WEBGIORNALE 19-21 Aprile
2010
Informazione e comunicazione: quale futuro per la stampa italiana
all’estero?
A Roma il 23-24
aprile, presso Cnel e Cser, il V
Congresso della Fusie, la Federazione Unitaria Stampa Italiana all’ Estero
Roma - “Per
conoscere ciò che accade in Italia e per far conoscere l’evoluzione della
presenza italiana nel mondo, gli italiani all’estero e gli italiani in Italia
hanno diritto ad una ‘nuova’ o ‘rinnovata’ informazione e comunicazione
capace di tutelare il sentimento di italianità nel mondo, di alimentare le
radici di un’appartenenza condivisa e di concorrere in modo efficace di internazionalizzazione
del Sistema Italia”. Queste le motivazioni del V Congresso indetto dalla FUSIE
(Federazione Unitaria Stampa Italiana all’ Estero) che si terrà a Roma nei
giorni 23 e 24 aprile. Il Congresso – dal titolo “Informazione e comunicazione:quale
futuro per la stampa italiana all’estero?” – sarà ospitato dal Consiglio
Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), in via David Lubin, 2 , e dal
Centro Studi Emigrazione di Roma (Cser), in via Dandolo 58.
Secondo il programma, ancora provvisorio,
diffuso dalla Fusie, i lavori si apriranno venerdì 23 aprile, alle ore
9.30 nell’aula del Parlamentino del Cnel, con i saluti del presidente del Cnel
Antonio Marzano e del direttore generale per gli italiani all’estero e le
politiche migratorie della Farnesina Carla Zuppetti.
La relazione introduttiva sarà a cura di
Giuseppe De Rita, presidente del Censis, su “La difficile immagine della
presenza italiana all’estero”.
Seguiranno le relazioni di: Massimiliano
Valerii ,responsabile comunicazione Censis su “Media tra crisi e
trasformazione”; padre Lorenzo Prencipe, direttore Cser su “Ruolo e contentui
della stampa di e per gli italiani all’estero” ; Nino Randazzo,
giornalista e senatore Pd della circoscrizione Estero, su “Giornalismo italiano
all’estero: criticità sfide e prospettive”; Andrea Mantineo, direttore di
“America Oggi”,quotidiano italiano negli Usa; Marco Basti, direttore di
“Tribuna Italiana”, testata in Argentina.
I lavori riprenderanno, dopo una breve pausa,
con gli interventi dei senatori della circoscrizione Estero Claudio Micheloni
(Pd) e Basilio Giordano (Pdl), dei deputati della circoscrizione Estero del Pd
Franco Narducci, Marco Fedi, Fabio Porta, del deputato Pdl della circoscrizione
Estero Amato Berardi e del deputato Pd Michele Ventura.
L’impegno dei partiti: interverranno il
deputato Pdl della circoscrizione Estero Aldo Di Biagio, in qualità di
responsabile Italiani all’estero del suo partito, ed Eugenio Marino,
responsabile Italiani all’estero del Pd.
Seguiranno i contributi delle organizzazioni
di categoria: Franco Siddi, segretario generale della Federazione Nazionale
Stampa Italiana; Enzo Iacopino, segretario generale dell’Ordine nazionale dei
giornalisti; Mimmo Porpiglia, responsabile Stampa italiana all’estero della
Federazione Italiana Liberi Editori (Porpiglia è editore - direttore de La
Gente d’Italia).
L’adesione delle organizzazioni
sociali dell’emigrazione e dei Patronati
Dopo la colazione di lavoro la riunione
riprenderà alle ore 15.30. Agli adempimenti statutari seguirà la relazione del
presidente uscente della Fusie Domenico De Sossi. Dopo gli interventi dei
delegati si terrà il dibattito, che concluderà la prima giornata.
Sabato 24 aprile i lavori riprenderanno nella
sala delle conferenze del Cser alle 9.30 con la prosecuzione del dibattito.
Saranno poi eletti gli organi direttivi. I lavori si concluderanno alle
ore13.30. (Inform)
Europa 2010. Un anno per gli esclusi. La situazione degli italiani in
Germania
Il 2010 è l'Anno
europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Abbiamo incontrato
chi, giorno per giorno, conduce questa battaglia. Perché i poveri e gli esclusi
sono tanti, anche fra gli italiani in Germania, spiega Edith Pichler.
Nonostante
l'Europa sia una delle regioni più ricche al mondo, quasi un quinto degli
europei non riesce a soddisfare le proprie necessità primarie. Per questo
l'Unione Europea ha scelto di dedicare questo 2010 all'impegno nel campo della
solidarietà e dell'inclusione sociale. In primo piano nella lotta contro la
povertà c'è ad esempio la "Berliner Tafel", un'associazione che da da
più di 15 anni combatte spreco e povertà, raccogliendo il cibo che avanza a
supermercati e negozi per smistarlo e farlo arrivare a chi cibo non ne ha.
Filippo Proietti ha accompagnato per un giorno i volontari al lavoro a Berlino.
Edith Pichler,
sociologa di Berlino, fa il punto sulla situazione degli italiani e degli
stranieri in Germania ai tempi della società globale. e sul modo in cui
l'esclusione sociale colpisce vecchi e nuovi migranti.
Ascolta il servizio di Filippo Proietti, in onda su
Radio Colonia del 18 aprile
Ascolta
l'intervista a Edith Pichler, sempre trasmessa da Radio Colonia
RC, de.it.press
La nube e l'odissea della Merkel. Il suo bus fora, cancelliera ferma sulla
A1
Dagli Usa a
Lisbona e da lì a Roma. Dalla capitale in auto verso Bolzano. Domenica il
rientro a Berlino piccolo incidente all'altezza di firenze
MILANO - Il
rientro a Berlino del cancelliere tedesco Angela Merkel si è trasformato in una
odissea. Che dovrebbe concludersi domenica. A causa della nube di cenere
prodotta dal vulcano nel sud dell'Islanda, il cancelliere tedesco da due giorni
tenta invano di rientrare in Germania dagli Stati Uniti, dove si era recata per
partecipare al vertice sulla sicurezza nucleare convocato dal presidente Barack
Obama il 12 e 13 aprile. Merkel è atterrata nel pomeriggio di sabato a Roma da
Lisbona. Poi a bordo un pullman, la cancelliera si è diretta da Roma a Bolzano,
dove trascorrerà la notte prima di ripartire, domenica alla volta dell'agognata
Berlino. Alle 16 però, come se non bastasse, all'altezza di Monte San Savino in
provincia di Arezzo, il bus sul quale viaggiava la Merkel ha forato. La
cancelliera infatti aveva infatti deciso di viaggiare con la sua delegazione
sull'autobus e non sull'auto blu che li seguiva. Alcune pattuglie della polizia
stradale hanno scortato il convoglio. Dopo il guasto la Merkel ha atteso un po'
ed è poi salita sull'auto blu a sua disposizione e ha proseguito così il
viaggio verso Bolzano. La polizia stradale della Toscana ha accompagnato la
cancelliera fino a Roncobilaccio, dove il servizio di scorta è passato ai
colleghi emiliani. Secondo stime di media tedeschi, l'intero viaggio della
Merkel dagli Usa a Berlino durerà una sessantina di ore.
DOMENICA A BERLINO
- Domenica la Merkel ripartirà sempre in pullman verso l'agognata Berlino. Con
lei viaggiano circa 60 persone tra staff e giornalisti. La sua partecipazione
ai funerali del presidente Lech Kaczynski e di sua moglie Maria, domenica a
Cracovia, è stata però annullata. Venerdì la cancelliera era rimasta bloccata a
Lisbona, dove era arrivata dagli Stati Uniti non potendo atterrare a Berlino.
BLOCCATO PER
UN'ORA ANCHE BERLUSCONI - Merkel non è l'unico politico a patire problemi in
queste ore: il ministro dell'economia Giulio Tremonti ha lasciato in anticipo
questa mattina il vertice Ecofin di Madrid a causa degli inconvenienti creati
ai voli dall'eruzione del vulcano islandese, non partecipando cos alla seconda giornata dei lavori. Nell'ambito del
vertice nella capitale spagnola era previsto il forum di dialogo Europa-Asia
(Asem): i rappresentanti cinesi hanno annunciato che non saranno presenti,
mentre Š in dubbio la presenza dell'India e del Giappone. Il premier Silvio
Berlusconi è rimasto un'ora fermo sulla pista di Ciampino prima di ottenere
l'ok al decollo. Il presidente del Consiglio ha dovuto aspettare che si
chiarisse se i voli di Stato fossero o meno esclusi dal divieto di sorvolo
imposto dall'Enac su tutta l'Italia settentrionale. In sostanza, si doveva
capire se l'aereo del presidente del Consiglio fosse equiparabile ai voli
militari, di emergenza e umanitari: gli unici a cui è ancora consentito di
alzarsi in volo. Un rebus risolto nel corso della riunione alla Protezione
civile con i responsabili del traffico aereo, sulla base del fatto che i voli
di Stato vengono effettuati quasi esclusivamente con aerei del 31/o Stormo
dell'Aeronautica militare. Per chiarire la questione, però, ci sono voluti
parecchi minuti. Il via libera, a quanto si apprende, è arrivato soltanto un'ora
dopo. Il premier è così decollato in ritardo ed è arrivato a Linate giusto in
tempo per recarsi ai funerali di Raimondo Vianello. Ma non è detto che ciò
possa ripetersi domenica, quando Berlusconi dovrebbe partire alla volta di
Cracovia per i funerali della coppia presidenziale polacca. La situazione dei
cieli in Polonia, ma anche nel Nord Italia, potrebbe essere tale da impedire il
volo anche degli aerei militari. Redazione online CdS 17
Mezza Europa e una ruota forata, l'incredibile viaggio di Angela Merkel
Odissea per la
cancelliera tedesca, di ritorno dagli Usa. Aeroporti chiusi in Germania, si
ferma a Lisbona. Poi a Roma, da dove riparte verso Bolzano. Ma sull'autostrada
si buca una gomma del suo pullman. Un periplo, che alla fine, sarà durato una
sessantina di ore
ROMA - Angela
Merkel ha fatto un po' come la nube di cenere. Ha attraversato mezza Europa, e
ancora non è tornata a casa. Tornava da una visita negli Stati Uniti, in aereo,
e sarebbe dovuta rientrare a Berlino. Ma il caos dei voli provocato
dall'eruzione del vulcano islandese ha stravolto i suoi programmi costringendo
lei, e la delegazione al seguito, a un tour de force sfiancante, per
giunta comprensivo di piccolo incidente.
Il periplo
comincia da San Francisco. L'aereo governativo "Konrad Adenauer"
parte dalla California, dove Merkel ha visitato prima Hollywood e poi la
Stanford University. Ma a Berlino non ci arriva, causa chiusura degli aeroporti
tedeschi. Quindi, l'Adenauer fa rotta verso il Portogallo, uno dei pochi paesi
non coinvolti dal caos. Atterra a Lisbona venerdì sera (sotto la pioggia) e lì
trascorre la notte. Sabato mattina si ri-decolla. Verso l'Italia.
In mattinata la
cancelliera atterra all'aeroporto di Ciampino, alle porte di Roma, dove la
accoglie l'ambasciatore tedesco nel nostro paese, Michael Steiner. Cresce la
curiosità della stampa per il destino della delegazione tedesca. L'ufficio
stampa federale comunica che dalla capitale il loro viaggio proseguirà
probabilmente a bordo di non meglio precisati "veicoli" in direzione
dell'Alto Adige.
Nel primo
pomeriggio, si riparte. La cancelliera e i sessanta al séguito si
distribuiscono fra alcune auto blu e un torpedone, scortati da alcune pattuglie
della polizia. Merkel sceglie il torpedone. Destinazione Bolzano, dove è
previsto un altro pernottamento. Ecco di nuovo l'ufficio stampa che, fra un
raccordo e uno svincolo, informa i cronisti che domenica il viaggio dovrebbe
proseguire per la Germania, anche se ancora non viene reso noto con quali
mezzi. Secondo l'emittente tedesca Ard, Merkel & co. potrebbero utilizzare
un piccolo aereo che, volando a bassa quota affinché le particelle smeriglianti
della nube non danneggino i motori, riuscirebbe a riportare la comitiva a
Berlino.
Ma anche Bolzano è
lontana. Perché il pullman che trasporta la delegazione, mentre viaggia
sull'autostrada A1 fra Roma e Firenze, per l'esattezza a Monte San Savino in
provincia di Arezzo, si ritrova con una gomma forata. Tutti a terra. In attesa
che il guasto venga riparato. Fermo il pullman, ferme le auto blu e le
pattuglie della polizia che scortano il tutto. E con molta cautela, perché -
oltre al danno anche la beffa - il pullman ha forato su una strada priva di
corsia di emergenza. Quindi, triangolo rosso catarifrangente a distanza regolamentare,
luci lampeggianti accese e gommista in azione. Ma Merkel non si trattiene più
di tanto. L'attesa si prolunga, e la cancelliera preferisce approfittare di
un'auto blu che le è stata messa a disposizione per ripartire da sola,
naturalmente scortata dalla polizia. Arriverà a Bolzano, Hotel Laurin, poco
prima delle 23.
Alla fine, stando
alle stime di alcuni media tedeschi, il viaggio della cancelliera durerà una
sessantina di ore. Anche in caso di ritorno a Berlino, però, resta incerta la
partecipazione di Merkel ai funerali, domani a Varsavia, del presidente polacco
Lech Kaczynski. Una delle ipotesi allo studio, riferiscono fonti vicine alla
cancelleria, prevede il possibile trasferimento in elicottero da Berlino a
Varsavia. E il viaggio ricomincia. LR 17
Mainz. Land e Consolato premiano le 6 migliori pagelle per l’italiano nella
13 classe
Mainz. Il
Consolato Generale d’Italia di Francoforte intende sostenere la promozione
della lingua e cultura italiana in modo concreto e prende atto con soddisfazione
che molte scuole in Renania-Palatinato offrono la lingua italiana come lingua
straniera e che ci sia anche una rispondenza da parte degli studenti e delle
studentesse.
Nell’intento di
sostenere questa tendenza e di stimolare e tenere vivo l’interesse presso le
alunne e gli alunni, il Consolato Generale ha avviato in collaborazione con il
Ministero all’Istruzione della Renania-Palatinato un’iniziativa finalizzata a
raggiungere tale scopo premiando le studentesse e gli studenti che abbiano
riportato risultati particolarmente buoni nella materia Italiano.
La sottosegretaria
di Stato all’Istruzione Vera Reiß, il Console Generale d’Italia, Min. Plen.
Dott. Bernardo Carloni e il direttore dell’Ente Nazionale Italiano per il
Turismo (ENIT) Marco Montini, premieranno in data 19 aprile alle ore 11.00
Presso il Ministero all’Istruzione
(Ministerium für Bildung, Wissenschaft, Jugend und Kultur) Großer Sitzungssaal
11. Stock Mittlere Bleiche 61, a Mainz, le
sei studentesse che hanno ottenuto i risultati migliori del Land nella 13°
classe. Le studentesse provengono dai ginnasi di Koblenz, Linz, Mainz,
Pirmasens e Worms. Per le “top-four” è in palio un soggiorno di fine-settimana
per due persone nella località balenare di Bibione sulla Costa Adriatica.
De.it.press
La riforma di “Radio Colonia”. Dal 3 maggio raddoppia la durata della
trasmissione
Colonia - A
partire dal 3 maggio Funkhaus Europa, il programma multiculturale della radio
pubblica tedesca, riformerà la sua programmazione per renderla ancora più ricca
e interessante. Nel quadro di questi cambiamenti anche le trasmissioni in
lingua italiana subiranno delle importanti modifiche. Radio Colonia dal lunedì
al venerdì passerà dall'attuale mezzora ad un'ora di programmazione (dalle 19
alle 20), mentre il settimanale Al dente, dopo 10 anni di onorato servizio,
scomparirà. L'italiano su FHE, però, aumenterà complessivamente la sua
programmazione settimanale. La nuova trasmissione della sera, si trasformerà
dall'attuale formato notiziario più approfondimenti, in un magazine di
attualità, con un tema del giorno, molta buona musica e rubriche proprio sul
modello di Al dente. Gli appassionati di appuntamenti come il quiz, il libro o
la ricetta, solo per citarne alcuni, non rimarranno delusi: queste rubriche non
mancheranno nella nuova Radio Colonia.
Agli ascoltatori
l'invito a rimanerci fedeli. Non ve ne pentirete!
Tommaso Pedicini,
caporedattore di Radio Colonia/Funkhaus Europa/WDR
A Friburgo in Brisgovia il 2 maggio concerto dedicato alla canzone
napoletana “Era maggio”
Friburgo - Il
Consolato d’Italia di Friburgo in Brisgovia e la Pianohaus Lepthien
organizzano, grazie alla collaborazione della signora Isa Wigand,
domenica 2 maggio, alle ore 20, presso la Flügelsaal Pianohaus
Lepthien (Unterschwarzwaldstrasse 9 - Friburgo in Brisgovia), un concerto con
le più famose aree e canzoni napoletane (Core ‘ngrato, Torna a Surriento, Luna
Rossa, Marechiare, ecc.) intitolato “Era di maggio”. Le canzoni verranno
interpretate da quattro giovani cantanti della Musichochschule di Freiburg
accompagnati dal pianista Aziz Kortel.
I biglietti, il
cui costo è di 12 euro, sono disponibili presso la Buchandlung Schwanhäuser e
presso il negozio Garibaldi nella Talstraße 1A.
“La musica
napoletana – spiega una nota - ha costituito e costituisce l’espressione più
romantica e profonda dell’animo italiano. Essa nasce dalle emozioni del
popolo partenopeo e rappresenta un ‘cavallo di battaglia’ dei
più grandi tenori della storia musicale. La sua melodia, di origine
antica, riesce ad interpretare amabilmente tutte le passioni dell’animo
umano, arrivando al cuore di ognuno, a prescindere dalla sua
nazionalità”. Per ulteriori informazioni: Isa Wigand, tel. 0761-29896.
de.it.press
Apre la "Hannover Messe 2010" (19-23 aprile). Quest’anno è
l’Italia il Paese partner
Hannover - Dal 19
al 23 aprile i maggiori settori dell'industria presenteranno i loro prodotti e
processi durante la "Hannover Messe 2010", grande evento fieristico
mondiale dedicato alla tecnologia, di cui quest’anno l’Italia sarà il Paese
partner. La partecipazione italiana a questo importante appuntamento è
presentata dall’Istituto per il Commercio Estero (Ice) sul sito internet
www.italien-on-line.de/hannovermesse2010/.
Nella homepage il
saluto di Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico, che rende noto di
aver "accolto con piacere la proposta degli amici tedeschi di invitare
l’Italia quale "Paese Partner. Questa designazione", spiega il
ministro, "testimonia il ruolo delle nostre aziende sul mercato tedesco e
l’efficacia dell’attività che abbiamo portato avanti in questi anni sul piano
dei rapporti economici bilaterali". "L’Italia", aggiunge,
"è tradizionalmente il primo partner commerciale della Germania e anche il
più importante Paese espositore estero nelle principali manifestazioni
fieristiche tedesche. E la partecipazione italiana alla Fiera di Hannover è
sempre particolarmente numerosa. Essa rappresenta", osserva il ministro,
"anche un importante riconoscimento della vitalità e del dinamismo del
nostro sistema economico in considerazione del tema fondamentale scelto per il
partenariato di quest’anno: la mobilità sostenibile, argomento di grande
attualità, tanto dal punto di vista tecnico-ingegneristico, quanto da quello
ambientale e sociale".
"Nel
Padiglione Italia realizzato dall’Ice", continua il ministro Scajola,
"che verrà inaugurato dal Presidente del Consiglio italiano e dal
Cancelliere tedesco, i visitatori scopriranno innovazioni ed eccellenze sotto
il profilo dell’efficienza, del rendimento energetico, della riduzione
dell’impatto acustico, dell’impiego di carburanti sostenibili".
Sul sito internet
dell’Ice è stato pubblicato anche l’intervento di Michele Valensise, Ambasciatore
d’Italia in Germania, secondo cui "la scelta dell'Italia per il 2010 è un
segnale concreto anche dell'attenzione tedesca per il nostro Paese come partner
di riferimento in un momento cui l'economia mondiale sembra aver imboccato
nuovamente la strada, pur se ancora irta di insidie, della crescita. Un segnale
che ci rende orgogliosi e che conferisce ancora maggiore centralità ai rapporti
commerciali tra i nostri due Paesi".
Nel sito web anche
il saluto del presidente dell’Ice, Umberto Vattani, che sottolinea: "la
designazione dell'Italia quale Paese Partner è motivo di orgoglio perché
costituisce un importante riconoscimento non solo per le nostre aziende ma
anche per il lavoro svolto dall'ICE, presente in Germania sin dal 1930, quando
fu aperto ad Amburgo il primo degli Uffici della nostra Rete estera".
Il padiglione
italiano è suddiviso in 8 sezioni: Industrial Automation IK, FK, IBA,
MicroNanoTec, Research & Technology, CoilTechnic, Digital Factory,
Industrial Supply, Energy/Power Plant Technology MobiliTec, per un totale di
oltre 300 le imprese, di cui 59 presentate proprio dall’Ice. Presso il
"Kommunales Kino" di Hannover ogni giorno si terrà anche una rassegna
cinematografica interamente dedicata al cinema italiano. (aise)
Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni
- fino a sabato 30
maggio, c/o Pinakothek der Moderne
(Barerstr.
40, München))
"Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"
Informazioni
presso: www.die-neue-sammlung.de
Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: € 1,00)
Organizza:
Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich
in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura
- fino a domenica
6 giugno, 10:00-22:00, c/o Aspekte Galerie im
Gasteig,
2. OG (Rosenheimerstr. 5, München)
"Letizia Battaglia -
Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009"
Ingresso libero
Organizza: Aspekte Galerie
der Münchner Volkshochschule, Münchner
Stadtbibliothek, KOMM-Bildungsbereich Istituto Italiano
di Cultura,
Circolo
Cento Fiori
- martedì 20 aprile, ore 21:00, c/o
Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1, München)
nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"
Film:
"Sotto... sotto... strapazzato da anomala passione"
(Italia, 1984, 100', OmeU) Ingresso: 8,–/4,- €
Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con l’IIC
- venerdì 23
aprile, ore 16:00-18:00, c/o Aula Seminari dell'IPP - Max
Planck
Institut fur Plasma Physik (Boltzmannstr. 2, Garching - U6
"Garching
Forschungszentrum", capolinea)
"Il futuro della ricerca in Italia" con l'on.
Laura Garavini
prima
firmataria di una proposta di legge finalizzata ad incentivare
il
rientro dei ricercatori italiani all’estero
http://www.garavini.eu/prime/Prime.htm
Organizza: Blog "Cervelli Monaco" (http://cervellimuc.blogspot.com/)
- sabato 24
aprile, ore 19:00, c/o sala parrocchiale di St. Josef
(Schulstr.
4, Karlsfeld) "Serata Karaoke con Cocktailbar"
Ingresso gratuito. Cena al sacco, pizza al taglio € 3,50
Prenotazione tavoli entro 17 Aprile 2010 presso Salvatore Cascetta
(Tel.: 08131/ 9 62 77 - 0171 / 6755255) oppure Mauro Sansone
(Tel.: 08131/66 50 99 - 0179 / 2072349)
Organizza: Circolo ACLI Karlsfeld (de.it.press)
A Monaco di Baviera il film "Fuori dal mondo" di Giuseppe
Piccioni
Monaco di Baviera
- Nell’ambito della rassegna cinematografica "Con gli occhi di lei"
l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, martedì 20 aprile alle ore
19, proietterà il film "Fuori dal mondo" di Giuseppe Piccioni
(versione originale con sottotitoli in italiano)
Caterina è una
giovane donna che sta per prendere i voti perpetui come monaca, Ernesto è il
proprietario di una lavanderia. Teresa è una ragazza che cerca un posto per
dormire in una Milano grigia e inospitale, Gabriele è invece un giovane e
responsabile poliziotto. Non si conoscono, ma il destino li fa incontrare
quando Caterina trova un neonato abbandonato in un parco, avvolto in un vecchio
pullover. Dopo aver portato il bambino all’ospedale, Caterina, che non riesce a
toglierselo dalla mente, si mette alla ricerca della madre. Partendo dal
maglione, Caterina risale alla lavanderia di Ernesto, e attraverso di lui,
conosce da vicino anche la vita di Teresa e Gabriele. Tutti loro hanno perso
qualcosa: una famiglia, un amore, una casa o più semplicemente la speranza in
un futuro migliore. (aise)
Anche i polacchi in Germania piangono per le vittime della sciagura di
Smolensk
Sabato la Polonia
ha reso l’estremo saluto alle 94 vittime della sciagura aerea di Smolensk e
domenica si sono celebrati i funerali di Stato per il Presidente Lech Kaczynski
e sua moglie Maria. Messe di suffragio anche qui in Germania ove vivono e
lavorano 300.000 emigrati polacchi. Le elezioni del futuro Capo dello Stato
dovrebbero avvenire il 4 luglio
Le espressioni di
cordoglio e di solidarietà al popolo polacco sono arrivate da tutto il mondo.
Anche qui in Germania migliaia di cittadini hanno depositato fiori davanti alle
sedi di rappresentanza diplomatica. La comunità polacca, che in Germania conta
300.000 emigrati, si raccoglie in preghiera soprattutto nelle chiese cui si
appoggiano i missionari per la celebrazione della Messa domenicale in lingua
polacca.
