WEBGIORNALE 15-18 Aprile 2010
Le nuove tendenze dell'immigrazione in Italia
Gli immigrati,
ormai, sono divenuti fondamentali per lo sviluppo economico e demografico
dell’Italia. Il fenomeno è, comunque, complesso e presenta anche alcuni risvolti negativi, connessi al pericolo di una maggiore
diffusione della criminalità e alla pratica di modelli comportamentali a volte
molto lontani dalle regole del nostro vivere comune. Contrastare questi aspetti
negativi non significa, tuttavia, perdere di vista l'obiettivo di una integrazione prudente e allineata ai principi
fondamentali stabiliti dall'Unione Europea in materia.
Ricorriamo
all'aiuto dell'ISTAT per comprendere le principali caratteristiche del fenomeno
dell'immigrazione in Italia anche a confronto con le dinamiche dei principali
paesi europei.
Quanti sono gli
immigrati
Secondo i dati
ISTAT, pubblicati a gennaio del 2010 e riferiti al 1° gennaio 2009, in Italia
la popolazione residente straniera sfiora i 4 milioni
di persone (di cui circa 500mila nati in Italia) e rappresenta il 6,5 per cento
del totale dei residenti. L'incidenza è in costante ascesa: è più che raddoppiata dall’inizio del decennio ad oggi e si prevede
che nel 2020 la quota supererà il 10 per cento.
Sempre con
riferimento al decennio, la crescita della popolazione straniera ha contribuito
per circa 4/5 all’incremento complessivo della popolazione residente italiana,
pari a circa il 5 per cento. In altre parole, il nostro Paese, senza la componente di immigrazione, avrebbe registrato una crescita
demografica annua intorno allo zero. La maggiore presenza di stranieri
residenti, che riflette anche gli effetti delle procedure di regolarizzazione
degli immigrati irregolari adottate negli ultimi anni, fa sì che il fenomeno
possa ormai essere messo a confronto con quello di altri importanti paesi
europei, storicamente caratterizzati da consistenti e consolidati flussi
migratori in ingresso.
Con riferimento al
31 dicembre 2007, data più recente per cui è possibile
operare un confronto omogeneo per tutti i paesi europei, l’Italia
presenta un’incidenza della popolazione straniera del 5,8 per cento, di poco
inferiore alla media europea (6,2 per cento). E’ interessante notare che tra le
principali economie europee è la Spagna il paese che
si caratterizza per una quota particolarmente consistente (11,6 per cento) e
che l’Italia ha comunque superato la Francia, avvicinandosi nella graduatoria
al Regno Unito.
Per quanto
riguarda mercato del lavoro, le forze di lavoro straniere rappresentano il 7,6
per cento del totale e la loro partecipazione è molto alta: il tasso di
occupazione della popolazione straniera è infatti
oltre dieci punti percentuali più elevato di quello della popolazione residente
italiana. Di conseguenza, il loro apporto alla crescita del PIL è assolutamente
significativo, sfiorando, secondo alcune stime, il 9
per cento. Non solo, ma è anche rilevante l’apporto in
termini di contributi sociali ed imposte versati alla Pubblica Amministrazione
italiana. (ci riferiamo, ovviamente, nella nostra analisi, agli stranieri
occupati regolarmente).
Si tratta,
inoltre, di una forza lavoro potenzialmente qualificata, anche se viene adibita a mansioni mediamente basse. Quanto ai titoli
di studio, infatti, la metà circa degli stranieri arriva alla licenza media, il
38 per cento ha un diploma di scuola superiore e il 10,5 una laurea.
Dove risiedono gli
immigrati
La popolazione
straniera si concentra nelle regioni del Centro-Nord (87 per cento), dove si
presentano anche le maggiori opportunità di lavoro, mentre nel Mezzogiorno
risiede appena il 13 per cento del totale. La regione con la maggiore
concentrazione è la Lombardia (più di un quarto del totale degli
stranieri residenti in Italia), seguita da Veneto, Lazio ed Emilia-Romagna,
tutte con quote intorno all’11-12 per cento. Le città ove maggiore è la presenza di immigrati sono, nell’ordine, Milano, Roma,
Torino, Brescia e Bergamo; in esse si concentra il 30 per cento del totale
degli stranieri residenti in Italia.
Da quali paesi
provengono gli immigrati
Quasi il 30 per
cento degli stranieri proviene dai paesi UE; circa un quarto da paesi extracomunitari dell’Europa centro-orientale; oltre un
quinto degli stranieri proviene dall’Africa, con netta prevalenza dei paesi che
si affacciano sul Mediterraneo; per il resto, da paesi dell’America
centro-meridionale.
E’ da rilevare che
nel corso del 2008 i cittadini provenienti da paesi dell’Unione europea di
nuova adesione sono aumentati del 27 per cento. L’incremento si può ricondurre
in larga parte alla comunità rumena, più che raddoppiata dall’adesione del
paese all’Unione (1° gennaio 2007).
I rumeni (poco più
di un quinto degli stranieri residenti in Italia) sono la cittadinanza
prevalente in 14 regioni su 20: nel Lazio
rappresentano il 35,2 degli stranieri residenti. De.it.press
Il nazista gentile: la nuova faccia dell’estremismo di destra tedesco
Anfibi, bomber,
mazza da baseball e testa rasata: questo è per molti l’aspetto del tipico
neonazista. Tuttavia, già da tempo gli estremisti di
destra in Germania sono diventati più sottili nel diffondere i loro punti di
vista per trovare nuovi sostenitori
I media tedeschi
sfruttano volentieri il cliché del cupo “nazista con gli stivali” e così ignorano il fatto che negli ultimi anni lo scenario è molto
cambiato. «I modi per accedere agli ambienti di destra
sono molto diversi. Gli estremisti di destra cercano sempre più di esercitare
un’influenza sociale. Si presentano vestiti elegantemente o con un normale
abbigliamento da lavoro e non si possono più riconoscere a prima vista», dice Simone Rafael della fondazione Amadeu Antonio, che
promuove iniziative nella società civile volte alla diffusione della
cultura democratica.
Guardando ai
partiti storici, come il Partito Nazional-democratico Tedesco (NPD), l’Unione
del Popolo Tedesco (DVU) e i Repubblicani, si possono notare nuove forme
d’azione. Come reazione alla messa fuori legge di molti gruppi di estrema
destra negli anni ‘90, sono state fondate organizzazioni illegali con un nome
di copertura, le cosiddette “freie Kameradschaft” (“libere compagnie”). Questi
gruppi informali danno la caccia ai dissidenti e organizzano concerti rock di
destra o manifestazioni.
Un’ispirazione…sinistra
- ”Per la nuova generazione di neonazisti però questo non è abbastanza
spettacolare. Essi piuttosto
copiano lo stile dell’ambiente della sinistra, come fanno i cosiddetti
“Nazionalisti autonomi”. Felpe con cappuccio, una kefia e striscioni di critica
alla globalizzazione: l’attuale estremista di destra si dà
all’alternativo-ribelle. Nel loro aspetto, simili ai Black Block, i sostenitori
della destra si ispirano ai gruppi antifascisti e
utilizzano i simboli della sinistra antagonista in chiave nazionalista. Nei
primi tempi questo ha suscitato risultati curiosi: a Berlino un gruppo di
“Nazionalisti autonomi” è stato preso per un gruppo di sinistra e pestato da
alcuni neonazisti.
La nuova
strategia, però, paga: con idee anticapitaliste e temi come la protezione degli
animali e dell’ambiente è possibile raggiungere i giovani più facilmente che
con l’ideologia nazista. Azioni militanti e attacchi violenti ai danni degli
“avversari politici” contribuiscono al fascino. Ed è così che si diffonde
l’ideologia antidemocratica, razzista e antisemita.
Il vicino gentile:
un nazista? - Con i loro contenuti, gli estremisti di destra tedeschi
intendono raggiungere l’intera società. In fatto di mobilitazione la scena nazi
locale sembra aver fatto diligentemente i compiti a casa. Spesso si presentano
come “benefattori” e “avvocati dei piccoli”, riferisce la
giornalista Simone Rafael. Ad esempio si occupano di problemi sociali:
Il club giovanile è stato chiuso? Ci sono problemi con il sussidio di
disoccupazione o con le opere per l’infanzia? I sostenitori della destra hanno
le orecchie ben aperte, laddove nessuno sembra disposto ad ascoltare. Ancora
peggio: in regioni in cui altrimenti non ci sarebbe alcun tipo di svago,
organizzano feste estive, partite di calcio e si impegnano
nelle associazioni. In questo modo gli estremisti convincono gil ambienti non
politici, nel giocando il ruolo dei
vicini gentili.
Accanto a ciò,
esistono anche movimenti politici che si impegnano per
gli interessi locali, fomentando le paure e i pregiudizi. Il principale esempio
tedesco è il movimento di cittadini Pro Köln (“Per Colonia”) che con campagne
anti-islamiche ha tentato di impedire l’edificazione
di una moschea, entrando, nel 2004 nel consiglio comunale di Colonia. A prima
vista si direbbe che gli estremisti di destra intendano, in questo modo,
ancorare l’intera popolazione alla loro concezione razzista e nazionalista del
mondo. Ad esempio, dietro l’iniziativa apparentemente innocua “Vivere bene a
Wolgast”, si nasconde una vera protesta contro i centri di accoglienza per i
rifugiati politici. «In primo luogo si deve entrare in contatto con i cittadini
come persone normali, dopo si svela ciò che si pensa in merito a ebrei ed immigrati» spiega Simone Rafael.
Razzismo - Dalle
sue osservazioni personali, la redattrice, che si occupa anche del sito netz-gegen-nazis.de, riferisce che sorprendentemente è
aumentata molto l’accettazione sociale nei confronti degli attivisti di estrema
destra in alcune regioni della Germania. «Espressioni razziste e antisemite vengono considerate normali, sono quindi particolarmente
importanti le iniziative di discussione e dibattiti che sensibilizzino la
popolazione. Alla vigilia delle elezioni parlamentari del 2009, gli estremisti
di destra in Germania hanno fatto parlare di sé con la distribuzione nelle
scuole di cd e periodici per gli studenti. Il contenuto era formulato in modo
talmente abile, che ha potuto diffondersi nella completa legalità.
Secondo Simone
Rafael ci sono però anche sviluppi positivi, ad esempio in Sassonia, land che
finora registrava il maggior numero di azioni violente di estrema destra della federazione: «nel frattempo un gran numero di persone
ha deciso di opporsi apertamente all’estrema destra». Ancora pochi anni fa la
Sassonia era nota come “zona nazionale liberata”, regione in cui veniva data la caccia a coloro che non rientravano nei
canoni della destra neonazista.
La reazione
dello stato - Di fronte all’insediamento nella società civile lo Stato non
rimane inattivo. Soltanto nel 2009 sono state vietate due associazioni di
estrema destra: il Collegiun Humanum, che serviva da trampolino di lancio per i
revisionisti, e la Heimattreue Deutsche Jugend (HDJ)
(Gioventù Tedesca fedele alla patria) che organizzava dei campi per la
formazione politica delle nuove leve. Esistono ancora associazioni che sono
registrate come enti di pubblica utilità, e quindi possono continuare la loro
azione: per questo i divieti non sono sufficienti. Piuttosto, sarebbe utile non
cedere il campo agli estremisti di destra nella diffusa “lotta per le persone”,
e rafforzare con l’aiuto della società civile la consapevolezza dei nuovi
metodi della destra radicale tedesca.
Reportage della
WDR sul Heimattreue Deutsche Jugend (HDJ) | Wolfgang
Schäuble, ex ministro degli interni, ha ufficialmente dichiarato fuori legge il
HDJ nel marzo 2009. Inga Godhusen, Traduzione Alessandra Nespoli
(Cafebabel)
Assistenza ai detenuti italiani all’estero
Lo scorso anno
sono stati 808 i casi di nuovi arresti o fermi di connazionali all’estero registrati
dagli Uffici consolari. Si tratta di un numero consistente, dovuto ad una casistica estremamente variegata
ROMA - I reati più frequenti commessi dai
nostri connazionali all’estero sono nell’ordine: consumo, spaccio e traffico di
stupefacenti, reati sessuali, violazione della normativa sull’immigrazione e, a
seguire, truffa, rapina, violenza, omicidio. I
cittadini italiani attualmente detenuti all'estero
sono 2.772, la maggioranza dei quali si trova in carceri europee. Il numero
complessivo negli ultimi anni è rimasto sostanzialmente stabile. Tra i detenuti
italiani, molti sono già stati condannati e stanno scontando la loro pena nelle
carceri straniere mentre circa mille sono in attesa di giudizio.
Il ruolo della Direzione
Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie e dell’Ufficio
consolare
Alla delicata e complessa materia della
tutela dei connazionali detenuti, il Ministero degli Affari Esteri rivolge
un’attenzione particolare, perché si tratta di persone spesso costrette a
vivere, soprattutto in alcuni Paesi extra-europei, in condizioni umane,
sanitarie e psico-fisiche decisamente difficili. Il
diritto consolare attribuisce al Console poteri specifici di protezione del
cittadino detenuto, sia nella fase istruttoria e processuale, sia quando la
condanna è passata in giudicato, sulla base di
strumenti normativi internazionali che prevedono precisi obblighi per gli Stati
firmatari in caso di arresto e detenzione di cittadini stranieri. Naturalmente
tali poteri debbono essere esercitati nell'osservanza
dell'ordinamento locale e nel rispetto del sistema giudiziario del Paese
ospite, che generalmente ha come principio fondamentale l'indipendenza del
Giudice.
Chi richiede aiuto?
Nella maggior parte dei casi fanno ricorso all’assistenza
delle nostre Rappresentanze diplomatiche principalmente i connazionali che non
erano residenti nel luogo dove sono detenuti, ma si trovavano temporaneamente
in quello Stato: si tratta di persone non radicate nel Paese, la cui famiglia e
rete di connessioni sociali rimane in Italia e che
spesso non parlano la lingua locale. L’assistenza da parte dell’Ufficio
consolare trova fondamento ovunque vi siano diritti e/o interessi del
connazionale arrestato in un Paese straniero che non vengano
rispettati. Più in generale, l’Ufficio consolare, su richiesta
dell’interessato, può svolgere un’attività di supporto, finalizzata a fornire
da un lato il rispetto dei suoi diritti in sede di giudizio e dall’altro
l’assistenza necessaria in carcere. Naturalmente l’Ufficio consolare non può e
non deve entrare nelle valutazioni di merito del singolo caso, ma si adopera
per creare le condizioni affinché i detenuti e le loro famiglie possano gestire
nel modo migliore possibile il loro rapporto con le Autorità competenti.
Alcune cose da sapere. Le cifre
(aggiornamento marzo 2010)
• Totale cittadini italiani
detenuti all’estero: 2.772, di cui 82% in carceri europee; 5% in Paesi
occidentali; 12% in Medio Oriente, Africa e Asia • Totale cittadini italiani
che hanno riportato una condanna: 1.841
• Totale cittadini italiani
in attesa di giudizio: 931
Gli strumenti normativi
Art 36 Convenzione
di Vienna sulle relazioni consolari del 24 aprile 1963, relativo al dovere di
notificare l’arresto di un cittadino straniero all’autorità consolare dello
Stato di residenza, qualora l’interessato ne faccia richiesta.
Art. 6 della
Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali del 4 novembre 1950 sul diritto ad un equo processo ratificato da
47 Paesi europei membri del Consiglio d’Europa.
Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti
del 10 dicembre 1984.
Cosa può fare
l’Ufficio consolare all’estero
Effettuare visite in
carcere, previa autorizzazione delle competenti Autorità locali.
Proporre il nome di un avvocato o una lista
di avvocati che possa/possano rappresentare il connazionale in giudizio e, se
necessario, un interprete che possa affiancarlo, nonché
seguire l’avvocato designato perché agisca con ogni possibile strumento
consentito. Resta inteso che la decisione circa la migliore strategia difensiva
rimane esclusiva responsabilità del legale, competente a esercitare presso il
foro locale, d’intesa con l’assistito.
Presenziare – ove
possibile e previa autorizzazione sulla base dell'ordinamento locale - alle
udienze in tribunale in qualità di uditore.
Curare le relazioni con i familiari in
Italia, quando si tratti di persone non stabilmente residenti nel Paese e
qualora il connazionale lo richieda.
Qualora il detenuto sia indigente, erogare
sussidi in suo favore per il pagamento di una cauzione o come contributo per
spese legali, o ancora per fornirgli assistenza medica, alimenti, ecc.
Intervenire, nell’ambito delle proprie
competenze, per il suo trasferimento in Italia, qualora sia detenuto in Paesi
aderenti alla Convenzione di Strasburgo.
Cosa non può fare l’Ufficio consolare
all’estero: Intervenire se il detenuto si oppone. Costituirsi parte civile. Intervenire in giudizio per conto di cittadini italiani.
Ottenere un
miglior trattamento – rispetto a quello previsto dalle norme locali – della
condizione carceraria. (In rete con
l’Italia)
Il giornalismo in crisi: un problema europeo
La penna
democratica svanisce. Nascosta dietro gli angoli del precariato e timorosa
della propria vocazione, stenta a testimoniare contro i suoi mecenati, le
grandi agenzie di comunicazione e di fronte ad un’opinione pubblica il cui
diritto all’informazione si vede sminuito dall’attuale crisi economica.
«Mai, nel giro di
così poco tempo, si è verificata una riduzione dei livelli di pluralismo e una
perdita così rapida della sostanza stessa della democrazia: la libertà
d’informazione e di espressione», denuncia Paco Audije, Segretario generale
associato della Fip (Federación Internacional de Periodistas). In un anno, nel
Regno Unito e in Spagna si sono persi in media circa tre mila posti di lavoro,
la Germania si avvicina al migliaio, mentre in Italia o in Polonia, le cifre
viaggiano dai 2.500 ai 4mila licenziamenti. Dati che, secondo quanto assicurano
fonti ufficiali, potrebbero essere più bassi rispetto alla realtà, senza
considerare le condizioni della figura del freelance, molto diffusa nell’Unione
europea, con un’importante proliferazione nei nuovi paesi incorporati. Solo in
Francia, esiste una specie di “rimborso per l’intermittenza sul lavoro” che
assicura una certa protezione in momenti di inattività lavorativa.
Una
vocazione contraddittoria - Il lavoro del giornalista è molto vocazionale
ma, in quest’ occasione, potrebbe risultare un’arma a
doppio taglio. «Si pensa che se uno si lamenta perderà
il suo lavoro, anche se è precario e mal pagato», spiega Paco Audije. «Ciò che
è grave», aggiunge, «è che nel nostro caso, abbiamo la responsabilità di
portavoce sociali e abbiamo paura di parlare ad alta voce delle nostre
miserie». Nonostante questo, Efe, la quarta agenzia informativa più importante
del mondo ha riportato ciò che le sta accadendo. Tuttavia, questo coraggio non
si è ancora esteso sufficientemente per far fronte alla riduzione di personale
organico. Marosa Montañés, presidentessa dell’associazione delle Giornaliste del Mediterraneo, crede che «il peggior nemico di un
giornalista è un altro giornalista. Credersi meglio di un altro, la brama per
l’esclusività, e l’individualismo che accompagna
questa professione», va a scapito della necessità di creare urgentemente un
corporativismo che «vigili con cautela gli abusi che si stanno producendo». Sin
dai primi tirocini praticati dagli studenti dell’ultimo anno di università,
«dovrebbe esistere una normativa che li tuteli dall’essere manodopera economica
e sfruttata come, invece, sono diventati», fatto che
sorprende Tanya Kostyuk, ucraina di 25 anni che afferma di sentirsi
“soddisfatta” della remunerazione che ricevono i borsisti nel suo paese. «La
nostra scuola di giornalismo è dura, però garantisce un lavoro degno, curioso
il confronto con l’Europa». Lo scorso 16 maggio, giornalisti di tutta Europa si
sono riuniti a Varna (Bulgaria) per affrontare le ristrutturazioni a cui è sottoposto il panorama dei mezzi informativi.
Dichiarazione d’intenzioni un po’ improbabile, davanti alla diversità della
tradizione giornalistica in questa Europa che in campo legislativo è una Torre
di Babele. Paco Audije è convinto che l’idea dei collegi per giornalisti non è approvata da tutti. La normativa di
autoregolamentazione, radicata nei paesi nordici; l’ordine italiano, per la
quale si attribuiscono identità professionali all’interno di un sistema in cui
anche i proprietari, gli editori, e la magistratura, sono presenti; l’esistenza
di una commissione per i tesserini, che include sindacati e datori di lavoro, e
l’incorporazione a questo accreditamento da parte di
un consiglio di stampa in Germania o nel Regno Unito, mostrano la diversità di
criterio adottato in questo ambito.
La qualità
come antidoto - I nostri lettori, utenti, telespettatori sono persone
giuste, che riconoscono la qualità del nostro lavoro e, con la stessa rapidità,
iniziano ad associarla ai nostri nomi. È questo il momento in cui uno diventa
un giornalista stabile. Non sarà il nostro direttore a deciderlo, bensì i
nostri lettori». Con questo consiglio, Ryszard
Kapuscinski indicava già nel 1999, di fronte a una sala di giovani giornalisti
a Capodarco di Fermo (Italia), la medicina con cui si poteva combattere la
mancanza di un’informazione rigorosa, veritiera e completa che si pubblica tra
fretta e riduzione del personale. Antidoto nel quale si riconoscono
la maggior parte dei giornalisti. Dalla la Fip si
ricorda che il giornalista specializzato e conosciuto finisce per essere troppo
caro, però non esistono né macchine né meccanismi economici che possano
sostituire la sua qualità. La Bbc fu criticata la sua copertura mediatica degli
attentati di Bombay, precisamente perché accettò senza controllare che dei
messaggi di cellulare, praticamente anonimi, colassero
sullo schermo davanti ai suoi inviati e alle informazioni di agenzie serie. «Le
società dei nuovi media», come le denomina Marosa Montañés, possono essere
«sfruttate: lo sviluppo di un giornalismo cittadino e partecipativo, le reti
sociali ecc. sono possibilità infinite», sempre che non siano utilizzate in
aree di una diminuzione spudorata di figure professionali. «Dobbiamo imparare a
capire ciò che è nuovo senza dimenticare mai che il giornalismo, anche come
attività commerciale, si salverà solo se serio e veritiero», sostiene Paco
Audije. «Tutte le novità della professione non devono
ostacolarci, anzi devono stimolare l’esigenza di un giornalismo di qualità. Lo
sostengo davanti a quelli che giungono solo alle conclusioni, senza riflettere
sull’origine del disastro, e anche davanti a quelli che continuano a seguire
imperterriti le nuove tecnologie incapaci di attenersi ad altri ritmi».
Una qualità che s’imponga davanti agli intenti di manipolazione del potere
mediatico rappresentati da Berlusconi in Italia, dalle connessioni di Sarkozy
con i proprietari dei mezzi di comunicazione, o dalla censura dei fischi
durante la riproduzione dell’inno spagnolo nella trasmissione della finale
della Copa del Rey su Tve. Un’attitudine capace di abbandonarsi agli eccessi
perpetrati dai grandi gruppi di comunicazione, il cui fallimento si deve ad una smisurata ambizione.
