WEBGIORNALE  19-21  Aprile  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Informazione e comunicazione: quale futuro per la stampa italiana all’estero?  1

2.       Europa 2010. Un anno per gli esclusi. La situazione degli italiani in Germania  1

3.       La nube e l'odissea della Merkel. Il suo bus fora, cancelliera ferma sulla A1  1

4.       Mezza Europa e una ruota forata, l'incredibile viaggio di Angela Merkel 2

5.       Mainz. Land e Consolato premiano le 6 migliori pagelle per l’italiano nella 13 classe  2

6.       La riforma di “Radio Colonia”. Dal 3 maggio raddoppia la durata della trasmissione  2

7.       A Friburgo in Brisgovia il 2 maggio concerto dedicato alla canzone napoletana “Era maggio”  2

8.       Apre la "Hannover Messe 2010" (19-23 aprile). Quest’anno è l’Italia il Paese partner 3

9.       Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni 3

10.   A Monaco di Baviera il film "Fuori dal mondo" di Giuseppe Piccioni 3

11.   Anche i polacchi in Germania piangono per le vittime della sciagura di Smolensk  4

12.   La demolizione della rete consolare italiana. Un governo schiacciasassi 4

13.   Fini: Razzismo, infezione dello spirito  4

14.   Svizzera. Proposta di legge per i frontalieri 5

15.   La risoluzione di Montreal: chiesta l’immediata cancellazione dei tagli alla stampa italiana all’estero  5

16.   Il PD-Svizzera orientale valuta le recenti elezioni italiane  6

17.   Italianità in Svizzera: dibattito aperto  6

18.   Riflessioni sulla nube islandese. Quando la Tecnica si arrende alla Natura  6

19.   Impreparati all'emergenza  6

20.   Folla a Cracovia per i funerali di Kaczynski. Assenti i grandi del mondo per la nube vulcanica  7

21.   Dalla sanità all’economia. I primi colpi di Obama e quelli ancora da battere  7

22.   Purificati da una nube  8

23.   Delors e la schizofrenia dell'aver bisogno e del non volere più d'Europa e più d'immigrazione  8

24.   La caduta degli intoccabili 8

25.   La maledizione di Katyn sulla Polonia  9

26.   Afghanistan. Emergency, liberi i tre operatori italiani. Napolitano: "E' un sollievo per tutti"  9

27.   Mafia, disoccupazione, razzismo. Ecco l'Italia divorata dai "mostri"  10

28.   Il paradosso del caso Fini. Un favore alla Lega  10

29.   Mappe. Pdl, il partito senza terra  11

30.   Il dovere del verbo  11

31.   Che cosa farà Fini quando sarà grande  12

32.   Pdl, Berlusconi non crede alla strappo: «Fini pagherebbe il prezzo più alto»  13

33.   Saviano: "Il premier mi vuole zittire ma sui clan non tacerò mai": 14

34.   Crisi Pdl. Bluff e rilanci. Ma la partita non finisce qui 14

35.   "Lavori in corso per una riforma dell'editoria”. Il 23 aprile a Roma il convegno della File  15

36.   Nasce il Post, il giornale on line diretto da Luca Sofri 15

37.   Il Viminale migliorerà l’informazione per gli italiani all’estero  15

38.   Basilea. Concorso di Poesia e Prosa in lingua italiana  16

39.   "Le 1001 storie degli Italiani nel Mondo": presentato in Campidoglio il volume di Pragmata  16

 

 

1.       Staatsministerin Böhmer: "EU-Beschluss ist Meilenstein für Integrationspolitik"  16

2.       „Easy Italia“, die freundliche Servicenummer für den Tourismus  17

3.       Maike Albath "Der Geist von Turin". Das Italien der Aufklärung  17

4.       Die Charta der Rechte der Touristen in deutscher Sprache: auf der Web-Seite www.italia.it 17

5.       Sizilien. Urlaub gegen die Mafia  17

6.       Popolo Viola: Violette Online. Protestwelle gegen Berlusconi 19

7.       Zivilcourage zeigen. Rechtsextremismus, Rassismus und Antisemitismus bekämpfen  19

8.       Migrantenstudie. Türken sind die Sorgenkinder der Integration  20

9.       SPD. Deutsch-Türkin verstärkt NRW-Schattenkabinett 20

10.   Krieg in Afghanistan. „Es ist gefährlich und es bleibt gefährlich“  21

11.   Afghanistan-Mission: Die Zweifel wachsen  21

12.   Stoiber verlängert bis Mitte 2012. EU-Bürokratieabbau: Stoiber macht weiter 22

13.   Folgen der Aschewolke aus Island. Europa am Boden  22

14.   Aschewolke über Europa. Ein Vulkanausbruch kann das Weltklima verändern  23

15.   Kritik an weiträumigem Flugverbot wegen Asche-Wolke  23

16.   Afghanistan: Rot-Grün kritisiert Kanzlerin ''Merkel muss Leadership zeigen'' 24

17.   Trauerfeiern in Polen. Wolke über dem Wawel 24

18.   Völkerverständigung. Polen und Deutsche haben sich längst versöhnt 25

19.   Deutsche Arbeitsmarktpolitik im Ausland von Interesse  26

20.   Griechenland: Rettungsfonds Finanzfeuerwehr für Europa  26

21.   Ende einer Irrfahrt - Merkel wieder in Deutschland  26

22.   NRW. Kraft stellt sich Ypsilanti-Falle  27

23.   Interview. "Schweigekartelle haben funktioniert"  27

24.   Protestform Menschenkette. Hand in Hand gegen Unrecht 28

25.   Vulkanasche über Europa. Was Reisende jetzt wissen sollten  29

26.   In München Filmvorführung: »Con gli occhi di lei«  30

27.   Die Theatergruppe Nessunteatro am 22. und 23. April in Köln  30

28.   Buch über Osteria Italiana in München erschienen  30

 

 

 

Informazione e comunicazione: quale futuro per la stampa italiana all’estero?

 

A Roma il 23-24 aprile, presso Cnel e Cser,  il V Congresso della Fusie, la Federazione Unitaria Stampa Italiana all’ Estero

 

Roma - “Per conoscere ciò che accade in Italia e per far conoscere l’evoluzione della presenza italiana nel mondo, gli italiani all’estero e gli italiani in Italia hanno diritto ad una ‘nuova’ o ‘rinnovata’ informazione e comunicazione  capace di tutelare il sentimento di italianità nel mondo, di alimentare le radici di un’appartenenza condivisa e di concorrere in modo efficace di internazionalizzazione del Sistema Italia”. Queste le motivazioni del V Congresso indetto dalla FUSIE (Federazione Unitaria Stampa Italiana all’ Estero) che si terrà a Roma nei giorni 23 e 24 aprile. Il Congresso – dal titolo “Informazione e comunicazione:quale futuro per la  stampa italiana all’estero?” – sarà ospitato dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), in via David Lubin, 2 , e dal Centro Studi Emigrazione  di Roma (Cser), in via Dandolo 58.

  Secondo il programma, ancora provvisorio, diffuso dalla Fusie, i lavori si apriranno venerdì  23 aprile, alle ore 9.30 nell’aula del Parlamentino del Cnel, con i saluti del presidente del Cnel Antonio Marzano e del direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie della Farnesina Carla Zuppetti.

  La relazione introduttiva sarà a cura di Giuseppe De Rita, presidente del Censis, su “La difficile immagine  della presenza italiana all’estero”.

  Seguiranno le relazioni di: Massimiliano Valerii ,responsabile comunicazione Censis su “Media tra crisi e trasformazione”; padre Lorenzo Prencipe, direttore Cser su “Ruolo e contentui della stampa  di e per gli italiani all’estero” ; Nino Randazzo, giornalista e senatore Pd della circoscrizione Estero, su “Giornalismo italiano all’estero: criticità sfide e prospettive”; Andrea Mantineo, direttore di “America Oggi”,quotidiano italiano negli Usa; Marco Basti, direttore di “Tribuna Italiana”, testata in  Argentina.

  I lavori riprenderanno, dopo una breve pausa, con gli interventi dei senatori della circoscrizione Estero Claudio Micheloni (Pd) e Basilio Giordano (Pdl), dei deputati della circoscrizione Estero del Pd Franco Narducci, Marco Fedi, Fabio Porta, del deputato Pdl della circoscrizione Estero Amato Berardi e del deputato Pd Michele Ventura.

  L’impegno dei partiti: interverranno il deputato Pdl della circoscrizione Estero Aldo Di Biagio, in qualità di responsabile Italiani all’estero del suo partito, ed Eugenio Marino, responsabile Italiani all’estero del Pd.

  Seguiranno i contributi delle organizzazioni di categoria: Franco Siddi, segretario generale della Federazione Nazionale Stampa Italiana; Enzo Iacopino, segretario generale dell’Ordine nazionale dei giornalisti;  Mimmo Porpiglia, responsabile Stampa italiana all’estero della Federazione Italiana Liberi Editori (Porpiglia è editore - direttore de La Gente d’Italia).

  L’adesione  delle organizzazioni  sociali dell’emigrazione e dei Patronati

  Dopo la colazione di lavoro la riunione riprenderà alle ore 15.30. Agli adempimenti statutari seguirà la relazione del presidente uscente della Fusie Domenico De Sossi. Dopo gli interventi dei delegati si terrà il dibattito, che concluderà la prima giornata.

  Sabato 24 aprile i lavori riprenderanno nella sala delle conferenze del Cser alle 9.30 con la prosecuzione del dibattito. Saranno poi eletti gli organi direttivi. I lavori si concluderanno alle ore13.30. (Inform)

 

 

 

Europa 2010. Un anno per gli esclusi. La situazione degli italiani in Germania

 

Il 2010 è l'Anno europeo della lotta alla povertà e all'esclusione sociale. Abbiamo incontrato chi, giorno per giorno, conduce questa battaglia. Perché i poveri e gli esclusi sono tanti, anche fra gli italiani in Germania, spiega Edith Pichler.

Nonostante l'Europa sia una delle regioni più ricche al mondo, quasi un quinto degli europei non riesce a soddisfare le proprie necessità primarie. Per questo l'Unione Europea ha scelto di dedicare questo 2010 all'impegno nel campo della solidarietà e dell'inclusione sociale. In primo piano nella lotta contro la povertà c'è ad esempio la "Berliner Tafel", un'associazione che da da più di 15 anni combatte spreco e povertà, raccogliendo il cibo che avanza a supermercati e negozi per smistarlo e farlo arrivare a chi cibo non ne ha. Filippo Proietti ha accompagnato per un giorno i volontari al lavoro a Berlino.

 

Edith Pichler, sociologa di Berlino, fa il punto sulla situazione degli italiani e degli stranieri in Germania ai tempi della società globale. e sul modo in cui l'esclusione sociale colpisce vecchi e nuovi migranti.

 

Ascolta  il servizio di Filippo Proietti, in onda su Radio Colonia del 18 aprile

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2010/100418_berlinertafel.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2010/100418_berlinertafel.mp3

 

Ascolta l'intervista a Edith Pichler, sempre trasmessa da Radio Colonia

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/deut/2010/100418_ausgrenzungpichler.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/deut/2010/100418_ausgrenzungpichler.mp3

RC, de.it.press

 

 

 

La nube e l'odissea della Merkel. Il suo bus fora, cancelliera ferma sulla A1

 

Dagli Usa a Lisbona e da lì a Roma. Dalla capitale in auto verso Bolzano. Domenica il rientro a Berlino piccolo incidente all'altezza di firenze

 

MILANO - Il rientro a Berlino del cancelliere tedesco Angela Merkel si è trasformato in una odissea. Che dovrebbe concludersi domenica. A causa della nube di cenere prodotta dal vulcano nel sud dell'Islanda, il cancelliere tedesco da due giorni tenta invano di rientrare in Germania dagli Stati Uniti, dove si era recata per partecipare al vertice sulla sicurezza nucleare convocato dal presidente Barack Obama il 12 e 13 aprile. Merkel è atterrata nel pomeriggio di sabato a Roma da Lisbona. Poi a bordo un pullman, la cancelliera si è diretta da Roma a Bolzano, dove trascorrerà la notte prima di ripartire, domenica alla volta dell'agognata Berlino. Alle 16 però, come se non bastasse, all'altezza di Monte San Savino in provincia di Arezzo, il bus sul quale viaggiava la Merkel ha forato. La cancelliera infatti aveva infatti deciso di viaggiare con la sua delegazione sull'autobus e non sull'auto blu che li seguiva. Alcune pattuglie della polizia stradale hanno scortato il convoglio. Dopo il guasto la Merkel ha atteso un po' ed è poi salita sull'auto blu a sua disposizione e ha proseguito così il viaggio verso Bolzano. La polizia stradale della Toscana ha accompagnato la cancelliera fino a Roncobilaccio, dove il servizio di scorta è passato ai colleghi emiliani. Secondo stime di media tedeschi, l'intero viaggio della Merkel dagli Usa a Berlino durerà una sessantina di ore.

DOMENICA A BERLINO - Domenica la Merkel ripartirà sempre in pullman verso l'agognata Berlino. Con lei viaggiano circa 60 persone tra staff e giornalisti. La sua partecipazione ai funerali del presidente Lech Kaczynski e di sua moglie Maria, domenica a Cracovia, è stata però annullata. Venerdì la cancelliera era rimasta bloccata a Lisbona, dove era arrivata dagli Stati Uniti non potendo atterrare a Berlino.

BLOCCATO PER UN'ORA ANCHE BERLUSCONI - Merkel non è l'unico politico a patire problemi in queste ore: il ministro dell'economia Giulio Tremonti ha lasciato in anticipo questa mattina il vertice Ecofin di Madrid a causa degli inconvenienti creati ai voli dall'eruzione del vulcano islandese, non partecipando cos alla seconda giornata dei lavori. Nell'ambito del vertice nella capitale spagnola era previsto il forum di dialogo Europa-Asia (Asem): i rappresentanti cinesi hanno annunciato che non saranno presenti, mentre Š in dubbio la presenza dell'India e del Giappone. Il premier Silvio Berlusconi è rimasto un'ora fermo sulla pista di Ciampino prima di ottenere l'ok al decollo. Il presidente del Consiglio ha dovuto aspettare che si chiarisse se i voli di Stato fossero o meno esclusi dal divieto di sorvolo imposto dall'Enac su tutta l'Italia settentrionale. In sostanza, si doveva capire se l'aereo del presidente del Consiglio fosse equiparabile ai voli militari, di emergenza e umanitari: gli unici a cui è ancora consentito di alzarsi in volo. Un rebus risolto nel corso della riunione alla Protezione civile con i responsabili del traffico aereo, sulla base del fatto che i voli di Stato vengono effettuati quasi esclusivamente con aerei del 31/o Stormo dell'Aeronautica militare. Per chiarire la questione, però, ci sono voluti parecchi minuti. Il via libera, a quanto si apprende, è arrivato soltanto un'ora dopo. Il premier è così decollato in ritardo ed è arrivato a Linate giusto in tempo per recarsi ai funerali di Raimondo Vianello. Ma non è detto che ciò possa ripetersi domenica, quando Berlusconi dovrebbe partire alla volta di Cracovia per i funerali della coppia presidenziale polacca. La situazione dei cieli in Polonia, ma anche nel Nord Italia, potrebbe essere tale da impedire il volo anche degli aerei militari. Redazione online  CdS 17

 

 

 

Mezza Europa e una ruota forata, l'incredibile viaggio di Angela Merkel

 

Odissea per la cancelliera tedesca, di ritorno dagli Usa. Aeroporti chiusi in Germania, si ferma a Lisbona. Poi a Roma, da dove riparte verso Bolzano. Ma sull'autostrada si buca una gomma del suo pullman. Un periplo, che alla fine, sarà durato una sessantina di ore

 

ROMA - Angela Merkel ha fatto un po' come la nube di cenere. Ha attraversato mezza Europa, e ancora non è tornata a casa. Tornava da una visita negli Stati Uniti, in aereo, e sarebbe dovuta rientrare a Berlino. Ma il caos dei voli provocato dall'eruzione del vulcano islandese ha stravolto i suoi programmi costringendo lei, e la  delegazione al seguito, a un tour de force sfiancante, per giunta comprensivo di piccolo incidente.

 

Il periplo comincia da San Francisco. L'aereo governativo "Konrad Adenauer" parte dalla California, dove Merkel ha visitato prima Hollywood e poi la Stanford University. Ma a Berlino non ci arriva, causa chiusura degli aeroporti tedeschi. Quindi, l'Adenauer fa rotta verso il Portogallo, uno dei pochi paesi non coinvolti dal caos. Atterra a Lisbona venerdì sera (sotto la pioggia) e lì trascorre la notte. Sabato mattina si ri-decolla. Verso l'Italia.

 

In mattinata la cancelliera atterra all'aeroporto di Ciampino, alle porte di Roma, dove la accoglie l'ambasciatore tedesco nel nostro paese, Michael Steiner. Cresce la curiosità della stampa per il destino della delegazione tedesca. L'ufficio stampa federale comunica che dalla capitale il loro viaggio proseguirà probabilmente a bordo di non meglio precisati "veicoli" in direzione dell'Alto Adige.

 

Nel primo pomeriggio, si riparte. La cancelliera e i sessanta al séguito si distribuiscono fra alcune auto blu e un torpedone, scortati da alcune pattuglie della polizia. Merkel sceglie il torpedone. Destinazione Bolzano, dove è previsto un altro pernottamento. Ecco di nuovo l'ufficio stampa che, fra un raccordo e uno svincolo, informa i cronisti che domenica il viaggio dovrebbe proseguire per la Germania, anche se ancora non viene reso noto con quali mezzi. Secondo l'emittente tedesca Ard, Merkel & co. potrebbero utilizzare un piccolo aereo che, volando a bassa quota affinché le particelle smeriglianti della nube non danneggino i motori, riuscirebbe a riportare la comitiva a Berlino.

 

Ma anche Bolzano è lontana. Perché il pullman che trasporta la delegazione, mentre viaggia sull'autostrada A1 fra Roma e Firenze, per l'esattezza a Monte San Savino in provincia di Arezzo, si ritrova con una gomma forata. Tutti a terra. In attesa che il guasto venga riparato. Fermo il pullman, ferme le auto blu e le pattuglie della polizia che scortano il tutto. E con molta cautela, perché - oltre al danno anche la beffa - il pullman ha forato su una strada priva di corsia di emergenza. Quindi, triangolo rosso catarifrangente a distanza regolamentare, luci lampeggianti accese e gommista in azione. Ma Merkel non si trattiene più di tanto. L'attesa si prolunga, e la cancelliera preferisce approfittare di un'auto blu che le è stata messa a disposizione per ripartire da sola, naturalmente scortata dalla polizia. Arriverà a Bolzano, Hotel Laurin, poco prima delle 23.

 

Alla fine, stando alle stime di alcuni media tedeschi, il viaggio della cancelliera durerà una sessantina di ore. Anche in caso di ritorno a Berlino, però, resta incerta la partecipazione di Merkel ai funerali, domani a Varsavia, del presidente polacco Lech Kaczynski. Una delle ipotesi allo studio, riferiscono fonti vicine alla cancelleria, prevede il possibile trasferimento in elicottero da Berlino a Varsavia. E il viaggio ricomincia. LR 17

 

 

 

 

 

Mainz. Land e Consolato premiano le 6 migliori pagelle per l’italiano nella 13 classe

 

Mainz. Il Consolato Generale d’Italia di Francoforte intende sostenere la promozione della lingua e cultura italiana in modo concreto e prende atto con soddisfazione che molte scuole in Renania-Palatinato offrono la lingua italiana come lingua straniera e che ci sia anche una rispondenza da parte degli studenti e delle studentesse.

Nell’intento di sostenere questa tendenza e di stimolare e tenere vivo l’interesse presso le alunne e gli alunni, il Consolato Generale ha avviato in collaborazione con il Ministero all’Istruzione della Renania-Palatinato un’iniziativa finalizzata a raggiungere tale scopo premiando le studentesse e gli studenti che abbiano riportato risultati particolarmente buoni nella materia Italiano.

La sottosegretaria di Stato all’Istruzione Vera Reiß, il Console Generale d’Italia, Min. Plen. Dott. Bernardo Carloni e il direttore dell’Ente Nazionale Italiano per il Turismo (ENIT) Marco Montini, premieranno in data 19 aprile alle ore 11.00

 

Presso il Ministero all’Istruzione (Ministerium für Bildung, Wissenschaft, Jugend und Kultur) Großer Sitzungssaal 11. Stock Mittlere Bleiche 61, a Mainz, le sei studentesse che hanno ottenuto i risultati migliori del Land nella 13° classe. Le studentesse provengono dai ginnasi di Koblenz, Linz, Mainz, Pirmasens e Worms. Per le “top-four” è in palio un soggiorno di fine-settimana per due persone nella località balenare di Bibione sulla Costa Adriatica. De.it.press

 

 

 

 

 

La riforma di “Radio Colonia”. Dal 3 maggio raddoppia la durata della trasmissione

 

Colonia - A partire dal 3 maggio Funkhaus Europa, il programma multiculturale della radio pubblica tedesca, riformerà la sua programmazione per renderla ancora più ricca e interessante. Nel quadro di questi cambiamenti anche le trasmissioni in lingua italiana subiranno delle importanti modifiche. Radio Colonia dal lunedì al venerdì passerà dall'attuale mezzora ad un'ora di programmazione (dalle 19 alle 20), mentre il settimanale Al dente, dopo 10 anni di onorato servizio, scomparirà. L'italiano su FHE, però, aumenterà complessivamente la sua programmazione settimanale. La nuova trasmissione della sera, si trasformerà dall'attuale formato notiziario più approfondimenti, in un magazine di attualità, con un tema del giorno, molta buona musica e rubriche proprio sul modello di Al dente. Gli appassionati di appuntamenti come il quiz, il libro o la ricetta, solo per citarne alcuni, non rimarranno delusi: queste rubriche non mancheranno nella nuova Radio Colonia.

Agli ascoltatori l'invito a rimanerci fedeli. Non ve ne pentirete!

Tommaso Pedicini, caporedattore di Radio Colonia/Funkhaus Europa/WDR

 

 

 

 

A Friburgo in Brisgovia il 2 maggio concerto dedicato alla canzone napoletana “Era maggio”

 

Friburgo - Il Consolato d’Italia di Friburgo in Brisgovia e la Pianohaus Lepthien organizzano, grazie alla collaborazione della signora Isa Wigand,  domenica  2 maggio, alle ore 20, presso la Flügelsaal Pianohaus Lepthien (Unterschwarzwaldstrasse 9 - Friburgo in Brisgovia), un concerto con le più famose aree e canzoni napoletane (Core ‘ngrato, Torna a Surriento, Luna Rossa, Marechiare, ecc.) intitolato “Era di maggio”. Le canzoni verranno interpretate da quattro giovani cantanti della Musichochschule di Freiburg  accompagnati dal  pianista Aziz Kortel.

I biglietti, il cui costo è di 12 euro, sono disponibili presso la Buchandlung Schwanhäuser e presso il negozio Garibaldi nella Talstraße 1A.

“La musica napoletana – spiega una nota - ha costituito e costituisce l’espressione più romantica e profonda dell’animo italiano. Essa  nasce dalle emozioni del  popolo partenopeo e rappresenta  un ‘cavallo di battaglia’ dei  più grandi tenori della storia musicale. La sua melodia, di origine antica,  riesce ad interpretare amabilmente tutte le passioni dell’animo umano, arrivando al cuore di ognuno, a prescindere dalla sua  nazionalità”. Per ulteriori informazioni: Isa Wigand, tel. 0761-29896. de.it.press

 

 

 

 

 

Apre la "Hannover Messe 2010" (19-23 aprile). Quest’anno è l’Italia il Paese partner

 

Hannover - Dal 19 al 23 aprile i maggiori settori dell'industria presenteranno i loro prodotti e processi durante la "Hannover Messe 2010", grande evento fieristico mondiale dedicato alla tecnologia, di cui quest’anno l’Italia sarà il Paese partner. La partecipazione italiana a questo importante appuntamento è presentata dall’Istituto per il Commercio Estero (Ice) sul sito internet www.italien-on-line.de/hannovermesse2010/.

Nella homepage il saluto di Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico, che rende noto di aver "accolto con piacere la proposta degli amici tedeschi di invitare l’Italia quale "Paese Partner. Questa designazione", spiega il ministro, "testimonia il ruolo delle nostre aziende sul mercato tedesco e l’efficacia dell’attività che abbiamo portato avanti in questi anni sul piano dei rapporti economici bilaterali". "L’Italia", aggiunge, "è tradizionalmente il primo partner commerciale della Germania e anche il più importante Paese espositore estero nelle principali manifestazioni fieristiche tedesche. E la partecipazione italiana alla Fiera di Hannover è sempre particolarmente numerosa. Essa rappresenta", osserva il ministro, "anche un importante riconoscimento della vitalità e del dinamismo del nostro sistema economico in considerazione del tema fondamentale scelto per il partenariato di quest’anno: la mobilità sostenibile, argomento di grande attualità, tanto dal punto di vista tecnico-ingegneristico, quanto da quello ambientale e sociale".

"Nel Padiglione Italia realizzato dall’Ice", continua il ministro Scajola, "che verrà inaugurato dal Presidente del Consiglio italiano e dal Cancelliere tedesco, i visitatori scopriranno innovazioni ed eccellenze sotto il profilo dell’efficienza, del rendimento energetico, della riduzione dell’impatto acustico, dell’impiego di carburanti sostenibili".

Sul sito internet dell’Ice è stato pubblicato anche l’intervento di Michele Valensise, Ambasciatore d’Italia in Germania, secondo cui "la scelta dell'Italia per il 2010 è un segnale concreto anche dell'attenzione tedesca per il nostro Paese come partner di riferimento in un momento cui l'economia mondiale sembra aver imboccato nuovamente la strada, pur se ancora irta di insidie, della crescita. Un segnale che ci rende orgogliosi e che conferisce ancora maggiore centralità ai rapporti commerciali tra i nostri due Paesi".

