WEBGIORNALE 30 Aprile – 2 Maggio 2010
Immigrazione. Il Consiglio d'Europa critica i respingimenti delle autorità
italiane
Migranti lasciati
sul ponte di una nave con poca acqua, senza cibo, nè coperte anche per 12 ore
Strasburgo - Il
Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa chiede alle
autorità italiane di aprire un'inchiesta su quanto avvenuto durante due
operazioni di respingimento di immigrati verso la Libia, del 6 maggio e del
primo luglio 2009. Secondo il rapporto, i migranti intercettati e respinti il 6
maggio sarebbero stati tenuti sui ponti delle navi italiane per 12 ore senza
cibo, nè coperte e insufficiente acqua. Inoltre alcuni di loro avrebbero subito
violenza fisica, calci, pugni e colpi di remo, da parte della polizia libica
per costringerli a scendere dalle navi della Guardia Costiera nel porto di
Tripoli.
Nell'operazione
del primo luglio invece, secondo le informazioni del Cpt, sei migranti, tra
loro anche una donna incinta, sarebbero stati maltrattati tanto da dover essere
ricoverati in ospedale una volta arrivati in Libia. Le autorità italiane hanno
ammesso di aver dovuto usare la forza, ma in modo «proporzionale» perché alcuni
immigrati stavano cercando di andare sotto coperta invece di rimanere sul ponte
della nave. Nessuno ha subito gravi lesioni, e solo 2 migranti, tra cui una
donna incinta, sarebbero stati ricoverati in via precauzionale.
Ulteriori servizi
nella sezione in tedesco (ndr) dip
Congresso europeo Ccee sule migrazioni. In Europa „deriva etnica
istituzionalizzata“
Malaga - In Europa
siamo di fronte ad una specie di “deriva etnica istituzionalizzata, che
certamente non favorisce né l’approccio sereno degli autoctoni verso gli
immigrati e neppure il processo di integrazione degli immigrati nel tessuto
delle società di arrivo”. Parole forti di denuncia quelle usate oggi da mons.
Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i
migranti e gli itineranti. Intervenendo con una relazione al Congresso europeo
sulle migrazioni in svolgimento a Malaga per iniziativa del Consiglio delle
Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), mons. Vegliò ha esordito facendo il
punto sui flussi migratori in Europa. “Nei 27 Paesi dell’Unione – ha detto – si
calcolano attualmente 24 milioni di immigrati, per lo più provenienti dai Paesi
stessi dell’Unione. I due terzi della presenza straniera sono ospitati da
Germania, Francia e Regno Unito, anche se i Paesi mediterranei registrano
costanti aumenti”. Più difficile invece avere cifre precise circa gli immigrati
irregolari, ma “secondo valutazioni recenti sarebbero fra i 4,5 e gli 8
milioni, con un aumento stimato fra i 350 mila e i 500 mila all’anno”. I
sondaggi inoltre rivelano che in Europa i flussi migratori siano sempre più
percepiti “in maniera negativa dalla popolazione”.
Ciò che preoccupa
mons. Vegliò è che “l’Europa sentendosi fortezza assediata, affronta sulla difensiva
il fenomeno della mobilità”. “Viene, così, proposta e ribadita la trilogia
inaccettabile ‘immigrazione-criminalità e terrorismo-insicurezza’”. “Ecco
allora – ha proseguito – che l’obiettivo della politica europea appare quello
di limitare il numero degli immigrati, rendendo difficile e quasi impossibile
l’arrivo di quelli regolari, e di eliminare gli irregolari”.
Il presidente del
dicastero vaticano ha quindi ammonito: “Le misure punitive non bastano, spesso
nemmeno scoraggiano nuove partenze, le rendono solo più pericolose o costose”.
E poi ha aggiunto: “Ancor più dannoso è portare avanti una strumentalizzazione
politica delle migrazioni senza davvero prendere i provvedimenti necessari,
anzi scatenando risentimenti xenofobi nella popolazione locale e, di
conseguenza, anche reazioni violente che possono trovare addirittura
giustificazioni nelle parole di questo o quel politico, come ‘ci vuole
cattiveria con i clandestini’. Piuttosto – ha quindi osservato mons. Vegliò –
ci si dovrebbe chiedere come far incontrare la domanda e l’offerta di
manodopera senza che i lavoratori stranieri debbano sempre passare per la porta
dell’irregolarità”.
La relazione di
mons. Vegliò è piena di domande: “Quanto si investe nell’integrazione?”; “che
cosa si fa per le scuole?”; “e per la collaborazione con i Paesi di partenza?”.
Il rappresentante del dicastero vaticano suggerisce una “visione nel segno
della positività”, ammonendo: “Più le misure sono restrittive e più aumenta il
numero dei migranti irregolari e dei trafficanti di manodopera straniera. Così,
anche i confini nazionali più protetti vengono quotidianamente varcati da
persone che fuggono condizioni di vita inaccettabili e che non si arrestano di
fronte a pericoli e ostacoli di ogni genere”. In questo contesto, la Chiesa si
schiera dalla parte di una “cultura dell’accoglienza”: intende cioè “affermare
– ha detto mons. Vegliò – la cultura del rispetto, dell’uguaglianza e della
valorizzazione delle diversità, capace di vedere i migranti come portatori di
valori e di risorse. Per queste motivazioni essa invita a rivedere politiche e
norme che compromettono la tutela dei diritti fondamentali, come quello del
ricongiungimento familiare, dell’accesso alla cittadinanza, della stabilità del
proprio progetto migratorio. Esprime inoltre un forte dissenso rispetto alla
prassi sempre più restrittiva in merito alla concessione dello status di
rifugiato e al ricorso sempre più frequente alla detenzione e all’espulsione
dei migranti”. Sir
Leghisti e berlusconiani bravi razzisti di provincia
Ogni tanto
l’opinione pubblica, o almeno quello che rimane, si desta dal suo torpore e
pare indignarsi davanti al sindaco leghista di Adro che vieta la mensa ai
bambini delle famiglie morose oppure per l’operazione White Chrystmas, la
simpatica caccia all’immigrato del comune di Coccaglio organizzata per
festeggiare il Santo Natale. Ma sono solo i casi più clamorosi quelli che
bucano la cortina della censura e del conformismo informativo. Se si va sul territorio,
infatti, gli atti amministrativi delle giunte leghiste e del pdl esplicitamente
discriminatori nei confronti degli stranieri sono molti di più, magari hanno un
minor impatto mediatico ma non sono affatto meno gravi.
Anzi. C’è una
proliferazione di delibere di comuni più o meno grandi e importanti, governati
dalla Lega e dagli amici berlusconiani, che violano esplicitamente la nostra
Costituzione e i diritti fondamentali di ogni persona. Discriminazioni e
razzismi Così, dopo aver sentito il ministro Carfagna ad Annozero esprimersi
nettamente contro tutte le discriminazioni, abbiamo deciso di fare un giro
nella provincia di Brescia, territorio leghista e cattolico che più non si può,
per vedere che aria tira. In questa raccolta d’informazioni ci aiutano la Cgil
e l’Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione) che raccoglie avvocati e
studiosi in prima fila nella lotta contro le discriminazioni e il razzismo.
Il tabellone che
pubblichiamo nella pagina seguente riassume tutti i casi di delibere amministrative
delle giunte leghiste e del pdl che sono state impugnate dalla Camera del
lavoro di Brescia che ha vinto tutte le cause avviate e pure tutti i ricorsi.
Perchè quando uno è razzista è pure così stupido da insistere nel suo errore.
Partiamo dal capoluogo: Brescia, già capitale dell’industria e cattedrale
operaia. Il comune ha lanciato nel 2008 un bando per l’erogazione del bonus
bebè, riservando però il contributo di mille euro solo ai figli di italiani. La
Cgil ha presentato ricorso per discriminazione e ha vinto. Il sindaco Adriano
Poli, pdl, sodale della Compagnia delle opere, ha contestato cinque volte la
sentenza e cinque volte ha perso. Il comune di Ospitaletto, sindaco Giorgio
Prandelli (pdl), è stato sconfitto due volte perchè pretendeva che i cittadini
stranieri rifugiati politici presentassero un certificato penale del paese di
origine (oltre a dimostrare di avere un reddito minimo di 5000 euro) per
ottenere l’iscrizione all’anagrafe. Rinaldo Gianola L’U 29
La crisi. Sì della Merkel ai fondi per la Grecia. Procedura accelerata per
gli aiuti
La decisione del
governo tedesco: 8,4 miliardi di aiuti nel 2010 e altri nei due anni successivi
- Le Borse riprendono fiato. Il governo ellenico perplesso sulle misure di
austerity - dal corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO
- Il pressing europeo e internazionale sulla Germania sta sortendo i
primi, importanti effetti positivi. I colloqui a Berlino dei leader tedeschi
con il presidente della Banca centrale europea (Bce), Jean-Claude Trichet, e con
il direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi), Dominique Strauss-Kahn,
sembrano aver convinto la cancelliera Angela Merkel e il suo potente ministro
delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, a varare una procedura accelerata per aiuti
tedeschi ad Atene nel quadro del programma di salvataggio dell'Unione europea.
Merkel e Schaeuble vogliono preparare un disegno di legge entro il 3 maggio e
farlo approvare dal Bundestag, il Parlamento federale, entro venerdì 7. Quindi
prima delle elezioni nello Stato-chiave del Nordreno-Westfalia, che la
maggioranza di centrodestra teme di perdere. Passi avanti dunque, ma manca
ancora la sicurezza assoluta di un sì dei legislatori tedeschi. E intanto sui
mercati la situazione si aggrava di ora in ora: l'euro è sceso a 1,31 sul
dollaro, le Borse sono in flessione, tranne quella di Atene incoraggiata dai
segnali positivi. Il differenziale tra bond greci e tedeschi vola oltre il 1000
per cento, e il tasso d'interesse sui bond greci decennali tocca la quota
record del 13,1 per cento. Senza aiuti, in altre parole, Atene non potrà
farcela, perché non è in grado di accollarsi i costi dei crediti necessari.
Una giornata di
passione, con la mattinata dedicata da tutti i protagonisti a far pressione sui
tedeschi, mentre le agenzie di rating continuano imperterrite a
"picconare" l'economia europea. Nel pomeriggio, Standard&Poor ha
rivisto al ribasso il rating spagnolo da "AA+" ad "AA" con
outlook negativo. L'euro è subito scivolato verso il basso.
"E'
assolutamente necessario che il governo tedesca decida rapidamente", ha
ammonito il presidente Bce Trichet in un colloquio con Schaeuble e con i
dirigenti di quasi tutti i partiti tedeschi. Strauss-Kahn ha rincarato la dose:
"La fiducia nell'euro è in gioco". Dopo quasi tre ore di colloquio,
il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble, parlando ai giornalisti insieme al
presidente Bce e al direttore Fmi, ha detto che la Germania non lascerà cadere
Atene, ed è pronta ad aiutarla, a condizione che i negoziati tra Atene, la Bce
e il Fmi avranno successo.
Nell'attesa di
dichiarazioni della cancelliera Merkel, Schaeuble ha spiegato la tabella di
marcia a tappe forzate che il governo si vuole imporre per aver ragione dei
numerosi no agli aiuti alla Grecia nei ranghi della sua stessa maggioranza.
Entro il 3 maggio, la coalizione dovrà approntare un disegno di legge. E'
pronta, a livello di decisione politica, ad aiutare gli ellenici per 8,4
miliardi di euro quest'anno, e a garantire aiuti anche nel 2011 e nel 2012. "la
stabilità dell'euro è a rischio, e la stabilità delle finanze greche è un
problema dell'Europa intera, non di Atene", ha sottolineato Schaeuble. La
condizione, hanno ricordato Trichet e Strauss-Kahn, è che la Grecia accetti le
condizioni e richieste di duro risanamento. E su questo tema emergono già le
prime difficoltà: il governo greco rifiuta la richiesta di tagli salariali nel
settore pubblico, dominante nell'economia della penisola. Europa e Fmi, secondo
il presidente dell'esecutivo europeo, il belga Herman Van Rompuy, sono pronti
ad aumentare il pacchetto di aiuti: il Fmi accrescerebbe la sua quota da 15
miliardi attuali a 25. La quota dell'Unione europea è di 30 miliardi, di cui
8,4 miliardi spettano alla Germania. Nel complesso la cifra necessaria a
salvare la Grecia sarebbe pari a 135 miliardi di euro nei tre anni.
Il governo, ha
proseguito Schaeuble, presenterà poi al Parlamento il disegno di legge, con la
richiesta di approvarlo entro venerdì 7 maggio. Merkel e Schaeuble, insieme a
Bce e Fmi, hanno fretta. Primo, perché i conti e il rating greci (con i titoli
greci degradati a 'spazzaturà da Standard & Poor) peggiorano ogni giorno e
il 19 maggio scade un'altra rata di crediti per Atene. Secondo, perché dopo le
elezioni del 9 maggio in Nordreno-Westfalia, in caso di sconfitta della
maggioranza (la Cdu di Merkel, la Csu bavarese, i liberali, cioè Fdp, del
vicecancelliere Westerwelle) umori negativi e tentazione di votare no, come
franchi tiratori, potrebbero diffondersi pericolosamente nei ranghi della
maggioranza.
Perplessità,
timori, atteggiamenti anti-greci e anti-Ue, si diffondono. Secondo un sondaggio
pubblicato oggi dall'autorevole Frankfurter Allgemeine crolla la fiducia dei
tedeschi nell'Unione europea (Ue) e nell'euro: solo il 32 per cento ha fiducia
assoluta nella moneta unica, il 45 per cento poca fiducia, il 14 per cento
nessuna. Appena 31 tedeschi su cento si fidano della Bce, che pure governa la
politica monetaria con i principi e le leggi della Bundesbank. Soltanto 20
tedeschi su cento paradossalmente sono persuasi che l'adesione alla Ue porti
vantaggi al paese, 28 su cento pensano il contrario. 28 su cento dicono sì a
un'uscita dalla Ue e il 47 per cento preferirebbe tornare dall'euro al marco,
65 su cento non vogliono aiuti alla Grecia: temono che poi Portogallo, Spagna e
Italia battano cassa.
L'allarme, e la
perplessità sulle aperture governative, si diffondono nei ranghi della
maggioranza e tra gli economisti. Un gruppo di europarlamentari governativi
tedeschi avvertono che di qui a fine 2012 Atene avrà bisogno di ben più degli
aiuti promessi dalla Ue e dal Fmi, cioè le serviranno tra 100 e 120 miliardi di
dollari. L'influente economista Hans-Werner Sinn afferma che "non riavremo
mai quei soldi, perché la Grecia non è in grado di ripagarli". La partita
continua col fiato sospeso per le sorti dell'Europa intera.
Obama.
Preoccupazione anche negli Stati Uniti. Il presidente Usa, Barack Obama,
"è molto preoccupato per la situazione finanziaria della Grecia e
l'amministrazione segue la vicenda da vicino". E' quanto riferisce un
portavoce della Casa Bianca. "Il Tesoro e le altre Agenzie sono in stretto
contatto con l'Europa in merito alla situazione del debito di Atene", ha
aggiunto. LR 28
La sfida di Angela a Bruxelles
E’ una prova di
leadership per la Germania, all’interno e verso l’esterno. Anche una prova per
la cancelliera Angela Merkel che, di fronte al precipitare della crisi
finanziaria dello Stato greco, deve dimostrare come la Germania sa mantenere
con fermezza il suo ruolo insostituibile per la stabilità non solo monetaria in
Europa. Ma senza distruttive rigidità. E sa tenere a freno i crescenti umori
anti-europei, che dilagano non solo sulla stampa cosiddetta «popolare» ma
dentro alla classe di governo. Non sarà facile per la Merkel, ma deve farcela.
Che cosa
succederebbe infatti se la Germania negasse il suo apporto all’operazione di
sostegno alla Grecia, coordinato internazionalmente, mettendo a repentaglio la
solidità della moneta comune? E’ un’ipotesi semplicemente inconcepibile.
La Merkel del
resto non pensa affatto a ritirare il suo contributo per la Grecia. Le sue
cautele nascono dalla volontà di verificare sul serio la consistenza dei
propositi greci circa le misure di risparmio e risanamento statale, che sin
dall’inizio erano tra le precondizioni dell’operazione di aiuto. Deve poter
mostrare che non si è trattato soltanto di una finzione; di un’altra «presa in
giro da parte dei greci» come pensa la stampa tedesca ostile.
Deve poter
convincere i tedeschi che la Grecia farà sul serio. Talvolta si ha
l’impressione che il vero avversario della Merkel sia la campagna elettorale in
pieno svolgimento per le importanti elezioni regionali del Nord Reno-Vestfalia.
Che cosa succederebbe se il governo si lasciasse condizionare dal ricatto degli
elettori che sono contrari ad ogni aiuto agli immeritevoli e un po’ imbroglioni
greci, mentre i buoni tedeschi devono tirare la cinghia? Siamo a questo livello
di comunicazione. Siamo a questo punto dopo tanta retorica europeista e tanta
euforia per l’euro.
Detto questo, è
fuori luogo che da noi si elevino vibrate critiche al comportamento tedesco,
ricordando passate stagioni in cui sono stati gli italiani ad essere oggetto -
da parte tedesca - di ingiusti sospetti di indegnità a far parte della moneta
europea. Diciamo pure che quella sgradevole (e non dimenticata) stagione è
stata una lezione per tutti - per gli italiani e per i tedeschi. Ma la crisi
greca di oggi si pone su un altro livello.
Quando la crisi si
presenta con i tratti anonimi del grande incontrollabile tracollo finanziario,
con l’apparizione altrettanto inquietante della «grande speculazione
internazionale», anche la politica perde l’orientamento. E’ naturale che
scattino riflessi di pura e semplice autodifesa, di chiusura verso l’esterno.
Di colpo l’Europa (nel caso della Grecia) ridiventa «esterno».
Non serve neanche
fare critica retrospettiva. E’ probabile che negli anni scorsi si sia stati
troppo imprudenti nell’allargamento facile e incontrollato dell’Unione. Quella
che sembrava lungimiranza e generosità, si è rivelata faciloneria e
irresponsabilità. Ma è stata anche incompetenza da parte di chi doveva
controllare e prendere decisioni. E’ una dimostrazione in più che la
costruzione politica dell’Europa è deficitaria.
Adesso si deve
intervenire con urgenza. In queste circostanze ci si trova davanti alla
rilevanza di fatto della Germania. E' inutile rimproverarle riluttanza o
egoismo. Se la Germania conta, è giusto considerare le sue ragioni. Se essa
deve assumersi le sue responsabilità - come qualcuno dice con una sfumatura di
rimprovero - si deve accettare che ponga qualche ragionevole condizione. La si
deve considerare quale è: una nazione leader in un’Europa senza leader. GIAN
ENRICO RUSCONI
LS 28
I tedeschi cedono. Alla Grecia aiuti per 135 miliardi
Cresce la
preoccupazione per la stabilità della zona euro, con Standard&Poor's che
taglia anche il rating della Spagna (da AA+ ad AA) dopo quello del Portogallo.
Intanto della crisi greca parlano a telefono in tarda serata il presidente
degli Statin Uniti, Barack Obama e il Cancelliere Angela Merkel. I due leader
si trovano d'accordo nel chiedere alla Grecia «azioni decise» e l'intervento
«in tempi tempestivi» del Fondo Monetario Internazionale e dell'Unione Euopea.
Un nuovo segnale
di uno sforzo comune, anche al di là dell'oceano, mentre, grazie al pressing
esercitato sulla Germania, sembra avvicinarsi l'ora dell'attivazione del piano
salva-Grecia che, con l'aggravarsi della situazione, pare destinato a
raggiungere i 100-120 miliardi di euro in tre anni. Una partita che in queste
ore non si è giocata solo tra Atene, Bruxelles e Berlino ma ha coinvolto anche
Washington.
Se da Atene,
infatti, il premier Giorgio Papandreou ha lanciato ad Ue ed Fmi l'ultimo Sos,
mettendo in guardia dai rischi di contagio per l'intera economia europea e
mondiale (ma per Bruxelles «non c'è paragone tra la situazione della Grecia e
quella di altri Paesi della zona euro»), da Berlino la cancelliera Angela
Merkel, dopo il tira e molla dei giorni scorsi, ha compiuto un'importante
apertura: «Non possiamo permettere che la Grecia diventi una nuova Lehman
Brothers». La Germania - aggiunge - «non vuole sottrarsi alle proprie
responsabilità e chiede di accelerarè i negoziati col governo greco». Intanto
il suo esecutivo, come annunciato dal ministro delle finanze, Wolfgang
Schauble, lunedì presenterà in Parlamento il provvedimento per l'erogazione di
prestiti bilaterali per 8,4 miliardi nel 2010. Dichiarazioni importanti quelle
di Schauble e della Merkel pronunciate prima (quelle del ministro) e dopo
(quelle della cancelliera) l'incontro col presidente della Bce, Jean-Claude
Trichet, e il direttore generale dell'Fmi, Dominique Strauss-Kahn, entrambi in
missione diplomatica nella capitale tedesca per convincere governo e Paramento
tedeschi ad abbandonare ogni titubanza e resistenza.
Perchè la
situazione si è talmente aggravata che non si può certo attendere le lezioni
regionali tedesche del 9 maggio per avere una decisione della Germania. E un
vertice straordinario dei leader della zona euro va convocato al più presto per
dare il via libera ai prestiti. Proprio al termine del confronto che Trichet e
Strauss-Kahn hanno avuto con i leader parlamentari tedeschi è venuta fuori la
cifra sull'ammontare complessivo del piano: tra i 100 e i 120 miliardi di euro
- avrebbe detto Strauss-Kahn secondo i partecipanti all'incontro - da prestare
alla Grecia nei prossimi tre anni, di cui due terzi dalla Ue e un terzo
dall'Fmi. Nel 2010, comunque, gli aiuti ad Atene ammonterebbero sempre a 45
miliardi di euro, di cui 30 dai prestiti bilaterali degli Stati Ue e 15 dal
Fondo monetario.
Categoricamente
esclusa da Bruxelles, invece, ogni ipotesi di ristrutturazione del debito
pubblico di Atene: «Non è un'opzione». Ufficialmente il presidente della Bce e
il direttore generale dell'Fmi non fanno cifre. Ma nelle loro parole c'è tutto
il senso dell'emergenza e dell'urgenza. «La situazione è difficile e la
rapidità delle decisioni è assolutamente essenziale», ha ammonito Trichet.
Ancor più esplicito Strauss-Kahn: «Ogni giorno perso è un giorno in cui la
situazione peggiora sempre più. È in gioco il futuro della zona euro». Anche la
Casa Bianca è preoccupata e fa sapere dal suo portavoce che l'amministrazione
Usa segue gli sviluppi da molto vicino. Del resto - dopo che le agenzie di
rating hanno declassato Atene e i suoi titoli pubblici, definendoli 'spazzaturà
- i rendimenti dei bond greci decennali sono schizzati oltre il 10% e il
differenziale col bund tedesco è salito a livelli record. Di qui l'ennesimo
appello di Papandreou a fare presto.
Ma, se da Berlino
sembrano arrivare buone notizie, ad Atene i negoziati con Commissione Ue, Bce
ed Fmi sembrano improvvisamente complicarsi, con il governo greco che si
rifiuta di prevedere nuovi tagli salariali nel 2011 e 2012, dopo quelli già
decisi per il 2010 per i dipendenti pubblici. Senza contare il congelamento
delle pensioni di tutti i lavoratori, pubblici e privati. Ulteriori tagli per
Atene rischierebbero davvero di scatenare la rivolta sociale, visto il clima
già abbastanza infuocato che ha portato nelle ultime settimane a una raffica di
scioperi e manifestazioni senza precedenti negli ultimi decenni.
