WEBGIORNALE 22-26 Aprile
2010
BRUXELLES - La
Commissione Europea ha presentato martedì 20 aprile misure per rafforzare le
possibilità, per i cittadini, di lavorare, viaggiare e studiare al di fuori del
loro paese. Sono inoltre rafforzati la protezione dei dati personali e il
diritto alla difesa e viene potenziata la cooperazione in materia di
immigrazione e asilo.
Nel dicembre scorso i leader europei avevano
approvato 170 iniziative, note come “Programma di Stoccolma”, volte a
creare nei prossimi cinque anni un vero e proprio spazio europeo di libertà,
sicurezza e giustizia. E la Commissione ha ora tradotto questi obiettivi
politici in un piano d'azione per il 2010-2014.
“I cittadini dell'UE non devono vedersi
ostacolato l'accesso alla giustizia quando lasciano il proprio paese d'origine.
Devono poter contare sul fatto che l'UE sia in grado di tutelare i loro diritti
quando sono all'estero, che sia per fondare una famiglia, andare in pensione,
risolvere dispute contrattuali od occuparsi delle conseguenze di un incidente
automobilistico” ha detto il vicepresidente Viviane Reding, commissario Ue per
la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza. “Queste proposte
ambiziose – ha aggiunto - elimineranno gli ostacoli burocratici che attualmente
gravano sulla vita quotidiana dei cittadini generando costi aggiuntivi e
incertezza del diritto per le nostre imprese”
Il commissario per gli Affari interni Cecilia
Malmström ha sottolineato che “il programma stabilito a Stoccolma è un percorso
che porta ad un'Europa libera e sicura. Poiché la libertà e la sicurezza sono
materie che stanno a cuore ai cittadini europei, è anche un'opportunità, per
l'Europa, di avvicinarsi alla gente. Ecco perché – ha spiegato - intendiamo
proporre, fra l'altro, un sistema di ingresso/uscita per lo spazio Schengen, in
modo che sia possibile attraversare le frontiere con meno burocrazia e comunque
maggiore sicurezza. Introdurremo anche strumenti per lottare più efficacemente
contro la criminalità organizzata e ci avvarremo delle nuove disposizioni del
trattato di Lisbona per considerare reati gli attacchi informatici e il furto
di identità su Internet. Intendo inoltre creare un sistema comune d'asilo e
d'immigrazione basato sulla solidarietà”. (Inform)
Venerdì 23 aprile
si aprirà a Roma il V Congresso della FUSIE, la federazione che raggruppa oltre
200 testate italiane rivolte agli italiani residenti all’estero. Oltre agli
adempimenti statutari, l’appuntamento sarà occasione perché gli addetti al
lavoro dibattano sull’attualità del mondo della carta stampata per le comunità
italiane all’estero e in genere sulle sfide del mondo dell’informazione rivolto
a un pubblico fatto da italiani stabilmente residenti in diecine di paesi al
mondo e dai loro discendenti.
Il Congresso
quindi, farà il punto della situazione su un aspetto della agenda degli
italiani nel mondo, quale è l’informazione, di rilevanza tutta particolare. Una
importanza sulla quale non si insiste mai troppo, e meno ancora in momenti in
cui la politica di disimpegno del governo italiano verso l’altra Italia, ha
colpito, anche, questo settore.
Infatti, sembra
difficile parlare di comunità italiane all’estero e meno ancora ipotizzare lo sviluppo
di una risorsa fatta da un’altra Italia fuori d’Italia, come venivamo chiamati
fino a non molto tempo fa, se non esiste un collegamento informativo attraverso
la stampa, certo non soltanto quella costituita dalla carta stampata, ma
nemmeno senza di essa.
Uno strumento
necessario per consentire ai cittadini di una società democratica, di accedere
all’informazione, e quindi di esprimersi in modo consapevole. Lo ha ribadito
due settimane fa la commissione continentale America Latina del CGIE, nel suo documento
finale quando, lamentando la riduzione dei fondi per l’editoria italiana per
gli italiani all’estero ha scritto: “La Commissione considera che il taglio del
50% dei fondi per l’Editoria rispetto al precedente esercizio finanziario sui
finanziamenti alla stampa italiana all'estero, danneggia non solo il sistema
dell'informazione ma anche la vita democratica delle collettività italiane
all'estero”.
Il panorama della
carta stampata per gli italiani all’estero, è fatto da testate edite in Italia
e diffuse all’estero (come il caso del Messaggero di Sant’Antonio, dei vari
Trentini, Bellunesi, Bergamaschi nel Mondo, di Sicilia Mondo, ecc); dalle
agenzie specializzate (come Aise, Inform, ecc); e dalle testate edite
all’estero in seno alle varie comunità italiane. Anche in questo caso il
panorama è variegato. Ci sono i quotidiani, editi negli Stati Uniti, Canada,
Venezuela, Uruguay e Australia. Ci sono settimanali (come la nostra Tribuna
Italiana), bisettimanali, quindicinali, mensili, ecc.
Variegate anche le
tirature, la diffusione, la qualità - sia informativa che grafica - e anche gli
obiettivi, il pubblico ai quali sono destinati questi mezzi e comunità e i
paesi nei quali operano. E tutto questo solo per quanto riguarda la carta
stampata riunita nella FUSIE.
Al di fuori di
essa ci sono centinaia di stazioni radio o programmi radiofonici e televisivi
(alcuni in onda da vari decenni) e portali internet, alcuni molto qualificati,
ma in tutto questo settore la dispersione e varietà di iniziative è ancora maggiore.
Tanti media ai
quali si aggiunge Rai Italia o International che sia, il canale per l’estero
della Rai che ha come obiettivo quello di portare l’immagine dell’Italia sugli
schermi tv di mezzo mondo e in particolare (ma non esclusivamente) del mondo degli
italiani all’estero.
Potrebbe essere
una grande rete per favorire l’immagine dell’Italia nel mondo e per collegare
l’Italia alle sue comunità all'estero. Oggi non è così. Il Congresso della
FUSIE è chiamato a dare il suo contributo di proposte in questo campo. Nella
speranza di essere ascoltata da qualcuno nel mondo della politica.
Tribuna Italiana,
Buenos Aires
Il Modello italiano di gestione di sicurezza e immigrazione secondo il
Governo
Al termine del
Consiglio dei Ministri ricco di provvedimenti del 16 aprile scorso, nella
conferenza stampa a Palazzo Chigi, il Presidente Berlusconi, accompagnato dai
ministri dell’Interno, Maroni, della Giustizia, Alfano e della Difesa, La
Russa, ha presentato un bilancio delle azioni del Governo su due punti in
particolare: criminalità organizzata e immigrazione clandestina. Un successo
per l'Italia che può vantare la messa in atto di politiche tanto efficaci da
poter rappresentare un modello per gli altri Paesi.
A proposito di
immigrazione, in particolare, il ministero dell'Interno ha curato la
pubblicazione “Iniziative dell’Italia – Sicurezza, immigrazione e asilo”, che
raccoglie le proposte normative e le attività operative sviluppate in questi
ultimi anni dal Governo italiano per dare risposte alla domanda di
sicurezza da parte della collettività.
“Nelle moderne
democrazie una razionale gestione della sicurezza e dell’immigrazione
costituisce un presupposto essenziale per lo sviluppo di corrette dinamiche
economiche e sociali. Con questa consapevolezza il Governo italiano ha dato
priorità alla promozione di politiche che, in linea con le iniziative
dell’Unione Europea, si sono rivelate innovative ed efficaci in settori di
notevole importanza per il sistema Paese”.
Così
l’introduzione al testo curata dal ministro Maroni che fa il bilancio delle
azioni del Governo, in cui sottolinea che l'Italia “sta affrontando le sfide
della sicurezza con equilibrio e responsabilità, guardando contestualmente alla
dimensione locale e a quella globale dei fenomeni criminali, in pieno raccordo
con gli organismi internazionali e con l’Unione Europea”.
Queste alcune
delle voci del “modello italiano” di gestione della sicurezza:
Aggressione dei
patrimoni illeciti; Nuove misure anti racket e usura e contro
infiltrazioni mafiose nel settore degli appalti; Eco-mafia; Criminalità
transnazionale
Terrorismo;
Criminalità informatica e pedopornografia on-line; Patti per la sicurezza
urbana; Contenimento dell’immigrazione clandestina; Tratta degli esseri umani;
Efficaci procedure
per l’emersione dei rapporti di lavoro regolare con cittadini stranieri
A rendere le
azioni del governo italiano capaci di farsi modello ci sono anche i fattori
chiave per la promozione e la messa in atto della coesione sociale,
obiettivo del nostro Paese e comune a tutti gli Stati membri delle istituzioni
europee.
"L’Italia –
si legge nel testo - in linea con gli orientamenti dell’Unione Europea, è
fortemente impegnata nel promuovere politiche attente alla gestione della
migrazione regolare, al contrasto di quella irregolare e al contrasto del
traffico di esseri umani".
Specifiche le
iniziative relative all’accoglienza italiana: "L’integrazione degli
immigrati regolari viene perseguita con strategie mirate e articolate sul
territorio valorizzando le potenzialità che offrono le diverse Regioni del
Paese”.
La pubblicazione
illustra come l’Italia disponga di “un articolato sistema di accoglienza,
apprezzato anche in sede internazionale, e può contare su centri per stranieri
di diverse tipologie e finalità".
Sono illustrate
dunque le azioni a tutela dei soggetti più deboli, come le garanzie previste
per la piena tutela dei minori stranieri e dei richiedenti asilo. Ma anche le
azioni tese a favorire l'accoglienza e l'integrazione dei cittadini stranieri.
A tal proposito, sono numerosi i progetti promossi a livello locale finanziati
con risorse del Fondo europeo per l'integrazione.
Il "modello
italiano" di gestione e sicurezza e dell’immigrazione è disponibile anche
nelle versioni in lingua inglese e francese.
Ministero dell'Interno,
Antonella Bellino (de.it.press)
Dopo diciannove
anni, iniziati vendendo accendini e calze e dormendo per strada, e tanti anni
passati a lavorare undici ore al giorno e anche il sabato e la domenica, e dopo
aver ottenuto la cittadinanza italiana per sé, per la moglie e i figli, la
decisione di tornare in Senegal a cercar la fortuna. Intervista a Papa Chissokho.
Papa Chissokho
vive a Nembro, vicino a Bergamo, con la moglie Alima e i figli Farma e Modou.
Nella pagine seguenti la foto ritrae un poster di Malcolm X, appeso in salotto,
su cui è incollata la foto della madre di Papa.
Sì, abbiamo deciso
di tornare... Perché? Beh, abbiamo pensato che oramai era il momento di provare
anche altre cose. L’ultima volta che sono stato giù ho visto cose un po’
diverse dagli altri anni, ho avuto anche l’opportunità di aprire una piccola
impresa, ho detto: “Proviamo”. Vediamo come andrà. Io sono in Italia dall’89,
dal 13 dicembre ‘89. Prima a Pisa e poi, dall’aprile del ‘90, qui a Bergamo. Ho
sempre lavorato, ho sempre fatto il mio dovere fino ad adesso, e ora mi sento
di tornare a casa e cercare altre vie.
Sì, abbiamo tutti
la cittadinanza italiana. Mia moglie l’ha presa a ottobre e io e i miei figli a
dicembre. Purtroppo è così la vita, un po’ di sofferenza l’ho avuta, ma sono
pezzi di storia che rimangono nel cuore e nella mente...
I miei figli li ho
portati a vedere dove ho dormito per tanti mesi. Avevo un amico che aveva
un’Alfa Romeo vecchia e la parcheggiava sempre qui dietro al giornalaio nel
piazzale, tutte le sere alle dieci arrivava. Ogni tanto c’erano i gay che erano
lì al parcheggio e tu tu tu, bussavano sopra la macchina per svegliarci e
chiederci se volevamo andare a casa con loro per 100 mila lire. E alcuni andavano,
soprattutto i marocchini. No, io non ci ho mai pensato.
Il destino ti
manda dove meno te l’aspetti. Io avevo scelto l’America, avevo in mente di
andare là fino a quindici giorni dall’acquisto del biglietto. Poi è arrivato un
vicino di casa dall’Italia e ha detto a mia mamma: “Guarda che in America c’è
gente che è lì da vent’anni e non riesce a prendere un documento, invece in
Italia c’è una legge che sta uscendo, che se parti adesso -era dicembre- già ad
aprile o maggio puoi prendere un permesso per andare a lavorare”.
Lì mia mamma ha
ribaltato tutto: “Se vuoi andare in Italia, ci sono qua i soldi, ma purtroppo
bastano solo per il viaggio”.
Aveva venduto il
braccialetto d’oro che il papà le aveva regalato. Ho preso quei soldi e sono
venuto in Italia.
Sono arrivato a
Roma il 13 dicembre ‘89, e subito ho preso il treno per Pisa, dove avevo dei
conoscenti. Per alcuni giorni sono rimasto a casa, mi spiegavano un po’ come
giravano le cose. Il 23 dicembre ero per strada con una scatola di accendini,
calze e tutte quelle cose lì. Ricordo che alcuni ragazzi della mia età mi
prendevano in giro e ogni tanto mi nascondevo da qualche parte e mi veniva da
piangere.
Dopo qualche mese
ho detto: “Basta, devo prendere i documenti, se prendo il permesso di soggiorno
non vado più a vendere”. Mi è arrivato nel mese di marzo. Avevo fatto la
richiesta nel ‘90 con la legge Martelli, dopo quindici giorni ho preso anche il
libretto di lavoro, e ho deciso di venire a Bergamo. Non direi tutto se non
dicessi che a Pisa mi era capitata la grande fortuna di aver conosciuto la
signora Chiara che per me è stata come una mamma. Sì, non riesco a parlare di
lei perché è come se parlassi della mia mamma, per tutto quello che ho avuto
fino ad ora posso solo ringraziare lei. Lei voleva che restassi a Pisa ma io le
dicevo che dovevo andare a fare la mia vita, dovevo cercare di superare gli
ostacoli della vita, che non sarebbe andato bene se avessi avuto tutto facile.
Avevo lasciato dietro di me la mia mamma e volevo essere un sostegno per la
famiglia, insomma non potevo lasciarmi andare. Quando le dissi così, lei mi
rispose: “Allora vai, ma ricordati che dovunque tu sia, ti sono sempre vicino”.
E così è stato. Quando, da Bergamo, le dissi per telefono che avevo trovato un
lavoro la sentii piangere.
Ma a Bergamo era
anche più dura, perché dormivo fuori per strada, su una macchina, a volte sulle
panchine della fermata del pullman, a volte anche alla stazione, nei vagoni dei
treni e ogni tanto arrivava la polizia e ti buttava fuori, e quindi dovevi
andare a cercare un altro posto, e il giorno dopo dovevi essere al lavoro. Ho
vissuto così per sei mesi, ed erano momenti troppo duri, perché non mangiavo
neanche abbastanza. Ogni tanto, a mezzogiorno, il mio principale mi portava a
casa sua a mangiare qualcosa, invece la sera un panino al tonno e coca cola,
ogni tanto un pezzo di formaggio, e basta. Mi trovai una stanza dove potevo
andare a dormire, ma c’era tanta muffa perché c’era il fiume che passava
dietro, e quindi tutte le cose che lasciavi per terra erano da buttare via dopo
due giorni, e dovevo mettere tutto sopra. La sera faceva un freddo bestiale là
dentro, non ero mica tanto abituato, e sentivo proprio i dolori nelle ossa...
Ho vissuto così per un po’, poi ho conosciuto uno che aveva appena preso… un
appartamento, chiamiamolo così. Perché era una casa del 1600 con i pavimenti in
legno e un bagno solo per tutti al piano terra, e quindi tutti gli amici per
andarci dovevano camminare nel buio e il legno faceva un gran rumore… Quando
nevicava non dormivamo, quando c’era tanto vento neanche, o se pioveva forte,
sentivi che gocciolava dentro. Ho vissuto così un anno e mezzo con i miei amici
fino a che il sindaco del paese ha deciso di buttarci fuori dalla casa perché
non era più agibile. E’ stata molto dura… La mattina mi ricordo che facevo tre
chilometri a piedi per arrivare al lavoro, poi mi presi la bicicletta.
Del mio primo
principale, che si chiamava Emilio -e sua moglie Emilia!- non posso che parlare
bene, perché mi hanno fatto un po’ di tutto. Il signor Emilio mi ha sempre
aiutato. Mi diceva sempre: “Usa il telefono quanto vuoi per chiamare la mamma,
perché ricordati che io non ti prendo come un operaio, sei un fratello per me”.
Ricordo che l’Emilia mi prendeva in giro i primi giorni, perché mi veniva da
parlare spagnolo o tedesco, mi diceva: “Non viviamo in Spagna, devi parlare
italiano, se anche parli francese non ti rispondo”. Prima parlavo tedesco,
spagnolo e francese, poi dopo un anno che ero qui ho perso tutto perché dovevo
imparare l’italiano. L’Emilia mi andò a iscrivere in una scuola e andavo lì
tutte le sere per imparare l’italiano, l’ho fatto per tre anni... Avrei voluto
andare avanti per fare la terza media, mi sarebbe servita proprio, ma il tempo
era quello che era, e ora sento che non è neanche più il momento di farlo.
Abbiamo vissuto così per un po’ di anni. Poi gli è nato un figlio che non stava
bene, per cui erano costretti a star via spesso e io dovevo rimanere in ditta a
controllare il lavoro: facevo tutto quello che serviva, ritiravo le consegne,
firmavo le bolle, avevo le chiavi della ditta. C’erano altri tre ragazzi
italiani a cui non piacevo per tante cose ma siccome ero il primo operaio lui
mi teneva come il suo secondo.
Poi è successo un
brutto fatto. Alcuni dei miei amici, andati giù, erano andati a dire a mia
mamma che Papa in Italia faceva di tutto, che bevevo, fumavo. In realtà quel
che facevo era giocare a calcetto con una squadra di Nembro e la sera andare in
giro con gli amici.
Mi ricordo, era il
25 di agosto del ‘92 e avevo chiamato mia mamma e lei: “Ho sentito che sei
sempre in giro”, le ho detto: “No no, non vado in giro”. E proprio quel giorno
tornando da Pisa, dopo le ferie, dove ero andato a salutare Chiara e Donato,
sono passato a Milano perché c’erano gli amici, li avevo sentiti al telefono
che erano in discoteca, sono passato da loro e la notte, verso le cinque,
abbiamo avuto un incidente.
Ho battuto la
testa e per una settimana sono rimasto in ospedale da solo, con due o tre
vestiti che avevo addosso e basta, e coi miei amici che abitavano con me che
non sapevano dove fossi. Quando sono uscito dall’ospedale ho chiamato mia
mamma. Appena le ho detto perché non l’avevo più chiamata, che ero stato in
ospedale perché avevo fatto un incidente, lei si è disperata perché ha pensato
che le cose che le avevano detto fossero vere, che ero un ubriacone, che
fumavo. Mi ha detto che non voleva più soldi da me: “Siccome hai scelto di
vivere come un ragazzo solitario, noi non vogliamo più niente da te”.
Ricordo di essermi
messo a piangere e di aver pianto tutti i giorni per una settimana, perché io
ero qui soltanto per lei, per dividere con lei e con i miei fratelli quello che
riuscivo a guadagnare… Non sapevo più come fare, in quel momento lì ero troppo
triste, troppo troppo. E’ andata male fino al ‘93, quando a dicembre sono
tornato giù e l’11 gennaio del ‘94 mi sono sposato. Sono tornato in Italia che
mia moglie era incinta e da lì la mia vita ha cominciato a cambiare.
Avevo un nuovo
lavoro: saldavo i ponti che usano i meccanici per sollevare le macchine. Dovevo
seguire un robot, che faceva sette, otto colonne al giorno, e tutto quello che
tirava fuori il robot lo dovevo finire. Distava sei chilometri e mi sono detto:
“Non posso pedalare tutto quel tempo e poi andare al lavoro con la voglia, se
sono già stanco prima come faccio a lavorare?”. E ho preso la moto.
La mia situazione
cominciava a migliorare. E così, per la casa. Chiara e suo marito Donato mi
avevano fatto la proposta di cercare una casa da qualche parte qua in giro,
dove volevo io, che loro si incaricavano di pagarla. Ho rifiutato ma Chiara
insisteva: “Papa, guarda che sei giovane, stai mettendo su famiglia e le
sofferenze stanno diventando troppe, e quindi ci devi pensare, perché la casa
non è che noi te la compriamo, ti diamo soltanto una mano, alla fine del mese
la paghi ma noi ti mettiamo le garanzie e tutto, così almeno tu vivi
tranquillo”. Dopo una settimana le ho dato la risposta: “Va bene, ok, accetto”,
e dopo un mese ho trovato una casa ad Alzano Lombardo. Siamo andati a vivere
lì, ho comprato i mobili e tutto pagando in contanti, con i risparmi che avevo.
Ma alla fine del
‘94 ho perso mia mamma. Un giorno che stavo lavorando, mi chiama mio fratello e
mi dice: “La mamma non c’è più”. In quel momento lì non capivo più niente, e il
principale mi ha detto: “Vai a casa”, e quando sono uscito per prendere la
moto, mi ha detto: “Papa, tu non puoi guidare la moto oggi, lasciala qui, te la
metto dentro io e ti porto a casa”, e così ha fatto. Quando sono arrivato
c’erano mia moglie e la bimba che aveva un anno e mezzo che erano lì sedute ad
aspettarmi, quando mi hanno visto con le lacrime hanno subito capito che c’era
qualcosa di grave...
Mia mamma...
Quando eravamo piccoli ci diceva sempre: “Imparate a fare i mestieri in casa, a
cucinare, a rammendare le calze...”. Il bucato non ce lo faceva fare mai, ma
lavare i piatti sì. “Imparate a farlo perché un domani non sapete dove andrete
a vivere”. Lei ci ha fatto crescere con dignità nonostante non avessimo più il papà,
morto prematuramente (il papà era un agronomo importante, sì, era del Mali, e
noi siamo mandinghi, tutti altissimi...). La mamma ci diceva sempre:
“L’importante è non rubare, non vendere la droga e guardare negli occhi le
persone con cui parli, se parli con uno che ti gira via gli occhi vuol dire che
non sei a posto tu o non è a posto lui”. Noi siamo cresciuti con quella
mentalità lì e in casa siamo tutti così: undici fratelli, otto maschi e tre
femmine.
E’ stato
durissimo. Perdere la mamma mi aveva fatto passare la voglia di andare avanti a
vivere. Il papà l’avevo perso da piccolo quando avevo nove anni, e quindi per
venticinque anni ero vissuto sempre con mia mamma. Poi essendo lontano il
dolore non mi passava più.
Fra l’altro erano
momenti duri per me perché avevo soltanto uno stipendio con la moglie e la
bimba a carico. E non avevo neanche la macchina.
C’erano vicini che
portavano vestiti, scarpe e tutto, ma io mi sentivo troppo orgoglioso e
rifiutavo tutto, davo tutto indietro. Dicevo: non voglio che mia figlia cresca
vedendo che la gente mi regala le cose. Avevo in mente che dovevo lavorare per
sopravvivere e mantenere anche gli altri, e sono andato avanti così fino ad
adesso. Le spese erano tante ma non ho mai voluto niente da nessuno, salvo Chiara
e l’Emilio. Mi sono sempre detto: “Così imparo a scavalcare le difficoltà, se
vedo sempre la facilità alla fine andrà niente bene per me”, e sono andato
avanti così fino al ‘99. Nel frattempo, nel ‘97 avevo preso la patente, con
l’autoscuola, pagando a rate l’iscrizione, l’esame di guida, la teoria e tutto.
Mi ero deciso perché un giorno uscendo con la bimba e la moglie per andare a
trovare un amico pioveva che non si riusciva neanche più a vedere la strada,
eravamo lì alla fermata ad aspettare il pullman e dopo mezz’ora che non
arrivava, mi sono detto: “Ma perché devo vivere così, perché devo vivere così?
Avere qua la moglie e la figlia e poi io guidare la moto, non ce la faccio,
basta!”. Quel giorno ho deciso di prendere la patente. Poi l’Emilio, il mio ex
principale, mi ha offerto per un milione la sua vecchia macchina, che doveva
demolire, ed è stata fatta. Così va la vita: i piedi, la bicicletta, la moto e
ora la macchina.
Mia moglie era
contentissima. Ricordo il primo giorno, era un venerdì sera, ho caricato tutta
la famiglia in macchina e ho detto: “Andiamo in giro”. Volevo prendere per
Brescia, mi sono ritrovato a Bergamo, ma avevo messo il pieno, ho detto:
“L’importante è che vi porto in giro, perché vi faccio vedere altre cose,
sempre dentro quattro mura è ora di finirla”... Siamo andati in giro così fino
alle dieci di sera, poi il giorno dopo che era domenica siamo ripartiti ancora
per cercare un altro posto. Anche perché volevo prendere l’abitudine di
guidare...
Nel ‘99 ho trovato
un secondo lavoro, da fare il sabato e la domenica. Grazie alla macchina. Ero
venuto a sapere che un signore cercava qualcuno, per andare a vendere la carne.
