WEBGIORNALE  12-14  Aprile  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Migranti, le linee guida della Ue. "Salvaguardare il diritto d'asilo"  1

2.       L'Italia ricorre contro l’eliminazione della lingua italiana dai nuovi concorsi dell'UE  1

3.       Flusso crescente di migranti provenienti da Africa e Asia  1

4.       Vaticano: "L'accordo Italia-Libia sta violando i diritti umani"  1

5.       La Merkel e la crisi della Grecia. La scelta tedesca: egoisti e isolati 2

6.       Naso rifatto e sbiancamento della pelle. La scorciatoia per l'integrazione  2

7.       Il segretario generale del Cgie Elio Carozza fa il punto sulla riunione del comitato di presidenza  3

8.       Vertice italo-tedesco domenica 18 aprile ad Hannover 3

9.       Francoforte. 3ª edizione del Festival della Poesia Europea il 6-8 maggio 2010  4

10.   25 aprile, la Festa della Liberazione a Monaco di Baviera  4

11.   Le attività 2010 dell’Associazione Emilia Romagna di Stoccarda  4

12.   Hannover. Terza gara di lettura per gli alunni delle scuole bilingui e dei corsi di italiano nelle scuole tedesche  4

13.   La “Settimana della Cultura Siciliana” a Colonia e Berlino  5

14.   Karsruhe. Collaborazione tra Patronato ACLI di Karlsruhe e la la AOK Baden-Württemberg  6

15.   Concerto di beneficenza dell’Ambasciata tedesca per i terremotati di Onna  6

16.   Dibattito sul voto all’estero. Deve restare il voto per corrispondenza  6

17.   I giovani del PDdi Zurigo: Onorevole Cicchitto chieda scusa  6

18.   La denuncia di “Prigionieri del silenzio”. La stampa italiana non parla dei detenuti italiani all’estero  7

19.   Russia, precipita l'aereo del presidente polacco, nessun superstite tra le 96 persone a bordo  7

20.   La maledizione di Katyn  8

21.   Polonia in lutto per Kaczynski, si studiano le scatole nere  9

22.   La tragedia della Polonia. I sospetti mai sopiti verso Mosca e il passato di una nazione-vittima  9

23.   Francia e Italia, convergenze possibili 9

24.   Afghanistan: "I tre italiani stanno bene". Emergency: "Rapiti dal governo Karzai"  10

25.   Sicurezza Nucleare. Il valore di una intesa  11

26.   Usa-Israele, il bivio nucleare  11

27.   Il premier: "Modello francese senza doppio turno". No del Pd: "Meglio un presidente super partes"  12

28.   Perchè è preferibile il modello francese. Presidenzialismi vari e sbagliati 12

29.   L'ultima sfida del Cavaliere al Quirinale  13

30.   Sullo sfondo il rischio delle elezioni 14

31.   L’analisi. La cabina c’è, la regia no  14

32.   Dizionario delle riforme  15

33.   La sfida della crescita. Guadagnare (tutti) di più si può  15

34.   Territorio e modello federale. Il Partito Democratico ritrovi le sue radici 16

35.   Lettera del PD di Parigi al Segretario e alla Presidente del Partito Democratico  16

36.   Tra gli indiani dell'agro pontino: «Come schiavi, per due euro»  16

37.   A Milano la Conferenza organizzativa e programmatica delle Acli 17

38.   Così il MAE calcola l’adeguamento della retribuzione del personale all’estero  17

39.   Presentato a Basilea il progetto “Sole e Pepe: Formazione e innovazione per il turismo”  18

40.   Giornata Internazionale, mondiale, dei ROM. Chi se ne è accorto? Una diversità che ancora fa paura  18

41.   E’ uscito “Bellunesi nel Mondo” di aprile. L’ABM ringrazia l’assessore regionale Oscar De Bona  18

42.   Anche i consiglieri Cgie celebrano il 25 Aprile. Castellengo chiede di spostare la riunione delle Commissioni 18

43.   Senato. Interrogazione di Vincenzo Vita (Pd) per ripristinare le tariffe postali agevolate all’editoria  19

44.   “Una lingua per amica”. Torna la Settimana dedicata alla Lingua e alla Cultura Italiana nel mondo  19

45.   Puglia. Sviluppo, lavoro, pugliesi nel mondo: atti in tempo reale su www.sistema.puglia.it 19

 

 

1.       Italien ist das Partnerland auf der Hannover Messe 2010 (19.-23.04) 19

2.       Atomunion zwischen Rom und Paris  20

3.       Geringfügige Beschäftigung begründet Arbeitnehmereigenschaft und ist Schutz vor Abschiebung  20

4.       Wie Integration gelingen kann. Keine Angst vorm Türkischsprechen  20

5.       Innere Sicherheit. Polizei warnt vor Chaos in Migrantenvierteln  21

6.       Flandern. Geraubte Heimat 22

7.       Australien verschärft Flüchtlingspolitik. Down Under lehnt Asylsuchende ab  22

8.       "Rassisten sind eine Gefahr, nicht Muslime!" Gemeinsame Erklärung von 23 prominenten Persönlichkeiten  23

9.       Leitartikel zur Eurokrise. Unter der Zinsknute  23

10.   EU-Ratspräsident Van Rompuy. Anlaufstelle für Merkel und Sarkozy  24

11.   Polen. Präsident Kaczynski stirbt bei Absturz  24

12.   Flugzeugabsturz bei Katyn. Die doppelte Tragödie. Ein zutiefst erschüttertes Land  25

13.   Walesa: "Erneut ist Polens Elite ums Leben gekommen"  25

14.   Großes Interesse an Europa. Junge Europäische Föderalisten (JEF) tagen in Berlin  27

15.   Zehn Jahre CDU-Parteivorsitzende. Angela Merkels Kraft der Argumente  27

16.   Zehn Jahre CDU-Vorsitz Angela Merkel. Lernmaschine Merkel 28

17.   Merkel trauert um gefallene Soldaten. ''Deutschland verneigt sich'' 29

18.   Gastbeitrag- Blinde Flecken in der Missbrauchs-Debatte  29

19.   Alarmierende Studie. Alten und Kinderlosen sind junge Familien egal 30

20.   Trauer um Präsidenten. Polen in Berlin: Bestürzt, fassungslos, schockiert 30

21.   "Muslimisch, Weiblich, Deutsch!". Mit dem Herzen und dem Verstand  31

22.   Deutschland: Roma dramatisch ausgegrenzt 31

23.   Berlin. Die Ausstellung „Girls,Girls,Girls“ „GGG“ mit italienischen Künstler 32

24.   Eugen von Savoyn. Der Multikulti-Prinz  32

 

 

 

 

Migranti, le linee guida della Ue. "Salvaguardare il diritto d'asilo"

 

Approvate il 25 marzo scorso dal Parlamento europeo, sono centrate sui pattugliamenti - Per la politica italiana la commissaria Malmström ha parlato di "errori" da non ripetere - di VITTORIO LONGHI

 

L'Europa conferma la politica dei pattugliamenti in mare ma assicura il rispetto dei richiedenti asilo. Il 25 marzo il Parlamento europeo ha approvato le linee guida "sulla ricerca, il soccorso e lo sbarco degli immigrati in pericolo in mare" con il potenziamento di Frontex, l'agenzia di controllo delle coste mediterranee. La commissaria agli Affari interni, la svedese liberale Cecilia Malmström, vuole dotare Frontex di maggiori strumenti e autonomia, mentre gli Stati membri dovranno mettere a disposizione più attrezzature e mezzi. Il budget dell'agenzia è passato dai 6,2 milioni del 2005 agli oltre 83 del 2009. L'obiettivo è quello di pattugliare in modo sempre più accurato le coste e "riaccompagnare" i migranti intercettati fino al porto di partenza o, se le condizioni non lo permettono, di consegnarli al porto europeo che ospita la missione Frontex. Il governo maltese da tempo protesta contro questa regola d'ingaggio perché l'onere finora è spesso ricaduto su La Valletta. In ogni caso, la Commissione tiene ad assicurare il rispetto dei diritti fondamentali delle categorie vulnerabili, come minori e donne in gravidanza, e dei richiedenti asilo, per i quali dovrebbe valere il principio del non-respingimento. Riguardo all'Italia e ai potenziali rifugiati respinti nei mesi scorsi, la commissaria ha parlato di "errori" che non dovranno più essere commessi.

 

Verso un sistema di asilo europeo - L'approvazione di questa politica, comunque basata sulla ulteriore sorveglianza dei confini, è arrivata nel momento in cui gli europarlamentari stavano discutendo della creazione di un sistema comune di asilo. L'idea, almeno sulla carta, è quella di aumentare in Europa il numero dei reinsediamenti volontari dei rifugiati, che ora nel mondo sono ospitati prevalentemente  -   l'80 per cento  -  dai Paesi in via di sviluppo. Inoltre, si cerca di avviare un processo di condivisione della responsabilità intra-europeo, nel pieno rispetto della Convenzione di Ginevra sul diritto d'asilo. La predisposizione di un sistema comune eviterebbe, ad esempio, che le misure di contrasto dei flussi migratori messe in atto dai singoli Paesi ricadano poi su altri, come avviene tra Italia, Malta e Grecia. Secondo questa visione, l'asilo e la protezione dovrebbero essere percepiti dagli europei come "beni pubblici internazionali", di cui tutti i Paesi dell'Unione beneficierebbero, in termini di maggiore sicurezza e di stabilità. Alle buone intenzioni il Parlamento dovrà far seguire però un sistema chiaro di standard comuni per le condizioni di accoglienza.

 

La partnership Italia-Malta-Libia - Nei progetti europei di gestione dei flussi migratori è prevista anche una maggiore collaborazione con i Paesi d'origine e di transito. Ma non è chiaro se ci si riferisca a quella dell'Italia con la Libia. Durante l'ultima visita del presidente della Camera al ministro degli esteri maltese Borg, Fini ha epresso grande apprezzamento per quella che ha chiamato la "partnership Italia-Malta-Libia", grazie alla quale negli ultimi mesi si è fortemente ridimensionato il numero degli sbarchi sulle coste italiane e maltesi. Ciò che Fini non ha detto è che cosa succede ai migranti quando sono respinti. Secondo le testimonianze raccolte dalla Ong Jesuit Refugee Services, chi è riuscito ad arrivare a Malta dopo il respigimento, deuncia casi di violenza, di razzismo e maltrattamenti subìti nei centri di detenzione libici. Ancora più grave è quanto denuncia Human Rights Watch. Le autorità libiche darebbero libero accesso ai funzionari del governo eritreo nei centri di detenzione per controllare chi è scappato dal loro Paese. Una evidente violazione del diritto di asilo, dato che buona parte dei respinti in Libia  -  è noto  -  è costituita da eritrei in fuga dalla persecuzione del regime. LR 9

 

 

 

L'Italia ricorre contro l’eliminazione della lingua italiana dai nuovi concorsi dell'UE

 

L'Italia presenterà ricorso contro “l'inaccettabile discriminazione” della lingua italiana dai nuovi concorsi dell'Unione europea. Ad annunciarlo è il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, dopo la pubblicazione del nuovo bando di concorso dell'Ufficio di selezione del persone della Ue (Epso), il primo nel nuovo formato che dovrebbe selezionare in tempi rapidi i futuri funzionari europei. “Le modalità con cui si svolgeranno i nuovi concorsi dell'Unione Europea sono inaccettabili”, denuncia Ronchi. “L'Italia, aggiunge, non può assistere passivamente all'affermazione di un trilinguismo di fatto e per questo il governo italiano è intenzionato a presentare ricorso. Non è così che si costruisce l'Europa”. “I nuovi concorsi EPSO, spiega Ronchi, pur introducendo novità importanti per la selezione del personale delle istituzioni europee, come la minore durata dei concorsi, continuano a presentare una inammissibile discriminazione linguistica sia come prove di concorso che nella stessa compilazione della domanda (solo in Francese, Inglese e Tedesco). Il concorso recentemente pubblicato per amministratori ci risulta che preveda prove di pre-selezione da svolgere solo in una delle tre lingue privilegiate: inglese, francese o tedesco. Superato questo test, il bando richiede la conoscenza approfondita di una delle lingue ufficiali dell'Unione e la conoscenza soddisfacente di una seconda lingua da scegliere sempre tra francese, inglese o tedesco. Una penalizzazione nei confronti della lingua italiana che deve terminare”. “Il danno per l'italiano, continua Ronchi, come per le altre lingue escluse è chiaro: d'ora in poi chi vorrà lavorare nell'UE sa che dovrà studiare una delle tre lingue privilegiate. In questo modo, saranno penalizzati tutti gli altri idiomi compreso il nostro. Con il forte rischio che i posti vengano comunque assegnati sempre più a francofoni, germanofoni o anglofobi”. Grtv

 

 

 

 

Flusso crescente di migranti provenienti da Africa e Asia

 

“Ogni anno sono sempre di più i migranti che raggiungono l’America Latina dall’Africa e dall’Asia, un fenomeno “nuovo e crescente”, secondo i risultati preliminari di uno studio diffuso a Washington dall’Organizzazione degli stati americani (Oea/Oas). Pur non offrendo numeri, il documento segnala che in base alle informazioni ricevute dai governi dei singoli paesi i ‘nuovi’ immigrati provengono per lo più da Eritrea, Etiopia, Nigeria, Somalia, Cina, Bangladesh e Nepal. La commissione speciale per le questioni migratorie dell’Oea/Oas ammette le difficoltà di reperire cifre reali su questi nuovi flussi, considerati comunque in continuo aumento. A loro spese si rafforzano tuttavia anche le organizzazioni dedite al traffico internazionale di persone. “Dobbiamo analizzare questi flussi da una prospettiva integrale, tenendo conto del diritto internazionale e con l’obiettivo di promuovere la cooperazione al livello mondiale” ha detto Araceli Azuaera, coordinatrice del Programma di migrazione e sviluppo (Mide) del dipartimento per lo sviluppo sociale e il lavoro dell’organismo panamericano. Risulta, tra l’altro, che raramente i pochi immigrati africani a cui è stato concesso lo status di rifugiato restano nel paese d’accoglienza: il permesso, secondo lo studio, viene perso o ceduto ai trafficanti di esseri umani; per una grande maggioranza di questi immigrati l’obiettivo finale è raggiungere gli Stati Uniti o il Canada. Nonostante la scarsa preparazione nell’affrontare il nuovo fenomeno, i paesi d’accoglienza latinoamericani hanno cominciato a rispondere con rapidità con programmi di cooperazione internazionale e riforme delle politiche migratorie.“ Misna 9

 

 

 

 

Vaticano: "L'accordo Italia-Libia sta violando i diritti umani"

 

Mons.Marchetto punta l'indice contro il trattamento riservato ai migranti

"Non si può espellere chi nel suo paese rischia la morte e la tortura"

 

CITTA' DEL VATICANO - La Santa Sede si pronuncia contro l'accordo siglato tra l'Italia e la Libia per il respingimento degli immigrati. "Nessuno può essere trasferito, espulso o estradato verso uno Stato - ha detto l'arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti - in cui esiste il serio pericolo che la persona sarà condannata a morte, torturata o sottoposta ad altre forme di punizione o trattamento degradante o disumano".

 

Persone vulnerabili. Nell'intervento previsto domani alla seconda conferenza europea sul tema "I diritti umani nella formazione dell'avvocato europeo", a Roma, l'arcivescovo Marchetto si riferisce a un rapporto dello Human Rights Watch che, nel settembre scorso, denunciava che le guardie costiere italiane avevano intercettato migranti e richiedenti asilo africani che navigavano nel Mediterraneo e - come previsto dall'accordo bilaterale stipulato con Tripoli - li avevano respinti forzatamente in Libia. Un patto "stipulato dall'Italia senza valutare la possibilità che vi fossero fra di loro rifugiati o persone in qualche modo vulnerabili". Monsignor Marchetto evidenzia che in Libia "esistono centri di detenzione e di rimpatrio dove le condizioni variano da accettabili a disumane e degradanti".

 

Il diritto di emigrare. L'arcivescovo rileva una tendenza, tra i Paesi europei, che è quella "di delocalizzare i controlli delle frontiere, incoraggiando i loro partner delle coste meridionali del Mare nostro, Mare dei diritti, ad effettuare controlli più rigidi sui migranti, ma dando loro la possibilità di chiedervi asilo. Ci sono però serie questioni umanitarie - ha aggiunto - connesse a tale tendenza, anche per la situazione concreta di vari Paesi". Ad esempio "le intercettazioni e i decentramenti operati dalle 'autorità' europee in molti casi rende impossibile a migliaia di persone di raggiungere la costa nord del Mediterraneo, o persino di lasciare il loro Paese di origine o di transito". Monsignor Marchetto ricorda che "il diritto a emigrare è incluso nella Dichiarazione universale dei Diritti umani del 1948" e non c'è nemmeno bisogno di "ricorrere alla dottrina sociale della Chiesa, che pure è esplicita in materia".

 

In fuga da persecuzioni. "Il paradosso - dichiara - è che molti Paesi europei riconoscono come rifugiati persone che sono arrivati nel loro territorio per via non marittima, ma provenienti dagli stessi Paesi da cui giungono i migranti intercettati e respinti nel mare nostro, nel mare dei diritti". L'arcivescovo conferma la sua posizione "di condanna a chi non osserva il principio di non refoulement, che sta alla base del trattamento da farsi a quanti fuggono da persecuzione".

 

I profughi del Corno d'Africa. "Sentir parlare di uomini diretti in Italia che vengono rispediti nelle prigioni libiche non può lasciare tranquilla la coscienza di un governo che si dice civile e democratico". Lo ha detto il presidente del Centro Astalli, padre Giovanni La Manna, commentando il rapporto annuale sull'attività dell'associazione dei Gesuiti che offre aiuto ai rifugiati. Secondo padre La Manna, da un lato "il governo dice di voler tutelare i diritti dei rifugiati"; dall'altro, "con i respingimenti nega loro ogni diritto". Inoltre, ha aggiunto, "ora non ci sporchiamo neanche più le mani" perché lo facciamo fare ai libici. L'accordo con la Libia del maggio scorso - ha sorttolineato il religioso - ha fatto diminuire gli sbarchi di persone provenienti dal Corno d'Africa, "la parte più debole", ma questo non impedisce di arrivare nel nostro Paese in altro modo: "Abbiamo sentito racconti di senagalesi che sbarcano al porto di Napoli, arrivano dal porto di Patrasso via terra, o con passaporti falsi in Romania".

 

Leoluca Orlando.  "Silvio Berlusconi bacia le mani a chi viola i diritti umani. I suoi ossequiosi inchini al leader libico Gheddafi, in onore a interessi economici di alcuni suoi amici, fanno ribrezzo e scandalizzano, non da ora, anche le istituzioni ecclesiastiche, sistematicamente invocate per ragioni di bottega e sistematicamente ignorate per quanto guarda i diritti umani". Lo ha affermato il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando, a commento delle dichiarazioni di monsignor Agostino Marchetto. LR 9

 

 

 

 

 

La Merkel e la crisi della Grecia. La scelta tedesca: egoisti e isolati

 

Un anno fa, due decisioni hanno mutato la posizione della Germania verso l’Europa. Il parlamento ha inserito nella Costituzione tedesca una clausola che obbliga (dal 2016) il governo federale al pareggio di bilancio e una sentenza della Corte Costituzionale ha sancito che la politica fiscale è materia degli stati nazionali e non può essere soggetta a un coordinamento europeo.

Forte di queste decisioni il presidente della Bundesbank, Axel Weber, ha assunto una posizione molto dura nei confronti della crisi greca: è contrario non solo a un intervento coordinato europeo (che a questo punto giudica incostituzionale), ma anche ad aiuti del Fondo monetario internazionale, che egli accusa di non essere sufficientemente severo con Atene. Insomma è favorevole a consentire che la crisi di Atene arrivi al suo epilogo naturale: il default, cioè l’impossibilità di fare fronte ai debiti, e, forse, l’uscita dall’euro.

Il 9 maggio si vota nella Renania settentrionale-Vestfalia, 18 milioni di abitanti, il più popoloso stato tedesco, dove si produce quasi un quarto del reddito della Germania. Dopo le elezioni dello scorso settembre è il primo test elettorale per il governo di Angela Merkel e dei liberali di Guido Westerwelle. La Grecia è al centro della campagna elettorale e la dura posizione della Bundesbank ha obbligato il cancelliere tedesco, prima favorevole a un intervento europeo, a cambiare parere. La Germania si appresta a porre il veto alla richiesta italiana e francese di azioni europee a favore di Atene. Li accetterebbe solo se fossero a condizioni di mercato e quindi a questo punto inutili. E un eventuale intervento del Fmi deve ottenere l’approvazione dei suoi azionisti perché il finanziamento di cui Atene ha bisogno eccede la quota greca nel Fondo. Gli europei potrebbero quindi dividersi nel consiglio di amministrazione del Fmi, cosa finora (credo) mai accaduta. E per essere chiara fino in fondo, Berlino fa sapere che della successione a Jean-Claude Trichet alla presidenza della Banca centrale europea non si discuterà più: quella d’ora in poi sarà una posizione tedesca.

Ma tutto questo è davvero nell’interesse della Germania? Da dieci anni i deficit di Grecia, Spagna e Portogallo sono finanziati per lo più dalla Germania. La quota di questi tre Paesi sul totale degli investimenti esteri tedeschi è cresciuta dall’8 al 14% (al confronto gli investimenti tedeschi negli Usa sono solo l’8% del totale). Diversamente dalla Cina, la Germania rifiuta di far crescere i propri consumi interni e di sostituirsi agli Usa come nuovo motore della domanda nel mondo. Difende la propria scelta di risparmiare e investire all’estero pensando al proprio futuro. Ma la saggezza di quegli investimenti oggi appare discutibile.

Molti in Germania si sono pentiti di aver aderito all’unione monetaria. Forse è troppo tardi. L’iniziale intuizione di Angela Merkel pare più coerente con gli interessi tedeschi dell’inflessibilità di Axel Weber. Saggezza suggerirebbe di attendere l’esito delle elezioni del 9 maggio. Purtroppo il default di Atene potrebbe arrivare prima.

Francesco Gavazzi CdS 11

 

 

 

 

Naso rifatto e sbiancamento della pelle. La scorciatoia per l'integrazione

 

Cresce il numero degli immigrati che si sottopongo a interventi di chirurgia estetica

Pratiche che però, come l'uso di creme agli idrochinoni, possono essere pericolose

di MICHELE BOCCI E VLADIMIRO POLCHI

 

ROMA - Delia si è fatta diminuire la larghezza delle narici e ridurre lo spessore della punta. Per operarsi al naso, ha dovuto indebitarsi con una finanziaria. Delia è dominicana, fa le pulizie e vive a Bergamo. L'intervento di rinoplastica le è servito per "sembrare bella come un'italiana".

 

La via più facile all'integrazione? Semplice: rifarsi il naso. Anche in Italia, come già avviene negli Usa, crescono le richieste degli immigrati che vogliono adeguarsi ai canoni estetici occidentali: lo chiamano "naso etnico". La rinoplastica è infatti l'intervento più richiesto dalle comunità straniere, perché ridurrebbe gli elementi somatici considerati difformi dalle società "ospitanti". Non solo. Altre strade vengono percorse per assomigliare agli europei: sugli scaffali di molti negozi etnici delle maggiori città italiane si trovano, in mezzo ai cosmetici, pomate sbiancanti. Si tratta spesso di prodotti pericolosi e vietati.

 

"Nel 2008, negli Stati Uniti si è registrato un calo generale del 9% degli interventi di chirurgia estetica, ma le operazioni sono cresciute del 12% tra le minoranze etniche (asiatici, afroamericani, ispanici) - spiega Enrico Robotti, direttore dell'unità operativa di chirurgia plastica degli Ospedali Riuniti di Bergamo  -  per l'Italia non ci sono ancora statistiche ufficiali, ma la tendenza è confermata, così come è emerso anche dal Second Bergamo Biennial Open Rhinoplasty Course". Insomma il "fenomeno della chirurgia tra gli immigrati è in costante crescita, nonostante sia a pagamento, visto che questi interventi non sono certo coperti dal Servizio sanitario nazionale". Robotti ricorda il caso di Delia e non solo: "Un ragazzo ecuadoregno mi ha detto di non voler più assomigliare a un "maya" e per questo mi ha chiesto una punta del naso più europea, insieme a una gobba meno accentuata".

 

"Questa tendenza è emblematica del desiderio di uscire dai confini della minoranza d'appartenenza - sostiene Aly Baba Faye, sociologo d'origine senegalese  -  in tal modo, infatti, i gruppi subalterni cercano di corrispondere ai canoni di bellezza dei gruppi dominanti, operando purtroppo un taglio netto nei confronti dell'identità originaria. Negli Usa, la tendenza si è consolidata fino al punto di chiedere il cambio anagrafico del nome "etnico"".

 

Cercare la somiglianza con i gruppi dominanti può essere anche pericoloso. Sugli scaffali di molti "Africa market" delle nostre città non è difficile trovare creme a base di idrochinoni. "Servono a sbiancare la pelle, ma sono pericolosissime  -  avverte il presidente della Società italiana di dermatologia, Torello Lotti  -  e infatti l'Emea, l'autorità europea per i farmaci, ha bandito tutti i prodotti che hanno almeno il 2% di concentrazione di idrochinone. Chi se li spalma rischia gravi danni, anche tumori". Talvolta questi prodotti vengono usati anche dagli italiani che voglio cancellare macchie della pelle, ma finiscono soprattutto addosso a persone di colore. "Curiamo molti immigrati che hanno tentato di schiarirsi - conferma Lotti - con l'uso di idrochinone gli viene fuori una pelle che definiamo "confetti-like": certe aree sono depigmentate e altre iperpigmentate". Di recente i Nas hanno proceduto a sequestri di prodotti a base di idrochinone a Roma, Torino, Firenze e Parma.

