WEBGIORNALE 27-29 Aprile 2010
E due! Di nuovo rinviate le elezioni di Comites
e Cgie: entro la fine del prossimo anno
Roma- "Il Consiglio dei Ministri ha deciso di differire,
in attesa del riordino della materia, al 31 dicembre 2012 il termine entro il
quale svolgere le elezioni per il rinnovo dei Comitati degli italiani
all’estero e del Consiglio generale degli italiani all’estero". È quanto
si legge in una nota della Farnesina di venerdi 23
aprile in cui si conferma quanto dichiarato dal sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica durante l’audizione di mercoledì
scorso in Senato.
I Comites – e di conseguenza il Cgie
– come noto dovevano essere rinnovati l’anno scorso. Il termine era stato
spostato alla fine di quest’anno, come inizialmente previsto dal Milleproroghe del dicembre 2008. Ora viene
confermato l’ennesimo rinvio che, come aveva detto Mantica, farà sì che i nuovi
Comitati saranno eletti solo dopo la riforma degli istituti di rappresentanza,
al momento all’esame del Senato.
"Come
affermato fin dall'inizio di questa legislatura il
governo pensa che vada affrontato nel suo complesso il problema della riforma
della rappresentanza degli italiani all'estero: Comites,
Cgie e voto legislativo". Così il
sottosegretario agli Affari esteri Alfredo Mantica nella sua audizione di
mercoledì scorso sulla riforma del sistema di elezione nelle
circoscrizione estere. Mantica risponde a una sollecitazione del senatore del
Pd Claudio Micheloni, che gli chiede quale sia la
posizione dell'esecutivo sull'ipotesi di legare alle elezioni legislative l'elezione dei Comites, anche se
questi ultimi dovrebbero essere per legge rinnovati entro quest'anno. In questo
momento, secondo Mantica, "è opportuno rinviare le elezioni dei Comites perché è nostra intenzione far votare con la nuova
riforma e non importa se questa avverrà nel 2011 o nel 2013". Ipotesi
questa fortemente contrastata da Micheloni,
dal momento che "un rinvio al di là della prossima primavera significa
uccidere questi organismi". Sulle elezioni dei parlamentari all'estero,
per Mantica "non si tratta di mettere in discussione né il voto degli
italiani che risiedono fuori dal nostro Paese né il
sistema delle circoscrizioni ma il governo è disposto a rivedere alcuni aspetti
tecnici del voto perché, come è emerso finora, ci sono state delle difficoltà
nello svolgimento delle elezioni". Il problema è trovare un equilibrio tra
le diverse riforme perché se si va a un muro contro muro, anche con il Cgie, allora la maggioranza, spiega Mantica, potrebbe
"lasciare i Comites e i Cgie
come sono ora ed eliminare il
voto all'estero, perché gli italiani sarebbero così già rappresentati",
oppure "si potrebbe decidere di mantenere il voto ed eliminare i Comites e il Cgie, che non si sa
a cosa servano". Ma su questo tema c'è anche un problema di costi: "Comites e Cgie - prosegue Mantica
- costano 5 milioni di euro all'anno per il loro funzionamento, per le loro
elezioni servono 9,5 milioni e per quelle dei parlamentari 16".
Ecco perché sarebbe auspicabile un loro accorpamento
"senza intaccare la democraticità della rappresentanza". Tutti temi che sono sul tavolo in questo momento ma che il governo
non è disposto a trattare con chi vuole solo difendere strutture antiche
"che non rappresentano più niente. Andate a
guardarvi i verbali delle riunioni intercontinentali - continua Mantica - e poi
chiedetevi quale significato hanno".
Per il
sottosegretario agli Esteri, il sistema di voto potrebbe essere sganciato dal voto per le elezioni politiche "perché vorrei difendere
anche il principio che i Comites sono organismi di
rappresentanza che non dovrebbero formarsi seguendo gli schemi della battaglia
politica". Il governo spera di far presto e pensa che la riforma dei Comites e del Cgie debba
proseguire per la sua strada, fermo restando la necessità di proseguire l'indagine conoscitiva sul sistema di elezione nelle
circoscrizione estere, anche perché in quest'ambito sono emersi altri temi,
come l'entità delle circoscrizioni o l'introduzione di liste bloccate,
"che con i Comites non hanno nulla a che fare.
Ma se il parlamento deciderà di continuare a far marciare insieme le due
riforme - conclude Mantica - non c'è nessuna
contrarietà da parte nostra". Sul fronte dell'opposizione, invece, il
senatore Micheloni annuncia che il Pd presenterà
entro la fine della prossima settimana una propria
proposta di riforma del sistema elettorale all'estero. (Agenzie/De.it.press)
Il segretario generale del Cgie
Elio Carozza a Mantica: “Chiediamo l’attuazione dei
nostri diritti”
Da Elio Carozza, segretario generale del Cgie,
riceviamo e pubblichiamo questa replica alle dichiarazioni del sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica che, nell’audizione in Senato di
mercoledì scorso (vedi sopra, ndr), ha confermato che le elezioni dei Comites verranno rinviate e che le stesse si terranno solo
dopo la riforma. Riforma che, come si ricorderà, non piace al Cgie e al mondo delle associazioni.
Il 30 aprile il
Senato della Repubblica italiana ospiterà un
avvenimento di tutto rilievo sul piano europeo, internazionale, oltre che
nazionale: il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero e la Presidenza del
Senato riceveranno a Palazzo Madama le delegazioni degli organismi europei dei
cittadini residenti fuori dai confini del Paese d’origine dei 27 Stati
dell’Unione.
Un incontro
importante per le cancellerie del “mosaico” Europa, fortemente
perseguito dal CGIE, che in Italia tuttavia, per le attuali sempre più
complesse vicende che ci riguardano così da vicino, rischia di passare in
secondo piano nell’attenzione del mondo politico.
Soprattutto del
mondo politico che dovrebbe essere tramite privilegiato
presso il Governo, il Sottosegretario agli Affari Esteri con delega per gli
Italiani nel Mondo, il Sen. Alfredo Mantica, il quale sembra non avere nemmeno
il dono del tempismo, dimenticando che di qui a qualche giorno la stessa sede
del Senato in cui si è espresso ieri in modo del tutto incongruo, secondo le
esternazioni riportate dalle agenzie di stampa, ospiterà l'importante
appuntamento delle delegazioni dei Consigli dei cittadini “en mouvement”.
Né pare rendersi
conto di aver utilizzato un'audizione parlamentare per esprimersi in termini di
fantapolitica nei confronti di persone ed istituti di
partecipazione democratica divenuti all'estero esempio e riferimento dei 27
Paesi UE.
Ma, evidentemente,
il Sottosegretario agli Affari Esteri, Sen. Alfredo Mantica, stando a quanto riferiscono fonti di agenzia, ritiene che gli strumenti di
partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni politiche che li
riguardano, come il rinnovo dei Comites e del CGIE,
sia un optional a geometria variabile nell’architettura della rappresentanza
del quale può disporre a seconda delle proprie valutazioni e sensibilità e non
un diritto sancito dalla legislazione di questo Paese, che ne prevede tempi e
precise modalità di esercizio.
Come tale le fasi
preparatorie perché il diritto elettorale possa essere esercitato
richiedono tempi lunghi. Ed è su questo aspetto che il
sottoscritto, in qualità di Segretario Generale del CGIE, su sollecitazione del
Comitato di Presidenza, ha inviato al Sottosegretario una lettera, di cui lo
stesso Mantica ha riferito in maniera melodrammatica ieri in Senato – e che per
ragioni di “trasparenza” viene qui di seguito pubblicata - in cui il Comitato,
le Commissioni Continentali ed i Comites chiedono
all’unanimità di dare inizio al processo elettorale il più presto possibile.
"Lettera -
Consiglio Generale degli Italiani all'Estero. Il Segretario Generale
Roma, 31 marzo
2010. Gentile Sottosegretario,durante la riunione
dello scorso Comitato di Presidenza uno dei principali temi è stato quello
riguardante le elezioni per il rinnovo di COMITES e CGIE che, secondo il
decreto Legge "Milleproroghe" 207/ Z00B
dovranno tenersi entro il 31 dicembre 2010.
Come ben noto, a
seguito del suddetto provvedimento emanato dal Governo
le elezioni sono già slittate di un anno, in quanto in applicazione delle
prescrizioni dell'art. 8 della legge 286 del 23 ottobre 2003 si sarebbero
dovute tenere entro il 20 marzo 2009.
Il Comitato di
Presidenza all'unanimità ha ribadito la necessità di
dare inizio il più presto possibile al processo elettorale e sono pertanto qui
a chiederle di rendere nota, durante la prossima Assemblea Plenaria che si
terrà a fine aprile, la decisione del Governo in merito. Mi permetto di sottolineare che l'iter elettorale, come indicato dalla
Legge, prevede una lunga procedura, pertanto, valutati i tempi, il Comitato di
Presidenza ritiene che le elezioni debbano essere indette entro il mese di
giugno.
Grato per
l'attenzione che vorrà rivolgere a questa nostra richiesta e certo di poter
contare sulla Sua sensibilità Le rivolgo i miei più cordiali saluti.
Il Segretario
Generale Elio Carozza"
Non mi è sembrato
che, sempre secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, le affermazioni
del Sottosegretario, espresse nelle sue solite modalità
che vanno ormai ben oltre la millantata franchezza, abbiano colto il contenuto
della lettera, preferendo attribuire alla mia persona frasi e contenuti non
presenti. L'Assemblea Plenaria risponderà sull'argomento.
È in tutto ciò
evidente come il processo di svolta che il CGIE, in prima persona, e gli altri
Consigli europei dei cittadini “en mouvement”
intendono imprimere alle politiche migratorie stia divenendo quanto mai urgente
ed in questo senso l’importanza dell’appuntamento del
30 aprile prossimo, che seguirà un’Assemblea Plenaria in cui la ragionevolezza
dei contenuti e dei toni ritengo sia quanto mai necessaria. Elio Carozza, segretario generale del Cgie
Concluso
il V Congresso della Fusie. Giangi
Cretti (Svizzera) il nuovo presidente
A Lorenzo Prencipe (Cser) l’incarico di
vice presidente. Presidente onorario Domenico De Sossi
Roma – Il quinto Congresso della Federazione Unitaria
della Stampa Italiana all’Estero (Fusie) si è
concluso con l’elezione del nuovo presidente. Sarà Giangi
Cretti, vice presidente uscente della Federazione e direttore della testata on line Ilgiornale.ch
(Svizzera), a guidare la Fusie nei prossimi anni.
Cretti è stato eletto dal nuovo direttivo, composto da
35 membri, con 20 voti a favore su di un totale di 27 votanti. Quattro suffragi
sono andati all’altro candidato, Mauro Montanari (Corriere d’Italia). Da
segnalare anche due schede bianche e una nulla. La
vice presidenza della Federazione è andata a Lorenzo Prencipe,
direttore del Centro Studi Emigrazione (Roma) che ha ottenuto ventidue
suffragi, contro i quattro acquisiti da Franco Santellocco
(La Voce). Patrizio De Martin (Bellunesi nel Mondo) è stato confermato
presidente del Collegio dei Revisori; sarà affiancato da Maurizio Tomasi e Antonio Simeoni. Il
presidente uscente Domenico De Sossi è stato eletto
per acclamazione presidente onorario.
“La Fusie – ha affermato Giangi
Cretti – deve garantire la propria credibilità e darsi
un codice etico. Dobbiamo includere le novità dei nuovi media che rappresentano
un’opportunità, ma anche questi vanno auto regolamentati attraverso principi
etici. E’ necessaria – ha aggiunto Cretti – l’acquisizione da
parte della Federazione di nuove risorse e va continuato il confronto con le
istituzioni”. Il neo presidente ha inoltre fissato un momento di
verifica del lavoro da lui svolto che dovrebbe avere luogo fra un anno. Si è
inoltre parlato della creazione di un sito web della
Federazione.
Per quanto
riguarda gli altri incarichi statutari della Fusie
ricordiamo la riconferma del segretario generale Giuseppe della Noce (Aise) e la nomina a tesoriere di Gennaro Maria Amoruso
(Calabria Mondo). Faranno parte del Collegio dei Probiviri, presieduto da
Antonio Laspro, Giovanni Costanzelli
e Riccardo Masin.
Nuova
l’istituzione, su proposta di Gretti, dell’Ufficiodi
Presidenza, che sarà formato da: Marco Basti (Tribuna Italiana, Sud America), Mauro Montanari (Corriere d’Italia, Europa),
Vittorio Giordano (Cittadino Canadese, Nord America), Franco Santellocco (La Voce, Asia e Africa) e Frank Barbaro (Nuovo
Paese, Oceania). Nel Comitato di Presidenza sarà
presente anche un rappresentante per ogni singola tipologia editoriale. Dal
Brasile Pietro Domenico Petraglia (Comunità Italiana)
rappresenterà i periodici, dal Venezuela Mauro Bafile
(Voce d’Italia) si occuperà del settore quotidiani,
dall’Italia Stefania Pieri (Filef
– Emigrazione Notizie) seguirà le Nuove Tecnologie, dalla Svizzera Pasquale Sacino (Rinascita.ch) si occuperà degli Audiovisivi e
dall’Italia Maria Ferrante (Italian Network) rappresenterà
le agenzie specializzate. Ricordiamo infine che fanno parte del nuovo Consiglio
direttivo: Barbaro (Australia), Finzi (Tunisia),
Basti e Cario (Argentina), Vita e Bafile (Venezuela),
Della Noce, Prencipe, Pieri,
Lauricella, Santellocco, Dassi, Amoruso, Dotolo, Giuliani,
Filosa, Azzia, Ferretti, Ferrante e Liberatori
(Italia); Mancuso (Gran Bretagna), Montecchi (Bulgaria), Porpiglia
(Uruguay), Tomasi (Cile); Sacino,
Cretti e Spadacini (Svizzera); Caprile, De Florentiis e Giordano (Canada); Forza (Croazia), Montanari
(Germania), Nadini e Petraglia
(Brasile), Molteni (Francia). (G.M.- Inform)
Congresso Fusie.
La difficile immagine della presenza italiana all’estero
Roma - L’Italia ha
un’immagine datata degli italiani all’estero e non tanto per mancanza di informazione, quanto per determinate scelte politiche
che, di fatto, hanno concentrato l’azione di Governo sull’assistenza,
tralasciando contatti e collaborazioni con chi, negli anni, ha evoluto la
propria posizione sociale e lavorativa. Questo, in estrema sintesi, quanto
sostenuto da Giuseppe De Rita, Presidente del Censis che venerdì mattina è
intervenuto ai lavori del V Congresso della Fusie
tenuto a Roma nella sede del Cnel il 23 aprile e presso lo Cser il giorno dopo, cui hanno partecipato editori e
direttori dei giornali italiani editi all’estero, parlamentari di diversi
schieramenti, rappresentanti delle associazioni di categoria e dei patronati.
"La difficile
immagine della presenza italiana all’estero" il tema della sua relazione
che ha declinato il concetto di "social reputation"
negli anni passati.
Prima dell’inizio
dell’ondata migratoria che portò fuori dall’Italia milioni di connazionali, la
reputazione sociale del nostro paese, ha spiegato De Rita, "era quella
diffusa dai grandi viaggiatori". L’immagine dell’Italia era quindi quella
del Paese "culla di cultura e della civiltà più alte".
Con l’arrivo nei diversi continenti degli emigrati questa immagine cambia: "l’emigrazione sconvolge il modo in cui gli italiani erano
interpretati all’estero. prima eravamo
"alti", colti, e all’improvviso diventiamo disperati, distrutti, con
le valigie di cartone e con qualche aggancio malavitoso. Difendere
la reputazione sociale del Paese fu necessario e lo fece la stampa italiana
all’estero".
Ma poi le cose
cambiano: gli italiani si integrano, emergono nelle
società di accoglienza e "comincia un ciclo diverso" messo in atto da
persone "che non hanno più la valigia di cartone, non sono più disperati
ma sono diventati piccoli imprenditori, persone che hanno un proprio spazio e
che continuano a crescere". La reputazione sociale dell’italiano
all’estero cambia, si evolve, ma "la politica nazionale non segue questo
cambiamento: invece di seguire questo progresso – ha denunciato De Rita – si è
preferito continuare a pensare solo a chi stava male: per dar conto a certi
poteri italiani di partito e sindacato si è preferito limitare l’attenzione ai
connazionali ai ricongiungimenti pensionistici e
all’assistenza, piuttosto che pensare anche ad intercettare i processi di
crescita".
Ora, ha proseguito
il presidente del Censis, ci sono anche "italiani che girano il mondo, che
hanno posizione consolidate pur rimanendo residenti in Italia. Un’elite che opera nel mondo della
finanza e della globalizzazione che ha un suo peso". Questo per dire che "l’emigrazione si è ormai
stratificata" e dunque la domanda da porsi è "dove risiede oggi la
social reputation?" è ancora nella fatica
dell’emigrazione povera o in chi ha successo?". Tra l’altro, il non
aver capito la crescita dei connazionali, per De Rita, "ha portato ad una legge sul voto all’estero che prevede modalità
demenziali che induce processi pauperistici".
Oggi, la
reputazione sociale del nostro Paese si gioca su due fronti: "su come l’Italia guarda ai connazionali all’estero e su come
accoglie gli immigrati. Pensare all’emigrazione "classica" è ancora
una scelta valida, ma – ha avvertito De Rita – non può più essere l’unica.
Delineare e far conoscere al Paese il quadro complessivo dell’emigrato italiano
oggi – ha concluso rivolgendosi ai rappresentanti
della stampa italiana all’estero – è il compito che vi attende".
Responsabile
comunicazione del Censis, Massimiliano Valerii ha
invece approfondito il tema "Media tra crisi e trasformazione",
basandosi sui dati del 9° Rapporto sulla comunicazione del Censis. Il primo dei
dati citato da Valerii è stato quello sulla evoluzione dei consumi mediatici degli italiani:
"dal 2001 al 2009 gli utenti di tutti i media – ha spiegato – sono in
crescita. Di tutti, non solo di quelli telematici".
Inoltre, ha aggiunto, "dal 98 al 2008 le spese affrontate dagli italiani
per libri e giornali sono aumentate del 38%".
Certo, "i media si sono moltiplicati, ma i nuovi non hanno soppresso i
vecchi, vi si sono affiancati" a dimostrazione che "il messaggio ha
battuto il mezzo".
La carta stampata
però paga pegno: proseguendo nella fotografia del rapporto tra italiani e
media, intesi come fonti di informazione, Valerii ha spiegato, ad esempio, che in vista delle
elezioni gli italiani si informano soprattutto (70%) attraverso tv e
telegiornali, solo il 25% usa i giornali per farsi un’opinione.
Se negli anni il digital divide è diminuito, per
cui ad oggi il 51% di italiani – che è pure è una percentuale alta, ma
inferiore al 71% degli anni passati – non ha ancora accesso alle nuove
tecnologie, il press divide aumenta: "la percentuale di persone che prima
leggeva un giornale ed ora non lo fa più è passata in tre anni dal 34 al 39% e
soprattutto tra i giovani più istruiti".
Un dato di cui,
per Valerii, sono responsabili i giornali stessi che
"fanno più opinione che informazione, quando non
indugiano solo nel gossip". (m.c.\aise)
Congresso Fusie.
Il dibattito della sessione pomeridiana presso il Cnel
La preoccupazione
per la decurtazione dei contributi pubblici e per un mondo politico che sembra
aver dimenticato la rilevanza economica e culturale delle nostre comunità nel mondo
ROMA – La seduta
pomeridiana del V Congresso della Fusie, svoltosi presso il Cnel, dal titolo
“Informazione e comunicazione: quale futuro per la stampa italiana all’estero”,
si è aperta con l’intervento di Claudio Pozzetti, responsabile della Cgil per i
Frontalieri e consigliere del Cgie, che ha sottolineato
l’importanza della definizione “stampa migrante”, coniata nella prima parte del
dibattito da Lorenzo Prencipe. Un termine che, per
Pozzetti, definisce al meglio il doppio ruolo della stampa italiana all’estero
che si occupa sia dei problemi dei nostri concittadini
nel mondo, dando ampio spazio alla tutela dei diritti delle fasce più deboli,
sia delle questioni che riguardano il mondo dei migranti in generale, prima fra
tutta quella dell’integrazione. Dopo aver ricordato che la nostra stampa
all’estero deve favorire il confronto fra culture diverse, Pozzetti ha
evidenziato come i recenti tagli ai contributi per l’editoria e la soppressione
delle tariffe agevolate per le spedizioni colpiscano in primo luogo i piccoli
editori e quindi facciano venire meno le voci dell’informazione legate agli
interessi degli italiani nel mondo.
“I problemi che abbiamo avuto in tutti i
settori per l’estero - ha spiegato il senatore
del Pd Claudio Micheloni, eletto nella ripartizione
Europa - come ad esempio la ristrutturazione della rete consolare e i tagli
delle risorse pubbliche per i giornali, sono legati al fatto che il mondo
politico italiano ancora ignora cosa siano oggi le nostre comunità all’estero.
Non avendo conoscenza di questa realtà essi prendono le loro decisioni, anche
in buona fede, sulla base dell’immagine che hanno del nostro mondo. Io credo dunque che dobbiamo metterci in discussione e
interrogarci su di noi se vogliamo portare un messaggio diverso nella politica
italiana. Negli ultimi mesi - ha proseguito Micheloni
- stanno riprendendo vigore in Parlamento i
contrari all’esercizio del voto all’estero. Se si aprirà il cantiere della riforme costituzionale vi sarà, quasi sicuramente, un
tentativo trasversale, con forte possibilità di successo, di eliminazione della
circoscrizione Estero. Bisogna quindi far capire al mondo della politica che
noi siamo importanti per l’Italia, e cioè che la comunità italiana all’estero è strumento di promozione del paese, di politica estera, di
comunicazione, di promozione dell’economia e della cultura”. Micheloni ha poi sottolineato
l’esigenza sia di battersi, attraverso la presentazione di emendamenti ed
ordini del giorno, per il recupero delle risorse sottratte ai giornali italiani
all’estero, sia di avviare una riflessione interna alla Fusie che metta ordine e dia regole certe in questo
settore.