Anche domenica
scorsa a Stoccarda, Böblingen e Tübingen le chiese erano stracolme. Pareva
rivivere le stesse emozioni di cinque anni fa per la morte del Papa polacco
Karol Woytila. Gente di tutte le età e di ogni estrazione sociale si è stretta
insieme per compiangere le vittime di una sciagura che, secondo alcune fonti,
forse poteva essere evitata.
Il Presidente Lech
Kaczynski, sua moglie Maria, alti ufficiali delle forze armate, capellani
militari, intellettuali, rappresentanti della società e famigliari degli
ufficiali polacchi deportati nel 1940 a Katyn si volevano recare nella
cittadina russa per celebrare il 70° anniversario dell’eccidio. Per decenni
proprio Lech Kaczynski aveva lottato per far emergere la verità dell’efferata
mano militare non tedesca ma russa, autrice della fucilazione di 22.000 alti
ufficiali polacchi.
Ebbene il nobile
gesto è rimasto incompiuto. La fitta nebbia non ha consentito all’aereo
presidenziale di atterrare. A due chilometri dalla pista militare di Smolensk,
il Topolev si è schiantato in un bosco. Nessun superstite.
Ancora una volta
la Polonia piange.
Reazioni di
immigrati polacchi a Stoccarda sono contenute nel servizio audio. Per ascoltare
basta cliccare su questo link: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6248198/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/mtlhof/index.html
Tony Màzzaro, SWR
International/Sezione italiana (de.it.press)
La demolizione della rete consolare italiana. Un governo schiacciasassi
In passato vi sono
già state delle chiusure di alcune sedi consolari italiane qua e là per il
mondo, in particolare in Svizzera dove la rete è dimagrita del 50% nel giro di
pochissimi lustri. Tuttavia mai siamo stati testimoni di una così ampia e
pesante ristrutturazione della rete diplomatico-consolare come quella
annunciata nel mese di giugno dello scorso anno dal Ministero degli Affari
Esteri, ovvero dal governo Berlusconi, che interessa 23 sedi di cui ben 14
nella sola Europa e, quasi tutte, in luoghi con forte presenza di emigrazione
italiana.
Le associazioni
italiane, i Comites, il Cgie ed anche diversi parlamentari eletti all’estero
(non tutti per la verità, specie tra quelli che sostengono l’attuale
maggioranza di governo) hanno immediatamente protestato per questa deleteria
ristrutturazione della rete consolare. Deleteria perché non migliorerà la
funzionalità di una rete già in grosse difficoltà, anzi la peggiorerà poiché
raddoppierà quasi l’utenza delle sedi consolari residue alle quali dovranno poi
rivolgersi gli emigrati italiani privati del loro consolato. Sedi che, in gran
parte, da quello che si dice, non dispongono neppure di locali confacenti e
sufficienti per servire un pubblico così accresciuto (il Consolato Generale di
Ginevra o di Charleroi, per esempio, con l’assorbimento dell’utenza di quelli
di prossima chiusura rispettivamente di Losanna e di Liegi) con la prospettiva
di un bel caos.
Niente da fare, il
governo, attraverso il Sottosegretario al MAE, senatore Alfredo Mantica,
continua a tranquillizzare tutti affermando, ancora nella sua ultima relazione
di governo nel Comitato di Presidenza del Cgie dello scorso mese di marzo, che
“Nell’ambito del piano di ristrutturazione, al fine di poter continuare a
garantire un’efficace assistenza ai cittadini italiani residenti all’estero, è
stato previsto il rafforzamento delle strutture degli Uffici consolari che
riceveranno le competenze delle sedi in chiusura. Questi, con un accresciuto
numero di addetti – di ruolo e a contratto, provenienti dalle Sedi soppresse –
e con potenziate dotazioni informatiche, potranno mantenere costante il
contatto con le collettività italiane di riferimento, al fine di poter
garantire un’immutata qualità (!?) dei servizi offerti. Questo, in base al
principio guida della riforma, che prevede che le risorse umane e finanziarie
recuperate attraverso la razionalizzazione siano reinvestite nella rete stessa,
con l’obiettivo di assicurarne il migliore utilizzo al servizio di cittadini ed
imprese”.
A niente è valso
ricordare al Sottosegretario Mantica, in tutti questi mesi ed in ogni
occasione, che in futuro centinaia di migliaia di connazionali dovranno
affrontare forti disagi per avvalersi di servizi consolari indispensabili per
chi vive all’estero: un esempio per tutti lo avremo con la chiusura in Svizzera
dell’Agenzia consolare di Coira con un utenza che dovrà poi recarsi al
Consolato d’Italia di San Gallo che, per molti, significherà sei ore di viaggio
all’andata e sei ore al ritorno con un cambio di ben tre treni.
A niente è servito
ricordare al Sottosegretario Mantica che l’informatica, e cioè il tanto
decantato “Consolato a casa” grazie ad internet, va a beneficio della sola
utenza giovanile e non certamente di quel 25% di italiani emigrati in età più
avanzata che, spesso, sono proprio tra i più bisognosi dei servizi consolari.
Infatti il
governo, pur in presenza di una diffusa protesta, come uno schiacciasassi
guidato da un sordo, continua imperterrito con questa ristrutturazione
(“demolizione” sarebbe certamente un termine più appropriato) della rete
diplomatico-consolare confermando, nella già citata ultima riunione del
Comitato di Presidenza del Cgie, la “chiusura dell'Agenzia consolare di Coira,
e l'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del predetto
Ufficio da parte del Consolato di I classe di San Gallo, dal 1° luglio 2010;
chiusura del Consolato di Saarbrücken, e I'assunzione delle competenze
sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte del Consolato
Generale di Francoforte dal 1° luglio 2010; nella città di Saarbrücken sarà
attivato uno Sportello consolare; chiusura del Consolato di Mulhouse, e
l'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio
da parte del Consolato Generale di Metz, dal 1° luglio 2010; nella città di
Mulhouse sarà attivato uno Sportello consolare; declassamento del Consolato di
Norimberga ad Agenzia consolare, a partire dal 1° luglio 2010; chiusura del
Consolato di Bruxelles ed istituzione nella stessa città di una Cancelleria
consolare presso I'Ambasciata, dal 1° ottobre 2010; chiusura dell'Agenzia
consolare di Genk, e l'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione
del predetto Ufficio da parte dell'Ambasciata di Bruxelles, dal 1° ottobre
2010; chiusura del Consolato di Durban, e I'assunzione delle competenze sull'attuale
circoscrizione del predetto Ufficio da parte del Consolato Generale a
Johannesburg, a partire dal 1° ottobre 2010; chiusura dell'Agenzia Consolare a
Mannheim, e I'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del
predetto Ufficio da parte del Consolato Generale di Stoccarda, a partire dal 1°
ottobre 2010; chiusura del Consolato Generale di Liegi, e I'assunzione delle
competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte del
Consolato Generale di Charleroi, a partire dal 1° ottobre 2010; declassamento a
Consolato del Consolato Generale d' Alessandria, a partire dal 1° dicembre
2010; chiusura del Consolato Generale di Amburgo, e l'assunzione delle
competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte del Consolato
Generale di Hannover, a partire dal 1° gennaio 2011; ad Amburgo sarà attivato
uno Sportello consolare presso la sede dell'Istituto italiano di Cultura, e si
stanno analizzando soluzioni specifiche per le attività consolari legate al
porto”.
E questo è solo
l’antipasto, con buona pace delle comunità italiane che risiedono in quelle
circoscrizioni consolari: Amen!
Dino Nardi,
Consigliere CGIE e coordinatore europeo UIM (de.it.press)
Fini: Razzismo, infezione dello spirito
Il presidente
della Camera incontra delegazione della Commissione delle chiese per i migranti
in Europa
ROMA - Si sono
aperti mercoledì a Roma i lavori del Comitato esecutivo della Commissione delle
chiese per i migranti in Europa (CCME). E giovedì una delegazione del CCME ha
incontrato il presidente della Camera Gianfranco Fini. La delegazione era
guidata dal moderatore Arlington Trotman e dalla segretaria generale Doris
Peschke.
E' stato un incontro cordiale, riferisce la
Federazione delle chiese evangeliche in Italia il cui presidente, pastore
Massimo Aquilante, era nella delegazione. “Nel presidente della Camera – ha
dichiarato Aquilante - abbiamo trovato un interlocutore attento, al quale
abbiamo potuto esprimere le questioni che, in quanto evangelici italiani,
sentiamo urgenti, tra tutte una seria politica dell'integrazione”.
Nell'incontro Fini ha definito il razzismo “un'infezione dello spirito” e la
xenofobia un frutto dell'ignoranza e della paura del diverso, sottolineando la
necessità di un'azione sul piano culturale per fronteggiare sia l'uno che
l'altra.
La delegazione del CCME ha avuto modo di
illustrare la campagna “Migration 2010” (http://www.migration2010.eu/) - in
base alla quale la Conferenza delle chiese europee (KEK) ha dichiarato il 2010
Anno europeo delle migrazioni - nonché evidenziare gli aspetti critici che le
politiche dell'immigrazione sollevano in Italia: in particolare il pacchetto
sicurezza, lo sgombero dei campi rom e i rinvii in mare.
“Per noi è importante incontrare
rappresentanti delle istituzioni nazionali – ha spiegato Trotman - per offrire
il nostro contributo alla costruzione di società che sappiano accogliere,
integrare e vedere gli stranieri come una ricchezza”. In questa prospettiva,
dopo l'incontro con Fini, la delegazione del CCME ha avuto un'audizione presso
la Commissione Diritti Umani del Senato. (Inform)
Svizzera. Proposta di legge per i frontalieri
Syna, CISL e
OCST con alcuni parlamentari italiani, presentano una proposta di legge
per migliorare il trattamento INPS per la disoccupazione dei frontalieri. Al
termine di una serie di incontri con politici e tecnici, nei giorni scorsi sono
state presentate in Senato ed alla Camera alcune proposte di Legge per
migliorare il trattamento INPS in favore dei lavoratori frontalieri
disoccupati.
Tali proposte di
legge derivano da un testo che è stato predisposto dai sindacati Syna, CISL
e OCST che ha raccolto l’adesione di molti Parlamentari, ed è
corredato da un messaggio di presentazione redatto congiuntamente da Syna, CISL
e OCST che hanno condiviso le suddette modifiche.
Queste proposte
sono state fortemente volute dai sindacati Syna, CISL e OCST che, anche
grazie alla forza di migliaia di frontalieri che rappresentano quotidianamente,
pensano di poter contribuire alla definitiva soluzione di annosi problemi che
erano emersi anche nei mesi scorsi.
La proposta di
legge è costituita da 4 punti che sono:
1. richiesta di
inserire nella legge un comma perché il fondo attualmente esistente (circa 380
milioni di Euro) venga “utilizzato esclusivamente per pagare tale
indennità;
2. richiesta di
modificare le disposizioni in modo che i frontalieri licenziati dopo un periodo
di malattia o infortunio (durante i quali non c’è l’obbligo dei versamenti AVS)
possano far valere anche i corrispondenti periodi assicurativi AVS precedenti.
3. l’estensione
dei periodi di indennità a 18 mesi per i frontalieri licenziati con più
di 50 anni e a 24 mesi per chi ha più di 55 anni.
4. l’inserimento
automatico dei frontalieri che ricevono l’indennità di disoccupazione nelle
liste della piccola mobilità perché possano fruire dei vantaggi per il
ricollocamento, la formazione e la riqualificazione professionale, riconosciuti
ai lavoratori italiani disoccupati.
Altri disegni di
legge derivanti dalla nostra proposta, verranno probabilmente presentati nei
prossimi giorni. Syna, CISL e OCST ringraziano i Parlamentari, Senatori ed
Onorevoli che stanno collaborando con noi da alcuni mesi per giungere
finalmente ad una miglior tutela e difesa degli interessi di migliaia di
cittadini italiani che lavorano in Svizzera. Syna, CISL e OCST confermano
l’impegno forte nei confronti dei lavoratori frontalieri; la nostra serietà è
riconosciuta da migliaia di lavoratori ogni giorno.
Angela M. Carlucci
(Synia), Gianmarco Gilardoni (Csir-Cisl), Giancarlo Bosisio (Ocst) de.it.press
Montreal - I
partecipanti al Seminario Internazionale sull’Informazione italiana nel Mondo,
svoltosi a Montreal, nel Centro Leonardo da Vinci, per iniziativa del
Comites e del CGIE Canada, con la partecipazione dei Comites anche degli Usa
(Washington, Miami, Houston) dei giornalisti e editori del quotidiano "Il
Corriere Canadese" e dodici periodici italiani del Canada, del
Segretario della Fnsi, Franco Siddi, e con interventi del Console
di Montreal, di dirigenti dell'Istruzione, di politici canadesi,
hanno approvato la presente RISOLUZIONE
L’informazione è un bene pubblico essenziale
per la qualità della democrazia per la convivenza e la coesione sociale e di
una comunità. A livello internazionale assume particolare valore la specificità
dei media italiani all’estero quale ponte tra culture, identità e sviluppo
economico nel mondo globalizzato.
L’italianità in questo senso non può essere
considerata un concetto astratto, ma una condizione che deve essere sostenuta e
valorizzata in coerenza con i riconoscimenti sanciti dalla Costituzione.
Destano pertanto profonda preoccupazione le
conseguenze provocate dai tagli generalizzati ai finanziamenti all’editoria
italiana nel mondo decisi poco più di un mese fa dal Governo e ratificati dalla
maggioranza del Parlamento.
Il seminario di Montreal esprime con
chiarezza l’idea che questo debba essere il tempo delle regole, della
trasparenza e dell’efficacia degli interventi pubblici, finalizzati a tutelare
e valorizzare la ricca e plurale rete dell’informazione italiana all’estero
come bene pubblico.
E’ insostenibile la retroattività dei tagli
sul 2009 che, intervenendo prima di qualsiasi nuovo quadro normativo, mettono
in grande difficoltà e in alcuni casi compromettono la continuità di attivita’
storiche editoriali che svolgono un ruolo incisivo verso la comunità italiana e
nelle relazioni con le istituzioni civili ed economiche dei Paesi di
ospitalità. La rete dell’informazione italiana nel mondo costituisce un bene ed
un vantaggio per l’Italia e per il sistema Paese.
Il seminario condivide le iniziative,
sostenute anche dai due ordini del giorno bipartisan votati in Parlamento,
finalizzate al recupero immediato delle risorse tagliate e chiede l’avvio
contestuale di una riforma condivisa del settore.
Non chiediamo assistenzialismo ne’ contributi
a pioggia, ma sostegno finalizzato alla promozione di progetti editoriali di
qualità, capaci di raggiungere i nostri connazionali e sottoposti ad
accertamento sulla diffusione.
Da un lato gli organi di informazione
comunitaria realmente presenti nel territorio, dall’altra le aziende editoriali
strutturate che, come nel caso dei quotidiani storici, offrono informazione
professionale con l’impiego di personale qualificato e promuovono
imprenditorialità e innovazione di settore.
In questa direzione sono urgenti scelte
strategiche capaci di produrre valori immateriali (conoscenza, istruzione,
lingua, partecipazione civica, multiculturalità) e materiali (sviluppo
economico, made in Italy, turismo, commercio).
Tutto ciò richiede come precondizione il
riconoscimento istituzionale dell’informazione italiana all’estero, che deve
essere coinvolta assieme alle rappresentanze istituzionali delle comunità
italiane nel mondo, sia negli Stati Generali dell’editoria ripetutamente
annunciati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, sia nell’intero
processo di definizione della auspicata riforma.
Analogamente si chiede il riordino e la
riqualificazione di Rai Internazionale affinché possa diventare una rete di
qualità nel sistema della TV pubblica italiana nel mondo, capace anche di
avviare quell’informazione di ritorno rimasta finora nell’album delle buone
intenzioni.
Chiediamo con urgenza un “tavolo di
concertazione” a Palazzo Chigi che metta assieme Dipartimento dell’Editoria,
Ministeri dell’Economia e degli Affari Esteri con le Rappresentanze interessate
(dei cittadini italiani e della stampa italiana all’Estero) per ripristinare le
risorse tagliate e riqualificare gli interventi pubblici a sostegno
dell’Informazione italiana nel mondo. (Inform)
Il PD-Svizzera orientale valuta le recenti elezioni italiane
I dirigenti dei
Circoli del Partito democratico della Svizzera orientale si sono riuniti a San
Gallo per analizzare gli esiti dei risultati elettorali delle recenti elezioni
amministrative e regionali italiane e per pianificare un programma di
iniziative da promuovere e realizzare nella circoscrizione consolare di San
Gallo a breve e medio termine.
Nel gruppo
dirigente c’è la consapevolezza che la fermata d’arresto e le difficoltà che si
sono manifestate prima, durante e dopo le giornate elettorali possano essere
superate recuperando una maggiore tranquillità sia nei rapporti interpersonali
tra i leaders, sia mettendo in campo una proposta politica del PD attenta e
puntuale alle esigenze del paese, che tenga finalmente conto anche di una
rinnovata richiesta di nuove politiche rivolte agli italiani all’estero. La via
d’uscita da questa difficile fase di risultati e di consensi va perseguita con
il lavoro e una maggiore attenzione del
partito verso le diverse richieste di soggettività riconosciuta all’interno del
partito.
Sulle questioni
che impegnano il Pd della Svizzera orientale si ritiene necessario richiamare
al proprio senso di responsabilità le istituzioni italiane presenti sul
territorio per ribadire l’esingenza e la garanzia del mantenimento di un
livello minimo di servizi e di interlocuzione con il mondo organizzato
dell’emigrazione italiana e per mettere i cittadini italiani in condizioni di
fruire di ogni diritto che gli viene riconosciuto in qualità di soggetti civili
e giuridici. La chiusura dell’Agenzia consolare di Coira e le difficoltà che ne
discendono per l’intera comunità di quel Cantone vanno affrontate con una
soluzione alternativa pratica ed urgente, che passa anche attraverso il
coinvolgimento dei due Comites presenti nella circoscrizione consolare: quello
di San Gallo e quello di Coira. Non si può lasciare al proprio destino e per
giunta senza nessuna informazione, dimenticati dal mondo e dalla storia,
migliaia di connazionali.
Nel ventaglio
degli interventi programmatici su quali è stato indicato un percorso di lavoro
e di temi sui quali i circoli locali del Pd presenti nella circoscrizione si
impegneranno:
Politiche di
prevenzione e sostegno agli anziani, alla promozione della lingua e la cultura
italiana, ai servizi pubblici, la costituzione di un gruppo giovanile e sul
versante svizzero, il Pd della Svizzera orientale sarà impegnato a favorire
maggiore partecipazione dei propri iscritti alla vita politica locale,
lavorando assieme con i partiti e con i sindacati locali. PD-Svizzera
orientale, de.it.press
Italianità in Svizzera: dibattito aperto
BERNA - Mentre i
rapporti italo-svizzeri ufficiali stentano a rimettersi al sereno, non si può
dire che stia venendo meno l’interesse svizzero per l’Italia (probabilmente più
che l’inverso) e tutto ciò che ha riferimento diretto o indiretto con
l’italianità o italicità che dir si voglia.
Prendo come spunto per questa riflessione il
recente saggio di Renato Martinoni, professore di letteratura italiana
all’università di San Gallo, «L’Italia in Svizzera: lingua, cultura, letteratura,
viaggi». Esso si riferisce soprattutto ai rapporti linguistici e culturali (in
senso ampio) tra l’Italia e la Svizzera, ma è emblematico dell’interesse che
c’è ancora per le cose italiane nonostante le note vicende di scarsa diplomazia
tra i due Paesi.
In effetti l’interesse per l’Italia e per gli
italiani, nel bene e nel male, compresi i pregiudizi da entrambe le parti non è
mai venuto meno. Basta osservare il risalto che i media danno alle «notizie
dall’Italia», accompagnato dalla meraviglia che suscita un Paese che continua a
«tenere» nonostante la perenne conflittualità politica, il rischio di
sgretolarsi da un momento all’altro a causa delle dinamiche opposte tra nord e
sud, la presunta tendenza irreversibile al declino (soprattutto secondo certa
stampa anglosassone).
L’interesse per l’Italia è grande in questo
Paese. C’è la moda italiana che tira ancora. Ci sono i mille prodotti italiani
che quotidianamente arrivano dall’Italia e sono consumati tanto dagli italiani
quanto dagli svizzeri. C’è la Ferrari, c’è il Prosecco, c’è il made in Italy.
C’è soprattutto l’Italia che già in questo periodo comincia ad attirare
fortemente gli svizzeri per il suo mare, le sue spiagge, il suo sole, le
innumerevoli città d’arte sempre belle da visitare.
A rafforzare l’interesse svizzero per
l’Italia e il meglio dell’italianità c’è poi la presenza costante di mezzo
milione di italiani che vivono in Svizzera. Non sono più i «Cincali» di una
volta, muratori, lavapiatti e lavoratori e lavoratrici tuttofare, ma sono i più
ben visti tra gli stranieri, anzi nell’opinione pubblica non vengano nemmeno
più considerati stranieri, tanto sono ben integrati e li s’incontra
praticamente ovunque e a tutti gradini della scala sociale e professionale.
A guardarli in faccia, a parlarci (in quale
lingua? visto che ormai ne conoscono più d’una), non si direbbe nemmeno che
sono italiani. In effetti, se non fosse per il passaporto, il cognome che
portano e talvolta una particolare impronta somatica che ne attesta l’origine,
potrebbero benissimo non essere italiani ma svizzeri. Invece sono
italo-svizzeri, di fatto anche se non sempre di diritto, ossia un’entità
sociologica nuova che va affermandosi sempre più e che meriterebbe di essere
seguita più da vicino nella sua evoluzione.
E’ su
questa nuova realtà che bisognerebbe focalizzare l’attenzione e la riflessione
di coloro a cui sta a cuore l’avvenire dell’italiano e dell’italianità in
questo Paese, invece di perdersi in tante chiacchiere inutili su questioni
politiche italiane di scarso impatto pratico. E’ grazie a questo novum che il
discorso in atto sul futuro dell’italiano e della cultura italiana in Svizzera
assume una potenzialità quasi sconosciuta fino a una decina di anni fa. Per
questo è importante che l’italofonia partecipi compatta a mettere in evidenza
questa potenzialità e a progettarne e dirigerne il suo manifestarsi nei decenni
a venire. Giovanni Longu
Riflessioni sulla nube islandese. Quando la Tecnica si arrende alla Natura
Secondo la scienza
l'Universo è incominciato con un'immane catastrofe, il big bang che ha
squarciato i «sovrumani silenzi», e terminerà con un'altra non meno gigantesca
catastrofe, l'entropia, la degradazione dell'energia, che a quei silenzi
riconduce. Nel frattempo altre catastrofi devastano l'Universo e la Terra. Tra
l'una e l'altra, intervalli che all'uomo sembrano lunghissimi e nei quali,
d'altra parte, e frequenti, altre «minori» catastrofi si producono, quelle che
uccidono migliaia di persone e di cui danno notizia i mass media. Il potenziale
tecnico dell'uomo non è ancora in grado di fronteggiarle. Come sta accadendo
con l'eruzione del vulcano islandese. Quel potenziale è invece in grado di
gareggiare con la distruttività del fenomeno entropico: se scoppiasse un
conflitto nucleare tra Stati Uniti e Russia la terra sarebbe distrutta tanto
quanto potrebbe esser distrutta dalla «Natura». Sul piano della distruttività
Tecnica e Natura si combattono alla pari.
E dire che la
Natura «si ribella» ha senso solo in relazione ai progetti dell'uomo. La sua
ribellione, inoltre, può essere ben più radicale di quelle a cui ci è dato di
assistere. A volte ci si trova di fronte ad affermazioni che sembrano
inoffensive. Ad esempio questa, che le leggi della scienza (da cui la Tecnica è
guidata) sono ipotetiche, cioè non sono verità assolute. Spesso gli scienziati
se ne dimenticano. Ma l'ipoteticità delle leggi scientifiche significa ad
esempio che un corpo, abbandonato a sé stesso, da un momento all'altro, invece
di cadere verso il basso potrebbe andare verso l'alto. Qui la ribellione
possibile della Natura è ben più radicale. La provvisorietà della destinazione
della Tecnica al dominio del mondo è ancora più marcata.
Si fa avanti, in
tutta la sua gravità, il problema della salvezza dell'uomo. Chi ci pensa?
Quelli che si danno da fare per uscire dalle crisi economiche e politiche? Sì,
a quel problema le religioni si rivolgono. Ma con la fede. E la fede è
ipotetica come le leggi della scienza. Ma l'uomo è destinato ad aver a che fare
soltanto con ipotesi e a soppesare soltanto con ipotesi il pericolo da cui è
circondato?
Emanuele Severino
CdS 18
In un’economia
globalizzata i processi produttivi assomigliano a catene efficientissime con
moltissimi anelli che avvolgono il mondo e che assicurano al consumatore
prodotti di straordinaria tecnologia a prezzi straordinariamente bassi. Occorre
purtroppo aggiungere che qualsiasi avvenimento in grado di spezzare anche uno
solo di questi numerosissimi anelli rischia di fermare tutto.
Negli ultimi
trent’anni abbiamo costruito un sistema sempre più efficiente senza accorgerci
che ogni incremento dell’efficienza comportava un aumento della fragilità e che
le conseguenze di tale crescente fragilità potevano risultare sempre più
devastanti. Per questo bastano pochi giorni di eruzione di uno sperduto vulcano
dal nome impronunciabile in uno sperduto Paese per rendere concreta la minaccia
che la produzione di tutto il pianeta sia gettata nel caos.
