopo una catastrofe come
quella di un anno fa il peso del dolore è forte. Non dobbiamo, non possiamo
togliere questo peso alle famiglie colpite. Ma possiamo cercare di portarlo
insieme. Come? Con la nostra solidarietà. Con il nostro aiuto. Nell’essere qua.
In verità, questo è un regalo che facciamo a noi stessi. In particolare se si
ha un tragico legame storico, come c’è tra noi tedeschi e Onna".
"Nella dura
notte del 6 aprile ad Onna abbiamo anche posato la prima pietra della nuova
"Casa Onna". Ricostruiamo inoltre la vecchia chiesa del borgo. E
stiamo realizzando assieme agli Onnesi il masterplan per la rinascita di
Onna". Dopo aver presentato il concerto di beneficenza del Münchener
Bach-Chor che insieme al Bach Collegium, entrambi provenienti da Monaco, città
natale del diplomatico, si sono esibiti nella Messa in Do minore di Mozart,
Stenier si è detto "molto felice" perché "grazie alla generosità
dei donatori e di Voi tutti abbiamo potuto raccogliere per Onna molto più di
quanto avessimo sperato. Sono altresì felice che coloro che noi stimiamo così
tanto, i nostri cari amici di Onna, siano qui con noi stasera. Cari amici, se
abbiamo potuto realizzare questo memorabile concerto lo dobbiamo a molti: alle
due fondazioni Europamusicale e Fondazione Pro Musica e Arte Sacra, che ci hanno
organizzato tutto questo da Monaco e da Roma; ai tanti sponsor che hanno
sostenuto così generosamente questo concerto; al Cardinale Bernard Francis Law,
che ci ospita stasera in questo luogo magnifico, la Basilica di Santa Maria
Maggiore".
"Ma adesso
godiamoci tutti insieme questa musica straordinaria! E scopriamo come questa
Grande Messa di Mozart contenga proprio tutti i sentimenti e le esperienze che
abbiamo riprovato in questi giorni di Pasqua e dell’anniversario del sisma. Il
lutto, il dolore, la morte, la distruzione. Ma soprattutto – ha concluso – il
loro superamento, la fiducia e la gioia della rinascita". (aise)
Dibattito sul voto all’estero. Deve restare il voto per corrispondenza
Gli italiani
all’estero devono continuare a votare per corrispondenza. Il voto nei Consolati
è impraticabile
ROMA - Pare
proprio che questa volta ci siamo per davvero e stia per cominciare la stagione
delle riforme. Riforme che - è del tutto evidente – toccheranno anche il voto
all’estero, che effettivamente necessita di una rivisitazione dopo che sono
emersi guasti strutturali e disfunzioni durante il rodaggio dal 2006 ad oggi.
Quello che un
tempo, quando i non vedenti erano ancora ciechi e gli operatori ecologici
spazzini, si chiamava “il mondo dell’emigrazione” dovrà evitare di farsi
trovare impreparato.
L’errore peggiore
sarebbe quello di arroccarsi nella difesa ad oltranza dello status quo. E’
invece necessario un serio approfondimento che sfoci in proposte per salvare il
salvabile dopo avere buttato senza rimpianti la zavorra.
Apriamo il dibattito. La mia proposta è di
tenere ben separati il diritto di voto dalla rappresentanza parlamentare per
salvaguardare il primo e riformare adeguatamente la seconda.
Gli italiani
all’estero devono continuare a votare nell’unico modo a loro confacente:
per corrispondenza. Non raccontiamoci frottole, il voto nei Consolati è
impraticabile e lo può prendere in considerazione solo un ignorante. Ignorante
delle enormi distanze, che peraltro mai si sognerebbe di proporre che un
residente a Roma dovrebbe recarsi a Stoccolma o a Mosca per esprimere il
proprio voto. E ignorante di quanto personale dovrebbe essere utilizzato per la
macchina elettorale. In Italia seggi ed urne sono controllati e difesi dalle
Forze dell’Ordine; chi potrebbe farlo su suolo straniero?
Non perdiamo tempo
a discutere di fantasie. Il voto continui ad essere per corrispondenza
introducendo tutti quegli accorgimenti tecnici che contribuiscano a migliorarne
la sicurezza e la segretezza. La prossima volta parlerò della rappresentanza
parlamentare. Ma intanto sono aperti i commenti.
Luigi Todini,
L’Italiano
I giovani del PDdi Zurigo: Onorevole Cicchitto chieda scusa
"La vittoria
di Torino è clamorosa. Politicamente parlando, uno "stupro". La
caduta della città dell'intellighenzia azionista e comunista segna
definitivamente il cambio dell'egemonia culturale nel Paese".
Con queste parole
l’Onorevole Cicchitto, uno dei più fedeli uomini del Presidente del Consiglio
ha salutato la vittoria del centro-destra in Piemonte. La violenza del
linguaggio qualifica l’uomo che tradisce il suo passato piduista ed eversivo ed
effettivamente non si capisce con quale altro mezzo se non con lo stupro ci si
può immaginare che qualcuno o qualcosa possa mai sottomettersi ad un
personaggio come Cicchitto.
In ogni caso la
frase del sollecito scudiero del Sultano contiene in se una verità e cioè che
l’egemonia culturale del paese sia radicalmente cambiata, non certo da queste
elezioni ma attraverso 16 anni di incessante bombardamento mediatico dei media
berlusconiani: é stato rovesciato il sistema di valori su cui si reggeva la
società italiana, il centro-destra ha modificato la costituzione materiale del
Paese, ha lasciato spazio ai comportamenti più individualisti, aprendo le porte
all’illegalità dei potenti ed indebolendo tutti gli organi di controllo della
democrazia. Ha convinto milioni di cittadini che la magistratura sia in mano ai
comunisti, ha introdotto la regola del contraddittorio per cui i suoi fedeli
deputati abbaiano in ogni trasmissione televisiva sommergendo le voci di chi
argomenta contro il Governo e soprattutto ha fatto della cosa pubblica, cosa
sua depredando le risorse dello Stato come le inchieste contro il premier e
contro i suoi uomini dimostrano.
La risposta passa
attraverso una grande battaglia di legalità per ristabilire i valori di una
società che dovrà essere fondata sul lavoro e sulla Costituzione
sull’innovazione e sulle regole.
Dovremo tornare a
dire a chiare lettere cosa è giusto e cosa è sbagliato a costo di andare contro
il senso comune del paese, a costo di andare scuola per scuola, casa per casa,
radio per radio, su internet e sui giornali a dire chiaro al paese che il
nostro messaggio è radicalmente opposto a quello di sopraffazione e impunità,
clientelismo e disinformazione imposto dalla maggioranza.
Ai vari Cicchitto
diciamo chiaro che siamo qui per recuperare la vita culturale del Paese che dovrà riportare
l’Italia tra le nazioni civili e democratiche dell’Europa che ha contribuito a
fondare.
Lo dobbiamo ai
nostri giovani, all’Italia del futuro ma anche alla memoria dei nostri Padri,
che non indugiarono di fronte alle sfide cui furono chiamati, usando le parole
di Calamandrei, Padre della Patria ed eroe della Resistenza:
“Se voi volete
andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate
nelle montagne dove caddero i Partigiani, nelle carceri dove furono
imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per
riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché
lì è nata la nostra Costituzione”.
Ci vada anche Lei
onorevole Cicchitto, incominci da Torino ma ci vada in silenzio, rispettoso di
quei morti e della tradizione democratica di quella città, si inginocchi,
ringrazi e chieda scusa. I giovani del
Partito democratico di Zurigo (de.it.press)
Roma -
"Mentre per casi come la ragazza americana condannata per l’uccisione di
una coinquilina i media nostrani danno spazio a dichiarazioni infondate
provenienti da oltreoceano, per i casi dei nostri connazionali che spesso
condividono le celle con ratti e in compagnia di malattie serie e documentate,
come l’epatite C di Carlo Parlanti oltre alla mancanza respiratoria, HIV di
Liberato P., la condizione da terzo mondo di Giuseppe Ammirabile, cade il
silenzio". Questa la denuncia di cui ancora una volta si fa portavoce
"Prigionieri del silenzio" (www.prigionieridelsilenzio.it),
associazione presieduta da Katia Anedda, nata proprio per squarciare il
silenzio che troppo spesso avvolge i casi dei connazionali detenuti all’estero,
come appunto Carlo Parlanti, detenuto ad Avenal, Angelo Falcone (India),
Liberato P (Francia).
Se la stampa
nazionale dà più spazio al caso Meredith, per "Prigionieri del Silenzio,
"ci dovremo davvero vergognare, oltre a sollevare un’adeguata
protesta". E ancora: "mentre trasmissioni come "Matrix"
mandano in onda Alberto Stasi, ora che è riconosciuto innocente dimostrando
sensibilità al dolore umano di una condanna ingiusta, non hanno mai voluto
trattare in forma giornalistica seria i nostri italiani, che sono 2850 in
carceri esteri, di cui con molta probabilità almeno 1000 innocenti. Non hanno
voluto trattare soprattutto di quelle famiglie in Italia che hanno delle serie
difficoltà nel poter aiutare i loro cari ad avere un giudizio giusto e vedersi
rispettati tutti i diritti umani".
In attesa di
risvegliare l’interesse dei media italiani, "Prigionieri del
Silenzio" assicura che "farà sempre del proprio meglio per essere in
qualche modo di aiuto a chi soffre oltre confine domestico una giustizia
ingiusta o una lesione di diritti fondamentali. Ogni contributo che sia di
opinione, di qualsiasi collaborazione o economico regalerà una speranza in più
a chi pensa che la solidarietà e la giustizia sia solo Storia". (aise)
Russia, precipita l'aereo del presidente polacco, nessun superstite tra le
96 persone a bordo
L'incidente a
Smolensk. Lech Kaczynski stava andando a commemorare le vittime dell'eccidio di
Katyn - Con lui viaggiavano la moglie,
molti membri del governo e rappresentanti delle gerarchie militari. Sulla zona
c'era una fitta nebbia. La torre di controllo aveva consigliato al pilota di
dirigersi all'aeroporto di Minsk
Dopo tre tentativi
andati a vuoto, il velivolo ha toccato le cime degli alberi e si è schiantato
al suolo
MOSCA - L'aereo
con a bordo il presidente polacco Lech Kaczynski, è precipitato mentre era in
fase di atterraggio all'aeroporto militare di Smolensk, nella Russia
occidentale. Nello schianto del Tupolev-Tu 154 non è sopravvissuta nessuna
delle 96 persone che erano a bordo, 88 componenti della delegazione che
avrebbe dovuto partecipare a una commemorazione per le vittime dell'eccidio di
Katyn (22 mila soldati polacchi uccisi durante la Seconda guerra mondiale) e
otto membri dell'equipaggio e 88 della delegazione polacca. Sul velivolo c'era
anche la moglie di Kaczynski, Maria. Tutti i corpi delle vittime sono stati ritrovati.
La dinamica. Dalle
prime informazioni sembra che sulla zona dell'atterraggio ci fosse una fitta
nebbia. L'aereo ha toccato le cime degli alberi prima di schiantarsi al suolo,
alle 8:56 ora italiana (10:56 locali). Secondo la tv russa la torre di controllo
dell'aeroporto di Smolensk aveva sconsigliato al pilota di atterrare proprio
per le condizioni del tempo, suggerendogli di dirigersi invece verso
l'aeroporto di Minsk, in Bielorussia. Il pilota però ha ignorato l'avvertimento
e ha fatto tre tentativi di atterrare andati a vuoto. Il quarto è stato quello
fatale. Lo scalo di Smolensk non dispone del radar necessario per l'atterraggio
strumentale in caso di scarsa visibilità orizzontale.
I resti
dell'aereo, che era stato riconsegnato tre mesi fa alla Polonia dopo una
revisione completa, sono stati individuati a circa un chilometro dalla pista di
atterraggio dell'aeroporto militare Severni. Le ricerche sono difficili perché
la zona è paludosa ma una delle due scatole nere dell'aereo è stata recuperata
nel luogo dello schianto circa quattro ore dopo l'incidente. Si tratta del
Flight Data Recorder (Fdr), che è posizionato in coda al velivolo e registra il
funzionamento delle apparecchiature di bordo. L'altra scatola nera è il Cockpit
Voice Recorder (Cvr), che registra le comunicazioni vocali
dell'equipaggio. Da tempo si parlava in Polonia di sostituire l'aereo
presidenziale, in servizio dal giugno del 1990 e con alcuni incidenti nella sua
storia, ma era stato proprio Kaczyski a consigliare di non affrettarsi a farlo
essendo affezionato a quel Tupolev.
L'annuncio. La
morte del presidente è stata annunciata ufficialmente a Varsavia dal portavoce
del ministero degli Esteri Piotr Paszkowski. I poteri sono stati assunti dal
presidente della Sejm (la Camera polacca) Bronislaw Komorowski. In centinaia si
sono radunati con fiori e candele in mano davanti al palazzo
presidenziale, dove la bandiera è stata calata a mezz'asta. La Polonia,
che ha indetto una settimana di lutto nazionale, indirà elezioni presidenziali
anticipate. Sarà Komorowski a indicare la data entro 14 giorni, come stabilisce
la Costituzione polacca. Le elezioni erano previste per ottobre.
La lista delle
vittime. Oltre ai parenti degli ufficiali trucidati a Katyn nel 1940 e al
direttore del Consiglio per la tutela della memoria della lotta e martirio,
l'associazione che aveva organizzato la cerimonia di commemorazione, tra le 96
persone che si trovavano sul Tupolev-Tu 154 c'erano anche il governatore della
Banca centrale di Polonia Slawomir Skrzypek, diversi membri del gabinetto di
Kaczynski, il capo di stato maggiore dell'esercito polacco, Frantiszek Gagor e
il vice presidente del Pis, il partito conservatore dei gemelli Kaczynski
(Pis), Przemyslaw Gosiewski, il vicepresidente del Parlamento, Jerzy
Smajdinski, il vicecancelliere del Parlamento Wladyslaw Stasiak.
Nella lista delle
vittime anche l'ex presidente Ryszard Kaczorowski, alcuni deputati, il
candidato conservatore alle prossime presidenziali, il viceministro degli
Esteri Andrzej Kremer e il vescovo cappellano dell'esercito. Della delegazione
che accompagnava il presidente a Katyn, facevano anche parte personalità
storiche, come l'ultimo presidente del governo polacco in esilio a Londra,
Ryszard Kaczorowski. I giornalisti che di solito viaggiano al seguito del
presidente polacco Lech Kaczynski sono scampati all'incidente perché si erano
imbarcati su un aereo decollato un'ora prima.
Il ministro degli
Esteri Radoslaw Sikorski ha fatto sapere che il fratello gemello del
presidente, l'ex premier Jaroslaw Kaczynski e attuale leader del Pis, non era a
bordo dell'aereo come si era pensato inizialmente. Sikorski ha aggiunto che
Jaroslaw "ha pianto" quando ha appreso la notizia della sciagura.
"E' stato mio triste dovere - ha detto Sikorski - informare della tragedia
il premier (Donald Tusk), il presidente del Sejm (il parlamento, Bronislaw
Komorowski) e Jaroslaw Kaczynski".
Le inchieste. Il
presidente russo Medvedev ha istituito una commissione d'inchiesta
sull'incidente guidata dal premier Vladimir Putin, che in serata ha raggiunto
il luogo della tragedia. Il capo del Cremlino gli ha affidato personalmente
l'incarico. Putin ha assicurato che le cause della tragedia verranno
individuate "al più presto". L'inchiesta si svolge in base
all'articolo 263 del codice penale federale: violazione delle regole della
sicurezza sui movimenti nello spazio aereo seguita dalla morte di due o più
persone. La Polonia "si aspetta di ricevere da Mosca tutte le informazioni
sulle cause che hanno portato alla caduta dell'aereo", ha dichiarato
l'addetto stampa dell'ambasciata polacca nella capitale russa, Pavel Koch.
Anche il procuratore generale polacco, Andrzej Seremet, ha annunciato
l'apertura di un'inchiesta sulla sciagura. Le due scatole nere dell'aereo sono
state ritrovate.
Le celebrazioni.
Alle 18 è in programma nella Cattedrale Militare dell'Esercito polacco una
messa in suffragio di tutte le vittime dell'incidente che sarà officiata dal
nunzio apostolico della Santa Sede in Polonia, Jozef Kowalczyk. A Cracovia a
mezzogiorno è risuonata in segno di lutto la campana di Sigismondo, la più
antica (1521) e la più grande della Polonia, situata nel palazzo reale di
Wawel, dove sono state interrotte le visite dei turisti. Qui la messa per le
vittime si tiene alle ore 17:30 (locali). Il servizio sarà celebrato dal
cardinale arcivescovo di Cracovia, Stanislaw Dziwisz. Dziwisz è membro della
prefettura della casa pontificia, molto noto per i suoi quarant'anni di
servizio in veste di segretario di papa Giovanni Paolo II. "In un clima
simile a quello di cinque anni fa pregheremo per tutti quelli che ci hanno
lasciato e per la nazione polacca affiché questa si riunisca attorno ai valori
fondamentali", ha detto Dziwisz riferendosi alle esequie di Papa Wojtyla.
Le reazioni.
Secondo il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, la scomparsa di Kaczynski
rappresenta "una perdita devastante per la Polonia". Obama ha parlato
per telefono con il premier polacco Tusk, cui ha espresso il suo cordoglio e
quello del popolo americano.
L'incidente di
oggi "è il secondo disastro di Katyn", ha detto Lech Walesa alla
televisione polacca Tvn24. Secondo le sue parole "è morta l'élite del nostro
paese. E' una grande perdita per il popolo al di là delle differenze che ci
distinguevano", ha aggiunto il Premio Nobel per la pace 1983.
"In Russia, è
condiviso il dolore e il lutto della Polonia. Vi prego di trasmettere le mie
sincere condoglianze al popolo polacco, le parole di compassione e sostegno
alle famiglie e agli amici delle vittime", ha dichiarato il leader del
Cremlino Dmitri Medvedev, inviando il suo messaggio al presidente della Sejm,
Bronislaw Komorowski, che ha appena assunto i poteri presidenziali.
A Komorowski si è
rivolto anche il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano:
"In questo momento così grave l'Italia, unita al suo Paese da tradizionali
vincoli di autentica amicizia, si sente particolarmente vicina al popolo
polacco con il quale condivide gli ideali europei e l'impegno di pace nella
libertà. Desidero farle giungere a nome mio personale, e di tutto il popolo
italiano, l'espressione del più sentito cordoglio e della più sincera
partecipazione al durissimo lutto che colpisce l'intera nazione polacca nelle
sue più alte istituzioni". Cordoglio è stato espresso anche dal presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi e dal ministro degli Esteri Franco Frattini.
La cancelliera
tedesca Angela Merkel, si è detta "sconvolta" per la sciagura aerea a
Smolensk Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle si è detto
"scioccato". Il presidente francese Sarkozy ha reso omaggio al leader
polacco definendolo "un ardente patriota". Condoglianze sono arrivate
tra gli altri dal ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, dal
segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen, dal presidente della
Commissione europea Josè Manuel Barroso, dal presidente ceco Vaclav Klaus e dal
primo ministro britannico Gordon Brown, secondo il quale "Lech Kaczynski
sarà rimpianto dal mondo e verrà ricordato come un patriota appassionato e
democratico".