Intanto, ill
premier greco Giorgio Papandreou si è incontrato oggi con i principali
sindacati dei lavoratori e i rappresentanti degli industriali per informarli
sulle nuove «dolorose misure» che il governo si prepara ad introdurre per far fronte
all'emergenza ed ottenere l'erogazione del pacchetto di aiuti Ue-Fmi. L’U 29
Roma - L’ordine
del giorno della assemblea plenaria del Cgie, iniziata martedì mattina alla
Farnesina, è saltato: dopo l’intervento del Sottosegretario Mantica – cui la
maggior parte dei consiglieri non ha assistito per protesta (vedi sotto, ndr) –
il segretario generale Elio Carozza ha invitato i colleghi ad una riflessione a
tutto tondo sul futuro del Consiglio generale all’indomani del decreto del
Consiglio dei Ministri che ha rinviato il rinnovo dei Comites - e dunque del
Cgie - entro il 2012. "Se siete d’accordo oggi si parla solo di Comites e
Cgie", dice Carozza secondo cui "dobbiamo riflettere sulla
considerazione che il sottosegretario Mantica ha del nostro ruolo, ma anche sul
nostro futuro. Sul futuro della rappresentanza voluta dal Parlamento!". I
consiglieri applaudono. Sono d’accordo. Se Carozza aveva preparato la relazione
del Comitato di Presidenza, rimane sulla carta. Le parole di Mantica bruciano
ancora: "oggi è andata peggio che mercoledì in Senato", dice ai
consiglieri che non hanno sentito l’intervento del sottosegretario.
"Nell’audizione del 21 aprile, Mantica ha detto che il Consiglio generale
è inutile, inefficace e che non serve a nulla. Oggi ce l’ha confermato. Questa
è la posizione del Governo e noi dobbiamo ripartire da qui, da un
sottosegretario che viene a dirci che qui perde tempo. Ma noi siamo convinti
che la rappresentanza degli italiani all’estero ha bisogno di contatti e
vicinanza al territorio: è questo che dobbiamo cercare di far capire al
Governo".
Rivolto ai tanti
parlamentari presenti – i deputati Bucchino, Narducci, Porta, Fedi, Picchi e
Merlo, i senatori Firrarello, Randazzo, Giordano, Fantetti e Micheloni –
Carozza li esorta a "portare queste tematiche presso i vostri gruppi
parlamentari. Vogliamo sapere cosa ne pensate".
Due le indicazioni
di Carozza: vedere se è giuridicamente possibile fermare il decreto di venerdì
scorso prima della conversione in legge; pensare al ruolo del Consiglio
Generale nell’attesa delle tanto attese elezioni per il suo rinnovo.
"Sono
scioccato da quanto detto da Mantica sul fatto che votare prima della riforma
significa prorogare una struttura inutile. Se è inutile, allora sospendetela! E
invece no: invece – prosegue il segretario generale – si dice a centinaia di
volontari, come sono i Consiglieri del Cgie e i membri del Comites, che non
servono a nulla! Questa è mancanza di rispetto sia delle persone, ma anche
della legge".
Il Consiglio
Generale, dunque, "deve confrontarsi con gli eletti all’estero per vedere
se questo decreto può essere modificato per ridare dignità ai Comites e
legittimità alla democrazia". Senza contare, aggiunge, che "se
Mantica dice che Comites e Cgie non servono, ambasciate e consolati sul
territorio avranno lo stesso atteggiamento di poca considerazione".
Per Carozza
"Mantica non ha mai permesso il dialogo: tre anni fa pensava che eravamo
inutili e non è cambiato nulla". Il segretario mostra i colleghi un
opuscolo: è del Consiglio generale dei francesi all’estero con la prefazione
del presidente Sarkozy e del Ministro degli esteri Bernard Kouchner. Legge:
“con la presenza dei deputati eletti dai francesi all’estero si rafforza il
Consiglio dei francesi all’estero che rimane la base per il dibattito".
"Questo dicono i francesi - commenta Carozza - che i parlamentari
rafforzano il Consiglio generale non che quest’ultimo è inutile".
"Venerdì
prossimo – aggiunge – rincontreremo i Consigli generali di tutta Europa in
Senato dopo due anni: nel 2008 eravamo un modello da copiare. Ora chiederemo un
Consiglio generale europeo, ma a tre giorni da quell’incontro il
Sottosegretario ci viene a dire che siamo inutili. Poteva aspettare un’altra
settimana!", argomenta criticando il tempismo di Mantica.
Tornando al
decreto del Cdm, "se passa si recidono definitivamente i rapporti con gli
italiani all’estero; il nostro dovere è fare fronte comune insieme a Comites e
parlamentari per dare una risposta costruttiva e suggerire alle istituzioni
italiane che la comunità italiana all’estero è una risorsa nei fatti non un
retaggio del passato. La mia prima proposta – aggiunge – è di anticipare le
prossime Continentali, aprendole a Comites, associazioni e giovani, oltre che
ai parlamentari. Quindi dobbiamo stilare un programma da qui a 60 giorni per il
decreto e da qui a due anni se dovesse essere convertito". Nell’attesa del
2012, dunque, il Cgie deve "rimodulare la sua funzione che ridare vita a
questa istituzione". Il rischio, d’altra parte, è grande: "arrivare
al 2012 e scoprire che non esistiamo più". (ma.cip.\aise)
Clamorosa protesta del Cgie, cha lascia l’aula durante l’intervento del
Governo
Apre l’Assemblea
plenaria del Cgie la relazione di governo del sottosegretario con delega agli
italiani nel mondo Alfredo Mantica, accolto dalla protesta dei consiglieri, che
abbandonano la sala. Ribadita la necessità di ridefinire ruolo e funzioni di Comites
e Cgie
ROMA –
Un’eloquente manifestazione di protesta accoglie la relazione del governo
effettuata dal sottosegretario al Mae con delega agli italiani nel mondo,
Alfredo Mantica, stamani all’apertura dell’assemblea plenaria del Consiglio
generale degli italiani all’estero.
La quasi totalità dei consiglieri, infatti,
non appena Mantica prende la parola, si alza ed esce dalla Sala delle
Conferenze internazionali della Farnesina in silenzio, lasciando il segretario
generale Elio Carozza, il direttore generale per gli italiani all’estero e le
politiche migratorie del Mae Carla Zuppetti e i parlamentari intervenuti quali
unici uditori dell’intervento.
Nella relazione Mantica, in sostanza,
ribadisce la messa in discussione di ruolo e funzioni del Cgie, già espressa in
più occasioni a partire dall’inizio del suo mandato istituzionale, resa in
questo caso ancora più evidente dalla decisione del rinvio delle elezioni di
Comites e Consiglio generale decretata dal Consiglio dei ministri venerdì
scorso, proprio alla vigilia di questa plenaria. Una messa in discussione
“fatta da me in quanto rappresentante del governo – sottolinea il
sottosegretario, che rileva come le manifestazioni di dissenso non
modificheranno “ciò che il governo si propone da inizio legislatura, ossia la
rivalutazione del sistema della rappresentanza degli italiani all’estero alla
luce dell’elezione dei 18 parlamentari eletti all’estero”. “Non sono il cattivo
della situazione – avverte Mantica, lasciando intendere che il percorso di
riforma intrapreso andrebbe avanti comunque, con o senza di lui quale
responsabile della delega per gli italiani nel mondo.
“Sin dal 2008, infatti, vi invitai a
riflettere su questo problema legislativo, ben presente al governo – afferma
Mantica – ossia il fatto che esistono dei parlamentari eletti all’estero, che
discutono alcuni temi con alcune prerogative, e organismi come Comites e Cgie
che chiedono di discutere dei medesimi argomenti. Per sanare questo vulnus,
attraverso una riforma del sistema della rappresentanza, nasce e si è sino ad
oggi sviluppata con coerenza un’iniziativa legislativa all’interno del
Parlamento, a cui il governo guarda con molta attenzione”.
“La riforma non si traduce nell’abolizione di
Comites e Cgie, di cui il governo non ha mai parlato, né abbiamo alcuna
intenzione di mettere in discussione il voto all’estero o l’adozione del
sistema della circoscrizione Estero - ricorda Mantica. – Pensiamo, anzi, che i
Comites vadano rafforzati in quanto rappresentanza territoriale diretta delle collettività
all’estero e ciò di cui si discute in Parlamento, insieme alla riforma dei due
organismi, riguarda piuttosto modifiche delle modalità con cui si esercita il
diritto di voto tra i connazionali residenti al di fuori dal territorio
nazionale”.
Mantica
ribadisce la necessità di rivedere l’intero sistema della rappresentanza degli
italiani all’estero, alla luce della presenza dei parlamentari eletti da questi
ultimi, e segnala che questa intenzione “non costituisce un delitto di lesa
maestà”, ponendo in primo piano il tema “della compatibilità dei poteri” e
dell’integrazione delle funzioni di parlamentari, Comites e Cgie.
Scorrendo i punti all’ordine del giorno di
questa assemblea plenaria, Mantica ribadisce che non è il Cgie la sede in cui
vengono prese decisioni in seguito a discussioni sul voto all’estero, sulla
promozione di lingua e cultura italiana nel mondo, sulla riforma di Comites e
Cgie etc. “Possiamo accordarci che questa sia una conferenza sul voto
all’estero – afferma il sottosegretario – ma le sedi in cui si discute di
questo tema sono le Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato e non
è corretto pensare che venga trasferito in sede parlamentare quello che qui si
discute, né si può pretendere dal governo la ripetizione in diverse sedi degli
argomenti già discussi in Parlamento”. “Stessa cosa vale per la rete consolare,
o per la riforma di Comites e Cgie – rileva Mantica.
Le legge sul voto all’estero, con l’adozione
della circoscrizione Estero, che “consentendo la candidatura di persone
proventi dal territorio geografico specifico di elezione, introduce un vulnus
costituzionale di cui il Parlamento ha discusso ed ha, a suo tempo, accettato –
rileva il sottosegretario, – è stata strutturata in modo tale che il
candidato eletto sia costituzionalmente espressione di quella collettività”.
Ciò introdurrebbe dunque una caratteristica dei parlamentari eletti all’estero
per Mantica difficilmente conciliabile con Comites e Cgie così come strutturati
per legge sino ad oggi.
Per Mantica il Cgie dovrebbe manifestare
disponibilità nella discussione su come riformare Comites e Cgie, una questione
oggetto di lungo dibattito “già presente sin da quando si approvò la legge sul
diritto di voto all’estero. Non credo – aggiunge - che voi stessi non vi siate
mai posti questo problema, all’indomani dell’approvazione del diritto di voto
all’estero”. Nella consapevolezza che questo argomento “mette in moto una serie
di questioni sullo stesso voto all’estero che non possono essere trascurate e che,
se non adeguatamente affrontate, rischiano di mettere a repentaglio lo stesso
voto e tutto il sistema di rappresentanza” dei connazionali all’estero.
“Il governo ritiene la riforma di Comites e
Cgie indispensabile e necessaria – prosegue Mantica – poiché per come si svolge
oggi, la plenaria non rappresenta altro che il raddoppio di un dibattito fatto
in altre sedi e che non ha qui alcuno sbocco propositivo”. “Discutere di questo
tema, secondo me, sarebbe assai più rispettoso degli interessi che voi legittimamente
rappresentate – dice il sottosegretario – né chiedervi questa riflessione mi
pare un atteggiamento proprio di chi non voglia discutere o dialogare con voi”.
Per Mantica, dunque “la discussione sui temi
di rilevanza da voi avanzati va portata in Parlamento e invito il Cgie a far
presenti queste istanze a deputati e senatori che possano farsene carico nelle
sedi in cui viene stabilita la legislazione opportuna”.
In base alle considerazioni sin qui esposte,
Mantica ritiene giustificato il decreto per il rinvio del rinnovo dei Comites
deciso dal governo: “non riteniamo di poter continuare con questo meccanismo di
rappresentanza per altri 5 anni, per cui solo una volta stabilita la riforma,
si svolgeranno le elezioni. Ed è mio auspicio che essa sia completata in tempi
brevi”.
Una motivazione che, alla luce dal dissenso
oggi manifestato, non convince i consiglieri, i quali hanno invece interpretato
il rinvio delle elezioni, deciso proprio alla vigilia della plenaria, come
indice della volontà di interrompere il dialogo e il confronto con Comites e
Cgie, espressa in modo unilaterale da parte del governo.
“Ciò che preme è, in definitiva,
stabilire il ruolo del Cgie – conclude Mantica – nella consapevolezza che al
consiglio stesso non compete il ruolo di fare conferenze di studio, quanto
quello di interlocutore privilegiato con il Parlamento, affinché in esso
vengano adottate decisioni nell’interesse delle collettività italiane
all’estero”. (Viviana Pansa – Inform)
Plenaria del Cgie. I parlamentari dell’estero: faremo la nostra parte per sostenere
Comites e Cgie
Roma - Una folta
delegazione di parlamentari, eletti all’estero e non, ha partecipato
all’apertura dei lavori dell’Assemblea plenaria del Cgie (27-29 aprile), alla
Farnesina. Il segretario generale Carozza ha dato il benvenuto ai deputati
Bucchino, Narducci, Porta, Fedi, Merlo e Picchi ed ai senatori Firrarello,
Randazzo, Giordano, Bettamio, Fantetti e Micheloni.
In Senato da poco
più di un mese, al posto di Nicola Di Girolamo, Raffaele Fantetti (Pdl) ha
debuttato in plenaria presentandosi da "ultimo arrivato" che, però,
dal 1995 si interessa, da italiano a Londra, di emigrazione professionale.
Prioritario, per lui, "sanare la crasi tra le istituzioni dell’emigrazione
che ci indebolisce tutti" per "trasmettere all’estero un’immagine di
unità di intenti". Per Fantetti "l’attività della Camera è
completamente scollegata da quella del Senato. Ecco perché serve la
Bicamerale" entità proposta da 4 anni, cioè fin dalla scorsa Legislatura,
da Mirko Tremaglia e ancora nel limbo del nulla di fatto. Il senatore ha quindi
messo in guardia dal credere che la Costituzione possa proteggere in eterno la
circoscrizione estero: "ora che il Governo intende mettervi mano,
l’occasione di modificare anche gli articoli 56 e 57 sarebbe fin troppo
ghiotta". Quindi, il senatore ha brevemente illustrato i punti cardine
della sua proposta di legge sul voto all’estero che, quanto alle modalità,
potrebbe interessare anche i Comites: "istituire l’elenco degli elettori;
limite minimo di 2 anni di residenza all’estero per i candidati; verifica della
residenza con le autorità locali; stampa e invio del materiale in Italia;
commissione elettorale di garanzia che sollevi i consoli dalle operazioni di
voto; eventuale voto elettronico da attuare anche grazie alla posta certificata
presentata ieri da Brunetta". Come senatore più giovane tra gli eletti
all’estero, Fantetti ha ribadito la sua attenzione alle nuove generazioni e
ricordato un’altra proposta di legge per "immettere nella PA italiana a
tutti i livelli giovani italiani rientrati dall’estero che, in base a dei
contratti a tempo determinato di tre anni, possano entrare nei vari uffici e
portare in Italia quanto imparato all’estero".
Deputato e
consigliere Cgie, Franco Narducci (Pd) ha definito "molto importante"
il saper "manifestare il proprio disagio per problemi sempre più
critici" e ribadita la propria "preoccupazione" per un
"Sistema Paese all’estero che subisce colpi molto pesanti".
Contrariamente a quanto sostenuto da Mantica, per Narducci "i parlamentari
hanno bisogno della rappresentanza intermedia che è il Cgie, ma questo lo
abbiamo detto milioni di volte". Il problema vero è un altro e cioè che
"da due anni manca del tutto una politica per gli italiani all’estero: non
è una critica, è un dato di fatto". Quanto alla tesi del sottosegretario
secondo cui il Cgie non vuole riformarsi, Narducci ha sostenuto che "non è
affatto vero", così come "non è vero che è necessario riformare il
voto per corrispondenza anche per i Comites perché nel 2004 fu proprio questa
modalità a riportare tanta gente a votare". Ad innescare questa discesa
libera, per Narducci è stato "l’odg di Zacchera in Commissione Esteri
quando si rinviarono le elezioni per risparmiare 2 milioni di euro da destinare
all’assistenza. È iniziato tutto da quel rinvio". Quanto al futuro, visto
che "il Parlamento è stato spogliato delle sue funzioni a colpi di
fiducia" per Narducci "è il Governo che deve darsi una politica
migratoria". Replicando a Fantetti, il deputato ha sostenuto "che non
c’è scollamento tra istituzioni", ma senz’altro c’è bisogno di unità:
"Danieli nel 2006 convocò tutti i 18 eletti all’estero affinché fossimo
uniti sui punti nodali. L’allora opposizione, oggi al Governo, rifiutò. In questa
Legislatura non c’è stata analoga iniziativa, anche se noi l’abbiamo
sollecitata più volte". Quindi, rivolto ai colleghi del Pdl, Narducci si è
chiesto: "ma come si fa a votare "sì" ai tagli? Per gli italiani
all’estero si votano gli interessi delle comunità non quelli dei partiti".
Per l’onorevole
Marco Fedi (Pd) la discussione in corso al Cgie è "utile e
necessaria" per capire "nonostante le tensioni, come orientare il
lavoro comune. Ricordo – ha aggiunto – che la rappresentanza è un progetto del
Parlamento, sede in cui è stato creato l’impianto che conosciamo. Ora, possiamo
anche rimettere in discussione tutto, ma nella consapevolezza che levando un
tassello, potrebbe cadere tutto". Come Narducci, anche Fedi ha negato che
ci sia "scollamento" e definito "inaccettabile"
l’intervento di Mantica in cui "si è parlato solo di rappresentanza e non
di tutto il resto. Il Governo non è all’altezza di ascoltare e presentare una
proposta seria su questi temi", una scelta per Fedi che potrebbe essere
anche "una strategia tesa sminuire l’impatto delle scelte fatte dal
Governo". Quindi, un richiamo alla compagine parlamentare: "dobbiamo
rappresentare al meglio ciò che siamo al Parlamento e al Paese, perché la
circoscrizione estero non è in salvo, come dice Fantetti". Quanto alla
bicamerale "non avrebbe certo un effetto migliore di questa plenaria dove
noi discutiamo con voi: mettiamo in cantiere qui le riforme". Insomma,
"dobbiamo fare tutti meglio il nostro lavoro".
Duplice lo stato
d’animo del senatore Giuseppe Firrarello (Pdl), presidente del Comitato per le
questioni degli italiani all’estero, che ha parlato di "apprensione e
fiducia", ricordando che i due anni citati dal decreto del Cdm "non
sono perentori" e che "in Parlamento si può arrivare alla riforma
velocemente e andare a votare". Quanto agli eletti all’estero si deve
"valorizzare il loro ruolo, specificandolo. Io per principio sono contro
l’abolizione di organismi esistenti ma questi – ha precisato riferendosi a
Comites e Cgie – devono avere funzioni più rispondenti alla realtà in
movimento". Ai consiglieri che hanno abbandonato la Sala durante
l’intervento di Mantica, Firrarello ha detto: "la vostra contestazione
poteva essere riflettuta: ascoltare il governo e rispondere sarebbe stata una
scelta più consona a questa assemblea".
La protesta
silenziosa ha ricevuto invece il plauso dell’onorevole Gino Bucchino (Pd) cui
non è piaciuto "né il tono né la tempistica di Mantica". Il Governo
"non ha una vera politica per gli italiani all’estero a cui riserva solo
disattenzione", atteggiamento, questo, che Bucchino riscontra "anche
in chi dovrebbe esserci vicino". Per uscire dall’impasse, "il
percorso obbligato porta alla mobilitazione immediata" per "rilanciare
la conoscenza degli italiani all’estero sia in Italia, ma anche fuori".
Dubbioso sulla bicamerale accennata da Fantetti, Bucchino ha chiesto: "ma
a cosa serve? È un percorso che abbiamo tentato: tutti abbiamo sottoscritto la
proposta di legge di Tremaglia, ma non siamo arrivati da nessuna parte".
Anche senza la bicamerale, però, gli eletti all’estero "lavorano già
insieme: alla Camera, le ultime proposte di legge, così come interpellanze e
interrogazioni sono sottoscritte da tutti". facendo un bilancio della
presenza dei 18 in Parlamento, Bucchino ha parlato di "lavoro immane e
pochissimi risultati. Obiettivo dei prossimi mesi sarà combattere contro questo
falso accanimento terapeutico che il Governo ci sta proponendo per
accompagnarci dolcemente alla morte definitiva. Noi dobbiamo opporci".
La parola è
passata quindi al senatore Claudio Micheloni (Pd); il consigliere Consiglio
prova a far alzare di nuovo i colleghi affinché abbandonino la Sala ma lo
seguono solo in 5 che poi rientrano dopo pochi minuti. "Dobbiamo
rispondere alle parole inaccettabili di Mantica", ha esordito il senatore
richiamando alcuni passaggi dell’audizione di mercoledì scorso,
"soprattutto per mancato rispetto delle istituzioni". Il decreto del
Cdm, "arrogante", è giunto come un fulmine a ciel sereno:
"nessuno sapeva niente e in Senato non se ne è parlato", ha
confermato. Micheloni ha quindi informato l’assemblea che "in diverse
occasioni s’è parlato di legare le elezioni dei Comites con quelle politiche:
ancora non sta scritto su nessuna proposta di legge, ma nelle commissioni se ne
parla". Da Mantica, ha aggiunto, "mi aspettavo altre risposte".
Quanto alla riforma che giace in Senato, "può non piacervi, ma si è fatto
un lavoro costruttivo", un lavoro bloccato prima dal caso-Di Girolamo e
poi dai roghi venezuelani. "C’è un punto – ha quindi ricordato il senatore
– su cui non transigo: il Governo deve riconoscere il peso politico dei
Comites. Se questa richiesta non passa, l’opposizione non sosterrà più la
riforma".
"Come Pd – ha
proseguito – faremo di tutto per bloccare il decreto del Cdm, ma sono
preoccupato per quello che nasconde. Credo che Mantica sia stato obbligato a
prendere certe posizioni perché ci sono cose che dicono colleghi in Parlamento
di cui non può non tenere conto. C’è chi vuole abolire i Comites, chi il Cgie,
chi i 18, chi tutti e tre. Sono mesi che dico che la riforma era l’unico modo
per salvaguardare la rappresentanza politica. E ora sta avvenendo. In
Parlamento continuerò a fare tutto il possibile, come sempre. Siamo arrivati
alla fine di un libro: o ne apriamo un altro e cominciamo a scrivere o – ha
concluso – siamo finiti".
Per Ricardo Merlo,
deputato e presidente del Maie, è "incredibile discutere sulla
sopravvivenza del Cgie. è un incubo, è assurdo pensare che il Consiglio debba
sparire, ma c’è chi tra la maggioranza l’ha proposto", ha detto
riferendosi al ddl del senatore Caselli. Merlo ha quindi chiesto ai colleghi di
Pd e Pdl di "sentire le opinioni in merito dei vostri leader, Bersani e
Berlusconi". Quanto al voto, ha aggiunto, "il Maie vuole migliorare
il meccanismo di controllo del voto per corrispondenza. Ci sono stati reati, è
vero, ma un senatore è in galera, quindi il sistema funziona". Il deputato
ha quindi invitato tutti i parlamentari all’autocritica: "da quando esistiamo,
non hanno approvato una delle nostre proposte di legge. Ora – ha aggiunto –
dobbiamo stare attenti a quello che accade all’interno della maggioranza: c’è
una corrente finiana in cui militano Tremaglia, Di Biagio, Angeli e Menia. Loro
– ha concluso – devono essere i nostri interlocutori".