Clara Fajardo,
traduzione Manuela Manelli (Cafebabel)
Il Ministro del Turismo Brambilla a Düsseldorf. Tedeschi in Italia: primi d’estate, secondi
d’inverno
Düsseldorf - Il
Ministro del Turismo, on. Michela Vittoria Brambilla, ha incontrato martedì a
Duesseldorf i tour operator tedeschi interpretando il
suo ruolo di governo con un approccio imprenditoriale inconsueto: ha voluto
stravolgere le abitudini di protocollo che vedono i ministri di governo
dedicarsi prevalentemente ad incontri bilaterali con i loro omologhi, riunendo
invece coloro che concretamente organizzano i viaggi dei turisti tedeschi nel
nostro Paese per vendere personalmente il brand Italia. Non si tratta quindi di
una visita di stretto significato istituzionale, bensì di un autentico incontro
produttivo e di sviluppo legato al mercato turistico tedesco e rivolto al
potenziamento dell’incoming di visitatori di lingua tedesca
nel nostro Paese. Il Ministro ha dato concreto avvio ad
una nuova politica del turismo da parte del governo che trae certamente
ispirazione dalla sua formazione imprenditoriale e dalla sua concretezza.
“ Credo che il
Ministro del Turismo non debba avere solo la funzione di rappresentanza
istituzionale – ha detto il Ministro Brambilla a margine dell’incontro – Al
contrario ritengo debba essere anche il primo ed il
più convinto “venditore” del proprio Paese. Oggi ha inizio un tour che mi
porterà, entro l’inizio della stagione estiva, in tutti i principali paesi di incoming turistico per l’Italia. E proprio come è stato fatto qui in Germania, intendo riunire i tour
operator e la stampa degli Stati Uniti, della Francia, dell’Inghilterra e via
dicendo. Del resto, io sono sempre stata il responsabile commerciale delle mie
aziende e credo che mettere la propria esperienza professionale al servizio del
proprio Paese sia un dovere.”
Malgrado la crisi economica abbia influenzato le abitudini di
viaggio dei consumatori tedeschi, l’Italia si conferma tuttora la loro
destinazione privilegiata: prima meta per l’estate e seconda per l’inverno
subito dopo l’Austria. Dal punto di vista del fatturato relativo
ai servizi prenotati in anticipo, il Belpaese ha persino centrato l’obiettivo
di un leggero aumento contro la tendenza negativa del mercato.
Interpretando il
ruolo di ministro in modo nuovo, l’on. Brambilla ha così presieduto con un
approccio imprenditoriale l’incontro di Duesseldorf,
esponendo ai tour operator la politica adottata dal governo in risposta alle
loro richieste, raccolte dallo stesso ministro lo scorso anno a Berlino in
occasione della Itb (Borsa Internazionale del Turismo). Tra i punti
fondamentali: l’avvenuta ripresa della promozione
dell’Italia anche attraverso gli spot televisivi e l’organizzazione di momenti
di co-marketing; l’agevolazione dell’esercizio dell’attività di guida turistica
in Italia con l’apertura, presso gli uffici del Ministero, di uno sportello
appositamente dedicato ad assistere le guide turistiche straniere in tale
percorso, al quale anche gli operatori possono rivolgersi con fiducia per veder
soddisfatte le proprie esigenze; maggiori facilitazioni per gli spostamenti dei
gruppi turistici organizzati con autobus.
Proprio allo scopo
di agevolare i to nella programmazione e gestione dei gruppi turistici che si
spostano sui bus, il governo si è infatti attivato per
fornire informazioni chiare e tempestive circa eventuali tariffe di ingresso
nelle città, compresi parcheggi, servizi e regolamentazione di accesso dei
pullman. Un lavoro capillare per il quale il Ministero del Turismo ha invitato
al confronto anche l’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) in
rappresentanza dei comuni italiani, e cioè dei
soggetti che, secondo la normativa vigente, hanno la titolarità per definire
eventuali tariffe e limitazioni di accesso nell’area territoriale di
competenza. A questo scopo, sempre su impulso del Ministero del Turismo, è
stato istituito un Tavolo tecnico per discutere le esigenze del trasporto di
persone tramite autobus turistici. Del tavolo son membri i
rappresentanti del Ministero del Turismo, dell’Anci, delle Regioni, del
Ministero dell’Ambiente e di quello dei Trasporti.
Tatiana Genovese, de.it.press
Lanciato in Germania “Easy Italia”, in vacanza nel Belpaese senza pensieri
Düsseldorf. Il
Ministro del Turismo, on. Michela Vittoria Brambilla, ha presentato mercoledì
alla stampa in occasione della visita a Duesseldorf il nuovo servizio <Easy
Italia>. Dopo l’incontro avvenuto con i maggiori tour
operator tedeschi, continua la diretta azione di promozione del brand
Italia in Germania da parte del Ministro Brambilla che ha portato
all’attenzione dei giornalisti le iniziative e le nuove strategie turistiche
realizzate dal suo ministero nella prospettiva di consolidare ed incentivare
sempre più i flussi turistici provenienti dal mercato turistico tedesco.
Ma cos’è Easy Italia? Una linea amica per il turismo, ovvero un servizio telefonico multi lingue di informazione e
assistenza per i turisti italiani e stranieri che sarà attivo a partire dal
prossimo 15 maggio. Chiamando il numero 039039039, tutti i giorni domenica e
festivi compresi, dalle ore 9 alle 22, chi si trova a
visitare il nostro paese potrà contare su un’assistenza personale che lo
accompagnerà fino alla risoluzione del problema. Il servizio interverrà in
aiuto in caso di incidenti o disagi di varia natura e
fornirà collegamenti diretti con le reti informative dei vari territori,
consigli di viaggio, consulenza dedicata per conoscere i propri diritti di
viaggiatore, informazioni sempre aggiornate su musei, mostre, attrazioni
turistiche, ma anche un’assistenza speciale per i visitatori diversamente
abili. Tutto questo con un servizio in inglese, francese, spagnolo, tedesco,
cinese, russo e naturalmente italiano, consentendo quindi di superare le
difficoltà linguistiche e offrendo una risposta immediata alle esigenze che si
potranno manifestare durante il soggiorno nel nostro paese.
Ma non è tutto. Sempre nell’ottica
di vendere al meglio il prodotto Italia, il Ministero del Turismo ha realizzato
in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali
il progetto di promozione turistica che partirà nell’estate 2010,
<Magic Italy in tour>: il Belpaese che si sposta e viaggia
attraverso le principali città europee. Un modo del tutto nuovo di valorizzare
l’offerta turistica italiana, affiancando la promozione
delle eccellenze enogastronomiche proprie dei diversi territori. In
particolare, l’obiettivo che il Ministero del Turismo si è posto per la Germania è il più ambizioso: tra le prime tappe, sono in
programma ben cinque città, Berlino, Colonia, Francoforte, Monaco e Stoccarda.
Tra le altre tappe dell’area di lingua tedesca vi sono Vienna e Zurigo. A
testimonianza del particolare ed intenso rapporto in
tema di turismo che lega la nazione tedesca e l’Italia.
Tra le iniziative
volte ad agevolare i visitatori tedeschi che scelgono il nostro paese come
destinazione privilegiata dei propri viaggi, per la prossima stagione estiva sarà disponibile anche in lingua tedesca la <Carta dei
diritti del turista>, uno strumento indispensabile per conoscere i propri
diritti e acquisire informazioni sui servizi di assistenza a disposizione del
viaggiatore. La guida sarà disponibile in una versione on line sul portale
www.italia.it e verrà distribuita nei principali punti
di informazione turistica con la collaborazione degli enti locali. De.it.press
Berlino. Intervista alla direttrice di Mondoli.de,
un portale bilingue per gli alunni italiani in Germania
Il Corriere
d’Italia incontra Elisabetta Abbondanza, scrittrice, pubblicista, insegnante e
ricercatrice nel campo della didattica interculturale. Ha progettato e
realizzato “Mondoli” una piattaforma Internet per l’apprendimento
dell’italiano, destinata ai ragazzi italiani che frequentano le scuole
elementari in Germania.
È in rete dal
primo febbraio e per accedervi bisogna cliccare su www.mondoli.de dove si
trovano materiali didattici, favole, giochi, rubriche e consigli. I bambini
dagli 8 anni in poi possono entrare in contatto con il
mondo di Internet in modo protetto e sviluppare le proprie competenze in rete,
valorizzando la risorsa del bilinguismo, giocando, ripassando vocaboli e materie
scolastiche, e con la possibilità di approfondire diversi temi.
Signora Elisabetta
Abbondanza, come mai è venuta a vivere a Berlino e quali attività svolge?
Dopo aver studiato
Letteratura tedesca e Filosofia a Monaco di Baviera, sono venuta a Berlino per
lavorare nel campo della sceneggiatura. Mi sono inoltre specializzata
nell’insegnamento del tedesco per i migranti e della scrittura creativa per
adulti e per l’infanzia. Attualmente lavoro come
insegnante e pubblicista, ma scrivo anche racconti per l’infanzia.
In cosa consiste
il progetto “Mondoli”, che noi anche qui descriviamo, e a chi è diretto di
preciso?
“Mondoli” è una
sigla che sta per “Mondo delle lingue”. Si tratta di un portale bilingue che
intende offrire con aggiornamenti mensili materiale didattico per diverse
materie scolastiche, principalmente il tedesco, l’italiano, e la Sachkunde, con
particolare accento sulle tematiche dell’ambiente. Lo
scopo è di dare un sostegno all’apprendimento e al perfezionamento del tedesco
e dell’italiano ad allievi di origine italiana dalla seconda alla sesta classe.
Cos’altro si può trovare sul sito internet di “Mondoli”, il cui
indirizzo, lo ripetiamo, è il seguente. www.mondoli.de?
Ci sono anche due
rubriche: una dedicata alla scrittura di favole e testi a tema, e un’altra
dedicata ai disegni e alle foto dei bambini. Entrambe sono collegate a
concorsi: i materiali spediti verranno valutati da una
giuria online per essere poi inseriti nel sito. Non mancano poi i giochi
didattici per il consolidamento della lingua e i consigli pratici sull’uso
protetto di Internet per i giovani. Una rubrica per insegnanti e genitori
intende renderli attivamente partecipi all’impegno dei ragazzi per dare una
base sicura alla loro conoscenza delle lingue e stimolarli ad
un migliore rendimento scolastico.
In che misura
Internet può essere utile per l’educazione bilingue e l’integrazione di bambini
stranieri?
Internet è oggi un
medium largamente diffuso e usato da larghe fasce della popolazione italiana
anche all’estero. I giovani lo usano in misura crescente per comunicare tra
loro, partecipare a chats e forum, informarsi, giocare. Penso che di Internet
si possa fare un uso didatticamente mirato all’insegnamento delle lingue, e che
sia inoltre possibile creare con Internet un punto d’incontro per i ragazzi
italiani che vivono in luoghi diversi della Germania. Realizzando una comunità
virtuale bilingue si potrebbero offrire velocemente vari servizi informativi e
competenze. Così si favorisce l’integrazione che si realizza quando, partendo
da una sicurezza di base, il migrante riesce a comunicare nella seconda lingua,
si ambienta, si trova a suo agio a scuola e nel campo del lavoro.
Come vengono elaborati e selezionati i materiali didattici?
I materiali
didattici nascono dalla collaborazione con insegnanti italiane e tedesche che
insegnano nella scuola elementare di Berlino Sesb Finow-Schule e che hanno
accumulato già molta esperienza con il bilinguismo e l’insegnamento di tedesco
e italiano. Inoltre alla revisione delle unità e dei
giochi didattici partecipa un’insegnante tedesca che offre anche nuovi
articoli, pensati per i ragazzi, sul tema dell’ambiente.
I genitori sono
coinvolti nella gestione del progetto?
“Mondoli” ha una
rubrica dedicata a genitori e insegnanti. Tale rubrica offre agli adulti la
possibilità di partecipare in modo attivo al nostro progetto, narrando le loro
esperienze, chiedendo e offrendo consigli. Aggiorneremo la rubrica di indirizzi utili a genitori e insegnanti per trovare
Scuole bilingui o Corsi di lingua e cultura italiana nelle loro vicinanze,
indirizzi di associazioni culturali italo-tedesche e tutto quanto possa essere
utile ad un ambientamento sempre più soddisfacente e ricco di prospettive
scolastiche e culturali per gli italiani e i loro figli in Germania.
C’è un legame con
le istituzioni scolastiche, per esempio con le Europa-Schulen di Berlino?
Sì, quello con le
Sesb Finow-Schule di Berlino è un legame importante, perchè in questa scuola vengono testati i materiali didattici. Nei prossimi mesi gli
allievi testeranno i contenuti della pagina web e si potrà vedere e valutare la
sua utilità e capacità di motivare gli allievi ad uno
studio più intenso delle lingue. Presto presenteremo “Mondoli” alle altre
scuole di Berlino frequentate da ragazzi italiani, e in seguito diffonderemo e
presenteremo la pagina negli altri Länder tedeschi.
Come si finanzia
il progetto?
Per il 2010 il progetto è finanziato al
50% dal Bundesministerium für Kultur und Medien e dal Bundesministerium für
Familie, Senioren, Frauen und Jugend. Contribuisce anche il Begegnungszentrum dell’Arbeiterwohlfahrt (Awo) di
Berlino e il Comites Berlino-Brandeburgo. Per una buona parte il progetto è
comunque autofinanziato. Saremmo felici di poter proseguire i lavori di
aggiornamento e cura della pagina nel 2011 e grati a chiunque ci possa offrire
un sostegno finanzario in futuro.
Come valuta la
situazione dell’integrazione dei bambini italiani nel sistema scolastico
tedesco di oggi? Ci sono stati passi avanti o siamo fermi?
Ritengo che si
possa parlare di passi avanti da parte dei bambini di famiglie italiane che si impegnano attivamente per una maggiore integrazione,
imparano il tedesco loro stessi e cercano per i figli situazioni scolastiche
bilingui. Nonostante i tagli ai finanziamenti delle scuole da parte di alcuni
Länder tedeschi, che ovviamente hanno influenza
negativa anche sul rendimento dei nostri figli, ho registrato una
predisposizione positiva e dichiarata simpatia da parte della popolazione e dei
media nei confronti degli italiani, che non va sottovalutata. Ovviamente,
quando mancano scuole bilingui, l’impegno nell’apprendimento delle due lingue
ricade quasi interamente sulle spalle dei genitori. Gherardo Ugolini, CdI
aprile
L’aprile culturale italiano a Stoccarda
Stoccarda.
L’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda propone nel mese di
aprile un ampio spettro di appuntamenti legati alla valorizzazione tanto del
patrimonio culturale tradizionale quanto dell’attività culturale italiana
contemporanea.
Sul fronte
letterario è stato presentato lunedì 12 aprile alla Casa della Letteratura di
Stoccarda, con una significativa presenza di pubblico,
il libro “Der Geist von Turin” (in italiano “Lo spirito di Torino”), un
importante saggio di Maike Albath sulla generazione di intellettuali del
secondo Dopoguerra riunita intorno alla casa editrice Einaudi.
Alla musica
popolare era dedicato invece il concerto di ieri mercoledì 14 aprile, quando è
tornato ad esibirsi a Stoccarda, dopo il successo
dell’estate 2009, una delle più note band italiane di folk-rock: la Bandabardò.
L’apuntamento con
la musica colta è invece per mercoledì 28 aprile, con la serata “Donne, musica
e poesia”, in cui l’affermata pianista e slavista Chiara Piomboni inviterà ad un viaggio musicale e poetico femminile tra Italia,
Germania e Russia: in programma, tra l’altro, due Romanze di Respighi su testi
di Ada Negri e alcuni Lieder di Clara Schumann e Fanny Mendelssohn.
Mentre per quanto
riguarda il cinema si conclude venerdì 16 aprile, con la
proiezione di “Generazione mille Euro” di Massimo Venier (2009) il ciclo che
l’Istituto Italiano di Cultura ha dedicato al disagio giovanile degli ultimi
anni, in campo teatrale prosegue l’importante ciclo “Progetto Teatro”, la
rassegna intesa a valorizzare l’attività delle compagnie italiane presenti nel
Baden-Württemberg. Venerdì 16 aprile infatti la
compagnia teatrale Teatralia Pink, presenta lo spettacolo bilingue
“Misch-Verständnis” (in italiano “Mal-inteso”), storia di due sorelle gemelle,
antitetiche eppur complementari, tratta dal romanzo “Manola” di Margaret
Mazzantini.
Inoltre l’AMEG,
Associazione Marchigiani Emigrati in Germania, in collaborazione con la regione
Marche, il Comune di San Benedetto del Tronto e l’Istituto Italiano di Cultura
di Stoccarda, propone due spettacoli teatrali nella prestigiosa
cornice della Liederhalle di Stoccarda. Oggi giovedì 15 aprile l’invito è alla
riscoperta di un autore importante come Ugo Betti (1892-1953), di cui viene proposto “Delitto all’isola delle capre”, del 1946.
Venerdì 16 aprile è invece la volta di un classico come “L’uomo dal fiore in
bocca” di Luigi Pirandello.
Infine si segnala
il 27 aprile alla Biblioteca Comunale di Stoccarda la conferenza di un grande
conoscitore del Golfo di Napoli, il professor Dieter Richter dell’Università di
Brema, che nell’ambito del ciclo di incontri “Il
Vesuvio nello specchio della letteratura e dell’arte”, organizzato in
collaborazione con il Centro Studi Italia dell’Università di Stoccarda,
dedicherà il suo intervento al tema: “Il Vesuvio tra bellezza e spavento”. De.it.press
Amburgo. Uscito il numero di aprile di "cinema
italiano". Grandi film anche nella crisi
È uscito il numero il n. 12 (aprile
2010) di "cinema italiano", pubblicazione sul cinema
italiano d’autore, mirata alla valorizzazione e alla promozione della
cinematografia italiana di qualità, ed edita ad Amburgo da Claudio Paroli, di
cui riprendiamoqui il redazionale. Tutti i numeri in formato PDF sono
scaricabili gratuitamente da www.cinemaitaliano.eu, dove si trovano
anche un forum su cui esprimere le proprie opinioni cinematografiche e
alcuni link scelti per cinefili.
Buon cinema, cari
lettori, anche grazie al contributo di cinema italiano, una pubblicazione che
si concentra da sempre sui migliori fra i film italiani usciti in sala di
recente: nel registro tematico del nostro sito
www.cinemaitaliano.eu, da cui è scaricabile come sempre gratuitamente il
giornale impaginato in formato PDF, trovate l’elenco completo dei film e dei
personaggi finora trattati.
Il cinema di casa
nostra sta soffrendo per la crisi economica e sempre più città, persino
superiori ai 20.000 abitanti, restano senza nemmeno
una sala di proiezione. Per la produzione, invece, non resta che affidarsi al
coraggio di qualche singolo autore, che decida di rischiare in proprio, e alle
nuove tecniche digitali che consentono di girare ottime (non) pellicole anche
senza budget hollywoodiani. Anche in questo numero della rivista ci dedichiamo
a opere prime e seconde di particolare valore e ci auguriamo che le recensioni
pubblicate possano favorirne la distribuzione, anche all’estero, e l’acquisto
dei DVD che – non dimentichiamo – vanno apprezzati per gli approfondimenti
offerti da contenuti extra spesso assai accattivanti.
La copertina di
questa edizione è dedicata a Filippo Timi, il grande interprete di Benito
Mussolini in Vincere (Marco Bellocchio, 2009, si veda a pag. 6-7 del n. 10), di
cui pubblichiamo un portrait approfondito: grazie alla potenza interpretativa
sottolineata dalla sua voce, Timi dispone di un
notevolissimo potenziale che senza dubbio si svilupperà nei prossimi anni. La
sua poliedricità si esprime anche nell’ultima opera a cui
ha partecipato, La doppia ora, alla quale dedichiamo una pagina.
Pochi giorni fa è uscito Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, di cui siamo da
sempre grandi ammiratori. Sul film sono state pubblicate anche diverse critiche
negative, ma noi tendiamo a essere d’accordo con questo commento, letto su un
blog poco dopo l’uscita nelle sale: «I critici, i più
snob, lo odieranno, diranno che è una sequela di luoghi comuni. Non gli
credete, mentono. Ozpetek in questo film non si piange più addosso e trascina
il film a forza di uno stile leggerissimo che sorprende. È il suo personale
amarcord». Le recensioni, le trovate a pagina 3.
Negli ultimi mesi
sono usciti due film che trattano il Sessantotto e gli anni seguenti, con le
loro implicazioni e contraddizioni, visti da prospettive diverse: si tratta di
La prima linea di Renato De Maria, con protagonisti Riccardo
Scamarcio – non più solo "bello", ma interprete sempre più
maturo – e Giovanna Mezzogiorno – una delle più intense attrici
cinematografiche italiane del momento –, e Il grande sogno di Michele Placido,
una storia in parte autobiografica. Di quest’ultimo notissimo attore del cinema
italiano, da tempo anche apprezzato regista,
pubblichiamo un portrait.
Il secondo regista
a cui ci dedichiamo è Paolo Virzì, un autore affermato
ormai da tempo che ha saputo rivisitare la "commedia all’italiana"
con stile personale. Lo fa anche in La prima cosa bella, che recensiamo a
pagina 5, una pellicola "alla livornese" con
la partecipazione dell’invariabilmente bellissima Stefania Sandrelli.
Quest’anno,
infine, ricorrono i novant’anni dalla nascita di
Federico Fellini e desideriamo rendergli omaggio ripubblicando le critiche del
1987 del suo film Intervista, in cui partecipava il giovane Sergio Rubini. A
pagina 16 ce ne parla oggi Rubini stesso citando un
simpatico aneddoto.
Claudio Paroli,
cinema italiano (de.it.press)
Conferenza di Sergio Cofferati martedi 20 aprile a Basilea
Basilea -
L'Europarlamentare Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil ed ex
sindaco di Bologna terrà una conferenza su Lavoro,
democrazia e occupazione: "Il trattato di Lisbona, sfide e prospettive per
l'Unione Europea", con la partecipazione del Sen. Claudio Micheloni,
dell'On. Gianni Farina e dell'On. Franco Narducci
La conferenza,
organizzata dal Circolo del Partito Democratico di Basilea e sostenuta dal Sindacato
Unia, sarà moderata dalla dott.ssa Nella Sempio, responsabile della commissione
Pari Oppurtunità del PD della Svizzera Nord-Ovest, e si terrà martedì 20
aprile, alle ore 19,30 all’Università di Basilea (Petersplatz 1, tram 3, bus 30 + 34 fermata "auf der Lyss").
Lo chiamavano Tex
- Sergio Cofferati (Sesto ed Uniti, Cremona, 1948) comincia a lavorare nel 1969
come tecnico alla Pirelli Bicocca di Milano. La sua attività sindacale ha
inizio nel 1974, quando diventa delegato nel consiglio di fabbrica della
Pirelli. Nel 1975 entra a far parte della segreteria milanese del sindacato chimici (Filcea - Cgil) e nel 1978 è eletto
nella segreteria nazionale della Filcea, di cui diventa segretario generale nel
1988. Dal 1990 membro della segreteria nazionale della CGIL viene
eletto, nel giugno 1994, segretario generale della CGIL.
