WEBGIORNALE  27-29  Aprile  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       E due! Di nuovo rinviate le elezioni di Comites e Cgie: entro la fine del prossimo anno  1

2.       Il segretario generale del Cgie Elio Carozza a Mantica: “Chiediamo l’attuazione dei nostri diritti”  1

3.       Concluso il V Congresso della Fusie. Giangi Cretti (Svizzera) il nuovo presidente  2

4.       Congresso Fusie. La difficile immagine della presenza italiana all’estero  2

5.       Congresso Fusie. Il dibattito della sessione pomeridiana presso il Cnel 2

6.       Dibattito in Senato sul voto all’estero  3

7.       Tagli ai contributi per la stampa italiana all’estero e prospettive per il futuro  5

8.       Messaggio del MediaClub-Germania al Congresso della Fusie  6

9.       “Sostenere la stampa italiana nel mondo per valorizzarne l’importante ruolo culturale”  6

10.   John Dickie questa sera all’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera  6

11.   Giorgio De Chirico piace al pubblico di Hannover 6

12.   “Jazz mit Luigi Bozzolan und Eugenio Colombo“ a Monaco di Baviera il 5 maggio  7

13.   Senato e Camera incontrano la virtuosa Wolfsburg, cittadina modello esemplare di integrazione  7

14.   Conferenza Aspen Italia a Berlino. La scommessa europea e i nuovi assetti internazionali 7

15.   Laura Garavini e Marco Meloni ospiti al Max Planck Institut di Monaco di Baviera  8

16.   “Trentino Wine on Tour”. I vini trentini presentati a Berlino  8

17.   Garavini (Pd): "Sbagliato fare equazione tra voto estero e malavita  8

18.   Il PdL-Germania sullo scontro Fini-Berlusconi. Pignataro: uno sconquasso incomprensibile  9

19.   Italiani all'estero e PdL. E' tempesta. Aldo Di Biagio sta con Fini. Picchi e altri chiedono le dimissioni 9

20.   Seminario Pd sul voto all’estero. Si al voto per posta ma legato all’opzione dell’elettore  10

21.   Il 30 aprile in Senato la Conferenza dei Consigli Europei dei residenti all’estero  10

22.   La libera circolazione degli extracomunitari con visto di soggiorno nello spazio di Schengen  11

23.   Aiuti alla Grecia, Frattini preoccupato: «La rigidità della Germania è pericolosa»  11

24.   Putin da Berlusconi. Vertice su energia e L'Aquila  11

25.   Presidenziali in Austria, stravince Fischer. Ma l'estrema destra sfiora il 16 per cento  12

26.   Separati in patria  12

27.   L’infinito tira e molla sulle riforme  12

28.   La politica e lo strapotere centralista  13

29.   Nuova Costituzione. Le riforme della terza unità d’Italia  14

30.   Bersani: "Così riforme impossibili. Berlusconi vuole solo le elezioni"  14

31.   Il 25 Aprile. Una ricorrenza da tenere stretta. Il significato di una festa  15

32.   Chi non paga la retta ad Adro? Famiglie al limite della povertà  15

33.   L’editoriale di LR. L'unità del Paese è soltanto un ricordo  15

34.   Colpito il simbolo dell'antimafia  17

35.   Riorganizzazione della rete consolare in Svizzera: chiuderà Ginevra o Losanna ?  17

36.   PdL, PD e il centralismo democratico. Un ritorno all’antico  17

37.   Brunetta, l'ultima rivoluzione: documenti e posta sul web  18

38.   I costi della guerriglia  18

39.   "La Lega non accetta un doppio Pdl, se ci saranno ribelli si va alle urne"  18

40.   Prosegue al Senato l’indagine conoscitiva sul voto all’estero  19

41.   Rosarno, immigrati sfruttati: caporali arrestati, 10 milioni di beni sequestrati 20

42.   Conclusa la VI edizione del Concorso Video “Memorie Migranti”  21

43.   VI assemblea dell’Alleanza degli Ospedali Italiani nel Mondo: l’Italia si distingue all’OMS  21

44.   “L’amianto uccide ancora!”: importante iniziativa del Circolo di Zurigo del Partito Democratico  22

 

 

1.       Bundeskonferenz der Integrationsbeauftragten in Oldenburg  22

2.       Flüchtlingsabkommen. Mehr als 20.000 müssen gehen  23

3.       Kommentar. Die Lebenslügen deutscher Einwanderungspolitik  23

4.       Warum ausgerechnet für Migranten kein Stuhl am Runden Tisch Sexueller Missbrauch?  23

5.       "Rückführungsabkommen".  Schmutzige Hände. 24

6.       HSV feuert Trainer Labbadia. Wer ist eigentlich Bruno Labbadia? Der Kämpfer 24

7.       USA. Arizona macht Jagd auf Einwanderer 24

8.       Migrationspolitik in den USA. Gesetz gegen Einwanderer 25

9.       Frankreich. Muslimen droht Ausweisung nach Autofahrt im Vollschleier 25

10.   Die designierte niedersächsische Sozialministerin Özkan für Kruzifix-Verbot 26

11.   Keine ausreichenden Kenntnisse. Kruzifix-Verbot – Özkan entschuldigt sich  26

12.   Niedersachsens moderne CDU. Kann Aygül Özkan Ministerin?  26

13.   Italien ermahnt Bundesregierung. Merkel kündigt Erklärung zu Griechenland an  27

14.   Griechenland. Deutschland streitet über Hilfe  28

15.   Der IWF in Europa. Es wird mehr Arbeitslose geben  28

16.   Niedrige Wahlbeteiligung. Fischer bleibt Bundespräsident in Österreich  29

17.   Parlamentswahl in Ungarn Triumph für die Rechte  29

18.   Krisenmanagement. Vor dem nächsten Ausbruch  29

19.   Präsidialisierung der Außenpolitik. Der zweite Mann. Staatsminister für Afghanistan?  30

20.   Parteitag der FDP/Guido Westerwelle. Luftikus sucht Bodennähe  31

21.   Leitartikel. Jenseits von Schwarz-Gelb  31

22.   Sexuelle Gewalt: Runder Tisch Im Fegefeuer der Wahrheit 32

23.   Soziologe Rucht. "Die Grauköpfe – und die ganz Jungen"  32

24.   Steuerpläne der FDP. Schrille Töne reichen nicht 33

25.   BKA. Verfahren gegen Islamisten auf Höchststand  33

26.   Sarkozy will Gesichter sehen. Burkaverbot im Eilverfahren  33

27.   Frankreich. Minister will schärferes Gesetz gegen Vielweiberei 33

28.   Deutscher Filmpreis. Doppelte Staatsbürgerschaft 34

29.   Das andere Deutschland: Der ZDF-Film „Schutzlos“ gibt den hunderttausenden Illegalen ein Gesicht. 34

 

 

 

 

E due! Di nuovo rinviate le elezioni di Comites e Cgie: entro la fine del prossimo anno

 

Roma- "Il Consiglio dei Ministri ha deciso di differire, in attesa del riordino della materia, al 31 dicembre 2012 il termine entro il quale svolgere le elezioni per il rinnovo dei Comitati degli italiani all’estero e del Consiglio generale degli italiani all’estero". È quanto si legge in una nota della Farnesina di venerdi 23 aprile in cui si conferma quanto dichiarato dal sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica durante l’audizione di mercoledì scorso in Senato.

I Comites – e di conseguenza il Cgie – come noto dovevano essere rinnovati l’anno scorso. Il termine era stato spostato alla fine di quest’anno, come inizialmente previsto dal Milleproroghe del dicembre 2008. Ora viene confermato l’ennesimo rinvio che, come aveva detto Mantica, farà sì che i nuovi Comitati saranno eletti solo dopo la riforma degli istituti di rappresentanza, al momento all’esame del Senato.

 

"Come affermato fin dall'inizio di questa legislatura il governo pensa che vada affrontato nel suo complesso il problema della riforma della rappresentanza degli italiani all'estero: Comites, Cgie e voto legislativo". Così il sottosegretario agli Affari esteri Alfredo Mantica nella sua audizione di mercoledì scorso sulla riforma del sistema di elezione nelle circoscrizione estere. Mantica risponde a una sollecitazione del senatore del Pd Claudio Micheloni, che gli chiede quale sia la posizione dell'esecutivo sull'ipotesi di legare alle elezioni legislative l'elezione dei Comites, anche se questi ultimi dovrebbero essere per legge rinnovati entro quest'anno. In questo momento, secondo Mantica, "è opportuno rinviare le elezioni dei Comites perché è nostra intenzione far votare con la nuova riforma e non importa se questa avverrà nel 2011 o nel 2013". Ipotesi questa fortemente contrastata da Micheloni, dal momento che "un rinvio al di là della prossima primavera significa uccidere questi organismi". Sulle elezioni dei parlamentari all'estero, per Mantica "non si tratta di mettere in discussione né il voto degli italiani che risiedono fuori dal nostro Paese né il sistema delle circoscrizioni ma il governo è disposto a rivedere alcuni aspetti tecnici del voto perché, come è emerso finora, ci sono state delle difficoltà nello svolgimento delle elezioni". Il problema è trovare un equilibrio tra le diverse riforme perché se si va a un muro contro muro, anche con il Cgie, allora la maggioranza, spiega Mantica, potrebbe "lasciare i Comites e i Cgie come sono ora ed eliminare il voto all'estero, perché gli italiani sarebbero così già rappresentati", oppure "si potrebbe decidere di mantenere il voto ed eliminare i Comites e il Cgie, che non si sa a cosa servano". Ma su questo tema c'è anche un problema di costi: "Comites e Cgie - prosegue Mantica - costano 5 milioni di euro all'anno per il loro funzionamento, per le loro elezioni servono 9,5 milioni e per quelle dei parlamentari 16". Ecco perché sarebbe auspicabile un loro accorpamento "senza intaccare la democraticità della rappresentanza". Tutti temi che sono sul tavolo in questo momento ma che il governo non è disposto a trattare con chi vuole solo difendere strutture antiche "che non rappresentano più niente. Andate a guardarvi i verbali delle riunioni intercontinentali - continua Mantica - e poi chiedetevi quale significato hanno".

Per il sottosegretario agli Esteri, il sistema di voto potrebbe essere sganciato dal voto per le elezioni politiche "perché vorrei difendere anche il principio che i Comites sono organismi di rappresentanza che non dovrebbero formarsi seguendo gli schemi della battaglia politica". Il governo spera di far presto e pensa che la riforma dei Comites e del Cgie debba proseguire per la sua strada, fermo restando la necessità di proseguire l'indagine conoscitiva sul sistema di elezione nelle circoscrizione estere, anche perché in quest'ambito sono emersi altri temi, come l'entità delle circoscrizioni o l'introduzione di liste bloccate, "che con i Comites non hanno nulla a che fare. Ma se il parlamento deciderà di continuare a far marciare insieme le due riforme - conclude Mantica - non c'è nessuna contrarietà da parte nostra". Sul fronte dell'opposizione, invece, il senatore Micheloni annuncia che il Pd presenterà entro la fine della prossima settimana una propria proposta di riforma del sistema elettorale all'estero. (Agenzie/De.it.press)

 

 

 

 

 

Il segretario generale del Cgie Elio Carozza a Mantica: “Chiediamo l’attuazione dei nostri diritti

 

Da Elio Carozza, segretario generale del Cgie, riceviamo e pubblichiamo questa replica alle dichiarazioni del sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica che, nell’audizione in Senato di mercoledì scorso (vedi sopra, ndr), ha confermato che le elezioni dei Comites verranno rinviate e che le stesse si terranno solo dopo la riforma. Riforma che, come si ricorderà, non piace al Cgie e al mondo delle associazioni.

 

Il 30 aprile il Senato della Repubblica italiana ospiterà un avvenimento di tutto rilievo sul piano europeo, internazionale, oltre che nazionale: il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero e la Presidenza del Senato riceveranno a Palazzo Madama le delegazioni degli organismi europei dei cittadini residenti fuori dai confini del Paese d’origine dei 27 Stati dell’Unione.

Un incontro importante per le cancellerie del “mosaico” Europa, fortemente perseguito dal CGIE, che in Italia tuttavia, per le attuali sempre più complesse vicende che ci riguardano così da vicino, rischia di passare in secondo piano nell’attenzione del mondo politico.

Soprattutto del mondo politico che dovrebbe essere tramite privilegiato presso il Governo, il Sottosegretario agli Affari Esteri con delega per gli Italiani nel Mondo, il Sen. Alfredo Mantica, il quale sembra non avere nemmeno il dono del tempismo, dimenticando che di qui a qualche giorno la stessa sede del Senato in cui si è espresso ieri in modo del tutto incongruo, secondo le esternazioni riportate dalle agenzie di stampa, ospiterà l'importante appuntamento delle delegazioni dei Consigli dei cittadini “en mouvement”.

Né pare rendersi conto di aver utilizzato un'audizione parlamentare per esprimersi in termini di fantapolitica nei confronti di persone ed istituti di partecipazione democratica divenuti all'estero esempio e riferimento dei 27 Paesi UE.

Ma, evidentemente, il Sottosegretario agli Affari Esteri, Sen. Alfredo Mantica, stando a quanto riferiscono fonti di agenzia, ritiene che gli strumenti di partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni politiche che li riguardano, come il rinnovo dei Comites e del CGIE, sia un optional a geometria variabile nell’architettura della rappresentanza del quale può disporre a seconda delle proprie valutazioni e sensibilità e non un diritto sancito dalla legislazione di questo Paese, che ne prevede tempi e precise modalità di esercizio.

Come tale le fasi preparatorie perché il diritto elettorale possa essere esercitato richiedono tempi lunghi. Ed è su questo aspetto che il sottoscritto, in qualità di Segretario Generale del CGIE, su sollecitazione del Comitato di Presidenza, ha inviato al Sottosegretario una lettera, di cui lo stesso Mantica ha riferito in maniera melodrammatica ieri in Senato – e che per ragioni di “trasparenza” viene qui di seguito pubblicata - in cui il Comitato, le Commissioni Continentali ed i Comites chiedono all’unanimità di dare inizio al processo elettorale il più presto possibile.

 

"Lettera - Consiglio Generale degli Italiani all'Estero. Il Segretario Generale

Roma, 31 marzo 2010. Gentile Sottosegretario,durante la riunione dello scorso Comitato di Presidenza uno dei principali temi è stato quello riguardante le elezioni per il rinnovo di COMITES e CGIE che, secondo il decreto Legge "Milleproroghe" 207/ Z00B dovranno tenersi entro il 31 dicembre 2010.

Come ben noto, a seguito del suddetto provvedimento emanato dal Governo le elezioni sono già slittate di un anno, in quanto in applicazione delle prescrizioni dell'art. 8 della legge 286 del 23 ottobre 2003 si sarebbero dovute tenere entro il 20 marzo 2009.

Il Comitato di Presidenza all'unanimità ha ribadito la necessità di dare inizio il più presto possibile al processo elettorale e sono pertanto qui a chiederle di rendere nota, durante la prossima Assemblea Plenaria che si terrà a fine aprile, la decisione del Governo in merito. Mi permetto di sottolineare che l'iter elettorale, come indicato dalla Legge, prevede una lunga procedura, pertanto, valutati i tempi, il Comitato di Presidenza ritiene che le elezioni debbano essere indette entro il mese di giugno.

Grato per l'attenzione che vorrà rivolgere a questa nostra richiesta e certo di poter contare sulla Sua sensibilità Le rivolgo i miei più cordiali saluti.

Il Segretario Generale Elio Carozza"

 

Non mi è sembrato che, sempre secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, le affermazioni del Sottosegretario, espresse nelle sue solite modalità che vanno ormai ben oltre la millantata franchezza, abbiano colto il contenuto della lettera, preferendo attribuire alla mia persona frasi e contenuti non presenti. L'Assemblea Plenaria risponderà sull'argomento.

È in tutto ciò evidente come il processo di svolta che il CGIE, in prima persona, e gli altri Consigli europei dei cittadini “en mouvement” intendono imprimere alle politiche migratorie stia divenendo quanto mai urgente ed in questo senso l’importanza dell’appuntamento del 30 aprile prossimo, che seguirà un’Assemblea Plenaria in cui la ragionevolezza dei contenuti e dei toni ritengo sia quanto mai necessaria. Elio Carozza, segretario generale del Cgie

 

 

 

 

 

Concluso il V Congresso della Fusie. Giangi Cretti (Svizzera) il nuovo presidente

 

A Lorenzo Prencipe (Cser) l’incarico di vice presidente. Presidente onorario Domenico De Sossi

 

Roma –  Il quinto Congresso della  Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero (Fusie) si è concluso con l’elezione del nuovo presidente. Sarà Giangi Cretti, vice presidente uscente della Federazione e direttore della testata on line Ilgiornale.ch (Svizzera), a guidare la Fusie nei prossimi anni. Cretti è stato eletto dal nuovo direttivo, composto da 35 membri, con 20 voti a favore su di un totale di 27 votanti. Quattro suffragi sono andati all’altro candidato, Mauro Montanari (Corriere d’Italia). Da segnalare anche due schede bianche e una nulla. La vice presidenza della Federazione è andata a Lorenzo Prencipe, direttore del Centro Studi Emigrazione (Roma) che ha ottenuto ventidue suffragi, contro i quattro acquisiti da Franco Santellocco (La Voce). Patrizio De Martin (Bellunesi nel Mondo) è stato confermato presidente del Collegio dei Revisori; sarà affiancato da Maurizio Tomasi e Antonio Simeoni. Il presidente uscente Domenico De Sossi è stato eletto per acclamazione presidente onorario.

“La Fusie – ha affermato Giangi Cretti – deve garantire la propria credibilità e darsi un codice etico. Dobbiamo includere le novità dei nuovi media che rappresentano un’opportunità, ma anche questi vanno auto regolamentati attraverso principi etici. E’ necessaria – ha aggiunto Cretti – l’acquisizione da parte della Federazione di nuove risorse e va continuato il confronto con le istituzioni”. Il neo presidente ha inoltre fissato un momento di verifica del lavoro da lui svolto che dovrebbe avere luogo fra un anno. Si è inoltre parlato della creazione di un sito web della Federazione.

Per quanto riguarda gli altri incarichi statutari della Fusie ricordiamo la riconferma del segretario generale Giuseppe della Noce (Aise) e la nomina a tesoriere di Gennaro Maria Amoruso (Calabria Mondo). Faranno parte del Collegio dei Probiviri, presieduto da Antonio Laspro, Giovanni Costanzelli e Riccardo Masin.

Nuova l’istituzione, su proposta di Gretti, dell’Ufficiodi Presidenza, che sarà formato da: Marco Basti (Tribuna Italiana, Sud America), Mauro Montanari (Corriere d’Italia, Europa), Vittorio Giordano (Cittadino Canadese, Nord America), Franco Santellocco (La Voce, Asia e Africa) e Frank Barbaro (Nuovo Paese, Oceania). Nel Comitato di Presidenza sarà presente anche un rappresentante per ogni singola tipologia editoriale. Dal Brasile Pietro Domenico Petraglia (Comunità Italiana) rappresenterà i periodici, dal Venezuela Mauro Bafile (Voce d’Italia) si occuperà del settore quotidiani, dall’Italia Stefania Pieri (Filef – Emigrazione Notizie) seguirà le Nuove Tecnologie, dalla Svizzera Pasquale Sacino (Rinascita.ch) si occuperà degli Audiovisivi e dall’Italia Maria Ferrante (Italian Network) rappresenterà le agenzie specializzate. Ricordiamo infine che fanno parte del nuovo Consiglio direttivo: Barbaro (Australia), Finzi (Tunisia), Basti e Cario (Argentina), Vita e Bafile (Venezuela), Della Noce, Prencipe, Pieri, Lauricella, Santellocco, Dassi, Amoruso, Dotolo, Giuliani, Filosa, Azzia, Ferretti, Ferrante e Liberatori (Italia); Mancuso (Gran Bretagna), Montecchi (Bulgaria), Porpiglia (Uruguay), Tomasi (Cile); Sacino, Cretti e Spadacini (Svizzera); Caprile, De Florentiis e Giordano (Canada); Forza (Croazia), Montanari (Germania), Nadini e Petraglia (Brasile), Molteni (Francia). (G.M.- Inform)

 

 

 

 

Congresso Fusie. La difficile immagine della presenza italiana all’estero

 

Roma - L’Italia ha un’immagine datata degli italiani all’estero e non tanto per mancanza di informazione, quanto per determinate scelte politiche che, di fatto, hanno concentrato l’azione di Governo sull’assistenza, tralasciando contatti e collaborazioni con chi, negli anni, ha evoluto la propria posizione sociale e lavorativa. Questo, in estrema sintesi, quanto sostenuto da Giuseppe De Rita, Presidente del Censis che venerdì mattina è intervenuto ai lavori del V Congresso della Fusie tenuto a Roma nella sede del Cnel  il 23 aprile e presso lo Cser il giorno dopo, cui hanno partecipato editori e direttori dei giornali italiani editi all’estero, parlamentari di diversi schieramenti, rappresentanti delle associazioni di categoria e dei patronati.

"La difficile immagine della presenza italiana all’estero" il tema della sua relazione che ha declinato il concetto di "social reputation" negli anni passati.

Prima dell’inizio dell’ondata migratoria che portò fuori dall’Italia milioni di connazionali, la reputazione sociale del nostro paese, ha spiegato De Rita, "era quella diffusa dai grandi viaggiatori". L’immagine dell’Italia era quindi quella del Paese "culla di cultura e della civiltà più alte". Con l’arrivo nei diversi continenti degli emigrati questa immagine cambia: "l’emigrazione sconvolge il modo in cui gli italiani erano interpretati all’estero. prima eravamo "alti", colti, e all’improvviso diventiamo disperati, distrutti, con le valigie di cartone e con qualche aggancio malavitoso. Difendere la reputazione sociale del Paese fu necessario e lo fece la stampa italiana all’estero".