Dopo la lettura del messaggio di Aldo Di
Biagio, in cui il responsabile del Pdl per gli
Italiani nel Mondo ricorda la presentazione di un emendamento al “decreto
incentivi” volto al recupero dei contributi per la stampa italiana all’estero
decurtati in modo retroattivo, Gaetano Parolin della
Congregazione Scalabriniana, ha spiegato come anche
la realtà editoriale del gruppo dei missionari scalabriniani stia vivendo un momento critico, con una relativa
riduzione delle pubblicazioni per gli italiani all’estero. “Tutto questo
avviene - ha puntualizzato Parolin - per il nuovo volto della congregazione che ci
costringe a fare i conti anche con altre realtà e gruppi. Non vedo però in
questo un limite, ma uno stimolo e un invito ad avere un approccio, più
globale, interculturale e reale alla realtà dell’immigrazione….Credo che la stampa migrante - ha proseguito Parolin- sia per forza di cose una realtà marginale che ha
però un suo ruolo insostituibile in quanto ci aiuta conoscere, con uno sguardo
dal basso, la realtà delle comunità e degli immigrati”.
Il senatore del Pdl
Basilio Giordano, eletto nella ripartizione America Settentrionale e Centrale,
ha evidenziato come troppo spesso l’Italia dimentichi
il forte contributo fornito dai nostri connazionali nel mondo allo sviluppo e
alla proiezione economica dell’Italia. “Sul problema
dei tagli dei contributi per la stampa italiana all’estero – ha spiegato
Giordano - io ho preso la posizione del mio governo in quanto l’emendamento
votato in aula era blindato. Potevo votare contro la proposta dell’esecutivo, ma non avrei risolto nulla, solo della propaganda. Ho
invece parlato con il mio capigruppo al Senato e gli
ho spiegato che la cosa non poteva andare. Mi hanno promesso d’intervenire, gli
ho creduto, e adesso dovremmo concludere. Sono
addolorato per quello che sta succedendo, - ha aggiunto
Giordano- come eletti all’estero faremo tutto il possibile,
ma il cambiamento di rotta dovrà venire dai vertici di maggioranza e di
minoranza”.
Durante l’incontro è stato letto un messaggio
del deputato Ricardo Merlo del Movimento Associativo Italiani all’Estero,
eletto nella ripartizione America Meridionale, in cui si sottolinea
l’esigenza non solo di ripristinare appieno i contribuiti per la stampa
italiana nel mondo, ma di aumentarli per migliorare l’offerta e la qualità
dell’informazione in favore delle nostre comunità. Dal canto suo il
direttore di America Oggi Andrea Mantineo ha ricordato
la lunga storia di questo quotidiano che viene
pubblicato regolarmente dal 1988 e che oggi è fruibile sul cartaceo, su sito
Internet e tramite l’emittente radiofonica in lingua italiana Icn Radio. Mantineo ha inoltre sottolineato come le provvidenze governative per la stampa
italiana all’estero siano state utilizzate fino ad oggi per il miglioramento
della testata con investimenti importanti, come l’acquisto di una nuova sede e
di una nuova rotativa. “La decurtazione del 50% dei contributi ai quotidiani in
lingua italiana - ha aggiunto Mantineo - pone America
Oggi in una posizione finanziaria precaria...Il
mancato reintegro delle provvidenze nella loro interezza mette a rischio la
sopravvivenza stessa dell’azienda.”
“La crisi economica e finanziaria nel 2008 –
ha spiegato Marco Basti, direttore del giornale
Tribuna Italiana (Argentina) - ha condizionato l’economia dell’Italia e dei
paesi in cui viviamo, ma al di là di questo vi è da parte del governo italiano
un momento di disimpegno rispetto alle tematiche che hanno a che vedere con gli
italiani all’estero, compresa l’informazione e specificamente la carta
stampata. Il dimezzamento dei fondi per la stampa con effetto retroattivo,
risorse irrisorie per il bilancio dello Stato, danneggerà le testate degli
italiani all’estero. Queste ovviamente non
possono pensare di vivere solo con i contributi pubblici, va eventuali
decurtazioni, se dovevano essere effettuate, andavano poste in essere dopo un
riordino del settore. In ogni caso la chiusura di un giornale
all’estero è una perdita per la comunità e per la stessa Italia”. Basti ha poi rilevato l’esigenza di un’efficace politica per
l’informazione all’estero che consenta di utilizzare al meglio questa variegata
rete di media specializzati che operano anche come strumenti di diffusione
della lingua italiana nel mondo.
Dopo la lettura del messaggio del deputato
del Pd eletto nella ripartizione Europa e presidente Unaie
Franco Narducci, che ha ribadito
il suo impegno in Parlamento a difesa della stampa italiana all’estero, il
direttore di “Servizio Migranti” Silvano Ridolfi ha
ripercorso il cammino dell’esperienza associativa della stampa italiana di
emigrazione.
Ridolfi ha spiegato
come dopo alcuni tentativi nel 1971 nacque dalle ceneri della CISIE la Federazione
Mondiale della Stampa Italiana all’Estero da cui ,
dopo pochi anni di intensa attività, derivò, nel 1982, l’attuale Fusie. Ridolfi ha inoltre
evidenziato come le federazioni che si sono succedute nel tempo abbiano
rilevano debolezza, mancanza di efficaci strategie unitarie e assenza di
chiarezza sulle finalità della federazione. “Si è sempre
operato per ottenere qualcosa prima ancora di rafforzare la propria identità.
– ha puntualizzato Ridolfi - Occorre
dunque anche una base etica e non soltanto professionalità, la nostra stampa
deve avere nel suo dna il primato del migrante, il perseguimento del loro bene
comune, il servizio alla coesistenza e solidarietà. La diversità delle testate
– ha aggiunto Ridolfi - rappresenta una ricchezza, ma una federazione deve concentransi sugli elementi
unificanti”. Ridolfi ha infine invitato la Fusie a implementare le riunioni del direttivo , a reperire più fondi e a fare in modo che la stampa edita
in Italia “divenga cassa di risonanza per la federazione”. Da segnalare anche
l’intervento di Silvio Forza, direttore de “La Voce del Popolo”, quotidiano
edito a Fiume, che ha auspicato la promozione, attraverso il sistema dei
finanziamenti statali, dell’informazione di ritorno presso i giornali editi in
Italia. Forza ha anche puntualizzato come la sua testata, pubblicata in maniera
ininterrotta dal 1944, raccolga un’eredità giornalistica italiana risalente al
1700.
E’ stato poi letto il messaggio inviato da
Elena Caprile, editore del Corriere Canadese, amministratore unico Italmedia Srl. Nella nota viene
ricordato come questo giornale dal 1954 promuova la lingua italiana e
informi la nostra comunità in Canada che solo a Toronto conta circa 600.000
persone. Dal messaggio viene inoltre evidenziato
come i recenti tagli dei contributi per la stampa italiana all’estero,
retroattivi, discriminatori e incostituzionali, pongano a rischio di chiusura
il “Corriere Canadese”. Una testata che deve affrontare grosse spese per la
produzione, il mantenimento della redazione e soprattutto per la distribuzione
del giornale che in un territorio così vasto risulta
molto costosa.
Da ricordare infine l’intervento del
presidente uscente della Fusie Domenico De Sossi che ha sottolineato come in
questi ultimi dieci anni di gestione della Federazione egli abbia cercato,
attraverso la convocazione dei vari congressi, di portare avanti una gestione
della Fusie normale e senza strappi. Per quanto
riguarda i tagli dei contributi pubblici per l’editoria De Sossi
ha precisato come contro questa azione “proditoria”
sia dovuta ad una negativa disattenzione nei confronti degli italiani
all’estero, forse alimentata anche da una certa conflittualità presente nel
mondo dell’emigrazione. “La situazione attuale della stampa
italiana all’estero – ha spiegato De Sossi - è
francamente molto difficile. Dobbiamo trovare nuove risorse per questo
settore con fantasia e creatività. Anche perché per il futuro si paventa
all’orizzonte un ulteriore taglio che farà scendere i
fondi statali per l’editoria italiana da 400 a 100 milioni di euro. Alla luce
di ciò dobbiamo cercare solidarietà, stipulando
accordi funzionali con le altre federazioni della stampa e degli editori e
facendo i modo che il ruolo delle testate italiane all’estero sia parificato,
con più controlli ma adeguati finanziamenti, a quelle edite in Italia”. De Sossi ha poi lanciato un appello agli aletti
all’estero affinché in questo momento di difficoltà operino, pur rispettando le
diversità politiche, in maniera unitaria al fine di aiutare la nostra stampa
all’estero e la stessa idea dell’Italia nel mondo che oggi è posta in
discussione. “La Fusie – ha concluso
de Sossi - deve continuare perché è necessaria e
rappresenta un pezzo di storia italiana. La Fusie del
domani dovrà anche guardare al mondo delle radio, delle televisioni e dei
giornali on line. In pratica deve
essere la casa comune della stampa italiana all’estero”. (Goffredo Morgia – Inform)
Dibattito in Senato sul voto all’estero
Audizione
mercoledì pomeriggio 21 aprile in Senato, con le Commissioni Affari
Costituzionali, Esteri, ed il sottosegretario Mantica
Roma - Che il voto
all’estero vada rivisto nelle sue modalità è fuor di
dubbio. Come farlo non è ancora chiaro. Anche nell’audizione di mercoledì pomeriggio
21 aprile in Senato, con cui le Commissioni Affari Costituzionali ed Esteri
hanno proseguito la loro indagine conoscitiva, sono
state tante le questioni emerse ed altrettante le soluzioni ipotizzate dai
senatori intervenuti al dibattito e dal sottosegretario Alfredo Mantica. Voto
per corrispondenza, nei seggi o elettronico? Elettorato attivo e passivo? Costi
del voto? Stretta sulla cittadinanza? Comitato inquirente sui roghi in
Venezuela e non solo? Queste le questioni sul tavolo delle commissioni che a
margine dei lavori hanno convenuto sulla opportunità
di sentire il Ministero dell’Interno sulla questione-Aire e quello
dell’Economia sui costi del voto.
Ma andiamo con ordine. Primo ad
intervenire è stato il senatore Marco Perduca (Pd)
che si è soffermato sulla gestione dell’Aire e sul "pessimo"
meccanismo scelto per il voto all’estero. Credo, ha aggiunto, che "dopo
due tornate elettorali, il tempo di rodaggio della Legge Tremaglia sia finito e
non abbia dato i frutti sperati". Il senatore ha quindi
ricordato i diversi meccanismi di voto già esistenti in Italia per le elezioni
politiche, amministrative, europee, e osservato che "l’altro, diverso
meccanismo di voto per gli italiani all’estero ha creato più problemi di quanti
non si sia cercato di risolvere. Il collega Turco, membro della Giunta
per le elezioni, mi ha consigliato di acquisire i verbali di quella Giunta
perché molto spesso si è giunti alla decisione dei
magistrati di assegnare i voti non dico "tanto al chilo", ma – ha
spiegato – c’erano così tante cose incerte e difficilmente accertabili che
furono fatte distribuzioni di voto non potendo fare un effettivo calcolo dei
voti espressi".
Per il senatore
occorrerebbe riflettere anche su un’altra questione: "facciamo
l’ipotesi che la modifica di una legge in Italia, come quella sul testamento
biologico, dipendesse da due voti e che questi due voti fossero quelli di due
eletti all’estero: la decisione presa avrebbe effetto solo in Italia e non
sugli italiani all’estero. Non si può concedere pari diritto
a chi non subisce le conseguenze delle leggi adottate". Perduca è pure "preoccupato" per i risvolti che avrebbe il rovesciamento del diritto d’opzione
per i connazionali. "Originariamente contrario al voto passivo degli
italiani all’estero", il senatore ha accennato all’ipotesi di guardare al
Congresso americano in cui siedono rappresentanti delegati delle isole
caraibiche, ma, ha precisato, "solo funzione limitata alla
rappresentatività delle esigenze dei residenti delle
isole senza avere la prerogativa di proporre o votare leggi di carattere
generale. Io non vorrei dare l’impressione di essere contrario al voto
all’estero ma è importante chiedersi per chi possono votare: si potrebbe collegare l’eletto all’estero al luogo in cui
risiedeva la sua famiglia prima di emigrare, posto che, come diceva Micheloni la volta scorsa, gli interessi dei connazionali
sono quelli del territorio dove vive non quella della Madre Patria. Tenendo
presente le richieste dei connazionali all’estero – ha concluso
– ritengo che prima di affrontare la modifica della legge sia bene continuare
ascoltare quante più voci possibili, tenendo presente però che l’Italia tutte
le volte che è chiamata alle urne non riesce a rispettare le leggi che si è
data".
Il senatore eletto
all’estero Nino Randazzo (Pd) ha richiamato tre punti
chiave dell’orientamento del governo sul voto all’estero, così come esposti da
Mantica nella sua prima audizione: "in primo luogo che il Governo non
mette in discussione il voto all’estero; poi che esistono poche alternative economicamente possibili al voto per
corrispondenza; terzo: le modifiche alla Legge Tremaglia sono urgenti e
indispensabili". Il tutto "posto anche in relazione
alle riforme istituzionali, come federalismo e bicameralismo".
"Sporadiche", ha aggiunto Randazzo, le
"proposte estreme volte alla abolizione della
circoscrizione estero".
Il senatore ha
quindi sostenuto che eliminare il voto per corrispondenza a favore dei seggi
"ridurrebbe il numero dei votanti ai minimi termini, tali da non
giustificare più la sopravvivenza della circoscrizione estero,
renderebbe necessari accordi bilaterali con Paesi, come il Canada, molto
probabilmente contrari, e i costi del voto sarebbero almeno quadruplicati
rispetto ad ora. Senza contare che neanche le sedi
diplomatico-consolari avrebbero risorse finanziarie, umane e logistiche per
organizzare o gestire i seggi".
Se è chiaro che
occorre garantire segretezza e personalità del voto, Randazzo
guarda con favore alle ipotesi avanzate sull’invio del materiale elettorale
dall’Italia, sul rovesciamento del diritto d’opzione
(se vuoi votare, lo devi dire), sulla firma o la copia di un documento nella
busta esterna del plico, la costituzione di comitati elettorali. "Tutto
meno che l’abbandono del voto per corrispondenza" che, d’altra parte, è
adottato da molte "democrazie avanzate" e "senza traumi". Randazzo ha quindi citato il voto online: "gli olandesi all’estero votano online, così come i francesi,
mentre in Gran Bretagna è in corso la sperimentazione". Quanto alle liste
bloccate anche all’estero, come suggerito nel ddl Pastore-Malan,
per Randazzo non farebbe altro che aumentare le
possibilità di brogli: "ora si deve controllare
la calligrafia con cui è scritto il nome del candidato, quindi schede votate
dalle stessa persona sono facilmente individuabili. Ma
sarebbe impossibile controllare un segno sul nome di una lista! Senza contare che il meccanismo delle liste bloccate è uno degli
aspetti meno esemplari del nostro sistema". Tutti gli eletti
all’estero, ha concluso Randazzo,
sarebbero "d’accordo ad una verifica della propria investitura
parlamentare a riprova che, nonostante inghippi e qualche autentico scandalo,
evenienza tutt’altro che insolita sullo stesso territorio nazionale, non tutto
è da buttare".
Il presidente
della Commissione Esteri Dini, prima di dare la parola a Micheloni,
ha osservato che "l’obiettivo principale delle correzioni al sistema
vigente dovrebbe essere quello di garantire al massimo la correttezza del voto. Questo dovrebbe avere prevalenza
anche sul numero dei votanti".
Il senatore
Claudio Micheloni (Pd), nel suo intervento, ha citato
i roghi in Venezuela e comunicato che "i senatori del Pd hanno indirizzato
una lettera al presidente della Giunta per le elezioni Follini per chiedergli
l’acquisizione dei vari dati in possesso della Giunta e di analizzare la
possibilità di insediare una Commissione Inquirente su questo tema, perché
emerge con chiarezza la volontà di sgomberare il terreno su dubbi e equivoci per elaborare proposta di riforma del voto
all’estero". Il senatore ha poi annunciato che "a fine della prossima
settimana il nostro Gruppo presenterà una propria proposta di legge sul voto
all’estero".
Terminati gli
annunci, Micheloni ha richiamato le opinioni di
"diversi colleghi" circa la possibilità di "collegare la riforma
del voto con quella dei Comites, ma anche l’idea che
ritengo interessante di collegare il voto dei Comites
alle elezioni politiche che, prima di tutto, porterebbe un risparmio significativo, ma anche darebbe un valore, un peso maggiore
ai Comites. Ipotesi che ci pone davanti a quattro
domande", quesiti che Micheloni ha rivolto al
sottosegretario Mantica con una premessa: "c’è un
decreto che dice che entro il 2010 si devono rieleggere Comites
e Cgie, i lavori del Comitato ristretto sono fermi per
la vicenda-Di Girolamo, dovremmo decidere cosa fare, se andare avanti solo su Comites e Cgie o se vogliamo
collegare tutto. Tre – per Micheloni – le ipotesi: o
si rinnovano i due organismi con la vecchia legge, o si rieleggono Comites e Cgie prevedendo la loro
durata fino alle prossime elezioni politiche oppure si raccoglie la sfida di
modificare la legge in pochi mesi e rinviare le elezioni al massimo al marzo
2011. La quarta ipotesi, cioè un rinvio puro e semplice, vuol
dire uccidere questi organismi".
Rispondendo al
senatore, il Sottosegretario Mantica ha parlato di un’altra soluzione, e cioè
"la coerenza del Governo che fin dall’inizio della Legislatura ha
sostenuto la necessità di riformare tutta la rappresentanza degli italiani
all’estero, Comites, Cgie e
voto. E sono stato
coerente quando mi sono assunto la responsabilità di assicurare, come ha
ricordato Randazzo, che il Governo non mette in
discussione né il voto all’estero né la circoscrizione estero,
ma solo il meccanismo di voto".
"Il problema
è l’equilibrato peso nella riforma: il 27 aprile io incontrerò la Plenaria del Cgie. Nell’ultima sua
comunicazione, il segretario del Cgie Elio Carozza mi ha scritto che la riforma dei Comites dovrà passare sul suo cadavere. Per me, o
procediamo con un patto politico in cui riteniamo che il voto all’estero modifica un sistema equilibrato di rappresentanza pensato
prima del 2001, se no non c’è problema. Io passo suo cadavere, datemi il tempo
necessario. Un anno, due, tre, non c’è problema. Ho sempre
ammirato i carristi dei Panzer Divisionen".
"O si fanno
le riforme, e non faccio appelli ideologici, ma al
Parlamento, equilibrate e pesate, o il problema rimane. Io – ha confermato – in
questo momento ritengo di rinviare le elezioni dei Comites
perché io farò votare con la nuova riforma. Arriverà nel 2011? Voteremo nel
2011. Perché questo è un discorso politico".
Per Mantica, poi,
"è inutile che facciamo i discorsi sulla spesa pubblica e poi Comites e Cgie mi costano 5
milioni di euro l’anno per il loro funzionamento: allora metto in discussione i
costi della struttura; le elezioni dei Comites
costano 9 milioni e mezzo di euro; il voto all’estero
16 milioni di euro, nella riforma c’era anche attenzione a questo". Mantica ha quindi messo in guardia chi "pensa di difendere
strutture antiche che non rappresentano più niente" e ricordato la
questione-cittadinanza, che pure ha peso sul voto, citando gli "scandali
brasiliani" e il fatto che "i figli di Lula
e Amauri possono votare per il nostro
Parlamento" a dimostrazione che "c’è qualcosa che non funziona.
Lo dico dal primo giorno: non esiste nessun problema di italianità,
radici o cultura. Il problema qui è solo andare negli Usa senza pagare il
visto. È arrivato il momento di chiudere le grandi "finestre" per la
richiesta di cittadinanza aperte nel passato. Senza contare i tanti stati
europei che ci criticano per le nostre aperture, visto che
rilasciamo passaporti Schengen".
Per la riforma di Comites e Cgie, Mantica ha detto
di "voler riprendere il percorso iniziato per chiuderlo il più velocemente
possibile; ritengo che il sistema di voto possa essere sganciato o meno rispetto al voto politico, per difendere il principio
che il Comites non dovrebbe essere organo
politico", posto che modificare le modalità di voto per le politiche
significa farlo anche per i Comites.
Nel dibattito è
intervenuto pure il senatore Pastore (Pdl) che ha
citato la Pec – Posta Elettronica Certificata: "visto
che la tecnologia avanza, si potrebbe fare una riflessione tecnica su
questo punto per una eventuale soluzione tra due-tre
anni. Se ogni residente all’estero avesse la Pec
potrebbe votare così".
Senatore del Pd,
Pietro Marcenaro ha criticato il
fatto che "si agisca sull’onda di fatti di opinione pubblica",
riferendosi al fatto che la riforma di Comites e Cgie sia stata bloccata dalla vicenda Di Girolamo. "In
quel frangente – ha spiegato – sono state fatte dichiarazioni sullo scandalo
dei meccanismi aperti ai brogli, come ha detto pure Schifani: il ddl da noi
discusso è stato bloccato per questa ragione e ora che è passato del tempo,
riprendiamo come se nulla fosse successo!".