Mi presentai. “L’importante è che rispetti le tue parole”, mi disse. Il primo
giorno ho caricato cento chili di carne sulla macchina, il Golf che avevo, e
sono andato in giro a venderla, e dopo averla venduta avevo quarantamila lire
in più e ho detto: “Cacchio, questo qua proprio è un affare, ci metto dentro
tutti i sabati e se carico certe volte un po’ di più, centocinquanta, fino ad
arrivare a duecento…”. Così è stato. Finalmente riuscivo a comprare alla mia
figlia quello che le mancava. Poi, dopo sei mesi, ho avuto la proposta dal
signor Diego di venire a lavorare tutta la settimana come corriere. Ho detto:
“Va beh, se ci stai anch’io ci sto, se poi posso continuare anche il sabato
pomeriggio…”. “Vediamo -ha detto- partiamo piano piano e poi vediamo”. Così ho
lasciato il posto di lavoro da saldatore. Come corriere non sapevo neanche dove
andare. Il primo giorno mi avevano messo dentro con un autista, il secondo mi
sono dovuto arrangiare a fare tutte le consegne da solo. Sono partito alle
cinque di mattina e sono arrivato alle cinque del pomeriggio, non avevo più gli
occhi... e neanche la lingua, perché dovevo sempre chiedere i posti. Poi da lì
ho preso la cartina e ho iniziato a imparare come si faceva a leggerla, un po’
a casa la sera, e un po’ chiedendo agli altri autisti che erano lì a lavorare
con me. Dopo un mese ero più pratico di Milano che di Bergamo.
Lì ho visto
proprio un cambiamento. Sono arrivato a 700 chili di carne la settimana, che
vendevo in giro, e per ogni chilo venduto avevo cinquanta centesimi, ogni tanto
mi capitava un euro e cinquanta centesimi al chilo.
Nel frattempo però
dal Senegal erano arrivati quattro fratelli. Ma non li ho voluti a lavorare con
me. Siccome si possono prendere multe salate a vendere, non sarebbero più
riusciti ad avere il permesso di soggiorno. Così ho detto: “Voi per adesso
state a casa a non far niente. Penso io a tutto”. Devo dire che mia moglie è
stata eccezionale. Vivere con quattro uomini in più in una casa con un bagno,
due stanze, la sala e la cucina, non deve essere stato facile. Ma lei è stata
geniale a organizzare il tutto, è una donna che io non sottovaluterò mai. Mi ha
dato proprio la mano, si è sacrificata, ha fatto di tutto per me. Poi ha deciso
che era il momento anche per lei di trovare un lavoro. Per fortuna l’hanno
chiamata alla casa di riposo di Nembro, è andata lì a lavorare, ha fatto tre
mesi, ma al quarto è rimasta incinta, e quindi doveva restare a casa.
A quel punto ho
dato una scossa ai miei fratelli: “Guardate che la situazione è così e quindi
vediamo dove potete andare a trovare un lavoro in nero”. Così uno è partito per
il Lussemburgo, perché ha avuto lì delle offerte di lavoro tramite un
conoscente, e mi ricordo il giorno che partiva da Orio al Serio con l’aereo:
sono passato a vedere come andava, se riusciva a imbarcarsi o no, perché il
documento che aveva in mano era il mio. E quando mi ha chiamato e mi ha detto
che era arrivato a destinazione ero felice. E poi sono andato a parlare con
gente che conoscevo e per fortuna mi hanno preso i fratelli a lavorare in nero,
e lì mi sono detto che qualcosa stava cambiando ancora di nuovo.
Loro la mattina
partivano, anch’io partivo, gli davo un passaggio col furgone, il capo mi aveva
detto: “Li puoi caricare ma non oltre venti chilometri”, così li caricavo la
mattina presto, alle cinque e mezzo, loro dovevano iniziare a lavorare alle
sette, ma arrivavano lì alle sei, e li lasciavo fuori ad aspettare che
aprissero i cancelli della ditta. Per un mese sono andato avanti così, finché
non han preso lo stipendio e anche loro si sono dati un po’ da fare.
Un giorno mia
moglie mi dice che al collocamento ha visto una cosa, un corso che avrebbe
potuto fare. Io ero molto d’accordo, quando era arrivata, la prima cosa che
avevo pensato era di farle imparare l’italiano. Così ha ripreso a studiare. La
sera tenevo io il bimbo e la bimba a casa, abbiamo fatto così fino a che non ha
preso la terza media. Poi ha visto che c’era un concorso di Operatrice
sanitaria, l’ha dato, è andata benissimo e ha trovato lavoro come infermiera.
Sì, ho avuto
problemi di salute. Nel 2002 ho cominciato a dimagrire. Da cento chili che
pesavo ero arrivato a cinquantacinque. Ero così magro che a volte la gente mi
rideva dietro, quasi fossi matto ad alzare certi pesi essendo così magro. Ma
col cuore e la voglia -mi dicevo- si supera tutto. Non era vero. Il 6 gennaio
del 2003, era una domenica, il giorno dopo mi dovevo alzare alle quattro e
mezza, non sono riuscito ad alzarmi dal letto. Ho dovuto mandare a dire al mio
principale che non ce la facevo più. Mia moglie era proprio disperata, i miei
fratelli mi hanno preso in braccio e mi hanno portato giù in macchina, e subito
in ospedale. Io non volevo chiamare il 118 qui in casa, siccome c’era gente
senza documenti ho detto: “Non chiamiamo nessuno”. In ospedale, mi hanno fatto
una puntura per farmi passare il male, sono tornato a casa e ho chiamato in ditta
perché non potevo ritornare al lavoro. Sono dovuto stare a casa dal lavoro sei
mesi. Ma non miglioravo e siccome il mio dottore non capiva cosa avessi, mi
sono detto: “Non posso stare qui senza curarmi, quindi visto che loro non
vedono niente, torno giù, almeno là abbiamo le nostre cose che usiamo in
Africa”.
Per fortuna la
sera ho chiamato Donato, il marito della Chiara, che mi ha detto di mandargli
le analisi prima di fare qualsiasi cosa. Dopo pochissimo mi chiama: “Papa,
guarda che hai la tiroide, vai subito in ospedale, in endocrinologia, che ti
fanno la visita e quando vedranno le carte ti diranno che è urgentissimo che tu
ti curi”. E lì una dottoressa molto brava e gentile mi ha prescritto dei
medicinali da prendere subito, dodici compresse al giorno.
L’altro problema
che ho avuto, più recentemente, riguarda le corde vocali. Una sera la bimba è
venuta a giocare con me e a un certo momento non mi ha sentito più parlare. E’
andata a chiamare sua mamma: “C’è il papà che non parla più”. Infatti avevo la
gola gonfia e dei capogiri. La sera sono andato in ospedale e lì mi hanno detto
che non c’era più niente da fare, dovevo fare l’operazione e basta.
Mi hanno operato,
adesso mi è tornata la voce e speriamo ancora in bene, speriamo ancora in
bene...
Adesso non dico
che stiamo bene al cento per cento, ma almeno un po’ di cose le riusciamo a
fare. Nel frattempo i miei fratelli quando hanno preso anche loro i documenti,
si sono cercati un altro posto, un posto loro. A Brescia, a Bologna. Il sabato
ci ritroviamo qui tutti. I risparmi non ce li abbiamo più perché anche
lavorando in due con due figli, un affitto alto da pagare, le bollette del
telefono, e poi la figlia che diventa grande e vede tutte le sue amiche e vuoi
che non le manchi niente... internet a casa, il televisore in stanza, le spese
sono diventate tante, diventa tutto più duro. Adesso ho trovato di nuovo un
lavoro per il sabato e la domenica, un po’ di ore nei supermercati per prendere
qualcosa in più. Ma le ore sono troppo poche, venticinque al mese non le
faccio, però il poco che prendo mi permette di pagare la connessione internet
per mia figlia a casa... Poi, parlando con il principale, mi ha fatto fare
un’ora in più e ho iniziato di nuovo a fare undici ore...
Sì, se andiamo via
è anche per i bambini. Loro fanno fatica qui perché quando sono a scuola
giocano con gli italiani, ma quando tornano a casa non fanno più parte della
società italiana. E’ una cosa incredibile, che tanti non vogliono dire, ma io
lo dico. Anche quando i compleanni cadono nei giorni feriali, a scuola tutti i
bambini festeggiano e il festeggiato porta caramelle, biscotti, dolci. Invece
quando è il compleanno dei nostri e loro portano le caramelle, tutto, e siamo
andati al supermercato, si vede che nessuno gliele tocca. Quello ti finisce
proprio dentro. Io glielo dico: “Gli amici non si prendono, arrivano, non devi
convincere nessuno a essere tuo amico, non devi convincere nessuno a starti
vicino, ma arriva, col tempo arriva”. E però poi vedo che fino ad adesso quella
che ha quindici anni non ha giocato come giocano gli altri bambini, perché
fanno scuola, casa, scuola, casa. E ora anche quello più piccolo la stessa
cosa: scuola e casa e basta.
Mi ricordo che una
volta la bambina andò a scuola che aveva fatto le trecce ed è tornata che
piangeva. Mi sono seduto, la guardavo e chiedevo: “Ma cosa c’hai?”. Mi fa: “A
scuola mi dicono che non devo più portare le trecce”; “E come mai?”, “Perché
danno fastidio agli altri”, “E chi te l’ha detto?”, “La maestra”. Certo, alcuni
bambini si saranno lamentati, le loro mamme avranno detto qualcosa alla
maestra, e la maestra…
Lei era l’unica
bambina nera. Le ho detto: “Guarda, tu non preoccuparti, hai i genitori, hai un
papà che è disposto a perdere la vita per te, stai calma e non piangere, domani
vado a sistemare la cosa”. Ma lei piangeva, diceva di sentirsi offesa. Aveva
otto anni ma capiva già quello che stava succedendo, i bambini capiscono.
A volte mi aveva
chiesto: “Ma perché non vai in giro, non hai altri amici, perché non parli con
gli italiani? Parli bene italiano, non hai nessun amico con cui torni a
casa...”.
Il giorno dopo
sono andato a scuola, che c’era proprio un incontro con tutti i genitori. Ho
chiesto la parola a metà incontro e ho detto: “E’ vero, noi siamo poveri,
povere persone quando siamo qua in Italia, ma vi ricordo che quelli che stanno
bene e si reputano superiori a noi non hanno i figli insieme ai nostri nelle
scuole statali, li mandano nel privato, perché hanno un po’ di soldi. Voi che
siete qua insieme a me e ai nostri figli... insomma siamo sullo stesso livello,
e quindi da oggi se sento saltare fuori ancora una parola verso mia figlia, io
non lo accetterò. Perché se accetto oggi che mia figlia sia sottovalutata vuol
dire che lo potrà essere anche domani e questo io non l’accetto per nessun
motivo. Quindi un’altra volta che lo sento andrò dai carabinieri a fare una
denuncia contro x”. A quel punto qualcuno si è alzato, per dire che a suo
figlio aveva sempre detto di trattare bene mia figlia, e da lì non ho più sentito
niente, fino alla terza media.
In terza media è
arrivato un altro bambino che le diceva “negra puzzolente”. Lei non ha fatto
niente, quand’è arrivata a casa le ho detto: “Sistemalo e basta, poi vengo io a
parlare, tu non hai niente da dire a nessuno, se viene e te lo dice ancora
dagli due sberle senza pensarci due volte”. Il giorno dopo è arrivato il
ragazzo: “Puzzolente negra fammi passare”, e due sberle le ha prese. Mi hanno
chiamato a scuola e ho detto: “Non lo sapevo neanche che ha dato a qualcuno delle
sberle, ma ho sentito delle parole che mi ha raccontato il giorno prima, e se
lo ha fatto vuol dire che aveva le sue ragioni perché c’erano anche dei
testimoni, gente che mi ha chiamato la sera per confermarmi il fatto, dopodiché
io non ho niente da dire, se volete c’è la legge, facciamo delle denunce,
altrimenti lasciamo perdere tutto…”. E hanno lasciato perdere.
Ma anche a me è
successo qualcosa. Quando ho cambiato macchina per esempio, prima avevo la
Golf, poi dopo dieci anni ho preso una Ford, una Escort, ho parcheggiato a
cinquecento metri da casa, e dopo sei mesi mi hanno piegato la portiera.
L’hanno fatto apposta, non hanno toccato niente. Una macchina che sto pagando,
me la rompono così, solo perché sono nero. Problemi non ne ho mai avuti con nessuno,
ma può darsi che uno vedendomi girare con quella macchina non potesse
accettarlo. C’è sempre qualcuno che ti umilia perché ti vede migliorare nella
vita. Poi quest’anno ho cambiato ancora, ho preso un’altra Ford, diversa, ed è
stato lo stesso. Sputi, sfregi. Li vedi in giro. Due mesi fa quando sono stato
giù a casa in Senegal qualcuno è andato perfino incontro a mia moglie per
rompere la macchina, ha fatto dei graffi che ci sono ancora, e poi ha tirato
fuori un coltello per minacciarla. Ecco, anche questo mi ha spinto. Non me la
sento più di restare. Preferisco andare là con calma, e quando i bambini
saranno cresciuti, un domani che vogliono tornare in Italia, potranno farlo
perché loro si sentono italiani, anche da prima che avessero la cittadinanza.
Parlano meglio l’italiano del nostro dialetto...
Ma ci tengo anche
a chiarire che non posso dire niente degli italiani, davvero. Ogni paese dove
vai c’è un cretino che gira, non è che sono razzisti, è gente che non è
informata dei fatti che ci sono nella realtà della vita.
Preferisco andare.
Ma alla fine lo faccio soprattutto per i miei figli perché vedo che non si
divertono, fanno scuola casa, e così, alla fine non capiranno niente della
vita. Se anche all’oratorio dove vanno devono stare da soli… Il don che c’è qui
al nostro paese è una persona eccezionale, tutte le volte che mi occorre
qualcosa per i nostri amici che vivono qua nella zona, vado a parlargli e lui
mi ascolta, e credo che mi consideri una persona seria, perché mi dà subito una
mano. Ma per me non riesco ad andare a chiedergli una mano. Con tutte le
difficoltà non riesco. Tre anni fa mi aveva dato quaderni, matite, pennarelli,
un po’ di tutto per la scuola, ma ho mandato tutto giù in Africa, alle scuole
dell’infanzia, insieme a tante altre cose raccolte dal don. Anche adesso che mi
sto preparando a ritornare ho un po’ di cose, ne sto cercando altre, perché
sono povero ma ci sono tanti che sono più poveri di me.
E’ giusto aiutare
chi ha più bisogno di te, il poco che ho cerco sempre di dividerlo. Da tanto
tempo faccio del volontariato alla Cisl di Bergamo, vado lì ogni sabato a dare
una mano ad alcuni amici per il rinnovo dei documenti, gli do le informazioni
che servono, mi sono fatto una grande esperienza in fatto di documenti, le
informazioni le sento regolarmente.
Sì, da questo
punto di vista mi sento inserito proprio nella società italiana, e ci sono
riuscito con i miei propri mezzi, senza l’aiuto di nessuno. Ma dal ‘96, da
quando è arrivata la moglie, non ho più amici italiani, perché quelli con cui
giocavo anche a calcio, da quando non sono più andato all’oratorio, non mi
riconoscono più. Se ci incrociamo in giro non mi parlano, non mi salutano
neanche, fanno finta di non vedermi e anch’io faccio finta.
Ho perso i
contatti con tanta gente… Ho gli amici senegalesi, quelli sì. Dal ‘96 fino ad
adesso, il sabato arrivano gli amici a casa e stiamo qui a parlare, faccio la
spesa, ogni tanto uno di loro porta qualcosa, e lì mangiamo insieme, guardiamo
la televisione del nostro paese e il tempo ci passa. Ma passa a noi grandi, e
per i bimbi? Devono crescere in mezzo ai grandi e arrivano a dieci anni che
sono già maturi e non va bene...
Giù avevo fatto
ragioneria e avevo preso il diploma. Non mi è servito a niente perché è così la
vita, perché l’immigrato è sempre un immigrato e solo il tuo paese è sempre il
tuo paese. Si dice che tutto il mondo è paese, e da un certo punto sì, è vero,
ma dall’altro no, perché la nostalgia ce l’hai sempre quando sei lontano da
dove sei nato. Per fortuna adesso abbiamo la cittadinanza italiana e possiamo
tornare giù a casa, iniziare un’altra vita, con più tranquillità. Cercheremo di
superare anche gli ostacoli, perché tornare dopo vent’anni...
Soprattutto per i
bambini: dovranno cambiare modello di vita e tutto, sono nati qui e per loro
andare a vivere in Africa… Vedremo e speriamo in bene. Io la voglia di lavorare
ce l’ho sempre, ma andare avanti qui non me la sento più perché rischiamo solo
di indebitarci sempre più invece che risparmiare.
Qua ho già dei
debiti, ho la macchina da pagare e non vorrei proprio farne altri in questi
momenti che sono i peggiori per tutto il mondo. Preferisco andare a indebitarmi
giù, per tentare un’altra avventura.
Mi guardo molto in
giro, ho la speranza di farcela. Per il momento ho tutte le carte in regola per
partire, sono riuscito a prendere un po’ di macchinari per le pulizie delle
case, officine e così, ora sto cercando di risparmiare per comprare un furgone
per riuscire a caricarli e portarli giù. Poi la mia famiglia mi raggiungerà.
Sì, posso dire di sentirmi un vincente. Perché nonostante tutte le difficoltà
della vita, dopo venticinque anni che mi sono sacrificato per la famiglia, oggi
possiamo dire che stiamo tutti più o meno bene e non abbiamo bisogno di
nessuno. E’ già qualcosa. Sì, io mi sento vincente proprio al cento per cento.
Ho solo un grande
rimpianto: non essere riuscito a portare la mia mamma alla Mecca. Stavo
mettendo via i soldi per farlo, ma è morta prima... Fin da piccolo avevo un
sogno, a cui ripensavo ogni volta che vedevo una signora col suo autista. Ecco,
io sognavo che davvero un giorno avrei comprato una Mercedes dove mia mamma
sarebbe stata dietro e il suo autista davanti... E quando è morta, quei giorni
lì, mi passava sempre davanti l’immagine di una signora che scendeva dalla
macchina. E ora quello che avevo in mente per mia mamma ce l’ho in testa per
mia moglie. Chissà...
Sì, traghetto il
furgone a Marrakesh e poi di lì ci sono 4000 chilometri.
Una Città n.
173/aprile 2010 (de.it.press)
Di Girolamo, il lamento dal carcere. "Qui dentro condizioni
inumane"
L'incontro a
Rebibbia con l'ex senatore, indagato per essere stato eletto all'estero con i
voti della 'ndrangheta. "Quando uscirò mi occuperò dei problemi dei
detenuti. Manca anche il barbiere. A chi entra in cella per la prima volta mi
sento di consigliare il kit del detenuto..." di ALBERTO CUSTODERO
ROMA -
"Quando uscirò di qui, mi occuperò del problema dei detenuti. E in
particolare insegnerò a chi sta per entrare in cella come si deve preparare,
come deve farsi la valigia. Una sorta di kit del novello detenuto. A me nessuno
mi aveva detto nulla, e così in prigione mi sono trovato in difficoltà perché
mi mancavano le cose più importanti per sopravvivere in codizioni dignitose.
Sono entrato in carcere con una borsa di oggetti inutili". Il 3 marzo
scorso Nicola Di Girolamo 1 è passato da Palazzo Madama, quando rassegnò le
dimissioni da parlamentare ("E per questo - spiega - conservo il titolo di
senatore della Repubblica"), al carcere di Rebibbia, dov'è stato ristretto
in quanto indagato per essere stato eletto all'estero coi voti della
'ndrangheta. E perché accusato dalla procura di Roma di essere uno dei
personaggi chiave della maxi inchiesta su un presunto riciclaggio di 2 miliardi
di euro che sarebbe ruotato, tra l'altro, attorno ad operazioni commerciali
fittizie riconducibili agli operatori telefonici Fastweb e Teleccom Sparkle.
La deputata
radicale Rita Bernardini ieri, al suo sesto giorno di sciopero della fame
"per porre l'attenzione sul drammatico problema del sovraffollamento delle
carceri", s'è recata al carcere romano di Rebibbia per un'ispezione. Ha
incontrato Massimo Papini, l'amico di Diana Blefari (la neobrigatista
condannata per concorso nell'omicidio Biagi, suicidatasi in cella 2 lo scorso
primo novembre) che, urlando la sua innocenza dopo sei mesi di isolamento, le
ha chiesto aiuto "per avere un fornelletto e libri da leggere".
Quindi, dopo la visita a un detenuto malato di Tbc e Aids (che per la deputata
radicale "dovrebbe stare in ospedale per essere curato: chiederò
spiegazioni al ministro della Giustizia con un'interrogazione perché prima di
rimanere solo sia stato messo insieme ad altri detenuti rischiando di
infettarli"), l'onorevole Bernardini è entrata nella cella del senatore Di
Girolamo.
Ancora in
isolamento, l'ex politico s'è presentato quasi irriconoscibile, la barba
incolta e i capelli lunghi. E s'è lamentato infatti per prima cosa della
mancanza del barbiere in prigione. "Sono tre settimane - ha detto Di
Girolamo all'onorevole Bernardini - che non posso tagliarmi i capelli e
sistemarmi la barba perché il barbiere non c'è". Ispettore e
vicedirettrice presenti alla visita confermano, la persona che si occupava di
questo reparto, dicono, se ne è andata e in generale c'è una penuria di
barbieri in tutte le sezioni. "Ma in questo modo - aggiunge l'ex senatore
- ne va della dignità della persona! Come posso presentarmi ai colloqui con i
familiari o con l'avvocato in modo così trasandato?". I familiari, la
moglie e i figli, sono il pensiero che ossessiona Di Girolamo. "Sono
rimasti senza soldi - si sfoga - mi hanno sequestrato tutti i conti, compreso
quello del Senato sul quale veniva accreditato lo stipendio da parlamentare e
attraverso il quale pagavo le bollette e il mutuo. In casa ero io a occuparmi
di queste cose, come faranno ora a vivere mia moglie e i miei figli se non
hanno la possibilità di accedere ad alcun conto corrente?". "Come
farò - si dispera - a fare la dichiarazione dei redditi?".
Di Girolamo è
l'ombra dell'uomo dal fare spavaldo che era dopo la sua elezione a Palazzo
Madama con i voti degli italiani all'estero dove però, secondo gli
investigatori, lui non aveva mai risieduto. Indossa una tuta e, sopra una
felpa, un gilet blu imbottito. "In carcere - ricorda alla parlamentare -
ci sono arrivato nel modo peggiore, in giacca e cravatta. La prima cosa che la
polizia penitenziaria ha fatto, al mio ingresso, è stata sequestrarmi la
cravatta. Dopodiché mi sono reso conto che quel che mi ero portato da casa era
inservibile. Oggi, con l'esperienza che ho maturato a mie spese, mi sento di
poter consigliare, agli incensurati che stanno per fare il loro ingresso in
carcere, il kit del detenuto. Mettete per prima cosa in borsa una tuta da
ginnastica, non portatevi la schiuma da barba perché qui è proibita, essendo
permessa solo la crema".
Il tempo, si sa,
non passa mai in una cella, soprattutto se si è soli. Di Girolamo se n'è
accorto subito. "Conto ogni minuto della giornata che passo chiuso qui
dentro - dice - sono 1440 al giorno, in attesa di conoscere il mio destino,
senza sapere cosa mi accadrà e quando, perché nessuno mi dice nulla".
Inganna quei 1440 minuti leggendo le carte processuali, un mucchio di 1800
pagine impilate sul letto. "Ogni mattina leggo quattro quotidiani, li
divoro, poi un libro e mezzo al giorno. Ma non scrivo mai, non ci riesco
neppure a mia moglie. Mi angoscia scrivere dal luogo in cui mi trovo, nella
condizione in cui sono. Imprigionato in questa cella, pensando ai quegli
indimenticabili giorni passati al Senato". LR 21
Camera. Garavini (PD). “Il voto per gli italiani all’estero è un diritto
democratico che va difeso”
“Sarebbe
fuorviante affiancare la questione del voto per gli italiani all’estero
all’influenza della malavita”, ha detto l’on. Laura Garavini (PD) stamani al
Comitato permanente sugli italiani all’estero della Commissione Affari esteri
della Camera. “Il problema degli abusi delle mafie del voto degli italiani nel
mondo non deve servire da alibi per mettere in discussione il diritto di voto
dei nostri connazionali all’estero e il diritto al voto per corrispondenza.
Sarebbe ingiusto penalizzare milioni di italiani impedendo loro di partecipare
alla vita politica del nostro Paese”.
“Vero è che il
caso Di Girolamo e il più recente scandalo delle schede elettorali bruciate in
Venezuela hanno evidenziato quanto sia urgente prevedere chiare modifiche
tecniche all’esercizio del diritto di voto”, ha sostenuto la deputata eletta
nella circoscrizione Europa. “In questo senso”, ha proseguito, “ritengo
determinante mantenere la possibilità del voto per corrispondenza, introducendo
però delle garanzie concrete. Anzitutto è opportuno prevedere la preiscrizione
preliminare al voto per chi intende votare per posta. Inoltre è importante che
i plichi vengano stampati in Italia e mandati per raccomandata con ricevuta di
ritorno ai singoli elettori”.
“Ritengo
ipotizzabile”, ha concluso la Garavini, “che il Comitato parlamentare sugli
italiani all’estero, come proposto dallo stesso Presidente Zacchera, si renda
promotore di una proposta bipartisan che individui proposte concrete e
condivise su come meglio riformare il voto all’estero e renderlo più
trasparente”. De.it.press
Il Coordinamento dei Contrattisti degli IIC-Germania invita a serrare le
fila
Il diritto di voto
per gli Italiani all'estero ha un'importanza che è direttamente proporzionale
agli interessi della nostra categoria. Seguiamo con non poca apprensione gli
sviluppi politici romani e ci domandiamo con sempre maggiore insistenza che
cosa è stato effetivamente fatto finora per noi e che conseguenze avranno le
ultime vicissitudini politiche sulle problematiche a noi care. Nei tanti
dibattiti che si sono succeduti dopo il voto anticipato del 2008, nei fori
di discussione in internet, nelle sedi, nel sindacato, è sempre
emersa la sensazione provata un pò da tutti ( indipendentemente
dall'appartenenza politica ) che - nonostante tutto - si facesse troppo poco
per gli Italiani all'estero in generale e per il personale a contratto
nel mondo nello specifico. I risultati parlano da soli.