Ultimo ad
intervenire, il senatore Basilio Giordano (Pdl) ha prima lodato il presidente
del Cqie Firrarello per il suo lavoro e poi espresso "disagio" per
"l’aria pesante" che si respira in plenaria. Dell’intervento di
Mantica, ha aggiunto, "ho fatto mia l’assicurazione del Governo che il
voto non è in discussione, così come non lo sono Comites e Cgie. certo – ha
riconosciuto – il decreto di venerdì scorso ci ha spiazzati tutti, ma abbiamo
60 giorni per rimediare". Rispondendo a Merlo circa l’opinione di
Berlusconi sul voto all’estero, per Giordano l’atteggiamento del premier è come
quello di "una mamma che ha messo al mondo un figlio", mentre sul
comportamento di Mantica, per il senatore "era spazientito dal vedere le
stesse facce e dal fare gli stessi discorsi".
"Riuscire a
fare del bene per gli italiani all’estero sarà merito o demerito degli eletti
all’estero. dobbiamo costruire politiche nuove – ha concluso – ispirandoci al
Presidente Berlusconi che è un grande costruttore". (m.cipollone\aise)
Plenaria Cgie. Le relazioni dei vice segretari generali Losi, Mangione e
Nardelli
Tagli alle
politiche per gli italiani all’estero, riforma degli organismi di
rappresentanza, coinvolgimento delle giovani generazioni, rete consolare e
rinnovo dei Comites: sono i principali temi trattati nei lavori delle
Commissioni continentali
ROMA – Hanno aperto la seconda giornata di
lavori dell’assemblea plenaria del Cgie, mercoledì 28 aprile, le relazioni dei
vice segretari generali che hanno fornito un breve resoconto dei temi trattati
nelle Commissioni delle diverse aree geografiche di riferimento: Europa e
Africa del Nord, Paesi anglofoni extra europei e America Latina.
Lorenzo Losi, vice segretario generale per
l’Europa e l’Africa del Nord, ha rilevato che tutti i componenti del Cgie si
confrontano ogni giorno con le collettività italiane all’estero e le istanze da
loro sollevate. Un rilievo indirizzato all’intervento del sottosegretario
Mantica che ha messo in discussione ruolo e funzione del Cgie (vedi Inform n°81
del 27 aprile: http://www.mclink.it/com/inform/art/10n08114.htm).
“Nonostante i ripetuti tagli alla risorse
finanziarie destinate alle politiche per gli italiani all’estero – ha detto
Losi – la nostra gente non è rassegnata al peggio e ci chiede di far sentire la
nostra voce; richiesta che noi abbiamo accolto, come dimostra la nostra
manifestazione di protesta ieri, all’apertura dei lavori”. “La stessa
Commissione continentale non rinuncia a farsi portavoce delle istanze provenienti
dai connazionali all’estero – ha proseguito Losi, – pur nella consapevolezza
che stiamo attraversando uno dei periodi più nefasti della storia
dell’emigrazione italiana”. Un impegno della difesa degli interessi dei
connazionali e della loro forma di rappresentanza “pur rivista e aggiornata” –
chiarisce Losi, e che si traduce nella richiesta di “un reintegro dei fondi
decurtati per l’assistenza diretta e indiretta, la tutela sanitaria, la stampa
italiana all’estero e la promozione dei corsi di lingua e cultura italiana”.
Ritorna sull’insostenibilità di un rinvio del
rinnovo dei Comites, decretato dal governo, Francisco Nardelli, vice segretario
generale per l’America meridionale, che rileva come nei lavori della
Commissione continentale della sua area di riferimento siano anche state prese
in esame le possibili conseguenze della proposta di riforma di Comites e Cgie,
attualmente giacente al Senato, sul funzionamento di questi organismi. “La
Commissione ritiene opportuno sensibilizzare i parlamentari al lavoro su questo
proposta – spiega Nardelli – in merito al mantenimento del carattere di
volontaristico di Comites e Cgie e del sistema proporzionale di elezione dei
rappresentanti, poiché più rappresentativo della complessa realtà delle
collettività italiane all’estero”. “Riteniamo irrinunciabile, inoltre, -
precisa il vice segretario – il sistema del voto per corrispondenza sino ad
oggi adottato, pur riconoscendo la necessità di miglioramenti nella sua
attuazione”. Nardelli segnala anche la difficoltà che potrebbe riscontrare il
funzionamento di un Cgie i cui componenti delle Regioni costituissero parte
integrante dello stesso “vista la difficoltà nell’organizzazione di un tavolo
di confronto con esse, così come la Conferenza Stato-Regioni e Consiglio
generale”. Stigmatizzati ancora una volta i continui tagli all’assistenza
diretta e indiretta “a danno, in particolare, della popolazione italiana più
debole”, mentre un residuo di speranza è alimentato dai giovani “che ci
chiedono di conoscere la nostra lingua e cultura – conclude Nardelli –
rendendosi disponibili ad impegnarsi e inserirsi nel mondo associativo”.
All’assemblea viene riportato anche il
messaggio inviato dal presidente dell’Intercomites Argentina Juan Carlos
Paglialunga, che protesta per il rinvio al 2012 del rinnovo dei Comitati degli
italiani all’estero e chiede al governo “di ritornare sui propri passi”,
ritirando il provvedimento.
Infine Silvana Mangione, vice segretario
generale per i Paesi anglofoni extra-europei, lamenta “lo sfilacciamento del
sistema Italia all’estero” causato dai tagli sui corsi di lingua e cultura
italiana, che nella sua area geografica di riferimento, pur con una crescita
del bacino di utenza, hanno subito un’ulteriore decurtazione. La Commissione
continentale chiede pertanto “un’approfondita verifica della gestione dei fondi
destinati all’insegnamento della lingua italiana ed una maggior flessibilità
degli interventi rispetto alla situazione di ogni Paese”.
In considerazione dei provvedimenti di
razionalizzazione sulla rete diplomatico consolare, la Commissione segnala che
“le strutture devono restare aperte laddove alle esigenze economiche legate
alla presenza di aziende italiane o investimenti all’estero si coniughino le
necessità di erogazione di servizi indispensabili ai connazionali”.
“Possibili elementi di incostituzionalità si
rilevano nella proposta di riforma di Comites e Cgie attualmente in discussione
al Senato – prosegue la Mangione, che evidenzia il paradosso di un’ipotesi di
scomparsa della rappresentanza costituita dal Cgie proprio mentre in altri
Paesi europei lo si istituisce, a testimonianza dell’insostituibilità del suo
ruolo e della sua funzione. Anche la Commissione continentale dei Paesi
anglofoni manifesta contrarietà al rinvio del rinnovo dei Comites e
chiede al Parlamento di non convertire in legge il decreto corrispondete.
Contrarietà anche sul tagli ai contributi destinati alla stampa italiana
all’estero, mentre viene auspicato “un riordino della materia capace di tener
conto anche dei nuovi mezzi di comunicazione”.
Al Cgie viene infine proposto di farsi
promotore di un apposito Comitato per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità
d’Italia presso le comunità italiane all’estero, con la finalità di coinvolgere
anche le giovani generazioni nelle manifestazioni legate ad un evento così
importante per la storia d’Italia e il sentimento d’italianità nel mondo. (Viviana
Pansa-Inform)
Mantica, un Sottosegretario che ama le “Panzer Divisionen” e disprezza gli
italiani all’estero
L’audizione del
Sottosegretario Mantica nella Commissione Affari esteri del Senato, ha messo in
luce aspetti molto preoccupanti della sua visione degli italiani all’estero,
delle rappresentanze intermedie, dei temi a lui più o meno cari e perfino del
suo carattere e approccio istituzionale. Dai resoconti passati dalle agenzie,
viene fuori che a Mantica non importa nulla di questioni quali rete Consolare,
che ha smantellato senza cercare alcun dialogo con l’opposizione, lingua e
cultura italiana, che ha praticamente azzerato, assistenza – in particolare
quella sanitaria in America latina – ridotta al lumicino, corsi di formazione
professionale, stampa e informazione, quasi costretto alla chiusura, rapporti
con i giovani, per i quali dopo la Conferenza Mondiale non ha fatto nulla.
Sembra gli
interessi solo mettere mano ai Comites e al CGIE che, nelle condizioni di cui
sopra, dovrebbero essere invece un problema secondario.
Ma soprattutto,
ciò che mi ha colpito di quell’audizione, oltre ai contenuti chiaramente espressi
dal Sottosegretario, è il tono e le parole usate nei confronti di organismi e
rappresentanti istituzionali.
Ha parlato di
Comites e CGIE, che sono gli organismi istituzionali più vicini ai cittadini
sul territorio, come di "strutture antiche che non rappresentano più
niente". Le ha inquadrate esclusivamente come un costo per lo Stato perché
"costano 5 milioni di euro l’anno per il loro funzionamento" (sic!).
Vogliamo dire che è un costo che fa ridere, soprattutto se rapportato agli sprechi
reali italiani di cui potrei fare un lungo elenco e di cui gode lo stesso
Sottosegretario senza batter ciglio?
Dunque, gli
organismi di rappresentanza di base non sono luoghi della comunità o risorse,
ma costi inutili da tagliare o, per lo meno, depotenziare il più possibile.
Inoltre, ha citato
una lettera ufficiale e formale del Segretario Generale del CGIE, Carozza,
nella quale, a nome dell’istituzione che rappresenta, chiedeva lumi sulla data
delle elezioni dei Comites, suggerendo quella del 2010 come indicato dallo
stesso Governo nel suo decreto dello scorso anno.
Mantica ha detto
che quelle elezioni si faranno solo dopo che passerà la riforma da lui
sostenuta, anche se questa dovesse passare solo nel 2011. E a questo proposito
ha affermato di aver "sempre ammirato i carristi dei Panzer
Divisionen" e che, basta dargli il tempo, "passa sul cadavere"
del Segretario Generale Carozza. Un linguaggio certamente non adatto a un
Sottosegretario e a un luogo istituzionale. Trattando con tale disprezzo una persona,
Carozza, si disprezza palesemente anche l’istituzione che essa rappresenta e i
cittadini italiani che è chiamata a rappresentare dallo Stato italiano. Come se
avesse detto che passa sul cadavere del CGIE e degli italiani che questa
istituzione rappresenta. Cosa ancor più grave se si considera che – mi sono
andato a cercare la lettera del Segretario Generale – dal CGIE era stata fatta
una richiesta politicamente e formalmente rispettosa sia del Sottosegretario
che del suo Ufficio e in nessun caso erano stati utilizzati i toni che Mantica
ha lasciato intendere ai senatori della Commissione Affari Esteri, che non
erano a conoscenza della lettera da lui citata.
Sono convinto che
un alto rappresentante istituzionale non possa permettersi di trattare il mondo
che lui stesso rappresenta o di cui è interlocutore diretto con tale disprezzo,
arroganza e disinteresse. In questo caso significa avere disprezzo, arroganza e
disinteresse nei confronti di milioni di italiani nel mondo. Non è consentito
nemmeno al loro Sottosegretario.
Eugenio Marino,
responsabile italiani nel mondo del Pd
Il responsabile
del PdL per il settore Italini nel Mondo On. Aldo Di Biagio valuta le recenti
vicende del partito, i suoi primi 12 mesi di gestione del comparto e risponde a
quanti hanno chiesto le sue dimissioni per essersi schierato don Fini
Cari amici e
referenti, in questi ultimi giorni si stanno avvicendando in un groviglio di
frasi, agenzie e comunicati dichiarazioni in cui inviti alle dimissioni,
attacchi e bilanci di gestione non sono stati risparmiati neanche per il
settore Italiani nel Mondo del PdL.
Come molti di voi
hanno dimostrato di condividere, è piuttosto facile nella confusione gettare
una lancia per difendersi o per meglio posizionarsi, ma – a chi ha inteso
muoversi in questo modo – invito alla riflessione e alla lucidità politica.
Come ho già avuto
modo di evidenziare, ciò che si è svolto lo scorso giovedì
22 aprile in occasione della Direzione Nazionale è stato un
importante momento di confronto democratico, in cui alcune idee, sebbene
portate avanti da un gruppo minoritario sono state esplicitate, chiarite e
spiegate per farne comprendere la ratio, e ritengo che l’appartenere a quel
gruppo non voglia dire né rinnegare il Popolo della Libertà, né tanto meno il
suo leader e di conseguenza non si configuri come rigettare le responsabilità
conferite dal partito stesso.
Il gruppo di c.d.
pretoriani, come simpaticamente una certa stampa ha voluto etichettarci, non ha
mai inteso creare una faglia all’interno del Popolo della Libertà, né
abbandonarsi al correntismo o alla definizione di un PdL nel PdL.
Tutti gli aspetti
di criticità che sembrano aver funto da accompagno a queste recenti vicende
politiche e che a tal riguardo sono stati fatti emergere, fanno riferimento ad
un polverone mediatico che troppo spesso ambisce a sostituirsi ai fatti della
politica ma che in realtà niente ha a che vedere con il futuro e le
progettualità di chi nella politica vive e lavora.
Come in ogni
pensatoio politico o culturale che si rispetti si consuma uno scambio di
battute, seppur in maniera animata: una parte – seppur piccola- ha voluto porre
al centro dell’attenzione dell’intero gruppo semplicemente dei problemi
meritevoli di essere considerati prioritari nell’agenda di Governo. Ed ha
voluto invitare l’intero partito a riflettere verso cosa ci si sta dirigendo,
sotto il profilo programmatico, politico e sociale, invitando alla lungimiranza
e alla progettualità di vasto respiro.
Non un invito alla
lacerazione o alla frammentazione partitica. Non mi sembra che ci si sia mai
trovati dinanzi a queste evidenze nell’ultima settimana.
La fantapolitica
lasciamola agli editorialisti.
Può capitare che
nella concitazione degli eventi, nell’incombenza di una crisi economica in cui
tocca elaborare delle adeguate exit strategy senza tralasciare i grandi
progetti di riforma, si rischia talvolta di perdere le linee guida della’azione
che si era preventivata.
Proprio in questa
ottica che bisognerebbe guardare a questi momenti di riflessione con spirito
costruttivo e non demolitorio come molti sono corsi a fare.
Senza correre
nella facile semplificazione del ritorno al passato e della dicotomia Forza
Italia ed An che risulta anacronistica e priva di alcun tipo di fondamento.
Ci dovrebbe solo
far riflettere il fatto che in questo gruppo di riflessione che sta seguendo
con attenzione gli spunti analitici del Presidente della Camera, sono confluiti
referenti politici che non provengono dalla storia di An, che non hanno
condiviso il percorso evolutivo di quello che era uno dei partiti cofondatori
del Pdl.
Questi referenti,
insieme all’intero gruppo dei c.d finiani hanno trovato opportuno e necessario
mettere al centro della programmazione i problemi dell’Italia, o per lo meno
quelli che necessitano di maggiore urgenza, mettendo magari da parte per un
attimo ad esempio l’ossessiva riforma del federalismo fiscale che non poche
criticità di riassetto organizzativo potrebbe comportare sul breve periodo al
nostro Paese.
Non a caso questo
aspetto è foriero di tutta una serie di riflessioni: l’esagerato ripiegamento
strategico elettorale del nostro Partito sulla Lega, la perdita di vista dei
valori fondanti ed inderogabili che hanno condotto alla nascita del partito e
soprattutto l’assenza di una progettualità futura mirata a costruire nel
medio-lungo periodo un percorso nuovo per il nostro Paese.
Sottolineare con
la forza della propria voce e dinanzi alla platea della dirigenza del partito
di cui si è parte e che si è contribuito a costruire propria il momentaneo
smarrimento delle linee guida programmatiche del partito va da se che non può
coincidere con il ripudio del partito stesso o con il rinnegamento del proprio
leader.
Mancherebbe di
logica.
E soprattutto non
si può inquadrare in questo modo, la mancata sottoscrizione da parte del gruppo
dei finiani del documento conclusivo dell’Ufficio di dirigenza nazionale del
PdL.
In questo
documento seppur siano condivisibili molti aspetti in esso tracciati, risulta
poco consono il richiamo ad una leadership forte, quasi a vessillo dello stesso
partito.
Sembra venir meno
la definizione del tessuto del partito, quella struttura che ha contribuito a
definirlo a plasmarlo in questi mesi lasciando emergere una visione di PdL come
osmosi tra leader e popolo. In questa immagine dove sarebbe finito il partito?
I quadri, i dirigenti, i settori e gli
amministratori locali?
Crediamo in un
leadership che deve e ha la forza di essere un riferimento imprescindibile per
la strutturazione di un partito, ma non un baluardo che rischia di schiacciare
tutto il resto.
Non sempre la
salvaguardia indiscriminata di una forte leadership all’interno di una
struttura o di una realtà lascia spazio al dialogo e all’armonia democratica.
Ed i fatti di questi giorni stanno evidenziando proprio questo.
Alla luce di
questi aspetti che voglio ribadire il mio sincero invito alla calma perché è
facile alzare la voce quando tutti urlano ma è saggio restare in silenzio a
comprendere cosa quelle “urla” vogliono rappresentare, per capire quali possono
essere i prossimi passi da fare nel nostro partito e nel nostro settore.
Proprio a tal riguardo
non nascondo ancora una volta le criticità che hanno condizionato questi primi
12 mesi di gestione del settore Italiani nel Mondo: in particolare la mancanza
di attenzione ed il labile interesse che hanno accompagnato il percorso di
organizzazione del comparto. Al mio entusiasmo, alla voglia di fare ed
organizzare un settore nuovo e propositivo si è sempre contrapposta un sorta di
mal celata noncuranza da parte del Coordinamento che ha realmente complicato la
già abbondante mole di lavoro nelle nostre mani. Non possiamo trascurare queste
evidenze, che non ho paura ad ammettere che sono sotto gli occhi di tutti, o
almeno di chi segue il mio operato nel PdL.
In considerazione
di questo trattamento certamente poco preferenziale che è stato riservato
all’organizzazione del nostro settore, sarò pronto eventualmente ad accogliere
una richiesta ufficiale di dimissione dal ruolo di responsabile Italiani nel
Mondo, qualora questa dovesse essere formulata dal partito.
Anche in
considerazione di tali non trascurabili aspetti che posso dirvi che non ci
troviamo dinanzi ad un fenomeno di incoerenza politica o rinnegamento
ideologico da parte di un responsabile di settore, ma semplicemente dinanzi ad
un momento di approfondimento politico e programmatico, che è opportuno che vi
sia per far crescere il partito ed il paese. Proprio se si considera questa
come opportunità, emerge chiara l’esigenza di rimanere uniti in un momento così
complesso senza vedere in questo una contrapposizione tra chi era di An e chi
era di FI, - così come alcuni mediocri lettori della politica contemporanea
continuano a fare – ma piuttosto come un’occasione per rivedere alcuni punti e
alcune criticità tutte interne al PdL.
Credo che da
questi momenti di crescita sia possibile trarre nuovi spunti e nuove energie
per il partito e per il suo programma, ma bisogna avere la lungimiranza di
crederci e non mollare al primo colpo, perché si è usciti fuori dal gregge i
perché non si è risposto all’unisono.
Non comprendere
questi aspetti equivale a dire – ahimè – che ci sfuggono le primarie regole
dell’agire democratico.
On. Aldo Di Biagio
(de.it.press)
Roma - Una
rumorosa protesta contro il dimezzamento dei contributi governativi ma anche la
ricerca di nuove “vie di sostentamento”: sono solo due delle proposte emerse
durante il dibattito che ha chiuso, il 24 aprile a Roma, nella sede del Centro
Studi Emigrazione, il 5° Congresso della Federazione Unitaria della Stampa
Italiana all'estero (Fusie).
I vari soci della
Federazione, tra questi direttori di agenzie, giornali, riviste, programmi
radiofonici, ecc, hanno mostrato di avere una visione in larga parte condivisa
sul da farsi e su come dovrà lavorare la Fusie nei prossimi mesi. Dai loro
interventi una denuncia “corale” verso tutte le “politiche di indebolimento”
che il governo sta attuando nei vari capitoli degli italiani all'estero. Allo
stesso tempo, la presa di coscienza del fatto che il settore dell'informazione
italiana all'estero, unito ed organizzato, possa diventare una grande potenza
mediatica in grado di farsi rispettare e riprendersi i propri diritti.
“Ieri il Consiglio
dei Ministri ha approvato vari decreti fra i quali uno che dice che l'elezione
Comites e Cgie verranno prorogate di altri 2 anni“, ha esordito il direttore de
L'Italiano Gian Luigi Ferretti. “Questo significa la morte per inerzia degli
organismi rappresentativi degli italiani all'estero ed è indicativo della
volontà diffusa di tirare una riga sopra il mondo dell'emigrazione e dunque
anche al mondo della stampa italiana all'estero”. Una visione analoga è quella
di Lauricella, presidente Usef e direttore di Emigrazione Sicilia, secondo cui
“tira vento cattivo e non c'è nessuno che soffia controvento”. Nel suo
intervento Lauricella ha richiamato all'unità i parlamentari eletti all'estero
affermando inoltre che “non può esistere una stampa italiana all'estero che non
sia sovvenzionata” considerando che il discorso per le testate che operano
all'estero “è diverso rispetto a quelle in Italia”. Lauricella ha poi definito
la decurtazione dei contributi alla stampa con effetto retroattivo come un
“atto delinquenziale”.
Secondo Luciano
Luciani, presidente IFS e direttore di Oltreoceano, la Fusie deve ora “aprirsi
al nuovo mondo più ampio e ai nuovi meccanismi informatici nonché allargare la
sua base associativa. Questo”, ha detto, “determinerà un rafforzamento”.
L'indebolimento attuale, per Luciani, “non può però essere solo attribuito al
Governo. Molti problemi nascono infatti dall'interno: i parlamentari, ad
esempio, si sentono autoreferenziali. Dobbiamo lavorare per restare uniti e
creare rete una permanente”, ha concluso.
“I diritti non si
chiedono ma si esercitano”: di questo è convinto Giuseppe Paratore, giornalista
del programma di radio Semanario Italiano, che ha aggiunto: “noi stampa
italiana all'estero siamo colpevoli di ciò che sta succedendo perché non
abbiamo saputo difendere il nostro diritto. La strada fino ad ora è sbagliata:
dobbiamo potenziare la Fusie e protestare, dobbiamo esigere, non chiedere”.
I tagli alla
stampa sono visti in modo “drammatico” anche da Mauro Montanari, direttore a
Francoforte del Corriere d'Italia, che ha spiegato: “per le testate all'estero
è difficile trovare fonti di pubblicità; chi conosce la nostra emigrazione sa
che il giornale è letto ma spesso non viene comprato e questi tagli avranno
come unica conseguenza la chiusura di molti giornali”. Dalla nuova Fusie, ha
commentato Montanari, mi aspetto dunque un “segnale di discontinuità”
attraverso una “nuova capacità di dialogo e di protesta, di movimento e
mobilitazione”. Dal direttore del Corriere d'Italia anche l'appello “ad unirsi”
per dare “una forte immagine mediatica” a tutto il settore della stampa
italiana all'estero.
“Siamo arrivati a
un punto in cui non ce la facciamo più”, ha poi dichiarato Alessandro Cario,
direttore de L'Eco d'Italia, sempre in merito alla decurtazione dei contributi.
È importante ora avere una Fusie forte, ha spiegato Cario, soprattutto
attraverso “un presidente con un consenso generale” e la “formazione di
commissioni” all'interno della Federazione stessa.