Mantica ha
chiarito che "la sospensione è stata accettata da tutti perché anche nei Comites c’è il voto per corrispondenza. Ora, è chiaro che nel voto delle politiche si aprono
altri temi che nel voto dei Comites non ci sono. Io,
come Governo, non ho problemi a mantenere l’esame congiunto delle due riforme,
e quindi sospendere i Comites. Ma se vogliamo tentare
di accelerare, il Governo è disposto a dire che, visto che
per i Comites, che sono organismi rappresentativi
ufficialmente non politici, il voto riguarda aree più piccole, si può scindere
le due cose. Se invece volete che, almeno nella fase di indagine,
i due ddl devono stare appaiati, anche qui non abbiamo obiezioni: mi rimetto al
Parlamento".
Quindi il presidente della Commissione Affari Costituzionali
Vizzini ha proposto di "continuare l’indagine con le audizioni del
Ministero dell’Interno e dell’Economia". Sulla proposta di Micheloni per aprire una
commissioni inchiesta sui brogli e violazioni, Vizzini si è detto "non
contrario", ma ha aggiunto, "il compito del Parlamento è quello di
legiferare, se no diventiamo un centro-studi che analizza e basta. Io invito i
gruppi parlamentari a trasformare le loro riflessioni in possibili disegni di
legge perché è utile cominciare questo percorso e vedere poi, lungo la strada,
se Comites e Cgie si
potranno inserire in uno stesso procedimento o no. Non possiamo arrivare alla
fine della Legislatura senza questa riforma. Sarebbe una
sconfitta per tutto il Parlamento".
Concludendo, il Presidente della Commissione Esteri Dini ha
ricordato che "decidere sul meccanismo di voto è pura competenza della I
Commissione, così come Comites e Cgie
sono competenza solo della III", quindi, "dopo le prossime due
audizioni le due materie potranno di nuovo essere scisse".
(m.cipollone\aise)
Tagli
ai contributi per la stampa italiana all’estero e prospettive per il futuro
È stato il tema al
centro del V Congresso della Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero
(Roma, 23-24 aprile). Hanno aperto i lavori Carla Zuppetti (Mae), parlamentari ed
esponenti del mondo associativo e istituzionale
ROMA – I tagli
all’editoria e le loro ripercussioni sulla stampa italiana all’estero al centro
del V Congresso della Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero (FUSIE),
intitolato “Informazione e comunicazione: quale futuro per la stampa italiana
all’estero?”, tenuto il 23-24 aprile a Roma.
Disappunto e perplessità sono emersi in
apertura, presso l’Aula del Parlamentino del CNEL, da parte degli operatori di
settore intervenuti, ma anche da parte di esponenti delle istituzioni,
parlamentari di diversa estrazione politica, rappresentanti di patronati e del
mondo dell’emigrazione nel suo complesso.
Disappunto determinato dal taglio del 50% dei
contributi alla stampa italiana all’estero deciso in sede di conversione del
decreto Milleproroghe al Parlamento alcune settimane
fa - e avente valenza retroattiva (dall’anno 2009), - aggravato dal successivo
taglio delle agevolazioni postali per l’editoria, ad opera
di un decreto interministeriale firmato Tremonti-
Scajola. Interrogativi sorgono invece sull’entità del risparmio così ottenuto,
che si teme possa sostituire la riforma del settore da tempo
dichiarata necessaria dagli stessi operatori, alla luce dello sviluppo
tecnologico e dell’utilizzo crescente dei nuovi media, specie in un ambito già
di per sé globalizzato, come quello delle collettività italiane residenti
all’estero.
“La stampa costituisce
un’attività che si è naturalmente dispiegata anche attraverso la valutazione di
forme di sostegno da parte dello Stato, vista la sua fondamentale importanza
nella società moderna – ha detto Carla Zuppetti, direttore generale per gli
italiani all’estero e le politiche migratorie del Mae,
aprendo i lavori del V Congresso. “Essa è uno
strumento essenziale per raccontare la società in cui si vive e la propria
storia. All’estero riveste però una funzione ancora
più complessa, - ha rilevato la Zuppetti - perché ha
consentito in momenti di forte criticità, contraddistinti da una forte
emigrazione italiana, di costituire un collante tra gli stessi emigrati,
fornendo loro un utile mezzo per conoscersi e riconoscersi come cittadini con
una medesima appartenenza e cultura”. Il direttore ha segnalato anche la
preziosa possibilità data ai connazionali, grazie la lettura della “loro”
stampa, di “riappropriarsi della propria lingua e cultura” e di “poter avere
una conoscenza quotidiana di cosa succede in Italia, requisito tanto più
indispensabile quanto più è richiesta la loro partecipazione diretta alla vita
politica, con il diritto di voto”, sancito costituzionalmente nel 2001.
Una serie di interventi,
moderati dal vice presidente della FUSIE Giangi
Cretti, hanno quindi chiarito ulteriormente la funzione della stampa italiana
all’estero e lo “stato di salute” del settore editoria e comunicazione nel
nostro Paese.
Giuseppe De Rita, presidente del Censis, si è
soffermato sul ruolo della stampa nel descrivere la realtà dell’emigrazione
italiana e la sua complessità, una funzione così importante come il suo impatto
nella determinazione della “social reputation”
italiana all’estero “influenzata – ha affermato De Rita – sia da ciò che sono
diventati i connazionali nel mondo, sia dal nostro atteggiamento nei confronti
degli immigrati in Italia oggi”. Per il presidente del Censis “i tagli a questo
settore non consentono di fare un’operazione d’urto rispetto a come viene percepito il nostro Paese all’estero e, nello stesso
tempo, se la percezione di ciò che sono gli italiani all’estero influenza
pesantemente le politiche del nostro Paese rispetto ad essi, si comprende
quanto sia importante un’informazione che dia conto fedelmente della stratificazione
sociale e del mutamento subito dalla collettività residente fuori dal
territorio nazionale”.
Un quadro del settore della comunicazione
attuale in Italia è stato fornito dal responsabile della comunicazione del
Censis, Massimiliano Valerii, che ha segnalato in
particolare l’allontanamento dei più giovani dalla carta stampata, mentre
cresce l’utilizzo dei nuovi media. Valerii
si chiede se non sia anche responsabilità dei giornali e del loro modo di fare
informazione, il fattore che allontana le giovani generazioni dal mondo
giornalistico più tradizionale.
Ricordano
l’importante ruolo della stampa italiana all’estero anche Antonio Marzano,
presidente del Cnel e Lorenzo Prencipe,
direttore del Centro Studi Emigrazione di Roma. Quest’ultimo
ritorna in particolare sulla sua capacità di rispecchiare la realtà dei
connazionali all’estero: “E’ la stampa d’emigrazione a cogliere il ruolo della
collettività italiane quali portatrici di progetti economici, politici,
sociali, culturali e anche religiosi. Essa si è fatta promotrice di
rivendicazioni e riconoscimento di diritti spesso negati, contribuendo a
combattere pregiudizi e stereotipi. E’ essenzialmente comunitaria – aggiunge Prencipe – e, proprio per questo, ha spesso indotto gli
italiani ad abbandonare l’individualismo e a scoprirsi collettività. Non è una
cassa di risonanza di un Paese stereotipato. Non aspira ad
essere un momento di nostalgia, né è alla ricerca di compassione”.
Rispecchiando fedelmente la realtà, - ma fornendo anche un aiuto al lettore per
la sua interpretazione in un contesto diverso da
quello familiare, ricorda Prencipe – “la stampa
italiana all’estero ci insegna che dobbiamo relativizzare il mito della facile
integrazione degli italiani. Solo recuperando consapevolezza
di ciò che siamo stati e di ciò che è il nostro passato – aggiunge -possiamo
capire in quale modo mettere in relazione le diverse identità che oggi si
trovano a convivere anche qui in Italia”.
I parlamentari presenti sono intervenuti
condannando unanimemente i tagli decisi dal governo: “insensata,
punitiva, discriminatoria misura governativa che comporta un risparmio di
appena 5 milioni di euro – ha detto Nino Randazzo,
senatore eletto per il Pd nella ripartizione Asia, Africa, Oceania
e Antartide, già direttore de “Il Globo” di Melbourne – un’inezia nel contesto
del bilancio nazionale”. Per Randazzo non si tratta
solo di superare le difficoltà di un settore, acuite dalla crisi economica e
dai tagli, ma di fare “un salto di qualità, uno sforzo
di miglioramento di forma e contenuti, con il perseguimento di una più
accentuata professionalità e una più attenta considerazione delle domande del
mercato”. Occorre dunque distinguere tra “una presunta editoria, una
pubblicistica dilettantesca” e “l’editoria genuina” –
avverte Randazzo - che deve saper vincere “le sfide
dell’informazione italiana all’estero con un calibrato approccio pragmatico,
meno commenti e più fatti”.
Riccardo Franco Levi, deputato Pd e Giancarlo
Tartaglia, direttore della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, hanno sottolineato nel loro intervento il carattere più generale
dei tagli decisi dal governo. “Il senso di questi provvedimenti è quello di lasciare l’informazione a se stessa – ha affermato
Levi, lamentando anche la brusca sottovalutazione dell’importanza di Rai Italia
e di ciò che potrebbe essere trasmesso all’estero attraverso l’emittente
televisiva e sottolineando che “i contributi sono destinati ancora a diminuire
nei prossimi anni”. “Ciò che preoccupa è anche l’atteggiamento di chiusura del
governo di fronte alle nostre richieste e le difficoltà nel riuscire ad identificare soluzioni e percorsi d’uscita da questa
situazione – spiega Tartaglia, sollecitando in ongi
caso un reintegro dei fondi per i giornali pubblicati all’estero.
Anche Gianni Farina, deputato eletto per il
Pd nella ripartizione Europa, segnala la “noncuranza e il disimpegno
con cui questa maggioranza guarda al destino della stampa italiana all’estero”.
“La collettività italiana ha fatto progressi enormi durante l’evolversi del suo
percorso migratorio – ha aggiunto Farina – ed è proprio la stampa italiana
all’estero a rappresentare quotidianamente questo processo di crescita, la
realtà degli italiani nei Paesi di accoglienza, che è quella di cittadini e non
più quella degli emigrati”. “I tagli a questo settore aggravano una sconfitta
culturale e di valori a cui stiamo assistendo nel
nostro Paese – conclude Farina. – Smarrendo la nostra memoria, la memoria di ciò che sono e sono stati gli italiani
all’estero, non si è più in grado di capire i processi attuali. Senza dimenticare che, con il voto all’estero, l’informazione
diviene uno strumento indispensabile alla partecipazione democratica”.
Marco Fedi, deputato eletto per il Pd nella
ripartizione Asia, Africa, Oceania e Antartide,
assicura il sostegno alla Fusie nella rivendicazione
del ruolo della stampa che essa rappresenta e per il reintegro dei fondi. “Ci sono responsabilità precise del governo nel portare avanti
scelte che hanno conseguenze facilmente immaginabili – afferma Fedi.
– E’ responsabilità di tutti, però, mettere in cantiere nuovi progetti di
riforma per il sostegno di chi utilizza i media elettronici all’estero o per coloro che vogliono fare informazione in modo innovativo”.
Mentre Giuseppe Angeli, deputato eletto per
il Pd in America meridionale, segnala l’assenza di uno spazio destinato agli
italiani all’estero nelle testate nazionali, Fabio Porta, deputato eletto nella
medesima ripartizione per il Pd, collega il corretto esercizio del voto all’estero
con l’informazione: “Mi auguro che le difficoltà presenti siano almeno di
stimolo per mettere mano ad una riforma del settore,
inclusiva dei nuovi messi di informazione – afferma Porta.
Anche Vincenzo Vita, senatore del Pd, rileva
come i giornali italiani all’estero “non siano un tema residuale, ma un fatto
di assoluta modernità, visto che il numero di
italofoni è più numeroso di quanto si pensi. Sfidiamo il governo a mettere mano
subito ad un progetto di riforma di questo settore –
aggiunge – a cui tutti vogliamo contribuire”. Sinergia d’azione che coinvolga
tutto il mondo dell’emigrazione sul fronte degli italiani all’estero
necessaria anche per Rino Giuliani, presidente della Consulta Nazionale
dell’Emigrazione.
La necessità di intervenire con una riforma viene ribadita anche da Mimmo Porpiglia,
responsabile della Federazione Italiana Liberi Editori (FILE) e da Eugenio
Marino, responsabile italiani nel mondo del Pd, che ricorda come i tagli siano
“una messa in discussione della stessa esistenza della stampa italiana
all’estero, una riduzione drastica dei contributi al settore e al di fuori di
ogni logica”.
Conclude la
mattinata l’intervento di Gianluca Lodetti dell’Inas Cisl, che segnala come anche i patronati siano
interessati al dibattito sulla stampa rivolta ai connazionali all’estero,
“strumento importante nel veicolare temi che sono di per sé complessi ma molto
sentiti da parte dei nostri connazionali emigrati”. “All’estero siamo anche noi
in contatto con i cambiamenti che hanno coinvolto l’emigrazione italiana in
questi decenni e interessati a fare in modo che questa realtà venga compresa in Italia – afferma Lodetti,
che sottolinea l’urgenza di un reintegro dei fondi decurtati e di una più
attenta rivalutazione dell’intero ambito.
Viviana Pansa, Inform
Messaggio del MediaClub-Germania
al Congresso della Fusie
Questo il saluto
inviato dal MediaClub-Germania al Congresso della Fusie e consegnato durante i lavori della Federazione
Cari colleghi della Fusie, il taglio dei contributi alla stampa italiana
all’estero sarà senz’altro uno dei temi più importanti all’ordine del giorno del vostro congresso
che noi salutiamo.
Anche noi,
colleghi raggruppati nel MediaClub Germania non possiamo
che esprimere sdegno per questo provvedimento che penalizza il lavoro, l’impegno, l’entusiasmo che sta dietro tante
testate italiane più o meno grandi in tutti gli angoli del mondo. Sono il segno
riconoscibile di una diaspora, la voce di tanti italiani o addirittura di cittadini di
origine italiana che pur integratisi
nel paese che l’accoglie non vogliono rinunciare alla lingua e alla cultura
d’origine. E’ un fenomeno di cui essere orgogliosi, una forza di scambio,
un’opportunità di
relazioni culturali e economiche col mondo che qualsiasi altro paese
valorizzerebbe molto di più.
Il MediaClub
Germania si sta preparando
alla raccolta di firme in varie città tedesche intorno ad un appello che
unisce l’allarme per la situazione dell’informazione in Italia, della libertà
d’informazione , tanto per essere chiari, all’allarme per l’altrettanto
drammatica situazione dell’informazione e della cultura delle comunità italiane
all’estero.
Nel nostro appello
diciamo che il diritto di voto per gli italiani all’estero ha rappresentato un
momento di grande speranza.
Le attese sono
andate presto deluse: tagli drastici alla cultura, ai
servizi consolari, alla stampa italiana all’estero, programmi televisivi
pubblici per gli italiani
all’estero mediocri che servono come foglia di fico e che
pretendono persino il canone.
Si ha
l’impressione di essere stati penalizzati e ci chiediamo il perchè..
Quello che è
accaduto con i tagli ai
contributi alla stampa all’estero, uno
dei pochi provvedimenti che si sono rivelati inappellabili, conferma che il diritto di voto da solo non basta
ancora per difendere gli interessi di
più di quattro milioni di cittadini italiani nel mondo.
Dobbiamo trovare
nuove forze e nuove idee per fare sentire la nostra voce e per dare più voce
alle nostre istanze rappresentative. Per questo, per noi le iniziative in corso in Italia
per difendere la libertà d’informazione
che vedono in prima fila la Federazione
Nazionale della Stampa
costituiscono un’occasione per inserire all’interno di questa
mobilitazione il tema del diritto di fare informazione per
gli italiani all’estero e della necessità di dare spazio e di trovare
spazio all’infomazione di ritorno.
Ai colleghi della Fusie, ai colleghi della FNSI e a
tutti i partecipanti auguriamo in questo senso un buon lavoro.
Renzo Brizzi,
presidente del MediaClub Germania (de.it.press)
“Sostenere la stampa italiana nel mondo per valorizzarne l’importante ruolo
culturale”
“In un momento
caratterizzato dall’incertezza sul futuro, l’informazione italiana nel mondo
richiede tutta la nostra attenzione e il nostro sostegno”. È questo il senso
del saluto che l’on. Laura Garavini, deputata PD
eletta nella circoscrizione Europa, ha voluto inviare ai delegati all’8° congresso della FUSIE.
“I quotidiani e i
periodici italiani all’estero”, ha affermato la Garavini,
“si sono affermati nel tempo come un importante
strumento di diffusione della lingua e della cultura italiana. Hanno assunto un
ruolo determinante nel contribuire a far vivere e ad
alimentare tra i nostri connazionali il senso di appartenenza e di comunità,
agendo sempre di più anche come collante tra le diverse generazioni”.
“È per questo che vanno denunciati”, ha proseguito la
parlamentare, “i tagli stabiliti dal decreto Milleproroghe
sull’editoria italiana all’estero. Sono tagli pesanti che mettono seriamente a
rischio testate storiche e determinano il licenziamento di numerosi lavoratori
qualificati in nome di un risparmio irrisorio. A subirne il danno sono, ancora
una volta, gli italiani all’estero. Privandoci di un’informazione preziosa per
il nostro legame con la terra di origine”, ha criticato la Garavini,
“il Governo Berlusconi ci vuole far capire che veniamo
considerati cittadini di serie B. Questa linea di Governo, che porta indietro
di anni il sistema dell’informazione italiana nel mondo, va contrastata con
forza. Oggi, nell’era della globalizzazione, è fondamentale recuperare e
valorizzare i legami tra l’Italia e le sue comunità
oltreconfine”.
“In questo senso”,
ha concluso la deputata, “mi auguro che l’impegno
congiunto di tutte le forze di rappresentanza possa contribuire a colmare i
vuoti di questo momento difficile e ci consenta di avviare un percorso che dia
prospettive e futuro ai nostri comuni obiettivi”. De.it.press
John
Dickie questa sera all’Istituto Italiano di Cultura
di Monaco di Baviera
L’inglese John Dickie terrà una conferenza sul suo libro
»Con gusto. Storia degli italiani a tavola« in
data martedì 27 aprile, alle ore 19, presso l'Istituto Italiano di Cultura di
Monaco di Baviera, in collaborazione con la Volkhochschule
di Monaco di Baviera.
John Dickie si avventura nella storia della cucina italiana. La
sua domanda fondamentale: come fanno gli italiani a mangiare così bene? Dickie la illustra in maniera brillante non solo
raccontando la nascita della cucina italiana, ma anche approfondendo il tema
della genesi dello stesso stato italiano - dall’influsso della sua
inconfondibile identità, a come le sue centinaia di città ne hanno determinato la cucina da migliaia di anni.
Una storia
insolita, intelligente e affascinante dell’Italia e della sua grande passione.
John Dickie è storico e giornalista. Insegna Romanistica all’University College di Londra e ha scritto numerose
pubblicazioni sulla storia e la cultura italiana.
Modera Alessandro Melazzini, corrispondente culturale dalla Germania de
"Il Sole 24 Ore", in lingua italiana, con traduzione consecutiva in
tedesco di Manfred Riedmair.
IIC, de.it.press
Giorgio De Chirico piace al pubblico di Hannover
Grande affluenza
di visitatori al Padiglione Italia allestito all’interno dell’Hannover Messe,
per vedere le due opere dell’artista ospitate per tutta la durata della fiera
In occasione della
Fiera di Hannover 2010 di cui l’Italia era Ospite d’Onore, grande successo hanno riscosso i due capolavori di Giorgio De Chirico
ospitati presso il Padiglione Italia, rappresentativi dell’eccellenza del
nostro patrimonio culturale. Le due opere sono “Pianto d’Amore” e “Gladiatore
nell’Arena”, provenienti dalla Casa Museo della Fondazione Giorgio e Isa de
Chirico.
Fin
dall’inaugurazione della manifestazione, avvenuta lunedì 19 aprile, alla
presenza del Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola e della Cancelliera Angela Merkel, i
visitatori si sono subito raccolti davanti alle opere che ben testimoniano la
creatività e il genio artistico che sono alla base del Made
in Italy.
De Chirico è
espressione di un Paese che ha dato i natali a geniali personalità, correnti di
pensiero e scoperte scientifiche che attraverso innovative modalità
di produzione e audaci sperimentazioni sulle tecniche e sui materiali hanno
creato prodotti di eccezionale qualità. In tal senso, de Chirico si fa perfetto
interprete delle tematiche attuali legate alla nuova
civiltà tecnologica e rappresenta, forse più di qualunque altro Maestro
dell’arte italiana moderna, quella cultura internazionale che trova un momento
privilegiato proprio nel rapporto Italia-Germania,
Paesi amici, protagonisti di un antico e proficuo scambio culturale. (ItalPlanet News)
“Jazz
mit Luigi Bozzolan und
Eugenio Colombo“ a Monaco di Baviera il 5 maggio
Monaco di Baviera.
L'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera invita al concerto »Jazz con Luigi Bozzolan e
Eugenio Colombo« che si terrà mercoledì 5 maggio 2010, alle ore 19.30, presso
il Gasteig, Black Box, Rosenheimer Straße 5 a Monaco di Baviera.
Ingresso libero con
prenotazione obbligatoria attraverso la pagina internet
www.iicmonaco.esteri.it nella rubrica “Calendario” oppure a stampa.iicmonaco@esteri.it,
oppure tel. 089 74 63 21-26
Partendo
dall’interesse comune per il jazz e l’improvvisazione, il repertorio racchiude
elementi tratti dal »mondo perduto« della musica per il teatro,
composizioni inedite e rielaborazioni tratte
dall'ambito del jazz, della musica classica e della musica
popolare.