Sergio Cofferati
rappresenta oggi la piú concreta opposizione al
governo di Silvio Berlusconi ed è forse l'ultimo leader di una sinistra che ha
bruciato, uno dopo l'altro, tutti i suoi uomini migliori. Ritratto di un
leader: dagli esordi negli anni settanta come delegato sindacale della Pirelli
alle grandi vertenze degli anni ottanta; dall'asse con Ciampi per realizzare la
concertazione al braccio di ferro sulle pensioni con il primo governo
Berlusconi; dai rapporti difficili con il governo Prodi e con l'ex collega
Bertinotti allo scontro con D'Alema e Fassino per la leadership dei Ds, fino
alla battaglia per l'articolo 18. de.it.press
Tournée in Italia di Pippo Pollina, l’artista
dell’emigrazione italiana
Roma - Aldo Di
Biagio e Franco Narducci sono lieti di comunicare che mercoledì 14 aprile
presso il Teatro delle Muse di Roma alle ore 21, ha tenuto un concerto di Pippo
Pollina, cantautore italiano, espressione in arte dell’emigrazione italiana oltre confine.
Il concerto di
Roma rappresenta una delle tappe del Tour italiano di un artista
particolarmente noto ed apprezzato oltre confine, in
particolar modo in Germania, Austria e Svizzera dove ha registrato il tutto
esaurito con grande successo di pubblico e di critica.
Pippo Pollina,
emigrato da ragazzo in Svizzera, rappresenta con la sua musica l’anima
dell’emigrazione italiana tradotta in versi e musica, e forse questo ne disegna
un elemento particolarmente affascinante in grado di cogliere l’attenzione di
chi lo ascolta e di trasportarlo in un mondo in cui la classe e l’espressione
musicale raggiungono massimi livelli tecnici ed espressivi. Pur essendo figlio
del nostro Paese, ed uno dei riferimenti indiscussi
della musica e dell’arte italiana contemporanea oltre confine, in Italia è
ancora poco conosciuto mentre in Europa è divenuto in questi venti anni di
carriera una vera e propria icona, un cantautore di indiscusso valore capace di
sposare pop e sinfonia in un’atmosfera musicale che vi saprà lasciare senza
parole.
Per qualsiasi
informazione è possibile fare riferimento ad Alfredo Di Cesare, membro dello
staff organizzativo al seguente numero 349.5274574. (de.it.press)
Dal bollettino al blog: così comunicano gli italiani all’estero
Roma - E’ stato
presentato nella sala biblioteca del Consiglio regionale della Liguria, a
Genova, il volume “I media della diaspora italiana – Dal bollettino al blog” di
Giorgio Silvestri (Marenostrum, 2009, Ibérica de Cooperactiòn Europea, S.L.).
La storia d’Italia
è profondamente legata a quella dell’emigrazione italiana nel mondo e della
miriade di giornali e riviste per gli italiani all’estero fioriti dal
Settecento ai giorni nostri. L’esigenza di fare rete ha sempre favorito la
nascita di giornali e riviste in ogni terra toccata dai nostri emigranti già
prima dell’età di Napoleone, quando l'unità italiana era un progetto di pochi
sognatori. Con il mutare delle motivazioni e dei numeri delle partenze, la
stampa “italica” si amplia e si differenzia al suo interno, intrecciando una
fitta serie di relazioni con la madrepatria, che sono a tutt’oggi visibili. Il
rilievo del tema è confermato dalla presenza di 800 tra giornali, riviste,
radio, televisioni, pagine e portali digitali destinati ai 3,7 milioni di
cittadini italiani residenti all’estero, 60 milioni di
oriundi e altrettanti italofoni sparsi in ogni angolo del pianeta: non erano
mai stati tanti. A queste testate si
aggiunge la recente formazione di agenzie di stampa di
radice culturale italiana e di organi come il Cgie (Consiglio generale degli
italiani all'estero) e i Comites (Comitati degli italiani all'estero). Il tutto
acquista rilievo anche politico dopo il varo della legge 470 del 20 dicembre
2001 che istituisce le circoscrizioni italiane all’estero. Attraverso
l’excursus storico delle migrazioni dall’Italia e un riepilogo dei censimenti e
delle politiche che hanno interessato la pubblicistica ad
essa legata, il volume inquadra tutti i media in vita secondo i canali
sfruttati, l’area di produzione e di diffusione, i contenuti e gli scopi
perseguiti, in relazione alle più recenti ricerche sui media interculturali.
Non mancano poi uno studio dell’auto-organizzazione dei media “italici” in
organi come la Fusie (Federazione della stampa italiana all'estero), né accenni
agli organi più significativi, come “Gens ligustica in
orbe”, “La voce d’Italia” di Caracas, o il recente canale Rai international.
Un’attenzione costante viene, infine, prestata al “come” e al “perché” della
progressiva perdita della lingua italiana presso gli emigrati e i loro
discendenti. NoveColonne
Dimezzare l’informazione delle comunità all’estero vuol dire dimezzare la
democrazia del paese
Non è ancora
finito l’eco dei ricorsi giudiziari e degli scontri a tutto campo che hanno
dominato la campagna elettorale per le Regionali premiando
la politica-spettacolo ma ingessando confronto e contenuti che già ricomincia
una nuova bagarre sulle riforme Costituzionali. Sono ripartite
le puntate autoreferenziali, le fughe in avanti, i bizantinismi Costituzionali.
Con tanto, tanto rumore. Avviene sempre quando si vuole distrarre l’opinione pubblica da altri
problemi reali del Paese. Con una Tv di Stato che ha ripreso a castigare gli
italiani, 24 ore su 24, con i volti, sempre gli stessi, di politici litigiosi,
vuoti e inaffidabili. Come presi a noleggio.
In questo scenario degradato di
permanente trionfalismo della parola e della promessa,
fa senso avvertire che ci sono milioni di italiani che vivono all’estero con
l’Italia nel cuore, che si preoccupano dell’andazzo di come vanno le cose nel
proprio Paese, della deriva democratica,
del suo calo d’immagine nella trepidazione che, quando si comincia a ridurre
la informazione, si riduce la democrazia di un Paese.
Ci riferiamo alla corale, dolorosa
reazione per la riduzione del 50% del contributo alla stampa italiana
all’estero da parte della Camera dei Deputati, in sede di riconversione del
decreto mille proroghe
mentre si ripescano i soldi
per i giornali dei partiti e dei gruppi cooperativi.
Si vuole una informazione
dimezzata per i 60 milioni di italiani che vivono all’estero, originari e di
diverse generazioni, di cui 4.000.000 circa con cittadinanza e passaporto
italiano.
Una autentica mortificazione a sentimenti, legami e valori
mai dismessi e spesso acuiti dalla lontananza.
Non si può giocare sul tema della informazione che è il pilastro fondante della vita
democratica di un Paese.
In questa direzione, come Associazione
di relazioni e di rapporti che vive vicina alle comunità all’estero, riteniamo
necessario riportare alcune riflessioni su questo argomento perché è
assolutamente impensabile che il Parlamento, coscientemente, abbia voluto fare
una scelta o un atto di volontà politica ma,
piuttosto, per come sinceramente ci auguriamo, si sia trattato di un
normale incidente di percorso burocratico prima del voto parlamentare.
L’informazione delle piccole testate,
quasi tutte sostenute dal volontariato associativo regionale e locale, è sempre una informazione
comunicata, è veicolo di cultura ed è essa stessa cultura. Spesso messaggio.
In passato, ha svolto un ruolo in senso
unico di ponte e di supplenza in mancanza di altre informazioni. Ma anche
nell’attuale pluralità di informazione svolge un ruolo
di completezza, nel senso che porta notizie, fatti, eventi e sentimenti che la
grande stampa ed i programmi televisivi non riescono a cogliere.
In realtà porta il messaggio di casa,
del borgo, della città, della Regione. Prolunga la vita delle comunità, specie
degli anziani, allergici ai moderni sistemi del web. Tiene vivo il rapporto e
la cultura di origine. Preserva dalla assimilazione
culturale locale e, quindi, dallo sradicamento totale del patrimonio di
origine.
E’ una nefandezza privarli di questo
diritto. Anche perché si tratta di una informazione di
servizio e non di potere. Un bene e non una merce.
Vero è che la informazione
globalizzata avvicina le due Italie ma è vero anche che omologa ed appiattisce
sensibilità, tradizioni e valori.
La informazione
delle piccole testate si conferma, così, come lo strumento più efficace di
mantenimento della cultura e della lingua di origine, purtroppo divenuta una
nicchia. Senza dire delle
ripercussioni di una riduzione di informazione
nel settore economico e di immagine dell’Italia. Sicilia Mondo, de.it.press
Dal
Centro Altreitalie una Summer Academy per laureati su “Migrazioni italiane
nella localizzazione”
Per l’iniziativa
la Regione Piemonte finanzia 6 borse addizionali
destinate a giovani studiosi di origine piemontese che risiedano all’estero
TORINO - Il Centro
Altreitalie sulle Migrazioni Italiane, associazione Globus et Locus, grazie a
un finanziamento della Compagnia di San Paolo e della Regione Piemonte,
organizza dal 5 all’9 luglio una Summer Academy
dedicata Al tema “Migrazioni italiane nella localizzazione”. L’iniziativa
si terrà a Torino presso il Centro Altreitalie (Via Giacosa, 38). Sono
invitati a partecipare: laureati di età non superiore ai 40
anni detentori di laurea magistrale, di dottorato di ricerca, o equivalente
straniero, che abbiano svolto ricerche nel campo degli studi sulle migrazioni
italiane; operatori nel campo dei fenomeni migratori.
Oggetto dell’incontro saranno le migrazioni
italiane nel mondo, analizzate nell’ambito di una o più delle articolazioni
disciplinari e interdisciplinari del tema dell’Academy
(storica, sociologica, antropologica, culturale, letteraria, artistica e mediatica).
Particolare attenzione sarà dedicata a vecchie e nuove mobilità, comprese le
migrazioni interne, identità glocal, Italia “postcoloniale” e migrazioni di
“ritorno”, i 150 attraverso le migrazioni. Le richieste di partecipazione (due
cartelle di 2000 battute), contenenti nome e cognome, breve CV, affiliazione
accademica, dovranno contenere un breve profilo formativo e scientifico del
richiedente e dell’ambito delle sue ricerche in corso.
I 15 candidati
selezionati potranno avvalersi di un contributo fino a 300 euro da parte del
Centro a parziale copertura delle spese. L’ammissione alla Summer Academy
include la partecipazione alle attività seminariali e agli eventi collaterali.
È prevista l’ammissione di altri partecipanti a fronte della copertura da parte
loro di un contributo forfetario di Euro 200 per le attività collaterali e le
spese organizzative.
Inoltre la Regione Piemonte finanzia 6 borse addizionali destinate a giovani studiosi di origine
piemontese che risiedano all’estero, previa compilazione di uno specifico
modulo di autocertificazione, per le attività collaterali e le spese
organizzative, la copertura delle spese di viaggio e soggiorno per un tetto
massimo di 2000 euro lordi per i residenti in paesi extraeuropei e di 1000 euro
per gli altri. I dettagli verranno comunicati al
momento della nomina. La direzione scientifica del Centro provvederà alla
selezione dei candidati. Termine utile di presentazione della
domanda: 7 maggio 2010. Per ulteriori
informazioni anche sulla modulistica scrivere a centro@altreitalie.it o
telefonare a 011 6688200. (Inform)
Ristiratorazione italiana nel mondo. Lettera
di Ciccardini agli amici di Ciao Italia
Cari Amici, dopo 30 anni e più di lavoro insieme, ho sentito il dovere di
dare un ulteriore contributo all’Associazione dando le dimissioni da Presidente
per protesta contro i gravissimi gesti che sono stati compiuti contro la
Ristorazione Italiana all’estero e contro l’ unica vera e rappresentativa
Associazione organizzata per difenderla. La Fondazione Cologni, facendo un’ analisi della situazione italiana ha denunciato la
scomparsa dei mestieri d’arte e dichiara: “Senza una adeguata rivalutazione
comunicativa con apposite campagne ministeriali è difficile affascinare le
nuove generazioni”. La Confartigianato ha denunciato come le imprese artigiane
fatichino in Italia a trovare mano d’opera di media qualificazione. La
strategia centrale risulta essere “la scuola per i
grandi mestieri ed arti” come noi stiamo chiedendo da anni. Abbiamo offerto i
nostri Ristoranti più qualificati per realizzare le Botteghe-Scuola che sono
nella storia della nostra arte e della nostra eccellenza. Abbiamo istituito il
Riconoscimento del Ristorante Italiano all’estero per dare a queste Aziende di
Qualità, la dovuta forza per aprire il mercato mondiale ai veri prodotti di
qualità della nostra agricoltura. Non è qui il caso di ricordare le nostre
battaglie. I produttori hanno preferito di screditare la Ristorazione
accusandola di essere responsabili delle falsificazioni. Le Lobby della grande
distribuzione, hanno confiscato, con la intermediazione,
i principali guadagni del mercato. Le stesse associazioni che organizzano in
Italia le categorie legate al prodotto alimentare non hanno mai voluto
riconoscere la funzione della Ristorazione Italiana all’estero.
L’ultimo episodio
è stato la messa in frigorifero della “Commissione Ministeriale per la
Ristorazione Italiana nel Mondo” istituita con Decreto Ministeriale, violando
regole amministrative e danneggiando gli interessi della promozione
del prodotto italiano all’estero.
La perdita dei
prodotti di eccellenza, la concorrenza delle
falsificazione e delle adulterazioni, la mancanza dei Riconoscimenti alle
Imprese di grande qualità, che lavorano all’estero rappresentano il suicidio
della vera potenzialità italiana.
Per obiettività
devo anche riconoscere una stanchezza ed un
individualismo negli imprenditori della Ristorazione Italiana all’estero che
pur avendo raggiunto grandissimi risultati con i loro esercizi non hanno saputo
rendere forte la loro organizzazione, non hanno incrementato la loro presenza
facendo squadra, non hanno voluto passare a forme di organizzazione economica
consortile per diventare gestori del mercato che avevano conquistato.
Sarebbe stato
necessario promuovere, organizzare e rendere forte in proprio una Targa di
Qualità, per rispondere all’abbandono delle autorità italiane.
Ritengo che sia
necessaria una ripresa forte di quell’ energia, di
quell’entusiasmo, e diciamolo pure, di quell’orgoglio nazionale che ha permesso
all’Associazione di raggiungere grandi risultati.
Io sento il dovere
di fare per l’Associazione, un ultimo sforzo ed un
ultimo sacrificio: dare le dimissioni da Presidente, per protestare contro la
colpevole rassegnazione di chi ritiene che l’Italia non abbia qualcosa da dire
e da difendere in questo campo in cui ha raggiunto il con merito il “Primato
Globale”.
Vostro, Bartolo
Ciccardini, de.it.press
I
punti all’ordine del giorno dell’Assemblea del Consiglio Generale
degli Italiani all’Estero
Durante la
plenaria, dal 27 al 29 aprile, si parlerà della finanziaria 2010, della riforma e del rinnovo dei Comites e del
Cgie, delle modalità di voto per la circoscrizione Estero e della
ristrutturazione della rete consolare
Roma – E’stata
formalmente convocata dal segretario generale Elio Carozza la prima Assemblea
Plenaria 2010 del Consiglio Generale degli Italiani all’estero. I lavori, che si apriranno presso la
Sala delle Conferenze Internazionali della Farnesina alle ore 9 di martedì 27
aprile e termineranno alle 13 di giovedì 29,
saranno preceduti nelle giornate di domenica 25 e lunedì 26 aprile dalle
riunioni delle Commissioni Tematiche e Continentali. Per quanto riguarda
l’ordine del giorno dell’Assemblea ricordiamo che si inizierà
con le relazioni del Governo e del Comitato di Presidenza. Dopo il dibattito vi
saranno gli interventi delle delegazioni del Parlamento e dei quattro
vice-Segretari Generali. A seguire parleranno i
presidenti delle Commissioni tematiche: Franco Santellocco (V Commissione),
Mario Castellengo (VI Commissione), Carlo Erio (VII Commissione) e Pasquale
Nestico (VIII Commissione).
Avrà poi luogo
un’analisi sulla ripartizione dei contributi e finanziamenti per il 2010.
Parleranno il presidente della IV Commissione Graziano Tassello (Corsi di
lingua e cultura italiana - cap. 3153); il presidente della II Commissione
Maria Rosa Arona (Assistenza diretta - cap.3121 - e indiretta - cap.3105); il
presidente della III Commissione Mario Tommasi (Comites - cap. 3103); e il
presidente della I Commissione Tematica (Stampa
italiana all’estero). Fra i punti all’ordine del giorno
della Plenaria anche le elezioni dei Comites e del Cgie, la riforma legge
istitutiva dei Comites e del Cgie, le modalità di voto per la circoscrizione
Estero, il programma di ristrutturazione della rete consolare, i seguiti della
Conferenza Mondiale dei Giovani, la preparazione e il contributo del Cgie
all’incontro con gli organismi omologhi del 30 aprile 2010 e le iniziative
all’estero per il 150° anno dell’Unità d’Italia. Prevista
infine la disamina e l’approvazione di vari ed eventuali Ordini del giorno.
(Inform)
Franco Siddi (Fnsi/Cgie) in visita al “Corriere Canadese”. Verso gli Stati
Generali dell’editoria
Toronto -
"Bonaiuti non si presenti a mani vuote, quello che serve ora è una proposta concreta, e non si può partire dai
tagli". Chiaro e secco il messaggio di Franco Siddi, segretario generale
della Fnsi in vista degli Stati Generali dell’editoria promessi dal
sottosegretario alla presidenza del Consiglio per il dopo
Regionali. In visita nella redazione del "Corriere Canadese",
dopo essersi riunito in assemblea con i reporter, il segretario generale del
sindacato dei giornalisti italiani aggiunge che già si parla di una data
ufficiosa, il prossimo 15 maggio. Da lì potrebbe partire l’iter per restituire
alla stampa italiana all’estero quel 50% di contributi che le sono stati tolti
settimane fa con il decreto Milleproroghe. In Canada per partecipare ad un seminario sull’informazione italiana all’estero, Franco
Siddi, segretario della Fnsi e consigliere Cgie, ha fatto tappa a Toronto per
visitare il Corriere Canadese, quotidiano diretto da Paola Bernardini, che oggi
pubblica questa intervista che Siddi ha rilasciato al collega Alessio Galletti.
"D. Che impressione ha del Corriere dopo aver girato per i
suoi corridoi?
R. Bellissima. Di una realtà vitale e qualificata, impostata in maniera moderna ed
efficiente dal punto di vista imprenditoriale. Una realtà che rende
onore a un’Italia che non riesce o non vuole - alla luce di quello che sta
facendo - riconoscerne il merito. In particolare non si coglie il significato
che una testata come questa ha per la promozione e la tenuta non solo delle
comunità all’estero ma dell’Italia nel mondo.
D. Lei come si
spiega la decisione di colpire le testate come la nostra?
R. È il frutto di
una visione provinciale dell’Italia in cui prevalgono gli interessi della
bottega sotto casa e quelli particolari che si affermano con forza nella
politica italiana. Questa è una realtà considerata distante:
si saranno aspettati delle proteste, ma avranno pensato che con settemila
chilometri di distanza non sarebbero andate avanti. Così hanno preferito ridare
i finanziamenti agli organi di partito, anche a quelli degli avversari
politici, ma tagliare sugli italiani all’estero. Questa è stata una
mascalzonata, un atto lesivo del valore dell’Italia nella sua unità di Nazione che ha riconosciuto nella Costituzione il valore
degli italiani all’estero e i diritti della loro cittadinanza. Quello che ho
visto qui è una realtà qualificata, vitale, attenta a ciò che è l’Italia nella
madrepatria e nel mondo, dove gli italiani sono i protagonisti della
costruzione di una società multiculturale, sempre più diffusa, con cui dovremo
fare i conti tutti, anche la nostra provincia italiana.
D. Roma farebbe
bene a tener da conto di esperienze come quella di Toronto, insomma...
R. Il
multiculturalismo è la sfida che si para davanti a tutti gli Stati avanzati.
Voi nascete in un Paese multiculturale, in cui si sta costruendo una nuova
identità senza che si perdano le radici. L’Italia dovrebbe capire che in
un’esperienza come questa c’è un bene immateriale, non
immediatamente percepibile come valore di mercato, ma che è destinato a
diventarlo. Ad esempio attorno al Corriere Canadese è nata un’importante
impresa multimediale: non si dovrebbe tagliare i fondi, ma semmai irrobustirli
per il ritorno che se ne potrebbe avere a prescindere dai vecchi parametri di
riferimento come le copie stampate.
D. Cosa intende?
R. Ci sono beni
che vanno valutati a prescindere da alcuni dati meramente aritmetici, che
comunque qui contano molto viste le 30mila copie distribuite. I giornali
italiani all’estero sono un veicolo importante per l’Italia, non solo per la
difesa della lingua ma perché possono fare rete, cosa
che l’Italia deve sostenere. Invece abbiamo assistito a un tradimento: gli
italiani all’estero sono stati pugnalati alle spalle in piena notte mentre si
restituivano i fondi ai giornali di partito, depauperati anche loro dei
contributi.
D. È stata una
questione di peso politico?
R. Io condivido l’editoriale che il vostro direttore ha scritto
all’indomani della notizia: un baratto politico assurdo, fatto sulla base di
una superficialità e di una mancata conoscenza della vita delle nostre comunità
all’estero. Sappiamo che ci sono delle realtà editoriali "finte", ma
non per questo si possono far morire o mettere in ginocchio quelle vitali come
questa, a cui l’Italia deve essere grato. Sparare nel
mucchio non è lecito per nessuno.
D. A pochi giorni
dalle Regionali, alle emittenti locali è stata restituita parte dei fondi...
R. Anche qui si
torna al baratto, anzi, all’imbroglio politico: alle emittenti locali è stato restituito una piccola parte dei fondi, ma i tagli in
altri capitoli di bilancio rimangono. Sono stati ripristinati i finanziamenti
del ministero per le Telecomunicazioni, ma non quelli che arrivano dal
dipartimento per l’editoria. Detto questo, c’è comunque stato un piccolo
recupero. Per gli italiani all’estero, nonostante un ordine del giorno votato
in Senato e un altro approvato all’unanimità alla commissione Cultura della
Camera che dicono che questa situazione va sanata, ancora nulla di concreto è
stato fatto, e questo ci preoccupa. Ma il governo non
può nascondersi e i due ordini del giorno non possono finire in un cassetto: il
ministro dell’Economia Tremonti non può nascondersi dietro i tecnocrati del
ministero e deve compiere quello sforzo di concretezza che quando vuole sa
fare. Noi abbiamo detto che non avremmo permesso che le luci si spegnessero
sulla questione e abbiamo intenzione di andare avanti su questa che è molto più
di una rivendicazione.
D. Il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti aveva rimandato
tutto agli Stati Generali dell’editoria dopo le Regionali. Cosa
è legittimo aspettarsi ora?
R. Qui si deve far
capire alla maggioranza che si deve decidere, perché allo stato attuale in
Italia si concretizzano solo gli atti che il governo
promuove. Se il governo è coerente con quello che ha dichiarato
deve fare una scelta: deve avere il coraggio di avanzare una proposta compiuta.
Non è più il tempo di annunciare agende che non si riempiono mai in modo
sostanziale. Ora si parla di nuovo di Stati Generali: Bonaiuti non può
presentarsi a mani vuote e l’appuntamento non si deve trasformare in una
semplice passerella. La notizia ufficiosa è che siano previsti per il 15
maggio, ma avranno un senso solo se il governo arriva con una proposta
concreta, in cui si bloccano le bocce e si riparte dallo stato precedente, si
analizzano i dati e si cerca di risparmiare dove è
lecito e giusto farlo. Il problema non è tagliare, i fondi devono semmai
aumentare ma con una maggiore selezione.
D. Fare
attenzione, insomma, a non colpire le realtà positive che ci sono nella stampa
italiana all’estero...