Ed è per questo
che, ora più che mai, la coesione della categoria sarà determinante
per poter sostenere una politica più sensibile nei confronti di una realtà
importante come la nostra. Gli eventuali sviluppi politici potrebbero
condizionare sensibilmente l'appoggio che ognuno di noi vorrà dare in caso di
un voto anticipato.
Coordinamento
Contrattisti IIC: Cristina Rizzotti (Stoccarda); Nicola Fresa (Amburgo), Beppe
Scorsone (Monaco di Baviera)
L’Acqua di Colonia. Lettera aperta del dr. Rossi al Corriere d’Italia di Francoforte
Pur non essendo
entrati nella polemica che da due mesi oppone il mensile di Francoforte al dr.
Rossi di Bochum, pubblichiamo questo contributo che il dr. Rossi ci ha inviato
per completare l’approfondimento di una questione “che riguarda – ci scrive -
la storia della presenza italiana nell'area di lingua e cultura tedesca”.(ndr)
Questa lettera è
stata originata da un articolo apparso sul numero di marzo 2010 del mensile
Corriere d’Italia (Francoforte). L’articolo, intitolato Il padre della moderna
profumeria e firmato da Iulca Pennacchia, mi spinse ad inviare una prima
lettera al Direttore del mensile che, con una risposta di I. Pennacchia, è
apparsa sul numero di aprile 2010. La presente è, per me, la conclusione del
caso. Ricordo che il Corriere d’Italia è l’ultima testata in lingua italiana
per l’area tedesca. Fondato nel 1951, è edito dalle Missioni Cattoliche
Italiane in Germania e Scandinavia.
Egregio Signor
Direttore,
Le invio la
presente sicuro che ne inoltrerà copia alla Signora Iulca Pennacchia, membro
del Comitato di Redazione. È la via seguita da un comune lettore del Corriere
d’Italia per comunicare con il mensile e non “mancanza di rispetto” nei confronti della giornalista.
Non intervenire a
proposito dell’articolo Il padre della moderna profumeria sarebbe stato come
rinnegare i risultati della ricerca storica. Ritengo d’essere stato schietto
verso la redattrice. Diversamente mi sarei comportato da ipocrita.
La pagina dedicata
alla “lite Francoforte - Colonia”(?) e a “Rossi contra Pennacchia” (!) (numero
di aprile 2010) resta un’occasione sprecata: un perdere di vista Il padre della
moderna profumeria (del quale anche la Dr.ssa Silvia Ceccomori chiedeva la rettifica).
La redazione ha rinunciato, con questa scelta, a soluzioni giornalistiche più
utili per i lettori (Le ricordo che Le inviai materiali in occasione del
trecentenario della ditta Farina gegenüber... che Lei ritenne di non
utilizzare. Circostanza che si è ripetuta quando, un paio di settimane orsono,
Le inoltrai informazioni provenienti dall’Archivio Farina).
La Signora
Pennacchia, nella sua piccata risposta, riferisce che “la libertà di esprimere
la propria opinione esiste solo se si riconosce quella degli altri”. Ella
scorda che proprio l’articolo Il padre della moderna profumeria, nella più
completa negazione delle fonti, della bibliografia, della complessa realtà
legata all’Acqua di Colonia, fors’anche della non conoscenza del luogo
descritto, affossa e libertà e verità.
La Signora
Pennacchia, a mo’ di giustificazione, riferisce che la storia “è fatta di
interpretazioni”. Ciò non significa che ogni “interpretazione”, anche la più
bislacca, abbia diritto d’asilo sul Corriere d’Italia (o altrove). Ricordo che
ogni “interpretazione” abbisogna di documentazioni serie e valide. Ogni
“interpretazione” presuppone onestà e confronto. L’articolo in questione
riportava un “dogma” che glorifica questa o quella ditta in base a un accordo
tra i produttori renani di Acqua di Colonia (7 giugno 1961, fotocopia in mio
possesso). Accordo che paralizza ricerche d’archivio, cancella la plurisecolare
presenza vigezzina nell’area compresa tra Bonn, Colonia, Düsseldorf e Parigi,
eliminando un successo culturale ed economico corale, come l’importanza
dell’emigrazione femminile e numerosi esempi di integrazione.
La Signora
Pennacchia condisce il suo risentimento scomodando addirittura Norberto Bobbio,
senza accorgersi d’aver perso ella stessa “misura, ponderatezza e circospezione”.
La disinvoltura con la quale si giustifica è disarmante. Un oracolare tipico di
chi utilizza come fonti le guide turistiche e gli opuscoli di questo o quel
Ministero, inviandone i risultati (come se non bastasse) a www.l-arcadinoe.com
coinvolgendo in questa disinformazione altri ignari lettori.
Ho impiegato anni,
tra consultazioni e ricerche, per rendermi conto che i riporti dell’Avvocato
Ernst A. Utescher (cfr. Der Mailand-Prozess, 1951) e la seconda parte di
Kölnisch Wasser di Ernst Rosenbohm (1951) sono veritieri, due opere sulle
quali, grazie all’accordo del 7 giugno 1961, è caduta la mannaia della censura
imposta da un cartello di industriali a tutto discapito della verità
storica e delle persone coinvolte.
Ai riporti
dell’Avv. Utescher se ne aggiungono altri: dallo stesso Archivio Farina, dalla
Francia, dalla Valle Vigezzo e dall’Archivio della Curia vescovile di Novara.
Il tutto raccolto in un volume dedicato a 500 anni di presenza vigezzina in
Germania. Dove Giovanni Paolo Feminis non è il personaggio immaginario che
qualcuno (tra questi, purtroppo, anche il Corriere d’Italia) vuol far credere.
Se sapevo che per
scoprire il “padre della moderna profumeria” bastava acquistare la guida
illustrata di Markus Eckstein (che dà diritto all’entrata gratuita per una
persona al Duftmuseum di Farina gegenüber...) o procurarmi l’opuscolo del
Bundesministerium für Bildung und Forschung: Die Erforschung der menschlichen
Sinne (2006), dove a pag. 66 la signora Tina Farina (madre dell’attuale
responsabile di Farina gegenüber..., Johann Maria Friedhelm Farina) afferma che
il loro prodotto è un articolo di lusso, creato nel 1709 da J. M. Farina
(1685-1766), ricordando con enfasi la frase dello stesso, inserita in ogni
falso storico relativo all’Eau de Cologne della ditta in oggetto: “Ho creato un
profumo che mi ricorda un mattino italiano...”, mi sarei risparmiato tante
fatiche! E l’attuale polemica.
Perciò sono
d’accordo con Norberto Bobbio: occorre misura, ponderatezza, circospezione. E
onestà. Bisogna informarsi e confrontarsi. Sacrificarsi. Leggere. Chiedere.
Discutere e mettersi in discussione. E, per quel che riguarda la storia della
presenza italiana nell’area di lingua e cultura tedesca (e nel mondo), rendersi
conto che si tratta di una realtà culturale, sociale ed economica da affrontare
con il massimo rispetto, soprattutto se si lavora al Corriere d’Italia, ultima
testata in lingua della minoranza italiana in Germania.
Pur di
giustificarsi, la Signora Pennacchia si arrampica sui vetri. L’accenno da me
fatto “al modo degli ebrei”, relativamente alla vendita ambulante o gestione di
negozietti di chincaglieria, diventa una non velata accusa di antisemitismo nei
miei confronti. “Al modo degli ebrei” lo si trova in molti documenti
dell’epoca. Mentre il mio passato e presente, come tutto il mio operato,
possono dimostrare un quotidiano impegno per le minoranze (e la cultura
ebraica).
Con un’alzatina di
spalle, la redattrice del Corriere d’Italia liquida anche la ridicola questione
relativa all’olfatto (o “naso assoluto” come la stessa definisce questo senso)
della nonna di G. M. Farina (1685-1766). È come se io affermassi: il talento di
Giuseppe Verdi è dovuto al fatto che il nonno suonava magnificamente l’ocarina.
Nessuno mette in
dubbio l’esistenza del Duftmuseum (a questo punto, mi sembra che la Signora
Pennacchia legga e capisca ciò che vuole). Ho messo in dubbio che la Signora
sia mai entrata nell’edificio di cui parla e lo conosca solo via internet.
In ogni caso,
Signor Direttore, onore alla ditta Farina gegenüber..., rispettando sempre la
verità storica. Onore al (dimenticato) ramo di Düsseldorf (avviato da un
fratello di G. M. Farina,1685-1766). Da questo importantissimo ramo si
originano le ditte Zur Stadt Mailand (Colonia) e l’impresa parigina di Jean
Marie Farina (1785 – 1864). Napoleone, per l’Eau de Cologne, si serviva da Jean
Marie Farina (1785 – 1864) e sarà Napoleone a rendere leggendario e ricchissimo
questo vigezzino trapiantato sulle rive della Senna (che John Ruffini fa
rivivere in un interessante racconto). Entrambe le ditte furono concorrenti
agguerrite di Farina gegenüber..., molto più di 4711.
Purtroppo, Egregio
Direttore, non ho accennato a Giovanni Paolo Feminis. A lui dedico queste
righe, sperando che prima o poi (per amore della verità) “qualcuno” metta a
disposizione la documentazione dell’archivio feminisiano.
Con i migliori
auguri per un proficuo lavoro a Lei e alla Redazione del Corriere d’Italia,
Luigi Rossi
(Bochum), www.luigi-rossi.com (de.it.press)
Giovani artisti italiani in Germania. Al via oggi a Berlino, in
Ambasciata, il progetto
"ITaliens"
Quattro mostre
semestrali con i lavori di nove artisti italiani, di eta' diversa e diversa
provenienza geografica, arrivati a Berlino seguendo percorsi individuali dalla
fine degli anni '80 ad oggi. Per l'ambasciatore Valensise una opportunita' per
"promuovere la creativita' degli artisti italiani che hanno scelto di
lavorare a Berlino
Berlino -
Vernissage nell'ambasciata italiana di Berlino oggi giovedì 22 aprile per
l’inaugurazione del progetto "ITaliens", che per due anni permettera'
a giovani artisti italiani residenti nella capitale tedesca di esporre con un
ciclo semestrale le loro creazioni artistiche. All'inaugurazione della prima
mostra, il borgomastro di Berlino Klaus Wowereit, oltre a 200 invitati del
mondo dell'arte, collezionisti, curatori, artisti, galleristi e direttori di
musei. L'ambasciatore Michele Valensise ha spiegato che questa iniziativa,
realizzata in collaborazione con Eni-Deutschland, offre l'opportunita' di
"presentare al pubblico di Berlino le opere di un gruppo di nostri giovani
artisti gia' affermati o molto promettenti". "Vogliamo promuovere la
creativita' degli artisti italiani che hanno scelto di lavorare a Berlino, una
citta' oggi al centro di tanti progetti e iniziative culturali di respiro
europeo".
Le opere saranno
installate negli spazi dove si svolge la normale attivita' di rappresentanza
dell'Ambasciata, convivendo con l'imponenza del palazzo e con il mobilio e le
opere antiche contenute al suo interno. Alla prima delle quattro mostre
semestrali di "ITaliens" i lavori di nove artisti italiani, di eta'
diversa e diversa provenienza geografica, arrivati a Berlino seguendo percorsi
individuali dalla fine degli anni '80 ad oggi. La prima arrivata a Berlino del
gruppo e' Daniela Comani, che ha studiato in Germania e vive da circa venti
anni nella capitale tedesca, mentre l'ultima in ordine di arrivo e' Carola
Spadoni, artista e regista, trasferitasi da Roma a Berlino nel 2009. Ulteriori informazioni al sito
dell’Ambasciata italiana a Berlino http://www.ambberlino.esteri.it/Ambasciata_Berlino. Grtv/de.it.press
La Cartonplast presenta a Monaco di Baviera un prodotto rivoluzionario,
l’Exalite
Monaco di baviera
- Invio un po’ di informazioni relative all’evento che stiamo organizzando a
Monaco per un’azienda italiana che si chiama Cartonplast (specializzata nella
produzione e commercializzazione di lastre alveolari e calandrate in
polipropilene) che ha sede a Sacile, Pordenone ma che attraverso il suo Gruppo
è presente anche in Germania, a Dietzenbach per la precisione.
Cartonplast
presenterà il 5 maggio a Monaco (Hotel Sofitel Munich Bayerpost, Bayerstrasse
12), alla stampa tedesca e internazionale, un prodotto rivoluzionario, che
si chiama Exalite (in pratica l’evoluzione della lastra alveolare in
polipropilene), ottenuto da un processo di lavorazione che permette di creare,
partendo da un foglio di polipropilene, una lastra alveolare con struttura a
nido d’ape.
E’ rivoluzionaria
perché a parità di carico statico - rispetto ad una tradizionale lastra
alveolare – è maggiormente resistente, flessibile, leggera e duttile e per
questo potenzialmente applicabile in numerosi settori, dalla cartotecnica, al
packaging industriale fino all’automotive e all’edilizia.
Cartonplast Group
è un gruppo industriale specializzato nell’estrusione di polipropilene e
servizio di noleggio interfalde (delle lastre in polipropilene specifiche per
il vetro) che è presente in tutto il mondo con sedi operative in USA, UK,
Germania, Spagna, Portogallo, Polonia, Turchia e Russia. Tra i suoi clienti
principali i produttori di vetro (Saint-Gobain, Zignago Vetro, Bormioli Rocco,
OI, ecc) e imbottigliamento (Coca Cola, Heineken, Beck’s, San Pellegrino, ecc).
Angelo Brunello,
www.rpn.it, www.porternovelli.com (de.it.press)
Il ministro Scajola inaugura il "Padiglione Italia" alla Fiera di
Hannover
Hannover - Il
ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha partecipato
all’Inaugurazione della Fiera di Hannover e alla presentazione del
"Padiglione Italia" in rappresentanza del Presidente del Consiglio,
Silvio Berlusconi.
L’evento
inaugurale della Fiera, che quest’anno ospita l'Italia come Paese partner, si è
svolto il 18 aprile alla presenza del Ministro dell’Economia tedesco, Rainer
Bruederle. Il 19 aprile, invece, il Ministro Scajola ha visitato il
"Padiglione Italia" con il Cancelliere tedesco, Angela Merkel.
Il nostro Paese è
presente con 300 aziende espositrici, per uno spazio di 7mila metri quadrati,
in maggioranza piccole e medie, in forma autonoma o in collettive organizzate
da associazioni e da consorzi. A rappresentare l’eccellenza del patrimonio
culturale italiano anche l’esposizione di due capolavori di Giorgio De Chirico,
il "Pianto d'Amore" ed il "Gladiatore nell'Arena",
provenienti dalla Casa Museo della Fondazione Giorgio e Isa De Chirico.
"L’appuntamento
fieristico più grande e qualificato del mondo per l’industria e la
tecnologia". Così Scajola ha definito la manifestazione intervenendo alla
cerimonia di inaugurazione della Fiera.
Scajola ha
ricordato in particolare "i vincoli di profonda amicizia che legano
Germania ed Italia". "La designazione dell’Italia a "Paese
partner" di questo prestigioso evento – ha detto - ne è una dimostrazione
tangibile, che ci riempie di orgoglio e ci spinge a lavorare con il massimo
impegno per la migliore riuscita di questa grande Fiera, nonostante tutte le
difficoltà che stanno richiedendo uno sforzo organizzativo senza
precedenti".
"L’economia
tedesca e quella italiana sono caratterizzate da numerose analogie: - ha
rimarcato Scajola - entrambe sono fortemente orientate all’export, con una
spiccata vocazione manifatturiera ed una notevole differenziazione nei settori
di attività. Al loro interno, operano aziende di grandi dimensioni accanto ad
una miriade di piccole e medie imprese, realtà aziendali che spesso danno vita
a preziose forme di collaborazione, con particolare attenzione alle opportunità
offerte dai mercati internazionali ed alle prospettive dell’innovazione
tecnologica".
"Queste
affinità – ha proseguito il ministro - hanno portato i sistemi produttivi di
Italia e Germania ad essere, sotto diversi aspetti, "complementari".
Una complementarietà tanto importante da far divenire oggi le relazioni
italo-tedesche un punto di riferimento chiave per consolidare e accelerare la
ripresa economica europea".
Secondo Scajola,
occorre adottare "un efficace modello di sviluppo sostenibile. È
sull’economia verde che dobbiamo concentrare la nostra attenzione, perché da
essa dipenderanno in misura considerevole le nostre prospettive di crescita nei
prossimi anni".
L’indomani,
inaugurando il Padiglione Italia, Scajola ha sottolineato la capacità del
Padiglione di "coniugare cultura e tecnologia: da opere d’arte del
Novecento, a creazioni del moderno sistema produttivo italiano. L’eccellenza
nella tecnica e l’eccellenza nelle creazioni artistiche – ha detto - si
completano a vicenda: è un messaggio che questo Padiglione riesce a esprimere
in maniera interessante e raffinata, con esempi e modelli concreti".
"La Germania
– ha rimarcato il ministro - è per l’Italia il primo partner commerciale: è un
rapporto in continua evoluzione, e auspico che proprio dal Padiglione Italia si
potranno trarre alcune delle nuove ispirazioni che guideranno il futuro della
nostra collaborazione".
"La mostra –
ha poi specificato - qui presentata si chiama infatti "L’Arte della
Sostenibilità", e proprio la sfida di raggiungere un modello economico più
"verde" ed eco-compatibile offre enormi motivi di cooperazione per le
nostre imprese. Il valore di queste opportunità è fondamentale anche in ottica
globale: l’Italia e la Germania, primi due Paesi manifatturieri d’Europa, hanno
il compito e l’occasione di accompagnare tutta l’economia continentale verso
questo cambiamento".
Puntando su
innovazione e qualità, "l’Italia – ha concluso quindi Scajola - vuole
proseguire verso questi obiettivi al fianco degli amici tedeschi, certi che il
nostro rapporto, radicato nel tempo, sia una delle basi per il futuro che
sogniamo per le prossime generazioni".
Alla Fiera di
Hannover grande successo hanno riscosso due capolavori di Giorgio De Chirico,
rappresentativi dell’eccellenza del patrimonio culturale italiano. Le due opere
sono "Pianto d’Amore" e "Gladiatore nell’Arena",
provenienti dalla Casa Museo della Fondazione Giorgio e Isa De Chirico. I due
quadri hanno trovato posto nel Padiglione Italia. A darne notizia è l’Istituto
per il Commercio Estero, il cui presidente, Umberto Vattani, ha commentato:
"i visitatori si sono subito raccolti davanti alle opere che ben
testimoniano la creatività e il genio artistico che sono alla base del Made in
Italy".
De Chirico è
espressione di un Paese che ha dato i natali a geniali personalità, correnti di
pensiero e scoperte scientifiche che attraverso innovative modalità di
produzione e audaci sperimentazioni sulle tecniche e sui materiali hanno creato
prodotti di eccezionale qualità. In tal senso, De Chirico si fa perfetto
interprete delle tematiche attuali legate alla nuova civiltà tecnologica e
rappresenta, forse più di qualunque altro Maestro dell’arte italiana moderna,
quella cultura internazionale che trova un momento privilegiato proprio nel
rapporto Italia-Germania, Paesi amici, protagonisti di un antico e proficuo
scambio culturale. (aise)
Hannover - La
Regione Puglia all’edizione 2010 della “Hannover Messe”, la più importante
manifestazione fieristica industriale a livello mondiale, dedicata alla
tecnologia, all’automazione, alle forniture industriali ed all’energia, aperta
sino al 23 aprile.
“Hannover Messe” è una fiera multisettoriale
che costituisce il più importante punto di riferimento per le tendenze nel
campo delle innovazioni del futuro. La scorsa edizione ha fatto registrare la
presenza di oltre 6.150 espositori, da oltre 61 Paesi, e di oltre 250 mila
visitatori.
Per favorire la promozione integrata fra le
nuove tecnologie e i mercati dell’economia globale, “Hannover Messe” quest’anno
si suddivide in 9 saloni specializzati: Energy – Industrial Supply – Industrial
Automation - Power plant technology- Mobiltec - Digital Factory - CoilTechnica
– MicroNanoTec - Research & Technology. La Regione Puglia sarà presente
all’evento con due stand personalizzati in due saloni specializzati della
rassegna tedesca: Energy, evento internazionale leader nel settore energia, e
Industrial Supply, interamente dedicato al settore della subfornitura industriale.
La partecipazione della Regione Puglia - Area
per le Politiche per lo Sviluppo Economico, il Lavoro e l’Innovazione - a
Energy e a Industrial Supply si inserisce nella strategia di promozione
economica regionale, che mira a sostenere l’apertura internazionale delle
imprese pugliesi anche verso aree di mercato consolidate, come la Germania, in
cui le opportunità di collaborazione economica risultano ancora ampie.
La “doppia presenza” della Regione
Puglia all’Hannover Messe si accompagna alla partecipazione di due delegazioni
settoriali pugliesi, coordinata dallo Sprint Puglia (Sportello Regionale per
l’Internazionalizzazione delle Imprese), in collaborazione con la Camera di
Commercio Italiana per la Germania, le quali avranno la possibilità di effettuare
incontri business-to-business con operatori di settore internazionali,
partecipare a workshop ed incontri settoriali, al fine di esplorare le
opportunità di collaborazione e di sviluppo sui principali mercati esteri. La
partecipazione istituzionale della Puglia a Energy Energy è considerato
l’evento fieristico leader internazionale della produzione, della fornitura,
della trasmissione e distribuzione di energie convenzionali e rinnovabili e
rappresenta la sola fiera a livello mondiale che propone tutte le tecnologie e
i servizi del mix energetico delle fonti rinnovabili.
A Energy si prevede la partecipazione di
circa 1.200 espositori. Anche quest’anno il programma di Energy sarà integrato
da importanti eventi collaterali tra i quali si citano: la quinta edizione del
“World Energy Dialogue”; Renewable Energy Industry & Export Forum.
La partecipazione istituzionale della Regione
Puglia a Energy, con uno stand espositivo, si pone l’obiettivo di promuovere e
valorizzare la grande esperienza che si sta sviluppando nel settore delle
energie rinnovabili in Puglia, regione leader in Italia per la produzione di
energia da fonti rinnovabili, soprattutto in campo eolico. (Inform)
“Notte musicale europea” a Francoforte sabato 24 aprile
Francoforte - In
occasione della „Notte dei Musei“ di sabato 24 aprile 2010 i tre istituti di
cultura di Francoforte, l’Istituto Italiano di Cultura, l’Instituto Cervantes
ed il Goethe Institut, aspettano i connazionali presso il Museo di Arti
Applicate ( nella Schaumainkai 17, dalle ore 21.30 alle 23.30, ingresso 12 €
) per la “notte
musicale europea”.
La cooperazione
fra gli istituti di cultura è frutto di un’iniziativa dell´Istituto Italiano
diCultura, inaugurata durante l’edizione del 2009. Ospiti sono le tre band Madri2,
Flowarea e The Bass Gang che trascineranno nella tradizione, nella lingua e nel
fascino unico delle culture spagnola, tedesca ed italiana.
The Bass Gang -
che suonerà alle 21.30 e alle 23.30 - é un quartetto costituito da musicisti
provenienti dalle maggiori accademie e dai migliori conservatori d’Italia.
Perez, Capitan Pighi, Al Bocini e Bernarda si definiscono ironicamente un
„poker d’assi“ e suonano insieme dal 2002. Hanno riscosso già grandi successi a
livello internazionale. Il loro repertorio spazia dalla musica classica al
rock, dal jazz allo swing. Durante i loro concerti propongono brani di Giuseppe
Verdi, Fred Buscaglione, Astor Piazzolla, Frank Zappa e George Gershwin.
Il duo madrileno
Madri2 è formato dal sassofonista Kevin Robb e dal pianista e cantante Vicente
Borland. Questo duo internazionale accompagna in un viaggio nel mondo dei ritmi
latino-americani e di un repertorio che comprende il tango, la salsa, le
ballate spagnole e il jazz latino.
Il sound dei
Flowarea contamina! La band francofortese convince con il suo ritmo
trascinante,
fresche melodie, i sorprendenti contrasti musicali ed un ritmo incalzante che
scuote il pubblico! I sei musicisti di Francoforte conosciuti per le loro
esibizioni dal vivo nell’area del Reno-Meno fin dal 2002, sempre carichi di
energia positiva. I Flowarea uniscono il funk, l´afrobeat, il jazz, il rock,
l´ambient e la discomusic ad un soundcaratteristico e sfaccettato che vi
coinvolgerà.
Info: www.iicfrancoforte.esteri.it, www.nacht-der-museen.de. (de.it.press)
Alcune delle prossime iniziative a Monaco di Baviera e dintorni
- domenica 25
aprile, ore 16:30, c/o ex Campo di Concentramento di
Flossenbürg (Oberpfalz)
Commemorazione della Festa della Liberazione
La
ricorrenza verrà celebrata, con la deposizione di corone di fiori,
presso il monumento votivo che nella "Valle della Morte", adiacente
all'Appellplatz, ricorda gli oltre 3000 nostri connazionali che furono
internati nel campo.
La
celebrazione avrà luogo subito dopo la celebrazione ufficiale del
65
anniversario della liberazione del Campo, cui interverranno Horst
Seehofer, Ministro Presidente della Baviera, Charlotte Knobloch,
Presidente del Consiglio Centrale delle Comunità Israelite tedesche,
Romani Rose, Presidente del Consiglio Centrale dei Rom e dei Sinti in
Germania, nonché Leon Weintraub, in rappresentanza degli ex-internati
nel
Campo.