Ma poi le cose cambiano: gli italiani si integrano, emergono nelle società di accoglienza e "comincia un ciclo diverso" messo in atto da persone "che non hanno più la valigia di cartone, non sono più disperati ma sono diventati piccoli imprenditori, persone che hanno un proprio spazio e che continuano a crescere". La reputazione sociale dell’italiano all’estero cambia, si evolve, ma "la politica nazionale non segue questo cambiamento: invece di seguire questo progresso – ha denunciato De Rita – si è preferito continuare a pensare solo a chi stava male: per dar conto a certi poteri italiani di partito e sindacato si è preferito limitare l’attenzione ai connazionali ai ricongiungimenti pensionistici e all’assistenza, piuttosto che pensare anche ad intercettare i processi di crescita".

Ora, ha proseguito il presidente del Censis, ci sono anche "italiani che girano il mondo, che hanno posizione consolidate pur rimanendo residenti in Italia. Un’elite che opera nel mondo della finanza e della globalizzazione che ha un suo peso". Questo per dire che "l’emigrazione si è ormai stratificata" e dunque la domanda da porsi è "dove risiede oggi la social reputation?" è ancora nella fatica dell’emigrazione povera o in chi ha successo?". Tra l’altro, il non aver capito la crescita dei connazionali, per De Rita, "ha portato ad una legge sul voto all’estero che prevede modalità demenziali che induce processi pauperistici".

Oggi, la reputazione sociale del nostro Paese si gioca su due fronti: "su come l’Italia guarda ai connazionali all’estero e su come accoglie gli immigrati. Pensare all’emigrazione "classica" è ancora una scelta valida, ma – ha avvertito De Rita – non può più essere l’unica. Delineare e far conoscere al Paese il quadro complessivo dell’emigrato italiano oggi – ha concluso rivolgendosi ai rappresentanti della stampa italiana all’estero – è il compito che vi attende".

 

Responsabile comunicazione del Censis, Massimiliano Valerii ha invece approfondito il tema "Media tra crisi e trasformazione", basandosi sui dati del 9° Rapporto sulla comunicazione del Censis. Il primo dei dati citato da Valerii è stato quello sulla evoluzione dei consumi mediatici degli italiani: "dal 2001 al 2009 gli utenti di tutti i media – ha spiegato – sono in crescita. Di tutti, non solo di quelli telematici". Inoltre, ha aggiunto, "dal 98 al 2008 le spese affrontate dagli italiani per libri e giornali sono aumentate del 38%". Certo, "i media si sono moltiplicati, ma i nuovi non hanno soppresso i vecchi, vi si sono affiancati" a dimostrazione che "il messaggio ha battuto il mezzo".

La carta stampata però paga pegno: proseguendo nella fotografia del rapporto tra italiani e media, intesi come fonti di informazione, Valerii ha spiegato, ad esempio, che in vista delle elezioni gli italiani si informano soprattutto (70%) attraverso tv e telegiornali, solo il 25% usa i giornali per farsi un’opinione.

Se negli anni il digital divide è diminuito, per cui ad oggi il 51% di italiani – che è pure è una percentuale alta, ma inferiore al 71% degli anni passati – non ha ancora accesso alle nuove tecnologie, il press divide aumenta: "la percentuale di persone che prima leggeva un giornale ed ora non lo fa più è passata in tre anni dal 34 al 39% e soprattutto tra i giovani più istruiti".

Un dato di cui, per Valerii, sono responsabili i giornali stessi che "fanno più opinione che informazione, quando non indugiano solo nel gossip". (m.c.\aise)

 

 

 

 

Congresso Fusie. Il dibattito della sessione pomeridiana presso il Cnel

 

La preoccupazione per la decurtazione dei contributi pubblici e per un mondo politico che sembra aver dimenticato la rilevanza economica e culturale delle nostre comunità nel mondo

 

ROMA – La seduta pomeridiana del V Congresso della Fusie, svoltosi  presso il Cnel, dal titolo “Informazione e comunicazione: quale futuro per la stampa italiana all’estero”, si è aperta con l’intervento di Claudio Pozzetti, responsabile della Cgil per i Frontalieri e consigliere del Cgie, che ha sottolineato l’importanza della definizione “stampa migrante”, coniata nella prima parte del dibattito da Lorenzo Prencipe. Un termine che, per Pozzetti, definisce al meglio il doppio ruolo della stampa italiana all’estero che si occupa sia dei problemi dei nostri concittadini nel mondo, dando ampio spazio alla tutela dei diritti delle fasce più deboli, sia delle questioni che riguardano il mondo dei migranti in generale, prima fra tutta quella dell’integrazione. Dopo aver ricordato che la nostra stampa all’estero deve favorire il confronto fra culture diverse, Pozzetti ha evidenziato come i recenti tagli ai contributi per l’editoria e la soppressione delle tariffe agevolate per le spedizioni colpiscano in primo luogo i piccoli editori e quindi facciano venire meno le voci dell’informazione legate agli interessi degli italiani nel mondo. 

  “I problemi che abbiamo avuto in tutti i settori per l’estero -  ha spiegato il senatore del Pd Claudio Micheloni, eletto nella ripartizione Europa - come ad esempio la ristrutturazione della rete consolare e i tagli delle risorse pubbliche per i giornali, sono legati al fatto che il mondo politico italiano ancora ignora cosa siano oggi le nostre comunità all’estero. Non avendo conoscenza di questa realtà essi prendono le loro decisioni, anche in buona fede, sulla base dell’immagine che hanno del nostro mondo. Io credo dunque  che dobbiamo metterci in discussione e interrogarci su di noi se vogliamo portare un messaggio diverso nella politica italiana. Negli ultimi mesi - ha proseguito Micheloni -  stanno riprendendo vigore in Parlamento i contrari all’esercizio del voto all’estero. Se si aprirà il cantiere della riforme costituzionale vi sarà, quasi sicuramente, un tentativo trasversale, con forte possibilità di successo, di eliminazione della circoscrizione Estero. Bisogna quindi far capire al mondo della politica che noi siamo importanti per l’Italia, e cioè che la comunità italiana all’estero è strumento di promozione del paese, di politica estera, di comunicazione, di promozione dell’economia e della cultura”. Micheloni ha poi sottolineato l’esigenza sia di battersi, attraverso la presentazione di emendamenti ed ordini del giorno, per il recupero delle risorse sottratte ai giornali italiani all’estero,  sia di avviare una riflessione interna alla Fusie che metta ordine e dia regole certe in questo settore.  

  Dopo la lettura del messaggio di Aldo Di Biagio, in cui il responsabile del Pdl per gli Italiani nel Mondo ricorda la presentazione di un emendamento al “decreto incentivi” volto al recupero dei contributi per la stampa italiana all’estero decurtati in modo retroattivo, Gaetano Parolin della Congregazione Scalabriniana, ha spiegato come anche la realtà editoriale del gruppo dei missionari scalabriniani  stia vivendo un momento critico, con una relativa riduzione delle pubblicazioni per gli italiani all’estero.  “Tutto questo avviene - ha puntualizzato Parolin -  per il nuovo volto della congregazione che ci costringe a fare i conti anche con altre realtà e gruppi. Non vedo però in questo un limite, ma uno stimolo e un invito ad avere un approccio, più globale, interculturale e reale alla realtà dell’immigrazione….Credo che la stampa migrante - ha proseguito Parolin- sia per forza di cose una realtà marginale che ha però un suo ruolo insostituibile in quanto ci aiuta conoscere, con uno sguardo dal basso, la realtà delle comunità e  degli immigrati”.

  Il senatore del Pdl Basilio Giordano, eletto nella ripartizione America Settentrionale e Centrale, ha evidenziato come troppo spesso l’Italia dimentichi il forte contributo fornito dai nostri connazionali nel mondo allo sviluppo e alla proiezione economica dell’Italia. “Sul  problema dei tagli dei contributi per la stampa italiana all’estero – ha spiegato Giordano - io ho preso la posizione del mio governo in quanto l’emendamento votato in aula era blindato. Potevo votare contro la proposta dell’esecutivo,  ma non avrei risolto nulla, solo della propaganda. Ho invece parlato con il mio capigruppo al Senato e gli ho spiegato che la cosa non poteva andare. Mi hanno promesso d’intervenire, gli ho creduto, e adesso dovremmo concludere. Sono addolorato per quello che sta succedendo, - ha aggiunto  Giordano-  come eletti all’estero faremo tutto il possibile, ma il cambiamento di rotta dovrà venire dai vertici di maggioranza e di minoranza”. 

  Durante l’incontro è stato letto un messaggio del deputato Ricardo Merlo del Movimento Associativo Italiani all’Estero, eletto nella ripartizione America Meridionale, in cui si sottolinea l’esigenza non solo di ripristinare appieno i contribuiti per la stampa italiana nel mondo, ma di aumentarli per migliorare l’offerta e la qualità dell’informazione in favore delle nostre comunità.  Dal canto suo il direttore di America Oggi Andrea Mantineo ha ricordato la lunga storia di questo quotidiano che viene pubblicato regolarmente dal 1988 e che oggi è fruibile sul cartaceo, su sito Internet e tramite l’emittente radiofonica in lingua italiana Icn Radio. Mantineo ha inoltre sottolineato come le provvidenze governative per la stampa italiana all’estero siano state utilizzate fino ad oggi per il miglioramento della testata con investimenti importanti, come l’acquisto di una nuova sede e di una nuova rotativa. “La decurtazione del 50% dei contributi ai quotidiani in lingua italiana - ha aggiunto Mantineo - pone America Oggi in una posizione finanziaria precaria...Il mancato reintegro delle provvidenze nella loro interezza mette a rischio la sopravvivenza stessa dell’azienda.”

  “La crisi economica e finanziaria nel 2008 – ha spiegato Marco Basti,  direttore del giornale Tribuna Italiana (Argentina) - ha condizionato l’economia dell’Italia e dei paesi in cui viviamo, ma al di là di questo vi è da parte del governo italiano un momento di disimpegno rispetto alle tematiche che hanno a che vedere con gli italiani all’estero, compresa l’informazione e specificamente la carta stampata. Il dimezzamento dei fondi per la stampa con effetto retroattivo, risorse irrisorie per il bilancio dello Stato, danneggerà le testate degli italiani all’estero. Queste  ovviamente non possono pensare di vivere solo con i contributi pubblici, va eventuali decurtazioni, se dovevano essere effettuate, andavano poste in essere dopo un riordino del settore. In ogni caso la chiusura di un giornale all’estero è una perdita per la comunità e per la stessa Italia”. Basti ha poi rilevato l’esigenza di un’efficace politica per l’informazione all’estero che consenta di utilizzare al meglio questa variegata rete di media specializzati che operano anche come strumenti di diffusione della lingua italiana nel mondo.  

  Dopo la lettura del messaggio del deputato del Pd eletto nella ripartizione Europa e presidente Unaie Franco Narducci, che ha ribadito il suo impegno in Parlamento a difesa della stampa italiana all’estero, il direttore di “Servizio Migranti” Silvano Ridolfi ha ripercorso il cammino dell’esperienza associativa della stampa italiana di emigrazione.

  Ridolfi ha spiegato come dopo alcuni tentativi nel 1971 nacque dalle ceneri della CISIE la Federazione Mondiale della Stampa Italiana all’Estero da cui , dopo pochi anni di intensa attività, derivò, nel 1982,  l’attuale Fusie.  Ridolfi ha inoltre evidenziato come le federazioni che si sono succedute nel tempo abbiano rilevano debolezza, mancanza di efficaci strategie unitarie e assenza di chiarezza sulle finalità della federazione. “Si è sempre operato per ottenere qualcosa prima ancora di rafforzare la propria identità. – ha puntualizzato Ridolfi - Occorre dunque anche una base etica e non soltanto professionalità, la nostra stampa deve avere nel suo dna il primato del migrante, il perseguimento del loro bene comune, il servizio alla coesistenza e solidarietà. La diversità delle testate – ha aggiunto Ridolfi - rappresenta una ricchezza,  ma una federazione deve concentransi sugli elementi unificanti”. Ridolfi ha infine invitato la Fusie a implementare le riunioni del direttivo , a reperire più fondi e a fare in modo che la stampa edita in Italia “divenga cassa di risonanza per la federazione”. Da segnalare anche l’intervento di Silvio Forza, direttore de “La Voce del Popolo”, quotidiano edito a Fiume, che ha auspicato la promozione, attraverso il sistema dei finanziamenti statali, dell’informazione di ritorno presso i giornali editi in Italia. Forza ha anche puntualizzato come la sua testata, pubblicata in maniera ininterrotta dal 1944, raccolga un’eredità giornalistica italiana risalente al 1700.

  E’ stato poi letto il messaggio inviato da Elena Caprile, editore del Corriere Canadese, amministratore unico Italmedia Srl. Nella nota viene ricordato come questo giornale dal 1954  promuova la lingua italiana e informi la nostra comunità in Canada che solo a Toronto conta circa 600.000 persone.  Dal messaggio viene inoltre evidenziato come i recenti tagli dei contributi per la stampa italiana all’estero, retroattivi, discriminatori e incostituzionali, pongano a rischio di chiusura il “Corriere Canadese”. Una testata che deve affrontare grosse spese per la produzione, il mantenimento della redazione e soprattutto per la distribuzione del giornale che in un territorio così vasto risulta molto costosa.

  Da ricordare infine l’intervento del presidente uscente della Fusie Domenico De Sossi che ha sottolineato come in questi ultimi dieci anni di gestione della Federazione egli abbia cercato, attraverso la convocazione dei vari congressi, di portare avanti una gestione della Fusie normale e senza strappi. Per quanto riguarda i tagli dei contributi pubblici per l’editoria De Sossi ha precisato come contro questa azione “proditoria” sia dovuta ad una negativa disattenzione nei confronti degli italiani all’estero, forse alimentata anche da una certa conflittualità presente nel mondo dell’emigrazione. “La situazione attuale della stampa italiana all’estero – ha spiegato De Sossi - è francamente molto difficile. Dobbiamo trovare nuove risorse per questo settore con fantasia e creatività. Anche perché per il futuro si paventa all’orizzonte un ulteriore taglio che farà scendere i fondi statali per l’editoria italiana da 400 a 100 milioni di euro. Alla luce di ciò dobbiamo cercare solidarietà,  stipulando accordi funzionali con le altre federazioni della stampa e degli editori e facendo i modo che il ruolo delle testate italiane all’estero sia parificato, con più controlli ma adeguati finanziamenti, a quelle edite in Italia”. De Sossi ha poi lanciato un appello agli aletti all’estero affinché in questo momento di difficoltà operino, pur rispettando le diversità politiche, in maniera unitaria al fine di aiutare la nostra stampa all’estero e la stessa idea dell’Italia nel mondo che oggi è posta in discussione.  “La Fusie – ha concluso de Sossi - deve continuare perché è necessaria e rappresenta un pezzo di storia italiana. La Fusie del domani dovrà anche guardare al mondo delle radio, delle televisioni e dei giornali on line. In pratica deve essere la casa comune della stampa italiana all’estero”. (Goffredo MorgiaInform)

 

 

 

 

Dibattito in Senato sul voto all’estero

 

Audizione mercoledì pomeriggio 21 aprile in Senato, con le Commissioni Affari Costituzionali, Esteri, ed il sottosegretario Mantica

 

Roma - Che il voto all’estero vada rivisto nelle sue modalità è fuor di dubbio. Come farlo non è ancora chiaro. Anche nell’audizione di mercoledì pomeriggio 21 aprile in Senato, con cui le Commissioni Affari Costituzionali ed Esteri hanno proseguito la loro indagine conoscitiva, sono state tante le questioni emerse ed altrettante le soluzioni ipotizzate dai senatori intervenuti al dibattito e dal sottosegretario Alfredo Mantica. Voto per corrispondenza, nei seggi o elettronico? Elettorato attivo e passivo? Costi del voto? Stretta sulla cittadinanza? Comitato inquirente sui roghi in Venezuela e non solo? Queste le questioni sul tavolo delle commissioni che a margine dei lavori hanno convenuto sulla opportunità di sentire il Ministero dell’Interno sulla questione-Aire e quello dell’Economia sui costi del voto.

Ma andiamo con ordine. Primo ad intervenire è stato il senatore Marco Perduca (Pd) che si è soffermato sulla gestione dell’Aire e sul "pessimo" meccanismo scelto per il voto all’estero. Credo, ha aggiunto, che "dopo due tornate elettorali, il tempo di rodaggio della Legge Tremaglia sia finito e non abbia dato i frutti sperati". Il senatore ha quindi ricordato i diversi meccanismi di voto già esistenti in Italia per le elezioni politiche, amministrative, europee, e osservato che "l’altro, diverso meccanismo di voto per gli italiani all’estero ha creato più problemi di quanti non si sia cercato di risolvere. Il collega Turco, membro della Giunta per le elezioni, mi ha consigliato di acquisire i verbali di quella Giunta perché molto spesso si è giunti alla decisione dei magistrati di assegnare i voti non dico "tanto al chilo", ma – ha spiegato – c’erano così tante cose incerte e difficilmente accertabili che furono fatte distribuzioni di voto non potendo fare un effettivo calcolo dei voti espressi".

Per il senatore occorrerebbe riflettere anche su un’altra questione: "facciamo l’ipotesi che la modifica di una legge in Italia, come quella sul testamento biologico, dipendesse da due voti e che questi due voti fossero quelli di due eletti all’estero: la decisione presa avrebbe effetto solo in Italia e non sugli italiani all’estero. Non si può concedere pari diritto a chi non subisce le conseguenze delle leggi adottate". Perduca è pure "preoccupato" per i risvolti che avrebbe il rovesciamento del diritto d’opzione per i connazionali. "Originariamente contrario al voto passivo degli italiani all’estero", il senatore ha accennato all’ipotesi di guardare al Congresso americano in cui siedono rappresentanti delegati delle isole caraibiche, ma, ha precisato, "solo funzione limitata alla rappresentatività delle esigenze dei residenti delle isole senza avere la prerogativa di proporre o votare leggi di carattere generale. Io non vorrei dare l’impressione di essere contrario al voto all’estero ma è importante chiedersi per chi possono votare: si potrebbe collegare l’eletto all’estero al luogo in cui risiedeva la sua famiglia prima di emigrare, posto che, come diceva Micheloni la volta scorsa, gli interessi dei connazionali sono quelli del territorio dove vive non quella della Madre Patria. Tenendo presente le richieste dei connazionali all’estero – ha concluso – ritengo che prima di affrontare la modifica della legge sia bene continuare ascoltare quante più voci possibili, tenendo presente però che l’Italia tutte le volte che è chiamata alle urne non riesce a rispettare le leggi che si è data".

Il senatore eletto all’estero Nino Randazzo (Pd) ha richiamato tre punti chiave dell’orientamento del governo sul voto all’estero, così come esposti da Mantica nella sua prima audizione: "in primo luogo che il Governo non mette in discussione il voto all’estero; poi che esistono poche alternative economicamente possibili al voto per corrispondenza; terzo: le modifiche alla Legge Tremaglia sono urgenti e indispensabili". Il tutto "posto anche in relazione alle riforme istituzionali, come federalismo e bicameralismo". "Sporadiche", ha aggiunto Randazzo, le "proposte estreme volte alla abolizione della circoscrizione estero".

Il senatore ha quindi sostenuto che eliminare il voto per corrispondenza a favore dei seggi "ridurrebbe il numero dei votanti ai minimi termini, tali da non giustificare più la sopravvivenza della circoscrizione estero, renderebbe necessari accordi bilaterali con Paesi, come il Canada, molto probabilmente contrari, e i costi del voto sarebbero almeno quadruplicati rispetto ad ora. Senza contare che neanche le sedi diplomatico-consolari avrebbero risorse finanziarie, umane e logistiche per organizzare o gestire i seggi".

Se è chiaro che occorre garantire segretezza e personalità del voto, Randazzo guarda con favore alle ipotesi avanzate sull’invio del materiale elettorale dall’Italia, sul rovesciamento del diritto d’opzione (se vuoi votare, lo devi dire), sulla firma o la copia di un documento nella busta esterna del plico, la costituzione di comitati elettorali. "Tutto meno che l’abbandono del voto per corrispondenza" che, d’altra parte, è adottato da molte "democrazie avanzate" e "senza traumi". Randazzo ha quindi citato il voto online: "gli olandesi all’estero votano online, così come i francesi, mentre in Gran Bretagna è in corso la sperimentazione". Quanto alle liste bloccate anche all’estero, come suggerito nel ddl Pastore-Malan, per Randazzo non farebbe altro che aumentare le possibilità di brogli: "ora si deve controllare la calligrafia con cui è scritto il nome del candidato, quindi schede votate dalle stessa persona sono facilmente individuabili. Ma sarebbe impossibile controllare un segno sul nome di una lista! Senza contare che il meccanismo delle liste bloccate è uno degli aspetti meno esemplari del nostro sistema". Tutti gli eletti all’estero, ha concluso Randazzo, sarebbero "d’accordo ad una verifica della propria investitura parlamentare a riprova che, nonostante inghippi e qualche autentico scandalo, evenienza tutt’altro che insolita sullo stesso territorio nazionale, non tutto è da buttare".

Il presidente della Commissione Esteri Dini, prima di dare la parola a Micheloni, ha osservato che "l’obiettivo principale delle correzioni al sistema vigente dovrebbe essere quello di garantire al massimo la correttezza del voto. Questo dovrebbe avere prevalenza anche sul numero dei votanti".

Il senatore Claudio Micheloni (Pd), nel suo intervento, ha citato i roghi in Venezuela e comunicato che "i senatori del Pd hanno indirizzato una lettera al presidente della Giunta per le elezioni Follini per chiedergli l’acquisizione dei vari dati in possesso della Giunta e di analizzare la possibilità di insediare una Commissione Inquirente su questo tema, perché emerge con chiarezza la volontà di sgomberare il terreno su dubbi e equivoci per elaborare proposta di riforma del voto all’estero". Il senatore ha poi annunciato che "a fine della prossima settimana il nostro Gruppo presenterà una propria proposta di legge sul voto all’estero".