Nel sito web anche il saluto del presidente dell’Ice, Umberto Vattani, che sottolinea: "la designazione dell'Italia quale Paese Partner è motivo di orgoglio perché costituisce un importante riconoscimento non solo per le nostre aziende ma anche per il lavoro svolto dall'ICE, presente in Germania sin dal 1930, quando fu aperto ad Amburgo il primo degli Uffici della nostra Rete estera".

Il padiglione italiano è suddiviso in 8 sezioni: Industrial Automation IK, FK, IBA, MicroNanoTec, Research & Technology, CoilTechnic, Digital Factory, Industrial Supply, Energy/Power Plant Technology MobiliTec, per un totale di oltre 300 le imprese, di cui 59 presentate proprio dall’Ice. Presso il "Kommunales Kino" di Hannover ogni giorno si terrà anche una rassegna cinematografica interamente dedicata al cinema italiano. (aise) 

 

 

 

 

 

Alcune delle iniziative dei prossimi giorni a Monaco di Baviera e dintorni

 

- fino a sabato 30 maggio, c/o Pinakothek der Moderne

   (Barerstr. 40, München))

   "Gianpaolo Babetto. L'italianità dei gioielli"

   Informazioni presso: www.die-neue-sammlung.de

   Ingresso (per l'intero museo): € 10,-/7,- (domenica: € 1,00)

   Organizza: Die Neue Sammlung - The International Design Museum Munich

   in cooperazione con l'Istituto Italiano di Cultura

 

- fino a domenica 6 giugno, 10:00-22:00, c/o Aspekte Galerie im

   Gasteig, 2. OG (Rosenheimerstr. 5, München)

   "Letizia Battaglia - Sizilianische Fotografien von 1976 bis 2009"

   Ingresso libero

   Organizza: Aspekte Galerie der Münchner Volkshochschule, Münchner

   Stadtbibliothek, KOMM-Bildungsbereich Istituto Italiano di Cultura,

   Circolo Cento Fiori

 

- martedì 20 aprile, ore 21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum

   (St.-Jakobs-Platz 1, München)

   nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"

   Film: "Sotto... sotto... strapazzato da anomala passione"

   (Italia, 1984, 100', OmeU) Ingresso: 8,–/4,- €

   Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con l’IIC

  

- venerdì 23 aprile, ore 16:00-18:00, c/o Aula Seminari dell'IPP - Max

   Planck Institut fur Plasma Physik (Boltzmannstr. 2, Garching - U6

   "Garching Forschungszentrum", capolinea)

   "Il futuro della ricerca in Italia" con l'on. Laura Garavini

   prima firmataria di una proposta di legge finalizzata ad incentivare

   il rientro dei ricercatori italiani all’estero

   http://www.garavini.eu/prime/Prime.htm

   Organizza: Blog "Cervelli Monaco" (http://cervellimuc.blogspot.com/)

 

- sabato 24 aprile, ore 19:00, c/o sala parrocchiale di St. Josef

   (Schulstr. 4, Karlsfeld) "Serata Karaoke con Cocktailbar"

   Ingresso gratuito. Cena al sacco, pizza al taglio € 3,50

   Prenotazione tavoli entro 17 Aprile 2010 presso Salvatore Cascetta

   (Tel.: 08131/ 9 62 77 - 0171 / 6755255) oppure Mauro Sansone

   (Tel.: 08131/66 50 99 - 0179 / 2072349)

   Organizza: Circolo ACLI Karlsfeld (de.it.press)

 

 

 

 

 

A Monaco di Baviera il film "Fuori dal mondo" di Giuseppe Piccioni

 

Monaco di Baviera - Nell’ambito della rassegna cinematografica "Con gli occhi di lei" l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, martedì 20 aprile alle ore 19, proietterà il film "Fuori dal mondo" di Giuseppe Piccioni (versione originale con sottotitoli in italiano)

Caterina è una giovane donna che sta per prendere i voti perpetui come monaca, Ernesto è il proprietario di una lavanderia. Teresa è una ragazza che cerca un posto per dormire in una Milano grigia e inospitale, Gabriele è invece un giovane e responsabile poliziotto. Non si conoscono, ma il destino li fa incontrare quando Caterina trova un neonato abbandonato in un parco, avvolto in un vecchio pullover. Dopo aver portato il bambino all’ospedale, Caterina, che non riesce a toglierselo dalla mente, si mette alla ricerca della madre. Partendo dal maglione, Caterina risale alla lavanderia di Ernesto, e attraverso di lui, conosce da vicino anche la vita di Teresa e Gabriele. Tutti loro hanno perso qualcosa: una famiglia, un amore, una casa o più semplicemente la speranza in un futuro migliore. (aise) 

 

 

 

 

 

Anche i polacchi in Germania piangono per le vittime della sciagura di Smolensk

 

Sabato la Polonia ha reso l’estremo saluto alle 94 vittime della sciagura aerea di Smolensk e domenica si sono celebrati i funerali di Stato per il Presidente Lech Kaczynski e sua moglie Maria. Messe di suffragio anche qui in Germania ove vivono e lavorano 300.000 emigrati polacchi. Le elezioni del futuro Capo dello Stato dovrebbero avvenire il 4 luglio

Le espressioni di cordoglio e di solidarietà al popolo polacco sono arrivate da tutto il mondo. Anche qui in Germania migliaia di cittadini hanno depositato fiori davanti alle sedi di rappresentanza diplomatica. La comunità polacca, che in Germania conta 300.000 emigrati, si raccoglie in preghiera soprattutto nelle chiese cui si appoggiano i missionari per la celebrazione della Messa domenicale in lingua polacca.

Anche domenica scorsa a Stoccarda, Böblingen e Tübingen le chiese erano stracolme. Pareva rivivere le stesse emozioni di cinque anni fa per la morte del Papa polacco Karol Woytila. Gente di tutte le età e di ogni estrazione sociale si è stretta insieme per compiangere le vittime di una sciagura che, secondo alcune fonti, forse poteva essere evitata.

Il Presidente Lech Kaczynski, sua moglie Maria, alti ufficiali delle forze armate, capellani militari, intellettuali, rappresentanti della società e famigliari degli ufficiali polacchi deportati nel 1940 a Katyn si volevano recare nella cittadina russa per celebrare il 70° anniversario dell’eccidio. Per decenni proprio Lech Kaczynski aveva lottato per far emergere la verità dell’efferata mano militare non tedesca ma russa, autrice della fucilazione di 22.000 alti ufficiali polacchi.

Ebbene il nobile gesto è rimasto incompiuto. La fitta nebbia non ha consentito all’aereo presidenziale di atterrare. A due chilometri dalla pista militare di Smolensk, il Topolev si è schiantato in un bosco. Nessun superstite.

Ancora una volta la Polonia piange.

Reazioni di immigrati polacchi a Stoccarda sono contenute nel servizio audio. Per ascoltare basta cliccare su questo link: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6248198/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/mtlhof/index.html

Tony Màzzaro, SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

La demolizione della rete consolare italiana. Un governo schiacciasassi

 

In passato vi sono già state delle chiusure di alcune sedi consolari italiane qua e là per il mondo, in particolare in Svizzera dove la rete è dimagrita del 50% nel giro di pochissimi lustri. Tuttavia mai siamo stati testimoni di una così ampia e pesante ristrutturazione della rete diplomatico-consolare come quella annunciata nel mese di giugno dello scorso anno dal Ministero degli Affari Esteri, ovvero dal governo Berlusconi, che interessa 23 sedi di cui ben 14 nella sola Europa e, quasi tutte, in luoghi con forte presenza di emigrazione italiana.

Le associazioni italiane, i Comites, il Cgie ed anche diversi parlamentari eletti all’estero (non tutti per la verità, specie tra quelli che sostengono l’attuale maggioranza di governo) hanno immediatamente protestato per questa deleteria ristrutturazione della rete consolare. Deleteria perché non migliorerà la funzionalità di una rete già in grosse difficoltà, anzi la peggiorerà poiché raddoppierà quasi l’utenza delle sedi consolari residue alle quali dovranno poi rivolgersi gli emigrati italiani privati del loro consolato. Sedi che, in gran parte, da quello che si dice, non dispongono neppure di locali confacenti e sufficienti per servire un pubblico così accresciuto (il Consolato Generale di Ginevra o di Charleroi, per esempio, con l’assorbimento dell’utenza di quelli di prossima chiusura rispettivamente di Losanna e di Liegi) con la prospettiva di un bel caos.

Niente da fare, il governo, attraverso il Sottosegretario al MAE, senatore Alfredo Mantica, continua a tranquillizzare tutti affermando, ancora nella sua ultima relazione di governo nel Comitato di Presidenza del Cgie dello scorso mese di marzo, che “Nell’ambito del piano di ristrutturazione, al fine di poter continuare a garantire un’efficace assistenza ai cittadini italiani residenti all’estero, è stato previsto il rafforzamento delle strutture degli Uffici consolari che riceveranno le competenze delle sedi in chiusura. Questi, con un accresciuto numero di addetti – di ruolo e a contratto, provenienti dalle Sedi soppresse – e con potenziate dotazioni informatiche, potranno mantenere costante il contatto con le collettività italiane di riferimento, al fine di poter garantire un’immutata qualità (!?) dei servizi offerti. Questo, in base al principio guida della riforma, che prevede che le risorse umane e finanziarie recuperate attraverso la razionalizzazione siano reinvestite nella rete stessa, con l’obiettivo di assicurarne il migliore utilizzo al servizio di cittadini ed imprese”.

A niente è valso ricordare al Sottosegretario Mantica, in tutti questi mesi ed in ogni occasione, che in futuro centinaia di migliaia di connazionali dovranno affrontare forti disagi per avvalersi di servizi consolari indispensabili per chi vive all’estero: un esempio per tutti lo avremo con la chiusura in Svizzera dell’Agenzia consolare di Coira con un utenza che dovrà poi recarsi al Consolato d’Italia di San Gallo che, per molti, significherà sei ore di viaggio all’andata e sei ore al ritorno con un cambio di ben tre treni.

A niente è servito ricordare al Sottosegretario Mantica che l’informatica, e cioè il tanto decantato “Consolato a casa” grazie ad internet, va a beneficio della sola utenza giovanile e non certamente di quel 25% di italiani emigrati in età più avanzata che, spesso, sono proprio tra i più bisognosi dei servizi consolari.

Infatti il governo, pur in presenza di una diffusa protesta, come uno schiacciasassi guidato da un sordo, continua imperterrito con questa ristrutturazione (“demolizione” sarebbe certamente un termine più appropriato) della rete diplomatico-consolare confermando, nella già citata ultima riunione del Comitato di Presidenza del Cgie, la “chiusura dell'Agenzia consolare di Coira, e l'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte del Consolato di I classe di San Gallo, dal 1° luglio 2010; chiusura del Consolato di Saarbrücken, e I'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte del Consolato Generale di Francoforte dal 1° luglio 2010; nella città di Saarbrücken sarà attivato uno Sportello consolare; chiusura del Consolato di Mulhouse, e l'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte del Consolato Generale di Metz, dal 1° luglio 2010; nella città di Mulhouse sarà attivato uno Sportello consolare; declassamento del Consolato di Norimberga ad Agenzia consolare, a partire dal 1° luglio 2010; chiusura del Consolato di Bruxelles ed istituzione nella stessa città di una Cancelleria consolare presso I'Ambasciata, dal 1° ottobre 2010; chiusura dell'Agenzia consolare di Genk, e l'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte dell'Ambasciata di Bruxelles, dal 1° ottobre 2010; chiusura del Consolato di Durban, e I'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte del Consolato Generale a Johannesburg, a partire dal 1° ottobre 2010; chiusura dell'Agenzia Consolare a Mannheim, e I'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte del Consolato Generale di Stoccarda, a partire dal 1° ottobre 2010; chiusura del Consolato Generale di Liegi, e I'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte del Consolato Generale di Charleroi, a partire dal 1° ottobre 2010; declassamento a Consolato del Consolato Generale d' Alessandria, a partire dal 1° dicembre 2010; chiusura del Consolato Generale di Amburgo, e l'assunzione delle competenze sull'attuale circoscrizione del predetto Ufficio da parte del Consolato Generale di Hannover, a partire dal 1° gennaio 2011; ad Amburgo sarà attivato uno Sportello consolare presso la sede dell'Istituto italiano di Cultura, e si stanno analizzando soluzioni specifiche per le attività consolari legate al porto”.

E questo è solo l’antipasto, con buona pace delle comunità italiane che risiedono in quelle circoscrizioni consolari: Amen!

Dino Nardi, Consigliere CGIE e coordinatore europeo UIM (de.it.press)

 

 

 

 

Fini: Razzismo, infezione dello spirito

 

Il presidente della Camera incontra delegazione della Commissione delle chiese per i migranti in Europa

 

ROMA - Si sono aperti mercoledì a Roma i lavori del Comitato esecutivo della Commissione delle chiese per i migranti in Europa (CCME). E giovedì una delegazione del CCME ha incontrato il presidente della Camera Gianfranco Fini. La delegazione era guidata dal moderatore Arlington Trotman e dalla segretaria generale Doris Peschke. 

  E' stato un incontro cordiale, riferisce la Federazione delle chiese evangeliche in Italia il cui presidente, pastore Massimo Aquilante, era nella delegazione. “Nel presidente della Camera – ha dichiarato Aquilante - abbiamo trovato un interlocutore attento, al quale abbiamo potuto esprimere le questioni che, in quanto evangelici italiani, sentiamo urgenti, tra tutte una seria politica dell'integrazione”. Nell'incontro Fini ha definito il razzismo “un'infezione dello spirito” e la xenofobia un frutto dell'ignoranza e della paura del diverso, sottolineando la necessità di un'azione sul piano culturale per fronteggiare sia l'uno che l'altra.

  La delegazione del CCME ha avuto modo di illustrare la campagna “Migration 2010” (http://www.migration2010.eu/) - in base alla quale la Conferenza delle chiese europee (KEK) ha dichiarato il 2010 Anno europeo delle migrazioni - nonché evidenziare gli aspetti critici che le politiche dell'immigrazione sollevano in Italia: in particolare il pacchetto sicurezza, lo sgombero dei campi rom e i rinvii in mare.

  “Per noi è importante incontrare rappresentanti delle istituzioni nazionali – ha spiegato Trotman - per offrire il nostro contributo alla costruzione di società che sappiano accogliere, integrare e vedere gli stranieri come una ricchezza”. In questa prospettiva, dopo l'incontro con Fini, la delegazione del CCME ha avuto un'audizione presso la Commissione Diritti Umani del Senato. (Inform)

 

 

 

 

Svizzera. Proposta di legge per i frontalieri

 

Syna, CISL e OCST  con alcuni parlamentari italiani, presentano una proposta di legge per migliorare il trattamento INPS per la disoccupazione dei frontalieri. Al termine di una serie di incontri con politici e tecnici, nei giorni scorsi sono state presentate in Senato ed alla Camera alcune proposte di Legge per migliorare il trattamento INPS in favore dei lavoratori frontalieri disoccupati.

 

Tali proposte di legge derivano da un testo che è stato predisposto dai sindacati Syna, CISL e  OCST  che ha raccolto l’adesione di molti Parlamentari, ed è corredato da un messaggio di presentazione redatto congiuntamente da Syna, CISL e OCST  che hanno condiviso le suddette modifiche.

 

Queste proposte sono state fortemente volute dai sindacati Syna, CISL e OCST  che, anche grazie alla forza di migliaia di frontalieri che rappresentano quotidianamente, pensano di poter contribuire alla definitiva soluzione di annosi problemi che erano emersi anche nei mesi scorsi.

 

La proposta di legge è costituita da 4 punti che sono:

1. richiesta di inserire nella legge un comma perché il fondo attualmente esistente (circa 380 milioni di Euro)  venga “utilizzato esclusivamente per pagare tale indennità;

2. richiesta di modificare le disposizioni in modo che i frontalieri licenziati dopo un periodo di malattia o infortunio (durante i quali non c’è l’obbligo dei versamenti AVS) possano far valere anche i corrispondenti periodi assicurativi AVS precedenti.

3. l’estensione dei periodi di indennità a 18 mesi per i frontalieri licenziati  con più di 50 anni e a 24 mesi per chi ha più di 55 anni.

4. l’inserimento automatico dei frontalieri che ricevono l’indennità di disoccupazione nelle liste della piccola mobilità perché possano fruire dei vantaggi per il ricollocamento, la formazione e la riqualificazione professionale, riconosciuti ai lavoratori italiani disoccupati.

 

Altri disegni di legge derivanti dalla nostra proposta, verranno probabilmente presentati nei prossimi giorni. Syna, CISL e OCST ringraziano i Parlamentari, Senatori ed Onorevoli che stanno collaborando con noi da alcuni mesi per giungere finalmente ad una miglior tutela e difesa degli interessi di migliaia di cittadini italiani che lavorano in Svizzera. Syna, CISL e OCST  confermano l’impegno forte nei confronti dei lavoratori frontalieri; la nostra serietà è riconosciuta da migliaia di lavoratori ogni giorno.

Angela M. Carlucci (Synia), Gianmarco Gilardoni (Csir-Cisl), Giancarlo Bosisio (Ocst) de.it.press

 

 

 

 

 

La risoluzione di Montreal: chiesta l’immediata cancellazione dei tagli alla stampa italiana all’estero

 

Montreal - I partecipanti al Seminario Internazionale sull’Informazione italiana nel Mondo, svoltosi a Montreal, nel Centro Leonardo da Vinci, per iniziativa  del Comites e del CGIE Canada, con la partecipazione dei Comites anche degli Usa (Washington, Miami, Houston) dei giornalisti e editori del quotidiano "Il Corriere Canadese" e dodici periodici italiani del Canada, del Segretario della Fnsi, Franco Siddi, e con interventi del Console di   Montreal, di dirigenti dell'Istruzione, di politici canadesi, hanno approvato la presente  RISOLUZIONE

 

  L’informazione è un bene pubblico essenziale per la qualità della democrazia per la convivenza e la coesione sociale e di una comunità. A livello internazionale assume particolare valore la specificità dei media italiani all’estero quale ponte tra culture, identità e sviluppo economico nel mondo globalizzato.

  L’italianità in questo senso non può essere considerata un concetto astratto, ma una condizione che deve essere sostenuta e valorizzata in coerenza con i riconoscimenti sanciti dalla Costituzione.

  Destano pertanto profonda preoccupazione le conseguenze provocate dai tagli generalizzati ai finanziamenti all’editoria italiana nel mondo decisi poco più di un mese fa dal Governo e ratificati dalla maggioranza del Parlamento.

 

  Il seminario di Montreal esprime con chiarezza l’idea che questo debba essere il tempo delle regole, della trasparenza e dell’efficacia degli interventi pubblici, finalizzati a tutelare e valorizzare la ricca e plurale rete dell’informazione italiana all’estero come bene pubblico.

  E’ insostenibile la retroattività dei tagli sul 2009 che, intervenendo prima di qualsiasi nuovo quadro normativo, mettono in grande difficoltà e in alcuni casi compromettono la continuità di attivita’ storiche editoriali che svolgono un ruolo incisivo verso la comunità italiana e nelle relazioni con le istituzioni civili ed economiche dei Paesi di ospitalità. La rete dell’informazione italiana nel mondo costituisce un bene ed un vantaggio per l’Italia e per il sistema Paese.

  Il seminario condivide le iniziative, sostenute anche dai due ordini del giorno bipartisan votati in Parlamento, finalizzate al recupero immediato delle risorse tagliate e chiede l’avvio contestuale di una riforma condivisa del settore.

 

  Non chiediamo assistenzialismo ne’ contributi a pioggia, ma sostegno finalizzato alla promozione di progetti editoriali di qualità, capaci di raggiungere i nostri connazionali e sottoposti ad accertamento sulla diffusione.

  Da un lato gli organi di informazione comunitaria realmente presenti nel territorio, dall’altra le aziende editoriali strutturate che, come nel caso dei quotidiani storici, offrono informazione professionale con l’impiego di personale qualificato e promuovono imprenditorialità e innovazione di settore.

  In questa direzione sono urgenti scelte strategiche capaci di produrre valori immateriali (conoscenza, istruzione, lingua, partecipazione civica, multiculturalità) e materiali (sviluppo economico, made in Italy, turismo, commercio).

  Tutto ciò richiede come precondizione il riconoscimento istituzionale dell’informazione italiana all’estero, che deve essere coinvolta assieme alle rappresentanze istituzionali delle comunità italiane nel mondo, sia negli Stati Generali dell’editoria ripetutamente annunciati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, sia nell’intero processo di definizione della auspicata riforma.

  Analogamente si chiede il riordino e la riqualificazione di Rai Internazionale affinché possa diventare una rete di qualità nel sistema della TV pubblica italiana nel mondo, capace anche di avviare quell’informazione di ritorno rimasta finora nell’album delle buone intenzioni.  

  Chiediamo con urgenza un “tavolo di concertazione” a Palazzo Chigi che metta assieme Dipartimento dell’Editoria, Ministeri dell’Economia e degli Affari Esteri con le Rappresentanze interessate (dei cittadini italiani e della stampa italiana all’Estero) per ripristinare le risorse tagliate e riqualificare gli interventi pubblici a sostegno dell’Informazione italiana nel mondo.  (Inform)

 

 

 

 

Il PD-Svizzera orientale valuta le recenti elezioni italiane

 

I dirigenti dei Circoli del Partito democratico della Svizzera orientale si sono riuniti a San Gallo per analizzare gli esiti dei risultati elettorali delle recenti elezioni amministrative e regionali italiane e per pianificare un programma di iniziative da promuovere e realizzare nella circoscrizione consolare di San Gallo a breve e medio termine.

 

Nel gruppo dirigente c’è la consapevolezza che la fermata d’arresto e le difficoltà che si sono manifestate prima, durante e dopo le giornate elettorali possano essere superate recuperando una maggiore tranquillità sia nei rapporti interpersonali tra i leaders, sia mettendo in campo una proposta politica del PD attenta e puntuale alle esigenze del paese, che tenga finalmente conto anche di una rinnovata richiesta di nuove politiche rivolte agli italiani all’estero. La via d’uscita da questa difficile fase di risultati e di consensi va perseguita con il lavoro e una maggiore attenzione  del partito verso le diverse richieste di soggettività riconosciuta all’interno del partito.

 

Sulle questioni che impegnano il Pd della Svizzera orientale si ritiene necessario richiamare al proprio senso di responsabilità le istituzioni italiane presenti sul territorio per ribadire l’esingenza e la garanzia del mantenimento di un livello minimo di servizi e di interlocuzione con il mondo organizzato dell’emigrazione italiana e per mettere i cittadini italiani in condizioni di fruire di ogni diritto che gli viene riconosciuto in qualità di soggetti civili e giuridici. La chiusura dell’Agenzia consolare di Coira e le difficoltà che ne discendono per l’intera comunità di quel Cantone vanno affrontate con una soluzione alternativa pratica ed urgente, che passa anche attraverso il coinvolgimento dei due Comites presenti nella circoscrizione consolare: quello di San Gallo e quello di Coira. Non si può lasciare al proprio destino e per giunta senza nessuna informazione, dimenticati dal mondo e dalla storia, migliaia di connazionali.

 

Nel ventaglio degli interventi programmatici su quali è stato indicato un percorso di lavoro e di temi sui quali i circoli locali del Pd presenti nella circoscrizione si impegneranno:

Politiche di prevenzione e sostegno agli anziani, alla promozione della lingua e la cultura italiana, ai servizi pubblici, la costituzione di un gruppo giovanile e sul versante svizzero, il Pd della Svizzera orientale sarà impegnato a favorire maggiore partecipazione dei propri iscritti alla vita politica locale, lavorando assieme con i partiti e con i sindacati locali. PD-Svizzera orientale, de.it.press

 

 

 

 

Italianità in Svizzera: dibattito aperto

 

BERNA - Mentre i rapporti italo-svizzeri ufficiali stentano a rimettersi al sereno, non si può dire che stia venendo meno l’interesse svizzero per l’Italia (probabilmente più che l’inverso) e tutto ciò che ha riferimento diretto o indiretto con l’italianità o italicità che dir si voglia.

  Prendo come spunto per questa riflessione il recente saggio di Renato Martinoni, professore di letteratura italiana all’università di San Gallo, «L’Italia in Svizzera: lingua, cultura, letteratura, viaggi». Esso si riferisce soprattutto ai rapporti linguistici e culturali (in senso ampio) tra l’Italia e la Svizzera, ma è emblematico dell’interesse che c’è ancora per le cose italiane nonostante le note vicende di scarsa diplomazia tra i due Paesi.

  In effetti l’interesse per l’Italia e per gli italiani, nel bene e nel male, compresi i pregiudizi da entrambe le parti non è mai venuto meno. Basta osservare il risalto che i media danno alle «notizie dall’Italia», accompagnato dalla meraviglia che suscita un Paese che continua a «tenere» nonostante la perenne conflittualità politica, il rischio di sgretolarsi da un momento all’altro a causa delle dinamiche opposte tra nord e sud, la presunta tendenza irreversibile al declino (soprattutto secondo certa stampa anglosassone).

  L’interesse per l’Italia è grande in questo Paese. C’è la moda italiana che tira ancora. Ci sono i mille prodotti italiani che quotidianamente arrivano dall’Italia e sono consumati tanto dagli italiani quanto dagli svizzeri. C’è la Ferrari, c’è il Prosecco, c’è il made in Italy. C’è soprattutto l’Italia che già in questo periodo comincia ad attirare fortemente gli svizzeri per il suo mare, le sue spiagge, il suo sole, le innumerevoli città d’arte sempre belle da visitare.

  A rafforzare l’interesse svizzero per l’Italia e il meglio dell’italianità c’è poi la presenza costante di mezzo milione di italiani che vivono in Svizzera. Non sono più i «Cincali» di una volta, muratori, lavapiatti e lavoratori e lavoratrici tuttofare, ma sono i più ben visti tra gli stranieri, anzi nell’opinione pubblica non vengano nemmeno più considerati stranieri, tanto sono ben integrati e li s’incontra praticamente ovunque e a tutti gradini della scala sociale e professionale.

