WEBGIORNALE  30  Aprile – 2 Maggio  2010

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Immigrazione. Il Consiglio d'Europa critica i respingimenti delle autorità italiane  1

2.       Congresso europeo Ccee sule migrazioni. In Europa „deriva etnica istituzionalizzata“  1

3.       Leghisti e berlusconiani bravi razzisti di provincia  1

4.       La crisi. Sì della Merkel ai fondi per la Grecia. Procedura accelerata per gli aiuti 1

5.       La sfida di Angela a Bruxelles  2

6.       I tedeschi cedono. Alla Grecia aiuti per 135 miliardi 3

7.       E` guerra aperta tra Cgie (“ente inutile” per Mantica) e Governo. No al rinvio delle elezioni Comites  3

8.       Clamorosa protesta del Cgie, cha lascia l’aula durante l’intervento del Governo  4

9.       Plenaria del Cgie. I parlamentari dell’estero: faremo la nostra parte per sostenere Comites e Cgie  4

10.   Plenaria Cgie. Le relazioni dei vice segretari generali Losi, Mangione e Nardelli 5

11.   Mantica, un Sottosegretario che ama le “Panzer Divisionen” e disprezza gli italiani all’estero  6

12.   Il finiano Di Biagio: sì al dibattito, ma dentro il PdL.”Pronto a dimettermi, se il partito lo chiede”  6

13.   Congresso Fusie. “Atto delinquenziale” decurtare i contributi alla stampa all’estero con effetto retroattivo  7

14.   Il dialogo italo-tedesco. Siamo al punto più basso?  8

15.   A Francoforte in arrivo il “Il battello della Poesia”  8

16.   Saarland. Il Presidente Müller “deluso” per la chiusura del Consolato italiano  9

17.   Norimberga. L’insegnante Giovanni Ardizzone il nuovo presidente del Comites  9

18.   Cultura italiana a Stoccarda. Questa sera in duomo il Coro Polifonico Farnesiano di Piacenza  9

19.   Premiate ad Hannover le 18 Camere di Commercio Italiane in Europa  10

20.   Il 25 aprile ad Amburgo. È salvo il Consolato?  10

21.   Scrittori a confronto sull’Europa il 5 maggio a Stoccarda  10

22.   Laura Garavini e Marco Meloni con i ricercatori italiani a Monaco di Baviera  11

23.   Tour mondiale di Baglioni per capire come vivono italiani all'estero. In Germania a maggio  11

24.   A Monaco di Baviera la mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa “Collage e Scultura”  11

25.   Interrogazione di Aldo Di Biagio (Pdl) sulla chiusura dell’agenzia consolare di Mannheim   12

26.   Arriva la riforma: dal 3 maggio la nuova Radio Colonia. Un'ora di italiano tutte le sere  12

27.   Berlino. L’Associazione L’Altritalia ricorda l’uccisione dei deportati italiani di Treuenbrietzen  13

28.   All’Università di Basilea la mostra di mosaici della Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo  13

29.   Documento del Cgie contro il rinvio dell’elezione dei Comites  13

30.   L’on. Garavini: “Il rinvio delle elezioni dei Comites: l’ennesimo attacco agli italiani all’estero”  14

31.   Crisi europea: Germania di ferro ed Italia in bilico  14

32.   Crisi greca ed Europa. Torpori e colpe  15

33.   Cosa serve davvero ad Atene  15

34.   Gli Stati Uniti visti dall’Italia. Le battaglie di Obama  15

35.   Non solo Grecia. Un mondo senza leader non esce dalla crisi 16

36.   Lotta nei partiti e scelte degli elettori. Spifferi, correnti e preferenze  16

37.   Italia 150 anniversario senza qualità  17

38.   Pdl, scontro aperto sulle dimissioni di Bocchino. Il vicecapogruppo: "Il premier mi ha epurato"  17

39.   La modernità come alibi. I danni del provincialismo politico  18

40.   Magistrati e politica. Il valore inestimabile della imparzialità  18

41.   La Calabria da strappare alle cosche  19

42.   Primo maggio, battaglia sui negozi aperti, alla fine Milano rinuncia: troppe tensioni 19

43.   Oggi a Palazzo Madama la riunione dei Consigli europei dei residenti all’estero  19

44.   Ponte di Messina. Grandi spartizioni. E nessuno parla dell’inchiesta 'Brooklyn' 20

45.   Una delegazione del Cgie ricevuta in Senato  20

46.   Incontro del Comites di Ginevra su “La lotta alla mafia: una seconda resistenza”  20

47.   Adozioni, la Cassazione: "no a scelte razziste"  21

48.   Intercomites della Svizzera: No al nuovo rinvio delle elezioni Comites  21

 

 

1.       Bericht des Europarats. Italien missachtet Menschenrechte  21

2.       Afrikanische Flüchtlinge. Italien verstößt gegen die Menschenrechte  21

3.       Italiens Abschiebepolitik. Vernichtendes Urteil für Italien  22

4.       Illegal in Deutschland. Schule auch für Kinder ohne Pass  22

5.       Operation "Migrantes". Unternehmer in Italien verhaftet. Ein Schlag gegen die Ausbeuter 23

6.       Ernennung von Aygül Özkan als Ministerin: Ein historischer Moment 23

7.       Berufsbildungsbericht 2010: Staatsministerin Böhmer fordert Chancengleichheit für junge Migranten  23

8.       Integration in Niedersachsen. Polizei wird Multikulti 24

9.       SPD. Die Migration der Integration  24

10.   Niedersachsen ist was Integration angeht ein Entwicklungsland. Böse Ausländer, gute Ausländer 25

11.   Berlin. Köstlichkeiten aus der Basilikata anlässlich der Präsentation des Buches „Ferne Verwandte“  25

12.   Niedersachsen. Aygül Özkan vereidigt - „So wahr mir Gott helfe“  26

13.   Türkische Gemeinde. Stolz auf Özkan  26

14.   Türkischstämmige CDU-Ministerin. Demontage einer Vorzeige-Migrantin  27

15.   Lieb Heimatland. Wie Aygül Özkan von Unionspolitikern ausgegrenzt wird  27

16.   Erste deutsch-türkische Ministerin. Ja, Kruzitürken! 27

17.   Einwanderung in die USA. Heißes Pflaster für Latinos  28

18.   Griechenland. Europa vor einer Existenzkrise  29

19.   Leitartikel zu Griechenland. Merkel verantwortet die Euro-Krise  29

20.   Merkel und Europa. Die größte Münze  30

21.   "La Stampa" verteidigt Merkel 30

22.   Analyse: Krise trifft auch deutsche Sparer 30

23.   Hass-Mails. Griechen am Pranger 31

24.   Wahl in NRW: Elefantenrunde Rot-grüne. Sirenen gegen Rüttgers. Rüttgers' einsamer Kampf 31

25.   Aufregung vor dem 1.Mai. Behörden prophezeien Donnerwetter 32

26.   Berufsbildungsbericht 2010. Im Land der Bildungsmuffel 33

27.   Scheidungsväter auf der Straße: Sonderfall Italien  33

28.   Arbeitslosenzahl sinkt überraschend stark  33

29.   Tumult bei Antisemitismus-Diskussion. Spucken und Schreien  34

30.   Islam diffamiert. CDU-Mann kontra Özkan  34

31.   Burka-Verbot in Frankreich. Im beschränkten Blickfeld  35

32.   Sizilianischer Heimatfilm "Baaria". Don Camillo in Farbe  35

33.   Champions League. Inter im Finale gegen die Bayern  35

34.   Erinnerung an das "Wunder von Mailand"  36

 

 

 

 

Immigrazione. Il Consiglio d'Europa critica i respingimenti delle autorità italiane

 

Migranti lasciati sul ponte di una nave con poca acqua, senza cibo, nè coperte anche per 12 ore

 

Strasburgo - Il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa chiede alle autorità italiane di aprire un'inchiesta su quanto avvenuto durante due operazioni di respingimento di immigrati verso la Libia, del 6 maggio e del primo luglio 2009. Secondo il rapporto, i migranti intercettati e respinti il 6 maggio sarebbero stati tenuti sui ponti delle navi italiane per 12 ore senza cibo, nè coperte e insufficiente acqua. Inoltre alcuni di loro avrebbero subito violenza fisica, calci, pugni e colpi di remo, da parte della polizia libica per costringerli a scendere dalle navi della Guardia Costiera nel porto di Tripoli.

 

Nell'operazione del primo luglio invece, secondo le informazioni del Cpt, sei migranti, tra loro anche una donna incinta, sarebbero stati maltrattati tanto da dover essere ricoverati in ospedale una volta arrivati in Libia. Le autorità italiane hanno ammesso di aver dovuto usare la forza, ma in modo «proporzionale» perché alcuni immigrati stavano cercando di andare sotto coperta invece di rimanere sul ponte della nave. Nessuno ha subito gravi lesioni, e solo 2 migranti, tra cui una donna incinta, sarebbero stati ricoverati in via precauzionale. 

Ulteriori servizi nella sezione in tedesco (ndr) dip

 

 

 

 

Congresso europeo Ccee sule migrazioni. In Europa „deriva etnica istituzionalizzata“

 

Malaga - In Europa siamo di fronte ad una specie di “deriva etnica istituzionalizzata, che certamente non favorisce né l’approccio sereno degli autoctoni verso gli immigrati e neppure il processo di integrazione degli immigrati nel tessuto delle società di arrivo”. Parole forti di denuncia quelle usate oggi da mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. Intervenendo con una relazione al Congresso europeo sulle migrazioni in svolgimento a Malaga per iniziativa del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), mons. Vegliò ha esordito facendo il punto sui flussi migratori in Europa. “Nei 27 Paesi dell’Unione – ha detto – si calcolano attualmente 24 milioni di immigrati, per lo più provenienti dai Paesi stessi dell’Unione. I due terzi della presenza straniera sono ospitati da Germania, Francia e Regno Unito, anche se i Paesi mediterranei registrano costanti aumenti”. Più difficile invece avere cifre precise circa gli immigrati irregolari, ma “secondo valutazioni recenti sarebbero fra i 4,5 e gli 8 milioni, con un aumento stimato fra i 350 mila e i 500 mila all’anno”. I sondaggi inoltre rivelano che in Europa i flussi migratori siano sempre più percepiti “in maniera negativa dalla popolazione”.

Ciò che preoccupa mons. Vegliò è che “l’Europa sentendosi fortezza assediata, affronta sulla difensiva il fenomeno della mobilità”. “Viene, così, proposta e ribadita la trilogia inaccettabile ‘immigrazione-criminalità e terrorismo-insicurezza’”. “Ecco allora – ha proseguito – che l’obiettivo della politica europea appare quello di limitare il numero degli immigrati, rendendo difficile e quasi impossibile l’arrivo di quelli regolari, e di eliminare gli irregolari”.

Il presidente del dicastero vaticano ha quindi ammonito: “Le misure punitive non bastano, spesso nemmeno scoraggiano nuove partenze, le rendono solo più pericolose o costose”. E poi ha aggiunto: “Ancor più dannoso è portare avanti una strumentalizzazione politica delle migrazioni senza davvero prendere i provvedimenti necessari, anzi scatenando risentimenti xenofobi nella popolazione locale e, di conseguenza, anche reazioni violente che possono trovare addirittura giustificazioni nelle parole di questo o quel politico, come ‘ci vuole cattiveria con i clandestini’. Piuttosto – ha quindi osservato mons. Vegliò – ci si dovrebbe chiedere come far incontrare la domanda e l’offerta di manodopera senza che i lavoratori stranieri debbano sempre passare per la porta dell’irregolarità”.

La relazione di mons. Vegliò è piena di domande: “Quanto si investe nell’integrazione?”; “che cosa si fa per le scuole?”; “e per la collaborazione con i Paesi di partenza?”. Il rappresentante del dicastero vaticano suggerisce una “visione nel segno della positività”, ammonendo: “Più le misure sono restrittive e più aumenta il numero dei migranti irregolari e dei trafficanti di manodopera straniera. Così, anche i confini nazionali più protetti vengono quotidianamente varcati da persone che fuggono condizioni di vita inaccettabili e che non si arrestano di fronte a pericoli e ostacoli di ogni genere”. In questo contesto, la Chiesa si schiera dalla parte di una “cultura dell’accoglienza”: intende cioè “affermare – ha detto mons. Vegliò – la cultura del rispetto, dell’uguaglianza e della valorizzazione delle diversità, capace di vedere i migranti come portatori di valori e di risorse. Per queste motivazioni essa invita a rivedere politiche e norme che compromettono la tutela dei diritti fondamentali, come quello del ricongiungimento familiare, dell’accesso alla cittadinanza, della stabilità del proprio progetto migratorio. Esprime inoltre un forte dissenso rispetto alla prassi sempre più restrittiva in merito alla concessione dello status di rifugiato e al ricorso sempre più frequente alla detenzione e all’espulsione dei migranti”. Sir

 

 

 

 

Leghisti e berlusconiani bravi razzisti di provincia

 

Ogni tanto l’opinione pubblica, o almeno quello che rimane, si desta dal suo torpore e pare indignarsi davanti al sindaco leghista di Adro che vieta la mensa ai bambini delle famiglie morose oppure per l’operazione White Chrystmas, la simpatica caccia all’immigrato del comune di Coccaglio organizzata per festeggiare il Santo Natale. Ma sono solo i casi più clamorosi quelli che bucano la cortina della censura e del conformismo informativo. Se si va sul territorio, infatti, gli atti amministrativi delle giunte leghiste e del pdl esplicitamente discriminatori nei confronti degli stranieri sono molti di più, magari hanno un minor impatto mediatico ma non sono affatto meno gravi.

 

Anzi. C’è una proliferazione di delibere di comuni più o meno grandi e importanti, governati dalla Lega e dagli amici berlusconiani, che violano esplicitamente la nostra Costituzione e i diritti fondamentali di ogni persona. Discriminazioni e razzismi Così, dopo aver sentito il ministro Carfagna ad Annozero esprimersi nettamente contro tutte le discriminazioni, abbiamo deciso di fare un giro nella provincia di Brescia, territorio leghista e cattolico che più non si può, per vedere che aria tira. In questa raccolta d’informazioni ci aiutano la Cgil e l’Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione) che raccoglie avvocati e studiosi in prima fila nella lotta contro le discriminazioni e il razzismo.

 

Il tabellone che pubblichiamo nella pagina seguente riassume tutti i casi di delibere amministrative delle giunte leghiste e del pdl che sono state impugnate dalla Camera del lavoro di Brescia che ha vinto tutte le cause avviate e pure tutti i ricorsi. Perchè quando uno è razzista è pure così stupido da insistere nel suo errore. Partiamo dal capoluogo: Brescia, già capitale dell’industria e cattedrale operaia. Il comune ha lanciato nel 2008 un bando per l’erogazione del bonus bebè, riservando però il contributo di mille euro solo ai figli di italiani. La Cgil ha presentato ricorso per discriminazione e ha vinto. Il sindaco Adriano Poli, pdl, sodale della Compagnia delle opere, ha contestato cinque volte la sentenza e cinque volte ha perso. Il comune di Ospitaletto, sindaco Giorgio Prandelli (pdl), è stato sconfitto due volte perchè pretendeva che i cittadini stranieri rifugiati politici presentassero un certificato penale del paese di origine (oltre a dimostrare di avere un reddito minimo di 5000 euro) per ottenere l’iscrizione all’anagrafe. Rinaldo Gianola L’U 29

 

 

 

La crisi. Sì della Merkel ai fondi per la Grecia. Procedura accelerata per gli aiuti

 

La decisione del governo tedesco: 8,4 miliardi di aiuti nel 2010 e altri nei due anni successivi - Le Borse riprendono fiato. Il governo ellenico perplesso sulle misure di austerity - dal corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO  -  Il pressing europeo e internazionale sulla Germania sta sortendo i primi, importanti effetti positivi. I colloqui a Berlino dei leader tedeschi con il presidente della Banca centrale europea (Bce), Jean-Claude Trichet, e con il direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi), Dominique Strauss-Kahn, sembrano aver convinto la cancelliera Angela Merkel e il suo potente ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, a varare una procedura accelerata per aiuti tedeschi ad Atene nel quadro del programma di salvataggio dell'Unione europea. Merkel e Schaeuble vogliono preparare un disegno di legge entro il 3 maggio e farlo approvare dal Bundestag, il Parlamento federale, entro venerdì 7. Quindi prima delle elezioni nello Stato-chiave del Nordreno-Westfalia, che la maggioranza di centrodestra teme di perdere. Passi avanti dunque, ma manca ancora la sicurezza assoluta di un sì dei legislatori tedeschi. E intanto sui mercati la situazione si aggrava di ora in ora: l'euro è sceso a 1,31 sul dollaro, le Borse sono in flessione, tranne quella di Atene incoraggiata dai segnali positivi. Il differenziale tra bond greci e tedeschi vola oltre il 1000 per cento, e il tasso d'interesse sui bond greci decennali tocca la quota record del 13,1 per cento. Senza aiuti, in altre parole, Atene non potrà farcela, perché non è in grado di accollarsi i costi dei crediti necessari.

 

Una giornata di passione, con la mattinata dedicata da tutti i protagonisti a far pressione sui tedeschi, mentre le agenzie di rating continuano imperterrite a "picconare" l'economia europea. Nel pomeriggio, Standard&Poor ha rivisto al ribasso il rating spagnolo da "AA+" ad "AA" con outlook negativo. L'euro è subito scivolato verso il basso.

 

"E' assolutamente necessario che il governo tedesca decida rapidamente", ha ammonito il presidente Bce Trichet in un colloquio con Schaeuble e con i dirigenti di quasi tutti i partiti tedeschi. Strauss-Kahn ha rincarato la dose: "La fiducia nell'euro è in gioco". Dopo quasi tre ore di colloquio, il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble, parlando ai giornalisti insieme al presidente Bce e al direttore Fmi, ha detto che la Germania non lascerà cadere Atene, ed è pronta ad aiutarla, a condizione che i negoziati tra Atene, la Bce e il Fmi avranno successo.

 

Nell'attesa di dichiarazioni della cancelliera Merkel, Schaeuble ha spiegato la tabella di marcia a tappe forzate che il governo si vuole imporre per aver ragione dei numerosi no agli aiuti alla Grecia nei ranghi della sua stessa maggioranza. Entro il 3 maggio, la coalizione dovrà approntare un disegno di legge. E' pronta, a livello di decisione politica, ad aiutare gli ellenici per 8,4 miliardi di euro quest'anno, e a garantire aiuti anche nel 2011 e nel 2012. "la stabilità dell'euro è a rischio, e la stabilità delle finanze greche è un problema dell'Europa intera, non di Atene", ha sottolineato Schaeuble. La condizione, hanno ricordato Trichet e Strauss-Kahn, è che la Grecia accetti le condizioni e richieste di duro risanamento. E su questo tema emergono già le prime difficoltà: il governo greco rifiuta la richiesta di tagli salariali nel settore pubblico, dominante nell'economia della penisola. Europa e Fmi, secondo il presidente dell'esecutivo europeo, il belga Herman Van Rompuy, sono pronti ad aumentare il pacchetto di aiuti: il Fmi accrescerebbe la sua quota da 15 miliardi attuali a 25. La quota dell'Unione europea è di 30 miliardi, di cui 8,4 miliardi spettano alla Germania. Nel complesso la cifra necessaria a salvare la Grecia sarebbe pari a 135 miliardi di euro nei tre anni.

 

Il governo, ha proseguito Schaeuble, presenterà poi al Parlamento il disegno di legge, con la richiesta di approvarlo entro venerdì 7 maggio. Merkel e Schaeuble, insieme a Bce e Fmi, hanno fretta. Primo, perché i conti e il rating greci (con i titoli greci degradati a 'spazzaturà da Standard & Poor) peggiorano ogni giorno e il 19 maggio scade un'altra rata di crediti per Atene. Secondo, perché dopo le elezioni del 9 maggio in Nordreno-Westfalia, in caso di sconfitta della maggioranza (la Cdu di Merkel, la Csu bavarese, i liberali, cioè Fdp, del vicecancelliere Westerwelle) umori negativi e tentazione di votare no, come franchi tiratori, potrebbero diffondersi pericolosamente nei ranghi della maggioranza.

 

Perplessità, timori, atteggiamenti anti-greci e anti-Ue, si diffondono. Secondo un sondaggio pubblicato oggi dall'autorevole Frankfurter Allgemeine crolla la fiducia dei tedeschi nell'Unione europea (Ue) e nell'euro: solo il 32 per cento ha fiducia assoluta nella moneta unica, il 45 per cento poca fiducia, il 14 per cento nessuna. Appena 31 tedeschi su cento si fidano della Bce, che pure governa la politica monetaria con i principi e le leggi della Bundesbank. Soltanto 20 tedeschi su cento paradossalmente sono persuasi che l'adesione alla Ue porti vantaggi al paese, 28 su cento pensano il contrario. 28 su cento dicono sì a un'uscita dalla Ue e il 47 per cento preferirebbe tornare dall'euro al marco, 65 su cento non vogliono aiuti alla Grecia: temono che poi Portogallo, Spagna e Italia battano cassa.

 

L'allarme, e la perplessità sulle aperture governative, si diffondono nei ranghi della maggioranza e tra gli economisti. Un gruppo di europarlamentari governativi tedeschi avvertono che di qui a fine 2012 Atene avrà bisogno di ben più degli aiuti promessi dalla Ue e dal Fmi, cioè le serviranno tra 100 e 120 miliardi di dollari. L'influente economista Hans-Werner Sinn afferma che "non riavremo mai quei soldi, perché la Grecia non è in grado di ripagarli". La partita continua col fiato sospeso per le sorti dell'Europa intera.

 

Obama. Preoccupazione anche negli Stati Uniti. Il presidente Usa, Barack Obama, "è molto preoccupato per la situazione finanziaria della Grecia e l'amministrazione segue la vicenda da vicino". E' quanto riferisce un portavoce della Casa Bianca. "Il Tesoro e le altre Agenzie sono in stretto contatto con l'Europa in merito alla situazione del debito di Atene", ha aggiunto. LR 28

 

 

 

 

La sfida di Angela a Bruxelles

 

E’ una prova di leadership per la Germania, all’interno e verso l’esterno. Anche una prova per la cancelliera Angela Merkel che, di fronte al precipitare della crisi finanziaria dello Stato greco, deve dimostrare come la Germania sa mantenere con fermezza il suo ruolo insostituibile per la stabilità non solo monetaria in Europa. Ma senza distruttive rigidità. E sa tenere a freno i crescenti umori anti-europei, che dilagano non solo sulla stampa cosiddetta «popolare» ma dentro alla classe di governo. Non sarà facile per la Merkel, ma deve farcela.

 

Che cosa succederebbe infatti se la Germania negasse il suo apporto all’operazione di sostegno alla Grecia, coordinato internazionalmente, mettendo a repentaglio la solidità della moneta comune? E’ un’ipotesi semplicemente inconcepibile.

 

La Merkel del resto non pensa affatto a ritirare il suo contributo per la Grecia. Le sue cautele nascono dalla volontà di verificare sul serio la consistenza dei propositi greci circa le misure di risparmio e risanamento statale, che sin dall’inizio erano tra le precondizioni dell’operazione di aiuto. Deve poter mostrare che non si è trattato soltanto di una finzione; di un’altra «presa in giro da parte dei greci» come pensa la stampa tedesca ostile.

 

Deve poter convincere i tedeschi che la Grecia farà sul serio. Talvolta si ha l’impressione che il vero avversario della Merkel sia la campagna elettorale in pieno svolgimento per le importanti elezioni regionali del Nord Reno-Vestfalia. Che cosa succederebbe se il governo si lasciasse condizionare dal ricatto degli elettori che sono contrari ad ogni aiuto agli immeritevoli e un po’ imbroglioni greci, mentre i buoni tedeschi devono tirare la cinghia? Siamo a questo livello di comunicazione. Siamo a questo punto dopo tanta retorica europeista e tanta euforia per l’euro.