Luigi Bozzolan (pianoforte) insegna pianoforte.
Suona come solista e in alcune formazioni (Luigi Bozzolan-Quartett,
Duo Bozzolan-Colombo, Duo Il nostro concerto) in
Europa, in Africa e in Sud America.
Eugenio Colombo
(sassofono e flauto) ha insegnato sassofono presso
alcuni conservatori in Italia. Ha composto musica per diversi film e ha
collaborato con numerosi colleghi di fama internazionale. Dal 1990 è membro
fisso della Italian
Instabile Orchestra. IIC, de.it.press
Senato e Camera incontrano la virtuosa Wolfsburg,
cittadina modello esemplare di integrazione
L'integrazione al centro dell'attenzione. La cittadina tedesca di Wolfsburg quale modello esemplare a cui
ispirarsi per una perfetta e lungimirante politica di integrazione e di
sviluppo legati alla tolleranza e alla operatività. Rolf
Schnellecke, sindaco di Wolfsburg,
il 15 aprile scorso è stato accolto in pompa magna nell'Urbe con la visita
d'obbligo alla Camera e al Senato ricevuto dal sottoscritto e dal sen. Micheloni, nel segno dell'impegno comune per le politiche
dell'integrazione.
Due giorni intensi
di incontri per il primo cittadino tedesco giunto a
Roma. Schnellecke era accompagnato in questa visita
romana dalla delegazione del Consiglio comunale composta da
Ilona Schnellecke (Responsabile Comunicazione del
Museo d'arte), da Rocco Artale (presidente della
Commissione emigrazione e immigrazione), da Ludmilla Neuwirth (Vicepresidente della Commissione emigrazione e
immigrazione), Birgit Schneider-Bönniger
(Direttrice dell'Istituto per la promozione della città), Sylvia Nichterwitz (Direttrice dell'Ufficio per stranieri) e Manfred Hüller (Direttore
Rappresentanze e Relazioni internazionali). L'incontro è stato rilevante
per illustrare la positiva politica d'integrazione dei migranti nella città
della Volkswagen. Presente anche una delegazione del comune
di Popoli (Pe) con il sindaco Emidio Castricone, sostenuto dalla città di Wolfsburg
con un contributo di Euro 100.000, per la ristrutturazione della scuola
media, andata parzialmente distrutta dal sisma del 6 aprile 2009.
Il Senatore
Lamberto Dini, Presidente della Commissione Affari Esteri, ha ricevuto la
delegazione nella Sala Raciti del Senato alla
presenza di altri Senatori impegnati sui temi dell'integrazione. Il sindaco di Wolfsburg ha quindi illustrato il percorso della politiche d'integrazione adottata fin dagli anni '60,
quando nella città tedesca arrivarono i cosiddetti primi "Gastarbeiter" (lavoratori ospiti) per costruire il
leggendario Maggiolino. In pochissimo tempo Wolfsburg
diventò "il più grande paese italiano oltre le Alpi", come fu
definita allora da un quotidiano della città tedesca. Nel 1974 addirittura Wolfsburg fu la prima città tedesca ad
insediare il primo Ufficio per gli stranieri e la prima Commissione degli
stranieri. Schnellecke ha tenuto a sottolineare
che una politica d'integrazione che abbia successo "deve iniziare sul
piano locale per poi essere estesa a livello nazionale".
Numerose le
strategie adottate fra cui l'introduzione di corsi di tedesco e classi
transitorie per i bambini italiani al fine di abbattere le barriere
linguistiche ed eventuali carenze formative. On.
Franco Narducci, de.it.press
Conferenza Aspen Italia a Berlino. La
scommessa europea e i nuovi assetti internazionali
Berlino. Aspen Institute Italia organizza a Berlino, presso l’Hotel Adlon Kempinski, il 29 e 30
aprile prossimi la conferenza internazionale “Europe
in the G-20 world”.
La conferenza si
svolge a porte chiuse. Risultati e proposte verranno
illustrate in un incontro con la stampa venerdì 30 aprile alle ore 13:00 sempre
presso l’Hotel Adlon Kempinski.
Al centro del
dibattito il ruolo dell’Europa come attore globale che è ancora in via di
definizione: pesano sul futuro del Vecchio Continente
incognite di tipo economico-finanziario e di credibilità politica quale
l’incapacità di parlare ad una sola voce in un assetto internazionale ormai
multipolare. In un’epoca che alcuni definiscono
post-atlantica l’Europa dovrà saper triangolare con Russia e Stati Uniti per
garantire a sé e al mondo maggiore sicurezza in campo militare ed energetico.
Nella seconda giornata della conferenza viene messa a
fuoco l’agenda economica che vede in prima linea l’urgenza per l’Europa di una
riforma delle politiche fiscali nonché il monitoraggio della crisi monetaria ed
economica indotta dal caso Grecia. A confronto saranno le diverse proposte per
garantire in futuro meccanismi di stabilizzazione che evitino situazioni pericolose
per l’euro e la solidità del sistema economico internazionale. Obiettivo generale della conferenza è di
definire alcune linee guida e raccomandazioni su questi temi strategici da
sottoporre all’attenzione dei decision-makers
europei.
Partecipano tra gli altri alla conferenza Giulio Tremonti, Wolfgang Schäuble, Lorenzo Bini Smaghi, Ferdinando Beccalli-Falco, Margherita Boniver, Paolo Ciocca, Stefania
Craxi, Gianni De Michelis, Paolo Garonna, Hans Ulrich Klose, Giorgio La Malfa,
Enzo Moavero Milanesi, Tommaso Padoa
Schioppa, Pier Carlo Padoan,
Alessandro Profumo, Gianni Riotta, Otto Schily,
Domenico Siniscalco, Luisa Todini, e l’Ambasciatore
d’Italia a Berlino Michele Valensise. De.it.press
Laura Garavini
e Marco Meloni ospiti al Max Planck
Institut di Monaco di Baviera
Monaco di Baviera
- Si è svolto venerdì 23 aprile presso il rinomato Max Planck
Institut für Plasma Physik (IPP) di Monaco l’incontro odierno sul tema “Il
futuro della ricerca in Italia”. A discuterne con i ricercatori italiani in
Germania sono stati l’on. Laura Garavini,
eletta in Europa con il massimo dei voti nella sua circoscrizione e prima
firmataria della proposta di legge PRIME finalizzata a incentivare il rientro
dei ricercatori italiani dall’estero, Marco Meloni, Responsabile Università e
Ricerca del PD, e Concetta Vacante, professoressa di scienze politiche a
Catania e Monaco. Nel dibattito organizzato dai “Cervelli Monaco” si è parlato
della situazione attuale dei finanziamenti alla ricerca, della sua riforma e
degli obiettivi futuri. De.it.press
“Trentino Wine on Tour”. I vini trentini presentati a Berlino
Il Trentino
vitivinicolo ha raccolto consensi in occasione della seconda tappa di
“Wine on Tour 2010”; 57 le etichette presentate
Reduci dal
successo di pubblico e dagli apprezzamenti ricevuti al Vinitaly
2010, vini e grappe trentine sono stati presentati lunedì 19 aprile a Berlino
nell'ambito del progetto “Trentino Wine on Tour”, mettendosi in luce sulla prestigiosa e complessa piazza tedesca.
Obiettivo
dell'evento la promozione e la valorizzazione dei vini rappresentativi del
territorio (Trentodoc, Trentino DOC Marzemino, Teroldego Rotaliano DOC, Trentino Grappa) attraverso 57 etichette e 31 aziende vitivinicole e grappicole
da esse rappresentate.
Dopo la tappa di
Zurigo dell'8 marzo, Trentino Wine on tour ha dunque concluso
l'edizione estera 2010 con l'appuntamento nel centralissimo Hotel Ellington di
Berlino. Nella capitale tedesca si è svolto un wine-tasting
libero a banchi di degustazione presidiati da sommelier, che hanno accompagnato
gli ospiti, illustrando terroir e caratteristiche
organolettiche. Inoltre, in una sala adiacente, hanno avuto luogo due seminari
condotti da importanti giornalisti tedeschi come Jens
Priewe e Richard Grosche,
degustatori di professione con i quali i visitatori hanno potuto approfondire
la conoscenza di Trentodoc Marzemino
e Teroldego.
Eccellenze
enologiche e grappicole, dunque, a disposizione dei
visitatori, che hanno così potuto conoscere meglio ciò che offre il territorio
trentino. In tutto, 150 i partecipanti all'iniziativa, tutti operatori del
settore, suddivisi tra dettaglianti e grossisti, con un incremento di presenze
rispetto allo scorso anno.
L’evento, che ha
riscosso attenzioni e apprezzamenti tra gli esperti del settore, è stato
organizzato da Trentino S.p.A. Le altre due tappe di
Trentino Wine on Tour: ieri 26 aprile a Rimini e il prossimo 3 maggio a
Viareggio. (ItalPlanet News)
Garavini
(Pd): "Sbagliato fare equazione tra voto estero e malavita
Roma - Mafia? “Nein Danke”. Il secco “no,
grazie” è quello dell’associazione fondata nel 2007 da Laura Garavini e segnalata dalle autorità tedesche come best practice a livello europeo ad Eurojust. Oltre all’adesione di numerosi imprenditori
italiani uniti contro il pizzo, l’iniziativa vanta al suo attivo anche la
cattura di due camorristi da parte delle autorità berlinesi, resa possibile
grazie alle denunce dei ristoratori vittime delle estorsioni. Eletta alla Camera
nella ripartizione estera Europa tra le fila del Pd, l’onorevole “antivelina”,
come l’ha definita il settimanale tedesco Spiegel, continua la sua lotta alla malavita nella commissione
Antimafia.
Per la sua
esperienza nel campo, la redazione di Italiachiamaitalia.com ha chiesto a Laura
Garavini un commento nel pienodelle polemiche per le schede elettorali
bruciate in Venezuela con l’aiuto della ‘ndrangheta. E mentre i colleghi, di entrambi gli schieramenti, si affannano a
puntare il dito contro la facilità con la quale la criminalità organizzata è
riuscita a manipolare il voto del 2008, lei assicura: “non penso che la mafia
sia un male incurabile”.
Onorevole, lei
conosce i meccanismi con cui agisce la malavita e
quelli con i quali è possibile contrastarla. Che cosa ne pensa di tutto questo
parlare di ‘ndrangheta e voto estero?
Penso che sarebbe
un grave errore fare un parallelo tra il voto estero e la malavita. Vengo
proprio da una serie di presenze in Puglia e in Calabria, a ridosso del voto
amministrativo e regionale, dove uno degli argomenti di dibattito è stata proprio la lotta al voto di scambio e la manipolazione
dei risultati elettorali causata dalle infiltrazioni di mafia, ‘ndrangheta e
sacra corona unita.
Spostando la tematica al di là dei confini nazionali, non vede nel voto
estero una maggiore facilità di manipolazione?
Ribadisco, è fuorviante fare l’equivalente tra voto estero e
malavita. Purtroppo il tentativo delle mafie di controllare il voto è una
realtà che capita anche in Italia e non appartiene solo alla circoscrizione
estera.
Ma parlare delle
vicende accadute in Venezuela, dopo il caso Di Girolamo, non getta ulteriore fango sugli italiani all’estero? Non contribuisce
a questa equazione da lei appena definita “fuorviante”?
No, assolutamente.
Le informazioni che emergono da queste inchieste sono importanti ed è
necessario venirne a conoscenza. Le intercettazioni
vanno altamente lodate perché consentono di far venire alla
luce questi fatti. Vicende di questo tipo fanno presente la necessità di
predisporre rettifiche di carattere tecnico all’esercizio del voto per gli
italiani all’estero, affinché questi episodi vengano
prevenuti.
Quali sono queste
rettifiche di carattere tecnico?
Personalmente
ritengo necessario prevedere tre strumenti: la preiscrizione al voto per chi
vuole esercitarlo per corrispondenza, la possibilità di esercitare il voto non
solo per corrispondenza ma anche presso i seggi opportunamente predisposti e un
ausilio tecnico che preveda l’invio di un plico postale per raccomandata con i materiali stampati e inviata dall’Italia a livello
centrale.
Molti suoi
colleghi ritengono che il voto estero sia difettoso nella sua stessa natura e
che qualsiasi strumento di controllo non riuscirebbe ad arginare il potere
delle mafie…
Non condivido
queste visioni fatalistiche e non penso che la mafia sia un male incurabile. Il
voto va migliorato, si possono individuare gli strumenti per farlo. Non è
assolutamente vero che il voto per gli italiani all’estero sia idoneo a
favorire la sua stessa manipolazione. Al contrario, ci sono paesi nei quali il
voto per corrispondenza è esercitato normalmente da un terzo della popolazione.
Ritornando sul
tema delle intercettazioni e delle inchieste sui delitti di mafia, in base alla
sua esperienza che cosa pensa delle dichiarazioni del premier, secondo il quale ‘La Piovra’ o i libri di Roberto Saviano rovinerebbero l’immagine all’Italia? È vero che la
mafia si nutre di questa pubblicità che le viene
fatta?
Non credo nel modo
più assoluto che sia meglio non parlare della malavita per non farle
pubblicità, anzi. Denunciare la mafia è importante ed è il primo dei tanti
passi che servono per debellarla. Ripeto, la mafia non
è un male incurabile.
Come vengono viste le esternazioni di Berlusconi dalla comunità
di connazionali residenti in Germania?
Purtroppo ormai le
frasi del premier sono una più assurda dell’altra, ormai si scuote la testa
come se si fosse di fronte all’ennesima buffonata. Le sue dichiarazioni fanno
sempre meno scalpore perchè le spara sempre più
grosse.
E qual è, invece,
l’opinione sui risultati elettorali locali? In Italia si parla molto
dell’ascesa di Lega e Italia dei Valori…
C’è una grande
preoccupazione, perché si è registrato un incremento di forme più populiste, di
una politica più gridata ma meno rivolta a dare
risposte a bisogni concreti del paese.
Barbara Laurenzi,
Italia chiama Italia
Il PdL-Germania
sullo scontro Fini-Berlusconi. Pignataro:
uno sconquasso incomprensibile
Roma - Aver firmato
contro il documento pro-Berlusconi nella Direzione
nazionale del Pdl svolta il 22 aprile a Roma ha messo
l’onorevole Aldo Di Biagio al centro di una polemica interna al partito. Nominato proprio da Di Biagio come uno dei coordinatori pro tempore
per la Germania, Carmelo Pignataro scrive di aver
seguito "con un po’ di amarezza la giornata di ieri, perché – spiega –
cerchiamo tra mille difficoltà di fare proselitismo per il partito, poi basta
uno spettacolo poco edificante per vanificare tanti sforzi. Non si
capiscono le ragioni per le quali bisognava fare
questo sconquasso in un partito che aveva vinto tutte le ultime elezioni e che
si avviava a tre anni di governo senza competizioni elettorali, utili a
realizzare le riforme. Sono davvero pochi quelli che riescono a seguire il
Presidente Fini in questo percorso e/o a comprenderlo. Purtroppo
tra questi vi è anche l’On. Aldo Di Biagio, responsabile del Settore Italiani
nel Mondo del PdL, persona per la quale, peraltro,
provo da quando l’ho conosciuta profonda stima e rispetto".
"Mi preme,
però, sottolineare – prosegue Pignataro
– che la sua posizione espressa, votando contro il documento della Direzionale
nazionale del PdL, sia una sua posizione personale e
non rispecchi quella del settore italiani nel mondo, dove la stragrande
maggioranza, e parlo soprattutto del mio Paese di residenza, la Germania,
rinnova la fiducia e la gratitudine al Presidente Berlusconi e non si riconosce
nelle posizioni poco comprensibili del Presidente della Camera. Quali siano le
conseguenze della giornata di ieri non è, a mio
avviso, prevedibile. Certamente vi saranno delle ripercussioni che nessuno si
era augurato. Spero comunque che il PdL ed il settore ne possano uscire senza ulteriori logorii
interni".
Aldo Di Biagio
dovrebbe dimettersi da responsabile del settore italiani
nel mondo del Pdl. oltre al senatore Caselli lo
sostengono anche Roberto Basilio e Marco Fassio, del Pdl di Monaco, che non perdonano al deputato l’aver firmato
contro il documento pro-Berlusconi nella Direzione
nazionale del Pdl svolta ieri a Roma.
"Ho appreso
con sorpresa dalle agenzie che il coordinatore del settore "Italiani nel
Mondo" del PDL ha votato contro la linea del Presidente Silvio Berlusconi
alla recente riunione della Direzione Nazionale", scrive Basili, che è pure consigliere del Comites.
"Ritengo che un voto contrario alla linea emersa tra la
stragrande (93%) maggioranza del Partito implichi automaticamente la remissione
del mandato conferitogli dal Presidente stesso. Risulta
anche evidente come noi "Italiani nel Mondo" fedeli al nostro
Presidente non possiamo più seguire eventuali direttive dell´on. Di Biagio".
Sulla stessa linea
Marco Fassio: "come
membro fedele del PDL di Monaco di Baviera non posso che caldamente supportare
l’invito all’On. Di Biagio, per correttezza istituzionale, di rimettere il
mandato a lui affidato dal Presidente Berlusconi di coordinatore del settore
italiani nel mondo. Nel chiederlo – scrive anche Fassio – è evidente l’impossibilità di poter attuare in
futuro le eventuali direttive emesse dall’On. Di Biagio stesso". (aise)
Italiani all'estero e PdL. E' tempesta. Aldo Di
Biagio sta con Fini. Picchi e altri chiedono le dimissioni
Roma - La
direzione nazionale del Popolo della Libertà, tenutasi giovedì all'auditorium della Conciliazione, invece di calmare gli animi,
a quanto pare, ha soltanto gettato benzina sul fuoco. Già in
serata, e poi più avanti nella notte, girava la voce: Aldo Di Biagio ha votato
contro il documento finale approvato a maggioranza schiacciante dalla direzione
nazionale del partito. Ma com'è possibile? Sì, è così.
"Lo abbiamo visto alzare la mano, insieme agli altri pochi contrari",
riferivano a Italiachiamaitalia.com esponenti del PdL presenti all'auditorium, poche ore dopo la conclusione
dell'evento.
Solo rumors... o
qualcosa di più? Oggi la risposta: è lo stesso Di Biagio, in una nota, a
chiarire ogni dubbio. "La direzione nazionale del PdL
ha messo chiaramente in evidenza la sete di democrazia
e di confronto che esiste nel nostro partito e la chiara esigenza da parte di
un gruppo di ricevere risposte chiare ed adeguate su importanti problemi
politici, lasciati purtroppo a latere delle priorità di programma". Questo
è quanto si legge nel comunicato del responsabile del PdL
nel Mondo, "uno dei “finiani” - scrive l'ufficio
stampa del deputato - che ha votato contro al
documento finale della direzione PdL". E così Di
Biagio esce allo scoperto.
Di fronte a una
tale "ammissione di colpa", i suoi colleghi parlamentari eletti oltre
confine con il PdL si fanno sentire subito: Guglielmo
Picchi, deputato azzurro eletto nella ripartizione estera Europa, sceglie
Italiachiamaitalia.com per chiedere che Di Biagio lasci immediatamente la
poltrona da responsabile del PdL estero: "Credo
che debba trarre le conseguenze politiche del voto che ha espresso ieri,
rimettendo il mandato di coordinatore del settore Italiani nel mondo del
partito". Picchi parla di dimissioni. E non è l'unico.
Anche Juan Esteban Caselli, senatore PdL
eletto in America Latina, chiede la testa di Aldo Di Biagio: "Tra coloro che hanno appoggiato Fini c'è stato anche Aldo Di
Biagio - dichiara in una nota il senatore -, uno dei cinque membri del
dipartimento del Pdl per gli italiani all'estero.
Oggi dovrebbe dimettersi da questo Dipartimento, visto il
fatto che ha votato contro il documento emesso dal partito".
Intanto, esponenti
del PdL cominciano a farsi sentire anche
dall'estero. Dalla Germania, interviene Roberto Basili,
PdL Monaco di Baviera: "Ritengo che un voto
contrario alla linea emersa tra la stragrande (93%) maggioranza del Partito
implichi automaticamente la remissione del mandato conferitogli dal Presidente
stesso". Per questo, conclude, "risulta
anche evidente come noi "Italiani nel Mondo" fedeli al nostro
Presidente non possiamo più seguire eventuali direttive dell´On.le Di Biagio". Anche Basili
chiede a Di Biagio di togliere il disturbo.
Tuttavia, anche se
all'estero la stragrande maggioranza sta con Silvio, c'è una piccola minoranza
che difende le posizioni di Gianfranco Fini e quindi di Aldo Di Biagio.
C'è poi chi cerca
di smussare gli angoli della polemica: "Dimissioni di Di
Biagio? Piuttosto, chiediamogli un concreto rilancio del PdL nel Mondo". E' l'opinione di Emanuele
Esposito, maestro-chef che lavora in Arabia Saudita, affezionato lettore di
Italiachiamaitalia.com e connazionale vicino al PdL.
Dimissioni di Di Biagio? "Non trovo una ragione
valida a queste richieste. Perchè mai un uomo,
anche se finiano, dovrebbe lasciare il suo incarico? Lo vogliamo condannare perche’ ha
espresso un'opinione, o solo perchè ha seguito il suo
istinto politico?". "Non è così che si fa politica", secondo
Esposito. "Le critiche vanno fatte e vanno discusse"; e anche se
"personalmente non condivido la scelta dell’On. Di Biagio", "la
questione non e’ questa e non sta a me giudicare.