 

Un altro pericolo, questa volta legato alla chirurgia, arriva dalle strutture clandestine. "Ovviamente è impossibile sapere con precisione quanti posti di quel tipo ci sono nel nostro Paese - spiega Francesco D'Andrea, segretario nazionale della Società di chirurgia plastica - fanno spendere meno ma espongono a grandi rischi". Secondo il medico in Italia non siamo ancora ai livelli degli Usa in fatto di interventi su minoranze etniche. "Credo che un fenomeno così accentuato lo vedremo tra qualche anno, con le seconde e terze generazioni di immigrati. Oggi mi sembra ci siano molti immigrati che tornano nei loro Paesi di origine, dove fanno interventi di chirurgia plastica "low cost" per poi rientrare in Italia".  LR 11

 

 

 

 

Il segretario generale del Cgie Elio Carozza fa il punto sulla riunione del comitato di presidenza

 

“I capitoli di spesa per i connazionali nel mondo sono ormai ad un livello di allarme al di sotto del quale rischiano di divenire inutili. Non accettabile un altro rinvio delle elezioni dei Comites e del Cgie”

 

  ROMA –Il segretario generale del Cgie Elio Carozza, al termine della riunione del comitato di presidenza svoltasi alla Farnesina il 26 e 27 marzo, ci ha illustrato i punti salienti della due giorni di lavoro. “Le politiche per gli italiani all’estero – ha esordito Carozza - stanno attraversando un periodo abbastanza complesso e delicato. In due anni tutti i finanziamenti e contributi sui capitoli di spesa per i connazionali nel mondo, che già erano ridotti all’osso, sono infatti stati decurtati del 50 per cento.  Siamo ad un livello di allarme al di sotto del quale si rischia, lo diremo alla  prossima plenaria del Cgie, di far divenire inutili e di sprecare tali finanziamenti”. A tal proposito Carozza ha ricordato come i tagli delle risorse pubbliche abbiano di fatto portato alla riduzione della durata e degli orari dei corsi di lingua e cultura italiana all’estero, riducendo al minimo l’attività didattica.

   Dal segretario generale sono stati segnalati anche passi indietro, rispetto a quello che era stato conquistato, per quanto riguarda gli interventi di assistenza in favore dei nostri connazionali all’estero indigenti, presenti soprattutto in America Latina. Sull’assistenza indiretta Carozza ha invece precisato come il comitato di presidenza abbia avviato una riflessione sull’opportunità di evitare la polverizzazione delle già scarse risorse con finanziamenti a pioggia - oggi ad esempio vi sono alcuni enti che ricevono solo 400 0 600 euro - concentrando lo sforzo finanziario dell’Italia sui paesi dove i bisogni sono maggiori. Su questo punto Carozza ha inoltre avuto parole di

apprezzamento per il lavoro svolto dalla direzione generale del Mae per gli Italiani all’estero e le Politiche migratorie che in piena trasparenza ha fornito al Comitato di presidenza dati dettagliati sui contributi per l’assistenza diretta ed indiretta. 

  Carozza ha poi dato pieno sostegno alla stampa italiana all’estero, che recentemente ha subito la decurtazione al 50 per cento dei contributi previsti dalla legge sull’editoria, ed ha annunciato che l’argomento sarà trattato nel corso della prossima plenaria del Cgie. Nella medesima assemblea, che si svolgerà a fine aprile, si parlerà anche della elezioni e della riforma dei Comites e del Cgie e dell’esercizio del voto all’estero.

  “Io credo – ha spiegato Carozza – che in questi giorni si sia parlato del voto all’estero, da parte di alcune delle più alte autorità del nostro paese e della stampa italiana, senza conoscere a fondo i problemi. A seguito della vicenda Di Girolamo sono venute fuori considerazioni poco eleganti rispetto agli italiani all’estero, ma io voglio ricordare che i nostri connazionali nel mondo sono onesti quanto quelli che risiedono in Italia. Il nostro è un paese civile, democratico e moderno e non può rimettere in discussione tutto il diritto di voto perché vi è stato qualche abuso. Vanno invece perfezionate le modalità di controllo del territorio e di esercizio del suffragio nel mondo. In ogni caso – ha proseguito Carozza – io credo che, oltre ai tagli delle risorse per le politiche degli italiani all’estero, alle critiche alla rappresentanza intermedia (Comites, Cgie, associazioni) e alla riduzione dei fondi per la stampa specializzata, il vero attacco frontale sia contro la presenza in Parlamento degli eletti della circoscrizione Estero. Per sostenere con forza il voto all’estero chiederemo dunque che durante la prossima assemblea plenaria si svolgano incontri con i rappresentanti istituzionali affinché venga fatta chiarezza su questo punto.. Bisogna che questo paese dica chiaramente se vuole un rappresentanza degli italiani all’estero o no”.

  Il segretario generale si poi soffermato sul rinnovo e sulla riforma degli organi di rappresentanza degli italiani nel mondo sottolineando la necessità di andare al voto in tempi brevi per il rinnovo dei Comites e del Cgie. “Siamo a fine marzo – ha spiegato Carozza - e la legge di riforma degli organi di rappresentanza, contrariamente a quanto promesso dal Governo, è ancora in discussione al Senato. Visti i tempi dell’iter parlamentare del provvedimento vi è dunque il rischio che il Governo rinvii ulteriormente le elezioni dei Comites e del Cgie, un’ipotesi che non possiamo accettare. Per questo motivo scriverò al sottosegretario Mantica per chiedergli di esprimersi chiaramente nell’assemblea del Cgie di aprile sullo svolgimento delle elezioni entro quest’anno, oppure su un’ulteriore rinvio. Perché se le consultazioni avverranno nel 2010 sarà necessario indire le elezioni entro fine maggio o nei primi giorni di giugno , onde avere il tempo necessario per consentire anche il rinnovo del Consiglio Generale. Se invece la risposta sarà quella di un altro rinvio, allora decideremo quali iniziative prendere come Cgie, insieme ai Comites e alle associazioni, per far comprendere l’inaccettabilità di tale decisione, in quanto noi non siamo cittadini di seconda categoria e le regole vanno rispettate”.

  Dopo aver ribadito la contrarietà del Consiglio Generale all’attuale proposta di riforma dei Comites e del Cgie, un testo che andrebbe discusso con calma insieme al mondo della rappresentanza, Carozza ha ricordato che il prossimo 30 aprile si svolgerà in Senato, a latere dei lavori della plenaria, il secondo incontro, dopo quello di Parigi, con i rappresentanti dei Consigli Generali e di altri organismi omologhi degli Stati membri dell’Unione Europea. L’evento sarà finalizzato a promuovere la creazione di un organismo di rappresentanza consultivo, presso la Commissione europea,  che si faccia portavoce delle esigenze e dei bisogni dei cittadini dell’Unione che vivono sia in uno Stato membro diverso da quello di origine (oggi in tutto circa 20 milioni di persone) sia al di fuori dei confini dell’Ue. In pratica si cercherà di istituire una specie di Cgie di livello europeo. “Questo sarà il punto centrale del documento politico – ha precisato Carozza - che verrà  discusso il 30 aprile e in cui chiederemo anche di svolgere il prossimo incontro entro quest’anno presso il Parlamento europeo. Noi come Cgie  – ha aggiunto il segretario generale – crediamo inoltre nella necessità d’inserire l’insegnamento dei valori fondanti dell’Europa nei programmi scolastici di ogni livello, dalla scuola elementare all’università”.

  Carozza ha inoltre annunciato l’invio, da parte del Cgie, di una lettera a Carlo Azeglio Ciampi, quale presidente del Comitato organizzatore degli eventi per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Nella lettera si chiederà di festeggiare all’estero questo anniversario, nella data del 17 marzo, nei vari paesi di residenza con il contributo delle comunità, dei Comites, del Cgie, delle associazioni e della rete diplomatica e consolare. Saaranno anche richieste le modalità di partecipazione ad un degli eventi previsti in Italia di un delegazione di giovani connazionali residenti all’estero, scelti fra quelli che hanno preso parte alla prima Conferenza mondiale dei giovani.

  Per quanto riguarda infine il programma di riorganizzazione della rete consolare Carozza ha rilevato come a tutt’oggi le pressioni esercitate, anche tramite i canali parlamentari, per l’apertura di un tavolo di confronto con il Governo non abbiano dato alcun esito. “Dopo la forte protesta dei cittadini italiani all’estero ma anche delle autorità straniere di alcuni paesi - ha precisato il segretario generale -  il governo ci dice oggi che potrebbe lasciare aperti in alcune realtà, pur mantenendo la prevista chiusura degli uffici, degli sportelli consolari. Per saperne di più abbiamo chiesto chiarimenti sulle caratteristiche e sulle mansioni di tali sportelli. Vedremo in occasione dell’Assemblea plenaria le risposte del Governo”. (Goffredo Morgia – Inform)

 

 

 

 

Vertice italo-tedesco domenica 18 aprile ad Hannover

 

Si terranno il prossimo 18 aprile ad Hannover le 28/e consultazioni di governo'' italo-tedesche. Al centro del vertice bilaterale "temi di politica europea e internazionali". Lo segnala un comunicato dell'esecutivo tedesco diffuso a Berlino. Le delegazioni, che si incontreranno negli ''Herrenhaeuser Gaerten'' della citta' settentrionale tedesca, sono guidate dal cancelliere Angela Merkel e dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi, conferma la nota. Oltre ai ministri degli Esteri parteciperanno alle consultazioni anche i titolari dei dicasteri dell'Economia e quelli dei Trasporti dei due paesi. Merkel, informa inoltre la nota, accogliera' Berlusconi con onori militari alle 15.30. Per le 17 circa e' previsto un ''incontro con la stampa'' da parte dei due capi di governo. Grtv

 

 

 

Francoforte. 3ª edizione del Festival della Poesia Europea il 6-8 maggio 2010

 

Buona idea, quella di progettare un “Festival della Poesia Europea” a Francoforte, città di Goethe, dalla vocazione interculturale. Da giovedì 6 a sabato 8 maggio accoglierà la terza edizione del Festival, che coinvolge poeti noti e pluripremiati, quali il tedesco Kurt Drawert, l’italiano Paolo Ruffilli, il greco Haris Vlavianos e lo sloveno Brane Mozetic.

     Ora ci si incontra nei caffè, nelle librerie o nel parco sotto l’albero di Goethe, fra gli “amici del Festival”, per la fase preparatoria. Si indicano i temi delle serate, tra cui “Il ruolo del poeta e del suo linguaggio nella società dalle nuove tecnologie di comunicazione”, o si parla di “poesia nel cinema”, come nel film “Il cerchio perfetto” (1997) di Ademir kenovic. Un film toccante e suggestivo, che, difendendo le ragioni della poesia, racconta, con una sorta di realismo che riesce a essere quasi magico, del rapporto tra il poeta Hamfa e due ragazzi sullo sfondo di una Sarajevo bombardata. «Grazie alla poesia – dice il regista – molti di noi hanno trovato il modo di sopravvivere a una realtà disumana». Dunque, la poesia come testimonianza su come si possa vivere e sperare. Oppure ancora si parla di “poesia come viaggio”; viaggio nella polis greca, perché è lì che nasce la lirica, ma si tratta, in realtà, di un viaggio nei versi dei poeti contemporanei. È proprio la poesia, infatti, che ci induce alla bellezza, ci arricchisce col suo linguaggio, facendoci uscire dall’opacità e dalla piattezza del parlare quotidiano. Così queste riunioni pomeridiane o sere di incontri sono preludio al Festival.

     Ci si mette sulle tracce dell’iter poetico di Martina Weber, poeta francofortese, che il 6 maggio aprirà il primo incontro dei “Caffè col Poeta”. O si leggono versi di Paolo Ruffilli insieme alla dott.ssa Anna Maria Arrighetti dell’Università di Mainz nell’antico Café Hauptwache. E ancora cenando al “Dichtung und Wahrheit”, accanto alla casa-museo di Goethe, rendendo così tangibile l’idea di un “convivio” con i poeti. E con Hartmut Barth Engelbart il ricordo della prima volta del Festival: 24 maggio 2008. C’erano – e chi li dimentica? –, oltre a lui, Daniela Crasnaru, Titos Patrikios, Mario Trufelli, Carmelo Vera Saura. Poeti che aderirono con generosità e slancio incondizionato “in nome della Poesia”.

     La scommessa non era facile da vincere per l’ideatrice del Festival, Marcella Continanza, che ne ha assunto anche la direzione artistica, e per l’Associazione Donne e Poesia “Isabella Morra”, che lo promuove insieme al giornale “Clic Donne 2000” con il patrocinio del Comune di Francoforte. Ma, dietro al successo del Festival, che in poco tempo ha raggiunto notorietà e prestigio tanto da essere definito “il maggio poetico francofortese”, si celano passione, tenacia e lavoro del team organizzativo, un team tutto al femminile, il cui motto è “unione e continuità”; parole che non vanno molto di moda, ma che salgono alla ribalta con loro: Grazia Sperone, Valentina Smith, Rosa Spitaleri, Maria Venera F. Russo e Gerdi Tschimmel, coordinate da Daria Leuzzi. Alessandra Dagostini, de.it.press

 

 

 

25 aprile, la Festa della Liberazione a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera. Anche quest'anno il Consolato Generale d'Italia ed il Comites

celebrano congiuntamente la Festa della Liberazione. La tradizionale cerimonia commemorativa si terrà domenica 25 aprile, alle ore 16.30 ca. presso l'ex Campo di Concentramento di Flossenbürg (Oberpfalz).

 

La ricorrenza verrà celebrata, con la deposizione di corone di fiori, presso il monumento votivo che nella "Valle della Morte", adiacente all'Appellplatz, ricorda gli oltre 3000 nostri connazionali che furono internati nel campo.

 

La celebrazione avrà luogo subito dopo la celebrazione ufficiale del 65° anniversario della liberazione del Campo, cui interverranno Horst Seehofer, Ministro Presidente della Baviera, Charlotte Knobloch, Presidente del Consiglio Centrale delle Comunità Israelite tedesche, Romani Rose, Presidente del Consiglio Centrale dei Rom e dei Sinti in Germania, nonché Leon Weintraub, in rappresentanza degli ex-internati

nel Campo.

 

I connazionali sono invitati a partecipare numerosi alla cerimonia in occasione della Festa della Liberazione che intende ricordare e celebrare un momento storico di alto significato.

 

Il Consolato Generale d'Italia ed il Comites parteciperanno poi domenica 2 maggio, alle ore 10.30 presso l'ex Campo di Concentramento di Dachau alla solenne celebrazione ufficiale in occasione del 65° anniversario della liberazione del Campo, alla presenza del Presidente Federale tedesco, Horst Köhler.

 

In considerazione delle aggiuntive misure di sicurezza legate alla presenza del Capo dello Stato tedesco, i connazionali interessati a presenziare sono pregati di fornire via fax (089-477999) o per email (segreteria.monacobaviera@esteri.it) i propri nominativi alla Segreteria del Consolato Generale d'Italia entro il 18 aprile,

ai fini della loro successiva comunicazione agli organizzatori della celebrazione.

Adriano Chiodi Cianfarani, Console Generale

Claudio Cumani, presidente del Comites (de.it.press)

 

 

 

 

Le attività 2010 dell’Associazione Emilia Romagna di Stoccarda

 

Stoccarda – Le attività 2010 dell’Associazione Emilia-Romagna a Stoccarda (Germania) inizieranno il 30 aprile alle ore 20 con il concerto del Coro Farnesiano di Piacenza presso la cattedrale di Sankt Eberhard  di Stoccarda, con replica il 1° maggio 2010, sempre alle ore 20, presso la Christuskirche di Reutlingen. Saranno eseguite composizioni di Monteverdi, Palestrina, Scarlatti, Brahms, Zelenka, Fauré.

  Dal 1° al 5 ottobre l’associazione organizzerà per i soci un viaggio di cinque giorni alla scoperta di Parma, Piacenza e dei luoghi verdiani. Ancora in autunno, ma in data da stabilire, è prevista la proiezione, tra giovedì e sabato, di tre film di registi emiliano-romagnoli, tra cui sicuramente Pupi Avati e Marco Bellocchio. Una delle tre sere vedrà come ospite Gideon Bachmann, che è stato amico personale di Federico Fellini e ha girato il film "Ciao Federico" sul grande regista. L’evento sarà ospitato nella saletta d´essai della Filmgalerie 451 di Stoccarda. Infine, il 22 ottobre (data da confermare) all´Akademie für gesprochenes Wort di Stoccarda si svolgerà la manifestazione "Dialetti in duello", dove il dialetto bolognese si cimenterà con il dialetto svevo in uno "scontro fra titani". L’evento ha luogo all’interno della X Settimana della Lingua Italiana, in collaborazione con l´Istituto Italiano di Cultura di Stuttgart e la Akademie für gesprochenes Wort. (Inform)

 

 

 

 

Hannover. Terza gara di lettura per gli alunni delle scuole bilingui e dei corsi di italiano nelle scuole tedesche

 

Hannover - In collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e la IGS Leonardo Da Vinci di Wolfsburg, l’Ufficio Scuola del Consolato di Hannover ha organizzato la terza gara di lettura per gli alunni frequentanti scuole bilingui o corsi di italiano nelle scuole tedesche.

Nell’invito alle istituzioni scolastiche, il Consolato ricorda che "la seconda edizione della gara, che ha avuto luogo il 24 novembre scorso, ha registrato un vistoso aumento della partecipazione: ben nove scuole provenienti da tutta la Germania hanno preso parte alla competizione svoltasi in una serena, gioiosa atmosfera".

Quest'anno la gara si terrà il 25 novembre dalle 9.00 alle 16.30 presso la Gesamtschule Leonardo da Vinci di Wolfsburg.

"Scopo della Gara di Lettura Nazionale – precisano da Hannover – è come sempre quello di fornire ai ragazzi e alle ragazze delle nostre scuole un ulteriore incentivo allo studio della lingua italiana, conseguito tramite il premio messo in palio per i vincitori della gara e l'invito a coniugare lo studio della lingua con la pratica della recitazione. L'aumento delle scuole partecipanti rende naturalmente più difficile il lavoro organizzativo. Per questo motivo, preghiamo le scuole interessate di comunicare in forma scritta entro e non oltre il 30 aprile alla IGS Leonardo Da Vinci la propria intenzione di partecipare alla gara".

Il Consolato ha quindi predisposto un "percorso operativo" per le scuole: dal 3 maggio al 15 ottobre dovrebbero tenersi le gare interne di ciascuna scuola, al termine delle quali verrebbero selezionati due studenti appartenenti alle fasce d'età 7-12 e 13-18. Requisito di partecipazione alla gara è di non aver mai vinto in precedenza la Gara di Lettura Nazionale.

Quindi, il 25 novembre, la gara finale organizzata presso la IGS Leonardo Da Vinci, con la consegna dei premi e rinfresco.

La gara nazionale sarà organizzata non in due, ma in tre fasce di età: 7-10, 11-14 e 15-18, "questo – spiegano dal Consolato – per dare a più ragazzi la possibilità di vincere, senza gravare troppo al tempo stesso sul1e spese di viaggio delle scuole, che dovranno mandare soltanto due ragazzi".

Avranno luogo, quindi, tre diverse competizioni per ciascuna fascia. Ma c’è una novità: a vincere sarà un gruppo (al cui interno verranno poi premiati i singoli membri). All’inizio della giornata ci sarà una prima fase di competizione individuale per la quale verrà assegnato un punteggio anch'esso individuale (secondo i tre parametri della pronuncia, dell'intonazione e delle capacitä espressive).

Poi ragazzi e ragazze di scuole diverse (ma della stessa fascia di età) saranno riuniti in diversi gruppi. Questi gruppi dovranno lavorare insieme - in italiano! - per preparare una lettura di gruppo, che verrà valutata in base alle capacitä di drammatizzazione e collaborazione dei membri del gruppo medesimo. Al punteggio ottenuto dal gruppo nel suo insieme si sommerà quello ottenuto precedentemente dai singoli membri durante la prima fase di competizione individuale.

Il gruppo vincitore sarà alla fine quello che avrà ottenuto il maggior punteggio complessivo (punteggi individuali della prima fase più punteggio di gruppo della seconda fase).

Il premio per la prima fascia d'età (7-10) sarà uno strumento musicale; per gli 11-14 un Ipod Apple; per i 15-18 un biglietto aereo per l'Italia (destinazione a scelta). (aise)

 

 

 

 

 

La “Settimana della Cultura Siciliana” a Colonia e Berlino

      

Colonia/Berlino. Nell’ambito della  “Settimana della Cultura Siciliana”, Sicilia Mondo ha celebrato in Germania , a Colonia e Berlino la Conferenza –dibattito sul tema “Il carteggio fra Luigi e Setefano Pirandello”, realizzando così una parte del progetto “per una Grande Sicilia” approvato nel febbraio 2008 dalla Assemblea dei Presidenti delle Associazioni aderenti in occasione dei 40 anni di attività della Associazione.

       Pirandello, poeta, saggista, narratore, premio Nobel per la Letteratura nel 1934, è il personaggio emblematico della sicilianità che Sicilia Mondo ha portato in Australia a Melbourne, negli Stati Uniti a Saint Louis nel Missouri, a Lodi nel New Jersey, a New York, in Europa a Parigi nel luglio 2009 ed ora a Colonia e Berlino dove è conosciutissimo.

       Nelle Conferenze-dibattito di Colonia e Berlino, Sarah Muscarà, Ordinaria di Letteratura Italiana all’Università di Catania, con la professionalità che Le è propria, è penetrata in profondità nella vita tormentata e difficile della famiglia Pirandello. Ne descrive i personaggi, le passioni, le relazioni, la quotidianità, i rapporti con il mondo esterno della cultura e del teatro. Riscoprendo fatti ed eventi del tutto inediti per i quali ha dato il suo prezioso contributo di studiosa pirandelliana. Nel contesto di permanente discontinuità della famiglia Pirandello, la Muscarà fa rivivere personaggi e momenti di straordinaria sensibilità che si riscontrano nel carteggio privato con il figlio primogenito Stefano, collaboratore, segretario, ma anche interlocutore privilegiato del padre essendo lui stesso scrittore e drammaturgo, pur con il carattere  appartato e schivo. Circostanza questa di inevitabili conflittualità familiari ma anche di relazioni difficili con i giornalisti e scrittori del tempo. Ne viene fuori un quadro del tutto inedito della famiglia Pirandello. Emblematico il carteggio tra padre e figlio dal quale emerge, in una dimensione nuova e straordinaria, la figura di Stefano, uomo di cultura e di sentimenti fino ad oggi oscurata dal successo del padre.

       La relazione di Sarah Muscarà, applauditissima, è stata poi supportata dal commento di Enzo Zappulla, Presidente dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano, anche Lui studioso di Pirandello, con la illustrazione attenta dei riquadri contenuti nella vistosa mostra fotografica esposta nelle sale delle Conferenze sia a Colonia che a Berlino. Ripercorrendo date, aspetti ed eventi significativi, alcuni nuovi  ed inediti dell’universo pirandelliano, ancora tutto da scoprire.

       Due Conferenze in una, quella di Sarah Muscarà e di Enzo Zappulla, che hanno galvanizzato l’uditorio, trasferendo nella sala tutta la magia pirandelliana vivificata dalla loro eccezionale bravura premiata da lunghi applausi sia a Colonia che a Berlino.

       Azzia nelle sue relazioni introduttive, ha sostenuto che la cultura rappresenta l’aggregante magico che tiene vivo il rapporto di relazione con le comunità siciliane all’estero. Il loro coinvolgimento e mobilitazione, per la promozione e la diffusione della cultura siciliana nelle società di insediamento, ricompatta l’orgoglio e l’amore della identità siciliana.

       La consapevolezza del patrimonio straordinario della Sicilia sul piano culturale, artistico, paesaggistico e di mercato turistico dei suoi prodotti ineguagliabili, cioè la cultura siciliana, rappresenta la loro forza, li sensibilizza e li trasforma in promotori entusiasti di una Sicilia mai dismessa e dimenticata.  Non può spiegarsi diversamente la spontaneità e l’entusiasmo  della loro presenza  alla iniziativa pirandelliana.

       Una politica della cultura e della sua promozione che Sicilia Mondo considera assolutamente prioritaria per il coinvolgimento dei siciliani all’estero sulle cose che avvengono in Sicilia. Nello stesso tempo, la cultura rappresenta una risorsa straordinaria  per promuovere, presso le società ospitanti, interessi capaci di produrre turismo culturale di ritorno in Sicilia. 

       L’associazionismo di emigrazione – ha ribadito Azzia – conferma così tutta la sua centralità ed attualità nel ruolo di soggetto sociale capace di creare relazioni e ponti operativi culturali, finalizzati non solo a rinsaldare i rapporti identitari di origine ma anche occasione  per  produrre risorsa contributiva ai progetti di sviluppo della Sicilia.

       A Colonia, la Conferenza stampa, organizzata in concorso con l’Istituto Italiano di Cultura ed il suo ottimo Direttore Stefania Falone, si è tenuta nella grande sala del Consolato d’Italia dove è stata esposta la mostra fotografica di Pirandello.

       Nella mattinata, le delegazione siciliana si era incontrata con i corregionali, accolta dalla delegata Silia Bonsignore, attivissima. Ha poi fatto visita di cortesia al Console Eugenio Sgrò, che aveva conosciuto a Chicago nel 2007.

       Nel pomeriggio la Conferenza stampa è stata aperta dal saluto di benvenuto da parte della Dr.ssa Stefania Falone e da una dotta introduzione su Pirandello da parte del Console Eugenio Sgrò.

       E’ stata poi la volta della relazione di Azzia, dei conferenzieri, applauditissimi.  Con la consegna di medaglie commemorative al Console Sgrò, al Direttore Falone, a Silia Bonsignore, a Pino Tizza, Delegato di Dusseldorf.

       A Berlino, la “Settimana della Cultura Siciliana” è stata organizzata con la collaborazione della Associazione “Amici del Ciao Italia” e del suo impareggiabile Presidente Mario Ferrera, siciliano doc di eccezione.