R. Si deve partire
dal presupposto che si deve sostenere il bene
dell’informazione, il suo pluralismo, il suo valore quale canale che fa rete
comunitaria, e questo va premiato. È evidente che parlando di riforma, pensando
ai giornali all’estero, dovremmo immaginare un intervento diverso da quello
attuale. Non possiamo applicare lo stesso criterio che usiamo per l’Italia: le
30mila copie diffuse in Canada valgono le 250mila copie di un grande giornale
in Italia, perché ci rivolgiamo a una comunità diffusa in un territorio che
vale un continente, a una realtà che dialoga con cittadini di tutto il mondo
sia nel settore dell’istruzione che in quello
dell’imprenditoria. Parliamo di un bene che rappresenta un valore aggiunto non
immediatamente calcolabile con criteri aritmetici, fatti di copie e pagine, che
comunque qui al Corriere sono soddisfatti. Allora, come si fa a negare un
diritto che è oggettivo?
D. Qual è la
ricetta di Siddi per la riforma?
R. Gli Stati
Generali avranno un senso se sapranno mettere in luce queste differenze e
contestualizzarle in un sistema di sostegno pubblico all’editoria che le
valorizza. L’altro punto è distinguere il giornalismo professionale e tutelarlo
come un valore. Fissare i parametri per i contributi
sull’impiego del giornalismo qualificato e professionale. Qui a Toronto
siamo in presenza di una redazione fatta di
giornalisti italiani contrattualizzati, in regola anche con l’ordinamento della
professione in Italia. Cosa si vuole di più? Anziché annunciare convegni e nuovi iniziative, io suggerirei a Bonaiuti di farsi prima un
giro tra realtà di questo genere, di venirle a toccare con mano". (aise)
Vertice sul nucleare. Il mondo senza steccati
La firma dei 47 leader sull’accordo di Washington contro il terrorismo
nucleare sancisce la nascita della nuova architettura internazionale promossa
da Barack Obama che già aveva iniziato a prendere forma nel settembre scorso in
occasione del G20 di Pittsburgh contro la minaccia della recessione globale. I
due summit internazionali che Obama ha presieduto hanno in comune un format.
Questo tipo di
format archivia i dogmi dell’architettura della comunità internazionale
ereditata dal Novecento: non ci sono più i blocchi geopolitici di Est e Ovest o
quelli economici di Nord e Sud, scompaiono gli steccati fra Paesi ricchi e
poveri come fra quelli che possiedono armi nucleari o ne sono privi. A
sostituire l’equilibrio fra i blocchi ci sono tavoli multilaterali
dove il numero dei presenti cambia in forza dell’agenda discussa e gli
invitati dicono la propria, assumendosi precise responsabilità, in una cornice
di pari rispetto e dignità. Tanto il G20 che il summit sulla Sicurezza Nucleare
si rifanno al modello delle Nazioni Unite che si
originò dal summit di San Francisco del 1945 ma con qualche correzione, perché
se da un lato si tratta di forum globali dall’altro non vi si è ammessi per
diritto ma in quanto si è pronti ad assumere specifici compiti, con tanto di
cifre e scadenze da rispettare. Di conseguenza l’America esercita il proprio
ruolo di leadership non per i diritti acquisiti vincendo le guerre del secolo
passato contro militarismo, nazifascismo e comunismo ma in forza delle maggiori
responsabilità che è disposta ad assumersi. Sono infatti
gli Stati Uniti a spendere di più sia per mettere al sicuro le scorte nucleari
disseminate dall’ex Urss all’America Latina sia per varare stimoli fiscali che
sostengano una debole crescita economica globale.
Ciò significa che
anche le altri potenze, più o meno grandi e ricche,
possono auspicare a ritagliarsi ruoli di primo piano nell’affrontare le
emergenti sfide globali. Ma a patto che accettino di
sostenere i costi, economici e politici, che ciò comporta. Nella nuova
architettura che Obama sta iniziando a realizzare l’America
resta la «nazione indispensabile», come dice l’ex segretario di Stato Madeleine
Albright, ma lascia agli altri tutto lo spazio che vogliono occupare. MAURIZIO
MOLINARILS 14
Frattini – Kouchner :
«Il futuro europeo dei Balcani»
ROMA - Sono
trascorsi dieci anni da quando a Zagabria, nel 2000, dopo un decennio di guerra
e instabilità, l'Unione europea affermò per la prima volta senza ambiguità la
vocazione europea dei Balcani Occidentali.
Dieci anni dopo,
in occasione del Ventottesimo vertice franco-italiano appena conclusosi,
riaffermiamo il nostro pieno sostegno a questa prospettiva. Dobbiamo portare a
compimento il lavoro iniziato al Summit di Zagabria. Ciascun Paese dei Balcani
Occidentali ha la vocazione ad entrare in Europa, pur,
ovviamente, secondo i propri meriti e attraverso un rigoroso processo di
riforme interne. Ne va della nostra pace e della nostra stabilità, ma
soprattutto della pace e della stabilità delle generazioni future.
Il 2010 può
rappresentare un anno decisivo per i Balcani Occidentali se riusciremo ad imprimere un nuovo e rinnovato impulso per superare i
veri problemi che ancora incombono: l'indifferenza e la negligenza. Vogliamo
rafforzare la nostra azione comune in questa regione vicina
proprio perché crediamo che l'Europa ha bisogno dei Balcani e che i
Balcani hanno bisogno dell'Europa.
Per andare avanti
occorre innanzitutto far progredire la causa europea. Questa
azione non può prescindere da una politica in materia dei visti. Nel breve
periodo, auspichiamo che l'Albania e la Bosnia-Erzegovina potranno beneficiare
della liberalizzazione, nello Spazio Schengen, del regime dei visti a breve termine. I requisiti tecnici dovranno ovviamente
essere rispettati: ma dobbiamo evitare che possa radicarsi la convinzione
secondo cui i musulmani dei Balcani verranno
discriminati e si impedirà loro di beneficiare delle misure di cui già godono,
a giusto titolo, i serbi o i montenegrini dalla fine dell'anno passato. La
libertà di circolazione nell'Ue è fondamentale per consentire ai popoli dei
Balcani Occidentali di sentirsi membri a pieno titolo della famiglia europea.
I progressi della
causa europea giungeranno anche dall'avanzamento dei negoziati di adesione
all'Unione europea. Quelli portati avanti con la Croazia stanno per essere
ultimati. Nuove candidature di altri Paesi dell'area sono state recentemente
depositate e dovranno essere esaminate con speditezza.
Anche da parte dei
Paesi balcanici, dovranno compiersi sforzi analoghi. I Balcani Occidentali
dovranno voltare pagina: da un passato doloroso verso il loro futuro europeo.
Pensiamo in maniera particolare alla Serbia e al Kossovo, che possiedono la
stessa vocazione a entrare nell'Unione europea ma che devono ancora definire i
termini della loro coesistenza pacifica. E’ questa una
necessità ineludibile: chi non pratica il buon vicinato non può appartenere ad una medesima Unione. La Francia e l'Italia condividono
pienamente questo approccio. Bernard Kouchner lo ha affermato a Pristina e Belgrado il 10 e 2 marzo
scorsi.
La Bosnia
Erzegovina è un altro esempio della difficoltà e del bisogno di cambiar pagina.
Franco Frattini si recherà nel Paese oggi, 13 aprile, e chiederà che le diverse
comunità lavorino maggiormente insieme e superino le loro differenze. Le elezioni
che si svolgeranno in autunno dovranno porre il destino europeo della Bosnia
Erzegovina al centro del dibattito. L'Europa è il futuro di questo Paese e la
dirigenza bosniaca deve dimostrare di essere all' altezza
di questa prospettiva storica. Dovrà difendere delle riforme difficili ma
necessarie se vorrà che il proprio Paese cessi definitivamente di essere un
protettorato e diventi uno Stato pienamente sovrano, indipendente e membro
dell'Unione europea.
L'Ue e gli Stati
Uniti condividono la stessa idea sul futuro della Bosnia Erzegovina. il recente viaggio a Sarajevo di Moratinos e del vice
Segretario di Stato Steinbergh ha dimostrato, ancora una volta, la volontà
degli Europei e degli Americani di agire insieme in favore di questi Paesi e il
pieno impegno della Presidenza europea a tal fine. Su iniziativa dell'Italia e
della presidenza spagnola, si terrà nel mese di giugno a Sarajevo una riunione
ministeriale allargata Ue Paesi dei Balcani Occidentali per rilanciare il
disegno europeo.
I Balcani sono nel
cuore dell'Europa. Il loro destino è europeo, nessuno ne dubita. La nostra
responsabilità è di rendere questa convinzione inconfutabile una realtà.
Franco Frattini e
Bernard Kouchner, LR 13
Europa in difficoltà. La Polonia e le
vendette della Storia
Anche se non c'è
alcun legame, ma solo una coincidenza temporale, fra il disastro aereo che
decapitando in terra russa una parte importante della classe dirigente polacca ha risuscitato i fantasmi della Seconda guerra mondiale e le
divisioni europee sulla questione del salvataggio della Grecia, i due episodi
segnalano quanto gravi e complessi siano i problemi che attanagliano l'Europa.
Non sono passati molti anni da quando gli europei, o molti di loro, parlavano
dell'Europa come se si trattasse di un continente ormai al riparo dalle
imboscate della storia. C'è stato un tempo in cui le elite europee credevano
sinceramente che l'integrazione fosse una strada a senso unico e dalla quale
l'Europa non sarebbe mai più tornata indietro. Molti pensavano che persino
l'unificazione politica fosse a portata di mano, realizzabile nel giro di una o
due generazioni. L'Unione godeva allora di grande prestigio (accresciuto dal
successo della moneta unica) e la sua capacità di attrazione sui Paesi che non
ne facevano parte era fortissima. Era l'epoca in cui si potevano immaginare
ambiziose strategie e grandiosi piani di sviluppo (la strategia di Lisbona del
2000). In polemica con gli Stati Uniti, si favoleggiava di una
Europa «potenza civile » che, con i suoi modi gentili e rassicuranti,
avrebbe portato stabilità e benessere negli scacchieri caldi del Pianeta.
Poi le cose
cominciarono a girare in un altro modo. Con l'allargamento, l'eterogeneità
interna all'Unione aumentò, crebbero i contrasti e i
rischi di paralisi dei processi decisionali europei. La guerra in Iraq,
spaccando l'Europa in due fronti, uno a favore e uno contro gli Stati Uniti,
rivelò poi l'esistenza di radicali divergenze nelle concezioni geopolitiche e
nel modo in cui i governi europei definivano i rispettivi interessi nazionali
(la cosa si è ripetuta durante la guerra russo- georgiana del 2008, quando
proprio i polacchi assunsero le posizioni più intransigenti verso il rinascente
imperialismo russo). Il colpo più duro fu la sconfitta della cosiddetta
«costituzione europea » nel referendum francese del
2005. Proprio in uno dei Paesi-cardine dell'Unione l'elettorato sceglieva di
dare un violento ceffone a quelle elite che avevano ritenuto i tempi maturi per
una maggiore integrazione. La successiva adozione del trattato di Lisbona
tamponò la ferita senza guarirla.
Guardiamo
all'oggi. Possiamo scegliere una lettura immediata, più superficiale, delle
attuali ragioni di crisi oppure una lettura che scavi alla ricerca delle forze
più profonde. A una lettura immediata, molti problemi sembrano dipendere dagli
atteggiamenti di una Germania emancipata dai complessi del passato e dalle linee guida dei suoi moderni fondatori, da Adenauer a Kohl.
Nel caso della Grecia spetterà agli esperti valutare l'accordo raggiunto ieri,
dopo un lungo travaglio, nell'Eurogruppo: la Germania, dopo essersi eretta a
inflessibile ostacolo per una soluzione europea della crisi greca, ha scelto
all'ultimo momento (anche tenendo conto dell'esposizione delle banche tedesche
nella crisi) la via del compromesso. Importante per se stessa, l'evoluzione
della crisi greca lo sarà anche, e soprattutto, per misurare le possibilità
future di tenuta dell'eurozona. Quelle possibilità dipendono dalla continua
capacità dei partner di convergere verso un interesse comune. Se si afferma la
percezione di una incompatibilità fra gli interessi
nazionali, la convergenza diventa ardua. Per ora si può solo osservare che
rinunciando al suo tradizionale ruolo di leader dell'Europa, la Germania ha già
mandato in pezzi l'asse franco-tedesco, l'antico motore dell'integrazione.
Ma si noti anche,
cambiando luoghi e scenario, quanto la politica della nuova Germania condizioni la vicenda polacca. Le paure di Varsavia nei
confronti dell’imperialismo russo, alimentate da una memoria che non può essere
cancellata, sono esasperate dalla scelta tedesca di un matrimonio di interessi con la Russia di Putin e Medvedev. I Paesi
dell'Est, Polonia in testa, sono sempre meno sicuri che l'Unione
sia capace di dare loro adeguata protezione e una solidarietà non solo formale
a fronte dei periodici ruggiti dell'orso russo. Se si scava a un livello più
profondo, però, il problema non è più la politica della Germania. Il problema è
che la storia pesa e, soprattutto quando viene negata,
finisce per presentare il conto. Nulla è avvenuto in modo più superficiale, più
acritico, dell'allargamento a Est. Bisognava sapere che quell'allargamento
interessava Paesi che avevano riacquistato
l'indipendenza nazionale dopo mezzo secolo di dominio sovietico e che le loro
(comprensibilissime) preoccupazioni geopolitiche sarebbero state indirizzate a
cercare protezione da un possibile, risorgente imperialismo russo.
Così come, più in
generale, bisognava saper valutare il peso delle secolari divisioni
dell'Europa. Non era possibile forzare troppo la mano nella direzione
dell'unificazione politica senza provocare reazioni popolari che avrebbero
messo a rischio persino il tantissimo di buono che l'integrazione economica e
monetaria aveva dato all’Europa. Ci sono tempi e ritmi che vanno rispettati.
Sempre guardando alle forze più profonde, è difficile non mettere in relazione
l'attuale crisi dell'Unione con l'indebolimento del ruolo politico degli Stati
Uniti. Agli europei, spesso, non fa comodo ricordarlo ma non ci sarebbe stato
nessun processo di integrazione europea al di fuori
del contesto di sicurezza garantito dopo la Seconda guerra mondiale, dagli
Stati Uniti. Ciò suggerisce la possibilità che il futuro della comunità
euro-atlantica e quello dell'integrazione europea siano fra loro più connessi
di quanto di solito si creda e che il declino o il rilancio della prima possano
coincidere con il declino o il rilancio della seconda. Angelo Panebianco CdS 12
Le zone grigie delle nuove guerre
Col tempo, forse,
avremo tutti maggiori elementi per capire su quali basi si è fondata
l’operazione che ha portato all’arresto degli operatori di Emergency
nell’ospedale di Lashkar Gah. Va detto subito che due cose sono apparse da
subito egualmente inverosimili: da un lato, l’accusa rivolta al personale
italiano dell’ospedale di essere parte di un complotto volto ad assassinare il
governatore afghano; dall’altro, l’ipotesi che il governo afghano o addirittura
Isaf abbiano voluto costruire una trappola per togliersi dai piedi l’Ong di
Gino Strada. Per quanto
Emergency non abbia mai mostrato alcuna simpatia per il governo di Karzai e per
le operazioni di peace keeping in generale, è difficile immaginare l’ospedale
di Lashkar Gah trasformato in una cellula jihadista. D’altronde, Isaf ha ben
altre magagne e ben altrimenti ingombranti testimoni di cui preoccuparsi, molto
più potenti e soprattutto molto più conosciuti e strutturati
internazionalmente rispetto ad Emergency.
Restano per il
momento aperte le ipotesi «minori», dal punto di vista mediatico-complottardo,
e non necessariamente alternative: che Emergency abbia
esercitato una vigilanza insufficiente su che cosa veniva introdotto nella sua
struttura, e che il governatore regionale abbia deciso di intervenire in modo
da far pagare alla Ong di Strada il conto per il ruolo, ritenuto non
completamente chiaro, svolto nella pasticciata liberazione di Daniele
Mastrogiacomo, conclusasi con il pagamento di un riscatto, il rilascio di
alcuni capi terroristi e l’uccisione dell’interprete afghano del giornalista di
Repubblica.
Il caso di
Emergency offre però l’opportunità di interrogarci su quanto sia ancora
possibile, per gli operatori umanitari, far risaltare la propria terzietà, la
propria neutralità rispetto alle posizioni dei combattenti, quando la forma che
la guerra oggi prevalentemente assume è quelle della
«guerra tra le gente», per ricorrere alla brillante espressione coniata dal
generale inglese Rupert Smith. Per sperare di vincerle, sempre ammesso che sia
possibile, queste guerre devono prevedere che qualunque intervento militare sia
completato da una componente civile, che contribuisca
alla «conquista del cuore e delle menti» della popolazione (lo diceva già Mao),
gettando le premesse per la sconfitta anche politica del nemico. Così facendo,
di necessità, i confini tra azione esclusivamente umanitaria e intervento
politico-militare che contempli anche l’azione umanitaria sfumano nell’indeterminatezza.
Diventa cioè quasi impossibile distinguere l’azione degli operatori umanitari
da quella dei soldati e dai funzionari delle forze internazionali il cui fine
ultimo, al di là delle modalità operative magari
parzialmente coincidenti e persino delle intime motivazioni personali, non è
quello di mitigare le sofferenze dei popoli coinvolti in un conflitto, ma di
vincere, di sconfiggere il nemico, dove portare la popolazione neutrale dalla
propria parte diventa l’arma decisiva del successo. Questi ultimi sono tutti
scopi legittimi, in particolar modo quando coloro contro i quali si combatte si rendono responsabili di crimini odiosi, di atti
terroristici o di violente e vigliacche discriminazioni, fondate sulle
convinzioni, sulla razza, sulla religione o sul genere. Ma si tratta di scopi
politici, che sono per loro essenza diversi da quelli
umanitari, ai quali però gli attori politici non possano rinunciare, se non
vogliono condannarsi al fallimento.
Rifiutare di
esporsi al rischio di «questa contaminazione», non necessariamente implica
l’assunzione, e il suo riconoscimento da parte di tutti gli attori coinvolti,
di una propria neutralità. Perché implica il rischio speculare che il confine
di un’azione puramente volta al sostegno della popolazione civile venga sorpassato, e si finisca col divenire oggetto di
altre, e ben peggiori, contaminazioni: al di là di ogni buona intenzione. VITTORIO
EMANUELE PARSI LS 14
Emergency. "Volevano liberarsi di noi, adesso hanno mano libera"
Gino Strada: la
montatura cadrà, mancanza di rispetto nei confronti dell'Italia. Sabato sit-in
a Roma. Speriamo che la mobilitazione si possa trasformare in una festa per il
rilascio dei nostri compagni- di ROSALBA CASTELLETTI
Da quando Marco
Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani sono stati portati via dall'ospedale
di Lashkar Gah dagli agenti dei servizi di sicurezza
afgani, le giornate nella sede milanese dell'organizzazione umanitaria iniziano
tre ore e mezzo prima. Tanta è la differenza di fuso orario con l'Afghanistan.
A quattro giorni dal fermo, dei tre operatori dell'ong non si sa ancora nulla. "In questo momento - ci dice Cecilia Strada, presidente
dell'ong - ci sono tre famiglie, centinaia di colleghi e un'intera
organizzazione in ansia perché sabato mattina eravamo al telefono con i nostri
operatori a parlare di lavoro e il pomeriggio è calato il buio. Siamo tuttora nel buio".
A schiarire la
mattinata di ieri è arrivata la notizia che gli altri cinque italiani sinora
trattenuti presso i loro alloggi nella capitale provinciale di Helmand si
trovino ora a Kabul. Ma non basta a risollevare Gino Strada:
"Non è sicuro niente. Ci sono voci in un senso, poi smentite, poi
riconferme, poi smentite. La
sostanza è che non si hanno notizie". Quel che è
certo, aggiunge il chirurgo fondatore dell'organizzazione, è che "da
sabato nell'ospedale di Lashkar Gah non c'è più nessuno dei nostri. Un ospedale presidiato da polizia o forze di sicurezza che sia non
è più un ospedale". Sono quattro giorni che
denuncia che l'operazione di sabato altro non è che il tentativo di allontanare
un testimone scomodo da un'area dove sotto i bombardamenti delle forze alleate
il più delle volte finiscono civili e ora che nell'ospedale intitolato a
Tiziano Terzani non c'è più personale internazionale, a Strada non resta che
dire: "Se questo è il risultato che si voleva ottenere, lo scopo è stato
raggiunto. Adesso hanno mano libera". Di
un prossimo ritorno a Lashkar Gah al momento non si parla. "Per ora - dice
Maso Notarianni, responsabile comunicazione dell'ong - la nostra prospettiva è
portare a casa i nostri".
"Presto tutta
questa montatura cadrà", ne è convinto Strada e, associandosi a
Notarianni, aggiunge: "Adesso l'unica cosa che a noi interessa è che il
governo afgano collabori con l'Italia per tutelare i diritti fondamentali dei
nostri operatori che ad oggi sono trattenuti senza che
si sappia a che titolo o perché, privati di un avvocato difensore, privati di
poter contattare i loro familiari, non solo privati della loro libertà".
In attesa che l'audizione del ministro italiano degli Esteri Franco Frattini prevista oggi in Parlamento faccia un po' di
chiarezza, è proprio questa mancanza d'informazioni a spazientire. "Che il
nostro ambasciatore non sappia dove si trovino i nostri e quali siano le accuse
mosse contro di loro - continua Strada - la trovo una mancanza di rispetto nei
confronti non tanto nei confronti di Emergency, che
pure dal 1999 a oggi ha curato gratuitamente circa due milioni e mezzo di
afgani, ma del governo italiano". E conclude:
"Se l'Afghanistan vuole presentarsi come uno Stato di diritto, questo è
davvero il momento di dimostrarlo rispettando la stessa legge afgana che
prevede una serie di tutele che in questo momento non vengono garantite".
L'unica nota positiva
nel "buio" di questi giorni sono le sempre più numerose
sottoscrizioni all'appello "Io sto con Emergency" promosso sul sito
dell'organizzazione - oltre 220mila in 48 ore, tra cui
quelle di Roberto Benigni, Vinicio Capossela, Stefano Bollani e Arnoldo Foà - e
le crescenti adesioni alla manifestazione che si terrà sabato pomeriggio a Roma
a Piazza Navona. "Speriamo che la mobilitazione si possa trasformare in
una festa per il rilascio - conclude Cecilia Strada -
Ma se anche ciò accadesse, a funestare la nostra gioia ci sarà sempre un
pensiero: i milioni di afgani ancora "prigionieri" della
guerra". LR 14
Cina, terremoto di magnitudo 6,9. Almeno 400 morti e 10 mila feriti
Tra le vittime
molti bambini di una scuola elementare. A Jiegu (centomila
abitanti) crollato l'85% delle case. Il sisma nella provincia del
Qinghai, non lontano dal Tibet.
PECHINO - Almeno
400 persone sono morte in seguito ad una forte scossa di terremoto di magnitudo
6.9 avvenuta nella provincia cinese del Qinghai. Lo riferisce la tv di Stato,
che parla anche di 10 mila feriti. Numerosi edifici
sono crollati, le strade sono bloccate da frane e le comunicazioni sono
difficili.