Siamo in un Paese libero fino a prova contraria, e quindi tutti noi siamo
liberi di esprimere le nostre opinioni giuste o sbagliate che siano, dipende dal punto di vista". Esposito
non condivide quindi "la richiesta fatta da alcuni Onorevoli e Senatori
del PDL. Credo che la richiesta piu’ giusta da
porre a Di Biagio" riguardi il futuro del partito all'estero: "che intenzioni ha per il PDL nel mondo?".
Già, il PdL nel Mondo... Lo strappo fra Berlusconi e Fini c'è
stato, e anche bello forte. L'atmosfera pesante e
confusa che questo strappo ha creato, si respira in tutto il partito, anche del
settore legato agli italiani all'estero. Di Biagio o non Di Biagio, ci sono
tante cose da portare avanti; per ora, tutto rimane un po' sospero
per aria.
L'On. Di Biagio,
da parte sua, replicando alle critiche e alle richieste di dimissioni, con
Italiachiamaitalia.com commenta così: "Ho espresso una mia opinione. Ho dato solidarietà a uno dei
cofondatori del Popolo della Libertà", Gianfranco Fini. "Non è
Picchi che deve chiedere le mie dimissioni, ma il partito". "Oggi
faccio parte del PdL. Ho espresso un'opinione",
ripete il deputato eletto all'estero a ItaliachiamaItalia:
"Se il partito ritiene che io non possa farlo, mi chieda pure di
dimettermi e io lo farò".
A questo punto,
c'è solo da capire fino a quanto "finiani"
e "non finiani" potranno convivere in pace
nello stesso partito. Se mai, fino ad oggi, siano stati capaci di farlo... Il futuro del PdL all'estero?
Staremo a vedere. I prossimi giorni certamente ci
faranno capire di più.
"Ho espresso
una mia opinione. Ho dato solidarietà a uno dei cofondatori
del Popolo della Libertà", Gianfranco Fini. "Non è Picchi che
deve chiedere le mie dimissioni, ma il partito". E' secca la replica
dell'On. Aldo Di Biagio al collega Guglielmo Picchi, che a
Italiachiamaitalia.com ha dichiarato di ritenere opportuno che Di Biagio lasci
la guida del PdL nel Mondo. "Oggi
faccio parte del PdL. Ho espresso un'opinione",
ripete il deputato eletto all'estero a ItaliachiamaItalia:
"Se il partito ritiene che io non possa farlo, mi chieda pure di
dimettermi e io lo farò".
La situazione è
complicatissima. Gli animi sono accesi, c'è tensione. Eppure il tono della voce
di Di Biagio è sereno: come se fosse in una botte di
ferro. O come se sapesse che, PdL nel Mondo o meno, molto poco cambierà per lui. Ha fatto la scelta di sostenere
Fini, e non torna indietro. Intanto Picchi resta fermo sulla sua richiesta: Di
Biagio si dimetta. Oltre a Picchi, cominciano già ad arrivare dall'estero
alcune reazioni: c'è chi si chiede se un "finiano
doc" può restare alla guida del PdL nel
Mondo. Italiachiamaitalia
23
Seminario Pd sul voto all’estero. Si
al voto per posta ma legato all’opzione dell’elettore
L’impegno a
presentare quanto prima una proposta di legge che confermi il voto per
corrispondenza legato però all’opzione dell’elettore.
Le critiche al rinvio delle elezioni del Comites
ROMA – Giovedì 22
aprile si è svolto un seminario del Partito democratico sul voto degli italiani
all’estero, alla presenza del responsabile del Forum esteri
del Pd, Piero Fassino, del responsabile organizzazione e membro della
segreteria nazionale del partito, Nico Stumpo, e di
numerosi deputati e senatori delle Commissioni affari esteri e costituzionali
dei due rami del Parlamento.
A introdurre la
discussione è stata una relazione del responsabile del Pd per gli italiani
all’estero, Eugenio Marino.
Dopo aver
ricordato il processo di costituzionalizzazione e di
definizione normativa del voto in loco dei cittadini
italiani all’estero, Marino ha affermato – si legge in una nota diffusa in
proposito - “l’esigenza di difendere questo fondamentale diritto di
cittadinanza riformandone le procedure per metterle al riparo da inquinamenti
come quelli di cui la cronaca recente si è occupata e per rispondere pienamente
alle prerogative costituzionali di libertà, segretezza e personalità”.
Attraverso gli
interventi di Fassino, dei partecipanti e le conclusioni tracciate da Nico Stumpo, sono stati definiti i
seguenti impegni politici operativi: la formazione di un gruppo di lavoro
interparlamentare per la messa a punto, in tempi brevi, di una proposta di
riforma della legge 459/2001 sul voto all’estero; la presentazione, nei due
rami del Parlamento, di un disegno di legge che rispecchi gli orientamenti del
Pd su questi temi, a partire dalla conferma del voto per corrispondenza legato
però all’opzione dell’elettore.
Nell’ambito del
seminario è stata anche affrontata la questione del rinvio del voto per il
rinnovo di Comites e Cgie. Questa ipotesi, adottata dal Governo nei giorni
scorsi (vedi Inform n°79 del 23 aprile:
http://www.mclink.it/com/inform/art/10n07911.htm), è stata stigmatizzata
e condannata da Nico Stumpo ed Eugenio Marino poiché
“priva la comunità italiana all’estero di un essenziale e operoso riferimento
istituzionale in un momento di grave crisi delle politiche migratorie e di
fatto equivale ad un colpo gravissimo dato alla credibilità e alla funzionalità
di questi organi di rappresentanza”.
Nel seminario è
stato inoltre espresso sostegno al segretario generale del Cgie,
Elio Carozza, per le critiche ricevute dal
sottosegretario Mantica, e a tutto il Consiglio per la complessa funzione di interlocutore da esso esercitata tra il Governo e le
rappresentanze degli italiani all’estero. (Inform)
Il
30 aprile in Senato la Conferenza dei Consigli Europei dei residenti all’estero
ROMA - Da Parigi a
Roma verso Bruxelles: faranno tappa nella Capitale i Consigli Europei dei
Residenti all'Estero che, dopo l’appuntamento che li ha visti protagonisti a Parigi
il 30 settembre del 2008, sono stati convocati a Roma dal Consiglio Generale
degli Italiani all'Estero il prossimo 30 aprile. Ad
ospitare l'importante iniziativa europea, che vedrà la presenza a Roma di
numerose delegazioni degli organismi rappresentativi dei cittadini europei
residenti fuori dai confini dei Paesi di origine, sarà il Senato della
Repubblica.
"L'incontro
di Roma – ricorda il Segretario generale del Cgie,
Elio Carozza – fa seguito all'iniziativa francese del
settembre 2008, che aveva indicato nel documento finale, la strada per una più
specifica attenzione delle istituzioni europee a "L’Europa "En mouvement", indicandone le priorità per una più
compiuta integrazione all'interno dei confini dell'Unione. L’appuntamento di
Roma, promosso dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e dalla
Presidenza del Senato, vuol essere elemento determinante
del percorso appena avviato, perché si instauri un costruttivo dialogo con le
istituzioni dell'Unione nell’affermazione dei diritti dei migranti comunitari
nel contesto della governance istituzionale delle
politiche dell’Europa a 27".
"Sui 20 milioni di cittadini europei "en mouvement"
– argomenta Carozza – risulta ancora incisiva la
condizione di oggettiva disomonegenità, cui tali
cittadini sono sottoposti nel rispetto delle peculiarità delle legislazioni e
dei regolamenti nazionali dei Paesi partner. È fondamentale, quindi, che, per
un reale progresso della vita democratica dell’Unione, si percorrano tutte le
strade aperte dal diritto alla libertà di circolazione in Europa, sancita e
garantita in tutti gli Stati membri dalla Direttiva Europea 2004/38/CE. Occorre
rendere di fatto compiuta la sua attuazione ovunque all’interno dei confini
dell’Unione in tutti i settori della vita, assicurando a tutti i cittadini
"en mouvement", ed
ai loro familiari (comunitari od extraeuropei), l’eguaglianza dei diritti ed
una piena cittadinanza sovranazionale. L'iniziativa che il Consiglio Generale
degli Italiani all'Estero intende portare avanti e rilanciare anche presso le
istituzioni italiane, alla luce dell'attuale situazione socio-economica e
politica internazionale che vede un incremento della mobilità, sostiene,
inoltre, la necessità di una maggiore attenzione nel dialogo dell'Unione con i
Paesi Terzi ed Oltreoceano".
"È significativo – osserva il segretario generale del Cgie – che tale accelerazione verso un più ampio processo
di integrazione dell'Unione avvenga per iniziativa del Consiglio Generale degli
Italiani all’estero, del Paese che ha registrato sì il più alto contributo
all’esodo dei connazionali all’estero in Europa come nei Paesi transoceanici.
Ma lo è ancor di più perché l'Italia è il Paese europeo che ha raggiunto il più
esteso livello di rappresentanza democratica dei propri emigrati: dai Comitati
degli Italiani all’estero nei Paesi dove più numerosa è la presenza di
cittadini italiani, all’istituzione del CGIE, all’elezione dei Parlamentari
della Circoscrizione Estero, alle consulte ed ai
consigli regionali dell’emigrazione".
"Ebbene – sottolinea – il Cgie ritiene che
sia giunto il momento di prevedere anche all’interno dell’architettura
istituzionale dell’Unione specifici soggetti istituzionali ed innovative forme
di governance delle politiche indirizzate o che
coinvolgono i cittadini "en mouvement". La
nostra salda coscienza europea e la piena adesione ai valori e obiettivi
dell'Unione: dal pluralismo, alla tolleranza, la giustizia, la solidarietà e la
non discriminazione per il raggiungimento della pace, giustizia, lo Stato di
diritto e lo sviluppo sostenibile, insieme progresso sociale e lotta alla emarginazione sociale ed alla discriminazione, ci
induce, inoltre, a sostenere l'esigenza di una più ampia iniziativa dell'Unione
sulla formazione dei giovani".
"Se è
nell’attribuzione della cittadinanza dell’Unione e nella partecipazione
democratica al processo decisionale che si forma la coscienza politica e
l’identità comune, tale identità – ricorda Carozza –
non può che essere alla base della formazione dei giovani. L'appuntamento di Roma, al quale prenderanno parte,
insieme al Presidente del Senato, Renato Schifani, anche i Vice Presidenti del
Parlamento Europeo, Gianni Pittella e Roberta Angelilli, segnerà pertanto il momento di svolta nel
processo di integrazione europea avanzando la
richiesta di iniziative di incontro con le istituzioni comunitarie a
Bruxelles". (aise)
La
libera circolazione degli extracomunitari con visto di soggiorno nello spazio
di Schengen
ROMA - Dopo
l’approvazione del Parlamento europeo, il 22 marzo scorso il Consiglio
dell’Unione europea (sessione Giustizia e affari interni) ha adottato il
regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la convenzione
di applicazione dell'accordo di Schengen e il
regolamento (CE) n. 562/2006 per quanto riguarda la circolazione dei titolari
di visto per soggiorni di lunga durata (7392/10). I visti per soggiorni di
lunga durata, ovvero i cosiddetti visti "D",
sono visti rilasciati a cittadini di paesi terzi per soggiorni di durata
superiore a tre mesi.
Le nuove disposizioni
riguardano principalmente tre aspetti: la libera circolazione, la durata
massima di validità dei visti per soggiorni di lunga
durata e la sicurezza.
Per quanto
riguarda la libera circolazione, i cittadini di paesi terzi titolari di un
visto per soggiorni di lunga durata sono assimilati ai cittadini di paesi terzi
in possesso di un titolo di soggiorno valido: essi potranno circolare
liberamente per un periodo non superiore a tre mesi per semestre nel territorio
degli altri Stati Schengen. Le nuove norme prevedono inoltre che i visti per
soggiorni di lunga durata abbiano un periodo di
validità non superiore a un anno. Se uno Stato membro autorizza uno straniero a
soggiornare per più di un anno, il visto per soggiorni di lunga durata è
sostituito, prima della scadenza del suo periodo di
validità, con un titolo di soggiorno.
In altri termini,
gli Stati Schengen saranno in tali casi obbligati a sostituire il visto per
soggiorni di lunga durata con un titolo di soggiorno. Per quanto riguarda gli
aspetti di sicurezza dello spazio Schengen, le nuove disposizioni obbligano gli
Stati membri che prevedano di rilasciare un visto per soggiorni di lunga durata
ad un cittadino di un paese terzo a consultare il
sistema d'informazione Schengen (SIS), così come essi sono tenuti a farlo
quando prevedono di rilasciare un titolo di soggiorno. Nel caso in cui il
suddetto cittadino di un paese terzo sia una persona segnalata ai fini della
non ammissione, lo Stato membro consulta in primo luogo lo Stato membro che ha effettuato la segnalazione e tiene conto dei suoi interessi.
In tal caso il
titolo di soggiorno è rilasciato soltanto per motivi seri, in particolare
umanitari, o in conseguenza di obblighi internazionali. (P.A.
Migranti-press)
Aiuti alla Grecia, Frattini preoccupato: «La rigidità della Germania è
pericolosa»
Westervelle: «Atene vuole gli aiuti? Prima
faccia i compiti a casa». Il capo della Farnesina:
«Problema di tutti»
LUSSEMBURGO -
Sugli aiuti che l'Europa potrebbe concedere al governo di Atene per aiutare la
Grecia ad uscire dalla situazione di forte crisi
continua a pesare l'incertezza della Germania. «Prima faccia i compiti a casa,
poi avrà gli aiuti» ha detto il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, parlando dell'esecutivo ellenico che venerdì
scorso ha chiesto formalmente gli aiuti. «Il governo non ha ancora preso una
decisione sugli aiuti - ha detto il capo della diplomazia tedesca a
Lussemburgo, per la riunione con i colleghi dei 27
Paesi dell'Unione -. Questo significa che la decisione può andare in una
direzione o in un'altra». «Dare soldi troppo presto -
ha affermato Westerwelle - allontanerebbe la Grecia
dal fare i compiti a casa con la necessaria diligenza e disciplina». «Fare
troppo presto promesse di aiuto concreto - ha poi ribadito
- non farebbe altro che ridurre la pressione sulla Grecia. Occorre innanzitutto
che in Grecia abbia luogo un consolidamento del bilancio».
I TIMORI DI FRATTINI - E' una posizione, quella tedesca, che suscita
qualche timore negli altri ministri europei. A partire dall'italiano
Franco Frattini che teme quelle che definisce «rigidità della Germania» e che
si dice preoccupato per il rischio che il caso Grecia si estenda ad altri
Paesi. Per Frattini è necessario essere «solidali» nella «casa comune europea»:
«Siamo molto preoccupati - ha detto il titolare della
Farnesina ai giornalisti -. Credo che se il rischio della Grecia si contamina ad altri Paesi, si è parlato del Portogallo,
questo vuol dire che è proprio la casa comune che dobbiamo salvare. E siccome
nella casa comune ci siamo anche noi, è evidente che non possiamo non essere
solidali. Anche se qualcuno ha dei dubbi, credo che debba prevalere la
solidarietà, questo è un interesse ed una necessitá, non solo un dovere morale». CdS
26
Putin da Berlusconi. Vertice su energia e L'Aquila
L'incontro
semi-privato a Villa Gernetto, in provincia di Monza,
tra il primo ministro Russo Vladimir Putin e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Poi l'intesa siglata
tra i due ministeri della ricerca scientifica per lo sviluppo dello studio nel
settore della fusione nucleare. L'accordo prevede ricerche tra studiosi
italiani e russi, nel settore della fusione nucleare, in base al programma Ignitur che, secondo quanto viene
spiegato, può dare risultati sicuri e importanti. Ma
anche la ricostruzione dell'Abruzzo è tema del vertice.
Nella dimora
settecentesca del premier, per partecipare all'incontro, sono
arrivati tra gli altri anche il ministro Maria Stella Gelmini, Paolo Bonaiuti,
Guido Bertolaso, Marco Tronchetti Provera, Fulvio Conti. Nella
delegazione russa: l'ambasciatore russo in Italia, Meshkov,
il vice premier con delega all'Energia, Igor Secin, e
il ministro dell'Energia Serghei Shmatko. Al vertice partecipa anche il Presidente del
Consiglio di amministrazione della Gazprom,
Miller, il vice ministro dell'Istruzione russo, Mazurenko,
il vice ministro dell'Industria Dementiev, il vice
ministro degli Affari esteri, Grushko, il vice capo
dell'Apparato governo, Ushakov, il capo del
governatorato del Presidente, Kozhin. In cima
all'agenda dei colloqui la sicurezza energetica.
Putin è arrivato
ieri sera a Milano per una visita 'semi-privata' in Italia. Berlusconi ha
offerto a Putin una cena informale
nella sua residenza di Villa San Martino ad Arcore. Stamani invece i colloqui ufficiali a Lesmo,
nella dimora settecentesca del Cavaliere e futura sede dell'Universita'
del pensiero liberale. Al centro dell'incontro di oggi - al quale
partecipano anche il ministro dell'Energia russo e il vicepremier russo con
delega ancora all'Energia - i temi della cooperazione energetica e nucleare ed i molteplici spunti offerti dalle tante sinergie italo-russe in campo economico ed industriale. Spazio,
ovviamente, anche per i principali dossier di politica estera, a partire dai rapporti di Mosca con la Nato e dalla
questione nucleare iraniana. Al termine dei colloqui, conferenza stampa dei due
leader, mentre nel pomeriggio Putin rientrera' a
Mosca.
Il professor Putin
Proprio il premie russo terrà a battesimo
l'università liberale che Berlusconi sogna da anni. In conferenza stampa Berluconi spiega ai cronisti che i lavori per l'università
vanno avanti e che i politici di livello internazionale contatti per insegnare
sono già molti. «Io - aggiunge - vorrei che il primo
tra i professori a inaugurare il corso fosse Vladimir Putin. L'ho chiesto a lui
e dalla sua risposta - assicura sorridendo - ho capito che non sarebbe contrario
a farlo».
Eni-Gazprom Eni potrebbe espandere la sua collaborazione con Gazprom anche al di fuori dell'Europa, ad esempio in
Africa. Lo ha annunciato Berlusconi in conferenza
stampa con Vladimir Putin al termine del vertice Italia-Russia.
«Continueremo -ha detto - in direzione della
collaborazione fra Gazprom ed Eni e penso che ci
possano essere collaborazioni in paesi extraeuropei. C'è tutto un continente
come l'Africa che si apre ad aziende estere e non vorremmo lasciare che fosse
solo la Cina ad assorbire tutte le nuove potenzialità».
Nucleare La
Russia, attraverso le sue società, è pronta a garantire finanziamenti e
collaborazione tecnologica per la costruzione di nuove centrali nucleari in
Italia. Lo ha annunciato il premier russo Vladimir
Putin nella conferenza stampa a Villa Gernetto con il
presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In particolare, Putin ha garantito
anche la disponibilità a fornire combustibile nucleare e poi riprendere le
scorie per il trattamento. La Russia, ha ricordato ancora Putin, partecipa già
in Paesi terzi alla produzione di energia atomica attraverso tali
sistemi: «Se in Italia questi progetti si realizzeranno - ha assicurato
- da parte russa ci sarà una vasta cooperazione».
Campagna in tv Il
vero problema del nucleare è che l'opinione pubblica non è pronta ad accettarlo
nei propri territori. Per questo motivo è importante fare una «campagna di
sensibilizzazione». Ne è convinto il presidente del Consiglio. Per convincere
l'opinione pubblica italiana è necessaria una campagna sulla televisione.
Berlusconi ha detto di aver già parlato con i vertici della Tv di Stato per una
programmazione lunga, che duri circa un anno, e porti, per esempio l'esperienza
dei francesi «che fanno la corsa per avere la centrale nel loro territorio».
Questo perchè, come ha spiegato il premier, una
centrale «porta tanti posti di lavoro. Dobbiamo fare
una grande opera di convincimento e prendere esempio dalla Francia dove si è
ormai assunta la consapevolezza della sicurezza delle centrali». Bisogna dunque che cambi
l'opinione pubblica italiana che, come ha ricordato il premier citando un
sondaggio, per il 54% ritiene utile le centrali, «ma poi nessuno risponde sì
quando si tratta di averla nella propria provincia». L’U 26
Presidenziali in Austria, stravince Fischer. Ma l'estrema destra sfiora il
16 per cento
Il popolarissimo
capo dello Stato (socialdemocratico) ottiene quasi 79%. Notevole successo per
Barbara Rosenkranz, candidata dell'Fpoe (eredi di Haider)
- dal corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO - Il
popolarissimo capo dello Stato in carica, il socialdemocratico Heinz Fischer,
stravince con il 78,94 per cento dei voti. Ma con la
sua candidata Barbara Rosenkranz, la destra radicale
(Fpoe, in sostanza gli eredi politici del defunto Joerg Haider) vola al 15,62 per cento dei consensi. Questi
i risultati ufficiali provvisori delle elezioni presidenziali svoltesi oggi in
Austria. Dopo il trionfo di nazionalpopulisti e ultrà
alle elezioni parlamentari in Ungheria 1 il 9 aprile
scorso (trionfo confermato oggi a Budapest dal ballotaggio)
un altro paese dell'Unione europea si scopre dunque sensibile al richiamo di
slogan, programmi e personaggi della destra radicale.
In Austria il capo
dello Stato ha un ruolo principalmente rappresentativo, più o
meno come in Germania. I veri poteri sono in mano al Cancelliere.
Ciononostante il presidente della Repubblica viene
eletto, ogni sei anni, a suffragio universale. E le presidenziali di oggi erano
le prime per cui era valido il diritto di voto dai sedici anni in su. Fatto importante, perché di solito si ritiene che
giovani e disoccupati siano i principali serbatoi di voti dell'ultradestra.