Organizzatori: Consolato Generale d'Italia e Comites di Monaco di Baviera
- lunedì 26
aprile, ore 19:00 (ingresso ore 18:30), c/o Ruffini
(Orffstr. 22, München), in occasione del "Krimifestival München"
"Pasta Criminale""Tessiner Kriminacht" con Andrea Fazioli
Am
Grund des Sees, btb 2009 / L'uomo senza casa, Guanda 2008
Lettore dei testi in tedesco: Hans Jürgen Stockerl
Moderatrice: Elisabetta Cavani Halling
Ingresso: 3-Gänge-Menü ohne Getränke 23,– €
Organizza: Libreria Itallibri
- martedì 27
aprile, ore 19:00, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
"Delizia! Die
Italiener und ihre Küche. Geschichte einer
Leidenschaft"
Con
John Dickie, autore di libri sulla cicina italiana
Organizza: Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con
Münchner
Volkshochschule
- martedì 27 aprile, ore 21:00, c/o
Filmmuseum in Münchner Stadtmuseum
(St.-Jakobs-Platz 1, München)
nell'ambito della rassegna "Retrospektive Lina Wertmüller"
Film:
"Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti"
(Italia, 1986, 115', OmeU) Ingresso: 8,–/4,- €
Organizza: Filmmuseum München, in collaborazione con IIC
- venerdì 30
aprile, ore 19:30, c/o Istituto Italiano di Cultura
(Hermann-Schmid-Str.
8, München)
Diavortrag mit Musik:
"Spaziergang durch Rom - der Stadtteil
Trastevere" Relatore: Dott. Corrado Conforti, Univ.
Eichstätt
Organizza: Società Dante Alighieri Monaco di Baviera e.V. (de.it.press)
Al Senato italiano il sindaco di Wolfsburg Rolf Schnellecke, su invito
dell’on. Micheloni
ROMA - Una due
giorni intensa di incontri per il sindaco di Wolfsburg Rolf Schnellecke e la
delegazione del Consiglio comunale della città tedesca recatisi a Roma su
invito del senatore Claudio Micheloni (Pd). Scopo della visita: illustrare la
positiva politica d’integrazione dei migranti nella città della Volkswagen. La
delegazione era composta da Ilona Schnellecke (responsabile Comunicazione del
Museo d’Arte), dal consigliere Rocco Artale (presidente della Commissione
Emigrazione e Immigrazione), dalla consigliera Ludmilla Neuwirth
(vicepresidente della Commissione Emigrazione e Immigrazione), da Birgit
Schneider-Bönniger (direttrice dell’Istituto per la promozione della città),
Sylvia Nichterwitz (direttrice dell’Ufficio per stranieri) e Manfred Hüller (direttore
Rappresentanze e Relazioni internazionali).
Alla visita a Roma ha preso parte anche una
delegazione del Comune di Popoli (Pescara), sostenuto dalla città di Wolfsburg
con un contributo di 100.000 euro, per la ristrutturazione della scuola media,
parzialmente distrutta dal sisma del 6 aprile 2009. La delegazione di Popoli
era composta dal sindaco Emidio Castricone e dalla moglie Maria Nicola
Ruscitti, nonché dal vicesindaco, Franco Diodati, e dal consigliere comunale
Concezio Galli.
Degli incontri riferisce una nota
dell’ufficio stampa del sen. Micheloni.
Il 15 aprile la delegazione ha assistito ai
lavori dell’Aula del Senato, dove la vicepresidente del Senato Emma Bonino ha
rivolto loro un saluto e un cordiale benvenuto a Roma. Il sen. Lamberto Dini,
presidente della III Commissione Affari Esteri, Emigrazione, ha ricevuto la
delegazione di Wolfsburg, accogliendola nella Sala Raciti del Senato - in
presenza dei senatori Stefano Pedica, Luigi De Sena, Giovanni Legnini, Oreste
Tofani, Raffaele Fantetti, Pietro Marcenaro, Claudio Micheloni.
Il sindaco di Wolfsburg, ha illustrato il
percorso delle riuscite politiche d’integrazione adottate fin dagli anni ’60,
in cui nella città tedesca arrivarono i cosiddetti primi “Gastarbeiter”
(lavoratori ospiti) per costruire il leggendario Maggiolino. In pochissimo
tempo Wolfsburg diventò “il più grande paese italiano oltre le Alpi”, come fu
definita allora da un quotidiano della città tedesca.
Il 1974 segnò un anno particolare per
l’intera politica interna della Germania: Wolfsburg fu la prima città tedesca
ad insediare il primo Ufficio per gli stranieri e la prima Commissione degli
stranieri. Fu una misura politica di carattere pioneristica e lungimirante, ha
spiegato il Sindaco. Le due strutture, la prima di tipo amministrativo, la
seconda a carattere politico, garantirono alla popolazione italiana il diritto
di partecipazione e la motivarono a prendere parte attivamente alla vita della
città. “Grazie al lavoro di queste due strutture oggi i cittadini italiani sono
impegnati politicamente sul piano comunale sia attraverso l’organo di
rappresentanza elettivo, il Comitato degli Italiani all’Estero (Comites), sia
come consiglieri comunali stranieri eletti dalla popolazione di Wolfsburg.”
Il sindaco Schnellecke ha tenuto a
sottolineare che una politica d’integrazione che abbia successo “deve iniziare
sul piano locale per poi essere estesa a livello nazionale.” Ricordando alcune
misure di politica d’integrazione adottate dal comune di Wolfsburg, ha inoltre rilevato
che tra gli attori che hanno concorso a sostenere il percorso d’integrazione ci
furono la Volkswagen, le istituzioni ecclesiastiche e sindacali, in primo piano
l’IG Metall. Furono inoltre messe in campo politiche di formazione: corsi di
tedesco, classi transitorie per i bambini italiani al fine di abbattere le
barriere linguistiche ed eventuali carenze formative. Il sindaco di Wolfsburg
ha ribadito che “l’integrazione non è una via a senso unico, bensì un processo
che richiede disponibilità e volontà, tolleranza e rispetto sia da chi arriva,
sia da chi accoglie.”
L’esemplare percorso d’integrazione degli
stranieri a Wolfsburg è stato descritto in un rapporto stilato in tedesco e in
italiano appositamente preparato per la visita a Roma ed è stato consegnato a
tutti gli attori politici incontrati nelle diverse sedute.
Sia il presidente Dini che gli altri senatori
presenti, oltre a ringraziarlo per l’impegno suo e della città di Wolfsburg,
hanno manifestato al sindaco Schnellecke l’augurio che sia per l’Italia, sia
per altri Paesi europei la positiva politica d’integrazione condotta dalla
città tedesca possa rappresentare un modello da seguire.
Nel pomeriggio è seguito un lungo e
costruttivo incontro sugli stessi temi con la presidente del Gruppo Pd al
Senato, la senatrice Anna Finocchiaro, e i parlamentari Pd impegnati sul fronte
delle politiche d’integrazione degli immigrati in Italia, i senatori Giovanni
Legnini, Nino Randazzo, Carlo Pegorer, Claudio Micheloni e l’on. Franco
Narducci.
La delegazione di Wolfsburg ha
successivamente incontrato l’on. Franco Narducci alla Camera e il vicesindaco
di Roma, il sen. Mauro Cutrufo, al Campidoglio. (Imform)
Abbiamo il piacere
di invitarVi all’incontro con l’autore John Dickie »Delizia! Gli italiani
e la loro cucina. Storia di una passione«, che si terrà martedì 27 aprile
2010, alle ore 19, presso l’Istituto Italiano
di Cultura, Hermann-Schmid-Strasse 8, a Monaco di Baviera . In lingua
italiana e tedesca. Ingresso libero con prenotazione obbligatoria
attraverso la pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica
“Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26 o
presso la Volkshochschule di Monaco di Baviera
Organizzatori:
Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la Volkshochschule di Monaco
di Baviera
John Dickie
»Delizia! Gli italiani e la loro cucina. Storia di una passione«
L’inglese John Dickie
si avventura nella storia della cucina italiana. La sua domanda
fondamentale: come fanno gli italiani a mangiare così bene? Dickie la
illustra con meravigliosa sensualità in Delizia! Egli non solo
racconta la nascita della cucina italiana, ma persino di come si sia
formato lo stesso stato italiano - dall’influsso della sua inconfondibile
identità, a come le sue centinaia di città ne hanno determinato la cucina da
migliaia di anni. Una storia insolita, intelligente e affascinante dell’Italia e
della sua grande passione.
John Dickie è
storico e giornalista. Insegna Romanistica all’University College di
Londra e ha scritto numerose pubblicazioni sulla storia e cultura italiana.
Abbiamo anche il piacere di invitarii all’inaugurazione
della mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa »Collage e Scultura«,
che si terrà giovedì 29 aprile 2010, alle ore 19, presso l’Istituto Italiano di Cultura,
Hermann-Schmid-Strasse 8, a Monaco di Baviera.
Curatrice della
mostra: Dott.ssa Ellen Maurer Zilioli, Associazione Culturale Maurer Zilioli -
Contemporary Arts, Brescia . Ingresso libero con prenotazione obbligatoria
attraverso la nostra pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica
“Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26
Durata della
mostra: 30 aprile - 25 giugno. Luogo della mostra: Istituto Italiano di
Cultura. Alcune opere di Rita Siragusa saranno esposte anche nel Lounge Spazio
Italia della compagnia aerea Air Dolomiti presso l'aeroporto di Monaco di
Baviera.
Organizzatori:
Istituto Italiano di Cultura e Associazione Culturale Maurer Zilioli
Contemporary Arts, Brescia, in collaborazione con Air Dolomiti e Enit
München. Sotto il patrocinio del Città di Brescia. Con il
gentile sostegno della Allianz Vertretung Michele Montanari.
Silvia Beltrami e
Rita Siragusa »Collage e Scultura« - L’Istituto Italiano di Cultura espone i
lavori di due protagoniste, giovani e promettenti,del panorama artistico
italiano all’inizio della loro carriera. Se da una parte Siragusa rappresenta
la voglia frenetica di espansione con sculture dai grossi calibri di ferro ed
acciaio, dall’altra gli allegri collage della Beltrami testimoniano la
riflessione dei fenomeni della società contemporanea. Legano insieme quelle
energie, che rendono evidente il potenziale delle due artiste: la presenza che
richiede spazio e l’insistente osservazione sensibile del presente.
Rita Siracusa,
nata a Brescia nel 1973, è allieva di Igino Legnagli all’Accademia di Brera
(Milano). Dispone le sue sculture liberamente nello spazio prendendone
ispirazione e lasciandosi trasportare. I suoi lavori nascono da un dialogo
vivace tra la materia e lo spazio che la circonda. Ha ricevuto numerose critiche famose, sin
dalle sue prime opere, nelle quali viene considerata come “figura particolare
nel quadro della scultura italiana contemporanea per la padronanza e varietà
dei mezzi espressivi e per la grande coerenza che, da più di un decennio, la
indirizza verso una ricerca molto personale, lontana dai cliché o dagli
ammiccamenti alle mode del momento”. (Antonio Zavaglio)
Il desiderio
artistico è indirizzato verso l’esterno. Sente un dovere essenziale nei
confronti dei gesti astratti. Se pensiamo al panorama internazionale, al
Minimalismo, all’Arte Povera (Pistoletto, Merz ecc.) e al Land Art, allora
riusciamo a mettere in relazione le opere della Siragusa con questi movimenti e
ad interpretarle come evoluzione, come risposta contemporanea ai temi costanti
della scultura moderna e del presente. Temi che hanno continuamente impegnato i
grandi maestri. Siragusa ha interiorizzato il senso dello spazio e i materiali
dei suoi predecessori, ma allo stesso tempo li ha analizzati, trasformati
conformandoli alle proprie esigenze, grazie alla sua spiccata interpretazione
personale. Le sue sculture o meglio le sue installazioni simboleggiano l’azione
nello spazio. Quel che rimane è la testimonianza della manipolazione
dell’artista, che si manifesta nello spazio materiale. Le opere “recupero del
mito, l’intuizione dell’eros” si uniscono in un “luogo scultura” (Claudio
Cerritelli), che l’artista ricrea
continuamente.
Silvia Beltrami,
nata a Roma nel 1974, come Siragusa,
frequenta l’ Accademia di Brera a
Milano. Si dedica, nei suoi
collages, ai particolari fenomeni della
nostra epoca: lo straniamento dell’identità dei giovani e le sue bizzarre forme
di rappresentazione, l’anonimità di un’esistenza dedita esclusivamente alla
carriera, la difficoltà comune degli uomini a orientarsi nell’universo. I suoi
protagonisti sono ballerini rap esibizionisti, acrobati con lo skateboard,
ragazze magre griffate, manager dal viso inespressivo. Figure di un ego di una
società, nella quale l’unico interesse è quello dell’apparire. Ambienta le sue
figure in paesaggi surreali, metafore dell’ovunque. Beltrami non si comporta
come cronista della sua epoca, ma esamina le condizioni esistenziali dell’arte.
Si inventa ritratti senza individualità, dipinti con la tecnica del collage,
che possono essere considerati come sinonimo della modernità. Unisce la tecnica
del collage con quella dell’affresco, che si sposa senza difficoltà con
l’interpretazione contemporanea. Ciò costituisce il carattere strabiliante
dei suoi lavori: il legame del passato con il presente, un’insolita alleanza,
ben riuscita, tra l’eredità storica e
l’attualità, che può essere considerata una costante dell’arte italiana. Poiché
la stessa autrice vive nell’ ambiente
che rappresenta, i suoi quadri
mostrano l’interesse, l’osservazione e di tanto in tanto il romanticismo, e per questo non forniscono una documentazione
oggettiva, ma registrano il ritmo frenetico nelle icone contemporanee,
no-future, no-name. La Beltrami coglie l’energia artistica, che il più grande
critico d’arte americano. Harold Rosenberg ha descritto come “oggetto ansioso”,
come forza trainante dello scontro creativo dagli anni sessanta. Bertrami viene
considerata come talento promettente delle scene attuali. Ha presentato molto
giovane i suoi lavori alla “6^ Triennale Internazionale du Papier” in Svizzera
e al “2^ Simposio Internazionale Torrefactum 09” del museo Würth, La
Rioja. Istituto Italiano di Cultura
München, de.it.press
In Germania è Giuseppina Cannella
Miss Italia 2010
E’ Giuseppina
Cannella la regina della bellezza italiana in Germania. La nuova incoronata,
che subentra ad Ivana Abruscato di Metzingen (Reutlingen/Stoccarda), è nata 16
anni fa a Leverkusen. Alla finalissima di Stoccarda si è imposta su altre 25
concorrenti. Sarà lei a rappresentare la bellezza femminile italiana di
Germania al concorso nazionale di Miss Italia nel Mondo che si terrá a Jesolo
(Venezia) alla fine del prossimo mese di giugno
La giuria ha avuto
un bel da fare per stabilire la vincitrice dell’edizione di Miss Italia 2010 in
Germania. Di concorrenti belle ve ne erano, e non poche. Tuttavia, come in ogni
gara, anche in questa si è dovuto pervenire ad un risultato. Il maggior
punteggio e non senza qualche discussione fra membri della giuria, alla fine è
confluito su Giuseppina Cannella.
Entrambi i
genitori sono italiani e lei è l’espressione più genuina della bellezza
mediterranea. E’ figlia di madre pugliese, originaria di Manfredonia (Foggia) e
di padre siciliano di Siculiana (Agrigento).
Come le sue due
sorelle minori Ilaria di 14 e Federica di 12 anni, anche Giuseppina è nata a
Leverkusen. Ha un’altezza di 1,72, snella, occhi castani e capelli biondi
scuri. A scuola va bene e sta frequentando l’11a classe del
Wirtschaftsgymnasium, una sorta di Istituto tecnico commerciale per ragionieri.
E’ bilingue e mira ad un lavoro stabile e duraturo. Tuttavia, grazia alla sua
estrosità caratteriale e corpo longilineo, sta sviluppando un forte interesse
per la moda. D’altronde è il sogno nel cassetto di molte ragazze della sua età.
Altri particolari
sono contenuti nel servizio audio.
Per ascoltare,
basta cliccare su questo link: http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6280942/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/wmovv9/index.html
Tony Màzzaro SWR
International/Sezione italiana
A Colonia tre astronauti italiani si stanno preparando per volare nello
spazio.
Sono solo quattro
gli astronauti italiani in attività, e tre di loro sono a Colonia per
prepararsi ai prossimi voli sulla stazione spaziale internazionale. Nel centro
europeo per l'addestramento degli astronauti dell'ESA (Agenzia spaziale
europea), infatti, ci sono i modelli e i simulatori delle astronavi e dei
diversi moduli che costituiscono la stazione spaziale. Qui gli astronauti
imparano a muoversi nel vuoto e a fare esperimenti in assenza di gravità.
Ascolta il
servizio di Agnese Franceschini in onda su Radio Colonia nella trasmissione del
20 aprile. Per ascoltare basta cliccare su questo link:
RC. De.it.press
Riunito il Coordinamento enti gestori iniziative scolastiche in Svizzera.
“Ancora tagli ai corsi”
BASILEA - Il
Coordinamento Enti Gestori Iniziative Scolastiche in Svizzera si è riunito il
17 aprile alla Casa d’Italia di Berna. Durante la seduta – informa una nota -
gli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana hanno espresso
preoccupazione per il significativo calo di corsi e alunni registrato nei corsi
di lingua e cultura italiana in Svizzera nel corrente anno scolastico. Rispetto
all’anno scolastico precedente si rileva un calo di 164 corsi e di quasi 2000
alunni con una riduzione media del 12%. Le ragioni del calo – prosegue la nota
- sono palesi e sono da imputare ai pesanti tagli dei contributi
ministeriali agli enti gestori. Nonostante l’evidente e apprezzabile attenzione
che il MAE ha riservato ai corsi di lingua e cultura, che continuano a
rappresentare lo strumento più significativo e diffuso di promozione della
lingua e cultura italiana in Svizzera, anche per il 2010 si annunciano tagli
considerevoli. Di fatto gli enti gestori in Svizzera per l’esercizio in corso
subiranno un taglio medio del 30%, al quale si deve aggiungere l’effetto
negativo del tasso di cambio svantaggioso, qualora in sede di assestamento di
bilancio dello Stato non si reperissero, come è avvenuto nel 2009, i fondi
necessari per mantenere almeno la somma messa a disposizione l’anno scorso. Gli
enti gestori in Svizzeri invitano il MAE, le forze politiche, il governo e gli
organismi di rappresentanza della comunità ad adoperarsi affinché anche nel
2010 sia possibile erogare un contributo integrativo per garantire la
continuità del servizio e non creare ulteriori disagi all’utenza.
La preoccupazione degli Enti Gestori è aggravata
– si sottolinea nel comunicato - dalle recenti decisioni del MAE di ridurre di
80 unità il contingente MAE all’estero a partire dall’anno scolastico
2010/2011. Le misure di soppressione di cattedre ministeriali concerneranno
solo in minima parte i corsi in Svizzera. Tuttavia per gli enti gestori ci si
trova di fronte a un disegno ben preciso di lento ma progressivo smantellamento
delle iniziative scolastiche all’estero.
In questo scenario – secondo il Coordinamento
Enti Gestori – è più che mai necessario uno strumento strategico di
coordinamento tra i vari operatori del settore scolastico e tra le varie
circoscrizioni. Sotto questo punto di vista il Piano Paese assume una valenza
fondamentale per la politica scolastica italiana in Svizzera. Il Piano Paese
2007-2009 è oramai scaduto. Il Coordinamento Enti Gestori auspica che il MAE
tramite l’Ambasciata d’Italia in Berna attivi la procedura di formulazione del
nuovo Piano Paese. La formulazione del precedente Piano Paese in maniera
concertata e condivisa con i rappresentanti della collettività e con gli
operatori della scuola si è rivelata un momento proficuo di dialogo e confronto
sulle problematiche scolastiche e ha certamente favorito in seguito
l’applicazione del Piano Paese nella gestione quotidiana. Per questa ragione il
Coordinamento Enti Gestori si è rivolto all’Ambasciata per sollecitare la
creazione di un tavolo tecnico. Piano Paese, cooperazione e concertazione: è da
qui – per gli Enti Gestori - che bisogna ripartire per salvaguardare e sviluppare
ulteriormente il sistema corsi. (Inform)
Da oggi, a quanto
sembra, si vola. E se il secondo vulcano islandese non scatenerà nei cieli una
nuova tempesta di polveri, anche questa emergenza che sembrava dovesse durare
mesi verrà superata.
L’Apocalisse si
annuncia e non arriva mai, è sempre rinviata a data da stabilirsi, con grande
delusione di alcuni e un po’ di cinico sollievo di altri. Gli aerei si
alzeranno nel cielo come sempre; si sosterrà - come già si è cominciato a dire,
da parte delle compagnie aeree - che gli enti per la sicurezza avevano
esagerato la portata dell’allarme, e che il vero danno è stata semmai la
prudenza eccessiva.
Se così sarà, il
copione non avrà nulla di nuovo, si tratterà di una semplice replica di quanto
è già accaduto nel recente passato; anzi per certi aspetti verrà perfezionato
quello che ormai sta diventando il format delle nostre paure. E’ successo con
l’influenza suina, a partire dall’aprile di un anno fa: i governi hanno fatto
incetta di vaccini che per l’opinione pubblica non erano mai abbastanza, e che
sono rimasti nei depositi perché il numero di vittime è risultato molto
contenuto e la temuta pandemia non c’è stata. E’ successo poco prima con
l’aviaria, annunciata come la peste del nuovo secolo, e anche in questo caso,
salvo un drastico calo nel consumo del pollame, non è successo quasi nulla.
E’ successo con la
«mucca pazza», che ha tagliato i consumi di bistecche e penalizzato seriamente
la nostra fiorentina, ma anche in questo caso il panico è durato poco, per dar
luogo all’impressione generalizzata che si fosse esagerato nelle precauzioni,
magari in modo interessato. Cessato l’allarme, si cercano le lobby cui imputare
loschi maneggi. O si va al cinema: il virus Ebola, che alligna in Africa ed è
davvero micidiale, è stato oggetto di quattro film. E’ finito in due romanzi di
Ken Follett e in uno di Tom Clancy, ha sedotto un terrorista giapponese come
«arma letale», è stato un successone. Da noi non è ancora arrivato, ma non si
sa mai.
Un tempo, quando
le epidemie finivano - ma quelle erano vere epidemie, peste e colera che
falcidiavano i popoli - si celebravano una congrua serie di Te Deum, si
ringraziava il cielo e tutti erano molto più contenti. Oggi, dopo il grande
timore e la diffusa sensazione di non essere protetti dalle istituzioni, si
liquida la fine dell’emergenza con una valanga di critiche alle misure che
prima non ci tranquillizzavano e ora ci appaiono eccessive, uno spreco, un
danno all’economia o alla nostra tranquillità, forse un provocato allarme.
Forse il nostro problema è che sappiamo curare tutto - o quasi - e quindi
pensiamo di poter prevenire tutto; abbiamo la profonda convinzione che essere
protetti con una copertura totale sia un nostro diritto.
Nello stesso tempo,
nutriamo una irragionevole certezza che nessun vulcano - e tantomeno nessun
pollo - possano rappresentare per noi un pericolo apprezzabile. Il risultato è
che appena scatta l’allarme cadiamo preda del panico, pronti a decidere, subito
dopo, che l’allarme era infondato. Che cosa ci ha deluso così profondamente? Da
García Márquez in poi, si è imposto un aggettivo buono per tutti gli usi.
Quando accade qualcosa di grave - e accade molto spesso - diventa un disastro
«annunciato». Lo sapevamo, si poteva evitare, e molto spesso è persino vero.
C’è però una sfumatura di soddisfazione se non di macabro trionfo nel volerlo
sottolineare. Ma che succede quando qualcosa viene appunto «annunciato» e poi
non si verifica? Incerti fra rivolta e oblio, guardiamo oltre, alla prossima
Apocalisse. Quella futura, a venire, certissima. Quella che non ci
deluderà. MARIO BAUDINO LS 20
ROMA - Il nuovo
ruolo della NATO per affrontare le sfide del XXI secolo. Sarà questo
l’argomento al centro della riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza in
programma a Tallin (Estonia) il 22 e il 23 aprile.
La Farnesina ricorda che già al Summit NATO
del 2002 a Praga gli alleati hanno avviato un processo di modernizzazione per
garantire che il trattato risponda con efficacia alle minacce del nuovo secolo.
Processo ulteriormente rafforzatosi nel Vertice di Istanbul del 2004. Ci si è
concentrati su nuovi scenari come l’Afghanistan, l’Iraq, il terrorismo nel
Mediterraneo e l’aiuto all’Unione Africana per la pace nella regione sudanese
del Darfur.
Oggi l’organizzazione sta ri-orientando le
sue capacità di difesa nei confronti delle minacce attuali e sta adattando le
sue forze e lo sviluppo di nuovi approcci multinazionali per affrontare il
terrorismo e altre minacce alla sicurezza come le armi di distruzione di massa.
Inoltre, sta approfondendo e ampliando la sua cooperazione con i 23 Paesi
partner, nonché con la Russia, l’Ucraina e i partner mediterranei, con la
regione del Medio Oriente allargato e con altre organizzazioni internazionali.
L’Italia – sottolinea la Farnesina – è parte
attiva di questo processo di modernizzazione: l’Ambasciatore Giancarlo Aragona
fa parte del Gruppo di Esperti incaricato di formulare le proposte per il Nuovo
Concetto Strategico dell'Alleanza che dovrà essere adottato alla fine del 2010
(quello esistente fu adottato nel 1999, quando la NATO era costituita da 19
membri rispetto ai 28 di oggi). Il Gruppo, composto da dodici membri, tutti
nominati dal nuovo Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, è
presieduto dall'ex Segretario di Stato USA, Madeleine Albright.