I nostri
discendenti forse ci accuseranno di un’enorme arroganza intellettuale: quella
di aver preso come verità assoluta la «normalità» dei funzionamenti, di aver
costruito modelli della realtà sempre più complessi in grado di spiegare
«tutto», di aver proclamato la morte dell’incertezza e il trionfo del calcolo
del rischio, la morte dell’irrazionale e il trionfo della razionalità. E invece
il primo decennio del nuovo secolo può essere letto precisamente come la
rivincita dell’irrazionalità e dell’incertezza dal terrorismo delle Torri
Gemelle all’uragano Katrina, dalla crisi finanziaria alla crisi del trasporto
aereo che, grazie al vulcano dal nome impronunciabile, improvvisamente ci
troviamo davanti.
Caratteristiche di
questa crisi sono non solo la sua non prevedibilità con le nostre attuali
conoscenze, l’impossibilità di fare alcunché per risolverla ma anche l’estrema
difficoltà di valutarne le conseguenze. Vulcanologi ed economisti possono ben
guardarsi negli occhi e riconoscere la rispettiva ignoranza: i primi non sanno
bene che cosa esce dal vulcano e per quanto tempo continuerà a uscire, gli
altri non sanno bene quanto male tutto ciò potrà fare all’economia.
Se dovesse
risolversi nello spazio di pochi giorni, l’eruzione islandese sarà ricordata
per qualche progetto di vacanze saltato, qualche viaggio di lavoro annullato o
spostato e qualche migliaio di tonnellate dei prodotti più vari consegnati in
ritardo. Oltre alle persone direttamente coinvolte, a soffrirne saranno
soprattutto i bilanci delle compagnie aeree e delle società di assicurazione, il
che introdurrà in ogni caso un ulteriore elemento di debolezza nel quadro di
una ripresa economica asfittica, certo non gradevole ma in nessun modo
determinante.
Se però il blocco
o l’irregolarità del trasporto aereo dovesse prolungarsi - diciamo per qualche
settimana - da questi aspetti relativamente superficiali si passerebbe molto
rapidamente a conseguenze molto più profonde. Ombre lunghe si stenderebbero
sulla stagione turistica mondiale, soprattutto di località lontane e a buon
mercato che vivono di turismo aereo di massa. In questo per l’Italia ci
sarebbero probabilmente i guai maggiori; e potremo aspettarci la carenza o il
ritardo nella consegna di parti indispensabili dei prodotti più vari con la
comparsa di improvvise anomalie produttive in questo o quel settore. Certo, le
imprese saprebbero alla fine trovare aggiustamenti: i trasporti di terra, il
turismo vicino a casa, i fornitori non troppo distanti potrebbero compensare la
debolezza del traffico aereo. Lo farebbero, però, solo dopo una flessione in
ogni caso sensibile, che oggi sarebbe azzardato cercar di quantificare, del
prodotto lordo.
L’impotenza di
fronte a questo fenomeno naturale presenta molti parallelismi con un’altra
impotenza divenuta evidente in questo stesso week-end che riguarda una grande
istituzione finanziaria dal nome molto pronunciabile e molto pronunciato,
Goldman Sachs. Un’indagine giudiziaria ha rivelato che all’interno della grande
banca d’affari americana c’era un cuore truffaldino e la notizia segue di pochi
giorni quella di una società nascosta all’interno di Lehman Brothers. La nube
oscura che si alza dal vulcano islandese è, in definitiva, il simbolo della
nostra ignoranza e della nostra impotenza: la mancanza di conoscenze geologiche
e meteorologiche fa il paio con la mancanza di conoscenze della realtà
finanziarie che è alla base della debolezza attuale della nostra economia. In
entrambi i casi il mondo è stato colto di sorpresa. Il pennacchio del vulcano
islandese è il simbolo delle nostre scarse conoscenze.
MARIO DEAGLIO LS
18
Folla a Cracovia per i funerali di Kaczynski. Assenti i grandi del mondo
per la nube vulcanica
La Polonia ha
celebrato oggi i funerali del presidente Lech Kaczynski e di sua moglie Maria,
morti in un disastro aereo la scorsa settimana: oltre 50mila persone in piazza
a Cracovia per l'ultimo saluto al presidente. Ma il persistere di una nube di
cenere vulcanica nei cieli europei ha impedito a molti leader attesi alla
cerimonia di intervenire. Il presidente Usa Barack Obama ha fatto sapere di non
poter essere a Cracovia, antica capitale della Polonia, a causa della nube. E
numerosi altri leader, inclusi il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
il cancelliere tedesco Angela Merkel e il principe Carlo di Inghilterra, hanno
annunciato che per lo stesso motivo non hanno potuto presenziare.
Il presidente
russo Dmitry Medvedev è riuscito a giungere a Cracovia, rafforzando così il
forte messaggio di solidarietà da parte dei russi verso i polacchi e la
speranza che i rapporti fra i due Paesi, a lungo difficili, continuino a
migliorare. «La tragedia di otto giorni fa e la simpatia e l'aiuto giunti da
parte russa in questi giorni ci fanno sperare in migliori relazioni tra le due
nostre grandi nazioni», ha detto il cardinale Stanislaw Dziwisz durante la
messa, rivolgendosi a Medvedev, davanti alle due bare avvolte nella bandiera
polacca rossa e bianca.
I funerali nella
cattedrale di Cracovia sono giunti al termine di una settimana di lutto
nazionale senza precedenti in memoria dei Kaczynski e delle altre 94 vittime,
tra cui molti appartenenti ai vertici militari e politici del Paese, del
disastro avvenuto il 10 aprile scorso in Russia. Il gemello di Kaczynski,
Jaroslaw, ex premier, e altri membri della famiglia hanno insistito affinché i
funerali si tenessero oggi come da programmi, anche se la cenere vulcanica ha
causato la chiusura degli aeroporti in centro e nord Europa, inclusa la
Polonia.
Le salme del
presidente e della moglie erano state trasportate stamani da Varsavia a
Cracovia a bordo di un aereo militare che ha dovuto volare al di sotto dei
5.000 metri a causa della cenere e saranno tumulate nella cattedrale dove
riposano eroi nazionali e poeti polacchi. Alcuni polacchi hanno protestato per
questa scelta -ritenendola eccessiva - nell'unica manifestazione che incrinato
il forte senso nazionale in cui si è stretto il Paese dopo la sciagura aerea.
Kaczynski, presidente dal 2005, aveva estimatori e detrattori ma il suo livello
di consenso si era molto ridotto negli ultimi tempi. Ci si attendeva che
avrebbe perso le elezioni presidenziali previste in autunno che ora invece, a
causa del suo decesso, si terranno il 20 giugno. L’U 18
Dalla sanità all’economia. I primi colpi di Obama e quelli ancora da
battere
Vero che gli umori
in politica cambiano in fretta ma quello che è avvenuto negli Stati Uniti negli
ultimi due mesi rappresenta un caso quasi sorprendente. Come ben sappiamo,
l’irruzione nella scena politica del presidente Obama aveva aperto aspettative
quasi sovrannaturali, tanto che il presidente stesso, per ridimensionare le
eccessive attese dei suoi troppo accesi sostenitori, era uscito nella famosa
frase «non sono nato a Betlemme».
Sono poi seguiti
mesi di difficoltà, in cui Obama sembrava non solo perdere il suo tocco
miracoloso ma, indebolito dalla battaglia senza fine sulla riforma sanitaria,
non appariva in grado di affrontare con la dovuta decisione né i problemi
interni né quelli internazionali. I suoi stessi collaboratori, interrogati sui
singoli temi politici, confessavano sempre più spesso che «il presidente non
aveva ancora preso posizione in materia». Obama insomma, partito come un punto
esclamativo, stava diventando un punto interrogativo.
In ogni caso il
suo tocco magico sembrava sparito fino al punto che la sconfitta in una
elezione per un singolo seggio senatoriale era interpretata come il segnale di
una inarrestabile caduta.
È vero che si
trattava del seggio altamente simbolico reso vacante dalla morte di Ted Kennedy
e che con questa perdita i democratici non raggiungevano la maggioranza
qualificata necessaria per abbreviare alcune procedure parlamentari, ma è
altrettanto vero che rimaneva ai democratici una invidiabile maggioranza di
cinquantanove seggi contro quarantuno.
A questo punto
Obama ha puntato i piedi, ha sfidato il Parlamento e ha ottenuto l’approvazione
della tanto contestata riforma sanitaria.
Questa vittoria ha
di nuovo cambiato l’orientamento dell’opinione pubblica, che si è rimessa sulla
lunghezza d’onda del presidente, e ha mutato anche l’atteggiamento della
maggioranza dei leader internazionali, corsi a Washington a discutere su come
controllare la proliferazione nucleare ma, indirettamente, a celebrare il primo
concreto successo di politica estera del presidente Obama, cioè il trattato di
riduzione delle testate nucleari firmato a Praga con il presidente russo
Medvedev. Un accordo che va finalmente nella direzione giusta e che evidenzia
un cambiamento radicale della politica americana, ma in complesso un accordo
quantitativamente modesto, nel quale la riduzione delle testate deriva più dal
modo con cui sono contate che non dalla distruzione fisica delle testate
stesse.
In questo nuovo
quadro, l’economia desta tuttavia ancora grande preoccupazione, tanto è vero
che gli americani che giudicano lo stato dell’economia cattivo o molto cattivo
raggiungono il 77% di tutti i cittadini adulti.
E questo perché il
peso dei debiti sulle famiglie rende molto più dubbia la ripresa dei consumi,
le banche sono ancora assai riluttanti nel fare credito e la massa delle case
invendute sul mercato è enorme.
Nonostante questo
la Borsa si è messa a correre e l’indice Dow Jones è progressivamente cresciuto
fino a superare il magico livello di 11.000 punti, anche se poi ha ripiegato
nella giornata di ieri, e le previsioni di economisti e uomini d’affari sono
quotidianamente corrette verso l’alto. Nonostante il triste giudizio sullo
stato dell’economia, non si parla più di una ripresa ad alti e bassi (la così
detta ripresa a W) ma di una ripresa forte e continuativa (la così detta
ripresa a V) anche se i dati che la suffragano non sono certamente né univoci
né definitivi.
Le voci che prima
erano ritenute scarsamente importanti, come la robusta crescita dell’economia
asiatica e un temporaneo aumento della domanda di automobili, vengono ora
ritenuti un segno di cambiamento irreversibile, mentre vengono messi in secondo
piano i dati sul deficit pubblico e sulla disoccupazione, che tanto pesano
ancora sul futuro dell’economia americana.
Non importa se un
temporaneo aumento dei consumi è stato sufficiente per espandere il deficit
della bilancia commerciale a 39,7 miliardi di dollari nel solo mese di marzo e
nemmeno se il deficit pubblico rimane a livelli stratosferici, in fondo non
molto lontani da quelli greci. Il fatto che il consumatore stia ricominciando a
entrare nei negozi e che le prospettive politiche del Paese si siano almeno
temporaneamente stabilizzate spingono a prevedere l’inizio di una migliore
prospettiva sia del futuro economico che di quello politico.
Personalmente rimango
ancora prudente sulla definitiva uscita dalla crisi dell’economia americana e
altrettanto consapevole delle difficoltà della politica estera (soprattutto per
quanto riguarda il Medio Oriente) tuttavia non posso che prendere atto con
favore del grande cambiamento delle aspettative che si è manifestato in soli
due mesi. Non ci resta che sperare che queste previsioni diventino davvero una
realtà e che Obama, se non nato a Betlemme, sia almeno nato nei pressi. IM 17
Una nube ci ha imprigionati,
una nube ci renderà liberi. Siamo cresciuti sotto cieli malsani, percorsi da
nubi venefiche. Alzando gli occhi al cielo, abbiamo imparato più a diffidare
che a pregare, più a temere che a sperare. Dall’alto - come dal basso, del
resto - non c’era da attendersi nulla di buono.
In principio, a
incombere sul nostro futuro, fu la nube atomica, quella fungiforme che si levò
sopra Hiroshima il 6 agosto del 1945. Dopo di allora, una lunga serie di nubi
si sono addensate all’orizzonte delle nostre vite minacciando olocausti
ambientali, estinzioni planetarie, sindromi respiratorie. Procedendo a memoria
d’uomo, trovo la prime nube tossica della mia vita nei ricordi d’infanzia. Era
l’estate del 1976 e alle porte di Milano, nella cittadina di Seveso, scoppiava
il reattore di una fabbrica chimica. Un miasma si stendeva sul territorio
circostante come una nebbia autunnale. Ma puzzava. Era diossina. Prima caddero
gli insetti stecchiti, poi stramazzarono le rondini, poi i cani impazzirono,
poi le mucche levarono muggiti strazianti, infine, toccò ai nocchieri
dell’arca. «Ci avevano detto che non esisteva alcun pericolo», dichiareranno
gli abitanti della zona evacuati con 15 giorni di ritardo.
Esattamente dieci
anni più tardi, il 26 di aprile del 1986, un altro disastro vaporoso, un’altra
evacuazione tardiva. Questa volta la nube era composta di materiali radioattivi
fuoriusciti dal reattore di una centrale nucleare nella remota località di
Cernobil, ai confini tra Bielorussia ed Ucraina. Veniva di lontano ma giunse
fino a noi. Avevo diciassette anni allora e, con la spavalderia della gioventù,
assieme a un compagno di sbronze, la sfidammo addormentandoci ubriachi a
Venezia sotto l’ala di bronzo del leone ai piedi del monumento a Manin proprio
nella notte in cui i telegiornali ne annunciavano l’arrivo sulle nostre teste.
La baldanza, l’incoscienza, non ci preservò, però, da una gran quantità di
altre nubi, tutte più o meno maligne: gas di scarico, cortine fumogene, nubi di
smog, nubi d’informazione e di disinformazione, vapori di benzina e vapori di
nulla.
Siamo cresciuti
così, nelle nostre città del benessere: sottoposti a un cielo gravato da
miasmi, foriero di pestilenze vaporose, dove tutto è prodigio o funesto
presagio. Proprio come nelle antiche città delle tragedie greche. Per la mia
generazione, il privilegio di respirare liberi, a pieni polmoni, non è mai
stato un diritto naturale, una gioia senza condizioni. Per noi, figli
dell’estremo progresso, anche l’aria, soprattutto l’aria, è condizionata.
Eppure, guardando
oggi le immagini di questa massa calda di gas formata da anidridi, idrogeni e
vapori acquei, guardando i raggi del sole che, cosparsi di ceneri e aerosol,
danno ai tramonti nordici colorazioni più intense, guardando dal satellite la
scia marroncina stendersi sull’Europa, come sbavando da un vulcano islandese,
guardando, soprattutto, la mappa del traffico aereo che si va cancellando da
Nord a Sud, da Ovest a Est, immaginando questa nube boreale muoversi leggera a
cinquemila metri d’altezza su cieli deserti, sorge in noi una chimera di
quiete.
Certo, siamo
consapevoli del grave danno economico, della crisi del traffico aereo, dei
gravi rischi d’intossicazione, eppure si fa strada, irresistibile, una fantasia
di azzeramento e rinascita. Fantastichiamo che, per un istante, lasciandoci
tutti a terra, liberando i cieli sopra le nostre teste, la nube possa
riportarci quel senso perduto della vita come qualcosa che può ricominciare da
zero.
E’ la cosa di cui
avremmo, forse, più bisogno. Una nube che faccia piazza pulita, dopo tante,
troppe nubi che hanno ammorbato le nostre esistenze di asmatici immaginari.
ANTONIO SCURATI LS 18
Delors e la schizofrenia dell'aver bisogno e del non volere più d'Europa e
più d'immigrazione
Jacques Delors, la
cui figlia Martine Aubry alla testa del partito socialista francese si è
portata vincitrice nelle elezioni regionali del marzo scorso, è stato
presidente della Commissione Europea dal 1985 al 1994, ispirato, dedicato,
prestigioso predecessore del nostro Prodi e del portoghese Barroso. Egli si
spinge nel tempo verso il ricordo più vivo dei padri fondatori dell'Unione
Europea: Adenauer, Schumann, De Gasperi. Durante la campagna elettorale, tutta
interna, certo, alla Francia, è intervenuto però più volte sull'Europa, sugli
scettici blu dell'europeismo, sulle crisi del volere e disvolere che non
mancano mai nei grandi disegni, all'indomani degli stessi corsi d'opera ed
anche dei successi e delle realizzazioni, come la moneta europea, Schengen,
Maastricht, Lisbona.
L'immigrazione dall'Africa, dall'Asia e
l'endogena tra regioni europee, è uno degli oggetti di attenzione e di allarme
e di bivalenti giudizi di Delors, il quale se la prende con Eric Besson,
ministro dell'immigrazione e della identità nazionale. Rispondendo ad un
giornalista che l'aveva avvicinato in uno dei meeting politici, ha chiesto a
sua volta: cosa volete fare di fronte al rischio di un repli nazionalista in
Europa se questa Europa viellissante in cui oggi viviamo avrà bisogno di
milioni di lavoratori immigrati? L'affezione alla propria identità nazionale
non ci può, non ci deve chiudere alla mondializzazione "che io considero –
ha soggiunto Delors – globalmente positiva malgrado rischi e debolezze da
prendere in carico e da compensare". E' un saluto di congedo allo
sciovinismo francese che già venne meno nel crollo del muro di Berlino e
davanti alla riunificazione della Germania.
Alludendo non soltanto alla Francia ma ad ogni
Paese e ad ogni comunità europea e quindi anche all'Italia, Delors diffida di
ogni velleità di populismo, di massificazione dei problemi per eluderli. Ci
vuole cautela, la pazienza e l'umiltà di scalare i problemi, prenderli di petto
uno per uno come l’emigrazione nella quale si può facilmente scivolare nella
chiusura e nel razzismo. Cadiamo facilmente nella schizofrenia, abbiamo cioè
bisogno degli immigrati ma non li vorremmo.
Delors viene dall'essere promotore di Notre
Europe Association. Nella dichiarazione adottata il 3 novembre scorso a
Bruxelles, l'associazione ha chiesto che i diritti sociali dei cittadini
europei e degli immigrati siano trattati in uguaglianza con le regole della
concorrenza e con la libertà economica. Alberto Marinelli
«Sempre più
debiti, sempre più esposizione nel sistema. Prima o poi tutto l'edificio verrà
giù. In mezzo a questa sarabanda di transazioni esotiche, messe in piedi senza
nemmeno capire la loro mostruosità, sopravvivrà solo il fabulous Fab». Così si
firmava in una delle sue mail Fabrice Tourre, giovane vicepresidente della
Goldman Sachs incriminato per frode, insieme alla sua banca, la più prestigiosa
istituzione di Wall Street. Almeno fino a ieri.
In un Paese sano
non ci sono centri di potere intoccabili. La decisione presa dalla Sec, la
Consob Usa, di incriminare il sancta sanctorum della finanza americana dimostra
che — con tutti gli errori e le cadute — gli Stati Uniti hanno ancora un
sistema immunitario che funziona, con meccanismi di controllo e di
bilanciamento dei poteri che ha pochi uguali nel mondo. L'Amministrazione Obama
era stata accusata di aver rinunciato a perseguire i responsabili del disastro
finanziario che ha fatto precipitare l'America e il mondo nella più spaventosa
recessione degli ultimi 80 anni: un presidente che abbaia alla luna accusando
Wall Street mentre salva le banche coi soldi dei contribuenti. Comincia a
emergere una realtà diversa: non solo quei salvataggi si stanno rivelando assai
meno onerosi del previsto, ma cominciano ad arrivare a destinazione anche le
indagini delle istituzioni di controllo del sistema. Authority non ancora
riformate dal Congresso — fin qui bloccato da conflitti politici e dalla
guerriglia delle lobby finanziarie — ma che, affidate a una nuova generazione
di professionisti, hanno ricominciato a muoversi con determinazione, a indagare
in modo accurato. Goldman Sachs, legittimamente, rivendica la correttezza dei
suoi comportamenti. Ma, negando che con le sue gigantesche speculazioni sui
mutui subprime e le scommesse fatte contro gli investimenti eseguiti per conto
dei suoi stessi clienti si è infilata in un gigantesco conflitto d'interessi,
l'istituto si illude di vivere ancora in un mondo disposto a considerarlo al di
sopra di ogni sospetto. Un mondo nel quale per decenni i capi della banca sono
diventati ministri repubblicani o democratici (il governatore della Banca
d'Italia Mario Draghi, che ha lasciato la Goldman nel 2005, non si è mai
occupato delle vicende divenute oggetto di indagine).
Il clima oggi è
completamente diverso: un cambiamento che sicuramente giunge in ritardo, visto
che in passato i moniti non erano mancati. A partire dalla fine degli anni 80
quando John Kenneth Galbraith invitò a non riprodurre a Wall Street i
meccanismi della moltiplicazione dell'esposizione finanziaria che avevano
provocato il Grande Crollo del 1929. Allora, come ricostruito dall'economista
nel suo celebre saggio su quella crisi, una delle principali responsabili del
disastro fu proprio la Goldman, con i suoi investment trust, piramidi
finanziarie verso le quali venivano indirizzati gli investitori, mai informati
che all’interno di quelle costruzioni c’era solo il vuoto. Dopo il crollo le
piramidi furono messe fuorilegge, ma la fantasia finanziaria ha inventato
sostituti che sono andati proliferando man mano che a Wall Street si è diffusa
un'avidità non contrastata dal sistema dei controlli. Goldman ha sempre negato
di essere stata contagiata da quel clima. Ma l'inchiesta del «superpoliziotto »
della Sec, Robert Khuzami, la smentisce. E la mail di Tourre sembra l'epitaffio
di tutto un modo di fare finanza e, forse, anche di un intero gruppo dirigente.
Massimo Gaggi CdS 17
La maledizione di Katyn sulla Polonia
Tante le pagine di
sangue nella storia di questo Paese. Le ultime delle quali non favoriscono un
buon accordo con la Russia
L’incidente aereo di Smolensk, che ha
causato la morte del presidente Lech Kaczynski, di sua moglie e di altre 94
autorità politiche, militari e religiose, ha brutalmente riportato alla memoria
il massacro del 1940 effettuato a Katyn dai Sovietici allo scopo di eliminare
la classe dirigente della Polonia. Al quale si aggiunse la deportazione in
Siberia e nel Kazakhistan delle loro famiglie (bambini compresi), onde
sopprimere anche la generazione successiva. In effetti, oggi come allora, il
dramma che ha di nuovo colpito questo Stato lo priva della sua élite pubblica,
tanto da far dire a Lech Walesa, Premio Nobel per la pace 1983, nonché
fondatore del sindacato Solidarnosc, che trattasi del “secondo disastro di
Katyn... al di là delle differenze che lo distinguono".
E’ storia spesso insanguinata, quella della
Polonia, specialmente negli ultimi quattro secoli: alla fine della guerra dei
Trent’anni (1648), subì una vera invasione da parte di Cosacchi, Svedesi,
Moscoviti, Tartari e Brandeburghesi che ne misero a dura prova popolazione ed
economia; in seguito, quando la Svezia la occupò, registrò la morte di quasi un
terzo della sua gente. Altri lutti nel 1792, a causa di un’insurrezione sedata
nel sangue dopo la spartizione del Paese fra le potenze confinanti, Russia,
Austria e Prussia. Solo nel 1918, la sconfitta dei tre Paesi che la dominavano
le permise di ritornare libera ma fu libertà che durò poco: il 17 settembre
1939 fu invasa dagli eserciti russi e tedeschi, grazie al patto
Molotov-Ribbentrop con il quale Hitler e Stalin se ne spartirono il territorio,
dando inizio al massacro di sei milioni di polacchi, sul posto o nei rispettivi
campi di concentramento.
Non fu migliore il periodo successivo.
Eliminati i nazisti dall’armata sovietica, la Polonia è inglobata nel regime di
Mosca e diventa Repubblica Popolare ma subisce ancora eccidi, come quello del
1970 quando gli scioperi, dovuti all’aumento dei prezzi alimentari, furono
duramente repressi con centinaia di morti. Dieci anni dopo, a seguito di una
nuova ondata di scioperi, nasce il sindacato dei lavoratori chiamato
Solidarnosc dal fondatore Walesa che nel 1988, anche grazie all’aiuto di
Giovanni Paolo II, riesce a dar voce all’opposizione e a liberare il Paese dal
regime comunista.
Non a caso, Sergio Romano scrive (Corriere
della Sera dell’11 aprile scorso) che “vista da Varsavia, la storia del Paese,
dal Seicento alla guerra fredda, è un lungo rosario di vessazioni ed
ingiustizie”. Del quale il massacro di Katyn, divenuto simbolo degli orrori
della Seconda Guerra Mondiale, rappresenta una delle pagine più funeste e
dolorose. Un eccidio davanti al quale le democrazie occidentali hanno
praticamente sempre taciuto o agito con discriminazione: quando la Polonia fu
aggredita, nel 1939, gli Alleati dichiararono guerra solo alla Germania, ma non
all'Urss. Quando questa s'impadronì del Paese, non reagirono. E, allorché gli
operai di Danzica tentarono di dare vita a un nuovo movimento politico, l'aiuto
venne loro solamente dal Papa polacco.
In pratica, è stato messo il silenziatore
sulla strage di Katyn della quale, fino al 1990, la Repubblica Sovietica aveva
negato la responsabilità e sostenuto che l’eccidio fosse stato compiuto, nel
1941, dalle truppe di Hitler. Una versione, questa, che girò più o meno
incontrastata fino a quando Gorbaciov prima ed Eltsin poi ammisero le colpe
russe, senza peraltro chiedere perdono ai Polacchi. Anche Putin si è sempre
mostrato recalcitrante a diffondere le notizie su Katyn e non ha fatto nulla
affinché il suo popolo potesse venire a conoscenza dei crimini perpetrati da
Stalin. Neppure durante la cerimonia, in occasione del 70esimo
anniversario della strage, alla quale ha voluto presenziare insieme al Premier
polacco, Donald Tusk. Certo, era la prima volta che un Capo di Governo russo
partecipava a tale funzione; ma, ancora una volta, non ha creduto di doversi
scusare a nome dei suoi cittadini.