Terminati gli annunci, Micheloni ha richiamato le opinioni di "diversi colleghi" circa la possibilità di "collegare la riforma del voto con quella dei Comites, ma anche l’idea che ritengo interessante di collegare il voto dei Comites alle elezioni politiche che, prima di tutto, porterebbe un risparmio significativo, ma anche darebbe un valore, un peso maggiore ai Comites. Ipotesi che ci pone davanti a quattro domande", quesiti che Micheloni ha rivolto al sottosegretario Mantica con una premessa: "c’è un decreto che dice che entro il 2010 si devono rieleggere Comites e Cgie, i lavori del Comitato ristretto sono fermi per la vicenda-Di Girolamo, dovremmo decidere cosa fare, se andare avanti solo su Comites e Cgie o se vogliamo collegare tutto. Tre – per Micheloni – le ipotesi: o si rinnovano i due organismi con la vecchia legge, o si rieleggono Comites e Cgie prevedendo la loro durata fino alle prossime elezioni politiche oppure si raccoglie la sfida di modificare la legge in pochi mesi e rinviare le elezioni al massimo al marzo 2011. La quarta ipotesi, cioè un rinvio puro e semplice, vuol dire uccidere questi organismi".

Rispondendo al senatore, il Sottosegretario Mantica ha parlato di un’altra soluzione, e cioè "la coerenza del Governo che fin dall’inizio della Legislatura ha sostenuto la necessità di riformare tutta la rappresentanza degli italiani all’estero, Comites, Cgie e voto. E sono stato coerente quando mi sono assunto la responsabilità di assicurare, come ha ricordato Randazzo, che il Governo non mette in discussione né il voto all’estero né la circoscrizione estero, ma solo il meccanismo di voto".

"Il problema è l’equilibrato peso nella riforma: il 27 aprile io incontrerò la Plenaria del Cgie. Nell’ultima sua comunicazione, il segretario del Cgie Elio Carozza mi ha scritto che la riforma dei Comites dovrà passare sul suo cadavere. Per me, o procediamo con un patto politico in cui riteniamo che il voto all’estero modifica un sistema equilibrato di rappresentanza pensato prima del 2001, se no non c’è problema. Io passo suo cadavere, datemi il tempo necessario. Un anno, due, tre, non c’è problema. Ho sempre ammirato i carristi dei Panzer Divisionen".

"O si fanno le riforme, e non faccio appelli ideologici, ma al Parlamento, equilibrate e pesate, o il problema rimane. Io – ha confermato – in questo momento ritengo di rinviare le elezioni dei Comites perché io farò votare con la nuova riforma. Arriverà nel 2011? Voteremo nel 2011. Perché questo è un discorso politico".

Per Mantica, poi, "è inutile che facciamo i discorsi sulla spesa pubblica e poi Comites e Cgie mi costano 5 milioni di euro l’anno per il loro funzionamento: allora metto in discussione i costi della struttura; le elezioni dei Comites costano 9 milioni e mezzo di euro; il voto all’estero 16 milioni di euro, nella riforma c’era anche attenzione a questo". Mantica ha quindi messo in guardia chi "pensa di difendere strutture antiche che non rappresentano più niente" e ricordato la questione-cittadinanza, che pure ha peso sul voto, citando gli "scandali brasiliani" e il fatto che "i figli di Lula e Amauri possono votare per il nostro Parlamento" a dimostrazione che "c’è qualcosa che non funziona. Lo dico dal primo giorno: non esiste nessun problema di italianità, radici o cultura. Il problema qui è solo andare negli Usa senza pagare il visto. È arrivato il momento di chiudere le grandi "finestre" per la richiesta di cittadinanza aperte nel passato. Senza contare i tanti stati europei che ci criticano per le nostre aperture, visto che rilasciamo passaporti Schengen".

Per la riforma di Comites e Cgie, Mantica ha detto di "voler riprendere il percorso iniziato per chiuderlo il più velocemente possibile; ritengo che il sistema di voto possa essere sganciato o meno rispetto al voto politico, per difendere il principio che il Comites non dovrebbe essere organo politico", posto che modificare le modalità di voto per le politiche significa farlo anche per i Comites.

Nel dibattito è intervenuto pure il senatore Pastore (Pdl) che ha citato la Pec – Posta Elettronica Certificata: "visto che la tecnologia avanza, si potrebbe fare una riflessione tecnica su questo punto per una eventuale soluzione tra due-tre anni. Se ogni residente all’estero avesse la Pec potrebbe votare così".

Senatore del Pd, Pietro Marcenaro ha criticato il fatto che "si agisca sull’onda di fatti di opinione pubblica", riferendosi al fatto che la riforma di Comites e Cgie sia stata bloccata dalla vicenda Di Girolamo. "In quel frangente – ha spiegato – sono state fatte dichiarazioni sullo scandalo dei meccanismi aperti ai brogli, come ha detto pure Schifani: il ddl da noi discusso è stato bloccato per questa ragione e ora che è passato del tempo, riprendiamo come se nulla fosse successo!".

Mantica ha chiarito che "la sospensione è stata accettata da tutti perché anche nei Comites c’è il voto per corrispondenza. Ora, è chiaro che nel voto delle politiche si aprono altri temi che nel voto dei Comites non ci sono. Io, come Governo, non ho problemi a mantenere l’esame congiunto delle due riforme, e quindi sospendere i Comites. Ma se vogliamo tentare di accelerare, il Governo è disposto a dire che, visto che per i Comites, che sono organismi rappresentativi ufficialmente non politici, il voto riguarda aree più piccole, si può scindere le due cose. Se invece volete che, almeno nella fase di indagine, i due ddl devono stare appaiati, anche qui non abbiamo obiezioni: mi rimetto al Parlamento".

Quindi il presidente della Commissione Affari Costituzionali Vizzini ha proposto di "continuare l’indagine con le audizioni del Ministero dell’Interno e dell’Economia". Sulla proposta di Micheloni per aprire una commissioni inchiesta sui brogli e violazioni, Vizzini si è detto "non contrario", ma ha aggiunto, "il compito del Parlamento è quello di legiferare, se no diventiamo un centro-studi che analizza e basta. Io invito i gruppi parlamentari a trasformare le loro riflessioni in possibili disegni di legge perché è utile cominciare questo percorso e vedere poi, lungo la strada, se Comites e Cgie si potranno inserire in uno stesso procedimento o no. Non possiamo arrivare alla fine della Legislatura senza questa riforma. Sarebbe una sconfitta per tutto il Parlamento".

Concludendo, il Presidente della Commissione Esteri Dini ha ricordato che "decidere sul meccanismo di voto è pura competenza della I Commissione, così come Comites e Cgie sono competenza solo della III", quindi, "dopo le prossime due audizioni le due materie potranno di nuovo essere scisse". (m.cipollone\aise)

 

 

 

 

Tagli ai contributi per la stampa italiana all’estero e prospettive per il futuro

 

È stato il tema al centro del V Congresso della Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero (Roma, 23-24 aprile). Hanno aperto i lavori Carla Zuppetti (Mae), parlamentari ed esponenti del mondo associativo e istituzionale

 

ROMA – I tagli all’editoria e le loro ripercussioni sulla stampa italiana all’estero al centro del V Congresso della Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero (FUSIE), intitolato “Informazione e comunicazione: quale futuro per la stampa italiana all’estero?”, tenuto il 23-24 aprile a Roma.

  Disappunto e perplessità sono emersi in apertura, presso l’Aula del Parlamentino del CNEL, da parte degli operatori di settore intervenuti, ma anche da parte di esponenti delle istituzioni, parlamentari di diversa estrazione politica, rappresentanti di patronati e del mondo dell’emigrazione nel suo complesso.

  Disappunto determinato dal taglio del 50% dei contributi alla stampa italiana all’estero deciso in sede di conversione del decreto Milleproroghe al Parlamento alcune settimane fa - e avente valenza retroattiva (dall’anno 2009), - aggravato dal successivo taglio delle agevolazioni postali per l’editoria, ad opera di un decreto interministeriale firmato Tremonti- Scajola. Interrogativi sorgono invece sull’entità del risparmio così ottenuto, che si teme possa sostituire la riforma del settore da tempo dichiarata necessaria dagli stessi operatori, alla luce dello sviluppo tecnologico e dell’utilizzo crescente dei nuovi media, specie in un ambito già di per sé globalizzato, come quello delle collettività italiane residenti all’estero.

  “La stampa costituisce un’attività che si è naturalmente dispiegata anche attraverso la valutazione di forme di sostegno da parte dello Stato, vista la sua fondamentale importanza nella società moderna – ha detto Carla Zuppetti, direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie del Mae, aprendo i lavori del V Congresso. “Essa è uno strumento essenziale per raccontare la società in cui si vive e la propria storia. All’estero riveste però una funzione ancora più complessa, - ha rilevato la Zuppetti - perché ha consentito in momenti di forte criticità, contraddistinti da una forte emigrazione italiana, di costituire un collante tra gli stessi emigrati, fornendo loro un utile mezzo per conoscersi e riconoscersi come cittadini con una medesima appartenenza e cultura”. Il direttore ha segnalato anche la preziosa possibilità data ai connazionali, grazie la lettura della “loro” stampa, di “riappropriarsi della propria lingua e cultura” e di “poter avere una conoscenza quotidiana di cosa succede in Italia, requisito tanto più indispensabile quanto più è richiesta la loro partecipazione diretta alla vita politica, con il diritto di voto”, sancito costituzionalmente nel 2001.

  Una serie di interventi, moderati dal vice presidente della FUSIE Giangi Cretti, hanno quindi chiarito ulteriormente la funzione della stampa italiana all’estero e lo “stato di salute” del settore editoria e comunicazione nel nostro Paese.

  Giuseppe De Rita, presidente del Censis, si è soffermato sul ruolo della stampa nel descrivere la realtà dell’emigrazione italiana e la sua complessità, una funzione così importante come il suo impatto nella determinazione della “social reputation” italiana all’estero “influenzata – ha affermato De Rita – sia da ciò che sono diventati i connazionali nel mondo, sia dal nostro atteggiamento nei confronti degli immigrati in Italia oggi”. Per il presidente del Censis “i tagli a questo settore non consentono di fare un’operazione d’urto rispetto a come viene percepito il nostro Paese all’estero e, nello stesso tempo, se la percezione di ciò che sono gli italiani all’estero influenza pesantemente le politiche del nostro Paese rispetto ad essi, si comprende quanto sia importante un’informazione che dia conto fedelmente della stratificazione sociale e del mutamento subito dalla collettività residente fuori dal territorio nazionale”.

  Un quadro del settore della comunicazione attuale in Italia è stato fornito dal responsabile della comunicazione del Censis, Massimiliano Valerii, che ha segnalato in particolare l’allontanamento dei più giovani dalla carta stampata, mentre cresce l’utilizzo dei nuovi media. Valerii si chiede se non sia anche responsabilità dei giornali e del loro modo di fare informazione, il fattore che allontana le giovani generazioni dal mondo giornalistico più tradizionale.

  Ricordano l’importante ruolo della stampa italiana all’estero anche Antonio Marzano, presidente del Cnel e Lorenzo Prencipe, direttore del Centro Studi Emigrazione di Roma. Quest’ultimo ritorna in particolare sulla sua capacità di rispecchiare la realtà dei connazionali all’estero: “E’ la stampa d’emigrazione a cogliere il ruolo della collettività italiane quali portatrici di progetti economici, politici, sociali, culturali e anche religiosi. Essa si è fatta promotrice di rivendicazioni e riconoscimento di diritti spesso negati, contribuendo a combattere pregiudizi e stereotipi. E’ essenzialmente comunitaria – aggiunge Prencipe – e, proprio per questo, ha spesso indotto gli italiani ad abbandonare l’individualismo e a scoprirsi collettività. Non è una cassa di risonanza di un Paese stereotipato. Non aspira ad essere un momento di nostalgia, né è alla ricerca di compassione”. Rispecchiando fedelmente la realtà, - ma fornendo anche un aiuto al lettore per la sua interpretazione in un contesto diverso da quello familiare, ricorda Prencipe – “la stampa italiana all’estero ci insegna che dobbiamo relativizzare il mito della facile integrazione degli italiani. Solo recuperando consapevolezza di ciò che siamo stati e di ciò che è il nostro passato – aggiunge -possiamo capire in quale modo mettere in relazione le diverse identità che oggi si trovano a convivere anche qui in Italia”.

  I parlamentari presenti sono intervenuti condannando unanimemente i tagli decisi dal governo: “insensata, punitiva, discriminatoria misura governativa che comporta un risparmio di appena 5 milioni di euro – ha detto Nino Randazzo, senatore eletto per il Pd nella ripartizione Asia, Africa, Oceania e Antartide, già direttore de “Il Globo” di Melbourne – un’inezia nel contesto del bilancio nazionale”. Per Randazzo non si tratta solo di superare le difficoltà di un settore, acuite dalla crisi economica e dai tagli, ma di fare “un salto di qualità, uno sforzo di miglioramento di forma e contenuti, con il perseguimento di una più accentuata professionalità e una più attenta considerazione delle domande del mercato”.  Occorre dunque distinguere tra “una presunta editoria, una pubblicistica dilettantesca” e “l’editoria genuina” – avverte Randazzo - che deve saper vincere “le sfide dell’informazione italiana all’estero con un calibrato approccio pragmatico, meno commenti e più fatti”.

  Riccardo Franco Levi, deputato Pd e Giancarlo Tartaglia, direttore della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, hanno sottolineato nel loro intervento il carattere più generale dei tagli decisi dal governo. “Il senso di questi provvedimenti è quello di lasciare l’informazione a se stessa – ha affermato Levi, lamentando anche la brusca sottovalutazione dell’importanza di Rai Italia e di ciò che potrebbe essere trasmesso all’estero attraverso l’emittente televisiva e sottolineando che “i contributi sono destinati ancora a diminuire nei prossimi anni”. “Ciò che preoccupa è anche l’atteggiamento di chiusura del governo di fronte alle nostre richieste e le difficoltà nel riuscire ad identificare soluzioni e percorsi d’uscita da questa situazione – spiega Tartaglia, sollecitando in ongi caso un reintegro dei fondi per i giornali pubblicati all’estero.

  Anche Gianni Farina, deputato eletto per il Pd nella ripartizione Europa, segnala la “noncuranza e il disimpegno con cui questa maggioranza guarda al destino della stampa italiana all’estero”. “La collettività italiana ha fatto progressi enormi durante l’evolversi del suo percorso migratorio – ha aggiunto Farina – ed è proprio la stampa italiana all’estero a rappresentare quotidianamente questo processo di crescita, la realtà degli italiani nei Paesi di accoglienza, che è quella di cittadini e non più quella degli emigrati”. “I tagli a questo settore aggravano una sconfitta culturale e di valori a cui stiamo assistendo nel nostro Paese – conclude Farina. – Smarrendo la nostra memoria, la memoria di ciò che sono e sono stati gli italiani all’estero, non si è più in grado di capire i processi attuali. Senza dimenticare che, con il voto all’estero, l’informazione diviene uno strumento indispensabile alla partecipazione democratica”.

  Marco Fedi, deputato eletto per il Pd nella ripartizione Asia, Africa, Oceania e Antartide, assicura il sostegno alla Fusie nella rivendicazione del ruolo della stampa che essa rappresenta e per il reintegro dei fondi. “Ci sono responsabilità precise del governo nel portare avanti scelte che hanno conseguenze facilmente immaginabili – afferma Fedi.  – E’ responsabilità di tutti, però, mettere in cantiere nuovi progetti di riforma per il sostegno di chi utilizza i media elettronici all’estero o per coloro che vogliono fare informazione in modo innovativo”.

  Mentre Giuseppe Angeli, deputato eletto per il Pd in America meridionale, segnala l’assenza di uno spazio destinato agli italiani all’estero nelle testate nazionali, Fabio Porta, deputato eletto nella medesima ripartizione per il Pd, collega il corretto esercizio del voto all’estero con l’informazione: “Mi auguro che le difficoltà presenti siano almeno di stimolo per mettere mano ad una riforma del settore, inclusiva dei nuovi messi di informazione – afferma Porta.

  Anche Vincenzo Vita, senatore del Pd, rileva come i giornali italiani all’estero “non siano un tema residuale, ma un fatto di assoluta modernità, visto che il numero di italofoni è più numeroso di quanto si pensi. Sfidiamo il governo a mettere mano subito ad un progetto di riforma di questo settore – aggiunge – a cui tutti vogliamo contribuire”. Sinergia d’azione che coinvolga tutto il mondo dell’emigrazione sul fronte degli italiani all’estero necessaria anche per Rino Giuliani, presidente della Consulta Nazionale dell’Emigrazione.

  La necessità di intervenire con una riforma viene ribadita anche da Mimmo Porpiglia, responsabile della Federazione Italiana Liberi Editori (FILE) e da Eugenio Marino, responsabile italiani nel mondo del Pd, che ricorda come i tagli siano “una messa in discussione della stessa esistenza della stampa italiana all’estero, una riduzione drastica dei contributi al settore e al di fuori di ogni logica”.

  Conclude la mattinata l’intervento di Gianluca Lodetti dell’Inas Cisl, che segnala come anche i patronati siano interessati al dibattito sulla stampa rivolta ai connazionali all’estero, “strumento importante nel veicolare temi che sono di per sé complessi ma molto sentiti da parte dei nostri connazionali emigrati”. “All’estero siamo anche noi in contatto con i cambiamenti che hanno coinvolto l’emigrazione italiana in questi decenni e interessati a fare in modo che questa realtà venga compresa in Italia – afferma Lodetti, che sottolinea l’urgenza di un reintegro dei fondi decurtati e di una più attenta rivalutazione dell’intero ambito.

Viviana Pansa, Inform

 

 

 

 

Messaggio del MediaClub-Germania al Congresso della Fusie

 

Questo il saluto inviato dal MediaClub-Germania al Congresso della Fusie e consegnato durante i lavori della Federazione

 

Cari colleghi  della Fusie, il taglio dei contributi alla stampa italiana all’estero sarà senz’altro uno dei temi più importanti  all’ordine del giorno del vostro congresso che noi salutiamo.

Anche noi, colleghi raggruppati nel MediaClub Germania non possiamo che esprimere sdegno per questo provvedimento che penalizza  il lavoro,  l’impegno, l’entusiasmo che sta dietro tante testate italiane più o meno grandi in tutti gli angoli del mondo. Sono il segno riconoscibile di una diaspora, la voce di tanti italiani  o addirittura di cittadini di origine   italiana che pur  integratisi  nel paese che l’accoglie non vogliono rinunciare alla lingua e alla cultura d’origine. E’ un fenomeno di cui essere orgogliosi, una forza di scambio, un’opportunità  di relazioni culturali e economiche col mondo che qualsiasi altro paese valorizzerebbe molto di più.

Il MediaClub  Germania si sta preparando  alla raccolta di firme in varie città tedesche intorno ad un appello che unisce l’allarme per la situazione dell’informazione in Italia, della libertà d’informazione , tanto per essere chiari, all’allarme per l’altrettanto drammatica situazione dell’informazione e della cultura delle comunità italiane all’estero.

Nel nostro appello diciamo che il diritto di voto per gli italiani all’estero ha rappresentato un momento di grande speranza.

Le attese sono andate presto deluse: tagli drastici alla cultura, ai servizi consolari, alla stampa italiana all’estero, programmi televisivi pubblici  per gli italiani all’estero  mediocri  che servono come foglia di fico e che pretendono persino il canone.

Si ha l’impressione di essere stati penalizzati e ci chiediamo il perchè..

Quello che è accaduto con i tagli  ai contributi alla stampa all’estero,  uno dei pochi provvedimenti che si sono rivelati inappellabili, conferma che  il diritto di voto da solo non basta ancora  per difendere gli interessi di più di quattro milioni di cittadini italiani nel mondo.

Dobbiamo trovare nuove forze e nuove idee per fare sentire la nostra voce e per dare più voce alle nostre istanze rappresentative.  Per questo, per noi le iniziative   in corso in Italia per difendere la libertà d’informazione  che vedono in prima fila la Federazione  Nazionale della Stampa   costituiscono un’occasione per inserire all’interno di questa mobilitazione il tema del diritto di fare informazione  per  gli italiani all’estero e della necessità di dare spazio e di trovare spazio all’infomazione di ritorno.

Ai colleghi della Fusie, ai colleghi della FNSI e a tutti i partecipanti auguriamo in questo senso un buon lavoro.

Renzo Brizzi, presidente del MediaClub Germania (de.it.press)

 

 

 

 

“Sostenere la stampa italiana nel mondo per valorizzarne l’importante ruolo culturale

 

“In un momento caratterizzato dall’incertezza sul futuro, l’informazione italiana nel mondo richiede tutta la nostra attenzione e il nostro sostegno”. È questo il senso del saluto che l’on. Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Europa, ha voluto inviare ai delegati all’8° congresso della FUSIE.

 

“I quotidiani e i periodici italiani all’estero”, ha affermato la Garavini, “si sono affermati nel tempo come un importante strumento di diffusione della lingua e della cultura italiana. Hanno assunto un ruolo determinante nel contribuire a far vivere e ad alimentare tra i nostri connazionali il senso di appartenenza e di comunità, agendo sempre di più anche come collante tra le diverse generazioni”.

 

È per questo che vanno denunciati”, ha proseguito la parlamentare, “i tagli stabiliti dal decreto Milleproroghe sull’editoria italiana all’estero. Sono tagli pesanti che mettono seriamente a rischio testate storiche e determinano il licenziamento di numerosi lavoratori qualificati in nome di un risparmio irrisorio. A subirne il danno sono, ancora una volta, gli italiani all’estero. Privandoci di un’informazione preziosa per il nostro legame con la terra di origine”, ha criticato la Garavini, “il Governo Berlusconi ci vuole far capire che veniamo considerati cittadini di serie B. Questa linea di Governo, che porta indietro di anni il sistema dell’informazione italiana nel mondo, va contrastata con forza. Oggi, nell’era della globalizzazione, è fondamentale recuperare e valorizzare i legami tra l’Italia e le sue comunità oltreconfine”.