"Profondo
dolore" per la tragica morte del presidente polacco Lech Kaczynski e il
suo seguito, è stato espresso da papa Benedetto XVI. "E' con profondo
dolore che ho appreso la notizia della tragica morte del Signor Presidente Lech
Kaczynski, della sua moglie e delle persone che lo accompagnavano in viaggio a
Katyn", scrive Benedetto XVI in un messaggio. "Tra loro - continua il
Pontefice - voglio elencare il Signor Ryszard Kaczorowski, l'ex Presidente
della Repubblica in esilio, il vescovo foraneo Tadeusz Ploski, l'arcivescovo
ortodosso foraneo Miron Chodakowski e il pastore militare evangelico Adam
Pilsch". LR 10
Secondo Lech
Walesa questa tragedia equivale a una «seconda Katyn», una «seconda
decapitazione», un «secondo annientamento delle élite polacche». Si potrebbe
anche aggiungere che equivalga all’ennesima maledizione che l’antica e nobile
nazione slava ha continuato a subire fin dal 1772, l’anno della prima
spartizione fra Russia, Prussia e Austria. I tentativi, compiuti dai potenti
vicini, di eliminare la Polonia dalla faccia dell’Europa sono stati permanenti
e spesso atroci per oltre due secoli. La verità sull’eccidio perpetrato dai
russi nel 1940, di cui le fosche foreste di Katyn sono diventate il simbolo
estremo, è riemersa in un’eco esponenziale da un ambiguo silenzio attraverso il
cortocircuito tra due fatti accaduti, questa settimana, l’uno dopo l’altro.
Giovedì:
l’incontro clamoroso a Katyn fra il primo ministro Putin e quello polacco Tusk,
in cui abbiamo visto l’erede dei carnefici e l’erede delle vittime rendere
omaggio, insieme, alla memoria di ventiduemila polacchi trucidati soltanto
perché polacchi. Sabato: il funesto disastro aereo che nei pressi di Katyn
uccide il presidente polacco, Lech Kaczynski, insieme con la moglie e un
seguito di 94 personaggi di forte rilievo, ministri, economisti, militari,
prelati, figli e nipoti delle vittime. Insomma il bulbo o quasi dell’attuale
classe dirigente di Varsavia. Ha detto il fondatore di Solidarnosc ed ex
presidente Walesa: «Una pesante perdita per la nazione: è morta ancora una
volta la sua élite». Ed è morta fatalmente, come in un magico paradigma
d’eterno ritorno, nella stessa provincia russa in cui fu sterminata la prima.
Non a caso a
Varsavia, a prescindere dal giudizio ideologico sui deceduti, l’impatto della
sciagura sta provocando sulle masse una commozione viscerale profonda, da
catastrofe nazionale, con assembramenti carichi di tensione psicologica
attonita e nervosa. Appaiono qua e là cartelli segnati da un paragone
disperato: «Katyn 1940 - Katyn 2010». Se dalle due tragedie polacche, dalla
passata e dalla presente, si può trarre una qualche consolazione, essa
soprattutto risiede nel fatto che il nome e la verità di Katin, di cui le
ultime generazioni europee non sapevano nulla, stanno facendo in queste ore il
giro del mondo. Su uno dei più malefici crimini del Grande Terrore dell’era staliniana,
negato e mistificato per mezzo secolo dai russi, addossato alle truppe
tedesche, rimosso ostinatamente dalle sinistre europee, il mondo e in
particolare i giovani ignari non possono più chiudere gli occhi.
Fino alla caduta
del comunismo, i sovietici avevano tentato di confondere le carte asserendo che
il massacro era stato consumato dai nazisti in una località bielorussa chiamata
Hatyn pressoché omonima di Katyn. No. Adesso, più che mai, anche quelli che non
volevano sapere sanno che di Katyn ce n’è una sola. Su un piano strettamente
politico, meno fatalistico ed emotivo, restano però in piedi alcune domande cui
non si può fare a meno di tentare una prima risposta. Perché mai, per la
commemorazione in territorio russo di un evento così grave, coinvolgente la
memoria collettiva di un popolo perseguitato dalla storia, è stata presa a
Varsavia la strana decisione di inviare sul luogo due separate delegazioni
ufficiali e non una sola? Perché, in una circostanza storica così incisiva e
dolente per la Polonia, il capo dello Stato e il capo del governo, con i
rispettivi seguiti, non sono partiti insieme alla volta di Smolensk e di Katyn?
Oppure, perché si sono incontrati per primi i capi dei due esecutivi, Tusk e
Putin, e non i due presidenti Kaczynski e Medvedev? Le risposte che si possono
dare sono multiple e tutt’altro che semplici.
Anzitutto, chi era
il defunto Kaczynski? A suo tempo sindaco popolare di Varsavia, anticomunista
di ferro, filoamericano profondamente ostile ai russi, gemello dell’ex primo
ministro Jaroslaw, leader del partito populista di destra Diritto e Giustizia,
egli non amava né il conservatore pragmatico Tusk né tanto meno il gelido «uomo
della forza» Putin. Essi, a loro volta, non lo amavano per niente. La
Piattaforma Civica di Donald Tusk, movimento di destra moderata, era, è e sarà
nelle prossime anticipate elezioni presidenziali il principale rivale del
partito estremista di Jaroslaw Kaczynski. È possibile che questi, assomigliando
fra l’altro come un clone da laboratorio al defunto gemello, ponga la propria
candidatura di successore biologico nonché ideologico alla suprema carica. Si
sa, d’altronde, che alla destra più nazionalista non è mai andato a genio il
pragmatismo con cui Tusk persegue una normalizzazione realistica nei rapporti
con la Russia; molti, forse lo stesso presidente perito nel disastro, ne hanno
criticato il cauto comportamento di giovedì a Katyn, al fianco di un Putin che
non chiedeva perdono alla Polonia e metteva sullo stesso piano le vittime
polacche e russe di Stalin.
Si sa anche che i
russi, in particolare Putin che non desiderava incontrare Lech Kaczynski,
avevano posto diversi ostacoli diplomatici alla sua richiesta di recarsi a
Katyn, in quanto capo di Stato polacco. Alla fine avrebbero dato l’assenso a
una visita separata e posteriore a quella del premier Tusk. Per fatalità il
ritardo, causando la decimazione dell’establishment al potere in Polonia, ha
sùbito rievocato fra i polacchi lo spettro quasi di un secondo genocidio
d’élite. Putin ha fiutato i rischi, anche internazionali, di una situazione
incandescente, ed è per questo probabilmente che ha voluto assumere la guida in
persona della commissione d’inchiesta sulla sciagura. Cercherà ora di coronare
il ruolo e l’immagine del pompiere rincontrando, sempre a Smolensk, l’omologo
Tusk. ENZO BETTIZA LS 11
Polonia in lutto per Kaczynski, si studiano le scatole nere
Sotto shock e
attonita, tutta la Polonia si è raccolta oggi in due minuti di silenzio per
piangere le vittime della sciagura aerea nella quale ieri, a Smolensk, in
Russia, è stata decapitata gran parte della classe politica del Paese, compreso
il presidente Lech Kaczynski. Alle 12:00 in punto sono risuonate le sirene e la
gente si è chiusa in silenzio a pregare e in raccoglimento. Nella sciagura di
ieri non vi sono stati superstiti: in tutto 97 le vittime, compresi numerosi
alti servitori dello Stato come il governatore della banca centrale e il capo
di stato maggiore. La delegazione si stava recando a Katyn per commemorare
l'eccidio nel 1940 di 22.000 ufficiali e soldati polacchi da parte dei
sovietici.
Alle 14:30 è
atterrato a Varsavia l'aereo militare polacco con le salme del Presidente Lech
Kaczynski e della moglie Maria . Ad attendere le salme, numerosi esponenti
della leadership polacca e il fratello gemello Jaroslaw che a Smolensk aveva
identificato il corpo. La salma di Kaczynski sarà trasportata al palazzo
presidenziale.
Intanto il premier
Donald Tusk, che si era recato ieri sul luogo della sciagura ed è rientrato
stanotte a Varsavia, ha cancellato la sua visita domani a Washington per
partecipare alla conferenza internazionale sul terrorismo nucleare. Subito dopo
la tragedia, le autorità hanno proclamato ieri una settimana di lutto in
Polonia. Numerose messe in suffragio delle vittime sono state celebrate ieri e
sono in programma per tutta la settimana. Per tutta la notte migliaia di
polacchi sono sfilati davanti al palazzo presidenziale e Varsavia depositando
corone di fiori e lumini per esprimere il loro cordoglio.
Al momento non si
sa ancora quando si svolgeranno le esequie di Stato per le vittime. La
commissione polacca nominata ieri per indagare le cause della sciagura è
partita oggi per Smolensk per lavorare con quella russa, presieduta dal premier
Vladimi Putin. Le registrazioni di bordo diranno oggi cosa è realmente accaduto
nella catastrofe. È tuttora in atto la decodifica delle scatole nere, punto
cruciale per valutare se davvero i piloti polacchi del Tupolev 154, non hanno
dato retta alla torre di controllo russa, e nonostante la nebbia si siano
azzardati nell'atterraggio fatale che è costato la vita a 96 persone.
In base alle prime
ricostruzioni, la causa diretta dello schianto sono state le cime degli alberi
nascoste dalla scarsa visibilità: un'ala del velivolo vi sarebbe rimasta
incastrata. Il capo dell'inchiesta russa sull'incidente aereo in cui è
morto il presidente polacco, Lech Kaczynski, ha escluso che la causa sia stata
un problema tecnico del velivolo presidenziale. L’U 11
La tragedia della Polonia. I sospetti mai sopiti verso Mosca e il passato
di una nazione-vittima
L'idea della
macchinazione è profondamente radicata. Chi crede ai complotti penserà al caso
Sikorski
Il corpo del
generale Wladyslaw Sikorski, primo ministro del governo polacco in esilio
durante la Seconda guerra mondiale, riposa nella cattedrale di Cracovia. Ma il
suo scheletro è stato riesumato un anno e mezzo fa nell’ambito di una ennesima
indagine sulle cause della sua morte. Non sarei sorpreso se gli stessi dubbi e
le stesse ipotesi accompagnassero le indagini sull’incidente aereo di Smolensk,
la morte del presidente Lech Kaczynski, e la decapitazione dello Stato polacco.
Chi crede ai
complotti troverà fra i due avvenimenti alcune interessanti analogie. Sikorski
aveva avuto una parte considerevole nella politica polacca fra le due guerre:
primo ministro e ministro della Difesa all’inizio degli anni Venti dopo la
restaurazione della Polonia, rivale di Józef Pilsudski e esule a Parigi dopo il
colpo di Stato del maresciallo nel 1926, nuovamente in campo verso la fine
degli anni Trenta e capo del governo ombra che gli esuli polacchi avevano
creato a Londra dopo la disfatta e la spartizione del Paese fra tedeschi e
sovietici nel 1939. Nei mesi che seguirono l’invasione hitleriana dell’Urss,
Sikorski, in omaggio alla nuova alleanza fra la Russia e gli Alleati, aveva
ricucito i rapporti diplomatici con Stalin. Ma nell’aprile del 1943, con una
mossa che era stata motivo di fastidio e imbarazzo per il governo sovietico,
aveva chiesto a Mosca di aprire una indagine sulla morte dei 22.000 ufficiali
polacchi di cui i tedeschi, qualche mese prima, avevano rinvenuto i cadaveri
fra gli alberi della foresta di Katyn nei pressi della città di Smolensk e non
lontano dal luogo in cui l’aereo di Lech Kaczynski è precipitato nelle scorse
ore.
Pochi mesi dopo,
in luglio, Sikorski era a Gibilterra con sua figlia Zofia e un gruppo di
ufficiali polacchi in attesa di un aereo che lo avrebbe riportato a Londra.
Pilotato da un ufficiale ceco, il Liberator decollò il 4 luglio, ma rimase in
cielo pochi secondi prima di inabissarsi nella baia della colonia britannica.
Fra i cadaveri riemersi dalle acque non vi era, misteriosamente, quello di
Zofia. Esplose immediatamente la ridda dei sospetti. Un semplice incidente o
una riuscita operazione di sabotaggio? Un omicidio mirato progettato dai
sovietici, ansiosi di creare per la Polonia del dopoguerra un governo
comunista? Un’operazione dei servizi britannici, desiderosi di eliminare l’uomo
che stava guastando in quel momento le relazioni con Mosca? Vi fu addirittura,
molti anni dopo, una interpretazione ancora più fantasiosa e affascinante.
Apparve quando un giornalista scoprì che il direttore della sezione dell’MI6
(l’intelligence del Regno Unito) nella zona di Gibilterra era Kim Philby, uno
dei «Cambridge Five», i cinque brillanti intellettuali che negli anni Trenta
erano passati al servizio dell’Nkvd, vale a dire dell’organizzazione responsabile
dei 22.000 cadaveri rinvenuti nelle foreste di Katyn.
Con questi
precedenti, non è difficile immaginare quali e quante ipotesi verranno
formulate nei prossimi giorni sull’incidente dell’aereo di Kaczynski. Il
Tupolev del presidente polacco era diretto a Smolensk per la celebrazione del
settantesimo anniversario del massacro di Katyn. Kaczynski era certamente poco
amato a Mosca. Aveva sostenuto le rivoluzioni colorate e anti-russe
dell’Ucraina e della Georgia. Aveva entusiasticamente accordato agli americani
il permesso di costruire una base antimissilistica in territorio polacco. Era
andato in Georgia per dare man forte al presidente Mickeil Saakashvili dopo la
guerra con la Russia dell’estate 2008. Ed era con il presidente georgiano
quando un aereo, durante la sua visita, aveva preso di mira il loro convoglio.
Chi scrive non crede ai complotti e alla loro importanza determinante nelle
tragedie della storia. Ma non è necessario essere «complottisti» per
riconoscere che questi sospetti sono profondamente radicati nella tradizione e
nella memoria della nazione polacca e rappresentano quindi un problema
politico. Vista da Varsavia la storia del Paese, dal Settecento alla guerra
fredda, è un lungo rosario di vessazioni e ingiustizie. Fu più volte aggredito
e alla fine smembrato dai suoi potenti vicini, Austria, Prussia e Russia.
Gli esuli delle
sue grandi rivolte cercarono rifugio nelle capitali delle democrazie europee e
combatterono valorosamente nei loro eserciti, ma ottennero soltanto un
sostegnomorale. Lo Stato rinato nel 1918 fu nuovamente smembrato da Russia e
Germania nel 1939. Quando la resistenza polacca insorse contro i tedeschi nel
1944, l’Armata Rossa attese sulle sponde della Vistola che la Wehrmacht
completasse la «purga» della sua classe dirigente, così meticolosamente
iniziata dall’Nkvd nella foresta di Katyn. Dopo l’avvento del comunismo i
polacchi furono, con gli ungheresi, tra i primi a scendere in piazza per
chiedere libertà. Lo fecero coraggiosamente nel 1953, nel 1956, nel 1980. Il
«cattivo», in questa rappresentazione della storia nazionale, è certamente la
Russia, zarista o comunista. Ma ai polacchi non spiace ricordare che alla
cordiale simpatia delle democrazie occidentali non ha corrisposto, se non
occasionalmente, un aiuto concreto. Quando il Paese fu aggredito, nel 1939, gli
Alleati dichiararono guerra alla Germania ma non all’Urss. Quando l’Urss
s’impadronì del Paese, stettero a guardare. Quando gli operai di Danzica
dettero vita a un nuovo movimento politico, l’aiuto venne soprattutto dal Papa.
Qualcuno potrebbe
osservare che la vittima può spesso compiacersi del proprio stato, cancellare
la memoria dei propri trascorsi e dimenticare che nessun Paese è interamente
innocente. Anche la Polonia è stata un impero e ha aggredito, conquistato,
sottomesso. Quando i russi riconquistarono la loro libertà nel 1612, il nemico
contro il quale dovettero prendere le armi era la Polonia, allora padrona di
Mosca. Quando la Russia bolscevica stava nascendo, il suo primo e più
agguerrito nemico fu la Polonia, decisa a riconquistare le terre ucraine e
bielorusse che avevano fatto parte del suo impero due secoli prima. Dopo il
ritorno alla libertà, alla fine della guerra fredda, la sua politica ucraina e
georgiana è stata spesso, agli occhi di Mosca, invasiva e imprudente. Nella
storia vi è quindi un’abbondante materia per reciproche accuse e
recriminazioni. Se ne saranno consapevoli, i russi e i polacchi, nei prossimi
giorni, eviteranno di ripetere gli errori del passato avanzando sospetti e
assumendo posizioni che nuocerebbero, in definitiva, a entrambi.
Sergio Romano CdS
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Francia e Italia, convergenze possibili
Nelle dorate
stanze dell’Eliseo si incontreranno oggi il presidente francese Sarkozy, il
premier Berlusconi, un bel numero di ministri e molte alte personalità
dell’industria e della finanza dei due Paesi, nel quadro dell’annuale incontro
al vertice tra Italia e Francia. Se, anziché ora, l’incontro si fosse tenuto
qualche mese fa, si sarebbero seduti uno di fronte all’altro un Sarkozy ben saldo
in sella e un Berlusconi in difficoltà, assediato da mille pettegolezzi sia di
color giallo sia di color rosa. Oggi, dopo le elezioni regionali che si sono
tenute in entrambi i Paesi, le posizioni sembrano essersi invertite. Il governo
Berlusconi ha davanti a sé un triennio di relativa stabilità e si accinge ad
affrontare con ottimismo le battaglie per le riforme. Il governo di Sarkozy non
ha completato le sue e ha visto un forte calo di consensi nel suo elettorato.
Quanto ai pettegolezzi che per molti mesi hanno assediato il nostro premier,
ora è la volta della prima Signora di Francia e dell’intero Eliseo a essere
investito da una piccola bufera gialla e rosa. Un punto di forza, tuttavia,
accomuna i due presidenti: la confusione e l’assenza di una chiara leadership
nelle opposizioni.
In questa fase di
crisi e di equilibri in trasformazione su scala mondiale un incontro
approfondito che porti a convergenza di vedute tra Italia e Francia è quanto
mai opportuno. Il tema genericamente assegnato a questo vertice italo-francese
è il tema della sicurezza; ma sicurezza è una parola che ha molte declinazioni:
sicurezza vera e propria e politica europea di difesa, naturalmente, ma anche
sicurezza economica, sicurezza energetica, sicurezza ambientale, e anche sicurezza
a fronte delle sfide che ci confrontano sul piano del terrorismo e del
radicalismo religioso. Sicurezza poi, o per meglio dire certezza, va cercata
nel percorso politico dell’Europa. La crisi aperta dall’insolvenza greca ha
posto, come si è visto, un problema finanziario che riguarda non solo la Grecia
e gli altri Paesi maggiormente indebitati ma tutta Eurolandia. Il pacchetto di
sostegno alla Grecia messo faticosamente insieme con molte riserve il 25 marzo
scorso non pare aver persuaso i mercati, come l’ultima scivolata dell’euro
sembra indicare. In più, ha portato allo scoperto un serio problema politico:
l’intesa franco-tedesca, che è stata storicamente al centro della costruzione
europea e che è restata sempre ben salda anche dopo la fine della guerra
fredda, ha avuto, proprio sul tema della Grecia, dell’euro e della sottostante
disciplina economica, una visibile incrinatura. Ha messo infatti in luce uno
stato d’animo di sospetto da parte dell’opinione pubblica tedesca nei confronti
dell’impegno europeo di cui non si aveva nessuna percezione e che potrebbe
avere conseguenze non trascurabili in futuro. Sarkozy è stato il primo a
registrarlo nei suoi ripetuti colloqui con la signora Merkel.
