WEBGIORNALE  22-26  Aprile  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Verso lo spazio unico europeo di giustizia e di sicurezza. Misure-UE per vivere al di fuori del proprio Paese  1

2.       A Congresso la Fusie. Il contributo della stampa italiana all’estero. Se diventasse una grande rete... 1

3.       Il Modello italiano di gestione di sicurezza e immigrazione secondo il Governo  1

4.       Da italiano, torno via... 2

5.       Di Girolamo, il lamento dal carcere. "Qui dentro condizioni inumane"  5

6.       Camera. Garavini (PD). “Il voto per gli italiani all’estero è un diritto democratico che va difeso”  5

7.       Il Coordinamento dei Contrattisti degli IIC-Germania invita a serrare le fila  5

8.       L’Acqua di Colonia. Lettera aperta del dr. Rossi al Corriere d’Italia  di Francoforte  5

9.       Giovani artisti italiani in Germania. Al via oggi a Berlino, in Ambasciata,  il progetto "ITaliens"  6

10.   La Cartonplast presenta a Monaco di Baviera un prodotto rivoluzionario, l’Exalite  7

11.   Il ministro Scajola inaugura il "Padiglione Italia" alla Fiera di Hannover 7

12.   La Puglia alla Hannover Messe  7

13.   “Notte musicale europea” a Francoforte sabato 24 aprile  8

14.   Alcune delle prossime iniziative a Monaco di Baviera e dintorni 8

15.   Al Senato italiano il sindaco di Wolfsburg Rolf Schnellecke, su invito dell’on. Micheloni 9

16.   Monaco di Baviera. Incontro con l’autore di “Delizia! Gli italiani e la loro cucina” e mostra “Collage e Scultura”  9

17.   In Germania  è Giuseppina Cannella Miss Italia 2010  10

18.   A Colonia tre astronauti italiani si stanno preparando per volare nello spazio. 10

19.   Riunito il Coordinamento enti gestori iniziative scolastiche in Svizzera. “Ancora tagli ai corsi”  10

20.   L'apocalisse è rinviata  10

21.   L’Alleanza Atlantica e le sfide del XXI secolo: riunione dei ministri degli Esteri a Tallin (22-23 aprile) 11

22.   Fmi, ripresa meglio del previsto. Ma per l'Italia stime riviste in calo  11

23.   Festa dell’Europa il 9 maggio. I 60 anni della dichiarazione Schuman  12

24.   Banco di prova per i partiti. L’unità nazionale fondamento di riforme vere  12

25.   Il federalismo e il mistero del silenzio tombale  12

26.   Convergenze parallele  13

27.   Pdl, Fini lancia la sua corrente. Berlusconi: «Si faccia il suo partito»  13

28.   Nasce la corrente di Fini. Con lui 40 parlamentari 13

29.   Il bivio del centrodestra. I numeri, le idee e i riflessi sul governo  14

30.   Oggi no, ma alla fine alla divisione si arriverà  15

31.   La stagione della diaspora  15

32.   Governo battuto sul ddl lavoro  16

33.   Fiat: Montezemolo lascia, John Elkann presidente  16

34.   Fiat. Cambio di generazione  16

35.   Il futuro delle pensioni. I punti cruciali 17

36.   "Non si canta 'Bella ciao' il 25 aprile". Il no della Lega scatena la polemica  17

37.   “Migranti di ieri e oggi: tra rifiuto e accoglienza”  18

38.   “Le 1001 storie degli Italiani nel Mondo” presentate in Campidoglio  18

39.   Accertamento dei redditi 2009 dei pensionati all’estero. “Dopo tante critiche un apprezzamento all’Inps”  18

40.   Assunzioni per 84mila stagionali e autonomi, via libera alle domande, ma solo sul web  19

41.   Nuova proposta di legge per il voto all’estero e interrogazioni parlamentari 19

 

 

1.       Rheinland-Pfalz. Schule. Reiß/Carloni: Italienisch als Fremdsprache breiter verankern  20

2.       Kabinettsumbildung in Niedersachsen. Muslimin wird Ministerin  20

3.       Erste türkischstämmige Ministerin. Bis nach oben  20

4.       Kabinettsumbildung in Niedersachsen. Erste Ministerin mit Migrationshintergrund  21

5.       Aygül Özkan (38). Loyal, gläubig, qualifiziert 21

6.       Maria Böhmer: "Ernennung Aygül Özkans zur Ministerin ist wichtiges Zeichen für Integration"  22

7.       Integrationsministerin Özkan will mehr Migrantenkinder in Kitas  22

8.       Porträt. Muslima im Kabinett 22

9.       "Bildungspatenschaften direkt" sollen Startchancen junger Migranten verbessern  23

10.   Südafrika. Rassisten wollen WM sabotieren  23

11.   Nato-Außenminister beraten über Zukunft von Atomwaffen in Europa  24

12.   Europas Luftraum geöffnet. Zurück in die Normalität 24

13.   „Partnering“ in Afghanistan. Verbunden im Kampf gegen die Taliban  25

14.   Frithjof Schmidt über Afghanistan-Einsatz: ''Militärisch kann der Konflikt nicht gewonnen werden'' 25

15.   Leitartikel. Die Front in der Heimat 26

16.   Taliban-Kenner Rashid: "Deutschland erkennt die Realität nicht"  27

17.   Weltklimarat IPCC. Weltrettung von unten  27

18.   Aschewolke. Zu viele Raubritter am Himmel Europas  28

19.   Polen. Präsidentenwahl am 20. Juni 29

20.   Frankreich. Sarzkozy plant absolutes Burka-Verbot 29

21.   Cem Özdemir über NRW-Wahl. "Warum reden alle von Schwarz-Grün?"  29

22.   Linke bekennt sich zum Existenzrecht Israels  30

23.   Kabinett: Neue Stipendienkultur und mehr Bafög  30

24.   Hochschulen. Studenten nutzen Stipendien nicht als Geldquelle  30

25.   Studie belegt. Herkunft entscheidet, wer auf das Gymnasium geht 31

26.   Zeitenwende bei Fiat. Turiner Optimisten. Funktioniert die Liaison?  31

27.   Automobilindustrie. Fiat soll aufgeteilt werden  32

28.   Mailand. Inter entzaubert Barcelona  32

 

 

 

 

Verso lo spazio unico europeo di giustizia e di sicurezza. Misure-UE per vivere al di fuori del proprio Paese

 

BRUXELLES - La Commissione Europea ha presentato martedì 20 aprile misure per rafforzare le possibilità, per i cittadini, di lavorare, viaggiare e studiare al di fuori del loro paese. Sono inoltre rafforzati la protezione dei dati personali e il diritto alla difesa e viene potenziata la cooperazione in materia di immigrazione e asilo.

  Nel dicembre scorso i leader europei avevano approvato 170 iniziative, note come  “Programma di Stoccolma”, volte a creare nei prossimi cinque anni un vero e proprio spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia. E la Commissione ha ora tradotto questi obiettivi politici in un piano d'azione per il 2010-2014.

  “I cittadini dell'UE non devono vedersi ostacolato l'accesso alla giustizia quando lasciano il proprio paese d'origine. Devono poter contare sul fatto che l'UE sia in grado di tutelare i loro diritti quando sono all'estero, che sia per fondare una famiglia, andare in pensione, risolvere dispute contrattuali od occuparsi delle conseguenze di un incidente automobilistico” ha detto il vicepresidente Viviane Reding, commissario Ue per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza. “Queste proposte ambiziose – ha aggiunto - elimineranno gli ostacoli burocratici che attualmente gravano sulla vita quotidiana dei cittadini generando costi aggiuntivi e incertezza del diritto per le nostre imprese”

  Il commissario per gli Affari interni Cecilia Malmström ha sottolineato che “il programma stabilito a Stoccolma è un percorso che porta ad un'Europa libera e sicura. Poiché la libertà e la sicurezza sono materie che stanno a cuore ai cittadini europei, è anche un'opportunità, per l'Europa, di avvicinarsi alla gente. Ecco perché – ha spiegato - intendiamo proporre, fra l'altro, un sistema di ingresso/uscita per lo spazio Schengen, in modo che sia possibile attraversare le frontiere con meno burocrazia e comunque maggiore sicurezza. Introdurremo anche strumenti per lottare più efficacemente contro la criminalità organizzata e ci avvarremo delle nuove disposizioni del trattato di Lisbona per considerare reati gli attacchi informatici e il furto di identità su Internet. Intendo inoltre creare un sistema comune d'asilo e d'immigrazione basato sulla solidarietà”. (Inform)

 

 

 

A Congresso la Fusie. Il contributo della stampa italiana all’estero. Se diventasse una grande rete...

 

Venerdì 23 aprile si aprirà a Roma il V Congresso della FUSIE, la federazione che raggruppa oltre 200 testate italiane rivolte agli italiani residenti all’estero. Oltre agli adempimenti statutari, l’appuntamento sarà occasione perché gli addetti al lavoro dibattano sull’attualità del mondo della carta stampata per le comunità italiane all’estero e in genere sulle sfide del mondo dell’informazione rivolto a un pubblico fatto da italiani stabilmente residenti in diecine di paesi al mondo e dai loro discendenti.

Il Congresso quindi, farà il punto della situazione su un aspetto della agenda degli italiani nel mondo, quale è l’informazione, di rilevanza tutta particolare. Una importanza sulla quale non si insiste mai troppo, e meno ancora in momenti in cui la politica di disimpegno del governo italiano verso l’altra Italia, ha colpito, anche, questo settore.

Infatti, sembra difficile parlare di comunità italiane all’estero e meno ancora ipotizzare lo sviluppo di una risorsa fatta da un’altra Italia fuori d’Italia, come venivamo chiamati fino a non molto tempo fa, se non esiste un collegamento informativo attraverso la stampa, certo non soltanto quella costituita dalla carta stampata, ma nemmeno senza di essa.

Uno strumento necessario per consentire ai cittadini di una società democratica, di accedere all’informazione, e quindi di esprimersi in modo consapevole. Lo ha ribadito due settimane fa la commissione continentale America Latina del CGIE, nel suo documento finale quando, lamentando la riduzione dei fondi per l’editoria italiana per gli italiani all’estero ha scritto: “La Commissione considera che il taglio del 50% dei fondi per l’Editoria rispetto al precedente esercizio finanziario sui finanziamenti alla stampa italiana all'estero, danneggia non solo il sistema dell'informazione ma anche la vita democratica delle collettività italiane all'estero”.

Il panorama della carta stampata per gli italiani all’estero, è fatto da testate edite in Italia e diffuse all’estero (come il caso del Messaggero di Sant’Antonio, dei vari Trentini, Bellunesi, Bergamaschi nel Mondo, di Sicilia Mondo, ecc); dalle agenzie specializzate (come Aise, Inform, ecc); e dalle testate edite all’estero in seno alle varie comunità italiane. Anche in questo caso il panorama è variegato. Ci sono i quotidiani, editi negli Stati Uniti, Canada, Venezuela, Uruguay e Australia. Ci sono settimanali (come la nostra Tribuna Italiana), bisettimanali, quindicinali, mensili, ecc.

Variegate anche le tirature, la diffusione, la qualità - sia informativa che grafica - e anche gli obiettivi, il pubblico ai quali sono destinati questi mezzi e comunità e i paesi nei quali operano. E tutto questo solo per quanto riguarda la carta stampata riunita nella FUSIE.

Al di fuori di essa ci sono centinaia di stazioni radio o programmi radiofonici e televisivi (alcuni in onda da vari decenni) e portali internet, alcuni molto qualificati, ma in tutto questo settore la dispersione e varietà di iniziative è ancora maggiore.

Tanti media ai quali si aggiunge Rai Italia o International che sia, il canale per l’estero della Rai che ha come obiettivo quello di portare l’immagine dell’Italia sugli schermi tv di mezzo mondo e in particolare (ma non esclusivamente) del mondo degli italiani all’estero.

Potrebbe essere una grande rete per favorire l’immagine dell’Italia nel mondo e per collegare l’Italia alle sue comunità all'estero. Oggi non è così. Il Congresso della FUSIE è chiamato a dare il suo contributo di proposte in questo campo. Nella speranza di essere ascoltata da qualcuno nel mondo della politica.

Tribuna Italiana, Buenos Aires

 

 

 

 

Il Modello italiano di gestione di sicurezza e immigrazione secondo il Governo

 

Al termine del Consiglio dei Ministri ricco di provvedimenti del 16 aprile scorso, nella conferenza stampa a Palazzo Chigi, il Presidente Berlusconi, accompagnato dai ministri dell’Interno, Maroni, della Giustizia, Alfano e della Difesa, La Russa, ha presentato un bilancio delle azioni del Governo su due punti in particolare: criminalità organizzata e immigrazione clandestina. Un successo per l'Italia che può vantare la messa in atto di politiche tanto efficaci da poter rappresentare un modello per gli altri Paesi.

A proposito di immigrazione, in particolare, il ministero dell'Interno ha curato la pubblicazione “Iniziative dell’Italia – Sicurezza, immigrazione e asilo”, che raccoglie le proposte normative e le attività operative sviluppate in questi ultimi anni dal Governo italiano per dare risposte alla domanda di sicurezza da parte della collettività.

“Nelle moderne democrazie una razionale gestione della sicurezza e dell’immigrazione costituisce un presupposto essenziale per lo sviluppo di corrette dinamiche economiche e sociali. Con questa consapevolezza il Governo italiano ha dato priorità alla promozione di politiche che, in linea con le iniziative dell’Unione Europea, si sono rivelate innovative ed efficaci in settori di notevole importanza per il sistema Paese”.

Così l’introduzione al testo curata dal ministro Maroni che fa il bilancio delle azioni del Governo, in cui sottolinea che l'Italia “sta affrontando le sfide della sicurezza con equilibrio e responsabilità, guardando contestualmente alla dimensione locale e a quella globale dei fenomeni criminali, in pieno raccordo con gli organismi internazionali e con l’Unione Europea”.

Queste alcune delle voci del “modello italiano” di gestione della sicurezza:

Aggressione dei patrimoni illeciti; Nuove misure anti racket e usura e contro infiltrazioni mafiose nel settore degli appalti; Eco-mafia; Criminalità transnazionale

Terrorismo; Criminalità informatica e pedopornografia on-line; Patti per la sicurezza urbana; Contenimento dell’immigrazione clandestina; Tratta degli esseri umani;

Efficaci procedure per l’emersione dei rapporti di lavoro regolare con cittadini stranieri

A rendere le azioni del governo italiano capaci di farsi modello ci sono anche i fattori chiave  per la promozione e la messa in atto della coesione sociale, obiettivo del nostro Paese e comune a tutti gli Stati membri delle istituzioni europee.

"L’Italia – si legge nel testo - in linea con gli orientamenti dell’Unione Europea, è fortemente impegnata nel promuovere politiche attente alla gestione della migrazione regolare, al contrasto di quella irregolare e al contrasto del traffico di esseri umani".

Specifiche le iniziative relative all’accoglienza italiana: "L’integrazione degli immigrati regolari viene perseguita con strategie mirate e articolate sul territorio valorizzando le potenzialità che offrono le diverse Regioni del Paese”.

La pubblicazione illustra come l’Italia disponga di “un articolato sistema di accoglienza, apprezzato anche in sede internazionale, e può contare su centri per stranieri di diverse tipologie e finalità".

Sono illustrate dunque le azioni a tutela dei soggetti più deboli, come le garanzie previste per la piena tutela dei minori stranieri e dei richiedenti asilo. Ma anche le azioni tese a favorire l'accoglienza e l'integrazione dei cittadini stranieri. A tal proposito, sono numerosi i progetti promossi a livello locale finanziati con risorse del Fondo europeo per l'integrazione.

Il "modello italiano" di gestione e sicurezza e dell’immigrazione è disponibile anche nelle versioni in lingua inglese e francese.

Ministero dell'Interno, Antonella Bellino  (de.it.press)

 

 

 

 

 

Da italiano, torno via...

 

Dopo diciannove anni, iniziati vendendo accendini e calze e dormendo per strada, e tanti anni passati a lavorare undici ore al giorno e anche il sabato e la domenica, e dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana per sé, per la moglie e i figli, la decisione di tornare in Senegal a cercar la fortuna.  Intervista a Papa Chissokho.

 

Papa Chissokho vive a Nembro, vicino a Bergamo, con la moglie Alima e i figli Farma e Modou. Nella pagine seguenti la foto ritrae un poster di Malcolm X, appeso in salotto, su cui è incollata la foto della madre di Papa.

 

Sì, abbiamo deciso di tornare... Perché? Beh, abbiamo pensato che oramai era il momento di provare anche altre cose. L’ultima volta che sono stato giù ho visto cose un po’ diverse dagli altri anni, ho avuto anche l’opportunità di aprire una piccola impresa, ho detto: “Proviamo”. Vediamo come andrà. Io sono in Italia dall’89, dal 13 dicembre ‘89. Prima a Pisa e poi, dall’aprile del ‘90, qui a Bergamo. Ho sempre lavorato, ho sempre fatto il mio dovere fino ad adesso, e ora mi sento di tornare a casa e cercare altre vie.

Sì, abbiamo tutti la cittadinanza italiana. Mia moglie l’ha presa a ottobre e io e i miei figli a dicembre. Purtroppo è così la vita, un po’ di sofferenza l’ho avuta, ma sono pezzi di storia che rimangono nel cuore e nella mente...

I miei figli li ho portati a vedere dove ho dormito per tanti mesi. Avevo un amico che aveva un’Alfa Romeo vecchia e la parcheggiava sempre qui dietro al giornalaio nel piazzale, tutte le sere alle dieci arrivava. Ogni tanto c’erano i gay che erano lì al parcheggio e tu tu tu, bussavano sopra la macchina per svegliarci e chiederci se volevamo andare a casa con loro per 100 mila lire. E alcuni andavano, soprattutto i marocchini. No, io non ci ho mai pensato.

 

Il destino ti manda dove meno te l’aspetti. Io avevo scelto l’America, avevo in mente di andare là fino a quindici giorni dall’acquisto del biglietto. Poi è arrivato un vicino di casa dall’Italia e ha detto a mia mamma: “Guarda che in America c’è gente che è lì da vent’anni e non riesce a prendere un documento, invece in Italia c’è una legge che sta uscendo, che se parti adesso -era dicembre- già ad aprile o maggio puoi prendere un permesso per andare a lavorare”.

Lì mia mamma ha ribaltato tutto: “Se vuoi andare in Italia, ci sono qua i soldi, ma purtroppo bastano solo per il viaggio”.

Aveva venduto il braccialetto d’oro che il papà le aveva regalato. Ho preso quei soldi e sono venuto in Italia.

Sono arrivato a Roma il 13 dicembre ‘89, e subito ho preso il treno per Pisa, dove avevo dei conoscenti. Per alcuni giorni sono rimasto a casa, mi spiegavano un po’ come giravano le cose. Il 23 dicembre ero per strada con una scatola di accendini, calze e tutte quelle cose lì. Ricordo che alcuni ragazzi della mia età mi prendevano in giro e ogni tanto mi nascondevo da qualche parte e mi veniva da piangere.

Dopo qualche mese ho detto: “Basta, devo prendere i documenti, se prendo il permesso di soggiorno non vado più a vendere”. Mi è arrivato nel mese di marzo. Avevo fatto la richiesta nel ‘90 con la legge Martelli, dopo quindici giorni ho preso anche il libretto di lavoro, e ho deciso di venire a Bergamo. Non direi tutto se non dicessi che a Pisa mi era capitata la grande fortuna di aver conosciuto la signora Chiara che per me è stata come una mamma. Sì, non riesco a parlare di lei perché è come se parlassi della mia mamma, per tutto quello che ho avuto fino ad ora posso solo ringraziare lei. Lei voleva che restassi a Pisa ma io le dicevo che dovevo andare a fare la mia vita, dovevo cercare di superare gli ostacoli della vita, che non sarebbe andato bene se avessi avuto tutto facile. Avevo lasciato dietro di me la mia mamma e volevo essere un sostegno per la famiglia, insomma non potevo lasciarmi andare. Quando le dissi così, lei mi rispose: “Allora vai, ma ricordati che dovunque tu sia, ti sono sempre vicino”. E così è stato. Quando, da Bergamo, le dissi per telefono che avevo trovato un lavoro la sentii piangere.

 

Ma a Bergamo era anche più dura, perché dormivo fuori per strada, su una macchina, a volte sulle panchine della fermata del pullman, a volte anche alla stazione, nei vagoni dei treni e ogni tanto arrivava la polizia e ti buttava fuori, e quindi dovevi andare a cercare un altro posto, e il giorno dopo dovevi essere al lavoro. Ho vissuto così per sei mesi, ed erano momenti troppo duri, perché non mangiavo neanche abbastanza. Ogni tanto, a mezzogiorno, il mio principale mi portava a casa sua a mangiare qualcosa, invece la sera un panino al tonno e coca cola, ogni tanto un pezzo di formaggio, e basta. Mi trovai una stanza dove potevo andare a dormire, ma c’era tanta muffa perché c’era il fiume che passava dietro, e quindi tutte le cose che lasciavi per terra erano da buttare via dopo due giorni, e dovevo mettere tutto sopra. La sera faceva un freddo bestiale là dentro, non ero mica tanto abituato, e sentivo proprio i dolori nelle ossa... Ho vissuto così per un po’, poi ho conosciuto uno che aveva appena preso… un appartamento, chiamiamolo così. Perché era una casa del 1600 con i pavimenti in legno e un bagno solo per tutti al piano terra, e quindi tutti gli amici per andarci dovevano camminare nel buio e il legno faceva un gran rumore… Quando nevicava non dormivamo, quando c’era tanto vento neanche, o se pioveva forte, sentivi che gocciolava dentro. Ho vissuto così un anno e mezzo con i miei amici fino a che il sindaco del paese ha deciso di buttarci fuori dalla casa perché non era più agibile. E’ stata molto dura… La mattina mi ricordo che facevo tre chilometri a piedi per arrivare al lavoro, poi mi presi la bicicletta.

 

Del mio primo principale, che si chiamava Emilio -e sua moglie Emilia!- non posso che parlare bene, perché mi hanno fatto un po’ di tutto. Il signor Emilio mi ha sempre aiutato. Mi diceva sempre: “Usa il telefono quanto vuoi per chiamare la mamma, perché ricordati che io non ti prendo come un operaio, sei un fratello per me”. Ricordo che l’Emilia mi prendeva in giro i primi giorni, perché mi veniva da parlare spagnolo o tedesco, mi diceva: “Non viviamo in Spagna, devi parlare italiano, se anche parli francese non ti rispondo”. Prima parlavo tedesco, spagnolo e francese, poi dopo un anno che ero qui ho perso tutto perché dovevo imparare l’italiano. L’Emilia mi andò a iscrivere in una scuola e andavo lì tutte le sere per imparare l’italiano, l’ho fatto per tre anni... Avrei voluto andare avanti per fare la terza media, mi sarebbe servita proprio, ma il tempo era quello che era, e ora sento che non è neanche più il momento di farlo. Abbiamo vissuto così per un po’ di anni. Poi gli è nato un figlio che non stava bene, per cui erano costretti a star via spesso e io dovevo rimanere in ditta a controllare il lavoro: facevo tutto quello che serviva, ritiravo le consegne, firmavo le bolle, avevo le chiavi della ditta. C’erano altri tre ragazzi italiani a cui non piacevo per tante cose ma siccome ero il primo operaio lui mi teneva come il suo secondo.

Poi è successo un brutto fatto. Alcuni dei miei amici, andati giù, erano andati a dire a mia mamma che Papa in Italia faceva di tutto, che bevevo, fumavo. In realtà quel che facevo era giocare a calcetto con una squadra di Nembro e la sera andare in giro con gli amici.

Mi ricordo, era il 25 di agosto del ‘92 e avevo chiamato mia mamma e lei: “Ho sentito che sei sempre in giro”, le ho detto: “No no, non vado in giro”. E proprio quel giorno tornando da Pisa, dopo le ferie, dove ero andato a salutare Chiara e Donato, sono passato a Milano perché c’erano gli amici, li avevo sentiti al telefono che erano in discoteca, sono passato da loro e la notte, verso le cinque, abbiamo avuto un incidente.

Ho battuto la testa e per una settimana sono rimasto in ospedale da solo, con due o tre vestiti che avevo addosso e basta, e coi miei amici che abitavano con me che non sapevano dove fossi. Quando sono uscito dall’ospedale ho chiamato mia mamma. Appena le ho detto perché non l’avevo più chiamata, che ero stato in ospedale perché avevo fatto un incidente, lei si è disperata perché ha pensato che le cose che le avevano detto fossero vere, che ero un ubriacone, che fumavo. Mi ha detto che non voleva più soldi da me: “Siccome hai scelto di vivere come un ragazzo solitario, noi non vogliamo più niente da te”.

Ricordo di essermi messo a piangere e di aver pianto tutti i giorni per una settimana, perché io ero qui soltanto per lei, per dividere con lei e con i miei fratelli quello che riuscivo a guadagnare… Non sapevo più come fare, in quel momento lì ero troppo triste, troppo troppo. E’ andata male fino al ‘93, quando a dicembre sono tornato giù e l’11 gennaio del ‘94 mi sono sposato. Sono tornato in Italia che mia moglie era incinta e da lì la mia vita ha cominciato a cambiare.

Avevo un nuovo lavoro: saldavo i ponti che usano i meccanici per sollevare le macchine. Dovevo seguire un robot, che faceva sette, otto colonne al giorno, e tutto quello che tirava fuori il robot lo dovevo finire. Distava sei chilometri e mi sono detto: “Non posso pedalare tutto quel tempo e poi andare al lavoro con la voglia, se sono già stanco prima come faccio a lavorare?”. E ho preso la moto.