 

“In questo senso”, ha concluso la deputata, “mi auguro che l’impegno congiunto di tutte le forze di rappresentanza possa contribuire a colmare i vuoti di questo momento difficile e ci consenta di avviare un percorso che dia prospettive e futuro ai nostri comuni obiettivi”. De.it.press

 

 

 

 

John Dickie questa sera all’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera

 

L’inglese John Dickie terrà una conferenza sul suo libro »Con gusto. Storia degli italiani a tavola« in data martedì 27 aprile, alle ore 19, presso l'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, in collaborazione con la Volkhochschule di Monaco di Baviera.

 

John Dickie si avventura nella storia della cucina italiana. La sua domanda fondamentale: come fanno gli italiani a mangiare così bene? Dickie la illustra in maniera brillante non solo raccontando la nascita della cucina italiana, ma anche approfondendo il tema della genesi dello stesso stato italiano - dall’influsso della sua inconfondibile identità, a come le sue centinaia di città ne hanno determinato la cucina da migliaia di anni.

Una storia insolita, intelligente e affascinante dell’Italia e della sua grande passione.

John Dickie è storico e giornalista. Insegna Romanistica all’University College di Londra e ha scritto numerose pubblicazioni sulla storia e la cultura italiana.

Modera Alessandro Melazzini, corrispondente culturale dalla Germania de "Il Sole 24 Ore", in lingua italiana, con traduzione consecutiva in tedesco di Manfred Riedmair. IIC, de.it.press

 

 

 

 

 

Giorgio De Chirico piace al pubblico di Hannover

 

Grande affluenza di visitatori al Padiglione Italia allestito all’interno dell’Hannover Messe, per vedere le due opere dell’artista ospitate per tutta la durata della fiera

 

In occasione della Fiera di Hannover 2010 di cui l’Italia era Ospite d’Onore, grande successo hanno riscosso i due capolavori di Giorgio De Chirico ospitati presso il Padiglione Italia, rappresentativi dell’eccellenza del nostro patrimonio culturale. Le due opere sono “Pianto d’Amore” e “Gladiatore nell’Arena”, provenienti dalla Casa Museo della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico.

 

Fin dall’inaugurazione della manifestazione, avvenuta lunedì 19 aprile, alla presenza del Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola e della Cancelliera Angela Merkel, i visitatori si sono subito raccolti davanti alle opere che ben testimoniano la creatività e il genio artistico che sono alla base del Made in Italy.

 

De Chirico è espressione di un Paese che ha dato i natali a geniali personalità, correnti di pensiero e scoperte scientifiche che attraverso innovative modalità di produzione e audaci sperimentazioni sulle tecniche e sui materiali hanno creato prodotti di eccezionale qualità. In tal senso, de Chirico si fa perfetto interprete delle tematiche attuali legate alla nuova civiltà tecnologica e rappresenta, forse più di qualunque altro Maestro dell’arte italiana moderna, quella cultura internazionale che trova un momento privilegiato proprio nel rapporto Italia-Germania, Paesi amici, protagonisti di un antico e proficuo scambio culturale. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

“Jazz mit Luigi Bozzolan und Eugenio Colombo“ a Monaco di Baviera il 5 maggio

 

Monaco di Baviera. L'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera invita al concerto »Jazz con Luigi Bozzolan e Eugenio Colombo« che si terrà mercoledì 5 maggio 2010, alle ore 19.30, presso il Gasteig, Black Box,  Rosenheimer Straße 5 a Monaco di Baviera.

 Ingresso libero con prenotazione obbligatoria attraverso la pagina internet www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica “Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it, oppure tel. 089 74 63 21-26

 

Partendo dall’interesse comune per il jazz e l’improvvisazione, il repertorio racchiude elementi tratti dal »mondo perduto«  della musica per il teatro,  composizioni inedite e rielaborazioni  tratte dall'ambito del   jazz, della musica classica e della musica popolare.

Luigi Bozzolan (pianoforte) insegna pianoforte. Suona come solista e in alcune formazioni (Luigi Bozzolan-Quartett, Duo Bozzolan-Colombo, Duo Il nostro concerto) in Europa, in Africa e in Sud America.

Eugenio Colombo (sassofono e flauto) ha insegnato sassofono  presso  alcuni conservatori in Italia. Ha composto musica per diversi film e ha collaborato con numerosi colleghi di fama internazionale. Dal 1990 è membro fisso della Italian Instabile Orchestra. IIC, de.it.press

 

 

 

 

Senato e Camera incontrano la virtuosa Wolfsburg, cittadina modello esemplare di integrazione

 

L'integrazione al centro dell'attenzione. La cittadina tedesca di Wolfsburg quale modello esemplare a cui ispirarsi per una perfetta e lungimirante politica di integrazione e di sviluppo legati alla tolleranza e alla operatività. Rolf Schnellecke, sindaco di Wolfsburg, il 15 aprile scorso è stato accolto in pompa magna nell'Urbe con la visita d'obbligo alla Camera e al Senato ricevuto dal sottoscritto e dal sen. Micheloni, nel segno dell'impegno comune per le politiche dell'integrazione.

Due giorni intensi di incontri per il primo cittadino tedesco giunto a Roma. Schnellecke era accompagnato in questa visita romana dalla delegazione del Consiglio comunale composta da Ilona Schnellecke (Responsabile Comunicazione del Museo d'arte), da Rocco Artale (presidente della Commissione emigrazione e immigrazione), da Ludmilla Neuwirth (Vicepresidente della Commissione emigrazione e immigrazione), Birgit Schneider-Bönniger (Direttrice dell'Istituto per la promozione della città), Sylvia Nichterwitz (Direttrice dell'Ufficio per stranieri) e Manfred Hüller (Direttore Rappresentanze e Relazioni internazionali).  L'incontro è stato rilevante per illustrare la positiva politica d'integrazione dei migranti nella città della Volkswagen. Presente anche una delegazione del comune di Popoli (Pe) con il sindaco Emidio Castricone, sostenuto dalla città di Wolfsburg con un contributo di Euro 100.000, per la ristrutturazione della scuola media, andata parzialmente distrutta dal sisma del 6 aprile 2009.

Il Senatore Lamberto Dini, Presidente della Commissione Affari Esteri, ha ricevuto la delegazione nella Sala Raciti del Senato alla presenza di altri Senatori impegnati sui temi dell'integrazione. Il sindaco di Wolfsburg ha quindi illustrato il percorso della politiche d'integrazione adottata fin dagli anni '60,  quando nella città tedesca arrivarono i cosiddetti primi "Gastarbeiter" (lavoratori ospiti) per costruire il leggendario Maggiolino. In pochissimo tempo Wolfsburg diventò "il più grande paese italiano oltre le Alpi", come fu definita allora da un quotidiano della città tedesca. Nel 1974 addirittura Wolfsburg fu la prima città tedesca ad insediare il primo Ufficio per gli stranieri e la prima Commissione degli stranieri. Schnellecke ha tenuto a sottolineare che una politica d'integrazione che abbia successo "deve iniziare sul piano locale per poi essere estesa a livello nazionale".

Numerose le strategie adottate fra cui l'introduzione di corsi di tedesco e classi transitorie per i bambini italiani al fine di abbattere le barriere linguistiche ed eventuali carenze formative. On. Franco Narducci, de.it.press

 

 

 

 

 

Conferenza Aspen Italia a Berlino. La scommessa europea e i nuovi assetti internazionali

 

Berlino. Aspen Institute Italia organizza a Berlino, presso l’Hotel Adlon Kempinski, il 29 e 30 aprile prossimi la conferenza internazionale “Europe in the G-20 world”.

 

La conferenza si svolge a porte chiuse. Risultati e proposte verranno illustrate in un incontro con la stampa venerdì 30 aprile alle ore 13:00 sempre presso l’Hotel Adlon Kempinski.

 

Al centro del dibattito il ruolo dell’Europa come attore globale che è ancora in via di definizione: pesano sul futuro del Vecchio Continente incognite di tipo economico-finanziario e di credibilità politica quale l’incapacità di parlare ad una sola voce in un assetto internazionale ormai multipolare. In un’epoca che alcuni definiscono post-atlantica l’Europa dovrà saper triangolare con Russia e Stati Uniti per garantire a sé e al mondo maggiore sicurezza in campo militare ed energetico. Nella seconda giornata della conferenza viene messa a fuoco l’agenda economica che vede in prima linea l’urgenza per l’Europa di una riforma delle politiche fiscali nonché il monitoraggio della crisi monetaria ed economica indotta dal caso Grecia. A confronto saranno le diverse proposte per garantire in futuro meccanismi di stabilizzazione che evitino situazioni pericolose per l’euro e la solidità del sistema economico internazionale.  Obiettivo generale della conferenza è di definire alcune linee guida e raccomandazioni su questi temi strategici da sottoporre all’attenzione dei decision-makers europei.

 

Partecipano tra gli altri alla conferenza Giulio Tremonti, Wolfgang Schäuble, Lorenzo Bini Smaghi, Ferdinando Beccalli-Falco, Margherita Boniver, Paolo Ciocca, Stefania Craxi, Gianni De Michelis, Paolo Garonna, Hans Ulrich Klose, Giorgio La Malfa, Enzo Moavero Milanesi, Tommaso Padoa Schioppa, Pier Carlo Padoan, Alessandro Profumo, Gianni Riotta, Otto Schily, Domenico Siniscalco, Luisa Todini, e l’Ambasciatore d’Italia a Berlino Michele Valensise. De.it.press

 

 

 

 

Laura Garavini e Marco Meloni ospiti al Max Planck Institut di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Si è svolto venerdì 23 aprile presso il rinomato Max Planck Institut für Plasma Physik (IPP) di Monaco l’incontro odierno sul tema “Il futuro della ricerca in Italia”. A discuterne con i ricercatori italiani in Germania sono stati l’on. Laura Garavini, eletta in Europa con il massimo dei voti nella sua circoscrizione e prima firmataria della proposta di legge PRIME finalizzata a incentivare il rientro dei ricercatori italiani dall’estero, Marco Meloni, Responsabile Università e Ricerca del PD, e Concetta Vacante, professoressa di scienze politiche a Catania e Monaco. Nel dibattito organizzato dai “Cervelli Monaco” si è parlato della situazione attuale dei finanziamenti alla ricerca, della sua riforma e degli obiettivi futuri. De.it.press

 

 

 

“Trentino Wine on Tour”. I vini trentini presentati a Berlino

 

Il Trentino vitivinicolo ha raccolto consensi in occasione della seconda tappa di “Wine on Tour 2010”; 57 le etichette presentate

 

Reduci dal successo di pubblico e dagli apprezzamenti ricevuti al Vinitaly 2010, vini e grappe trentine sono stati presentati lunedì 19 aprile a Berlino nell'ambito del progetto “Trentino Wine on Tour”, mettendosi in luce sulla prestigiosa e complessa piazza tedesca.

Obiettivo dell'evento la promozione e la valorizzazione dei vini rappresentativi del territorio (Trentodoc, Trentino DOC Marzemino, Teroldego Rotaliano DOC, Trentino Grappa) attraverso 57 etichette e 31 aziende vitivinicole e grappicole da esse rappresentate.

 

Dopo la tappa di Zurigo dell'8 marzo, Trentino Wine on tour ha dunque concluso l'edizione estera 2010 con l'appuntamento nel centralissimo Hotel Ellington di Berlino. Nella capitale tedesca si è svolto un wine-tasting libero a banchi di degustazione presidiati da sommelier, che hanno accompagnato gli ospiti, illustrando terroir e caratteristiche organolettiche. Inoltre, in una sala adiacente, hanno avuto luogo due seminari condotti da importanti giornalisti tedeschi come Jens Priewe e Richard Grosche, degustatori di professione con i quali i visitatori hanno potuto approfondire la conoscenza di Trentodoc Marzemino e Teroldego.

Eccellenze enologiche e grappicole, dunque, a disposizione dei visitatori, che hanno così potuto conoscere meglio ciò che offre il territorio trentino. In tutto, 150 i partecipanti all'iniziativa, tutti operatori del settore, suddivisi tra dettaglianti e grossisti, con un incremento di presenze rispetto allo scorso anno.

 

L’evento, che ha riscosso attenzioni e apprezzamenti tra gli esperti del settore, è stato organizzato da Trentino S.p.A. Le altre due tappe di Trentino Wine on Tour: ieri 26 aprile a Rimini e il prossimo 3 maggio a Viareggio. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

 

Garavini (Pd): "Sbagliato fare equazione tra voto estero e malavita

 

Roma - Mafia? “Nein Danke”. Il secco “no, grazie” è quello dell’associazione fondata nel 2007 da Laura Garavini e segnalata dalle autorità tedesche come best practice a livello europeo ad Eurojust. Oltre all’adesione di numerosi imprenditori italiani uniti contro il pizzo, l’iniziativa vanta al suo attivo anche la cattura di due camorristi da parte delle autorità berlinesi, resa possibile grazie alle denunce dei ristoratori vittime delle estorsioni. Eletta alla Camera nella ripartizione estera Europa tra le fila del Pd, l’onorevole “antivelina”, come l’ha definita il settimanale tedesco Spiegel, continua la sua lotta alla malavita nella commissione Antimafia.

 

Per la sua esperienza nel campo, la redazione di Italiachiamaitalia.com ha chiesto a Laura Garavini un commento nel pienodelle polemiche per le schede elettorali bruciate in Venezuela con l’aiuto della ‘ndrangheta. E mentre i colleghi, di entrambi gli schieramenti, si affannano a puntare il dito contro la facilità con la quale la criminalità organizzata è riuscita a manipolare il voto del 2008, lei assicura: “non penso che la mafia sia un male incurabile”.

 

Onorevole, lei conosce i meccanismi con cui agisce la malavita e quelli con i quali è possibile contrastarla. Che cosa ne pensa di tutto questo parlare di ‘ndrangheta e voto estero?

Penso che sarebbe un grave errore fare un parallelo tra il voto estero e la malavita. Vengo proprio da una serie di presenze in Puglia e in Calabria, a ridosso del voto amministrativo e regionale, dove uno degli argomenti di dibattito è stata proprio la lotta al voto di scambio e la manipolazione dei risultati elettorali causata dalle infiltrazioni di mafia, ‘ndrangheta e sacra corona unita.

 

Spostando la tematica al di là dei confini nazionali, non vede nel voto estero una maggiore facilità di manipolazione?

Ribadisco, è fuorviante fare l’equivalente tra voto estero e malavita. Purtroppo il tentativo delle mafie di controllare il voto è una realtà che capita anche in Italia e non appartiene solo alla circoscrizione estera.

 

Ma parlare delle vicende accadute in Venezuela, dopo il caso Di Girolamo, non getta ulteriore fango sugli italiani all’estero? Non contribuisce a questa equazione da lei appena definita “fuorviante”?

 

No, assolutamente. Le informazioni che emergono da queste inchieste sono importanti ed è necessario venirne a conoscenza. Le intercettazioni vanno altamente lodate perché consentono di far venire alla luce questi fatti. Vicende di questo tipo fanno presente la necessità di predisporre rettifiche di carattere tecnico all’esercizio del voto per gli italiani all’estero, affinché questi episodi vengano prevenuti.

 

Quali sono queste rettifiche di carattere tecnico?

 

Personalmente ritengo necessario prevedere tre strumenti: la preiscrizione al voto per chi vuole esercitarlo per corrispondenza, la possibilità di esercitare il voto non solo per corrispondenza ma anche presso i seggi opportunamente predisposti e un ausilio tecnico che preveda l’invio di un plico postale per raccomandata con i materiali stampati e inviata dall’Italia a livello centrale.

 

Molti suoi colleghi ritengono che il voto estero sia difettoso nella sua stessa natura e che qualsiasi strumento di controllo non riuscirebbe ad arginare il potere delle mafie…

Non condivido queste visioni fatalistiche e non penso che la mafia sia un male incurabile. Il voto va migliorato, si possono individuare gli strumenti per farlo. Non è assolutamente vero che il voto per gli italiani all’estero sia idoneo a favorire la sua stessa manipolazione. Al contrario, ci sono paesi nei quali il voto per corrispondenza è esercitato normalmente da un terzo della popolazione.

 

Ritornando sul tema delle intercettazioni e delle inchieste sui delitti di mafia, in base alla sua esperienza che cosa pensa delle dichiarazioni del premier, secondo il quale ‘La Piovra’ o i libri di Roberto Saviano rovinerebbero l’immagine all’Italia? È vero che la mafia si nutre di questa pubblicità che le viene fatta?

 

Non credo nel modo più assoluto che sia meglio non parlare della malavita per non farle pubblicità, anzi. Denunciare la mafia è importante ed è il primo dei tanti passi che servono per debellarla. Ripeto, la mafia non è un male incurabile.

 

Come vengono viste le esternazioni di Berlusconi dalla comunità di connazionali residenti in Germania?

Purtroppo ormai le frasi del premier sono una più assurda dell’altra, ormai si scuote la testa come se si fosse di fronte all’ennesima buffonata. Le sue dichiarazioni fanno sempre meno scalpore perchè le spara sempre più grosse.

 

E qual è, invece, l’opinione sui risultati elettorali locali? In Italia si parla molto dell’ascesa di Lega e Italia dei Valori…

C’è una grande preoccupazione, perché si è registrato un incremento di forme più populiste, di una politica più gridata ma meno rivolta a dare risposte a bisogni concreti del paese.

Barbara Laurenzi, Italia chiama Italia

 

 

 

 

Il PdL-Germania sullo scontro Fini-Berlusconi. Pignataro: uno sconquasso incomprensibile

 

Roma  - Aver firmato contro il documento pro-Berlusconi nella Direzione nazionale del Pdl svolta il 22 aprile a Roma ha messo l’onorevole Aldo Di Biagio al centro di una polemica interna al partito. Nominato proprio da Di Biagio come uno dei coordinatori pro tempore per la Germania, Carmelo Pignataro scrive di aver seguito "con un po’ di amarezza la giornata di ieri, perché – spiega – cerchiamo tra mille difficoltà di fare proselitismo per il partito, poi basta uno spettacolo poco edificante per vanificare tanti sforzi. Non si capiscono le ragioni per le quali bisognava fare questo sconquasso in un partito che aveva vinto tutte le ultime elezioni e che si avviava a tre anni di governo senza competizioni elettorali, utili a realizzare le riforme. Sono davvero pochi quelli che riescono a seguire il Presidente Fini in questo percorso e/o a comprenderlo. Purtroppo tra questi vi è anche l’On. Aldo Di Biagio, responsabile del Settore Italiani nel Mondo del PdL, persona per la quale, peraltro, provo da quando l’ho conosciuta profonda stima e rispetto".

"Mi preme, però, sottolineare – prosegue Pignataro – che la sua posizione espressa, votando contro il documento della Direzionale nazionale del PdL, sia una sua posizione personale e non rispecchi quella del settore italiani nel mondo, dove la stragrande maggioranza, e parlo soprattutto del mio Paese di residenza, la Germania, rinnova la fiducia e la gratitudine al Presidente Berlusconi e non si riconosce nelle posizioni poco comprensibili del Presidente della Camera. Quali siano le conseguenze della giornata di ieri non è, a mio avviso, prevedibile. Certamente vi saranno delle ripercussioni che nessuno si era augurato. Spero comunque che il PdL ed il settore ne possano uscire senza ulteriori logorii interni".

 

Aldo Di Biagio dovrebbe dimettersi da responsabile del settore italiani nel mondo del Pdl. oltre al senatore Caselli lo sostengono anche Roberto Basilio e Marco Fassio, del Pdl di Monaco, che non perdonano al deputato l’aver firmato contro il documento pro-Berlusconi nella Direzione nazionale del Pdl svolta ieri a Roma.

"Ho appreso con sorpresa dalle agenzie che il coordinatore del settore "Italiani nel Mondo" del PDL ha votato contro la linea del Presidente Silvio Berlusconi alla recente riunione della Direzione Nazionale", scrive Basili, che è pure consigliere del Comites. "Ritengo che un voto contrario alla linea emersa tra la stragrande (93%) maggioranza del Partito implichi automaticamente la remissione del mandato conferitogli dal Presidente stesso. Risulta anche evidente come noi "Italiani nel Mondo" fedeli al nostro Presidente non possiamo più seguire eventuali direttive dell´on. Di Biagio".

Sulla stessa linea Marco Fassio: "come membro fedele del PDL di Monaco di Baviera non posso che caldamente supportare l’invito all’On. Di Biagio, per correttezza istituzionale, di rimettere il mandato a lui affidato dal Presidente Berlusconi di coordinatore del settore italiani nel mondo. Nel chiederlo – scrive anche Fassio – è evidente l’impossibilità di poter attuare in futuro le eventuali direttive emesse dall’On. Di Biagio stesso". (aise)

 

 

 

 

 

Italiani all'estero e PdL. E' tempesta. Aldo Di Biagio sta con Fini. Picchi e altri chiedono le dimissioni

 

Roma - La direzione nazionale del Popolo della Libertà, tenutasi giovedì all'auditorium della Conciliazione, invece di calmare gli animi, a quanto pare, ha soltanto gettato benzina sul fuoco. Già in serata, e poi più avanti nella notte, girava la voce: Aldo Di Biagio ha votato contro il documento finale approvato a maggioranza schiacciante dalla direzione nazionale del partito. Ma com'è possibile? Sì, è così. "Lo abbiamo visto alzare la mano, insieme agli altri pochi contrari", riferivano a Italiachiamaitalia.com esponenti del PdL presenti all'auditorium, poche ore dopo la conclusione dell'evento.