 

Detto questo, è fuori luogo che da noi si elevino vibrate critiche al comportamento tedesco, ricordando passate stagioni in cui sono stati gli italiani ad essere oggetto - da parte tedesca - di ingiusti sospetti di indegnità a far parte della moneta europea. Diciamo pure che quella sgradevole (e non dimenticata) stagione è stata una lezione per tutti - per gli italiani e per i tedeschi. Ma la crisi greca di oggi si pone su un altro livello.

 

Quando la crisi si presenta con i tratti anonimi del grande incontrollabile tracollo finanziario, con l’apparizione altrettanto inquietante della «grande speculazione internazionale», anche la politica perde l’orientamento. E’ naturale che scattino riflessi di pura e semplice autodifesa, di chiusura verso l’esterno. Di colpo l’Europa (nel caso della Grecia) ridiventa «esterno».

 

Non serve neanche fare critica retrospettiva. E’ probabile che negli anni scorsi si sia stati troppo imprudenti nell’allargamento facile e incontrollato dell’Unione. Quella che sembrava lungimiranza e generosità, si è rivelata faciloneria e irresponsabilità. Ma è stata anche incompetenza da parte di chi doveva controllare e prendere decisioni. E’ una dimostrazione in più che la costruzione politica dell’Europa è deficitaria.

 

Adesso si deve intervenire con urgenza. In queste circostanze ci si trova davanti alla rilevanza di fatto della Germania. E' inutile rimproverarle riluttanza o egoismo. Se la Germania conta, è giusto considerare le sue ragioni. Se essa deve assumersi le sue responsabilità - come qualcuno dice con una sfumatura di rimprovero - si deve accettare che ponga qualche ragionevole condizione. La si deve considerare quale è: una nazione leader in un’Europa senza leader. GIAN ENRICO RUSCONI

 LS 28

 

 

 

I tedeschi cedono. Alla Grecia aiuti per 135 miliardi

 

Cresce la preoccupazione per la stabilità della zona euro, con Standard&Poor's che taglia anche il rating della Spagna (da AA+ ad AA) dopo quello del Portogallo. Intanto della crisi greca parlano a telefono in tarda serata il presidente degli Statin Uniti, Barack Obama e il Cancelliere Angela Merkel. I due leader si trovano d'accordo nel chiedere alla Grecia «azioni decise» e l'intervento «in tempi tempestivi» del Fondo Monetario Internazionale e dell'Unione Euopea.

 

Un nuovo segnale di uno sforzo comune, anche al di là dell'oceano, mentre, grazie al pressing esercitato sulla Germania, sembra avvicinarsi l'ora dell'attivazione del piano salva-Grecia che, con l'aggravarsi della situazione, pare destinato a raggiungere i 100-120 miliardi di euro in tre anni. Una partita che in queste ore non si è giocata solo tra Atene, Bruxelles e Berlino ma ha coinvolto anche Washington.

 

Se da Atene, infatti, il premier Giorgio Papandreou ha lanciato ad Ue ed Fmi l'ultimo Sos, mettendo in guardia dai rischi di contagio per l'intera economia europea e mondiale (ma per Bruxelles «non c'è paragone tra la situazione della Grecia e quella di altri Paesi della zona euro»), da Berlino la cancelliera Angela Merkel, dopo il tira e molla dei giorni scorsi, ha compiuto un'importante apertura: «Non possiamo permettere che la Grecia diventi una nuova Lehman Brothers». La Germania - aggiunge - «non vuole sottrarsi alle proprie responsabilità e chiede di accelerarè i negoziati col governo greco». Intanto il suo esecutivo, come annunciato dal ministro delle finanze, Wolfgang Schauble, lunedì presenterà in Parlamento il provvedimento per l'erogazione di prestiti bilaterali per 8,4 miliardi nel 2010. Dichiarazioni importanti quelle di Schauble e della Merkel pronunciate prima (quelle del ministro) e dopo (quelle della cancelliera) l'incontro col presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, e il direttore generale dell'Fmi, Dominique Strauss-Kahn, entrambi in missione diplomatica nella capitale tedesca per convincere governo e Paramento tedeschi ad abbandonare ogni titubanza e resistenza.

 

Perchè la situazione si è talmente aggravata che non si può certo attendere le lezioni regionali tedesche del 9 maggio per avere una decisione della Germania. E un vertice straordinario dei leader della zona euro va convocato al più presto per dare il via libera ai prestiti. Proprio al termine del confronto che Trichet e Strauss-Kahn hanno avuto con i leader parlamentari tedeschi è venuta fuori la cifra sull'ammontare complessivo del piano: tra i 100 e i 120 miliardi di euro - avrebbe detto Strauss-Kahn secondo i partecipanti all'incontro - da prestare alla Grecia nei prossimi tre anni, di cui due terzi dalla Ue e un terzo dall'Fmi. Nel 2010, comunque, gli aiuti ad Atene ammonterebbero sempre a 45 miliardi di euro, di cui 30 dai prestiti bilaterali degli Stati Ue e 15 dal Fondo monetario.

 

Categoricamente esclusa da Bruxelles, invece, ogni ipotesi di ristrutturazione del debito pubblico di Atene: «Non è un'opzione». Ufficialmente il presidente della Bce e il direttore generale dell'Fmi non fanno cifre. Ma nelle loro parole c'è tutto il senso dell'emergenza e dell'urgenza. «La situazione è difficile e la rapidità delle decisioni è assolutamente essenziale», ha ammonito Trichet. Ancor più esplicito Strauss-Kahn: «Ogni giorno perso è un giorno in cui la situazione peggiora sempre più. È in gioco il futuro della zona euro». Anche la Casa Bianca è preoccupata e fa sapere dal suo portavoce che l'amministrazione Usa segue gli sviluppi da molto vicino. Del resto - dopo che le agenzie di rating hanno declassato Atene e i suoi titoli pubblici, definendoli 'spazzaturà - i rendimenti dei bond greci decennali sono schizzati oltre il 10% e il differenziale col bund tedesco è salito a livelli record. Di qui l'ennesimo appello di Papandreou a fare presto.

 

Ma, se da Berlino sembrano arrivare buone notizie, ad Atene i negoziati con Commissione Ue, Bce ed Fmi sembrano improvvisamente complicarsi, con il governo greco che si rifiuta di prevedere nuovi tagli salariali nel 2011 e 2012, dopo quelli già decisi per il 2010 per i dipendenti pubblici. Senza contare il congelamento delle pensioni di tutti i lavoratori, pubblici e privati. Ulteriori tagli per Atene rischierebbero davvero di scatenare la rivolta sociale, visto il clima già abbastanza infuocato che ha portato nelle ultime settimane a una raffica di scioperi e manifestazioni senza precedenti negli ultimi decenni.

 

Intanto, ill premier greco Giorgio Papandreou si è incontrato oggi con i principali sindacati dei lavoratori e i rappresentanti degli industriali per informarli sulle nuove «dolorose misure» che il governo si prepara ad introdurre per far fronte all'emergenza ed ottenere l'erogazione del pacchetto di aiuti Ue-Fmi. L’U 29

 

 

 

 

E` guerra aperta tra Cgie (“ente inutile” per Mantica) e Governo. No al rinvio delle elezioni Comites

 

Roma - L’ordine del giorno della assemblea plenaria del Cgie, iniziata martedì mattina alla Farnesina, è saltato: dopo l’intervento del Sottosegretario Mantica – cui la maggior parte dei consiglieri non ha assistito per protesta (vedi sotto, ndr) – il segretario generale Elio Carozza ha invitato i colleghi ad una riflessione a tutto tondo sul futuro del Consiglio generale all’indomani del decreto del Consiglio dei Ministri che ha rinviato il rinnovo dei Comites - e dunque del Cgie - entro il 2012. "Se siete d’accordo oggi si parla solo di Comites e Cgie", dice Carozza secondo cui "dobbiamo riflettere sulla considerazione che il sottosegretario Mantica ha del nostro ruolo, ma anche sul nostro futuro. Sul futuro della rappresentanza voluta dal Parlamento!". I consiglieri applaudono. Sono d’accordo. Se Carozza aveva preparato la relazione del Comitato di Presidenza, rimane sulla carta. Le parole di Mantica bruciano ancora: "oggi è andata peggio che mercoledì in Senato", dice ai consiglieri che non hanno sentito l’intervento del sottosegretario. "Nell’audizione del 21 aprile, Mantica ha detto che il Consiglio generale è inutile, inefficace e che non serve a nulla. Oggi ce l’ha confermato. Questa è la posizione del Governo e noi dobbiamo ripartire da qui, da un sottosegretario che viene a dirci che qui perde tempo. Ma noi siamo convinti che la rappresentanza degli italiani all’estero ha bisogno di contatti e vicinanza al territorio: è questo che dobbiamo cercare di far capire al Governo".

Rivolto ai tanti parlamentari presenti – i deputati Bucchino, Narducci, Porta, Fedi, Picchi e Merlo, i senatori Firrarello, Randazzo, Giordano, Fantetti e Micheloni – Carozza li esorta a "portare queste tematiche presso i vostri gruppi parlamentari. Vogliamo sapere cosa ne pensate".

Due le indicazioni di Carozza: vedere se è giuridicamente possibile fermare il decreto di venerdì scorso prima della conversione in legge; pensare al ruolo del Consiglio Generale nell’attesa delle tanto attese elezioni per il suo rinnovo.

"Sono scioccato da quanto detto da Mantica sul fatto che votare prima della riforma significa prorogare una struttura inutile. Se è inutile, allora sospendetela! E invece no: invece – prosegue il segretario generale – si dice a centinaia di volontari, come sono i Consiglieri del Cgie e i membri del Comites, che non servono a nulla! Questa è mancanza di rispetto sia delle persone, ma anche della legge".

 

Il Consiglio Generale, dunque, "deve confrontarsi con gli eletti all’estero per vedere se questo decreto può essere modificato per ridare dignità ai Comites e legittimità alla democrazia". Senza contare, aggiunge, che "se Mantica dice che Comites e Cgie non servono, ambasciate e consolati sul territorio avranno lo stesso atteggiamento di poca considerazione".

Per Carozza "Mantica non ha mai permesso il dialogo: tre anni fa pensava che eravamo inutili e non è cambiato nulla". Il segretario mostra i colleghi un opuscolo: è del Consiglio generale dei francesi all’estero con la prefazione del presidente Sarkozy e del Ministro degli esteri Bernard Kouchner. Legge: “con la presenza dei deputati eletti dai francesi all’estero si rafforza il Consiglio dei francesi all’estero che rimane la base per il dibattito". "Questo dicono i francesi - commenta Carozza - che i parlamentari rafforzano il Consiglio generale non che quest’ultimo è inutile".

"Venerdì prossimo – aggiunge – rincontreremo i Consigli generali di tutta Europa in Senato dopo due anni: nel 2008 eravamo un modello da copiare. Ora chiederemo un Consiglio generale europeo, ma a tre giorni da quell’incontro il Sottosegretario ci viene a dire che siamo inutili. Poteva aspettare un’altra settimana!", argomenta criticando il tempismo di Mantica.

Tornando al decreto del Cdm, "se passa si recidono definitivamente i rapporti con gli italiani all’estero; il nostro dovere è fare fronte comune insieme a Comites e parlamentari per dare una risposta costruttiva e suggerire alle istituzioni italiane che la comunità italiana all’estero è una risorsa nei fatti non un retaggio del passato. La mia prima proposta – aggiunge – è di anticipare le prossime Continentali, aprendole a Comites, associazioni e giovani, oltre che ai parlamentari. Quindi dobbiamo stilare un programma da qui a 60 giorni per il decreto e da qui a due anni se dovesse essere convertito". Nell’attesa del 2012, dunque, il Cgie deve "rimodulare la sua funzione che ridare vita a questa istituzione". Il rischio, d’altra parte, è grande: "arrivare al 2012 e scoprire che non esistiamo più". (ma.cip.\aise)

 

 

 

 

 

Clamorosa protesta del Cgie, cha lascia l’aula durante l’intervento del Governo

 

Apre l’Assemblea plenaria del Cgie la relazione di governo del sottosegretario con delega agli italiani nel mondo Alfredo Mantica, accolto dalla protesta dei consiglieri, che abbandonano la sala. Ribadita la necessità di ridefinire ruolo e funzioni di Comites e Cgie

 

ROMA – Un’eloquente manifestazione di protesta accoglie la relazione del governo effettuata dal sottosegretario al Mae con delega agli italiani nel mondo, Alfredo Mantica, stamani all’apertura dell’assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all’estero.

  La quasi totalità dei consiglieri, infatti, non appena Mantica prende la parola, si alza ed esce dalla Sala delle Conferenze internazionali della Farnesina in silenzio, lasciando il segretario generale Elio Carozza, il direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie del Mae Carla Zuppetti e i parlamentari intervenuti quali unici uditori dell’intervento.

  Nella relazione Mantica, in sostanza, ribadisce la messa in discussione di ruolo e funzioni del Cgie, già espressa in più occasioni a partire dall’inizio del suo mandato istituzionale, resa in questo caso ancora più evidente dalla decisione del rinvio delle elezioni di Comites e Consiglio generale decretata dal Consiglio dei ministri venerdì scorso, proprio alla vigilia di questa plenaria.  Una messa in discussione “fatta da me in quanto rappresentante del governo – sottolinea il sottosegretario, che rileva come le manifestazioni di dissenso non modificheranno “ciò che il governo si propone da inizio legislatura, ossia la rivalutazione del sistema della rappresentanza degli italiani all’estero alla luce dell’elezione dei 18 parlamentari eletti all’estero”. “Non sono il cattivo della situazione – avverte Mantica, lasciando intendere che il percorso di riforma intrapreso andrebbe avanti comunque, con o senza di lui quale responsabile della delega per gli italiani nel mondo.

  “Sin dal 2008, infatti, vi invitai a riflettere su questo problema legislativo, ben presente al governo – afferma Mantica – ossia il fatto che esistono dei parlamentari eletti all’estero, che discutono alcuni temi con alcune prerogative, e organismi come Comites e Cgie che chiedono di discutere dei medesimi argomenti. Per sanare questo vulnus, attraverso una riforma del sistema della rappresentanza, nasce e si è sino ad oggi sviluppata con coerenza un’iniziativa legislativa all’interno del Parlamento, a cui il governo guarda con molta attenzione”. 

  “La riforma non si traduce nell’abolizione di Comites e Cgie, di cui il governo non ha mai parlato, né abbiamo alcuna intenzione di mettere in discussione il voto all’estero o l’adozione del sistema della circoscrizione Estero - ricorda Mantica. – Pensiamo, anzi, che i Comites vadano rafforzati in quanto rappresentanza territoriale diretta delle collettività all’estero e ciò di cui si discute in Parlamento, insieme alla riforma dei due organismi, riguarda piuttosto modifiche delle modalità con cui si esercita il diritto di voto tra i connazionali residenti al di fuori dal territorio nazionale”.

  Mantica ribadisce la necessità di rivedere l’intero sistema della rappresentanza degli italiani all’estero, alla luce della presenza dei parlamentari eletti da questi ultimi, e segnala che questa intenzione “non costituisce un delitto di lesa maestà”, ponendo in primo piano il tema “della compatibilità dei poteri” e dell’integrazione delle funzioni di parlamentari, Comites e Cgie.

  Scorrendo i punti all’ordine del giorno di questa assemblea plenaria, Mantica ribadisce che non è il Cgie la sede in cui vengono prese decisioni in seguito a discussioni sul voto all’estero, sulla promozione di lingua e cultura italiana nel mondo, sulla riforma di Comites e Cgie etc. “Possiamo accordarci che questa sia una conferenza sul voto all’estero – afferma il sottosegretario – ma le sedi in cui si discute di questo tema sono le Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato e non è corretto pensare che venga trasferito in sede parlamentare quello che qui si discute, né si può pretendere dal governo la ripetizione in diverse sedi degli argomenti già discussi in Parlamento”. “Stessa cosa vale per la rete consolare, o per la riforma di Comites e Cgie – rileva Mantica.

  Le legge sul voto all’estero, con l’adozione della circoscrizione Estero, che “consentendo la candidatura di persone proventi dal territorio geografico specifico di elezione, introduce un vulnus costituzionale di cui il Parlamento ha discusso ed ha, a suo tempo, accettato – rileva il sottosegretario,  – è stata strutturata in modo tale che il candidato eletto sia costituzionalmente espressione di quella collettività”. Ciò introdurrebbe dunque una caratteristica dei parlamentari eletti all’estero per Mantica difficilmente conciliabile con Comites e Cgie così come strutturati per legge sino ad oggi.

  Per Mantica il Cgie dovrebbe manifestare disponibilità nella discussione su come riformare Comites e Cgie, una questione oggetto di lungo dibattito “già presente sin da quando si approvò la legge sul diritto di voto all’estero. Non credo – aggiunge - che voi stessi non vi siate mai posti questo problema, all’indomani dell’approvazione del diritto di voto all’estero”. Nella consapevolezza che questo argomento “mette in moto una serie di questioni sullo stesso voto all’estero che non possono essere trascurate e che, se non adeguatamente affrontate, rischiano di mettere a repentaglio lo stesso voto e tutto il sistema di rappresentanza” dei connazionali all’estero.

  “Il governo ritiene la riforma di Comites e Cgie indispensabile e necessaria – prosegue Mantica – poiché per come si svolge oggi, la plenaria non rappresenta altro che il raddoppio di un dibattito fatto in altre sedi e che non ha qui alcuno sbocco propositivo”. “Discutere di questo tema, secondo me, sarebbe assai più rispettoso degli interessi che voi legittimamente rappresentate – dice il sottosegretario – né chiedervi questa riflessione mi pare un atteggiamento proprio di chi non voglia discutere o dialogare con voi”.

  Per Mantica, dunque “la discussione sui temi di rilevanza da voi avanzati va portata in Parlamento e invito il Cgie a far presenti queste istanze a deputati e senatori che possano farsene carico nelle sedi in cui viene stabilita la legislazione opportuna”.

  In base alle considerazioni sin qui esposte, Mantica ritiene giustificato il decreto per il rinvio del rinnovo dei Comites deciso dal governo: “non riteniamo di poter continuare con questo meccanismo di rappresentanza per altri 5 anni, per cui solo una volta stabilita la riforma, si svolgeranno le elezioni. Ed è mio auspicio che essa sia completata in tempi brevi”.

  Una motivazione che, alla luce dal dissenso oggi manifestato, non convince i consiglieri, i quali hanno invece interpretato il rinvio delle elezioni, deciso proprio alla vigilia della plenaria, come indice della volontà di interrompere il dialogo e il confronto con Comites e Cgie, espressa in modo unilaterale da parte del governo.

   “Ciò che preme è, in definitiva, stabilire il ruolo del Cgie – conclude Mantica – nella consapevolezza che al consiglio stesso non compete il ruolo di fare conferenze di studio, quanto quello di interlocutore privilegiato con il Parlamento, affinché in esso vengano adottate decisioni nell’interesse delle collettività italiane all’estero”. (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 

 

Plenaria del Cgie. I parlamentari dell’estero: faremo la nostra parte per sostenere Comites e Cgie

 

Roma - Una folta delegazione di parlamentari, eletti all’estero e non, ha partecipato all’apertura dei lavori dell’Assemblea plenaria del Cgie (27-29 aprile), alla Farnesina. Il segretario generale Carozza ha dato il benvenuto ai deputati Bucchino, Narducci, Porta, Fedi, Merlo e Picchi ed ai senatori Firrarello, Randazzo, Giordano, Bettamio, Fantetti e Micheloni.

In Senato da poco più di un mese, al posto di Nicola Di Girolamo, Raffaele Fantetti (Pdl) ha debuttato in plenaria presentandosi da "ultimo arrivato" che, però, dal 1995 si interessa, da italiano a Londra, di emigrazione professionale. Prioritario, per lui, "sanare la crasi tra le istituzioni dell’emigrazione che ci indebolisce tutti" per "trasmettere all’estero un’immagine di unità di intenti". Per Fantetti "l’attività della Camera è completamente scollegata da quella del Senato. Ecco perché serve la Bicamerale" entità proposta da 4 anni, cioè fin dalla scorsa Legislatura, da Mirko Tremaglia e ancora nel limbo del nulla di fatto. Il senatore ha quindi messo in guardia dal credere che la Costituzione possa proteggere in eterno la circoscrizione estero: "ora che il Governo intende mettervi mano, l’occasione di modificare anche gli articoli 56 e 57 sarebbe fin troppo ghiotta". Quindi, il senatore ha brevemente illustrato i punti cardine della sua proposta di legge sul voto all’estero che, quanto alle modalità, potrebbe interessare anche i Comites: "istituire l’elenco degli elettori; limite minimo di 2 anni di residenza all’estero per i candidati; verifica della residenza con le autorità locali; stampa e invio del materiale in Italia; commissione elettorale di garanzia che sollevi i consoli dalle operazioni di voto; eventuale voto elettronico da attuare anche grazie alla posta certificata presentata ieri da Brunetta". Come senatore più giovane tra gli eletti all’estero, Fantetti ha ribadito la sua attenzione alle nuove generazioni e ricordato un’altra proposta di legge per "immettere nella PA italiana a tutti i livelli giovani italiani rientrati dall’estero che, in base a dei contratti a tempo determinato di tre anni, possano entrare nei vari uffici e portare in Italia quanto imparato all’estero".

Deputato e consigliere Cgie, Franco Narducci (Pd) ha definito "molto importante" il saper "manifestare il proprio disagio per problemi sempre più critici" e ribadita la propria "preoccupazione" per un "Sistema Paese all’estero che subisce colpi molto pesanti". Contrariamente a quanto sostenuto da Mantica, per Narducci "i parlamentari hanno bisogno della rappresentanza intermedia che è il Cgie, ma questo lo abbiamo detto milioni di volte". Il problema vero è un altro e cioè che "da due anni manca del tutto una politica per gli italiani all’estero: non è una critica, è un dato di fatto". Quanto alla tesi del sottosegretario secondo cui il Cgie non vuole riformarsi, Narducci ha sostenuto che "non è affatto vero", così come "non è vero che è necessario riformare il voto per corrispondenza anche per i Comites perché nel 2004 fu proprio questa modalità a riportare tanta gente a votare". Ad innescare questa discesa libera, per Narducci è stato "l’odg di Zacchera in Commissione Esteri quando si rinviarono le elezioni per risparmiare 2 milioni di euro da destinare all’assistenza. È iniziato tutto da quel rinvio". Quanto al futuro, visto che "il Parlamento è stato spogliato delle sue funzioni a colpi di fiducia" per Narducci "è il Governo che deve darsi una politica migratoria". Replicando a Fantetti, il deputato ha sostenuto "che non c’è scollamento tra istituzioni", ma senz’altro c’è bisogno di unità: "Danieli nel 2006 convocò tutti i 18 eletti all’estero affinché fossimo uniti sui punti nodali. L’allora opposizione, oggi al Governo, rifiutò. In questa Legislatura non c’è stata analoga iniziativa, anche se noi l’abbiamo sollecitata più volte". Quindi, rivolto ai colleghi del Pdl, Narducci si è chiesto: "ma come si fa a votare "sì" ai tagli? Per gli italiani all’estero si votano gli interessi delle comunità non quelli dei partiti".

Per l’onorevole Marco Fedi (Pd) la discussione in corso al Cgie è "utile e necessaria" per capire "nonostante le tensioni, come orientare il lavoro comune. Ricordo – ha aggiunto – che la rappresentanza è un progetto del Parlamento, sede in cui è stato creato l’impianto che conosciamo. Ora, possiamo anche rimettere in discussione tutto, ma nella consapevolezza che levando un tassello, potrebbe cadere tutto". Come Narducci, anche Fedi ha negato che ci sia "scollamento" e definito "inaccettabile" l’intervento di Mantica in cui "si è parlato solo di rappresentanza e non di tutto il resto. Il Governo non è all’altezza di ascoltare e presentare una proposta seria su questi temi", una scelta per Fedi che potrebbe essere anche "una strategia tesa sminuire l’impatto delle scelte fatte dal Governo". Quindi, un richiamo alla compagine parlamentare: "dobbiamo rappresentare al meglio ciò che siamo al Parlamento e al Paese, perché la circoscrizione estero non è in salvo, come dice Fantetti". Quanto alla bicamerale "non avrebbe certo un effetto migliore di questa plenaria dove noi discutiamo con voi: mettiamo in cantiere qui le riforme". Insomma, "dobbiamo fare tutti meglio il nostro lavoro".