Nel corso del
dibattito ha preso la parola anche Franco Santellocco, fondatore del periodico
La Voce - Giornale degli Italiani all'Estero, secondo cui ormai “le stagioni
sono cambiate”. “Che non ci siano più contributi lo sappiamo. Dobbiamo
guardarci attorno e capire che servizio la Fusie e le testate possono ancora
dare”. Prendendo atto “che si sta andando verso uno stato federale”, per
Santellocco “la Fusie dovrebbe essere in contante contatto proprio con le
Regioni italiane, che avranno sempre più fondi”. A sostenere la stampa
potrebbero essere anche “gli industriali all'estero”. La Fusie, ha osservato
Santellocco, “deve essere ridisegnata secondo quello che sono le realtà nuove,
deve operare attraverso commissioni tematiche di lavoro come “industria, cultura,
formazione” e dovrebbe avere anche un sito internet. Questa”, ha concluso, “è
la futura mappatura della Fusie”.
Il direttore de La
Voce del Popolo, Silvio Forza, ha poi evidenziato la necessità di “far
scaturire una mozione di protesta contro i tagli” e, al tempo stesso, di
lasciare spazio alla “fantasia creativa” per individuare “nuovi meccanismi di
finanziamento”. È importante, per Forza, mettere a fuoco i vari settori “in cui
la presenza dell'emigrazione è importante anche dal punto di vista economico”
in modo tale da poter sostenere la stampa italiana all'estero.
“I tagli ci
costringono a trovare vie diverse”, ha replicato Vitaliano Vita, direttore del
periodico venezuelano Pagine e di italiani-allestero.com. La stampa italiana
all'estero è “di pubblico interesse e pubblica utilità” e ha bisogno di
“autonomia”. “Esistono fonti alle quali ci dobbiamo rivolgere con diritto”, ha
aggiunto, “cominciamo dalle Regioni che, per diritto, devono assistere i
cittadini iscritti all'aire anche dal punto di vista sociale e culturale. Nel
mondo abbiamo oltre 170 testate, siamo tanti e ci dobbiamo rendere conto che
abbiamo un grande potere verso l'Italia. La Fusie”, ha concluso, “deve avere un
programma chiaro, allargare l'esecutivo e riunirsi una volta ogni 6 mesi”.
Per Maurizio
Tomasi, direttore del mensile Trentini nel Mondo, visto che non viene compresa
l'importanza dell'informazione italiana all'estero “non bisogna fidarsi di
nessuno” e bisogna iniziare ad essere indipendenti da tutti. “Stringiamo le
fila, facciamo un coro intonato, creiamo una rete di informazione all'interno
della nuova Fusie, anche attraverso un sito web”.
Puntare sulla
qualità e sul volontariato: questo è quanto intende fare Riccardo Masini,
direttore del mensile Trevisani nel Mondo, in questo periodo di “disagio” in
cui non bisogna però “mai parlare di morte della stampa italiana all'estero”.
Per Gennaro Maria Amoruso, direttore di Calabria Mondo, l'impegno va ora
rivolto alle “nuove emigrazioni”, la Fusie “deve capire che la stagione dei finanziamenti
governativi è finita per tantissimi motivi” e deve dunque “trovare nuovi modi
di sostentamento” anche rivolgendosi, tra gli altri, al libero mercato.
“La nostra è
un'informazione di nicchia basata sulla cultura ”, ha poi sottolineato Domenico
Azzia, presidente di Sicilia Mondo. “La Fusie dovrebbe iniziare a muovere
contatti con il Ministero della Cultura perché siamo portatori della cultura
nel mondo. Dobbiamo però scegliere anche una linea indipendente ed essere
aggressivi e rabbiosi in questa fase di emergenza. La Fusie deve inventare il
modo di trovare nuove le risorse e le capacità per fare questo ci sono”.
D'accordo con
quanto detto nel corso del dibattito anche il presidente della Fusie uscente,
Domenico De Sossi, che ha però messo in guardia: “la proposte emerse vanno
seguite ma il recupero degli stanziamenti tagliati è una strada che va
doverosamente seguita. Dobbiamo recuperare ciò che ci è stato “carognescamente”
tolto e la Fusie”, ha concluso, “non deve indugiare in questa sua posizione di
protesta”. Tommaso Sampaolo, aise
Il dialogo italo-tedesco. Siamo al punto più basso?
Egregio Sig.
Bassanelli, sicuramente avrà già sentito di Gian Enrico Rusconi secondo il
quale le relazioni fra l’Italia e la Germania si trovano in stato di una “lenta
alienazione”. È vero che gli italiani ammirano l’atteggiamento politico e la
pragmatica dei tedeschi, però non agiscono di conseguenza alle loro
dichiarazioni. I tedeschi invece pensano che il loro vicino meridionale sia
molto simpatico e studiano con predilezione la cultura e la storia italiana, ma
non lo prendono sul serio in senso politico.
Corrisponde
veramente ai fatti che le relazioni italo-tedesche si trovino al loro livello
più basso?
In realtà, la
Germania e l’Italia hanno molto di più in comune di quanto possa sembrare a
prima vista: Una storia simile, la creazione di istituzioni congiunte
nell?ambito della integrazione europea, due generazioni giovani piene di
aspettative per il loro futuro – tutto questo è un fondamento per un fattibile
legame di confidenza.
Innanzi tutto,
quando tedeschi ed italiani riuniscono il loro potenziale è possibile creare grandi concetti importanti – com?è
successo nel Trattato di Roma, ma anche per quanto riguarda il futuro dell’Europa.
La Fondazione Konrad
Adenauer a Roma si è prefissata come obiettivo principale l’attiva promozione
di questo rapporto e ha fondato un online forum per promuovere il dialogo
italo-tedesco.
In 30 articoli si
trovano pensieri di esperti su stato e politica, educazione e scienza, economia
e sociale come anche cultura e civiltà – sempre nelle prospettive di entrambi
paesi.
Il grande valore
del progetto si dimostra anche attraverso l?appoggio energico dell’ambasciatore
tedesco in Italia, Michael Steiner, e il suo collega italiano a Berlino,
Michele Valensise. Siamo molto lieti che abbiano assunto il patronato del
nostro progetto.
Ho il piacere di
invitarLa a partecipare a questo dialogo, ad informarsi e ad aiutarci nello
sviluppo continuo del nostro progetto. www.culturepolitiche.it.
Wilhelm
Staudacher, de.it.press
A Francoforte in arrivo il “Il battello della Poesia”
In dirittura
d’arrivo a Francoforte la Terza Edizione del Festival della Poesia Europea, che
avrà luogo il 6-8 maggio, a cura della giornalista e scrittrice Marcella
Continanza
Francoforte. La
terza edizione del Festival della Poesia Europea che avrà luogo a Francoforte
sul Meno dal 6 all’8 maggio 2010, con il patrocinio del sindaco del comune di
Francoforte Petra Roth, presenta alcune novità. L’ideatrice e direttrice
artistica Marcella Continanza ce ne parla a cena all’Atelier, noto ristorante
francofortese con alcune collaboratrici del team organizzativo
dell’Associazione Donne e Poesia - Isabella Morra che lo promuove. Sarà la
poeta Martina Weber, al Table Café del Museo Schirn Kunsthalle giovedì 6 maggio
alle ore 11, ad aprire gli incontri “Caffè col poeta”. La Weber, nata a
Mannheim vive a Francoforte. Le sue liriche sono apparse su riviste letterarie
e antologie. In serata, nella Libreria Internazionale Südseite, alle ore 19, un
recital poetico musicale: omaggio alla Grecia. Il poeta Hartmut Bart Engelbart
e gli attori Manuela Hoschwitz e Michelangelo Ragni, intervallati dalla musica
del chitarrista e cantante Jorgos Tachtatzis leggeranno poesie di Jannis
Ritsos, G. Seferis e Titos Patrikios.
Si salirà su un
battello che parte dall’Eiserner Steg Mainkai il 7 maggio alle ore 14, con
libri di poesia e poeti che leggeranno i loro versi. Un progetto innovativo e
suggestivo. Con “Il battello della Poesia”, che ha già ricevuto un’accoglienza
molto positiva, si vuole creare un rapporto autentico tra il lettore e il poeta
avvalendosi dall’atmosfera coinvolgente offerta dallo scorrere del fiume.
È un vecchio sogno
della Continanza questo del “battello” che originariamente era dedicato alle
favole. Nato infatti negli anni novanta, quando Marcella Continanza organizzava
mostre sul libro per ragazzi, si realizza ora con “il battello della poesia”.
La poesia conquista ancora più spazio e non solo nei luoghi storici della
città.
Infine l’8 maggio
alle ore 19, l’ultima manifestazione “Poeti dell’Europa” nella Plenarsaal del
Römer. Protagonisti assoluti Kurt Drawert, Paolo Ruffilli, Haris Vlavianos,
Brane Mozeti? poeti famosi a livello internazionale.
La Dr. Renate
Sterzel darà loro il benvenuto da parte della città, a cui seguirà il saluto
della Console generale greca di Francoforte, signora Stavroula Frangeyanni
Matthieu. Presenterà i poeti la Dr. Cristina Giaimo dell’Università di
Francoforte. L’intervento critico è affidato alla Dr. Anna Maria Arrighetti
dell’Università di Mainz e Trier. L’attrice Alison Paule Rippier riproporrà le
poesie in tedesco accompagnata dall’arpa di Merle Meyer.
Serata
interessante, piena di contenuti e di presenze di spessore. Come scrive il
poeta Dante Maffia “Poeti dell’Europa” offre un panorama di ciò che si produce
nell’antico continente «un coro di voci diverse che trovano la sintesi in una
sola voce, di volta in volta. Ogni identità e ogni diversità s’innestano e
diventano un vento caldo che è a un tempo europeo e africano e si diffonde
ovunque».
Gli autori ospiti
alla serata “Poeti dell’Europa” dell’8 maggio
Kurt Drawert, nato
a Hennigsdorg/Brandeburgo nel 1956 vive a Darmstadt. Scrittore, poeta e
drammaturgo. Tra i più importanti nomi della letteratura tedesca, ha ricevuto
diversi premi. Tra le sue opere: “Privateigentum”
(1990), “Wo es war” (1996), “Frühjahrskollektion” (2002), “Spiegelland. Ein
deutscher Monolog” (1993), “Rückseiten der Herrlichkeit. Texte und Kontexte“
(2001), „Ich hielt meinen Schatten für einen andern und grüßte“ (2008)
Paolo Ruffilli,
nato al Rieti nel 1949 vive a Treviso. Tra le opere pubblicate segnaliamo “Le
stanze del cielo” (2008), “Piccola colazione” (1997), “Diario di Normandia”
(1990), “Camera oscura” (1992), “Nuvole” (1995) e “La gioia e il lutto” (2001)
e un libro di racconti “Preparativi per la partenza” (2003). È autore della
biografia “Una vita di Ippolito Nievo” (1991) e di “Vita, amori e meraviglie
del signor Carlo Goldoni” (1993). Traduzioni in tedesco delle sue opere sono
state pubblicate dall’editore “Im Wald”.
Haris Vlavianos,
nato a Roma nel 1957 da genitori greci, vive ad Atene dove insegna
all’”American College”. È direttore della rivista letteraria “Polis” e
traduttore di alcuni poeti americani. Sue opere: “Schlafwandeln” (1983),
“Wundenverkäufer” (1985), “Redensart” (1986), “Unerbitterlicher Widerruf”
(1989), “Die Sehnsucht nach den Himmel” (1991), “Adien” (1996), “Der Engel der
Geschichte” (1999), “Der andere Ort” (1993) e “Britannica”
(2004) raccolte di
aforismi.
Brane Mozeti?,
nato a Lubiana nel 1958 è una delle voci più interessanti della letteratura
slava. Narratore, saggista e traduttore. In poesia ha pubblicato: “Biancaneve e
i sette nani” (1976), “Soledades”
(1978), “Canti e danze” (1982), “Contatti azzurri” (1986), “Scongiuri” (1987),
“La rete” (1989), “Obsedenost/Obsession” (1991), “Poesie per i sogni morti”
(1995), “Farfalle” (2000), “Parole che
bruciano” (2002). Loredana Arcadia, De.it.press
Saarland. Il Presidente Müller “deluso” per la chiusura del Consolato
italiano
Saarbrücken: Il
Ministro Presidente del Saarland Peter Müller ha dichiarato, in occasione della
visita dell’Ambasciatore d’Italia Michele Valensise, di essere „deluso“ della
prevista chiusura per il primo luglio del Consolato italiano a Saarbrücken.
Dalla Cancelleria di Stato si apprende che Müller, durante l’incontro, “ha
chiarito che avrebbe preferito una soluzione continuativa con il mantenimento
dell’intero Consolato” rispetto alla soluzione ora prospettata di aprire uno
“sportello consolare” con tre impiegati. Al Consolato erano assegnati sino ad
ora circa una dozzina di funzionari. Il Governo del Saarland, secondo Müller,
si è adoperato intensamente per il mantenimento del Consolato. Müller aveva
addirittura messo a disposizione i locali gratuiti all’interno della
Cancelleria di Stato. Il rappresentante eletto degli italiani in Saarland,
Giovanni Di Rosa, ha dichiarato al nostro giornale di essere convinto che lo
“sportello” sarà ubicato nei locali dell’attuale Consolato nella
Johannisstrasse. Contrariamente a quanto deciso per la capitale del Land
Saarbrücken, il governo Berlusconi ha optato per il pieno mantenimento delle
rappresentanze consolari in Friburgo e
Wolfsburg. (Traduzione dal Saarbrücker Zeitung del 28 aprile)
Norimberga. L’insegnante Giovanni Ardizzone il nuovo presidente del Comites
Norimberga - Lo
scorso 17 aprile si è tenuta a Norimberga un'assemblea straordinaria del
Comites, presieduta dal vicepresidente Domenico Capasso, indetta principalmente
per eleggere un nuovo presidente a seguito delle dimissioni, per motivi
personali e professionali, dell'attuale presidente in carica, Stefano Palombo.
Dopo la lettura e
l’approvazione dell'ultimo verbale e un dibattito sereno e costruttivo su
alcuni argomenti interni, si è passati al secondo punto all'ordine del giorno
relativo all'elezione delle cariche vacanti.
L'assemblea ha
accettato la richiesta di dimissioni di Palombo. Dopodiché è iniziata la
discussione sulle candidature alla presidenza, avvenuta in un clima di
rispetto, senza sterili e inutili polemiche. Con questo rinato spirito
costruttivo i membri presenti hanno proceduto all'elezione del nuovo
presidente, che è risultato essere l’insegnante Giovanni Ardizzone della lista
"Alleanza Unterfranken", eletto a grande maggioranza.
Si è proseguito,
votando Lucio Albanese della lista "CTIM", come nuovo segretario.
Nell'Esecutivo è stato eletto, inoltre, il signor Pasquale Marolda (lista
CTIM), mentre gli altri membri venivano confermati nelle loro cariche.
Il presidente
Ardizzone, ringraziando per la fiducia dimostrata, ha assicurato il suo massimo
impegno e la sua collaborazione – in primis – con tutti i membri del Comites
stesso, poi con tutte le associazioni e le istituzioni per affrontare meglio i
problemi attuali del Comitato, in modo specifico la ricerca di una nuova sede
più consona alle nostre scarse finanze. Il neo presidente ha indicato tra le
sue priorità l’attenzione alla chiusura del Consolato ed alla susseguente
apertura di una Agenzia consolare che, insieme all’introduzione delle nuove
norme riguardanti l’apposizione delle impronte digitali nei passaporti,
comporterà sicuramente dei mutamenti per la comunità, i cui problemi saranno
oggetto di un'attenzione particolare da parte del Comites. (aise)
Cultura italiana a Stoccarda. Questa sera in duomo il Coro Polifonico
Farnesiano di Piacenza
Stoccarda. In
questi giorni l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda sta proponendo alcuni
importanti appuntamenti con la cultura italiana, ad iniziare dal ciclo di
conferenze, organizzato in collaborazione con il Centro Studi Italia
dell’Università di Stoccarda, “Il
Vesuvio nello specchio di letteratura ed arte” di martedì 27 aprile alla
Biblioteca Comunale di Stoccarda, nello storico edificio del Wilhelmspalais, ha
visto la conferenza del professor Dieter Richter “Il Vesuvio. Bellezza e
spavento di una montagna”. Dieter Richter, professore di storia della
letteratura all’Università di Brema e grande conoscitore del Golfo di Napoli,
ha descritto la storia culturale di un vulcano che da secoli spaventa e
affascina al tempo stesso. Il ciclo proseguirà giovedì 6 maggio con la
conferenza del professor Winfried Wehle dell’Università di Eichstätt intitolata
“Il Vesuvio: un evento linguistico” dedicata alle descrizioni di alcune celebri
ascese del Vesuvio nell’ambito del viaggio di educazione settecentesco, il
cosiddetto Grand Tour.
Mercoledì 28
aprile, in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Stoccarda, era in
programma, sempre alla Biblioteca Comunale di Stoccarda, la serata “Donne,
musica e poesia”. Il recital dell’affermata pianista e slavista toscana Chiara
Piomboni ha invitato a un viaggio nel mondo musicale e poetico femminile tra
Italia, Germania e Russia. In programma c’erano tra l’altro due Romanze di
Respighi su testi di Ada Negri e alcuni Lieder di Clara Schumann e Fanny
Mendelssohn. Sabato 9 maggio invece, nel quadro del Neckar Musikfestival, si
esibirà nella sala Jugendstil di Weinsberg il Duo pianistico italiano, composto
da Mariarita Pellitteri e Giuseppe di Nucci, che presenterà un repertorio di
brani pianistici a quattro mani dell’Ottocento.
Sempre in ambito
musicale si segnala il concerto di beneficenza per le vittime del terremoto ad
Haiti proposto dall’Associazione Italo-Tedesca di Reutlingen in collaborazione
con l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda e l’Associazione Emilia-Romagna
di Stoccarda. Oggi venerdì 30 aprile, alle ore 20,00, nel Duomo di Stoccarda (Könistr. 20) il Coro
Polifonico Farnesiano di Piacenza proporrà pezzi per coro e organo dal
Cinquecento, con brani di Giovanni da Palestrina e Claudio Monteverdi, al
Novecento.
Per quanto
riguarda la promozione della lingua e della letteratura italiana, particolare
rilievo assume la Giornata della traduzione organizzata in collaborazione con
il Centro Studi Italia dell’Università di Stoccarda. Venerdì 7 maggio la
traduttrice Francesca Ricci discuterà con gli studienti dell’Università di
Stoccarda brani tratti dalle sue traduzioni di classici della letteratura
tedesca. Sarà poi la volta dell’incontro di uno scrittore italiano con la sua
traduttrice tedesca: Gaetano Cappelli e Sylvia Höfer si confronteranno con gli
studenti sulla traduzione di un romanzo impegnativo come "Parenti
Lontani", del 2000, appena pubblicato in tedesco dalla casa editrice
Bertelsmann con il titiolo "Ferne Verwandte". In serata Gaetano
Cappelli incontrerà il pubblico alla Biblioteca Universitaria di Stoccarda, la
moderazione del reading è affidata Maike Albath, critico letterario e grande
esperta di letteratura italiana contemporanea. De.it.press
Premiate ad Hannover le 18 Camere di Commercio Italiane in Europa
Gli organizzatori
dell’Hannover Messe hanno assegnato alla rete camerale il “b2fair Business
Awards 2010” come miglior partner dell’evento
Hannover - Si è
conclusa venerdì 23 aprile l’edizione 2010 della Fiera di Hannover, dove
l’Italia ha partecipato in qualità di Paese Partner. Nell’ambito del salone nel
quale si sono concentrate in un’unica sede 8 fiere leader internazionali
(Industrial Automation, Digital Factory, Industrial Supply, Coil Technica,
Micronanotec, Mobilitec, Research & Technology, Energy e Power Plant
Technology), si è svolto anche il “b2fair Matchmaking Event”, la borsa
trasversale della cooperazione volta a creare incontri professionali
multisettoriali offrendo alle imprese partecipanti un modo efficace, rapido ed
economico per sviluppare rapporti commerciali con imprese internazionali.
All’interno
dell’imponente complesso fieristico di Hannover, che si estende su una
superficie espositiva di 224.800 metri quadrati, due sono stati gli spazi per
gli incontri tra imprese nell’ambito del “b2fair”: nella hall 2 “Research &
Technology”, dedicata alla ricerca tecnologica e all’innovazione, e, nella Hall
27, “Global Business & Markets”.
Le Camere di
Commercio Italiane di Amsterdam, Barcellona, Belgrado, Bruxelles, Francoforte,
Lione, Lisbona, Londra, Lussemburgo, Madrid, Marsiglia, Monaco di Baviera,
Parigi, Salonicco, Sofia, Stoccolma, Vienna e Zurigo, consapevoli
dell’importanza di dare il proprio contributo alla presenza ufficiale italiana
alla Fiera di Hannover, avevano aderito nel gennaio 2010 a tale azione di
promozione di matchmaking e di assistenza alle imprese italiane espositrici o
in visita all’Hannover Messe, nell’ambito del progetto “Sostenibilità Ambientale”,
di cui è capofila la CCIE di Francoforte.
Il coordinamento
di questa azione specifica “B2fair Matchmaking Event” nell’ambito del progetto
è stato svolto dalla Camera di Commercio Italo-Lussemburghese e, grazie al
“lavoro di squadra” delle 18 Camere Italiane in Europa, circa 80 aziende
italiane iscritte alla borsa trasversale hanno potuto scegliere partners
commerciali tra le 350 imprese internazionali che si sono registrate all’evento
ed avere un’agenda di incontri d’affari personalizzata.
La partnership
innovativa con la rete delle 18 Camere di Commercio Italiane in Europa, che in
questo caso si è aggiunta alla rete dei partners dell’Enterprise European
Network, è risultata particolarmente efficace ed apprezzata dagli
organizzatori, i quali, per tale ragione, nel 2010, hanno assegnato il “b2fair
Business Award” come miglior partner dell’evento al network delle Camere di
Commercio Italiane in Europa che hanno lavorato per tale iniziativa.
“Si tratta di un
riconoscimento simbolico che ci dà grande soddisfazione”, hanno commentato da
Assocamerestero. “La professionalità e l’impegno delle Camere di Commercio
Italiane in Europa nonche’ il valore della nostra rete viene infatti
apprezzato, riconosciuto e premiato nell’ambito del grande network Europeo
allargato”. (ItalPlanet News)
Il 25 aprile ad Amburgo. È salvo il Consolato?
Amburgo - Anche i
connazionali residenti ad Amburgo hanno celebrato la Festa della Liberazione
del 25 aprile. La giornata è stata programmata dal Comitato "Salviamo il Consolato"
per rendere omaggio a quanti "65 anni fa hanno restituito l’onore
all’Italia contribuendo ad abbattere il nazifascismo, gettando le basi per la
rinascita democratica del nostro Paese".
La giornata è
iniziata con la visita al campo di concentramento di Neuengamme e proseguita
nella sede dell’Inca Cgil con un rinfresco e la proiezione del DVD
"Resistenza – La banda Tom e altre storie partigiane".
"La visita al
campo di concentramento di Neuengamme", raccontano dal Comitato, "ha
avuto un forte impatto emotivo su tutti e tutte noi. Leggere il destino di
migliaia di persone, soldati prigionieri di guerra, bambini ebrei usati per
esperimenti, donne violentate della loro dignità, sono cose da tenere vive
nella memoria di tutti noi. Un pensiero va anche a tutti quei soldati italiani
che dopo l’8 settembre 1943 rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei
regimi nazisti e fascisti d’Europa, non aderendo alla Repubblica Sociale di
Mussolini, e per questo loro gesto di Resistenza umana furono imprigionati nei
campi della vergogna nazifascisti".