La mia situazione cominciava a migliorare. E così, per la casa. Chiara e suo marito Donato mi avevano fatto la proposta di cercare una casa da qualche parte qua in giro, dove volevo io, che loro si incaricavano di pagarla. Ho rifiutato ma Chiara insisteva: “Papa, guarda che sei giovane, stai mettendo su famiglia e le sofferenze stanno diventando troppe, e quindi ci devi pensare, perché la casa non è che noi te la compriamo, ti diamo soltanto una mano, alla fine del mese la paghi ma noi ti mettiamo le garanzie e tutto, così almeno tu vivi tranquillo”. Dopo una settimana le ho dato la risposta: “Va bene, ok, accetto”, e dopo un mese ho trovato una casa ad Alzano Lombardo. Siamo andati a vivere lì, ho comprato i mobili e tutto pagando in contanti, con i risparmi che avevo.

Ma alla fine del ‘94 ho perso mia mamma. Un giorno che stavo lavorando, mi chiama mio fratello e mi dice: “La mamma non c’è più”. In quel momento lì non capivo più niente, e il principale mi ha detto: “Vai a casa”, e quando sono uscito per prendere la moto, mi ha detto: “Papa, tu non puoi guidare la moto oggi, lasciala qui, te la metto dentro io e ti porto a casa”, e così ha fatto. Quando sono arrivato c’erano mia moglie e la bimba che aveva un anno e mezzo che erano lì sedute ad aspettarmi, quando mi hanno visto con le lacrime hanno subito capito che c’era qualcosa di grave...

Mia mamma... Quando eravamo piccoli ci diceva sempre: “Imparate a fare i mestieri in casa, a cucinare, a rammendare le calze...”. Il bucato non ce lo faceva fare mai, ma lavare i piatti sì. “Imparate a farlo perché un domani non sapete dove andrete a vivere”. Lei ci ha fatto crescere con dignità nonostante non avessimo più il papà, morto prematuramente (il papà era un agronomo importante, sì, era del Mali, e noi siamo mandinghi, tutti altissimi...). La mamma ci diceva sempre: “L’importante è non rubare, non vendere la droga e guardare negli occhi le persone con cui parli, se parli con uno che ti gira via gli occhi vuol dire che non sei a posto tu o non è a posto lui”. Noi siamo cresciuti con quella mentalità lì e in casa siamo tutti così: undici fratelli, otto maschi e tre femmine.

E’ stato durissimo. Perdere la mamma mi aveva fatto passare la voglia di andare avanti a vivere. Il papà l’avevo perso da piccolo quando avevo nove anni, e quindi per venticinque anni ero vissuto sempre con mia mamma. Poi essendo lontano il dolore non mi passava più.

Fra l’altro erano momenti duri per me perché avevo soltanto uno stipendio con la moglie e la bimba a carico. E non avevo neanche la macchina.

C’erano vicini che portavano vestiti, scarpe e tutto, ma io mi sentivo troppo orgoglioso e rifiutavo tutto, davo tutto indietro. Dicevo: non voglio che mia figlia cresca vedendo che la gente mi regala le cose. Avevo in mente che dovevo lavorare per sopravvivere e mantenere anche gli altri, e sono andato avanti così fino ad adesso. Le spese erano tante ma non ho mai voluto niente da nessuno, salvo Chiara e l’Emilio. Mi sono sempre detto: “Così imparo a scavalcare le difficoltà, se vedo sempre la facilità alla fine andrà niente bene per me”, e sono andato avanti così fino al ‘99. Nel frattempo, nel ‘97 avevo preso la patente, con l’autoscuola, pagando a rate l’iscrizione, l’esame di guida, la teoria e tutto. Mi ero deciso perché un giorno uscendo con la bimba e la moglie per andare a trovare un amico pioveva che non si riusciva neanche più a vedere la strada, eravamo lì alla fermata ad aspettare il pullman e dopo mezz’ora che non arrivava, mi sono detto: “Ma perché devo vivere così, perché devo vivere così? Avere qua la moglie e la figlia e poi io guidare la moto, non ce la faccio, basta!”. Quel giorno ho deciso di prendere la patente. Poi l’Emilio, il mio ex principale, mi ha offerto per un milione la sua vecchia macchina, che doveva demolire, ed è stata fatta. Così va la vita: i piedi, la bicicletta, la moto e ora la macchina.

Mia moglie era contentissima. Ricordo il primo giorno, era un venerdì sera, ho caricato tutta la famiglia in macchina e ho detto: “Andiamo in giro”. Volevo prendere per Brescia, mi sono ritrovato a Bergamo, ma avevo messo il pieno, ho detto: “L’importante è che vi porto in giro, perché vi faccio vedere altre cose, sempre dentro quattro mura è ora di finirla”... Siamo andati in giro così fino alle dieci di sera, poi il giorno dopo che era domenica siamo ripartiti ancora per cercare un altro posto. Anche perché volevo prendere l’abitudine di guidare...

 

Nel ‘99 ho trovato un secondo lavoro, da fare il sabato e la domenica. Grazie alla macchina. Ero venuto a sapere che un signore cercava qualcuno, per andare a vendere la carne. Mi presentai. “L’importante è che rispetti le tue parole”, mi disse. Il primo giorno ho caricato cento chili di carne sulla macchina, il Golf che avevo, e sono andato in giro a venderla, e dopo averla venduta avevo quarantamila lire in più e ho detto: “Cacchio, questo qua proprio è un affare, ci metto dentro tutti i sabati e se carico certe volte un po’ di più, centocinquanta, fino ad arrivare a duecento…”. Così è stato. Finalmente riuscivo a comprare alla mia figlia quello che le mancava. Poi, dopo sei mesi, ho avuto la proposta dal signor Diego di venire a lavorare tutta la settimana come corriere. Ho detto: “Va beh, se ci stai anch’io ci sto, se poi posso continuare anche il sabato pomeriggio…”. “Vediamo -ha detto- partiamo piano piano e poi vediamo”. Così ho lasciato il posto di lavoro da saldatore. Come corriere non sapevo neanche dove andare. Il primo giorno mi avevano messo dentro con un autista, il secondo mi sono dovuto arrangiare a fare tutte le consegne da solo. Sono partito alle cinque di mattina e sono arrivato alle cinque del pomeriggio, non avevo più gli occhi... e neanche la lingua, perché dovevo sempre chiedere i posti. Poi da lì ho preso la cartina e ho iniziato a imparare come si faceva a leggerla, un po’ a casa la sera, e un po’ chiedendo agli altri autisti che erano lì a lavorare con me. Dopo un mese ero più pratico di Milano che di Bergamo.

 

Lì ho visto proprio un cambiamento. Sono arrivato a 700 chili di carne la settimana, che vendevo in giro, e per ogni chilo venduto avevo cinquanta centesimi, ogni tanto mi capitava un euro e cinquanta centesimi al chilo.

Nel frattempo però dal Senegal erano arrivati quattro fratelli. Ma non li ho voluti a lavorare con me. Siccome si possono prendere multe salate a vendere, non sarebbero più riusciti ad avere il permesso di soggiorno. Così ho detto: “Voi per adesso state a casa a non far niente. Penso io a tutto”. Devo dire che mia moglie è stata eccezionale. Vivere con quattro uomini in più in una casa con un bagno, due stanze, la sala e la cucina, non deve essere stato facile. Ma lei è stata geniale a organizzare il tutto, è una donna che io non sottovaluterò mai. Mi ha dato proprio la mano, si è sacrificata, ha fatto di tutto per me. Poi ha deciso che era il momento anche per lei di trovare un lavoro. Per fortuna l’hanno chiamata alla casa di riposo di Nembro, è andata lì a lavorare, ha fatto tre mesi, ma al quarto è rimasta incinta, e quindi doveva restare a casa.

A quel punto ho dato una scossa ai miei fratelli: “Guardate che la situazione è così e quindi vediamo dove potete andare a trovare un lavoro in nero”. Così uno è partito per il Lussemburgo, perché ha avuto lì delle offerte di lavoro tramite un conoscente, e mi ricordo il giorno che partiva da Orio al Serio con l’aereo: sono passato a vedere come andava, se riusciva a imbarcarsi o no, perché il documento che aveva in mano era il mio. E quando mi ha chiamato e mi ha detto che era arrivato a destinazione ero felice. E poi sono andato a parlare con gente che conoscevo e per fortuna mi hanno preso i fratelli a lavorare in nero, e lì mi sono detto che qualcosa stava cambiando ancora di nuovo.

Loro la mattina partivano, anch’io partivo, gli davo un passaggio col furgone, il capo mi aveva detto: “Li puoi caricare ma non oltre venti chilometri”, così li caricavo la mattina presto, alle cinque e mezzo, loro dovevano iniziare a lavorare alle sette, ma arrivavano lì alle sei, e li lasciavo fuori ad aspettare che aprissero i cancelli della ditta. Per un mese sono andato avanti così, finché non han preso lo stipendio e anche loro si sono dati un po’ da fare.

Un giorno mia moglie mi dice che al collocamento ha visto una cosa, un corso che avrebbe potuto fare. Io ero molto d’accordo, quando era arrivata, la prima cosa che avevo pensato era di farle imparare l’italiano. Così ha ripreso a studiare. La sera tenevo io il bimbo e la bimba a casa, abbiamo fatto così fino a che non ha preso la terza media. Poi ha visto che c’era un concorso di Operatrice sanitaria, l’ha dato, è andata benissimo e ha trovato lavoro come infermiera.

 

Sì, ho avuto problemi di salute. Nel 2002 ho cominciato a dimagrire. Da cento chili che pesavo ero arrivato a cinquantacinque. Ero così magro che a volte la gente mi rideva dietro, quasi fossi matto ad alzare certi pesi essendo così magro. Ma col cuore e la voglia -mi dicevo- si supera tutto. Non era vero. Il 6 gennaio del 2003, era una domenica, il giorno dopo mi dovevo alzare alle quattro e mezza, non sono riuscito ad alzarmi dal letto. Ho dovuto mandare a dire al mio principale che non ce la facevo più. Mia moglie era proprio disperata, i miei fratelli mi hanno preso in braccio e mi hanno portato giù in macchina, e subito in ospedale. Io non volevo chiamare il 118 qui in casa, siccome c’era gente senza documenti ho detto: “Non chiamiamo nessuno”. In ospedale, mi hanno fatto una puntura per farmi passare il male, sono tornato a casa e ho chiamato in ditta perché non potevo ritornare al lavoro. Sono dovuto stare a casa dal lavoro sei mesi. Ma non miglioravo e siccome il mio dottore non capiva cosa avessi, mi sono detto: “Non posso stare qui senza curarmi, quindi visto che loro non vedono niente, torno giù, almeno là abbiamo le nostre cose che usiamo in Africa”.

Per fortuna la sera ho chiamato Donato, il marito della Chiara, che mi ha detto di mandargli le analisi prima di fare qualsiasi cosa. Dopo pochissimo mi chiama: “Papa, guarda che hai la tiroide, vai subito in ospedale, in endocrinologia, che ti fanno la visita e quando vedranno le carte ti diranno che è urgentissimo che tu ti curi”. E lì una dottoressa molto brava e gentile mi ha prescritto dei medicinali da prendere subito, dodici compresse al giorno.

L’altro problema che ho avuto, più recentemente, riguarda le corde vocali. Una sera la bimba è venuta a giocare con me e a un certo momento non mi ha sentito più parlare. E’ andata a chiamare sua mamma: “C’è il papà che non parla più”. Infatti avevo la gola gonfia e dei capogiri. La sera sono andato in ospedale e lì mi hanno detto che non c’era più niente da fare, dovevo fare l’operazione e basta.

Mi hanno operato, adesso mi è tornata la voce e speriamo ancora in bene, speriamo ancora in bene...

 

Adesso non dico che stiamo bene al cento per cento, ma almeno un po’ di cose le riusciamo a fare. Nel frattempo i miei fratelli quando hanno preso anche loro i documenti, si sono cercati un altro posto, un posto loro. A Brescia, a Bologna. Il sabato ci ritroviamo qui tutti. I risparmi non ce li abbiamo più perché anche lavorando in due con due figli, un affitto alto da pagare, le bollette del telefono, e poi la figlia che diventa grande e vede tutte le sue amiche e vuoi che non le manchi niente... internet a casa, il televisore in stanza, le spese sono diventate tante, diventa tutto più duro. Adesso ho trovato di nuovo un lavoro per il sabato e la domenica, un po’ di ore nei supermercati per prendere qualcosa in più. Ma le ore sono troppo poche, venticinque al mese non le faccio, però il poco che prendo mi permette di pagare la connessione internet per mia figlia a casa... Poi, parlando con il principale, mi ha fatto fare un’ora in più e ho iniziato di nuovo a fare undici ore...

 

Sì, se andiamo via è anche per i bambini. Loro fanno fatica qui perché quando sono a scuola giocano con gli italiani, ma quando tornano a casa non fanno più parte della società italiana. E’ una cosa incredibile, che tanti non vogliono dire, ma io lo dico. Anche quando i compleanni cadono nei giorni feriali, a scuola tutti i bambini festeggiano e il festeggiato porta caramelle, biscotti, dolci. Invece quando è il compleanno dei nostri e loro portano le caramelle, tutto, e siamo andati al supermercato, si vede che nessuno gliele tocca. Quello ti finisce proprio dentro. Io glielo dico: “Gli amici non si prendono, arrivano, non devi convincere nessuno a essere tuo amico, non devi convincere nessuno a starti vicino, ma arriva, col tempo arriva”. E però poi vedo che fino ad adesso quella che ha quindici anni non ha giocato come giocano gli altri bambini, perché fanno scuola, casa, scuola, casa. E ora anche quello più piccolo la stessa cosa: scuola e casa e basta.

Mi ricordo che una volta la bambina andò a scuola che aveva fatto le trecce ed è tornata che piangeva. Mi sono seduto, la guardavo e chiedevo: “Ma cosa c’hai?”. Mi fa: “A scuola mi dicono che non devo più portare le trecce”; “E come mai?”, “Perché danno fastidio agli altri”, “E chi te l’ha detto?”, “La maestra”. Certo, alcuni bambini si saranno lamentati, le loro mamme avranno detto qualcosa alla maestra, e la maestra…

Lei era l’unica bambina nera. Le ho detto: “Guarda, tu non preoccuparti, hai i genitori, hai un papà che è disposto a perdere la vita per te, stai calma e non piangere, domani vado a sistemare la cosa”. Ma lei piangeva, diceva di sentirsi offesa. Aveva otto anni ma capiva già quello che stava succedendo, i bambini capiscono.

A volte mi aveva chiesto: “Ma perché non vai in giro, non hai altri amici, perché non parli con gli italiani? Parli bene italiano, non hai nessun amico con cui torni a casa...”.

Il giorno dopo sono andato a scuola, che c’era proprio un incontro con tutti i genitori. Ho chiesto la parola a metà incontro e ho detto: “E’ vero, noi siamo poveri, povere persone quando siamo qua in Italia, ma vi ricordo che quelli che stanno bene e si reputano superiori a noi non hanno i figli insieme ai nostri nelle scuole statali, li mandano nel privato, perché hanno un po’ di soldi. Voi che siete qua insieme a me e ai nostri figli... insomma siamo sullo stesso livello, e quindi da oggi se sento saltare fuori ancora una parola verso mia figlia, io non lo accetterò. Perché se accetto oggi che mia figlia sia sottovalutata vuol dire che lo potrà essere anche domani e questo io non l’accetto per nessun motivo. Quindi un’altra volta che lo sento andrò dai carabinieri a fare una denuncia contro x”. A quel punto qualcuno si è alzato, per dire che a suo figlio aveva sempre detto di trattare bene mia figlia, e da lì non ho più sentito niente, fino alla terza media.

In terza media è arrivato un altro bambino che le diceva “negra puzzolente”. Lei non ha fatto niente, quand’è arrivata a casa le ho detto: “Sistemalo e basta, poi vengo io a parlare, tu non hai niente da dire a nessuno, se viene e te lo dice ancora dagli due sberle senza pensarci due volte”. Il giorno dopo è arrivato il ragazzo: “Puzzolente negra fammi passare”, e due sberle le ha prese. Mi hanno chiamato a scuola e ho detto: “Non lo sapevo neanche che ha dato a qualcuno delle sberle, ma ho sentito delle parole che mi ha raccontato il giorno prima, e se lo ha fatto vuol dire che aveva le sue ragioni perché c’erano anche dei testimoni, gente che mi ha chiamato la sera per confermarmi il fatto, dopodiché io non ho niente da dire, se volete c’è la legge, facciamo delle denunce, altrimenti lasciamo perdere tutto…”. E hanno lasciato perdere.

Ma anche a me è successo qualcosa. Quando ho cambiato macchina per esempio, prima avevo la Golf, poi dopo dieci anni ho preso una Ford, una Escort, ho parcheggiato a cinquecento metri da casa, e dopo sei mesi mi hanno piegato la portiera. L’hanno fatto apposta, non hanno toccato niente. Una macchina che sto pagando, me la rompono così, solo perché sono nero. Problemi non ne ho mai avuti con nessuno, ma può darsi che uno vedendomi girare con quella macchina non potesse accettarlo. C’è sempre qualcuno che ti umilia perché ti vede migliorare nella vita. Poi quest’anno ho cambiato ancora, ho preso un’altra Ford, diversa, ed è stato lo stesso. Sputi, sfregi. Li vedi in giro. Due mesi fa quando sono stato giù a casa in Senegal qualcuno è andato perfino incontro a mia moglie per rompere la macchina, ha fatto dei graffi che ci sono ancora, e poi ha tirato fuori un coltello per minacciarla. Ecco, anche questo mi ha spinto. Non me la sento più di restare. Preferisco andare là con calma, e quando i bambini saranno cresciuti, un domani che vogliono tornare in Italia, potranno farlo perché loro si sentono italiani, anche da prima che avessero la cittadinanza. Parlano meglio l’italiano del nostro dialetto...

Ma ci tengo anche a chiarire che non posso dire niente degli italiani, davvero. Ogni paese dove vai c’è un cretino che gira, non è che sono razzisti, è gente che non è informata dei fatti che ci sono nella realtà della vita.

 

Preferisco andare. Ma alla fine lo faccio soprattutto per i miei figli perché vedo che non si divertono, fanno scuola casa, e così, alla fine non capiranno niente della vita. Se anche all’oratorio dove vanno devono stare da soli… Il don che c’è qui al nostro paese è una persona eccezionale, tutte le volte che mi occorre qualcosa per i nostri amici che vivono qua nella zona, vado a parlargli e lui mi ascolta, e credo che mi consideri una persona seria, perché mi dà subito una mano. Ma per me non riesco ad andare a chiedergli una mano. Con tutte le difficoltà non riesco. Tre anni fa mi aveva dato quaderni, matite, pennarelli, un po’ di tutto per la scuola, ma ho mandato tutto giù in Africa, alle scuole dell’infanzia, insieme a tante altre cose raccolte dal don. Anche adesso che mi sto preparando a ritornare ho un po’ di cose, ne sto cercando altre, perché sono povero ma ci sono tanti che sono più poveri di me.

E’ giusto aiutare chi ha più bisogno di te, il poco che ho cerco sempre di dividerlo. Da tanto tempo faccio del volontariato alla Cisl di Bergamo, vado lì ogni sabato a dare una mano ad alcuni amici per il rinnovo dei documenti, gli do le informazioni che servono, mi sono fatto una grande esperienza in fatto di documenti, le informazioni le sento regolarmente.

Sì, da questo punto di vista mi sento inserito proprio nella società italiana, e ci sono riuscito con i miei propri mezzi, senza l’aiuto di nessuno. Ma dal ‘96, da quando è arrivata la moglie, non ho più amici italiani, perché quelli con cui giocavo anche a calcio, da quando non sono più andato all’oratorio, non mi riconoscono più. Se ci incrociamo in giro non mi parlano, non mi salutano neanche, fanno finta di non vedermi e anch’io faccio finta.

Ho perso i contatti con tanta gente… Ho gli amici senegalesi, quelli sì. Dal ‘96 fino ad adesso, il sabato arrivano gli amici a casa e stiamo qui a parlare, faccio la spesa, ogni tanto uno di loro porta qualcosa, e lì mangiamo insieme, guardiamo la televisione del nostro paese e il tempo ci passa. Ma passa a noi grandi, e per i bimbi? Devono crescere in mezzo ai grandi e arrivano a dieci anni che sono già maturi e non va bene...

 

Giù avevo fatto ragioneria e avevo preso il diploma. Non mi è servito a niente perché è così la vita, perché l’immigrato è sempre un immigrato e solo il tuo paese è sempre il tuo paese. Si dice che tutto il mondo è paese, e da un certo punto sì, è vero, ma dall’altro no, perché la nostalgia ce l’hai sempre quando sei lontano da dove sei nato. Per fortuna adesso abbiamo la cittadinanza italiana e possiamo tornare giù a casa, iniziare un’altra vita, con più tranquillità. Cercheremo di superare anche gli ostacoli, perché tornare dopo vent’anni...

Soprattutto per i bambini: dovranno cambiare modello di vita e tutto, sono nati qui e per loro andare a vivere in Africa… Vedremo e speriamo in bene. Io la voglia di lavorare ce l’ho sempre, ma andare avanti qui non me la sento più perché rischiamo solo di indebitarci sempre più invece che risparmiare.

Qua ho già dei debiti, ho la macchina da pagare e non vorrei proprio farne altri in questi momenti che sono i peggiori per tutto il mondo. Preferisco andare a indebitarmi giù, per tentare un’altra avventura.

Mi guardo molto in giro, ho la speranza di farcela. Per il momento ho tutte le carte in regola per partire, sono riuscito a prendere un po’ di macchinari per le pulizie delle case, officine e così, ora sto cercando di risparmiare per comprare un furgone per riuscire a caricarli e portarli giù. Poi la mia famiglia mi raggiungerà. Sì, posso dire di sentirmi un vincente. Perché nonostante tutte le difficoltà della vita, dopo venticinque anni che mi sono sacrificato per la famiglia, oggi possiamo dire che stiamo tutti più o meno bene e non abbiamo bisogno di nessuno. E’ già qualcosa. Sì, io mi sento vincente proprio al cento per cento.

 

Ho solo un grande rimpianto: non essere riuscito a portare la mia mamma alla Mecca. Stavo mettendo via i soldi per farlo, ma è morta prima... Fin da piccolo avevo un sogno, a cui ripensavo ogni volta che vedevo una signora col suo autista. Ecco, io sognavo che davvero un giorno avrei comprato una Mercedes dove mia mamma sarebbe stata dietro e il suo autista davanti... E quando è morta, quei giorni lì, mi passava sempre davanti l’immagine di una signora che scendeva dalla macchina. E ora quello che avevo in mente per mia mamma ce l’ho in testa per mia moglie. Chissà...

Sì, traghetto il furgone a Marrakesh e poi di lì ci sono 4000 chilometri.

Una Città n. 173/aprile 2010 (de.it.press)

 

 

 

Di Girolamo, il lamento dal carcere. "Qui dentro condizioni inumane"

 

L'incontro a Rebibbia con l'ex senatore, indagato per essere stato eletto all'estero con i voti della 'ndrangheta. "Quando uscirò mi occuperò dei problemi dei detenuti. Manca anche il barbiere. A chi entra in cella per la prima volta mi sento di consigliare il kit del detenuto..." di ALBERTO CUSTODERO

 

ROMA - "Quando uscirò di qui, mi occuperò del problema dei detenuti. E in particolare insegnerò a chi sta per entrare in cella come si deve preparare, come deve farsi la valigia. Una sorta di kit del novello detenuto. A me nessuno mi aveva detto nulla, e così in prigione mi sono trovato in difficoltà perché mi mancavano le cose più importanti per sopravvivere in codizioni dignitose. Sono entrato in carcere con una borsa di oggetti inutili". Il 3 marzo scorso Nicola Di Girolamo 1 è passato da Palazzo Madama, quando rassegnò le dimissioni da parlamentare ("E per questo - spiega - conservo il titolo di senatore della Repubblica"), al carcere di Rebibbia, dov'è stato ristretto in quanto indagato per essere stato eletto all'estero coi voti della 'ndrangheta. E perché accusato dalla procura di Roma di essere uno dei personaggi chiave della maxi inchiesta su un presunto riciclaggio di 2 miliardi di euro che sarebbe ruotato, tra l'altro, attorno ad operazioni commerciali fittizie riconducibili agli operatori telefonici Fastweb e Teleccom Sparkle.

 

La deputata radicale Rita Bernardini ieri, al suo sesto giorno di sciopero della fame "per porre l'attenzione sul drammatico problema del sovraffollamento delle carceri", s'è recata al carcere romano di Rebibbia per un'ispezione. Ha incontrato Massimo Papini, l'amico di Diana Blefari (la neobrigatista condannata per concorso nell'omicidio Biagi, suicidatasi in cella 2 lo scorso primo novembre) che, urlando la sua innocenza dopo sei mesi di isolamento, le ha chiesto aiuto "per avere un fornelletto e libri da leggere". Quindi, dopo la visita a un detenuto malato di Tbc e Aids (che per la deputata radicale "dovrebbe stare in ospedale per essere curato: chiederò spiegazioni al ministro della Giustizia con un'interrogazione perché prima di rimanere solo sia stato messo insieme ad altri detenuti rischiando di infettarli"), l'onorevole Bernardini è entrata nella cella del senatore Di Girolamo.

 

Ancora in isolamento, l'ex politico s'è presentato quasi irriconoscibile, la barba incolta e i capelli lunghi. E s'è lamentato infatti per prima cosa della mancanza del barbiere in prigione. "Sono tre settimane - ha detto Di Girolamo all'onorevole Bernardini - che non posso tagliarmi i capelli e sistemarmi la barba perché il barbiere non c'è". Ispettore e vicedirettrice presenti alla visita confermano, la persona che si occupava di questo reparto, dicono, se ne è andata e in generale c'è una penuria di barbieri in tutte le sezioni. "Ma in questo modo - aggiunge l'ex senatore - ne va della dignità della persona! Come posso presentarmi ai colloqui con i familiari o con l'avvocato in modo così trasandato?". I familiari, la moglie e i figli, sono il pensiero che ossessiona Di Girolamo. "Sono rimasti senza soldi - si sfoga - mi hanno sequestrato tutti i conti, compreso quello del Senato sul quale veniva accreditato lo stipendio da parlamentare e attraverso il quale pagavo le bollette e il mutuo. In casa ero io a occuparmi di queste cose, come faranno ora a vivere mia moglie e i miei figli se non hanno la possibilità di accedere ad alcun conto corrente?". "Come farò - si dispera - a fare la dichiarazione dei redditi?".