  A guardarli in faccia, a parlarci (in quale lingua? visto che ormai ne conoscono più d’una), non si direbbe nemmeno che sono italiani. In effetti, se non fosse per il passaporto, il cognome che portano e talvolta una particolare impronta somatica che ne attesta l’origine, potrebbero benissimo non essere italiani ma svizzeri. Invece sono italo-svizzeri, di fatto anche se non sempre di diritto, ossia un’entità sociologica nuova che va affermandosi sempre più e che meriterebbe di essere seguita più da vicino nella sua evoluzione.

  E’ su questa nuova realtà che bisognerebbe focalizzare l’attenzione e la riflessione di coloro a cui sta a cuore l’avvenire dell’italiano e dell’italianità in questo Paese, invece di perdersi in tante chiacchiere inutili su questioni politiche italiane di scarso impatto pratico. E’ grazie a questo novum che il discorso in atto sul futuro dell’italiano e della cultura italiana in Svizzera assume una potenzialità quasi sconosciuta fino a una decina di anni fa. Per questo è importante che l’italofonia partecipi compatta a mettere in evidenza questa potenzialità e a progettarne e dirigerne il suo manifestarsi nei decenni a venire. Giovanni Longu

 

 

 

 

 

Riflessioni sulla nube islandese. Quando la Tecnica si arrende alla Natura

 

Secondo la scienza l'Universo è incominciato con un'immane catastrofe, il big bang che ha squarciato i «sovrumani silenzi», e terminerà con un'altra non meno gigantesca catastrofe, l'entropia, la degradazione dell'energia, che a quei silenzi riconduce. Nel frattempo altre catastrofi devastano l'Universo e la Terra. Tra l'una e l'altra, intervalli che all'uomo sembrano lunghissimi e nei quali, d'altra parte, e frequenti, altre «minori» catastrofi si producono, quelle che uccidono migliaia di persone e di cui danno notizia i mass media. Il potenziale tecnico dell'uomo non è ancora in grado di fronteggiarle. Come sta accadendo con l'eruzione del vulcano islandese. Quel potenziale è invece in grado di gareggiare con la distruttività del fenomeno entropico: se scoppiasse un conflitto nucleare tra Stati Uniti e Russia la terra sarebbe distrutta tanto quanto potrebbe esser distrutta dalla «Natura». Sul piano della distruttività Tecnica e Natura si combattono alla pari.

E dire che la Natura «si ribella» ha senso solo in relazione ai progetti dell'uomo. La sua ribellione, inoltre, può essere ben più radicale di quelle a cui ci è dato di assistere. A volte ci si trova di fronte ad affermazioni che sembrano inoffensive. Ad esempio questa, che le leggi della scienza (da cui la Tecnica è guidata) sono ipotetiche, cioè non sono verità assolute. Spesso gli scienziati se ne dimenticano. Ma l'ipoteticità delle leggi scientifiche significa ad esempio che un corpo, abbandonato a sé stesso, da un momento all'altro, invece di cadere verso il basso potrebbe andare verso l'alto. Qui la ribellione possibile della Natura è ben più radicale. La provvisorietà della destinazione della Tecnica al dominio del mondo è ancora più marcata.

Si fa avanti, in tutta la sua gravità, il problema della salvezza dell'uomo. Chi ci pensa? Quelli che si danno da fare per uscire dalle crisi economiche e politiche? Sì, a quel problema le religioni si rivolgono. Ma con la fede. E la fede è ipotetica come le leggi della scienza. Ma l'uomo è destinato ad aver a che fare soltanto con ipotesi e a soppesare soltanto con ipotesi il pericolo da cui è circondato?

Emanuele Severino CdS 18

 

 

 

Impreparati all'emergenza

In un’economia globalizzata i processi produttivi assomigliano a catene efficientissime con moltissimi anelli che avvolgono il mondo e che assicurano al consumatore prodotti di straordinaria tecnologia a prezzi straordinariamente bassi. Occorre purtroppo aggiungere che qualsiasi avvenimento in grado di spezzare anche uno solo di questi numerosissimi anelli rischia di fermare tutto.

 

Negli ultimi trent’anni abbiamo costruito un sistema sempre più efficiente senza accorgerci che ogni incremento dell’efficienza comportava un aumento della fragilità e che le conseguenze di tale crescente fragilità potevano risultare sempre più devastanti. Per questo bastano pochi giorni di eruzione di uno sperduto vulcano dal nome impronunciabile in uno sperduto Paese per rendere concreta la minaccia che la produzione di tutto il pianeta sia gettata nel caos.

 

I nostri discendenti forse ci accuseranno di un’enorme arroganza intellettuale: quella di aver preso come verità assoluta la «normalità» dei funzionamenti, di aver costruito modelli della realtà sempre più complessi in grado di spiegare «tutto», di aver proclamato la morte dell’incertezza e il trionfo del calcolo del rischio, la morte dell’irrazionale e il trionfo della razionalità. E invece il primo decennio del nuovo secolo può essere letto precisamente come la rivincita dell’irrazionalità e dell’incertezza dal terrorismo delle Torri Gemelle all’uragano Katrina, dalla crisi finanziaria alla crisi del trasporto aereo che, grazie al vulcano dal nome impronunciabile, improvvisamente ci troviamo davanti.

 

Caratteristiche di questa crisi sono non solo la sua non prevedibilità con le nostre attuali conoscenze, l’impossibilità di fare alcunché per risolverla ma anche l’estrema difficoltà di valutarne le conseguenze. Vulcanologi ed economisti possono ben guardarsi negli occhi e riconoscere la rispettiva ignoranza: i primi non sanno bene che cosa esce dal vulcano e per quanto tempo continuerà a uscire, gli altri non sanno bene quanto male tutto ciò potrà fare all’economia.

 

Se dovesse risolversi nello spazio di pochi giorni, l’eruzione islandese sarà ricordata per qualche progetto di vacanze saltato, qualche viaggio di lavoro annullato o spostato e qualche migliaio di tonnellate dei prodotti più vari consegnati in ritardo. Oltre alle persone direttamente coinvolte, a soffrirne saranno soprattutto i bilanci delle compagnie aeree e delle società di assicurazione, il che introdurrà in ogni caso un ulteriore elemento di debolezza nel quadro di una ripresa economica asfittica, certo non gradevole ma in nessun modo determinante.

 

Se però il blocco o l’irregolarità del trasporto aereo dovesse prolungarsi - diciamo per qualche settimana - da questi aspetti relativamente superficiali si passerebbe molto rapidamente a conseguenze molto più profonde. Ombre lunghe si stenderebbero sulla stagione turistica mondiale, soprattutto di località lontane e a buon mercato che vivono di turismo aereo di massa. In questo per l’Italia ci sarebbero probabilmente i guai maggiori; e potremo aspettarci la carenza o il ritardo nella consegna di parti indispensabili dei prodotti più vari con la comparsa di improvvise anomalie produttive in questo o quel settore. Certo, le imprese saprebbero alla fine trovare aggiustamenti: i trasporti di terra, il turismo vicino a casa, i fornitori non troppo distanti potrebbero compensare la debolezza del traffico aereo. Lo farebbero, però, solo dopo una flessione in ogni caso sensibile, che oggi sarebbe azzardato cercar di quantificare, del prodotto lordo.

 

L’impotenza di fronte a questo fenomeno naturale presenta molti parallelismi con un’altra impotenza divenuta evidente in questo stesso week-end che riguarda una grande istituzione finanziaria dal nome molto pronunciabile e molto pronunciato, Goldman Sachs. Un’indagine giudiziaria ha rivelato che all’interno della grande banca d’affari americana c’era un cuore truffaldino e la notizia segue di pochi giorni quella di una società nascosta all’interno di Lehman Brothers. La nube oscura che si alza dal vulcano islandese è, in definitiva, il simbolo della nostra ignoranza e della nostra impotenza: la mancanza di conoscenze geologiche e meteorologiche fa il paio con la mancanza di conoscenze della realtà finanziarie che è alla base della debolezza attuale della nostra economia. In entrambi i casi il mondo è stato colto di sorpresa. Il pennacchio del vulcano islandese è il simbolo delle nostre scarse conoscenze.

MARIO DEAGLIO LS 18

 

 

 

 

Folla a Cracovia per i funerali di Kaczynski. Assenti i grandi del mondo per la nube vulcanica

 

La Polonia ha celebrato oggi i funerali del presidente Lech Kaczynski e di sua moglie Maria, morti in un disastro aereo la scorsa settimana: oltre 50mila persone in piazza a Cracovia per l'ultimo saluto al presidente. Ma il persistere di una nube di cenere vulcanica nei cieli europei ha impedito a molti leader attesi alla cerimonia di intervenire. Il presidente Usa Barack Obama ha fatto sapere di non poter essere a Cracovia, antica capitale della Polonia, a causa della nube. E numerosi altri leader, inclusi il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il principe Carlo di Inghilterra, hanno annunciato che per lo stesso motivo non hanno potuto presenziare.

 

Il presidente russo Dmitry Medvedev è riuscito a giungere a Cracovia, rafforzando così il forte messaggio di solidarietà da parte dei russi verso i polacchi e la speranza che i rapporti fra i due Paesi, a lungo difficili, continuino a migliorare. «La tragedia di otto giorni fa e la simpatia e l'aiuto giunti da parte russa in questi giorni ci fanno sperare in migliori relazioni tra le due nostre grandi nazioni», ha detto il cardinale Stanislaw Dziwisz durante la messa, rivolgendosi a Medvedev, davanti alle due bare avvolte nella bandiera polacca rossa e bianca.

 

I funerali nella cattedrale di Cracovia sono giunti al termine di una settimana di lutto nazionale senza precedenti in memoria dei Kaczynski e delle altre 94 vittime, tra cui molti appartenenti ai vertici militari e politici del Paese, del disastro avvenuto il 10 aprile scorso in Russia. Il gemello di Kaczynski, Jaroslaw, ex premier, e altri membri della famiglia hanno insistito affinché i funerali si tenessero oggi come da programmi, anche se la cenere vulcanica ha causato la chiusura degli aeroporti in centro e nord Europa, inclusa la Polonia.

 

Le salme del presidente e della moglie erano state trasportate stamani da Varsavia a Cracovia a bordo di un aereo militare che ha dovuto volare al di sotto dei 5.000 metri a causa della cenere e saranno tumulate nella cattedrale dove riposano eroi nazionali e poeti polacchi. Alcuni polacchi hanno protestato per questa scelta -ritenendola eccessiva - nell'unica manifestazione che incrinato il forte senso nazionale in cui si è stretto il Paese dopo la sciagura aerea. Kaczynski, presidente dal 2005, aveva estimatori e detrattori ma il suo livello di consenso si era molto ridotto negli ultimi tempi. Ci si attendeva che avrebbe perso le elezioni presidenziali previste in autunno che ora invece, a causa del suo decesso, si terranno il 20 giugno. L’U 18

 

 

 

Dalla sanità all’economia. I primi colpi di Obama e quelli ancora da battere

 

Vero che gli umori in politica cambiano in fretta ma quello che è avvenuto negli Stati Uniti negli ultimi due mesi rappresenta un caso quasi sorprendente. Come ben sappiamo, l’irruzione nella scena politica del presidente Obama aveva aperto aspettative quasi sovrannaturali, tanto che il presidente stesso, per ridimensionare le eccessive attese dei suoi troppo accesi sostenitori, era uscito nella famosa frase «non sono nato a Betlemme».

Sono poi seguiti mesi di difficoltà, in cui Obama sembrava non solo perdere il suo tocco miracoloso ma, indebolito dalla battaglia senza fine sulla riforma sanitaria, non appariva in grado di affrontare con la dovuta decisione né i problemi interni né quelli internazionali. I suoi stessi collaboratori, interrogati sui singoli temi politici, confessavano sempre più spesso che «il presidente non aveva ancora preso posizione in materia». Obama insomma, partito come un punto esclamativo, stava diventando un punto interrogativo.

In ogni caso il suo tocco magico sembrava sparito fino al punto che la sconfitta in una elezione per un singolo seggio senatoriale era interpretata come il segnale di una inarrestabile caduta.

È vero che si trattava del seggio altamente simbolico reso vacante dalla morte di Ted Kennedy e che con questa perdita i democratici non raggiungevano la maggioranza qualificata necessaria per abbreviare alcune procedure parlamentari, ma è altrettanto vero che rimaneva ai democratici una invidiabile maggioranza di cinquantanove seggi contro quarantuno.

A questo punto Obama ha puntato i piedi, ha sfidato il Parlamento e ha ottenuto l’approvazione della tanto contestata riforma sanitaria.

Questa vittoria ha di nuovo cambiato l’orientamento dell’opinione pubblica, che si è rimessa sulla lunghezza d’onda del presidente, e ha mutato anche l’atteggiamento della maggioranza dei leader internazionali, corsi a Washington a discutere su come controllare la proliferazione nucleare ma, indirettamente, a celebrare il primo concreto successo di politica estera del presidente Obama, cioè il trattato di riduzione delle testate nucleari firmato a Praga con il presidente russo Medvedev. Un accordo che va finalmente nella direzione giusta e che evidenzia un cambiamento radicale della politica americana, ma in complesso un accordo quantitativamente modesto, nel quale la riduzione delle testate deriva più dal modo con cui sono contate che non dalla distruzione fisica delle testate stesse.

In questo nuovo quadro, l’economia desta tuttavia ancora grande preoccupazione, tanto è vero che gli americani che giudicano lo stato dell’economia cattivo o molto cattivo raggiungono il 77% di tutti i cittadini adulti.

E questo perché il peso dei debiti sulle famiglie rende molto più dubbia la ripresa dei consumi, le banche sono ancora assai riluttanti nel fare credito e la massa delle case invendute sul mercato è enorme.

Nonostante questo la Borsa si è messa a correre e l’indice Dow Jones è progressivamente cresciuto fino a superare il magico livello di 11.000 punti, anche se poi ha ripiegato nella giornata di ieri, e le previsioni di economisti e uomini d’affari sono quotidianamente corrette verso l’alto. Nonostante il triste giudizio sullo stato dell’economia, non si parla più di una ripresa ad alti e bassi (la così detta ripresa a W) ma di una ripresa forte e continuativa (la così detta ripresa a V) anche se i dati che la suffragano non sono certamente né univoci né definitivi.

Le voci che prima erano ritenute scarsamente importanti, come la robusta crescita dell’economia asiatica e un temporaneo aumento della domanda di automobili, vengono ora ritenuti un segno di cambiamento irreversibile, mentre vengono messi in secondo piano i dati sul deficit pubblico e sulla disoccupazione, che tanto pesano ancora sul futuro dell’economia americana.

Non importa se un temporaneo aumento dei consumi è stato sufficiente per espandere il deficit della bilancia commerciale a 39,7 miliardi di dollari nel solo mese di marzo e nemmeno se il deficit pubblico rimane a livelli stratosferici, in fondo non molto lontani da quelli greci. Il fatto che il consumatore stia ricominciando a entrare nei negozi e che le prospettive politiche del Paese si siano almeno temporaneamente stabilizzate spingono a prevedere l’inizio di una migliore prospettiva sia del futuro economico che di quello politico.

Personalmente rimango ancora prudente sulla definitiva uscita dalla crisi dell’economia americana e altrettanto consapevole delle difficoltà della politica estera (soprattutto per quanto riguarda il Medio Oriente) tuttavia non posso che prendere atto con favore del grande cambiamento delle aspettative che si è manifestato in soli due mesi. Non ci resta che sperare che queste previsioni diventino davvero una realtà e che Obama, se non nato a Betlemme, sia almeno nato nei pressi. IM 17

 

 

 

Purificati da una nube

Una nube ci ha imprigionati, una nube ci renderà liberi. Siamo cresciuti sotto cieli malsani, percorsi da nubi venefiche. Alzando gli occhi al cielo, abbiamo imparato più a diffidare che a pregare, più a temere che a sperare. Dall’alto - come dal basso, del resto - non c’era da attendersi nulla di buono.

 

In principio, a incombere sul nostro futuro, fu la nube atomica, quella fungiforme che si levò sopra Hiroshima il 6 agosto del 1945. Dopo di allora, una lunga serie di nubi si sono addensate all’orizzonte delle nostre vite minacciando olocausti ambientali, estinzioni planetarie, sindromi respiratorie. Procedendo a memoria d’uomo, trovo la prime nube tossica della mia vita nei ricordi d’infanzia. Era l’estate del 1976 e alle porte di Milano, nella cittadina di Seveso, scoppiava il reattore di una fabbrica chimica. Un miasma si stendeva sul territorio circostante come una nebbia autunnale. Ma puzzava. Era diossina. Prima caddero gli insetti stecchiti, poi stramazzarono le rondini, poi i cani impazzirono, poi le mucche levarono muggiti strazianti, infine, toccò ai nocchieri dell’arca. «Ci avevano detto che non esisteva alcun pericolo», dichiareranno gli abitanti della zona evacuati con 15 giorni di ritardo.

 

Esattamente dieci anni più tardi, il 26 di aprile del 1986, un altro disastro vaporoso, un’altra evacuazione tardiva. Questa volta la nube era composta di materiali radioattivi fuoriusciti dal reattore di una centrale nucleare nella remota località di Cernobil, ai confini tra Bielorussia ed Ucraina. Veniva di lontano ma giunse fino a noi. Avevo diciassette anni allora e, con la spavalderia della gioventù, assieme a un compagno di sbronze, la sfidammo addormentandoci ubriachi a Venezia sotto l’ala di bronzo del leone ai piedi del monumento a Manin proprio nella notte in cui i telegiornali ne annunciavano l’arrivo sulle nostre teste. La baldanza, l’incoscienza, non ci preservò, però, da una gran quantità di altre nubi, tutte più o meno maligne: gas di scarico, cortine fumogene, nubi di smog, nubi d’informazione e di disinformazione, vapori di benzina e vapori di nulla.

 

Siamo cresciuti così, nelle nostre città del benessere: sottoposti a un cielo gravato da miasmi, foriero di pestilenze vaporose, dove tutto è prodigio o funesto presagio. Proprio come nelle antiche città delle tragedie greche. Per la mia generazione, il privilegio di respirare liberi, a pieni polmoni, non è mai stato un diritto naturale, una gioia senza condizioni. Per noi, figli dell’estremo progresso, anche l’aria, soprattutto l’aria, è condizionata.

 

Eppure, guardando oggi le immagini di questa massa calda di gas formata da anidridi, idrogeni e vapori acquei, guardando i raggi del sole che, cosparsi di ceneri e aerosol, danno ai tramonti nordici colorazioni più intense, guardando dal satellite la scia marroncina stendersi sull’Europa, come sbavando da un vulcano islandese, guardando, soprattutto, la mappa del traffico aereo che si va cancellando da Nord a Sud, da Ovest a Est, immaginando questa nube boreale muoversi leggera a cinquemila metri d’altezza su cieli deserti, sorge in noi una chimera di quiete.

 

Certo, siamo consapevoli del grave danno economico, della crisi del traffico aereo, dei gravi rischi d’intossicazione, eppure si fa strada, irresistibile, una fantasia di azzeramento e rinascita. Fantastichiamo che, per un istante, lasciandoci tutti a terra, liberando i cieli sopra le nostre teste, la nube possa riportarci quel senso perduto della vita come qualcosa che può ricominciare da zero.

 

E’ la cosa di cui avremmo, forse, più bisogno. Una nube che faccia piazza pulita, dopo tante, troppe nubi che hanno ammorbato le nostre esistenze di asmatici immaginari. ANTONIO SCURATI LS 18

 

 

 

Delors e la schizofrenia dell'aver bisogno e del non volere più d'Europa e più d'immigrazione

 

Jacques Delors, la cui figlia Martine Aubry alla testa del partito socialista francese si è portata vincitrice nelle elezioni regionali del marzo scorso, è stato presidente della Commissione Europea dal 1985 al 1994, ispirato, dedicato, prestigioso predecessore del nostro Prodi e del portoghese Barroso. Egli si spinge nel tempo verso il ricordo più vivo dei padri fondatori dell'Unione Europea: Adenauer, Schumann, De Gasperi. Durante la campagna elettorale, tutta interna, certo, alla Francia, è intervenuto però più volte sull'Europa, sugli scettici blu dell'europeismo, sulle crisi del volere e disvolere che non mancano mai nei grandi disegni, all'indomani degli stessi corsi d'opera ed anche dei successi e delle realizzazioni, come la moneta europea, Schengen, Maastricht, Lisbona.

 L'immigrazione dall'Africa, dall'Asia e l'endogena tra regioni europee, è uno degli oggetti di attenzione e di allarme e di bivalenti giudizi di Delors, il quale se la prende con Eric Besson, ministro dell'immigrazione e della identità nazionale. Rispondendo ad un giornalista che l'aveva avvicinato in uno dei meeting politici, ha chiesto a sua volta: cosa volete fare di fronte al rischio di un repli nazionalista in Europa se questa Europa viellissante in cui oggi viviamo avrà bisogno di milioni di lavoratori immigrati? L'affezione alla propria identità nazionale non ci può, non ci deve chiudere alla mondializzazione "che io considero – ha soggiunto Delors – globalmente positiva malgrado rischi e debolezze da prendere in carico e da compensare". E' un saluto di congedo allo sciovinismo francese che già venne meno nel crollo del muro di Berlino e davanti alla riunificazione della Germania.

 Alludendo non soltanto alla Francia ma ad ogni Paese e ad ogni comunità europea e quindi anche all'Italia, Delors diffida di ogni velleità di populismo, di massificazione dei problemi per eluderli. Ci vuole cautela, la pazienza e l'umiltà di scalare i problemi, prenderli di petto uno per uno come l’emigrazione nella quale si può facilmente scivolare nella chiusura e nel razzismo. Cadiamo facilmente nella schizofrenia, abbiamo cioè bisogno degli immigrati ma non li vorremmo.

 Delors viene dall'essere promotore di Notre Europe Association. Nella dichiarazione adottata il 3 novembre scorso a Bruxelles, l'associazione ha chiesto che i diritti sociali dei cittadini europei e degli immigrati siano trattati in uguaglianza con le regole della concorrenza e con la libertà economica. Alberto Marinelli

 

 

 

 

La caduta degli intoccabili

 

«Sempre più debiti, sempre più esposizione nel sistema. Prima o poi tutto l'edificio verrà giù. In mezzo a questa sarabanda di transazioni esotiche, messe in piedi senza nemmeno capire la loro mostruosità, sopravvivrà solo il fabulous Fab». Così si firmava in una delle sue mail Fabrice Tourre, giovane vicepresidente della Goldman Sachs incriminato per frode, insieme alla sua banca, la più prestigiosa istituzione di Wall Street. Almeno fino a ieri.

In un Paese sano non ci sono centri di potere intoccabili. La decisione presa dalla Sec, la Consob Usa, di incriminare il sancta sanctorum della finanza americana dimostra che — con tutti gli errori e le cadute — gli Stati Uniti hanno ancora un sistema immunitario che funziona, con meccanismi di controllo e di bilanciamento dei poteri che ha pochi uguali nel mondo. L'Amministrazione Obama era stata accusata di aver rinunciato a perseguire i responsabili del disastro finanziario che ha fatto precipitare l'America e il mondo nella più spaventosa recessione degli ultimi 80 anni: un presidente che abbaia alla luna accusando Wall Street mentre salva le banche coi soldi dei contribuenti. Comincia a emergere una realtà diversa: non solo quei salvataggi si stanno rivelando assai meno onerosi del previsto, ma cominciano ad arrivare a destinazione anche le indagini delle istituzioni di controllo del sistema. Authority non ancora riformate dal Congresso — fin qui bloccato da conflitti politici e dalla guerriglia delle lobby finanziarie — ma che, affidate a una nuova generazione di professionisti, hanno ricominciato a muoversi con determinazione, a indagare in modo accurato. Goldman Sachs, legittimamente, rivendica la correttezza dei suoi comportamenti. Ma, negando che con le sue gigantesche speculazioni sui mutui subprime e le scommesse fatte contro gli investimenti eseguiti per conto dei suoi stessi clienti si è infilata in un gigantesco conflitto d'interessi, l'istituto si illude di vivere ancora in un mondo disposto a considerarlo al di sopra di ogni sospetto. Un mondo nel quale per decenni i capi della banca sono diventati ministri repubblicani o democratici (il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, che ha lasciato la Goldman nel 2005, non si è mai occupato delle vicende divenute oggetto di indagine).

Il clima oggi è completamente diverso: un cambiamento che sicuramente giunge in ritardo, visto che in passato i moniti non erano mancati. A partire dalla fine degli anni 80 quando John Kenneth Galbraith invitò a non riprodurre a Wall Street i meccanismi della moltiplicazione dell'esposizione finanziaria che avevano provocato il Grande Crollo del 1929. Allora, come ricostruito dall'economista nel suo celebre saggio su quella crisi, una delle principali responsabili del disastro fu proprio la Goldman, con i suoi investment trust, piramidi finanziarie verso le quali venivano indirizzati gli investitori, mai informati che all’interno di quelle costruzioni c’era solo il vuoto. Dopo il crollo le piramidi furono messe fuorilegge, ma la fantasia finanziaria ha inventato sostituti che sono andati proliferando man mano che a Wall Street si è diffusa un'avidità non contrastata dal sistema dei controlli. Goldman ha sempre negato di essere stata contagiata da quel clima. Ma l'inchiesta del «superpoliziotto » della Sec, Robert Khuzami, la smentisce. E la mail di Tourre sembra l'epitaffio di tutto un modo di fare finanza e, forse, anche di un intero gruppo dirigente. Massimo Gaggi CdS 17

 

 

 

 

La maledizione di Katyn sulla Polonia

 

Tante le pagine di sangue nella storia di questo Paese. Le ultime delle quali non favoriscono un buon accordo con la Russia

 

   L’incidente aereo di Smolensk, che ha causato la morte del presidente Lech Kaczynski, di sua moglie e di altre 94 autorità politiche, militari e religiose, ha brutalmente riportato alla memoria il massacro del 1940 effettuato a Katyn dai Sovietici allo scopo di eliminare la classe dirigente della Polonia. Al quale si aggiunse la deportazione in Siberia e nel Kazakhistan delle loro famiglie (bambini compresi), onde sopprimere anche la generazione successiva. In effetti, oggi come allora, il dramma che ha di nuovo colpito questo Stato lo priva della sua élite pubblica, tanto da far dire a Lech Walesa, Premio Nobel per la pace 1983, nonché fondatore del sindacato Solidarnosc, che trattasi del “secondo disastro di Katyn... al di là delle differenze che lo distinguono".