La ricerca di
convergenze tra Italia e Francia sui temi europei diventa dunque ancor più
necessaria, tanto più in previsione della possibile vittoria elettorale di
David Cameron nelle future elezioni inglesi, che già suscita nei partner
continentali il moderato allarme che si accompagna sempre all’insediamento di un
governo conservatore nel parlamento di Westminster.
Sono realizzabili
queste convergenze? Né Sarkozy né Berlusconi sono inclini all’astrazione e non
possono non sentire l’importanza dell’anello italo-francese in un’Europa in
perdita di velocità e di coesione.
Che gli interessi
che legano i due Paesi siano vicini sul piano concreto lo dimostra, oltre alla
presenza di ben otto ministri per parte, il numero e il livello delle
personalità del mondo economico che, anche quest’anno, si riuniscono nel Foro
di Dialogo tra imprenditori che precede e si accompagna al vertice politico.
Come si addice a questo genere di incontri, qui i temi sono settoriali e
chiaramente indicati. Uno è quello attualissimo delle «tecnologie verdi», che
mirano al miglioramento dell’efficienza energetica, alla de-carbonizzazione e
allo sviluppo di nuove tecnologie: un campo in cui sono ipotizzabili intese
regolatorie e industriali tra Italia e Francia che proseguano quelle già
intervenute in materia nucleare. Un altro tema è quello del Mediterraneo, un
tema giustamente caro ai francesi e particolarmente a Sarkozy che lanciò un
paio d’anni fa una Unione Mediterranea, poi più appropriatamente chiamata
Unione per il Mediterraneo, tra i 27 Paesi dell’Ue e 16 Paesi rivieraschi. E’
un fatto che, mentre i rapporti tra l’Europa storica e l’Europa orientale si
sono sviluppati e poi concretizzati nell’allargamento, il rapporto privilegiato
con l’area mediterranea lanciato quindici anni fa a Barcellona ha stentato a
decollare. Saranno la collaborazione finanziaria e industriale e
l’armonizzazione normativa, di cui si parlerà a Parigi, a riprenderne le fila.
Un incontro
importante, dunque, quello di domani. Dato che tanto si cita da noi il
«semi-presidenzialismo alla francese» come un possibile modello di riforma
costituzionale, può darsi che Berlusconi sia più interessato di prima a vederlo
alla prova nel suo interlocutore di Parigi: ma non deve illudersi, davanti a sé
avrà Le Président e non un Semi-Presidente. BORIS BIANCHERI LS 9
Afghanistan: "I tre italiani stanno bene". Emergency:
"Rapiti dal governo Karzai"
L'ambasciatore a
Kabul incontra gli operatori fermati con l'accusa di complotto
Strada accusa:
"E' un sequestro terrorista, vogliono toglierci di mezzo"
Un video mostra il
coinvolgimento di truppe Isaf, la Farnesina conferma
A Lashkar Gah,
manifestazione per chiedere la chiusura dell'ospedale
KABUL - Stanno
bene i tre operatori di Emergency fermati ieri in Afghanistan. L'ambasciatore
italiano a Kabul Claudio Glaentzer, secondo quanto si apprende da fonti della
Farnesina, li ha incontrati e li ha trovati "in buone condizioni". Le
autorità afgane avrebbero assicurato a Glaentzer un'indagine "rigorosa e
spedita". Parole che non tranquillizzano l'organizzazione umanitaria,
secondo la quale i volontari sono stati "rapiti dal governo Karzai"
con l'obiettivo di "togliere di mezzo un testimone scomodo". E un
video mostra il coinvolgimento di soldati Isaf nell'operazione, circostanza
infine confermata anche dal ministero degli Esteri italiano.
Gli arrestati sono
tre operatori dell'ospedale di Emergency a Lashkar Gah. L'infermiere Matteo
Dell'Aira (coordinatore medico), il chirurgo d'urgenza Marco Garatti, veterano
dell'Afghanistan e il tecnico della logistica Matteo Pagani, secondo quanto si
è appreso, sono ancora in stato di fermo in una struttura dei servizi di
sicurezza afgani. Da ieri l'ambasciata italiana a Kabul sta seguendo la vicenda
in stretto contatto con le autorità locali.
I tre operatori
sono accusati di aver partecipato a un complotto per uccidere il governatore
della provincia di Helmand. Secondo un portavoce delle autorità locali,
avrebbero ricevuto dai taliban "giubotti esplosivi, granate, fucili e
munizioni", oltre a "un anticipo di 500 mila dollari". Accuse
che Emergency definisce "ridicole". Secondo il fondatore
dell'organizzazione, Gino Strada, "si tratta di una sporca manovra"
messa in atto con l'obiettivo di estromettere Emergency dal sud
dell'Afghanistan.
"E' iniziata
una guerra preventiva per togliere di mezzo un testimone scomodo prima di dare
il via ad un'offensiva militare in quelle regioni", ha detto Strada,
parlando in conferenza stampa a Milano. "I nostri medici sono stati rapiti
nella peggiore tradizione terroristica dalla polizia del governo Karzai",
ha aggiunto Strada, "quel governo difeso dalla coalizione internazionale
per il quale l'Italia spende 2 milioni di euro al giorno".
Durante la
conferenza stampa, il fondatore di Emergency ha anche fatto riferimento a
"un video che mostra la presenza, fuori e dentro l'ospedale, delle truppe
Isaf". Una circostanza che confermerebbe il coinvolgimento della Nato
nella vicenda. Ieri un portavoce dell'Alleanza atlantica aveva smentito la
partecipazione di soldati Isaf, attribuendo ogni responsabilità ai servizi di sicurezza
afgani.
Ma il
sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica dice di avere perplessità sul fatto
"che la verità dia ragione a Gino Strada". Mantica non risparmia
critiche ad Emergency, sostenendo che l'organizzazione umanitaria faccia troppa
politica: "Forse il modo di muoversi di Emergency in Afghanistan non è del
tutto coerente con quella che è l'azione del governo locale e delle truppe
Isaf", dice il sottosegretario. "E infatti nell'ospedale non sono
entrati solo i servizi segreti afghani, ma anche l'Isaf".
Intanto oggi
alcune centinaia di persone hanno manifestato oggi davanti all'ospedale di
Emergency a Lashkar Gah, chiedendone la chiusura. Secondo i manifestanti, con
la sua attività Emergency aiuta i talebani e costituisce un pericolo per la sicurezza
della zona. Il portavoce del governatore di Helmand, Daud Ahmadi, ha spiegato
che la chiusura dell'ospedale "potrebbe essere decisa solo dal governo
centrale".
In Italia, le
famiglie dei tre operatori arrestati restano in attesa di notizie. E mentre il
cognato di Matteo Dell'Aira, Silvano Piazza, si dice ottimista "sul fatto
che la vicenda si concluderà presto", la moglie del coordinatore medico di
Lashkar Gah esprime incredulità e preoccupazione.
Sicurezza Nucleare. Il valore di una intesa
IL 12 e 13 aprile
si terrà a Washington il Summit sulla Sicurezza Nucleare, preannunciato dal
presidente Obama durante il G-8 di L’Aquila. Esso segue di pochi giorni la
pubblicazione in Usa della Nuclear Posture Review (Npr) e la firma a Praga del
nuovo Start fra gli Stati Uniti e la Russia. Precede di circa un mese la
conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione (Tnp). Tutti questi
eventi dimostrano come Obama cerchi di dare concretezza alla sua visione di un
mondo libero dalle armi nucleari, per il quale il Tnp gioca un ruolo
essenziale.
La conferenza di
Washington a cui parteciperanno più di una quarantina di capi di Stato e di
governo si prefigge di irrobustire in quattro anni il regime internazionale di
controllo dei materiali nucleari per evitare che cadano in mano a terroristi.
Prepara la revisione del Tnp. Segue la Proliferation Security Initiative, il
Cooperative Threat Reduction Program e la Global Partnership volte soprattutto
alla sicurezza degli enormi arsenali nucleari, chimici e biologici, che la
Russia ha ereditato dall’Urss.
La non
proliferazione nucleare costituisce per Obama la prima priorità strategica. È
stato evidente nella Npr, nel quale viene nettamente ridimensionato il ruolo
delle armi nucleari nella strategia statunitense. Meno evidente risulta tale
priorità nel nuovo Start. Infatti, le riduzioni di testate strategiche
potrebbero essere molto inferiori a quanto dichiarato, date le ambiguità
esistenti nel trattato circa il calcolo del numero delle testate. Esperti
dell’Arms Control hanno calcolato che le riduzioni effettive potrebbero
limitarsi a 100 testate per gli Usa ed a 190 per la Russia. Infatti, il
trattato permette di considerare come una sola testata la ventina di armi
trasportabili da un bombardiere. Ciò non toglie valore al nuovo Start. Esso
segnala la ripresa della collaborazione fra gli Usa e l’Urss, che potrebbe
estendersi agli sforzi per evitare la proliferazione nucleare dell’Iran.
Potrebbe anche permettere un negoziato sulle testate non strategiche. Esse sono
ancora circa 9.000 in Russia e 5.000 negli Usa. Solo riducendole drasticamente,
le due superpotenze nucleari terrebbero fede agli impegni, presi nell’art.6 del
Tnp, di ridurre drasticamente i loro arsenali, aumentati irragionevolmente
durante la guerra fredda, in cui costruirono ben 70.000 testate. Anche di esse
si parlerà a Washington.
Nel Summit verrà
discusso come migliorare la sicurezza delle infrastrutture nucleari e quella
delle scorie, fatto essenziale con l’attuale revival dell’energia nucleare nel
mondo; come sostituire i circa 130 reattori che utilizzano uranio altamente
arricchito(Heu); come garantire lo stoccaggio delle circa 1.500 tonnellate di Heu
e le 500 tonnellate di plutonio, oggi immagazzinate in vari Paesi, soprattutto
in Russia. È un quantitativo enorme. Sarebbe sufficiente per quasi 150.000
bombe. Un’attenzione particolare sarà dedicata all’Heu, poiché le bombe al
plutonio sono molto più difficili da costruire. Richiedono tecnologie di cui è
improbabile possano disporre i terroristi. Si parlerà anche di “bombe sporche”
o radiologiche. Esse non producono esplosioni nucleari, ma possono causare
estese contaminazioni radioattive. Possono essere costruite con il nucleare
ospedaliero o con quello utilizzato dall’industria, ad esempio per controllare
le saldature. La decontaminazione dei centri urbani sarebbe difficile. Potrebbe
renderli inabitabili per lunghi periodi, con impatti sociali ed economici
devastanti.
Nel corso del
Summit si parlerà certamente anche del nucleare iraniano. Provocatoriamente, il
premier iraniano Ahmadinejad ha messo le mani avanti. Ha indetto, per il 17 e
18 aprile, una riunione a Teheran, dal titolo “Energia nucleare per tutti Armi
nucleari per nessuno”, invitandovi una sessantina di Paesi. Se sulla sicurezza
nucleare si faranno passi in avanti, molto meno probabile è che si riescano a
prendere impegni precisi per bloccare l’Iran. CARLO JEAN IM 9
Usa-Israele, il bivio nucleare
Fossi Benjamin
Netanyahu preparerei la valigia: per andare a Washington all'ultimo minuto,
dopo aver preso atto di aver fatto una sciocchezza; o per andare a casa dopo
aver perso l'incarico di primo ministro; in alternativa, per andare a meditare
sulla tomba del suo maestro e predecessore Yitzhak Shamir, l'ultimo leader
israelano in ordine di tempo che - benché più prestigioso e abile di Netanyahu
- fu defenestrato da un presidente americano (Bush padre) per essersi messo di
traverso ai progetti in Medioriente della Casa Bianca. La ragione per cui siamo
preoccupati per il Premier Israeliano Bejamin Netanyahu è che ha preso ieri una
decisione molto azzardata, per sé e per il suo Paese. Ha cancellato la propria
partecipazione al vertice di 47 Paesi sulla sicurezza nucleare promosso dal
presidente Usa per il 12 e 13 aprile a Washington, sostenendo che i delegati
musulmani avrebbero chiesto ad Israele di rinunciare al suo presunto arsenale
atomico.
Con il rifiuto
Bibi ha lanciato una sfida al Presidente Obama sul cui eventuale e finale
risultato non credo ci siano dubbi. Tre giorni fa il Presidente americano ha
firmato con il Presidente Russo Dmitry Medvedev un patto di disarmo degli
arsenali nucleari, un passaggio definito con buone ragioni «storico» perché dà
l'avvio a una nuova strategia globale di limitazione dell'uso delle armi
atomiche. La partnership de-nucleare dei due ex nemici nucleari, firmata con
tutto il possibile impatto mediatico nella città di Praga simbolo della Guerra
Fredda, è valso, per le due nazioni, Usa e Russia, come riscrittura di una
virtuosa nuova bipartnership globale. Dall'inchiostro delle penne di Obama e
Medvedev è fluito infatti anche un indiretto patto di collaborazione nel
controllo di tutti gli attuali e futuri pericoli di riarmo: con un indiretto
ammonimento alla Cina, un diretto monito ad Al Qaeda, alla Corea del Nord, e
una minaccia netta e pubblica all'Iran.
Nel corso della
stessa conferenza stampa in cui si presentava la riduzione degli arsenali,
Obama, spalleggiato dal partner russo, ha rilanciato sanzioni contro l'Iran,
ammonendo: «Non tollereremo nessuno strappo al trattato di non proliferazione».
La dichiarazione ha tanto innervosito la guida temporale dell'Iran da
provocargli una reazione fra le più scomposte. Reazione servita in qualche modo
a rendere ancora più preciso il profilo dell’operazione Obama. Il patto di
Praga si presenta infatti come una strategia realistica, proprio perché è
accompagnata da misure «punitive». Il Presidente americano, come si vede ormai
ogni giorno più chiaramente, sta perseguendo una politica unificata non dal
segno «ideologico» (liberal o conservatore) quanto dalla identificazione
dell'interesse nazionale del Paese. Interesse nazionale che ha fornito
continuità a operazioni apparentemente diverse, come la riforma sanitaria,
l’autorizzazione alle estrazioni petrolifere in patria - e ora il disarmo.
Per Obama, la
riduzione delle armi nucleari è parte del suo modo di vedere la nuova
leadership Usa: spostandone il peso dalla forza alla risoluzione dei conflitti,
multilaterale piuttosto che monocratica. Ma non irrealisticamente pacifista.
Quest'ultimo è l'aspetto della strategia americana che Ahmadinejad non sembra
aver capito. Purtroppo non sembra averlo capito neanche il primo ministro
israeliano. Nella conferenza di Washington sul disarmo la questione della
denuclearizzazione di Israele sarà probabilmente sollevata: il governo di
Gerusalemme infatti non ha mai firmato il «Trattato di non proliferazione», del
1970; non si è dunque mai impegnato a non realizzare armi nucleari né ad aprire
agli ispettori internazionali le porte del suo reattore di Dimona, che per gli
esperti ha prodotto plutonio capace di armare dalle 80 alle 200 testate
nucleari. In passato dunque altri leaders israeliani hanno evitato forum sul
disarmo.
Con la differenza
che oggi una riunione come questa è diventata centrale nella agenda americana.
Questo è intanto l'effetto immediato del rifiuto di Netanyahu: sottolineare che
gli interessi di Israele e Usa non sono più perfettamente coincidenti. Non è un
mistero che questa distanza da Washington crea da mesi un grande malessere a
Gerusalemme. Con le buone e le cattive, con i ragionamenti, gli editoriali, la
discussione e anche le ripicche i leader israeliani si stanno prodigando per
richiamare Washington alla vecchia intesa. La più recente di queste ripicche
l'hanno inflitta al vicepresidente Usa, due settimane fa, annunciando la
costruzione di altre centinaia di case negli insediamenti proprio mentre Biden
arrivava a Gerusalemme. Ora è arrivato il rifiuto ad Obama. Come Biden allora,
anche Obama oggi sceglie di minimizzare - inviando a Israele il peggiore dei
messaggi: che le sue azioni non smuovono gli americani.
Washington intende
dunque procedere sulla propria strada. Per un disarmo duraturo, per un patto
contro il terrorismo che sia efficace, gli Stati Uniti hanno bisogno di un
accordo di pace fra Israele e Palestinesi. Ed hanno bisogno, anche per
combattere Teheran, di ottenere un Medioriente senza nucleare - cioè Israele
senza atomica. Se Bibi vuole sapere chi prevarrà fra il governo di Gerusalemme
e quello degli Stati Uniti non ci sono dubbi, dunque, fin da ora. Anche perché,
come si ricordava, un uomo ben più forte e significativo di lui è già caduto
sotto le ire di Washington. Nel 1992, dopo la guerra del Golfo, George Bush
padre si trovò di fronte alla necessità di consolidare il dopo guerra contro
Saddam Hussein firmando un accordo di pace fra israeliani e palestinesi. Il
premier di allora, Yitzhak Shamir leggendario e carismatico leader, fondatore
dello Stato di Israele, si mise contro questo accordo. Finì che il 23 giugno
del 1992 Shamir perse le elezioni a favore del partito laburista, e l'accordo
di Oslo si celebrò in pompa magna. Nessuno meglio degli israeliani, dopo tutto,
dovrebbe saper riconoscere nel sottofondo dei discorsi della Casa Bianca l'eco
del cesariano «para bellum». LUCIA ANNUNZIATA LS 10
Il premier: "Modello francese senza doppio turno". No del Pd:
"Meglio un presidente super partes"
Berlusconi a
Parigi incontra Sarkozy e cita come esempio il semipresidenzialismo
Napolitano invoca
le riforme "non piu' procrastinabili". "Ma basta annunci"
Il segretario
Bersani: "Ma le famiglie italiane pensano al lavoro e alla crisi"
VERONA -
Berlusconi va a Parigi e scopre le prime carte sui progetti di riforma.
"Guardiamo alla Francia - ha detto il presidente del Consiglio - ma no al
doppio turno". Una presa di posizione in replica ai molti - tra cui
Gianfranco Fini - che negli ultimi giorni hanno fatto notare come la forma di
governo in vigore Oltralpe non possa combinarsi con il Porcellum, la legge
elettorale con cui si è votato in Italia nelle ultime due tornate.
"Pensiamo
all'elezione di presidente e Parlamento in un solo turno e nella stessa
giornata", ha aggiunto il Cavaliere. "La proposta in ogni caso sarà
discussa in Parlamento che metterà a punto la forma di Stato più appropriata
per l'interesse del Paese".
Secca e negativa
la replica del segretario del Pd, Pierluigi Bersani che, prima segnala come, in
tempi di federalismo, la figura del Capo dello Stato "debba restare super
partes". Per poi ricordare come tra le priorità delle famiglie non ci sia
quella della forma di governo ma la crisi e il lavoro: "Se non ce ne
occupiamo un po' finisce che la politica prende una distanza abissale dalla
societa''. In ogni modo, chiude, "il cantiere delle riforme è il
Parlamento e non "le interviste sui giornali".
L'intervento di
Napolitano. "E' augurabile che si esca al più presto da anticipazioni e
approssimazioni che non si sa quali sbocchi concreti, quali proposte
impegnative, a quali confronti costruttivi possano condurre", ha detto il
presidente della Repubblica in un discorso a braccio a Verona.