       La Conferenza è stata preceduta da una visita all’Ambasciata d’Italia, lo storico edificio che Hitler donò a Mussolini.

       La delegazione siciliana è stata ricevuta dall’Ambasciatore Michele Valensise che ha intrattenuto gli ospiti siciliani con una gradevole conversazione sui temi dell’associazionismo, della cultura, della Conferenza su Pirandello e sulle priorità del momento relative alla presenza italiana in Germania.

       Al termine dell’Incontro, l’Ambasciatore Valensise, cortesissimo, ha rilasciato una breve intervista con parole di incoraggiamento per le iniziative culturali di Sicilia Mondo, sottolineando la attenzione dello Stato nei confronti della comunità italiana, della sua cultura e della sua visibilità nella società ospitante.

       La Conferenza si è tenuta nella sala della Trattoria “Toscana”, affollata di siciliani, connazionali e tedeschi studiosi di Pirandello. La delegazione di Sicilia Mondo ha ricevuto il saluto di benvenuto del Presidente Mario Ferrera. Sono seguite le relazioni  di Azzia, di Francesca Cuffari sulle tematiche giovanili, le Conferenze di Sarah Muscarà  ed Enzo Zappulla, la lettura commentata di alcuni brani di Pirandello da parte di Pino Tizza. Interessante l’indagine di mercato condotta dal collaboratore Carmelo Sergi.

       Nel corso di una serata effervescente tutta siciliana che si è protratta fino a notte fonda, Azzia ha consegnato a Mario Ferrera, una medaglia di Sicilia Mondo, una bandiera della Sicilia, una bandiera Tricolore italiana per la costituenda Associazione Sicilia Mondo.

       In una atmosfera di grande socialità, sono state consegnate medaglie commemorative di Sicilia Mondo all’On. Massimo Romagnoli appositamente arrivato dalla Grecia, a Mauro Montanari, Direttore de “Il Corriere d’Italia”,  al Primo Consigliere Ministro Lelio Crivellaro, al Primo Segretario Tommaso Sansone, al Direttore ICE Ines Aronadio, alla Segretaria  di Ambasciata Tiziana Neri, a Carmelo e Pino Ferrera, fratelli di Mario, organizzatori e chefs ineguagliabili di straordinaria gastronomia siciliana.

       Una settimana culturale di successo mirabilmente condotta dal Vice Presidente Paolo Russitto. Sicilia Mondo, de.it.press

 

 

 

Karsruhe. Collaborazione tra Patronato ACLI di Karlsruhe e la la AOK Baden-Württemberg

 

Karlsruhe - Dall’ottobre scorso, il Patronato ACLI di Karlsruhe offre ai connazionali la possibilità di incontrare la dott.ssa Angela Riccardo, della AOK  Baden-Württemberg.

Gli interessati possono porre domande e richiedere informazioni più specifiche riguardanti l’assistenza sanitaria: dall’indennità di malattia, alle assicurazioni volontarie, alle cure mediche, alla compilazione di moduli per ottenere la copertura assicurativa in Germania quali titolari di sole pensioni italiane.

La consulente è presente ogni giovedì dalle 13 alle 14 nella sede del patronato ACLI di Karlsruhe sito in Friedenstrasse n. 24.

Per maggiori informazioni rivolgersi presso la sede del Patronato ACLI di Karlsruhe ai seguenti contatti: tel. 0721-816381, Fax: 0721-9812910, e-mail: karlsruhe@patronato.acli.it (de.it.press)

 

 

 

 

Concerto di beneficenza dell’Ambasciata tedesca per i terremotati di Onna

 

Roma - Mercoledì sera 7 aprile nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, il Münchener Bach-Chor e il Bach Collegium München si sono esibiti in un concerto di beneficenza a sostegno della ricostruzioni di Onna, promosso dall’Ambasciata tedesca a Roma. Un concerto introdotto dall'Ambasciatore Michael Steiner che, dopo aver salutato le autorità e gli onnesi presenti, ha ricordato il dolore e le vittime causate dal terremoto del 6 aprile 2009 che ha distrutto L’Aquila e diversi comuni del circondario, tra cui, appunto, la frazione di Onna.

"La Pasqua è dolore e morte, ma anche il loro superamento e la gioia della rinascita", ha esordito Steiner. "Ieri era (6 aprile - ndr) la notte del dolore e del ricordo. Del ricordo della morte, della distruzione. Dopo una catastrofe come quella di un anno fa il peso del dolore è forte. Non dobbiamo, non possiamo togliere questo peso alle famiglie colpite. Ma possiamo cercare di portarlo insieme. Come? Con la nostra solidarietà. Con il nostro aiuto. Nell’essere qua. In verità, questo è un regalo che facciamo a noi stessi. In particolare se si ha un tragico legame storico, come c’è tra noi tedeschi e Onna".

"Nella dura notte del 6 aprile ad Onna abbiamo anche posato la prima pietra della nuova "Casa Onna". Ricostruiamo inoltre la vecchia chiesa del borgo. E stiamo realizzando assieme agli Onnesi il masterplan per la rinascita di Onna". Dopo aver presentato il concerto di beneficenza del Münchener Bach-Chor che insieme al Bach Collegium, entrambi provenienti da Monaco, città natale del diplomatico, si sono esibiti nella Messa in Do minore di Mozart, Stenier si è detto "molto felice" perché "grazie alla generosità dei donatori e di Voi tutti abbiamo potuto raccogliere per Onna molto più di quanto avessimo sperato. Sono altresì felice che coloro che noi stimiamo così tanto, i nostri cari amici di Onna, siano qui con noi stasera. Cari amici, se abbiamo potuto realizzare questo memorabile concerto lo dobbiamo a molti: alle due fondazioni Europamusicale e Fondazione Pro Musica e Arte Sacra, che ci hanno organizzato tutto questo da Monaco e da Roma; ai tanti sponsor che hanno sostenuto così generosamente questo concerto; al Cardinale Bernard Francis Law, che ci ospita stasera in questo luogo magnifico, la Basilica di Santa Maria Maggiore".

"Ma adesso godiamoci tutti insieme questa musica straordinaria! E scopriamo come questa Grande Messa di Mozart contenga proprio tutti i sentimenti e le esperienze che abbiamo riprovato in questi giorni di Pasqua e dell’anniversario del sisma. Il lutto, il dolore, la morte, la distruzione. Ma soprattutto – ha concluso – il loro superamento, la fiducia e la gioia della rinascita". (aise)

 

 

 

 

Dibattito sul voto all’estero. Deve restare il voto per corrispondenza

 

Gli italiani all’estero devono continuare a votare per corrispondenza. Il voto nei Consolati è impraticabile

 

ROMA - Pare proprio che questa volta ci siamo per davvero e stia per cominciare la stagione delle riforme. Riforme che - è del tutto evidente – toccheranno anche il voto all’estero, che effettivamente necessita di una rivisitazione dopo che sono emersi guasti strutturali e disfunzioni durante il rodaggio dal 2006 ad oggi.

Quello che un tempo, quando i non vedenti erano ancora ciechi e gli operatori ecologici spazzini, si chiamava “il mondo dell’emigrazione” dovrà evitare di farsi trovare impreparato.

L’errore peggiore sarebbe quello di arroccarsi nella difesa ad oltranza dello status quo. E’ invece necessario un serio approfondimento che sfoci in proposte per salvare il salvabile dopo avere buttato senza rimpianti la zavorra.

 

  Apriamo il dibattito. La mia proposta è di tenere ben separati il diritto di voto dalla rappresentanza parlamentare per salvaguardare il primo e riformare adeguatamente la seconda.

Gli italiani all’estero devono continuare a votare  nell’unico modo a loro confacente: per corrispondenza. Non raccontiamoci frottole, il voto nei Consolati  è impraticabile e lo può prendere in considerazione solo un ignorante. Ignorante delle enormi distanze, che peraltro mai si sognerebbe di proporre che un residente a Roma dovrebbe recarsi a Stoccolma o a Mosca per esprimere il proprio voto. E ignorante di quanto personale dovrebbe essere utilizzato per la macchina elettorale. In Italia seggi ed urne sono controllati e difesi dalle Forze dell’Ordine; chi potrebbe farlo su suolo straniero?

Non perdiamo tempo a discutere di fantasie. Il voto continui ad essere per corrispondenza introducendo tutti quegli accorgimenti tecnici che contribuiscano a migliorarne la sicurezza e la segretezza. La prossima volta parlerò della rappresentanza parlamentare. Ma intanto sono aperti i commenti.

Luigi Todini, L’Italiano

 

 

 

I giovani del PDdi Zurigo: Onorevole Cicchitto chieda scusa

 

"La vittoria di Torino è clamorosa. Politicamente parlando, uno "stupro". La caduta della città dell'intellighenzia azionista e comunista segna definitivamente il cambio dell'egemonia culturale nel Paese".

Con queste parole l’Onorevole Cicchitto, uno dei più fedeli uomini del Presidente del Consiglio ha salutato la vittoria del centro-destra in Piemonte. La violenza del linguaggio qualifica l’uomo che tradisce il suo passato piduista ed eversivo ed effettivamente non si capisce con quale altro mezzo se non con lo stupro ci si può immaginare che qualcuno o qualcosa possa mai sottomettersi ad un personaggio come Cicchitto.

In ogni caso la frase del sollecito scudiero del Sultano contiene in se una verità e cioè che l’egemonia culturale del paese sia radicalmente cambiata, non certo da queste elezioni ma attraverso 16 anni di incessante bombardamento mediatico dei media berlusconiani: é stato rovesciato il sistema di valori su cui si reggeva la società italiana, il centro-destra ha modificato la costituzione materiale del Paese, ha lasciato spazio ai comportamenti più individualisti, aprendo le porte all’illegalità dei potenti ed indebolendo tutti gli organi di controllo della democrazia. Ha convinto milioni di cittadini che la magistratura sia in mano ai comunisti, ha introdotto la regola del contraddittorio per cui i suoi fedeli deputati abbaiano in ogni trasmissione televisiva sommergendo le voci di chi argomenta contro il Governo e soprattutto ha fatto della cosa pubblica, cosa sua depredando le risorse dello Stato come le inchieste contro il premier e contro i suoi uomini dimostrano.

La risposta passa attraverso una grande battaglia di legalità per ristabilire i valori di una società che dovrà essere fondata sul lavoro e sulla Costituzione sull’innovazione e sulle regole.

Dovremo tornare a dire a chiare lettere cosa è giusto e cosa è sbagliato a costo di andare contro il senso comune del paese, a costo di andare scuola per scuola, casa per casa, radio per radio, su internet e sui giornali a dire chiaro al paese che il nostro messaggio è radicalmente opposto a quello di sopraffazione e impunità, clientelismo e disinformazione imposto dalla maggioranza.

Ai vari Cicchitto diciamo chiaro che siamo qui per recuperare la vita  culturale del Paese che dovrà riportare l’Italia tra le nazioni civili e democratiche dell’Europa che ha contribuito a fondare.

Lo dobbiamo ai nostri giovani, all’Italia del futuro ma anche alla memoria dei nostri Padri, che non indugiarono di fronte alle sfide cui furono chiamati, usando le parole di Calamandrei, Padre della Patria ed eroe della Resistenza:

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i Partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.

Ci vada anche Lei onorevole Cicchitto, incominci da Torino ma ci vada in silenzio, rispettoso di quei morti e della tradizione democratica di quella città, si inginocchi, ringrazi e chieda scusa.  I giovani del Partito democratico di Zurigo (de.it.press)

 

 

 

 

La denuncia di “Prigionieri del silenzio”. La stampa italiana non parla dei detenuti italiani all’estero

 

Roma - "Mentre per casi come la ragazza americana condannata per l’uccisione di una coinquilina i media nostrani danno spazio a dichiarazioni infondate provenienti da oltreoceano, per i casi dei nostri connazionali che spesso condividono le celle con ratti e in compagnia di malattie serie e documentate, come l’epatite C di Carlo Parlanti oltre alla mancanza respiratoria, HIV di Liberato P., la condizione da terzo mondo di Giuseppe Ammirabile, cade il silenzio". Questa la denuncia di cui ancora una volta si fa portavoce "Prigionieri del silenzio" (www.prigionieridelsilenzio.it), associazione presieduta da Katia Anedda, nata proprio per squarciare il silenzio che troppo spesso avvolge i casi dei connazionali detenuti all’estero, come appunto Carlo Parlanti, detenuto ad Avenal, Angelo Falcone (India), Liberato P (Francia).

Se la stampa nazionale dà più spazio al caso Meredith, per "Prigionieri del Silenzio, "ci dovremo davvero vergognare, oltre a sollevare un’adeguata protesta". E ancora: "mentre trasmissioni come "Matrix" mandano in onda Alberto Stasi, ora che è riconosciuto innocente dimostrando sensibilità al dolore umano di una condanna ingiusta, non hanno mai voluto trattare in forma giornalistica seria i nostri italiani, che sono 2850 in carceri esteri, di cui con molta probabilità almeno 1000 innocenti. Non hanno voluto trattare soprattutto di quelle famiglie in Italia che hanno delle serie difficoltà nel poter aiutare i loro cari ad avere un giudizio giusto e vedersi rispettati tutti i diritti umani".

In attesa di risvegliare l’interesse dei media italiani, "Prigionieri del Silenzio" assicura che "farà sempre del proprio meglio per essere in qualche modo di aiuto a chi soffre oltre confine domestico una giustizia ingiusta o una lesione di diritti fondamentali. Ogni contributo che sia di opinione, di qualsiasi collaborazione o economico regalerà una speranza in più a chi pensa che la solidarietà e la giustizia sia solo Storia". (aise)

 

 

 

Russia, precipita l'aereo del presidente polacco, nessun superstite tra le 96 persone a bordo

 

L'incidente a Smolensk. Lech Kaczynski stava andando a commemorare le vittime dell'eccidio di Katyn  - Con lui viaggiavano la moglie, molti membri del governo e rappresentanti delle gerarchie militari. Sulla zona c'era una fitta nebbia. La torre di controllo aveva consigliato al pilota di dirigersi all'aeroporto di Minsk

Dopo tre tentativi andati a vuoto, il velivolo ha toccato le cime degli alberi e si è schiantato al suolo

 

MOSCA - L'aereo con a bordo il presidente polacco Lech Kaczynski, è precipitato mentre era in fase di atterraggio all'aeroporto militare di Smolensk, nella Russia occidentale. Nello schianto del Tupolev-Tu 154 non è sopravvissuta nessuna delle 96 persone che erano a bordo, 88 componenti della delegazione  che avrebbe dovuto partecipare a una commemorazione per le vittime dell'eccidio di Katyn (22 mila soldati polacchi uccisi durante la Seconda guerra mondiale) e otto membri dell'equipaggio e 88 della delegazione polacca. Sul velivolo c'era anche la moglie di Kaczynski, Maria. Tutti i corpi delle vittime sono stati ritrovati.

 

La dinamica. Dalle prime informazioni sembra che sulla zona dell'atterraggio ci fosse una fitta nebbia. L'aereo ha toccato le cime degli alberi prima di schiantarsi al suolo, alle 8:56 ora italiana (10:56 locali). Secondo la tv russa la torre di controllo dell'aeroporto di Smolensk aveva sconsigliato al pilota di atterrare proprio per le condizioni del tempo, suggerendogli di dirigersi invece verso l'aeroporto di Minsk, in Bielorussia. Il pilota però ha ignorato l'avvertimento e ha fatto tre tentativi di atterrare andati a vuoto. Il quarto è stato quello fatale. Lo scalo di Smolensk non dispone del radar necessario per l'atterraggio strumentale in caso di scarsa visibilità orizzontale.

 

I resti dell'aereo, che era stato riconsegnato tre mesi fa alla Polonia dopo una revisione completa, sono stati individuati a circa un chilometro dalla pista di atterraggio dell'aeroporto militare Severni. Le ricerche sono difficili perché la zona è paludosa ma una delle due scatole nere dell'aereo è stata recuperata nel luogo dello schianto circa quattro ore dopo l'incidente. Si tratta del Flight Data Recorder (Fdr), che è posizionato in coda al velivolo e registra il funzionamento delle apparecchiature di bordo. L'altra scatola nera è il Cockpit Voice Recorder (Cvr), che registra le comunicazioni vocali dell'equipaggio. Da tempo si parlava in Polonia di sostituire l'aereo presidenziale, in servizio dal giugno del 1990 e con alcuni incidenti nella sua storia, ma era stato proprio Kaczyski a consigliare di non affrettarsi a farlo essendo affezionato a quel Tupolev.

 

L'annuncio. La morte del presidente è stata annunciata ufficialmente a Varsavia dal portavoce del ministero degli Esteri Piotr Paszkowski. I poteri sono stati assunti dal presidente della Sejm (la Camera polacca) Bronislaw Komorowski. In centinaia si sono radunati  con fiori e candele in mano davanti al palazzo presidenziale, dove la bandiera  è stata calata a mezz'asta. La Polonia, che ha indetto una settimana di lutto nazionale, indirà elezioni presidenziali anticipate. Sarà Komorowski a indicare la data entro 14 giorni, come stabilisce la Costituzione polacca. Le elezioni erano previste per ottobre.

 

La lista delle vittime. Oltre ai parenti degli ufficiali trucidati a Katyn nel 1940 e al direttore del Consiglio per la tutela della memoria della lotta e martirio, l'associazione che aveva organizzato la cerimonia di commemorazione, tra le 96 persone che si trovavano sul Tupolev-Tu 154 c'erano anche il governatore della Banca centrale di Polonia Slawomir Skrzypek, diversi membri del gabinetto di Kaczynski, il capo di stato maggiore dell'esercito polacco, Frantiszek Gagor e il vice presidente del Pis, il partito conservatore dei gemelli Kaczynski (Pis), Przemyslaw Gosiewski, il vicepresidente del Parlamento, Jerzy Smajdinski, il vicecancelliere  del Parlamento Wladyslaw Stasiak.

 

Nella lista delle vittime anche l'ex presidente Ryszard Kaczorowski, alcuni deputati, il candidato conservatore alle prossime presidenziali, il viceministro degli Esteri Andrzej Kremer e il vescovo cappellano dell'esercito. Della delegazione che accompagnava il presidente a Katyn, facevano anche parte personalità storiche, come l'ultimo presidente del governo polacco in esilio a Londra, Ryszard Kaczorowski. I giornalisti che di solito viaggiano al seguito del presidente polacco Lech Kaczynski sono scampati all'incidente perché si erano imbarcati su un aereo decollato un'ora prima.

 

Il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski ha fatto sapere che il fratello gemello del presidente, l'ex premier Jaroslaw Kaczynski e attuale leader del Pis, non era a bordo dell'aereo come si era pensato inizialmente. Sikorski ha aggiunto che Jaroslaw "ha pianto" quando ha appreso la notizia della sciagura. "E' stato mio triste dovere - ha detto Sikorski - informare della tragedia il premier (Donald Tusk), il presidente del Sejm (il parlamento, Bronislaw Komorowski) e Jaroslaw Kaczynski".

 

Le inchieste. Il presidente russo Medvedev ha istituito una commissione d'inchiesta sull'incidente guidata dal premier Vladimir Putin, che in serata ha raggiunto il luogo della tragedia. Il capo del Cremlino gli ha affidato personalmente l'incarico. Putin ha assicurato che le cause della tragedia verranno individuate "al più presto". L'inchiesta si svolge in base all'articolo 263 del codice penale federale: violazione delle regole della sicurezza sui movimenti nello spazio aereo seguita dalla morte di due o più persone. La Polonia "si aspetta di ricevere da Mosca tutte le informazioni sulle cause che hanno portato alla caduta dell'aereo", ha dichiarato l'addetto stampa dell'ambasciata polacca nella capitale russa, Pavel Koch. Anche il procuratore generale polacco, Andrzej Seremet, ha annunciato l'apertura di un'inchiesta sulla sciagura. Le due scatole nere dell'aereo sono state ritrovate.

 

Le celebrazioni. Alle 18 è in programma nella Cattedrale Militare dell'Esercito polacco una messa in suffragio di tutte le vittime dell'incidente che sarà officiata dal nunzio apostolico della Santa Sede in Polonia, Jozef Kowalczyk. A Cracovia a mezzogiorno è risuonata in segno di lutto la campana di Sigismondo, la più antica (1521) e la più grande della Polonia, situata nel palazzo reale di Wawel, dove sono state interrotte le visite dei turisti. Qui la messa per le vittime si tiene alle ore 17:30 (locali). Il servizio sarà celebrato dal cardinale arcivescovo di Cracovia, Stanislaw Dziwisz. Dziwisz è membro della prefettura della casa pontificia, molto noto per i suoi quarant'anni di servizio in veste di segretario di papa Giovanni Paolo II. "In un clima simile a quello di cinque anni fa pregheremo per tutti quelli che ci hanno lasciato e per la nazione polacca affiché questa si riunisca attorno ai valori fondamentali", ha detto Dziwisz riferendosi alle esequie di Papa Wojtyla.

 

Le reazioni. Secondo il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, la scomparsa di Kaczynski rappresenta "una perdita devastante per la Polonia". Obama ha parlato per telefono con il premier polacco Tusk, cui ha espresso il suo cordoglio e quello del popolo americano.

 

L'incidente di oggi "è il secondo disastro di Katyn", ha detto Lech Walesa alla televisione polacca Tvn24. Secondo le sue parole "è morta l'élite del nostro paese. E' una grande perdita per il popolo al di là delle differenze che ci distinguevano", ha aggiunto il Premio Nobel per la pace 1983.

 

"In Russia, è condiviso il dolore e il lutto della Polonia. Vi prego di trasmettere le mie sincere condoglianze al popolo polacco, le parole di compassione e sostegno alle famiglie e agli amici delle vittime", ha dichiarato il leader del Cremlino Dmitri Medvedev, inviando il suo messaggio al presidente della Sejm, Bronislaw Komorowski, che ha appena assunto i poteri presidenziali.

 

A Komorowski si è rivolto anche il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano: "In questo momento così grave l'Italia, unita al suo Paese da tradizionali vincoli di autentica amicizia, si sente particolarmente vicina al popolo polacco con il quale condivide gli ideali europei e l'impegno di pace nella libertà. Desidero farle giungere a nome mio personale, e di tutto il popolo italiano, l'espressione del più sentito cordoglio e della più sincera partecipazione al durissimo lutto che colpisce l'intera nazione polacca nelle sue più alte istituzioni". Cordoglio è stato espresso anche dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal ministro degli Esteri Franco Frattini.

 

La cancelliera tedesca Angela Merkel, si è detta "sconvolta" per la sciagura aerea a Smolensk Il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle si è detto "scioccato". Il presidente francese Sarkozy ha reso omaggio al leader polacco definendolo "un ardente patriota". Condoglianze sono arrivate tra gli altri dal ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman, dal segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen, dal presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, dal presidente ceco Vaclav Klaus e dal primo ministro britannico Gordon Brown, secondo il quale "Lech Kaczynski sarà rimpianto dal mondo e verrà ricordato come un patriota appassionato e democratico".

 

"Profondo dolore" per la tragica morte del presidente polacco Lech Kaczynski e il suo seguito, è stato espresso da papa Benedetto XVI. "E' con profondo dolore che ho appreso la notizia della tragica morte del Signor Presidente Lech Kaczynski, della sua moglie e delle persone che lo accompagnavano in viaggio a Katyn", scrive Benedetto XVI in un messaggio. "Tra loro - continua il Pontefice - voglio elencare il Signor Ryszard Kaczorowski, l'ex Presidente della Repubblica in esilio, il vescovo foraneo Tadeusz Ploski, l'arcivescovo ortodosso foraneo Miron Chodakowski e il pastore militare evangelico Adam Pilsch". LR 10

 

 

 

 

La maledizione di Katyn

 

Secondo Lech Walesa questa tragedia equivale a una «seconda Katyn», una «seconda decapitazione», un «secondo annientamento delle élite polacche». Si potrebbe anche aggiungere che equivalga all’ennesima maledizione che l’antica e nobile nazione slava ha continuato a subire fin dal 1772, l’anno della prima spartizione fra Russia, Prussia e Austria. I tentativi, compiuti dai potenti vicini, di eliminare la Polonia dalla faccia dell’Europa sono stati permanenti e spesso atroci per oltre due secoli. La verità sull’eccidio perpetrato dai russi nel 1940, di cui le fosche foreste di Katyn sono diventate il simbolo estremo, è riemersa in un’eco esponenziale da un ambiguo silenzio attraverso il cortocircuito tra due fatti accaduti, questa settimana, l’uno dopo l’altro.

 

Giovedì: l’incontro clamoroso a Katyn fra il primo ministro Putin e quello polacco Tusk, in cui abbiamo visto l’erede dei carnefici e l’erede delle vittime rendere omaggio, insieme, alla memoria di ventiduemila polacchi trucidati soltanto perché polacchi. Sabato: il funesto disastro aereo che nei pressi di Katyn uccide il presidente polacco, Lech Kaczynski, insieme con la moglie e un seguito di 94 personaggi di forte rilievo, ministri, economisti, militari, prelati, figli e nipoti delle vittime. Insomma il bulbo o quasi dell’attuale classe dirigente di Varsavia. Ha detto il fondatore di Solidarnosc ed ex presidente Walesa: «Una pesante perdita per la nazione: è morta ancora una volta la sua élite». Ed è morta fatalmente, come in un magico paradigma d’eterno ritorno, nella stessa provincia russa in cui fu sterminata la prima.