   E’ storia spesso insanguinata, quella della Polonia, specialmente negli ultimi quattro secoli: alla fine della guerra dei Trent’anni (1648), subì una vera invasione da parte di Cosacchi, Svedesi, Moscoviti, Tartari e Brandeburghesi che ne misero a dura prova popolazione ed economia; in seguito, quando la Svezia la occupò, registrò la morte di quasi un terzo della sua gente. Altri lutti nel 1792, a causa di un’insurrezione sedata nel sangue dopo la spartizione del Paese fra le potenze confinanti, Russia, Austria e Prussia. Solo nel 1918, la sconfitta dei tre Paesi che la dominavano le permise di ritornare libera ma fu libertà che durò poco: il 17 settembre 1939 fu invasa dagli eserciti russi e tedeschi, grazie al patto Molotov-Ribbentrop con il quale Hitler e Stalin se ne spartirono il territorio, dando inizio al massacro di sei milioni di polacchi, sul posto o nei rispettivi campi di concentramento.

   Non fu migliore il periodo successivo. Eliminati i nazisti dall’armata sovietica, la Polonia è inglobata nel regime di Mosca e diventa Repubblica Popolare ma subisce ancora eccidi, come quello del 1970 quando gli scioperi, dovuti all’aumento dei prezzi alimentari, furono duramente repressi con centinaia di morti. Dieci anni dopo, a seguito di una nuova ondata di scioperi, nasce il sindacato dei lavoratori chiamato Solidarnosc dal fondatore Walesa che nel 1988, anche grazie all’aiuto di Giovanni Paolo II, riesce a dar voce all’opposizione e a liberare il Paese dal regime comunista.

   Non a caso, Sergio Romano scrive (Corriere della Sera dell’11 aprile scorso) che “vista da Varsavia, la storia del Paese, dal Seicento alla guerra fredda, è un lungo rosario di vessazioni ed ingiustizie”. Del quale il massacro di Katyn, divenuto simbolo degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, rappresenta una delle pagine più funeste e dolorose. Un eccidio davanti al quale le democrazie occidentali hanno praticamente sempre taciuto o agito con discriminazione: quando la Polonia fu aggredita, nel 1939, gli Alleati dichiararono guerra solo alla Germania, ma non all'Urss. Quando questa s'impadronì del Paese, non reagirono. E, allorché gli operai di Danzica tentarono di dare vita a un nuovo movimento politico, l'aiuto venne loro solamente dal Papa polacco.

   In pratica, è stato messo il silenziatore sulla strage di Katyn della quale, fino al 1990, la Repubblica Sovietica aveva negato la responsabilità e sostenuto che l’eccidio fosse stato compiuto, nel 1941, dalle truppe di Hitler. Una versione, questa, che girò più o meno incontrastata fino a quando Gorbaciov prima ed Eltsin poi ammisero le colpe russe, senza peraltro chiedere perdono ai Polacchi. Anche Putin si è sempre mostrato recalcitrante a diffondere le notizie su Katyn e non ha fatto nulla affinché il suo popolo potesse venire a conoscenza dei crimini perpetrati da Stalin. Neppure durante la cerimonia, in occasione del 70esimo anniversario della strage, alla quale ha voluto presenziare insieme al Premier polacco, Donald Tusk. Certo, era la prima volta che un Capo di Governo russo partecipava a tale funzione; ma, ancora una volta, non ha creduto di doversi scusare a nome dei suoi cittadini.

   La maggior parte dei quali n’è venuta a conoscenza solo quando, dopo l’incidente aereo, la televisione locale ha in prima serata trasmesso sulle reti nazionali - su via libera di Putin? - il film “Katyn”, realizzato nel 2008 da Andrzej Wajda, figlio di uno degli ufficiali uccisi. Un film che anche in Italia è stato proiettato solo in una decina di cinema, tanto da indurre l’autore a dire che la sua opera è diffusa “quasi in maniera clandestina”. E da ispirare al giornalista Valerio Cappelli il commento apparso sul Corriere della Sera del 9 marzo 2009: “Il villaggio di Katyn è morto per la seconda volta, sepolto dall’indifferenza italiana”. O, peggio, dalla cecità preconcetta dei Marxisti-leninisti Italiani che, nel 2009, ancora sostenevano, basandosi su menzogne interpretative, che “il crimine di Katyn non fu opera di Stalin ma di Hitler”. E che Wayda nel suo film raccontasse “un sacco di balle”.

   E’ ovvio, quindi, che i rapporti tra Polonia e Russia non siano ancora dei migliori. Ma a farli perdurare ulteriormente potrebbe influire il sospetto, già circolato, che la recente disgrazia sia frutto non di un errore umano ma di un complotto. Più saggio, soprattutto più idoneo a ristabilire relazioni serene tra i due Stati, ricordare e diffondere le parole con le quali Wayda presentò a Berlino il suo drammatico film: “Quello di cui parlo è un tempo ormai lontanissimo, ma che deve essere ricordato e restituito alla memoria collettiva. E' una tragedia troppo grande, perché possa essere strumentalizzata a fini politici”. Qualunque essi siano.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Afghanistan. Emergency, liberi i tre operatori italiani. Napolitano: "E' un sollievo per tutti"

 

L'annuncio del rilascio degli italiani dato dalla Farnesina. "Presto in Italia con un  volo speciale". Il ministro Frattini: "Un risultato della diplomazia italiana". Letta: "Il governo il suo derby l'ha vinto". Gino Strada: "Mi sembra una bella conclusione". Kabul conferma: "Non colpevoli". Dall'Aira: "Sto bene e saluto tutti".

 

ROMA - Sono stati rilasciati Marco Garatti, Matteo Dall'Aira e Matteo Pagani, i tre operatori di Emergency arrestati l'11 aprile scorso a Lashkar Gah, nel sud dell'Afghanistan, dalle forze di sicurezza afgane, con l'accusa di aver partecipato a un complotto per compiere un attentato contro il governatore della provincia di Helmand. Lo rende noto un comunicato della Farnesina. I tre operatori sono all'ambasciata italiana a Kabul, e sono stati riconosciuti "non colpevoli", come attesta un comunicato del Nds, i servizi di intelligence afgani. "La liberazione dei tre operatori è un motivo di sollievo per noi tutti e, in primo luogo naturalmente, per i famigliari", ha commentato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rilevando che "il governo, e per esso il ministero degli Esteri, ha operato con accortezza e fermezza, aderendo alle preoccupazioni espresse da una vasta opinione pubblica".

 

"Mi sembra una bella conclusione", ha affermato il fondatore di Emergency, Gino Strada, aggiungendo però che "Qualcuno ha cercato di screditare Emergency e il tentativo è fallito". Dopo le 'tensioni' con il governo italiano, Gino Strada ha ringraziato però l'esecutivo per il contributo dato alla liberazione e ha scherzato "Invierò una maglietta di Emergency al ministro Frattini, come mi aveva chiesto".

 

Frattini ha espresso il suo più vivo compiacimento per la positiva conclusione della vicenda. "Abbiamo ottenuto quello che era il nostro obiettivo e cioè la libertà per i nostri connazionali senza mettere in discussione la nostra posizione di ferma solidarietà con le istituzioni afgane e la coalizione internazionale nella lotta contro il terrorismo in Afghanistan", ha detto Frattini.

 

"Ringrazio anche il Pd per la misura", ha aggiunto il ministro, spiegando che i tre cooperanti di Emergency saranno trasferiti in Italia "nelle prossime ore con un volo speciale". "Questa conclusione - ha aggiunto il ministro - è il risultato dell'intensa azione condotta dalla diplomazia italiana che ha agito con straordinaria professionalità e discrezione, nel rispetto delle istituzioni afgane che l'italia e la comunità internazionale stanno aiutando a crescere". "Voglio dare atto a Cecilia Strada (presidente di Emergency, ndr) di aver gestito la vicenda con sobrietà e evitando strumentalizzazioni, al contrario di una minoranza delle forze parlamentari che ha ottenuto come risposta i risultati di oggi", ha sottolineato il ministro.

 

Altrettanto soddisfatto il sottosegretario Gianni Letta: "L'Italia il suo derby l'ha vinto". "Il governo ha operato con discrezione e collaborazione tra Farnesina e intelligence, con determinazione ma senza raccogliere polemiche interne", ha rivendicato Letta.

 

"Siamo felici che sono liberi, non avevo dubbi perchè sono completamente innocenti. Aspettiamo il loro rientro e il loro abbraccio con le famiglie", ha detto Cecilia Strada, presidente di Emergency. "La loro liberazione è dipesa dal lavoro di tutti sia in Italia che in Afghanistan - ha aggiunto Cecilia Strada - hanno cooperato tutti per la loro libertà".

 

Molto felici naturalmente anche parenti e amici dei tre operatori. "Sta cominciando adesso a capire cosa è successo: poi ha dovuto interrompere la telefonata perché doveva restituire il telefono all'ambasciatore e perché gli avevano offerto un bicchiere di champagne", ha detto il papà di Matteo Pagani, intervistato da Skytg24 subito dopo che aveva sentito il figlio al telefono da Kabul. "Un'emozione che ricorderò per tutta la vita", assicura Paola Ballardin, moglie di Matteo Dell'Aira. Le prime parole di Matteo al telefono sono state: "Sono su di morale, forte, sto bene e vi saluto tutti". "Siamo molto contenti di essere fuori, soprattutto contenti di questo perché sia io che i miei compagni abbiamo passato momenti terribili. Siamo soprattutto contenti di essere fuori con il nostro nome completamente pulito. La nostra reputazione e quella di Emergency sono intatte", ha detto Marco Garatti.

LR 18

 

 

 

 

Mafia, disoccupazione, razzismo. Ecco l'Italia divorata dai "mostri"

 

«Ci sono momenti in cui il cervello si stacca dal cuore». In uno di quei momenti, Mario Farisano, operaio 44enne in cassa integrazione della Nuova Renopress di Budrio, nel Bolognese, si è tolto la vita. L’ha fatto nel garage della propria casa, una palazzina pietra a vista di tre piani a Marmorta, piccolissima frazione di Molinella, a pochi chilometri dal luogo di lavoro. Si è impiccato con la corda per saltare della più piccola delle sue due figlie, che hanno 6 e 13 anni. E che ora sono senza papà, come Ida è rimasta senza marito. Senza occupazione - Ida lavorava da un artigiano - la donna lo era già da un anno. A trovarlo, è stato il cognato Gerardo, anche lui cassintegrato dell’azienda budriese. Mario, trasferitosi in Emilia-Romagna più di dieci anni fa dalla Basilicata, si è ucciso dopo aver portato la bambina più piccola all’asilo. Ieri, la famiglia si è chiusa al proprio interno. In un bar vicino incrociamo Michele, uno dei nipoti: ha gli occhi lucidi, e ribadisce che questo è il giorno del silenzio. Mentre il cognato fa capire che, quando sei a casa, entri in una spirale in cui non è facile chiedere e ottenere aiuto. «E, alla fin fine, le bollette le devi pagare comunque».

 

Nella tragedia, poi, la beffa: nella mattinata di venerdì, mentre i sanitari constatavano il decesso dell’uomo, un’azienda metalmeccanica avrebbe chiamato a casa Farisano per fissare un colloquio: Mario aveva mandato molti curricula in giro, e la sua specializzazione era alta. Ma il telefono ha squillato troppo tardi. Cosa può aver spinto ad un gesto così estremo? I compagni di lavoro di Mario sono convinti che la situazione della Renopress abbia avuto un ruolo, forse decisivo. L’aria che si respirava in azienda era pesante. E non da ieri: dopo un anno di cassa integrazione, la fonderia aveva ritirato i 106 licenziamenti, ottenendo - grazie alla mediazione della Regione - un altro anno di cassa integrazione straordinaria. Pesante, ma non senza speranza: i 365 giorni potevano essere utilizzati per cercare un nuovo acquirente. Finora Mario, uno dei pochissimi «fornai» (nel senso di addetti ai forni) era riuscito a lavorare una settimana al mese, portando il suo stipendio da 600 a 900 euro. Il 15 marzo, però, la produzione si era fermata. In attesa dell’arrivo dell’assegno di cassa, neanche un euro era stato versato sul suo conto.

 

Lì, ipotizza Donatella Colombelli, sua collega alla Nuova Renopress, forse qualcosa si è rotto. «A quanto so, da allora non usciva più molto di casa. Lunedì, quando il delegato Fiom ci ha spiegato che era stato fissato l’incontro con le banche per l’anticipo della cassa integrazione - racconta Donatella -, io ho guardato Mario e gli ho detto: dai, possiamo dire di avere un piccolo aiuto. Ma lui mi fa, laconico: “Proviamo a vederla così”. Non sembrava molto convinto». Eppure, Mario era uno dei più attivi nella lotta per salvare la fonderia: «Interveniva spesso in assemblea - ricorda il sindaco di Budrio, Carlo Castelli - e, se c’era un collega abbacchiato, era il primo a fare una battuta per tirarlo su. Quando mi hanno detto cos’era successo, ho risposto: “Siete sicuri sia proprio quel Mario lì?”». Su Facebook, oltre ai due profili personali - uno dei quali conta 441 amici -, Mario interveniva sovente. E contribuiva alla pagina dei «Noi, 106 licenziati della Nuova Renopress». Il suo hobby, che gli consentiva di tirare su un piccolo extra, era la musica. Mario cantava col karaoke. Tanto che nel garage, luogo scelto per farla finita, c’è ancora la consolle per le basi. «Aveva sempre un sorriso per tutti - chiosa Donatella -. Io non so cosa scatti nella mente di una persona, ma può essere che a un certo punto uno non ce la faccia più. E il cervello si stacchi dal cuore». Andrea Bonzi L’U 18

 

 

 

 

Il paradosso del caso Fini. Un favore alla Lega

 

Accade continuamente che certe nostre azioni, volte a ottenere determinati risultati, producano effetti opposti, in contrasto con le nostre intenzioni. Una delle ragioni per le quali è possibile che il presidente della Camera Gianfranco Fini cerchi un accomodamento dell'ultimo minuto con Berlusconi consiste nel fatto che una scissione potrebbe ampliare ulteriormente gli spazi di manovra della Lega di Bossi. Sarebbe paradossale se proprio Fini, il leader che contrasta il peso politico della Lega nella maggioranza e nel governo, si trovasse nella condizione di favorirne involontariamente l'accrescimento anziché il ridimensionamento.

Nel breve termine, come ha osservato Stefano Folli ( Il Sole 24 ore), una scissione dei finiani potrebbe esaltare il ruolo della Lega nel governo non lasciando a Berlusconi altra scelta se non quella di rafforzare ulteriormente l'asse con Bossi. Ma le conseguenze di più ampia portata si avrebbero in sede elettorale (con o senza elezioni anticipate). Oggi, complici anche certe letture superficiali dei risultati delle regionali, la forza della Lega appare alquanto sopravvalutata. La Lega ha infatti ottenuto un grande successo ma con la complicità dell'astensione (l'astensionismo ha colpito il Pdl non la Lega). E’ plausibile che, nelle prossime elezioni politiche, riassorbito l'astensionismo, i rapporti di forza fra Lega e Pdl possano tornare più o meno ai livelli delle politiche precedenti. Ma se ci fosse una scissione le cose cambierebbero. Il Pdl apparirebbe al Nord ancor più fragile di quello che è e la Lega potrebbe avvantaggiarsene strappando molti elettori al partito di Berlusconi. L'egemonia leghista al Nord diventerebbe allora una «profezia che si autoadempie». La scissione finiana contribuirebbe al risultato.

Inoltre, quale che sia la consistenza delle truppe finiane, è probabile che il grosso di quelle truppe sia dislocato essenzialmente nel Centro-Sud, da Roma in giù. Fini potrebbe così trovarsi, involontariamente, alla testa di una specie di Lega Sud, con una capacità di attrazione nel Nord del Paese vicina allo zero o giù di lì. Sarebbe un passo in più verso uno scenario un po' fosco, quello di una netta divisione politicoterritoriale fra Nord e Sud.

D’altra parte, sono i numeri a dire che fino ad ora è stata solo la leadership di Berlusconi a tenere insieme le diverse anime territoriali della maggioranza. Fini ha però di fronte a sé anche un’altra opzione: fare ciò che fino ad oggi non ha fatto o non è riuscito a fare (come ha osservato Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere del 16 aprile). Evitare la scissione e costruire una corrente, interna al Pdl, dotata di un suo chiaro e riconoscibile programma, capace di parlare davvero all’elettorato di destra. In questo caso, Fini si doterebbe di una certa forza contrattuale da spendere nelle trattative con Berlusconi, Tremonti e Bossi sulle varie questioni interessate dall’azione del governo. È una strada sdrucciolevole: elaborare un programma siffatto (soprattutto, sulle questioni economiche) non è facile. Ma sembra anche, per Fini, l’unica possibilità. Limitarsi a fare il controcanto ogni volta che Berlusconi parla, come il Presidente della Camera ha fin qui scelto di fare, può strappare applausi alla sinistra ma, politicamente, non porta da nessuna parte. Con o senza scissione.  Angelo Panebianco CdS 18

 

 

 

 

Mappe. Pdl, il partito senza terra

 

C'è la tendenza - e la tentazione - di trattare il conflitto fra Berlusconi e Fini come un caso "personale". L'ultimo episodio di una lunga "guerra di successione" (come ebbe a definirla Adriano Sofri). D'altronde, in questa democrazia personalizzata, non può sorprendere che i conflitti politici abbiano retroscena personali  -  e viceversa. Tuttavia, gli argomenti critici espressi da Fini a sostegno della propria minaccia difficilmente possono essere considerati "personali". Perché sono politicamente fondati. E, al tempo stesso, percepiti  -  e condivisi  -  in ampi settori del Pdl con inquietudine. L'egemonia della Lega sulla coalizione. Ma soprattutto, la debolezza del Pdl e il suo squilibro territoriale crescente. Non sono invenzioni polemiche. Soprattutto oggi, dopo il voto regionale. Non a caso  -  e non per gusto della provocazione  -  Bossi ha dichiarato l'intenzione della Lega di esprimere il futuro premier, nel 2013. Fra i propri leader. Interni o di riferimento (un nome a caso: Tremonti).

La polemica sollevata da Fini, anche per questo, contribuisce a svelare quante difficoltà abbiano prodotto i risultati delle elezioni regionali nel Pdl.

 

Anche se la ri-conquista di 3 regioni importanti, come la Campania, il Piemonte, e il Lazio, ha indotto ad attribuire la vittoria al centrodestra, nell'insieme. E, dunque, al suo leader. Al premier. Che da sempre fanno tutt'uno. Tuttavia, il voto ai partiti ha sancito un evidente insuccesso del Pdl. Si tratta di un aspetto già osservato da altri analisti (per primo, dall'Istituto Cattaneo). Eugenio Scalfari, domenica, vi si è soffermato a lungo. Il Pdl, in valori assoluti, anche considerando la Lista Polverini in provincia di Roma, ha perso consensi, rispetto alle europee del 2009 (2.600.000) e alle regionali del 2005 (400.000). In termini percentuali, si è attestato sui valori del 2005. Cioè: il più basso della seconda Repubblica, considerando tutte le elezioni dal 1994 fino ad oggi. (Si veda, al proposito, l'articolo di Luigi Ceccarini su Repubblica. it).

 

Il buon risultato della Lega ha  -  in parte  -  compensato queste difficoltà. E le ha  -  in parte  -  acuite. Perché ha aumentato in misura rilevante il peso leghista. Nell'alleanza con il Pdl, infatti, nel 2005 la Lega rappresentava il 16% dell'elettorato, nel 2009 il 24%, oggi il 29%. Il fatto che fino al 2006 l'alleanza di centrodestra comprendesse anche l'Udc, peraltro, riduceva la forza contrattuale della Lega. (Che, anche per questo, considerava i neodemocristiani degli intrusi e dei nemici). Ma il peso assunto dalla Lega appare più evidente su base territoriale. Considerato insieme a quello del Pdl, nel 2005 l'elettorato leghista costituiva il 29%, nel Nord: oggi è salito al 47%. La crescita è ancora più evidente nelle regioni rosse del Centro (compresa l'Emilia Romagna). Dall'8% del 2005, oggi è salito al 26%. In altri termini: la Lega, per il Pdl, è un partner fedele. Ma anche necessario. E, al tempo stesso, un concorrente. (Si vedano mappe e tabelle sul risultato elettorale del Pdl nel sito di Demos), Nel Sud, la Lega non c'è, per ora. Ma il Pdl ha, comunque, incontrato difficoltà di tenuta elettorale. Certo, ha conquistato la Campania e la Calabria. In più ha strappato il Lazio. In complesso, nelle regioni meridionali, allargate al Lazio, ha recuperato 300 mila voti rispetto alle regionali del 2005, ma ne ha persi quasi un milione rispetto alle europee del 2009 e oltre due rispetto alle politiche del 2008. 

 

Così, il Pdl continua ad apparire  un partito fortemente meridionalizzato. Visto che il 41% del suo elettorato, alle recenti elezioni, proviene dalle regioni del Sud e dal Lazio. Eppure, anche in quest'area si è indebolito. Nel Sud, infatti, alle regionali ha ottenuto il 32% dei voti validi, ma alle europee del 2009 ne aveva conquistati il 42% e nel 2008 il 45%. Da ciò l'impressione che le critiche di Fini siano tutt'altro che infondate. Ma, al contrario, rivelino alcune ragioni di disagio e tensione che attraversano il Pdl. Sfidato dall'interno, più che dall'esterno. Dagli amici, più che dagli avversari. Da destra e dal centro, più che da sinistra. Nel Centro-Nord, come abbiamo già detto, è incalzato dalla Lega. Alle regionali del 2010, primo partito in 9 province, alle europee del 2009 in 6. Nel 2005 in nessuna. Mentre il Pdl nel 2005 era primo partito in 25 province, nel 2009 in 32. Oggi in 20. La concorrenza della Lega, peraltro, rimette in discussione l'accesso alle risorse e ai centri di potere. Nelle istituzioni, nel credito, nella finanza (come ha puntualmente mostrato Tito Boeri, su questo giornale).

 

Nel Sud, invece, il Pdl deve fare i conti con il malessere dei gruppi politici e di interesse a cui fa riferimento. Insoddisfatti e preoccupati, per il conflitto distributivo con gli "alleati" del Nord. Frustrati dall'asimmetria fra peso elettorale e politico. Dal contrasto fra un partito centromeridionale e un governo nordista. Queste tensioni hanno già prodotto strappi vistosi. Soprattutto in Sicilia, dove Raffaele Lombardo, leader del Mpa e presidente della Regione, agisce in aperto contrasto con il governo e il centrodestra. Dove Micciché e altri leader del Pdl parlano di costituire un Partito del Sud. Nel Mezzogiorno, il Pdl deve, inoltre, fare i conti con l'Udc, che ha ottenuto successi significativi. Ha, infatti, "conquistato" 15 comuni tra i 29 (a scadenza naturale) dove si è votato nelle scorse settimane. Partecipando a coalizioni per metà di centrosinistra e per metà di centrodestra.

Più che dal centrosinistra e dal Pd, quindi, l'opposizione alla maggioranza viene dalla maggioranza. L'opposizione al Pdl dal Pdl. Dalla sua  -  contraddittoria  -  presenza nella società e nel territorio. Dove appare poco radicato. Stressato da una fusione  -  tra Fi e An  -  mai del tutto compiuta, soprattutto a livello periferico. Frammentato in gruppi locali e particolaristici. Incalzato dalla compattezza della Lega. Disorientato  - più che da Fini  -  dall'incertezza sui fini comuni e condivisi. Per comprendere le difficoltà e i conflitti nel Pdl, allora, conviene non concentrarsi solo sui gruppi parlamentari, sui dirigenti nazionali di partito, sui luoghi della "politica dell'audience". Meglio spostare lo sguardo anche sul territorio. Dove si rischia di capire il significato della sfida di Fini a Berlusconi meglio che in un talk-show. 

ILVO DIAMANTI LR 18

 

 

 

 

Il dovere del verbo

 

Un filo neanche molto sottile lega l’offensiva del presidente del Consiglio contro La piovra e Gomorra, e il divario crescente che lo separa da Gianfranco Fini. Il filo è costituito dal parlar-vero, sui mali italiani: da quello che Melville chiama, meditando in Moby Dick sul ruolo profetico, il dovere del verbo. Non è la prima volta che Berlusconi attacca La piovra. Lo ha già fatto il 28 novembre («Se trovo quelli che hanno fatto 9 serie sulla Piovra, e quelli che scrivono libri sulla mafia che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare così bella figura, giuro li strozzo»).

 

L’assalto non era impulsivo: venerdì s’è esteso al libro di Roberto Saviano Gomorra. Ha detto testualmente: «(Dalle statistiche) la mafia italiana risulterebbe la sesta al mondo. Ma guarda caso è quella più conosciuta, perché c’è stato un supporto promozionale a quest’organizzazione criminale, che l’ha portata a essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra...». Se fuori casa appaiamo brutti, la colpa non è della mafia ma di chi fa vedere.

 

Allo stesso modo gli sono intollerabili le analisi negative sulla crisi economica mondiale, e infine il lavorio che Fini sta compiendo per costruire una destra conservatrice ma non populista, non xenofoba, con un forte senso della legge e soprattutto dello Stato: poiché è la sfiducia nello Stato che alimenta, a Sud come a Nord, la potenza mafiosa. I giornalisti narrano come alle critiche concrete del presidente della Camera, giovedì, Berlusconi rispondesse, macchinalmente, con slogan di piazza o frasi tipo: «Va tutto bene». Lo scisma della destra a Sud è disastroso e la Lega prevarica, osservava il primo, e lui replicava che a Sud la destra vince e che la Lega gli ubbidisce.