L’obiettivo del rapporto, ha spiegato
Aragona, è di “conciliare la salvaguardia dei valori alla base della NATO
(difesa e sicurezza dei partner) con una realtà strategica mondiale
profondamente cambiata” dai tempi della fondazione dell’organismo, all’indomani
della seconda guerra mondiale: in particolare oggi bisogna fronteggiare “rischi
informatici, la sicurezza lungo le linee di navigazione, il terrorismo, la
proliferazione nucleare”. Sul piano politico, ha aggiunto, “ci sarà una
riflessione per adottare un approccio globale alla soluzione delle crisi,
attraverso lo sviluppo dei partenariati come quello con la Russia e il
rafforzamento dei rapporti con l’UE e l’ONU”. Per la NATO del futuro, inoltre,
servirà un “adeguamento delle risorse e degli assetti militari per proiettarsi
al meglio in teatri lontani come l’Afghanistan”.
L’Italia, ha puntualizzato l’ambasciatore,
“storicamente ha contribuito tanto alla NATO”, con “un tasso di dispiegabilità
molto alto delle proprie forze” e con la partecipazione “alle più importanti
missioni internazionali”. Inoltre ha promosso l’avvicinamento dell’Alleanza
alla Russia, culminato con la costituzione del Consiglio NATO-Russia al Vertice
di Pratica di Mare del 2002. (Inform)
Fmi, ripresa meglio del previsto. Ma per l'Italia stime riviste in calo
Pil mondiale al
4,2% nel 2010, 4,3% nel 2011. Per il nostro Paese +0,8% quest'anno, poi +1,2%.
In testa i Paesi emergenti, piuttosto bene gli Stati Uniti, l'Europa relegata
nelle retrovie- Allarme disoccupazione: "Pone seri problemi sociali"
ROMA - La ripresa
economica mondiale procede "meglio delle attese", sebbene a intensità
variabile nelle diverse regioni del Globo. Ad affermarlo è il Fondo Monetario
Internazionale, che nel rapporto di aprile rivede al rialzo le stime di
ottobre. Ma a trainare il recupero sono i Paesi emergenti, mentre nelle
economie avanzate "la forza del rimbalzo resta moderata" e messa a
rischio dai crescenti debiti pubblici e dalla difficile situazione del mercato
del lavoro. E soprattutto l'Europa resta relegata nelle retrovie. L'Italia non
fa eccezione, tanto che le stime di crescita sono riviste al ribasso. Infatti
il Pil nel 2010 salirà, secondo gli esperti del Fondo, dello 0,8% mentre nel
2011 la ripresa accelererà al +1,2%. Rispetto alle previsioni di gennaio 2010,
il Pil 2010 dell'Italia è stato ridotto di 0,2 punti percentuali, mentre quello
del 2011 di 0,1 punti.
Una ripresa
asimmetrica. "Fatemi iniziare con una buona notizia: la ripresa procede
meglio del previsto, ma la sua "natura asimmetrica pone delle sfide".
Lo afferma il capo economista del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), Olivier
Blanchard, sottolineando come la sfida principale per le economie avanzate è il
risanamento dei conti pubblici, mentre per i Paesi emergenti è la gestione del
flusso dei capitali. "Per raggiungere una crescita forte, sostenuta e
bilanciata è necessario lavorare ancora", ha aggiunto.
Pil mondiale al
4,2% nel 2010. Pertanto, si legge nel World Economic Outlook, la crescita
globale dovrebbe attestarsi nel 2010 al 4,2% su base annua e al 4,3% nel 2011
(le economie avanzate dovrebbero crescere del 2,3% nel 2010 e del 2,4% nel
2011, dopo il calo del 3,2% del 2009). La crescita delle economie emergenti
dovrebbe essere più sostenuta, con un incremento del 6,3% nel 2010 e del 6,5%
nel 2011, dopo il modesto aumento del 2,4% del 2009. Per quanto riguarda i
Paesi asiatici, grande attenzione è riservata alla Cina, che secondo le
previsioni dovrebbe assistere a una crescita del 10% nel 2010 e del 9,9%
nell'anno successivo, dopo l'incremento dell'8,7% del 2009.
Bene gli Usa, male
l'Europa. L'analisi del Fondo promuove gli Usa, il cui Pil aumenterà
"sorprendentemente" del 3,1% quest'anno e del 2,6% il prossimo.
Bocciata invece Eurolandia, ancorata a un modesto incremento dell'1% nel 2010 e
dell'1,5% nel 2011. A pesare, sostengono gli economisti di Washington, sono gli
squilibri di bilancio e delle partite correnti in molti Paesi della zona. Oltre
alle preoccupazioni accese dalla crisi greca "che potrebbe contagiare
altri Paesi vulnerabili dell'area" e minacciare "la normalizzazione
delle condizioni sui mercati finanziari". E di conseguenza soffre anche
l'Italia: crescita tagliata allo 0,8% per quest'anno (-0,2% rispetto a gennaio)
e all'1,2% per il prossimo (-0,1%).
Allarme
disoccupazione. "L'elevata disoccupazione pone problemi sociali",
afferma il Fondo Monetario Internazionale, ricordando che il tasso di
disoccupazione nelle economie avanzate salirà nel 2010 all'8,4%, per poi
scendere all'8% nel 2011. Per gli Stati Uniti il Fondo stima una disoccupazione
sopra il 9% quest'anno, al 9,4%, e all'8,3% il prossimo. Nella zona euro il
tasso di disoccupazione sarà pari al 10,5% sia nel 2010 sia nel 2011. In Italia
sarà pari all'8,7% quest'anno e all'8,6% il prossimo. "L'elevato tasso di
disoccupazione pone seri problemi sociali", afferma il Fondo, sottolineando
che nei paesi in cui è possibile "le politiche macroeconomiche dovrebbero
continuare a sostenere la ripresa", oltre che a "favorire la
flessibilità dei salari e concedere aiuti adeguati ai disoccupati". LR 21
Festa dell’Europa il 9 maggio. I 60 anni della dichiarazione Schuman
“Scriviamo la
nostra dichiarazione sull'Europa”: concorso per gli studenti in Italia
ROMA - Il 9
maggio è la Festa dell’Europa. Consiglio Italiano del Movimento Europeo (Cime),
Associazione del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa (Aiccre) e
Associazione Nazionale dei Presidi, promuovono il concorso “Scriviamo la nostra
dichiarazione sull'Europa”.
Il concorso è rivolto a tutti gli studenti
delle scuole secondarie presenti in Italia. I partecipanti dovranno redigere
una dichiarazione solenne, che, con riferimento alla situazione attuale,
proclami i valori fondanti, stabilisca gli obiettivi e delinei le strategie per
lo sviluppo futuro del processo di unificazione europeo, come avvenne nel caso
di quella proposta dal ministro degli esteri francese Schuman il 9 maggio del
1950.
Attraverso il concorso si vuole trasmettere
ai giovani la consapevolezza degli obiettivi prioritari che hanno originato il
processo di unificazione europea (mantenimento della pace, sviluppo della
democrazia, crescita del benessere, mobilità, interculturalità, ecc.). Inoltre
il concorso vuole stimolare gli studenti a riflettere sull’attualità e il
futuro dell’Unione Europea, invitandoli a pensare all’Europa come risposta ai
loro bisogni e alle loro aspettative.
Sono previsti vari premi, tra cui attestati
di merito per le scuole e per gli studenti partecipanti, targhe e libri. Alle
dichiarazioni selezionate, inoltre, verrà data massima visibilità attraverso la
pubblicazione sui siti internet e le riviste curate dai promotori del progetto.
La cerimonia di premiazione avrà luogo nella
prima decade di maggio 2010, è assumerà la forma di una vera e propria “festa
dell’Europa”, durante la quale si incontreranno giovani provenienti da ogni
parte d’Italia.
I prodotti pervenuti oltre il 3 maggio 2010
non potranno più essere presi in considerazione dal comitato valutatore.(Bando
del concorso alla pagina
http://ec.europa.eu/italia/documents/attualita/istruzione/bando_cime.pdf )
(Inform)
Banco di prova per i partiti. L’unità nazionale fondamento di riforme vere
SALVAGUARDARE e
rafforzare l’unità nazionale è la premessa di tutte le riforme. L’antefatto
necessario perché, in questo Paese, si apra una stagione di cambiamenti veri.
Pensate per un attimo quanto gioverebbe alla serenità del dibattito politico e,
soprattutto, alla sua capacità di tradursi in atti concreti, sul piano delle
istituzioni e dell’economia, una dichiarazione sottoscritta da tutti i partiti
che riconosca questo valore come la priorità assoluta, il prius e non uno dei
tanti obiettivi strategici, da cui far discendere il resto.
A spingermi a fare
queste riflessioni non è tanto (o solo) il moto dell’animo di un uomo che ha
speso una vita per le istituzioni e ha fatto dell’identità italiana come
sintesi delle sue tante identità territoriali, dei suoi municipi e dei suoi
campanili, quasi una missione. C’è qualcosa di più che sento dentro e
percepisco come espressione di un sentire comune e radicato nelle coscienze ma
anche come un dato politico, ancor prima civile, ineludibile se si vuole
approdare davvero a qualcosa di stabile, moderno e duraturo.
Salvaguardare e
rafforzare l’unità nazionale del Paese è la pre-condizione essenziale su cui
tutti dobbiamo prioritariamente convenire e concordare senza riserve mentali,
con pieno e intimo convincimento, a patto che si vogliano sbloccare le cose per
davvero. Con questo spirito, ne sono certo, la stagione delle riforme si aprirà
bene, nel segno giusto, e darà i suoi frutti, altrimenti è condannata a
ricalcare copioni inconcludenti già più volte esplorati. Perché tutto è
possibile trattare, approfondire, ogni compromesso è accettato e acquista
valore se inserito all’interno di un disegno condiviso, se tutti fanno proprie
le ragioni unitarie del Paese, mentre viceversa tutto si sfalda e rischia di
produrre effetti molto nefasti se si naviga a vista mantenendosi, magari anche
solo tatticamente, sul filo dell’ambiguità.
Che cosa impedisce
ai partiti di fare questo passo? La Lega dichiara oggi di voler dialogare con
tutti per fare riforme istituzionali condivise, mi sembra un approccio maturo
per di più avvalorato da un forte risultato elettorale alle ultime regionali, e
allora mi chiedo: perché non comincia con il dare un segnale chiaro e riconoscibile
sul terreno della salvaguardia e del rafforzamento dell’unità nazionale?
Proprio nel momento in cui i due principali schieramenti e gran parte delle
forze politiche appaiono segnati da divisioni e inconcludenze che investono le
loro organizzazioni a livello centrale e regionale e il rapporto tra di loro,
una dichiarazione comune di principi darebbe al cammino delle riforme un senso
di sicurezza che non ha mai avuto e di cui si avverte vitale bisogno. Passa di
qui, attraverso questa via stretta che sappia conciliare le due identità, la
rete dei territori e la coesione nazionale, l’autostrada delle riforme e il
futuro del Paese. Occorrono tensione morale e una politica lungimirante che si
sappia assumere le sue responsabilità. CARLO AZEGLIO CIAMPI IM 20
Il federalismo e il mistero del silenzio tombale
L’altro giorno
scrivendo su queste colonne su le «Incognite del federalismo» mi sono detto:
questa volta mi massacrano. Mi sono sbagliato alla grande. La risposta è stata
un silenzio tombale. Chi mi ha letto saprà che ponevo quattro quesiti, appunto
sul federalismo: quanto costerà, quanto complicherà le decisioni, quanto
spezzetterà le cose che non sono da spezzettare, e chi punirà, e come, chi
sgarra.
Non dico che i
suddetti fossero quesiti facili; ma erano e restano quesiti sine qua non, senza
i quali nulla, senza i quali «non si può». Mi era stato annunziato che mi
avrebbe risposto il ministro Roberto Calderoli. Del che ero lietissimo perché
l’uomo è intelligente (la sua legge elettorale lo è, pur nella sua orrendezza).
Invece Calderoli si è sfilato, a quanto pare. Così mi ha risposto domenica
soltanto La Padania trovando come vittima— immagino—Stefano Bruno Galli, che mi
risulta essere ricercatore di Storia delle dottrine politiche all’Università di
Milano. Il buon Galli se la cava come può. Non affronta e tantomeno risponde in
alcun modo a nessuna delle mie domande. Curiosamente mi rimprovera di aver
citato con favore, alcuni anni fa, La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio
Stella. Farei lo stesso, oggi, per almeno una dozzina di altri libri loro, di
Peter Gomez, di Marco Travaglio e altri, tutti di devastante documentazione.
Dico curiosamente perché se i suddetti diffamassero un’Italia regionale che
prefigura l’Italia federale (sembra così anche a me), allora sarebbe
strettissimo dovere della Lega di controbattere e smontare queste calunnie.
Invece anche rispetto a questo il silenzio è tombale.
Ma vengo al
nocciolo. Il Nostro cita, in favore della tesi che il federalismo costa meno
del centralismo, un solo autore, Buchanan. Ma siccome su Buchanan ho lavorato e
scritto, posso assicurare il valoroso Galli che il suo teste gli darebbe torto.
Senza scomodare venerati maestri, anche io saprei escogitare sulla carta un
buon sistema federale. Ma tutto dipende dalle condizioni di attuazione e da
quel che troviamo di già fatto (malfatto) e incancrenito in loco. Gira e rigira
—sempre a vuoto— il buon Galli approda a questa sensazionale scoperta: che «il
federalismo è responsabilità». A dire così non si sbaglia mai; ma non si dice
nulla. Responsabilità è in primis un concetto etico, a proposito del quale si
distingue tra etica delle buone intenzioni (redente dalla loro bontà
intrinseca, anche se risultano disastrose nei loro effetti pratici) ed etica
della responsabilità, e cioè consapevole delle conseguenze e quindi per ciò
stesso responsabile. In politica, invece, essere responsabile vuol dire, in
primissimo luogo, essere tenuto a rispondere dei propri atti; e in questo
contesto un responsabile che si rivela «irresponsabile» deve essere cacciato e
se del caso punito.
Come? Da chi? Il
nostro non ne ha la minima idea, e perciò lascia anche me senza nessuna idea.
Peccato che io non sappia il padano e quindi che non possa tradurre. In inglese la nostra vicenda è già prevista, temo, da
Shakespeare (in Macbeth): It is a tale told by an idiot full of sound and fury
signifying nothing.
Giovanni Sartori
CdS 21
Cabina di regia.
Consiglio di gabinetto. Diarchia. E, appunto, corrente. Nella ormai trapassata
Prima Repubblica, era spesso grazie ad escamotage così che capi di governo e
segretari di partito riaggiustavano la rotta.
E tenevano in
piedi le rispettive ditte di fronte al profilarsi delle solite - fin troppo
solite - tensioni politiche. Erano, il più delle volte, soluzioni a costo zero:
nessuno infatti perdeva davvero, tutti potevano sostenere di averla spuntata e
così si tirava avanti fino alla successiva - e quasi mai lontana - crisi di
governo. Si tratta di alchimie politiche che potevano o non potevano piacere:
ma è certo, per dirne una, che mai e poi mai un governo avrebbe rischiato la
crisi (o un partito una scissione) solo perchè a qualcuno - nella Dc, nel Psi e
perfino nell’allora Pci - veniva voglia di creare, per esempio, una propria
corrente.
Nella Seconda
Repubblica le cose vanno - e anche qui: può piacere o non piacere - assai
diversamente: e bisogna riconoscere (o lamentare) che questo avviene quasi
esclusivamente per la presenza in campo di Silvio Berlusconi. Infatti, così come
Bettino Craxi non aveva imbarazzi nell’affermare che «quando non si vuole
affrontare un problema ci si inventa una bella Commissione» (e anche lui ne
favorì non poche...), ugualmente Silvio Berlusconi ripete con un certo orgoglio
che «certi termini da Prima Repubblica a me fanno venire l’orticaria».
Intendiamoci: non è che a quei tempi l’allora solo Cavaliere non conoscesse (e
spesso sfruttasse) le alchimie e i riti di quella politica. Ma una volta al
governo, comprensibilmente, la musica è cambiata.
Ed è tanto
cambiata non solo al punto che lo scontro tra Berlusconi e Fini ha raggiunto
toni francamente incomprensibili, se la questione è la nascita di una corrente:
ma fino all’evidenza che il non aver adeguato regole del gioco e istituzioni
della Repubblica al nuovo corso politico, ha determinato il proliferare di
tensioni talvolta ingovernabili. Riformare funzioni, peso e ruolo di governo,
Parlamento, Corte costituzionale e Csm - per dire - è certo possibile (ed anzi
auspicabile): quel che appare sempre più traballante è quella sorta di doppio
binario - tra Costituzione così com’è e Costituzione «materiale» - lungo il
quale la politica e il rapporto tra le istituzioni spesso deraglia
fragorosamente.
In fondo - e al di
là delle sottaciute questioni di potere - forse è qui il nocciolo vero, la
radice del dissidio apertosi tra il presidente della Camera e il capo del
governo, con il primo a lamentare la scarsa democrazia interna al Pdl e il
secondo a denunciare i limitati poteri dell’esecutivo o, magari, il fatto che
alla Camera debbano votare tutti i deputati, mentre si guadagnerebbero tempo e
danaro se lo facessero i soli capigruppo... Così come - e la circostanza è
assai più seria - è stata spesso oggetto di critiche da parte di Fini la nota
insofferenza del premier verso ogni istituzione terza - dal Quirinale alla
Corte Costituzionale, fino alla magistratura - che intervenga per richiamare il
governo al rispetto delle regole.
Ma se la questione
è questa - e cioè una assai diversa concezione non solo della politica ma anche
dei rapporti tra poteri dello Stato - è evidente che la crisi apertasi tra i
co-fondatori del Pdl potrà anche trovare oggi una soluzione «pacifica», ma è
destinata a rimanere irrisolta forse per sempre. Si potrà tentare una qualche
forma di coabitazione, Fini e Berlusconi potranno magari provare a smussare
alcune asprezze, ma è difficile immaginare per questa storia un epilogo diverso
da quello che mise fine all’alleanza tra Berlusconi e l’Udc di Pierferdinando
Casini.
Non è detto,
naturalmente, che la separazione sia destinata ad avere tempi brevi: al
contrario, la coabitazione potrebbe durare ancora a lungo, considerati i prezzi
politici e non solo politici che i due leader potrebbero pagare. Impossibile?
Nient’affatto. E chissa che non sia proprio dalla trapassata Prima Repubblica
che possa arrivare l’ispirazione a restare ancora assieme. In fondo, è questo
quel che Aldo Moro - con definizione non dimenticata - auspicò per il rapporto
tra Dc e Pci: lo definì «convergenze parallele». La necessità, insomma, di
collaborare e stare assieme pur non amandosi e pur senza incontrarsi mai...
MARIO BAUDINO LS 21
Pdl, Fini lancia la sua corrente. Berlusconi: «Si faccia il suo partito»
Premier deluso e
irritato studia la risposta. Lega cauta: «No a rotture»
Il presidente
della Camera: «Il cavaliere accetti il dissenso»
ROMA - Da un lato
tira un sospiro di sollievo, visto che, almeno per ora, la scissione di
Gianfranco Fini sembra scongiurata; dall'altro l'atteggiamento del cofondatore
del Pdl e l'idea che crei una corrente nel partito non gli piace per niente.
Silvio Berlusconi reagisce con un misto di delusione, irritazione e cautela
alle istanze del presidente della Camera: da un lato non accetta ulteriori
logoramenti da parte del presidente di Montecitorio anche perché non intende
farsi trascinare in quello che ama definire il «teatrino della politica»;
dall'altra non intende forzare la mano, con strappi dalle imprevedibili
conseguenze, e dunque attende di capire con esattezza cosa vuole veramente l'ex
leader di An. Per capire cosa abbia davvero in testa Fini, Berlusconi ha
riunito a palazzo Grazioli, sia i vertici della Lega (Umberto Bossi non c'era),
che quelli del Pdl (Italo Bocchino non era presente perchè non invitato e ciò
la dice lunga sul clima verso i «finiani»).
BERLUSCONI -
Berlusconi, riferiscono le stesse fonti, non intende più trattare con il
cofondatore del Pdl e soprattutto non vuole riconoscere che all'interno del
partito si possa dar vita ad una opposizione interna. «Altrimenti - avrebbe
ragionato - meglio che si faccia un partito e si vada al voto, non possiamo
andare avanti con questo continuo stillicidio. Il Pdl è nato per restare unito
e non per dividersi», è la linea del presidente del Consiglio. A sconsigliare
di rompere però è Umberto Bossi che non vuole mettere in gioco la legislatura.
Ora la partita si sposta a giovedì: se i finiani presentassero il documento
firmato martedì, la maggioranza del partito potrebbe votare contro.
FINI - «Non voglio
farmi da parte nè stare zitto, Berlusconi accetti che ci sia dissenso», ha
spiegato Fini martedì mattina agli ex parlamentari di An riuniti nella sala
Tatarella della Camera. Il documento a sostegno di Fini è stato firmato da 55
deputati, ma potrebbero essere molti di più - e soprattutto dalle fila degli ex
azzurri - a convergere sulle posizioni del presidente della Camera. Dall'altra
parte, gli ex An che hanno voltato le spalle a Fini. Ad aver sottoscritto il
documento promosso da Gianni Alemanno, Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa e
Altero Matteoli (tutti ex colonnelli di Fini) sono stati 75 parlamentari, che
chiedono di non mettere in crisi il progetto del Pdl.
LEGA - Sul fronte
della Lega, intanto, si registra grande cautela. Tant'è che nessun esponente
del Carroccio ha commentato la situazione all'interno del Pdl. Del resto
Umberto Bossi, in una recente intervista a «El Pais» aveva sottolineato la
necessità di trovare un'intesa con Fini. L'obiettivo primario dei lumbard è di
portare a casa le riforme. E una guerra intestina nel Pdl non aiuterebbe. Ecco
perché, Roberto Calderoli, ha cercato di minimizzare: «Ho sentito dai
telegiornali notizie fantasiose, oggi non c'è nessun vertice della Pdl a cui
abbia preso parte la Lega ma semplicemente un incontro, già programmato, che
abbiamo avuto con Berlusconi e Verdini, mio omologo nel Pdl». CdS 21
Nasce la corrente di Fini. Con lui 40 parlamentari
«Non ho intenzione
di stare zitto né di togliere il disturbo». La sintesi è tutta qui. Gianfranco
Fini, durante la riunione con gli ex An che andranno a far parte della
componente interna del Pdl, ha spiegato bene le sue intenzioni. A quanto pare,
ormai, non si torna indietro: il governo e la maggioranza sono troppo
sbilanciati e serve una terza gamba, quella che equilibrava le smanie della
Lega. Nasce così la corrente dei "finiani".
Subito la reazione
di Berlusconi che ha convocato a palazzo Grazioli i coordinatori nazionali del
Popolo della libertà. Alla riunione c'erano i ministri Roberto Calderoli e
Roberto Maroni, la vice presidente del Senato Rosy Mauro; per il Pdl erano
presenti il coordinatore nazionale Denis Verdini e il sottosegretario Aldo
Brancher. Giunti anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il coordinatore
nazionale del Pdl Sandro Bondi, il ministro Altero Matteoli e il sottosegretario
alla Presidenza, Paolo Bonaiuti, il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, il
capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto e il vicecapogruppo al Senato,
Gaetano Quagliarello. In seguito ha fatto il suo ingresso presso la residenza
del premier anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. «Non credo che
sia una cosa che si può ipotizzare, non ha alcun senso», è la sintesi di uno
dei partecipanti al vertice sul giudizio dato «dai più» sull'ipotesi che
Gianfranco Fini formi una corrente nel Popolo della libertà. L'opinione dei più
sul documento è che sia «non straordinario», nel senso che «si tratta di
richieste espresse in modo abbastanza confuso e annacquato».
Le parole di Fini
- Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non
valgono nulla, o non vale nulla lui». Fini esordisce con questa citazione da
Ezra Pound, che fu ed è tanto caro ai fascisti. «Il Pdl lo avevamo immaginato
diverso. «Ci sono dei momenti in cui bisogna guardarsi allo specchio. Decidere
se si è disposti a rischiare per le proprie idee. Questo è il momento», ha
spiegato Fini ai suoi. «Io voglio poter dire le cose che penso - dice Fini -
senza essere accusato di tradimento. Il Pdl deve essere libero e non può essere
il partito del predellino». «Questa - ha aggiunto il presidente della Camera -
è una fase complicata, non ce la facevo più a porre sempre le stesse questioni
al presidente del Consiglio». Gianfranco Fini spiega che assicurerà sempre
lealtà al governo ma - dice - «ora si apre una fase nuova con un confronto
aperto nel partito». Il presidente della Camera, riferiscono fonti
parlamentari, esclude la strada delle elezioni. È necessario - ha ragionato
durante l'incontro - però un dialogo aperto. Fini è stato lungamente applaudito
dai presenti nella sala Tatarella di Montecitorio.
Il Pdl non è il
partito del predellino - Il Pdl «è un
progetto politico riuscito solo in parte», il problema «non è di poltrone o di
potere», la questione è che «c'è una scarsa attenzione alla coesione sociale
del Paese» e il motivo è da ricondurre «al rapporto con la Lega». Il presidente
della Camera sottolinea soprattutto, riferiscono fonti parlamentari presenti,
il tema delle riforme. «Mancano proposte precise», è il ragionamento della
terza carica dello Stato. Fini spiega anche che alla base dei contrasti con
Berlusconi vi sia un problema Tremonti. «Non è la riproposizione della polemica
con il ministro dell'Economia» dice Fini. Per l'ex leader di An «Berlusconi
pensa che ci siano delle incomprensioni», invece «il problema è solo politico».