 

Di Girolamo è l'ombra dell'uomo dal fare spavaldo che era dopo la sua elezione a Palazzo Madama con i voti degli italiani all'estero dove però, secondo gli investigatori, lui non aveva mai risieduto. Indossa una tuta e, sopra una felpa, un gilet blu imbottito. "In carcere - ricorda alla parlamentare - ci sono arrivato nel modo peggiore, in giacca e cravatta. La prima cosa che la polizia penitenziaria ha fatto, al mio ingresso, è stata sequestrarmi la cravatta. Dopodiché mi sono reso conto che quel che mi ero portato da casa era inservibile. Oggi, con l'esperienza che ho maturato a mie spese, mi sento di poter consigliare, agli incensurati che stanno per fare il loro ingresso in carcere, il kit del detenuto. Mettete per prima cosa in borsa una tuta da ginnastica, non portatevi la schiuma da barba perché qui è proibita, essendo permessa solo la crema".

 

Il tempo, si sa, non passa mai in una cella, soprattutto se si è soli. Di Girolamo se n'è accorto subito. "Conto ogni minuto della giornata che passo chiuso qui dentro - dice - sono 1440 al giorno, in attesa di conoscere il mio destino, senza sapere cosa mi accadrà e quando, perché nessuno mi dice nulla". Inganna quei 1440 minuti leggendo le carte processuali, un mucchio di 1800 pagine impilate sul letto. "Ogni mattina leggo quattro quotidiani, li divoro, poi un libro e mezzo al giorno. Ma non scrivo mai, non ci riesco neppure a mia moglie. Mi angoscia scrivere dal luogo in cui mi trovo, nella condizione in cui sono. Imprigionato in questa cella, pensando ai quegli indimenticabili giorni passati al Senato". LR 21

 

 

 

 

 

Camera. Garavini (PD). “Il voto per gli italiani all’estero è un diritto democratico che va difeso”

 

“Sarebbe fuorviante affiancare la questione del voto per gli italiani all’estero all’influenza della malavita”, ha detto l’on. Laura Garavini (PD) stamani al Comitato permanente sugli italiani all’estero della Commissione Affari esteri della Camera. “Il problema degli abusi delle mafie del voto degli italiani nel mondo non deve servire da alibi per mettere in discussione il diritto di voto dei nostri connazionali all’estero e il diritto al voto per corrispondenza. Sarebbe ingiusto penalizzare milioni di italiani impedendo loro di partecipare alla vita politica del nostro Paese”.

 

“Vero è che il caso Di Girolamo e il più recente scandalo delle schede elettorali bruciate in Venezuela hanno evidenziato quanto sia urgente prevedere chiare modifiche tecniche all’esercizio del diritto di voto”, ha sostenuto la deputata eletta nella circoscrizione Europa. “In questo senso”, ha proseguito, “ritengo determinante mantenere la possibilità del voto per corrispondenza, introducendo però delle garanzie concrete. Anzitutto è opportuno prevedere la preiscrizione preliminare al voto per chi intende votare per posta. Inoltre è importante che i plichi vengano stampati in Italia e mandati per raccomandata con ricevuta di ritorno ai singoli elettori”.

 

“Ritengo ipotizzabile”, ha concluso la Garavini, “che il Comitato parlamentare sugli italiani all’estero, come proposto dallo stesso Presidente Zacchera, si renda promotore di una proposta bipartisan che individui proposte concrete e condivise su come meglio riformare il voto all’estero e renderlo più trasparente”. De.it.press

 

 

 

 

Il Coordinamento dei Contrattisti degli IIC-Germania invita a serrare le fila

 

Il diritto di voto per gli Italiani all'estero ha un'importanza che è direttamente proporzionale agli interessi della nostra categoria. Seguiamo con non poca apprensione gli sviluppi politici romani e ci domandiamo con sempre  maggiore insistenza che cosa è stato effetivamente fatto finora per noi e che conseguenze avranno le ultime vicissitudini politiche sulle problematiche a noi care. Nei tanti dibattiti che si sono succeduti dopo il voto anticipato del 2008, nei fori di discussione in internet, nelle sedi, nel sindacato,  è sempre emersa  la sensazione provata un pò da tutti ( indipendentemente dall'appartenenza politica ) che - nonostante tutto - si facesse troppo poco per gli Italiani all'estero in generale  e per il personale a contratto nel mondo nello specifico. I risultati parlano da soli.

Ed è per questo che,  ora più che mai,  la coesione della categoria sarà determinante per poter sostenere una politica più sensibile nei confronti di una realtà importante come la nostra. Gli eventuali sviluppi politici potrebbero condizionare sensibilmente l'appoggio che ognuno di noi vorrà dare in caso di un voto anticipato.

Coordinamento Contrattisti IIC: Cristina Rizzotti (Stoccarda); Nicola Fresa (Amburgo), Beppe Scorsone (Monaco di Baviera)

 

 

 

 

L’Acqua di Colonia. Lettera aperta del dr. Rossi al Corriere d’Italia  di Francoforte

 

Pur non essendo entrati nella polemica che da due mesi oppone il mensile di Francoforte al dr. Rossi di Bochum, pubblichiamo questo contributo che il dr. Rossi ci ha inviato per completare l’approfondimento di una questione “che riguarda – ci scrive - la storia della presenza italiana nell'area di lingua e cultura tedesca”.(ndr)

 

Questa lettera è stata originata da un articolo apparso sul numero di marzo 2010 del mensile Corriere d’Italia (Francoforte). L’articolo, intitolato Il padre della moderna profumeria e firmato da Iulca Pennacchia, mi spinse ad inviare una prima lettera al Direttore del mensile che, con una risposta di I. Pennacchia, è apparsa sul numero di aprile 2010. La presente è, per me, la conclusione del caso. Ricordo che il Corriere d’Italia è l’ultima testata in lingua italiana per l’area tedesca. Fondato nel 1951, è edito dalle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia.

 

Egregio Signor Direttore,

Le invio la presente sicuro che ne inoltrerà copia alla Signora Iulca Pennacchia, membro del Comitato di Redazione. È la via seguita da un comune lettore del Corriere d’Italia per comunicare con il mensile e non “mancanza di  rispetto” nei confronti della giornalista.

Non intervenire a proposito dell’articolo Il padre della moderna profumeria sarebbe stato come rinnegare i risultati della ricerca storica. Ritengo d’essere stato schietto verso la redattrice. Diversamente mi sarei comportato da ipocrita.

La pagina dedicata alla “lite Francoforte - Colonia”(?) e a “Rossi contra Pennacchia” (!) (numero di aprile 2010) resta un’occasione sprecata: un perdere di vista Il padre della moderna profumeria (del quale anche la Dr.ssa Silvia Ceccomori chiedeva la rettifica). La redazione ha rinunciato, con questa scelta, a soluzioni giornalistiche più utili per i lettori (Le ricordo che Le inviai materiali in occasione del trecentenario della ditta Farina gegenüber... che Lei ritenne di non utilizzare. Circostanza che si è ripetuta quando, un paio di settimane orsono, Le inoltrai informazioni provenienti dall’Archivio Farina).

La Signora Pennacchia, nella sua piccata risposta, riferisce che “la libertà di esprimere la propria opinione esiste solo se si riconosce quella degli altri”. Ella scorda che proprio l’articolo Il padre della moderna profumeria, nella più completa negazione delle fonti, della bibliografia, della complessa realtà legata all’Acqua di Colonia, fors’anche della non conoscenza del luogo descritto, affossa e libertà e verità.

La Signora Pennacchia, a mo’ di giustificazione, riferisce che la storia “è fatta di interpretazioni”. Ciò non significa che ogni “interpretazione”, anche la più bislacca, abbia diritto d’asilo sul Corriere d’Italia (o altrove). Ricordo che ogni “interpretazione” abbisogna di documentazioni serie e valide. Ogni “interpretazione” presuppone onestà e confronto. L’articolo in questione riportava un “dogma” che glorifica questa o quella ditta in base a un accordo tra i produttori renani di Acqua di Colonia (7 giugno 1961, fotocopia in mio possesso). Accordo che paralizza ricerche d’archivio, cancella la plurisecolare presenza vigezzina nell’area compresa tra Bonn, Colonia, Düsseldorf e Parigi, eliminando un successo culturale ed economico corale, come l’importanza dell’emigrazione femminile e numerosi esempi di integrazione.

La Signora Pennacchia condisce il suo risentimento scomodando addirittura Norberto Bobbio, senza accorgersi d’aver perso ella stessa “misura, ponderatezza e circospezione”. La disinvoltura con la quale si giustifica è disarmante. Un oracolare tipico di chi utilizza come fonti le guide turistiche e gli opuscoli di questo o quel Ministero, inviandone i risultati (come se non bastasse) a www.l-arcadinoe.com coinvolgendo in questa disinformazione altri ignari lettori.

Ho impiegato anni, tra consultazioni e ricerche, per rendermi conto che i riporti dell’Avvocato Ernst A. Utescher (cfr. Der Mailand-Prozess, 1951) e la seconda parte di Kölnisch Wasser di Ernst Rosenbohm (1951) sono veritieri, due opere sulle quali, grazie all’accordo del 7 giugno 1961, è caduta la mannaia della censura imposta da un cartello di industriali a tutto discapito della verità storica  e delle persone coinvolte.

Ai riporti dell’Avv. Utescher se ne aggiungono altri: dallo stesso Archivio Farina, dalla Francia, dalla Valle Vigezzo e dall’Archivio della Curia vescovile di Novara. Il tutto raccolto in un volume dedicato a 500 anni di presenza vigezzina in Germania. Dove Giovanni Paolo Feminis non è il personaggio immaginario che qualcuno (tra questi, purtroppo, anche il Corriere d’Italia) vuol far credere.

Se sapevo che per scoprire il “padre della moderna profumeria” bastava acquistare la guida illustrata di Markus Eckstein (che dà diritto all’entrata gratuita per una persona al Duftmuseum di Farina gegenüber...) o procurarmi l’opuscolo del Bundesministerium für Bildung und Forschung: Die Erforschung der menschlichen Sinne (2006), dove a pag. 66 la signora Tina Farina (madre dell’attuale responsabile di Farina gegenüber..., Johann Maria Friedhelm Farina) afferma che il loro prodotto è un articolo di lusso, creato nel 1709 da J. M. Farina (1685-1766), ricordando con enfasi la frase dello stesso, inserita in ogni falso storico relativo all’Eau de Cologne della ditta in oggetto: “Ho creato un profumo che mi ricorda un mattino italiano...”, mi sarei risparmiato tante fatiche! E l’attuale polemica.

Perciò sono d’accordo con Norberto Bobbio: occorre misura, ponderatezza, circospezione. E onestà. Bisogna informarsi e confrontarsi. Sacrificarsi. Leggere. Chiedere. Discutere e mettersi in discussione. E, per quel che riguarda la storia della presenza italiana nell’area di lingua e cultura tedesca (e nel mondo), rendersi conto che si tratta di una realtà culturale, sociale ed economica da affrontare con il massimo rispetto, soprattutto se si lavora al Corriere d’Italia, ultima testata in lingua della minoranza italiana in Germania.

Pur di giustificarsi, la Signora Pennacchia si arrampica sui vetri. L’accenno da me fatto “al modo degli ebrei”, relativamente alla vendita ambulante o gestione di negozietti di chincaglieria, diventa una non velata accusa di antisemitismo nei miei confronti. “Al modo degli ebrei” lo si trova in molti documenti dell’epoca. Mentre il mio passato e presente, come tutto il mio operato, possono dimostrare un quotidiano impegno per le minoranze (e la cultura ebraica).

Con un’alzatina di spalle, la redattrice del Corriere d’Italia liquida anche la ridicola questione relativa all’olfatto (o “naso assoluto” come la stessa definisce questo senso) della nonna di G. M. Farina (1685-1766). È come se io affermassi: il talento di Giuseppe Verdi è dovuto al fatto che il nonno suonava magnificamente l’ocarina.

Nessuno mette in dubbio l’esistenza del Duftmuseum (a questo punto, mi sembra che la Signora Pennacchia legga e capisca ciò che vuole). Ho messo in dubbio che la Signora sia mai entrata nell’edificio di cui parla e lo conosca solo via internet.

In ogni caso, Signor Direttore, onore alla ditta Farina gegenüber..., rispettando sempre la verità storica. Onore al (dimenticato) ramo di Düsseldorf (avviato da un fratello di G. M. Farina,1685-1766). Da questo importantissimo ramo si originano le ditte Zur Stadt Mailand (Colonia) e l’impresa parigina di Jean Marie Farina (1785 – 1864). Napoleone, per l’Eau de Cologne, si serviva da Jean Marie Farina (1785 – 1864) e sarà Napoleone a rendere leggendario e ricchissimo questo vigezzino trapiantato sulle rive della Senna (che John Ruffini fa rivivere in un interessante racconto). Entrambe le ditte furono concorrenti agguerrite di Farina gegenüber..., molto più di 4711.

Purtroppo, Egregio Direttore, non ho accennato a Giovanni Paolo Feminis. A lui dedico queste righe, sperando che prima o poi (per amore della verità) “qualcuno” metta a disposizione la documentazione dell’archivio feminisiano.

Con i migliori auguri per un proficuo lavoro a Lei e alla Redazione del Corriere d’Italia,

Luigi Rossi (Bochum), www.luigi-rossi.com  (de.it.press)

 

 

 

 

Giovani artisti italiani in Germania. Al via oggi a Berlino, in Ambasciata,  il progetto "ITaliens"

 

Quattro mostre semestrali con i lavori di nove artisti italiani, di eta' diversa e diversa provenienza geografica, arrivati a Berlino seguendo percorsi individuali dalla fine degli anni '80 ad oggi. Per l'ambasciatore Valensise una opportunita' per "promuovere la creativita' degli artisti italiani che hanno scelto di lavorare a Berlino

 

Berlino - Vernissage nell'ambasciata italiana di Berlino oggi giovedì 22 aprile per l’inaugurazione del progetto "ITaliens", che per due anni permettera' a giovani artisti italiani residenti nella capitale tedesca di esporre con un ciclo semestrale le loro creazioni artistiche. All'inaugurazione della prima mostra, il borgomastro di Berlino Klaus Wowereit, oltre a 200 invitati del mondo dell'arte, collezionisti, curatori, artisti, galleristi e direttori di musei. L'ambasciatore Michele Valensise ha spiegato che questa iniziativa, realizzata in collaborazione con Eni-Deutschland, offre l'opportunita' di "presentare al pubblico di Berlino le opere di un gruppo di nostri giovani artisti gia' affermati o molto promettenti". "Vogliamo promuovere la creativita' degli artisti italiani che hanno scelto di lavorare a Berlino, una citta' oggi al centro di tanti progetti e iniziative culturali di respiro europeo".

Le opere saranno installate negli spazi dove si svolge la normale attivita' di rappresentanza dell'Ambasciata, convivendo con l'imponenza del palazzo e con il mobilio e le opere antiche contenute al suo interno. Alla prima delle quattro mostre semestrali di "ITaliens" i lavori di nove artisti italiani, di eta' diversa e diversa provenienza geografica, arrivati a Berlino seguendo percorsi individuali dalla fine degli anni '80 ad oggi. La prima arrivata a Berlino del gruppo e' Daniela Comani, che ha studiato in Germania e vive da circa venti anni nella capitale tedesca, mentre l'ultima in ordine di arrivo e' Carola Spadoni, artista e regista, trasferitasi da Roma a Berlino nel 2009.  Ulteriori informazioni al sito dell’Ambasciata italiana a Berlino http://www.ambberlino.esteri.it/Ambasciata_Berlino.  Grtv/de.it.press

 

 

 

 

La Cartonplast presenta a Monaco di Baviera un prodotto rivoluzionario, l’Exalite

 

Monaco di baviera - Invio un po’ di informazioni relative all’evento che stiamo organizzando a Monaco per un’azienda italiana che si chiama Cartonplast (specializzata nella produzione e commercializzazione di lastre alveolari e calandrate in polipropilene) che ha sede a Sacile, Pordenone ma che attraverso il suo Gruppo è presente anche in Germania, a Dietzenbach per la precisione.

 

Cartonplast presenterà il 5 maggio a Monaco (Hotel Sofitel Munich Bayerpost, Bayerstrasse 12), alla stampa tedesca e internazionale, un prodotto rivoluzionario, che si chiama Exalite (in pratica l’evoluzione della lastra alveolare in polipropilene), ottenuto da un processo di lavorazione che permette di creare, partendo da un foglio di polipropilene, una lastra alveolare con struttura a nido d’ape.  

 

E’ rivoluzionaria perché a parità di carico statico - rispetto ad una tradizionale lastra alveolare – è maggiormente resistente, flessibile, leggera e duttile e per questo potenzialmente applicabile in numerosi settori, dalla cartotecnica, al packaging industriale fino all’automotive e all’edilizia.

 

Cartonplast Group è un gruppo industriale specializzato nell’estrusione di polipropilene e servizio di noleggio interfalde (delle lastre in polipropilene specifiche per il vetro) che è presente in tutto il mondo con sedi operative in USA, UK, Germania, Spagna, Portogallo, Polonia, Turchia e Russia. Tra i suoi clienti principali i produttori di vetro (Saint-Gobain, Zignago Vetro, Bormioli Rocco, OI, ecc) e imbottigliamento (Coca Cola, Heineken, Beck’s, San Pellegrino, ecc).

Angelo Brunello, www.rpn.it, www.porternovelli.com (de.it.press)

 

 

 

 

 

Il ministro Scajola inaugura il "Padiglione Italia" alla Fiera di Hannover

 

Hannover - Il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha partecipato all’Inaugurazione della Fiera di Hannover e alla presentazione del "Padiglione Italia" in rappresentanza del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

L’evento inaugurale della Fiera, che quest’anno ospita l'Italia come Paese partner, si è svolto il 18 aprile alla presenza del Ministro dell’Economia tedesco, Rainer Bruederle. Il 19 aprile, invece, il Ministro Scajola ha visitato il "Padiglione Italia" con il Cancelliere tedesco, Angela Merkel.

Il nostro Paese è presente con 300 aziende espositrici, per uno spazio di 7mila metri quadrati, in maggioranza piccole e medie, in forma autonoma o in collettive organizzate da associazioni e da consorzi. A rappresentare l’eccellenza del patrimonio culturale italiano anche l’esposizione di due capolavori di Giorgio De Chirico, il "Pianto d'Amore" ed il "Gladiatore nell'Arena", provenienti dalla Casa Museo della Fondazione Giorgio e Isa De Chirico.

"L’appuntamento fieristico più grande e qualificato del mondo per l’industria e la tecnologia". Così Scajola ha definito la manifestazione intervenendo alla cerimonia di inaugurazione della Fiera.

Scajola ha ricordato in particolare "i vincoli di profonda amicizia che legano Germania ed Italia". "La designazione dell’Italia a "Paese partner" di questo prestigioso evento – ha detto - ne è una dimostrazione tangibile, che ci riempie di orgoglio e ci spinge a lavorare con il massimo impegno per la migliore riuscita di questa grande Fiera, nonostante tutte le difficoltà che stanno richiedendo uno sforzo organizzativo senza precedenti".

"L’economia tedesca e quella italiana sono caratterizzate da numerose analogie: - ha rimarcato Scajola - entrambe sono fortemente orientate all’export, con una spiccata vocazione manifatturiera ed una notevole differenziazione nei settori di attività. Al loro interno, operano aziende di grandi dimensioni accanto ad una miriade di piccole e medie imprese, realtà aziendali che spesso danno vita a preziose forme di collaborazione, con particolare attenzione alle opportunità offerte dai mercati internazionali ed alle prospettive dell’innovazione tecnologica".

"Queste affinità – ha proseguito il ministro - hanno portato i sistemi produttivi di Italia e Germania ad essere, sotto diversi aspetti, "complementari". Una complementarietà tanto importante da far divenire oggi le relazioni italo-tedesche un punto di riferimento chiave per consolidare e accelerare la ripresa economica europea".

Secondo Scajola, occorre adottare "un efficace modello di sviluppo sostenibile. È sull’economia verde che dobbiamo concentrare la nostra attenzione, perché da essa dipenderanno in misura considerevole le nostre prospettive di crescita nei prossimi anni".

L’indomani, inaugurando il Padiglione Italia, Scajola ha sottolineato la capacità del Padiglione di "coniugare cultura e tecnologia: da opere d’arte del Novecento, a creazioni del moderno sistema produttivo italiano. L’eccellenza nella tecnica e l’eccellenza nelle creazioni artistiche – ha detto - si completano a vicenda: è un messaggio che questo Padiglione riesce a esprimere in maniera interessante e raffinata, con esempi e modelli concreti".

"La Germania – ha rimarcato il ministro - è per l’Italia il primo partner commerciale: è un rapporto in continua evoluzione, e auspico che proprio dal Padiglione Italia si potranno trarre alcune delle nuove ispirazioni che guideranno il futuro della nostra collaborazione".

"La mostra – ha poi specificato - qui presentata si chiama infatti "L’Arte della Sostenibilità", e proprio la sfida di raggiungere un modello economico più "verde" ed eco-compatibile offre enormi motivi di cooperazione per le nostre imprese. Il valore di queste opportunità è fondamentale anche in ottica globale: l’Italia e la Germania, primi due Paesi manifatturieri d’Europa, hanno il compito e l’occasione di accompagnare tutta l’economia continentale verso questo cambiamento".

Puntando su innovazione e qualità, "l’Italia – ha concluso quindi Scajola - vuole proseguire verso questi obiettivi al fianco degli amici tedeschi, certi che il nostro rapporto, radicato nel tempo, sia una delle basi per il futuro che sogniamo per le prossime generazioni".

Alla Fiera di Hannover grande successo hanno riscosso due capolavori di Giorgio De Chirico, rappresentativi dell’eccellenza del patrimonio culturale italiano. Le due opere sono "Pianto d’Amore" e "Gladiatore nell’Arena", provenienti dalla Casa Museo della Fondazione Giorgio e Isa De Chirico. I due quadri hanno trovato posto nel Padiglione Italia. A darne notizia è l’Istituto per il Commercio Estero, il cui presidente, Umberto Vattani, ha commentato: "i visitatori si sono subito raccolti davanti alle opere che ben testimoniano la creatività e il genio artistico che sono alla base del Made in Italy".

De Chirico è espressione di un Paese che ha dato i natali a geniali personalità, correnti di pensiero e scoperte scientifiche che attraverso innovative modalità di produzione e audaci sperimentazioni sulle tecniche e sui materiali hanno creato prodotti di eccezionale qualità. In tal senso, De Chirico si fa perfetto interprete delle tematiche attuali legate alla nuova civiltà tecnologica e rappresenta, forse più di qualunque altro Maestro dell’arte italiana moderna, quella cultura internazionale che trova un momento privilegiato proprio nel rapporto Italia-Germania, Paesi amici, protagonisti di un antico e proficuo scambio culturale. (aise) 

 

 

 

 

 

La Puglia alla Hannover Messe

 

Hannover - La Regione Puglia all’edizione 2010 della “Hannover Messe”, la più importante manifestazione fieristica industriale a livello mondiale, dedicata alla tecnologia, all’automazione, alle forniture industriali ed all’energia, aperta sino al 23 aprile.

  “Hannover Messe” è una fiera multisettoriale che costituisce il più importante punto di riferimento per le tendenze nel campo delle innovazioni del futuro. La scorsa edizione ha fatto registrare la presenza di oltre 6.150 espositori, da oltre 61 Paesi, e di oltre 250 mila visitatori.

  Per favorire la promozione integrata fra le nuove tecnologie e i mercati dell’economia globale, “Hannover Messe” quest’anno si suddivide in 9 saloni specializzati: Energy – Industrial Supply – Industrial Automation - Power plant technology- Mobiltec - Digital Factory - CoilTechnica – MicroNanoTec - Research & Technology. La Regione Puglia sarà presente all’evento con due stand personalizzati in due saloni specializzati della rassegna tedesca: Energy, evento internazionale leader nel settore energia, e Industrial Supply, interamente dedicato al settore della subfornitura industriale.

  La partecipazione della Regione Puglia - Area per le Politiche per lo Sviluppo Economico, il Lavoro e l’Innovazione - a Energy e a Industrial Supply si inserisce nella strategia di promozione economica regionale, che mira a sostenere l’apertura internazionale delle imprese pugliesi anche verso aree di mercato consolidate, come la Germania, in cui le opportunità di collaborazione economica risultano ancora ampie.

   La “doppia presenza” della Regione Puglia all’Hannover Messe si accompagna alla partecipazione di due delegazioni settoriali pugliesi, coordinata dallo Sprint Puglia (Sportello Regionale per l’Internazionalizzazione delle Imprese), in collaborazione con la Camera di Commercio Italiana per la Germania, le quali avranno la possibilità di effettuare incontri business-to-business con operatori di settore internazionali, partecipare a workshop ed incontri settoriali, al fine di esplorare le opportunità di collaborazione e di sviluppo sui principali mercati esteri. La partecipazione istituzionale della Puglia a Energy Energy è considerato l’evento fieristico leader internazionale della produzione, della fornitura, della trasmissione e distribuzione di energie convenzionali e rinnovabili e rappresenta la sola fiera a livello mondiale che propone tutte le tecnologie e i servizi del mix energetico delle fonti rinnovabili.

  A Energy si prevede la partecipazione di circa 1.200 espositori. Anche quest’anno il programma di Energy sarà integrato da importanti eventi collaterali tra i quali si citano: la quinta edizione del “World Energy Dialogue”; Renewable Energy Industry & Export Forum.