A Jiegu, la
cittadina più vicina all'epicentro, abitata da centomila persone, sarebbero crollate l'85 per cento delle case. "Le
strade di Jiegu sono piene di gente presa dal panico, molti sono feriti e
perdono sangue", ha affermato Zhuohuaxia, un funzionario del governo
locale citato dall'agenzia Nuova Cina. "Molti studenti sono rimasti intrappolati
nel crollo di una scuola professionale", ha aggiunto. "Il nostro
primo compito è quello di salvare i ragazzi" ha
confermato Kang Zifu, un ufficiale dell'esercito che impegnato nelle operazioni
di soccorso. Un insegnate di una scuola elementare di
Yushu, Chang, ha riferito che cinque bambini sono morti a causa del crollo del
tetto dell'edificio. "Le lezioni non erano ancora cominciate", ha
aggiunto "e alcuni si trovavano nel dormitorio della scuola quando è
venuta la scossa".
"Non abbiamo
mezzi meccanici", ha proseguito Zhuohuaxia, "e dobbiamo scavare con
le mani. Non abbiamo neanche sufficienti attrezzature mediche".
Al momento, circa 700 soldati risultano impegnati nei
soccorsi, e altri cinquemila sono stati mobilitati. Un ufficiale dell'esercito
ha dichiarato che 900 persone sono state estratte dalle macerie.Le autorità provinciali hanno inviato 5 mila tende e decine
di migliaia di capi d'abbigliamento, ha detto il ministero degli Affari civili
in un comunicato.
Dare riparo a chi
è rimasto senza un tetto è fondamentale, visto che
nella zona la temperatura può raggiungere livelli molto bassi.
Il presidente
della Commissione Europea, Jose Manuel Durao Barroso, ha offerto alla Cina
"l'assistenza" dell'esecutivo Ue. Un appello alla solidarietà per le
popolazioni colpite dal terremoto in Cina è stato lanciato dal Papa al termine
dell'udienza generale in Piazza San Pietro.
Il sisma è stato
registrato dal Servizio geologico degli Stati Uniti (Usgs) alle 7:49 ora locale
(l'1:49 in Italia) ed è stato seguito da tre repliche
di magnitudo rispettivamente 5.3, 5.2 e 5.8. Le autorità cinesi hanno stimato
la magnitudo del sisma in 7.1 gradi. Secondo i rilievi dell'Usgs, l'epicentro
della prima forte scossa è stato a 10 km di profondità, a una distanza di 375
km dalla città di Golmud e 240 km dal centro tibetano di Chamdo. Nel maggio del
2008 la provincia cinese del Sichuan, confinante a nordovest col Qinghai, è
stata colpita da un terremoto di magnitudo 8 che ha
causato oltre 87.000 morti.
Jiegu si trova in
una Prefettura autonoma tibetana nei pressi del confine con la Regione autonoma
del Tibet. Circa 90 per cento degli abitanti sono tibetani. LR 14
Rifugiati. Rapporto 2010, fotografia aggiornata sulle condizioni di 19mila
richiedenti asilo
ROMA - Presentato a Roma il Rapporto 2010 del Centro
Astalli. Una fotografia aggiornata sulle condizioni di circa 19.000 richiedenti asilo e rifugiati che durante il 2009 si
sono rivolti alla sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati e
hanno usufruito dei servizi di primi e seconda accoglienza che l’Associazione
gestisce.
Per ogni settore, nel Rapporto vi sono
statistiche e commenti con cui si cerca di rappresentare la presenza di
migranti forzati che da gennaio a dicembre 2009 sono entrati in contatto con
l’Associazione.
Il dato più significativo
che emerge dal Rapporto è che, nonostante la flessione del numero delle domande
d’asilo presentate in Italia, anche a causa – fa osservare il Centro Astalli -
dei respingimenti messi in atto dal Governo verso la Libia dal maggio 2009, i
migranti che si rivolgono al Centro Astalli continuano ad aumentare. Oltre
19mila persone hanno frequentato la mensa e il numero delle richieste di
assistenza nella ricerca del lavoro e dell’alloggio
sono cresciute del 60% rispetto all’anno precedente.
La crisi economica – rileva il Centro Astalli
- ha colpito in modo particolare i più
vulnerabili. Anche rifugiati che da tempo avevano
intrapreso un percorso di autonomia sono stati costretti a rientrare nel
circuito dell’assistenza. Sempre numerose, tra le persone incontrate, le
vittime di tortura: ne sono state individuate e assistite 366, per la maggior
parte provenienti da Paesi africani.
Il Rapporto, oltre a contenere un resoconto
di un anno di attività del Centro Astalli, vuole essere
un agile strumento per capire quali sono le principali nazionalità di rifugiati
che giungono in Italia per chiedere asilo. Quanti di loro riescono a ottenere
il riconoscimento dello status di rifugiato o la protezione umanitaria. Quanti
hanno rischiato la vita affrontando viaggi per mare o per terra ai limiti della
sopravvivenza per giungere in Europa.
Il Rapporto annuale 2010 descrive il Centro
Astalli come una realtà che, grazie agli oltre 300 volontari, si adegua e si
adatta ai mutamenti sociali e legislativi di un Paese che stenta a dare la
dovuta assistenza a chi, in fuga da guerre e persecuzioni, viene in Italia in
cerca di protezione.
Ad arricchire il Rapporto annuale 2010 le vignette satiriche di Riccardo Marassi (vignettista
de Il Messaggero e de Il Mattino) che affrontano in maniera diretta e puntuale
le principali questioni che l’Italia si trova ad affrontare riguardo
all’immigrazione e all’asilo. Sono
intervenuti p. Giovanni La Manna (presidente Centro Astalli), Berardino Guarino
(direttore dei Progetti Centro Astalli), Jurgen Humburg (funzionario Alto Commissariato
Onu per i Rifugiati).Per il Rapporto 2010
http://www.centroastalli.it/fileadmin/immagini/File_scaricabili/Rapporto_annuale_2010.pdf (Inform)
Il Colle degli inciuci. Intervista a Giorgio Bocca
Tra il Quirinale e
l’Aventino: il legittimo impedimento abita qui. Giorgio Bocca, scrittore ed editorialista di Repubblica e de L’espresso, non è più
nemmeno turbato.
Impedimento
firmato. Legittimo?
La decisione di
concedere il legittimo impedimento, che di fatto è un
privilegio, viene giustificata con il paragone con altri Stati come la Francia.
Ma noi non abbiamo le difese e le garanzie
democratiche di altri Paesi. Forse anche per colpa della Chiesa che ha educato
gli italiani a un potere sovrano. In Italia le voglie autoritarie sono
galoppanti.
È preoccupato?
No, sono
rassegnato. La marcia verso la democrazia autoritaria è inarrestabile. Il
motivo è semplice: gli italiani continuano a votare per Berlusconi. Lui sta
facendo di tutto per cambiare il nostro ordinamento, ma i cittadini lo aiutano,
e molto, con il voto.
Perché?
E perché hanno
accettato il Fascismo? Perché hanno combattuto la guerra partigiana e poi
l’hanno ripudiata? Sono i misteri dei popoli, purtroppo. O, se preferisce, difetti di fabbricazione incorreggibili.
Questo sentimento
“appannato” della democrazia dipende dal fatto che l’Italia è una Repubblica
giovane?
Dall’Unità
d’Italia sono passati 150 anni: avremmo potuto anche maturare.
Il suo giudizio su
Napolitano?
I casi sono due: o
fa il coraggioso e viene spazzato via, o si adatta.
Ecco, mi pare abbia scelto di adattarsi al compromesso. E’ il presidente degli
inciuci italiani.
Alcuni
costituzionalisti obiettano che non è il capo dello Stato a esercitare il ruolo
di garante della Carta, ma la Consulta. Però la tutela dei principi
fondamentali è una prerogativa che si può esplicitare
anche in un modo pre-giudiziale. Il rinvio alle Camere sarebbe stato un segnale
politico.
In politica
contano i fatti, non le parole. In teoria dovremmo difendere la libertà di
stampa a ogni costo. Poi quando questa è attaccata o in pericolo, nessuno o
quasi nessuno, si muove. A cominciare dai giornalisti.
E da giornalista,
che effetto le fa?
Per tutta la vita
ho cercato di fare giornalismo d’inchiesta e informazione democratica. Ma è una fatica di Sisifo: agli italiani importa poco. Nelle
direzioni dei quotidiani oggi si pensa a fare un giornalismo leggero, di svago.
Divertirsi da
morire: insomma distraiamoci un po’.
Certo, nel momento
in cui bisognerebbe fare un’informazione di battaglia e di resistenza si
mettono a parlare di cucina.
Intrattenimento
anestetico.
E’ la stessa
ricetta del successo di Berlusconi: lui ha capito che il popolo poteva essere
addormentato tranquillamente con la televisione.
Perché
l’opposizione preferisce aprire il dialogo sulle riforme invece che fare una
battaglia sulle regole e sulla legalità? Magari qualche voto lo recupererebbe.
Il Pd pensa che
sia meglio essere concilianti. A forza di essere accomodanti però la democrazia
sta cambiando pelle. Poi è diventato di moda dire che c’è bisogno di riforme. Ma non è vero: rispettare la Costituzione sarebbe la riforma
più auspicabile. In verità la sinistra non sa cosa fare. E quindi sta al gioco.
Tutti stanno al gioco del premier.
Anche il
presidente della Repubblica?
Napolitano
dovrebbe fare l’eroe. Con Berlusconi la lotta è sempre senza esclusione di
colpi. Se il capo dello Stato si opponesse, prima o poi
troverebbe il modo di farlo fuori. Si vede che anche lui è attaccato al suo
posto: quelli che stanno al Quirinale in genere trovano molto gradevole
rimanerci.
È d’accordo con
chi parla di regime e di colpo di Stato?
Come andò al
potere il nazismo? L’establishment tedesco accettò la
svolta autoritaria. Quando un Paese intero è disposto a rinunciare alla
democrazia, c’è poco da fare.
Che pericoli vede?
Rischiamo di
diventare una Repubblica sudamericana - come già in parte siamo - dove tutti
rubano e l’unico interesse dei politici è fare soldi.
Anche quelli del
Pd?
Spero di no. Certo
che si oppongono mollemente.
Il legittimo
impedimento protegge il premier dai processi, la legge sulle intercettazioni
dallo screditamento. Così ha tre anni per lavorare al presidenzialismo.
Berlusconi è
convinto che il suo governo sia il migliore possibile. E lui farà di tutto per fare come sta avvenendo in altri Paesi. Per diventare come
Putin, che è un democratico autoritario. Comunque di fatto
il presidenzialismo già c’è: abbiamo un presidente del Consiglio che fa quello
che vuole. Non so di cosa si lamenti, tra l’altro: è già un piccolo dittatore
democratico.
Abbiamo anticorpi?
Quando una
democrazia vuole suicidarsi è difficile prevederlo in tempo.
Gli italiani in fondo pensano: sarà una dittatura leggera, chissenefrega.
Salvagenti in
vista?
Ci sono due modi
per abbattere le dittature. La sconfitta militare, qui non
attuabile, o la sconfitta economica. Ma non
siamo in una situazione finanziaria così drammatica. Temo dovremo sopportare
Berlusconi ancora per molti anni. Gli ultimi risultati elettorali dicono che
gli italiani vogliono una democrazia autoritaria.
Abbiamo quello che
ci meritiamo?
È evidente. Si
poteva votare contro.
C’è stata un’astensione
significativa.
Se vogliamo
consolarci, consoliamoci così.
Qui nessuno si fa sentire, nemmeno i tanto osannati intellettuali liberali.
La corruzione
morale è stata fortissima, anche se non ce ne accorgiamo. Tutti stanno
abbastanza bene. L’interesse per la politica è diventato minore. E questa
dittatura morbida che non ti manda in prigione è sopportabile.
E l’Europa?
Per fortuna c’è
l’Europa. Senza, saremmo un Paese parafascista.
MicroMega 9
Silvia Truzzi, Il
Fatto Quotidiano, 9
Il Pd e la proposta di Prodi. Continuare a cercare per cominciare a capire
Caro direttore,
tanto tuonò che piovve o per dirla con un adagio tutto leghista sono un po’ preoccupato che il giusto richiamo lanciato da
Prodi arrivi a chiudere la stalla quando i buoi sono tutti scappati.
Ma al di là di questa battuta amara da cassandrismo
sociologico, credo sia importante anche dopo queste elezioni continuare a
cercare per continuare a capire. E il giusto richiamo di Prodi con la risposta
di Bersani e Chiamparino mi pare segnino un inizio nel cercare di capire.
Va detto subito
che non credo che sia solo una questione di metodo o di pura discussione sulla
forma-partito. La vera questione di fondo l’accenna
Chiamparino quando dice che “non si sa cosa dire” ed è che manca la visione e
la voglia di mangiare futuro. Dopo aver stabilito un metodo
bisogna anche riempirlo di contenuti. Mi pare che siamo tutti d’accordo che le
parole chiave siano oggi il territorio e la riterritorializzazione della
politica. Affrontiamola.
Primo, ciò che va
messo al centro è il grande cambiamento di paradigma della modernità dal
conflitto tra capitale e lavoro con lo Stato in mezzo alla dialettica tra i
flussi della globalizzazione e i luoghi sui quali impattano, dalla finanza alle
delocalizzazioni fino alle migrazioni. È confrontandosi con le opportunità, ma
anche lo spaesamento, che questa grande trasformazione produce sul territorio
che la forma-partito può trovare le risorse per rigenerarsi. Perché la vera
sfida della territorializzazione è tenere insieme la coscienza di luogo e la coscienza di classe. Senza questo passaggio penso sia
difficile compiere passi in avanti.
C’è una questione di fondo che accompagna il dibattito interno al Pd ormai da
anni: se l’innovazione sia un processo da realizzarsi dall’alto o dal basso. È
uno scoglio sul quale fino ad ora si sono infranti i tentativi di coloro che hanno provato a porre in discussione il
tradizionale metodo di cooptare le élite dall’alto, dall’esperienza di Massimo
Cacciari a Sergio Chiamparino, a Filippo Penati e soprattutto l’esperienza di
una forma-partito federata sul territorio come quella sperimentata da Lorenzo
Dellai in quel di Trento. Nessuno è riuscito ad uscire
dal proprio ridotto territoriale.
Terzo, a rinnovare
la forma-partito ci si arriva avendo ben chiaro che la dimensione del
territorio (e del federalismo) non è una dimensione neutra. È stata quotata al
mercato della politica dalla Lega con una lunga marcia che dalle vallate alpine
degli spaesati, passando per le tante pedemontane incompiute del
lombardo-veneto, l’ha spinta a rompere il “cordone sanitario” del Po seguendo
la Via Emilia fino alla Città Adriatica. Le esperienze del secolo passato ci
insegnano che comunità e territorio sono parole pesanti, da maneggiare con
cura. Il propellente del leghismo fondamentalista che rifiuta allo steso tempo
i minareti e gli Ogm sta proprio nel richiamo ad una
voglia di comunità che si fa desiderio di perimetrare e difendere i propri
destini sentendoli minacciati dall’altro da sé. In parte è questa la cifra di
quella diversità di voto che è emersa tra città e “contado”. E dunque bisogna
aver ben chiaro che il territorio può essere il luogo dove rinserrarsi, lo
spazio dove atterrare, oppure il trampolino da cui partire per affrontare il
mondo in transizione. Per questo diventa anche il luogo del conflitto e delle
scelte politiche affrontando i grandi nodi dell’immigrazione, della fabbrica
diffusa, della trasformazione dei lavori, della modernizzazione incompiuta del
Paese. È lo spazio a partire dal quale si confrontano
tre idee di fondo di territorio e di comunità: quella localista a reti corte,
quella dei sorvolatori del mondo che lo guardano dall’alto delle Borse, e
quella di chi pensa che il radicamento territoriale sia il modo per non
rinunciare ad una nuova società aperta. Che rimandano anche all’emergere di
concezioni populistiche oggi in ascesa: un populismo del rinserramento quello
dell’“ognuno padrone a casa sua” un populismo dell’invidia sociale che ha
sostituito la lotta di classe e ha venature giustizialiste, un populismo dolce
pugliese capace di coniugare diritti e interessi e infine il populismo
dell’individualismo proprietario di Berlusconi. Bisogna scegliere e schierarsi.
Pensare il territorio significa non seguire acriticamente il sindacalismo di
territorio leghista. La riforma federalista di un grande partito significa
saper dire per esempio se e come il Nord del Paese, o la Padania, non si debba
chiudere ma aprire alla nuova Europa e contemporaneamente se anche il
Mezzogiorno debba fare altrettanto nel Mediterraneo. Saper dire se si ha nel
proprio orizzonte la prospettiva di una società dell’immigrazione oppure no.
Federalismo significa in primo luogo avere un proprio pensiero sul territorio oltre
allo starci ed abitarlo, per citare il vecchio dilemma
filosofico di Heidegger. ALDO BONOMI IM 14
Pd federale, no di Bersani a Prodi
«Ora serve una
forte reazione, è in gioco l’Italia». Pier Luigi Bersani propone la sua «road map per cambiare il Pd». E per rilanciarlo, dopo
l’esito di una tornata elettorale che Anna Finocchiaro paragona a una «botta».
Il leader del Pd non ci sta a farsi crocefiggere su un
risultato che Area democratica definisce «grave» e di per sé sufficiente a
richiedere un cambio di linea (Walter Veltroni, Dario Franceschini e gli altri
della minoranza si riuniscono in serata per preparare l’incontro più allargato
di domani, in cui verrà decisa la strategia da tenere alla Direzione di
sabato). Anche se ammette la «delusione» per com’è andato il voto, Bersani
aggiunge che «non si può non vedere che sta succedendo qualcosa anche tra gli
elettori del centrodestra, qualcosa che noi dobbiamo incrociare». Anche se
ammette che finora «il Pd non è riuscito a intercettare la crisi del centrodestra
perché non siamo stati percepiti come un’alternativa
credibile», aggiunge che la strada da seguire è quella del «maggior radicamento
del partito nei territori», con cui ha vinto il congresso d’autunno.
Prima in una
riunione con i segretari regionali e poi in un incontro con i senatori, Bersani
parla della necessità di mettere a punto un «progetto
per l’Italia» incardinato su tre temi - lavoro, fisco, qualità della democrazia
- e sull’urgenza di «rafforzare il Pd in chiave federale». Boccia l’ipotesi
avanzata da Prodi e rilanciata da Cacciari e Chiamparino, dicendo che «non si
riapre il dibattito sulla forma partito» e che «noi ci organizziamo per un
partito dei territori» non solo del nord. E annuncia le proposte di modifica
allo statuto che porterà sabato in Direzione, a cominciare dall’idea di
riservare una quota degli organismi dirigenti nazionali ai membri dei Pd
regionali, e una quota di quelli regionali e
provinciali ai militanti dei circoli. Un modo per dare
maggior peso ai territori e per far emergere ai vertici nuove energie.
Anche se, mette subito in chiaro Bersani, che sa di dover affrontare sabato un
confronto serrato con le minoranze, al di là degli
aspetti organizzativi «il problema adesso è rivolgerci alle questioni a cui
tengono gli italiani, questa è la chiave perché si cresca come grande partito
popolare».
All’incontro con i
senatori, deciso dopo che 49 di loro avevano scritto
una lettera chiedendo un «cambio di passo», nessuno dei veltroniani prende la
parola. Il che però non vuol dire che anche sabato rimarranno
in silenzio, almeno a sentire il deputato Pd Walter Verini, tra i più vicini a
Veltroni: «Dal 2008 a oggi abbiamo perso oltre 5 milioni di voti, e questo
perché il partito ha perso attrattiva». Nessuno alla Direzione chiederà la
testa di Bersani, ma una correzione di rotta che faccia tornare allo “spirito
del Lingotto” sì.
Una situazione
comunque insidiosa per il segretario, che sembra poter contare sempre più su
una sponda inaspettata: durante l’incontro con i senatori Franco
Marini, che al congresso ha sostenuto Franceschini, attacca i 49 della
lettera («non c’è nessuna crisi del partito, sarebbe stato meglio se l’avessero
mandata 20 giorni dopo le elezioni, non il giorno dopo»), definisce «una
follia» la proposta di Prodi («ora c’è un segretario eletto e non va messo in
discussione») e alza una bella palla per il segretario: «Il problema vero è
riscoprire il gusto della democrazia e degli organismi di partito, che sulle
questioni discutono, si dividono e mettono al voto. Bisogna finirla con
l’ossessione di mediare sempre su tutto». Un metodo
che rafforzerebbe Bersani, che infatti di lì a poco
dice: «Nei gruppi parlamentari e in un qualsiasi organismo democratico votare
dovrebbe essere un elemento fisiologico. L’importante è che quando hai deciso,
poi tutti rispettino l’esito del voto».
Simone Collini L’U
14
Su Internet giornalismo da Pulitzer
Per la prima volta
un’inchiesta realizzata da un sito Internet ha vinto il premio Pulitzer, il
maggiore riconoscimento del giornalismo americano. E’ una buona notizia da
molti punti di vista. Ma in particolare perché conferma che la qualità potrà
sopravvivere alla crisi dei giornali, grazie a nuove organizzazioni editoriali
che nessuno fino a pochi anni fa aveva anche solo
provato a immaginare. Il premio è stato assegnato a Sheri Fink, del sito
ProPublica.org, per un servizio realizzato negli ospedali di New Orleans
durante il passaggio dell’uragano Katrina. La giornalista aveva documentato in 13 mila parole il dramma dei medici rimasti a operare nelle
sale allagate e prive di energia elettrica, e costretti a praticare iniezioni
letali ai pazienti che non potevano essere evacuati.
Molti servizi del
genere, focalizzati sul pubblico interesse, hanno ricevuto in passato il premio
intitolato a Joseph Pulitzer, l’editore che lasciò nel 1911 tutti i suoi averi
alla Columbia University. Ma il comitato indipendente
che lo assegna ha voluto questa volta dare anche un’indicazione di come si
augura che il giornalismo investigativo, quasi scomparso dai quotidiani, possa
sopravvivere in futuro.
ProPublica.org è stato ideato nel 2007 per iniziativa di un gruppo di
giornalisti che hanno deciso di lasciare la carta stampata per fondare un
proprio sito web. Il direttore, Paul Steiger, era capo redattore del Wall
Street Journal e il suo principale collaboratore, Stephen Engelberg, era un
cronista di punta del New York Times. Insieme hanno a lungo riflettuto sui
danni che le voraci aspettative degli azionisti e
l’ossessione degli editori per alti margini di utile stavano causando al
giornalismo americano. Le grandi inchieste richiedono molto tempo, sono costose
e quando cominciano non danno nessuna certezza di
poter essere tramutate in articoli e in copie vendute: molte storie che
sembravano promettenti finiscono spesso nel nulla.
Il principale
problema di Steiger, quello di trovare i soldi per finanziare la qualità, è
stato risolto grazie all’aiuto della Fondazione di Herbert e Marion Sandler,
filantropi progressisti e grandi finanziatori del partito di Obama. Essendo
un’organizzazione non-profit, ProPublica spende tutti i soldi che riceve e non
paga tasse. Altre imprese, come California Watch e Texas Tribune, hanno
utilizzato lo stesso modello, sempre con l’obiettivo di difendere il
giornalismo investigativo e l’interesse collettivo.