 

 Solo rumors... o qualcosa di più? Oggi la risposta: è lo stesso Di Biagio, in una nota, a chiarire ogni dubbio. "La direzione nazionale del PdL ha messo chiaramente in evidenza la sete di democrazia e di confronto che esiste nel nostro partito e la chiara esigenza da parte di un gruppo di ricevere risposte chiare ed adeguate su importanti problemi politici, lasciati purtroppo a latere delle priorità di programma". Questo è quanto si legge nel comunicato del responsabile del PdL nel Mondo, "uno dei “finiani” - scrive l'ufficio stampa del deputato - che ha votato contro al documento finale della direzione PdL". E così Di Biagio esce allo scoperto.

 

Di fronte a una tale "ammissione di colpa", i suoi colleghi parlamentari eletti oltre confine con il PdL si fanno sentire subito: Guglielmo Picchi, deputato azzurro eletto nella ripartizione estera Europa, sceglie Italiachiamaitalia.com per chiedere che Di Biagio lasci immediatamente la poltrona da responsabile del PdL estero: "Credo che debba trarre le conseguenze politiche del voto che ha espresso ieri, rimettendo il mandato di coordinatore del settore Italiani nel mondo del partito". Picchi parla di dimissioni. E non è l'unico.

 

Anche Juan Esteban Caselli, senatore PdL eletto in America Latina, chiede la testa di Aldo Di Biagio: "Tra coloro che hanno appoggiato Fini c'è stato anche Aldo Di Biagio - dichiara in una nota il senatore -, uno dei cinque membri del dipartimento del Pdl per gli italiani all'estero. Oggi dovrebbe dimettersi da questo Dipartimento, visto il fatto che ha votato contro il documento emesso dal partito".

 

Intanto, esponenti del PdL cominciano a farsi sentire anche dall'estero. Dalla Germania, interviene Roberto Basili, PdL Monaco di Baviera: "Ritengo che un voto contrario alla linea emersa tra la stragrande (93%) maggioranza del Partito implichi automaticamente la remissione del mandato conferitogli dal Presidente stesso". Per questo, conclude, "risulta anche evidente come noi "Italiani nel Mondo" fedeli al nostro Presidente non possiamo più seguire eventuali direttive dell´On.le Di Biagio". Anche Basili chiede a Di Biagio di togliere il disturbo.

 

Tuttavia, anche se all'estero la stragrande maggioranza sta con Silvio, c'è una piccola minoranza che difende le posizioni di Gianfranco Fini e quindi di Aldo Di Biagio.

 

C'è poi chi cerca di smussare gli angoli della polemica: "Dimissioni di Di Biagio? Piuttosto, chiediamogli un concreto rilancio del PdL nel Mondo". E' l'opinione di Emanuele Esposito, maestro-chef che lavora in Arabia Saudita, affezionato lettore di Italiachiamaitalia.com e connazionale vicino al PdL.

 

Dimissioni di Di Biagio? "Non trovo una ragione valida a queste richieste. Perchè mai un uomo, anche se finiano, dovrebbe lasciare il suo incarico? Lo vogliamo condannare perche’ ha espresso un'opinione, o solo perchè ha seguito il suo istinto politico?". "Non è così che si fa politica", secondo Esposito. "Le critiche vanno fatte e vanno discusse"; e anche se "personalmente non condivido la scelta dell’On. Di Biagio", "la questione non e’ questa e non sta a me giudicare. Siamo in un Paese libero fino a prova contraria, e quindi tutti noi siamo liberi di esprimere le nostre opinioni giuste o sbagliate che siano, dipende dal punto di vista". Esposito non condivide quindi "la richiesta fatta da alcuni Onorevoli e Senatori del PDL. Credo che la richiesta piu’ giusta da porre a Di Biagio" riguardi il futuro del partito all'estero: "che intenzioni ha per il PDL nel mondo?".

 

Già, il PdL nel Mondo... Lo strappo fra Berlusconi e Fini c'è stato, e anche bello forte. L'atmosfera pesante e confusa che questo strappo ha creato, si respira in tutto il partito, anche del settore legato agli italiani all'estero. Di Biagio o non Di Biagio, ci sono tante cose da portare avanti; per ora, tutto rimane un po' sospero per aria.

 

L'On. Di Biagio, da parte sua, replicando alle critiche e alle richieste di dimissioni, con Italiachiamaitalia.com commenta così: "Ho espresso una mia opinione. Ho dato solidarietà a uno dei cofondatori del Popolo della Libertà", Gianfranco Fini. "Non è Picchi che deve chiedere le mie dimissioni, ma il partito". "Oggi faccio parte del PdL. Ho espresso un'opinione", ripete il deputato eletto all'estero a ItaliachiamaItalia: "Se il partito ritiene che io non possa farlo, mi chieda pure di dimettermi e io lo farò".

 

A questo punto, c'è solo da capire fino a quanto "finiani" e "non finiani" potranno convivere in pace nello stesso partito. Se mai, fino ad oggi, siano stati capaci di farlo... Il futuro del PdL all'estero? Staremo a vedere. I prossimi giorni certamente ci faranno capire di più.

 

"Ho espresso una mia opinione. Ho dato solidarietà a uno dei cofondatori del Popolo della Libertà", Gianfranco Fini. "Non è Picchi che deve chiedere le mie dimissioni, ma il partito". E' secca la replica dell'On. Aldo Di Biagio al collega Guglielmo Picchi, che a Italiachiamaitalia.com ha dichiarato di ritenere opportuno che Di Biagio lasci la guida del PdL nel Mondo.  "Oggi faccio parte del PdL. Ho espresso un'opinione", ripete il deputato eletto all'estero a ItaliachiamaItalia: "Se il partito ritiene che io non possa farlo, mi chieda pure di dimettermi e io lo farò".

La situazione è complicatissima. Gli animi sono accesi, c'è tensione. Eppure il tono della voce di Di Biagio è sereno: come se fosse in una botte di ferro. O come se sapesse che, PdL nel Mondo o meno, molto poco cambierà per lui. Ha fatto la scelta di sostenere Fini, e non torna indietro. Intanto Picchi resta fermo sulla sua richiesta: Di Biagio si dimetta. Oltre a Picchi, cominciano già ad arrivare dall'estero alcune reazioni: c'è chi si chiede se un "finiano doc" può restare alla guida del PdL nel Mondo.  Italiachiamaitalia 23

 

 

 

Seminario Pd sul voto all’estero. Si al voto per posta ma legato all’opzione dell’elettore

 

L’impegno a presentare quanto prima una proposta di legge che confermi il voto per corrispondenza legato però all’opzione dell’elettore. Le critiche al rinvio delle elezioni del Comites

 

ROMA – Giovedì 22 aprile si è svolto un seminario del Partito democratico sul voto degli italiani all’estero, alla presenza del responsabile del Forum esteri del Pd, Piero Fassino, del responsabile organizzazione e membro della segreteria nazionale del partito, Nico Stumpo, e di numerosi deputati e senatori delle Commissioni affari esteri e costituzionali dei due rami del Parlamento.

A introdurre la discussione è stata una relazione del responsabile del Pd per gli italiani all’estero, Eugenio Marino.

Dopo aver ricordato il processo di costituzionalizzazione e di definizione normativa del voto in loco dei cittadini italiani all’estero, Marino ha affermato – si legge in una nota diffusa in proposito - “l’esigenza di difendere questo fondamentale diritto di cittadinanza riformandone le procedure per metterle al riparo da inquinamenti come quelli di cui la cronaca recente si è occupata e per rispondere pienamente alle prerogative costituzionali di libertà, segretezza e personalità”.

Attraverso gli interventi di Fassino, dei partecipanti e le conclusioni tracciate da Nico Stumpo, sono stati definiti i seguenti impegni politici operativi: la formazione di un gruppo di lavoro interparlamentare per la messa a punto, in tempi brevi, di una proposta di riforma della legge 459/2001 sul voto all’estero; la presentazione, nei due rami del Parlamento, di un disegno di legge che rispecchi gli orientamenti del Pd su questi temi, a partire dalla conferma del voto per corrispondenza legato però all’opzione dell’elettore.

Nell’ambito del seminario è stata anche affrontata la questione del rinvio del voto per il rinnovo di Comites e Cgie. Questa ipotesi, adottata dal Governo nei giorni scorsi (vedi Inform n°79 del 23 aprile: http://www.mclink.it/com/inform/art/10n07911.htm), è stata stigmatizzata e condannata da Nico Stumpo ed Eugenio Marino poiché “priva la comunità italiana all’estero di un essenziale e operoso riferimento istituzionale in un momento di grave crisi delle politiche migratorie e di fatto equivale ad un colpo gravissimo dato alla credibilità e alla funzionalità di questi organi di rappresentanza”.

Nel seminario è stato inoltre espresso sostegno al segretario generale del Cgie, Elio Carozza, per le critiche ricevute dal sottosegretario Mantica, e a tutto il Consiglio per la complessa funzione di interlocutore da esso esercitata tra il Governo e le rappresentanze degli italiani all’estero. (Inform)

 

 

 

Il 30 aprile in Senato la Conferenza dei Consigli Europei dei residenti all’estero

 

ROMA - Da Parigi a Roma verso Bruxelles: faranno tappa nella Capitale i Consigli Europei dei Residenti all'Estero che, dopo l’appuntamento che li ha visti protagonisti a Parigi il 30 settembre del 2008, sono stati convocati a Roma dal Consiglio Generale degli Italiani all'Estero il prossimo 30 aprile. Ad ospitare l'importante iniziativa europea, che vedrà la presenza a Roma di numerose delegazioni degli organismi rappresentativi dei cittadini europei residenti fuori dai confini dei Paesi di origine, sarà il Senato della Repubblica.

"L'incontro di Roma – ricorda il Segretario generale del Cgie, Elio Carozza – fa seguito all'iniziativa francese del settembre 2008, che aveva indicato nel documento finale, la strada per una più specifica attenzione delle istituzioni europee a "L’Europa "En mouvement", indicandone le priorità per una più compiuta integrazione all'interno dei confini dell'Unione. L’appuntamento di Roma, promosso dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e dalla Presidenza del Senato, vuol essere elemento determinante del percorso appena avviato, perché si instauri un costruttivo dialogo con le istituzioni dell'Unione nell’affermazione dei diritti dei migranti comunitari nel contesto della governance istituzionale delle politiche dell’Europa a 27".

"Sui 20 milioni di cittadini europei "en mouvement" – argomenta Carozza – risulta ancora incisiva la condizione di oggettiva disomonegenità, cui tali cittadini sono sottoposti nel rispetto delle peculiarità delle legislazioni e dei regolamenti nazionali dei Paesi partner. È fondamentale, quindi, che, per un reale progresso della vita democratica dell’Unione, si percorrano tutte le strade aperte dal diritto alla libertà di circolazione in Europa, sancita e garantita in tutti gli Stati membri dalla Direttiva Europea 2004/38/CE. Occorre rendere di fatto compiuta la sua attuazione ovunque all’interno dei confini dell’Unione in tutti i settori della vita, assicurando a tutti i cittadini "en mouvement", ed ai loro familiari (comunitari od extraeuropei), l’eguaglianza dei diritti ed una piena cittadinanza sovranazionale. L'iniziativa che il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero intende portare avanti e rilanciare anche presso le istituzioni italiane, alla luce dell'attuale situazione socio-economica e politica internazionale che vede un incremento della mobilità, sostiene, inoltre, la necessità di una maggiore attenzione nel dialogo dell'Unione con i Paesi Terzi ed Oltreoceano".

significativo – osserva il segretario generale del Cgie – che tale accelerazione verso un più ampio processo di integrazione dell'Unione avvenga per iniziativa del Consiglio Generale degli Italiani all’estero, del Paese che ha registrato sì il più alto contributo all’esodo dei connazionali all’estero in Europa come nei Paesi transoceanici. Ma lo è ancor di più perché l'Italia è il Paese europeo che ha raggiunto il più esteso livello di rappresentanza democratica dei propri emigrati: dai Comitati degli Italiani all’estero nei Paesi dove più numerosa è la presenza di cittadini italiani, all’istituzione del CGIE, all’elezione dei Parlamentari della Circoscrizione Estero, alle consulte ed ai consigli regionali dell’emigrazione".

"Ebbene – sottolinea – il Cgie ritiene che sia giunto il momento di prevedere anche all’interno dell’architettura istituzionale dell’Unione specifici soggetti istituzionali ed innovative forme di governance delle politiche indirizzate o che coinvolgono i cittadini "en mouvement". La nostra salda coscienza europea e la piena adesione ai valori e obiettivi dell'Unione: dal pluralismo, alla tolleranza, la giustizia, la solidarietà e la non discriminazione per il raggiungimento della pace, giustizia, lo Stato di diritto e lo sviluppo sostenibile, insieme progresso sociale e lotta alla emarginazione sociale ed alla discriminazione, ci induce, inoltre, a sostenere l'esigenza di una più ampia iniziativa dell'Unione sulla formazione dei giovani".

"Se è nell’attribuzione della cittadinanza dell’Unione e nella partecipazione democratica al processo decisionale che si forma la coscienza politica e l’identità comune, tale identità – ricorda Carozza – non può che essere alla base della formazione dei giovani. L'appuntamento di Roma, al quale prenderanno parte, insieme al Presidente del Senato, Renato Schifani, anche i Vice Presidenti del Parlamento Europeo, Gianni Pittella e Roberta Angelilli, segnerà pertanto il momento di svolta nel processo di integrazione europea avanzando la richiesta di iniziative di incontro con le istituzioni comunitarie a Bruxelles". (aise)

 

 

 

 

 

La libera circolazione degli extracomunitari con visto di soggiorno nello spazio di Schengen

 

ROMA - Dopo l’approvazione del Parlamento europeo, il 22 marzo scorso il Consiglio dell’Unione europea (sessione Giustizia e affari interni) ha adottato il regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la convenzione di applicazione dell'accordo di Schengen e il regolamento (CE) n. 562/2006 per quanto riguarda la circolazione dei titolari di visto per soggiorni di lunga durata (7392/10). I visti per soggiorni di lunga durata, ovvero i cosiddetti visti "D", sono visti rilasciati a cittadini di paesi terzi per soggiorni di durata superiore a tre mesi.

Le nuove disposizioni riguardano principalmente tre aspetti: la libera circolazione, la durata massima di validità dei visti per soggiorni di lunga durata e la sicurezza.

Per quanto riguarda la libera circolazione, i cittadini di paesi terzi titolari di un visto per soggiorni di lunga durata sono assimilati ai cittadini di paesi terzi in possesso di un titolo di soggiorno valido: essi potranno circolare liberamente per un periodo non superiore a tre mesi per semestre nel territorio degli altri Stati Schengen. Le nuove norme prevedono inoltre che i visti per soggiorni di lunga durata abbiano un periodo di validità non superiore a un anno. Se uno Stato membro autorizza uno straniero a soggiornare per più di un anno, il visto per soggiorni di lunga durata è sostituito, prima della scadenza del suo periodo di validità, con un titolo di soggiorno.

In altri termini, gli Stati Schengen saranno in tali casi obbligati a sostituire il visto per soggiorni di lunga durata con un titolo di soggiorno. Per quanto riguarda gli aspetti di sicurezza dello spazio Schengen, le nuove disposizioni obbligano gli Stati membri che prevedano di rilasciare un visto per soggiorni di lunga durata ad un cittadino di un paese terzo a consultare il sistema d'informazione Schengen (SIS), così come essi sono tenuti a farlo quando prevedono di rilasciare un titolo di soggiorno. Nel caso in cui il suddetto cittadino di un paese terzo sia una persona segnalata ai fini della non ammissione, lo Stato membro consulta in primo luogo lo Stato membro che ha effettuato la segnalazione e tiene conto dei suoi interessi.

In tal caso il titolo di soggiorno è rilasciato soltanto per motivi seri, in particolare umanitari, o in conseguenza di obblighi internazionali. (P.A. Migranti-press)

 

 

 

 

Aiuti alla Grecia, Frattini preoccupato: «La rigidità della Germania è pericolosa»

 

Westervelle: «Atene vuole gli aiuti? Prima faccia i compiti a casa». Il capo della Farnesina: «Problema di tutti»

 

LUSSEMBURGO - Sugli aiuti che l'Europa potrebbe concedere al governo di Atene per aiutare la Grecia ad uscire dalla situazione di forte crisi continua a pesare l'incertezza della Germania. «Prima faccia i compiti a casa, poi avrà gli aiuti» ha detto il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, parlando dell'esecutivo ellenico che venerdì scorso ha chiesto formalmente gli aiuti. «Il governo non ha ancora preso una decisione sugli aiuti - ha detto il capo della diplomazia tedesca a Lussemburgo, per la riunione con i colleghi dei 27 Paesi dell'Unione -. Questo significa che la decisione può andare in una direzione o in un'altra». «Dare soldi troppo presto - ha affermato Westerwelle - allontanerebbe la Grecia dal fare i compiti a casa con la necessaria diligenza e disciplina». «Fare troppo presto promesse di aiuto concreto - ha poi ribadito - non farebbe altro che ridurre la pressione sulla Grecia. Occorre innanzitutto che in Grecia abbia luogo un consolidamento del bilancio».

I TIMORI DI FRATTINI - E' una posizione, quella tedesca, che suscita qualche timore negli altri ministri europei. A partire dall'italiano Franco Frattini che teme quelle che definisce «rigidità della Germania» e che si dice preoccupato per il rischio che il caso Grecia si estenda ad altri Paesi. Per Frattini è necessario essere «solidali» nella «casa comune europea»: «Siamo molto preoccupati - ha detto il titolare della Farnesina ai giornalisti -. Credo che se il rischio della Grecia si contamina ad altri Paesi, si è parlato del Portogallo, questo vuol dire che è proprio la casa comune che dobbiamo salvare. E siccome nella casa comune ci siamo anche noi, è evidente che non possiamo non essere solidali. Anche se qualcuno ha dei dubbi, credo che debba prevalere la solidarietà, questo è un interesse ed una necessitá, non solo un dovere morale». CdS 26

 

 

 

Putin da Berlusconi. Vertice su energia e L'Aquila

 

L'incontro semi-privato a Villa Gernetto, in provincia di Monza, tra il primo ministro Russo Vladimir Putin e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Poi l'intesa siglata tra i due ministeri della ricerca scientifica per lo sviluppo dello studio nel settore della fusione nucleare. L'accordo prevede ricerche tra studiosi italiani e russi, nel settore della fusione nucleare, in base al programma Ignitur che, secondo quanto viene spiegato, può dare risultati sicuri e importanti. Ma anche la ricostruzione dell'Abruzzo è tema del vertice.

 

Nella dimora settecentesca del premier, per partecipare all'incontro, sono arrivati tra gli altri anche il ministro Maria Stella Gelmini, Paolo Bonaiuti, Guido Bertolaso, Marco Tronchetti Provera, Fulvio Conti. Nella delegazione russa: l'ambasciatore russo in Italia, Meshkov, il vice premier con delega all'Energia, Igor Secin, e il ministro dell'Energia Serghei Shmatko. Al vertice partecipa anche il Presidente del Consiglio di amministrazione della Gazprom, Miller, il vice ministro dell'Istruzione russo, Mazurenko, il vice ministro dell'Industria Dementiev, il vice ministro degli Affari esteri, Grushko, il vice capo dell'Apparato governo, Ushakov, il capo del governatorato del Presidente, Kozhin. In cima all'agenda dei colloqui la sicurezza energetica.

 

Putin è arrivato ieri sera a Milano per una visita 'semi-privata' in Italia. Berlusconi ha offerto a Putin una cena informale

nella sua residenza di Villa San Martino ad Arcore. Stamani invece i colloqui ufficiali a Lesmo, nella dimora settecentesca del Cavaliere e futura sede dell'Universita' del pensiero liberale. Al centro dell'incontro di oggi - al quale partecipano anche il ministro dell'Energia russo e il vicepremier russo con delega ancora all'Energia - i temi della cooperazione energetica e nucleare ed i molteplici spunti offerti dalle tante sinergie italo-russe in campo economico ed industriale. Spazio, ovviamente, anche per i principali dossier di politica estera, a partire dai rapporti di Mosca con la Nato e dalla questione nucleare iraniana. Al termine dei colloqui, conferenza stampa dei due leader, mentre nel pomeriggio Putin rientrera' a Mosca.

 

Il professor Putin Proprio il premie russo terrà a battesimo l'università liberale che Berlusconi sogna da anni. In conferenza stampa Berluconi spiega ai cronisti che i lavori per l'università vanno avanti e che i politici di livello internazionale contatti per insegnare sono già molti. «Io - aggiunge - vorrei che il primo tra i professori a inaugurare il corso fosse Vladimir Putin. L'ho chiesto a lui e dalla sua risposta - assicura sorridendo - ho capito che non sarebbe contrario a farlo».

 

Eni-Gazprom Eni potrebbe espandere la sua collaborazione con Gazprom anche al di fuori dell'Europa, ad esempio in Africa. Lo ha annunciato Berlusconi in conferenza stampa con Vladimir Putin al termine del vertice Italia-Russia. «Continueremo -ha detto - in direzione della collaborazione fra Gazprom ed Eni e penso che ci possano essere collaborazioni in paesi extraeuropei. C'è tutto un continente come l'Africa che si apre ad aziende estere e non vorremmo lasciare che fosse solo la Cina ad assorbire tutte le nuove potenzialità».

 

Nucleare La Russia, attraverso le sue società, è pronta a garantire finanziamenti e collaborazione tecnologica per la costruzione di nuove centrali nucleari in Italia. Lo ha annunciato il premier russo Vladimir Putin nella conferenza stampa a Villa Gernetto con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In particolare, Putin ha garantito anche la disponibilità a fornire combustibile nucleare e poi riprendere le scorie per il trattamento. La Russia, ha ricordato ancora Putin, partecipa già in Paesi terzi alla produzione di energia atomica attraverso tali sistemi: «Se in Italia questi progetti si realizzeranno - ha assicurato - da parte russa ci sarà una vasta cooperazione».