"In serata,
grazie al DVD "La banda Tom e altre storie partigiane" degli Yo Yo
Mundi", aggiungono dal Comitato, "abbiamo attutito un po’ della
tristezza delle sensazioni vissute a Neuengamme, rallegrandoci della loro
musica e del pensiero che molte e molti, da Partigiani, decisero di porre fine
al regime fascista".
“Il comitato dei
‘Cittadini Liberi di Amburgo’ ringrazia il Governo Italiano per la lettera
inviata a seguito degli incontri avuti nei giorni scorsi a Palazzo Chigi. Nella
lettera si congratula per il nostro lavoro e per la nostra ‘disinteressata’
presa di posizione a favore del Consolato Generale di Amburgo". È quanto
si legge in una nota diramata da Massimo Finizio, membro del neo gruppo di
attivisti italiani ad Amburgo, in cui si precisa che la lettera "esprime
anche sostegno a favore delle associazioni che fanno parte del nostro Comitato.
Con la lettera il Governo si sta impegnando a trovare una soluzione per il
mantenimento del Consolato Generale ad Amburgo cercando di dare spazio anche ai
tanti giovani che fino ad oggi spesso hanno trovato chiusa la porta del
Consolato o di quella dell’Istituto di Cultura".
"Il Comitato
– prosegue la nota con tono polemico verso l’operato dell’altro comitato,
"Salviamo il Consolato generale" – continua a sostenere il Consolato
Generale di Amburgo, non certo prendendo la bicicletta e/o la vespa ed
organizzando giri della città, ma prendendo invece l’aereo, volando verso Roma
per incontrare e convincere i responsabili, forti dei nostri valori e dei
nostri argomenti, senza interessi di sorta, senza colore politico, per una
Amburgo Libera da interessi, per una Italia forte con un Consolato Generale
forte ad Amburgo". (aise)
Scrittori a confronto sull’Europa il 5 maggio a Stoccarda
Stoccarda - La
sezione di Stoccarda dell’associazione di Istituti di Cultura Europei EUNIC,
che a Stoccarda riunisce gli Istituti di Cultura di Italia, Francia e Ungheria,
in collaborazione con importanti istituzioni locali come l’Accademia Schloss
Solitude, la Galleria Nazionale e l’Istituto per le Relazioni Estere, festeggia
il 5 maggio 2010 la sua recentea costituzione con una importante tavola rotonda
sul tema “Leggere l’Europa – capire l’Europa”.
Quale funzione può
avere la letteratura in Europa? La letteratura può facilitare la comprensione
interculturale? Come si situa la letteratura nel dialogo tra l’Europa ed il
resto del mondo? Nell’ambito della sedicesima Settimana Europea di Stoccarda,
gli scrittori Martin Page (Francia), Cesare De Marchi (Italia), László F.
Földényi (Ungheria) e Hans Pleschinski (Germania), moderati dalla giornalista
ed esperta di letteratura Lerke von Saalfeld, cercheranno di dare una risposta
a queste domande nei prestigiosi spazi della Galleria Nazionale. A seguire avrà
luogo una degustazione di vini. L’accompagnamento musicale della manifestazione
è affidato ad una formazione capace di fondere in maniera originalissima
tradizioni popolari, colte e jazz: l’ARCO Trio di Pécs, capitale europea della
cultura 2010. de.it.press
Laura Garavini e Marco Meloni con i ricercatori italiani a Monaco di
Baviera
Monaco di Baviera.
Il futuro della ricerca in Italia è stato al centro di un interessante
dibattito promosso dall’associazione “Cervelli Monaco” presso il Max Planck
Institut für Plasma Physik (IPP) a Garching. Alla discussione con i ricercatori
italiani dell’area di Monaco, introdotta e moderata da Marcella Brusa e Augusto
Giussani, hanno partecipato Laura Garavini, deputato del PD, prima firmataria
della proposta di legge PRIME, finalizzata a incentivare il rientro in Italia
di ricercatori con esperienza all’estero, e Marco Meloni, responsabile
Università e Ricerca della segreteria nazionale del Pd.
“È stato un
incontro molto proficuo per l’intensità e la qualità della discussione – ha
sottolineato la Garavini – e sono sicura che i contributi scaturiti andranno a
perfezionare ulteriormente la proposta di legge PRIME”. Il disegno di legge,
frutto di un intenso scambio di idee con ricercatori italiani che operano
all’estero, punta su meritocrazia, trasparenza, internazionalità per attirare
studiosi stranieri e convincere i cervelli fuggiti dall’Italia a tornare. “La
mobilità dei nostri ricercatori – ha aggiunto – è in realtà un fatto positivo,
una vera e propria risorsa capace di dare un’iniezione di internazionalità al
sistema universitario italiano.”
“Università e
ricerca – ha proseguito Meloni – per noi sono centrali per il futuro del Paese:
sono il primo punto del progetto Italia 2011 che impegnerà il Pd nei prossimi
mesi e sarà coordinato da Enrico Letta.” L’obiettivo immediato è “invertire
l’approccio che questo Governo ha nei confronti di università e ricerca, alle
quali sta rischiando di dare un colpo mortale. A differenza di Germania e Francia
che, per reagire alla crisi, indirizzano ingenti investimenti in questi
settori, da noi sono stati apportati alle risorse destinate alla ricerca tagli
del 20%. Tagli che, in pochi anni, stanno già impedendo a molti atenei di
funzionare regolarmente. Occorre intervenire per cambiare radicalmente
l’impostazione del ddl Gelmini finalizzato più a confermare questi tagli che a
riformare realmente l’università.”
“Proposte come
quella di Laura Garavini sono un’eccellente base di partenza: servono idee
concrete per favorire l’apertura e l’internazionalizzazione del nostro
sistema.” Marco Meloni ha, infine, annunciato che nel viaggio del PD tra gli
atenei italiani, che prenderà avvio il prossimo 10 maggio a Napoli, saranno
coinvolte anche le comunità dei ricercatori italiani all’estero. De.it.press
Tour mondiale di Baglioni per capire come vivono italiani all'estero. In
Germania a maggio
Londra - Tappa a
Londra mercoledì 28 aprile per Claudio Baglioni per un incontro all'Istituto
italiano di cultura della capitale britannica. Solo una pausa dal lungo tour
"Un solo mondo" che lo ha portato prima in Canada e negli Stati
Uniti, poi a Parigi e il 29 maggio proprio Londra alla Royal Albert Hall.
«Mi sento un
artista girovago», ha detto parlando del suo tour. «Quello di girare il mondo
in tour è un sogno che accarezzo da 40 anni - ha aggiunto - ma questo è un
viaggio anche per capire come vivono gli italiani all'estero». Un viaggio che il
cantautore vorrebbe concludere con la pubblicazione di un diario di bordo che
ne raccolga le memorie.
Baglioni ha
ricordato il suo impegno con O' Scià, fondazione che ogni anno organizza un
concerto a Lampedusa e che promuove la conoscenza dell'immigrato, dell'altro.
«Siamo in un momento confuso - ha detto - c'è tanta diffidenza verso l'altro. A
noi di O' Scià invece piace la cultura dell'incontro. Del resto cos'è la
felicità se non il passaggio a qualcun'altro di qualcosa di positivo?».
Si torna poi alla
musica: immancabile il «pegno» come lui stesso lo definisce, di cantare Questo
piccolo grande amore. «Le canzoni, a volte anche quelle brutte, hanno una forza
evocativa enorme - dice - perchè riportano a un momento del passato e per questo
ci emozionano sempre». Baglioni chiude con un medley che include tra le altre
Amore Bello, E tu e, quasi d'obbligo per l'occasione, Viva l'Inghilterra.
Il tour Un solo
mondo sarà a maggio in Germania (il 6 maggio a Monaco e il 7 a Stoccarda), Spagna, e a Londra. Tra ottobre e novembre si riprende
con gli Stati Uniti di nuovo, Sud America, Cina, Giappone, Australia, Russia e
est Europa. Oltre la musica, la solidarietà. IM 29
A Monaco di Baviera la mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa “Collage e
Scultura”
Monaco di Baviera
– È stata inaugurata ieri giovedì 29 aprile presso l’Istituto Italiano di Cultura
di Monaco di Baviera la mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa »Collage e
Scultura«. Curatrice della mostra, che
sarà visitabile presso l’Istituto Italiano di Cultura sino al 25 giugno
2010, è la Dott.ssa Ellen Maurer Zilioli, dell’Associazione Culturale Maurer
Zilioli - Contemporary Arts, Brescia
Alcune opere di
Rita Siragusa sono esposte anche nel Lounge Spazio Italia della compagnia aerea
Air Dolomiti presso l'aeroporto di Monaco di Baviera.
Gli organizzatori
sono l'Istituto Italiano di Cultura e l'Associazione Culturale Maurer Zilioli
Contemporary Arts, Brescia, in collaborazione con Air Dolomiti e Enit München. Sotto
il patrocinio del Città di Brescia e con il sostegno della Allianz Vertretung
Michele Montanari.
L’Istituto
Italiano di Cultura espone i lavori di due protagoniste, giovani e
promettenti,del panorama artistico italiano all’inizio della loro carriera. Se
da una parte Siragusa rappresenta la voglia frenetica di espansione con
sculture dai grossi calibri di ferro ed acciaio, dall’altra gli allegri collage
della Beltrami testimoniano la riflessione dei fenomeni della società
contemporanea. Legano insieme quelle energie, che rendono evidente il
potenziale delle due artiste: la presenza che richiede spazio e l’insistente
osservazione sensibile del presente.
Rita Siragusa,
nata a Brescia nel 1973, è allieva di Igino Legnagli all’Accademia di Brera
(Milano). Dispone le sue sculture liberamente nello spazio prendendone
ispirazione e lasciandosi trasportare. I suoi lavori nascono da un dialogo
vivace tra la materia e lo spazio che la circonda. Ha ricevuto numerose critiche famose, sin
dalle sue prime opere, nelle quali viene considerata come “figura particolare
nel quadro della scultura italiana contemporanea per la padronanza e varietà
dei mezzi espressivi e per la grande coerenza che, da più di un decennio, la
indirizza verso una ricerca molto personale, lontana dai cliché o dagli ammiccamenti
alle mode del momento”. (Antonio Zavaglio)
Il desiderio
artistico è indirizzato verso l’esterno. Sente un dovere essenziale nei
confronti dei gesti astratti. Se pensiamo al panorama internazionale, al
Minimalismo, all’Arte Povera (Pistoletto, Merz ecc.) e al Land Art, allora
riusciamo a mettere in relazione le opere della Siragusa con questi movimenti e
ad interpretarle come evoluzione, come risposta contemporanea ai temi costanti
della scultura moderna e del presente. Temi che hanno continuamente impegnato i
grandi maestri. Siragusa ha interiorizzato il senso dello spazio e i materiali
dei suoi predecessori, ma allo stesso tempo li ha analizzati, trasformati
conformandoli alle proprie esigenze, grazie alla sua spiccata interpretazione
personale. Le sue sculture o meglio le sue installazioni simboleggiano l’azione
nello spazio. Quel che rimane è la testimonianza della manipolazione
dell’artista, che si manifesta nello spazio materiale. Le opere “recupero del
mito, l’intuizione dell’eros” si uniscono in un “luogo scultura” (Claudio
Cerritelli), che l’artista ricrea
continuamente.
Silvia Beltrami,
nata a Roma nel 1974, come Siragusa,
frequenta l’ Accademia di Brera a
Milano. Si dedica, nei suoi
collages, ai particolari fenomeni della
nostra epoca: lo straniamento dell’identità dei giovani e le sue bizzarre forme
di rappresentazione, l’anonimità di un’esistenza dedita esclusivamente alla
carriera, la difficoltà comune degli uomini a orientarsi nell’universo. I suoi
protagonisti sono ballerini rap esibizionisti, acrobati con lo skateboard,
ragazze magre griffate, manager dal viso inespressivo. Figure di un ego di una
società, nella quale l’unico interesse è quello dell’apparire. Ambienta le sue
figure in paesaggi surreali, metafore dell’ovunque. Beltrami non si comporta
come cronista della sua epoca, ma esamina le condizioni esistenziali dell’arte.
Si inventa ritratti senza individualità, dipinti con la tecnica del collage,
che possono essere considerati come sinonimo della modernità. Unisce la tecnica
del collage con quella dell’affresco, che si sposa senza difficoltà con
l’interpretazione contemporanea. Ciò costituisce il carattere strabiliante dei
suoi lavori: il legame del passato con il presente, un’insolita alleanza, ben
riuscita, tra l’eredità storica e
l’attualità, che può essere considerata una costante dell’arte italiana. Poiché
la stessa autrice vive nell’ ambiente
che rappresenta, i suoi quadri
mostrano l’interesse, l’osservazione e di tanto in tanto il romanticismo, e per questo non forniscono una
documentazione oggettiva, ma registrano il ritmo frenetico nelle icone
contemporanee, no-future, no-name. La Beltrami coglie l’energia artistica, che
il più grande critico d’arte americano. Harold Rosenberg ha descritto come
“oggetto ansioso”, come forza trainante dello scontro creativo dagli anni
sessanta. Bertrami viene considerata come talento promettente delle scene
attuali. Ha presentato molto giovane i suoi lavori alla “6^ Triennale
Internazionale du Papier” in Svizzera e al “2^ Simposio Internazionale
Torrefactum 09” del museo Würth, La Rioja. IIC, de.it.press
Interrogazione di Aldo Di Biagio (Pdl) sulla chiusura dell’agenzia
consolare di Mannheim
Al ministro
Frattini si chiede di riconsiderare la chiusura dell’agenzia consolare, oppure
il mantenimento in loco di una struttura declassata
Roma - Aldo Di
Biagio, deputato eletto per il Pdl nella ripartizione Europa, ha presentato in
questi giorni un’interrogazione a risposta scritta indirizzata al ministro
degli Affari esteri in merito all’annunciata chiusura della sede consolare
italiana di Mannheim, in Germania.
A Frattini si chiede, in particolare, se
intenda “predisporre eventuali iniziative volte all’analisi della situazione
attuale dell’agenzia consolare ed eventualmente finalizzate al mantenimento di
una struttura – nell’ipotesi declassata – che garantisca adeguato sostegno e
riferimento ai connazionali in loco”.
Di Biagio evidenzia che la sede, operativa
dal 1976, rappresenta ancora oggi “un riferimento indiscutibile in termini di
erogazione dei servizi essenziali, per i circa 20.000 connazionali residenti in
loco (17.039 sono gli iscritti all’AIRE) e per circa i circa 500 imprenditori e
liberi professionisti italiani, nonché per ricercatori e studiosi
dell’Università di Heildeberg e per i militari italiani della Nato della forza
ALCC”.
Egli ricorda che “secondo le statistiche
stilate dall’Ambasciata italiana a Berlino, la suindicata agenzia consolare si
collocherebbe al nono posto su tredici consolati, in termini di efficienza e
rispondenza alle esigenze della platea dei fruitori di servizi”, e, aggiunge:
“non si comprendono le reali ragioni che condurrebbero alla chiusura delle sue
sedi, poiché il numero di connazionali referenti della struttura è
superiore a quello afferente ad altre strutture non rientranti nelle dinamiche
di riorganizzazione annunciate dal Mae”.
La chiusura, annunciata il 10 giungo del 2009
dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, condurrebbe ad un risparmio
calcolato di 40.844 euro “cifra irrisoria – scrive Di Biagio - soprattutto se
si considerano gli ingenti danni che la chiusura andrebbe ad arrecare sotto il
profilo economico, amministrativo e funzionale alla nostra comunità in loco
oltre che al Paese stesso”.
I disagi dei connazionali, che dovrebbero
recarsi per i servizi consolari a Stoccarda, sarebbero inoltre aggravati dalla
presenza, in quest’ultima sede, di “molteplici difficoltà di carattere logistico
ed organizzativo, e stando alle già presenti criticità date, anche dalla
esiguità degli spazi e dall’abbondanza delle attività e delle pratiche da
gestire”, conseguenti alla chiusura di Mannheim.
“Molti referenti politici ed istituzionali
tedeschi hanno manifestato il loro disappunto verso la potenziale chiusura
dell’agenzia consolare, intervenendo in prima persona – rileva Di Biagio,
ricordando le missive indirizzate in proposito a Frattini da Lothar Mark,
membro del parlamento tedesco, Stefan Rebmann, presidente del sindacato tedesco
DGB della Regione Rhein-Neckar, di Peter Kurz, sindaco di Mannheim, e
segnalando l’offerta avanzata dal comune di Mannheim di mettere a disposizione
della sede consolare italiana dei locali pubblici in forma gratuita.
“Nel corso del 2009 sono state diverse le
comunicazioni del presidente del Comites di Mannheim, Mario Perrone,
indirizzate al governo e finalizzate ad una sensibilizzazione dei referenti
dell’esecutivo sulle gravi ripercussioni che la chiusura consolare avrebbe
comportato, annunciando uno stato di agitazione dei cittadini afferenti
all’agenzia consolare, al fine di salvaguardare i diritti dei lavoratori
italiani emigrati – prosegue Di Biagio. Agitazioni che hanno attirato
l’attenzione dei locali organi di stampa (Mannheimer Morgen, il Rhein
Neckarzeitung, Bild) “che hanno riempito per giorni le loro pagine in
proposito, esprimendo criticità per la scelta dell’amministrazione italiana di
chiudere la struttura”.
Nell’interrogazione si ricorda anche come lo
stesso Generale di Brigata Claudio Ernesto Vercellotti, massimo referente della
rappresentanza italiana presso il quartier generale del comando delle forze
alleate in Heidelberg, abbia segnalato l’importanza dell’agenzia di Mannheim
quale “riferimento certo e attivo per il disbrigo delle numerose pratiche
afferenti sia alla vita comune di personale militare e rispettive famiglie, sia
per l’ottenimento e rinnovo dei passaporti di servizio”.
“I livelli di integrazione dei nostri
connazionali nel circondario di Mannheim, unito alla scarsa propensione di
questi all’utilizzo di sistemi informatici, rendono poco plausibile l’ipotesi
di totem o altre ipotesi di fruizione del consolato digitale – prosegue Di
Biagio, riprendendo il contenuto di una nota analoga inviata al Mae nel marzo
2009 dell’allora ambasciatore a Berlino Antonio Puri Purini .
“Piuttosto l’attuale situazione sociale e
culturale della nostra comunità in loco conferma l’esigenza indifferibile ed
insostituibile da parte di questa di poter fare riferimento all’esperienza,
alla conoscenza della normativa, alle usanze ai costumi e alla lingua locale di
quegli impiegati a contratto residenti sul territorio che da circa 30 anni
svolgono il loro ruolo nella struttura a servizio del nostro Paese e della
nostra comunità, con abnegazione ed indiscutibile senso del dovere – segnala il
deputato Pdl.
Per Di Biagio sarebbe dunque “auspicabile
mantenere uno sportello consolare operativo nella città di Mannheim, per
far fronte alle esigenze e alle istanze dei tanti connazionali, con una
attenzione in particolare per coloro la cui anzianità e la cui mancata
conoscenza dei sistemi informatici, rende complessa la fruizione di
qualsivoglia altro servizio alternativo”. (Inform)
Arriva la riforma: dal 3 maggio la nuova Radio Colonia. Un'ora di italiano
tutte le sere
Colonia - A
partire dal 3 maggio Funkhaus Europa riformerà la sua programmazione per
renderla ancora più ricca e interessante. Nel quadro di questi cambiamenti
anche le trasmissioni in lingua italiana subiranno delle importanti modifiche.
Radio Colonia
passerà dall'attuale mezzora ad un'ora di programmazione, dal lunedì al venerdì
dalle 19 alle 20, mentre il settimanale Al dente, purtroppo, dopo 10 anni di
onorato servizio, scomparirà. La nuova trasmissione della sera si trasformerà
dall'attuale formato notiziario più approfondimenti in un magazine di
attualità, con un tema del giorno, molta buona musica e rubriche proprio sul
modello di Al dente. Gli appassionati di appuntamenti come il quiz, il libro o
la ricetta, solo per citarne alcuni, non rimarranno delusi: queste rubriche non
mancheranno nella nuova Radio Colonia. “Agli ascoltatori l'invito a rimanerci
fedeli. Non ve ne pentirete!”, promette la redazione di Radio Colonia.
Per saperne di più
scolta l'intervista del direttore
Tommaso Pedicini, al link
Trovi la storia di
Radio Colonia al seguente link: http://www.funkhaus-europa.de/sendungen/radio_colonia/geschichte/radiocoloniastoria.phtml
Tutte le novità di
Funkhaus Europa (in tedesco) a questo link: http://www.funkhaus-europa.de/sendungen/funkhaus_europa/2010/programmumbau_fhe_2010.phtml
(RC,
de.it.press)
Berlino. L’Associazione L’Altritalia ricorda
l’uccisione dei deportati italiani di Treuenbrietzen
Laura Garavini
all’iniziativa promossa da “L’Altritalia” a Berlino: “Omaggio al contributo dei
deportati italiani per la rinascita della democrazia”
Berlino - “Tra
Italia e Germania esiste oggi un sentimento comune di stima e rispetto
reciproci che ha portato i nostri Paesi a farsi promotori di un’Europa fondata
sulla pace e sul riconoscimento dei diritti dell’uomo”. Lo ha detto l’on. Laura
Garavini (PD) all’incontro presso il liceo Sophie-Scholl-Oberschule organizzato
in occasione dell’anniversario dell’uccisione dei deportati italiani di
Treuenbrietzen da parte delle SS nazifasciste.
“È importante
ricordare il contributo dei deportati italiani per la liberazione dalla
tirannia della dittatura”, ha detto la deputata, la quale ha ringraziato
Antonio Ceseri, l’ultimo dei superstiti del massacro di Treuenbrietzen da parte
delle SS. “Grazie al sacrificio e alla resistenza silenziosa di uomini come
questi abbiamo riacquistato non solo la libertà, ma la dignità e l’onore”.
La parlamentare ha
infine ringraziato Gianfranco Ceccanei e Bodo Förster, coordinatori
dell’Associazione L’Altritalia e promotori dell’iniziativa, per il loro
prezioso contributo alla memoria: “Oggi è fondamentale tenere viva la memoria
storica nei confronti delle vittime e far conoscere ai più giovani quali
conseguenze può avere la crudeltà della guerra”. 28
All’Università di Basilea la mostra di mosaici della Scuola Mosaicisti del
Friuli di Spilimbergo
Basilea –
Inaugurata all’Università di Basilea la mostra di mosaici realizzati dalla
Scuola Mosaicisti del Friuli (Spilimbergo), diretta da Gian Piero Brovedani, in
occasione del 550° anniversario dell'Ateneo elvetico e del 50° del locale
Fogolâr Furlan.
“E’ significativo che i 50 anni del Fogolâr
Furlan di Basilea vengano ricordati con questa mostra della Scuola Mosaicisti
del Friuli. Infatti, da quella Scuola,nata nel 1922 dall'esperienza dei
terrazzieri friulani, sono uscite generazioni di lavoratori che hanno lasciato
opere in tutto il mondo; inoltre oggi l'istituto di Spilimbergo rappresenta una
delle eccellenze del Friuli Venezia Giulia”. Così Roberto Molinaro,
assessore alla cultura della Regione Friuli Venezia Giulia intervenendo
all’inaugurazione. Molinaro - che ha portato il saluto della Regione e del suo
presidente Renzo Tondo alle autorità elvetiche e cantonali, ai rappresentanti
del Consolato italiano e alle personalità accademiche presenti alla cerimonia,
ai dirigenti del Fogolâr Furlan di Basilea e a tutti gli emigranti in Svizzera
- ha sottolineato la felice coincidenza dei due anniversari e il fatto che la
mostra sia ospitata dall'Università.