Duplice lo stato d’animo del senatore Giuseppe Firrarello (Pdl), presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero, che ha parlato di "apprensione e fiducia", ricordando che i due anni citati dal decreto del Cdm "non sono perentori" e che "in Parlamento si può arrivare alla riforma velocemente e andare a votare". Quanto agli eletti all’estero si deve "valorizzare il loro ruolo, specificandolo. Io per principio sono contro l’abolizione di organismi esistenti ma questi – ha precisato riferendosi a Comites e Cgie – devono avere funzioni più rispondenti alla realtà in movimento". Ai consiglieri che hanno abbandonato la Sala durante l’intervento di Mantica, Firrarello ha detto: "la vostra contestazione poteva essere riflettuta: ascoltare il governo e rispondere sarebbe stata una scelta più consona a questa assemblea".

La protesta silenziosa ha ricevuto invece il plauso dell’onorevole Gino Bucchino (Pd) cui non è piaciuto "né il tono né la tempistica di Mantica". Il Governo "non ha una vera politica per gli italiani all’estero a cui riserva solo disattenzione", atteggiamento, questo, che Bucchino riscontra "anche in chi dovrebbe esserci vicino". Per uscire dall’impasse, "il percorso obbligato porta alla mobilitazione immediata" per "rilanciare la conoscenza degli italiani all’estero sia in Italia, ma anche fuori". Dubbioso sulla bicamerale accennata da Fantetti, Bucchino ha chiesto: "ma a cosa serve? È un percorso che abbiamo tentato: tutti abbiamo sottoscritto la proposta di legge di Tremaglia, ma non siamo arrivati da nessuna parte". Anche senza la bicamerale, però, gli eletti all’estero "lavorano già insieme: alla Camera, le ultime proposte di legge, così come interpellanze e interrogazioni sono sottoscritte da tutti". facendo un bilancio della presenza dei 18 in Parlamento, Bucchino ha parlato di "lavoro immane e pochissimi risultati. Obiettivo dei prossimi mesi sarà combattere contro questo falso accanimento terapeutico che il Governo ci sta proponendo per accompagnarci dolcemente alla morte definitiva. Noi dobbiamo opporci".

La parola è passata quindi al senatore Claudio Micheloni (Pd); il consigliere Consiglio prova a far alzare di nuovo i colleghi affinché abbandonino la Sala ma lo seguono solo in 5 che poi rientrano dopo pochi minuti. "Dobbiamo rispondere alle parole inaccettabili di Mantica", ha esordito il senatore richiamando alcuni passaggi dell’audizione di mercoledì scorso, "soprattutto per mancato rispetto delle istituzioni". Il decreto del Cdm, "arrogante", è giunto come un fulmine a ciel sereno: "nessuno sapeva niente e in Senato non se ne è parlato", ha confermato. Micheloni ha quindi informato l’assemblea che "in diverse occasioni s’è parlato di legare le elezioni dei Comites con quelle politiche: ancora non sta scritto su nessuna proposta di legge, ma nelle commissioni se ne parla". Da Mantica, ha aggiunto, "mi aspettavo altre risposte". Quanto alla riforma che giace in Senato, "può non piacervi, ma si è fatto un lavoro costruttivo", un lavoro bloccato prima dal caso-Di Girolamo e poi dai roghi venezuelani. "C’è un punto – ha quindi ricordato il senatore – su cui non transigo: il Governo deve riconoscere il peso politico dei Comites. Se questa richiesta non passa, l’opposizione non sosterrà più la riforma".

 

"Come Pd – ha proseguito – faremo di tutto per bloccare il decreto del Cdm, ma sono preoccupato per quello che nasconde. Credo che Mantica sia stato obbligato a prendere certe posizioni perché ci sono cose che dicono colleghi in Parlamento di cui non può non tenere conto. C’è chi vuole abolire i Comites, chi il Cgie, chi i 18, chi tutti e tre. Sono mesi che dico che la riforma era l’unico modo per salvaguardare la rappresentanza politica. E ora sta avvenendo. In Parlamento continuerò a fare tutto il possibile, come sempre. Siamo arrivati alla fine di un libro: o ne apriamo un altro e cominciamo a scrivere o – ha concluso – siamo finiti".

Per Ricardo Merlo, deputato e presidente del Maie, è "incredibile discutere sulla sopravvivenza del Cgie. è un incubo, è assurdo pensare che il Consiglio debba sparire, ma c’è chi tra la maggioranza l’ha proposto", ha detto riferendosi al ddl del senatore Caselli. Merlo ha quindi chiesto ai colleghi di Pd e Pdl di "sentire le opinioni in merito dei vostri leader, Bersani e Berlusconi". Quanto al voto, ha aggiunto, "il Maie vuole migliorare il meccanismo di controllo del voto per corrispondenza. Ci sono stati reati, è vero, ma un senatore è in galera, quindi il sistema funziona". Il deputato ha quindi invitato tutti i parlamentari all’autocritica: "da quando esistiamo, non hanno approvato una delle nostre proposte di legge. Ora – ha aggiunto – dobbiamo stare attenti a quello che accade all’interno della maggioranza: c’è una corrente finiana in cui militano Tremaglia, Di Biagio, Angeli e Menia. Loro – ha concluso – devono essere i nostri interlocutori".

Ultimo ad intervenire, il senatore Basilio Giordano (Pdl) ha prima lodato il presidente del Cqie Firrarello per il suo lavoro e poi espresso "disagio" per "l’aria pesante" che si respira in plenaria. Dell’intervento di Mantica, ha aggiunto, "ho fatto mia l’assicurazione del Governo che il voto non è in discussione, così come non lo sono Comites e Cgie. certo – ha riconosciuto – il decreto di venerdì scorso ci ha spiazzati tutti, ma abbiamo 60 giorni per rimediare". Rispondendo a Merlo circa l’opinione di Berlusconi sul voto all’estero, per Giordano l’atteggiamento del premier è come quello di "una mamma che ha messo al mondo un figlio", mentre sul comportamento di Mantica, per il senatore "era spazientito dal vedere le stesse facce e dal fare gli stessi discorsi".

"Riuscire a fare del bene per gli italiani all’estero sarà merito o demerito degli eletti all’estero. dobbiamo costruire politiche nuove – ha concluso – ispirandoci al Presidente Berlusconi che è un grande costruttore". (m.cipollone\aise)

 

 

 

 

Plenaria Cgie. Le relazioni dei vice segretari generali Losi, Mangione e Nardelli

 

Tagli alle politiche per gli italiani all’estero, riforma degli organismi di rappresentanza, coinvolgimento delle giovani generazioni, rete consolare e rinnovo dei Comites: sono i principali temi trattati nei lavori delle Commissioni continentali

 

  ROMA – Hanno aperto la seconda giornata di lavori dell’assemblea plenaria del Cgie, mercoledì 28 aprile, le relazioni dei vice segretari generali che hanno fornito un breve resoconto dei temi trattati nelle Commissioni delle diverse aree geografiche di riferimento: Europa e Africa del Nord, Paesi anglofoni extra europei e America Latina.

  Lorenzo Losi, vice segretario generale per l’Europa e l’Africa del Nord, ha rilevato che tutti i componenti del Cgie si confrontano ogni giorno con le collettività italiane all’estero e le istanze da loro sollevate. Un rilievo indirizzato all’intervento del sottosegretario Mantica che ha messo in discussione ruolo e funzione del Cgie (vedi Inform n°81 del 27 aprile: http://www.mclink.it/com/inform/art/10n08114.htm).

  “Nonostante i ripetuti tagli alla risorse finanziarie destinate alle politiche per gli italiani all’estero – ha detto Losi – la nostra gente non è rassegnata al peggio e ci chiede di far sentire la nostra voce; richiesta che noi abbiamo accolto, come dimostra la nostra manifestazione di protesta ieri, all’apertura dei lavori”. “La stessa Commissione continentale non rinuncia a farsi portavoce delle istanze provenienti dai connazionali all’estero – ha proseguito Losi, – pur nella consapevolezza che stiamo attraversando uno dei periodi più nefasti della storia dell’emigrazione italiana”. Un impegno della difesa degli interessi dei connazionali e della loro forma di rappresentanza “pur rivista e aggiornata” – chiarisce Losi, e che si traduce nella richiesta di “un reintegro dei fondi decurtati per l’assistenza diretta e indiretta, la tutela sanitaria, la stampa italiana all’estero e la promozione dei corsi di lingua e cultura italiana”.

  Ritorna sull’insostenibilità di un rinvio del rinnovo dei Comites, decretato dal governo, Francisco Nardelli, vice segretario generale per l’America meridionale, che rileva come nei lavori della Commissione continentale della sua area di riferimento siano anche state prese in esame le possibili conseguenze della proposta di riforma di Comites e Cgie, attualmente giacente al Senato, sul funzionamento di questi organismi. “La Commissione ritiene opportuno sensibilizzare i parlamentari al lavoro su questo proposta – spiega Nardelli – in merito al mantenimento del carattere di volontaristico di Comites e Cgie e del sistema proporzionale di elezione dei rappresentanti, poiché più rappresentativo della complessa realtà delle collettività italiane all’estero”. “Riteniamo irrinunciabile, inoltre, - precisa il vice segretario – il sistema del voto per corrispondenza sino ad oggi adottato, pur riconoscendo la necessità di miglioramenti nella sua attuazione”. Nardelli segnala anche la difficoltà che potrebbe riscontrare il funzionamento di un Cgie i cui componenti delle Regioni costituissero parte integrante dello stesso “vista la difficoltà nell’organizzazione di un tavolo di confronto con esse, così come la Conferenza Stato-Regioni e Consiglio generale”. Stigmatizzati ancora una volta i continui tagli all’assistenza diretta e indiretta “a danno, in particolare, della popolazione italiana più debole”, mentre un residuo di speranza è alimentato dai giovani “che ci chiedono di conoscere la nostra lingua e cultura – conclude Nardelli – rendendosi disponibili ad impegnarsi e inserirsi nel mondo associativo”.

  All’assemblea viene riportato anche il messaggio inviato dal presidente dell’Intercomites Argentina Juan Carlos Paglialunga, che protesta per il rinvio al 2012 del rinnovo dei Comitati degli italiani all’estero e chiede al governo “di ritornare sui propri passi”, ritirando il provvedimento.

  Infine Silvana Mangione, vice segretario generale per i Paesi anglofoni extra-europei, lamenta “lo sfilacciamento del sistema Italia all’estero” causato dai tagli sui corsi di lingua e cultura italiana, che nella sua area geografica di riferimento, pur con una crescita del bacino di utenza, hanno subito un’ulteriore decurtazione. La Commissione continentale chiede pertanto “un’approfondita verifica della gestione dei fondi destinati all’insegnamento della lingua italiana ed una maggior flessibilità degli interventi rispetto alla situazione di ogni Paese”.

  In considerazione dei provvedimenti di razionalizzazione sulla rete diplomatico consolare, la Commissione segnala che “le strutture devono restare aperte laddove alle esigenze economiche legate alla presenza di aziende italiane o investimenti all’estero si coniughino le necessità di erogazione di servizi indispensabili ai connazionali”.

  “Possibili elementi di incostituzionalità si rilevano nella proposta di riforma di Comites e Cgie attualmente in discussione al Senato – prosegue la Mangione, che evidenzia il paradosso di un’ipotesi di scomparsa della rappresentanza costituita dal Cgie proprio mentre in altri Paesi europei lo si istituisce, a testimonianza dell’insostituibilità del suo ruolo e della sua funzione. Anche la Commissione continentale dei Paesi anglofoni manifesta contrarietà al rinvio del rinnovo dei Comites  e chiede al Parlamento di non convertire in legge il decreto corrispondete. Contrarietà anche sul tagli ai contributi destinati alla stampa italiana all’estero, mentre viene auspicato “un riordino della materia capace di tener conto anche dei nuovi mezzi di comunicazione”.

  Al Cgie viene infine proposto di farsi promotore di un apposito Comitato per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia presso le comunità italiane all’estero, con la finalità di coinvolgere anche le giovani generazioni nelle manifestazioni legate ad un evento così importante per la storia d’Italia e il sentimento d’italianità nel mondo. (Viviana Pansa-Inform)

 

 

 

Mantica, un Sottosegretario che ama le “Panzer Divisionen” e disprezza gli italiani all’estero

 

L’audizione del Sottosegretario Mantica nella Commissione Affari esteri del Senato, ha messo in luce aspetti molto preoccupanti della sua visione degli italiani all’estero, delle rappresentanze intermedie, dei temi a lui più o meno cari e perfino del suo carattere e approccio istituzionale. Dai resoconti passati dalle agenzie, viene fuori che a Mantica non importa nulla di questioni quali rete Consolare, che ha smantellato senza cercare alcun dialogo con l’opposizione, lingua e cultura italiana, che ha praticamente azzerato, assistenza – in particolare quella sanitaria in America latina – ridotta al lumicino, corsi di formazione professionale, stampa e informazione, quasi costretto alla chiusura, rapporti con i giovani, per i quali dopo la Conferenza Mondiale non ha fatto nulla.

Sembra gli interessi solo mettere mano ai Comites e al CGIE che, nelle condizioni di cui sopra, dovrebbero essere invece un problema secondario.

Ma soprattutto, ciò che mi ha colpito di quell’audizione, oltre ai contenuti chiaramente espressi dal Sottosegretario, è il tono e le parole usate nei confronti di organismi e rappresentanti istituzionali.

Ha parlato di Comites e CGIE, che sono gli organismi istituzionali più vicini ai cittadini sul territorio, come di "strutture antiche che non rappresentano più niente". Le ha inquadrate esclusivamente come un costo per lo Stato perché "costano 5 milioni di euro l’anno per il loro funzionamento" (sic!). Vogliamo dire che è un costo che fa ridere, soprattutto se rapportato agli sprechi reali italiani di cui potrei fare un lungo elenco e di cui gode lo stesso Sottosegretario senza batter ciglio?

Dunque, gli organismi di rappresentanza di base non sono luoghi della comunità o risorse, ma costi inutili da tagliare o, per lo meno, depotenziare il più possibile.

Inoltre, ha citato una lettera ufficiale e formale del Segretario Generale del CGIE, Carozza, nella quale, a nome dell’istituzione che rappresenta, chiedeva lumi sulla data delle elezioni dei Comites, suggerendo quella del 2010 come indicato dallo stesso Governo nel suo decreto dello scorso anno.

Mantica ha detto che quelle elezioni si faranno solo dopo che passerà la riforma da lui sostenuta, anche se questa dovesse passare solo nel 2011. E a questo proposito ha affermato di aver "sempre ammirato i carristi dei Panzer Divisionen" e che, basta dargli il tempo, "passa sul cadavere" del Segretario Generale Carozza. Un linguaggio certamente non adatto a un Sottosegretario e a un luogo istituzionale. Trattando con tale disprezzo una persona, Carozza, si disprezza palesemente anche l’istituzione che essa rappresenta e i cittadini italiani che è chiamata a rappresentare dallo Stato italiano. Come se avesse detto che passa sul cadavere del CGIE e degli italiani che questa istituzione rappresenta. Cosa ancor più grave se si considera che – mi sono andato a cercare la lettera del Segretario Generale – dal CGIE era stata fatta una richiesta politicamente e formalmente rispettosa sia del Sottosegretario che del suo Ufficio e in nessun caso erano stati utilizzati i toni che Mantica ha lasciato intendere ai senatori della Commissione Affari Esteri, che non erano a conoscenza della lettera da lui citata.

Sono convinto che un alto rappresentante istituzionale non possa permettersi di trattare il mondo che lui stesso rappresenta o di cui è interlocutore diretto con tale disprezzo, arroganza e disinteresse. In questo caso significa avere disprezzo, arroganza e disinteresse nei confronti di milioni di italiani nel mondo. Non è consentito nemmeno al loro Sottosegretario.

Eugenio Marino, responsabile italiani nel mondo del Pd

 

 

 

 

Il finiano Di Biagio: sì al dibattito, ma dentro il PdL.”Pronto a dimettermi, se il partito lo chiede”

 

Il responsabile del PdL per il settore Italini nel Mondo On. Aldo Di Biagio valuta le recenti vicende del partito, i suoi primi 12 mesi di gestione del comparto e risponde a quanti hanno chiesto le sue dimissioni per essersi schierato don Fini

 

Cari amici e referenti, in questi ultimi giorni si stanno avvicendando in un groviglio di frasi, agenzie e comunicati dichiarazioni in cui inviti alle dimissioni, attacchi e bilanci di gestione non sono stati risparmiati neanche per il settore Italiani nel Mondo del PdL.

Come molti di voi hanno dimostrato di condividere, è piuttosto facile nella confusione gettare una lancia per difendersi o per meglio posizionarsi, ma – a chi ha inteso muoversi in questo modo – invito alla riflessione e alla lucidità politica.

Come ho già avuto modo di evidenziare, ciò che si è svolto lo scorso giovedì 22 aprile in occasione della Direzione Nazionale è stato un importante momento di confronto democratico, in cui alcune idee, sebbene portate avanti da un gruppo minoritario sono state esplicitate, chiarite e spiegate per farne comprendere la ratio, e ritengo che l’appartenere a quel gruppo non voglia dire né rinnegare il Popolo della Libertà, né tanto meno il suo leader e di conseguenza non si configuri come rigettare le responsabilità conferite dal partito stesso.

Il gruppo di c.d. pretoriani, come simpaticamente una certa stampa ha voluto etichettarci, non ha mai inteso creare una faglia all’interno del Popolo della Libertà, né abbandonarsi al correntismo o alla definizione di un PdL nel PdL.

Tutti gli aspetti di criticità che sembrano aver funto da accompagno a queste recenti vicende politiche e che a tal riguardo sono stati fatti emergere, fanno riferimento ad un polverone mediatico che troppo spesso ambisce a sostituirsi ai fatti della politica ma che in realtà niente ha a che vedere con il futuro e le progettualità di chi nella politica vive e lavora.

Come in ogni pensatoio politico o culturale che si rispetti si consuma uno scambio di battute, seppur in maniera animata: una parte – seppur piccola- ha voluto porre al centro dell’attenzione dell’intero gruppo semplicemente dei problemi meritevoli di essere considerati prioritari nell’agenda di Governo. Ed ha voluto invitare l’intero partito a riflettere verso cosa ci si sta dirigendo, sotto il profilo programmatico, politico e sociale, invitando alla lungimiranza e alla progettualità di vasto respiro.

Non un invito alla lacerazione o alla frammentazione partitica. Non mi sembra che ci si sia mai trovati dinanzi a queste evidenze nell’ultima settimana.

La fantapolitica lasciamola agli editorialisti.

Può capitare che nella concitazione degli eventi, nell’incombenza di una crisi economica in cui tocca elaborare delle adeguate exit strategy senza tralasciare i grandi progetti di riforma, si rischia talvolta di perdere le linee guida della’azione che si era preventivata.

Proprio in questa ottica che bisognerebbe guardare a questi momenti di riflessione con spirito costruttivo e non demolitorio come molti sono corsi a fare.

Senza correre nella facile semplificazione del ritorno al passato e della dicotomia Forza Italia ed An che risulta anacronistica e priva di alcun tipo di fondamento.

Ci dovrebbe solo far riflettere il fatto che in questo gruppo di riflessione che sta seguendo con attenzione gli spunti analitici del Presidente della Camera, sono confluiti referenti politici che non provengono dalla storia di An, che non hanno condiviso il percorso evolutivo di quello che era uno dei partiti cofondatori del Pdl.

Questi referenti, insieme all’intero gruppo dei c.d finiani hanno trovato opportuno e necessario mettere al centro della programmazione i problemi dell’Italia, o per lo meno quelli che necessitano di maggiore urgenza, mettendo magari da parte per un attimo ad esempio l’ossessiva riforma del federalismo fiscale che non poche criticità di riassetto organizzativo potrebbe comportare sul breve periodo al nostro Paese.

Non a caso questo aspetto è foriero di tutta una serie di riflessioni: l’esagerato ripiegamento strategico elettorale del nostro Partito sulla Lega, la perdita di vista dei valori fondanti ed inderogabili che hanno condotto alla nascita del partito e soprattutto l’assenza di una progettualità futura mirata a costruire nel medio-lungo periodo un percorso nuovo per il nostro Paese.

Sottolineare con la forza della propria voce e dinanzi alla platea della dirigenza del partito di cui si è parte e che si è contribuito a costruire propria il momentaneo smarrimento delle linee guida programmatiche del partito va da se che non può coincidere con il ripudio del partito stesso o con il rinnegamento del proprio leader.

Mancherebbe di logica.

E soprattutto non si può inquadrare in questo modo, la mancata sottoscrizione da parte del gruppo dei finiani del documento conclusivo dell’Ufficio di dirigenza nazionale del PdL.

In questo documento seppur siano condivisibili molti aspetti in esso tracciati, risulta poco consono il richiamo ad una leadership forte, quasi a vessillo dello stesso partito.

Sembra venir meno la definizione del tessuto del partito, quella struttura che ha contribuito a definirlo a plasmarlo in questi mesi lasciando emergere una visione di PdL come osmosi tra leader e popolo. In questa immagine dove sarebbe finito il partito? I quadri, i dirigenti, i settori  e gli amministratori locali?

Crediamo in un leadership che deve e ha la forza di essere un riferimento imprescindibile per la strutturazione di un partito, ma non un baluardo che rischia di schiacciare tutto il resto.

Non sempre la salvaguardia indiscriminata di una forte leadership all’interno di una struttura o di una realtà lascia spazio al dialogo e all’armonia democratica. Ed i fatti di questi giorni stanno evidenziando proprio questo.

Alla luce di questi aspetti che voglio ribadire il mio sincero invito alla calma perché è facile alzare la voce quando tutti urlano ma è saggio restare in silenzio a comprendere cosa quelle “urla” vogliono rappresentare, per capire quali possono essere i prossimi passi da fare nel nostro partito e nel nostro settore.

Proprio a tal riguardo non nascondo ancora una volta le criticità che hanno condizionato questi primi 12 mesi di gestione del settore Italiani nel Mondo: in particolare la mancanza di attenzione ed il labile interesse che hanno accompagnato il percorso di organizzazione del comparto. Al mio entusiasmo, alla voglia di fare ed organizzare un settore nuovo e propositivo si è sempre contrapposta un sorta di mal celata noncuranza da parte del Coordinamento che ha realmente complicato la già abbondante mole di lavoro nelle nostre mani. Non possiamo trascurare queste evidenze, che non ho paura ad ammettere che sono sotto gli occhi di tutti, o almeno di chi segue il mio operato nel PdL.

In considerazione di questo trattamento certamente poco preferenziale che è stato riservato all’organizzazione del nostro settore, sarò pronto eventualmente ad accogliere una richiesta ufficiale di dimissione dal ruolo di responsabile Italiani nel Mondo, qualora questa dovesse essere formulata dal partito.

Anche in considerazione di tali non trascurabili aspetti che posso dirvi che non ci troviamo dinanzi ad un fenomeno di incoerenza politica o rinnegamento ideologico da parte di un responsabile di settore, ma semplicemente dinanzi ad un momento di approfondimento politico e programmatico, che è opportuno che vi sia per far crescere il partito ed il paese. Proprio se si considera questa come opportunità, emerge chiara l’esigenza di rimanere uniti in un momento così complesso senza vedere in questo una contrapposizione tra chi era di An e chi era di FI, - così come alcuni mediocri lettori della politica contemporanea continuano a fare – ma piuttosto come un’occasione per rivedere alcuni punti e alcune criticità tutte interne al PdL.