Una vittoria di
Heinz Fischer, carismatico statista (molti lo ritengono un Napolitano o un
Pertini austriaco) era scontata. Alle scorse presidenziali,
aveva vinto col 52,39 per cento, ma questa volta il partito cristianopopolare (Oevp, la Dc
austriaca, alleata di governo del cancelliere socialdemocratico Faymann) non ha presentato candidati. Fischer ha stravinto
anche sull'onda di un crollo della partecipazione al voto: è andato alle urne
appena il 49,17 per cento degli aventi diritto, contro il 71,6 del 2004, l'anno
in cui si svolsero le precedenti elezioni presidenziali.
Il risultato di
maggiore impatto mediatico è il 15,62 per cento dei voti conquistato da Barbara
Rosenkranz. Cinquantuno anni, dieci figli tutti
battezzati con nomi germanici come si faceva durante il Terzo Reich, moglie di
un fondatore di un gruppo di estrema destra da cui non si è mai distanziata, la
signora Rosenkranz aveva esordito nella campagna
chiedendo la revisione delle leggi che proibiscono la
ricostituzione del partito nazionalsocialista o la negazione dell'Olocausto.
Chiede anche il divieto di costruire moschee. Una posizione opposta a quella
del presidente Fischer, il quale si definisce sempre "il presidente di
tutti coloro i quali vivono in Austria", cioè anche degli immigrati.
"Non sono felice, ma sono molto contenta", ha detto la signora Rosenkranz. La destra radicale austriaca comunque aveva
conquistato il 17,4 per cento alle europee dell'anno scorso e il 22,9 alle
legislative del 2008. Il suo leader Strache ritiene
di avere un consenso potenziale del 35 per cento dell'elettorato. (ha collaborato Luca
Faccio) LR 25
L’appello del
Presidente Napolitano affinché le celebrazioni si svolgessero in un clima di
serenità; l’invito del premier Berlusconi a far tesoro della libertà e della
democrazia riconquistate con la Resistenza; le sollecitazioni e la speranza
dell’Anpi, infine, che le manifestazioni non venissero turbate da tumulti e contestazioni. Tutto inutile.
Assolutamente inutile. E così, anche questo 25 aprile - non il primo e
probabilmente non l’ultimo - finisce in archivio con un bollettino di incidenti indegno della giornata che ricorda e
simboleggia la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.
Da Catania a
Milano, è tutta un’interminabile teoria di contestazioni, diserzioni e
incidenti di piazza e diplomatici. I più seri nella capitale, dove la protesta
contro la presenza sul palco della neo-governatrice Polverini è culminata in un
tiro al bersaglio contro il presidente della Provincia, Zingaretti,
colpito da un limone in pieno volto.
Ma aspra è stata anche la contestazione subita, a Milano,
dal sindaco Moratti e dal presidente della Provincia, Podestà. Nel capoluogo
lombardo, il presidente della Regione, Formigoni, ha addirittura disertato la
manifestazione di piazza Duomo con una motivazione che la dice lunga sul clima
che si va radicando nel Paese: «Non sarò al corteo per la
stesso motivo per il quale il Presidente Napolitano ha preferito commemorare la
Liberazione con il momento di sabato alla Scala...».
Protagonisti delle
contestazioni - che a Milano non hanno risparmiato nemmeno reduci dei campi di
Auschwitz e Treblinka - giovani dei centri sociali e
militanti della sinistra più radicale. «Chi semina vento, raccoglie tempesta»,
ha accusato il leader nazionale dei giovani del Pdci, giustificando - se non
rivendicando - l’aggressione di cui sono stati fatti oggetto i presidenti
Polverini e Zingaretti. E se non si capisce bene
quale vento abbia seminato il presidente Zingaretti,
davvero si fa fatica a cogliere il senso di una tempesta (di limoni, insulti e
mandarini) in un giorno così.
Da più parti si sottolinea ormai con allarme e frequenza quasi quotidiana il
fatto che il Paese stia perdendo coesione sociale. Significa che, dopo
l’aggravarsi delle diseguaglianze economiche e il radicarsi di sempre più
evidenti divisioni territoriali (tra Nord e Sud) l’Italia rischia di smarrire
perfino quel minimo comun denominatore indispensabile a farne un Paese unito.
Bisogna dire che la giornata di ieri, con provocazioni e incidenti del tutto
inaccettabili, sembra esser appunto arrivata a confermare la fondatezza di quell’allarme.
Eppure era stato
fatto di tutto per evitare che anche questo 25 aprile si trasformasse in una
giornata da dimenticare. Sabato, a Milano, il Capo dello Stato aveva svolto un
discorso tutto centrato sulla necessità di uscire da contrapposizioni
pregiudiziali in nome di un’unità d’intenti capace di favorire lo sviluppo del
Paese. E ieri Silvio Berlusconi è entrato nelle case degli italiani con un
intervento dai toni unitari e pacati, con espliciti
inviti alle forze di opposizione affinché partecipino alla riscrittura della
seconda parte della Costituzione e non si tirino indietro rispetto
all’annunciato processo di riforme istituzionali.
Tutto inutile,
come dicevamo. Quel che resta - quel che anzi si rafforza - è
infatti una incomunicabilità, una separazione che pare crescere giorno dopo
giorno. In molti casi (Milano, Catania, Salerno, Bergamo...) sindaci e
presidenti del centrodestra hanno addirittura preferito disertare le
celebrazioni del 25 aprile temendo - come purtroppo in molte città è poi accaduto
- polemiche e contestazioni. E’ un segnale quanto mai allarmante,
perché l’idea che una parte politica (e quindi una parte del Paese) finisca per
essere o per sentirsi esclusa da una giornata che - come ha ricordato
Napolitano - è anche quella della riunificazione, ecco, tale circostanza non
può che esser considerata foriera di divisioni ancor più profonde. Ci potrà
guadagnare, forse, qualche «rivoluzionario» di professione. È assai più
difficile, al contrario, che possa venirne una spinta
positiva e in avanti per il Paese.
FEDERICO GEREMICCA
LS 26
L’infinito tira e molla sulle riforme
Sempre tutti
d’accordo sulla necessità di farle, mai però sul come. Ed ora nel battibecco s’infila
anche la polemica tra Berlusconi e Fini
La conseguenza più ragionevole dei risultati
elettorali del marzo scorso, con relativa conferma del consenso popolare a
Berlusconi, e la mancanza di altre votazioni nei restanti tre anni della
Legislatura, doveva essere - e sembrava essere - quella di poter finalmente mettere
mano alle riforme (costituzionali, delle tasse, del federalismo fiscale, della
Giustizia, della Corte Costituzionale, ecc.) delle quali
si parla, senza successo, da decenni. Anche il Capo dello Stato aveva spinto a
ciò, invitando peraltro i politici ad abbassare i toni polemici e a cercare
un’intesa. Invece, come sempre, sono subito sorte critiche reciproche su cosa
dare la precedenza e sul come modificare. A volte si è registrata qualche
formale adesione, subito incrinata, però, da quel “sì, ma…”
che ha tutto il sapore del ricatto.
A peggiorare la situazione, è sopraggiunta
la minaccia del Presidente della Camera, Fini, d’istituire in Parlamento un
gruppo a parte (ufficialmente occorrono 20 deputati a
Montecitorio e 10 senatori a Palazzo Madama), formalmente nella maggioranza ma
autonomo. Della necessità del quale il “finiano” Italo Bocchino è convinto, anche se ribadisce che
“nessun parlamentare vicino a Fini farà mai mancare la fiducia al governo
Berlusconi in base al mandato ricevuto dagli elettori”. Il che ha dato il via a
comprensibili irritazioni, a continui battibecchi, spesso ad
insulti tra i sostenitori del Presidente della Camera e gli ex di Alleanza
Nazionale, ormai ben integrati nel Pdl; a tentativi,
più o meno validi, di alleggerire i dissidi; alla minaccia berlusconiana di far
decadere Fini dalla presidenza della Camera. Il tutto sembra, mentre scrivo, concludersi in rottura.
Tutto ciò può portare allo scioglimento
anticipato del Parlamento? Pareri diversi anche qui: ovvio che il Capo di
Governo intenda scongiurarlo; e che lo stesso
cofondatore del Pdl non lo ritenga necessario. Bossi,
invece, ed il Presidente del Senato, Schifani,
ritengono indispensabile; su cui il Pd praticamente non si pronuncia,
probabilmente a causa dei dissidi interni, mentre l’Italia dei Valori di Di Pietro la auspica. Una discordanza di opinioni che la
dice lunga sugli interessi, di partito e personali, che ognuno tende a
tutelare, indipendentemente da ciò che più conviene all’Italia. Che, in
effetti, necessita di meno antagonismo, soprattutto di
un aggiornamento delle Istituzioni non più idonee ai tempi moderni.
Rinnovamento su cui, come sempre, si
registrano ancora, purtroppo, divergenze notevoli, non solo tra Berlusconi e
Fini. Il quale chiede riforme economico-sociali; una politica per il Sud più
incisiva; una più facile concessione della cittadinanza agli extracomunitari;
una minore dipendenza dalla Lega; un maggior distacco dalla Chiesa. Inoltre,
uniformandosi a Bersani, pretende, in caso di istituzione
del semipresidenzialismo alla francese, una votazione a doppio turno. Che
inciderebbe due volte sul bilancio dello Stato e rischia di comportare una
vittoria della sinistra, i suoi sostenitori essendo, in genere, meno
assenteisti. O, addirittura, suggerisce d’inventare un sistema nuovo, senza
rifarsi ai modelli stranieri.
Ma a mettere in difficoltà il Governo sul
come effettuare le riforme concorrono anche le
opposizioni, sia pure in maniera diversa. Il segretario del Pd acconsente
teoricamente a dare più poteri al Premier, chiede però che sia cambiata la
legge elettorale, quel “porcellum” che riconosce il
premio di maggioranza ed ha la lista dei candidati bloccata (fingendo di
dimenticare che la Toscana, retta dai suoi, ha adottato tale sistema per la
Regione); l’Italia dei Valori afferma che “una riforma presidenzialista con
Berlusconi ancora al potere è un salto nel buio, un rischio che l’Italia non
può permettersi” (parole del capogruppo alla Camera, Donati).
Non facilita il dialogo il
fatto che altri esponenti dei diversi partiti puntino piuttosto su un sistema
all’inglese (il Monarca ha funzioni simili a quelle del Presidente di una
Repubblica parlamentare; la Camera bassa (= dei Comuni) è eletta con sistema
maggioritario a turno unico); altri ancora, tra i quali lo stesso Berlusconi,
punterebbero sul modello tedesco (il Capo di Stato ha poteri formali; il
cancelliere federale nomina e revoca i membri del governo; può sciogliere il Bundestag e può essere sfiduciato solo se si presenta contestualmente
un candidato alternativo; la legge elettorale è mista, proporzionale e
maggioritario, a turno unico e con esclusione dei partiti che non raggiungono
il 5% di voti). Tanto meno facilita la discussione, quindi la modifica della
Costituzione a larga maggioranza, la confusione di alcuni politici che
interpretano il “presidenzialismo” (= maggior riconoscimento di poteri al
Presidente della Repubblica da eleggere con votazione popolare), come
l’accredito di più autorità al Capo di Governo.
Altre polemiche sull’eventuale riforma della
Giustizia che Berlusconi, in un primo tempo, voleva presentare in Parlamento in
anticipo sulle altre; che, inoltre, non piace a una parte dei Magistrati da
sempre contrari alla divisione delle carriere, esistente però nei Paesi
Europei. Non bastasse, alcuni membri dell’opposizione, tra i quali Casini,
insistono per dare la precedenza alla revisione del
fisco, come se fosse possibile, a crisi economica ancora imperante e a debito
pubblico nazionale in crescita, abbassare le tasse senza aver prima diminuito i
costi della Pubblica Amministrazione, anche mediante riduzione del numero di
Parlamentari e di consiglieri comunali, provinciali e regionali. Discussioni
pure sul federalismo fiscale, voluto dalla Lega - che però rifiuta
l’abolizione delle inutili Province -, che rischierebbe, a detta dei politici
meridionali, di peggiorare la situazione del Sud d’Italia. Insomma, come
sempre, un tira e molla ancora tutto da superare. E
che non lascia margine all’ottimismo.
Egidio Todeschini, de.it.press
La politica e lo strapotere centralista
L’Italia, in
termini politici, è un Paese fatto di periferie. Nord, Sud, Centro (Roma
compresa) politicamente non contano nulla. Sono, per dirla con il politologo
norvegese Stein Rokkan, «luoghi privi di risorse di
potere» e, in questo senso periferici e marginali rispetto a un circuito
politico che, se è fisicamente insediato a Roma, tratta gli interessi e le aspettative dei cittadini della capitale con lo stesso
disprezzo che riserva al Piemonte o alla Calabria, alla Lombardia o alla
Toscana. L’arrogante autoreferenzialità del ceto politico, in realtà il suo
totale autismo nei confronti della società che pretende di rappresentare, si
rispecchia nella vita dei partiti. Conta di più l’ultimo dei galoppini di via dell’Umiltà o di via Sant’Andrea delle Fratte che il
governatore del Veneto, o quello della Puglia. Essere lontano dal circuito
politico romano, con i suoi riti, i suoi abbagli, i suoi salotti e le sue
illusioni, è anzi criterio sicuro di esclusione dal «giro che conta». E infatti, nessun leader nazionale, o aspirante tale, ha alle
spalle un cursus honorum locale effettivo, è stato cioè espresso dal
territorio. Nulla di paragonabile a un Clinton
governatore dell’Arkansas, a un Reagan governatore della California, o a un
Obama, senatore nel Campidoglio dell’Illinois.
Tutta colpa della
legge elettorale? Troppo comodo, anche se questa ha sicuramente perfezionato il
meccanismo predatorio dei partiti nei confronti della sovranità popolare. La
verità è che chiunque si sia azzardato a porre all’ordine del giorno la
necessità che i partiti si federalizzino, per
assolvere affettivamente la loro funzione di raccordo tra società civile e
sistema politico, è stato trattato con sufficienza, irrisione e malcelata
irritazione. Questo è vero per tutti i partiti, nessuno escluso. Si veda quanta
strada ha fatto il monito (fuori tempo massimo) di
Prodi per una riarticolazione del potere interno al
Pd tra centro e periferia, o l’affondamento delle proposte di Chiamparino e
Cacciari (non precisamente due nullità politico-civili) per la creazione di un
«partito del Nord».
All’interno del Pdl basta ricordare il trattamento ricevuto da Roberto
Formigoni quando si prospettò un suo ingresso nella compagine governativa. Il
governatore lombardo potrà piacere o meno, ma il
consenso certo non gli manca: eppure il valore di questa risorsa sembra
scomparire d’incanto appena si varca il confine regionale. In compenso, Milano
è governata da un sindaco impalpabile, paracadutato su Palazzo Marino
direttamente dalle stanze del ministero dell’Istruzione, con i risultati che
conosciamo. Neppure la Lega, il partito federalista per antonomasia, sfugge a
questa maledizione centralista, anche se il monopolio della capacità di iniziativa politica è esercitato, da Bossi in persona,
dalla sede di via Bellerio in Milano: a dimostrazione
che al «sacco del Nord» documentato nel bel libro di Luca Ricolfi,
corrisponde un «sacco dell’Italia tutta», in termini di sua periferizzazione
a opera di un centro politico sempre più lontano e vorace. Di fronte a questo
danno strutturale, lo psicodramma in scena a Roma in questi giorni quasi
scompare.
Eppure, la timida
e un po’ sbilenca riforma federale delle istituzioni in corso di attuazione offre qualche chance per invertire questo trend, antico ben
più della Repubblica. A condizione che la società civile sia disposta a
dismettere i toni del lamento e a riprendere quelli dell’impegno, nella
consapevolezza che quello che è in gioco è il futuro nostro (di noi italiani),
non il loro (dei partiti). Per sperare di riuscirci, però Nord, Centro e Sud
non devono lasciarsi trascinare in una «guerra tra banlieu della politica», fornendo «carne da cannone»
per le risse del solito triste avanspettacolo romano.
Occorre invece che
sappiano allearsi per la riconquista della centralità nel sistema politico e partitico dell’Italia e degli italiani. L’ultima cosa di cui
il Nord ha bisogno è una secessione dell’anima rispetto al resto d’Italia.
L’ultima cosa che serve al Sud è una (pretesa) difesa dei suoi interessi
rivendicata da parte di spezzoni del ceto politico in funzione di un regolamento di conti interno al Pdl
(sempre che esista ancora). È il solo modo per combattere insieme, e magari
sconfiggere, tanto la politica predatoria dei partiti, quanto l’antipolitica
pericolosa e rabbiosa e i suoi improvvisati impresari. E sulla scelta audace di
fare dell’Italia, finalmente, un Paese fatto di tanti centri e non più di tante
periferie, di cittadini e non di clienti, conviene riflettere a tutti: ai
partiti esistenti, e a quei soggetti nuovi che potrebbero rappresentare uno
strumento a disposizione della società civile per la sua doverosa assunzione di
responsabilità. VITTORIO EMANUELE PARSI
LS 26
Nuova Costituzione. Le riforme della
terza unità d’Italia
IL discorso del 24
aprile del Presidente della Repubblica e quello del 25 aprile del Presidente
del Consiglio hanno restituito serenità a quegli innumerevoli cittadini, che,
seguendo lo svolgersi quotidiano della vita politica, avevano fino a qualche
giorno fa motivi di inquietudine per il nostro
avvenire. Il Presidente della Repubblica ha ancorato alla concretezza dei fatti
del 1945 il significato della Liberazione, che è stata vittoria sull’invasore
tedesco e sul fascismo repubblicato suo alleato, precedendo e facilitando l’arrivo delle forze
anglo-americane. Come notò nel suo diario Benedetto Croce, senza quella insurrezione popolare che coronò la lunga resistenza
partigiana, cui concorsero italiani di ogni credo politico, militari e civili,
l’Italia avrebbe perduto il valore morale della partecipazione della guerra. Ma Liberazione significò anche fine della lotta interna alla
nostra nazione, e riunificazione geopolitica della Penisola, spezzata per due
anni in due Stati del Sud e del Nord. L’energia messa da Napolitano nel legare
in una endiadi Liberazione e Riunificazione non solo
rivela consapevolezza di una interpretazione non più monca di quel 1945,
trascinato in opposte letture parziali e di parte, ma volontà di esortare i
concittadini ad operare per l’Unità d’Italia, ancora una volta messa a
repentaglio dal clima crescente di scontro politico, ed esposta alla delicata
congiuntura della realizzazione del federalismo fiscale. Se gli storici e i giuristi
mettessero insieme le loro diverse fonti e sensibilità, disporremmo oggi di una
storiografia utile alla ricognizione di criticità cicliche dell’Unità del Paese. Fatta l’Italia, resta da fare gli italiani,
sembra dicesse Massimo D’Azeglio. Gli italiani sono stati fatti dalle guerra cui sono stati mandati a combattere e a morire,
assai meno dalle opere di pace, dinanzi alle quali per ritardi, insufficienze,
errori, e soprattutto discordie politiche, allo Stato si è guardato con
diffidenza, e talora ostilità, anziché con fiducia. Così della sostanza
spirituale dello Stato nazionale, che è la Patria, le generazioni nate dopo la
guerra hanno creduto di fare a meno. Il clima odierno come può favorire il
compito delle riforme istituzionali e della Costituzione, se in esso resta il
vuoto della Patria e dell’unità della Repubblica? Lally
de Tollendal, deputato della nobiltà agli Stati
generali convocati da Luigi XVI nel 1789, ammonì che i francesi dovevano
considerarsi l’unico popolo europeo che poteva annoverare millequattrocento
anni di Stato. Noi celebreremo appena il centocinquantesimo compleanno dello
Stato unitario tra un anno, e qualcuno minaccia di dissolverlo. Ha detto bene
il Presidente del Consiglio: la sfida è ora. Fare con riforme ampiamente condivise
uno Stato più moderno, più vicino al popolo sulla base del federalismo, nel
rispetto assoluto dei principi di libertà e di democrazia, raccogliendo
l’esempio dei Padri costituenti che seppero accantonare le loro differenze
anche più profonde. Se alle parole del Capo dello Stato e del Presidente del
Consiglio sapremo dare il seguito che meritano,
apriremo per i nostri figli e nipoti una terza Unità d’Italia, la prima fu
quella della Monarchia, la seconda della Repubblica propiziata dalla
Liberazione e Riunificazione del 1945. Se saremo all’altezza della sfida, cioè
fino in fondo consapevoli dei rischi mortali che stiamo correndo, è probabile
che sapremo operare per il bene della Patria e non per l’interesse personale o
di parte, convertendoci a quelle virtù politiche, oggi soverchiate dai vizi
antichi delle ambizioni personalistiche, delle
velleità autoritarie, delle discriminazioni faziose, della intolleranza. Senza
virtù politiche, insegnavano i Greci, non funziona neppure la più perfetta
delle costituzioni. Figuriamoci come potremmo migliorare la nostra, con le
cattive abitudini che oscurano ancora le nostre intelligenze e ingombrano la
nostra volontà. FRANCESCO PAOLO CASAVOLA Im 26
Bersani:
"Così riforme impossibili. Berlusconi
vuole solo le elezioni"
Il leader Pd: il
governo non durerà altri tre anni. "L'opposizione deve essere pronta se ci
sarà uno scivolamento - di CLAUDIO TITO
ROMA - In questa
maggioranza "non ci sono le condizioni per affrontare le riforme".