«Ci sono punti di
vista diversi tra me e il premier», osserva ancora il presidente della Camera.
Se giovedì usciremo con un'ampia maggioranza sul documento del presidente nel
Consiglio, ma con una pattuglia minoritaria in polemica con la maggioranza
significa che ci sarà un confronto aperto. Comincerà una fase nuova. Il
problema - aggiunge ancora Fini - che si porrà sarà: il dissenso interno può
esistere o siamo il partito del predellino?. Sarà il momento della verità, un
momento anche delicato», conclude Fini. Per la terza carica dello Stato,
quindi, «la fase del 70 a 30 è finita. Spero che Berlusconi accetti che esista
un dissenso, vedremo quali saranno i patti consentiti a questa minoranza
interna».
Fini difende
Saviano - Tra i tanti contrasti con il
premier, c'è anche l'opinione su Mafia e Camorra. «Come è possibile dire che
Saviano con il suo libro ha incrementato la Camorra? Come si fa a essere
d'accordo?». Interrogativi che Fini pone agli ex esponenti di An: «Nessuno nega
che Berlusconi sia vittima di accanimento giudiziario, ma a volte dice delle
cose sulle quali è difficile convenire...», osserva la terza carica dello
Stato.
I finiani presenti
alla riunione nella sala Tatarella della Camera hanno firmato un documento che
si riconosce in Gianfranco Fini quale rappresentante della componente interna
al Pdl. Nel documento si spiega che viene data fiducia a Fini per esporre i
temi avanzati in questi giorni alla direzione nazionale del partito.
Tra i Finiani è
però polemica - Acque agitate
all'interno della componente finiana del Pdl si sono verificati a pochi minuti
dall'inizio della riunione con il presidente della Camera. L'atmosfera era
tesa, soprattutto nei confronti di chi tra gli uomini vicini a Fini, viene
accusato di aver «lavorato per arrivare allo strappo». Il sottosegretario
all'ambiente, Roberto Menia se la prende con Italo Bocchino e lo dice chiaro ai
cronisti: «Ho detto senza peli sulla lingua a Bocchino di smetterla - dice -
perchè già ha fatto abbastanza danni, e l'ultimo caso è stata la rissa in tv
cui tutto il mondo ha assistito. Sono stufo delle sue inziative e delle sue
uscite - aggiunge Menia - e non mi sento rappresentato da queste persone. Io
sono leale a Fini ma anche a Berlusconi, sono al governo grazie al loro. Quindi
l'ipotesi di creare gruppi separati, addirittura scissioni o uscite dal Pdl è
un'assoluta sciocchezza. Io non sono nè per i ricatti nè per i doppi giochi.
Voglio stare nel Pdl e dire liberamente come la penso: per esempio - ribadisce
- voglio avere la libertà di dire che la legge sulla cittadinanza breve io non
la condivido affatto». Sulla stessa linea Amedeo Laboccetta, che si avvicina al
capannello e sottoscrive le parole di Menia: «Io la penso come lui - dice -
anzi, di più. Sono pronto a dimetteremi da parlamentare se Gianfranco Fini
desse ascolto a chi lo consiglia di fare questa follia di dare vita a gruppi
autonomi. Io sono contrario a gruppi autonomi, gruppi di pressione o componenti
organizzate. Per una vita ho fatto il consigliere comunale e ho sempre
contestato l'atteggiamento dei peones della maggioranza. Non voglio
trasformarmi, a 62 anni, in un peone della maggioranza...». A pochi metri, ma
in capannello diverso, chiacchierano Fabio Granata, Maria Ida Germontani, Enzo
Raisi e un altro gruppetto di “finiani” che si preparano all'incontro. «Vediamo
e discutiamo - dice uno di loro che chiede di non essere citato - ma credo che
l'idea di una corrente non abbia nessun senso. Come si fa a fare minoranza in
un partito a forte connotazione carismatica come il Pdl? Credo - aggiunge che
l'unica sia quella di fare dei gruppi autonomi e se necessario anche una
scissione, ripartendo dal marchio riconosciuto di Alleanza Nazionale.
Naturalmente - avverte il deputato - continueremo ad appoggiare il governo. Ma
ad un certo punto dovremo farci anche sentire: per esempio, quando si comincerà
a parlare di un tema che a Berlusconi sta molto a cuore - sottolinea - ovvero
la giustizia...».
I sondaggi: senza
Fini, il Pdl perderebbe - Senza Gianfranco Fini il Pdl sarebbe più debole.
Numeri alla mano, Generazione Italia cerca di dimostrare «quanto sia
indispensabile il ruolo Gianfranco Fini nel Pdl». In un articolo firmato da
Gianmario Mariniello, Generazione Italia fa una sintesi dei sondaggi apparsi in
questi ultimi giorni che rivelano il peso determinante di Fini sia «dentro» che
«fuori» il Pdl. «In questo momento -si legge nell'articolo- Berlusconi ha
un'approvazione pari al 52%, mentre il presidente della Camera, ormai da molti
mesi, lo supera attestandosi oggi al 64%», spiega Renato Mannheimer. «Fini»,
ricorda Mariniello, «ha un seguito distribuito in tutto l'arco politico, anche
se la maggioranza di chi manifesta il suo apprezzamento per il presidente della
Camera si professa comunque elettore azzurro. Mannheimer dice che il “partito
di Fini” parte dal 5% e può arrivare al 20%. Poniamo l'asta giusto a metà e fa
12,5%. Più dell'ultimo dato di An».
Secondo Antonio
Noto di Ipr Marketing, «senza l'ex leader di An, il Pdl perderebbe il 20% del
suo elettorato». Dato che nel 2008 il Pdl prese il 37%, stiamo parlando del
7,4%. Così, senza fare campagna elettorale, senza struttura, senza niente. Un
dato statico. Si votasse domani mattina, il Pd potrebbe superare un Pdl senza
Fini. Sarebbe uno choc per tutti». L’U 20
Il bivio del centrodestra. I numeri, le idee e i riflessi sul governo
NON si può
sottovalutare quello che sembra essere l’epilogo del confronto apertosi tra
Fini e Berlusconi, e cioè la nascita di una corrente organizzata che si
riconosce nella leadership dell’attuale presidente della Camera. I numeri vanno
letti con intelligenza, altrimenti deviano il ragionamento. Superficialmente
l’impressione è che la cinquantina di fedeli a Fini sia chiaramente inferiore
alla settantina di deputati ex An che scelgono di stare dalla parte di
Berlusconi. Si tratterebbe di un numero di adesioni non alto che a prima vista
legittimerebbe la tesi che il cofondatore del Pdl non abbia molto su cui
contare.
A nostro parere la
realtà è più complessa. Intanto per la prima volta il centrodestra registra in
forma ufficiale la presenza di un dissenso e di un’alternativa rispetto alla
proposta costruita da e su Berlusconi. Al momento può essere un fatto
numericamente marginale, ma può costituire il germe per aggregazioni future,
non necessariamente provenienti solo dalla ormai defunta An, perché con la sua
scelta Fini seppellisce quella esperienza e la fa definitivamente confluire nel
Pdl, dove si scompone in due “fedeltà” diverse. Nel momento in cui la
leadership di Berlusconi si rivelasse indebolita o insufficiente, l’ipotesi per
settori del partito dell’elettorato di riconoscersi nell’alternativa di Fini
diventerebbe un elemento di cui tenere conto.
Anche come peso
parlamentare ed elettorale poi una cinquantina di parlamentari non sono
un’entità così trascurabile. Secondo alcune stime parliamo di un “partito”
intorno al 6 per cento e questa è una percentuale più che sufficiente per
contare nel gioco politico: anzi ricordiamo più di una formazione che in
passato con percentuali minori ha giocato partite decisive. Per non turbare
nessuno ci limitiamo a richiamare il peso del partito repubblicano di La Malfa
e Spadolini nella prima Repubblica.
Fini ha dunque lo
spazio per ricavarsi un ruolo e per avanzare una proposta politica. La sua
decisione di proporsi come l’antagonista della Lega all’interno del
centrodestra gli darà degli spazi, perché il Pdl ha un suo radicamento al Sud e
perché non è detto che proprio tutti in quel partito condividano nel segreto
dei loro pensieri l’amore per Bossi che manifesta il loro leader.
Cosa significa
questo? Banalmente che si porrà un inevitabile problema di governabilità e da
un duplice punto di vista. Il primo più ovvio è che il governo si dovrà
misurare in Parlamento con un probabile dissenso interno al suo partito di
riferimento in leggi delicate a cui tiene molto. Qualche volta se la caverà
ponendo la questione di fiducia, ma non è uno strumento che si possa usare a
ripetizione senza conseguenze. E chi non lo farà andrà incontro al rischio di
avere in aggiunta al dissenso dei finiani un possibile fenomeno di franchi
tiratori nel Pdl, incoraggiati per le ragioni più varie a congiungersi ad una
visione alternativa della destra.
Un secondo
problema che non ci pare possibile ignorare è il riflesso di questa dinamica
“correntizia” sulla composizione del governo in carica. Al momento i ruoli sono
stati distribuiti in base ad un programma di bilanciamento fra gli uomini della
vecchia An e gli uomini della vecchia FI. Questo schema è saltato e adesso ciò
che era una specie di delegazione di An si divide fra neo-berlusconiani (quasi
tutti) e i neo-finiani (pochissimi); però si divide e questo dovrebbe imporre,
forse non subito ma certo inevitabilmente una qualche forma di riaggiustamento
degli equilibri governativi.
Insomma la mossa
di Fini rimette in moto la dialettica nel centrodestra e inceppa almeno in
parte la “potenza di fuoco” della maggioranza. Un cambiamento che le
opposizioni, se smettono di guardarsi l’ombelico, potranno sfruttare, soprattutto
su quel terreno delle riforme di struttura che costituisce il vero banco di
prova della credibilità della nostra classe politica. PAOLO POMBENI IM 21
Oggi no, ma alla fine alla divisione si arriverà
Che non fosse un
ultimatum, ma un penultimatum, s'era capito fin dall’inizio. Che la scissione
non fosse scontata, pure. Ma che i finiani possano ora salutare come una
vittoria la nascita e il riconoscimento della loro corrente come una minoranza
interna del Pdl, che magari tra un po’ potrà puntare a una vicesegreteria o a
esprimere un quarto coordinatore, francamente è un po’ troppo. Liberi loro - un
po’ meno il loro leader - di crederci, come hanno creduto finora alla
trasformazione del «partito del predellino» fondato dal Cavaliere a Piazza San Babila,
in un «normale» partito in cui la linea viene discussa e stabilita negli organi
dirigenti e poi affidata al leader pro-tempore, che ogni due tre anni ne
risponde al congresso, in cui solitamente passa la mano.
Le minoranze, al
plurale, avevano una grande importanza nella Dc. Uno come Donat-Cattin, per
dire, che aveva una corrente del 5 per cento, era stato capace di ribaltare con
il suo famoso «preambolo» l'esito del congresso che pose fine all'alleanza con
i comunisti e ricreò la maggioranza delimitata chiusa al Pci. Nel grande
partitone cattolico questo era possibile perché, oltre alle minoranze
dichiarate, c'erano quelle occulte e allineate nelle correnti di maggioranza.
Le une e le altre erano legate da un tacito patto che prevedeva la lenta consunzione
della leadership e un successivo rimescolamento interno che doveva
ripercuotersi nei posti al governo.
Un siffatto
meccanismo, che pure rimase alla base della democrazia italiana per quasi
cinquant'anni, era connaturato a un Paese in cui il confine tra partiti di
governo e opposizione era invalicabile e il ruolo degli uni e degli altri
prestabilito. Ma è davvero arduo immaginarsi oggi che tutto è cambiato,
Berlusconi alle prese con un «preambolo», e sarà anche curioso assistere alle
sue reazioni quando giovedì le diverse fazioni in campo si confronteranno,
taglia qui, aggiungi là, per cercare fino all'ultimo di mettere insieme un
documento unitario ed evitare la divisione del partito in maggioranza e
minoranza.
Una divisione alla
quale alla fine forse si arriverà lo stesso perché altrimenti non si capirebbe
perché Fini abbia voluto aprire un solco così profondo con il suo cofondatore,
salvo poi rassegnarsi in pochi giorni a una ritirata, che i suoi fedelissimi,
basandosi proprio sulle frasette che saranno riusciti a inserire nel documento,
cercheranno di far passare come una vittoria o un pareggio in un partito in cui
le parole non sono mai pietre e Berlusconi, finché esiste, continuerà a
comandare.
MARCELLO SORGI LS
20
LA diaspora
finiana si è dunque compiuta. Non è una rottura che prelude a una scissione, ma
neanche un'abiura che prepara una capitolazione. La nascita formale di una
componente di minoranza guidata da Gianfranco Fini dentro il Pdl rappresenta
comunque una svolta politica importante. Segna la fine del Popolo della Libertà
come lo abbiamo conosciuto finora.
Lo "spirito
del Predellino", nell'ottica del co-fondatore, non c'è più. Il partito
personale si trasforma in un partito (quasi) normale.
Nella logica
finiana, questa svolta sancisce l'avvio di un lunghissimo e complicatissimo
processo di autonomizzazione. Personale, nei confronti dell'uomo che lo ha
sdoganato nel lontano 1993. Politico, nei confronti di un centrodestra ormai a
esclusiva trazione forzaleghista. Bisogna dare atto al presidente della Camera
di non aver ceduto, e di aver difeso con coerenza la sua posizione, difficile e
a tratti quasi insostenibile. Dentro un Pdl forgiato nel freddo di Piazza San
Babila dall'"unico fondatore" (Berlusconi) e poi modellato nel fuoco
della vandea nordista sui bisogni dell'"unico alleato" (Bossi), per
Fini non era semplice far valere e far vivere un'idea radicalmente diversa. Un
altro modo di intendere la politica in nome del bene comune. Di rappresentare
la cultura di una moderna destra europea. Di convivere dentro un partito
autenticamente libero, plurale, democratico.
Con la sua
"corrente del Presidente", almeno Fini ci prova. Citando Ezra Pound,
cioè rischiando l'osso del collo in nome di quell'"idea diversa". Qui
ed ora l'operazione appare quasi temeraria. A giustificare la diaspora manca
una vera pietra d'inciampo politico. Manca un "casus belli" chiaro,
riconosciuto e riconoscibile (a meno di voler considerare tale, e così non è,
la presenza di una poltrona in più nell'organigramma o la mancanza di una
politica per il Sud). I suoi ex colonnelli, nella stragrande maggioranza, non
lo seguono. E forse i suoi elettori, nella stragrande maggioranza, non lo
capiscono.
Ma quella di Fini
non è e non può essere una guerra lampo. Sarà piuttosto una guerra di
logoramento. Come annunciano nei corridoi i cinquanta "fedelissimi"
del presidente, si consumerà nei rapporti istituzionali, nelle aule
parlamentari, negli organismi del partito. E questo la dice lunga su cosa sta
diventando il glorioso Partito del popolo della Libertà. E su cosa diventeranno
i prossimi tre anni di legislatura. Altro che le verdi vallate delle riforme.
Piuttosto il Vietnam delle imboscate.
Nella logica
berlusconiana, tutto questo è sufficiente per comprendere la portata
"eversiva" della metamorfosi in atto. Il battesimo di una
"corrente del Presidente" dentro il Pdl, nella visione cesarista del
premier, è intollerabile perché incomprensibile. Lo scriveva ieri "Il Foglio"
di Giuliano Ferrara (che sa di cosa parla) citando il commento di Wellington,
capo di governo di Sua Maestà britannica, alla fine della sua prima riunione
del gabinetto: "Non capisco. Ho dato un ordine, e tutti si sono messi a
discutere". Questo deve essere lo stato d'animo del Cavaliere, di fronte
alle "discussioni" alle quali vuole inchiodarlo il co-fondatore. Lui
ha dato e dà i suoi ordini: che bisogno c'è di discutere?
E infatti
Berlusconi non vuole discutere. Né con Fini, né con chiunque altro. Il solo
interlocutore con il quale accetta il dialogo alla pari è e continuerà ad
essere il Senatur, che gli porta in dote la Padania ormai nata. Per questo non
farà sconti al presidente della Camera. Ignorerà le sue richieste e le sue
proteste. E continuerà a indicargli il ritorno alla "casa del padre"
(la vecchia Alleanza nazionale) se della nuova casa non condivide le regole e
le gerarchie. Ma è proprio per questo che la diaspora che si è aperta nella
coalizione, anche se non sfocerà in una scissione, non potrà mai finire. La
"coabitazione" si tradurrà in un equilibrio destabilizzante. La
maggioranza sarà costretta a una mediazione estenuante. Il governo sarà
condannato a un galleggiamento paralizzante. I danni per il Paese saranno
incalcolabili.
Fini sta chiedendo
a Berlusconi di non essere più Berlusconi. Questa è la sfida impossibile del
co-fondatore. Sta proponendo al fondatore del Pdl di fare il
"segretario", mentre lui è sicuro di esserne il
"proprietario". Il presidente della Camera affronta questa battaglia
quasi a mani nude: ha molte idee, ma pochi soldati. La sua vera arma è
l'anagrafe. Ma non è detto che gli basti, contro quello che i giornali di
famiglia ormai definiscono "Cav. Il Sung". MASSIMO GIANNINI
LR 21
Governo battuto sul ddl lavoro
Governo battuto in
commissione Lavoro della Camera: l'unico emendamento presentato dall'esecutivo
al ddl lavoro, rinviato alle Camere dal Capo dello Stato, e relativo
all'articolo 20 sulla esposizione all'amianto dei lavoratori a bordo delle navi
di Stato, è stato infatti respinto.
Via libera anche
della commissione Lavoro della Camera al pacchetto di emendamenti presentati da
Giuliano Cazzola, relatore del ddl lavoro (il provvedimento rinviato alle
Camere dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) e una proposta
presentata dalla Lega. In particolare le proposte di modifica puntano a andare
nella direzione indicata dal Capo dello Stato.
Queste le
modifiche che hanno ottenuto il via libera:
NO PER
LICENZIAMENTO. La clausola compromissoria non può riguardare controversie
relative alla risoluzione del contratto di lavoro e davanti alle commissioni di
certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o
da un rappresentante dell'organizzazione sindacale o professionale a cui
abbiano conferito mandato.
ARBITRATO DI
EQUITÀ. Sarà possibile «nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento» e,
questo il paletto in più che introduce la versione Cazzola: «dei principi
regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari».
SOLO SE TERMINATO
PERIODO PROVA. La clausola compromissoria può essere pattuita e sottoscritta
concluso il periodo di prova, ove previsto, ovvero trascorsi 30 giorni dalla
stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La commisisone
ha approvato l'emendamento di Massimiliano Fedriga (Lega) che, rispetto alla
versione di Cazzola, puntava a individuare una qualche tutela anche per i
precari che generalmente non hanno nei loro contratti periodi di prova.
RESTA SALVO
APPELLO AL TRIBUNALE. Per quanto riguarda le controversie aventi ad oggetto la
validità del lodo arbitrale irrituale, si potrà ricorrere al Tribunale che
decide in unico grado. Il ricorso è depositato entro il termine di trenta
giorni dalla notificazione del lodo. Trascorso tale termine, o se le parti
hanno comunque dichiarato per iscritto di accettare la decisione arbitrale,
ovvero se il ricorso è stato respinto dal Tribunale, il lodo è depositato nella
cancelleria del Tribunale nella cui circoscrizione è la sede dell'arbitrato. Il
giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale
del lodo arbitrale, lo dichiara esecutivo con decreto. L’U 21
Fiat: Montezemolo lascia, John Elkann presidente
Tutti i poteri al
nipote dell'Avvocato Agnelli: «Vorrei che mio nonno fosse qui»
«Il mio ruolo di
traghettatore è concluso. La politica? Mai»
TORINO - Standing
ovation per il neo presidente della Fiat, John Elkann. Gli analisti finanziari,
presenti al Lingotto di Torino per l'Investor Day, hanno salutato il giovane
Elkann con un lungo applauso. Il tributo è arrivato quando l'ad del Gruppo,
Sergio Marchionne, ha annunciato il cambio al vertice dell'azienda. Subito dopo
lo ha chiamato sul palco dei relatori, dove Elkann è stato preso d'assolto dai
flash dei fotografi, che lo hanno immortalato abbracciato a Marchionne.
L'ADDIO DI
MONTEZEMOLO - Alla vigilia della presentazione del piano industriale del
gruppo, Luca Cordero di Montezemolo aveva annunciato, dopo sei anni, l'addio
alla presidenza della Fiat confermando che tutti i poteri andavano a John
Elkann (la nomina è poi stata ufficializzata dal cda mercoledì mattina),
l'erede designato dall'Avvocato. E' lui, il giovane rampollo di casa Agnelli, a
concentrare a 34 anni nelle sue mani le tre principali cariche del gruppo: la
presidenza della Fiat, della finanziaria Exor e dell'accomandita Giovanni
Agnelli e C. La convocazione della conferenza stampa dei vertici Fiat per le 16
al Lingotto arrivava nella mattinata di martedì, come un fulmine a ciel sereno.
Le voci andavano tutte in una direzione, quella del cambio della presidenza e
spingevano il titolo che iniziava subito la sua lunga corsa in Borsa, dove
arrivava a guadagnare più del 9% e chiude a 10,42 euro, con oltre il 10% del
capitale passato di mano. E mercoledì, nei primi minuti di contrattazioni, il
titolo cresceva dell'1,15% a 1,54 euro. Positiva in apertura anche la
controllante Exor: +1,01% a un prezzo di 14,07 euro. L'ipotesi di uno scorporo
dell'Auto dal gruppo faceva aumentare il valore della società di 1,2 miliardi.
TRAGHETTATORE -
Alle 14,30 la notizia ufficiale: «Il mio ruolo di traghettatore è concluso»,
spiegava nella conferenza stampa Montezemolo, che resterà nel consiglio di
amministrazione della Fiat e manterrà la carica di numero uno della Ferrari.
«Io, Sergio e John - dice - restiamo una squadra unita, con ruoli e
responsabilità diversi ma in comune stima, affetto e amicizia». Nessun legame
con un'eventuale operazione di spin-off nè disaccordo sul piano strategico che,
spiega Montezemolo, è «estremamente ambizioso, importante e decisivo, apre una
pagina nuova nella storia della Fiat, lo approvo totalmente». E nemmeno alcun
progetto di scendere nell'arena politica, come si mormora negli ambienti
romani. Lui assicurava che non farà mai politica, almeno in questa vita: «Se
rinascerò in un’altra vita, vediamo, per ora è così». Montezemolo parla degli
anni trascorsi al vertice del Lingotto.
L'AVVOCATO - Il
primo pensiero di John Elkann, ottavo presidente della Fiat, andava al nonno,
l'Avvocato, che lo aveva designato alla successione alla guida dell'impero
torinese. «Mi avrebbe fatto piacere fosse stato qui, in queste ore penso a
lui», dice senza nascondere l'emozione. Aveva solo 21 anni il giorno del suo
ingresso nel consiglio di amministrazione della casa torinese al posto di
Giovanni Alberto Agnelli, scomparso prematuramente. «Rappresenta la continuità
della famiglia alla Fiat», disse allora l'Avvocato che al nipote prediletto
aveva affidato il compito di evitare che la dinastia si sgretolasse. Sono
passati tredici anni e, per il giovane rampollo che non porta il nome Agnelli,
è stata una crescita graduale negli incarichi. Il primo, a 27 anni, è la
vicepresidenza della Fiat, nel 2004, alla morte dello zio Umberto, quando Luca
Cordero di Montezemolo diventa presidente e Sergio Marchionne amministratore
delegato. Ora quel cammino trova il culmine della sua ascesa. CdS 21
MARCELLO
SORGIAnche se è stata accolta come un colpo a sorpresa, per chi ha seguito da
vicino le vicende della Fiat e di Torino, la notizia del cambio della guardia
ai vertici del Lingotto - con Luca Cordero di Montezemolo che lascia la
presidenza a John Elkann -, non ha nulla di imprevedibile. Anzi era attesa.
Elkann era da tempo preparato ad assumere la piena responsabilità del gruppo.
La gradualità con
cui è salito, prima al comando dell’Exor, la società che detiene il controllo
della Fiat, poi, solo qualche giorno fa, a quello dell’Accomandita di famiglia,
e ieri alla guida della maggiore impresa industriale italiana, rispetta semmai
la tradizione familiare di mettere alla prova il nocchiero prima di affidargli
il timone. In questo senso, John era destinato al suo nuovo impegno fin da
quando, dopo la morte del cugino Giovanni Alberto, l’Avvocato aveva deciso di
puntare su di lui.
Designato dal
nonno, il senatore Giovanni fondatore della Fiat, anche Gianni Agnelli aveva
deciso di scegliere il nipote.
Per questo, John,
a soli diciotto anni, era venuto a vivere in Italia. S’era iscritto al
Politecnico di Torino e inizialmente aveva cominciato a vivere in un pensionato
studentesco. Il tirocinio con il nonno consisteva nello stargli vicino,
conoscere i suoi principali collaboratori, assistere a momenti importanti,
della vita italiana e della Fiat, cercando di capire e ascoltando le
spiegazioni, ma facendo meno domande possibile. Perché il messaggio che
l’Avvocato gli aveva trasmesso era che esisteva un programma - in base al
quale, ad esempio, John, esattamente come l’Avvocato, a ventun anni era stato
chiamato nel consiglio della Fiat -, e tuttavia nulla era scontato: il ragazzo
avrebbe dovuto farsi le ossa e dimostrare di essere all’altezza del ruolo.