“I 550 anni dell'Università di Basilea e i 50
anni del Fogolâr Furlan - ha affermato Molinaro - testimoniano, pur nella
distinzione di ruoli e finalità, del lungo cammino percorso: l'Università nel
solco degli studi, della ricerca e della preparazione dei giovani; il Fogolâr
per mantenere uniti i nostri migranti. Quello tra i mosaici di Spilimbergo e
l'Università svizzera è l'incontro tra due eccellenze: tra la Scuola Mosaicisti
(oggi un istituto d'arte frequentato da giovani provenienti da tutto il mondo)
e l'Università, due tradizioni che guardano ai giovani e per i giovani
operano".
Ma vi sono anche altri motivi di vicinanza
tra l'Italia e il Friuli Venezia Giulia e il Cantone di Basilea. Come ha
ricordato Molinaro "questa Università venne fondata nel 1460 da Papa Pio
II Enea Silvio Piccolomini, molto attento agli studi e alla cultura. Inoltre a
pochi chilometri da Basilea troviamo i resti di Augusta Raurica, città romana
di grande importanza, contraltare nordico della nostra Aquileia". Il
Fogolâr Furlan di Basilea, fondato nel 1960 - come ha messo in evidenza il
presidente Argo Lucco nel suo intervento - è la prima associazione regionale
italiana fondata in Svizzera, la seconda in Europa "Tal forêst". Essa
ha per scopo la promozione di attività socio-culturali per far conoscere la
storia, la cultura e le caratteristiche della lingua del popolo e del Friuli
Venezia Giulia.
Il Fogolâr è molto impegnato a proporre la
conoscenza della regione alle giovani generazioni di origine friulana, affinché
possano sentirsi orgogliose delle loro radici e partecipino alla vita
dell'associazione, incrementando lo scambio di rapporti culturali, sociali ed
economici tra la Svizzera e il Friuli Venezia Giulia.
In occasione del 50° anniversario - che
coincide anche con il centenario dell'emigrazione friulana a Basilea - sono
state programmate diverse manifestazioni lungo tutto il 2010. Oltre a incontri
conviviali, a cerimonie ufficiali, manifestazioni sportive (incontri di calcio
tra le rappresentative dei Fogolârs Furlans d'Europa), c'è ora questa mostra di
mosaici, che si protrarrà per tre settimane fino a metà maggio. Si tratta di
una trentina di opere musive tratte da mosaici romani, bizantini e moderni,
rappresentative del percorso didattico-formativo della Scuola Mosaicisti del
Friuli. (Inform)
Documento del Cgie contro il rinvio dell’elezione dei Comites
Roma - Continuare
a dare priorità all'esigenza di monitorare costantemente i risultati degli
interventi pubblici rivolti alle comunità italiane all’estero e aprire un
confronto con i protagonisti della nuova mobilità internazionale dell'Italia,
per esaltare in tutte le diverse espressioni della presenza italiana nel mondo:
sono solo alcune delle finalità del documento che l’Assemblea Plenaria del
Cgie, riunita mercoledì pomeriggio alla Farnesina, invia ai presidenti di
Camera e Senato, al governo, e ai presidenti dei gruppi parlamentari. Il
documento nasce dall’esigenza dello stesso Cgie di dare una risposta al recente
decreto del Consiglio dei Ministri che rinvia il rinnovo dei Comites, e dunque
dello stesso Cgie, entro il 2012. Dopo un breve dibattito che ne ha modificato
solo parzialmente il testo, il documento, che riportiamo in versione integrale,
è stato votato all’unanimità da tutti i consiglieri del Cgie presenti.
"Il Consiglio
Generale degli Italiani all'Estero, affrontata con disagio e preoccupazione la
situazione che si è determinata a seguito della decisione del Governo di
rinviare per decreto le elezioni di rinnovo di Comites e Cgie di altri due
anni;
respinge con
fermezza la politica dei fatti compiuti, nella quale rientrano il secondo
rinvio elettorale consecutivo che sposta complessivamente di 3 anni la scadenza
elettorale naturale, e il taglio dei fondi destinati alla stampa italiana
all'estero;
chiede al Ministro
degli Esteri di assicurare, compatibilmente con i suoi alti impegni, una
presenza effettiva e un dialogo più continuo con il Cgie, come la legge
richiede; di vigilare affinché tra i rappresentanti diplomatici non si attenui
ma anzi si rafforzi il coinvolgimento dei rappresentanti dei Comites e del Cgie
nelle iniziative locali; di considerare la possibilità di riaprire un dialogo
costruttivo con il Cgie disponendo una più'opportuna attribuzione delle deleghe
di governo;
fa appello al
Governo, ai presidenti della Camera e del Senato, ai Presidenti dei gruppi
Parlamentari, in particolare agli eletti della Circoscrizione Estero, di
adoperarsi per riconsiderare l'ipotesi del rinvio elettorale in sede di
conversione del decreto legge;
si impegna ad
anticipare le Commissioni Continentali e di coinvolgere nei loro lavori i
rappresentanti dei Comites di ciascun Paese, gli esponenti dell'associazione e
i giovani affinché sia raccolta e fatta sentire la voce delle nostre comunità e
sia contrastata concretamente la deriva di sfiducia e lo spirito di rinuncia
che si stanno diffondendo a seguito dei colpi che si stanno assestando alle
politiche migratorie e agli istituti di rappresentanza;
decide di
continuare a dare priorità all'esigenza di monitorare costantemente i risultati
degli interventi pubblici rivolti alle nostre comunità, con particolare impegno
a promuovere forme di innovazione reali e non penalizzanti; al proseguimento e
al rafforzamento del dialogo con i giovani; all'apertura di una prima
esperienza di confronto con i protagonisti della nuova mobilità internazionale
dell'Italia affinché si saldino e si esaltino tutte le diverse espressioni
della presenza italiana nel mondo". (tom.samp.\aise)
L’on. Garavini: “Il rinvio delle elezioni dei Comites: l’ennesimo attacco
agli italiani all’estero”
Roma - “L’ulteriore
rinvio delle elezioni Comites deciso dal Governo rende palese la volontà
politica da parte della maggioranza di colpire gli italiani nel mondo su tutti
i fronti. Le nostre comunità estere non hanno ancora digerito i pesanti tagli
in molti settori, dai corsi di lingua e cultura, all’assistenza, dall’editoria
alla ristrutturazione della rete consolare, che già arriva la prossima batosta:
l’attacco agli organi di rappresentanza, non solo dal punto di vista
legislativo, ma anche nei fatti, costringendoli a una dilazione nei tempi che
di fatto significa logorio”. Lo ha detto l’on. Laura Garavini all’assemblea
plenaria del CGIE, sostenendo le manifestazioni di contrarietà del Consiglio
generale all’atteggiamento di Mantica e una mobilitazione per far risaltare il
ruolo e l’importanza del Consiglio generale, specie agli occhi dell’opinione
pubblica italiana. “È molto positivo che il CGIE, con la sua azione di protesta
in apertura dei lavori, sia riuscito ad attirare l’attenzione dei media,
dimostrando così la profonda contrarietà del mondo dell’emigrazione rispetto
alle decisioni del Governo”.
“In queste
settimane Mantica ha preannunciato anche alcune linee guida per la riforma del
diritto di voto per gli italiani all’estero. Da una prima impressione tali
proposte sono condivisibili”, ha sottolineato la deputata eletta in Europa. “Ma
questa riforma non deve diventare un motivo per giustificare il rinvio delle
elezioni dei Comites che invece necessitano un celere rinnovo. E soprattutto”,
ha aggiunto la Garavini, “non deve essere un alibi per alimentare ulteriormente
quella logica di contrapposizione tra parlamentari eletti all’estero e altri
organismi di rappresentanza che il sottosegretario Mantica sta cercando di
alimentare sin dall’inizio della legislatura. Parlamentari eletti all’estero e
CGIE non sono incompatibili”. De.it.press
Crisi europea: Germania di ferro ed Italia in bilico
Di questi tempi
anche i partner europei non capiscono i tedeschi. “Hanno un comportamento
assurdo, incomprensibile» sibilano nei corridoi di Bruxelles, dove è Angela
Merkel la grande delusione del momento, il suo cieco allineamento su posizioni
populiste ed elettoraliste fino l'autolesionismo, i suoi contrasti con il
ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble che “certo ha posizioni negoziali
durissime ma non perde di vista l'interesse strategico della Germania, che è la
difesa della stabilità dell'euro”. Questo scrive, sintetizzando il pensiero di
tutta l’Ue, Adriana Cerretelli su Il Sole 24 Ore, aggiungendo che mentre tutti,
perfino i governi olandese e austriaco da sempre gli oltranzisti del rigore
come e più dei tedeschi, hanno già tutto approntato per l'erogazione della
rispettiva quota di aiuti, quando scatterà il piano, i tedeschi fanno
resistenza e melina, innervosendo tutti i partner europei. Ed anche se nessuno
lo dice in modo esplicito, l'irritazione generale per l'"autismo"
della Merkel, che non sembra in grado di guardare oltre l'appuntamento
elettorale del 9 maggio nel Nord-Reno Westfalia, sta facendo di fatto lievitare
in modo astronomico per tutti, non solo per i diretti interessati, i costi del
salvataggio della Grecia. Anche se, nei giorni scorsi, Angela Merkel ha
spiegato che non si può lasciar fallire uno Stato come la Grecia, trattandolo
alla stregua di Lehman Brothers, la banca d’affari americana che
l’amministrazione Bush decise (sbagliando) di far colare a picco, di fatto non
si attiva per l’erogazione degli aiuti che, pare, lieveteranno fino alla cifra
astronomica di 120 miliardi. Il quartetto dei Pigs (Grecia, Irlanda, Portogallo
e Spagna) ora è sotto il tiro della speculazione e sul salvataggio di Atene da
parte dell’Europa, a questo punto, non si può perdere più tempo. E anche
l’Italia deve vigilare. Grazie a Giulio Tremonti, che anche pochi giorni fa ha
ripetuto che “non siamo ancora fuori dalla crisi”, l’Italia non ha truccato i
conti, non ha un’economia basata sulla finanza e basta, non ha un primo
ministro che se n’è infischiato della gestione del debito e della politica del
rigore. Il premier Silvio Berlusconi conferma il suo ottimismo sulla ripresa
economica, anche l’altro ieri, nell'ambito della conferenza stampa congiunta
con il primo ministro russo Vladimir Putin, al termine del vertice
Italia-Russia che si e' svolto a Villa Gelmetto a Lesmo in provincia di Monza,
ma le cose, per noi, non vanno così bene. Il fatto è che, non per colpa del
Cavaliere, l’origine della debolezza economica italiana è antica e risale ai
tempi dell’ingresso nell’euro. Come nei casi di Grecia e Spagna, anche l’Italia
entrò a far parte della moneta unica, lasciandosi alle spalle un debito
pubblico oggettivamente sproporzionato rispetto alla capacità di produrre
reddito. Così per un certo periodo trasformarono i debiti in crediti,
manipolando i conti. Poi, secondo le accuse del New York Times e dello Spiegel
pubblicate nel febbraio scorso, i banchieri di Wall Street, da Goldman Sachs a
JP Morgan, aiutarono i governi europei più in difficoltà come Grecia e Italia a
riportare i conti in verde così da permettere loro vita felice nell’euro,
almeno fino a che il gioco ha retto. Ora il pasticcio greco e le menzogne sul
debito “taroccato” bussano alle porte anche italiane, con una economia che non
decolla e tagli che è sempre più difficile immaginare. Si dice per l’estate
dovrebbe arrivare una maxi manovra correttiva da 10 miliardi e che, fosrse, non
sarà neanche sufficiente. Attualmente l’epicentro della crisi europea, partita
da Atene e con tappe a Lisbona e Madrid, si trova a Berlino, ma non è detto che
non possa spostarsi anche verso il nostro Paese. Ieri sull'onda della crisi
economica greca sono crollate le borse europee ed oggi arrivano anche i primi
dati negativi da Tokio con il Nikkei che chiude a -2.57. In particolare a
pesare ulteriormente come un macigno sul futuro ellenico è l'ulterore taglio
del rating da parte di Standard and Poor's che ha declassato la Grecia da BBB+
a a BB+ on outlook negativo, praticamente giudicandolo spazzatura. Il
Fondo Monetario Internazionale in queste ore sta valutando un piano da 10 miliardi
di euro, ma forse queste sono solo pezze calde non solo per la Grecia, ma
probabilmente per malati gravi, anche se ancora silenti. Ci allarma, di là
dalla bravura di Tremonti e dalle rassicuranti parole del premier, il
bollettino emanato da Bankitalia il 15 scorso, secondo cui, da noi la ripresa
economica è ancora debole, il PIL lievemente contratto ed i consumi ristagnano,
con una contrazione degli investimenti (soprattutto in costruzioni). Inoltre
le esportazioni non hanno confermato la lieve ripresa del terzo trimestre
del 2009 e nell’insieme della seconda metà dell'anno, l'attività
economica ha registrato un'espansione modesta rispetto al semestre precedente.
Inoltre, sempre secondo Bankitalia, il clima di fiducia dei consumatori è
tornato a peggiorare, riflettendo accresciute preoccupazioni sulla situazione
economica e sulle prospettive del mercato del lavoro. La caduta del numero di
occupati, che già lo scorso anno si era tradotta in una sensibile contrazione
del reddito disponibile, è proseguita nei primi mesi del 2010. La propensione
delle imprese a investire risente ancora della riduzione dei profitti e del
basso grado di utilizzo della capacità produttiva. Le imprese continuano a
segnalare il permanere di difficoltà di accesso al credito, pur se l'irrigidimento
delle condizioni di offerta da parte delle banche si è fermato. I fattori alla
base della debole dinamica della domanda interna, potrebbero pesare
sull'intensità e sui tempi della ripresa e rendere difficile, in questa fase,
la posizione del nostro Paese. Come scrive oggi Vincenzo Visco (più volte
ministro dell’economia, con Ciampi nel 1993 e dal 1996 al 2000 con Prodi e
D’Alema), “negli ultimi due anni il dibattito politico in Italia si è
concentrato, e spesso è stato monopolizzato da argomenti che per quanto
importanti poco hanno a che vedere con le preoccupazioni e le aspettative di
fondo degli italiani. I temi economici e sociali sono stati tenuti al margine
dell’agenda politica per responsabilità, ma anche per interesse specifico della
maggioranza e del governo”. Di fatto, in Italia coesistono oggi e si
sovrappongono elementi di crisi strutturale che vengono da lontano, più gli
esiti della crisi finanziaria internazionale. Tutto ciò rafforza un processo di
impoverimento degli italiani ormai in corso da tempo: se poniamo pari a 100 il
Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto dei 27 paesi dell’Unione europea
possiamo verificare che nel 2000 l’indice dell’Italia risultava pari a 117, di
poco inferiore a quello Francia, Germania e Regno Unito, per il 2010 lo stesso
indice è previsto al livello di 98,6, molto distante ormai da quello dei grandi
paesi europei e più prossimo al 95,6 della Grecia, o la 93,4 di Cipro. A ciò si
aggiunge la situazione dei conti pubblici e del debito pubblico che è andata
peggiorando sistematicamente durante i governi della destra, tanto che il
surplus primario si è trasformato in deficit, e la spesa primaria che era scesa
al livello minimo del 39,9% nel 2000 ha raggiunto il 48% del Pil nel 2009,
mentre per il 2010, in assenza di correzioni si prospetta un disavanzo di quasi
un punto superiore a quanto ipotizzato dal governo, e un debito che torna ai
livelli dei primi anni ’90, vanificando gli sforzi di un decennio, e
riproponendo ex novo la questione del risanamento finanziario. Si aggiunga a
ciò che la disoccupazione è all’11% e, ancora, che l’Italia, insieme a Grecia,
Portogallo, Spagna e Irlanda, presenta un deficit rilevante e crescente della
bilancia dei pagamenti ( oltre 2 punti di PIL), che era in pareggio nel
2000. Si aggiunga a ciò, come nota su Il Denaro Felice Ruscillo, che vi è una
crisi diversificata fra Nord e Sud Italia, con una situazione catrastrofica,
circa investimenti e gestione delle risorse, nel nostro Mezzogiorno, in cui, ad
una situazione economica difficile, si associa una quadro sociale ugualmente
allarmante, con una continua perdita delle risorse umane più giovani e
qualificate (in dieci anni dalle regioni meridionali sono andate via circa 700
mila persone, un progressivo invecchiamento della popolazione, una mancata
integrazione degli stranieri, un livello di disoccupazione che supera il 20%).
Nel Sud, la perdita del patrimonio imprenditoriale è aggravata da un clima
generale di incertezza, soprattutto per la mancanza di segnali dal mercato, con
una crisi che, in sostanza, ha rimarcato tutti gli insuccessi che negli
anni si sono accumulati nelle politiche di sviluppo. Infatti, se consideriamo
il quinquennio prima della crisi, 2000-2005, tutte le regioni obiettivo 1 in
Europa, hanno avuto un tasso di sviluppo intorno al 3% mentre la media
comunitaria è stata intorno al 1,9%. Inoltre, le stime Svimez evidenziano come
nel Sud lo sviluppo non ha superato 0,6%, dato confermato della Banca d'Italia,
dalla quale emerge che l'utilizzo delle risorse previste dalla politica di
coesione ha determinato nelle regioni convergenza un incremento delle crescita
in termini di Pil di circa mezzo punto, nel sud Italia l'incremento non ha
superato lo 0,25%. Un sistema produttivo già strutturalmente debole è stato colpito,
in modo violento, durante una fase di transizione già di per sé molto
difficile. Infatti, il mutato contesto competitivo, dovuto alla grande
dinamicità di paesi emergenti come la Cina e l'India, ha ulteriormente ridotto
la capacità competitiva delle imprese meridionali. Il quadro economico sociale
delle Regioni è il risultato di politiche non adeguate: le politiche di
sviluppo per il meridione si sono dimostrate inefficienti sia dal punto di
vista quantitativo sia qualitativo. Dal punto di vista qualitativo basti
pensare alla presenza di importanti eccellenze produttive che non si sono
trasformate, come in altri contesti, in sistema, rimanendo situazioni isolate e
per queste strutturalmente deboli. L'altro elemento, che ha inciso soprattutto
su indicatori di tipo infrastrutturale, è una progressiva riduzione della spesa
pubblica nelle aree di convergenza, dato questo che smentisce le considerazioni
che vedono il Sud come "spugna" di risorse nazionali. I dati
Svimez (vedi: http://www.svimez.it/Pubblicazioni/il_rapporto.htm) rimarcano
una caduta, negli ultimi dieci anni, di quasi 6 punti percentuali della spesa
in conto capitale, annullando di fatto gli effetti che avrebbero dovuto creare
le risorse comunitarie. Inoltre, la spesa pubblica, soprattutto quella per
investimento, ha raggiunto livelli bassissimi, basti pensare che le ferrovie
investono al Sud solo il 21% delle proprie risorse. Se questo è lo scenario, è
difficile prevedere una ripresa vera di competitività delle Pmi in questa fase,
senza la presenza di politiche mirate.
Carlo Di Stanislao,
de.it.press
Crisi greca ed Europa. Torpori e colpe
Crisi greca e
aiuti, l’Europa ne esce a pezzi, altro che un modello per la governance del
mondo
Il re è nudo. Per
quattro mesi i governanti europei si sono illusi che bastassero le parole per
convincere gli investitori a continuare a sottoscrivere i titoli di Atene.
Hanno negato che i trattati europei, o più semplicemente i cittadini tedeschi,
avrebbero, alla fine, reso impossibile un salvataggio. Non hanno avuto il
coraggio di dare una risposta politica forte alla crisi.
Hanno impedito al
Fondo monetario internazionale di intervenire ed organizzare una soluzione
ordinata. Le loro bugie hanno fatto perdere quattro mesi, ma non hanno cambiato
la realtà: ne hanno solo reso più traumatica la soluzione. Atene non rimborserà
i propri debiti anche se un aiuto europeo potrebbe spostare in là il default.
Rimane l’incertezza se sia preferibile che ciò avvenga con la Grecia dentro o
fuori dall’euro. Perché Atene ha due problemi distinti: uno fiscale e uno di
competitività che si manifesta in un disavanzo nei conti esteri pari al 10% del
Prodotto interno lordo. Riportare in equilibrio i conti pubblici non basta;
occorre anche abbassare i salari del 30% circa. Ciò che non è in dubbio sono
invece le perdite delle banche francesi e tedesche che in questi anni hanno
acquistato titoli greci per circa 100 miliardi di euro.
Berlino non
salverà Atene, ma dovrà salvare (ancora una volta) le sue banche. L’Europa esce
a pezzi da questa vicenda, altro che un modello per la governance del mondo! Le
difficoltà vere cominciano ora. L’epilogo della crisi greca ha rotto un tabù,
l’illusione che nell’Unione monetaria tutti i debiti fossero uguali, i titoli
tedeschi e finlandesi identici a quelli greci e portoghesi. Non era colpa della
miopia dei mercati, semplicemente del fatto che il maggior acquirente di titoli
pubblici europei, la Bce, non ha mai distinto fra i titoli dei diversi Paesi.
Così facendo ha illuso gli investitori che, se mai ci fosse stato un problema,
qualcuno sarebbe intervenuto. Spezzato l’incantesimo, gli investitori hanno
aperto gli occhi. Il declassamento, prima del Portogallo, poi della Spagna, gli
spread sui titoli di Stato italiani saliti ieri oltre quota 100 ne sono il
segnale.
La preoccupazione
più grande, ciò che accomuna questi Paesi, è la mancanza di crescita, perché
senza crescita è impossibile ripagare i debiti. Da qui bisogna cominciare.
Chiedendosi che cosa si deve fare per far ripartire la crescita. La risposta è
semplice: non andare in pensione a 60 anni, non proteggere le rendite di
qualche corporazione potente che opprime i cittadini, aprire i mercati alla
concorrenza per creare più occasioni di crescita alle imprese. Non mi sembrano
le priorità del nostro governo. Chissà che lo spavento greco e il rischio che
prima o poi gli investitori perdano fiducia anche nei nostri titoli, non ci
aiuti a uscire dal torpore.
Francesco Gavazzi
CdS 29
L’evoluzione del
problema del debito greco è grave e complicata. Molti danno la colpa alla
Germania che ha impedito una decisione tempestiva e chiara sul sostegno dei
governi dell’area dell’euro. Lo ha fatto per opportunismo elettorale. Le pressioni
degli altri Paesi europei, della Bce e del Fmi la stanno convincendo a cambiare
atteggiamento. Ma non è solo colpa della Germania. Ci sono alcune questioni che
vengono trascurate nel dibattito internazionale.
Intanto c’è la
violenza, la concentrazione in tre anni del piano di aggiustamento delle
politiche economiche richiesto alla Grecia e al rispetto del quale è legata la
disponibilità del sostegno finanziario internazionale. Per quanto formulato con
un eccellente lavoro di dettaglio della Commissione, del Fmi e del governo
greco, è difficile credere che si tratti di un piano realistico e fattibile,
politicamente ed economicamente.
Il che ha portato
Atene a esitare prima di ammettere di non poter fare a meno degli aiuti e porta
i mercati a dubitare che la Grecia sia in grado davvero di mantenere la fiducia
di chi la deve aiutare. Le misure che la Grecia dovrebbe adottare sono
recessive e rischiano di peggiorare la situazione politico-sociale del Paese,
riducendo la sua disponibilità a disciplinarsi e ostacolando lo stesso
aggiustamento del disavanzo pubblico. Occorrerebbe mirare a un risultato più
graduale ma più sicuro: dare alla Grecia più tempo per correggere i suoi
squilibri e, in cambio, essere più certi di controllarne le decisioni.