 

Campagna in tv Il vero problema del nucleare è che l'opinione pubblica non è pronta ad accettarlo nei propri territori. Per questo motivo è importante fare una «campagna di sensibilizzazione». Ne è convinto il presidente del Consiglio. Per convincere l'opinione pubblica italiana è necessaria una campagna sulla televisione. Berlusconi ha detto di aver già parlato con i vertici della Tv di Stato per una programmazione lunga, che duri circa un anno, e porti, per esempio l'esperienza dei francesi «che fanno la corsa per avere la centrale nel loro territorio». Questo perchè, come ha spiegato il premier, una centrale «porta tanti posti di lavoro. Dobbiamo fare una grande opera di convincimento e prendere esempio dalla Francia dove si è ormai assunta la consapevolezza della sicurezza delle centrali». Bisogna dunque che cambi l'opinione pubblica italiana che, come ha ricordato il premier citando un sondaggio, per il 54% ritiene utile le centrali, «ma poi nessuno risponde sì quando si tratta di averla nella propria provincia».  L’U 26

 

 

 

 

Presidenziali in Austria, stravince Fischer. Ma l'estrema destra sfiora il 16 per cento

 

Il popolarissimo capo dello Stato (socialdemocratico) ottiene quasi 79%. Notevole successo per Barbara Rosenkranz, candidata dell'Fpoe (eredi di Haider)  - dal corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO - Il popolarissimo capo dello Stato in carica, il socialdemocratico Heinz Fischer, stravince con il 78,94 per cento dei voti. Ma con la sua candidata Barbara Rosenkranz, la destra radicale (Fpoe, in sostanza gli eredi politici del defunto Joerg Haider) vola al 15,62 per cento dei consensi. Questi i risultati ufficiali provvisori delle elezioni presidenziali svoltesi oggi in Austria. Dopo il trionfo di nazionalpopulisti e ultrà alle elezioni parlamentari in Ungheria 1 il 9 aprile scorso (trionfo confermato oggi a Budapest dal ballotaggio) un altro paese dell'Unione europea si scopre dunque sensibile al richiamo di slogan, programmi e personaggi della destra radicale.

 

In Austria il capo dello Stato ha un ruolo principalmente rappresentativo, più o meno come in Germania. I veri poteri sono in mano al Cancelliere. Ciononostante il presidente della Repubblica viene eletto, ogni sei anni, a suffragio universale. E le presidenziali di oggi erano le prime per cui era valido il diritto di voto dai sedici anni in su. Fatto importante, perché di solito si ritiene che giovani e disoccupati siano i principali serbatoi di voti dell'ultradestra.

 

Una vittoria di Heinz Fischer, carismatico statista (molti lo ritengono un Napolitano o un Pertini austriaco) era scontata. Alle scorse presidenziali,  aveva vinto col 52,39 per cento, ma questa volta il partito cristianopopolare (Oevp, la Dc austriaca, alleata di governo del cancelliere socialdemocratico Faymann) non ha presentato candidati. Fischer ha stravinto anche sull'onda di un crollo della partecipazione al voto: è andato alle urne appena il 49,17 per cento degli aventi diritto, contro il 71,6 del 2004, l'anno in cui si svolsero le precedenti elezioni presidenziali.

 

Il risultato di maggiore impatto mediatico è il 15,62 per cento dei voti conquistato da Barbara Rosenkranz. Cinquantuno anni, dieci figli tutti battezzati con nomi germanici come si faceva durante il Terzo Reich, moglie di un fondatore di un gruppo di estrema destra da cui non si è mai distanziata, la signora Rosenkranz aveva esordito nella campagna chiedendo la revisione delle leggi che proibiscono la ricostituzione del partito nazionalsocialista o la negazione dell'Olocausto. Chiede anche il divieto di costruire moschee. Una posizione opposta a quella del presidente Fischer, il quale si definisce sempre "il presidente di tutti coloro i quali vivono in Austria", cioè anche degli immigrati. "Non sono felice, ma sono molto contenta", ha detto la signora Rosenkranz. La destra radicale austriaca comunque aveva conquistato il 17,4 per cento alle europee dell'anno scorso e il 22,9 alle legislative del 2008. Il suo leader Strache ritiene di avere un consenso potenziale del 35 per cento dell'elettorato.  (ha collaborato Luca Faccio)  LR 25

 

 

 

 

Separati in patria

 

L’appello del Presidente Napolitano affinché le celebrazioni si svolgessero in un clima di serenità; l’invito del premier Berlusconi a far tesoro della libertà e della democrazia riconquistate con la Resistenza; le sollecitazioni e la speranza dell’Anpi, infine, che le manifestazioni non venissero turbate da tumulti e contestazioni. Tutto inutile. Assolutamente inutile. E così, anche questo 25 aprile - non il primo e probabilmente non l’ultimo - finisce in archivio con un bollettino di incidenti indegno della giornata che ricorda e simboleggia la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

 

Da Catania a Milano, è tutta un’interminabile teoria di contestazioni, diserzioni e incidenti di piazza e diplomatici. I più seri nella capitale, dove la protesta contro la presenza sul palco della neo-governatrice Polverini è culminata in un tiro al bersaglio contro il presidente della Provincia, Zingaretti, colpito da un limone in pieno volto.

 

Ma aspra è stata anche la contestazione subita, a Milano, dal sindaco Moratti e dal presidente della Provincia, Podestà. Nel capoluogo lombardo, il presidente della Regione, Formigoni, ha addirittura disertato la manifestazione di piazza Duomo con una motivazione che la dice lunga sul clima che si va radicando nel Paese: «Non sarò al corteo per la stesso motivo per il quale il Presidente Napolitano ha preferito commemorare la Liberazione con il momento di sabato alla Scala...».

 

Protagonisti delle contestazioni - che a Milano non hanno risparmiato nemmeno reduci dei campi di Auschwitz e Treblinka - giovani dei centri sociali e militanti della sinistra più radicale. «Chi semina vento, raccoglie tempesta», ha accusato il leader nazionale dei giovani del Pdci, giustificando - se non rivendicando - l’aggressione di cui sono stati fatti oggetto i presidenti Polverini e Zingaretti. E se non si capisce bene quale vento abbia seminato il presidente Zingaretti, davvero si fa fatica a cogliere il senso di una tempesta (di limoni, insulti e mandarini) in un giorno così.

 

Da più parti si sottolinea ormai con allarme e frequenza quasi quotidiana il fatto che il Paese stia perdendo coesione sociale. Significa che, dopo l’aggravarsi delle diseguaglianze economiche e il radicarsi di sempre più evidenti divisioni territoriali (tra Nord e Sud) l’Italia rischia di smarrire perfino quel minimo comun denominatore indispensabile a farne un Paese unito. Bisogna dire che la giornata di ieri, con provocazioni e incidenti del tutto inaccettabili, sembra esser appunto arrivata a confermare la fondatezza di quell’allarme.

 

Eppure era stato fatto di tutto per evitare che anche questo 25 aprile si trasformasse in una giornata da dimenticare. Sabato, a Milano, il Capo dello Stato aveva svolto un discorso tutto centrato sulla necessità di uscire da contrapposizioni pregiudiziali in nome di un’unità d’intenti capace di favorire lo sviluppo del Paese. E ieri Silvio Berlusconi è entrato nelle case degli italiani con un intervento dai toni unitari e pacati, con espliciti inviti alle forze di opposizione affinché partecipino alla riscrittura della seconda parte della Costituzione e non si tirino indietro rispetto all’annunciato processo di riforme istituzionali.

 

Tutto inutile, come dicevamo. Quel che resta - quel che anzi si rafforza - è infatti una incomunicabilità, una separazione che pare crescere giorno dopo giorno. In molti casi (Milano, Catania, Salerno, Bergamo...) sindaci e presidenti del centrodestra hanno addirittura preferito disertare le celebrazioni del 25 aprile temendo - come purtroppo in molte città è poi accaduto - polemiche e contestazioni. E’ un segnale quanto mai allarmante, perché l’idea che una parte politica (e quindi una parte del Paese) finisca per essere o per sentirsi esclusa da una giornata che - come ha ricordato Napolitano - è anche quella della riunificazione, ecco, tale circostanza non può che esser considerata foriera di divisioni ancor più profonde. Ci potrà guadagnare, forse, qualche «rivoluzionario» di professione. È assai più difficile, al contrario, che possa venirne una spinta positiva e in avanti per il Paese.  FEDERICO GEREMICCA

LS 26

 

 

 

 

L’infinito tira e molla sulle riforme

 

Sempre tutti d’accordo sulla necessità di farle, mai però sul come. Ed ora nel battibecco s’infila anche la polemica tra Berlusconi e Fini

  

   La conseguenza più ragionevole dei risultati elettorali del marzo scorso, con relativa conferma del consenso popolare a Berlusconi, e la mancanza di altre votazioni nei restanti tre anni della Legislatura, doveva essere - e sembrava essere - quella di poter finalmente mettere mano alle riforme (costituzionali, delle tasse, del federalismo fiscale, della Giustizia, della Corte Costituzionale, ecc.) delle quali si parla, senza successo, da decenni. Anche il Capo dello Stato aveva spinto a ciò, invitando peraltro i politici ad abbassare i toni polemici e a cercare un’intesa. Invece, come sempre, sono subito sorte critiche reciproche su cosa dare la precedenza e sul come modificare. A volte si è registrata qualche formale adesione, subito incrinata, però, da quel “sì, ma…” che ha tutto il sapore del ricatto.

   A peggiorare la situazione, è sopraggiunta la minaccia del Presidente della Camera, Fini, d’istituire in Parlamento un gruppo a parte (ufficialmente occorrono 20 deputati a Montecitorio e 10 senatori a Palazzo Madama), formalmente nella maggioranza ma autonomo. Della necessità del quale il “finiano” Italo Bocchino è convinto, anche se ribadisce che “nessun parlamentare vicino a Fini farà mai mancare la fiducia al governo Berlusconi in base al mandato ricevuto dagli elettori”. Il che ha dato il via a comprensibili irritazioni, a continui battibecchi, spesso ad insulti tra i sostenitori del Presidente della Camera e gli ex di Alleanza Nazionale, ormai ben integrati nel Pdl; a tentativi, più o meno validi, di alleggerire i dissidi; alla minaccia berlusconiana di far decadere Fini dalla presidenza della Camera. Il tutto sembra, mentre scrivo, concludersi in rottura. 

   Tutto ciò può portare allo scioglimento anticipato del Parlamento? Pareri diversi anche qui: ovvio che il Capo di Governo intenda scongiurarlo; e che lo stesso cofondatore del Pdl non lo ritenga necessario. Bossi, invece, ed il Presidente del Senato, Schifani, ritengono indispensabile; su cui il Pd praticamente non si pronuncia, probabilmente a causa dei dissidi interni, mentre l’Italia dei Valori di Di Pietro la auspica. Una discordanza di opinioni che la dice lunga sugli interessi, di partito e personali, che ognuno tende a tutelare, indipendentemente da ciò che più conviene all’Italia. Che, in effetti, necessita di meno antagonismo, soprattutto di un aggiornamento delle Istituzioni non più idonee ai tempi moderni. 

   Rinnovamento su cui, come sempre, si registrano ancora, purtroppo, divergenze notevoli, non solo tra Berlusconi e Fini. Il quale chiede riforme economico-sociali; una politica per il Sud più incisiva; una più facile concessione della cittadinanza agli extracomunitari; una minore dipendenza dalla Lega; un maggior distacco dalla Chiesa. Inoltre, uniformandosi a Bersani, pretende, in caso di istituzione del semipresidenzialismo alla francese, una votazione a doppio turno. Che inciderebbe due volte sul bilancio dello Stato e rischia di comportare una vittoria della sinistra, i suoi sostenitori essendo, in genere, meno assenteisti. O, addirittura, suggerisce d’inventare un sistema nuovo, senza rifarsi ai modelli stranieri.

 

   Ma a mettere in difficoltà il Governo sul come effettuare le riforme concorrono anche le opposizioni, sia pure in maniera diversa. Il segretario del Pd acconsente teoricamente a dare più poteri al Premier, chiede però che sia cambiata la legge elettorale, quel “porcellum” che riconosce il premio di maggioranza ed ha la lista dei candidati bloccata (fingendo di dimenticare che la Toscana, retta dai suoi, ha adottato tale sistema per la Regione); l’Italia dei Valori afferma che “una riforma presidenzialista con Berlusconi ancora al potere è un salto nel buio, un rischio che l’Italia non può permettersi” (parole del capogruppo alla Camera, Donati).

   Non facilita il dialogo il fatto che altri esponenti dei diversi partiti puntino piuttosto su un sistema all’inglese (il Monarca ha funzioni simili a quelle del Presidente di una Repubblica parlamentare; la Camera bassa (= dei Comuni) è eletta con sistema maggioritario a turno unico); altri ancora, tra i quali lo stesso Berlusconi, punterebbero sul modello tedesco (il Capo di Stato ha poteri formali; il cancelliere federale nomina e revoca i membri del governo; può sciogliere il Bundestag e può essere sfiduciato solo se si presenta contestualmente un candidato alternativo; la legge elettorale è mista, proporzionale e maggioritario, a turno unico e con esclusione dei partiti che non raggiungono il 5% di voti). Tanto meno facilita la discussione, quindi la modifica della Costituzione a larga maggioranza, la confusione di alcuni politici che interpretano il “presidenzialismo” (= maggior riconoscimento di poteri al Presidente della Repubblica da eleggere con votazione popolare), come l’accredito di più autorità al Capo di Governo.

   Altre polemiche sull’eventuale riforma della Giustizia che Berlusconi, in un primo tempo, voleva presentare in Parlamento in anticipo sulle altre; che, inoltre, non piace a una parte dei Magistrati da sempre contrari alla divisione delle carriere, esistente però nei Paesi Europei. Non bastasse, alcuni membri dell’opposizione, tra i quali Casini, insistono per dare la precedenza alla revisione del fisco, come se fosse possibile, a crisi economica ancora imperante e a debito pubblico nazionale in crescita, abbassare le tasse senza aver prima diminuito i costi della Pubblica Amministrazione, anche mediante riduzione del numero di Parlamentari e di consiglieri comunali, provinciali e regionali. Discussioni pure sul federalismo fiscale, voluto dalla Lega - che però rifiuta l’abolizione delle inutili Province -, che rischierebbe, a detta dei politici meridionali, di peggiorare la situazione del Sud d’Italia. Insomma, come sempre, un tira e molla ancora tutto da superare. E che non lascia margine all’ottimismo.  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

La politica e lo strapotere centralista

 

L’Italia, in termini politici, è un Paese fatto di periferie. Nord, Sud, Centro (Roma compresa) politicamente non contano nulla. Sono, per dirla con il politologo norvegese Stein Rokkan, «luoghi privi di risorse di potere» e, in questo senso periferici e marginali rispetto a un circuito politico che, se è fisicamente insediato a Roma, tratta gli interessi e le aspettative dei cittadini della capitale con lo stesso disprezzo che riserva al Piemonte o alla Calabria, alla Lombardia o alla Toscana. L’arrogante autoreferenzialità del ceto politico, in realtà il suo totale autismo nei confronti della società che pretende di rappresentare, si rispecchia nella vita dei partiti. Conta di più l’ultimo dei galoppini di via dell’Umiltà o di via Sant’Andrea delle Fratte che il governatore del Veneto, o quello della Puglia. Essere lontano dal circuito politico romano, con i suoi riti, i suoi abbagli, i suoi salotti e le sue illusioni, è anzi criterio sicuro di esclusione dal «giro che conta». E infatti, nessun leader nazionale, o aspirante tale, ha alle spalle un cursus honorum locale effettivo, è stato cioè espresso dal territorio. Nulla di paragonabile a un Clinton governatore dell’Arkansas, a un Reagan governatore della California, o a un Obama, senatore nel Campidoglio dell’Illinois.

 

Tutta colpa della legge elettorale? Troppo comodo, anche se questa ha sicuramente perfezionato il meccanismo predatorio dei partiti nei confronti della sovranità popolare. La verità è che chiunque si sia azzardato a porre all’ordine del giorno la necessità che i partiti si federalizzino, per assolvere affettivamente la loro funzione di raccordo tra società civile e sistema politico, è stato trattato con sufficienza, irrisione e malcelata irritazione. Questo è vero per tutti i partiti, nessuno escluso. Si veda quanta strada ha fatto il monito (fuori tempo massimo) di Prodi per una riarticolazione del potere interno al Pd tra centro e periferia, o l’affondamento delle proposte di Chiamparino e Cacciari (non precisamente due nullità politico-civili) per la creazione di un «partito del Nord».

 

All’interno del Pdl basta ricordare il trattamento ricevuto da Roberto Formigoni quando si prospettò un suo ingresso nella compagine governativa. Il governatore lombardo potrà piacere o meno, ma il consenso certo non gli manca: eppure il valore di questa risorsa sembra scomparire d’incanto appena si varca il confine regionale. In compenso, Milano è governata da un sindaco impalpabile, paracadutato su Palazzo Marino direttamente dalle stanze del ministero dell’Istruzione, con i risultati che conosciamo. Neppure la Lega, il partito federalista per antonomasia, sfugge a questa maledizione centralista, anche se il monopolio della capacità di iniziativa politica è esercitato, da Bossi in persona, dalla sede di via Bellerio in Milano: a dimostrazione che al «sacco del Nord» documentato nel bel libro di Luca Ricolfi, corrisponde un «sacco dell’Italia tutta», in termini di sua periferizzazione a opera di un centro politico sempre più lontano e vorace. Di fronte a questo danno strutturale, lo psicodramma in scena a Roma in questi giorni quasi scompare.

 

Eppure, la timida e un po’ sbilenca riforma federale delle istituzioni in corso di attuazione offre qualche chance per invertire questo trend, antico ben più della Repubblica. A condizione che la società civile sia disposta a dismettere i toni del lamento e a riprendere quelli dell’impegno, nella consapevolezza che quello che è in gioco è il futuro nostro (di noi italiani), non il loro (dei partiti). Per sperare di riuscirci, però Nord, Centro e Sud non devono lasciarsi trascinare in una «guerra tra banlieu della politica», fornendo «carne da cannone» per le risse del solito triste avanspettacolo romano.

 

Occorre invece che sappiano allearsi per la riconquista della centralità nel sistema politico e partitico dell’Italia e degli italiani. L’ultima cosa di cui il Nord ha bisogno è una secessione dell’anima rispetto al resto d’Italia. L’ultima cosa che serve al Sud è una (pretesa) difesa dei suoi interessi rivendicata da parte di spezzoni del ceto politico in funzione di un regolamento di conti interno al Pdl (sempre che esista ancora). È il solo modo per combattere insieme, e magari sconfiggere, tanto la politica predatoria dei partiti, quanto l’antipolitica pericolosa e rabbiosa e i suoi improvvisati impresari. E sulla scelta audace di fare dell’Italia, finalmente, un Paese fatto di tanti centri e non più di tante periferie, di cittadini e non di clienti, conviene riflettere a tutti: ai partiti esistenti, e a quei soggetti nuovi che potrebbero rappresentare uno strumento a disposizione della società civile per la sua doverosa assunzione di responsabilità. VITTORIO EMANUELE PARSI  LS 26

 

 

 

Nuova Costituzione. Le riforme della terza unità d’Italia

 

IL discorso del 24 aprile del Presidente della Repubblica e quello del 25 aprile del Presidente del Consiglio hanno restituito serenità a quegli innumerevoli cittadini, che, seguendo lo svolgersi quotidiano della vita politica, avevano fino a qualche giorno fa motivi di inquietudine per il nostro avvenire. Il Presidente della Repubblica ha ancorato alla concretezza dei fatti del 1945 il significato della Liberazione, che è stata vittoria sull’invasore tedesco e sul fascismo repubblicato suo alleato, precedendo e facilitando l’arrivo delle forze anglo-americane. Come notò nel suo diario Benedetto Croce, senza quella insurrezione popolare che coronò la lunga resistenza partigiana, cui concorsero italiani di ogni credo politico, militari e civili, l’Italia avrebbe perduto il valore morale della partecipazione della guerra. Ma Liberazione significò anche fine della lotta interna alla nostra nazione, e riunificazione geopolitica della Penisola, spezzata per due anni in due Stati del Sud e del Nord. L’energia messa da Napolitano nel legare in una endiadi Liberazione e Riunificazione non solo rivela consapevolezza di una interpretazione non più monca di quel 1945, trascinato in opposte letture parziali e di parte, ma volontà di esortare i concittadini ad operare per l’Unità d’Italia, ancora una volta messa a repentaglio dal clima crescente di scontro politico, ed esposta alla delicata congiuntura della realizzazione del federalismo fiscale. Se gli storici e i giuristi mettessero insieme le loro diverse fonti e sensibilità, disporremmo oggi di una storiografia utile alla ricognizione di criticità cicliche dell’Unità del Paese. Fatta l’Italia, resta da fare gli italiani, sembra dicesse Massimo D’Azeglio. Gli italiani sono stati fatti dalle guerra cui sono stati mandati a combattere e a morire, assai meno dalle opere di pace, dinanzi alle quali per ritardi, insufficienze, errori, e soprattutto discordie politiche, allo Stato si è guardato con diffidenza, e talora ostilità, anziché con fiducia. Così della sostanza spirituale dello Stato nazionale, che è la Patria, le generazioni nate dopo la guerra hanno creduto di fare a meno. Il clima odierno come può favorire il compito delle riforme istituzionali e della Costituzione, se in esso resta il vuoto della Patria e dell’unità della Repubblica? Lally de Tollendal, deputato della nobiltà agli Stati generali convocati da Luigi XVI nel 1789, ammonì che i francesi dovevano considerarsi l’unico popolo europeo che poteva annoverare millequattrocento anni di Stato. Noi celebreremo appena il centocinquantesimo compleanno dello Stato unitario tra un anno, e qualcuno minaccia di dissolverlo. Ha detto bene il Presidente del Consiglio: la sfida è ora. Fare con riforme ampiamente condivise uno Stato più moderno, più vicino al popolo sulla base del federalismo, nel rispetto assoluto dei principi di libertà e di democrazia, raccogliendo l’esempio dei Padri costituenti che seppero accantonare le loro differenze anche più profonde. Se alle parole del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio sapremo dare il seguito che meritano, apriremo per i nostri figli e nipoti una terza Unità d’Italia, la prima fu quella della Monarchia, la seconda della Repubblica propiziata dalla Liberazione e Riunificazione del 1945. Se saremo all’altezza della sfida, cioè fino in fondo consapevoli dei rischi mortali che stiamo correndo, è probabile che sapremo operare per il bene della Patria e non per l’interesse personale o di parte, convertendoci a quelle virtù politiche, oggi soverchiate dai vizi antichi delle ambizioni personalistiche, delle velleità autoritarie, delle discriminazioni faziose, della intolleranza. Senza virtù politiche, insegnavano i Greci, non funziona neppure la più perfetta delle costituzioni. Figuriamoci come potremmo migliorare la nostra, con le cattive abitudini che oscurano ancora le nostre intelligenze e ingombrano la nostra volontà. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA Im 26

 

    

 

 

Bersani: "Così riforme impossibili. Berlusconi vuole solo le elezioni"

 

Il leader Pd: il governo non durerà altri tre anni. "L'opposizione deve essere pronta se ci sarà uno scivolamento - di CLAUDIO TITO

 

ROMA - In questa maggioranza "non ci sono le condizioni per affrontare le riforme". Anzi, Berlusconi utilizzerà il primo pretesto possibile per andare al voto. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, non crede affatto al dialogo offerto dal presidente del consiglio. A suo giudizio, non ha alcuna intenzione di compiere delle "scelte". Semmai, il premier è pronto all'ennesimo "strappo": perché questo governo "non potrà andare avanti così altri tre anni". Ma sulle urne "decide il capo dello Stato" e in quel caso non si può "indicare ora soluzioni a tavolino

 

Berlusconi ha colto l'occasione del 25 aprile per proporre un'intesa sulle riforme istituzionali.