ProPublica ha ora
alle proprie dipendenze 32 giornalisti e cede i suoi
articoli, senza alcun compenso, ad altre pubblicazioni tradizionali. Il
servizio da New Orleans è stato messo online con foto e approfondimenti
multimediali ed è stato pubblicato come semplice articolo dal New York Times Magazine, cosa che ha di certo contribuito a renderlo
famoso. Nel solo 2009, il sito ha prodotto 138 inchieste di rilievo, in collaborazione
con 38 riviste e giornali. Secondo Sig Gissler,
amministratore del Premio Pulitzer, «l’editoria deve aspettarsi in futuro
numerose collaborazioni di questo tipo, visto che le
imprese editoriali affronteranno situazioni finanziarie sempre più difficili».
Il mondo di
Internet era stato ammesso al Pulitzer lo scorso anno, ma avevano vinto i
tradizionali giornali su carta. Questa volta il web è stato legittimato anche
dal premio per la migliore vignetta satirica, che il San Francisco Chronicle ha
pubblicato solo nella propria edizione online. Tutto sta cambiando molto in
fretta, e nessuno è ancora in grado di dire quale sarà davvero il futuro
dell’informazione nel nuovo mondo digitale, ma l’esperimento di ProPublica
sembra a molti un’idea da tenere in considerazione. Poiché il buon giornalismo
è ancora (e sempre più) necessario alle società civili, chiunque trovi il modo
di continuare a realizzarlo va incoraggiato e premiato. VITTORIO SABADIN LS 14
L'uso
dell'informatica nel settore doganale, passo in avanti nella lotta alla
criminalità transnazionale
L’on. Franco
Narducci è intervenuto in Parlamento durante il dibattito per la ratifica del
Protocollo alla Convenzione sull'uso dell'informatica nel settore doganale, mettendo in evidenza che tale ratifica costituisce un
ulteriore passo avanti nella lotta alla criminalità transnazionale poiché
predispone “forme di cooperazione, mirate anche ad intensificare gli interventi
repressivi”.
Infatti Narducci ha fatto notare come “le tecnologie avanzate,
nelle società moderne, siano utilizzate spesso ai fini di circolazione del
crimine organizzato, che si avvale sempre più di una rete globale di contatti e
di informazioni”. Dunque - secondo il vicepresidente della
Commissione esteri, Narducci - ”la predisposizione di strumenti di
contrasto alle attività illecite deve essere almeno in grado di predisporre una
rete altrettanto organizzata e sofisticata, se si intende ottenere qualche
risultato utile”.
“La cooperazione
doganale e, soprattutto, gli strumenti giuridici e tecnologici previsti dal
Protocollo - ha proseguito Narducci - si inseriscono a
pieno titolo all'interno del processo in atto nell’Ue, che si propone di
affiancare ai principi e agli obiettivi di libertà delle attività economiche e
del mercato strumenti volti al rispetto della legalità, in funzione di garanzia
della sicurezza e della giustizia per tutti i soggetti appartenenti
all'ordinamento dell'Unione europea”.
“La ratifica del
Protocollo - Ha concluso quindi l’on. Franco Nraducci
- costituisce, ad avviso e a parere del Partito Democratico, una tappa
essenziale nella costruzione dello spazio giuridico europeo, fondato su valori
condivisi di libertà, sicurezza e giustizia, in risposta alle aspettative dei
cittadini, degli operatori economici, degli Stati e delle istituzioni
dell'Unione europea”. De.it.press
Lombardo e l'inchiesta sulla mafia "Piano per abbattermi anche
fisicamente"
«Vicenda nebulosa. Contro di me un'aggressione mediatica
congegnata da menti raffinate» - Il governatore siciliano, indagato per
concorso esterno, interviene all'Ars
MILANO -
«Un'aggressione mediatica congegnata da menti raffinate»: così il presidente
della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, ha definito nel corso del suo
intervento all'Assemblea regionale siciliana la fuga di
notizie sull'inchiesta della procura di Catania in cui è indagato per
concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito di un'inchiesta della
Procura di Catania. «Il 9 dicembre - ha voluto ricordare il governatore - dissi
in quest'aula che subivo uno stillicidio di insulti
ispirato da un tavolo trasversale ai partiti in cui si è progettato di far
cadere il Governo e la legislatura con mezzi politici, se fosse bastato, con
mezzi mediatico-giudiziari, qualora non fosse bastato il primo metodo, o anche
fisicamente se non fossero bastati i primi due piani».
«NON HO ANCORA
RICEVUTO NESSUN AVVISO» - Lombardo ha definito la sua «una vicenda giudiziaria
da contorni nebulosi», e ha sottolineato per due volte
«di non avere ricevuto a tutto oggi neppure un avviso di garanzia». «Può
apparire incredibile che per una vicenda giudiziaria che investe il presidente
della Regione e che mette a repentaglio la sopravvivenza del governo che
presiedo e dell'Ars, chi vi parla non abbia ad oggi
ricevuto neppure un avviso di garanzia» ha detto sottolineato il governatore
siciliano, specificando tra le altre cose di non aver mai incontrato i boss
della cosca Santapaola. «Nessuno, tra amici o parenti, mi ha proposto di
intervenire per appalti a favore di chicchessia, mafiosi o limpidissimi
imprenditori» ha detto il presidente della Regione siciliana. «Questa legislatura - ha aggiunto Lombardo - deve andare
avanti per continuare questo difficile percorso, nonostante le pressioni, le
previsioni sinistre riportate in alcune conversazioni e pronunciate dai suoi
riferimenti politici. E credo che non basti neppure
questa legislatura, bisogna continuare anche nella prossima, certo con nuovi
Presidenti». Il riferimento delle conversazioni è ad alcune intercettazioni telefoniche dove si fa il nome di Lombardo.
«COLPI MICIDIALI A
COSA NOSTRA» - «Posso affermare che questo governo ha assestato i colpi più
micidiali che siano stati mai assestati a Cosa Nostra» ha detto nel suo
discorso il presidente della Regione siciliana. Lombardo ha rivendicato anche
l'azione di rigore del suo governo nel settore della
sanità e dei rifiuti, che ha portato a sensibili risparmi, e ha parlato «di un
clima diverso fatto di valori diversi, non di favori e raccomandazioni».
CHIARIMENTO SUGLI
ISPETTORI - «Chiedo scusa se involontariamente ho determinato un equivoco, che
voglio chiarire oggi - ha precisato poi il presidente della Regioni siciliana
-: parlando di invio di ispettori a Trani, non
invitavo il ministro della Giustizia a fare la stessa cosa a Catania, dove
veniva aggredito mediaticamente il presidente della Regione grazie a una fuga
di notizie che la Procura ha definito dovuta a una '"manovra
politica", semmai - ha sottolineato il governatore - facevo notare una
palese disparità, cioè un intervento fulmineo in un'altra Procura, dove si era
registrata un'analoga fuga di notizie, tra l'altro con gli stessi giornalisti,
stavolta a carico del presidente del Consiglio». CdS 14
Post-voto, i politici abbandonano Facebook e Twitter
Dai manifesti
elettorali sparsi per la città a un post sulla bacheca di Facebook: così cambia
la comunicazione politica italiana, che faticosamente cerca di adeguarsi agli
standard del mondo 2.0. Ma, dopo l'indigestione di loghi di Fb e Twitter sui
siti dei candidati alle elezioni regionali, in pochi hanno continuato a
utilizzare i social network per non interrompere la
conversazione con gli elettori. E il "tasso di abbandono" è molto
alto.
La maggior parte
dei candidati hanno pubblicato un messaggio di ringraziamento
ai propri elettori, a prescindere dal fatto che avessero vinto o perso. I
"rapidi" (la Bonino e De Luca in Campania)
hanno immediatamente postato uno o più messaggi, c'è chi ha reagito dopo
qualche giorno ((Zaia, Bresso e Loiero) mentre altri ancora (Penati, Bernini,
Modena e Biasotti) sono totalmente scomparsi, interrompendo dall'oggi al domani
il flusso di comunicazione attivato solo in funzione della campagna, anche a
fronte di migliaia di messaggi che continuano ad affollare le loro "bacheche".
I politici, in
linea di massima, non sono ancora riusciti a cogliere le potenzialità 2.0 della
rete, arena di dibattito e discussione, e continuano a considerarla soltanto
come un mezzo di comunicazione tradizionale dove far
calare dall'alto i loro messaggi, video e foto. Il dialogo con l'elettore
ancora non è contemplato: e alla fine sostenitori e oppositori finiscono per
insultarsi sui loro wall senza alcuna moderazione (in tutti i sensi).
E' il caso del neo
presidente del Piemonte, Roberto Cota, che ha annunciato la propria iniziativa
sulla RU486, senza poi chiedere allo staff di intervenire per moderare i
commenti (molti pro e molti contro). Risultato: una pagina caotica e
aggressiva, dove sono soltanto altri fan (o oppositori) che rispondono.
Stessa situazione sulla pagina del presidente calabrese Scopelliti.
Nel mare degli
esempi negativi spiccano i virtuosi Nichi Vendola ed Enrico Rossi, governatore
toscano. Se si diventa fan della pagina del governatore pugliese, si riceve la
sua richiesta di “amicizia”.
Nichi Vendola, che
si è servito di una delle migliori agenzie di comunicazione
italiane, la Proforma, ha comunicato la vittoria su Twitter pochi
secondi dopo l'ufficializzazione del risultato e continua a twittare
regolarmente. Rocco Palese, il candidato sconfitto del Pdl, ha ringraziato
ancor prima di Vendola gli elettori e da poco è tornato a scrivere su Fb e
Twitter.
Emma Bonino non ha
mai twittato, mentre la Polverini - deluso dai pochissimi "followers"
- ha smesso il 2 marzo. Formigoni, che ha saputo usare la rete spaziando da
Facebook a YouTube, ha smesso di usare Twitter il 30 marzo. Il neo governatore
del Pdl in Campania, Stefano Caldoro, continua a postare due tweet a settimana,
mentre De Luca non ha mai usato Twitter. Cota, vincitore piemontese del
Pdl, non ha mai utilizzato Twitter per la sua campagna elettorale ma scrive
regolarmente dal 7 aprile e al momento conta soltanto qualche decina di
follower. La Bresso, candidata e Presidente uscente, ancora non ha ripreso la propria attività sui social network.
Claudio Burlando
ha scritto fino al 3 aprile, poi ha sospeso i propri tweet, mentre Sandro
Biasotti del Pdl scrive regolarmente e non necessariamente di politica, così
come il governatore toscano Enrico Rossi. In Umbria l'uso dei
social network non è contemplato: Catiuscia Marini (centrosinistra) ha
un account twitter inutilizzato da giugno 2009, Fiammetta Modena non è iscritta
e Paola Binetti ha un account ma non ha mai scritto nulla. Situazione simile
nelle Marche, dove i due candidati non hanno mai attivato un account Twitter.
Sono pochissimi,
dunque, i nuovi Presidenti di Regione o gli sconfitti della tornata elettorale
per i quali l’appuntamento del 28 e 29 marzo ha rappresentato solo una
parentesi in un uso costante e fluido delle reti sociali e di Internet. Quasi
tutti non hanno uno staff che se ne occupi o, più semplicemente, non
comprendono la viralità dello strumento. Maddalena Loy, L’U 14
Governo battuto alla Camera sul "salvaliste": il decreto decade
Approvato un
emendamento del Pd a cui la maggioranza aveva dato
parere negativo.
Il pdl: «Nessuna
conseguenza»
ROMA - Il governo
è stato battuto alla Camera su un emendamento del Pd al decreto
"salvaliste", a cui la maggioranza aveva
dato parere negativo. Il testo è soppressivo di tutto il testo,
quindi - come ha spiegato il presidente di turno Rosy Bindi - il provvedimento
decade. Complici le assenze tra le fila del Pdl, l'aula ha dato il via libera
all'emendamento Bressa con 262 voti favorevoli e 254 contrari. La seduta è stata
sospesa. Applausi dai banchi dell'opposizione.
PDL - Il
vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, tende a minimizzare le
conseguenze che questo stop può avere sulle elezioni. «Rischi oggettivi - dice
- non mi pare che ci siano». Ma il vicepresidente del
gruppo non nega che ci sia «dispiacere per una votazione delicata dove nella
maggioranza ci sono stati troppi assenti».
IDV - «Siamo di fronte ad un Governo indecente - dichiara invece
Massimo Donadi, capogruppo dell'Italia dei valori - Prima vara provvedimenti
vergognosi, poi non ha il coraggio di venire in Parlamento e metterci la faccia
per approvarli. Avranno pure vinto le elezioni ma non hanno la dignità di
governare il paese».
IL SALVALISTE - Il
Consiglio dei ministri aveva varato d'urgenza il
decreto dopo che la lista del Pdl era stata esclusa in Provincia di Roma ed il
listino di Formigoni in Lombardia per vizi di conformità dalla competizione
elettorale per le Regionali di fine marzo. CdS 14
Conclusa la Conferenza organizzativa e programmatica delle Acli
Il presidente
nazionale Olivero invita a “coraggio e responsabilità”
MILANO - “Il nostro compito
non si limita all’analisi della realtà o alla denuncia delle ingiustizie.
Noi siamo chiamati a cambiare questa società con coraggio, responsabilità e
creatività”
Il presidente nazionale delle Acli Andrea
Olivero conclude, a Milano, la Conferenza
organizzativa e programmatica delle Associazioni cristiane lavoratori italiani
con un accorato appello a “ripartire con fiducia e slancio dai territori”,
coerentemente con quanto indicato nella mozione conclusiva approvata
dall’assemblea dei delegati.
“Siamo chiamati come Acli a vigilare con
intransigenza là dove sono a rischio i diritti dei più deboli”- ha detto
Olivero -. “«Dobbiamo avere il coraggio di esporci
sapendo che la nostra credibilità è una risorsa da spendere con generosità. Allo stesso tempo ci vuole la prudenza del discernimento per
perseguire il vero bene e il bene possibile”.
“Ma soprattutto – ha
affermato il presidente delle Acli – è la voglia di fare che caratterizza la
nostra associazione. La nostra responsabilità è anche
quella di sapere trovare con competenza e creatività le risposte concrete e le
soluzioni ai problemi della gente”. (Inform)
Questionario Gelmini per dare la «caccia» agli immigrati
E’ una valutazione
ambigua ma, il questionario distribuito dal ministero alle scuole e finito nel
diario dei bambini per essere compilato dai genitori, nasconde una convinzione:
gli insegnanti sono una truppa. Parola antica, che serve ad
indicare quei militari che devono solo obbedire agli ordini.
Scuola e prova
Invalsi, rilevazione degli apprendimenti per l’anno scolastico in corso.
L’Istituto è sotto stretto controllo dall’Istruzione della Gelmini e serve ad
accertare le conoscenze degli studenti italiani.
Due prove scritte
obbligatorie da svolgersi nel mese di maggio di Italiano e matematica per gli
studenti della seconda e quinta elementare e anche per i più grandicelli della prima media, tutti
seduti rigorosamente uno per banco per evitare suggerimenti. I bambini
frequentanti la seconda elementare verranno anche sottoposti
ad una prova di lettura, non davanti alle proprie maestre ma ad osservatori
esterni, esponendoli così ad un possibile insuccesso.
Ma non è tutto. Proprio in questi giorni e con largo
anticipo rispetto alle prove Invalsi, le scuole su “ordine” del ministero
stanno consegnando un questionario da compilare a cura dei genitori le cui
domande non hanno nulla a che vedere con la didattica né con la valutazione
delle conoscenze e dei saperi. La scheda in realtà serve per individuare la
provenienza “socio-economico-culturale” dei singoli
studenti. Indagine statistica che spetterebbe all’Istat e non all’Ivalsi.
Pertanto, è una schedatura delle famiglie e, ancora più inquietante, si insiste con la “persecuzione” dello studente immigrato.
Di lui si vuole conoscere tutto: se è nato in Italia e l’arrivo in Italia; se
ha frequentato l’asilo nido e la materna. Ma
l’obiettivo finale di tutto questo è anche un altro: attraverso il solo
risultato degli alunni, il ministero intende valutare in modo indiretto ogni
singola scuola pubblica e i loro docenti.
Il questionario e
la protesta. Le domande sugli studenti sono per lo più dirette a raccogliere
informazioni sugli stranieri. Per quanto riguarda i genitori italiani e non, si
“spulcia” indirettamente sul reddito di mamme e papà. Con
strafalcioni sui titoli di studio e “dimenticanze” clamorose nell’elenco delle
professioni. Il ministero accorpa arbitrariamente categorie di
lavoratori secondo un’idea piramidale della società ancora ferma all’era
Gentile. La classifica si apre con il “disoccupato” ma non c’è traccia del
precario o dell’informatico e co.co.pro. L’insegnante è equiparato
alla truppa. Il docente universitario all’ufficiale militare. E così via. Fino
alla “chicca” sui titoli di studio superiore al diploma: si cita l’Isef, che
non esiste più. La nuova terminologia è superata in Scienze motorie.
Le “ira” dei genitori si scaricano sui presidi. Le prove Invalsi
a tutela della privacy sono rigorosamente anonime, sui singoli fascicoli
compare solo un codice numerico identificativo del plesso, del livello di
classe frequentata e della sezione dello studente. Ma
in un circolo didattico di Roma, il dirigente ha consegnato alle famiglie la
scheda con lo spazio per il nome e il cognome dell’alunno, oltre la classe e la
sezione. Da qui la protesta delle famiglie: “Consegneremo la scheda in bianco o
incompleta”.
«Mio figlio Matteo
all’uscita di scuola mi ha detto: 'Guarda mamma la
scuola vuole sapere se il papà di Gerry è italiano. Che gli importa?'», racconta Paola Angelucci consigliera del municipio XI. E
le proteste si annunciano anche altrove. La battagliera
Simonetta Salacone, dirigente della scuola Iqbal Mashid e capofila nella
protesta anti-Gelmini, fa sapere: “Pretendo la garanzia dell’anonimato sulle
prove Invalsi e sulla scheda studenti-famiglie. Ho già
attivato i sindacati”.
Maristella Iervasi,
L’U 13
Il modello italiano. "Iniziative
dell’Italia – Sicurezza, immigrazione e asilo"
ROMA - Le proposte
normative e le attività operative sviluppate in questi ultimi anni dal Governo
italiano per dare risposte alla domanda di sicurezza da parte della
collettività sono brevemente illustrate in una pubblicazione curata dal
ministero dell'Interno dal titolo "Iniziative dell’Italia – Sicurezza,
immigrazione e asilo", disponibile anche in lingua inglese e francese.
"Aggressione
dei patrimoni illeciti, nuove misure anti racket e usura e contro infiltrazioni
mafiose nel settore degli appalti, eco-mafia, criminalità transnazionale,
terrorismo, criminalità informatica e pedopornofia
online, "patti per la sicurezza" urbana, contenimento
dell’immigrazione clandestina, tratta degli esseri umani, efficaci procedure
per l’emersione dei rapporti di lavoro regolare con cittadini stranieri",
l’elenco riportato in una nota del Viminale. "Sono alcuni degli interventi
messi in campo negli ultimi anni dal Governo secondo il "modello
italiano" di gestione della sicurezza e dell’immigrazione sul territorio
nazionale. Altre misure sono state adottate dal Governo italiano per garantire
la piena tutela dei minori stranieri e dei richiedenti asilo
e per favorire l’accoglienza e l’integrazione dei cittadini stranieri,
fattori-chiave per la coesione sociale e la prevenzione di conflitti. Numerosi
i progetti promossi a livello locale finanziati con
risorse del Fondo europeo per l’integrazione".
Soddisfatto il
ministro dell’Interno, Roberto Maroni, commenta: "i
risultati raggiunti in pochi mesi denotano la validità del percorso intrapreso
e rafforzano la convinzione di dover procedere in questa direzione, anche
nell'interesse dell'Europa". (aise)
Tenuta a Trento l’assemblea ordinaria della Trentini nel Mondo
Approvato il
bilancio consuntivo 2009. Gli interventi del presidente Alberto Tafner e del neo-direttore Anna Lanfranchi sull’importanza dei
circoli associativi e del coinvolgimento dei giovani attraverso l’utilizzo
delle nuove tecnologie
TRENTO – “La
Trentini nel Mondo non ha bisogno di una rivoluzione, ma ha un’assoluta
necessità di evolversi per adeguarsi ad una realtà
sempre più globalizzata ed informatizzata, per stare al passo con i mutamenti
culturali e sociali sempre più rapidi, e anche per questo deve puntare al
sempre maggiore coinvolgimento delle nuove generazioni e dedicarsi anche alle
nuove figure professionali che trovano nel mondo il loro luogo di lavoro, ma
che non possono più essere definiti degli «emigranti”. Questo uno dei passaggi più
significativi della relazione tenuta da Alberto
Tafner, presidente della Trentini nel mondo, nel corso dell’assemblea ordinaria
che si è svolta martedì a Trento, pressa la Sala Aurora di Palazzo Trentini,
sede del Consiglio della Provincia autonoma di Trento.
Il principale punto all’ordine del giorno era
l’approvazione del bilancio consuntivo 2009: illustrato nel dettaglio dal
presidente del Collegio dei revisori dei conti, Bruno
Cesconi, e da Francesco Bocchetti, dipendente dell’associazione, il documento
contabile, che chiude con un disavanzo di 27.223 euro, è stato approvato
all’unanimità dall’assemblea.
Prima della presentazione del bilancio, nella
sua relazione il presidente Tafner ha ripercorso le tappe principali di un anno definito «difficile», per la situazione venutasi a
creare dopo la prematura scomparsa del direttore Rino Zandonai, scomparso nella
tragedia aerea del volo Air France 447 del 1° giugno 2009.
“Non voglio qui descrivervi l’angoscia e le
difficoltà di quanti, oltre al dolore per la perdita di un caro amico, si sono
trovati a gestire una macchina complessa, multiforme e difficile come la
Trentini nel Mondo – ha affermato Tafner – ma abbiamo continuato a lavorare con
caparbietà e serietà portando avanti quello che c’era
da portare avanti, con l’obiettivo di adeguare l’operato della Trentini nel
Mondo alla velocità di trasformazione in atto nel mondo, cercando però di
salvare contemporaneamente i principi etici e morali sui quali l’associazione
si basa”.
Nella relazione particolare attenzione è
stata riservata ai circoli, che rappresentano il punto focale dell’attività
dell’associazione e devono diventare protagonisti sempre più attivi, sia nel Paese dove operano, sia nei confronti del Trentino. “Fino ad
oggi – ha affermato il presidente - forse si è guardato a questa nostra
ricchezza con uno sguardo rivolto più al passato che al futuro, dando spazio
all’aspetto legato alla memoria, esaltando l’aspetto
solidaristico, favorendo l’aspetto amicale. Tutte cose buone e sacrosante, ma
alle quali oggi si possono aggiungere altri motivi per stare assieme. Le potenzialità dei nostri Circoli sono enormi: con molti di essi
già da oggi c’è la possibilità di interagire in un clima di reciprocità, con la
possibilità di scambiarsi informazioni, idee, conoscenze che possono andare a
soddisfare le esigenze di entrambi, per crescere entrambi in un clima di
reciproco aiuto”.
Sull’importanza dei circoli si era espressa
anche Anna Lanfranchi, che dal 1° marzo ha assunto il ruolo di direttore dell’associazione.
Nel suo intervento precedente alla relazione del presidente, la Lanfranchi ha
paragonato la rete dei circoli trentini ad una rete
sociale: “una rete – ha affermato – modello reale dei “social network” mai
tanto citati come in questo momento, che altro non sono che la versione
virtuale delle reti sociali vere come la nostra”.