Nel frattempo si
potrebbe riformare il Patto di Stabilità europeo dal quale dipende la
disciplina della finanza pubblica di molti altri Paesi. Il Patto deve diventare
più severo, più invasivo delle autonomie nazionali, più attento all’insieme
delle politiche economiche e quindi agli squilibri che vanno oltre quello della
finanza pubblica. Ma deve chiedere aggiustamenti graduali e credibili. Con un
Patto più efficace, mentre si aggiusta la Grecia, i mercati guarderebbero con
meno preoccupazione al Portogallo, alla Spagna, ma anche all’Italia e a tutti
gli altri Paesi che sono comunque oggi ufficialmente in condizioni di
«disavanzo eccessivo». Facciamo un esempio inconsueto, la Francia: secondo gli
ultimi documenti del Patto di Stabilità il deficit pubblico francese, che è
stato l’8,3% del Pil nel 2009 ed è previsto all’8,2% nel 2010, dovrebbe tornare
sotto il 3% nel 2013. Siamo sicuri che la Francia possa e, soprattutto, voglia
farlo? O stiamo sfogando la nostra severità con la Grecia mentre continuiamo a
prenderci in giro con un Patto che non funziona e nell’ambito del quale non si
è riusciti nemmeno a controllare la veridicità dei conti che la Grecia ha
comunicato negli ultimi anni?
Un’altra ragione
di aggravamento del problema greco è che non c’è un piano per far pagare una
parte del guaio ai creditori esteri della Grecia che hanno, anche recentemente,
comprato i suoi titoli a tassi elevati contando sul suo salvataggio. Servirebbe
più trasparenza, in particolare, sulla posizione di alcune delle banche e degli
altri investitori internazionali, soprattutto europei e soprattutto tedeschi,
che sono esposti in misura notevole con la Grecia.
Attraverso di loro
un’insolvenza greca diffonderebbe e aggraverebbe i suoi danni al sistema
internazionale. I crediti di questi operatori andrebbero comprati con forte
sconto da un «fondo» dove i governi europei concentrerebbero i loro
finanziamenti a supporto della Grecia. Anche attraverso questo fondo le
autorità comunitarie diverrebbero contropartita dei greci nel monitorarne il
ritorno alla solvibilità. Sarebbe come cancellare una parte del debito greco
portandola subito a deduzione, limitata ma certa, dei crediti di chi ha assunto
rischi speculativi. Aver voluto salvare a tutti i costi i creditori imprudenti
è una delle ragioni che, fin dai «subprime» americani del 2007, ha aggravato la
crisi finanziaria globale.
Se non c’è una
rapida svolta nella gestione del caso greco, l’Italia non è fra i primi
candidati al contagio. Il nostro debito pubblico è molto alto ma il suo aumento
è relativamente sotto controllo e può ancora contare su un abbondante risparmio
privato. Inoltre non c’è notizia di importanti intermediari italiani molto
esposti con la Grecia. Dobbiamo però mantenere la nostra situazione politica in
grado di gestire, in condizioni internazionali difficilissime, un programma
pluriennale che, oltre a riequilibrare credibilmente la finanza pubblica,
rilanci la competitività e la crescita del Paese. Inoltre, per quanto può
contare la nostra proposta e la nostra diplomazia, ci conviene impegnarci molto
nel favorire una gestione comunitaria corretta e decisa del problema greco,
insieme a una coraggiosa riforma del Patto di Stabilità.
FRANCO BRUNI LS 29
Gli Stati Uniti visti dall’Italia. Le battaglie di Obama
Francamente un paio di anni fa il progetto di combattere i forti gruppi
del potere finanziario operanti a Washington mi sembrava una bella idea da
campagna elettorale, quasi surreale, una
specie di onirica idea fantapolitica ad uso e consumo di un elettorato nuovo,
giunto alle urne per la prima volta nella storia della famiglia, spinto dalla
indubbia novità di un candidato non wasp. Oggi, invece, ecco giungere notizia
di provvedimenti di legge per la riforma
del sistema bancario, con l’obiettivo di evitare il ripetersi delle sciagure
finanziarie che hanno funestato la fine della presidenza Bush e di tutelare
milioni di risparmiatori americani che hanno visto sfumare nel nulla i frutti
del loro lavoro.
Il testo diffuso
online per spiegare la riforma di Wall Street inizia con una frase
semplicissima e comprensibile per ogni americano: il Presidente Obama significa
business, cioè affari, guadagno. Vediamo per chi e come.
Il pacchetto di
provvedimenti in materia finanziaria noto come La Riforma di Wall Street, presentato al Congresso, consta
di 1336 pagine. Crea un’agenzia per la protezione del consumatore di servizi
finanziari, in modo che gli americani possano avere tutte le informazioni
necessarie per prendere decisioni finanziarie valide. Vuole limitare gli abusi
di Wall Street, rendere affidabili le grosse banche e fare in modo che i
cittadini che pagano le tasse non debbano più sostenere banche in
fallimento. Prevede per questo una tassa
speciale sulle banche che andrà ad alimentare un fondo per eventuali salvataggi
di colossi in crisi.
C’è un non
trascurabile elemento comune nella politica del Presidente Barack Obama. Come già nella battaglia, vinta
nonostante i molti compromessi necessari, per la riforma del sistema sanitario,
anche questa volta, impegnato contro le storture del mondo finanziario e dei
poteri forti che lui chiama lobbies di Washington, Obama chiama a raccolta le
sue truppe. Infatti sa benissimo che per vincere battaglie impegnative,
combattute senza esclusione di colpi da ambo le parti, non basta la maggioranza
in parlamento, ci vuole anche il sostegno e la simpatia di tanti cittadini,
manifestati a livello locale in tutti i modi possibili: dibattiti televisivi,
riunioni in locali pubblici, telefonate, visite a domicilio, articoli sulla
stampa locale, proiezioni di video, messaggi online.
Quest’ultimi, inviati in email a milioni di
destinatari, sono elaborati da raffinati esperti della comunicazione che sanno
bene come semplificare e far capire concetti anche complessi: poche idee forti
espresse in modo semplice, lessico alla portata di tutti, qualche colorita
frase idiomatica, appello ai sentimenti più radicati e diffusi, argomentazioni
comprensibili anche da un bambino, e soprattutto chiarezza sugli obiettivi e l’individuazione degli avversari da
sconfiggere. Insomma è evidente un forte impegno verso la partecipazione più
ampia possibile della base elettorale, in un più ampio progetto di crescita
della democrazia americana.
L’opposizione
repubblicana parla di elementi di eccessivo statalismo che nuocerebbero alla
patria del libero mercato. Appare chiaro, però, che la riforma di Obama è una
precisa espressione proprio dell’America del libero mercato, quella della
piccola impresa, del consumatore e del risparmiatore, che vanno difesi dagli
interessi forti del mondo delle banche e della finanza.
Intanto un comunicato recentissimo ci dice che
è stato trovato un uomo armato vicinissimo al Presidente Obama. Auguriamo al
Presidente di salvare la pelle nelle sue battaglie per far approvare
provvedimenti che migliorano la democrazia americana, ritenuti da alcuni una
minaccia per la libertà.
Emanuela Medoro,
de.it.press
Non solo Grecia. Un mondo senza leader non esce dalla crisi
Spira una brutta
aria nella cooperazione internazionale. Nello scacchiere mondiale c’è solo
l’imbarazzo della scelta tra i casi di mancata collaborazione tra paesi. Stati
Uniti e Cina premono affinché l’aggiustamento degli squilibri di bilancia
estera si realizzi nella controparte, senza una comune valutazione su ciò che
accadrebbe nel contesto globale. Lo stesso avviene nell’Unione Europea, dove il
problema del surplus di bilancia corrente della Germania non viene neanche
preso in considerazione, perché un aggiustamento del cambio come quello chiesto
alla Cina non è previsto dagli accordi. Il che significa, seguendo questo
ragionamento, che gli accordi europei sono sbagliati, ma nessuno li vuole ridiscutere,
perché sono stati esaltati i vantaggi invece di denunciarne i limiti. E i
limiti sono stati evidenziati dal caso della Grecia.
Il problema da
affrontare, quello del debito pubblico, è il secondo stadio della crisi indotta
dai crediti subprime, tamponata spostando sui bilanci degli Stati l’onere dei
salvataggi e della solidarietà sociale. Si moltiplicano le estrapolazioni di
che cosa accadrebbe a questo indebitamento se non si facesse niente per
riassorbirlo. Le cifre sono da capogiro: non c’è paese che non superi il 100%
del suo prodotto lordo annuale; altri sfiorano o superano il 200%. Si invoca un
ritorno rafforzato del rigore fiscale, ignorando che una partita che si risolva
ai rigori non è certo una bella partita. Da questi esercizi di catastrofismo
della finanza pubblica emerge chiaramente che il problema è globale e, come
ogni emergenza di questo tipo, richiede soluzioni di pari livello. Perciò
questo giornale, per primo e unico, ha suggerito un accordo globale che
converta in diritti speciali di prelievo parte dei debiti pubblici per
consentire il ritorno al rigore fiscale in tutto il mondo. Questa decisione
consentirebbe di tagliare l’erba sotto i piedi della speculazione (che ha
guadagnato dalla crisi dei subprime, sta guadagnando abbondantemente dalla
crisi greca e si accinge a continuare con il Portogallo), di garantire il
potere di acquisto delle riserve ufficiali cinesi e consentire il passaggio a
cambi più flessibili dello yuan, e di rilanciare l’indispensabile cooperazione
internazionale. Ma gli Stati Uniti sono insensibili ai loro “big deficit” (di
bilancio pubblico e bilancia estera) sulla scia del loro convincimento che il
dollaro è la loro moneta, ma un nostro problema.
Senza lasciare
spazio alla cooperazione internazionale. La Cina è chiusa nel perseguimento dei
suoi problemi interni e la Germania vuole concludere la partita ricorrendo al
rigore fiscale ….
A ben vedere, il
problema di fondo è la carenza di leadership globale, che ha due volti: il
disconoscimento di siffatta necessità e l’affermazione di leader che raccolgono
consenso promettendo di tutelare gli interessi nazionali a prescindere
dall’impatto geoeconomico e geopolitico delle loro scelte. Riteniamo che Obama
e la Merkel abbiano una visione geopolitica, ma devono perseguirla senza
rivelarla, perché il mandato ricevuto è di non lasciarsi coinvolgere dai
problemi altrui e di difendere il benessere dei propri elettori. Se
l’ampliamento dell’assistenza sanitaria incide sul disavanzo di bilancio e
l’indebitamento pubblico e, per questa via, sul deficit della bilancia estera,
il problema è anche globale, perché il resto del mondo deve cedere parte dei
suoi risparmi per finanziarli. Se per salvaguardare la competitività
dell’industria tedesca basata sulla sua eccellente produttività, ma anche su un
cambio dell’euro per essa sopravalutato, la Germania non intende far gravare
sul suo risparmio l’onere del salvataggio del debito greco, manda a pallino le
fondamenta solidaristiche dell’Unione e forse l’Unione stessa; ma la pubblica opinione
non ritiene che questo sia un loro problema.
Se i nuovi accordi
europei per supplire alle carenze istituzionali dell’Unione (come quello deciso
poco più di un mese fa) prevedono che gli interventi avvengano in presenza di
un serio rischio di fallimento di un paese membro dell’euroarea, qual è il
problema? Con la collaborazione del mercato, si crea una condizione di default,
come si va facendo, e si interviene. Se lo si fa in ritardo “a causa della
lentezza dei meccanismi decisionali” il costo degli aggiustamenti degli
squilibri sarà ancora più elevato, facendo prosperare la speculazione.
Spira proprio
un’aria non buona nella cooperazione internazionale. Forse è il caso che i Capi
di Stato si riuniscano, senza lasciarsi finché non trovano una soluzione.
Occorre però qualcuno che sia capace di avere una visione globale dei problemi
e voglia metterla in discussione, cominciando dai debiti pubblici. Dove sono
finiti i sogni di gloria del G20? PAOLO
SAVONA IM 29
Lotta nei partiti e scelte degli elettori. Spifferi, correnti e preferenze
Faccio sempre
fatica, confesso, a seguire la mobilità mentale del Cavaliere. D’un tratto
scopre che le correnti sono la «metastasi », il cancro dei partiti. Ma di che
si preoccupa? Lui non ha mai avuto un partito che si dichiarasse partito. Il
Nostro esordì con Forza Italia (esortazione sportiva per le gare all’estero) e
poi inventò il Pdl, che vuol dire «popolo » (non partito) della libertà. Un po’
è che un partito vero Berlusconi non l’ha mai costruito né fatto funzionare (in
Germania sarebbe da sempre fuori legge, proibito). Ma è soprattutto che i
sondaggisti gli hanno spiegato che la parola partito è impopolare. Per la
verità anche la sinistra si è buttata per un po’ sulla botanica (la Quercia,
l’Ulivo, la Margherita); ma un sussulto di dignità l’ha riportata a chiamare
partito quel che partito è.
Ora ci risiamo con
le cosiddette «correnti» interne di partito. Il nome viene proibito. Ma la
cosa? In latino la parola che precede «partito» è stata per secoli «fazione».
Poi la fazione è man mano diventata una componente interna del partito. In
inglese si dice ancora faction, i tedeschi dicono Fraktion. I più melliflui
democristiani hanno dolcificato fazione in «corrente ». Ma come si fa ad
adoperare ancora una parola che ci compromette con un bieco passato? Io stavo
meditando di proporre «spiffero». Purtroppo gli eventi mi hanno scavalcato. La
sinistra ha scoperto le «fondazioni» — e quasi ogni leader ha la sua — mentre
Berlusconi per una volta tanto era impreparato. Siccome sinora ha avuto un
aggregato di genuflessi convocati solo per applaudirlo, ha soltanto potuto
decretare, su due piedi, che non solo le correnti in casa sua sono proibite, ma
che fanno male alla salute. Ma il problema per gli italiani non è questo. Forse
sanno che un partito, qualsiasi vero partito, è sempre suddiviso in correnti,
«spifferi», o come i sondaggisti vorranno che si dica. Né è affatto male che
sia così. Il problema non è, diciamo, di pluralismo interno ma è la virulenza,
slealtà e scorrettezza (o meno) con la quale si dispiega. Però il problema che
oggi gli italiani più sentono è quello delle preferenze: il fatto che
l’elettore non può «preferire» sulla scheda chi preferisce. A loro sentire
questa è una gravissima lesione dei loro diritti.
Ora, è vero che
nel proporre i candidati i partiti sostanzialmente li impongono ai loro
elettori. Resta però il fatto che fino al 1991 noi le preferenze multiple (tre
o quattro) le abbiamo avute, e che un referendum Segni-Pannella le ha
cancellate (lasciandone una sola) il 9 giugno 1991 con una travolgente
maggioranza del 96 per cento dei votanti. E anche la residua preferenza unica
venne poco dopo cassata a furor di popolo.
Allora a che gioco
giochiamo? Prima le preferenze le aboliamo, ora ci sembrano un salvatutto. Io,
a suo tempo, votai contro la proposta referendaria per le preferenze multiple.
E torno a spiegare perché, visto che il tema delle preferenze è collegato al
tema delle «correnti» che Berlusconi proibisce. Occulti o palesi che siano,
qualsiasi organizzazione si organizza in sottogruppi di potere che ambiscono al
potere. Io favorivo, quando c’erano, le preferenze multiple perché consentivano
accordi tra «cordate» di aspiranti atte a pacificarle. Ridurre la preferenza a
una sola aggrava, invece, il cannibalismo tra le correnti. Ciò ricordato
(nessuno sembra ricordarsene) mi chiedo se saremo mai coerenti e contenti. Giovanni
Sartori CdS 28
Italia 150 anniversario senza qualità
Mentre il Comitato
ufficiale per i 150 anni dell’Unità d’Italia è divenuto oramai l’ombra di se
stesso, dopo le defezioni variamente motivate di Ciampi, Conso, Dacia Maraini,
Gregoretti, Zagrebelsky e altri ancora, giunge notizia di una riunione
riservata tenutasi lo scorso 17 marzo, nella sede del Pd, per dar vita al
Comitato-ombra per l'Unità d'Italia. All'incontro, rivelato ieri da
«Repubblica», hanno preso parte, insieme ad alcuni storici, il segretario
Bersani e la presidente Bindi, nonché D'Alema e Alfredo Reichlin, che già
celebrò il centenario dell'Unità come direttore dell'«Unità" - insomma, il
gotha del partito. A quanto si legge, il Comitato del Pd inviterà Ciampi, la
Maraini e Zagrebelsky, cioè i dimissionari dal Comitato ufficiale, «a tutte le
iniziative», poiché si tratta di "personalità da cui non si può
prescindere".
In questo svolazzo
di surrealtà, il solo a tenere i piedi per terra sembra essere Gianni Cuperlo,
l'uomo che coordina il lavoro delle fondazioni culturali del Pd, quando nega
ogni contrapposizione alle celebrazioni ufficiali e sottolinea il carattere
culturale, di riflessione e di formazione, dell'iniziativa. Ma «Repubblica»,
con qualche malizia, spiega nel titolo che «l’obiettivo è coinvolgere Fini e
approfittare dei ritardi del governo», mentre Reichlin sottolinea: «Gli storici
ci daranno una mano, ma quella del Pd dev’essere un'operazione tutta politica».
Del resto, per motivi analoghi, cioè politici, Renzo «Trota» Bossi ha
dichiarato che non tiferà per la nazionale.
Si potrebbero
spendere, e si sono già spese, parole amare su un Paese che non riesce neppure
a mettersi d'accordo su come celebrare il proprio compleanno, su un Comitato di
saggi che poco saggiamente si squaglia un pezzetto alla volta, su un governo
che non sa andare oltre le parole sempre nobili del ministro Bondi, e su un Pd
che ha smarrito la vocazione nazionale dei padri, il Pci e la Dc, al punto di
farsi un Comitato-ombra tutto per sé.
«Questa è
un'occasione unica per tradurre in realtà il più grande e più importante
ideale. Dobbiamo e vogliamo attuare un'altissima idea. L’occasione si offre e
sarebbe imperdonabile lasciarsela sfuggire!». Ulrich chiese ingenuamente: «Ma
lei ha in proposito un pensiero preciso?». No, Diotima non l'aveva. Si parla
qui dell'Azione parallela, lo straordinario pretesto narrativo (così Mittner)
che sorregge «L'uomo senza qualità», il grande romanzo europeo sulla
dissoluzione e sull’inconcludenza esausta. Robert Musil cominciò a scriverlo
subito dopo la Grande guerra, quando l'impero absburgico era ormai un ricordo, ma
ne ambienta le vicende prima, nel 1913. In vista del settantesimo anniversario
della salita al trono di Francesco Giuseppe, che si sarebbe celebrato nel 1918,
nasce a Vienna un comitato segreto che si riunisce periodicamente nel salotto
della moglie di un alto funzionario ministeriale, Diotima. Non è chiaro in che
cosa consista esattamente l'Azione parallela, che è insieme la manifestazione
da organizzare e il comitato che se ne occupa: una rassegna culturale, una
grandiosa opera di pace, un atto filantropico, un'azione politica… Ciascuno fa
la sua proposta, che viene archiviata e presa in esame dalla segreteria
dell'Azione parallela, a capo della quale è nominato Ulrich, il protagonista
del romanzo.
L'Azione parallela
non sfocerà da nessuna parte, per la buona ragione che la guerra ben presto la
travolge, e nel 1918 non ci saranno più né Francesco Giuseppe né l'Impero. Ma,
musilianamente, si tratta di un dettaglio (né, toccando ferro, sarà quello il
destino del nostro anniversario). È l'inconcludenza in sé che contraddistingue
l'Azione parallela, è la vacuità diresti strutturale, è l'esasperata
indefinitezza dei suoi scopi, dei suoi mezzi, della sua stessa esistenza.
Soprattutto, l'Azione parallela è quel luogo - mentale, fisico, politico - in
cui a nessuno importa più un granché di niente, e tutto va avanti lo stesso.
Perbacco, sembra l'Italia di oggi. FABRIZIO RONDOLINO
LS 28
Pdl, scontro aperto sulle dimissioni di Bocchino. Il vicecapogruppo:
"Il premier mi ha epurato"
L'esponente
finiano lascia "irrevocabilmente" la carica alla Camera. "Il
Cavaliere mi ha detto: faremo i conti. E durante la puntata di Ballarò dove ero
ospite ha dato la direttiva di farmi fuori". "Colpisce me per
educarne cento".
ROMA -
"Berlusconi ha chiesto la mia testa. Non esiste un solo partito
democratico dove possa accadere ciò che è accaduto oggi". Italo Bocchino
accompagna così la lettera di dimissioni da vicepresidente vicario del gruppo
del Pdl alla Camera. Una missiva che sembrava poter stemperare il clima di
tensione all'interno del partito del Cavaliere. Che, dopo le accuse di
Bocchino, riesplode con violenza. E' lo stesso esponente 'finiano' a svelare il
retroscena: "C'è stata una direttiva di Berlusconi durante Ballarò -
spiega ai giornalisti - che chiedeva la mia testa. Berlusconi commette un
grave errore che è quello di colpire il dissenso, colpire chi è in vista per
educarne cento. Ma questo non porterà il partito lontano".
L'ex
vicecapogruppo è un fiume in piena: "Berlusconi è ossessionato da me. E'
da almeno un anno che chiede la mia testa, perchè ritiene che non possa esserci
uno non allineato. Berlusconi mi ha pure chiamato per dirmi di non andare
in televisione. Che un leader chiami un dirigente per dirgli questo, è una cosa
che non esiste al mondo. In una telefonata, con toni concitati, mi ha pure
detto: 'Farai i conti con me'".
Il sito di
Generazione Italia rilancia lo sfogo di Bocchino. Che nega di essere in cerca
di "poltrone" ("sarò uno degli 11 vice e continuerò a lavorare
per un Pdl diverso da quello attuale"), puntando il dito contro l'attuale
condizione del partito: "Sta diventando il partito della paura, altro che
partito dell'amore. Forse Berlusconi ha portato alle estreme conseguenze una
famosa frase del Principe di Machiavelli: 'Dal momento che l'amore e la paura
possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è
molto più sicuro essere temuti che amati".
Berlusconi attacca
Fini. "Fini umanamente mi ha tradito". Così alcuni senatori che ieri
sera erano a cena a palazzo Grazioli, riassumono quanto detto da Berlusconi
parlando della tensione con il presidente della Camera. Quanto alle divisioni
interne al Pdl, il premier avrebbe sottolineato come la lealtà al governo si misurerà
all'interno delle Aule parlamentari quando ci saranno i provvedimenti da
votare. Per il premier poi ha rilanciato il tema della riforme da fare nei
prossimi tre anni: da quella costituzionale, a quella della giustizia e
la riforma del fisco.
Le reazioni. Prima
dell'accusa di Bocchino, la scelta dell'esponente finiano era stata accolta con
un certo favore dentro il centrodestra. "Ha fatto bene, aveva esagerato. E
anche la vicenda Fini si è già ridimensionata, il clima si è rasserenato"
taglia corto il leader della Lega Nord, Umberto Bossi. Per il ministro
della Difesa, Ignazio La Russa, Bocchino "non è una vittima".
"E' stato un gesto di responsabilita - dice Fabio Granata, anch'egli
finiano - Ora, visto che c'è una situazione di stand by nel partito dopo la
direzione, è giusto che ci sia uno stand by anche nel gruppo. Ma è anche chiaro
che non ci debbono essere forzature. Non si pensi di calare dall'alto un altro
vicacapogruppo vicario. Da adesso in poi le decisioni nel gruppo si prendono
votando".