  La partecipazione istituzionale della Regione Puglia a Energy, con uno stand espositivo, si pone l’obiettivo di promuovere e valorizzare la grande esperienza che si sta sviluppando nel settore delle energie rinnovabili in Puglia, regione leader in Italia per la produzione di energia da fonti rinnovabili, soprattutto in campo eolico. (Inform)

 

 

 

 

“Notte musicale europea” a Francoforte sabato 24 aprile

 

Francoforte - In occasione della „Notte dei Musei“ di sabato 24 aprile 2010 i tre istituti di cultura di Francoforte, l’Istituto Italiano di Cultura, l’Instituto Cervantes ed il Goethe Institut, aspettano i connazionali presso il Museo di Arti Applicate ( nella Schaumainkai 17, dalle ore 21.30 alle 23.30, ingresso 12 €

) per la “notte musicale europea”.

La cooperazione fra gli istituti di cultura è frutto di un’iniziativa dell´Istituto Italiano diCultura, inaugurata durante l’edizione del 2009. Ospiti sono le tre band Madri2, Flowarea e The Bass Gang che trascineranno nella tradizione, nella lingua e nel fascino unico delle culture spagnola, tedesca ed italiana.

The Bass Gang - che suonerà alle 21.30 e alle 23.30 - é un quartetto costituito da musicisti provenienti dalle maggiori accademie e dai migliori conservatori d’Italia. Perez, Capitan Pighi, Al Bocini e Bernarda si definiscono ironicamente un „poker d’assi“ e suonano insieme dal 2002. Hanno riscosso già grandi successi a livello internazionale. Il loro repertorio spazia dalla musica classica al rock, dal jazz allo swing. Durante i loro concerti propongono brani di Giuseppe Verdi, Fred Buscaglione, Astor Piazzolla, Frank Zappa e George Gershwin.

Il duo madrileno Madri2 è formato dal sassofonista Kevin Robb e dal pianista e cantante Vicente Borland. Questo duo internazionale accompagna in un viaggio nel mondo dei ritmi latino-americani e di un repertorio che comprende il tango, la salsa, le ballate spagnole e il jazz latino.

Il sound dei Flowarea contamina! La band francofortese convince con il suo ritmo

trascinante, fresche melodie, i sorprendenti contrasti musicali ed un ritmo incalzante che scuote il pubblico! I sei musicisti di Francoforte conosciuti per le loro esibizioni dal vivo nell’area del Reno-Meno fin dal 2002, sempre carichi di energia positiva. I Flowarea uniscono il funk, l´afrobeat, il jazz, il rock, l´ambient e la discomusic ad un soundcaratteristico e sfaccettato che vi coinvolgerà.

Info: www.iicfrancoforte.esteri.it,   www.nacht-der-museen.de.  (de.it.press)

 

 

 

Alcune delle prossime iniziative a Monaco di Baviera e dintorni

 

- domenica 25 aprile, ore 16:30, c/o ex Campo di Concentramento di

   Flossenbürg (Oberpfalz)

   Commemorazione della Festa della Liberazione

   La ricorrenza verrà celebrata, con la deposizione di corone di fiori,

   presso il monumento votivo che nella "Valle della Morte", adiacente

   all'Appellplatz, ricorda gli oltre 3000 nostri connazionali che furono

   internati nel campo.

   La celebrazione avrà luogo subito dopo la celebrazione ufficiale del

   65 anniversario della liberazione del Campo, cui interverranno Horst

   Seehofer, Ministro Presidente della Baviera, Charlotte Knobloch,

   Presidente del Consiglio Centrale delle Comunità Israelite tedesche,

   Romani Rose, Presidente del Consiglio Centrale dei Rom e dei Sinti in

   Germania, nonché Leon Weintraub, in rappresentanza degli ex-internati

   nel Campo.

   Organizzatori: Consolato Generale d'Italia e Comites di Monaco di Baviera

 

- lunedì 26 aprile, ore 19:00 (ingresso ore 18:30), c/o Ruffini

   (Orffstr. 22, München), in occasione del "Krimifestival München"

  

   "Pasta Criminale""Tessiner Kriminacht" con Andrea Fazioli

   Am Grund des Sees, btb 2009 / L'uomo senza casa, Guanda 2008

   Lettore dei testi in tedesco: Hans Jürgen Stockerl

   Moderatrice: Elisabetta Cavani Halling

   Ingresso: 3-Gänge-Menü ohne Getr&aumlnke 23,– €

   Organizza: Libreria Itallibri

 

- martedì 27 aprile, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   "Delizia! Die Italiener und ihre Küche. Geschichte einer Leidenschaft"

   Con John Dickie, autore di libri sulla cicina italiana

   Organizza: Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con

   Münchner Volkshochschule

 

- martedì 27 aprile, ore 21:00, c/o Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum

   (St.-Jakobs-Platz 1, München)

   nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"

   Film: "Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti"

   (Italia, 1986, 115', OmeU)    Ingresso: 8,–/4,- €

   Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con IIC

 

- venerdì 30 aprile, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura

   (Hermann-Schmid-Str. 8, München)

   Diavortrag mit Musik: "Spaziergang durch Rom - der Stadtteil

   Trastevere" Relatore: Dott. Corrado Conforti, Univ. Eichstätt

   Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V. (de.it.press)

 

 

 

Al Senato italiano il sindaco di Wolfsburg Rolf Schnellecke, su invito dell’on. Micheloni

 

ROMA - Una due giorni intensa di incontri per il sindaco di Wolfsburg Rolf Schnellecke e la delegazione del Consiglio comunale della città tedesca recatisi a Roma su invito del senatore Claudio Micheloni (Pd). Scopo della visita: illustrare la positiva politica d’integrazione dei migranti nella città della Volkswagen. La delegazione era composta da Ilona Schnellecke (responsabile Comunicazione del Museo d’Arte), dal consigliere Rocco Artale (presidente della Commissione Emigrazione e Immigrazione), dalla consigliera Ludmilla Neuwirth (vicepresidente della Commissione Emigrazione e Immigrazione), da Birgit Schneider-Bönniger (direttrice dell’Istituto per la promozione della città), Sylvia Nichterwitz (direttrice dell’Ufficio per stranieri) e Manfred Hüller (direttore Rappresentanze e Relazioni internazionali).

  Alla visita a Roma ha preso parte anche una delegazione del Comune di Popoli (Pescara), sostenuto dalla città di Wolfsburg con un contributo di 100.000 euro, per la ristrutturazione della scuola media, parzialmente distrutta dal sisma del 6 aprile 2009. La delegazione di Popoli era composta dal sindaco Emidio Castricone e dalla moglie Maria Nicola Ruscitti, nonché dal vicesindaco, Franco Diodati, e dal consigliere comunale Concezio Galli.

  Degli incontri riferisce una nota dell’ufficio stampa del sen. Micheloni.

  Il 15 aprile la delegazione ha assistito ai lavori dell’Aula del Senato, dove la vicepresidente del Senato Emma Bonino ha rivolto loro un saluto e un cordiale benvenuto a Roma. Il sen. Lamberto Dini, presidente della III Commissione Affari Esteri, Emigrazione, ha ricevuto la delegazione di Wolfsburg, accogliendola nella Sala Raciti del Senato - in presenza dei senatori Stefano Pedica, Luigi De Sena, Giovanni Legnini, Oreste Tofani, Raffaele Fantetti, Pietro Marcenaro, Claudio Micheloni.

  Il sindaco di Wolfsburg, ha illustrato il percorso delle riuscite politiche d’integrazione adottate fin dagli anni ’60, in cui nella città tedesca arrivarono i cosiddetti primi “Gastarbeiter” (lavoratori ospiti) per costruire il leggendario Maggiolino. In pochissimo tempo Wolfsburg diventò “il più grande paese italiano oltre le Alpi”, come fu definita allora da un quotidiano della città tedesca.

  Il 1974 segnò un anno particolare per l’intera politica interna della Germania: Wolfsburg fu la prima città tedesca ad insediare il primo Ufficio per gli stranieri e la prima Commissione degli stranieri. Fu una misura politica di carattere pioneristica e lungimirante, ha spiegato il Sindaco. Le due strutture, la prima di tipo amministrativo, la seconda a carattere politico, garantirono alla popolazione italiana il diritto di partecipazione e la motivarono a prendere parte attivamente alla vita della città. “Grazie al lavoro di queste due strutture oggi i cittadini italiani sono impegnati politicamente sul piano comunale sia attraverso l’organo di rappresentanza elettivo, il Comitato degli Italiani all’Estero (Comites), sia come consiglieri comunali stranieri eletti dalla popolazione di Wolfsburg.”

  Il sindaco Schnellecke ha tenuto a sottolineare che una politica d’integrazione che abbia successo “deve iniziare sul piano locale per poi essere estesa a livello nazionale.” Ricordando alcune misure di politica d’integrazione adottate dal comune di Wolfsburg, ha inoltre rilevato che tra gli attori che hanno concorso a sostenere il percorso d’integrazione ci furono la Volkswagen, le istituzioni ecclesiastiche e sindacali, in primo piano l’IG Metall. Furono inoltre messe in campo politiche di formazione: corsi di tedesco, classi transitorie per i bambini italiani al fine di abbattere le barriere linguistiche ed eventuali carenze formative. Il sindaco di Wolfsburg ha ribadito che “l’integrazione non è una via a senso unico, bensì un processo che richiede disponibilità e volontà, tolleranza e rispetto sia da chi arriva, sia da chi accoglie.”

  L’esemplare percorso d’integrazione degli stranieri a Wolfsburg è stato descritto in un rapporto stilato in tedesco e in italiano appositamente preparato per la visita a Roma ed è stato consegnato a tutti gli attori politici incontrati nelle diverse sedute.

  Sia il presidente Dini che gli altri senatori presenti, oltre a ringraziarlo per l’impegno suo e della città di Wolfsburg, hanno manifestato al sindaco Schnellecke l’augurio che sia per l’Italia, sia per altri Paesi europei la positiva politica d’integrazione condotta dalla città tedesca possa rappresentare un modello da seguire.

  Nel pomeriggio è seguito un lungo e costruttivo incontro sugli stessi temi con la presidente del Gruppo Pd al Senato, la senatrice Anna Finocchiaro, e i parlamentari Pd impegnati sul fronte delle politiche d’integrazione degli immigrati in Italia, i senatori Giovanni Legnini, Nino Randazzo, Carlo Pegorer, Claudio Micheloni e l’on. Franco Narducci.

  La delegazione di Wolfsburg ha successivamente incontrato l’on. Franco Narducci alla Camera e il vicesindaco di Roma, il sen. Mauro Cutrufo, al Campidoglio. (Imform)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Incontro con l’autore di “Delizia! Gli italiani e la loro cucina” e mostra “Collage e Scultura”

 

Abbiamo il piacere di invitarVi all’incontro con l’autore John Dickie »Delizia! Gli italiani e la loro cucina. Storia di una passione«, che si terrà martedì 27 aprile 2010, alle ore 19,  presso l’Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Strasse 8, a Monaco di Baviera . In lingua italiana e tedesca. Ingresso libero con prenotazione obbligatoria attraverso la pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica “Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26 o presso la Volkshochschule di Monaco di Baviera

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la Volkshochschule di Monaco di Baviera

John Dickie »Delizia! Gli italiani e la loro cucina. Storia di una passione«

L’inglese John Dickie si avventura nella storia della cucina italiana. La sua domanda fondamentale: come fanno gli italiani a mangiare così bene? Dickie la illustra con meravigliosa sensualità in Delizia! Egli non solo racconta la nascita della cucina italiana, ma persino di come si sia formato lo stesso stato italiano - dall’influsso della sua inconfondibile identità, a come le sue centinaia di città ne hanno determinato la cucina da migliaia di anni. Una storia insolita, intelligente e affascinante dell’Italia e della sua grande passione.

John Dickie è storico e giornalista. Insegna Romanistica all’University College di Londra e ha scritto numerose pubblicazioni sulla storia e cultura italiana.

 

Abbiamo anche  il piacere di invitarii all’inaugurazione della mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa »Collage e Scultura«, che si terrà giovedì 29 aprile 2010, alle ore 19,  presso l’Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Strasse 8, a Monaco di Baviera.

 

Curatrice della mostra: Dott.ssa Ellen Maurer Zilioli, Associazione Culturale Maurer Zilioli - Contemporary Arts, Brescia . Ingresso libero con prenotazione obbligatoria attraverso la nostra pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica “Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26

Durata della mostra: 30 aprile - 25 giugno. Luogo della mostra: Istituto Italiano di Cultura. Alcune opere di Rita Siragusa saranno esposte anche nel Lounge Spazio Italia della compagnia aerea Air Dolomiti presso l'aeroporto di Monaco di Baviera.

Organizzatori: Istituto Italiano di Cultura e Associazione Culturale Maurer Zilioli Contemporary Arts, Brescia, in collaborazione con Air Dolomiti e Enit München. Sotto il patrocinio del Città di Brescia. Con il gentile sostegno della Allianz Vertretung Michele Montanari.

 

Silvia Beltrami e Rita Siragusa »Collage e Scultura« - L’Istituto Italiano di Cultura espone i lavori di due protagoniste, giovani e promettenti,del panorama artistico italiano all’inizio della loro carriera. Se da una parte Siragusa rappresenta la voglia frenetica di espansione con sculture dai grossi calibri di ferro ed acciaio, dall’altra gli allegri collage della Beltrami testimoniano la riflessione dei fenomeni della società contemporanea. Legano insieme quelle energie, che rendono evidente il potenziale delle due artiste: la presenza che richiede spazio e l’insistente osservazione sensibile del presente.

 

Rita Siracusa, nata a Brescia nel 1973, è allieva di Igino Legnagli all’Accademia di Brera (Milano). Dispone le sue sculture liberamente nello spazio prendendone ispirazione e lasciandosi trasportare. I suoi lavori nascono da un dialogo vivace tra la materia e lo spazio che la circonda.  Ha ricevuto numerose critiche famose, sin dalle sue prime opere, nelle quali viene considerata come “figura particolare nel quadro della scultura italiana contemporanea per la padronanza e varietà dei mezzi espressivi e per la grande coerenza che, da più di un decennio, la indirizza verso una ricerca molto personale, lontana dai cliché o dagli ammiccamenti alle mode del momento”. (Antonio Zavaglio)

Il desiderio artistico è indirizzato verso l’esterno. Sente un dovere essenziale nei confronti dei gesti astratti. Se pensiamo al panorama internazionale, al Minimalismo, all’Arte Povera (Pistoletto, Merz ecc.) e al Land Art, allora riusciamo a mettere in relazione le opere della Siragusa con questi movimenti e ad interpretarle come evoluzione, come risposta contemporanea ai temi costanti della scultura moderna e del presente. Temi che hanno continuamente impegnato i grandi maestri. Siragusa ha interiorizzato il senso dello spazio e i materiali dei suoi predecessori, ma allo stesso tempo li ha analizzati, trasformati conformandoli alle proprie esigenze, grazie alla sua spiccata interpretazione personale. Le sue sculture o meglio le sue installazioni simboleggiano l’azione nello spazio. Quel che rimane è la testimonianza della manipolazione dell’artista, che si manifesta nello spazio materiale. Le opere “recupero del mito, l’intuizione dell’eros” si uniscono in un “luogo scultura” (Claudio Cerritelli), che l’artista  ricrea continuamente.

 

Silvia Beltrami, nata a Roma nel 1974, come Siragusa,  frequenta l’ Accademia di Brera a  Milano.  Si dedica, nei suoi collages,  ai particolari fenomeni della nostra epoca: lo straniamento dell’identità dei giovani e le sue bizzarre forme di rappresentazione, l’anonimità di un’esistenza dedita esclusivamente alla carriera, la difficoltà comune degli uomini a orientarsi nell’universo. I suoi protagonisti sono ballerini rap esibizionisti, acrobati con lo skateboard, ragazze magre griffate, manager dal viso inespressivo. Figure di un ego di una società, nella quale l’unico interesse è quello dell’apparire. Ambienta le sue figure in paesaggi surreali, metafore dell’ovunque. Beltrami non si comporta come cronista della sua epoca, ma esamina le condizioni esistenziali dell’arte. Si inventa ritratti senza individualità, dipinti con la tecnica del collage, che possono essere considerati come sinonimo della modernità. Unisce la tecnica del collage con quella dell’affresco, che si sposa senza difficoltà con l’interpretazione contemporanea. Ciò costituisce il carattere strabiliante dei suoi lavori: il legame del passato con il presente, un’insolita alleanza, ben riuscita,  tra l’eredità storica e l’attualità, che può essere considerata una costante dell’arte italiana. Poiché la stessa autrice vive nell’ ambiente  che rappresenta,  i suoi quadri mostrano l’interesse, l’osservazione e di tanto in tanto il romanticismo,  e per questo non forniscono una documentazione oggettiva, ma registrano il ritmo frenetico nelle icone contemporanee, no-future, no-name. La Beltrami coglie l’energia artistica, che il più grande critico d’arte americano. Harold Rosenberg ha descritto come “oggetto ansioso”, come forza trainante dello scontro creativo dagli anni sessanta. Bertrami viene considerata come talento promettente delle scene attuali. Ha presentato molto giovane i suoi lavori alla “6^ Triennale Internazionale du Papier” in Svizzera e al “2^ Simposio Internazionale Torrefactum 09” del museo Würth, La Rioja.  Istituto Italiano di Cultura München, de.it.press

 

 

 

 

In Germania  è Giuseppina Cannella Miss Italia 2010

 

E’ Giuseppina Cannella la regina della bellezza italiana in Germania. La nuova incoronata, che subentra ad Ivana Abruscato di Metzingen (Reutlingen/Stoccarda), è nata 16 anni fa a Leverkusen. Alla finalissima di Stoccarda si è imposta su altre 25 concorrenti. Sarà lei a rappresentare la bellezza femminile italiana di Germania al concorso nazionale di Miss Italia nel Mondo che si terrá a Jesolo (Venezia) alla fine del prossimo mese di giugno

La giuria ha avuto un bel da fare per stabilire la vincitrice dell’edizione di Miss Italia 2010 in Germania. Di concorrenti belle ve ne erano, e non poche. Tuttavia, come in ogni gara, anche in questa si è dovuto pervenire ad un risultato. Il maggior punteggio e non senza qualche discussione fra membri della giuria, alla fine è confluito su Giuseppina Cannella.

Entrambi i genitori sono italiani e lei è l’espressione più genuina della bellezza mediterranea. E’ figlia di madre pugliese, originaria di Manfredonia (Foggia) e di padre siciliano di Siculiana (Agrigento).

Come le sue due sorelle minori Ilaria di 14 e Federica di 12 anni, anche Giuseppina è nata a Leverkusen. Ha un’altezza di 1,72, snella, occhi castani e capelli biondi scuri. A scuola va bene e sta frequentando l’11a classe del Wirtschaftsgymnasium, una sorta di Istituto tecnico commerciale per ragionieri. E’ bilingue e mira ad un lavoro stabile e duraturo. Tuttavia, grazia alla sua estrosità caratteriale e corpo longilineo, sta sviluppando un forte interesse per la moda. D’altronde è il sogno nel cassetto di molte ragazze della sua età.

Altri particolari sono contenuti nel servizio audio.

Per ascoltare, basta cliccare su questo link: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6280942/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/wmovv9/index.html

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana

 

 

 

 

A Colonia tre astronauti italiani si stanno preparando per volare nello spazio.

 

Sono solo quattro gli astronauti italiani in attività, e tre di loro sono a Colonia per prepararsi ai prossimi voli sulla stazione spaziale internazionale. Nel centro europeo per l'addestramento degli astronauti dell'ESA (Agenzia spaziale europea), infatti, ci sono i modelli e i simulatori delle astronavi e dei diversi moduli che costituiscono la stazione spaziale. Qui gli astronauti imparano a muoversi nel vuoto e a fare esperimenti in assenza di gravità.

Ascolta il servizio di Agnese Franceschini in onda su Radio Colonia nella trasmissione del 20 aprile. Per ascoltare basta cliccare su questo link:

http://www.funkhauseuropa.de/audio/radio_colonia/zapping/2010/100420_astronauten.mp3?dslSrc=/audio/radio_colonia/zapping/2010/100420_astronauten.mp3

RC. De.it.press

 

 

 

 

Riunito il Coordinamento enti gestori iniziative scolastiche in Svizzera. “Ancora tagli ai corsi”

 

BASILEA - Il Coordinamento Enti Gestori Iniziative Scolastiche in Svizzera si è riunito il 17 aprile alla Casa d’Italia di Berna. Durante la seduta – informa una nota - gli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana hanno espresso preoccupazione per il significativo calo di corsi e alunni registrato nei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera nel corrente anno scolastico. Rispetto all’anno scolastico precedente si rileva un calo di 164 corsi e di quasi 2000 alunni con una riduzione media del 12%. Le ragioni del calo – prosegue la nota -  sono palesi e sono da imputare ai pesanti tagli dei contributi ministeriali agli enti gestori. Nonostante l’evidente e apprezzabile attenzione che il MAE ha riservato ai corsi di lingua e cultura, che continuano a rappresentare lo strumento più significativo e diffuso di promozione della lingua e cultura italiana in Svizzera, anche per il 2010 si annunciano tagli considerevoli. Di fatto gli enti gestori in Svizzera per l’esercizio in corso subiranno un taglio medio del 30%, al quale si deve aggiungere l’effetto negativo del tasso di cambio svantaggioso, qualora in sede di assestamento di bilancio dello Stato non si reperissero, come è avvenuto nel 2009, i fondi necessari per mantenere almeno la somma messa a disposizione l’anno scorso. Gli enti gestori in Svizzeri invitano il MAE, le forze politiche, il governo e gli organismi di rappresentanza della comunità ad adoperarsi affinché anche nel 2010 sia possibile erogare un contributo integrativo per garantire la continuità del servizio e non creare ulteriori disagi all’utenza.

  La preoccupazione degli Enti Gestori è aggravata – si sottolinea nel comunicato - dalle recenti decisioni del MAE di ridurre di 80 unità il contingente MAE all’estero a partire dall’anno scolastico 2010/2011. Le misure di soppressione di cattedre ministeriali concerneranno solo in minima parte i corsi in Svizzera. Tuttavia per gli enti gestori ci si trova di fronte a un disegno ben preciso di lento ma progressivo smantellamento delle iniziative scolastiche all’estero.

  In questo scenario – secondo il Coordinamento Enti Gestori – è più che mai necessario uno strumento strategico di coordinamento tra i vari operatori del settore scolastico e tra le varie circoscrizioni. Sotto questo punto di vista il Piano Paese assume una valenza fondamentale per la politica scolastica italiana in Svizzera. Il Piano Paese 2007-2009 è oramai scaduto. Il Coordinamento Enti Gestori auspica che il MAE tramite l’Ambasciata d’Italia in Berna attivi la procedura di formulazione del nuovo Piano Paese. La formulazione del precedente Piano Paese in maniera concertata e condivisa con i rappresentanti della collettività e con gli operatori della scuola si è rivelata un momento proficuo di dialogo e confronto sulle problematiche scolastiche e ha certamente favorito in seguito l’applicazione del Piano Paese nella gestione quotidiana. Per questa ragione il Coordinamento Enti Gestori si è rivolto all’Ambasciata per sollecitare la creazione di un tavolo tecnico. Piano Paese, cooperazione e concertazione: è da qui – per gli Enti Gestori - che bisogna ripartire per salvaguardare e sviluppare ulteriormente il sistema corsi. (Inform)

 

 

 

L'apocalisse è rinviata

 

Da oggi, a quanto sembra, si vola. E se il secondo vulcano islandese non scatenerà nei cieli una nuova tempesta di polveri, anche questa emergenza che sembrava dovesse durare mesi verrà superata.

 

L’Apocalisse si annuncia e non arriva mai, è sempre rinviata a data da stabilirsi, con grande delusione di alcuni e un po’ di cinico sollievo di altri. Gli aerei si alzeranno nel cielo come sempre; si sosterrà - come già si è cominciato a dire, da parte delle compagnie aeree - che gli enti per la sicurezza avevano esagerato la portata dell’allarme, e che il vero danno è stata semmai la prudenza eccessiva.

 

Se così sarà, il copione non avrà nulla di nuovo, si tratterà di una semplice replica di quanto è già accaduto nel recente passato; anzi per certi aspetti verrà perfezionato quello che ormai sta diventando il format delle nostre paure. E’ successo con l’influenza suina, a partire dall’aprile di un anno fa: i governi hanno fatto incetta di vaccini che per l’opinione pubblica non erano mai abbastanza, e che sono rimasti nei depositi perché il numero di vittime è risultato molto contenuto e la temuta pandemia non c’è stata. E’ successo poco prima con l’aviaria, annunciata come la peste del nuovo secolo, e anche in questo caso, salvo un drastico calo nel consumo del pollame, non è successo quasi nulla.

 

E’ successo con la «mucca pazza», che ha tagliato i consumi di bistecche e penalizzato seriamente la nostra fiorentina, ma anche in questo caso il panico è durato poco, per dar luogo all’impressione generalizzata che si fosse esagerato nelle precauzioni, magari in modo interessato. Cessato l’allarme, si cercano le lobby cui imputare loschi maneggi. O si va al cinema: il virus Ebola, che alligna in Africa ed è davvero micidiale, è stato oggetto di quattro film. E’ finito in due romanzi di Ken Follett e in uno di Tom Clancy, ha sedotto un terrorista giapponese come «arma letale», è stato un successone. Da noi non è ancora arrivato, ma non si sa mai.