Non è più tempi di
annunci, scandisce il capo dello Stato . Che vede in "una serie di riforme
non più procrastinabili" fra le quali quelle del fisco, della sicurezza
sociale, della ricerca, gli strumenti per uscire dalla crisi che stringe il
Paese. Queste sono le priorità, fa capire il presidente. Compresa la giustizia.
Per assicurare "la certezza del diritto che è, tra l'altro, un interesse
vitale per le imprese e per la capacità del nostro paese di attrarre
investimenti"
Davanti ad ipotesi
di cambiamento della forma di governo, presidenzialismo e premierato in primis,
Napolitano si mostra invece tiepido: "Si possono legittimamente sollevare,
certo, altri problemi, riaprire capitoli complessi e difficili, come quelli di
una radicale revisione della forma di governo. Ma è bene tenere conto
dell'esperienza, dei tentativi falliti, delle incertezze rivelate anche dalla
discontinuità della discussione su taluni temi accantonati per molti
anni". Cautela anche sul federalismo. Che va fatto ma combattendo
"chiusure ed egoismi nelle regioni piu' sviluppate", rispettando il
principio di solidarieta' e chiamando il Sud "alla prova della
responsabilita'''.
Infine l'ennesimo
appello ad abbassare i toni della lotta politica: "Quella urlata forse può
portare voti ma fa danni al Paese". Napolitano Chiede più "senso
della misura" e più "senso delle proporzioni": "Siamo in
una fase nella quale sembrano contare so i giudizi estremi, che magari rendono
in termini elettorali, ma che fanno danni". Napolitano, sottolinea
con forza quello che si è dato come compito per il settennato: "Garantire
la maggiore stabilità politico-istituzionale possibile non significa nè
immobilismo nè negazione della dialettica tra maggioranza e opposizione".
Senza alcun estremismo, "è possibile scontrarsi in campagna elettorale e
vorrei dire scontrarsi con misura, anche se talvolta i miei appelli sono
apparsi utopistici".
Immediata la
replica di Antonio Di Pietro che più di una volta ha criticato le scelte di
Napolitano. Anche stavolta i toni non sono morbidi: "Bisognava, piuttosto,
dare poco spazio a riforme 'ad personam' della Costituzione e magari inviare un
messaggio alle Camere sulla crisi" dice a Youdem tv, il leader
dell'Idv. LR 9
Perchè è preferibile il modello francese. Presidenzialismi vari e sbagliati
Dico presidenzialismi
(al plurale) perché ne esiste più di uno, ai quali si aggiungono poi
presidenzialismi fasulli inventati dall'ignoranza dei politici e dal
pressappochismo crescente dei giornalisti. Per esempio molti chiamano il regime
berlusconiano un «presidenzialismo». No: non c'entra per niente. Altri
ritengono che un sistema è presidenziale se e quando il capo dello Stato è
eletto direttamente dal popolo. Ancora no: non è così. In Irlanda, Islanda e
Austria, per esempio, il capo dello Stato è eletto direttamente ma i presidenti
in questione sono «di facciata» (cito il politologo francese Maurice Duverger,
che se ne intende).
Il sistema
presidenziale fu inventato dai costituenti americani di Filadelfia perché a
loro mancava il re, mancava il monarca (e nel Settecento tutti i grandi stati
erano dinastici); e per quanto successivamente adottato in tutta l'America del
Sud, lì il modello degli Stati Uniti ha funzionato, di regola, maluccio.
Pertanto si potrebbe dire che i presidenzialismi del Nuovo Mondo sono due; e la
differenza che forse più di ogni altra ha fatto la differenza è il rispettivo
sistema elettorale: maggioritario negli Stati Uniti, quasi sempre proporzionale
al Sud. Non lo dico per sostenere che al presidenzialismo occorra
l'uninominale, ma solo per far presente che con il presidenzialismo (e
probabilmente anche con tutte le democrazie che funzionano) il sistema
elettorale è parte integrante e costitutiva dell’edificio.
Se il
presidenzialismo puro riesce a funzionare solo a Washington, se ne ricava che
il semi-presidenzialismo di tipo francese è — nel contesto dei presidenzialismi
— l'opzione di gran lunga preferibile. Se Fini ora appoggia davvero questa
formula (finora era sempre restato nel vago), e se la Lega — che ha già il
placet di Berlusconi — si è davvero convertita al semi- presidenzialismo (alla
Bicamerale del 1997 lo votò non per convinzione ma per intralciare il gioco di
D’Alema che allora puntava, immagino per sé, al premierato di tipo israeliano),
questa soluzione è, ritengo, accettabile e difendibilissima. A condizione,
beninteso, che non venga «ripastrocchiata» all’italiana (come si sta già
cercando di fare).
Altrimenti l’altra
opzione diciamo in grande (perché esiste anche l’opzione di piccole riforme di
governabilità nel contesto della Costituzione esistente) è il cancellierato di
tipo tedesco. Il rifacimento costituzionale è in questo caso più modesto (visto
che restiamo nell'ambito di un sistema parlamentare); ma il sistema elettorale
è ugualmente decisivo e dovrebbe restare così come è in Germania: proporzionale
con sbarramento al 5% non aggirabile mediante alleanze elettorali truffaldine.
Anche a questo
proposito sento da gran tempo ripetere che il «genio italico» non può imitare,
non si deve degradare nel copiare. Stupidaggini. Il nostro Statuto Albertino
del 1848 fu copiato dalla costituzione belga del 1831; e tutti i sistemi
parlamentari europei dell’Ottocento furono ispirati dall’Inghilterra di allora.
Se il modello tedesco ci convince, non obietto: ma deve essere tedesco, non
rifatto all’amatriciana.
Al Giappone
sconfitto venne imposto dagli americani un costituzionalismo di tipo
parlamentare; e quando gli americani se ne sono andati, quel costituzionalismo
i giapponesi se lo sono tenuto. Smettiamola di essere «geniali». Non solo non
lo siamo, ma è inutile esserlo quando non occorre. Se l’ombrello è già stato
inventato, occorre davvero reinventare l’ombrello all’italiana?
Finora ho
richiamato due presidenzialismi veri e propri, più un semi-presidenzialismo che
è tutt’altra cosa (difatti potrebbe anche essere detto «semi-parlamentarismo»),
più il premierato parlamentare di tipo tedesco, il cancellierato. Resta
l’elezione diretta del capo del governo (non, sia chiaro, del capo dello Stato)
inventata in Israele e ivi rapidamente ripudiata dopo le due elezioni mal
riuscite del 1996 e del 2001. Dunque il modello israeliano è stato sconfessato
dai suoi inventori, e non è stato preso in considerazione da nessun altro
Paese. Salvo che in Italia, che lo ha coccolato non solo prima che fallisse ma
che continua a coccolarlo a tutt’oggi. Questo coccolamento deriva dal fatto che
il grosso dei nostri legislatori, e del personale mediatico che li
pappagalleggia, non afferra la differenza tra l’elezione diretta di un
presidente (sistema presidenziale) e l’elezione diretta del capo del governo
(in un sistema che resta pur sempre di tipo parlamentare).
Ma purtroppo il
grosso degli italiani non si interessa di queste astruserie, delle riforme
costituzionali, nemmeno quando sono in cantiere. Peggio per loro. Finché sarà
così si meriteranno il cattivo governo e il «malservizio» dei quali si
lamentano.
Giovanni Sartori
CdS 9
L'ultima sfida del Cavaliere al Quirinale
Oggi bisognerebbe
parlare delle famose riforme. Ne parlano tutti: la Lega che vuole il
federalismo compiuto e si acconcia a farlo marciare insieme al presidenzialismo
e alla "grande grande" riforma della giustizia per tenere agganciato
Berlusconi; l'opposizione che si dichiara disponibile a leggere le carte del
centrodestra per giudicarle nel merito ma intanto pone come pregiudiziale
provvedimenti economici a sostegno dei consumi e dei redditi più bassi; il
ministro dell'Economia che preannuncia entro tre anni la "madre delle
riforme", quella del fisco "dalle persone alle cose"; il presidente
del Consiglio che, tra tutte, rilancia il presidenzialismo nelle sue varie
versioni possibili e in particolare quella francese ma senza modificare la
legge elettorale vigente in Italia. Infine ne ha parlato Giorgio Napolitano in
varie recenti occasioni, l'ultima delle quali venerdì scorso da Verona.
Che cosa ha detto
Napolitano? Ha detto che è necessario modernizzare lo Stato, che il federalismo
è la prospettiva concreta per iniziare questo percorso, che esso deve essere
concepito come uno strumento di autonomia delle istituzioni locali e deve
servire a rafforzare l'unità del paese e la perequazione tra le sue aree
territoriali. Di fronte a questo compito, di per sé immane, la riforma della
"governance" del paese passa in seconda linea (così ha detto
Napolitano) nell'ordine delle priorità perché rischia di introdurre nuovi
elementi di divisione e di confusione.
In questi stessi
giorni il presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere la legge sui
contratti di lavoro da lui considerata inadeguata e per certi aspetti di dubbia
costituzionalità; ha invece promulgato quella sul legittimo impedimento
nonostante i rilievi di presunte incostituzionalità formulati da tutta
l'opposizione, da molti giuristi e dalla magistratura associata.
Insomma una
miriade di tesi, ipotesi, convergenze, divergenze tra gli opposti schieramenti
e all'interno dei medesimi; una crescente confusione di lingue e di interessi
che alimenta l'indifferenza ostile dei cittadini e la loro separazione dalla
politica e dalle istituzioni.
Emerge comunque la
volontà berlusconiana di dare una spallata definitiva alla Costituzione
repubblicana sostituendola con un regime autoritario, un Parlamento di
"cloni" plebiscitati, un potere giudiziario frantumato e subordinato
all'esecutivo. Questo sbocco era inevitabile, è stato covato negli scorsi dieci
anni ed ora da quelle uova non usciranno teneri pulcini ma serpenti a sonagli.
In uno degli
angoli del ring c'è Silvio Berlusconi, nell'altro, almeno per il momento,
nessuno, o meglio un capannello di persone niente affatto concordi tra loro
dalle quali sembra difficile estrarre un valido "competitor".
Giorgio Napolitano
dovrebbe arbitrare la partita dalla quale potrebbe uscire una Repubblica
ammodernata ma fedele ai principi dello Stato di diritto e della libertà,
oppure un autoritarismo plebiscitario. L'arbitro potrà compiere il suo ufficio
in assenza di uno dei due "competitors"? Oppure finirà, contro le sue
intenzioni, col prender lui il posto nell'altro angolo del ring? E quale sarà
in tal caso il finale di partita?
Il sipario si apre
su tre scenari. Il primo si svolge il 1° aprile al Quirinale. Colloquio
Napolitano-Berlusconi, presente Letta. Comincia distesamente ma si conclude nel
gelo più assoluto. Il premier mette sotto accusa lo staff giuridico di
Napolitano il quale gli risponde che si tratta di "validissimi servitori
dello Stato" che collaborano con lui per valutare la conformità delle
leggi con la Costituzione. Il premier rinnova le critiche, Napolitano ritiene
concluso l'incontro e lo congeda. Poche ore dopo arriva da Palazzo Chigi una
telefonata del premier che si scusa delle parole "sopra le righe" che
attribuisce al nervosismo e allo stress della campagna elettorale da poco
conclusa. "Non si ripeterà mai più" promette. "Ha la mia
parola".
La seconda scena
viene recitata a Parigi. Accanto ad un Sarkozy alquanto stupito da quel che
sente in traduzione nel suo auricolare, il premier italiano annuncia "la
riforma delle riforme": proporrà agli italiani il semipresidenzialismo
alla francese, ma con una variante non da poco, la legge elettorale resterà
quella attuale con i parlamentari indicati dagli apparati dei partiti e voterà
il giorno stesso in cui si vota per il capo dello Stato con suffragio popolare
diretto.
Quello stesso giorno,
9 aprile, prima di partire per Parigi Berlusconi aveva chiamato il Quirinale
per ringraziare Napolitano d'aver promulgato la legge sul legittimo
impedimento; gli aveva preannunciato che la stagione della riforme era
finalmente arrivata. Tra queste ci sarebbe anche stata la proposta del
semipresidenzialismo da lui "ripescata soltanto per fare un favore a
Fini".
Ma parlando poche
ore dopo da Parigi si era visto che non si trattava affatto di un ripescaggio
(dal quale peraltro Fini si era immediatamente e clamorosamente smarcato) bensì
di un obiettivo a lungo coltivato e gettato sul tavolo subito dopo le Regionali
per farlo accettare dalla Lega in cambio del federalismo. B. B., Berlusconi e
Bossi. Due alleati o due compari? Presidenzialismo e federalismo regionale.
Tasse da ridurre nelle aliquote dell'Irpef e nello spostamento "dalle
persone alle cose".
Che vuol dire? Le
cose sono gli immobili, gli oggetti, i beni e i servizi acquistati, cioè i
consumi. L'elemento della progressività scompare nelle tasse sui consumi.
Comunque per ora
non si entra nei dettagli, ci penserà Tremonti tra tre anni sempre che, tra tre
anni, la crisi sia terminata o non invece tuttora in pieno svolgimento dal
punto di vista dell'occupazione e del reddito, come molti osservatori
qualificati prevedono. Quel che è certo, Tremonti dovrà rientrare di almeno
mezzo punto di deficit nel 2011 e di tre quarti di punto nel 2012, vale a dire
rispettivamente di 8 e di 12 miliardi. Come antipasto all'abbattimento delle
imposte non sembra affatto appetitoso.
La terza scena va
in onda ieri dal convegno confindustriale di Parma. A mezzogiorno e mezza
Berlusconi comincia l'arringa, diretta ad una platea di industriali piccoli,
medi, grandi. Marcegaglia in prima fila col suo discorso in tasca che sarà
pronunciato subito dopo quello del premier.
Il quale comincia
come al solito: la crisi è finita o quasi, il declino non c'è stato e non ci
sarà, l'economia italiana è competitiva più di tutte le altre in Europa, la società
è coesa, le esportazioni vanno bene e andranno sempre meglio se sapranno
dirigersi verso la Cina, l'India, la Russia. Le tasse ovviamente saranno
abbassate e gli ammortizzatori sociali sono operanti e sufficienti.
Tremonti è al
timone e fa benissimo. Il programma del Pdl e quello della Confindustria sono
assolutamente identici "perciò qui sono a casa mia".
Segue la consueta
illustrazione dei meriti acquisiti dal governo: l'Ici abolita, l'Alitalia
salvata, i rifiuti di Napoli risolti, il terremoto dell'Aquila eccetera. Ma...
Ma da un certo
momento in poi l'oratore passa bruscamente dal regno dell'amore a quello
dell'odio. Chi l'ha visto a Parma ne descrive il volto di nuovo contratto sotto
il cerone e i capelli dipinti sulla fronte. Nei telegiornali non ce n'è traccia
perché quei passaggi sono stati "silenziati".
Nelle agenzie
addirittura omessi.
Perciò ricorriamo
al testo letterale, talvolta la pura cronaca si commenta da sola.
"Il governo
italiano non è in grado di governare nel quadro del sistema vigente. Non può
paragonarsi a nessun altro governo europeo da questo punto di vista.
L'esecutivo non ha alcun potere; i disegni di legge vanno in esame alle
Commissioni della Camera, poi in aula, poi al Senato.
"Nessuno dei
due rami del Parlamento accetta di approvare lo stesso identico testo approvato
dall'altro; lo deve dunque modificare a sua volta. Finalmente, una volta
approvato dal Parlamento, quel testo, che non corrisponde più a quello
inizialmente preparato dal governo, viene comunque rallentato dalle burocrazie
nazionali e regionali. Senza dire, come antefatto, che il testo viene
preliminarmente sottoposto al presidente della Repubblica e al suo staff che ne
controlla addirittura gli aggettivi".
Segue un attacco
in grande stile - non nuovo e perciò ancor più grave perché ripetuto in ogni
occasione e perfino il giorno prima da Parigi per il sollazzo dei francesi -
contro la Corte costituzionale, colpevole perché "essendo di sinistra e
quindi politicizzata, annulla tutte le leggi e le sentenze che non piacciono ai
pubblici ministeri, anch'essi politicizzati".
Siamo in pieno
Caimano. Gli industriali vorrebbero che si parlasse dei loro problemi, la
Marcegaglia lo dirà subito dopo a muso duro. Vorrebbero almeno un fondo di due
miliardi e mezzo per tenere il mare agitato del 2010.
Ma a sentirlo
attaccare la sua burocrazia, la sua Camera e il suo Senato, dove domina con
maggioranze bulgare, comunque lo applaudono. Attacca i suoi perché li
disprezza. Anche la platea di Parma li disprezza ed è divertita e soddisfatta
dallo spettacolo vagamente schizofrenico. La doppia o tripla o quadrupla
personalità del premier piace a quella platea.
Ho visto venerdì
sera in Sky tivù un vecchio film di Dino Risi con Tognazzi e Gassman
protagonisti. Uno fa il giudice istruttore e l'altro un imprenditore cialtrone
e corruttore. Fu prodotto nel 1980, sembra scritto oggi sulla misura di
Berlusconi.
Quelle frasi di
Parma, nonostante il silenzio delle agenzie e dei telegiornali ufficiali,
arrivano naturalmente alle orecchie del Quirinale. Si racconta che il
Presidente ne sia rimasto stupefatto e indignato. Si è fatto chiamare al
telefono Gianni Letta e gli ha chiesto conto di quanto aveva appena udito.
Pare che la
risposta di Letta sia stata: "Non sapevo nulla. Ho udito anch'io. Le
faccio le mie personali scuse".
E pare che la
risposta del Presidente sia stata: "Le sue scuse personali non risolvono
la questione. Se non si trattasse del presidente del Consiglio ma di una
qualunque altra persona dovrei dire che siamo in presenza di un bugiardo che
dice una cosa al mattino e fa l'opposto la sera oppure d'una persona dissociata
e afflitta da disturbi schizoidi".
Ho scritto
"pare" perché trattandosi di un colloquio telefonico tra due soggetti
eminenti, le parole sopra riferite non possono che venire da amici intimi
dell'uno o dell'altro. Perciò bisogna scrivere "pare" anche se si ha
certezza che il colloquio sia stato nella sostanza di questo tenore.
È inutile
soggiungere che un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che sente di doversi
scusare a titolo personale per quanto detto poco prima dal suo premier,
dovrebbe avere un soprassalto morale e dimettersi dall'incarico. Ma è
altrettanto inutile aspettarsi da Letta un atto del genere e se gli chiederete
perché vi risponderà che resta dove è per cercare di limitare i danni.
L'ipocrisia è il
vero sentimento che governa il mondo.
Io credo - l'avevo
già scritto domenica scorsa ma "repetita iuvant" - che i nodi sono
arrivati al pettine e il tempo da qui allo "showdown" si sia
raccorciato. Prima ci saranno i decreti attuativi della legge sul federalismo e
la "grande grande" riforma della giustizia, intercettazioni comprese.
La squadra
"occhiuta" del Quirinale "che controlla anche gli
aggettivi" farà i suoi rilievi ma nei punti che interessano la
Costituzione i rilievi non ci sono per definizione: dopo la doppia lettura in
Parlamento la legge approvata a maggioranza semplice va al referendum
confermativo se è impugnata da un quinto dei parlamentari.