"Ho
apprezzato il gesto di chiarezza e dignità. Gli va ascritto onore al merito ma
vedo già parecchi avvoltoi volteggiare, ci sono già 5-6-7 candidati per il suo
posto" afferma Roberto Menia, uno dei più critici nei confronti di
Bocchino. 'Domani - raccontato un altro finiano - il Secolo sottolineerà
l'importanza del gesto di Bocchino che si è sacrificato per la pace e per il
bene del Pdl, nella speranza che poi non ci sia, dall'altra parte (dagli ex Fi
così come da Feltri) una nuova campagna di aggressione". Per la
sostituzione del vicecapogruppo i tempi, viene spiegato ancora, non saranno
brevi: "Ora è meglio lasciare le cose così, che decantino da sole. Per il
vicario ci sarà tempo. Ma questa volta la sua indicazione dovrà essere
ratificata dall'assemblea".
LR 29
La modernità come alibi. I danni del provincialismo politico
C’è nel linguaggio
politico italiano un concetto che ricorre ossessivamente e che viene
abitualmente utilizzato per colpire l’avversario, per svelarne, agli occhi del
pubblico, l’inadeguatezza. È il concetto di «modernità» (con i suoi derivati).
La sinistra accusa la destra di non essere moderna al confronto delle (non
meglio specificate) destre europee, quelle sì moderne. La destra, a sua volta,
accusa la sinistra di non fare un’opposizione moderna, sottintendendo che nelle
altre democrazie europee le sinistre si dedicherebbero appunto a un’opposizione
siffatta. Oggi i finiani dicono di volere costruire una destra moderna, in
quanto tale «europea», e quindi radicalmente diversa dalla destra rappresentata
da Berlusconi e da Bossi. E tutti quanti, naturalmente, sostengono di voler
costruire, contro l’avversario colpevolmente impegnato ad impedirlo, un’Italia
moderna, europea (i due termini vengono trattati come sinonimi). Non è soltanto
un tic linguistico. Dietro questo riferimento continuo a una non meglio
specificata modernità, un attributo di cui l’avversario del momento sarebbe
privo, si scorge una visione dell’Italia singolarmente e paradossalmente
condivisa (con la sola eccezione dei leghisti) da tutti i partecipanti al
dibattito politico, una visione intrisa di provincialismo e di mai risolti
complessi di inferiorità.
Alle soglie delle
celebrazioni per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia dovremmo interrogarci
sul perché, nonostante le grandi trasformazioni sociali, economiche e culturali
sperimentate dal Paese, siamo ancora inchiodati, al pari della classe politica
risorgimentale e post-risorgimentale, al binomio modernità/arretratezza. Come
se ci fossero ancora quelle plebi meridionali e quei modi di vita arcaici che i
piemontesi trovarono quando scesero al Sud. E come se quelle condizioni del
Paese continuassero oggi a condizionarne la vita politica.
Per fortuna o per
sfortuna (scelga il lettore), non c’è assolutamente nulla di «non moderno» né
nel Paese né nella sua politica. Scambiare le tante disfunzioni che affliggono
il nostro sistema pubblico per sintomi di arretratezza è un abbaglio. Non
possiamo poi lamentarci se, ad esempio, l’Economist o altri organi di stampa
britannici si fanno continuamente portavoce del tradizionale, antico, disprezzo
dei sudditi di Sua Maestà per gli italiani: siamo noi, con il provincialismo (a
sua volta figlio della disinformazione) e i complessi di inferiorità che
continuamente esibiamo nei nostri dibattiti politici ad alimentare
quell’atteggiamento.
Che cosa si
nasconde dietro il refrain della mancata modernità dell’avversario o del Paese?
A parte l’implicito (e patetico) omaggio all’ideologia sette-ottocentesca del
Progresso, dietro quel ritornello si nasconde un vuoto di idee, relative al che
fare, che si cerca di coprire col linguaggio modernista, attribuendo a sé
l’ambito trofeo della modernità e negandolo all’avversario.
Il fatto
paradossale poi è che quegli stessi che dicono di volere un’Italia moderna e
europea, appena si propone di importare qualche istituto che ha dato buona
prova nell’uno o nell’altro dei Paesi europei, immediatamente si ritraggono.
Guardate, ad
esempio, a come la sinistra italiana (sedicente europea e moderna) reagisce
quando si propone di importare la separazione delle carriere fra pubblici
ministeri e giudici. O a come reagisce la destra (non solo i leghisti ma anche
il Pdl del Sud) quando si propone di liberalizzare servizi e ridurre lo spazio
dei mercati protetti locali. Anche gli intellettuali dovrebbero disciplinarsi
un po’, smetterla di alimentare, involontariamente o meno, gli alibi e i
diversivi di cui si servono tanti politici. Perché mai c’è questo bisogno di
definire «arretrato» tutto ciò che non ci piace? Ad esempio, che cosa c’è di
intrinsecamente «non moderno», di arretrato, nei mercati protetti (al riparo
dai rigori della concorrenza) oppure nel campare sulla spesa pubblica, ai danni
dei contribuenti? Assolutamente nulla. Che pochi sfruttino dei privilegi ai
danni dei più è, potremmo dire, una situazione «senza tempo»: gli uomini,
avendone l’occasione, lo hanno sempre fatto e, potendo, continueranno sempre a
farlo. Non dobbiamo contrastare quelle situazioni e quei comportamenti in
quanto non moderni. Dobbiamo contrastarli in quanto dannosi per la
collettività.
Il guaio è che
sbarazzarsi di provincialismo e complessi di inferiorità obbligherebbe una
classe politica diversamente abituata a darsi da fare con idee originali e
progetti puntuali. E comporterebbe anche l’imposizione di un differente
costume, di nuove abitudini, a un pubblico diseducato alla discussione sui
problemi. È qui soprattutto che si manifesta la radicale diversità della Lega
dagli altri attori politici. Non credo che la Lega arriverà davvero, come
ambisce, ad esercitare una totale egemonia territoriale sul Nord (soprattutto,
resta difficilissima, per la Lega, l’impresa di riuscire ad imporre il proprio
incontrastato dominio sulle grandi città). Ma è certo che essa esercita nella
scena pubblica un’influenza e un peso politico-culturale nettamente superiori a
quelli che la sua reale forza lascerebbe prevedere.
Ciò accade in
larga misura perché la Lega fa esattamente il contrario di ciò che fanno gli
altri attori politici. Si batte su temi specifici, trasmette agli elettori
l’idea di sapere dove vuole andare a parare (non importa che ciò sia vero,
importa solo che gli elettori lo credano). Gli altri protagonisti della
politica danno la sensazione di essere al rimorchio o di giocare di rimessa. Forse,
chi vuole contrastare la Lega dovrebbe parlare molto meno di modernità e
pensare molto di più. Angelo Panebianco CdS 27
Magistrati e politica. Il valore inestimabile della imparzialità
“Quella del
magistrato è una funzione che esige equilibrio, serenità e sobrietà di
comportamenti. Il suo unico fine è quello di applicare e fare rispettare le
leggi attraverso un esercizio della giurisdizione che coniughi il rigore con la
scrupolosa osservanza delle garanzie previste per i cittadini”.
Con queste parole,
che definiscono in modo efficacissimo il ruolo del giudice, ancora una volta il
Presidente Napolitano esprime tutta la sua più viva attenzione sui gravi
problemi della giustizia in Italia, esprimendo un severo monito ai giovani
magistrati all’inizio della loro carriera. A rendere più solenne questo
messaggio, c’è peraltro la esplicita assunzione del ruolo di garanzia
dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura “nella duplice veste di
Presidente della Repubblica e di Presidente del Consiglio Superiore”
La riflessione del
Presidente si incentra sulla crisi di fiducia nella magistratura derivante
dall’insoddisfacente andamento dell’amministrazione della giustizia e
dall’incrinarsi dell’immagine e del prestigio dei magistrati, anche a causa di
sovraesposizioni medianiche e di atteggiamenti protagonistici, per non parlare
dell’assunzione di incarichi politici nella sede in cui essi hanno esercitato
le funzioni. Tutto ciò crea un clima di delegittimazione, tanto più grave, in
quanto la fiducia dei cittadini poggia proprio sull’indipendenza ed
imparzialità del magistrato, sia come giudice nell’applicazione delle norme
sostanziali, sia come pubblico ministero nel promovimento dell’azione penale e
nello sviluppo delle indagini.
Ma quali sono i
rimedi a tale grave situazione? Il Presidente Napolitano prospetta una serie di
misure volte a riacquistare l’apprezzamento e la credibilità dei cittadini,
secondo una pluralità di criteri molto ampi.
Il primo di essi
appare molto rispettoso proprio dell’autonomia della magistratura, giacché si
tratta di procedere a forme di autocritica ed autocorrezione, ma l’esperienza
sembra dimostrare che è una prospettiva apparente, perché forti sono le
tentazioni autoreferenziali. Il percorso allora necessariamente passa
attraverso il legislatore, coinvolgendo il rapporto tra politica e giustizia,
troppo spesso considerati come “mondi ostili guidati dal reciproco sospetto”, i
quali invece dovrebbero lealmente collaborare, in quanto responsabili solidali
di garantire un diritto fondamentale ai cittadini.
In questo ambito
va riconosciuto il merito del Governo e del CSM per l’accelerazione delle
procedure giudiziarie, ma resta ancora molto da fare, soprattutto per quanto
attiene al delicato dosaggio tra la rigorosa osservanza delle leggi ed il
rispetto scrupoloso delle garanzie dei cittadini e della loro dignità. E
proprio su questo delicatissimo rapporto, che è necessaria una feconda
collaborazione tra il legislatore e il CSM, senza atteggiamenti di rivalsa, da
una parte e dall’altra. Certo, da un lato, è auspicabile un più fermo
atteggiamento del CSM nel reprimere illeciti disciplinari ed a questo
proposito, sarebbe quanto mai opportuno inserire nella legge istitutiva
un’apposita previsione normativa che gli consenta di adottare misure
disciplinari, in via di urgenza.
Dall’altro lato,
però spetta al Parlamento introdurre tutta una serie di limitazioni alla
partecipazione dei magistrati all’attività politica, procedendo finalmente ad
attuare quell’art. 98 della Costituzione, che appunto dispone che con legge si
possono stabilire limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici per
i magistrati. Si tratta di una disposizione dettata dai Costituenti, ben
consapevoli dello status singolare dei magistrati, che appunto possono subire,
rispetto agli altri cittadini, limitazioni della loro attività politica,
proprio per apparire, oltre che essere, indipendenti ed imparziali.
D’altra parte,
questa è la conclusione del Presidente Napolitano, quando afferma che “i valori
costituzionali dell’autonomia e dell’indipendenza si difendono tutelando i
magistrati da comportamenti” che creano nei loro confronti un clima di
delegittimazione. Piero Alberto Capotosti IM 28
La Calabria da strappare alle cosche
L’arresto di
Giovanni Tegano chiude in Calabria un ciclo iniziato oltre dieci anni or sono e
che ha consentito allo Stato di liberare la provincia reggina dalla minacciosa
latitanza di decine di boss, spesso condannati all'ergastolo. E’ stata una battaglia
lunga e difficile, ma alla fine Piromalli, Bellocco, Morabito, De Stefano,
Barbaro ed altri si trovano detenuti in regime di 41-bis nelle supercarceri del
Nord. Fuori sono rimaste le seconde file e la schiera ancora occulta dei nuovi
collusi che nuotano nel mare della società civile, nella politica e nelle
istituzioni. C’è da essere soddisfatti, tuttavia in Calabria non v’è mai nulla
di decisivo. Nessuna vittoria delle forze dell’ordine e della magistratura è in
grado di misurare lo scarto tra il vincere e il perdere.
Le cosche della
’ndrangheta costituiscono un acquitrinoso Vietnam, una grande Baghdad da
liberare buca per buca o casa per casa. Non esiste in quella terra nessun
Bernardo Provenzano, né un Matteo Messina Denaro da additare come l'ultimo
epigone di una stagione di sconfitti. Oltre 140 ndrine asfissiano la regione a
macchia di leopardo, con una densità criminale e con una pressione sulla
popolazione senza eguali nel resto d'Italia. Questo rende difficile la missione
calabrese e impone allo Stato di approntare strategie diverse da quelle
siciliane o campane. La recente scelta del governo di inserire la ’ndrangheta,
accanto a mafia e camorra, tra le organizzazioni punite ai sensi
dell'art.416-bis è sostanzialmente ininfluente nella partita in corso.
La ’ndrangheta è
processata da alcuni decenni, centinaia di sentenze ne hanno dimostrato
l'esistenza e non sarà certo un escamotage normativo a risolvere la questione.
Non esiste, né probabilmente esisterà mai in Calabria una vera e propria cupola
che organizza e pianifica le attività delittuose in modo sistematico com’è
accaduto per Cosa nostra. Colpa della geografia, di un insediamento demografico
frantumato, di una storia antica fatta di isolamento, insuperabili diffidenze,
gelosie. Una complessa antropologia che può provocare faide primitive e
selvagge, ma mai la ricerca di una stabilità garantita gerarchicamente. Certo
da decenni i boss si incontrano, cercano di evitare scontri armati e di
accordarsi per qualche appalto o partita di droga. A Montalto nel 1969 ne
furono sorpresi un centinaio in conclave, ma nessuno può seriamente pensare di
colpire la ’ndrangheta calabrese come iniziò a fare Giovanni Falcone a Palermo
grazie a Tommaso Buscetta. I maxi processi in terra calabra hanno sempre riguardato
più cosche colpite contestualmente, ma non un’unica organizzazione criminale.
Le ’ndrine hanno
vocazioni e obiettivi diversi tra loro. Se gli uomini di San Luca e Platì
vedono nel traffico internazionale della cocaina un business dagli infiniti profitti,
i «corleonesi» della piana di Gioia Tauro hanno da sempre progetti egemoni
sulla politica e sull’economia.
Non si possono
accomunare fenomeni così diversi attraverso una sorta di matrice etnica o
territoriale e ogniqualvolta si è tentato un esperimento del genere i giudici
lo hanno sempre sconfessato nelle proprie sentenze. Occorre, piuttosto,
costruire risposte flessibili e incisive, aggredendo prioritariamente le
famiglie più potenti e ricche e alleviando la pressione mafiosa su porzioni
significative della Calabria. Il quadro della normativa antimafia è
praticamente completato. Tra scioglimento dei consigli inquinati dalla mafia,
confische, carcere duro, inasprimenti di pene, lo Stato dispone degli strumenti
per disincagliare la società calabrese dalle secche della ’ndrangheta e
consentirle di riprendere una rotta di civiltà e sviluppo. Ma occorre impiegare
tutti gli strumenti in modo concentrato e in ambiti circoscritti. Non è più il
tempo delle cifre indistinte sugli arresti compiuti o sui sequestri operati, il
consuntivo in Calabria deve essere presentato cosca per cosca, talvolta
quartiere per quartiere. Poiché in quella terra ogni paese è una trincea e la
gente percepisce immediatamente quali sono i veri esiti della battaglia in
corso, senza mistificazioni mediatiche.
Quattro
sgangherati hanno urlato la loro rabbia per la cattura di Tegano davanti alla
questura di Reggio, ma una Calabria silente ancora non mostra di credere alla
possibilità di una vittoria. Sottrarre la Calabria alle cosche sarà una partita
ancora lunga, aver chiuso con i latitanti storici è una tappa importante.
Adesso sono necessarie le nuove condanne e i nuovi ergastoli per fare un passo
in avanti e colmare il vuoto di fiducia dei calabresi. ALBERTO CISTERNA, sostituto procuratore presso
la Direzione nazionale antimafia LS 30
Primo maggio, battaglia sui negozi aperti, alla fine Milano rinuncia:
troppe tensioni
A migliaia sabato
continueranno a lavorare. I contrari: non fatela diventare la festa dello
shopping. Dalla Curia alla Cgil, il fronte del no: "Cancellare un giorno
di riposo non risolve la crisi" di CARLO BRAMBILLA
MILANO - Primo
maggio tutti in piazza. A fare shopping però. Botteghe e centri commerciali, in
molte città italiane, da Torino a Genova, Monza, Palermo, Napoli, Firenze,
hanno deciso infatti quest'anno, tra roventi polemiche, di festeggiare la festa
del lavoro lavorando. Negozi aperti per contrastare la crisi economica e
promuovere i consumi, sostengono le organizzazioni dei commercianti, ingolosite
da un sabato festivo dedicato agli acquisti proprio all'inizio del mese, quando
c'è ancora l'illusione del portafogli pieno.
Una violazione
della festa del lavoro, proprio nel momento in cui i lavoratori pagano il
prezzo più duro della crisi replicano, invece, i sindacati. Nel dibattito si
inserisce anche la Curia di Milano, particolarmente sensibile ai temi del
lavoro, per difendere "il tempo del riposo e della solidarietà".
Resta il tentativo di abbattere una data storica, fortemente simbolica, del
movimento operaio. Una festività sospesa durante il ventennio fascista, che ora
rischia di svuotarsi dei suoi significati profondi. L'opposizione sindacale ha
costretto ieri a un clamoroso dietrofront il sindaco di Milano, Letizia
Moratti, decisa in un primo tempo a concedere agli esercenti la possibilità di
tenere aperto. "Su richiesta dei sindacati - ha dovuto cedere la Moratti -
che hanno posto con forza questo problema, avendolo valutato anche al tavolo
per la sicurezza e l'ordine pubblico, abbiamo preso questa decisione, diversa
da altre città che invece hanno concesso la deroga".
Ma intanto
l'obiettivo di rompere la sacralità del primo maggio, dopo quella del 25
aprile, sembra raggiunto. Amare le considerazioni di Susanna Camusso, della
segreteria confederale della Cgil: "Questo è un Paese che si è dimenticato
cos'è il lavoro. Non lo vede più come ciò che condiziona concretamente la vita
delle persone, né come un valore di riferimento, sul quale determinare le
politiche. Il "mercato", il "liberismo",
l'"individualismo", identificano tutto con il consumo. Riducono
qualunque forma di vita al consumo. È un Paese che nega la crisi. Non la vuole
vedere. E non è capace di rispettare chi sta pagandone il prezzo più
alto". Anche don Walter Magnoni, del vicariato vita sociale e lavoro,
della diocesi di Milano, difende la festa laica del primo maggio: "In una
società frenetica come la nostra è fondamentale sapersi fermare ogni tanto.
L'uomo deve avere il tempo di ritrovare se stesso, la propria famiglia, i
malati, gli anziani, la solidarietà. È illusorio pensare di risolvere la crisi
rinunciando a un giorno di riposo".
Francesco Renda,
88 anni, figura storica del movimento operaio siciliano, che fu tra gli oratori
il primo maggio del '47 a Portella della Ginestra, preferisce invece non dare
tanta importanza allo shopping del primo maggio: "Non è questo il punto.
Che i negozi rimangano pure aperti. Purché si salvi il significato profondo del
primo maggio, la dignità del lavoro, il giusto salario. E si arrivi a ridurre,
sempre di più l'orario di lavoro". Sull'idea di lavorare proprio il primo
maggio ironizza invece Guido Martinotti, docente di Sociologia urbana all'Istituto
italiano di Scienze umane di Firenze: "Alcune festività hanno il valore
antropologico, fon-damentale, dell'inversione della quotidianità. Lavorare il
primo maggio è un controsenso. Un po' come voler essere seri a carnevale". LR 29
Oggi a Palazzo Madama la riunione dei Consigli europei dei residenti
all’estero
“L’Europa in
movimento: da migranti a cittadini europei” - Carozza (Cgie): “In continuità
con l’incontro di Parigi chiediamo un organismo di rappresentanza nell’ambito
UE per i cittadini che vivono in uno stato europeo diverso da quello d’origine”
ROMA – Oggi 30 aprile si terrà a Roma,
nell’Aula del Senato, l’incontro dal titolo “L’Europa in movimento: da migranti
a cittadini europei”. Vi parteciperanno i rappresentanti dei cittadini europei
di Stati membri che vivono in Europa fuori dal paese d’origine. L’incontro sarà
introdotto dal vice presidente del Senato Emma Bonino. Faranno seguito il
segretario generale del Cgie Elio Carozza sugli obiettivi dell’incontro e sul
progetto di dichiarazione dei rappresentanti delle comunità di cittadini
europei migranti nei Paesi membri dell’Unione Europea e Jean-Pierre Villaescusa
, dell'Ufficio di Presidenza dell’Assemblea dei Francesi all’Estero,
sulla Dichiarazione di Parigi del 30 settembre 2008.
Durante la prima sessione di lavoro, dedicata
al tema “L’Europa in movimento e le Istituzioni europee”, interverranno il
sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica e il presidente della III
Commissione del Senato Lamberto Dini. Seguirà un dibattito e la sessione si
concluderà con le relazioni di Gianni Pittella vice presidente del Parlamento
Europeo, Rossana Boldi presidente della Commissione Politiche dell’Unione
europea del Senato e del senatore del Pd Claudio Micheloni.
La seconda sessione sarà incardinata al tema
“Il ruolo dell’istruzione nella costruzione della coscienza civile europea”. Al
dibattito, moderato dal senatore Micheloni, prenderanno parte Roberto Ricci
dell’Università degli Studi G. D’Annunzio Chieti Pescara, il vice presidente del
Parlamento Europeo Roberta Angelilli, la senatrice Mariapia Garavaglia della
Commissione Istruzione e Beni culturali del Senato ed altri. Dopo
l’approvazione del documento finale, le riflessioni conclusive di Carozza e del
senatore Micheloni.
“Nel secondo semestre del 2008 - ci
spiega il segretario generale del Cgie Elio Carozza, - nell’ambito della
presidenza della Francia dell’Unione Europea, i francesi organizzarono il primo
incontro degli organismi rappresentativi dei cittadini europei di uno stato
membro che vivono nell’U.E. fuori dal paese d’origine. Fu un’ottima iniziativa
da cui scaturì un documento molto importante, la dichiarazione di Parigi che
noi abbiamo ripreso e riproporremo nell’incontro di Roma, anche perché ci siamo
trovati molto d’accordo su alcune delle questioni indicate. Va ricordato in
questo contesto che gli italiani e i francesi sono quelli che hanno una
rappresentanza più strutturata, ma sono attivi anche gli spagnoli i portoghesi
e i tedeschi. Dopo l’esperienza di Parigi scrissi ai nostri presidenti di
Camera e Senato chiedendo loro di poter organizzare qualcosa di simile in
Italia. Hanno accettato e adesso ci siamo organizzati.
L’incontro di Roma - prosegue Carozza
entrando nel merito del simposio - sarà un pochino diverso rispetto a quello
che si è svolto a Parigi, perché il dibattito si svilupperà nell’arco di una
sola giornata. I lavori sono divisi in due momenti. Una prima parte sarà
finalizzata a dare continuità alle richieste di Parigi, ovvero quella di
dotarsi di un organismo di rappresentanza a livello Ue per i venti milioni di
cittadini che vivono in uno Stato europeo diverso da quello d’origine. A Parigi
chiedemmo anche un Commissario alla mobilità e la creazione di un’agenzia.
All’incontro di Roma parteciperanno i due vice presidenti italiani al
Parlamento europeo a cui chiederemo di farsi promotori dell’organizzazione
all’interno del Parlamento Europeo di una “Agorà” nel mese di settembre.
La seconda parte dell’incontro, rischiosa ma innovativa, l’abbiamo dedicata alla creazione di una coscienza europea. Credo infatti che sia opportuna, viste le esperienze degli ultimi anni come la partecipazione al voto, una preparazione delle coscienze all’Europa che parta dalla scuola. Si cercherà di approfondire – precisa il segretario generale - come dare senso alla costruzione europea insegnando nelle scuole la storia, le tappe conquista