 

Un tempo, quando le epidemie finivano - ma quelle erano vere epidemie, peste e colera che falcidiavano i popoli - si celebravano una congrua serie di Te Deum, si ringraziava il cielo e tutti erano molto più contenti. Oggi, dopo il grande timore e la diffusa sensazione di non essere protetti dalle istituzioni, si liquida la fine dell’emergenza con una valanga di critiche alle misure che prima non ci tranquillizzavano e ora ci appaiono eccessive, uno spreco, un danno all’economia o alla nostra tranquillità, forse un provocato allarme. Forse il nostro problema è che sappiamo curare tutto - o quasi - e quindi pensiamo di poter prevenire tutto; abbiamo la profonda convinzione che essere protetti con una copertura totale sia un nostro diritto.

 

Nello stesso tempo, nutriamo una irragionevole certezza che nessun vulcano - e tantomeno nessun pollo - possano rappresentare per noi un pericolo apprezzabile. Il risultato è che appena scatta l’allarme cadiamo preda del panico, pronti a decidere, subito dopo, che l’allarme era infondato. Che cosa ci ha deluso così profondamente? Da García Márquez in poi, si è imposto un aggettivo buono per tutti gli usi. Quando accade qualcosa di grave - e accade molto spesso - diventa un disastro «annunciato». Lo sapevamo, si poteva evitare, e molto spesso è persino vero. C’è però una sfumatura di soddisfazione se non di macabro trionfo nel volerlo sottolineare. Ma che succede quando qualcosa viene appunto «annunciato» e poi non si verifica? Incerti fra rivolta e oblio, guardiamo oltre, alla prossima Apocalisse. Quella futura, a venire, certissima. Quella che non ci deluderà.  MARIO BAUDINO LS 20

 

 

 

 

L’Alleanza Atlantica e le sfide del XXI secolo: riunione dei ministri degli Esteri a Tallin (22-23 aprile)

 

ROMA - Il nuovo ruolo della NATO per affrontare le sfide del XXI secolo. Sarà questo l’argomento al centro della riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza in programma a Tallin (Estonia) il 22 e il 23 aprile. 

  La Farnesina ricorda che già al Summit NATO del 2002 a Praga gli alleati hanno avviato un processo di modernizzazione per garantire che il trattato risponda con efficacia alle minacce del nuovo secolo. Processo ulteriormente rafforzatosi nel Vertice di Istanbul del 2004. Ci si è concentrati su nuovi scenari come l’Afghanistan, l’Iraq, il terrorismo nel Mediterraneo e l’aiuto all’Unione Africana per la pace nella regione sudanese del Darfur.

  Oggi l’organizzazione sta ri-orientando le sue capacità di difesa nei confronti delle minacce attuali e sta adattando le sue forze e lo sviluppo di nuovi approcci multinazionali per affrontare il terrorismo e altre minacce alla sicurezza come le armi di distruzione di massa. Inoltre, sta approfondendo e ampliando la sua cooperazione con i 23 Paesi partner, nonché con la Russia, l’Ucraina e i partner mediterranei, con la regione del Medio Oriente allargato e con altre organizzazioni internazionali.

  L’Italia – sottolinea la Farnesina – è parte attiva di questo processo di modernizzazione: l’Ambasciatore Giancarlo Aragona fa parte del Gruppo di Esperti incaricato di formulare le proposte per il Nuovo Concetto Strategico dell'Alleanza che dovrà essere adottato alla fine del 2010 (quello esistente fu adottato nel 1999, quando la NATO era costituita da 19 membri rispetto ai 28 di oggi). Il Gruppo, composto da dodici membri, tutti nominati dal nuovo Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, è presieduto dall'ex Segretario di Stato USA, Madeleine Albright.

  L’obiettivo del rapporto, ha spiegato Aragona, è di “conciliare la salvaguardia dei valori alla base della NATO (difesa e sicurezza dei partner) con una realtà strategica mondiale profondamente cambiata” dai tempi della fondazione dell’organismo, all’indomani della seconda guerra mondiale: in particolare oggi bisogna fronteggiare “rischi informatici, la sicurezza lungo le linee di navigazione, il terrorismo, la proliferazione nucleare”. Sul piano politico, ha aggiunto, “ci sarà una riflessione per adottare un approccio globale alla soluzione delle crisi, attraverso lo sviluppo dei partenariati come quello con la Russia e il rafforzamento dei rapporti con l’UE e l’ONU”. Per la NATO del futuro, inoltre, servirà un “adeguamento delle risorse e degli assetti militari per proiettarsi al meglio in teatri lontani come l’Afghanistan”.

  L’Italia, ha puntualizzato l’ambasciatore, “storicamente ha contribuito tanto alla NATO”, con “un tasso di dispiegabilità molto alto delle proprie forze” e con la partecipazione “alle più importanti missioni internazionali”. Inoltre ha promosso l’avvicinamento dell’Alleanza alla Russia, culminato con la costituzione del Consiglio NATO-Russia al Vertice di Pratica di Mare del 2002. (Inform)

 

 

 

 

 

Fmi, ripresa meglio del previsto. Ma per l'Italia stime riviste in calo

 

Pil mondiale al 4,2% nel 2010, 4,3% nel 2011. Per il nostro Paese +0,8% quest'anno, poi +1,2%. In testa i Paesi emergenti, piuttosto bene gli Stati Uniti, l'Europa relegata nelle retrovie- Allarme disoccupazione: "Pone seri problemi sociali"

 

ROMA - La ripresa economica mondiale procede "meglio delle attese", sebbene a intensità variabile nelle diverse regioni del Globo. Ad affermarlo è il Fondo Monetario Internazionale, che nel rapporto di aprile rivede al rialzo le stime di ottobre. Ma a trainare il recupero sono i Paesi emergenti, mentre nelle economie avanzate "la forza del rimbalzo resta moderata" e messa a rischio dai crescenti debiti pubblici e dalla difficile situazione del mercato del lavoro. E soprattutto l'Europa resta relegata nelle retrovie. L'Italia non fa eccezione, tanto che le stime di crescita sono riviste al ribasso. Infatti il Pil nel 2010 salirà, secondo gli esperti del Fondo, dello 0,8% mentre nel 2011 la ripresa accelererà al +1,2%. Rispetto alle previsioni di gennaio 2010, il Pil 2010 dell'Italia è stato ridotto di 0,2 punti percentuali, mentre quello del 2011 di 0,1 punti.

 

Una ripresa asimmetrica. "Fatemi iniziare con una buona notizia: la ripresa procede meglio del previsto, ma la sua "natura asimmetrica pone delle sfide". Lo afferma il capo economista del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), Olivier Blanchard, sottolineando come la sfida principale per le economie avanzate è il risanamento dei conti pubblici, mentre per i Paesi emergenti è la gestione del flusso dei capitali. "Per raggiungere una crescita forte, sostenuta e bilanciata è necessario lavorare ancora", ha aggiunto.

 

Pil mondiale al 4,2% nel 2010. Pertanto, si legge nel World Economic Outlook, la crescita globale dovrebbe attestarsi nel 2010 al 4,2% su base annua e al 4,3% nel 2011 (le economie avanzate dovrebbero crescere del 2,3% nel 2010 e del 2,4% nel 2011, dopo il calo del 3,2% del 2009). La crescita delle economie emergenti dovrebbe essere più sostenuta, con un incremento del 6,3% nel 2010 e del 6,5% nel 2011, dopo il modesto aumento del 2,4% del 2009. Per quanto riguarda i Paesi asiatici, grande attenzione è riservata alla Cina, che secondo le previsioni dovrebbe assistere a una crescita del 10% nel 2010 e del 9,9% nell'anno successivo, dopo l'incremento dell'8,7% del 2009.

 

Bene gli Usa, male l'Europa. L'analisi del Fondo promuove gli Usa, il cui Pil aumenterà "sorprendentemente" del 3,1% quest'anno e del 2,6% il prossimo. Bocciata invece Eurolandia, ancorata a un modesto incremento dell'1% nel 2010 e dell'1,5% nel 2011. A pesare, sostengono gli economisti di Washington, sono gli squilibri di bilancio e delle partite correnti in molti Paesi della zona. Oltre alle preoccupazioni accese dalla crisi greca "che potrebbe contagiare altri Paesi vulnerabili dell'area" e minacciare "la normalizzazione delle condizioni sui mercati finanziari". E di conseguenza soffre anche l'Italia: crescita tagliata allo 0,8% per quest'anno (-0,2% rispetto a gennaio) e all'1,2% per il prossimo (-0,1%).

 

Allarme disoccupazione. "L'elevata disoccupazione pone problemi sociali", afferma il Fondo Monetario Internazionale, ricordando che il tasso di disoccupazione nelle economie avanzate salirà nel 2010 all'8,4%, per poi scendere all'8% nel 2011. Per gli Stati Uniti il Fondo stima una disoccupazione sopra il 9% quest'anno, al 9,4%, e all'8,3% il prossimo. Nella zona euro il tasso di disoccupazione sarà pari al 10,5% sia nel 2010 sia nel 2011. In Italia sarà pari all'8,7% quest'anno e all'8,6% il prossimo. "L'elevato tasso di disoccupazione pone seri problemi sociali", afferma il Fondo, sottolineando che nei paesi in cui è possibile "le politiche macroeconomiche dovrebbero continuare a sostenere la ripresa", oltre che a "favorire la flessibilità dei salari e concedere aiuti adeguati ai disoccupati". LR 21

 

 

 

 

 

Festa dell’Europa il 9 maggio. I 60 anni della dichiarazione Schuman

 

“Scriviamo la nostra dichiarazione sull'Europa”: concorso per gli studenti in Italia

 

ROMA -  Il 9 maggio è la Festa dell’Europa. Consiglio Italiano del Movimento Europeo (Cime), Associazione del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa (Aiccre) e Associazione Nazionale dei Presidi, promuovono il concorso “Scriviamo la nostra dichiarazione sull'Europa”.

  Il concorso è rivolto a tutti gli studenti delle scuole secondarie presenti in Italia. I partecipanti dovranno redigere una dichiarazione solenne, che, con riferimento alla situazione attuale, proclami i valori fondanti, stabilisca gli obiettivi e delinei le strategie per lo sviluppo futuro del processo di unificazione europeo, come avvenne nel caso di quella proposta dal ministro degli esteri francese Schuman il 9 maggio del 1950.

  Attraverso il concorso si vuole trasmettere ai giovani la consapevolezza degli obiettivi prioritari che hanno originato il processo di unificazione europea (mantenimento della pace, sviluppo della democrazia, crescita del benessere, mobilità, interculturalità, ecc.). Inoltre il concorso vuole stimolare gli studenti a riflettere sull’attualità e il futuro dell’Unione Europea, invitandoli a pensare all’Europa come risposta ai loro bisogni e alle loro aspettative.

  Sono previsti vari premi, tra cui attestati di merito per le scuole e per gli studenti partecipanti, targhe e libri. Alle dichiarazioni selezionate, inoltre, verrà data massima visibilità attraverso la pubblicazione sui siti internet e le riviste curate dai promotori del progetto.

  La cerimonia di premiazione avrà luogo nella prima decade di maggio 2010, è assumerà la forma di una vera e propria “festa dell’Europa”, durante la quale si incontreranno giovani provenienti da ogni parte d’Italia.

  I prodotti pervenuti oltre il 3 maggio 2010 non potranno più essere presi in considerazione dal comitato valutatore.(Bando del concorso alla pagina http://ec.europa.eu/italia/documents/attualita/istruzione/bando_cime.pdf ) (Inform)

 

 

 

Banco di prova per i partiti. L’unità nazionale fondamento di riforme vere

 

SALVAGUARDARE e rafforzare l’unità nazionale è la premessa di tutte le riforme. L’antefatto necessario perché, in questo Paese, si apra una stagione di cambiamenti veri. Pensate per un attimo quanto gioverebbe alla serenità del dibattito politico e, soprattutto, alla sua capacità di tradursi in atti concreti, sul piano delle istituzioni e dell’economia, una dichiarazione sottoscritta da tutti i partiti che riconosca questo valore come la priorità assoluta, il prius e non uno dei tanti obiettivi strategici, da cui far discendere il resto.

A spingermi a fare queste riflessioni non è tanto (o solo) il moto dell’animo di un uomo che ha speso una vita per le istituzioni e ha fatto dell’identità italiana come sintesi delle sue tante identità territoriali, dei suoi municipi e dei suoi campanili, quasi una missione. C’è qualcosa di più che sento dentro e percepisco come espressione di un sentire comune e radicato nelle coscienze ma anche come un dato politico, ancor prima civile, ineludibile se si vuole approdare davvero a qualcosa di stabile, moderno e duraturo.

Salvaguardare e rafforzare l’unità nazionale del Paese è la pre-condizione essenziale su cui tutti dobbiamo prioritariamente convenire e concordare senza riserve mentali, con pieno e intimo convincimento, a patto che si vogliano sbloccare le cose per davvero. Con questo spirito, ne sono certo, la stagione delle riforme si aprirà bene, nel segno giusto, e darà i suoi frutti, altrimenti è condannata a ricalcare copioni inconcludenti già più volte esplorati. Perché tutto è possibile trattare, approfondire, ogni compromesso è accettato e acquista valore se inserito all’interno di un disegno condiviso, se tutti fanno proprie le ragioni unitarie del Paese, mentre viceversa tutto si sfalda e rischia di produrre effetti molto nefasti se si naviga a vista mantenendosi, magari anche solo tatticamente, sul filo dell’ambiguità.

Che cosa impedisce ai partiti di fare questo passo? La Lega dichiara oggi di voler dialogare con tutti per fare riforme istituzionali condivise, mi sembra un approccio maturo per di più avvalorato da un forte risultato elettorale alle ultime regionali, e allora mi chiedo: perché non comincia con il dare un segnale chiaro e riconoscibile sul terreno della salvaguardia e del rafforzamento dell’unità nazionale? Proprio nel momento in cui i due principali schieramenti e gran parte delle forze politiche appaiono segnati da divisioni e inconcludenze che investono le loro organizzazioni a livello centrale e regionale e il rapporto tra di loro, una dichiarazione comune di principi darebbe al cammino delle riforme un senso di sicurezza che non ha mai avuto e di cui si avverte vitale bisogno. Passa di qui, attraverso questa via stretta che sappia conciliare le due identità, la rete dei territori e la coesione nazionale, l’autostrada delle riforme e il futuro del Paese. Occorrono tensione morale e una politica lungimirante che si sappia assumere le sue responsabilità. CARLO AZEGLIO CIAMPI IM 20

 

 

 

 

Il federalismo e il mistero del silenzio tombale

 

L’altro giorno scrivendo su queste colonne su le «Incognite del federalismo» mi sono detto: questa volta mi massacrano. Mi sono sbagliato alla grande. La risposta è stata un silenzio tombale. Chi mi ha letto saprà che ponevo quattro quesiti, appunto sul federalismo: quanto costerà, quanto complicherà le decisioni, quanto spezzetterà le cose che non sono da spezzettare, e chi punirà, e come, chi sgarra.

Non dico che i suddetti fossero quesiti facili; ma erano e restano quesiti sine qua non, senza i quali nulla, senza i quali «non si può». Mi era stato annunziato che mi avrebbe risposto il ministro Roberto Calderoli. Del che ero lietissimo perché l’uomo è intelligente (la sua legge elettorale lo è, pur nella sua orrendezza). Invece Calderoli si è sfilato, a quanto pare. Così mi ha risposto domenica soltanto La Padania trovando come vittima— immagino—Stefano Bruno Galli, che mi risulta essere ricercatore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Milano. Il buon Galli se la cava come può. Non affronta e tantomeno risponde in alcun modo a nessuna delle mie domande. Curiosamente mi rimprovera di aver citato con favore, alcuni anni fa, La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Farei lo stesso, oggi, per almeno una dozzina di altri libri loro, di Peter Gomez, di Marco Travaglio e altri, tutti di devastante documentazione. Dico curiosamente perché se i suddetti diffamassero un’Italia regionale che prefigura l’Italia federale (sembra così anche a me), allora sarebbe strettissimo dovere della Lega di controbattere e smontare queste calunnie. Invece anche rispetto a questo il silenzio è tombale.

Ma vengo al nocciolo. Il Nostro cita, in favore della tesi che il federalismo costa meno del centralismo, un solo autore, Buchanan. Ma siccome su Buchanan ho lavorato e scritto, posso assicurare il valoroso Galli che il suo teste gli darebbe torto. Senza scomodare venerati maestri, anche io saprei escogitare sulla carta un buon sistema federale. Ma tutto dipende dalle condizioni di attuazione e da quel che troviamo di già fatto (malfatto) e incancrenito in loco. Gira e rigira —sempre a vuoto— il buon Galli approda a questa sensazionale scoperta: che «il federalismo è responsabilità». A dire così non si sbaglia mai; ma non si dice nulla. Responsabilità è in primis un concetto etico, a proposito del quale si distingue tra etica delle buone intenzioni (redente dalla loro bontà intrinseca, anche se risultano disastrose nei loro effetti pratici) ed etica della responsabilità, e cioè consapevole delle conseguenze e quindi per ciò stesso responsabile. In politica, invece, essere responsabile vuol dire, in primissimo luogo, essere tenuto a rispondere dei propri atti; e in questo contesto un responsabile che si rivela «irresponsabile» deve essere cacciato e se del caso punito.

Come? Da chi? Il nostro non ne ha la minima idea, e perciò lascia anche me senza nessuna idea. Peccato che io non sappia il padano e quindi che non possa tradurre. In inglese la nostra vicenda è già prevista, temo, da Shakespeare (in Macbeth): It is a tale told by an idiot full of sound and fury signifying nothing.

Giovanni Sartori CdS 21

 

 

 

Convergenze parallele

Cabina di regia. Consiglio di gabinetto. Diarchia. E, appunto, corrente. Nella ormai trapassata Prima Repubblica, era spesso grazie ad escamotage così che capi di governo e segretari di partito riaggiustavano la rotta.

 

E tenevano in piedi le rispettive ditte di fronte al profilarsi delle solite - fin troppo solite - tensioni politiche. Erano, il più delle volte, soluzioni a costo zero: nessuno infatti perdeva davvero, tutti potevano sostenere di averla spuntata e così si tirava avanti fino alla successiva - e quasi mai lontana - crisi di governo. Si tratta di alchimie politiche che potevano o non potevano piacere: ma è certo, per dirne una, che mai e poi mai un governo avrebbe rischiato la crisi (o un partito una scissione) solo perchè a qualcuno - nella Dc, nel Psi e perfino nell’allora Pci - veniva voglia di creare, per esempio, una propria corrente.

 

Nella Seconda Repubblica le cose vanno - e anche qui: può piacere o non piacere - assai diversamente: e bisogna riconoscere (o lamentare) che questo avviene quasi esclusivamente per la presenza in campo di Silvio Berlusconi. Infatti, così come Bettino Craxi non aveva imbarazzi nell’affermare che «quando non si vuole affrontare un problema ci si inventa una bella Commissione» (e anche lui ne favorì non poche...), ugualmente Silvio Berlusconi ripete con un certo orgoglio che «certi termini da Prima Repubblica a me fanno venire l’orticaria». Intendiamoci: non è che a quei tempi l’allora solo Cavaliere non conoscesse (e spesso sfruttasse) le alchimie e i riti di quella politica. Ma una volta al governo, comprensibilmente, la musica è cambiata.

 

Ed è tanto cambiata non solo al punto che lo scontro tra Berlusconi e Fini ha raggiunto toni francamente incomprensibili, se la questione è la nascita di una corrente: ma fino all’evidenza che il non aver adeguato regole del gioco e istituzioni della Repubblica al nuovo corso politico, ha determinato il proliferare di tensioni talvolta ingovernabili. Riformare funzioni, peso e ruolo di governo, Parlamento, Corte costituzionale e Csm - per dire - è certo possibile (ed anzi auspicabile): quel che appare sempre più traballante è quella sorta di doppio binario - tra Costituzione così com’è e Costituzione «materiale» - lungo il quale la politica e il rapporto tra le istituzioni spesso deraglia fragorosamente.

 

In fondo - e al di là delle sottaciute questioni di potere - forse è qui il nocciolo vero, la radice del dissidio apertosi tra il presidente della Camera e il capo del governo, con il primo a lamentare la scarsa democrazia interna al Pdl e il secondo a denunciare i limitati poteri dell’esecutivo o, magari, il fatto che alla Camera debbano votare tutti i deputati, mentre si guadagnerebbero tempo e danaro se lo facessero i soli capigruppo... Così come - e la circostanza è assai più seria - è stata spesso oggetto di critiche da parte di Fini la nota insofferenza del premier verso ogni istituzione terza - dal Quirinale alla Corte Costituzionale, fino alla magistratura - che intervenga per richiamare il governo al rispetto delle regole.

 

Ma se la questione è questa - e cioè una assai diversa concezione non solo della politica ma anche dei rapporti tra poteri dello Stato - è evidente che la crisi apertasi tra i co-fondatori del Pdl potrà anche trovare oggi una soluzione «pacifica», ma è destinata a rimanere irrisolta forse per sempre. Si potrà tentare una qualche forma di coabitazione, Fini e Berlusconi potranno magari provare a smussare alcune asprezze, ma è difficile immaginare per questa storia un epilogo diverso da quello che mise fine all’alleanza tra Berlusconi e l’Udc di Pierferdinando Casini.

 

Non è detto, naturalmente, che la separazione sia destinata ad avere tempi brevi: al contrario, la coabitazione potrebbe durare ancora a lungo, considerati i prezzi politici e non solo politici che i due leader potrebbero pagare. Impossibile? Nient’affatto. E chissa che non sia proprio dalla trapassata Prima Repubblica che possa arrivare l’ispirazione a restare ancora assieme. In fondo, è questo quel che Aldo Moro - con definizione non dimenticata - auspicò per il rapporto tra Dc e Pci: lo definì «convergenze parallele». La necessità, insomma, di collaborare e stare assieme pur non amandosi e pur senza incontrarsi mai... MARIO BAUDINO LS 21

 

 

 

Pdl, Fini lancia la sua corrente. Berlusconi: «Si faccia il suo partito»

 

Premier deluso e irritato studia la risposta. Lega cauta: «No a rotture»

Il presidente della Camera: «Il cavaliere accetti il dissenso»

 

ROMA - Da un lato tira un sospiro di sollievo, visto che, almeno per ora, la scissione di Gianfranco Fini sembra scongiurata; dall'altro l'atteggiamento del cofondatore del Pdl e l'idea che crei una corrente nel partito non gli piace per niente. Silvio Berlusconi reagisce con un misto di delusione, irritazione e cautela alle istanze del presidente della Camera: da un lato non accetta ulteriori logoramenti da parte del presidente di Montecitorio anche perché non intende farsi trascinare in quello che ama definire il «teatrino della politica»; dall'altra non intende forzare la mano, con strappi dalle imprevedibili conseguenze, e dunque attende di capire con esattezza cosa vuole veramente l'ex leader di An. Per capire cosa abbia davvero in testa Fini, Berlusconi ha riunito a palazzo Grazioli, sia i vertici della Lega (Umberto Bossi non c'era), che quelli del Pdl (Italo Bocchino non era presente perchè non invitato e ciò la dice lunga sul clima verso i «finiani»).

BERLUSCONI - Berlusconi, riferiscono le stesse fonti, non intende più trattare con il cofondatore del Pdl e soprattutto non vuole riconoscere che all'interno del partito si possa dar vita ad una opposizione interna. «Altrimenti - avrebbe ragionato - meglio che si faccia un partito e si vada al voto, non possiamo andare avanti con questo continuo stillicidio. Il Pdl è nato per restare unito e non per dividersi», è la linea del presidente del Consiglio. A sconsigliare di rompere però è Umberto Bossi che non vuole mettere in gioco la legislatura. Ora la partita si sposta a giovedì: se i finiani presentassero il documento firmato martedì, la maggioranza del partito potrebbe votare contro.

FINI - «Non voglio farmi da parte nè stare zitto, Berlusconi accetti che ci sia dissenso», ha spiegato Fini martedì mattina agli ex parlamentari di An riuniti nella sala Tatarella della Camera. Il documento a sostegno di Fini è stato firmato da 55 deputati, ma potrebbero essere molti di più - e soprattutto dalle fila degli ex azzurri - a convergere sulle posizioni del presidente della Camera. Dall'altra parte, gli ex An che hanno voltato le spalle a Fini. Ad aver sottoscritto il documento promosso da Gianni Alemanno, Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa e Altero Matteoli (tutti ex colonnelli di Fini) sono stati 75 parlamentari, che chiedono di non mettere in crisi il progetto del Pdl.

 

LEGA - Sul fronte della Lega, intanto, si registra grande cautela. Tant'è che nessun esponente del Carroccio ha commentato la situazione all'interno del Pdl. Del resto Umberto Bossi, in una recente intervista a «El Pais» aveva sottolineato la necessità di trovare un'intesa con Fini. L'obiettivo primario dei lumbard è di portare a casa le riforme. E una guerra intestina nel Pdl non aiuterebbe. Ecco perché, Roberto Calderoli, ha cercato di minimizzare: «Ho sentito dai telegiornali notizie fantasiose, oggi non c'è nessun vertice della Pdl a cui abbia preso parte la Lega ma semplicemente un incontro, già programmato, che abbiamo avuto con Berlusconi e Verdini, mio omologo nel Pdl».  CdS 21

 

 

 

Nasce la corrente di Fini. Con lui 40 parlamentari

 

«Non ho intenzione di stare zitto né di togliere il disturbo». La sintesi è tutta qui. Gianfranco Fini, durante la riunione con gli ex An che andranno a far parte della componente interna del Pdl, ha spiegato bene le sue intenzioni. A quanto pare, ormai, non si torna indietro: il governo e la maggioranza sono troppo sbilanciati e serve una terza gamba, quella che equilibrava le smanie della Lega. Nasce così la corrente dei "finiani".