La maggior parte dei quali n’è venuta a
conoscenza solo quando, dopo l’incidente aereo, la televisione locale ha in
prima serata trasmesso sulle reti nazionali - su via libera di Putin? - il film
“Katyn”, realizzato nel 2008 da Andrzej Wajda, figlio di uno degli ufficiali
uccisi. Un film che anche in Italia è stato proiettato solo in una decina di
cinema, tanto da indurre l’autore a dire che la sua opera è diffusa “quasi in
maniera clandestina”. E da ispirare al giornalista Valerio Cappelli il commento
apparso sul Corriere della Sera del 9 marzo 2009: “Il villaggio di Katyn è
morto per la seconda volta, sepolto dall’indifferenza italiana”. O, peggio,
dalla cecità preconcetta dei Marxisti-leninisti Italiani che, nel 2009, ancora
sostenevano, basandosi su menzogne interpretative, che “il crimine di Katyn non
fu opera di Stalin ma di Hitler”. E che Wayda nel suo film raccontasse “un
sacco di balle”.
E’ ovvio, quindi, che i rapporti tra Polonia
e Russia non siano ancora dei migliori. Ma a farli perdurare ulteriormente
potrebbe influire il sospetto, già circolato, che la recente disgrazia sia
frutto non di un errore umano ma di un complotto. Più saggio, soprattutto più
idoneo a ristabilire relazioni serene tra i due Stati, ricordare e diffondere
le parole con le quali Wayda presentò a Berlino il suo drammatico film: “Quello
di cui parlo è un tempo ormai lontanissimo, ma che deve essere ricordato e
restituito alla memoria collettiva. E' una tragedia troppo grande, perché possa
essere strumentalizzata a fini politici”. Qualunque essi siano.
Egidio Todeschini,
de.it.press
Afghanistan. Emergency, liberi i tre operatori italiani. Napolitano:
"E' un sollievo per tutti"
L'annuncio del
rilascio degli italiani dato dalla Farnesina. "Presto in Italia con
un volo speciale". Il ministro Frattini: "Un risultato della
diplomazia italiana". Letta: "Il governo il suo derby l'ha
vinto". Gino Strada: "Mi sembra una bella conclusione". Kabul
conferma: "Non colpevoli". Dall'Aira: "Sto bene e saluto
tutti".
ROMA - Sono stati
rilasciati Marco Garatti, Matteo Dall'Aira e Matteo Pagani, i tre operatori di
Emergency arrestati l'11 aprile scorso a Lashkar Gah, nel sud dell'Afghanistan,
dalle forze di sicurezza afgane, con l'accusa di aver partecipato a un
complotto per compiere un attentato contro il governatore della provincia di
Helmand. Lo rende noto un comunicato della Farnesina. I tre operatori sono
all'ambasciata italiana a Kabul, e sono stati riconosciuti "non
colpevoli", come attesta un comunicato del Nds, i servizi di intelligence
afgani. "La liberazione dei tre operatori è un motivo di sollievo per noi
tutti e, in primo luogo naturalmente, per i famigliari", ha commentato il
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rilevando che "il governo,
e per esso il ministero degli Esteri, ha operato con accortezza e fermezza,
aderendo alle preoccupazioni espresse da una vasta opinione pubblica".
"Mi sembra
una bella conclusione", ha affermato il fondatore di Emergency, Gino
Strada, aggiungendo però che "Qualcuno ha cercato di screditare Emergency
e il tentativo è fallito". Dopo le 'tensioni' con il governo italiano,
Gino Strada ha ringraziato però l'esecutivo per il contributo dato alla
liberazione e ha scherzato "Invierò una maglietta di Emergency al ministro
Frattini, come mi aveva chiesto".
Frattini ha
espresso il suo più vivo compiacimento per la positiva conclusione della
vicenda. "Abbiamo ottenuto quello che era il nostro obiettivo e cioè la
libertà per i nostri connazionali senza mettere in discussione la nostra
posizione di ferma solidarietà con le istituzioni afgane e la coalizione
internazionale nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan", ha detto
Frattini.
"Ringrazio
anche il Pd per la misura", ha aggiunto il ministro, spiegando che i tre
cooperanti di Emergency saranno trasferiti in Italia "nelle prossime ore
con un volo speciale". "Questa conclusione - ha aggiunto il ministro
- è il risultato dell'intensa azione condotta dalla diplomazia italiana che ha
agito con straordinaria professionalità e discrezione, nel rispetto delle
istituzioni afgane che l'italia e la comunità internazionale stanno aiutando a
crescere". "Voglio dare atto a Cecilia Strada (presidente di
Emergency, ndr) di aver gestito la vicenda con sobrietà e evitando
strumentalizzazioni, al contrario di una minoranza delle forze parlamentari che
ha ottenuto come risposta i risultati di oggi", ha sottolineato il
ministro.
Altrettanto
soddisfatto il sottosegretario Gianni Letta: "L'Italia il suo derby l'ha
vinto". "Il governo ha operato con discrezione e collaborazione tra
Farnesina e intelligence, con determinazione ma senza raccogliere polemiche
interne", ha rivendicato Letta.
"Siamo felici
che sono liberi, non avevo dubbi perchè sono completamente innocenti.
Aspettiamo il loro rientro e il loro abbraccio con le famiglie", ha detto
Cecilia Strada, presidente di Emergency. "La loro liberazione è dipesa dal
lavoro di tutti sia in Italia che in Afghanistan - ha aggiunto Cecilia Strada -
hanno cooperato tutti per la loro libertà".
Molto felici
naturalmente anche parenti e amici dei tre operatori. "Sta cominciando
adesso a capire cosa è successo: poi ha dovuto interrompere la telefonata
perché doveva restituire il telefono all'ambasciatore e perché gli avevano
offerto un bicchiere di champagne", ha detto il papà di Matteo Pagani,
intervistato da Skytg24 subito dopo che aveva sentito il figlio al telefono da
Kabul. "Un'emozione che ricorderò per tutta la vita", assicura Paola
Ballardin, moglie di Matteo Dell'Aira. Le prime parole di Matteo al telefono
sono state: "Sono su di morale, forte, sto bene e vi saluto tutti".
"Siamo molto contenti di essere fuori, soprattutto contenti di questo
perché sia io che i miei compagni abbiamo passato momenti terribili. Siamo
soprattutto contenti di essere fuori con il nostro nome completamente pulito.
La nostra reputazione e quella di Emergency sono intatte", ha detto Marco
Garatti.
LR 18
Mafia, disoccupazione, razzismo. Ecco l'Italia divorata dai
"mostri"
«Ci sono momenti
in cui il cervello si stacca dal cuore». In uno di quei momenti, Mario
Farisano, operaio 44enne in cassa integrazione della Nuova Renopress di Budrio,
nel Bolognese, si è tolto la vita. L’ha fatto nel garage della propria casa,
una palazzina pietra a vista di tre piani a Marmorta, piccolissima frazione di
Molinella, a pochi chilometri dal luogo di lavoro. Si è impiccato con la corda
per saltare della più piccola delle sue due figlie, che hanno 6 e 13 anni. E
che ora sono senza papà, come Ida è rimasta senza marito. Senza occupazione -
Ida lavorava da un artigiano - la donna lo era già da un anno. A trovarlo, è
stato il cognato Gerardo, anche lui cassintegrato dell’azienda budriese. Mario,
trasferitosi in Emilia-Romagna più di dieci anni fa dalla Basilicata, si è
ucciso dopo aver portato la bambina più piccola all’asilo. Ieri, la famiglia si
è chiusa al proprio interno. In un bar vicino incrociamo Michele, uno dei
nipoti: ha gli occhi lucidi, e ribadisce che questo è il giorno del silenzio.
Mentre il cognato fa capire che, quando sei a casa, entri in una spirale in cui
non è facile chiedere e ottenere aiuto. «E, alla fin fine, le bollette le devi
pagare comunque».
Nella tragedia,
poi, la beffa: nella mattinata di venerdì, mentre i sanitari constatavano il
decesso dell’uomo, un’azienda metalmeccanica avrebbe chiamato a casa Farisano
per fissare un colloquio: Mario aveva mandato molti curricula in giro, e la sua
specializzazione era alta. Ma il telefono ha squillato troppo tardi. Cosa può
aver spinto ad un gesto così estremo? I compagni di lavoro di Mario sono
convinti che la situazione della Renopress abbia avuto un ruolo, forse
decisivo. L’aria che si respirava in azienda era pesante. E non da ieri: dopo
un anno di cassa integrazione, la fonderia aveva ritirato i 106 licenziamenti,
ottenendo - grazie alla mediazione della Regione - un altro anno di cassa
integrazione straordinaria. Pesante, ma non senza speranza: i 365 giorni
potevano essere utilizzati per cercare un nuovo acquirente. Finora Mario, uno
dei pochissimi «fornai» (nel senso di addetti ai forni) era riuscito a lavorare
una settimana al mese, portando il suo stipendio da 600 a 900 euro. Il 15
marzo, però, la produzione si era fermata. In attesa dell’arrivo dell’assegno
di cassa, neanche un euro era stato versato sul suo conto.
Lì, ipotizza
Donatella Colombelli, sua collega alla Nuova Renopress, forse qualcosa si è
rotto. «A quanto so, da allora non usciva più molto di casa. Lunedì, quando il
delegato Fiom ci ha spiegato che era stato fissato l’incontro con le banche per
l’anticipo della cassa integrazione - racconta Donatella -, io ho guardato
Mario e gli ho detto: dai, possiamo dire di avere un piccolo aiuto. Ma lui mi
fa, laconico: “Proviamo a vederla così”. Non sembrava molto convinto». Eppure,
Mario era uno dei più attivi nella lotta per salvare la fonderia: «Interveniva
spesso in assemblea - ricorda il sindaco di Budrio, Carlo Castelli - e, se
c’era un collega abbacchiato, era il primo a fare una battuta per tirarlo su.
Quando mi hanno detto cos’era successo, ho risposto: “Siete sicuri sia proprio
quel Mario lì?”». Su Facebook, oltre ai due profili personali - uno dei quali
conta 441 amici -, Mario interveniva sovente. E contribuiva alla pagina dei
«Noi, 106 licenziati della Nuova Renopress». Il suo hobby, che gli consentiva
di tirare su un piccolo extra, era la musica. Mario cantava col karaoke. Tanto
che nel garage, luogo scelto per farla finita, c’è ancora la consolle per le
basi. «Aveva sempre un sorriso per tutti - chiosa Donatella -. Io non so cosa
scatti nella mente di una persona, ma può essere che a un certo punto uno non
ce la faccia più. E il cervello si stacchi dal cuore». Andrea Bonzi L’U 18
Il paradosso del caso Fini. Un favore alla Lega
Accade
continuamente che certe nostre azioni, volte a ottenere determinati risultati,
producano effetti opposti, in contrasto con le nostre intenzioni. Una delle
ragioni per le quali è possibile che il presidente della Camera Gianfranco Fini
cerchi un accomodamento dell'ultimo minuto con Berlusconi consiste nel fatto
che una scissione potrebbe ampliare ulteriormente gli spazi di manovra della
Lega di Bossi. Sarebbe paradossale se proprio Fini, il leader che contrasta il
peso politico della Lega nella maggioranza e nel governo, si trovasse nella
condizione di favorirne involontariamente l'accrescimento anziché il
ridimensionamento.
Nel breve termine,
come ha osservato Stefano Folli ( Il Sole 24 ore), una scissione dei finiani
potrebbe esaltare il ruolo della Lega nel governo non lasciando a Berlusconi
altra scelta se non quella di rafforzare ulteriormente l'asse con Bossi. Ma le
conseguenze di più ampia portata si avrebbero in sede elettorale (con o senza
elezioni anticipate). Oggi, complici anche certe letture superficiali dei
risultati delle regionali, la forza della Lega appare alquanto sopravvalutata.
La Lega ha infatti ottenuto un grande successo ma con la complicità
dell'astensione (l'astensionismo ha colpito il Pdl non la Lega). E’ plausibile
che, nelle prossime elezioni politiche, riassorbito l'astensionismo, i rapporti
di forza fra Lega e Pdl possano tornare più o meno ai livelli delle politiche
precedenti. Ma se ci fosse una scissione le cose cambierebbero. Il Pdl
apparirebbe al Nord ancor più fragile di quello che è e la Lega potrebbe
avvantaggiarsene strappando molti elettori al partito di Berlusconi. L'egemonia
leghista al Nord diventerebbe allora una «profezia che si autoadempie». La
scissione finiana contribuirebbe al risultato.
Inoltre, quale che
sia la consistenza delle truppe finiane, è probabile che il grosso di quelle
truppe sia dislocato essenzialmente nel Centro-Sud, da Roma in giù. Fini
potrebbe così trovarsi, involontariamente, alla testa di una specie di Lega
Sud, con una capacità di attrazione nel Nord del Paese vicina allo zero o giù
di lì. Sarebbe un passo in più verso uno scenario un po' fosco, quello di una
netta divisione politicoterritoriale fra Nord e Sud.
D’altra parte,
sono i numeri a dire che fino ad ora è stata solo la leadership di Berlusconi a
tenere insieme le diverse anime territoriali della maggioranza. Fini ha però di
fronte a sé anche un’altra opzione: fare ciò che fino ad oggi non ha fatto o
non è riuscito a fare (come ha osservato Ernesto Galli della Loggia, sul
Corriere del 16 aprile). Evitare la scissione e costruire una corrente, interna
al Pdl, dotata di un suo chiaro e riconoscibile programma, capace di parlare
davvero all’elettorato di destra. In questo caso, Fini si doterebbe di una
certa forza contrattuale da spendere nelle trattative con Berlusconi, Tremonti
e Bossi sulle varie questioni interessate dall’azione del governo. È una strada
sdrucciolevole: elaborare un programma siffatto (soprattutto, sulle questioni
economiche) non è facile. Ma sembra anche, per Fini, l’unica possibilità.
Limitarsi a fare il controcanto ogni volta che Berlusconi parla, come il
Presidente della Camera ha fin qui scelto di fare, può strappare applausi alla
sinistra ma, politicamente, non porta da nessuna parte. Con o senza scissione. Angelo Panebianco CdS 18
Mappe. Pdl, il partito senza terra
C'è la tendenza -
e la tentazione - di trattare il conflitto fra Berlusconi e Fini come un caso
"personale". L'ultimo episodio di una lunga "guerra di
successione" (come ebbe a definirla Adriano Sofri). D'altronde, in questa
democrazia personalizzata, non può sorprendere che i conflitti politici abbiano
retroscena personali - e viceversa. Tuttavia, gli argomenti critici
espressi da Fini a sostegno della propria minaccia difficilmente possono essere
considerati "personali". Perché sono politicamente fondati. E, al
tempo stesso, percepiti - e condivisi - in ampi settori
del Pdl con inquietudine. L'egemonia della Lega sulla coalizione. Ma
soprattutto, la debolezza del Pdl e il suo squilibro territoriale crescente. Non
sono invenzioni polemiche. Soprattutto oggi, dopo il voto regionale. Non a
caso - e non per gusto della provocazione - Bossi ha
dichiarato l'intenzione della Lega di esprimere il futuro premier, nel 2013.
Fra i propri leader. Interni o di riferimento (un nome a caso: Tremonti).
La polemica
sollevata da Fini, anche per questo, contribuisce a svelare quante difficoltà
abbiano prodotto i risultati delle elezioni regionali nel Pdl.
Anche se la
ri-conquista di 3 regioni importanti, come la Campania, il Piemonte, e il
Lazio, ha indotto ad attribuire la vittoria al centrodestra, nell'insieme. E,
dunque, al suo leader. Al premier. Che da sempre fanno tutt'uno. Tuttavia, il
voto ai partiti ha sancito un evidente insuccesso del Pdl. Si tratta di un
aspetto già osservato da altri analisti (per primo, dall'Istituto Cattaneo).
Eugenio Scalfari, domenica, vi si è soffermato a lungo. Il Pdl, in valori
assoluti, anche considerando la Lista Polverini in provincia di Roma, ha perso
consensi, rispetto alle europee del 2009 (2.600.000) e alle regionali del 2005
(400.000). In termini percentuali, si è attestato sui valori del 2005. Cioè: il
più basso della seconda Repubblica, considerando tutte le elezioni dal 1994
fino ad oggi. (Si veda, al proposito, l'articolo di Luigi Ceccarini su
Repubblica. it).
Il buon risultato
della Lega ha - in parte - compensato queste
difficoltà. E le ha - in parte - acuite. Perché ha
aumentato in misura rilevante il peso leghista. Nell'alleanza con il Pdl,
infatti, nel 2005 la Lega rappresentava il 16% dell'elettorato, nel 2009 il
24%, oggi il 29%. Il fatto che fino al 2006 l'alleanza di centrodestra
comprendesse anche l'Udc, peraltro, riduceva la forza contrattuale della Lega.
(Che, anche per questo, considerava i neodemocristiani degli intrusi e dei
nemici). Ma il peso assunto dalla Lega appare più evidente su base
territoriale. Considerato insieme a quello del Pdl, nel 2005 l'elettorato
leghista costituiva il 29%, nel Nord: oggi è salito al 47%. La crescita è
ancora più evidente nelle regioni rosse del Centro (compresa l'Emilia Romagna).
Dall'8% del 2005, oggi è salito al 26%. In altri termini: la Lega, per il Pdl,
è un partner fedele. Ma anche necessario. E, al tempo stesso, un concorrente.
(Si vedano mappe e tabelle sul risultato elettorale del Pdl nel sito di Demos),
Nel Sud, la Lega non c'è, per ora. Ma il Pdl ha, comunque, incontrato
difficoltà di tenuta elettorale. Certo, ha conquistato la Campania e la
Calabria. In più ha strappato il Lazio. In complesso, nelle regioni
meridionali, allargate al Lazio, ha recuperato 300 mila voti rispetto alle
regionali del 2005, ma ne ha persi quasi un milione rispetto alle europee del
2009 e oltre due rispetto alle politiche del 2008.
Così, il Pdl
continua ad apparire un partito fortemente meridionalizzato. Visto che il
41% del suo elettorato, alle recenti elezioni, proviene dalle regioni del Sud e
dal Lazio. Eppure, anche in quest'area si è indebolito. Nel Sud, infatti, alle
regionali ha ottenuto il 32% dei voti validi, ma alle europee del 2009 ne aveva
conquistati il 42% e nel 2008 il 45%. Da ciò l'impressione che le critiche di
Fini siano tutt'altro che infondate. Ma, al contrario, rivelino alcune ragioni
di disagio e tensione che attraversano il Pdl. Sfidato dall'interno, più che
dall'esterno. Dagli amici, più che dagli avversari. Da destra e dal centro, più
che da sinistra. Nel Centro-Nord, come abbiamo già detto, è incalzato dalla
Lega. Alle regionali del 2010, primo partito in 9 province, alle europee del
2009 in 6. Nel 2005 in nessuna. Mentre il Pdl nel 2005 era primo partito in 25
province, nel 2009 in 32. Oggi in 20. La concorrenza della Lega, peraltro,
rimette in discussione l'accesso alle risorse e ai centri di potere. Nelle
istituzioni, nel credito, nella finanza (come ha puntualmente mostrato Tito
Boeri, su questo giornale).
Nel Sud, invece,
il Pdl deve fare i conti con il malessere dei gruppi politici e di interesse a
cui fa riferimento. Insoddisfatti e preoccupati, per il conflitto distributivo
con gli "alleati" del Nord. Frustrati dall'asimmetria fra peso elettorale
e politico. Dal contrasto fra un partito centromeridionale e un governo
nordista. Queste tensioni hanno già prodotto strappi vistosi. Soprattutto in
Sicilia, dove Raffaele Lombardo, leader del Mpa e presidente della Regione,
agisce in aperto contrasto con il governo e il centrodestra. Dove Micciché e
altri leader del Pdl parlano di costituire un Partito del Sud. Nel Mezzogiorno,
il Pdl deve, inoltre, fare i conti con l'Udc, che ha ottenuto successi
significativi. Ha, infatti, "conquistato" 15 comuni tra i 29 (a
scadenza naturale) dove si è votato nelle scorse settimane. Partecipando a
coalizioni per metà di centrosinistra e per metà di centrodestra.
Più che dal
centrosinistra e dal Pd, quindi, l'opposizione alla maggioranza viene dalla
maggioranza. L'opposizione al Pdl dal Pdl. Dalla sua -
contraddittoria - presenza nella società e nel territorio. Dove
appare poco radicato. Stressato da una fusione - tra Fi e An
- mai del tutto compiuta, soprattutto a livello periferico. Frammentato
in gruppi locali e particolaristici. Incalzato dalla compattezza della Lega.
Disorientato - più che da Fini - dall'incertezza sui fini
comuni e condivisi. Per comprendere le difficoltà e i conflitti nel Pdl,
allora, conviene non concentrarsi solo sui gruppi parlamentari, sui dirigenti
nazionali di partito, sui luoghi della "politica dell'audience".
Meglio spostare lo sguardo anche sul territorio. Dove si rischia di capire il
significato della sfida di Fini a Berlusconi meglio che in un talk-show.
ILVO DIAMANTI LR
18
Un filo neanche
molto sottile lega l’offensiva del presidente del Consiglio contro La piovra e
Gomorra, e il divario crescente che lo separa da Gianfranco Fini. Il filo è
costituito dal parlar-vero, sui mali italiani: da quello che Melville chiama,
meditando in Moby Dick sul ruolo profetico, il dovere del verbo. Non è la prima
volta che Berlusconi attacca La piovra. Lo ha già fatto il 28 novembre («Se
trovo quelli che hanno fatto 9 serie sulla Piovra, e quelli che scrivono libri
sulla mafia che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare così bella figura,
giuro li strozzo»).
L’assalto non era
impulsivo: venerdì s’è esteso al libro di Roberto Saviano Gomorra. Ha detto
testualmente: «(Dalle statistiche) la mafia italiana risulterebbe la sesta al
mondo. Ma guarda caso è quella più conosciuta, perché c’è stato un supporto
promozionale a quest’organizzazione criminale, che l’ha portata a essere un
elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto
serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo, e
tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra...». Se
fuori casa appaiamo brutti, la colpa non è della mafia ma di chi fa vedere.
Allo stesso modo
gli sono intollerabili le analisi negative sulla crisi economica mondiale, e
infine il lavorio che Fini sta compiendo per costruire una destra conservatrice
ma non populista, non xenofoba, con un forte senso della legge e soprattutto
dello Stato: poiché è la sfiducia nello Stato che alimenta, a Sud come a Nord,
la potenza mafiosa. I giornalisti narrano come alle critiche concrete del
presidente della Camera, giovedì, Berlusconi rispondesse, macchinalmente, con
slogan di piazza o frasi tipo: «Va tutto bene». Lo scisma della destra a Sud è
disastroso e la Lega prevarica, osservava il primo, e lui replicava che a Sud
la destra vince e che la Lega gli ubbidisce.
Vivo all’estero da
tempo e posso certificarlo: se abbiamo ancora prestigio, presso i cittadini e i
politici europei, è perché accanto al crimine esiste chi lo denuncia, a voce
alta, rischiando la solitudine in patria e a volte la morte. Le sale si
riempiono quando dall’Italia giungono Saviano, Travaglio, Tabucchi, descrivendo
il regno d’un prepotente che controlla tutte le tv. Nei cinema, Gomorra e Il
divo suscitano, oltre che spavento, ammirazione. Il giorno che Saviano visitò
il Canada senza guardie del corpo, le giubbe rosse vollero scortarlo loro: per
entusiasmo, e gratitudine. Non va dimenticato che la lotta antimafia di giudici
e scrittori italiani aiuta molti Paesi ad arginare un crimine fattosi globale.
Quando Falcone fu ucciso, nel maggio ’92, il giudice americano Richard Martin
disse che mai sarebbe riuscito a smantellare Pizza Connection, senza Falcone. La
mafia Usa fu combattuta da un trio composto da Falcone, Martin e Rudolph
Giuliani, allora procuratore distrettuale di Manhattan. I metodi italiani
antimafia sono un esempio mondiale. Non è con fiabe edificanti che correggiamo
la storia. Fuori Italia, è a causa di Berlusconi che abbiamo problemi.
Continuamente dobbiamo spiegare il suo successo, la sua malia, e non tanto lui
quanto noi stessi.
Dice Saviano nella
lettera al premier, pubblicata ieri da Repubblica, che «accusare chi racconta
il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al Paese non
è un modo per migliorare l’immagine italiana, quanto piuttosto per isolare» chi
esplora tale potere. Senza narrazione veridica, niente riscatto: «È l’unica
strada per dimostrare che siamo il Paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe
Diana, non il Paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan». Berlusconi non
l’ignora: sa quel che dice, e non teme di dirlo in nome di tutti gli italiani.
Quando proclamò eroe Vittorio Mangano (ergastolo per due omicidi, appartenenza
alla mafia, traffico di droga) fu il silenzio omertoso che esaltò come modello
di virtù. L’arma principe contro le mafie - i pentiti, che lo Stato deve
tutelare - veniva spuntata.