Credo che da questi momenti di crescita sia possibile trarre nuovi spunti e nuove energie per il partito e per il suo programma, ma bisogna avere la lungimiranza di crederci e non mollare al primo colpo, perché si è usciti fuori dal gregge i perché non si è risposto all’unisono.

Non comprendere questi aspetti equivale a dire – ahimè – che ci sfuggono le primarie regole dell’agire democratico.

On. Aldo Di Biagio (de.it.press)

 

 

 

 

Congresso Fusie. “Atto delinquenziale” decurtare i contributi alla stampa all’estero con effetto retroattivo

 

Roma - Una rumorosa protesta contro il dimezzamento dei contributi governativi ma anche la ricerca di nuove “vie di sostentamento”: sono solo due delle proposte emerse durante il dibattito che ha chiuso, il 24 aprile a Roma, nella sede del Centro Studi Emigrazione, il 5° Congresso della Federazione Unitaria della Stampa Italiana all'estero (Fusie).

I vari soci della Federazione, tra questi direttori di agenzie, giornali, riviste, programmi radiofonici, ecc, hanno mostrato di avere una visione in larga parte condivisa sul da farsi e su come dovrà lavorare la Fusie nei prossimi mesi. Dai loro interventi una denuncia “corale” verso tutte le “politiche di indebolimento” che il governo sta attuando nei vari capitoli degli italiani all'estero. Allo stesso tempo, la presa di coscienza del fatto che il settore dell'informazione italiana all'estero, unito ed organizzato, possa diventare una grande potenza mediatica in grado di farsi rispettare e riprendersi i propri diritti.

“Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato vari decreti fra i quali uno che dice che l'elezione Comites e Cgie verranno prorogate di altri 2 anni“, ha esordito il direttore de L'Italiano Gian Luigi Ferretti. “Questo significa la morte per inerzia degli organismi rappresentativi degli italiani all'estero ed è indicativo della volontà diffusa di tirare una riga sopra il mondo dell'emigrazione e dunque anche al mondo della stampa italiana all'estero”. Una visione analoga è quella di Lauricella, presidente Usef e direttore di Emigrazione Sicilia, secondo cui “tira vento cattivo e non c'è nessuno che soffia controvento”. Nel suo intervento Lauricella ha richiamato all'unità i parlamentari eletti all'estero affermando inoltre che “non può esistere una stampa italiana all'estero che non sia sovvenzionata” considerando che il discorso per le testate che operano all'estero “è diverso rispetto a quelle in Italia”. Lauricella ha poi definito la decurtazione dei contributi alla stampa con effetto retroattivo come un “atto delinquenziale”.

Secondo Luciano Luciani, presidente IFS e direttore di Oltreoceano, la Fusie deve ora “aprirsi al nuovo mondo più ampio e ai nuovi meccanismi informatici nonché allargare la sua base associativa. Questo”, ha detto, “determinerà un rafforzamento”. L'indebolimento attuale, per Luciani, “non può però essere solo attribuito al Governo. Molti problemi nascono infatti dall'interno: i parlamentari, ad esempio, si sentono autoreferenziali. Dobbiamo lavorare per restare uniti e creare rete una permanente”, ha concluso.

“I diritti non si chiedono ma si esercitano”: di questo è convinto Giuseppe Paratore, giornalista del programma di radio Semanario Italiano, che ha aggiunto: “noi stampa italiana all'estero siamo colpevoli di ciò che sta succedendo perché non abbiamo saputo difendere il nostro diritto. La strada fino ad ora è sbagliata: dobbiamo potenziare la Fusie e protestare, dobbiamo esigere, non chiedere”.

I tagli alla stampa sono visti in modo “drammatico” anche da Mauro Montanari, direttore a Francoforte del Corriere d'Italia, che ha spiegato: “per le testate all'estero è difficile trovare fonti di pubblicità; chi conosce la nostra emigrazione sa che il giornale è letto ma spesso non viene comprato e questi tagli avranno come unica conseguenza la chiusura di molti giornali”. Dalla nuova Fusie, ha commentato Montanari, mi aspetto dunque un “segnale di discontinuità” attraverso una “nuova capacità di dialogo e di protesta, di movimento e mobilitazione”. Dal direttore del Corriere d'Italia anche l'appello “ad unirsi” per dare “una forte immagine mediatica” a tutto il settore della stampa italiana all'estero.

“Siamo arrivati a un punto in cui non ce la facciamo più”, ha poi dichiarato Alessandro Cario, direttore de L'Eco d'Italia, sempre in merito alla decurtazione dei contributi. È importante ora avere una Fusie forte, ha spiegato Cario, soprattutto attraverso “un presidente con un consenso generale” e la “formazione di commissioni” all'interno della Federazione stessa.

Nel corso del dibattito ha preso la parola anche Franco Santellocco, fondatore del periodico La Voce - Giornale degli Italiani all'Estero, secondo cui ormai “le stagioni sono cambiate”. “Che non ci siano più contributi lo sappiamo. Dobbiamo guardarci attorno e capire che servizio la Fusie e le testate possono ancora dare”. Prendendo atto “che si sta andando verso uno stato federale”, per Santellocco “la Fusie dovrebbe essere in contante contatto proprio con le Regioni italiane, che avranno sempre più fondi”. A sostenere la stampa potrebbero essere anche “gli industriali all'estero”. La Fusie, ha osservato Santellocco, “deve essere ridisegnata secondo quello che sono le realtà nuove, deve operare attraverso commissioni tematiche di lavoro come “industria, cultura, formazione” e dovrebbe avere anche un sito internet. Questa”, ha concluso, “è la futura mappatura della Fusie”.

Il direttore de La Voce del Popolo, Silvio Forza, ha poi evidenziato la necessità di “far scaturire una mozione di protesta contro i tagli” e, al tempo stesso, di lasciare spazio alla “fantasia creativa” per individuare “nuovi meccanismi di finanziamento”. È importante, per Forza, mettere a fuoco i vari settori “in cui la presenza dell'emigrazione è importante anche dal punto di vista economico” in modo tale da poter sostenere la stampa italiana all'estero.

“I tagli ci costringono a trovare vie diverse”, ha replicato Vitaliano Vita, direttore del periodico venezuelano Pagine e di italiani-allestero.com. La stampa italiana all'estero è “di pubblico interesse e pubblica utilità” e ha bisogno di “autonomia”. “Esistono fonti alle quali ci dobbiamo rivolgere con diritto”, ha aggiunto, “cominciamo dalle Regioni che, per diritto, devono assistere i cittadini iscritti all'aire anche dal punto di vista sociale e culturale. Nel mondo abbiamo oltre 170 testate, siamo tanti e ci dobbiamo rendere conto che abbiamo un grande potere verso l'Italia. La Fusie”, ha concluso, “deve avere un programma chiaro, allargare l'esecutivo e riunirsi una volta ogni 6 mesi”.

Per Maurizio Tomasi, direttore del mensile Trentini nel Mondo, visto che non viene compresa l'importanza dell'informazione italiana all'estero “non bisogna fidarsi di nessuno” e bisogna iniziare ad essere indipendenti da tutti. “Stringiamo le fila, facciamo un coro intonato, creiamo una rete di informazione all'interno della nuova Fusie, anche attraverso un sito web”.

Puntare sulla qualità e sul volontariato: questo è quanto intende fare Riccardo Masini, direttore del mensile Trevisani nel Mondo, in questo periodo di “disagio” in cui non bisogna però “mai parlare di morte della stampa italiana all'estero”. Per Gennaro Maria Amoruso, direttore di Calabria Mondo, l'impegno va ora rivolto alle “nuove emigrazioni”, la Fusie “deve capire che la stagione dei finanziamenti governativi è finita per tantissimi motivi” e deve dunque “trovare nuovi modi di sostentamento” anche rivolgendosi, tra gli altri, al libero mercato.

“La nostra è un'informazione di nicchia basata sulla cultura ”, ha poi sottolineato Domenico Azzia, presidente di Sicilia Mondo. “La Fusie dovrebbe iniziare a muovere contatti con il Ministero della Cultura perché siamo portatori della cultura nel mondo. Dobbiamo però scegliere anche una linea indipendente ed essere aggressivi e rabbiosi in questa fase di emergenza. La Fusie deve inventare il modo di trovare nuove le risorse e le capacità per fare questo ci sono”.

D'accordo con quanto detto nel corso del dibattito anche il presidente della Fusie uscente, Domenico De Sossi, che ha però messo in guardia: “la proposte emerse vanno seguite ma il recupero degli stanziamenti tagliati è una strada che va doverosamente seguita. Dobbiamo recuperare ciò che ci è stato “carognescamente” tolto e la Fusie”, ha concluso, “non deve indugiare in questa sua posizione di protesta”. Tommaso Sampaolo, aise

 

 

 

 

Il dialogo italo-tedesco. Siamo al punto più basso?

 

Egregio Sig. Bassanelli, sicuramente avrà già sentito di Gian Enrico Rusconi secondo il quale le relazioni fra l’Italia e la Germania si trovano in stato di una “lenta alienazione”. È vero che gli italiani ammirano l’atteggiamento politico e la pragmatica dei tedeschi, però non agiscono di conseguenza alle loro dichiarazioni. I tedeschi invece pensano che il loro vicino meridionale sia molto simpatico e studiano con predilezione la cultura e la storia italiana, ma non lo prendono sul serio in senso politico.

 

Corrisponde veramente ai fatti che le relazioni italo-tedesche si trovino al loro livello più basso?

 

In realtà, la Germania e l’Italia hanno molto di più in comune di quanto possa sembrare a prima vista: Una storia simile, la creazione di istituzioni congiunte nell?ambito della integrazione europea, due generazioni giovani piene di aspettative per il loro futuro – tutto questo è un fondamento per un fattibile legame di confidenza.

Innanzi tutto, quando tedeschi ed italiani riuniscono il loro potenziale è possibile  creare grandi concetti importanti – com?è successo nel Trattato di Roma, ma anche per quanto riguarda il futuro dell’Europa.

 

La Fondazione Konrad Adenauer a Roma si è prefissata come obiettivo principale l’attiva promozione di questo rapporto e ha fondato un online forum per promuovere il dialogo italo-tedesco.

In 30 articoli si trovano pensieri di esperti su stato e politica, educazione e scienza, economia e sociale come anche cultura e civiltà – sempre nelle prospettive di entrambi paesi.

 

Il grande valore del progetto si dimostra anche attraverso l?appoggio energico dell’ambasciatore tedesco in Italia, Michael Steiner, e il suo collega italiano a Berlino, Michele Valensise. Siamo molto lieti che abbiano assunto il patronato del nostro progetto.

 

Ho il piacere di invitarLa a partecipare a questo dialogo, ad informarsi e ad aiutarci nello sviluppo continuo del nostro progetto. www.culturepolitiche.it.

Wilhelm Staudacher, de.it.press

 

 

 

 

A Francoforte in arrivo il “Il battello della Poesia”

 

In dirittura d’arrivo a Francoforte la Terza Edizione del Festival della Poesia Europea, che avrà luogo il 6-8 maggio, a cura della giornalista e scrittrice Marcella Continanza

 

Francoforte. La terza edizione del Festival della Poesia Europea che avrà luogo a Francoforte sul Meno dal 6 all’8 maggio 2010, con il patrocinio del sindaco del comune di Francoforte Petra Roth, presenta alcune novità. L’ideatrice e direttrice artistica Marcella Continanza ce ne parla a cena all’Atelier, noto ristorante francofortese con alcune collaboratrici del team organizzativo dell’Associazione Donne e Poesia - Isabella Morra che lo promuove. Sarà la poeta Martina Weber, al Table Café del Museo Schirn Kunsthalle giovedì 6 maggio alle ore 11, ad aprire gli incontri “Caffè col poeta”. La Weber, nata a Mannheim vive a Francoforte. Le sue liriche sono apparse su riviste letterarie e antologie. In serata, nella Libreria Internazionale Südseite, alle ore 19, un recital poetico musicale: omaggio alla Grecia. Il poeta Hartmut Bart Engelbart e gli attori Manuela Hoschwitz e Michelangelo Ragni, intervallati dalla musica del chitarrista e cantante Jorgos Tachtatzis leggeranno poesie di Jannis Ritsos, G. Seferis e Titos Patrikios.

 

Si salirà su un battello che parte dall’Eiserner Steg Mainkai il 7 maggio alle ore 14, con libri di poesia e poeti che leggeranno i loro versi. Un progetto innovativo e suggestivo. Con “Il battello della Poesia”, che ha già ricevuto un’accoglienza molto positiva, si vuole creare un rapporto autentico tra il lettore e il poeta avvalendosi dall’atmosfera coinvolgente offerta dallo scorrere del fiume.

È un vecchio sogno della Continanza questo del “battello” che originariamente era dedicato alle favole. Nato infatti negli anni novanta, quando Marcella Continanza organizzava mostre sul libro per ragazzi, si realizza ora con “il battello della poesia”. La poesia conquista ancora più spazio e non solo nei luoghi storici della città.

 

Infine l’8 maggio alle ore 19, l’ultima manifestazione “Poeti dell’Europa” nella Plenarsaal del Römer. Protagonisti assoluti Kurt Drawert, Paolo Ruffilli, Haris Vlavianos, Brane Mozeti? poeti famosi a livello internazionale.

La Dr. Renate Sterzel darà loro il benvenuto da parte della città, a cui seguirà il saluto della Console generale greca di Francoforte, signora Stavroula Frangeyanni Matthieu. Presenterà i poeti la Dr. Cristina Giaimo dell’Università di Francoforte. L’intervento critico è affidato alla Dr. Anna Maria Arrighetti dell’Università di Mainz e Trier. L’attrice Alison Paule Rippier riproporrà le poesie in tedesco accompagnata dall’arpa di Merle Meyer.

Serata interessante, piena di contenuti e di presenze di spessore. Come scrive il poeta Dante Maffia “Poeti dell’Europa” offre un panorama di ciò che si produce nell’antico continente «un coro di voci diverse che trovano la sintesi in una sola voce, di volta in volta. Ogni identità e ogni diversità s’innestano e diventano un vento caldo che è a un tempo europeo e africano e si diffonde ovunque».

 

Gli autori ospiti alla serata “Poeti dell’Europa” dell’8 maggio

Kurt Drawert, nato a Hennigsdorg/Brandeburgo nel 1956 vive a Darmstadt. Scrittore, poeta e drammaturgo. Tra i più importanti nomi della letteratura tedesca, ha ricevuto diversi premi. Tra le sue opere: “Privateigentum” (1990), “Wo es war” (1996), “Frühjahrskollektion” (2002), “Spiegelland. Ein deutscher Monolog” (1993), “Rückseiten der Herrlichkeit. Texte und Kontexte“ (2001), „Ich hielt meinen Schatten für einen andern und grüßte“ (2008)

 

Paolo Ruffilli, nato al Rieti nel 1949 vive a Treviso. Tra le opere pubblicate segnaliamo “Le stanze del cielo” (2008), “Piccola colazione” (1997), “Diario di Normandia” (1990), “Camera oscura” (1992), “Nuvole” (1995) e “La gioia e il lutto” (2001) e un libro di racconti “Preparativi per la partenza” (2003). È autore della biografia “Una vita di Ippolito Nievo” (1991) e di “Vita, amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni” (1993). Traduzioni in tedesco delle sue opere sono state pubblicate dall’editore “Im Wald”.

 

Haris Vlavianos, nato a Roma nel 1957 da genitori greci, vive ad Atene dove insegna all’”American College”. È direttore della rivista letteraria “Polis” e traduttore di alcuni poeti americani. Sue opere: “Schlafwandeln” (1983), “Wundenverkäufer” (1985), “Redensart” (1986), “Unerbitterlicher Widerruf” (1989), “Die Sehnsucht nach den Himmel” (1991), “Adien” (1996), “Der Engel der Geschichte” (1999), “Der andere Ort” (1993) e “Britannica”

(2004) raccolte di aforismi.

 

Brane Mozeti?, nato a Lubiana nel 1958 è una delle voci più interessanti della letteratura slava. Narratore, saggista e traduttore. In poesia ha pubblicato: “Biancaneve e i sette nani” (1976),  “Soledades” (1978), “Canti e danze” (1982), “Contatti azzurri” (1986), “Scongiuri” (1987), “La rete” (1989), “Obsedenost/Obsession” (1991), “Poesie per i sogni morti” (1995),  “Farfalle” (2000), “Parole che bruciano” (2002). Loredana Arcadia, De.it.press

 

 

 

Saarland. Il Presidente Müller “deluso” per la chiusura del Consolato italiano

 

Saarbrücken: Il Ministro Presidente del Saarland Peter Müller ha dichiarato, in occasione della visita dell’Ambasciatore d’Italia Michele Valensise, di essere „deluso“ della prevista chiusura per il primo luglio del Consolato italiano a Saarbrücken. Dalla Cancelleria di Stato si apprende che Müller, durante l’incontro, “ha chiarito che avrebbe preferito una soluzione continuativa con il mantenimento dell’intero Consolato” rispetto alla soluzione ora prospettata di aprire uno “sportello consolare” con tre impiegati. Al Consolato erano assegnati sino ad ora circa una dozzina di funzionari. Il Governo del Saarland, secondo Müller, si è adoperato intensamente per il mantenimento del Consolato. Müller aveva addirittura messo a disposizione i locali gratuiti all’interno della Cancelleria di Stato. Il rappresentante eletto degli italiani in Saarland, Giovanni Di Rosa, ha dichiarato al nostro giornale di essere convinto che lo “sportello” sarà ubicato nei locali dell’attuale Consolato nella Johannisstrasse. Contrariamente a quanto deciso per la capitale del Land Saarbrücken, il governo Berlusconi ha optato per il pieno mantenimento delle rappresentanze consolari in Friburgo e  Wolfsburg. (Traduzione dal Saarbrücker Zeitung del 28 aprile)

 

 

 

Norimberga. L’insegnante Giovanni Ardizzone il nuovo presidente del Comites

 

Norimberga - Lo scorso 17 aprile si è tenuta a Norimberga un'assemblea straordinaria del Comites, presieduta dal vicepresidente Domenico Capasso, indetta principalmente per eleggere un nuovo presidente a seguito delle dimissioni, per motivi personali e professionali, dell'attuale presidente in carica, Stefano Palombo.

Dopo la lettura e l’approvazione dell'ultimo verbale e un dibattito sereno e costruttivo su alcuni argomenti interni, si è passati al secondo punto all'ordine del giorno relativo all'elezione delle cariche vacanti.

L'assemblea ha accettato la richiesta di dimissioni di Palombo. Dopodiché è iniziata la discussione sulle candidature alla presidenza, avvenuta in un clima di rispetto, senza sterili e inutili polemiche. Con questo rinato spirito costruttivo i membri presenti hanno proceduto all'elezione del nuovo presidente, che è risultato essere l’insegnante Giovanni Ardizzone della lista "Alleanza Unterfranken", eletto a grande maggioranza.

Si è proseguito, votando Lucio Albanese della lista "CTIM", come nuovo segretario. Nell'Esecutivo è stato eletto, inoltre, il signor Pasquale Marolda (lista CTIM), mentre gli altri membri venivano confermati nelle loro cariche.

Il presidente Ardizzone, ringraziando per la fiducia dimostrata, ha assicurato il suo massimo impegno e la sua collaborazione – in primis – con tutti i membri del Comites stesso, poi con tutte le associazioni e le istituzioni per affrontare meglio i problemi attuali del Comitato, in modo specifico la ricerca di una nuova sede più consona alle nostre scarse finanze. Il neo presidente ha indicato tra le sue priorità l’attenzione alla chiusura del Consolato ed alla susseguente apertura di una Agenzia consolare che, insieme all’introduzione delle nuove norme riguardanti l’apposizione delle impronte digitali nei passaporti, comporterà sicuramente dei mutamenti per la comunità, i cui problemi saranno oggetto di un'attenzione particolare da parte del Comites. (aise)

 

 

 

Cultura italiana a Stoccarda. Questa sera in duomo il Coro Polifonico Farnesiano di Piacenza

 

Stoccarda. In questi giorni l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda sta proponendo alcuni importanti appuntamenti con la cultura italiana, ad iniziare dal ciclo di conferenze, organizzato in collaborazione con il Centro Studi Italia dell’Università di Stoccarda,  “Il Vesuvio nello specchio di letteratura ed arte” di martedì 27 aprile alla Biblioteca Comunale di Stoccarda, nello storico edificio del Wilhelmspalais, ha visto la conferenza del professor Dieter Richter “Il Vesuvio. Bellezza e spavento di una montagna”. Dieter Richter, professore di storia della letteratura all’Università di Brema e grande conoscitore del Golfo di Napoli, ha descritto la storia culturale di un vulcano che da secoli spaventa e affascina al tempo stesso. Il ciclo proseguirà giovedì 6 maggio con la conferenza del professor Winfried Wehle dell’Università di Eichstätt intitolata “Il Vesuvio: un evento linguistico” dedicata alle descrizioni di alcune celebri ascese del Vesuvio nell’ambito del viaggio di educazione settecentesco, il cosiddetto Grand Tour.

 

Mercoledì 28 aprile, in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Stoccarda, era in programma, sempre alla Biblioteca Comunale di Stoccarda, la serata “Donne, musica e poesia”. Il recital dell’affermata pianista e slavista toscana Chiara Piomboni ha invitato a un viaggio nel mondo musicale e poetico femminile tra Italia, Germania e Russia. In programma c’erano tra l’altro due Romanze di Respighi su testi di Ada Negri e alcuni Lieder di Clara Schumann e Fanny Mendelssohn. Sabato 9 maggio invece, nel quadro del Neckar Musikfestival, si esibirà nella sala Jugendstil di Weinsberg il Duo pianistico italiano, composto da Mariarita Pellitteri e Giuseppe di Nucci, che presenterà un repertorio di brani pianistici a quattro mani dell’Ottocento.

 

Sempre in ambito musicale si segnala il concerto di beneficenza per le vittime del terremoto ad Haiti proposto dall’Associazione Italo-Tedesca di Reutlingen in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda e l’Associazione Emilia-Romagna di Stoccarda. Oggi venerdì 30 aprile, alle ore 20,00,  nel Duomo di Stoccarda (Könistr. 20) il Coro Polifonico Farnesiano di Piacenza proporrà pezzi per coro e organo dal Cinquecento, con brani di Giovanni da Palestrina e Claudio Monteverdi, al Novecento.

 

Per quanto riguarda la promozione della lingua e della letteratura italiana, particolare rilievo assume la Giornata della traduzione organizzata in collaborazione con il Centro Studi Italia dell’Università di Stoccarda. Venerdì 7 maggio la traduttrice Francesca Ricci discuterà con gli studienti dell’Università di Stoccarda brani tratti dalle sue traduzioni di classici della letteratura tedesca. Sarà poi la volta dell’incontro di uno scrittore italiano con la sua traduttrice tedesca: Gaetano Cappelli e Sylvia Höfer si confronteranno con gli studenti sulla traduzione di un romanzo impegnativo come "Parenti Lontani", del 2000, appena pubblicato in tedesco dalla casa editrice Bertelsmann con il titiolo "Ferne Verwandte". In serata Gaetano Cappelli incontrerà il pubblico alla Biblioteca Universitaria di Stoccarda, la moderazione del reading è affidata Maike Albath, critico letterario e grande esperta di letteratura italiana contemporanea. De.it.press

 

 

 

Premiate ad Hannover le 18 Camere di Commercio Italiane in Europa

 

Gli organizzatori dell’Hannover Messe hanno assegnato alla rete camerale il “b2fair Business Awards 2010” come miglior partner dell’evento

 

Hannover - Si è conclusa venerdì 23 aprile l’edizione 2010 della Fiera di Hannover, dove l’Italia ha partecipato in qualità di Paese Partner. Nell’ambito del salone nel quale si sono concentrate in un’unica sede 8 fiere leader internazionali (Industrial Automation, Digital Factory, Industrial Supply, Coil Technica, Micronanotec, Mobilitec, Research & Technology, Energy e Power Plant Technology), si è svolto anche il “b2fair Matchmaking Event”, la borsa trasversale della cooperazione volta a creare incontri professionali multisettoriali offrendo alle imprese partecipanti un modo efficace, rapido ed economico per sviluppare rapporti commerciali con imprese internazionali.