 

Subito la reazione di Berlusconi che ha convocato a palazzo Grazioli i coordinatori nazionali del Popolo della libertà. Alla riunione c'erano i ministri Roberto Calderoli e Roberto Maroni, la vice presidente del Senato Rosy Mauro; per il Pdl erano presenti il coordinatore nazionale Denis Verdini e il sottosegretario Aldo Brancher. Giunti anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il coordinatore nazionale del Pdl Sandro Bondi, il ministro Altero Matteoli e il sottosegretario alla Presidenza, Paolo Bonaiuti, il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, il capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto e il vicecapogruppo al Senato, Gaetano Quagliarello. In seguito ha fatto il suo ingresso presso la residenza del premier anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. «Non credo che sia una cosa che si può ipotizzare, non ha alcun senso», è la sintesi di uno dei partecipanti al vertice sul giudizio dato «dai più» sull'ipotesi che Gianfranco Fini formi una corrente nel Popolo della libertà. L'opinione dei più sul documento è che sia «non straordinario», nel senso che «si tratta di richieste espresse in modo abbastanza confuso e annacquato».

 

Le parole di Fini - Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui». Fini esordisce con questa citazione da Ezra Pound, che fu ed è tanto caro ai fascisti. «Il Pdl lo avevamo immaginato diverso. «Ci sono dei momenti in cui bisogna guardarsi allo specchio. Decidere se si è disposti a rischiare per le proprie idee. Questo è il momento», ha spiegato Fini ai suoi. «Io voglio poter dire le cose che penso - dice Fini - senza essere accusato di tradimento. Il Pdl deve essere libero e non può essere il partito del predellino». «Questa - ha aggiunto il presidente della Camera - è una fase complicata, non ce la facevo più a porre sempre le stesse questioni al presidente del Consiglio». Gianfranco Fini spiega che assicurerà sempre lealtà al governo ma - dice - «ora si apre una fase nuova con un confronto aperto nel partito». Il presidente della Camera, riferiscono fonti parlamentari, esclude la strada delle elezioni. È necessario - ha ragionato durante l'incontro - però un dialogo aperto. Fini è stato lungamente applaudito dai presenti nella sala Tatarella di Montecitorio.

 

Il Pdl non è il partito del predellino  - Il Pdl «è un progetto politico riuscito solo in parte», il problema «non è di poltrone o di potere», la questione è che «c'è una scarsa attenzione alla coesione sociale del Paese» e il motivo è da ricondurre «al rapporto con la Lega». Il presidente della Camera sottolinea soprattutto, riferiscono fonti parlamentari presenti, il tema delle riforme. «Mancano proposte precise», è il ragionamento della terza carica dello Stato. Fini spiega anche che alla base dei contrasti con Berlusconi vi sia un problema Tremonti. «Non è la riproposizione della polemica con il ministro dell'Economia» dice Fini. Per l'ex leader di An «Berlusconi pensa che ci siano delle incomprensioni», invece «il problema è solo politico».

 

«Ci sono punti di vista diversi tra me e il premier», osserva ancora il presidente della Camera. Se giovedì usciremo con un'ampia maggioranza sul documento del presidente nel Consiglio, ma con una pattuglia minoritaria in polemica con la maggioranza significa che ci sarà un confronto aperto. Comincerà una fase nuova. Il problema - aggiunge ancora Fini - che si porrà sarà: il dissenso interno può esistere o siamo il partito del predellino?. Sarà il momento della verità, un momento anche delicato», conclude Fini. Per la terza carica dello Stato, quindi, «la fase del 70 a 30 è finita. Spero che Berlusconi accetti che esista un dissenso, vedremo quali saranno i patti consentiti a questa minoranza interna».

 

Fini difende Saviano  - Tra i tanti contrasti con il premier, c'è anche l'opinione su Mafia e Camorra. «Come è possibile dire che Saviano con il suo libro ha incrementato la Camorra? Come si fa a essere d'accordo?». Interrogativi che Fini pone agli ex esponenti di An: «Nessuno nega che Berlusconi sia vittima di accanimento giudiziario, ma a volte dice delle cose sulle quali è difficile convenire...», osserva la terza carica dello Stato.

 

I finiani presenti alla riunione nella sala Tatarella della Camera hanno firmato un documento che si riconosce in Gianfranco Fini quale rappresentante della componente interna al Pdl. Nel documento si spiega che viene data fiducia a Fini per esporre i temi avanzati in questi giorni alla direzione nazionale del partito.

 

Tra i Finiani è però polemica  - Acque agitate all'interno della componente finiana del Pdl si sono verificati a pochi minuti dall'inizio della riunione con il presidente della Camera. L'atmosfera era tesa, soprattutto nei confronti di chi tra gli uomini vicini a Fini, viene accusato di aver «lavorato per arrivare allo strappo». Il sottosegretario all'ambiente, Roberto Menia se la prende con Italo Bocchino e lo dice chiaro ai cronisti: «Ho detto senza peli sulla lingua a Bocchino di smetterla - dice - perchè già ha fatto abbastanza danni, e l'ultimo caso è stata la rissa in tv cui tutto il mondo ha assistito. Sono stufo delle sue inziative e delle sue uscite - aggiunge Menia - e non mi sento rappresentato da queste persone. Io sono leale a Fini ma anche a Berlusconi, sono al governo grazie al loro. Quindi l'ipotesi di creare gruppi separati, addirittura scissioni o uscite dal Pdl è un'assoluta sciocchezza. Io non sono nè per i ricatti nè per i doppi giochi. Voglio stare nel Pdl e dire liberamente come la penso: per esempio - ribadisce - voglio avere la libertà di dire che la legge sulla cittadinanza breve io non la condivido affatto». Sulla stessa linea Amedeo Laboccetta, che si avvicina al capannello e sottoscrive le parole di Menia: «Io la penso come lui - dice - anzi, di più. Sono pronto a dimetteremi da parlamentare se Gianfranco Fini desse ascolto a chi lo consiglia di fare questa follia di dare vita a gruppi autonomi. Io sono contrario a gruppi autonomi, gruppi di pressione o componenti organizzate. Per una vita ho fatto il consigliere comunale e ho sempre contestato l'atteggiamento dei peones della maggioranza. Non voglio trasformarmi, a 62 anni, in un peone della maggioranza...». A pochi metri, ma in capannello diverso, chiacchierano Fabio Granata, Maria Ida Germontani, Enzo Raisi e un altro gruppetto di “finiani” che si preparano all'incontro. «Vediamo e discutiamo - dice uno di loro che chiede di non essere citato - ma credo che l'idea di una corrente non abbia nessun senso. Come si fa a fare minoranza in un partito a forte connotazione carismatica come il Pdl? Credo - aggiunge che l'unica sia quella di fare dei gruppi autonomi e se necessario anche una scissione, ripartendo dal marchio riconosciuto di Alleanza Nazionale. Naturalmente - avverte il deputato - continueremo ad appoggiare il governo. Ma ad un certo punto dovremo farci anche sentire: per esempio, quando si comincerà a parlare di un tema che a Berlusconi sta molto a cuore - sottolinea - ovvero la giustizia...».

 

I sondaggi: senza Fini, il Pdl perderebbe - Senza Gianfranco Fini il Pdl sarebbe più debole. Numeri alla mano, Generazione Italia cerca di dimostrare «quanto sia indispensabile il ruolo Gianfranco Fini nel Pdl». In un articolo firmato da Gianmario Mariniello, Generazione Italia fa una sintesi dei sondaggi apparsi in questi ultimi giorni che rivelano il peso determinante di Fini sia «dentro» che «fuori» il Pdl. «In questo momento -si legge nell'articolo- Berlusconi ha un'approvazione pari al 52%, mentre il presidente della Camera, ormai da molti mesi, lo supera attestandosi oggi al 64%», spiega Renato Mannheimer. «Fini», ricorda Mariniello, «ha un seguito distribuito in tutto l'arco politico, anche se la maggioranza di chi manifesta il suo apprezzamento per il presidente della Camera si professa comunque elettore azzurro. Mannheimer dice che il “partito di Fini” parte dal 5% e può arrivare al 20%. Poniamo l'asta giusto a metà e fa 12,5%. Più dell'ultimo dato di An».

 

Secondo Antonio Noto di Ipr Marketing, «senza l'ex leader di An, il Pdl perderebbe il 20% del suo elettorato». Dato che nel 2008 il Pdl prese il 37%, stiamo parlando del 7,4%. Così, senza fare campagna elettorale, senza struttura, senza niente. Un dato statico. Si votasse domani mattina, il Pd potrebbe superare un Pdl senza Fini. Sarebbe uno choc per tutti». L’U 20

 

 

 

 

Il bivio del centrodestra. I numeri, le idee e i riflessi sul governo

 

NON si può sottovalutare quello che sembra essere l’epilogo del confronto apertosi tra Fini e Berlusconi, e cioè la nascita di una corrente organizzata che si riconosce nella leadership dell’attuale presidente della Camera. I numeri vanno letti con intelligenza, altrimenti deviano il ragionamento. Superficialmente l’impressione è che la cinquantina di fedeli a Fini sia chiaramente inferiore alla settantina di deputati ex An che scelgono di stare dalla parte di Berlusconi. Si tratterebbe di un numero di adesioni non alto che a prima vista legittimerebbe la tesi che il cofondatore del Pdl non abbia molto su cui contare.

A nostro parere la realtà è più complessa. Intanto per la prima volta il centrodestra registra in forma ufficiale la presenza di un dissenso e di un’alternativa rispetto alla proposta costruita da e su Berlusconi. Al momento può essere un fatto numericamente marginale, ma può costituire il germe per aggregazioni future, non necessariamente provenienti solo dalla ormai defunta An, perché con la sua scelta Fini seppellisce quella esperienza e la fa definitivamente confluire nel Pdl, dove si scompone in due “fedeltà” diverse. Nel momento in cui la leadership di Berlusconi si rivelasse indebolita o insufficiente, l’ipotesi per settori del partito dell’elettorato di riconoscersi nell’alternativa di Fini diventerebbe un elemento di cui tenere conto.

Anche come peso parlamentare ed elettorale poi una cinquantina di parlamentari non sono un’entità così trascurabile. Secondo alcune stime parliamo di un “partito” intorno al 6 per cento e questa è una percentuale più che sufficiente per contare nel gioco politico: anzi ricordiamo più di una formazione che in passato con percentuali minori ha giocato partite decisive. Per non turbare nessuno ci limitiamo a richiamare il peso del partito repubblicano di La Malfa e Spadolini nella prima Repubblica.

Fini ha dunque lo spazio per ricavarsi un ruolo e per avanzare una proposta politica. La sua decisione di proporsi come l’antagonista della Lega all’interno del centrodestra gli darà degli spazi, perché il Pdl ha un suo radicamento al Sud e perché non è detto che proprio tutti in quel partito condividano nel segreto dei loro pensieri l’amore per Bossi che manifesta il loro leader.

Cosa significa questo? Banalmente che si porrà un inevitabile problema di governabilità e da un duplice punto di vista. Il primo più ovvio è che il governo si dovrà misurare in Parlamento con un probabile dissenso interno al suo partito di riferimento in leggi delicate a cui tiene molto. Qualche volta se la caverà ponendo la questione di fiducia, ma non è uno strumento che si possa usare a ripetizione senza conseguenze. E chi non lo farà andrà incontro al rischio di avere in aggiunta al dissenso dei finiani un possibile fenomeno di franchi tiratori nel Pdl, incoraggiati per le ragioni più varie a congiungersi ad una visione alternativa della destra.

Un secondo problema che non ci pare possibile ignorare è il riflesso di questa dinamica “correntizia” sulla composizione del governo in carica. Al momento i ruoli sono stati distribuiti in base ad un programma di bilanciamento fra gli uomini della vecchia An e gli uomini della vecchia FI. Questo schema è saltato e adesso ciò che era una specie di delegazione di An si divide fra neo-berlusconiani (quasi tutti) e i neo-finiani (pochissimi); però si divide e questo dovrebbe imporre, forse non subito ma certo inevitabilmente una qualche forma di riaggiustamento degli equilibri governativi.

Insomma la mossa di Fini rimette in moto la dialettica nel centrodestra e inceppa almeno in parte la “potenza di fuoco” della maggioranza. Un cambiamento che le opposizioni, se smettono di guardarsi l’ombelico, potranno sfruttare, soprattutto su quel terreno delle riforme di struttura che costituisce il vero banco di prova della credibilità della nostra classe politica. PAOLO POMBENI IM 21

 

 

 

 

Oggi no, ma alla fine alla divisione si arriverà

 

Che non fosse un ultimatum, ma un penultimatum, s'era capito fin dall’inizio. Che la scissione non fosse scontata, pure. Ma che i finiani possano ora salutare come una vittoria la nascita e il riconoscimento della loro corrente come una minoranza interna del Pdl, che magari tra un po’ potrà puntare a una vicesegreteria o a esprimere un quarto coordinatore, francamente è un po’ troppo. Liberi loro - un po’ meno il loro leader - di crederci, come hanno creduto finora alla trasformazione del «partito del predellino» fondato dal Cavaliere a Piazza San Babila, in un «normale» partito in cui la linea viene discussa e stabilita negli organi dirigenti e poi affidata al leader pro-tempore, che ogni due tre anni ne risponde al congresso, in cui solitamente passa la mano.

 

Le minoranze, al plurale, avevano una grande importanza nella Dc. Uno come Donat-Cattin, per dire, che aveva una corrente del 5 per cento, era stato capace di ribaltare con il suo famoso «preambolo» l'esito del congresso che pose fine all'alleanza con i comunisti e ricreò la maggioranza delimitata chiusa al Pci. Nel grande partitone cattolico questo era possibile perché, oltre alle minoranze dichiarate, c'erano quelle occulte e allineate nelle correnti di maggioranza. Le une e le altre erano legate da un tacito patto che prevedeva la lenta consunzione della leadership e un successivo rimescolamento interno che doveva ripercuotersi nei posti al governo.

 

Un siffatto meccanismo, che pure rimase alla base della democrazia italiana per quasi cinquant'anni, era connaturato a un Paese in cui il confine tra partiti di governo e opposizione era invalicabile e il ruolo degli uni e degli altri prestabilito. Ma è davvero arduo immaginarsi oggi che tutto è cambiato, Berlusconi alle prese con un «preambolo», e sarà anche curioso assistere alle sue reazioni quando giovedì le diverse fazioni in campo si confronteranno, taglia qui, aggiungi là, per cercare fino all'ultimo di mettere insieme un documento unitario ed evitare la divisione del partito in maggioranza e minoranza.

 

Una divisione alla quale alla fine forse si arriverà lo stesso perché altrimenti non si capirebbe perché Fini abbia voluto aprire un solco così profondo con il suo cofondatore, salvo poi rassegnarsi in pochi giorni a una ritirata, che i suoi fedelissimi, basandosi proprio sulle frasette che saranno riusciti a inserire nel documento, cercheranno di far passare come una vittoria o un pareggio in un partito in cui le parole non sono mai pietre e Berlusconi, finché esiste, continuerà a comandare. 

MARCELLO SORGI LS 20

 

 

 

La stagione della diaspora

 

LA diaspora finiana si è dunque compiuta. Non è una rottura che prelude a una scissione, ma neanche un'abiura che prepara una capitolazione. La nascita formale di una componente di minoranza guidata da Gianfranco Fini dentro il Pdl rappresenta comunque una svolta politica importante. Segna la fine del Popolo della Libertà come lo abbiamo conosciuto finora.

 

Lo "spirito del Predellino", nell'ottica del co-fondatore, non c'è più. Il partito personale si trasforma in un partito (quasi) normale.

 

Nella logica finiana, questa svolta sancisce l'avvio di un lunghissimo e complicatissimo processo di autonomizzazione. Personale, nei confronti dell'uomo che lo ha sdoganato nel lontano 1993. Politico, nei confronti di un centrodestra ormai a esclusiva trazione forzaleghista. Bisogna dare atto al presidente della Camera di non aver ceduto, e di aver difeso con coerenza la sua posizione, difficile e a tratti quasi insostenibile. Dentro un Pdl forgiato nel freddo di Piazza San Babila dall'"unico fondatore" (Berlusconi) e poi modellato nel fuoco della vandea nordista sui bisogni dell'"unico alleato" (Bossi), per Fini non era semplice far valere e far vivere un'idea radicalmente diversa. Un altro modo di intendere la politica in nome del bene comune. Di rappresentare la cultura di una moderna destra europea. Di convivere dentro un partito autenticamente libero, plurale, democratico.

 

Con la sua "corrente del Presidente", almeno Fini ci prova. Citando Ezra Pound, cioè rischiando l'osso del collo in nome di quell'"idea diversa". Qui ed ora l'operazione appare quasi temeraria. A giustificare la diaspora manca una vera pietra d'inciampo politico. Manca un "casus belli" chiaro, riconosciuto e riconoscibile (a meno di voler considerare tale, e così non è, la presenza di una poltrona in più nell'organigramma o la mancanza di una politica per il Sud). I suoi ex colonnelli, nella stragrande maggioranza, non lo seguono. E forse i suoi elettori, nella stragrande maggioranza, non lo capiscono.

 

Ma quella di Fini non è e non può essere una guerra lampo. Sarà piuttosto una guerra di logoramento. Come annunciano nei corridoi i cinquanta "fedelissimi" del presidente, si consumerà nei rapporti istituzionali, nelle aule parlamentari, negli organismi del partito. E questo la dice lunga su cosa sta diventando il glorioso Partito del popolo della Libertà. E su cosa diventeranno i prossimi tre anni di legislatura. Altro che le verdi vallate delle riforme. Piuttosto il Vietnam delle imboscate.

 

Nella logica berlusconiana, tutto questo è sufficiente per comprendere la portata "eversiva" della metamorfosi in atto. Il battesimo di una "corrente del Presidente" dentro il Pdl, nella visione cesarista del premier, è intollerabile perché incomprensibile. Lo scriveva ieri "Il Foglio" di Giuliano Ferrara (che sa di cosa parla) citando il commento di Wellington, capo di governo di Sua Maestà britannica, alla fine della sua prima riunione del gabinetto: "Non capisco. Ho dato un ordine, e tutti si sono messi a discutere". Questo deve essere lo stato d'animo del Cavaliere, di fronte alle "discussioni" alle quali vuole inchiodarlo il co-fondatore. Lui ha dato e dà i suoi ordini: che bisogno c'è di discutere?

 

E infatti Berlusconi non vuole discutere. Né con Fini, né con chiunque altro. Il solo interlocutore con il quale accetta il dialogo alla pari è e continuerà ad essere il Senatur, che gli porta in dote la Padania ormai nata. Per questo non farà sconti al presidente della Camera. Ignorerà le sue richieste e le sue proteste. E continuerà a indicargli il ritorno alla "casa del padre" (la vecchia Alleanza nazionale) se della nuova casa non condivide le regole e le gerarchie. Ma è proprio per questo che la diaspora che si è aperta nella coalizione, anche se non sfocerà in una scissione, non potrà mai finire. La "coabitazione" si tradurrà in un equilibrio destabilizzante. La maggioranza sarà costretta a una mediazione estenuante. Il governo sarà condannato a un galleggiamento paralizzante. I danni per il Paese saranno incalcolabili.

 

Fini sta chiedendo a Berlusconi di non essere più Berlusconi. Questa è la sfida impossibile del co-fondatore. Sta proponendo al fondatore del Pdl di fare il "segretario", mentre lui è sicuro di esserne il "proprietario". Il presidente della Camera affronta questa battaglia quasi a mani nude: ha molte idee, ma pochi soldati. La sua vera arma è l'anagrafe. Ma non è detto che gli basti, contro quello che i giornali di famiglia ormai definiscono "Cav. Il Sung". MASSIMO GIANNINI

LR 21

 

 

 

Governo battuto sul ddl lavoro

 

Governo battuto in commissione Lavoro della Camera: l'unico emendamento presentato dall'esecutivo al ddl lavoro, rinviato alle Camere dal Capo dello Stato, e relativo all'articolo 20 sulla esposizione all'amianto dei lavoratori a bordo delle navi di Stato, è stato infatti respinto.

 

Via libera anche della commissione Lavoro della Camera al pacchetto di emendamenti presentati da Giuliano Cazzola, relatore del ddl lavoro (il provvedimento rinviato alle Camere dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) e una proposta presentata dalla Lega. In particolare le proposte di modifica puntano a andare nella direzione indicata dal Capo dello Stato.

 

Queste le modifiche che hanno ottenuto il via libera:

 

NO PER LICENZIAMENTO. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro e davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell'organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato.

 

ARBITRATO DI EQUITÀ. Sarà possibile «nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento» e, questo il paletto in più che introduce la versione Cazzola: «dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari».

 

SOLO SE TERMINATO PERIODO PROVA. La clausola compromissoria può essere pattuita e sottoscritta concluso il periodo di prova, ove previsto, ovvero trascorsi 30 giorni dalla stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La commisisone ha approvato l'emendamento di Massimiliano Fedriga (Lega) che, rispetto alla versione di Cazzola, puntava a individuare una qualche tutela anche per i precari che generalmente non hanno nei loro contratti periodi di prova.

 

RESTA SALVO APPELLO AL TRIBUNALE. Per quanto riguarda le controversie aventi ad oggetto la validità del lodo arbitrale irrituale, si potrà ricorrere al Tribunale che decide in unico grado. Il ricorso è depositato entro il termine di trenta giorni dalla notificazione del lodo. Trascorso tale termine, o se le parti hanno comunque dichiarato per iscritto di accettare la decisione arbitrale, ovvero se il ricorso è stato respinto dal Tribunale, il lodo è depositato nella cancelleria del Tribunale nella cui circoscrizione è la sede dell'arbitrato. Il giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale del lodo arbitrale, lo dichiara esecutivo con decreto. L’U 21

 

 

 

 

Fiat: Montezemolo lascia, John Elkann presidente

 

Tutti i poteri al nipote dell'Avvocato Agnelli: «Vorrei che mio nonno fosse qui»

«Il mio ruolo di traghettatore è concluso. La politica? Mai»

 

TORINO - Standing ovation per il neo presidente della Fiat, John Elkann. Gli analisti finanziari, presenti al Lingotto di Torino per l'Investor Day, hanno salutato il giovane Elkann con un lungo applauso. Il tributo è arrivato quando l'ad del Gruppo, Sergio Marchionne, ha annunciato il cambio al vertice dell'azienda. Subito dopo lo ha chiamato sul palco dei relatori, dove Elkann è stato preso d'assolto dai flash dei fotografi, che lo hanno immortalato abbracciato a Marchionne.

L'ADDIO DI MONTEZEMOLO - Alla vigilia della presentazione del piano industriale del gruppo, Luca Cordero di Montezemolo aveva annunciato, dopo sei anni, l'addio alla presidenza della Fiat confermando che tutti i poteri andavano a John Elkann (la nomina è poi stata ufficializzata dal cda mercoledì mattina), l'erede designato dall'Avvocato. E' lui, il giovane rampollo di casa Agnelli, a concentrare a 34 anni nelle sue mani le tre principali cariche del gruppo: la presidenza della Fiat, della finanziaria Exor e dell'accomandita Giovanni Agnelli e C. La convocazione della conferenza stampa dei vertici Fiat per le 16 al Lingotto arrivava nella mattinata di martedì, come un fulmine a ciel sereno. Le voci andavano tutte in una direzione, quella del cambio della presidenza e spingevano il titolo che iniziava subito la sua lunga corsa in Borsa, dove arrivava a guadagnare più del 9% e chiude a 10,42 euro, con oltre il 10% del capitale passato di mano. E mercoledì, nei primi minuti di contrattazioni, il titolo cresceva dell'1,15% a 1,54 euro. Positiva in apertura anche la controllante Exor: +1,01% a un prezzo di 14,07 euro. L'ipotesi di uno scorporo dell'Auto dal gruppo faceva aumentare il valore della società di 1,2 miliardi.

TRAGHETTATORE - Alle 14,30 la notizia ufficiale: «Il mio ruolo di traghettatore è concluso», spiegava nella conferenza stampa Montezemolo, che resterà nel consiglio di amministrazione della Fiat e manterrà la carica di numero uno della Ferrari. «Io, Sergio e John - dice - restiamo una squadra unita, con ruoli e responsabilità diversi ma in comune stima, affetto e amicizia». Nessun legame con un'eventuale operazione di spin-off nè disaccordo sul piano strategico che, spiega Montezemolo, è «estremamente ambizioso, importante e decisivo, apre una pagina nuova nella storia della Fiat, lo approvo totalmente». E nemmeno alcun progetto di scendere nell'arena politica, come si mormora negli ambienti romani. Lui assicurava che non farà mai politica, almeno in questa vita: «Se rinascerò in un’altra vita, vediamo, per ora è così». Montezemolo parla degli anni trascorsi al vertice del Lingotto.

 

L'AVVOCATO - Il primo pensiero di John Elkann, ottavo presidente della Fiat, andava al nonno, l'Avvocato, che lo aveva designato alla successione alla guida dell'impero torinese. «Mi avrebbe fatto piacere fosse stato qui, in queste ore penso a lui», dice senza nascondere l'emozione. Aveva solo 21 anni il giorno del suo ingresso nel consiglio di amministrazione della casa torinese al posto di Giovanni Alberto Agnelli, scomparso prematuramente. «Rappresenta la continuità della famiglia alla Fiat», disse allora l'Avvocato che al nipote prediletto aveva affidato il compito di evitare che la dinastia si sgretolasse. Sono passati tredici anni e, per il giovane rampollo che non porta il nome Agnelli, è stata una crescita graduale negli incarichi. Il primo, a 27 anni, è la vicepresidenza della Fiat, nel 2004, alla morte dello zio Umberto, quando Luca Cordero di Montezemolo diventa presidente e Sergio Marchionne amministratore delegato. Ora quel cammino trova il culmine della sua ascesa.  CdS 21

 

 

 

Fiat. Cambio di generazione

 

MARCELLO SORGIAnche se è stata accolta come un colpo a sorpresa, per chi ha seguito da vicino le vicende della Fiat e di Torino, la notizia del cambio della guardia ai vertici del Lingotto - con Luca Cordero di Montezemolo che lascia la presidenza a John Elkann -, non ha nulla di imprevedibile. Anzi era attesa. Elkann era da tempo preparato ad assumere la piena responsabilità del gruppo.