A complicare e a
rendere tutto più incerto, a cavallo del Duemila, era arrivata la grande crisi
della Fiat. Una crisi aggravata dalla malattia e dalla morte dell’Avvocato, e
poco dopo da quella del fratello Umberto. È in questa difficile situazione che
la famiglia Agnelli, riunita in assemblea con Gianluigi Gabetti, disegna il
nuovo vertice, chiamato a gestire l’emergenza: alla presidenza della Fiat va
Montezemolo, John è vicepresidente, l’amministratore delegato è un nome nuovo,
proposto da Gabetti che assume il ruolo di garante dell’intera operazione:
Sergio Marchionne, artefice della rinascita, non tarderà a farsi conoscere e a
far parlare di sé.
Se questa è
appunto la successione degli eventi, che dal 1999 delle grandi celebrazioni
torinesi del centenario della Fiat al 2004 dei grandi lutti e del punto più
basso della crisi, hanno portato l’ultimo grande gruppo familiare industriale a
scommettere ancora sulla dinastia, attrezzandosi nel frattempo per affrontare
la tempesta, quel che è successo dopo, fino a ieri, si spiega chiaramente.
L’ascesa di John alla guida dell’Exor, e più di recente dell’Accomandita, ha
dato il senso del suo approdo, col pieno appoggio dei suoi familiari, al ruolo
di capofamiglia (e di responsabile degli affari familiari) che era stato
dell’Avvocato. E ciò motiva anche la volontà di Gabetti, resa pubblica
limpidamente, di por fine al suo ruolo di tutor, ora che l’erede è pienamente
titolato a ricoprire tutte le sue responsabilità. La staffetta con Montezemolo
- accompagnata dal grande riconoscimento, non formale, ma aziendale e della
famiglia, per i meriti della sua presidenza in questi sei difficilissimi anni -
sta a significare che è finita almeno quell’emergenza che aveva avuto il suo
apice nel 2004.
Poi, si sa, la
vita di un grande gruppo automobilistico, nel presente e nel futuro, è
destinata ad andare incontro a una serie continua di sfide, sui nuovi mercati e
sull’orizzonte globale, sulla frontiera delle concentrazioni e degli equilibri
in continuo cambiamento dell’economia mondiale. Parte di queste sfide, va
detto, la Fiat le ha affrontate negli ultimi anni. Parte ancora vengono anche
dalla sua tradizione, perché il gruppo, da metà del secolo scorso, e dalla
Russia al Brasile, dall’India alla Cina, ha scelto di misurarsi sul crinale
della concorrenza più insidiosa e delle competizioni più ardue. Marchionne è
stato l’uomo che più di altri in passato ha spinto in questa direzione, e ha
segnato un grande risultato con l’ingresso nella Chrysler. John, come
rappresentante dell’azionista di controllo, è sempre stato al suo fianco. Ma
adesso, non è un mistero, si tratta di entrare con una nuova strategia nella
fase più dura.
La Fiat ha già
lasciato trapelare che intende andare incontro a questa scadenza con una
diversa articolazione, nella quale, ad esempio, l’alleanza tra il comparto
automobilistico del gruppo e la Chrysler, potrebbe essere rafforzata. Ma come
accade spesso in Italia, alle prime indiscrezioni, peraltro imprecise, su ciò
che ancora dev’essere annunciato, hanno cominciato a diffondersi una serie di
interpretazioni sull’eventualità che tutto questo preludesse a un disimpegno
della famiglia Agnelli-Elkann dall’industria dell’auto. L’arrivo di John Elkann
alla presidenza della Fiat è una risposta anche a queste voci, e come tale è
stata interpretata dalla Borsa.
Questa del
disimpegno di Elkann e della Fiat dall’Italia e dal mestiere che la famiglia e
il gruppo fanno da più di un secolo, è una storia che meriterebbe un
approfondimento. A cominciare, appunto, dalla biografia del nuovo presidente:
uno nato a New York, cresciuto tra Parigi e il mondo, e venuto in Italia
giovanissimo per restarci. Se non avesse avuto interesse per il suo Paese e la
sua tradizione familiare, John avrebbe potuto scegliere liberamente e
diversamente. Non si sarebbe stabilito a Torino, non si sarebbe sposato con una
ragazza italiana da cui ha avuto due figli e con cui è rimasto a vivere nella
città e nella casa che fu di suo nonno. Se uno sceglie l’Italia e una missione
difficile come quella che gli è toccata, lo fa perché vuole impegnarsi, non
perché punta al disimpegno.
Ma si sa, dalle
nostre parti, è difficile sfuggire alle dietrologie. John Elkann da ieri è
diventato pienamente il nipote di suo nonno, ricopre esattamente le stesse
responsabilità che furono dell’Avvocato e del Fondatore. La sua fortuna è che
mentre qui ci s’interroga su come ha fatto, a soli 34 anni, ad arrivare così in
alto, il suo lavoro, John, dovrà farlo, avendo come orizzonte l’America guidata
da un Presidente quarantenne e quel pezzo di mondo nuovo e giovane che corre,
in cui sono in tanti gli interlocutori che hanno la sua stessa età. LS 21
Il futuro delle pensioni. I punti cruciali
Come si pone il
problema delle pensioni dopo l’ampia vittoria della maggioranza di governo alle
elezioni regionali? All’inizio di un periodo di grazia—tre anni — senza
ulteriori ricorsi alle urne, tre sono i punti cruciali: la sostenibilità della
spesa pensionistica, l’adeguatezza degli assegni dell’Inps, gli effetti del
prolungamento dell’attività degli anziani sul mercato del lavoro.
Il primo punto è a
un passo dalla soluzione. Sebbene l'idea non sia stata ancora metabolizzata,
l’innalzamento automatico dell’età della pensione è già legge dello Stato.
Manca il decreto d’attuazione. Il governo ha tempo fino al 31 dicembre 2014. Ma
sarebbe meglio emanarlo al più presto per evitare di finire in mezzo a un altro
ciclo elettorale, poco adatto al rigore: subito dopo le politiche del 2013 e le
europee del 2014 e prima delle regionali del 2015. Il decreto deve consolidare
il principio che si va in pensione sempre più tardi. Dal 2015 pensioni di
vecchiaia a 65 anni e 3 mesi per gli uomini e a 60 anni e 3 mesi per le donne,
pensioni di anzianità a 62 anni e 3 mesi per i dipendenti e a 63 anni e 3 mesi
per gli autonomi.
A partire dal
2020, ogni 5 anni si aggiorneranno i termini in base alle speranze di vita. Nel
2050, si prevede, la soglia della vecchiaia salirà a 68 anni e 5 mesi per gli
uomini e a 63 anni e 8 mesi per le donne, l’anzianità a 65 anni e 5 mesi per i
dipendenti e a 66 anni e 5 mesi per gli autonomi.
A regime l’Inps
rinvierà oltre un milione di pensioni, la riduzione delle uscite da subito sarà
minimale, ma poi crescerà fino a un taglio di 8,5 miliardi nel 2040. La spesa
pensionistica, dunque, è sotto controllo. E può essere sostenuta dai conti
pubblici. La sua incidenza sul prodotto interno lordo è di non poco inferiore a
quel che si dice, ove la si compari correttamente agli altri Paesi, e cioè
togliendo il Tfr, che è salario differito e non pensione, e considerando gli
effetti fiscali, che appesantiscono il conto italiano. Del resto, la spesa
sociale italiana, di cui le pensioni sono parte, risulta di poco inferiore alla
media europea e di molto a quella tedesca e francese.
Nel 2008, il saldo
tra i contributi versati e le pensioni erogate, al netto delle prestazioni
assistenziali coperte dalla fiscalità generale, era positivo per lo 0,9% del
Pil e concorreva a finanziare la pubblica amministrazione. Ulteriori giri di
vite sulle pensioni aumenterebbero questo contributo, ma andrebbero presentati
come tali, senza celare gli effetti collaterali.
Già oggi la
sostenibilità della spesa pensionistica si ottiene dando di meno e più tardi. I
giovani avranno pensioni spesso inferiori alla metà del salario. E i più non
avranno granché dalla previdenza integrativa: chi poco guadagna, poco destinerà
al fondo pensione. Il passaggio al sistema contributivo, del resto, è già un
potente incentivo a rimanere al lavoro. Ma la permanenza degli anziani non di
rado costituisce un problema. Lo prova l’incremento dei prepensionamenti.
Al di là della
crisi, in un’Italia dove le persone con un posto retribuito sono meno che
altrove e la crescita attesa è scarsa, l’occupazione dei vecchi non facilita
quella dei giovani. L’economia non è ancora capace di ridisegnare in modo
dignitoso la vita lavorativa che dalla progressione ascensionale di un tempo si
va ormai trasformando in una parabola. La riforma delle pensioni, insomma,
contrasta derive di finanza pubblica alla greca, e perciò va presto fatto anche
l’ultimo passo. L’inadeguatezza delle nuove pensioni e il contrasto
generazionale sul mercato del lavoro riaprono la questione della
redistribuzione del reddito lungo l’intero arco dell’esistenza.
Massimo Mucchetti
CdS 21
"Non si canta 'Bella ciao' il 25 aprile". Il no della Lega
scatena la polemica
Il caso a Mogliano
(Treviso). Il sindaco leghista: "Meglio cantare la canzone del
Piave". L’Anpi si ribella: "L'inno dei partigiani è di tutti" -
di Matteo Marcon
MOGLIANO. «Bella
ciao» vietata alle commemorazioni del 25 Aprile. La scaletta della banda in
vista della parata di domenica fa litigare Anpi e amministrazione comunale. Il
sindaco Azzolini: «A Mogliano è meglio cantare la canzone del Piave». Il
presidente della sezione locale dell’associazione partigiani, Maurizio Beggio
ribatte: «Bella ciao non è politica, è di tutti, la canta anche mia figlia». La
commemorazione della resistenza piomba al centro della polemica politica. E la
nuova amministrazione leghista sembra ben intenzionata a far pesare il suo
dominio sulla città, anche in occasione della festa del 25 Aprile. La data
della liberazione dal fascismo rischia così di rimanere orfana di uno dei brani
simbolo della lotta partigiana: «Bella ciao».
La canzone è
troppo di sinistra, troppo rossa per essere intonata dalla banda cittadina
nella verde piazza moglianese. Il sindaco Giovanni Azzolini getta da subito
benzina sul fuoco: «L’Anpi dice che non è giusto suonare la Canzone del Piave -
commenta - e vuole Bella Ciao, ma mi chiedo cosa c’entri..». Secondo il primo
cittadino la parata non deve essere contaminata da canzoni partigiane: «La Banda
- afferma - deve eseguire brani istituzionali e Bella Ciao non è certo
riconosciuta negli inni nazionali. Il Piave invece è fiume sacro alla patria. E
poi siamo a Mogliano, da qui è partita la terza armata che ha riconquistato
l’Italia, sempre in segno di libertà». Secondo Azzolini, dunque, per
testimoniare la liberazione dal fascismo, durante la seconda guerra mondiale,
può andare benissimo anche una canzone che celebra la vittoria nella prima
guerra mondiale. Vero è, comunque, che durante la liberazione «La canzone del
Piave» era l’inno nazionale della Repubblica Italiana.
Sulla proposta il
presidente dell’Anpi moglianese, Maurizio Beggio, non pone veti ma commenta con
disappunto: «Non mi da fastidio che suonino il Piave, o “la bella Gigogin” ma
si faccia anche Bella Ciao; è una canzone di tutti - commenta Beggio - non
stiamo mica chiedendo «Fischia il vento»...». Secondo il presidente dell’Anpi
le resistenze alla canzone dei partigiani arrivano non solo dall’a
mministrazione, ma anche dalla Banda: «Bella Ciao crea mugugni perchè dicono
che è troppo politicizzata - commenta - L’anno scorso ho dovuto insistere non
poco per farla suonare, ma hanno eseguito solo un pezzo. L’anno prima l’avevamo
cantata in aula consigliare, oggi il nuovo strano boicottaggio». LR 21
“Migranti di ieri e oggi: tra rifiuto e accoglienza”
Presentato il
libro di Cantaluppi “(H)ombres Migranti. Compagni di speranza” sulle ase di
accoglienza scalabriniane in Messico
ROMA – “Migranti
di ieri e oggi: tra rifiuto e accoglienza”. E’ il titolo della tavola rotonda
che si è svolta a Roma, presso la sala Zanardelli del complesso del Vittoriano,
in occasione della presentazione del libro di Andrea Cantaluppi “(H)ombres
Migranti. Compagni di speranza”. Il volume, pubblicato dalla Ediesse e
arricchito dalla prefazione di Luisa Fantinel e dalla postfazione di Pietro
Soldini, illustra, in 224 pagine, il viaggio-testimonianza dell’autore
attraverso il dramma e la speranza dei tanti migranti messicani e di altre
nazioni del Centro America che quotidianamente tentano, a rischio della vita,
di attraversare il confine fra gli Stati Uniti ed il Messico. Nel libro, che
propone una riflessione sofferta sulla realtà e sui perché delle migrazioni, i
lettori potranno conoscere da vicino anche le storie di vita di alcuni dei
migranti che lo stesso Zanardelli ha raccolto nel corso della sua permanenza in
veste di volontario nella missione scalabriniana di Nuevo Laredo. Una delle
tante ‘Case del migrante’ della congregazione, che assiste gli uomini, le donne
e i bambini che quotidianamente tentano di scavalcare il muro della morte o di
guadare il Rio Bravo per entrare in Texas.
La tavola rotonda è stata introdotta da
Lorenzo Prencipe, presidente del Centro Studi Emigrazione Roma (Cser). In un
primo momento, intorno alla fine dell’800 - ha affermato -, di fronte al
repentino aumento della diaspora italiana verso l’estero “la prima reazione
dello Stato italiano fu di riprovazione e di contrasto verso gli emigranti che
disertavano il processo di formazione nazionale e mettevano in pericolo la
nazione, privando le campagne di lavoratori”. Una posizione non condivisa
dall’allora vescovo di Piacenza Giovanni Battista Scalabrini che da subito mise
in evidenza sia il dramma umano dell’emigrazione, da lui paragonata ad una
“tratta dei bianchi”, sia lo sfruttamento lavorativo, fomentato da facili
miraggi di ricchezze, a cui gli emigrati andavano incontro senza alcun
sostegno, “per incuria nostra”, da parte dei connazionali in patria. Prencipe
ricorda inoltre come Scalabrini “dopo aver fondato nel 1887 la congregazione
dei missionari scalabriniani per accompagnare e sostenere religiosamente e
socialmente gli emigranti italiani, istituì nel 1889 l’associazione San
Raffaele con il compito di sensibilizzare l’opinione pubblica, di fare
pressione su governo e Parlamento al momento dell’elaborazione delle
legislazioni, di gestire l’accoglienza dei migranti nei porti di partenza e di
arrivo, di assisterli durante le traversate e di fare opera di
alfabetizzazione, d’informazione e orientamento al lavoro e di assistenza
sanitaria nei paesi di accoglienza”. Un tentativo di porre rimedio a situazioni
di disagio dei migranti che, secondo Prencipe, al giorno d’oggi, mentre
permangono le difficoltà per i migranti in Italia e nel mondo, verrebbe
tacciato di “buonismo”, dimenticando che tale realtà è un problema non solo
individuale, ma sociale. Il presidente dello Cser ha infine evidenziato come a
tutt’oggi tante associazioni ed organismi non si rassegnino “al “cattivismo’ di
facciata che pubblicamente cerca di mandar via tutti gli immigrati, ed in
privato sfrutta le loro situazioni di irregolarità”.
Matteo Sanfilippo, dell’Università La Tuscia
di Viterbo, ha svolto un’ampia panoramica sull’assistenza portata ai migranti
italiani dall’azione della Chiesa a quella dello Stato italiano. A un certo
punto – ha spiegato Sanfilippo – gli scalabriniani hanno deciso che non
potevano seguire soltanto l’emigrazione italiana e hanno allargato la loro
attenzione ad altri flussi migratori, creando case di assistenza ed accoglienza
in molti continenti. Al contempo in numerose città, ad esempio del Nord
America, le chiese che prima erano riempite dagli emigrati italiani, ora sono
frequentate da comunità polacche, messicane o cinesi. Per quanto riguarda la
nostra emigrazione – ha aggiunto Sanfilippo - permane comunque l’importante
opera di recupero della memoria storica svolta nel mondo dai centri studio
scalabriniani.
E’ stata poi la volta del missionario
scalabriniano Gioacchino Campese, che ha ricordato come al momento negli Stati
Uniti siano presenti circa 12 milioni di immigrati messicani. Una pacifica
invasione che però ha avuto le sue vittime. Dal 1994 almeno 5000 migranti hanno
infatti perso la vita, rimanendo spesso senza nome, nel tentativo di superare
il confine fra Stati Uniti e Messico. Molti altri sono caduti in questa zona di
confine a causa della perenne guerra al narcotraffico che non cessa di mietere
vittime. Un contesto di frontiera in cui si muovono i centri scalabriniani che
cercano di portare soccorso a chi è stato segnato dai vortici del fiume, dal
freddo, dal caldo o dalle razzie delle bande criminali. Reati, quest’ultimi,
che vengono documentati dagli operatori dei centri e portati a conoscenza delle
autorità locali, spesso però senza risultati apprezzabili.
“Questo libro – ha commentato lo scrittore
Marco Onofrio - è leggibile, coinvolgente, intenso ed onesto e permette di
farsi un’idea del fenomeno migratorio. Un impianto saggistico con una
dimensione narrativa che è al contempo racconto, reportage giornalistico e
riflessione sul nostro tempo. Nell’opera di Cantaluppi – ha aggiunto Onofrio -
il protagonista incontra gli sguardi di uomini e donne e capisce il prezzo che
pagano i poveri nella storia e la necessità di porre in primo piano l’uomo,
guardandolo per quello che è non per come lo dipinge la televisione. In pratica
rimettere al centro l’uomo per capire che ogni persona è unica e irripetibile”.
“ Bisogna capire che i migranti non
sono il problema, ma le vittime del problema – ha affermato l’autore chiudendo
la tavola rotonda .- Partendo da questo dobbiamo cominciare a smontare tutti i
luoghi comuni e iniziare a scavare per comprendere le cause sociali ed
economiche della questione. Sono andato con il mio dolore in Messico – ha
poi spiegato Andrea Cantaluppi - dove di dolore ce n’è fin troppo.
Partivo dall’Europa grassa che sa tutto e ha tutto, ma è eternamente scontenta,
per arrivare in un luogo dove una famiglia ha al massimo quattro dollari al
mese per campare. Loro mi hanno ridato dignità e speranza” . (Goffredo
Morgia-Inform)
“Le 1001 storie degli Italiani nel Mondo” presentate in Campidoglio
ROMA – Dal 1876, anno in cui si effettuarono le
prime rilevazioni in ambito nazionale del fenomeno emigratorio, dall’Italia
sono espatriate oltre 26 milioni di persone, di cui circa 10 milioni dalla
vigilia della Prima Guerra Mondiale, allorché si ebbe il “grande esodo”
dall’Europa. Esempi di tutto ciò si possono desumere, leggendo le tante storie
raccolte, in 480 pagine, nel volume “Le 1001 storie degli Italiani nel Mondo”
(edizioni Pragmata). Si tratta di racconti di vita narrati dagli stessi
protagonisti, come recita il sottotitolo della raccolta, o dai discendenti
diretti di prima, seconda, terza e in alcuni casi - in particolare in biografie
ubicate in quei luoghi verso i quali l’emigrazione è più antica - quarta
generazione. Si tratta di vicende che abbracciano circa tre secoli di storia e
svariate aree geografiche del globo. Il volume è stato presentato la settimana
scorsa in Campidoglio a Roma sotto il patrocinio del Ministero per gli Affari
Esteri, il Consiglio Regionale del Lazio e l’Assessorato alle Politiche
Culturali del Comune di Roma Le diverse testimonianze raccolte nel volume sono
il frutto di un lavoro durato quasi due anni attraverso internet, i social
network e i diversi media dedicati agli italiani all’estero. Alla presentazione
erano presenti rappresentanti delle Istituzioni e di associazioni e movimenti
impegnati nel mondo dell’emigrazione oltre agli autori del volume che hanno un
attestato di partecipazione e una spilla commemorativa in argento.
(Migranti-press)
ROMA - Ho più
volte criticato l’Inps per ritardi, inadempienze e addirittura evidenti
violazioni di legge, come ad esempio l’inammissibile ostinazione, nonostante le
chiare disposizioni legislative, a non erogare all’estero l’importo
aggiuntivo alla 13ma mensilità di 154 euro introdotto dalla legge finanziaria
per il 2001 e l’incremento alla maggiorazione sociale per i pensionati italiani
residenti all’estero introdotto dalla legge finanziaria per il 2003. Una vera e
propria “sottrazione illegale” - dichiara Gino Bucchino, deputato del Pd eletto
nel Nord e Centro America - sorprendentemente ignorata dal mondo
dell’emigrazione (forse perché più preoccupato della difesa autoreferenziale di
voto, Cgie e Comites) e indecentemente tollerata anche dagli istituti
preposti alla tutela dei diritti dei pensionati.
Quest’anno però - prosegue Bucchino -
l’Istituto previdenziale italiano mi ha sorpreso (finalmente!) con il
tempestivo avvio dell’operazione – fino ad oggi molto sporadica nel tempo – di
accertamento dei redditi dei pensionati residenti all’estero relativi all’anno
2009. La buona notizia è che la campagna di verifica reddituale all’estero,
secondo i dirigenti delle Convenzioni Internazionali, dovrebbe a partire da
quest’anno assumere una cadenza annuale.
Come è noto i redditi prodotti all’estero e
in Italia sono rilevanti per l’accertamento dei requisiti reddituali previsti
per l’accesso a tutta una serie di prestazioni previdenziali e assistenziali
(trattamento minimo, maggiorazioni sociali, assegni familiari, pensioni ai superstiti
e di invalidità, etc.).
La campagna reddituale avviata in questi
giorni dall’Inps riguarda i redditi relativi all’anno 2009 (è appena terminata
quella relativa agli anni 2006, 2007 e 2008) dovrebbe concludersi prima
dell’estate. L’Inps per ridurre il numero delle comunicazioni inviate ai
pensionati e semplificare l’assolvimento dei vari adempimenti burocratici da
parte dei beneficiari delle prestazioni, a partire da quest’anno, analogamente
a quanto avviene per i pensionati residenti in Italia, sta inviando il modello
RED/EST 2010 in un'unica busta insieme al modello CUD e ai modelli da
utilizzare per l’eventuale richiesta di detrazioni d’imposta. Nelle
informazioni contenute nella busta ci sono le istruzioni essenziali alle quali
il pensionato si deve attenere nella produzione della certificazione e nella
compilazione dei moduli. Gli interessati devono indicare tutti redditi
percepiti nell’anno 2009 pensionistici e non pensionistici, all’estero e in
Italia.
E’ ovvio che per la compilazione del modello
RED/EST 2010 i pensionati potranno avvalersi dell’assistenza degli Enti di
patronato riconosciuti dalla legge che operano all’estero.
I modelli compilati devono essere restituiti
entro il 30 giugno 2010 agli Enti di patronato o ai Consolati italiani che
provvederanno ad inoltrarli per via telematica all’Inps. In alternativa i
pensionati possono spedire entro il 30 giugno i modelli compilati e
sottoscritti, con allegata la documentazione richiesta e una fotocopia di un
documento valido di riconoscimento, alla sede Inps che ha in carico la
pensione.
Se l’Inps dovesse, come tutti auspichiamo,
riformare e sistematizzare con cadenza annuale le procedure relative alla
rilevazione dei redditi dei pensionati residenti all’estero - conclude Bucchino
-, potrebbe finalmente essere eliminata alla fonte la causa dell’insorgere
delle situazioni debitorie che per anni hanno tormentato decine di migliaia di
connazionali. (Inform)
Assunzioni per 84mila stagionali e autonomi, via libera alle domande, ma
solo sul web
Anche quest'anno,
come già nel 2009, non ci sarà il decreto per i lavoratori subordinati. Il
"clic day" scatta alle 8 di domattina. Le richieste possono essere
presentate soltanto on line tramite il sito del Viminale - di VLADIMIRO POLCHI
ROMA -
Riparte la lotteria delle quote: l'Italia apre le porte a 80 mila immigrati
stagionali e quattromila autonomi. Il "clic day" è fissato per domani
mattina alle ore 8, dopo la pubblicazione (attesa per questa sera) del decreto
flussi in Gazzetta Ufficiale. Domande solo on line, attraverso il sito del
Viminale 1.
Mentre dal
ministero dell'Interno fanno sapere che neppure quest'anno (come già nel 2009)
dovrebbe essere emanato il decreto flussi (quello per lavoratori subordinati
non stagionali), dal Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione arriva
una circolare che spiega le procedure d'ingresso limitate agli stagionali.
Il decreto flussi
stagionali 2010 apre infatti a 80mila lavoratori immigrati, impiegati a
"tempo" nell'agricoltura, nel turismo o nell'edilizia. All'interno di
questa quota verranno ammesse le domande relative a:
a) lavoratori
subordinati stagionali da Serbia, Montenegro, Bosnia-Herzegovina, Repubblica ex
Jugoslavia di Macedonia, Kosovo, Croazia, India, Ghana, Pakistan, Bangladesh, Sri
Lanka, Ucraina. E poi: da Tunisia, Albania, Marocco, Moldavia ed Egitto.
b) lavoratori non
comunitari (di altre nazionalità) già titolari di permesso di soggiorno per
lavoro stagionale negli anni 2007, 2008, 2009.