 

Non a caso a Varsavia, a prescindere dal giudizio ideologico sui deceduti, l’impatto della sciagura sta provocando sulle masse una commozione viscerale profonda, da catastrofe nazionale, con assembramenti carichi di tensione psicologica attonita e nervosa. Appaiono qua e là cartelli segnati da un paragone disperato: «Katyn 1940 - Katyn 2010». Se dalle due tragedie polacche, dalla passata e dalla presente, si può trarre una qualche consolazione, essa soprattutto risiede nel fatto che il nome e la verità di Katin, di cui le ultime generazioni europee non sapevano nulla, stanno facendo in queste ore il giro del mondo. Su uno dei più malefici crimini del Grande Terrore dell’era staliniana, negato e mistificato per mezzo secolo dai russi, addossato alle truppe tedesche, rimosso ostinatamente dalle sinistre europee, il mondo e in particolare i giovani ignari non possono più chiudere gli occhi.

 

Fino alla caduta del comunismo, i sovietici avevano tentato di confondere le carte asserendo che il massacro era stato consumato dai nazisti in una località bielorussa chiamata Hatyn pressoché omonima di Katyn. No. Adesso, più che mai, anche quelli che non volevano sapere sanno che di Katyn ce n’è una sola. Su un piano strettamente politico, meno fatalistico ed emotivo, restano però in piedi alcune domande cui non si può fare a meno di tentare una prima risposta. Perché mai, per la commemorazione in territorio russo di un evento così grave, coinvolgente la memoria collettiva di un popolo perseguitato dalla storia, è stata presa a Varsavia la strana decisione di inviare sul luogo due separate delegazioni ufficiali e non una sola? Perché, in una circostanza storica così incisiva e dolente per la Polonia, il capo dello Stato e il capo del governo, con i rispettivi seguiti, non sono partiti insieme alla volta di Smolensk e di Katyn? Oppure, perché si sono incontrati per primi i capi dei due esecutivi, Tusk e Putin, e non i due presidenti Kaczynski e Medvedev? Le risposte che si possono dare sono multiple e tutt’altro che semplici.

 

Anzitutto, chi era il defunto Kaczynski? A suo tempo sindaco popolare di Varsavia, anticomunista di ferro, filoamericano profondamente ostile ai russi, gemello dell’ex primo ministro Jaroslaw, leader del partito populista di destra Diritto e Giustizia, egli non amava né il conservatore pragmatico Tusk né tanto meno il gelido «uomo della forza» Putin. Essi, a loro volta, non lo amavano per niente. La Piattaforma Civica di Donald Tusk, movimento di destra moderata, era, è e sarà nelle prossime anticipate elezioni presidenziali il principale rivale del partito estremista di Jaroslaw Kaczynski. È possibile che questi, assomigliando fra l’altro come un clone da laboratorio al defunto gemello, ponga la propria candidatura di successore biologico nonché ideologico alla suprema carica. Si sa, d’altronde, che alla destra più nazionalista non è mai andato a genio il pragmatismo con cui Tusk persegue una normalizzazione realistica nei rapporti con la Russia; molti, forse lo stesso presidente perito nel disastro, ne hanno criticato il cauto comportamento di giovedì a Katyn, al fianco di un Putin che non chiedeva perdono alla Polonia e metteva sullo stesso piano le vittime polacche e russe di Stalin.

 

Si sa anche che i russi, in particolare Putin che non desiderava incontrare Lech Kaczynski, avevano posto diversi ostacoli diplomatici alla sua richiesta di recarsi a Katyn, in quanto capo di Stato polacco. Alla fine avrebbero dato l’assenso a una visita separata e posteriore a quella del premier Tusk. Per fatalità il ritardo, causando la decimazione dell’establishment al potere in Polonia, ha sùbito rievocato fra i polacchi lo spettro quasi di un secondo genocidio d’élite. Putin ha fiutato i rischi, anche internazionali, di una situazione incandescente, ed è per questo probabilmente che ha voluto assumere la guida in persona della commissione d’inchiesta sulla sciagura. Cercherà ora di coronare il ruolo e l’immagine del pompiere rincontrando, sempre a Smolensk, l’omologo Tusk. ENZO BETTIZA  LS 11

 

 

 

Polonia in lutto per Kaczynski, si studiano le scatole nere

 

Sotto shock e attonita, tutta la Polonia si è raccolta oggi in due minuti di silenzio per piangere le vittime della sciagura aerea nella quale ieri, a Smolensk, in Russia, è stata decapitata gran parte della classe politica del Paese, compreso il presidente Lech Kaczynski. Alle 12:00 in punto sono risuonate le sirene e la gente si è chiusa in silenzio a pregare e in raccoglimento. Nella sciagura di ieri non vi sono stati superstiti: in tutto 97 le vittime, compresi numerosi alti servitori dello Stato come il governatore della banca centrale e il capo di stato maggiore. La delegazione si stava recando a Katyn per commemorare l'eccidio nel 1940 di 22.000 ufficiali e soldati polacchi da parte dei sovietici.

 

Alle 14:30 è atterrato a Varsavia l'aereo militare polacco con le salme del Presidente Lech Kaczynski e della moglie Maria . Ad attendere le salme, numerosi esponenti della leadership polacca e il fratello gemello Jaroslaw che a Smolensk aveva identificato il corpo. La salma di Kaczynski sarà trasportata al palazzo presidenziale. 

 

Intanto il premier Donald Tusk, che si era recato ieri sul luogo della sciagura ed è rientrato stanotte a Varsavia, ha cancellato la sua visita domani a Washington per partecipare alla conferenza internazionale sul terrorismo nucleare. Subito dopo la tragedia, le autorità hanno proclamato ieri una settimana di lutto in Polonia. Numerose messe in suffragio delle vittime sono state celebrate ieri e sono in programma per tutta la settimana. Per tutta la notte migliaia di polacchi sono sfilati davanti al palazzo presidenziale e Varsavia depositando corone di fiori e lumini per esprimere il loro cordoglio.

 

Al momento non si sa ancora quando si svolgeranno le esequie di Stato per le vittime. La commissione polacca nominata ieri per indagare le cause della sciagura è partita oggi per Smolensk per lavorare con quella russa, presieduta dal premier Vladimi Putin. Le registrazioni di bordo diranno oggi cosa è realmente accaduto nella catastrofe. È tuttora in atto la decodifica delle scatole nere, punto cruciale per valutare se davvero i piloti polacchi del Tupolev 154, non hanno dato retta alla torre di controllo russa, e nonostante la nebbia si siano azzardati nell'atterraggio fatale che è costato la vita a 96 persone.

 

In base alle prime ricostruzioni, la causa diretta dello schianto sono state le cime degli alberi nascoste dalla scarsa visibilità: un'ala del velivolo vi sarebbe rimasta incastrata.  Il capo dell'inchiesta russa sull'incidente aereo in cui è morto il presidente polacco, Lech Kaczynski, ha escluso che la causa sia stata un problema tecnico del velivolo presidenziale. L’U 11

 

 

 

 

La tragedia della Polonia. I sospetti mai sopiti verso Mosca e il passato di una nazione-vittima

 

L'idea della macchinazione è profondamente radicata. Chi crede ai complotti penserà al caso Sikorski

 

Il corpo del generale Wladyslaw Sikorski, primo ministro del governo polacco in esilio durante la Seconda guerra mondiale, riposa nella cattedrale di Cracovia. Ma il suo scheletro è stato riesumato un anno e mezzo fa nell’ambito di una ennesima indagine sulle cause della sua morte. Non sarei sorpreso se gli stessi dubbi e le stesse ipotesi accompagnassero le indagini sull’incidente aereo di Smolensk, la morte del presidente Lech Kaczynski, e la decapitazione dello Stato polacco.

Chi crede ai complotti troverà fra i due avvenimenti alcune interessanti analogie. Sikorski aveva avuto una parte considerevole nella politica polacca fra le due guerre: primo ministro e ministro della Difesa all’inizio degli anni Venti dopo la restaurazione della Polonia, rivale di Józef Pilsudski e esule a Parigi dopo il colpo di Stato del maresciallo nel 1926, nuovamente in campo verso la fine degli anni Trenta e capo del governo ombra che gli esuli polacchi avevano creato a Londra dopo la disfatta e la spartizione del Paese fra tedeschi e sovietici nel 1939. Nei mesi che seguirono l’invasione hitleriana dell’Urss, Sikorski, in omaggio alla nuova alleanza fra la Russia e gli Alleati, aveva ricucito i rapporti diplomatici con Stalin. Ma nell’aprile del 1943, con una mossa che era stata motivo di fastidio e imbarazzo per il governo sovietico, aveva chiesto a Mosca di aprire una indagine sulla morte dei 22.000 ufficiali polacchi di cui i tedeschi, qualche mese prima, avevano rinvenuto i cadaveri fra gli alberi della foresta di Katyn nei pressi della città di Smolensk e non lontano dal luogo in cui l’aereo di Lech Kaczynski è precipitato nelle scorse ore.

Pochi mesi dopo, in luglio, Sikorski era a Gibilterra con sua figlia Zofia e un gruppo di ufficiali polacchi in attesa di un aereo che lo avrebbe riportato a Londra. Pilotato da un ufficiale ceco, il Liberator decollò il 4 luglio, ma rimase in cielo pochi secondi prima di inabissarsi nella baia della colonia britannica. Fra i cadaveri riemersi dalle acque non vi era, misteriosamente, quello di Zofia. Esplose immediatamente la ridda dei sospetti. Un semplice incidente o una riuscita operazione di sabotaggio? Un omicidio mirato progettato dai sovietici, ansiosi di creare per la Polonia del dopoguerra un governo comunista? Un’operazione dei servizi britannici, desiderosi di eliminare l’uomo che stava guastando in quel momento le relazioni con Mosca? Vi fu addirittura, molti anni dopo, una interpretazione ancora più fantasiosa e affascinante. Apparve quando un giornalista scoprì che il direttore della sezione dell’MI6 (l’intelligence del Regno Unito) nella zona di Gibilterra era Kim Philby, uno dei «Cambridge Five», i cinque brillanti intellettuali che negli anni Trenta erano passati al servizio dell’Nkvd, vale a dire dell’organizzazione responsabile dei 22.000 cadaveri rinvenuti nelle foreste di Katyn.

Con questi precedenti, non è difficile immaginare quali e quante ipotesi verranno formulate nei prossimi giorni sull’incidente dell’aereo di Kaczynski. Il Tupolev del presidente polacco era diretto a Smolensk per la celebrazione del settantesimo anniversario del massacro di Katyn. Kaczynski era certamente poco amato a Mosca. Aveva sostenuto le rivoluzioni colorate e anti-russe dell’Ucraina e della Georgia. Aveva entusiasticamente accordato agli americani il permesso di costruire una base antimissilistica in territorio polacco. Era andato in Georgia per dare man forte al presidente Mickeil Saakashvili dopo la guerra con la Russia dell’estate 2008. Ed era con il presidente georgiano quando un aereo, durante la sua visita, aveva preso di mira il loro convoglio. Chi scrive non crede ai complotti e alla loro importanza determinante nelle tragedie della storia. Ma non è necessario essere «complottisti» per riconoscere che questi sospetti sono profondamente radicati nella tradizione e nella memoria della nazione polacca e rappresentano quindi un problema politico. Vista da Varsavia la storia del Paese, dal Settecento alla guerra fredda, è un lungo rosario di vessazioni e ingiustizie. Fu più volte aggredito e alla fine smembrato dai suoi potenti vicini, Austria, Prussia e Russia.

Gli esuli delle sue grandi rivolte cercarono rifugio nelle capitali delle democrazie europee e combatterono valorosamente nei loro eserciti, ma ottennero soltanto un sostegnomorale. Lo Stato rinato nel 1918 fu nuovamente smembrato da Russia e Germania nel 1939. Quando la resistenza polacca insorse contro i tedeschi nel 1944, l’Armata Rossa attese sulle sponde della Vistola che la Wehrmacht completasse la «purga» della sua classe dirigente, così meticolosamente iniziata dall’Nkvd nella foresta di Katyn. Dopo l’avvento del comunismo i polacchi furono, con gli ungheresi, tra i primi a scendere in piazza per chiedere libertà. Lo fecero coraggiosamente nel 1953, nel 1956, nel 1980. Il «cattivo», in questa rappresentazione della storia nazionale, è certamente la Russia, zarista o comunista. Ma ai polacchi non spiace ricordare che alla cordiale simpatia delle democrazie occidentali non ha corrisposto, se non occasionalmente, un aiuto concreto. Quando il Paese fu aggredito, nel 1939, gli Alleati dichiararono guerra alla Germania ma non all’Urss. Quando l’Urss s’impadronì del Paese, stettero a guardare. Quando gli operai di Danzica dettero vita a un nuovo movimento politico, l’aiuto venne soprattutto dal Papa.

Qualcuno potrebbe osservare che la vittima può spesso compiacersi del proprio stato, cancellare la memoria dei propri trascorsi e dimenticare che nessun Paese è interamente innocente. Anche la Polonia è stata un impero e ha aggredito, conquistato, sottomesso. Quando i russi riconquistarono la loro libertà nel 1612, il nemico contro il quale dovettero prendere le armi era la Polonia, allora padrona di Mosca. Quando la Russia bolscevica stava nascendo, il suo primo e più agguerrito nemico fu la Polonia, decisa a riconquistare le terre ucraine e bielorusse che avevano fatto parte del suo impero due secoli prima. Dopo il ritorno alla libertà, alla fine della guerra fredda, la sua politica ucraina e georgiana è stata spesso, agli occhi di Mosca, invasiva e imprudente. Nella storia vi è quindi un’abbondante materia per reciproche accuse e recriminazioni. Se ne saranno consapevoli, i russi e i polacchi, nei prossimi giorni, eviteranno di ripetere gli errori del passato avanzando sospetti e assumendo posizioni che nuocerebbero, in definitiva, a entrambi.

Sergio Romano CdS 11

 

 

 

Francia e Italia, convergenze possibili

 

Nelle dorate stanze dell’Eliseo si incontreranno oggi il presidente francese Sarkozy, il premier Berlusconi, un bel numero di ministri e molte alte personalità dell’industria e della finanza dei due Paesi, nel quadro dell’annuale incontro al vertice tra Italia e Francia. Se, anziché ora, l’incontro si fosse tenuto qualche mese fa, si sarebbero seduti uno di fronte all’altro un Sarkozy ben saldo in sella e un Berlusconi in difficoltà, assediato da mille pettegolezzi sia di color giallo sia di color rosa. Oggi, dopo le elezioni regionali che si sono tenute in entrambi i Paesi, le posizioni sembrano essersi invertite. Il governo Berlusconi ha davanti a sé un triennio di relativa stabilità e si accinge ad affrontare con ottimismo le battaglie per le riforme. Il governo di Sarkozy non ha completato le sue e ha visto un forte calo di consensi nel suo elettorato. Quanto ai pettegolezzi che per molti mesi hanno assediato il nostro premier, ora è la volta della prima Signora di Francia e dell’intero Eliseo a essere investito da una piccola bufera gialla e rosa. Un punto di forza, tuttavia, accomuna i due presidenti: la confusione e l’assenza di una chiara leadership nelle opposizioni.

 

In questa fase di crisi e di equilibri in trasformazione su scala mondiale un incontro approfondito che porti a convergenza di vedute tra Italia e Francia è quanto mai opportuno. Il tema genericamente assegnato a questo vertice italo-francese è il tema della sicurezza; ma sicurezza è una parola che ha molte declinazioni: sicurezza vera e propria e politica europea di difesa, naturalmente, ma anche sicurezza economica, sicurezza energetica, sicurezza ambientale, e anche sicurezza a fronte delle sfide che ci confrontano sul piano del terrorismo e del radicalismo religioso. Sicurezza poi, o per meglio dire certezza, va cercata nel percorso politico dell’Europa. La crisi aperta dall’insolvenza greca ha posto, come si è visto, un problema finanziario che riguarda non solo la Grecia e gli altri Paesi maggiormente indebitati ma tutta Eurolandia. Il pacchetto di sostegno alla Grecia messo faticosamente insieme con molte riserve il 25 marzo scorso non pare aver persuaso i mercati, come l’ultima scivolata dell’euro sembra indicare. In più, ha portato allo scoperto un serio problema politico: l’intesa franco-tedesca, che è stata storicamente al centro della costruzione europea e che è restata sempre ben salda anche dopo la fine della guerra fredda, ha avuto, proprio sul tema della Grecia, dell’euro e della sottostante disciplina economica, una visibile incrinatura. Ha messo infatti in luce uno stato d’animo di sospetto da parte dell’opinione pubblica tedesca nei confronti dell’impegno europeo di cui non si aveva nessuna percezione e che potrebbe avere conseguenze non trascurabili in futuro. Sarkozy è stato il primo a registrarlo nei suoi ripetuti colloqui con la signora Merkel.

 

La ricerca di convergenze tra Italia e Francia sui temi europei diventa dunque ancor più necessaria, tanto più in previsione della possibile vittoria elettorale di David Cameron nelle future elezioni inglesi, che già suscita nei partner continentali il moderato allarme che si accompagna sempre all’insediamento di un governo conservatore nel parlamento di Westminster.

 

Sono realizzabili queste convergenze? Né Sarkozy né Berlusconi sono inclini all’astrazione e non possono non sentire l’importanza dell’anello italo-francese in un’Europa in perdita di velocità e di coesione.

 

Che gli interessi che legano i due Paesi siano vicini sul piano concreto lo dimostra, oltre alla presenza di ben otto ministri per parte, il numero e il livello delle personalità del mondo economico che, anche quest’anno, si riuniscono nel Foro di Dialogo tra imprenditori che precede e si accompagna al vertice politico. Come si addice a questo genere di incontri, qui i temi sono settoriali e chiaramente indicati. Uno è quello attualissimo delle «tecnologie verdi», che mirano al miglioramento dell’efficienza energetica, alla de-carbonizzazione e allo sviluppo di nuove tecnologie: un campo in cui sono ipotizzabili intese regolatorie e industriali tra Italia e Francia che proseguano quelle già intervenute in materia nucleare. Un altro tema è quello del Mediterraneo, un tema giustamente caro ai francesi e particolarmente a Sarkozy che lanciò un paio d’anni fa una Unione Mediterranea, poi più appropriatamente chiamata Unione per il Mediterraneo, tra i 27 Paesi dell’Ue e 16 Paesi rivieraschi. E’ un fatto che, mentre i rapporti tra l’Europa storica e l’Europa orientale si sono sviluppati e poi concretizzati nell’allargamento, il rapporto privilegiato con l’area mediterranea lanciato quindici anni fa a Barcellona ha stentato a decollare. Saranno la collaborazione finanziaria e industriale e l’armonizzazione normativa, di cui si parlerà a Parigi, a riprenderne le fila.

 

Un incontro importante, dunque, quello di domani. Dato che tanto si cita da noi il «semi-presidenzialismo alla francese» come un possibile modello di riforma costituzionale, può darsi che Berlusconi sia più interessato di prima a vederlo alla prova nel suo interlocutore di Parigi: ma non deve illudersi, davanti a sé avrà Le Président e non un Semi-Presidente. BORIS BIANCHERI LS 9

 

 

 

Afghanistan: "I tre italiani stanno bene". Emergency: "Rapiti dal governo Karzai"

 

L'ambasciatore a Kabul incontra gli operatori fermati con l'accusa di complotto

Strada accusa: "E' un sequestro terrorista, vogliono toglierci di mezzo"

Un video mostra il coinvolgimento di truppe Isaf, la Farnesina conferma

A Lashkar Gah, manifestazione per chiedere la chiusura dell'ospedale

 

KABUL - Stanno bene i tre operatori di Emergency fermati ieri in Afghanistan. L'ambasciatore italiano a Kabul Claudio Glaentzer, secondo quanto si apprende da fonti della Farnesina, li ha incontrati e li ha trovati "in buone condizioni". Le autorità afgane avrebbero assicurato a Glaentzer un'indagine "rigorosa e spedita". Parole che non tranquillizzano l'organizzazione umanitaria, secondo la quale i volontari sono stati "rapiti dal governo Karzai" con l'obiettivo di "togliere di mezzo un testimone scomodo". E un video mostra il coinvolgimento di soldati Isaf nell'operazione, circostanza infine confermata anche dal ministero degli Esteri italiano.

 

Gli arrestati sono tre operatori dell'ospedale di Emergency a Lashkar Gah. L'infermiere Matteo Dell'Aira (coordinatore medico), il chirurgo d'urgenza Marco Garatti, veterano dell'Afghanistan e il tecnico della logistica Matteo Pagani, secondo quanto si è appreso, sono ancora in stato di fermo in una struttura dei servizi di sicurezza afgani. Da ieri l'ambasciata italiana a Kabul sta seguendo la vicenda in stretto contatto con le autorità locali.

 

I tre operatori sono accusati di aver partecipato a un complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand. Secondo un portavoce delle autorità locali, avrebbero ricevuto dai taliban "giubotti esplosivi, granate, fucili e munizioni", oltre a "un anticipo di 500 mila dollari". Accuse che Emergency definisce "ridicole". Secondo il fondatore dell'organizzazione, Gino Strada, "si tratta di una sporca manovra" messa in atto con l'obiettivo di estromettere Emergency dal sud dell'Afghanistan.

 

"E' iniziata una guerra preventiva per togliere di mezzo un testimone scomodo prima di dare il via ad un'offensiva militare in quelle regioni", ha detto Strada, parlando in conferenza stampa a Milano. "I nostri medici sono stati rapiti nella peggiore tradizione terroristica dalla polizia del governo Karzai", ha aggiunto Strada, "quel governo difeso dalla coalizione internazionale per il quale l'Italia spende 2 milioni di euro al giorno".

 

Durante la conferenza stampa, il fondatore di Emergency ha anche fatto riferimento a "un video che mostra la presenza, fuori e dentro l'ospedale, delle truppe Isaf". Una circostanza che confermerebbe il coinvolgimento della Nato nella vicenda. Ieri un portavoce dell'Alleanza atlantica aveva smentito la partecipazione di soldati Isaf, attribuendo ogni responsabilità ai servizi di sicurezza afgani.

 

Ma il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica dice di avere perplessità sul fatto "che la verità dia ragione a Gino Strada". Mantica non risparmia critiche ad Emergency, sostenendo che l'organizzazione umanitaria faccia troppa politica: "Forse il modo di muoversi di Emergency in Afghanistan non è del tutto coerente con quella che è l'azione del governo locale e delle truppe Isaf", dice il sottosegretario. "E infatti nell'ospedale non sono entrati solo i servizi segreti afghani, ma anche l'Isaf".

 

Intanto oggi alcune centinaia di persone hanno manifestato oggi davanti all'ospedale di Emergency a Lashkar Gah, chiedendone la chiusura. Secondo i manifestanti, con la sua attività Emergency aiuta i talebani e costituisce un pericolo per la sicurezza della zona. Il portavoce del governatore di Helmand, Daud Ahmadi, ha spiegato che la chiusura dell'ospedale "potrebbe essere decisa solo dal governo centrale".

 

In Italia, le famiglie dei tre operatori arrestati restano in attesa di notizie. E mentre il cognato di Matteo Dell'Aira, Silvano Piazza, si dice ottimista "sul fatto che la vicenda si concluderà presto", la moglie del coordinatore medico di Lashkar Gah esprime incredulità e preoccupazione.

 

 

 

 

Sicurezza Nucleare. Il valore di una intesa

 

IL 12 e 13 aprile si terrà a Washington il Summit sulla Sicurezza Nucleare, preannunciato dal presidente Obama durante il G-8 di L’Aquila. Esso segue di pochi giorni la pubblicazione in Usa della Nuclear Posture Review (Npr) e la firma a Praga del nuovo Start fra gli Stati Uniti e la Russia. Precede di circa un mese la conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione (Tnp). Tutti questi eventi dimostrano come Obama cerchi di dare concretezza alla sua visione di un mondo libero dalle armi nucleari, per il quale il Tnp gioca un ruolo essenziale.

La conferenza di Washington a cui parteciperanno più di una quarantina di capi di Stato e di governo si prefigge di irrobustire in quattro anni il regime internazionale di controllo dei materiali nucleari per evitare che cadano in mano a terroristi. Prepara la revisione del Tnp. Segue la Proliferation Security Initiative, il Cooperative Threat Reduction Program e la Global Partnership volte soprattutto alla sicurezza degli enormi arsenali nucleari, chimici e biologici, che la Russia ha ereditato dall’Urss.

La non proliferazione nucleare costituisce per Obama la prima priorità strategica. È stato evidente nella Npr, nel quale viene nettamente ridimensionato il ruolo delle armi nucleari nella strategia statunitense. Meno evidente risulta tale priorità nel nuovo Start. Infatti, le riduzioni di testate strategiche potrebbero essere molto inferiori a quanto dichiarato, date le ambiguità esistenti nel trattato circa il calcolo del numero delle testate. Esperti dell’Arms Control hanno calcolato che le riduzioni effettive potrebbero limitarsi a 100 testate per gli Usa ed a 190 per la Russia. Infatti, il trattato permette di considerare come una sola testata la ventina di armi trasportabili da un bombardiere. Ciò non toglie valore al nuovo Start. Esso segnala la ripresa della collaborazione fra gli Usa e l’Urss, che potrebbe estendersi agli sforzi per evitare la proliferazione nucleare dell’Iran. Potrebbe anche permettere un negoziato sulle testate non strategiche. Esse sono ancora circa 9.000 in Russia e 5.000 negli Usa. Solo riducendole drasticamente, le due superpotenze nucleari terrebbero fede agli impegni, presi nell’art.6 del Tnp, di ridurre drasticamente i loro arsenali, aumentati irragionevolmente durante la guerra fredda, in cui costruirono ben 70.000 testate. Anche di esse si parlerà a Washington.