 

La gradualità con cui è salito, prima al comando dell’Exor, la società che detiene il controllo della Fiat, poi, solo qualche giorno fa, a quello dell’Accomandita di famiglia, e ieri alla guida della maggiore impresa industriale italiana, rispetta semmai la tradizione familiare di mettere alla prova il nocchiero prima di affidargli il timone. In questo senso, John era destinato al suo nuovo impegno fin da quando, dopo la morte del cugino Giovanni Alberto, l’Avvocato aveva deciso di puntare su di lui.

 

Designato dal nonno, il senatore Giovanni fondatore della Fiat, anche Gianni Agnelli aveva deciso di scegliere il nipote.

 

Per questo, John, a soli diciotto anni, era venuto a vivere in Italia. S’era iscritto al Politecnico di Torino e inizialmente aveva cominciato a vivere in un pensionato studentesco. Il tirocinio con il nonno consisteva nello stargli vicino, conoscere i suoi principali collaboratori, assistere a momenti importanti, della vita italiana e della Fiat, cercando di capire e ascoltando le spiegazioni, ma facendo meno domande possibile. Perché il messaggio che l’Avvocato gli aveva trasmesso era che esisteva un programma - in base al quale, ad esempio, John, esattamente come l’Avvocato, a ventun anni era stato chiamato nel consiglio della Fiat -, e tuttavia nulla era scontato: il ragazzo avrebbe dovuto farsi le ossa e dimostrare di essere all’altezza del ruolo.

 

A complicare e a rendere tutto più incerto, a cavallo del Duemila, era arrivata la grande crisi della Fiat. Una crisi aggravata dalla malattia e dalla morte dell’Avvocato, e poco dopo da quella del fratello Umberto. È in questa difficile situazione che la famiglia Agnelli, riunita in assemblea con Gianluigi Gabetti, disegna il nuovo vertice, chiamato a gestire l’emergenza: alla presidenza della Fiat va Montezemolo, John è vicepresidente, l’amministratore delegato è un nome nuovo, proposto da Gabetti che assume il ruolo di garante dell’intera operazione: Sergio Marchionne, artefice della rinascita, non tarderà a farsi conoscere e a far parlare di sé.

 

Se questa è appunto la successione degli eventi, che dal 1999 delle grandi celebrazioni torinesi del centenario della Fiat al 2004 dei grandi lutti e del punto più basso della crisi, hanno portato l’ultimo grande gruppo familiare industriale a scommettere ancora sulla dinastia, attrezzandosi nel frattempo per affrontare la tempesta, quel che è successo dopo, fino a ieri, si spiega chiaramente. L’ascesa di John alla guida dell’Exor, e più di recente dell’Accomandita, ha dato il senso del suo approdo, col pieno appoggio dei suoi familiari, al ruolo di capofamiglia (e di responsabile degli affari familiari) che era stato dell’Avvocato. E ciò motiva anche la volontà di Gabetti, resa pubblica limpidamente, di por fine al suo ruolo di tutor, ora che l’erede è pienamente titolato a ricoprire tutte le sue responsabilità. La staffetta con Montezemolo - accompagnata dal grande riconoscimento, non formale, ma aziendale e della famiglia, per i meriti della sua presidenza in questi sei difficilissimi anni - sta a significare che è finita almeno quell’emergenza che aveva avuto il suo apice nel 2004.

 

Poi, si sa, la vita di un grande gruppo automobilistico, nel presente e nel futuro, è destinata ad andare incontro a una serie continua di sfide, sui nuovi mercati e sull’orizzonte globale, sulla frontiera delle concentrazioni e degli equilibri in continuo cambiamento dell’economia mondiale. Parte di queste sfide, va detto, la Fiat le ha affrontate negli ultimi anni. Parte ancora vengono anche dalla sua tradizione, perché il gruppo, da metà del secolo scorso, e dalla Russia al Brasile, dall’India alla Cina, ha scelto di misurarsi sul crinale della concorrenza più insidiosa e delle competizioni più ardue. Marchionne è stato l’uomo che più di altri in passato ha spinto in questa direzione, e ha segnato un grande risultato con l’ingresso nella Chrysler. John, come rappresentante dell’azionista di controllo, è sempre stato al suo fianco. Ma adesso, non è un mistero, si tratta di entrare con una nuova strategia nella fase più dura.

 

La Fiat ha già lasciato trapelare che intende andare incontro a questa scadenza con una diversa articolazione, nella quale, ad esempio, l’alleanza tra il comparto automobilistico del gruppo e la Chrysler, potrebbe essere rafforzata. Ma come accade spesso in Italia, alle prime indiscrezioni, peraltro imprecise, su ciò che ancora dev’essere annunciato, hanno cominciato a diffondersi una serie di interpretazioni sull’eventualità che tutto questo preludesse a un disimpegno della famiglia Agnelli-Elkann dall’industria dell’auto. L’arrivo di John Elkann alla presidenza della Fiat è una risposta anche a queste voci, e come tale è stata interpretata dalla Borsa.

 

Questa del disimpegno di Elkann e della Fiat dall’Italia e dal mestiere che la famiglia e il gruppo fanno da più di un secolo, è una storia che meriterebbe un approfondimento. A cominciare, appunto, dalla biografia del nuovo presidente: uno nato a New York, cresciuto tra Parigi e il mondo, e venuto in Italia giovanissimo per restarci. Se non avesse avuto interesse per il suo Paese e la sua tradizione familiare, John avrebbe potuto scegliere liberamente e diversamente. Non si sarebbe stabilito a Torino, non si sarebbe sposato con una ragazza italiana da cui ha avuto due figli e con cui è rimasto a vivere nella città e nella casa che fu di suo nonno. Se uno sceglie l’Italia e una missione difficile come quella che gli è toccata, lo fa perché vuole impegnarsi, non perché punta al disimpegno.

 

Ma si sa, dalle nostre parti, è difficile sfuggire alle dietrologie. John Elkann da ieri è diventato pienamente il nipote di suo nonno, ricopre esattamente le stesse responsabilità che furono dell’Avvocato e del Fondatore. La sua fortuna è che mentre qui ci s’interroga su come ha fatto, a soli 34 anni, ad arrivare così in alto, il suo lavoro, John, dovrà farlo, avendo come orizzonte l’America guidata da un Presidente quarantenne e quel pezzo di mondo nuovo e giovane che corre, in cui sono in tanti gli interlocutori che hanno la sua stessa età.  LS 21

 

 

 

 

Il futuro delle pensioni. I punti cruciali

 

Come si pone il problema delle pensioni dopo l’ampia vittoria della maggioranza di governo alle elezioni regionali? All’inizio di un periodo di grazia—tre anni — senza ulteriori ricorsi alle urne, tre sono i punti cruciali: la sostenibilità della spesa pensionistica, l’adeguatezza degli assegni dell’Inps, gli effetti del prolungamento dell’attività degli anziani sul mercato del lavoro.

Il primo punto è a un passo dalla soluzione. Sebbene l'idea non sia stata ancora metabolizzata, l’innalzamento automatico dell’età della pensione è già legge dello Stato. Manca il decreto d’attuazione. Il governo ha tempo fino al 31 dicembre 2014. Ma sarebbe meglio emanarlo al più presto per evitare di finire in mezzo a un altro ciclo elettorale, poco adatto al rigore: subito dopo le politiche del 2013 e le europee del 2014 e prima delle regionali del 2015. Il decreto deve consolidare il principio che si va in pensione sempre più tardi. Dal 2015 pensioni di vecchiaia a 65 anni e 3 mesi per gli uomini e a 60 anni e 3 mesi per le donne, pensioni di anzianità a 62 anni e 3 mesi per i dipendenti e a 63 anni e 3 mesi per gli autonomi.

A partire dal 2020, ogni 5 anni si aggiorneranno i termini in base alle speranze di vita. Nel 2050, si prevede, la soglia della vecchiaia salirà a 68 anni e 5 mesi per gli uomini e a 63 anni e 8 mesi per le donne, l’anzianità a 65 anni e 5 mesi per i dipendenti e a 66 anni e 5 mesi per gli autonomi.

A regime l’Inps rinvierà oltre un milione di pensioni, la riduzione delle uscite da subito sarà minimale, ma poi crescerà fino a un taglio di 8,5 miliardi nel 2040. La spesa pensionistica, dunque, è sotto controllo. E può essere sostenuta dai conti pubblici. La sua incidenza sul prodotto interno lordo è di non poco inferiore a quel che si dice, ove la si compari correttamente agli altri Paesi, e cioè togliendo il Tfr, che è salario differito e non pensione, e considerando gli effetti fiscali, che appesantiscono il conto italiano. Del resto, la spesa sociale italiana, di cui le pensioni sono parte, risulta di poco inferiore alla media europea e di molto a quella tedesca e francese.

Nel 2008, il saldo tra i contributi versati e le pensioni erogate, al netto delle prestazioni assistenziali coperte dalla fiscalità generale, era positivo per lo 0,9% del Pil e concorreva a finanziare la pubblica amministrazione. Ulteriori giri di vite sulle pensioni aumenterebbero questo contributo, ma andrebbero presentati come tali, senza celare gli effetti collaterali.

Già oggi la sostenibilità della spesa pensionistica si ottiene dando di meno e più tardi. I giovani avranno pensioni spesso inferiori alla metà del salario. E i più non avranno granché dalla previdenza integrativa: chi poco guadagna, poco destinerà al fondo pensione. Il passaggio al sistema contributivo, del resto, è già un potente incentivo a rimanere al lavoro. Ma la permanenza degli anziani non di rado costituisce un problema. Lo prova l’incremento dei prepensionamenti.

Al di là della crisi, in un’Italia dove le persone con un posto retribuito sono meno che altrove e la crescita attesa è scarsa, l’occupazione dei vecchi non facilita quella dei giovani. L’economia non è ancora capace di ridisegnare in modo dignitoso la vita lavorativa che dalla progressione ascensionale di un tempo si va ormai trasformando in una parabola. La riforma delle pensioni, insomma, contrasta derive di finanza pubblica alla greca, e perciò va presto fatto anche l’ultimo passo. L’inadeguatezza delle nuove pensioni e il contrasto generazionale sul mercato del lavoro riaprono la questione della redistribuzione del reddito lungo l’intero arco dell’esistenza.

Massimo Mucchetti CdS 21

 

 

 

 

"Non si canta 'Bella ciao' il 25 aprile". Il no della Lega scatena la polemica

 

Il caso a Mogliano (Treviso). Il sindaco leghista: "Meglio cantare la canzone del Piave". L’Anpi si ribella: "L'inno dei partigiani è di tutti" - di Matteo Marcon

 

MOGLIANO. «Bella ciao» vietata alle commemorazioni del 25 Aprile. La scaletta della banda in vista della parata di domenica fa litigare Anpi e amministrazione comunale. Il sindaco Azzolini: «A Mogliano è meglio cantare la canzone del Piave». Il presidente della sezione locale dell’associazione partigiani, Maurizio Beggio ribatte: «Bella ciao non è politica, è di tutti, la canta anche mia figlia». La commemorazione della resistenza piomba al centro della polemica politica. E la nuova amministrazione leghista sembra ben intenzionata a far pesare il suo dominio sulla città, anche in occasione della festa del 25 Aprile. La data della liberazione dal fascismo rischia così di rimanere orfana di uno dei brani simbolo della lotta partigiana: «Bella ciao».

 

La canzone è troppo di sinistra, troppo rossa per essere intonata dalla banda cittadina nella verde piazza moglianese. Il sindaco Giovanni Azzolini getta da subito benzina sul fuoco: «L’Anpi dice che non è giusto suonare la Canzone del Piave - commenta - e vuole Bella Ciao, ma mi chiedo cosa c’entri..». Secondo il primo cittadino la parata non deve essere contaminata da canzoni partigiane: «La Banda - afferma - deve eseguire brani istituzionali e Bella Ciao non è certo riconosciuta negli inni nazionali. Il Piave invece è fiume sacro alla patria. E poi siamo a Mogliano, da qui è partita la terza armata che ha riconquistato l’Italia, sempre in segno di libertà». Secondo Azzolini, dunque, per testimoniare la liberazione dal fascismo, durante la seconda guerra mondiale, può andare benissimo anche una canzone che celebra la vittoria nella prima guerra mondiale. Vero è, comunque, che durante la liberazione «La canzone del Piave» era l’inno nazionale della Repubblica Italiana.

 

Sulla proposta il presidente dell’Anpi moglianese, Maurizio Beggio, non pone veti ma commenta con disappunto: «Non mi da fastidio che suonino il Piave, o “la bella Gigogin” ma si faccia anche Bella Ciao; è una canzone di tutti - commenta Beggio - non stiamo mica chiedendo «Fischia il vento»...». Secondo il presidente dell’Anpi le resistenze alla canzone dei partigiani arrivano non solo dall’a mministrazione, ma anche dalla Banda: «Bella Ciao crea mugugni perchè dicono che è troppo politicizzata - commenta - L’anno scorso ho dovuto insistere non poco per farla suonare, ma hanno eseguito solo un pezzo. L’anno prima l’avevamo cantata in aula consigliare, oggi il nuovo strano boicottaggio». LR 21

 

 

 

“Migranti di ieri e oggi: tra rifiuto e accoglienza”

 

Presentato il libro di Cantaluppi “(H)ombres Migranti. Compagni di speranza” sulle ase di accoglienza scalabriniane in Messico

 

ROMA – “Migranti di ieri e oggi: tra rifiuto e accoglienza”. E’ il titolo della tavola rotonda che si è svolta a Roma, presso la sala Zanardelli del complesso del Vittoriano, in occasione della presentazione del libro di Andrea Cantaluppi “(H)ombres Migranti. Compagni di speranza”. Il volume, pubblicato dalla Ediesse e arricchito dalla prefazione di Luisa Fantinel e dalla postfazione di Pietro Soldini, illustra, in 224 pagine, il viaggio-testimonianza dell’autore attraverso il dramma e la speranza dei tanti migranti messicani e di altre nazioni del Centro America che quotidianamente tentano, a rischio della vita, di attraversare il confine fra gli Stati Uniti ed il Messico. Nel libro, che propone una riflessione sofferta sulla realtà e sui perché delle migrazioni, i lettori potranno conoscere da vicino anche le storie di vita di alcuni dei migranti che lo stesso Zanardelli ha raccolto nel corso della sua permanenza in veste di volontario nella missione scalabriniana di Nuevo Laredo. Una delle tante ‘Case del migrante’ della congregazione, che assiste gli uomini, le donne e i bambini che quotidianamente tentano di scavalcare il muro della morte o di guadare il Rio Bravo per entrare in Texas.

  La tavola rotonda è stata introdotta da Lorenzo Prencipe, presidente del Centro Studi Emigrazione Roma (Cser). In un primo momento, intorno alla fine dell’800 - ha affermato -, di fronte al repentino aumento della diaspora italiana verso l’estero “la prima reazione dello Stato italiano fu di riprovazione e di contrasto verso gli emigranti che disertavano il processo di formazione nazionale e mettevano in pericolo la nazione, privando le campagne di lavoratori”. Una posizione non condivisa dall’allora vescovo di Piacenza Giovanni Battista Scalabrini che da subito mise in evidenza sia il dramma umano dell’emigrazione, da lui paragonata ad una “tratta dei bianchi”, sia lo sfruttamento lavorativo, fomentato da facili miraggi di ricchezze, a cui gli emigrati andavano incontro senza alcun sostegno, “per incuria nostra”, da parte dei connazionali in patria. Prencipe ricorda inoltre come Scalabrini “dopo aver fondato nel 1887 la congregazione dei missionari scalabriniani per accompagnare e sostenere religiosamente e socialmente gli emigranti italiani, istituì nel 1889 l’associazione San Raffaele con il compito di sensibilizzare l’opinione pubblica, di fare pressione su governo e Parlamento al momento dell’elaborazione delle legislazioni, di gestire l’accoglienza dei migranti nei porti di partenza e di arrivo, di assisterli durante le traversate e di fare opera di alfabetizzazione, d’informazione e orientamento al lavoro e di assistenza sanitaria nei paesi di accoglienza”. Un tentativo di porre rimedio a situazioni di disagio dei migranti che, secondo Prencipe, al giorno d’oggi, mentre permangono le difficoltà per i migranti in Italia e nel mondo, verrebbe tacciato di “buonismo”, dimenticando che tale realtà è un problema non solo individuale, ma sociale. Il presidente dello Cser ha infine evidenziato come a tutt’oggi tante associazioni ed organismi non si rassegnino “al “cattivismo’ di facciata che pubblicamente cerca di mandar via tutti gli immigrati, ed in privato sfrutta le loro situazioni di irregolarità”.

  Matteo Sanfilippo, dell’Università La Tuscia di Viterbo, ha svolto un’ampia panoramica sull’assistenza portata ai migranti italiani dall’azione della Chiesa a quella dello Stato italiano. A un certo punto – ha spiegato Sanfilippo – gli scalabriniani hanno deciso che non potevano seguire soltanto l’emigrazione italiana e hanno allargato la loro attenzione ad altri flussi migratori, creando case di assistenza ed accoglienza in molti continenti. Al contempo in numerose città, ad esempio del Nord America, le chiese che prima erano riempite dagli emigrati italiani, ora sono frequentate da comunità polacche, messicane o cinesi. Per quanto riguarda la nostra emigrazione – ha aggiunto Sanfilippo - permane comunque l’importante opera di recupero della memoria storica svolta nel mondo dai centri studio scalabriniani.    

  E’ stata poi la volta del missionario scalabriniano Gioacchino Campese, che ha ricordato come al momento negli Stati Uniti siano presenti circa 12 milioni di immigrati messicani. Una pacifica invasione che però ha avuto le sue vittime. Dal 1994 almeno 5000 migranti hanno infatti perso la vita, rimanendo spesso senza nome, nel tentativo di superare il confine fra Stati Uniti e Messico. Molti altri sono caduti in questa zona di confine a causa della perenne guerra al narcotraffico che non cessa di mietere vittime. Un contesto di frontiera in cui si muovono i centri scalabriniani che cercano di portare soccorso a chi è stato segnato dai vortici del fiume, dal freddo, dal caldo o dalle razzie delle bande criminali. Reati, quest’ultimi, che vengono documentati dagli operatori dei centri e portati a conoscenza delle autorità locali, spesso però senza risultati apprezzabili.

  “Questo libro – ha commentato lo scrittore Marco Onofrio - è leggibile, coinvolgente, intenso ed onesto e permette di farsi un’idea del fenomeno migratorio. Un impianto saggistico con una dimensione narrativa che è al contempo racconto, reportage giornalistico e riflessione sul nostro tempo. Nell’opera di Cantaluppi – ha aggiunto Onofrio - il protagonista incontra gli sguardi di uomini e donne e capisce il prezzo che pagano i poveri nella storia e la necessità di porre in primo piano l’uomo, guardandolo per quello che è non per come lo dipinge la televisione. In pratica rimettere al centro l’uomo per capire che ogni persona è unica e irripetibile”.

   “ Bisogna capire che i migranti non sono il problema, ma le vittime del problema – ha affermato l’autore chiudendo la tavola rotonda .- Partendo da questo dobbiamo cominciare a smontare tutti i luoghi comuni e iniziare a scavare per comprendere le cause sociali ed economiche della questione.  Sono andato con il mio dolore in Messico – ha poi spiegato Andrea Cantaluppi  - dove di dolore ce n’è fin troppo. Partivo dall’Europa grassa che sa tutto e ha tutto, ma è eternamente scontenta, per arrivare in un luogo dove una famiglia ha al massimo quattro dollari al mese per campare. Loro mi hanno ridato dignità e speranza” . (Goffredo Morgia-Inform)

 

 

 

 

 

“Le 1001 storie degli Italiani nel Mondo” presentate in Campidoglio

 

ROMA –  Dal 1876, anno in cui si effettuarono le prime rilevazioni in ambito nazionale del fenomeno emigratorio, dall’Italia sono espatriate oltre 26 milioni di persone, di cui circa 10 milioni dalla vigilia della Prima Guerra Mondiale, allorché si ebbe il “grande esodo” dall’Europa. Esempi di tutto ciò si possono desumere, leggendo le tante storie raccolte, in 480 pagine, nel volume “Le 1001 storie degli Italiani nel Mondo” (edizioni Pragmata). Si tratta di racconti di vita narrati dagli stessi protagonisti, come recita il sottotitolo della raccolta, o dai discendenti diretti di prima, seconda, terza e in alcuni casi - in particolare in biografie ubicate in quei luoghi verso i quali l’emigrazione è più antica - quarta generazione. Si tratta di vicende che abbracciano circa tre secoli di storia e svariate aree geografiche del globo. Il volume è stato presentato la settimana scorsa in Campidoglio a Roma sotto il patrocinio del Ministero per gli Affari Esteri, il Consiglio Regionale del Lazio e l’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma Le diverse testimonianze raccolte nel volume sono il frutto di un lavoro durato quasi due anni attraverso internet, i social network e i diversi media dedicati agli italiani all’estero. Alla presentazione erano presenti rappresentanti delle Istituzioni e di associazioni e movimenti impegnati nel mondo dell’emigrazione oltre agli autori del volume che hanno un attestato di partecipazione e una spilla commemorativa in argento. (Migranti-press)

 

 

 

Accertamento dei redditi 2009 dei pensionati all’estero. “Dopo tante critiche un apprezzamento all’Inps”

 

ROMA - Ho più volte criticato l’Inps per ritardi, inadempienze e addirittura evidenti violazioni di legge, come ad esempio l’inammissibile ostinazione, nonostante le chiare  disposizioni legislative, a non erogare all’estero l’importo aggiuntivo alla 13ma mensilità di 154 euro introdotto dalla legge finanziaria per il 2001 e l’incremento alla maggiorazione sociale per i pensionati italiani residenti all’estero introdotto dalla legge finanziaria per il 2003. Una vera e propria “sottrazione illegale” - dichiara Gino Bucchino, deputato del Pd eletto nel Nord e Centro America - sorprendentemente ignorata dal mondo dell’emigrazione (forse perché più preoccupato della difesa autoreferenziale di voto, Cgie e Comites) e  indecentemente tollerata anche dagli istituti preposti alla tutela dei diritti dei pensionati.

  Quest’anno però - prosegue Bucchino - l’Istituto previdenziale italiano mi ha sorpreso (finalmente!)  con il tempestivo avvio dell’operazione – fino ad oggi molto sporadica nel tempo – di accertamento dei redditi dei pensionati residenti all’estero relativi all’anno 2009. La buona notizia è che la campagna di verifica reddituale all’estero, secondo i dirigenti delle Convenzioni Internazionali, dovrebbe a partire da quest’anno assumere una cadenza annuale.

  Come è noto i redditi prodotti all’estero e in Italia sono rilevanti per l’accertamento dei requisiti reddituali previsti per l’accesso a tutta una serie di prestazioni previdenziali e assistenziali (trattamento minimo, maggiorazioni sociali, assegni familiari, pensioni ai superstiti e di invalidità, etc.).

  La campagna reddituale avviata in questi giorni dall’Inps riguarda i redditi relativi all’anno 2009 (è appena terminata quella relativa agli anni 2006, 2007 e 2008)  dovrebbe concludersi prima dell’estate. L’Inps per ridurre il numero delle comunicazioni inviate ai pensionati e semplificare l’assolvimento dei vari adempimenti burocratici da parte dei beneficiari delle prestazioni, a partire da quest’anno, analogamente a quanto avviene per i pensionati residenti in Italia, sta inviando il modello RED/EST 2010 in un'unica busta insieme al modello CUD e ai modelli da utilizzare per l’eventuale richiesta di detrazioni d’imposta. Nelle informazioni contenute nella busta ci sono le istruzioni essenziali alle quali il pensionato si deve attenere nella produzione della certificazione e nella compilazione dei moduli. Gli interessati devono indicare tutti redditi percepiti nell’anno 2009 pensionistici e non pensionistici, all’estero e in Italia.

  E’ ovvio che per la compilazione del modello RED/EST 2010 i pensionati potranno avvalersi dell’assistenza degli Enti di patronato riconosciuti dalla legge che operano all’estero.

  I modelli compilati devono essere restituiti entro il 30 giugno 2010 agli Enti di patronato o ai Consolati italiani che provvederanno ad inoltrarli per via telematica all’Inps. In alternativa i pensionati possono spedire entro il 30 giugno i modelli compilati e sottoscritti, con allegata la documentazione richiesta e una fotocopia di un documento valido di riconoscimento, alla sede Inps che ha in carico la pensione.

  Se l’Inps dovesse, come tutti auspichiamo, riformare e sistematizzare con cadenza annuale le procedure relative alla rilevazione dei redditi dei pensionati residenti all’estero - conclude Bucchino -, potrebbe finalmente essere eliminata alla fonte la causa dell’insorgere delle situazioni debitorie che per anni hanno tormentato decine di migliaia di connazionali.  (Inform)

 

 

 

 

 

 

Assunzioni per 84mila stagionali e autonomi, via libera alle domande, ma solo sul web

 

Anche quest'anno, come già nel 2009, non ci sarà il decreto per i lavoratori subordinati. Il "clic day" scatta alle 8 di domattina. Le richieste possono essere presentate soltanto on line tramite il sito del Viminale - di VLADIMIRO POLCHI

 

ROMA  -  Riparte la lotteria delle quote: l'Italia apre le porte a 80 mila immigrati stagionali e quattromila autonomi. Il "clic day" è fissato per domani mattina alle ore 8, dopo la pubblicazione (attesa per questa sera) del decreto flussi in Gazzetta Ufficiale. Domande solo on line, attraverso il sito del Viminale 1.

 

Mentre dal ministero dell'Interno fanno sapere che neppure quest'anno (come già nel 2009) dovrebbe essere emanato il decreto flussi (quello per lavoratori subordinati non stagionali), dal Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione arriva una circolare che spiega le procedure d'ingresso limitate agli stagionali.