Il secondo round ci
sarà con la presentazione della legge sul presidenzialismo alla francese ma con
la legge elettorale "porcellum" preparata a suo tempo da Calderoli.
Ed anche qui il
referendum, se richiesto da un quinto del Parlamento.
E tuttavia queste
riforme, a differenza di tutte le altre fin qui discusse, non sono semplici
modifiche realizzate nei limiti dell'articolo 138 della Costituzione.
Queste riforme
cambiano il volto della Repubblica perché distruggono lo Stato di diritto,
alterano l'equilibrio dei poteri e la loro reciproca autonomia, ne subordinano
uno o due al terzo prevalente. Devastano la giurisdizione, la legislazione, i
poteri di controllo.
Mettono al vertice
dello Stato un personaggio eletto da un plebiscito. Per cinque anni rinnovabili
fino a dieci.
Questo scontro si
concluderà nel 2011, ma comincerà tra meno di un mese. L'opposizione è divisa
perché c'è ancora chi spera di prendere qualche voto in più tra tre anni
attaccando fin d'ora Napolitano. "Deus dementet qui vult pervere".
Credo di sapere
che Napolitano deve e vuole restare al di sopra delle parti perché quel
capitale sarà il solo a poter far inclinare il piatto della bilancia dalla
parte giusta e non da quella terribilmente sbagliata.
Credo di sapere,
anzi di prevedere, che contro le sue intenzioni, sul ring a contrastare un vero
e proprio "golpe bianco" ci sarà lui. Non in veste di giocatore ma in
veste di arbitro di fronte a chi contesta gli arbitri, i soli che possano
richiamarlo a rispettare le regole del gioco. Credo di sapere e di prevedere
che sarà una durissima battaglia per la democrazia italiana. EUGENIO SCALFARI LR
11
Sullo sfondo il rischio delle elezioni
Gianfranco Fini la
fa meno facile rispetto a Berlusconi e alla Lega. Nel suo primo intervento dopo
il risultato elettorale, che a detta di tutti ha rafforzato l’asse tra il
premier e il leader leghista, il presidente della Camera non rinuncia a
distinguersi, anche di fronte a un’ipotesi – quella del semipresidenzialismo
francese – costruita per venirgli incontro.
Fini manda due
messaggi. Il primo al presidente del consiglio e cofondatore del Pdl, per
ricordargli che la strada scelta è molto più complessa di quel che potrebbe
sembrare e richiede una lunga serie di interventi sulla Costituzione, a
cominciare dal necessario riequilibrio tra i nuovi poteri di un Capo dello
Stato eletto direttamente e quelli del Parlamento che dovrebbe bilanciarli.
Fini non lo dice, ma è implicito che l’intesa stabilita con la famosa «bozza
Violante», che prevedeva un forte rafforzamento dei poteri del premier, forse
poteva rappresentare una base di confronto, a partire dalla quale
l’introduzione dell’elezione diretta, che trova ancora resistenze nel
centrosinistra e un’assoluta contrarietà dei centristi, sarebbe stata più
facile da far digerire.
Il secondo
messaggio è rivolto all’opposizione: sottolineando l’importanza di una nuova
legge elettorale da accompagnare alla revisione costituzionale il Presidente
della Camera sa di toccare un punto indispensabile per il Pd e i suoi alleati,
e che invece il Pdl non vuol mettere in discussione.
Tutto ciò,
ovviamente, non basta a dire che Fini s’è messo di nuovo di traverso, ma che
considera essenziale, diversamente da Berlusconi, arrivare all’approvazione
delle riforme con l’appoggio di parte o tutta l’opposizione. Questa
impostazione è condivisa anche dalla Lega, che vuole arrivare a un’introduzione
del federalismo definitiva, in quanto votata da una larga maggioranza
parlamentare, e non provvisoria e sottoposta al vaglio del referendum, come
prevede l’articolo 138 della Costituzione per le riforme votate a maggioranza
semplice.
Dietro la
posizione di Fini s’affaccia anche il sospetto, non esplicito ma diffuso nelle
file dei parlamentari a lui più vicini, che Berlusconi possa eventualmente
cercare di approfittare anche di un insuccesso della campagna per le riforme,
per interrompere una legislatura ingolfata e riprendere la vecchia idea delle
elezioni anticipate, grazie alle quali potrebbe riproporsi anzitempo come
candidato a Palazzo Chigi. Ciò che più di tutto il presidente della Camera teme
e vuol cercare di evitare. MARCELLO SORGI LS 9
L’analisi. La cabina c’è, la regia no
Il ricordo di
quindici anni di frustrazioni istituzionali non sta portando consiglio; né
l’«autostrada» di un triennio di legislatura sembra una garanzia sufficiente
che le riforme si faranno. I primi passi di una maggioranza rilegittimata dal
voto regionale di fine marzo tendono ad essere confusi e non sincronizzati.
Anzi, si sarebbe tentati di dire che all’ombra dei disegni di cambiamento
rischiano di riproporsi veti reciproci e competizioni fra alleati; e, come
risultato non voluto, un nulla di fatto. L’invito pressante di Giorgio
Napolitano a far tesoro dei fallimenti del passato sul presidenzialismo arriva
in una giornata segnata dalla sensazione di un approccio poco meditato; e dalla
conferma di una divergenza intatta fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini: con
il Pd schierato accanto al presidente della Camera. È il segno che la
cosiddetta «cabina di regìa» risulta insieme affollata e caotica; e che
ritenere di modificare la Costituzione senza discutere e magari dividersi
almeno su alcune regole fondamentali, potrebbe dare corpo a progetti velleitari
e ad aspettative ambigue. La Lega fa capire che i primi risultati forse
arriveranno già a fine anno, col Carroccio nel ruolo di «motore». Ma i messaggi
contrastanti di ieri suggeriscono prudenza. Cogliendo l’occasione dell’incontro
a Parigi col presidente francese Nicolas Sarkozy, Berlusconi ha abbracciato ed
italianizzato il sistema francese: l’elezione del capo dello Stato e del
Parlamento in un unico turno. Poche ore dopo, però, Fini ha voluto smontare
l’impalcatura del premier. Ha usato parole dure sulla «differenza tra politica
e propaganda»; e contro un «approccio di parte di questa o quella forza
politica».
Nella maggioranza
il distinguo è stato accolto come l’ennesimo scarto finiano contro Berlusconi:
un atteggiamento ostile che si pensava archiviato col risultato elettorale. Ma
le critiche del presidente della Camera si saldano non solo con la diffidenza
di un centrosinistra incline al pessimismo. In qualche modo incrociano la determinazione
di Umberto Bossi ad approdare ad una nuova Costituzione che legittimi un’Italia
federalista, d’intesa con l’opposizione. Coinvolgere almeno il Pd, per la Lega
è importante. Lo considera l’antidoto contro l’eventualità che le riforme siano
cancellate con un referendum, se fra qualche anno vince un’altra maggioranza: è
quanto successe dopo la legislatura dal 2001 al 2006 guidata dal centrodestra.
Per questo Berlusconi teme che i suoi progetti siano ostacolati anche
dall’interno della coalizione: nonostante la tenuta dell’asse di ferro con
Bossi.
Su questo sfondo
in movimento, si inseriscono i suggerimenti e gli inviti alla moderazione
provenienti da Napolitano. La preoccupazione del Quirinale è che le riforme
siano evocate come «una formula magica»: un vessillo sventolato nell’illusione
che, da solo, basti a produrre risultati. Se la magìa non riesce, il
contraccolpo sarebbe quello di terremotare il sistema, senza approdare a nulla.
Per questo il capo dello Stato insiste sulla necessità di dare certezze e
stabilità alle istituzioni. Ed inserisce fisco, sicurezza sociale e giustizia
fra le riforme da approvare insieme a quelle sulla forma del governo. Senza
ostentarlo, il presidente della Repubblica offre insomma la propria «regìa»,
nel tentativo di accompagnare un progetto scontato solo sulla carta. La
affianca a quelle rivendicate dallo stesso Berlusconi e da Bossi, alleati e
insieme concorrenti nella costruzione di una possibile «Terza Repubblica».
Si tratta di una
sfida che richiede determinazione, volontà di collaborazione, pazienza. E
tempo. Il primo e l’ultimo elemento ci sono; gli altri due, almeno per ora,
esistono solo nelle intenzioni. Il presidente del Consiglio è quasi certo del
rifiuto del centrosinistra a concedergli un’apertura di credito: lo vede diviso
e condizionato da Antonio Di Pietro. Dunque, al di là delle offerte formali di
tregua con l’opposizione, si prepara ad affrontare il Parlamento forte
soprattutto dei voti della propria coalizione. Ma sa che anche nell’alleanza
potrebbe spuntare un «partito della sponda» ai suoi avversari. D’altronde, è
evidente che chiunque riuscirà ad avvicinare e cucire posizioni oggi
conflittuali, oltre che diverse, si candiderà di fatto a perno del sistema. E
potrà mettere un’ipoteca pesante sull’epilogo della legislatura e sulla
successione al Quirinale, nel 2013.
Massimo Franco CdS 10
Le riforme? Una
bevanda più eccitante del caffè per i politici italiani, camomilla per i comuni
mortali.
Anche perché
questa materia talvolta suona astrusa per gli stessi addetti ai lavori. Diciamo
allora che si tratta di ridisegnare la carrozzeria della macchina statale,
correggendo il sedile del pilota nonché il numero dei passeggeri a bordo. E per
orientarci nella scelta proviamo a compilare un dizionario dei modelli in
catalogo.
PRESIDENZIALISMO - Di questi tempi è il mantra dei nostri
ri-costituenti. Nell’immaginario collettivo significa un presidente eletto
direttamente dal corpo elettorale, con i poteri del comandante in capo.
Scendendo nei dettagli, diciamo innanzitutto che quest'uomo (o donna, perché
no?) può indossare un abito da capo del governo o dello Stato. La prima
soluzione è stata sperimentata soltanto in Israele, ha innescato una grande
quantità di pasticci e di bisticci, infine - dopo le elezioni del 2001 - gli
stessi israeliani l’hanno gettata nel cestino dei rifiuti. D’altronde è
pressoché impossibile conciliare il primato del presidente del Consiglio con il
primato delle assemblee rappresentative, quando il sistema resti nell’alveo
delle democrazie parlamentari. Largo perciò alla seconda alternativa, ma anche
qui: attenzione. In Austria, Irlanda, Islanda il capo dello Stato ottiene
un’investitura popolare, ma ha solo poteri di facciata. Tutt'altra musica negli
Usa, dove il presidenzialismo ha ricevuto i suoi natali. Lì il presidente
governa in solitudine, nomina e revoca i ministri (per meglio dire, i segretari
di Stato), è indipendente dal Congresso (che non può sfiduciarlo). Però il
Congresso a propria volta tiene i cordoni della borsa, mette becco nelle
nomine, può azionare l’impeachment contro il presidente (per evitarlo Nixon si
dimise dopo il Watergate), ha infine il monopolio dell’attività legislativa,
giacché il veto presidenziale è superabile con la maggioranza dei due terzi. E
le elezioni di mid term, che intervengono a metà del suo mandato, segnano
spesso il predominio del partito avverso al presidente. Senza dire del corpo
giudiziario, forse il più potente al mondo. Insomma una rigida separazione dei
poteri, pesi e contrappesi perfettamente bilanciati. In difetto di questa
condizione il presidenzialismo diventa una caricatura, come avviene in
Sudamerica: tu lo scegli aspettandoti l’Obama italiano, ti ritrovi in casa un
caudillo col faccione di Chávez.
SEMIPRESIDENZIALISMO
- È il modello inventato in Francia da
De Gaulle, e poi esportato per esempio in Portogallo. Un’aquila a due teste,
perché il Capo dello Stato viene eletto a suffragio universale, può sciogliere
le Camere, decide la politica estera, promuove i referendum, ha poteri speciali
durante le situazioni di crisi. Per converso il Primo ministro guida il potere
esecutivo, ma per restare in sella deve conservare la fiducia del Parlamento.
Un guaio, quando quest’ultimo esprime maggioranze antagoniste rispetto a quella
incarnata dal Capo dello Stato (in Francia è successo per un tempo complessivo
di 9 anni); anche perché, con un esecutivo frazionato e un legislativo sotto
tiro, la separazione dei poteri diventa piuttosto commistione, se non confusione
dei poteri. Sarà per questo che in Italia il semipresidenzialismo raccoglie
così tanti tifosi.
PREMIERATO - Qui entriamo nella lunga galleria dei
sistemi parlamentari, dove l’indirizzo politico viene consegnato al tandem
governo-Parlamento. La variante inglese (modello Westminster) s’incentra sul
ruolo del premier, al contempo leader del partito di maggioranza alla Camera
dei comuni e vertice del potere esecutivo. Per offrire buona prova, questa
forma di governo presuppone però un sistema bipartitico, nonché l'adesione a un
corpo di regole non scritte (conventions) che limitano la concentrazione del
potere. Nel Regno Unito nessuno si sogna di violarle, in Italia facciamo fatica
a rispettare pure le norme scritte. Inoltre il premierato non impedisce di sostituire
il capo senza passare per le urne: nel 1990 ne fece le spese perfino la
Thatcher, sostituita dai conservatori con John Major.
CANCELLIERATO - In questi anni espone il viso rubicondo
della Merkel, Cancelliere federale della Repubblica tedesca. I suoi poteri? Di
netta prevalenza sui ministri, ma pur sempre costretta a un’estenuante attività
di mediazione tra i partiti che formano la coalizione di governo. Se non ci
riesce, cade in Parlamento, attraverso una mozione di sfiducia «costruttiva».
Significa che il Bundestag elegge nello stesso tempo, a maggioranza assoluta,
un nuovo cancelliere; o altrimenti tutti a casa, si sciolgono le Camere.
Difatti in Germania il rapporto fiduciario corre tra l’assemblea legislativa e
il capo del governo, non con l’esecutivo nel suo insieme. Da qui una certa
personalizzazione del potere, senza però mortificare il Parlamento.
SISTEMA ELETTORALE
- È il convitato di pietra che
identifica le diverse forme di governo, benché le Costituzioni in genere siano
silenziose su questo punto decisivo. Lo è anche la Carta italiana, ma i padri
fondatori la scrissero strizzando l'occhio al proporzionale; non a caso quando
nei primi anni Novanta gli abbiamo dato il benservito, orientandoci verso un
maggioritario sia pure un po’ bastardo, in quel momento la seconda Repubblica
ha ricevuto il suo battesimo. E così in Italia le simpatie verso il
Cancellierato, da parte dei centristi e dei centrini, sono in realtà attizzate
da una voglia di proporzionale, con una legge elettorale alla tedesca; i fan
del premierato preferiscono al contrario un maggioritario di stampo
anglosassone; i semipresidenzialisti hanno in testa il doppio turno alla
francese. O almeno dovrebbero, giacché la coerenza non è la nostra massima
virtù. Magari va a finire che cambiamo forma di governo tenendoci stretta
questa legge elettorale, deprecata in pubblico, benedetta in privato dai
segretari di partito. D’altronde come dargli torto, è così comodo scegliere i
parlamentari uno per uno, senza nemmeno importunare gli elettori. MICHELE AINIS
LS 11
La sfida della crescita. Guadagnare (tutti) di più si può
La sfida della
crescita è stata posta al centro del convegno a Parma della Confindustria. Dopo
un 2009 di forte recessione, la scelta del tema da parte di Emma Marcegaglia è
stata puntuale. Se l’economia non riparte, siamo tutti destinati ad avere meno
benessere e meno opportunità. Inoltre, le aziende sono in prima linea: la
ripresa dipende in larga misura dai loro comportamenti. Per uscire dalla crisi,
occorre individuare i vincoli da rimuovere, ma anche disporre di strategie
d’impresa credibili ed efficaci. La crescita non è però l’unica priorità. Essa
è condizione necessaria, ma forse non sufficiente, affinché le famiglie
recuperino sicurezza economica e fiducia nel futuro. Come è già avvenuto dopo
la crisi dei primi anni Novanta, potremmo infatti assistere a una ripresa del
Pil senza un incremento dei posti di lavoro. La prospettiva è allarmante perché
l’Italia è da sempre caratterizzata da tassi di occupazione più bassi degli
altri Paesi. La recessione ha fatto salire i disoccupati e, ancor di più, il
numero di quanti sono completamente usciti dal mercato del lavoro. Se
l’economia riparte, non è scontato che la situazione occupazionale migliori. In
questo caso, molte persone resterebbero in condizioni di forte vulnerabilità:
oggi in Europa la migliore assicurazione contro la povertà è vivere in una
famiglia in cui entrambi i partner lavorano e dunque portano a casa due
stipendi.
Come far sì che la
ripresa, quando verrà, sia davvero accompagnata da maggiore occupazione?
L’esperienza degli altri Paesi insegna che assunzioni, disoccupazione,
inattività dipendono soprattutto dalle regole vigenti nel mercato del lavoro e
dagli incentivi (ad esempio, quelli fiscali) predisposti dallo Stato. L’Italia
ha regole che generano eccessi di rigidità e insieme di precarietà lavorativa.
I nostri incentivi all’occupazione sono pochi e scarsamente efficaci. Senza
riforme, sarà difficile raggiungere l’obiettivo della «crescita con
occupazione».
C’è poi una terza
sfida, che riguarda non tanto la disponibilità, quanto il livello dei redditi.
Gli italiani guadagnano poco. La retribuzione media di un nostro lavoratore
dipendente scapolo è di almeno il 20%-30% inferiore rispetto a un lavoratore
francese, inglese o tedesco. E il divario tende a crescere se consideriamo gli
occupati con familiari a carico e persino il reddito complessivo di nuclei in
cui entrambi i coniugi lavorano.
Il basso livello
delle retribuzioni è in buona parte legato alla minore produttività delle
imprese italiane e all’inefficienza del sistema-paese in cui esse operano. Ma
dipende anche dall’inadeguatezza del nostro welfare. Nei Paesi con cui ci
confrontiamo i redditi da lavoro sono sorretti da trasferimenti monetari e
crediti d’imposta volti a contrastare la povertà. Su questo fronte siamo
davvero molto indietro: il Paese non si sbriciola solo perché dispone di una
rete informale di solidarietà parentali che ha molte virtù, ma che genera anche
forti sperequazioni ed enormi rigidità. Ripresa dello sviluppo,
dell’occupazione, dei redditi: sembra una triade irraggiungibile dopo un annus
horribilis come il 2009 e dati i vincoli europei. I tre obiettivi non sono però
logicamente incompatibili. Richiedono solo uno sforzo progettuale condiviso per
un’«Italia al futuro» (come sostengono gli imprenditori) e soprattutto un
impegno politico che oggi non si vede, o quanto meno non appare seriamente rivolto
in questa direzione. Maurizio Ferrera CdS 10
Territorio e modello federale. Il Partito Democratico ritrovi le sue radici
I lettori mi
perdoneranno se, di fronte all’ennesima discussione sulla riforma del Partito
democratico, mi permetto di riprendere, con solo qualche aggiornamento, le
proposte che, meno di un anno fa, ho fatto sulle colonne di questo stesso
giornale. Il rumoroso dibattito post-elettorale sul ruolo dei partiti politici
e sul loro rapporto con i cittadini mi riporta infatti indietro di qualche
decennio quando, di fronte all’irreversibile crisi della Democrazia cristiana,
proposi di costruire il partito su base strettamente regionale ma con un forte
patto federativo nazionale. In poche parole si sarebbe dovuto dare vita al
Partito popolare lombardo, emiliano, laziale o siciliano ma tutti questi
partiti sarebbero stati obbligatoriamente federati alla Democrazia cristiana
italiana. Non se ne fece nulla perché gli avvenimenti presero la mano prima
ancora che il dibattito potesse essere nemmeno iniziato. E forse non sarebbe
comunque iniziato.