Nel Summit verrà discusso come migliorare la sicurezza delle infrastrutture nucleari e quella delle scorie, fatto essenziale con l’attuale revival dell’energia nucleare nel mondo; come sostituire i circa 130 reattori che utilizzano uranio altamente arricchito(Heu); come garantire lo stoccaggio delle circa 1.500 tonnellate di Heu e le 500 tonnellate di plutonio, oggi immagazzinate in vari Paesi, soprattutto in Russia. È un quantitativo enorme. Sarebbe sufficiente per quasi 150.000 bombe. Un’attenzione particolare sarà dedicata all’Heu, poiché le bombe al plutonio sono molto più difficili da costruire. Richiedono tecnologie di cui è improbabile possano disporre i terroristi. Si parlerà anche di “bombe sporche” o radiologiche. Esse non producono esplosioni nucleari, ma possono causare estese contaminazioni radioattive. Possono essere costruite con il nucleare ospedaliero o con quello utilizzato dall’industria, ad esempio per controllare le saldature. La decontaminazione dei centri urbani sarebbe difficile. Potrebbe renderli inabitabili per lunghi periodi, con impatti sociali ed economici devastanti.

Nel corso del Summit si parlerà certamente anche del nucleare iraniano. Provocatoriamente, il premier iraniano Ahmadinejad ha messo le mani avanti. Ha indetto, per il 17 e 18 aprile, una riunione a Teheran, dal titolo “Energia nucleare per tutti Armi nucleari per nessuno”, invitandovi una sessantina di Paesi. Se sulla sicurezza nucleare si faranno passi in avanti, molto meno probabile è che si riescano a prendere impegni precisi per bloccare l’Iran. CARLO JEAN IM 9

 

 

 

Usa-Israele, il bivio nucleare

 

Fossi Benjamin Netanyahu preparerei la valigia: per andare a Washington all'ultimo minuto, dopo aver preso atto di aver fatto una sciocchezza; o per andare a casa dopo aver perso l'incarico di primo ministro; in alternativa, per andare a meditare sulla tomba del suo maestro e predecessore Yitzhak Shamir, l'ultimo leader israelano in ordine di tempo che - benché più prestigioso e abile di Netanyahu - fu defenestrato da un presidente americano (Bush padre) per essersi messo di traverso ai progetti in Medioriente della Casa Bianca. La ragione per cui siamo preoccupati per il Premier Israeliano Bejamin Netanyahu è che ha preso ieri una decisione molto azzardata, per sé e per il suo Paese. Ha cancellato la propria partecipazione al vertice di 47 Paesi sulla sicurezza nucleare promosso dal presidente Usa per il 12 e 13 aprile a Washington, sostenendo che i delegati musulmani avrebbero chiesto ad Israele di rinunciare al suo presunto arsenale atomico.

 

Con il rifiuto Bibi ha lanciato una sfida al Presidente Obama sul cui eventuale e finale risultato non credo ci siano dubbi. Tre giorni fa il Presidente americano ha firmato con il Presidente Russo Dmitry Medvedev un patto di disarmo degli arsenali nucleari, un passaggio definito con buone ragioni «storico» perché dà l'avvio a una nuova strategia globale di limitazione dell'uso delle armi atomiche. La partnership de-nucleare dei due ex nemici nucleari, firmata con tutto il possibile impatto mediatico nella città di Praga simbolo della Guerra Fredda, è valso, per le due nazioni, Usa e Russia, come riscrittura di una virtuosa nuova bipartnership globale. Dall'inchiostro delle penne di Obama e Medvedev è fluito infatti anche un indiretto patto di collaborazione nel controllo di tutti gli attuali e futuri pericoli di riarmo: con un indiretto ammonimento alla Cina, un diretto monito ad Al Qaeda, alla Corea del Nord, e una minaccia netta e pubblica all'Iran.

 

Nel corso della stessa conferenza stampa in cui si presentava la riduzione degli arsenali, Obama, spalleggiato dal partner russo, ha rilanciato sanzioni contro l'Iran, ammonendo: «Non tollereremo nessuno strappo al trattato di non proliferazione». La dichiarazione ha tanto innervosito la guida temporale dell'Iran da provocargli una reazione fra le più scomposte. Reazione servita in qualche modo a rendere ancora più preciso il profilo dell’operazione Obama. Il patto di Praga si presenta infatti come una strategia realistica, proprio perché è accompagnata da misure «punitive». Il Presidente americano, come si vede ormai ogni giorno più chiaramente, sta perseguendo una politica unificata non dal segno «ideologico» (liberal o conservatore) quanto dalla identificazione dell'interesse nazionale del Paese. Interesse nazionale che ha fornito continuità a operazioni apparentemente diverse, come la riforma sanitaria, l’autorizzazione alle estrazioni petrolifere in patria - e ora il disarmo.

 

Per Obama, la riduzione delle armi nucleari è parte del suo modo di vedere la nuova leadership Usa: spostandone il peso dalla forza alla risoluzione dei conflitti, multilaterale piuttosto che monocratica. Ma non irrealisticamente pacifista. Quest'ultimo è l'aspetto della strategia americana che Ahmadinejad non sembra aver capito. Purtroppo non sembra averlo capito neanche il primo ministro israeliano. Nella conferenza di Washington sul disarmo la questione della denuclearizzazione di Israele sarà probabilmente sollevata: il governo di Gerusalemme infatti non ha mai firmato il «Trattato di non proliferazione», del 1970; non si è dunque mai impegnato a non realizzare armi nucleari né ad aprire agli ispettori internazionali le porte del suo reattore di Dimona, che per gli esperti ha prodotto plutonio capace di armare dalle 80 alle 200 testate nucleari. In passato dunque altri leaders israeliani hanno evitato forum sul disarmo.

 

Con la differenza che oggi una riunione come questa è diventata centrale nella agenda americana. Questo è intanto l'effetto immediato del rifiuto di Netanyahu: sottolineare che gli interessi di Israele e Usa non sono più perfettamente coincidenti. Non è un mistero che questa distanza da Washington crea da mesi un grande malessere a Gerusalemme. Con le buone e le cattive, con i ragionamenti, gli editoriali, la discussione e anche le ripicche i leader israeliani si stanno prodigando per richiamare Washington alla vecchia intesa. La più recente di queste ripicche l'hanno inflitta al vicepresidente Usa, due settimane fa, annunciando la costruzione di altre centinaia di case negli insediamenti proprio mentre Biden arrivava a Gerusalemme. Ora è arrivato il rifiuto ad Obama. Come Biden allora, anche Obama oggi sceglie di minimizzare - inviando a Israele il peggiore dei messaggi: che le sue azioni non smuovono gli americani.

 

Washington intende dunque procedere sulla propria strada. Per un disarmo duraturo, per un patto contro il terrorismo che sia efficace, gli Stati Uniti hanno bisogno di un accordo di pace fra Israele e Palestinesi. Ed hanno bisogno, anche per combattere Teheran, di ottenere un Medioriente senza nucleare - cioè Israele senza atomica. Se Bibi vuole sapere chi prevarrà fra il governo di Gerusalemme e quello degli Stati Uniti non ci sono dubbi, dunque, fin da ora. Anche perché, come si ricordava, un uomo ben più forte e significativo di lui è già caduto sotto le ire di Washington. Nel 1992, dopo la guerra del Golfo, George Bush padre si trovò di fronte alla necessità di consolidare il dopo guerra contro Saddam Hussein firmando un accordo di pace fra israeliani e palestinesi. Il premier di allora, Yitzhak Shamir leggendario e carismatico leader, fondatore dello Stato di Israele, si mise contro questo accordo. Finì che il 23 giugno del 1992 Shamir perse le elezioni a favore del partito laburista, e l'accordo di Oslo si celebrò in pompa magna. Nessuno meglio degli israeliani, dopo tutto, dovrebbe saper riconoscere nel sottofondo dei discorsi della Casa Bianca l'eco del cesariano «para bellum». LUCIA ANNUNZIATA LS 10

 

 

 

 

 

Il premier: "Modello francese senza doppio turno". No del Pd: "Meglio un presidente super partes"

 

Berlusconi a Parigi incontra Sarkozy e cita come esempio il semipresidenzialismo

Napolitano invoca le riforme "non piu' procrastinabili". "Ma basta annunci"

Il segretario Bersani: "Ma le famiglie italiane pensano al lavoro e alla crisi"

 

VERONA - Berlusconi va a Parigi e scopre le prime carte sui progetti di riforma. "Guardiamo alla Francia - ha detto il presidente del Consiglio - ma no al doppio turno". Una presa di posizione in replica ai molti - tra cui Gianfranco Fini - che negli ultimi giorni hanno fatto notare come la forma di governo in vigore Oltralpe non possa combinarsi con il Porcellum, la legge elettorale con cui si è votato in Italia nelle ultime due tornate.

 

"Pensiamo all'elezione di presidente e Parlamento in un solo turno e nella stessa giornata", ha aggiunto il Cavaliere. "La proposta in ogni caso sarà discussa in Parlamento che metterà a punto la forma di Stato più appropriata per l'interesse del Paese".

 

Secca e negativa la replica del segretario del Pd, Pierluigi Bersani che, prima segnala come, in tempi di federalismo, la figura del Capo dello Stato "debba restare super partes". Per poi ricordare come tra le priorità delle famiglie non ci sia quella della forma di governo ma la crisi e il lavoro: "Se non ce ne occupiamo un po' finisce che la politica prende una distanza abissale dalla societa''. In ogni modo, chiude, "il cantiere delle riforme è il Parlamento e non "le interviste sui giornali".   

 

L'intervento di Napolitano. "E' augurabile che si esca al più presto da anticipazioni e approssimazioni che non si sa quali sbocchi concreti, quali proposte impegnative, a quali confronti costruttivi possano condurre", ha detto il presidente della Repubblica in un discorso a braccio a Verona.

 

Non è più tempi di annunci, scandisce il capo dello Stato . Che vede in "una serie di riforme non più procrastinabili" fra le quali quelle del fisco, della sicurezza sociale, della ricerca, gli strumenti per uscire dalla crisi che stringe il Paese. Queste sono le priorità, fa capire il presidente. Compresa la giustizia. Per assicurare "la certezza del diritto che è, tra l'altro, un interesse vitale per le imprese e per la capacità del nostro paese di attrarre investimenti"

 

Davanti ad ipotesi di cambiamento della forma di governo, presidenzialismo e premierato in primis, Napolitano si mostra invece tiepido: "Si possono legittimamente sollevare, certo, altri problemi, riaprire capitoli complessi e difficili, come quelli di una radicale revisione della forma di governo. Ma è bene tenere conto dell'esperienza, dei tentativi falliti, delle incertezze rivelate anche dalla discontinuità della discussione su taluni temi accantonati per molti anni". Cautela anche sul federalismo. Che va fatto ma combattendo "chiusure ed egoismi nelle regioni piu' sviluppate", rispettando il principio di solidarieta' e chiamando il Sud "alla prova della responsabilita'''.

 

Infine l'ennesimo appello ad abbassare i toni della lotta politica: "Quella urlata forse può portare voti ma fa danni al Paese". Napolitano Chiede più "senso della misura" e più "senso delle proporzioni": "Siamo in una fase nella quale sembrano contare so i giudizi estremi, che magari rendono in termini elettorali, ma che fanno danni".  Napolitano, sottolinea con forza quello che si è dato come compito per il settennato: "Garantire la maggiore stabilità politico-istituzionale possibile non significa nè immobilismo nè negazione della dialettica tra maggioranza e opposizione". Senza alcun estremismo, "è possibile scontrarsi in campagna elettorale e vorrei dire scontrarsi con misura, anche se talvolta i miei appelli sono apparsi utopistici".

 

Immediata la replica di Antonio Di Pietro che più di una volta ha criticato le scelte di Napolitano. Anche stavolta i toni non sono morbidi: "Bisognava, piuttosto, dare poco spazio a riforme 'ad personam' della Costituzione e magari inviare un messaggio alle Camere sulla crisi" dice a Youdem tv, il leader dell'Idv.  LR 9

 

 

 

 

 

Perchè è preferibile il modello francese. Presidenzialismi vari e sbagliati

 

Dico presidenzialismi (al plurale) perché ne esiste più di uno, ai quali si aggiungono poi presidenzialismi fasulli inventati dall'ignoranza dei politici e dal pressappochismo crescente dei giornalisti. Per esempio molti chiamano il regime berlusconiano un «presidenzialismo». No: non c'entra per niente. Altri ritengono che un sistema è presidenziale se e quando il capo dello Stato è eletto direttamente dal popolo. Ancora no: non è così. In Irlanda, Islanda e Austria, per esempio, il capo dello Stato è eletto direttamente ma i presidenti in questione sono «di facciata» (cito il politologo francese Maurice Duverger, che se ne intende).

Il sistema presidenziale fu inventato dai costituenti americani di Filadelfia perché a loro mancava il re, mancava il monarca (e nel Settecento tutti i grandi stati erano dinastici); e per quanto successivamente adottato in tutta l'America del Sud, lì il modello degli Stati Uniti ha funzionato, di regola, maluccio. Pertanto si potrebbe dire che i presidenzialismi del Nuovo Mondo sono due; e la differenza che forse più di ogni altra ha fatto la differenza è il rispettivo sistema elettorale: maggioritario negli Stati Uniti, quasi sempre proporzionale al Sud. Non lo dico per sostenere che al presidenzialismo occorra l'uninominale, ma solo per far presente che con il presidenzialismo (e probabilmente anche con tutte le democrazie che funzionano) il sistema elettorale è parte integrante e costitutiva dell’edificio.

Se il presidenzialismo puro riesce a funzionare solo a Washington, se ne ricava che il semi-presidenzialismo di tipo francese è — nel contesto dei presidenzialismi — l'opzione di gran lunga preferibile. Se Fini ora appoggia davvero questa formula (finora era sempre restato nel vago), e se la Lega — che ha già il placet di Berlusconi — si è davvero convertita al semi- presidenzialismo (alla Bicamerale del 1997 lo votò non per convinzione ma per intralciare il gioco di D’Alema che allora puntava, immagino per sé, al premierato di tipo israeliano), questa soluzione è, ritengo, accettabile e difendibilissima. A condizione, beninteso, che non venga «ripastrocchiata» all’italiana (come si sta già cercando di fare).

Altrimenti l’altra opzione diciamo in grande (perché esiste anche l’opzione di piccole riforme di governabilità nel contesto della Costituzione esistente) è il cancellierato di tipo tedesco. Il rifacimento costituzionale è in questo caso più modesto (visto che restiamo nell'ambito di un sistema parlamentare); ma il sistema elettorale è ugualmente decisivo e dovrebbe restare così come è in Germania: proporzionale con sbarramento al 5% non aggirabile mediante alleanze elettorali truffaldine.

Anche a questo proposito sento da gran tempo ripetere che il «genio italico» non può imitare, non si deve degradare nel copiare. Stupidaggini. Il nostro Statuto Albertino del 1848 fu copiato dalla costituzione belga del 1831; e tutti i sistemi parlamentari europei dell’Ottocento furono ispirati dall’Inghilterra di allora. Se il modello tedesco ci convince, non obietto: ma deve essere tedesco, non rifatto all’amatriciana.

Al Giappone sconfitto venne imposto dagli americani un costituzionalismo di tipo parlamentare; e quando gli americani se ne sono andati, quel costituzionalismo i giapponesi se lo sono tenuto. Smettiamola di essere «geniali». Non solo non lo siamo, ma è inutile esserlo quando non occorre. Se l’ombrello è già stato inventato, occorre davvero reinventare l’ombrello all’italiana?

Finora ho richiamato due presidenzialismi veri e propri, più un semi-presidenzialismo che è tutt’altra cosa (difatti potrebbe anche essere detto «semi-parlamentarismo»), più il premierato parlamentare di tipo tedesco, il cancellierato. Resta l’elezione diretta del capo del governo (non, sia chiaro, del capo dello Stato) inventata in Israele e ivi rapidamente ripudiata dopo le due elezioni mal riuscite del 1996 e del 2001. Dunque il modello israeliano è stato sconfessato dai suoi inventori, e non è stato preso in considerazione da nessun altro Paese. Salvo che in Italia, che lo ha coccolato non solo prima che fallisse ma che continua a coccolarlo a tutt’oggi. Questo coccolamento deriva dal fatto che il grosso dei nostri legislatori, e del personale mediatico che li pappagalleggia, non afferra la differenza tra l’elezione diretta di un presidente (sistema presidenziale) e l’elezione diretta del capo del governo (in un sistema che resta pur sempre di tipo parlamentare).

Ma purtroppo il grosso degli italiani non si interessa di queste astruserie, delle riforme costituzionali, nemmeno quando sono in cantiere. Peggio per loro. Finché sarà così si meriteranno il cattivo governo e il «malservizio» dei quali si lamentano.

Giovanni Sartori CdS 9

 

 

 

 

L'ultima sfida del Cavaliere al Quirinale

 

Oggi bisognerebbe parlare delle famose riforme. Ne parlano tutti: la Lega che vuole il federalismo compiuto e si acconcia a farlo marciare insieme al presidenzialismo e alla "grande grande" riforma della giustizia per tenere agganciato Berlusconi; l'opposizione che si dichiara disponibile a leggere le carte del centrodestra per giudicarle nel merito ma intanto pone come pregiudiziale provvedimenti economici a sostegno dei consumi e dei redditi più bassi; il ministro dell'Economia che preannuncia entro tre anni la "madre delle riforme", quella del fisco "dalle persone alle cose"; il presidente del Consiglio che, tra tutte, rilancia il presidenzialismo nelle sue varie versioni possibili e in particolare quella francese ma senza modificare la legge elettorale vigente in Italia. Infine ne ha parlato Giorgio Napolitano in varie recenti occasioni, l'ultima delle quali venerdì scorso da Verona.

 

Che cosa ha detto Napolitano? Ha detto che è necessario modernizzare lo Stato, che il federalismo è la prospettiva concreta per iniziare questo percorso, che esso deve essere concepito come uno strumento di autonomia delle istituzioni locali e deve servire a rafforzare l'unità del paese e la perequazione tra le sue aree territoriali. Di fronte a questo compito, di per sé immane, la riforma della "governance" del paese passa in seconda linea (così ha detto Napolitano) nell'ordine delle priorità perché rischia di introdurre nuovi elementi di divisione e di confusione.

 

In questi stessi giorni il presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere la legge sui contratti di lavoro da lui considerata inadeguata e per certi aspetti di dubbia costituzionalità; ha invece promulgato quella sul legittimo impedimento nonostante i rilievi di presunte incostituzionalità formulati da tutta l'opposizione, da molti giuristi e dalla magistratura associata.

 

Insomma una miriade di tesi, ipotesi, convergenze, divergenze tra gli opposti schieramenti e all'interno dei medesimi; una crescente confusione di lingue e di interessi che alimenta l'indifferenza ostile dei cittadini e la loro separazione dalla politica e dalle istituzioni.

 

Emerge comunque la volontà berlusconiana di dare una spallata definitiva alla Costituzione repubblicana sostituendola con un regime autoritario, un Parlamento di "cloni" plebiscitati, un potere giudiziario frantumato e subordinato all'esecutivo. Questo sbocco era inevitabile, è stato covato negli scorsi dieci anni ed ora da quelle uova non usciranno teneri pulcini ma serpenti a sonagli.

In uno degli angoli del ring c'è Silvio Berlusconi, nell'altro, almeno per il momento, nessuno, o meglio un capannello di persone niente affatto concordi tra loro dalle quali sembra difficile estrarre un valido "competitor".

 

Giorgio Napolitano dovrebbe arbitrare la partita dalla quale potrebbe uscire una Repubblica ammodernata ma fedele ai principi dello Stato di diritto e della libertà, oppure un autoritarismo plebiscitario. L'arbitro potrà compiere il suo ufficio in assenza di uno dei due "competitors"? Oppure finirà, contro le sue intenzioni, col prender lui il posto nell'altro angolo del ring? E quale sarà in tal caso il finale di partita?

 

Il sipario si apre su tre scenari. Il primo si svolge il 1° aprile al Quirinale. Colloquio Napolitano-Berlusconi, presente Letta. Comincia distesamente ma si conclude nel gelo più assoluto. Il premier mette sotto accusa lo staff giuridico di Napolitano il quale gli risponde che si tratta di "validissimi servitori dello Stato" che collaborano con lui per valutare la conformità delle leggi con la Costituzione. Il premier rinnova le critiche, Napolitano ritiene concluso l'incontro e lo congeda. Poche ore dopo arriva da Palazzo Chigi una telefonata del premier che si scusa delle parole "sopra le righe" che attribuisce al nervosismo e allo stress della campagna elettorale da poco conclusa. "Non si ripeterà mai più" promette. "Ha la mia parola".

 

La seconda scena viene recitata a Parigi. Accanto ad un Sarkozy alquanto stupito da quel che sente in traduzione nel suo auricolare, il premier italiano annuncia "la riforma delle riforme": proporrà agli italiani il semipresidenzialismo alla francese, ma con una variante non da poco, la legge elettorale resterà quella attuale con i parlamentari indicati dagli apparati dei partiti e voterà il giorno stesso in cui si vota per il capo dello Stato con suffragio popolare diretto.

 

Quello stesso giorno, 9 aprile, prima di partire per Parigi Berlusconi aveva chiamato il Quirinale per ringraziare Napolitano d'aver promulgato la legge sul legittimo impedimento; gli aveva preannunciato che la stagione della riforme era finalmente arrivata. Tra queste ci sarebbe anche stata la proposta del semipresidenzialismo da lui "ripescata soltanto per fare un favore a Fini".

 

Ma parlando poche ore dopo da Parigi si era visto che non si trattava affatto di un ripescaggio (dal quale peraltro Fini si era immediatamente e clamorosamente smarcato) bensì di un obiettivo a lungo coltivato e gettato sul tavolo subito dopo le Regionali per farlo accettare dalla Lega in cambio del federalismo. B. B., Berlusconi e Bossi. Due alleati o due compari? Presidenzialismo e federalismo regionale. Tasse da ridurre nelle aliquote dell'Irpef e nello spostamento "dalle persone alle cose".

Che vuol dire? Le cose sono gli immobili, gli oggetti, i beni e i servizi acquistati, cioè i consumi. L'elemento della progressività scompare nelle tasse sui consumi.

Comunque per ora non si entra nei dettagli, ci penserà Tremonti tra tre anni sempre che, tra tre anni, la crisi sia terminata o non invece tuttora in pieno svolgimento dal punto di vista dell'occupazione e del reddito, come molti osservatori qualificati prevedono. Quel che è certo, Tremonti dovrà rientrare di almeno mezzo punto di deficit nel 2011 e di tre quarti di punto nel 2012, vale a dire rispettivamente di 8 e di 12 miliardi. Come antipasto all'abbattimento delle imposte non sembra affatto appetitoso.

 

La terza scena va in onda ieri dal convegno confindustriale di Parma. A mezzogiorno e mezza Berlusconi comincia l'arringa, diretta ad una platea di industriali piccoli, medi, grandi. Marcegaglia in prima fila col suo discorso in tasca che sarà pronunciato subito dopo quello del premier.

Il quale comincia come al solito: la crisi è finita o quasi, il declino non c'è stato e non ci sarà, l'economia italiana è competitiva più di tutte le altre in Europa, la società è coesa, le esportazioni vanno bene e andranno sempre meglio se sapranno dirigersi verso la Cina, l'India, la Russia. Le tasse ovviamente saranno abbassate e gli ammortizzatori sociali sono operanti e sufficienti.

 

Tremonti è al timone e fa benissimo. Il programma del Pdl e quello della Confindustria sono assolutamente identici "perciò qui sono a casa mia".

Segue la consueta illustrazione dei meriti acquisiti dal governo: l'Ici abolita, l'Alitalia salvata, i rifiuti di Napoli risolti, il terremoto dell'Aquila eccetera. Ma...

Ma da un certo momento in poi l'oratore passa bruscamente dal regno dell'amore a quello dell'odio. Chi l'ha visto a Parma ne descrive il volto di nuovo contratto sotto il cerone e i capelli dipinti sulla fronte. Nei telegiornali non ce n'è traccia perché quei passaggi sono stati "silenziati".

 

Nelle agenzie addirittura omessi.

Perciò ricorriamo al testo letterale, talvolta la pura cronaca si commenta da sola.

"Il governo italiano non è in grado di governare nel quadro del sistema vigente. Non può paragonarsi a nessun altro governo europeo da questo punto di vista. L'esecutivo non ha alcun potere; i disegni di legge vanno in esame alle Commissioni della Camera, poi in aula, poi al Senato.

"Nessuno dei due rami del Parlamento accetta di approvare lo stesso identico testo approvato dall'altro; lo deve dunque modificare a sua volta. Finalmente, una volta approvato dal Parlamento, quel testo, che non corrisponde più a quello inizialmente preparato dal governo, viene comunque rallentato dalle burocrazie nazionali e regionali. Senza dire, come antefatto, che il testo viene preliminarmente sottoposto al presidente della Repubblica e al suo staff che ne controlla addirittura gli aggettivi".

 

Segue un attacco in grande stile - non nuovo e perciò ancor più grave perché ripetuto in ogni occasione e perfino il giorno prima da Parigi per il sollazzo dei francesi - contro la Corte costituzionale, colpevole perché "essendo di sinistra e quindi politicizzata, annulla tutte le leggi e le sentenze che non piacciono ai pubblici ministeri, anch'essi politicizzati".

Siamo in pieno Caimano. Gli industriali vorrebbero che si parlasse dei loro problemi, la Marcegaglia lo dirà subito dopo a muso duro. Vorrebbero almeno un fondo di due miliardi e mezzo per tenere il mare agitato del 2010.

 

Ma a sentirlo attaccare la sua burocrazia, la sua Camera e il suo Senato, dove domina con maggioranze bulgare, comunque lo applaudono. Attacca i suoi perché li disprezza. Anche la platea di Parma li disprezza ed è divertita e soddisfatta dallo spettacolo vagamente schizofrenico. La doppia o tripla o quadrupla personalità del premier piace a quella platea.

Ho visto venerdì sera in Sky tivù un vecchio film di Dino Risi con Tognazzi e Gassman protagonisti. Uno fa il giudice istruttore e l'altro un imprenditore cialtrone e corruttore. Fu prodotto nel 1980, sembra scritto oggi sulla misura di Berlusconi.