Anzi, Berlusconi utilizzerà il primo pretesto possibile per andare al voto. Il
segretario del Pd, Pierluigi Bersani, non crede affatto
al dialogo offerto dal presidente del consiglio. A suo giudizio, non ha alcuna
intenzione di compiere delle "scelte". Semmai, il premier è pronto
all'ennesimo "strappo": perché questo governo "non potrà andare
avanti così altri tre anni". Ma sulle urne "decide il capo dello
Stato" e in quel caso non si può "indicare ora soluzioni a tavolino
Berlusconi ha
colto l'occasione del 25 aprile per proporre un'intesa sulle riforme
istituzionali.
"Sono parole
apprezzabili. Il presidente del consiglio, però, ha scoperto solo di recente la
solennità del 25 aprile. Ma più che questi messaggi,
colpiscono le sue altalenanti contraddizioni: da mesi va avanti a strappi con i
successivi aggiustamenti. Dobbiamo guardare ai fatti, le
parole non servono".
In che senso?
"Negli ultimi
9 anni, sette sono stati governati dal centrodestra. E
si è visto che la democrazia populista non è in grado di decidere. Non ci sono
scelte in nessun campo. Né in economia, né sul terreno
istituzionale. Un sintomo evidente è l'impennata orgogliosa di Fini. Una
reazione che non è la malattia o la medicina della destra, ma è il sintomo di
un malessere. Per questo è necessario uscire dalla
chiacchiere".
Sta di fatto che
stavolta il premier vi chiede collaborazione.
"Ma il loro modello di azione non è fatto per decidere. È
costruito per accumulare il consenso, ma poi non lo usano per governare. Io ho
insomma profonda sfiducia che si voglia mettere davvero mano a qualcosa di
concreto. È evidente che in questa maggioranza non ci sono le condizioni per
affrontare le riforme. Infatti, prima o poi, davanti
alla difficoltà di decidere, Berlusconi prenderà un pretesto qualsiasi per
accelerare in curva".
Accelerare verso
dove?
"Verso le
elezioni. O verso un qualsiasi tipo di strappo. La bozza Calderoli che altro
era? Un'accelerazione per coniugare solo l'interesse del
premier con quello della Lega. In Fini c'è questa consapevolezza. Lui stesso elenca alcuni nodi cruciali: il programma economico da
aggiornare alla luce della crisi, il federalismo senza compromettere l'unità
del Paese".
Anche il
Quirinale, però, vi chiede uno sforzo bipartisan.
"Accettiamo
l'appello del presidente della Repubblica. Noi, però, una proposta l'abbiamo
presentata. Non conosco quella del Pdl. Fini gliel'ha chiesta. Aspetteremo, ma
sono pessimista sulla possibilità che questo governo affronti temi
cruciali".
Quindi non ci sono le condizioni per un dialogo.
"L'opposizione
è davanti ad un nuova responsabilità. Bisogna
stringere le maglie per una piattaforma che abbia il sapore di un'alternativa di governo. Dobbiamo essere
pronti perché il Paese sta scivolando".
Per questo ha
proposto il Patto repubblicano pure al presidente della Camera?
"Il patto
repubblicano non esclude Fini, ma certamente non è rivolto solo a lui. Nella
proposta c'è l'esigenza che le forze dell'opposizione sui temi cruciali della democrazia e delle priorità economiche e sociali si
rivolgano in modo ampio alle forze sociali civiche e politiche che riconoscono
l'esigenza di una svolta che avvenga nel solco della Costituzione".
Questo, però, è
uno scenario possibile solo in caso di crisi del governo.
"Io voglio
capire chi non accetta la deriva. Qualcuno mi ha accusato di fare tattica sulle
alleanze, ma è esattamente il contrario. Voglio che siamo noi a interpretare le grandi esigenze sociali e a
proporre una forma nuova e più efficiente di bipolarismo".
Ma se entra in crisi la maggioranza ci saranno le elezioni o ci sarà una
soluzione intermedia con un governo tecnico?
"Quel che
vedo è che non si potrà andare avanti così altri tre
anni e non vedo scenari intermedi".
Qualcuno ha letto
il Patto repubblicano come una premessa per un esecutivo di transizione.
"Niente di
tutto questo. Non voglio sproloquiare su formule. Credo che, nell'impotenza del
centrodestra, qualcuno possa dare uno strattone. Ma la sorte
della legislatura non è in mano a un uomo solo, c'è anche il presidente della
Repubblica".
Nel '95, quando
entrò in crisi il primo governo Berlusconi, nacque l'esecutivo Dini.
"Ogni fase ha
il suo schema, ma la storia non si ripete. Vedremo cosa accadrà. Non siamo in
condizione ora di indicare soluzioni a tavolino e non abbiamo messo in moto
movimenti per un cambio di maggioranza. Quando ho parlato di patto
repubblicano, pensavo a cose più profonde. Ad esempio: si può tornare a votare
con questa legge elettorale? Si può andare avanti con questo sistema
dell'informazione. Possiamo proseguire senza affrontare la crisi economica? Che
benefici ci ha portato questa curvatura personalistica
della nostra democrazia?".
C'è chi - come il
professor Campi - propone di riformare proprio la legge elettorale per poi
tornare al voto. Si aspetta che il presidente della Camera opti
per questa strada?
"Non arrivo a
questo. Penso però, se sarà coerente, che dovrà sciogliere alcuni nodi
fondamentali: i temi sociali, le norme sugli ammortizzatori sociali,
la giustizia (basti pensare alle intercettazioni), il federalismo che è arrivato
ai decreti attuativi. La palla, a quel punto, toccherà a Berlusconi. Se saprà
risolvere i problemi, andranno avanti, altrimenti si
porrà una questione di stabilità politica. Per quanto ci riguarda, il Paese si
aspetta solo che lavoriamo a una piattaforma alternativa. E chi fino ad ora ha sonnecchiato dovrà accorgersi che a Palazzo Chigi non si
decide niente".
E chi ha
sonnecchiato?
"Ad esempio
qualche rappresentanza sociale. Ho assistito all'ultima assemblea di
Confindustria e ho notato un certo spaesamento e ho sentito stavolta parole
nette dalla presidente Marcegaglia. C'è sempre meno fiducia. Basta pensare al
federalismo: ne parlano continuamente ma poi il Tesoro
non ci porta le tabelle. Senza numeri e soldi, questa
operazione non esiste".
Ma in caso di voto anticipato, il Pd è pronto?
"Non lo vedo
per domani ma certamente una fase di logoramento potrebbe portarci fin lì. Stiamo lavorando sul progetto Italia 2011 lanciato
nell'ultima direzione. Da lì usciranno le nostre idee per l'alternativa".
LR 26
Il 25 Aprile. Una ricorrenza da tenere stretta. Il significato di una festa
Mentre onoriamo il
25 Aprile dovremmo chiederci perché questa giornata sia stata
spesso faticosamente festeggiata e abbia diviso gli italiani piuttosto
che unirli. Se vogliamo che la data diventi davvero nazionale, dovremmo
parlarne con franchezza e senza infingimenti retorici. In primo luogo il 25
Aprile segna la fine di una guerra civile, vale a dire la conclusione di una
vicenda in cui parole come patria e onore hanno avuto per molti italiani
significati diversi. Sappiamo che i fascisti di Salò sbagliarono, ma non
possiamo ignorare che erano anch’essi italiani e che molti fecero la loro
scelta in buona fede. Era difficile immaginare che il 25 Aprile potesse venire festeggiato con lo stesso entusiasmo e la stessa
partecipazione da chi aveva militato in campi diversi.
In secondo luogo
il Partito comunista si attribuì il merito della vittoria e divenne il maggiore
e più interessato regista delle celebrazioni. Eravamo — è bene ricordarlo —
negli anni della guerra fredda, quando il Pci, pur essendo alquanto diverso da
quello dell’Urss, ne era pur sempre il «fratello » e
ne adottava, quasi sempre disciplinatamente, le linee di politica estera. Non
sorprende che a molti italiani il 25 Aprile sembrasse il travestimento
patriottico di una strategia che non poteva essere nazionale.
I partiti
democratici, dalla Dc alla social-democrazia, ne erano consapevoli. Ma non potevano rinunciare a celebrare la Resistenza e
cercarono di salvare il 25 Aprile dall’abbraccio mortale del Pci descrivendo
quel giorno come la conclusione vittoriosa della «quarta guerra
d’indipendenza». La definizione ebbe una certa fortuna sino a quando il
Risorgimento non cominciò a perdere, per una parte crescente della società
nazionale, il suo valore positivo e divenne «rivoluzione tradita» per alcuni,
conquista coloniale per altri, operazione fallita per molti. Non esiste più il
Pci, ma esiste un partito anti- risorgimentale composto da
persone che non hanno altro punto in comune fuorché un certo rancore per il
principio stesso dell’unità nazionale: leghisti, legittimisti borbonici,
anarchici, cattolici reazionari, nostalgici di Maria Teresa, di Francesco
Giuseppe, del Granduca di Toscana. Già danneggiato dall’uso che ne fece il Pci,
il 25 Aprile non sembra oggi commuovere e interessare, se non per motivi
strumentali e occasionali, coloro che non credono
nell’unità nazionale.
Continuo a pensare
e a sperare che questi sentimenti siano una febbre passeggera, provocata dalle
scosse di assestamento di uno Stato che non è ancora riuscito a rinnovare le
sue istituzioni. Nel frattempo, tuttavia, faremmo bene a ricordare che il 25
Aprile ebbe meriti a cui tutti dovremmo essere
sensibili. Penso ai morti della guerra civile e al significato simbolico che la
Resistenza ebbe per la credibilità dell’Italia dopo la
fine del conflitto. Penso soprattutto al fatto che i partigiani insorsero nelle
città del Nord prima dell’arrivo degli Alleati e
dimostrarono così al mondo, come ha ricordato il presidente della Repubblica
nel suo discorso di ieri alla Scala, che gli italiani volevano essere padroni a
casa loro. Se non vogliamo che anche questa pagina della nostra storia venga dimenticata, teniamoci stretto il 25 Aprile. Sergio
Romano CdS 25
Chi non paga la retta ad Adro?
Famiglie al limite della povertà
Una mail, che
arriva dal Congo, con l'impegno a versare dei soldi per uno dei bambini della mensa di Adro, nel bresciano.
Sembra un paradosso di un mondo alla rovescia e in cui la solidarietà viene da
uno dei luoghi della terra dove le persone non hanno neppure le lacrime per
piangere. Ma un missionario, dopo aver letto la lettera dell'imprenditore
(pubblicata per esteso da Il Fatto Quotidiano) che saldava i conti della famiglie morose gli ha voluto scrivere: “Caro
cittadino di Adro abbiamo letto, qua in
Africa, la tua lettera ‘Io non ci sto’: anche noi ci uniamo al tuo
messaggio e al tuo gesto. Ti inviamo un contributo per
pagare la mensa per un anno ad uno dei tuoi-nostri
bambini. Sono soldi che molti amici dell’Italia ci danno per l’Africa.
Conoscendo bene i nostri amici so che sono contenti se ne invio una fetta lì a
un mondo fatto più di ponti che di barriere. Anch’‘io non ci
sto”. Poche righe scritte da padre Giovanni Piumatti
(71 anni di cui 35 trascorsi in missione) comboniano
di Pinerolo, ad un'amica di Brescia. “In un mondo come lo sta costruendo una
parte di italiani, io non ci sto! La nostra Italia non
è mai stata così. A Muhuanga e Bunyatenge, ogni giorno diamo ai 900 ragazzi delle scuole
una tazza di masoso”. Cosa
risponderanno ora quelle mamme che erano scese in piazza, “chi non paga
non mangia”? Ora che i “furbetti” sono stati “scremati” è interessante sapere
chi sono le famiglie candidate al “salto
del pasto” proposto dal sindaco leghista Oscar Danilo Lancini?
Lo ha fatto la Camera del Lavoro di Brescia che ha
reso noto una piccola indagine . Tra coloro che
non avevano pagato la retta ci sono dieci famiglie immigrate che hanno
redditi tra gli 8 e i 15mila euro annui; in media si tratta di nuclei familiari
di cinque persone (genitori e tre figli). “Nella totalità dei
casi stiamo parlando di operai assunti a tempo indeterminato in fabbriche del
circondario o nell'edilizia. Quasi tutti hanno fatto e
stanno facendo periodi di cassa integrazione”, spiega il segretario generale
Damiano Galletti. Quattro famiglie delle dieci stanno pagando un mutuo
per la casa, con rate che si aggirano intorno ai 600 euro al
mese. Gli altri pagano affitti di circa 400/450 euro al
mese. In tutti i casi si tratta di famiglie che risiedono ad Adro da anni e i cui figli sono nati in Italia. Insomma, fra pochi anni saranno cittadini
italiani a tutti gli effetti. “In altri Stati europei avrebbero già acquisito
la nazionalità del paese in cui sono nati” sottolinea
Galletti, che affronta l'analisi ampliando il discorso. “Qui non si tratta di
nazionalità, perchè anche tra chi ha saldato il dovuto siamo certi ci siano persone, soprattutto italiani,
che fanno davvero fatica a sostenere la spesa in questo particolare
momento di crisi economica”. Le famiglie, in media, pagano intorno ai 90 euro
per bambino per il servizio mensa. Pochi o tanti che siano sono sempre soldi.
Ma questo discorso non sembra interessare molto: il paese di Adro, nonostante tutto, rimane solidale con la linea dura e
pura del sindaco Lancini che ha una gestione della
“cosa pubblica” piuttosto personalistica. “La vicenda
della mensa ha scoperchiato una situazione più generale” afferma Valerio Del
Pozzo, consigliere di minoranza della lista “Linfa” (Lista indipendente nuovo
futuro Adro-Torbiato) che parla anche di altri temi. “Il
paese ha bisogno di una gestione trasparente degli interessi comuni”. A partire dagli appalti assegnati per il nuovo polo
scolastico alle varianti urbanistiche “selvagge” fatte e inserite, in modo
arbitrario e senza alcuna discussione, nel piano regolatore. La
minoranza punta ad un consiglio comunale straordinario
ma non è detto venga concesso dal sindaco. Elisabetta Reguitti,
Il Fatto Quotidiano 23
L’editoriale di LR. L'unità del Paese è soltanto un ricordo
Nell’articolo di
domenica scorsa intitolato "Che cosa farà Fini quando sarà grande"
avevo cercato di capire quale sarebbe stato lo sbocco politico dello scontro
tra Berlusconi e Fini partendo da un presupposto: il presidente del Consiglio
non ha alcun interesse alle future sorti del partito da lui fondato, non è su
di esso che si basa la sua fortuna politica e il suo
potere.
I fatti avvenuti
subito dopo, la drammatica e pubblica rottura con il cofondatore, le reazioni
della Lega, hanno clamorosamente confermato quel presupposto. Lo stesso
Berlusconi ne ha fornito la prova più evidente quando
ha ricordato che il Pdl non si chiama "partito
della libertà" ma "popolo della libertà". Il rapporto dunque non
è tra lui e un partito ma tra lui e il popolo, un rapporto diretto, senza
mediazioni, carismatico e populista.
Quale sia quel popolo è tutto da vedere, ma le sue dimensioni quantitative debbono
esser ben presenti: rappresenta (comprendendovi anche le liste collegate nelle
ultime elezioni regionali) il 37 per cento dei votanti i quali, a loro volta,
sono stati il 65 per cento del totale del corpo elettorale. Compresi in quel 37
per cento anche gli elettori che simpatizzarono per Fini. Difficile valutarne
il numero ma il netto dei berlusconiani doc è comunque al di
sotto di un terzo di quelli che hanno messo le schede nell'urna.
Molti osservatori
sostengono che la stragrande maggioranza degli italiani non è interessata a
questi temi che sanno di muffa e di politichese.
Concordo, ma resta il fatto che il governo è comunque la sede dove
vengono decise le questioni che toccano da vicino gli interessi di tutta la
nazione, dei ceti sociali che la compongono e dei singoli individui.
Per tutto l'Ottocento il corpo elettorale delle nazioni europee non
superava mediamente il 15 per cento della popolazione attiva. In Italia era
nettamente al di sotto di quella media: l'elettorato
era soltanto maschile, c'era un limite di censo al di sotto del quale si era
esclusi dal voto, gli elettori erano per conseguenza nettamente al di sotto del
10 per cento. Un'oligarchia di proprietari fondiari con una spolverata di
professionisti e di dirigenti aziendali, che si allargò lentamente fino a
comprendere una parte degli impiegati pubblici e di piccoli imprenditori e un
primo nucleo di operai specializzati.
Non toglie che
quei governi, sorretti da un consenso così ristretto, decidessero della
felicità o dell'infelicità dei governanti, in gran parte contadini, braccianti,
manovalanza generica.
Bisogna dunque
stare attenti quando si batte il tasto di interesse o
non interesse degli italiani. Il concreto individuale fa inevitabilmente parte
del concreto collettivo; la politica del governo,
sostenuto da una maggioranza parlamentare che vota a comando, incide su quel
concreto, lo manipola lo indirizza, ne tiene conto o lo trascura, distribuisce
felicità e sacrifici. Se tutto questo non interessa -
e spesso accade - si tratta di incultura o di stato di ipnosi. Non
è bene.
Il fatto più
evidente dell'attuale situazione consiste nel disfacimento diventato sempre più
rapido in questi ultimi mesi del sentimento di unità nazionale. Mentre si
celebra proprio oggi la ricorrenza del 25 aprile 1945, cioè la liberazione dal
nazifascismo e l'inizio della democrazia e della storia repubblicana (giugno 1946)
e mentre si celebrerà il 5 maggio l'impresa garibaldina, l'imbarco dei Mille a
Quarto, il loro sbarco a Calatafimi e poi, in pochi
mesi, la battaglia del Volturno, l'incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio
Emanuele e infine la nascita di lì a poco dello Stato italiano; mentre queste
ricorrenze incalzano, quello Stato che ha 150 anni di vita, si sta disfacendo sotto i nostri occhi.
Quelle ricorrenze
hanno perso ogni significato epico, non suscitano entusiasmi e neppure
tenerezza, neppure orgogliosa memoria, neppure condivisione di valori.
"Una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor" cantava il Manzoni. Ma
dove mai? Siamo mille miglia lontani da quell'unità
auspicata dai nostri grandi, mai realizzata nel profondo se non nel fango delle
trincee, nei sacrifici dei più deboli, nelle speranze di quanti, malgrado
tutto, hanno costruito, hanno prodotto, hanno dato un volto moderno, hanno
tentato di estirpare i vizi e seminare le virtù civiche.
Magro è stato il
raccolto ma tuttavia sufficiente per continuare a
sperare e ad avanzare verso il futuro. Ma ora tutto
sembra dissolto. Lo Stato si disfa sotto gli appetiti
e la cupidigia; la nazione sta cessando di esistere nell'indifferenza sempre
più diffusa. Non c'è un soprassalto collettivo contro ciò
che avviene sotto i nostri occhi. L'indignazione è diventata quasi una
professione di pochi.
Quando questo
avviene, quando l'indignazione resta in appalto a poche voci, il segnale è
quello d'una campana a morto mentre ci vorrebbe il
suono di campane a martello che battessero da tutti i campanili. Quando il
regionalismo arriva al limite di imporre nelle scuole maestri e docenti nati
sul territorio e capaci di insegnare il dialetto locale come presupposto
alla capacità di insegnare cultura, vuol dire che è in atto la scissione
non più silenziosa ma dichiarata orgogliosamente dalla nazione e dallo Stato
che la rappresenta.
Carlo Azeglio
Ciampi si è dimesso per ragioni d'età dalla presidenza del comitato per le
celebrazioni dell'Unità d'Italia. Conoscendolo io
credo alla sua motivazione, ma proprio perché lo conosco da quarant'anni posso
testimoniare della sua amarezza per il disfacimento morale e politico che è
sotto gli occhi di tutti. Dell'unità nazionale e costituzionale Ciampi è stato
uno dei più validi assertori. Possiamo ben comprendere la sua tristezza e
l'amarezza che la pervade.
C'è chi guarda
soltanto all'albero e chi è responsabile della foresta. È normale che un
individuo e una famiglia guardino all'albero della propria felicità ed è normale
che una classe dirigente si dia carico dei problemi dell'intera foresta, la
faccia potare, ne faccia tagliare le piante secche e ne faccia germogliare
nuovi arbusti. Ciò che non è normale è una classe dirigente che guardi
anch'essa soltanto ad un suo albero mandando tutto il
resto in malora. Ciò che non è normale è quando il senso civico si trasforma in
puro egoismo e localismo e i paesi si cingono di torri e porte e mura merlate e
difendono il territorio dalla contaminazione degli altri. Una Chiesa cristiana
dovrebbe denunciare chi compie questa strage dell'impegno civico. La coscienza
nazionale dovrebbe denunciarla.
La Lega di Bossi,
dopo la vittoria che gli ha consegnato il comando delle Regioni del Nord, sta
seguendo questa strada: torri e mura merlate si moltiplicano nei Comuni e nelle
Province leghiste; le Regioni incoraggiano e danno senso politico a questo
scempio. Da Palazzo Grazioli Berlusconi acconsente e chiede contropartite. Alla
Lega ha concesso il Piemonte ed il Veneto, i suoi
ministri, la Gelmini in testa, forniscono i necessari supporti legislativi; il
federalismo fiscale, per ora rimasto scatola vuota, dovrà essere una priorità
nelle prossime settimane. In cambio Berlusconi chiede analoga priorità per la
legge sulle intercettazioni, per il lodo Alfano, per il processo breve se la
Corte costituzionale boccerà la legge sul legittimo impedimento, e sulla
riforma della Giustizia così come l'ha pensata e redatta il suo avvocato Ghedini.