Mi sembra oggi
utile per il Partito democratico dare spazio a questo dibattito che si è
finalmente riaperto. Il risultato delle elezioni è stato infatti inferiore alle
attese e la comune interpretazione di questo risultato è che la struttura del
partito stesso sia diventata fortemente autoreferenziale, con rapporti troppo
deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani, messi in
secondo piano dai ristretti obiettivi dei dirigenti e delle correnti.
Per questo motivo
sento che sia opportuno ritornare su quella vecchia idea. Gli iscritti al
Partito democratico di ogni regione italiana dovrebbero cioè eleggere,
naturalmente tramite le primarie, il proprio segretario regionale. L’esecutivo nazionale
dovrebbe essere semplicemente formato dai venti segretari regionali, avendo il
coraggio di cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci.
A questi venti “uomini forti” dovrebbe essere demandato il compito di eleggere
il segretario nazionale, di decidere sulle grandi strategie politiche del
partito e, naturalmente insieme agli organi regionali, le candidature per le
rappresentanze parlamentari. La forza dei segretari regionali dovrebbe essere
ponderata non in base agli iscritti ma in base ai voti riportati alle elezioni
politiche, perché il raccolto di un partito non si basa sulle tessere ma sui
voti.
Penso quindi a un
esecutivo del partito formato esclusivamente dai segretari regionali, senza le
infinite code di benemeriti e aventi diritto, compresi gli ex segretari del
partito e gli ex presidenti del Consiglio. La politica del partito deve essere
infatti esclusivamente decisa da coloro che, essendo scelti tramite elezione,
rispondono direttamente alla base del partito.
È evidente che
tutto questo corrisponde alla necessità di un serio federalismo nel quale Nord
e Sud siano correttamente rappresentati e in cui si discuta in modo chiaro e
definitivo la linea da seguire oggi in Parlamento e, domani, al governo.
Se si pensa in
modo coerente ad un’Italia federale, questo federalismo deve infatti partire
dai partiti che, nonostante la generale crisi in cui versano, sono anche oggi
l’insostituibile fondamento di ogni sistema democratico.
Questa riflessione
sul federalismo non vale naturalmente solo per il Partito democratico: ritengo
infatti che nessuna grande decisione sul futuro del Paese possa essere presa
senza che ad essa partecipino in modo determinante i rappresentanti di tutte le
regioni italiane. Ritengo però che sia ancora più necessaria per il Partito
democratico che, per completare le fusione delle radici storiche che lo
compongono, ha più degli altri bisogno di rinnovare i modelli di reclutamento
della sua classe dirigente e di costruire un luogo in cui le decisioni prese non
possano più essere messe in discussione. Non si può infatti continuare con
dibattiti senza fine nei quali si ritorna sempre al punto di partenza e ogni
decisione viene sentita come provvisoria, per cui, ad esempio, dopo avere
optato per il cancellierato si ritorna al presidenzialismo e dal
presidenzialismo si finisce con la scelta di non cambiare nulla, senza che si
capisca come e da chi tutto questo venga deciso. La trasparenza esige che ci
sia una sede in cui si discuta in modo aperto e si decida la linea del partito
senza che essa possa essere messa in discussione da interviste o dichiarazioni
di leader o di notabili.
Certamente questo
implica un cambiamento radicale della vita del partito e della formazione della
sua classe dirigente e accentra sui venti segretari regionali poteri e
responsabilità alle quali il Partito democratico non è familiare. Questo mi
sembra tuttavia l’unica soluzione per fare funzionare un partito in modo
trasparente ed efficiente in un momento in cui tutti dicono di volere il federalismo
ma in cui nessuno lo vuole costruire in modo democratico e rispettoso delle
esigenze di tutto il Paese.
Naturalmente tutto
questo può funzionare solo se si impongono durissime regole di pulizia e di
trasparenza nelle procedure di tesseramento. Tutto questo potrebbe sembrare una
banalità ma, a oltre 60 anni dall’approvazione della Costituzione non si è
ancora dato concreta realizzazione all’art. 49, che dice con estrema chiarezza
che i cittadini hanno diritto di associarsi in partiti per concorrere “con
metodo democratico” a determinare la politica nazionale. Cominci quindi il
Partito democratico a volere l’attuazione di questo articolo, se non altro
perché i suoi elettori sono più vigili di tutti gli altri quando si tratta di
trasparenza e di democrazia. Questo non è un vizio ma una virtù.
Mi accorgo che
queste osservazioni sono guidate dall’astrattezza di chi è ormai fuori dalla
politica. Esse mi sembrano tuttavia utili per spingere all’approfondimento di
un indispensabile dibattito. ROMANO PRODI IM 11
Lettera del PD di Parigi al Segretario e alla Presidente del Partito
Democratico
Parigi. Cara
Presidente, Caro Segretario, tra i nostri valori iscriviamo quello della
verità. E la verità – così come è stata percepita dalla stragrande maggioranza
dei militanti e dall’opinione pubblica – è che abbiamo perso.
Cambiare passo non
basta: è necessario cambiare direzione.
Molti di noi,
durante la campagna elettorale, si sono sentiti in forte disagio quando hanno
scoperto che un esponente del Partito, implicato in vicende di corruzione,
paragonava il Pd a un negozio.
Noi abbiamo scelto
un partito e per nessuna ragione, a nostra insaputa, vorremmo trovarci in un
negozio o in un comitato di affari: non è la nostra concezione della
politica. Anche questo risultato mostra
i guasti della realpolitik, di una politica ridotta a furbizia o a gioco di
alleanze, senza alcuna visione ideale.
Troppe volte
abbiamo dato l’impressione di un partito confuso, senza una linea chiara. E,
cosa più grave, troppo timido o sordo rispetto alla giusta protesta di gran
parte del nostro potenziale elettorato.
Ora è necessario
ripartire (con passo nuovo, certo), su priorità chiare: un progetto chiaro che
in primo piano ponga la difesa della Costituzione e della legalità, contro i
tentativi di stravolgere l’una e l’altra; le politiche del lavoro e
dell’occupazione; la difesa dei più deboli; l’accoglienza e l’integrazione
degli immigrati; la laicità dello Stato. E sarà necessario recuperare la
tensione ideale che ha dato vita all’incontro dei cattolici democratici e dei
democratici di sinistra nel Pd: la politica delle alleanze non basta, rischia
anzi di essere un vicolo cieco, un navigare a vista, incomprensibile e
incompreso dall’opinione pubblica.
Alcuni hanno
invocato un supplemento d’anima. Di certo, occorrerà lavorare con passione a un
progetto comune che dia spazio alle ragioni “alte” della politica. Anche così
si recupererà il consenso elettorale che non abbiamo saputo raccogliere alle
ultime regionali.
Le nostre tessere,
e le nostre teste, non mancheranno, dall'estero, per costruire un'alternativa.
Vi invitiamo a conoscerci e speriamo che accetterete l'invito.
Circolo PD Parigi
Tra gli indiani dell'agro pontino: «Come schiavi, per due euro»
Domani niente
paga. Su Latina e provincia è prevista pioggia. E se piove nei campi non si
lavora. E se non si lavora niente stipendio. Domani su Latina e provincia piove
e, dunque, oltre settemila schiavi dovranno restare a casa. Gli indiani sparsi
tra Borgo Grappa, Borgo Hermada, Bella Farnia, Bordo Vodice e negli altri
villaggi dell’agro pontino non potranno riversarsi nei campi come ogni giorno
baciato dal sole.
E per due -
quattro euro all’ora, i più fortunati, prendersi cura di frutta e verdura di
una delle zone agricole più fertili d’Italia. Il quadrilatero che congiunge
Latina a Sezze, Terracina a Sabaudia è, infatti, una manna per chi voglia
coltivare. Settantamila ettari di terreno che il governo fascista di Mussolini
strappò, negli anni ‘30, alla malaria. È la culla del kiwi, del cocomero, della
zucchina. Ma anche una delle zone con il più alto tasso di lavoro nero, grigio,
irregolare. Un luogo dove sono registrate alla Camera di commercio 11mila
aziende agricole, ma appena 10mila lavoratori regolari. Molti dei quali
stranieri, la maggior parte indiani. Numeri, per altro, utili solo per le
statistiche della Prefettura.
La Flai Cgil
locale ha calcolato che di imprese ce ne sono almeno il triplo (30mila) mentre
i lavoratori, nei picchi stagionali, possono arrivare anche a 60 forse 70mila.
È impossibile calcolarli tutti. In agricoltura lo sfruttamento della manodopera
è quasi la norma. E non solo a Latina. In Italia è stato stimato che il 90%
delle ore lavorate nelle regioni del Mezzogiorno siano a nero. La percentuale
scende al 50% per le regioni centrali e al 30% al nord. E non importa la
nazionalità. Naturalmente i lavoratori migranti sono l’anello più debole di
questa catena di sfruttamento. Di questi, secondo il sindacato della Cgil,
circa 60mila sono quelli che vivono in condizioni di degrado simili a quelle
viste a Rosarno.
Gli indiani che
incontriamo noi, invece, un tetto sopra la testa ce l’hanno. Vivono a Borgo
Hermada a qualche chilometro dal promontorio del Circeo. Sono stipati in
appartamenti da trenta metri quadri costruiti per ospitare turisti, ma finiti
per diventare quartieri dormitorio per extracomunitari. Pagano 300 euro per
alloggio, non parlano italiano e lavorano come muli. Per questo in agricoltura
sono ricercati. «Vengono quasi tutti dalla regione del Punjab» ci spiega
l’interprete Nanda, «terra di agricoltori» e sono quasi tutti di religione
Sikh. Monoteisti, devoti, abituati alla fatica. I sette che ci aspettano in uno
degli appartamenti di questo immenso dormitorio hanno lavorato un po’ ovunque
nella zona.
L’ultimo datore è
stato l’azienda agricola Feragnoli. Che, dopo averli in parte regolarizzati con
contratti, dieci giorni fa li ha mandati a casa senza un perché. «Li hanno
rimpiazzati con altri lavoratori indiani» dice Giovanni Gioa segretario Flai di
Latina. Senza documenti e, quindi, pagati la metà dei loro predecessori e
connazionali. Quanto? Due euro l’ora. «Si arriva al paradosso - spiega Gioa -
che chi è in regola viene mandato via perché costa troppo e chi irregolare
viene subito impiegato». E sfruttato, ma anche ricattato, alle volte derubato.
Capita, infatti, che l’azienda agricola chieda all’immigrato dai tre ai
cinquemila euro, pagabili in giornate di lavoro, per affrontare la pratica di
regolarizzazione.
E una volta
terminata, e saldato il debito, il lavoratore viene licenziato. E subito
sostituito. Tanto l’ingresso degli indiani è un flusso inesauribile. Settemila
sono quelli regolarizzati, ma forse nelle campagne pontine ce ne sono il
doppio. L’indiano che ci accoglie nel suo appartamento, e che non vuole essere
citato, è stato uno dei primi ad arrivare nel 2002. Ha vissuto in Libano, in
Arabia Saudita e poi ha deciso di trasferirsi in Italia con la nave. Ma lui è
un’eccezione. Oggi gli indiani arrivano direttamente con gli aerei. Ci sono
organizzazioni che garantiscono, in questa terra di Camorra, documenti e un
primo impiego. Un primo lavoro affinché la giostra possa girare. Tanto gli
schiavi non sanno a chi rivolgersi (la lingua è un ostacolo forte) e un altro
lavoro duro (12 ore al giorno per sei giorni alla settimana) lo trovano presto.
Aspettando un giorno di sole. Roberto Rossi L’U 11
A Milano la Conferenza organizzativa e programmatica delle Acli
MILANO - Oltre 986mila iscritti in Italia e
all’estero. 8100 strutture territoriali, tra cui 3500 circoli, 106 sedi
provinciali e 21 regionali. Con questi numeri le Associazioni Cristiane dei
Lavoratori Italiani si sono presentate Conferenza organizzativa e programmatica
che ha preso il via giovedì mattina 8 aprile, a Milano, presso l’Università
Cattolica del Sacro Cuore.
L’appuntamento ricorre ogni 4 anni come
momento di verifica sull’operato associativo e di programmazione per il futuro.
Rispetto al 2006 il sistema Acli – che comprende le associazioni Acliterra,
Anni Verdi, Cta (Centro turistico Acli), Fai (Federazioni Acli internazionali),
Fap Acli (Federazione anziani e pensionati), Unione sportiva Acli e Unasp
(Unione nazionale arti e spettacolo) – cresce del 13% (870mila erano i
tesserati in occasione dell’ultima Conferenza di Bari) e sfiora quota un
milione.
In crescita anche la notorietà
dell’Associazione tra gli italiani. Secondo un’indagine realizzata dall’Ipsos
su un campione rappresentativo, ‘conoscono’ le Acli 6 italiani su 10 (58%). Nel
2006 erano meno di 1 su 2 (49%). L’immagine delle Acli è quella di
un’organizzazione ‘prevalentemente sociale’ per il 46% degli intervistati, ‘sia
politica che sociale’ per il 34%. La collocazione ‘politica’ è al Centro per il
26%, sinistra/centrosinistra per il 24%, centrodestra/destra per il 16%,
assolutamente ‘trasversale’ e ‘non collocabile’ per il 13%.
I maggiori beneficiari dell’azione delle
Acli, nell’opinione degli intervistati, sono soprattutto i poveri e i bisognosi
(68%), i cittadini italiani in generale (64%), quindi i lavoratori italiani e
cittadini immigrati (61%). Quanto al rapporto con il mondo ecclesiale,
l’immagine delle Acli è quella di un’organizzazione ‘attenta alle indicazioni
della Chiesa, ma autonoma’ (56%). Chi milita nelle Associazioni cristiane dei
lavoratori italiani, secondo gli intervistati, lo fa soprattutto per ‘ragioni
ideali’ (39%), quindi ‘religiose’ (17%) e politiche (15%).
Il presidente delle Acli Andrea Olivero
commenta i dati con soddisfazione: “C’è un’identità abbastanza precisa tra gli
italiani di cosa sono e cosa fanno le Acli. Siamo percepiti come realtà di
volontariato e di impegno sociale, animata da motivazioni ideali, ma anche come
luogo in cui si fa politica. Una politica della società civile, connessa strettamente
al ‘fare’, che ha come primi beneficiari le fasce più deboli della
popolazione”.
Rispetto ai numeri dell’associazione Olivero
rileva un radicamento in crescita sul territorio, sollecitato soprattutto da
una forte richiesta di servizi da parte dei cittadini. Ma la vera sfida, al di
là della risposta ai bisogni, è costruire luoghi comunitari di aggregazione e
di animazione sociale. (Inform)
Così il MAE calcola l’adeguamento della retribuzione del personale
all’estero
Roma - Nel gennaio
scorso, il deputato del Pd Marco Fedi aveva presentato una interrogazione ai
Ministri degli esteri e dell’economi, Frattini e Tremonti, per sapere come
entrambi i Dicasteri intendessero procedere per l’adeguamento degli stipendi
del personale a contratto del Mae all’estero. Fedi, in particolare, segnalava
il fatto che "il procrastinarsi degli attuali livelli di remunerazione, a
fronte dei consistenti aumenti del costo della vita, in numerose realtà
all'estero, sta creando serie difficoltà pratiche per il sostentamento
quotidiano delle famiglie del personale a contratto" e ricordava che
"in alcuni Paesi, come il Pakistan, la rappresentanza diplomatica italiana
non ha ancora fornito i dati necessari al fine della determinazione
dell'adeguamento".
A rispondere
all’interrogazione è stato il Sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica.
"La retribuzione annua base del personale a contratto in servizio
all'estero – si legge nella risposta – è suscettibile di revisione in relazione
a variazioni dei termini di riferimento indicati dall'articolo 157 del decreto
del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18: il costo della vita, le
condizioni del mercato del lavoro locale, le retribuzioni corrisposte da
rappresentanze diplomatiche, istituzioni culturali ed organizzazioni
internazionali operanti in loco. Nel rispetto di tali princìpi, sulla base dei
dati periodicamente forniti dalle sedi interessate, nel biennio 2008-2009 sono
stati attuati 39 provvedimenti di adeguamento in altrettanti Paesi, per un
totale di 566 impiegati beneficiari (pari al 25 per cento circa di tutti gli
impiegati a contratto)".
"Nel corso
del 2010 – si annuncia – verranno quindi esaminate le richieste di adeguamento
retributivo presentate dalle ambasciate in altri 17 Paesi, che interessano
complessivamente 129 dipendenti a contratto".
Nel caso specifico
del Pakistan, Mantica spiega che "l'accertamento dello stato dei parametri
indicati dall'articolo 157 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18
del 1967 ha richiesto un approfondimento delle condizioni del mercato del
lavoro locale, a causa delle difficoltà, segnalate dalla nostra Ambasciata, nel
reperire informazioni esaurienti ed attendibili su enti od imprese indicativi
delle "condizioni del mercato locale" che costituiscano, in quel
Paese, un idoneo termine di confronto per le retribuzioni corrisposte al
personale a contratto delle sedi diplomatico-consolari italiane. Non appena in
possesso di tali elementi, su cui l'ambasciata ad Islamabad sta ultimando le
verifiche di competenza, - assicura, infine, il sottosegretario – il nostro
Ministero degli esteri potrà disporre in tempi rapidi la misura di adeguamento
auspicata, in modo da garantire la funzionalità delle sedi italiane in Pakistan
e la congruità delle retribuzioni corrisposte al personale che vi presta
servizio". (aise)
Presentato a Basilea il progetto “Sole e Pepe: Formazione e innovazione per
il turismo”
BASILEA- La
Fondazione per il perfezionamento professionale e l’assistenza scolastica
(Fopras) informa che il 30 marzo scorso si è svolto presso la sede di
Nauenstrasse 71 a Basilea il seminario di presentazione del progetto “Sole e
Pepe: Formazione e innovazione per il turismo”. All’evento hanno partecipato
esponenti del Consolato Generale di Basilea e degli organi di rappresentanza
dei cittadini italiani residenti in Svizzera, oltre che interessati alla
partecipazione dei corsi ed imprenditori italiani nel settore della
gastronomia.
Durante il seminario sono stati presentati da
Roger Nesti, direttore della Fopras, i passaggi che hanno portato al
finanziamento del progetto da parte del ministero del Lavoro. Ampio spazio è
stato inoltre dedicato alla continuità che questa iniziativa ha con le
esperienze formative fatte precedentemente dalla Fopras . Il direttore si è
inoltre soffermato sui partner italiani (CFF, IAL Friuli, CNIPA Puglia, INFOR e
Università degli Studi di Udine) che partecipano al progetto formativo. A
seguire Stefano Biondini, responsabile del progetto per la FOPRAS, ha
illustrato il piano dell’offerta formativa gratuita, 15 corsi di 50 ore
ciascuno per i cittadini italiani residenti in Svizzera ed un corso di 280 ore
per i nostri connazionali non occupati, e lo stato d’attuazione del progetto,
al momento giunto alla fine della fase di promozione.