 

Quelle frasi di Parma, nonostante il silenzio delle agenzie e dei telegiornali ufficiali, arrivano naturalmente alle orecchie del Quirinale. Si racconta che il Presidente ne sia rimasto stupefatto e indignato. Si è fatto chiamare al telefono Gianni Letta e gli ha chiesto conto di quanto aveva appena udito.

Pare che la risposta di Letta sia stata: "Non sapevo nulla. Ho udito anch'io. Le faccio le mie personali scuse".

E pare che la risposta del Presidente sia stata: "Le sue scuse personali non risolvono la questione. Se non si trattasse del presidente del Consiglio ma di una qualunque altra persona dovrei dire che siamo in presenza di un bugiardo che dice una cosa al mattino e fa l'opposto la sera oppure d'una persona dissociata e afflitta da disturbi schizoidi".

 

Ho scritto "pare" perché trattandosi di un colloquio telefonico tra due soggetti eminenti, le parole sopra riferite non possono che venire da amici intimi dell'uno o dell'altro. Perciò bisogna scrivere "pare" anche se si ha certezza che il colloquio sia stato nella sostanza di questo tenore.

È inutile soggiungere che un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che sente di doversi scusare a titolo personale per quanto detto poco prima dal suo premier, dovrebbe avere un soprassalto morale e dimettersi dall'incarico. Ma è altrettanto inutile aspettarsi da Letta un atto del genere e se gli chiederete perché vi risponderà che resta dove è per cercare di limitare i danni.

L'ipocrisia è il vero sentimento che governa il mondo.

 

Io credo - l'avevo già scritto domenica scorsa ma "repetita iuvant" - che i nodi sono arrivati al pettine e il tempo da qui allo "showdown" si sia raccorciato. Prima ci saranno i decreti attuativi della legge sul federalismo e la "grande grande" riforma della giustizia, intercettazioni comprese.

La squadra "occhiuta" del Quirinale "che controlla anche gli aggettivi" farà i suoi rilievi ma nei punti che interessano la Costituzione i rilievi non ci sono per definizione: dopo la doppia lettura in Parlamento la legge approvata a maggioranza semplice va al referendum confermativo se è impugnata da un quinto dei parlamentari.

 

Il secondo round ci sarà con la presentazione della legge sul presidenzialismo alla francese ma con la legge elettorale "porcellum" preparata a suo tempo da Calderoli.

Ed anche qui il referendum, se richiesto da un quinto del Parlamento.

E tuttavia queste riforme, a differenza di tutte le altre fin qui discusse, non sono semplici modifiche realizzate nei limiti dell'articolo 138 della Costituzione.

Queste riforme cambiano il volto della Repubblica perché distruggono lo Stato di diritto, alterano l'equilibrio dei poteri e la loro reciproca autonomia, ne subordinano uno o due al terzo prevalente. Devastano la giurisdizione, la legislazione, i poteri di controllo.

 

Mettono al vertice dello Stato un personaggio eletto da un plebiscito. Per cinque anni rinnovabili fino a dieci.

Questo scontro si concluderà nel 2011, ma comincerà tra meno di un mese. L'opposizione è divisa perché c'è ancora chi spera di prendere qualche voto in più tra tre anni attaccando fin d'ora Napolitano. "Deus dementet qui vult pervere".

Credo di sapere che Napolitano deve e vuole restare al di sopra delle parti perché quel capitale sarà il solo a poter far inclinare il piatto della bilancia dalla parte giusta e non da quella terribilmente sbagliata.

 

Credo di sapere, anzi di prevedere, che contro le sue intenzioni, sul ring a contrastare un vero e proprio "golpe bianco" ci sarà lui. Non in veste di giocatore ma in veste di arbitro di fronte a chi contesta gli arbitri, i soli che possano richiamarlo a rispettare le regole del gioco. Credo di sapere e di prevedere che sarà una durissima battaglia per la democrazia italiana. EUGENIO SCALFARI LR 11

 

 

 

 

 

Sullo sfondo il rischio delle elezioni

 

Gianfranco Fini la fa meno facile rispetto a Berlusconi e alla Lega. Nel suo primo intervento dopo il risultato elettorale, che a detta di tutti ha rafforzato l’asse tra il premier e il leader leghista, il presidente della Camera non rinuncia a distinguersi, anche di fronte a un’ipotesi – quella del semipresidenzialismo francese – costruita per venirgli incontro.

 

Fini manda due messaggi. Il primo al presidente del consiglio e cofondatore del Pdl, per ricordargli che la strada scelta è molto più complessa di quel che potrebbe sembrare e richiede una lunga serie di interventi sulla Costituzione, a cominciare dal necessario riequilibrio tra i nuovi poteri di un Capo dello Stato eletto direttamente e quelli del Parlamento che dovrebbe bilanciarli. Fini non lo dice, ma è implicito che l’intesa stabilita con la famosa «bozza Violante», che prevedeva un forte rafforzamento dei poteri del premier, forse poteva rappresentare una base di confronto, a partire dalla quale l’introduzione dell’elezione diretta, che trova ancora resistenze nel centrosinistra e un’assoluta contrarietà dei centristi, sarebbe stata più facile da far digerire.

 

Il secondo messaggio è rivolto all’opposizione: sottolineando l’importanza di una nuova legge elettorale da accompagnare alla revisione costituzionale il Presidente della Camera sa di toccare un punto indispensabile per il Pd e i suoi alleati, e che invece il Pdl non vuol mettere in discussione.

 

Tutto ciò, ovviamente, non basta a dire che Fini s’è messo di nuovo di traverso, ma che considera essenziale, diversamente da Berlusconi, arrivare all’approvazione delle riforme con l’appoggio di parte o tutta l’opposizione. Questa impostazione è condivisa anche dalla Lega, che vuole arrivare a un’introduzione del federalismo definitiva, in quanto votata da una larga maggioranza parlamentare, e non provvisoria e sottoposta al vaglio del referendum, come prevede l’articolo 138 della Costituzione per le riforme votate a maggioranza semplice.

 

Dietro la posizione di Fini s’affaccia anche il sospetto, non esplicito ma diffuso nelle file dei parlamentari a lui più vicini, che Berlusconi possa eventualmente cercare di approfittare anche di un insuccesso della campagna per le riforme, per interrompere una legislatura ingolfata e riprendere la vecchia idea delle elezioni anticipate, grazie alle quali potrebbe riproporsi anzitempo come candidato a Palazzo Chigi. Ciò che più di tutto il presidente della Camera teme e vuol cercare di evitare. MARCELLO SORGI LS 9

 

 

 

L’analisi. La cabina c’è, la regia no

 

Il ricordo di quindici anni di frustrazioni istituzionali non sta portando consiglio; né l’«autostrada» di un triennio di legislatura sembra una garanzia sufficiente che le riforme si faranno. I primi passi di una maggioranza rilegittimata dal voto regionale di fine marzo tendono ad essere confusi e non sincronizzati. Anzi, si sarebbe tentati di dire che all’ombra dei disegni di cambiamento rischiano di riproporsi veti reciproci e competizioni fra alleati; e, come risultato non voluto, un nulla di fatto. L’invito pressante di Giorgio Napolitano a far tesoro dei fallimenti del passato sul presidenzialismo arriva in una giornata segnata dalla sensazione di un approccio poco meditato; e dalla conferma di una divergenza intatta fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini: con il Pd schierato accanto al presidente della Camera. È il segno che la cosiddetta «cabina di regìa» risulta insieme affollata e caotica; e che ritenere di modificare la Costituzione senza discutere e magari dividersi almeno su alcune regole fondamentali, potrebbe dare corpo a progetti velleitari e ad aspettative ambigue. La Lega fa capire che i primi risultati forse arriveranno già a fine anno, col Carroccio nel ruolo di «motore». Ma i messaggi contrastanti di ieri suggeriscono prudenza. Cogliendo l’occasione dell’incontro a Parigi col presidente francese Nicolas Sarkozy, Berlusconi ha abbracciato ed italianizzato il sistema francese: l’elezione del capo dello Stato e del Parlamento in un unico turno. Poche ore dopo, però, Fini ha voluto smontare l’impalcatura del premier. Ha usato parole dure sulla «differenza tra politica e propaganda»; e contro un «approccio di parte di questa o quella forza politica».

Nella maggioranza il distinguo è stato accolto come l’ennesimo scarto finiano contro Berlusconi: un atteggiamento ostile che si pensava archiviato col risultato elettorale. Ma le critiche del presidente della Camera si saldano non solo con la diffidenza di un centrosinistra incline al pessimismo. In qualche modo incrociano la determinazione di Umberto Bossi ad approdare ad una nuova Costituzione che legittimi un’Italia federalista, d’intesa con l’opposizione. Coinvolgere almeno il Pd, per la Lega è importante. Lo considera l’antidoto contro l’eventualità che le riforme siano cancellate con un referendum, se fra qualche anno vince un’altra maggioranza: è quanto successe dopo la legislatura dal 2001 al 2006 guidata dal centrodestra. Per questo Berlusconi teme che i suoi progetti siano ostacolati anche dall’interno della coalizione: nonostante la tenuta dell’asse di ferro con Bossi.

Su questo sfondo in movimento, si inseriscono i suggerimenti e gli inviti alla moderazione provenienti da Napolitano. La preoccupazione del Quirinale è che le riforme siano evocate come «una formula magica»: un vessillo sventolato nell’illusione che, da solo, basti a produrre risultati. Se la magìa non riesce, il contraccolpo sarebbe quello di terremotare il sistema, senza approdare a nulla. Per questo il capo dello Stato insiste sulla necessità di dare certezze e stabilità alle istituzioni. Ed inserisce fisco, sicurezza sociale e giustizia fra le riforme da approvare insieme a quelle sulla forma del governo. Senza ostentarlo, il presidente della Repubblica offre insomma la propria «regìa», nel tentativo di accompagnare un progetto scontato solo sulla carta. La affianca a quelle rivendicate dallo stesso Berlusconi e da Bossi, alleati e insieme concorrenti nella costruzione di una possibile «Terza Repubblica».

Si tratta di una sfida che richiede determinazione, volontà di collaborazione, pazienza. E tempo. Il primo e l’ultimo elemento ci sono; gli altri due, almeno per ora, esistono solo nelle intenzioni. Il presidente del Consiglio è quasi certo del rifiuto del centrosinistra a concedergli un’apertura di credito: lo vede diviso e condizionato da Antonio Di Pietro. Dunque, al di là delle offerte formali di tregua con l’opposizione, si prepara ad affrontare il Parlamento forte soprattutto dei voti della propria coalizione. Ma sa che anche nell’alleanza potrebbe spuntare un «partito della sponda» ai suoi avversari. D’altronde, è evidente che chiunque riuscirà ad avvicinare e cucire posizioni oggi conflittuali, oltre che diverse, si candiderà di fatto a perno del sistema. E potrà mettere un’ipoteca pesante sull’epilogo della legislatura e sulla successione al Quirinale, nel 2013.  Massimo Franco  CdS 10

 

 

 

 

Dizionario delle riforme

 

Le riforme? Una bevanda più eccitante del caffè per i politici italiani, camomilla per i comuni mortali.

 

Anche perché questa materia talvolta suona astrusa per gli stessi addetti ai lavori. Diciamo allora che si tratta di ridisegnare la carrozzeria della macchina statale, correggendo il sedile del pilota nonché il numero dei passeggeri a bordo. E per orientarci nella scelta proviamo a compilare un dizionario dei modelli in catalogo.

 

PRESIDENZIALISMO  - Di questi tempi è il mantra dei nostri ri-costituenti. Nell’immaginario collettivo significa un presidente eletto direttamente dal corpo elettorale, con i poteri del comandante in capo. Scendendo nei dettagli, diciamo innanzitutto che quest'uomo (o donna, perché no?) può indossare un abito da capo del governo o dello Stato. La prima soluzione è stata sperimentata soltanto in Israele, ha innescato una grande quantità di pasticci e di bisticci, infine - dopo le elezioni del 2001 - gli stessi israeliani l’hanno gettata nel cestino dei rifiuti. D’altronde è pressoché impossibile conciliare il primato del presidente del Consiglio con il primato delle assemblee rappresentative, quando il sistema resti nell’alveo delle democrazie parlamentari. Largo perciò alla seconda alternativa, ma anche qui: attenzione. In Austria, Irlanda, Islanda il capo dello Stato ottiene un’investitura popolare, ma ha solo poteri di facciata. Tutt'altra musica negli Usa, dove il presidenzialismo ha ricevuto i suoi natali. Lì il presidente governa in solitudine, nomina e revoca i ministri (per meglio dire, i segretari di Stato), è indipendente dal Congresso (che non può sfiduciarlo). Però il Congresso a propria volta tiene i cordoni della borsa, mette becco nelle nomine, può azionare l’impeachment contro il presidente (per evitarlo Nixon si dimise dopo il Watergate), ha infine il monopolio dell’attività legislativa, giacché il veto presidenziale è superabile con la maggioranza dei due terzi. E le elezioni di mid term, che intervengono a metà del suo mandato, segnano spesso il predominio del partito avverso al presidente. Senza dire del corpo giudiziario, forse il più potente al mondo. Insomma una rigida separazione dei poteri, pesi e contrappesi perfettamente bilanciati. In difetto di questa condizione il presidenzialismo diventa una caricatura, come avviene in Sudamerica: tu lo scegli aspettandoti l’Obama italiano, ti ritrovi in casa un caudillo col faccione di Chávez.

 

SEMIPRESIDENZIALISMO  - È il modello inventato in Francia da De Gaulle, e poi esportato per esempio in Portogallo. Un’aquila a due teste, perché il Capo dello Stato viene eletto a suffragio universale, può sciogliere le Camere, decide la politica estera, promuove i referendum, ha poteri speciali durante le situazioni di crisi. Per converso il Primo ministro guida il potere esecutivo, ma per restare in sella deve conservare la fiducia del Parlamento. Un guaio, quando quest’ultimo esprime maggioranze antagoniste rispetto a quella incarnata dal Capo dello Stato (in Francia è successo per un tempo complessivo di 9 anni); anche perché, con un esecutivo frazionato e un legislativo sotto tiro, la separazione dei poteri diventa piuttosto commistione, se non confusione dei poteri. Sarà per questo che in Italia il semipresidenzialismo raccoglie così tanti tifosi.

 

PREMIERATO  - Qui entriamo nella lunga galleria dei sistemi parlamentari, dove l’indirizzo politico viene consegnato al tandem governo-Parlamento. La variante inglese (modello Westminster) s’incentra sul ruolo del premier, al contempo leader del partito di maggioranza alla Camera dei comuni e vertice del potere esecutivo. Per offrire buona prova, questa forma di governo presuppone però un sistema bipartitico, nonché l'adesione a un corpo di regole non scritte (conventions) che limitano la concentrazione del potere. Nel Regno Unito nessuno si sogna di violarle, in Italia facciamo fatica a rispettare pure le norme scritte. Inoltre il premierato non impedisce di sostituire il capo senza passare per le urne: nel 1990 ne fece le spese perfino la Thatcher, sostituita dai conservatori con John Major.

 

CANCELLIERATO  - In questi anni espone il viso rubicondo della Merkel, Cancelliere federale della Repubblica tedesca. I suoi poteri? Di netta prevalenza sui ministri, ma pur sempre costretta a un’estenuante attività di mediazione tra i partiti che formano la coalizione di governo. Se non ci riesce, cade in Parlamento, attraverso una mozione di sfiducia «costruttiva». Significa che il Bundestag elegge nello stesso tempo, a maggioranza assoluta, un nuovo cancelliere; o altrimenti tutti a casa, si sciolgono le Camere. Difatti in Germania il rapporto fiduciario corre tra l’assemblea legislativa e il capo del governo, non con l’esecutivo nel suo insieme. Da qui una certa personalizzazione del potere, senza però mortificare il Parlamento.

 

SISTEMA ELETTORALE  - È il convitato di pietra che identifica le diverse forme di governo, benché le Costituzioni in genere siano silenziose su questo punto decisivo. Lo è anche la Carta italiana, ma i padri fondatori la scrissero strizzando l'occhio al proporzionale; non a caso quando nei primi anni Novanta gli abbiamo dato il benservito, orientandoci verso un maggioritario sia pure un po’ bastardo, in quel momento la seconda Repubblica ha ricevuto il suo battesimo. E così in Italia le simpatie verso il Cancellierato, da parte dei centristi e dei centrini, sono in realtà attizzate da una voglia di proporzionale, con una legge elettorale alla tedesca; i fan del premierato preferiscono al contrario un maggioritario di stampo anglosassone; i semipresidenzialisti hanno in testa il doppio turno alla francese. O almeno dovrebbero, giacché la coerenza non è la nostra massima virtù. Magari va a finire che cambiamo forma di governo tenendoci stretta questa legge elettorale, deprecata in pubblico, benedetta in privato dai segretari di partito. D’altronde come dargli torto, è così comodo scegliere i parlamentari uno per uno, senza nemmeno importunare gli elettori. MICHELE AINIS LS 11

 

 

 

 

La sfida della crescita. Guadagnare (tutti) di più si può

 

La sfida della crescita è stata posta al centro del convegno a Parma della Confindustria. Dopo un 2009 di forte recessione, la scelta del tema da parte di Emma Marcegaglia è stata puntuale. Se l’economia non riparte, siamo tutti destinati ad avere meno benessere e meno opportunità. Inoltre, le aziende sono in prima linea: la ripresa dipende in larga misura dai loro comportamenti. Per uscire dalla crisi, occorre individuare i vincoli da rimuovere, ma anche disporre di strategie d’impresa credibili ed efficaci. La crescita non è però l’unica priorità. Essa è condizione necessaria, ma forse non sufficiente, affinché le famiglie recuperino sicurezza economica e fiducia nel futuro. Come è già avvenuto dopo la crisi dei primi anni Novanta, potremmo infatti assistere a una ripresa del Pil senza un incremento dei posti di lavoro. La prospettiva è allarmante perché l’Italia è da sempre caratterizzata da tassi di occupazione più bassi degli altri Paesi. La recessione ha fatto salire i disoccupati e, ancor di più, il numero di quanti sono completamente usciti dal mercato del lavoro. Se l’economia riparte, non è scontato che la situazione occupazionale migliori. In questo caso, molte persone resterebbero in condizioni di forte vulnerabilità: oggi in Europa la migliore assicurazione contro la povertà è vivere in una famiglia in cui entrambi i partner lavorano e dunque portano a casa due stipendi.

Come far sì che la ripresa, quando verrà, sia davvero accompagnata da maggiore occupazione? L’esperienza degli altri Paesi insegna che assunzioni, disoccupazione, inattività dipendono soprattutto dalle regole vigenti nel mercato del lavoro e dagli incentivi (ad esempio, quelli fiscali) predisposti dallo Stato. L’Italia ha regole che generano eccessi di rigidità e insieme di precarietà lavorativa. I nostri incentivi all’occupazione sono pochi e scarsamente efficaci. Senza riforme, sarà difficile raggiungere l’obiettivo della «crescita con occupazione».

C’è poi una terza sfida, che riguarda non tanto la disponibilità, quanto il livello dei redditi. Gli italiani guadagnano poco. La retribuzione media di un nostro lavoratore dipendente scapolo è di almeno il 20%-30% inferiore rispetto a un lavoratore francese, inglese o tedesco. E il divario tende a crescere se consideriamo gli occupati con familiari a carico e persino il reddito complessivo di nuclei in cui entrambi i coniugi lavorano.

Il basso livello delle retribuzioni è in buona parte legato alla minore produttività delle imprese italiane e all’inefficienza del sistema-paese in cui esse operano. Ma dipende anche dall’inadeguatezza del nostro welfare. Nei Paesi con cui ci confrontiamo i redditi da lavoro sono sorretti da trasferimenti monetari e crediti d’imposta volti a contrastare la povertà. Su questo fronte siamo davvero molto indietro: il Paese non si sbriciola solo perché dispone di una rete informale di solidarietà parentali che ha molte virtù, ma che genera anche forti sperequazioni ed enormi rigidità. Ripresa dello sviluppo, dell’occupazione, dei redditi: sembra una triade irraggiungibile dopo un annus horribilis come il 2009 e dati i vincoli europei. I tre obiettivi non sono però logicamente incompatibili. Richiedono solo uno sforzo progettuale condiviso per un’«Italia al futuro» (come sostengono gli imprenditori) e soprattutto un impegno politico che oggi non si vede, o quanto meno non appare seriamente rivolto in questa direzione. Maurizio Ferrera CdS 10

 

 

 

 

Territorio e modello federale. Il Partito Democratico ritrovi le sue radici

 

I lettori mi perdoneranno se, di fronte all’ennesima discussione sulla riforma del Partito democratico, mi permetto di riprendere, con solo qualche aggiornamento, le proposte che, meno di un anno fa, ho fatto sulle colonne di questo stesso giornale. Il rumoroso dibattito post-elettorale sul ruolo dei partiti politici e sul loro rapporto con i cittadini mi riporta infatti indietro di qualche decennio quando, di fronte all’irreversibile crisi della Democrazia cristiana, proposi di costruire il partito su base strettamente regionale ma con un forte patto federativo nazionale. In poche parole si sarebbe dovuto dare vita al Partito popolare lombardo, emiliano, laziale o siciliano ma tutti questi partiti sarebbero stati obbligatoriamente federati alla Democrazia cristiana italiana. Non se ne fece nulla perché gli avvenimenti presero la mano prima ancora che il dibattito potesse essere nemmeno iniziato. E forse non sarebbe comunque iniziato.

Mi sembra oggi utile per il Partito democratico dare spazio a questo dibattito che si è finalmente riaperto. Il risultato delle elezioni è stato infatti inferiore alle attese e la comune interpretazione di questo risultato è che la struttura del partito stesso sia diventata fortemente autoreferenziale, con rapporti troppo deboli con il territorio e con i problemi quotidiani degli italiani, messi in secondo piano dai ristretti obiettivi dei dirigenti e delle correnti.

Per questo motivo sento che sia opportuno ritornare su quella vecchia idea. Gli iscritti al Partito democratico di ogni regione italiana dovrebbero cioè eleggere, naturalmente tramite le primarie, il proprio segretario regionale. L’esecutivo nazionale dovrebbe essere semplicemente formato dai venti segretari regionali, avendo il coraggio di cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci. A questi venti “uomini forti” dovrebbe essere demandato il compito di eleggere il segretario nazionale, di decidere sulle grandi strategie politiche del partito e, naturalmente insieme agli organi regionali, le candidature per le rappresentanze parlamentari. La forza dei segretari regionali dovrebbe essere ponderata non in base agli iscritti ma in base ai voti riportati alle elezioni politiche, perché il raccolto di un partito non si basa sulle tessere ma sui voti.

Penso quindi a un esecutivo del partito formato esclusivamente dai segretari regionali, senza le infinite code di benemeriti e aventi diritto, compresi gli ex segretari del partito e gli ex presidenti del Consiglio. La politica del partito deve essere infatti esclusivamente decisa da coloro che, essendo scelti tramite elezione, rispondono direttamente alla base del partito.

È evidente che tutto questo corrisponde alla necessità di un serio federalismo nel quale Nord e Sud siano correttamente rappresentati e in cui si discuta in modo chiaro e definitivo la linea da seguire oggi in Parlamento e, domani, al governo.

Se si pensa in modo coerente ad un’Italia federale, questo federalismo deve infatti partire dai partiti che, nonostante la generale crisi in cui versano, sono anche oggi l’insostituibile fondamento di ogni sistema democratico.

Questa riflessione sul federalismo non vale naturalmente solo per il Partito democratico: ritengo infatti che nessuna grande decisione sul futuro del Paese possa essere presa senza che ad essa partecipino in modo determinante i rappresentanti di tutte le regioni italiane. Ritengo però che sia ancora più necessaria per il Partito democratico che, per completare le fusione delle radici storiche che lo compongono, ha più degli altri bisogno di rinnovare i modelli di reclutamento della sua classe dirigente e di costruire un luogo in cui le decisioni prese non possano più essere messe in discussione. Non si può infatti continuare con dibattiti senza fine nei quali si ritorna sempre al punto di partenza e ogni decisione viene sentita come provvisoria, per cui, ad esempio, dopo avere optato per il cancellierato si ritorna al presidenzialismo e dal presidenzialismo si finisce con la scelta di non cambiare nulla, senza che si capisca come e da chi tutto questo venga deciso. La trasparenza esige che ci sia una sede in cui si discuta in modo aperto e si decida la linea del partito senza che essa possa essere messa in discussione da interviste o dichiarazioni di leader o di notabili.

Certamente questo implica un cambiamento radicale della vita del partito e della formazione della sua classe dirigente e accentra sui venti segretari regionali poteri e responsabilità alle quali il Partito democratico non è familiare. Questo mi sembra tuttavia l’unica soluzione per fare funzionare un partito in modo trasparente ed efficiente in un momento in cui tutti dicono di volere il federalismo ma in cui nessuno lo vuole costruire in modo democratico e rispettoso delle esigenze di tutto il Paese.

Naturalmente tutto questo può funzionare solo se si impongono durissime regole di pulizia e di trasparenza nelle procedure di tesseramento. Tutto questo potrebbe sembrare una banalità ma, a oltre 60 anni dall’approvazione della Costituzione non si è ancora dato concreta realizzazione all’art. 49, che dice con estrema chiarezza che i cittadini hanno diritto di associarsi in partiti per concorrere “con metodo democratico” a determinare la politica nazionale. Cominci quindi il Partito democratico a volere l’attuazione di questo articolo, se non altro perché i suoi elettori sono più vigili di tutti gli altri quando si tratta di trasparenza e di democrazia. Questo non è un vizio ma una virtù.

Mi accorgo che queste osservazioni sono guidate dall’astrattezza di chi è ormai fuori dalla politica. Esse mi sembrano tuttavia utili per spingere all’approfondimento di un indispensabile dibattito. ROMANO PRODI IM 11

 

 

 

Lettera del PD di Parigi al Segretario e alla Presidente del Partito Democratico

 

Parigi. Cara Presidente, Caro Segretario, tra i nostri valori iscriviamo quello della verità. E la verità – così come è stata percepita dalla stragrande maggioranza dei militanti e dall’opinione pubblica – è che abbiamo perso.