Il web è stato indicato da Anna Lanfranchi
come lo strumento principe da sfruttare per aprire nuove prospettive
all’attività dell’associazione e per consolidare quelle già in atto, a
cominciare dai rapporti con i circoli e con le nuove generazioni. In questo contesto il web va visto come “canale di comunicazione e
relazione “giovane” che possa favorire e stimolare nei giovani trentini nel
mondo la voglia di conoscenza della nostra regione, alimentando la loro
appartenenza non solo attraverso ricordi e racconti dei padri e dei nonni”.
L’idea è di favorire un nuovo tipo di appartenenza, non fatta di nostalgia
idealizzata per un passato lontano e sconosciuto, ma
fatta di ricerca, di incontri, di archivi e banche dati consultabili e
interrogabili, rese disponibili dall’associazione, per conoscere meglio il
paese da cui questi giovani sono venuti.
Per il presidente Tafner, i circoli e
l’associazione assieme costituiscono l’anima e la memoria del Trentino, ma
costituiscono anche una forza estremamente importante,
come è stato riscontrato in occasione di una serie di seminari svolti in marzo
in Brasile, in Uruguay, in Paraguay ed in Argentina: “Sono stati incontri
estremamente positivi – ha commentato il presidente - dove sono
stati rinnovati con grande convinzione i rapporti di collaborazione e sono
state discusse e condivise alcune strategie per affrontare assieme il futuro”.
Passando in rassegna i progetti -
complessivamente 23 in corso di finanziamento da parte
della Provincia autonoma e altri 13 che saranno presentati nel corso del 2010 –
Tafner ha chiarito ancora una volta che la Trentini nel Mondo e la Provincia
autonoma di Trento, che operano da oltre 20 anni nelle zone più disagiate di
alcuni paesi del Sud America “hanno puntato su progetti di avvio
imprenditoriale nella convinzione che fossero i più adatti per stimolare la
crescita di infrastrutture, per formare le persone, per movimentare energie
collettive pubbliche e private proprio dove c’era più bisogno di riscattarsi
dalla miseria”.
Un caloroso ringraziamento è stato rivolto a
Ciro Russo, coordinatore dei progetti in Sud America,
“che per vent’anni è vissuto in questi Paesi, cercando di realizzare quanto la
Trentini nel Mondo e la Provincia hanno pensato di dover fare, per dare dignità
umana ed economica a quei trentini che sono stati meno fortunati”.
Al settore dei progetti nel 2009 si è
affiancata anche l’attività di gestore unico degli interventi di solidarietà previsti dalla legge 12/2000 a favore degli
emigrati trentini e dei loro discendenti, compito affidato all’associazione
dalla Provincia.
Questa attività,
precedentemente svolta in maniera diretta dalla Provincia, consiste
nell’erogazione di oltre mille sussidi annuali e assegni di studio a famiglie
di origine trentina residenti all’estero. “E’ un lavoro complesso – ha
affermato Tafner - che richiede sforzi di tipo organizzativo molto importanti,
ma soprattutto richiede grande serietà”.
Alla relazione del presidente e
all’illustrazione del bilancio è seguito un dibattito animato dagli interventi
di Renzo Gubert, Danilo Zanoni e Aldo Tenaglia.
Il vice presidente del Consiglio provinciale
di Trento, Claudio Eccher, ha fatto gli onori di casa, affermando che quella
della Trentini nel mondo è un’attività che dà lustro al Trentino. (Inform)
“Quando erano di moda gli Italiani nel mondo”
RIO DE JANEIRO -
“Gli italiani all’estero non sono più di moda”: lo ha
scritto in un suo editoriale apparso sul principale giornale italiano, “Il
Corriere della Sera”, il giornalista Gian Antonio Stella.
La frase, sicuramente provocatoria, apre un articolo dal titolo ancora più esplicito: “Italiani
all’estero ‘traditi’ “! Un articolo scritto, si badi
bene, non solo da uno dei maggiori esperti e conoscitori della storia della
nostra emigrazione all’estero (uno dei pochi, ahinoi, giornalisti italiani che
possono scrivere con cognizione di causa del fenomeno), ma anche da uno dei
massimi fustigatori degli sprechi e delle ruberie di certa classe politica
italiana.
Gian Antonio Stella è
infatti famosissimo in Italia per essere (insieme al collega Sergio
Rizzo) uno degli autori della “Casta”, il best seller che ha venduto diversi
milioni di copie facendo le pulci alle nostre istituzioni democratiche,
raccontandone e dettagliandone con dati precisi costi e privilegi.
Meno copie, purtroppo, ha venduto un altro
suo bellissimo libro: “Quando gli albanesi eravamo noi”, storia sintetica ma
chiara e obiettiva della ‘diaspora’ dei 28 milioni di
italiani che nel corso di oltre un secolo di storia unitaria sono stati
costretti a lasciare il nostro Paese.
Cosa c’entrano gli italiani all’estero con la
casta; gli sprechi dell’amministrazione pubblica italiana con la diaspora degli
italiani nel mondo?
Un nesso c’è, e nell’editoriale di Stella
emerge in maniera polemica ma netta.
I governi italiani hanno sempre avuto paura
di tagliare davvero costi e privilegi di un’amministrazione pubblica che
potrebbe ‘dimagrire’ riducendo strutture obsolete o sussidi superflui; penso ad
esempio alle “provincie”, una unità amministrativa
intermedia tra i Comuni e le Regioni che oggi costituisce un inutile costo alle
casse dello Stato ma che nessun governo fino ad adesso ha avuto il coraggio di
tagliare. E gli esempi potrebbero continuare, spaziando in lungo e
in largo tra le pieghe dei sussidi statali o delle spese dei singoli enti
locali (Comuni, Provincie, Regioni).
In Italia (e non solo in Italia) non è facile
eliminare nei fatti e non a parole le spese inutili e gli sprechi che si
annidano nei bilanci di tali amministrazioni. Dove
si taglia invece, a man bassa e senza pietà? Su tutti (tutti !) i
capitoli di bilancio destinati agli italiani che vivono all’estero, alla faccia
del ‘debito storico’ del nostro Paese con questi
nostri connazionali o della ‘risorsa straordinaria’ da essi rappresentati in
tutti gli angoli del mondo. “Debito storico”, “risorsa
straordinaria”: si tratta ormai di vecchi slogan, di frasi fatte e non più di
moda, appunto, come recita l’articolo apparso qualche settimana fa sul
“Corriere”.
Perché questo accade?
Secondo la riflessione sviluppata dall’articolo di Gian Antonio Stella
semplicemente per un cinico interesse di natura politica: gli italiani
all’estero non votano nelle elezioni amministrative (comunali, provinciali e
regionali) e quindi non possono reagire ai tagli a loro imposti.
Sì, qualcuno obietterà, c’è sempre il tanto invocato voto all’estero, ottenuto
dopo anni di conquiste e oggi rappresentato dai diciotto membri del Parlamento
eletti dagli oltre quattro milioni di italiani nel
mondo. Un voto lontano però (si voterà solo nel 2013) che ampi
settori della maggioranza che sostiene il governo (e qualche esponente
dell’opposizione) vorrebbero eliminare quanto prima, o quantomeno modificare a
tal punto da renderlo impermeabile alle rivendicazioni degli italiani e dei
loro discendenti che vivono fuori dai confini nazionali.
Purtroppo la scelleratezza di chi ha messo in
lista all’estero personaggi impresentabili in Italia, un meccanismo di voto
troppo esposto ai brogli e le interferenze della delinquenza organizzata (anche
su chi aveva il compito di vigilare sulla correttezza del voto) hanno contribuito a minare alla base tale diritto,
esponendolo al ludibrio dell’opinione pubblica italiana.
Lo stesso sta succedendo con il diritto alla
cittadinanza italiana ‘ius sanguinis’ da parte degli italo-discendenti,
infangato da personaggi che nulla hanno a che vedere con l’onore e la legalità.
La migliore difesa – a volte - è l’attacco; questo adagio popolare va utilizzato anche in questo caso.
Per difendere i diritti conquistati quando
(almeno apparentemente) noi italiani all’estero eravamo “di moda” dobbiamo
proporre soluzioni credibili che possano migliorare il sistema
del voto all’estero; al tempo stesso dobbiamo esigere dalla magistratura e
dalla nostra rete diplomatico-consolare il massimo di rigore verso quanti si
sono prestati, in Italia e fuori, ad azioni e fatti che hanno colpito al cuore
un diritto quasi sacrale, ossia il riconoscimento della cittadinanza grazie al
“sangue” dei nostri coraggiosi antenati. Fabio Porta, Deputato eletto per il Pd
nella ripartizione dell’America Meridionale, Comunità Italiana
Appello Anfe per una più equa distribuzione delle risorse ai campani all’estero
Benevento - Il
Comitato della provincia di Benevento dell’Associazione Nazionale Famiglie
Emigrati (ANFE), richiama la nuova amministrazione regionale ad
una “diversa e più equa ripartizione delle risorse” destinate ai campani nel
mondo.
La nota dell’ANFE, firmata dal presidente
provinciale Osvaldo Di Pietro, segnala una diminuzione delle risorse destinate
alle misure di sostegno per i corregionali residenti all’estero, “per i noti
tagli alla spesa pubblica”, che nel 2010 le linee guida recentemente approvate
dall’amministrazione regionale (vedi Inform n°55 del 19 marzo:
http://www.mclink.it/com/inform/art/10n05536.htm) hanno quantificato in 690
mila euro, ripartiti nelle sei misure di intervento:
sostegno ad associazioni e federazioni; sostegno di progetti per la
valorizzazione di competenze e risorse comunitarie; rafforzamento dei legami
con la collettività residenti all’estero; attività di concertazione con comuni
e province campane; sostegno ai rientro; funzionamento della Consulta regionale
per l’emigrazione.
L’ANFE rileva infatti
che la Giunta regionale aveva destinato una quota spesa complessiva per gli
interventi di 900.000 euro, per ogni anno del triennio 2008-2010. “Nella
relazione introduttiva alle delibere per il 2010 - ricorda la nota dell’ANFE
beneventana.- si riconosce che tra i cittadini
campani all’estero non mancano condizioni di vulnerabilità ed emarginazione
sociale, soprattutto nei Paesi che negli ultimi anni sono stati attraversati da
profonde crisi economiche e politiche” . Proprio in considerazione di questa
difficoltà agli amministratori regionali viene rivolto
l’appello ad una più equa ripartizione delle risorse “con particolare riguardo
al rientro dei connazionali emigrati e ai campani che si sono venuti a trovare
in disagi di particolare intensità”. (Inform)
Ciclo "Dire
poesia", venerdì 16 aprile con i poeti dell#emigrazione Romero e Stanisic
Roma - "Dire poesia", il ciclo di incontri con i poeti
contemporanei nei luoghi d'arte di Vicenza, promosso dall'Assessorato alla
Cultura del Comune e da Intesa Sanpaolo e curato da Stefano Strazzabosco,
propone, per venerdì 16 aprile, dalle ore 17.30, uno dei suoi appuntamenti più
innovativi. All'incontro parteciperanno la sudamericana Candelaria Romero e il
bosniaco Bozidar Stanisic, con la regia di Mia Lecomte: un evento speciale
perché i poeti invitati fanno parte della cosiddetta "letteratura della
migrazione", ovvero sono tra gli intellettuali
che pur di nazionalità straniera scrivono abitualmente nella nostra lingua.
Poeti e scrittori che hanno scelto l'idioma di Dante per esprimere i loro
sentimenti e le loro storie, pur non essendo l'italiano la
loro lingua madre. Romero e Stanisic sono degli stranieri che hanno fatto del
nostro Paese non solo il luogo dove lavorare e vivere ma la loro vera casa
culturale.
A presentare i due
autori sarà Mia Lecomte, anche lei poeta, scrittrice, autrice di fortunati
libri per l'infanzia nonché traduttrice dal francese
di numerosi autori. La Lecomte ha dedicato alla "letteratura della
migrazione" un importante saggio-antologia nel quale ha raccolto alcune
delle voci più interessanti di questo importante
fenomeno culturale e sociale.
"La
letteratura della migrazione in italiano - annota la studiosa - è nata
all'inizio degli anni Novanta a opera di quegli
scrittori stranieri che, stabilitisi in Italia, hanno iniziato a scegliere la
nostra come lingua d'espressione letteraria. Sta assumendo sempre maggiore
importanza nella realtà culturale del nostro paese, come in altri di più antica
e consolidata immigrazione è già accaduto: gli
scrittori migranti sono gli artefici di una radicale trasformazione, in termini
tematici e linguistici, del panorama delle letterature nazionali. Ai confini
del verso. Poesia della migrazione in italiano, il mio libro, raccoglie in
maniera sistematica e aggiornata, con tutti gli approfondimenti critici, la
produzione poetica italofona di molti fra gli autori migliori:
venti voci da diversi paesi del mondo per suggerirci nella nostra lingua
l'avanguardia della nostra poesia".
A Vicenza, si avrà
il piacere di ascoltare due di queste voci. La prima è quella
di Candelaria Romero: nata in Argentina da genitori scrittori, a sette
anni inizia la sua formazione artistica seguendo tra i tanti studi i laboratori
T.E.A. (Taller de Esperimentaciòn Artìstica) a Stoccolma, dove si diploma. Dal
1992 risiede a Bergamo. Produce e presenta in giro per l'Italia Hijos, monologo
teatrale sulla migrazione, Bambole, spettacolo sulla violenza di genere (i due
patrocinati da "Amnesty International") e Pachamama - storia di una
Madre Terra molto arrabbiata, spettacolo sulla tutela dell'ambiente e i diritti
dei popoli indigeni, patrocinato da "Survival Italia".
Co-fondatrice
della rivista web di letteratura della migrazione
"El Ghibli", è inclusa in diverse antologie. Alcune sue raccolte sono
state premiate da importanti istituzioni italiane, come risulta
più volte premiata la sua produzione teatrale e la sua stessa attività di
attrice.
Bozidar Stanisic è
nato a Visoko, in Bosnia, nel 1956. Già professore di Lettere a Maglaj
(località a nord di Sarajevo), dal 1992, dopo lo scoppio della guerra in
Bosnia-Erzegovina, vive con la sua famiglia in Friuli, a Zugliano (Udine).
Oltre a offrire il suo contributo letterario, pubblicistico ed
educativo a diverse iniziative di pace e non violenza per i diritti civili dei
rifugiati e degli stranieri, Stanisic ha sempre collaborato alle iniziative
culturali dell'Associazione - Centro di accoglienza "E. Balducci",
con cui ha già pubblicato tre raccolte poetiche: Primavera a Zugliano,
Non-poesie e Metamorfosi di finestre. Alla fine del 2008 è stata pubblicata
l'antologia bilingue di sue non-poesie Kljuc na dlanu / La chiave sul palmo.
Diverse di queste liriche sono state incluse nelle raccolte Quaderno Balcanico.
Cittadini della poesia, collana diretta da M. Lecomte (1998);
Conflitti. Poesie delle molte guerre, a cura di I. Landolfi (2001) e Ai
confini del verso, a cura di M. Lecomte (2006), edita
anche negli USA. In prosa, oltre a numerosi contributi letterari e saggistici
in riviste e quotidiani, ha pubblicato la raccolta di
racconti I buchi neri di Sarajevo (1993), Tre racconti (1998), Bon voyage
(2003) e il testo teatrale Il sogno di Orlando (2006). Il cane alato e altri
racconti (2007) è la sua opera narrativa più recente.
Alcuni dei suoi testi sono stati tradotti in sloveno, inglese, francese,
albanese e giapponese. Scrive sia in serbo-croato, sia in italiano. (aise)
Il “Messaggero di sant’Antonio” di aprile
PADOVA - Il numero
di aprile del Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero,
dedica pagine di riflessione al mistero centrale delle
fede cristiana: la morte e la risurrezione di Cristo. All’evento è rivolto
l’editoriale del direttore del mensile padre Luciano Segafreddo; l’articolo del
prof. Luigi Rossi sulle sacre rappresentazioni di Oberammergau, che ogni dieci
anni fanno rivivere la “Passionspiel” ideata nel lontano 1634; e le altre
rappresentazioni che ormai da decenni trovano come protagonisti tanti nostri
connazionali, residenti in Germania, sotto la guida delle Missioni cattoliche
italiane. Un altro apporto sul mistero pasquale è offerto da Alessandro Ratti
che ci fa conoscere alcune pagine dei sermoni di sant’Antonio sul Risorto.
L’evento dell’ostensione del corpo del nostro
Santo ha richiesto ulteriori pagine d’approfondimento
sul significato di una devozione radicata da secoli nella Chiesa e per
documentare l’inaspettato e straordinario flusso di pellegrini che, dal 15 al
20 febbraio, sono accorsi a Padova per pregare accanto all’urna contenente le
reliquie di sant’Antonio.
Oltre a questi due centri d’interesse, il
mensile contiene degli articoli che meritano d’essere segnalati. Come l’articolo di Renato Mollia sulla ricostruzione di Haiti, dopo
il terremoto che ha lasciato integri solo degrado e miseria; quello di Generoso
D’Agnese sulle nuove generazioni italiane operanti a Los Angeles; la
presentazione di Alessandro Bettero dell’ultimo libro del prof. Frank
Salvatore, residente in Pennsylvania: “L’ardua strada. Dalla schiavitù a
Barak Obama”; e l’articolo di Antonio Gregolin, che si sofferma sulla grande
rievocazione storica che ha avuto luogo ad Herez, in
Ungheria, sul dramma della “marcia del Don” del 1943.
Troviamo vivacità d’iniziative,
da parte delle comunità italiane all’estero, nell’articolo di Tony Paganoni sul
convegno, tenuto a Melbourne, della Federazione Cattolica Italiana d’Australia; in quello di Anna Zampieri Pan, sulla parrocchia
italiana di Burnaby – Vancouver; e nella presentazione, infine, di alcuni
personaggi d’eccellenza”: come Romina Sarti, responsabile dell’Unione Italiani
nel Mondo (UIM) e operatrice del Patronato Ital di Rosario, in Argentina;
Hugo Zattera, presidente, a Caxias do Sul, dell’Agrale, una delle più
importanti industrie di veicoli commerciali del Sud America; e del console
d’Italia a Londra: Uberto Vanni D’Archirafi. (Inform)
Roma. "Migranti di ieri e oggi: tra rifiuto
e accoglienza" venerdì 16 al Museo dell’emigrazione
Roma -
"Migranti di ieri e oggi: tra rifiuto e accoglienza" è il tema della
tavola rotonda che si terrà venerdì 16 aprile a Roma,
nel Museo dell’Emigrazione Italiana (MEI), in occasione della presentazione del
libro di Andrea Cantaluppi "(H)ombre(s) migranti". L’incontro,
organizzato dalla Casa editrice Ediesse insieme al Centro Studi Emigrazione
Roma (Cser) e al MEI, sarà moderato dal presidente del Cser, Lorenzo Prencipe,
e vedrà la partecipazione Alessandro Nicosia, direttore del Mei, che illustrerà
l’importanza che riveste questa tematica nel contesto
del Museo dell’Emigrazione. A seguire, Matteo
Sanfilippo, docente nell’Università La Tuscia di Viterbo, condurrà una
riflessione sull’assistenza ai migranti italiani: dall’azione della Chiesa a
quella dello Stato Italiano. Seguirà l’intervento di Gioacchino Campese,
missionario scalabriniano, che parlerà delle migrazioni verso gli Stati Uniti e
dell’attività delle case del migrante scalabriniane.
Infine, lo scrittore Marco Onofrio illustrerà il viaggio-testimonianza di
Andrea Cantaluppi che, con la sua esperienza in Messico, è riuscito a dare voce
ai migranti.
Sono 12 milioni i messicani che oggi vivono, dopo esserci
arrivati soprattutto in maniera irregolare, e lavorano negli Stati Uniti. Nel
solo 2009 questi migranti hanno inviato nel loro paese di origine, alle loro
famiglie, più di 21 miliardi di dollari sotto forma di
rimesse. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti cercano di proteggersi da questa
pacifica invasione di lavoratori e continuano a portare avanti il progetto da
circa 7 miliardi di dollari volto a rinforzare la
frontiera con il Messico con un "muro virtuale" fatto di videocamere,
sensori e radar, lungo il quale continuano a morire centinaia di migranti
nell’inarrestabile tentativo di fuggire situazioni di miseria degradante e
raggiungere un Paese in cui poter vivere con il frutto del proprio lavoro. A
titolo di esempio basti ricordare che negli ultimi cinque anni sono morti o
dispersi circa 400 honduregni e 5mila salvadoregni che cercavano di attraversare
il Guatemala e il Messico per raggiungere gli Stati Uniti.
In questo contesto, i missionari di San Carlo-Scalabriniani del 1985
hanno cominciato ad offrire accoglienza ed ospitalità a quanti, migranti,
deportati e rifugiati, ne hanno bisogno. Hanno così aperto la prima Casa del
Migrante a Tijuana, B.C., cui hanno fatto seguito quelle di Ciudad Juárez, Chih., Tecún Umán in Guatemala, Tapachula, Chis., Ciudad de
Guatemala, Agua Prieta, Son, e Nuevo Laredo, Tamps. Queste "Case del
Migrante" sono centri di accoglienza, dove i migranti, (circa un migliaio
all’anno per ogni casa) ricevono alloggio, alimento, sostegno morale e
spirituale, assistenza medica, difesa e promozione dei
diritti umani.
Nel corso della
tavola rotonda verrà anche presentato il libro di Andrea Cantaluppi dal titolo
"(H)ombre(s) migranti" (Ediesse – pp. 224,
euro 12,00). Un borghese che si definisce progressista assiste casualmente allo
sbarco di una delle tante carrette del mare cariche di
disperati che approdano sulle coste del nostro Sud. Un anno dopo lo ritroviamo
in volo per Nuevo Laredo, Messico. Lavorerà in una missione di religiosi
scalabriniani nel deserto al confine con gli Usa, la "Casa del
migrante", che assiste uomini, donne, bambini che ogni giorno tentano di
scavalcare il muro della morte o di guadare il Rio Bravo per entrare in Texas.
Sarà un lungo, intenso ed emozionante periodo, in cui proverà a comprendere il
problema dell’emigrazione, le sue cause e origini, andando a vivere dall’altra
parte della barricata. Compagni di quei giorni saranno loro, i migranti.
Emergono, attraverso alcuni ritratti, le loro piccole storie ricavate dalle
interviste raccolte sul posto, vite esemplari che
danno voce alle migliaia che voce non hanno.
Dopo aver concluso una fase di quell’esperienza, il protagonista
ritorna in quei luoghi. Si misurerà con l’arroganza delle guardie di frontiera
nord-americane e con la loro ignoranza; conoscerà la disperazione della favela
di Nuevo Laredo dove assiste delle bambine
cerebrolesi; insieme ai religiosi della missione denuncerà calunnie ed
ipocrisie rivolte ai migranti, piantando sulla barriera della morte 66 croci
bianche in ricordo degli altrettanti migranti morti affogati nel Rio Bravo nei
primi nove mesi del 2009. Un ventaglio di riflessioni etiche, politiche e
religiose nate dall’osservazione dei tanti modi diversi in cui può diffondersi
lo stesso messaggio evangelico, unite da un filo di indignazione
e di speranza. (aise)
E' uscito il terzo numero de “La notizia di Ginevra”
GINEVRA – E' uscito il terzo
numero della rivista mensile “La notizia di Ginevra” curata dalla Società delle
Associazioni italiane di Ginevra (SAIG).