Infatti è stata
spuntata, come spiega il giudice Nicola Gratteri quando evoca la battaglia alla
’ndrangheta. Gian Carlo Caselli sostiene che il discredito gettato sui pentiti
- quindi su chi parla - non esisteva nel contrasto al terrorismo, ragion per
cui quest’ultimo fu vinto e la mafia no (Le due guerre, Melampo 2009). Sono
arrestati molti latitanti, non c’è dubbio: un successo del ministro
dell’Interno, ma anche di magistrati e poliziotti non intralciati. In futuro lo
saranno. Dice ancora Gratteri che quella sulle intercettazioni è «una legge
spaventosa, che costruirà attorno alle mafie una diga di silenzio con il
pretesto della “privacy”» (il suo libro, La malapianta, è pubblicato come
Saviano da Mondadori, editrice del premier). Il silenzio è un regalo enorme
alle mafie.
Anche per questo,
perché l’omertà trascolora in eroismo, la mafia non spara come prima. Ma
dilaga, specie a Nord. La legge del silenzio e la legge che silenzia:
probabilmente è questa la stoffa di cui è fatto il patto politica-mafia, sotto
la cui tenda viviamo. Ci ha protetti da attentati. Non ci protegge da una
condiscendenza dilatata all’illegalità, dai profitti colossali della
’ndrangheta. Parlando degli elettori berlusconiani, Saviano osserva: «Molti di
loro saranno rimasti sbigottiti e indignati dalle sue parole». Gli italiani,
non solo di sinistra, si sono appassionati a Gomorra e alla Piovra (il primo
film che parli di rapporti fra mafia, politica, finanzieri, massoni). La piovra
ha agito sulle coscienze come il serial televisivo Olocausto sui tedeschi, nel
1979, o come sui francesi il film di Resnais sulla collaborazione, Notte e
nebbia. Scoprire i propri lati oscuri è parte d’ogni guarigione, individuale o
collettiva. È raccontare il proprio Paese com’è, per migliorarlo. Matilde Serao
fece vedere che Napoli non era una cuccagna: nel Ventre di Napoli
s’aggrovigliavano crimine e povertà. Grazie a lei la medicazione ebbe inizio.
Parlare vero è
anche una barriera contro la degradazione della politica, contro i suoi
vocaboli edulcoranti, i suoi eufemismi. È qui che il richiamo al dovere del verbo
si allaccia alle vicende di Fini. Dell’Utri afferma che la politica gli serve
per i processi di complicità con la mafia. Lo ha detto in un’intervista a
Beatrice Borromeo, il 10 febbraio sul Fatto: «A me della politica non frega
niente, io mi sono candidato per non finire in galera». Lo ha ripetuto giovedì,
al processo d’appello di Palermo. Ancora non si sa come finirà il conflitto
Fini-Berlusconi, ma spegnersi del tutto non può: perché due visioni della
destra si scontrano. Perché la contesa ha al proprio centro il dovere del
verbo. Perché dall’antichità è con la parola che la politica comincia, o
ricomincia. Perché l’attesa che si è creata non è piccola.
È vero: Fini ha
inaugurato la sua diversità con il vocabolario e lo stile, prima che con le
azioni; con discorsi sempre più affilati su temi decisivi come l’immigrazione,
la legalità, la Costituzione. Dicono che qui è la sua debolezza, che mancano le
politiche; che tutto è intellettualismo, maniera. «Fini dove va? Sono quattro
gatti, sono dei fighetti», dice Berlusconi, e sa di poter contare su molti che
la pensano così. Molti detrattori della parola, sospettata di non avere «radici
nel territorio»: dunque radici nella paura, come la Lega. La retorica ha una
fama cattiva, ma ha nobili tradizioni. Chi voglia riscoprirlo sfogli il
periodico online di Farefuturo, la fondazione di Fini: spesso troverà i toni
del j’accuse di Zola, che non è roba di fighetti. Il massimo politologo europeo
è Machiavelli. È lui a smascherare l’opacità verbale, quando descrive
riformatori religiosi come San Francesco: essi «lasciarono intendere che egli è
male dir male del male», coprendo per questa via gli uomini della Chiesa. «Così
quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non
veggono e non credono».
Il dovere del
verbo non è altro che questo: dire male del male. Su mafia, crisi, sul parto
così difficile di una destra non biliosa, equilibrata. Un male non imbellito da
telegiornali che rincretiniscono con servizi sulla fine dei chewing-gum
masticati, e che diventano - la formula è di Sabina Guzzanti - armi di
distrazione di massa. Saremo apprezzati all’estero a queste condizioni. In
Italia si dimenticano presto non solo i propri misfatti, ma anche le proprie
grandezze e i propri uomini di valore.
BARBARA SPINELLI IM 18
Che cosa farà Fini quando sarà grande
CHE COSA farà da
grande Gianfranco Fini? È ancora un possibile delfino di Silvio Berlusconi?
Oppure uno dei suoi competitori? Un uomo di destra? Oppure un liberale?
Rilevante o irrilevante? Questo gruppo di domande sollecita risposte alcune
delle quali possono essere date fin d'ora, ma altre si vedranno col tempo
perché lo stesso Fini oggi non saprebbe darle, neppure dopo aver inghiottito il
siero della verità. La prima risposta certa è questa: non è mai stato il
delfino di Berlusconi e mai lo sarà e la ragione è semplice: Berlusconi non
vuole delfini. Non soltanto perché non se ne fida, ma perché non c'è nessuno
come lui nel panorama politico italiano. Lui è un'anomalia assoluta, un
fantastico imbonitore, capace di indossare qualunque maschera e di compiere
qualunque bassezza che gli convenga.
Quando sarà
arrivato al culmine del percorso che si è prefisso, non avrà altri pensieri che
godersi la felicità d'aver gustato e posseduto tutto: il potere, la ricchezza,
l'ubiquità, l'immunità. Che cos'altro può desiderare chi ha il culto di se
stesso come obiettivo supremo da realizzare? Perciò nessun delfino, nessun
successore designato. "Dopo di me il diluvio, che io comunque non
vedrò". Perciò Fini non ha nessun avvenire dentro il Pdl dove i suoi
colonnelli d'un tempo l'hanno già tradito e i suoi marescialli di campo che
stanno ancora con lui finiranno con l'abbandonarlo anche loro se il percorso da
lui intrapreso sarà troppo lungo e troppo accidentato.
Salvo forse Giulia
Bongiorno e un Dalla Vedova e pochi altri che privilegiano le convinzioni agli
interessi. La Polverini l'ha mollato il giorno stesso in cui fu eletta alla
Regione; Alemanno è sulla soglia, Ronchi appena un passo indietro. Il
presidente della Camera, a questo punto del suo percorso, ha assunto l'immagine
d'un liberale, anzi d'un liberal-democratico, attento ai diritti e ai doveri e
alla legalità. Allo Stato di diritto. Di qui il suo accordo con Napolitano.
Quale avvenire politico può avere un uomo che ha scelto questa strada e questa
immagine in un partito come il Pdl? Nessuno. E fuori dal Pdl? Fini è ancora
rilevante perché potrebbe mettere in crisi il governo, ma nella canna del suo
fucile ha soltanto quella cartuccia. Sparata quella non ne avrebbe più
nessun'altra e la partita passerebbe in altre mani. A questo punto il suo
futuro si potrà realizzare soltanto nelle istituzioni e non nella politica. È e
potrà continuare ad essere un buon presidente della Camera o del futuro Senato
federale o addirittura aspirare al Quirinale.
Non è poi un
brutto avvenire anche se non è affatto facile; presuppone molta intelligenza,
molta correttezza e coerenza di comportamenti ed anche un'Italia assai diversa
da quella berlusconiana. Fargli gli auguri oggi significa perciò farli a tutti
quelli che in un'Italia berlusconiana si trovano decisamente male. Nel breve
termine può darsi che Fini giovedì prossimo formalizzi la sua rottura con
Berlusconi o accetti un provvisorio armistizio per guadagnar tempo; ma la
sostanza delle cose non cambierà e i voti dei quali dispone in Parlamento si
faranno comunque sentire in qualche passaggio essenziale.
L'altro
protagonista è la Lega. Molto più rilevante di Fini perché ha dietro di sé
milioni di voti e controlla la parte più ricca e più produttiva del Paese.
Bisogna capir bene quale è il rapporto della Lega con il Pdl con il quale è
alleata e il suo rapporto con Berlusconi. Può sembrare che si tratti della stessa
cosa, invece non è così. L'alleato della Lega non è il Pdl ma Berlusconi in
prima persona. La Lega non lascerà mai Berlusconi perché è lui il suo
amplificatore su scala nazionale e anche nel Nord leghista. La Lega non ha
nessun uomo che possieda le capacità demagogiche di Berlusconi; Bossi è
un'icona ma non ha carisma. La Lega perciò ha bisogno di Berlusconi almeno
quanto Berlusconi ha bisogno della Lega. Il Pdl dal canto suo senza Berlusconi
non esisterebbe. La figura geometrica che illustra questo trinomio è dunque
quella d'un triangolo rovesciato; nei due angoli superiori ci sono Berlusconi e
la Lega, nell'angolo inferiore c'è il Pdl. Due padroni e un sottopadrone. Fini
si ribella proprio a questa geometria ma non ha la forza per disfarla anche perché
il cemento che sostiene l'intera costruzione è nelle mani di Giulio Tremonti.
Guardate ora alla
questione delle banche del Nord. E' stata esaminata con attenzione su vari
giornali. Ne ha parlato più volte "24 Ore" con apprezzabile
preoccupazione. Sulle nostre pagine sono intervenuti Massimo Riva e Tito Boeri
mettendone in rilievo aspetti importanti e inquietanti ai quali ne aggiungerò
uno che mi sembra il principale: la Lega vuole instaurare una sorta di
autarchia finanziaria e bancaria nordista. Il senso della banca territoriale è
questo. Se riescono in questo intento sarà una catastrofe per l'intero sistema
economico italiano.
Bossi è stato
assai esplicito e preciso su questa questione capitale. Ha detto: "La
gente ci chiede di prenderci le banche e noi le prenderemo". Infatti le
prenderanno passando attraverso le Fondazioni bancarie e insediando persone
fidate nei consigli e nei vertici delle banche. Fidate per la Lega e per
Tremonti, due ganasce della stessa tenaglia. Ma perché la gente fa quella richiesta
a Bossi? Quale gente?
La Padania è un
tessuto di medie, piccole e piccolissime imprese; le grandi e le grandissime si
contano ormai sulle dita di una sola mano, anzi su un solo dito. Le banche e le
Casse di risparmio hanno in quel tessuto la loro clientela naturale per una
parte dei depositi raccolti e degli impieghi erogati. Ma soltanto una parte. Se
sono banche di grandi dimensioni i loro sportelli di raccolta sono su tutto il
territorio nazionale e i loro impieghi e intermediazioni sono ovunque in
Europa. Ma "la gente" di Bossi e il messaggio leghista vogliono che
il grosso degli impieghi rimanga su quel territorio anche se si tratta di
impieghi non garantiti e concessi a condizioni di favore.
La territorialità
bancaria nella visione leghista ha questo significato: raccolta di depositi
ovunque, impieghi prevalentemente nel Nord. Questa è l'autarchia finanziaria
leghista. Con altre parole questa è la politicizzazione del credito. Nella
famigerata Prima Repubblica, un concetto del genere non era neppure pensabile.
Ai tempi di Menichella, di Carli, di Baffi, di Ciampi, di Mattioli, di Cingano,
di Siglienti, di Rondelli, una concezione del genere equivaleva ad una
bestemmia.
Il credito è una
linfa che circola in tutto l'organismo e affluisce là dove c'è bisogno ed è il
mercato a stabilire la sua locazione ottimale. Perciò suscita preoccupato
stupore vedere il sindaco di Torino che discetta sulla maggiore o minore
"torinesità" dei dirigenti di Banca Intesa e i presidenti leghisti
del Piemonte e del Veneto occuparsi della dirigenza di Unicredit, nel mentre il
ministro dell'Economia si adopera per la creazione della Banca del Sud e
consolida i suoi rapporti con le Generali.
La conclusione
sarà l'isolamento del sistema bancario italiano dal sistema internazionale.
Un'aberrazione che basterebbe da sola a squalificare un intero sistema
politico. Ho scritto domenica scorsa che la Lega somiglia per molti aspetti ad
una Vandea. Questo delle banche è un elemento qualificante di una concezione
vandeana dell'economia. Anche la Chiesa di papa Ratzinger sta assumendo aspetti
vandeani e per questo è aumentata la sua attenzione (ricambiata) verso la Lega.
Ma qui il discorso è più complesso e ne parleremo una prossima volta.
Mentre questi
fatti accadevano nell'area del centrodestra si è riunita ieri la direzione del
Pd dando luogo ad un lungo dibattito privo tuttavia di apprezzabili novità e di
concrete proposte. Il Pd è in attesa con le armi al piede, si direbbe in gergo
militare. Nell'aria aleggia però una domanda: in tempi ormai remoti i due
grandi partiti nazionali della Prima Repubblica avevano un invidiabile
radicamento nel territorio. Come mai gli eredi di quelle due tradizioni
politiche non sono riusciti a coniugare la concezione nazionale del partito e
il suo radicamento territoriale?
La ragione è molto
semplice e la storia ce la racconta. La Dc era radicata nelle parrocchie, nelle
associazioni cattoliche, negli oratori, nelle cooperative bianche. Il Pci
ricavava invece quel radicamento dal fatto che i comunisti erano licenziati
dalle fabbriche o mandati nei reparti di confino. Occupavano le terre insieme
ai contadini, morivano sotto il piombo dei mafiosi insieme agli operai
scioperanti nelle zolfare siciliane e nelle cave calabresi. Leggete "Le
parole sono pietre" di Carlo Levi e saprete come e perché i comunisti
erano radicati sul territorio.
Il radicamento sul
territorio non dipende dal numero dei circoli o delle sezioni. Dipende dalla
condivisione della vita dei dirigenti con quella del popolo che li segue. Se quella
condivisione non c'è e al suo posto c'è separatezza, il contenitore è una
scatola vuota e il gruppo dirigente galleggia appunto nel vuoto. Non è
questione di età, di giovani o vecchi, di donne o di uomini, di settentrionali
o di meridionali, di colti o meno colti. È questione di creare una comunità e
viverla come tale. La dirigenza del Pci era fatta di intellettuali che vivevano
come proletari e in mezzo ai proletari. Se non c'è comunità, se non si sa
suscitarla, non ci sono partiti ma gusci vuoti in balia della corrente. Anzi
delle correnti. Questo è il problema del Pd. Mancano i don Milani e i Di
Vittorio d'un tempo. Se risuscitassero sotto nuove spoglie molte cose
cambierebbero in quest'Italia di maschere e di generali senza soldati. EUGENIO
SCALFARI LR 17
Pdl, Berlusconi non crede alla strappo: «Fini pagherebbe il prezzo più
alto»
Il Cavaliere
prepara il piano B. L'ira del premier per lo scontro in tv tra Lupi e Bocchino:
«Scene così non devono ripetersi»
ROMA - «Evitare la
rottura è l’unica cosa ragionevole. Ma so come andare avanti sia che Fini
deciderà di restare, sia che Fini prenderà un’altra strada». Con chiunque abbia
parlato ieri, a pranzo alla nuova Fiera di Milano o al telefono, Silvio
Berlusconi ha cercato di contrastare il più possibile quel senso di precarietà
che grava sul Pdl. Se la riunione dell’ufficio di presidenza, infatti, lo aveva
messo di buon umore percependo una difficoltà dei finiani, il durissimo scontro
televisivo Lupi-Santanché contro Bocchino-Urso, nel talk show notturno di
Gianluigi Paragone su Raidue, ha fatto davvero infuriare il Cavaliere.
«È inaccettabile
che si dia quest’immagine del Pdl. Scene come queste non possono mai più
ripetersi. Meglio dividersi che dare questi spettacoli» ha ripetuto in
mattinata mentre gli arrivano messaggi di dirigenti e notizie di tanti sms ed
e-mail di militanti sgomenti per i toni e le parole usate nel match
(l’invettiva di Lupi: «Siete come Travaglio e Di Pietro», la replica di
Bocchino: «Atteggiamento fascista e squadrista», il botta e risposta
Urso-Santanché concluso con l’invito della neo sottosegretaria a fare il nuovo
gruppo).
In realtà
Berlusconi non prevede una rottura alla direzione di giovedì prossimo. E cerca
di mostrare il massimo di fermezza anche per cedere il meno possibile nella
trattativa. Le questioni politiche di Fini? «In realtà sono questioni personali
- risponde il premier - perché Fini era abituato comandare da solo nel suo
partito». Lo stesso Pdl, insiste Berlusconi rispondendo al presidente della
Camera, non può tornare indietro allo stato iniziale quando c’era la quota di
garanzia 70% Forza Italia - 30% An: «Abbiamo fatto un congresso, ci sono organi
che si riuniscono, faremo un nuovo congresso tra un anno-un anno e mezzo». Il
Cavaliere resiste pure all’ipotesi di cambiare l’organigramma (anche se in caso
di intesa potrebbe in tempi non lontani tornare all’ordine del giorno la regola
dell’incompatibilità tra incarichi di partito e di governo, costringendo Bondi
e La Russa a scegliere se restare o meno nel triumvirato dei coordinatori).
Il negoziato
comunque è già cominciato. E più attivi nella mediazione sono Gianni Letta e
Gianni Alemanno. Berlusconi si tiene ovviamente informato di ogni passaggio:
ora attende il documento annunciato dai finiani. Ma non intende esporsi. Anzi,
ostenta distacco. Dice ai suoi: «Fate voi. Un punto però deve essere chiaro. Se
c’è l’intesa, vanno poi rispettate le regole della casa. Non sono disposto a
tollerare continui distinguo e polemiche». Berlusconi non è disposto neppure a
ripristinare la «diarchia». Anche perché, dal suo punto di vista, consentirebbe
a Fini una sorta di potere di veto e magari gli offrirebbe la scena per un
nuovo strappo tra sei mesi, quando a Fini potrebbe essere più conveniente. Il
compromesso comunque non può dare certezze assolute al premier. Così come la
rottura non può dare la certezza di elezioni anticipate.
Semmai il premier
può pensare, oltre l’eventuale accordo di giovedì, di lavorare ai fianchi Fini,
provando ad erodere il consenso dei suoi e scongiurare per questa via strappi
futuri. Il presidente della Camera mette sotto scacco Berlusconi se,
costituendo gruppi autonomi, riesce a raggiungere la soglia dei 30 deputati o
dei 15-18 senatori. In questo scenario Berlusconi rischierebbe di restare intrappolato:
né completamente libero di governare, né libero di andare al voto. Ma ieri il
premier assicurava i suoi: «Non ho alcun timore. Anche se Fini si separasse,
sarebbe lui a pagare il prezzo nettamente più alto. Non potrebbe giustificarsi
davanti ai nostri elettori, mentre io sono capace di portare avanti il governo
anche senza di lui». Al primo tornante favorevole, fa capire Berlusconi,
potrebbe tornare alla carica con le elezioni anticipate.
Mentre per la
gestione ordinaria ha già cominciato a lanciare segnali all’Udc di Pier
Ferdinando Casini. Ieri Berlusconi ha detto a tavola di essere pronto «a fare
la corte» a Fini. Intanto, in questi giorni di tensione con il presidente della
Camera, il corteggiamento è iniziato verso il segretario centrista Lorenzo
Cesa. Segnali a cui l’Udc, comunque, non ha ancora risposto in attesa che la
partita nel Pdl si concluda. IM 18
Saviano: "Il premier mi vuole zittire ma sui clan non tacerò
mai":
Lo scrittore:
"Assurdo preferire il silenzio, Berlusconi si scusi con le vittime".
"Non so se
Mondadori è ancora adatta a me" - di ROBERTO SAVIANO
Presidente Silvio
Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo
Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere
responsabile di "supporto promozionale alle cosche". Non sono accuse
nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue
parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati,
giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini
che da anni, in certe parti d'Italia, trovano la forza di raccontare, di
esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt'ora rischiando,
eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni
criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.
è meglio la
narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai
tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono
esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è
un'espressione ancor prima di divenire il nome di un'organizzazione.
Io credo che solo
e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è
determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?
Il ruolo della
'ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume
d'affari - cento miliardi di euro all'anno di profitto - un volume d'affari che
supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser
detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per
un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori
ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché?
Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui
si difese dicendo che "era tutta colpa de Il Padrino" se in Sicilia
venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss
Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che
la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo
legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva
di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento,
rifiuti, politica.
Per i clan che in
questi anni si sono visti raccontare, la parola ha rappresentato sempre un
affronto perché rendeva di tutti informazioni e comportamenti che volevano
restassero di pochi. Perché quando la parola rende cittadinanza universale a
quelli che prima erano considerati argomenti particolari, lontani, per pochi, è
in quell'istante che sta chiamando un intervento di tutti, un impegno di molti,
una decisione che non riguarda più solo addetti ai lavori e cronisti di nera.
Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone
pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. "La lotta alla mafia
è il primo problema da risolvere ... non deve essere soltanto una distaccata
opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e
specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del
fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale
della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la
felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente
fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che
l'appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il
nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze".
Il silenzio è ciò
che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri.
Ma non è così. E' mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere
un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito
perché è stata accesa la luce sull'organizzazione dei casalesi prima nota solo
agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.
Eppure la sua non
è un'accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando
uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi
ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un'insana voglia di
apparire. Quando c'è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e
si dà la colpa a chi ha dato l'allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita
la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia
l'unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte
cose per dimostrare l'impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto
raccontare che l'Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del
mondo. Avrebbe potuto ricordare di come noi italiani offriamo il know-how
dell'antimafia a mezzo mondo. Le organizzazioni criminali in questa fase di
crisi generalizzata si stanno infiltrando nei sistemi finanziari ed economici
dell'occidente e oggi gli esperti italiani vengono chiamati a dare informazioni
per aiutare i governi a combattere le organizzazioni criminali di ogni
genealogia. E' drammatico - e ne siamo consapevoli in molti - essere
etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua
terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi
e migliori.
Diffondendo il
valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia,
della forza dell'accusa, possiamo cambiare le cose.
Accusare chi
racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al
paese non è un modo per migliorare l'immagine italiana quanto piuttosto per
isolare chi lo fa. Raccontare è il modo per innescare il cambiamento. Questa è
l'unica strada per dimostrare che siamo il paese di Giovanni Falcone, di Don
Peppe Diana, e non il paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan. Credo che
nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare.
Credo semplicemente che ci sia un movimento culturale e morale al quale
aspirare. Io continuerò a parlare a tutti, qualunque sarà il credo politico,
anche e soprattutto ai suoi elettori, Presidente: molti di loro, credo, saranno
rimasti sbigottiti ed indignati dalle sue parole. Chiedo ai suoi elettori,
chiedo agli elettori del Pdl di aiutarla a smentire le sue parole. E' l'unico
modo per ridare la giusta direzione alla lotta alla mafia. Chiederei di porgere
le sue scuse non a me - che ormai ci sono abituato - ma ai parenti delle
vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha
pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di
proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto
lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di
narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche
posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se
sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di
mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno
pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che
in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle
mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico.
Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall'accusa di essere editor, uffici
stampa, dirigenti, "comprati". E che invece fino ad ora hanno svolto
un grande lavoro. E' da loro che voglio risposte.
Una cosa è certa:
io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo
per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro
Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza
però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa.
Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente,
anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che
sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in
cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta. Roberto Saviano, Agenzia
Santachiara 17
Crisi Pdl. Bluff e rilanci. Ma la partita non finisce qui
Il gran lavoro di
pompieri e pontieri e il cordone sanitario stretto attorno a Fini e ai finiani
nella lunga giornata di ieri non deve ingannare: dietro l’apparente
disponibilità a trovare un compromesso, le condizioni di Berlusconi sono
chiare. Non a caso il premier ha voluto illustrarle personalmente nella
conferenza stampa organizzata alla fine del vertice-fiume del Pdl. Dopo ore e
ore in cui circolavano voci che il Cavaliere avrebbe approfittato dello strappo
del presidente della Camera per metterlo fuori dal partito, riservandogli un
trattamento analogo a quello adottato con Casini e l’Udc alla vigilia delle
ultime politiche, Berlusconi invece ha rivolto a Fini un appello a tornare
indietro sui suoi passi, un calendario più serrato delle riunioni degli organi
dirigenti e un congresso del Pdl di qui a un anno e mezzo. Se il problema era
ed è quello di un funzionamento più tradizionale del partito nato sul famoso
predellino di Piazza San Babila, Berlusconi, a denti stretti, e pur essendo
convinto che si tratta di un pretesto, è disposto tuttavia a mollare. Anche
perché è l’unico modo di andare a veder le carte del cofondatore.
Se invece Fini
insiste per costituire gruppi parlamentari autonomi, si accomodi, ma dev’esser
chiaro che diventerebbe incompatibile con il suo attuale ruolo di presidente
della Camera. Non è Berlusconi che lo sfratta: è obiettivo che non si può
essere contemporaneamente leader di un gruppo e capo di un’assemblea
parlamentare. E se proprio Fini è deciso a rientrare in politica, il Cavaliere
è disposto a prendere per buono anche il suo impegno a non far cadere il
governo e a metterlo alla prova nel nuovo ruolo di alleato esterno del Pdl. In
realtà Berlusconi sa che il governo in questo caso non avrebbe vita facile,
dovendo negoziare giorno dopo giorno ogni suo provvedimento con un nuovo
soggetto. E punta sul fatto che nei prossimi giorni il cofondatore potrebbe
accorgersi che mettere insieme i cinquanta deputati e diciotto senatori
annunciati giovedì sera non è poi così facile come sembra. Quand’anche Fini ci
riuscisse, se i suoi gruppi finissero col rendere la vita impossibile al
governo, difficilmente poi potrebbero presentarsi davanti agli elettori a
chiedere voti, specie dopo aver provocato una crisi che porterebbe diritto alle
elezioni anticipate. Così, dietro le parole accomodanti del documento del Pdl e
lo sforzo di buone maniere del premier in conferenza stampa, i problemi sono
rimasti intatti. E tutto sarà legato ai numeri che Fini sarà in grado di
mettere insieme nei prossimi giorni. Il suo futuro politico o la dura strada
della ritirata dipendono solo da quelli.