All’interno dell’imponente complesso fieristico di Hannover, che si estende su una superficie espositiva di 224.800 metri quadrati, due sono stati gli spazi per gli incontri tra imprese nell’ambito del “b2fair”: nella hall 2 “Research & Technology”, dedicata alla ricerca tecnologica e all’innovazione, e, nella Hall 27, “Global Business & Markets”.

 

Le Camere di Commercio Italiane di Amsterdam, Barcellona, Belgrado, Bruxelles, Francoforte, Lione, Lisbona, Londra, Lussemburgo, Madrid, Marsiglia, Monaco di Baviera, Parigi, Salonicco, Sofia, Stoccolma, Vienna e Zurigo, consapevoli dell’importanza di dare il proprio contributo alla presenza ufficiale italiana alla Fiera di Hannover, avevano aderito nel gennaio 2010 a tale azione di promozione di matchmaking e di assistenza alle imprese italiane espositrici o in visita all’Hannover Messe, nell’ambito del progetto “Sostenibilità Ambientale”, di cui è capofila la CCIE di Francoforte.

 

Il coordinamento di questa azione specifica “B2fair Matchmaking Event” nell’ambito del progetto è stato svolto dalla Camera di Commercio Italo-Lussemburghese e, grazie al “lavoro di squadra” delle 18 Camere Italiane in Europa, circa 80 aziende italiane iscritte alla borsa trasversale hanno potuto scegliere partners commerciali tra le 350 imprese internazionali che si sono registrate all’evento ed avere un’agenda di incontri d’affari personalizzata.

 

La partnership innovativa con la rete delle 18 Camere di Commercio Italiane in Europa, che in questo caso si è aggiunta alla rete dei partners dell’Enterprise European Network, è risultata particolarmente efficace ed apprezzata dagli organizzatori, i quali, per tale ragione, nel 2010, hanno assegnato il “b2fair Business Award” come miglior partner dell’evento al network delle Camere di Commercio Italiane in Europa che hanno lavorato per tale iniziativa.

 

“Si tratta di un riconoscimento simbolico che ci dà grande soddisfazione”, hanno commentato da Assocamerestero. “La professionalità e l’impegno delle Camere di Commercio Italiane in Europa nonche’ il valore della nostra rete viene infatti apprezzato, riconosciuto e premiato nell’ambito del grande network Europeo allargato”. (ItalPlanet News)

 

 

 

 

 

Il 25 aprile ad Amburgo. È salvo il Consolato?

 

Amburgo - Anche i connazionali residenti ad Amburgo hanno celebrato la Festa della Liberazione del 25 aprile. La giornata è stata programmata dal Comitato "Salviamo il Consolato" per rendere omaggio a quanti "65 anni fa hanno restituito l’onore all’Italia contribuendo ad abbattere il nazifascismo, gettando le basi per la rinascita democratica del nostro Paese".

La giornata è iniziata con la visita al campo di concentramento di Neuengamme e proseguita nella sede dell’Inca Cgil con un rinfresco e la proiezione del DVD "Resistenza – La banda Tom e altre storie partigiane".

"La visita al campo di concentramento di Neuengamme", raccontano dal Comitato, "ha avuto un forte impatto emotivo su tutti e tutte noi. Leggere il destino di migliaia di persone, soldati prigionieri di guerra, bambini ebrei usati per esperimenti, donne violentate della loro dignità, sono cose da tenere vive nella memoria di tutti noi. Un pensiero va anche a tutti quei soldati italiani che dopo l’8 settembre 1943 rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei regimi nazisti e fascisti d’Europa, non aderendo alla Repubblica Sociale di Mussolini, e per questo loro gesto di Resistenza umana furono imprigionati nei campi della vergogna nazifascisti".

"In serata, grazie al DVD "La banda Tom e altre storie partigiane" degli Yo Yo Mundi", aggiungono dal Comitato, "abbiamo attutito un po’ della tristezza delle sensazioni vissute a Neuengamme, rallegrandoci della loro musica e del pensiero che molte e molti, da Partigiani, decisero di porre fine al regime fascista".

 

“Il comitato dei ‘Cittadini Liberi di Amburgo’ ringrazia il Governo Italiano per la lettera inviata a seguito degli incontri avuti nei giorni scorsi a Palazzo Chigi. Nella lettera si congratula per il nostro lavoro e per la nostra ‘disinteressata’ presa di posizione a favore del Consolato Generale di Amburgo". È quanto si legge in una nota diramata da Massimo Finizio, membro del neo gruppo di attivisti italiani ad Amburgo, in cui si precisa che la lettera "esprime anche sostegno a favore delle associazioni che fanno parte del nostro Comitato. Con la lettera il Governo si sta impegnando a trovare una soluzione per il mantenimento del Consolato Generale ad Amburgo cercando di dare spazio anche ai tanti giovani che fino ad oggi spesso hanno trovato chiusa la porta del Consolato o di quella dell’Istituto di Cultura".

"Il Comitato – prosegue la nota con tono polemico verso l’operato dell’altro comitato, "Salviamo il Consolato generale" – continua a sostenere il Consolato Generale di Amburgo, non certo prendendo la bicicletta e/o la vespa ed organizzando giri della città, ma prendendo invece l’aereo, volando verso Roma per incontrare e convincere i responsabili, forti dei nostri valori e dei nostri argomenti, senza interessi di sorta, senza colore politico, per una Amburgo Libera da interessi, per una Italia forte con un Consolato Generale forte ad Amburgo". (aise)

 

 

 

 

Scrittori a confronto sull’Europa il 5 maggio a Stoccarda

 

Stoccarda - La sezione di Stoccarda dell’associazione di Istituti di Cultura Europei EUNIC, che a Stoccarda riunisce gli Istituti di Cultura di Italia, Francia e Ungheria, in collaborazione con importanti istituzioni locali come l’Accademia Schloss Solitude, la Galleria Nazionale e l’Istituto per le Relazioni Estere, festeggia il 5 maggio 2010 la sua recentea costituzione con una importante tavola rotonda sul tema “Leggere l’Europa – capire l’Europa”.

 

Quale funzione può avere la letteratura in Europa? La letteratura può facilitare la comprensione interculturale? Come si situa la letteratura nel dialogo tra l’Europa ed il resto del mondo? Nell’ambito della sedicesima Settimana Europea di Stoccarda, gli scrittori Martin Page (Francia), Cesare De Marchi (Italia), László F. Földényi (Ungheria) e Hans Pleschinski (Germania), moderati dalla giornalista ed esperta di letteratura Lerke von Saalfeld, cercheranno di dare una risposta a queste domande nei prestigiosi spazi della Galleria Nazionale. A seguire avrà luogo una degustazione di vini. L’accompagnamento musicale della manifestazione è affidato ad una formazione capace di fondere in maniera originalissima tradizioni popolari, colte e jazz: l’ARCO Trio di Pécs, capitale europea della cultura 2010. de.it.press

 

 

 

 

Laura Garavini e Marco Meloni con i ricercatori italiani a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera. Il futuro della ricerca in Italia è stato al centro di un interessante dibattito promosso dall’associazione “Cervelli Monaco” presso il Max Planck Institut für Plasma Physik (IPP) a Garching. Alla discussione con i ricercatori italiani dell’area di Monaco, introdotta e moderata da Marcella Brusa e Augusto Giussani, hanno partecipato Laura Garavini, deputato del PD, prima firmataria della proposta di legge PRIME, finalizzata a incentivare il rientro in Italia di ricercatori con esperienza all’estero, e Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca della segreteria nazionale del Pd.

 

“È stato un incontro molto proficuo per l’intensità e la qualità della discussione – ha sottolineato la Garavini – e sono sicura che i contributi scaturiti andranno a perfezionare ulteriormente la proposta di legge PRIME”. Il disegno di legge, frutto di un intenso scambio di idee con ricercatori italiani che operano all’estero, punta su meritocrazia, trasparenza, internazionalità per attirare studiosi stranieri e convincere i cervelli fuggiti dall’Italia a tornare. “La mobilità dei nostri ricercatori – ha aggiunto – è in realtà un fatto positivo, una vera e propria risorsa capace di dare un’iniezione di internazionalità al sistema universitario italiano.”

 

“Università e ricerca – ha proseguito Meloni – per noi sono centrali per il futuro del Paese: sono il primo punto del progetto Italia 2011 che impegnerà il Pd nei prossimi mesi e sarà coordinato da Enrico Letta.” L’obiettivo immediato è “invertire l’approccio che questo Governo ha nei confronti di università e ricerca, alle quali sta rischiando di dare un colpo mortale. A differenza di Germania e Francia che, per reagire alla crisi, indirizzano ingenti investimenti in questi settori, da noi sono stati apportati alle risorse destinate alla ricerca tagli del 20%. Tagli che, in pochi anni, stanno già impedendo a molti atenei di funzionare regolarmente. Occorre intervenire per cambiare radicalmente l’impostazione del ddl Gelmini finalizzato più a confermare questi tagli che a riformare realmente l’università.”

 

“Proposte come quella di Laura Garavini sono un’eccellente base di partenza: servono idee concrete per favorire l’apertura e l’internazionalizzazione del nostro sistema.” Marco Meloni ha, infine, annunciato che nel viaggio del PD tra gli atenei italiani, che prenderà avvio il prossimo 10 maggio a Napoli, saranno coinvolte anche le comunità dei ricercatori italiani all’estero. De.it.press

 

 

 

 

Tour mondiale di Baglioni per capire come vivono italiani all'estero. In Germania a maggio

 

Londra - Tappa a Londra mercoledì 28 aprile per Claudio Baglioni per un incontro all'Istituto italiano di cultura della capitale britannica. Solo una pausa dal lungo tour "Un solo mondo" che lo ha portato prima in Canada e negli Stati Uniti, poi a Parigi e il 29 maggio proprio Londra alla Royal Albert Hall.

 

«Mi sento un artista girovago», ha detto parlando del suo tour. «Quello di girare il mondo in tour è un sogno che accarezzo da 40 anni - ha aggiunto - ma questo è un viaggio anche per capire come vivono gli italiani all'estero». Un viaggio che il cantautore vorrebbe concludere con la pubblicazione di un diario di bordo che ne raccolga le memorie.

 

Baglioni ha ricordato il suo impegno con O' Scià, fondazione che ogni anno organizza un concerto a Lampedusa e che promuove la conoscenza dell'immigrato, dell'altro. «Siamo in un momento confuso - ha detto - c'è tanta diffidenza verso l'altro. A noi di O' Scià invece piace la cultura dell'incontro. Del resto cos'è la felicità se non il passaggio a qualcun'altro di qualcosa di positivo?».

 

Si torna poi alla musica: immancabile il «pegno» come lui stesso lo definisce, di cantare Questo piccolo grande amore. «Le canzoni, a volte anche quelle brutte, hanno una forza evocativa enorme - dice - perchè riportano a un momento del passato e per questo ci emozionano sempre». Baglioni chiude con un medley che include tra le altre Amore Bello, E tu e, quasi d'obbligo per l'occasione, Viva l'Inghilterra.

 

Il tour Un solo mondo sarà a maggio in Germania (il 6 maggio a Monaco e il 7 a Stoccarda), Spagna, e a Londra. Tra ottobre e novembre si riprende con gli Stati Uniti di nuovo, Sud America, Cina, Giappone, Australia, Russia e est Europa. Oltre la musica, la solidarietà. IM 29

 

 

 

 

A Monaco di Baviera la mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa “Collage e Scultura”

 

Monaco di Baviera – È stata inaugurata ieri giovedì 29 aprile presso l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera la mostra di Silvia Beltrami e Rita Siragusa »Collage e Scultura«. Curatrice della mostra, che  sarà visitabile presso l’Istituto Italiano di Cultura sino al 25 giugno 2010, è la Dott.ssa Ellen Maurer Zilioli, dell’Associazione Culturale Maurer Zilioli - Contemporary Arts, Brescia

Alcune opere di Rita Siragusa sono esposte anche nel Lounge Spazio Italia della compagnia aerea Air Dolomiti presso l'aeroporto di Monaco di Baviera.

 

Gli organizzatori sono l'Istituto Italiano di Cultura e l'Associazione Culturale Maurer Zilioli Contemporary Arts, Brescia, in collaborazione con Air Dolomiti e Enit München. Sotto il patrocinio del Città di Brescia e con il sostegno della Allianz Vertretung Michele Montanari.

 

L’Istituto Italiano di Cultura espone i lavori di due protagoniste, giovani e promettenti,del panorama artistico italiano all’inizio della loro carriera. Se da una parte Siragusa rappresenta la voglia frenetica di espansione con sculture dai grossi calibri di ferro ed acciaio, dall’altra gli allegri collage della Beltrami testimoniano la riflessione dei fenomeni della società contemporanea. Legano insieme quelle energie, che rendono evidente il potenziale delle due artiste: la presenza che richiede spazio e l’insistente osservazione sensibile del presente.

 

Rita Siragusa, nata a Brescia nel 1973, è allieva di Igino Legnagli all’Accademia di Brera (Milano). Dispone le sue sculture liberamente nello spazio prendendone ispirazione e lasciandosi trasportare. I suoi lavori nascono da un dialogo vivace tra la materia e lo spazio che la circonda.  Ha ricevuto numerose critiche famose, sin dalle sue prime opere, nelle quali viene considerata come “figura particolare nel quadro della scultura italiana contemporanea per la padronanza e varietà dei mezzi espressivi e per la grande coerenza che, da più di un decennio, la indirizza verso una ricerca molto personale, lontana dai cliché o dagli ammiccamenti alle mode del momento”. (Antonio Zavaglio)

Il desiderio artistico è indirizzato verso l’esterno. Sente un dovere essenziale nei confronti dei gesti astratti. Se pensiamo al panorama internazionale, al Minimalismo, all’Arte Povera (Pistoletto, Merz ecc.) e al Land Art, allora riusciamo a mettere in relazione le opere della Siragusa con questi movimenti e ad interpretarle come evoluzione, come risposta contemporanea ai temi costanti della scultura moderna e del presente. Temi che hanno continuamente impegnato i grandi maestri. Siragusa ha interiorizzato il senso dello spazio e i materiali dei suoi predecessori, ma allo stesso tempo li ha analizzati, trasformati conformandoli alle proprie esigenze, grazie alla sua spiccata interpretazione personale. Le sue sculture o meglio le sue installazioni simboleggiano l’azione nello spazio. Quel che rimane è la testimonianza della manipolazione dell’artista, che si manifesta nello spazio materiale. Le opere “recupero del mito, l’intuizione dell’eros” si uniscono in un “luogo scultura” (Claudio Cerritelli), che l’artista  ricrea continuamente.

Silvia Beltrami, nata a Roma nel 1974, come Siragusa,  frequenta l’ Accademia di Brera a  Milano.  Si dedica, nei suoi collages,  ai particolari fenomeni della nostra epoca: lo straniamento dell’identità dei giovani e le sue bizzarre forme di rappresentazione, l’anonimità di un’esistenza dedita esclusivamente alla carriera, la difficoltà comune degli uomini a orientarsi nell’universo. I suoi protagonisti sono ballerini rap esibizionisti, acrobati con lo skateboard, ragazze magre griffate, manager dal viso inespressivo. Figure di un ego di una società, nella quale l’unico interesse è quello dell’apparire. Ambienta le sue figure in paesaggi surreali, metafore dell’ovunque. Beltrami non si comporta come cronista della sua epoca, ma esamina le condizioni esistenziali dell’arte. Si inventa ritratti senza individualità, dipinti con la tecnica del collage, che possono essere considerati come sinonimo della modernità. Unisce la tecnica del collage con quella dell’affresco, che si sposa senza difficoltà con l’interpretazione contemporanea. Ciò costituisce il carattere strabiliante dei suoi lavori: il legame del passato con il presente, un’insolita alleanza, ben riuscita,  tra l’eredità storica e l’attualità, che può essere considerata una costante dell’arte italiana. Poiché la stessa autrice vive nell’ ambiente  che rappresenta,  i suoi quadri mostrano l’interesse, l’osservazione e di tanto in tanto il romanticismo,  e per questo non forniscono una documentazione oggettiva, ma registrano il ritmo frenetico nelle icone contemporanee, no-future, no-name. La Beltrami coglie l’energia artistica, che il più grande critico d’arte americano. Harold Rosenberg ha descritto come “oggetto ansioso”, come forza trainante dello scontro creativo dagli anni sessanta. Bertrami viene considerata come talento promettente delle scene attuali. Ha presentato molto giovane i suoi lavori alla “6^ Triennale Internazionale du Papier” in Svizzera e al “2^ Simposio Internazionale Torrefactum 09” del museo Würth, La Rioja. IIC, de.it.press

 

 

 

 

 

Interrogazione di Aldo Di Biagio (Pdl) sulla chiusura dell’agenzia consolare di Mannheim

 

Al ministro Frattini si chiede di riconsiderare la chiusura dell’agenzia consolare, oppure il mantenimento in loco di una struttura declassata

 

Roma - Aldo Di Biagio, deputato eletto per il Pdl nella ripartizione Europa, ha presentato in questi giorni un’interrogazione a risposta scritta indirizzata al ministro degli Affari esteri in merito all’annunciata chiusura della sede consolare italiana di Mannheim, in Germania.

  A Frattini si chiede, in particolare, se intenda “predisporre eventuali iniziative volte all’analisi della situazione attuale dell’agenzia consolare ed eventualmente finalizzate al mantenimento di una struttura – nell’ipotesi declassata – che garantisca adeguato sostegno e riferimento ai connazionali in loco”.

  Di Biagio evidenzia che la sede, operativa dal 1976, rappresenta ancora oggi “un riferimento indiscutibile in termini di erogazione dei servizi essenziali, per i circa 20.000 connazionali residenti in loco (17.039 sono gli iscritti all’AIRE) e per circa i circa 500 imprenditori e liberi professionisti italiani, nonché per ricercatori e studiosi dell’Università di Heildeberg e per i militari italiani della Nato della forza ALCC”.

  Egli ricorda che “secondo le statistiche stilate dall’Ambasciata italiana a Berlino, la suindicata agenzia consolare si collocherebbe al nono posto su tredici consolati, in termini di efficienza e rispondenza alle esigenze della platea dei fruitori di servizi”, e, aggiunge: “non si comprendono le reali ragioni che condurrebbero alla chiusura delle sue sedi, poiché il numero di connazionali referenti della struttura è superiore a quello afferente ad altre strutture non rientranti nelle dinamiche di riorganizzazione annunciate dal Mae”.

  La chiusura, annunciata il 10 giungo del 2009 dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, condurrebbe ad un risparmio calcolato di 40.844 euro “cifra irrisoria – scrive Di Biagio - soprattutto se si considerano gli ingenti danni che la chiusura andrebbe ad arrecare sotto il profilo economico, amministrativo e funzionale alla nostra comunità in loco oltre che al Paese stesso”.

  I disagi dei connazionali, che dovrebbero recarsi per i servizi consolari a Stoccarda, sarebbero inoltre aggravati dalla presenza, in quest’ultima sede, di “molteplici difficoltà di carattere logistico ed organizzativo, e stando alle già presenti criticità date, anche dalla esiguità degli spazi e dall’abbondanza delle attività e delle pratiche da gestire”, conseguenti alla chiusura di Mannheim.

  “Molti referenti politici ed istituzionali tedeschi hanno manifestato il loro disappunto verso la potenziale chiusura dell’agenzia consolare, intervenendo in prima persona – rileva Di Biagio, ricordando le missive indirizzate in proposito a Frattini da Lothar Mark, membro del parlamento tedesco, Stefan Rebmann, presidente del sindacato tedesco DGB della Regione Rhein-Neckar, di Peter Kurz, sindaco di Mannheim, e segnalando l’offerta avanzata dal comune di Mannheim di mettere a disposizione della sede consolare italiana dei locali pubblici in forma gratuita.

 

  “Nel corso del 2009 sono state diverse le comunicazioni del presidente del Comites di Mannheim, Mario Perrone, indirizzate al governo e finalizzate ad una sensibilizzazione dei referenti dell’esecutivo sulle gravi ripercussioni che la chiusura consolare avrebbe comportato, annunciando uno stato di agitazione dei cittadini afferenti all’agenzia consolare, al fine di salvaguardare i diritti dei lavoratori italiani emigrati – prosegue Di Biagio. Agitazioni che hanno attirato l’attenzione dei locali organi di stampa (Mannheimer Morgen, il Rhein Neckarzeitung, Bild) “che hanno riempito per giorni le loro pagine in proposito, esprimendo criticità per la scelta dell’amministrazione italiana di chiudere la struttura”.

  Nell’interrogazione si ricorda anche come lo stesso Generale di Brigata Claudio Ernesto Vercellotti, massimo referente della rappresentanza italiana presso il quartier generale del comando delle forze alleate in Heidelberg, abbia segnalato l’importanza dell’agenzia di Mannheim quale “riferimento certo e attivo per il disbrigo delle numerose pratiche afferenti sia alla vita comune di personale militare e rispettive famiglie, sia per l’ottenimento e rinnovo dei passaporti di servizio”.

  “I livelli di integrazione dei nostri connazionali nel circondario di Mannheim, unito alla scarsa propensione di questi all’utilizzo di sistemi informatici, rendono poco plausibile l’ipotesi di totem o altre ipotesi di fruizione del consolato digitale – prosegue Di Biagio, riprendendo il contenuto di una nota analoga inviata al Mae nel marzo 2009 dell’allora ambasciatore a Berlino Antonio Puri Purini .

  “Piuttosto l’attuale situazione sociale e culturale della nostra comunità in loco conferma l’esigenza indifferibile ed insostituibile da parte di questa di poter fare riferimento all’esperienza, alla conoscenza della normativa, alle usanze ai costumi e alla lingua locale di quegli impiegati a contratto residenti sul territorio che da circa 30 anni svolgono il loro ruolo nella struttura a servizio del nostro Paese e della nostra comunità, con abnegazione ed indiscutibile senso del dovere – segnala il deputato Pdl.

  Per Di Biagio sarebbe dunque “auspicabile mantenere uno sportello consolare operativo nella città di Mannheim, per far fronte alle esigenze e alle istanze dei tanti connazionali, con una attenzione in particolare per coloro la cui anzianità e la cui mancata conoscenza dei sistemi informatici, rende complessa la fruizione di qualsivoglia altro servizio alternativo”. (Inform)

 

 

 

Arriva la riforma: dal 3 maggio la nuova Radio Colonia. Un'ora di italiano tutte le sere

 

Colonia - A partire dal 3 maggio Funkhaus Europa riformerà la sua programmazione per renderla ancora più ricca e interessante. Nel quadro di questi cambiamenti anche le trasmissioni in lingua italiana subiranno delle importanti modifiche.

Radio Colonia passerà dall'attuale mezzora ad un'ora di programmazione, dal lunedì al venerdì dalle 19 alle 20, mentre il settimanale Al dente, purtroppo, dopo 10 anni di onorato servizio, scomparirà. La nuova trasmissione della sera si trasformerà dall'attuale formato notiziario più approfondimenti in un magazine di attualità, con un tema del giorno, molta buona musica e rubriche proprio sul modello di Al dente. Gli appassionati di appuntamenti come il quiz, il libro o la ricetta, solo per citarne alcuni, non rimarranno delusi: queste rubriche non mancheranno nella nuova Radio Colonia. “Agli ascoltatori l'invito a rimanerci fedeli. Non ve ne pentirete!”, promette la redazione di Radio Colonia.