Cambiare passo non basta: è necessario cambiare direzione.

Molti di noi, durante la campagna elettorale, si sono sentiti in forte disagio quando hanno scoperto che un esponente del Partito, implicato in vicende di corruzione, paragonava il Pd a un negozio.

Noi abbiamo scelto un partito e per nessuna ragione, a nostra insaputa, vorremmo trovarci in un negozio o in un comitato di affari: non è la nostra concezione della politica.  Anche questo risultato mostra i guasti della realpolitik, di una politica ridotta a furbizia o a gioco di alleanze, senza alcuna visione ideale.

Troppe volte abbiamo dato l’impressione di un partito confuso, senza una linea chiara. E, cosa più grave, troppo timido o sordo rispetto alla giusta protesta di gran parte del nostro potenziale elettorato.

Ora è necessario ripartire (con passo nuovo, certo), su priorità chiare: un progetto chiaro che in primo piano ponga la difesa della Costituzione e della legalità, contro i tentativi di stravolgere l’una e l’altra; le politiche del lavoro e dell’occupazione; la difesa dei più deboli; l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati; la laicità dello Stato. E sarà necessario recuperare la tensione ideale che ha dato vita all’incontro dei cattolici democratici e dei democratici di sinistra nel Pd: la politica delle alleanze non basta, rischia anzi di essere un vicolo cieco, un navigare a vista, incomprensibile e incompreso dall’opinione pubblica.

Alcuni hanno invocato un supplemento d’anima. Di certo, occorrerà lavorare con passione a un progetto comune che dia spazio alle ragioni “alte” della politica. Anche così si recupererà il consenso elettorale che non abbiamo saputo raccogliere alle ultime regionali.

Le nostre tessere, e le nostre teste, non mancheranno, dall'estero, per costruire un'alternativa. Vi invitiamo a conoscerci e speriamo che accetterete l'invito.

Circolo PD Parigi

 

 

 

 

Tra gli indiani dell'agro pontino: «Come schiavi, per due euro»

 

Domani niente paga. Su Latina e provincia è prevista pioggia. E se piove nei campi non si lavora. E se non si lavora niente stipendio. Domani su Latina e provincia piove e, dunque, oltre settemila schiavi dovranno restare a casa. Gli indiani sparsi tra Borgo Grappa, Borgo Hermada, Bella Farnia, Bordo Vodice e negli altri villaggi dell’agro pontino non potranno riversarsi nei campi come ogni giorno baciato dal sole.

 

E per due - quattro euro all’ora, i più fortunati, prendersi cura di frutta e verdura di una delle zone agricole più fertili d’Italia. Il quadrilatero che congiunge Latina a Sezze, Terracina a Sabaudia è, infatti, una manna per chi voglia coltivare. Settantamila ettari di terreno che il governo fascista di Mussolini strappò, negli anni ‘30, alla malaria. È la culla del kiwi, del cocomero, della zucchina. Ma anche una delle zone con il più alto tasso di lavoro nero, grigio, irregolare. Un luogo dove sono registrate alla Camera di commercio 11mila aziende agricole, ma appena 10mila lavoratori regolari. Molti dei quali stranieri, la maggior parte indiani. Numeri, per altro, utili solo per le statistiche della Prefettura.

 

La Flai Cgil locale ha calcolato che di imprese ce ne sono almeno il triplo (30mila) mentre i lavoratori, nei picchi stagionali, possono arrivare anche a 60 forse 70mila. È impossibile calcolarli tutti. In agricoltura lo sfruttamento della manodopera è quasi la norma. E non solo a Latina. In Italia è stato stimato che il 90% delle ore lavorate nelle regioni del Mezzogiorno siano a nero. La percentuale scende al 50% per le regioni centrali e al 30% al nord. E non importa la nazionalità. Naturalmente i lavoratori migranti sono l’anello più debole di questa catena di sfruttamento. Di questi, secondo il sindacato della Cgil, circa 60mila sono quelli che vivono in condizioni di degrado simili a quelle viste a Rosarno.

 

Gli indiani che incontriamo noi, invece, un tetto sopra la testa ce l’hanno. Vivono a Borgo Hermada a qualche chilometro dal promontorio del Circeo. Sono stipati in appartamenti da trenta metri quadri costruiti per ospitare turisti, ma finiti per diventare quartieri dormitorio per extracomunitari. Pagano 300 euro per alloggio, non parlano italiano e lavorano come muli. Per questo in agricoltura sono ricercati. «Vengono quasi tutti dalla regione del Punjab» ci spiega l’interprete Nanda, «terra di agricoltori» e sono quasi tutti di religione Sikh. Monoteisti, devoti, abituati alla fatica. I sette che ci aspettano in uno degli appartamenti di questo immenso dormitorio hanno lavorato un po’ ovunque nella zona.

 

L’ultimo datore è stato l’azienda agricola Feragnoli. Che, dopo averli in parte regolarizzati con contratti, dieci giorni fa li ha mandati a casa senza un perché. «Li hanno rimpiazzati con altri lavoratori indiani» dice Giovanni Gioa segretario Flai di Latina. Senza documenti e, quindi, pagati la metà dei loro predecessori e connazionali. Quanto? Due euro l’ora. «Si arriva al paradosso - spiega Gioa - che chi è in regola viene mandato via perché costa troppo e chi irregolare viene subito impiegato». E sfruttato, ma anche ricattato, alle volte derubato. Capita, infatti, che l’azienda agricola chieda all’immigrato dai tre ai cinquemila euro, pagabili in giornate di lavoro, per affrontare la pratica di regolarizzazione.

 

E una volta terminata, e saldato il debito, il lavoratore viene licenziato. E subito sostituito. Tanto l’ingresso degli indiani è un flusso inesauribile. Settemila sono quelli regolarizzati, ma forse nelle campagne pontine ce ne sono il doppio. L’indiano che ci accoglie nel suo appartamento, e che non vuole essere citato, è stato uno dei primi ad arrivare nel 2002. Ha vissuto in Libano, in Arabia Saudita e poi ha deciso di trasferirsi in Italia con la nave. Ma lui è un’eccezione. Oggi gli indiani arrivano direttamente con gli aerei. Ci sono organizzazioni che garantiscono, in questa terra di Camorra, documenti e un primo impiego. Un primo lavoro affinché la giostra possa girare. Tanto gli schiavi non sanno a chi rivolgersi (la lingua è un ostacolo forte) e un altro lavoro duro (12 ore al giorno per sei giorni alla settimana) lo trovano presto. Aspettando un giorno di sole. Roberto Rossi L’U 11

 

 

 

 

A Milano la Conferenza organizzativa e programmatica delle Acli

 

  MILANO - Oltre 986mila iscritti in Italia e all’estero. 8100 strutture territoriali, tra cui 3500 circoli, 106 sedi provinciali e 21 regionali. Con questi numeri le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani si sono presentate Conferenza organizzativa e programmatica che ha preso il via giovedì mattina 8 aprile, a Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

  L’appuntamento ricorre ogni 4 anni come momento di verifica sull’operato associativo e di programmazione per il futuro. Rispetto al 2006 il sistema Acli – che comprende le associazioni Acliterra, Anni Verdi, Cta (Centro turistico Acli), Fai (Federazioni Acli internazionali), Fap Acli (Federazione anziani e pensionati), Unione sportiva Acli e Unasp (Unione nazionale arti e spettacolo) – cresce del 13% (870mila erano i tesserati in occasione dell’ultima Conferenza di Bari) e sfiora quota un milione.

  In crescita anche la notorietà dell’Associazione tra gli italiani. Secondo un’indagine realizzata dall’Ipsos su un campione rappresentativo, ‘conoscono’ le Acli 6 italiani su 10 (58%). Nel 2006 erano meno di 1 su 2 (49%). L’immagine delle Acli è quella di un’organizzazione ‘prevalentemente sociale’ per il 46% degli intervistati, ‘sia politica che sociale’ per il 34%. La collocazione ‘politica’ è al Centro per il 26%, sinistra/centrosinistra per il 24%, centrodestra/destra per il 16%, assolutamente ‘trasversale’ e ‘non collocabile’ per il 13%.

  I maggiori beneficiari dell’azione delle Acli, nell’opinione degli intervistati, sono soprattutto i poveri e i bisognosi (68%), i cittadini italiani in generale (64%), quindi i lavoratori italiani e cittadini immigrati (61%). Quanto al rapporto con il mondo ecclesiale, l’immagine delle Acli è quella di un’organizzazione ‘attenta alle indicazioni della Chiesa, ma autonoma’ (56%). Chi milita nelle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, secondo gli intervistati, lo fa soprattutto per ‘ragioni ideali’ (39%), quindi ‘religiose’ (17%) e politiche (15%).

  Il presidente delle Acli Andrea Olivero commenta i dati con soddisfazione: “C’è un’identità abbastanza precisa tra gli italiani di cosa sono e cosa fanno le Acli. Siamo percepiti come realtà di volontariato e di impegno sociale, animata da motivazioni ideali, ma anche come luogo in cui si fa politica. Una politica della società civile, connessa strettamente al ‘fare’, che ha come primi beneficiari le fasce più deboli della popolazione”.

  Rispetto ai numeri dell’associazione Olivero rileva un radicamento in crescita sul territorio, sollecitato soprattutto da una forte richiesta di servizi da parte dei cittadini. Ma la vera sfida, al di là della risposta ai bisogni, è costruire luoghi comunitari di aggregazione e di animazione sociale. (Inform)

 

 

 

 

Così il MAE calcola l’adeguamento della retribuzione del personale all’estero

 

Roma - Nel gennaio scorso, il deputato del Pd Marco Fedi aveva presentato una interrogazione ai Ministri degli esteri e dell’economi, Frattini e Tremonti, per sapere come entrambi i Dicasteri intendessero procedere per l’adeguamento degli stipendi del personale a contratto del Mae all’estero. Fedi, in particolare, segnalava il fatto che "il procrastinarsi degli attuali livelli di remunerazione, a fronte dei consistenti aumenti del costo della vita, in numerose realtà all'estero, sta creando serie difficoltà pratiche per il sostentamento quotidiano delle famiglie del personale a contratto" e ricordava che "in alcuni Paesi, come il Pakistan, la rappresentanza diplomatica italiana non ha ancora fornito i dati necessari al fine della determinazione dell'adeguamento".

A rispondere all’interrogazione è stato il Sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica. "La retribuzione annua base del personale a contratto in servizio all'estero – si legge nella risposta – è suscettibile di revisione in relazione a variazioni dei termini di riferimento indicati dall'articolo 157 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18: il costo della vita, le condizioni del mercato del lavoro locale, le retribuzioni corrisposte da rappresentanze diplomatiche, istituzioni culturali ed organizzazioni internazionali operanti in loco. Nel rispetto di tali princìpi, sulla base dei dati periodicamente forniti dalle sedi interessate, nel biennio 2008-2009 sono stati attuati 39 provvedimenti di adeguamento in altrettanti Paesi, per un totale di 566 impiegati beneficiari (pari al 25 per cento circa di tutti gli impiegati a contratto)".

"Nel corso del 2010 – si annuncia – verranno quindi esaminate le richieste di adeguamento retributivo presentate dalle ambasciate in altri 17 Paesi, che interessano complessivamente 129 dipendenti a contratto".

Nel caso specifico del Pakistan, Mantica spiega che "l'accertamento dello stato dei parametri indicati dall'articolo 157 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 ha richiesto un approfondimento delle condizioni del mercato del lavoro locale, a causa delle difficoltà, segnalate dalla nostra Ambasciata, nel reperire informazioni esaurienti ed attendibili su enti od imprese indicativi delle "condizioni del mercato locale" che costituiscano, in quel Paese, un idoneo termine di confronto per le retribuzioni corrisposte al personale a contratto delle sedi diplomatico-consolari italiane. Non appena in possesso di tali elementi, su cui l'ambasciata ad Islamabad sta ultimando le verifiche di competenza, - assicura, infine, il sottosegretario – il nostro Ministero degli esteri potrà disporre in tempi rapidi la misura di adeguamento auspicata, in modo da garantire la funzionalità delle sedi italiane in Pakistan e la congruità delle retribuzioni corrisposte al personale che vi presta servizio". (aise)

 

 

 

 

Presentato a Basilea il progetto “Sole e Pepe: Formazione e innovazione per il turismo”

 

BASILEA- La Fondazione per il perfezionamento professionale e l’assistenza scolastica (Fopras) informa che il 30 marzo scorso si è svolto presso la sede di Nauenstrasse 71 a Basilea il seminario di presentazione del progetto “Sole e Pepe: Formazione e innovazione per il turismo”. All’evento hanno partecipato esponenti del Consolato Generale di Basilea e degli organi di rappresentanza dei cittadini italiani residenti in Svizzera, oltre che interessati alla partecipazione dei corsi ed imprenditori italiani nel settore della gastronomia.

  Durante il seminario sono stati presentati da Roger Nesti, direttore della Fopras, i passaggi che hanno portato al finanziamento del progetto da parte del ministero del Lavoro. Ampio spazio è stato inoltre dedicato alla continuità che questa iniziativa ha con le esperienze formative fatte precedentemente dalla Fopras . Il direttore si è inoltre soffermato sui partner italiani (CFF, IAL Friuli, CNIPA Puglia, INFOR e Università degli Studi di Udine) che partecipano al progetto formativo. A seguire Stefano Biondini, responsabile del progetto per la FOPRAS, ha illustrato il piano dell’offerta formativa gratuita, 15 corsi  di 50 ore ciascuno per i cittadini italiani residenti in Svizzera ed un corso di 280 ore per i nostri connazionali non occupati, e lo stato d’attuazione del progetto, al momento giunto alla fine della fase di promozione.

  Al termine della presentazione Gaetana Farruggio, reggente del Consolato d’Italia a Basilea, ha salutato la comunità italiana e si è soffermata sull’utilità del progetto formativo. A conclusione della serata è stata offerta a tutti gli intervenuti, una degustazione di prodotti tipici pugliesi da parte della Nuova Trulli SA. Per ulteriori informazioni sulle iscrizioni, che sono ancora aperte, contattare la Fopras, Nauenstrasse 71, Postfach 2816, 4002 Basel, tel 061 271 78 50 fax 061 271 78 56; e-mail: info@fopras.ch. Oppure consultare il sito internet http://www.ialweb.it/international/basilea/. (Inform)

 

 

 

 

Giornata Internazionale, mondiale, dei ROM. Chi se ne è accorto? Una diversità che ancora fa paura

 

“Nel nostro piccolo, ai margini dell’Europa, qualcosa stiamo cercando di fare, anche ricordando questa data importante per il popolo Rom”. E’ perentoria la dichiarazione dei rappresentanti della municipalita di Prilep, in Macedonia. Fa eco la voce dei volontari del COSV, l’ong italiana che proprio sul tema dell’integrazione dei Rom nella societa sta lavorando grazie a un progetto in ben tre paesi: Macedonia, Montenegro e Kossovo. “Siamo davvero colpiti dal clamore del silenzio che accompagna questo avvenimento ma certo non sorpresi. Purtroppo il problema dei Rom è ancora uno dei piu terribili esempi di razzismo ed emarginazione che si conosca in Europa”.

Quella odierna, l’8 Aprile, è la data in cui si celebra, in tutto il mondo, il Romano Dives, la giornata internazionale della nazione Rom, per ricordare quell’8 aprile 1971 che vide riuniti a Londra, al Congresso, per la prima volta a livello internazionale i rappresentanti delle comunita rom. Fu in quell’occasione che si costitui la Romani Union, la prima associazione mondiale dei Rom riconosciuta in seguito, a partire dal 1979, anche dall'ONU.

Le discriminazioni iniziate dall’arrivo delle comunita rom in Europa, almeno cinque secoli fa, e culminate con il Porrajmos, l'Olocausto zingaro, in cui persero la vita nei campi di sterminio nazisti almeno 500.000 Sinti e Rom, non sono purtroppo diminuite nel tempo. Possiamo anzi dire che in tutta Europa i fenomeni di intolleranza nei confronti di questa minoranza etnica siano addirittura in aumento. E' il caso dell'Italia con i suoi campi nomadi fortemente lesivi dei più elementari diritti umani, viste le ubicazioni di molti campi nei pressi di discariche o in aree dalle condizioni ambientali particolarmente svantaggiate. Una situazione che ricorda il regime dell’apartheid come cita il rapporto dell’European Roma Rights Center e che riguarda un po’ tutte le nazioni europee.

Bisogna andare allora in Macedonia, presso la piccola municipalita di Prilep, per vedere celebrata la Giornata Internazionale dei Rom, in mezzo a danze popolari, spettacoli teatrali, musica ed altri eventi cui partecipano, con indubbio successo, studenti e ragazzi sia Rom sia macedoni, rappresentanti delle diverse comunita, organizzazioni di volontariato ma anche semplici cittadini, per dare voce e ascoltare i problemi di una minoranza che rappresenta il 6% della popolazione nazionale. “L’integrazione delle minoranze nella municipalita è molto importante” sostiene Ana Lashkoska, responsabile delle relazioni esterne della Municipalita di Prilep.

 “Il progetto del COSV nei Balcani è stato realizzato per promuovere, con un approccio comune, l’inclusione sociale delle comunita rom all’interno del processo di integrazione tra le differenti comunita locali”, dice Ana M. Da Rocha - responsabile del progetto in Macedonia. Il progetto, realizzato in partnership con alcune associazioni locali - AHP-Aid for Handicap and Poor people, FSR- Fondazione per il Sostegno degli Studenti rom e ONG MOSAIC Network - mira al rafforzamento delle minoranze Rom, inteso come progressiva consapevolezza dei propri diritti e costruzione di condizioni di maggiore sicurezza. Un impegno che, con grande difficolta,dovrebbe riguardare tutta Europa.

Dall’indagine EU-MIDIS condotta dall’Agenzia dei Diritti Fondamentali sulle minoranze europee è infatti emerso che i Rom subiscono continuamente crimini contro la persona, abusi, molestie e minacce a sfondo razzista, nonostante siano un’esigua minoranza quelli ancora nomadi, a fronte di un gran numero di famiglie e individui stanziali anche da molti anni. I pregiudizi, insomma, sono duri a morire.

Quelli sui rom, di più.. www.cosv.org Prilep, 8 aprile

 

 

 

 

E’ uscito “Bellunesi nel Mondo” di aprile. L’ABM ringrazia l’assessore regionale Oscar De Bona

 

  BELLUNO - I dieci giovani veneti dell’America Latina, che frequentano il corso di formazione alberghiera in Provincia, campeggiano nella foto di copertina con cui si apre “Bellunesi nel Mondo” di aprile. Dopo gli articoli introduttivi del direttore del giornale Vincenzo Barcelloni Corte e del presidente dell’ABM Gioachino Bratti rispettivamente sul “Burrone di ingiustizia” esistente tra Belluno e Bolzano  e sul voto degli Italiani all’estero,  si continua  con un articolo di Maurizio Busatta sull’economia bellunese e un piacevole excursus storico di Paolo Doglioni su un tipico prodotto dell’ arte culinaria bellunese.

  Altri servizi di particolare interesse riguardano il disastroso sisma del Cile, i tagli alla stampa italiana all’estero, l’UNAIE e l’associazionismo italiano nel mondo e nelle Regioni, il 65° anniversario della Resistenza e della Liberazione, e, infine, una riflessione sulla Pasqua del delegato diocesano Umberto Antoniol. Segue, come sempre, il lungo elenco degli incontri e delle attività dell’Associazione e delle sue “Famiglie”, seguito dal ricordo di  insigni personaggi  del mondo migratorio bellunese -  Romeo Fiori, Bepi Salomon  Ettore Todesco - recentemente scomparsi.

  Intanto, con una lettera all’assessore regionale uscente ai flussi migratori Oscar De Bona, il presidente dell’ ABM Bratti,  a nome dell’ Associazione,  lo ha ringraziato per quanto egli ha fatto, con passione e impegno, a favore dei Veneti del Mondo e del loro associazionismo nei suoi cinque anni di mandato. Il presidente Bratti ricorda anche alcuni particolari  meriti dell’assessore: quello del proficuo e produttivo rapporto di collaborazione instaurato con le Associazioni, l’impulso e le certezze dati all’associazionismo giovanile in Regione e all’estero, le numerose iniziative volte a creare un legame più stretto tra i Veneti all’estero e i Veneti residenti in  patria, nonché, infine, il sostegno dato in diverse occasioni all’Associazione Bellunesi nel Mondo. (Inform)

 

 

 

 

 

Anche i consiglieri Cgie celebrano il 25 Aprile. Castellengo chiede di spostare la riunione delle Commissioni  

 

ROMA - Sono ormai 65 anni che in Italia ed anche all’estero, da parte delle nostre comunità emigrate, si festeggia il XXV Aprile e cioè la liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista. Da qualche anno la Liberazione viene perfino ricordata da parte di giovani di terza generazione in alcuni Paesi dell’America Latina ove prima era assolutamente impensabile festeggiare questa ricorrenza per il clima fascistoide che vi regnava.

  Molti di noi consiglieri del Cgie di nomina governativa come, per esempio, il sottoscritto ma pure tanti altri colleghi eletti all’estero anche quest’anno saranno pertanto impegnati nelle celebrazioni del XXV Aprile organizzate localmente e, all’estero, dai Comites e dall’associazionismo italiano. Probabilmente, oggi, più che nel recente passato per l’aria conservatrice e reazionaria che spira forte alle nostre latitudini, ma non solo.

  Allora mi domando come sia stato possibile che il Comitato di Presidenza del Cgie abbia potuto convocare la riunione delle Commissioni tematiche del Consiglio Generale a Roma proprio il prossimo 25 aprile che, quest’anno, oltretutto, cade anche di domenica e quindi in un giorno festivo in tutto il mondo e cioè il giorno più propizio per una forte partecipazione degli emigrati alla celebrazione della Festa della Liberazione.

  Sono certo che, conoscendo sia il Segretario Generale che gran parte dei componenti del Comitato di Presidenza,  ciò sia dovuto unicamente ad una semplice svista nella programmazione dei lavori della prossima Assemblea plenaria del Cgie e non la conseguenza di una tendenza che cerca di rivisitare la storia mettendo in ombra una ricorrenza come quella della Liberazione che in tanti, oggi, vorrebbero purtroppo oscurare. Tuttavia, essendoci ancora tempo per porvi rimedio, interpretando sicuramente anche i sentimenti di tanti altri colleghi, è doveroso sollecitare il Comitato di Presidenza a voler modificare il calendario della prossima plenaria facendo iniziare i lavori da lunedì 26 aprile.

  Se ciò non dovesse accadere molti consiglieri sarebbero costretti a dover scegliere tra prendere parte alle celebrazioni del XXV Aprile o partecipare ai lavori del Cgie: da parte mia, come ogni anno e da decenni, sarò comunque a festeggiare la Liberazione nelle Langhe.

Mario Castellengo, Presidente Commissione Stato, Regioni, Province autonome, CGIE

 

 

 

Senato. Interrogazione di Vincenzo Vita (Pd) per ripristinare le tariffe postali agevolate all’editoria

 

ROMA - “Perché con un decreto interministeriale il Governo ha sospeso le tariffe postali agevolate per l’editoria previste dalla legge 46 del 2004?”. Lo chiede il senatore del Pd Vincenzo Vita, vicepresidente della Commissione Cultura, in un’interrogazione rivolta al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola.

  Nell’interrogazione Vita ricorda infatti che “con il recente decreto interministeriale del 30 marzo 2010, senza alcun preavviso, sono state improvvisamente sospese ai beneficiari le tariffe agevolate per l’editoria, previste dalla citata legge che aveva introdotto una serie di agevolazioni tariffarie postali finalizzate a sostenere la copertura parziale dei costi sostenuti dalle imprese editrici di quotidiani e periodici iscritte al Registro degli operatori di comunicazione (ROC), dalle imprese editrici di libri, dalle associazioni e organizzazioni senza fini di lucro e dalle associazioni le cui pubblicazioni periodiche siano riconosciute da parte di sindacati, di associazioni professionali di categoria e di associazioni d’arma e combattentistiche, per la spedizione dei bollettini dei propri organi direttivi”. Nell’interrogazione si ricordano poi le tariffe fissate con decreto del Ministro delle comunicazioni del 2002. “La tariffa base, fino a 200 grammi, pari a euro 0,2830 e quella agevolata pari a euro 0,1245 a copia per le spedizioni effettuate dagli editori iscritti al Registro degli operatori di comunicazione (Roc), mentre per gli editori non profit la tariffa base è stata fissata ad euro 0,0785 e quella agevolata ad euro 0,615”.

  “Nella recentissima legge 99/2009 - scrive ancora Vita nell’interrogazione - si ponevano precise indicazioni alle Poste italiane Spa in merito alle tariffe più favorevoli da praticare alle diverse strutture editoriali. Si chiede quindi quali siano le motivazioni che hanno indotto il governo a sospendere le tariffe agevolate per l’editoria previste da un’apposita legge e a non tener nemmeno conto delle indicazioni di un’altra così recente normativa. Si chiede inoltre al Presidente Berlusconi e al Ministro Scajola di chiarire se non ritengano assurdo che alle associazioni e alle organizzazioni non profit sia ora applicata la tariffa base prevista per gli editori iscritti al ROC pari a euro 0,2830 e non più quella base finora fissata ad euro 0,0785”.