MARCELLO SORGI
LS 17
"Lavori in corso per una riforma dell'editoria”. Il 23 aprile a Roma
il convegno della File
Roma- Promosso
dalla Federazione Italiana Liberi Editori (File) si terrà il 23 aprile prossimo
a Roma il convegno "Lavori in corso per una riforma dell'editoria.
Aspettando gli stati generali".
I lavori
inizieranno alle 9.30 nella Sala Conferenze di Palazzo Marini e saranno
occasione anche per presentare il volume monografico della rivista
"Diritto ed Economia dei mezzi di Comunicazione".
Quindi, moderato
da Marco Mele, giornalista de "Il Sole 24 Ore", il convegno entrerà
nel vivo con gli interventi "tecnici" di Astolfo Di Amato, ordinario
di diritto commerciale, su "Il prodotto editoriale", Piergiorgio
Sposato, avvocato del Foro di Roma, su "La distribuzione dei periodici nel
canale edicola: la difficile convivenza tra mercato e informazione nella
disciplina applicabile al settore"; Lorenzo Del Boca, Presidente
dell’Ordine dei Giornalisti italiani, su "Il futuro della professione
giornalistica"; Corrado Calabrò, Presidente dell’Autorità per le Garanzie
nelle Comunicazioni, su "L’editoria in Italia fra Stato e mercato: alcune
prospettive per una riforma attesa".
Dopo la pausa,
Luca Greco del Centro Studi FILE presenterà il panel delle imprese associate.
Quindi la parola
passerà agli "operatori": Carlo Malinconico Castriota Scanderbeg
(Presidente FIEG), Mario Primo Salani (Presidente MEDIACOOP), Roberto Natale (Presidente
FNSI), Enzo Ghionni (Presidente FILE), Francesco Saverio Vetere (Segretario
Generale USPI) e, infine, ai politici Alessio Butti (PDL), Roberto Rao (UDC),
Davide Caparini (Lega) e Paolo Gentiloni (PD). Dopo il dibattito, le
conclusioni saranno affidate al sottosegretario Paolo Bonaiuti. (aise)
Nasce il Post, il giornale on line diretto da Luca Sofri
Tutto è pronto, o
quasi se si considera l’ultima passata di vernice negli uffici. Pittura a
parte, la squadra è pronta e le connessioni funzionanti: martedì debutterà nel
mondo virtuale il Post, nuova creatura del giornalismo on line diretta da Luca
Sofri.
«Il progetto viene
da lontano -ci spiega il direttore- Da lunghe conversazioni con Giovanni De
Mauro, complice di questa avventura anche se non partecipe attivo. L’idea era
quella di allargare i risultati ottenuti con il blog Wittgenstein.it (che
conta 10mila visitatori unici al giorno), un capitale interessante da non
disperdere». Da qui il via alla ricerca di soci, contatti per dar corpo al progetto,
annunci per mettere su la redazione del Post, nome evocativo per chi conosce la
rete: è il termine con cui i blogger definiscono infatti i loro articoli.
«Sarà un
aggregatore, nel senso che noi non produrremo notizie ma le racconteremo.
Competeremo con i giornali nazionali puntando su qualità e velocità, i nostri
punti di forza». L'idea è quella di rifarsi a siti con contenuti originali come
Huffington Post, Daily Beast e Slate. La testata offrirà un'area news con una
selezione di fatti ed eventi di respiro nazionale e internazionale. Lo spazio
per i blog fornirà invece opinioni e spunti per l'approfondimento
sull'attualità. La gerarchia delle notizie? «Ci occuperemo di tutto, anche di
politica certo, ma, per dirne una, eviteremo di raccontare quotidianamente lo
stillicidio di battute tra Fini e Berlusconi. L'obiettivo è puntare sulla
qualità, sulle idee».
La redazione è a
Milano e ci lavoreranno in cinque, rintracciati attraverso la Rete. «Al mio
annuncio postato sul blog hanno risposto in 350. E’ stata un’esperienza molto
bella parlare con loro, al di là di chi poi è stato scelto, tutti ragazzi
giovani, motivati, in gamba».
Cinque sono anche
i soci, tra cui Banzai, terzo operatore italiano nell'ambito media internet. La
raccolta pubblicitaria sarà la principale risorsa per finanziare la società che
amministra il Post. Molti e a tutto tondo blogger-collaboratori del Post, da Flavia
Perina ad Andrea Romano, da Giuseppe Civati a Paolo Virzì, Marino Sinibaldi,
Riccardo Luna, Giovanni De Mauro e Filippo Facci.
«Contributi
diversi ma accomunati da un unico auspicio -dice Sofri- : migliorare la qualità
dell'informazione in Italia». Cinzia Zambrano L’U 16
Il Viminale migliorerà l’informazione per gli italiani all’estero
Roma -
All’indomani delle elezioni europee svolte l’anno scorso, l’onorevole Aldo Di
Biagio insieme agli altri tre deputati del Pdl eletti all’estero – Angeli, Picchi
e Berardi – ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno Roberto
Maroni per segnalare lacune nelle informazioni per gli italiani all’estero nel
portale del Viminale. Nell’interrogazione, quindi, i deputati chiedevano
"quali provvedimenti intende predisporre al fine di colmare le lacune
sussistenti nella normativa di riferimento del decreto legge del 27 gennaio
2009, convertito in legge n. 26 del 25 marzo 2009 e l’assenza di un adeguato
sistema di informazione da parte del Ministero dell’Interno sia attraverso il
portale dello stesso, che attraverso gli uffici".
A quasi un anno di
distanza, il Sottosegretario all'Interno, Michelino Davico, ha risposto
all’interrogazione sostenendo che il Viminale ha fatto il suo dovere, ma
precisando che, per il futuro, si terranno presenti le segnalazioni dei
deputati.
"Nel quadro
degli adempimenti organizzativi concernenti le consultazioni elettorali –
spiega Davico – il Viminale predispone pubblicazioni contenenti sia istruzioni
per la presentazione e l'ammissione delle candidature, allo scopo di fornire
una guida ai competenti organi e di facilitare il compito dei partiti, gruppi o
movimenti politici che intendano partecipare alla competizione elettorale, sia
istruzioni rivolte ai componenti degli uffici elettorali di sezione. Le
edizioni aggiornate di tali pubblicazioni vengono approntate in vista di ogni
consultazione elettorale o referendaria, entro tempi compatibili con l'esigenza
di recepire eventuali modifiche normative che dovessero intervenire nella materia
d'interesse, così come avvenuto, per le elezioni del 6 e 7 giugno 2009, con il
decreto-legge 27 gennaio 2009, n. 3, convertito, con modificazioni, dalla legge
25 marzo 2009, n. 26, e con la legge 20 febbraio 2009, n. 10".
"Tali
istruzioni – precisa – vengono divulgate, in formato cartaceo e in via
informatica mediante pubblicazione sul sito istituzionale del ministero. Per
quanto riguarda nello specifico le operazioni di voto che si svolgano anche al
di fuori del territorio nazionale e le modalità di svolgimento delle stesse, il
relativo materiale viene fornito al ministero degli affari esteri per
un'eventuale, ulteriore diffusione attraverso la rete diplomatico-consolare,
nei modi ritenuti opportuni dal predetto dicastero. Nell'ambito della collaborazione
istituzionale fra la Direzione centrale dei servizi elettorali, responsabile
dell'organizzazione complessiva del procedimento, e gli Uffici elettorali
circoscrizionali in funzione presso le Corti d'appello dei cinque capoluoghi di
circoscrizione previsti dalla normativa che regola le elezioni europee viene
fornita a tali uffici tutta la modulistica inerente la verbalizzazione delle
relative operazioni, senza interferire negli aspetti organizzativi e nelle
attività di competenza degli stessi".
"Le liste che
intendono partecipare alle elezioni europee – riassume il sottosegretario –
hanno diritto di designare propri rappresentanti ai sensi dell'articolo 31
della legge 24 gennaio 1979, n. 18 ponendo in essere gli adempimenti previsti
dall'articolo 11, comma 4, lettera b) della medesima legge, ai fini di poter
disporre un delegato effettivo e un delegato supplente per ciascuno degli altri
Stati membri dell'Unione europea, nonché quelli previsti dal successivo
articolo 12, comma 11, ai fini della designazione dei rappresentanti di lista
presso l'Ufficio elettorale circoscrizionale, gli uffici elettorali provinciali
e gli Uffici di ciascuna sezione elettorale nel territorio italiano. Si
precisa, che, in relazione al quadro normativo vigente in materia, nella pubblicazione
n. 2, "Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle
candidature", sono trattati ampiamente gli argomenti in questione,
corredati di ampia modulistica riguardante le procedure più complesse. Tale
modulistica, finora, è stata ritenuta esaustiva rispetto alle richieste e alle
esigenze rappresentate dai soggetti coinvolti nelle predette
consultazioni".
"Nella
pubblicazione n. 6, "Istruzioni per le operazioni degli uffici consolari
della Repubblica italiana nel territorio degli Stati membri dell'Unione
europea" – puntualizza Davico – è stato ulteriormente ripreso l'argomento
relativo alla designazione dei rappresentanti presso gli uffici di sezione
istituiti nella circoscrizioni consolari. Entrambe le pubblicazioni sono state
diffuse in formato cartaceo; la prima, inoltre, è stata inserita anche sul sito
internet di questo ministero, dove sono disponibili anche la pubblicazione n.
1, contenente la raccolta di leggi per l'elezione del Parlamento europeo, e la
pubblicazione n. 4 relativa alle istruzioni per le operazioni degli uffici
elettorali di sezione".
Il
sottosegretario, poi, riconosce che "non viene invece approntata alcuna
specifica pubblicazione concernente le operazioni di scrutinio effettuate dai
seggi elettorali istituiti presso gli Uffici elettorali circoscrizionali, per
lo scrutinio dei voti inviati dagli uffici consolari articolo 1 del
decreto-legge 24 giugno 1994, n. 408, convertito, con modificazioni,
dall'articolo 1, comma 1, della legge 3 agosto 1994, n. 483), in quanto tali operazioni
si svolgono secondo modalità non difformi da quelle relative ai voti espressi
in Italia e tengono conto delle tabelle di scrutinio e della sequenza delle
operazioni riportate nel verbale. Si ritiene, pertanto, che le necessarie
informazioni attinenti al procedimento elettorale siano state diffuse in
maniera tempestiva ed efficace anche in occasione delle recenti consultazioni
elettorali".
Concludendo,
Davico assicura che "non si mancherà comunque di tener conto delle
esigenze segnalate dall'interrogante ai fini di un eventuale ampliamento del
materiale informativo da rendere disponibile sul sito in occasione di future
consultazioni". (aise)
Basilea. Concorso di Poesia e Prosa in lingua italiana
Basilea - La
Regione Umbria, l’ARULEF (Associazione Regionale Umbra Lavoratori Emigrati e
Famiglie), il Circolo Sardo “Eleonora d’Arborea” e il Circolo Culturale Realtà
Nuova di Basilea, in collaborazione con l’Università delle Tre Età UNITRE e il
Gruppo Lettori “Fenice Europa” di Basilea, organizzano un concorso di poesia e
prosa in lingua italiana.
Il concorso è aperto a tutti: iItaliani e a
coloro che amano la lingua e la cultura italiana. Le poesie e le prose dovranno
pervenire entro il 31 agosto prossimo al Circolo Culturale Realtà Nuova,
Wallstrasse 10, Postfach 2815, 4002 Basel.
La data della premiazione sarà comunicata
entro il 15 novembre. Le opere pervenute saranno valutate da una giuria di
esperti il cui giudizio è inappellabile. Il Concorso prevede due sezioni e
quindi due premiazioni distinte: una sezione di poesia e una sezione di prosa
(racconti brevi).
Un concorrente può partecipare
contemporaneamente alle due sezioni, ma l’invio dovrà avvenire in buste
separate. La partecipazione al concorso è completamente gratuita. Per ognuna
delle sezioni ci saranno tre premi del valore di Franchi svizzeri 300 per il
primo classificato, di Fr. 200 per il secondo classificato e di Fr. 100 per il
terzo classificato. A tutti i concorrenti sarà consegnato un attestato di
partecipazione.
Condizioni di partecipazione: 1) Le poesie e
i racconti brevi in forma dattiloscritta dovranno pervenire in quattro
esemplari, di cui uno solo dovrà recare: nome, cognome, indirizzo e firma
dell‘autore. 2) Le opere possono essere accompagnate da un breve curriculum vitae.
3) Ogni partecipante non può inviare più di una poesia e/o racconto breve. 4) I
racconti brevi non devono superare la lunghezza massima di due pagine a formato
A4 con caratteri 12 punti. 5) Saranno ammesse a partecipare solo opere
inedite e che non siano già state premiate in altri concorsi. 6) I promotori
del concorso non restituiranno le opere inviate e si riservano i diritti per
un‘eventuale pubblicazione.
Fuori concorso saranno premiati gli alunni
della quarta e quinta classe della Scuola primaria bilingue Sandro Pertini di
Basilea per l’impegno e la gioia nel promuovere e rinforzare la loro identità
italiana. (Inform)
"Le 1001 storie degli Italiani nel Mondo": presentato in
Campidoglio il volume di Pragmata
ROMA - "Le
1001 storie degli Italiani nel Mondo" è il titolo del volume edito
dall’associazione "Pragmata" (480 pp. – 30 euro) presentato il 7
aprile scorso in Campidoglio. Patrocinato da Ministero degli Esteri, Consiglio
Regionale del Lazio e Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma,
il volume è una raccolta di ottantacinque diversi profili
biografico-professionali di italiani che risiedono e lavorano all’estero,
narrati dagli stessi protagonisti.
Le diverse
testimonianze sono state raccolte nel corso di un lavoro durato quasi due anni
attraverso internet, i social network e i diversi media dedicati agli italiani
all’estero.
Un documento di
480 pagine, particolare e sorprendente per le singole vicende di vita e di
lavoro che vi sono narrate, che si presenta come un testo di consultazione per
la storia economica, culturale e sociale degli italiani che vivono oltre
confine. Un viaggio nei cinque continenti che, nell’emozionare, divertire,
commuovere e sorprendere, ripercorre oltre 200 anni di storia economica e
sociale. (aise)
Staatsministerin Böhmer: "EU-Beschluss ist Meilenstein für Integrationspolitik"
Staatsministerin Maria Böhmer hat die
Abschlusserklärung der
EU-Integrationsministerkonferenz in
Zaragoza als Meilenstein für die
Integrationspolitik auf europäischer
Ebene bezeichnet.
"Mit dem heutigen Tag kommt die
Integrationspolitik in Europa einen wichtigen
Schritt voran. Die Erprobung von
Indikatoren macht Integration verbindlicher. Mit
ihnen können wir Integrationspolitik
auf ihre Wirksamkeit hin überprüfen und
somit effektiver gestalten. In
Deutschland haben wir mit der Entwicklung von
Indikatoren schon wertvolle Erfahrungen
gemacht", erklärte Böhmer zum Abschluss
der Konferenz im spanischen Zaragoza.
Die EU-Integrationsminister hatten sich
darauf verständigt, ein Pilotprojekt zur
Erprobung von Indikatoren auf
europäischer Ebene durchzuführen. Dabei sollen
insbesondere die Politikbereiche
Beschäftigung, Bildung, soziale Integration und
aktive Bürgerbeteiligung bewertet
werden. Der Beschluss geht auf ein Memorandum
zurück, das bei der vorherigen
Ministerkonferenz im schwedischen Malmö
veröffentlicht wurde. Zuvor war der
Austausch über die Entwicklung von
Indikatoren auf der Berliner Konferenz
im Juni 2009 vorangetrieben worden, zu der
Staatsministerin Böhmer eingeladen
hatte.
"Ich freue mich sehr darüber, dass
der von Deutschland begonnene Prozess in
Zaragoza zu einem konkreten Ergebnis
geführt hat. Das ist ein großer Erfolg für
unsere Initiative! Für die strategische
Steuerung von Integrationspolitik sind
Daten über den Erfolg von
Integrationsmaßnahmen unabdingbar. In Deutschland hat
uns der im vergangenen Sommer
vorgelegte erste Integrations-Indikatorenbericht
der Bundesregierung wichtige
Erkenntnisse geliefert", erklärte Böhmer. Ein
Ergebnis des Berichts waren erste
Erfolge im Bildungsbereich. So konnte die Zahl
der ausländischen Schulabbrecher von
17,5 Prozent im Jahr 2005 auf 16,0 Prozent
im Jahr 2007 gesenkt werden.
"Für die Bundesregierung sind die
durch die Indikatoren gewonnenen Erkenntnisse
wichtige Grundlage für unser Vorhaben,
die Verbindlichkeit der Integration zu
erhöhen. Dabei werden wir auch auf
Erfahrungen aus anderen EU-Ländern
zurückgreifen. Denn die
Mitgliedsstaaten können ihre Integrationspolitik dann am
besten gestalten, wenn sie voneinander
lernen", betonte Staatsministerin Böhmer.
"Der Beschluss von Zaragoza ist
ein wichtiges Signal: Integration ist nicht nur
ein europäisches Thema unter vielen.
Die Integration von Zuwanderern in den
Mitgliedsstaaten entscheidet mit über
die Zukunftsfähigkeit Europas." De.it.press 16
„Easy Italia“, die freundliche Servicenummer für den Tourismus
" Easy Italia - die freundliche
Servicenummer für den Tourismus“ ist ein mehrsprachiger Telefondienst für
Auskünfte und Hilfe bei Problemen und steht italienischen und ausländischen
Touristen ab dem 15. Mai d. J. zur Verfügung.
Jeden Tag, auch an Sonn- und
Feiertagen, erhalten Reisende, die unser
Land besuchen, von 9.00 bis 22.00 Uhr unter der Nummer 039039039 (dreimal die
italienische Landesvorwahl) mit einem einfachen Anruf Auskünfte und Hilfe, z.B.
bei Notfällen verschiedener Art (nicht erbrachte Dienstleistungen,
erforderliche medizinische Versorgung usw.). Es wird also eine direkte
Verbindung zu den Informationsnetzen der touristischen Gebiete hergestellt:
außerdem gibt es Reisetipps, Beratung über die Rechte als Urlaubsgast, aktuelle
Informationen über Museen, Ausstellungen, Sehenswürdigkeiten und besondere
Informationen für behinderte Besucher. Kurz gesagt erhalten Touristen zum Preis
eines Ortsgesprächs auf einfache Weise alles, was sie für einen sicheren Urlaub
benötigen. Der Telefondienst spricht Englisch, Französisch, Spanisch, Deutsch,
Chinesisch, Russisch und natürlich auch Italienisch, überwindet gezielt die
sprachlichen und kulturellen Schwierigkeiten und reagiert sofort und
professionell auf die unterschiedlichen Bedürfnisse, die während eines
Aufenthalts in unserem Land auftreten können.
Außerhalb der üblichen Öffnungszeiten
wird eine Mailbox für die Fragen der Touristen eingerichtet; außerdem können
die Gäste eine SMS-Kurzmitteilung oder eine E-Mail senden und erhalten am
nächsten Tag eine Antwort darauf.
„Den Touristen und seine Bedürfnisse in
den Mittelpunkt zu stellen, um seinen Aufenthalt in unserem Land noch einfacher
und angenehmer zu machen“, erklärt die italienische Tourismusministerin,
Michela Vittoria Brambilla, „ist eine vordringliche Aufgabe für ein Land wie
Italien, dass weltweit für seine große Gastfreundschaft und Kultur bekannt ist.
Mit Easy Italia wollten wir eine einzige zentrale Anlaufstelle im ganzen Land
schaffen, die der Reisende mit allen Problemen kontaktieren kann. Die Stelle
ist nicht nur Ansprechpartner für Auskünfte, sondern stellt auch qualifizierte
Unterstützung dar. Die Gesprächspartner übernehmen die Anfrage des Gastes und
begleiten ihn bis zur Klärung des jeweiligen Problems. De.it.press
Maike Albath "Der Geist von Turin". Das Italien der Aufklärung
Das moderne Italien wurde in Turin
geboren. In der Reaktion auf die Massengewalt der Arbeiteraufstände und
Fabrikbesetzungen von 1919 und 1920. In der Schule und bei Bernardo Bertoluccis
Film "1900" haben wir gelernt, wie ihnen der Faschismus, der
Siegeszug Mussolinis folgte. Bei Maike Albath erfährt man, dass aus dem Biennio
rosso auch ganz andere Lehren gezogen werden konnten.
Auf dem Umschlag ihres Buches sieht man
einen Ausschnitt aus einem Foto aus dem Jahre 1932. Man sieht Leone Ginzburg
und Cesare Pavese auf einem Mäuerchen sitzen. Ginzburg hat einen Notizblock vor
sich. Es ist eine der Sitzungen, auf denen darüber gesprochen wurde, wie der
der neue Verlag, den Giulio Einaudi im November 1933 ins Handelsregister
eintragen ließ, aussehen sollte. Das Treffen fand am Straßenrand statt.
Moderner, öffentlicher geht gar nicht. Und was wäre der Autostadt Turin
angemessener als dieser Ort?
Der Verlag, der gewissermaßen die
Matrix ist aller späteren linken Verlage in Italien, wurde während des
Faschismus gegründet. Er entstand und entwickelte sich in der
Auseinandersetzung mit ihm. Im Kampf - auch im bewaffneten Kampf - mit ihm. Der
in Odessa geborene Leone Ginzburg, Mitbegründer des Verlages, wurde am 5.
Februar 1944 in Rom von der Gestapo zu Tode gefoltert. Nach dem Krieg wurde
seine Ehefrau Natalia Ginzburg nicht nur zu einer der wichtigsten Autorinnen des
Verlages Einaudi und der europäischen Nachkriegsliteratur, sondern sie
arbeitete auch am Programm der Verlages und übersetzte für ihn.
Die andere große Figur der frühen
Einaudi-Jahre war Cesare Pavese. Maike Albath porträtiert den Verlag Einaudi
mit Hilfe der Porträts derer, die ihn machten: Einaudi, Leone Ginzburg, Cesare
Pavese, Natalia Ginzburg, Italo Calvino, aber auch Cesare Cases. Sie wirft so
einen für viele neuen Blick auf die vergangenen siebzig Jahre der Geschichte
Italiens. Es ist nicht das Italien der prachtvollen Posen, der auf Dauer
gestellten guten Laune, es ist ein arbeitendes, ein nachdenkliches, ein
intellektuelles Italien. Ein Italien also, das wenig in den deutschen Traum
davon passt.
Das aber ist das Italien, das uns
Hoffnung macht. Und dieses Italien gibt es. Der Verlag Einaudi gehört heute
Berlusconi, aber das von Maike Albath geschilderte Einaudi-Italien ist nicht
tot. Jedenfalls macht die Erinnerung daran uns Hoffnung, dass das Land aus dem
Berlusconi-Taumel auch wieder aufwachen wird und dass wieder eine Mischung
entstehen kann von Industrie, Kultur und Massenbewegung, die für einen Aufbruch
in eine Epoche - seien wir bescheiden - in eine Phase der Aufklärung stehen
wird. ARNO WIDMANN Fr 15
Das Buch - Maike Albath: Der Geist von
Turin. Pavese, Ginzburg, Einaudi und die Wiedergeburt Italiens nach 1943,
Berenberg, Berlin 2010, 192 Seiten, 19 Euro.
Am Donnerstag, 15. April, wurde das
Buch im Frankfurter Literaturhaus vorgestellt Der Historiker Carlo Ginzburg,
Sohn von Leone und Natalia Ginzburg, wa auch da.
De.it.press
Die Charta der Rechte der Touristen in deutscher Sprache: auf der Web-Seite www.italia.it
Für die kommende Sommersaison wird die
"Charta der Rechte der Touristen" in deutscher Sprache aufgelegt; sie
ist ein unverzichtbares Instrument für die Gäste, die hier ihre Rechte sowie
Informationen über Service-Leistungen aufgelistet finden. Sie stellt eine Art
Kompass dar, an Hand dessen der Reisende seinen Urlaub gut organisieren und
gleichzeitig eventuell aufkommenden Streitigkeiten mit dem touristischen
Leistungsanbieter entgegen wirken kann. Die Broschüre ist in vierzehn Kapitel
untergliedert: Orientierung und Information, Unterkünfte, Wassersport,
organisierte Reisen, Timesharing-Urlaub, Tourismus und kulturelles Erbe,
Luftverkehr, Bahnverkehr, Schiffsverkehr, Autoreiseverkehr. In weiteren Kapiteln
wird erklärt, wie der Reisende seine Rechte geltend machen kann, es sind
Notfallnummern und andere wichtige Telefonnummern angegeben; ebenso kann der
Reisende sich über seine Pflichten informieren. Die Charta ist online auf der
WEB-Seite www.italia.it verfügbar und wird mit Hilfe der lokalen Behörden auf
die wichtigsten Touristeninformationen verteilt. Fairness und Transparenz sowie
eine gute Kenntnis der Rechte und Pflichten sind die Voraussetzungen für einen
sicheren und angenehmen Urlaub. De.it.press
Sizilien. Urlaub gegen die Mafia
Reisen, ohne einen Cent an die Cosa
Nostra zu zahlen. "Addiopizzo, Schutzgeld, ade!" heißt die junge
Reiseagentur, die aus der gleichnamigen Antimafia-Initiative hervorgegangen
ist. VON KIRSTIN BUROW
Ohne die Carabinieri wäre die Stimmung
anders. Dann gäbe die Piazza San Francesco in Palermos Altstadt das perfekte
Motiv für einen Reisekatalog ab. Links das zierliche Gotikportal der
Franziskuskirche, rechts die verschnörkelte Inschrift der ältesten Gaststätte
der Stadt, der "Antica Focacceria S. Francesco".