Per saperne di più scolta l'intervista del direttore  Tommaso Pedicini, al link

http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/100416_riforma.mp3?dslSrc=/sendungen/radio_colonia/100416_riforma.mp3

Trovi la storia di Radio Colonia al seguente link:  http://www.funkhaus-europa.de/sendungen/radio_colonia/geschichte/radiocoloniastoria.phtml

Tutte le novità di Funkhaus Europa (in tedesco) a questo link: http://www.funkhaus-europa.de/sendungen/funkhaus_europa/2010/programmumbau_fhe_2010.phtml 

(RC, de.it.press)

 

 

 

 

 

 

Berlino. L’Associazione L’Altritalia ricorda l’uccisione dei deportati italiani di Treuenbrietzen

 

Laura Garavini all’iniziativa promossa da “L’Altritalia” a Berlino: “Omaggio al contributo dei deportati italiani per la rinascita della democrazia”

 

Berlino - “Tra Italia e Germania esiste oggi un sentimento comune di stima e rispetto reciproci che ha portato i nostri Paesi a farsi promotori di un’Europa fondata sulla pace e sul riconoscimento dei diritti dell’uomo”. Lo ha detto l’on. Laura Garavini (PD) all’incontro presso il liceo Sophie-Scholl-Oberschule organizzato in occasione dell’anniversario dell’uccisione dei deportati italiani di Treuenbrietzen da parte delle SS nazifasciste.

 

“È importante ricordare il contributo dei deportati italiani per la liberazione dalla tirannia della dittatura”, ha detto la deputata, la quale ha ringraziato Antonio Ceseri, l’ultimo dei superstiti del massacro di Treuenbrietzen da parte delle SS. “Grazie al sacrificio e alla resistenza silenziosa di uomini come questi abbiamo riacquistato non solo la libertà, ma la dignità e l’onore”.

 

La parlamentare ha infine ringraziato Gianfranco Ceccanei e Bodo Förster, coordinatori dell’Associazione L’Altritalia e promotori dell’iniziativa, per il loro prezioso contributo alla memoria: “Oggi è fondamentale tenere viva la memoria storica nei confronti delle vittime e far conoscere ai più giovani quali conseguenze può avere la crudeltà della guerra”. 28

 

 

 

 

 

All’Università di Basilea la mostra di mosaici della Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo

 

Basilea – Inaugurata all’Università di Basilea la mostra di mosaici realizzati dalla Scuola Mosaicisti del Friuli (Spilimbergo), diretta da Gian Piero Brovedani, in occasione del 550° anniversario dell'Ateneo elvetico e del 50° del locale Fogolâr Furlan.

  “E’ significativo che i 50 anni del Fogolâr Furlan di Basilea vengano ricordati con questa mostra della Scuola Mosaicisti del Friuli. Infatti, da quella Scuola,nata nel 1922 dall'esperienza dei terrazzieri friulani, sono uscite generazioni di lavoratori che hanno lasciato opere in tutto il mondo; inoltre oggi l'istituto di Spilimbergo rappresenta una delle eccellenze del Friuli Venezia Giulia”. Così  Roberto Molinaro, assessore alla cultura della Regione Friuli Venezia Giulia intervenendo all’inaugurazione. Molinaro - che ha portato il saluto della Regione e del suo presidente Renzo Tondo alle autorità elvetiche e cantonali, ai rappresentanti del Consolato italiano e alle personalità accademiche presenti alla cerimonia, ai dirigenti del Fogolâr Furlan di Basilea e a tutti gli emigranti in Svizzera - ha sottolineato la felice coincidenza dei due anniversari e il fatto che la mostra sia ospitata dall'Università.

  “I 550 anni dell'Università di Basilea e i 50 anni del Fogolâr Furlan - ha affermato Molinaro - testimoniano, pur nella distinzione di ruoli e finalità, del lungo cammino percorso: l'Università nel solco degli studi, della ricerca e della preparazione dei giovani; il Fogolâr per mantenere uniti i nostri migranti. Quello tra i mosaici di Spilimbergo e l'Università svizzera è l'incontro tra due eccellenze: tra la Scuola Mosaicisti (oggi un istituto d'arte frequentato da giovani provenienti da tutto il mondo) e l'Università, due tradizioni che guardano ai giovani e per i giovani operano".

  Ma vi sono anche altri motivi di vicinanza tra l'Italia e il Friuli Venezia Giulia e il Cantone di Basilea. Come ha ricordato Molinaro "questa Università venne fondata nel 1460 da Papa Pio II Enea Silvio Piccolomini, molto attento agli studi e alla cultura. Inoltre a pochi chilometri da Basilea troviamo i resti di Augusta Raurica, città romana di grande importanza, contraltare nordico della nostra Aquileia". Il Fogolâr Furlan di Basilea, fondato nel 1960 - come ha messo in evidenza il presidente Argo Lucco nel suo intervento - è la prima associazione regionale italiana fondata in Svizzera, la seconda in Europa "Tal forêst". Essa ha per scopo la promozione di attività socio-culturali per far conoscere la storia, la cultura e le caratteristiche della lingua del popolo e del Friuli Venezia Giulia.

  Il Fogolâr è molto impegnato a proporre la conoscenza della regione alle giovani generazioni di origine friulana, affinché possano sentirsi orgogliose delle loro radici e partecipino alla vita dell'associazione, incrementando lo scambio di rapporti culturali, sociali ed economici tra la Svizzera e il Friuli Venezia Giulia.

  In occasione del 50° anniversario - che coincide anche con il centenario dell'emigrazione friulana a Basilea - sono state programmate diverse manifestazioni lungo tutto il 2010. Oltre a incontri conviviali, a cerimonie ufficiali, manifestazioni sportive (incontri di calcio tra le rappresentative dei Fogolârs Furlans d'Europa), c'è ora questa mostra di mosaici, che si protrarrà per tre settimane fino a metà maggio. Si tratta di una trentina di opere musive tratte da mosaici romani, bizantini e moderni, rappresentative del percorso didattico-formativo della Scuola Mosaicisti del Friuli. (Inform)

 

 

 

 

Documento del Cgie contro il rinvio dell’elezione dei Comites

 

Roma - Continuare a dare priorità all'esigenza di monitorare costantemente i risultati degli interventi pubblici rivolti alle comunità italiane all’estero e aprire un confronto con i protagonisti della nuova mobilità internazionale dell'Italia, per esaltare in tutte le diverse espressioni della presenza italiana nel mondo: sono solo alcune delle finalità del documento che l’Assemblea Plenaria del Cgie, riunita mercoledì pomeriggio alla Farnesina, invia ai presidenti di Camera e Senato, al governo, e ai presidenti dei gruppi parlamentari. Il documento nasce dall’esigenza dello stesso Cgie di dare una risposta al recente decreto del Consiglio dei Ministri che rinvia il rinnovo dei Comites, e dunque dello stesso Cgie, entro il 2012. Dopo un breve dibattito che ne ha modificato solo parzialmente il testo, il documento, che riportiamo in versione integrale, è stato votato all’unanimità da tutti i consiglieri del Cgie presenti.

 

"Il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero, affrontata con disagio e preoccupazione la situazione che si è determinata a seguito della decisione del Governo di rinviare per decreto le elezioni di rinnovo di Comites e Cgie di altri due anni;

respinge con fermezza la politica dei fatti compiuti, nella quale rientrano il secondo rinvio elettorale consecutivo che sposta complessivamente di 3 anni la scadenza elettorale naturale, e il taglio dei fondi destinati alla stampa italiana all'estero;

chiede al Ministro degli Esteri di assicurare, compatibilmente con i suoi alti impegni, una presenza effettiva e un dialogo più continuo con il Cgie, come la legge richiede; di vigilare affinché tra i rappresentanti diplomatici non si attenui ma anzi si rafforzi il coinvolgimento dei rappresentanti dei Comites e del Cgie nelle iniziative locali; di considerare la possibilità di riaprire un dialogo costruttivo con il Cgie disponendo una più'opportuna attribuzione delle deleghe di governo;

fa appello al Governo, ai presidenti della Camera e del Senato, ai Presidenti dei gruppi Parlamentari, in particolare agli eletti della Circoscrizione Estero, di adoperarsi per riconsiderare l'ipotesi del rinvio elettorale in sede di conversione del decreto legge;

si impegna ad anticipare le Commissioni Continentali e di coinvolgere nei loro lavori i rappresentanti dei Comites di ciascun Paese, gli esponenti dell'associazione e i giovani affinché sia raccolta e fatta sentire la voce delle nostre comunità e sia contrastata concretamente la deriva di sfiducia e lo spirito di rinuncia che si stanno diffondendo a seguito dei colpi che si stanno assestando alle politiche migratorie e agli istituti di rappresentanza;

decide di continuare a dare priorità all'esigenza di monitorare costantemente i risultati degli interventi pubblici rivolti alle nostre comunità, con particolare impegno a promuovere forme di innovazione reali e non penalizzanti; al proseguimento e al rafforzamento del dialogo con i giovani; all'apertura di una prima esperienza di confronto con i protagonisti della nuova mobilità internazionale dell'Italia affinché si saldino e si esaltino tutte le diverse espressioni della presenza italiana nel mondo". (tom.samp.\aise) 

 

 

 

 

L’on. Garavini: “Il rinvio delle elezioni dei Comites: l’ennesimo attacco agli italiani all’estero”

 

Roma - “L’ulteriore rinvio delle elezioni Comites deciso dal Governo rende palese la volontà politica da parte della maggioranza di colpire gli italiani nel mondo su tutti i fronti. Le nostre comunità estere non hanno ancora digerito i pesanti tagli in molti settori, dai corsi di lingua e cultura, all’assistenza, dall’editoria alla ristrutturazione della rete consolare, che già arriva la prossima batosta: l’attacco agli organi di rappresentanza, non solo dal punto di vista legislativo, ma anche nei fatti, costringendoli a una dilazione nei tempi che di fatto significa logorio”. Lo ha detto l’on. Laura Garavini all’assemblea plenaria del CGIE, sostenendo le manifestazioni di contrarietà del Consiglio generale all’atteggiamento di Mantica e una mobilitazione per far risaltare il ruolo e l’importanza del Consiglio generale, specie agli occhi dell’opinione pubblica italiana. “È molto positivo che il CGIE, con la sua azione di protesta in apertura dei lavori, sia riuscito ad attirare l’attenzione dei media, dimostrando così la profonda contrarietà del mondo dell’emigrazione rispetto alle decisioni del Governo”.

 

“In queste settimane Mantica ha preannunciato anche alcune linee guida per la riforma del diritto di voto per gli italiani all’estero. Da una prima impressione tali proposte sono condivisibili”, ha sottolineato la deputata eletta in Europa. “Ma questa riforma non deve diventare un motivo per giustificare il rinvio delle elezioni dei Comites che invece necessitano un celere rinnovo. E soprattutto”, ha aggiunto la Garavini, “non deve essere un alibi per alimentare ulteriormente quella logica di contrapposizione tra parlamentari eletti all’estero e altri organismi di rappresentanza che il sottosegretario Mantica sta cercando di alimentare sin dall’inizio della legislatura. Parlamentari eletti all’estero e CGIE non sono incompatibili”. De.it.press

 

 

 

 

 

Crisi europea: Germania di ferro ed Italia in bilico

 

Di questi tempi anche i partner europei non capiscono i tedeschi. “Hanno un comportamento assurdo, incomprensibile» sibilano nei corridoi di Bruxelles, dove è Angela Merkel la grande delusione del momento, il suo cieco allineamento su posizioni populiste ed elettoraliste fino l'autolesionismo, i suoi contrasti con il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble che “certo ha posizioni negoziali durissime ma non perde di vista l'interesse strategico della Germania, che è la difesa della stabilità dell'euro”. Questo scrive, sintetizzando il pensiero di tutta l’Ue, Adriana Cerretelli su Il Sole 24 Ore, aggiungendo che mentre tutti, perfino i governi olandese e austriaco da sempre gli oltranzisti del rigore come e più dei tedeschi, hanno già tutto approntato per l'erogazione della rispettiva quota di aiuti, quando scatterà il piano, i tedeschi fanno resistenza e melina, innervosendo tutti i partner europei. Ed anche se nessuno lo dice in modo esplicito, l'irritazione generale per l'"autismo" della Merkel, che non sembra in grado di guardare oltre l'appuntamento elettorale del 9 maggio nel Nord-Reno Westfalia, sta facendo di fatto lievitare in modo astronomico per tutti, non solo per i diretti interessati, i costi del salvataggio della Grecia. Anche se, nei giorni scorsi, Angela Merkel ha spiegato che non si può lasciar fallire uno Stato come la Grecia, trattandolo alla stregua di Lehman Brothers, la banca d’affari americana che l’amministrazione Bush decise (sbagliando) di far colare a picco, di fatto non si attiva per l’erogazione degli aiuti che, pare, lieveteranno fino alla cifra astronomica di 120 miliardi. Il quartetto dei Pigs (Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna) ora è sotto il tiro della speculazione e sul salvataggio di Atene da parte dell’Europa, a questo punto, non si può perdere più tempo. E anche l’Italia deve vigilare. Grazie a Giulio Tremonti, che anche pochi giorni fa ha ripetuto che “non siamo ancora fuori dalla crisi”, l’Italia non ha truccato i conti, non ha un’economia basata sulla finanza e basta, non ha un primo ministro che se n’è infischiato della gestione del debito e della politica del rigore. Il premier Silvio Berlusconi conferma il suo ottimismo sulla ripresa economica, anche l’altro ieri, nell'ambito della conferenza stampa congiunta con il primo ministro russo Vladimir Putin, al termine del vertice Italia-Russia che si e' svolto a Villa Gelmetto a Lesmo in provincia di Monza, ma le cose, per noi, non vanno così bene. Il fatto è che, non per colpa del Cavaliere, l’origine della debolezza economica italiana è antica e risale ai tempi dell’ingresso nell’euro. Come nei casi di Grecia e Spagna, anche l’Italia entrò a far parte della moneta unica, lasciandosi alle spalle un debito pubblico oggettivamente sproporzionato rispetto alla capacità di produrre reddito. Così per un certo periodo trasformarono i debiti in crediti, manipolando i conti. Poi, secondo le accuse del New York Times e dello Spiegel pubblicate nel febbraio scorso, i banchieri di Wall Street, da Goldman Sachs a JP Morgan, aiutarono i governi europei più in difficoltà come Grecia e Italia a riportare i conti in verde così da permettere loro vita felice nell’euro, almeno fino a che il gioco ha retto. Ora il pasticcio greco e le menzogne sul debito “taroccato” bussano alle porte anche italiane, con una economia che non decolla e tagli che è sempre più difficile immaginare. Si dice per l’estate dovrebbe arrivare una maxi manovra correttiva da 10 miliardi e che, fosrse, non sarà neanche sufficiente. Attualmente l’epicentro della crisi europea, partita da Atene e con tappe a Lisbona e Madrid, si trova a Berlino, ma non è detto che non possa spostarsi anche verso il nostro Paese. Ieri sull'onda della crisi economica greca sono crollate le borse europee ed oggi arrivano anche i primi dati negativi da Tokio con il Nikkei che chiude a -2.57. In particolare a pesare ulteriormente come un macigno sul futuro ellenico è l'ulterore taglio del rating da parte di Standard and Poor's che ha declassato la Grecia da BBB+ a a BB+ on outlook negativo, praticamente giudicandolo spazzatura. Il Fondo Monetario Internazionale in queste ore sta valutando un piano da 10 miliardi di euro, ma forse queste sono solo pezze calde non solo per la Grecia, ma probabilmente per malati gravi, anche se ancora silenti. Ci allarma, di là dalla bravura di Tremonti e dalle rassicuranti parole del premier, il bollettino emanato da Bankitalia il 15 scorso, secondo cui, da noi la ripresa economica è ancora debole, il PIL lievemente contratto ed i consumi ristagnano, con una contrazione degli investimenti (soprattutto in costruzioni). Inoltre  le esportazioni non hanno confermato la lieve ripresa del terzo trimestre del 2009 e nell’insieme  della seconda metà dell'anno, l'attività economica ha registrato un'espansione modesta rispetto al semestre precedente. Inoltre, sempre secondo Bankitalia, il clima di fiducia dei consumatori è tornato a peggiorare, riflettendo accresciute preoccupazioni sulla situazione economica e sulle prospettive del mercato del lavoro. La caduta del numero di occupati, che già lo scorso anno si era tradotta in una sensibile contrazione del reddito disponibile, è proseguita nei primi mesi del 2010. La propensione delle imprese a investire risente ancora della riduzione dei profitti e del basso grado di utilizzo della capacità produttiva. Le imprese continuano a segnalare il permanere di difficoltà di accesso al credito, pur se l'irrigidimento delle condizioni di offerta da parte delle banche si è fermato. I fattori alla base della debole dinamica della domanda interna, potrebbero pesare sull'intensità e sui tempi della ripresa e rendere difficile, in questa fase, la posizione del nostro Paese. Come scrive oggi Vincenzo Visco (più volte ministro dell’economia, con Ciampi nel 1993 e dal 1996 al 2000 con Prodi e D’Alema), “negli ultimi due anni il dibattito politico in Italia si è concentrato, e spesso è stato monopolizzato da argomenti che per quanto importanti poco hanno a che vedere con le preoccupazioni e le aspettative di fondo degli italiani. I temi economici e sociali sono stati tenuti al margine dell’agenda politica per responsabilità, ma anche per interesse specifico della maggioranza e del governo”. Di fatto, in Italia coesistono oggi e si sovrappongono elementi di crisi strutturale che vengono da lontano, più gli esiti della crisi finanziaria internazionale. Tutto ciò rafforza un processo di impoverimento degli italiani ormai in corso da tempo: se poniamo pari a 100 il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto dei 27 paesi dell’Unione europea possiamo verificare che nel 2000 l’indice dell’Italia risultava pari a 117, di poco inferiore a quello Francia, Germania e Regno Unito, per il 2010 lo stesso indice è previsto al livello di 98,6, molto distante ormai da quello dei grandi paesi europei e più prossimo al 95,6 della Grecia, o la 93,4 di Cipro. A ciò si aggiunge la situazione dei conti pubblici e del debito pubblico che è andata peggiorando sistematicamente durante i governi della destra, tanto che il surplus primario si è trasformato in deficit, e la spesa primaria che era scesa al livello minimo del 39,9% nel 2000 ha raggiunto il 48% del Pil nel 2009, mentre per il 2010, in assenza di correzioni si prospetta un disavanzo di quasi un punto superiore a quanto ipotizzato dal governo, e un debito che torna ai livelli dei primi anni ’90, vanificando gli sforzi di un decennio, e riproponendo ex novo la questione del risanamento finanziario. Si aggiunga a ciò che la disoccupazione è all’11% e, ancora, che l’Italia, insieme a Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda, presenta un deficit rilevante e crescente della bilancia dei pagamenti ( oltre 2 punti di PIL),  che era in pareggio nel 2000. Si aggiunga a ciò, come nota su Il Denaro Felice Ruscillo, che vi è una crisi diversificata fra Nord e Sud Italia, con una situazione catrastrofica, circa investimenti e gestione delle risorse, nel nostro Mezzogiorno, in cui, ad una situazione economica difficile, si associa una quadro sociale ugualmente allarmante, con una continua perdita delle risorse umane più giovani e qualificate (in dieci anni dalle regioni meridionali sono andate via circa 700 mila persone, un progressivo invecchiamento della popolazione, una mancata integrazione degli stranieri, un livello di disoccupazione che supera il 20%). Nel Sud, la perdita del patrimonio imprenditoriale è aggravata da un clima generale di incertezza, soprattutto per la mancanza di segnali dal mercato, con una crisi che,  in sostanza, ha rimarcato tutti gli insuccessi che negli anni si sono accumulati nelle politiche di sviluppo. Infatti, se consideriamo il quinquennio prima della crisi, 2000-2005, tutte le regioni obiettivo 1 in Europa, hanno avuto un tasso di sviluppo intorno al 3% mentre la media comunitaria è stata intorno al 1,9%. Inoltre, le stime Svimez evidenziano come nel Sud lo sviluppo non ha superato 0,6%, dato confermato della Banca d'Italia, dalla quale emerge che l'utilizzo delle risorse previste dalla politica di coesione ha determinato nelle regioni convergenza un incremento delle crescita in termini di Pil di circa mezzo punto, nel sud Italia l'incremento non ha superato lo 0,25%. Un sistema produttivo già strutturalmente debole è stato colpito, in modo violento, durante una fase di transizione già di per sé molto difficile. Infatti, il mutato contesto competitivo, dovuto alla grande dinamicità di paesi emergenti come la Cina e l'India, ha ulteriormente ridotto la capacità competitiva delle imprese meridionali. Il quadro economico sociale delle Regioni è il risultato di politiche non adeguate: le politiche di sviluppo per il meridione si sono dimostrate inefficienti sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo. Dal punto di vista qualitativo basti pensare alla presenza di importanti eccellenze produttive che non si sono trasformate, come in altri contesti, in sistema, rimanendo situazioni isolate e per queste strutturalmente deboli. L'altro elemento, che ha inciso soprattutto su indicatori di tipo infrastrutturale, è una progressiva riduzione della spesa pubblica nelle aree di convergenza, dato questo che smentisce le considerazioni che vedono il Sud come "spugna" di risorse nazionali.  I dati Svimez (vedi: http://www.svimez.it/Pubblicazioni/il_rapporto.htm)  rimarcano una caduta, negli ultimi dieci anni, di quasi 6 punti percentuali della spesa in conto capitale, annullando di fatto gli effetti che avrebbero dovuto creare le risorse comunitarie. Inoltre, la spesa pubblica, soprattutto quella per investimento, ha raggiunto livelli bassissimi, basti pensare che le ferrovie investono al Sud solo il 21% delle proprie risorse. Se questo è lo scenario, è difficile prevedere una ripresa vera di competitività delle Pmi in questa fase, senza la presenza di politiche mirate.

Carlo Di Stanislao, de.it.press

 

 

 

 

Crisi greca ed Europa. Torpori e colpe

 

Crisi greca e aiuti, l’Europa ne esce a pezzi, altro che un modello per la governance del mondo

 

Il re è nudo. Per quattro mesi i governanti europei si sono illusi che bastassero le parole per convincere gli investitori a continuare a sottoscrivere i titoli di Atene. Hanno negato che i trattati europei, o più semplicemente i cittadini tedeschi, avrebbero, alla fine, reso impossibile un salvataggio. Non hanno avuto il coraggio di dare una risposta politica forte alla crisi.

Hanno impedito al Fondo monetario internazionale di intervenire ed organizzare una soluzione ordinata. Le loro bugie hanno fatto perdere quattro mesi, ma non hanno cambiato la realtà: ne hanno solo reso più traumatica la soluzione. Atene non rimborserà i propri debiti anche se un aiuto europeo potrebbe spostare in là il default. Rimane l’incertezza se sia preferibile che ciò avvenga con la Grecia dentro o fuori dall’euro. Perché Atene ha due problemi distinti: uno fiscale e uno di competitività che si manifesta in un disavanzo nei conti esteri pari al 10% del Prodotto interno lordo. Riportare in equilibrio i conti pubblici non basta; occorre anche abbassare i salari del 30% circa. Ciò che non è in dubbio sono invece le perdite delle banche francesi e tedesche che in questi anni hanno acquistato titoli greci per circa 100 miliardi di euro.

Berlino non salverà Atene, ma dovrà salvare (ancora una volta) le sue banche. L’Europa esce a pezzi da questa vicenda, altro che un modello per la governance del mondo! Le difficoltà vere cominciano ora. L’epilogo della crisi greca ha rotto un tabù, l’illusione che nell’Unione monetaria tutti i debiti fossero uguali, i titoli tedeschi e finlandesi identici a quelli greci e portoghesi. Non era colpa della miopia dei mercati, semplicemente del fatto che il maggior acquirente di titoli pubblici europei, la Bce, non ha mai distinto fra i titoli dei diversi Paesi. Così facendo ha illuso gli investitori che, se mai ci fosse stato un problema, qualcuno sarebbe intervenuto. Spezzato l’incantesimo, gli investitori hanno aperto gli occhi. Il declassamento, prima del Portogallo, poi della Spagna, gli spread sui titoli di Stato italiani saliti ieri oltre quota 100 ne sono il segnale.