Questo è lo
scambio. Dopo la rottura con Fini, che proprio su questi punti ha attaccato la
politica del governo, Bossi ha minacciato le elezioni anticipate, poi ha tirato
indietro la mano se i decreti attuativi del federalismo saranno approvati con
precedenza assoluta. Il monito ha Fini come destinatario: attento, se vorrai
metterci del tuo nei decreti sul federalismo, se incepperai il meccanismo da
noi pensato e voluto, andremo alle elezioni e addio Fini e finiani.
Così funziona la
diarchia tra Bossi e Berlusconi. L'albero cui guardano è il medesimo: il loro
potere e l'incrocio degli interessi, io guardo le spalle a te e tu le guardi a
me. Fini deve essere distrutto, la sinistra è irrilevante, Napolitano dovrà
rassegnarsi e avrà il nostro rispetto e perfino le
nostri lodi fino a quando sgombrerà il Quirinale.
Può funzionare
questo sistema? Esso si basa sull'irrilevanza del centrosinistra, sulla
rassegnazione del Presidente della Repubblica e sull'indifferenza passiva
dell'opinione pubblica democratica.
Ebbene, pur con
tutto il pessimismo che mi rattrista io non credo che
questi tre presupposti ipotizzati dal tandem Berlusconi-Bossi
corrispondano alla realtà. Bersani proprio ieri ha
lanciato un appello a tutte le forze d'opposizione includendovi anche Fini,
affinché stringano tra loro un patto in difesa della Costituzione repubblicana
di fronte alla deriva che si sta verificando. È un passo avanti nella giusta
direzione, ma contemporaneamente il segretario del Pd dovrebbe indicare alcuni
punti concreti che possano costituire il nerbo di un nuovo futuro governo. L'alternativa
non è soltanto un problema di schieramento ma è soprattutto un problema di
contenuti. In questo caso i contenuti riguardano soprattutto i temi
dell'occupazione, della crescita, del fisco.
Ho letto con molto
interesse la proposta di Carlo De Benedetti (sul "Foglio" di giovedì
scorso) sulla riduzione delle imposte sul reddito dei lavoratori, sul cuneo
fiscale e sulla tassazione "delle cose" (immobili, cespiti
patrimoniali), il fatto che sia l'editore di questo giornale non mi impedisce di dire che mi sembrano proposte valide che un
governo di centrosinistra dovrebbe far proprie.
Quanto al
presidente Napolitano, puntare sulla sua "amichevole neutralità" come
fanno Berlusconi e Bossi sarà una delusione per loro. Napolitano farà ciò che
gli compete senza guardare a chi giovi o chi danneggi. Lo abbiamo sentito ieri
alla Scala e lo sentiremo il 5 maggio dallo scoglio di
Quarto. Nel discorso alla Scala ha incoraggiato le riforme e in particolare il federalismo,
purché condivise e nel quadro dell'unità nazionale. Ha
avuto gli applausi di Calderoli e Berlusconi. Buon segno ma di scarso
significato poiché le riforme, a cominciare dal federalismo, sono finora
scatole vuote e la condivisione dovrà misurarsi con i contenuti di merito.
Napolitano dal canto suo firmerà le leggi se può firmarle.
Le respingerà se non saranno conformi secondo quanto gli compete di accertare.
Non farà sconti. E se Bossi e Berlusconi pensano che sia facile ottenere dal
Capo dello Stato lo scioglimento anticipato delle Camere, stiano certi che il
percorso non sarà affatto facile e se ci sarà una
maggioranza parlamentare per formare un nuovo governo, Napolitano adempirà
rigorosamente al dovere di accertarne e convalidarne l'esistenza.
Quanto
all'indifferenza della pubblica opinione democratica, quest'ipotesi riguarda
direttamente noi e quanti come noi e ciascuno con le sue modalità
considerano con preoccupazione il disfacimento del paese e la deriva che ne
risulta. Si tratta di un'ipotesi senza fondamento. I nostri lettori ci
confortano a proseguire questa battaglia di democrazia e di libertà. È ciò che
abbiamo sempre fatto e sempre faremo. EUGENIO SCALFARI LR 25
Colpito il simbolo dell'antimafia
Scomparsi
messaggi, disegni e foto dall'albero che ricorda il giudice Falcone. Atto di
vandalismo o intimidazione mafiosa?
La notizia è di
quelle che lasciano comunque l’amaro in bocca: l’albero che si trova davanti
all’abitazione del giudice Giovanni Falcone, e chiamato da tutti
“l’albero Falcone”, è diventato oggetto di vandalismo o, come qualcuno
sospetta, di intimidazione mafiosa. Un albero simbolo che dal 23 maggio del
1992 è divenuto meta di pellegrinaggio di studenti e cittadini, turisti e
curiosi che, ponendo con un post-it il loro messaggio sul lenzuolo della
pianta, hanno voluto contribuire al ricordo del giudice, di sua moglie e degli
uomini della scorta. In questi anni i post-it hanno significato il riscatto di
un'intera città.
Come tutti i
luoghi simbolo, anche l’albero Falcone era esposto a possibili attacchi, ma il
vero dolore è rappresentato dallo sfregio che si è voluto infliggere alla
memoria di una comunità. Difficile dire a caldo se si sia trattato di un atto
di vandalismo o di un'intimidazione mafiosa. Ma se la criminalità organizzata
ha avuto bisogno di colpire il luogo simbolo della lotta alla mafia della
comunità di Palermo, la leggerei come segno di nervosismo, di necessità di
“marcare” meglio il territorio che magari avvertono
mancargli sotto i piedi.
Perché mi chiedo,
prendersela con un simbolo? Che fastidio possono dare ad
un'organizzazione potente e criminale come Cosa Nostra migliaia di post-it
messi da altrettante persone, non tutte palermitane ma tutte interessate ad una
Palermo libera dalle mafie? Forse proprio questo: una comunità, quella dei
post-it, che testimonia semplicemente ma quotidianamente che le mafie possono
essere sconfitte, con gli atti quotidiani di legalità. Anche mettendo un
post-it. Roberto Mazzarella Città Nuova 26
Riorganizzazione della rete consolare in Svizzera: chiuderà Ginevra o
Losanna ?
Lo scorso 23
febbraio, riferendo alla Commissioni Esteri di Camera e Senato, il
Sottosegretario Alfredo Mantica ha annunciato che, dal primo giugno 2010,
partirà il processo di razionalizzazione della rete diplomatica italiana
all'estero: chiuderanno le sedi consolari di Mulhouse, in Francia, di Gent in
Belgio, di Coira, in Svizzera e di Saarbrucken e Norimberga in Germania.
La chiusura del
Consolato di Ginevra o quello di Losanna rimane ancora in sospeso, tuttavia, in
occasione della visita del Sen. A. Mantica, lo scorso aprile per la VI assemblea dell’Alleanza degli Ospedali Italiani nel
Mondo all’OMS, si è recato in visita nei consolati di Ginevra e Losanna per
rendersi conto quale potrebbe essere la soluzione migliore.
Chiudere uno dei
due consolati è inevitabile ? È la domanda che si pongono tante
persone. Valutando che, da una parte Ginevra è una Città internazionale e la
sede è di proprietà, d’altra parte Losanna, che ha già una competenza
territoriale molto più ampia, la questione diventa sempre più problematica.
Comunque, il Sen.
Mantica è ripartito senza lasciare intendere una provabile soluzione e, per
capire meglio la situazione, bisognerà aspettare le valutazioni ed i riscontri scaturiti dalla visita del Sottosegretario
agli Esteri a Ginevra e Losanna, non prima del 2011.
Attorno alla
decisione di ristrutturare la rete consolare all’Estero, cosi drasticamente
pensata, ci sono delle perplessità per la mancanza d’informazioni chiare in
proposito. Dalle agenzie stampa che arrivano nelle nostre e-mail, non mancano nemmeno
le speculazioni gratuite di taluni italiani in Svizzera che pensano di avere le
giuste soluzioni, magari denigrando un altro Consolato, come quello di Ginevra,
a beneficio del proprio.
È vero che, in
rapporto agli altri cantoni, Ginevra è un fazzoletto di terra, ma è anche vero
che il Consolato Generale di Ginevra è situato in una realtà diversa da tutti i
cantoni svizzeri.
Ginevra si conosce
quale Città Internazionale dove risiedono l’ONU e le organizzazioni internazionali, si
contano 44. 000 italiani o di origine sui quasi 500. 000 residenti e vanta una prestigiosa sede di proprietà. Sono queste verità che danno
al Consolato Generale di Ginevra un importanza
rilevante per il Cantone e la Svizzera. Carmelo Vaccaro, La pagina di Zurigo
PdL,
PD e il centralismo democratico. Un ritorno all’antico
C’era una volta
«la linea». Così si chiamava nei partiti di sinistra—
socialdemocratici, socialisti, laburisti, comunisti — l’insieme di indicazioni
che il centro diramava alla periferia su tutti i temi politici del momento. Nel
Pci la linea era diffusa mediante fascicoletti facilmente comprensibili anche
dal più sprovveduto segretario di sezione, ma soprattutto attraverso il
giornale di partito. Chi ha una certa età ricorda ancora le vignette di
Giovanni Guareschi intitolate «obbedienza cieca, pronta, assoluta», quelle che
mostravano un militante trafelato che accorre sventolando l’Unità e gridando: «Contrordine compagni. La frase pubblicata ieri sull’Unità
contiene un errore di stampa e pertanto va letta…».
I compagni, i
famosi trinariciuti, stavano intanto eseguendo
l’ordine (la linea) del giorno prima, illustrato dalla vignetta in modo sempre
spassoso, anche se talora un po’ volgare. Il mondo di Peppone e don Camillo,
dei partiti ideologici di massa, dei veri giornali di partito è morto da tempo. Che cosa potrebbe dire oggi il militante che
accorre trafelato in un circolo semideserto del Pd? «Cari
democratici e democratiche, le affermazioni fatte ieri nei talk-show
televisivi da Bersani, Franceschini, D’Alema, Fassino, Veltroni, Rosy Bindi,
Fioroni, e la lista potrebbe continuare, sono state rettificate nei talk-show
successivi e pertanto… cavatevela come meglio
potete». La questione non riguarda solo l’organizzazione del partito, gli
attivisti, il rapporto centro-periferia. Nella politica di oggi, in cui la
relazione con iscritti e attivisti conta assai meno dell’immagine trasmessa dai
media, la questione riguarda soprattutto la coerenza ,
l a comprensibilità, la semplicità, il gradimento elettorale dei messaggi
lanciati dal partito. È dunque inevitabile che democrazia interna ed efficacia
dell’immagine mediatica entrino in tensione: se la democrazia interna produce
una pluralità di leader e una molteplicità di linee che divergono per aspetti significativi, e se difettano strumenti efficaci per
comporre il conflitto tra i leader e per presentare all’esterno una linea sola,
ne soffre l’immagine del partito, si appanna la sua identità. Il Pdl ha sostituito la linea con il capo, il centralismo
democratico con il centralismo carismatico, come lo
definisce Alessandro Campi. Il centralismo carismatico non tollera l’insorgenza
di dissenso interno, la formazione di correnti: da buon venditore Berlusconi si
rende conto di quanto il successo del Pdl, la tenuta
interna del partito e la sua immagine esterna siano affidati
all’attrattiva del marchio e alla forza del capo, di un indiscusso Chief Executive Officer.
Pdl e Pd affrontano dunque due problemi simmetrici. Il Pdl quello di tollerare l’emersione di un dibattito
democratico interno. Il Pd quello di porre un freno ad
un conflitto di posizioni che ha superato la soglia oltre la quale l’immagine
del partito diventa sbiadita o confusa agli occhi degli elettori. Il futuro
della nostra democrazia dipende in misura non piccola dall’esito che avranno le
sfide opposte affrontate dai due grandi partiti del centrodestra e del
centrosinistra. Sfide non facili. Per il Pdl la
difficoltà deriva— direbbero i sociologi — dal
passaggio dal carisma all’istituzione, dall’eccezionalità alla normalità. Un
passaggio sempre difficile, in cui la saggezza del capo carismatico, la sua
ambizione di lasciare in eredità al Paese un partito che stia in piedi anche
dopo che si sarà ritirato dalla politica sono essenziali. Oggi è il momento
della verifica. Per quanto irritanti Berlusconi abbia trovato le critiche di
Fini, egli deve rendersi conto che si tratta della prima vera prova di
democrazia interna cui il Pdl è chiamato, e che deve
inventare—ora che ha la forza per farlo — un accomodamento che salvi insieme
democrazia e «linea». Altrimenti il suo partito si sfascerà quando non ci sarà
più lui a dirigerlo, quando sarà affidato a dirigenti «normali».
Nelle sue
concitate risposte a Fini non ha usato l’espressione «centralismo democratico»,
ma il succo del suo argomento puntava in quella direzione: discussione anche
accesa, ma poi esecuzione leale della linea risultata maggioritaria. Perché no?
Non è anche quello che ha promesso Fini? Ancor più difficile—non foss’altro perché riguarda un’intera dirigenza e non un
uomo solo—il compito che attende il Partito
democratico. «Con questi dirigenti non vinceremo mai», sbottò Nanni Moretti
dopo la sconfitta del centrosinistra nel 2001. Ma non
si tratta solo di una questione di persone, risolvibile passando la mano alla
generazione successiva: questa è altrettanto divisa della precedente. Si tratta
della crisi del progetto politico che ha attraversato l’intera Seconda
Repubblica, il progetto dell’Ulivo, il tentativo di fondere le tradizioni
riformistiche della Prima Repubblica nel crogiuolo di un nuovo partito di
centrosinistra. La temperatura del crogiuolo non è arrivata al punto di fusione
ed è molto difficile che ci arrivi adesso. Lo spirito di sopravvivenza potrebbe
però produrre gli effetti che l’entusiasmo e il sogno non hanno prodotto, un
modello di partito in cui i dissensi ci sono, ma non minacciano l’autorevolezza
del segretario e la formazione di una linea coerente ed efficace. È un po’
buffo che il modello di organizzazione di un partito che non credeva nella
democrazia— il centralismo democratico —sia proposto a due partiti che invece
alla democrazia credono. Ma la storia talora produce
questi scatti ironici.
Michele Salvati CdS 24
Brunetta, l'ultima rivoluzione: documenti e posta sul web
Scatta oggi la
rivoluzione informatica voluta dal ministro Renato Brunetta. «Cinquanta milioni
di italiani, ovvero tutti i maggiorenni dotati di
codice fiscale, se lo vorranno avranno diritto ad attivare gratuitamente la
loro posta elettronica certificata», annuncia il titolare della Funzione
Pubblica. Che vuol dire? Niente più file alla posta e cataste di carta inutili:
per inviare una raccomandata (con ricevuta di ritorno), per dialogare con la
pubblica amministrazione, per richiedere certificati o documenti, basterà un
semplice clic. L’obiettivo di partenza è l’attivazione di 10
milioni di indirizzi. Già oltre un milione di professionisti ne sono dotati
(l'obbligo per loro è scattato a novembre scorso) e sono oltre 110 mila le
imprese che hanno attivato un indirizzo.
Cosa fare Per richiedere l'attivazione gratuita del servizio sarà
sufficiente collegarsi al portale www.postacertificata.gov.it e seguire la
procedura guidata che consente di inserire la richiesta. (attivo
anche il numero verde 800.104.464 e da rete mobile 199.135.191). Trascorse 24 ore dalla registrazione online (ed entro 3 mesi) ci si
potrà quindi recare presso uno degli uffici postali abilitati per l'identificazione
e firmare il modulo di adesione. Bisognerà portare con sè
un documento di riconoscimento personale e uno
comprovante il codice fiscale (codice fiscale in originale o tessera sanitaria)
così come una fotocopia di entrambi i documenti, da consegnare. Al massimo in 5 giorni si riceverà la conferma. Gli indirizzi Pec delle
pubbliche amministrazioni sono invece disponibili sull'archivio informatico
accessibile attraverso il sito www.indicepa.gov.it, fonte ufficiale e
riferimento per gli adempimenti previsti per le amministrazioni. È stato
inoltre sviluppato il sito www.paginepecpa.gov.it per rendere più semplice la
ricerca degli indirizzi Pec per il cittadino.
La Pec ha una
memoria di 500 mega, concede la possibilità di archiviare in uno spazio apposito i documenti scambiati e inoltre offre il servizio
di inviare un messaggio sulla casella di posta elettronica tradizionale al
momento in cui si riceve una Pec. «Permetterà a chiunque di rivolgersi alla
Pubblica amministrazione da casa propria, con il proprio computer, avendo poi
diritto da parte della Pa ad una risposta analoga, cioè con la stessa modalità
e lo stesso valore legale», spiega ancora Brunetta. Al momento si parte con
tutti gli uffici delle varie amministrazioni, ma l'obiettivo del ministro è di
arrivare a dialogare in maniera certificata anche con le public utilities, vale
a dire luce, acqua, gas, eccetera. Il titolare della Funzione pubblica
rivendica questa svolta di portata rivoluzionaria. «Può essere paragonata alla
svolta arrivata dallo stop al fumo nei luoghi pubblici e chiusi - continua -
Prima era consentito fumare anche nei cinema, e noi oggi ci chiediamo come sia
stato possibile cambiare quella abitudine. Io spero
che tra qualche anno si possa dire la stessa cosa delle raccomandate cartacee,
le code davanti agli sportelli, insomma l'Italia dei faldoni. E chiederci: come era possibile?». Le possibilità di applicazione sono
infinite: dalla scuola (pagella online) agli ospedali (esami clinici) alle tasse.
Ad oggi sono oltre 80 mila le caselle certificate
richieste dai cittadini, grazie alla sperimentazione avviata a fine settembre
2009 da Aci e Inps; mentre sono oltre 12.500 le Pec attivate dalle Pubbliche
amministrazioni centrali e locali, soprattutto al nord. Bianca Di Giovanni L’U 26
E’ finita
un’epoca: non solo per il Pdl ma per il centrodestra.
L’immagine di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini che si accusano in pubblico,
sotto gli occhi dei dirigenti del partito e del Paese, è a suo modo storica.
Archivia sedici anni di sodalizio politico, perché quello personale si era
guastato da tempo. E getta un’ombra sul futuro della
maggioranza, del governo e della stessa legislatura. Da oggi comincia un
rapporto che chiamare coabitazione è eufemistico:
siamo alla vigilia di una guerriglia quotidiana, anche in Parlamento, capace di
destabilizzare il Paese.
Quella a cui si è assistito ieri a Roma, durante la direzione del Pdl, è stata una rottura esasperata, viscerale fino a sfiorare
lo scontro fisico. È la conseguenza di un dialogo impossibile fra due visioni e
due personalità ormai agli antipodi, non più complementari. E produce una
frattura che Berlusconi vuole certificare, perché rifiuta l’idea di un Pdl lacerato dalle correnti; e che Fini cerca di tamponare,
per non farsi spingere fuori dal partito e dalla presidenza della Camera: forse
anche per dimostrare che il Cavaliere non è più così onnipotente.
Può darsi che l’ex
leader di An ottenga almeno questo risultato: a carissimo prezzo, però. Ieri mattina, le sue parole sono calate su una
direzione del Pdl insieme nervosa e ostile: umori che
si riflettevano fedelmente nei gesti impazienti del premier. Per il modo
polemico col quale sono state allineate, le critiche finiane
hanno mostrato non tanto le sue ragioni, ma la distanza ormai siderale da un
partito nel quale dopo le Regionali di marzo si sono creati equilibri dai quali
è escluso. Il Pdl ha ascoltato e osservato Fini con
una diffidenza e un pregiudizio radicati, perché ormai viene
percepito dal centrodestra come un apolide.
Il suo scarto
sembra soprattutto la reazione a un’alleanza con la Lega che lui subisce, e
alla quale reagisce con uno smarcamento plateale ed esagerato: quello che in
gergo calcistico si chiama fallo di frustrazione. L’irritazione berlusconiana
fa capire che si tratta di un colpo doloroso, anche per le allusioni pesanti
sulla giustizia. Quando il premier accusa i finiani
di esporre il Pdl al ludibrio pubblico, dà voce a una
preoccupazione diffusa. Dopo una vittoria elettorale netta, è difficile
spiegare la rissa nello schieramento vincente mentre c’è una crisi economica
grave: suona come un comportamento irrazionale e irresponsabile.
Ma la minoranza
sembra seguire una logica che ignora l’accusa di puntare al «tanto peggio tanto
meglio ». Fini certifica col suo s t r a p p o l a p r o p r i a
marginalità nel Pdl, pur di lesionare l’immagine del
Cavaliere come amalgama della maggioranza: anche se per paradosso rafforzerà la
Lega che vorrebbe arginare. Sono i frutti di un antiberlusconismo
di destra che per ora rimane annidato nelle pieghe del Pdl;
ma che difficilmente può sopravvivere in un contesto
che logora tutti. A questo punto, Fini non ha nulla da perdere; Berlusconi e il
Paese, molto di più.
Massimo Franco CdS
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"La Lega non accetta un doppio Pdl,
se ci saranno ribelli si va alle urne"
Il ministro
Calderoli chiede compattezza agli alleati: "Vogliamo un solo
interlocutore". "I finiani?
Per me non esistono. Non mi piacciono neanche i berluschini"
- di RODOLFO SALA
MILANO - Ministro
Calderoli, Fini dice che parlare di elezioni anticipate è da irresponsabili. E
a parlarne siete stati voi leghisti...
"Irresponsabile
non è chi parla di elezioni, ma chi rischia di provocarle".
E' un'accusa al
presidente della Camera?
"Magari lui
no. Piuttosto qualcuno che bada più alle proprie frustrazioni per incarichi
mancati che alla sostanza politica. E per questo soffia sul
fuoco".