Tra le notizie segnalate, un'intervista al
sindaco di Ginevra Remy Pagani, le attività delle associazioni italiane in loco
e gli ultimi eventi di interesse per i connazionali,
tra cui l'incontro tra Intercomites, alcuni parlamentari eletti all'estero e
membri del Cgie svoltosi a Basilea.
In primo piano anche la consegna ad Angelo
Orlandini della medaglia d'onore per i deportati nei lager nazisti durante la
seconda guerra mondiale, da parte del console italiano a Ginevra Alberto
Colella, ed una riflessione su “Come siamo diventati
italiani all'estero” curata da Carmelo Vaccaro, coordinatore della SAIG. Il
sodalizio segnala, infine, domenica 2 maggio alle ore 12 presso il Caffè
letterario del Palaexpo di Ginevra, una conferenza-dibattito con Gianni
Vattimo, filosofo ed europarlamentare, e con la scrittrice Dacia Maraini.
L'evento è organizzato dall'Istituto Italiano di Cultura nell'ambito
dell'edizione 2010 del Salone del libro di Ginevra
(dal 28 aprile al 2 maggio). (Inform)
Düsseldorf. „Easy Italia – Linea Amica per il Turismo“ vorgestellt
Die italienische Tourismusministerin
Michela Vittoria Brambilla hat am 14. April in Düsseldorf Easy Italia –
Linea Amica per il Turismo, vorgestellt, den neuen Telefonservice für
ausländische Touristen, die Italien besuchen.
Die Leitungen werden am 15. Mai 2010
frei geschaltet und der Service in sechs Sprachen (Englisch, Französisch,
Spanisch, Chinesisch, Russisch und natürlich Deutsch) angeboten.
Unter der italienweiten Telefonnummer
039039039, zum Tarif eines Ortsgesprächs, können nicht nur Reiseinformationen
eingeholt werden, sondern es wird eine echte und qualifizierte Betreuung
geleistet: Die Mitarbeiter am Telefon nehmen sich der Anfrage an und begleiten
den Touristen, bis das Problem gelöst ist. Dadurch soll sich der Aufenthalt im
Bel Paese einfacher und angenehmer gestalten.
Frau Ministerin Brambilla hat der
Presse die von der italienischen Regierung auf dem Tourismussektor
unternommenen Maßnahmen – auch mit Bezug auf den deutschen Markt - erläutert.
De.it.press
340 italienische Unternehmen auf der HANNOVER MESSE. Partnerlandkonzept geht auf
Italien ist die ausstellerstärkste
Nation nach Deutschland - Merkel und Berlusconi kommen zu
Regierungskonsultationen nach Hannover - Konferenzen, Seminare und Gespräche
„Made in Italy“ am Zentralstand Italiens in Halle 6/F01- Italienisches Flair in
ganz Hannover
Hannover. Das Partnerlandkonzept der
HANNOVER MESSE geht auf. So stellt Italien nach Deutschland die größte
internationale Ausstellernation auf dem weltweit bedeutendsten
Technologieereignis. 340 italienische Unternehmen – ein Plus von mehr als 50
Prozent im Vergleich zum Boomjahr 2008 – zeigen vom 19. bis 23. April
Hightech-Lösungen für die Industrie. Und Bundeskanzlerin Angela Merkel sowie
Ministerpräsident Silvio Berlusconi veranstalten unmittelbar vor der
Messeeröffnung am Sonntag Regierungskonsultationen in Hannover.
„Die Stärken des Mittelmeerstaates
werden auf der HANNOVER MESSE sichtbar. Sie liegen in der industriellen
Zulieferung, Automation sowie bei Energie-, Micro- und Nano-Technologien sowie
Mobilitäts-Technologien“, sagt Dr. Wolfram von Fritsch, Vorsitzender des
Vorstands der Deutschen Messe AG. Geschäftsbereichsleiter Wolfgang Pech
ergänzt: „Ob Marktführer wie der größte italienische Stromversorger ENEL, der
Antriebsspezialist BONFIGLIOLI, der Zulieferer von Gießereitechnik GIMATIC oder
der breite Mittelstand – Italien präsentiert sich von seiner besten Seite.“
Das Messemotto Italiens ist
„Sustainable Mobility“. Nachhaltige Mobilität unterstreicht die technischen
Fähigkeiten des Partnerlandes bei schadstoffarmen Transport-Systemen.
Wirtschaft und Politik auf der HANNOVER
MESSE
Das Herzstück des
Italienauftritts auf dem Messegelände ist der mehr als 1 700 Quadratmeter große
Zentralstand in Halle 6. Hier beginnt auch der Kanzlerrundgang mit Angela
Merkel und dem italienischen Ministerpräsident Silvio Berlusconi am ersten
Messemorgen. Am Vortag treffen sich die beiden Politiker mit zahlreichen
Ministern zu Konsultationen ihrer Regierungen in den Herrenhäuser Gärten. Die
Bundeskanzlerin wird von Außenminister Guido Westerwelle, Wirtschaftsminister
Rainer Brüderle und Verkehrsminister Peter Ramsauer begleitet. Auf
italienischer Seite nehmen Außenminister Franco Frattini, Minister für
wirtschaftliche Entwicklung, Claudio Scajola, und Infrastrukturminister Altero
Matteoli teil.
Wirtschaft und Wissenschaft tauschen
sich aus
Auf dem Zentralstand Italiens
wird es täglich ein wechselndes Seminar-, Kongress- und Veranstaltungsprogramm
geben. Passend zum italienischen Messemotto „Nachhaltige Mobilität“ startet am
Montag um 11 Uhr eine Gesprächsrunde, die Italiens industrielle Innovationen zu
diesem Thema vorstellt. Von 14 bis 15.30 Uhr werden die
Produktions-Philosophien des „Made in Italy“ und „Made in Germany“
gegenübergestellt.
Am Dienstag eröffnet der italienische
Minister für wirtschaftliche Entwicklung, Claudio Scajola, gemeinsam mit
Bundeswirtschaftsminister Rainer Brüderle um 14 Uhr den WORLD ENERGY DIALOGUE
in Halle 13. Gleichzeitig starten Seminare zur globalen Mobilität am
Zentralstand Italien.
Am Mittwoch ist der italienische
Industrietag. Neue Materialien aus Italien und die bilaterale Zusammenarbeit
bei Umwelttechnik zwischen Italien und Deutschland werden ab 14 Uhr
thematisiert.
Am Messedonnerstag hat Italien den
„Innovation Day“ ausgelobt. Um 9.30 Uhr wird der Technologie-Atlas Italiens
vorgestellt. Bis 16 Uhr folgt eine Reihe von Veranstaltungen. Alle werden von
namhaften deutschen und italienischen Experten begleitet.
Simultan-Übersetzungen sind vorgesehen. Das gesamte Programm inklusive
Referenten steht im Internet unter www.hannovermesse.de/79650 bereit.
Hannover im Zeichen Italiens
Italien schmückt auch die Innenstadt.
Sie steht vom 16. bis 24. April im Zeichen der „Italienischen Woche“ in
Gastronomie, Hotels und im Einzelhandel. Im Kommunalen Kino etwa wird es
während der Messe täglich italienische Filme geben. Zu den Organisatoren zählen
neben der City-Gemeinschaft sowie dem Hotel- und Gaststättenverband auch die
„Genussmacher“, ein Verbund hannoverscher Gastronomen, die Hannover Marketing
und Tourismus GmbH sowie der Einzelhandelsverband Hannover-Hildesheim. J.M.
Born, de.it.press
Hypo-Vereinsbank: Personalprobleme. Immer Ärger mit Mailand. Zu wenig Profil
Die HVB blutet personell weiter aus:
Nun geht auch Finanzvorstand Rolf Friedhofen. Der italienische Mutterkonzern
Unicredit ist zu dominant. Von C. Busse, T. Fromm und M. Hesse
Als Rolf Friedhofen, 52, vor etwa drei
Wochen zusammen mit Vorstandschef Theodor Weimer, 51, die Jahresbilanz der
Hypo-Vereinsbank (HVB) präsentierte, da machte der Finanzvorstand noch gute
Miene zum Spiel.
Er kokettierte mit dem
unterschiedlichen Temperament: Weimer auftrumpfend, gerne in der ersten Reihe,
Friedhofen zurückhaltend, die Öffentlichkeit gerne meidend. Und Finanzmann
Friedhofen lächelte tapfer ins Publikum, als sein Chef das dicke Kapitalpolster
der Bank lobte, um gleich darauf zu erklären, dass bei dem Mutterkonzern
Unicredit über die Ressourcenverteilung im Konzern entschieden werde.
Tatsächlich war Friedhofen all das zu
dem Zeitpunkt offenbar längst zu viel geworden: die Begehrlichkeiten aus
Mailand, Weimers Führungsstil. Jetzt steht fest: Rolf Friedhofen wird die Bank
nach Angaben aus Finanzkreisen verlassen.
Keine sofortige Entscheidung über
Nachfolger
Am Freitag tagt der HVB-Aufsichtsrat,
dort soll die Personalie beraten werden. Die Bank gab keinen Kommentar. Eine
Entscheidung über einen Nachfolger wird es angeblich nicht sofort geben.
Es ist ein Verlust für das hinter
Deutscher Bank und Commerzbank drittgrößte Geldinstitut, das inzwischen
offiziell nicht mehr HVB heißt, sondern Unicredit Bank AG.
Friedhofen, der sein Handwerk von Grund
auf lernte, hat einen guten Ruf, hielt die Finanzen der Münchner Bank stets gut
zusammen und war auch ein Zeichen für Kontinuität. Sein Abgang wird
möglicherweise für neue Unruhe sorgen. Und die kann Unicredit nicht gebrauchen,
kämpft doch Konzernchef Alessandro Profumo selbst darum, seine Pläne für einen
Umbau in Italien durchzubringen. Mitte März hatte Profumo sogar mit Rücktritt
gedroht.
Verschiedene Versionen zu den Gründen
für den Abgang
1958 in St. Sebastian in
Rheinland-Pfalz geboren, machte Friedhofen zunächst eine Banklehre bei der
dortigen Landesbank und studierte dann in Passau Wirtschaftswissenschaften.
1984 heuerte er bei der Wirtschaftsprüferfirma KPMG an, wurde dort 1993
Partner. 1997 wechselte er zum Konkurrenten PWC und kam schließlich 2004 zur
HVB nach München. Kurze Zeit später, 2005, wurde die bayerische Großbank von
den Italienern übernommen.
Bankchef Dieter Rampl wurde Vorsitzender
des Unicredit-Verwaltungsrats, der langjährige Finanzvorstand Wolfgang Sprißler
Chef in München - und Friedhofen übernahm das Finanzressort.
Zu den Gründen für Friedhofens Ausstieg
gibt es verschiedene Versionen. Die plausibelste ist wohl die, dass er im Laufe
der Jahre immer mehr Kompetenzen verloren hat. "Was ist eine Großbank im
Vergleich zu der Deutschland-Tochter eines italienischen Großinstituts?",
heißt es aus Finanzkreisen
Die Mailänder Konzernzentrale wurde
immer dominanter. Seit Mai vergangenen Jahres ist die 1962 geborene Mailänderin
Marina Natale Finanzchefin bei Unicredit und damit Vorgesetzte Friedhofens. Sie
habe den direkten Draht zu den Investoren, fahre nach London, Tokio und New
York. "Sehr gut möglich, dass der Job für Friedhofen auf die Dauer zu
wenig Profil hatte", heißt es.
Auch in Arbeitnehmerkreisen wird der
Abgang Friedhofens als Beleg für die Macht Mailands gesehen -
Unicredit-Finanzchefin Natale regiere von Italien aus "durch". Dass
ausgerechnet Friedhofen, der die Münchner Bank erfolgreich durch die
Finanzkrise gesteuert habe, gehen müsse, sei "absolut nicht
nachvollziehbar", heißt es. "Wir haben ein immenses Kulturproblem mit
Italien.
Nicht der Erste, der geht
Dort wird immer noch nicht verstanden,
dass sich nicht alles eins zu eins von Mailand auf München übertragen
lässt." Häufig sei es bei einzelnen Themen zu Konflikten zwischen
Friedhofen und Managern in Mailand gekommen. "Es wird in Italien nicht geliebt,
wenn einer einen aufrechten Gang hat", behauptet ein Kenner der Bank. In
HVB-Kreisen wird aber bestritten, dass es Streit zwischen Friedhofen und
Mailand gegeben habe.
Dabei ist Friedhofen nicht der Erste,
der deswegen geht. Seit Unicredit 2005 die HVB übernahm, gab es im obersten
Management und auch in der zweiten Ebene einen Aderlass, auch wenn es zuletzt
ruhiger geworden ist. "Das Ausbluten der HVB geht weiter", heißt es
angesichts der Personalie.
Friedhofen sitzt an der wichtigsten
Schnittstelle zwischen Unicredit und HVB. Und er sitzt auf Geldreserven, die
die Italiener möglicherweise gerne hätten. Dank des internen Verkaufs der
ehemaligen HVB-Tochter Bank Austria an Unicredit und dank des
Investmentbankings, das in München angegliedert ist und zuletzt wieder hohe
Gewinne machte, kommt die HVB auf eine Kapitalquote von 17 Prozent. Davon
können andere Banken derzeit nur träumen. Unicredit hingegen musste 2009 die
Aktionäre um frisches Geld bitten, um sicher durch die Finanzkrise zu kommen.
Zeitpunkt kein Zufall
In wenigen Monaten endet der 2005 bei
der Übernahme geschlossene "Bank-der-Regionen"-Vertrag. Dieser
gewährt den Münchnern Freiheiten - und schützt auch das Kapital der HVB vor dem
ungehinderten Zugriff aus Mailand.
An einen Zufall mag daher kaum einer glauben,
wenn Friedhofen gerade jetzt geht. Überkreuz war Friedhofen mit Mailand auch
aus regulatorischen Gründen, heißt es im Umfeld der Bank. "Die Italiener
kommen mit den relativ strengen Regeln der deutschen Finanzaufsicht, etwa beim
Risikomanagement, nicht zurecht und hängen Probleme jedes Mal Friedhofen
an", heißt es in Aufsichtsratskreisen.
Als Anfang 2009 Theodor Weimer die
Führung der Bank übernahm, kam offenbar ein weiteres Problem hinzu. Die Chemie
zwischen den beiden soll nicht gestimmt haben. Hier der freundlich
zurückhaltende Friedhofen, da der temperamentvolle frühere Investmentbanker
Weimer, der schon mal lospoltert.
Zuletzt wurde Friedhofen als Kandidat
für die Führung des Bundesverbandes deutscher Banken gehandelt. Doch nach
Berlin wollte er dem Vernehmen nach nicht gehen: Als umtriebiger Lobbyist hat
sich der zurückhaltende Friedhofen offenbar nicht gesehen. SZ 14
Eingriff in die Vertragsfreiheit. EU will Zahlungsmoral stärken
Brüssel - Im EU-Parlament ist ein
Streit über schärfere staatliche Regeln für die pünktliche Bezahlung von
Rechnungen ausgebrochen. Eine Mehrheit aus Liberalen, Grünen, Linken sowie der
konservativen EVP will Unternehmen fortan zwingen, Rechnungen innerhalb von 60
Tagen zu bezahlen. Sonst drohen Strafzahlungen. Abweichende freiwillige
Vereinbarungen beider Seiten sollen nicht mehr möglich sein. Dies kritisierte
die im Parlament federführende Berichterstatterin Barbara Weiler (SPD). Das sei
ein viel zu starker Eingriff in die Vertragsfreiheit. Auch die EU-Kommission
ist gegen eine derartige Verschärfung der Zahlungsverzugsregeln. Sie will nur
die Regeln für die öffentliche Hand verschärfen, um kleine Unternehmen vor
finanziellen Schwierigkeiten zu schützen.
Derzeit gibt es in der EU zwar die
Vorgabe, dass eine Rechnung innerhalb von 30 Tagen bezahlt sein sollte. Es gibt
allerdings keine Strafen für zu späte Zahlungen. Tatsächlich zahlen
insbesondere Gemeinden, Bundesländer und Staaten ihre Rechnungen oft nur mit
starker Verspätung. Im Durchschnitt muss ein Lieferant in der EU 65 Tage
warten, bis die öffentliche Hand Rechnungen begleicht. Private Unternehmen
zahlen im Durchschnitt nach 52 Tagen. Am schlechtesten ist die Zahlungsmoral in
Südeuropa. In Italien zahlt die öffentliche Hand durchschnittlich erst nach 135
Tagen, in Griechenland nach 160 Tagen. Am kürzesten müssen Lieferanten mit 14
Tagen in Finnland auf ihr Geld warten. Deutschland liegt nach
Kommissionsangaben im Mittelfeld.
Strafen auf Geschäfte der öffentlichen
Hand beschränkt
Um die kleinen und mittleren Unternehmen
zu stärken, hatte die Kommission schon im Frühjahr 2009 neue
Zahlungsverzugsregeln vorgeschlagen. Der Richtlinienentwurf sah Strafzahlungen
von 5 Prozent der nach 30 Tagen noch ausstehenden Summe vor. Er beschränkte
sich jedoch auf Geschäfte der öffentlichen Hand, die für rund zwei Drittel der
zu spät gezahlten Rechnungen verantwortlich ist. Nach Ansicht des Abgeordneten
Andreas Schwab (CDU) greift das zu kurz: „Wir brauchen eine klare Regelung für
alle, und dazu zählen auch Geschäfte zwischen Unternehmen.“ Kleine Unternehmen
könnten sich gegen größere Vertragspartner allein oft nicht durchsetzen.
Deshalb sei der beschränkte Eingriff in die Vertragsfreiheit angemessen.
Die Industrie ist gespalten. Während
sich der EU-Dachverband des Handwerks und kleiner Unternehmen Ueapme klar für
eine Einbeziehung von Geschäften zwischen Unternehmen ausspricht, wehren sich
die deutschen Industrieverbände dagegen. Der Bundesverband der deutschen
Industrie (BDI) argumentiert, die EU dürfe Industrie und öffentliche Hand schon
deshalb nicht gleichsetzen, weil Letztere über zuverlässige Steuereinnahmen
verfügten. Zudem sei der Mittelstand in einigen Industriezweigen auf längere
Zahlungsfristen angewiesen, da ihm damit seinerseits Liquidität zu Verfügung
gestellt werde. Auch wegen der Wichtigkeit solcher Lieferantenkredite habe die
Kommission in ihrem Entwurf Geschäfte zwischen Unternehmen von den neuen
Zahlungsverzugsregeln ausgenommen.
Die Parlamentsberichterstatterin Weiler
kündigte an, bis Ende kommender Woche einen Kompromiss ausarbeiten zu wollen.
Ihrer Ansicht nach genüge es, die Strafzahlungen auf alle Geschäfte zwischen
Unternehmen auszuweiten. Die Strafe soll dabei abhängig von der Überschreitung
der Zahlungsfrist 2 oder 4 Prozent betragen – also niedriger sein als von der
Kommission vorgeschlagen. Die Zahlungsfrist soll für die öffentliche Hand 30
Tage betragen. Bei Privatgeschäften sollen die Beteiligten sie frei festlegen
können. Dass das ausreiche, um die Mehrheit des Parlaments hinter sich zu
bringen, sei allerdings unwahrscheinlich. Auf der anderen Seite könne die neue
Regelung nur in Kraft treten, wenn sich das Parlament mit den Mitgliedstaaten
auf eine Linie einige, und die seien gegen eine Einbeziehung von
Privatgeschäften. Hendrik Kafsack Faz 14
EU-Urteil: Universitäten dürfen sich mit Quoten vor ausländischen Bewerbern schützen
Ausgesperrte Studenten - Österreich
sieht sich dadurch bestärkt, deutsche Bewerber abzuweisen, die wegen des hohen
NC nicht in der Bundesrepublik studieren können. Von Tilmann Warnecke
EU-Staaten dürfen unter bestimmten
Umständen ausländischen Studierenden den Zugang zu ihren Hochschulen verwehren
– selbst wenn diese Studenten aus anderen EU-Staaten kommen. Ein
entsprechendes Urteil fällte jetzt der Europäische Gerichtshof in Luxemburg.
Die Quoten könnten etwa in Medizin-Studiengängen zulässig sein, wenn ein Staat
die gesundheitliche Versorgung gefährdet sieht, weil er zu viele Ärzte für
andere Länder ausbildet. Normalerweise müssen in der EU für alle Studienplatzbewerber
aus den Mitgliedsstaaten die gleichen Zulassungsbedingungen gelten.
In dem vorliegenden Fall hatten
Hochschulen aus dem französischen Teil Belgiens Quoten für Medizin- und
Gesundheitsstudiengänge aufgestellt. Seit 2006 werden dort höchstens 30 Prozent
der Studienplätze an Ausländer vergeben. Hintergrund war ein Ansturm von
Bewerbern vor allem aus Frankreich, die in ihrer Heimat keinen Platz fanden.
Die EU-Richter entschieden jetzt, dass
zwar grundsätzlich eine Ungleichbehandlung der Studierenden verboten ist. Zum
Schutz der öffentlichen Gesundheit könne sie gleichwohl zulässig sein. Es sei
nicht auszuschließen, dass ohne die Quote die Gesundheitsversorgung gefährdet
werde. Offenbar geht das Gericht davon aus, dass ausländische Studierende nach
dem Examen in ihr Heimatland zurückkehren. Ob es tatsächlich zu einem
Ärztemangel kommen könne, müsse aber letztlich ein nationales Gericht klären.
Die Belgier müssten zudem prüfen, ob sie nicht besser besondere Anreize für ausländischen Studierende einführen, nach dem Abschluss in
Belgien als Arzt zu praktizieren.
Das Urteil könnte auch für deutsche
Medizinstudienplatzbewerber von Interesse sein. Schließlich hat Österreich als
Schutz vor deutschen Numerus-clausus-Flüchtlingen vor Jahren eine ähnliche Quote
beschlossen. Drei Viertel der Medizinstudienplätze sind für Bewerber mit
österreichischem Abitur reserviert. Zwanzig Prozent der Plätze dürfen an
Studierende aus anderen EU-Staaten gehen, fünf Prozent an Bewerber aus
Nicht-EU-Staaten. Die juristisch bisher umstrittene Regel gilt bis 2012 und
soll verlängert werden, sagte eine Sprecherin des Wissenschaftsministeriums am
Dienstag auf Anfrage. Ministerin Beatrix Karl nannte das Urteil „ein für
Österreich sehr positives Signal“. Das Urteil entspreche „genau unseren
österreichischen Argumenten“ für die Medizinerquote.
Nach Ministeriumsangaben kommen allein
an der Uni Innsbruck in den letzten Jahren rund sechzig Prozent aller
Medizinbewerber aus Deutschland. An den beiden anderen Unis, die Medizin
anbieten, ist der Anteil etwas geringer: In Wien sind ein Drittel der
Bewerber deutsch, in Graz ein Fünftel. Die meisten Deutschen gingen nach dem
Studium zurück in ihre Heimat. Der österreichische Ärztebedarf könne also kaum
gedeckt werden, würde man alle deutschen Bewerber zulassen, sagte die
Sprecherin. Die vielen Deutschen an den Unis erregen immer wieder die Gemüter
in Österreich. So forderten die österreichischen Unirektoren 2009
Ausgleichszahlungen aus Deutschland. Tsp
14
Polen wittern Verschwörung. Der Nachbar ist der Böse. Viele geben Russen und Deutschen die Schuld
Vor dem Präsidentenpalast in Warschau trauern die Menschen und tauschen fleißig Ve