Al termine della presentazione Gaetana
Farruggio, reggente del Consolato d’Italia a Basilea, ha salutato la comunità
italiana e si è soffermata sull’utilità del progetto formativo. A conclusione
della serata è stata offerta a tutti gli intervenuti, una degustazione di
prodotti tipici pugliesi da parte della Nuova Trulli SA. Per ulteriori
informazioni sulle iscrizioni, che sono ancora aperte, contattare la Fopras,
Nauenstrasse 71, Postfach 2816, 4002 Basel, tel 061 271 78 50 fax 061 271 78
56; e-mail: info@fopras.ch. Oppure consultare il sito internet http://www.ialweb.it/international/basilea/.
(Inform)
Giornata Internazionale, mondiale, dei ROM. Chi se ne è accorto? Una
diversità che ancora fa paura
“Nel nostro
piccolo, ai margini dell’Europa, qualcosa stiamo cercando di fare, anche
ricordando questa data importante per il popolo Rom”. E’ perentoria la
dichiarazione dei rappresentanti della municipalita di Prilep, in Macedonia. Fa
eco la voce dei volontari del COSV, l’ong italiana che proprio sul tema
dell’integrazione dei Rom nella societa sta lavorando grazie a un progetto in
ben tre paesi: Macedonia, Montenegro e Kossovo. “Siamo davvero colpiti dal
clamore del silenzio che accompagna questo avvenimento ma certo non sorpresi.
Purtroppo il problema dei Rom è ancora uno dei piu terribili esempi di razzismo
ed emarginazione che si conosca in Europa”.
Quella odierna,
l’8 Aprile, è la data in cui si celebra, in tutto il mondo, il Romano Dives, la
giornata internazionale della nazione Rom, per ricordare quell’8 aprile 1971
che vide riuniti a Londra, al Congresso, per la prima volta a livello
internazionale i rappresentanti delle comunita rom. Fu in quell’occasione che
si costitui la Romani Union, la prima associazione mondiale dei Rom
riconosciuta in seguito, a partire dal 1979, anche dall'ONU.
Le discriminazioni
iniziate dall’arrivo delle comunita rom in Europa, almeno cinque secoli fa, e
culminate con il Porrajmos, l'Olocausto zingaro, in cui persero la vita nei
campi di sterminio nazisti almeno 500.000 Sinti e Rom, non sono purtroppo
diminuite nel tempo. Possiamo anzi dire che in tutta Europa i fenomeni di
intolleranza nei confronti di questa minoranza etnica siano addirittura in
aumento. E' il caso dell'Italia con i suoi campi nomadi fortemente lesivi dei più
elementari diritti umani, viste le ubicazioni di molti campi nei pressi di
discariche o in aree dalle condizioni ambientali particolarmente svantaggiate.
Una situazione che ricorda il regime dell’apartheid come cita il rapporto
dell’European Roma Rights Center e che riguarda un po’ tutte le nazioni
europee.
Bisogna andare
allora in Macedonia, presso la piccola municipalita di Prilep, per vedere
celebrata la Giornata Internazionale dei Rom, in mezzo a danze popolari,
spettacoli teatrali, musica ed altri eventi cui partecipano, con indubbio
successo, studenti e ragazzi sia Rom sia macedoni, rappresentanti delle diverse
comunita, organizzazioni di volontariato ma anche semplici cittadini, per dare
voce e ascoltare i problemi di una minoranza che rappresenta il 6% della
popolazione nazionale. “L’integrazione delle minoranze nella municipalita è
molto importante” sostiene Ana Lashkoska, responsabile delle relazioni esterne
della Municipalita di Prilep.
“Il progetto
del COSV nei Balcani è stato realizzato per promuovere, con un approccio
comune, l’inclusione sociale delle comunita rom all’interno del processo di
integrazione tra le differenti comunita locali”, dice Ana M. Da Rocha -
responsabile del progetto in Macedonia. Il progetto, realizzato in partnership
con alcune associazioni locali - AHP-Aid for Handicap and Poor people, FSR-
Fondazione per il Sostegno degli Studenti rom e ONG MOSAIC Network - mira al
rafforzamento delle minoranze Rom, inteso come progressiva consapevolezza dei
propri diritti e costruzione di condizioni di maggiore sicurezza. Un impegno
che, con grande difficolta,dovrebbe riguardare tutta Europa.
Dall’indagine
EU-MIDIS condotta dall’Agenzia dei Diritti Fondamentali sulle minoranze europee
è infatti emerso che i Rom subiscono continuamente crimini contro la persona,
abusi, molestie e minacce a sfondo razzista, nonostante siano un’esigua
minoranza quelli ancora nomadi, a fronte di un gran numero di famiglie e
individui stanziali anche da molti anni. I pregiudizi, insomma, sono duri a morire.
Quelli sui rom, di
più.. www.cosv.org Prilep, 8 aprile
E’ uscito “Bellunesi nel Mondo” di aprile. L’ABM ringrazia l’assessore
regionale Oscar De Bona
BELLUNO - I dieci giovani veneti dell’America
Latina, che frequentano il corso di formazione alberghiera in Provincia,
campeggiano nella foto di copertina con cui si apre “Bellunesi nel Mondo” di
aprile. Dopo gli articoli introduttivi del direttore del giornale Vincenzo
Barcelloni Corte e del presidente dell’ABM Gioachino Bratti rispettivamente sul
“Burrone di ingiustizia” esistente tra Belluno e Bolzano e sul voto degli
Italiani all’estero, si continua con un articolo di Maurizio
Busatta sull’economia bellunese e un piacevole excursus storico di Paolo
Doglioni su un tipico prodotto dell’ arte culinaria bellunese.
Altri servizi di particolare interesse
riguardano il disastroso sisma del Cile, i tagli alla stampa italiana
all’estero, l’UNAIE e l’associazionismo italiano nel mondo e nelle Regioni, il
65° anniversario della Resistenza e della Liberazione, e, infine, una
riflessione sulla Pasqua del delegato diocesano Umberto Antoniol. Segue, come
sempre, il lungo elenco degli incontri e delle attività dell’Associazione e
delle sue “Famiglie”, seguito dal ricordo di insigni personaggi del
mondo migratorio bellunese - Romeo Fiori, Bepi Salomon Ettore
Todesco - recentemente scomparsi.
Intanto, con una lettera all’assessore
regionale uscente ai flussi migratori Oscar De Bona, il presidente dell’ ABM
Bratti, a nome dell’ Associazione, lo ha ringraziato per quanto
egli ha fatto, con passione e impegno, a favore dei Veneti del Mondo e del loro
associazionismo nei suoi cinque anni di mandato. Il presidente Bratti ricorda
anche alcuni particolari meriti dell’assessore: quello del proficuo e
produttivo rapporto di collaborazione instaurato con le Associazioni, l’impulso
e le certezze dati all’associazionismo giovanile in Regione e all’estero, le
numerose iniziative volte a creare un legame più stretto tra i Veneti
all’estero e i Veneti residenti in patria, nonché, infine, il sostegno
dato in diverse occasioni all’Associazione Bellunesi nel Mondo. (Inform)
ROMA - Sono ormai
65 anni che in Italia ed anche all’estero, da parte delle nostre comunità
emigrate, si festeggia il XXV Aprile e cioè la liberazione dell’Italia dal
giogo nazifascista. Da qualche anno la Liberazione viene perfino ricordata da
parte di giovani di terza generazione in alcuni Paesi dell’America Latina ove
prima era assolutamente impensabile festeggiare questa ricorrenza per il clima
fascistoide che vi regnava.
Molti di noi consiglieri del Cgie di nomina
governativa come, per esempio, il sottoscritto ma pure tanti altri colleghi
eletti all’estero anche quest’anno saranno pertanto impegnati nelle
celebrazioni del XXV Aprile organizzate localmente e, all’estero, dai Comites e
dall’associazionismo italiano. Probabilmente, oggi, più che nel recente passato
per l’aria conservatrice e reazionaria che spira forte alle nostre latitudini,
ma non solo.
Allora mi domando come sia stato possibile
che il Comitato di Presidenza del Cgie abbia potuto convocare la riunione delle
Commissioni tematiche del Consiglio Generale a Roma proprio il prossimo 25
aprile che, quest’anno, oltretutto, cade anche di domenica e quindi in un
giorno festivo in tutto il mondo e cioè il giorno più propizio per una forte
partecipazione degli emigrati alla celebrazione della Festa della Liberazione.
Sono certo che, conoscendo sia il Segretario
Generale che gran parte dei componenti del Comitato di Presidenza, ciò
sia dovuto unicamente ad una semplice svista nella programmazione dei lavori
della prossima Assemblea plenaria del Cgie e non la conseguenza di una tendenza
che cerca di rivisitare la storia mettendo in ombra una ricorrenza come quella
della Liberazione che in tanti, oggi, vorrebbero purtroppo oscurare. Tuttavia,
essendoci ancora tempo per porvi rimedio, interpretando sicuramente anche i
sentimenti di tanti altri colleghi, è doveroso sollecitare il Comitato di
Presidenza a voler modificare il calendario della prossima plenaria facendo
iniziare i lavori da lunedì 26 aprile.
Se ciò non dovesse accadere molti consiglieri
sarebbero costretti a dover scegliere tra prendere parte alle celebrazioni del
XXV Aprile o partecipare ai lavori del Cgie: da parte mia, come ogni anno e da
decenni, sarò comunque a festeggiare la Liberazione nelle Langhe.
Mario Castellengo,
Presidente Commissione Stato, Regioni, Province autonome, CGIE
ROMA - “Perché con
un decreto interministeriale il Governo ha sospeso le tariffe postali agevolate
per l’editoria previste dalla legge 46 del 2004?”. Lo chiede il senatore del Pd
Vincenzo Vita, vicepresidente della Commissione Cultura, in un’interrogazione
rivolta al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al ministro per lo
Sviluppo Economico, Claudio Scajola.
Nell’interrogazione Vita ricorda infatti che
“con il recente decreto interministeriale del 30 marzo 2010, senza alcun
preavviso, sono state improvvisamente sospese ai beneficiari le tariffe
agevolate per l’editoria, previste dalla citata legge che aveva introdotto una
serie di agevolazioni tariffarie postali finalizzate a sostenere la copertura
parziale dei costi sostenuti dalle imprese editrici di quotidiani e periodici
iscritte al Registro degli operatori di comunicazione (ROC), dalle imprese
editrici di libri, dalle associazioni e organizzazioni senza fini di lucro e
dalle associazioni le cui pubblicazioni periodiche siano riconosciute da parte
di sindacati, di associazioni professionali di categoria e di associazioni
d’arma e combattentistiche, per la spedizione dei bollettini dei propri organi
direttivi”. Nell’interrogazione si ricordano poi le tariffe fissate con decreto
del Ministro delle comunicazioni del 2002. “La tariffa base, fino a 200 grammi,
pari a euro 0,2830 e quella agevolata pari a euro 0,1245 a copia per le
spedizioni effettuate dagli editori iscritti al Registro degli operatori di
comunicazione (Roc), mentre per gli editori non profit la tariffa base è stata
fissata ad euro 0,0785 e quella agevolata ad euro 0,615”.
“Nella recentissima legge 99/2009 - scrive
ancora Vita nell’interrogazione - si ponevano precise indicazioni alle Poste
italiane Spa in merito alle tariffe più favorevoli da praticare alle diverse
strutture editoriali. Si chiede quindi quali siano le motivazioni che hanno
indotto il governo a sospendere le tariffe agevolate per l’editoria previste da
un’apposita legge e a non tener nemmeno conto delle indicazioni di un’altra
così recente normativa. Si chiede inoltre al Presidente Berlusconi e al
Ministro Scajola di chiarire se non ritengano assurdo che alle associazioni e
alle organizzazioni non profit sia ora applicata la tariffa base prevista per
gli editori iscritti al ROC pari a euro 0,2830 e non più quella base finora
fissata ad euro 0,0785”.
Infine l’interrogazione pone il problema al
governo di emanare “un nuovo decreto ministeriale che abroghi quello del 30
marzo 2010 evitando la chiusura certa o molto probabile di moltissime delle
8.000 testate interessate”. (Inform)
“Una lingua per amica”. Torna la Settimana dedicata alla Lingua e alla
Cultura Italiana nel mondo
ROMA - Anche quest'anno, dal 18 al 24 ottobre
2010, tutti gli Istituti Italiani di Cultura celebreranno, con il patrocinio
della Presidenza della Repubblica Italiana e dell’Accademia della Crusca, la
Settimana dedicata alla Lingua e alla Cultura Italiana. Ed anche questa decima
edizione delle celebrazioni avrà, come vuole la tradizione, un tema specifico
che quest’anno sarà “Una lingua per amica: l'italiano nostro e degli altri”.
Uno dei tanti
obiettivi della Settimana è quello di lanciare un virtuale filo di collegamento
tra il mondo italofono di origine e quello di acquisizione, aprendo il tema a
nuove istanze e motivi ispiratori collegati, oltre che alla proiezione esterna
dell'Italia, ad aspetti recenti della società italiana.
Termini di
riferimento in tale ambito sono, da un lato, la consapevolezza che la prima
“esportazione” della lingua italiana è avvenuta ad opera dei nostri emigranti
e, dall'altro, l'esperienza odierna dei nuovi flussi di immigrazione verso
l'Italia, la cui accoglienza ed integrazione è strettamente collegata al
raggiungimento urgente della competenza linguistica. Quest'ultimo aspetto
consentirà anche di dare adeguato spazio alla produzione editoriale in italiano
di stranieri che vivono stabilmente in Italia. (aise)
Puglia. Sviluppo, lavoro, pugliesi nel mondo: atti in tempo reale su
www.sistema.puglia.it
Bari – Regione
Puglia: da oggi sul portale www.sistema.puglia.it le determine dell’Area
politiche per lo sviluppo, il lavoro e l’innovazione, che include i servizi
ricerca, energia, attività economiche e consumatori, lavoro e formazione,
pugliesi nel mondo, ripartiti fra gli Assessorati allo sviluppo economico, al
lavoro, al turismo, alla solidarietà.
Le determine
dell’Area possono essere lette e scaricate dagli utenti.
Messi a
disposizione gli atti emanati a cominciare da oggi, più uno storico di circa
400 determine riferite al 2010 e al 2009.
Nei prossimi
giorni, fa sapere la Regione, la pagina sarà ulteriormente arricchita, fino a
contenere un’informazione in tempo reale su tutte le determine dell’Area e in
un secondo momento anche sulle delibere (attualmente pubblicate solo dal sito
della Regione Puglia). Gli utenti potranno cercare l’atto per anno, numero,
tipo e oggetto dopo essersi registrati al portale www.sistema.puglia.it e
aver aperto la sezione chiamata “La Trasparenza degli Atti”, collocata nella
seconda barra orizzontale dell’home page.
Il servizio è
stato messo in rete nei 180 giorni previsti dal Regolamento sulla trasparenza
varato dalla Regione Puglia. (Inform)
Italien ist das Partnerland auf der Hannover Messe 2010 (19.-23.04)
Das Italienische Institut für
Außenhandel (ICE) ist mit der Organisation des italienischen Messeauftrittes
und aller Begleitprogramme rund um die Beteiligung als Partnerland beauftragt.
Die italienische Partnerschaft steht unter dem Motto "Sustainable
Mobility" - ein Thema von besonderer technischer und umweltpolitischer
Aktualität.
Im Einklang mit diesem Thema
präsentiert sich das umfangreiche und hochkarätige Programm, das ICE für das
Partnerland Italien auf der Hannover Messe 2010 erarbeitet hat. Dazu gehören
der Messeauftritt (Pavillon Italia, fünf Gemeinschaftsstände, Einzelstände auch
von Großunternehmen), ein hochkarätiges Wissenschafts-Konferenzprogramm mit dem
Höhepunkt auf dem Word Energie Dialogue am 20. April und eine Auswahl
sorgfältig zusammengestellter Kulturbeiträge. Moderne Technologien und
Forschungsprojekte in Verbindung mit neuen künstlerischen Produktionen stellen
neue Aspekte Italiens jenseits der Traditionen vor.
Mehr als 300 italienische Aussteller
präsentieren ihre Produkte und Dienstleistungen, viele von ihnen sind zum
ersten Mal dabei. Im Vergleich zur ähnlich strukturierten Veranstaltung im
Jahre 2008 ist dies ein hervorragendes Ergebnis. Die gesamte Ausstellungsfläche
einschließlich des italienischen Pavillons beträgt 8.200 Quadratmeter. Bestand
die italienische Präsenz in den vergangenen Jahren in erster Linie aus kleinen
und mittleren Unternehmen, so beteiligen sich 2010 zusätzlich auch eine
Vielzahl von Konsortien und Großunternehmen, wie Enel, Fiamm, Bonfiglioli,
Brovedani Group, Ducati Energia sowie der Verband Federmacchine.
Die vom ICE mit Unterstützung des
Wissenschaftsattachés der Italienischen Botschaft in Berlin organisierten
Wissenschafts- und Wirtschaftskonferenzen wurden durch die Zusammenarbeit mit
technischen Universitäten und herausragenden Institutionen wie dem European
Southern Observatory (ESO), dem italienisch-deutschen Zentrum Villa Vigoni,
Industrieverbänden wie ANFIA und ANIE und mit großen Unternehmen wie
beispielsweise ENEL und Pirelli ermöglicht.
Aktuelle Informationen rund um das
Partnerland Italien finden Sie unter http://www.italtrade.com/hannovermesse und
http://www.hannovermesse.de.
Ines Aronadio, de.it.press
Atomunion zwischen Rom und Paris
Paris - Frankreich und Italien wollen
ihre Zusammenarbeit bei der Atomenergie verstärken. Bei dem alljährlichen
Gipfel der beiden Länder, zu dem sich Frankreichs Staatspräsident Nicolas
Sarkozy und der italienische Regierungschef Silvio Berlusconi am Freitag in
Paris trafen, stand dieses Thema im Mittelpunkt. „Wir wollen Hand in Hand mit den
italienischen Unternehmen arbeiten, um den Nuklearbereich zu entwickeln“,
erklärte Sarkozy danach. Die beiden Länder wollen auch mehr im Militärbereich
kooperieren.
Frankreich setzt darauf, maßgeblich an
der Atomrenaissance und dem Bau von neuen Reaktoren in Italien beteiligt zu
werden. Paris und Rom hatten bereits vergangenes Jahr ein Abkommen zur
Zusammenarbeit im Nuklearbereich beschlossen. Dabei ging es darum, dass
Frankreich Italien bei der Rückkehr zur Atomkraft unterstützen soll, unter
anderem beim geplanten Bau von vier Atomreaktoren vom Typ des Hochdruckreaktors
EPR. Spätestens 2013 plant Italien mit dem Bau eines Atomkraftwerkes zu
beginnen. „Wir hoffen die internationale Ausschreibung für die Reaktoren zu
gewinnen“, hieß es aus dem Elyséepalast. Um unabhängiger vom Öl und Gas zu
werden, will Italien im Jahr 2030 ein Viertel seiner Elektrizität durch
Nuklearenergie gewinnen.