 

Vivo all’estero da tempo e posso certificarlo: se abbiamo ancora prestigio, presso i cittadini e i politici europei, è perché accanto al crimine esiste chi lo denuncia, a voce alta, rischiando la solitudine in patria e a volte la morte. Le sale si riempiono quando dall’Italia giungono Saviano, Travaglio, Tabucchi, descrivendo il regno d’un prepotente che controlla tutte le tv. Nei cinema, Gomorra e Il divo suscitano, oltre che spavento, ammirazione. Il giorno che Saviano visitò il Canada senza guardie del corpo, le giubbe rosse vollero scortarlo loro: per entusiasmo, e gratitudine. Non va dimenticato che la lotta antimafia di giudici e scrittori italiani aiuta molti Paesi ad arginare un crimine fattosi globale. Quando Falcone fu ucciso, nel maggio ’92, il giudice americano Richard Martin disse che mai sarebbe riuscito a smantellare Pizza Connection, senza Falcone. La mafia Usa fu combattuta da un trio composto da Falcone, Martin e Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di Manhattan. I metodi italiani antimafia sono un esempio mondiale. Non è con fiabe edificanti che correggiamo la storia. Fuori Italia, è a causa di Berlusconi che abbiamo problemi. Continuamente dobbiamo spiegare il suo successo, la sua malia, e non tanto lui quanto noi stessi.

 

Dice Saviano nella lettera al premier, pubblicata ieri da Repubblica, che «accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al Paese non è un modo per migliorare l’immagine italiana, quanto piuttosto per isolare» chi esplora tale potere. Senza narrazione veridica, niente riscatto: «È l’unica strada per dimostrare che siamo il Paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, non il Paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan». Berlusconi non l’ignora: sa quel che dice, e non teme di dirlo in nome di tutti gli italiani. Quando proclamò eroe Vittorio Mangano (ergastolo per due omicidi, appartenenza alla mafia, traffico di droga) fu il silenzio omertoso che esaltò come modello di virtù. L’arma principe contro le mafie - i pentiti, che lo Stato deve tutelare - veniva spuntata.

 

Infatti è stata spuntata, come spiega il giudice Nicola Gratteri quando evoca la battaglia alla ’ndrangheta. Gian Carlo Caselli sostiene che il discredito gettato sui pentiti - quindi su chi parla - non esisteva nel contrasto al terrorismo, ragion per cui quest’ultimo fu vinto e la mafia no (Le due guerre, Melampo 2009). Sono arrestati molti latitanti, non c’è dubbio: un successo del ministro dell’Interno, ma anche di magistrati e poliziotti non intralciati. In futuro lo saranno. Dice ancora Gratteri che quella sulle intercettazioni è «una legge spaventosa, che costruirà attorno alle mafie una diga di silenzio con il pretesto della “privacy”» (il suo libro, La malapianta, è pubblicato come Saviano da Mondadori, editrice del premier). Il silenzio è un regalo enorme alle mafie.

 

Anche per questo, perché l’omertà trascolora in eroismo, la mafia non spara come prima. Ma dilaga, specie a Nord. La legge del silenzio e la legge che silenzia: probabilmente è questa la stoffa di cui è fatto il patto politica-mafia, sotto la cui tenda viviamo. Ci ha protetti da attentati. Non ci protegge da una condiscendenza dilatata all’illegalità, dai profitti colossali della ’ndrangheta. Parlando degli elettori berlusconiani, Saviano osserva: «Molti di loro saranno rimasti sbigottiti e indignati dalle sue parole». Gli italiani, non solo di sinistra, si sono appassionati a Gomorra e alla Piovra (il primo film che parli di rapporti fra mafia, politica, finanzieri, massoni). La piovra ha agito sulle coscienze come il serial televisivo Olocausto sui tedeschi, nel 1979, o come sui francesi il film di Resnais sulla collaborazione, Notte e nebbia. Scoprire i propri lati oscuri è parte d’ogni guarigione, individuale o collettiva. È raccontare il proprio Paese com’è, per migliorarlo. Matilde Serao fece vedere che Napoli non era una cuccagna: nel Ventre di Napoli s’aggrovigliavano crimine e povertà. Grazie a lei la medicazione ebbe inizio.

 

Parlare vero è anche una barriera contro la degradazione della politica, contro i suoi vocaboli edulcoranti, i suoi eufemismi. È qui che il richiamo al dovere del verbo si allaccia alle vicende di Fini. Dell’Utri afferma che la politica gli serve per i processi di complicità con la mafia. Lo ha detto in un’intervista a Beatrice Borromeo, il 10 febbraio sul Fatto: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera». Lo ha ripetuto giovedì, al processo d’appello di Palermo. Ancora non si sa come finirà il conflitto Fini-Berlusconi, ma spegnersi del tutto non può: perché due visioni della destra si scontrano. Perché la contesa ha al proprio centro il dovere del verbo. Perché dall’antichità è con la parola che la politica comincia, o ricomincia. Perché l’attesa che si è creata non è piccola.

 

È vero: Fini ha inaugurato la sua diversità con il vocabolario e lo stile, prima che con le azioni; con discorsi sempre più affilati su temi decisivi come l’immigrazione, la legalità, la Costituzione. Dicono che qui è la sua debolezza, che mancano le politiche; che tutto è intellettualismo, maniera. «Fini dove va? Sono quattro gatti, sono dei fighetti», dice Berlusconi, e sa di poter contare su molti che la pensano così. Molti detrattori della parola, sospettata di non avere «radici nel territorio»: dunque radici nella paura, come la Lega. La retorica ha una fama cattiva, ma ha nobili tradizioni. Chi voglia riscoprirlo sfogli il periodico online di Farefuturo, la fondazione di Fini: spesso troverà i toni del j’accuse di Zola, che non è roba di fighetti. Il massimo politologo europeo è Machiavelli. È lui a smascherare l’opacità verbale, quando descrive riformatori religiosi come San Francesco: essi «lasciarono intendere che egli è male dir male del male», coprendo per questa via gli uomini della Chiesa. «Così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono».

 

Il dovere del verbo non è altro che questo: dire male del male. Su mafia, crisi, sul parto così difficile di una destra non biliosa, equilibrata. Un male non imbellito da telegiornali che rincretiniscono con servizi sulla fine dei chewing-gum masticati, e che diventano - la formula è di Sabina Guzzanti - armi di distrazione di massa. Saremo apprezzati all’estero a queste condizioni. In Italia si dimenticano presto non solo i propri misfatti, ma anche le proprie grandezze e i propri uomini di valore.

BARBARA SPINELLI  IM 18

 

 

 

 

Che cosa farà Fini quando sarà grande

 

CHE COSA farà da grande Gianfranco Fini? È ancora un possibile delfino di Silvio Berlusconi? Oppure uno dei suoi competitori? Un uomo di destra? Oppure un liberale? Rilevante o irrilevante? Questo gruppo di domande sollecita risposte alcune delle quali possono essere date fin d'ora, ma altre si vedranno col tempo perché lo stesso Fini oggi non saprebbe darle, neppure dopo aver inghiottito il siero della verità. La prima risposta certa è questa: non è mai stato il delfino di Berlusconi e mai lo sarà e la ragione è semplice: Berlusconi non vuole delfini. Non soltanto perché non se ne fida, ma perché non c'è nessuno come lui nel panorama politico italiano. Lui è un'anomalia assoluta, un fantastico imbonitore, capace di indossare qualunque maschera e di compiere qualunque bassezza che gli convenga.

 

Quando sarà arrivato al culmine del percorso che si è prefisso, non avrà altri pensieri che godersi la felicità d'aver gustato e posseduto tutto: il potere, la ricchezza, l'ubiquità, l'immunità. Che cos'altro può desiderare chi ha il culto di se stesso come obiettivo supremo da realizzare? Perciò nessun delfino, nessun successore designato. "Dopo di me il diluvio, che io comunque non vedrò". Perciò Fini non ha nessun avvenire dentro il Pdl dove i suoi colonnelli d'un tempo l'hanno già tradito e i suoi marescialli di campo che stanno ancora con lui finiranno con l'abbandonarlo anche loro se il percorso da lui intrapreso sarà troppo lungo e troppo accidentato.

 

Salvo forse Giulia Bongiorno e un Dalla Vedova e pochi altri che privilegiano le convinzioni agli interessi. La Polverini l'ha mollato il giorno stesso in cui fu eletta alla Regione; Alemanno è sulla soglia, Ronchi appena un passo indietro. Il presidente della Camera, a questo punto del suo percorso, ha assunto l'immagine d'un liberale, anzi d'un liberal-democratico, attento ai diritti e ai doveri e alla legalità. Allo Stato di diritto. Di qui il suo accordo con Napolitano. Quale avvenire politico può avere un uomo che ha scelto questa strada e questa immagine in un partito come il Pdl? Nessuno. E fuori dal Pdl? Fini è ancora rilevante perché potrebbe mettere in crisi il governo, ma nella canna del suo fucile ha soltanto quella cartuccia. Sparata quella non ne avrebbe più nessun'altra e la partita passerebbe in altre mani. A questo punto il suo futuro si potrà realizzare soltanto nelle istituzioni e non nella politica. È e potrà continuare ad essere un buon presidente della Camera o del futuro Senato federale o addirittura aspirare al Quirinale.

 

Non è poi un brutto avvenire anche se non è affatto facile; presuppone molta intelligenza, molta correttezza e coerenza di comportamenti ed anche un'Italia assai diversa da quella berlusconiana. Fargli gli auguri oggi significa perciò farli a tutti quelli che in un'Italia berlusconiana si trovano decisamente male. Nel breve termine può darsi che Fini giovedì prossimo formalizzi la sua rottura con Berlusconi o accetti un provvisorio armistizio per guadagnar tempo; ma la sostanza delle cose non cambierà e i voti dei quali dispone in Parlamento si faranno comunque sentire in qualche passaggio essenziale.

 

L'altro protagonista è la Lega. Molto più rilevante di Fini perché ha dietro di sé milioni di voti e controlla la parte più ricca e più produttiva del Paese. Bisogna capir bene quale è il rapporto della Lega con il Pdl con il quale è alleata e il suo rapporto con Berlusconi. Può sembrare che si tratti della stessa cosa, invece non è così. L'alleato della Lega non è il Pdl ma Berlusconi in prima persona. La Lega non lascerà mai Berlusconi perché è lui il suo amplificatore su scala nazionale e anche nel Nord leghista. La Lega non ha nessun uomo che possieda le capacità demagogiche di Berlusconi; Bossi è un'icona ma non ha carisma. La Lega perciò ha bisogno di Berlusconi almeno quanto Berlusconi ha bisogno della Lega. Il Pdl dal canto suo senza Berlusconi non esisterebbe. La figura geometrica che illustra questo trinomio è dunque quella d'un triangolo rovesciato; nei due angoli superiori ci sono Berlusconi e la Lega, nell'angolo inferiore c'è il Pdl. Due padroni e un sottopadrone. Fini si ribella proprio a questa geometria ma non ha la forza per disfarla anche perché il cemento che sostiene l'intera costruzione è nelle mani di Giulio Tremonti.

 

Guardate ora alla questione delle banche del Nord. E' stata esaminata con attenzione su vari giornali. Ne ha parlato più volte "24 Ore" con apprezzabile preoccupazione. Sulle nostre pagine sono intervenuti Massimo Riva e Tito Boeri mettendone in rilievo aspetti importanti e inquietanti ai quali ne aggiungerò uno che mi sembra il principale: la Lega vuole instaurare una sorta di autarchia finanziaria e bancaria nordista. Il senso della banca territoriale è questo. Se riescono in questo intento sarà una catastrofe per l'intero sistema economico italiano.

 

Bossi è stato assai esplicito e preciso su questa questione capitale. Ha detto: "La gente ci chiede di prenderci le banche e noi le prenderemo". Infatti le prenderanno passando attraverso le Fondazioni bancarie e insediando persone fidate nei consigli e nei vertici delle banche. Fidate per la Lega e per Tremonti, due ganasce della stessa tenaglia. Ma perché la gente fa quella richiesta a Bossi? Quale gente?

 

La Padania è un tessuto di medie, piccole e piccolissime imprese; le grandi e le grandissime si contano ormai sulle dita di una sola mano, anzi su un solo dito. Le banche e le Casse di risparmio hanno in quel tessuto la loro clientela naturale per una parte dei depositi raccolti e degli impieghi erogati. Ma soltanto una parte. Se sono banche di grandi dimensioni i loro sportelli di raccolta sono su tutto il territorio nazionale e i loro impieghi e intermediazioni sono ovunque in Europa. Ma "la gente" di Bossi e il messaggio leghista vogliono che il grosso degli impieghi rimanga su quel territorio anche se si tratta di impieghi non garantiti e concessi a condizioni di favore.

 

La territorialità bancaria nella visione leghista ha questo significato: raccolta di depositi ovunque, impieghi prevalentemente nel Nord. Questa è l'autarchia finanziaria leghista. Con altre parole questa è la politicizzazione del credito. Nella famigerata Prima Repubblica, un concetto del genere non era neppure pensabile. Ai tempi di Menichella, di Carli, di Baffi, di Ciampi, di Mattioli, di Cingano, di Siglienti, di Rondelli, una concezione del genere equivaleva ad una bestemmia.

 

Il credito è una linfa che circola in tutto l'organismo e affluisce là dove c'è bisogno ed è il mercato a stabilire la sua locazione ottimale. Perciò suscita preoccupato stupore vedere il sindaco di Torino che discetta sulla maggiore o minore "torinesità" dei dirigenti di Banca Intesa e i presidenti leghisti del Piemonte e del Veneto occuparsi della dirigenza di Unicredit, nel mentre il ministro dell'Economia si adopera per la creazione della Banca del Sud e consolida i suoi rapporti con le Generali.

 

La conclusione sarà l'isolamento del sistema bancario italiano dal sistema internazionale. Un'aberrazione che basterebbe da sola a squalificare un intero sistema politico. Ho scritto domenica scorsa che la Lega somiglia per molti aspetti ad una Vandea. Questo delle banche è un elemento qualificante di una concezione vandeana dell'economia. Anche la Chiesa di papa Ratzinger sta assumendo aspetti vandeani e per questo è aumentata la sua attenzione (ricambiata) verso la Lega. Ma qui il discorso è più complesso e ne parleremo una prossima volta.

 

Mentre questi fatti accadevano nell'area del centrodestra si è riunita ieri la direzione del Pd dando luogo ad un lungo dibattito privo tuttavia di apprezzabili novità e di concrete proposte. Il Pd è in attesa con le armi al piede, si direbbe in gergo militare. Nell'aria aleggia però una domanda: in tempi ormai remoti i due grandi partiti nazionali della Prima Repubblica avevano un invidiabile radicamento nel territorio. Come mai gli eredi di quelle due tradizioni politiche non sono riusciti a coniugare la concezione nazionale del partito e il suo radicamento territoriale?

 

La ragione è molto semplice e la storia ce la racconta. La Dc era radicata nelle parrocchie, nelle associazioni cattoliche, negli oratori, nelle cooperative bianche. Il Pci ricavava invece quel radicamento dal fatto che i comunisti erano licenziati dalle fabbriche o mandati nei reparti di confino. Occupavano le terre insieme ai contadini, morivano sotto il piombo dei mafiosi insieme agli operai scioperanti nelle zolfare siciliane e nelle cave calabresi. Leggete "Le parole sono pietre" di Carlo Levi e saprete come e perché i comunisti erano radicati sul territorio.

 

Il radicamento sul territorio non dipende dal numero dei circoli o delle sezioni. Dipende dalla condivisione della vita dei dirigenti con quella del popolo che li segue. Se quella condivisione non c'è e al suo posto c'è separatezza, il contenitore è una scatola vuota e il gruppo dirigente galleggia appunto nel vuoto. Non è questione di età, di giovani o vecchi, di donne o di uomini, di settentrionali o di meridionali, di colti o meno colti. È questione di creare una comunità e viverla come tale. La dirigenza del Pci era fatta di intellettuali che vivevano come proletari e in mezzo ai proletari. Se non c'è comunità, se non si sa suscitarla, non ci sono partiti ma gusci vuoti in balia della corrente. Anzi delle correnti. Questo è il problema del Pd. Mancano i don Milani e i Di Vittorio d'un tempo. Se risuscitassero sotto nuove spoglie molte cose cambierebbero in quest'Italia di maschere e di generali senza soldati.  EUGENIO SCALFARI LR 17

 

 

 

 

Pdl, Berlusconi non crede alla strappo: «Fini pagherebbe il prezzo più alto»

 

Il Cavaliere prepara il piano B. L'ira del premier per lo scontro in tv tra Lupi e Bocchino: «Scene così non devono ripetersi»

 

ROMA - «Evitare la rottura è l’unica cosa ragionevole. Ma so come andare avanti sia che Fini deciderà di restare, sia che Fini prenderà un’altra strada». Con chiunque abbia parlato ieri, a pranzo alla nuova Fiera di Milano o al telefono, Silvio Berlusconi ha cercato di contrastare il più possibile quel senso di precarietà che grava sul Pdl. Se la riunione dell’ufficio di presidenza, infatti, lo aveva messo di buon umore percependo una difficoltà dei finiani, il durissimo scontro televisivo Lupi-Santanché contro Bocchino-Urso, nel talk show notturno di Gianluigi Paragone su Raidue, ha fatto davvero infuriare il Cavaliere.

 

«È inaccettabile che si dia quest’immagine del Pdl. Scene come queste non possono mai più ripetersi. Meglio dividersi che dare questi spettacoli» ha ripetuto in mattinata mentre gli arrivano messaggi di dirigenti e notizie di tanti sms ed e-mail di militanti sgomenti per i toni e le parole usate nel match (l’invettiva di Lupi: «Siete come Travaglio e Di Pietro», la replica di Bocchino: «Atteggiamento fascista e squadrista», il botta e risposta Urso-Santanché concluso con l’invito della neo sottosegretaria a fare il nuovo gruppo).

 

In realtà Berlusconi non prevede una rottura alla direzione di giovedì prossimo. E cerca di mostrare il massimo di fermezza anche per cedere il meno possibile nella trattativa. Le questioni politiche di Fini? «In realtà sono questioni personali - risponde il premier - perché Fini era abituato comandare da solo nel suo partito». Lo stesso Pdl, insiste Berlusconi rispondendo al presidente della Camera, non può tornare indietro allo stato iniziale quando c’era la quota di garanzia 70% Forza Italia - 30% An: «Abbiamo fatto un congresso, ci sono organi che si riuniscono, faremo un nuovo congresso tra un anno-un anno e mezzo». Il Cavaliere resiste pure all’ipotesi di cambiare l’organigramma (anche se in caso di intesa potrebbe in tempi non lontani tornare all’ordine del giorno la regola dell’incompatibilità tra incarichi di partito e di governo, costringendo Bondi e La Russa a scegliere se restare o meno nel triumvirato dei coordinatori).

 

Il negoziato comunque è già cominciato. E più attivi nella mediazione sono Gianni Letta e Gianni Alemanno. Berlusconi si tiene ovviamente informato di ogni passaggio: ora attende il documento annunciato dai finiani. Ma non intende esporsi. Anzi, ostenta distacco. Dice ai suoi: «Fate voi. Un punto però deve essere chiaro. Se c’è l’intesa, vanno poi rispettate le regole della casa. Non sono disposto a tollerare continui distinguo e polemiche». Berlusconi non è disposto neppure a ripristinare la «diarchia». Anche perché, dal suo punto di vista, consentirebbe a Fini una sorta di potere di veto e magari gli offrirebbe la scena per un nuovo strappo tra sei mesi, quando a Fini potrebbe essere più conveniente. Il compromesso comunque non può dare certezze assolute al premier. Così come la rottura non può dare la certezza di elezioni anticipate.

 

Semmai il premier può pensare, oltre l’eventuale accordo di giovedì, di lavorare ai fianchi Fini, provando ad erodere il consenso dei suoi e scongiurare per questa via strappi futuri. Il presidente della Camera mette sotto scacco Berlusconi se, costituendo gruppi autonomi, riesce a raggiungere la soglia dei 30 deputati o dei 15-18 senatori. In questo scenario Berlusconi rischierebbe di restare intrappolato: né completamente libero di governare, né libero di andare al voto. Ma ieri il premier assicurava i suoi: «Non ho alcun timore. Anche se Fini si separasse, sarebbe lui a pagare il prezzo nettamente più alto. Non potrebbe giustificarsi davanti ai nostri elettori, mentre io sono capace di portare avanti il governo anche senza di lui». Al primo tornante favorevole, fa capire Berlusconi, potrebbe tornare alla carica con le elezioni anticipate.

 

Mentre per la gestione ordinaria ha già cominciato a lanciare segnali all’Udc di Pier Ferdinando Casini. Ieri Berlusconi ha detto a tavola di essere pronto «a fare la corte» a Fini. Intanto, in questi giorni di tensione con il presidente della Camera, il corteggiamento è iniziato verso il segretario centrista Lorenzo Cesa. Segnali a cui l’Udc, comunque, non ha ancora risposto in attesa che la partita nel Pdl si concluda. IM 18

 

 

 

 

Saviano: "Il premier mi vuole zittire ma sui clan non tacerò mai":

 

Lo scrittore: "Assurdo preferire il silenzio, Berlusconi si scusi con le vittime".

"Non so se Mondadori è ancora adatta a me" - di ROBERTO SAVIANO

 

Presidente Silvio Berlusconi, le scrivo dopo che in una conferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere responsabile di "supporto promozionale alle cosche". Non sono accuse nuove. Mi vengono rivolte da anni: si fermi un momento a pensare a cosa le sue parole significano. A quanti cronisti, operatori sociali, a quanti avvocati, giudici, magistrati, a quanti narratori, registi, ma anche a quanti cittadini che da anni, in certe parti d'Italia, trovano la forza di raccontare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischiato e stanno tutt'ora rischiando, eppure vengono accusati di essere fiancheggiatori delle organizzazioni criminali per il solo volerne parlare. Perché per lei è meglio non dire.

è meglio la narrativa del silenzio. Del visto e taciuto. Del lasciar fare alle polizie ai tribunali come se le mafie fossero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esattamente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nostra appunto è un'espressione ancor prima di divenire il nome di un'organizzazione.

Io credo che solo e unicamente la verità serva a dare dignità a un Paese. Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?

 

Il ruolo della 'ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d'affari - cento miliardi di euro all'anno di profitto - un volume d'affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende italiane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha presentato un dato che parla del sequestro alle mafie per un valore pari a dieci miliardi di euro. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola? Perché? Michele Greco il boss di Cosa Nostra morto in carcere al processo contro di lui si difese dicendo che "era tutta colpa de Il Padrino" se in Sicilia venivano istruiti processi contro la mafia. Nicola Schiavone, il padre dei boss Francesco Schiavone e Walter Schiavone, dinanzi alle telecamere ha ribadito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenomeno era solo legato al crimine di strada e che io stesso ero il vero camorrista che scriveva di queste storie quando raccontava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.

 

Per i clan che in questi anni si sono visti raccontare, la parola ha rappresentato sempre un affronto perché rendeva di tutti informazioni e comportamenti che volevano restassero di pochi. Perché quando la parola rende cittadinanza universale a quelli che prima erano considerati argomenti particolari, lontani, per pochi, è in quell'istante che sta chiamando un intervento di tutti, un impegno di molti, una decisione che non riguarda più solo addetti ai lavori e cronisti di nera. Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone pronunciate poco prima che lui stesso fosse ammazzato. "La lotta alla mafia è il primo problema da risolvere ... non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni le spinga a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale della indifferenza della contiguità e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone quando in un breve periodo di entusiasmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l'appoggio morale dà al lavoro dei giudici, significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze".

 

Il silenzio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si riduca a un problema tra guardie e ladri. Ma non è così. E' mostrando, facendo vedere, che si ha la possibilità di avere un contrasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo governo ha attuato è partito perché è stata accesa la luce sull'organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.

Eppure la sua non è un'accusa nuova. Anche molte personalità del centrosinistra campano, quando uscì il libro, dissero che avevo diffamato il rinascimento napoletano, che mi ero fatto pubblicità, che la mia era semplicemente un'insana voglia di apparire. Quando c'è un incendio si lascia fuggire chi ha appiccato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l'allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la verità, trovo assurdo e sconfortante pensare che il silenzio sia l'unica strada raccomandabile. Eppure, Presidente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l'impegno antimafia degli italiani. Avrebbe potuto raccontare che l'Italia è il paese con la migliore legislazione antimafia del mondo. Avrebbe potuto ricordare di come noi italiani offriamo il know-how dell'antimafia a mezzo mondo. Le organizzazioni criminali in questa fase di crisi generalizzata si stanno infiltrando nei sistemi finanziari ed economici dell'occidente e oggi gli esperti italiani vengono chiamati a dare informazioni per aiutare i governi a combattere le organizzazioni criminali di ogni genealogia. E' drammatico - e ne siamo consapevoli in molti - essere etichettati mafiosi ogni volta che un italiano supera i confini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silenzio che mostriamo di essere diversi e migliori.

 

Diffondendo il valore della responsabilità, del coraggio del dire, del valore della denuncia, della forza dell'accusa, possiamo cambiare le cose.

 

Accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al paese non è un modo per migliorare l'immagine italiana quanto piuttosto per isolare chi lo fa. Raccontare è il modo per innescare il cambiamento. Questa è l'unica strada per dimostrare che siamo il paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, e non il paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan. Credo che nella battaglia antimafia non ci sia una destra o una sinistra con cui stare. Credo semplicemente che ci sia un movimento culturale e morale al quale aspirare. Io continuerò a parlare a tutti, qualunque sarà il credo politico, anche e soprattutto ai suoi elettori, Presidente: molti di loro, credo, saranno rimasti sbigottiti ed indignati dalle sue parole. Chiedo ai suoi elettori, chiedo agli elettori del Pdl di aiutarla a smentire le sue parole. E' l'unico modo per ridare la giusta direzione alla lotta alla mafia. Chiederei di porgere le sue scuse non a me - che ormai ci sono abituato - ma ai parenti delle vittime di tutti coloro che sono caduti raccontando. Io sono un autore che ha pubblicato i suoi libri per Mondadori e Einaudi, entrambe case editrici di proprietà della sua famiglia. Ho sempre pensato che la storia partita da molto lontano della Mondadori fosse pienamente in linea per accettare un tipo di narrazione come la mia, pensavo che avesse gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occupati di mafie esponendo loro stessi e che Mondadori e Einaudi in questi anni hanno pubblicato. La cosa che farò sarà incontrare le persone nella casa editrice che in questi anni hanno lavorato con me, donne e uomini che hanno creduto nelle mie parole e sono riuscite a far arrivare le mie storie al grande pubblico. Persone che hanno spesso dovuto difendersi dall'accusa di essere editor, uffici stampa, dirigenti, "comprati". E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E' da loro che voglio risposte.