La preoccupazione più grande, ciò che accomuna questi Paesi, è la mancanza di crescita, perché senza crescita è impossibile ripagare i debiti. Da qui bisogna cominciare. Chiedendosi che cosa si deve fare per far ripartire la crescita. La risposta è semplice: non andare in pensione a 60 anni, non proteggere le rendite di qualche corporazione potente che opprime i cittadini, aprire i mercati alla concorrenza per creare più occasioni di crescita alle imprese. Non mi sembrano le priorità del nostro governo. Chissà che lo spavento greco e il rischio che prima o poi gli investitori perdano fiducia anche nei nostri titoli, non ci aiuti a uscire dal torpore.

Francesco Gavazzi CdS 29

 

 

 

Cosa serve davvero ad Atene

 

L’evoluzione del problema del debito greco è grave e complicata. Molti danno la colpa alla Germania che ha impedito una decisione tempestiva e chiara sul sostegno dei governi dell’area dell’euro. Lo ha fatto per opportunismo elettorale. Le pressioni degli altri Paesi europei, della Bce e del Fmi la stanno convincendo a cambiare atteggiamento. Ma non è solo colpa della Germania. Ci sono alcune questioni che vengono trascurate nel dibattito internazionale.

 

Intanto c’è la violenza, la concentrazione in tre anni del piano di aggiustamento delle politiche economiche richiesto alla Grecia e al rispetto del quale è legata la disponibilità del sostegno finanziario internazionale. Per quanto formulato con un eccellente lavoro di dettaglio della Commissione, del Fmi e del governo greco, è difficile credere che si tratti di un piano realistico e fattibile, politicamente ed economicamente.

 

Il che ha portato Atene a esitare prima di ammettere di non poter fare a meno degli aiuti e porta i mercati a dubitare che la Grecia sia in grado davvero di mantenere la fiducia di chi la deve aiutare. Le misure che la Grecia dovrebbe adottare sono recessive e rischiano di peggiorare la situazione politico-sociale del Paese, riducendo la sua disponibilità a disciplinarsi e ostacolando lo stesso aggiustamento del disavanzo pubblico. Occorrerebbe mirare a un risultato più graduale ma più sicuro: dare alla Grecia più tempo per correggere i suoi squilibri e, in cambio, essere più certi di controllarne le decisioni.

 

Nel frattempo si potrebbe riformare il Patto di Stabilità europeo dal quale dipende la disciplina della finanza pubblica di molti altri Paesi. Il Patto deve diventare più severo, più invasivo delle autonomie nazionali, più attento all’insieme delle politiche economiche e quindi agli squilibri che vanno oltre quello della finanza pubblica. Ma deve chiedere aggiustamenti graduali e credibili. Con un Patto più efficace, mentre si aggiusta la Grecia, i mercati guarderebbero con meno preoccupazione al Portogallo, alla Spagna, ma anche all’Italia e a tutti gli altri Paesi che sono comunque oggi ufficialmente in condizioni di «disavanzo eccessivo». Facciamo un esempio inconsueto, la Francia: secondo gli ultimi documenti del Patto di Stabilità il deficit pubblico francese, che è stato l’8,3% del Pil nel 2009 ed è previsto all’8,2% nel 2010, dovrebbe tornare sotto il 3% nel 2013. Siamo sicuri che la Francia possa e, soprattutto, voglia farlo? O stiamo sfogando la nostra severità con la Grecia mentre continuiamo a prenderci in giro con un Patto che non funziona e nell’ambito del quale non si è riusciti nemmeno a controllare la veridicità dei conti che la Grecia ha comunicato negli ultimi anni?

 

Un’altra ragione di aggravamento del problema greco è che non c’è un piano per far pagare una parte del guaio ai creditori esteri della Grecia che hanno, anche recentemente, comprato i suoi titoli a tassi elevati contando sul suo salvataggio. Servirebbe più trasparenza, in particolare, sulla posizione di alcune delle banche e degli altri investitori internazionali, soprattutto europei e soprattutto tedeschi, che sono esposti in misura notevole con la Grecia.

 

Attraverso di loro un’insolvenza greca diffonderebbe e aggraverebbe i suoi danni al sistema internazionale. I crediti di questi operatori andrebbero comprati con forte sconto da un «fondo» dove i governi europei concentrerebbero i loro finanziamenti a supporto della Grecia. Anche attraverso questo fondo le autorità comunitarie diverrebbero contropartita dei greci nel monitorarne il ritorno alla solvibilità. Sarebbe come cancellare una parte del debito greco portandola subito a deduzione, limitata ma certa, dei crediti di chi ha assunto rischi speculativi. Aver voluto salvare a tutti i costi i creditori imprudenti è una delle ragioni che, fin dai «subprime» americani del 2007, ha aggravato la crisi finanziaria globale.

 

Se non c’è una rapida svolta nella gestione del caso greco, l’Italia non è fra i primi candidati al contagio. Il nostro debito pubblico è molto alto ma il suo aumento è relativamente sotto controllo e può ancora contare su un abbondante risparmio privato. Inoltre non c’è notizia di importanti intermediari italiani molto esposti con la Grecia. Dobbiamo però mantenere la nostra situazione politica in grado di gestire, in condizioni internazionali difficilissime, un programma pluriennale che, oltre a riequilibrare credibilmente la finanza pubblica, rilanci la competitività e la crescita del Paese. Inoltre, per quanto può contare la nostra proposta e la nostra diplomazia, ci conviene impegnarci molto nel favorire una gestione comunitaria corretta e decisa del problema greco, insieme a una coraggiosa riforma del Patto di Stabilità.

FRANCO BRUNI LS 29

 

 

 

 

Gli Stati Uniti visti dall’Italia. Le battaglie di Obama

                                                                                                                       Francamente un paio di anni fa il progetto di combattere i forti gruppi del potere finanziario operanti a Washington mi sembrava una bella idea da campagna  elettorale, quasi surreale, una specie di onirica idea fantapolitica ad uso e consumo di un elettorato nuovo, giunto alle urne per la prima volta nella storia della famiglia, spinto dalla indubbia novità di un candidato non wasp. Oggi, invece, ecco giungere notizia di  provvedimenti di legge per la riforma del sistema bancario, con l’obiettivo di evitare il ripetersi delle sciagure finanziarie che hanno funestato la fine della presidenza Bush e di tutelare milioni di risparmiatori americani che hanno visto sfumare nel nulla i frutti del loro lavoro.

Il testo diffuso online per spiegare la riforma di Wall Street inizia con una frase semplicissima e comprensibile per ogni americano: il Presidente Obama significa business, cioè affari, guadagno. Vediamo per chi e come.

Il pacchetto di provvedimenti in materia finanziaria noto come La Riforma di  Wall Street, presentato al Congresso, consta di 1336 pagine. Crea un’agenzia per la protezione del consumatore di servizi finanziari, in modo che gli americani possano avere tutte le informazioni necessarie per prendere decisioni finanziarie valide. Vuole limitare gli abusi di Wall Street, rendere affidabili le grosse banche e fare in modo che i cittadini che pagano le tasse non debbano più sostenere banche in fallimento.  Prevede per questo una tassa speciale sulle banche che andrà ad alimentare un fondo per eventuali salvataggi di colossi in crisi.  

C’è un non trascurabile elemento comune nella politica del Presidente  Barack Obama. Come già nella battaglia, vinta nonostante i molti compromessi necessari, per la riforma del sistema sanitario, anche questa volta, impegnato contro le storture del mondo finanziario e dei poteri forti che lui chiama lobbies di Washington, Obama chiama a raccolta le sue truppe. Infatti sa benissimo che per vincere battaglie impegnative, combattute senza esclusione di colpi da ambo le parti, non basta la maggioranza in parlamento, ci vuole anche il sostegno e la simpatia di tanti cittadini, manifestati a livello locale in tutti i modi possibili: dibattiti televisivi, riunioni in locali pubblici, telefonate, visite a domicilio, articoli sulla stampa locale, proiezioni di video, messaggi online.

 Quest’ultimi, inviati in email a milioni di destinatari, sono elaborati da raffinati esperti della comunicazione che sanno bene come semplificare e far capire concetti anche complessi: poche idee forti espresse in modo semplice, lessico alla portata di tutti, qualche colorita frase idiomatica, appello ai sentimenti più radicati e diffusi, argomentazioni comprensibili anche da un bambino, e soprattutto chiarezza sugli obiettivi  e l’individuazione degli avversari da sconfiggere. Insomma è evidente un forte impegno verso la partecipazione più ampia possibile della base elettorale, in un più ampio progetto di crescita della democrazia americana.  

L’opposizione repubblicana parla di elementi di eccessivo statalismo che nuocerebbero alla patria del libero mercato. Appare chiaro, però, che la riforma di Obama è una precisa espressione proprio dell’America del libero mercato, quella della piccola impresa, del consumatore e del risparmiatore, che vanno difesi dagli interessi forti del mondo delle banche e della finanza.

 Intanto un comunicato recentissimo ci dice che è stato trovato un uomo armato vicinissimo al Presidente Obama. Auguriamo al Presidente di salvare la pelle nelle sue battaglie per far approvare provvedimenti che migliorano la democrazia americana, ritenuti da alcuni una minaccia per la libertà.

Emanuela Medoro, de.it.press 

 

 

Non solo Grecia. Un mondo senza leader non esce dalla crisi

 

Spira una brutta aria nella cooperazione internazionale. Nello scacchiere mondiale c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i casi di mancata collaborazione tra paesi. Stati Uniti e Cina premono affinché l’aggiustamento degli squilibri di bilancia estera si realizzi nella controparte, senza una comune valutazione su ciò che accadrebbe nel contesto globale. Lo stesso avviene nell’Unione Europea, dove il problema del surplus di bilancia corrente della Germania non viene neanche preso in considerazione, perché un aggiustamento del cambio come quello chiesto alla Cina non è previsto dagli accordi. Il che significa, seguendo questo ragionamento, che gli accordi europei sono sbagliati, ma nessuno li vuole ridiscutere, perché sono stati esaltati i vantaggi invece di denunciarne i limiti. E i limiti sono stati evidenziati dal caso della Grecia.

Il problema da affrontare, quello del debito pubblico, è il secondo stadio della crisi indotta dai crediti subprime, tamponata spostando sui bilanci degli Stati l’onere dei salvataggi e della solidarietà sociale. Si moltiplicano le estrapolazioni di che cosa accadrebbe a questo indebitamento se non si facesse niente per riassorbirlo. Le cifre sono da capogiro: non c’è paese che non superi il 100% del suo prodotto lordo annuale; altri sfiorano o superano il 200%. Si invoca un ritorno rafforzato del rigore fiscale, ignorando che una partita che si risolva ai rigori non è certo una bella partita. Da questi esercizi di catastrofismo della finanza pubblica emerge chiaramente che il problema è globale e, come ogni emergenza di questo tipo, richiede soluzioni di pari livello. Perciò questo giornale, per primo e unico, ha suggerito un accordo globale che converta in diritti speciali di prelievo parte dei debiti pubblici per consentire il ritorno al rigore fiscale in tutto il mondo. Questa decisione consentirebbe di tagliare l’erba sotto i piedi della speculazione (che ha guadagnato dalla crisi dei subprime, sta guadagnando abbondantemente dalla crisi greca e si accinge a continuare con il Portogallo), di garantire il potere di acquisto delle riserve ufficiali cinesi e consentire il passaggio a cambi più flessibili dello yuan, e di rilanciare l’indispensabile cooperazione internazionale. Ma gli Stati Uniti sono insensibili ai loro “big deficit” (di bilancio pubblico e bilancia estera) sulla scia del loro convincimento che il dollaro è la loro moneta, ma un nostro problema.

Senza lasciare spazio alla cooperazione internazionale. La Cina è chiusa nel perseguimento dei suoi problemi interni e la Germania vuole concludere la partita ricorrendo al rigore fiscale ….

A ben vedere, il problema di fondo è la carenza di leadership globale, che ha due volti: il disconoscimento di siffatta necessità e l’affermazione di leader che raccolgono consenso promettendo di tutelare gli interessi nazionali a prescindere dall’impatto geoeconomico e geopolitico delle loro scelte. Riteniamo che Obama e la Merkel abbiano una visione geopolitica, ma devono perseguirla senza rivelarla, perché il mandato ricevuto è di non lasciarsi coinvolgere dai problemi altrui e di difendere il benessere dei propri elettori. Se l’ampliamento dell’assistenza sanitaria incide sul disavanzo di bilancio e l’indebitamento pubblico e, per questa via, sul deficit della bilancia estera, il problema è anche globale, perché il resto del mondo deve cedere parte dei suoi risparmi per finanziarli. Se per salvaguardare la competitività dell’industria tedesca basata sulla sua eccellente produttività, ma anche su un cambio dell’euro per essa sopravalutato, la Germania non intende far gravare sul suo risparmio l’onere del salvataggio del debito greco, manda a pallino le fondamenta solidaristiche dell’Unione e forse l’Unione stessa; ma la pubblica opinione non ritiene che questo sia un loro problema.

Se i nuovi accordi europei per supplire alle carenze istituzionali dell’Unione (come quello deciso poco più di un mese fa) prevedono che gli interventi avvengano in presenza di un serio rischio di fallimento di un paese membro dell’euroarea, qual è il problema? Con la collaborazione del mercato, si crea una condizione di default, come si va facendo, e si interviene. Se lo si fa in ritardo “a causa della lentezza dei meccanismi decisionali” il costo degli aggiustamenti degli squilibri sarà ancora più elevato, facendo prosperare la speculazione.

Spira proprio un’aria non buona nella cooperazione internazionale. Forse è il caso che i Capi di Stato si riuniscano, senza lasciarsi finché non trovano una soluzione. Occorre però qualcuno che sia capace di avere una visione globale dei problemi e voglia metterla in discussione, cominciando dai debiti pubblici. Dove sono finiti i sogni di gloria del G20?  PAOLO SAVONA IM 29

 

 

 

 

 

Lotta nei partiti e scelte degli elettori. Spifferi, correnti e preferenze

 

Faccio sempre fatica, confesso, a seguire la mobilità mentale del Cavaliere. D’un tratto scopre che le correnti sono la «metastasi », il cancro dei partiti. Ma di che si preoccupa? Lui non ha mai avuto un partito che si dichiarasse partito. Il Nostro esordì con Forza Italia (esortazione sportiva per le gare all’estero) e poi inventò il Pdl, che vuol dire «popolo » (non partito) della libertà. Un po’ è che un partito vero Berlusconi non l’ha mai costruito né fatto funzionare (in Germania sarebbe da sempre fuori legge, proibito). Ma è soprattutto che i sondaggisti gli hanno spiegato che la parola partito è impopolare. Per la verità anche la sinistra si è buttata per un po’ sulla botanica (la Quercia, l’Ulivo, la Margherita); ma un sussulto di dignità l’ha riportata a chiamare partito quel che partito è.

Ora ci risiamo con le cosiddette «correnti» interne di partito. Il nome viene proibito. Ma la cosa? In latino la parola che precede «partito» è stata per secoli «fazione». Poi la fazione è man mano diventata una componente interna del partito. In inglese si dice ancora faction, i tedeschi dicono Fraktion. I più melliflui democristiani hanno dolcificato fazione in «corrente ». Ma come si fa ad adoperare ancora una parola che ci compromette con un bieco passato? Io stavo meditando di proporre «spiffero». Purtroppo gli eventi mi hanno scavalcato. La sinistra ha scoperto le «fondazioni» — e quasi ogni leader ha la sua — mentre Berlusconi per una volta tanto era impreparato. Siccome sinora ha avuto un aggregato di genuflessi convocati solo per applaudirlo, ha soltanto potuto decretare, su due piedi, che non solo le correnti in casa sua sono proibite, ma che fanno male alla salute. Ma il problema per gli italiani non è questo. Forse sanno che un partito, qualsiasi vero partito, è sempre suddiviso in correnti, «spifferi», o come i sondaggisti vorranno che si dica. Né è affatto male che sia così. Il problema non è, diciamo, di pluralismo interno ma è la virulenza, slealtà e scorrettezza (o meno) con la quale si dispiega. Però il problema che oggi gli italiani più sentono è quello delle preferenze: il fatto che l’elettore non può «preferire» sulla scheda chi preferisce. A loro sentire questa è una gravissima lesione dei loro diritti.

Ora, è vero che nel proporre i candidati i partiti sostanzialmente li impongono ai loro elettori. Resta però il fatto che fino al 1991 noi le preferenze multiple (tre o quattro) le abbiamo avute, e che un referendum Segni-Pannella le ha cancellate (lasciandone una sola) il 9 giugno 1991 con una travolgente maggioranza del 96 per cento dei votanti. E anche la residua preferenza unica venne poco dopo cassata a furor di popolo.

Allora a che gioco giochiamo? Prima le preferenze le aboliamo, ora ci sembrano un salvatutto. Io, a suo tempo, votai contro la proposta referendaria per le preferenze multiple. E torno a spiegare perché, visto che il tema delle preferenze è collegato al tema delle «correnti» che Berlusconi proibisce. Occulti o palesi che siano, qualsiasi organizzazione si organizza in sottogruppi di potere che ambiscono al potere. Io favorivo, quando c’erano, le preferenze multiple perché consentivano accordi tra «cordate» di aspiranti atte a pacificarle. Ridurre la preferenza a una sola aggrava, invece, il cannibalismo tra le correnti. Ciò ricordato (nessuno sembra ricordarsene) mi chiedo se saremo mai coerenti e contenti. Giovanni Sartori CdS 28

 

 

 

Italia 150 anniversario senza qualità

 

Mentre il Comitato ufficiale per i 150 anni dell’Unità d’Italia è divenuto oramai l’ombra di se stesso, dopo le defezioni variamente motivate di Ciampi, Conso, Dacia Maraini, Gregoretti, Zagrebelsky e altri ancora, giunge notizia di una riunione riservata tenutasi lo scorso 17 marzo, nella sede del Pd, per dar vita al Comitato-ombra per l'Unità d'Italia. All'incontro, rivelato ieri da «Repubblica», hanno preso parte, insieme ad alcuni storici, il segretario Bersani e la presidente Bindi, nonché D'Alema e Alfredo Reichlin, che già celebrò il centenario dell'Unità come direttore dell'«Unità" - insomma, il gotha del partito. A quanto si legge, il Comitato del Pd inviterà Ciampi, la Maraini e Zagrebelsky, cioè i dimissionari dal Comitato ufficiale, «a tutte le iniziative», poiché si tratta di "personalità da cui non si può prescindere".

 

In questo svolazzo di surrealtà, il solo a tenere i piedi per terra sembra essere Gianni Cuperlo, l'uomo che coordina il lavoro delle fondazioni culturali del Pd, quando nega ogni contrapposizione alle celebrazioni ufficiali e sottolinea il carattere culturale, di riflessione e di formazione, dell'iniziativa. Ma «Repubblica», con qualche malizia, spiega nel titolo che «l’obiettivo è coinvolgere Fini e approfittare dei ritardi del governo», mentre Reichlin sottolinea: «Gli storici ci daranno una mano, ma quella del Pd dev’essere un'operazione tutta politica». Del resto, per motivi analoghi, cioè politici, Renzo «Trota» Bossi ha dichiarato che non tiferà per la nazionale.

 

Si potrebbero spendere, e si sono già spese, parole amare su un Paese che non riesce neppure a mettersi d'accordo su come celebrare il proprio compleanno, su un Comitato di saggi che poco saggiamente si squaglia un pezzetto alla volta, su un governo che non sa andare oltre le parole sempre nobili del ministro Bondi, e su un Pd che ha smarrito la vocazione nazionale dei padri, il Pci e la Dc, al punto di farsi un Comitato-ombra tutto per sé.

 

«Questa è un'occasione unica per tradurre in realtà il più grande e più importante ideale. Dobbiamo e vogliamo attuare un'altissima idea. L’occasione si offre e sarebbe imperdonabile lasciarsela sfuggire!». Ulrich chiese ingenuamente: «Ma lei ha in proposito un pensiero preciso?». No, Diotima non l'aveva. Si parla qui dell'Azione parallela, lo straordinario pretesto narrativo (così Mittner) che sorregge «L'uomo senza qualità», il grande romanzo europeo sulla dissoluzione e sull’inconcludenza esausta. Robert Musil cominciò a scriverlo subito dopo la Grande guerra, quando l'impero absburgico era ormai un ricordo, ma ne ambienta le vicende prima, nel 1913. In vista del settantesimo anniversario della salita al trono di Francesco Giuseppe, che si sarebbe celebrato nel 1918, nasce a Vienna un comitato segreto che si riunisce periodicamente nel salotto della moglie di un alto funzionario ministeriale, Diotima. Non è chiaro in che cosa consista esattamente l'Azione parallela, che è insieme la manifestazione da organizzare e il comitato che se ne occupa: una rassegna culturale, una grandiosa opera di pace, un atto filantropico, un'azione politica… Ciascuno fa la sua proposta, che viene archiviata e presa in esame dalla segreteria dell'Azione parallela, a capo della quale è nominato Ulrich, il protagonista del romanzo.

 

L'Azione parallela non sfocerà da nessuna parte, per la buona ragione che la guerra ben presto la travolge, e nel 1918 non ci saranno più né Francesco Giuseppe né l'Impero. Ma, musilianamente, si tratta di un dettaglio (né, toccando ferro, sarà quello il destino del nostro anniversario). È l'inconcludenza in sé che contraddistingue l'Azione parallela, è la vacuità diresti strutturale, è l'esasperata indefinitezza dei suoi scopi, dei suoi mezzi, della sua stessa esistenza. Soprattutto, l'Azione parallela è quel luogo - mentale, fisico, politico - in cui a nessuno importa più un granché di niente, e tutto va avanti lo stesso. Perbacco, sembra l'Italia di oggi. FABRIZIO RONDOLINO

LS 28

 

       

 

 

Pdl, scontro aperto sulle dimissioni di Bocchino. Il vicecapogruppo: "Il premier mi ha epurato"

 

L'esponente finiano lascia "irrevocabilmente" la carica alla Camera. "Il Cavaliere mi ha detto: faremo i conti. E durante la puntata di Ballarò dove ero ospite ha dato la direttiva di farmi fuori". "Colpisce me per educarne cento".

 

ROMA - "Berlusconi ha chiesto la mia testa. Non esiste un solo partito democratico dove possa accadere ciò che è accaduto oggi". Italo Bocchino accompagna così la lettera di dimissioni da vicepresidente vicario del gruppo del Pdl alla Camera. Una missiva che sembrava poter stemperare il clima di tensione all'interno del partito del Cavaliere. Che, dopo le accuse di Bocchino, riesplode con violenza. E' lo stesso esponente 'finiano' a svelare il retroscena: "C'è stata una direttiva di Berlusconi durante Ballarò - spiega ai giornalisti  - che chiedeva la mia testa. Berlusconi commette un grave errore che è quello di colpire il dissenso, colpire chi è in vista per educarne cento. Ma questo non porterà il partito lontano".

 

L'ex vicecapogruppo è un fiume in piena: "Berlusconi è ossessionato da me. E' da almeno un anno che chiede la mia testa, perchè ritiene che non possa esserci uno non allineato.  Berlusconi mi ha pure chiamato per dirmi di non andare in televisione. Che un leader chiami un dirigente per dirgli questo, è una cosa che non esiste al mondo. In una telefonata, con toni concitati, mi ha pure detto: 'Farai i conti con me'".

 

Il sito di Generazione Italia rilancia lo sfogo di Bocchino. Che nega di essere in cerca di "poltrone" ("sarò uno degli 11 vice e continuerò a lavorare per un Pdl diverso da quello attuale"), puntando il dito contro l'attuale condizione del partito: "Sta diventando il partito della paura, altro che partito dell'amore. Forse Berlusconi ha portato alle estreme conseguenze una famosa frase del Principe di Machiavelli: 'Dal momento che l'amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati".

 

Berlusconi attacca Fini. "Fini umanamente mi ha tradito". Così alcuni senatori che ieri sera erano a cena a palazzo Grazioli, riassumono quanto detto da Berlusconi parlando della tensione con il presidente della Camera. Quanto alle divisioni interne al Pdl, il premier avrebbe sottolineato come la lealtà al governo si misurerà all'interno delle Aule parlamentari quando ci saranno i provvedimenti da votare. Per il premier poi ha rilanciato il tema della riforme da fare nei prossimi tre anni:  da quella costituzionale, a quella della giustizia e la riforma del fisco.