  Infine l’interrogazione pone il problema al governo di emanare “un nuovo decreto ministeriale che abroghi quello del 30 marzo 2010 evitando la chiusura certa o molto probabile di moltissime delle 8.000 testate interessate”. (Inform)

 

 

 

 

 

“Una lingua per amica”. Torna la Settimana dedicata alla Lingua e alla Cultura Italiana nel mondo

 

ROMA  - Anche quest'anno, dal 18 al 24 ottobre 2010, tutti gli Istituti Italiani di Cultura celebreranno, con il patrocinio della Presidenza della Repubblica Italiana e dell’Accademia della Crusca, la Settimana dedicata alla Lingua e alla Cultura Italiana. Ed anche questa decima edizione delle celebrazioni avrà, come vuole la tradizione, un tema specifico che quest’anno sarà “Una lingua per amica: l'italiano nostro e degli altri”.

Uno dei tanti obiettivi della Settimana è quello di lanciare un virtuale filo di collegamento tra il mondo italofono di origine e quello di acquisizione, aprendo il tema a nuove istanze e motivi ispiratori collegati, oltre che alla proiezione esterna dell'Italia, ad aspetti recenti della società italiana.

Termini di riferimento in tale ambito sono, da un lato, la consapevolezza che la prima “esportazione” della lingua italiana è avvenuta ad opera dei nostri emigranti e, dall'altro, l'esperienza odierna dei nuovi flussi di immigrazione verso l'Italia, la cui accoglienza ed integrazione è strettamente collegata al raggiungimento urgente della competenza linguistica. Quest'ultimo aspetto consentirà anche di dare adeguato spazio alla produzione editoriale in italiano di stranieri che vivono stabilmente in Italia. (aise)

 

 

 

 

Puglia. Sviluppo, lavoro, pugliesi nel mondo: atti in tempo reale su www.sistema.puglia.it

 

Bari – Regione Puglia: da oggi sul portale www.sistema.puglia.it  le determine dell’Area politiche per lo sviluppo, il lavoro e l’innovazione, che include i servizi ricerca, energia, attività economiche e consumatori, lavoro e formazione, pugliesi nel mondo, ripartiti fra gli Assessorati allo sviluppo economico, al lavoro, al turismo, alla solidarietà.

Le determine dell’Area possono essere lette e scaricate dagli utenti.

Messi a disposizione gli atti emanati a cominciare da oggi, più uno storico di circa 400 determine riferite al 2010 e al 2009.

Nei prossimi giorni, fa sapere la Regione, la pagina sarà ulteriormente arricchita, fino a contenere un’informazione in tempo reale su tutte le determine dell’Area e in un secondo momento anche sulle delibere (attualmente pubblicate solo dal sito della Regione Puglia). Gli utenti potranno cercare l’atto per anno, numero, tipo e oggetto dopo essersi registrati al portale www.sistema.puglia.it  e aver aperto la sezione chiamata “La Trasparenza degli Atti”, collocata nella seconda barra orizzontale dell’home page.

Il servizio è stato messo in rete nei 180 giorni previsti dal Regolamento sulla trasparenza varato dalla Regione Puglia. (Inform)

 

 

 

 

Italien ist das Partnerland auf der Hannover Messe 2010 (19.-23.04)

 

Das Italienische Institut für Außenhandel (ICE) ist mit der Organisation des italienischen Messeauftrittes und aller Begleitprogramme rund um die Beteiligung als Partnerland beauftragt. Die italienische Partnerschaft steht unter dem Motto "Sustainable Mobility" - ein Thema von besonderer technischer und umweltpolitischer Aktualität.

 

Im Einklang mit diesem Thema präsentiert sich das umfangreiche und hochkarätige Programm, das ICE für das Partnerland Italien auf der Hannover Messe 2010 erarbeitet hat. Dazu gehören der Messeauftritt (Pavillon Italia, fünf Gemeinschaftsstände, Einzelstände auch von Großunternehmen), ein hochkarätiges Wissenschafts-Konferenzprogramm mit dem Höhepunkt auf dem Word Energie Dialogue am 20. April und eine Auswahl sorgfältig zusammengestellter Kulturbeiträge. Moderne Technologien und Forschungsprojekte in Verbindung mit neuen künstlerischen Produktionen stellen neue Aspekte Italiens jenseits der Traditionen vor.

 

Mehr als 300 italienische Aussteller präsentieren ihre Produkte und Dienstleistungen, viele von ihnen sind zum ersten Mal dabei. Im Vergleich zur ähnlich strukturierten Veranstaltung im Jahre 2008 ist dies ein hervorragendes Ergebnis. Die gesamte Ausstellungsfläche einschließlich des italienischen Pavillons beträgt 8.200 Quadratmeter. Bestand die italienische Präsenz in den vergangenen Jahren in erster Linie aus kleinen und mittleren Unternehmen, so beteiligen sich 2010 zusätzlich auch eine Vielzahl von Konsortien und Großunternehmen, wie Enel, Fiamm, Bonfiglioli, Brovedani Group, Ducati Energia sowie der Verband Federmacchine.

 

Die vom ICE mit Unterstützung des Wissenschaftsattachés der Italienischen Botschaft in Berlin organisierten Wissenschafts- und Wirtschaftskonferenzen wurden durch die Zusammenarbeit mit technischen Universitäten und herausragenden Institutionen wie dem European Southern Observatory (ESO), dem italienisch-deutschen Zentrum Villa Vigoni, Industrieverbänden wie ANFIA und ANIE und mit großen Unternehmen wie beispielsweise ENEL und Pirelli ermöglicht.

Aktuelle Informationen rund um das Partnerland Italien finden Sie unter http://www.italtrade.com/hannovermesse und http://www.hannovermesse.de.

Ines Aronadio, de.it.press

 

 

 

 

Atomunion zwischen Rom und Paris

 

Paris - Frankreich und Italien wollen ihre Zusammenarbeit bei der Atomenergie verstärken. Bei dem alljährlichen Gipfel der beiden Länder, zu dem sich Frankreichs Staatspräsident Nicolas Sarkozy und der italienische Regierungschef Silvio Berlusconi am Freitag in Paris trafen, stand dieses Thema im Mittelpunkt. „Wir wollen Hand in Hand mit den italienischen Unternehmen arbeiten, um den Nuklearbereich zu entwickeln“, erklärte Sarkozy danach. Die beiden Länder wollen auch mehr im Militärbereich kooperieren.

 

Frankreich setzt darauf, maßgeblich an der Atomrenaissance und dem Bau von neuen Reaktoren in Italien beteiligt zu werden. Paris und Rom hatten bereits vergangenes Jahr ein Abkommen zur Zusammenarbeit im Nuklearbereich beschlossen. Dabei ging es darum, dass Frankreich Italien bei der Rückkehr zur Atomkraft unterstützen soll, unter anderem beim geplanten Bau von vier Atomreaktoren vom Typ des Hochdruckreaktors EPR. Spätestens 2013 plant Italien mit dem Bau eines Atomkraftwerkes zu beginnen. „Wir hoffen die internationale Ausschreibung für die Reaktoren zu gewinnen“, hieß es aus dem Elyséepalast. Um unabhängiger vom Öl und Gas zu werden, will Italien im Jahr 2030 ein Viertel seiner Elektrizität durch Nuklearenergie gewinnen.

 

Die Kooperation zwischen Paris und Rom wird in Zukunft noch konkreter. Mehrere zusätzliche Vereinbarungen wurden in Paris getroffen. So beschlossen beide Seiten die technische Zusammenarbeit des staatlichen französischen Atomkonzerns Areva und des italienischen Unternehmens Ansaldo bei den EPR-Reaktoren. Der französische Energiekonzern Electricité de France (EDF) und der italienische Energieversorger Enel arbeiten schon eng zusammen. So ist Enel auch an dem französischen Hochdruckreaktor EPR in Flamanville beteiligt. EDF könnte in Italien beim Bau der Kraftwerke mitwirken.

 

Ein weiterer Punkt betraf die italienische Atomsicherheitsbehörde, bei deren Aufbau Frankreich Hilfestellung leisten soll. Außerdem sollen italienische Ingenieure von den Franzosen ausgebildet werden. Seit dem Referendum über das Ende der Atomenergie in Italien im Jahr 1987 fehlt das Know-how in diesem Bereich.

 

Die Atomnation Frankreich fährt seit langem eine Strategie der Expansion seiner Nuklearindustrie und arbeitet an der Wettbewerbsfähigkeit seiner Konzerne in dem Bereich. Die Franzosen haben sich zudem in den letzten Jahren unter anderem durch die Übernahme des Energiekonzerns British Energy und einer Teilhabe an dem US-Konzern Constellation Energy Einfluss auf dem britischen und amerikanischen Atommarkt gesichert. Erst kürzlich hatten sie in den Vereinten Arabischen Emiraten allerdings das Nachsehen. Südkorea schnappte ihnen einen Großauftrag in der Atomindustrie weg.

 

Bei dem Gipfel ging es auch um die militärische Zusammenarbeit. Es wurde die Gründung einer französisch-italienischen Brigade von Gebirgsjägern besiegelt, die nach dem Vorbild der deutsch- französischen Brigade im Jahr 2013 einsatzfähig sein soll. Sie soll sich auch an Auslandseinsätzen beteiligen, „vor allem in Afghanistan“, erklärte der Elyséepalast. Tanja Kuchenbecker Tsp 10

 

 

 

 

 

Geringfügige Beschäftigung begründet Arbeitnehmereigenschaft und ist Schutz vor Abschiebung

 

Türkische Staatsangehörige können aufgrund ihrer Arbeitnehmereigenschaft Schutz vor Abschiebung genießen.

Das gilt auch wenn sie nur geringfügig beschäftigt sind. Dies hat der Europäische Gerichtshof (EuGH) Anfang Februar entschieden. Allerdings müsse es sich um eine „echte“ und „tatsächliche“ Tätigkeit handeln.

In dem Fall ging es um eine in Berlin lebende türkische Staatsangehörige, die zunächst im Rahmen der Familienzusammenführung eingereist ist, sich aber später von ihrem Mann getrennt hat. Da sie geringfügig beschäftigt ist und zusätzliche Hilfe zum Lebensunterhalt bezieht, hat das Land Berlin die Aufenthaltserlaubnis nicht verlängert und drohte mit Abschiebung. Die Betroffene klagte beim Verwaltungsgericht. Dieses hat, da Unionsrecht betroffenen ist, einige Fragen zur Klärung beim EuGH vorgelegt.

In seinem Urteil hat der EuGH unter anderem darauf verwiesen, dass im Unionsrecht jeder als Arbeitnehmender anzusehen ist, „der eine tatsächliche und echte Tätigkeit ausübt, wobei Tätigkeiten außer Betracht bleiben, die einen so geringen Umfang haben, dass sie sich als völlig untergeordnet und unwesentlich darstellen. Das wesentliche Merkmal des Arbeitsverhältnisses besteht nach der Rechtsprechung des Gerichtshofs darin, dass jemand während einer bestimmten Zeit für einen anderen nach dessen Weisung Leistungen erbringt, für die er als Gegenleistung eine Vergütung erhält“

Weder die Höhe der Vergütung noch die Tatsache, dass die Betroffene Mittel zur Bestreitung des Lebensunterhalts bezieht, haben eine Auswirkung auf den Arbeitnehmerstatus.

Weiter heißt es in dem Urteil: „26: Zwar kann der Umstand, dass im Rahmen eines Arbeitsverhältnisses nur sehr wenige Arbeitsstunden geleistet werden, ein Anhaltspunkt dafür sein, dass die ausgeübten Tätigkeiten nur untergeordnet und unwesentlich sind (...), doch lässt es sich unabhängig von der begrenzten Höhe des aus einer Berufstätigkeit bezogenen Entgelts und des begrenzten Umfangs der insoweit aufgewendeten Arbeitszeit nicht ausschließen, dass die Tätigkeit aufgrund einer Gesamtbewertung des betreffenden Arbeitsverhältnisses von den nationalen Stellen als tatsächlich und echt angesehen werden kann und es somit ermöglicht, dem Beschäftigten die Arbeitnehmereigenschaft im Sinne von Art. 39 EG zuzuerkennen.

27: Bei der Gesamtbewertung des Arbeitsverhältnisses von Frau Genc sind nicht nur Gesichtspunkte wie die Arbeitszeit und die Höhe der Vergütung zu berücksichtigen, sondern auch solche wie der Anspruch auf bezahlten Urlaub von 28 Tagen, die Geltung von Lohnfortzahlung im Krankheitsfall, die Anwendung des Tarifvertrags in der jeweils gültigen Fassung auf den Arbeitsvertrag sowie der Umstand, dass ihr Arbeitsverhältnis mit demselben Unternehmen beinahe vier Jahre bestanden hat.

28: Diese letztgenannten Gesichtspunkte können darauf hindeuten, dass es sich bei dieser Erwerbstätigkeit um eine tatsächliche und echte Tätigkeit handelt.“

Das Berliner Verwaltungsgericht muss nun prüfen, ob aus seiner Sicht eine echte und tatsächliche Tätigkeit vorliegt. Forum Migration April

 

 

 

 

Wie Integration gelingen kann. Keine Angst vorm Türkischsprechen

 

Ein Kind, das fließend Deutsch spricht, ist ein gutes Kind. Ein Kind, das neben Deutsch auch fließend Italienisch, Französisch, Englisch oder sogar Chinesisch spricht oder sich darum bemüht, eine diese Sprachen zu erlernen, ist ein noch besseres Kind. Die Eltern können sich der gesellschaftlichen Anerkennung sicher sein, ihren Sprössling durch frühkindliche Sprachförderung und Schulwahl auf diesen Weg geschickt zu haben. Ein Kind jedoch, das neben Deutsch auch Türkisch spricht und Eltern hat, die es dabei unterstützen, ist in Deutschland ein Problem.

Ihm haftet der Geruch des Störenden, des Integrationsunwilligen an. Auf den öffentlichen Gebrauch seiner Sprache wird mit Abwehr reagiert. In diesem Licht zu betrachten ist auch die helle Aufregung, für die der türkische Ministerpräsident Recep Tayyip Erdogan mit seiner jüngst erhobenen Forderung nach türkischen Schulen sorgte. Denn sie spiegelte nicht allein die Sorge, schon bestehende Nischen der türkischen Lebenswelt könnten sich zu einem institutionalisierten Paralleluniversum auswachsen. Vielmehr bezeugte sie das grundsätzliche Misstrauen, mit dem man hierzulande dem Türkischen und jenen kulturellen Werten begegnet, die diese Sprache transportiert. Doch die türkische Sprache ist so wertvoll wie jede andere. Lässt man sie verkümmern, dann verschenkt die deutsche Gesellschaft eine geistige Ressource. Dabei ist Türkisch längst ein Bestandteil ihrer Wirklichkeit geworden.

Die türkische Sprache ist durch hier erscheinende türkische Medien präsent, durch türkischstämmige Deutsche, die Dienstleistungen auf Türkisch anbieten. Auch aufgrund der leichteren persönlichen Mobilität wird sie intensiv gebraucht. Und natürlich wird in den meisten deutschtürkischen Familien Türkisch gesprochen; die Sprache der Herkunft fungiert dabei vor allem als Sprache der Gefühle oder für die Regulierung von Verhaltensformen - als Sprache des Erziehens.

Eine Fähigkeit, die zu pflegen sich lohnt

Dennoch erkennt die deutschtürkische Bevölkerung den Status des Deutschen als allgemeine Verkehrssprache zum überwiegenden Teil fraglos an. Sie möchte, dass ihre Kinder Deutsch so gut wie möglich beherrschen - hat aber gleichzeitig den Wunsch, dass auch die türkische Sprache ordentlich erlernt werden kann. Was ist falsch an dieser gewollten Zweisprachigkeit?

Die Förderung der deutschen Sprache steht nicht in Opposition zur Förderung der türkischen Herkunftssprache. Beide können einander ergänzende Elemente einer umfassenden sprachlichen Bildung sein, die die besonderen sprachlichen Erfahrungen türkischstämmiger Schüler nicht als Defizit stigmatisiert, sondern als Fähigkeit anerkennt, die zu pflegen sich lohnt. Für die Integration kann das nur von Vorteil sein. Denn es ist ja gerade die Anerkennung der kulturellen Besonderheit, die die Betreffenden ihrer eigenen Identität versichern könnte und so auch empfänglicher für die Gesellschaft machte, in der sie leben.

Wissenschaftliche Studien haben zudem gezeigt, dass sich die schulische Förderung der Erstsprache im schlechtesten Fall neutral auswirkt - also keine negativen Folgen für den Zweitsprachenerwerb hat. Das beweist auch die Praxis. Hier spricht man sogar von Erfolgen: nicht nur an Grundschulen, an denen herkunftssprachlicher Unterricht angeboten wird, sondern auch an jenen Einrichtungen, an denen Türkisch innerhalb des üblichen Schulkanons als zweite Fremdsprache gewählt werden kann. Im bayerischen Pasing legte im Jahr 2007 die erste Schülerin ihr Abitur mit Prüfungsfach Türkisch ab, in Nordrhein-Westfalen gibt es die Möglichkeit, Türkisch zu wählen, schon seit mehr als fünfzehn Jahren. Unterrichtet werden die Schüler von Lehrern mit deutschem Staatsexamen.

Integration bedeutet eben nicht Einsprachigkeit

Die Universität Duisburg-Essen bietet Türkisch für die Sekundarstufe I und II als Studienfach an; belegt wird es ausschließlich von Deutschtürken. In den von ihnen später gestalteten Unterrichtsstunden geht es um türkische Geschichte, Kultur und Literatur. Vor allem aber soll den Schülern eine Standardvariante des Türkischen vermittelt werden, die sich auf dem Niveau des Türkischen in der Türkei bewegt. Denn genauso wie das in Indien gesprochene Englisch ein anderes als jenes in Südafrika oder in Südengland ist, unterscheidet sich das in Deutschland gesprochene Türkisch vom Türkischen in der Türkei - es ist an die Verhältnisse angepasst, zu deren Beschreibung es dient: syntaktisch, semantisch und in der Satzmelodie.

Des Weiteren beschränkt sich die von den Eltern erlernte Sprache meist auf bestimmte kommunikative Situationen und ist nicht selten ein Dialekt. Auf die Idee, den Schülern auf dem Schulgelände das Miteinanderplaudern auf Türkisch zu verbieten, kommt an Schulen, an denen Türkisch auf diese Weise unterrichtet wird, niemand. Das passiert nur dort, wo Türkisch nicht den Rang eines allgemeinen Bildungsgutes hat. Denn dort ist die Sprache in diesem Sinn illegitim.

Die frühere Normalitätsannahme, dass Migranten sich nach spätestens drei Generationen vollständig an die umgebende Majoritätssprache assimiliert haben, wird von der Gegenwart desavouiert. Integration - das zeigen die Beispiele zahlreicher Deutschtürken - bedeutet nicht unbedingt deutsche Einsprachigkeit. Es ist an der Zeit, das endlich anzuerkennen und sprachpolitisch darauf zu reagieren. Der Wunsch vieler türkischstämmiger Eltern nach türkischen Schulen erledigt sich dann von selbst. Karen Krüger  Faz. 9

 

 

 

Innere Sicherheit. Polizei warnt vor Chaos in Migrantenvierteln

 

Der neue Chef der Deutschen Polizeigewerkschaft, Rainer Wendt, sieht das staatliche Gewaltmonopol in einigen Migrantenvierteln der Republik nicht mehr gewährleistet. Im Interview auf WELT ONLINE sagt er, in einige Straßenzüge Berlins, Duisburgs, Essens oder Kölns trauten sich Polizisten nicht mehr allein hinein.

 

WELT ONLINE: Herr Wendt, hat Schwarz-Gelb seit 2005 die innere Sicherheit gesteigert?

Rainer Wendt: Ja, NRW kann inzwischen mit so einigen Superlativen glänzen. Die Aufklärungsquote bei den Straftaten ist so hoch wie nie, unsere Polizei ist die bestbezahlte der Republik, nirgends wurde die Zahl der Unfälle erfolgreicher gesenkt. Und: NRW ist das einzige Bundesland, in dem die Zahl der Einstellungen bei der Polizei mehr als verdoppelt wurde – von 500 unter Rot-Grün auf 1100 unter Schwarz-Gelb.

WELT ONLINE: Wodurch die Überalterung der Polizei verhindert werden soll.

Wendt: Und das gelingt. In NRW werden – anders als vor 2005 – jährlich weit mehr Polizisten eingestellt als pensioniert.

WELT ONLINE: Andererseits klagen viele Experten, es würden häufig zu hohe Ansprüche an die soziale Kompetenz der Beamten gestellt.

Wendt: Stimmt. Wenn zum Beispiel ein Mann früher seine Frau schlug, wurde er von Polizisten festgenommen und in Arrest gesteckt. Das war’s. Polizisten mussten für solche Einsätze also vor allem wissen, wie man Schläger festnimmt. Heute aber müssen sie sich darauf verstehen, das Opfer zu beraten und über Tage zu begleiten oder psychologisch angemessen mit dem Täter umzugehen, der des Hauses verwiesen werden darf. Außerdem müssen die Kollegen auf ganz unterschiedliche Empfindlichkeiten achten, je nachdem, ob sie Gewalt in einer russischen, deutschen oder türkischen Familie unterbinden. Aber auf all das werden die Kollegen heutzutage viel besser vorbereitet als bis 2005. Auch da ist NRW auf gutem Weg.

WELT ONLINE: Um Ihren Lobgesang mal zu stören: In den vergangenen zehn Jahren ist die Gewalt gegen Polizisten bundesweit um 20 Prozent gestiegen, in NRW aber um rund 25 Prozent. Wo hat die Landesregierung da etwas aufhalten können?

Wendt: Da leisten die Landesregierungen in ganz Deutschland noch keine effektive Gegenwehr. Das ist auch schwierig, weil sich in der steigenden Gewaltbereitschaft grundlegende gesellschaftliche Fehlentwicklungen zeigen.

WELT ONLINE: Welche Entwicklungen?

Wendt: Früher gab es auch Massenschlägereien, aber wenn die Polizei dazukam, war Schluss. Heutzutage geht es dann oft erst richtig los – und zwar vereint gegen die Polizei. Darin zeigt sich ein weitgehender Respektsverlust gegenüber staatlicher Autorität. Aber Politik allein kann nicht dafür sorgen, dass Bürger ihre Polizei respektieren.

WELT ONLINE: Diese Forderung klingt manchen Zeitgenossen nach einem Plädoyer für mehr Untertanengeist.

Wendt: Leider wahr, aber der Wunsch nach Respekt hat nichts mit autoritärem Gehabe und gar nichts mit Untertanengeist zu tun. Wo die Respektsforderung derart diffamiert wird, darf man sich über die Folgen nicht wundern.

WELT ONLINE: Welche da wären?

Wendt: Es gibt Straßenzüge in manchen Vierteln Berlins, Hamburgs, Duisburgs, Essens oder Kölns, in die sich Polizisten nicht mehr alleine hineintrauen. Wenn dort ein Beamter einen Autofahrer wegen überhöhtem Tempo kontrolliert, hat der blitzschnell 40 bis 70 Freunde herbeitelefoniert. Und wird der Beamte erst von so einer Menge bedrängt und beschimpft, muss der Rechtsstaat leider kapitulieren und sich zurückziehen.

WELT ONLINE: Und das erklären Sie mit mangelndem Respekt vor der Staatsgewalt?

Wendt: Das ist doch offensichtlich. Die Täter akzeptieren die deutsche Rechtsordnung und ihre Vertreter nicht. Übrigens ist bundesweit bekannt, dass diese Blitzmobilisierungen meist von jungen Männern mit türkischem oder arabischem Hintergrund ausgehen. In solchen Vierteln wankt das staatliche Gewaltmonopol. Ähnliches erleben viele Beamte, wenn sie bei Massenschlägereien Türkisch- oder Arabischstämmiger auftauchen. Immer wieder werden sie abgedrängt und mit der Aussage konfrontiert „Das regeln wir untereinander, haut ab!“ oder „Verschwindet, das klären wir mit unserem Hodscha, nicht mit euch!“.

WELT ONLINE: Welche Folgen fürchten Sie?

Wendt: Mich besorgt die Vorstellung, dass der Funke überspringen könnte in diesen Stadtteilen. Man stelle sich vor, dort würde von Nazis eine Moschee angezündet. Solch ein Brandanschlag mit rechtsextremem Hintergrund würde heutzutage Krawalle auslösen, die über alles Bekannte hinausgingen. Dann würde Deutschland unbeherrschbar, zumindest in manchen Vierteln.

WELT ONLINE: Warum werden diese Szenarien von fast keinem Politiker angesprochen, wenn sie doch so nahe liegen?

Wendt: Um keine Angst und Wut zu schüren, schließlich könnten Mitbürger türkischer oder arabischer Abstammung dann geächtet werden, was kein Mensch will. Mit Schweigen ist aber niemandem geholfen. In einer Demokratie kann man keine Probleme lösen, indem man sie verheimlicht. Darauf hinzuweisen ist auch nicht diskriminierend, solange man betont, dass nur eine kleine Minderheit dieser Bevölkerungsgruppen gewaltfreudig ist. Außerdem sind die Opfer dieser anarchisch-militanten Minderheit selbst überwiegend Migranten.

WELT ONLINE: Fragt sich: was tun?

Wendt: Ganz einfach: All das deutlich ernster nehmen, was in jeder guten Politikerrede seit Jahren auftaucht. Einerseits müssen Verstöße gegen die Rechtsordnung in diesen Vierteln spürbar und schnell bestraft werden, andererseits muss die Integrationspolitik höheren Stellenwert gewinnen.

WELT ONLINE: Ist NRW da auf dem richtigen Weg?

Wendt: Ich freue mich, dass Schwarz-Gelb die Sprachtests eingeführt hat, verstärkt Lehrer mit Zuwanderungsgeschichte einstellen möchte und Familienzentren aufbaut, die auch für Migrantenfamilien leicht erreichbar sind. Aber all das muss endlich als staatliche Pflichtaufgabe im Rang der Schul- oder Polizeifinanzierung gelten, die nicht vom guten Willen der Haushaltspolitiker abhängt. Integration müsste zum Top-Thema aufsteigen. Dann wäre ich mit der Landesregierung sehr zufrieden. Till-R. Stoldt DW 10 </