 

Una cosa è certa: io, come molti altri, continueremo a raccontare. Userò la parola come un modo per condividere, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Presidente, in una terra meravigliosa e purtroppo devastata, la cui bellezza però continua a darmi forza per sognare la possibilità di una Italia diversa. Una Italia che può cambiare solo se il sud può cambiare. Lo giuro Presidente, anche a nome degli italiani che considerano i propri morti tutti coloro che sono caduti combattendo le organizzazioni criminali, che non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta. Roberto Saviano, Agenzia Santachiara 17

 

 

 

 

Crisi Pdl. Bluff e rilanci. Ma la partita non finisce qui

 

Il gran lavoro di pompieri e pontieri e il cordone sanitario stretto attorno a Fini e ai finiani nella lunga giornata di ieri non deve ingannare: dietro l’apparente disponibilità a trovare un compromesso, le condizioni di Berlusconi sono chiare. Non a caso il premier ha voluto illustrarle personalmente nella conferenza stampa organizzata alla fine del vertice-fiume del Pdl. Dopo ore e ore in cui circolavano voci che il Cavaliere avrebbe approfittato dello strappo del presidente della Camera per metterlo fuori dal partito, riservandogli un trattamento analogo a quello adottato con Casini e l’Udc alla vigilia delle ultime politiche, Berlusconi invece ha rivolto a Fini un appello a tornare indietro sui suoi passi, un calendario più serrato delle riunioni degli organi dirigenti e un congresso del Pdl di qui a un anno e mezzo. Se il problema era ed è quello di un funzionamento più tradizionale del partito nato sul famoso predellino di Piazza San Babila, Berlusconi, a denti stretti, e pur essendo convinto che si tratta di un pretesto, è disposto tuttavia a mollare. Anche perché è l’unico modo di andare a veder le carte del cofondatore.

 

Se invece Fini insiste per costituire gruppi parlamentari autonomi, si accomodi, ma dev’esser chiaro che diventerebbe incompatibile con il suo attuale ruolo di presidente della Camera. Non è Berlusconi che lo sfratta: è obiettivo che non si può essere contemporaneamente leader di un gruppo e capo di un’assemblea parlamentare. E se proprio Fini è deciso a rientrare in politica, il Cavaliere è disposto a prendere per buono anche il suo impegno a non far cadere il governo e a metterlo alla prova nel nuovo ruolo di alleato esterno del Pdl. In realtà Berlusconi sa che il governo in questo caso non avrebbe vita facile, dovendo negoziare giorno dopo giorno ogni suo provvedimento con un nuovo soggetto. E punta sul fatto che nei prossimi giorni il cofondatore potrebbe accorgersi che mettere insieme i cinquanta deputati e diciotto senatori annunciati giovedì sera non è poi così facile come sembra. Quand’anche Fini ci riuscisse, se i suoi gruppi finissero col rendere la vita impossibile al governo, difficilmente poi potrebbero presentarsi davanti agli elettori a chiedere voti, specie dopo aver provocato una crisi che porterebbe diritto alle elezioni anticipate. Così, dietro le parole accomodanti del documento del Pdl e lo sforzo di buone maniere del premier in conferenza stampa, i problemi sono rimasti intatti. E tutto sarà legato ai numeri che Fini sarà in grado di mettere insieme nei prossimi giorni. Il suo futuro politico o la dura strada della ritirata dipendono solo da quelli.  MARCELLO SORGI

LS 17

 

 

 

"Lavori in corso per una riforma dell'editoria”. Il 23 aprile a Roma il convegno della File

 

Roma- Promosso dalla Federazione Italiana Liberi Editori (File) si terrà il 23 aprile prossimo a Roma il convegno "Lavori in corso per una riforma dell'editoria. Aspettando gli stati generali".

 

I lavori inizieranno alle 9.30 nella Sala Conferenze di Palazzo Marini e saranno occasione anche per presentare il volume monografico della rivista "Diritto ed Economia dei mezzi di Comunicazione".

Quindi, moderato da Marco Mele, giornalista de "Il Sole 24 Ore", il convegno entrerà nel vivo con gli interventi "tecnici" di Astolfo Di Amato, ordinario di diritto commerciale, su "Il prodotto editoriale", Piergiorgio Sposato, avvocato del Foro di Roma, su "La distribuzione dei periodici nel canale edicola: la difficile convivenza tra mercato e informazione nella disciplina applicabile al settore"; Lorenzo Del Boca, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti italiani, su "Il futuro della professione giornalistica"; Corrado Calabrò, Presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, su "L’editoria in Italia fra Stato e mercato: alcune prospettive per una riforma attesa".

Dopo la pausa, Luca Greco del Centro Studi FILE presenterà il panel delle imprese associate.

Quindi la parola passerà agli "operatori": Carlo Malinconico Castriota Scanderbeg (Presidente FIEG), Mario Primo Salani (Presidente MEDIACOOP), Roberto Natale (Presidente FNSI), Enzo Ghionni (Presidente FILE), Francesco Saverio Vetere (Segretario Generale USPI) e, infine, ai politici Alessio Butti (PDL), Roberto Rao (UDC), Davide Caparini (Lega) e Paolo Gentiloni (PD). Dopo il dibattito, le conclusioni saranno affidate al sottosegretario Paolo Bonaiuti. (aise)

 

 

 

Nasce il Post, il giornale on line diretto da Luca Sofri

 

Tutto è pronto, o quasi se si considera l’ultima passata di vernice negli uffici. Pittura a parte, la squadra è pronta e le connessioni funzionanti: martedì debutterà nel mondo virtuale il Post, nuova creatura del giornalismo on line diretta da Luca Sofri.

 

«Il progetto viene da lontano -ci spiega il direttore- Da lunghe conversazioni con Giovanni De Mauro, complice di questa avventura anche se non partecipe attivo. L’idea era quella di allargare i risultati ottenuti con il blog Wittgenstein.it  (che conta 10mila visitatori unici al giorno), un capitale interessante da non disperdere». Da qui il via alla ricerca di soci, contatti per dar corpo al progetto, annunci per mettere su la redazione del Post, nome evocativo per chi conosce la rete: è il termine con cui i blogger definiscono infatti i loro articoli.

 

«Sarà un aggregatore, nel senso che noi non produrremo notizie ma le racconteremo. Competeremo con i giornali nazionali puntando su qualità e velocità, i nostri punti di forza». L'idea è quella di rifarsi a siti con contenuti originali come Huffington Post, Daily Beast e Slate. La testata offrirà un'area news con una selezione di fatti ed eventi di respiro nazionale e internazionale. Lo spazio per i blog fornirà invece opinioni e spunti per l'approfondimento sull'attualità. La gerarchia delle notizie? «Ci occuperemo di tutto, anche di politica certo, ma, per dirne una, eviteremo di raccontare quotidianamente lo stillicidio di battute tra Fini e Berlusconi. L'obiettivo è puntare sulla qualità, sulle idee».

 

La redazione è a Milano e ci lavoreranno in cinque, rintracciati attraverso la Rete. «Al mio annuncio postato sul blog hanno risposto in 350. E’ stata un’esperienza molto bella parlare con loro, al di là di chi poi è stato scelto, tutti ragazzi giovani, motivati, in gamba».

 

Cinque sono anche i soci, tra cui Banzai, terzo operatore italiano nell'ambito media internet. La raccolta pubblicitaria sarà la principale risorsa per finanziare la società che amministra il Post. Molti e a tutto tondo blogger-collaboratori del Post, da Flavia Perina ad Andrea Romano, da Giuseppe Civati a Paolo Virzì, Marino Sinibaldi, Riccardo Luna, Giovanni De Mauro e Filippo Facci.

«Contributi diversi ma accomunati da un unico auspicio -dice Sofri- : migliorare la qualità dell'informazione in Italia».  Cinzia Zambrano  L’U 16

 

 

 

Il Viminale migliorerà l’informazione per gli italiani all’estero

 

Roma - All’indomani delle elezioni europee svolte l’anno scorso, l’onorevole Aldo Di Biagio insieme agli altri tre deputati del Pdl eletti all’estero – Angeli, Picchi e Berardi – ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno Roberto Maroni per segnalare lacune nelle informazioni per gli italiani all’estero nel portale del Viminale. Nell’interrogazione, quindi, i deputati chiedevano "quali provvedimenti intende predisporre al fine di colmare le lacune sussistenti nella normativa di riferimento del decreto legge del 27 gennaio 2009, convertito in legge n. 26 del 25 marzo 2009 e l’assenza di un adeguato sistema di informazione da parte del Ministero dell’Interno sia attraverso il portale dello stesso, che attraverso gli uffici".

A quasi un anno di distanza, il Sottosegretario all'Interno, Michelino Davico, ha risposto all’interrogazione sostenendo che il Viminale ha fatto il suo dovere, ma precisando che, per il futuro, si terranno presenti le segnalazioni dei deputati.

"Nel quadro degli adempimenti organizzativi concernenti le consultazioni elettorali – spiega Davico – il Viminale predispone pubblicazioni contenenti sia istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature, allo scopo di fornire una guida ai competenti organi e di facilitare il compito dei partiti, gruppi o movimenti politici che intendano partecipare alla competizione elettorale, sia istruzioni rivolte ai componenti degli uffici elettorali di sezione. Le edizioni aggiornate di tali pubblicazioni vengono approntate in vista di ogni consultazione elettorale o referendaria, entro tempi compatibili con l'esigenza di recepire eventuali modifiche normative che dovessero intervenire nella materia d'interesse, così come avvenuto, per le elezioni del 6 e 7 giugno 2009, con il decreto-legge 27 gennaio 2009, n. 3, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 marzo 2009, n. 26, e con la legge 20 febbraio 2009, n. 10".

"Tali istruzioni – precisa – vengono divulgate, in formato cartaceo e in via informatica mediante pubblicazione sul sito istituzionale del ministero. Per quanto riguarda nello specifico le operazioni di voto che si svolgano anche al di fuori del territorio nazionale e le modalità di svolgimento delle stesse, il relativo materiale viene fornito al ministero degli affari esteri per un'eventuale, ulteriore diffusione attraverso la rete diplomatico-consolare, nei modi ritenuti opportuni dal predetto dicastero. Nell'ambito della collaborazione istituzionale fra la Direzione centrale dei servizi elettorali, responsabile dell'organizzazione complessiva del procedimento, e gli Uffici elettorali circoscrizionali in funzione presso le Corti d'appello dei cinque capoluoghi di circoscrizione previsti dalla normativa che regola le elezioni europee viene fornita a tali uffici tutta la modulistica inerente la verbalizzazione delle relative operazioni, senza interferire negli aspetti organizzativi e nelle attività di competenza degli stessi".

"Le liste che intendono partecipare alle elezioni europee – riassume il sottosegretario – hanno diritto di designare propri rappresentanti ai sensi dell'articolo 31 della legge 24 gennaio 1979, n. 18 ponendo in essere gli adempimenti previsti dall'articolo 11, comma 4, lettera b) della medesima legge, ai fini di poter disporre un delegato effettivo e un delegato supplente per ciascuno degli altri Stati membri dell'Unione europea, nonché quelli previsti dal successivo articolo 12, comma 11, ai fini della designazione dei rappresentanti di lista presso l'Ufficio elettorale circoscrizionale, gli uffici elettorali provinciali e gli Uffici di ciascuna sezione elettorale nel territorio italiano. Si precisa, che, in relazione al quadro normativo vigente in materia, nella pubblicazione n. 2, "Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature", sono trattati ampiamente gli argomenti in questione, corredati di ampia modulistica riguardante le procedure più complesse. Tale modulistica, finora, è stata ritenuta esaustiva rispetto alle richieste e alle esigenze rappresentate dai soggetti coinvolti nelle predette consultazioni".

"Nella pubblicazione n. 6, "Istruzioni per le operazioni degli uffici consolari della Repubblica italiana nel territorio degli Stati membri dell'Unione europea" – puntualizza Davico – è stato ulteriormente ripreso l'argomento relativo alla designazione dei rappresentanti presso gli uffici di sezione istituiti nella circoscrizioni consolari. Entrambe le pubblicazioni sono state diffuse in formato cartaceo; la prima, inoltre, è stata inserita anche sul sito internet di questo ministero, dove sono disponibili anche la pubblicazione n. 1, contenente la raccolta di leggi per l'elezione del Parlamento europeo, e la pubblicazione n. 4 relativa alle istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione".

Il sottosegretario, poi, riconosce che "non viene invece approntata alcuna specifica pubblicazione concernente le operazioni di scrutinio effettuate dai seggi elettorali istituiti presso gli Uffici elettorali circoscrizionali, per lo scrutinio dei voti inviati dagli uffici consolari articolo 1 del decreto-legge 24 giugno 1994, n. 408, convertito, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, della legge 3 agosto 1994, n. 483), in quanto tali operazioni si svolgono secondo modalità non difformi da quelle relative ai voti espressi in Italia e tengono conto delle tabelle di scrutinio e della sequenza delle operazioni riportate nel verbale. Si ritiene, pertanto, che le necessarie informazioni attinenti al procedimento elettorale siano state diffuse in maniera tempestiva ed efficace anche in occasione delle recenti consultazioni elettorali".

Concludendo, Davico assicura che "non si mancherà comunque di tener conto delle esigenze segnalate dall'interrogante ai fini di un eventuale ampliamento del materiale informativo da rendere disponibile sul sito in occasione di future consultazioni". (aise)

 

 

 

Basilea. Concorso di Poesia e Prosa in lingua italiana

 

Basilea - La Regione Umbria, l’ARULEF (Associazione Regionale Umbra Lavoratori Emigrati e Famiglie), il Circolo Sardo “Eleonora d’Arborea” e il Circolo Culturale Realtà Nuova di Basilea, in collaborazione con l’Università delle Tre Età UNITRE e il Gruppo Lettori “Fenice Europa” di Basilea, organizzano un concorso di poesia e prosa in lingua italiana.

  Il concorso è aperto a tutti: iItaliani e a coloro che amano la lingua e la cultura italiana. Le poesie e le prose dovranno pervenire entro il 31 agosto prossimo al Circolo Culturale Realtà Nuova, Wallstrasse 10, Postfach 2815, 4002 Basel.

  La data della premiazione sarà comunicata entro il 15 novembre. Le opere pervenute saranno valutate da una giuria di esperti il cui giudizio è inappellabile. Il Concorso prevede due sezioni e quindi due premiazioni distinte: una sezione di poesia e una sezione di prosa (racconti brevi).

  Un concorrente può partecipare contemporaneamente alle due sezioni, ma l’invio dovrà avvenire in buste separate. La partecipazione al concorso è completamente gratuita. Per ognuna delle sezioni ci saranno tre premi del valore di Franchi svizzeri 300 per il primo classificato, di Fr. 200 per il secondo classificato e di Fr. 100 per il terzo classificato. A tutti i concorrenti sarà consegnato un attestato di partecipazione.

  Condizioni di partecipazione: 1) Le poesie e i racconti brevi in forma dattiloscritta dovranno pervenire in quattro esemplari, di cui uno solo dovrà recare: nome, cognome, indirizzo e firma dell‘autore. 2) Le opere possono essere accompagnate da un breve curriculum vitae. 3) Ogni partecipante non può inviare più di una poesia e/o racconto breve. 4) I racconti brevi non devono superare la lunghezza massima di due pagine a formato A4 con caratteri 12 punti.  5) Saranno ammesse a partecipare solo opere inedite e che non siano già state premiate in altri concorsi. 6) I promotori del concorso non restituiranno le opere inviate e si riservano i diritti per un‘eventuale pubblicazione.

  Fuori concorso saranno premiati gli alunni della quarta e quinta classe della Scuola primaria bilingue Sandro Pertini di Basilea per l’impegno e la gioia nel promuovere e rinforzare la loro identità italiana. (Inform)

 

 

 

 

"Le 1001 storie degli Italiani nel Mondo": presentato in Campidoglio il volume di Pragmata

 

ROMA - "Le 1001 storie degli Italiani nel Mondo" è il titolo del volume edito dall’associazione "Pragmata" (480 pp. – 30 euro) presentato il 7 aprile scorso in Campidoglio. Patrocinato da Ministero degli Esteri, Consiglio Regionale del Lazio e Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, il volume è una raccolta di ottantacinque diversi profili biografico-professionali di italiani che risiedono e lavorano all’estero, narrati dagli stessi protagonisti.

Le diverse testimonianze sono state raccolte nel corso di un lavoro durato quasi due anni attraverso internet, i social network e i diversi media dedicati agli italiani all’estero.

Un documento di 480 pagine, particolare e sorprendente per le singole vicende di vita e di lavoro che vi sono narrate, che si presenta come un testo di consultazione per la storia economica, culturale e sociale degli italiani che vivono oltre confine. Un viaggio nei cinque continenti che, nell’emozionare, divertire, commuovere e sorprendere, ripercorre oltre 200 anni di storia economica e sociale. (aise)

 

 

 

 

Staatsministerin Böhmer: "EU-Beschluss ist Meilenstein für Integrationspolitik"

 

Staatsministerin Maria Böhmer hat die Abschlusserklärung der

EU-Integrationsministerkonferenz in Zaragoza als Meilenstein für die

Integrationspolitik auf europäischer Ebene bezeichnet.

 

"Mit dem heutigen Tag kommt die Integrationspolitik in Europa einen wichtigen

Schritt voran. Die Erprobung von Indikatoren macht Integration verbindlicher. Mit

ihnen können wir Integrationspolitik auf ihre Wirksamkeit hin überprüfen und

 

somit effektiver gestalten. In Deutschland haben wir mit der Entwicklung von

Indikatoren schon wertvolle Erfahrungen gemacht", erklärte Böhmer zum Abschluss

der Konferenz im spanischen Zaragoza.

 

Die EU-Integrationsminister hatten sich darauf verständigt, ein Pilotprojekt zur

Erprobung von Indikatoren auf europäischer Ebene durchzuführen. Dabei sollen

insbesondere die Politikbereiche Beschäftigung, Bildung, soziale Integration und

aktive Bürgerbeteiligung bewertet werden. Der Beschluss geht auf ein Memorandum

zurück, das bei der vorherigen Ministerkonferenz im schwedischen Malmö

veröffentlicht wurde. Zuvor war der Austausch über die Entwicklung von

Indikatoren auf der Berliner Konferenz im Juni 2009 vorangetrieben worden, zu der

Staatsministerin Böhmer eingeladen hatte.

 

"Ich freue mich sehr darüber, dass der von Deutschland begonnene Prozess in

Zaragoza zu einem konkreten Ergebnis geführt hat. Das ist ein großer Erfolg für

unsere Initiative! Für die strategische Steuerung von Integrationspolitik sind

Daten über den Erfolg von Integrationsmaßnahmen unabdingbar. In Deutschland hat

uns der im vergangenen Sommer vorgelegte erste Integrations-Indikatorenbericht

der Bundesregierung wichtige Erkenntnisse geliefert", erklärte Böhmer. Ein

Ergebnis des Berichts waren erste Erfolge im Bildungsbereich. So konnte die Zahl

der ausländischen Schulabbrecher von 17,5 Prozent im Jahr 2005 auf 16,0 Prozent

im Jahr 2007 gesenkt werden.

 

"Für die Bundesregierung sind die durch die Indikatoren gewonnenen Erkenntnisse

wichtige Grundlage für unser Vorhaben, die Verbindlichkeit der Integration zu

erhöhen. Dabei werden wir auch auf Erfahrungen aus anderen EU-Ländern

zurückgreifen. Denn die Mitgliedsstaaten können ihre Integrationspolitik dann am

besten gestalten, wenn sie voneinander lernen", betonte Staatsministerin Böhmer.

"Der Beschluss von Zaragoza ist ein wichtiges Signal: Integration ist nicht nur

ein europäisches Thema unter vielen. Die Integration von Zuwanderern in den

Mitgliedsstaaten entscheidet mit über die Zukunftsfähigkeit Europas." De.it.press 16

 

 

 

„Easy Italia“, die freundliche Servicenummer für den Tourismus

 

" Easy Italia - die freundliche Servicenummer für den Tourismus“ ist ein mehrsprachiger Telefondienst für Auskünfte und Hilfe bei Problemen und steht italienischen und ausländischen Touristen ab dem 15. Mai d. J. zur Verfügung.

 

Jeden Tag, auch an Sonn- und Feiertagen, erhalten  Reisende, die unser Land besuchen, von 9.00 bis 22.00 Uhr unter der Nummer 039039039 (dreimal die italienische Landesvorwahl) mit einem einfachen Anruf Auskünfte und Hilfe, z.B. bei Notfällen verschiedener Art (nicht erbrachte Dienstleistungen, erforderliche medizinische Versorgung usw.). Es wird also eine direkte Verbindung zu den Informationsnetzen der touristischen Gebiete hergestellt: außerdem gibt es Reisetipps, Beratung über die Rechte als Urlaubsgast, aktuelle Informationen über Museen, Ausstellungen, Sehenswürdigkeiten und besondere Informationen für behinderte Besucher. Kurz gesagt erhalten Touristen zum Preis eines Ortsgesprächs auf einfache Weise alles, was sie für einen sicheren Urlaub benötigen. Der Telefondienst spricht Englisch, Französisch, Spanisch, Deutsch, Chinesisch, Russisch und natürlich auch Italienisch, überwindet gezielt die sprachlichen und kulturellen Schwierigkeiten und reagiert sofort und professionell auf die unterschiedlichen Bedürfnisse, die während eines Aufenthalts in unserem Land auftreten können.

 

Außerhalb der üblichen Öffnungszeiten wird eine Mailbox für die Fragen der Touristen eingerichtet; außerdem können die Gäste eine SMS-Kurzmitteilung oder eine E-Mail senden und erhalten am nächsten Tag eine Antwort darauf.

 

„Den Touristen und seine Bedürfnisse in den Mittelpunkt zu stellen, um seinen Aufenthalt in unserem Land noch einfacher und angenehmer zu machen“, erklärt die italienische Tourismusministerin, Michela Vittoria Brambilla, „ist eine vordringliche Aufgabe für ein Land wie Italien, dass weltweit für seine große Gastfreundschaft und Kultur bekannt ist. Mit Easy Italia wollten wir eine einzige zentrale Anlaufstelle im ganzen Land schaffen, die der Reisende mit allen Problemen kontaktieren kann. Die Stelle ist nicht nur Ansprechpartner für Auskünfte, sondern stellt auch qualifizierte Unterstützung dar. Die Gesprächspartner übernehmen die Anfrage des Gastes und begleiten ihn bis zur Klärung des jeweiligen Problems. De.it.press

 

 

 

Maike Albath "Der Geist von Turin". Das Italien der Aufklärung

 

Das moderne Italien wurde in Turin geboren. In der Reaktion auf die Massengewalt der Arbeiteraufstände und Fabrikbesetzungen von 1919 und 1920. In der Schule und bei Bernardo Bertoluccis Film "1900" haben wir gelernt, wie ihnen der Faschismus, der Siegeszug Mussolinis folgte. Bei Maike Albath erfährt man, dass aus dem Biennio rosso auch ganz andere Lehren gezogen werden konnten.

 

Auf dem Umschlag ihres Buches sieht man einen Ausschnitt aus einem Foto aus dem Jahre 1932. Man sieht Leone Ginzburg und Cesare Pavese auf einem Mäuerchen sitzen. Ginzburg hat einen Notizblock vor sich. Es ist eine der Sitzungen, auf denen darüber gesprochen wurde, wie der der neue Verlag, den Giulio Einaudi im November 1933 ins Handelsregister eintragen ließ, aussehen sollte. Das Treffen fand am Straßenrand statt. Moderner, öffentlicher geht gar nicht. Und was wäre der Autostadt Turin angemessener als dieser Ort?

 

Der Verlag, der gewissermaßen die Matrix ist aller späteren linken Verlage in Italien, wurde während des Faschismus gegründet. Er entstand und entwickelte sich in der Auseinandersetzung mit ihm. Im Kampf - auch im bewaffneten Kampf - mit ihm. Der in Odessa geborene Leone Ginzburg, Mitbegründer des Verlages, wurde am 5. Februar 1944 in Rom von der Gestapo zu Tode gefoltert. Nach dem Krieg wurde seine Ehefrau Natalia Ginzburg nicht nur zu einer der wichtigsten Autorinnen des Verlages Einaudi und der europäischen Nachkriegsliteratur, sondern sie arbeitete auch am Programm der Verlages und übersetzte für ihn.

 

Die andere große Figur der frühen Einaudi-Jahre war Cesare Pavese. Maike Albath porträtiert den Verlag Einaudi mit Hilfe der Porträts derer, die ihn machten: Einaudi, Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Italo Calvino, aber auch Cesare Cases. Sie wirft so einen für viele neuen Blick auf die vergangenen siebzig Jahre der Geschichte Italiens. Es ist nicht das Italien der prachtvollen Posen, der auf Dauer gestellten guten Laune, es ist ein arbeitendes, ein nachdenkliches, ein intellektuelles Italien. Ein Italien also, das wenig in den deutschen Traum davon passt.

 

Das aber ist das Italien, das uns Hoffnung macht. Und dieses Italien gibt es. Der Verlag Einaudi gehört heute Berlusconi, aber das von Maike Albath geschilderte Einaudi-Italien ist nicht tot. Jedenfalls macht die Erinnerung daran uns Hoffnung, dass das Land aus dem Berlusconi-Taumel auch wieder aufwachen wird und dass wieder eine Mischung entstehen kann von Industrie, Kultur und Massenbewegung, die für einen Aufbruch in eine Epoche - seien wir bescheiden - in eine Phase der Aufklärung stehen wird. ARNO WIDMANN Fr 15

 

Das Buch - Maike Albath: Der Geist von Turin. Pavese, Ginzburg, Einaudi und die Wiedergeburt Italiens nach 1943, Berenberg, Berlin 2010, 192 Seiten, 19 Euro.