Non solo. Con i
flussi stagionali, l'Italia ammette l'ingresso anche di quattromila lavoratori
autonomi. Tra i quali, mille ingressi vengono riservati ai cittadini
libici. "Questa previsione - si legge nella circolare
del Viminale - si inquadra nel contesto del trattato sottoscritto
tra il nostro Paese e la Libia il 30 agosto 2008. Il governo libico si è
impegnato inoltre a contribuire dal punto di vista finanziario agli
investimenti che i propri connazionali effettueranno sul territorio
italiano".
E ancora:
all'interno delle stesse quote, vengono ammesse fino a un massimo di 1.500
conversioni di permessi di soggiorno per motivi di studio in permessi di
soggiorno per lavoro autonomo.
La richiesta di
visto d'ingresso per lavoro autonomo deve essere presentata alla rappresentanza
diplomatica italiana nel Paese di origine del lavoratore, secondo le modalità
indicate sul sito del ministero dell'Interno 2.
Le domande
d'assunzione degli stagionali potranno invece essere presentate solo via
internet a partire dalle ore 8 del giorno successivo alla pubblicazione del
decreto flussi in Gazzetta ufficiale (attesa come detto per questa sera).
La circolare 2699
del 19 aprile 2010 e il decreto del presidente del Consiglio, concernente i
flussi di ingresso dei lavoratori stagionali possono già essere scaricati dal
sito del Viminale 3. LR 20
Nuova proposta di legge per il voto all’estero e interrogazioni
parlamentari
Ho depositato in settimana un articolata
proposta di legge per l’esercizio del voto degli italiani all’estero. In
sintesi, per evitare abusi, è previsto il voto nei consolati e comunque in
seggi ufficiali con possibilità di votare per posta solo per chi lo richieda
per tempo al proprio consolato. Obbligo inoltre di residenza all’estero da 3
anni per potersi candidare e molti spunti pratici per esercitare correttamente
il diritto di voto
Segnalo che in settimana ho richiesto ai
ministeri competenti con atti ispettivi di avere notizie sulla assistenza degli
italiani in alcuni paesi – soprattutto del Sudamerica – senza adeguata copertura
medica ed assicurativa dopo il recente taglio dei fondi. Altra richiesta quella
di maggiore velocità e trasparenza nel riconoscimento dei titoli di studio
ottenuti all’estero sia da cittadini italiani che da stranieri che emigrano nel
nostro paese. Inoltre ho posto il problema delle nuove tariffe postali che da
fine marzo si sono moltiplicate anche per tre volte per le spedizioni dei
periodici. E’ vero che ad oggi le tariffe erano molto agevolate, ma credo
occorra distinguere tra chi fa pubblicità ed informazione tutelando
quest’ultima o molti settimanali e periodici andranno a scomparire.
Marco Zacchera,
Deputato del Pdl, presidente del Comitato permanente sugli italiani all’estero,
sindaco di Verbania (Il Punto)
Rheinland-Pfalz. Schule. Reiß/Carloni: Italienisch als Fremdsprache breiter verankern
Mainz. „In einer Zeit globaler
Kommunikation und ganz besonders im zusammenwachsenden Europa ist das
Beherrschen von Fremdsprachen eine grundlegende Qualifikation. Sprachkenntnisse
sind die Basis für Völkerverständigung, für mehr Toleranz und gute Kooperation,
für das Verständnis anderer Kulturen sowie für soziale, politische und
kulturelle Handlungsfähigkeit.“ Das betonte Staatssekretärin Vera Reiß heute im
Ministerium für Bildung, Wissenschaft, Jugend und Kultur in Mainz anlässlich
der Auszeichnung der besten Italienisch-Abiturientinnen in Rheinland-Pfalz, die
sie zusammen mit dem italienischen Generalkonsul aus Frankfurt, Dr. Bernardo
Carloni, und dem Direktor der italienischen Zentrale für Tourismus, Marco
Montini, vornahm.
Das Italienische Generalkonsulat in
Frankfurt, zu dessen Einzugsbereich auch Rheinland-Pfalz gehört, hat in
Zusammenarbeit mit dem Mainzer Bildungsministerium eine Initiative gestartet,
die Schülerinnen und Schüler motivieren soll, vermehrt Italienisch zu lernen.
Dazu gehört die Prämierung der besten Abiturientinnen und Abiturienten mit dem
Fach Italienisch. Die jeweils Schulbesten erhielten eine Urkunde und ein
Jahresabonnement der Italienischzeitschrift „Adesso“. Für Abschlüsse mit
Spitzenpunktzahlen hat sich das Generalkonsulat noch mehr einfallen lassen:
Kathrin Born (Rudi-Stephan-Gymnasium Worms), Marielle Klein (Gymnasium
Mainz-Gonsenheim), Annika Minthe (Rabanus-Maurus-Gymnasium Mainz) und Stefanie
D. Thiessen (Hugo-Ball-Gymnasium Pirmasens) haben das Fach Italienisch jeweils
mit 15 Punkten abgeschlossen. Die Vier dürfen sich nun über einen vom
Generalkonsulat bereitgestellten Wochenendaufenthalt für zwei Personen im
Badeort Bibione an der italienischen Adriaküste freuen. Carola Huttenlocher
(Max-von-Laue-Gymnasium Koblenz), Christina Komesker (Martinus-Gymnasium Linz)
und Johanna Overath (Rudi-Stephan-Gymnasium Worms), die den Italienischkurs mit
14 Punkten erfolgreich zu Ende geführt haben, erhielten jeweils einen MP3-Player.
Erfreulicherweise könne das Fach
Italienisch eine wachsende Beliebtheit verzeichnen, unterstrichen
Staatssekretärin Reiß und Generalkonsul Carloni. „An 18 der insgesamt 146
Gymnasien haben in diesem Jahr Schülerinnen und Schüler den Grundkurs
Italienisch belegt und wir streben an, dass künftig in der gymnasialen
Oberstufe das Fach auch im Leistungskurs angeboten werden kann“, so die
Staatssekretärin. De.it.press
Kabinettsumbildung in Niedersachsen. Muslimin wird Ministerin
Niedersachsens Ministerpräsident Wulff
spricht von einem „Aufbruch“ und besetzt vier Posten in seinem Kabinett neu.
Aygül Özkan wird Deutschlands erste türkischstämmige in einem Ministeramt. Und
mit Johanna Wanka gehört erstmals eine ostdeutsche Politikerin einer
westdeutschen Landesregierung an. Von Robert von Lucius, Hannover
Der niedersächsische Ministerpräsident
Wulff (CDU) hat am Montag vier Minister ersetzt. Mit der ersten umfassenden
Regierungsumbildung seit seinem Amtsantritt vor sieben Jahren reagierte er auf
Unbehagen auch innerhalb seiner Partei, die von einer zunehmenden „Lähmung“
sprach und einigen der nun ersetzten Minister Schwächen in ihrem Amt vorwarf.
Wulff sprach am Montag in Hannover von einem „neuen Aufbruch“, den jede
Regierung brauche. Die neuen Minister sollen am kommenden Dienstag im Landtag
vereidigt werden, falls die Mehrheit des Landtags sie wie erwartet wählt.
Alle vier designierten Minister gehören
dem Niedersächsischen Landtag nicht an, drei der vier sind Frauen. Aygül Özkan
aus Hamburg soll Sozialministerin werden, die Fraktions- und Landesvorsitzende
der CDU in Brandenburg, Johanna Wanka, Wissenschaftsministerin. Kultusminister
soll der bisherige Staatssekretär Bernd Althusmann werden,
Landwirtschaftsministerin die CDU-Bundestagsabgeordnete Astrid Grotelüschen.
Mit der 38 Jahre alten Rechtsanwältin
Özkan als Ministerin für Soziales, Frauen, Familie, Gesundheit und Integration
wird erstmals eine Muslimin Ministerin in Deutschland. Die frühere
Unternehmerin Özkan war bisher Wirtschaftssprecherin der Hamburger CDU-Fraktion
und ist seit 2008 stellvertretende Landesvorsitzende der CDU in Hamburg.
Die gläubige schiitische Muslimin sagt,
sie sei in die CDU gerade wegen des „C“ eingetreten, da sie sich in den Werten
Familie, Zusammenhalt und christliche Nächstenliebe wiederfinde. Sie ersetzt
Mechthild Ross-Luttmann, die überregional durch ihre Koordinationsaufgabe bei
der Durchsetzung des Nichtraucherschutzes bekannt wurde. Unterstützt wird Frau
Özkan durch den neuen Staatssekretär Heiner Pott, bisher Oberbürgermeister der
Stadt Lingen, und die Integrationsbeauftragte Honey Deihimi, deren Aufgabe vom
Innenministerium in das neue Ressort verlagert wird. Bisher zählte das
Politikfeld Integration zum Ressort des Innenministers Uwe Schünemann, der sich
in seiner Politik als „Hardliner“ gibt und sich in jüngerer Zeit von
Ministerpräsident Wulff entfremdet zu haben scheint.
Eine Frau aus dem Osten für das
Kabinett in Hannover
Neue Wissenschaftsministerin wird die
59 Jahre alte Johanna Wanka. Sie war bislang Oppositionsführerin im Landtag von
Brandenburg. Sie ist eine der bekanntesten deutschen
Wissenschaftspolitikerinnen und kündigte an, ein besonderes Augenmerk auf die
Kultur zu legen. Die gebürtige Sächsin, die 1989 Gründungsmitglied des Neuen
Forums war, ist zudem die erste Ministerin in Westdeutschland, die aus einem
der neuen Bundesländer kommt.
Die Mathematikprofessorin war von 1994
bis 2000 Rektorin der Hochschule Merseburg. Frau Wanka war bis November 2009
neun Jahre lang Ministerin für Wissenschaft, Forschung und Kultur in
Brandenburg und zudem ein Jahr lang Präsidentin der Kultusministerkonferenz.
Sie ersetzt den Oldenburger Lutz Stratmann, der wie die anderen drei
ausscheidenden Minister seit sieben Jahren dem Kabinett Wulffs angehörte.
Die 45 Jahre alte Astrid Grotelüschen,
die Hans-Heinrich-Ehlen folgt, ist seit ihrer Jugend mit der Landwirtschaft
verbunden. Sie wuchs in Brühl auf einem landwirtschaftlichen Familienbetrieb
auf, studierte Haushalts- und Ernährungswissenschaft in Bonn und arbeitete als
Prokuristin in der Mastputen-Brüterei ihres Mannes. Zu ihrem Ressort zählt
neben der Landwirtschaft auch der Verbraucherschutz. Im September 2009 gewann
sie erstmals seit 44 Jahren für die CDU das Direktmandat des
Bundestagswahlkreises Delmenhorst-Wesermarsch-Oldenburger Land.
Der neue Kultusminister Bernd
Althusmann war erst vor einem Jahr der Kultusministerin Elisabeth
Heister-Neumann als Staatssekretär zur Seite gestellt worden, nachdem diese
seit ihrem Wechsel vom Justizministerium ins Kultusministerium immer wieder auf
Kritik gestoßen war und in Niedersachsen als glücklos galt. Der 43 Jahre alte
Pädagoge, Betriebswirt und Reserveoffizier Althusmann aus Lüneburg hat die
niedersächsische Schulpolitik seitdem wieder in ruhigere Bahnen gelenkt. Sein
Ressort wird erweitert um die Zuständigkeit für frühkindliche Bildung, in der
Niedersachsen im Ländervergleich als rückständig gilt. Neue Staatssekretärin
wird Christine Hawighorst, bisher Staatssekretärin im Sozialministerium.
Der Fraktionsvorsitzende der SPD,
Jüttner, befürwortete die Ernennung von Frau Wanka. Er hoffe, dass damit eine
„antriebs- und ideenlose Zeit“ ende. Jüttner sagte, die Berufungen von außen
zeigten, dass die CDU-Fraktion „leer gefegt und ausgezehrt“ sei. Die
Fraktionsvorsitzende der Linkspartei, Kreszentia Flauger, bezeichnete es als
„erschreckend“, dass mit Astrid Grotelüschen eine „Lobbyistin der
Massentierhaltung“ Ministerin werde. Der FDP-Landesvorsitzende,
Bundesgesundheitsminister Rösler, äußerte die Erwartung, die Kabinettsumbildung
werde Niedersachsen „unter dem Motto Wissen, Toleranz und Zusammenhalt“ neuen
Schub bringen. Faz.net 19
Erste türkischstämmige Ministerin. Bis nach oben
Aygül Özkan ist die erste deutsche
Ministerin mit türkischen Eltern - und ausgerechnet von der CDU. Eine historische
Entscheidung. Ein Kommentar von Roland Preuß
Türkische Zeitungen drucken nur sehr
selten deutsche Schlagzeilen. Am Dienstag aber war es so weit: "Dankeschön
Frau Merkel" titelte das Massenblatt Hürriyet in seiner
Deutschland-Ausgabe und ließ die CDU-Vorsitzende hochleben, weil ihre Partei
die Deutsch-Türkin Aygül Özkan in Niedersachsen zur Ministerin gemacht hat. Die
neue Zweisprachigkeit rechtfertigte die Redaktion mit der "historischen
Entscheidung" - zu recht.
Erstmals gelangt mit Özkan jemand mit türkischen
Eltern in ein deutsches Regierungsamt, als Sozial- und Integrationsministerin.
Die Berufung ist eine Ermutigung für die 15 Millionen Zuwanderer und ihre
Kinder, vor allem aber für die etwa drei Millionen Türken und Deutsch-Türken:
Ihr könnt es bis nach oben schaffen.
Dass es ein türkischstämmiger Politiker
irgendwann zum Minister bringen würde, war zu erwarten. Dass die CDU diesen
Schritt als Erstes tut, ist eine Überraschung. Ausgerechnet die Partei, die das
Christliche im Namen und eine erschwerte Zuwanderung im Programm stehen hat,
holt eine Muslimin als Ressortchefin.
Doch das gewagte Manöver könnte sich
auszahlen: Bei den liberal eingestellten Einheimischen kann sich die CDU damit
als weltoffen präsentieren, bei den Zuwanderern kann sie sich als neue
politische Heimat für Migranten darstellen. Sie zapft damit ein wachsendes
Wählerpotential an: Gut vier Millionen Zugewanderte besitzen bereits den
deutschen Pass, etwa 600000 von ihnen haben türkische Wurzeln - und jedes Jahr
kommen fast 100000 Neudeutsche durch Einbürgerung hinzu. Die Berufung Özkans
ist deshalb vor allem ein taktischer Schritt.
Es hat lange gedauert, bis die
Christdemokraten bereit waren, diese Menschen auch als Chance zu begreifen. In
der Kohl-Ära existierten die vermeintlichen Gastarbeiter vor allem als
Problemtürken, als Verfügungsmasse im Ringen um Wählerstimmen. Franz Josef
Strauß warnte damals vor einem Zustrom von "Kanaken", Kohl lehnte
1993 nach dem tödlichen Brandanschlag auf Türken in Solingen einen Besuch ab
mit dem Satz, er halte nichts von "Beileidstourismus", und
CDU-Innenminister Manfred Kanther wetterte gegen den Vorschlag,
Zuwanderer-Kinder sollten wenigstens bis zur Volljährigkeit zwei Pässe behalten
dürfen: "Soll dann der junge Türke unter dem Brandenburger Tor seinen
deutschen Pass verbrennen?" Solche Sätze haben Wunden geschlagen, sie sind
vielen Deutsch-Türken bis heute befremdlich in Erinnerung. Erst nach Kohls
Abgang 1998 bahnte sich ein Wandel an, wurden Zuwanderung und Integration als
CDU-Themen entdeckt, mit denen sich punkten lässt, wurde ernsthaft versucht,
einen Deutsch-Türken, Bülent Arslan, für den Bundestag zu nominieren.
Die Integrationskräfte einer
Volkspartei
Natürlich läuft dieser Prozess nicht
konfliktfrei ab. Hessens Ministerpräsident Roland Koch entfachte eine Kampagne
gegen die doppelte Staatsbürgerschaft und gewann damit 1999 die Landtagswahl;
Jahre später half ihm das Polemisieren gegen ausländische jugendliche
Straftäter nichts mehr. Aber Bülent Arslans Kandidatur scheiterte 2001 am Widerstand
der CDU-Basis, wo bis heute große Skepsis gegenüber Deutsch-Türken herrscht.
Ihre Zukunft ist den meisten Parteimitgliedern kein Herzensanliegen, sie sind
allenfalls als Wähler von Nutzen. Die Parteiführung aber setzt auf die
Integrationskräfte einer Volkspartei, die in ihrer Geschichte schon andere
große Gruppen in ihre Reihen aufgenommen hat. Konrad Adenauer gelang es, in den
Anfangsjahren der Bundesrepublik die Millionen Vertriebenen weitgehend für sich
zu gewinnen. Ihre Vertreter ließ er an prominenter Stelle Politik machen, seine
Sozialpolitik ebnete ihnen den Weg für ein neues Leben in Westdeutschland.
Viele von ihnen machten Karriere.
Ein ähnliches Angebot macht die CDU nun
den heutigen Zuwanderern. Vergangenes Jahr rief der nordrhein-westfälische
Integrationsminister Armin Laschet die Aufsteiger-Republik aus - eine Idee, der
sich erst vergangene Woche die Berliner Landes-CDU in einem liberalen
Integrationskonzept anschloss. Auch mit Muslimen teile man doch einige Werte,
heißt es da, etwa den Respekt für die Familie, aber auch Gesetz und Ordnung.
Die neue Ministerin Özkan passt gut in dieses Bild: Sie hat es mit Fleiß zu
etwas gebracht. Die Juristin war Führungskraft bei der Telekom und trat der CDU
bei, weil deren Programm ihren eigenen Grundüberzeugungen entspricht.
Diesem Modell hat die SPD derzeit wenig
entgegenzusetzen, zu wenig, um ihre traditionell hohen Zustimmungswerte unter
Migranten aus der Türkei und Südeuropa halten zu können. Es fehlen ihr bekannte
Zuwanderer in Parlamenten und Regierungen sowie Köpfe, die die
Integrations-Debatte mit bestimmen. Die Anziehungskraft eines Gerhard Schröder,
der auch wegen seines Einsatzes für Doppelpass und den EU-Beitritt der Türkei
viel Zuspruch erfuhr, schwindet, während die SPD mehr und mehr mit den Poltereien
ihres Ex-Senators Thilo Sarrazin assoziiert wird. Der Hürriyet-Bericht lässt
sich deshalb auch als Warnung an die SPD lesen, ihrer Zuwanderungspolitik
endlich ein Gesicht zu geben. Denn die zweite Schlagzeile zu Aygül Özkan
lautet: "Unsere erste Ministerin".
SZ 21
Kabinettsumbildung in Niedersachsen. Erste Ministerin mit Migrationshintergrund
Niedersachsens Ministerpräsident
Christian Wulff bildet sein CDU/FDP-Kabinett auf vier Positionen um. Alle vier
ausscheidenden Minister gehören der CDU an.
HANNOVER - Niedersachsens
Ministerpräsident Christian Wulff (CDU) will für neuen Schwung in der
Landesregierung sorgen und tauscht gleich vier CDU-Minister aus. Es ist die
größte Kabinettsumbildung in seiner Amtszeit. Dabei landete er einen Überraschungscoup
mit der neuen Sozial- und Integrationsministerin, der 38 Jahre alten Juristin
Aygül Özkan aus Hamburg. Mit ihr werde erstmals in Deutschland eine Frau mit
Migrationshintergrund Ministerin, verkündete Wulff am Montag stolz. Er sprach
von einem Neustart der Regierung mit "neuen Ideen".
Auch eine zweite Ministerin holt der
Regierungschef von außen: Brandenburgs CDU-Chefin Johanna Wanka (59) wird
Wissenschaftsministerin. Sie löst Lutz Stratmann ab. Wanka, jahrelang
Ressortchefin in Potsdam, sagte: "Ich bin nicht für laute Töne und
Polarisierung, sondern orientiere mich an der Sache."
Die 45 Jahre alte Astrid Grotelüschen
aus dem Kreis Oldenburg - erst seit sechs Monaten Bundestagsabgeordnete -
übernimmt das Agrarministerium. Hans-Heinrich Ehlen, gesundheitlich
angeschlagen, muss gehen. "Agrarland Nummer 1 - das sind wir hier in
Niedersachsen, das wollen wir bleiben", sagte Grotelüschen.
Weniger überraschend war dagegen die
Besetzung des Kultusministeriums mit dem 43-jährigen Bernd Althusmann, seit zehn
Monaten war er bereits Kultus-Staatssekretär. Er übernimmt den Posten der eher
glücklosen Ministerin Elisabeth Heister-Neumann, die Streit in der Schuldebatte
auslöste und Verbände gegen sich aufbrachte.
Die Opposition kritisierte Wulff
Entscheidungen umgehend. Der Regierungschef habe zwar neue Köpfe, aber
keine neuen Ideen präsentiert, bemängelten SPD, Grüne und Linke. Scharfe
Kritik gab es vor allem an der Berufung der neuen Landwirtschaftsministerin
wegen ihrer Herkunft aus einem industriellen Agrar-Großbetrieb. Ferner rügte
die Opposition das Festhalten Wulffs an Umweltminister Hans-Heinrich Sander
(FDP).
Der Regierungschef betonte dagegen:
"Es entsteht ein neuer Aufbruch." Schwächen einzelner Minister seien
nicht die Grundlage für seine Kabinettsumbildung, betonte er. Keine einzige
Personalentscheidung sei getroffen worden, weil sich ein Regierungsmitglied
etwas habe zu Schulden kommen lassen.
Mit seiner neuen Sozial- und
Integrationsministerin, der türkischstämmigen CDU-Abgeordneten Özkan setzt Wulff
einen besonderen Akzent. Er gibt der Integrationspolitik ein stärkeres Gewicht.
"Ich bin mir bewusst, dass ich eine Vorbildrolle spiele", sagte
Özkan. Sie löst Mechthild Ross-Luttmann ab, die stets ein wenig blass blieb.
Wulff schilderte, er habe die neuen
Köpfe in seiner Regierungstruppe auch bei einem "bundesweiten
Screening" gefunden - er suchte also nicht nur in Niedersachsen, sondern
deutschlandweit nach neuen Ministern. Zugleich hat er Innenminister Uwe
Schünemann (CDU) einen Dämpfer verpasst, weil dieser bisher für die Integration
mitverantwortlich war. Zuletzt hatte es,etwa wegen der Moscheekontrollen, immer
wieder Spannungen zwischen Wulff und Schünemann gegeben.
Der Ministerpräsident räumte ein, dass
es innerhalb der eigenen CDU-Landtagsfraktion nun auch manche Enttäuschung
geben dürfte. Einige Abgeordnete hatten sich Hoffnung auf einen Ministerposten
gemacht. Wulff sagte, er habe in der Vergangenheit immer wieder Minister
abgegeben - etwa die jetzige Bundesarbeitsministerin Ursula von der Leyen (CDU)
und Gesundheitsminister Philipp Rösler (FDP). "Da ist es nur recht und
billig, dass man sich von außen jemanden holt."
Die Minister Uwe Schünemann (Innen),
Hartmut Möllring (Finanzen) und Bernd Busemann (Justiz) behalten ihre Posten.
Auch die FDP-Ressorts mit Hans-Heinrich Sander und Jörg Bode bleiben
unangetastet. Start der neuen Regierung ist am kommenden Dienstag - dann werden
die vier CDU-Minister vereidigt. Dpa 19
Aygül Özkan (38). Loyal, gläubig, qualifiziert
In Niedersachsen ist mit Aygül Özkan
(38) die erste türkischstämmige Frau in eine deutsche Regierung eingezogen. Ein
kluger und längst überfälliger Schritt.
Gemessen an der Zahl der Migranten und
Muslime in Deutschland sind diese noch stark unterrepräsentiert, nicht zuletzt
in der CDU/CSU selber. Umso höher ist es Christian Wulff anzurechnen, dass er
diesen Schritt gegangen ist. Es bleibt zu hoffen, dass andere Länder – allen
voran die Bundesregierung – sich dieses Beispiel zu Herzen nimmt, damit nicht
Frau Özkan einmal als „Quotenmigrantin“ dasteht.
Als im vergangenen Jahr die deutsche
U-21-Nationalmannschaft Fußballeuropameister wurde, hießen die Stars auch Özil,
Boateng, Khedira und Castro. Im Sport funktioniert, woran es in Wirtschaft und
Gesellschaft mangelt: Menschen mit Zuwanderungsgeschichte werden zu
akzeptierten Leistungsträgern. Doch dass aus Kindern von „Gastarbeitern“ auch
Ärzte, Anwälte, Polizisten oder Hochschullehrer werden könnten, halten viele
„Bio-Deutsche“ immer noch für abstrus, obwohl sie längst als Brückenbauer für
Deutschland in einer globalen und vernetzten Welt fungieren. Und sie helfen dem
Standort Deutschland mit ihrem Wissen, ihrem religiösen und kulturellen
Hintergrund sowie ihren Sprachkenntnissen – ähnlich, wie ihre Eltern damals als
Gastarbeiter einen beachtlichen Teil zum deutschen Wirtschaftswunder beitrugen.
Anstatt aber mit diesen Pfunden zu wuchern, herrschen in unserer Gesellschaft nicht selten Geringschätzung und kleinkariertes Denken vor, was viele hochqualifizierte Menschen mit Migrationshintergrund abschreckt. Seriöse Studien sprechen von einem Abwanderungsphänomen. Ärzte, Ingenieure, Informatiker – viele Hochqualifizierte mit Zuwanderungsgeschichte – verlassen Deutschland und gehen ins Land ihrer Eltern zurück. Der nordrhein-westfälische Integrationsminister Armin Laschet hat diese Entwicklung