Doch nun parkt der Carabinieriwagen
mitten auf dem Platz und stört die Idylle. Zwei Männer in Uniform steigen aus
und verschwinden hinter den schweren Holztüren des Restaurants. Das ist ein
Bild der sizilianischen Hauptstadt, das in der Tourismuswerbung nicht
auftaucht.
Die Männer seien zum Personenschutz
dort, erklärt unser Reiseführer Edoardo Zaffuto. "Vor vier Jahren haben
die Inhaber der Focacceria ihre Schutzgelderpresser angezeigt, danach bekamen
sie Morddrohungen."
Edoardo ist kein Freund des schönen
Scheins. Nach der Kathedrale führt uns der 34-Jährige zu Restaurants und Läden
seiner Heimatstadt, die mit der Cosa Nostra zu tun hatten. Die kein Schutzgeld
mehr zahlen. In Edoardos Touren geht es um das Tabuthema Mafia und um
Mafiagegner.
Addiopizzo, "Schutzgeld,
ade", heißt seine junge Reiseagentur, gegründet aus der gleichnamigen
Antimafia-Initiative, die Geschäftsleute ermutigt, ihre Schutzgelderpresser vor
Gericht zu bringen. 80 Prozent aller in Palermo ansässigen Betriebe zahlen
Schutzgeld. "Wer hier also eine beliebige Pizzeria besucht, kann davon
ausgehen, dass er die Mafia mit finanziert", sagt Edoardo. Mittagspause
macht er daher nur dort, wo dem Pizzo auf Wiedersehen gesagt wurde.
Im Inneren der alten Focacceria
herrscht eine behagliche Atmosphäre, nichts scheint in 176 Jahren verändert
worden zu sein. Umso mehr sticht der "Addiopizzo"-Aufkleber am
Kassenhäuschen in grellem Orange ins Auge, das Erkennungszeichen für einen
schutzgeldfreien Betrieb. Süßlicher Duft nach Sardellenpasta mit Rosinen strömt
uns entgegen. Über den Holzbänken hängen die Fotos illustrer Besucher. Paul
Newman war hier, Sofia Loren, Hillary Clinton.
Von der Empore aus winkt uns Fabio
Conticello, 44, zu sich herauf. Mit seinem Bruder Vincenzo führt er die
Focacceria in fünfter Generation. Fabio Conticello ist hoch gewachsen, sein
Haare sind dunkelblond, seine Augen grün, nicht gerade der italienische
Prototyp. Er komme soeben vom Berufungsgericht. Zwischen 10 und 14 Jahren
Freiheitsstrafe hätten die drei Schutzgelderpresser bekommen, in der ersten
Instanz waren es noch zwischen einem halben Jahr und drei Jahren mehr pro Kopf.
Es sei keine leichte Zeit, gesteht Conticello. "Nach unserer Anzeige
blieben einige Stammgäste weg." Vermutlich aus Angst, die Mafia könne
weitere Besuche als Affront verstehen, fügt er hinzu.
Andere Gäste fühlten sich von den
Wachmännern gestört, die mehrmals in der Stunde nach dem Rechten sehen.
"Wenigstens stehen ihre Wagen nicht mehr Tag und Nacht vor der Tür wie
zuvor." Am Nachbartisch probieren Besucher aus Mailand gerade Cannoli, mit
Ricotta gefüllte Gebäckröllchen.
Köstlich, schwärmt die 34-jährige
Monica Pierini. Cannoli gebe es in Norditalien nicht. Die sizilianische Mafia
schon. "Wir Konsumenten müssen die Inhaber unterstützen, indem wir
trotzdem kommen. Oder vielmehr jetzt erst recht", betont die
Bankangestellte. "In unserem Land haben doch nur wenige den Mut, sich
gegen die Mafia aufzulehnen."
Zu siebt waren Edoardo und seine
Kollegen, als sie im Sommer 2004 die Innenstadt von Palermo mit Plakaten
bepflasterten: "Ein ganzes Volk, das Schutzgeld zahlt, ist ein Volk ohne
Würde." Sechs Jahre später besteht das Aktivistenteam von Addiopizzo aus
44 Mitgliedern, die Zahl der schutzgeldfreien Händler und Unternehmer hat sich
auf 419 erhöht, Tendenz steigend.
Letztes Jahr kam schließlich die Idee,
die pizzofreien Adressen touristisch zu vermarkten. Zwei Gruppen aus
Norditalien haben die Reise schon getestet, die "Addiopizzo Travel"
ab Ende März für Urlauber aus aller Welt anbietet. Schutzgeldfreie Betriebe in
Palermo, Monreale und Mondello stehen auf dem Programm, ebenso ehemalige
Mafiagüter rund um Corleone. Und es geht zu Orten, an denen Menschen ihren Mut
mit ihrem Leben bezahlten. Paolo Borsellino war einer von ihnen, er lehnte sich
auf in einer Zeit, als in Sizilien das Schweigen, die "Omertà", noch
als oberstes Gebot galt.
Gemeinsam mit seinem Richterkollegen
Giovanni Falcone brachte Borsellino im sogenannten Maxi-Prozess der
Achtzigerjahre über 300 Mafiosi hinter Gitter. Dann, am 19. Juli 1992, acht
Wochen nach dem tödlichen Attentat auf Falcone, ein Riesenknall vor dem Haus
von Paolo Borsellinos Mutter in der Via dAmelio. Eine Autobombe, Borsellino und
vier Personenschützer sterben.
Wir fahren in die Via dAmelio an
Palermos westlichem Stadtrand. "Paolo Borsellino lebt" steht auf
einer Mauer gegenüber der Einfahrt in die Sackgasse, rechts und links nüchterne
Wohnblocks der Achtzigerjahre. Ein beklemmend wirkender Ort. "Ich finde,
als Urlauber sollte man auch diese Orte besuchen", erklärt Edoardo,
"nur so bekommt man einen Blick für die schönen Seiten Siziliens". Er
meint damit die Menschen, die sich gegen die Mafia auflehnen.
Rita Borsellino, Paolos Schwester,
wohnt bis heute in der Via dAmelio. Wenn sie nicht gerade unterwegs ist. Vor
neun Monaten wurde die 65-Jährige ins Europäische Parlament gewählt, seitdem
pendelt sie wöchentlich 1.600 Kilometer zwischen Palermo und Brüssel.
"Paolos Tod hat mein Leben radikal umgekrempelt", so die Abgeordnete.
Früher führte sie das "unspektakuläre Leben einer Mutter und
Apothekerin", dann, nach dem Anschlag, hatte sie den Drang, etwas zu tun.
Sie wurde Politikerin im Kampf gegen das organisierte Verbrechen.
Aus dem Krater, den der Sprengstoff in
den Teer gerissen hat, wächst nun ein Olivenbaum. Ihre Mutter hatte sich diesen
Baum zum Andenken an Paolo gewünscht, als Zeichen für Leben und Hoffnung.
Überall an den Ästen hängen persönliche Devotionalien - Mützen, Ketten, Briefe
- "Paolo ist unter uns", "Nieder mit der Mafia".
Eine Gruppe Jugendlicher habe letzte
Weihnachten den Baum geschmückt, sagt Rita Borsellino, und ihre Augen strahlen
dabei. "In den ersten Wochen nach dem Tod meines Bruders wollte ich
wegziehen." Ihre drei Söhne, damals zwischen 19 und 21 Jahre alt,
überzeugten sie jedoch zu bleiben. Wenn du etwas ändern willst, musst du
bleiben, sagten sie, sonst besitzt die Mafia Macht über dich. "Meine
Kinder sind Teil einer neuen, optimistischen Generation Siziliens."
Auch Edoardo gehört dieser Generation
an. Ob sich die Mafia nicht irgendwann bei Addiopizzo rächen wird, fragen wir
ihn. "Sie haben es schon versucht, ohne Erfolg", entgegnet Edoardo
lächelnd. Und er erzählt von Rodolfo Guajana, einem Eisenwarenhändler der Addiopizzo-Liste,
der seine Lagerhalle 2007 in Schutt und Asche vorfand, nachdem er sich
geweigert hatte, Schutzgeld zu zahlen. Addiopizzo organisierte dem Unternehmer
daraufhin eine neue, noch größere Fabrik, finanziert durch Spenden aus der
Bevölkerung. "Die Mafia scheint verstanden zu haben, dass jede Aktion
gegen uns wie ein Bumerang wirkt."
In der Nähe der Via dAmelio beginnt die
Autobahn Richtung Cinisi, der letzten Station unserer Tour. Cinisi, eine
Kleinstadt mit 11.000 Einwohnern, kennt in Italien jeder. Nicht wegen des
Flughafens auf dem Gemeindegebiet, sondern wegen Peppino. So nennen die
Italiener Giuseppe Impastato liebevoll. 1978 wurde der 30-Jährige im Auftrag
der Mafia auf die Bahngleise Richtung Trapani gefesselt und in die Luft
gesprengt.
In seinem selbst finanzierten
Radiosender Radio Aut hatte Peppino die Familie Badalamenti, den Mafiaclan
seines Heimatorts, aufs Korn genommen. Impastato entstammte selbst einer
Mafiafamilie, und sein Mörder, Gaetano Badalamenti, war ein Freund seines
Vaters. Nie zuvor hatte ein Sizilianer gewagt, derart gegen die mafiösen
Strukturen der eigenen Familie zu rebellieren. "Peppino gilt hier als der
Che Guevara von Sizilien", meint Edoardo.
Schnurgerade führt der Corso Umberto,
die Hauptstraße von Cinisi, von der weiß getünchten Barockkirche Santa Fara in
Richtung Meer. Gestutzte Mandarinenbäume voller reifer Früchte rahmen die
zweistöckigen Altstadthäuser. Wie ein Mafianest sieht Cinisi nicht aus.
"Die Mandarinen sind ungenießbar", bemerkt Edoardo, "sonst würde
hier keine einzige mehr hängen."
Wir halten am Haus Nummer 220, dem
Elternhaus von Peppino. Sein Bruder, Giovanni Impastato, erwartet uns. Giovanni
hat aus dem Haus eine Gedenkstätte gemacht. Und er hat 24 Jahre lang dafür
gekämpft, dass Peppinos Mord, der wie ein Selbstmord aussehen sollte,
schließlich aufgeklärt wird. 2002 das Urteil: "lebenslänglich" für
Gaetano Badalamenti. Giovanni Impastato erzählt dies mit leiser Stimme, fast
schüchtern. "Als mein Bruder noch lebte, habe ich nicht alle seine reaktionären
Ansichten geteilt", sagt er. "Erst sein Tod machte mir klar, dass du
die Mafia nur bekämpfen kannst, indem du dich gegen sie auflehnst. Auch wenn du
viel Geduld brauchst."
Giovanni hat sich aufgelehnt, im Namen
seines Bruders, und er tut es noch immer. Erst vor sechs Wochen entschied das
Gericht in Palermo, dass das Wohnhaus der Badalamenti enteignet und Giovanni
Impastato zur Nutzung als Kulturzentrum übergeben wird. In einem Monat soll er
die Schlüssel bekommen. "Ich werde im Haus von Peppinos Mörder Kinoabende
veranstalten, Ausstellungen, Lesungen." Zum ersten Mal wird seine Stimme
etwas lauter. "Für mich ist das wie ein weiterer Sieg über die
Mafia."
Wir fahren raus aus Cinisi, am Meer
entlang in Richtung Flughafen. Noch bevor wir die Abflughalle erreichen, geht
uns durch den Kopf: Kirchenfassaden und Mandarinenbäume haben wir schon auf
anderen Reisen gesehen. So viele mutige Menschen noch nie.
SCHUTZGELD, ADE! Die Tour: dauert 7
Tage und startet von Palermo aus mit Halt in Mondello, Cinisi, Capaci, Monreale,
Cefalù, Caccamo und Corleone. Weitere Touren durch Nordwestsizilien sind
geplant. Auf Anfrage auch individuelle Reiserouten. Buchungen unter +39 380 369
10 47, www.addiopizzotravel.it
Die Initiative: "Addiopizzo"
ist ein in Palermo ansässiger Verein im Kampf gegen Schutzgeldzahlungen, dem
jedermann beitreten kann.
Die Restaurants: Die "Antica
Focacceria S. Francesco" bietet bodenständige Palermitaner Küche: Pasta
und Pizza mit Sardellen, Kalbsmilzbrötchen, "Arancine"- Reisbällchen
mit Hack. Menü ab 6 €. Sizilianische Spezialitäten modern interpretiert
speist man im Restaurant "Il Mirto e la Rosa". Menü ab 13 €.
Die Unterkünfte: Das 3-Sterne-Hotel
Addaura in Mondello bietet Doppelzimmer ab 54 €, teils mit Meerblick. Terre di
Corleone, ein enteigneter Hof, der dem Corleoneser Mafiaboss Totò Riina
gehörte, öffnet Ende März seine Türen für Touristen. 5 Zimmer, biologische
Küche.
Die Adressen: Addiopizzo hat einen
Stadtplan auf Deutsch herausgegeben, erhältlich vor Ort oder im Internet. Zudem
gibt es eine Liste aller derzeit 419 schutzgeldfreien Betriebe.
Die Anreise: Tuifly und Airberlin
bieten Direktflüge nach Catania. Man kann auch ganz klassisch mit Zug oder Bus
dorthin fahren. Taz 15
Popolo Viola: Violette Online. Protestwelle gegen Berlusconi
Die meisten italienischen Parteien
haben mit Ausnahme von einigen wenigen, hier wäre vor allem die Lega Nord zu
nennen, die bei den Regionalwahlen hervorragende Ergebnisse erzielte, jegliche
Anziehungskraft verloren. Die Parteien entfernten sich immer mehr von den
Bürgern und ihren Bedürfnissen, so dass nun die Form der Bürgerbewegung eine
unverhoffte Renaissance erlebt, bei der das Internet eine zentrale Rolle
spielt. Denn die Bürgerbewegungen entstehen nicht mehr auf der Straße oder in
den Vorlesungssälen der besetzten Universitäten, sie haben inzwischen ihren
Ursprung im Netz und gehen vor allem von Social Networking-Seiten aus. Das
deutlichste Beispiel für diese Entwicklung ist der Popolo Viola (‘Lila Volk’),
eine italienische Bewegung, die durch den Erfolg des No Berlusconi Day, der am
5. Dezember 2009 in Rom stattfand, Auftrieb erhalten hat.
„Den Popolo Viola verdanken wir der
Intuition des Bloggers San Precario“, erläutert Silvia Bartolini,
Administratorin der Internetseite der Bürgerbewegung. „Er hat Anfang Oktober
[letzten Jahres] eine Facebook-Seite erstellt, auf der er zu einer
Demonstration aufrief, die einfach nur den Rücktritt Berlusconis fordern
sollte.“ Innerhalb kürzester Zeit hatte die Seite 380.000 Fans. So war man im
Grunde gezwungen weiterzumachen: „Nach dem No Berlusconi Day haben wir auf
Facebook die Seite il Popolo Viola geschaffen, auch um eine Bestätigung zu
bekommen. Heute hat die Seite ungefähr 266.000 Fans.“
Die Bürgerbewegung basiert auf einer
sehr einfachen Grundforderung. Laut Silvia Bartolini ist das Ziel lediglich
„der Rücktritt eines kompromittierten Ministerpräsidenten, der die Demokratie
und ihr öffentliches Ansehen beschädigt hat.“ Die Art und Weise, wie schnell
die Bewegung gewachsen ist, verwundern jedoch. Silvia Bartolini zufolge ist
dies auch, aber nicht nur auf das Internet zurückzuführen: „Wir haben ein weit
verbreitetes Unbehagen aufgegriffen. Die Mund-zu-Mundpropaganda war äußerst
effektiv, hat aber auch die Grenzen des Internets verlassen. Zum Beispiel haben
die jungen Internetnutzer ihren Eltern von der Bewegung erzählt und so diese in
das Projekt mit eingebunden.“
Wahrscheinlich fiel der Protest des
Popolo Viola auch wegen der allzu statisch agierenden Opposition, die keine
Antwort auf Berlusconis extreme Politik des „entweder bist du für mich oder
gegen mich“ gefunden hat, auf fruchtbaren Boden. Berlusconi ist sozusagen der
Grund für ihre Existenz, so meint Silvia Bartolini zum Beispiel: „Wir streiten
Berlusconi das Recht ab, dass er seine Rolle für ausschließlich persönliche
Zwecke missbraucht, häufig in die Belange der Medien eingreift, in Belange, die
ihn nichts angehen. Berlusconi hat Italien zu einem Sonderfall unter den
westlichen Demokratien gemacht. Das einzige der „reichen“ Länder, das in allen
Bereichen weiterhin Rückschritte verzeichnen muss.“
Silvia Bartolini ist es aber wichtig,
einen Punkt besonders hervorzuheben: “Ich hasse Berlusconi nicht, ich habe
persönlich nichts gegen ihn. Ich bin verbittert, weil der Berlusconismus sich
immer weiter ausbreitet, oder auch wenn ich sehe, was er Italien antut, wo
wirklich eine gefährliche kulturelle Verrohung zu spüren ist.” Gleichzeitig
sieht sie aber auch, dass die Mehrheit der Italiener das Problem nicht so
wahrnimmt, wie es der Popolo Viola tut, was sich deutlich bei den letzten
Regionalwahlen gezeigt hat.
An der Zielsetzung des Popolo Viola hat
sich deshalb aber nichts geändert: „Unser Ziel bleibt es weiterhin, Italien von
diesen schwerwiegenden Problemen zu befreien. Wir klagen heute ein Problem,
eine demokratische Notlage an und wir könnten dies auch in der Zukunft tun, für
den Fall, dass sich das gleiche Problem mit einer Linksregierung nochmals
stellen sollte.“ So fühlt sich die Bewegung, die eine sehr heterogene Basis
hat, in der Tat keinem politischen Lager zugehörig. Personen, sowohl aus dem
linken als auch aus dem rechten Lager zählen sich zu der Bewegung. Das, was die
Bewegung eint, ist die Unzufriedenheit mit der aktuellen Regierung. Silvia
Bartolini berichtet auch, dass die Bewegung politischen Druck erfuhr: „Der
Popolo Viola ist ein politisches Projekt. Aber die Bewegung ist gleichzeitig
auch völlig apolitisch. In den letzten Monaten mussten wir gehörigen Druck der
Oppositionsparteien abwehren, die versucht haben, uns
zu instrumentalisieren.“
Deshalb steht die Bewegung auch in der
Kritik. Der am häufigsten genannte Vorwurf ist jener, dass man eine Bewegung
einer intellektuellen Elite sei, der es nicht gelänge, Italien wach zu küssen.
Was die Verantwortlichen jedoch kategorisch ablehnen: „Man kann nicht behaupten,
dass wir eine Bewegung von Intellektuellen sind. Es ist vielmehr eine Bewegung,
die von unten kommt. Es zählt lediglich, ob man Lust hat, etwas zu tun und
nicht, wer du bist und wie viel du studiert hast. Alle, die Lust haben, aktiv
mitzuhelfen, sind Teil der Bewegung.“ Deshalb wächst die Bewegung weiterhin und
zählt bis jetzt allein in Italien 120 Gruppen. Es haben sich aber auch einige
Gruppen im Ausland gebildet, so z.B. in Stuttgart, in Paris, in London, in
Dänemark und sogar in Australien.
Aber wie sieht die Zukunft dieser
Bewegung aus? Einige gehen davon aus, dass sie bald in einer Parteigründung
münden wird, doch Silvia Bartolini scheint anderer Meinung zu sein: „Der Popolo
viola hat nichts mit dem politischen Establishment gemein und dies wird auch so
bleiben. Die Bewegung versteht sich weiterhin als kritische Stimme, wenn dies
nötig sein wird, und vor allem unabhängig von jeglicher Parteizugehörigkeit.
Vielleicht sind wir deshalb den Bürgern so viel näher als viele
politische Parteien.“
Hier stellt sich natürlich die Frage,
was aus einer solchen Bewegung ohne die Hilfe des Internets geworden wäre? „Das
Internet ist entscheidend“, erwidert Silvia auf die Frage, „ohne das Internet
hätte es uns wahrscheinlich nie gegeben. Unsere wichtigste Stimme ist Facebook,
aber wir nutzen auch andere Social Networks wie Twitter“. Silvia geht sogar
noch einen Schritt weiter und hebt die Bedeutung des Internets für die
Demokratie hervor: „Das Internet ist für die Demokratie sehr nützlich. Es ist
eine Möglichkeit, um die Wahrheit zu erfahren. Aber es stimmt auch, dass das
Internet in einem freien Staat weniger nützlich wäre, als es jetzt in Italien
der Fall ist.“
Der Popolo Viola scheint sich nicht
bremsen zu lassen und nach der Demonstration im März gegen ein weiteres
verfassungswidriges Dekret (decreto salva liste [siehe Kommentar des
Übersetzers]) arbeitet die Bewegung daran, ein nationales Treffen im Juni zu
organisieren. Ziel des Treffens soll es sein, der Bewegung eine Zukunft zu
geben, ein Programm und eine Satzung auszuarbeiten und Wege und Mittel für
zukünftige Aktionen zu finden.
Kommentar des Übersetzers:
Decreto salva liste (in etwa „Dekret
zur Rettung der Wahllisten“) ist ein griffiger Name für einen Gesetzestext, der
im Eilverfahren vor den Regionalwahlen erlassen wurde, um zu verhindern, dass
einige Listen des Popolo della Libertà (Berlusconis Partei) von der Wahl
ausgeschlossen werden. Zum Zeitpunkt der Abgabe der Wahllisten für die
Regionalwahlen, waren zwar die Verantwortlichen der Partei vor Ort, leider
jedoch hatten sie nicht alle Listen mit den Kandidaten für die Regionalwahlen
bei sich. Das decreto salva liste verändert den Gesetzestext dahingegen, dass
nicht mehr die Wahllisten zum angegebenen Zeitpunkt eingereicht werden müssen,
sondern lediglich die Personen, welche die Wahlliste einreichen, anwesend sein
müssen.
Verfassungswidrig ist dieser Winkelzug
gleich in zweierlei Hinsicht: Zwar ermöglicht Art. 77 der italienischen
Verfassung der Regierung ohne Ermächtigung durch das Parlament vorläufige
Maßnahmen mit Gesetzeskraft (decreto legge) in Fällen von außerordentlicher
Notwendigkeit zu erlassen, der Gesetztext schließt aber ausdrücklich das
Eilverfahren für Änderungen bezüglich des Wahlrechts aus. Hinzukommt, dass in
diesem Fall der Gesetzestext rückwirkend geändert wurde.
von Roberto Lapia, Übersetzung Daniel
Askerøi-Waldmann, Cafebabel 18
Zivilcourage zeigen. Rechtsextremismus, Rassismus und Antisemitismus bekämpfen
Wir erleben gegenwärtig eine neue
Qualität rechtsextremistischer Herausforderung. Die Rechtsradikalen versuchen,
die Krise für ihre Zwecke zu nutzen, sie schüren Verunsicherung und Hass.
Diesem Treiben muss ein Ende gesetzt werden.
Rechtsextremistische Gewalt, richtet
sich nicht allein gegen Ausländer, linke Jugendclubs oder Behinderte, sondern
auch gegen die Gewerkschaften. Ich erinnere an die rechtsextremistischen
Übergriffe am 1. Mai des vergangenen Jahres. Dieses Jahr haben Rechtsextreme
auch die IG BCE Veranstaltung im Bildungszentrum Haltern am See, die wir im Rahmen
der Wochen gegen Rassismus durchgeführt haben, massiv gestört. Sie wollen am 1.
Mai wieder in vielen deutschen Städten aufmarschieren. Sie wollen den Kampf-
und Feiertag der Arbeiterbewegung dazu nutzen, um ihr faschistisches
Gedankengut zu verbreiten
Das ist in einer demokratischen
Gesellschaft unerträglich.
Wo immer uns Formen von Intoleranz und
rechtsextremistischen Gedankenguts begegnen, müssen wir dagegen halten. Die IG
BCE steht für eine weltoffene, demokratische und solidarische Gesellschaft. Der
extremen Rechten und ihren Ideologien erteilen wir eine klare Absage und
fordern das Verbot der NPD. Wir müssen Zivilcourage zeigen, wir müssen
Rechtsextremismus, Rassismus und Antisemitismus bekämpfen.
Um der braunen Propaganda entgegen zu
treten haben wir das Euch bekannte Leporello erstellt. Viele IG BCE
Untergliederungen sowie Funktionäre haben diesen im vergangenen Jahr
angefordert und eingesetzt.
Da die Bekämpfung des Rechtsextremismus
eine Daueraufgabe unserer Demokratie ist, bieten wir Euch an, diesen auch
dieses Jahr für Aktionen einzusetzen. Anbei erhaltet Ihr das Leporello als PDF.
Die Papierversion kann unter Angabe der gewünschten Anzahl bei uns
unentgeltlich angefordert werden.
Wir rufen Euch auf, friedlich gegen
Naziaufmärsche zu protestieren, zu demonstrieren und aufzuklären!
Giovanni Pollice,
Leiter der Abt. Migration/Integration
Tel.