Am Donnerstag, 15. April, wurde das Buch im Frankfurter Literaturhaus vorgestellt Der Historiker Carlo Ginzburg, Sohn von Leone und Natalia Ginzburg, wa auch da.

De.it.press

 

 

 

 

Die Charta der Rechte der Touristen in deutscher Sprache: auf der Web-Seite www.italia.it 

 

Für die kommende Sommersaison wird die "Charta der Rechte der Touristen" in deutscher Sprache aufgelegt; sie ist ein unverzichtbares Instrument für die Gäste, die hier ihre Rechte sowie Informationen über Service-Leistungen aufgelistet finden. Sie stellt eine Art Kompass dar, an Hand dessen der Reisende seinen Urlaub gut organisieren und gleichzeitig eventuell aufkommenden Streitigkeiten mit dem touristischen Leistungsanbieter entgegen wirken kann. Die Broschüre ist in vierzehn Kapitel untergliedert: Orientierung und Information, Unterkünfte, Wassersport, organisierte Reisen, Timesharing-Urlaub, Tourismus und kulturelles Erbe, Luftverkehr, Bahnverkehr, Schiffsverkehr, Autoreiseverkehr. In weiteren Kapiteln wird erklärt, wie der Reisende seine Rechte geltend machen kann, es sind Notfallnummern und andere wichtige Telefonnummern angegeben; ebenso kann der Reisende sich über seine Pflichten informieren. Die Charta ist online auf der WEB-Seite www.italia.it verfügbar und wird mit Hilfe der lokalen Behörden auf die wichtigsten Touristeninformationen verteilt. Fairness und Transparenz sowie eine gute Kenntnis der Rechte und Pflichten sind die Voraussetzungen für einen sicheren und angenehmen Urlaub. De.it.press

 

 

 

 

Sizilien. Urlaub gegen die Mafia

 

Reisen, ohne einen Cent an die Cosa Nostra zu zahlen. "Addiopizzo, Schutzgeld, ade!" heißt die junge Reiseagentur, die aus der gleichnamigen Antimafia-Initiative hervorgegangen ist. VON KIRSTIN BUROW

 

Ohne die Carabinieri wäre die Stimmung anders. Dann gäbe die Piazza San Francesco in Palermos Altstadt das perfekte Motiv für einen Reisekatalog ab. Links das zierliche Gotikportal der Franziskuskirche, rechts die verschnörkelte Inschrift der ältesten Gaststätte der Stadt, der "Antica Focacceria S. Francesco".

Doch nun parkt der Carabinieriwagen mitten auf dem Platz und stört die Idylle. Zwei Männer in Uniform steigen aus und verschwinden hinter den schweren Holztüren des Restaurants. Das ist ein Bild der sizilianischen Hauptstadt, das in der Tourismuswerbung nicht auftaucht.

 

Die Männer seien zum Personenschutz dort, erklärt unser Reiseführer Edoardo Zaffuto. "Vor vier Jahren haben die Inhaber der Focacceria ihre Schutzgelderpresser angezeigt, danach bekamen sie Morddrohungen."

Edoardo ist kein Freund des schönen Scheins. Nach der Kathedrale führt uns der 34-Jährige zu Restaurants und Läden seiner Heimatstadt, die mit der Cosa Nostra zu tun hatten. Die kein Schutzgeld mehr zahlen. In Edoardos Touren geht es um das Tabuthema Mafia und um Mafiagegner.

Addiopizzo, "Schutzgeld, ade", heißt seine junge Reiseagentur, gegründet aus der gleichnamigen Antimafia-Initiative, die Geschäftsleute ermutigt, ihre Schutzgelderpresser vor Gericht zu bringen. 80 Prozent aller in Palermo ansässigen Betriebe zahlen Schutzgeld. "Wer hier also eine beliebige Pizzeria besucht, kann davon ausgehen, dass er die Mafia mit finanziert", sagt Edoardo. Mittagspause macht er daher nur dort, wo dem Pizzo auf Wiedersehen gesagt wurde.

 

Im Inneren der alten Focacceria herrscht eine behagliche Atmosphäre, nichts scheint in 176 Jahren verändert worden zu sein. Umso mehr sticht der "Addiopizzo"-Aufkleber am Kassenhäuschen in grellem Orange ins Auge, das Erkennungszeichen für einen schutzgeldfreien Betrieb. Süßlicher Duft nach Sardellenpasta mit Rosinen strömt uns entgegen. Über den Holzbänken hängen die Fotos illustrer Besucher. Paul Newman war hier, Sofia Loren, Hillary Clinton.

Von der Empore aus winkt uns Fabio Conticello, 44, zu sich herauf. Mit seinem Bruder Vincenzo führt er die Focacceria in fünfter Generation. Fabio Conticello ist hoch gewachsen, sein Haare sind dunkelblond, seine Augen grün, nicht gerade der italienische Prototyp. Er komme soeben vom Berufungsgericht. Zwischen 10 und 14 Jahren Freiheitsstrafe hätten die drei Schutzgelderpresser bekommen, in der ersten Instanz waren es noch zwischen einem halben Jahr und drei Jahren mehr pro Kopf. Es sei keine leichte Zeit, gesteht Conticello. "Nach unserer Anzeige blieben einige Stammgäste weg." Vermutlich aus Angst, die Mafia könne weitere Besuche als Affront verstehen, fügt er hinzu.

Andere Gäste fühlten sich von den Wachmännern gestört, die mehrmals in der Stunde nach dem Rechten sehen. "Wenigstens stehen ihre Wagen nicht mehr Tag und Nacht vor der Tür wie zuvor." Am Nachbartisch probieren Besucher aus Mailand gerade Cannoli, mit Ricotta gefüllte Gebäckröllchen.

Köstlich, schwärmt die 34-jährige Monica Pierini. Cannoli gebe es in Norditalien nicht. Die sizilianische Mafia schon. "Wir Konsumenten müssen die Inhaber unterstützen, indem wir trotzdem kommen. Oder vielmehr jetzt erst recht", betont die Bankangestellte. "In unserem Land haben doch nur wenige den Mut, sich gegen die Mafia aufzulehnen."

Zu siebt waren Edoardo und seine Kollegen, als sie im Sommer 2004 die Innenstadt von Palermo mit Plakaten bepflasterten: "Ein ganzes Volk, das Schutzgeld zahlt, ist ein Volk ohne Würde." Sechs Jahre später besteht das Aktivistenteam von Addiopizzo aus 44 Mitgliedern, die Zahl der schutzgeldfreien Händler und Unternehmer hat sich auf 419 erhöht, Tendenz steigend.

Letztes Jahr kam schließlich die Idee, die pizzofreien Adressen touristisch zu vermarkten. Zwei Gruppen aus Norditalien haben die Reise schon getestet, die "Addiopizzo Travel" ab Ende März für Urlauber aus aller Welt anbietet. Schutzgeldfreie Betriebe in Palermo, Monreale und Mondello stehen auf dem Programm, ebenso ehemalige Mafiagüter rund um Corleone. Und es geht zu Orten, an denen Menschen ihren Mut mit ihrem Leben bezahlten. Paolo Borsellino war einer von ihnen, er lehnte sich auf in einer Zeit, als in Sizilien das Schweigen, die "Omertà", noch als oberstes Gebot galt.

Gemeinsam mit seinem Richterkollegen Giovanni Falcone brachte Borsellino im sogenannten Maxi-Prozess der Achtzigerjahre über 300 Mafiosi hinter Gitter. Dann, am 19. Juli 1992, acht Wochen nach dem tödlichen Attentat auf Falcone, ein Riesenknall vor dem Haus von Paolo Borsellinos Mutter in der Via dAmelio. Eine Autobombe, Borsellino und vier Personenschützer sterben.

Wir fahren in die Via dAmelio an Palermos westlichem Stadtrand. "Paolo Borsellino lebt" steht auf einer Mauer gegenüber der Einfahrt in die Sackgasse, rechts und links nüchterne Wohnblocks der Achtzigerjahre. Ein beklemmend wirkender Ort. "Ich finde, als Urlauber sollte man auch diese Orte besuchen", erklärt Edoardo, "nur so bekommt man einen Blick für die schönen Seiten Siziliens". Er meint damit die Menschen, die sich gegen die Mafia auflehnen.

Rita Borsellino, Paolos Schwester, wohnt bis heute in der Via dAmelio. Wenn sie nicht gerade unterwegs ist. Vor neun Monaten wurde die 65-Jährige ins Europäische Parlament gewählt, seitdem pendelt sie wöchentlich 1.600 Kilometer zwischen Palermo und Brüssel. "Paolos Tod hat mein Leben radikal umgekrempelt", so die Abgeordnete. Früher führte sie das "unspektakuläre Leben einer Mutter und Apothekerin", dann, nach dem Anschlag, hatte sie den Drang, etwas zu tun. Sie wurde Politikerin im Kampf gegen das organisierte Verbrechen.

 

Aus dem Krater, den der Sprengstoff in den Teer gerissen hat, wächst nun ein Olivenbaum. Ihre Mutter hatte sich diesen Baum zum Andenken an Paolo gewünscht, als Zeichen für Leben und Hoffnung. Überall an den Ästen hängen persönliche Devotionalien - Mützen, Ketten, Briefe - "Paolo ist unter uns", "Nieder mit der Mafia".

Eine Gruppe Jugendlicher habe letzte Weihnachten den Baum geschmückt, sagt Rita Borsellino, und ihre Augen strahlen dabei. "In den ersten Wochen nach dem Tod meines Bruders wollte ich wegziehen." Ihre drei Söhne, damals zwischen 19 und 21 Jahre alt, überzeugten sie jedoch zu bleiben. Wenn du etwas ändern willst, musst du bleiben, sagten sie, sonst besitzt die Mafia Macht über dich. "Meine Kinder sind Teil einer neuen, optimistischen Generation Siziliens."

Auch Edoardo gehört dieser Generation an. Ob sich die Mafia nicht irgendwann bei Addiopizzo rächen wird, fragen wir ihn. "Sie haben es schon versucht, ohne Erfolg", entgegnet Edoardo lächelnd. Und er erzählt von Rodolfo Guajana, einem Eisenwarenhändler der Addiopizzo-Liste, der seine Lagerhalle 2007 in Schutt und Asche vorfand, nachdem er sich geweigert hatte, Schutzgeld zu zahlen. Addiopizzo organisierte dem Unternehmer daraufhin eine neue, noch größere Fabrik, finanziert durch Spenden aus der Bevölkerung. "Die Mafia scheint verstanden zu haben, dass jede Aktion gegen uns wie ein Bumerang wirkt."

In der Nähe der Via dAmelio beginnt die Autobahn Richtung Cinisi, der letzten Station unserer Tour. Cinisi, eine Kleinstadt mit 11.000 Einwohnern, kennt in Italien jeder. Nicht wegen des Flughafens auf dem Gemeindegebiet, sondern wegen Peppino. So nennen die Italiener Giuseppe Impastato liebevoll. 1978 wurde der 30-Jährige im Auftrag der Mafia auf die Bahngleise Richtung Trapani gefesselt und in die Luft gesprengt.

In seinem selbst finanzierten Radiosender Radio Aut hatte Peppino die Familie Badalamenti, den Mafiaclan seines Heimatorts, aufs Korn genommen. Impastato entstammte selbst einer Mafiafamilie, und sein Mörder, Gaetano Badalamenti, war ein Freund seines Vaters. Nie zuvor hatte ein Sizilianer gewagt, derart gegen die mafiösen Strukturen der eigenen Familie zu rebellieren. "Peppino gilt hier als der Che Guevara von Sizilien", meint Edoardo.

Schnurgerade führt der Corso Umberto, die Hauptstraße von Cinisi, von der weiß getünchten Barockkirche Santa Fara in Richtung Meer. Gestutzte Mandarinenbäume voller reifer Früchte rahmen die zweistöckigen Altstadthäuser. Wie ein Mafianest sieht Cinisi nicht aus. "Die Mandarinen sind ungenießbar", bemerkt Edoardo, "sonst würde hier keine einzige mehr hängen."

 

Wir halten am Haus Nummer 220, dem Elternhaus von Peppino. Sein Bruder, Giovanni Impastato, erwartet uns. Giovanni hat aus dem Haus eine Gedenkstätte gemacht. Und er hat 24 Jahre lang dafür gekämpft, dass Peppinos Mord, der wie ein Selbstmord aussehen sollte, schließlich aufgeklärt wird. 2002 das Urteil: "lebenslänglich" für Gaetano Badalamenti. Giovanni Impastato erzählt dies mit leiser Stimme, fast schüchtern. "Als mein Bruder noch lebte, habe ich nicht alle seine reaktionären Ansichten geteilt", sagt er. "Erst sein Tod machte mir klar, dass du die Mafia nur bekämpfen kannst, indem du dich gegen sie auflehnst. Auch wenn du viel Geduld brauchst."

Giovanni hat sich aufgelehnt, im Namen seines Bruders, und er tut es noch immer. Erst vor sechs Wochen entschied das Gericht in Palermo, dass das Wohnhaus der Badalamenti enteignet und Giovanni Impastato zur Nutzung als Kulturzentrum übergeben wird. In einem Monat soll er die Schlüssel bekommen. "Ich werde im Haus von Peppinos Mörder Kinoabende veranstalten, Ausstellungen, Lesungen." Zum ersten Mal wird seine Stimme etwas lauter. "Für mich ist das wie ein weiterer Sieg über die Mafia."

Wir fahren raus aus Cinisi, am Meer entlang in Richtung Flughafen. Noch bevor wir die Abflughalle erreichen, geht uns durch den Kopf: Kirchenfassaden und Mandarinenbäume haben wir schon auf anderen Reisen gesehen. So viele mutige Menschen noch nie.

 

SCHUTZGELD, ADE! Die Tour: dauert 7 Tage und startet von Palermo aus mit Halt in Mondello, Cinisi, Capaci, Monreale, Cefalù, Caccamo und Corleone. Weitere Touren durch Nordwestsizilien sind geplant. Auf Anfrage auch individuelle Reiserouten. Buchungen unter +39 380 369 10 47, www.addiopizzotravel.it

Die Initiative: "Addiopizzo" ist ein in Palermo ansässiger Verein im Kampf gegen Schutzgeldzahlungen, dem jedermann beitreten kann.

Die Restaurants: Die "Antica Focacceria S. Francesco" bietet bodenständige Palermitaner Küche: Pasta und Pizza mit Sardellen, Kalbsmilzbrötchen, "Arancine"- Reisbällchen mit Hack. Menü ab 6 €. Sizilianische Spezialitäten modern interpretiert speist man im Restaurant "Il Mirto e la Rosa". Menü ab 13 €. 

Die Unterkünfte: Das 3-Sterne-Hotel Addaura in Mondello bietet Doppelzimmer ab 54 €, teils mit Meerblick. Terre di Corleone, ein enteigneter Hof, der dem Corleoneser Mafiaboss Totò Riina gehörte, öffnet Ende März seine Türen für Touristen. 5 Zimmer, biologische Küche.

Die Adressen: Addiopizzo hat einen Stadtplan auf Deutsch herausgegeben, erhältlich vor Ort oder im Internet. Zudem gibt es eine Liste aller derzeit 419 schutzgeldfreien Betriebe. 

Die Anreise: Tuifly und Airberlin bieten Direktflüge nach Catania. Man kann auch ganz klassisch mit Zug oder Bus dorthin fahren. Taz 15

 

 

 

 

Popolo Viola: Violette Online. Protestwelle gegen Berlusconi

 

Die meisten italienischen Parteien haben mit Ausnahme von einigen wenigen, hier wäre vor allem die Lega Nord zu nennen, die bei den Regionalwahlen hervorragende Ergebnisse erzielte, jegliche Anziehungskraft verloren. Die Parteien entfernten sich immer mehr von den Bürgern und ihren Bedürfnissen, so dass nun die Form der Bürgerbewegung eine unverhoffte Renaissance erlebt, bei der das Internet eine zentrale Rolle spielt. Denn die Bürgerbewegungen entstehen nicht mehr auf der Straße oder in den Vorlesungssälen der besetzten Universitäten, sie haben inzwischen ihren Ursprung im Netz und gehen vor allem von Social Networking-Seiten aus. Das deutlichste Beispiel für diese Entwicklung ist der Popolo Viola (‘Lila Volk’), eine italienische Bewegung, die durch den Erfolg des No Berlusconi Day, der am 5. Dezember 2009 in Rom stattfand, Auftrieb erhalten hat.

„Den Popolo Viola verdanken wir der Intuition des Bloggers San Precario“, erläutert Silvia Bartolini, Administratorin der Internetseite der Bürgerbewegung. „Er hat Anfang Oktober [letzten Jahres] eine Facebook-Seite erstellt, auf der er zu einer Demonstration aufrief, die einfach nur den Rücktritt Berlusconis fordern sollte.“ Innerhalb kürzester Zeit hatte die Seite 380.000 Fans. So war man im Grunde gezwungen weiterzumachen: „Nach dem No Berlusconi Day haben wir auf Facebook die Seite il Popolo Viola geschaffen, auch um eine Bestätigung zu bekommen. Heute hat die Seite ungefähr 266.000 Fans.“

Die Bürgerbewegung basiert auf einer sehr einfachen Grundforderung. Laut Silvia Bartolini ist das Ziel lediglich „der Rücktritt eines kompromittierten Ministerpräsidenten, der die Demokratie und ihr öffentliches Ansehen beschädigt hat.“ Die Art und Weise, wie schnell die Bewegung gewachsen ist, verwundern jedoch. Silvia Bartolini zufolge ist dies auch, aber nicht nur auf das Internet zurückzuführen: „Wir haben ein weit verbreitetes Unbehagen aufgegriffen. Die Mund-zu-Mundpropaganda war äußerst effektiv, hat aber auch die Grenzen des Internets verlassen. Zum Beispiel haben die jungen Internetnutzer ihren Eltern von der Bewegung erzählt und so diese in das Projekt mit eingebunden.“

Wahrscheinlich fiel der Protest des Popolo Viola auch wegen der allzu statisch agierenden Opposition, die keine Antwort auf Berlusconis extreme Politik des „entweder bist du für mich oder gegen mich“ gefunden hat, auf fruchtbaren Boden. Berlusconi ist sozusagen der Grund für ihre Existenz, so meint Silvia Bartolini zum Beispiel: „Wir streiten Berlusconi das Recht ab, dass er seine Rolle für ausschließlich persönliche Zwecke missbraucht, häufig in die Belange der Medien eingreift, in Belange, die ihn nichts angehen. Berlusconi hat Italien zu einem Sonderfall unter den westlichen Demokratien gemacht. Das einzige der „reichen“ Länder, das in allen Bereichen weiterhin Rückschritte verzeichnen muss.“

Silvia Bartolini ist es aber wichtig, einen Punkt besonders hervorzuheben: “Ich hasse Berlusconi nicht, ich habe persönlich nichts gegen ihn. Ich bin verbittert, weil der Berlusconismus sich immer weiter ausbreitet, oder auch wenn ich sehe, was er Italien antut, wo wirklich eine gefährliche kulturelle Verrohung zu spüren ist.” Gleichzeitig sieht sie aber auch, dass die Mehrheit der Italiener das Problem nicht so wahrnimmt, wie es der Popolo Viola tut, was sich deutlich bei den letzten Regionalwahlen gezeigt hat.

An der Zielsetzung des Popolo Viola hat sich deshalb aber nichts geändert: „Unser Ziel bleibt es weiterhin, Italien von diesen schwerwiegenden Problemen zu befreien. Wir klagen heute ein Problem, eine demokratische Notlage an und wir könnten dies auch in der Zukunft tun, für den Fall, dass sich das gleiche Problem mit einer Linksregierung nochmals stellen sollte.“ So fühlt sich die Bewegung, die eine sehr heterogene Basis hat, in der Tat keinem politischen Lager zugehörig. Personen, sowohl aus dem linken als auch aus dem rechten Lager zählen sich zu der Bewegung. Das, was die Bewegung eint, ist die Unzufriedenheit mit der aktuellen Regierung. Silvia Bartolini berichtet auch, dass die Bewegung politischen Druck erfuhr: „Der Popolo Viola ist ein politisches Projekt. Aber die Bewegung ist gleichzeitig auch völlig apolitisch. In den letzten Monaten mussten wir gehörigen Druck der Oppositionsparteien abwehren, die versucht haben, uns zu instrumentalisieren.“

Deshalb steht die Bewegung auch in der Kritik. Der am häufigsten genannte Vorwurf ist jener, dass man eine Bewegung einer intellektuellen Elite sei, der es nicht gelänge, Italien wach zu küssen. Was die Verantwortlichen jedoch kategorisch ablehnen: „Man kann nicht behaupten, dass wir eine Bewegung von Intellektuellen sind. Es ist vielmehr eine Bewegung, die von unten kommt. Es zählt lediglich, ob man Lust hat, etwas zu tun und nicht, wer du bist und wie viel du studiert hast. Alle, die Lust haben, aktiv mitzuhelfen, sind Teil der Bewegung.“ Deshalb wächst die Bewegung weiterhin und zählt bis jetzt allein in Italien 120 Gruppen. Es haben sich aber auch einige Gruppen im Ausland gebildet, so z.B. in Stuttgart, in Paris, in London, in Dänemark und sogar in Australien.

Aber wie sieht die Zukunft dieser Bewegung aus? Einige gehen davon aus, dass sie bald in einer Parteigründung münden wird, doch Silvia Bartolini scheint anderer Meinung zu sein: „Der Popolo viola hat nichts mit dem politischen Establishment gemein und dies wird auch so bleiben. Die Bewegung versteht sich weiterhin als kritische Stimme, wenn dies nötig sein wird, und vor allem unabhängig von jeglicher Parteizugehörigkeit. Vielleicht sind wir deshalb den Bürgern so viel näher als viele politische Parteien.“

Hier stellt sich natürlich die Frage, was aus einer solchen Bewegung ohne die Hilfe des Internets geworden wäre? „Das Internet ist entscheidend“, erwidert Silvia auf die Frage, „ohne das Internet hätte es uns wahrscheinlich nie gegeben. Unsere wichtigste Stimme ist Facebook, aber wir nutzen auch andere Social Networks wie Twitter“. Silvia geht sogar noch einen Schritt weiter und hebt die Bedeutung des Internets für die Demokratie hervor: „Das Internet ist für die Demokratie sehr nützlich. Es ist eine Möglichkeit, um die Wahrheit zu erfahren. Aber es stimmt auch, dass das Internet in einem freien Staat weniger nützlich wäre, als es jetzt in Italien der Fall ist.“

Der Popolo Viola scheint sich nicht bremsen zu lassen und nach der Demonstration im März gegen ein weiteres verfassungswidriges Dekret (decreto salva liste [siehe Kommentar des Übersetzers]) arbeitet die Bewegung daran, ein nationales Treffen im Juni zu organisieren. Ziel des Treffens soll es sein, der Bewegung eine Zukunft zu geben, ein Programm und eine Satzung auszuarbeiten und Wege und Mittel für zukünftige Aktionen zu finden.

Kommentar des Übersetzers:

Decreto salva liste (in etwa „Dekret zur Rettung der Wahllisten“) ist ein griffiger Name für einen Gesetzestext, der im Eilverfahren vor den Regionalwahlen erlassen wurde, um zu verhindern, dass einige Listen des Popolo della Libertà (Berlusconis Partei) von der Wahl ausgeschlossen werden. Zum Zeitpunkt der Abgabe der Wahllisten für die Regionalwahlen, waren zwar die Verantwortlichen der Partei vor Ort, leider jedoch hatten sie nicht alle Listen mit den Kandidaten für die Regionalwahlen bei sich. Das decreto salva liste verändert den Gesetzestext dahingegen, dass nicht mehr die Wahllisten zum angegebenen Zeitpunkt eingereicht werden müssen, sondern lediglich die Personen, welche die Wahlliste einreichen, anwesend sein müssen.

Verfassungswidrig ist dieser Winkelzug gleich in zweierlei Hinsicht: Zwar ermöglicht Art. 77 der italienischen Verfassung der Regierung ohne Ermächtigung durch das Parlament vorläufige Maßnahmen mit Gesetzeskraft (decreto legge) in Fällen von außerordentlicher Notwendigkeit zu erlassen, der Gesetztext schließt aber ausdrücklich das Eilverfahren für Änderungen bezüglich des Wahlrechts aus. Hinzukommt, dass in diesem Fall der Gesetzestext rückwirkend geändert wurde.

von Roberto Lapia, Übersetzung Daniel Askerøi-Waldmann,   Cafebabel 18

 

 

 

Zivilcourage zeigen. Rechtsextremismus, Rassismus und Antisemitismus bekämpfen

 

Wir erleben gegenwärtig eine neue Qualität rechtsextremistischer Herausforderung. Die Rechtsradikalen versuchen, die Krise für ihre Zwecke zu nutzen, sie schüren Verunsicherung und Hass. Diesem Treiben muss ein Ende gesetzt werden.

Rechtsextremistische Gewalt, richtet sich nicht allein gegen Ausländer, linke Jugendclubs oder Behinderte, sondern auch gegen die Gewerkschaften. Ich erinnere an die rechtsextremistischen Übergriffe am 1. Mai des vergangenen Jahres. Dieses Jahr haben Rechtsextreme auch die IG BCE Veranstaltung im Bildungszentrum Haltern am See, die wir im Rahmen der Wochen gegen Rassismus durchgeführt haben, massiv gestört. Sie wollen am 1. Mai wieder in vielen deutschen Städten aufmarschieren. Sie wollen den Kampf- und Feiertag der Arbeiterbewegung dazu nutzen, um ihr faschistisches Gedankengut zu verbreiten

Das ist in einer demokratischen Gesellschaft unerträglich.

Wo immer uns Formen von Intoleranz und rechtsextremistischen Gedankenguts begegnen, müssen wir dagegen halten. Die IG BCE steht für eine weltoffene, demokratische und solidarische Gesellschaft. Der extremen Rechten und ihren Ideologien erteilen wir eine klare Absage und fordern das  Verbot der NPD. Wir müssen Zivilcourage zeigen, wir müssen Rechtsextremismus, Rassismus und Antisemitismus bekämpfen.