"Sono parole apprezzabili. Il presidente del consiglio, però, ha scoperto solo di recente la solennità del 25 aprile. Ma più che questi messaggi, colpiscono le sue altalenanti contraddizioni: da mesi va avanti a strappi con i successivi aggiustamenti. Dobbiamo guardare ai fatti, le parole non servono".

 

In che senso?

"Negli ultimi 9 anni, sette sono stati governati dal centrodestra. E si è visto che la democrazia populista non è in grado di decidere. Non ci sono scelte in nessun campo. Né in economia, né sul terreno istituzionale. Un sintomo evidente è l'impennata orgogliosa di Fini. Una reazione che non è la malattia o la medicina della destra, ma è il sintomo di un malessere. Per questo è necessario uscire dalla chiacchiere".

 

Sta di fatto che stavolta il premier vi chiede collaborazione.

"Ma il loro modello di azione non è fatto per decidere. È costruito per accumulare il consenso, ma poi non lo usano per governare. Io ho insomma profonda sfiducia che si voglia mettere davvero mano a qualcosa di concreto. È evidente che in questa maggioranza non ci sono le condizioni per affrontare le riforme. Infatti, prima o poi, davanti alla difficoltà di decidere, Berlusconi prenderà un pretesto qualsiasi per accelerare in curva".

 

Accelerare verso dove?

"Verso le elezioni. O verso un qualsiasi tipo di strappo. La bozza Calderoli che altro era? Un'accelerazione per coniugare solo l'interesse del premier con quello della Lega. In Fini c'è questa consapevolezza. Lui stesso elenca alcuni nodi cruciali: il programma economico da aggiornare alla luce della crisi, il federalismo senza compromettere l'unità del Paese".

 

Anche il Quirinale, però, vi chiede uno sforzo bipartisan.

"Accettiamo l'appello del presidente della Repubblica. Noi, però, una proposta l'abbiamo presentata. Non conosco quella del Pdl. Fini gliel'ha chiesta. Aspetteremo, ma sono pessimista sulla possibilità che questo governo affronti temi cruciali".

 

Quindi non ci sono le condizioni per un dialogo.

"L'opposizione è davanti ad un nuova responsabilità. Bisogna stringere le maglie per una piattaforma che abbia il sapore di un'alternativa di governo. Dobbiamo essere pronti perché il Paese sta scivolando".

 

Per questo ha proposto il Patto repubblicano pure al presidente della Camera?

"Il patto repubblicano non esclude Fini, ma certamente non è rivolto solo a lui. Nella proposta c'è l'esigenza che le forze dell'opposizione sui temi cruciali della democrazia e delle priorità economiche e sociali si rivolgano in modo ampio alle forze sociali civiche e politiche che riconoscono l'esigenza di una svolta che avvenga nel solco della Costituzione".

 

Questo, però, è uno scenario possibile solo in caso di crisi del governo.

"Io voglio capire chi non accetta la deriva. Qualcuno mi ha accusato di fare tattica sulle alleanze, ma è esattamente il contrario. Voglio che siamo noi a interpretare le grandi esigenze sociali e a proporre una forma nuova e più efficiente di bipolarismo".

 

Ma se entra in crisi la maggioranza ci saranno le elezioni o ci sarà una soluzione intermedia con un governo tecnico?

"Quel che vedo è che non si potrà andare avanti così altri tre anni e non vedo scenari intermedi".

 

Qualcuno ha letto il Patto repubblicano come una premessa per un esecutivo di transizione.

"Niente di tutto questo. Non voglio sproloquiare su formule. Credo che, nell'impotenza del centrodestra, qualcuno possa dare uno strattone. Ma la sorte della legislatura non è in mano a un uomo solo, c'è anche il presidente della Repubblica".

 

Nel '95, quando entrò in crisi il primo governo Berlusconi, nacque l'esecutivo Dini.

"Ogni fase ha il suo schema, ma la storia non si ripete. Vedremo cosa accadrà. Non siamo in condizione ora di indicare soluzioni a tavolino e non abbiamo messo in moto movimenti per un cambio di maggioranza. Quando ho parlato di patto repubblicano, pensavo a cose più profonde. Ad esempio: si può tornare a votare con questa legge elettorale? Si può andare avanti con questo sistema dell'informazione. Possiamo proseguire senza affrontare la crisi economica? Che benefici ci ha portato questa curvatura personalistica della nostra democrazia?".

 

C'è chi - come il professor Campi - propone di riformare proprio la legge elettorale per poi tornare al voto. Si aspetta che il presidente della Camera opti per questa strada?

"Non arrivo a questo. Penso però, se sarà coerente, che dovrà sciogliere alcuni nodi fondamentali: i temi sociali, le norme sugli ammortizzatori sociali, la giustizia (basti pensare alle intercettazioni), il federalismo che è arrivato ai decreti attuativi. La palla, a quel punto, toccherà a Berlusconi. Se saprà risolvere i problemi, andranno avanti, altrimenti si porrà una questione di stabilità politica. Per quanto ci riguarda, il Paese si aspetta solo che lavoriamo a una piattaforma alternativa. E chi fino ad ora ha sonnecchiato dovrà accorgersi che a Palazzo Chigi non si decide niente".

 

E chi ha sonnecchiato?

"Ad esempio qualche rappresentanza sociale. Ho assistito all'ultima assemblea di Confindustria e ho notato un certo spaesamento e ho sentito stavolta parole nette dalla presidente Marcegaglia. C'è sempre meno fiducia. Basta pensare al federalismo: ne parlano continuamente ma poi il Tesoro non ci porta le tabelle. Senza numeri e soldi, questa operazione non esiste".

 

Ma in caso di voto anticipato, il Pd è pronto?

"Non lo vedo per domani ma certamente una fase di logoramento potrebbe portarci fin lì. Stiamo lavorando sul progetto Italia 2011 lanciato nell'ultima direzione. Da lì usciranno le nostre idee per l'alternativa". LR 26

 

 

 

 

Il 25 Aprile. Una ricorrenza da tenere stretta. Il significato di una festa

 

Mentre onoriamo il 25 Aprile dovremmo chiederci perché questa giornata sia stata spesso faticosamente festeggiata e abbia diviso gli italiani piuttosto che unirli. Se vogliamo che la data diventi davvero nazionale, dovremmo parlarne con franchezza e senza infingimenti retorici. In primo luogo il 25 Aprile segna la fine di una guerra civile, vale a dire la conclusione di una vicenda in cui parole come patria e onore hanno avuto per molti italiani significati diversi. Sappiamo che i fascisti di Salò sbagliarono, ma non possiamo ignorare che erano anch’essi italiani e che molti fecero la loro scelta in buona fede. Era difficile immaginare che il 25 Aprile potesse venire festeggiato con lo stesso entusiasmo e la stessa partecipazione da chi aveva militato in campi diversi.

In secondo luogo il Partito comunista si attribuì il merito della vittoria e divenne il maggiore e più interessato regista delle celebrazioni. Eravamo — è bene ricordarlo — negli anni della guerra fredda, quando il Pci, pur essendo alquanto diverso da quello dell’Urss, ne era pur sempre il «fratello » e ne adottava, quasi sempre disciplinatamente, le linee di politica estera. Non sorprende che a molti italiani il 25 Aprile sembrasse il travestimento patriottico di una strategia che non poteva essere nazionale.

I partiti democratici, dalla Dc alla social-democrazia, ne erano consapevoli. Ma non potevano rinunciare a celebrare la Resistenza e cercarono di salvare il 25 Aprile dall’abbraccio mortale del Pci descrivendo quel giorno come la conclusione vittoriosa della «quarta guerra d’indipendenza». La definizione ebbe una certa fortuna sino a quando il Risorgimento non cominciò a perdere, per una parte crescente della società nazionale, il suo valore positivo e divenne «rivoluzione tradita» per alcuni, conquista coloniale per altri, operazione fallita per molti. Non esiste più il Pci, ma esiste un partito anti- risorgimentale composto da persone che non hanno altro punto in comune fuorché un certo rancore per il principio stesso dell’unità nazionale: leghisti, legittimisti borbonici, anarchici, cattolici reazionari, nostalgici di Maria Teresa, di Francesco Giuseppe, del Granduca di Toscana. Già danneggiato dall’uso che ne fece il Pci, il 25 Aprile non sembra oggi commuovere e interessare, se non per motivi strumentali e occasionali, coloro che non credono nell’unità nazionale.

Continuo a pensare e a sperare che questi sentimenti siano una febbre passeggera, provocata dalle scosse di assestamento di uno Stato che non è ancora riuscito a rinnovare le sue istituzioni. Nel frattempo, tuttavia, faremmo bene a ricordare che il 25 Aprile ebbe meriti a cui tutti dovremmo essere sensibili. Penso ai morti della guerra civile e al significato simbolico che la Resistenza ebbe per la credibilità dell’Italia dopo la fine del conflitto. Penso soprattutto al fatto che i partigiani insorsero nelle città del Nord prima dell’arrivo degli Alleati e dimostrarono così al mondo, come ha ricordato il presidente della Repubblica nel suo discorso di ieri alla Scala, che gli italiani volevano essere padroni a casa loro. Se non vogliamo che anche questa pagina della nostra storia venga dimenticata, teniamoci stretto il 25 Aprile. Sergio Romano CdS 25

 

 

 

 

Chi non paga la retta ad Adro? Famiglie al limite della povertà

 

Una mail, che arriva dal Congo, con l'impegno a versare dei soldi per uno dei bambini della mensa di Adro, nel bresciano. Sembra un paradosso di un mondo alla rovescia e in cui la solidarietà viene da uno dei luoghi della terra dove le persone non hanno neppure le lacrime per piangere. Ma un missionario, dopo aver letto la lettera dell'imprenditore (pubblicata per esteso da Il Fatto Quotidiano) che saldava i conti della famiglie morose gli ha voluto scrivere: “Caro cittadino di Adro abbiamo letto, qua in Africa,   la tua lettera ‘Io non ci sto’: anche noi ci uniamo al tuo messaggio e al tuo gesto. Ti inviamo un contributo per pagare la mensa per un anno ad uno dei tuoi-nostri bambini. Sono soldi che molti amici dell’Italia ci danno per l’Africa. Conoscendo bene i nostri amici so che sono contenti se ne invio una fetta lì a un mondo fatto più di ponti che di barriere. Anch’‘io non ci sto”. Poche righe scritte da padre Giovanni Piumatti (71 anni di cui 35 trascorsi in missione) comboniano di Pinerolo, ad un'amica di Brescia. “In un mondo come lo sta costruendo una parte di italiani, io non ci sto! La nostra Italia non è mai stata così. A Muhuanga e Bunyatenge, ogni giorno diamo ai 900 ragazzi delle scuole una tazza di masoso. Cosa risponderanno ora quelle mamme che erano scese in piazza, “chi non paga non mangia”? Ora che i “furbetti” sono stati “scremati” è interessante sapere chi   sono le famiglie candidate al “salto del pasto” proposto dal sindaco leghista Oscar Danilo Lancini? Lo ha fatto la Camera del Lavoro di Brescia che ha reso noto una piccola indagine   . Tra coloro che non avevano pagato la retta ci sono dieci famiglie immigrate che hanno redditi tra gli 8 e i 15mila euro annui; in media si tratta di nuclei familiari di cinque persone (genitori e tre figli). “Nella totalità dei casi stiamo parlando di operai assunti a tempo indeterminato in fabbriche del circondario o nell'edilizia. Quasi tutti hanno fatto e stanno facendo periodi di cassa integrazione”, spiega il segretario generale Damiano Galletti. Quattro famiglie delle dieci stanno pagando un mutuo per la casa, con rate che si aggirano intorno ai 600 euro al mese. Gli altri pagano affitti di circa 400/450 euro al mese. In tutti i casi si tratta di famiglie che risiedono ad Adro da anni e i cui figli sono nati in Italia.   Insomma, fra pochi anni saranno cittadini italiani a tutti gli effetti. “In altri Stati europei avrebbero già acquisito la nazionalità del paese in cui sono nati” sottolinea Galletti, che affronta l'analisi ampliando il discorso. “Qui non si tratta di nazionalità, perchè anche tra chi ha saldato il dovuto siamo certi ci siano persone, soprattutto italiani, che fanno   davvero fatica a sostenere la spesa in questo particolare momento di crisi economica”. Le famiglie, in media, pagano intorno ai 90 euro per bambino per il servizio mensa. Pochi o tanti che siano sono sempre soldi. Ma questo discorso non sembra interessare molto: il paese di Adro, nonostante tutto, rimane solidale con la linea dura e pura del sindaco Lancini che ha una gestione della “cosa pubblica” piuttosto personalistica. “La vicenda della mensa ha scoperchiato una situazione più generale” afferma Valerio Del Pozzo, consigliere di minoranza della lista “Linfa” (Lista indipendente nuovo futuro Adro-Torbiato) che parla anche di altri temi. “Il paese ha bisogno di una gestione trasparente degli interessi comuni”. A partire dagli appalti assegnati per il nuovo polo scolastico alle varianti urbanistiche “selvagge” fatte e inserite, in modo arbitrario   e senza alcuna discussione, nel piano regolatore. La minoranza punta ad un consiglio comunale straordinario ma non è detto venga concesso dal sindaco. Elisabetta Reguitti, Il Fatto Quotidiano 23

 

 

 

 

L’editoriale di LR. L'unità del Paese è soltanto un ricordo

 

Nell’articolo di domenica scorsa intitolato "Che cosa farà Fini quando sarà grande" avevo cercato di capire quale sarebbe stato lo sbocco politico dello scontro tra Berlusconi e Fini partendo da un presupposto: il presidente del Consiglio non ha alcun interesse alle future sorti del partito da lui fondato, non è su di esso che si basa la sua fortuna politica e il suo potere.

 

I fatti avvenuti subito dopo, la drammatica e pubblica rottura con il cofondatore, le reazioni della Lega, hanno clamorosamente confermato quel presupposto. Lo stesso Berlusconi ne ha fornito la prova più evidente quando ha ricordato che il Pdl non si chiama "partito della libertà" ma "popolo della libertà". Il rapporto dunque non è tra lui e un partito ma tra lui e il popolo, un rapporto diretto, senza mediazioni, carismatico e populista.

 

Quale sia quel popolo è tutto da vedere, ma le sue dimensioni quantitative debbono esser ben presenti: rappresenta (comprendendovi anche le liste collegate nelle ultime elezioni regionali) il 37 per cento dei votanti i quali, a loro volta, sono stati il 65 per cento del totale del corpo elettorale. Compresi in quel 37 per cento anche gli elettori che simpatizzarono per Fini. Difficile valutarne il numero ma il netto dei berlusconiani doc è comunque al di sotto di un terzo di quelli che hanno messo le schede nell'urna.

 

Molti osservatori sostengono che la stragrande maggioranza degli italiani non è interessata a questi temi che sanno di muffa e di politichese.

 

Concordo, ma resta il fatto che il governo è comunque la sede dove vengono decise le questioni che toccano da vicino gli interessi di tutta la nazione, dei ceti sociali che la compongono e dei singoli individui.

 

Per tutto l'Ottocento il corpo elettorale delle nazioni europee non superava mediamente il 15 per cento della popolazione attiva. In Italia era nettamente al di sotto di quella media: l'elettorato era soltanto maschile, c'era un limite di censo al di sotto del quale si era esclusi dal voto, gli elettori erano per conseguenza nettamente al di sotto del 10 per cento. Un'oligarchia di proprietari fondiari con una spolverata di professionisti e di dirigenti aziendali, che si allargò lentamente fino a comprendere una parte degli impiegati pubblici e di piccoli imprenditori e un primo nucleo di operai specializzati.

 

Non toglie che quei governi, sorretti da un consenso così ristretto, decidessero della felicità o dell'infelicità dei governanti, in gran parte contadini, braccianti, manovalanza generica.

 

Bisogna dunque stare attenti quando si batte il tasto di interesse o non interesse degli italiani. Il concreto individuale fa inevitabilmente parte del concreto collettivo; la politica del governo, sostenuto da una maggioranza parlamentare che vota a comando, incide su quel concreto, lo manipola lo indirizza, ne tiene conto o lo trascura, distribuisce felicità e sacrifici. Se tutto questo non interessa  -  e spesso accade  -  si tratta di incultura o di stato di ipnosi. Non è bene.

 

Il fatto più evidente dell'attuale situazione consiste nel disfacimento diventato sempre più rapido in questi ultimi mesi del sentimento di unità nazionale. Mentre si celebra proprio oggi la ricorrenza del 25 aprile 1945, cioè la liberazione dal nazifascismo e l'inizio della democrazia e della storia repubblicana (giugno 1946) e mentre si celebrerà il 5 maggio l'impresa garibaldina, l'imbarco dei Mille a Quarto, il loro sbarco a Calatafimi e poi, in pochi mesi, la battaglia del Volturno, l'incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele e infine la nascita di lì a poco dello Stato italiano; mentre queste ricorrenze incalzano, quello Stato che ha 150 anni di vita, si sta disfacendo sotto i nostri occhi.

 

Quelle ricorrenze hanno perso ogni significato epico, non suscitano entusiasmi e neppure tenerezza, neppure orgogliosa memoria, neppure condivisione di valori. "Una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor" cantava il Manzoni. Ma dove mai? Siamo mille miglia lontani da quell'unità auspicata dai nostri grandi, mai realizzata nel profondo se non nel fango delle trincee, nei sacrifici dei più deboli, nelle speranze di quanti, malgrado tutto, hanno costruito, hanno prodotto, hanno dato un volto moderno, hanno tentato di estirpare i vizi e seminare le virtù civiche.

 

Magro è stato il raccolto ma tuttavia sufficiente per continuare a sperare e ad avanzare verso il futuro. Ma ora tutto sembra dissolto. Lo Stato si disfa sotto gli appetiti e la cupidigia; la nazione sta cessando di esistere nell'indifferenza sempre più diffusa. Non c'è un soprassalto collettivo contro ciò che avviene sotto i nostri occhi. L'indignazione è diventata quasi una professione di pochi.

 

Quando questo avviene, quando l'indignazione resta in appalto a poche voci, il segnale è quello d'una campana a morto mentre ci vorrebbe il suono di campane a martello che battessero da tutti i campanili. Quando il regionalismo arriva al limite di imporre nelle scuole maestri e docenti nati sul territorio e capaci di insegnare il dialetto locale come presupposto alla capacità di insegnare cultura, vuol dire che è in atto la scissione non più silenziosa ma dichiarata orgogliosamente dalla nazione e dallo Stato che la rappresenta.

 

Carlo Azeglio Ciampi si è dimesso per ragioni d'età dalla presidenza del comitato per le celebrazioni dell'Unità d'Italia. Conoscendolo io credo alla sua motivazione, ma proprio perché lo conosco da quarant'anni posso testimoniare della sua amarezza per il disfacimento morale e politico che è sotto gli occhi di tutti. Dell'unità nazionale e costituzionale Ciampi è stato uno dei più validi assertori. Possiamo ben comprendere la sua tristezza e l'amarezza che la pervade.

 

C'è chi guarda soltanto all'albero e chi è responsabile della foresta. È normale che un individuo e una famiglia guardino all'albero della propria felicità ed è normale che una classe dirigente si dia carico dei problemi dell'intera foresta, la faccia potare, ne faccia tagliare le piante secche e ne faccia germogliare nuovi arbusti. Ciò che non è normale è una classe dirigente che guardi anch'essa soltanto ad un suo albero mandando tutto il resto in malora. Ciò che non è normale è quando il senso civico si trasforma in puro egoismo e localismo e i paesi si cingono di torri e porte e mura merlate e difendono il territorio dalla contaminazione degli altri. Una Chiesa cristiana dovrebbe denunciare chi compie questa strage dell'impegno civico. La coscienza nazionale dovrebbe denunciarla.