 

Le reazioni. Prima dell'accusa di Bocchino, la scelta dell'esponente finiano era stata accolta con un certo favore dentro il centrodestra. "Ha fatto bene, aveva esagerato. E anche la vicenda Fini si è già ridimensionata, il clima si è rasserenato" taglia corto il leader della Lega Nord, Umberto Bossi.  Per il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, Bocchino "non è una vittima". "E' stato un gesto di responsabilita - dice Fabio Granata, anch'egli finiano - Ora, visto che c'è una situazione di stand by nel partito dopo la direzione, è giusto che ci sia uno stand by anche nel gruppo. Ma è anche chiaro che non ci debbono essere forzature. Non si pensi di calare dall'alto un altro vicacapogruppo vicario. Da adesso in poi le decisioni nel gruppo si prendono votando".

 

"Ho apprezzato il gesto di chiarezza e dignità. Gli va ascritto onore al merito ma vedo già parecchi avvoltoi volteggiare, ci sono già 5-6-7 candidati per il suo posto" afferma Roberto Menia, uno dei più critici nei confronti di Bocchino. 'Domani - raccontato un altro finiano - il Secolo sottolineerà l'importanza del gesto di Bocchino che si è sacrificato per la pace e per il bene del Pdl, nella speranza che poi non ci sia, dall'altra parte (dagli ex Fi così come da Feltri) una nuova campagna di aggressione". Per la sostituzione del vicecapogruppo i tempi, viene spiegato ancora, non saranno brevi: "Ora è meglio lasciare le cose così, che decantino da sole. Per il vicario ci sarà tempo. Ma questa volta la sua indicazione dovrà essere ratificata dall'assemblea".

LR 29

 

 

 

 

La modernità come alibi. I danni del provincialismo politico

 

C’è nel linguaggio politico italiano un concetto che ricorre ossessivamente e che viene abitualmente utilizzato per colpire l’avversario, per svelarne, agli occhi del pubblico, l’inadeguatezza. È il concetto di «modernità» (con i suoi derivati). La sinistra accusa la destra di non essere moderna al confronto delle (non meglio specificate) destre europee, quelle sì moderne. La destra, a sua volta, accusa la sinistra di non fare un’opposizione moderna, sottintendendo che nelle altre democrazie europee le sinistre si dedicherebbero appunto a un’opposizione siffatta. Oggi i finiani dicono di volere costruire una destra moderna, in quanto tale «europea», e quindi radicalmente diversa dalla destra rappresentata da Berlusconi e da Bossi. E tutti quanti, naturalmente, sostengono di voler costruire, contro l’avversario colpevolmente impegnato ad impedirlo, un’Italia moderna, europea (i due termini vengono trattati come sinonimi). Non è soltanto un tic linguistico. Dietro questo riferimento continuo a una non meglio specificata modernità, un attributo di cui l’avversario del momento sarebbe privo, si scorge una visione dell’Italia singolarmente e paradossalmente condivisa (con la sola eccezione dei leghisti) da tutti i partecipanti al dibattito politico, una visione intrisa di provincialismo e di mai risolti complessi di inferiorità.

Alle soglie delle celebrazioni per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia dovremmo interrogarci sul perché, nonostante le grandi trasformazioni sociali, economiche e culturali sperimentate dal Paese, siamo ancora inchiodati, al pari della classe politica risorgimentale e post-risorgimentale, al binomio modernità/arretratezza. Come se ci fossero ancora quelle plebi meridionali e quei modi di vita arcaici che i piemontesi trovarono quando scesero al Sud. E come se quelle condizioni del Paese continuassero oggi a condizionarne la vita politica.

Per fortuna o per sfortuna (scelga il lettore), non c’è assolutamente nulla di «non moderno» né nel Paese né nella sua politica. Scambiare le tante disfunzioni che affliggono il nostro sistema pubblico per sintomi di arretratezza è un abbaglio. Non possiamo poi lamentarci se, ad esempio, l’Economist o altri organi di stampa britannici si fanno continuamente portavoce del tradizionale, antico, disprezzo dei sudditi di Sua Maestà per gli italiani: siamo noi, con il provincialismo (a sua volta figlio della disinformazione) e i complessi di inferiorità che continuamente esibiamo nei nostri dibattiti politici ad alimentare quell’atteggiamento.

Che cosa si nasconde dietro il refrain della mancata modernità dell’avversario o del Paese? A parte l’implicito (e patetico) omaggio all’ideologia sette-ottocentesca del Progresso, dietro quel ritornello si nasconde un vuoto di idee, relative al che fare, che si cerca di coprire col linguaggio modernista, attribuendo a sé l’ambito trofeo della modernità e negandolo all’avversario.

Il fatto paradossale poi è che quegli stessi che dicono di volere un’Italia moderna e europea, appena si propone di importare qualche istituto che ha dato buona prova nell’uno o nell’altro dei Paesi europei, immediatamente si ritraggono.

Guardate, ad esempio, a come la sinistra italiana (sedicente europea e moderna) reagisce quando si propone di importare la separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici. O a come reagisce la destra (non solo i leghisti ma anche il Pdl del Sud) quando si propone di liberalizzare servizi e ridurre lo spazio dei mercati protetti locali. Anche gli intellettuali dovrebbero disciplinarsi un po’, smetterla di alimentare, involontariamente o meno, gli alibi e i diversivi di cui si servono tanti politici. Perché mai c’è questo bisogno di definire «arretrato» tutto ciò che non ci piace? Ad esempio, che cosa c’è di intrinsecamente «non moderno», di arretrato, nei mercati protetti (al riparo dai rigori della concorrenza) oppure nel campare sulla spesa pubblica, ai danni dei contribuenti? Assolutamente nulla. Che pochi sfruttino dei privilegi ai danni dei più è, potremmo dire, una situazione «senza tempo»: gli uomini, avendone l’occasione, lo hanno sempre fatto e, potendo, continueranno sempre a farlo. Non dobbiamo contrastare quelle situazioni e quei comportamenti in quanto non moderni. Dobbiamo contrastarli in quanto dannosi per la collettività.

Il guaio è che sbarazzarsi di provincialismo e complessi di inferiorità obbligherebbe una classe politica diversamente abituata a darsi da fare con idee originali e progetti puntuali. E comporterebbe anche l’imposizione di un differente costume, di nuove abitudini, a un pubblico diseducato alla discussione sui problemi. È qui soprattutto che si manifesta la radicale diversità della Lega dagli altri attori politici. Non credo che la Lega arriverà davvero, come ambisce, ad esercitare una totale egemonia territoriale sul Nord (soprattutto, resta difficilissima, per la Lega, l’impresa di riuscire ad imporre il proprio incontrastato dominio sulle grandi città). Ma è certo che essa esercita nella scena pubblica un’influenza e un peso politico-culturale nettamente superiori a quelli che la sua reale forza lascerebbe prevedere.

Ciò accade in larga misura perché la Lega fa esattamente il contrario di ciò che fanno gli altri attori politici. Si batte su temi specifici, trasmette agli elettori l’idea di sapere dove vuole andare a parare (non importa che ciò sia vero, importa solo che gli elettori lo credano). Gli altri protagonisti della politica danno la sensazione di essere al rimorchio o di giocare di rimessa. Forse, chi vuole contrastare la Lega dovrebbe parlare molto meno di modernità e pensare molto di più. Angelo Panebianco CdS 27

 

          

 

 

Magistrati e politica. Il valore inestimabile della imparzialità

 

“Quella del magistrato è una funzione che esige equilibrio, serenità e sobrietà di comportamenti. Il suo unico fine è quello di applicare e fare rispettare le leggi attraverso un esercizio della giurisdizione che coniughi il rigore con la scrupolosa osservanza delle garanzie previste per i cittadini”.

Con queste parole, che definiscono in modo efficacissimo il ruolo del giudice, ancora una volta il Presidente Napolitano esprime tutta la sua più viva attenzione sui gravi problemi della giustizia in Italia, esprimendo un severo monito ai giovani magistrati all’inizio della loro carriera. A rendere più solenne questo messaggio, c’è peraltro la esplicita assunzione del ruolo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura “nella duplice veste di Presidente della Repubblica e di Presidente del Consiglio Superiore”

 

La riflessione del Presidente si incentra sulla crisi di fiducia nella magistratura derivante dall’insoddisfacente andamento dell’amministrazione della giustizia e dall’incrinarsi dell’immagine e del prestigio dei magistrati, anche a causa di sovraesposizioni medianiche e di atteggiamenti protagonistici, per non parlare dell’assunzione di incarichi politici nella sede in cui essi hanno esercitato le funzioni. Tutto ciò crea un clima di delegittimazione, tanto più grave, in quanto la fiducia dei cittadini poggia proprio sull’indipendenza ed imparzialità del magistrato, sia come giudice nell’applicazione delle norme sostanziali, sia come pubblico ministero nel promovimento dell’azione penale e nello sviluppo delle indagini.

Ma quali sono i rimedi a tale grave situazione? Il Presidente Napolitano prospetta una serie di misure volte a riacquistare l’apprezzamento e la credibilità dei cittadini, secondo una pluralità di criteri molto ampi.

Il primo di essi appare molto rispettoso proprio dell’autonomia della magistratura, giacché si tratta di procedere a forme di autocritica ed autocorrezione, ma l’esperienza sembra dimostrare che è una prospettiva apparente, perché forti sono le tentazioni autoreferenziali. Il percorso allora necessariamente passa attraverso il legislatore, coinvolgendo il rapporto tra politica e giustizia, troppo spesso considerati come “mondi ostili guidati dal reciproco sospetto”, i quali invece dovrebbero lealmente collaborare, in quanto responsabili solidali di garantire un diritto fondamentale ai cittadini.

In questo ambito va riconosciuto il merito del Governo e del CSM per l’accelerazione delle procedure giudiziarie, ma resta ancora molto da fare, soprattutto per quanto attiene al delicato dosaggio tra la rigorosa osservanza delle leggi ed il rispetto scrupoloso delle garanzie dei cittadini e della loro dignità. E proprio su questo delicatissimo rapporto, che è necessaria una feconda collaborazione tra il legislatore e il CSM, senza atteggiamenti di rivalsa, da una parte e dall’altra. Certo, da un lato, è auspicabile un più fermo atteggiamento del CSM nel reprimere illeciti disciplinari ed a questo proposito, sarebbe quanto mai opportuno inserire nella legge istitutiva un’apposita previsione normativa che gli consenta di adottare misure disciplinari, in via di urgenza.

Dall’altro lato, però spetta al Parlamento introdurre tutta una serie di limitazioni alla partecipazione dei magistrati all’attività politica, procedendo finalmente ad attuare quell’art. 98 della Costituzione, che appunto dispone che con legge si possono stabilire limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici per i magistrati. Si tratta di una disposizione dettata dai Costituenti, ben consapevoli dello status singolare dei magistrati, che appunto possono subire, rispetto agli altri cittadini, limitazioni della loro attività politica, proprio per apparire, oltre che essere, indipendenti ed imparziali.

D’altra parte, questa è la conclusione del Presidente Napolitano, quando afferma che “i valori costituzionali dell’autonomia e dell’indipendenza si difendono tutelando i magistrati da comportamenti” che creano nei loro confronti un clima di delegittimazione. Piero Alberto Capotosti  IM 28

 

 

 

 

La Calabria da strappare alle cosche

 

L’arresto di Giovanni Tegano chiude in Calabria un ciclo iniziato oltre dieci anni or sono e che ha consentito allo Stato di liberare la provincia reggina dalla minacciosa latitanza di decine di boss, spesso condannati all'ergastolo. E’ stata una battaglia lunga e difficile, ma alla fine Piromalli, Bellocco, Morabito, De Stefano, Barbaro ed altri si trovano detenuti in regime di 41-bis nelle supercarceri del Nord. Fuori sono rimaste le seconde file e la schiera ancora occulta dei nuovi collusi che nuotano nel mare della società civile, nella politica e nelle istituzioni. C’è da essere soddisfatti, tuttavia in Calabria non v’è mai nulla di decisivo. Nessuna vittoria delle forze dell’ordine e della magistratura è in grado di misurare lo scarto tra il vincere e il perdere.

 

Le cosche della ’ndrangheta costituiscono un acquitrinoso Vietnam, una grande Baghdad da liberare buca per buca o casa per casa. Non esiste in quella terra nessun Bernardo Provenzano, né un Matteo Messina Denaro da additare come l'ultimo epigone di una stagione di sconfitti. Oltre 140 ndrine asfissiano la regione a macchia di leopardo, con una densità criminale e con una pressione sulla popolazione senza eguali nel resto d'Italia. Questo rende difficile la missione calabrese e impone allo Stato di approntare strategie diverse da quelle siciliane o campane. La recente scelta del governo di inserire la ’ndrangheta, accanto a mafia e camorra, tra le organizzazioni punite ai sensi dell'art.416-bis è sostanzialmente ininfluente nella partita in corso.

 

La ’ndrangheta è processata da alcuni decenni, centinaia di sentenze ne hanno dimostrato l'esistenza e non sarà certo un escamotage normativo a risolvere la questione. Non esiste, né probabilmente esisterà mai in Calabria una vera e propria cupola che organizza e pianifica le attività delittuose in modo sistematico com’è accaduto per Cosa nostra. Colpa della geografia, di un insediamento demografico frantumato, di una storia antica fatta di isolamento, insuperabili diffidenze, gelosie. Una complessa antropologia che può provocare faide primitive e selvagge, ma mai la ricerca di una stabilità garantita gerarchicamente. Certo da decenni i boss si incontrano, cercano di evitare scontri armati e di accordarsi per qualche appalto o partita di droga. A Montalto nel 1969 ne furono sorpresi un centinaio in conclave, ma nessuno può seriamente pensare di colpire la ’ndrangheta calabrese come iniziò a fare Giovanni Falcone a Palermo grazie a Tommaso Buscetta. I maxi processi in terra calabra hanno sempre riguardato più cosche colpite contestualmente, ma non un’unica organizzazione criminale.

 

Le ’ndrine hanno vocazioni e obiettivi diversi tra loro. Se gli uomini di San Luca e Platì vedono nel traffico internazionale della cocaina un business dagli infiniti profitti, i «corleonesi» della piana di Gioia Tauro hanno da sempre progetti egemoni sulla politica e sull’economia.

 

Non si possono accomunare fenomeni così diversi attraverso una sorta di matrice etnica o territoriale e ogniqualvolta si è tentato un esperimento del genere i giudici lo hanno sempre sconfessato nelle proprie sentenze. Occorre, piuttosto, costruire risposte flessibili e incisive, aggredendo prioritariamente le famiglie più potenti e ricche e alleviando la pressione mafiosa su porzioni significative della Calabria. Il quadro della normativa antimafia è praticamente completato. Tra scioglimento dei consigli inquinati dalla mafia, confische, carcere duro, inasprimenti di pene, lo Stato dispone degli strumenti per disincagliare la società calabrese dalle secche della ’ndrangheta e consentirle di riprendere una rotta di civiltà e sviluppo. Ma occorre impiegare tutti gli strumenti in modo concentrato e in ambiti circoscritti. Non è più il tempo delle cifre indistinte sugli arresti compiuti o sui sequestri operati, il consuntivo in Calabria deve essere presentato cosca per cosca, talvolta quartiere per quartiere. Poiché in quella terra ogni paese è una trincea e la gente percepisce immediatamente quali sono i veri esiti della battaglia in corso, senza mistificazioni mediatiche.

 

Quattro sgangherati hanno urlato la loro rabbia per la cattura di Tegano davanti alla questura di Reggio, ma una Calabria silente ancora non mostra di credere alla possibilità di una vittoria. Sottrarre la Calabria alle cosche sarà una partita ancora lunga, aver chiuso con i latitanti storici è una tappa importante. Adesso sono necessarie le nuove condanne e i nuovi ergastoli per fare un passo in avanti e colmare il vuoto di fiducia dei calabresi.  ALBERTO CISTERNA, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia  LS 30

 

 

 

 

Primo maggio, battaglia sui negozi aperti, alla fine Milano rinuncia: troppe tensioni

 

A migliaia sabato continueranno a lavorare. I contrari: non fatela diventare la festa dello shopping. Dalla Curia alla Cgil, il fronte del no: "Cancellare un giorno di riposo non risolve la crisi" di CARLO BRAMBILLA

 

MILANO - Primo maggio tutti in piazza. A fare shopping però. Botteghe e centri commerciali, in molte città italiane, da Torino a Genova, Monza, Palermo, Napoli, Firenze, hanno deciso infatti quest'anno, tra roventi polemiche, di festeggiare la festa del lavoro lavorando. Negozi aperti per contrastare la crisi economica e promuovere i consumi, sostengono le organizzazioni dei commercianti, ingolosite da un sabato festivo dedicato agli acquisti proprio all'inizio del mese, quando c'è ancora l'illusione del portafogli pieno.

 

Una violazione della festa del lavoro, proprio nel momento in cui i lavoratori pagano il prezzo più duro della crisi replicano, invece, i sindacati. Nel dibattito si inserisce anche la Curia di Milano, particolarmente sensibile ai temi del lavoro, per difendere "il tempo del riposo e della solidarietà". Resta il tentativo di abbattere una data storica, fortemente simbolica, del movimento operaio. Una festività sospesa durante il ventennio fascista, che ora rischia di svuotarsi dei suoi significati profondi. L'opposizione sindacale ha costretto ieri a un clamoroso dietrofront il sindaco di Milano, Letizia Moratti, decisa in un primo tempo a concedere agli esercenti la possibilità di tenere aperto. "Su richiesta dei sindacati - ha dovuto cedere la Moratti - che hanno posto con forza questo problema, avendolo valutato anche al tavolo per la sicurezza e l'ordine pubblico, abbiamo preso questa decisione, diversa da altre città che invece hanno concesso la deroga".

 

Ma intanto l'obiettivo di rompere la sacralità del primo maggio, dopo quella del 25 aprile, sembra raggiunto. Amare le considerazioni di Susanna Camusso, della segreteria confederale della Cgil: "Questo è un Paese che si è dimenticato cos'è il lavoro. Non lo vede più come ciò che condiziona concretamente la vita delle persone, né come un valore di riferimento, sul quale determinare le politiche. Il "mercato", il "liberismo", l'"individualismo", identificano tutto con il consumo. Riducono qualunque forma di vita al consumo. È un Paese che nega la crisi. Non la vuole vedere. E non è capace di rispettare chi sta pagandone il prezzo più alto". Anche don Walter Magnoni, del vicariato vita sociale e lavoro, della diocesi di Milano, difende la festa laica del primo maggio: "In una società frenetica come la nostra è fondamentale sapersi fermare ogni tanto. L'uomo deve avere il tempo di ritrovare se stesso, la propria famiglia, i malati, gli anziani, la solidarietà. È illusorio pensare di risolvere la crisi rinunciando a un giorno di riposo".

 

Francesco Renda, 88 anni, figura storica del movimento operaio siciliano, che fu tra gli oratori il primo maggio del '47 a Portella della Ginestra, preferisce invece non dare tanta importanza allo shopping del primo maggio: "Non è questo il punto. Che i negozi rimangano pure aperti. Purché si salvi il significato profondo del primo maggio, la dignità del lavoro, il giusto salario. E si arrivi a ridurre, sempre di più l'orario di lavoro". Sull'idea di lavorare proprio il primo maggio ironizza invece Guido Martinotti, docente di Sociologia urbana all'Istituto italiano di Scienze umane di Firenze: "Alcune festività hanno il valore antropologico, fon-damentale, dell'inversione della quotidianità. Lavorare il primo maggio è un controsenso. Un po' come voler essere seri a carnevale".  LR 29

 

 

 

Oggi a Palazzo Madama la riunione dei Consigli europei dei residenti all’estero

 

“L’Europa in movimento: da migranti a cittadini europei” - Carozza (Cgie): “In continuità con l’incontro di Parigi chiediamo un organismo di rappresentanza nell’ambito UE per i cittadini che vivono in uno stato europeo diverso da quello d’origine”

 

  ROMA – Oggi 30 aprile si terrà a Roma, nell’Aula del Senato, l’incontro dal titolo “L’Europa in movimento: da migranti a cittadini europei”. Vi parteciperanno i rappresentanti dei cittadini europei di Stati membri che vivono in Europa fuori dal paese d’origine. L’incontro sarà introdotto dal vice presidente del Senato Emma Bonino. Faranno seguito il segretario generale del Cgie Elio Carozza sugli obiettivi dell’incontro e sul progetto di dichiarazione dei rappresentanti delle comunità di cittadini europei migranti nei Paesi membri dell’Unione Europea e Jean-Pierre Villaescusa , dell'Ufficio di Presidenza dell’Assemblea dei Francesi all’Estero,  sulla Dichiarazione di Parigi del 30 settembre 2008.

  Durante la prima sessione di lavoro, dedicata al tema “L’Europa in movimento e le Istituzioni europee”, interverranno il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica e il presidente della III Commissione del Senato Lamberto Dini. Seguirà un dibattito e la sessione si concluderà con le relazioni di Gianni Pittella vice presidente del Parlamento Europeo, Rossana Boldi presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato e del senatore del Pd Claudio Micheloni.

  La seconda sessione sarà incardinata al tema “Il ruolo dell’istruzione nella costruzione della coscienza civile europea”. Al dibattito, moderato dal senatore Micheloni, prenderanno parte Roberto Ricci dell’Università degli Studi G. D’Annunzio Chieti Pescara, il vice presidente del Parlamento Europeo Roberta Angelilli, la senatrice Mariapia Garavaglia della Commissione Istruzione e Beni culturali del Senato ed altri. Dopo l’approvazione del documento finale, le riflessioni conclusive di Carozza e del senatore Micheloni.

   “Nel secondo semestre del 2008 - ci spiega il segretario generale del Cgie Elio Carozza, - nell’ambito della presidenza della Francia dell’Unione Europea, i francesi organizzarono il primo incontro degli organismi rappresentativi dei cittadini europei di uno stato membro che vivono nell’U.E. fuori dal paese d’origine. Fu un’ottima iniziativa da cui scaturì un documento molto importante, la dichiarazione di Parigi che noi abbiamo ripreso e riproporremo nell’incontro di Roma, anche perché ci siamo trovati molto d’accordo su alcune delle questioni indicate. Va ricordato in questo contesto che gli italiani e i francesi sono quelli che hanno una rappresentanza più strutturata, ma sono attivi anche gli spagnoli i portoghesi e i tedeschi. Dopo l’esperienza di Parigi scrissi ai nostri presidenti di Camera e Senato chiedendo loro di poter organizzare qualcosa di simile in Italia. Hanno accettato e adesso ci siamo organizzati.

  L’incontro di Roma - prosegue Carozza entrando nel merito del simposio - sarà un pochino diverso rispetto a quello che si è svolto a Parigi, perché il dibattito si svilupperà nell’arco di una sola giornata. I lavori sono divisi in due momenti. Una prima parte sarà finalizzata a dare continuità alle richieste di Parigi, ovvero quella di dotarsi di un organismo di rappresentanza a livello Ue per i venti milioni di cittadini che vivono in uno Stato europeo diverso da quello d’origine. A Parigi chiedemmo anche un Commissario alla mobilità e la creazione di un’agenzia. All’incontro di Roma parteciperanno i due vice presidenti italiani al Parlamento europeo a cui chiederemo di farsi promotori dell’organizzazione all’interno del Parlamento Europeo di una “Agorà” nel mese di settembre.

  La seconda parte dell’incontro, rischiosa ma innovativa, l’abbiamo dedicata alla creazione di una coscienza europea. Credo infatti che sia opportuna, viste le esperienze degli ultimi anni come la partecipazione al voto, una preparazione delle coscienze all’Europa che parta dalla scuola. Si cercherà di approfondire – precisa il segretario generale - come dare senso alla costruzione europea insegnando nelle scuole la storia, le tappe conquista