Um der braunen Propaganda entgegen zu treten haben wir das Euch bekannte Leporello erstellt. Viele IG BCE Untergliederungen sowie Funktionäre haben diesen im vergangenen Jahr angefordert und eingesetzt.

Da die Bekämpfung des Rechtsextremismus eine Daueraufgabe unserer Demokratie ist, bieten wir Euch an, diesen auch dieses Jahr für Aktionen einzusetzen. Anbei erhaltet Ihr das Leporello als PDF. Die Papierversion kann unter Angabe der gewünschten Anzahl bei uns unentgeltlich angefordert werden.

Wir rufen Euch auf, friedlich gegen Naziaufmärsche zu protestieren, zu demonstrieren und aufzuklären!

Giovanni Pollice, Leiter der Abt. Migration/Integration

Tel. 0511/7631-229, Mobil 0173/6080468, giovanni.pollice@igbce.de

 

 

 

Migrantenstudie. Türken sind die Sorgenkinder der Integration

 

6,8 Millionen Ausländer leben in Deutschland, und das Gros von ihnen ist einer neuen Studie zufolge gut integriert. Doch die Türken tun sich schwer. Jeder fünfte Türke spricht Deutsch nur mangelhaft – oder gar nicht. Das hat Folgen für Schulbildung, soziale Stellung und Erwerbsfähigkeit.

Was ist eigentlich mit den Türken los? Unter den fünf größten in Deutschland lebenden Ausländergruppen tun sie sich mit der Integration in die deutsche Gesellschaft und den hiesigen Arbeitsmarkt am schwersten. Mit Polen, Griechen, Italienern und – mit einigen Abstrichen – auch mit den Migranten aus dem früheren Jugoslawien klappt hingegen das Zusammenleben mit den Deutschen in aller Regel reibungslos. Dies zeigt eine alle Lebensbereiche umfassende Studie, die das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge im Auftrag des Bundesinnenministeriums erarbeitet hat und die der „Welt am Sonntag“ vorliegt.

 

Letztlich zeichnet die repräsentative Untersuchung im Umfang von 290 Seiten ein erfreuliches Bild: Das Gros der hier lebenden rund 6,8 Millionen Ausländer hat sich deutlich besser an das Leben in Deutschland angepasst, als gemeinhin angenommen – das gilt auch für die Türken. So beherrschten die meisten Befragten die deutsche Sprache so gut, „dass sie das alltägliche Leben in Deutschland weitgehend problemlos bewältigten“, schreiben die Forscher.

Die Mehrheit habe regelmäßige Kontakte zu Deutschen und meist eine engere Bindung an die Bundesrepublik als an ihr Herkunftsland. Für die Analyse befragte das Institut 4576 Personen zwischen 15 und 79 Jahren, die eine Mindestaufenthaltsdauer von zwölf Monaten hatten.

Bildungsgefälle und kulturelle Kluften

Große Unterschiede weisen die Ausländergruppen allerdings bei der Bildung auf. So besitzen fast zwei Drittel der hier lebenden Polen eine mittlere oder gar hohe Schulbildung. Bei Italienern und Migranten aus dem früheren Jugoslawien liegt diese Quote nur bei rund 44 Prozent, und unter den Türken verfügen sogar lediglich 41 Prozent über eine solche Ausbildung. Gleichzeitig sind vor allem die Türkinnen unter den Analphabeten mit gut sieben Prozent stark überrepräsentiert.

Das Bildungsgefälle hat Auswirkungen auf die Chancen am Arbeitsmarkt. So leben mehr als 15 Prozent der Türken, aber nur 7,6 Prozent der Griechen von Hartz IV. Vergleichsweise viele Türken arbeitet nur als angelernte Arbeiter. Dagegen hat das Gros der beschäftigten Polen und Griechen einen qualifizierten Berufsabschluss.

Die Studie zeigt überdies deutliche kulturelle Unterschiede: So weisen Türkinnen den mit Abstand höchsten Anteil an Hausfrauen aus. Das traditionelle Rollenbild drückt sich auch darin aus, dass 70 Prozent von ihnen keinen Beruf erlernt haben. Üblicherweise heiraten sie jung, im Schnitt mit 23 Jahren (Wert für Deutschland insgesamt: 33 Jahre), und bekommen in der Regel mindestens zwei Kinder. In den vier anderen Migrantengruppen liegt das Heiratsalter der Frauen höher und die Kinderzahl niedriger und entspricht damit eher der deutschen Lebensweise.

Türken bleiben lieber unter sich

Auch die Neigung, unter sich zu bleiben, ist bei den Türken weitaus stärker ausgeprägt. Während Italiener und Jugoslawen bevorzugt in Wohngegenden ziehen, in denen überwiegend Deutsche leben, gilt dies für viele Türken nicht. Auch schauen weitaus mehr von ihnen türkisches Fernsehen und lesen aus ihrem Herkunftsland stammende Zeitungen. Die Forscher sehen hier einen Zusammenhang zu den mangelhaften Deutschkenntnissen, die jeder fünfte Türke beklagt, aber nur jeder 17 Italiener oder jeder zehnte Pole. Hinzu kommt: Die Hälfte der Türken pflegt keine häufigen Kontakte zur einheimischen Bevölkerung. Der Großteil der Italiener und Ex-Jugoslawien haben hingegen mehrheitlich freundschaftliche Bande zu Deutschen geknüpft.

Es sind nicht zuletzt diese fundamentalen Unterschiede in den Lebensweisen, die verständlich machen, warum die Integration der Türken auch in der dritten Generation noch schwierig ist, während sich die Polen – die erst innerhalb der vergangenen zwei Jahrzehnte ins Land gekommen sind – so rasch einfügten.

Den Migrationsforscher Klaus Jürgen Bade verwundern die deutlichen Unterschiede gerade zwischen diesen beiden Ausländergruppen hinsichtlich der Erwerbstätigkeit kaum. „Polnische Einwanderer kommen nach Deutschland, um zu arbeiten“, erläutert Bade. Sie seien typische Arbeitswanderer, die auf das Erwerbsangebot angewiesen seien. „Wenn es schlechter wird, gehen sie wieder zurück in ihr Herkunftsland.“ Türken bezeichnet der Forscher typische Einwanderer, die in Deutschland sozialisiert sind und auch im Falle der drohenden Arbeitslosigkeit bleiben.

Wissenschaftler kritisieren Maßstäbe

Dennoch hält Bade es für einen Trugschluss, aus dieser Tatsache allein eine geringere Integration abzuleiten. „Die Türken sind in Deutschland weit besser integriert als angenommen, da häufig lediglich die Teilhabe am Arbeitsmarkt als Maßstab gilt.“ Viele türkische Frauen würden aber wegen der Erziehung der Kinder zu Hause bleiben und stünden deshalb dem Arbeitsmarkt nicht zur Verfügung.

Das geringe Bildungsniveau der Türken erklärt der Wissenschaftler mit der unterschiedlichen sozialen Ausgangssituation: Viele Einwanderer stammen aus ländlichen Gegenden mit erheblichem Entwicklungsrückstand. Bildung sei daher nicht immer erste Priorität. Geringe Bildung führe natürlich auch zu erhöhter Arbeitslosigkeit, „da in unserer Wissensgesellschaft immer stärker auf eine gute Qualifikation der Bewerber geachtet wird“, hebt Bade hervor.

Ein weiterer Umstand erschwert die Integration: Die hier aufgewachsenen Männer heiraten vielfach junge Türkinnen aus der Heimat. In diesen Familien wird damit weiter in aller Regel türkisch gesprochen. Also verschwinden die Sprachprobleme nicht mit der Zeit, sondern werden stets an die Kinder weitergegeben.

Integrationspolitiker hoffen auf Frühförderung

Nordrhein-Westfalens Integrationsminister Armin Laschet sieht diese Entwicklung kritisch. „Hier werden die Versäumnisse der Vergangenheit deutlich“, sagt der CDU-Politiker. Um die Sprachkenntnisse zu verbessern, müsse bereits frühzeitig gefördert werden: „Wir müssen bei den Kindern ansetzen.“ Deshalb habe Nordrhein-Westfalen im Jahr 2007 den verpflichtenden Sprachtest für Vierjährige eingeführt. Allerdings benötigten auch junge Zuwanderer, die nicht mehr in die Schule gehen, eine individuelle Förderung: „In diesem Bereich muss viel nachgeholt werden. Wir müssen von den Jugendlichen dann aber auch erwarten können, dass sie sich grundsätzlich dazu bereit erklären und Deutsch lernen wollen.“

Für den türkischstämmigen Grünen-Chef Cem Özdemir bestätigt die Studie die bekannte Integrationsdefizite der Türken. Vor allem der enge Zusammenhang zwischen Bildung und Lebenschancen sei offensichtlich. Als positiv bewertet Özdemir zwar den erkennbaren Bildungsaufstieg zwischen den Generationen. Aber er moniert: „Der Anteil derer mit keinem oder nur niedrigem Bildungsabschluss ist allerdings nach wie vor viel zu hoch.“

Die Integrationsbeauftragte des Bundes, Maria Böhmer, sieht es grundsätzlich: „Nicht nur für die türkischen, sondern auch für alle Migranten in unserem Land gilt: Nur gute Deutschkenntnisse, ein Schulabschluss sowie eine fundierte Ausbildung eröffnen die Chancen für eine erfolgreiche Zukunft.“

Weil diese Voraussetzungen vielen fehlten, sei eine „nationale Kraftanstrengung“ für bessere Bildung erforderlich. Böhmer ruft die Bundesländer auf, ihre Zusagen aus dem Nationalen Integrationsplan einzuhalten. Es gelte vor allem, Schulen mit hohem Migrantenanteil stärker zu unterstützen. Besonders die Frauen mit geringen Sprachkenntnissen, forderte die Unionspolitikerin auf, Deutsch zu lernen.

C. Lauer, D. Siems und D. Ehrentraut Dw 18

 

 

 

 

SPD. Deutsch-Türkin verstärkt NRW-Schattenkabinett

 

Düsseldorf. Sie hat eine makellose Biografie und soll nach Deutschland eingewanderte Wähler locken: Mit Zülfiye Kaykin hat die nordrhein-westfälische SPD eine erfolgreiche Deutsch-Türkin in ihr Schattenkabinett geholt. Hannelore Kraft präsentierte am Donnerstag die 41 Jahre alte Einzelhandelskauffrau als Expertin für den interkulturellen Dialog. Nach dem NRW-Gewerkschaftsboss Guntram Schneider, der bei einem SPD-Wahlsieg am 9. Mai Arbeitsminister werden soll, ist Kaykin die zweite Nominierung in der Mannschaft von Kraft.

 

Kaykin leitet in Duisburg die Begegnungsstätte der deutschlandweit bekannten Merkez-Moschee in Marxloh. Seit ihrer Eröffnung vor eineinhalb Jahren führt sie Scharen von Besuchern durch die Hallen. Das Merkez-Gotteshaus gilt als mustergültig, weil es im Dialog mit der deutschen Bevölkerung und den Kirchen vor Ort entstand.

 

In Duisburg am Rhein ist Kaykin aufgewachsen und hat sich in der Stahlstadt für Integration engagiert: Sie hat einen Elternverband gegründet, war sachkundige Bürgerin und wurde für all diese unbezahlte Arbeit mit dem Bundesverdienstkreuz ausgezeichnet. Eine Frau wie geschaffen für die noch völlig offene Wahl, bei der die Migranten den Ausschlag geben könnten.

 

Kaykin ist sozusagen die "Anti-Laschet". Mit dem NRW-Integrationsminister Armin Laschet hat Ministerpräsident Jürgen Rüttgers (CDU) einen Sympathieträger in der Landesregierung, der sich um die lange vernachlässigte Wählergruppe der Migranten kümmert und bundesweit bekannt wurde. Gerade im Ruhrgebiet leben viele Deutschtürken, die bislang mehrheitlich die SPD wählen. Minister mit Migrationshintergrund hat die NRW-SPD allerdings noch nie im Kabinett gehabt. Dieses Mal sind immerhin sechs Kandidaten im Rennen. Ob Kaykin Integrationsministerin werden soll, ließ Kraft offen.

 

Kaykin ist seit 1994 Mitglied der SPD - so lange wie Hannelore Kraft, die auch als Seiteneinsteigerin startete. Beide wollen auch Nicht-EU-Bürgern das Recht geben, bei Kommunalwahlen auch ohne deutsche Staatsbürgerschaft wählen zu gehen. "Ich will die Stärken und Potenziale in den Blick nehmen", sagte Kaykin. ANNIKA JOERES FR 17

 

 

 

Krieg in Afghanistan. „Es ist gefährlich und es bleibt gefährlich“

 

Termes - In einem olivgrünen T-Shirt, die Deutschlandflagge als Hoheitszeichen auf dem Ärmel, einen Klett-Streifen auf der Brust, auf den Soldaten ihr Dienstgradabzeichen heften können, steht Verteidigungsminister zu Guttenberg auf dem Rollfeld des Flughafens Termes in Usbekistan. Die Jacke hat er nach seiner kurzen Stellungnahme vor der Kamera abgenommen, jetzt erläutert er, wie er die Stimmung im Feldlager Mazar-i-Scharif empfunden habe.

Dorthin war der Minister tags zuvor umgekehrt, nachdem er über den Angriff auf deutsche Soldaten in der Provinz Baghlan erfahren hatte, bei dem vier Mann getötet und fünf verwundet wurden. Nach diesen Schilderungen erscheinen die Soldaten natürlich bedrückt und in Trauer, aber nicht resigniert zu sein.

Gefallen sind ein Oberfeldarzt (33 Jahre) aus dem Bundeswehrkrankenhaus in Ulm, ein Major (38) aus Weiden/Oberpfalz von der Unteroffizierschule des Heeres sowie ein Hauptfeldwebel (32) und ein Stabsunteroffizier (24) von den Gebirgspionieren in Ingolstadt. Verwundet wurden ein Oberstleutnant (46) von der Offizierschule des Heeres in Dresden, ein Hauptfeldwebel (35) aus Stetten am Kalten Markt, ein Oberfeldwebel (27) aus Stetten, ein Stabsfeldwebel (44) aus Amberg und ein Hauptfeldwebel (32). Mit den Verwundeten wollte Guttenberg nun zurück in die Heimat fliegen, das „gehört sich“, wenn man als Minister in einer solchen Situation schon dort sei. Freilich sagt er auch, er sei „in der Hoffnung, dass wir in Deutschland auch landen können, weil die Vulkanwolke noch über Deutschland hängt.“

Mehrere Stunden musste der Airbus 310, ausgestattet mit dem Rüstsatz für medizinische Evakuation (MedEvac) deswegen auf der Rollbahn ausharren. So erscheint selbst im fernen Zentralasien die Vulkanwolke über Deutschland wie eine böse Metapher für das Unglück, das in den letzten Wochen über der Bundeswehr im Afghanistaneinsatz gelegen hat. Der Abflug des MedEvac in Köln hatte sich bereits verzögert. Medizinisch bedeutete das allerdings kein Problem, da die Verwundeten in Mazar auf hohem Niveau behandelt werden können.

Der MedEvac-Airbus kann Schwerverletzte, wenn ihr Zustand stabilisiert ist, mit den Einrichtungen einer Intensivstation nach Hause transportieren. Dazu wird ein spezieller Rüstsatz in einen der A310 gebaut, wie sie sonst für Truppentransporte in Köln zur Verfügung stehen. Guttenberg hatte nach Erhalt der Meldung über die Verluste seinen Rückflug von einem zweitägigen Truppenbesuch abgebrochen. Im Hubschrauer erhielt er die Nachricht.

Ein Sprengsatz tötete die deutschen Soldaten

Der Minister hatte am Donnerstag das Regionale Wiederaufbauteam in Faizabad besucht, das im äußersten Nordosten Afghanistans liegt. Gerade aus Faizabad waren die Soldaten für die Operation im annähernd 200 Kilometer entfernten Baghlan abgestellt worden. Sie gehören zu einem sogenannten OMLT (Operational Mentoring and Liaison Team), das die Führer eines Kandaqs der afghanischen Nationalarmee (ANA) ausbildet. Ein Kandaq hat etwa 500 Soldaten und entspricht etwa einem deutschen Bataillon. Wie am Freitag deutlich wurde, war es ein gewaltiger vergrabener Sprengsatz, durch den die deutschen Soldaten getötet und verwundet worden sind. Er schleuderte ihr Fahrzeug vom Typ „Eagle IV“ weit zur Seite und hinterließ, wie es heißt, einen großen Krater in die Straße.

Zunächst war es auch als möglich bezeichnet worden, dass es eine ungelenkte Rakete gewesen sei, die mit einem Unglückstreffer den „Eagle“ getroffen habe, so unwahrscheinlich dies auch sei. Doch auch eine Sprengfalle erschien zunächst unwahrscheinlich, denn die Straße vor der sogenannten Dutch Bridge galt als minenfrei. Diese teilweise zerstörte Brücke führt über den Baghlan-Fluss (wo er flussaufwärts durch die Provinz Kundus fließt, heißt er Kundus-Fluss). Sie sollte durch die Soldaten abgesichert werden, damit sie wieder instandgesetzt werden könne.

Die Afghanen waren bereits vorausgegangen und hatten die Umgebung weiträumig abgesichert, so dass die deutschen Mentoren glauben mochten, sie könnten ungefährdet aus den Fahrzeugen steigen und sich beraten. Da explodierte die Sprengladung, die zuvor nicht entdeckt worden war, offenbar geradezu unter ihren Füßen, mit den fürchterlichen Folgen.

Angriffe mit der Panzerfaust

Dann aber brachen auch an anderen Orten, wo die ANA- und Isaf-Kräfte vorgingen, Kämpfe aus. Ein „Yak“-Transportfahrzeug der Sanitäter wurde mit einer Panzerfaust getroffen, was dem Oberfeldarzt darin das Leben kostete. Schon im vergangenen Jahr hatten die Soldaten die Erfahrung machen müssen, dass Sanitätsabzeichen nicht nur nicht schützen, wie es das Völkerrecht vorschreibt. Das Rote Kreuz zieht offenbar das Feuer der Taliban geradezu an. Es wurde daher von den Fahrzeugen entfernt.

Ob der Schütze im Hinterhalt dennoch gezielt auf den Fahrzeugtyp gezielt hatte oder zufällig den Sanitäter traf, bleibt vorerst Spekulation. Nach den Nato-Gepflogenheiten werden die Kandaqs zunächst bei der Ausbildung begleitet, dann aber auch, wenn sie von der ANA in den Einsatz geschickt werden.

Das angelsächsische Motto dazu lautet „Train as you fight, fight as you train“. Die Mentoren sollen die afghanischen Führer beobachten und nach Operationen „debriefen“, also über ihre Beobachtungen unterrichten und beraten, dem Team gehören deshalb auch höherrangige Offiziere an. Außerdem sind bei dem ANA-Verband in Baghlan zwei weitere Trupps von Bundeswehrsoldaten, sogenannte MOLTs (Monitorin, Observation and Liaison Teams), die sich von den umgangssprachlich „Omletts“ genannten OMLTs dadurch unterschieden, dass sie die afghanischen Soldaten im Einsatz, aber nicht zuvor schon bei der Ausbildung begleitet haben.

Verstärkt werden die drei Teams, die üblicherweise etwa die Stärke eines Zuges (30 bis 40 Mann) haben durch einen beweglichen Arzttrupp, einen Trupp zur Beseitigung von Sprengfallen und Minen (EOD-Trupp) und Koordinatoren für Luftunterstützung (JTAC). Gemäß dem Ansatz des sogenannten Partnering sollen die Bundeswehrsoldaten künftig noch intensiver mit den afghanischen Regierungskräften zusammen „in der Fläche“ operieren. Anders als die Mentoren stehen sie dann nicht „hinter“ den afghanischen Soldaten, sondern gleichsam „neben“ ihnen.

Daher sind schon Stimmen lautgeworden, die mahnen, es werde dann noch gefährlicher für die Bundeswehr werden. Freilich zeigen die Ereignisse der ersten Aprilwochen: Schon jetzt ist es eminent gefährlich. Davon macht der Minister kein Hehl: „Es ist gefährlich und es bleibt gefährlich.“ Stephan Löwenstein Faz.net 16

 

 

 

 

Afghanistan-Mission: Die Zweifel wachsen

 

Nach dem Tod von vier Bundeswehrsoldaten beginnt in der Bundespolitik eine neue Debatte darüber, ob das bisherige Mandat der Bundeswehr der neuen Lage und Strategie in Afghanistan noch gerecht wird. 70 Prozent der Deutschen wollen einen schnellen Abzug der Soldaten.

Es war zu erwarten. Nur kurz überwogen am gestrigen Donnerstag das Entsetzen und die Trauer über den neuen tödlichen Zwischenfall beim Bundeswehreinsatz in Afghanistan. Viel Zeit zum Innehalten nahm sich die Politik jedoch nicht. Schon einen Tag nach dem Tod von vier Bundeswehrsoldaten gewinnt die Debatte über den Bundeswehreinsatz in Afghanistan nun eine neue Dynamik.

Selbst Bundeskanzlerin Angela Merkel äußerte Verständnis für Zweifel in der Bevölkerung. Sie wisse, dass viele Menschen sich fragten, ob dieser Einsatz richtig sei, sagte Merkel, am Rande eines Besuches der Stanford Universität in Kalifornien. Gleichzeitig betonte die Kanzlerin jedoch, sie stehe "ganz bewusst" hinter dem Einsatz. Afghanistan müsse stabilisiert werden, damit das Land "selbst für seine Verantwortung sorgen kann".

Bei einer Patrouillenfahrt war die Bundeswehr am Donnerstag hundert Kilometer südlich von Kundus in einen Hinterhalt der Taliban geraten. Vier Bundeswehrsoldaten wurden bei dem Beschuss der Fahrzeuge getötet, fünf zum Teil schwer verletzt. In der deutschen Bevölkerung wächst nun erneut die Ablehnung des Einsatzes. Nach einer Blitzumfrage des Meinungsforschungsinstituts Infratest dimap im Auftrag der ARD, erklärten 70 Prozent der Befragten am Donnerstag, die Bundesregierung solle die deutschen Soldaten so schnell wie möglich aus Afghanistan abziehen.

Rückhalt an der Heimatfront schwindet

Natürlich sind solche Umfragen unmittelbar nach einem solchen tödlichen Zwischenfall sehr emotional geprägt. Aber es ist nicht zu übersehen, mit jedem tödlichen Zwischenfall wird den Deutschen die Brisanz des Einsatzes der Bundeswehr mehr bewusst, der Rückhalt an der Heimatfront schwindet. Der Druck auf die Bundeswehr und auf die Bundesregierung in Sachen Afghanistan wächst.

Der scheidende Wehrbeauftragte des Bundestages Reinhold Robbe schätzt die Stimmung bei den deutschen Soldaten in Afghanistan zumindest kurzfristig anders ein. Dort werde sich nun eine "Jetzt-erst-recht-Stimmung" breit machen, sagte Robbe im ARD-Morgenmagazin. Langfristig jedoch sei dieser Einsatz nur darstellbar, so der SPD-Politiker, "wenn sich die Gesellschaft damit inhaltlich auseinander setzt" und den Soldaten mehr Empathie entgegenbringe". Doch statt Empathie begegnen dem Bundeswehreinsatz immer mehr Zweifel. Der Vorsitzende der SPD-Bundestagsfraktion Frank-Walter Steinmeier erklärte im ARD-Morgenmagazin, "wir können nicht einfach so weitermachen wie bisher" und fügte hinzu, "die Weichen müssen auf eine Beendigung des Einsatzes gestellt werden". Es müsse darüber nachgedacht werden, so Steinmeier, "wann der Einsatz zu einem Ende kommen kann". Dieses Nachdenken sei Bestandteil des Mandats der Bundeswehr in Afghanistan, so der ehemalige Außenminister und er erwarte, "dass sich die Bundesregierung an das Mandat hält".

An der offiziellen Legitimation des Einsatzes gibt es Kritik

Die Frage, ob Einsatz der Bundeswehr am Hindukusch noch durch das ISAF-Mandat gedeckt ist, oder ob angesichts der veränderten Lage am Hindukusch ein neues Mandat notwendig sei, wird in der Politik zunehmend diskutiert. Kanzlerin Merkel sagt nein, ein neues Mandat sei nicht notwendig. Auch der Wehrbeauftragte Robbe erklärt, die neue Strategie der Bundeswehr in Afghanistan lasse sich unter dem bestehenden ISAF-Mandat subsumieren, "das Mandat deckt die Notwendigkeiten ab". Dabei hatte der SPD-Vorsitzende Sigmar Gabriel vor allem auf die veränderte Rhetorik der Bundesregierung reagiert, als er diese zu Beginn der Woche aufgefordert hatte, um ein neues Mandat zu bitten, wenn sie den Einsatz mittlerweile als Krieg bezeichne. Doch aus der semantischen Debatte ist längst eine politische geworden.

Verteidigungsminister Karl-Theodor zu Guttenberg hatte bereits nach dem Tod von drei Bundeswehrsoldaten an Karfreitag eingeräumt, man könne zumindest "umgangssprachlich" von Krieg sprechen. Offiziell jedoch unterstützt die Bundeswehr in Afghanistan im Rahmen des ISAF-Mandates und im Auftrag der Vereinten Nationen die afghanische Regierung dabei, die Sicherheit und Ordnung im Lande aufrechtzuerhalten. Doch an der offiziellen Legitimation des Einsatzes gibt es Kritik, seit die Bundeswehr immer häufiger in kriegerische Auseinandersetzungen verwickelt wird.

Unterdessen ist zu Guttenberg nach Afghanistan zurückgekehrt. Er hatte sich schon auf dem Heimweg von einem Truppenbesuch befunden, war aber umgekehrt, als ihn die Meldungen über die tragischen Ereignisse erreichten. Er wolle sich vor Ort "ein Lagebild geben lassen", sagte zu Guttenberg in Afghanistan, er spüre "große Betroffenheit" und sei "in Gedanken bei den Familien der Gefallenen". Tsp 17