Die Kooperation zwischen Paris und Rom
wird in Zukunft noch konkreter. Mehrere zusätzliche Vereinbarungen wurden in
Paris getroffen. So beschlossen beide Seiten die technische Zusammenarbeit des
staatlichen französischen Atomkonzerns Areva und des italienischen Unternehmens
Ansaldo bei den EPR-Reaktoren. Der französische Energiekonzern Electricité de
France (EDF) und der italienische Energieversorger Enel arbeiten schon eng
zusammen. So ist Enel auch an dem französischen Hochdruckreaktor EPR in
Flamanville beteiligt. EDF könnte in Italien beim Bau der Kraftwerke mitwirken.
Ein weiterer Punkt betraf die
italienische Atomsicherheitsbehörde, bei deren Aufbau Frankreich Hilfestellung
leisten soll. Außerdem sollen italienische Ingenieure von den Franzosen
ausgebildet werden. Seit dem Referendum über das Ende der Atomenergie in
Italien im Jahr 1987 fehlt das Know-how in diesem Bereich.
Die Atomnation Frankreich fährt seit
langem eine Strategie der Expansion seiner Nuklearindustrie und arbeitet an der
Wettbewerbsfähigkeit seiner Konzerne in dem Bereich. Die Franzosen haben sich
zudem in den letzten Jahren unter anderem durch die Übernahme des
Energiekonzerns British Energy und einer Teilhabe an dem US-Konzern
Constellation Energy Einfluss auf dem britischen und amerikanischen Atommarkt
gesichert. Erst kürzlich hatten sie in den Vereinten Arabischen Emiraten
allerdings das Nachsehen. Südkorea schnappte ihnen einen Großauftrag in der
Atomindustrie weg.
Bei dem Gipfel ging es auch um die
militärische Zusammenarbeit. Es wurde die Gründung einer
französisch-italienischen Brigade von Gebirgsjägern besiegelt, die nach dem
Vorbild der deutsch- französischen Brigade im Jahr 2013 einsatzfähig sein soll.
Sie soll sich auch an Auslandseinsätzen beteiligen, „vor allem in Afghanistan“,
erklärte der Elyséepalast. Tanja Kuchenbecker Tsp 10
Geringfügige Beschäftigung begründet Arbeitnehmereigenschaft und ist Schutz vor Abschiebung
Türkische Staatsangehörige können
aufgrund ihrer Arbeitnehmereigenschaft Schutz vor Abschiebung genießen.
Das gilt auch wenn sie nur geringfügig
beschäftigt sind. Dies hat der Europäische Gerichtshof (EuGH) Anfang Februar
entschieden. Allerdings müsse es sich um eine „echte“ und „tatsächliche“
Tätigkeit handeln.
In dem Fall ging es um eine in Berlin
lebende türkische Staatsangehörige, die zunächst im Rahmen der
Familienzusammenführung eingereist ist, sich aber später von ihrem Mann
getrennt hat. Da sie geringfügig beschäftigt ist und zusätzliche Hilfe zum
Lebensunterhalt bezieht, hat das Land Berlin die Aufenthaltserlaubnis nicht
verlängert und drohte mit Abschiebung. Die Betroffene klagte beim
Verwaltungsgericht. Dieses hat, da Unionsrecht betroffenen ist, einige Fragen
zur Klärung beim EuGH vorgelegt.
In seinem Urteil hat der EuGH unter
anderem darauf verwiesen, dass im Unionsrecht jeder als Arbeitnehmender
anzusehen ist, „der eine tatsächliche und echte Tätigkeit ausübt, wobei
Tätigkeiten außer Betracht bleiben, die einen so geringen Umfang haben, dass
sie sich als völlig untergeordnet und unwesentlich darstellen. Das wesentliche
Merkmal des Arbeitsverhältnisses besteht nach der Rechtsprechung des
Gerichtshofs darin, dass jemand während einer bestimmten Zeit für einen anderen
nach dessen Weisung Leistungen erbringt, für die er als Gegenleistung eine
Vergütung erhält“
Weder die Höhe der Vergütung noch die
Tatsache, dass die Betroffene Mittel zur Bestreitung des Lebensunterhalts
bezieht, haben eine Auswirkung auf den Arbeitnehmerstatus.
Weiter heißt es in dem Urteil: „26:
Zwar kann der Umstand, dass im Rahmen eines Arbeitsverhältnisses nur sehr
wenige Arbeitsstunden geleistet werden, ein Anhaltspunkt dafür sein, dass die
ausgeübten Tätigkeiten nur untergeordnet und unwesentlich sind (...), doch
lässt es sich unabhängig von der begrenzten Höhe des aus einer Berufstätigkeit
bezogenen Entgelts und des begrenzten Umfangs der insoweit aufgewendeten
Arbeitszeit nicht ausschließen, dass die Tätigkeit aufgrund einer
Gesamtbewertung des betreffenden Arbeitsverhältnisses von den nationalen
Stellen als tatsächlich und echt angesehen werden kann und es somit ermöglicht,
dem Beschäftigten die Arbeitnehmereigenschaft im Sinne von Art. 39 EG
zuzuerkennen.
27: Bei der Gesamtbewertung des
Arbeitsverhältnisses von Frau Genc sind nicht nur Gesichtspunkte wie die
Arbeitszeit und die Höhe der Vergütung zu berücksichtigen, sondern auch solche
wie der Anspruch auf bezahlten Urlaub von 28 Tagen, die Geltung von
Lohnfortzahlung im Krankheitsfall, die Anwendung des Tarifvertrags in der
jeweils gültigen Fassung auf den Arbeitsvertrag sowie der Umstand, dass ihr
Arbeitsverhältnis mit demselben Unternehmen beinahe vier Jahre bestanden hat.
28: Diese letztgenannten Gesichtspunkte
können darauf hindeuten, dass es sich bei dieser Erwerbstätigkeit um eine
tatsächliche und echte Tätigkeit handelt.“
Das Berliner Verwaltungsgericht muss
nun prüfen, ob aus seiner Sicht eine echte und tatsächliche Tätigkeit vorliegt.
Forum Migration April
Wie Integration gelingen kann. Keine Angst vorm Türkischsprechen
Ein Kind, das fließend Deutsch spricht,
ist ein gutes Kind. Ein Kind, das neben Deutsch auch fließend Italienisch,
Französisch, Englisch oder sogar Chinesisch spricht oder sich darum bemüht,
eine diese Sprachen zu erlernen, ist ein noch besseres Kind. Die Eltern können
sich der gesellschaftlichen Anerkennung sicher sein, ihren Sprössling durch
frühkindliche Sprachförderung und Schulwahl auf diesen Weg geschickt zu haben.
Ein Kind jedoch, das neben Deutsch auch Türkisch spricht und Eltern hat, die es
dabei unterstützen, ist in Deutschland ein Problem.
Ihm haftet der Geruch des Störenden,
des Integrationsunwilligen an. Auf den öffentlichen Gebrauch seiner Sprache
wird mit Abwehr reagiert. In diesem Licht zu betrachten ist auch die helle
Aufregung, für die der türkische Ministerpräsident Recep Tayyip Erdogan mit
seiner jüngst erhobenen Forderung nach türkischen Schulen sorgte. Denn sie
spiegelte nicht allein die Sorge, schon bestehende Nischen der türkischen
Lebenswelt könnten sich zu einem institutionalisierten Paralleluniversum
auswachsen. Vielmehr bezeugte sie das grundsätzliche Misstrauen, mit dem man
hierzulande dem Türkischen und jenen kulturellen Werten begegnet, die diese
Sprache transportiert. Doch die türkische Sprache ist so wertvoll wie jede
andere. Lässt man sie verkümmern, dann verschenkt die deutsche Gesellschaft
eine geistige Ressource. Dabei ist Türkisch längst ein Bestandteil ihrer
Wirklichkeit geworden.
Die türkische Sprache ist durch hier
erscheinende türkische Medien präsent, durch türkischstämmige Deutsche, die
Dienstleistungen auf Türkisch anbieten. Auch aufgrund der leichteren
persönlichen Mobilität wird sie intensiv gebraucht. Und natürlich wird in den
meisten deutschtürkischen Familien Türkisch gesprochen; die Sprache der
Herkunft fungiert dabei vor allem als Sprache der Gefühle oder für die
Regulierung von Verhaltensformen - als Sprache des Erziehens.
Eine Fähigkeit, die zu pflegen sich
lohnt
Dennoch erkennt die deutschtürkische
Bevölkerung den Status des Deutschen als allgemeine Verkehrssprache zum
überwiegenden Teil fraglos an. Sie möchte, dass ihre Kinder Deutsch so gut wie
möglich beherrschen - hat aber gleichzeitig den Wunsch, dass auch die türkische
Sprache ordentlich erlernt werden kann. Was ist falsch an dieser gewollten
Zweisprachigkeit?
Die Förderung der deutschen Sprache
steht nicht in Opposition zur Förderung der türkischen Herkunftssprache. Beide
können einander ergänzende Elemente einer umfassenden sprachlichen Bildung
sein, die die besonderen sprachlichen Erfahrungen türkischstämmiger Schüler
nicht als Defizit stigmatisiert, sondern als Fähigkeit anerkennt, die zu
pflegen sich lohnt. Für die Integration kann das nur von Vorteil sein. Denn es
ist ja gerade die Anerkennung der kulturellen Besonderheit, die die
Betreffenden ihrer eigenen Identität versichern könnte und so auch
empfänglicher für die Gesellschaft machte, in der sie leben.
Wissenschaftliche Studien haben zudem
gezeigt, dass sich die schulische Förderung der Erstsprache im schlechtesten
Fall neutral auswirkt - also keine negativen Folgen für den Zweitsprachenerwerb
hat. Das beweist auch die Praxis. Hier spricht man sogar von Erfolgen: nicht
nur an Grundschulen, an denen herkunftssprachlicher Unterricht angeboten wird,
sondern auch an jenen Einrichtungen, an denen Türkisch innerhalb des üblichen
Schulkanons als zweite Fremdsprache gewählt werden kann. Im bayerischen Pasing
legte im Jahr 2007 die erste Schülerin ihr Abitur mit Prüfungsfach Türkisch ab,
in Nordrhein-Westfalen gibt es die Möglichkeit, Türkisch zu wählen, schon seit
mehr als fünfzehn Jahren. Unterrichtet werden die Schüler von Lehrern mit
deutschem Staatsexamen.
Integration bedeutet eben nicht
Einsprachigkeit
Die Universität Duisburg-Essen bietet
Türkisch für die Sekundarstufe I und II als Studienfach an; belegt wird es
ausschließlich von Deutschtürken. In den von ihnen später gestalteten
Unterrichtsstunden geht es um türkische Geschichte, Kultur und Literatur. Vor
allem aber soll den Schülern eine Standardvariante des Türkischen vermittelt
werden, die sich auf dem Niveau des Türkischen in der Türkei bewegt. Denn
genauso wie das in Indien gesprochene Englisch ein anderes als jenes in
Südafrika oder in Südengland ist, unterscheidet sich das in Deutschland
gesprochene Türkisch vom Türkischen in der Türkei - es ist an die Verhältnisse
angepasst, zu deren Beschreibung es dient: syntaktisch, semantisch und in der
Satzmelodie.
Des Weiteren beschränkt sich die von
den Eltern erlernte Sprache meist auf bestimmte kommunikative Situationen und
ist nicht selten ein Dialekt. Auf die Idee, den Schülern auf dem Schulgelände
das Miteinanderplaudern auf Türkisch zu verbieten, kommt an Schulen, an denen
Türkisch auf diese Weise unterrichtet wird, niemand. Das passiert nur dort, wo
Türkisch nicht den Rang eines allgemeinen Bildungsgutes hat. Denn dort ist die
Sprache in diesem Sinn illegitim.
Die frühere Normalitätsannahme, dass
Migranten sich nach spätestens drei Generationen vollständig an die umgebende
Majoritätssprache assimiliert haben, wird von der Gegenwart desavouiert.
Integration - das zeigen die Beispiele zahlreicher Deutschtürken - bedeutet
nicht unbedingt deutsche Einsprachigkeit. Es ist an der Zeit, das endlich
anzuerkennen und sprachpolitisch darauf zu reagieren. Der Wunsch vieler
türkischstämmiger Eltern nach türkischen Schulen erledigt sich dann von selbst.
Karen Krüger Faz. 9
Innere Sicherheit. Polizei warnt vor Chaos in Migrantenvierteln
Der neue Chef der Deutschen
Polizeigewerkschaft, Rainer Wendt, sieht das staatliche Gewaltmonopol in
einigen Migrantenvierteln der Republik nicht mehr gewährleistet. Im Interview
auf WELT ONLINE sagt er, in einige Straßenzüge Berlins, Duisburgs, Essens oder
Kölns trauten sich Polizisten nicht mehr allein hinein.
WELT ONLINE: Herr Wendt, hat
Schwarz-Gelb seit 2005 die innere Sicherheit gesteigert?
Rainer Wendt: Ja, NRW kann inzwischen
mit so einigen Superlativen glänzen. Die Aufklärungsquote bei den Straftaten
ist so hoch wie nie, unsere Polizei ist die bestbezahlte der Republik, nirgends
wurde die Zahl der Unfälle erfolgreicher gesenkt. Und: NRW ist das einzige
Bundesland, in dem die Zahl der Einstellungen bei der Polizei mehr als
verdoppelt wurde – von 500 unter Rot-Grün auf 1100 unter Schwarz-Gelb.
WELT ONLINE: Wodurch die Überalterung
der Polizei verhindert werden soll.
Wendt: Und das gelingt. In NRW werden –
anders als vor 2005 – jährlich weit mehr Polizisten eingestellt als
pensioniert.
WELT ONLINE: Andererseits klagen viele
Experten, es würden häufig zu hohe Ansprüche an die soziale Kompetenz der
Beamten gestellt.
Wendt: Stimmt. Wenn zum Beispiel ein
Mann früher seine Frau schlug, wurde er von Polizisten festgenommen und in
Arrest gesteckt. Das war’s. Polizisten mussten für solche Einsätze also vor
allem wissen, wie man Schläger festnimmt. Heute aber müssen sie sich darauf
verstehen, das Opfer zu beraten und über Tage zu begleiten oder psychologisch
angemessen mit dem Täter umzugehen, der des Hauses verwiesen werden darf.
Außerdem müssen die Kollegen auf ganz unterschiedliche Empfindlichkeiten
achten, je nachdem, ob sie Gewalt in einer russischen, deutschen oder
türkischen Familie unterbinden. Aber auf all das werden die Kollegen heutzutage
viel besser vorbereitet als bis 2005. Auch da ist NRW auf gutem Weg.
WELT ONLINE: Um Ihren Lobgesang mal zu
stören: In den vergangenen zehn Jahren ist die Gewalt gegen Polizisten
bundesweit um 20 Prozent gestiegen, in NRW aber um rund 25 Prozent. Wo hat die
Landesregierung da etwas aufhalten können?
Wendt: Da leisten die Landesregierungen
in ganz Deutschland noch keine effektive Gegenwehr. Das ist auch schwierig,
weil sich in der steigenden Gewaltbereitschaft grundlegende gesellschaftliche
Fehlentwicklungen zeigen.
WELT ONLINE: Welche Entwicklungen?
Wendt: Früher gab es auch
Massenschlägereien, aber wenn die Polizei dazukam, war Schluss. Heutzutage geht
es dann oft erst richtig los – und zwar vereint gegen die Polizei. Darin zeigt
sich ein weitgehender Respektsverlust gegenüber staatlicher Autorität. Aber
Politik allein kann nicht dafür sorgen, dass Bürger ihre Polizei respektieren.
WELT ONLINE: Diese Forderung klingt
manchen Zeitgenossen nach einem Plädoyer für mehr Untertanengeist.
Wendt: Leider wahr, aber der Wunsch
nach Respekt hat nichts mit autoritärem Gehabe und gar nichts mit
Untertanengeist zu tun. Wo die Respektsforderung derart diffamiert wird, darf
man sich über die Folgen nicht wundern.
WELT ONLINE: Welche da wären?
Wendt: Es gibt Straßenzüge in manchen
Vierteln Berlins, Hamburgs, Duisburgs, Essens oder Kölns, in die sich
Polizisten nicht mehr alleine hineintrauen. Wenn dort ein Beamter einen
Autofahrer wegen überhöhtem Tempo kontrolliert, hat der blitzschnell 40 bis 70
Freunde herbeitelefoniert. Und wird der Beamte erst von so einer Menge bedrängt
und beschimpft, muss der Rechtsstaat leider kapitulieren und sich zurückziehen.
WELT ONLINE: Und das erklären Sie mit
mangelndem Respekt vor der Staatsgewalt?
Wendt: Das ist doch offensichtlich. Die
Täter akzeptieren die deutsche Rechtsordnung und ihre Vertreter nicht. Übrigens
ist bundesweit bekannt, dass diese Blitzmobilisierungen meist von jungen
Männern mit türkischem oder arabischem Hintergrund ausgehen. In solchen
Vierteln wankt das staatliche Gewaltmonopol. Ähnliches erleben viele Beamte,
wenn sie bei Massenschlägereien Türkisch- oder Arabischstämmiger auftauchen.
Immer wieder werden sie abgedrängt und mit der Aussage konfrontiert „Das regeln
wir untereinander, haut ab!“ oder „Verschwindet, das klären wir mit unserem
Hodscha, nicht mit euch!“.
WELT ONLINE: Welche Folgen fürchten
Sie?
Wendt: Mich besorgt die Vorstellung,
dass der Funke überspringen könnte in diesen Stadtteilen. Man stelle sich vor,
dort würde von Nazis eine Moschee angezündet. Solch ein Brandanschlag mit
rechtsextremem Hintergrund würde heutzutage Krawalle auslösen, die über alles Bekannte
hinausgingen. Dann würde Deutschland unbeherrschbar, zumindest in manchen
Vierteln.
WELT ONLINE: Warum werden diese
Szenarien von fast keinem Politiker angesprochen, wenn sie doch so nahe liegen?
Wendt: Um keine Angst und Wut zu
schüren, schließlich könnten Mitbürger türkischer oder arabischer Abstammung
dann geächtet werden, was kein Mensch will. Mit Schweigen ist aber niemandem
geholfen. In einer Demokratie kann man keine Probleme lösen, indem man sie
verheimlicht. Darauf hinzuweisen ist auch nicht diskriminierend, solange man
betont, dass nur eine kleine Minderheit dieser Bevölkerungsgruppen
gewaltfreudig ist. Außerdem sind die Opfer dieser anarchisch-militanten
Minderheit selbst überwiegend Migranten.
WELT ONLINE: Fragt sich: was tun?
Wendt: Ganz einfach: All das deutlich
ernster nehmen, was in jeder guten Politikerrede seit Jahren auftaucht.
Einerseits müssen Verstöße gegen die Rechtsordnung in diesen Vierteln spürbar
und schnell bestraft werden, andererseits muss die Integrationspolitik höheren
Stellenwert gewinnen.
WELT ONLINE: Ist NRW da auf dem
richtigen Weg?
Wendt: Ich freue mich, dass
Schwarz-Gelb die Sprachtests eingeführt hat, verstärkt Lehrer mit
Zuwanderungsgeschichte einstellen möchte und Familienzentren aufbaut, die auch
für Migrantenfamilien leicht erreichbar sind. Aber all das muss endlich als
staatliche Pflichtaufgabe im Rang der Schul- oder Polizeifinanzierung gelten,
die nicht vom guten Willen der Haushaltspolitiker abhängt. Integration müsste
zum Top-Thema aufsteigen. Dann wäre ich mit der Landesregierung sehr zufrieden.
Till-R. Stoldt DW 10