0511/7631-229, Mobil 0173/6080468, giovanni.pollice@igbce.de
Migrantenstudie. Türken sind die Sorgenkinder der Integration
6,8 Millionen Ausländer leben in
Deutschland, und das Gros von ihnen ist einer neuen Studie zufolge gut
integriert. Doch die Türken tun sich schwer. Jeder fünfte Türke spricht Deutsch
nur mangelhaft – oder gar nicht. Das hat Folgen für Schulbildung, soziale
Stellung und Erwerbsfähigkeit.
Was ist eigentlich mit den Türken los?
Unter den fünf größten in Deutschland lebenden Ausländergruppen tun sie sich
mit der Integration in die deutsche Gesellschaft und den hiesigen Arbeitsmarkt
am schwersten. Mit Polen, Griechen, Italienern und – mit einigen Abstrichen –
auch mit den Migranten aus dem früheren Jugoslawien klappt hingegen das
Zusammenleben mit den Deutschen in aller Regel reibungslos. Dies zeigt eine
alle Lebensbereiche umfassende Studie, die das Bundesamt für Migration und
Flüchtlinge im Auftrag des Bundesinnenministeriums erarbeitet hat und die der
„Welt am Sonntag“ vorliegt.
Letztlich zeichnet die repräsentative
Untersuchung im Umfang von 290 Seiten ein erfreuliches Bild: Das Gros der hier
lebenden rund 6,8 Millionen Ausländer hat sich deutlich besser an das Leben in
Deutschland angepasst, als gemeinhin angenommen – das gilt auch für die Türken.
So beherrschten die meisten Befragten die deutsche Sprache so gut, „dass sie
das alltägliche Leben in Deutschland weitgehend problemlos bewältigten“,
schreiben die Forscher.
Die Mehrheit habe regelmäßige Kontakte
zu Deutschen und meist eine engere Bindung an die Bundesrepublik als an ihr
Herkunftsland. Für die Analyse befragte das Institut 4576 Personen zwischen 15
und 79 Jahren, die eine Mindestaufenthaltsdauer von zwölf Monaten hatten.
Bildungsgefälle und kulturelle Kluften
Große Unterschiede weisen die
Ausländergruppen allerdings bei der Bildung auf. So besitzen fast zwei Drittel
der hier lebenden Polen eine mittlere oder gar hohe Schulbildung. Bei
Italienern und Migranten aus dem früheren Jugoslawien liegt diese Quote nur bei
rund 44 Prozent, und unter den Türken verfügen sogar lediglich 41 Prozent über
eine solche Ausbildung. Gleichzeitig sind vor allem die Türkinnen unter den Analphabeten
mit gut sieben Prozent stark überrepräsentiert.
Das Bildungsgefälle hat Auswirkungen
auf die Chancen am Arbeitsmarkt. So leben mehr als 15 Prozent der Türken, aber
nur 7,6 Prozent der Griechen von Hartz IV. Vergleichsweise viele Türken arbeitet
nur als angelernte Arbeiter. Dagegen hat das Gros der beschäftigten Polen und
Griechen einen qualifizierten Berufsabschluss.
Die Studie zeigt überdies deutliche
kulturelle Unterschiede: So weisen Türkinnen den mit Abstand höchsten Anteil an
Hausfrauen aus. Das traditionelle Rollenbild drückt sich auch darin aus, dass
70 Prozent von ihnen keinen Beruf erlernt haben. Üblicherweise heiraten sie
jung, im Schnitt mit 23 Jahren (Wert für Deutschland insgesamt: 33 Jahre), und
bekommen in der Regel mindestens zwei Kinder. In den vier anderen
Migrantengruppen liegt das Heiratsalter der Frauen höher und die Kinderzahl
niedriger und entspricht damit eher der deutschen Lebensweise.
Türken bleiben lieber unter sich
Auch die Neigung, unter sich zu
bleiben, ist bei den Türken weitaus stärker ausgeprägt. Während Italiener und
Jugoslawen bevorzugt in Wohngegenden ziehen, in denen überwiegend Deutsche
leben, gilt dies für viele Türken nicht. Auch schauen weitaus mehr von ihnen
türkisches Fernsehen und lesen aus ihrem Herkunftsland stammende Zeitungen. Die
Forscher sehen hier einen Zusammenhang zu den mangelhaften Deutschkenntnissen,
die jeder fünfte Türke beklagt, aber nur jeder 17 Italiener oder jeder zehnte
Pole. Hinzu kommt: Die Hälfte der Türken pflegt keine häufigen Kontakte zur
einheimischen Bevölkerung. Der Großteil der Italiener und Ex-Jugoslawien haben
hingegen mehrheitlich freundschaftliche Bande zu Deutschen geknüpft.
Es sind nicht zuletzt diese
fundamentalen Unterschiede in den Lebensweisen, die verständlich machen, warum
die Integration der Türken auch in der dritten Generation noch schwierig ist,
während sich die Polen – die erst innerhalb der vergangenen zwei Jahrzehnte ins
Land gekommen sind – so rasch einfügten.
Den Migrationsforscher Klaus Jürgen
Bade verwundern die deutlichen Unterschiede gerade zwischen diesen beiden
Ausländergruppen hinsichtlich der Erwerbstätigkeit kaum. „Polnische Einwanderer
kommen nach Deutschland, um zu arbeiten“, erläutert Bade. Sie seien typische
Arbeitswanderer, die auf das Erwerbsangebot angewiesen seien. „Wenn es
schlechter wird, gehen sie wieder zurück in ihr Herkunftsland.“ Türken
bezeichnet der Forscher typische Einwanderer, die in Deutschland sozialisiert
sind und auch im Falle der drohenden Arbeitslosigkeit bleiben.
Wissenschaftler kritisieren Maßstäbe
Dennoch hält Bade es für einen
Trugschluss, aus dieser Tatsache allein eine geringere Integration abzuleiten.
„Die Türken sind in Deutschland weit besser integriert als angenommen, da
häufig lediglich die Teilhabe am Arbeitsmarkt als Maßstab gilt.“ Viele
türkische Frauen würden aber wegen der Erziehung der Kinder zu Hause bleiben
und stünden deshalb dem Arbeitsmarkt nicht zur Verfügung.
Das geringe Bildungsniveau der Türken
erklärt der Wissenschaftler mit der unterschiedlichen sozialen
Ausgangssituation: Viele Einwanderer stammen aus ländlichen Gegenden mit
erheblichem Entwicklungsrückstand. Bildung sei daher nicht immer erste
Priorität. Geringe Bildung führe natürlich auch zu erhöhter Arbeitslosigkeit,
„da in unserer Wissensgesellschaft immer stärker auf eine gute Qualifikation
der Bewerber geachtet wird“, hebt Bade hervor.
Ein weiterer Umstand erschwert die
Integration: Die hier aufgewachsenen Männer heiraten vielfach junge Türkinnen
aus der Heimat. In diesen Familien wird damit weiter in aller Regel türkisch
gesprochen. Also verschwinden die Sprachprobleme nicht mit der Zeit, sondern
werden stets an die Kinder weitergegeben.
Integrationspolitiker hoffen auf
Frühförderung
Nordrhein-Westfalens
Integrationsminister Armin Laschet sieht diese Entwicklung kritisch. „Hier
werden die Versäumnisse der Vergangenheit deutlich“, sagt der CDU-Politiker. Um
die Sprachkenntnisse zu verbessern, müsse bereits frühzeitig gefördert werden:
„Wir müssen bei den Kindern ansetzen.“ Deshalb habe Nordrhein-Westfalen im Jahr
2007 den verpflichtenden Sprachtest für Vierjährige eingeführt. Allerdings
benötigten auch junge Zuwanderer, die nicht mehr in die Schule gehen, eine
individuelle Förderung: „In diesem Bereich muss viel nachgeholt werden. Wir müssen
von den Jugendlichen dann aber auch erwarten können, dass sie sich
grundsätzlich dazu bereit erklären und Deutsch lernen wollen.“
Für den türkischstämmigen Grünen-Chef
Cem Özdemir bestätigt die Studie die bekannte Integrationsdefizite der Türken.
Vor allem der enge Zusammenhang zwischen Bildung und Lebenschancen sei
offensichtlich. Als positiv bewertet Özdemir zwar den erkennbaren
Bildungsaufstieg zwischen den Generationen. Aber er moniert: „Der Anteil derer
mit keinem oder nur niedrigem Bildungsabschluss ist allerdings nach wie vor
viel zu hoch.“
Die Integrationsbeauftragte des Bundes,
Maria Böhmer, sieht es grundsätzlich: „Nicht nur für die türkischen, sondern
auch für alle Migranten in unserem Land gilt: Nur gute Deutschkenntnisse, ein
Schulabschluss sowie eine fundierte Ausbildung eröffnen die Chancen für eine
erfolgreiche Zukunft.“
Weil diese Voraussetzungen vielen
fehlten, sei eine „nationale Kraftanstrengung“ für bessere Bildung
erforderlich. Böhmer ruft die Bundesländer auf, ihre Zusagen aus dem Nationalen
Integrationsplan einzuhalten. Es gelte vor allem, Schulen mit hohem
Migrantenanteil stärker zu unterstützen. Besonders die Frauen mit geringen
Sprachkenntnissen, forderte die Unionspolitikerin auf, Deutsch zu lernen.
C. Lauer, D. Siems und D. Ehrentraut Dw
18
SPD. Deutsch-Türkin verstärkt NRW-Schattenkabinett
Düsseldorf. Sie hat eine makellose
Biografie und soll nach Deutschland eingewanderte Wähler locken: Mit Zülfiye
Kaykin hat die nordrhein-westfälische SPD eine erfolgreiche Deutsch-Türkin in
ihr Schattenkabinett geholt. Hannelore Kraft präsentierte am Donnerstag die 41
Jahre alte Einzelhandelskauffrau als Expertin für den interkulturellen Dialog.
Nach dem NRW-Gewerkschaftsboss Guntram Schneider, der bei einem SPD-Wahlsieg am
9. Mai Arbeitsminister werden soll, ist Kaykin die zweite Nominierung in der
Mannschaft von Kraft.
Kaykin leitet in Duisburg die
Begegnungsstätte der deutschlandweit bekannten Merkez-Moschee in Marxloh. Seit
ihrer Eröffnung vor eineinhalb Jahren führt sie Scharen von Besuchern durch die
Hallen. Das Merkez-Gotteshaus gilt als mustergültig, weil es im Dialog mit der
deutschen Bevölkerung und den Kirchen vor Ort entstand.
In Duisburg am Rhein ist Kaykin
aufgewachsen und hat sich in der Stahlstadt für Integration engagiert: Sie hat
einen Elternverband gegründet, war sachkundige Bürgerin und wurde für all diese
unbezahlte Arbeit mit dem Bundesverdienstkreuz ausgezeichnet. Eine Frau wie
geschaffen für die noch völlig offene Wahl, bei der die Migranten den Ausschlag
geben könnten.
Kaykin ist sozusagen die
"Anti-Laschet". Mit dem NRW-Integrationsminister Armin Laschet hat
Ministerpräsident Jürgen Rüttgers (CDU) einen Sympathieträger in der
Landesregierung, der sich um die lange vernachlässigte Wählergruppe der
Migranten kümmert und bundesweit bekannt wurde. Gerade im Ruhrgebiet leben
viele Deutschtürken, die bislang mehrheitlich die SPD wählen. Minister mit
Migrationshintergrund hat die NRW-SPD allerdings noch nie im Kabinett gehabt.
Dieses Mal sind immerhin sechs Kandidaten im Rennen. Ob Kaykin
Integrationsministerin werden soll, ließ Kraft offen.
Kaykin ist seit 1994 Mitglied der SPD -
so lange wie Hannelore Kraft, die auch als Seiteneinsteigerin startete. Beide
wollen auch Nicht-EU-Bürgern das Recht geben, bei Kommunalwahlen auch ohne
deutsche Staatsbürgerschaft wählen zu gehen. "Ich will die Stärken und
Potenziale in den Blick nehmen", sagte Kaykin. ANNIKA JOERES FR 17
Krieg in Afghanistan. „Es ist gefährlich und es bleibt gefährlich“
Termes - In einem olivgrünen T-Shirt,
die Deutschlandflagge als Hoheitszeichen auf dem Ärmel, einen Klett-Streifen
auf der Brust, auf den Soldaten ihr Dienstgradabzeichen heften können, steht
Verteidigungsminister zu Guttenberg auf dem Rollfeld des Flughafens Termes in
Usbekistan. Die Jacke hat er nach seiner kurzen Stellungnahme vor der Kamera
abgenommen, jetzt erläutert er, wie er die Stimmung im Feldlager
Mazar-i-Scharif empfunden habe.
Dorthin war der Minister tags zuvor
umgekehrt, nachdem er über den Angriff auf deutsche Soldaten in der Provinz
Baghlan erfahren hatte, bei dem vier Mann getötet und fünf verwundet wurden.
Nach diesen Schilderungen erscheinen die Soldaten natürlich bedrückt und in
Trauer, aber nicht resigniert zu sein.
Gefallen sind ein Oberfeldarzt (33
Jahre) aus dem Bundeswehrkrankenhaus in Ulm, ein Major (38) aus
Weiden/Oberpfalz von der Unteroffizierschule des Heeres sowie ein
Hauptfeldwebel (32) und ein Stabsunteroffizier (24) von den Gebirgspionieren in
Ingolstadt. Verwundet wurden ein Oberstleutnant (46) von der Offizierschule des
Heeres in Dresden, ein Hauptfeldwebel (35) aus Stetten am Kalten Markt, ein
Oberfeldwebel (27) aus Stetten, ein Stabsfeldwebel (44) aus Amberg und ein
Hauptfeldwebel (32). Mit den Verwundeten wollte Guttenberg nun zurück in die
Heimat fliegen, das „gehört sich“, wenn man als Minister in einer solchen
Situation schon dort sei. Freilich sagt er auch, er sei „in der Hoffnung, dass
wir in Deutschland auch landen können, weil die Vulkanwolke noch über
Deutschland hängt.“
Mehrere Stunden musste der Airbus 310,
ausgestattet mit dem Rüstsatz für medizinische Evakuation (MedEvac) deswegen
auf der Rollbahn ausharren. So erscheint selbst im fernen Zentralasien die
Vulkanwolke über Deutschland wie eine böse Metapher für das Unglück, das in den
letzten Wochen über der Bundeswehr im Afghanistaneinsatz gelegen hat. Der
Abflug des MedEvac in Köln hatte sich bereits verzögert. Medizinisch bedeutete
das allerdings kein Problem, da die Verwundeten in Mazar auf hohem Niveau
behandelt werden können.
Der MedEvac-Airbus kann
Schwerverletzte, wenn ihr Zustand stabilisiert ist, mit den Einrichtungen einer
Intensivstation nach Hause transportieren. Dazu wird ein spezieller Rüstsatz in
einen der A310 gebaut, wie sie sonst für Truppentransporte in Köln zur
Verfügung stehen. Guttenberg hatte nach Erhalt der Meldung über die Verluste
seinen Rückflug von einem zweitägigen Truppenbesuch abgebrochen. Im Hubschrauer
erhielt er die Nachricht.
Ein Sprengsatz tötete die deutschen
Soldaten
Der Minister hatte am Donnerstag das
Regionale Wiederaufbauteam in Faizabad besucht, das im äußersten Nordosten
Afghanistans liegt. Gerade aus Faizabad waren die Soldaten für die Operation im
annähernd 200 Kilometer entfernten Baghlan abgestellt worden. Sie gehören zu
einem sogenannten OMLT (Operational Mentoring and Liaison Team), das die Führer
eines Kandaqs der afghanischen Nationalarmee (ANA) ausbildet. Ein Kandaq hat
etwa 500 Soldaten und entspricht etwa einem deutschen Bataillon. Wie am Freitag
deutlich wurde, war es ein gewaltiger vergrabener Sprengsatz, durch den die
deutschen Soldaten getötet und verwundet worden sind. Er schleuderte ihr
Fahrzeug vom Typ „Eagle IV“ weit zur Seite und hinterließ, wie es heißt, einen
großen Krater in die Straße.
Zunächst war es auch als möglich
bezeichnet worden, dass es eine ungelenkte Rakete gewesen sei, die mit einem
Unglückstreffer den „Eagle“ getroffen habe, so unwahrscheinlich dies auch sei.
Doch auch eine Sprengfalle erschien zunächst unwahrscheinlich, denn die Straße
vor der sogenannten Dutch Bridge galt als minenfrei. Diese teilweise zerstörte
Brücke führt über den Baghlan-Fluss (wo er flussaufwärts durch die Provinz
Kundus fließt, heißt er Kundus-Fluss). Sie sollte durch die Soldaten
abgesichert werden, damit sie wieder instandgesetzt werden könne.
Die Afghanen waren bereits
vorausgegangen und hatten die Umgebung weiträumig abgesichert, so dass die
deutschen Mentoren glauben mochten, sie könnten ungefährdet aus den Fahrzeugen
steigen und sich beraten. Da explodierte die Sprengladung, die zuvor nicht
entdeckt worden war, offenbar geradezu unter ihren Füßen, mit den
fürchterlichen Folgen.
Angriffe mit der Panzerfaust
Dann aber brachen auch an anderen
Orten, wo die ANA- und Isaf-Kräfte vorgingen, Kämpfe aus. Ein
„Yak“-Transportfahrzeug der Sanitäter wurde mit einer Panzerfaust getroffen,
was dem Oberfeldarzt darin das Leben kostete. Schon im vergangenen Jahr hatten
die Soldaten die Erfahrung machen müssen, dass Sanitätsabzeichen nicht nur
nicht schützen, wie es das Völkerrecht vorschreibt. Das Rote Kreuz zieht
offenbar das Feuer der Taliban geradezu an. Es wurde daher von den Fahrzeugen
entfernt.
Ob der Schütze im Hinterhalt dennoch
gezielt auf den Fahrzeugtyp gezielt hatte oder zufällig den Sanitäter traf,
bleibt vorerst Spekulation. Nach den Nato-Gepflogenheiten werden die Kandaqs
zunächst bei der Ausbildung begleitet, dann aber auch, wenn sie von der ANA in
den Einsatz geschickt werden.
Das angelsächsische Motto dazu lautet
„Train as you fight, fight as you train“. Die Mentoren sollen die afghanischen
Führer beobachten und nach Operationen „debriefen“, also über ihre
Beobachtungen unterrichten und beraten, dem Team gehören deshalb auch
höherrangige Offiziere an. Außerdem sind bei dem ANA-Verband in Baghlan zwei
weitere Trupps von Bundeswehrsoldaten, sogenannte MOLTs (Monitorin, Observation
and Liaison Teams), die sich von den umgangssprachlich „Omletts“ genannten
OMLTs dadurch unterschieden, dass sie die afghanischen Soldaten im Einsatz,
aber nicht zuvor schon bei der Ausbildung begleitet haben.
Verstärkt werden die drei Teams, die
üblicherweise etwa die Stärke eines Zuges (30 bis 40 Mann) haben durch einen
beweglichen Arzttrupp, einen Trupp zur Beseitigung von Sprengfallen und Minen
(EOD-Trupp) und Koordinatoren für Luftunterstützung (JTAC). Gemäß dem Ansatz
des sogenannten Partnering sollen die Bundeswehrsoldaten künftig noch
intensiver mit den afghanischen Regierungskräften zusammen „in der Fläche“
operieren. Anders als die Mentoren stehen sie dann nicht „hinter“ den
afghanischen Soldaten, sondern gleichsam „neben“ ihnen.
Daher sind schon Stimmen lautgeworden,
die mahnen, es werde dann noch gefährlicher für die Bundeswehr werden. Freilich
zeigen die Ereignisse der ersten Aprilwochen: Schon jetzt ist es eminent
gefährlich. Davon macht der Minister kein Hehl: „Es ist gefährlich und es
bleibt gefährlich.“ Stephan Löwenstein Faz.net 16
Afghanistan-Mission: Die Zweifel wachsen
Nach dem Tod von vier
Bundeswehrsoldaten beginnt in der Bundespolitik eine neue Debatte darüber, ob
das bisherige Mandat der Bundeswehr der neuen Lage und Strategie in Afghanistan
noch gerecht wird. 70 Prozent der Deutschen wollen einen schnellen Abzug der
Soldaten.
Es war zu erwarten. Nur kurz überwogen
am gestrigen Donnerstag das Entsetzen und die Trauer über den neuen tödlichen
Zwischenfall beim Bundeswehreinsatz in Afghanistan. Viel Zeit zum Innehalten
nahm sich die Politik jedoch nicht. Schon einen Tag nach dem Tod von vier
Bundeswehrsoldaten gewinnt die Debatte über den Bundeswehreinsatz in Afghanistan
nun eine neue Dynamik.
Selbst Bundeskanzlerin Angela Merkel
äußerte Verständnis für Zweifel in der Bevölkerung. Sie wisse, dass viele
Menschen sich fragten, ob dieser Einsatz richtig sei, sagte Merkel, am Rande
eines Besuches der Stanford Universität in Kalifornien. Gleichzeitig betonte
die Kanzlerin jedoch, sie stehe "ganz bewusst" hinter dem Einsatz.
Afghanistan müsse stabilisiert werden, damit das Land "selbst für seine
Verantwortung sorgen kann".
Bei einer Patrouillenfahrt war die
Bundeswehr am Donnerstag hundert Kilometer südlich von Kundus in einen
Hinterhalt der Taliban geraten. Vier Bundeswehrsoldaten wurden bei dem Beschuss
der Fahrzeuge getötet, fünf zum Teil schwer verletzt. In der deutschen
Bevölkerung wächst nun erneut die Ablehnung des Einsatzes. Nach einer
Blitzumfrage des Meinungsforschungsinstituts Infratest dimap im Auftrag der
ARD, erklärten 70 Prozent der Befragten am Donnerstag, die Bundesregierung
solle die deutschen Soldaten so schnell wie möglich aus Afghanistan abziehen.
Rückhalt an der Heimatfront schwindet
Natürlich sind solche Umfragen
unmittelbar nach einem solchen tödlichen Zwischenfall sehr emotional geprägt.
Aber es ist nicht zu übersehen, mit jedem tödlichen Zwischenfall wird den
Deutschen die Brisanz des Einsatzes der Bundeswehr mehr bewusst, der Rückhalt
an der Heimatfront schwindet. Der Druck auf die Bundeswehr und auf die
Bundesregierung in Sachen Afghanistan wächst.
Der scheidende Wehrbeauftragte des
Bundestages Reinhold Robbe schätzt die Stimmung bei den deutschen Soldaten in
Afghanistan zumindest kurzfristig anders ein. Dort werde sich nun eine
"Jetzt-erst-recht-Stimmung" breit machen, sagte Robbe im
ARD-Morgenmagazin. Langfristig jedoch sei dieser Einsatz nur darstellbar, so
der SPD-Politiker, "wenn sich die Gesellschaft damit inhaltlich
auseinander setzt" und den Soldaten mehr Empathie entgegenbringe".
Doch statt Empathie begegnen dem Bundeswehreinsatz immer mehr Zweifel. Der
Vorsitzende der SPD-Bundestagsfraktion Frank-Walter Steinmeier erklärte im
ARD-Morgenmagazin, "wir können nicht einfach so weitermachen wie
bisher" und fügte hinzu, "die Weichen müssen auf eine Beendigung des
Einsatzes gestellt werden". Es müsse darüber nachgedacht werden, so
Steinmeier, "wann der Einsatz zu einem Ende kommen kann". Dieses
Nachdenken sei Bestandteil des Mandats der Bundeswehr in Afghanistan, so der
ehemalige Außenminister und er erwarte, "dass sich die Bundesregierung an
das Mandat hält".
An der offiziellen Legitimation des
Einsatzes gibt es Kritik
Die Frage, ob Einsatz der Bundeswehr am
Hindukusch noch durch das ISAF-Mandat gedeckt ist, oder ob angesichts der
veränderten Lage am Hindukusch ein neues Mandat notwendig sei, wird in der
Politik zunehmend diskutiert. Kanzlerin Merkel sagt nein, ein neues Mandat sei
nicht notwendig. Auch der Wehrbeauftragte Robbe erklärt, die neue Strategie der
Bundeswehr in Afghanistan lasse sich unter dem bestehenden ISAF-Mandat
subsumieren, "das Mandat deckt die Notwendigkeiten ab". Dabei hatte
der SPD-Vorsitzende Sigmar Gabriel vor allem auf die veränderte Rhetorik der
Bundesregierung reagiert, als er diese zu Beginn der Woche aufgefordert hatte,
um ein neues Mandat zu bitten, wenn sie den Einsatz mittlerweile als Krieg
bezeichne. Doch aus der semantischen Debatte ist längst eine politische geworden.
Verteidigungsminister Karl-Theodor zu
Guttenberg hatte bereits nach dem Tod von drei Bundeswehrsoldaten an Karfreitag
eingeräumt, man könne zumindest "umgangssprachlich" von Krieg
sprechen. Offiziell jedoch unterstützt die Bundeswehr in Afghanistan im Rahmen
des ISAF-Mandates und im Auftrag der Vereinten Nationen die afghanische
Regierung dabei, die Sicherheit und Ordnung im Lande aufrechtzuerhalten. Doch
an der offiziellen Legitimation des Einsatzes gibt es Kritik, seit die
Bundeswehr immer häufiger in kriegerische Auseinandersetzungen verwickelt wird.
Unterdessen ist zu Guttenberg nach
Afghanistan zurückgekehrt. Er hatte sich schon auf dem Heimweg von einem
Truppenbesuch befunden, war aber umgekehrt, als ihn die Meldungen über die
tragischen Ereignisse erreichten. Er wolle sich vor Ort "ein Lagebild
geben lassen", sagte zu Guttenberg in Afghanistan, er spüre "große
Betroffenheit" und sei "in Gedanken bei den Familien der
Gefallenen". Tsp 17