 

Il decreto flussi stagionali 2010 apre infatti a 80mila lavoratori immigrati, impiegati a "tempo" nell'agricoltura, nel turismo o nell'edilizia. All'interno di questa quota verranno ammesse le domande relative a:

a) lavoratori subordinati stagionali da Serbia, Montenegro, Bosnia-Herzegovina, Repubblica ex Jugoslavia di Macedonia, Kosovo, Croazia, India, Ghana, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Ucraina. E poi: da Tunisia, Albania, Marocco, Moldavia ed Egitto.

b) lavoratori non comunitari (di altre nazionalità) già titolari di permesso di soggiorno per lavoro stagionale negli anni 2007, 2008, 2009.

 

Non solo. Con i flussi stagionali, l'Italia ammette l'ingresso anche di quattromila lavoratori autonomi. Tra i quali, mille ingressi vengono riservati ai cittadini libici.  "Questa previsione  -  si legge nella circolare del Viminale  -  si inquadra nel contesto del trattato sottoscritto tra il nostro Paese e la Libia il 30 agosto 2008. Il governo libico si è impegnato inoltre a contribuire dal punto di vista finanziario agli investimenti che i propri connazionali effettueranno sul territorio italiano". 

 

E ancora: all'interno delle stesse quote, vengono ammesse fino a un massimo di 1.500 conversioni di permessi di soggiorno per motivi di studio in permessi di soggiorno per lavoro autonomo.

 

La richiesta di visto d'ingresso per lavoro autonomo deve essere presentata alla rappresentanza diplomatica italiana nel Paese di origine del lavoratore, secondo le modalità indicate sul sito del ministero dell'Interno 2.

 

Le domande d'assunzione degli stagionali potranno invece essere presentate solo via internet a partire dalle ore 8 del giorno successivo alla pubblicazione del decreto flussi in Gazzetta ufficiale (attesa come detto per questa sera).

 

La circolare 2699 del 19 aprile 2010 e il decreto del presidente del Consiglio, concernente i flussi di ingresso dei lavoratori stagionali possono già essere scaricati dal sito del Viminale 3. LR 20

 

 

 

 

Nuova proposta di legge per il voto all’estero e interrogazioni parlamentari

 

 Ho depositato in settimana un articolata proposta di legge per l’esercizio del voto degli italiani all’estero. In sintesi, per evitare abusi, è previsto il voto nei consolati e comunque in seggi ufficiali con possibilità di votare per posta solo per chi lo richieda per tempo al proprio consolato. Obbligo inoltre di residenza all’estero da 3 anni per potersi candidare e molti spunti pratici per esercitare correttamente il diritto di voto

  Segnalo che in settimana ho richiesto ai ministeri competenti con atti ispettivi di avere notizie sulla assistenza degli italiani in alcuni paesi – soprattutto del Sudamerica – senza adeguata copertura medica ed assicurativa dopo il recente taglio dei fondi. Altra richiesta quella di maggiore velocità e trasparenza nel riconoscimento dei titoli di studio ottenuti all’estero sia da cittadini italiani che da stranieri che emigrano nel nostro paese. Inoltre ho posto il problema delle nuove tariffe postali che da fine marzo si sono moltiplicate anche per tre volte per le spedizioni dei periodici. E’ vero che ad oggi le tariffe erano molto agevolate, ma credo occorra distinguere tra chi fa pubblicità ed informazione tutelando quest’ultima o molti settimanali e periodici andranno a scomparire.

Marco Zacchera, Deputato del Pdl, presidente del Comitato permanente sugli italiani all’estero, sindaco di Verbania (Il Punto)

 

 

 

 

 

Rheinland-Pfalz. Schule. Reiß/Carloni: Italienisch als Fremdsprache breiter verankern

 

Mainz. „In einer Zeit globaler Kommunikation und ganz besonders im zusammenwachsenden Europa ist das Beherrschen von Fremdsprachen eine grundlegende Qualifikation. Sprachkenntnisse sind die Basis für Völkerverständigung, für mehr Toleranz und gute Kooperation, für das Verständnis anderer Kulturen sowie für soziale, politische und kulturelle Handlungsfähigkeit.“ Das betonte Staatssekretärin Vera Reiß heute im Ministerium für Bildung, Wissenschaft, Jugend und Kultur in Mainz anlässlich der Auszeichnung der besten Italienisch-Abiturientinnen in Rheinland-Pfalz, die sie zusammen mit dem italienischen Generalkonsul aus Frankfurt, Dr. Bernardo Carloni, und dem Direktor der italienischen Zentrale für Tourismus, Marco Montini, vornahm.

Das Italienische Generalkonsulat in Frankfurt, zu dessen Einzugsbereich auch Rheinland-Pfalz gehört, hat in Zusammenarbeit mit dem Mainzer Bildungsministerium eine Initiative gestartet, die Schülerinnen und Schüler motivieren soll, vermehrt Italienisch zu lernen. Dazu gehört die Prämierung der besten Abiturientinnen und Abiturienten mit dem Fach Italienisch. Die jeweils Schulbesten erhielten eine Urkunde und ein Jahresabonnement der Italienischzeitschrift „Adesso“. Für Abschlüsse mit Spitzenpunktzahlen hat sich das Generalkonsulat noch mehr einfallen lassen: Kathrin Born (Rudi-Stephan-Gymnasium Worms), Marielle Klein (Gymnasium Mainz-Gonsenheim), Annika Minthe (Rabanus-Maurus-Gymnasium Mainz) und Stefanie D. Thiessen (Hugo-Ball-Gymnasium Pirmasens) haben das Fach Italienisch jeweils mit 15 Punkten abgeschlossen. Die Vier dürfen sich nun über einen vom Generalkonsulat bereitgestellten Wochenendaufenthalt für zwei Personen im Badeort Bibione an der italienischen Adriaküste freuen. Carola Huttenlocher (Max-von-Laue-Gymnasium Koblenz), Christina Komesker (Martinus-Gymnasium Linz) und Johanna Overath (Rudi-Stephan-Gymnasium Worms), die den Italienischkurs mit 14 Punkten erfolgreich zu Ende geführt haben, erhielten jeweils einen MP3-Player.

Erfreulicherweise könne das Fach Italienisch eine wachsende Beliebtheit verzeichnen, unterstrichen Staatssekretärin Reiß und Generalkonsul Carloni. „An 18 der insgesamt 146 Gymnasien haben in diesem Jahr Schülerinnen und Schüler den Grundkurs Italienisch belegt und wir streben an, dass künftig in der gymnasialen Oberstufe das Fach auch im Leistungskurs angeboten werden kann“, so die Staatssekretärin. De.it.press

 

 

 

 

Kabinettsumbildung in Niedersachsen. Muslimin wird Ministerin

 

Niedersachsens Ministerpräsident Wulff spricht von einem „Aufbruch“ und besetzt vier Posten in seinem Kabinett neu. Aygül Özkan wird Deutschlands erste türkischstämmige in einem Ministeramt. Und mit Johanna Wanka gehört erstmals eine ostdeutsche Politikerin einer westdeutschen Landesregierung an. Von Robert von Lucius, Hannover

 

Der niedersächsische Ministerpräsident Wulff (CDU) hat am Montag vier Minister ersetzt. Mit der ersten umfassenden Regierungsumbildung seit seinem Amtsantritt vor sieben Jahren reagierte er auf Unbehagen auch innerhalb seiner Partei, die von einer zunehmenden „Lähmung“ sprach und einigen der nun ersetzten Minister Schwächen in ihrem Amt vorwarf. Wulff sprach am Montag in Hannover von einem „neuen Aufbruch“, den jede Regierung brauche. Die neuen Minister sollen am kommenden Dienstag im Landtag vereidigt werden, falls die Mehrheit des Landtags sie wie erwartet wählt.

Alle vier designierten Minister gehören dem Niedersächsischen Landtag nicht an, drei der vier sind Frauen. Aygül Özkan aus Hamburg soll Sozialministerin werden, die Fraktions- und Landesvorsitzende der CDU in Brandenburg, Johanna Wanka, Wissenschaftsministerin. Kultusminister soll der bisherige Staatssekretär Bernd Althusmann werden, Landwirtschaftsministerin die CDU-Bundestagsabgeordnete Astrid Grotelüschen.

 

Mit der 38 Jahre alten Rechtsanwältin Özkan als Ministerin für Soziales, Frauen, Familie, Gesundheit und Integration wird erstmals eine Muslimin Ministerin in Deutschland. Die frühere Unternehmerin Özkan war bisher Wirtschaftssprecherin der Hamburger CDU-Fraktion und ist seit 2008 stellvertretende Landesvorsitzende der CDU in Hamburg.

Die gläubige schiitische Muslimin sagt, sie sei in die CDU gerade wegen des „C“ eingetreten, da sie sich in den Werten Familie, Zusammenhalt und christliche Nächstenliebe wiederfinde. Sie ersetzt Mechthild Ross-Luttmann, die überregional durch ihre Koordinationsaufgabe bei der Durchsetzung des Nichtraucherschutzes bekannt wurde. Unterstützt wird Frau Özkan durch den neuen Staatssekretär Heiner Pott, bisher Oberbürgermeister der Stadt Lingen, und die Integrationsbeauftragte Honey Deihimi, deren Aufgabe vom Innenministerium in das neue Ressort verlagert wird. Bisher zählte das Politikfeld Integration zum Ressort des Innenministers Uwe Schünemann, der sich in seiner Politik als „Hardliner“ gibt und sich in jüngerer Zeit von Ministerpräsident Wulff entfremdet zu haben scheint.

Eine Frau aus dem Osten für das Kabinett in Hannover

Neue Wissenschaftsministerin wird die 59 Jahre alte Johanna Wanka. Sie war bislang Oppositionsführerin im Landtag von Brandenburg. Sie ist eine der bekanntesten deutschen Wissenschaftspolitikerinnen und kündigte an, ein besonderes Augenmerk auf die Kultur zu legen. Die gebürtige Sächsin, die 1989 Gründungsmitglied des Neuen Forums war, ist zudem die erste Ministerin in Westdeutschland, die aus einem der neuen Bundesländer kommt.

Die Mathematikprofessorin war von 1994 bis 2000 Rektorin der Hochschule Merseburg. Frau Wanka war bis November 2009 neun Jahre lang Ministerin für Wissenschaft, Forschung und Kultur in Brandenburg und zudem ein Jahr lang Präsidentin der Kultusministerkonferenz. Sie ersetzt den Oldenburger Lutz Stratmann, der wie die anderen drei ausscheidenden Minister seit sieben Jahren dem Kabinett Wulffs angehörte.

Die 45 Jahre alte Astrid Grotelüschen, die Hans-Heinrich-Ehlen folgt, ist seit ihrer Jugend mit der Landwirtschaft verbunden. Sie wuchs in Brühl auf einem landwirtschaftlichen Familienbetrieb auf, studierte Haushalts- und Ernährungswissenschaft in Bonn und arbeitete als Prokuristin in der Mastputen-Brüterei ihres Mannes. Zu ihrem Ressort zählt neben der Landwirtschaft auch der Verbraucherschutz. Im September 2009 gewann sie erstmals seit 44 Jahren für die CDU das Direktmandat des Bundestagswahlkreises Delmenhorst-Wesermarsch-Oldenburger Land.

Der neue Kultusminister Bernd Althusmann war erst vor einem Jahr der Kultusministerin Elisabeth Heister-Neumann als Staatssekretär zur Seite gestellt worden, nachdem diese seit ihrem Wechsel vom Justizministerium ins Kultusministerium immer wieder auf Kritik gestoßen war und in Niedersachsen als glücklos galt. Der 43 Jahre alte Pädagoge, Betriebswirt und Reserveoffizier Althusmann aus Lüneburg hat die niedersächsische Schulpolitik seitdem wieder in ruhigere Bahnen gelenkt. Sein Ressort wird erweitert um die Zuständigkeit für frühkindliche Bildung, in der Niedersachsen im Ländervergleich als rückständig gilt. Neue Staatssekretärin wird Christine Hawighorst, bisher Staatssekretärin im Sozialministerium.

Der Fraktionsvorsitzende der SPD, Jüttner, befürwortete die Ernennung von Frau Wanka. Er hoffe, dass damit eine „antriebs- und ideenlose Zeit“ ende. Jüttner sagte, die Berufungen von außen zeigten, dass die CDU-Fraktion „leer gefegt und ausgezehrt“ sei. Die Fraktionsvorsitzende der Linkspartei, Kreszentia Flauger, bezeichnete es als „erschreckend“, dass mit Astrid Grotelüschen eine „Lobbyistin der Massentierhaltung“ Ministerin werde. Der FDP-Landesvorsitzende, Bundesgesundheitsminister Rösler, äußerte die Erwartung, die Kabinettsumbildung werde Niedersachsen „unter dem Motto Wissen, Toleranz und Zusammenhalt“ neuen Schub bringen. Faz.net 19

 

 

 

Erste türkischstämmige Ministerin. Bis nach oben

 

Aygül Özkan ist die erste deutsche Ministerin mit türkischen Eltern - und ausgerechnet von der CDU. Eine historische Entscheidung. Ein Kommentar von Roland Preuß

 

Türkische Zeitungen drucken nur sehr selten deutsche Schlagzeilen. Am Dienstag aber war es so weit: "Dankeschön Frau Merkel" titelte das Massenblatt Hürriyet in seiner Deutschland-Ausgabe und ließ die CDU-Vorsitzende hochleben, weil ihre Partei die Deutsch-Türkin Aygül Özkan in Niedersachsen zur Ministerin gemacht hat. Die neue Zweisprachigkeit rechtfertigte die Redaktion mit der "historischen Entscheidung" - zu recht.

Erstmals gelangt mit Özkan jemand mit türkischen Eltern in ein deutsches Regierungsamt, als Sozial- und Integrationsministerin. Die Berufung ist eine Ermutigung für die 15 Millionen Zuwanderer und ihre Kinder, vor allem aber für die etwa drei Millionen Türken und Deutsch-Türken: Ihr könnt es bis nach oben schaffen.

 

Dass es ein türkischstämmiger Politiker irgendwann zum Minister bringen würde, war zu erwarten. Dass die CDU diesen Schritt als Erstes tut, ist eine Überraschung. Ausgerechnet die Partei, die das Christliche im Namen und eine erschwerte Zuwanderung im Programm stehen hat, holt eine Muslimin als Ressortchefin.

Doch das gewagte Manöver könnte sich auszahlen: Bei den liberal eingestellten Einheimischen kann sich die CDU damit als weltoffen präsentieren, bei den Zuwanderern kann sie sich als neue politische Heimat für Migranten darstellen. Sie zapft damit ein wachsendes Wählerpotential an: Gut vier Millionen Zugewanderte besitzen bereits den deutschen Pass, etwa 600000 von ihnen haben türkische Wurzeln - und jedes Jahr kommen fast 100000 Neudeutsche durch Einbürgerung hinzu. Die Berufung Özkans ist deshalb vor allem ein taktischer Schritt.

Es hat lange gedauert, bis die Christdemokraten bereit waren, diese Menschen auch als Chance zu begreifen. In der Kohl-Ära existierten die vermeintlichen Gastarbeiter vor allem als Problemtürken, als Verfügungsmasse im Ringen um Wählerstimmen. Franz Josef Strauß warnte damals vor einem Zustrom von "Kanaken", Kohl lehnte 1993 nach dem tödlichen Brandanschlag auf Türken in Solingen einen Besuch ab mit dem Satz, er halte nichts von "Beileidstourismus", und CDU-Innenminister Manfred Kanther wetterte gegen den Vorschlag, Zuwanderer-Kinder sollten wenigstens bis zur Volljährigkeit zwei Pässe behalten dürfen: "Soll dann der junge Türke unter dem Brandenburger Tor seinen deutschen Pass verbrennen?" Solche Sätze haben Wunden geschlagen, sie sind vielen Deutsch-Türken bis heute befremdlich in Erinnerung. Erst nach Kohls Abgang 1998 bahnte sich ein Wandel an, wurden Zuwanderung und Integration als CDU-Themen entdeckt, mit denen sich punkten lässt, wurde ernsthaft versucht, einen Deutsch-Türken, Bülent Arslan, für den Bundestag zu nominieren.

Die Integrationskräfte einer Volkspartei

Natürlich läuft dieser Prozess nicht konfliktfrei ab. Hessens Ministerpräsident Roland Koch entfachte eine Kampagne gegen die doppelte Staatsbürgerschaft und gewann damit 1999 die Landtagswahl; Jahre später half ihm das Polemisieren gegen ausländische jugendliche Straftäter nichts mehr. Aber Bülent Arslans Kandidatur scheiterte 2001 am Widerstand der CDU-Basis, wo bis heute große Skepsis gegenüber Deutsch-Türken herrscht. Ihre Zukunft ist den meisten Parteimitgliedern kein Herzensanliegen, sie sind allenfalls als Wähler von Nutzen. Die Parteiführung aber setzt auf die Integrationskräfte einer Volkspartei, die in ihrer Geschichte schon andere große Gruppen in ihre Reihen aufgenommen hat. Konrad Adenauer gelang es, in den Anfangsjahren der Bundesrepublik die Millionen Vertriebenen weitgehend für sich zu gewinnen. Ihre Vertreter ließ er an prominenter Stelle Politik machen, seine Sozialpolitik ebnete ihnen den Weg für ein neues Leben in Westdeutschland. Viele von ihnen machten Karriere.

Ein ähnliches Angebot macht die CDU nun den heutigen Zuwanderern. Vergangenes Jahr rief der nordrhein-westfälische Integrationsminister Armin Laschet die Aufsteiger-Republik aus - eine Idee, der sich erst vergangene Woche die Berliner Landes-CDU in einem liberalen Integrationskonzept anschloss. Auch mit Muslimen teile man doch einige Werte, heißt es da, etwa den Respekt für die Familie, aber auch Gesetz und Ordnung. Die neue Ministerin Özkan passt gut in dieses Bild: Sie hat es mit Fleiß zu etwas gebracht. Die Juristin war Führungskraft bei der Telekom und trat der CDU bei, weil deren Programm ihren eigenen Grundüberzeugungen entspricht.

Diesem Modell hat die SPD derzeit wenig entgegenzusetzen, zu wenig, um ihre traditionell hohen Zustimmungswerte unter Migranten aus der Türkei und Südeuropa halten zu können. Es fehlen ihr bekannte Zuwanderer in Parlamenten und Regierungen sowie Köpfe, die die Integrations-Debatte mit bestimmen. Die Anziehungskraft eines Gerhard Schröder, der auch wegen seines Einsatzes für Doppelpass und den EU-Beitritt der Türkei viel Zuspruch erfuhr, schwindet, während die SPD mehr und mehr mit den Poltereien ihres Ex-Senators Thilo Sarrazin assoziiert wird. Der Hürriyet-Bericht lässt sich deshalb auch als Warnung an die SPD lesen, ihrer Zuwanderungspolitik endlich ein Gesicht zu geben. Denn die zweite Schlagzeile zu Aygül Özkan lautet: "Unsere erste Ministerin".  SZ 21

 

 

 

 

Kabinettsumbildung in Niedersachsen. Erste Ministerin mit Migrationshintergrund

 

Niedersachsens Ministerpräsident Christian Wulff bildet sein CDU/FDP-Kabinett auf vier Positionen um. Alle vier ausscheidenden Minister gehören der CDU an.

 

HANNOVER - Niedersachsens Ministerpräsident Christian Wulff (CDU) will für neuen Schwung in der Landesregierung sorgen und tauscht gleich vier CDU-Minister aus. Es ist die größte Kabinettsumbildung in seiner Amtszeit. Dabei landete er einen Überraschungscoup mit der neuen Sozial- und Integrationsministerin, der 38 Jahre alten Juristin Aygül Özkan aus Hamburg. Mit ihr werde erstmals in Deutschland eine Frau mit Migrationshintergrund Ministerin, verkündete Wulff am Montag stolz. Er sprach von einem Neustart der Regierung mit "neuen Ideen".

Auch eine zweite Ministerin holt der Regierungschef von außen: Brandenburgs CDU-Chefin Johanna Wanka (59) wird Wissenschaftsministerin. Sie löst Lutz Stratmann ab. Wanka, jahrelang Ressortchefin in Potsdam, sagte: "Ich bin nicht für laute Töne und Polarisierung, sondern orientiere mich an der Sache."

Die 45 Jahre alte Astrid Grotelüschen aus dem Kreis Oldenburg - erst seit sechs Monaten Bundestagsabgeordnete - übernimmt das Agrarministerium. Hans-Heinrich Ehlen, gesundheitlich angeschlagen, muss gehen. "Agrarland Nummer 1 - das sind wir hier in Niedersachsen, das wollen wir bleiben", sagte Grotelüschen.

Weniger überraschend war dagegen die Besetzung des Kultusministeriums mit dem 43-jährigen Bernd Althusmann, seit zehn Monaten war er bereits Kultus-Staatssekretär. Er übernimmt den Posten der eher glücklosen Ministerin Elisabeth Heister-Neumann, die Streit in der Schuldebatte auslöste und Verbände gegen sich aufbrachte.

Die Opposition kritisierte Wulff Entscheidungen umgehend. Der Regierungschef habe zwar neue Köpfe, aber keine neuen Ideen präsentiert, bemängelten SPD, Grüne und Linke. Scharfe Kritik gab es vor allem an der Berufung der neuen Landwirtschaftsministerin wegen ihrer Herkunft aus einem industriellen Agrar-Großbetrieb. Ferner rügte die Opposition das Festhalten Wulffs an Umweltminister Hans-Heinrich Sander (FDP).

Der Regierungschef betonte dagegen: "Es entsteht ein neuer Aufbruch." Schwächen einzelner Minister seien nicht die Grundlage für seine Kabinettsumbildung, betonte er. Keine einzige Personalentscheidung sei getroffen worden, weil sich ein Regierungsmitglied etwas habe zu Schulden kommen lassen.

Mit seiner neuen Sozial- und Integrationsministerin, der türkischstämmigen CDU-Abgeordneten Özkan setzt Wulff einen besonderen Akzent. Er gibt der Integrationspolitik ein stärkeres Gewicht. "Ich bin mir bewusst, dass ich eine Vorbildrolle spiele", sagte Özkan. Sie löst Mechthild Ross-Luttmann ab, die stets ein wenig blass blieb.

Wulff schilderte, er habe die neuen Köpfe in seiner Regierungstruppe auch bei einem "bundesweiten Screening" gefunden - er suchte also nicht nur in Niedersachsen, sondern deutschlandweit nach neuen Ministern. Zugleich hat er Innenminister Uwe Schünemann (CDU) einen Dämpfer verpasst, weil dieser bisher für die Integration mitverantwortlich war. Zuletzt hatte es,etwa wegen der Moscheekontrollen, immer wieder Spannungen zwischen Wulff und Schünemann gegeben.

Der Ministerpräsident räumte ein, dass es innerhalb der eigenen CDU-Landtagsfraktion nun auch manche Enttäuschung geben dürfte. Einige Abgeordnete hatten sich Hoffnung auf einen Ministerposten gemacht. Wulff sagte, er habe in der Vergangenheit immer wieder Minister abgegeben - etwa die jetzige Bundesarbeitsministerin Ursula von der Leyen (CDU) und Gesundheitsminister Philipp Rösler (FDP). "Da ist es nur recht und billig, dass man sich von außen jemanden holt."

Die Minister Uwe Schünemann (Innen), Hartmut Möllring (Finanzen) und Bernd Busemann (Justiz) behalten ihre Posten. Auch die FDP-Ressorts mit Hans-Heinrich Sander und Jörg Bode bleiben unangetastet. Start der neuen Regierung ist am kommenden Dienstag - dann werden die vier CDU-Minister vereidigt. Dpa 19

 

 

 

 

Aygül Özkan (38). Loyal, gläubig, qualifiziert

 

In Niedersachsen ist mit Aygül Özkan (38) die erste türkischstämmige Frau in eine deutsche Regierung eingezogen. Ein kluger und längst überfälliger Schritt.

Gemessen an der Zahl der Migranten und Muslime in Deutschland sind diese noch stark unterrepräsentiert, nicht zuletzt in der CDU/CSU selber. Umso höher ist es Christian Wulff anzurechnen, dass er diesen Schritt gegangen ist. Es bleibt zu hoffen, dass andere Länder – allen voran die Bundesregierung – sich dieses Beispiel zu Herzen nimmt, damit nicht Frau Özkan einmal als „Quotenmigrantin“ dasteht.

Als im vergangenen Jahr die deutsche U-21-Nationalmannschaft Fußballeuropameister wurde, hießen die Stars auch Özil, Boateng, Khedira und Castro. Im Sport funktioniert, woran es in Wirtschaft und Gesellschaft mangelt: Menschen mit Zuwanderungsgeschichte werden zu akzeptierten Leistungsträgern. Doch dass aus Kindern von „Gastarbeitern“ auch Ärzte, Anwälte, Polizisten oder Hochschullehrer werden könnten, halten viele „Bio-Deutsche“ immer noch für abstrus, obwohl sie längst als Brückenbauer für Deutschland in einer globalen und vernetzten Welt fungieren. Und sie helfen dem Standort Deutschland mit ihrem Wissen, ihrem religiösen und kulturellen Hintergrund sowie ihren Sprachkenntnissen – ähnlich, wie ihre Eltern damals als Gastarbeiter einen beachtlichen Teil zum deutschen Wirtschaftswunder beitrugen.

Anstatt aber mit diesen Pfunden zu wuchern, herrschen in unserer Gesellschaft nicht selten Geringschätzung und kleinkariertes Denken vor, was viele hochqualifizierte Menschen mit Migrationshintergrund abschreckt. Seriöse Studien sprechen von einem Abwanderungsphänomen. Ärzte, Ingenieure, Informatiker – viele Hochqualifizierte mit Zuwanderungsgeschichte – verlassen Deutschland und gehen ins Land ihrer Eltern zurück. Der nordrhein-westfälische Integrationsminister Armin Laschet hat diese Entwicklung vor k