 

La Lega di Bossi, dopo la vittoria che gli ha consegnato il comando delle Regioni del Nord, sta seguendo questa strada: torri e mura merlate si moltiplicano nei Comuni e nelle Province leghiste; le Regioni incoraggiano e danno senso politico a questo scempio. Da Palazzo Grazioli Berlusconi acconsente e chiede contropartite. Alla Lega ha concesso il Piemonte ed il Veneto, i suoi ministri, la Gelmini in testa, forniscono i necessari supporti legislativi; il federalismo fiscale, per ora rimasto scatola vuota, dovrà essere una priorità nelle prossime settimane. In cambio Berlusconi chiede analoga priorità per la legge sulle intercettazioni, per il lodo Alfano, per il processo breve se la Corte costituzionale boccerà la legge sul legittimo impedimento, e sulla riforma della Giustizia così come l'ha pensata e redatta il suo avvocato Ghedini.

 

Questo è lo scambio. Dopo la rottura con Fini, che proprio su questi punti ha attaccato la politica del governo, Bossi ha minacciato le elezioni anticipate, poi ha tirato indietro la mano se i decreti attuativi del federalismo saranno approvati con precedenza assoluta. Il monito ha Fini come destinatario: attento, se vorrai metterci del tuo nei decreti sul federalismo, se incepperai il meccanismo da noi pensato e voluto, andremo alle elezioni e addio Fini e finiani.

 

Così funziona la diarchia tra Bossi e Berlusconi. L'albero cui guardano è il medesimo: il loro potere e l'incrocio degli interessi, io guardo le spalle a te e tu le guardi a me. Fini deve essere distrutto, la sinistra è irrilevante, Napolitano dovrà rassegnarsi e avrà il nostro rispetto e perfino le nostri lodi fino a quando sgombrerà il Quirinale.

 

Può funzionare questo sistema? Esso si basa sull'irrilevanza del centrosinistra, sulla rassegnazione del Presidente della Repubblica e sull'indifferenza passiva dell'opinione pubblica democratica.

 

Ebbene, pur con tutto il pessimismo che mi rattrista io non credo che questi tre presupposti ipotizzati dal tandem Berlusconi-Bossi corrispondano alla realtà. Bersani proprio ieri ha lanciato un appello a tutte le forze d'opposizione includendovi anche Fini, affinché stringano tra loro un patto in difesa della Costituzione repubblicana di fronte alla deriva che si sta verificando. È un passo avanti nella giusta direzione, ma contemporaneamente il segretario del Pd dovrebbe indicare alcuni punti concreti che possano costituire il nerbo di un nuovo futuro governo. L'alternativa non è soltanto un problema di schieramento ma è soprattutto un problema di contenuti. In questo caso i contenuti riguardano soprattutto i temi dell'occupazione, della crescita, del fisco.

 

Ho letto con molto interesse la proposta di Carlo De Benedetti (sul "Foglio" di giovedì scorso) sulla riduzione delle imposte sul reddito dei lavoratori, sul cuneo fiscale e sulla tassazione "delle cose" (immobili, cespiti patrimoniali), il fatto che sia l'editore di questo giornale non mi impedisce di dire che mi sembrano proposte valide che un governo di centrosinistra dovrebbe far proprie.

 

Quanto al presidente Napolitano, puntare sulla sua "amichevole neutralità" come fanno Berlusconi e Bossi sarà una delusione per loro. Napolitano farà ciò che gli compete senza guardare a chi giovi o chi danneggi. Lo abbiamo sentito ieri alla Scala e lo sentiremo il 5 maggio dallo scoglio di Quarto. Nel discorso alla Scala ha incoraggiato le riforme e in particolare il federalismo, purché condivise e nel quadro dell'unità nazionale. Ha avuto gli applausi di Calderoli e Berlusconi. Buon segno ma di scarso significato poiché le riforme, a cominciare dal federalismo, sono finora scatole vuote e la condivisione dovrà misurarsi con i contenuti di merito. Napolitano dal canto suo firmerà le leggi se può firmarle. Le respingerà se non saranno conformi secondo quanto gli compete di accertare. Non farà sconti. E se Bossi e Berlusconi pensano che sia facile ottenere dal Capo dello Stato lo scioglimento anticipato delle Camere, stiano certi che il percorso non sarà affatto facile e se ci sarà una maggioranza parlamentare per formare un nuovo governo, Napolitano adempirà rigorosamente al dovere di accertarne e convalidarne l'esistenza.

 

Quanto all'indifferenza della pubblica opinione democratica, quest'ipotesi riguarda direttamente noi e quanti come noi e ciascuno con le sue modalità considerano con preoccupazione il disfacimento del paese e la deriva che ne risulta. Si tratta di un'ipotesi senza fondamento. I nostri lettori ci confortano a proseguire questa battaglia di democrazia e di libertà. È ciò che abbiamo sempre fatto e sempre faremo.  EUGENIO SCALFARI  LR 25

 

 

 

 

Colpito il simbolo dell'antimafia

 

Scomparsi messaggi, disegni e foto dall'albero che ricorda il giudice Falcone. Atto di vandalismo o intimidazione mafiosa?

 

La notizia è di quelle che lasciano comunque l’amaro in bocca: l’albero che si trova davanti all’abitazione del giudice Giovanni Falcone, e chiamato da tutti “l’albero Falcone”, è diventato oggetto di vandalismo o, come qualcuno sospetta, di intimidazione mafiosa. Un albero simbolo che dal 23 maggio del 1992 è divenuto meta di pellegrinaggio di studenti e cittadini, turisti e curiosi che, ponendo con un post-it il loro messaggio sul lenzuolo della pianta, hanno voluto contribuire al ricordo del giudice, di sua moglie e degli uomini della scorta. In questi anni i post-it hanno significato il riscatto di un'intera città.

 

Come tutti i luoghi simbolo, anche l’albero Falcone era esposto a possibili attacchi, ma il vero dolore è rappresentato dallo sfregio che si è voluto infliggere alla memoria di una comunità. Difficile dire a caldo se si sia trattato di un atto di vandalismo o di un'intimidazione mafiosa. Ma se la criminalità organizzata ha avuto bisogno di colpire il luogo simbolo della lotta alla mafia della comunità di Palermo, la leggerei come segno di nervosismo, di necessità di “marcare” meglio il territorio che magari avvertono mancargli sotto i piedi.

 

Perché mi chiedo, prendersela con un simbolo? Che fastidio possono dare ad un'organizzazione potente e criminale come Cosa Nostra migliaia di post-it messi da altrettante persone, non tutte palermitane ma tutte interessate ad una Palermo libera dalle mafie? Forse proprio questo: una comunità, quella dei post-it, che testimonia semplicemente ma quotidianamente che le mafie possono essere sconfitte, con gli atti quotidiani di legalità. Anche mettendo un post-it. Roberto Mazzarella Città Nuova 26

 

 

 

 

Riorganizzazione della rete consolare in Svizzera: chiuderà Ginevra o Losanna ?

 

Lo scorso 23 febbraio, riferendo alla Commissioni Esteri di Camera e Senato, il Sottosegretario Alfredo Mantica ha annunciato che, dal primo giugno 2010, partirà il processo di razionalizzazione della rete diplomatica italiana all'estero: chiuderanno le sedi consolari di Mulhouse, in Francia, di Gent in Belgio, di Coira, in Svizzera e di Saarbrucken e Norimberga in Germania.

 

La chiusura del Consolato di Ginevra o quello di Losanna rimane ancora in sospeso, tuttavia, in occasione della visita del Sen. A. Mantica, lo scorso aprile per la VI assemblea dell’Alleanza degli Ospedali Italiani nel Mondo all’OMS, si è recato in visita nei consolati di Ginevra e Losanna per rendersi conto quale potrebbe essere la soluzione migliore.

 

Chiudere uno dei due consolati è inevitabile ? È  la domanda che si pongono tante persone. Valutando che, da una parte Ginevra è una Città internazionale e la sede è di proprietà, d’altra parte Losanna, che ha già una competenza territoriale molto più ampia, la questione diventa sempre più problematica.

 

Comunque, il Sen. Mantica è ripartito senza lasciare intendere una provabile soluzione e, per capire meglio la situazione, bisognerà aspettare le valutazioni ed i riscontri scaturiti dalla visita del Sottosegretario agli Esteri a Ginevra e Losanna, non prima del 2011.

 

Attorno alla decisione di ristrutturare la rete consolare all’Estero, cosi drasticamente pensata, ci sono delle perplessità per la mancanza d’informazioni chiare in proposito. Dalle agenzie stampa che arrivano nelle nostre e-mail,  non mancano nemmeno le speculazioni gratuite di taluni italiani in Svizzera che pensano di avere le giuste soluzioni, magari denigrando un altro Consolato, come quello di Ginevra, a beneficio del proprio.

È vero che, in rapporto agli altri cantoni, Ginevra è un fazzoletto di terra, ma è anche vero che il Consolato Generale di Ginevra è situato in una realtà diversa da tutti i cantoni svizzeri.

 

Ginevra si conosce quale Città Internazionale dove risiedono l’ONU  e le organizzazioni internazionali, si contano 44. 000 italiani o di origine sui quasi 500. 000 residenti e vanta una prestigiosa sede di proprietà. Sono queste verità che danno al Consolato Generale di Ginevra un importanza rilevante per il Cantone e la Svizzera. Carmelo Vaccaro, La  pagina di Zurigo

 

 

 

 

 

PdL, PD e il centralismo democratico. Un ritorno all’antico

 

C’era una volta «la linea». Così si chiamava nei partiti di sinistra— socialdemocratici, socialisti, laburisti, comunisti — l’insieme di indicazioni che il centro diramava alla periferia su tutti i temi politici del momento. Nel Pci la linea era diffusa mediante fascicoletti facilmente comprensibili anche dal più sprovveduto segretario di sezione, ma soprattutto attraverso il giornale di partito. Chi ha una certa età ricorda ancora le vignette di Giovanni Guareschi intitolate «obbedienza cieca, pronta, assoluta», quelle che mostravano un militante trafelato che accorre sventolando l’Unità e gridando: «Contrordine compagni. La frase pubblicata ieri sull’Unità contiene un errore di stampa e pertanto va letta…».

I compagni, i famosi trinariciuti, stavano intanto eseguendo l’ordine (la linea) del giorno prima, illustrato dalla vignetta in modo sempre spassoso, anche se talora un po’ volgare. Il mondo di Peppone e don Camillo, dei partiti ideologici di massa, dei veri giornali di partito è morto da tempo. Che cosa potrebbe dire oggi il militante che accorre trafelato in un circolo semideserto del Pd? «Cari democratici e democratiche, le affermazioni fatte ieri nei talk-show televisivi da Bersani, Franceschini, D’Alema, Fassino, Veltroni, Rosy Bindi, Fioroni, e la lista potrebbe continuare, sono state rettificate nei talk-show successivi e pertanto… cavatevela come meglio potete». La questione non riguarda solo l’organizzazione del partito, gli attivisti, il rapporto centro-periferia. Nella politica di oggi, in cui la relazione con iscritti e attivisti conta assai meno dell’immagine trasmessa dai media, la questione riguarda soprattutto la coerenza , l a comprensibilità, la semplicità, il gradimento elettorale dei messaggi lanciati dal partito. È dunque inevitabile che democrazia interna ed efficacia dell’immagine mediatica entrino in tensione: se la democrazia interna produce una pluralità di leader e una molteplicità di linee che divergono per aspetti significativi, e se difettano strumenti efficaci per comporre il conflitto tra i leader e per presentare all’esterno una linea sola, ne soffre l’immagine del partito, si appanna la sua identità. Il Pdl ha sostituito la linea con il capo, il centralismo democratico con il centralismo carismatico, come lo definisce Alessandro Campi. Il centralismo carismatico non tollera l’insorgenza di dissenso interno, la formazione di correnti: da buon venditore Berlusconi si rende conto di quanto il successo del Pdl, la tenuta interna del partito e la sua immagine esterna siano affidati all’attrattiva del marchio e alla forza del capo, di un indiscusso Chief Executive Officer.

Pdl e Pd affrontano dunque due problemi simmetrici. Il Pdl quello di tollerare l’emersione di un dibattito democratico interno. Il Pd quello di porre un freno ad un conflitto di posizioni che ha superato la soglia oltre la quale l’immagine del partito diventa sbiadita o confusa agli occhi degli elettori. Il futuro della nostra democrazia dipende in misura non piccola dall’esito che avranno le sfide opposte affrontate dai due grandi partiti del centrodestra e del centrosinistra. Sfide non facili. Per il Pdl la difficoltà deriva— direbbero i sociologi — dal passaggio dal carisma all’istituzione, dall’eccezionalità alla normalità. Un passaggio sempre difficile, in cui la saggezza del capo carismatico, la sua ambizione di lasciare in eredità al Paese un partito che stia in piedi anche dopo che si sarà ritirato dalla politica sono essenziali. Oggi è il momento della verifica. Per quanto irritanti Berlusconi abbia trovato le critiche di Fini, egli deve rendersi conto che si tratta della prima vera prova di democrazia interna cui il Pdl è chiamato, e che deve inventare—ora che ha la forza per farlo — un accomodamento che salvi insieme democrazia e «linea». Altrimenti il suo partito si sfascerà quando non ci sarà più lui a dirigerlo, quando sarà affidato a dirigenti «normali».

Nelle sue concitate risposte a Fini non ha usato l’espressione «centralismo democratico», ma il succo del suo argomento puntava in quella direzione: discussione anche accesa, ma poi esecuzione leale della linea risultata maggioritaria. Perché no? Non è anche quello che ha promesso Fini? Ancor più difficile—non foss’altro perché riguarda un’intera dirigenza e non un uomo solo—il compito che attende il Partito democratico. «Con questi dirigenti non vinceremo mai», sbottò Nanni Moretti dopo la sconfitta del centrosinistra nel 2001. Ma non si tratta solo di una questione di persone, risolvibile passando la mano alla generazione successiva: questa è altrettanto divisa della precedente. Si tratta della crisi del progetto politico che ha attraversato l’intera Seconda Repubblica, il progetto dell’Ulivo, il tentativo di fondere le tradizioni riformistiche della Prima Repubblica nel crogiuolo di un nuovo partito di centrosinistra. La temperatura del crogiuolo non è arrivata al punto di fusione ed è molto difficile che ci arrivi adesso. Lo spirito di sopravvivenza potrebbe però produrre gli effetti che l’entusiasmo e il sogno non hanno prodotto, un modello di partito in cui i dissensi ci sono, ma non minacciano l’autorevolezza del segretario e la formazione di una linea coerente ed efficace. È un po’ buffo che il modello di organizzazione di un partito che non credeva nella democrazia— il centralismo democratico —sia proposto a due partiti che invece alla democrazia credono. Ma la storia talora produce questi scatti ironici.

Michele Salvati CdS 24

 

 

 

Brunetta, l'ultima rivoluzione: documenti e posta sul web

 

Scatta oggi la rivoluzione informatica voluta dal ministro Renato Brunetta. «Cinquanta milioni di italiani, ovvero tutti i maggiorenni dotati di codice fiscale, se lo vorranno avranno diritto ad attivare gratuitamente la loro posta elettronica certificata», annuncia il titolare della Funzione Pubblica. Che vuol dire? Niente più file alla posta e cataste di carta inutili: per inviare una raccomandata (con ricevuta di ritorno), per dialogare con la pubblica amministrazione, per richiedere certificati o documenti, basterà un semplice clic. L’obiettivo di partenza è l’attivazione di 10 milioni di indirizzi. Già oltre un milione di professionisti ne sono dotati (l'obbligo per loro è scattato a novembre scorso) e sono oltre 110 mila le imprese che hanno attivato un indirizzo.

 

Cosa fare Per richiedere l'attivazione gratuita del servizio sarà sufficiente collegarsi al portale www.postacertificata.gov.it e seguire la procedura guidata che consente di inserire la richiesta. (attivo anche il numero verde 800.104.464 e da rete mobile 199.135.191). Trascorse 24 ore dalla registrazione online (ed entro 3 mesi) ci si potrà quindi recare presso uno degli uffici postali abilitati per l'identificazione e firmare il modulo di adesione. Bisognerà portare con un documento di riconoscimento personale e uno comprovante il codice fiscale (codice fiscale in originale o tessera sanitaria) così come una fotocopia di entrambi i documenti, da consegnare. Al massimo in 5 giorni si riceverà la conferma. Gli indirizzi Pec delle pubbliche amministrazioni sono invece disponibili sull'archivio informatico accessibile attraverso il sito www.indicepa.gov.it, fonte ufficiale e riferimento per gli adempimenti previsti per le amministrazioni. È stato inoltre sviluppato il sito www.paginepecpa.gov.it per rendere più semplice la ricerca degli indirizzi Pec per il cittadino.

 

La Pec ha una memoria di 500 mega, concede la possibilità di archiviare in uno spazio apposito i documenti scambiati e inoltre offre il servizio di inviare un messaggio sulla casella di posta elettronica tradizionale al momento in cui si riceve una Pec. «Permetterà a chiunque di rivolgersi alla Pubblica amministrazione da casa propria, con il proprio computer, avendo poi diritto da parte della Pa ad una risposta analoga, cioè con la stessa modalità e lo stesso valore legale», spiega ancora Brunetta. Al momento si parte con tutti gli uffici delle varie amministrazioni, ma l'obiettivo del ministro è di arrivare a dialogare in maniera certificata anche con le public utilities, vale a dire luce, acqua, gas, eccetera. Il titolare della Funzione pubblica rivendica questa svolta di portata rivoluzionaria. «Può essere paragonata alla svolta arrivata dallo stop al fumo nei luoghi pubblici e chiusi - continua - Prima era consentito fumare anche nei cinema, e noi oggi ci chiediamo come sia stato possibile cambiare quella abitudine. Io spero che tra qualche anno si possa dire la stessa cosa delle raccomandate cartacee, le code davanti agli sportelli, insomma l'Italia dei faldoni. E chiederci: come era possibile?». Le possibilità di applicazione sono infinite: dalla scuola (pagella online) agli ospedali (esami clinici) alle tasse. Ad oggi sono oltre 80 mila le caselle certificate richieste dai cittadini, grazie alla sperimentazione avviata a fine settembre 2009 da Aci e Inps; mentre sono oltre 12.500 le Pec attivate dalle Pubbliche amministrazioni centrali e locali, soprattutto al nord. Bianca Di Giovanni  L’U 26

 

 

 

 

I costi della guerriglia

 

E’ finita un’epoca: non solo per il Pdl ma per il centrodestra. L’immagine di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini che si accusano in pubblico, sotto gli occhi dei dirigenti del partito e del Paese, è a suo modo storica. Archivia sedici anni di sodalizio politico, perché quello personale si era guastato da tempo. E getta un’ombra sul futuro della maggioranza, del governo e della stessa legislatura. Da oggi comincia un rapporto che chiamare coabitazione è eufemistico: siamo alla vigilia di una guerriglia quotidiana, anche in Parlamento, capace di destabilizzare il Paese.

Quella a cui si è assistito ieri a Roma, durante la direzione del Pdl, è stata una rottura esasperata, viscerale fino a sfiorare lo scontro fisico. È la conseguenza di un dialogo impossibile fra due visioni e due personalità ormai agli antipodi, non più complementari. E produce una frattura che Berlusconi vuole certificare, perché rifiuta l’idea di un Pdl lacerato dalle correnti; e che Fini cerca di tamponare, per non farsi spingere fuori dal partito e dalla presidenza della Camera: forse anche per dimostrare che il Cavaliere non è più così onnipotente.

Può darsi che l’ex leader di An ottenga almeno questo risultato: a carissimo prezzo, però. Ieri mattina, le sue parole sono calate su una direzione del Pdl insieme nervosa e ostile: umori che si riflettevano fedelmente nei gesti impazienti del premier. Per il modo polemico col quale sono state allineate, le critiche finiane hanno mostrato non tanto le sue ragioni, ma la distanza ormai siderale da un partito nel quale dopo le Regionali di marzo si sono creati equilibri dai quali è escluso. Il Pdl ha ascoltato e osservato Fini con una diffidenza e un pregiudizio radicati, perché ormai viene percepito dal centrodestra come un apolide.

Il suo scarto sembra soprattutto la reazione a un’alleanza con la Lega che lui subisce, e alla quale reagisce con uno smarcamento plateale ed esagerato: quello che in gergo calcistico si chiama fallo di frustrazione. L’irritazione berlusconiana fa capire che si tratta di un colpo doloroso, anche per le allusioni pesanti sulla giustizia. Quando il premier accusa i finiani di esporre il Pdl al ludibrio pubblico, dà voce a una preoccupazione diffusa. Dopo una vittoria elettorale netta, è difficile spiegare la rissa nello schieramento vincente mentre c’è una crisi economica grave: suona come un comportamento irrazionale e irresponsabile.

Ma la minoranza sembra seguire una logica che ignora l’accusa di puntare al «tanto peggio tanto meglio ». Fini certifica col suo s t r a p p o l a p r o p r i a marginalità nel Pdl, pur di lesionare l’immagine del Cavaliere come amalgama della maggioranza: anche se per paradosso rafforzerà la Lega che vorrebbe arginare. Sono i frutti di un antiberlusconismo di destra che per ora rimane annidato nelle pieghe del Pdl; ma che difficilmente può sopravvivere in un contesto che logora tutti. A questo punto, Fini non ha nulla da perdere; Berlusconi e il Paese, molto di più.

Massimo Franco  CdS 23

 

 

 

 

"La Lega non accetta un doppio Pdl, se ci saranno ribelli si va alle urne"

 

Il ministro Calderoli chiede compattezza agli alleati: "Vogliamo un solo interlocutore". "I finiani? Per me non esistono. Non mi piacciono neanche i berluschini" - di RODOLFO SALA

 

MILANO - Ministro Calderoli, Fini dice che parlare di elezioni anticipate è da irresponsabili. E a parlarne siete stati voi leghisti...

"Irresponsabile non è chi parla di elezioni, ma chi rischia di provocarle".

 

E' un'accusa al presidente della Camera?

"Magari lui no. Piuttosto qualcuno che bada più alle proprie frustrazioni per incarichi mancati che alla sostanza politica. E per questo soffia sul fuoco".